Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Nannini:
la ragione conversazionale e l’implicature conversazionali dei corpi animati – filosofia
toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Siena). Filosofo italiano. Siena, Toscana. Grice:
“Nannini has intuitions in Italian.” Grice:
“I agree with Nannini about the naturalism: the ‘anima’ is there to ‘explain’
‘spiegare’ the action, ‘l’azione’ – He is the Italian Muybridge!” – Grice: “The
Nannini series is the equivalent of the Muybridge series” Studia a Firenze con
Luporini e Landucci e, inizialmente, con Luporini. Ha accompagnato la sua
attività di ricerca in campo filosofico ed i suoi impegni accademici con una
intensa attività politica a Siena come militante del Partito Comunista
Italiano. È stato Professore di Filosofia Morale all'Urbino e di Filosofia
Teoretica all’Università Siena, dove ha insegnato per alcuni anni anche
filosofia della mente ed è stato principale cofondatore e direttore di una
scuola di dottorato interdisciplinare in Scienze Cognitive. È stato inoltre più
volte, visiting professor presso le Osnabrück, North London, Bremen e
Oldenburg. Attualmente in pensione, è ancora pro tempore Docente Senior presso
l’Siena e dal è direttore di Rivista
Internazionale di Filosofia e Psicologia. I suoi studi giovanili si sono
incentrati sulla filosofia delle scienze sociali, lo strutturalismo francese e
la storia del pensiero antropologico. Successivamente, rivoltosi alla filosofia
analitica ed in particolare alla teoria dell’azione, ha cercato di sviluppare
il “naturalismo metodologico” criticando il ritorno di neo-wittgesteiniani come
Wright alla distinzione storicistica tra scienze della natura e scienze dello
spirito. Sempre muovendosi entro la filosofia analitica, ma rivolgendo il
proprio interesse alla filosofia pratica, ha difeso il non cognitivismo in
meta-etica. A partire dagli anni Novanta Professoresi è infine spostato dalla
teoria dell’azione alla filosofia della mente. In una prima fase si è occupato
soprattutto della storia del concetto di mente, per approdare ad una forma di
naturalismo cognitivo basata su una soluzione fisicalistico-eliminativistica del
problema mente-corpo. Saggi: “Il pensiero simbolico” (Bologna, Il
Mulino); “Cause e ragioni” -- Modelli di spiegazione delle azioni” umane nella
filosofia analitica” (Roma, Riuniti); “Il Fanatico e l'Arcangelo” -- Saggi di
filosofia analitica pratica, Siena, Protagon. “L'anima e il corpo” -- Una introduzione storica alla filosofia dell’animo,
Roma, Laterza; “Naturalismo” cognitivo: Per una “teoria materialistica” dell’animo,
Macerata, Quodlibet, “La Nottola di Minerva” -- Storie e dialoghi fantastici
sulla filosofia dell’animo” (Milano, Mimesis);“Educazione, individuo e società”
Torino, Loescher ), L’animo può essere naturalizzata?, Colle di Val D’Elsa (Siena),
SeB Editori. Saggi, Freud e l'antropologia, in La Cultura. Rivista di
Filosofia, Letteratura e Storia, “ Il materialismo “primario”, in, Il pensiero
di Luporini” ( Milano, Feltrinelli); “L'anomalia dell’animo «Rivista di filosofia»,
Corpi animati, nel dibattito contemporaneo, in
L’animo, Milano, Mondadori, I corpi animati e e società nel naturalismo
forte, nella Civiltà delle Macchine», Realismo scientifico e ontologia
materialistica, in «Giornale di metafisica», Nicolaci G., Perone U., Ontologia e
metafisica, Il concetto di verità in una prospettiva naturalistica, in
Amoretti, Marsonet, Conoscenza e verità” (Milano, Giuffré); “L’Io come
Direttore Assente” (in Cardella V., Bruni D., Cervello, linguaggio, società:
Atti del Convegno di Scienze Cognitive, Roma, CORISCO, Orologi, animo e cervello:
Riflessioni preliminari su tempo reale e tempo fenomenico tra fisica teorica e
filosofia dell’animo, in Amoretti, Natura umana, natura artificiale” (Milano,
Angeli); Rappresentazioni naturalizzate, in «Sistemi intelligenti», Kant e le
scienze cognitive sulla natura dell’Io, in Amoroso L., Ferrarin A., La Rocca C.,
Critica della ragione e forme dell'esperienza’ (Pisa, Edizioni ETS); Realismo
scientifico e naturalismo cognitivo, La coscienza può essere naturalizzata?, in
Nannini S., Zeppi A., L’animo può essere naturalizzata?, Colle di Val D’Elsa (Siena),
SeB Editori, In-conscio, co-scienza e
intenzioni nel naturalismo cognitivo, in «Sistemi intelligenti», La svolta
cognitiva in filosofia, in «Reti, saperi, linguaggi: Naturalismo cognitivo: Per
una teoria materialistica dell’animo, Quodlibet, N., La Nottola di Minerva:
Storie e dialoghi fantastici sulla filosofia dell’animo, Mimesis. Sandro
Nannini. Nannini. Keywords: corpi animati, l’interazione dei corpi animati,
l’ego come direttore assente, freud e il nos come dirretori assenti --. Luigi
Speranza: “Grice e Nannini: il santo, l’eroe, il fanatico, l’arcangelo” – The
Swimming-Pool Library. Nannini.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia. Grice e Nardi: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale d’Alighieri -- dantesco
– Alighieri – la scuola di Spianate -- filosofia toscana -- filosofia italiana
– Luigi Speranza (Spianate). Abstracct.
Keywords: Oxford, Bologna, Bologna, Oxford. Filosofo toscano. Filosofo italiano.
Spianate, Altopascio, Lucca, Toscana. Grice: “The Italians are fortunate: with Alighieri
they can philosophise about him!” Primogenito di una famiglia benestante, composta di
nove figli, viene avviato sin dalla tenera età alla carriera ecclesiastica. Entra
nel collegio dei frati francescani a Buggiano e diventa chierico, assumendo il nome
di frate Angelo. Usce dal convento di Buggiano perché non aveva intenzione di
continuare nella vita religiosa, avendone perduta la vocazione. Proseguì gli
studi di filosofia e teologia frequentando il convento di Sant'Agostino di
Nicosia in provincia di Pisa. Volendo proseguire gli studi, i genitori gli
indicarono un'unica strada, quella di entrare in seminario e diventare prete.
Venne ammesso al seminario di Pescia e diventò sacerdote. Qui si avvicinò
fugacemente al movimento Modernista, condannato da papa Pio X con l'Enciclica
Pascendi. N. sostenne l'esame di concorso per una borsa di studio triennale
conferita dall'opera Pia Galeotti di Pescia al fine di frequentare un corso di
perfezionamento filosofico presso l'Università Cattolica di Lovanio (Belgio).
N. aveva da poco iniziato a frequentare l'Università Cattolica di Lovanio che
già decise l'argomento della sua tesi di laurea Sigieri di Brabante nella
Divina Commedia e le fonti della filosofia di Dante, che venne discussa con
Wulf. La lettura dell'opera di Pierre Mandonnet, nella parte dedicata a
Sigieri, non persuadeva N. sulla soluzione data al problema della presenza di
questo averroista nel Paradiso dantesco. Due pregiudizi la inficiavano: il
primo “consisteva in un'inesatta visione storica di quello che nel Medio Evo e
nel Rinascimento era stato l'averroismo. Il secondo pregiudizio del Mandonnet
era quello di ritenere il pensiero filosofico di Dante conforme in tutto e per
tutto a quello d’AQUINO." Nel momento in cui N. Entra a Lovanio abbandonò
il modernismo teologico, ma non abbracciò la filosofia neo-scolastica che
quella Università belga stava elaborando. Non aveva senso per lui ripetere, sul
finire dell'Ottocento, nell'epoca del positivismo, l'operazione culturale
d’AQUINO che prevedeva l'unificazione di fede e ragione. Il metodo di lavoro
che Nardi seguì nel corso della sua vicenda di studioso e ricercatore, rimase
sempre improntato al massimo rigore filosofico, risentendo come una traccia
indelebile dell'esperienza di Lovanio, dove dovette affrontare studi
scientifici. Per Nardi l'interpretazione del testo coincide con la libertà, ma
tale atto libero non può attivarsi senza uno scrupoloso lavoro di scavo e
ricerca del materiale documentario, l'esatta interpretazione filosofica dei
testi. Ottenuta un'ulteriore borsa di studio dall'Opera Pia di Pescia frequenta
corsi di filosofia a Vienna, Berlino, Bonn. Oltre alla pubblicazione della
propria tesi su Sigieri nella “Rivista di filosofia neo-scolastica”, N. vi
pubblica altri interventi spesso critici con la linea editoriale del periodico.
scritto ai corsi dell'Istituto di Studi Superiori di Firenze perché voleva
riconoscere in Italia la sua laurea in filosofia conseguita a Lovanio. A
Firenze discuterà la tesi di laurea in filosofia dedicata alla figura del
medico e filosofo padovano Abano. Collabora alla “Voce”, rivista fondata da
Prezzolini con il quale mantenne per lunghi anni una fitta corrispondenza. N.
volle abbandonare il sacerdozio. In una successiva lettera indirizzata al
vescovo Angelo Simonetti, spiegava che era stato l'ambiente familiare a
spingerlo a chiedere la sacra ordinazione, con preghiere e minacce. Di trasferì
a Mantova per insegnare filosofia presso il liceo classico Virgilio, dove vi
restò fino al quando si trasferì a Milano. Ha da Giovanni Gentile un incarico
per l'insegnamento della filosofia medievale presso la facoltà di lettere
dell'Roma. Tuttavia non ottenne la cattedra universitaria (se non dopo molti
anni), a causa dell'art. 5 del Concordato in base al quale la curia romana
escludeva i sacerdoti secolarizzati dall’insegnamento. Gli fu assegnata la
“Penna D’Oro” dal presidente del Consiglio Tambroni. Gli fu conferita la laurea
honoris causa da parte dell’Padova e da parte di quella di Oxford. Le opere e
gli studi su Alighieri si è dedicato instancabilmente per di più in mezzo
secolo allo studio del pensiero di Dante, anche quando si occupava di Virgilio,
di Sigieri di Brabante, di Pomponazzi. Nardi ha saputo mettere in discussione
schemi consolidati, ha aperto strade nuove, ha formulato proposte inedite che
ci permettono di avere una più esatta comprensione dei testi danteschi. Una
costante di Nardi è di aver conservato sempre una propria autonomia, se non un
vero e proprio distacco, rispetto agli ambienti culturali in cui si era trovato
ad agire, fossero Lovanio, Firenze o Roma. Il coraggio con cui seppe
polemicamente ribaltare tesi consolidate negli ambienti accademici, gli
fruttarono ingiustamente isolamento e non adeguata considerazione rispetto alle
sue acquisizioni veramente anticipatrici. Basti pensare alle sue tesi
sull'averroismo latino, all'importanza data alla figura di Avicenna, di Alberto
Magno, al rifiuto del preteso tomismo di Dante. E se di Gentile parlava come di
un "vero e grande maestro", dandogli ragione nella sua polemica con
il De Wulf (relatore della sua tesi a Lovanio), Nardi pur tuttavia non aderirà
al Neoidealismo, ma vi trarrà soltanto spunti e stimoli per le sue ricerche.
L'incontro con Dante costituisce per N. l'episodio decisivo della sua vita
intellettuale e morale. Scriverà nel 1956: "in Dante trovai il vero e
primo maestro, quello a cui debbo la maggior gratitudine". Il senso della
sua ricerca è stato interrogare il "miracolo" della Divina Commedia,
questo "singolare poema sbocciato all'improvviso contro tutte le buone
regole dell'arte e del dittare". Secondo N. nella commedia è custodita la
Verità, che si è manifestata ad un poeta ispirato da una profetica visione. La
lunga fatica del Nardi è giunta a concludere che la filosofia di Dante non si
riduce a nessun sistema codificato; è una sintesi complessa tendente a superare
le antinomie e che mantiene intera la sua spiccata originalità, il suo
personalissimo pensiero. Per arrivare a coglierlo occorre da una parte
ristabilire il preciso significato delle parole in rapporto alla terminologia
filosofica e scientifica del Medioevo, e ricostruire dall'altra l'ambiente
culturale e l'atmosfera spirituale nelle quali Dante si muoveva per arrivare a
determinare la fonte, il libro letto da Dante. N. ha gettato luce su molti
elementi e suggestioni che Dante derivava dalla filosofia araba e neoplatonica.
Essenziali per comprendere Dante sono Alberto Magno e Sigieri più di Tommaso;
così come il neoplatonismo e la cultura araba più dello scolasticismo
aristotelico. A N. interessava particolarmente affrontare il tema della
"visione dantesca", esperienza profetica che seppe tradurre come
nessun altro nel linguaggio della Divina Commedia. La visione di Dante non è
finzione letteraria, è rivelazione reale dell'aldilà, concessa da Dio in virtù
di un supremo privilegio. Dante visse il rapimento mistico ed estatico al terzo
cielo come esperienza reale. Dante credette di essere sceso veramente nell'Inferno,
salito veramente al Purgatorio e al Paradiso. Per N. la Commedia si distacca
dagli altri scritti di Dante, perché ne è il loro compimento. Tale culmine si
realizza attraverso un'esperienza eccezionale, di origine mistico-religiosa a
lui soltanto riservata, una rivelazione che ha il potere di trasformare e
rendere nuove tutte le altre opere precedenti. L'opera dantesca, secondo Nardi,
si deve suddividere in tre fasi: la prima fase, che termina a venticinque anni,
è sotto l'influsso di Guinizzelli, assente del tutto la filosofia. La seconda
fase, quella filosofico-politico, coincide con le rime allegoriche, il
Convivio, il De vulgari eloquentia e la Monarchia. La terza fase, quella della
poesia profetica, coincide con la Divina Commedia, poema che segna il ritorno
all'unità della filosofia cristiana. Dante vi compare come profeta che deve
annunciare al mondo l'avvento di un inviato di Dio per la redenzione umana. La
Commedia è "poema sacro", la sua è poesia religiosa. Nardi vede in
questa terza fase finalmente riconciliarsi la speranza cristiana spezzatasi con
l'aristotelismo e l'avverroismo. Per Nardi l'aristotelismo è inconciliabile con
il cristianesimo, e il tomismo pertanto è "il più strano paradosso del
pensiero umano". La Commedia testimonia della riunificazione della
filosofia con la rivelazione di Dio. Dante visse una visione profetica,
esperienza che mancò ad Aristotele. L’'Accademia dei Lincei gli ha conferito il
Premio Feltrinelli per la Filosofia. Saggi: “Flosofia dantesca” (Bari, Laterza)
– ALIGHERI -- ; “Critica dantesca” (Milano, Ricciardi); “Filosofia dantesca”
(di Alighieri) (Firenze, Nuova Italia); “La filosofia medievale” (Roma, Ed. di
storia e letteratura); “Alighieri” (Roma, Laterza). Dizionario biografico degli
italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana,."Giornale Critico
della Filosofia Italiana", Premi Feltrinelli, su lincei, Medioevo e
Rinascimento,” Firenze, Sansoni, Alberto Asor Rosa, Dizionario della
letteratura italiana del Novecento, ad vocem Sigieri di Brabante e Alessandro
Achillini, Di un nuovo commento alla canzone del Cavalcanti sull'amore,
“Cultura neo-latina”, Noterella poetica sull'averroismo di Cavalcanti, Rassegna
filosofica, Sigieri di Brabante e le fonti della filosofia di Alighieri, in
“Rivista di filosofia neoclassica” Sigieri di Brabante nella Divina Commedia e
le fonti della filosofia di Alighieri, Spianate, La teoria dell'anima o animo e
la generazione delle forme secondo Pietro d'Abano, “Rivista di filosofia
neoscolastica”, Vittorino da Feltre al paese natale di Virgilio, in “Atti del
IV Congresso nazionale di Studi Romani”, Roma, Lyhomo (note al “Baldus” di T.
Folengo), “Giornale critico della filosofia italiana”, “Nel mondo di Alighieri”
(Edizioni di Storia e Letteratura, Roma); “Sigieri di Brabante nel pensiero del
rinascimento italiano” (Edizioni italiane, Roma); “Alighieri profeta, in Dante
e la cultura medioevale; “Saggi di filosofia dantesca” (Bari, Laterza); “La
mistica averroistica e Pico”; “L' aristotelismo padovano (Firenze, Sansoni) – i
lizii -- già edita in “Archivio di filosofia, Umanesimo e Machiavellismo”,
Padova); “Il naturalismo del Rinascimento, Corso di storia della filosofia. T.
Gregory, Roma, Universitarie; “L'alessandrinismo nel Rinascimento, Corso di
Storia della filosofia. Anno accademico, I. Borzi e C. R. Crotti, Roma, “La
Goliardica” La fine dell'averroismo, Gli scritti di Pomponazzi. “Giornale
critico della filosofia italiana”, Le opere inedite di Pomponazzi. Il fragmento
marciano del commento al “De Anima” e il maestro di Pomponazzi, Trapolino, Il
problema della verità, soggetto e oggetto dell'conoscere nella filosofia antica
e medioevale” (Universale di Roma, Roma); “La crisi del Rinascimento e il
dubbio cartesiano, Corso di storia della filosofia T. Gregory, “La Goliardica”
Il commento di Simplicio al “De Anima” Archivio di filosofia”, Padova, La
miscredenza e il carattere morale di Vernia, Giornale critico della filosofia
italiana, Le opere inedite di Pomponazzi, “Giornale critico della filosofia
italiana” Le meditazioni di Cartesio, Lezioni di storia della filosofia. “La
Goliardica”, Roma, Pomponazzi e la cicogna dell'intelletto, “Giornale critico
della filosofia italiana” Il dualismo cartesiano, Corso di storia della
filosofia. T. Gregory, “La Goliardica”, Roma, Il dualismo cartesiano
degl’occasionalisti a Leibniz, Corso di storia della filosofia. T. Gregory, “La
Goliardica”, Roma, Ancora qualche notizia e aneddoto su Vernia, Giornale
critico della filosofia italiana, Marcantonio e Zimara: due filosofi
galatinesi, “Archivio storico Pugliese” Un'importante notizia su scritti di
Sigieri a Bologna e a Padova alla fine del sec. XV, “Giornale critico della
filosofia italiana”, Contributo alla biografia di Feltre, “Bollettino del Museo
civico di Padova”, Letteratura e cultura del Quattrocento, in “La civiltà
veneziana del Quattrocento” (Firenze, Sansoni); “Appunti intorno a Trapolin, In
Miscellanea” (Edizioni di Storia e letteratura, Roma); “Copernico studente a
Padova”; “Studi e problemi di critica testuale. Convegno di studi di filologia
italiana nel centenario della Commissione per i Testi di Lingua, Bologna,
L'aristotelismo della Scolastica e i Francescani, in Studi di Filosofia
Medioevale” (Storia e letteratura, Roma); “Pomponazzi e la teoria di Avicenna
intorno alla generazione spontanea dell'uomo” (Mantuanitas vergilana – (Ateneo,
Roma); La scuola di Rialto e l'Umanesimo veneziano, in Umanesimo Europeo e
Umanesimo veneziano” (Sansoni, Firenze); “Studi su Pomponazzi” (Monnier,
Firenze); “I lizii di Padova” (Monnier, Firenze); “Corsi manoscritti di lezioni
e ritratto di Pomponazzi, in Atti del VI Convegno internazionale di studi sul
Rinascimento” (Sansoni, Firenze); “Studi su Pietro Pomponazzi” (Monnier,
Firenze); “Saggi e note di critica dantesca, Ricciardi, Filosofia e teologia ai
tempi di Alighieri in rapporto al pensiero del poeta, in Saggi e note di
critica dantesca” (Ricciardi, Milano); “Saggi e note sulla cultura veneta del
Quattro e Cinquecento Mazzantini, Antenore, Padova); “Saggi sulla cultura
veneta del Quattro e del Cinquecento Mazzantini, Antenore, Padova, Divina
Commedia, Treccani Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario
biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia
dantesca, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Un profilo biografico,
Consulenza scientifica Società Dantesca Italiana. L’ARISTOTELISMO PADOVANO.
STUDI SULLA TRADIZIONE ARISTOTELICA NEL VENETO, UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI
PADOVA, CENTRO ARISTOTELICO. L'ARISTOTELISMO PADOVANO. SANSONI, FIRENZE. Il
volume di N. è stato pubblicato a cura e sotto gli auspici del centro per lo
studio della tradizione aristotelica nel Veneto e del Comitato per la storia
dell'università di Padova. Stampato in Italia. N. adere di buon animo a che
venissero riuniti in un volume, per comodo degli studiosi che ne fanno ricerca,
alcuni saggi sull'aristotelismo padovano e particolarmente su
quell’interpretazione del pensiero del “LIZIO” (antica ortografia di “Lyceo”)
che prende il nome d’Averrois che 7 gran commento feo, sparpagliati, come
numerosi altri loro confratelli, in varie riviste ormai non più facilmente
accessibili. Questi saggi abbracciano un periodo assai lungo di ricerche dal
igi2 al ig^ó, e nel loro insieme offrono un quadro sufficientemente completo,
per monografie che si richiamano fra loro, della filosofìa a Padova dai tempi
di Abano (SCHIAVONE, si veda) a quelli di ZABARELLA (si veda) e PICCOLOMINI (si
veda), quando ormai, a Padova e altrove, il LIZIO comincia a volgere
decisamente al tramonto, per il nascere delle nuove scienze della natura e del
nuovo metodo di ricerca filosofica. Fuori della presente raccolta, già
abbastanza pingue, son rimasti i saggi stille opere inedite di POMPONAZZI (si
veda), meno quello relativo alla miscredenza di VERNIA (si veda), perché essi
potranno essere riuniti a suo tempo in un volume a parte, ed altresì quello
sulla letteratura e cultura veneziana, apparso in La civiltà veneziana pella
Fondazione Cini, che potrà meglio figurare insieme ad altri, che vado
preparando, sulla filosofia veneziana del Rinascimento. Nella formazione del
presente volume non è stato sempre rispettato l'ordine cronologico nel quale i
saggi qui compresi sono apparsi, per il bisogno di contemperarlo con la successione
storica degli argomenti trattati. Ad ogni modo, sono stati sempre indicati in
nota la data e il luogo ove ciascuno ha visto la luce la prima volta. Inoltre,
ritengo opportuno avvertire che tutti sono stati più o meno leggermente
ritoccati, e qualcuno in modo assai notevole. Quello che mi ha guidato in
queste non agevoli ricerche, non è stato, cerne forse taluno potrebbe pensare,
il gusto delle notizie erudite, pur sempre indispensabili alla ricerca storica,
sibbene il bisogno di prospettare le particolari condizioni e circostanze
d'ambiente culturale in cui certi problemi filosofici eran posti dagli
aristotelici padovani, e lo sforzo da questi sostenuto per trovarne una
soluzione e per evadere da abitudini mentali e pregiudizi che alla soluzione di
quei problemi s'opponevano. Su alcuni di siffatti problemi discussi e
ridiscussi mille volte nel corso di quasi quattro secoli, era naturale che
avessi a fermarmi con insistenza e abbondanza di citazioni, perché chi legge
avesse modo di rendersi conto, quasi toccando con mano, dell'imprecisione e non
di rado dell'avventatezza di talune affermazioni da parte di non pochi storici
che la storia delle idee non hanno mai preso sul serio, contenti troppo spesso
di luoghi comuni e vacue generalità: Per oppormi appunto a questo andazzo e per
restituire ai pensatori sui quali mi sono fermato i lineamenti della loro umana
fisionomia, m'è parso non fossero da sdegnare notizie particolari e perfino
aneddoti che rasentano il pettegolezzo, ma intanto rivelano curiosi tratti del
loro carattere morale e aprono uno spiraglio su quell'ambiente scolastico, per
tanti aspetti così diverso di quello d'oggi. La distinzione poi che s'è preteso
di fare tra filosofia e cultura s è rivelata inconsistente, non solo quando s'è
tentato di giustificarla, col definire in termini rigorosamente logici il
concetto di cultura come diverso da quello di filosofia, ma più ancora quando,
in omaggio a quella: pretesa distinzione, nel tracciare la storia del pensiero
d'un epoca, s'è tenuto conto quasi esclusivamente dei pionieri e si sono
disprezzate forme di pensiero meno avanzate e, diciamo pure, piii umili, come,
ad esempio, pel Rinascimento, le credenze magiche ed astrologiche, condivise da
dotti non meno che dal popolino, e le opinioni intorno al potere delle streghe
e al loro commercio col diavolo, cui davan credito, non meno del volgo, insigni
cherci e letterati grandi e di gran fama, non che giuristi e teologi i quali
s'argomentavano d' estirparne la mala semenza con gli esorcismi e col rogo.
Così del Rinascimento s' è mostrato solo un aspetto, mettiamo pure il migliore
e più, seducente, ma unilaterale e incompleto, per aver relegato nell'ombra il
rovescio della medaglia, cioè quelle forme di pensiero che persistevano non
solo nelle masse popolari e incolte, ma altresì nei ceti borghesi di media
cultura, nella nobiltà, nelle corti principesche e nel clero. Eppure anche
siffatte convinzioni rappresentano particolari maniere di raffigurarsi la vita
e il mondo e costituiscono anch'esse modi di pensare la realtà, che, per quanto
arretrati, furon condivisi dall'enorme maggioranza degli uomini nel periodo che
si dice del Rinascimento. Altrettanto si dica della distinzione fra ciò che è
vivo e ciò che è morto del pensiero del passato, quasi che potesse morire quel
che non è mai stato vivo, e che vivere non fosse un correre alla morte, cioè un
continuo rinnovarsi. Singolarmente penosa appare infine l'ansia che pel
concetto, la natura, il metodo, le sorti della storia e pel valore del giudizio
storico dimostrano taluni che, chiusi nella loro specola teoretica, senza
scomodarsi colla ricerca e la critica dei documenti e delle testimonianze,
indispensabili al giudizio storico, pretenderebbero di dedurre a priori gli
eventi della storia universale. Sì, lo sappiamo, per interpretare la lingua dei
documenti e delle testimonianze ci vuol cervello; e per cervello intendo la
categoria, cioè la capacità a inserire il fatto accertato nella trama logica
del pensiero. Ma la categoria è vuota senza l’intuizione, e la mola del pensiero
frulla a vuoto se dalla tramoggia non cala giù il buon grano falciato nei campi
arsi dal sole, battuto vagliato e seccato sull'aia. Sì che a ragione pare a
VICO aver mancato per metà così i filosofi che non accertarono le loro ragioni
coll'autorità de'filologi, come i filologi che non curarono d'avverare le loro
autorità colla ragione dei filosofi. Il già celebre e oggi invece quasi
sconosciuto filosofo di Padova, SCHIAVONE (si veda), vien classificato
ordinariamente dai rari storici della filosofia che si degnano consacrargli
qualche linea, fra gl’averroisti: da qualcuno è, anzi, presentato come
fondatore dell'averroismo a Padova. Ma, cosa strana, dell'averroismo di
SCHIAVONE tacciono affatto gl’antichi storici che pur lo fanno passare come
astrologo, mago, eretico, e che a queste accuse, riguardanti le dottrine di
lui, n’aggiungono ben altre riferentisi al carattere personale, per quanto
queste ultime abbiano l'aspetto di favole se non, spesso, di denigrazioni
evidenti. Scorrendo la monografia che gli consacra FERRARI (vedasi), il
sospetto che l'averroismo di SCHIAVONE non fosse una pretta leggenda,
s’accrebbe in me a tal segno che decide di consultare per conto suo il
Conciliator differentiariini philosophormn et praecipiie medicorum. Sennonché, essendo
l'opera relativamente rara e trovandomi da quattro anni quasi sempre
all'estero, non li fu così facile procurarsela; quando, nell'essere a Bonn
s'abbattei in un'edizione senza data, ma che porta in testa questa nota
manoscritta: impressus. Me codex est Venetiis per Herbart de Selgenstadt,
alemanmmi. Mentre andava trascrivendo i passi più importanti dal punto di vista
filosofico, quasi quasi non sa credere a lui stesso, finché non li ha
collazionati con altre Già apparso nella Riv. di Filos. Neoscolastica. Solo
qualche lieve ritocco. I tempi, la vita, le dottrine di SCHIAVONE. Saggio
storico-filosofico di Ferrari, Genova.] edizioni e specialmente con quella di
cui, oltre le copie possedute a Padova, a Firenze, a Torino ecc., una si trova
con sua grande sorpresa proprio nella capitolare di Pescia. Dice che non sa
credere a lui stesso, perché i passi, a cui FERRARI (vedasi) rimanda, lungi dal
rivelare le preoccupazioni averroistiche che egli, con critica bizzarra, crede
scoprire ad ogni pie sospinto attraverso le dichiarazioni di SCHIAVONE,
dimostrano, al contrario, che questi aderisce esplcitamente e senza riserve o
esitazioni di sorta ad un'altra teoria intorno all'ANIMA – GRICE METHOD IN
PHILOSOPHICAL PSYCHOLOGY --, ch’è l'antitesi perfetta di quella dell’arabo.
Quei passi sono così chiari che FERRARI (vedasi) stesso si sente imbarazzato e
suda due camicie per interpretarli a rovescio, come fa. Dovrei forse dubitare
della buona fede di lui? Certo, nell'opera erudita di FERRARI (vedasi) si
rivela qua e là un gusto matto di sorprendere nel filosofo da lui studiato
atteggiamenti e pose d'eretico che agl’occhi dell'autore lo rendono più
simpatico. E quando gli fanno difetto i documenti e le dichiarazioni esplicite,
ricorre a stravaganti congetture o a insinuazioni ridicole. Ma N. ritiene
FERRARI (vedasi) un perfetto galantuomo, e per dubitare della sua completa
buona fede non ha motivi sufficienti. Pensa invece che gli manchi l'esatta
conoscenza della filosofia medievale; in maniera che egli non sa comprendere nel
loro giusto significato certe dottrine, le quali non si possono capire se non
in rapporto ai movimenti d' idee a cui mettono capo. Ora, infatti, sostiene che
SCHIAVONE è accusato di MATERIALISMO. Più tardi, invoca la stessa condanna per
dimostrare che questi non è sincero quando dichiara prava la teoria
averroistica dell'unità dell'intelletto. Ora gongola di gioia perché SCHIAVONE,
nel riferire l'opinione dell’arabo, la lascia passare senza una nota di
biasimo. Una pagina, dopo, ti verrà a dire che la nota di biasimo che SCHIAVONE
quest'altra volta invece ha affibbiato agl’averroisti, va presa per
un'ostentazione a ufficio di scudo! E via di questo passo. FERRARI (vedasi)
avrebbe fatto bene, invece di rimandare alle opere di SCHIAVONE, che il lettore
non sa procurarsi con tanta facilità, d’offrire estesamente citazioni più
abbondanti e meno laconiche. Il pubblico poi che s’occupa di queste materie sa,
crede N., fare a meno, e quanto a lui molto volentieri, della traduzione che
FERRARI (vedasi) sostituisce ai passi citati, i quali nel loro latino
scolastico sono molto meno oscuri. Confesso la verità. Arrivato in fondo a dove
FERRARI (vedasi) parla della psicologia genetica e metafisica, non sono mai
riuscito a raccapezzarmi sulla vera dottrina del filosofo SCHAVIONE. La quale,
pertanto, se si piglia in mano il conciliator, è abbastanza chiara, nelle sue
linee generali, ed è ben diversa da quello che FERRARI (vedasi) va
fantasticando. Ecco qui uno dei passi più importanti e nello stesso tempo meno
ambigui. Alla differentia si discute la questione se il seme umano è o no
animato. E, a proposito di questo problema, SCHIAVONE espone la sua teoria
sullo sviluppo dell'embrione e sull'origine e natura dell'ANIMA. Egli dice.
Rector autem huius tain divini operis, cioè dello sviluppo embrionale, virtus
est dieta informativa ab ANIMA parentis decisa, per impulsionem coeuntis
incitata, quam Galenus de virtutibus naturalibus, secundo, ca. 2, appellat
summam artem praesidem et intellectivam sine mente, il LIZIO autem intellectum
vocatum sive intellectivam divinam, ceu ei Haly ascripsit. Nominavit autem eam
LIZIO intellectum vocatum, ad differentiam intellectus potentionalis et agentis
pars existentium ANIMAE intellectivae, ut tertio de anima inquit. Dico autem
intellectum quo ANIMA opinatur et sapìt, ad differentiam intellectus quem
ponebat Anaxagoras chaos dieta ex eodem consimilia sequestrantis. Et ideo
apparet hic erroneus intellectus lacobitarum me persequentium tamquam posuerim
ANIMAM intellectivam de potentia educi materiae; differentia 9; cum aliis mihi
54 ascriptis erroribus. A quorum nianibus gratia dei et apostolica mediante me
laudabiliter evasi. Da qua quidem virtute, ló. ANIMALIVM, Avicenna. Virtus
informativa est illa quae DAT VITAM et est proportionalis virtuti
super-coelestium. Arrestiamoci a precisare il significato di questo passo.
SCHIAVONE parla qui non dell'anima umana, ma della virtù informativa, la quale
più sotto è così descritta sulla scorta del DE ANIMALIBVS e di Avicenna. Virtus
informativa est illa quae DAT VITAM et est proportionalis virtuti
super-coelestium, et ista virtus facit similia secundum quid virtutibus
super-coelestibus quousque sit possibile illam RECIPERE VITAM, et est dispersa
per universam substantiam corporis sive sit humiduin sive siccum: et in
spermatis substantia est potentia potens recipere hanc virtutem et est SPRITIVS
primus deferens calorem coelestem et ipse est causa omnium partium spermatis.
Estque haec virtus a CORPORE abstracta, cui etiam ab LIZIO accipiens
commentator. j° metaphy i^Comm. ]: LIZIO dixit in libro DE ANIMALIBVS, quod
ipsa sit similis intellectui in hoc, quod non agit per instrumentum CORPORALE
et membrum proprium. La teoria della virtù informativa, qui esposta, è tratta
dal DE GENERATIONE ANIMALIUM del LIZIO e la si ri-trova quasi negli stessi
termini presso AQUINO. Siccome, per altro, i giacchiti di Parigi credeno che
SCHIAVONE intende parlare dell’ANIMA, per questa ragione, com'egli dichiara,
l’accusarono dell'errore d'Alessandro d'Afrodisia e di Galeno, l'ultimo dei
quali sostene che L’ANIMA è la stessa complexio del CORPO organizzato e il
primo che l’intelletto materiale o possibile dove farsi consistere in una certa
virtìt risultante ex universa illa temperatura vel constitutione propria
dell'organismo umano. L’accusano, dunque, dell'errore opposto all'averroismo e
contro il quale l’arabbo aspramente polemizzato a più riprese. A quest'accusa
da certamente motivo l'appellarsi che SCHIAVONE fa a Galeno e al di lui
fidelissimus interpres, Haly ben Rodoam. Questi sa trovare presso Aristotele,
non si sa come, la teoria dell'intellectus vocatus, della cui provenienza del
LIZIO il nostro, con quella sua espressione: ceu ei Haly ascripsit, sembra
tutt'altro che convinto. L'intellectus vocatus è la traduzione letterale del ó
HO KALOUMENOS NOUS xixXoù\j.tvoc, voui; del De generatione animalium. Basandosi
su di essa, Haly sostene che l’intelletto separato del LIZIO, distinto
dall'ANIMA individuale e identico al voij? d'Anassagora, è la stessa virtù
informativa, ossia l'influenza degl’astri la quale per mezzo del seme paterno
presiede allo sviluppo e all'organiz tkxvtwv (xév yùp év tcò oTuéppiaTi
ÈvuTrdcpxei OTTEp TTOiEÌ yóvifxa elvai xà CTTrép[xaTa xò xaXou(i,evov
-!>£p(i.óv. xoùxo 8'où TTup, oùSè xotauxY] SuvafjLit; Icttiv, àXkà xò
l[jiTrepLXajjt.pavó(XEvov èv T(p CTTÉpfxaxi, jcai èv xo) à9p(óSEi. TTVEUjj'.a
xal rj Èv xw TTVsufAaxt, quando viene a parlare de electionihus. Egli intanto
distingue la ricerca, invero innocente, dell'bora laudabilis incipiendi aliquod
opus, affinché l'opera d’intraprendere ha felice risultato, pur senza tentare
di modificare il corso o l’influenza del cielo, dai tentativi, per mezzo d'
immagini Ferrari, SCHIAVONE e di scongiuri, di modificare favorevolmente
l’influenze celesti pella buona riuscita dell'opera che s'intraprende. Che la
prima ricerca non ha niente d' illogico, dati i presupposti astrologici che noi
conosciamo, o di temerario dal punto di vista della dottrina teologica del
tempo, è evidente. Perciò l'autore dello Speculum non solo la ritiene
legittima, ma dichiara ch’è opportuno, come pensa anche SCHIAVONE, conoscer
l'ora favorevole al concepire, al prender medicine e alle operazioni
chirurgiche. Per quel che riguarda invece la costruzion dell’immagini a fine di
modificare l'influsso celeste, egli stima necessario far molte riserve. Parti
electionum dixi supponi imaginum scientiam, non quarumcunque, sed
astronomicarum. Quoniam imagines sunt tribus modis. Est enim unus modus
imaginum abominabilis, qui significatione et invocatione exigit. Est alius
modus aliquantulum minus incommodus, detestabilis tamen, qui fit per
inscriptionem characterum, per quaedam nomina exorcizando. Tertius autem est
modus imaginum astronomicarum, qui eliminat istas spernendas suffumigationes et
invocationes, et non habet neque exorcizationes, neque characterum
inscriptiones admittit, sed virtutem nanciscitur solummodo a figura caelesti.
Posta tale distinzione, mentre egli condanna gl’esorcismi, gl’incatesimi e la
necromanzia, pensa di non potersi arrogare il diritto di condannare o di negar
l'efficacia dell’immagini astronomiche. D'immagini astronomiche, ammesse
dall'autore dello speculum, si parla nella già citata differenza X e nella CI
del conciliator. Ma SCHIAVONE sembra andar più oltre ed ammettere anche quel
genere di pratiche condannate dall'autore dello speculum. Si tratta per altro
d'un equivoco EQUIVOCO GRICE. Egli crede al fascino, all'arte notoria, alla
pvaecantatio e alla magia, e questo deve, senza dubbio, aver contribuito a
crear la sua fama di mago e di necromante; ma intanto spiega i fenomeni e i
resultati ottenuti con queste arti, sforzandosi di trasportarli sul terreno
della magia bianca, allora ritenuta lecita dai teologi. Conciliator, diff.
Champier Conciliator, diff. Champier. Intorno alle interessanti varianti del
numero 8 nelle varie edizioni del conciliator, Ferrari, Pella biografia etc.
Così egli ammette l'efficacia del fascino e degl'incantesimi, come l’ammette
Avicenna e come l'ammette POMPONAZZI, ma esclude d’essi ogni carattere sovrannaturale
e segnatamente l'intervento di demoni, pur senza negar l'esistenza d’essi. Per
SCHIAVONE, L’ANIMA DI CERTI UOMINI è fornita, per uno speciale influsso
celeste, di virtù eccezionali, e si comporta, nel modificare l’influenze
astrali sulla terra, come l’immagini artificiali costruite dai sapienti dell'
India. La praecantatio è utile al filosofo, come gl’è necessaria la fiducia da
parte dell' infermo. Ma le parole dell'incantesimo verbale desumono la loro
efficacia dalla virtù celeste, come dalle disposizioni favorevoli delle
costellazioni deriva l'efficacia, secondo Albumasar, della preghiera
astronomic. L'efficacia, insomma, di tutte queste pratiche è desunta
dall'astrologia. Samo fuori del dominio della magia nera. Una censura speciale
di Champier riguarda anche una dottrina la quale non ha niente che fare colle
dottrine di carattere prettamente astrologico ch’abbiamo riferite; ma che,
anzi, sotto un certo aspetto, è opposta a quelle. N. intende la dottrina della
produzione delle forme – come il cerchio -- GRICE -- nel mondo infra-lunare.
Essa suona così: Ponentes creationem, etsi verissimi in lege sint, in
philosophia tamen non sunt admittendi, cum ipsam levem faciant omnino, ac
primam quasi causam multiplicibus vexent laboribus; decorem non minus et ordinem
et per consequens perfectionem removentes, secundum LIZIO, ab universo.
Champier pretende che con siffatta dottrina SCHIAVONE viene a contradirsi, quia
simul stare non possunt, quod lege sint verissimi, et tamen admictendi non sint
in philosophia; quia omne verum consonat. Dove non sai s’egli accusi il
filosofo d’aver negato la creazione, o d’avere ammessa la dottrina averroistica
della doppia verità. Ma nell'uno come nell'altro caso, ha frainteso senz'altro
la filosofia di SCHIAVONE Conciliator, diff. Conciliator, diff. Conciliator,
diff. loi Champier realtà, di tutte le dottrine censurate da Champier, tre
appena sono tacciate d’eresia e segnate d’un biasimo speciale, e cioè: quella,
ora accennata, intorno alla creazione; l'avere SCHIAVONE affermato che il
divino non puo operare nel mondo infra-lunare se non per mezzo d'intermediari;
e l'aver ritenuta efficace la prae-cantatio. Ora la prima dottrina è stata
semplicemente fraintesa da Champier; la seconda è esagerata, poiché così come
SCHIAVONE l’intende, non suona affatto eretica ai tempi di lui. Quanto alla
terza, egli non s’è accorto come la prae-cantatio e le altre pratiche affini
hanno perduto in SCHIAVONE quel loro carattere originario derivante dalla magia
nera che le rende singolarmente sospette. Se Champier esamina il conciliaior
coll'animo scevro dai pregiudizi d’una scuola teologica che ha già perduto per
sempre il senso della libertà nel campo scientifico, quel senso di libertà che
s’è così poderosamente affermato; s’egli, dice N., studia l'opera del filosofo
con quel senso di tolleranza che rivela il teologo autore dello speculum, e non
colla grettezza sospettosa degl'inquisitori padovani, avrebbe potuto forse
risparmiarsi quasi tutte le sue censure e castigationes. Notevole, per altro,
che nemmeno Champier, che con tanto zelo si dette la pena di spulciare l'opera
ritenuta pericolosa, formula l’accuse ben altrimenti gravi che, con altro
scopo, solleva contro SCHIAVONE il suo biografo. Ferrari. Eresie di SCHIAVONE,
secondo Ferrari: Dio e il mondo, Scienza e fede. L'averroismo di SCHIAVONE
secondo Ferrari. Dottrina della creazione; lo schema platonico; il concetto di
creazione mediata. Eternità della materia Il problema circa l'eternità del
mondo. La pretesa tendenza al panteismo. Il miracolo. La doppia verità.
L'ultimo processo alle dottrine filosofiche di SCHIAVONE è quello intentato ad
esse nella voluminosa e farraginosa biografia scritta intorno al nostro
filosofo da Ferrari. Anzi che colla serena comprensione dello storico, si dice
che questo autore s’è accinto allo studio della filosofia di SCHIAVONE colla
stessa parziahtà di Champier e, quasi dice N., colla stessa mentalità
degl'inquisitori padovani: coll'aggravante d’una minore disposizione a
intenderlo, derivante dalla scarsa conoscenza, che ha Ferrari, d’una filosofia
così complessa e ricca di motivi come quella medievale. La scarsa conoscenza
della filosofia medievale, che verremo documentando, si rivela subito, fin dal
primo tentativo col quale Ferrari caratterizza la dottrina filosofica di
SCHIAVONE, ora asserendo che questi inclina e simpatizza pell'avverroismo, ora
sforzandosi d'inquadrarne il pensiero nel movimento d'idee noto sotto il nome
d’averroismo LATINO. All'averroismo più o meno latino inclina il maestro
padovano: pella negazione della creazione dal punto di vista filosofico, per
avere ammessa la materia eterna, la necessità d' intermediari tra la causa
prima e i fenomeni del mondo infra-lunare, e l'eternità del mondo; per una non
ben precisata tendenza al panteismo e per un certo NATURALISMO – bete noire H.
P. GRICE -- che lo porta a negare la possibilità dei miracoli; per aver
professata la dottrina della doppia verità; e finalmente pella dottrina
dell'intelletto separato. Discuteremo il giudizio di Ferrari sui primi tre punti.
Al quarto punto riserveremo il paragrafo che segue, giacché ne vale la pena.
Alla fine del paragrafo precedente, abbiamo visto che Champier segnala come
errore, et horrendus, l'affermazione di SCHIAVONE che la dottrina della
creazione, pur essendo vera dal punto di vista teologico, è da rigettarsi da
quello filosofico. L'interpretazione sbagliata che Champier colla sua censura
da d’un passo male inteso, diventa Un esempio caratteristico dell'incapacità a
comprendere e a giustificare, nel loro genuino significato storico, l’idee del
passato, è il capitolo che Ferrari dedica a SCHIAVONE astrologo. Egli riassume
purchessia le dottrine astrologiche del nostro, ma non le spiega. Anzi, ad un
certo punto non sa far di meglio ch’uscire in questa goffa esclamazione:
Piaccia al nostro lettore che non ci smarriamo in tali labirinti del pensiero
umano che mettono avvilimento e pietà. Pella biografia, etc. L'accusa
d'averroismo, per altro, risale, sebbene non precisata come presso Ferrari,
pello meno a Renan e a Tiraboschi. addirittura una mostruosità storica sotto la
scorrevole penna di Ferrari. Udiamo, infatti, qual concetto questi si sia fatto
della relazione tra la il divino e il mondo secondo la mente di SCHIAVONE.
L’azioni del mondo superiore sulla terra e su noi vengono infine dal divino;
salvoché l’une producendosi per una serie di mezzi, sono coordinate a questi e
n’hanno la misura, la costanza, la prevedibilità, oltre che sono relativamente
ad essi inevitabili; onde le possiamo in certo modo ridurre alle qualità degl’elementi,
anche se non vediamo precisamente il come; l’altre s’esercitano senza
movimenti, absque medii alteratione, o dal divino stesso o dalle stelle
imprimenti una speciale virtù, com'è nel caso del magnete, la cui virtù
attrattiva è collegata, lo attesta l'esperienza, col polo artico. L'opera
divina è del resto palese nell'ordine universale e nella finalità che governa
il cosmo. L’ACCADEMIA ripose le cause universali in divinità secondarie, specie
di ministri alla prima, che danno le forme alle cose, onde Averroè dice che
l’ACCADEMIA in un modo alquanto oscuro aveva asserito che il creatore fé'
gl’angeli e ordina poi loro di creare l’altre cose mortali, il che veramente
non si dee prendere alla lettera. Il LIZIO le forme delle cose terrestri volle,
secondo che pare anche a Temistio, sono generate dal sole e dal suo giro.
Alcuni ammisero che le forme sono nella nostra terra latenti, quali Anassagora,
GIRGENTI, Democrito. Altri parlarono di creazione. I primi traggono le cose dal
caos, i secondi vogliono invece che il divino le produca dal nulla. E
quest'ultima opinione induxit loquentes trium legum, quae hodie sunt, dicere
aliquid fieri ex nihilo adeo quod diciint quod homo cum moveat lapidem
expellendo, non est movens, sed agens illud creai motum. Di tali sentenze
possiamo leggere in Giovanni Filopono. Ma tra le due opinioni opposte e' è
luogo per due intermedie, anzi per tre, che convengono nell'ammettere due tesi:
la generazione essere un tramutarsi delle sostanze, e niente prodursi dal
niente. Convengon in ciò, ma si discostano poi nel 4 L'osservazione è
meravigliosa! Neanche a farlo a posta, SCHIAVONE cita subito il Timeo,
nominando espressamente Platone e l’ACCADEMIA: Quare, 12. Metaph. [comm. 44],
Commentor: Plato e l’ACCADEMIA suis obscuris verbis dixit quod creator creavit
angelos manu. Del resta alla diff. si legge. Plato e l’ACCADEMIA namque posuit
substantias separatas, quas ideas appellavit. modo di pensare l'agente. L'una
pone che l'agente crei la forma e la dia alla materia, sia poi esso congiunto o
no con materia: opinione di Temistio e lino a un certo punto di Alf arabi. La
seconda nega che l'agente sia affatto legato alla materia e lo chiama dator
delle forme, come pensarono Algazel ed Averroè. La terza è quella del LIZIO,
che l'Afrodisio giudica non ambigua, e alla quale non si può non assentire.
L'agente non fa se non il composto di materia e forma, movendo la materia
finché n’esca in atto la forma che vi giace in potenza. La sentenza del LIZIO
in qualche cosa somiglia a quella dei creazionisti e in qualche cosa ne
differisce ma è la sola vera, perché sol essa non porta a conseguenze
impossibili, come vi portano l’opinioni dell’ACCADEMIA e d’Anassagora, che sono
dal LIZIO combattute vittoriosamente. Coloro che invocano la creazione, etsi verissimi
lege sint, in philosophia tamen non sunt admittendi. Dopo questa che vorrebbe
essere una parafrasi, invero molto libera, d’un importantissimo passo del
conciliator, Ferrari dice ancora. L'essenza della materia rende inevitabile
l'uso di qualche mezzo o strumento, per certe produzioni, al divino stesso. In
altre parole il divino produce e governa i cieli, gl’angeli, L’ANIME, ma nulla
poi potrebbe fare nei regni inferiori delle cose corporee senza il loro mezzo,
pella troppa distanza tra i due termini. Gl’è così che per una serie di
mediazioni, e con armonia meravigliosa discende alle infime cose terrestri
l'azione divina, passandosi per gradi dalle cose incorruttibili, anzi dall'imo
semplice ed immobile ag’esseri composti, variabili corruttibili. Parrebbe,
dunque, a sentire Ferrari, che il divino, sorgente prima di tutte l’azioni del
mondo celeste su quello terrestre, avesse di fronte a sé un principio eterno di
passività che sarebbe poi la materia; che questa materia fosse eterna al pari
di Dio e non prodotta; che l'azione divina sul mondo Leggasi Avicenna, e non
Averroè, il quale ha sempre combattuta la teoria del dator formarum. Le
edizioni hanno solo un' A., che ovunque è abbreviazione d'Avicenna. Ferrari
un'altra volta legge Aristotele, arruffando tutto il senso di un passo
importantissimo della diff. SCHIAVONE SCHIAVONE. Il luogo del Conciliator qui
parafrasato è stato riportato per esteso sopra, corruttibile non potesse in
nessun modo esercitarsi se non attraverso una serie di mezzi, che sono i cieli,
gl’angeli e le anime. Se gì'inquisitori parigini e padovani, che se
n'intendevano, avessero lette queste cose negli scritti di SCHIAVONE, non
avrebbero aspettato ad arrostire un cadavere, né r imputato sarebbe sfuggito
loro dalle mani. Il fatto, invece, è che il pensiero genuino di lui è ben
diverso dall'esposizione che ne fa Ferrari.Vediamo dunque di chiarirlo. Secondo
lo schema accademico d’Alfarabi e Avicenna, riassunto anche da SCHIAVONE, dalla
prima causa, che è motore immobile e quindi idem et stabilis permanet, non
puòderivare ciò che è molteplice e mutevole; ma solum unum immediate, cioè la
prima intelligenza col primo cielo. Da questa è prodotta la seconda
intelligenza col secondo cielo; e così di seguito, di grado in grado, secondo
un ordine d’emanazione discendente, fino all'intelligenza lunare, la quale
produce la così detta intelligenza agente, gubernantem quae sunt in activorum
et passivorum spaerà simplicium et compositorum, cioè tutte le forme del mondo
infrahmare. SCHIAVONE accetta in parte questo schema, ma v'introduce profonde
modificazioni. Egli pone, tra la causa prima e la materia, una serie
d'intermediari che gli servono a spiegare, come ad ALIGHIERI, la contingenza
nel mondo inferiore; ma in nessun luogo afferma che la materia sia eterna, come
vorrebbe farci credere Ferrari, per il quale eterna vuol poi dire non creata. E
sebbene dica, secundum Aristotelem et Commentatorem, quod Deus nihil potest in
haec interiora operari absque medio, è evidente che egli intende parlare, non
di una necessità di natura e SCHIAVONE come gli scolastici del suo tempo mette
con Avicenna anche Algazele. In realtà questi scrive un'esposizione delle
dottrine d’Alfarabi e Avicenna, alla quale tene dietro la sua confutazione
fatta dal punto di vista della teologia mussulmana ortodossa. Fino ai tempi di
SCHIAVONE solo la prima parte è tradotta in latino; la Destructio philosophorum
si conobbe assai più tardi. Di qui l'abbaglio. Palacios, Algazel, Zaragoza,
igoi. Duhem tuttavia crede che quando Algazele scrive la prima parte
dell'opera, egli accettas quelle dottrine accademiche che rifiutò poi nella
Destructio Duhem, Le système du monde etc, Paris. Conciliator, diff. loi.
Farad. il saggio di N, ALIGHIERI e SCHIAVONE nei Saggi di filos. dant.
Conciliator, diff. assoluta, ma di una necessità conseguente a quella a
perfecta ratio che è poi la stessa sapienza divina, la quale ha volontariamente
stabilito l'ordine mondano; ordine che è sospeso alla volontà divina la quale è
immutabile. Ma se la causa prima fissa l'ordine cosmico, nel quale gl’eventi
del mondo infralunare dipendono dal moto e dalle 'a^iazioni che accadono nei
corpi celesti, intermediari tra i due estremi dell'atto puro e della pura
potenza, non ne segue logicamente che non possa, in quanto è superiore a quest'ordine
da sé stabilito, derogarvi. Anzi troviamo esplicitamente asserito il contrario:
Potest primus sua mera benignitate, cum sit agens supernaturale, per
voluntatem, absque motu et transmutatione in haec in inferiora operari,
quicquid dicat peripateticus. Ora se SCHIAVONE può pensare ad un intervento
diretto, anche se fuori dell'ordine naturale, della causa prima sul mondo della
generazione e corruzione, vuol dire che la necessità degl'intermediari,
affermata da lui sulla scorta di Aristotele e del commentatore, non è la
necessità assoluta dei platonici arabi, per i quali è sempHcemente impossibile,
cioè anche ancilla e jamula della teologia, la filosofia è riconosciuta
indipendente da quella e autonoma entro la propria cerchia di ricerche naturali.
Così, non ostante tutti i tentativi più o meno ingegnosi per unificarle, quella
filosofia e quella teologia non rimanevano meno distinte, se non opposte, per i
loro metodi propri di ricerca e per il loro spirito. In questa distinzione,
accettata da tutti i teologi del tempo di SCHIAVONE, era il germe latente
dell'eresia di cui a torto si vorrebbero render responsabili solo i veri o
pretesi averroisti. Una volta proclamata la legittimità della ricerca razionale
e filosofica, per mezzo di metodi propri e diversi da quelli teologici, quale
autorità teologica in terra avrebbe potuto più mettere un freno a coloro che,
intrapreso il cammino della ricerca scientifica, intendeno percorrerlo fino in
fondo. E infatti, s’era appena riconosciuta quella distinzione, che fu subito
avvertito il contrasto tra filosofia e teologia, contrasto che venne sentito
più o meno da tutti i filosofi scolastici, da Brabante come d.Aquino, da
SCHIAVONE come da Duns e d’Alighieri; e tutti cercarono di risolverlo con
particolari e diversi atteggiamenti spirituali. Il contrasto, da prima latente,
dove portare, e porta, al conflitto fra i rappresentanti delle due principali
facoltà degl'istituti universitari, quella dell’arti e quella di teologia.
Nella facoltà dell’arti si leggeno e si commentano i libri d'Aristotele e le
trattazioni d’Avicenna, Averroè, Galeno, Tolomeo e di numerosi altri autori. E
vi rifiorirono così, e s’accrebbero, l'astrologia, la matematica, la medicina,
l'alchimia e la magia, tutte insomma le scienze create o sviluppate dal genio
filosofico. Che queste scienze sono infestate d’inveterati pregiudizi
metafisici, non toglie che il loro sviluppo concorre in larga misura allo
sviluppo del sapere scientifico e al progresso dello spirito umano. Per mezzo
d’esse si inaugura nell'occidente il metodo della ricerca filosofica, s'inizia
la libera indagine delle cause naturali dei fenomeni del mondo ter E di porre
un freno si tenta più volte, ordinando, come a Parigi agli scolari della
facoltà dell’arti di astenersi dal determinare contra fidem quando hanno da
discutere d’un problema che /idem videatur attingere simulque philosophiam.
Carthularium Universita Parisiensis restre. Al pregiudizio teologico si
sostituì, è vero, quello astrologico. Ma l'errore d’aver riposto le cause dei
fenomeni naturali in influenze astrologiche, non è poi così grave e
imperdonabile, s’esso significa anzitutto libera ricerca di cause naturali,
affermazione di leggi ed esclusione dell'arbitrario dal mondo dell'esperienza.
E intanto quell'astrologia, quell'alchimia, la vecchia medicina e la stessa
magìa venivano raccogliendo da ogni parte ed accumulando preziose osservazioni
ed esperienze, che, nella Rinascenza, dovevano portare al superamento dei
pregiudizi e concetti metafisici, e contribuire direttamente al rinnovamento
della scienza. Al quale non si sarebbe mai giunti, senza l'inaugurazione di
quel metodo razionale, la cui legittimità era stata proclamata all'unanimità
dagli stessi teologi scolastici, non solo in teoria ma anche in pratica.
Vediamo infatti Aquino esporre con intera libertà e senza prevenzioni le
dottrine di Aristotele, fino a dichiarare, contro il parere dei teologi, che
l'eternità del mondo non implica contradizione e che la tesi della creazione
nel tempo non può dimostrarsi colla sola ragione. E Alberto di Colonia insieme
al pensiero aristotelico espone quello degh altri peripatetici, pur notando che
non di rado esso cozza coi dommi cristiani. Ora all'esempio di Colonia si
richiamano espressamente o tacitamente SCHIAVONE e Brabante, quando dichiarano
di trattare de naturalibus naturaliter, senza farla da teologi. De naturalibus
naturaliter: ecco il programma di quegli AMBIENTI LAICI, che sono le facoltà
dell’arti. LAICI, s'intende, solo per i metodi dell'indagine scientifica e
filosofica in contrapposizione con quelli della teologia. Di questi ambienti
laici SCHIAVONE incarna perfettamente lo spirito. In questo spirito è la sua
vera, la sua unica eresia; un'eresia inconsapevole che s'era già insinuata
nella coscienza di tutti coloro che avevan fatto buon viso al rinascente
pensiero aristotelico, e che era penetrata fino nelle scuole di teologia. Senza
prestargli dottrine eterodosse che negli scritti a noi noti egli ha il studio
di N., La posizione di Colonia di fronte all'averroismo La filosofia, infatti,
questa povera ancella della teologia, ha il compito di stabilire i praeambida
/idei e dichiarare il contenuto delle formule dommatiche. Le opere teologiche
della Scolastica, compresa espressamente riprovate, senza attribuirgli quel
continuo sdoppiamento di coscienza che piace a chi, per il gusto di farne un
eretico, ne farebbe volentieri un ipocrita, pronto ad affermare il contrario di
quello che in cuor suo pensa, per salvare la pelle dal rogo; le sue audacie
dottrinali, dal punto di vista della teologia imperante, sono evidenti:
maggiore di tutte quelle intorno ai miracoli e ai fatti meravigliosi. SCHIAVONE
è lo scienziato forse più caratteristico di quel periodo di cui Aquino è il
maggior teologo, e Alighieri il sommo poeta. Pella vasta erudizione, pur senza
essere un rinnovatore e un precursore, rappresenta la scienza in tutti i suoi
molteplici aspetti, in ogni sua tendenza. L'idea centrale della scienza di lui
è un'idea astrologica. E i creatori della leggenda popolare di un SCHIAVONE mago,
sebbene non cogliessero i veri caratteri della sua magìa, magìa bianca, ben
differente dalla necromanzia, ci hanno tramandato un'immagine dell'uomo, che
forse è meno difforme di quel che non si creda, dalla sua storica personalità.
la grande Summa d’AQUINO, son impregnate di razionalismo; razionalismo che
s’afferma nettamente in Lullo. L'ancella comincia ben presto a farla da
padrona! Ili Se SCHIAVONE non è un avverroista nel senso vero e proprio della
parola, avveroista è invece l'eremitano Nicoletti, il quale professa a Padova
un tipo d'avveroismo guardingo, che forse «gli vi portò da Parigi, se pure non
v'era già arrivato da BOLOGNA, e che risente della lettura dell'opera di
Sigieri di Brabante, De intellectu ad jratrem AQUINO, oppure degli scritti di Wilton
impugnati a BOLOGNA Bologna, dal francescano Alnwick. NICOLETTI è andato a
studiare a Oxford, insieme a un suo fratello germano, anch'egli eremitano, e
v'era Dal voi. Brabante nel pensiero del Rinascimento italiano. Roma, Edizioni
Italiane, salvo una modificazione fino al quinto capoverso. Sigieri di Brab.
ecc. Che l'averroismo a PADOVA ha origini in BOLOGNA è ipotesi verosimile; ma
non si può escludere un'origine oltre-montana. Che poi Averroè è tenuto in gran
conto a Padova assai prima di NICOLETTI, è provato dagl’affreschi di Menabuoi
nella cappella Cortelieri nella chiesa degl’eremitani, anteriori, e dei quali
ci resta la descrizione di Schedel di Norimberga che è studente a Padova.
Giunto raffigura Averroè insieme agl’eremitani maestro ALBERTO DA PADOVA e al
beato GIOVANNI DA BOLOGNA. Schlosser, Giusto's Fresken in Padua n. die
Vorlàufern der Stanza della Segnatura, Jahrbuch der Kunsthistor. Sammel. des
allerhòch. Kaiserhauses, Wien, Bettini, Giusto S. M. e l'arte. Padova, P n?
NICOLETTI dove ben conoscere quegli affreschi. 2 Maier, Alnwicks BOLOGNA
Quaestionen gegen Averroismus, Gregorianum rimasto almeno un triennio. Il
soggiorno di NICOLETTI a OXFORD non era rimasto ignoto a CITTADINI (vedasi) da
Faenza, che a Ferrara detta un commento polemico dei Logica minora
dell'eremitano, in principio del quale si legge: Ferunt autem quidam non
auctoritate indigni, hunc libellum in BRITANNIA, ubi olim et dialecticae et
PHILOSOPHIAE studia floruerunt, in antiquissimis litteris compertum esse, ut ex
illis constaret, prius opusculum hoc extructum fuisse quam NICOLETTI natus
esset. Quod eo magis a non nulhs creditur, quod certuni est NICOLETTI apud
Britanos visendorum GYMNASIORUM gratia aliquando commoratum esse, ac postea in
Italiani revertentem multos libros secum detulisse, quorum auctores Italis
penitus erant incogniti. Più tardi soggiorna anche in tlorentissima
universitate Parisina, ove NICOLETTI espone gli ante-praedicamenta di
Aristotele. Egli è lettore nella facoltà dell’arti a Padova, e quivi compone quella
Summa naturalium nella quale è esposta la dottrina del libri fisici e della
Metafisica d'Aristotele, con sobrie discussioni dei problemi agitati nelle
scuole. Notevole in questa summa il trattato concernente il De anima, perché in
esso ritroviamo le tesi fondamentali del De intellectu di Sigieri. Ma di questo
scritto aristotelico NICOLETTI ci lascia un'assai più ampia esposizione redatta
non di molto posteriore alla Summa naturalium Reg. Re. mi Barth. Veneti,
nell'Archivio della Curia generalizia degl’eremitani in Roma Dd. il studio di
N. sulla Letteratura e cultura veneziana, La civiltà veneziana. Firenze,
Sansoni Cod. Urb. lat. Ghiotta notizia, segnalatami da Pagallo, in una
annotazione al Cod. della Bodleniana di Oxford Catal. di H.O. CoxE, P. Ili, Oxford
La data di composizione della Summa naturalium è fissata dal codice marciano
che ne contiene solo tre parti. Valentinelli, Bibliotheca manuscripta ad S.
Marci Veneiiarum, Venezia, Lat. Come non molto posteriore è 1'Expositio super
libros Physieorum Aristotelis necnon super comento Averois cum dubiis eiusdem
Duhem, Le niouvement absolu et le mouvement relatif. Revue de philosophie.
Montligeon (Orne) Le stesse variazioni che Duhem riAnche in questa seconda
opera l'influsso esercitato sull'eremitano dal trattato dell'averroista belga
contro AQUINO, è decisivo, come possiamo convincerci dalla lettura dei seguenti
brani che per comodità del lettore riferiamo. Nell'esposizione del testo del De
anima, Nicoletti si pone, ad maiorem dictorum evidentiam, alcuni dubia, il
secondo dei quali verte sul problema utrum in eodem animali plures possint esse
anime totales, che egli risolve nel modo che segue, non senza aver prima
confutate altre soluzioni: Circa liane materiam, siint plures modi dicendi.
Primus modus est, quod piante non habent nisi unam animam totalem, scilicet
vegetativam; bruta duas, scilicet vegetativam et sensitivain; homines vero
tres, videlicet vegetativam, sensitivam et intellectivam; non tamen simul
generantur, sed successive per tempus, ita quod primo generatur vegetativa,
deinde sensitiva, tertio leva – GRICE PIROTOLOGICAL PROGRESSION -- tra
quest'opera e la Summa naturalium, si posson notare anche fra quest'ultimo
scritto e il commento Super libros Aristotelis de anima, che senza dubbio
rivela una maggiore complessità e maturità di pensiero. Nel commento, a
proposito del quesito se gli universali sint in rerum natura, NCOLETTI dichiara
d'averne trattato quanto basta in alio opere et in prologo physicorum. È
probabile che, dopo l'esposizione sommaria delle dottrine fìsiche e metafìsiche
dello Stagirita, Nicoletti si sia accinto a commentare le singole opere
aristoteliche alle quali si riferiva la Summa, cominciando, come sappiamo,
dagli libri della Fisica e proseguendo poi col De caelo, col De generatione et
coruptione, coi libri Meteorologici, col De anima e colla Metafisica. Una vera
biografìa filosofica di NICOLETTI non è concepibile senza aver tolto in esame
tutte queste opere che da parte di Momigliano sono state piuttosto ricordate
che vedute e lette. Tornato a Padova, dopo le peripezie che lo avevano
costretto a lasciare questa città o forse l'eremitano s'accinse a commentare di
nuovo il De anima, come ci attesta Ripalta, piacentino, allora studente nello
studio padovano. Questi si procura una copia dell'esposizione completa
dell'opera aristotelica, poiché il maestro che con tanto grido era tornato a
leggerla non anda oltre il capitolo de gustabili, essendo stato colto dalla
morte. Valentinelli NICOLETTI, In libros de anima explanatio cimi textu incluso
singulis locis, maxima qiiidem diligentia a vitijs mendis atque erroribus
quibus hacteniis ex ignavia impressorum scatebat purgata ac pristine
integritati restituta etc. E nel colophon: Scriptum super librimi de anima ex
proprio originali diligenter emendatum per clarissimum. artium doctorem. D.
magistrum Hieronymum Surianum, filium prestantissimi quondam artium doctoris,
Domini magistri lacobi. de Surianis de Arimino Venezia, Eredi di Scoto, comm.
post completarti organizationem membrorum generatur intellectiva Hic modus
dicendi est superfluiis. Secundus modus dicendi est, quod in quolibet vivente
est solum una anima totalis; et quod est ordo in productione animarum, quia
FETVS PRIMO VIVIT VITA PIANTE, deinde vita animalis; tamen tales anime simul non
manent in eodem, sicut nec due figure, sed in adventu secunde corrumpitur
prima, et in adventu tertie corrumpitur secunda. Iste modus est impossibilis,
quia tunc aliqua forma per se ageret ad corruptionem sui ipsius. Tertius modus
dicendi est, quod in nullo nisi in homine sunt plures forme substantiales seu
anime totales, scilicet sensitiva et intellectiva, quarum prima educitur de
potentia materie per agens naturale, secunda autem creatur a deo, non obstante
quod ita bene inhereat sicut prima, adducendo illud philosophi, de animalibus:
intellectus venit deforis. Sed hec opinio includit contradictionem, quia si
anima intellectiva inheret materie, ergo educitur de potentia materie et
generatur ad generationera corporis animati et corrumpitur ad corruptionem
eiusdem. Item hec opinio non est naturalis, quia ponit intellectum creari; et
Aristoteles una cum commentatore ponit ipsum perpetuum et eternum. Deinde, si
anima intellectiva inheret materie, ergo intellectio et volitio sunt subiective
in materia; quod est centra philosophum et commentatorem ponentes potentias
rationales esse abstractas a corpore, et consequenter actus illarum. Quartus
modus, quem solum puto rationalem, est iste, quod pianta habet solum unam
animam totalem, scilicet vegetativam, compositam ex partibus diversarum
rationum; et consequenter animai imperfectum simpliciter, quod non habet
aliquem sensum exteriorem nisi sensum tactus, nec aliquem motuin ad locum, sed
solum motum dilatationis et constrictionis, habet etiam solum unam animam, scilicet
sensitivam, que propter sui imperfectionem supplet vices anime vegetative, ita
quod in ostrea vel spongia marina eadem anima est sensitiva et vegetativa.
Animai autem perfectum habet duplicem animam, scilicet partialem vegetativam,
in carne vel osse vel in aliquo proportionali, et Questa teoria è la seconda
delle opinioni da N. elencate in Giorn. Crii, della Filos. Ital., ed è
ricordata d’ALIGHIERI, Purg., come quello error che crede ch'un 'anima sovr
'altra in noi s'accenda. Questa dottrina, già accolta dal francescano RocheUe,
fu difesa, com' è noto, d’AQUINO. lo stesso Giorn. Crii., opinione. Questo
tertius modus, che è una teoria intermedia fra quella d’AQUINO e quella
schiettamente averroistica, non è altro che la opinione da N. elencate, professata
da Alberto Magno, Peckam ed ALIGHIERI. Giorn. Crii.; come pure il voi. Di N.,
ALIGHIERI e la cultura medievale, Bari, Laterza Questa è anche la tesi di Bate;
Sigieri, nel pens. nnam sensitivam totaleni, ut equus vel asinus. HOMO autem,
preter partiales animas, habet duas totales: cogitativam sensitivam,
generabilem et corruptibilem, inherentem et informantem, et intellectivam
perpetuam et eternam, informantem et non inherentem. Da siffatta teoria
risultano alcune conseguenze a mò di corollari Tertio sequitur quod HOMO non
est homo precise per animam cogitativam, nec precise per animam intellectivam,
sed per ambas simili. Cogitativa enim denominat hominem esse animai, et
intellectiva denominat hominem esse RATIONALEM. Sed HOMO est diffinitive et
convertibiliter ANIMAL RATIONALE – corpi celesti ANIMAL RATIONALE AETERNVM --.
Ergo ambe anime concurrimt ad constitutionem hominis. Quo dato, oportet
concedere quod, sicut genus est prius differentia et potentiale ad illam, sicut
universaliter minus perfectum ad maius perfectum, ita cogitativa est prior
intellectiva in homine et potentialis Nella Summa philosophie natura! is o
naturalium Venezia. Eredi di Scoto, De anima: conclusio: Necesse est in homine
esse plures animas totales. Probatur: nam sol et homo generant hominem,
physicorum; ergo homo generatur; sed terminus generationis est forma accipiens
novum esse, ut colligitur ex sententia philosophi, phisicorum; ergo aliqua
forma hominis generatur; sed non intellectiva, de anima; ergo sensitiva
generatur. Item, philosophus, coeli: omme genitum aliquando corrumpetur; ergo
homo aliquando corrumpetur; sed non intellectiva, de anima; ergo sensitiva. Et
ita necesse est ponere in homine duas animas: unam intellectivam, ingenerabilem
et incorruptibilem, secundum philosophum, et aliam sensitivam, generabilem et
corruptibilem, quam Commentator vocat, de anima, cognitivam cogitativam.
Conclusio: Impossibile est in aliquo vivente non intellectivo esse plures
animas totales. Patet, quoniam si in plantis vel in brutis ponerentur plures
anime totales, una necessario superflueret, quoniam illa que est maioris
perfectionis totum actuaret, sicut illa que est minoris perfectionis, et omnes
operationes eius exerceret, ex quo in ea fundantur omnes potentie inferioris
anime. Dicatur ergo quod in plantis est solum una anima totalis, que est tota
in toto et pars in parte, et hec est vegetativa. In animalibus autem
imperfectis est solum una anima totalis, et illa est sensitiva, supplens vicem
anime, que etiam extenditur ad extensionem subiecti; et in animalibus perfectis
sunt plures vegetative partiales et una sensitiva totaUs, multiplicata ad omnem
partem heterogeneam. Sed IN HOMINIBVS, praeter formas partiales vegetativas,
sunt due totales, scilicet sensitiva multiplicata ad partes heterogeneas, et
intellectiva non multiplicata ad aliquam partem illius individui, sed bene ad
omnia individua speciei humane, eo quod intellectus est unus in omnibus
hominibus, iuxta intentionem Aristotelis et determinationem Commentatoris, de
anima. illam sequitur quod idem individuum est diversarum specierum
essentialium. Patet, quia HOMO per animam cogitativam sensitivam est alicuius
speciei generis animalium, immo supreme speciei, quia, secluso intellectu, PER
COGITATIVAM HOMO HABET DISCVRSVM QUODAMMODO RATIONALEM – GRICE PRINCIPLE OF
RATIONAL DISCOURSE --, ratione reminiscentie reperte in eo et non in aho; licet
enim memoria reperiatur in liis animalibus, non tamen reminiscentia; neque
reminiscentia competit homini ratione intellectus, sed ratione cogitative virtutis,
quia reminiscentia est passio anime sensitive, secundum Aristotelem, in de
meìnoria – GRICE PERSONAL IDENTITY -- et reminiscentia H. Item, quia
intellectus humanus est pura potentia in genere intelligentiarum, per
commentatorem, tertio huius, et per consequens est primus gradus illius
generis, ideo per intellectum constituit primam speciem intellectivoruni, sicut
per cogitativam constituit ultimam speciem generis animalium. Nec est
inconveniens duos gradus specificos esse immediatos, quia species sunt sicut
numeri, inetaphysice. Et si concluditur ex eodem fundamento, quodlibet mixtum
esse diversarum specierum essentialiter, ratione forme mixti et forme elementi,
negetur consequentia, quia forma elementi non se habet respectu forme mixti
nisi materialiter et potentialiter per modum dispositionis prefinientis in
materia formam mixti; ideo non dat mixto nomen specificum nec diffinitionem
essentialem. Sed anima cogitativa non se habet tanquam dispositio prefiniens
animam intellectivam, cum eque simul inducantur in corpore, nec una potest
naturaliter esse sine alia. Cogitativa tamen dicitur esse prior intellectiva et
potentialis ad illam propter suam imperfectionem. Come è facile vedere, già in
questo luogo dell'esposizione del libro secondo del De anima, la tesi
caratteristica di Sigieri, Anche Sigieri, come sappiamo, afferma che la
cogitativa è ordinata in intellectivam, talché nec potest intellectus informare
materiam non informante cogitativa, nec potest cogitativa informare materiam
non informante intellectu; Sigieri nel pens. Quella parte dove sta memora
chiama l'anima sensitiva anche Cavalcanti, nella canzone Donna mi prega, tutta
pervasa di dottrina averroistica; il mio voi. Dante e la cult, medievale Gli
averroisti negano si la memoria che la reminiscenza all'intelletto; il mio voi.
Nel mondo di Dante, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura Altra tipica tesi di
Sigieri che NICOLETTI sviluppa. Allo stesso modo anche nella Summa naturalium
Ad secundum dicitur, quod anima intellectiva non advenit enti in actu
substantiali, quia eque primo adveniunt corpori sensitiva et intellectiva.
Item, dato quod sensitiva precederet tempore intellectivam, adhuc advenit enti
in potentia, quia forma sensitiva hominis dicitur potentialis ad ulteriorem
actum; non autem anima intellectiva. Hec ergo est differentia inter formam
substantialem et accidentalem, quia forma accidentalis advenit enti in actu
ultimato, forma autem substantialis advenit enti in potentia, licet non in pura
potentia. Ol che r intelletto, pur essendo in sé una sostanza separata unica
per tutta la specie umana, s'unisce ai singoli con un vincolo sostanziale, sì
da potersi dire forma, atto e perfezione dell'uomo, è accennata in modo
esplicito. Ma 1'influsso del brabantino sull'udinese è ancora più evidente nell'esposizione
del libro, del pari che nei capitoU della quinta parte della Summa naturalium.
In quest'ultimo scritto, NICOLETTI tratta anzitutto della passività o
passibilità dell'intelletto umano, formando conclusioni: Quarum prima est ista:
Intellectus humanus nullam habet de se in actu speciem intelligibilem, sed ad
quamlibet talem est penitus in potentia. Intellectus non est aliqua una natura
sed solum habet possibilitatem recipiendi omnes formas materiales. Intellectus
possibilis humanus ante intellectionem nullatenus est actu. Intellectus humanus
est immaterialis et incorporeus et immixtus. Tutte e quattro queste conclusioni
ritornano, con una leggera variazione nel loro ordine, in principio
dell'esposizione del De anima; ma qui alla conclusione che corrisponde alla
seconda della Summa, il maestro padovano ricollega il problema dell'unità
dell'intelletto che nella Summa è discusso. Tanto nella Summa naturalium
conclusio, quanto nell'esposizione del De anima combatte la tesi sostenuta un
tempo a Oxford da Kilwardby e Wilton, e accolta anche da Jandum, che in aliquo
vivente possit esse multitudo formarum iuxta pluralitatem predicatorum
essentialium Della qual tesi nell'esposizione del De anima egli dà questo
riassunto: Tenentes pluralitatem formarum in eodem iuxta multitudinem
predicatorum quiditativorum, dicunt quod prima forma Sortis est illa qua ipse
est substantia, et secunda qua est corpus, et tertia qua est corpus animatum,
et quarta qua est animai, et quinta qua est HOMO, et sexta qua est Sortes; et
ita de individuis aliarum specierum; et imaginantur isti quod, quantum ad
animam sensitivam, omnia animalia sunt eiusdem rationis substantialis, a qua
sumitur hoc genus animai; et secundum formas ulteriores specifìcas, sunt
homines, equi et canes diversarum rationum substantialium; concedentes omnes
tales formas realiter distingui et fundari in materia inhesive, ordine
essentiali, secundum quod taha predicata invicem essentiahter ordinantur. Ista
opinio est impossibilis. Summa naturai., In libros de anima col. Sul modo di
concepire la passività dell'intelletto possibile e il concorso dell'intelletto
agente e del fantasma ll'atto dell'intendere, l'eremitano riferisce opinioni,
l'ultima delle quali è quella d'Averroè: Opinio est Averroys intellectui possibili
nihil nisi passibilitates assignantis, fantasmati vero activitatem tanquam
particulari agenti, et intellectui agenti tanquam agenti universali; ita quod
ad primas intellectiones et species intelligibiles concurrit fantasma tanquam
agens particulare, et intellectus agens tanquam agens vniiversale; ad omnes
autem conseguentes se habet intellectus agens sicut causa particularis,
fantasma autem sicut causa sine qua non, intellectus autem possibilis solum
recipit et nunquam agit. Da questa opinione NICOLETTI dichiara di dissentire,
non per quel che concerne le prime intellezioni, nelle quali l'intelletto
possibile è totalmente in potenza, e quindi del tutto passivo, sibbene per quel
che concerne le intellezioni successive, alle quali, essendo già attuato dalle
prime, è in grado di concorrere attivamente, semper tamen virtute intellectus
agentis. Di qui la conclusione formulata piti oltre, che cioè: Intellectus ante
actuationem speciei intelligibilis aliter est in potentia quam post actuationem
eius. Dopo aver affermato l'essenziale passività dell'intelletto possibile,
NICOLETTI si pone nella Summa naUiralmni il quesito del rapporto da stabihre
tra questo intelletto e il corpo umano, intorno al quale tam Inter veteres quam
modernos multa discrepantia fuit. E prima di tutto ricorda quod Plato posuit
intellectum uniri corpori, non ut formam materie, sed ut motorem mobili, eo
modo quo nauta unitur navi et intelligentia orbi, non per modum informationis,
sed per contactum virtutis alium a contactu corporeo. Il problema fu a lungo
discusso fra le varie scuole nella scolastica della decadenza, senza che ci si
rende ben conto della sua gravità, poiché è problema che investe tutta la
filosofia fino a Kant: come salvare l'immanenza dell'atto del conoscere, se
esso ha bisogno d'una causa esterna che la produca nel soggetto conoscente
Summa naturai Quanto ad Averroè, il nostro eremitano ne espone il pensiero in
questi termini: Secundo notandum ex intentione commentatoris, ij de anima comm,
quod corporalis natura compatitur secum spiritualem naturam, et non cedit ei
organum fantasticum seu imaginative virtutis, cum sit quid corporale,
intellectus autem quid spirituale; organum predictum non cedit intellectui, et
per consequens illa eadem intentio que informat virtutem imaginativam, informat
intellectum materialem; et hoc dico quia intellectus copulatur nobis per formam
suam. Copulatur enim nobis per intentiones imaginatas, que sunt eedem cum
intentionibus existentibus in intellectu possibili; et ita unitur homini per
fantasmata intellecta in actu. Intentiones enim imaginative, per commentatorem,
ut informant virtutem imaginativam, plurificantur, quia sunt ibi cum
conditionibus materie; sed ut informant intellectum possibilem fiunt una
intentio in ipso, quia non recipit cum conditionibus materie. Et ideo inquit
Commentator, quod copulatur nobis intellectus per continuationem intentionis
intellecte, quia eadem est intentio informans intellectum et virtutem
imaginativam. Siffatta interpretazione del pensiero del commentatore arabo anzi
che da Sigieri è suggerita invece da COLONNA, al quale il confratello veneto
s'appella esplicitamente nel commento al De anima: Opinio fuit Averoys dicentis
quod intellectus humanus non unitur corpori ut forma, sed per fantasmata
intellecta in actu. Ad quod declarandum, est notandum primo secundum eum in hoc
tertio, iuxta expositionem COLONNA, quod corporalis natura compatitur secum
spiritualem naturam etc. All'opinione d'Averroè, NICOLETTI aggiunge quella di
Jandun che, al parere di N., egH non ha ben compreso. Ecco ad ogni modo
com'egli la riassume: Opinio fuit ianduno dicentis quod intellectus, secundum
commentatorem, unitur corpori humano, non ut forma dans esse, sed ut motor
mobili dans operari, eo modo quo unitur intelligentia orbi et nauta navi; concedens
consequenter quod datur duplex homo: unus qui componitur ex corpore et anima
cogitativa; et alius qui componitur ex intellectu et toto residuo In libros de
anima COLONNA, Do intell. pass, contra Averr., Venezia quibus proportionaliter
respondet duplex intelligere, scilicet universale et particulare; homo sumptus
primo modo, solum particularia intelligit; et sumptus secundo modo intelligit
solum universalia. A queste opinioni egli oppone la tesi d'Aristotele, secondo
il quale l'intelletto è vera forma sostanziale dell'uomo, cui dà essere ed
operare. Ma com'egli intenda il pensiero dello Stagirita su questo punto, c'è
detto nella Summa naturalium. Anima intellectiva non unitur corpori humano per
inherentiam. Patet tripliciter: primo quia ipsa est ingenerabilis et
incorruptibilis, de anima; modo nulla forma inheret materie per
transmutationem, scilicet materie que non generatur et corrumpitur, ut
colligitur a philosopho, de genevatione, et a Commentore, in de substantia
orbis. quia intellectus est impassibilis et intransmutabilis, de anima; sed
nulla forma inheret materie nisi per transmutationem et passionem. quia anima
intellectiva est indivisibilis et impartibilis per carentiam partium
integralium; nam quelibet forma inherens materie suscipit conditiones
intrinsecas materie secundum quas inheret; cum ergo conditio materie, secundum
quam forma inheret, sit habere partes integrales, licet non partem extra
partem, quia hec est conditio quantitatis, etc. Anima intellectiva unitur
homini substantialiter per informationem, ita quod est forma substantialis
corhumani, non solum dans operari, sicut intelligentia orbi, sed etiam esse
specificum et essentiale. Probatur: differentia specifica constituens aliquam
speciem sumitur a forma illius speciei, sicut apparet ex intentione philosophi,
metaphysice, dicentis quod contraria consequentia materiam non faciunt
differentiam in specie, sed contraria consequentia formam; modo differentia
propria hominis est rationale; ergo sumitur a forma humana; sed rationale
sumitur ab eo quod est intellectivum; ergo intellectus vel anima intellectiva
est forma corporis humani. Item, rationale ponitur in diffinitione eius non
tanquam additamentum, sed tanquam differentia eius, ut ponit Porphyrius et
Aristoteles; ergo rationale est de essentia hominis; sed nihil est per se
rationale nisi per aniinam intellecti Sigieri Opinio fuit Aristotelis dicentis
intellectum esse veram formam substantialem hominis. Ideo est dicendum cum
Aristotele et alijs perypateticis veris, quod intellectus est iorma
substantialis hominis, dans sibi esse et operari..vam; ergo etc. Unde ex
diffinitione anime data a phylosopho, de anima, convincitur hanc conclusionem
esse de intentione sua. Arguitur enim sic: Anima intellectiva secundum ipsum
est anima; ergo est actus primus corporis; patet consequentia a dififinito ad
diffinitionem; ergo est forma substantialis; patet consequentia secundum
phylosophum, de anima, eo quod actus primus est forma substantialis corporis;
et nonnisi corporis humani; ergo etc. Deinde anima intellectiva est illud quo
primo intelligimus; ergo est forma substantialis hominis; patet consequentia,
quia non est alia ratio ad probandum animam vegetativam esse formam
substantialem corporis vegetantis, et animam sensitivam esse formam corporis
sensitivi; ergo etc. L'anima intellettiva dunque è, sì, forma dell'uomo, in
quanto gli dà l'essere e l'operare di uomo, ma non perché sia inerente al suo
corpo alla stessa maniera delle altre forme naturali. Su questa differenza
NICOLETTI ritorna anche nel commento al De anima: Intelligenda est differentia
inter informare et inherere: quoniam informare est dare alteri esse actuale et
hoc dicit perfectionem in forma, imperfectionem in materia, quia dare dicit
perfectionem; sed inherere est ab alio sustantificari, et hoc dicit
perfectionem in materia et imperfectionem in forma, quoniam sustantificare
dicit perfectionem, et sustantificari imperfectionem dicit, scilicet
dependentiam a subiecto – GRICE SUBSTANTIATION --. Ex isto notabili, sequitur
quod anima intellectiva, licet informet corpus humanum, non tamen nheret illi,
quia non dependet ab eo; quocumque enim tali corpore dato, ante illud fuit et
post illud erit anima intellectiva, cum illud generetur et corrumpatur, anima
autem intellectiva sit eterna. Ouatuor rationibus arguitur animam intellectivam
non inherere materie; quarum prima est ista: anima intellectiva non educitur de
potentia materie; ergo sibi non inheret. Secunda ratio: anima intellectiva est
prior materia; ergo non inheret illi. Tertia ratio: anima intellectiva est
impassibilis et intransmutabilis; ergo non inheret materie. Quarta ratio: anima
intellectiva est indivisibilis et inpartibilis per carentiam partium
integralium, secundum philosophum et commentatorem, in hoc tertio; ergo non
inheret materie. Anima sensitiva o cogitativa ed anima intellettiva son dunque,
per il maestro padovano, due forme totali che costituiscono l'uomo nella sua
natura di animale ragionevole. Ma pur essendo due forme distinte, sono unite da
un intimo In libros de anima legame talmente stretto, che l'una è fatta per
l'altra e l'una completa l'altra. Per questa ragione Nifo, più che due anime le
dice due semi-anime costituenti, pella loro sostanziale unione, una sola anima
umana; -- GRICE UN TERTIUM ANIMAE -- che è anche il pensiero d’ALIGHIERI, il
quale ad esprimerlo si serve della immagine del calor del sole che si fa vino,
giunto all'omor che dalla vite cola. La tesi di NICOLETTI è dunque identica in
sostanza alla tesi professata da Sigieri nel trattato in risposta a quello d’AQUINO
contro gli averroisti; ma d'accordo col brabantino il maestro padovano non è
nella pretesa d'attribuire questa tesi al commentatore arabo; anzi egli
riconosce che è vero il contrario: Cominentator tamen diceret intellectum per
se subsistere, et ipsum non uniri materie ut formam; sed non sui ipsius{sic,
leggi: sum ipsius) opinionis. Ma se il nostro eremitano dissente da Sigieri su
questo particolare, non dissente affatto da lui nel ritenere che, pur essendo
forma dell'uomo, l'intelletto possibile è unico per tutti gli uomini. E nella
Summa naturalium ritiene sia questo il pensiero non soltanto d'Averroè, bensì
quello d'Aristotele: Unde secundum philosophum, primo et tertio de anima,
natura nihil facit frustra et non abundat in superfluis, nec deficit in
necessariis; cum igitur natura alicui speciei non dederit nisi unum individuum,
et alteri plura, hoc est ideo, quia una species in uno individuo potest se
perpetuo preservare, et non alia; ut species angelica que perpetuo preservatur
in una intelligentia, et non species humana; sed ita est quod species anime
intellective potest se preservare perpetuo in uno individuo, quia anima
intellectiva est perpetua et eterna sicut aliqua intelligentia celestis, ergo
frustra et preter intentionem nature ponuntur plures anime intellectuales solo
numero differentes. tem, intellectus venit de foris, secundum philosophum,
libro de animalibus: aut ergo per creationem, iuxta opinionem fidei; aut per
motum a corporibus celestibus, iuxta opinionem Platonis; aut per introitum unius
corporis, aliud relinquendo, iuxta opinionem Pictagore; aut per novam
actuationem unius corporis humani, aliud non relinquendo: nullus trium priorum
modorum potest assignari, quia intuenti libros Aristotelis notum est ipsum
oppositum Sigieri nel pens.Purg. In libros de anima opinari; ergo est dare
quartum modum; et cum in eodem corpore non possint esse plures anime
intellective simul, secundum omnes opiniones, sequitur quod unicus est
intellectus in omnibus hominibus secundum intentionem Aristotelis. E più oltre:
Quarta conclusio: Intellectus non numeratur numeratione individuorum, sed est
unicus in omnibus hominibus. Probatur: pluralitas individuorum in eadem specie
non est nisi per materiam, per philosophum, celi, et metaphysice, ubi probat
quod non possunt esse plures intelligentie separate solo numero differentes,
per hoc medium: quecunque conveniunt in eadem specie et differunt numero,
habent materiam; sed anima intellectivam non habet materiam scilicet ex qua,
nec in qua per inherentiam; ergo etc. Unde arguitur sic: anima intellectiva est
ingenerabilis et incorruptibilis, de anima, et non contingit dare multitudinem
infinitam, celi et physicorum, et species sunt eterne, posteriorum et
physicorum; ergo unica est anima intellectiva omnium. Patet consequentia, quia,
si anima intellectiva mutatur mutatione individuorum speciei humane, aut ergo
per generationem et corruptionem, ut posuit Alexander, et hoc non, quia
repugnat prime parti antecedentis; aut per multiplicationem finitam animarum
recedentium et advenientium, ut posuit Plato vel Pictagoras, et hoc iterum non,
quia omnes sciunt oppositum scripsisse Aristotelem; aut per generationem vel
creationem et incorruptibilitatem, ut ponit fides, et hoc iterum non, quia
repugnat secunde et tertie parti antecedentis; ergo oportet dare unicum
intellectum in omnibus hominibus, secundum opinionem et intentionem
Aristotelis. La stessa tesi NICOLETTI sostiene anche nell'esposizione del De
animaci, ma con una piccola variazione: nella Summa, la teoria dell'unico intelletto
in tutti gli uomini è detta sen In libros de anima: Secundo notandum, secundum
Commentatorem, eodem commento, quod Illa natura intellectus non est hoc
aliquid, nec corpus nec virtus in corpore, quoniam, si ita esset, tunc
reciperet formas secundum quod sunt diverse et individuales; et si ita esset,
tunc forme existentes in illa essent intellecte in potentia, et sic non
distingueret naturam formarum secundum quod sunt forme, sicut est dispositio in
formis individualibus, sive in spiritualibus sive in corporalibus. Intentio
commentatoris est, quod intellectus humanus non sit aliquid singulare vel
individuum, ex quo non est corpus nec virtus in corpore; quoniam materia est
ratio individuationis, a qua separatur intellectus humanus sicut et quelibet intelligentia
celi. Tria ergo inconvenientia adducit, concesso quod intellectus sit hoc
aliquid. Primum inconveniens est, quod intellectus z'altro rispondere al
pensiero d'Aristotele iuxta impositionem Commentatoris; nel commento invece è
presentata semplicemente come intentio e opinio Commentatoris: segno che sul
vero pensiero d'Aristotele s'era forse affacciato qualche dubbio alla mente del
maestro padovano. Un'altra tesi tipica di Sigieri consiste, come sappiamo, nel
ritenere che l' intelletto agente, tanto per Aristotele quanto per il suo
commentatore arabo, sia Dio. Nella Summa naturalium, NICOLETTI ritiene: quod
intellectus agens et possibilis non separantur ab anima intellectiva, sed sunt
differentie illius non substantiales, sed accidentales. Intellectus agens est
coniunctus anime intellective per inherentiam et fantasmatibvis per presentiam
et indistantiam. Per altro nella risposta Ad primum argumentum egli accenna
anche alla tesi di Sigieri, ma senza aderire ad essa: Commentator autem vult
intellectum possibilem esse essentiam anime intellective, et intellectum
agentem esse primam cavisam, vitaliter immutantem ipsum intellectum possibilem;
sed hanc opinionem non teneo ad presens. Invece, quando scrive l'esposizione al
De anima, egli era ormai convinto che la tesi di Sigieri fosse la sola vera,
non soltanto dal punto di vista della filosofia aristotelica, ma altresì da
quello teologico: Dubitatur, si intellectus agens et possibilis differunt tam
inter se quam ab assentia anime, utrum sint substantie vel accidentia. In hac
materia fuerunt quatuor opiniones. Prima fuit Avicenne et Algacelis, dicentium
intellectum agentem et possibilem esse substantias invicem separatas loco et
subiecto, ita quod secundum eum sic intellectus possibilis est forma hominis, et
intellectus agens est decima intelligentia appropriata decime spere, a qua
nostra felicitas dependet; sicut ergo iste unus sol non reciperet nisi formas
individuales et secundum quod sunt diverse. Secundum inconveniens: quod species
intelligibiles essent intentiones intellecte in potentia et non in actu; quod
est falsum, cum sint universales et depurate a conditionibus materialibus.
Tertium inconveniens: quod intellectus non poneret differentiam inter formas
universales et singulares, sive ille forme corporales sive spirituales. E dopo
aver riferite obiezioni contra commentatorem, comincia la sua risposta con
queste sintomatiche parole: Responsurus prò opinione Averroys, dico totum
universum illuminat, per cuius illuminationem possunt omnes oculi videre, sic,
dicebant illi, est aliqua una substantia separata irradians super fantasmata
omnium hominum, per cuius irradiationem possunt omnes homines intelligere. Hec
opinio est in parte defectuosa, quia postquam intellectus factus est in actu
nos intelligimus quandocumque volumus, secundum quod posuit supra Commentator
et habetur ad experientiam; sed talis substantia separata non videtur irradiare
supra fantasmata quandocunque volumus, sicut nec sol illuminat oculum
quandocunque volumus; cum ergo non intelligamus absque intellectu agente, ergo
intellectus agens non est talis intelligentia separata. Siffatta critica della
tesi d'Avicenna, ci fa presentire come la pensi NICOLETTI su quest'argomento:
se invece di identificare r intelletto agente colla decima intelligenza
celeste, che è r infima delle intelligenze separate, Avicenna l'avesse
identificato con Dio, questo certamente irradia della sua luce i fantasmi
quandocumque volumus. Il difetto insomma di questa teoria consiste nell'avere
identificato l'intelletto agente con un intelletto particolare, anzi che con un
intelletto veramente universale. Dopo di che, NICOLETTI espone e critica come
seconda opinione quella di COLONNA, AQUINO, e di tutti quegli antichi
scolastici che ritenevano l'intelletto possibile ed agente facoltà accidentali
dell'anima. La terza opinione, da lui riferita parimente rifiutata, è quella di
Giovanni Eucliph, ossia WycHf, il cui ricordo dove essere ancora ben vivo a
Oxford, quando vi giunge il nostro eremitano. Indi prosegue: In libros de anima
La opinione è così riassunta: opinio fuit Eucliph dicentis intellectum
possibilem et intellectum agentem esse potentias anime inteUective, non tamen
esse substantias nec accidentia; sicut enim dicunt theologi quod pater, filius
et spiritus sanctus sunt tres persone realiter distincte, non tamen tres
substantie nec tria accidentia, sed una substantia que est deus, ita
intellectus agens et intellectus possibilis et voluntas sunt tres potentie
realiter distincte, non tamen tres substantie, nec tria accidentia, sed una
substantia que est anima intellectiva; et sicut pater non est filius, nec
spiritus sanctus, et tamen est ille idem deus qui est filius et spiritus
sanctus, ita intellectus agens non est intellectus possibilis nec voluntas, et
tamen est intellectus agens illa eadem anima intellectiva numero, que est
voluntas et intellectus possibilis. Opinio ista non est tenenda phylosophice
nec theologice etc. Quarta opinio, que tenenda est, fuit Aristotelis ponentis
intellectum agentem et possibilem esse virtutes et potentias anime non
subtantiales nec accidentales, sed intellectum possibilem esse accidens
proprium et inseparabile anime intellective, quo recipit omnes formas
speculativas, sicut materia prima per suam accidentalem potentiam recipit omnes
forinas naturales. Intellectuin vero agentem voluit esse substantiam primam,
coniunctam intellectui possibili non per modum forme informantis nec
inherentis, sed per modum forme et habitus presentis et indistantis; nec aliqua
intelligentia, preter primam que deus est, potuit esse intellectus agens, quia,
sicut potentialitati prime materie respondet actus purissimus in quo sunt
active omnes forme naturales que sunt in prima materia passive, ita
potentialitati anime intellective competere correspondere agens primum, in quo
sunt effective omnes forme speculative, que passive sunt in anima intellectiva,
mediante intellectu possibili. Si enim aliqua intelligentia dependens esset
intellectus agens, per istam non posset intellectus possibilis intelligere
primam causam, quia intellectus agens abstrahit intellecta et agit ea, secundum
Commentatorem; modo nulla intelligentia inferior potest abstrahere causam
primam nec in illam aliquo modo agere, ratione independentie suedependentie et
imperfectionis. Et hec opinio non solum est physica, sed etiam a theologis
tenetur. Nel commento al De anima, dunque, ogni riserva è sciolta, e NICOLETTI
giudica la dottrina che identifica l'intelletto agente colla causa prima, cioè
con Dio, non soltanto conforme al pensiero d'Aristotele e d'Averroè, ma
senz'altro vera in se stessa e tenuta dai filosofi, non meno che da non pochi
teologi. La tesi di Sigieri, intorno alla quale aveva avuto dei dubbi, aveva
finito per prendere il sopravevnto nel suo animo. Altrettanto non possiamo dire
d'un'altra tesi del brabantino, strettamente connessa con quella che concerne
l'intelletto agente, la teoria cioè della beatitudine per mezzo del
congiungimento della mente umana coli'intelletto divino. Su questo punto
Sigieri aveva fatta sua l'interpretazione che il Commentatore arabo, nella
celebre digressione inserita nel commento del De anima, dava del Allo stesso
modo per Dante, Conv. l'anima in vita tratta per virtù celestiale dalla potenza
del seme, incontanente produtta, riceve da la vertù del motore del cielo lo intelletto
possibile; lo quale potenzialmente in sé adduce tutte le forme universali,
secondo che sono nel suo produttore, e tanto meno quanto più dilungato da la
prima intelligenza è. Sul qual passo, N. Dante e la cultura medievale e Giorn.
Crit. filos. Hai.. QI pensiero d'Aristotele. Anche l'eremitano sa bene come la
pensa Averroè: Commentator autem dicit de annna, quod, cum intellectus
possibilis fuerit intellectus adeptus, id est actuatus omnium specierum
materialium, intelligit intellectum agentem per essentiam propriam Ma neppur
questa volta egli è dell'avviso dell'arabo; e postosi il quesito Qualiter
intellectus noster intelligit substantias separatas, lo risolve affermando che
l'intelletto umano conosce le sostanze immateriali non per se et directe, sed
indirecte et reflexe per cognitionem motus celi. Così nella Summa naturalium.
Ma nell'esposizione del De anima è anche più esplicito, se fosse possibile.
Postosi di nuovo il problema Utrum intellectus possit intelligentias separatas
cognoscere, fa questa osservazione che è presa alla lettera dal commento
d’AQUINO: Istam questionem non solvit hic philosophus, dicens se determinaturum
alibi, scilicet in libro metaphysice; hec questio tamen non invenitur soluta
per ipsum, quia complementum illius scientie nondum ad nos pervenit, vai quia
nondum est totus liber translatus, vel forte morte preoccupatus librum non
complevit. Ciò non di meno egli espone qual fosse il pensiero d'Averroè e in
che differisse da quello degli altri interpreti della dottrina d'Aristotele. Ma
giunto alla fine della discussione, egli ci fa sapere quod hec opinio iam non
tenetur a theologis vel philosophis, e ripete quod intelligentie separate
cognoscuntur ab intellectu possibili non per se et directe, sed indirecte et
reflexe per cognitionem motus celi. Da quanto precede, mi pare risulti in modo
da non lasciar dubbio, che Nicoletti, quando insegna a Padova, aveva od aveva
avuto tra mano per lo meno lo scritto di Sigieri in risposta al trattato
d’AQUINO. De unitale intellechis. Questa e verosimilmente altre opere del
brabantino circolavano già fra i maestri dello studio padovano, o fu il Summa
naturai In libros de anima AQUINO, De anima. nostro eremitano a portarvele,
forse da Oxford o da Parigi? Non saprei che dire, perché tanto l'una che
l'altra supposizione, in mancanza di dati sicuri, è ugualmente ammissibile.
Ulteriori ricerche nella letteratura manoscritta concernente i maestri che
professarono a Padova e Bologna potranno gettare qualche luce sulle correnti
d'idee che fervevano in quei due centri d'intensa vita intellettuale. Per il
momento, a noi basti di ricordare quel maestro Taddeo da Parma, il quale
insegna a Bologna, e che nel suo commento al De anima accoglie la tesi difesa
da Sigieri nelle Quaestiones de anima intellectiva. Ma Taddeo, più che l'opera
del brabantino sembra aver letto le Quaestiones di Jandun, le quali ebbero in
Italia la più larga diffusione e furono trascritte e stampate in parecchie
edizioni, discusse con vivacità e qualche volta fraintese. Fraintesa in particolare
sembra essere stata da NICOLETTI, e da altri la dottrina intorno al modo come
l'anima intellettiva è forma del corpo, la quale, come già sappiamo è in
sostanza quella di Sigieri, cui espHcitamente accenna. Il bisogno di togliere
alla dottrina averroistica quello che essa aveva d'eretico, dopo che il
concilio di Vienne aveva definito esser l'intelletto forma del corpo umano,
dove invogliare gl’averroisti italiani a procurarsi quegli scritti nei quali
Sigieri s'era difeso contro le obiezioni d’AQUINO, e nei quali, senza
rinunziare alla tesi dell'unico intelletto avea tentato di dimostrare com'esso
s'unisse all'uomo con tale intimo e sostanziale legame, da potersi dire forma
dell'individuo umano cui s'attribuisce l'atto dell'intendere. L'insegnamento di
Nicoletti a Padova è una inequivocabile testimonianza che gli scritti di
Sigieri non erano ignoti. Un'altra cosa questo insegnamento ci attesta: che la
dottrina averroistica poteva esser liberamente discussa ed esposta a Padova,
senza che chi se ne fa sostenitore incorresse nella taccia d'eretico; tanto
vero che NICOLETTI non sente neppure il bisogno di Vanni Rovighi, Le
Quaestiones de anima di Taddeo da Parma. Testo e introduzione. Milano, Soc. Ed.
Vita e pensiero ripetere la solita formale protesta, che altri averroisti
avevano cura di non omettere, cioè che essi trattavano dallo spinoso argomento
come filosofi e non come teologi. E forse perché gli averroisti padovani usano
senza parsimonia di questa libertà, il vescovo Barozzi d'accordo coli'
inquisitore locale proibì quovis quaesito colore le dispute intorno all'unità
dell'intelletto. Ma il divieto riguarda la DIOCESI di Padova, e non, per
esempio, Bologna e Pavia, ove si continua a disputare con grande
spregiudicatezza. Non mi stancherò mai dal ripetere, per coloro che han l'animo
sgombro da pregiudizi, che una vera e propria dottrina della doppia verità nel
medio evo e nel Rinascimento non fu mai sostenuta da alcuno. Molti invece furon
quelli che, contro il concordismo d’AQUINO, posero in rilievo l'opposizione di
fatto fra la teologia e la filosofia, intendendo per filosofia la dottrina
della natura congegnata in sistema da Aristotele, detto perciò il filosofo per
eccellenza, e sviluppata dai suoi commentatori. Il primo a rendersi conto, in
modo chiaro ed esphcito, di questa opposizione, fu Alberto. Il quale, non solo
dichiara apertamente che theologica cum physicis principiis non conveniunt, ma
giungeva fino a sostenere, non doversi far caso dei miracoli che Dio opera
oltre il potere della natura, quando si tratta di conoscere quello che è il
corso degli eventi naturali. Perciò, egli che s'era proposto totam Aristotelis
scientiam prò viribus explanare, dichiarava di rifuggire dall'interpretazione
che del pensiero aristotelico danno i dottori latini: quoniam in istarum
quaestionum determinatione omnino Giorn. Crit. di Filos. Ital., e in Dante e la
cultura medievale, Bari, Laterza, nonché quanto ne ha scritto Gilson, Etudes de
philos. médiév., Strasbourg; id., Dante et la philosophie, Paris A. Magno,
Metaphys. A. Magno, De gener. et corrupt., la mia nota La posizione di Alberto
di fronte all'averroismo, Riv. di Storia d. Filos. abhorremus doctorum
latinorum verba; fra i quali è sicuramente il suo confratello italiano, Aquino.
La pretesa teoria della doppia verità non fu dunque una teoria né una dottrina,
ma la semplice constatazione del disaccordo o contrasto fra la filosofia
aristotelica e il pensiero cristiano. Ed era perfettamente logico che gli
espositori del pensiero aristotelico diffidassero dei tentativi concordistici
d’AQUINO e d'altri teologi, e preferissero attenersi neir interpretazione
d'Aristotele ai principii fondamentali della sua metafisica, senza
preoccupazioni teologiche, sia che le conclusioni cui giungevano s'accordassero
o no coi dogmi della fede, avendo per altro cura di dichiarare che quello che
affermavano come filosofi, cioè come interpreti d'Aristotele, non riguarda né
intacca la verità di fede, cui essi protestavano di credere come fa ogni buon
cristiano. Dal punto di vista logico e oggettivo, questo atteggiamento
degl’averroisti era perfettamente coerente e non impHca in sé niente di
contradittorio, e tanto meno costituiva quell'eresia che Aquino e alcuni altri
teologi vi scorsero. Il che compresero bene non pochi altri teologi ai quali il
tentativo d’AQUINO di cristianeggiare la filosofia aristotelica, per ancorare
ad essa il dogma, non parve né di buon gusto né di A. Magno, De anima; La
posizione d'A. M. Pomponazzi, che rifugge del pari da questo fratrizzare, id
est miscere diver.-a brodia Phys. Vili,, Bibl. Nation. di Parigi, cod. lat.,
loda anche lui Magno, perché a differenza degli altri fratres omnes, cioè di
COLONNA, AQUINO, Scoto e RIMINI, s'è astenuto dal frateggiare, mescolando
filosofìa e teologia. Sicché isti fratres truffadini, dominichini, franceschini
vel diabolini habent bene rationem comburendi Albertum, quia omnes questiones
sunt contra fìdem nostram licet dicat in fine, quod ita dicit quia ut
philosophus loquitur, et philosophica non sunt miscenda cum theologicis; et dicit
quod in theologia aliter sentit; et dicit quod est fatuum miscere eredita cum
physicis; me autem vellent comburere {Phys., Vili, Arezzo, Fraternità de'Laici,
m. cod. Parig. il articolo di N., Alberto Magno e AQUINO, Giorn. Crit. d.
Filos. Ital., e La posiz. di A. M., Non va confusa con questa tesi la dottrina,
svolta più tardi da Bruno, e anch'essa d'origine averroistica, la quale
attribuisce alle verità di fede un valore puramente pratico, che il filosofo
accetta solo come tale. Dell'origine e dello sviluppo di questa teoria ho
parlato n Giorn. Crit. d. Filos. Ital., buon augurio. E in particolare lo
compresero gì' inquisitori che sorvegliavano con occhio sospettoso le
manifestazioni dell'eretica pravità. A questi ultimi importa mediocremente di
sapere come la pensa Aristotele e Averroè sull'eternità del mondo o sull'unione
dell'intelletto all'uomo: essi invece volevano essere rassicurati sui
sentimenti personali dei commentatori cristiani d'Aristotele intorno a questi
argomenti. E per esserlo, bastaron loro, a quanto pare, le pubbliche
dichiarazioni che, neir insegnamento e nei loro scritti, gli aristoteli si
facevano premura di non dimenticare. Ciò spiega come l'averroismo e
l'alessandrismo abbiano potuto avere una vita abbastanza florida; e com'essi
fossero apertamente professati a Padova, a Bologna ed altrove senza che per
questo corre sangue, come fantastica Orestano. Ch'io sappia, neppure una goccia
ne fu versato, a meno che non fosse dal naso nell'ardor delle dispute. E nella
libera discussione, entro e fuori le aule universitarie, a Padova e a Bologna,
e non per editti restrittiva, l'aristotelismo nelle sue varie tendenze esaurì
la propria vitalità, quando si comprese che i problemi da esso posti erano
insolubih, per esser mal posti. Ma, intanto, quella che s'usa chiamare dottrina
della doppia verità, aveva ottimamente compiuto la sua funzione storica, di
assicurare un'assai ampia libertà d'indagine e di critica, di cui il pensiero
del Rinascimento s'è avvantaggiato. A questo punto nasce per altro un dubbio
perfettamente legittimo e stimolante: erano poi sinceri, averroisti e
alessandristi, quando dichiaravano di limitarsi ad esporre quello che, a loro
avviso, era il pensiero d'Aristotele, ossia la verità filosofica, senza
aderirvi, ma anzi ripudiandola, e di credere alla verità della fede? oppure si
beffano in cuor loro degli inquisitori, mettendosi al riparo, per mezzo di
quelle dichiarazioni, contro le pene canoniche comminate agli eretici? Un
dubbio siffatto solleva problemi delicati, di difficilissima Riesame della
Beatrice svelata, in Studi su Dante, Milano, Hoepli; il mio voi. Nel mondo di
Dante, Roma. N., Sigieri di Brabante nel pensiero del Rinascimento italiano.
anche la voce Averroismo ndll’Enciclopedia Cattolica. soluzione. Intanto si
deve constatare che, in generale, gì' inquisitori si mostraron piuttosto
propensi a credere alla sincerità di quelle dichiarazioni e a lasciare che, nel
foro interiore, ognuno s'aggiustasse con Dio come meglio crede. Non tutti,
però: che noi sappiamo della citazione di Sigieri, di maestro Bernieri di
Nivelles e di maestro Gosvino de la Chapelle da parte dell'inquisitore di
Francia; del processo intentato a Biagio PELACANI, maestro a Pavia, dal vescovo
di questa città; e dell'editto emanato dal vescovo di Padova e dall'
inquisitore del luogo, col quale si vieta ai maestri e agli scolari ogni
pubblica disputa intorno alla dottrina averroistica dell'intelletto. Quanto al
primo caso, sappiamo tuttavia che Sigieri e i compagni interposero appello alla
curia papale avverso la sentenza dell'inquisitore di Francia, né risulta che
questa fosse confermata. Il processo contro PELACANI dev'essere stato motivato
da espressioni veramente ardite contra fìdem catholicam et sanctam ecclesiam,
come quelle che s' incontrano nelle Quaestiones sul De anima conservateci nel
Codice Chigiano O., e discusse quando Biagio insegna a Padova. Il maestro si
dichiarò male contentus del linguaggio da lui tenuto, e dopo aver chiesto
perdono de commissis, il vescovo di Pavia restituit eum ad lecturam et salarium
solita. L'editto invece di Barozzi, vescovo di Padova, e dell'inquisitore
Lendinara merita più lungo discorso. Insegna allora nello studio padovano, come
lettore ordinario di filosofia naturale Vernia da Chieti, che per la sua
piccola statura era chiamato ed egli stesso si firma Nicoleto, come Pomponazzi,
suo alunno, sarà detto, pella stessa ragione, Pereto -- Nicoletto e Perette son
forme italianizzate della schietta forma dialettale padovana Nicoleto e Pereto.
Addottorato in filosofia naturale a Padova, dopo avere studiato la logica a
Venezia sotto Riv. di Storia d. Filos., Maier, Die Vorlàufer Galiìeis, Roma, QQ
Paolo dalla Pergola, occamista, e la filosofia nello studio patavino sotto
Thiene, averroista, conseguì anche la laurea in medicina. Succede a Thiene come
ordinario di filosofia naturale. In suo testamento, pubbUcato da Ragnisco,
accade di leggere una dichiarazione, nella quale il testatore, nell'imminenza
della morte che sentiva avvicinarsi, vuol purgarsi dell'accusa che pesa su di ui,
d'aver fatta sua la dottrina averroistica dell'unità dell'intelletto: Ego
Magister Nicoletus Vernias Theatinus antedictus, publice legens in
florentissimo gymnasio patavino ordinariam philosophiam naturalem sine aliquo
concurrente, quam legi per annos triginta tres elapsos, ac disputavi ac tenui
quod opinio unitatis intellectus Averrois fuerit opinio AristoteHs, et post
niultos annos, duni vidissem et graecos et arabes doctissimos, repperi non
solum dictam opinionem alienam esse a fide nostra et veritate, sed etiam ab
intellectu AristoteHs, prout in quadam mea quaestione intulata Reverendissimo
Dominico Grimani ad plenum declaro; et hoc feci prò removendo nialas opiniones,
qiias /orlasse habnerunt auditores mei; nani Deum testor quod numquam credidi
tali opinioni, et cum sim in aetate decrepita, et considerans quod oinnes
morimur secundum naturalem cursum, et videns incertitudinem temporis, diei et
horae, et deliberans disponere supra rebus meis, ut possim consequi vitam
aeternam in altera vita promissam bonis iuxta legem nostram, et, prout in
supradicta quaestione declaravi, etiam iuxta opinionem philosophorum hic non
potest esse vita beata, sed tantum misera m. Fra coloro che s'eran formata una
cattiva opinione di VERNIA, oltre ad alcuni suoi scolari, era certamente anche
il vescovo Barozzi. Fine spirito d'umanista e, come molti Documenti inediti e
rari intorno alla vita ed agli scritti di Vernia e di Elia del Medigo, Atti e
memorie dell'Accad. di Scienze Lettere ed Arti in Padova, disp. E cosi, a che
serviva tutta la sua speculazione filosofica intorno alla copulatio o
continiiatio dell'intelletto possibile coll'intelletto agente, in cui avrebbe
dovuto consistere la felicitas dell'Etica Nicomachea in questa vita ? Intorno
al quale è da vedere 1'introduzione di Gaeta, Il Vescovo di Padova Barozzi e il
trattato De factionibus extinguendis. Fondazione Cini, Venezia-Roma. patrizi
veneziani suoi contemporanei, animato di religioso ardore, Barozzi è vescovo di
Padova alla sua morte. Pastore di anime e maestro di vita cristiana in una
città dotta, sede d'un rinomato studio al quale affluivano scolari da tutte le
parti d'Italia e d'oltralpe, non potè mostrarsi indifferente alle rumorose
dispute la cui eco si diffonde lontano. Quel battagliare intorno al vero
pensiero d'Aristotele, del suo commentatore arabo e degli interpreti greci, gli
pare che inaridisse le sorgenti della vita e del pensiero cristiano. Inoltre,
l'accanimento che molti dei disputanti mettevano nel sostenere le
interpretazioni d'Aristotele più lontane dal comune modo di pensare dei
credenti, dove alimentare in lui il sospetto, suscitato da voci che correno,
che qualche maestro dello studio patavino, mentre si da l'aria d’essere un
semplice espositore della dottrina peripatetica, in realtà ha finito per farla
sua propria fino a negare i premi e le pene nella vita futura. L'editto
episcopale e inquisitoriale, pubblicato nelle scuole di Padova, dopo aver
citato alcuni passi scritturali, prosegue: Et rursum memores eorum que ad
Colossenses magis ad rem de qua in presentiam agimus accomodate scribit
Apostolus, dicens: Videte ne quis vos decipiat per philosophiam et inanem
fallaciam secundum traditionem hominum, secundum elementa mundi et non secundum
Christum. Et scientes sic Inter disputandum solere animos perturbar!, ut
interdum homines quod falsum esse sciebant, prò vero suscipiant et defendamt.
Volentesque ut et hi qui philosophiam discunt, sic discant ut christianam
philosophiam, que longe omnium prestantissima est, non dediscant, et hi qui
docent, dum se philosoplios esse meminerunt, non obliviscantur se etiam
christianos existere, ac venena disputationum malarum iuxta epulas philosophice
discipline non ponant. Et postremo existimantes eos qui DE VNITATE INTELLECTVS
disputant ob eam potissimum causam disputare quod, sublatis ita tum premiis
virtutum tum vero supphciis vitiorum, existimant se liberius maxima queque
flagitia posse committere: mandamus ut nullus vestrum, sub pena
excomunicationis late sententie quam si contrafeceritis incurratis, audeat vel
presumat DE VNITATIS INTELLECTVS quovis quesito colore publice disputare. Non
si tratta, com'è chiaro, della scomunica lanciata personalmente contro Vernia,
che della dottrina dell'unità Ragnisco, Documenti, dell'intelletto era, in quel
momento a Padova, il piìi risoluto assertore; ma d’un provvedimento che
riguarda lui ed altri, e che sopratutto denuncia una pericolosa moda d'
insincerità e doppiezza che s'anda affermando ed era nociva non meno al costume
morale che alla pietà religiosa. Può darsi che, vietando ogni discussione
sull'argomento dell'unità dell'intelletto, Barozzi e frate Martino spiegano uno
zelo eccessivo; ma la mala opinione che gl’alunni avevano concepito di taluni
maestri e le voci che sul conto di essi correvano, giustificano almeno in parte
il severo ammonimento. Poiché a questo in fondo si riduce l'editto episcopale;
né si sa che esso da luogo a processi, né che alcun maestro è ridotto al
silenzio. Anzi è noto, al contrario, che Trapolino, alunno di VERNIA, continua
a professare pubblicamente il suo moderato averroismo anche dopo la
promulgazione dell'editto. E lo stesso fanno altri. Due soltanto, eh' N.
sappia, s'affrettarono a cambiare indirizzo ai loro pensieri e a recitare la
loro palinodia: Nifo da Sessa e Vernia da Chieti, in gara tra loro. Nifo,
com'egli stesso informa, aveva cominciato averroista della corrente sigieriana;
e, prima d’abbandonare definitivamente questa posizione, deve aver giocato
d'astuzia da quell'uomo scaltrissimo che era. Alla fine del De intelledu e del
commento al De animae heatiUidine, pretende d'aver portato a termine queste due
opere a Padova. Ma N. pensa che su questa affermazione bisogni fare molta tara:
poiché nella dedica del De inielleciu a Badoèr, nell'edizione veneta, che è la
più antica che si conosce, Nifo dice in sostanza d'aver rimaneggiato l'opera,
costituita originariamente d’una Quaestio de intellectu, che gl’avversari
gl’avevano impedito di pubblicare, avendolo accusato d'eresia. Da questa accusa
era riuscito a discolparsi, a quanto pare, pell'intervento di Barozzi stesso,
di Badoèr e di teologi e filosofi amici che ne presero le difese. Nella
redazione l'autore non esita a confessare d'essersi indotto a pristinam mutare
sententiam; e questo non soltanto per ciò che concerne la forma primitiva dell'opera,
giacché egli ammette: placuit quaedam tollere, mutare alia. D» intellectu,
Venezia addere plurima, Rabberciato alla meglio il De intellectu e rifattasi
una verginità filosofica, egli tenta, lontano da Padova, quella fortuna che non
manca mai d’arridere agl’uomini della sua prolifica specie. Vernia era noto in
tutta Italia, attraverso i suoi numerosi discepoli, come uno dei più decisi
averroisti. Per noi è un po' ditficile oggi ricostruire, nel suo insieme, la
sua dottrina intorno ai diversi problemi agitati nelle scuole del tempo, perché
non sappiamo dove sono andati a finire i suoi scritti, se dati alle fiamme da
lui stesso prima di morire, oppure se lasciati insieme alla sua biblioteca al
monastero di S. Bartolomeo in Vicenza, ovvero al figlio adottivo Nicoletto
della Scrofa, o ad altri. Nonché le opere scritte di suo pugno, non ci son
pervenute nemmeno le reportationes degli scolari che pur non dovettero mancare.
Ci restano soltanto, eh' io sappia, i seguenti scritti a stampa elencati da
Ragnisco: la Quaestio Dicaveram tibi anno superiori questionem meam de
intellectu. Eamque, ne labores iuventutis mee perditum irent, imprimendam esse
curavissem, nisi emuli affuissent, qui me hereseos accusassent. Ac malui ad hoc
tempus pervenire morando, quam huiuscemodi criminis culpam subire. lam cessant
accusationes: emulorum iniquitas, sic mea fide postulante, in propatulo est.
Ergo suo tribuant commodo, si quam utilitatem accepere qui me insidiis
persequuti sunt, discantque interea diligentius legere que volunt criminari, ut
cautius egisse videantur. Sed valeant isti, satisque mihi sit Barotium
episcopum patavinum, christianorum nostre etatis decus et splendorem, te cui
non minus in fide quam in philosophia tribuo, et quamplurimos alios tum
theologos tum philosophos iudices ac censores habuisse, qui semper innocentie
mee testes eritis. Tractaveram hanc nobilissimam materiam et de fontibus omnium
antiquorum phylosophorum exhaustam, recenti stilo, quod omnes fere commendare
visi sunt, preter paucos, quorum precipuus fuit Hieronymus Malclavellus, tunc
privatus scholaris, nunc nostre academie diligens ac iustus moderator; qui ut
est rectus ingenio, acer iudicio, splendidus in omnibus atque liber, numquam
ubi de honore ac utilitate amicorum suorum agit, assentari novit. Hic
cohortatus est me, ut universum opus in capitula secarem, asserens antiqua
stilo esse antiquo tractanda. Hac unica huiusce viri ratione persuasus, licet
alias adduxerit quarum illi copia est, pristinam mutavi sententiam: placuit
quedam tollere, mutare alia, addere plurima. Nihil delevi quod sit contra fidem
catholicam; non enim potest destrui quod factum non invenitur. Seb. Badoèr morì
i Diarii di Sanudo. La dedica dunque e il rabberciamento dell'opera sono
anteriori, e probabilmente dello stesso periodo nel quale Nifo prepara anche
l'edizione dei Collectanea sul De anima, usciti anch'essi, presso la stessa
officina veneziana de Quarengiis. Sembra pertanto che l'edizione del De
intellectu, ricordata e perfino citata da taluno come uscita a Venezia, non sia
mai esistita! an ens mobile sii totitis philophiae naturalis suhiectum; il
prologo alla Fisica col titolo De divisione philosophiae; la Quaestio an
medicina nohilior ac praestantior sii iure civili. la Quaestio an caelum sit
animatum, nell'infelice riportazione d’uno scolaro che forse è Sermoneta;
Quaestio an deniur universalia realia; la Quae Stampata a Padova nel volume di
commenti di COLONNA, di Marsilio di Inghen e d'Alberto di Sassonia al De
generatione et corruptione, ed anche nell'edizione scotina della stessa opera
Venezia. Nell'edizione padovana precede la dedica a Languardo, vescovo di
Acerenza e Matera. Ragnisco, Documenti; Vernia. Studi storici sulla filosofia
padovana, Atti del Reale Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti. Questa Quaestio
e lo scritto precedente si trovano in principio del volume: Burley, Expositio
in libros de physico auditu Aristotelis stagerite, emendata per me nicoletum
verniam theatinum puhlice et ordinarie legentem Venetiis, La Quaestio è stata
ristampata da Garin, La disputa delle Arti, Ediz. Naz. dei Classici del
Pensiero Italiano, Firenze, Vallecchi. Precede la dedica a Badoèr, censore di
Venezia, il quale, come Vernia, era stato discepolo di Paolo dalla Pergola, ed
era un convinto scotista, qual erasi rivelato a Nicoleto, per averlo questi
udito argomentare con vigore in una pubblica disputa in occasione d'un capitolo
generale di Frati Minori tenuto a Venezia. In questa dedica Vernia accenna
anche ad una amplissima quaestio de INCHOATIONE formarum che avrebbe dovuto
trovarsi nello stesso volume, ma che poi è stata omessa. L'argomento per altro
è ripreso con certa ampiezza nella Quaestio an dentur universalia realia, di
cui sotto. Pubblicata da Ragnisco, Documenti. In principio del raro volume
Urbanits Averoista philosophus sumnius ex almifico Servoritin Divae Mariae,
comentorum omnium Averoys super librum Aristotelis de physico audita expositor
clarissimus. Per probum virum Bernardinum Tridinensem de Monteferrato.
Venetiis.Questa importante opera dell'averroista bolognese dell'Ordine dei
Serviti, la quale nel prologo dell'edizione stampata porta la dat, era stata
ritrovata, coperta di polvere e corrosa dalle tarme, nella biblioteca bolognese
dell'Ordine, dal priore generale dei Serviti, frate Alabanti, che, compresone
il pregio, tanto più che anch'egli si professa averroista, ne scriss a Vernia,
come quello che aveva sempre difeso le parti d'Averroè, onde averne il parere
per un'eventuale stampa; e all'uopo gli mandò lo scritto d'Urbano perché
l'esamina: Ad te igitur libellus noster confugit: tu eum paterno amplectaris
amore; et tandem tua censura maturoque Consilio examinatum censeas si dignus
est ut in claram lucem professoribus perypatheticis ad doctrinamque Averoys
aspirantibus emergere possit, ad nosque rescribere digneris. Quod si feceris,
ut speramus et oramus, non minus tibi et Urbanus noster, operis conditor, quam
Averoys et qui eius doctrinam sequuntur, interstio de gravibus et levihus,
senza data; è la Quaestio, rimasta sconosciuta a Ragnisco, An celum sit ex
materia et forma constitutum vel non, che termina: Et sic est finis huius
questionis compilate per me Nicolettum verniam theatinum Padue philosophiam
publice legentem, e che si trova in principio della rara edizione veneziana,
curata dallo stesso Vernia, del commento d'Averroè alla Fisica, ove occupa ben
dodici colonne in-folio. Tutti questi scritti sono schiettamente averroistici;
e sebbene non riguardino alcuno dei problemi scabrosi pei quali gli averroisti
eran tenuti in sospetto, tuttavia non è difficile qua e là imbattersi in
espressioni rivelatrici dello spirito del loro autore. Si prenda, ad esempio,
la prima quaestio ricordata qui sopra. Dapprima, secondo lo schema familiare al
Vernia, sono addotte le opiniones ab Aristotele et suo commentatore deviantes,
e in primo luogo quella d’AQUINO che egli, nativo di Chieti, si compiace di
chiamare suo compatriota, poiché suddito anche lui dello stato napoletano.
AQUINO appunto aveva sostenuto, in principio del suo commento alla Fisica, ens
mobile et non corpus mobile, contra Albertum merito cognomine magnum, esse
totius philosophiae naturalis subiectum. Poi ricorda le critiche mosse da
COLONNA ego quoque minimus accedo, ingentem immortalemque semper gratiam
habebimus. E il maestro padovano gli risponde, dando dell'opera e dell'autore
questo giudizio: Vir ille ut dicam quod sentio cum omnibus bis, qui Averoym ad
haec usque tempora secuti sunt, certare mihi visus est et plurimos etiam
vincere. Nemini vero ut mea quidem fert opinio cedit. Cum enim Averoys verba
sensusque per obscuros aperire illustrareque aggreditur, nihil illius
explanatione enodatius, nihil clarius, nihil denique absolutius dici potest.
Quaestiones vero quae in naturali philosophia et plurimae et gravissimae
occurrunt, nequaquam dissimulat. Sed ut est acri iudicio praeditus, ita acute
subtiliterque solvit, ut ad rei perfectionem nihil addi posse videatur. E
mentre approva il disegno della stampa, informa che a Padova nella biblioteca
di S. Giovanni in Verdara, esiste un altro codice dell'opera d'Urbano,
attribuito fino allora a Marcanova, e promette che, per far meglio conoscere il
commento del servita, terrà un corso sulla Fisica. La quaestio del Vernia sugli
universali occupa quattro fogli non numerati, prima del commento di Urbano,
ossia 12 colonne intere e 2 mezze colonne. Nel voi. Acutissime questiones super
libros de physica auscultatione ab Saxonia edite, Venezia, con dedica al
filosofo Bolderio da Verona. alla tesi d’AQUINO, e il giudizio di Jandun su
AQUINO, ritenuto melior expositor inter latinos, unde per excellentiam dicitur
expositor, sicut Averrois commentator. Incappa infine nella tesi degli scotisti
Canonico e Andrès, i quali s'eran permessi di criticare Aristotele. Contro
tanta audacia egli insorge ripetendo il giudizio, comune a tutti gli
averroisti, sullo Stagirita: Ad illa respondet Canoniciis, et similiter
Andreas, concedendo Aristotelem male dixisse et insufficienter ipsum
philosophiam tradidisse; philosophus enim tanquam sacrilegus insufficienter et
erronee tradidit nt)bis philosophiam naturalem, ut Antonius inquit. Sed minor
de istis, quod cum tam pauca reverentia centra philosophorum principem
loquantur; ncque unquam invenio Albertum, AQUINO aut doctorem subtilem talia
contra Aristotelem dixisse. Unde beatus Hieronymus, de eo loquens, scribens ad
Eustochium, De vita nionachonim, ait: Absque dubitatione prodigium fuit
grandeque miraculum in tota natura, cui, ut pergit, pene videtur infusum
quicquid naturaliter capax est genus humanum. Cui concordat Averrois, De anima,
dicens: Ipse fuit regula in natura et exemplar quod natura invenit ad
ostendendum ultimam perfectionem possibilem in materiis. Venendo poi alla
soluzione del problema, il filosofo chietinf) sostiene de intentione
aristotelis et sui commentatoris averrois cordubensis fuisse, quod corpus
mobile est subiectum in scientia naturali. Ancora più tipico è il caso della
Quaestio aii medicina iiobilior ac praestaiitior sii iure civili. È notevole,
anzi tutto, che egli abbia lasciato in pace i canonisti, strettamente imparentati
coi teologi, gente, gli uni e gli altri, colla quale è prudente non aver briga.
Per dimostrare, dunque, la tesi affermativa, che cioè la medicina è da più del
diritto civile, il nostro si rifa Lo stesso passo dell'opera pseudo geronimiana
m'è accaduto di trovar citato nel De pietate Aristotelis erga Deiim et
ìioinines di Liceto Udine, amico e collega di Galileo a Padova. Costui, al pari
di Tostado, vescovo di Avila, In librum paradoxorum Venetiis, e di Sepulveda,
da Cordova Opera, Madrid, Epist., lettera al teologo Serrano, pensa, se non
proprio a una canonizzazione, che fosse almeno altamente verosimile la salvezza
eterna di Aristotele. Al quale però Tostado, da buon umanista, unisce le anime
di Socrate, di Platone e di siffatti filosofi, che Cristo avrebbe liberato
discendendo al limbo. al concetto, comunemente ammesso, che la medicina nella
sua parte teorica rientra nella filosofia naturale ed è scienza speculativa; il
che non può dirsi dal diritto civile. Ora nella speculazione intorno alla
natura Aristotele aveva fatto consistere il fine ultimo e la perfezione suprema
dell'uomo, a cui si giunge soltanto mediante l'apprendimento delle scienze
speculative, coronato dal congiungimento o copulatio con r intelletto agente.
Ex quo sequitur, hominem equivoce dici de homine rationali et iurista, cum
iurista non sit nisi equivoce, cum inrista ultimo fine hominis sit privatus. Et
hoc est quod Averrois dicit in prologo libri Physicorum, quod homo equivoce
dicitur de homine perfecto per scientias speculativas et de homine ignorante
eas, sicut dicitur equivoce de homine vero et picto Ci sarebbe da chiedersi se
mastro Nicoleto non fosse per caso in vena di scherzare, per dar la baia ai
colleghi della facoltà di diritto: ma purtroppo egli non fa che ripetere cosa di
cui tutti gli averroisti erano convintissimi; anzi taluni diessi, come
Achillini e Bacilieri pensano che al raggiungimento della suprema perfezione e
della felicità cui l'uomo aspira, bastassero i libri bene interpretati di
Aristotele e d'Averoè, che quelli ritenevano aver conquistato il più alto grado
di felicità di cui l'uomo è capace in questa vita, non ostante i sorrisi
ironici degl’alunni, e quelli di Pomponazzi Al cospetto della morte, Nel citato
voi. del Burley sulla Fisica, Venezia. Il passo d'Averroè in principio al
prologo della Fisica, al quale accenna Vernia, è questo: Declaratum est in
scientia considerante in operationibus voluntariis, quod esse hominis secundum
ultimam perfectionem ipsius et substantia eius perfecta est ipsum esse
perfectum per scientiam speculativam; et ista dispositio est sibi felicitas et
sempiterna vita. Et in hac scientia manifestum est, quod praedicatio nominis
hominis perfecti a scientia speclativa, et non perfecti, sive non hahabentis
aptidinem quod perfici possit, est aequivova, sicut nomen hominis quod
praedicatur de homine vivo et de homine mortuo, sive praedicatio hominis de
rationali et lapideo. il mio Sigieri nel pens. Accade spesso al mantovano di
fare dell'ironia sulla copulatio degli averroisti qui continuo prandent cum deo
et qui habent intellectum adeptum comm. al delle Meteore. Parigi, Bibl. Nat.
cod. lat.. E del Bacilieri riferisce: Ideo Tiberius iactatus solum sibi
defìcere quatuor digitos, ad hoc ut felicitatem istam pertingat Comm. alla
Metaph., Arezzo, Frat. Laici, ms. Parigi, e. s., cod. lat.. Questa convinzione
abbandona il filosofo chietino, persuaso ormai che non solo secondo la fede, ma
etiam iiixta opinionem philosophorum, hic non potest esse vita beata, sed
tantum misera. Evidentemente anch'egli, come molti, ignora la manzoniana
preghiera allo Spirito divino: Dona i pensier che il memore ultimo dì non muta.
Averroista era Vernia anche nella soluzione del problema se il cielo è animato,
e di quello sul moto dei gravi e leggeri. Anzi, su quest'ultimo argomento,
mentre perfino molti averroisti avevano finito per scostarsi dalla dottrina
d'Aristotele e avevano accolta la teoria nominalistica degli impetus, Vernia
segna un ritorno puro e semplice alla tesi dello Stagirita, seguita da Averroè,
da Sigieri e da pochi altri. La Quaestio an denhir universalia realia è invece
un tentativo di mostrare l'accordo tra Averroè e Alberto sulla dottrina,
convenientemente interpretata, della inchoatio formarum; poiché gli universali
di cui qui si parla, non sono le intentiones primae et secundae dei dialettici,
ma le idee considerate come cause della realtà, gli universalia physica, come
li chiama Vernia, ossia le forme delle cose. Nel voi. cit. delle Acutissime
questiones di Sassonia Maier, Zwei Grundproblenie der scholastichen
Philosophie. Roma, Ediz. di Storia e Letter. Nel voi. di Urbano Averroista,
col.: Ex quo patet error illorum qui dicunt inchoativum secundum commentatorem
et Albertum esse potentiam subiectivam materie, cum, ut visum est, sit potentia
formalis distincta a potentia materie, que est in substantia forma
substantialis, imperfecta tamen, cum omnis potentia materie taUs, quam ponunt,
si distincta ab ea et sit accidens Ex quo sequitur dari universalia realia ad
mentem veriorum philosophorum peripatheticorum, tum Grecorum, tum Arabum, TVM
LATINORVM GRICE MINNIO PAULELLO OXFORD; cum tales essentie sint universalia
physica et in re, ut visum. Il primo di tali universali fisici è per Vernia la
forma corporeitatis di Avicenna, coeterna alla materia. In proposito, abbiamo
questa informazione nel commento di Pomponazzi al De substantia orbis di
Averroè Cod. Reg. lat.. Credo quod haec responsio fuerit Nicholeti; quia etiam
ipse tenebat ad mentem commentatoris formas corporales de prae-dicamento
substantiae materiae primae esse coaeternas. Et tunc glosabat ipse
commentatorem, hic dum dicit quod materia non habet formam quae reponat eam in
esse specifico et ultimo, quia si materia prima baberet formam ultimam
specificam, tunc non posset ipsa materia aliam formam recipere, quia, cum
ultimo non detur ultimum, ipsa forma esset in actu completo, nam infra formam
ultimam specificam non sunt nisi individua; et in hoc commentator dissentit ab
AviIo8 Anche in questa Quaestio, non mancano accenni alla dottrina averroistica
dell’intelletto; ma sono accenni più cauti. L'editto episcopale era stato
promulgato evidentemente per qualche cosa. A Colze nel vicentino, mastro
Nicoleto dovette pensare al modo di dissipare i sospetti d'eresia che gravavano
su di lui, e, sebbene affetto da oftalmia, prese la penna e cominciò a buttar
giù una specie di confutazione dell'averroismo. Nasceno così le Quaestiones de
pluralitate intellectus contra falsani et ah omni ventate remotam opinionem
Averroys et de animae felicitate. L' idea di quest'opera gli fu suggerita non
iniussa cano! da frequenti esortazioni del doge di Venezia, Barbadigo, e dallo
stesso Barozzi, che, se da una parte lo minaccia di scomunica, dall'altra cerca
di adescarlo con buone promesse. La composizione dello scritto non dovette procedere
molto rapida. Poiché soltanto l'opera fu presentata ai revisori ecclesiastici e
al vescovo per la stampa. I revisori, Trombetta, Merlino e Ibernico,
prodigarono all'autore le più ampie lodi, e il vescovo Barozzi se ne dichiarò
pienamente soddisfatto. Tuttavia, anche nel dare atto del nuovo atteggiamento
assunto, ricorda le voci che un tempo correno sul conto di lui, e non osa
dichiararle infondate; anzi lo stesso paragone che egli fa del chietino con S.
Paolo, il quale di persecutore del nome cristiano era divenuto un ardente
difensore della fede – GRICE HERESY APOSTASY – back to goold old Paul --,
sembrerebbe insinuare il contrario: cenna qui ponebat talem formarti specificam
ultimam; sed commentator dicit, quod talis corporeitas non est forma specifica
completa, sed est forma generica imperfecta; et sic dicebat ipse Nicholetus
quod materia prima habet istam formam genericam sibi coaeternam, et in ipsa
etiam formam elementorum. Così, per esempio, in principio della colonna: Et tu
nota hoc prò Averoy, quod anima intellectiva non dat esse corpori humano; sed
hoc quod dicitur est mendatium purum, ut in De anima declarabo. E più oltre a
metà della stessa colonna: Unde intellectiva anima apud ipsum non creatur, sed
est eterna; et in hoc Albertus, et bene sicut fidelis christianus, ei
adversatur, volens ipsam de novo fieri per creationem, et hoc secundum
Aristotelem. La quale apparve nel volume già cit. delle Acidissime questiones
super libros de physica auscuUatione ab Saxonia edite, Venezia. A. Calcedonio da
Pesaro, M. D.2 ra. i Cum prius et disputando et docendo unum esse in omnibus
intellectum sic explicaveris, ut totam pene Italiani errare feceris, ut aiunt
malivoli tui et minuti philosophi, ut in epistula tua ais, etsi istud non
senseris, fuisti forte causa ut alii hoc sentirent. Nunc opusculum composuisti,
quo sentire te contrarium non solum dicis verum etiam probas. Quod cum
diligentia vidimus et approbamus. Quo circa, sive ita senseris sive non,
opusculum istud componere precium fuit, ut error pessimus illius maledicti
Averroys extirparetur. Nihil hac mihi re gratius, nihil iis qui te audiverant
utilius, nihil tibi, qui apud miiltos ob eam rem infamiam non mediocreni
excitaveras, honorificentius. Per purgarsi di questa non mediocre infamia e per
impedire che si parla di un voltafaccia, mastro Nicoleto insiste nel dichiarare
che la difesa un tempo da lui assunta dell'averroismo non muoveva da intima
adesione alla dottrina dell'unità dell'intelletto, ma era fatta soltanto
disputandi ac acuendi ingenii gratia. Era sincero in questa sua protesta,
rinnovata con solennità anche nel suo testamento? Per il vescovo e per
l'inquisitore questo non aveva importanza: ad essi basta il fatto che, comunque
l'avesse pensata un tempo, ora il sospettato fa lodevole ammenda del passato
col suo ultimo scritto contro l'averroismo. Ma tra i suoi alunni d'un tempo ve
n'era sicuramente qualcuno che, assistendo ai funerali e alla tumulazione di
lui – e suo corpo -- nella chiesa di S. Bartolomeo a Vicenza, e ripensando al
carattere del maestro, dove sorridere di questa commedia e ripensare in cuor
suo alla novella di Ser Ciappelletto. Vernia non era precisamente quello che si
dice un cuor di leone. Nello stesso suo testamento revoca, come giuridicamente
nulla, una donazione de'suoi beni alla moglie, fatta sotto la minaccia di morte
da parte del cognato Pietro de Salvato. Era stato richiamato all'ordine dal
Senato, perché pare facesse i suoi comodi, leggendo senza concorrente e
trascurando di studiare con grande lagnanza degli scolari, Nifo, già suo
alunno, ci narra di lui due episodi che possono servire a lumeggiarne il
carattere. Il primo è meglio Nella dedica a Grimani Ragnisco, Nic. Vernia. Cfr.
qui sotto il saggio successivo. no riferirlo in latino; Cum Nicoletus
Theatinus, praeceptor noster, sua aetate peripateticus eximius, ludibriis
ludificationibusqiie oblectaretur, plurima jecisse multi norunt. Et inter
prima, cum Veronam peteremus, ut baptizaremus puerum cuiusdam communis
discipuli, et post crepusculum ad urbem applicaremus, essetque caupo prohibitus
recipere iudaeos, qui extra urbem hospes erat, nobis hospitium conferentibus
dixit: Te recipere non possum, quia prohibitus sum, demonstrans Nicoletum; te
autem possum, annuens me. Interrogantibus quare respondit: Quia Iudaeos hospitari
prohibitus sum. At praeceptor subiecit: Audi, amice, a secretis. Et mox penem
praeputiumque ostendit. Quem cum vidisset, hospitatus est nos. Nifo aggiunge
che la mattina dopo, sopraggiunti alcuni della città ad incontrarli e a
riverirli, l'oste chiede umilmente scusa, mentre mastro Nicoleto non si stanca
di raccontare a tutti, uomini e donne, il piccante episodio. L'altro aneddoto
si può raccontare anche in volgare, sebbene sia assai più sconcio del primo, se
è vero. Narra dunque Nifo che, rimasta vacante a Padova una cattedra di
diritto, per la morte del titolare. Barbadigo, che era allora capitanio della
città, era sollecitato dagli studenti a corpirla con un dottore di diritto
canonico siciliano. Barbadigo annunzia che aveva già pronto l'uomo che fa al
caso, e questi era mastro Nicoleto. Ma Nicoleto è un filosofo, osservano
quelli, e di diritto non se n'intende. Montato su tutte le furie, il magistrato
li manda a farsi impiccare, e chiamato a sé Nicoleto gli propone di legger
diritto al mattino, per 300 ducati d'oro, e di continuare a legger filosolia
nel pomeriggio. Il maestro non si perita di accettare, effondendosi in
ringraziamenti. Se fin qui la faccenda era abbastanza sporca, il peggio vien
dopo. Gli studenti malcontenti andano da Nicoleto a pregarlo di voler far
capire lui stesso a Barbarigo che il diritto non era il fatto suo. Che io vada
a fare una dichiarazione del genere ad un uomo che mi giudica sommo in ogni
ramo dello scibile? Gli studenti non si scoraggiarono e lo tentano per un altro
verso: si che non molto dopo, munusculis A. NiPHi, Opuscula moralia et politica
cum G. Naudaei de eodem auctore iudicio, Parigi, De re aulica. III non
mediocribus acceptis ab illis studentibus, si presenta a Barbadigo e con ogni
rispetto lo prega di liberarlo d’un carico che pesa troppo sulle sue spalle.
Chi oserebbe insinuare che l'idea di conferire a lui una seconda cattedra e un
secondo stipendio fosse ispirata a Barbadigo da Vernia stesso? Ma non meno
interessante, pella religiosità e l’indole morale di lui, è quel che
apprendiamo dalle lezioni di Pomponazzi, che, al pari di Nifo, del chietino fu
alunno e collega e, da ultimo, successore sulla cattedra di Padova. Il ricordo
del maestro padovano e del suo carattere faceto e bizzarro accompagna il mantovano
per tutta la vita. Così nella lezione del commento al De sensu et sensato,
tenuta, tre mesi prima della morte, accennando al modo superficiale col quale
SCHIAVONE tratta un quesito intorno ai sapori – GRICE TASTE --, dice: eo modo
quo dicebat Nicolettus, praeceptor meus, sicut mus super farinam et gatta super
carbones. Un'altra volta, a proposito del noi usato spesso da Averroè, ricorda:
Dicebat Nicoletus: advertendus est sermo; loquitur da papa, ponendo numerum
pluralem. Nelle lezioni sulla Fisica, narra che Vernia spaccia come sua
un'opinione che era invece di Thiene, come si vide dopo la stampa di questo:
Magister Nicoletus attribuebat sibi hanc opinionem. Impresso Gaetano, latro
inventus est. Un'altra volta accennando alla a via nominalium, Pomponazzi aggiunge:
imo merdalium, ut dicebat Nicholetus. In principio del commento alla Fisica,
accenna a un dissidio tra gli scolari sui libri di quest'opera che il maestro
avrebbe dovuto leggere: Unde lepidissinms vir nicholetus qui, curti versaretur
discordia inter scolares sicut modo versatur inter vos, an scilicet primi an
ultimi libri physicorum essent legendi, dixit: Non timeatis, quia ego unica
lectione legam omnes 4or primos Bibl. Nation. di Parigi, Cod. lat. Cod. lat.,
In Metaphys. Arezzo, Bibl. della Fraternità de' Laici, Ms., Super Physicorum,
Ms., Super Phys.1 Bibl. Nat. Parigi. Nello stesso commento, in una lezione
intorno ai sottili accorgimenti di Averroè per salvare Aristotele, narra del
suggerimento dato da Vernia a uno scolaro ignorante che dove affrontare un
esame: Credo ergo quod commentator voluit dicere hoc; sed sibi accidit ut
cuidam scholari patavii, qui volens disputare, et nihil sciebat, fuit ad
Niccoletum, qui eum doceret. Volebat enim iste scolaris ingredi collegium, et
non poterat nisi disputaret. Quare magister Nicoletus dixit: Dabo tibi unam
responsionem ad omne argumentum; distingue enim et dicas: Tuum argumentum tenet
propter quia, et mea conclusio propter quid. Et ita vult dicere Averrois. Tamen
possemus dicere ad omnia illa argumenta. Oportet enim scaramuzare quandoque.
Sempre nelle lezioni sulla Fisica, incontriamo un altro aneddoto, ove Vernia è
alle prese con Nardo, in una disputa di moda, de intentione et remissione
formarum, che concerne la dottrina dei calculatores, particolarmente invisi a
Pomponazzi: Et ubi Aristoteles in hoc loco Phys. fuit parcus, Entisbery in suo
tractatu et Calculator fecerunt de hoc magnos tractatus. Aristoteles enim
dimisit hec, quia ille compositiones et ille truffe spectant ad matematicum; et
calculatores latenter vincunt ph^dosophos; interponunt enim geometricalia. Sed
philosophus, ut phylosophus est, non se intromittit ad hec. Et isti
calculatores sophiste appellantur; quare non se debent intromittere in
philosophia, sed in geometria. Unde erat magister Franciscus neritonius, erat
enim vir doctissimus, et in uno capitulo fratrum erat etiam Nicholettus,
protesto ignorantissimus, et arguebat domino francisco neritonio in illa
disputatione, et in calculatione argumentabatur; et dominus franciscus nesciebat
respondere, quia mathematica ignorabat. In hoc enim argumento erat quater
fortassis totum alphabetum. Dominus tamen franciscus intrepide respondit sibi,
quod Nicholetus fecerat ut contigerat in suo capitulo cuidam fratri, cui prior
comiserat ut predicaret de conceptione virginis. Cum venisset tempus
predicandi, dixit ille bonus vir qui debebat predicare illa die: O domini
auditores, ista materia de conceptione est tante difficultatis, quod non
poteritis numquam eam percipere. Itaque, rogo vos, ut loco istius dimittatis me
narrare ystoriam sancti Alexandri, quam Arezzo, ms. Allo stesso episodio
Pomponazzi aveva accennato anche nelle lezioni In de anima nel cod. della Bibl.
Nazionale di Napoli, Ms. Vili, ed ivi fa il nome dello studente somaro, che
pare sia un Baldassarre da Chiusi. promptissime capietis. Sic etiain, dixit
dominus franciscus, contigit domino Nicoleto: qui dum in hac materia quam
posuimus disputandam nihil intelligeret, incepit nobis cum suis argumentis
calculatoriis narrare ystoriam beati Alexandri. Ben più grave è quanto
Pomponazzi narra agli scolari, in una lezione sul De caelo, tenuta a Bologna.
Stava esponendo il testo, e poiché taluni dicevano che Dio e le intelUgenze
celesti prima intentione agunt propter se, mentre le cose generabili e corruttibili
prima intentione faciunt propter alia et secundario propter se, ha il coraggio
di dire apertamente che non è vero: Non videtur verum; imo videtur totum
oppositum; quia quicquid homines faciunt, faciunt primo propter se, secundario
vero propter alios. Verbi gratia, homines student: prima intentio eorum est
hicrari scientiam et fieri perfecti et eiusmodi; secundario vero ut illustrent
domuin suam et patrem etc. Unde Aristoteles numquam somniavit, quod deberet
fieri bonum ut ireturin paradisum, et evitari malum ne iretur in infernum; sed
bene dicit quod debemus exponere vitam prò patria et eiusmodi, et potius mori
quam committere peccatum, ut acquiramus illarn virtutem, sciHcet fortitudinem.
Ergo quicquid homo facit, prima intentione facit propter se, ut in omnibus
discurrere potestis. Ideo videtur fatuitas philosophorum dicere hoc de
generabiUbus, scilicet quod primo agant propter alia, et secundario propter se.
Unde Nicoletus, vir lepidus, qui non credebat, ut ita dicam, dal tecto in su,
cum sepissime audiret beatum Bernardinum de Feltro predicantem et in suis
predicis dicentem: O tu, attende tibi; o tu, attende tibi, mulier luxuriosa,
bonus Nicolettus emebat bonos pullastros, fasianos, et si quis diceret illi:
Quid vis tacere, o Nicholette?, respondebat: Volo attendere mihi'. Item
rapinabat et eiusmodi, et si dicebatur illi: Quid vis facere?, dicebat:
Attendere mihi volo. Omnia ergo faciebat propter se Lo stesso ritratto morale
del buon Nicoleto, Pomponazzi traccia negh stessi termini agli scolari bolognesi
in una lezione sul delle Meteore. Arezzo Bernardino da Feltre predica la
quaresima a Padova Wadding, Annui, e di nuovo vi fu quando Patavium profectus,
in Ecclesia Cathedrali, assumpto i lio trito suo themate Attende tibi, egregie
populum de rebus saluti maxime necessariis instruxit. Parigi, Bibl. Nat. Erat
Padue quidam frater sancii Francisci de observantia, qui dicebatur frater
Bernardinus de Feltro, qui predicabat et in predicatione semper dicebat:
Attende tibi, attende tibi. Unde Nicolettus, qui legebat Padue, emebat
perdices, capones et multa bona. Inde ipse erat malus homo, et prò uno
quadrante perdidisset hominem, et nullum habebat prò amico. Unde, eundo ad
predicam, accepit illud verbum attende tibi suo modo, scilicet: attende tibi,
id est sguazza et triumpha. Ideo emebat perdices etc. Tale è il ritratto morale
del Vernia quale fu conosciuto da Peretto:miscredente, crapulone, rapinatore,
che per un quattrino avrebbe rovinato un uomo, senza amici. Così giudica
Pomponazzi l'autore delle Quaestiones sulla pluralità degl’intelletti e
sull'immortalità dell'anima, nel quale ai revisori ecclesiastici deputati da
Barozzi e a Barozzi stesso era parso di ravvisare il campione stesso dalla
fede, che aveva debellato definitivamente l'averroismo e l'alessandrismo!
Tuttavia non va dimenticato che Peretto era stato assente da Padova, in seguito
a dimissioni dalla cattedra da lui occupata e sulla quale era stato sostituito
da Nifo. Ora è sicuramente in questi anni che la crisi filosofica e religiosa
del Vernia, venne a maturazione, se vera crisi ci fu in un uomo così lepido e
astuto. E la testimonianza di Pomponazzi non può aver valore pegli anni in cui
il mantovano lo perde di vista. Del resto, queste oscillazioni tra una
spregiudicatezza quasi scettica e il bisogno di conformarsi all'ambiente
religioso e d’accettarne il formalismo, è tutt'altro che alieno dall'indole,
piena di contradizioni, d’un uomo dell'età di papa Borgia Cod. lat. Oliva, Note
sull’insegnamento di Pomponazzi, Giorn. Crit. d. Filos. Ital. Ritengo che
questo ameno e spregiudicato maestro, prima che a Padova, si recasse a Venezia,
in casa del Patrizio Badoèr, nei cui lari era stato educato il suo conterraneo
e parente Manupello da Chieti', che, addottorato in artibus a Padova, vi
s'addottora anche in medicina. Altrimenti non si spiega come, nella dedica
dell'esposizione di Burleo alla fisica d'Aristotele Venezia, egli potesse dire
d'essersi affezionato al Badoèr a teneris annis, e come mostrasse di conoscere
così a fondo la storia leggendaria di questa famiglia. Dal testamento fatto a
Padova e pubblicato da Sambin, si conosce il nome del padre, per esser detto
clarissimus artium et medicine doctor dominus magister Nicolaus filius
honorabilis viri ser Antonii de civitate Theatina. E lo stesso si legge
nell'atto di donazione Dal Giorn. Crit. d. Filos. Ital. La nota su Cristoforo
da Recanati è inedita. Expositio excel. mi philosophi Giialterij de burley
anglici in libros de physico anditn Aristotelis stagirite emendata per me
nicoletum verniam theatinimi publice et ordinarie philosophiam in gimnasio
pattivino legentem Venetiis. dedicata a Badoèr, censore del comune di Venezia:
Del Manupello si legge appunto nella dedica: affinis ac conterraneus meus
clarissimus phisicus et mediciis Nicholaus manupellus Theatinus in tuis laribus
fuit educatus. Erotto e Zonta, Ada graduum academicorum Gynnasii Patavini,
Padova Sambin, Intorno a VERNIA, in Rinascimento, docum. de'suoi libri al
monastero di S. Giovanni in Verdara. Dai quali documenti si rileva che il buon Nicoletto
si lascia passare come artium et medicinae doctor, quando dottore di medicina
non era! Nella stessa dedica a Badoèr si legge: cum enim sub disciplina
clarissimi philosophi pauli pergulensis essem, a quo etiam tu eruditus fuisti,
pluries ab eo audivi te summum philosophum atque theologum evasisse, nullumque
esse qui te in docrina francisci de marronis subtilisque doctoris lohannis
scoti antecelleret Orbene: Paolo da Pergola era reggente delle scuole annesse
in Venezia alla chiesa di S. Giovanni Elemosinarlo a Rialto, nel quale anno
egli era anche piovano di questa chiesa; e reggente di queste scuole restò fino
alla sua morte; fu sepolto nella chiesa di cui era piovano, Tanto Badoèr quanto
Nicoleto, e, suppongo, anche Manupello, sono stati sotto la disciplina di Paolo
a Venezia. Questa scuola merita d'esser meglio conosciuta, sia per gì'insigni
maestri che, dopo il pergolese, vi insegnarono, sia perché essa fu una specie
di succursale dello Studio patavino, nella quale molti veneziani cominciavano
gli studi di filosofia, che poi andano a completare a Padova, ove
s'addottoravano. Così appunto sappiamo aver fatto anche il chietino, il quale,
da Venezia, forse dopo la morte del pergolese, si reca a Padova, ed ivi, dopo
essere stato qualche tempo sotto la disciplina di Thiene, consegue il dottorato
in artihus, primo promotore lo stesso maestro Gaetano. Dopo questa data, non si
hanno di lui altre notizie fino a quando fu assunto alla lettura straordinaria
di filosofia. Dalla dedica del Vernia docum.Segarizzi, Atti dell' Istit. Veneto
e la breve notizia dello stesso in Nuovo Arch. Veneto. anche il mio studio già
cit. Letter. e cultura veneziana, Valsanzibio, Vita e dottrina di Gaetano di
Thiene, Padova, I stesso a Languardo, arcivescovo d’Acerenza e Matera, del volume
di commenti di COLONNA, di Marsilio di Inghen e d'Alberto di Sassonia al De
generatione et corruptione, stampato a Padova, veniamo a sapere che era stato
chiamato ad legendum philosophiam in locum quondam Gaetani Thienei philosophi
celeberrimi; carriera abbastanza rapida che mal si spiega senza l'appoggio di
potenti patroni ch'egli aveva a Venezia. L' intervento di questi patroni a suo
favore si fa palese, del resto, con l'edificante episodio che traggo dagli atti
del Sacro Collegio dei Filosofi di Padova, a solazzo dei laudatores temporis
acti, i quali vanno dicendo che certe soperchierie avvengono soltanto ai nostri
giorni. Ecco dunque l'episodio. Ma, prima di narrarlo, bisogna sapere che al
sacro collegio dei filosofi, che aveva un numero limitato di membri, erano
aggregati solo FILOSOFI PADOVANI e veneziani, in numero limitato, dopo aver
conseguita la laurea in artihus, e a seconda della disponibilità dei posti. Da
sapersi è altresì che soltanto ai membri del collegio spetta di farsi promotori
dell'ammissione di coloro che ne fossero degni al tentativum e al privatum
examen pel conseguimento del titolo di dottore in artibus e al primo promotore
tocca il privilegio di conferire le insegne del grado al neo-dottore, previo il
giuramento di rito. Coloro che non fossero cittadini padovani o veneziani, ma
fossero MAESTRI nello studio di Padova, sì che non avessero più bisogno di
essere ballotati periodicamente, potevano essere aggregati al collegio in
seguito al parere favorevole dei membri di questo e colle cautele previste
dagli statuti. Ora sentite questa. Un bel giorno il priore del sacro collegio
dei filosofi di Padova, che era il dottore in artibus Maestro Cristoforo da
Recanati de rechaneto, udito il parere dei consiglieri, convoca il collegio in
assemblea straordinaria e tiene Arch. ant. dell'Univ. di Padova, S. Coli, de'
Filosof. Su lui, Facciolati, Fasti Gymnasii Patavini, ai convenuti questo
discorso: Famosissimi doctores, causa convocationis excellentiarum vestrarum
est ista, quia die heri quidam officialis Magnifici domini pottestatis padue
mihi mandavit, ex parte prefati magnifici domini pottestatis, quatenus hodie
convocare facerem collegium ad instantiam d. M. Nicoleti, et, in executione
literarum serenissimi ducalis domini dicto d. M. Nicoleto, assignare debere
locum in collegio cum conditionibus prout in dictis literis continentur, et
quod unusquisque super hoc dicat apparere suum. L' intervento della Signoria
veneziana a favore del filosofo chietino mette in serio imbarazzo il collegio, geloso
dei suoi diritti e privilegi. Forestiero, laureato nell’arti, lettore di
filosofia a Padova, Vernia veniva imposto dall'autorità politica centrale,
senza che il collegio fosse stato nemmeno interpellato prima, e senza una
ragione di particolari benemerenze che gli dessero la precedenza su altri. Che
modo di procedere era questo? Vero è che anche Maestro Cristoforo da Reeanati
era entrato a far parte del collegio, di cui egli era priore, mentr'era legens
ordinarie philosophiam naturalem, per l'intervento e l'imposizione dallo stesso
governo veneziano e senza il gradimento del collegio stesso IO Arch. Ant.
dell'Univ. di Padova, Maestro Cristoforo Rappi secondo Benedettucci, Biblioteca
recanatese, Recanati da Recanati s'era addottorato in artibus a Padova Arch.
della Curia Vescovile di Padova, Diversovitìu. Non mi risulta la data esatta
del dottorato, che sicuramente ebbe luogo pochi anni dopo. Ma ebbe dal Senato
veneziano un aumento di stipendio come professore di filosofìa naturale da
molti anni nello studio patavino, allo scopo d’impedire che egli accetta un
invito fattogli dal vicedomino di Ferrara; que res universis scolaribus studii
ipsius molestissima est, non sine incomoditate et iactura nostri domini, quia
si recederet, omnes qui illum audiunt, eum sequerentur Arch. di St. di Venezia,
Senato-terra, Reg. Di queste buone disposizioni del Senato a suo riguardo
Recanati non tardò ad approfittare; poiché sotto la data si legge: In studio
nostro paduano, ut notum est, reperitur Clarissimus doctor magister Christophorus
Recanatensis, legens ordinarie philosophiam naturalem. Qui, ut litere Rectorum
nostrorum et rectoris Universitatis Artistarum padue testantur, neminem in
Italia habet parem. Et qui vehementer optai prò honore suo cooptari in collegio
Artistarum padue, in locum scilicet primi qui deficiet, et multi prestantiorum
doctorum ipsius collegii hoc velie et cupere videantur. Vadit IIQ Ma sentiamo
come l'estensore del verbale continua a riassumere il discorso dell'avveduto
priore: Sed sibi videtur, quod durum. est centra stimulum calcitrare Actiis. Et
quod ipse non vult in hac re nisi quod vult totum collegium, ad quod omnino
oportet super hoc providere: aut quod ipse d. M. Nicolletus acceptetur in dicto
collegio iuxta tenorem literarum, aut quod colligantur duo experti qui sint
doctores dicti collegii, et quod ipsi accedant ad Magnifìcos dominos pretores
sic, 1. rectores padue et etiam ad Serenissimum dominium, ad deffendendum iura
collegi contra dictum M.pars, ut dictus magister christophorus, quo, hoc gradu
honoris auctus, animatior et promptior reddatur ad perseverandum in sua
lectura, Auctoritate hiiius consilii cooptetur in dicto collegio, in locum
scilicet primi qui quoquo modo deficiet. De parte, ; de non, 12; non sinceri.
Ritengo che di parere contrario dove essere Landò, dottore e milite, non che
Sapiens terre firme, il quale ammoni quod serventur promissiones facte collegio
doctorum artistarum padue, evidentemente col rispettarne i privilegi e gli
statuti. Anche allora il collegio aveva pestato i piedi e masticato amaro, ma
poi aveva finito per rassegnarsi. Simili ingerenze del governo veneziano nelle
faccende del collegio non erano una novità: che anche quando di Quirini,
veneziano e doctor artium, pose la sua candidatura per essere accolto nel Collegio
padovano, ove i veneziani avean diritto a un certo numero di posti, la
decisione si trascinò per oltre un mese, finché la domanda fu respinta con 9
balote contro 8 Arch. Ant. dell' Univ. di Padova, Sacro Coli, degli Artisti.
Dopo la morte di Thiene, Recanati fu chiamato dal Senato veneto con voto
unanime Senato-terra, Reg. a succedergli nella prima lettura ordinaria di
filosofia. Morì , sec. Benedettucci e fu sepolto nella chiesa delle monache di
S. Francesco dell'Osservanza, in vico pontis Altinatis, in un'arca di pietra
cum doctoris effigie dormientis, e un epistaffio che lo raccomanda ai posteri
come medico celeberrino et philosophorum inclyto, quem universae Italiae
Gymnasia peripateticae scholae principem luxerunt lac. Salomonius, Insc. ript. Urbis
patav. Padova Io, purtroppo, non conosco se non le Quaestiones recollectae
super Calciilationes sub magistro Chistophoro de Recaneto, huius artis
principe. Ma il Coxe, Catal. Mss. Bibl. Bodl., Ili, Oxonii, segnala l'esistenza
di un'esposizione Magistri Christofoli de Reganato super de celo et niundo ad
instantiam Magistri. Yeronimi de Cammarino, e forse anche sul De physico
auditu, nonché di certe pillulae magistri Christophori Rechanatensis. È un
po'poco per giudicare delle lodi che gli tributarono i contemporanei. Ad ogni
modo, è inesatto quello che scrive Facciolati, Fasti Gymnasii Patav., che egli
primus averroi auctoritatem in Gymmasio Patavino conciUasse dicitur, eius
commentarla in philosophando unice secutus. Prima di lui c'erano stati
NICOLETTI e Thiene, di cui il recanatese era stato discepolo. Nicoletum, et
petere quod diete littere revocentur, tanquam impetrate et concesse contra
formam statutorum dicti collegi, ipso collegio et iuribus suis inauditis. Et
super hoc factis multis sermonibus et arengationibus, prefatus dominus prior
posuit ad partitum, quod quibus placet quod acceptetur in collegio d. M.
Nicolectus iuxta tenorem literarum Serenissimi domini, ponat suffragia sua in
pisside rubea; quibus vero placuerit quod defensentur iura collegi contra
dictum Magistrum Nicoletum per expertos dicti collegi, ponat balotam suam in
pisside viridi. Et facto scrutinio cum bussolis et balotis, in vente fuerunt
balote quinque in pisside rubea, in favorem dicti M. Nicoleti, et balote xv in
pisside viride, quod defensentur iura collegi contra dictum Magistrum
Nicoletum. Cinque contro sedici costituisce un bello scacco per ser Nicoletto.
Tuttavia è notevole che cinque membri del Collegio si mostrassero disposti, fin
dal primo momento, a incassare il colpo, non ostante l'affronto al corpo. Lo
facevano per simpatia verso il filosofo chietino, o perché eran persuasi
anch'essi che durum est contra stimulum calcitrare? Si trattava ora di eleggere
coloro che dovevano assumersi la difesa dei diritti del collegio al cospetto
dei rettori della città e del governo della Serenissima. Deinde posuit prior ad
partitum, de consensu dominorum consiliariorum, quod quibus placet quod
elligantur d. M. Nicolaus de Sancta Sophia, d. M. Ioannes Michael de
Bredepalea, d. M. lacobus f. q. mag. Gratiadei de Venetis et d. M. Ioannes
Petrus de cararis, qui accedant ad Magnificos pretores rectores padue et ad
Serenissimum dominium Venetiarum, ad deffendendum iura et statuta dicti collegi
contra d. M. Nicoletum et literas per ipsum impetratas, ponat balotam suam in
pisside rubra; quibus vero non placet, ponat balotam suam in pisside viride. Et
facto scrutinio invente sunt balote xx in pisside rubra, et balote due in
pisside viridi negante. Et sic fuerunt ellecti. In questo verbale v'è un piccolo
dettaglio che potrebbe facilmente sfuggire. Il messo del podestà aveva detto, a
nome di questo, che fosse riunito il collegio e che ogni membro dicesse la sua
intorno alla faccenda: et quod unusquisque super hoc dicat apparere suum. E
l'estensore del verbale ci assicura che furono fatti dai convenuti molti
discorsi e arringhe in proposito e a sproposito. Gli animi della maggio Arch.
ant. delI'Univ. di Padova v. I ranza s' infiammarono nel denunciare l'affronto
fatto al sacro collegio e ai suoi statuti, e infiammati si suggestionavano a
vicenda sino a prendere le decisioni che presero. Ma tornato a casa, ognuno di
quelli che avevano gridato piti forte contro la soperchieria che si perpetra da
parte della Serenissima Signoria, si sarà messo a riflettere che anche le mura
della chiesa di S. Urbano, ov'eran raccolti, avevano orecchie, e probabilmente
più d'uno si sarà morsa, un po' tardi, la lingua. Fatto sta che il sacro
collegio fu di nuovo convocato dallo stesso priore, non più nella chiesa di S.
Urbano, ma in palatio Episcopali. Il priore si fa eco delle considerazioni che
due giorni di riflessione avevano maturato nell'animo dei suoi magnanimi
colleghi, e parla una lingua più circospetta. Illico et immediate prefatus
prior dixit: famosissimi domini doctores, vos vidistis Mandatum mihi factum
nomine collegij Potestatis, ut accipere debeamus omnino in collegio, in
executione literarum ducalium, d. M. Nicoletum, prout in literis ducalibus
continetur. Mihi videtur, ne videamur esse inobedientes et rebelles Hteris
Serenissimi domini Venetiarum, quod bonum esset ipsum d. M. Nicoletum acceptare
in dicto collegio ad ultimum locum, cum protestacione quod non intendimus ipsum
acceptare in preiudicium iurium et statutorum nostrorum, et quod reservamus
nobis ius prosequendi iura nostra centra dictum d. M. Nicoletum et petendi
revocationem dictarum literarum tanqviam indebite, collegio nostro inaudito,
concessarum et commissarum dicto d. M. Nicoleto. Et ita satisfaciemus Voluntati
Serenissimi dominij impune et absque alio inconvenienti et schandalo dicti
collegij. E COSÌ fu deciso. Un paio di settimane dopo, Nicoletus comincia a
figurare in coda alle liste dei membri del Collegio; poi, man mano che altri
membri entrano a farne parte, il suo nome dall'ultimo posto passa al penultimo,
e, su su, diventa uno dei primi, e comincia ugualmente a figurare in quelle dei
promotori nei verbali di dottorato. Della protesta e della riserva cui accenna
il priore del Collegio, l'egregio dottore in artihus Maestro Cristoforo da
Recanati, non si parla più, ritenendosi che il fatto ricade sotto l'impero di
quello che i giuristi pisani chiamano 1'ius mengicum seu gengicum de
praescriptione, e che molti filosofi molto filosoficamente ritengono un
precipitato storico della giustizia eterna! Il povero Nicoletto, sano per
grazia di nostro Signor Gesù Cristo mente et sensu, era tuttavia corpore
languescens; e pare si tratta di malattia piuttosto seria, se provvide a far
testamento, disponendo dei suoi averi a favore del monastero di S. Giovanni in
Verdara a Padova. Da questo documento confrontato col testamento pubblicato da
Ragnisco appare che egli a Padova abita in contrata burgi Capellorum e non
ancora in contrata S. Lucie, né ancora in contrata putei Bonelli; risulta
parimente che non era ancora cittadino di Vicenza, che non dispone dei possessi
di Colze, e non si sa se ancora avesse avuto a che fare con la famiglia
vicentina Dalla Scrofa. Questi rapporti sono strettamente connessi
coll'acquisto poco chiaro della cittadinanza vicentina e della villa di Colze,
quando i suoi guadagni erano aumentati assai. Su tutti questi punti potrebbero
far luce ricerche negli archivi notarili di Padova e di Vicenza. Ad ogni modo,
pare che le sue fortune cominciassero a prosperare, scapolato alla morte; ed
anche allora coll'appoggio di autorevoli patroni. Dal primo dei tre documenti
pubblicati da Persiani, si rileva che l'amba Sambin, /. e. Sui rapporti di
Vernia coi canonici Regolari Lateransi del monastero di S. Giovanni in Verdara
a Padova getteranno luce le ricerche dello stesso Sambin sulla biblioteca di
questo monastero. Uno studio sulla tomba del Vernia e sui rapporti di lui con
gli stessi Canonici Lateranensi del monastero di S. Bartolomeo a Vicenza sta
per dare in luce negli Atti dell'Accademia vicentina, Pozza, direttore della
Bertoliana. In Atti e Memorie dell'Accad. di Se. Lett. ed Arti di Padova, disp.
Ili pubblicato dal Sambin, ma in mercoledì. Quindi o è sbagliato l'anno, oppure
il giorno. Ragnisco, /. e In La Riv. Abruzzese di Se, Leti, ed Arti, Vili.
sciatore napoletano, Dott. Arcamona, s'adopra presso il Senato veneziano,
perché il famoso dottore Maestro Nicoletto da Chieti, che legge a Padova la
filosofia ordinaria cum maxima elegantia et sufficientia ac contentamento
omnium, fosse confermato in detta lettura ita ut non subiaceat de cetero ulli
ballottationi. Era già aggregato al collegio! La domanda fu accolta con 122
voti favorevoli, e uno solo contrario. Molto più importante è il secondo
documento pubblicato dallo stesso Persiani. Da esso si rileva che ser
Nicoletto, ottenuta la stabilità a vita, aveva messo su boria, e sub pretextu
quod non habeat ccncurrentem sibi parem, obtinuit pridem a dominio nostro
litteras, per quas ei concessum fuit ut legere possit bora extraordinaria, quo
fit quod venit eo modo carere concurrente. Quanto al credersi superiore ad ogni
altro professore che fosse a Padova, e magari sotto la cappa del cielo, Vernia
fu buon maestro ad Agostino da Sessa, che si ritene il primo homo dil mondo,
com'ebbe a dichiarare al console veneziano a Napoli, Anselmi. In questo sì il
maestro che lo scolaro eran ben lontani dalla modestia del Peretto mantovano
che preferiva di confessare con Socrate: Hoc unum scio, quod nihil scio. Ed
anche questa volta ser Nicoletto era riuscito ad ottenere r insolito privilegio
con lettera della Signoria veneziana. Ma egU non aveva fatto i conti cogli
studenti, che, per quanto chiassosi, erano anche allora i migliori giudici
della capacità dei loro professori. E gli studenti appunto protestarono per r
immeritato privilegio e pella flagrante violazione degli statuti accademici da
parte di coloro che avrebbero dovuto esserne i vigili tutori. L' istituto della
concorrenza a Padova esige che per ogni materia professata i lettori ordinari
fossero due, e che leggessero e commentassero gli stessi testi NEGLI STESSI
GIORNI E ALLA STESSA ORA. Gli studenti potevano ascoltare la lezione dell'uno o
dell'altro concorrente, scambiandosi poi gl’appunti e le impressioni, e avviare
discussioni, sollevando obiezioni Sanuto, Diarii Giorn. Crii. d. Filos. -- alla
fine della lezione, e continuando le discussioni, avviate entro l'aula, al
circolo dei filosofi, che più tardi ebbe la sede sotto il portico del podestà,
a pochi passi dal Bò. L'intento perseguito coll'istituto della concorrenza è
OBBLIGARE A PROFESSORI A TENERSI AL CORRENTE ED A STUDIARE. Et hoc ut fiant
dihgentissimi coactique sint studere, et ex consequenti satisfacere habeant
scolaribus audientibus. Ora Mastro Nicoletto, ottenuto il privilegio di LEGGERE
SENZA CONCORRENTE, hora extraordinaria, scelta a suo piacimento, dice il
documento pubblicato da Persiani, minime curat studere, fitque negligens cum
magna murmuratione scolarium, qui, hanc ob causam, relieto studio, venerunt ad
presentiam nostri domimi et indolentes sic, 1. dolentes supplicantur ut forma
et continentia ipsorum statutorum superinde loquentium sibi observetur. Non
saprei se fra quei cari studenti v'era anche Pomponazzi, il quale si laurea in
artihus appena qualche mese prima che il senato obbliga il maestro chietino a
rispettare gli statuti sul fatto della concorrenza e a rinunziare al privilegio
abusivamente concessogli. Ultimo aneddoto della vita padovana di Vernia è il
suo dottorato avvenuto un po'alla chetichella. Dopo anni d'insegnamento della
filosofia naturale, in riconoscimento dei suoi meriti, la signoria veneziana,
coll'approvazione di tutto il consiglio, gl’aveva finalmente concesso il raro
privilegio che un tempo era stato concesso, pelle loro benemerenze, a Gaetano
da Thiene e a Maestro Cristoforo da Recanati, di leggere senza concorrente.
Pare che ormai non dove avere altra aspirazione che quella di portare a
compimento le Quaestiones de pluralitate intellectus contra falsam et ah onini
ventate remotam opinionem Averroys, per riguadagnarsi la stima del vescovo di
Padova e per ottemperare all'invito del doge Barbarigo, dimostrando falsi e
calunniosi i sospetti che si susurravano in angulis, d’una sua adesione
all'averroismo. Eppure alla distanza di anni dal dottorato in artihus non esita
a sottoporsi agli esami per conseguire il titolo di dottore in medicina.
Promotori furono i suoi colleghi Aquilano, Lorenzo da Noale e Girolamo da
Verona; testimoni i patrizi veneziani Lorenzo Donato e Vincenzo Quirini, e i
maestri dello Studio Pomponazzi e Francanziano. Che cosa l'avrà spinto a
procacciarsi il titolo di medico? e a che cosa poteva giovargli? La risposta
forse potremo trovarla in questa notizia che si legge nei Diarii di Sanudo, a
di 2 zener. Vene li miedigi di collegio di questa terra Venezia, exponendo,
conzò sia che a tempo di le vachation maestro Zuan dell'Aquila, maestro
Nicoleto, maestro Hironimo da Verona et maestro Zerbi legeno a Padoa, venissero
a miedegar in questa terra; per tanto chiedeno, nel tempo stevano dicti medici
qui, facessero l’angarie come Ihoro, sì da pagar il medico in armada etc. E li
fu concesso, et cussi per la Signoria, consulente collegio, fo terminato in
scriptura. Ecco a che cosa dove servire la laurea in medicina: ad andare a
miedegar a Venezia durante le vacanze, facendo concorrenza ai medici del luogo,
sia col fatto di essere maestri di medicina dello Studio patavino, sia perché
questi padovani non facevano le angarie che dovevano fare i medici veneziani sì
da pagar il medico in armada. Lo stipendio di 180 fiorini non pare abbastanza
al filosofo chietino, che, al dire di Pomponazzi, prò uno quadrante perdidisset
hominem, e dove invidiare i guadagni che i colleghi medici traevano, nel
periodo delle vacanze, a Venezia, dall'esercizio della loro arte. Due di essi,
Aquilano e il veronese Torre, erano stati suoi promotori, ed entrambi godevano
di onorata nominanza a Padova e altrove per la loro perizia nel miedegar, sì
che la loro opera era molto ricercata. Ma di gran lunga più celebre era Zerbi,
anch'esso veronese, avversario di Iacopo Berengario da Carpi, che gli muove
gravissime accuse, forse infondate o almeno esagerate. Appena sei anni più
tardi morì di morte efferata, nel viaggio di ritorno dalla Turchia, ove la sua
fama era giunta, recatavi dai veneziani. Padova, Arch. d. Curia Vesc, Acta
graduum Coiraiuto compiacente di questi e altri colleghi, il filosofo chietino
ebbe dunque le insegne di dottore in medicina, conferitegli da Aquilano, e
quattro anni dopo lo troviamo a Venezia a miedegar, in sieme a Aquilano, a Gerolamo
da Verona e Zerbi, ai quali la piacevole compagnia del faceto filosofo non dove
riuscire ingrata. Ma bel gioco dura poco. Ed il primo ad abbandonare il
quartetto fu proprio maestro Nicoletto, il quale fece appena in tempo a
preparare per la stampa il libro che lo fa tornare nelle buone grazie del
Barozzi. A Vicenza detta le sue ultime volontà, e due mesi dopo trova pace
nella tomba presso i Canonici Regolari Lateranensi della stessa città. Sotto al
bel monumento sepolcrale che ora trovasi nella cappella dell'Ospedale Civile di
Vicenza, e già da N. riprodotto in Giorn. Crit. d. Filos. Ital., si legge
questa iscrizione, in cui è fatta speciale menzione della sua ultima opera:
Nicoletus, Philosophus Clarissimus, De animi pluralitate ac felicitate edito
libro, Patavina in Accademia floruit. Obiit Comunemente, quando si parla oggi
d'averroismo, vien fatto di pensare alla dottrina dell'unità dell’intelletto
possibile per tutta la specie umana; la quale dottrina vien designata, con un
vocabolo moderno che si direbbe coniato apposta per accrescere la confusione,
pampsichismo. – GRICE THOSE SPOTS MEAN MENTE MEASLES -- Ma rari sono coloro che
dell'averroismo mettono in evidenza quella tipica dottrina mistica che fu uno
degl’argomenti maggiormente discussi fra gli’averroisti e i loro avversari. E,
ciò che è più strano, ne tacciono sia Mandonnet che Steenberghen nelle loro
massicce diffuse monografìe dedicate a Sigieri di Brabante. Eppure la mistica
averroistica era stata fatta oggetto di ampia discussione da parte di Alberto
COLONIA, d’AQUINO e di Sigieri. Sebbene non fosse stato ancora tradotto in
latino il trattatello De animae beatitudine, essi conoscevano bene il commento
e l'ampia disgressione d'Averroè sul De anima, assai più importante di quel
piccolo trattato, e per chiarezza e per compiutezza. In questo testo del De
anima, s'accenna al problema se è possibile che l'intelletto unito al corpo
arrivi a conoscere le sostanze separate. Ivi Aristotele promette che questo
argomento sarà discusso più tardi; a noi per altro non è giunto alcuno scritto
dello Stagirita nel quale il problema ora accennato sia risolto. AQUINO, dopo
aver dubitato che Aristotele, sorpreso dalla morte, fosse mai pervenuto a trat
Dal volume Umanesimo e MACHIAVELLI Machiavellismo dell'Archivio di Filosofia,
Padova, Editoria Liviana. I Arist., De Anima tare delle sostanze separate, finì
per credere che il problema è risolto dallo Stagirita in un'opera non ancora
tradotta in latino che gl’era stata mostrata Anche Alberto, che a questo
problema dedica il suo De intellectu et intelligibili, ritiene che quest'opera,
rimasta sconosciuta a lui, era ben nota a molti dei discepoli d'Aristotele, i
quali si sarebbero ispirati ad essa in quei numerosi scritti che Alberto ben
conosce e nei quali crede di trovare il fior fiore dell'insegnamento
aristotelico. Neil'intento di chiarire il pensiero di Aristotele su questo
punto, commentatori greci come Alessandro d'Afrodisia e Temistio, o arabi come
Alfarabi, Avicenna ed AbuBaker Avenpace, cercano negli scritti dello Stagirita
quale, a loro avviso, dove essere la soluzione di quel problema, conforme ai
principi della filosofia peripatetica. Averroè, venuto dopo costoro,
intraprende nel commento al De anima, una vivace critica delle loro teorie, in
parte rigettandole e in parte sforzandosi di correggerle. Afrodisia ritene che
l'uomo potesse arrivare alla conoscenza del mondo immateriale mediante la
copulatio dell'intelletto potenziale coll’intelletto agente. L'intelletto
potenziale è, per l'Afrodisio, una semplice preparazione o disposizione
dell'organismo vivente di vita sensibile. L'intelletto agente invece è la causa
prima di tutte le cose, la quale, irraggiando la luce dell'intelligibilità
sulla materia, la plasma e trae dalla potenzialità di essa tutti gli esseri del
mondo corporeo. Questi imprimono le loro qualità dapprima sui sensi esterni; e
per mezzo di queste prime impressioni suscitano l'attività dei sensi interni e
particolarmente dell'immaginativa. L’ATTIVITÀ CONOSCITIVA DEGL’ANIMALI
INFERIORI ALL’UOMO S’ARRESTA QUI. Ma l'organismo umano, sviluppatosi sotto
l'azione dell'intelletto agente, è dotato d'un principio vitale più perfetto
che tende più su. V’è in esso una capacità o disposizione che, per quanto
legata all'organismo vivente, lo porta ad aprirsi una veduta sul AQUINO, De
anima, lez. AQUINO, De imitate intellectus cantra averr., ed. Keeler, Roma,
Pontificia Univ. Gregoriana, Alb. Magno, De intellectu ed intelligibili, I tr.
i, e. i mondo intelligibile. Questa capacità o disposizione è ciò che Aristotelechiamato
l'intelletto in potenza. Soltanto la luce inteUigibile dell'intelletto agente,
la quale avvolge € vivifica tutta la natura, può trarre all'atto questa pura
potenziaHtà. Ma la luce divina dell'intelletto agente attua r intelletto
potenziale per gradi: prima per mezzo degl'intelligibili astratti dai fantasmi
dell'immaginativa; poi per mezzo delle scienze speculative; finalmente, quando
l'intelletto umano è intelletto in atto o in abito, l'intelletto agente, cioè
la luce divina, lo riempie di sé, lo informa e lo rende capace di contemplare
in se stesso il mondo divino dei puri spiriti. Siccome in questo stato
l'intelletto contempla il divino per mezzo del divino stesso, esso è detto
intelletto acquisito. La teoria dell’Afrodisio, con la sua graduale ascesa
della mente umana al divio, che nell'ultimo grado della sua elevazione finisce
per essere deificata, sembra aver sedotto Averroè. Il quale, per altro, ne
scorge acutamente le difficoltà. Se il punto di partenza di questa ascesa verso
il divino è l'intelletto in potenza, e se questo è semplice attitudine
dell'anima sensitiva essenzialmente legata all'organismo del quale subisce le
vicende, bisogna ammettere che una virtù organica, generabile e corruttibile,
vincolata cioè dalle condizioni dello spazio e del tempo – GRICE PERSONA VERSUS
UMANO --, fosse capace d'elevarsi alla conoscenza di ciò che è universale,
libero cioè dallo spazio e dal tempo, ossia dalle condizioni della sensibilità
o, come si dice nel medio evo, della materia – GRICE MATERIALISMO BETE NOIRE
--. Si può bene intendere, fino ad un certo punto, che la causa prima operi,
come causa agente, sul mondo materiale e sull'intelletto potenziale; ma non si
riesce a capire in che modo l'intelletto agente possa farsi forma d'una virtù
organica e renderla simile a sé. L'intelletto acquisito è concetto che non è
punto chiaro. In quanto acquisito parrebbe qualcosa di diverso dal soggetto che
lo acquista; ma non si vede come un soggetto corruttibile possa acquistare e
far suo l'eterno. Per queste ragioni parve ad Averroè che l'intelletto
potenziale NON dove essere ncque corpus ncque virtus in corpore; in altri
termini, la natura di siffatto intelletto vuol essere sciolta da ogni
intrinseco legame colla materia. Sostanza separata esso stesso, l'intelletto possibile
diviene capace di quella ascesa al mondo delle sostanze separate, mediante la
copulatio coir intelletto agente. Anche Abu Nasar Alfarabi s'era fermato a
meditare sul problema posto da Aristotele e sulla soluzione che ne aveva dato
Alessandro. E nella sua opera intorno all'Etica Nicomachea – HARDIE GRICE --,
avendo accettata la dottrina del commentatore greco suir intelletto possibile,
s'era limitato a considerare l'intelletto agente come causa attiva del
passaggio di quello dalla potenza all'atto, e non come forma che s'unisce ad
esso. Invece, nel De intellectu et intelligibili, Alfarabi ammise che r
intelletto possibile, già pienamente attuato dagl'intelligibili tratti del
mondo sensibile, diventa soggetto d'una più intima unione coli' intelletto agente,
dal quale riceve una più copiosa illuminazione che gli dischiude la vista del
mondo sovrasensibile. In questa unione coli' intelletto agente, cui serve di
preparazione l'acquisto delle scienze speculative, e che anche Abu Nasar chiama
intelletto acquisito, intellectus adeptus, consiste la suprema perfezione della
mente umana e la beatitudine finale dell'uomo. Ma Averroè informa, nel De
animae beatitudine, che il povero Abu Nasar, giunto al fine de'suoi giorni
colla ferma convinzione di potere arrivare a questo alto grado di perfezione,
cui s'era apparecchiato procacciandosi tutto il sapere a lui accessibile, come
s'accorse che non c'era arrivato, ha a dichiarare impossibile e vana
l'aspirazione a congiungersi colle sostanze separate, ritenendo ormai favole da
vecchierelle le descrizioni puramente immaginarie che taluni fanno dell'uomo
pervenuto a tale sovrumana altezza – GRICE IN OUR BETTER MOMENTS OF COURSE.
Quest'umile riconoscimento della limitatezza del sapere umano fatto d’Alfarabi,
ormai sul passo estremo, non ha per altro scoraggiato AbuBaker Avenpace. Il
quale, dice Averroè, s'adopera a lungo a risolvere l'arduo problema, senza
perderlo di vista un batter d'occhio. Oltre che nel suo commento al De anima,
Avenpace tratta di questo argomento in molti altri suoi libri, di due dei quali
conosciamo i titoli: Alpharabii, De intellectu, nell'edizione di Avicenna,
Opera per canonicos emendata. Venezia, eredi di Scoto. Il trattatello è stato
ristampato nella traduzione latina da GiLSON, Archives d'hist. doctr. et litt.
au moyen 8ge. N., introduzione ad Aquino, Trattato sull'unità dell'intelletto
contro gli averroisti, Firenze, Sansoni, Nifo, In Averrois de animae
beatitudine, Venezia, eredi dì O. Scoto Avere., De Anima, comm., digress. r
Epistula de perfectione, e il Tractatus de copulatione. Anche la teoria di
questo pensatore si ricollega strettamente a quella di Alessandro e d'Alfarabi,
per quanto concerne la natura dell'intelletto potenziale e nel ritenere che
alla conoscenza delle sostanze separate si possa giungere per mezzo del sapere
speculativo, ossia della progressiva attuazione dell'intelletto, in potenza.
L'atto col quale l'intelletto umano dal sapere scientifico s'eleva alla
conoscenza dei puri intelligibili separati, potrebbe dirsi un atto di superastrazione,
col quale dai concetti astratti – GRICE ABSTRACT ENTITIES --, ricavati dalla
realtà sensibile, s’astrae quella pura essenza intelligibile che è semplice e
identica per tutte le menti: Et cum philosophus ascenderit alia ascensione,
considerando in intellecto inquantum intellectum, tunc intelliget substantiam
abstractam. Sembra, per altro, che Abu Baker si mostra alquanto perplesso in
merito a questa suprema ascesa, che dove coronare gli sforzi di chiunque è
giunto in possesso di tutto lo scibile filosofico; e che egli, nell'Epistola de
perfectione, la ritene possibile non tanto pello sforzo della natura umana,
quanto piuttosto per un aiuto divino: intellectio istius intellectus est de
possibilitate divina, non de possibilitate naturae. Ad ogni modo, la maggiore
difficoltà, che travaglia anche la teoria di Alf arabi e d'Avenpace, consiste
nel punto di partenza, cioè nell'aver considerato l' intelletto potenziale
generabile e corruttibile, come l'aveva ritenuto Alessandro d'Afrodisia. Non
così possiamo dire di Temistio. Per questo parafraste bizantino d'Aristotele,
com'è stato inteso da Averroè, l'intelletto potenziale è immateriale – GRICE
METHOD PHILOSOPHICAL PSYCHOLOGY FUNCTIONALISM MULTIPLE REALISABILITY --, uno ed
eterno, al pari dell'intelletto agente che n'è la forma. Il problema che
concerne Temistio, è un altro. Se l'intelletto potenziale è uno e ingenerabile,
ed uno e ingenerabile è l'intelletto agente; e se il primo è tratto dalla
potenza all'atto e diventa intelletto speculativo per r informazione del
secondo, non si riesce a vedere come il concorrere di due cause eterne possa
dar luogo ad un effetto generabile e corruttibile, qual' è il mio individuale
atto d' intendere, susseguente, in particolari contingenze di 8 MuNK, Mélanges
de philosophie, Parigi AvERR., /. e, p '0 AVERR. tempo e d'ambiente, al non
intendere, e diverso dall'atto col quale altri intende quel che non intendo io.
Nel pieno congiungimento dell'intelletto potenziale con l'intelletto agente
consiste anche per Temistio il più alto grado di perfezione raggiungibile
dall'uomo; ma il bizantino non spiega perché questo congiungimento avvenga
soltanto alla fine e non al principio dello sviluppo intellettuale dell'uomo;
egli cioè non spiega perché l'intelletto agente, fin dal primo momento della
sua unione all'intelletto possibile, non attua tutta intera la potenzialità di
quest'ultimo, se è vero che gì'intelligibili, come pensa Temistio con Platone,
anzi che tratti dalle immagini sensibili – GRICE CIRCLE SUBLUNARY CIRCLE --, sono
irraggianti dall'intelletto agente su quello potenziale. A risolvere le
difiìcoltà contro le quali urta d’un lato la teoria d'Alessandro e dall'altro
quella di Temistio, il commentatore arabo pone questi fondamenti. Anzi tutto,
l'intelletto che è soggetto del pensare, in quanto questa funzione conoscitiva
si differenzia dal sentire – GRICE POTCH AND COTCH --, non può essere e quindi
al privatum examen per ottenere il dottorato in medicina. Ecco il verbale di
quest'ultimo atto, rimasto ignoto a Ragnisco il quale, confondendo col Vernia
Nicolò Manupello, egli pure da Chieti e parente del Vernia, ritene che questi
si fosse laureato in filosofìa: A nativitate Domini nostri Jesu Christi sic.
Indictione, in loco solito examinum. Privatum examen et Doctoratus in facilitate
Medicinae Clarissimi Artium doctoris Domini Nicoleti Verniatis, theatini,
ordinariam philosophiae legentis absque concurrente, examinati per Sacrum
collegium artium doctorum, corani venerabili Domino presbytero Antonio de
Malgarinis, cathedralis ecclesiae paduanae Mansionario, in hac parte Vicario,
in assistentia spectabihs domini Butironi, Rectoris, approbati unanimiter et
concorditer ac nemine penitus discrepante, sub promotoribus Domino Joanne
Aquilano qui de dit insignia prò se ac Dominis Laurentio de Noali et Hieronymo
de Verona. Testes. D. Laurentius Donato, Camerarius. D. Vicentius Quirino,
artium scholaris. D. M. Petrus de Mantua D. M. Antonius Trachantianus In questo
atto da me veduto Arch. d. Curia Vesc, e gentilmente trascrittomi da Barzon, il
dottorato di Maestro Nicoletto è fissato. Ma che si tratti d'un semplice lapsus
dell'estensore è provato dal fatto che l'atto immediatamente precedente porta
altra data. Inoltre, cade in giovedì, e non martedì. Infine, Pomponazzi non
pcteva fare da testimone, perché lascia Padova, e vi fa ritorno solo dopo la
morte di Vernia. Ma forse non si tratta d’errore, bensì dell'aver computato il
principio a nativitate Domini. Notevole nell'atto riferito è poi la presenza,
fra i testimoni, di Donato e Quirini. Il primo era un patrizioveneziano, e a
lui, questore a Padova, Nifo, alunno di Vernia, dedica il prologo d'Averroè
alla fisica, stampato in fine del commento dello stesso Nifo alla destructio
destructionum dello stesso Averroè. Del secondo, al quale Nifo a Padova e da
Salerno ostenta il suo particolare e interessato attaccamento, faremo cenno
piìi giti. Ma potrebbe anche darsi che il motivo che spinge il filosofo
chietino ad ddottorarsi fosse un altro. Leggiamo infatti nel Sanudo che i
veneziani si lagnarono in collegio perché Aquilano, maistro Nicoleto, Girolamo
da Verona e Zerbo, che leggevano a Padova, durante le vacanze andao a miedigar
in questa terra, cioè, a Venezia, e non applicano ai clienti le angarie di
legge che dovevano far pagare i medici di Venezia, a prò del medico
dell'armata. Pare che a quei tempi l'esercizio della filosofia desse guadagni
più vistosi della teologia; e a maistro Nicoleto dovevano far gola. Ma comincia
pella filosofia padovana un periodo di crisi che coincide colla partenza di
POMPONAZZI. Questi, messo a dura prova dalla concorrenza di Nifo, dove sentirsi
spronato ad accogliere un invito che gl’era fatto d’andare a stabilirsi alla
corte di Alberto Pio a Carpi. E egli rinunzia alla cattedra e chiede licenza
d'andarsene, adducendo a motivo i suoi personali interessi. Questo risulta dal
decreto del Senato veneziano Venezia, Arch. di Stato, Senato terra, Reg.:
Renuntiavit niiper eximius doctor D. Petrus de mantua lecturae ordinariae
philosophiae gymnasij nostri patavini, cuius retinebat primum locum; et hoc
impulsus privatis suis negotijs. Sicché i sapienti del Consiglio e della Terra
ferma, nella necessità di provvedere alla cattedra rimasta vacante, nominarono
a succedergli Agostino Nifo, qui erat concurrens ipsius. D. Petri de mantua
secundo loco, promovendolo al primo, col salario di 90 fiorini, e dandogli come
concorrente, ad secundum locum, il famoso e a tutti gratissimo dottore
Fracanzano, vicentino, de cuius sufficientia et doctrina litterae Rectorum
nostrorum Paduae dant amplum testimonium, coll'annuo salario di 80 fiorini. Ma
Nifo non valeva il Pomponazzi, e d'altra parte risulta che non sappiamo per
quali ragioni, se per motivi di stipendio o per attriti col Fracanzano, ad un
certo momento taglia la corda. Sì che il Senato veneziano, in seguito a
rapporto del rettore degl’artisti di Padova, considerando che maestro Nicoletto
ob suam ingravescentem etatem continue non potest legere, quamvis ob eius
sufficientiam est valde gratus omnibus scolaribus, et quoniam illam lectionem
alias legebat D. Augustinus de sessa cum florenis 90 in anno, vir apprime
sufficiens et gratus illis scolaribus, qui libenter veniret ad legendum, decide
che Nifo sia condotto di nuovo con fiorini 120, ed abbia a concorrente lo
stesso Fracanzano (Reg.). Questi s'era addottorato in artibus, era stato
assunto alla lettura della logica, e questa cattedra occupa ancora Padova,
Arch. della Curia, Acta grad.); aveva conseguito la laurea, e quindi assunto
alla cattedra straordinaria di filosofia che occupa (Arch. d. Curia). Fu
promosso alla cattedra ordinaria secundo loco. Ben poco ci è noto anche del suo
indirizzo filosofico. Di scritti di lui a stampa N, non conosce che le
Quesiiones in consecutiones Stradi ac de sensu composito et diviso, pubblicate
nel volume del faentino Vittori, In Tysberum DE SENSV composito ac diviso cum
eiusdem collectaneis in suppositiones NICOLETTI. Nec non Tractatus Alexandri
Sermonete, Bernardini Petri de Landìtciis, Pauli Pergulensis et Baptiste da
Fabriano in eundeni Tysberum. Item qiiestiones Frachanciani Vicentini in
consecittiones etc. Venetiis, impensa heredum q. Oct. Scoti, e dedicate a
Sermoneta. Esse appartengono senza dubbio al periodo nel quale Fracanzano fu
lettore di logica. Di opere manoscritte N. ne conosce invece due. Una è nel
cod. Ashburn nella laurenziana di Firenze con titolo: Excellentissimi Doctoris
Domini fracantiani Vicentini de casu et fortuna fatoque quaestiones incipiunt.
L'altra è nel codice Vat. lat., e porta questa intestazione: Tractatus
proportionalitatum Domini fracantiani Vicentini di ff. io. È scritta di mano
d'un allievo, che probabilmente è Accorumboni o Accoramboni da Gubbio. Ecco
quanto scrive questo alunno: Finis Tractatus proportionum Fracantiani,
praeceptoris mei, qui legit patavii ordinariam philosophiae. Ego vero eram tum
bacchalarius ordinarius in studio patavino. Pontifex erat prope bononiam cum
exercitu, ut dominum iohannem expelleret. Niente son riuscito a sapere del
commento inedito In Physicorum di cui parlano i Memorabili di Schio nella Bibl.
Bertoliana di Vicenza, e che era posseduto da Querengo. Interessante è quanto
riferisce Sanuto, come furon ricevuti a Venezia in collegio maestro de Starniti
teatino et maestro Zerbo, doctori, lezeno a Padoa in philosophia, insieme col
retòr di scolari artista, con commission dil collegio di doctori; et forno
alditi in contraditorio con maestro Fraganzan, dotor vicentin, leze in
philosophia, qual non voria aver concorente inferior a lui, né vorìa essi
doctori esso in nel collegio di doctori. Or fo gran parole, e scrito ai retòri
di Padoa, dagi Information. N. non conosce l'esito di questa bega; ma è certo
che l'insegnamento della filosofia a Padova versa in gravi condizioni. Nifo se
n'era andato, e non fa più ritorno a Padova, ove non gli mancano gl’appoggi di
potenti amici, ma dove aveva dovuto cozzare altresì contro l'avversione di
maestri e scolari. Poi era morto maestro Nicoletto, che a Vicenza fa l'ultimo
suo testamento, e con lui spariva dalla scena padovana la figura forse più nota
fra gli studenti di filosofia e più popolare pelle sue bizzarrie. Nessun
maestro di qualche rilievo occupa più le cattedre di filosofia. Di ciò ha a
preoccuparsi il senato veneziano nella seduta Senato terra, Reg.. A succedere a
Vernia fu perciò richiamato Magister Peretus de Mantua, vir singulari doctrina
preditus et studentibus gratus, con 180 fiorini di salario; per concorrente gli
fu assegnato Fracanzano, vir doctissimus, qui legit, quando fu nominato lettore
di logica; e poiché il vicentino ricusa l'ufficio di concorrente col salario di
80 fiorini, fu deciso di portarlo a 130, onde possit legere contentus et facere
bonam concurrentiam. Alla cattedra straordinaria di filosofia fu accettato il
bolognese Bacilieri, discepolo, amico e collega di Achillini, del quale porta a
Padova le dottrine. Egli aveva dovuto lasciare la città natale, in seguito alla
sospensione per un quinquennio inflittagli da quel Collegio dei filosofi. E
forse Bacilieri dove fare da concorrente al Peretto, quando Fracanzano entra al
seguito di Corner, che, elevato alla sacra porpora, ha ancora bisogno d'andare
a Padoa a studia Sanuto. Ma ritornato sulla sua cattedra il Fracanzano, e
ripreso il suo posto di concorrente di Pomponazzi, Bacilieri lascia Padova per
Pavia N. Sig. di Brah. nel pens. del Rinasc. ital.. Nella stessa delibera si
trova ancora: Demum legit in dicto gymnasio iam annos sexdecim dunque dall'anno
scolastico quando Trapolin salì sulla cattedra di filosofia quale straordinario
Magister Petrus trapolino, qui est onustus ingenti numero filiorum, et habet
florenos 250 de salario in anno, quod exiguum est respectu laborum quos
sustinet in legende. Ideo captum sit quod dicto magistro Petro addantur floreni
quinquaginta, ita quod habeat de salario trecentos in anno et ratione anni,
attento presertim quod eius concurrens che era Zerbo habet fiorenos sexcentos
de salario in anno. Con questa delibera del consiglio veneziano che vigila
sulle sorti dello studio patavino la crisi della filosofia padovana era avviata
a una felice soluzione. Intanto venivan su ottimi elementi, alunni dei maestri,
che, appena addottorati e taluno anche prima, salivano sulla cattedra. Così
s'addottora in artihus Molino, da Rovigo, alunno di Pomponazzi e di Trapolin
che al dottore confere le insegne, e nel verbale di dottorato troviamo annotato
che egli era già stato deputato ad lecturam dialecticae Arch. d. Curia Vesc.
S'era addottorato in artihus il veronese Burana, e un anno dopo lo troviamo
ordinario di logica. Il veronese Plumazio, già alunno del Nifo, fu chiamato ad extraordinariam
philosophiae lecturam. Anche Trapohn, al quale conferì le insegne di dottore in
artibus il padre, troviamo che electus est ad lecturam publicam logice. Fu
promosso straordinario di filosofia naturale. E dopo la laurea, anche questa
volta promotore. D. Petro Trapolino GENITORE suo qui dedit insignia e fra i
testimoni era Contarini, passò alla scuola, collega del padre e, come questo,
collegiato. S’addottorò in artibns delle Pelli Negre da Troia in Puglia,
promotore Trapolin, ed anche egli era già stato eletto ad MORALEM PHILOSOPHIAM
– GRICE AND THE WHITE CHAIR OF MORAL PHILOSOPHY AT OXFORD --- publice legendam.
S'addottorò Bagolino di cui abbiamo udito l'elogio fatto da Avanzo e del quale
è ben nota la carriera scolastica. S’addottorò in artihus Zimara, promotore
ancora Trapolin, e comincia a insegnare prima logica, poi filosofia. Conseguì
il dottorato in artihus Fracastoro, anch'egli già ad lecturam logice deputatus.
Proprio in questi anni, affluiscono a studiar filosofia a Padova membri delle
più ragguardevoli famiglie patrizie veneziane. Primi fra tutti Quirini,
Gradenigo, Taiapietra, Moro, Marcello, Contarini, Tiepolo, Surian, Contarini, e
Venier. Quirini, ancora artium scholaris, figura in vari atti di dottorato come
testimone; ma recatosi a Roma, vi sostenne le conclusion nella chiesa dei Santi
Apostoli, presenti Bembo e l'oratore veneziano Zorzi, e fu addottorato in
artihus da Alessandro. Il suo esempio seguirono anche Taiapietra e Tiepolo,
addottorati essi pure a Roma, dopo avervi disputato le loro brave conclusion da
Giulio II, Sanudo; Bembo, Opp., Venezia. Invece Marcello, ch aveva sostenute ai
Frari, a Venezia, alcune conclusion Sanudo, s'addottorò in artihus a Padova,
promotore Trapolin, e gli fecero da testimoni Foscarini, vescovo di Città Nova
e ancora studente di diritto, Barbarigo, primicerio di S. Marco, e Pomponazzi
Arch. di Curia Vesc. Del dottorato in artihus di Mocenigo, discepolo di
Pomponazzi, N. trova questo verbale, indictione. Privatum examen in artibus, in
loco solito examinum, per venerandum collegium artium doctorum, et comprobatio
unanimiter et concorditer ac nemine penitus discrepante, in assistentia
Spectabilis. D. Pauli Zerbo Rectoris, coram Reverendo d. Ludovico de rugerijs
vicario. Et deinde in medio cathedralis ecclesiae, assistentibus Mocenigo
praetore, patruo, et Paulo Trivisano equiti, praefecto urbis, avunculo, et
aliorum praestantissimorum doctorum scholarium civium et praelatorum corona,
per R.mum D. Episcopum, eius domino Vicario recitante, pronuntiatus fuit Doctor
in Artibus M. cus et doctissimus vir. Mocenigo, natus mi D. Leonardi, fili olim
Serenissimi principis Venetiarum Mocenici, post longas lucubrationes et
scholasticos labores et publicas disputationes ac varia virtutis et doctrinae
suae experimenta. Cui tradita fuerunt insignia per Excell.mum artium et
medicinae doctorem, D. Magistrum Petrum trapolinum prò se ac Dominis Magistris
Ioanne de Aquila, Symone Estensi, Hieronymo de foelicibus ac Bernardino
Spirono. Testes: D. Laurentius Venerio, D. Suriano, Contareno, artium
scholares. È notevole che anche qui s'accenni a pubbliche dispute, tenute
verosimilmente a Padova e a Venezia, delle solite conclusion. S'addottora in
artibus Gradenigo, ed ebbe a testimoni il Magnifico G. Batt. Memo, suo zio e
podestà di Padova. S'addottorò in artibus Foscarini, promotore Montagnana; fu
eletto lettore di filosofia nelle scuole di Rialto a Venezia, al posto di
Giustinian nominato ambasciatore (Sanudo). S'addottorò parimente in artibus
Venier, el Gobeto, del quondam Marino procurator di S. Marco, e gli furon
testimoni Corner, padre del Cardinale e podestà di Padova, Trevisan, capitanio,
Surian e Polani Arch. Cur. vesc. Prima del dottorato a Padova, egli aveva
tenuto le sue conclusion ai Frari in Venezia, disputando per più giorni con
Bragadin, lettore di filosofia, con Badoèr, dottore e cavaliere, con Zorzi,
anch'egli dottore, e con alcuni frati Sanudo. Fu la volta di Moro di Marino,
che ebbe a testimoni Molin, podestà di Padova, Trevisan, capitanio, i due
celebri scotisti francescani Trombeta e Ibernico, lettori nelle scuole del
Santo, e Pomponazzi Arch. Cur. Vesc. Anch'egli aveva tenuto le conclusion ai
Frari, qual'è impresse Sanudo. E finalmente Surian, nipote del patriarca dello
stesso nome, dopo una disputa pubblica di due giorni a Padova e di un giorno ai
Frari a Venezia Giorn. Crii. d. Filos. Hai., ebbe le insegne di dottore in
artibus da Speroni, prò se ac Dominis Magistris Ioane de Aquila, Benedicto de
Odis, Trapolino, Maripetro, Antonio de Faenza, Francisco ab Equis, Petro de
Mantua, Carrano et Carolo de lanua compromotoribus suis Arch. Cur. Vesc. Dal
qual verbale appare che Pomponazzi, forestiero, era stato aggregato al collegio
dei filosofi di Padova, Dallo stesso Archivio della Curia Vescovilesi rileva
che xA.ntonio D. Petri Trapolini ricevve la prima tonsura dalle mani del
vescovo Barozzi, il quale venne a morte di lì a poco. Questo figlio del
Trapolino fu avviato allo studio del diritto, e, dopo alcuni anni di vita
dissipata, rimessosi sulla buona strada, professa Decretali e diritto civile a
Padova. Ma morì se sono esatte le notizie raccolte da Facciolati Fasti Gymnasii
Patavini. Divenuto un fiorente centro d’intesa vita intellettuale, lo studio di
Padova attira, oltre la nobiltà veneziana e studenti di molte parti d'Italia,
molti studenti d'oltralpe. Fra coloro che vi sostarono è da ricordar Copernico,
che, già studente di diritto e quasi certamente anche dell’arti a Bologna, a
Padova fu studente e a Padova certo non può aver trascurato lo studio della
matematica e dell'astronomia. A Padova avevano insegnato queste scienze
Peurbach e Regiomontano, ossia Muller di Kònigsberg, e dipoi Capuano di
Manfredonia, i quali avevano discusso le osservazioni di Tolomeo e quelle di
Albategni in rapporto ad una revisione, che si rende ogni giorno più
necessaria, delle tavole alfonsine. Si parla anche della fama di profondo
matematico goduta da Trapolin, considerato nientemeno che il primo matematico
del suo tempo, sì che per questa sua fama accorrevano a Padova, avidi
d'ascoltarlo, scolari d'ogni nazione Vedova, Biogr. d. Scrittori Padovani.
Alunno di Trapolin e Pomponazzi era stato il mantovano Tiriaca che s'addottorò
in artihus, promotore Trapolin che gli conferì le insegne, e testimone il
Peretto suo concittadino. Egli tenne la cattedra di matematica e astronomia con
tanto plauso che, avendo dato le dimissioni, bandito il concorso per dargli un
successore, quando gli studenti seppero i nomi degli aspiranti a quella lettura
presero ad agitarsi e chiesero che Tiriaca fosse richiamato sulla cattedra,
come fu fatto con deliberazione del Senato veneziano. È arduo pensare che
Copernico non l'abbia avvicinato e si sia disinteressato dell'insegnamento del
maestro. Un confronto dei ritratti di Copernico, e specialmente
dell'autoritratto, col matematico seduto e intento a tracciare un disegno nel
quadro del Giorgione i tre filosofi , l'ha indotto a credere a N. che questo
sia proprio Copernico, studente a Padova. Volgendo le spalle a Tolomeo e
all'arabo Albategni, egli è rappresentato dal pittore di Castelfranco Veneto,
al centro ideale e prospettico del quadro, nell'atto di scrutare la natura che
ha dinanzi e di volgere le spalle ad un sapere che sta per tramontare. Trapolin
era a Venezia, presente alle solenni esequie fatte a Sabellico nella chiesa di
S. Stefano. Egnazio fece l'orazione funebre dell'amico umanista deceduto,
Sanuto, Vili. Pomponazzi, circondato dalla stima e dall'affetto dei suoi alunni
e dei colleghi rinnova l' ingaggio de firmo et unum de respectu; e in
quell'occasione il Senato gli aveva portato lo stipendio dai 180 ai 250
fiorini, motivando l'aumento colla singolare dottrina del filosofo e coi
bisogni della numerosa famiglia da À mantenere Venezia, Arch. di Stato, Sen.
terra, Reg. Quanto alla numerosa famiglia, sappiamo che sotto Natale egli si
sposa con Cornelia di Francesco Dondi dell' Orologio, dalla quale aveva avuto
una o forse già due figliolette. Per parlare di numerosa famiglia bisogna
pensare che egli avesse a carico altri parenti. Tanto più che lo stesso motivo
del bisogno in cui versa pella famiglia numerosa sarà addotto da Peretto per
chiedere un nuovo aumento in occasione del rinnovo dell'ingaggio. Lo stipendio
questa volta gli fu portato a 370 fiorini. Le cose dello studio patavino
procedevano dunque a gontie vele, e quando, ad Achillini costretto a fuggire da
Bologna pella caduta dei Bentivoglio dei quali era fautore, fu offerta la
cattedra di filosofia naturale, secundo loco, che era stata del Fracanzano,
morto; si che il bolognese si trova ad essere concorrente di Pomponazzi. E in
disputa tra loro al circolo dei filosofi, al portico pretorio, fra il palazzo
della ragione e il Bò, li ritrasse ambedue al vivo Giovio, il quale era alunno
del Peretto, e a Padova rimase fino a quando fece ritorno a Pavia. Ma la serenità
che Bologna invidia a Padova non dura a lungo e un violento uragano s’abbatté
su questa, quando, pel furore totius fere Europae virium in Rem Venetam
conspirantium, come con bella frase si legge sulla tomba del doge Loredan nella
chiesa di San Zane e Polo, Venezia corse pericolo mortale e le milizie
imperiali occupano Padova. Sembra che proprio lo stesso giorno dell'entrata dei
tedeschi in Padova, morisse, non saprei in quali circostanze, Trapolin. E fu
certo ventura per lui che, giacendo nella pace del chiostro di S. Francesco,
ov'era la tomba della famiglia Trapohna nella stessa chiesa riposa
Roccabonella, non ebbe a vedere lo scempio della città, il saccheggio della sua
casa e la sciagura dei suoi congiunti ed amici. All'avvicinarsi del nemico i rettori
della città e il consiglio cittadino, formato di 16 deputati, discussero a
lungo s’arrendersi o resistere. E parlò Trapolin, che si voleno tenir pella
Signoria, e non si dar al re di romani, si non vedono mazor exercito eh'1
nostro a preso Padoa, ben non voleno danno, ni el nostro campo entri in Padoa,
dice Sanuto. Vili. Ma le difese veneziane eran deboli, e Padova cade. Vi fu un
principio di saccheggio, ma una grida rassicur i cittadini; fu formato un
governo provvisorio di notabili padovani, e l'ordine fu ristabilito Sanudo,
Vili. Di questo governo fa parte anche Trapolin, Bagaroto, lettore di diritto e
Conte. Qualche settimana dopo insieme ai predetti fa parte di questo governo
provvisorio anche un altro dottore padovano, Lion Sanudo. L'ordine relativo che
regna in Padova consentì che i professori dello studio continuassero a svolgere
i loro corsi e a fare esami. Così mi risulta che Pomponazzi era promotore nel
dottorato di Alvise da Brescia Arch. ant. dell'Univ., Sacro Collegio dei
filosofi. Ed altri esami si tennero anche nei giorni successivi. Ma i veneziani
mal si rassegnano alla perdita di Padova, anche perché sapevano che non pochi
padovani non se la prendevano poi tanto calda per Venezia, e ricordavano che
nel tentativo di Marsilio da Carrara non pochi l'avevano favorito, e la
Signoria per dare un esempio memorabile, FA IMPLICCARE UNA SESSANTINA DI
PERSONE, fra le quali l'avo di Alberto e di Pietro Trapolin. Perciò
s’affrettarono a ricuperare la città, affidando l' impresa a Gritti. Entrate in
Padova, le milizie veneziane si dettero a saccheggiare le case dei fratelli
Trapolin e di altri padovani, compromessi o sospetti, mentre Alberto, col
fratello Roberto e con Conte, s'asserraglia nel palazzo del Capitanio, ove
fatto prigione fu mandato a Venezia, coi suoi compagni, per render conto del
suo contegno verso la Signoria. È appunto col ritorno dei veneziani che
cominciarono i maggiori guai per Padova. Nell'elenco delle case saccheggiate
che menziona Sanudo Vili, figurano quelle dei fratelli Alberto, Roberto e
Nicolò Trapolin, e quella di Francesco loro nipote, e figlio del u quon m dam
maistro Pietro. La stessa casa di maestro Pietro, ove vive la vedova Maria, coi
figli Giulio, Alessandro ed Alba, non fu risparmiata, e pare che in questo
saccheggio andassero distrutti per intero le opere manoscritte e i corsi di
lezioni da lui tenute. Sanudo poi informa che anche Julio Trapolin, fo fiol di
missier Piero, fu fatto prigioniero e dal capitanio di Padova spedito a Venezia
con altri compagni per esser giudicato. Ma anche ripresa dai veneziani, Padova
rimane sotto la minaccia degl’imperiali che ne occupano i dintorni immediati e
tentarono di fare di nuovo irruzione in città. Soltanto i tedeschi levarnoo il
campo. Intanto l'università riceve un fiero colpo: maestri e studenti
cominciarono a prendere il largo, e taluni non vi ritornarono piìi, altri
soltanto più tardi. Fra quelli che NON ritornarono, è POMPONAZZI. A dir il
vero, gli era morta la moglie ed era rimasto con due bimbette ancora in tenera
età. Forse dopo essersi in fretta riammogliato con Ludovica del nobile Pietro
da Montagnana, cittadino padovano che ritengo abitasse nella contrada di S.
Lucia, lascia Padova colla famiglia, forse per riparare a Mantova, portando con
sé il ricordo dello studio patavino, delle battaglie chev'aveva combattuto,
degl’alunni che a lungo gl’attestarono la loro devozione, primi fra tutti
Bonamico da Bassano, Gaspare e Marcantonio Contarini, e dei colleghi, e in
particolare di quello che era stato suo maestro e poi caro amico, Trapolin.
Invece Zimara da S. Pietro in Galatina già ALUNNO E POI FIERO AVVERSARIO –
GRICE STRAWSON – di Pomponazzi, dopo aver girovagato in patria, a Salerno e a
Napoli, vi fa ritorno. Non è esatto per altro che lo studio venisse chiuso,
poiché dagli Ada graduimi dell'Archivio della Curia Vescovile risulta che, per
esempio, fa il dottorato in artibiis Binno de'Tomasi figlio di Maesto Jacopo
veneziano, ed ha le insegne da Genua; s'addottora ugualmente in artibus
Oldoino, e fra i testimoni era Genua figlio del dottore Nicolò; ebbe le insegne
di dottore pure in artibus il Magnifico e generoso Francesco del fu Chiarissimo
Morosini, promotore lo stesso Genua, e testimoni i Magnifici Spinelli
partenopeo, dottore cavaliere, conte di Cariato e oratore massimo di Sua Maestà
Cattolica, Pietro Duodo, podestà di Padova, Alvise Emo, Capitanio, nonché i
Reverendi Contarini, dottore in artibus, in teologia e in decreti, e
Giustinian, canonico patavino. Ed altri dottorati ebbero luogo, come può
vedersi negli stessi Ada della Curia Vescovile e in quelli più volte ricordati
dell'Archivio antico dell'Università, per quanto lacunosi. Certo è, per altro,
che la attività dello Studio, sia per il minor numero degl’alunni, sia per
scarsità di maestri, fu assai ridotta fino alla ripresa. Nel quale anno,
troviamo il dottorato in artibus di Speronello figlio dello Spettabile ed
esimio dottore Bernardino Speroni, nobile padovano, presenti come testimoni i
Magnifici Donato, podestà, e Loredan, degnissimo capitanio, non che i nobili veneziani
Almorò Donato, Venier, e Giacomo Loredan. Dopo la deportazione a Venezia dei
fratelli Alberto e Roberto Trapolin, del loro nipote Giulio, lìglio di Pietro,
e degli altri che s'erano compromessi nei fatti di Padova, più di 100 per
sospetto, oltra li ritenuti (Sanudo), fu fatto il processo a carico di Trapolin
fratello di misier Piero dotor excellentissimo, el qual Alberto era di XVI al
governo di Padoa, homo di gran inzegno, et anche suo avo fo apicato a Padoa a
tempo di la novità di misier Marsilio di Carrara, di Conte, fato cavalier per r
imperator presente novitev, di Bertuzi Bagaroto, dotor, qual lezeva publice in
iure a Padova et havia 300 ducati all'anno della Signoria, era richo e famoso,
e di Giacomo da Lion dotor, el qual fé' la oration a l' imperator l'orazione è
riportata da Sanudo, Vili quando se deteno padoani, ne la qual dice gran mal
de'venitiani. Il Consiglio dei X con la Zonta fu implacabile con questi
padovani, che vennero impiccati. Sanudo, che ci dà alcuni particolari della
loro impiccagione, e' informa anche che i loro beni furono confiscati, e
aggiunge: Restane a spazar li altri padoani Della fine di Trapolin e dei suoi
compagni parla anche il vicentino Porto, che assistè al supplizio Lettere
storiche per cura di Bressan. Firenze, Le Monnier, lettera a Savorgnan. Di
Trapolin dice che era profondissimo filosofo e teneva alquanto dell'epicureo,
sì che pare che non accetta con tanta riverenza, né con tanto desìo le cose
sante dette da'religiosi con quanto gli altri fanno; ma taciturno, ovvero
dicendo alcuna fiera parola contro i Viniziani, aspetta l'ora del fine suo. E
dinanzi alle forche, voltato messer Bertucci a Trapelino disse: Ecco il legno
della nostra croce. Ecco risponde egli il luogo dove la nostra innocente vita
d’una ingiusta morte sarà terminata. Pare invece che Roberto e Nicolò, altri
fratelli di Pietro, e il figlio di questo, Giulio, se la cavassero a buon
mercato. Poiché di Nicolò ci vien narrato Papadopoli, Hist. gymnasii patav. che
anda in Germania al seguito dell'Imperatore Massimiliano, da cui ebbe onori, e
quindi si mise al servizio di Carlo V, prese parte all'espugnazione di Tunisi,
della quale scrisse la storia; infine si riconcilia con Venezia, e potè
ritornare a Padova, ove morì. Di Roberto Trapolin consta Padova, Arch. di
Stato, Estimo, Polizze della Città, Polizza che si trova ad bavere 5 fioli, 4
menori, de li quali tre fiole da maridare e che egli era confinato in Venetia,
dove sto egli dice um spesa, né posso veder li fatti miei et convegno pagar uno
fator et ogni cosa me va in ruina. Egli era già morto poiché, Trapolin
de'Trapolin suo figlio presenta a nome degl’eredi la prescritta dichiarazione
all'ufficio dell'estimo. Di Giulio consta che, insieme al fratello Alessandro,
ebbe procura dalla madre. Maria del fu Francesco de'RoselH, nella causa che
questa intenta per l'eredità paterna. Gli stessi Giuho e Alessandro compaiono
ancora insieme alla madre nel contratto di nozze della loro sorella Alba col
nobile padovano Gaspare del fu Buzacarini, abitante nella contrada di S.Agnese
Padova, Arch. di Stato, Sez. notar., Not. Bragadin. Ma Giulio morì l'anno
stesso in cui sarebbe morto l'altro fratello, Antonio, secondo Facciolati, e fu
sepolto a S. Francesco, insieme al padre, prima che la tomba di famiglia dei
Trapolin divenisse proprietà dei nobili De Lazzara, figli di Marina Trapolina,
che non è detto in quali relazioni di parentela è col filosofo e i suoi eredi
lac. Salomonio, Urbis patav. Inscriptiones, Padova. Alessandro invece era
ancora vivo, quando, insieme a M. Antonio e Pietro, nipoti del filosofo,
provvide a far trasportare nella chiesa dei Carmini le ossa del padre e della
madre e di altri suoi maggiori, in una tomba che avesse da accogliere lui e
tutti i suoi, come si legge nelr iscrizione riportata dagli storici di Padova
PapadopoU, Hist. gymnasii patav.; anzi, dalla già citata Polizza dell'Estimo
risulta ancor vivo. E Francesco Trapolin, che sull'esempio paterno insegna a
Padova prima la logica, indi la filosofia naturale. I documenti padovani
tacciono di lui, dopo il saccheggio della sua casa. Può darsi ci sia qualcosa
di vero nella notizia raccolta anche da Portenari, Della jelic. di Padova, che
egli anda a legger a Firenze. G. Cesare Scaligero, De subtilitate, dist.,
pretende di sapere che Francesco Trapolin, precettore di Pomponazzi, che anche
un'altra volta BORDONE chiama suo precettore, muore per aver mangiato un
intingolo ove la domestica mette della cicuta invece di prezzemolo. Se non che
precettore di Pomponazzi non fu Francesco Trapolin, ma Pietro, il padre.
BORDONE, addottorato in artihus a Padova, mostra, anche per questa confusione,
di riferire una voce raccolta per sentito dire. Certo è invece, per
l'attestazione dell'Estimo citato Polizza , che la nobele madonna Maria
Trapolina era tutrize et gubernatrice de i fioli del q. messer Francesco
Trapolin, q. m. piero. A questa data dunque Francesco era morto. E forse suo
figlio, se non di Alessandro o di Giulio, potrebbe essere quel Pietro Trapolin
che figura come nipote nell'epigrafe sepolcrale dei Carmeni e fa denuncia dei
suoi beni all'ufficio dell'Estimo Polizza. Costui è sicuramente l'autore delle
lettere a Mussato nel Ms. della Biblioteca del Seminario di Padova. A questo
figliuolo Pietro Trapolin aveva trasmesso, col conferimento delle insegne dottorali
in filosofia, il meglio della sua arte, ed egli avrebbe dovuto custodirne
l'eredità spirituale. Invece l'oblio colse il figlio anche prima del padre.
Poiché se di quello resta appena il nome nelle carte sbiadite della Curia
Vescovile e dell'Archivio dell'Università di Padova, di questo ci son pervenuti
almeno i pochi frammenti menzionati in principio, insieme alla gloria d'essere
stato ricordato dal suo grande discepolo ed amico Pomponazzi come suo
precettore Prologo al De incantationihiis: Dicisque ulterius te quandam
responsionem alias a Petro Therapolino patavo, nostro communi praeceptore,
audivisse, quam ipse Alberto ascribebat. Queste parole sono rivolte a Panizza,
cui il Peretto indirizza la sua opera; sebbene dalle stampe non appaia, è
attestato però dal codice Ambrosiano di essa. Panizza, mantovano, è studente a
Padova; e nel voi. più volte citato di quella Curia Vescovile, c'è anche il
verbale del dottorato in artibus D. M.ri panicia Mantuani, filij D. de panici
s, ov'è detto che dell'uno e dell'altro grado accademico habuit insignia a D.
M.ro Petro trapolino. Fra i testimoni figura al primo posto Pomponazzi, artium
doctor, ordinariam philosophiam legens. Paniza è autore di tre opere a stampa:
di una Qnestio de phlebotomiis fiendis Venetiis, per Benalium, dedicata al duca
Gonzaga, e di un Commentarium de venae sectione per sex egregios et praeclaros
iudices diindicatum, cui si trova aggiunto dello stesso autore il Lihellus de
minoratione ex visceribtts ad Herndem Gonzagam Principem iustissimum et Cardinalem
amplissinitmi Venetiis. Quest'ultimo volume ha in principio un bel ritratto
dell'autore e una tavola raffigurante i filosofi in atto di giudicare e
approvare la sua opera. Nella Qnestio de phlebotomiis, scritta contro un
chiarissimo medico del quale non è indicato il nome, accade a Panizza di
ricordare il maestro che gli aveva conferite le insegne dottorali. Accennando
ad Avicenna che fu il migliore seguace d'Aristotele, dal quale discorda solo in
paucissimis admodum rebus, egli continua: IdeoTrapolinus, preceptor meiis, sue
etatis philosophorum gloria, autoritate Girardi bolderii Veronensis hanc
dicebat profitentibus arteni: Insequimini Avicennam, primo; insequimini
Avicennam, secundo; insequimini Avicennam, tertio. E un po'più giù, a proposito
d'un'argomentazione subtilissima et tota metaphisicalis, osserva: Ex quo non
mirum si medici ista non intellexere, artifices sensitivi grossique cum sint;
stat enim in abstractis a materia. Sed ex sententia perspicui speculatoris
Petri trapolini, artifices huius artis res tales e suis expellere mentibus
tenentur, cum medicina sit de immersis in materia et quandoque feculenta et
turpi. Ma se Paniza ricorda Trapolin come insigne medico, Genua, figlio di
Nicolò che del Trapolin era stato collega, continua a ricordarlo sicuramente
l'aveva conosciuto da ragazzo anche come filosofo di tendenze moderatamente
averroistiche, insieme a Pomponazzi, nel commento al De anima, stampato a
Venezia. Altre notizie su questo maestro, amico e collega del Peretto Mantovano
non sono riuscito a rintracciare, ed ho riunite quelle che ho trovato per chi,
come dicevo e come mi auguro, vorrà intraprendere più ampie ricerche sullo
Studio patavino nel Rinascimento. Intanto son lieto di potere annunziare che
altre notizie e documenti sulla famiglia Trapolin, coinvolta nelle vicende di
Padova al momento della guerra pella lega di Cambrai, il lettore potrà trovare
nella A Criticai Edition of the Lettere Storiche 0/ Porto, a cura di Clough,
Oxford. vili I QUOLIBETA DE INTELLIGENTIIS DI ACHILLINI Se a Padova il decreto
episcopale, vieta di disputare quovis quaesito colore, sotto qualsiasi
pretesto, della dottrina averroistica dell'intelletto, meno che per
combatterla, e maestro Nicoletto da Chieti e il suo discepolo Nifo da Sessa
s’affrettano a recitare la loro palinodia, e la penna a impugnare l'averroismo
brandiva anche lo scotista francescano Trombetta, a Bologna, sotto la liberale
signoria dei Bentivoglio, Achillini potè liberamente discutere al capitolo
generale dei francescani tenuto in questa città sotto il generalato di
Francesco San Dal voi. Sigieri di Brab. nel pens. del Rinasc. Ital. I II
francescano Trombetta, ordinario di Metafìsica invia Scoti a Padova, aveva
scritto, prima del Vernia, un Tvactatiis de humanaruiìi animarmn plurificatioiie
coìitra Averroistas, che sarà poi pubblicato a Venezia, per Bonetum Locatellum,
col quale scende in lizza in difesa della proibizione del vescovo Barozzi.
Wadding, Scriptoves Ordinis Minornni, Roma, informa che taluni, anzi che col
nome volgare di Trombeta o Trombetta, preferivano cultu quodam latino di
chiamarlo con quello di Tubefa; e Tubefa è chiamato anche nell'epitaffio
sepolcrale nella chiesa di S. Antonio a Padova, che Wadding riporta. Sul finire
delle Questiones de pliiritate etc, Vernia scrive: Si quis vero, per
resolutionem ad immediata et per divisionem ad minima, argumentationes contra
Averroym, in hoc commento philosophice discipline depravatorem, videre
desiderat, videat, opus contra ipsum reverendi sacre pagine magistri Antoni]
Trombetta, philosophi integerrimi et theologi excellentissimi, provincie sancti
Antoni] Patavini ministri meritissimi. Nam frustra visum est mihi tangere que
ab eo mihi amicissimo sunt optime declarata. E Trombetta, che è il primo dei
revisori dell'opera di Vernia, rende testimonianza, a sua volta, al sapere del
collega e alla fede di lui, si da procacciargli l'approvazione del sospettoso
Barozzi.] sone presenti forse il Nifo e Pico, i suoi Quoliheta de
intelligentiis, in difesa della sua interpretazione sigieriana della dottrina
averroistica, portata a Padova dal suo fìdus Achates, Bacilieri, e da lui
stesso, e a Padova professata da Taiapietra e Venier, quando ormai Nifo, che
n'era stato propugnatore fin dai primi anni del suo insegnamento padovano,
l'aveva apertamente ripudiata. In quest'opera Achillini è sigieriano da
principio alla fine, sebbene egli, secondo un costume molto diffuso, non faccia
mai il nome dell'averroista brabantino né d'alcun altro, tranne si tratti di
Aristotele o d'Averroè o d'altra autorità pari a queste. E, cosa notevole, le
opere di Sigieri cui egli attinge, sono quelle stesse dalle quali il Nifo
prende le citazioni che ho riferito nel volume su Sigieri di Brahante nel
pensiero del Rinascimento Italiano: il che si presta a varie congetture. Come
sappiamo, le tesi difese da Sigieri nel suo trattato De intellectu, scritto in
risposta al De imitate intellectiis d’AQUINO, erano queste: r intelletto
possibile è, in sé stesso, l'infima delle sostanze separate, ed è unico per
tutta la specie umana; l'anima intellettiva dell'uomo risulta dall'unione
dell'intelletto possibile, separato ed eterno, colla cogitativa che Achillini
bononiensis de intelligentiis quolibeta in quibus quid commentator et
Aristoteles senserint et in quo a veritate deviaverint continetur. in capitulo
generali minorum edita et impressa Bononie impensis Benedicti Hectoris Faelli
Bononiensis, illustrissimo Ioanne secundo Bentivolo reipublice Bononiensis
habenas felicitar moderante. La seconda edizione, fatta presso lo stesso editore
Faelli, è dedicata al conte Rangoni, che aveva udito Achillini disputare
intorno agli argomenti trattati nel libro ed aveva preso attiva parte alle
dispute. Intorno a Rangoni, TiRABOSCHi, Biblioteca Modenese. Per Venier,
allievo del Bacilieri, è da vedere il volume di Bonet, Metaphys., naturai.
Philos., Praedicam., necnon Theol. natur. Recogn.per magnif. dom.
Venerium.Venetiis, Eredi di Scoto, con lettera del Bacilieri a Venier, e dedica
di questo al doge Loredan. Le note marginali di Venier risentono dell'insegnamento
del suo maestro bolognese. Nifo, De intellectu; De anime beatit., comm.;
Sigieri ìiel pens. è la più alta delle facoltà di cui sia dotata l'anima
sensitiva dei singoli; in questa unione coi singoli l'intelletto, uno in sé,
acquista un'esistenza individuale e molteplice, pari al numero dei singoli;
mercé questa unione, l'anima intellettiva può dirsi forma sostanziale inerente
all'uomo, e non soltanto forma assistente; sì che da essa l'uomo trae il suo
essere specifico di animale ragionevole; r intelletto possibile è pura potenza
priva di ogni atto sostanziale; soltanto grazie all'azione dell'intelletto
agente la sua potenza è gradualmente attuata; r intelletto agente è Dio; ma
esso può dirsi parte della anima umana in quanto concorre all'atto dell'intendere
umano e alla fine dello sviluppo intellettuale dell'uomo s'unisce
all'intelletto possibile come forma r intelletto umano può arrivare a conoscere
le sostanze separate e Dio per unione intenzionale colla loro essenza. Nel
libello De felicitate, poi, l'averroista del Brabante aggiunge quest'altre
tesi: nell'atto intellettuale col quale l'intelletto possibile intende nella
sua essenza l’intelletto agente, cioè Dio, consiste formalmente la suprema
felicità dell'uomo in questa vita; al pari dell'intelletto umano, anche le
altre intelligenze separate conseguono la loro beatitudine nell'atto col quale
intendono l'essenza divina ; NiFO, De iutell. De anima, comm. Sigieri NiFO, De
intell. De aniima, comm. Sigieri NiFO, De ititeli. De anima, comm. Sigieri
NiFO, De intell. De anima, collect.; Sigieri, De anima intell. Mandonnet, Sig.
de Brabant et l'averr. latin, Louvain, e Qitaestiones naturales edite da
Stegmùller, in Rech. de tìiéol. anc. et méd.. Sigieri Vedasi anche Giorn.
Crit., NiFO, De intell. Sigieri NiFO, De intell. De anime beatit., I, comm.
Sigieri NiFO, De intell.; De anime beat., comm. Sigieri NiFO, De intell.; De
anime beatit., comm.; De anima, collect.; Sigieri.] o) sì per r intelletto
umano, sì per le altre intelligenze separate, intellectio qua Deus intelligitur
est ipse Deus. Ora tutte queste tesi son difese d’Achillini nei suoi Qtioliheta
de intelligentiis; anzi la massima parte di quest'opera del maestro bolognese è
dedicata alla trattazione di questi dieci punti svolti negli scritti di
Sigieri, dei quali Nifo ci ha rivelato l'esistenza; il che m'ha recato, quando
ho potuto rendermene conto, non poca sorpresa. La trattazione d’Achillini verte
intorno a questo problema fondamentale: Utrum latitudo intellectuum sit
uniformiter difformis. Per intendere l'esatto signiiìcato di questo problema,
giova ricordare alcune cose. È noto che Anassagora, a spiegare l'origine del
movimento fisico che separa i semi delle cose dal \ny\La. nel quale eran tutti
confusi, e per dar ragione dell'ordine che s'osserva nella natura, sentì il
bisogno di porre una mente ordinatrice, non mista perché dominasse. Ma parve a
Platone e ad Aristotele che, pur avendo affermato un così operoso principio,
Anassagora non ne traesse tutto il vantaggio che poteva e non gli attribuisse
quella causalità che gli sarebbe spettata nell'ordinamento delle cose. Perciò,
il primo ad ogni specie di cose nel mondo sensibile fa corrispondere una
propria idea nel mondo del pensiero; ed il secondo pone tante menti separate
quanti, a suo modo di vedere, sono i movimenti celesti. Anzi che un solo
intelletto, abbiamo così per Aristotele una gerarchia d'intelhgenze, comprese
fra due termini estremi: l'intelletto umano in basso, e la mente del primo
Motore immobile, puro pensiero, al vertice. Come le idee dei generi e delle
specie hanno una maggiore o minore estensione, così questi intelletti hanno una
maggiore o minore capacità d'intendere, in rapporto alla funzione che ad essi è
riservata come motori; poiché non va mai dimenticato che solo per mezzo del
movimento Aristotele, al pari ‘Anassagora, era giunto ad affermare l'esistenza
d'una prima Mente motrice dell'universo e di altre menti intermedie fra quella
e il mondo della generazione, aventi l'ufficio d’adattare l’impulso che viene
dal primo Motore, a particolari fini subordinati al fine supremo. Perciò la
prima Mente è intelligenza al massimo grado, mentre gli altri intelletti, giù
giù ARisT., De anima, di cielo in cielo, fino all'intelletto umano, possiedono
una capacità d'intendere sempre più limitata. Rappresentandosi r intelligenza a
guisa d'una qualità, per esempio, d'un colore, di cui s'hanno molti gradi
d'intensità, da quello piìi cupo a quello più chiaro, gli scolastici solevano
chiamare latitudo l'estensione compresa fra la cosa che possiede quella data
qualità nel minimo grado, e la cosa che la possiede nel grado più alto e più
intenso: perciò la latitudo dell'intelligenza non è altro, come dice Achillini,
se non la gerarchia stessa degl'intelletti, avente il grado più basso o più
dimesso nell'intelletto umano, e il grado più alto o più intenso neir
intelletto divino. Chiedersi se la latitudo degl'intelletti sia uniformiter
difformis, significa per lui domandarsi se le varie intelligenze differiscon
fra loro per gradi uguali oppure no Ma per risolvere siffatto problema, è
necessario vedere qual'è la natura propria dei singoli intelletti compresi
nella Latitudo intellectuum est ipsi intellectus ordinati secundum quod ex se
sunt ordinabiles. De intelligentiis, quol.in AchilLiNi, Bononiensis, philophi
celeberrimi. Opera omnia in iDium collecta cum annotationibus excell. doctoris
Pamphili Montij, Bononiensis, scholae Patavinae publici professoris. Venetijs,
apud Hieronymum Scotum. A questa edizione mi riferisco anche nelle citazioni
successive, per ragioni di comodità. In un trattatello De latitudinibus
formarum, più volta stampato sotto il nome di Nicolò d'Oresme, si leggono in
principio queste definizioni che giova tener presenti: Latitudo uniformis est
illa que est eiusdem gradus per totum. Latitudo difformis est que non est
eiusdem gradus per totum. Questa si divide come segue: Latitudo secundum se
totam difformis est cuius nulla pars est uniformis; latitudo non secundum se
totam difformis est illa cuius aliqua pars est uniformis. La latitudo uniformiter
difformis è una sottospecie della latitudo secundum se totam difformis, ed è
precisamente quella cuius est equalis excessus graduum Inter se equaliter
distantium Tractatus de latidinibus formarum secundum Reverendum dodorem
magistrum Nicholaum Horen, Venezia. Sull'autore di questo piccolo trattato,
l'eremitano Iacopo di San Martino, detto anche Iacopo da Napoli, il quale
riassunse e schematizza, non del tutto fedelmente, un più ampio trattato di
Oresme, come sul sommento di PELICANI da Parma che insegna anche a Padova e
Bologna, e in generale sul tentativo di costituire un metodo matematico pel
calcolo dell'intensità delle qualità non solo corporee ma anche spirituah,
completa luce ha fatto Maier, in An der Grenze von Scholastik iind Naturwissenschaft.
Roma, Ediz. di Storia e Letter., che è uno dei più seri e documentati
contributi allo studio della filosofia della natura, condotto con rara
conoscenza delle fonti manoscritte, e perfetta intelligenza dei problemi
trattati. latitudo di quella perfezione o qualità che dicesi intelligenza: e
segnatamente se il primo e più alto intelletto sia intelligenza infinita. Nel
qual caso, è evidente che la latitudo dell'intelligenza sarebbe infinita.
Occorre pertanto chiedersi in primo luogo se il primo Motore, cioè Dio, muova
l'universo con vigore o virtù intensivamente infinita, e sia perciò di vigore
intensivamente infinito. Per intendere il significato del qual problema è
necessario ricordare che l'argomento principale, col quale Aristotele era
salito a Dio, è quello del moto: Dio è essenzialmente il primo Motore immobile
dell'universo, è l'universo è il mosso. Ora l'universo, per Aristotele come pei
Pitagorici, è una sfera di raggio finito, avente per centro assoluto la terra e
per limite esterno il cielo delle stelle fisse. Finito nella mole, il mondo si
muove con moto finito in velocità, e infinito soltanto in durata, poiché
l'universo è eterno. Dall'intensità del moto dell'universo non si può dunque
arguire ad un'infinità intensiva della virtù o vigore con cui Dio muove il
mondo. Ed infatti Averroè dice espressamente in più luoghi, che v'è proporzione
tra l'intensità di vigore nel movente e la velocità del mosso; sì che un'azione
d'intensità infinita e d'infinito vigore non può esser ricevuta in un corpo di
grandezza finita. Se il primo Motore muove il cielo con virtù intensivamente
infinita, questo dove muoversi con velocità infinita in un solo istante. AQUINO
crede di potersi sottrarre alla conclusione cui era giunto Averroè, concedendo
che tutto ciò è vero dei motori naturali che mettono nel muovere tutta la forza
di cui sono capaci; ma non è vero dei motori che agiscono con intelletto e
libera volontà, qual è Dio. Il primo Motore dell'universo, per AQUINO, appunto
perché dotato d'intelligenza e di libero volere, comunica al mondo quel tanto
di movimento che meglio si conviene, in rapporto al fine che si propone di
raggiungere e alla capacità limitata del mosso; ma questo non implica che vi
sia una proporzione necessaria tra la quantità di movimento ricevuta dal mondo
e la virtù del primo Motore, l'infinità della quale può dimostrarsi per altra
via. AvERR., Phys., Vili, comm.; De caelo, comm.; Metaph. De substantia orbis
AQUINO, Phys., Una delle proposizione delle condannate a Parigi suona così:
Quod Deus est infinitae virtutis in duratione, non in actione, quia talis
infinitas non est nisi in corpore finito, si esset. E di nuovo la proposizione:
Quod Deus est infinitae virtutis, non quia facit aliquid de nihilo, sed quia
continuat motum infinitum. La condanna di queste proposizioni è sicura prova
che anche su questo punto gli averroisti parigini accettavano r interpretazione
che Averroè da del pensiero d'Aristotele. Era di questo avviso anche Sigieri De
ista quaestione, informa Jandun o credunt magni viri in philosophia,
Philosophum et maxime Commentatorem veritati catholicae adversari. Che egli
alluda ad AQUINO non è possibile, poiché AQUINO scagiona Aristotele da
quest'accusa d'opporsi alla verità della fede su quest'argomento. Dove dunque
trattarsi d'averroisti. Ora vir magnus in philosophia è titolo che troviamo
dato a Sigieri. Pare dunque che Sigieri accetta l' interpretazione averroistica
della dottrina aristotelica in proposito. Il che è confermato anche dall'ultima
citazione che del brabantino abbiamo trovato nel De primi Moforis infinitate
del Nifo. A quanto ci fa sapere il suessano, Sigieri e Baconthorpe petunt
primum Motorem esse universi mobilis celestis formam perficientem et non
constitutam e che esso è prima illius perfectio, sì da potere affermare che,
almeno per accidens, si muove insieme al cielo. Siccome la quistione concerne
direttamente l'onnipotenza di Dio e la sua trascendenza, s'era accesa in
proposito un'appassionata e interminabile controversia, poiché troppo preme ai
teologi aver dalla loro parte Aristotele. Soltanto quando si comprende che la
filosofìa aristotelica non è tutta la filosofia, l'ardore della controversia
comincia a venir meno Denifle e Chatelain, Chart. univ. Paris. Quaestiones
super Averrois sermonem de substantia orbis Sigieri Jandun, oltre che nelle
Quaestiones sul De substantia orbis, discute il problema utrum primum
Principium sit infiniti vigoris Achillini, da quel buon averroista ch'egli è,
ci dà del problema questa soluzione: Primum, mens Philosophi fuit deum esse finiti
vigoris. Secundum, ad oppositum est veritas. Provata la prima parte della tesi,
riferisce le obiezioni centra Philosophum, alle quali fa seguire la risposta
d'Aristotele. Ma nel far questo, che è un procedimento generale seguito in
tutti e cinque i Quolibeta, Achillini si mette al riparo da ogni accusa
d'eresia con questa tipica dichiarazione, fatta una volta per sempre: Ad haec
praemitto quod ubi Philosophum introducam respondentem, non teneo responsionem
illam. Dopo ben cinque fitte colonne di serrate schermaglie dialettiche e di
citazioni di testi, sì da darci l'impressione che egli la pensi proprio come
Aristotele e il suo ottimo commentore, eccolo a dichiararci: Sed quia haec
opiiiio in phiribus errat, ut patet consideranti ea in quibus introducitur
Philosophus respondens, ideo, ea dimissa, pone secundum dictum principale: Deus
est infiniti vigoris in essendo et operando in tempore et actione. Ex quo
sequitur infinitam esse intellectuum latitudinem. E le prove di questa tesi?
Nessuna, tranne quel patet, che non è affatto una prova. Seguono invece
obiezioni anche nelle Quaestiones sulla Metafisica e in quelle sulla Fisica: e
tutte e tre le volte con molta ampiezza. Lo stesso problema è ventilato da
Scoto, Qiiodl., da Baconthorpe. In I Seni., dist., da Rimini, In I Seni.,
dist.e più tardi, ma anche con maggior copia, da Nifo, d’Achillini, da Vio, che
nella sua subtilissima quaestio de Dei gloriosi infinitate intensiva, terminata
a Pavia, credo abbia raggiunto il primato della prolissità è stampata in appendice
al commento d’AQUINO della Fisica, Venezia, si da superare lo stesso Elia del
Medigo, detto altresì Helias Cretensis, il quale tratta di quest'argomento
nella sua interminabile De primo Motore acutissima quaestio in appendice alle
Quaestiones di Jandun sulla Fisica, Venezia e nelle Annotationes in dictis
Averrois super libros Physicorum Vedasi anche Zimara, Theoremata, e
Piccolomini, De caelor. motoribus. Bruno, nel De l'infinito, universo e mondi
in Dialoghi italiani, Sansoni, Firenze, accenna all'importantissimo argomento,
pel quale dice Elpino è stato ridutto Aristotele a negar la divina potenza
infinita intensivamente. La soluzione che del problema affaccia Filoteo, il
quale dall'infinità di Dio deduce r infinità dell'universo, consiste nel cambiarne
i termini, si da mostrarlo definitivamente superato. AcHiLLiNi, De intell., ql.
contro quest'asserto, alle quali il filosofo bolognese fa del suo meglio per
rispondere in una mezza colonna, osservando, alla fine, che rationes
philosophorum super dictis ab eis fundantur; ideo non difficile est eas
solvere. Ma intanto non le risolve. A questa che è la quaestio principale del
Quolibetum. tengon dietro duhia, coi quali si tende a precisar meglio il
concetto aristotelico-averroistico del DIVINO e a porre in evidenza taluni
postulati della soluzione data al problema principale. Il primo di questi dubbi
consiste nel chiedersi utrum tantum DIVINVM DIVINVM intelhgat, cioè se il
divino conosce soltanto sé stesso oppure anche le cose inferiori ad esso e
segnatamente quelle del mondo sublunare. Anche su questo punto Achillini è
averroista: Respondeo per duo dieta. Opinio Aristotelis est, quod sic. Illa
opinio non est vera. La prima affermazione è provata con argomenti, la
conclusione dei quali è la seguente: Ex his de mente Philosophi habentur.
DIVINVM intelligit se et non aliud. Et si dixeris: verum est recipiendo, sed
aliter non; dicam quod non potest aliquid intelligere aliud a se, nisi
recipiendo; ideo non potens recipere, non potest intelligere aliud. Productio
autem vilium non infert passionem in agente; ideo quamvis DIVINVM non
intelligat vilia, producere tamen potest. Aliae intelligentiae in actu
intelligunt se et perfectius se et nihil vilius eis. Intellectus possibilis
Così appunto diceno i teologi: il divino non intende le altre cose diverse da
sé, nel senso che la mente divina è attuata d’un qualche altro intelligibile
diverso dalla sua stessa essenza, e dinanzi al quale esso è in potenza; il
divino conosce le altre cose conoscendo se stesso, e quindi senza niente
ricevere. La condanna che Tempier fa di le proposizioni averroistiche, e che è
il primo sicuro documento dell'esistenza d'una corrente averroistica a Parigi,
colpisce queste proposizioni: Quod divinum non cognoscit singularia e Quod
divinum non cognoscit alia a se. DeNiFLE e Chatelain. Tuttavia, leggendo
attentamente il commento d'Averroè, Metaph., comm., e la Desfriictio
destructionum, disp. dub., nasce il sospetto che il suo pensiero non è stato
ben compreso. Si veda in proposito, Baconthorpe, In Sent., dist.; Zimara,
Theoremata. intelligit se viliora et nobiliora. Nullus intellectus, nisi forte
possibilis, intelligit aliquid extra se. DIVINVM est simpliciter primo notum;
sed primum principium complexum, de quo Metaphysicae, commento, est notissimum
nobis. Ai argomenti coi quali è provata la tesi averroistica, se ne
contrappongono altri; ma, mentre i primi restanoinsoluti, ai secondi è data una
soluzione dal punto di vista averroistico. Dopo di che Achillini s'affretta a
concludere: Sed propter multa falsa, quae sequuntur ad hanc positionem, eam cum
auctoritatibus eius dimittamus. Tenemus igitur quod DIVINVM cognoscit omnia; ex
quo sequitur quod non omnis intellectus intelligens aliud a se patitur ab eo.
Sequitur secundo, quod non omnis intellectio, qua materialia intelliguntur, est
collecta ab intellectu agente ex singularibus. Ex his duobus fundamentis
solvuntur rationes philosophorum, quia super oppositis corollariorum fundantur,
Il diibium concerne la causalità efficiente del primo Motore. Aristotele dice
che la prima intelligenza muove le intelligenze preposte al movimento dei
singoli cieli, come bene supremo da esse conosciuto e desiderato, ossia come
fine ultimo cui tutte le cose tendono. Il problema che pone il maestro
bolognese, utrum prima forma, quae est ultimus finis, sit primus Motor, verte
non sull'attrattiva che il divino esercita sugl’esseri in quanto amor che muove
il sole e le altre stelle, bensì sul movimento rotatorio della prima sfera
mobile. Secondo un'interpretazione del pensiero d'Aristotele e del suo
commentatore arabo, il divino muove i cieli soltanto per mezzo d'un motore
appropriato, cioè d'un'intelligenza, la quale è mossa dal desiderio
d’assomigliare al primo Motore. Secondo un'altra interpretazione, invece, il
divino muove il primo cielo mobile immediatamente; e poiché il primo mobile
rapisce col suo impeto tutti gl’altri cieli, ne ACHILLINI Metaph.. Jandun,
Quaestiones sup. Metaph. Quaest. sup. Phys. ZiMARA, Quaestio de triplici
cansalitate intelligentiae in appendice alle Quaestiones di Jandun sulla
Metafisica, Venezia; Theoremata viene che il primo Motore esercita su tutto
l'universo una vera e propria azione di causa efficiente e non soltanto di
causa finale. Sigieri, a quanto sappiamo dall'ultima citazione di Nifo, ritene
che il primo Motore è addirittura forma e perfezione del cielo, a tal segno che
si muove per accidens insieme ad esso; nel che egli non fa se non ripetere una
dottrina d'Averroè, il quale in più luoghi insiste sul concetto che il primo
Principio è tale in quanto è fine, forma e motore dell'universo. Achillini
risolve il dubbio, dimostrando con argomenti che il divino imprime al mondo un
movimento effettivo come primo Motore di esso; né questa volta ha bisogno di
distinguere tra l'opinione di Aristotele e la verità, poiché Philosophus in hoc
quaesito non recedit a veritate, quanto all'asserto della causalità efficiente;
ma osserva che si discosta dal vero in un particolare: sed bene in
circumstantia: quia dictum est de mente eius, quod Deus est motor immediate et
appropriate movens caelum, et quod nulla alia intelligentia ab ipso movet
primum caelum; sed hoc non est verum etc. Ed infatti la tesi che il moto del
primo cielo deriva immediatamente dal divino si basa sul concetto ch’il divino
è forma del primo cielo. Ora questo concetto è schiettamente averroistico, ed è
uno dei presupposti della teoria che dalla finita grandezza del moto celeste
deduce il vigore finito del primo Motore. Questo necessario reciproco rapporto
tra il divino e il mondo si scorge anche meglio nella discussione del dubbio,
utrum DIVINVM libere moveat caelum. Nell’interpretazione averroistica del
pensiero d'Aristotele, se il divino è necessario a spiegare l'esistenza del
moto, e, diciamo pure, l'esistenza del mondo stesso, è altrettanto vero che,
posta l'esistenza del primo Motore e della prima causa efficiente, questa e
quello agiscon come natura anzi che come libera volontà creatrice. Sigieri non
sembra aver concepito la possibilità d'una vera libertà creatrice, che a lui
pare esclusa tanto dall'immutabilità divina quanto dalla necessità delle speci.
Posto il divino come AvERR., Metaph., comm., comm.; De subst. Orbis AcHiLLiNi
Steenberghen, Les oetivres et la doctrine de Siger de Brabant, Bruxelles; Sig.
de Brab. d'après ses oeuvres inédites, igo.] prima causa motrice del mondo,
questo ne risulta necessariamente, come la conseguenza dalle premesse d'un
sillogismo. Aristotele ben ferma la sua attenzione sugl’eventi che si dicon
contingenti e fortuiti; ma anzi che dedurre la contingenza di tutti gl’esseri
creati dall'essenziale libertà del pensiero divino, impone allo stesso pensiero
divino e all'atto creatore – GRICE GENITOR ENGINEER -- la necessità del suo
astratto formalismo logico, e la contingenza e il caso limita al mondo
sublunare, spiegando l'una e l'altro per mezzo del concetto delle cause
impedibili e dell'indisposizione della materia che spesso è sorda a rispondere
all'intenzione dell'arte. Pur trascendente o separato, il primo Motore resta
così prima forma e prima perfezione dell'universo, al quale è intimamente unito
non come forma constituta per subiectum, bensì come forma constituens
subiectum. Per dimostrare la tesi, che secondo Aristotele il divino muove il
cielo per sua natura e non liberamente, sì da poter non muoverlo o mutarne la
velocità e la direzione, l'averroista bolognase argomenta così: tutto ciò che
si muove per un principio essenziale che è in esso, si muove per sua natura; ma
questo è il caso del cielo; dunque esso è mosso naturalmente. Se il primo
Motore potesse non muovere oppure muovere in modo diverso da quel che fa, il
mondo potrebbe esser diverso da quello che è, e anche non essere. Ma tutte
queste conseguenze sono impossibili per Aristotele, che dall'immutabilità del
primo Motore deduce la necessità e l'eternità dell'universo, come d'un effetto
connaturale e inseparabile dalla sua causa. Puro atto senza alcuna potenza, il
divino causa dall'eternità Louvain. Tale è il pensiero di Siglari in tutti gli
scritti intestati a lui dai codici. Per attribuirgli con qualche fondamento la
tesi opposta, bisogna supporre che siano sue le Quaestiones sulla Fisica edite
da Delhaye Giorn. Crii.. Ma per farlo manca ogni serio indizio esterno, e le
prove interne sono troppo deboli. Si veda il passo di Nifo riportato in Sigieri.
Su questa distinzione ricavata da diversi luoghi d’Averroè, dello stesso Nifo
il commento al De anima, già riferito in Sigieri, AcHiLLiNi, Quol. dub. Omne
quod movetur per principium quod est in eo, movetur per naturam, Physicorum
Intelligo in subiecto maioris: per se primo, et non secundum accidens; et tunc
patet propositum ex diffinitione naturae, secundo Physicorum. Sed caelum
movetur per principium etc, ut vult Commentator Aristotelem declarasse in
Physicorum, etc. mondo con ordine e moto necessario. Dal che sequitur nullam
esse in rebus libertatis contingentiam, ad quas non concurrit homo; poiché la
ragione della contingenza dell'umano arbitrio consiste nel modo di conoscere,
essenzialmente discorsivo, che è proprio dell'uomo; di guisa che la mente umana,
procedendo per composizione e divisione di concetti, potest aftìrmativam vel
negativam partem concludere, et consequenter ad utramque partem possibilis est
assensus. Or questo non accade né nelle altre intelligenze superiori all'umana,
né, tanto meno, nella prima intelligenza. Necessario a render ragione della
realtà dell'universo, dei movimenti celesti e di ogni accadere, il primo Motore
d'Aristotele non ha altra realtà, per l'averroista, all'infuori di questa, né
altra ragione d’essere che questa: senza il mondo da esso causato e mosso, il
primo Motore non sarebbe nulla. Perciò il divino e mondo formano un binomio
indissolubile, come amore e cuor gentile nella canzone guinizelliana, come il
sole e il suo risplendere: ch'adesso che fo il sole sì tosto lo splendore fo
lucente, né fo avanti il sole. Contro questa dottrina del Filosofo, qual'è
intesa ed esposta dal Commentatore arabo, Achillini riferisce argomenti, avendo
però cura di farci sapere che cosa gli averroisti rispondeno. Dopo di che
conclude, secondo il suo costume: His praetermissis, ad veritatem revertamur,
et dicamus DIVINVM ad extra mere libere et contingenter agere. Concedanius
insuper quod in divino esse et agere sunt idem, et tamen non, si necesse est
divinum esse, necesse est divinum agere ad extra. Dicamus tertio quod, licet
necessitas sit melior conditio essendi, non tamen est melior conditio operandi
ad extra. Ncque immutabilitas divina toUit novitatem in effectu, quia ab
aeterno determinavit divinum agere nunc. Ideo contra philosophos dicamus, quod
ab antiqua vohmtate potest aliquid novi poni in esse, sine mutatione operantis,
aut remotione impedimenti etc. Addo insuper, licet necesse sit divinum esse
productivum ad extra, non tamen necesse est ipsum producere ad extra. Concedo
etiam nullam rem quae est divinum esse contingentem; dimitto naturam assumptam,
et tamen de Dee formabiles sunt propositiones per accidens et contingentes,
propter connotationem extrinseci. Neque propter hoc quod Deus multa
producibilia potest producere, quorum nullum producet, concedendum est
potentiam divinam frustrari, quia reduci potest et in aliquo illius generis
reducta est in actum. Con queste proteste d’attaccamento all'insegnamento
teologico, ha termine il qiiolibetum che tratta dell'intelletto del primo Motore,
la cui latitudo è dunque finita com'è finita la grandezza del mondo e del
movimento. L'opposizione fra la tesi averroistica e quella teologica non è che
un aspetto particolare fra la concezione aristotelica del mondo e l'intuizione
cristiana. Per Aristotele, come l'espone Averroè, Dio è principio teleologico e
causa prima efficiente della natura; la natura alla sua volta è effetto
necessario ed eterno dell'attualità divina. Dio è principio in quanto dà
origine a un principiato; esso è l'atto che precede logicamente ogni potenza.
L'ordine cosmico riflette la necessità e l'immutabilità della sua prima causa.
Dio insomma è complemento necessario della natura ed è esso stesso natura: è la
stessa natura intellettualizzata, cioè considerata platonicamente sub specie
aeternitatis. Neil'intuizione cristiana del mondo, invece. Dio è spirito, cioè
libera volontà creatrice, infinita potenza, infinita sapienza, infinito amore.
Il mondo e' è, ma potrebbe non esserci, o esser diverso; e c'è, per un atto di
liberalità divina. La necessità delle leggi di natura non è assoluta, ma
relativa al decreto della volontà divina che liberamente le ha stabilite e può
mutarne il corso. Così la contingenza è alla radice stessa dell'ordine cosmico;
il miracolo è affermazione e prova della contingenza della natura e delle leggi
fisiche. Con siffatta dottrina il cristianesimo libera l'uomo dalla tirannia
del fato cui dovea piegarsi la volontà dello stesso Giove. Al posto degli
inesorabili decreti dell' Ananche si sostituiva la libera e onnipotente volontà
di Dio, che ha dato all'uomo il potere di cooperare ai suoi eterni disegni.
Libero e artefice del proprio destino, l'uomo si sente così simile a Dio. Dopo
quello che Agostino e lo Pseudo Dionigi e Pier Damiani e il Cardinal Cusano
avevano speculato intorno alla natura divina, mentre nel rinnovato platonismo
del Rinascimento covano i germi che sarebbero esplosi nei I dialoghi De la
causa e Dell’infinito, la dottrina averroistica su Dio, anzi che un progresso,
dove sembrare la ricaduta in una delle più anguste forme di naturalismo già da
molto tempo sorpassate. Ad un superamento definitivo occorre, per altro,
eliminare quella ristretta visione cosmologica alla quale il concetto di Dio
era legato, e che è merito delle nuove scoperte astronomiche aver per sempre
dissipato. Il qiiolihetum tratta delle intelligenze separate, intermedie fra
1'Intelligenza divina e l'intelletto possibile, proprio della specie umana.
Queste intelhgenze son sostanze separate preposte ciascuna al moto d'uno dei cieli
inferiori alla prima sfera, che è mossa immediatamente dal primo Motore.
Achillini comincia coll'affermare che, secondo la dottrina d'Aristotele,
siffatte intelligenze non sono state prodotte, e per conseguenza sono eterne;
ma che, secondo la verità della fede, è tutto il contrario. La prima parte
della tesi è dimostrata con argomenti; con altrettanti la seconda; colla
differenza, che gli argomenti in favore della prima parte non hanno risposta,
mentre degli argomenti in contrario abbiamo la soluzione. Per quel che concerne
la dottrina d'Aristotele, il lettore poco esercitato potrebbe rilevare una
divergenza tra l'averroista bolognese e Sigieri su questo punto: che, mentre
quello dice le intelligenze celesti non prodotte, questo al contrario le dice
tutte causate immediatamente o mediatamente da Dio che dà l'essere a tutte le
cose. In realtà, la divergenza è soltanto nel modo d'esprimersi e non nel
pensiero. Perché le intelligenze celesti non si posson dire prodotte? Perché
non sono state tratte dalla potenza all'atto, quasi che ci fosse una loro
potenza ad essere, la quale precede, anche soltanto logicamente, il loro atto
di essere. Esse sono natural Sigieri di Brab., Impossibilia, I ed. Mandonnet,
Sig. de Brab. et l'averr. latin Partie, Louvain; De necess. et conting. caus.
Mandonnet; Aletaph. ediz. a cura di Cornelio A. Graiff, Sig. de Brab. Questions
sur la Metaphysiqiie. Texte inédit. Louvain, Édit. de 1'Institut Super, de
Philosophie SteenBERGHEN, S. d. B. d'après ses oeuvres inédites.] mente e
necessariamente, per il fatto stesso che esiste la prima Causa che le fa
essere, a quel modo che l'esserci il sole fa sì che ci sia lo splendore. Esse
son certamente causate dalla prima Intelligenza, ma non prodotte alla maniera
delle cose che possono essere e non essere. L'atto non s'aggiunge in esse alla
potenza, né l'essere sopravviene all'essenza: sono puri atti per loro natura,
ed atti eterni, come eterno e necessario è l'Atto primo che le causa.
Strettamente connesso con questo problema è il duhium utrum ponenda sit
creatio. Anche a questo quesito il maestro bolognese risponde, essere opinione
d'Aristotele che non si dà creazione; ma soggiunge che la tesi dello stagirita
non è vera. Secondo la dottrina aristotelica, la causa agente ha sempre bisogno
d'una materia su cui esercitare la sua azione, e dalla cui potenza trae quello
che essa produce. Ora la creazione implica una produzione dal nulla, senza
passaggio dalla potenza all'atto. Allo stesso modo Sigieri, parlando dell'anima
intellettiva e il discorso vale per tutte le intelligenze e altresì per i corpi
celesti, afferma che, sebbene essa possa dirsi fatta, nel senso che è causata e
dipende, alpari delle intelligenze celesti, dal primo principio d'ogni essere,
tuttavia non può dirsi che è stata fatta dal niente, ma anzi che essa de se est
semper ens, ab alio tamen, poiché in eius ratione seu defìnitione est semper
esse, cum careat materia. Se non che, pur essendo de se, seu de sui ratione,
semper ens, non ha questo suo essere ex se effective, sed ab alio. Per questa
ragione, essa è certamente causata ed essenzialmente dipendente da Dio, sed non
est verum eam esse factam ex nihilo. AcHiLLiNi, Quol.: Orane agens extrahit id
quod est in potentia ad actum: sed in intelligentiis non est potentia
extrahibilis ad actum (intelligo de potentia distante ab actu, et de actu
informativo eorum aut potentiali, ex quo et alio fiat una intelligentia: ergo
in eis non est agens. Ratio tota est Commentatoris, Metaph., comm. Ex hoc
sequitur quod intelligentiae non componuntur ex esse et essentia, tamquam ex
doubus principiis intrinsece componentibus intelligentiam. AcHiLLiNi, Quol,
dub. Sigieri, De anima iniellect., ed. Mandonnet. AcHiLLiNi Potentiale non
potest esse sine actu. Est autem deus actus vitalis intelligentiarum et finis,
et caeli est forma et finis, corruptibilibus autem dat esse et conservat
movendo. Primo enim Metheororum: Est autem ex necessitate continuus iste
superioribus I Ancor più evidente è l'influenza della dottrina di Sigieri sulla
soluzione del secondo dubbio che l'Achillini si pone: Utrum intelligentiae
inferiores intelHgant superiorem. L'averroista italiano formula in proposito
tre tesi, il significato delle quali ci è chiarito da un luogo dei CoUectanea
del Nilo sul De anima 'i'^, riferito da me altra volta. Colla prima tesi egli
si oppone alla teoria di coloro che, al dire del Nifo, il quale sicuramente
riassume da Sigieri citato un po'più oltre, sostenevano che Deus multiplicat
lumen quod est quoddam accidens spirituale existens in mentibus intelligentiarum,
per quod elevantur intellectus illi ad intelligere primum; la qual teoria Nifo
nel commento al De anime beatitudine attribuisce ad AQUINO e la combatte
appoggiandosi a Sigieri. La prima tesi d’Achillini, dunque, suona come segue:
Primum: intelligentia inferior non intelligit superiorem per aUquod accidens,
ut species, actus, vel habitus etc. Probatur primo, quia in intelligentiis non
est aliquod accidens. Patet quolibeto Secando, omne compositum est novum; sed
in inteUigentiis non est novitas; ergo neque compositio. Maior est
Commentatoris, Metapliysicae, comm., sive sit compositura substantiale, sive
accidentale, sive in intelHgentiis, sive non; ea enim probat ibi Commentator,
quod intellectio non est accidens in deo; coehim autem, quia subiectum est accidenti,
novitatem habet, sciUcet motum, Pliysicoriim, comm. si sic, cum secunda
intelHgentia intelHgat se per essentiam, De anima, comm., perfectior esset
intellectio secundae de se, quam intellectio secundae de prima, et sic secunda
intelligentia esset felix cognoscendo se, et non primam; vel intelligentia duas
intellectiones habens felicitaretur intellectione imperfectiori. lationibus, ut
omnis eius virtus gubernetur inde. Ideo, primo remoto, omnia destruuntur; ideo
Metaphysicae, textu et commento; Ex tali igitur principio caelum et natura
dependet. Et primo Caeli, commento: A primo quidem ente datum est esse et
vivere; bis quidem clarius, bis vero obscurius. Et in De substantia orbis: Ex
quo verificatur, quod dator continuationis motus est dator esse omnibus aliis
entibus. Così anche nelle Qiiestiones sulla Metaphysica, ed. CTraiff. Invece
l'autore delle Quaestiones super Physicorum, edite da Delhaye come opera di
Sigieri. sostiene senza alcuna esitazione la tesi quod necessarium est aliquid
fieri ex nihilo, sebbene ritenga che alcuni esseri non sian prodotti da Dio
immediatamente. È un altro punto sul quale il dissenso dagli scritti di sicura
appartenenza a Sigieri è troppo evidente. Per attribuire queste Quaestiones al
maestro brabantino occorrerebbe una qualche testimonianza sicura che non s'ha,
fino ad oggi, Sigieri nel pens., Sigieri si sic, tunc scientia earuin non esset
scitum; consequens est centra determinata quolibeto De anima, comm. Intellectus
in formis abstractis est idem cum intellecto; et incidentaliter Physicorum,
comm.: In abstractis intellectus et intellectum idem sunt. quia tunc
intellectio, qua secunda intelligentia intelligeret primam, et intellectio qua
secunda intelligentia intelligeret se, essent alterius generis, quia una esset
substantia et alia accidens. Risulta da questa affermazione che l'atto col
quale le intelligenze inferiori conoscono la prima Intelligenza, cioè Dio, è un
atto sostanziale al pari di quello col quale conoscon se stesse. Anche in
questo Achillini è d'accordo con Sigieri, per il quale l'intendere è perfezione
essenziale dell'intelletto possibile, sì che ponere substantiam esse in actu in
genere intellectualis naturae et non intelligentem in actu, est ponere
contraria et impossibilia vel incompossibilia. La tesi d’Achillini consiste nel
negare che le intelligenze inferiori conoscano la prima Intelligenza come loro
causa, in quanto avvertono che la loro natura ha essere da quella. Così appunto
pensano taluni filosofi, come riferisce il Nifo: Dixerunt quod intelligentia
interior intelligit superiorem per essentiam inferioris; essentia enim
inferioris est causata ab intellectu superiori, et omne causatum ducit in
cognitionem cause; ergo intellectus interior per essentiam sui intelligit
superiorem. Oportet enim imaginari essentiam inferiorem esse obiectum adequatum
sui intellectus; et sic tanquam obiectum adequatum intelligitur solum a semet.
Et quoniam illa essentia est effectus Achillini, Quol. Sigieri, Quaestiones
naturales ed. Stegmùller, Nenaitfgcf. Quaestionen des Sig. v. Br., in Rech. de
Théol. ancienne et médiév.; De anima intell. ed. Mandonnet Giorn. Crii. d. FU.
Ital.. Un'attività accidentale dell' intelletto è invece l'intendere
pel'anonimo autore delle Questiones Arist. de anima ed. Steenberghen, Sig. d.
Br. d'après ses oeurres inédites; ma quanto più il chiaro editore s'affanna a
dimostrare che l'autore di esse è Sigieri, tanto più evidente appare che non lo
è. Si noti poi che nelle Quaestiones naturales edite da Stegmùller, il maestro
brabantino insegna che l'intelletto possibile ha il suo atto primo ed
essenziale pell'unione all'intelletto agente, e che questo e quello son due
sostanze separate; la qual dottrina ha non poca importanza. Achillini
superioris, etiam continet saltem instrumentaliter essentiam superioris; et sic
intellectus ille per essentiam illius secundario intelligit superiorem. Nifo
stesso riferisce quattro dei molti argomenti che Sigieri oppone a siffatta
teoria. Gli stessi argomenti quasi alla lettera oppone alla stessa teoria anche
Achillini: Secundum dictum: intelligentia inferior non intelligit superiorem
per essentiam inferioris. Probatur primo, quia tunc scientia non esset scitum.
Patet consequentia, quia tunc secunda esset scientia ipsi secundae de prima
etc. nulla res distincta a perfectiori est sufficienter repraesentativa
perfectioris; sed secunda non est ita perfecta sicut prima; ergo etc. Tertio,
si sic, tunc non dependeret intelligentia inferior in suo intelligere a prima;
et sic secunda esset actus purus, quia non esset potentialis respectu alicuius
perfectivi eius formaliter. quia tunc intelligentia inferior beatiiìcaretur in
se ipsa tanquam in obiecto repraesentativo omnium intelligibilium ab ea, aut
felicitaretur in obiecto secundarie cognito. quia tunc aliqua cognitio dei
dependeret; quia omnis intelligentia inferior dependet; et omnis intelligentia
inferior esset cognitio dei per te quia tunc nulla esset compositio in
intelligentiis, nisi forte ex perfectione et defectu eius; de qua non loquor
nunc. quia non salvaretur efììcientia dei super motu proveniente ab
inferioribus intelligentiis. Anche per quel che concerne la tesi, Achillini
ripete alla lettera quello che, secondo Nifo, si legge in quodam tractatu
intelligentiarum et beatitudinis di Sigieri: intelligentia inferior intelligit
superiorem per essentiam superioris. Probatur primo a sufficienti divisione.
quia in abstractis intellectus et intellectum sunt idem. quia intelligentiae
abstractae perficiuntur per se invicem; ergo una est alterius forma, et non
nisi quia una est alterius scientia vel amor. Antecedens patet, Metaph.,
commento: Perfectio uniuscuiusque moventium unumquemque orbium perficitur per
primum motorem omnium; sed non effective, ncque materialiter, sed finali
perfectione coincidente cum forma necesse est in omni intelligentia
intelligente aliud esse aliquid simile formae et aliquid simile materica; et si
non, non esset multitudo in formis abstractis, De anima, commento; quia, posita
multitudine, una est potentialis alteri. Est autem secunda simile materiae,
ideo recipiens, et prima si Nifo, De anima, Venezia, coUect. AcHiLLiNi Nifo
Sigieri. mile formae, ideo recepta. in intelligentiis est compositio, et non
est alia quani ex intelligente et intellecto, desiderante et desiderato; ergo
etc. Maior patet, Metaph., commento Quod est minoris compositionis est nobilius
in ilio genere, donec deveniatur ad simplex. Patet minor, Metaph., commento:
Tantum illic est causa et causatum, secundum quod intellectum est causa
intelligentis. Sed intellectum non est causa efEectiva intelligentis, ncque
materialis, ncque finalis tantum, sed formalis et finalis simul, vel formalis
tantum. Ideo subdit Commentator, non inconvenire unum esse causam plurium,
secundum quod a pluribus intelligitur, perfectius tamen a perfectioribus, et
imperfectius ab imperfectioribus. Et hoc patet Commentatore, De anima,
commento: Essentia primae formae est quidditas eius; aliae autem formae
diversantur in quidditate et essentia, quoquo modo. Loquitur Commentator de
essentia, ut fecerat De anima, comm.: Pomum est indivisibile subiecto, et
divisibile secundum essentiam diversam in eo, secundum quod habet colorem,
odorem et saporem, licet in multis sit differentia etc. Ex hoc patet
intelligentiarum compositio, quae cum aliis est, et earum simplicitas, quia non
compositio ex aliis; ideo, De anima, comin.: Res abstractae sunt simplices, et
non compositae. Ex his habetur quod, cum superiores intelligentiae sint in
inferioribus, adhuc potest intelligentia interior intelligere superiorem, non
intelligendo tamen aliquid extra se. Patet etiam quod, cum intelligentia
superior sit intellectio inferiori, quod potest superior principiare motum
productum ab inferiori, eo modo quo intellectio est principium operationis ab
intelligentia productae. Achillini si domanda se una tale teoria non contradica
alla verità teologica; e risponde di no, anzi dichiara di trovarla in tutto
conforme a quello che la fede insegna in proposito E veramente anche AQUINO è
del parere che, nell'atto della visione beatifica,l'essenza divina non è soltanto
oggetto conosciuto, id quod intelligitur, ma altresì forma intelligibile per
mezzo della quale la stessa essenza divina è conosciuta, forma qua
intelligitur. Questa forma attua bensì l'intelletto umano reso capace per
grazia, ma l'attua solo idealmente, in intelligendo, non sostanzialmente,
poiché l'intelletto umano ha già un suo atto sostanziale anteriore all'unione
beatifica coll'essenza divina. Non così per Achillini e per Sigieri AcHiLLiNi
NiFO Sigieri ACHILLINI AQUINO, S. theol., Suppl. Questi non fanno alcuna
distinzione fra l'ordine naturale e lo stato soprannaturale concesso per
grazia, fra la conoscenza che compete alle intelligenze separate per loro
natura e la visione beatifica di cui parlano i teologi. Inoltre, l'intendere
delle intelligenze create, tanto nell'ordine naturale quanto nell'ordine
soprannaturale, è, per Aquino, una operazione accidentale che s'aggiunge alla
loro natura sostanziale già costituita in atto, e il loro stesso intelletto è
una potenza altra dalla loro essenza. Per Achillini e per Sigieri, invece,
l'essenza stessa di qualsiasi intelletto, sì di quello umano come di quelli
celesti consiste in un atto sostanziale d'intendere, dovuto alla loro vmione
coli'intelletto agente che, per essi, è Dio. Fra l'intelletto umano e le intelligenze
celesti v'è solo questa differenza, che r intelletto agente s'unisce al primo
per gradi, e completamente solo al termine del suo sviluppo; alle seconde
invece è eternamente unito come forma che attua tutta insieme la loro capacità.
GÌ'intelletti inferiori a Dio hanno essere soltanto in quanto intendono la
prima Intelligenza, che sola è da sé e per sé. Dio così è il sole del mondo
intelhgibile; le altre intelligenze ne sono lo splendore. In questo eterno
raggiare dalla prima Luce intelligibile e in questo eterno rifletterla per
diversi gradi, consiste l'essere delle menti inferiori alla prima Mente. Per
questo nell'intelletto non v'è MEMORIA GRICE PERSONAL IDENTITY, che è ritorno
del passato. Siffatto ritorno del passato non è concepibile là dove è solo un
eterno presente senza mutamento. I teologi medievali, compreso AQUINO, potevano
attribuire agl’ANGELI la memoria, in quanto attribuivano ad essi un conoscere
puramente naturale e accidentale distinto dal conoscere in Verbo; non
gl’averroisti, pei quali le intelligenze conoscono solo in quanto sono
informate dall'essenza divina. Ed è sicuramente sotto r influenza di questa
dottrina averroistica ch’ALIGHIERI rimprovera ai teologi d’avere attribuito la
memoria agl’angel; che è un'altra delle tante tracce dell'influsso
dell'avveroismo sul pensiero del nostro poeta. AQUINO, S. rheol. Si veda in
proposito, N., Nel mondo di ALIGHIERI, Roma. Il Quolihetum concernente le
intelligenze celesti si chiude con un duhiuni, nel quale l'averroista bolognese
si chiede se le intelligenze intermedie distino dalla prima Intelligenza con
certo ordine, ossia seguendo una qualche proporzione: utrum ordine quodam
recedant intelligentiae mediae a prima. Il problema è risolto da lui
coll'affermazione che così è per Aristotele, non però secondo verità. Anche
questo è un problema tipicamente averroistico, e trae origine da quel passo del
commento d'Averroè alla Metafisica, che dice: Quoniam vero ordinatio istorum
moventiiuTi a primo motore oportet ut sii secundum ordinem stellarum et orbium
in loco, manifestum est etiam; prioritas enim in loco eorum et in magnitudine
facit eos priores in nobilitate. Qual fosse il pensiero di Sigieri su questo
argomento non sappiamo. Ma conosciamo quello d'un averroista a lui abbastanza
vicino e che, come il brabantino, insegna a Parigi nella scuola dell’arti;
voglio dire Jandun. Questi discute il problema utrum motores corporum celestium
sint ordinati secundum ordinem corporum celestium in magnitudine et in loco
nelle Qiiaestiones sulla Metafisica, e lo risolve in senso affermativo. La
soluzione che del problema ci dà il bolognese, è sostanzialmente identica a
quella dell'averroista di Jandun: posto che v'è tra le intelligenze celesti un
ordine gerarchico fondato sul differente grado di perfezione, egli stabilisce
una corrispondenza fra questo e l'ordine dei cieli, in quanto essi si
differenziano per grandezza e velocità: Primus est ordo secundum gradum
perfectionis essentialis earum intelligentiarum sic quod, quanto una
intelligentia est perfectior alia, tanto est primo propinquior, non tainen
secundum proportionem geometricam; patet quolibeto. Hic autem ordo, qui
rationes formales intelligentiarum consequitur, causa est aliorum ordinum qui
sequuntur. Secundus est ordo caelorum secundum magnitudinem eorum, secundum
quam caelum maius continet caelum minus. Perfectiore igitur intelligentia
caelum maius regitur et gubernatur. Oportet enim informabile corre AcHiLLiNi,
Quol. AvERR., Metaph., comm. Ianduno, Quaestìofies in Metaph. I spendere formae
sic, quod altieri caelo altior intelligentia api)ropriatur. Tertius est ordo
velocitatis in motu. Caelum enim maius velociori motu movetur, distinguendo
inter movere et circuire. Huius sententiae fundamentum ponit Commentator,
secando Caeli, commento: super semper eorum intelligentiarum intellectus est
fortior et desiderium est fortius; ideo ab eis motus est velocior. Se il cielo
è il soggetto informabile e l'intelligenza è la sua forma, e se le intelligenze
non hanno altra funzione che quella di motori dei diversi cieli, ne segue che
dal numero dei cieli e dei moti celesti si debba dedurre, come insegnato
Aristotele, il numero delle intelligenze. Ora cieli in senso vero e proprio
possono dirsi soltanto quelli in cui brillano una o più stelle. Perciò otto e
soltanto otto sono le intelligenze motrici. La più alta di esse è Dio, che
muove immediatamente il cielo delle stelle fisse, quod secum rapit alia corpora
caelestian. Le altre sette muovono ciascuna uno dei cieli planetari,
nell'ordine stabilito dagl’astronomi. Achillini, come respinge con Averroè la
teoria degl’eccentrici ed epicicH, così sembra rifiutare il nono cielo,
comunemente ammesso sull'autorità di Tolomeo: Or bis stellatus est finis
corporum quae sunt intra, quoniam extra ipsum nihil est; esso è il primo e più
perfetto di tutti gl’altri cieli; ideo caelum stellatum deo informatur. Se non
che i moti planetari non sono, per Aristotele, m^oti semplici; sibbene la
risultante di più movimenti che richiedono più sfere. Così Aristotele, a render
ragione del moto di ogni pianeta, aveva dovuto, sull'esempio d’Eudosso,
scindere ogni cielo planetario in un gruppo di più sfere, ciascuna delle quali
aveva un diverso movimento. Dalla composizione dei loro moti risulta il moto
apparente del pianeta. Una sola intelligenza, secondo l'avviso d’Achillini,
presiede al moto Achillini, Quol. Il passo d'Averroè nel luogo citato suona
cosi: Quod igitur magis propinquum fuerit primo orbi, habebit maius desiderium,
quoniam propinquitas in loco illic est similis propinquitati essentiarum ad
invicem, quae est propinquitas in scientia et in inteUectu rationali; quanto
enim. magis intellectus primi moti erit fortior, tanto magis desiderium erit
perfectius; et quanto magis desiderium erit perfectius, tanto motus eius erit
velocior. Metaph. Achillini Achillini. di Ogni pianeta; ma ognuna delle sfere
che formano quel gruppo planetario è mossa da una sua particolare anima che è
causa efficiente di moto, mentre l'intelligenza che presiede al gruppo è
soltanto causa finale a cui le anime celesti obbediscono. Si hanno così otto
intelligenze: la prima è Dio, motore del cielo stellato e quindi di tutto
l'universo: ad essa obbediscono le sette intelligenze planetarie, più o meno
nobili secondoche sono più o meno vicine al primo Motore. Ciascuna delle sette
intelligenze planetarie presiede a un gruppo d'anime celesti, quanti sono i
moti dei quali il moto di ogni pianeta è la risultante. Tutto questo, pensa il
filosofo bolognese, si rica da Aristotele e dal suo commentatore arabo: ma
secondo la verità della fede, fra la prima Intelligenza, che è infinita, e le
intelligenze inferiori, non può stabilirsi alcuna proporzione, poiché queste,
per quanto più o meno perfette, sono tutte ugualmente distanti dall'infinità
della Prima. Ciò non di meno, anche secondo la fede, esiste fra le intelligenze
angeliche un ordine basato sulla loro diversa perfezione. Con questa
osservazione, mentre sta per mettere il piede sulla soglia della teologia, in
ianuis theologiae, Achillini pone fine al quolibeto. Ma mentre il filosofo
averroista sente il dovere d’arrestarsi sul limitare della teologia, il teologo
al contrario non sente ritegno di portare l'abito del ragionamento filosofico
sul terreno della verità rivelata e di contaminare, come spesso avveniva, i
dogmi della fede colle lucubrazioni della filosofia. Tale è il caso, fra i
molti che si verificarono della speculazione teologica intorno agl’angeli.
L'angelologia ebraico-cristiana era solidamente costituita nei suoi capisaldi
teorici, come ne'suoi elementi rappresentativi e fantastici, assai prima del
suo incontro colla filosofia aristotelica. Ma poi che, per opera dei filosofi
maomettani ed ebrei l'aristotelismo prende contatto colla rivelazione, e a poco
a poco alla primitiva e rozza cosmologia biblica si soprappose quella dotta dei
greci anche l'angelologia subì un'uguale contaminazione. Omnes gentes quae
concedunt Deum esse, ACHILLINI il molto interessante e istruttivo studio di
Ricciotti, La cosmologia della Bibbia e la sua trasmissione fino a Dante,
Brescia, Morcelliana conveniunt in hoc, quod caelum est locus Dei et aliorum
spirituum qui vulgariter dicuntur Angeli, osserva Averroè; e come lui pensano
Avicenna, Isacco Israeli e Maimonide. Il problema da risolvere, per i teologi
cristiani, era quello di trovare nella gerarchia angelica, fissata dallo pseudo
Dionigi Areopagita o da S. Gregorio Magno, il posto preciso ove collocare le
intelligenze motrici d'Aristotele e dei suoi commentatori. Così, mentre AQUINO
assegna la funzione di intelligenze motrici ad alcuni angeli dell'ordine delle
Virtù, il domenicano Maestro Teodorico di Vriberg fa delle intelligenze di cui
parlano i filosofi, un ordine a parte che precede l'ordine costituito dalle
anime dei cieli e quello degli angeli. Per Dante, le intelligenze motrici dei
cieli sono quelle stesse lequali la volgare gente chiamano angeli; ma non tutti
gl’angeli, sibbene quelli che, in ciascuna gerarchia ed ordine, sono stati
deputati alla vita attiva, cioè al governo del mondo, anzi che alla pura vita
contemplativa. E secondo la nobiltà dei diversi cieli essi appartengono a
gerarchie e ordini diversi; sì che il poeta, al pari degl’averroisti, può
stabilire un rapporto tra la perfezione dei cieli e quella degli ordini
angelici disposti in cerchi concentrici intorno a Dio: Li cerchi corporai sono
ampi ed arti secondo il più e'1 men della virtute che si distende per tutte lor
parti. Maggior bontà, vuol far maggior salute; maggior salute maggior corpo
cape, s'elli ha le parti igualmente compiute. Dunque costui che tutto quanto
rape l'altro universo seco, corrisponde al cerchio che più ama e che più sape.
Per che, se tu alla virtù circonde la tua misura, non alla parvenza, delle
sustanze che t'appaion tonde, tu vederai mirabil conseguenza di maggio a più e
di minore a meno in ciascun cielo, a sua intelligenza. De caelo, comm. Baeum
ker, Witelo, Beitr. z. Gesch. d. Philosophie d. Mittelalters Krebs, Meister
Dietrich, in Beitr. z. Gesch. d. Philos. d. Miti., Dante, Convivio Par.] Così
non ragiona certamente AQUINO; così ragionano invece Averroè e gl’averroisti,
pei quali le intelligenze motrici son forma delle rispettive sfere, come forma
del cielo stellato è Dio stesso. Il quolibeto tratta dell'intelletto possibile,
che occupa r’inlìmo posto tra gì'intelletti e costituisce la tertia et ultima
pars latitudinis intellectuum. A proposito di esso Achillini stabilisce questa
tesi: Intellectus possibilis est intensissimum materialium et remississimum
abstractorum, ossia è la più intensa delle forme unite alla materia e la meno
attiva delle forme separate. Poiché, come vedremo, l'intelletto umano, per lui,
è una sostanza separata, unica per tutta la specie umana, e, nello stesso
tempo, forma sostanziale degl'individui ai quali è unito per sua natura.
Intorno a questa tesi, son discussi dubia, il primo dei quali concerne la
teoria d'Alessandro d'Afrodisia, esposta e combattuta da Averroè, secondo la
quale l'intelletto possibile sarebbe una virtù organica tratta dalla potenza
della materia. L'averroista bolognese confuta questa dottrina con argomenti tolti
dagli scritti del commentatore arabo. Ma se l’intelletto possibile non è una
virtus materialis, al modo delle forme che hanno essere solo pella materia a
cui sono unite e dalla quale sono individuate, s’esso ha una sua propria realtà
indipendente dalla materia, ne consegue che in se stesso sia unico per tutti
gli uomini. Questa è appunto la tesi che Achillini sostiene d'accordo con
Averroè, discutendo il dubbio utrum unum intellectum possibilem habeat omnis
homo. Fra gli argomenti a sostegno della tesi averroistica vi sono questi,
desunti dalla natura della conoscenza intellettuale: Si sic cioè, si
intellectus possibilis esset multiplicatus ad numerum hominum, contingeret ut
res intellecta apud te et apud me sit unum in specie et duo in individuo; ratio
patet supra. Si sic, procederetur in infinitum in conceptibus; quia AcHiLLiNi
De anima, comm., digress. AQUINO, Trattato sull'unità dell'intelletto contro
gl’averroisti, Firenze, Sansoni AcHiLLiNi conceptus essent numero diversi, et
ab omni per se intelligibili numeraliter multiplicato abstrahibilis est
conceptus; ideo ab illis conceptibus essent alii conceptus abstrahibiles; patet
supra. Unus est conceptus essentialis omnium individuorum eiusdem speciei; ergo
unus est intellectus possibilis omnium hominum. Questi argomenti non sono in
sostanza che uno solo, cioè quello di cui già fanno uso gl’averroisti, coi
quali polemizza AQUINO nel De unitate intellectus, e a capo dei quali era
Sigieri: Adhuc autem ad munimentum sui erroris aliam rationem inducunt. Quaerunt
enim utriim intellectum in me et in te sit unum penitus, aut duo in numero et
unum in specie. Si unum intellectum, tunc erit unus intellectus. Si duo in
numero et unum in specie, sequitur quod intellecta habebunt rem intellectam:
quaecumque enim sunt duo in numero et unum in specie, sunt unum intellectum,
quia est una quidditas per quam intelligitur; et sic procedetur in infinitum,
quod est impossibile. Ergo impossibile est quod sint duo intellecta in numero
in me et in te; est ergo unum tantum, et unus intellectus numero tantum in
omnibus. AQUINO, Traci, de un. intell. cantra averr.,ed. Keeler, Roma; il
commento di N. alla traduzione di questo opuscolo d’AQUINO, Firenze, Sansoni.
L'argomento che deriva d’Averroè De anima, comm., digress., solae quaestionis,
è ampliato da COLONNA (vedasi) nel suo trattato De plur. inteìlectus
possibilis, Venezia gira, ed è la sesta delle ragioni colle quali Averroè
positionem suam roborat et vult ostendere quod intellectus, qui dicitur
possibilis, est unus numero, in questo modo: Si potest estendi quod una et
eadem species intelligibilis informat omnes intellectus, tunc sequitur quod sit
unus intellectus in omnibus numero. Unde licet non sequeretur quod eadem res
videretur ab oculo omnium hominum, si unus esset oculus omnium, bene tamen
valeret quod, si una species informaret oculum cuiuslibet hominis, quod unus
esset oculus cuiuslibet hominis. Ergo a simili: si igitur una species informat
intellectum omnis hominis, omnes homines habent unum intellectum. Quod autem
una species informet intellectum omnis hominis, patet; nam possibile est quod
plures homines intelligant lapidem. Tunc ergo quero: aut est per imam speciem
lapidis, aut per aliam et aliam. Si per unam, habeo intentum; si per aham et
aliam, tunc ille due species oportet quod differant numero, et communicent in
forma, cum ducant in cognitionem unius naturae. Sed quotiescunque aliqua dicunt
differentiam in numero seu in specie, tunc nullum eorum habet intellectum in
actu, et habet tantum intellectum comm.unem; ideo nulla illarum specierum est
in intellectu in actu, sed habebunt intellectum communem. Et tunc quero de ilio
intellectu comuni, cum possit intelligi, utrum intelligatur per eandem speciem
vel per aliam; sed non est abire in infinitum; standum est igitur in primis,
quod una species potest informare intellectum plurium hominum et pari ra[Nel
corso della discussione delle obiezioni contro la tesi dell'unità, Achillini
inserisce addirittura un brano di Sigieri, che noi conosciamo attraverso una
citazione del Nifo e che questi dice preso dal trattato De intellectn, misso
AQUINO in responsione ad illum AQUINO. Giova riportarlo, per un confronto con
quanto scrive il suessano: Ad, haec supponamus quod iste terminus homo
SIGNIFICAT compositum ex corpore et intellectu, et quod homo est per se unum,
directe reponibile in praedicatione substantiae, sub ANIMALI, intrinsece
DENOMINATUM intellectione etc. Secundo, non potest intellectus informare
materiam non informante cogitativa quia non stat materia sine forma constituta
in esse per eam; et non potest intellectus informare sine sua proxima
dispositione et ultima, quae est cogitativa. Et sic patet cogitativam ordinari
in intellectivam, quamvis cogitativa non sit forma generica. Ex quo patet quare
operatio cogitativae et intellectus possibilis se comitantur, ut tangit
Commentator, De anima, comm. Ncque potest cogitativa informare, non informante
intellectu, quia, dato informabili ultimate disposito et informativo, ponitur
informatio. Est autem materia informata cogitativa informabile propinquum et
ultimate dispositum ad recipiendum intellectum; et sic potest una forma
substantialis esse dispositio ad aliain, dummodo illa forma praeparans non sit
materiae ratio recipiendi. Hucusque nihil mali dictum est. Tertio,
praemittendum apud Averroim quod intelligentiae sunt haec et individuae
individuatione non repugnante esse universali, quia esse earum in anima et
extra animam est idem, De anima, comm. et Metaphysicae, commento: In abstractis
non differt quidditas ab eo cuius est. Est autem intellectus possibilis de
genere intelligentiarum, ideo non repugnat intellectum dare esse hoc, quamvis
etiam sit universalis. Ideo concedo Sortem habere suum esse hoc ab intellectu.
Sed a materia, divisa informabili cogitativa. tione omnium; igitur omnes
homines habent unum intellectum numero. Appare evidente da questo testo di
COLONNA e da quello d’AQUINO, come si sia ingannato Fiorentino, di solito
attento e accurato, quando ha creduto di ravvisare nel argomento d'Achillini,
qui sopra riportato, due mutazioni sostanziali dell'averroismo {Pomponazzi.
Studi storici sulla scuola bolognese e padovana Firenze. Il conceptus
essentialis omnium individuorum eiusdem speciei è l' intellectum, cioè il
votjtÓv aristotelico, l'universale che è certamente unico per tutti
gì'individui d'una stessa specie. Dall'unità dell'intellectum Averroè e, con
lui, Achillini deducono l'unità dell'intellectus possibilis. Nifo, De
intellectu Sigieri Questa frase che nel riassunto del Nifo manca, è
evidentemente un'osservazione dell'Achihini, e mostra che questi ha un testo
dinanzi a sé. I 20/ informante mediante dimensionibus, oritur possibilitas
multiplicationis individuorum sub eadem specie; quae omnia, secundum
Commentatorem, propter esse universale intellectus, informari possunt ilio et
ab ilio sumere suum esse hoc et unum, et verius unum quam bruta a sensu, quia
mediantibus dimensionibus unitur sensus materiae, sed non intellectus. Parrebbe
dal confronto di questo brano con quanto ci è fatto sapere dal Nifo, che
l'Achillini abbia fatto sua una pagina dello scritto di Sigieri in risposta al
De unitale intellectus d’AQUINO. Come vedremo più oltre, non è questo l'unico
caso da rilevare. Dopo aver sostenuta con sedici argomentazioni la tesi
dell'unità dell'intelletto possibile, attribuita ad Aristotele, ed aver risolto
le obiezioni contro di essa, il bolognese conclude affermando che la tesi
d'Aristotele e d'Averroè è falsa, e, contro il metodo finora seguito, fa vedere
che cosa si può rispondere ai argomenti a prò di essa. Indi passa a discutere
un dubbio, e cioè Utrum intellactus possibilis sit pure potentialis. Il
problema era stato posto almeno due volte da Sigieri di Brabante, e tutte e due
le volte risolto allo stesso modo: l'intelletto possibile, prima dell'atto
dell'intendere, non ha alcun atto, né può dirsi sostanza se non in potenza.
Affermare, come facevano Tommaso ed altri, che esso sia una sostanza in atto in
genere intellectualis naturae, prima dell'atto d'intendere, est ponere
contraria et impossibilia vel incompossibilia; per questa ragione appunto
Aristotele aveva detto e quod intellectus ante intelligere nullam naturam habet
nisi istam quod possibilis. L' intelletto possibile diviene atto e sostanza in
genere intellectualis naturae, soltanto per l'azione su di esso dell'intelletto
agente, che è una sostanza separata, la quale, come ormai sappiamo, per Sigieri
è Dio. Identica è la soluzione che di questo problema dà Achillini:
l’intelletto possibile è sostanza puramente potenziale in genere
intelligibilium, e quello che lo trae dalla potenza AcHiLLiNi Sigieri,
Qiiaestiones naturales, ed. Stegmùller Sigieri, De anima intellectiva, ed.
Mandonnet Giorn. Crii. d. Filos. Hai. AcHiLLiNi, Quol., dub. I l'atto è
l’intelletto agente che, anche pel1'averroista italiano, come vedremo
esaminando il quolibeto, è Dio: Componitur enim intellectus possibilis agenti;
tali tamen compositione quod remanent dnae substantiae separatae in actu. Ideo,
De anima, comm., istae substantiae sunt duae uno modo, et unum alio modo. Sunt
enim duae per diversitatem actionis; et sunt unum, quia intellectus materialis
perficitur per agentem. Et secundo De anima, comm., et De anima, comm., omnis
actio attributa alieni propter aliqua duo existentia in eo, necesse est ut unum
sit materia et aliud forma; sed nos intelligimus per intellectum agentem et
possibilem, De anima, comm.; et sic aliquo modo intellectus agens est forma
nobis, ut patet De anima, comm.. Se l’intelletto possibile non è un atto prima
d'intendere, ma semplice potenza, ne segue che l'intellezione che attua questa
potenza, sia essa l'atto sostanziale dell'intelletto, poiché la pura potenza
non è mai soggetto immediato d'accidenti. Perciò l'atto d'intendere, del pari
che l'abito della scienza, è perfezione essenziale dell'intelletto possibile e
atto che costituisce la sua sostanza quando pensa e ragiona. Anche in questo
egli è perfettamente d'accordo con Sigieri. Unico per tutta la specie umana,
l'intelletto possibile è eternamente congiunto coll’intelletto agente che ne
attua la potenza, e possiede, grazie a questo congiungimento, un atto di
pensiero eterno in cui consiste la sua stessa natura. Di abiti e di atti
accidentali si può parlare non in rapporto all'intelletto in sé, ma solo in
rapporto ai fantasmi sensibili ai quali l'intelletto possibile s'unisce nei
singoli individui della specie umana. Questo, s'intende, dal punto di vista
averroistico, in quanto s'ammette un unico intelletto per tutti gl’uomini. Ma
ciò non è più vero, se si rifiuta come falsa la tesi dell'unicità
dell’intelletto possibile. L'ultimo dubbio del quolibeto verte sul problema
utrum intellectus possibilis sit forma dans esse hominem. Zabarella fa le sue
meraviglie perché Achillini, dopo aver sostenuto l'unità dell'intelletto, non
avesse visto la contradizione che e'è ad affermare che lo stesso intelletto,
unico per tutta la specie, è forma ACHILLINI Sigieri, nei luoghi cit. I
informante, e non soltanto assistente, sì da costituire l'uomo nel suo essere
di uomo. Ma il filosofo padovano non sa che anche in questo il bolognese segue
da presso il maestro brabantino. Del quale è appunto la tesi, a quanto e'
informa Nifo, che l’intelletto, pur essendo unico in sé stesso, è forma
costituens hominem et hunc hominem: hominem in esse specifico, et hunc hominem
in esse hoc. Anzi Nifo ci fa sapere che Sigieri, nell'opera della quale il
suessano riferisce alcuni tratti che son riportati alla lettera anche
d’Achillini, come abbiamo visto a proposito del secondo dubbio di questo terzo
quolibeto, ritene, al pari del bolognese, dottrina conforme alla mente
d'Averroè quella che afferma esser l'intelletto possibile forma sostanziale
dell'uomo. Come Sigieri, anche l'averroista italiano pone nell'uomo due
forme:la cogitativa tratta dalla potenza della materia, e l'intelletto. Ma la
prima è ordinata al secondo, e questo è complemento e perfezione di quella; sì
che la materia già informata dalla cogitativa è 1'informabile ultimate
dispositum ad recipiendum intellectum, che ne è la forma ultima. Nifo ad
esprimere questo intimo e sostanziale rapporto fra la cogitativa e l’intelletto
possibile, s'era servito del termine di semi-anime o semi-forme. Il termine
nell'Achillini non s' incontra, e non credo s' incontra nemmeno nello scritto
di Sigieri al quale il suessano si riferiva: ma il concetto e' è, sì nell'uno
che nell'altro. Forma sostanziale che dà all'uomo il suo specifico essere di
Zabarellae, Liber de mente hiimana De rebus naturalibus, Venezia, e nei
Commentarii in Arist. de anima, Venezia, dopo il commento De inteUectu; De
anima, comm.; Sigieri nel pens. Anche VIO, nel suo commento al De anima,
stampato a Firenze, lui vivente, nel 15 io, dopo aver detto che Averroè separa
l'anima intellettiva dal corpo, osserva in margine che questo è contra
achiUinum, quolibeto, et subgerium in tractatu ad AQUINO, qui volunt quod
intellectus uniatur secundum esse, apud averroem, et sit unicus. ACHILLINI
AcHiLLiNi In Sigieri anzi il concetto s' incontra fin nelle Quaestiones super
de anima del Merton, Oxford; Giornale Crit. d. Filos. Ital. Lo stesso concetto
appare anche nelle Quaestiones de anima intellettiva, ed. Mandonnet.] uomo,
l’intelletto non è per altro forma constituta in esse per materiam, sì da
dipendere da questa, come accade per le forme che son tratte dalla potenza
della materia, poiché ha un proprio essere di forma separata al pari delle
intelligenze celesti, che pur son forme dei rispettivi cieli. Ed anche in
questo concetto l'accordo d’Achilhni coll'averroista belga è perfetto. Forma e
perfezione del primo cielo Dio, forma e perfezione dei cieli inferiori al primo
le intelligenze motrici, forma e perfezione dell'uomo l' intelletto possibile,
che è l'infima delle intelligenze. Resta ora da vedere come Dio sia forma anche
degl'intelletti e ragione di ogni intelligibilità. Il quolibeto è dedicato
all'intelletto agente. Se l’intelletto possibile è pura potenza, l'intelletto
agente è puro atto senz'ombra di potenza; perciò esso possiede, fra tutti
gì'intelletti, il massimo grado d'intensità nell'intendere. Esso dunque è Dio.
La identità dell'intelletto agente con Dio, che Nifo attesta essere stata
sostenuta da Sigieri, è dimostrata d’Achillini con questi argomenti: Primo,
omnis felicitas est deus; sed ntellectus agens est felicitas; ergo etc. Maior
et minor in secundo dubio et tertio declarantur. Secundo, omnis intellectus qui
est. omnia facere est deus; sed intellectus agens est intellectus qui est omnia
facere, De anima, textu comm., etc. Patet maior, quia esse omnia facere est ad
omnia receptibilia in intellectu possibili, ad hoc ut in eo recipiantur,
effective concurrere, vel est ad omnia factibilia effective concurrere, vel
omnia facere, id est purus actus; et quomodocumque intelligatur, soli deo
competit. Tertio, illud cuius substantia est sua operatio omnimode, est deus;
sed intellectus agentis substantia est illius operatio omnimode, De anima,
comm.: Et est in sua substantia actio, id est, non est in eo potentia ad
aliquid. Quarto, omne quod est primum educens formam de materia, est deus;
patet ex quolibeto primo. Sed intelligentia agens est primum educens etc, De
aniìna, comm. Quinto, omne quod animae nostrae infundit intellectum, est
intellectus agens; sed deus animae nostrae infundit intellectum. Patet maior,
quia intellectum speculativum facit intellectus Achillini, Quol. Ili, dub.
Nifo, De intell. De anima, comm. Sigieri. I agens esse in intellectu possibili,
faciendo de potentia intellectis actu intellecta. Minor est Aristotelis
exemplum, Rhetoy'icorum: Intellectui deus lumen accendit in anima. Ex hoc patet
quare Commentator, De anima, comm., dixit se differre a Themistio, in modo
ponendi intellectum agentera, et convenire cum Alexandre; quia Themistius
voluit intellectum agentem non esse Deum, quia animae nostrae est pars; sed
Alexander voluit intellectum agentem esse deum: patet ex De anima, comm., ubi Commentator,
recitando opinionem Alexandri dixit: Intellectus agens est prima causa agens
intellectum materialem. Il primo di questi argomenti è preso da Sigieri. Il
secondo e il terzo son ricavati dal testo aristotelico del De animai, ov'è
detto che è proprio dell'intelletto agente rendere intelligibili tutte le cose,
e che lo stesso intelletto agente è atto per sua natura, senza alcuna
mescolanza, sì che non intende ora sì ed ora no, ma intende sempre,
senz’intermissione; le quali cose son proprie soltanto di Dio. Importante poi è
l'osservazione concernente la dichiarazione d’Averroè, il quale approva
Alessandro d'Afrodisia, per avere identificato l'intelletto agente colla causa
prima che trae dalla potenza all'atto l'intelletto possibile o hylico. Dopo di
che Achillini riporta obiezioni che solevano farsi alla tesi da lui sostenuta;
l'ultima delle quali è questa: Nono, sequitur deum esse partem animae nostre,
quod non videtur etc, giacché Aristotele aveva detto che tanto l’intelletto
agente quanto quello possibile bisogna che siano due èv t-^ ^u/y^... Sia9opaL
Alla quale obiezione il bolognese risponde semplicemente così: Ad nonum,
declaratum est supra quomodo deus est pars animae nostrae, et quomodo non. Ed
infatti in un passo del quolibeto, dub., che abbiamo già riferito altra volta,
egli aveva detto che, pur essendo l'intelletto possibile ed agente due sostanze
diverse, s'uniscono nell'atto dell'intendere di guisa che in qualche modo
intellectus agens est forma nobis. AcHiLLiNi, Quol., dub. NiFO, De intell.,
Sigieri De anima. Ma in che modo Dio s'unisca all' intelletto umano come forma,
è detto più ampiamente nella discussione del secondo dubiuni del quolibeto, ove
si pone lo stesso problema che s'era posto Sigieri nel Libey de felicitate,
Utrum felicitas sit deus, e lo risolve allo stesso modo del brabantino. Dio è
il fine supremo d’ogni intelligenza, nel cui conseguimento consiste la
beatitudine, perché Dio è ciò che è simpliciter perfectum quod secundum se est
eligibile semper, è optimum, pulcherrimum, delectabilissimum , è quello che
nullo indiget ed è principium honorum et causa ipsorum. Soltanto Dio, dunque,
est felicitas sibi aut aliis intelligentiis aut homini, quia solum ipse est
perfectissimum intelligibile et appetibile propter se, e solo in lui eminenter
reperitur ratio obiecti intellectus et voluntatis, Si dirà che la felicità è un
atto che è in noi, mentre Dio non è in noi. Achillini risponde che, come nel
quolibeto concede deum esse intellectionem intelligentiarum, nunc conceditur
deum esse intellectionem intellectus possibilis et hominis. Ma s'obietta
ancora: nullum obiectum operationis quae est felicitas est illa operatio quae
est circa illud obiectum; patet ex differentia Inter obiectum operationis et
operationem. Sed deus est obiectum operationis quae est felicitas; patet io
Ethicorum, cap. io: Perfecta felicitas est operatio speculativa optimorum. Ergo
etc. A questa obiezione Achillini risponde negando la maggiore: Ad tertium
negatur maior, quia sufficit inter operationem et obiectum distinctio rationis.
Dico igitur quod felicitas non intelligo policam quae est usus virtutis,
septimo Politicorum, sed contemplativam, quae secundum Philosophum, decimo
Ethicorum, est secundum nobilissimum habitum qui est sapientia, et secundum
eundem, septimo Politicorum, est melior quam politica non est actus
qualitativus inhaerens intellectui aut voluntati: quia si sic, tunc non
tenderent intellectus et voluntas in félicitatem tamquam in ultimum finem.
Secundo, quia ille actus non est perfectissimum. Quia oporteret ponere ¥>
NiFO, De intell. Sigieri duas felicitates: imam formalem et intrinsecam, et
aliam obiectivam et extrinsecam; et sic Aristotelem et Commentatorem
indistincte processisse in aequivoco, cum dixeriint felicitatem esse ultimum
fineni et operationem animae. Quia ex quolibeto non datur accidens inhaerens
intellectui. Concludo igitur quod tantum una est felicitas, et quod ea omnia
vere felicitabilia felicitantur; et ista est deus. Hanc sententiam ponit
Commentator, Etliicoritm, capite in Deo esse felix est in speculatione sui, in
nobis esse felix est in eo in quo est sibi, prout nobis est possibile. Allo
stesso modo Sigieri sostene che, come Deus Deo per essentiam beatificatur, così
l'intelligenza a lui più vicina essentia Dei ut forma felicitatur, et consequenter
omnes residui intellectus; adeo quod intellectus hominis essentia Dei
felicitatur, quemadmodum Deus essentia Dei»ioo. Sebbene distinti nella loro
natura, l'intelletto causato non potrebbe intendere Dio, se Dio non lo
informasse di sé, giacché, tanto per Achillini quanto per Sigieri, intellectio
qua Deus intelligitur est ipse Deus; l'operazione colla quale Dio è inteso da
parte dell'intelletto causato e l'oggetto inteso formano, nell'atto
dell'intendere, una cosa sola. In quest'atto, Dio, informando di sé
gì'intelletti inferiori, fa ad essi dono di se stesso. Ex quo patet osserva il
bolognese quod felicitas est optimum deorum donum, quia non est donum
excellentius quam donare seipsum, et praesertim si donatum sit perfectissimum
entium. Hinc apparet quam commode potuit Aristoteles, De animalibus,
substantiam hominis divinam appellare. Principio di siffatta beatitudine è,
pertanto, il congiungimento della mente umana con Dio nell'atto dell'intendere.
Perciò la felicità consiste formalmente in un atto d'intelligenza, poiché solo
nell'atto dell'intendere avviene il congiungimento dello spirito causato
coli'intelletto primo: la beatitudine è il più alto grado della vita
speculativa, come con Aristotele aveva detto Averroè. A questo punto giova
chiarire qual era il pensiero di Sigieri intorno ad una questione dibattura
specialmente fra i , NiFo Sigieri AcHiLLiNi Arist., De part. animai., Eth.
Xiconi., comm. De anima, comm. teologi. Questi solevano chiedersi se l'esser
beato si fonda, come dice Dante, nell'atto che vede oppure in quel ch'ama; in
altri termini, se la heatitudo risieda formalmente in un atto di conoscenza del
quale è soggetto l'intelletto, ovvero in un atto d'amore che risiede nella
volontà. Ed è noto che, mentre i teologi del vecchio indirizzo agostiniano e i
francescani poneno la beatitudine in un atto di volontà al quale precede la
conoscenza, AQUINO e la sua scuola la fanno consistere essenzialmente in un
atto d'intelligenza, d'accordo in questo cogli averroisti, al quale atto
d'intelligenza tien dietro l'atto d'amore da parte della volontà. Se non che
l'una e l'altra teoria presuppongono una troppo netta distinzione fra
l'intelhgenza e il volere. Sigieri supera il problema, negando la distinzione
reale fra queste due facoltà. Ciò risulta d’un importante luogo del Nifo, che
prima m'era sfuggito. Dopo aver riassunto que ex libello Subgerii excipiuntur,
intorno al problema dell'identità della beatitudine con Dio, Nifo prosegue: Ut
igitur positio huius philosophi intelligatur, oportet accipere quod sicut unum
precise est intellectum et volitum sub diversis rationibus, intellectum quidem
ut perficiens intellectum ipsum absolute, volitum ut perficiens illum sub
indifferentia fuga aut consensus; ita una numero est intellectio et volitio,
sed differunt quoniam intellectio est intellectum absolute, volitio est
intellectum ut acceptum vel fugitum; sic unamet res est voluntas et
intellectus: intellectus quidem, ut perficitur ac formatur ab intelligibili sub
ratione forme absolute; voluntas autem ut perficitur ratione fuge vel
prosequele, ut superius diximus. Ergo intellectus et voluntas sunt unamet res
simpliciter absolute, licet sint diverse rationes; et inde videmus Aristotelem
et Averroem nuUam facere differentiam inter ea, nec tractatus diversos, nec
capitula diversa, ut in De anima visum est. Ex quo sequitur, quod unamet
felicitas est intellectio et volitio, ac unainet essentia est intellectum et
volitum; est enim in abstractis intellectio rei idem quod ipsa res, ac volitio
rei idem etiam cum re volita. Ergo si Deus erit felicitas. Deus erit
intellectio et volitio insimul; et etiam simul est volitio quod felicitas, et
intellectio quod volitio et felicitas etc. Amplius sequitur quod ociosa est
questio querens utrum fe103 Pa»'., Nifo, De intelL, Sigieri Così anche
Achillini, Quol. dub. Ad primum, voluntas et intellectus sunt idem re, licet
secundum esse vel rationem differant. Felicitas principalius sit intellectio
quam volitio, an econtra; cum volitio et intellectio non differant nisi nomine
vel ratione; nisi questio fiat sub ratione respectiva hoc modo, scilicet utrum
felicitas sit Deus sub ratione qua intellectio, an Deus sub ratione qua volitio
vel amor. A questa felicità, dichiara Achillini, noi tendiamo per natura, né
può darsi che il desiderio naturale resti inappagato in tutta la specie.
Perciò, considerato in rapporto alla specie umana che è eterna, anche l'
intelletto umano, come insegna Averroè, è eternamente felice, perché
eternamente congiunto con Dio e colle intelligenze separate. Ma non felici son
tutti gli uomini, singolarmente presi, poiché non tutti arrivano, in questa
vita, a questo segno. Giacché per Achillini, come per Sigieri, si tratta
appunto della felicità alla quale è concesso all'uomo d'arrivare in questa
vita, mediante l'acquisto della scienza: Felicitatem autem in alia vita, quam
non potuerunt philosophi naturali ratione inquirere, theologis relinquimus
considerandam. Ma può l'uomo arrivare in questa vita a conoscere le sostanze
separate? Tale il problema che il nostro bolognese si pone subito dopo, col
dubbio. Nella soluzione di esso egli fa uso dell'argomento di Sigieri, riferito
da Nifo e Silvestri: Secundo, si impossibile esset intellectum possibilem
intelligere substantias abstractas, ociose egisset natura, quia fecisset, quod
est in se naturaliter intellectum, non intellectum ab aliquo. Ratio est
Averrois, Metaphysucae, comm. Suppono in hac ratione, quod omnis intellectio
conveniens intellectui possibili convenit homini, sic quod non est possibile
quod intellectui competat, quin homini conveniant: hoc voluit Aristoteles, De
anima, textu commenti, et hoc proposito negato, clauditur via Commentatori ad
ostendendum caelum intelligere. Ideo, si possibile est substantias separatas
intelligi ab intellectu possibili, possibile est substantias separatas
intelligi ab homine. Hoc stante, arguo sic: Ouandocumque est aliqua forma non
apta recipi in maxime receptivo alicuius generis, illa non est receptibilis in
minus reciptivo illius generis; sed intellectus possibilis in genere intelligentiarum
est maxime receptivus; patet ex quolibetoio9; 106 Nifo AcHiLLiNi AvERR., De
awf/Ma, comm. ergo, si primam formam non est possibile intellectum possibilem
recipere, non est possibile alium intellectum recipere primam formam; et sic
iam frustrarentur intelligentiae mediae ab hoc fine, qui est deum gloriosum
intelligere. Tunc ultra: quandocumque intellectus abstractus non potest
intelligere interiora, ut quolibeto dictum est esse de mente Averroismo; sed
nulla intelligentia media potest primam intelligere, ut ex ratione superiori
sequitur; ergo nulla intelligentia potest intelligentiam mediam intelligere;
sed ncque deus potest intelligentias medias intelligere, secundum Averroim, ut
patet quolibeto primo; neque intellectus possibilis potest eas intelligere per
te; ergo intellectum naturaliter in se non est intellectum ab aliquo. Patet
consequentia de intelligentiis mediis: quia non a Deo, qui est supra; non a se
ipsis, ut sequitur; neque ab intellectu possibili, qui est infra, per te
intelliguntur; et non est alius intellectus ab istis. Et sic patet alia
ociositas in natura et maxima; et sic patet quod, quamvis non sit homo finis
intelligentiarum, tamen, si non sunt intelligibiles ab homine, frustrantur a
suo fine; et sic ociose sunt intelligibiles etc. Ilaec omnia ex modis
intelligendi dei, intelligentiarum et intellectus possibilis supra declaratis
sunt evidentia. Passando ad esporre i fondamenti filosoiìci sui quali si basa
la tesi che attribuisce all'intelletto umano il potere di elevarsi a conoscere
le sostanze separate, l'averroista bolognese distingue, come aveva già fatto
Jandun, la conoscenza speculativa acquisita per mezzo dello studio delle
discipline filosofiche, dalla conoscenza intuitiva, qua cognoscimus substantias
separatas per earum essentias proprias; e in quest'ultima fa consistere la
felicità suprema dell'uomo. Sì che la beatitudine non è raggiunta coll'acquisto
delle scienze speculative, ma dopo il loro apprendimento. L'acquisto per altro
delle scienze è una condizione indispensabile e sufficiente a rendere la mente
umana preparata e disposta al congiungimento coll’intelletto agente, che
sappiamo ormai esser Dio. Ma, oltre a ciò, è necessario che alla perfetta
conoscenza speculativa tenga dietro la pratica delle virtù morali: Cum igitur fuerit
homo secundum virtutes morales sufficienter habituatus, sic quod cessaverit
discordia inter sensitivum appetitum et intellectivum; sic quod rationi regimen
tributum erit AcHiLLiNi, Quol., dub. Questo luogo, nella stampa veneziana, è
evidentemente difettoso. AcHiLLiNi, Quol., dub. NiFO, De intell.; In Averroys
de anime beatitudine, comm. Sigieri De anima. Metaph. sine intrinseco
repugnanti; sic quod veruni erit dominium rationis super viribns sensitivis,
tunc continuabitur intellectus possibilis, secundum quod est felix, homini et
denominabit hominem felicem. Ex quo patet quod quia in habituatione hominis
secundum virtutes et scientias magnum tempus vitae hominis labitur. Unito al
corpo umano da un legame intrinseco, l'intelletto possibile trae dall'esperienza
sensibile le forme immerse nella materia e rese immateriali per un processo
d'astrazione. Quando, attuato da queste forme divenute intelligibili e
dall'abito delle scienze filosofiche, l'intelletto umano si trova congiunto
coll’intelletto agente nell'atto della beatitudine, alla stessa beatitudine
parteciperanno in tal modo le cose del mondo materiale, fatte intelligibili; sì
che l'uomo verrà ad essere anello di congiunzione fra il mondo superiore e il
mondo inferiore, nexus superiorum cum inferioribus, ultra hoc quod forma
hominis sit intelligentia. Anzi, siccome Dio nell'atto della beatitudine è
forma dell'intelletto beato, e questo è forma del corpo umano, ne segue che
anche la stessa materia partecipa alla beatitudine; di guisa che attraverso l'uomo
la beatitudine si diffonde su tutto il mondo inferiore. Ma poiché l'intelletto
agente è la suprema Intelligenza, cioè Dio, mentre l'intelletto possibile è
l'infima, questo non può unirsi immediatamente alla prima Intelligenza, sibbene
mediante le intelligenze intermedie. Sì che nell'atto stesso e, potremmo dire,
coll'atto stesso col quale s'unisce all'uomo l’intelletto agente come forma,
s'uniscono all'intelletto possibile anche le altre intelligenze ad esso
superiori già informate dalla prima Intelhgenza: Cum intellectus agens sit
suprema intelligentia, et intellectus possibilis sit intima, non potest
naturaliter uniri intellectus agens intellectui possibili immediate, quia aliae
intelligentiae naturaliter mediant. Ideo oportet quod aeque cito, sicut incipit
intellectus agens esse forma et intellectio istius hominis, incipiat quaelibet
alia intelligentia media informare hunc hominem. Ex hoc patebunt apud
Aristotelem et Commentatorem novem gradus felicitatis, sicut novem sunt apud
eos intellectus felicitabiles, quorum AcHiLLiNi Per questa teoria della
beatitudine, la mistica averroistica. prinius et maximus dee convenit, nonus
vero et intìmus intellectui possibili, medij vero medijs intelligenti s
aptantur ordinate etc, quia intellectus cognoscens deuni per plura media
remissius cognoscit et imperfectius. Ideo prima, quae est sua cognitio per
essentiam, se perfectissime cognoscit. Secunda autem intelligentia recipiendo
cognoscit primam, licet immediate eam recipiat. Tertia vero mediante secunda;
et sic gradatim descendendo. In questo senso dice Sigieri, come ci attesta
Nifo, che l’intelletto possibile dell'uomo, ut habet esse intentionale, est
materia omnium intellectuum separatorum. Nell'ultimo dubbio di questo
quolibeto, Achillini riassume e schematizza quanto ha detto in questo stesso
quodlibeto circa il congiungimento, copulatio, continuatio, dell'uomo
coll’intelletto. I congiungimenti, a dir vero, son tre, e non uno solo: il
primo è quello dell'intelletto possibile col corpo umano di cui è forma; il
secondo è quello dell'intelletto agente coll’intelletto possibile; il terzo è
il congiungimento dell'intelletto agente coll'uomo. Il primo congiungimento è
duplice. Anzi tutto, l'intelletto possibile s'unisce all'uomo secundum esse,
cioè come forma sostanziale che dà all'uomo il suo essere specifico di uomo, e
ciò fin dal momento in cui l'uomo comincia ad essere uomo. Indi s'unisce a lui
secundum operationem, quando l'uomo comincia a far uso dell'intelligenza.
Questo duplice congiungimento era già esplicitamente distinto da Sigieri,
secondo la testimonianza del Nifo. Anche il congiungimento dell'intelletto
agente coll’intelletto possibile è duplice: dapprima l'intelletto agente
s'unisce all'intelletto possibile come causa agente dell'intendere, concorrendo
all'astrazione del concetto dall'immagine o fantasma sensibile, e promovendo lo
sviluppo intellettuale per mezzo delle scienze; indi, al termine dello sviluppo
intellettuale, s'unisce all'intelletto possibile, acconciamente disposto e
preparato, come forma che ne attua tutta la potenzialità e gli dà la
beatitudine. Siffatta distinzione è d'Averroè Nifo, De intelL, Sigieri
AcHiLLiNi De intelL, De anima, comm. Sigieri AcHiLLiNi AvERR., De anima, comm.
Ed essa vale anche per il congiungimento dell'intelletto agente con l'uomo.
Giacché dapprima l'intelletto agente, trovando l'intelletto possibile già unito
secundum esse al corpo di quest'uomo particolare, per esempio, di Socrate,
illumina della sua luce i fantasmi della cogitativa di lui, diversi dai
fantasmi di altri uomini, e ne trae quelle specie intelligibili che sono intese
in questo particolare momento da Socrate. Piìi tardi, quando l'intelletto di
Socrate, convenientemente attuato dagl'intelligibili tratti dalla sua
particolare cogitativa, si sarà arricchito di una sempre più varia e complessa
esperienza, l'intelletto agente gli dischiuderà, se n'è degno, il mondo
splendente della pura luce che emana da sé, come da sole d'ogni
intelligibilità. Come in Sigieri, così anche nell'Achillini s'avverte lo sforzo
per superare la difficoltà maggiore dell'averroismo, già avvertita dallo stesso
arabo, consistente nel bisogno di conciliare l'universalità del conoscere e il
valore della personalità o PERSONA umana individuale. La grande obiezione che
AQUINO fa, dal punto di vista strettamente filosofico, alla dottrina d'Averroè,
è appunto questa: posta l'unità dell'intelletto, come può esser vera la
proposizione: hic homo intelligit? Alla fine del diibimn utrum felicitas sit
deus, Achillini si domanda se l'uomo che in questa vita ha il privilegio
d'arrivare a congiungersi coll’intelletto agente come a sua forma, può perdere
volente o nolente questa sua beatitudine. La sua risposta è incerta e
imbarazzata, anche perché concerne uno dei più scottanti problemi che, non
molti anni dopo, solleva gran clamore di dispute, voglio dire il problema
dell'immortalità PERSONALE. Già AQUINO notato che, tolta tra gli uomini ogni
diversità d'intelletto, ne segue che, dopo la morte, niente rimanga della
coscienza individuale. L'averroista bolognese, pur ritenendo con Sigieri che
l’intelletto possibile è forma del corpo umano, e che nel suo atto d'intendere
è essenzialmente legato ai fantasmi della cogitativa, pensa che all'eternità
dell'intendere e della beatitudine non sia necessario un legame col singolo,
bastando il la mia introduzione a AQUINO, Trattato sull'ìtniià
dell'intellettoTratt. sull'unità dell'intell.] legame colla specie, la quale
nella successione dei molteplici individui dura eterna: Testatur enim
Aristoteles, Ethicorum, capite: u Multa enim et natura existentium scientes et
operamur et patimur, quorum nulluni neque voluntariuni neque involuntarium est,
puta senescere vai mori. Conditio enim suae naturae, quam scit esse mortalem,
non patitur nolle, et quia mors non est finis neque bonum, Physicotum, textu et
commento, ideo non vult felix mortem. Neque desiderio naturali permanentiam
sempiternam appetit in individuo, sed in specie, De anima, comm., et
Physicoruni, comm. Et propter hoc in Physicorum dixit Commentator, fortunitatem
ultimam esse secundum fatuos vitam aeternam. Multa autem mala felicitas hominis
compatitur, quae felicitati dei aut intelligentiarum repugnant. Est enim, inter
veros felicitatis gradus, humanus intìmus. Ideo, Ethicorum, capite Sapientem
omnes extimamus fortunas decenter terre. Felicitatem autem in alia vita, quam
non potuerunt philosophi naturali ratione inquirere, theologis relinquimus
considerandam. Pomponazzi, sebbene abbia dell'intelletto possibile un concetto
così diverso da quello dell'Achillini, sul tema dell'immortalità personale è
perfettamente d'accordo con lui: tranne che per il mantovano solo l'intelletto
agente è veramente immortale per essere una sostanza separata, come volevano
anche Temistio e gli averroisti. Visti quali sono i diversi gradi d'intelligenza,
compresi fra la mente Prima che è puro atto e l'intelletto possibile che in sé
è pura potenza, Achillini affronta il problema che s'era posto da principio, e
cioè utrum latitudo intellectuum sit uniformiter difformis. Un siffatto
problema era nato dal tentativo di applicare a misurare i gradi d' intensità
dell'intelligenza il metodo delle calcidaiiones matematiche, che s'usa per
misurare l'intensità delle quahtà materiali, come la velocità, il colore, la
temperatura e via dicendo. Qualcosa di simile è stato tentato nella psicologia
moderna per misurare l'intensità della sensazione; e già AcHiLLiNi, Quol. dub.
Pomponazzi, De immortai. animae e Oresme aveva esteso il metodo al calcolo del
dolore e del piacere. Appiglio a porsi siffatto problema nei riguardi
dell'intelligenza dev'essere stato quel che si legge nel Liber de causis, che è
un estratto della Elenientatio theologica di Proclo: In primis Intelligeiitiis
est virtiis magna, quoniam sunt vehementioris unitatis, quam Intelligentiae
secundae universales inferiores; et in Intelligentiis secundis inferiores sunt
virtules debiles, quoniam sunt minoris unitatis et pluris multiplicitatis. Quod
est quia Intelligentiae quae sunt propinquae Uni puro, sunt maioris quantitatis
et maioris virtutis; et Intelligentiae quae sunt longinquiores ab ipso, sunt
minoris quantitatis et debilioris virtutis. Et quia Intelligentiae propinquae
Uni puro sunt maioris quantitatis, accidit inde ut formae quae procedunt ex
Intelligentiis primis procedant processione universali unita; et nos quidem
abbreviamus et dicimus, quod formae quae veniunt ex Intelligentiis primis in
secundas, sunt debilioris processionis et vehementioris separationis. Allo
stesso modo Alberto magno: Omnes formae ab ipsa totius universitatis natura
largiuntur; quo autem magis ab ea elongantur, eo magis nobilitatibus suis et
bonitatibus privantur; et quo minus recedunt eo magis nobiles sunt et plures
habent bonitatum potestates et virtutes. Siffatto modo d'esprimersi sembra
fatto a posta per invogliare ad applicare il metodo del calcolo matematico all'
intelligenza. E Achillini, dopo essersi chiesto se la latitudo
degl’intellettisia uniformiter difformis, si pone altresì il quesito utrum
quarumcunque intelligentiarum perfectio attendatur penes appropinquationem
summo. Esula dall'intento che ci siamo proposti in questa ricerca, il seguirlo
nella critica che egli fa della pretesa di stabihre un rapporto quantitativo
fra i vari gradi d'intelligenza, e perciò ci hmitiamo a segnalare la soluzione
negativa che egli dà dei due problemi, a chi avesse ancora in proposito delle
fìsime del genere. Maier, An der Grenze Liber de causis, prop.; Proclo,
Institutio theologica l'opuscolo era stato tradotto in latino da Moerbeke col
titolo di Elenientatio theologica. Alberto magno, De intellectu et
intelligibili, ACHILLINI, Ouol. Dalle pagine che precedono sembra intanto
potersi concludereche solo la prima Intelligenza è fonte di sapere e di luce
intellettuale. AQUINO agl’averriosti che dall'universalità del conoscere
avevano preteso di dedurre l'unità dell' intelletto per tutti gli uomini,
obietta che, se mai, se ne dovrebbe concludere, secondo il loro modo di vedere,
che debba esservi un solo intelletto non soltanto per tutti gli uomini, ma in
tutto l'universo; sì che il nostro intelletto non è soltanto una qualsiasi
sostanza separata, ma è Dio stesso AQUINO ha ragione. Né Sigieri e Achillini
gli danno torto: che per essi Dio è l'intelletto agente che effettua sì nella
mente umana sì nelle intelligenze celesti l'atto dell'intendere e s'unisce
all'una e alle altre come forma, a tal segno da fare in qualche modo una sola
sostanza con ciascuna di quelle. Soggetto assoluto di pensiero e sorgente
d'ogni intelligibilità. Dio causa col suo intendere altri intelletti, nei quali
l'atto dell'intender divino si particolarizza per gradi, fino all'intelletto
della specie umana che, informando i vari corpi dotati di sensibilità, mentre
comunica ad essi la sua superiore individualità spirituale, ne assume
l'individualità contingente e caduca, per farla partecipe dell'atto divino del
conoscere. Si rileva altresì dalle pagine precedenti che l'interpretazione
sigeriana del pensiero aristotelico dove apparire ad Achillini
un'interpretazione organica, sistematica in tutti i suoi particolari, e sostanzialmente
diversa da quella d’AQUINO ispirata dal bisogno d’abbreviare la distanza fra la
filosofia e la fede, quasi che la fede non avesse in se stessa una filosofìa
che la giustifica appieno. Liberi da questa preoccupazione apologetica, gli
averroisti potevano discutere in piena indipendenza di spirito e con grande
spregiudicatezza intorno a quello che era il genuino pensiero d'Aristotele,
s'accordasse o non s'accordasse colla fede. Giustamente dice Laurent, parlando
del domenicano Spina avversario del Pomponazzi: Per lui che non ha subito
l'influsso del rinnovamento che 1' Umanesimo ha introdotto nella teologia,
affermare che Aristotele nega l’immortalità dell'anima, equivale ad affermare
che tale AQUINO, Traci, de unit. intelL, ed. Keeler; la traduzione di N. e
relative note, Firenze, Sansoni dimostrazione è filosoficamente impossibile.
Basta leggere alcune pagine del suo lavoro per rendersi conto dei principi che
han diretto le sue critiche. Il vecchio binomio: Aristotele = Verità, è il
sottinteso IMPLICATURA sous-entendue MILL GRICE, starei per dire, d'ogni riga
del suo volume. Non bisogna perciò stupirsi delle invettive che Spina rovescia
sui suoi avversari: i termini più virulenti ricorrono sotto la sua penna. E la
stessa osservazione Laurent ripete a proposito del sequace d’AQUINO, SILVESTRI
(vedasi) da Ferrara. Trasportiamo questa osservazione all'inizio della polemica
averroistico-tomitica, e sarà finalmente chiarito il significato della così
detta teoria della duplice verità, della quale qualche storico della filosofia
s'è scandalizzato anche più di quel che non abbian fatto nel passato
gì'inquisitori dell'eretica pravità, talora, se non sempre, meno irragionevoli
di certi storici della filosofia. Che l'aver rivendicato il diritto alla
libertà della ricerca storica nell'interpretazione del pensiero aristotehco,
prima che all'influsso dell'umanesimo, si deve all'averroismo. E anche in
questo Achillini è buon discepolo di Sigieri, nel tenere cioè costantemente
distinto il pensiero del Filosofo dalla verità della fede. La quale, forse, ha
subito maggior danno che non vantaggio dall'impegno che taluni hanno messo a
mostrarne la troppo intima aderenza ad un particolare sistema filosofico.
Laurent, Le Commentaire de VIO sur le De anima, in principio a VIO Scripta
Philosophica: Comment. in De anima Aristotelis, ed. Coquelle, Roma, Angeliciim
Intorno al significato storico della dottrina della doppia verità, si veda quel
che ne ha scritto Gilson, Études de philosophie medievale, Strasbourg; Dante et
la philosophie, Paris; e N., Dante e la cultura medievale, Bari, Laterza,
nonché 1'introduzione ad AQUINO, Trattato sull'unità dell' intelletto. Quando
N. ha ad occuparsi dell'avverroista bolognese ACHILLINI (si veda), lo fa
unicamente per i suoi Quoliheta de intelligentiis e per le tracce evidenti in
essi di dottrine sigieriane. Ma per il momento non mi detti cura di far
ricerche sul curricolo della sua vita, bastandomi la data di quando i Quoliheta
furono disputati nel capitolo generale dei frati minori tenuto a Bologna e per
l'occasione stampati. Successivamente ho raccolto alcuni dati biografici che
crede utile far conoscere a chi voglia occuparsi a fondo di questo non comune
maestro bolognese, tenuto ai suoi tempi in altissima considerazione, e degno
anc'oggi d'esser ricordato sotto diversi aspetti. Secondo le notizie raccolte
da Mazzetti, di solito accurato e preciso, nel suo repertorio di tutti i
professori della famosa università di Bologna Achillini, figlio di Claudio che
dicesi fosse oriundo di Barberino in Val d'Elsa, e coprì più volte cariche
pubbliche, sarebbe nato a Bologna. Questo preso dal Tractatus astrologicus di
Gaurico, non sempre bene informato, dovrebbe però essere anticipata di due anni
se Dal Giorn. Crit. d. Filos. Ital. N., Sig. di Brab. nel pensiero del
Rinascimento italiano, Roma Bologna Carrati, Genealogie di famiglie nob.
bolognesi, Bologna, Archiginnasio, Ms. condo la cifra degli anni ch'egli aveva
quando venne a morte, quale si trova nell'elogio che di lui si legge nel Libro
segreto del Collegio delle Arti. Ma la cifra di anni è corretta su rasura e con
altro inchiostro. Inoltre il fratello d’Achillini, nel suo Viridario ci
assicura che ACHILLINI, in quell'anno in cui egli sta scrivendo il poema, varca
d'un lustro il mezzo camin della vita. Parrebbe dunque che Gaurico avesse
ragione. Mazzetti inoltre informa che fu laureato in filosofìa, e che lo stesso
anno comincia a insegnar logica a Bologna. Era stato ritratto da Francia.
Insegna filosofìa; passa a medicina; ma resse entrambe le cattedre, cosa non
comune, spiegabile solo col favore di cui gode presso i colleghi e presso i
Bentivoglio dei quali fu sempre caldo fautore. D'un insegnamento tenuto
d’Achillini a Padova, prima di questo momento, non mi pare dunque si possa
parlare. Gaurico accenna anche ad un soggiorno abbastanza lungo d’Achillini a
Parigi, del quale purtroppo non abbiamo altra testimonianza, e d'altra parte
non si riesce a trovare un periodo della sua vita nel quale collocarlo. A
Bologna ebbe sicuramente ad alunno il bolognese Bacilieri o Bazaleriis, il
quale fu approvato in artibus nemine discrepante. Fra i promotori al dottorato
era Achillini che dedit insignia al neo dottore. Bacilieri fu aggregato in
sopranumero ai col Viridario di ACHILLINI Bolognese. Impresso in Bologna per
Hieronymo di Plato Bolognese. Sotto la f. m. di N. S. Leone. Dedica al Papa che
riguardano Achillini son riportati più giii II disegno di Francia è posseduto
dagl’Uffizi di Firenze. Fotogr. Alinari, più volte riprodotta. Libro Segreto
del Collegio delle Arti Bologna, Archivio di Stato; Dal libro dei Partiti.
(Arch. di Stato), risulta che Bacilieri riscuoteva già 100 lire bolognesi annue
prò stipendio lecture. 7 Ib.. f. 41 r. legi bolognesi delle arti. Ma non era
passato un anno dalla sua aggregazione, che fu sospeso per un quinquennio
dall'uno e dall'altro collegio, con decisione confermata, propter nonnulla
demerita et facinora facta et commissa. Fra questi facinora pare fossero anche
parole ignominiose e turpi nei riguardi dei suoi colleghi. La punizione fu
inflitta con otto fave bianche contro una nera. Fra i votanti era anche
l'Achillini. Questa la ragione perché Bacilieri proprio in quest'anno dove
lasciar Bologna, e recarsi a Padova, e quindi a Pavia ove rappresenta
l'averroismo della corrente sigieriana che aveva assimilato alla scuola
d’Achillini. Scaduto il quinquennio della sospensione, egli fu riammesso a far
parte dell'uno e dell'altro collegio per unanime consenso senza che ci fosse
bisogno di porre ai voti la proposta Quolibeta de intelligentiis, preparati per
la disputa, rappresentano dunque il pensiero filosofico dell'Achillini nel
primo periodo del suo insegnamento della filosofia naturale prima che passa
all’insegnamento della medicina teorica. In quest'opera, come ormai sappiamoci,
si ritrovano, inserite negli schemi del metodo calcolatorio, divenuto di moda
anche a Bologna come a Padova, tutte le tesi fondamentali dell'averroismo,
concernenti Dio, le altre intelligenze separate, e in particolare l' intelletto
possibile e la copulatio di questo col1'intelletto agente; tesi tutte,
specialmente quelle riguardanti l'intelletto umano, desunte dai tre scritti di
Sigieri, che, secondo l'attestazione di Nifo, si leggeno. Ma qui accade di
doverci porre un piccolo problema. Nessun dubbio sulla data di pubblicazione
dei Qnolibeta d'Achillini, che s’esibiva campione della dottrina sigieriana in
una pubblica disputa alla quale erano intervenuti dotti di varie tendenze. È
per caso in questa circostanza che Pico e Nifo si trovarono a far viaggio N.
Sigieri Libro Segreto.; insieme, diretti a Bologna, disputando tra loro come
l'unità dell'intelletto potesse conciliarsi coll'individualità e la
SOPPRAVVIVENZA GRICE SURVIVAL dell'anima del singolo. Nifo ci fa apere di
essere stato averroista sigieriano prima, e pretende d'aver composto il
Tractatus de intellectu nel quale la dottrina sigieriana è combattuta. Ho già
espresso piìi volte i miei dubbi sulla veridicità di Nifo, il quale aveva
troppo interesse ad acconciare il racconto della sua vita in modo da meritarsi
le grazie del vescovo di Padova, Barozz. Il piccolo problema che vorrei porre,
e che non sono in grado di risolvere, è questo: chi porta a Padova o a Bologna
gli scritti di Sigieri ricordati da Nifo? Fu NICOLETTI che certamente dimora a
Oxford e Parigi? Fu Pico? Fu Achillini stesso, se mai fosse vero, come pretende
Gaurico, che anch'egli soggiorna a Parigi? O fu Grice? Del resto, gli scambi
fra le due università italiane e quella parigina sono frequenti, e, come
sappiamo di galli che durante il sono venuti a studiare a Padova e Bologna,
sappiamo del pari che Pietro e Lorenzo Pasqualigo, patrizi veneziani, erano
stati a studio a Parigi, e il primo anzi vi aveva sostenuto, ben due mila
conclusioni. Quando all'insegnamento della medicina teorica aveva riunito quello
della filosofìa naturale, AchilUni fece stampare la sua seconda opera De
orhihus. Qui ritroviamo tutte le grandi tesi della fisica celeste di
Aristotele, nella più rigida interpretazione averroistica, fino al punto che è
ritenuta assurda la teoria tolemaica degl’eccentrici ed epicicli, che aveva
Nifo, In libriim Destvuctio Destructionum Averrois comment., I, dub. Hoc
secundum opus in quatuor libros divido. Il che esclude l'esistenza di quel
trattato De proportionibiis niotuum, che secondo Hain, sarebbe stato stampato a
Bologna per Benedictum Hectoris. Questo trattato, composto più tardi, usci
postumo. SÌ il grande merito di salvare le apparenze dei moti planetari assai
meglio che non la teoria delle sfere concentriche, ma che mal si concilia coi
principi della fisica aristotelica. Ed Achillini, come in generale tutti gli
averroisti, ci teneva alla fedeltà ai testi che egli s'era assunto l'impegno di
esporre. Nel secondo libro di quest'opera si parla invece delle intelligenze
motrici, cioè di Dio, primo motore immobile, e quindi dei motori preposti al
governo di ciascun cielo. A questo punto il maestro bolognese si chiede se,
oltre alle inteUigenze separate, esistano altresì dei dèmoni. La credenza nei
dèmoni e nelle loro opere prodigiose non era diffusa, soltanto nel popolino, ma
anche nei ceti colti, presso i quali la demonologia cristiana era rincalzata da
quella platonica. Achillini nel suo rigido averroismo non sa con esattezza ove
collocare siffatte nature ibride, di spiriti imbestiati, e quale funzione
propriamente assegnare ad esse. Ammessa per fede, l'esistenza dei dèmoni è
relegata tra le opinioni volgari. E quanto ai fatti meravigliosi che ad essi
vengono attribuiti, il bolognese è d'avviso si possano spiegare coll'arte umana
o per mezzo di cause naturaH, a dir vero, non meno meravigliose, come fa più
tardi Pomponazzi, e come aveva fatto molto prima SCHIAVONE. Dopo questa
parentesi, egli torna a parlare dell'immutabilità di Dio, ingenerabile,
incorruttibile, inalterabile, non soggetto a movimento locale né a mutamento di
pensiero, poiché tutto atto senza potenza. Di questa divina immutabihtà
partecipano anche le altre intelligenze celesti, sebbene in queste sia qualche
potenzialità, in quanto ogni intelUgenza di sotto subisce l'azione di quella di
sopra, sì che questa è intelletto agente per rapporto a quella che vien dopo, e
quella che vien dopo può dirsi intelletto possibile per rapporto alla
precedente, come già sapevamo dai Qiioliheia de intelligentiis. Primo
intelletto agente che immediatamente o mediatamente informa di sé tutte le
intelligenze inferiori, è Dio. Ma le intelUgenze inferiori sono informate da
quelle di sopra senza subire cangiamento nel tempo, bensì con atto eterno, che
fa De orbibus, diib. secondo l'edizione degli Opera omnia, curata da Monti,
Venezia, alla quale per comodità mi richiamo) . dub. Secundo principaliter,
Septimum dictum Qiiol. de intell. dire talora ad Averroè che esse sono atti
puri senza potenza, cioè puro intendere senza mutamento. Ultima delle
intelligenze è l'intelletto umano che propriamente si disse possibile o
potenziale, poiché non ha altra natura che quella di essere in potenza. Questo
intelletto, unico per tutta la specie umana e forma che dà all'uomo il suo
essere specifico di uomo, non passa dalla potenza all'atto del conoscere se non
è coadiuvato dall'esperienza sensibile. In quanto passa dal non conoscere al
conoscere le cose del mondo sensibile, che sono il suo oggetto proprio, esso è
soggetto a mutamento o alterazione. Questa alterazione era intesa comunemente
come modificazione dell'intelletto stesso ad opera delle specie intelligibili o
rappresentazioni in esso delle cose conosciute. Achillini respinge questa
teoria, appoggiandosi a un famoso testo della fisica aristotelica, che aveva
già richiamato l'attenzione d'Averroè, e coglie l'occasione per ribadire un
concetto già da lui affermato alla fine del Qttolib. de iìitelligentiis.
Aristotele aveva detto che nella parte intellettiva dell'anima non si dà né
generazione né alterazione vera e propria: l'atto conoscitivo non importa un
mutamento qualitativo intrinseco all'intelletto, ma una semplice variazione del
rapporto fra questo e le forme del mondo sensibile che la mente conosce in sé
stesse senza bisogno che una rappresentazione o specie intelligibile, distinta
dalla realtà conosciuta e dal soggetto conoscente, venga a inserirsi fra l'una
e l'altro. Un mutamento qualitativo e intrinseco subiscono invece le facoltà
sensitive e con esse la cogitativa, cui l'intelletto s'unisce nell'atto
d'apprendere le forme del mondo sensibile. L'intelletto in sé stesso è
immutabile, come i principi logici e come le forme a priori di Kant; senza di
che nessun giudizio certo sarebbe possibile; il mutamento e l'alterazione sono
soltanto nel contenuto del conoscere, e soltanto per denominazione estrinseca
s'attribuiscono all'intelletto. Perciò Achillini distingue con Sigieri
l'intelletto dall'ANIMA RAZIONALE: quello è unico in sé stesso per tutta la
specie umana; questa invece, risultando dall'unione dell'intelletto colla cogitativa,
è individuale al pari di quest'ultima e diversa in ogni uomo; e a questa,
propriamente, e non -Diib. Hic aliquantulum morabimur. a quello, spetta la
FUNZIONE RAZIOCINATIVA E DISCORSIVA, consistente appunto nell'applicazione
delle immutabili forme del pensiero alla mutevole esperienza sensibile. Merito
d’Achillini è appunto questo, che a lui spetta per altro in quanto ha ripreso
un motivo di alcuni pensatori d'aver capito che la dottrina delle specie
intelligibili finisce per offuscare la conoscenza della realtà, ricacciata al
di là della rappresentazione che attua il soggetto conoscente. L'atto
conoscitivo è possibile solo in quanto il reale conosciuto è presente per se
stesso al soggetto che l'apprende. Vero è che, pell'Achillini, le cose del
mondo fisico hanno un esse reale fuori del soggetto che le pensa, e non possono
essere in questo se non per il loro esse intentionale; di guisa che lo
sdoppiamento fra realtà in quanto appresa e realtà in sé risorge e rende
plausibili le obiezioni che altri aristotelici e averroisti ebbero a rivolgere
al filosofo bolognese. E primi fra tutti Pomponazzi e Zimara. Pomponazzi si
dichiarò contra modernos pedagogos, qui tenent secundum Averroem quod
intellectus possibilis nihil de novo recipit, mentre commenta a Padova il De
anima. I moderni pedagoghi dai quali dissentiva erano Nifo, Achillini e il suo
fido Achate, Bacilieri, che era diventato collega del mantovano nello studio
patavino. Questo è confermato da una nota in margine al codice napoletano che
ci ha tramandato il commento del Peretto: Nota contra socios Achillinum
Tyberiumque bononienses. Più tardi, mentre commenta a Padova la stessa opera
aristotelica, il maestro mantovano dedica una quaestio speciale a esporre e
combattere opinionem noviter repertam quae tenet nullo pacto dari species
intelligibiles. Veramente questa opinione non era proprio noviter reperta, come
Vedasi N., Soggetto e oggetto – GRICE OBBLE SOBBLE -- del conoscere nella
filosofia, Roma, Edizioni dell'Ateneo, Bibl. Naz. di Napoli, mss. La nota nel
ms. napoletano parrebbe di mano di Surian che trascrisse il testo della
riportazione, di cui forse è autore quel Marco da Otranto che è Zimara, il
quale ne avrebbe fatto copia a Troiano e questi a Caravegi da Crema, dal quale
l'ebbe Surian. del resto ben sa Pomponazzi; ma nuova poteva sembrare per il
modo come la presentavano e per il vigore col quale la difendevano i due
pedagoghi bolognesi. Ma nuova o no, il Peretto non esita a giudicarla
abominevole, fatua e bestiale: Et dico primo quod opinio ista est abominabilis,
fatua et bestialis et nihil boni ab ea potest capi. Ego enim nihil intelbgo de
opinione ista. Isti contra se adducunt duo miUia auctoritatum et totam
ecclesiam doctorum, ipsosque glosantes totaliter dilaniant et lacerant. Vide in
scriptis suis. Che il mantovano non avesse presa per il suo verso e non avesse
capito l'opinione d'Averroè e d’Achilhni, non è da stupire, dato l'orientamento
del suo pensiero quale dove rivelarsi anche meglio in seguito. Così anche
nell'esposizione della Fisica, fatta a Bologna, giunto al commento del testo
sul quale si fondano gli averroisti della corrente d’Achillini, torna a
ripetere: Ista est pars dignissima in qua aut ego erro aut omnes aiii maxime
erraverunt; sed credo quod potius iUi decipiantur quam ego; sed in hoc
constituam vos iudices. In ista ergo parte commentator ponit unum documentum,
ex quo traxit Burleus, quod est de mente commentatoris, cum anima sit unica in
omnibus hominibus, ipsam nihil capere {ins capit) de novo, ncque acquirere [ms
aquirit) scientiam per species de novo advenientes, sed scientia est substantia
animae. Et non possum non mirari de istis modernis, qui faciunt se inventores
et autores huius viae, cum videant Burleum ante se de hoc iam expresse loqui.
Imo, ante Burleum Henricus de Gandavo tenuit hoc idem esse de mente
commentatoris; et etiam AQUINO ascribit hoc commentatori, Hcet propter aham
rationem. Non meno aspro, contro l'interpretazione che Achillini sostene del
pensiero d'Averroè è il giudizio di Mar Infatti nel ms. napoletano si legge:
Pro quo, domini, debetis scire quod insurgit nova philosophia, immo antique;
quare Burleum videatis: expresse super textu commenti 2oi septimi physicorum
dicit intellectum speculativum esse eternum et non dari species intelligibiles
commentatoris; hec etiam tenet augustinus sessa, Achylinus et multi alii
insequentes i tos Ms. napol. In de phys. auditu, Bibl. Nation. di Parigi, ms.
lat. ms. della Biblioteca del Collegio Campana di 9 Osimo] c'antonio Zimara da
Otranto, in una sua quaestio Utrum ad mentem Averroys intellectus possibilis
recipiat species intelligibiles subiective. Esposta e criticata la dottrina
d’Achillini, della quale vorrebbe far rilevare l’'assurdità dal punto di vista
aristotelico ed averroistico, egli conclude: Et in veritate opinio istius
hominis adeo est erronea, ut me pudeat amplius arguere centra ipsvim. Ipse enim
ignorat adhuc quomodo forma materialis generatur. Item habet fateri quod formae
materiales secnndum suum esse formale accipiantur in sensibus interioribus,
quia non est maior ratio quare in intellectu possibili materiales formae sint
secundum esse formale, et non in ipsa cogitativa et imaginativa. Quantum autem
ista sint inconvenientia, non solum sapientibus, sed etiam vulgaribus sunt
novissima notissima. Unde licet mihi dicere de isto homine quod dixit
commentator de Avicenna in Celi comm. quod videlicet parvitas exercitationis
ipsius viri in naturalibus et bona confidentia in proprio ingenio deduxit ipsum
ad maximos errores. A risolvere le obiezioni mosse alla tesi d'Achillini
bisogna tener costantemente presente la distinzione fra ANIMALE RAZIONALE –
RAGIONE e intelletto in sé. L'intelletto possibile, in sé considerato e in
quanto unico per tutta la specie umana, non è modificato d’alcuna
rappresentazione che gli venga dal mondo sensibile. Invece, in quanto unito
alla cogitativa individuale di Socrate e di Calila, colla quale forma L’ANIMA
RAZIONALE composta di ciascuno individuo umano, esso è certamente soggetto a
mutazione e ad alterazione, non pel mutare di qualcosa in esso, ma pel mutare
dell'immagine sensibile che è nella cogitativa cui è unito. Che se Achillini
dice l'intelletto possibile pura e nuda potenza senz'atto di sorta, prima
dell'atto d'intendere, questo va inteso per rapporto all'intelletto Zimara de
sancto Petro de Galatinis Terrae Hjdrunti, artium doctoris, Quaestio qua
species intelligibiles ad mentem Averrois defenduntur ad Magnificum patritium
Venetum Surianum; a cura di Storella. La stessa quaestio fu pubblicata da
francescano Girelli, professore di teologia nello studio di Padova, in
principio del suo Tractatus adversus quaestionem Zimarae de speciebus
intelligibilibus ad mentem antiqiioritm Averrois praesertim. Venetiis. Girelli,
che aveva studiato a Padova, ov'era stato alunno del Pomponazzi, cita
Achillini, ma si rifa specialmente a Gand e al carmelitano inglese Baconthorpe,
noti avversari delle species intelligibiles. agente che è tutto atto senza
potenza ed è la scienza in atto, al cui possesso tende l'intelletto possibile.
Il De orhihus s'apre col dubbio an intelligentia sit forma dans esse caelo.
Anche su quest'argomento Achillini si sforza di mantenersi fedele ad Averroè:
ogni cielo è composto di materia e di forma; il corpo sferico di esso è la
materia, l'intelligenza motrice è la sua forma. Per questa unione ciascun cielo
è un ANIMALE VIVENTE, non di VITA VEGETATIVA O VITA SENSITIVA, come pretende
Avicenna, ma di vita intellettuale. Le sfere celesti sono perciò quegli ANIMALI
RAZIONALI IMMORTALI – GRICE IMPLICATURA DI ANIMALE – BRUTO O PIANETTA -- ed
eterni di cui parlano Aristotele nei Topici e Porfirio nella sua Isagoge alle
Categorie. Animali viventi di vita intellettuale, l'atto dell'intendere e del
volere si predica dei cieli, di cui le intelligenze son forme sostanziali, a
quel modo che si predica dell'UOMO di cui è forma sostanziale l'intelletto
possibile, che è l'infima delle intelligenze separate. Sebbene i corpi celesti
sono dotati di spazialità e di movimento al pari dei corpi del mondo inferiore,
essi son corpi spirituali, immuni da composizione di materia e di forma, poiché
il loro essere è costituito dall'unione immediata colla propria intelligenza.
Questo concetto averroistico d’una corporeità spirituale e immateriale, che
piacque anche a Ficino, fu oggetto di lunghe controversie fra gl’averroisti e
le altre scuole aristoteliche, e fra gli averroisti stessi. Dio è la prima
delle intelligenze separate; e come ognuna di queste è forma sostanziale del
proprio cielo, ch'essa avviva di vita intellettuale e a cui imprime movimento,
così anche Dio è forma sostanziale del primo cielo mobile al quale, insieme al
primo moto, imprime la propria perfezione intellettuale. Con ciò il bolognese
non fa che sviluppare un concetto già chiaro nella sua precedente opera, Quol.
de intelligentiis. L'idea di Dio, quale emerge da siffatto modo di vedere, è
l’idea di un Dio strettamente legato al mondo finito Arist., Top. tcov ^cóoiv
xà jjièv 8-VY]Tà xà •^'à-B-àvaTa. Porfirio, Isagoge et in Arist. Categor.
comni. ed. Busse, nei Commentaria in Arist. graeca, De differentia Argmn. in
Platon. Theol. ad Laurent. Medicen in Opera, Basilea, Epist. De orbibìts di
Aristotele, come forma e motore non mosso della prima sfera celeste, e anima
del primo corpo spirituale che contiene e racchiude entro di sé le altre sfere
animate e immortali, fino al CIELO LUNARE, che racchiude nella sua concavità la
sphaera activorum et passivorum, ossia i quattro elementi e quelle cose che,
sotto l’influenza celeste, di lor si fanno. Forma e motore di un mondo finito,
è evidente che di siffatto Dio non si può dimostrare l'infinità né
l'onnipotenza né la libera azione creatrice. Del resto, per ciò che concerne
l'animazione dei cieli, v'erano teologi disposti ad ammetterla. Achillini lo sa
bene; ma osserva che da parte dei teologi esistono difficoltà non facilmente
superabili ad accogliere simile teoria. Per essi, infatti. Dio creò le
intelligenze in statu merendi et demerendi; viatrices enim aliquantulum
fuerunt, durante quella morula concessa loro da Dio per potere scegliere
liberamente il bene o il male. Ora che cosa sarebbe accaduto se l'anima del
primo cielo pecca? Il primo cielo sarebbe stato dannato. Eppure esso avrebbe
dovuto accogliere i beati, a meno che Dio non avesse preparato per sé e pei
santi un altro luogo più adatto, o che non vesse predestinato l'intelligenza di
quel cielo alla beatitudine eterna! Ma il maestro bolognese taglia corto su
questo e altri problemi sottili e imbarazzanti: per lui, secondo la verità
della fede, non può ammettersi che Dio sia unito come forma ad un cielo; ciò
ripugna alla sua infinità e al potere che ha di trarre le cose dal nulla. Tutto
questo, per altro, riguarda i teologi E NON LA FILOSOFIA, se per filosofia s'ha
d’intendere, come quasi tutti allora intendeno, il sistema aristotelico della
natura, cosa che non tutti gli storici della filosofia han sempre avvertito. E
problema tutto teologico è quello discusso nel dubbio intorno alla creazione
dal niente e al cominciamento o novitas del mondo nel tempo. In oltre
fittissime e uniformi colonne in folio, interrotte da appena due capoversi, la
dottrina teologica della creazione del mondo nel tempo è sottoposta ad una
serrata e minutissima critica che ne dimostra l'inconciliabilità coi Dante,
Par. De orb.] principi più Certi della metafisica aristotelica, per terminare,
al solito, dopo tanto sforzo, con questa dichiarazione: Tenendum est autem deum
creasse mundum et non ab aeterno, et ab aeterno ipsum potuisse creare! Segue il
quesito o dubbio, utrum caelum sit finitae magnitudinis in actu intorno al quale
Achillini, fedele ad Aristotele ed Averroè, mostra di non tenere in alcun conto
il tentativo fatto d’alcuni teologi di dedurre la possibilità d'un universo
infinito dalla infinità e onnipotenza di Dio; che anzi dalla limitatezza
dell'universo aristotelico egli è condotto a limitare la potenza divina. Perciò
egli si contenta di osservare: Quod si theologus concedat deum posse lacere
corpus infinitum, oportet ipsum dicere has difiìnitiones quantitatum non esse
diffinitiones absolute, sed quantitatum finitarum, quemadmodum oportet ipsum
concedere, quod acquale vel inacquale non est passio quantitatis, sed est
passio propria quantitatis finitae; nel che consentono appieno il Cusano e
BRUNO. Nel quesito col quale si conclude il libro, il maestro bolognese esclude
la possibilità d’altri mondi fuori di quello descritto da Aristotele, che ha
per centro la terra e per limite la convessità della prima sfera di cui è forma
sostanziale Dio stesso. Anche troviamo ribadite le grandi tesi
dell'aristotelismo averroistico intorno alla natura celeste presa nel suo
complesso. Sferico è il cielo, perché corpo perfettissim.o cui non può
competere se non la perfettissima delle figure geometriche, qual è appunto la
sferica. Ed è formato di natura luminosa che consegue alla luce intellettuale
dell'intelligenza che l'anima e lo muove, diminuendo d'intensità giù giù, di
grado in grado, FINO ALLA SFERA LUNARE, la cui luminosità propria è appena
percettibile nelle ecclissi di luna. Ampio sviluppo maestro Achillini dà al
quesito concernente l'eternità del moto celeste, connesso con quello
dell'eternità del mondo e dibattutissimo insieme a questo, nei commenti al ad
quartum, stando in principiis philosophorum, rationes militant; sed negatis
eorum principiis, tiinc cessai disputatio. della Fisica. Circolare ed eterno,
il moto delle sfere celesti riflette l'eterna circolarità del pensiero delle
intelligenze motrici: Quia igitur intellectio intelligentiae exit ab
intelligente et revertitur super idem ut intellectum est, ideo intellectio est
principium motus circularis, quoniam in circulo exit corpus ab a, ut a
principio, et revertitur in idem a, ut in terminum, per arcum circuii. L'ultimo
quesito del De orèzèiis concerne l' influenza celeste sul MONDO INFRALUNAR. In
nessun'altra trattazione quanto in questa Achillini appare evidente come le
dottrine astrologiche sull'influenza dei cieli avevano finito per prendere
consistenza metafisica nel sistema aristotelico della natura, nel quale le
sfere celesti, coi loro motori intellettuali, e il mondo elementare, contenuto
nel concavo dell'ORBE LUNARE, son solidali e quasi direi complementari fra
loro, legati come sono da un legame di causalità. Si caelum staret, ignis in
stupam non ageret, quia Deus non esset, suona una proposizione condannata dal
vescovo di Parigi. E Achillini: se il movimento celeste s'arresta, non soloil
fuoco non s'apprende alla stoppa e allo zolfo, ma addirittura tunc non essent
ignis, stupa aut sulfur; e ciò per la ragione quod in primo instanti quietis
caeli resolverentur omnia inferiora in materiam primam, quia desineret caelum
esse conservans interiora; aut in nihil omnia redirent. Ideo supra dictum est,
quam repugnat naturae vacuum, aut materiam esse sine forma, tam repugnat caelum
quiescere. Ideo Averroes, Mataphysicae, comm., auctoritate Aristotelis,
Meìaph.: Non est timendum caelum quiescere. Meno male! Ma nel trattare della
causalità che il mondo celeste esercita su tutte le cose del mondo inferiore,
il bolognese è indotto a porsi il problema della libertà umana. Sigieri e Giovanni
di Su questo legame fra il cielo e il mondo inferiore, cfr. Averroè, De caelo,
comm.; Aristotele, Meteor. Denifle e Chatelain, Chart. Univers. Paris., Giorn.
Crit. d. Filos. Ital. De orb. Steenberghen, Sig. de Brab. d'après ses oeuvres
inédites, Siger dans l'hist. de l'Aristotélisme, nella collez. Les philosophes
belges, Louvain Jandun se l'eran posto assai prima, e l'avevan risolto allo
stesso modo. L'influenza dei corpi celesti non s'esercita in modo diretto se
non sui corpi infralunari. Sull'intelletto e la volontà umana questa influenza
non s'esercita se non indirettamente, nella misura che lo spirito umano è
legato al corpo. Ma per se stessa quest'influenza non s'esercita sull'atto del
giudicare e del volere, che può resistere ad ogni influenza indiretta. Ora la
nostra libertà trae origine dal giudizio della ragione, che per sé è immune da
ogni diretto influsso celeste.Al qual proposito Achillini coglie l'occasione
per chiarire l'equivoco EQUIVOCO GRICE che nasce dal confondere la libertà umana
colla contingenza, la quale nela lingua del LIZIO è ben altra cosa. La libertà
è propria del giudizio che non è determinato dall'oggetto appreso; la
contingenza deriva invece da indisposizione della materia che a risponder molte
volte è sorda; la prima è propria dell'uomo; la seconda spazia in tutta la
natura sublunare, ove l'impronta del suggello celeste è ostacolata dalla cera
mortale. Ma anche in questo Achillini non dice niente di nuovo. Lo stesso
concetto della libertà, più che svolto, è appena accennato. Poco dopo la
pubblicazione del De orbibus a mezzo della stampa, il maestro bolognese prepara
l'edizione di alcuni rari opuscoli pseudo aristotelici insieme ad altre cose
non meno rare, fra le quali egli inserì anche un suo trattatello De
universalibus, la cui composizione è probabile risalga agli anni in cui legge
logica. Nacque così l'Opus septisegmentatum stampato, a spese dell'editore
Phys., De orb., Ex potentiali in genere intelligibilium nascitur libertas, sed
ex potentiali in genere sensibilium nascitur contingentia. Hoc voluit
Philosophus, Metaph., textu comm., in translatione graeca: quare materia erit
causa praeterquam ut in pluribus aliter accidentis. Quod igitur dixi in primo
opere, Quolibeto de intelligeutiis primo, dub.: Sequitur secundo nullam esse in
rebus contingentiam ad quas non concurrit homo, passum est ab impressura
defectum, non apponendo libertatis prima di contingentiam. Ma nell'edizione,
l'autore ebbe cura di correggere l'errore bolognese Benedetto d'Ettore Facili.
La stampa riuniva insieme queste rarità: Pseudo Aristotele, De secretis
secretorum, De regum regimine, De sanitatis conservatione, De physionomia. De
signis tempestatum – GRICE DARK CLOUDS MEAN RAIN --, ventorum et aquarum, De
mineralibus; poi il fragmento De intellectu di Alessandro d'Afrodisia nella
traduzione medievale di Gerardo da Cremona, il De animae beatitudine di
Averroè, cui tien dietro l'opuscolo De universalihus d’Achillini stesso; infine
l'epistola d'Alessandro il Macedone ad Aristotele, De mirahilihus Indiae.
L'anno seguente deve aver curato, presso lo stesso editore Ijolognese,
l'opuscolo De primo et ultimo instanti di Burley, a spiegazione del quale egli
aggiunse una breve nota: Achillini Bon. Examinatio huius quadrate figure et
addictio oblunge, cui seguono le Proportiones di Alberto di Sassonia Bononie
per Ben. Hectoris. La rara stampa è posseduta dalla Bibl. Nationale di Parigi,
Rés. Cura altresì la stampa del libretto di Trionfo da Ancona, agostiniano. De
cognitione animae et eitis itentiis, cui Achillini aggiunge una quaestio de
sensihilibns noribus di Maestro Prospero da Reggio, egli pure agostiniano,
excerpta et sumpta ex quaestionibus ab eo Parisius J'.putatis supra prologo
primi magistri sententiarum Bologna, presso Giovanni Antonio de'Benedetti; e poco
dopo quella della Destructio in arborem porphyrianam dello stesso Trionfo,
presso lo stesso stampatore de' Benedetti. Nello stesso anno e presso lo stesso
editore, da in luce la quaestio de subiecto physionomiae et chyromantiae, o
anche De Chyromantiae principiis et physionomiae, dedicata a Coclite e premessa
all'opera di questo, Chyromantiae ac physionomiae anastasis cum approbatione
magistri Achillini, uscita a Bologna presso il de'Benedetti e dedicata ad
Bentivoglio, figlio del signore di Bologna, Giovanni IL Due altre quaestiones,
una De potestate syllogismi, l'altra De subiecto medicinae, dedicate all'alunno
Porto da Modena, Achillini stampò a Bologna, presso lo stesso de' Benedetti.
Questo Porto era ancora alunno d’Achillini e ne aveva raccolto le lezioni su
quei due argomenti. S’addottora, e nel nuovo anno scolastico comincia a leggere
medicina teorica a Bologna fino a quando passa a medicina pratica; ma venne a
morte. Ecco la dedica affettuosa del maestro: Achillini Porto Mutinensi,
discipulo haud penitendo, foelicitatem. Nostra quaedam fragmenta ut moris eorum
est, mi amantissime, diligentem eorum collectorem adeunt. Tu enim urbanitate et
virtutibus et doctrina is es, quem inter caeteros nobis dilectos elegi, apud
quem aptissime reponantur; te enim semper cognovi nostri nominis studiosum.
Logicalia quidem alios docebis; medicinalia vero exacte ut assoles
contemplaberis: ex quibus non minus gloriae, Alexandre tuo aurigante, te iam
comparaturum existimo, quam hactenus ex poeticis muneris numeris adeptus sis.
Haec igitur nostris aliis, quae apud te sunt, adiungas. Vale, et libenter res
nostras perlege. Presso lo stesso de'Benedetti, uscì il De elementis che si può
dire formi, insieme al De intelligentiis e al De orbibiis, la terza parte
d’un'opera complessiva, la quale abbraccia tutto il sistema
aristotelico-averroistico della natura, ossia tutta intera la sfera cosmica,
avente la terra per centro e per periferia il cielo delle stelle fisse.
Consapevole dell'importanza dell'opera, Achillini dedicò il De elementis
all'invittissimo principe e padre della patria, Giovanni II Bentivoglio, con
una lettera che è documento importantissimo per stabilire i legami che univano
il filosofo al signore di Bologna. Nell’explicit di questa e dell'opera
precedente Achillini, anzi che col nome d'Alessandro, comincia a sottoscriversi
il figlio di Claudio Achillini, arieggiando alla lontana la maniera degl’arabi.
A rendere piìi solenne l'edizione del De elementis, Porto fa scattare il suo
estro poetico e detta questo epigramma che si legge sul frontespizio, e in cui
il nome di Claudio Achillini è ricordato nel momento che pella prima volta, per
quanto N. sappia, al figlio viene dato l'appellativo di nuovo Aristotele: Cum
modo legisset titulum natura libelli huius, Achillini est obvia facta seni, 48
Su di lui, TiRABOSCHi, Bibl. Moden. atque ait: O nimium foelix hoc pignore,
Claudi, quam melius dici Nicomachus poteras. Un altro epigramma scrive pella
stessa stampa Boccadiferro, che traduce il suo cognome in quello meno plebeo di
Siderostomo. Anch'egii era discepolo d’Achillini, e più tardi ne continuerà
l'insegnamento averroistico a BOLOGNA, ma con assai minore vigore speculativo.
Il De elementis è diviso in tre libri. Si parla dei mutamenti e delle
vicissitudini che accadono nel mondo sublunare – GRICE CIRCLE AND CIRCLE -- e
della materia che n'è il soggetto. In diibia son discussi tutti i problemi
concernenti l'esistenza della materia prima, la sua natura di soggetto
indeterminato e potenziale del divenire fisico, la sua conoscibilità, i suoi
rapporti colla forma, colle dimensioni, e il concetto di PRIVAZIONE – GRICE
NEGAZIONE E PRIVAZIONE --. Niente di particolarmente notevole, tranne questi
punti. Primo, il dubbio an Sorte non existente, Sortes non sit homo – GRICE
VACUOUS NAMES – If neither Pegasus nor Bellerophon exist, what is the
implicature of the second having ridden the first? --, che richiama
l'attenzione sulla discussione che fa di questo problema anche Sigieri di
Brabante, nella quaestio utrum haec sii vera Homo est animai, nullo homine
existente; secondo, il dubbio ove si nega la tesi che attribuisce alla materia
una forma sostanziale di corporeità d’essa inseparabile. Terzo, il dubbio ove
si sostiene che la materia prima è ingenerabile e incorruttibile e perciò eterna,
checché ne pensassero altri con Avicenna. Si tratta degl’elementi e della loro
mescolanza. Al qual proposito il bolognese riprende in esame l'annoso problema
se nei misti restino in atto o soltanto in potenza le forme elementari, ritorna
sulla forma corporeitatis che Avicenna voleva inseparabile dalla materia, e fa
un fugace accenno alla famosa colcodea dello stesso Avicenna, quae est decimus
intellectus in descendendo a deo, et est formarum datrix in concavo lunae
assistens ad regulandam activorum et passivorum sphaeram et ipsam conservandam.
Altro De elementis, diib. , f. gava. Mandonnet, Brab. et l'averr. latin testi
inediti. Nella coli. Les philos. belges, Louvain De eleni. Sull’origine e il
significato di colcodea, dopo quanto ne aveva scritto Alfonso Nallino, son
ritornato in Giorn. Crit. d. Filos. It., per dimostrare che essa entra in
circolazione coll’edizione del conciliator di SCHIAVONE, Venezia. tema è
quello, allora di grande attualità, se e come le forme sostanziali sono capaci
d'accrescimento e di diminuzione, di maggiore o minore intensità. Più
importante, sebbene non nuovo, è quello che egli dice della generazione
degl’ORGANISMI VIVENTI – Grice cabbage and king --, e in particolare dell'uomo
– GRICE MAN PARROT HUMAN PERSON --. Tutte le forme degl’esseri corporei, da
quelle elementari a quelle ANIMALI, son tratte dalla potenza della materia. Ma
mentre le forme elementari permangono nei misti, attenuate nelle loro
proprietà, come dice Averroè, la forma mixtionis resta soltanto potenzialmente nel
VEGETALE – GRICE CABBAGE --, e come l'anima vegetativa si corrompe all'apparire
dell'anima sensitiva, nella quale rimane potenzialmente o virtualmente.
Achillini in questo non si dilunga molto da AQUINO, sorvivvo, e SCHIAVONE,
brucciato. In certi momenti, anzi, egli sembra accogliere la tipica dottrina
d’AQUINO dell'unità della forma sostanziale. Con due strappi però. Uno, di
minore importanza, concerne la permanenza delle forme elementari nei misti.
L'altro, assai maggiore, riguarda l'unione dell'intelletto col singolo. A
rammendare quest'ultimo strappo che compromette l'unità della coscienza umana,
AchilHni s'adopra con ogni accorgimento dialettico, pur mantenendosi fermo
sulla tesi averroistica fondamentale: l'unità dell’intelletto. È interessante
seguirlo nel suo tentativo. Lo sviluppo dell'organismo umano s’inizia con una
fase puramente vegetativa, come dice Aristotele. Principio delle funzioni
vegetative nell'embrione è la così detta ANIMA vegetativa – Alice: Is mustard
an animal? --, all'apparire della quale la precedente forma mixtionis si
corrompe. Così, nella SECONDA fase dello sviluppo embrionale – GRICE: WHEN
BABIES HARDLY MEAN, IF NON-NATURALLY AT ALL --, alla forma vegetativa subentra
quella sensitiva – ANIMA ANIMATIVA SOUNDS CLUMSY – GRICE -- , mentre la prima
si corrompe. Ma qui Achillini si domanda. Allora dovremmo dire che. prima
d'essere animale, l'embrione nella prima fase è *pianta*, -- GRICE: OR IS THIS
A MERE IMPLICATURE --? No, egli risponde; perché altro è ESSER PIANTA – cabbage
izzing --, altro è vivere a mo'di – METIER OF -- pianta, come dice appunto
Aristotele. L'anima vegetativa d'una pianta – GRICE CABBAGE -- è termine della
nascita di quella pianta, ed è quindi forma determinata e PERFETTA -- perfetta
nella sua specie – Tigers tigerise. La forma vegetativa nell'animale – TIGERS
TIGERISE – SQUARRELS – PIROTS – PIROTOLOGY --, invece, è forma indeterminata e
imperfetta – NON METIER --; più che punto d'arrivo, è preparazione e AVVIAMENTO
ad un GRADO più alto di VITA – Grice PHILOSOPHY OF LIFE. Questa è in via,
direbbe ALIGHIERI, quella è già a riva. In questo concetto del passaggio
dall'indeterminato al determinato parrebbe dovesse cercarsi la chiave per
intendere come l’intelletto, unico in sé, s'unisce all'anima sensitiva a
costituire un individuo umano particolare – LIKE PAUL GRICE, PAUL GRICE. Ed è
concetto aristotelico che mitiga alquanto la crudezza dell'altro concetto,
essere le forme sostanziali come i numeri e come le figure della geometria, di
cui non si dà aqcrescimento o diminuzione senza cambiamento di specie – GRICE
ARISTOTLE LIZIO ANALOGY LIFE WITH NUMBER – ONLY UNDERSTOOD AS SERIES.
Aristotele appunto, nel De generatione animalium, dice che nel processo
genetico non nascono insieme l'animale e l'uomo, né l'animale e il cavallo –
it’s an implicature – there is an animal in the backyarrd: my aunt – URMSON.
Dal che parrebbe che l'animale, che precede l'uomo e il cavallo, dove essere
NON UNA FORMA DETERMINATA e specifica, ma una forma generica e indeterminata,
la quale tende là a determinarsi in cavallo, qua in uomo. – qua in TIGRE, qua
in SQUARREL, qua in PIROT, qua in cat --.Venendo a parlare appunto del processo
genetico umano, il maestro bolognese si chiede an in ipso homine animam
intellectivam expectet sentitiva. E per risolverlo, ricorda anzitutto quali, a
suo modo di vedere, ne sono i due presupposti. Unum, quod intellectus -- GRICE
RATIO -- sit forma informans materiam, dans esse hominem – PERSONAM GRICE.
Aliud, quod prius tempore sit anima sensitiva in materia, quam intellectus
possibilis. Quorum primum in De intelligentiis declaravi, et etiam in De
orbihus, quaestione de motu intellectus. Quibus addo, quod ambo illa asseruntur
ab Aristotele, De genevatione animalium, dicente. Sed quamobrem talem animam
prius haberi necesse sit, ex his quae De anima disservimus apertum est.
Sensualem autem, qua animai est, tempore procedente, recipi et RATIONALEM, qua
homo est, certum est. Quest' anima sensitiva che precede l'apparire
dell'intelligenza O RAGIONE – GRICE HOLLOWAY --, è una forma generica e
INDETERMINATA – Timothy -- che prepara l'avvento d’un'altra forma più
determinata, pella quale l'uomo comincia già a distinguersi dal cavallo – o del
CHIMP – read chimp lit. GRICE -- e dagl’altri animali; e questa è la
cogitativa. La cogitativa è nell'uomo Purg. Arist., De gen. animai. De elem.
quello che negl’altri animali – GRICE TIGER SQUARREL CAT -- si dice estimativa,
ed è, insieme all’immaginativa, alla memorativa e al sensus communis, uno dei
così detti sensi interni. Come l'estimativa negli animali – NON UMANI GRICE
DISIMPLICATURA --, anche la cogitativa, che talora è chiamata essa pure
ESTIMATIVA – GRICE I LIKE THAT, SINCE ONE IS AWARE OF DISIMPLICATURE -- ha la
funzione di distinguere e giudicare sensibilmente le percezioni – GRICE POTCH
COTCH -- particolari e quello che v'è nelle cose apprese d’utile e di dannoso –
PER L’UOMO NON IL CHIMP. Per questo essa è chiamata anche ratio particularis –
o PARTICOLARIGGIATA GRICE; ma è facoltà sensibile, legata all'organismo, tanto
che i medici e anatomisti antichi e medievali l’assegnano come organo il
ventricolo medio del cervello, mentre all'immaginativa assegnano quello
ventricolo anteriore del cervello, e alla memorativa – GRICE PERSONAL IDENTITY
--- quello ventricolo posteriore del cervllo. Ma oltre alla funzione ora
accennata, la cogitativa umana ne ha un'altra, pella quale si distingue
SOSTANZIALMENTE dall'estimativa degl’altr’animali – who cannot but potch, never
cotch or MEAN, M-INTEND --: essa è ordinata a preparare quelle immagini sensibili,
o fantasmi, quasi riassunto di tutto il mondo dell'esperienza sensibile, che
l’intelletto o RATIO fa oggetto d’elaborazione mentale, scientifica – fa
scienza, scire --, traendo fuori dalle rappresentazioni particolari il concetto
universale – GENERALIZZATA. Mentre nell'animale inferiore all'uomo l'anima
sensitiva, per mezzo dell'estimativa, si può dire sia giunta a riva, ed abbia
raggiunta la più alta perfezione di cui è capace, non così è della cogitativa
UMANA, la quale, per quest'ultima sua funzione O METIER preparatoria all'atto
dell'intendere O RAGIONARE, è ordinata per sua natura RATIO ESSENDI a
congiungersi coll'intelletto possibile. Questo alla sua volta, nella gerarchia
dell’intelligenze separate, è quello che tiene l'infimo grado, perché, pura
potenza d' intendere, è ordinato, per iniziare il suo passaggio all'atto, ossia
per divenire intelletto in atto, all'apprensione intelligibile delle forme del
mondo sensibile, di cui la cogitativa gli somministra le rappresentazioni
particolari. Perciò non si può dire che la cogitativa sia la vera forma
dell'uomo, come pure diceno molti averroisti, e che per essa l'uomo si
distingue dagl’altr’animali. O se vogliamo, essa è forma, sì, ma incompleta. E
questo perché la cogitativa umana Fondandosi su un famoso detto d'Averroè, De
anitna, comm. Et per istum intellectum queni vocat Aristoteles passibilem, e
che Averroè denomina cogitativa differt homo ab aliis animalibus. Al qual detto
gli’averroisti sigieriani n’opponeno però un altro, tratto d’un commento allo
stesso De aniìiia: Cum per hanc VIRTVTEM RATIONALEM difterat homo ab aliis
animalibus. non è ancora giunta a riva; a riva essa giunge quando è unita
all'intelletto possibile, che, alla sua volta, è ordinato per sua natura ad
essere eternamente unito alla cogitativa umana, negl'infiniti individui della
specie. V’è insomma tra la cogitativa umana e l'intelletto possibile un vincolo
sostanziale, per cui l'una è ordinata per natura all'altro, e reciprocamente,
ed entrambi si completano a vicenda. Forma completa dell'uomo, sia in
universale, quanto alla specie, sia in particolare, quanto ai singoli, è dunque
l'intelletto possibile unito alla cogitativa; e non solo forma assistente, ma
vera forma informante che dà all'uomo L’ESSERE – GRICE IZZING HAZZING – d’uomo
e ne fa il soggetto dell'intendere. A prima vista potrebbe parere, e certe
espressioni potrebbero indiirci a crederlo, che l'anima cogitativa, tratta
dalla potenza della materia, e l'intelletto possibile, venuto dal di fuori,
fossero due nature, due quiddità diverse, due forme, anzi due anime. Ed
effettivamente esse stanno nell'uomo a rappresentare due modi di conoscenza che
Achillini, come a LIZIO E ACCADEMIA, son parse irriducibili. Duo igitur svint
principia cognoscendi in ncibis reperta: unum universaliter, et est
intellectus, et est incorporeus, inorganicus, incorruptibilis; aliud vero
singulariter, et est sensus, et est virtus in corpore et organica et
corruptibilis, et est anima cogitativa, Ma poiché la cogitativa è forma
incompleta ed è ordinata ad unirsi all'intelletto, e questo alla sua volta è
complemento di quella, possiamo ben dire che dalla loro unione risulta un'anima
composta, come dice Sigieri, la quale è tutta intera forma dell'uomo. GRICE THE
POWER STRUCTURE OF THE SOUL – executive legislative judiciary INTENZIONE
--.Tuttavia, poiché la cogitativa è forma incompleta che riceve il suo ultimo
complemento dall'unione coll’intelletto, possiamo dire ugualmente che
1'intelletto termina il processo della generazione umana, e che esso ha da ritenersi
forma dell'uomo a più forte ragione che non l'anima cogitativa: Quamvis in
homine duae species colligentur, ibi est tantum intellectus, qui est ultima
forma, qua homo est homo. Cogitativa igitur forma non est ultima, sed ordinatur
in intellectum. Non tamen est homo unus per simplicem formam, sed per composi
De ehm. tissimam; nullum enim est mixtiim homine compositius. Habet igitur homo
duo esse: unum est esse inateriale a cogitativa; reliquum vero est esse divinum
PERSONA GRICE -- ab intellectu possibili. Perciò Achillini nei QuoUbeta de
intelligentns, ai quali più volte si riferisce nel De elementis, dice: Non
potest intellcctus informare materiam, non informante cogitativa, quia non stat
materia sine forma constituta in esse per eam. Neque potest cogitativa
informare, non informante intellectu, quia, dato informabili ultimate disposito
et informativo, ponitur informatio. Est autem materia informata cogitativa
informabile propinquum et ultimate dispositum ad recipiendum inteilectum. Le
quali parole, secondo la testimonianza di Nife, son tolte alla lettera
dall'opera di Sigieri, De intellectu ad AQUINO. De elementis abbraccia
quaestiones intorno alle proprietà degl’elementi, e cioè alla quantità e alle
loro qualità, al movimento, alla gravità, alla figura e al luogo proprio di
ciascuno. E poiché le teorie di Heytesbury, o Heutisbery, come lo chiamano, e
quelle di Suisset, o meglio Swineshead, sono venute a scompigliare le idee dei
maestri bolognesi non meno che di quelli padovani, anche Achillini s' impegna
in una prolissa discussione del problema di moda, se di ogni cosa naturale si
da un massimo e un minimo – GRICE MAXIMIN --, sul quale nel corso delle sue
lezioni e in trattati speciali ha a soffermarsi più volte anche Pomponazzi,
imprecando ai CALCULATORES FORESTIERI DI MERTON GRICE -- e nostrani. A questo
problema tien dietro una non meno prolissa discus De elem. NiFO, De intellectu
et daemonibus Sigieri De elem. Pomponazzi, De maxima et minimo ad Laurentium
Molinum, Ms. Ambrosiano R.; In Phys., Parigi, Bibl. Nation., ms. lat. Arezzo,
Bibl. Frat. de'Laici, ms. Pomponazzi prende di mira particolarmente il suo
concittadino Pietro da Mantova (VEDASI), nonché le due opere a stampa De
reactione e Tractatus penes quid intensio et re-missio formarum attendatur.
sione sul quesito utrum aliquid moveat se. E sebbene l'autore dichiara di voler
trattare di ogni specie di movimento, celeste o elementare, animato o
inanimato, sostanziale o accidentale, corporale o spirituale – GRICE I’LL MOVE
MY ARM TO SCRATCH MY ITCHING HEAD --, egli s'intrattiene più a lungo intorno al
moto naturale degl’elementi e dei misti e specialmente alla gravità ROMANA di
NEWTON e leggerezza, ritenute con Aristotele e Averroè forme sostanziali dei
corpi, all'azione del cielo, del luogo naturale, del generante e di ciò che
rimuove l’impedimento al cadere – GRICE FREE FALL -- o all'elevarsi d’un corpo.
Le stesse idee averroistiche che Achillini sostene a Bologna, aveva sostenuto a
Padova Pomponazzi, commentando la Fisica. Ad un certo momento il maestro
bolognese accenna anche al moto violento dei proiettili. E come Pomponazzi,
sostiene egli pure che il proiettile lanciato movetur a medio e combatte la
tesi dell'impetus difesa dai parisienses cioè da Buridano, Oresme, Albertuccio
o Alberto junior di Sassonia, per non condonderlo con Alberto Magno, e altresì
da Inghen, e portata a Bologna da maestro Biagio PELACANI (vedasi) da Parma che
di Sassonia era stato alunno a Parigi. Seguono altri quesiti intorno ai quattro
elementi e alle loro qualità sostanziali. La soluzione di essi è quella
averroistica. Ma l'ultimo ha un'importanza speciale per il tempo in cui è
posto: Dubitatur utrum terra sit ubique habitabilis. Il problema se l'era già
posto SCHIAVONE, in una diff. del suo Conciliator, e l'aveva discusso con
ampiezza, ricordando i viaggi di Polo e la relazione di frate Giovanni
cordigliere, cioè del francescano Giovanni del Pian del Car De eleni. e
specialmente sulla gravità e nerezza Bibl. Naz. di Napoli, ms. Questio Magistri
Petri Pomponatii de motu gravium et leviiim, quam fecit Magister Petrus dum
legeret Physicoriun. Sullo stesso argomento il mantovano ritorna nel commento
alla Fisica, Arezzo, Bibl. Frat. de'Laici, ms., ove combatte la solutio de
impulsu que communiter tenetur a parisiensibus De elem. Secunda est opinio
Parisiensium. Maier, Zwei Grundprobletne der scholastischen Naturphilosophie:
das Problem der intensiven Grosse; die Impetustheorie. Roma, e per Biagio
PELACANI da Parma in particolare] pine. Achillini conosce e cita il Conciliator,
ma di mala voglia e senza entusiasmo: Quod autem sub aequinoctiali continue
habeantur ficus, aut quod aer sit ibi temperatissimae dispositionis, aut quod
aninialia ibi habitantia temperatam habeant complexionem, aut quod paradisus
terrestris ibi sit: sunt res quas experientia naturalis nobis NON ostendit. Il
che è ben detto pel paradiso terrestre, ma non pell’altre cose ricordate, delle
quali 1'experientia naturalis di arditi viaggiatori e missionari era cominciata
d’un pezzo. Il filosofo bolognese, che pur sa qualcosa di ciò che costoro
narrano d’aver visto e toccato con mano, senza avere il coraggio di negarlo, si
contenta di dire che è cosa che non riguarda i filosofi intenti alla ricerca
del perché, bensì gli storiografi cui spetta d' indagare se un fatto è o non è:
Pro malori parte veritas illarum causarum ex historia quia est dante, petenda
est; ideo haec historiographis relinquantur, et praesertim de Marco Veneto POLO
aut dominico indiano loquentibus. Chi sia questo Domenico Indiano N. non sa
dire. Ma coloro che parlano e scriveo dell'India e delle terre australi sono
più d'uno. Negli anni stessi in cui Achillini compone il De elementis, s'aggira
pell’India e le terre australi Ludovico de Varthema, che pare, e non senza buon
fondamento, fosse oriundo bolognes. Usce per Benedictum Hectoris Bibliopolam
Bononiensem l’edizione dei Quoliheta de intelligentiis, cui l'autore premise
dubia sollevati dal conte Rangoni, al quale l'edizione era dedicata, insieme
con le soluzioni di essi. Questi dubia nelle edizioni successive sono stati
rimandati in fine dell'opera. Tutti questi scritti hanno, in complesso,
carattere stretta Che cordelarius in francese cordelier significhi francescano
o cordigliere, è sfuggito a Sante Ferrari, in quel suo volumaccio, pieno di
tanti spropositi, I tempi, la vita, le opere di SCHIAVONE, del quale N. parla a
lungoi, e il ove cordelarius è diventato un cognome, Cordellari! De eleni.
mente filosofico, se per filosofia s'intende, come s'intende allora, la teoria
della natura completata dalla metafisica. Le stesse questioni De suhiecto
physiononiiae et chiromantiae e De suhiecto medicinae, ben poco hanno che
riguardi da vicino la medicina propriamente detta. Tuttavia dalle Anotomicae
annotationes, pubblicate postume dal fratello si può ricavare che maestro
ACHILLINI, il quale regge una delle cattedre di Medicina Teorica, fu condotto a
discutere di anatomia e di FISIOLOGIA – theoria della natura GRICE. In queste
Annotationes infatti egli accenna più volte ad osservazioni da lui fatte. Lo
studio bolognese, da quando Achillini assunse l'insegnamento della Medicina
Teorica ha quasi sempre tre maestri deputati ad lecturam chyrurgiae, che di
solito aveva per testo fondamentale l’Anatomia del Mondino, sulla guida del
quale si conducevano le dissezioni dei cadaveri o anotomie, che si facevano con
speciale messa in scena, pari a quella non meno solenne pella confezione della
Triaca. A queste anotomie assistevano maestri e scolari e pell'occasione si
sospendevano per otto o dieci giorni le lezioni. Siccome Achillini non fu mai
deputato ad lecturam chyrurgiae, è verosimile che egli, come maestro di
Teorica, abbia preso parte a qualcuna delle abbastanza frequenti anotomie
tenute negli anni da lui stesso indicati e in altri ancora. Fra i maestri
deputati a leggere Pazzini, La scoperta della membrana timpanica, nella rivista
Valsalva scrive. Achillini lesse anatomia a Bologna, ma per breve tempo.
Riprende la cattedra. La notizia è inesatta per più versi. Una cattedra
d'anatomia a Bologna allora non esiste. Di anatomia si occupano il professore
di Teorica, quando fa lezione su un testo di anatomia, per es. su talune parti
del Canon di Avicenna o su alcuni trattati di Galeno ecc., e il professore di
chirurgia. Achillini fu sempre professore di Teorica. Oltre a queste anotomie
pubbliche, ve n'erano del resto anche di private che i maestri facevano per
proprio conto, quando ne avevano la possibilità, a scopo d'indagine
scientifica. Martinotti, L' insegnamento dell'anatomia a Bologna, Studi e
memorie pella Storia dell'univ. di Bologna, Bologna. Ma l'autore non dà esempi
pel periodo d’Achillini né dice che fossero frequenti. Chirurgia, insieme a
Domenico della Lana, che già insegnava da vari anni, e a Biagio de'Mercuri,
ucciso, compare nello studio bolognese la figura di Jacopo o Berengario da
Carpi, detto semplicemente il Carpo. Questo illustre maestro, che gode della
protezione d'Alberto Pio, signore di Carpi, commentando il Mondino, ha a
correggerlo su molti punti, e domina la chirurgia bolognese del suo tempo, cui
apre nuove vie, fino alla sua partenza per Ferrara. A proposito della scoperta
del martello e dell'incudine nell'orecchio medio, gli storici della medicina
sono incerti s’attribuirla ad Achillini o al Carpo, e sembrano quasi insinuare
che vi fosse rivalità fra i due colleghi bolognesi. Il certo è che Achillini
nelle Annotationes non ne fa cenno; e d'altra parte Carpo, nei Commentaria cum
amplissimis additionihus super anatomia Mundini, stampato a Bologna, per
Hieronymum de Benedictis. Pridie Nonas Martii, QUANDO IL COLLEGA ERA MORTO DI
QUASI NOVE ANNI, trattando nel comm. di questi due ossicini, lungi
dall'attribuirsene la scoperta, e informa che sunt aliqui qui volunt quod illa
ossicula moveant aerem intra stantem et panniculum praedictum. E anche nelle
Isagogae breves et exactissimae in anatomiam humani corporis, lo stesso Carpo
torna a parlare dei duo ossicula e delle varie opinioni per intenderne la
funzione. Se se ne discute, ed altri avevano opinioni diverse da quella di
maestro Jacopo, è segno che questi duo ossicula sono notati da qualche tempo.
Forse in qualcuna delle anotomie tenute dallo stesso chirurgo, e alle quali un
maestro di teorica, qual è Achillini, non puo rimanere estraneo Giacché è
ri-saputo come nel corso appunto di queste anotomie e nelle discussioni
inevitabili a cui danno occasione, sono notate discordanze, le quali ogni
giorno crescevan di numero, fra l'esperienza e le trattazioni anatomiche di
Galeno, di Avicenna, di MONDINO (vedasi) o di Ugo da SIENA (vedasi), e si venne
rinnovando la scienza anatomica. Achillini gode dunque a Bologna della più alta
considerazione COME FILOSOFO e come medico e Del resto l'attribuzione di questa
scoperta ad Achillini si fa risalire a ciò che ne dicono Eustachio Rudio e
Giulio Casserio piacentino. Pasquali Alidosi, I dottori bolognesi di filos.,
Bologna, del favore dei Bentivoglio che gareggiavano coi signori di Ferrara e
Urbino e coi Medici nel proteggere gli studi, le arti e i begli ingegni, Il
fratello d’Achillini porta a termine il suo enfatico e strampalato poema
intitolato Viridario, stampato a Bologna per Hieronymo di Plato Bolognese, e
dedicato a de Medici Cardinale, bora Leone sommo Pontifice. Il fratello
d’Achillini tesse le lodi di Bologna. Prima delle donne e dei gentiluomini
illustri, poi degli studi che dan fama a Felsina. Fra i dotti bolognesi due ne
indica in particolare. L’uno è Campeggi, giurista di gran fama, che dopo
insegnare il diritto a Pavia e Padova, s'era fermato definitivamente a Bologna,
a meno che il fratello d’ACHILLINI non intenda del figlio di lui, Lorenzo, che,
insieme al padre, tene la cattedra straordinaria di diritto civile, egli pure
giurista di grido e futuro cardinale, cui saranno affidate importanti e
delicate missioni diplomatiche. L’altro è Achillini, che il poeta, suo fratello
minore, esalta con orgoglio e ammirazione: Dui lumi chiari, ciascaduii divino:
lune Campeggio, l’altro ACHILLINI. Di l’una legge e l’altra quel Campeggio, si
come e voce e ver, porta corona. Negl’altri studii ACHILLINI veggio, che
theologia sparge in ogni zona. l’alta PHILOSOPHIA laudar non deggio, che fama,
e dell’altre arti, il mondo introna. Me glorio, godo, e laudo il creatore che a
questo unico son fratel minore. Chi legge e intende l’opre sue superne, dove e
insudato, gli da laudi gloriose e eterne. Hor pensi le lucubration, calami e
lucerne scranno al letto ed al lettor salute. D’un lustro a punto il mezzo
camin varca, sei debito farà l’orrenda parca che maestro ACHILLINI è DOTTISSIMO
IN FILOSOFIA e nell’altr’arti lo sapevamo; ma ch’egli s’è addentrato anche fu
anche del consiglio degli Anziani. Catalogus omnium doctoriini collegiatorum in
artibus liberalibus, Bologna, un campo così diverso come quello degli studi di
teologia, ci sarebbe facilmente sfuggito, s’il fratello poeta non richiama
l'attenzione su questo aspetto della sua cultura. A dir vero, più volte,
leggendo taluni dei suoi scritti, N. s’è accaduto d' imbattersi, senza farci
troppo caso, in brani che, ben considerati, attestano nell'autore buona
conoscenza delle cose teologiche – INDEED EXACTLY AS IN GRICE, WHEN HE SAYS, “I
surely can commit to the 39 Articles without ever having read them” --, pari
certamente a quella di Bacilieri, il quale, averroista alla maniera
d'Achillini, non esita a dichiararsi pronto, s’il papa l'avesse gradito, a
interrompere l'esposizione d'Aristotele e, re-lieto lumine naturali,
propositiones creditas magna cum facilitate et brevitate resolutissimas
reddere. Achillini avrebbe dovuto essere presente come compromotore all'esame
di dottorato che quel giorno doveno subire maestro Spinola da Modena, che per
un biennio era già stato rettore dello studio et optime se habuerat in officio,
e maestro Guido da Pesaro. Dove invece farsi rappresentare d’un collega, perché
tunc temporis iverat Romam, ut interesset disputationibus fìendis in capitulo
generali fratrum minorum tam observantinorum quam conventualium, grafia sui
honoris, studiique nostri ac almae civitatis bononiae. N. dirà quanto basta di
questa disputa avvenuta in casa e sotto la protezione di Grimani. Il patrizio
veneziano Taiapietra protagonista di questa disputa, al capitolo generale dei
frati minori tenuto a Roma, giostra in difesa di quell'averroismo sigieriano
che Achillini difende durante un altro capitolo generale di francescani a
Bologna. L' invito deve essere stato rivolto ad Achillini Nella dedicatoria a
Giulio II della lectura de anima di Bacilieri, Pavia, N. Sig. d. Brab. nel
pensiero ecc.. A convincerci della buona conoscenza che ad Achillini non dove
mancare delle cose teologiche, oltre ai molti luoghi nei quali egli mette in
rilievo, su vari argomenti, il dissenso irriducibile tra filosofi e teologi,
basta ricordare i accenni alla libertà degl’angeli De orò., dub., alla grazia
infusa {dub.), alla duplice natura in Cristo [De eleni., art.), al peccato
originale e alla giustificazione {art.), alla transustanziazione – GRICE
TRANS-SUBSTANTIATION -- e all'identità del corpo di Cristo – GRICE ALMA MATER
CORPUS CHRISI -- nel sepolcro e simili. Libro segreto del collegio Mùnster,
Achillini, Riv. di Storia delle Scienze Naturali] da Grimani, per desiderio di
Taiapietra stesso, cui dove stare a cuore d'avere al suo fianco, nel pubblico
cimento, un maestro di tanta autorità, del quale condivide il pensiero. Però fu
un peccato che maestro ACHILINI è assente da Bologna quel giorno, poiché
maestro Bombaxia, priore del collegio di medicina, annota di suo pugno nel
Libro Segreto del Collegio stesso: Et eadem die habuimus opulentam colationem a
doctoratis; usanza non del tutto infrequente, e fatta oggetto, a quanto N.
consta, anche di speciali norme regolamentari. Achillini, che era priore del
collegio, carica già da lui coperta altre volte, dove provvedere alla sua
incolumità personale, all'appressarsi delle milizie papali: Erat enim tunc
temporis universa urbs in sagis ob terorem summi pontificis, qui magnis et
GALLORVM ET ITALORVM copiis ad eam approperabat, ut urbem suam liberam in
liberiorem redigeret; quod sibi sviccessit fuga optimatum bentivolorum, qui
tunc ei preerant, suscepta. Come fautore dei Bentiviglio, egli era fuggito a
Padova, mentre nella carica di priore gli era successo maestro de'Genuli.
Giulio II fa il suo ingresso in Bologna, e i maestri dello studio andano a
rendergli omaggio: Beatissimus sumnius pontifex Iullius papa secundus
honorificentissime ingressus est praetorium fori bononiensis, tanquam Dominus
benemeritissimus; et nostra collegia iverunt obviani ei pedestres usque ad
mansionem prope positam strale maioris, cum vestibus et biretis rosaceis et
banale de variis, et beatitudinem suam associavimus usque ad sanctum petrum.
Sic enim consue visse alios collegiatos factitare, a Domino Paris de grassis,
Magistro ceremoniarum, accepimus. Fuggito da Bologna, Achillini era accolto
come maestro nella seconda cattedra ordinaria di FILOSOFIA NATURALE, a Padova.
Ivi appunto lo troviamo come concorrente del Pompo Libro segreto Mùnster Libro
segreto nazzi che occupa la prima cattedra, come risulta dal titolo dalla
reportatio del corso di lezioni che il Peretto Mantovano tenne sul De
substantia orbis di Averroè: Expositio libelli de substantia orbis ex. mi ac
tempestate nostra naturalis philosophiae luminis Magistri petri pomponacci
Mantuani. Patavij. dum primum locum ordinariae philosophiae, ad concurentiam
ex. mi ACHILLINI bononiensis, publice profìteretur. Sebbene Facciolati pretende
di sapere che maestro ACHILLINI era stato professore a Padova, e che ha per
antagonista – GRICE WARNOCK GRICE STRAWSON GRICE PEARS GROCE THOMSON GRICE
AUSTN JOINT SEMINARS GRICE QUINTON Pomponazzi, la notizia è smentita dai rotuli
bolognesi e dagl’altri documenti del COLLEGIO DELL’ARTI che danno presente a
Bologna Achillini ininterrottamente. Invece è certo che il mantovano ha a
concorrente, quando ritorna a Padova, l'alunno e socio – GRICE STRAWSON PUPIL
COLLEAGUE COLLABORATOR – d’Achillini, Bacilieri, lino alla partenza di lui per
Pavia, e, partito questo, Fracanziano. Prima dunque che con Achillini,
Pomponazzi s'era scontrato col di lui fido Achate, che del suo Enea non era per
altro che una pallida e sbiadita ombra. Soltanto dunque Peretto si trova ad
avere per concorrente Achillini, del quale già conosce il pensiero. Ma a
giudicarne dal contenuto dell' Expositio libelli de substantia orbis, i
dissensi fra i due, per quanto senza dubbio notevoli, non paion tali da dover
degenerare in risse. Anzi, non ostante i dissensi, vi sono nell'esposizione
pomponaziana molte pagine che il bolognese avrebbe potuto sottoscrivere a piene
mani. Così, per esempio, quando il mantovano combatte la teoria avicenniana
della forma corporeitatis coeterna alla materia; o quando tratta della dottrina
averroistica delle dimensiones interminatae anteriori ad ogni forma corporea; o
quando nega con Averroè che le sfere celesti siano animate d’un'anima
sensitiva, distinta dall'intelligenza motrice, come pretende ugualmente
Avicenna. Anche sul Cod. Vat. Regin. lat. grosso problema An caeluni sit
compositum ex materia et forma, Pomponazzi si sforza di mostrare come le varie
opinioni in contrasto si possan difendere e come si possan risolvere gl’argomenti
che ad ognuna s’obiettano. Il suo aristotelismo e il suo averroismo insomma non
hanno la rigidità intransigente del pensiero d’Achillini. Col quale il
mantovano era in sostanza d'accordo anche nel dubitare della dipendenza delle
intelligenze e dei corpi celesti dalla causalità efficiente del primo motore, e
altresì della infinità intensiva del vigore col quale questo muove l'universo.
La vera e profonda differenza fra l'uno e l'altro maestro, trovatisi di fronte
a Padova, è questa. Achillini accetta integralmente l'interpretazione
averroistica d'Aristotele, anche là dove altri aveva visto discordanze fra il
testo e il commento e nel pensiero stesso d'Averroè nota non poche
contradizioni, onde le molte opinioni sul vero pensiero dello stagirita e le
diatribe fra gli stessi averroisti, ciascuno dei quali aveva in serbo il suo
modo di risolvere quelle discordanze e contradizioni. Quello del bolognese
rappresenta uno dei sistemi più coerenti d'interpretazione del pensiero
d'Aristotele, dal punto di vista rigidamente averroistico. Per mezzo di
sapienti accorgimenti logici, suggeriti dalla più scaltrita arte dialettica,
per via d’impensati ravvicinamenti di testi e di sottili distinzioni, le
contradizioni spariscono, i contrasti sono conciliati, le obiezioni mosse dai
dissenzienti risolte, le dubbiezze dissipate. Di guisa che il sistema
aristotelico- averroistico, costruito con procedimenti deduttivi che mentre
scimmiottano quelli della geometria in realtà si risolvono in una caricatura
del metodo matematico, ostenta una compattezza in tutte le sue parti, sì da
dare l'illusione della raggiunta certezza, in cui l'animo si quieta e non sente
più l'acre puntura del dubbio. In questa superba convinzione d’essere ormai
arrivato al segno che si tien gran miracol di natura, e prossimo alla copulatio
coll'intelletto agente, Achillini non aspira orm.ai ad altro che ad
assomigliare ad Aristotele, del quale dice con Averroè: qui divinus potius quam
humanus; quoniam a M. D. annis cifra non est inventus error in eius dictis alicuius
momenti; naturae enim consiliarius extitit', De phys. auditu. A Pomponazzi, al
contrario, questa balda sicurezza dell'infallibilità d'Aristotele e d'Averroè
era venuta meno. Egli non soltanto afferma quod Aristoteles non fuit deus et
ipse non novit omnia, ed ugualmente quod Commentator erravit neque ipse est
deus, ma spesso dichiara di non riuscire a intenderli, che preferirebbe esser
discepolo che non maestro, talvolta anzi non esita a qualificare pazzesche, dal
punto di vista della stessa ragione umana, le loro dottrine. Ma il più spesso,
da quell'uomo faceto che era, più che incaponirsi a dissolvere gli argomenti
dei suoi avversari, cosa non facile senza accettarne taluni presupposti, il che
l'avrebbe condotto ad invischiarsi in un perpetuo circolo vizioso, senza via
d'uscita, preferiva motteggiare con essi e svignarsela con qualche piacevole e
magari salace barzelletta. Esempi: stava esponendo il De cado, e precisamente
il commento averroistico al testo, là dove si pretende di poter dimostrare con
arzigogoli sillogistici che il mondo non potuisset esse nec maior nec minor,
secundum philosophos, perché esso ha d’esser proporzionato alle dimensioni
dell'uomo, cum mundus sit propter hominem. Questo modo d’argomentare stuzzica
LA VENA UMORISTICA ldel Peretto: Modo, si mundus esset maior, homo non posset
vivere; nam si haberetis thalamum maximum, non possetis vivere, quia ibi esset
nimis frigus. Unde si Sanctus Petronius esset in decuplo maior, organum, quod
nunc habetur, non posset sentiri per totum. Similiter, si mundus esset maior,
sol esset nimis parvus, et sic non posset calefacere, et sic corrumperetur
homo. Similiter, si esset minor, nimis sol calefaceret, et ita non possent esse
plures celi. Mundus ergo non potest esse maior neque minor; et est sicut dicebat
illa bona mulier, quod virga bene manebat in vulva sua, et quod virga non
oportebat quod fuisset nec maior nec minor, nec grossior nec subtilior, nec
curtior nec longior; ita quod era, ut dicitur, a punto. Et hoc respondent fatui
philosophi ad istam dubitationem. E perché, mentre il moto violento dei
proietti è più intenso da principio e poi va rallentando, il moto naturale dei
gravi e dei leggieri est in fine velocior? La ragione ve la dà Averroè Arezzo,
Bibl. Laici Parigi, Bibl. Nation., ms. lat. Arezzo, ms. Parigi, ms. lat. Parigi
ms. lat. Et ponit conimentator huius rationem: v. gr., grave descendens in fine
velocius est quam in principio, quia confortatur ex desiderio finis et termini;
ideo intenditur desiderium, et intento desiderio intenditur virtus motiva et
motus. Exemplum do vobis: quando vos itis ad amicam et appropinquatis illi,
antequam figatis priapum, vos mandate fuor el seme in sulle cosce. Similiter,
quando aliquis est clericus, non desiderat papatum; sed quando incipit liabere
sacerdotia magna, incipit desiderare episcopatum, postea cardinalatum, et tunc,
quando est cardinalis, magnopere papatum desiderat, quia illi est propinquus.
Et ita dicit commentator. Commenta il primo delle Meteore, e precisamente il
capitolo della pioggia, della rugiada, della grandine, della neve e della
brina. Seguendo passo passo il testo aristotelico e prendendo in esame le varie
opinioni così poco convincenti intorno alle cause del riscaldamento e
raffreddamento, della siccità e dell'umidità, esce in queste dichiarazioni: Ego
multos annos consideravi ista, et ex toto mihi non satisfacio, et volo
addiscere 2as dubitationes quas nescio solvere, et solutionem relinquo istis
meis sociis qui cenant cum deo et omnia sciunt. Domini, ego dico vobis sicut
dicebat Petrarca: Così ben io potessi con lingua exprimere quaelibet mente
concipio. Domini et filij mei, dicam vobis veruni: certe quo ad nostrum
saeculum, multum laudo fratres sancti Hieronymi, id est li lesuati, quoniam non
student et nihil faciunt nisi dicant Pater noster et Ave Maria. Et ita contenti
vivunt et sine molestia. Et quantum ad alium saeculum, magis laudo, et mallem
habere conditiones Socratis, qui ad hoc devenit et dixit hoc: Unum scio quod
nihil scio, quam conditiones Aristotelis, quem credo quod multa finxerat se
scire, quae tamen ipse ignoraret. Dico vobis quod ista nescio solvere. Solvant
qui continuo prandent cum deo qui habent intellectum adeptum. I soci che
pranzano e cenan con Dio e san tutto, sono evidentemente quegl’averroisti che,
come Achillini e Bacilieri, ritenevano fosse concesso al filosofo di giungere,
in questa vita, al termine dello sviluppo filosofico e al congiungimento
coll’inteletto agente, nel quale consiste il pieno appagamento del desiderio
umano di sapere. Giovio si trovava a Padova discepolo del Peretto, quando
questi ebbe per concorrente Achil Parigi, ms. lat. lini fuggito da Bologna; sì
che quello che egli racconta dell'uno e dell'altro è testimonianza di quanto
ebbe ad osservare. Al grande cacciatore d’aneddoti non pare vero di tramandarci
qualche fugace impressione, colta a volo, intorno ai personaggi del tempo, nei
quali s'era imbattuto. Egli infatti niente ci dice dell'insegnamento
d’Achillini a Bologna. Ce lo rappresenta a Padova, averroista che gode fama di
solido e ben digesto sapere, mentre Pomponazzi, astioso rivale, mosso
d’ambizione, gli vuota la scuola. Un po'trasandato nel vestire e nel
portamento, ma con fronte sempre raggiante, sicuro di sé, eccolo là al portico
pretorio, nel circolo dei dotti, mentre nel rozzo gergo scolastico affronta
l'avversario e cerca d' irretirlo entro le maglie dei suoi bifronti e cornuti
entimemi. E talora sembra averlo abbattuto col vigore delle sue stoccate. Ma il
più delle volte quello sfugge alla presa del’armi dialettiche, l'impeto dei
colpi vibrati cade nel vuoto,, stornato d’una facezia o d’un motto salace,
salsa dicacitate, che suscita, in chi assisteva a quelle giostre di sillogismi,
le più scroscianti RISATE – GRICE IF I FEEL I NEED VALUE I HAVE VALUE --.
Laughter in philosophy, not at philosophy. Negli anni del soggiorno padovano
Achillini attese a riunire in un sol volume le opere che aveva stampate
separatamente a Bologna e che abbiamo elencate fin qui. La prima edizione degli
Opera omnia fu fatta a Venezia a spese degli eredi di Scoto. Essa comprende i
Quolibeta de intelligentns, il De orbibus, il De universalibus,.il De elementis
e le questioni De principiis chiromantiae et physionomiae, De potestate
syìlogismi e De subiecto medicinae Capparoni, Profili bio-bibliografici di medici
e naturalisti celebri italiani Roma, dice addirittura che a Padova Achillini ha
a soffrire l'invidia di Pomponazzi col quale sostenne non lievi dispute,
avendolo ad avversario poco cortese e corretto. Tutto questo mi pare che
aggravi un po'troppo il racconto di Giovio Giovio, Elogia virorum literis
illustrium. Basilea. In questa edizione dell'opera di Giovio si trova quel
ritratto d’Achillini che Mlinster riproduce di seconda mano, dichiarando di non
sapere donde provenga. Un ritratto del filosofo bolognese Giovio possede nel
suo museo a Como. Una copia d’esso, se non proprio l'originale, si trova nel
ballatoio della sala Fagnani presso la bibl. Ambrosiana di Milano, somigliante
all'immagine degl’Elogia. Altro ritratto d’Achillini è posseduto dal museo dell'università
di Bologna. La dedica al Bentivoglio naturalmente fu omessa. La partenza di
questo insigne maestro lascia un gran vuoto nello studio bolognese, e
l’autorità accademiche, che non riuscivano a colmarlo, lo sollecitarono a
ritornare sulla sua cattedra, minacciandolo dell'ammenda di cinquecento ducati
d'oro e di pene anche più gravi, ove non avesse ottemperato all'ordine Così
egli fa ritorno in patria, ove riprese la sua attività normale di dottore del
collegio dell’arti, e l’insegnamento della filosofia naturale; tanto poco il
nuovo regime papale si preoccupa dell'opposizione che avrebbe potuto venirgli
dalla filosofia. Al periodo del ritorno a Bologna appartiene il De
distinctionibus, edito quivi, per Ioannem Antonium de Benedictis L'opera concerne
i concetti trascendentali di ente – GRICE MULTIPLICITY OF BEING -- , uno, vero
– GRICE TRUTH -- , buono – GRICE GOOD PROLEGOMENA, e quelli di essenza – GRICE
IZZING HAZZING, di cosa, di identico – GRICE RELATIVE IDENTITY --e distinto,
della distinzione reale e della distinzione concettuale, delle formalità
scotistiche, della relazione e dei suoi fondamenti, dell'analogia – GRICE
POMPONAZZI VIRGA IN VULVA MAGNITUTE MONDI -- e dell'uso di questi concetti; di
guisa che la trattazione ci dà, di scorcio, un sommario di tutto il pensiero
metafisico d’Achillini intento a salvare e a conciliare la dottrina d'Averroè
con quella dei maggiori – NON MINORI GRICE BOSANQUET WOLLASTON -- maestri. Come
Da una lettera dei Quaranta riformatori dello studio bolognese, pubblicata da
Podestà, Di alcuni docum. ined. riguardanti Pomponazzi, Atti e Mem. della R.
Deput. di Storia Patria pelle provincie di Romagna, Bologna, appare che i
riformatori avevano già prima fatte le loro rimostranze, perché s'era assentato
senza licenza. Achillini s'era scusato cum dire che ne fu concessa hcentia dal
M. co Sr. Confaloniero d' Justitia e che senza di ciò non sarebbe mai partito.
Ma i Quaranta repUcarono che la licenza non era stata né richiesta né concessa
nella forma valida. Perciò s'affrettasse a far ritorno, se non voleva esser
multato di 500 ducati d'oro o colpito con altre gravissime pene nelle quali
incorrono li nostri doctori che partono da Bologna SENZA LICENTIA per andare a
legere fora nelli externi studi. Tuttavia l'AchiUini non ritornò che un anno
dopo. Nel Lib. Partitorutn (Arch. di Stato di Bologna, si trova che con 19 su
19 fave bianche I conduxerunt Ex.m Artium Doctorem, D. M.m Achilinis ad
legendum in STUDIO BONONIE col salario di 900 lire bolognesi, integre e
privilegiate, e alla condizione di leggere teorica ordinaria al mattino e
FILOSOFIA ORDINARIA la sera. La formula conduxerunt vuol dire che si tratta di
un nuovo ingaggio. maestro di teorica, commenta la prima fen del IV libro del
Canon d’Avicenna. Ripreso il corso delle lezioni, egli si dette a esporre il De
physico auditu di Aristotele. Ma l'esposizione è interrotta dagli eventi
bellici. È noto come il grande capitano Trivulzio, al servizio del re di
Francia, riprende BOLOGNA al papa e come ri-apre le porte al ritorno dei
Bentivoglio. Ma Giulio II, fatta lega, non tarda a usare dei servigi delle
truppe PER FAR BOMBARDARE BOLOGNA e ridurla all'obbedienza della chiesa.
Sorpreso dagl’avvenimenti, il maestro continua a far lezione finché gl’alunni,
per fuggire all'assedio, non disertarono lo studio. Penetrato di sorpresa in
città Foix obbliga a SBLOCCARE BOLOGNA. Ma dopo la battaglia di Ravenna,
PERDUTO L’APOGGIO FRANCESE, i Bentivoglio dovettero di nuovo prendere il largo.
Com'era suo costume, Achillini fa volentieri a meno di pubblicare questo
frammento d’esposizione del De physico auditu. Ed infatti egli non mai pubblica
nessun commento a scritti d'Aristotele o d'altri, bensì trattazioni originali
sebbene ispirate al pensiero d'Aristotele e d'Averroè. Perciò sorprende N. assai
quello che Miinster scrive degli Opera omnia nell'edizione curata dall'autore
stesso: Si tratta in gran parte d’opere d'Aristotele, d’Alessandro Afrodisiaco,
d'Averroè ecc. provviste di commenti d’Achillini. Ma ch'egli, non che scorsa,
non ha mai visto in faccia questa edizione, è provato dal fatto Nel cod.
Latino, BOLOGNA, si trova, tra altre cose d’Achillini, una expositio supra
prima Avicennae Frati, Indice dei codici latini conservati nella R. Bibl.
Univers. di Boi., Firenze Fantuzzi, Notizie dei bolognesi, dice, senza per
altro citare la fonte, come tenendosi una radunanza di teologi, di dottori
legisti e d'altri uomini insigni, per consultare se si dovea ricevere il legato
proposto a BOLOGNA dal conciliabolo di Pisa, cioè il Cardinale San Severino, fatto
legato di quella radunanza e governatore di BOLOGNA, gl’aderenti a' Bentivoglio
sostenevano l'affermativa, e fra essi Achillini piià d'ogni altro aringo con
grande arte ed impegno per sostenerla. E se non potè ottenere l' intento, ne
venne però, che fu determinato di non ricevere né questo né quello destinato
allora da Giulio. Riv. di St. delle Se. Med. e Naturah che fra le opere incluse
in questa edizione pone il De physico auditu, e il De niotimm proportione.
Achillini, dunque, per sua esplicita dichiarazione, non pensa affatto a dar in
luce una nuova esposizione dell'opera aristotelica, parendogli che bastano
quelle latine che correvan pelle mani di tutti. In ciò fu imitato da
Pomponazzi, che non pensa mai a dare alle stampe alcuno dei numerosi commenti
ad Aristotele, lasciati inediti nelle riportazioni dei suoi alunni. Quello che
decide il bolognese a desistere dal suo proposito, è quanto egli stesso scrive
in principio del frammento: Fugeram olim Peripateticorum principis Aristotelis
librorum interpretationes notis mandare, quoniam expositores Latini evolvere
ipsos cupientibus textum AristoteUs piane aperuerunt. Difficultates autem circa
sententias Aristotelis et Averrois contingentes, ex libris a me editis non
difficile erat comprehendere. Sed quia varii auditores varia fragmenta
philosophica, me legente, varie collegerant, et me inscio meo nomine
publicaverant, non passus sum ut, quae nostra non erant, prò nostris
haberentur. Ideo coactus sum haec scripta, tum apponendo tum variando tum
rescindendo, diligentius repurgare, ut ipsa, manu propria elaborata, proprium
auctorem recognoscerent. E alla fine dell'opera: Hucusque nos prosecuti sunt
audientes. Quod si amplius durassent, noster labor longior fuisset. Et haec
nostra recognoscens, fragmenta esse voluissem, sed fractionum fragmenta sunt,
quoniam eis comminutiva fractio supervenit, BONOMIAM armis impetentibvis et
moenia machinis deicientibus. Per giocondità del lettore N. aggiunge che nel
volume della Storia dell'università di BOLOGNA di SIMEONI (vedasi), Zanichelli,
Bologna, si legge che Achilhni, Achillini, Expositio primi Physicoriitn. E
infine: Expli ciiint fragmentorum fractiones physicales ab Alex. ACHILINI
BOLOGNA ordinariam theorice de mane publice docente. Impresse per Hieron. de
Benedictis civem BOLOGNA. Questa avvertenza è stata omessa nell'edizione degli
Opera omnia curata da Monti, e nell'edizione di Monti, se non scopritore, è
almeno il primo descrittore degl’ossicini dell'orecchio nel suo De physico
auditu. Con che Simeoni pare credere che in questa opera Achillini S’OCCUPA
DELL’ANATOMIA DELL’ORECCHIO! E questa dove essere un'opinione ben radicata in
SIMEONI, se anche poche pagine dopo scrive che il bolognese è celebre tanto
COME DIALETTICO quanto come anatomico e medico, e che le opere che d’ACHILLINI
possediano che trattano tanto De universalibus come De physico auditu, mostrano
questo doppio carattere. Ora nel De physico auditu non si parla affatto di cose
attinenti all'ANATOMIA – GRICE THE CAUSAL THEORY OF PERCEPTION --, bensì di quello
di cui Aristotele parla in quest'opera e, fra l'altro, anche degl’universali,
ma dell'organo dell'udito proprio no. Un'altra opera composta d’Achillini
lasciata inedita è il De proportione motuum. L'argomento riguarda il rapporto
che Aristotele nella fisica stabilisce tra la forza, la resistenza e la
velocità del movimento, e il tentativo da parte di Bradwardine, Oresme ed altri
calculatores – GRICE MERTON -- di tradurlo in un rapporto matematico o
SIMBOLICO – AUSTIN SYMBOLO. Le dottrine di costoro, portate in Italia da
PELACANI (vedasi) da Parma, Parisius doctoratus, suscitano vive controversie
tra coloro che accettano la novità delle calculationes e gl’averroisti che alle
nuove dottrine sono piuttosto ostili. Achillini si mostra pienamente informato
dello stato della questione, allora dibattutissima anche a Padova e Bologna.
Conosce e cita il commento di Campano alla geometria d’Euclide, l'arimmetica di
Nemore, i trattati calcolatori di Bradwardine, Swineshead, Heytesbury, Oresme,
Alberto di Sassonia, NICOLETTI, Marliani in sua quaestione subtili de
proportionibus, insomma tutta la letteratura dell'argomento, che noi oggi ben
conosciamo attraverso le dotte e dihgenti ricerche di Maier. Intento del
maestro bolognese è quello di salvare le regole delle proporzioni formulate
d’Aristotele ed Averroè nella fisica e d’accordarle colle teorie calcolatorie,
a differenza di quello Die Vorlàufer BONAITUO GALILEO GALILEI Roma; An der
Grenze von Scholastik u. Naturwissenschaft, Roma che pensa potesse farsi, pochi
anni dopo la morte di lui, Pomponazzi. L'opera non potè essere pubblicata dal
filosofo bolognese perché prevenuto dall'improvvisa morte. Hain registra
quest'opera d’Achillini col titolo De distyibiitionihus ac proportione motuum,
e la dà stampata a Bologna, per Benedictum Hectoris. Ma il gesamtkatalog
dichiara l'esistenza di questa edizione zweifelhaft. N. la direi semphcemente
INVENTATA. Per due ragioni. Primo, perché nell'opera sono citati il De orbibtis
e il De elementis, sicuramente posteriori. Secondo, perché il fratello Filoteo
che ne cura l'edizione postuma, la dà come inedita, nella dedica a Leone.
Itaque ACHILLINI ipsius auctoris nomine quando ipse funere praeventus acerbo
non potuit ea sanctitati tuae nuncupatim dico. Ma, coll'animo profondamente amareggiato
per gl’avvenimenti che turbano la serenità dello Aliqui ergo ducti inani gloria
voluerunt salvare Aristotelem; Inter quos fuit Marilianus, qui construxit
tractatum in quo intendebat salvare Aristotelem; et aliqui fecerunt tractatum
centra Marilianum. Et totus mundus apud me non salvaret Aristotelem, et
Aristoteles sibimet contradicit, et videbitur aperte errasse, et una regula
alteri contradicit. Fortassis enim quod decipior; sed iudicabitis vos per dieta
Aristotelis, quod non potest salvari. Aristoteles etiam fuit homo et decipi
potuit, sicut etiam possibile est me decipi. Pomponazzi, In ynm. Phys., ms.
aretino, Bibl. de' Laici. Giunto alla fine della sua riportazione, l'alunno,
che dal cod. della Kungl. Biblioteket di Stoccolma Giom. Crit. Filos. It.
appare essere quel Magister Hieronymus Bonus o de Bono, da Bologna, laureato in
Artibus et Medicina Libro Segreto del Collegio, annota: P ribadire la scoperta
di Mondini, che l’altre pretese opere anatomiche non erano che una sola,
pubblicata con titoli diversi nelle varie edizioni, e per correggere l'errore
accolto anche da Renzi, pur così informato. Tuttavia, N. non ha voluto prestar
fede neanche al Mondini e a Medici, e ha voluto rer. L. e, Mazzuchelli, Gli
scrittori d'Italia Fantuzzi dersi conto de visti della curiosa vicenda. N. così
constata che la prima edizione è quella che vide la luce a Bologna, a cura del
figlio d’ACHILLINI, col titolo d’Anotomicae annotationes, nella stamperia di
Benedetti, con dedica a Monti, che di maestro ACHILLINI era stato alunno, ed
ora tene la cattedra ordinaria di medicina teorica, BONONIENSIS GYMNASII
splendor immortalis, nientemeno! Questa dedica ha nel frontispizio la ben nota
xilografia, sormontata dal nome ACHILLINI; sotto il ritratto d’ACHILLINI, tre
distici di Camillo da Correggio, artium discipulus. La dedica pare escludere
che vi fossero edizioni anteriori. La stessa opera, col titolo De humanis
corporis anatomia, usce a Venezia, per Io. Ant., et fratres de Sabio, colla
stessa dedica del figlio d’ACHILLINI a Monti. Terza stampa della stessa opera è
quella che apparve nel FascicuUts medicinae di de Ketam, ediz. veneziana per
Caesarem Arrivabenum. In questa edizione l'opera d’Achilhni forma un trattato
della raccolta, subito dopo l’anatomia di Mondino, e porta questo titolo:
Annotationes anathomie ACHILLINI honon.; ed anch'essa ha la dedica a Monti.
Dell'edizione di Venezia, in fol. secondo Capparoni, in 4° secondo Hirsch,
nessuna traccia, sebbene altri la ricordino per sentita dire. Delle edizioni
posteriori N. non si occupa. Il colmo in questo pasticcio pseudo erudito è
raggiunto da Miinster il quale, dopo parlare della prima e della seconda opera
secondo l'ordine di Capparoni e di Hirsch, aggiunge di suo che le annotai,
anatomicae pare non siano un nuovo trattato, bensì l'unione delle due
precedenti! Esempio tipico N. non sa se di disinvoltura o d'improntitudine
letteraria, da parte di troppi filosofi, avvezzi a copiacchiare come scolaretti
e a spacciare per certo quello che hanno appreso soltanto per sentito dire.
Curioso è il caso di Pazzini. Nello studio già segnalato, sebbene parla di
scritti anatomici, egli con questa espressione parrebbe tuttavia intendere le
sole Adnotationes anatomicae che nel Fascicuhis medicinae di Ketam sarebbero
state pubblicate, dice PAZZINI (vedasi), col titolo in Mundini Anatomiam
adnotationes. Invece nella storia della medicina, Soc. Editr. Libr., Milano,
Queste Anotomicae annotationes che il maestro bolognese lascia tra le sue
carte, non costituiscono propriamente un'opera d’anatomia umana da dare alle
stampe, ma lo schema forse d'un'opera che egli anda preparando e pella quale
raccoglie osservazioni che gl’era accaduto di fare nel corso di diverse
dissezioni anatomiche predisposte da lui stesso o insieme ad altri colleghi.
Queste dissezioni avevano lo scopo di riconoscere nell'organismo umano quello
che si legge in Galeno o in Avicenna, in Mondino o in Ugo da Siena. Nel corso
di queste ricognizioni accade talora ad Achillini di notare errori commessi
dagl’anatomisti precedenti, e discordanze fra quello che legge negli scritti di
costoro e quello che gli rivela l'esperienza. Spesso egli ha cura di
descriverci il procedimento col quale egli conduce la dissezione, e di
suggerire il modo più adatto per mettere a nudo, senza lederlo, quell'organo o
tessuto che si ha in animo di studiare. L'opera è semphcemente abbozzata. Ma
anche in questo stato, essa costituisce un notevole documento di quello che
s'anda maturando nelle scuole di chirurgia. Mentre le rumorose dispute intorno
al modo d'intendere i testi classici dell'anatomia recano assai scarsa luce per
una esatta rappresentazione della struttura dell'organismo umano, gì'impetuosi
torrenti di parole s'arrestano, le ire si placano, quando gl’occhi
dell'anatomista e di coloro che gli facevan corona nell'anfiteatro, si fissano
su quello che il coltello mette a nudo, e la luce dell'esperienza rivela
qualcosa di nuovo e d' insospettato. Il che del resto avvenne, non solo nel
campo del coltello e dell'anatomia, ma nel campo del telescopio, e del microscopio,
e in tutte le ricerche concernenti la natura, e non per influsso dell'umanesimo
e del platonismo dell’ACCADEMIA, ma per un processo di critica interna, quasi
dirai N. di autocombustione, in seno alle scuole darivate dal LIZIO. BONAIUTI
Galileo GALILEI stesso vien dall'aristotelismo e del LIZIO in via di
dissoluzione. Il ri-nascimento è frutto dell'approfondirsi e dell'estendersi
dell'esperienza in tutti i campi del sapere naturale. Com'è noto, Monti,
mentr'era professore vedo che è ritornato all'errore di Capparoni e Hirsch.
S’avesse dato un'occhiata alla memoria di Mondini e all'opera di Medici, oltre
alla correzione di questo errore, v’avrebbe trovato forse qualcosa che poteva
giovargli anche pell'argomento da lui trattato, riguardante la scoperta della
membrana timpanica.] a Padova, raccolse in un volume gli Opera omnia
d’Achillini, cioè tutte l’opere che il maestro bolognese stesso da alle stampe,
più il De proportione motuuni; e il volume, edito da Scoto a Venezia, fu
dedicato al patrizio veneziano e chiarissimo filosofo Foscarini. Perché ne
lascia fuori l’Anotomicae a?inotationes? Non certo perché egli non le ritenesse
autentiche; ma verosimilmente perché gh parvero, come sono, opera frammentaria,
piii schema e materia di opera che opera completamente delineata; o forse anche
perché quelle note gli parvero ormai sorpassate e di scarso valore, dati i
rapidi progressi che l'anatomia in quegli anni anda facendo. Sì che agli occhi
dell'alunno editore l'opera dell' Achilhni degna d'essere presa ancora in
considerazione e tramandata e meditata era opera di filosofo. E questa sola
egli intese tramandarci con l'edizione da lui curata. Con le Annoiationes Monti
trascurò altresì gì'inediti che non dovevano mancare sia tra le carte del
maestro, o dispersi in riportazioni di scolari. Se ora ci chiediamo quale è
stato il giudizio complessivo degli storici sull'opera globale dell'Achillini,
dobbiamo constatare, anzitutto, che troppi son coloro che ne hanno parlato per
sentito dire. E questo tanto tra gh storici della filosofia quanto tra quelli
della medicina. Di costoro evidentemente non è da tener conto. Come non è da
tener conto di giudizi come quello di Munster, il quale da ciò che
dell'Achilhni narra a modo suo Giovio, è indotto a rappresentarcelo come schizzoide!
Il primo che parla dell'averroista bolognese dopo averne scorse le opere, se
non tutte, almeno i Qitoliheta de intelligentiis, fu, tra gli storici della
filosofia, FIORENTINO nel suo POMPONAZZI. E a quel che ne dice allora l'onesto
Fiorentino si rifanno su per giù gli storici posteriori, trascurando però
taluni giudizi di questo e altri esagerandone fino a renderli irriconoscibili.
Che Achillini fosse un averroista, tutti a un di presso s'accorsero; ma 1^4
Tuttavia l’Anotomicae annotationes non furon mai del tutto dimenticate e il
nome d’Achillini vien ricordato d’anatomisti posteriori, anche quando le sue
opere filosofiche sono ormai cadute del tutto in oblio. L. e, p. se averroista
di più o meno stretta osservanza pare dubbio. La tesi che l'intelletto
possibile, forma immateriale e incorruttibile, infima dell’intelligenze
celesti, è unica per tutta la specie umana, è certamente tesi averroistica. Ma
pare a Fiorentino che il bolognese si discosta dallo schietto averroismo,
perché questo ritene 1'intelletto forma assistente e non informante dell'uomo,
Achillini invece ammette che l’intelletto umano, pur essendo unico per tutta la
specie, è vera forma informante che dà all'uomo il suo essere d’uomo. Se non
che lo storico calabrese non pare s'accorgesse che con questa seconda tesi,
senza rinnegare la prima, la dottrina averroistica non era affatto parzialmente
abbandonata, ma anzi approfondita; e che, grazie a questo approfondimento,
venivano a cadere tutte o gran parte di quelle obiezioni che si facevano alla
tesi averroistica, di spezzare l'unità del soggetto umano cui s'attribuisce
l'atto d' intendere. E già prima, Sigieri e Wilton, NICOLETTI e Pico, coetaneo
del bolognese, interpretano il pensiero d'Averroè alla stessa maniera; e questo
non per motivi di fede, ma per eliminare dalla dottrina
aristoteUco-averroistica un assurdo evidente sul quale speculano gl’avversari
dell'averroismo; tanto vero che l'anima razionale che vien detta informare
l'uomo, resta in sé unica per tutta la specie umana. Non è pertanto esatto
l'affermare che ogni seguace d'Averroè ritene l' intelletto forma assistente
dell'uomo e non forma dans esse. Fiorentino è stato colpito anche d’un passo
del De eiementis, ove si parla dell'unione dell' intelletto coll'anima
sensitiva dell'uomo, e dove Achillini torna ad esporre con nuovi particolari la
sua dottrina sigeriana esposta nei Quolibeta de intelligentiis. Ad un certo
momento si domanda: Quomodo stat opinio Aristotelis cum fide? giacché tanto
l'interpretazione che dà del pensiero dello Stagirita Averroè, quanto quella
che ne dà Alessandro d'Afrodisia, secondo la ragion naturale, discordan
dall'insegnamento della fede. E il nostro averroista risponde: Il fatto
ch’entrambe discordin dalla fede significa che tutte e due son false, e che su
questo punto, come su altri non pochi, bisogna che noi credenti abbandoniamo il
filosofo. Ma dovendo scegliere a lume di ragione tra quelle due
interpretazioni, entrambe false, quella che ha I miglior verisimiglianza,
sceglieremo quella d'Averroè, perché, sostenendo questi che l'anima è forma
informante che dà all'uomo l'essere di uomo viene a dire che l'intelletto,
nell'atto d’unirsi all'uomo, termina il processo della generazione umana e
quindi ha in qualche modo un cominciamento nel tempo, come appunto insegna la
fede. In tutto questo N. non vede né incertezza né spossatezza da parte
d’Achillini. Né tanto meno che egli si senta spinto ad accettare l'averroismo
dopo averlo dichiarato falso. L'opposizione tra molte tesi difese d’Aristotele
e la verità cristiana è comunemente ammessa, da quando Alberto Magno proclama
che theologica cum physicis principiis non conveniunt, e che al filosofo che
voglia trattare delle cose naturali secondo i principi della ragion naturale
non deve importare dei miracoli della fede. È vero che AQUINO, combattendo
l'interpretazione averroistica del pensiero d'Aristotele, s'è adoprato ad
accordar questo col pensiero cristiano. Ma questo concordismo d’AQUINO non è
parso né di buon gusto né di buon augurio, non solo ad averroisti come Sigieri,
discepolo in questo d'Alberto Magno, ma nemmeno ad alcuni teologi che si
ribellano al tentativo de Aristotele haeretico facere omnino catholicum. E
molti, non solo maestri in artibus, ma anche teologi e commentatori delle
sentenze di Lombardo, ritennero perfettamente fondata sul testo aristotelico e
legittima l'interpretazione averroistica, salvo quando questa discorda da
quella d’altri commentatori autorevolissimi, come Alessandro, Filopono od altri
specialmente greci. Ora ai tempi d’Achillini e Pomponazzi, a BOLOGNA come a
Padova, è obbhgo di leggere e discutere il testo aristotelico E il commento
d'Averroè. Averroisti si diceo tutti quelli che, rifiutando il concordismo
d’AQUINO, d' ispirazione avicenniana, mostrano ripugnanza a miscere diversa
brodia, e, per quello che concerne il pensiero aristotelico, s'attenevano al
commento averroistico. Il che non implica Fiorentino Metaphys., De gen. et
corr. Rivista di Storia d. Filos. affatto che essi dove accettare le dottrine
d'Aristotele quali sono esposte d’Averroè come loro proprio pensiero.
Gl’averroisti potevano quindi con perfetta coerenza dichiarare che la dottrina
dell'eternità del mondo e dell'unità dell'intelletto è dottrina vera e
necessaria nel sistema del pensiero aristotelico, ma che questa dottrina è
falsa secondo la fede che s' ispira all’angelo e non ai libri d'Aristotele. Il
che è perfettamente vero anche per noi, dice N. Questo non hanno ancora
compreso taluni storici della filosofia. Uno dei quali, dopo aver detto che
enger an dem averroistischen Aristotehsmus schloss sich ACHILLINI an aus
BOLOGNA, war PROFESSOR der philosophie, zuerst in Padua (!), in Bologna, wo er
starb, aggiunge: So weit Aristoteles von dem christlichen Glaubensstandpunkt z.
B. hinsichtlich der Schòpfung der Welt abweicht, ist er ini Sinne der
Kirchlichen Lehre zu korrigieren. Il qual giudizio vien trasportato di sana
pianta nella massiccia storia della filosofia d’ABBAGNANO, U.T.E.T. In realtà
la preoccupazione d’Achillini costante è quella di correggere la dottrina
aristotelica nel senso dell'insegnamento ecclesiastico. Ma egli v'aggiunge
qualcosa di suo, che aggrava Ueberweg-Moog, Die Philos. der Neuzeit, Berlin. E
già prima Renan, Averroès et l'averr., Parigi: Tout en reconnaissant que sur
ces deux points, l'unite des àmes et 1'immortalité collective, la doctrine d'
Averroès est conforme à Aristote, ACHILLINI rejette expressement ces théories
comme opposées à la foi. E cita Ritter, Gesch. der neneren Philos., citato
anche da Fiorentino. La stretta aderenza d’Abbagnano a Moog appare anche da
quel che l'uno e l'altro dicono di ZIMARA. Scrive Moog: Noch strenger hielt am
Averroismus fort ZIMARA aus Neapel. In ihnen Schriften suchte auch er den
Averroismus mit Kirche zu vereinen. Die Einheit des menschlichen Intellektes
wird von ihm als Einheit der allgemeinen Erkenntnisprinzipien gedeutet. E
ABBAGNANO SU ZIMARA: E lo stesso, di spogliare l'aristotelismo e l'averroismo
dei loro caratteri originari in omaggio ad una preoccupazione dommatica, accade
nelle dottrine del napoletano ZIMARA, ma s’era di S. Pietro in Galatina presso
Otranto, tanto che a Padova lo chiamano l'Otranto o l'Otrantino!, anch'egli
professore a Padova, il quale interpreta l'unità dell'intelletto, sostenuta
dall'averroismo, come l'unità dei principii universali della conoscenza. Dello
stesso avviso pare è anche SAITTA, Il pens. ital. nell'umanesimo e nel Rinasc,
Bologna. Le sue Contradictiones assai l'errore dell'autore tedesco:
L'aristotelismo e l'averroismo sono stati qui spogliati dei loro caratteri originari,
in omaggio ad una preoccupazione dommatica. Preoccupazione che Achillini, al
pari degl’altr’averroisti, non mostra mai d'avere, anche quando, constatata
l'opposizione fra Aristotele e il dogma, dice esser dovere del credente che
tale voglia rimanere di ripudiare Aristotele, non di correggerlo, che vorrebbe
dire travisarlo. In questo i nostri vecchi sono onesti e coerenti. L'ottimo
Garin ricorda la breve preghiera che si legge in principio del De elementis:
Luminum clarissima lux, qua ac solutiones ex dictis Aristotelis et Averrois
parlano dell'unità dell'intelletto di tutti gl’uomini come l'unità dei
principii universali del conoscere. Moog ed Abbagnano non citano alcuna fonte
della loro affermazione. Saitta invece cita le Contradictiones di Zimara, senza
però indicare un punto preciso. Ma egli non deve averle lette. Che lo ritengo
troppo intelligente, se l’avesse lette, da lasciarsi scappare simile
affermazione. E allora? Allora Moog, Abbagnano e Saitta derivano, direttamente
o per via indiretta, il loro giudizio da Renan, Averroès et l'averroisme, ove
appunto accade di leggere. L'unite de l'intellect est adoptée dans le sens de
l'unite des principes communs de l'esprit, mais ouvertement rejetée en ce sens
qu'il n'y aurait qu'un seul principe substantiel de la raison humaine. E Renan
cita le solutiones contradicionum, Averrois opera, dell'ediz. di Venezia, più
semplice e più comodo era citare le stesse solutiones contrad. super de anima,
contr. Se Moog, Abbagnano e Saitta si fossero presa la briga d’andare a vedere
questo luogo di Zimara, avrebbero potuto constatare, con non poca sorpresa, che
Renan quel giorno dove essere febbricitante o ubriaco o fortemente distratto,
giacché l'averroista otrantino in quel luogo DICE ESATTAMENTE IL CONTRARIO. Ivi
Zimara, che s'era proposto di conciliare un'apparente contradizione fra due
affermazioni d'Averroè, riporta un brano del commento di Temistio al De anima,
ove si legge appunto. Unde enim communes illae animi conceptiones
prae-notionesque communes omnibus haberentur? Unde indigentia illa impressaque
omnium mentibus primorum notitia constitisset, natura duce, nulla ratione,
nulla doctrina? Unde postremo intelligere mutuo et intelligi vicissim possemus,
nisi iiniis singularis intellectus fttisset, quem communem omnes homines
haberemus? Platone, osserva Zimara, con un simile ragionamento dimostra
l'esistenza dell’idee. Temistio ed Averroè lo usano per dimostrare l'unità
dell'intelletto; se no, bisogna ammettere che la scienza nell'alunno – STRAWSON
-- si genera da quella del maestro – GRICE -- a quel modo che, secondo
Aristotele, il fuoco si genera dal fuoco. Hoc autem sequitur secundum ponentes
pluralitatem inteUectus, ut ipse Averroès opinatur. Niente di più si legge
nell'opera di Zimara, il quale non si chiede affatto se questa dottrina
s'accordi o meno colla fede. A lui basta chiarire il pensiero d'Aristotele e
del suo commentatore, eliminando le contradizioni. L. e. omnes aliae veritates
illiistrantur, me per umbras materiae tutum ab errore per Filium hominis ducas
in te ipsum. E l'accenno a una breve preghiera è anche in principio del De
physico aiiditu: Deus illuminatio mea [OXFORD] sit. Dominus illuminatio mea
(Latin for 'The Lord is my light') is the incipit (opening words) of Psalm 27
and is used by the University of Oxford as its motto. It has been in use there
since at least the second half of the sixteenth century, and it appears in the
coat of arms of the university. An article written in 2000 by the Roman
Catholic priest and theologian Ivan Illich (1926–2002) may help to explain this
ancient university motto, at a time when scientists were progressively
replacing the concept of vision as a gaze radiating from the pupil by the
concept of vision as the retinal perception of an image formed by reflected sunlight:
To interpret De oculo morali, the relationship of things to God "who is
light" must be understood. This is the century [i.e., the thirteenth
century] suffused by the idea that the world rests in God's hands, that it is
contingent on Him. This means that at every instant everything derives its
existence from his continued creative act. Things radiate by virtue of their
constant dependence on this creative act. They are alight by the God-derived
luminescence of their truth.[1] Other uses[edit] Dominus illuminatio mea is
also the motto of Loyola High School (Kolkata) in India, founded in 1961.[2] It
is one of the two mottos of Robert College in Istanbul, and it has appeared in
the arms of the Robert College Alumni Association since 1957, next to Veritas.[citation
needed] It is also the motto of Finlandia University, founded as Suomi College
in 1896.[citation needed] Additionally, it is the motto of Cair Paravel-Latin
School, a private college-preparatory school in Topeka, Kansas,[citation
needed] and Nazareth Academy in Rochester, New York. It is also used by St
Leo's College, University of Queensland, and by Drew University in Madison,
NJ.[citation needed] It is found in the coat of arms of Montessori Professional
College in Quezon City. Furthermore, it is the motto of Hallfield Independent
School in Birmingham, UK, and Marymount Secondary School in Hong Kong, as well
as Gregorian Public School in Kerala, India.[citation needed] References[edit]
^ Ivan Illich, "Guarding the Eye in the Age of Show" (PDF). Online
Book, 2001, p. 16-17. ^ "Loyola High School (Kolkata)". Loyola High
School Website. Archived from the original on 9 August 2018. Portal: flag
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Categories: Latin mottosCulture of the University of OxfordUniversity of Oxford
stubsLatin words and phrases stubs. Primo dubitatur. L'uso di dar principio ad
un'opera, ed anche alla lezione, nel nome di Dio, era un tempo costume di ogni
buon cristiano non meno che d’ogni fedele maomettano. Perciò non pare strano di
trovare che anche Pomponazzi al suo corso di lezioni sul De substantia orhis,
premette una oratiuncula accomodata, della quale però il raccoglitore delle
lezioni non riporta il tenore. Né si creda che questo fosse formalismo o
ipocrisia. Nella maggior parte dei casi, non vi sono serie ragioni per dubitare
della sincerità di chi si protesta buon cristiano, senza per questo rinunziare
alla sua libertà d' interprete del pensiero aristotelico; libertà che,
all’avviso di N., non che nuocere ha giovato molto alla fede, non costretta
violentemente negl’artificiosi schemi d'un sistema filosofico ormai in via di
dissoluzione. E così maestro Alessandro, l'averroista Achillini, poteva
riposare tranquillo nella chiesa di S. Martino, a Bologna, come il Peretto
mantovano in quella di S. Francesco nella sua città natale, sotto le grandi ali
del perdono di Dio. Cod. Vat. Regin. lat. Di averroisti della corrente di
Sigieri di Brabante nel Rinascimento italiano m'era accaduto d' incontrare,
alcuni anni addietro, Pico, Achillini, Nifo, Bacilieri e Bernardi. Ma il gruppo
dei sigieriani dove essere più numeroso, e ad esso parrebbe che avesse aderito,
in un momento del suo sviluppo intellettuale, anche Pomponazzi, come N.
dimostra. Ma fu, da parte del Peretto, l'ultimo tentativo di salvare l'esegesi
averroistica d'Aristotele; dopo di che, s'orienta decisamente verso
l'alessandrismo. Invece un altro convinto sigieriano è il patrizio veneziano
Taiapietra o Taiapiera. Costui, figlio del quondam Quintin di Taiapietra, dopo
essere stato a studiare a Padova, richiamato in famiglia per dedicarsi alla
vita pubblica, come si convene ad uno del suo rango sociale, s'accosta a
Grimani del titolo di S. Marco e patriarca d'Aquileia, non che munifico
protettore degli studi e degli studiosi, per averne appoggio. Fu senza dubbio
per suggerimento di Grimani che Taiapietra si prepara a un pubblico cimento per
coronare col dottorato in filosofia la carriera di studi intrapresa a Padova e
terminata colla Dal Giorn. Crit. d. Filos. Ital. Sigieri di Brabante nel
pensiero del Rinascimento italiano, Roma, Edizioni Italiane Paschini, Grimani
cardinale di S. Marco, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura] licentia
docendi, ossia col titolo di magister artium. L'occasione d’una pubblica
disputa s'offre colla convocazione del capitolo generale dell'ordine dei frati
minori, del quale Grimani era cardinal protettore. L'uso di siffatte dispute in
occasione di capitoli generali dei vari ordini religiosi era una veneranda
usanza, vecchia d'oltre due secoli. Sollecitato dunque da Grimani, Taiapietra
si reca a Roma per dar saggio del suo sapere. La pubblica discussione ha luogo
in una solenne riunione di dotti tenuta nella residenza abituale del cardinale
a Roma. L'indomani mattina, domenica della Trinità, il dottorando è presentato
a Giulio II perché si degna conferirgli il titolo di dottore in artibus. La
cerimonia è così ricordata nei suoi diari da Grassi, maestro delle cerimonie di
Giulio II. Dopo la messa cantata d’Arboreo e la creazione da parte da Giulio II
d’un milite aurato, dice Grassi: Creatio doctoris in artibus per papani in
capella. Cum adhuc papa sederet, superveneruiit Cardinalis de Grimanis et
orator venetus qui rogarunt papam, ut dignaretur quendam dominum magistrum
Taiapietra doctorem in artibus creare, qui, ut testificati sunt, bene se gessit
in disputationibus cum fratribus ordinis minorum qui venerant ad capitulum
generale etc. Et sic sua Sanctitas absolute, id est sine cerimoniis, ipsum
genuflexum creavit doctorem hoc modo, videlicet: papa ante doctorandum
genuflexum hec verba dixit, videlicet: Intelleximus a Cardinali de Grimanis et
ab oratore veneto quod sis in artibus exscellens et doctus, quodque in
disputationibus pridianis que apud edes suas habite fuerunt te laudabiHter
exhibueris; propterea nos, tam ad predictorum relationem, quam etiam ad
intuitum tue virtutis et meritum, creamus te doctorem in artibus, dantes tibi
omnia privilegia que alii in quibuscumque studiis et universitatibus habere
consueverunt, in nomine patris et fìlii et spiritus sancti. Quo facto ipse
doctor osculato pede pape, illi gratias agens, recessit. Et Cardinalis de
Grimanis et orator predicti gratias etiam pape egerunt. Il venerdì successivo
la notizia del fatto era già arrivata a Venezia, poiché Sanudo la registra Fra
i presenti alla disputa era Achillini. Cod. Vat. lat. Diarii, con parole che
attestano la fedeltà del cronista: Item, come a dì. Taiapiera, quondam sier
Quintino, tene le conclusion in casa di Grimani. Et el cardinal episcopo
d’Urbin disputa contro una, dicendo l'è eretica. Grimani la mantenne, et vince.
Et così a dì il papa lo dotoroe. Siccome la notizia giunta da Roma non indica
il giorno esatto della discussione e quello del conferimento del titolo
dottorale, l'onesto Sanudo lascia i due spazi in bianco. In compenso ci
trasmette due notizie preziose. Quella dell'IOBJEZIONE che GABRIELLI, vescovo
d’Urbino, ha a fare a una tesi sostenuta da Taiapietra, perché, a suo parere,
l'è eretica, e quella dell'intervento DI GRIMANI in favore del suo protetto.
Del resto, prima della fine del mese il dottore era già di ritorno a Venezia;
poiché negli stessi diarii di Sanudo si legge Fo gran conscio. Vene uno dotor,
vestito de scarlato, s’ha dotorato a Roma, Taiapiera, quondam sier Ouintin. l'o
fato podestà de Verona, et niun non passa. Da questo momento egli entra nella
carriera amministrativa e politica, e N. non sa se si sia più occupato di
filosofìa. Nei Diarii del Sanudo il suo nome ricorre spesso, ma sempre pelle
cariche ricoperte in servigio dello stato veneziano. Ciò potrebbe spiegare
perché il nome di Taiapietra è sfuggito anche al diligentissimo Ferrari che
l'omette sì nel suo grande onomasticon. Né in fondo avrebbe interessato molto
neppur me, se il suo nome non è legato a un suo libro del quale N. ritiene
valga la pena dire qualcosa. Questo libro s'intitola: Sunima divinarum ac
naturalium difficilium quaestionum Romae in capitiilo generali fratrum minorum
per Taiapietra, patritium Venetum, puhlice discussarum. E fu stampato a Venezia
a domino Pincio Mantuano. Il libro fu pubblicato prima della discussione, che
evidentemente era stata preparata per tempo dal cardinal Grimani, cui la Summa
è dedicata. Recandosi a Roma, Taiapietra porta con sé il volume, come programma
della pubblica discussione. Così fa Pico, pubblicando le novecento condusiones
pella disputa che si tiene a Roma. Così fa anche Querini, altro patrizio
veneziano, quando s'appresta a discutere, parimenti in Roma, le sue
condusiones, in Ecclesia Sanctorum Apostolorum. L'opera, è dedicata dall'autore
a Grimani. Nella dedica Taiapietra accenna al distacco forzato dallo studio
patavino: quum mihi mine redeunduni esset ad meos, qui me in patriam ex
celebratissimo gymnasio patavino, in quo octo iam perpetuis annis vitam non
minus honestam quam studiosam duxi, centra propriam ferme voluntatem
revocabant. A Padova dunque aveva dovuto recarsi quando v'era ancora Nifo da
Sessa. Costui, alunno di Vernia, comincia a insegnare a Padova nella seconda
scuola di filosofìa STRAORDINARIA, ove professa la dottrina averroistica di
Sigieri di Brabante. Era stato promosso alla seconda scuola ORDINARIA come
concorrente del Pomponazzi, col quale debbono essere cominciati fin d'allora i
litigi. E quando il mantovano si dimise dall'insegnamento, Nifo fu chiamato a
succedergli. In questi anni egli, ambiziosissimo e astuto, mentre si da da fare
per schivare l'accusa d'eresia, combattendo l'averroismo prima da lui
professato per non Nifo, De intellectu Longo tempore Averroy vacavi et, ut
dixi, hanc opinionem di Sigieri sequebar ad mentem eius; Destr., dub. Peccatum
meum longo tempore. Dalle indicazioni cronologiche fornite da Nifo stesso in
quest'ultimo scritto, Disp., dub., quaestio, parrebbe che ciò vada riferito al
periodo prima. Dalle quali indicazioni si dove dedurre che egli fosse nato
prima, come nell’arbole de casa Nipho nel voi. ms. Historia e documenti della
famiglia Nifo, posseduto da Croce) inimicarsi Barozzi, anzi per procacciarsene
la benevolenza, come fa nello stesso tempo quella vecchia volpe di maestro
Nicoletto, era riuscito a circuire molti membri delle più ragguardevoli
famiglie patrizie veneziane che a Padova veneno per fare i loro studi e
procacciarsi il titolo di dotor tenuto in gran conto dal governo della
serenissima e quasi direi indispensabile pell'accesso a talune cariche dello
stato. Suoi discepoli erano stati Querini, Bernardo e Giustinian, l'amicizia
dei quali si compiace spesso di ricordare. A Bragadin, patrizio veneto, dice
egli stesso d'aver dedicate certe sue quaesiiones de anima che non mi risulta
fossero mai stampate; a Donato dedica l'edizione da lui curata del prologo
d'Averroè alla fisica; a Sebastiano Tutti e tre son ricordati nei Collectanea
De anima, e nel commento alla Desimciio, prol. dub, dub. Da quest'ultimo luogo
si rileva che tanto Geronimo quanto il padre sono morti prima di quando il
commento alla Destritctio fu stampato. Nel luogo citato dei Collectanea, oltre
che ai tre patrizi veneziani ricordati, raccomanda il suo libro anche a
Campesano, filosofo di Bassano che in quegli anni studia a Padova. Egli è il
padre del poeta di Bassano Campesano Vergi, Notizie intorno alla vita e alle
opere degli scritt. d. città di Bass., e. I, Venezia. Collect., prohemium: In
questionibus meis libri de anima inscriptis domino Bragadeno patricio Veneto.
Sanuuo, Diarii, ricorda una disputa avvenuta in Venezia alla presenza del
patriarca intorno ad alcune tesi pericolose, e fra coloro che intervennero ad
essa menziona Pisani, Dandolo, Zorzi, Michiel, Pasqualigo, dottori, Corner,
Michiel, Bragadin doctissimi in philosophia. Nota invece la mancanza di
Zustinian, dotor, che leze philosophia. Su Bragadin, v. Zeno, Giorn. di letter.
Scrive Garin a proposito dei primi scritti del Nifo {Rinascitnento. Innanzi
all'edizione dellafisica, v'è una lettera di ringraziamento a Donato. In uno
degli esemplari esaminati da GARIN la dedica è sul verso di una carta che sul
recto reca una lettera con cui Nifo presenta pell'approvazione il suo commento
alla Destructio destritctionum. E più oltre: Ad ogni modo esce l'edizione
curata da Nifo della fisica col commento d'Averroè. Dove Garin trova che questa
edizione della fisica sia stata curata da Nifo, N. non sa. N. sa, invece, che
la lettera del Nifo, anzi del Niffus de Suessa a Maestro Grassetto, francescano
e inquisitor dell'eretica pravità (vedetelo divotamente genuflesso ai pie'
della Vergine, a Padova, nella chiesa del Santo, di fronte alla tomba di
Trombetta), è sicuramente posteriore alla stampa del Badoèr il De intellectu,
sostanzialmente rimaneggiato e pubblicato pelle stampe quando aveva ormai detto
addio a Padova e prima ancora all'averroismo; per Bernardo compone il De sensu
agente, pubblicato quando Bernardo era morto, e dedicato a Spinelli, patrizio
partenopeo; al Giustinian dedica il commento In Metapysicae composto assai
prima su preghiera di Bernardo, il cui nome il Nifo accoppia sempre a quellodel
Giustinian; a Santo Moro, altro patrizio che commenta alla Desiriictio, non
solo perché si riferisce a questa, ma perché è stampata nel recto di un mezzo
foglio facente parte dell'ultimo quinterno di questo volume; l'altra metà
contiene due pagine della Destnictio (quinterno q,). Il verso poi del mezzo
foglio, al cui recto è la lettera a Grassetto, reca il prologo d’Averroè alla
fisica e la dedica di questo prologo al pretore Donato, pella ragione che
gl’editori l'avevano omesso. Niente di più. Alla fine del trattato si legge: Et
sic consumatus est liber de intellectu. In Patavino studio. Ora che Nifo scrive
una quaestio de intellectu (la dedica del De intellectu a Badoèr) è verosimile;
ed è verosimile che la scrive in senso sigieriano, tanto che gli emuli poterono
accusarlo d'eresia, com'egli stesso ci fa sapere. Ma che questa quaestio sia
identica col trattato, è difficile crederlo, dopo quel che egli stesso confessa
a Badoèr: Placuit quedam tollere, mutare alia, addere plurima. Troppo interesse
ha Nifo a voler far credere che fin dal suo primo anno d' insegnamento s'era
liberato dall'averroismo inviso a Barozzi. Vuole Garin un esempio della fede
che merita Nifo? Eccoghelo. Nell'edizione dei Collectanea ch'egli aveva pronta,
e che vide la luce pella stampa col titolo In librum de anima Aristotelis et
Averrois commentatio, a Venezia, per Petrum de Quarengiis Bergomensem. Studio
et impensa domini Calcidonij, Pisaurensis, dedicando l'opera a Miliani,
patrizio partenopeo, Nifo vede un segno particolare d'amicizia neU'essersi
Calcidonio addossate le spese della stampa del volume: quod et noster
Calcedonius, communis amicus, tui et mei amoris omni solertia sumptibusque prò
his edere instituit. Ebbene, nella ristampa degli stessissimi Collectanea
Suessa, Super libros de anima, Venetiis, in fine della prefazione che v’appose,
questo barabba osa scrivere: Quantum igitur inique Calcidonius Collectanea
nostra publicaverit quantumve venenose, ex bisce patet. Ego enim publicare illa
non destinaveram, nisi nono pressis anno che e frase oraziana adattissima a
imbrogliare anche meglio le carte. L'opera fu pubblicata, come codicilus al
commento della Destructio. Che al momento della pubblicazione tanto Bernardo
che suo padre fossero morti, risulta dalla frase dello stesso Nifo in fine del
commento alla Destructio: quorum animae in perpetuum gaudeant, confermata dalla
dedica del commento In Metapysicae a Giustinian. avuto alunno a Padova negli
ultimi anni, dedica il commento al De beatitudine animae di Averroè,
rimaneggiando un scartafaccio del periodo averroistico, di mano del suo alunno
veronese Plumazioij; al cardinale Grimani dedica il commento alla Destructio
destnictionum, servendosi, per insinuarsi nell'animo del cardinale,
dell'amicizia d'un tal prete Prosdocimo familiare del Grimani; più tardi gli
dedicherà anche il trattato De primi motoris infinitate; e nello stesso anno
dedicherà a Querini il De diehus cniicis. Ma non ostante tutte queste amicizie
e protezioni, non potè sottrarsi ai latrati, com'egli più volte si duole, dei
suoi colleghi e avversari. Non saprei se per questa o per altra ragione
s’allontanò da Padova. Facciolati per altro informa che revocatus est anno,
stipendio argenteorum CXX; il che lascerebbe supporre che fra le ragioni del
malcontento vi fosse anche quella dello scarso stipendio. Sappiamo di
professori che correvano là dov'erano megUo pagati, e che spesso la minaccia di
andarsene era un buon mezzo per farsi aumentare lo stipendio. Ma Facciolati ci
fa sapere che, non ostante questo aumento, Nifo anno vertente rursus abiit, in
cerca di miglior fortuna, o semplicemente per sposarsi con Angela Laudi da
Sessa. A Padova non torna più, sebbene siamo informati che egli s'adopra per
tornarvi. Vi torna invece, dopo la morte di Vernia, il Peretto mantovano, cioè
POMPONAZZI. Anche quest'opera porta in fine la dichiarazione: Compievi Patavii.
Santo Moro si addottora a Padova Sanudo, Diarii. Quando Nifo gli dedica
l'opera, sa che l'antico scolaro di Padova nunc naturae mundique interpretem
gravissimum evasisse. N. non conosce altre edizioni anteriori a quella scotina
di Venezia. Di Bernardo dice (comm.): accepi verba haec ut iacent in codice
meo, quem felix illa Bernardi memoria olim mihi misit. Vi sono non pochi
rimandi al trattato De inteUectii, e non di rado nella stesura che esso ebbe
dopo la revisione Fasti gymn. patav., Sanudo, Diarii. Anzi si legge: k Item,
ave lettere dell'orator nostro in corte, che domino Sexa NIFO, qual è li, vengi
a lezer a Padoa, et li ha dimandato. Par contento venirvi, et è facto più docto
di quello era, et ha studiato in greco. dopo due anni d'assenza, per restarvi
ininterrottamente fino all'assedio della città. V'erano poi maestro Trapolin,
averroista moderato, che dall'insegnamento della filosofia naturale passa a
medicina teorica, Trombetta francescano e Monopoli domenicano, che insegnano in
concorrenza la metafisica, l'uno ad mentem Scoti, l'altro ad mentem AQUINO. Era
venuto a Padova il bolognese Bacilieri, alunno e poi collega d’Achillini del
quale condivide l’idee, forse a sostituire Fracanziano che in seguito ad una
lite fra maestri lascia lo studio padovano e segue a Roma Corner. Ma
Fracanziano torna a Padova ad occuparvi la seconda cattedra di filosofia
ordinaria, in concorrenza con Pomponazzi, mentre maestro Tiberio, che dice mancargli
appena quattro dita per arrivare alla piena e perfetta copulatio
coll'intelletto agente, aveva accolto l’invito di recarsi a Pavia. Sotto la
guida di siffatti maestri Taiapietra fa i suoi studi a Padova; e con lui
c'erano negli stessi anni, su per giù, Mocenigo, figlio di Leonardo e nipote
del doge Giovanni; Contarini, il futuro cardinale; Surian, nipote del patriarca
di Venezia dello stesso nome; Santo Moro, e altri rampolli delle più illustri
famiglie patrizie veneziane. Maestri e scolari vivevano uniti d’uno stesso
spirito goliardico non scompagnato da febbrile ansia di sapere. Peretto
POMPONAZZI, che marciava ormai verso la quarantina, pensa bene d’accasarsi con
una gentil donna padovana figlia di Francesco Dondi dell'Orologio. Ed ecco
Facciolati, Fasti, 1. e; C. Oliva, Note sull’insegnamento di Pomponazzi, Giorn.
crit. d. Filos. Ital. Facciolati. Era presente ai dottorati in artibìts di
Zimara e di Oleari, col titolo di extraordinarius philosophiae Arch. d. Curia
Vesc. di Padova, Acta grad. Franceschetti, La famiglia dei conti Fracanzani di
Verona, Vicenza ed Este con notizie dei loro antenati ecc. Bari, presso la
Direz. del Giorn. Araldico Pomponazzi, In XII Metaphys. deo Tiberius iactatus
solum sibi defìcere quatuor digitos ad hoc ut foelicitatem istam pertingat
Arezzo, Bibl. Fraternità de'Laici, Ms.; Cod. Ambros.Mocenigo intonare
pell'occasione nn epitalamio in latino, ove tra molte reminiscenze mitologiche
si leggono questi due distici molto confidenziali rivolti, s'intende, allo
sposo; Ista dies omnes reliquos divellit amores: paecipit haec soli perpetuoque
vaces. Substulit ista dies sectari fornice tetra scorta suburbano, substulit
ista dies. Ma la giocondità della vita studentesca nel rumoroso e gaio ambiente
dello studio patavino non distoglie questi patrizi veneziani dallo scopo per
cui erano venuti sulle rive del Bacchigliene tra le antenoree mura. E Sanudo ci
fa sapere che 1', zorno di Pasqua di mazzo, da poi disnar, sier Santo Moro di
sier Marin, studia a Padova, tene le conclusion ai Frari, qual è impresse.
Arguì molti, videlicet domino Bragadin, leze in philosophia a Venezia,
Pasqualigo dotor, cavalier, Zorzi, dotor, e altri, e poi anda a Padoa e si
dotoroe. Ugualmente Sanudo annota che in questo zorno, in la chiesia di Frari,
fo tenuto le conclusion per Surian, quondam Michiel, nepote del patriarcha
nostro, qual studia a Padoa. Vi fu il reverendissimo patriarcha, e l'orator di
Franza e molti patricii invidati e dotori»-s. Con -2 Io. Brunatius, POMPONAZZI,
nella raccolta d’opuscoli scient. e filos., Venezia Diarii Di Pasqualigo
riferisce Sanudo, che a Roma tiene conclusion publice et si ha facto uno honor
grandissimo et hora sta dotorado nomine pontificis dal cardinal di San Zorzi. E
Vene da Milan in questa terra Pasqualigo, dotor, patricio veneto, stato e si
trova a Milan al tempo del capitolo general di frati minori dove tene le
conclusion publiche. Vi fu el ducha con li oratori, et fu molto comendato, come
si have lettere di Lupomano orator nostro nel conscio di pregadi. Questo studia
a Paris, et è doctissimo. Il Degli Agostini, Not. storico-critiche intorno la
vita e le opere dei veneziani, Venezia dice che Piero sostenne a Parigi due
mila conclusioni. Anche il fratello Pasqualigo studia a Parigi Sanuco Sanudo,
Diarii. La cronaca di questa disputatio è fatta dallo stesso Surian in una
pagina del volume in cui ricopia le lezioni tenute da Pomponazzi sul De anima
Ms. della Bibl. Naz. di Napoh, Vili. D. descritto da Kristeller in Revue de
philosophie questa pubblica disputa anche il Surian conquista il titolo di
dotor, come appare da quanto Sanudo ricorda. E sarei quasi tentato di credere
che, allo scopo di conseguire il dottorato, anche Querini affronta a Roma la
solenne disputa cui accennavo e alla quale assiste anche Bembo, egli pure
patrizio veneziano, cavalier ma non dotor qual era invece suo padre. Quello di
stampare le conclusiones pella pubblica disputa non li consta a N. che fosse un
obbligo; ma si sa che Pico le stampa, Querini le stampa, impresse le ha Santo
Moro, e anche Taiapietra si, ed è importante perché c'introduce nel bel mezzo
dell'ambiente scolastico padovano: Que disputatio a me habita fuit Patavii per
biduum. Et prima die argumentatus est dominus Portenarijs, florentinus
patritius, Artistarum rector; secondo loco R. dominus Marcellus, patritius
venetus, proto-notarius apostolicus; 3° magister Trombeta ordinarius
metaphysice, Patavii legens; 4" Dominus magister Monopoli, ordinis AQUINO,
ordinariam metaphysice legens [Quètif-Echard, Scriptores Ord. Praed.; 5°
Dominus magister faventinus ordinariam theorice medicine legens; 6° Dominus
magister Caballis, brixiensis, ordinariam practice medicine legens. Et
disputatio hec habita fuit in aede cathedrali, in choro penes altare maius,
coram R.mo domino D. Barocio, episcopo patavino, et magnificis Griti, pretore,
Pisani equite, prefecto Padue, R.mo D. Barbadico primiI cerio Sancti Marci.
Duravit disputatio usque ad 24 horam satis feliciter die dominico, et fuit
dominica quadragesime quarta. die et fuit habita in salis magnis, primo argumentatus
est Dominus magister Mauricius ordinis minorum hybernicus, preceptor,
ordinariam theologie legens; 2° Dominus magister Gaspar perusinus ordinis
AQUINO QuÈTiF-EcHARD, Ordinariam theologie professus et profitens; 3° Dominus
magister Trapolin, patavinus,, ordinariam theorice medicine legens; 4° Dominus
Petrus POMPONAZZI mantuanus,olim preceptor; 5" Dominus Fracancianus,
vicentinus, ordinarius philosophie, ambo professi et profìtentes. Et disputatio
fuit mane Venetiis autem, die Jovis, in aede S. Francisci minorum; et interfuit
R.mus Patriarca, patruus meus, R.mus D. D. archiepiscopus spalatensis, D. Zane,
R.mus Foscarenus, episcopus Emonensis cioè di Città Nova in Istria, R.mus D. D.
Dominicus episcopus Chisamensis, suffraganeus R.mi D. Patriarche. Argumentatus
est in primis Foscharenus, doctor, legens lecturam physice Venetiis; 2° loco
R.mus D. D. Zane, archiepiscopus Spalatensis; 3° loco Dominus Mozenigo, doctor;
4" D. magister Cruce ordinis minorum, regens ibi; 5° Dominus Maurus,
doctor etc. Et fuit dies felicissima. Quare Deo semper honor et gloria Sanudo.
frettò a presentarle stampate. Più tardi, so di Bin, le cui conclusiones,
dedicate a Michiel, Procurator di S. Marco, furon discusse a Venezia; e so pure
di Ruggiero, discepolo a Padova di PASSERI Genua, che stampa le sue positiones,
cioè le sue tesi, dedicandole a Gonzaga, pella disputa che dove aver luogo a
Padova nella chiesa di S. Antonio; e l'esempio suo è seguito d’un altro
discepolo di PASSERI, Mocenigo, nipote di Diedo patriarca di Venezia, pella
disputa che ha luogo, come nel caso di Surian, a Venezia e a Padova. N. non
conosce il contenuto delle tesi o conclusion sostenute da Surian e da Moro;
conosce invece quello delle conclusiones di Querini e Bin, delle positiones di
Ruggiero e dei Panidoxa theoremataque di Mocenigo. Querini, discepolo di Nifo
quando questi già abbandona l'averroismo, si dichiara apertamente CONTRO
Averroè come aveva fatto il maestro. Invece averroista è Bin; e anche Ruggiero
e Mocenigo sostengono apertamente la dottrina averroistica di PASSERI combinata
con quella di Simplicio. Allo stesso modo Taiapietra è un risoluto sostenitore
dell'averroismo della corrente sigieriana, del quale, dopo la partenza di Nifo
da Padova, era stato sostenitore Bacilieri. Ciò appare meglio dall'esame del
contenuto della sua opera. Un'aperta professione d'averroismo accade d'
incontrare tìn sulla soglia del libro, cioè nel proemio intitolato anch'esso a
Grimani. Dopo avere accennato ad Aristotele come regula La rara stampa
veneziana della Casa Tacuino, è posseduta dal British Museum. A Dionisotti N. è
debitore della cortese segnalazione e del microfilm. Positiones hasce de vero
et bono Rugerius ad disceptandum proposuit. In quibus si quid a religione ac
summa veritate dissentire lector animadvertet, id non ex animi sententia, sed
ex Aristotelis ac veterum Philosophorum placitis pronunciatum sciat. Venetiis,
f. yor Finis. Disputabuntur triduo Patavij in tempio D. Antoni], nella sezione
de homine quatenus intelligit et speculatur, accade d'incontrare tutte le tesi
dell'averroismo Simpliciano di PASSERI, coll’idea della progressio dell'unico
intelletto ad secundas vitas nei diversi corpi umani ecc. in natura secondo il
noto concetto d'Averroè 3°, il filosofo veneziano continua: Post queni prinius
floruit Averroes cordubensis, qui ex graecis expositoribus velut ex optimis
quibusdam fontibus philosophiam non tam hausisse quam expressisse visus est.
Eos enim insequi et incessere delectatus est apprime, unde is solus est qui
condigne et recte apud omnes commentatoris nomen adeptus fuit; tantum enim est
ex agro fertili messem tacere. Hinc est, ut qui Averroem exacte legerit, et
suis quaeque locis singulatim singula contulerit, eius doctrinam facile
percipiet ab optimis manasse auctoribus. Quid enim aliud est commentator
Averroes quam Alexander, Themistius, Simplicius, ac demum ipsemet Aristoteles
transpositus Ouamobrem et nos divino beneficio confisi, non vana similiter
gloriae cupiditate impulsi, et absque ulla prorsus invidia, sed solum
utilitatem aliquam studiosis afterre anhelantes, penes horum virorum sententiam
quarumdam diftlcilium quaestionum summam seu compendium ordinare suscepimus: ea
enim benivolentia perypatheticos prosequor omnes, et praesertim summum
Aristotelem eiusque magnum commentatorem Averroem, omnium philosophantium vere
duces, ut si quid ex illorum disciplinis deprompserim, quod utile, pulchrum
lionestumque putem, id quippe omnibus communicatum esse velim, quo omnes
literati una mecum ipsorum rapiantur amore eosque digna veneratione prosequantur
et colant. Verum nos, divini Platonis De legibus imitati, ut scilicet ne cuivis
liceat, quae aediderit, aut privatim ostendere, aut in usum publicum concedere,
antequam super id publici et idonei constituti iudices ea viderint et probarint
(quod maxime observant venerabiles illi magistri parisienses), opus hoc nostrum
in studiosorum communem usum concedere ullo pacto voluimus, antequam gravssima
amplissimi Venetiarum prothoflaminis censura et lima castigetur; cuius quidem
titulis et laudibus (nisi defraudetur) solum ipsemet accedit religiosissimus
antistes Surianus; simulque nisi prius in clarissimorum virorum conventu et
corona opus hoc manutenerem et tutatus essem. E il prothoflamen di Venezia,
cioè il patriarca Surian, zio di quell'altro Surian, che era stato discepolo a
Padova del Pomponazzi e del Fracanziano, e che del Peretto ci ha tramandato le
lezioni sul De anima, contenute nel codice della Bibl. Naz. di Napoli, studiato
da Kristeller, il buon patriarca di Venezia, dicevo, dopo aver letta l'opera
del Taiapietra, lungi dallo scandolezzarsi di questa aperta esaltazione
d'Averroè, 3° De anima. comm. che avrebbe fatto fremere il vescovo di Padova,
Barozzi, gli scrive questa candida letterina che si legge in fondo al volume:
Filii diarissime, praeclarum opus tuum, in quo Aristotelis peripatheticorum
principis et Averrois eius fidi et luculentissimi commentatoris sensum
diligenter et ad unguem examinasti, non mediocri gaudio voluptateque lectitavi,
eo quod te philosophum praestantissimum noverim, tum et ortodoxae matri
ecclesiae obsequentissimum. Quo fit ut te quam maximis prosequamur laudibus,
magnisque honoribus te decorandum extollendumque censeamus. Exinde enim
persuaves et amenissimos tibi fructus acquires, nec modicam saeculo utilitatem,
patriaeque nostrae gloriam allaturus es. Vale. Eppure l'averroismo dell'opera
non concerne soltanto una o due tesi che vi siano difese quasi di passaggio, ma
domina tutto intero il volume, dalla prima all'ultima pagina; salve sempre,
s'intende, le solite proteste d'obbligo, chiaramente espresse o sottintese, che
l'autore cioè non persegue altro intento che quello di esporre qual è il
genuino pensiero d'Aristotele e del suo fedele commentatore, senz'alcun
pregiudizio per la fede e per gl’insegnamenti della Chiesa. L'opera si divide
in due libri: il primo concerne problemi dibattutissimi nelle scuole di
filosofìa, alla soluzione dei quali son dedicati altrettanti trattati, e in
ciascuno di essi un capitolo è consacrato alla esposizione della vera dottrina
del Filosofo e del suo fedelissimo interprete, mentre altri son riservati a
combattere più le obiezioni dei cacoaverroisti, com'egli li chiama, che non
quelle degli avversari dell'averroismo. Nel primo trattato si discute il
problema se unico sia il principio di tutte le cose, o possa esser molteplice;
e nel quinto capitolo philosophi et commentatoris vera positio inducitur cum
suis rationibus et fundamentis. Nel secondo trattato, si parla della
immaterialità e semplicità divina; e nel cap. philosophi et commentatoris vera
positio inducitur. Nel trattato si dimostra la tipica tesi averroistica Deum
tantum seipsum, idest essentiam propriam intelligere ac intueri; e nel cap.
vera positio philosophi et commentatoris in hac materia ponitur. Nel trattato
si pone il quesito an primus motus, qui est diurnus, sit immediate a Deo
glorioso, e si critica la tesi dell'averroista Jandun, il quale sostene che Dio
non può muovere il primo mobile se non per mezzo della prima intelligenza; nel
cap. poi è esposta la vera opinione del filosofo e del SUO commentatore su
questo argomento. Nel trattato è presa in esame la vexata quaestio, se Dio sia
causa efficiente delle cose eterne, cioè delle intelligenze e dei cieli, poiché
delle cose corruttibili non v'è dubbio che esse non possono esser prodotte
immediatamente da Dio. È noto che l’agostiniano Rimini ritene che, secondo
Aristotele, Dio è causa finale ultima delle intelligenze e dei cieli, ma non
causa efficiente del loro essere. Taiapietra, d'accordo con Sigieri, è del
parere che, pur essendo coeterne a Dio, sì le intelligenze motrici che i cieli
incorruttibili son tratti all'esistenza da lui per via di vera causalità
efficiente, e in proposito intraprende una lunga disquisizione che dura per
diversi capitoli contro l’agostiniano; giacché è bene si sappia che, per quanto
riguarda l' interpretazione del pensiero d'Aristotele, vi furono teologi che si
spinsero anche più in là di taluni averroisti; è esposta la vera dottrina del
filosofo e del commentatore cum suis rationibus et fundamentis, che è poi la
dottrina sigieriana. Nel trattato sesto, è discusso un altro problema oggetto
di lunga contesa, fin dai tempi di Sigieri, se cioè Dio nel muovere il mondo si
palesi di virtù intensivamente infinita ossia, come soleva dirsi, di infinito
vigore. Dopo aver combattuto l’interpretazione che d'Aristotele danno AQUINO,
Alberto Magno e Scoto e quella di alcuni averroisti che, a suo giudizio,
falsano il pensiero d'Aristotele e d'Averroè, l'autore passa ad esporre la vera
positio dell'uno e dell'altro, riaffermando la sua fiducia nel commentatore:
Quum inter tot celebres philosophos, nullus adhiic posteriorum philosophantium
aut priorum, praeter Aristotelem, inventus sit qui commentatori Averroi in
rebus naturalibus aut divinis exponendis equipolleat, unde merito nomen magni
et certe maximi commentatoris est assequutus, ideo, primae philosophiae
principiis innitendo, in hoc quesito ad mentem philosophi et commen Lectura in
Sent., dist. q.; Baconthorpe, In Sent., dist. q.; Jandun, Meiaphys.;
Quaestiones sup. De siibst. Orbis Steenberghen, Sig. de Brab. d'après ses
oeiivres inédites, Louvain] tatoris dicimus infinitum, ut proposito attinet,
alias infiniti distinctiones omittendo, dupliciter intelligi posse: vel
secundum tempus et durationem, vel secundum virtutem et vigorem; quorum unum
vocant latini infinitum extensive, et alterum intensive. Pro quo sciendum quod
si primum principium secundum primum modum infinitum intelligatur, hoc utique
ad mentem philosophi et commentatoris concedendum est, quoniam primus motor
motu locali uno et continuo movet per infinitum tempus; et sic etiam, secundum
eos, quaelibet intelligentia est infinita; quaelibet enim intelligentia movet,
secundum Aristotelem, orbem proprium motu locali circulari infinito. Potest et
secundo modo intelligi primum principium esse infinitum in qualitate actionis,
scilicet in vigore; et hoc pacto negat philosophus et commentator. Ma
rendendosi conto che un'affermazione sì grave poteva sonare sgradita alle
orecchie dei teologi, il nostro s'affretta a dichiarare: Sed quamvis isti,
philosophus scilicet et commentator, sic dicant, nihilominus tamen dico
secundum fidem et veritatem, quod deus, qui est primum principium, est virtutis
infinitae, scilicet in qualitate actionis, ita quod quantum est de se potest
velocitare motum in infinitum, immo movere in instanti, nec est limitata sua
virtus ad actionem determinatam; et hoc absque omni ambiguitate verum est, non
tamen potest convinci aut comprehendi ex sensatis; et ideo non est mirum si
philosophus ac caeteri antiquorum naturales, sensata tantum insequentes, illud
minime comprehenderunt. Quum enim deus ipse naturae sit auctor, potest utique
plus facere quam possit natura vel naturaliter comprehendi, quoniam quemadmodum
ipse omnia excedit in infinitum, sic etiam profecto in agendi potentia. Iccirco
iuxta illud quod primo Esaias et postmodum Paulus dixerunt, propter ista et
alia quae oculus non vidit nec auris audivit, nec in cor hominis ascendit,
sacrosantae ecclesiae sanctissimis doctoribus sine aliqua haesitatione
credendum est, et absque aliqua demonstratione aut sensuum experientia etc. E
la stessa dichiarazione ripete, come d'uso, tutte le volte che gli accade di
toccare un problema intorno al quale vi sia conflitto fra la filosofìa e la
teologia. Nel trattato si chiede se il numero delle intelUgenze motrici debba
dedursi dal numero dei movimenti e delle sfere celesti, oppure se ve ne siano
di non addette al moto dei cieli; e nel cap. è esposta al solito l'opinione del
filosofo e del commentatore, che il Taiapietra ancora una volta toglie a
difendere. Inoltre, è esposta la vera opinione del filosofo e del commentatore,
che la nobiltà delle intelligenze va posta in relazione con la maggiore
ampiezza e altezza delle sfere da esse mosse. Nel trattato si dibatte l'annoso
problema, se la materia di cui constano i cieli sia eiusdem rationis cum
materia horum inferiorum; e di nuovo nel cap. viene esposta e difesa come vera
la dottrina d'Averroè, la quale combacia perfettamente con quella del principe
dei filosofi, e vi si dice che la materia dei cieli non è in potenza a diverse
forme, ma soltanto a diverse posizioni locali. Il libro si divide in trattati.
Il primo dei quali verte sulla natura dell'anima umana e precisamente sul
problema utrum humana et rationalis anima sit una vel plures, dans esse homini
et immortalis. Fin dal capitolo, l'autore ci palesa candidamente qual è il suo
intento: anzitutto rigetterà tutte le opinioni che più s'allontanano da
Aristotele e da Averroè; poi riferirà quelle che più si avvicinano al loro
pensiero: Demum veram philosophi et commentatoris addemus sententiam ab ea
quascunque amovendo cavillationes, ut eius veritas clarior appareat. Ed egli
non meno candidamente spera che dalla sua fatica verrà non poco giovamento alla
restaurazione della filosofìa, che al comune giudizio degli averroisti pare in
quei tempi non poco decaduta: Unde speramus laborem hunc nostrum non modo rem
peri-patheticam, id est Averroycam, adiuvaturum esse, verum etiam aucturum,
quum forte scriptum hoc non tantum erit causa declarandi rem obscuram et
latentem multum in philosophia, sed etiam aliis, hoc est bene dispositis,
initium fiet vel occasio Iaborandiin doctrina philosophi et commentatoris, et
ad communem utihtatem quamphira scitu nobilissima scribendi. Et sic forte in
Italia reviviscet philosophia, quae temporibus meis, cum philosophis pessum
ivit, adeo ut hac tempestate pauci vel nulli reperiantur philosophi; sunt autem
in precio triviales, nebulones et sophistae; sperandum est tamen naturam ali- È
un lagno che Averroè aveva fatto dei filosofi del suo tempo, nel famoso prologo
alla Fisica; ed è curioso vedere come gli averroisti lo ripetano. V’insiste in
particolare Pomponazzi, parafrasando sia il prologo alla Fisica sia quello al
terzo Cod. lat. della Bibl. Naz. di Parigi; Arezzo, Fratern. de'Laici, ms., f.
igir. Giorn. Crit. d. Filos. Ital. quando nostri misertam iri, et nobis
integram redituram philosophiam et philosophos; natura namque non deficit in
necessariis neque abundat in superfluis. Iccirco laborandum est prò viribus ut
ad nos redeat niater nostra pliilosophia. Con questa speranza nel cuore, che la
filosofia aristotelico- averroistica minacciata da un lato dal concordismo
d’AQUINO che la svisa, e dall'altro dalla RETORICA UMANISTIICA CHE LA DISPREZZA
e dileggia, il nostro averroista s’accinge a difendere quella che era apparsa
la più ostica delle tesi averroistiche, qual'è quella dell'unità
dell'intelletto. Ed anzitutto egli espone e combatte, sulla scorta d'Averroè,
la dottrina di Alessandro d'Afrodisia, intorno alla quale si diffonde per ben
sei lunghi capitoli. Accade d' incontrare questa allusione all'ambiente
filosofico padovano: Conantur quidam alexandrei et acutissimi viri prò
Alexandro ad rationes Averroys et auctoritates Aristotelis respondere. Giusto
un anno prima Pomponazzi, che sta commentando a Padova il del De anima, s'era
posto il problema dell'immortalità dell'anima, e pur dichiarandosi ancora
propenso a ritener possibile una soluzione positiva del problema secondo la
ragione, dimostra in che modo la tesi d'Alessandro avrebbe potuto sostenersi.
Forse alludendo a Pomponazzi, Taiapietra nel rintuzzare le ragioni degli
alessandristi osserva: Etsi Alexandrea opinio lumini tantum innitendo naturali
non minus forte substentabilis sit iuxta fundamenta sua, quam et averroyca, hoc
nihilominus in loco ipsum ad intentionem philosophi minime loquentem fuisse
proculdubio ostendemus. Nel qual passo è quanto mai significativa la
distinzione fra ciò che è sostenibile lumini tantum innitendo naturali, e ciò
che è sostenibile ad intentionem philosophi. A prescindere dai francescani che
di questa distinzione fanno largo uso, essa è una novità nella storia
dell'aristotelismo; Aristotele non ha visto tutto quanto si può vedere col lume
di ragione; la ragione umana può spaziare forse oltre i confini del mondo ari
Come appunto dice Pomponazzi, commentando il De anima Kristeller, Two impubi.
Questions on the Soul of Pomponazzi, Medievalia et Humanistica, quando
Taiapietra era ancora studente a Padova.]stotelico: è un'idea sulla quale
insiste più volte Pomponazzi e che dove ferire a morte l'autorità di cui
Aristotele, maestro e duca dell'umana ragione, aveva finora goduto. Dopo la
critica della tesi alessandrista, il nostro espone e confuta la dottrina di
Abubacher, Averroys socius, di Avenpace, eius magister, quasi fossero due
persone diverse, di Avicenna e di Alfarabi; e qui eccolo, in quo Aristotelis et
Averroys vera positio ponitur in hac materia cum suis motivis, ad esporci l'
interpretazione sigieriana del pensiero di questi due filosofi: Clini binas
hiicusqne illustrivim peripatheticorum opiniones ostenderimus, qiias tamqnam
impossibiles omnino ad, mentem philosophi reliquimus, superest videre et de
tertia, quae est Averroys se unicum ad intentionem Aristotelis loqui
pollicentis. Aliorum autem sapientum opiniones hoc in tractatu non indagamur.
Item quia intentio nostra in praesentiarum non est de omnibus loqui, sed tantum
manifestare quae fuit opinio commentatoris, et quorundam errorem refellere, qui
temporibus nostris nonnulla monstra in hac materia ut finxerunt de intentione
Averroys enixi sunt. Tum etiam, ut sententia est philosophi, topicorum primo,
capite, quolibet proferente contraria opinionibus sapientum sollicitum esse
stultum est. De anima igitur disceptantes quadrifariam circa ipsius
incoeptionem loqui poterant: primo, quod quandoque producta fuit in materia,
quandoque corrupta: quem modum sequutus est Alexander aphrodiseus, ut
disputavimus in pracedentibus abunde satis, in quo quidem tamquam demonstratum
nobis palam est, rationalem animam non a corpore incipere, neque in corpus
desinerei illam quoque prò parte insequi visi sunt arabum sapientes, ut supra
piane constat. Secundo, quod novum acceperit esse, quod nunquam perditura sit:
et hic dicendi modus Platonis est, cui contradicit philosophus et commentator,
Divinorum, tex. co.; et primo Coeli, tex. co; alioquin natura possibilis
verteretur in necessariam; nullum enim novum est perpetuum. Tertio, quod nullum
eius fuerit initium, sed dissipanda quandoque foret: et is quoque modus
impossibilis est; omne namque aeternum a parte ante est etiam aeternum a parte
post, et econtra, ut sententia est philosophi et commentatoris, ibidem, primo
Coeli et mundi; nec aliquis hominum dudum id percepit, quod quum perscrutata
non sit dignum, absque auctore Dante, Conv. IO A questo principio del De coelo
fa appello Bessarione, In calimin. Platonis, sostendo che, per Aristotele, se
l'anima è immortale ed eterna a parte post, deve esserlo anche a parte ante,
con tutti gl’assurdi che dal punto di vista aristotelico ne seguirebbero, se
l'anima intellettiva fosse dimissum fuit. Quarto, quod, ncque quandoque cadet,
nec exordium ulluni aliquando acceperit: si igitur rationalis anima nec ncepit
cum corpore, nec in corpus desinet, sed semper fuit et aniplius semper erit
immortalis ac substantia semper existens simplex et immixta, humano orbi
secundum esse unita, non tamen corruptibilis nec alterabilis secundum eius
substantiam, opinio redditur Aristotelis scilicet et Averroys et multorum tam
antiquorum quam modernorum peripatheticorum, ut Themistii, Theophrasti,
Pythagorae et caeterorum eiusdem sectae. Id igitur in quo veriores scilicet
peripathetici concurrunt, est rationalem animam nec incipere cum corpore, nec
etiam incipere ab aliquo corporis, nec desinere in potentiam corporis, nec in
corpus ipsum, sed esse semper qviid immortale divinum et impatibile. Verum id
in quo discreti et differentes sunt isti viri, hoc porro loco a me
perscrutandum non expectetur: tum quia prò nunc tantum philosophi et
commentatoris opinionem venamur, ex qua ad caeteras quascumque discrimen
colligere poterimus; tum quia praeter opinionem opus nostrum multum
excresceret. Hanc sententiam comprobant Aristotelis auctoritates multae;
quarimi quae adversus Alexandrum iam adductae sunt nobis sufficiant. Motiva
autem philosophorum sunt multa, et primum quod ad hoc movit Averroym, fuit
ratio fortis quae ex De substantia orbis piane colligitur, quoniam nulla forma
inducta in materia non mediantibus interminatis dimensionibus et non per
dispositiones qualitativas et quantitativas praecedentes, simul accipit esse
cum toto. Sed rationalis anima hominis huiusmodi est. Ergo etc. Amplius amne
quod est dominus suorum actuum est abstractum et immortale. Sed anima humana
intellectiva talis est. Ergo etc. Maior utique evidens est ex se: quod enim non
habet dominium suorum actuum, ad unam tantum partem determinatur; quemadmodum
ad delectabile appetitus sensitivus; et talis proculdubio est materiae
immersus. Minoris autem veritas inductive declaratur: nam si uni vero
philosopho vel religioso offeratur inoltre moltiplicata col numero degli
uomini. Si che Bessarione ne aveva concluso: Igitur alterum de his duobus dicat
necesse est: aut enim unum eundemque intellectum omnibus esse, aut una cum
corpore animam interire. E se egli poteva ritenere che nessuno era riuscito
finora a dimostrare la falsità della tesi averroistica dell'unità
dell'intelletto, secondo i principi della filosofia aristotelica, Pomponazzi,
che, pur ritenendo perfettamente aristotelica questa dottrina, la considera
stoltezza, fatuitas, Kristeller, il ms. napol., tronca le sue precedenti
esitazioni, e prese a sostenere con risolutezza la tesi che, pur essendo quello
dell'immortalità dell'anima un problema neutrum, tutti i principi formulati da
Aristotele, e segnatamente quello stabilito in questo luogo del De caelo,
sembrano concludere alla MORTALITÀ dell'anima. Pochi mesi dopo scrisse
D’immortalitate aniniae. Ma sullo sviluppo del pensiero del Perette intorno a
questo argomento, Giorn. Crit. puella, appetitus tunc tendit in fornicationem,
quia delectabile; intellectus autein reicit et fugit, quia malum et propter
offensionem dei proximique. Ecce igitur qualiter hominis intellectiva anima
domina est suorum actuum, quia scilicet potest delectabile fugere vel persequi;
non sic autem appetitus ipse. Et haec fuit ratio divini Platonis in Phaedone,
ibi inter omnes efficacior, quam olim ab eo accepit platonicus Plotinus, in
tractatu de immortalitate animae, quam etiam adducit divus Albertus in De
origine animae. Et fuit haec ratio apud aliquos tantae effìcaciae et
auctoritatis, ut palam dixerint, quod qui conatur hanc solvere rationem fatuus
est. Rursum, quod intelligit omnia tam materialia quam immaterialia est
iinmateriale, et per consequens immortale; haecenim se consequuntur, ut constat
in intelligentiis; sed intellectiva hominis anima omnia comprehendit, tam
scilicet materialia quam etiam iinmaterialia; igitur immaterialis est, et ex
consequenti immortalis. Maioris primam partem innuit philosophus, De anima,
tex. co., quum dixit, quod omne recipiens debet esse denudatimi a natura rei
receptae. Secunda etiam pars patet; alioquin rationalis anima esset organica,
et sic determinata ad unum, cuius tamen oppositum in nobis metipsis comprehendimus.
Minorem vero in nobis proculdubio quottidie experimur. Quare etc. Et
confirmatur, nam anima nostra intellectiva universaliter et abstracte
intelligit; ergo et ipsa est abstracta et immortalis; secus ipsa esset aut
aliquis quinque sensuum – URMSON THE OBJECT OF THE FIVE SENSES -- , aut sextus
sensus, et sic per consequens non iniiversaliter intelligeret; quod apud
perypatheticos est valde absurdum et manifeste falsum. Adhuc, si ista
rationalis anima non est abstracta et immortalis, tunc aut est complexio, aut
forma superaddita complexioni; sed non primum, quia tunc esset accidens, quod
nullus sanae mentis fateretur; minus etiam secundum; sequeretur enim ipsam esse
organicam et extensam, et sic fìeret determinata ad unum quemadmodum et caeteri
sensus, cuius tamen oppositum in nobis manifeste percipimus omnia et
universaliter percipientes. His ita prealibatis, inquiunt veriores
perypathetici hunc intellectum materialem esse formam perpetuam ex utroque
latere, loquendo praecipue ad intentionem philosophi et commentatoris,
unicamque omnibus hominibus inesse, ac minime generabilem aut corruptibilem nec
eductam de potentia materiae. Amplius opinantur ipsam facere per se unum cum
homine constituto in esse per cogitativam; et ponunt quod intellectus ipse non
potest informare materiam non informante cogitativa; non enim stat materia
absque forma constituta in esse per eam; nec potest intellectus informare sine
sua proxima et ultima dispositione, quae quidem est cogitativa respectu
intellectus; unde, esto quod cogitativa ipsa non sit forma generica, ordinatur
nihilominus in intellectum propter ipsius essentialem ordinem ad ipsum. Nec
econverso potest cogitativa informare materiam et ipso quoque non informante
intellectu; positis enim informabili ultimate disposito et ipso informativo,
necessario et ipsa insurgit inforniatio. Est autem materia informata cogitativa
informabile propinquum et ultimate dispositum ad humanum recipiendum
intellectum; et sic potest una formia substantialis ad aliam esse dispositio,
dummodo forma illa praeparans non sit materiae ratio recipiendi. Adduntque post
haec hunc eumdem intellectum primo et adequate informare totum orbem humanum;
secundario vero illius partes, ut scilicet sunt individua hominis. Nec
intellectui humano, quamvis sit unicus et individuus, pluribus dare esse aeque
primo hominibus, utputa Socrati, Platoni, CICERONI CICERONE – L’ANIMA DI
CICERONE -- et sic de aliis, repugnat; in via namque philosophi et
commentatoris constat intelligentias esse individua, ut Primae Pìiilosophiae et
in De coelo; et illa eadem esse cum suismet quidditatibus; unde intellectus
materialis, quum sententia commentatoris, secundo Physice auscultationis,
infima sit intelligentiarum, erit et ipsa individuum et sua quidditas; enim
Methaphysica, comm. De anima, comm., in abstractis a materia non differt
quidditas ab eo cuius est. Intellectus igitur materialis individuum erit et
singularis; ob id tamen nihil prohibet, licet intellectus ipse sit etiam
quidditas universalis, dare esse hoc et singulare homini, ut iam dictum est. Et
sic apparet quomodo esse hominis, in eo quod homo, est ultimo per hunc
intellectum, et quomodo difterentia hominis, in eo quod homo, sumitur ultimate
ab hoc eodem intellectu; et sic quoque individuum ipsum humanum, idest constitutum
ex cogitativa tanquam ex materiali, et ex ipso intellectu tanquam ex formali,
utputa Sortes vel Plato, habent esse hoc ad ipso intellectu ultimate. A materia
autem divisa informabili cogitativa dimensionibus mediantibus informante,
nascitur possibilitas multiplicationis individuorum sub eadem specie; quae
omnia propter esse universale ipsius intellectus informari possunt ab ilio, et
ab eodem sumere esse suum verum hoc et unum. Et breviter autumant intellectum
ipsum primo esse formam adequatam totius suae sphaerae humanae; secundario vero
partium sphaerae, ut particularium hominum, hoc scilicet pacto quod, inquantum
quidditas, partiri possit per materias informatas dimensionibus et cogitativis,
inquantum autem individuum, est id esse per quod individuum hominis est hoc
ultimate. Dicuntque praeterea opinionem esse Averroys, ut intellectus uniatur
homini non tantum ut ars et motor instrumento et organo, sed etiam secundum
operationem et esse. Yocant autem aliquid alteri vmiri secundum esse, quando
illud habet esse et nomen ab eo; non autem audiunt esse prò operatione, iuxta
illud vivere viventibus est esse, nec prò esse educto de po Questa tesi si
trova alla lettera nei quolibeta de intelligentiis d’Achillini, e NiFO, De
intellectu, la dice tolta dal trattato De intellectu di Sigieri. N. Brab. nel
pens. ecc. tentia niateriae; sed per esse intelligunt informationem quam
corpori tribuit intellectus. Dicunt etiam quod, quando aliqua forma unitur
alicui materiae, duo debemus considerare: primum, prout ipsa forma materiam
constituit in esse, scilicet prout forma materiam informat eique nomen et
difììnitionem concedit simul, prout ipsa forma a materia sustinetur ac ab ea
dependet in esse et conservari secundum suum genus causae, ac etiam ab ea in
operari dependet; secundum autem prout aliqua forma aliquod subiectum sive
materiam in esse constituit, ipsa tamen per subiectum vel materiam in esse non
constituitur, sicut se habet intelligentia et orbis; et huiusmodi asserunt se
habere rationalem animam ad hominem, sive ad orbem humanum et suas partes. Dat
ante intelligere hanc distinctionem Averroys, Physicorum primo, comm. ubi ait:
Et quia coelum caret hoc subiecto, ideo caret forma quae substentetur per hoc
subiectum, et fuit necesse ut forma eius sit liberata ab hoc subiecto, et non
habet constitutionem per corpus codeste, sed corpus codeste constituitur per
illam, ut scies alibi etc. Ex quibus apparet aliquam esse formam subiectum suum
tantum constituens, non autem per illud constituta, sicut est de forma codi et
de anima intellectiva in proposito nostro; alia vero est forma constituens
subiectum suum in esse, ac per illud ipsa quoque in esse constituta Hoc idem
dicitur in Physicae auscultationis, ex comm. Illud idem etiam et in capite De
substantia orbis. Hanc eandem sententiam possumus sumere a commentatore De
anima comm. et comm. non minus quam a Themistio, ibidem in paraphrasi sua de
anima. Caeterum quod ista sit opinio commentatoris Averroys, ex verbis suis
intdligi potest. Ait enim. Taiapietra riferisce l’obiezioni che a lui fanno
gl’altri averroisti, i quali riteneno che per Averroè l’intelletto è separato
dall'uomo, sì che intentio fuit commentatoris, quod intellectus possibilis,
licet sit unicus in omnibus hominibus, non tamen proprie dat esse, sed
operationem, eo modo quo dicunt aliqui intelligentiam uniti coelo, non dando ei
perfectiones primas, sed tantum secundas, et hoc modo anima ipsa intellectiva
unitur homini, secundum commentatorem, mediantibus scilicet fantasmatibus. Ed
anzi tutto riferisce cinque obiezioni ricavate dalle opere dei averroisti. A
queste n’aggiunge ben ventisette che gli movevanoi contemporanei, irritati dal
vedere la dottrina d' Averroè interpretata in modo così diverso dal consueto:
ex modernis autem inveniuntur quos adeo positio nostra in via commentatoris
fastidit, quod, ut eam penitus delerent, omne quasi possibile induci contra
illam attulere, Nel riferire questi argomenti, egli usa sempre il plurale
dicunt, volunt etc. Ma giunto alla fine del capitolo, abbandona il plurale e
addita un certo dottore contemporaneo di cui però non fa il nome: Ex his
potissime vult iste doctor colligere positionem hanc contradicere fundamentis
Averroys expresse. Et fortius et uberius instetit iste homo in hac materia,
quam aliquis alter quem ego unquam viderim. Et iudicio meo multum laboravit hic
vir, sed frustra. E nel capitolo successivo, rispondendo a queste obiezioni,
torna ad accennare a costui ad vigesimum septimum: Et certe sum admiratus de
isto homine qui aliquas tam frivolas rationes aduxerit. Quasi con certezza si
può ritenere che questo dottore averroista che inveiva contro quello che egli
ritene un travisamento del pensiero d'Averroè, fosse Zimara. Ad ogni modo è
indubbio che la controversia non era tra averroisti e antiaverroisti, ma tra
averroisti e averroisti, cioè tra primi cugini, se non proprio tra fratelli
carnali. Ed erano maestri dello studio patavino: Sed post hos invenio aliquos
qui in GYMNASIO PUBLICO patavino se magnos philosophos faciunt, voluntque per
urbem digito ostendi ac ab omnibus observari; sed quo iure non video Alla
spocchia di questi chacoaverroyci expositores Taiapietra oppone la sua superba
Zimara, che dedica a Mocenigo, discepolo di Pomponazzi la quaestio de principio
individuationis, l’Annotationes in Gandavenseni super quaestionibits
metaphysicae e la quaestio de triplici causalitate intelligentiae in appendice
alle quaesiiones di Jandun sulla metafisica, Venezia, era quello che meglio
rappresenta l'averroista combattuto da Taiapietra. Non è tuttavia d’escludere
che egli si riferisse direttamente a Pomponazzi, che, discutendo
dell'immortalità dell'anima combatte la dottrina sigieriana in questi termini,
Kristeller. Alia est opinio quorundam se averroistas existimantium qui dicunt
quod anima ita se habet ad corpus sicut forma ad materiam. Vult autem opinio
ista quod fuerit de intentione Averrois, animam intellectivam esse formam
dantem esse ipsi corpori. Formarum autem dantium esse aliquae sunt constitutae
in esse per subiectum et eductae de potentia subiecti et insunt ex mutua
dependentia ei; aliae vero sunt quae nec sunt constitutae in esse per
subiectum, nec sunt eductae de potentia subiecti, nec insunt ei ex mutua
dependentia, tamen dant esse ipsi subiecto. Et talis forma praesupponit corpus
organizatum actu existens, et non inducitur absque disposinone praevia, sed
praesupponit omnes conditiones requisitas. Le stesse cose nel ms. napol. Giorn.
Crit. Filos. Ital. certezza di essere nel vero: Et haec et tanta dixi, quia
hanc viam ad mentem commentatoris caeteris subtiliorem et probabiliorem esse
existimo, ac ab omni contradictione remotiorem. E più oltre: Et ista est
resoluta doctrina philosophi, et panis non est tradendus canibus Nel studio di
N. sulla diffusione del commento di Simplicio al De anima e sulle ripercussioni
ch'esso ebbe nelle controversie, dimostra che i primi a trarne profìtto sono
Pico e Nifo, e come l'uno e l'altro, ma specialmente il secondo, trovano in
Simplicio una conferma del loro averroismo di marca sigieriana La quale
opinione è condivisa dal nostro, che così scrive: Post haec omnia invenitur una
alia opinio quae Simplicio ascribitur, qui ex intellectu et cogitativa aggregai
animam rationalem, quasi ex istis compositam, quae, si recte intelligatur, ad
niostram opinionem reducitur. Puto enim quod, quum ipse fuerit unus ex bonis
Aristotelis expositoribus ut omnes graeci latinique philosophi de ipso
testantur, voluerit cogitativam realiter distingui ab intellectu; verum quoquo
modo rationalis anima ex cogitativa et intellectu componi dicitur, prò quanto cogitativa
omnino habet introitum in essendo animam hominis licet non ultimate, et
distinguendo ipsum, ac ipsum in specie non ultimate reponendo. Et confirmatur
hoc, quia quae ad invicem quoquo modo vel vere componuntur, ad invicem et
distinguuntur. Non autem credo Simplicium tenere cogitativam et intellectum
esse idem realiter, secundum tamen gradus distinctos, quoniam tunc realiter
essent plures intellectus generabiles et corruptibiles, sicut de cogitativis
evenit. Et hanc sententiam confirmat Averroys, Methaphysicae comm. ubi ait: Et
ex hoc quidem apparet bene quod Aristoteles opinatur, quod forma hominum, in eo
quod sunt homines, non est nisi per continuationem eorum cum intellectu qui
declaratur in libro de anima. Unde patet quod Averroys vult quod differentia
hominis, inquantum homo, ultimate sit ab intellectu. Hoc idem sentit Averroys
in destruc. desiruc, disp., in solutione dubii ibidem. Quare etc. Et sic etiam
verificatur quod intellectus is non est actus corporis, id est non est forma
educta de potentia materiae ab agente scilicet naturali, ut testatur
philosophus; ob id tamen nihil prohibet quod intellectus ipse sit actus
corporis, id est forma informans corpus et dans esse corpori. Et ex his habetur
haec Simplicii positio in via peripatheticorum optime tirmata. Indi il maestro,
dopo aver fatto vedere in che la tesi d'Averroè sull'intelletto possibile
differisca dalla dottrina di Temistio e di Plotino, e dopo aver risolte
l’obiezioni degl’altri averroisti e degl’avversari dell'averroismo, torna ad insistere
che la sua maniera d' intendere il pensiero d'Averroè concorda in tutto e per
tutto con quanto asserisce il commentatore arabo e, con lui, pensano i migliori
averroisti, a capo dei quali è Sigieri: Ecce ergo qvio modo vult ipse Avwroes
intellectum, inquantum quidditas, partiri per materias informatas dimensionibus
et cogitativis; inquantum vero est individuum, esse id per quod individuum
hominis est hoc. Intellectus ergo, ut habet esse reale, est forma suo orbi; ut
autem habet esse intentionale et universale, est materia omnium intellectuum
separatorum. Et ista videtur esse plana sententia Averroys in hoc quaesito, ut
de mente eius tenent praeclarissimi viri et maxime inter alios Subgerius,
praecipuvis averroysta. Et iste fuit discipulus Alberti et contemporaneus
AQUINO, et qui, in quodam suo tractatu De intellecttt adversus AQUINO,
opinatur, in via Averro^'S et philosophi, intellectum materialem esse formam
perpetuam ex utroque latere. Dal modo come si parla qui di Sigieri, è evidente
che Taiapietra aveva presente il trattato De intellectu del Nifo che era stato
stampato a Venezia. Ma mentre questi s'era già separato dell'averroismo
professato a Padova nei suoi anni d' insegnamento, il filosofo veneziano è
ancora perfettamente averroista, e si direbbe che dalle opere del Nifo abbia
attinto soltanto quel che gli serviva per conoscere il pensiero dell'averroista
brabantino, del quale si fa difensore e propugnatore dinanzi al capitolo
generale dei frati minori a Roma, contro l’argomentazioni del Nifo stesso
ch'egli rintuzza. Il trattato ha per oggetto 1'ultima prosperitas et beatitudo,
ossia 1' £ÙSai!J.o via aristotelica, intorno alla quale dissertarono a lungo
gl’averroisti. Sigieri, a quanto riferisce Nifo, n’aveva parlato in DE
FELICITATE – GRICE ON HAPPINESS ACKRILL EUDAEMONIA--, ed sostene in proposito
forse le sue più ardite tesi. Per Aristotele il fine – GRICE METIER -- supremo
dell'uomo, in quanto uomo, consiste nel pieno appagamento del desiderio che la
40 Nifo, De intellectu; De beatitudine animae, commento. N., Sigieri. mente ha
di sapere, cioè di conoscere la realtà, non solo nelle sue manifestazioni
contingenti, ma nelle sue cause e ragioni eterne. Occorre quindi che la mente
risalga, al di là del mondo sensibile e di quel che nasce e muore, all'eterno e
immutabile, al mondo metafisico, al cui centro è il principio di ogni
intelligibilità e il fine ultimo cui le cose tutte tendono. Ma può
l’intelligenza umana, legata com'è alla sfera della sensibilità, giungere a
conoscere in se stessa la pura realtà ideale di Dio e dell’intelligenze motrici
intorno a lui? Aristotele non dà una soluzione chiara di questo problema –
GRICE: KANT DOES: COUNSELS OF PRUDENCE AS HAVING A FIXED PROTASIS: IF THOU
WILLEST THAT THOU ART HAPPY --; e perciò i suoi commentatori greci, romani, ed
arabi l'avevano cercata nel pensiero platonico e neoplatonico, elaborando
quella tipica dottrina della copulatio della mente umana coll'intelletto
agente, della quale si fa un necessario complemento dell'etica aristotelica –
GRICE HARDIE ARISTOTLE’S MORALS --. Se l’intelletto umano non fosse capace d'
innalzarsi a conoscere in se stesse le sostanze separate, dice Averroè nel
commento alla metafisica, il desiderio umano di conoscere la verità sarebbe
vano, ed inutile sarebbe l'esistenza di tali sostanze che noi non potremmo mai
arrivare a conoscere nella loro vera natura – HARE L’UCCELLO DELLA FELICITA
FELIX ILLE. È certo interessante veder posto il desiderio umano di conoscere a
fondamento dei nostri giudizi intorno alla realtà. Ma a ciò non badarono i
filosofi medievali. I quali si sforzarono piuttosto d'intendere come la
conseguenza fosse dedotta dalle premesse, contro AQUINO che nega la legittimità
di questa deduzione. In che modo giustificasse la legittimità della deduzione
Sigieri, è fatto conoscere da Nifo, al quale s' ispira anche questa volta il
patrizio veneziano nel riecheggiare che fa la dottrina sigieriana: Onod si
foret hominibus omnino impossibile conoscere in se stesse le sostanze separate
e Dio, tane natura ociose egisset; fecisset enim id, qnod est in se naturaliter
intellectum, non comprehensum ab aliquo, et sic esset frustra, quemadmodum si
fecisset solem non comprehensum ab aliquo visu. Hanc sequellam diversi
diversimode deducunt; quidam enim eam sic deducere consueverant. Supposito
primo quod omnis intellectio, conveniens intellectui possibili, non conveniat
quin etiam homini competat, hoc expresse sensit philosophus, De anima, quicquid
dicant alii; hoc quippe supposito negato, aufertur omnis via commentatori ad
probandum coelum intelligere; quare AQUINO In metaphys. lect. si possibile est
substantias separatas intelligi ab intellectu possibili, possibile est quoque
substantias separatas intelligi ab hoc homine. Quo stante, tunc arguunt sic.
Quandocumque aliqua reperitur forma apta non recipi in maximo receptivo
alicuius generis, illa eadem non est receptibilis in minus receptivo eivisdem
generis. Sed intellectus possibilis in genere intelligentiarum est maxime
receptivus, ut constat De anima Igitur si primam formam non est possibile
intellectum possibilem recipere, ncque etiam est possibile alium intellectum
primam ipsam recipere formam. Unde omnes frustrarentur intelligentiae mediae ab
hoc scilicet line, qui est deum gloriosum et sublimem intelligere. Verum
quandocumque intellectus abstractus non potest intelligere superiora, ipse non
potest intelligere inferiora; sed nulla intelligentia media potest primam
intelligere; igitur nulla intelligentia media potest et intelligentiam mediam
intelligere; sed neque deus potest intelligentias medias intelligere, ut
Divinovum de mente Averroys concluditur. Et neque intellectus noster
possibilis, ut fatentur adversarii, eas intelligere potest. Igitur intellectus
possibilis, naturaliter in se intelligibilis, non est ab aliquo comprehensus;
sic patet ociositas maxima in natura. Ex quo habetur quod, nisi abstracta
intelligerentur a nobis, essent utique ociosa. Et haec fuit deductio Subgerii,
viri in familia averroyca non obscuri Ma Taiapietra sa che non tutti
gl’averroisti convengono nel modo d’argomentare di Sigieri; dal quale dissente
in particolare Jandun: Alii autem, ut Gandavensis in quaestionihus suis de
anima, quaestione, aliter deducunt. Et ipsi accipiunt primo quod substantiae
separatae comparantur ad intellectum nostrum ut formae natae intelligi;
intellectus vero noster comparatur eis ut subiectum natum recipere illas
comprehensive et spiritu aliter; quod ex verbis Averro3^s multis viis probari
potest. Primo, namque intellectus possibilis ultimus est abstractorum; sed
semper infìmus intellectus est materia superioris, infima enim intelligentia
perficitur a superiori sicut materia perficitur a forma, ut dicunt philosophi.
Et confirmatur: quoniam vilius est potentia respectu nobilis, et nobile est
tanquam actus respectu vilis; igitur, quemadmodum substantiae separatae sunt
natae ntelligi secundum earum naturas, ita noster intellectus est natus Arist.,
De anima Poiché secondo Averroè, Metaphys. comm., Dio conosce soltanto se
stesso e non le cose inferiori a sé. NiFO, De intell.; De beat, an., I, comm.
Ma anche questa svista è in Nifo, De intell. perfici ab eis secundum suam
naturam. Amplius, intellectus possibilis est materia omnium abstractorum et
omnium intelligibilium; sed materia non corruptibilis ab ipsis formis est apta
et potens suscipere omnes formas; intellectus igitur noster potest recipere
omnia intelligibilia. Accipiatur igitur prò constanti, quod intelligentiae sint
potentes intelligi ab intellectu nostro potentia quidem naturali; et similiter
intellectus noster potest intelligere illas potentia naturali, sicut et ipsa
materia potentia naturali potest omnes suscipere formas. Quo stante, arguit
modo Ioannessic: intellectus possibilis, corpori continuus, est receptivus et
passivus intellectionis abstractarum intelligentiarum; ergo habet naturalem
potentiam recipiendi intellectiones earum, per earum scilicet essentias; ergo,
si aliquando per cognitionem non attinget eas, tunc natura egisset ociose,
quoniam fecisset illam potentiam naturalem intellectus nostri ad illas
capessendas, quae tamen in actum nunquam adduceretur. Et quod haec sit Averroys
ratio, declarat ibidem Ioannes exemplo eius. Et sic patet quomodo Ioannes
deducit illam sequellam, exponendo totam potentiam intelligendi ex parte nostri
intellectus, et non ex parte intelligentiarum, ut fecit Subgerius, qui totam
intelligendi potentiam ad substantias separatas convertit. La stretta
dipendenza dell'averroista veneziano dal Nifo, si rivela oltre che dai testi
citati, anche d’un particolare caratteristico, là dove s'accenna a quell'esposizione
del pensiero averroistico che veriores averroyci exceperunt a filio Averroys in
tractatu suo De intellectu. Ma comunque interpretata, la dottrina averroistica
sulla copulatio e sulla felicitas Averroistarum, di cui era solito beffarsi il
Perette, è evidentemente contraria all'insegnamento teologico. Perciò
Taiapietra s'affretta ad aggiungere :Verum quicquid dicatur principiis
innitendo naturalibus ad mentem philosophi et commentatoris, nihilominus
secundum veram theologorum sententiam dicimus nullam generi humano in hac vita
contingere posse foelicitatem et beatitudinem, sed illam ei servari post mortem
in alio statu. Viatori enim non potest NiFO De intell. Amplius, filius Averroys
in tractatu de intellectu Declaravit has tres demonstrationes filius Averroys
in tractatu de intellectu anche nei Collectanea: et hanc domonstrationem dedit
Alpheeh Averroys filius in tractatu quem edidit ad instantiam patris, et eam
multum laudavit; e più oltre: et si inspicies librum Alpheeh Averrois filij; e
ancora più giù: Et in commentariis, quos scripsi in libro felicitatis Averroys
et eius filii. inesse foelicitas nisi in patria, nec etiam abstracta ab eo
cognosci possunt cognitione matutina sed tantum vespertina ut sacri nostri
recte sentiunt theologi. Con siffatta dichiarazione, egli ha ottenuto il
duplice scopo, di rassicurare i teologi sulle proprie intenzioni, e di poter
discutere con tutta libertà intorno al vero pensiero del filosofo e del
commentatore. E di questa libertà, procacciata a prezzo di quella
dichiarazione, approfitta nel modo piìi ampio, attenendosi al famoso commento
del De anima. Anzi tutto, coll'esporre e criticare la dottrina di Alessandro
intorno al modo come l' intelletto umano giunge ad unirsi coll’intelletto
agente, che per Afrodisio è Dio, e quella di Avenpace e di Temistio; poi collo
spiegare e difendere la tesi che ad essi oppone Averroè, qui inter omnes
philosophos post Aristotelem perfectior fuit et subtilior. Taiapietra combatte
l’interpretazione che del pensiero d'Averroè da Jandun, il quale opinatus est
quod foelicitas nostra consistat in actu sapientiali, et sit sapientia quae
habetur Divinormn xii, a textu commenti xxix usque in finem. Come si vede la
felcità – GRICE HARDIE ACKRILL AUSTIN SOME REMARKS ON HAPPINESS -- in siffatta
teoria era a portata di mano: per quanto astrusa, la metafisica aristotelica
non è poi inintelligibile, e sopra tutto abbastanza facile a capire è la parte
che parla appunto delle sostanze separate che muovono i cieli, e della pura
mente di Dio. Ma il possesso delle scienze speculative non basta alla suprema
felicità dell'intelletto umano, occorre l'inerenza formale del primo vero nella
mente umana, la cui potenza resti così tutta attuata. Il possesso delle scienze
speculative è condizione per giungere a questa beatitudine dell'intelletto, non
il fine ultimo cui aspira la mente umana, che riposa solo nel possesso del vero
eterno --- citta dell’eterna verita GRICE -- fuor del qual nessun vero si
spazia. Ora a questo possesso s'arriva soltanto colla copulatio o continuatio
dell'intelletto possibile coll'intelletto agente, sì che la potenzialità del
primo sia tutta sommersa e assorbita nell'attualità del secondo: Ipse
(commentator), commento (De anima) totiens allegato, inquit quod in adeptione
illa nos intelligimus omnia et sumus sicut dii, et quod ille modus intelligendi
non currit cursu scientiarum cogitativarum, quae habentur per discursum, sed
est per substantiam intellectus agentis, in quo omnia intuitive cognoscimus.
Convincitur ergo ad intentionem commentatoris, quod ea in cognitione intuitiva
nos utique foelicitamur; non autem in illa quae in metaphysica per
demonstrationem habetur. Del tutto aderente all'interpretazione sigieriana del
pensiero d'Averroè, quale ci è nota pell'esposizione che ne fa Nifo e che
concorda con quanto pensa Achillini, è anche l'interpretazione che della vera
dottrina del commentatore ci dà Taiapietra: Superest modo circa ambiguitatem
hanc magni commentatoris afferre sententiam, quam omnes viri sublimes in
philosophia ac in secta averroyca primarii nobiscum integre et perfecte
sentiunt. Opinamur enim itaque foelicitatem esse deum. Nam assumpta
foelicitatis diffinitione prò maiori, tunc si addatur haec minor, videlicet:
sed deus est ultimus finis, optimus, propter se eligibilis, ad nullum aliud
ordinabilis, cuius gratia omnia eliguntur, bonus et perfectus, pulcherrimus,
delectabilissimus, per se sufficiens, honorabilis, principium et causa omnium
bonorum; ex his ergo optime convincitur, quod deus est foelicitas. Foelicitas enim,
quia rationem totius boni amplectitur, omnem quietat voluntatem; quia vero
rationem totius entis continet, universum saciat intellectum. Sed in nullo nisi
in deo verius reperiuntur ratio totius boni et totius entis. Ergo etc Et hoc
forte, et sine forte, balbutiendo intellexerunt vetustiores; nec valet quod
dicunt quidam moderniores, quod bene concluditur deum esse foelicitatem
simpliciter, sed non homini propriam. Sed profecto hoc nihil est, ut piane
ostendimus in superiori capite: hanc enim conclusionem habent Averroes et
Aristoteles expresse, x. Nichomachiae, capite, scilicet quod deus est
foelicitas sibi et aliis intelligentiis et etiam homini. Solum enim ipse est
perfectissiinum intelligibile et appetibile propter se; in eo enim eminenter
reperitur ratio obiecti intellectus et voluntatis, immo solum ipse est
eminenter omnia bona continens. Et confirmatur, quoniam id quo foelicitantur
dii omnes est suprema hominis et omnium foelicitas; sed deus est quo omnes
foelicitantur; omnes enim intellectus foelicitantur intelligendo deum; sed
intellectio qua ipse deus intelligitur est ipse deus; igitur omnia deo
foelicitantur. Et haec ratio tota est philosophi, Nichomachiae. Quare
concluditur quod deus, ipse formaliter est foelicitas. Amplius, quo foe Sigieri
Alla lettera da Nifo, De intellectu Allude forse al passo àeWEtìi. Nicom..
licitatur deus, foelicitantur et alii omnes intellectus, ut expressa est
sententia philosophi, Divinorum, et praecipue commentatoris, ibi, comm. Sed
deus non foelicitatur nisi dee, ut inquit Politicoruni: deus foelix quidem est
et beatus, propter nullum autem extrinsecorum bonorum, sed propter seipsum
ipse. Deo, ergo, nedum homo, sed omnia foelicitantur. Sed nihil foelicitatur
nisi foelicitate. Deus igitur ipsa est foelicitas. Et ex hiis verifìcantur
omnia verba Aristotelis in toto libro Ethicoriim, ubi de foelicitate sermonem
habet. Giunto alla fine trattato, il filosofo, rendendosi ben conto che
siffatta felicità è irraggiungibile all'uomo in questa vita, torna ad avvertire
il lettore che tutto quello che abbiamo udito da lui su questo argomento, ad
altro non mira se non a chiarire qual è in proposito il vero pensiero
d'Aristotele e Averroè: Hoc enim, in explanandis auctoribus, expositoris
officium esse consuevit, ita quod, quid ipse velit auctor, et determinet et ad
verbum interpretetur, etiam si illud falsum sit, ut auctorum integrae et non
manchae, fideles et non depravatae sententiae circa quaeque apud omnes
recipiantur. His autem sacri nostri Poi. ediz. Immisch. Leipzig, Teubner, Così
anche Nifo nella lettera all'inquisitore Grassetto, della quale è stato fatto
cenno sopra: in exponendis enim auctoribus, commentatoris officium solet esse,
quid ipse auctor velit ac sentiat, etiam si id interdum minime verum sit,
interpretari. Di questo che è non solo diritto ma dovere di ogni interprete
onesto, si valsero tutti gl’averroisti per esporre con la massima libertà il
pensiero d'Aristotele e dei suoi interpreti. Ma Nifo, per entrare nelle buone
grazie dell'inquisitore, aggiunge. Itaque ut in illis quae ad philosophiam
pertinebant, philosophi ac interpretis munere functi, ipsum auctorem
exposuimus; ita in his quae fidei catholicae contraria erant, ultra expositoris
terminos evagati quemadmodum hominem christianum decebat, ipsi auctori
contradicimus eiusque OPINIONES – GRICE PREJUDICES AND PREDILECTIONS, WHICH
BECOME THE LIFE AND OPINIONS OF H. P. GRICE -- ac dieta omnia theologorum
nostrorum auxilio confutavimus -- quello che Taiapietra e in generale
gl’averroisti non fanno. Del che l'inquisitore gli dà atto: placetque mihi quod
in philosophia, christianae fidei non immemor, in plurimis philosophos
redargueris, nihilque in toto opere invenerim quod castigatione dignum censeam
-- in fine del volume che contiene il commento di Nifo alla Desfritctio e il De
sensu agente nell'ediz. veneziana. Di questo zelo nel redarguire e confutare le
dottrine dei filosofi ancora di più che nel commento alla Destriictio, Nifo fa
mostra nel De intellectit, riveduto e corretto pell'edizione, ove è evidente il
proposito di rifarsi una verginità filosofica anti-averroistica, adoprandosi a
far credere che il suo distacco dall'averroismo risalga e preceda quello del
suo maestro Vernia. Hec sunt que preceptor defendit ad mentem Platonis et
Aristotelis theologi iuxta christianam nostrani religionem multa addunt, quae
nos ex testimonio prophetarum credimus; et ideo ea tantum asserta esse volumus,
non quaerentes ad liaec aliquam rationem, sed quantum ortodoxa ecclesia
praecipit, procul dubio asseveramus. Itaque, ut philosophum decet ac
peripatheticum hoc in tractatu quae ad philosophiam pertinebant, more phisici
interpretis, declaravimus, ubi non parum boni fecisse arbitramur, quum multa in
naturali philosophia obscura et latentia iuxta sententiam philosophi et eius
magni commentatoris Averroys in lucem ediderimus et ea bene dispositis aperte
propalavimus. A questo trattato ne seguono altri, concernenti argomenti di
filosofia naturale fieramente controversi tra gl’aristotelici delle varie
tendenze, e cioè Utrum nec ne apud philosophum plures substantiales formae ad
invicem realiter distinctae in substantiali composito sint ponendae Utrum ad
intentionem philosophi dementa remaneant formaliter in mixto Utrum simplex
elementum alterari possit et a se De quorumcunque simplicium sive mixtorum
primo ac proprie dicto elemento e su tutti questi argomenti Taiapietra difende
con risolutezza ed energia la dottrina d'Averroè come quella che combacia
perfettamente coll’insegnamento di quello glorioso filosofo al quale la natura
più aperse li suoi segreti, come pensa ALIGHIERI. Ma di siffatti argomenti il
nostro palato, che ha assaporato Hume e Kant – E KANTOTLE ARISKANT PLATHEGEL
--, non ha più il gusto, che non hanno perduto invece i sequaci d’AQUINO, ai
quali è giusto che queste pagine siano segnalate. Tale il programma che
l'allievo dei maestri padovani prepara pella solenne disputa romana. A parte
l'accenno abbastanza vago che Sanudo fa dell'obiezione di Gabrielli ad una
delle tesi sostenute dal dottorando, perché l'è ereticha, non sappiamo a quali
altri assalti dove tener testa l’averroista veneziano. Sappiamo soltanto che
egli giostra da bravo e che il giorno appresso il papa lo dotoroe. O tempora! –
IT IS A GOOD THING I NEVER TRIED TO EXPLORE QUA HAMSWORTH SCHOLAR THE 39
ARTICLES – GRICE -- in eo libello quem inscripsit De animorum pluralitate, quem
confecit compluribus annis post nostrum De intellectti librum Nifo, De anima,
comm. Eppure Nifo sa bene che Vernia, nella dedica dell'opera a Grimani,
dichiara d’avere scritto anch'egli il suo trattato Conv., Nel volume su
Brabante nel pensiero del Rinascimento italiano, N. ha a riunire alcune
importanti testimonianze intorno a due e forse tre scritti dell'averroista
brabantino, che si leggeno ancora a Bologna e a Padova. Queste testimonianze si
trovano pella massima parte nel De intellectn et daemonibiis di Nifo, il quale
pretende d'avere scritto quest'opera a Padova, quando già s'era distaccato
dall'averroismo sigieriano cui egli aveva prima aderito. E pare che in quegli
anni egli scrive davvero una quaestio de intellectu in senso sigieriano, e che
in seguito, per evitare la taccia d’eresia e guai maggiori, ri-elaborasse
quella quaestio, sino a farne il trattato De intellectu, dedicato a Badoèr: che
d’edizioni anteriori non esistono tracce. In tal modo Nifo cerca di far credere
che egli aveva preceduto il suo maestro Vernia nell'abbandono dell'averroismo.
Nel De intellectu e nel commento al De animae beatitudine di Averroè, Nifo si
riferiva a due opere di Sigieri o, com'egli scrive, Sugerius, Suggerius,
Subgerius, vir gravis, secte Averro3stice fautor, etate Expositoris, cioè
d’AQUINO, discipulus Alberti, Subgerius contemporaneus AQUINO. Queste due opere
sono un tractatus de intellectu, Dal Giorh. Crit. d. Filos. Ital. tertio loco
inscriptus, qui fuit missus AQUINO, prò responsione ad tractatum suum contra
Averroim, e un liber de felicitate che pare identico col tractatus
intelligentiarum et beatitudinis, ricordato dallo stesso Nifo nei suoi
Colledanea sul De anima, nell'edizione veneziana e in quella, nelle quali
Subgerius è diventato Subiegius. Ma nel suo trattatello De primi motoris
infinitate, portato a termine quando aveva lasciato Padova, Nifo sembra
attribuire a Sigieri un terzo trattato de motore primo et materia celi.
L'espressione in tractatu suo de intellectu, tertio loco inscripto potrebbe
intendersi di un volume di scritti sigieriani, ove il tractatus de intellectu
si trovasse trascritto al terzo posto fra altre opere dell'averroista belga.
Delle varie dottrine attribuite a questo Sugerius o Subgerius da Nifo, due
giova qui ricordare: quella che tende a mettere in evidenza il procedimento
deduttivo onde Averroè aveva concluso che se l'intelletto umano non potesse
intendere le ostanze separate queste sarebbero inutili, ociosae; e l'altra che afferma
che ogni intelligenza inferiore intelligit sviperiorem per essentiam
superioris, ossia in quanto l'intelligenza superiore l'informa di sé
intenzionalmente e s'unisce ad essa. Orbene: quanto alla prima di queste due
tesi, sappiamo che il domenicano Silvestri da Ferrara, nel suo commento alla
somma Contra gentiles, l'attribuisce a Rugerius in tractatu suo de intellectu,
misso Beato AQUINO prò responsione ad tractatum suum contra averroistas. In un
primo momento, N. pensa che Silvestri dipende da Nifo e che Rugerius fosse un
errore di stampa per Sugerius. Però avevo aggiunto: ma può darsi che egli citi
d’un manoscritto in cui il nome di Sugerus. era già stato mutato in Rtigerius.
Qualche luce viene ora a gettare su questa, che non è affatto una quisquiglia,
l'importante notizia nella quale mi sono imbattuto scorrendo il codice marciano
Lat., che contiene le Annotationes in jo UJjro de anima, die vero iovis quae
fuit ah excellentissimo ac celeberrimo domifio Mofìtedocha, unum trium sui
temporis philosophoriim peritissimo, trascritte dal padovano Tedoldi, dottore
nelle arti, ad laudem ei, dic'egli, et meae amicae quam maxime amo! Montesdoch
studia a Bologna e nello studio bolognese insegna filosofia naturale in
concorrenza con Pomponazzi, e per alcuni anni legge anche la metafisica. Ma in
seguito a contrasti che N. ritiene egli ha con Pomponazzi, lascia Bologna e
anda a insegnare a Roma. Da Roma appunto, per un ingaggio vantaggioso
propostogli dall'ambasciatore veneto Minio, passa a insegnare filosofia naturale
a Padova, iniziando il corso delle lezioni colla lettura del commento
averroistico al De anima. Nella lez., egli venne a porsi appunto il dibattuto
problema, come un'intelligenza inferiore conosca l’intelligenze superiori ad
essa. Dopo aver riferite varie opinioni, egli accenna a quella moderna
sostenuta d’Achillini, che l'intelligenza inferiore conosce quella superiore
per essentiam superioris. Siffatta tesi, osserva Montesdoch, può dirsi moderna
solo in quanto alcuni moderni, come Achillini, se la sono appropriata. Ma prima
di loro e' è stato Ruggiero. Cosi anche nel Marciano lat. che contiene le
lezioni dello stesso Montesdoch sulla Fisica, Tedoldi che le stava
trascrivendo, interrompe la lez. con questa informazione autobiografica: Et sic
sit finis huius lecturae nostrae prò praesenti, quae fuit die mercuri 8 mensis
augusti et hora ii ad laudem dei et beatae mariae atque amicae meae quam maxime
amo, quia hodie hora habui eam in brachiis meis. Le parole tra parentesi
quadrate son coperte d'inchiostro e solo alcune appena leggibili. Sotto è un
quadrato che dove contenere un motto o un piccolo disegno. Ma anch'esso è stato
coperto d'inchiostro nero. E alla fine della lezione sul De caelo, commentato
da Montesdoch, cod. marciano lat., Tedoldi, che la sta copiando, annota: Sed
quia hora est nimis tarda, et quia maxime crucior amore meae amicae, ideo valde
fessus cogor non amplius scribere. Tanto che, lasciata Bologna d’un pezzo,
Montesdoch conserva ancora del Peretto un ricordo disgustoso. Nel commento
infatti alla Fisica fa menzione di lui come nimis monstruosus, e troppo
grossolani ne dichiara i ragionamenti: dicit rationes nimis grossas Alia
positio et opinio est quae est opinio non moderna, dato quod moderni eam sibi
tribuant. Sed ante eos fuit Rogerius; fuit magnus vir, cuius opera non habentur
impressa, nec vidi ea nisi in bibliotheca sanati dominici de bononia, et ea
etiam vidi romae in sanato Ioanne de viridario. Fuit etiam opinio Ioannis de
RIPA; tamen Achillinus sibi eam tribuit, quomodo seconda intelligentia
intelligat primam, ms. Marciano. Che questo Rogerius sia il Sugerius o
Subgerius di cui parla Nifo non v'è dubbio. Ma l'importanza di questa
informazione di Montesdoch consiste nell' averci egli indicato dove aveva visto
l’opere di questo Rogerius sostenitore della dottrina che Achillini spaccia per
sua. Queste opere non ancora stampate, bensì manoscritte, erano state viste da
lui a Bologna, nella biblioteca del convento domenicano di S. Domenico, e dipoi
a Padova, nella biblioteca del monastero di S. Giovanni in Verdara dei Canonici
Lateranensi. Veramente nel ms. Marciano si legge: et ea etiam vidi romae in
sancto Ioanne de viridario; ma è evidente che al posto di romae deve leggersi
paduae supponendo che il nome di Padova fosse scritto con l'iniziale maiuscola,
l'errore di lettura si spiega facilmente; a meno che non debba leggersi romae
et in sancto Ioanne de viridario. Quanto al codice veduto a S. Domenico di
Bologna, parrebbe trattarsi di quello usato da Silvestri che, come abbiamo
visto, ne ritenne autore, anch'egli, Rogerius, che si ha ragione di ritenere
identico a Sugerius. Questo codice non figura affatto nei cataloghi di S.
Domenico pubblicati da Laurent Vigili et les hibliothèques de Bologne au début
du xvie siede d'après le ms. Barb. latin E nella lez lo stesso Montesdoch dice.
Una est opinio Ioannis de RIPA, cuius opera sunt bononiae in conventu sancti
lacobi, qui est fratrum Eremitarum. Et ipse bene intellexit opinionem averrois
in hoc loco, sicut aliquis alius. Omnia autem ab Ioanne de RIPA accepit
Achilinus. Come risulta dall'opera di Laurent, citata più oltre, il commento
alle Sentenze, cui qui si allude, era posseduto non solo dalla biblioteca del
convento di S. Giacomo, ma altresì da quella di S. Domenico e da quella di S.
Francesco. In questo scritto o questione non solo Giovanni da Ripatransone si
dilunga in ben quattro articoli sul tema qui accennato, ma ci offre un'ampia
esposizione del suo modo d' intendere la dottrina averroistica sulle
intelligenze separate e sull’intelletto umano, molto vicina e spesso identica a
quella di Sigieri. in Studi e Testi, Vaticano. Dove è andato a finire e come è
scomparso? Siccome esso fu visto da Silvestri, che, proprio a Bologna nel
convento di S. Domenico, aveva portato a termine il suo commento alla somma
Contra gentiles, e da Montesdoch, si può pensare che esso sia stato fatto
sparire come opera d'averroista inviso ai domenicani, che l'averroismo
ritenevano una pericolosa eresia, a differenza di altri, per esempio degh
eremitani e dei carmelitani, assai meno ligi ad AQUINO. Tanto più che
Achillini, come ricorda Montesdoch, aveva fatte sue le dottrine dell'averroista
brabantino, pur evitando di nominarlo, nella pubblica disputa tenuta al
capitolo generale dei frati minori. Quanto all'esemplare che Montesdoch
dichiara d'aver visto nella biblioteca di S. Giovanni in Verdara, a Padova, N.
ha il sospetto che esso potesse essere una copia di quello di Bologna, ordinata
da Marcanova, negli anni che questi insegna a Bologna, e quindi passata al
monastero di Verdara insieme alla biblioteca di lui. Ma dallo studio di
Sighinolfi, che della biblioteca del Marcanova ha pubblicato l’inventario nei
Collectanea variae doctrinae in onore di Olschki, Monaco di Baviera, non
risulta. Questo per altro non vorrebbe dir molto, perché spesso l’inventario è
assai generico e contiene non pochi numeri d’opere anonime, fra le quali
potevano ben trovarsi incastrate quelle di Sigieri. Al notaio premeva più
d’elencare il numero dei volumi che non il loro effettivo contenuto, contentandosi
d'un'ispezione molto superficiale, che spesso rende difficile riconoscere
l'esatta natura d’opere appena accennate con titoli piuttosto vaghi, anche
senza contare i non pochi errori di trascrizione commessi da Sighinolfi. Si
potrebbe pensare, è vero, che gli scritti di Sigieri fossero entrati per altra
via che non fosse quella del legato testamentario del Marcanova. Ma è sicuro
che essi non figurano nell'elenco che Tomasini redasse dei manoscritti di
Verdara nelle Bibliothecae Patavinae maniiscriptae puhlicae et privatae Ma
potrebbe anche darsi che l'opera di Sigieri restasse sconosciuta o fosse
dimenticata da Vigili, poiché il suo catalogo è lungi dall'essere completo.
Udine, nemmeno in quello manoscritto della Marciana (Ital.); sì che bisogna rassegnarsi
a pensare che, già prima, gli scritti di Sigieri fossero ormai spariti anche
dalla biblioteca dei canonici regolari lateranensi di Padova. In questa
biblioteca, ch'era assai ricca, non mancavano commenti ad Aristotele e
trattazioni concepiti, queste e quelli, secondo lo spirito averroistico. V'era,
fra l'altro, l'ampia esposizione del servita Urbano Averroista sul commento
d'Averroè alla Fisica, che Marcano va aveva fatto copiare a sue spese a Bologna
in due grossi volumi corretti e postillati di sua mano. Quando a Venezia,
l'opera d'Urbano fu data alle stampe su un vecchio codice bolognese per volontà
del priore generale dei Serviti, Alabanti, dietro suggerimento di Vernia,
questi s'accorse e fa notare che il codice trovato d’'Alabanti contene la stessa
esposizione alla Fisica, che nella copia di S. Giovanni in Verdara era
attribuita a Marcanova. Ma l'osservazione di Vernia passa inosservata; e anche
quando dal monastero padovano il codice passa alla Marciana, nei cataloghi di
questa l'opera d' Urbano resta attribuita a Marcanova, sebbene nell’explicit
sia detto (Lat., CI.) che il nome dell'autore non si conosce: cuius nomen non
habetur. Ed alla stessa biblioteca di S. Giovanni in Verdara e ai Canonici
regolari Lateranensi, che abitano quel monastero, era particolarmente
affezionato l'averroista maestro Vernia, il quale, gravemente ammalato, fa
testamento a loro favore e, qualche anno dopo, fa ad essi donazione dei suoi
libri. Per quella volta la negra parca lo risparmiò, lasciandogli ancora più d'un
ventennio, per il piacere dei suoi colleghi ed alunni, pelle sue filosofiche
speculazioni e per diverse marachelle non precisamente filosofiche. Ma quando
sentì A proposito dell'opera d' Urbano, che nel prologo dell'edizione si dice
cominciata prima, giove avvertire che il p. R. M. Taucci, de' Serviti, /
maestri della fac. teolog. di Bologna, in Studi stor. sull'Ord. dei Servi di
Maria osservando che l'unico maestro servita di nome Urbano fiorì prima,
propone di correggere la data che la morte sta ormai per ghermirlo, detta le
sue ultime volontà, in Vicenza, lasciando ancora tutti i suoi libri, omnes
libros graecos et latinos, ai Canonici regolari Lateranensi del monastero di S.
Bartolomeo di quella città, perché fossero posti nella loro biblioteca, e chiede
altresì d'esser sepolto nella loro chiesa. Nella biblioteca di S. Giovanni in
Verdara, a Padova, pare dunque che Nifo, discepolo di Vernia, legge le tre
opere da lui citate e attribuite al grande averroista Sugerius o Subgerius,
ov'egli dichiara d'avere attinta la dottrina, un tempo da lui seguita, sul modo
come l'intelletto possibile, unico per tutti gli uomini, s'unisce ai singoli e
può dirsi vera forma dans esse homini. Lo stesso Nifo, nel commento alla
Destructio destructionum, apparso pella stampa accenna ad una discussione avuta
col conte della Mirandola, mentre in corbula si recavano a Bologna. Per la
Pentecoste, in occasione del capitolo generale dei frati predicatori tenuto a
Ferrara, c'era stata una solenne disputa pubblica alla presenza del duca Ercole,
e il domenicano VIO, venuto apposta da Padova ove insegna metafisica, s'era
trovato di fronte Pico, il quale gli aveva mosso niente meno che cento
obiezioni. Mortier, Histoire des Maitres Généraux de l'ordre des fr. Precheurs.
Pochi giorni dopo, anche i frati minori adunarono a Bologna il loro capitolo
generale e, secondo il costume, diramarono inviti ai maestri e ai dotti delle
città vicine che avessero desiderato partecipare alla disputa pubblica che si
sarebbe tenuta, more solito, in quell'occasione. A Bologna sarebbe sceso in
lizza uno dei maestri dello studio che già comincia a far parlare di sé pella
sua serrata dialettica e per certa nuova maniera d'intendere l'averroismo. L'
invito doveva solleticare il battagliero conte della Mirandola e Nifo, che
verosimilmente era accorso da Padova alla disputa nella quale era campione un
suo collega. E penso che tutti e due insieme sian partiti da Ferrara per
trovarsi alla disputa che il jo giugno, seconda domenica dopo Pentecoste,
Achillini avrebbe tenuto a S. Francesco in Bologna. E quale non dev'essere
stata la sua sorpresa nel sentire che maestro Achillini discetta intorno alle
Intelligenze, da quella del Primo Motore che è puro atto, giù giù fino air
intelletto possibile umano che è pura potenza, e con grande risolutezza e
abilità dialettica fa sua la dottrina averroistica di quel Sugerius, del quale
anch'egli aveva letto gli scritti che a Padova si conservavano in S. Giovanni
di Verdara, ove ritengo li avesse visti e letti anche il Signore della Mirandola.
Questa risolutezza del collega bolognese deve averlo tanto più meravigliato,
che a Padova il decreto vescovile aveva assai limitato la libertà di giostrare
sull'unità dell'intelletto umano, ed egli e Vernia si vedevan costretti a
dissipare i sospetti che si nutrivano su loro come averroisti. Nel trattato De
intellectii, scritto da Nifo col proposito fin troppo palese di rifarsi una
verginità antiaverroistica, in gara con maestro Nicoletto, si direbbe ch'egli
prendesse di mira i quolibeta de inielligentiis, pur senza nominare l'autore
d’essi, delle cui dottrine svela la fonte negli scritti di Sigieri, d'Achillini
taciuta. Il nome di Zimara, largamente diffuso, è strettamente legato alla
storia dell'aristotelismo, e in particolare di quella corrente che fu
l'averroismo, anzi di uno speciale indirizzo di questo in contrasto con altri
indirizzi che si reclamavano ugualmente d’Averroè, il commentatore per
eccellenza d'Aristotele, l'arabo Averrois che il gran commento feo. Invece il
nome del figlio di lui, Teofilo, è rimasto presso che sconosciuto, fra gli
storici della filosofia italiana. Peggio: uno di questi che di recente ha
dedicato al pensiero italiano del Rinascimento tre grossi volumi, Saitta,
essendogli accaduto di metter la mano, senza volerlo, sul massiccio e diffuso
commento di Zimara, Marci Antonii F., al De anima, ha attribuito quest'opera al
padre, ignorando l'esistenza del figlio. E fin qui poco male. Ma egli s’è
spinto assai più in là; che non pare si sia reso conto che, mentre Marcantonio
è un averroista schietto e tutto d'un pezzo, il figlio al contrario combatte
apertamente l'averroismo e propugna un platonismo cristianeggiato, che,
divenuto di moda tra gli umanisti dopo Ficino, si propone di conciliare
Aristotele, liberato dall'esegesi averroistica, con Platone, con Plotino, con
Proclo e con Simplicio. E questo è il male peggiore che puo capitare a Teofilo,
che cioè il grosso volume dedicato a Sirleto, e dal quale s'attende qualche
fama, non solo gli fosse tolto, ma ne fosse travisato il pensiero, col
ravvicinarlo all'averroismo. Atti del Congresso Storico Pugliese, Archivio
Storico Pugliese. Sono stati apportati alcuni notevoli ritocchi. Ma anche
intorno a Zimara accade di leggere nei libri di storia della filosofia grossi
spropositi, che N. si propone di correggere, raccogliendo quello che di certo
si sa intorno a lui e al figlio e intorno alle loro opere. Ben inteso, non si
tratta di richiamare l'attenzione dello storico su due astri di prima grandezza
o, come si direbbe oggi, su due figure di primo piano nel complesso panorama
del nostro Rinascimento: si tratta soltanto di mettere nella giusta luce due
onesti pensatori che, pur senza elevarsi gran che sulla coltura del loro tempo,
meritano di non esser dimenticati, perché di quella coltura sono eminentemente
rappresentativi. I. Zimara. Di lui sappiamo con certezza che sostene a Padova
la discussione preliminare al dottorato in artibus, ossia fa il tentativum
nella chiesa di S. Urbano, ove d’un cinquantennio sole riunirsi il sacro
collegio degl’artisti; e che una settimana dopo nell'aula solita d'esami in
vescovato, sostenne il privatum examen e consegue il grado di dottore in
artibus. Il filosofo Trapolin gli conferì le insegne del grado a nome del sacro
collegio. Tutto questo è perfettamente documentato dagl’atti del collegio
stesso, nell'archivio dell'università di Padova, e dagli Ada graduum presso
l'archivio di quella curia vescovile. Da notare: presenti come testimoni al
giuramento e al dottorato sono Pomponazzi e Bacilieri; il primo ritornato da
poco a Padova, ove insegna filosofia naturale come ordinario primo loco, il
secondo venuto via da Bologna per contrasti coi colleghi, e straordinario della
stessa materia. In questi atti. Marcantonio è detto figlio quondam Zimara de
Sanctopetro de Galatina terre Hydrunti. Altra cosa certa è ch'egli potè fare
gli studi di filosofia a Padova grazie all'aiuto dello zio Bonuso, prelato
della chiesa di S. Pietro in Galatina, al quale dedica l'edizione dei
Subtilissima Hervei Natalis Britonis Quodlibeta undecim cum odo ipsius
profundissimis tradatibus, da lui curata pell'editore veneziano Arrivabene.
Anche nella dedica della quaestio de primo cognito, Venezia, a Contarini,
accenna espressamente a questo zio. Bonusio, propresuli, avunculo, qui me
semper eque ac filium carum habuit fovitque, cuique non minus quam parenti mee
animam hanc debere me libens profiteor. Papadia lo dice nato da povera e oscura
gente: e cita in proposito un'epistola ms. di Vernaleone, che esiste a suo
tempo presso i signori Caroti. Sulla scorta della quaestio de regressu
Excellenfissimi Domini Marci Antonii Zimarea nell'Ambrosiana di Milano, Cod. S.
Q., fui indotto, nella prima edizione di questo saggio, a supporre un primo
soggiorno padovano, anteriore, perché l'autore di quella quaestio accenna più
volte a discussioni avute con Maestro frate Francesco da NARDO, che insegna
Metafisica a Padova in via AQUINO, mentre frate Antonio Trombeta insegna la
stessa disciplina in via Scoti Erotto e Zonta, La facoltà teologica di Padova.
Padova: Ad argumenta praeceptoris magistri Francisci de NARDO, dico; sed
advertatis quod praeceptor meus antequam ingrederetur ad scolas ad legendum,
allocutus fui eum supra hoc, et dixit mihi. Ma pili tardi, visto il codice
della Nazionale di Napoli, che contiene il commento del Pomponazzi ai primi due
libri del De anima e il commento dello stesso Peretto al terzo libro, m'accorsi
con mia sorpresa che quella quaestio, attribuita a Zimara nel codice
ambrosiano, non è affatto di questo, sibbene del suo maestro, il mantovano
Pomponazzi, che più volte ricorda d'essere stato discepolo del sequace d’AQUINO
Nardo. Quindi cade l' ipotesi di un soggiorno di Zimara a Padova, prima di
quello indicato da Papadia, il quale dice che lo zio, Bonuso, l’inviò a Padova.
Se a Padova giunge quando erano già morti Nardo e Roccabonella, vi trova
tuttavia maestri provetti che godevano già di gran fama o quelli che erano
sulla via di procurarsela: il faceto Vernia, Memorie storiche della città di
Galatina, Napoli averroista spregiudicato, finché il vescovo di Padova,
Barozzi, col decreto non l'obbligò a ravvedersi, Trapolin, anch'egli
averroista, ma ben più moderato e guardingo, gli scotisti Trombeta e Ibernico,
il Peretto Mantovano che rivelava una spiccata tendenza a ribellarsi all'averroismo
di moda, il vicentino Fracanziano, concorrente del Pomponazzi, Bacilieri che a
Padova professa l'averroismo di marca sigieriana del quale a Bologna era
acerrimo propugnatore Achillini. Nifo lascia con gran disdegno lo Studio
patavino, non sappiamo se malcontento dello stipendio o per dissensi coi
colleghi. E Vernia muore, e la sua cattedra venne appunto coperta col richiamo
del Peretto, cui fu dato a concorrente Fracanziano. Di questi maestri, Trapolin
fu primo promotore del dottorato in artihus del Sanpetrinate, come Zimara ama
chiamarsi; ma di lui N. non ha trovato cenno, né in bene né in male, nelle
opere dell'alunno. Del Pomponazzi invece parla spesso; sebbene il rispetto pel
precettore non gl’impedisca di combatterlo su varie dottrine – GRICE: UNLIKE
STRAWSON, WHO’D NEVER DARE --, e di pigliarlo di mira più volte in modo assai
vivace nella Tabula dihicidationum in dictis Aristotelis et Averrois, e
particolarmente nella quaestio d’immortalitate animae. Del Bacilieri combatte
la tesi che identifica l'intelletto agente con Dio, che egli attribuisce, come
fa anche Pomponazzi, ai bononienses. A Trombeta accenna anche alla fine
dell’annotiones sulla Metafìsica di Jandun: in his omnibus subtilissime
repraehenditur Ioannes a praeceptore meo Magistro Trombeta nostre aetatis in
metaphysicae speculationibus viro emeritissimo; nei theoremata: Trombeta
excellens in scientia divina et preceptor meus venerandus; e nella quaestio an
gravia et levia etc. del ms. Magliabechiano, segnalatomi dall'amico Garin:
quantumcumque, ut dicebat magister meus Trombeta, Franciscus de Neritono NARDO
dixerit. Che egli poi avesse a maestro anche Ibernico è attestato dal
francescano Girelli sulla fine del suo trattato de speciebus intelligibilibus
diretto contro Zimara: Ipse 3 Su di lui, V. sopra, il saggio autem forte
erravit propter amorem magistri sui, qui fuit Hibernicus. Non sappiamo con
certezza quand'egli comincia a insegnare come lettore pubblico; poiché le
lezioni In primuni Posteriorum del Cod. Ambros. D. log inf., potrebbero essere
state tenute privatamente o anche pubblicamente in anni precedenti al dottorato
in filosofia, come mi risulta essere intervenuto a Padova per il mantovano
Triaca, per Molino di Rovigo e per Trapolin. In fine d’una lezione sul primo
libro degl’analitici posteriori accade di leggere questo curioso invito in
versi: Scire volunt onines, niercedem solvere nemo: hoc dixit noster qui claret
in orbe Zimarra. In catedra manens, dixit prò omnibus una: solvite, precor,
omnes, si vultis doceri. In domino testor, magnum sumpsisse laborem; hac prò
doctrina, propriam vendidisse casellam. E in margine: Quare vobis dico: si
librum Posteriorum vultis ut aperiam, solvite, praecor, omnes. Ma non dovette
passar molto dalla laurea, che fu assunto alla lettura straordinaria di
filosofia naturale. Intanto, per procacciarsi da vivere e poter continuare gli
studi, cura per gl’eredi di Scoto l'edizione delle quaestiones in duodecim II.
metaphysicae di Jandum, arricchendola di citazioni e note marginali. L'edizione
scotina, licenziata, oltre alle note marginali, reca in appendice alcune opere
originali che possiamo considerare tra le prime del nostro. La prima è una
diffusa quaestio de principio individuationis ad intentionem Averrois et
Aristotelis, di ben venti colonne. Essa è dedicata Magnifico ac excellenti
artium Doctori domino Mocionigo patricio veneto. Questo M.cus et doctissimus
vir, D. Mocenico, Leonardi, filli olim serenissimi principis venetiarum
Mocenici, era stato proclamato dottore in artihus nella cattedrale di Padova,
con grande solennità, come s'addice al suo alto rango, assistentibus M.cis et
Cl.mis dominis Thoma Mocenigo praetore, patruo, et Trivisano equite praefecto
urbis Paduae, avunculo, et aliorum praestantissimorum doctorum, scholarium,
civiiim et praelatorum corona, per Rev.um D. Episcopum il bellunese Barozzi,
eius domino vicario recitante. E ciò dopo essere stato esaminato per Venerandum
Collegium artium et medicinae Doctorum, e post longas lucubrationes et
scholasticos labores et publicas disputationes ac varia virtutis et doctrinae
suae experimenta. Primo promotore del dottorato era stato Trapolin, che anche
questa volta conferì al neo dottore le insegne del grado. Nella dedica Zimara
parla del nodo d' indissolubile amicizia che lo lega al Mocenigo. In realtà
erano stati ambedue alunni del Trapolin e del Pomponazzi, insieme al gobeto
Venier, a Surian e a Contarini, artium scholares, i quali nel verbale del
dottorato del Mocenigo figurano da testimoni. Nella stessa dedica il nostro
accenna al turbamento del suo animo pelle notizie che gli giungevano da S.
Pietro in Galatina, saccheggiata dal ritorno delle milizie per cacciarne le
galli. Pluribus profecto quam promiseram magnifìcientiam vestram
speculationibus donassem, nisi iniqua fortuna PATRIAM MEAM Sanctum Petrum de
Galatinis, militibus populationi dedisset. Alla quaestio de principio
individuationis tengon dietro l’annotationes in Gandavensem super quaestionihus
metaphysicae eleganter discussae in via LIZIO et sui magni commentatoris
Averrois, anch'esse dedicate ad Mocionigum. Su molti punti Zimara riprende con
semplici note marginali il modo come Jandun espone il pensiero d'Averroè. Ma su
altri punti le sue riserve esigevano maggiore spazio che non fosse quello d'una
breve nota; perciò aggiunse al volume questa seconda appendice, ove espone con
ben maggiore ampiezza le ragioni del suo dissenso dall'averroista di Jandun, la
cui interpretazione della dottrina averroistica aveva suscitato aspre critiche
da parte degl’averroisti padovani e bolognesi, tanto che Pico giudica che egli,
ferme in omnibus quaesitis philosophiae, doctrinam Averrois corrupit omnino et
depravavit Conclus. secundum Avenroem. Intento di quest’annotationes è dunque
quello di stabilire qual è il vero pensiero del commentatore arabbo. Ma nel far
ciò, il filosofo di Galatina si diffonde talora sino a ri-esaminare a fondo
l'argomento discusso e a scrivere un vero e proprio trattato, come fa a
proposito della questione del libro, in una disquisizione di ben oltre 26
colonne. Una terza appendice è formata dalla quaestio de triplici causalitate
intelligentiae, concernente la natura, la dipendenza e la finalità
dell’intelligenze celesti secundum Aristotelis et sui Commentatoris Averrois
sententiam, problema dibattutissimo, intorno al quale Zimara, come già
Brabante, difende la causalità efficiente di Dio contro quegl’averroisti che,
come l'eremitano Rimini, la negano. Una frase in principio: vidi plures tempore
meo, philosophantes, parrebbe indicare che la quaestio fu scritta
anteriormente. Con questo volume, che si diffuse rapidamente in tutta Europa,
Zimara di San Pietro in Galatina in terra di Otranto si presenta agli studiosi
di filosofia come un interprete agguerrito e acuto del pensiero d'Aristotele e
del suo grande e fedele commentatore Averroè, in un momento quando il suo
maestro e dipoi avversario, il mantovano Pomponazzi, non aveva ancora stampato
una sola riga. Non tutti accettarono, si capisce, l'esegesi dell'Otrantino,
com'era chiamato a Padova, anzi molti presero a impugnarla, su questo o quell'argomento;
ma a nessuno era consentito ignorarla. Nello stesso anno in cui cura l'edizione
della metafisica dell'averroista di Jandun, ne prepara altresì quella delle
quaestiones super parvis naturalibus, pello stesso editore veneziano,
dedicandola a Montagnana, professore di medicina nello Studio patavino e
appartenente a una celebre famiglia di medici padovani. La qual dedica m'
indurrebbe quasi a sospettare che egli si sta preparando al dottorato, adulando
con lodi sperticate, come era d'uso, un membro del Sacro Collegio degli Artisti
e Medici, che aveva il diritto di farsi promotore della grazia, del tentativo e
infine dell'esame privato, nonché quello di conferire le insegne dottorali al
candidato. In appendice a questo volume, Zimara stampa la quaestio de moventis
identitate et moti ad intentionem LIZIO subtiliter et resolute Patavii
discussa, e la dedica a Capitani, figlio del chiarissimo medico, per
riconoscenza dell'appoggio che ne aveva avuto: cui denique quicquid dignitatis
in patavino GYMNASIO nuper assecutus sum, uni acceptum refero. Dello stesso
periodo, perché ricordata nelle solutiones Super de anima, Contr. sul comm. è
anche la quaestio qua species intelligihiles ad mentem Averrois defenduntur ad
magnificum patritium Venetum Anfonium Surianum, pubblicata da Storcila e
incorporata nel tractatus adversus quaestionem M. Ant. Zimarae de speciehus
intelligibilihus, Venezia, del francescano Girelli, alunno di Pomponazzi.
Zimara prende risolutamente posizione contro Achillini, il quale nega le famose
specie intelligibili, d'accordo in ciò col carmelitano Baconthorpe e Gand.
D'Achillini dice anzi quel che Averroè, De caelo, comm., aveva detto
d'Avicenna, quod videlicet parvitas exercitationis ipsius viri in naturalibus
et bona confidentia in proprio ingenio deduxit ipsum ad maximos errores.
L'argomento era stato discussoa Padova da Pomponazzi, il quale non si mostrò
meno aspro contro Achillini; e proprio Surian ce ne ha tramandata la quaestio
nel codice della Bibl. di Napoli. Un'altra e piu ampia riportazione si trova in
altro ms. della stessa biblioteca. Dalle controversie tra i vari interpreti
d'Averroè, trassero vantaggio gl’avversari dell'averroismo, per insinuare che
il gran commento formicola di contradizioni, e che neppure Aristotele ne era
immune. Sebbene Pomponazzi non rifuggisse dal dirsi talora averroista o
commentista, nel senso che egli, seguendo una consuetudine di Padova e di
Bologna, legge il testo del LIZIO e il commento d'Averroè che l’accompagna, e
sulla parafrasi e discussione dell'uno e dell'altro conduce la lezione, non di
meno, con tutto il rispetto pell'uno e pell'altro, non esita a mettere in
evidenza le incertezze e le contradizioni del commentatore arabbo, al quale non
risparmia le sue critiche e i suoi sarcasmi. Discepolo del Peretto mantovano,
Zimara, che per diversi anni ne segue le lezioni, si propone di scolpare tanto
Averroè quanto il LIZIO dalle contradizioni ad essi attribuite e di mostrare
ch’esse potevano, con qualche sottile distinzione – GRICE IMPLICATURA --, risolversi
nel modo più plausibile. Nascemp così le solutiones contradictionum in dictis
Averrois che nella prima redazione uscirono, precedute dalla quaestio de primo
cognito, a Venezia, con dedica al patrizio veneziano, magnifico Contareno
magnifici domini Caroli filio, al quale Pomponazzi dedica il De immortalitate
animae, e che era versatissimo negli studi della filosofia del LIZIO. Pochi
giorni prima gh aveva dedicato i trattati logici di Aristotele col commento
d'Averroè, da lui curati per gl’eredi di Scoto a Venezia. La quaestio de primo
cognito si riallaccia alle lezioni di Zimara sul prologo della fisica del
LIZIO. L'autore d’essa discute ampiamente e critica l’interpretazioni che del
testo del LIZIO dano Burleo e Rimini, dalla parte dei nominale, poi quelle di
Scoto ed AQUINO, e infine oppone ad esse quella che giudica più conforme al
commento d'Averroè. Le solutiones sono opera composta a tavolino, succisivis
horis ac tumultuarie. Ma che Zimara prende di mira in particolare il Peretto,
del quale si tace il nome, è messo in evidenza dalla lettera, stampata del
volume, coll’intestazione Sylvius Laurentius a portu caballensis clarissimo
artium et medicine doctori Marco Antonio sanctipetrinati et hidruntino, ere
publico in GYMNASIO PATAVINO philosophiam profitenti, la quale porta la data ex
patavio. Questo ammiratore e forse discepolo dell'otrantino ricorda appunto,
che Petrus mantuanus noster philosophantium nunc primi fere nominis, publico
auditorio profiteri solet, hoc Averroi esse genuinum, ut, cum IMPLICITA omnibus
viribus nervisque EXPLICARE contendit et adnititur, maxime IMPLICAT, eoque
fertur, diffidente conscientia, quo denique ipsum impetus errabunde opinionis
impellit. Del che egli pensa fossero d’incolpare gl’amanuensi e gli stampatori
del commento averroistico, per incuria dei quali circola nelle scuole pieno
d’errori— GRICE INDICATIVE CONDITIONALS --. Ma non soltanto a Pomponazzi
intende opporsi Zimara, sì anche a Jandun, Rimini, Burleo, Achillini, e
Bacilieri, che, a suo avviso, con errate interpretazioni, fanno cadere in
contradizione il commentatore arabo. Pomponazzi, che non condivideva con Zimara
ed Achillini la fiducia nell'infallibilità d'Averroè, scrolla le spalle ed osa
negare la stessa fiducia perfino al LIZIO, pur ritenuto d’ALIGHIERI maestro e
duca dell'umana ragione, e dagl’averroisti regula in natura et exemplar quod
natura invenit ad demonstrandum ultimam perfectionem humanam. Le contradizioni
d’Averroè hanno il loro fondamento in non poche contradizioni del testo
aristotelico, che si fanno sempre più palesi colle nuove traduzioni del periodo
umanistico. Perciò Zimara riprende in mano il libretto, e ne prepar un'edizione
più completa, con l'aggiunta di nuove contradizioni ch'egli s'adopra a
risolvere, associando nel titolo alle contradizioni del commentatore quelle del
filosofo: solutiones contradictionum in dictis LIZIO et Averrois. Dalla lettera
di Silvio Lorenzo da Porto appare che Zimara, dottore in artibus, professa
pubblicamente filosofia naturale nello studio patavino, occupando evidentemente
una delle due letture straordinarie col modico stipendio di 47 ducati
d'argento, secondo Facciolati, Fasti gymn. patav., ed è naturale che aspira ad
esser promosso alla lettura ORDINARIA – GRICE ORDINARY AND EXTRA-ORDINARY
LANGUAGE --. Ora era rimasta vacante la lettura ORDINARIA secundo loco che
aveva tenuto Achillini, richiamato sulla sua cattedra a Bologna. Se la cattedra
vacante fosse stata assegnata al sanpetrinate, questi sarebbe venuto ad essere
il concorrente diretto, cioè l'antagonista, di Pomponazzi, che occupa la
cattedra ORDINARIA primo loco, e sebbene non è cittadino padovano, è stato
aggregato al sacro collegio degl’artisti della città. Ma per riuscire ad avere
il posto ambito Zimara avrebbe dovuto vincere l’ostilità che s’era creato colle
polemiche ingaggiate contro il Peretto, il quale gode di grande stima nello
studio patavino, e contro Achillini, del quale era ben vivo il ricordo.
Provvedere a coprire la cattedra ORDINARIA rimasta vacante era compito del
senato veneziano; e gl’aspiranti s'eran dati da fare per procacciarsi
autorevoli appoggi fra i membri di questo, che ne discusse nella riunione. Le
proposte fatte furon tre o quattro. Zorzi propone Torre, fiol dil quondam
missier maistro Hironimo da Verona, qual à leto e leze in philosophia. Pixani,
savio a terra ferma, mette di condur missier Marco d’Otranto, che etiam leze in
philosophia extraordinarie. Emo propone Sexa che è a Napoli, o ver Carensio,
padovano, ma che insegna filosofia a Ferrara, e che ritornerà in patria a ricoprire
una delle cattedre. È interessante vedere che fra gl’aspiranti era anche Sexa,
Nifo -- da Sessa -- il quale aveva già coperto la cattedra ORDINARIA di
filosofia PRIMO loco a Padova, e n'era partito, a quanto pare, per litigi coi
colleghi. Ora egli non cessa di brigare per tornarvi, ma pretende uno stipendio
che il senato veneziano non era disposto a pagargli. Anselmi, console di
Venezia a Napoli, informa di lì a poco, che il Sexa voj vegnir a Padova a lezer
im philosophia. El qual dice voi ducati 500 e non mancho, perché dice è il
primo homo dil mondo, e a Napoli leze et medica; sì che non avendo ditti
danari, non voi vegnir. Sanudo. Ma appena qualche giorno dopo si dichiara
disposto a venire per 400 ducati all'anno, con ferma di tre anni. Queste manovre
di Nifo dovettero esser note a Pomponazzi, che nel già citato commento al De
anima prende ad attaccarlo con rinnovata virulenza. Dopo Emo, parla Pisani.
Vista la difficoltà d’addivenire a un accordo e di far prevalere il suo
candidato, Pisani ri-piega sulla proposta d’indusiar, e così è presa l’indusia
di 8 ballote. Sanudo, Diarii, e Zimara dove rassegnarsi a rimanere alla lettura
straordinaria. Né mi consta che egli fosse promosso nel quinquennio
immediatamente successivo. La guerra contro la lega di Cambra ebbe gravi
conseguenze per lo studio padovano. Le truppe imperiali al comando di Trissino
entrano in città, e lo stesso giorno viene a morte Trapolin. Per il momento,
cioè per qualche mese, il turbamento dell'ordine pubblico non fu grande; si
tennero ancora esami, e Pomponazzi, per esempio, figura ancora come promotore
in un dottorato. Il peggio venne dopo, quando i veneziani ri-occuparono il
castello, e cominciarono i saccheggi e le vendette contro coloro che di buon
animo o contro voglia s'eran compromessi coi tedeschi. Una delle famiglie
maggiormente colpite fu quella dei Trapolin. Alberto e Roberto, fratelli del
filosofo, sono presi prigionieri nella ri-conquista del castello. Ma già due
giorni prima le loro case e quella d’un altro loro fratello, Nicolò, sono
saccheggiate. Ed anche la casa di Pietro, che era nella contrada di san
Leonardo, non lontano dai Carmini, non fu risparmiata, I SUOI SCRITTI DISPERSI,
e il figlio Giulio fatto prigioniero e spedito a Venezia con altri compagni. Il
governo veneziano fu abbastanza clemente con molti di coloro che s'erano
sottomessi al dominio imperiale su Padova; ma fu implacabile con quattro dei
maggiori responsabili di favoreggiamento, che manda al capestro. Primo era
Alberto Trapolin, fo fradello di misser Pietro dotor excellentissimo, el qual
Alberto era di XVI al governo di Padoa, homo di gran inzegno, et anche suo avo
fo apichato a Padoa a tempo della novità di misier Marsilio di Carrara. Il
secondo era Lodovico Conte. Il terzo Bertuzi Bagaroto, dotor, qual lezeva
puhlice in iure canonico. Il quarto, Jacomo da Lion, dotor, el quale fé' la
oration all' imperator, quando se deteno i padoani, nella qual dice gran mal
de'veneziani. Sanudo. Fu in questo periodo di rappresaglie e specialmente
quando le truppe imperiali tornano ad assediare la città, che molti cittadini
s’allontano da Padova e insieme ad essi molti maestri dello studio. Fra questi
certamente anche Pomponazzi, il quale sulla sua cattedra di Padova non fa più
ritorno. E Zimara? Si dice d’alcuni che lo studio rimane CHIUSO per anni. Ciò
non è del tutto esatto. Dagl’ada graduum presso l'archivio esistente della
curia vescovile di Padova, risulta, per esempio, in modo indubbio, che Tomasis,
figlio del chirurgo, fa il dottorato in artibus, che fa il dottorato Marco
Mantova, che Oldoini fa anch'egli il dottorato in artihus, e che s'addottora in
artihus il magnifico Francesco del fu Morosini. Sappiamo ugualmente d’altri
conferimenti di LAUREA in arti. Lo studio patavino, dunque, anche negl’anni
successivi e ai fatti accennati, continua a funzionare; ma evidentemente in
modo ridotto, e meno intensa fu la sua vita. Ciò si constata in modo palpabile
esaminando gli stessi Ada gradimm, e più ancora gl’atti del sacro collegio
degl’artisti, arch. dell’univ. di Padova, presso quel rettorato, ove è un
salto. Di Zimara nessuna traccia in questi atti, se ha N. ben veduto. Pare,
dunque, che anche lui se ne fosse andato. Dove? L'edizione dei quodliheta
dell'Hervaeus che usce a Venezia, per Arrivabenum, ed è curata e postillata da
Zimara, fa pensare che questi fosse a Venezia. Ma la lettera colla quale dedica
la sua fatica allo zio Pietro Bonuso induce N. a dubitarne. Dice infatti in
essa che già d’anni è lontano dalla patria. E aggiunge. Ego enim, postquam
Patavium, bonarum artium fontem, applicui, ita impensam die noctuque
philosophie studio operam navavi, ut hinc recesserim nunquam. Anno tamen elapso
sarcinulas collegeram, accinxeram me itineri ad te advolaturus, quando, preter
spem, accademia nostra ad dignissimam me philosophie lectionem totis cervicibus
succollavit. Ora s’egli si laurea in artibus, bisogna pensare che a Padova
fosse andato almeno un quattro anni prima, cioè al più tardi. La lettera
dovrebbe quindi essere. E i conti infatti tornano: anno elapso, cioè egli
dovette essere chiamato, preter spem, alla lettura straordinaria di filosofia
naturale. Sebbene dunque l'edizione dei qiiodlibeta d’Hervaeus usce alla luce,
essa era già stata preparata e consegnata all'editore veneziano. Alla guerra
contro la lega di Cambrai tenne dietro quella della lega sacra, e la Lombardia,
la Romagna e 1'Emilia furon corse da milizie galle, e papali. Lasciata Padova,
ove aveva nutrito la speranza di farsi strada e d’accrescere lo splendore della
sua famiglia, non fu facile al povero filosofo trovarsi un'altra cattedra a
Ferrara o a Bologna, com'era stato facile al Peretto mantovano. Perciò egli
dove decidersi a ritornare fra i suoi a S. Pietro in Galatina, ove
effettivamente lo troviamo sindaco e già ammogliato con una tal Porzia, secondo
le notizie raccolte d’Arcudi e Papadia, i quali prendono queste notizie dalla
cronaca di S. Pietro in Galatina lasciata manoscritta dal filosofo Arcudi.
Prima di ri-metter piede nella terra natale, o appena vi fu arrivato, egli dove
pensare a propiziarsi Castrioto, duca di Ferrandina, sotto la cui giurisdizione
si trova S. Pietro in Galatina. A quest'uopo mette insieme il curioso
trattatello dei problemata e lo dedica al principe. Non consta a N. che lo fa
stampare; N. ne conosce solo l'edizione che ne fu fatta a Venezia ed altre
posteriori. Nella dedica appunto al duca di Ferrandina egli dice d’ammirare in
lui sopratutto charitatem qua literatos amplecteris, hac tempestate qua oh
bellorum importunitates pax una cum litteris inferire visa est. Siamo dunque
negl’anni che tengon. E poiché Castrioto muore, il libretto è certamente
anterior. Sindaco della piccola sua città natale. Marcantonio si trova a
rappresentare quella comunità nella cauta ma energica difesa delle istituzioni
e dei privilegi d’essa contro le soperchierie di Castrioto, successo a
Giovanni. Intanto gli nasce il figlio Teofilo, del quale diremo fra poco.
Arcudi parla anche d'un altro figlio avuto prima, Nicolò, il quale è dottore in
leggi a Roma, ove testa. Altri due figli dovettero nascergli più tardi. Ma le
cure familiari e quelle pubbliche non lo distolsero del tutto dagli studi.
Usceno a Venezia, curate da lui, pegl’eredi di Scoto, le seguenti opere
d’Alberto Magno in via LIZIO philosophi theologique profundissimi: naturalia ac
supernaturalia, cioè la fisica, il De generatione et corruptione, il De
metheoris, il De mineralihus, il DE ANIMA, il De intellectu et intelligibili –
GRICE AUSTIN WARNOCK DE SENSV ET SENSIBILI – DE INTELLECTU ET INTELLIGIBILI --
e la metafisica, accompagnati da molte annotazioni marginali; i parva naturalia
e gl’opuscula nella dedica a Venier del fu Cristoforo, Zimara pare Galatina
letterata, Genova. dichiarare che le sue castigationes et lucubrationes si
limitano al De causis, ma verosimilmente sue sono anche quelle apposte al De
natura locorum; e le Due partes Summe de quatuor coèvis. Nell'edizione di
quest'ultima opera, Zimara è detto philosophiam Padue publice profitentem,
espressione che forse va intesa così dum philosophiam Padue publice
profitebatur. Poiché sembra poco probabile che in quegli anni egli fosse
tornato a Padova. Dov'è, dunque? Quasi certamente a Salerno, chiamatovi da quel
principe Sanseverino che ama circondarsi di uomini dotti e da impulso al
ri-fiorire degli studi nella sua città. Infatti nella dedica allo stesso
Sanseverino dei theoremata compiuti e pubblicati a Napoli, egli dice.
Animadverti hoc ipsum superioribus annis dum philosophiam theoricamque
medicinae publice in tua Salerno profiterer. A Salerno insegna anche Nifo, dopo
che lascia Padova. Zimara accenna ad un insegnamento di più anni in questa
città, e ci fa sapere che, oltre alla filosofìa, vi professa anche la medicina
teorica. Tuttavia il suo animo è rivolto a Padova. Dopo i fatti dei quali
abbiamo fatto cenno, lo studio padovano conduce per più anni una vita stentata.
Gli scolari sono molto diminuiti, non essendo attratti da maestri di grande
rinomanza. La città, che dall'affluenza della popolazione scolastica traeva
lustro e vantaggio, reclama a gran voce che si provvede sollecitamente al
bisogno, pel ri-fiorire dell'università, perché sia ritorna il studio come è
prima. Sanudo. E agl’oratori padovani che questo chiedano con insistenza è
risposto dal PRINCIPE: sono contenti, e si pratichi di condur li dotori, perché
nostra inten6 Però riferisce Sanudo, che Loredan, capitanio a Padova, venuto in
collegio a Venezia, informa come nello studio di Padova sono a quel momento 22
dotori che leze artisti e 26 giuristi, e porta una letera per certo dotor verìa
a lezer. Scrive ha fato perteghe 21 mila 800. Se per avventura questo dotor è
Zimara, bisogna pensare che egli s’è sobbarcato al lungo viaggio a Venezia, sia
per sorvegliare la stampa d’Alberto Magno, sia per condurre in porto le
trattative pella lettura a Padova. zion è di ritornar il studio; la quale
assicurazione è rinnovata. Anzi, narra Sanudo che, dovendosi comenzar il studio
a Padoa, fo eletti tre doctori, quali dovessero praticar condur li doctori a
lezer che fusseno excelienti. I quali doctori sono questi: sier Zorzi Pixani,
sier Marin Zorzi, et sier Antonio Zustinian. Sono ballotati in collegio i
rotuli dei maestri chiamati a leggere – GRICE, UNIVERSITY LECTURER -- sia nella
facoltà di legge come in quella delle arti e medicina. Pare ormai che le cose
si metteno bene. Pella filosofia al secondo loco, è chiamato da Ferrara
PRISCIANO (vedasi) ed è promosso il veronese BAGOLINO (vedasi). Ma il duca
estense sollecita Prisciano a tornare a lezer a Ferrara; se non che il maestro
di lì a poco muore, ed è necessario provvedere alla sua successione. Riferisce
Sanudo, fo scrito a Roma all’orator nostro, come de lì si ritrova Montesdoch,
qual leze l'ordinaria di philosophia, il qual alias desidera venir a lezer a
Padoa al primo loco: per tanto, avendo optima fama, vedi si'il persevera in
voler venir, et concludi con più avantazo el poi etc. Questo maestro, ancor
poco conosciuto, è collega d’Achillini e più tardi di Pomponazzi a Bologna, ma
abbandona quella città. N. non sa dove è andato. Sanudo ora ci fa sapere ch’è
andato LETTORE DI FILOSOFIA – GRICE UNIVERSITY LECTURER -- lettore di filosofia
a Roma, non essendo stato accolto a Padova. Mentre si cerca d’avviar pratiche
per condurre Montedosch, pare si fosse pensato anche al mantoan, cioè a
POMPONAZZI ch’è a BOLOGNA; e il consigliere Minio suggerisce il nome di PORRO,
che legge filosofia a Pavia, ov'era stato alunno di Bacilieri. Sanudo. Ma li
studenti, nell'incertezza di’avere valenti maestri, abbandonano Padova e anche
quelli che s'apparecchiano al dottorato andano a conventar altrove, in barba
alla legge, quando sono sudditi della serenissima. Sicché i rettori di Padova,
Zorzi, podestà, e Contarini, capitanio, scriveno il studio va in mina, per non
v’esser doctori che lezano, e li scolari vanno via, e li nostri subditi, non
stimando le leze, non voleno più star, non avendo doctori dai quali possano
udir. L'allarme induce i savi del consiglio e terra ferma a prendere una
decisione sulla proposta di condurre a lezer nil studio di Padoa domino
Montesdocha, leze a Roma, alla lettura dil primo locho di philosophia, cum
salario fiorini 600 all'anno. E domino Zimara, San Petrinas, di terra
d’Otranto, leze a Salerno alla ordinaria di teorica overo pratica di medicina,
con salario fiorini 300 all'anno. Presa la decisione, le trattative con
Montesdoch sono portate sollecitamente a termine. Quelle invece con Zimara
andaron pelle lunghe. Coll'andata a Padova di Montedosch, che gode di meritata
fama, lo studio parve ri-fiorire. Il che fa piacere al governo veneziano, che
s'affretta ad informare i due rettori di Padova come li riformatori dil studio,
che sono allora Pisani, Bragadin, Justinian, par habino auto aviso domino Marco
d’Otranto è per venir, però a visi li scolari. Se non che, a questo punto,
debbo segnalare un'indicazione che N. trova nel già citato cod. Ambros. S. Q.,
e che presenta qualche difficoltà per accordarsi coll’indicazioni precedenti.
In questo codice, prima della Quaestio de regressu, attribuita a Zimara, ma che
invece è di Pomponazzi, come ho detto, v'è anche una quaestio d’immortalitate animae
domini ZIMARA venetiis discussa corani duce et senatoribus, la quale è cosa
diversa dalla quaestio sullo stesso argomento nel cod. parigino, Bibl.
Nationale, ms. lat., di cui N. dice più giù. La quaestio ambrosiana è assai più
succinta. In essa son ricordati il cardinale di S. Domenico, cioè il Gaetano,
et praeceptor meus, che è Pomponazzi. Alla fine si legge. Gratias itaque ago
dominationibus vestris quae dignatae sunt nostrae lectioni adesse. Haec dieta
sufficiant de ista difficillima quaestione, et fuit punctus Pascatis domini
nostri Iesu christi. finis. Orbene la Pasqua cadde non il 31 marzo, ma 1'8
aprile. Invece l'anno successivo la pasqua cadde proprio 22 l'ultimo di marzo.
Dunque nel manoscritto ambrosiano che è una copia di mano di fra Zaccaria da
Milano, v'è certamente un errore di trascrizione. Supponendo che pella pasqua
Zimara è venuto da Salerno a Venezia, per saggiare il terreno, egli potrebbe
avere avuto abboccamenti coi riformatori dello studio, onde conoscere meglio le
condizioni ch’il consiglio è disposto a fargh, parendogli pochi 300 fiorini; e
quindi, ri-partito per Salerno, in maggio avrebbe fatto sapere d’esser disposto
ad accettarle e ad assumere l' insegnamento a Padova. Tutto questo, ben inteso,
presupponendo che la quaestio veneziana d’immortalitate animae sia davvero di
Zimara, Ma ormai era tardi, poiché, mentre al primo luogo legge l'ordinaria di
filosofìa Montesdoch, al secondo luogo era stato chiamato da Pavia Porro. Per
il momento Zimara dove rinunziare a Padova e re-starsene a Salerno. Ma lo
troviamo lettore di metafisica nelle scuole pubbliche di S. Lorenzo a Napoli,
Ciò appare dalla expiicit dei theoremata usciti a Napoli a questa data, con un
epigramma di Gravina. Compievi hoc opus Neapoli, dum scientiam divinam publico
stipendio legerem apud sanctum Laurentium, sub regimine Reverendi patris
Fratris Antonini d’Antorosa de Neapoli cui ego plurimum debeo. A Napoli forse
egli era già l'anno precedente, quando, secondo Arcudi e Papadia, il filosofo e
il suo conterraneo, il giurista Vernaleone, sarebbero stati inviati dalla
comunità di Galatina, per protestare presso il vice-re contro i soprusi di
Castrioto, e per chiedere che fossero rispettati i suoi privilegi. Arcudi anzi
riferisce una lettera di Zimara. Nobilibus magnificisque viris sindico et
regimini universitatis S. Petri in Galatina, per esortare i suoi concittadini a
mantenersi calmi ed attendere con fiducia. Ma anche da Napoli il suo pensiero
dove esser rivolto a Padova; e l'occasione di tornarvi si presenta quando Montesdoch
chiede al senato veneziana licenza d’andarsene, e questo glie l'accordò. Bembo
in due lettere a Rannusio ci fa sapere, non senza amarezza, come le cose
andarono. Montesdoch a Padova è tenuto in grande considerazione ed era riuscito
a farsi un nome, secondo la testimonianza di Bembo, quale non aveva avuto
prima. Ma non debbono essergli mancate accuse pella sua spregiudicatezza
nell’interpretare il LIZIO, sì da parte degl’averroisti sì da parte dei
teologi, se è vero quanto egli stesso ci fa sapere in una lezione sul De anima,
Parigi, Bibl. Nation., ms. lat. Cum isti fratres vident philosophum, dicunt:
haereticus est; ut mihi olim accidit, dum disputarem in capitulo generali
fratrum S. Dominici; et quia eos male tractabam, dixerunt die, me esse haereticum.
Non so se per queste ragioni, oppure, come insinua o IMPLICA Bembo, nella
lettera a Rannusio, per ottenere l'offerta d'un aumento di stipendio, senza
farne aperta richiesta, il maestro chiede licenza d'andarsene altrove. Bembo,
che pure era informato dei maneggi per condurre Montesdoch a Pisa, ove poi
effettivamente anda collo stipendio di 800 fiorini, spera che coll'offerta di
cento ducati d'aumento lo si potesse trattenere con vantaggio dello Studio
padovano, poiché dopo la morte di Pomponazzi si prevede uno spopolamento dello
studio bolognese. Se Montedosch resta, questo anno averemo qui la maggior parte
degl’artisti dello studio di Bologna. E già Gonzaga, fratello del Marchese, che
è stato forse tre anni o più a Bologna per udire Perette, fa cercar casa qui,
per venir ad udir costui. Ma le cose non andarono secondo il suggerimento e il
desiderio del prelato, che arriva a cose fatte; poiché Sanudo ci fa sapere che
era già stato posto, per li ditti, Savii del Conscio e Savii di terra ferma,
condur a lezer in ditto Studio di Padoa in philosophia domino Marco di Otranto,
qual ha lecto in molti Studi, videlicet nella lectione de philosophia, per do
anni di fermo et uno de rispetto in libertà della Signoria nostra con salario
di fiorini 450 all'anno. La decisione rimasta segreta dove divulgarsi alla fine
opere, Venezia, e Rannusio non tarda a informarne l'amico. Il quale gli
risponde da Padova esprimendogli il suo disappunto. Da questa lettera si rileva
che responsabili del negato aumento a Montesdoch e della chiamata di Zimara
sono i due patrizi veneziani Zorzi e Bragadin, riformatori dello studio di
Padova, i quali s’avvicendano per molti anni in questo ufficio con altri
patrizi che fanno gli studi a Padova e v’hanno conseguito il titolo di dotor. E
il risentimento di Bembo si rivolge specialmente contro il primo dei due
riformatori. Marino ha voluto guastar questo bello ed onorato studio, di cui
egli è guardiano; e gli è molto ben venuto fatto il pensiero. Se le altre sue
imprese così bene gli succederanno, sarà felicissimo. Non parlo di M.
Francesco, percioché io intendo da ogni lato, che il voler condur qui codesto
Otranto è solo invenzion di Marino, e non di lui. Il quale Otranto è già da ora
tanto in odio di questi scolari tutti dall'un capo all'altro, che se ne ridono
con isdegno. Perciocché dicono che ha dottrina tutta barbara e confusa, ed è
semplice averroista; il quale autore a questi dì assai si lascia da parte dai
buoni dottori ed attendesi alle sposizioni de' commenti Greci, ed a far
progresso ne'testi. E costui pare che sia tutto barbaro e pieno di quella
feccia di dottrina, che ora si fugge, come la mala ventura. Siate sicuro che
questo povero studio quest'anno, quanto alle arti non avrà quattro scolari
oltrequelli del nostro dominio, che ci staranno mal lor grado, e sarà l'ultimo
di tutti gli studi. E più giù: Questi sono i governi e giudicii di M. Marin
Giorgio, che pare appunto, che porti odio a tutti quelli, che sanno le belle e
buone lettere, o che le vogliano apparare e sapere. Anche di Foscarini, che più
volte coprì la carica di riformatore dello Studio padovano e dimostrò rara
dottrina nello esporre a Venezia, nelle scuole di Rialto, le cose diffìcili del
LIZIO e d’Averrois il gran commentatore, Bembo pronunzia, in una lettera allo
stesso Rannusio, un giudizio analogo: il qual Foscarini non so come par che
sempre abbia avuto in odio tutte le buone lettere in ogni facoltà. ZhNO, Giorn.
de' Letterati d'Italia. Opere. Bisogna però riconoscere che, l'una e l'altra
volta, Bembo scrive con l'animo irritato, pelle difficoltà che, tanto Zorzi
quanto Foscarini, opponeno a due suoi raccomandati. A questo s'aggiunga ch’il
patriziato veneziano è stato in gran parte EDUCATO, PER QUANTO CONCERNE LA
FILOSOFIA, alla tradizione del LIZIO averroistica, e che a questa si mostra
assai attaccato, come provano numerosi documenti. Bembo, invece, viene dalla
scuola di retorica ed è insomma un umanista, e piuttosto che sobbarcarsi allo
studio della filosofia de LIZIO averroistica, rinunzia al titolo di dottore in
artihus, del quale invece s'adorna suo padre, Bernardo, dotor e cavalier. In
lui l'avversione pel LIZIO e l'averroismo, ereditata da Petrarca, è, potremmo
dire, congenita. Come gran parte degl’umanisti, egli non ha mai il gusto per i
problemi della filosofia e della scienza che appassionano i maestri e gli
scolari della facoltà dell’arti. Il suo aspro giudizio su codesto Otranto è
espressione d’un conflitto più vasto, non ancora risolto, nel pensiero del
ri-nascimento, che vide co-abitare tra le mura della stessa città Bembo e
Zimara. Titolare della lettura ordinaria di filosofia [i.a poTrf) nxXq
Seuxépac? yoù acù(jLaTOct.S£CTt ^coaig) è detta uscire fuori di sé {slq tÒ e^co
Trpotcóv), con frase che curiosamente ricorda un'analoga espressione di Hegel.
La mente che permane in se stessa, in un atto contemplativo che dura eterno, è
identificata da Simplicio con quello che fu detto 1'intelletto agente che è
atto sostanziale per sua natura e non intende ora sì ora no, come s'esprime il
LIZIO; invece la mente in quanto esce fuori – GARIN (vedasi), PICO (vedasi).
Vita e dottrina, R. università degli studi di Firenze, facoltà di filosofia;
Firenze; N., Brabante nel pensiero del ri-nascimento italiano. Roma, Edizioni
Italiane; Individualità e immortalità nell'averroismo e AQUINO, Archivio di
filosofia. Organo dell' Istituto di studi filosofici, vol. dedicato al problema
dell'immortalità, Roma. Brab. Simplicio. LIZIO De anima, di sé s'identifica
coll'intelletto in potenza o intelletto possibile o passivo. Il conoscere umano
comincia dall'esperienza sensibile, e consiste in una liberazione progressiva
dalla passività e nel ritorno, àvaSpo^xv, alla pura contemplazione del mondo
ideale. Questo concetto d’un intelletto che permane in se stesso, e, uscendo da
sé, s'unisce al mondo della sensibilità per ritornare a sé, in un circolo
eterno, seduce il signore della Mirandola, intento a risolvere il problema
averroistico della copulatio, ossia del congiungimento dell'unico intelletto
coll’individuo, che era stato il problema di Sigieri, anzi dello stesso
Averroè. Questo problema dove essere assillante nel suo animo. Nifo narra a
questo proposito l'episodio d'un incontro con lui e d’una discussione. Il
Suessano, che professa filosofia a Padova, aveva avuto dal suo alunno Bernardo,
di famiglia patrizia veneziana, un esemplare della Destrttctio destructionum –
SPERANZA GRICE METHOD IN PHILOSOPHICAL PSCYCHOLOGY SEMINARIO -- Algazelis
d’Averroè, che pochi conoscevano, e sta preparandone un commento che è stampato
a Venezia. Un passo d’Algazele ferma a.lungo l'attenzione di lui. Dice il
filosofo arabo. Forte aliquis diceret, quod opinio Platonis est vera, videlicet
quod anima est una et antiqua, et dividitiir divisione corponim, et in corporea
separatione redit ad suam radicem et unitur. Due cose sono notevoli in questo
passo d'Algazele: anzitutto, che la dottrina dell'unità dell'intelletto venga
attribuita a Platone; indi, che vi s'accenni alla possibilità, intravista da
alcuni, di conciliare la tesi dell'unità con quella della molteplicità numerica
e individuale delle anime. Ora Nifo racconta com'egli, abbattutosi nel conte
della Mirandola, che insieme a lui era diretto in dihgenza alla volta di
Bologna, ebbe a palesargli i suoi dubbi su quest'argomento. E il Mirandolano,
che evidentemente la pensa come di Platone riferisce Algazele, cerca di far
capire il suo pensiero al com Simplicio, N., Introduzione ad Aquino, trattato
sull'unità dell'intelletto contro gl’averroisti. Firenze, Sansoni] pagno di
viaggio con questo curioso paragone. Come per costruire una volta o un arco fa
mestieri di quella impalcatura di legno che li sostenga e che dicesi centina;
ma poi, quando son costruiti, la volta e l'arco si reggon da sé, senz'armatura;
così una sola idea di tutte l’anime sorregge ed aiuta ognuna d’esse a venire
all'esistenza, via via che per virtù di generazione si formano i loro corpi;
quando poi IL CORPO VIVENTE è già formato, rimane in esso un'ombra o vestigio
che dicesi anima. Alla morte del corpo, l’anime singole ritornano al loro
semenzaio, che è quell'unica idea della quale, nella loro individualità
particolare, sono ombra, vestigio e riflesso. Per Platone dunque, quale era
inteso d’alcuni prima d'Averroè, e quale piace a Pico d' intenderlo, tutte le
anime singole sono un'anima sola nella loro radice; sono invece molte, in
quanto suoi germogli nei corpi, ossia in quanto l'anima che è una in sé si
comunica e si propaga negl'individui della specie umana, uscendo, come dice
Simplicio, fuori di sé. Anche a fare un po' di tara sui particolari' del racconto
di Nifo, la sostanza del racconto sembra conforme allo spirito della filosofia
pichiana, nel momento in cui il Mirandolano, senza rinnegare il suo averroismo
del periodo padovano, s' industria di svolgerlo in senso platonico. Non saprei
se da Pico o d’altri il Suessano ha notizia del commento di Simplicio al De
anima. Certo è che egli ricorda più volte l'interpretazione simpliciana della
dottrina aristotelica in opere composte a Padova. Una di queste sono i
Collectanea super lihros de anima, che Nifo appronta pella pubblicazione e
mandato a Miliani, patrizio partenopeo, coll’intento che n’accogliesse la
dedica, e all'abate Salinatore, suo concittadino, per averne il giudizio Essi
sono pubblicati, con dedica di Nifo a Mihani, dall'editore veneziano Calcidonio,
mentre l'autore, se la sua asserzione merita fede, aveva Nifo, In librum
Destructio destructionum Averrois commentari!, disp., dub. Collectanea sono
stampati da Nifo una prima volta, e di nuovo insieme al suo commento. L'ultimo
dei collectanea, assai prolisso, ma ricco d'importanti notizie, riguarda il
famoso De anima, e la non meno famosa digressione d'Averroè intorno a questo
testo stabilito di non darli alla luce prima che fossero trascorsi i anni
oraziani dalla loro composizione; sì che si può pensare che essi siano una
delle prime fatiche del suessano. Ora in principio di questi Collectanea, Nifo
accenna alla questione dibattuta fra gl’espositori, cui si riferisce la seconda
delle conclusiones di Pico secundum Simplicium, di quale intelletto Aristotele
intenda parlare in questa parte della sua opera. Verum circa intentionem huius
tertii apud expositores fuit difficultas non parva. Primi enim expositores,
quos impugnare videtur lamblicus, sentire videntur intentionem huius esse de
intellectu imparticipabili, qui actu est summus ac VITA essentialiter optima et
per se ab ANIMA separabihs. Ad quos obiicit lamblicus et inquit. Quidnam et
qualis separabilis ab ANIMA intellectus, et quod prima substantia et
impartibilis et optima VITA et summus actus et idem intellegibile et
intellectio et intellectus et eternitas et perfectio et quies et terminus et
causa omnium, Metaphysice dictum est. Non ergo et hic de Deo pertractandum. Sed
hoc lamblici argumentum pace sua nihil est. Ideo et aliter lamblicus inquit. Magis
vero nunc qualis quis A NOSTRA ANIMA participatus intellectus dicendum. Sed
quid velit lamblicus, SimpHcius laborat exponere. Ubi debes scire, quod duplex
est intellectus: participatus et imparticipatus. Omnis enim forma, scilicet
quae idea dicitur, indivisibilis est et terminus seipso; anima autem est
divisibilis, ut reflexa ipsius denotat actio: erit ergo ANIMA hominis VITA
secundum se partibilis ac divisibilis. Verum, prout intellectu participat, in
impartibilitatem cadit ac in terminum et indivisionem. Erit ergo ANIMA hominis
VITA hominis, cuius intellectus est forma. ANIMA enim ipsa in-dividua est in
CORPORE, ut IL PORTICO inquiunt. Ut vero particeps est intellectus,
impartibilis ac indivisibilis redditur partitione et reditione. Differt vero intellectus
participatus ab imparticipato: ille enim non manet in se, sed alterius anime
est forma; imparticipatus autem in se manet, ac per se separatus est et
terminus. Et sic imaginatur aliud esse animam, et aliud intellectum, Iamblicus;
ANIMA enim VITA est animalis humani; intellectus vero forma erit anime. Sed
quoniam Iamblicus non videtur differre a Plotino, ideo, ut melius Iamblici
opinio clarescat, Plotini sententiam expedit enarrare. Erit ergo ordo: deus
forma est intellectus; intellectus Ciò è dichiarato da Nifo alla fine della
prefazione premessa all'edizione Simplicio Simplicio, vero anime; ANIMA
RATIONALIS VIVI HUMANI. Erit ergo intentio, apud Iamblicum, huius libri de
intellectu participato, qui forma est anime rationalis, que homo est, platonice
loquendo – ACCADEMIC WAY OF SPEAKING MANNER OF SPEECH CODE GRICE --. Alitar et
post hunc Simplicius. Intentionem enim huius libri de anima rationali dicit
esse. Imaginatur enim aliud esse VITAM HOMINIS, et aliud rationalem animam, et
aliud animam totam ipsius. VITAM enim appellat ipse cum prioribus intentionem
hominis, scilicet animalis humani, que est actus et perfectio specilìcans
hominem; rationalis vero anima est actus huius anime, sicut lumen diaphani; ex
quibus duobus resultat tota anima hominis. Erunt ergo anime humane partes due,
scilicet rationalis anima et VITA ipsa, qxie simul totam hominis animam
constituunt. Est autem apud ipsum duplex intellectus, scilicet quo ad divina
copulatur anima, et hic forte agens est intellectus; alter quo ad materialia, et
hic quandoque potestate et imperfectus existit, non quia in se non intelligit,
sed quoniam ab alio scientiam habet, ut a primo, et respectu hominis quandoque
et perfectus est et completus, et hoc quando perfecte toti homini unitur. Erit
ergo intentio huius libri loqui de parte, id est de ANIMA RATIONALI, qua anima
scilicet hominis intelligit et sapit; id est, de rationali anima, que PARS est
anime hominis, scrutandum. In questo passo dei Collecianea, a parte
l'interpretazione più o meno esatta che Nifo ci dà del pensiero di Simplicio, è
certo che vi sono frasi prese alla lettera dal commento di questo. Ora, nel
commento che il Suessano reca a termine, maestro a Pisa, avendo egli modificato
il suo modo d'intendere, ci fa questa confessione. Animadverte, tamen in
Collectaneis nos dixisse, de mente Simplicii, intentionem LIZIO hic esse de
ANIMA RATIONALI que est PARS ANIME HUMANAE, cum in greco eum non viderim tunc.
At postquam eum legi in proprio fonte, reperi eum opinari ut dictum est, et non
ut in Collectaneis dixi. E non di meno il commento di Simplicio è ricordato e
discusso parecchie volte negli stessi Collecianea, con espressioni le quali non
lasciano dubbio che l'opera del commentatore greco è familiare a Nifo. Se
questi pertanto non la possede in greco, vuol dire che la possede tradotta.
Questa traduzione, anteriore a quella di FASOLO, l’è sconosciuta a N.. Essa 40
Nifo, De anima, Venezia, Collect. ad t. e. i. Nifo, comm. ad t. e. i. ad ogni
modo dove essere molto imperfetta, sì d’accrescere l’oscurità che sono già nel
testo greco. Nifo poi dove affrontare la lettura di Simplicio coll'animo di
trovarvi una conferma alle proprie idee sigieriane. Egli stesso confessa
d’avere per lungo tempo aderito alla dottrina d’Averroè nell'interpretazione
che di questa da Sigieri nel Tractatus de intellectu scritto in risposta al
tractatus de unitate intellectus d’AQUINO. I capisaldi d questa dottrina, che
Nifo dichiara d'avere attinto al trattato di Sigieri, sono i seguenti.
L'intelletto possibile è unico per tutta la specie umana; esso, per attuare
tutta la sua potenza, ha bisogno di trovarsi unito in ogni momento a una
moltitudine d'individui umani che gli forniscono le specie sensibili, senza
delle quali esso niente può intendere; l'unione tra l’intelletto possibile e LA
FACOLTÀ COGITATIVA, che è la più alta facoltà dell'ANIMA sensitiva, è un'unione
sostanziale, e non semplicemente accidentale, come pensano altr’averroisti, sì
che può dirsi che l'uno e l'altra son parti ond'è costituita L’ANIMA RAZIONALE
dell'uomo; l'anima razionale, costituita dall'unione della facoltà cogitativa
dell’anima sensitiva coll’intelletto, che in sé è unico, può dirsi veramente
forma informante, e non soltanto assistente dell'uomo, tale cioè che dà a
questo il suo essere – GRICE IZZING AND HAZZING -- di animale ragionevole,
contrariamente a quanto asserivano altr’averroisti, i quali sosteneno che
l'anima intellettiva è soltanto forma assistente. Questa dottrina sigieriana è
presentata da Nifo come schietta farina del sacco averroistico, senza che sia
fatto il nome di Sigieri né quello di Simplicio, nel commento che il suessano
scrive a Padova sulla metafìsica nell'esposizione della Destructio
destructionum disp. dub. quaestio. Invece nel De intellectu essa è esposta due
volte è presentata come dottrina di Simplicio, e come dottrina di Sigieri
tendente a trovare una via di mezzo inter latinos et averroycos. Siccome m'è
già accaduto di richiamare l'attenzione sulla dottrina che Nifo attribuisce a
Sigieri, non è forse inutile che con essa si raffronti questo riassunto che
nella stessa opera il suessano N., Brab. I luoghi di Nifo sono riuniti nel
volume di N. ora citato. ci ammannisce, ancora una volta, del pensiero di
Simplicio, prima d’averne conosciuto il commento in proprio fonte. Si RATIONALES
ANIMAE erunt plures et intellectus unus, sic Simplicii erit positio. Imaginatur
enim Simplicius, ex intellectu et omnibus praecedentibus formis, in corpore
humano praeviis, constitui rationalem animam, quae quidam est totum quoddam
constituens in esse hominem. Et quoniam cogitativa seu SENSITIVA ANIMA
praecedens est multiplicata, procul dubio rationalis anima est numerata per
corpora. Quemadmodum enim materia est una privatione formarum in se, et tamen
per formas partitur et fit altera alteraque, sicut altera atque altera est
forma; sic intellectus unus potentiae fit alius atque alius, prout alteri atque
alteri sensitivae unitur secundum esse; et sic fiunt plures animae rationales
secundum corpora, licet intellectus sit unus. Et si dicas: Ergo rationalis anima
est corruptibilis, concedunt rationalem animam esse corruptibilem totam ratione
partis, quae est totum praecedens eam in corpore humano; tamen intellectus in
se incorruptibilis est. Est enim una anima numero unius hominis: cuius una pars
est intellectus incorruptibilis, et altera pars est totum quod praecedit,
scilicet sensitiva et vegetativa, quae est unum faciens cum intellectu. Et sic
totum id est corruptibile ratione praecedentis partis; intellectus autem
sempiternus. Et hoc sentire videtur LIZIO. Divmornm dicens. In quibusdam enim
nihil prohibet; ut si est anima tale; non omnis, idest tota, sed intellectus;
omnem namque impossibile est forsan. Ecce quo pacto LIZIO dicit totam animam
esse corruptibilem, sed intellectus permanet. Et si dicis: Quando corrumpitur
totum, ubi remanet intellectus? dicunt quidam quod remanet in se, sicut
materia: quando enim generatur homo, statim accipit intellectum tanquam partem
animae suae; et quando corrumpitur, perdit animam, licet intellectus remaneat.
Et apud Simplicium salvatur multitudo rationalium animarum, et quomodo
rationalis anima dat esse homini, et salvatur sempiternitas intellectus liane
positionem multi credunt esse mentem ACCADEMIA, quemadmodum Algazel. Inquit
enim. Et forte aliquis diceret, quod opinio accademia est vera, quod anima est
una et antiqua, et dividitur divisione corporum; et in corporea separatione
redit ad suam radicem et unitur. Haec ille in Destructio destructionuììi, dubio
octavo primae disputationis. Ubi Averroes, in solutione illius dubii, inquit.
Et ideo anima Petri et anima Gui- LIZIO, Metaph. Allo stesso modo intende
questo luogo del LIZIO Nifo, In duodecinmm Metaphysices LIZIO et Aver. ad
Antoniiim lustinianum Patritium Venetiim Venetiis; ma la prima edizione a spese
di Al. Calcidonio è). In quest'opera degl’ultimi anni del suo soggiorno
padovano, Nifo è ancora s sieriano, ma non cita Simplicio. lelmi quodammodo
possunt dici una et eadem, ut puta ex parte formae, et sunt multae alio modo,
videlicet respectu subiectorum. Et ibidem, in solutione dubii ait. Omnes
communiter opinati sunt, quod ANIMAE innovatio est relativa, scilicet quod haec
innovatio est eius adiunctio cum CORPOREIS possibiliter dictam adiunctionem
recipientibus, eo modo quo praeparationes et potestates speculorum recipiunt
adiunctionem solis radiorum. Ergo ex mente Averrois positio haec videtur esse,
et non tantum Simplicii. Idem etiam sentire videtur Averroes comm. duo-decimi
divinorum. Inquit enim. Et ex hoc quidem apparet bene, quod LIZIO opinatur quod
forma hominum, in eo quod sunt homines, non est nisi per continuationem eorum
cum intellectu, quod declaratur in libro De anima. Ecce quo pacto piane
positionem hanc Simplicii sentit Averroes, occasione horum verborum et multorum
aliorum. Aliqui credunt positionem hanc esse intentione in Averrois, scilicet
quod RATIONALIS ANIMA sit composita ex intellectu potentiae et toto
praecedente, scilicet VEGETATIVO SENSITIVOque: ex quibus terminatur ac
conficitur forma quaedam simplex, quae actu est VEGETATIVA, SENSITIVA, AC RATIONALIS;
quae forma sit hominis, secundum esse multiplicata per homines ac numerata,
licet intellectus sit unus in se, ut diximus. Questo Nifo scrive prima di
conoscere il testo greco di Simplicio; ma anche quando ha tra mano
l'esposizione simpliciana del De anima nella lingua originale, e ne trasse
vantaggio per recare a termine, insegnante a Pisa, il suo commento sull'opera
del LIZIO, stampato insieme ai Collectanea, corresse, sì, molti errori e
inesattezze in cui era incorso nelle opere giovanili, ma per quel che si
riferisce all'interpretazione della dottrina di Simplicio intorno all'unità
dell'intelletto possibile e al modo di unirsi di questo coll'anima sensitiva,
rimane fermo nell'opinione che la tesi del commentatore greco è sostanzialmente
identica con quella d'Averroè. E sebbene fosse ormai trascorso un ventennio da
che lascia lo studio padovano, il ricordo di quegli anni lontani, in cui gli
pareva d'aver trovato nella dottrina di Sigieri un modo plausibile di risolvere
gl’argomenti d’AQUINO, e di Sigieri discute con PICO, sembra ad un tratto
ridestarsi, sebbene in modo molto confuso, nella sua mente. Simplicius
arbitratus est omnium hominum intellectum unum numero esse; rationales vero
animas prò hominum numero N., Sigieri di Brab. IL COMMENTO DI SIMPLICIO AL DE
ANIMA multiplicari. Non desunt qui positionem hanc Avverei tribuant, ut
Rogerius et Suggerius uterque Bacconitanus, AQUINO-que coetanei. Hi enim in
eorum libellis, quos adversus AQUINO scripserunt prò defensione Averrois, non
modo positionem hanc Averroi, sed omnibus graecis expositoribus attribuerunt.
Questo inestricabile garbuglio di nomi e d’idee è tutto quello che Nifo,
divenuto ormai sequace d’AQUINO a modo suo e conte palatino, col privilegio di
fregiarsi del titolo di Medices, conferitogli da Leone ricorda del suo
insegnamento a Padova. Ma è un ricordo che diventa di giorno in giorno più
sbiadito e confuso nel suo spirito abbagliato dallo sfarzo dell’aule
principesche e tutto preso dalla brama di procacciarsi privilegi ed onori,
senza celare le tardive fiammelle che accende nel suo cuore il seducente
aspetto di qualche bella cortigiana. Anche quando Nifo ne è partito, a Padova
si continua per molto tempo a studiare il commento di Simplicio al De anima e
ad interpretarne il pensiero in senso averroistico. CASTELLANI (vedasi) da
Faenza, che a Ferrara ha per maestro il bresciano MAGGI (vedasi) o Madio,
alessandrista, narra com'egli trova il commento di Simplicio oscuro ed involuto
nella maniera d'esprimersi, e che anche dopo la seconda e la terza lettura gli
rimanevano parecchi dubbi. Ma avendo occasione di recarsi a Padova, trova in
questo studio uomini eminenti nello studio della filosofia, che gli chiarirono
appieno le sue dubbiezze: e Ita sane complura Simplicii tenebricosa dieta
illustrarunt claraque et apertissima reddiderunt. Quale idea CASTELLANI
(vedasi) si è fatta della dottrina di Simplicio intorno all’ANIMA umana, dopo
averne discusso coi dotti padovani, si può capire da questa esposizione che
egli luLii Castellanii, Faventini, In libros LIZIO de humano intellectii
disputationes sive lucidissimi commentarii ex doctrina christianorum auciorum
ac philosophorum antiquoriim descripti. Ad Cosmum Medicem Florentinorum ac
Senensiuni ducem. Venetiis, ne fa e che giova conoscere. Simplicius igitur,
atque ii qui illuni praecipue sectantur et eius sententiam explicant, humanam
mentem unani tantum numero esse dicunt, istamque in intelligentiarum ordinem
collocant; tametsi eam longe omnium infimam et humano orbi assistere
arbitrantur. Quam etiam homini nequaquam dare esse affirmant ita loquuntur
philosophi, et saepe eorum verbis facilioris doctrinae gratia uti nos
oportebit; sed aliud statuunt genus ANIMAE, quam COGITATIVAM [GRICE POTCH AND
COTCH] vocant, a quo informatur homo. Ex ANIMA COGITATIVA enim et CORPORE
organico, tanquam ex materia et forma, conflatur homo; ex mente et homine,
tanquam ex nauta – GRICE THE POWER STRUCTURE OF THE SOUL -- et navi, nobilius
quoddam atque divinum compositum oritur, quippe quod intellectus nobilissimam
ac divinam tantum homini operationem praebet. Come già Nifo, dunque, anche
questi maestri padovani del tempo di CASTELLANI (vedasi), fanno risalire a
Simplicio la tesi averroistica dell'unità dell'intelletto. Ma mentre il
suessano attribuiva a Simplicio la tesi sigieriana, un tempo difesa da
NICOLETTI e, piu tardi, d’Achillini, BACILIERI (vedasi) e TAIAPIETRA (vedasi),
secondo la quale l’intelletto unico s'unisce all’ANIMA COGITATIVA in modo da
formare con questa una sola anima individuale e razionale che, tutta intera, è
forma dell'uomo e dà a questo il suo essere d’uomo, i padovani cui accenna il
faentino riteneno, al contrario, che l'intelletto s'unisce all’ANIMA
COGNITATIVA soltanto come forma assistente e non come forma informante, ossia,
secondo l'espressione del LIZIO, sicut nauta -- GRICE THE POWER STRUCTURE OF
THE SOUL – navi. Continua poi Castellani, sviluppando concetti accennati anche
in alcune delle stampata a Parigi, in Officina Christiani Wecheli, ispirandosi
al Bessarione, osserva molto giustamente che coloro che hanno bisogno di
confermare la loro fede coll’autorità del LIZIO non sembrano aver molta fiducia
nella parola di Cristo. E un altro italiano sequace del LIZIO, ma non
averroista, bensì alessandrista, Giulio CASTELLANI (vedasi) da Faenza, dice che
coloro ch’esitano a prender posizione e a dichiarare il loro pensiero per ciò
che riguarda i problemi dello spirito umano, per paura di trovarsi in contrasto
colla fede, profecto huiusmodi homines ignorare videntur, quam christiana fìdes
et charitas a philosophandi ratione distet, et quam nullius sint ponderis LIZIO
inventa et argumentationes ad sanctissimae religionis nostrae decreta
labefactanda. E conclude con una lingua da gran galantuomo, senza falsi pudori.
Audacter igitur etiam possumus DE ANIMI nostri substantia ac perpetuitate
disserere, perpendereque diligenter quid de eo discernendum voluerit LIZIO. Si
quideni cum nos philosophamus, ex aliorum sententia loquimur, semperque, ut
christiani, sacrarum – GRICE NON HUMANIORES -- litterarum preciosissima
monumenta pie colenda et observanda supponimus. Ecco dunque a che cosa si
riduce la così detta dottrina della doppia verità, della quale si sono
scandalizzati gli storici della filosofìa. Non se ne scandalizzarono invece
gl'inquisitori dell'eretica pravità; ai quali interessa mediocremente di sapere
come la pensa LIZIO. Ad essi basta di sapere che sia gl’averroisti che
gl’alessandristi non ponevano in discussione le verità rivelate, bensì la
dottrina del LIZIO. Che se poi il LIZIO non s'accorda alla fede di Cristo,
tanto peggio per lui; e tanto peggio per chi lasciava Cristo pel LIZIO. S'oda,
per esempio, quest'avvertenza che Loredan, patrizio veneziano, rivolge al
lettore nell'atto di congedare pella stampa il suo commento al De anima
condotto secondo lo spirito alessandrista di POMPONAZZI, di PORZIO, e di
CASTELLANI, e dedicato al serenissimo duca d'Urbino, Montefeltro. Pie lector,
haec mea commentarla pie legito, et tantum mentem philosophi hic interpretari
scito; et me interpretem christianum et sanctae romanae ecclesiae filium esse
advertito, et prò domino nostro Iesu et ecclesia mori paratum habeto; LIZIO
christianum non extitisse notato, nec ipsum christiane scripsisse nec
christiane expositum observato. Fidem christi dei et dei filli tot tantisque miraculis
firmatam inspicito, auctoritate LIZIO non indigeto, et si quae veritatem
catholicam turbantia legeris, tamquam falsa et ab LIZIO impio prolata prò firmo
et indubitato habeto tenetoque. Vale. Perciò l’autorità ecclesiastiche hanno
finito per acquetarsi a siffatte dichiarazioni, e lasciarono sia agl’averroisti
che agl’alessandristi la più ampia libertà di discussione e di critica. Le
difficoltà che i studiosi d’ALIGHIERI trovano ad intendere come ALIGHIERI mette
nel suo paradiso, a fianco d’AQUINO, un averroista qual è Brabante, e farne
l'elogio ch’ALIGHIERI fa pronunciare allo stesso Aquino, derivano da due cose.
Primo, dal non aver capito la particolare natura della filosofia d’ALIGHIERI.
Secondo, dal non aver capito che cosa è l'averroismo. Questi commentatori
d’ALIGHIERI, invece di guardare alla figurazione d’ALIGHIERI in se stessa e in
rapporto alla filosofia del poeta che pone Averrois che'1 gran commento feo tra
gli spiriti magni del nobile castello, si son lasciati forviare dalle
raffigurazioni cui accennavo in principio, e nelle quali Averroè è prostrato
nella polvere ai piedi d’AQUINO. A queste figurazioni d'ispirazione domenicana
e dei sequaci d’AQUINO pare opporsi invece quella d'ispirazione agostiniana che
Giusto dipinge nella cappella dei cortelieri annessa alla chiesa degl’eremitani
a Padova, ove insegna RIMINI. Dalle descrizioni che ne lascia Schedel, in
questo affresco di Menabuoi Averroè è dipinto a fianco di Maestro Alberto da
Padova, teologo eremitano, e del beato Giovanni della LANA (vedasi) da Bologna,
filosofo anch'esso eremitano. Questo affresco deve avere impressionato
l’eremitano NICOLETTI che reduce anch'egli, al pari di RIMINI, dalle scuole di
Oxford e Parigi, e salito sulla cattedra di filosofia nelle scuole annesse al
convento agostiniano di Padova, ispira il suo insegnamento alla dottrina
sigeriana, sforzandosi di dimostrare in che modo l'intelletto, unico per tutta
la specie umana, riesce ad individualizzarsi nei singoli. Alla stessa dottrina
sigeriana s'ispirano PICO (vedasi), ACHILLINI, NIFO (si veda), BACILIERI
(vedasi) e altri. L'averroismo che ormai pare avere esaurita la sua vitalità a
Parigi ed a Oxford, sopraffatto dallo scotismo e dall'occamismo, s'è ridotto
ormai nelle sue due ultime fortezze di Padova e di BOLOGNA. Accade ancora di
trovare qualche altro averroista altrove, come PRASSICIO (vedasi) a Napoli, che
intervenne nella polemica fra Pomponazzi e Nifo. Ma nel suo rigido attaccamento
al testo averroistico, egli parla una lingua che si fa di giorno in giorno più
incomprensibile. Anche a Bologna, ove l'averroismo sigeriano trova in ACHILLINI
un difensore ardito e destro, non ha in Boccadiferro un successore degno di
tanto maestro. A Padova invece l'averroismo prende a rinnovarsi, sotto la
spinta dell’accademia. E uscita a Treviso la traduzione che BARBARO fa delle
parafrasi di Temistio. A questo interprete bizantino e a Teofrasto, Averroè
stesso fa risalire la dottrina dell'unità dell'intelletto. Non fa quindi
meraviglia che gli averroisti si poneno a studiare con particolare interesse la
parafrasi temistiana del De anima, nella traduzione di Barbaro, visto che la
traduzione medievale di Moerbeke è diventata estremamente rara, e del resto è
oltremodo ostica all'orecchio degl’umanisti. Ma assai più della parafrasi di Temistio,
contribuisce al rinnovamento dell'averroismo padovano la conoscenza del
commento di Simplicio al De anima, rimasto sconosciuto ai medievali. Il primo
che, a mio parere, conosce ed usa il commento di Simplicio al De anima è PICO,
il quale n’estrasse ben nove tesi delle 900 preparate pella disputa da tenere a
Roma, che poi non ha luogo. Il commento di Simplicio dove attirare l'attenzione
di Pico, perché pare contenere un elemento che puo essere prezioso a risolvere
il problema centrale dell'averroismo e che è il problema centrale di tutta la
filosofia, e cioè: in che modo l’intelletto che è un principio di conoscenza
universale e che nella sua natura trascende l'individuo, si comunica a questo,
puntualizzandosi nello spazio e nel tempo. Come N. dimostra più volte, il
significato storico ed il valore filosofico dell'averroismo consiste appunto
nello sforzo di risolvere questo problema, che, posto dai medievali in termini,
se vogliamo, contingenti e per noi inconsueti, è il problema eterno della filosofia.
Il trattato di Brabante, De intellectu, scritto in risposta al trattato
d’AQUINO contro gl’averroisti, questo trattato di Sigieri che si legge ancora a
Padova, suggerisce al signore della Mirandola, studente a Padova ed averroista,
una soluzione della quale s’ha l'accenno in due delle conclusiones secundum
Averroem. D’un lato, L’ANIMA INTELLETTIVA è una sola in ogni uomo. Dall'altro,
sembra possibile a Pico, d’un punto di vista strettamente averroistico, che la
MIA anima, così particolarmente MIA da distinguersi dall'anima d’ogni ALTRO
uomo, possa conservare la sua individualità -- anche dopo la morte. L'elemento
prezioso che il commento di Simplicio fornisce a Pico, consiste nell'idea,
derivata da Proclo e Giambhco, d’un intelletto che, uno in sé, è capace di
parteciparsi, uscendo fuori di sé, in una discesa progressiva verso le seconde
VITE, cioè LA VITA VEGETALE e quella ANIMALE o SENSITIVA, per poi ri-tornare in
sé, in un circolo eterno che ricorda, anche nella curiosa coincidenza
dell'espressione verbale, il processo di HEGEL dell'idea in sé che, uscita
fuori di sé, ritorna a sé come spirito. Non è il caso d'indugiarmi piu oltre;
ma N. non puo non ricordare la curiosa immagine che Pico suggerisce a Nifo,
professore a Padova, durante il viaggio che insieme hanno a fare diretti
entrambi a BOLOGNA. L'unità dell'intelletto umano non è altro che l'unità
dell'idea platonica che si comunica ai singoli rimanendo, in se stessa, una,
indivisibile e immoltiplicabile. Ma, nel comunicarsi ai singoli, essa lascia in
questi un'impronta e un vestigio che permane e costituisce l’individualità dei
singoli. E, per rendere il suo concetto, il mirandolano ricorre a questo
paragone. Come per costruire un arco o una volta è necessaria quell'impalcatura
che chiamano centina. Ma quando l'arco o la volta sono costruiti, si reggono da
sé, senza bisogno di sostegno. Così L’ANIMA individuale è una partecipazione
dell'anima universale, la quale nel CORPO d’ogni individuo umano lascia
un'impronta in cui consiste l'individualità d’ogni uomo. In tal modo il
mirandolano non ripudia affatto il suo averroismo del periodo padovano; ma anzi
l'approfondisce e lo giustifica con un concetto accademico, sì che il problema,
nel quale si dibatteno senza via d'uscita gl’averroisti, pare avviato alla
soluzione. NIFO (vedasi), professore a Padova, uomo di vasta erudizione, ma
confusionario e pretenzioso, crede in un primo momento d’aver trovato nel
commento di Simplicio la piena conferma alla tesi sigeriana che egli c’attesta
d’aver accolto e poi con molta disinvoltura abbandonato. La vivacità chiassosa
ed arrogante che Nifo mette nel difendere le proprie idee e nel combattere
l’altrui, contribuisce ad attirare l'attenzione sul commento di Simplicio, del
quale frattanto è preparata l'edizione in greco che usce a Venezia presso i
Manuzio. Colui che pur senza condividere l’idee di Nifo, anzi combattendole
apertamente, si da con ardore a studiare il commento di Simplicio al De anima,
è PASSERI, professore di filosofia nello studio di Padova. Di costui ci resta
un importante commento al De anima, pubblicato a Venezia, ad opera di fedeli
alievi che si giovano dei manoscritti lasciati dal maestro. Altre due redazioni
dello stesso corso, tenuto in anni diversi, ci restano manoscritte nella
vaticana. Averroista, PASSERI ritene di poter proclamare il pieno accordo
fr’Averroè e il divino Simplicio, sia sulla tesi dell'unità dell'intelletto,
sia su quella che vuole, contro la corrente sigeriana di Nifo, L’ANIMA
RAZIONALE forma assistente e non inerente o informante del CORPO umano.
Inoltre, egli constata l'accordo tra il commentatore greco e quello arabo anche
su altri punti, segnatamente sulla conoscenza. Nel far ciò, egli s’adoperava a
sviluppare alcuni motivi accademici che realmente sono latenti nel pensiero
averroistico. Naturalmente PASSERI è uno dei più risoluti avversari
dell'alessandrismo, e riprende per proprio conto, come altr’averroisti, la
polemica contro POMPONAZZI (si veda) e PORZIO (si veda), i quali, al pari di
MAGGI, di LANDÒ e di CASTELLANI, si sono dichiarati per Alessandro d'Afrodisia.
L'avvicinamento d’Averroè a Simplicio, mentre fornisce nuove armi
agl’averroisti, sembra per un momento smussare l'antagonismo tra la filosofìa
del LIZIO e quella dell’ACCADEMIA, la quale ha in Ficino un sagace rinnovatore.
La scuola di PASSERI pare anzi aver trovato nel platonismo la soluzione di
quelle difficoltà, che sono lo scoglio contro il quale l'averroismo dove
naufragare. L'entusiasmo dei discepoli incoraggia ed asseconda l'opera del
maestro. Fra questi merita d’essere segnalato FASOLO (vedasi), professore di
lettere umane nello studio padovano. È allievo di Genua e ben tre volte aveva
udito il maestro esporre il De anima, quando conduce a termine la traduzione in
latino del commento di Simplicio sul trattato del LIZIO, stampata a Venezia.
Nella lettera indirizzata agl’alunni di Genua, e premessa alla traduzione di
Simplicio, FASOLO (vedasi), dopo aver loro ricordato, come il maestro sole a
tutti gl’altri commentatori del LIZIO anteporre Averroè e Simplicio, afferma
che tutto quanto v'è di buono nell'arabo questi 1'ha appreso dal commentatore
greco. E sebbene egli riconosca, che, su alcuni punti, non s'arriva a capire il
LIZIO senza il commento averroistico, tuttavia ne mette in rilievo lo stile,
più che disadorno, irto, oscuro, barbarico, mentre l'esposizione di Simplicio è
piana, senza ambiguità, ed elegante. Forte di questa constatazione, e più
ancora dell'esempio del maestro, che non si stanca di lodare la divina
esposizione dell'interprete greco, FASOLO (vedasi) rivolge una calda
esortazione ai suoi condiscepoli, perché vogliano, ora che il commento di
Simplicio è reso facilmente accessibile a tutti, cessare di logorarsi il
cervello sulle pagine scabrose d’Averroè, e s'affidino invece all'espositore
greco. Si buttino pur via tutti gl’altri commenti, quelli d'Alberto Magno, di
COLONNA, di Burleo, di Suessano e d'altri insieme a quello d'Averroè, e si
studi invece di giorno e di notte soltanto Simphcio: alios negligite;
Simplicium unum vobis die noctuque versandum proponite w. Questo vivace appello
rivolto dall'umanista padovano a cacciar dalle scuole Averroè, è fatto, a dir
vero, più in nome dell'eleganza e del buon gusto letterario, che non nel nome
della filosofìa; e pochi l'accolsero. Sicché Averroè continu ad essere
stampato, letto e discusso in utramque partem nelle scuole di filosofia. Ma
quell'appello, ad ogni modo, è significativo del disgusto che comincia così
apertamente a manifestarsi pell'averroismo ormai prossimo al tramonto. Chi
crede che a questo tramonto abbiano contribuito lo spirito della contro-riforma
e i divieti ecclesiastici, s' inganna. Chiarito ormai quello che è il
significato dell'averroismo come sistema interpretativo del pensiero del LIZIO,
è riconosciuta tanto agl’averroisti quanto agl’alessandristi la più
spregiudicata libertà di discussione delle loro dottrine filosofiche. Se
qualche tentativo è fatto, da parte di qualche zelante, di limitare siffatta
libertà, si tratta di zelo eccessivo e d’eccezioni sporadiche. L'averroismo
volse al tramonto, perché al tramonto volgeva ormai il LIZIO, del quale
l'averroismo pretende d'essere la più fedele interpretazione. Il LIZIO a sua
volta finiva per interna dissoluzione, sotto i colpi della critica occamistica,
la quale, svalutando la conoscenza astrattiva, mette in evidenza lo pseudo
matematismo dei procedimenti gnoseologici che sono alla base del sistema del
LIZIO della natura, e addita nella conoscenza intuitiva lo strumento della
ricerca scientifica. La stessa opposizione tra ciò che è vero per fede e quello
che è da pensare secondo la filosofia, se pur in qualche modo giova a
rivendicare la libertà della critica entro i confini della filosofia
aristotehca, finì per rendere sempre più estraneo al cristianesimo
l’aristotelismo averroistico, il quale si rivela incapace di sistemare
l'esperienza religiosa che trae impulso dal vangelo. L’ACCADEMIA invece era
parso a Ficino una specie di propedeutica al cristianesimo, sì che sembra
agevole sviluppare in senso cristiano i motivi religiosi che racchiudeva.
S'aggiunga a questo l'asperità d’una lingua che lacera l’orecchie abituate
dall'umanesimo all'armonia e al numero della retorica classica. Ma quello che
determina il crollo definitivo dell'aristoterlismo e dell'averroismo, fu il
nascere d’una nuova filosofia della natura, fondata su un nuovo metodo di
ricerca scientifica: la logica dell'esperienza. Mentre i precursori di
Copernico, d’Oresme in poi, avevano rimesso in discussione l'antica ipotesi
pitagorica del moto della terra, l'averroista bolognese ACHILLINI (vedasi)
combatte perfino, come troppo ardita, la dottrina tolemaica degl’eccentrici e
degl’epicicli, per ritornare a quella aristotelica delle sfere concentriche
alla terra, considerata il centro immobile dell'universo. E mentre alcuni
scolastici avevano dimostrato la possibilità d’un universo infinito creato da
Dio, ed avevano preparato la via al Cusano e a BRUNO (si veda), gl’averroisti
continuano ancora a sostenere che il mondo non s’estende al di là dell'ottava
sfera o, tutt'al più, del primo mobile, che Dio stesso, nella sua onnipotenza,
non puo creare altri mondi diversi da questo, e che il moto del primo mobile è
un movimento assoluto, come punti di riferimento assoluti sono, per loro, il
centro della terra e la convessità della prima sfera. Questa angusta concezione
dell'universo fisico crolla come un castello di carte, il giorno in cui, col
dialogo della cena delle ceneri e con quello Dell'universo infinito e mondi, il
concetto dell'infinito fa irruzione nella filosofia della natura e conduce alla
scoperta della relatività di tutte le determinazioni spaziali e temporali.
L'averroismo fu sepolto sotto le rovine della fisica aristotelica. Ed anche il
tentativo di PICO (vedasi) e di Genua di svolgere taluni motivi del pensiero
averroistico in senso platonico, coll'aiuto del commento di Temistio e di
Simplicio e sopratutto col sussidio di Plotino, non valse a salvare
1'averroismo come sistema. Per ciò che si riferisce al commento di Simplicio,
nel quale avevano riposto le loro speranze Genua ed i suoi padovani, non
passarono molti anni che PICCOLOMINI (si veda), il quale dopo la morte di Genua
ne occupa la cattedra fino al suo ritiro, potè dimostrare, con un accurato
esame dell'opera del commentatore greco, che la dottrina di Simplicio, al pari
di quella di Proclo, di Giamblico e di Prisciano Lido, non s'accorda affatto,
come avevano preteso il Genua e Nifo, colla teoria averroistica dell'unità
dell'intelletto. E se nell'averroismo v'erano effettivamente quei motivi
platonici che ne svolse Pico, ciò che dell'averroismo sopravisse e, mettiamo
pure, sopravive alla dissoluzione del sistema, ha finito per fondersi col
pensiero platonico successivo. Lo stesso problema del rapporto dell'intelletto
coll’individuo, ossia del valore universale dell'intendere e dell'individualità
dell'atto che intende, che è il problema centrale dell'avveroismo medievale e
del rinascimento, s'è rivelato mal posto, pei termini nei quali era enunciato,
e conveniva mutare i termini per trovarne la soluzione. Bruno Nardi. Nardi. Keywords:
dantesco, Alighieri, animo, Pomponazzi, Virgilio, Enea, inferno, il concetto
d’animo, la filosofia romana nel secolo d’augusto – il secolo d’oro della
filosofia romana – il secolo augusteo, pico, abano. Refs.: H. P. Grice,
“Lasciate ogni speranza voi ch’entrate,” The Swimming-Pool Library. – Luigi
Speranza, “Grice e Nardi: il paradiso filosofico” --.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Nasta: la ragione conversazionale e la setta di Caulonia
-- Roma – filosofia calabrese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Caulonia). Filosofo italiano. Caulonia, Reggio
Calabria, Calabri. A Pythagorean, according to Giamblico di Calcide, “Vita di
Pitagora.” Grice: “Cicerone argues: Nasta spoke Greek; therefore, he was no
Roman!” – Nasta.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Natoli:
all’isola -- la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’uomo
tragico – origini dell’antropologia romana -- filosofia siciliana – filosofia
italiana -- Luigi Speranza (Patti).
Filosofo italiano. Patti, Messina, Sicilia. Grice: “I like Natoli. He
philosophises on the ‘uomo tragico’ at the source of western civilisation, and
also the experience of ‘pain’ at the source of it.” Si laurea a Milano, dove ha
trascorso gli anni nel Collegio Augustinianum. Insegna a Venezia e Filosofia
della politica alla Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di
Milano. Attualmente è Professore di Filosofia teoretica presso la Facoltà
di scienze della formazione dell'Università degli Studi di
Milano-Bicocca. Attività accademica In particolare, Salvatore Natoli è il
propugnatore di un'etica neopagana che, riprendendo elementi del pensiero greco
(in particolare, il senso del tragico), riesca a fondare una felicità terrena,
nella consapevolezza dei limiti dell'uomo e del suo essere necessariamente un
ente finito, in contrapposizione con la tradizione cristiana. Filosofia del
dolore Una particolare e approfondita analisi sul tema del dolore è stata
condotta da Natoli in diverse sue opere. Il dolore è parte essenziale
della vita e per gli antichi filosofi greci era l'altra faccia della
felicità: «I greci si sentono parte e momento della più grande e generale
natura, crudele e insieme divina, si sentono momento di quest'eterno e
irrefrenabile fluire, ove non vi è differenza tra bene e male allo stesso modo
in cui il dolore si volge nella gioia e la gioia nel dolore» La natura
infatti dava la vita e nello stesso tempo crudelmente la toglieva. Il dolore in
realtà fa parte della vita ma non la nega: il dolore può essere vissuto e reso
sopportabile se chi soffre percepisce non la pietà dell'altro ma che la sua
sofferenza è importante per chi entra in rapporto con lui e con la sua
sofferenza. Se chi soffre si sente importante per qualcuno, anche se soffre ha
motivo di vivere. Se non è importante per nessuno può lasciarsi prendere dalla
morte. Secondo Natoli l'esperienza del dolore ha due aspetti: uno
oggettivo, il danno («Nel momento in cui la sofferenza è motivata attraverso la
colpa, colui che soffre non solo patisce il danno, ma ne diviene anche il
responsabile»); e uno soggettivo, cioè come viene vissuta e motivata la sofferenza.
La stessa sofferenza è interpretata in modo differente da diverse culture: per
alcune il dolore fa parte della contingenza del mondo fenomenico,
dell'apparenza per altre invece, è vissuto intensamente come ad esempio nel
cristianesimo dove al dolore viene associata la redenzione. Vi è una
circolarità tra il dolore e il senso che fa sì che, pur essendo il dolore
universale, ad ognuno appartenga un dolore diverso. Vi è dunque un senso
del dolore e un non senso che il dolore causa. Il dolore infatti contraddice la
ragione che non sa darsi spiegazione del perché il dolore abbia colpito proprio
quell'individuo e per quali colpe quello abbia commesso e, infine, perché il
dolore travagli il mondo. Il tentativo di rispondere a queste fondamentali
domande fa sì che l'individuo scopra nuove forze in lui che generino un
vittorioso uomo nuovo che, partendo dall'esperienza del dolore, s'interroghi
sul senso dell'esistere, tenendo sempre presente però, che il dolore può
segnare anche una definitiva sconfitta. Nel dolore l'uomo può scoprire le
sue possibilità di crescita ma questo non vuol dire disprezzare il piacere,
sostenendo che questo, invece, ottunde gli animi. Il piacere invece affina la
sensibilità come accade per chi ascolta frequentemente una buona musica. Il
piacere invece è negativo quando diventa «monomaniaco, eccessivo, quando,
anziché sviluppare la sensibilità, la fossilizza in un punto di eccessiva
stimolazione. E l'eccessivo stimolo distrugge l'organo.» A differenza del
piacere, dell'amore che è dialogo tra due, che è espansivo e affabulatorio
anche quando è silenzioso, l'esperienza del dolore chiude il singolo nella sua
individualità e incomunicabilità, poiché «il corpo sano sente il mondo, il
corpo malato sente il corpo. E quindi il corpo diventa una barriera tra il
proprio desiderio, l'universo delle possibilità, e la realizzabilità delle
medesime possibilità.» Sebbene il dolore sia "insensato" si
cerca di spiegarlo con le parole spesso inutili ed allora si cerca dapprima la
parola "efficace" che offre la tecnica o la parola
"efficace" della preghiera, della fede, che non annulla il dolore, ma
dà una speranza nel miracolo. L'efficace uso della parola per spiegare il
dolore fa sì che gli uomini trovino conforto nella comune sofferenza, in quella
universalità del dolore dove però ognuno rimane nella sua singolarità di senso.
La parola efficace della tecnica per un verso ha alleviato il dolore ma per un
altro può creare delle condizioni di vita tali per cui la stessa tecnica
controlla il dolore senza togliere la malattia, creando così un'esistenza
prolungata senza futuro sotto la continua incombenza della morte: «A
partire dal Settecento, ma ancor più nel corso dell’Ottocento, la tecnica è
stata sempre di più associata alle filosofie del progresso: infatti ha emancipato
gli uomini dai vincoli naturali, ha ridotto il peso della fatica, ha attenuato
il dolore, ha accresciuto il benessere, ha conteso lo spazio alla morte
differendola sempre di più… ma la tecnica, oggi, è nelle condizioni di
interferire in modo profondo nei processi naturali modificandone i cicli…»
Una soluzione all'inevitabilità del dolore può essere l'adesione a un nuovo
paganesimo secondo l'antica visione greca dell'accettazione dell'esistenza del
finito e della morte dell'uomo. «Il cristianesimo ha alterato l'anima
pagana. Nel momento in cui il sogno di un mondo senza dolore è apparso, non ci
si adatta più a questo dolore anche se si crede che un mondo senza dolore non
esisterà mai. La coscienza è stata visitata da un sogno che non si cancella
più, e anche se lo crede inverosimile tuttavia vuole che ci sia.» Anche
il cristianesimo infatti teorizza l'uomo finito, ma non essere naturale
destinato alla morte, ma come creatura di Dio. Per il cristiano la vita finita
condotta secondo il dovere porta all'accettazione della morte come passaggio a
Dio. Per il neopaganesimo la vita finita è degna di essere vissuta senza
speranza di infinitezza ma vivendola secondo un ethos, che non è dovere di
obbedire a un comando morale con la speranza di un premio eterno, ma buona e
spontanea abitudine di una condotta consapevole dell'universale fragilità umana.
Saggi: “Soggetto e fondamento” -- studi su Aristotele e Cartesio (Padova,
Antenore); “La critica del linguaggio” (Venezia, Marsilio); “Ermeneutica e
genealogia -- filosofia e metodo” (Milano, Feltrinelli); “L'esperienza del
dolore -- le forme del patire” (Milano, Feltrinelli); “Gentile” (Torino, Boringhieri);
“Vita buona vita felice -- scritti di etica e politica” (Milano, Feltrinelli);
“Teatro filosofico -- gli scenari del sapere tra linguaggio e storia” (Milano,
Feltrinelli); “L'incessante meraviglia -- filosofia, espressione, verità” (Milano,
Lanfranchi); “La felicità -- saggio di teoria degli affetti” (Milano, Feltrinelli);
“I nuovi pagani” (Milano, Saggiatore); “Dizionario dei vizi e delle virtù”
(Milano, Feltrinelli); “La politica e il dolore” (Roma, EL); “Soggetto e
fondamento. Il sapere dell'origine e la scientificità della filosofia” (Milano,
Mondadori); “Delle cose ultime e penultime” (Milano, Mondadori); “Natura, poesia,
filosofia” (Milano, Mondadori); “Progresso e catastrophe -- dinamiche della
modernità” (Milano, Marinotti); “Dio e il divino” (Brescia, Morcelliana); “La
politica e la virtù” (Roma, Lavoro); “La felicità di questa vita -- esperienza
del mondo e stagioni dell'esistenza” (Milano, Mondadori); “L'attimo fuggente o
della felicità” (Roma, Edup); “Stare al mondo -- escursioni nel tempo presente”
(Milano, Feltrinelli); “Il cristianesimo di un non credente” (Magnano,
Qiqajon); “Libertà e destino nella tragedia” (Brescia, Morcelliana); “Stare al
mondo -- escursioni nel tempo presente” (Milano, Feltrinelli); “Parole della
filosofia o dell’arte di meditare” (Milano, Feltrinelli); “La verità in gioco”
(Milano, Feltrinelli); “Guida alla formazione del carattere” (Brescia, Morcelliana);
“Sul male assoluto -- nichilismo e idoli nel Novecento” (Brescia, Morcelliana);
“I dilemmi della speranza” (Molfetta, La Meridiana); “La salvezza senza fede” (Milano,
Feltrinelli); “La mia filosofia -- forme del mondo e saggezza del vivere” (Pisa,
Ets); “L'attimo fuggente e la stabilità del bene – la Lettera a Meneceo sulla
felicità di Epicuro (Roma, Edup); “Edipo e Giobbe -- contraddizione e paradosso”
(Brescia, Morcelliana); “Dialogo sui novissimi” (Troina, Città Aperta); “Il
crollo del mondo -- apocalisse ed escatologia” (Brescia, Morcelliana); “L'edificazione
di sé -- istruzioni sulla vita interiore” (Roma-Bari, Laterza); “Il buon uso
del mondo -- agire nell'età del rischio” (Milano, Mondadori); “Figure
d'Occidente. Platone, Nietzsche e Heidegger (Milano, AlboVersorio); “Eros e philia”
(Milano, AlboVersorio); “Nietzsche e il teatro della filosofia” (Milano, Feltrinelli);
“Le parole ultime -- dialogo sui problemi del fine vita” (Bari, Dedalo); “I
comandamenti: non ti farai idolo né imagine” (Bologna, Mulino); “Le verità del
corpo” (Milano, AlboVersorio) – IL CORPO -- Sperare oggi (Trento, Margine); “Le
virtù dei Giusti e l'identità dell'Europa -- la salvezza senza fede” (Feltrinelli);
“Enciclopedia multimediale delle Scienze Filosofiche. Il senso del dolore. In L'esperienza del dolore. L'esperienza del dolore nell'età della
tecnica. Siamo finiti. E anche la tecnica lo è, da Europa, I Nuovi pagani, Saggiatore, Milano, Treccani Enciclopedie,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Intervista per Il Rasoio di Occam, Video
intervista su Asia, su asia. Dov'è la vittoria? “l'Italia civile che resta
minoranza” intervista di, Il Fatto Quotidiano. Salvatore Natoli. Natoli.
Keywords: uomo tragico, origini dell’antropologia romana, Gentile, corpo. Chora
di Platone, antropologia degl’italiani, filosofia siciliana, Gentile filosofo italiano
--. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Natoli” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Nausito: la ragione
conversazionale della scuola di Firenze, pre-romana -- Roma – filosofia toscana
-- filosofia italiana – Luigi Speranza (Firenze). Filosofo italiano. Firenze, Toscana. A
Pythagorean – cited by Giamblico, “Vita di Pitagora.” He rescues Eubulo di
Messina, another Pythagorean, from pirates. Grice: “Cicerone argues: Nausito
speaks Greek; he is, therefore, no Roman!” – Nausito.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Nearco: la ragione
conversazionale della diaspora di Crotone -- Roma – filosofia pugliese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Taranto).
Filosofo italiano. Taranto, Puglia. A
Pythagorean, he plays host to CATONE (si veda) Maggiore when Catone recaptures
Taranto from the Carthaginians. Grice: “When in Athens, and although he knew
some basic Greek, Catone refused to speak it – and demanded an interpreter. I
assume he demanded an interpreter when he was asking for his breakfast at
Nearco’s!” --. Nearco.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Negri: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale – filosofia campanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Mercato). Filosofo italiano. Mercato, Napoli,
Campania. Allievo di ALIOTTA (si veda), con il quale si è laureato a Napoli
prima in Lettere e poi in Filosofia, ha sempre considerato come suo maestro
Gentile, di cui tuttavia non è stato direttamente un discepolo.
L'intensità con cui Negri ha approfondito il pensiero gentiliano si è
concretizzato dapprima nello studio dell'allontanamento di SCIACCA (si veda) dall'attualismo
poi in testi quali: “Giovanni Gentile,” “L'estetica di Gentile,” e “Gentile
educatore.” Innumerevoli sono gli scritti dedicati all'idealismo
hegeliano, tra cui i saggi “La presenza di Hegel,” “Ricerche e meditazioni
hegeliane,” e “Hegel nel Novecento,” e le traduzioni di opere hegeliane come
“La vita di Gesù” e “Le orbite dei pianeti.” A queste traduzioni si
aggiungono anche quelle di grandi classici del pensiero filosofico, economico e
sociologico. Ha ricevuto il Premio San Gerolamo. A N. si deve
anche la valorizzazione di alcune grandi personalità della cultura italiana,
come quelle di Emo, Michelstaedter ed Evola. La sua carriera lo ha
visto professore di Storia della filosofia in alcune delle più importanti
università italiane: Bari, Perugia e Roma, dove ha lavorato presso l'Università
degli studi di Roma Tor Vergata fino alla fine del suo incarico
universitario. Nel corso della sua esperienza intellettuale è stato
impegnato in un'intensa attività saggistica e pubblicistica, scrivendo sulle
più importanti riviste culturali italiane e straniere, tra le quali: il
«Giornale Critico della Filosofia Italiana», il «Giornale di Metafisica», «I
Problemi della Pedagogia», «Rinascita della Scuola», «Dix-Huitième Siècle»,
«L'Enseignement Philosophique», «Studia Estetyczne», «Idealistic
Studies». Collaborato con molti dei maggiori quotidiani nazionali: «Il
giornale d'Italia», l'«Avanti», «Il Messaggero», «Il Sole 24 Ore», «Il Tempo» e
«il Giornale». Inoltre, ha diretto varie collane di testi filosofici per
la Marzorati («Ricerche filosofiche», «Testi e interpretazioni»), la Seam
(«Filosofi italiani del '900», «Sentieri del giorno e della notte») e la Pellicani
(«La storia e le Idee») e riviste come gli «Studi di storia dell'Educazione»
della Armando Editore. Gli è stato assegnato, a Palermo,
dall'Associazione internazionale di studi e ricerche Nietzsche fondata da
Fallica, il «Premio Nietzsche». Saggista sempre molto prolifico, ha
continuato a pubblicare opere originali non solo nella scelta degli argomenti
ma anche dei contenuti: il Discorso sopra lo stato presente degli italiani, il
De persona. L'indomabilità dell'individuo e Problema Europa: Unità politiche e
molteplicità culturali. N. Sciacca: dall'attualismo alla filosofia
dell'integralità, Edizioni di Ethica, Forlì. Collegamenti esterni N.,
la voce in Enciclopedie, Treccani L'Enciclopedia italiana. Biografie Portale
Biografie Filosofia Portale Filosofia Ultima modifica 1 anno fa di un utente
anonimo Bertrando Spaventa filosofo italiano Michele Federico Sciacca filosofo
italiano Idealismo italiano Corrente filosofica predominante in Italia nella
prima metà del XX secolo. Antimo Negri. Parole chiave: implicatura. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Negri,” The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Negri: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale – la scuola di Padova -- filosofia veneta -- filosofia italiana
– Luigi Speranza (Padova). Filosofo Padovano.
Filosofo veneto. Filosofo italiano. Padova, Veneto. Grice: “Only in Italy a
philosopher philosophises on Pinocchio!” -- Grice: “I like his idea of a new
‘grammar of politics,’ even if he uses the extravagant metaphor, delightful
though, ‘fabbrica di porcellana’. He has a gift for metaphor, sure!” – Grice:
“’la lenta ginestra’ to qualify Leopardi’s ontology is genial!” -- Grice:
“Negri reminds me of ‘pinko Oxford’!” Tra
gli anni sessanta e gli anni settanta, fu uno dei maggiori teorici del marxismo
operaista. Dagli anni ottanta in poi, si dedicò invece allo studio del pensiero
politico di Baruch Spinoza, contribuendo, insieme a Louis Althusser e Gilles
Deleuze, alla sua riscoperta teorica. In collaborazione poi con Michael Hardt,
ha scritto libri molto influenti nella Teoria politica contemporanea. Accanto
alla sua attività teorica, ha svolto una intensa attività di militanza
politica, come co-fondatore e teorico militante delle organizzazioni della
sinistra extraparlamentare Potere Operaio e Autonomia Operaia. A causa della
sua attività politica è stato incarcerato e processato, all'interno del
processo 7 aprile, con l'accusa di aver partecipato ad atti terroristici e
d'insurrezione armata. Venne, tuttavia, assolto da queste imputazioni, per poi
venire condannato a XII anni di carcere per associazione sovversiva e concorso
morale nella rapina di Argelato. Saggi: “Stato e diritto -- la genesi
illuministica della filosofia giuridica e politica” (Padova, Milani); “Lo
storicismo” (Milano, Feltrinelli); “Forma giuridica” (Padova, Milani); “Flosofia
del diritto” (Bari, Laterza); “Il concetto di partito politico” (Padova, Moderna);
“Lo stato piano e il comune” (Milano, Feltrinelli); “Il concetto d’integrazione
nella storia di Italia” (Milano, Giuffrè); “Il concetto di stato” (Milano); “Il capitale e lo stato”, “Della ragionevole
ideologia” (Milano, Feltrinelli); “Incidenza di Hegel. Napoli, Morano, Enciclopedia
Feltrinelli Fischer); Scienze politiche, (Stato e politica), Milano,
Feltrinelli); L’organizzazione operaia” (Milano, Feltrinelli); Partito operaio
contro il lavoro, in S. Bologna, P. Carpignano, N., “Crisi e organizzazione
operaia” (Milano, Feltrinelli); “I proletariato” Proletari e Stato. L’autonomia
operaia e compromesso storico, Milano, Feltrinelli); “La fabbrica della
strategia” Padova, “Cooperativa libraria editrice degli studenti di Padova, Collettivo
editoriale librirossi, La forma Stato, per la critica dell'economia politica
della Costituzione italiana” (Milano, Feltrinelli); “Il problema dello stato e
sul rapporto fra demo-crazia e sociali-smo” Milano, Unicopli-Cuem, “Il dominio
e il sabotaggio: sul metodo marxista della trasformazione sociale,” Milano,
Feltrinelli, “Manifattura, società
borghese, ideologia: Una polemica sulla struttura e la sovra-struttura,” Roma,
Savelli, Marx oltre Marx [Grice, “Grice oltre Grice”]. Quaderno di lavoro sui
Grundrisse, Milano, Feltrinelli, “ Dall'operaio massa all'operaio sociale. sull'operaismo,
Milano, Multhipla, “Comunismo e guerra,” Milano, Feltrinelli, Politica di
classe: il motore e la forma. Le cinque campagne oggi. Milano, Machina Libri,
“Otto Dix,” Milano, Studio d'arte Grafica, “L'anomalia selvaggia: potere e
potenza in Spinoza” (Milano, Feltrinelli);“Macchina tempo. Rompicapi,
liberazione, costituzione,” Milano, Feltrinelli, Pipe-line. Lettere da
Rebibbia, Torino, Einaudi, Boutang, Diario
di un'evasione, Cremona, Pizzoni, Le verità nomadi: lo spazio di libertà” (Roma,
Pellicani); “Fabbriche del soggetto: profili, protesi, transiti, macchine,
paradossi, passaggi, sovversione, sistemi, potenze: appunti per un dispositivo
ontologico, in "XXI secolo. Bimestrale di politica e cultura", “Lenta
ginestra: l'ontologia di Leopardi, Milano, Sugar, “Fine secolo. Un manifesto
per l'operaio sociale. Milano, Sugar,” “Arte e multitude” (Milano, Politi, “Il
lavoro di Giobbe. Il famoso testo biblico come parabola del lavoro umano,
Milano, Sugar); “Il potere costituente. Ssulle alternative del moderno,
Carnago, Sugar, Spinoza sovversivo. Variazioni (in)attuali” (Roma, Pellicani, “Dioniso,
o lo stato postmoderno” (Roma, Manifestolibri); L'inverno è finito. Scritti sulla trasformazione
negata” (Roma, Castelvecchi); “I libri del rogo, Roma, Castelvecchi); Partito
operaio contro il lavoro; Proletari e Stato; Per la critica della costituzione
materiale; La costituzione del tempo. Prolegomeni. Orologi del capitale e
liberazione comunista” (Roma, Manifestolibri); Spinoza (Roma, DeriveApprodi, Contiene:
S Democrazia ed eternità in Spinoza); “Sogni Incubi”, L’incubo, Visioni.
Politica e conflitti nella crisi della società del lavoro” (Milano, Lineacoop, La
sovversione” (Roma, Liberal, Kairòs, alma venus, multitudo. Nove lezioni
impartite a me stesso” (Roma, Manifestolibri, Desiderio del mostro. Dal circo
al laboratorio alla politica, a cura di e con Fadini e Wolfe, Roma, Il manifesto,
Impero. Il nuovo ordine della globalizzazione, con Hardt, Milano, Rizzoli, Europa politica. [Ragioni di una necessità],
a cura di e con Friese e Wagner, Roma, Manifestolibri, Luciano Ferrari); “Bravo
ritratto di un cattivo maestro. Con alcuni cenni sulla sua epoca” (Roma,
Manifestolibri); “L'Europa e l'impero. Riflessioni su un processo costituente,
Roma, Manifestolibri); “Moltitudine e impero, Soveria Mannelli, Rubbettino, Il
ritorno. Quasi un'autobiografia” (Milano, Rizzoli, Guide); “Impero e dintorni”
(Milano, Cortina); “Moltitudine. Guerra e democrazia nell’ordine imperiale” (Milano,
Rizzoli); “La differenza italiana” (Roma, Nottetempo); Movimenti nell'impero.
Passaggi e paesaggi, Milano, Cortina, Global. Biopotere e lotte” Roma,
Manifestolibri, Goodbye Mr Socialism, Milano, Feltrinelli, Settanta (Roma,
Derive); Approdi, Fabbrica di porcellana. Per una nuova grammatica politica,
Milano, Feltrinelli, Dalla fabbrica alla metropoli” (Roma, Datanews, Il lavoro nella Costituzione” (Verona, Ombre
Corte, Dentro/contro il diritto sovrano. Dallo Stato dei partiti ai movimenti
della governance” (Verona, Ombre Corte, Comune. Oltre il privato ed il pubblico, (Grice:
“Cf. Grice on ‘common language’ and ‘private language’”) Milano, Rizzoli, Inventare il comune, Roma, Derive Approdi, Il
comune in rivolta. Sul potere costituente delle lotte (Verona, Ombre Corte); “Questo
non è un Manifesto” (Milano, Feltrinelli); “Spinoza e noi, Milano-Udine,
Mimesis); “Fabbriche del soggetto. Archivio (Verona, Ombre corte); Arte e
multitudo (Roma, DeriveApprodi); “Storia di un comunista” (Milano, Ponte alle
Grazie, Galera ed esilio. Storia di un comunista” (Milano, Ponte alle Grazie, Assemblea,
Milano, Ponte alle Grazie, Da Genova a domani. Storia di un comunista, Milano,
Ponte alle Grazie. Che l'Europa
politica sia necessaria, è chiaro per le ragioni stesse che ne hanno
determinato l'attuale processo costitutivo: la ricerca della pace fra le
nazioni che la compongono, lo spazio economico comu-ne, la comune
determinazione culturale, ecc. Ma che l'Europa sia necessaria sembra
evidenziarsi con molta forza anche da altre ragioni, non più semplicemente
statiche ma dinamiche, non più solo storiche ma politiche ed attuali. La
necessità dell'Europa nasce dal confronto con la messa in forma del mercato
globale, cioè dal confronto con il processo di costituzione imperiale che sta
realizzandosi. Nell'impero, essendo impensabile una democrazia assoluta
(un uomo uguale un voto); essendo del pari assai dubbia, quando non si tratti
di pura mistificazione o illusione, l'immagine di una società civile globale,
sarà infatti necessario delimitare uno spazio che consenta l'espressione e la
decisione democratiche della molti-tudine, nonché la sua organizzazione
politica. Ora, lo spazio politico europeo (costituito su una continuità
culturale lunga e singolare e una dinamica costituzionale specifica)
sembra corrispondere a quella necessaria delimitazione. lo non so se in questo
spazio sia possibile pensare un soggetto politico adeguato alle dimensioni dell'impero.
Quel che è certo è che fuori da questo spazio, e senza un soggetto adeguato,
non c'è più democrazia per l'Europa. Se queste sono le condizioni nelle
quali dobbiamo muoverci, interroghiamoci qui di seguito. È
possibile costruire questo spazio? E possibile costruire, in questo spazio, un
soggetto politico che si confronti agli altri nell'impe-ro? O, meglio, che si
confronti con gli altri a proposito dell egemonia imperiale? E possibile una
unione politica che ne valza la pena? A noi non sembra che si possa dare
risposta positiva a questi interrogativi se si consente alle posizioni che oggi
sono prevalenti nella discussione politica europea. Alcune di queste posizioni
appartengono al dibattito comunitario (1), altre partecipano del dibattito politico
sull'Unione (2).Ora le pesizioni che attengono al dibattito comunitario, si
pongono fra gli estremi di questa alternativa: 1,1 La Comunità curopes
come pura area di mercato e regolazione di questa: 12 la Cawumira euroyea
cme Confederazione ti Stati-nazio- È chiaro che in eninambi questi casi
la Comunità europea è disgonata come una subornizzazione imperiale, ovvero come
una delle enganizazioni deventrate nella piramide imperiale. In questo caso
l'unione politica non produce né democrazia né una nuova sagrettività
all'interno dell'Impero. Si obierta tuttavis, da qualche voce, che
assumendo la determinante mititares come pil importante di quelia cconomica
si potrebbe sovrarre l'Europa alla funzione subaltema cui l'Impero
la destina Cio surebbe tuttavia vero salo alla condizione,
manifesta- mente tale, che l'Europa potare immectatamente presentarsi,
nel sua insieme, come potenza militare. Ma enca non si presenta casi: amalmente
la determinazione militare è separata, gestita dai singoli Sti-narione.
Di conseguenza proprio quando ci si riterisce alla deter- munante
militure, si finisoe per escludere / Euroga da ogri collocario ne o ruelo
decisivi nell'ambito imperiale. So poi l'insistenza sulla determinante mitare
forse semplicemente un trucco per rattermare la centralità dello Stato-nazione
nella realtà europea ed internaziona-le, allora l'efficacia dell'obiezione
verrebbe del tutto meno. Un'altra altemativa si disegna quando si
considerino le posizioni che partecipano del dibattito politico
sull'Unione: L'Unione politica europea è da un lato, in questa
prospet-tiva, considerata come un Super Stato giuridico-amministrativo
(msomna, un Impera nell Impero); 22 in altra foma l'Unione europea può
anche enere immaginata (come spesso avviene nel diburtito arruale) come
una Costituzione senza Stato, ovvero come una struttura statale caratterizzata
da numerosi Iivelli di organizzazione piuttosto che promona da un centro
sovrano. Si tratta, in entrambi i casi, di una figura costituzionale
sparia orvero chi una macchina sebole del potere costituente. Sono,
queste ultime figure, entrambe canuterizzate da un deficit democratico
pesantissimo. In 2.1 lUnione curopea sembra essere affidata ad una magistratura
buroeritica che produce le istituzioni come con- seguenza di una dinamica
fonzionalista. In 22 | Unione curopea e consenata a macchinazioni
pelitico-giuridiche piuttosto similt a quelle che reggevano
l'amministrazione del Sacro Romano ImperoGermanico e riconducibili alla
combinazione di una architettura puffendorfiana e dell'immaginazione
reazionaria del romanticismo. Secondo alcuni giuristi, tuttavia, si
dovrebbe riporre fiducia nei dispositivi giuridici dell'Unione Europea
esistenti. Una volta messi in moto, essi potrebbero funzionare come «potere
costituente» di una nuova sovranità europea. Questo potere costituente «spurio»
può essere, a parere dei giuristi, prodotto sia da un'attività istituzionale
intera (le Corti europee) sia dall'effettività del combinato sussidiario delle
istituzioni europee e degli Stati confederati. Le burocrazie interne alla
comunità divengono cosi il «deus ex machina» che non solo supplisce al deficit
costituzionale ma ne prepara il superamento. Queste ipotesi non sembrano
credibili. Esse infatti prevedono una sorta di governance costituente,
difficilmente ipotizzabile in una situazione caratterizzata, a) oltre che dal
deficit democratico di base, b) da conflitti certi fra le élites europee, e) da
pressioni contrarie, e/o distruttive, esercitate dalle élites imperiali,
americane, russe, ecc. In ogni caso, qualora la discussione politica e
costituente continuasse in questi termini, forse avremo un'Unione Europea... Ma
non ne varrà la pena, perché essa sarà, dal lato dei governanti, completamente
subordinata al comando imperiale; dal lato dei governa-ti, bloccata, chiusa in
una passività che potrà trovare solo vacue vie di fuga, di rivolta o di
repressione. A quali altre condizioni è dunque possibile un Europa
politica che ne valga la pena? Essa è possibile solo se il progetto
dell'Unione e quello di una mobilitazione democratica della moltitudine europea
sono concomitanti ed agiscono con forza dirompente a livello e nelle dimensioni
dell'impero tutto intero. Voglio dire che un'Europa politica (che ne valga la
pena) è possibile solo se la moltitudine europea è sollecitata alla
costituzione dell'unione politica attraverso la mobilitazione di strati sociali
potenti (sia nella produzione di merci che nella espressione di valori), di
strati sociali che vogliono dunque con l'Europa, più libertà qui e nel
mondo. Vale forse dunque la pena qui di sottolineare che quel che
dovrebbe interessare coloro che vogliono un'Europa politica, non è tanto la
costituzione di un demos quanto la produzione di un soggetto politico. Ma far
uscire un soggetto politico dalla moltitudine, dunque costruire un'Europa
politica che ne valga la pena, non sarà possibile se non vi saranno divisione,
lotta, decisione di valori di libertà. Ci sia permessa una breve
parentesi. L'Europa era stanca quando, dopo un secolo di guerre fratricide, a
metà del secolo ven-tesimo l'antica utopia cosmopolita venne riproposta e
riformulata nel progetto politico dell'Europa unita. Il paradosso di questa
decisione fu di essere animata piuttosto da necessità strategiche nella lotta
contro il comunismo sovietico che da una effettiva ricerca di unità politi-ca,
di solidarietà economica e di ricomposizione costituzionale. I federalisti
europei si batterono a lungo contro queste insufficienze, ma furono sempre
prigionieri del quadro strategico precostituito. In particolare, esso escludeva
la sinistra e le masse proletarie dal progetto europeo. Una divisione di classe
sovradetermina dunque il progetto europeo e preesiste alla sua attualità. Un
demos europeo non sarà dunque possibile costruirlo se non si scava dentro
questa preistoria e, al limite, se non si riattivano realisticamente quelle
profonde divisioni, al fine - laddove sia possibile - di superarle. In ogni
caso, si tratta di prendere in considerazione i conflitti (passati ed attuali)
perché solo questa considerazione potrà permettere di articolare, nel presente,
eventuali convergenze politiche. La fine della Guerra Fredda, di per sé, non
risolve nulla, a meno di pensare che nel conflitto internazionale di allora non
fosse in qualche modo incluso il conflitto di classe. Di contro, lo sviluppo
negli anni '90 delle tendenze imperiali rischia di accentuare (come si è
cominciato a vedere) alterative molto caratterizzate alla costruzione
dell'unità europea da parte degli Stati-nazio-ne. Il Regno Unito gioca
pesantemente come arma euroscettica il proprio ruolo di alleato privilegiato,
nella politica finanziaria e militare, degli Usa. Le altre potenze europee
guardano con sospetto la supremazia continentale della Rft unificata. Ecc.,
ecc. Se si vuole superare questa situazione, il dibattito sull'Europa, ed il
riconoscimento del suo farsi da parte dei popoli che la costituiscono, dovrà
attraversare nuove fasi di confronto e di espressione alternativa di valori, di
opzio-ni, di tendenze. Senza bagnarsi in queste scadenze di vita e di sangue,
sarà difficile procedere nel dibattito europeo... Chi ha dunque interesse
all'Europa politica unita? Chi è il soggetto europeo? Sono quelle popolazioni e
quegli strati sociali che vogliono costruire una democrazia assoluta a livello
di impero. Che si propongono come contro-Impero. Insomma, si tratta di
quegli strati produttivi (più o meno pro-letari) che necessariamente (per
ragioni dettate dalla natura della loro forza produttiva) chiedono: uno
statuto di cittadinanza sempre più universale, ovvero la più ampia mobilità per
sé e per gli altri; reddito garantito, ovvero la
possibilità materiale, per le moltitudini, di essere flessibili nella
produzione di ricchezza e nellariproduzione della vita; c) la proprietà comune
dei mezzi di produzione: s'intende, dei nuovi mezzi di produzione. Se infatti
il lavoratore intellettuale non ha la proprietà del proprio utensile di lavoro,
cioè del cervello, allora non è più nemmeno un proletario ma uno schiavo. Si
vuole dunque la libertà. C'è un nuovo proletariato che è stato creato dal
nuovo modo di produzione capitalistico. E una moltitudine che, nella
postmodemità, si aggrega e ricompone nei più diversi luoghi produttivi -
infatti, ogni attività è diventata un luogo da quando la localizzazione
capitalista della produzione è diventata un non-luogo, da quando la fabbrica
for-dista si è dissolta nella società postfordista. E un esodo permanente ed
alternativo, dove un proletariato immateriale e precario si dispiega e si scontra,
dentro il quadro della globalizzazione, con l'Impero. Sarà possibile affidare a
questo proletariato europeo, come linea di esodo, il progetto Europa? Insomma,
porlo contro tutti i tentativi di fare dell'Europa una grande potenza sovrana,
un super-potere capitalisti-co, un blocco di forze conservatrici (verdi o
gialle, nere o rosse che sia-no)? Insomma qui si chiede un Europa di gente
intelligente e povera, divertente e mobile, che sconquassa ogni assetto di
potere costituito. Può cominciare attraverso l'Europa una marcia
zapatista della forza-lavoro intellettuale? Europa delle regioni, Europa delle
Nazioni, Europa provincia imperiale, ecc., ecc.: e se, di contro, cominciassimo
a parlare dell'Europa come non-iuogo rivoluzionano nell Impero? Vale la pena
di sottolineare che le condizioni qui poste rap presentano un diagramma nella
costituzione non solo politica ma biopolitica dell'Europa unita. Dico
«biopolitica», perché oggi le condizioni giuridiche universali (della
citradinanza, del reddito, della proprietà comune) costituiscono la
precondizione, ovvero il substrato ontologico, dell'esercizio stesso della
libertà. La politica ha investito la vita cosi come la vita ha investito il
politico: nella costituzione dell'Europa unita questo rapporto non può che essere
ritenuto fondamentale ed irreversibile. Per concludere provvisoriamente,
mi sembra dunque che si debba dire: un soggetto europeo (e con esso
un'Unione europea che valga la pena) potrà essere formato solo da una nuova
sinistra europea. La questione della costruzione dell'unità europea e quella
della formazione di una nuova sinistra sono sincroniche. Il nuovo
soggetto europeo non rifiuta dunque la globalizza-zione, anzi, costruisce
l'Europa politica come luogo dal quale parla-re contro la globalizzazione,
nella globalizzazione, qualificandosi (a partire dallo spazio europeo) come
contropotere rispetto all'egemo- nia capitalistica nell'Impero. Per
ravvivare la discussione è forse qui utile proporre una reminiscenza del
«potere costituente», e di come esso potrebbe agire, se immaginassimo l'Europa
come «anello debole» nella catena del dominio imperiale, e quindi la
costituzione unitaria dell'Europa come prodotto di una vera e propria «guerra
civile» all'interno dell'Impero. Al fine di dare realistica base a queste
ipotesi, è necessario assumere che il comando imperiale non è per nessuna
ragione disponibile ad ammettere un'Europa unita (ed unita a partire dalle
nuove forze sociali antagoniste) come «contropotere» nella globalizzazione.
Questo rifiuto è organizzato e rappresentato da frazioni importanti del
capitale globale e trova la sua base nel conservatorismo della destra americana
e nel pensiero unico del liberalismo mondiale. L«unilatera-lismo» americano non
è solo «americano» ma capitalista, conservatore e reazionario. La grande
metamorfosi imperiale ha sconvolto i parametri tradizionali della scienza
politica e del diritto pubblico, e ha spinto importanti frazioni del capitale
collettivo (globale) verso un accanito conservatorismo. L'«unilateralismo» è un
tentativo di bloccare ogni movimento delle moltitudini e di fissare su
condizioni immutabili il dominio del grande capitale sull'Impero. Da questo
punto di vista, la proposta di un'Europa unita, che sappia (perché altrimenti
non potrebbe trovarsi unita) dare spazio alle nuove forze sociali che la
rivoluzione del modo di produrre ha creato - bene, questo, i padroni
dell'Impero, i governi della destra e il capitale collettivo non lo
voglio- no. Bisogna dunque che si apra una lotta dura su queste alternative
e che ci si impegni attorno ad essa su un programma di trasformazioni radicali.
Solo in questo caso l'Europa potri diventare reale: e, diventando reale,
presentarsi come «anello debole» della costituzione imperiale e quindi
possibilità di nuova libertà per le moltitudini. Ma ritorniamo al centro
politico del nostro dibattito e discutiamo altre obiezioni. All'obiezione
che l'iniziativa capitalista (neoliberale) nel costruire un Europa
sub-imperiale è già troppo avanzata perché, a questa anticipazione, possa darsi
qualsiasi risposta (dunque l'unica possibilità è la difesa degli
Stati-nazione), si deve rispondere: la resistenza nazionale non è più
possi-bile, lo Stato-nazione (anche confederato) è già del tutto assorbito
nelle dinamiche imperiali... Quindi c'è possibilità solo di rilanciare la lotta
nell'Impero. La rivendicazione di «realismo» non consistenella propaganda della
ritirata alla Kutusov, né nelle pratiche dell' «curoscetticismo», bensi
nell'insistenza (anche in situazioni di ritardo, di sconfitta...) sulla
costruzione di alternative globali che possono dar luogo ad eventi di
rottura. Noi dunque diciamo: puntiamo sulla costruzione di una sinistra
(nuova) a livello europeo, piuttosto che su ogni altro obiettivo. Sulla
via della costruzione di questa (e dell'Europa) noi possiamo/dobbiamo investire
il non-luogo imperiale, in maniera sov-versiva. All'obiezione che
l'Europa è povera, che non ha materie prime né petrolio, che ha una finanza ed
una moneta completamente subordinate al mercato mondiale, che non ha la bomba
né la capacità di decidere della guerra, ecc.. si deve rispondere che
l'Europa è ricca di forza-invenzione e di forme di vita. Nella depossessione di
materie prime, nella debolezza finanziaria e monetaria, nella estrema impotenza
militare, non è la reinvenzione del «demos» o una solidarietà antica (demotica)
che pre-miano, ma piuttosto una nuova immaginazione biopolitica che, nel
rapporto con la mobilità tellurica dei lavoratori e dei poveri e la
mobilitazione delle nuove intelligenze, si faccia esodo dalla miseria delle
forme economiche e politiche della modernità. Ciò detto, è necessario
sottolineare il fatto che ogni qual vol-ta, dall'inizio degli anni 70, l'Europa
ha cercato di operare un passaggio istituzionale decisivo, sempre si sono
tempestivamente determinate acute situazioni di crisi. Esse hanno avuto origine
nel ventre molle dell'Impero, in quel Medio Oriente dove si forma il prezzo di
uno dei beni essenziali dell'Europa, il petrolio, e dove dominano i governi più
reazionari del pianeta. Questa coincidenza non può non essere presa in
considerazione da una sinistra europeista. Essa deve aver coscienza che
costruire l'Europa significa lottare, ad un tempo, contro coloro che fanno il
prezzo del petrolio e contro i governi reazionari del Medio Oriente,
contro i Talebani del dollaro e quelli del petrolio. Per approfondire l'intera
argomentazione fin qui condotta e rafforzare le conclusioni (l'Europa politica
unita non dovrà essere tanto una nuova figura della sovranità quanto una
«macchina da guerra» per l'estensione dei nuovi diritti fondamentali ai
soggetti dell'Impero) vale la pena di aggiungere qualche riflessione sulmodello
europeo di solidarietà sociale ovvero sul rapporto che si stende, nella
tradizione e nell'avvenire, tra il diritto del lavoro e la costituzione
europea. Per trattare di questo tema penso che dovremo, prima di tutto,
ricordare quanto sia ambiguo il riferimento ad un modello europeo di
solidarietà sociale: un modello che, avendo trovato le sue origini nell'Obrigkeitstaat
bismarckiano o nel rozzo sociologismo della III Republique, si è sempre
caratterizzato (dal punto di vista giuridico) nella forma della subordinazione,
(dal punto di vista economico) nel calcolo del costo di riproduzione della
forma lavoro (del salario diffe-rito), (dal punto di vista politico) in
funzione della pace sociale e del consolidamento dell'autorità statale - ed è
stato spesso tradotto in solidarietà imperialista o bellica... Gli Istituti
Nazionali per la Previdenza Sociale hanno linanziato gran parte delle guerre
del X.X seco-lo. In esse s'è esaltata la disciplina biopolitica dello
Stato-nazione, quella che ben si conclude nel nazional socialismo. Ciò
detto, resta tuttavia da aggiungere che il modello europeo di Welfare ed il
diritto del lavoro che gli si incastonava dentro, sono venuti man mano
registrando i movimenti antagonisti della forza lavo- TO. È sulla
base delle lotte dei lavoratori che Welfare e diritto del lavoro si sono man
mano, in Europa, emancipati dalle determinazioni corporative, populiste,
colonialiste, imperialiste che li avevano percorsi. È così che siamo
arrivati ad un momento, fra i '60 e i '70, nel quale ci siamo illusi che il
modello europeo si fosse liberato dalle sue iniziali condizioni, che dunque Sinzheimer
avesse vinto e che l'ambiguità del modello europeo di solidarietà potesse
definitivamente fondarsi su - e nutrire - la democrazia. Non è stato
così... A partire dagli anni 70, le conquiste democratiche del Welfare
europeo sono state scontrate dal neoliberismo ed i loro effetti spesso
neutralizzati. I metodi della repressione hanno annullato forze altrimenti
irresistibili e le hanno piegate alla sovradeterminazione del mercato globale,
politicamente riconosciuto come potenza autonoma: D'altra parte
l'attività del diritto del lavoro «all'europea» è stata assai disturbata,
quando non sia stata colpita nei suoi stessi presupposti. Ché infatti, se il
suo progresso era conflittuale, legato alle lotte di un soggetto forza-lavoro
(che aveva ottenuto riconoscimento costituzionale), ora questo soggetto (il
sindacato) non era stato solo attaccato nella sua figura istituzionale,
rappresentativa,ma gli erano state sottratte le condizioni di esistenza,
Chiamiamo: postfordismo la situazione nella quale il sostrato ontologico
(classe operaia) e la figura politica (sindacato) del conflitto industriale non
esistono più come attore centrale. Che cosa significa più, nel
postfordismo, parlare di un modello (di una tradizione) europeo di solidarietà
sociale quando (senza insistere sulle differenze ma supponendo omogeneità) le
condizioni stesse della continuità non sembrano più darsi? Che cosa
significa, in assenza di un soggetto conflittuale forte, in condizioni ormai
definitivamente stabilizzate di flessibilità e di mobilità della forza lavoro
produttiva, riattualizzare o reinventare un diritto del lavoro su scala
continentale? E nella globalizzazione dei mercati, che cosa significa
accostare Labour Law e European Constitution? Talora ho l'impressione che si dovrebbe
fare come Roosevelt all'inizio del New Deal: imporre per decreto un nuovo
soggetto sindacale per permettere la messa in forma di un nuovo Welfare: ma
come è immaginabile oggi un tale disegno? Ad accrescere le difficoltà di
dar risposta a questi quesiti insorge un altro tema/problema: quello
dell'immigrazione. Nelle condizioni di globalità dei mercati, questo
problema (è bene precisarlo) non si «aggiunge» a quello della regolazione
(giuri-dica o politica) della forza lavoro indigena: gli è, al contrario,
con-sustanziale sia dal punto di vista dell'economia industriale
(disponibi- lità indefinita e costo limite zero del lavoro) - sia
dal punto di vista delle politiche budgetarie (pensioni-stiche, assistenziali,
scolastiche e formative, sociali in genere...) Sarebbe interessante qui
riferirsi a, ed insieme forzare, quella categoria «frontiera» che Balibar - nei
suoi ultimissimi scritti - considera ormai più ampia di «Stato-nazione». E
comunque sparare a zero sull'attuale concetto di cittadinanza immobilizzato su
spazi ormai derisori per la vita di un uomo qualunque e del suo bisogno di
lavorare... Di qui altre due questioni, alle quali siamo introdotti dal
problema dell'immigrazione, ma che non hanno rilevanza semplicemente in questa
prospettiva. La prima è: come viene configurandosi il controllo biopolitico
sulla forza lavoro postfordista, mobile e flessibile, indigena o nomade?
E poi: come potrà un diritto del lavoro (su scala europea) determinare
un'eccezione (su scala globale) contro il controllo bio- politico e la
gerarchizzazione imperiale della forza lavoro?Antonio
Negri. Keywords: implicature, potere-potenza, l’incubo, la differenza italiana,
grammatica politica, assemblea, Refs.: Luigi Speranza, "Grice e
Negri," per il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa
Grice, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Neri:
l’implicatura conversazionale dell’aporia della realizazione – filosofia
lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Milano). Filosofo italiano. Milano, Lombardia. Grice:
“Neri is an interesting philosopher – he speaks of the aporia of the
realization, which is intriguing, and considers that ‘objectivism’ started with
Galileo, which is realistic!” Professore a Verona. Allievo di Banfi e Paci, rappresenta
una delle ultime sintesi della Scuola di Milano, di cui riprende alcuni dei
temi portanti: ricerca fenomenologica, analisi storico-politica, studi
estetici. Rispetto ai suoi maestri, del cui pensiero è stato uno dei
maggiori interpreti, sviluppa un percorso di ricerca originale, caratterizzato
da una critica delle ideologie del Novecento e dei loro fallimenti, e da una
lettura non dogmatica della storia contemporanea, volta a metterne in luce
discontinuità e aporie. Forte di un'indole scettica e fedele al principio
dell'epoché fenomenologica, Neri ha ripercorso le vicende della dialettica
marxista, focalizzando in particolare la sua attenzione sull'Europa
centro-orientale, e sulle varie forme di controcondotta e dissenso che, a
partire dagli anni sessanta, sono andati germinando in quel contesto storico. I
suoi autori di riferimento Husserl e Merleau-Ponty, Bloch e Lukács, Kosík e
Kołakowskirivelano la tensione intellettuale tra ricerca teoretica e storica
che ha caratterizzato il lavoro di Neri, dalle principali monografie, ai saggi
su aut aut e Il filo rosso, fino al materiale inedito conservato presso
l'Archivio N., da pochi anni istituito presso l'Università degli Studi di Milano.
Durante gli anni universitari, trascorsi tra Pavia e Milano, Neri ha
l'occasione di frequentare gli ultimi corsi di Banfi, ormai lontano dalla
fenomenologia e intento a perfezionare (e radicalizzare) il suo umanesimo di
stampo marxista, e dell'ancor giovane Enzo Paci che, in quegli stessi anni di
dopoguerra, intraprende un confronto innovativo con gli esiti della ricerca
husserliana, e in particolare con i contenuti della Crisi delle scienze
europee, oggetto di numerosi corsi. Proprio questo "apprendistato
fenomenologico", secondo l'espressione di Fausti, ha consentito a N. di
acquisire un metodo di ricerca che lo ha accompagnato, non solo nei suoi studi
delle opere di Husserl, Merleau-Ponty, Patočka (dei quali traduce e cura varie
pubblicazioni), ma, più in generale, nell'analisi del pensiero storico e
politico novecentesco. A questi interessi va ad aggiungersi quello per l'arte e
l'estetica, decisivo in questi primi anni, e dovuto in particolare agli
insegnamenti di Formaggio, con cui N. si laureò. Neri continuerà a interessarsi
a questi temi anche negli anni successivi, dedicando diversi scritti a Panofsky
(della cui Prospettiva come forma simbolica cura nell'edizione) e a Caravaggio,
e interrogandosi sul rapporto tra fenomenologia ed estetica. Agli anni di
studio, segue una fase di ricerca che lo porterà nei primi anni sessanta a
Praga, ospite dell'Accademia delle Scienze della Cecoslovacchia e, in seguito,
negli Stati Uniti d'America, dove è visiting scholar a Pennsylvania. A Praga,
Neri entra in contatto con la giovane generazione di intellettuali cechi che,
in questi anni cruciali, portano avanti l'idea di riformare il socialismo dal
suo interno, a partire da una profonda reinterpretazione del materialismo e
della prassi marxiana. È grazie a N. che in Italia si diffondono le opere di
Kosík e di Patočka che, pur così profondamente diversi, condividono con Neri
l'interesse per la fenomenologia e la politica. Durante la sua esperienza
americana, N. dedica a Marx una serie di lezioni e conferenze, i cui testi
inediti, facenti parte del Fondo N., sono conservati presso la Biblioteca di
Filosofia dell'Università degli Studi di Milano. Analizzando il pensiero di
Marx, N. si rifà in particolar modo, oltre che all'insegnamento di Kosík, agli
scritti di Petrović e alla scuola jugoslava legata alla rivista Praxis. Tornato
in Italia, inizia un lungo periodo di insegnamento a Verona, durante il quale
incentra i suoi corsi sulla fenomenologia post-husserliana, su Bloch, sull'idea
filosofica di Europa e la sua eredità, a seguito del fallimento dei principali
progetti politici novecenteschi. Escono in questi anni le sue opere più note: “Aporie
della realizzazione”, sulla filosofia e l'ideologia dei paesi del socialismo
realizzato, e “Crisi e costruzione della storia”, dedicato, ancora una volta,
al maestro Banfi. In più occasioni, manifesta il suo debito nei confronti
dei suoi maestri milanesi, per averlo iniziato allo studio della fenomenologia.
In tal senso, il passaggio dall'insegnamento di Banfi a quello di Paci è
decisivo. «Al centro non era piùscrive Neri poco prima di morire, ricordando
quegli anniil "disperato razionalismo" del fondatore della
fenomenologia: il fuoco della rilettura era diventato il "mondo della
vita" e la critica dell'obbiettivismo moderno». Un pensiero che ben si
presta a una generazione di giovani studiosi che, durante gli anni sessanta, si
raccolgono intorno a Paci, desiderosi di affinare un pensiero che consenta di
riguadagnare un sguardo disincantato, ma non indifferente, sulla realtà sociale
e culturale circostante, contro «l'asfissiante razionalismo» di Banfi e, più in
generale, contro l'impronta culturale del PCI. Neri rientra in questa
nuova leva di studiosi e in questi termini si possono interpretare anche i suoi
studi fenomenologici. «Con il tema del mondo della vitaribadisce N., in un
altro tra i suoi scritti più tardila fenomenologia mostrava di saper affrontare
i problemi posti dalle scienze storiche e sociali, dall'antropologia culturale
e infine anche dal pensiero marxista». L'esempio di Paci, tuttavia, che cercò a
tutti gli effetti di coniugare metodo fenomenologico e dialettica marxista, è
seguito dall'allievo solo parzialmente, lasciando la sua impronta più visibile
nel volume Prassi e conoscenza, una cui parte è dedicata ai critici marxisti
della fenomenologia. Col passare del tempo, tuttavia, Neri adotta una posizione
di sempre più evidente rottura, prediligendo a qualsiasi tentativo
conciliatorio una critica fenomenologica del socialismo realizzato e delle sue
distorsioni. A tal proposito, il confronto con Kosík e il dissenso, all'interno
del socialismo reale, giocano un ruolo di primo piano. Come si evince
dalla sua “Aporie della realizzazione,” distingue due fasi e due generazioni di
filosofi, all'interno della complessa crisi del socialismo in costruzione. Da
una parte, la prima generazione è rappresentata da Lukács e da Ernst Bloch.
Proprio al pensiero di quest'ultimo, alle sue concezioni di storia e di utopia
e ai suoi numerosi ripensamenti, Neri dedica una lunga analisi, che tornerà
periodicamente anche negli anni successivi, come testimoniano i programmi
dei suoi corsi universitari. A Bloch è ispirato, d'altronde, il titolo del
libro, che N. ricava da una pagina di Principio speranza. È all'interno della
dialettica tra realtà e realizzazione, tra condizione presente e speranza
futura, che N. individua l'andatura del socialismo reale, della sua filosofia e
della sua ideologia. Solo con la seconda generazione di filosofi, tuttavia, le
aporie della realizzazione socialista vengono veramente al pettine; la
malinconia di Bloch cede infatti il passo allo sguardo scettico di Kołakowski e
al tentativo di Kosík di rileggere la dialettica marxista in termini concreti,
al di là di ogni deriva ideologica. Dello stesso tenore è anche il libro su
Banfi, Crisi e costruzione della storia, di pochi anni successivo, in cui N. si
confronta con lo stesso tema della realizzazione, inteso stavolta nei termini
del tentativo banfiano di costruire un percorso storico su basi razionali,
oltre la crisi della civiltà moderna, verso una nuova prospettiva umanistica.
Alla luce del ritratto offertoci da Neri, che si concentra in particolare sugli
anni trenta, intesi come momento cruciale per lo sviluppo della teoria
banfiana, emerge un'immagine di Banfi particolarmente complessa, nella quale la
svolta ideologica e l'adesione al comunismo non offuscano il perdurare di uno
spirito critico e di una prospettiva europea, che si sviluppa al di là dei
particolarismi delle filosofie nazionali. L'Archivio N. -- è stato creato
presso la Biblioteca di Filosofia dell'Università degli Studi di Milano
l'Archivio N. In tale archivio è raccolta un'imponente quantità di materiali
inediti, che comprendono riflessioni, appunti per corsi e seminari, annotazioni
di viaggio, corrispondenze. Sono considerati di particolare rilievo, in vista
di futuri studi sul pensiero filosofico di N., i 149 quaderni, contenenti le
riflessioni del filosofo, dalla metà degli anni cinquanta, fino alla sua morte.
Attraverso la lettura di questi scritti, ora completamente consultabili e in
corso di digitalizzazione, è possibile chiarire il rapporto e gli scambi di
Neri con altri rappresentanti della filosofia milanese: da Banfi a Paci, da Dal
Pra a Preti. Grande importanza rivestono anche i commenti in presa diretta su
alcuni tra i più rilevanti avvenimenti storici del Novecento: dall'invasione
sovietica dell'Ungheria, alla Primavera di Praga, fino al crollo del socialismo
reale. A ciò si aggiungono le riflessioni sul ruolo della filosofia nella
società, sul modo e l'opportunità di insegnarla, e sulla sua tenuta, di fronte
alle scosse della storia. Saggi: : “La fenomenologia della prassi (Milano, Feltrinelli); “Il partito socialista
italiano” (Milano, Feltrinelli); “Crisi e costruzione della storia” (Napoli,
Bibliopolis); “Il sensibile, la storia, l'arte” (Verona, Ombre Corte, F. Tava, su
Open Commons of Phenomenology. G. Scaramuzza, Presentazione, in Atti della
Giornata di Studio e di Testimonianze svoltasi presso la Fondazione Corrente,
Milano, Materiali di Estetica, Archivi. su sba.unimi. degli scritti di in aut
aut, n. Atti della Giornata di Studio e di Testimonianze svoltasi presso la
Fondazione Corrente, Milano, in Materiali di Estetica, Quando tra noi Ricordo, amici, colleghi e studenti, Pizzighettone,
Viciguerra, L. Fausti, Tra scepsi e storia. Un percorso filosofico, Milano,
UNICOPLI,. L.Frigerio e E. Mazzolani,
Iin Sistema Università, A. Vigorelli,
Fenomenologia e storia. A partire da Patocka: itinerario filosofico, in Leussein, F. Tava, Open Commons of Phenomenology. sba.unimi.
Fondo librario. Grice: Mussolini used to say that Garibadi spoke of the
‘popolo’ while he speaks of the ‘nazione’ – and a nazione has a plusvalue over
popolo. Il popolo e l’asino, l’asino e il popolo utile paziente e bastonato. Grice:
“Neri made a great contribution or the spreading of Husserl’s interpretation of
their own Galileo n Italy. Who is this Jew to tell us anything about our
glorious Pisan? Husserl saw Gailei as a Platonist. Neri made a translation of
Husserl’s essay on Galileo and included in a saggio with the title GALILEO in
it – in this way, he gathered the attention of every Italian philosophical
Galileian!” Grice: “Perhaps the best introduction to Italian socialist politics
are the commentaries Neri made to the cartoons in the asino, which he entitled,
bitingly, the bite of the ass!” Grice: “Oddly, bite is an attribute of ass –
when a retrospective of the cartoons was held, the cliché journalese when
‘satira morente’ -- -- estetica di Diderot, senso e sensibile, il sensibile, la
sensazione, il Galileo di Husserl. Guido Davide Neri, su sba.unimi. Neri.
Keywords: aporia della realizzazione, il mordo dell’asino, -- Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Neri” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Nerone: il melodramma di Boito -- Roma – la scuola
d’Anzio -- filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Anzio). Filosofo italiano. Anzio, Roma, Lazio. Filosofo
epicureo e imperatore romano. Demetrio Lacon dedicated a philosophical essay to
Nerone, making it extremely like that Nerone was himself a follower of the
doctrines of The Garden. ao ss TN Bo ZA SI gia SE er ES 7 VIS \ Rai COSI Sega
pr e da ansa Mi, pe sud o, e RICORDI MILANO 1( @ISERI (mpradigeile) POS \ DI Li
‘A DG DI 8 li 7 LALA Ss INI (EL fn ra SI ; CS ‘ pi” x "n ': lr” t DS Ù Ì N
? Ò FINE Nine {UMBERTO PIZZI BULOGNA Via Zamboni Imprimé en Italie BOITO
TRAGEDIA IN IV ATTI AUMENTO COMPRESO LE PERSONE DELLA TRAGEDIA: NERONE SIMON
MAGO FANUÈL ASTERIA RUBRIA TIGELLINO GOBRIAS DOSITÈO PERSIDE CERINTO IL
TEMPIERE TERPNOS PRIMO VIANDANTE SECONDO VIANDANTE LO SCHIAVO AMMONITORE I
VARII AGGRUPPAMENTI DEL CORO: Ambubaje - Fanciulle Gaditane - Acclamatori -
Cavalieri Augustani - Liberti - Fautori di parte frasina - Fautori di parte
azzurra Popolo Schiavi Plebe Senatori Una compagnia di Artisti Dionisiaci, Tre
decurie di Guardie Germane Eneatori Sacerdoti del Tempio di Simon Mago -
Matrone - Classarii - Pretoriani - Cristiani Aurighi della fazione verde -
Aurighi della fazione azzurra. PANTOMIMI, DANZATRICI, APPARITORI: Una puella
Gaditana L’ Arcigallo Un venditore d’idoli Un venditore di tavole votive - Un
mercante orientale Un flamine - L’auriga vincitore L’ auriga vinto Un lanista
Due Mercurii Due Caronti Alcuni Etiopi Viandanti - Lettigarii - Clienti Servi
Danzatrici Gaditane Corrieri Mauritani I due Consoli - Littori Preconi Due
Tribuni della plebe Legionarii - Galli - Greci Rheti Indiani, Armeni, Egiziani,
Fanciulli patrizii, Fanciulli cristiani, Fanciulli Asiatici, Cavalieri,
Phaiangarii, Matrone, Marinai, Citaredi, Sistrati, Auledi, Ieroduli,
Flabelliferi, Tre Tempieri, Alcuni Decurioni, Alcuni Centurioni, Guardie
Germane, Gladiatori, Alcuni bestiarii, Istrioni, Sagittarii. Tai % VA Il bh NI
E fighe: Ri di ST Mr Acenta) MAN CI 1a SOR MN LIERE T #1"Ri N. TIRA
GGEDRARENCF OUATTPEROSTASITI PAROLE E MUSICA DI BOITO RicoRDI PRIMA MILANO,
TEATRO ALLA SCALA PERSONAGGI N. Pertile; SIMON MAGO, Journet E e Galeffi
MORERTA SC del 5 Raisa MERA e, » Bertana ME UCINO n e e Pinza BIRBRIAST: Nessi
O i a BERSIDE N. . Sig Mita Vasari MINT ne, » BERLEMPIERENS e, i Venturini
PRIMO VIANDANTE.Tedeschi SECONDO VIANDANTE Menni LO SCHIAVO AMMONITORE Baracchi
MIS SOL INLLÎNI MAESTRO DIRETTORE E CONCERTATORE TOSCANINI Maestri sostituti:
CALUSIO – CLAUSETTI FORNARINI FRIGERIO - RAGNI - ROSSI - RUFFO VOTTO Maestro
del Coro: VENEZIANI Maestro della Banda: MORRONE Maestri suggeritori: PETRUCCI
e DELEIDE Coreografo : PRATESI - Prima ballerina: FORNAROLI Direttore della
messa in scena: FORZANO Direttore dell’allestimento scenico: CARAMBA Scene,
costumi ed attrezzi su bozzetti di POGLIAGHI Scenografo: MARCHIORO colla
collaborazione di MAGNONI Primo Violino di spalla: Giro MNastrucci Primo dei
secondi Violini: Odoardo Peretti Prima Viola: Koch Primo Violoncello: Valisi -
Primo Contrabbasso: Zfalo Caimi Primo Flauto; Tassinari Ottavino: ATrevisan
Primo Oboe: Trapani Corno Inglese: Ghignatti - Primo Clarinetto: Cancellieri
Clarone: Capredoni - Primo Fagotto: Mazzini Paltrinieri Sarrussofono: Giuseppe
Regarbagnati - Primo Corno: Michele Allegri Prima Tromba: Edriondo Botti Primo
Trombone; UVsberto Montanari Basso Tuba: Saverio Scorza - Prima Arpa:
Giuseppina Sormani Organo e Pianoforte: Antonino Votto - Celesta: Eduardo
Fornarini Xilofono, Sistro e Batteria: Augusto Bergami Gran Cassa e Piatti:
Arancesco Veronesi Timpani: Barilli ispettori del Palcoscenico: Duma e Cellini
Vice ispettore: Rocchi Direttori del macchinario: Giovanni e Pericle Ansaldo
Costumi della Sartoria Teatrale Chiappa Attrezzi della Ditta Aancazi et C. di
Sormani Tragella et C. Gioielleria della Ditta Angelo Corbella Parrucchieri:
Biffi e Sartorio Piume e Fiori della Ditta Virginia Ranzini Istrumenti musicali
della Ditta Strumenti Musicali Bottali La è fa 9.41 TNT Hi PI n RARI T IR d wa
È Lal AVALETCAUIT ATE PAIA RO i. È un campo situato (per chi va da Roma ad
Albano) lungo il lato destro dell'Appia, alla sesta pietra milliaria. La via
segue una linea obliqua fra questo e gli altri campi che si estendono
dall’altro lato. La notte è nuvolosa. La luna pènetra a stento le dense nubi
che la nascondono. Sull’Appia e sulle sue tombe l’oscurità è appena diradata da
un barlume cinereo che non projetta ombre ; il campo nereggia più cupo. Sul
lato destro della via, dalla parte di Roma, s’innalza un grande sepolcro che si
prolunga nell’erba; gli si allinea d’accanto, progredendo verso Albano, una
tomba recente su cui sta per estinguersi una lampa funeraria. Tra questa tomba
e il milliario lo spazio è libero; poi segue una pietra sepolcrale quadrata e,
poco discosto da questa, un vasto tumulo erboso che porta sul suo vertice le
vestigia d’un’ara. Altre tombe si schierano sulla fronte sinistra della via.
Molti rottami d’antichi monumenti sono sparsi intorno al grande sepolcro ed
ingombrano anche il breve spa- zio che lo divide dalla tomba recente. Fra
questi ruderi un uomo, nelle tenebre, sta scavando una fossa. È Simon Mago. Sul
margine della via un altro uomo guarda, immobile come in vedetta, nella
direzione d’Albano ; egli porta il cappuccio della lacerna sul capo. È
Tigellino. La notte è piena di canti che giungono dalla vasta campagna, dalle
lontananze dell'Appia; frammenti di canzoni portati dal vento, dispersi dal
vento.VOCI LONTANE E SULLA VIA Canto d’amore Vola col vento, a SIMON MAGO Torna
col vento... i? E lui: Passa un viandante che va verso Roma TIGELLINO con una
bisaccia a spalle ed un bastone.No. LA GUARDIA DEGL’ACQUEDOTTI SIMON MAGO
lontanissima Forse lo atterrì quel grido. Terza vigilia...TIGELLINO Odilo
ancor, là... verso via Latina. SIMON MAGO Pur ch’ei non l’oda! TIGELLINO È
profonda la fossa? | SIMON MAGO Profonda. Ma dalla parte d’Albano s'è udito un
urlo di spavento: Tigellino sbalza sul- la via e incontra Nerone fuggente, ravvolto
in una toga funebre e che porta un'urna cineraria fra le braccia. TIGELLINO ‘
accorrendo al grido Mio Signor N. ansando di terrore ed accennando dietro di
sè: L'Enanidzlatt. TIGELLINO dopo aver osservato È il tuo delirio. N. No. La
vidi...surse. Cinta di serpi... squassava una face... Poi la ingojò la terra.
TIGELLINO lo sorregge, lo fa sedere sulla pietra sepolcrale che sta fra il
milliario ed il tumulo. Qui ti posa. TIGELLINO Dove lasciasti il corteggio? N.
A Boville. VOCE FERALE NEL LONTANO N.-Oreste il matricida Ancor più nel lontano
risuona il canto di "prima : Canto d’amore Vola col vento, Torna col
vento. Ricominciano le canzoni della notte. Volano per l’aria le parole d’una
stro- fa amatoria di Petronio Dolce ridente Lalage. Giunge sull’Appia da Roma
un’allegra comitiva al lume d’una torcia. Vanno a passo vivo verso Albano.
Risuona una voce con questo epigramma Citarizzando scorda l'Impero... TIGELLINO
sottovoce, come parlando Balza il vento e ne porta le canzoni Or dai monti, or
dall’Urbe. N. trasalendo ed alzandosi Ancor quel grido! TIGELLINO È la canzon
d’un ebbro; porgi. Fa per prendere l’urna che N. stringe fra le braccia. N. No.
lo l’urna porterò sino alla méta. N. entra nel campo coll’urna fra le braccia.
Tigellino al suo fianco lo guiderà fra le tenebre, lentamente. Giunti alla
fossa si arrestano. N. Simon. Mago dov'è? Nerone depone l’urna sul suolo,
presso la fossa. SIMON MAGO che non s’è mosso dal campo Qui supplicante I Mani
d’Agrippina. VOCI LONTANE trasfondeva col bacio il iabro al [labro... l’anima
errante progenie nova dal ciel... . ave, anima. Una voce lugubre si sparge
nella not- te; s'odono queste parole: Voce dall'Oriente! Voce dall’Occidente!
seguite dal popolarissimo verso d’una atellana: Torna Onesimo dai campi... e
dal grido ferale: N.-Oreste il matricida N. subitamente, atterrito AN! tu mi
salva! Lava il mio matricidio! Orrenda vita Vivo, pe’ gioghi di Campania in
fuga, Meco traendo il delirio, le Eumenidi Flagellatrici e lo spettro materno!
SIMON MAGO Dagli insepolti corpi emanan larve. Pronta è l’inferie. TIGELLINO
Finchè il rito dura, Vigilerò. i Poi s’avvicina a Simon Mago e con accento
concitato, staccandolo da Nerone, sommessamente gli dice : Spingilo a Roma,
incìta L’audacia in lui; s’ei teme siam perduti. Ritorna sulla via Appia e
s’apposta presso la colonna milliaria. N. prono sulla fossa ed immobile,
incomincia come chi proferisce parole preparate con arte: Queste ad un lido
fatal insepolte ceneri tolsi, Qui le trassi dove stende Roma sue tombe; Sacro
sempre fu ridonare agli estinti la patria. S’inginocchia. Ecco, mi prostro,
m’atterro, m’accuso. Se dei defunti lo spirto penètri Nell’alme nostre, il mio
contempla, madre, Interno orror. quasi senza suono, inorridito e coprendosi il
volto colle mani lo son l’ultimo vivo Di tua tragica stirpe, in me il Destino
Tutte aduna sue forze e le consuma. M’invade il Nume antico! È l’opra mia
L’opra del Fato! ergendosi fieramente E ben dicea quel grido: Io sono Oreste!
PSA 0) Ho. d, PRI SIMON MAGO E tua Tauride. N. intuendo con gioja il pensiero
di Simon Mago ..è Roma! Passa una famiglia di gladiatori; la precede il
lanista, riconoscibile alla lunga ferula che impugna; gli sta a fianco uno
schiavo con una lanterna. TIGELLINO Vanno silenziosi verso Roma. dall’Appia,
sommessamente ma energico Zitti! Vien gente. sottovoce, ma concitato Presto. N.
a Simon Mago, con ansia T'affretta. Si sotterri l’urna. SIMON MAGO A te. N.
esita ad afferrare l’urna. Paventi? N. No. SIMON MAGO Presto. N. angoscioso
M’ajuta. Simon Mago lo ajuta a calar l’ urna nella fossa. grescreazbiapiz
indenni DO SIMON MAGO N. Più profondo. Più profondo ancora. Simon Mago comprime
l’urna nella buca; poi, con la vanga la copre di terra finchè la fossa è
ricolma. N. a Simon Mago È fatto? SIMON MAGO È fatto. N. Nascondi la vanga.
Simon Mago va a nascondere la vanga fra i ruderi, poi ritorna, prende dal-
l’acerra alcuni grani d’incenso, li spar- ge sull’ara thuraria, immerge
l’aspersorio nell’idria, raccoglie da terra il velo nero, lo distende. SIMON
MAGO copre la testa e il viso di N. col velo, insino al petto. Ti copra l’atro
vel. N. Ajuta! Ajuta L’anima mia! SIMON MAGO tracciando con l’aspersorio dei
segni arcani nell’aria Redimo te! Ti prostra. Amen rispondi. N. tutto prosteso,
toccando con la fronte la terra, ripete: Amen. Dalla via Latina giungono col
vento gli antichi anapesti d’Ibycos: Eros vibra da l’umide ciglia lo stral che
riapre l’antica ferita d’amor. Passano sull’Appia due giovani viandanti; quello
che canta poggia il braccio sulle spalle dell’aliro. Vanno verso Roma. Ancora
dalla via Latina s’odono gli anapesti: ...ed io fremo siccome l’ardente corsier
che ritorna alle gare del Circo. ì H ì s dI ì i i fl È I ANI IOTTZION LE SIMON
MAGO Ti rialza. Lo ajuta a sollevare il capo e îl petto, malo mantiene ancora
genuflesso. Spargi i libami. La luna si fa più torbîda. Simon Mago s’affretta a
porgere a Nerone la tazza libatoria. N. h I E sangue? SIMON MAGO È sangue;
innaffiane la fossa, E nel versar torci il volto. N. Ho paura. La luna s’è
rannuvolata. Nerone piglia la tazza, ma esita a versare il sangue sulla fossa.
SIMON MAGO Versa. Coraggio N. inclina la tazza, gira il capo e, attraverso il
velo che lo copre, scorge dietro di sè, fra il gran sepolcro e la tomba, una
figura spettrale sorta da sotterra, che innalza una face ardente ed ha il collo
avviluppato da serpi come un’Erinni. A quella vista egli balza în piedi
inorridito e corre a ripararsi dietro il tumulo, gettando un grido: Orror!
SIMON MAGO (NANO Dopo un attimo di sorpresa va a prosternarsi ai piedi
dell'apparizione. TIGELLINO che ha udito le grida, vede quella sembianza
d’Erinni ed esclama: D’onde uscì ? UN VIANDANTE Qual grido? UN ALTRO VIANDANTE
Olà! chi grida? TIG ELLINO Via di qua! IL PRIMO VIANDANTE Chi è costui ? IL
SECONDO VIANDANTE Chi è costui? IL PRIMO VIANDANTE È Tigellino. N. come
attratto da un fascino verso quella figura ferale che lo guarda: A sè m'attira.
TIGELLINO afferra Nerone al braccio sinistro e lo sforza a seguirlo al di là
del tumulo. Vieni Il velo, che copre il capo di N., cade. Appena il volto di
N.. si scopre, L’ ERINNI drizza il braccio verso di lui e con un grido irruente
lo nomina: N. N. fugge con Tigellino dalla parte di Albano. L’Erinni fa un
passo per inseguirlo, ma il corpo di Simon Mago, prosternatole davanti fra le
tombe e î ruderi, le preclude ogni via ed essa rimane come im- pietrita, col
braccio teso, atrocemente pallida e cogli occhi sbarrati e fissi sul tuinulo da
dove è scomparso N.. La campagna è ancora immersa nelle tenebre; solo la face
dell’Erinni sparge un circuito di luce. SIMON MAGO sempre genuflesso, a capo
chino, osserva celatamente, girando in basso gli sguardi, se il campo e la via
sono rimasti deserti; accerta-tosene, si rialza, afferra ai braccio quella
figura atteggiata a stupore catalettico e le dice, calmo: Sei colta. ARA fo L’
ERINNI (ASTERIA) senza scuotersi, con voce incolore, come irasognata Chi ama la
morte Toccar mi può. SIMON MAGO abbandonando il braccio d’Asteria, ma badando
sempre ad impedirle la via Non sperar ch’io paventi. L’idre al tuo collo attorte
O son morte o morenti. ASTERIA appoggia la face al sepolcro, appressa le mani
al suo collare di serpi e con gesto lento di minaccia risponde: Sperder potrei
la malìa che le assonna E avventartele. Simon Mago prende la face e la solleva
per rischiarare la persona d’Asteria. Asteria veste una specie di kalasiris
egizia, a tinte fosche; ha le braccia nude, i capelli nerissimi sparsi in molte
trecce sottiti SIMON MAGO Donna Strana ed audace, avernalmente bella, Tu sembri
al raggio di questa facella Medusa, Ecate, Sfinge, Fumenide o dimòne. Chi sei?
Chi cerchi? Qual forza ti spinge ? Perchè insegui N.? ASTERIA È il mio Nume e
lo adoro! A notte cupa, Quando negli antri del funereo suolo Vagolo al pari di
piagata lupa Ululando il mio duolo, lo lo invoco! Egli è l'Angelo crudel Che
popola di spettri le tenèbre, Che scuote sulle plebi infami ed ebre Il sublime
flagel. il mio Nume e lo adoro. Sotto un vel ora apparve a me davante. Poi
sparve là. Con un impulso subitaneo si slancia sulle tracce di Nerone, ma SIMON
MAGO trattenendola a forza, l’arresta di colpo. Ferma! o il tuo Dio ti sfugge.
ASTERIA dibattendosi dolorosamente fra le mani di Simon Mago Vo’ seguirlo....
pietà! L’orror m’attira Come un amante.... e nell’estasi vivo De’ violenti
sogni.... ebbra di pianto. E son dell’idre incanto E il colùbro m’allaccia e il
sen mi cinge E il petto mi rinserra E stringe.... e lambe.... bduerra.ra E
nell’amplesso della viva spira Sento ancora quel Dio che mi martira SIMON MAGO
Dove ancor lo scontrasti? ASTERIA Sulle rive D’Anxur, tre notti son. SIMON MAGO
Ed ei nel viso [ha&scorta”? ASTERIA Oh! come mi guardava fiso ! Ma il suo
corsier impaurito il trasse Lontan, fuggendo, al lume della luna. Rimane ancora
un poco assorta in ciò che descrisse. Ma tu chi sei che dell’anime lasse Tenti
il facil segreto e il facil pianto? SIMON MAGO Son tal che rialzar può il volo
infranto Del sogno tuo. ASTERIA Tu SIMON MAGO Sì. Nessun mai sappia Chi sei, nè
ciò ch'io dissi. ASTERIA Mai. SIMON MAGO raccoglie l’acerra. S’ asconda Quest’
acerra. ASTERIA indica a Simon Mago il posto da dov’essa è apparsa: Qui. SIMON
MAGO Dove? Asteria prende la face e conduce Simon Mago fra le due tombe ove i
rottami nascondono un forame del suolo da cui si discende in una cripta.
ASTERIA Qui, sotterra, E un antro oscuro d’ avelli cristiani Che si riapre
dietro a quei delùbri. Dicendo queste ultime parole accenna ad una località
oltre il tumulo, verso Albano. Simon Mago depone l’acerra presso l'apertura
della cripta, poi va a raccogliere l’ara thuraria, il velo nero e l’idria in
cui pone la tazza c l’aspersorio e ritorna là ove discende; lascia cadere gli
oggetti nel forame della cripta, salvo l’acerra e il velo. SIMON MAGO Dammi la
face. Asteria porge la face a Simon Mago che sta per discendere nel sot-
terraneo. SIMON MAGO Qui sarai domani Col sol morente. Scende due gradini e
s’arresta. Ascondi quei colùbri. Così dicendo porge il velo nero ad Asteria che
lo prende e lo bacia e se ne avvolge il collo e il petto. Simon Mago,
coll'acerra e la face, è sceso nella cripta fino alla cintola. S’arresta ancora
una volta per dire ad Asteria: Ma pensa al fato che invochi su te. Bada! il tuo
Nume ha carezze omicide. ASTERIA. Amor che non uccide Amor non è! E s’abbandona
sulla tomba che le sta dietro; quivi, giacente, rimane. Simon Mago scende tre
gradini della ‘cripta con la face in pugno e scompare sotterra. Incominciano a
diffondersi le prime trasparenze dell’alba. Il cielo si rasserena. La profonda
quiete dell’ora s’estende su tutta la campagna romana. Una donna in bianca
stola, Rubria, viene dalla parte di Roma, s’arre- sta davanti alla tomba
recente, estrae un’ampolla e la vuota nella lampa funeraria; il lumignolo si
ravviva e riarde. La donna s’inginocchia, inclina il capo sulla tomba,
congiunge le mani e, nell’alto \ silenzio che la circonda, prega così: RUBRIA
Padre nostro che sei ne’ cieli, sia Benedetto il tuo nome. Venga il tuo Regno
alla tua gente pia, Sia fatto il tuo voler in terra, come Nell’ Empiro
immortale. li nostro pane cotidian ne dona, Come noi perdoniam tu ne perdona.
Fa ch'io riveda quel che m’abbandona. Liberaci dal male. ASTERIA che giace
sulla stessa tomba dove l’altra ha pregato, con voce fievole come un sospiro O
soave preghiera! RUBRIA si alza, guarda dalla parte d’onde viene il sospiro e
dice: Anima che sospiri, sorgi e spera. ASTERIA lentamente sorgendo O divine
parole! RUBRIA appressandosi ad Asteria colle mani sporte e offrendole fiori
Spargiam insiem le rose e le viole Sulla terra dei Santi. mani ZO SIT ASTERIA
Il dono pio Porgi. E prende, con movenze estatiche da sogno, i fiori e ne
cosparge la tontba, insieme a Rubria, e le zolle d’intorno; ma, giunta
all’ultimo fiore, esita, s’arresta, lotta un istante contro un impulso interno,
poi dice: No.... no.... stuggir devo gl'incanti Del tuo pregar. Io cerco un
altro Iddio ! E fugge impetuosamente verso Albano. Rubria ritorna davanti alla
tomba a pregare. Un viandante, Fanuèl, passa sull’Appia, d’accosto a Rubria, la
vede, s’arresta, la guarda assorta nella sua preghiera. RUBRIA solleva il capo,
volge il viso, lo vede e lo nomina: ‘ Fanuél! FANUÈEL Non t’alzar. Il nostro
addio Sia questa prece che sale al Signore Fra i bagliori dell’alba. Rubria
ricomincia a pregare con intenso fervore. Fanuèl continua a guardarla
fissamente. RUBRIA levando gli occhi pieni di lagrime al cielo In te sperai!
FANUEL con voce commossa Piangi ? Perchè ? RUBRIA Ho un peccato nel core.
FANUEL Lust? RUBRIA Fanuèl. Non ti vedrem, più? mai? FANUÈL Seguo mia stella
verso ignoti porti. guardandola fiso negli occhi Confessa il tuo peccato.
RUBRIA Perdonar mi saprai se tutta dico La mia colpa? Mentre Funuèl sta per
rispondere, s’avvede che l'apertura del sot- terraneo si rischiara e che un
uomo, con una face in mano, viene salendo lentamente dalla cripta. FANUÈL
sottovoce, a Rubria, indicando il posto Un agguato! V’è un uom fra i nostri
morti. Fa qualche passo nel campo per ravvisario. (E Simon di Sebàste. RUBRIA
tutta sgomenta e a bassa voce Il gran Nemico! FANUÈL Corri dai nostri, va,
narra gli avelli Spiati. x RUBRIA guardandolo con ansia btu ‘ FANUEL Poichè un
periglio incombe lo resto coi fratelli.) Rubria si vela il viso e s’avvia
rapidamente dalla parte di Roma. La luce, mite ancora e senza raggi, a grado a
grado discopre le cose remote, gli edifici sparsi qua e là nel fondo della campagna,
gli archi del doppio acquedotto dell’aqua tepula e Marcia, qualche fastigio dei
monumenti sepolcrali della via Latina. Molto lontano, forse dall’ottavo
milliario, s’odono squillare, nel puro silenzio dell’alba, alcuni appelli di
trombe. Simon Mago, senza accorgersi d’essere osservato, s'è messo in ascolto,
si dirige verso il tumulo, lo sale insino alla cima e guarda attenta- mente dal
lato donde giungono gli squilli. FANUÈL che ha seguîto collo sguardo ogni passo
di Simon Mago, s’inoltra nel campo e lo chiama: Simon. SIMON MAGO dal tumulo,
volgendosi Tu! Qui?! Gloria al tuo Dio dall’ alto Di queste tombe! Vieni e
vedi. Fanuèl. esita sorpreso, poi sale anch’ esso sul tumulo ov’ è Simon Mago.
Le trombe continuano a squillare. SIMON MAGO S' avanza una gran nube Di turbe.
Echeggian trionfali tube. È il matricida, ei vien col suo corteo D' istrioni e
d’ Eumenidi all’ assalto Del mondo reo, Poi, con un gesto largo che abbraccia
tutto l’orizzonte : Pensa: i Reami, i popoli, le. Glorie, Le corone, gli
scettri, le Vittorie, Tutti i raggi di Roma e di Nerone Non son che luci
moribonde e torbe D’ innanzi al sogno mio, d’innanzi a te: Sui sette colli un
Tempio (o Visione !), Un Tempio eterno che soggioghi l Orbe, MinESSO l’altare
‘tu, Profeta. e’ Re. . Tutto l'incenso che 1’ etere assorbe Vapora, immensa
nuvola, al tuo piè! Guarda quaggiù. Pel sangue che l’inonda L’arca d’oro di
Cesare sprofonda, Furibonda ruìna e precipizio. Plebi nefande confuse nel vizio
Plaudono a Roma che canta e che crolla. Tremano tutti: Cesare, la folla, Le
coorti. Fischiò dagli angiporti Già il greculo rubel. Cadono i morti Nel Circo
e cadon nel triclinio i vivi E i Numi in ciel! Ma tu su quei captivi Del fango
e della porpora distendi Le tue mani, la tua virtù mi vendi; Due Sovraumani
vedrà il mondo allor! Vendi il miracolo, t’ offro dell’ or. FANUÈL scende dal
tumulo e terribilmente esclama: Anàtema .su te! Maledizione! L’oro tuo piombi
teco in perdizione! saran to” di è ide SIMON MAGO L’ira tua scagli invan contro
il mio scherno, Povero nunziator d’ un Regno eterno Senz’ oro e senza eserciti.
FANUÈL La condanna orrenda e forte Or su te confermi il ciel: colla massima
veemenza lo t'estirpo da Israel! SIMON MAGO Fra noi due c’è guerra a morte! Si
sfidano collo sguardo come due fieri nemici prendendo due vie opposte. Fanuèl
ritorna sull’Appia e se ne va verso Roma. Simon Mago scende dal tumulo e
s’allontana dalla parte di Albano. N. e Tigellino ritornano ‘da un sentiero dei
campi e s’arrestano al tumulo. La toga di Nerone, tutta scomposta, lascia vedere
una mi- rabile tunica oloserica tinta di porpora jacintina e sparsa di palme
d’oro. N. porta al braccio sinistro un’armilla di pelle di serpe chiusa da una
borchia di gemme. Ha, come Tigellino, un focale di seta annodato intorno al
collo, sul petto una collana d’ambra mista a molti amuleti: dalla cintola gli
pende un largo smeraldo ovale attac- i cato ad una catenella di perle. N.
Nessun ci segue? TIGELLINO osserva il sentiero donde sono venuti. No. Sosta il
corteo Lungo i campi di Persio. N. guarda paurosamente il sepolcro dove sorgeva
Asteria. TIGELLINO Ebbene ? Sparve. N. sempre cogli occhi rivolti al sepolcro,
cupamente S’ergea fra Roma e me! TIGELLINO Andiam. Che guardi ? A. Oli ren N.
volge gli sguardi inquieti sul posto dove ha sotterrato l’urna ed È esclama
atterrito: Si scorge il labbro della fossa! Tigellino va a calpestare quelle
zolle per disperdere le tracce del seppellimento. Nerone lo ha seguìto. S'odono
dalla parte di Roma dei clamori lontani. TIGELLINO prendendo per mano Nerone
Andiamo. N. staccandosi da Tigellino e con grande agitazione TIGELLINO Fuggir?
Dove? N. Non so. Dove migra il cantor trova una patria E sola gloria è 1° Arte!
TIGELLINO E di che temi? Crede il Senato al tuo messaggio, crede Colta
Agrippina ordendo la tua morte, Poi da sè stessa uccisa. N. Alla menzogna
Fingon dar fede. TIGELLINO E lor viltà ti giova. N. Se rivarco le mura a chi mi
volgo? Al Senato? alla plebe? TIGELLINO che da qualche istante porge l'orecchio
alle grida che s’avvicinano, corre sul tumulo, guarda verso Roma e risponde: E
luna e l’altro Per te dall’ Urbe accorrono. N. atterrito e con sùbita ira Qual
folgore Sparse a Roma il clamor del mio [ritorno? TIGELLINO arditamente dal
tumulo lo. N. con maggior ira e minaccia Tu, ribaldo? Violenza porti Sui dubbii
miei? TIGELLINO Si. Per salvarti. Mira! Si slega dal collo îl focale di seta
rossa e, mentre l’agita nell’aria, soggiunge: A questo cenno il corteo s’
incammina. Mentre Tigellino sventola ancora îl focale, s’ode squillare non
lontano una chiamata di bùccine come per un esercito in marcia. Dalla via di
Roma i clamori aumentano. TIGELLINO scendendo dal tumulo Ecco i corrieri
Mauritani. Mira! N. Da ogni parte m’assalgono! TIGELLINO T'appressa. VOCI
INDISTINTE che si appressano da sinistra Ei s’appressa, esso è là, s'ode il
[clamor, ALTRE VOCI Ecco i Numidici corsieri.. Gioja! Il Popolo irrompe in
scena, restando pur sempre sull’Appia e correndo verso Albano. ALTRE ANCORA Ei
viene! ei viene! egli è là! egli [è salvo! Corri! s'ode il clamor! ei viene! è
là! Tre Precursori Mori, a cavallo, passano di galoppo sull’ Appia,
risplendenti . d’armille e di falère. Ser IOGE N. invaso da terrore si
rannicchia fra il gran sepolcro e i ruderi. Chi mi scorge m’uccide. TIGELLINO
avvicinandosi a N erone Ecco le schiere. con grande concitazione Se indugi sei
perduto. N. rimanendo nascosto fra le tombe Ah! dove fuggirò? Chi mi nasconde?
Tigellino abbassa il cappuccio della lacerna sugli occhi e s’avvicina alla via,
ripartendo la sua vigilanza ora sul corteo, ora su N. POPOLO È salvo!
Gioja!mALTRE VOCI Corri! Corri! Ei vien! PRETORIANI Largo, la via sgombrate
POPOLO Avanti, olà! ALTRI Corri! là! Corri! là! Vengono gli Eneatori colle loro
squillanti bùccine di bronzo. AUGUSTANI Udite! Udite! Segue un vasto carro
tratto da cavalli, pomposamente ornato, dove stanno ag- gruppate, gittando
fiori e cantando, le Ambubaje cinte il capo di mitre siriache. Le fanciulle
Gaditane seguono la teoria del corteo danzando e gettando fiori. Portano
incensieri, cetre e lire. AMBUBAJE Apollo torna. Nubi di fior volino ai
zeffiri, |’ lri [baleni nell’ etere. Apollo torna, e con esso Tutto un esercito
in danza. Il corteo s’arresta fra fluttuazioni cou- trarie. POPOLO Avanti!
Avanti, olà! Apollo torna. Avanti! GOBRIAS Torna Onesimo dai campi. POPOLO Largo
alle schiere, largo! Gioja! Gioja! TIGELLINO L’exaforo s’appressa, ivi ti crede
Il popolo clamante. Odi le grida, scuotiti. PRETORIANI Largo! Largo! Sgombrate
! Si ristabilisce l’ordine di marcia del corteo. AMBUBAJE AI colle! al collel
AI colle! La marcia nuovamente impedita s’arresta. POPOLO Fermi, olà! ALTRI
Avanti! Avanti! VOCI DIVERSE Largo Largo al corteo ! Olà! L’amazzone Greca
s'avanza. Largo agli Augustani! Giunge l’exaforo. La via sgombrate! ll corteo
si rimette în marcia. Preceduto dalle fanciulle Gaditane, passa un gruppo di
Phalangarii. Poriano sulle spalle un fèrcolo su cui si innalza una statua di
rame, rappresentante una Amazzone. TUTTI Apollo GOBRIAS L’orco già da’ piè mi
tira. Le fila del corteo si spezzano ancora. PLEBE Eilwieny E giunto là!
Avanti! Gioja! nia e N. Mi lascia. TIGELLINO L’eneator t'annuncia. N. Ecco,
rinasco Libero e forte. Andiam! DOSITÈO É là! B là! S’appressa! Fendiam la
calca! Ei vien! GOBRIAS Fi torna, è salvo il Dio del Circo! PLEBE È 1a! È salvo
il Dio dell’Odeo! Qui si ristabilisce ancora una volta l’ordine di marcia del
corieo. Passa una turba confusa d’ Armeni, d’Etiodi, d’Indiani, di Greci,
d’Egiziani. Passa- no alcune schiere di soldati ausiliarii coi braconi alla
barbara e passano dei Rheti e dei Galli. GOBRIAS Roscio risorto Novello
Turpione! DOSITÈO Tu snidi il Nilo, fendi l’Istmo, instauri La terra e il mar.
GOBRIAS Trionfator d’ Armenia! POPOLO Trionfator Eccelso Bello Forte Silenzio!
È sacro il coro. Passano Ambubaje e Augustani. AMBUBAJE E AUGUSTANI Ave,
Nerone, voce di Ciel, Beata Roma che t’ode! Canta, Apollo, Canta l’ode d’amor
non prima udita [dal mondo! TUTTI Ave, N.! Canta lode d’amor! TIGELLINO Corri
al trionfo! Affàcciati alla plebe! N. Ascolta. TIGELLINO Or su. N. fa per
avviarsi ardito verso l’Appia, s’accorge di passare sulle zolle dov'è sepolta
l’urna e indietreggia. Ah! dove passo TIGELLINO Corri dritto alla mèta. N.
Cantano i versi miei. Passano tre decurie di Guardie Germaniche.Fra le file dei
soldati circolano parecchie Ambubaje 0 camminano appajate ai soldati
giojosamente. Frattanto si avanza un carro, tirato a mano da quattro schiavi,
dove sono accatastati degli attrezzi teatrali. Dietro al carro e d’intorno
camminano gli i Artisti Dionisiaci che indossano le loro vesti teatrali.
DIONISIACI L’ebra Mimàllone già diè fiato alla [Bacchica tromba, Doma un giogo
di fior la lince, le [Mènadi ardenti Evion gridano ed Evion Peco [remota
ripete. TUTH Evion! Evion! Evion! Evion! Entra l’exaforo che s’avanza
lentamente. I littori che lo precedono, coi fasci laureati, respingono la
folla. L’exaforo è portato da sei schiavi Etiopi, una corona di giovinetti
asiatici lo circonda e una torma di Pretoriani a cavallo lo segue. AUGUSTANI E
DIONISIACI Ave, N., tua lieta stella splende. TIGELLINO spinge N. verso la
folla plaudente, poi corre sull’Appia e comanda ai littori: V’arrestate. VOCI
Chi è là? CATE BELEN e) ANTI GOBRIAS Apri il velario.ALCUNE VOCI Chi è là?
ALTRE VOCI Apri il velario. ALTRE ANCORA È Tigellino. LO SCHIAVO AMMONITORE
Fortuna a tergo! N. în tunica di jacinto e d’oro irradiato dai primi raggi del
sole No! Fortuna in fronte ! Un grido di gioja irrompe dalla folla. TUTTI
Evion! Evion! Ah! Gioja! Gioja! Almo Sol! Alma Roma! Ave, N.! i giovinetti
Asiatici schiudono le cortine della lettiga, mentre d’intorno a N. piovono
fiori e nastri e fronde di palma e ghirlande, fra le grida e gli squilli del
trionfo. Tutta la scena è irradiata dal sole. REA REATO VIRA IRIDATA PEIZI TI
DIE III DI IAT VET DOTI III IDA LT ANIRI DRE IRR SNNTI RIIATI o BIT ELI MED PRI
ITLAI EN EDITE TEA TIRIZETI AI AT MIO DLE MITI INTEL DINT TTI ANTI TAL on: tre
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ERA <A Mirra 7 d SARI CIRIE PI DAPIIA PEN ERI IENA EIBTATE DATRONEI ILVTI
SVSTE GITE DELITTI RITI: sviene ETTER SPINTE AREACIRI EL BIEIIVTICA VARI vi È
nica È un tempio sotterraneo; visto nel senso longitudinale appare diviso in
due parti. Un'ampia cortina, tesa fra due pilastri addossati alle spalle d’un
arco trasversale, separa il sacrario, riservato ai sacerdoti ed ai loro
misteri, dalla ce//a ove pregano i fedeli. La cella è affollata da gente d’ogni
classe e d’ogni paese: Matrone adorne di ric- chissime vesti, portanti in capo
una preziosa ?24%24/ od altre acconciature sfarzose; schiavi in rozza tunica,
e, fra questi, alcuni colla fronte segnata dallo stigma dei fuggitivarii;
qualche liberto in pomposa lacerna dissimula, sotto dei nèi artificiali, gli
sfregi del volto; eleganti cavalieri ed aurighi d’ogni fazione. Di fianco all’
ingresso un mercante d’idoli ed un venditore di tavole votive spacciano la loro
merce. Un tempiere sta presso al vassojo delle offerte. DITE DNTAZI EVA MIR TE
DONIZETTI EA TOI IA ano D’un tratto la cortina si spalanca e si scopre agli
occhi dei fedeli il sacrario. Tutti coloro che stanno nella cella
s'inginocchiano. Simon Mago, in manto e tiara d’argento, col petto scintillante
di gemme, sta sulla gradinata dell’altare e fra le mani, coperte d’un drappo
prezioso, tiene alto levato un calice d’oro. Un raggio fulgidissimo scende
dalla volta del tempio e illumina tutta la persona del Taumaturgo. Due
sacerdoti situati più basso sostengono, sotto il calice, un bacino d’oro. Altri
otto sacerdoti sono scaglionati sugli altri gradini fra le statue policrome, e
la loro immobilità è tale che si confondono con queste. Quattro fiabelliferi
ergono dietro il Mago i loro flabelli di piume bianche; due 4ierodulîi reggono,
colle braccia alzate al disopra del capo, due urne d’oro da cui vaporano degli
aromati fumanti. Un altro innalza un vaso di bronzo su cui arde una fiammella
turchina, un altro tiene aperto davanti al petto un dittico dove sono tracciati
dei simboli. Ai piedi della gradinata stanno schierati alcuni giovanetti con
delle grandi arpe e delle cetre e dei sistri. Presso i pilastri dell'arco sono
appostati due tempieri, e nel centro dell’arcata Gobrias. (giovane discepolo di
Simon Mago) e Dositèo, vecchio sacerdote, stanno rivolti verso la folla. Nella
cella i devoti guardano, in atto d’ansiosa aspettazione, il calice raggiante.
D’un tratto un largo fiotto di sangue trabocca spumeggiando dal calice e cade
nel bacino sottoposto. Nello stesso momento sorge dal braciere ardente una
densa colonna di fumo che invade il sacrario e nasconde Simon Mago alla vista
dei credenti. La cortina si chiude; Dositèo e Gobrias sono rimasti al di là
della cortina, sul limitare della cella. SIINO ZARA SENTE DITTE AI SPIRI TREIA FIIOZIIUSAI
DIRPTI SAOIITT RI ERENIITIA È ielialieo e en i PARTA IATA FINTA AADHRED ERO
GMAT IMITA TOMICA VENTI LITI ZIZAIE DAL LEDA NI LATERIZI PE TARGA ZE RAISI
ALITO ANA A TMNTRS IA A PIVA CELIO DRITTO TETI PIT AA ID LS ae 17 PrO {EDILI
IDRICA IEEE I SORIA II TIA DITA terreni: 0 IRR DIGO IE III NILE DD DS TRE T TTI
IRPI MATRICE NCAA LA! SIATE ITS AA TRLAEE EMILIA (NEL SACRARIO) SIMON MAGO a
Gobrias, mentre î fedeli continuano a cantare il loro salmo. Odi il fedel
gregge mugghiar L’incomprensibil càbbala al ciel. GOBRIAS colla tazza în mano e
con piglio ilare appressandosi a Sîimon Mago Vedi il festin sacro brillar! Sul
lettisternio profuso è il vin! Tempra il falernio succo la neve; Voglio al
divin scifo libar. Corre al desco ove coglie una tazza già piena e poi ritorna
nel gruppo. Dositèo lo segue e lo imita. PFA AA ARTCRI PRITAL A, DI IALIA
IICIAICI MI TA I ALZO LI I MIINTPE CLIMA ORATORI FU FRI TI ALI ALTI EMPATIA TT
R IRE VAT PITRITTN AAT ZIALE LOSZAE PON TTT PAL RI SEA RA EDI TINTA I IZ IEZE
DINI DI IONIO AITIIIIII VCO TATO ORICA TMT RITA TA MATTI (NELLA CELLA) | I
FEDELI inginocchiati Stupor Portento GOBRIAS e DOSITÈO | È compiuto il Mister.
I FEDELI alzandosi disordinatamente Miracolo Simon al ciel volò GOBRIAS i Preci
ed offerte. Iltempiere girafra i fedeli con un piat- ! to per raccogliere le
offerte. ALCUNI FEDELI Proùrche, Bythos, Sigeh, Logos, [ Anthropos, Zoè Noùs
Ecclesia, Eccelsa Og-[doade; Gobrias entra nel sacrario seguito da Dositèo.
TUTTI Noi t’adoriamo. ALCUNI FEDELI Profondo Abisso, imperscrutata [origine i
Degli Enti primi e immenso mar [degli Esseri; TUTTII Noi t'adoriamo. 2a reo
anti lar FIORIRE TAN LETI IONI TP INTO MATTI PATO: E DMN AT SCA TETI i
FIOPETEERA SP RARI ZENO SII IERI LIDIA STASI INDIZI IE ETA TMTIRET RSI Ma pria
dal vergine labro si deve un Dio propizio la prima asper- [gine con comica
ipocrisia Pio sacrifizio che il suolo irrora Inclina leggermente il labro della
taz- za verso terra în atto di burlesca devozione e sparge qualche poi ripiglia
con Dositèo e Cerinto: occia di vino, Ma poi ch'è greve il nappo ancora,
L’àugure beve dietro l’altar. Tracanna tutto il vino d’un fiato. SIMON MAGO
Zitto! GOBRIAS Siam ilari, si. beva! Ribeve, DOSITÈO e CERINTO Zitto SIMON MAGO
Zitto GOBRIAS S'esilari l’alma! Si beva! SIMON MAGO S'ode ancor l’inno.
cortina. Gobrias è corso a spiare aitraverso la |SIMON MAGO a Gobrias Che
tenti? GOBRIAS RATORI MOIS NET ZITTA TEA O Esploro, II ALTI GADGET TILT ELLA
IVI su se ALCUNI FEDELI Per te preghiam, per te che gemi [e sanguini Nell’ombra
eterna, agitabonda [Prunikos ALCUNI FEDELI In te speriam, in te, Divin
Paràklito, Disceso in terra col celeste Pneuma. TUTTI In te speriamo. ALCUNI
FEDELI In te crediam, nel tuo Mister, nel [calice Cruento che in tua man
fervendo [imporpora. TUTTI In te crediamo. FAI ISIONA TA LITRI MOTI DI IEEE TI
ISLA NI NITTI RIA III ER i LATI ATINTATZ TA DEDICATI VA DIL TRITATI RATES ATI
APREA TIVA DCI IPER LIDIA TAL ITOT DATATI ELI ORI DIARI STORIE NETTI rrà
GOBRIAS | Alcuni fedeli, nella cella, appendono ; degli ex-voto alle ginocchia
dell’idolo, SME FRANE altri depongono delle monete nel piat- to delle offerte
che sarà portato in giro dal tempiere. Un vecchio col capo co- perto da un
palliolum che gli ripara anche le spalle, e sorretto dauno schiavo, sale sul
basamento dell’idolo. Guarda! Essi appendono votive [tavole. S’ode un tintinno
d’argento e d’oro. SIMON MAGO Favole attendono, vendiam lor favole. GOBRIAS
Presso la statua, sul plinto sacro Del Nume un vecchio parla. I RIZZI METTI TIE
IENA ATRIA TITLES NADIA PMT A SNO GILLIAM LISTINI MESIA TI SIMON MAGO IL
TEMPIERE Che chiede ? | Date le offerte. rase nes Miane i SRD GOBRIAS Parla
all'orecchio del simulacro. SIMON MAGO ALCUNI FEDELI Oh! quant'è fatua dell’uom
la fede! Dell’effigiato Nume il bronzo o l’è- Paura e speme e il Tempio impera.
[bure Per te cammina, profetizza e palpita. GOBRIAS e CERINTO Cingiam la chioma
coll’eliocriso. SIMON MAGO Nostro è chi teme, nostro è chi spera. | DEI i Tutti
al miracolo che li conquide Noi t'adoriamo i. Drizzano i volti, l’animo e il
canto. | Pregate, stolti! Pregate! Intanto L’àugure ride dietro l’altar. SIR
TRN SEG ME ASI LZ BEL DITE MAS IERER IT MERITI PMI DEI ELIAA Gobrias beve
presso il lettisternio. GOBRIAS e DOSITÈO alternatamente No, senza riso non
posson gli àuguri Guardarsi in viso. Gobrias tracanna, poi corre al desco e
s’incorona comicamente brillo con una ghirlanda di fiori gialli. CERINTO a
Gobrias Ah! Ah! AN! Bevi SIMON MAGO ALCUNI FEDELI No, no, non ber! Pazzo cervel
i Noi t’adoriamo! Pronto a celiar. ! GOBRIAS Vo’ ber! Mio dritto quest'è Vo’
ber! interrompendosi CERINTO No, non déi ber! I SACERDOTI Zitto laggiù! Zitto!
Lo scempio cessiam! GOBRIAS Mio dritto Quest’ è. ALCUNI FEDELI Mo MAGO i
Proàrche, Bythos, Sigeh, Logos, Nel tempio ci ascoltan. I [ Anthropos, Zoè,
Noùs, Ecclesia, eccelsa Og- [doade: SIMON MAGO I SACERDOTI Zitto Un gruppo di
sacerdoti circonda Go- | TUTTI i brias, tentando strappargli la tazza di mano;
egli colle braccia alteladifende. Noi t'adoriamo Cerinto, Simon Mago e Dositèo
non | È | fanno parte del gruppo che assedia\ Il salmo nella cella è cessato;
ritorna Gobrias. la calma anche nel sacrario. | AUF IESE CARS MSA IMI DS
LNLOIAABRI0R SO ER (000 INTO RAZOR RIO IAS PINZA F AVA RAO E PINI A ITA TINTE
TT SSN ZLATE ITA CRI To ce een eee Li e ee ene ai arri) VIII SALZA È PO i LITTA
NI ALTEA SIENA! I) OZZANO INTATTI ZIA AIIEIIZZ IA LEDA TIA EEA ADONE ZIE REALTA
TOA N AOL AE eg SIMON MAGO a Gobrias Non cantan più. Tu scaccia quelle genti
Pria che giunga N.. Gobrias corre allegramente verso la cortina che divide la
cella. A Dosîtèo Spegni le faci. Arda il sulfureo cero. A Cerinto, indicando il
manto e la tiara Riponi quella spoglia. GOBRIAS sul limitare della cella,
rivolto alla folla Ite, credenti, e nel varcar la soglia Inchinatevi al Genio
dell’Impero. I fedeli si alzano, s’inchinano davanti la statua di N., alcuni
vanno a baciare i piedi dell’idolo, altri abbassano il capo davanti la co-
lonna del serpente di bronzo e tutti escono dalla porta a sinistra. Intanto
Dositèo eseguisce gli ordini di Simon Mago: spegne i lumi, accende un cero che
sparge una luce verdastra e lo colloca ai piedi della gradinata. SIMON MAGO a
Dositèo Dositèo, Precedimi nell’antro ond’io riempio D’oracoli la cella. Sovra
l’altare, iridescente stella, Scintilli il prisma. Gobrias, rimasto immobile
sul plinto, corre a spiare dalla porta del fondo. Ai citaredi ed ai sistrati E
voi dall’ipogeo Suscitate gli arcani echi del Tempio. Dositèo e tutti costoro
escono dalla porta bassa dell’antrum. GOBRIAS accorrendo nel sacrario Giunge N.
Simon Mago sale l’altare mentre Gobrias vuota un simpulum di vino. Gobrias
ripone il simpulum nel recipiente del vino e sale a salti la gradinata. RI
INERTI LI III TOI E RIOT DTD E TRIED DTA LINZ MIE € RATE, SID RITI SIMON MAGO
Tu qua ti nascondi. Apre l’uscio segreto e indica a Gobrias il nascondiglio
dietro l’altare. Se il tuon del bronzo romba Smuovi quel fulcro e tutto si
sprofondi L’altar nella sua tomba. Gobrias penetra nel nascondiglio. Simon Mago
chiude l’uscio segreto su Gobrias, poi ridiscende ed esce dalla porta
dell’antrum. Ritorna subito dopo tenendo Asteria per mano. La porta laterale
della cella si spalanca e discopre un'ala sontuosa ove si scorgono N.,
Tigellino, Terpnos, e dietro d’essi alcuni Pretoriani e una decuria di Guardie
Germane. N. e Terpnos entrano nella cella, la cui porta subito si richiude.
SIMON MAGO ad Asteria Su quell’altar tu déi salir. ASTERIA Travolta Son ne’
misteri tuoi, ti seguo e tremo. SIMON MAGO N. qui t'adorerà. Lo ascolta.
ASTERIA Oh, sogno mio supremo! Oh, so- NERONE [gno mio! accompagnato sulla
cetra da Terpnos, i canta: Un supplicante attende e prega SIMON MAGO Che il
sacro vel per lui si schiuda. Lo ascolta! Ei già t'implora. ASTERIA Ma
sull’altar perchè Tu aderger vuoi queste membra [mortali? SIMON MAGO salendo la
gradinata e conducendo a forza Asteria riluttante insino all’altare Non
indagar. Sali al tuo sogno! Sali! ASTERIA Pietà SIMON MAGO Sali con me! Sali
con me! ASTERIA Fi m’ha nomata! SIMON MAGO sottovoce Egli la Dea ti crede Che
sulla notte e sui terrori ha [ regno. Bada a te! Se ti sfugge solo un [segno Di
tua mortalità, se scosti il piede Da quest’ara e dal raggio che t’indìa, Tutto
crolla. PRAIA II ATEI RTRT NATIA LIE TODI LONTANE TEA III BISTLIO LEI ZZATINA
TIMO TITANIO MITI N. Placata alfin Ramnusia, in terra, i Indulga; arrida
Asteria in ciel. N., con un gesto appena accen- i nato, congeda Terpnos che
esce tosto ‘dalla porta d’onde è entrato. N. rimane ginocchioni ad aspettare a
capo chino, toccando amuleti appesi al petto e applicandoli alla fronte.
ASTERIA Mi danni alla tortura ! SIMON MAGO dopo aver cercato con un gesto di
far tacere Asteria, le chiude colla palma la bocca. Nell’antro ov’ io m’ascondo
Tutto vedrò ed udrò. Tu, schiava mia, Ravviva in lui la speme o la paura E tuo
schiavo sarà chi ha schiavo il mondo. Simon Mago scende. Asteria è rimasta
sull’altare, soggiogata dalle parole di Simon Mago, appoggiata all’ara,
immobile. I} î ge frenate rs È DIPANA N DIZIA IE INIT ATA R TIRI I SILE NI LIDI
MEDE RATE PERITI NETTI SITAFINIDI DI UTO RATIO ATER II TO LIMO TNTIZI ATER
IRITRN IR DI LITI DIRI LATITANTE TL 2 Simon Mago schiude un poco la cortina e
passa nella cella. Non ri- mane altra luce che quella del cero e del braciere
ardente; anche la fiamma dell’ara è spenta. SIMON MAGO a N., dopo socchiusa la
cortina T'è concesso varcar l’occulta soglia. N. s’incammina, arriva sino al
limite del sacrario e fa per entrare, ma Simon Mago lo arresta. SIMON MAGO
affrettatamente Erri. Col destro pie’ N. s’arresta sgomento e corregge il
passo, ma non varca ancora la soglia. T'inchina. N. s’inchina. Passa. N. varca
la soglia. SIMON MAGO Gli sguardi abbassa. Il tetro ammanto spoglia. N., a capo
chino, eseguisce tutti i comandi di Simon Mago. Simon Mago lo conduce,
tenendolo per mano, davanti allo specchio magîco. La fioca luce del sacrario
non arriva a illuminare Asteria. SIMON MAGO Ecco il magico specchio in cui
rifrange Sua luce astrale l’infinito Abisso. Solo uno sguardo intensamente
fisso Giunge a discerner la spirtal falange. Qui la vedrai, se tieni gli occhi
intenti, In quel baglior di porpora e d’elettro. Poscia, indicando lo scudo
appeso accanto allo specchio e la mazza di ferro, soggiunge: E se uno spettro
appar che ti spaventi, Batti quel bronzo e sparirà lo spettro. Abbandona
Nerone, solo, davanti allo specchio magico ed esce dalla porta dell’antrum. ZEN
} Un raggio iridescente scende dalla volta del Tempio e illumina Aste- ria la
cui immagine si riflette nello specchio. A N. Ah! sparisci! Atterrito impugna
il maglio di ferro e sta già per colpire lo scudo, ma subito s’arresta. No No.
Sei del miraglio L’illusion. i Avvicina lo smeraldo all'occhio. Ma ben ti
raffiguro. Strano mister. Par specchiato sembiante. S’avvicina, con intensa
curiosità, allo specchio e lo tocca; abbandona i lo smeraldo. Ah! qual pallor
sul suo volto.... e sul mio! Vediam. Si volge e vede Asteria sull’altare. Ahimè
! Inorridito fugge verso l'angolo opposto a quello dello specchio e si copre
gli occhi colle mani. Non m’accecar! Porta la mano destra alle labbra in segno
d’adorazione e, senza osare d’alzare gli sguardi, si avvicina ai piedi della
scalea e bacia il primo gradino. Tremenda Protettrice dei morti! Un giorno in
Tauri Tu promettesti pace a un matricida. La stessa grazia imploro;
inginocchiato su d’un ginocchio solo al par d’Oreste Io non senza cagion la
madre uccisi. Dal suo spettro mi salva ! Ripiomba col volto sulla gradinata
dell’altare.ASTERIA sempre immota, fissandolo, con un accento languido di sogno
Sorgi e spera. N. sollevando la testa e gli occhi a poco a poco insino ad
Asteria Oh! come viene a errar presso il mio core La voce tua! Al par d’un
bronzo echèo Risponde il core. Sorge lentamente e, guardando Asteria, si toglie
dal collo il monile di smeraldi; mentr'egli compie quest’atto, Asteria con
eguale lentezza: e cogli occhi fissi su Nerone si toglie dal collo le serpi
avvolte e le lascia cadere nella cista mystica che le sta d’accanto. PON ET
NETTA MOVE IPO A REI RL! REATI PILATO E BILI VITTI RO ESITA EZIA NITTI TTI DAD
e IN I TANARRE DETTATI ATTI AES INIT ALII STI DIRITTI TIA PALI AIRIS PIL REA
ISIS I TIRA IN DIETE USE NTI DET MA NTATZI MASO METZ LETTA EI MNT REIT PATRIA
N. Tu dal sen disnodi La vivente lorica, io surgo e getto L’offerta ai piedi
tuoi. Getta la collana di smeraldi sul tripode dell’altare, alla portato deîla
iano d’Asteria. Poi, seguendo con lo sguardo le movenze d’Asteria. prosegue:
Ecco; la Dea si china. Coglie il monil e il sen s'’ingemma. Bella Fra i lividi
smeraldi Scendi Scendi Sul sognator de’ prodigiosi imeni Come sciolta dal ciel
cade una stella Scendi vèér me, Selène! Ecate! Asteria |! Vago Eòne lunar!
Magica Iddia Dai mille nomi, scendi! Ognun di quelli Sarà un nome d’amor ! Ma
immota resti, Dea degli alti silenzi, al par dell’astro D’onde tu migri
nell’ore incantate. No... nel tuo cor sangue umano non pulsa Ma il freddo icore
de’ Celesti. Guarda lo... rapito dal senso, amor spirante, T'imploro S'è
gettato sui gradini dell’altare sempre cogli occhi fissi in Asteria e colle
braccia tese verso di lei. Essa rimane immobile presso all’ara, colla testa
arrovesciata; come irrigidita dall’estasi. Oh! duolo! Una Immortal tu sei !
Donna ti voglio e anelante nei fremiti Fieri del bacio! Ah! ch’io. non maledica
La tua Divinità! Già il sacrilegio Portai su Vesta, allor che a forza avvinsi
Rubria, vergine sacra, a pie’ dell’ara Asteria si lascia sfuggire un breve
grido. Nerone s'è rialzato € prosegue: Ma delitto più nuovo e assai più forte
Consumerò Si slancia, salendo tre 0 quattro gradini, per afferrare Asteria.
Scoppia un fragore spaventoso come di bronzo terribilmente percosso e s'ode
dalla bocca spalancata del mostro che sorge dalla pareie dell’antru, FISICI: LA
VOCE DELL’ORACOLO N.-Oreste! N. Asteria ! È Nello stesso tempo s'è spento il
raggio che illuminava Asteria. Il sa; crario ripiomba nell'oscurità. N. ricade
come fulminato sulla gradinata. Asteria, lentament$ scende qualche gradino,
s’avvicina a N., chinandosi a poco a poco, gli si rannicchia d’accosto, mezzo
prostrata, mezzo seduta; î due corpi si toccano. I loro volti riverberano, fra
le tenebre, la livida luce del cero e il riflesso della bragia. ASTERIA | N.. i
come sognando | lentamente fra le parole di Asteria i Passa una bieca ora di
febbre... un Cieca la salma nell’orror ripiomba... | [sogno... ) ? L’alma
sull'alta vetta erra Tek Lo) | Sento..nell’aura cieca..in fondo i i SI
[all’ebbre a le larve SA non | Parvenze il lento incubo nero. orbe....m’invade
il ciel... | [Oscilla: Al par delle spiranti anime il cero.i Lungo l’altar
bagliori erranti volano. LA VOCE DELL’ORACOLO N., fuggi ! N. Mugola un tetro
suono entro il sacrario. L’aura s'annugola ed ulula il tuono. Ma tu il nefario
orror distruggi, Asteria; Fida guardia tu se LA VOCE DELL’ORACOLO N., fuggi N.
senza sgomento, ad Asteria, con lentezza estatica L’oracol grida invan su me,
non temo. sorridendo sicuro Vedi, riverso giacio agonizzando Sotto i tuoi
piedi... Ah! dammi il bacio... il bacio Blando... lento... che muor col sogno e
bea L’alma e dissonna il senso O Amore BEI BRASIOA ZI FILI RINO RITA DIANE AZIO
VOLI TRI TRE TITTI DUI RARI PARTI IM I RATEALE DORIA TORI TSEI SC ATRCIOZIA IT
FATICA EACIAITIOC ANIA IGO INCI MELI TN VLAN TTT VIALI AI TEGIOIGI DI UTI
AAICLIIICT I NETTO TI DIS TRTT VSLTAE TATTO ETICI CINZIA TN TITTI LATINO ENI
ASTERIA Oh! Amor! Si baciano. LA VOCE DELL’ ORACOLO sempre più tuonante TIP EISUTENTO
iP PR ESSERE Fuggi, N.! N. balzando in piedi, ad Asteria, terribilmente
Sciagura a te! Sei Donna!! Asteria sviene sui gradini dell’altare. POF DI DITTA
LA VOCE DELL’ ORACOLO ENTETANZA ASIA TATA Fuggi, N.! N., in agguato, guarda
attentamente dalla parte dell’antrum ONORI ITA Prcietruee N. sottovoce,
origliando Spiato son, là. LA VOCE DELL’ ORACOLO Fuggi, N.! N. scendendo dalla
gradinata, rivolto verso l’antrum Ruggi, Simon |! Afferra il cero e corre a
cacciarlo violentemente, dalla parte della fiamma, nella bocca dell’Oracolo.
DOSITEO Aìta! i: N. ridendo È colto! Dietro la parete, attraverso una grande
lastra di fengite, che si con- fondeva cogli altri marmi, traspare un grande
chiarore. PIMOPI LAICO YIIEV A NSTIE IE DIA ATEI NATZIONE II LPPMLIVI LITIO III
TP TITO TI OLA ERETTA SOZITINZAP RN SIDENTE STIPI. \SVISTIA TESA ZIE DATO
PEDARA GRIP RARE GRATTTRT EP TETI TOA ATTI TI MALR SFENLI RIVILTDEL N. par la
vampa! Il chiostro insidioso Crolli! Impugna la mazza di ferro e con un colpo
violento spezza la lastra di fengite che cade in frantumi. Attraverso lo
squarcio della parete si scorge Dositèo, svenuto sul pavimento dell’antrum,
colla barba e le / i vesti în fiamme. Ah! An! An! È Dositèo che arde! Accorrono
sacerdoti a spegnere le fiamme sul corpo di Dositèo e con grande agitazione lo
trasportano in parte non vista del sacrario, a destra. N. corre mella cella, ne
spalanca la porta centrale, chiamando: Pretoriani! Entrano tosto Tigellino, i
Pretoriani, la decuria della Guardia Ger- mana, Terpnos e i servi colle faci.
N. strappando le cortine del sacrario e gridando, invaso da un gajo furore;
Accorrete! Ecco! Mirate! Squarcia il velo del sacrario. Squarciato è il vel del
Tempio! Ah! AN! si rida! Non vi sfugga Simon, ei là s’asconde. Indica l’antrum.
Tutti vi si precipitano, chi dall’uscio e chì dallo squarcio del muro. Terpnos
ha deposta una face accanto allo specchio. N. resta solo nel sacrario e colla
mazza che gli è rimasta in mano continua allegramente l’opera di distruzione.
Si scaglia per primo contro l’idolo-automa. N. Guerra agli Dei! S'allegra il
gioco! Vediam che n’esce! Vediam, vediam! E con un colpo di maglio io decapita
e lo atterra. L’idolo cadendo agita le braccia dinoccolate, si rompe e n’escono
i congegni interni. Nodi, rotelle! Macchine da scena!Intanto Gobrias è uscito
dal suo nascondiglio e, mezzo assonnato e barcollante, contempla con grande
stupefazione, dall’alto della gradinata d’ond’è sbucato, la ruina del sacrario,
mentre Nerone atterra un’altra statua. GOBRIAS Eh! son briachi (incespica) i
Numi! N. D’onde sbuca costui? d ; sa wcmerra sana ce iran» — rst Le o
RPBNISIBBIOERAT PODERE GA INVSSIO ERESSE I VELI SC LIE SEIERISPOBERI ODIO IOPPI
ARR CIRONDAPO) RENI I MARI CES ESSO RE RIESI n fl s / SIIT TTI ILI IIE O MTERI
VITE TL FI rare FIA DERE MA RE BIDET SR: SAT £ RICE TIT I RR ZI LIME TOA IA At
ARTI ee | TIRA ZIO ICRTEE IO GIÙ TAIL LARIO TI GOBRIAS Da quest’altare, Come il
sorcio ridicolo del monte. NERONE Ebbrioso compar, tu assai mi piaci; T'ascrivo
al mio Teatro. Gobrias s’inchina e scende incespicando. GRIDA DALL’ANTRUM AI
fiume! Al fiume! Rientrano tumultuosamente Tigellino, i Pretoriani, Terpnos, le
Guar- die Germane col loro Decurione, conducendo Simon Mago colle braccia
legate. N. a Simon Mago, deridendolo O Gran Verbo di Dio! al Decurione Libero
ei sia; Costor dai ceppi han gloria. a Simon Mago O Paracleto! Già udii narrar
di te che t'ergi a volo Nell’aria. (ride) Ebben, ah! ah! tu volerai Nel Circo
il dì delle Lucarie. SIMON MAGO sciolto dai ceppi SÌ. Purchè il sangue Cristian
scorra in quel giorno. N. Tutto, purchè tu voli. al Decurione, indicando
Asteria che s’è riavuta: Decurione! Questa, degli angui amor, falsarda Erinni,
Incubo dei sepolcri, a morte! A morte Nel vivario dei serpi! Il Decurione e due
Guardie afferrano Asteria.ASTERIA dibattendosi angosciosamente Invan mi danni E
mentre la trascinano fuori dal Tempio ripete con accento disperato: Non morirò.
Ma deh! per grazia, uccidimi! lo non son che una povera errabonda Sposa di
serpi; alla mia razza il tosco Non è letal, mi cerca un’altra morte. Liberati
da me, perchè, se vivo, Ti seguirò così, sempre, rapita Dal volo del tuo
turbine, travolta Dal gurge tuo, perchè il mio Dio tu sei, Perchè t’adoro N.
Vedremo Al vivario Asteria è trascinata dai Pretoriani e dalle Guardie Germane
fuori dal Tempio. Il coro la insegue minaccioso. CORO AI vivario! al vivario! a
morte! a morte! N. piglia la cetra dalle mani di Terpnos, sale sull’altare ed
esclama: Or che 1 Numi son vinti, a me la cetra, A me laltar! Gobrias prende
dalla mensa una corona d’alloro e gliela porge. N. s’incorona. Gobrias,
Tigellino, Terpnos, i Pretoriani si schierano davanti all’altare. lo canto.
S'atteggia come l’Apollo Musagete e incomincia a preludiare. PEA RA TTT ALT
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Fo ni PRA E, | i Si Hb RUTTO Sarai ey ronernt pala nre, rat ai rt: pi 1g SI '
LA y, - té Pi Ca SILA ) o na i RA: ALI i 44 Ò (4 LAN ( IRSA PIL] GRITTI i i i
ig Hut [eLt 1% f U PARA | y i I i A, » = vec saio cen L’orto dove s’adunano i
Cristiani, nel suburbio di Roma, è illuminato dagli ultimi riflessi del
tramonto. A sinistra v'è un casolare con un vasto pergolato sostenuto da
quattro colonne. A destra v’è una fonte rustica sul cui margine di pietra è
deposta una ciotola e un’idria. Poco discosto v’è un sedile di rozzo legno.
Dietro alla fonte, e d’intorno, le zolle fiorite formano una leggera
prominenza. Nel fondo s'estende un uliveto. Sotto la pergola vi sono due tavole;
una di queste ha la forma d’un sigma lunare e porta i resti d’una cena frugale,
l’altra è di quelle che servono ai coronari per intessere ghirlande ed è piena
di fiori e di fronde. Intorno I a questa tavola stanno sedute parecchie donne
ed alcuni fanciulli. Dall'altro lato alcuni Cristiani circondano Fanuèl il
quale è appoggiato al margine del fonte. Un’aura di soave pace è diffusa su
questa umile gente e sull’ orto. Un’immensa attesa riempie le anime. FANUÈL în
atto di chi continua una narrazione udir pronte E vedendo le turbe ad Salì sul
monte, Le benedisse E disse: Beati i mansueti, Perchè saranno della terra i Re.
LE DONNE CRISTIANE ripetono sommessamente: Beati i mansueti. FANUÈL Beati quei
che piangono, perchè Saranno lieti. LE DONNE Beati quei che piangono. FANUÈL
Beati quei che vivono in desìo, Perchè li udrà il Signore. GL’UOMINI Beati
FANUÈL Beati quelli che hanno puro il cuore, perchè vedran la gloria del
Signore. PWOASCI Beati FANUÈEL E beati, fra Vanime fedeli, Tutti gli afflitti,
1 poveri, gli oppressi, Perchè per essi È il Reame de’ Cieli. TUTE Beati!
Rubriîa esce dal casolare con una lampa in mano; è seguita da Perside e da
fanciulle che portano in grembo dei fiori sciolti e lì depongono sulla tavola
insieme agli altri. Tutte le donne si radunano intorno ai fiori. Alcuni uomini
vanno accanto alle donne, altri entrano nel caso- lare, altri si disperdono
nell'orto. Fanuèl, appoggiato ad una colonna della vite, guarda Rubria.
Incominciano a spargersi le prime ombre della notte. RUBRIA Vigiliamo. È la
sera. Arde la face. D’intorno ad essa ci aduniamo in pace. Viene il Signore ma
nessun sa quando; Beati quei che troverà vegliando. Si mette fra le donne ed i
fanciulli ad intrecciare ghirlande ed a cantare con essi una canzone. RUBRIA,
PERSIDE, LE DONNE alternatamente A me i ligustri, A te l’allor. Tuffiam le
industri Mani nei fior. A me il ciclame E l’asfodel, L'’aulente stame E il
tenue stel. Avrem corimbi D’edera inserti, Corone e nimbi, Ghirlande e serti. A
me il viburno E l’amaranto. Rigira il canto Mutando turno. Sua gioja espanda La
cantilena Viva e serena Come ghirlanda. OR! date a piene Mani le rose Vigili
spose, Lo sposo viene. Spogliate i clivi, Le valli e gli orti! Fiori sui vivi
Fiori sui morti Fiori silvani Gialli e vermigli OR! date gigli A piene mani!
Casto segreto D’amor ci leghi. Canti chi è lieto, Chi è triste preghi Lieto è
chi muore Nel Dio verace. Amore! CISA Fede Amore! Amore! i Speranza! ci pritaza
erica nr srendiina VIRNA STELLARI IRINA AZ IALIA TIZIA TRE LIV NE PISA POR TINI
ESTATI NOIA negro ETRE LIETI) POS FRITTI ETTI LETT IIS CLI IE AMET Li VITI en =
PN LATITTE FRS, IAC IONI CREA PIATTO TODARO LAZ) IT AETE TA ADEN IMEBIIREI LIE
Ra STAI TANTI NLITTE PORA ONT Te ppie LL SIIT FIIEAIOI MIEI OASI METZIZIO EIA
DNASIORISI E STIRIA TIZIO EE DO DIE I ITA MISSILI RITA PICCHI TE LISI IIZ SISSI
RIENZO IAT IIIZORTTII DIE RIE PL ASTERIA] ! } | fievole, dal fondo Pace. ALCUNI
CRISTIANI sommessamente cTsrEATI e en Risponde il ciel ! (IbEEINDI chinandosi e
giungendo le mani Adoriamo! Fra gli alberi dell’uliveto si scorge una figura
nera che s’avvicina lentamente. È Asteria. ALCUNE DONNE Un fantasima E fuggono
tutti, tranne Fanuèl e Rubria. Asteria s’avanza come persona esausta e
dolorosa. Giunta sul limite dell’uliveto s’appoggia al tronco d’un albero,
guardando il casolare. Le sue vesti sono lacere, non porta più le serbi intorno
al collo; mormora, gemendo, parole interrotte. ASTERIA Di pace una dolente a
lor favella Crudeli ed essi fuggono. RUBRIA ode i fievoli lamenti, accorre ad
Asteria, la sorregge pietosamente e la conduce a sedere presso la fonte
dicendo: Sorella, Che hai? tu gemil. Dimmi la tua pena. Oh! come tremi! ASTERIA
vede il volto di Rubria rischiarato dalla lampa. Dolce Nazzarena SÌ tu se’
quella che il mio duol lenivi Sull’Appia, orando, un dì, nella quiete Dell’alba
T'ho cercata tanto Ho sete. Rubria fa cenno a Fanubl, il quale s’affretta a
riempire la ciotola coll’acqua del fonte e gliela porge. A ORTO Co ee vee te en
e ee e ea ASTERIA sorridendo a Rubria ed estraendo un fiore dal seno Quest'è un
tuo fiore. RUBRIA Bevi. Avvicina la tazza alle labbra dell’assetata. Asteria
beve avidamente. Arsa languivi. Mentre Asteria alza le mani per sorreggere la
tazza, si vedono le sue braccia ferite e sanguinanti. Tu spargi sangue ASTERIA
dopo un lungo sorso, senza por mente all’osservazione di Rubria Oh, il fresco
umor dei rivi! sorridendo languidamente a Rubria e poi a Fanuèl; a Rubria: Ma
tu non seai. Vengo da dove non s’esce mai vivi Per salvarti. Per te mi
svincolai Dall’amplesso dell’idre. mostrando le cicatrici Ecco i lor baci.
Rubria fa per bendare la ferita di Asteria. Non m’ajutar. con parola sempre più
concitata e ravvivandosi rapidamente Questi attimi fugaci Serba per te, te
stessa ajuta, fuggi! alzandosi Fuggite tutti! sulla vostra traccia Vien Simon
Mago. RUBRIA Spavento |! cari ARR SA SMR a ZII PETIZIONI ATI ETENT ATTI MALIGNA
VAIO NT IISIRTARI PIGRI FICA EI TIGRI MM TOTI TITANI MILANI ABITI TA ITA! III
TA LA PVASVDAT: OSCENI sN TT DA TTT TL LT e rene toe O EIA. x a serest PR LATTA
x nti creni SIOE ZIONI DANTE RITA AZ TI DI TATTICA OZ TTEELATIAA CEI ITA IZ
RISO PIATTA IRAN NETTE AITINA IDATA EVO TOCI IL AE RR TANINTIZAZ CPTATZI CIOTTI
IZZO TIZIA INIZIATI SEP AIA I Ù s |ASTERIA i I I var tenanionIE Distruggi Ogni
altra speme che non sia la fuga. Tremendo egli è ! Bene udii la minaccia: Ei
vuol sangue cristiano. RUBRIA a Fanubl, atterrita Il tuo Asteria si è già
allontanata dalla parte dell’uliveto. RUBRIA ad Asteria T'arresta ! ASTERIA con
subita veemenza e come spinta da un impeto invincibile Il riacceso mio dimon mi
fuga Scompare tra gli alberi del fondo. RUBRIA s’avvicina a Fanuèl che è
rimasto presso al fonte e la guarda, immobile; dopo un momento d’ansioso
silenzio Fanuèl Fanuèl Parla ti desta. ” Salvati, per pietà! Tu indugi ancora?
Vien! Fuggiam ! Fenda il mar l’agile prora E dia le vele al vento! L’infinita
Via del vol s'apre a noi, corri alla vita Vieni! mi suscita un Dio quest’alato
FANUÈL fissandola, immoto Confessa il tuo peccato. dopo un silenzio Non parli
più? L’alato impeto muore AI solo rammentarne? Un dì m°hai detto: Ho un peccato
nel cuore. SIRIO IEZZO IRIS IIRAIAIII REISER LTT. RUBRIA interrompendolo Ed or
te ne rammenti FANUÈEL A tutte l’ore M’è quel tribolo fitto entro la carne
Confessa. RUBRIA No. Pria fuggiam poi dirò Come potresti or tu quest’affannata
Anima interrogar sì che risponda Sàtana è là nel tenebrore, Vuol la tua morte
FANUÈL Tutto ignoro di te, tutto, anche il nome. Quando t’accolsi nella fe’
novella Non te lo chiesi, ti chiamai : Sorella. M’odi ; ogni sera, mentre
oriam, furtiva Tu ne abbandoni; l’orma fuggitiva Ove ten porti? ove? e perchè
celarla? Forse allor corri al tuo peccato ? Parla ! Parla! Consenti alfin (ti
pregai tanto) L’alto abbandon del lagrimato errore ! E un’estasi soave in fondo
al pianto GOBRIAS con voce artefatta, nasale, dal timbro bieco dal folto
dell’uliveto Pietà d’un cieco che la Grazia implora Del charisma Cristian !
RUBRIA inorridita Sàtana è qui! Corre disperatamente alla tavola dove arde il
lume. S'’arresta, guarda intorno, spegne il lume. Poi fra le tenebre ritorna
verso Fanubl. L'orto è immerso in una densa penombra. S’intravvedono nel fondo
Simon Mago e Gobrias poveramentie vestiti. Simon Mago ha il capo coperto da una
calàutica î cui lembi sciolti gli mascherano tutto il viso. S'arrestano là dove
finiscono gli alberi. SIMON MAGO sottovoce a Gobrias Va guardingo, attento
esplora; guidami per mano. GOBRIAS prende la mano di Sìmon Mago e risponde
sottovoce Nessun m’ode, è tarda l’ora. Qui s’attende invano. SIMON MAGO Ricomincia
il tuo lamento GOBRIAS Ah! Pietà d’un cieco! RUBRIA SIMON MAGO sommessamente e
con grande ansia a sempre sottovoce Fanuèl che non si scuote Non l’ascoltar;
quel cieco vaga- (Or t’inoltra lento, lento, cammi- [bondo Mi fa rabbrividir.
Non l’ascoltar DI st avvicinanando meco. GOBRIAS con Simon Mago al casolare e
gira intorno gli sguardi. Dilaniata strappo dal profondo Scerno due figure
umane chiuse Cuore il mio grido e non ti vuoi Odo un suon di voci arcane, di
sin- [salvar !) SIMON MAGO {in bruno ammanto. SIMON MAGO [gulti e pianto.)
rapidamente a Gobrias e sottovoce Sigi mi raffigura, S'ei mi s'oppone, ad un
mio cenno è colto. Tu corri allor nel Tempio a dar novella Ed agitar, coi
nostri, la congiura Dell’incendio. Se ajuto qui m'è tolto, L’ultima audacia
disperata è quella.) ETZZZZ TANA RIA ME PSI RITA TETI FOTI TO RL TAN RNA RIO +
OR PREDICA ETA RIPARI NEI COPI DIO ZII TITO RATA LD AT VE UE EIUS LAI RI MD
RUBRIA disperatamente, ma convocesommessa Mi guardi e taci? Che pensi? FANUÈL I
amaramente SIMON MAGO Che penso Va quando vedi ch’io mi scopro È peccato d’amor
il volto. RUBRIA D’amore immenso FANUÈL Questa fu l’ora della grande angoscia
S’avvicina, calmo, a Simon Mago, Rubria rimane presso la fonte. FANUÉL ad alta
voce Che vuole il cieco SIMON MAGO a Gobrias Parla tu. GOBRIAS a Fanuèl La luce
del charisma Cristian. FANUÈL terribilmente Così non sia! Mago Simon, cieco e
de’ ciechi Duce! dj È Ù \ONTSZE TIIPO LI OPZIONI IONA MUTI ET ATTIMI EDIZ) MSN
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LIETALITETE CESTRIIITI ME TECA IENA RETTA EPOCA LA Ende SERA ILE STATUE AL
SIMON MAGO atterrito si scopre il volto e si getta ai piedi di Fanuèl.
Attèrrati a’ suoi pie’, anima mia. Gobrias s’è allontanato dall’orto. Rubria
entra nel casolare e poco dopo n’esce con alcuni Cristiani. Fra gli alberi del
fondo si vede un Centurione. SIMON MAGO sempre ai piedi di Fanuèl continua
Furar tentai ciò che negasti, or prego. La colpa mia rinnego, Tu sol mi puoi
salvar, morte m’attende. Un’opra ch’ogni uman segno trascende N. m’impone, Non
si sfugge a N.! Dove ch’io mova un Centurion mi spia. Ma tu, Profeta del
novello Eòne, Tu, coi portenti della tua magìa, Tu sol mi puoi salvar. FANUÈL
Così non sia! Si vedono comparire dall’uliveto due decurie di Guardie Germane
colloro Decurione ed alcuni Pretoriani accompagnati da portatori di fiaccole. SIMON
MAGO rialzandosi di colpo e indicando Fanuèl ai Pretoriani A voi l’uom. I
CRISTIANI si slanciano contro Simon Mago, gridando Morte SIMON MAGO chiedendo
ajuto alle guardie Olà I CRISTIANI mentre lo afferrano Morte a Simone ! PERE e
De FANUÈL interponendosi, con un gesto pacato, libera Simon Mago dall’assalto;
poi dice ai Cristiani: Non resistete al malvagio. L’esempio Ne diè il Signore.
Il Signor sia con voi. Nessun chieda ragione Se piace a Dio di far possente un
empio Per infrangerlo poi.Simon Mago s’allontana. Fanuèl ripiglia dolcemente
Vivete in pace, e in concento soave D'amore, mani aperte alla carezza. Sia
sulle vostre labbra il bacio e l’Ave E l’allegrezza. La giornata è compìta Pel
fratel vostro e il suo carco depone. Voi camminate in novità di vita Ed in
pienezza di Benedizione. Oscurandosi Quando torna la sera, col mesto incanto
delle rimembranze, Unite anche il mio nome alla preghiera, Unite anche il mio
nome alle speranze. trattenendo la commozione V’amai dal dì che il cuor vostro
ho raccolto, Non so quale m’attenda ora crudel Ma so che più non vedrete il mio
volto. I CRISTIANI donne e uomini, gemendo Fanuèl Fanuèl FANUÈL s’appressa al
margine del fonte, poi soggiunge: Ed or, fratelli, io tocco questa pietra Come
un altar, benedicendo a voi. I CRISTIANI inginocchiandosi sotto îl gesto di
Fanuèl Amen RETTA IAN TENZA I TAMA LETI PILA DITO TINA E SRI IATA ITA TATA ATO
AZZ DETRITI ATI ZZZ AAA III STRA ZZZ I I FANUÈL entra în mezzo alla schiera dei
Cristiani. V’abbraccio con un bacio santo. Bacia alcuni uomini ed alcune donne.
Seguitemi cantando un lieto canto. Si avvia lentamente verso il fondo per darsi
in mano alle guardie. RUBRIA mettendosi davanti a, Fanuèl, mansueta e piangente
Così tu lasci sulla mia pupilla La lagrima cocente dell’addio FANUÈL Donna, ho
le labbra di mortale argilla. Passa senza baciarla. Poi, vedendo che Rubria
rimane in disparte, lungi dalla schiera che lo segue, soggiunge: Qui sola
resti? RUBRIA subito, con voce appena sensibile SÌ. FANUÈL rivolto ai Cristiani
che lo accompagnano Cantate a Dio! Le donne hanno raccolti tutti i fiori e li
spargono davanti i passi di Fanuèl, cantando e allontanandosi fra gli alberi
dell’uliveto. RUBRIA con impeto e con tutto il fervore dell'anima, spargendo
fiori davanti i passi di Fanuèl Oh date a piene Mani le rose interrompendosi
con un singulto di dolore I CRISTIANI Vigili spose ANSA DITTA IRE FUSTI ZIBIDO
LIT n RIOT DEE IE OELIERLI E SITI POTTE DEI SLERSSORIIA ANIA I6 SDONSSIOIZG N
ISIEZO III ì cinrii ALTARE ERI AZIONA IATA nr SIONI ASTANTI TIA II TIZIA AMI NL
TERA IV ZII II DO RATTAZZI TLT RA RDATAI IZATFNTAI I VORII DTEIA TT AAF Ln ara
e ST GPTDT ELICA VOTATI LN DDT RIT ATI TSI ITINERE o e A È CREARTI IE IEIRRIA
MALARRIIRO E ARTT PONE A MRO II SOI EI CREO ERIC AREE ITA TELIT AIR TIAGO ASTE
IE E RETE I RT MENA TITO EU RIETI TTI DIREI Ln TT TAM ma ter ie a. PERSIDE
Spogliate i clivi, Le valli e gli orti! Fiori sui vivi! I CRISTIANI
allontanandosi Fiori sui morti! Fiori silvani A piene mani Casto segreto d’amor
ci leghi. Canti chi è lieto, Chi è triste preghi. Lieto è chi muore Nel Dio
verace. Amore Fede Amore LA CANZONE LONTANA Rubria è rimasta sola nell'orto. Il
canto s’affievolisce allontanandosi. RUBRIA dopo aver seguito collo sguardo il
i cammino dì Fanuèl Sì, per salvarti. Ma il mio sogno [è infranto. S’accosta al
margine del fonte e bacia il posto della pietra toccato da lui. Si rialza.
Tende l’orecchio verso la canzone cristiana che si sperde sempre più nella
lontananza. Un sogno santo un dolce sogno fu Laggiù, lontan, nella canzon che [muore,
L’odo ancor. RUBRIA L’odo ancor e canta: [amore ! Amore. sforzandosi
d’afferrare gli ultimi suoni L’odo ancor. dopo un lungo silenzio,
angosciosamente Non l’odo più E cade ginocchioni. Ma RIM AA NI VAIO QAVTI
MALLINMA VO: IT RICA OS NT e tane carl ieri ian ] a MITA LIETI } Ì i tino. 19 a
0; dI iaia DS x LESLIE TENTA NA LIZ È STATO LANE SAI LZ ATI Si vede l'interno
dell’oppidum fra i suoi grand’archi centrali, quello di destra che sbocca
nell’arena e quello della f0r/a dompae, a sinistra, che s’apre verso il foro
boario. In questo grande atrio ha sua foce un criptoportico che si prolunga nel
fondo seguendo la lieve curva della fronte del circo; è chiuso, alla diritta di
chi guarda, dal muro delle carceri, e la sua parete a mano manca è popolata di
botteghe e di taverne. Nella stessa parete, leggermente concava, si scorgono i
primi gradini d’una scala interna che ascende alle precinzioni più alte. Presso
all’arco che sbocca nel circo si vede internarsi nel muro, di prospetto, il
primo ramo d’una scala che sale al podin. Un’ ampia nicchia, fiantheggiante la
forfa pompae, accoglie la famosa scultura Rodiana che rappresenta Zeto ed
Anfione in atto d’avvincere Dirce alle corna d’un toro inferocito. La viva luce
diurna entra dall’arco esterno nell’oppidurm. Ai pilastri degli archi è affisso
l’editto dei giuochi. Vortici di folla irrompono da ogni lato. La maggior calca
ferve intorno ad una quadriga; quivi le fazioni del Circo si affrontano levando
grida di trionfo e d’ira, i agitando toghe e cappelli e pezzuole verdi ed
azzurre. Parecchi brandiscono degli stili, altri minacciano colle pugna gli
avversarii. L’auriga, che ritorna vittorioso dalla gara, porta i colori di
parte prasiza, ha le redini attorte dietro la schiena e i cavalli rivolti nella
direzione del criptoportico, impugna un coltello per difendersi de CARE I AZZ
RP LIRE DI TI O MAIOTZI DEDITI RZ DI n I prerreni FELICIA vano cavia nta PO
TAZTI ARE TATE dagl’assalitori. I VERDI Gloria Vittoria GL’AZZURRI Morte Morte
Infamia I VERDI . Scorpus! Gloria del Circo! A te la palma! GL’AZZURRI Furasti
con perfida frode, Furasti con perfida gara La palma cruenta! I VERDI Vittoria
Vittoria La folla vociferando segue la quadriga e s’interna nel criptoportico.
Simon Mago, seguìto a distanza dal suo Centurione, incontra Gobrias che viene
dall’arena. GOBRIAS a Simon Mago, scherzosamente, coll’inflessione particolare
di chi parla ridendo I Verdi han vinto, è salva Roma. SIMON MAGO sottovoce a
Gobrias Ebben GOBRIAS sottovoce, dopo essersi appressato a Simon Mago, e rapidamente
Siam pronti. La fune incendiaria acoppierà verso il celio. SIMON MAGO sottovoce
E chi la scaglia? GOBRIAS Asteria, SIMON MAGO con accento di grandz sorpresa
Asteria? GOBRIAS Sì. Viva la trassi Dal baratro de’ serpi ed or ti giova. SIMON
MAGO M’odia, mi tradirà. TT RICIPIIA SLEALE TESTI TI A e e tnt ri I i nevi ia
ceca mann ast romiiomito nea ra re ORTO PATIRE RR RI II LIONE DINI ONTE IIN i $
i GOBRIAS con accento di chi rassicura Ama i Cristiani, Vorrà salvarli e te
salva con essi. SIMON MAGO dopo un momento di riflessione Sai l’ordine de’
giuochi? GOBRIAS indicando l’editto affisso ai pilastri della porta pompae ed
avviandosi a leggerlo È là, si legge. Dal fondo del portico sopraggiungono
alcuni gladiatori armati per combattere e disposti în ordine di parata; divisi
per coppie, preceduti da quattro Eneatori con trombe, da un porta-insegne, dal
Lanista e da un servo, entrano nel circo. GOBRIAS 1 gladiatori di Preneste -
Passano. Il supplizio di Dirce, pantomima Coi tori e i veitri e colla morte
vera Di femmine Chrestiane. SIMON MAGO interrompendo A mesi deve. GOBRIAS
continuando la lettura Laurèolo in croce sbranato dagli orsi. SIMON MAGO È
Fanuèl. Continua. GOBRIAS ferminando la lettura Il volo d’Icaro con un gesto
d’addio canzonatorio a Simon Mago Buon ti sia Se ne va correndo e scompare
nella curva del criptoportico. Dal circo giungono grida di Euoè Euoè Euge Euge
Macte Macte mentre un’ondata di folla entra correndo dall’esterno nell’Oppidum.
Entra dalla porta d’ingresso una lettiga pomposissima portata da quattro
lettigarii. Una puella Gaditana esce dalla taverna con alcuni suoi
corteggiatori e si mette a danzare in mezzo al crocchio, sotto il
criptoportico, una sua danzetta mite e lieve, al suono di un corno, del tîmpano
e di crotali, mentre un giovanetto, colla doppia tibia alle labbra,
l’accompagna. N. e Tigellino scendono la scala del podio e s’arrestano presso
all’arco del circo. N. Che vuoi dir? TIGELLINO sommessamente Una congiura. N.
Contro me? TIGELLINO Contro Roma. I Sacerdoti Di Simon Mago, per sottrarlo a
morte, pria che la torre ei salga ond’ei dovrìa slanciarsi a volo,
incendieranno l’Urbe. La puella Gaditana col tibicino e coi liberti,
continuando la danza, si eclissano nella curva del criptoportico. N. attento ai
clamori del circo ed interrompendo Tigellino Taci. Le grida del circo giungono
nell’oppidum da varie altezze e distanze, seguite da risate e da urli,
frammiste a squilli di buccine. GRIDA DAL CIRCO Non vuol morir! Pollice verso
Ot, So E ibiza ea resin det m m m &m et VNDERITE ATTI TERZA RIAITZI SLI MET
III NNT PRIA UNE RATE EEN ALTRE VOCI Basta! Vogliam le Dirci! MOLTE GRIDA
Uccidi A morte Segue un momento di tregua Tigellino se ne vale per ripigliare
il racconto. TIGELLINO Seguo lor traccia. N. imperiosamente, interrompendo
Tigellino Taci. Ricomincia il tumulto del circo; s’odono a diverse distanze le
grida: Age jam Evax Ahè Ahè Euge Eho Eho Vogliam le Dirci TIGELLINO I
Pretoriani chiedono un cenno mio per afferrarli. N. ascoltando le grida del
circo ACK VOCI DEL CIRCO No no no Basta TIGELLINO risolutamente a Nerone,
mentre continuano le grida lo salvo Roma. Da ogni parte del Circo si odono le
grida di Basta Le Dirci La Tragedia Basta N. in uno scoppio di collera Taci!
Non odi la plebe che rugge Voglion le Dirci S’aggira concitato verso il
criptoportico. Sono entrati dalla taverna Gobrias, Terpnos e Alitùro. Scorgendo
Alitùro esclama: Olà Presto Alitùro S'affretti la tragedia, Alitùro esce
correndo. A Ì “ c s; i er 5 mero az sn OR E = REIT FE DIET TREIA EDITO ISCRITTE
DARI SA TRTE CETAA COEN EMILIA BOI DST AT ONTO ET CR ITA AE PIEVE LEI OPA LI
RITZ NE TIA STRA TIZI NANI enna Dal fondo del criptoportico accorrono
moltissimi pantomimi colle maschere sul viso, portando grosse funi. Ad alcune
guardie che sopraggiungono: E voi scacciate Quei gladiatori. Allo spoliario i
morti! Date le Dirci al popolo Affaccendato come un ordinatore di spettacoli,
chiede a Gobrias ed a Terpnos con grande concitazione Son pronti i tori e le
funi e le rocce del Citerone e i veltri e i sagittarii chiamando com forte voce
I personaggi d’Anfione e Zeto I due personaggi si presentano Zeto porta una
clava e delle funi, Anfione una cetra. Ecco l’effige del supplizio. Guarda Tebe
una Dirce ed io ne uccido cento. Cento aspetti ha la scena In scena ISTRIONI In
scena Tutti s'ingolfano nel criptoportico e scompajono. N. conduce da parte
Tigellino e gli dice sommessamente, con calma ironica: Astuto agrigentino, e
non t’avvedi ch’'io già tutto sapea? Guai se all’incendio che m’offre il ciel
t'opponi.Ciò ch’io struggo Risorge. Il mondo è mio! Pria di N. nessun sapea
quant’osar può chi regna. Dal fondo del portico s’avvicina lentamente un corteo
strano ed atroce. Le donne cristiane, precedute da Fanuèl, vestite come la
dirce del marmo rodiano, inghirlandate di verbene, colle mani legate e fra le
mani un tirso od altri emblemi bacchici, camminano fra due file di truci
bestiarii che le percuotono a colpi di flagelli se quelle s’arrestano. Seguono
alcuni Sagittarii in completo assetto di caccia con archi, faretre e saette.
Una frotta di pantomimi colia maschera muta sul viso chiude il corteo. Simon
Mago ed ‘è suoi sacerdoti s’accaniscono contro Fanuèl e lo insultano mentre
egli passa. Frattanto la più sordida plebe del circo s'è riversata
nell’oppidum. N., presso la. porta pompae, attende cupidamente il passaggio
delle vittime. i TIRI ADATTA MISTI TI ICI FITUIZO TE LOVE TIRI I DT II PIE
BROZZI BILIA RSI NA IRINA PREIS ZII SZ VI SIONI TIE ISORIZ VINILE DIZION
SRIZZIA GIONE LEE: n: IAA III NANI MPIN ID RS ZI ZITTA LIE CIZ ANTI MOMAL TIIA
PIACE ELP DZ MERZIA LA DIRTI TRADITA N TDI II ZI EN DEISAIIOP TRI E SEIT III
TAG TOTI I SIIT AEATAS RISTAIC II AE SAMI SE SAT IZII LAT PM MELI DATI AREA) E
DE Li LA PLEBE Morte Morte SIMON MAGO mostrando Fanuèl alla Plebe Ecco il capo
delia torma Le Dirci hanno varcato il portico e sono spinte dai bestiarii verso
l’arena. SIMONIACI Latra i tuoi salmi Abbaja Abbaja LA PLEBE $ | i ! TOGATI
Raca SIMON MAGO Raca Il suo vino è sangue. LA PLEBE Abbaja A morte FANUÈL con
voce alta e serena Credo in un dio solo ed eterno.I cristiani e le cristiane
ripetono fervorosamentie le parole di Fanuèl. SIMONIACI E PLEBE Abbaja Abbaja
Latra Latra Sulla scala del podio è comparsa una Vestale. Ha il capo coperto
dall’insula e il viso nascosto da un velo; ogni suo vestimento è bianco. Un
littore co’ fasci abbassati la precede, un flàmine la segue. Giunta all’ultimo
gradino della discesa s’arresta, tende il braccio e la mano verso Fanuèl. La
folla, sorpresa, indietreggia. LA PLEBE Una Vestale ALCUNE VOCI FRA LA FOLLA
Sien salvi Sien salvi SENI EE Mat de te I Lerma TT 1—Ih È* È*ÉÈI* O*èZIè
@-@èEQIà Nei ste Lean e MST ALP TAI RO TI SEZ ATTRATTI PIREO REMI II NEO LE ice
APRITE RL EZIO TLOZ E ZU ML ARTI RANA TIPI TANA SORIA TTD MADAME DE I LI PETER
AT SIETE PAD IOE SIT IO APZIOT NTTSIT IA DAR TASTI AE ACE ONT NET SERENA RE NR
DLE MAT TT DATA TERE CE e terribile e nelle prime parole un po’ ansimante per
ira Chi là dov’'io mi son osò parlar di clemenza? LA VESTALE sempre colla mano
tesa verso Fanuèl e immobile Stende Vesta con me la man che riscatta le vite.
N. lentamente, studiando ogni parola, mentre guarda a Vestale velata collo
smeraldo Ave, 0 Vergine sacra, scopri il volto, poi giura (Legge è di Numa) che
in questi rei non qui ad arte [t'imbatti. LA VESTALE con voce di persona
atterrita Una Vestale a giurar non s’astringe. N. comuno scoppio di collera Per
Giove! Chi le strappa quel vel? SIMON MAGO Io. Il littore tenta d’interporsi
co’ fasci, ma Simon Mago s’è già slanciato sulla Vestale e le strappa il velo.
ALCUNI Sacrilegio ! FANUÈL la riconosce, accorre ad essa, discaccia Simon Mago
ed esclama: Sorella! RUBRIA Fanuè! Sviene fra le braccia di Fanuèl. SIMON MAGO
È una cristiana. Re I ATI OA PRIA RI, de Pa LA PLEBE È una cristiana, N.
ravvisandola, la nomina Rubria irridendo Ben tu svieni. SIMON MAGO Morte LA
PLEBE A Porta Collina! Muoja! N. Freneticamente Muoja Nel branco delle Dirci!
LA PLEBE Sì. NERONE con un rapido cenno impone silenzio. Dopo una brevissima
sospensio- ne riprende solenne e tranquillo Dal capo L’insula sacra il flàmine le
svelga Il Flàmine strappa dal capo di Rubria l’infula e la gitta. Cadan le
vesti a brani. FANUÈL Io la difendo. I bestiarii si avventano su Rubria
svenuta, le lacerano le vesti. Fanuèl è circondato dai sagittarii. La plebe
s’accalca intorno, mentre due bdbestiarii sollevano Rubria sulle teste della
folla ruggente e la trasportano nell’arena dove è spinto anche Fanuèl insieme
alle Dirci e ai Cristiani che cantano con voce alta e serena. CRISTIANI e
CRISTIANE Credo in un Dio solo ed eterno. SE = PRA DE RR ATTRA DI RI PEN TL
ILAGIA SITA I TIPO EP ART è ATI DET AT SEA, ILS IN I VIIITUE RI TANTE SIRREIO
BAITA LINEA MODI IT de TIVA DE STLTIIIAI ER LA PLEBE A morte Abbaja abbaja Raca
Raca Morte N. con esaltazione Mano alle funi, alle belve, alle donne Tutte un
Eroe denudator le abbranchi, Le avvinca nude in groppa al furiale Nembo de
tauri, ebbre d’orror, fugate Dai veltri in caccia, irte di dardi, esangui,
Belle, riverse, i grembi al sol, nel raggio del concavo smeraldo agonizzanti.
N. si avvia al podio. Tutti i pantomimi sono entrati nel circo. Scorgendo Simon
Mago o E tu non voli? Ah! AN! La plebe sghignazza. N. indicando Simon Mago a
Tigellino e ridendo Dalla torre dell’Oppido sia tosto Slanciato in ciel. Non
voli? Ascendi all’etere, Agli astri, al sole! Icaro, vola! sino alla scaia di
legname che sta a sinistra del criptoportico. GOBRIAS, TIGELLINO, LA PLEBE I
ridendo, a Simon Mago, e beffandolo Vola, La guardia germana, afferrato Simon
Mago, lo trascina rapidamente I Se sai volar Icaro, vola! I SIMON MAGO si difende
con tutte le sue forze; vede Gobrias e lo chiama in soccorso: Gobrias! GOBRIAS
Va! non temer! prolunga la difesa. mo Correndo e ridendo s’allontana e scompare
nel fondo del portico. DELIO NEVA PETRI SEEM ONE O LIMONI ENELA VD PIET A
IOIZIETTIIA STET ZA DIE IMI TRITATA SLIDE SVITARE PILOT RIE DINI INIZIA DEVIATO
TIENITI SIMON MAGO implorando ajuto da Tigellino Mi salva TIGELLINO
rigidamente, ai Pretoriani Sguainate l’armi SIMON MAGO al colmo dello spavento
Tregua La guardia germanica colle armi in pugno caccia Simon Mago, pungendolo e
minacciandolo, sui gradini della torre dell’oppidum. N. Icaro, vola! Vola! Vola
al sol! N. ridendo sempre più eccitato, entra nel circo. Nel circo non cessano
i clamori: si odono le grida feroci A morte le Dirci, Vogliamo la Tragedia, Non
vuol morir! Pollice verso Ad un tratto s’odono degli urli di spavento che
vengono dal fondo del criptoportico e dalle parti più alte dell’edificio dove
s’incomincia a scorgere qualche cirro di fumo. Le grida di terrore aumentano e
s’avvicinano. Il fumo penetra nell’oppidum e s’ode Gobrias che grida:
L’incendio è nelle fornici Altre voci gridano Soccorso! Il circo divampa
Salvate le donne Fuggi! Fuggi Di qua No Fermi Ajuto Attraverso le nubi
dell’incendio si scorge la gente che fugge, che s’urta, che cade. - Una fiumana
di popolo irruente invade il cripto-portico, spinta verso lo sbocco della porta
pompae. L’Oppidum non è più che una voragine di fumo. PA LED AZ SEPARATI ZA LIM
NITAL TU TOA OL SETS CRA Matte NOLI ARTDIR ATTI AE IO VITERTE NZIRISTI IL
MATTEO II SAINT (ARIA E LEIREIREN LI IT ERI IRE TI GIONI NEREE DIREI ISEE ARI
LIO NSAIIA N VT IERI TAI ZA SI PAR IENE ALT MT TRON ITA TRLNGTLAE FASI RZAZII
RODA Pe agnaiì NATE fi MARTI Dich * n o iu 09°) La CAPA | VEL \ Ti (i SOTA IO
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Li TINTO gf” SIORIT MISOLI E GPIZIEIE BITTE PEZZO DL LO ITA EAT NL A CETONA TOT
UIL LT petedimenasa stai nn IZ: III È un sotterraneo del circo dove si depongono
i morti. La luce riflessa d’una torcia che s’avvicina dirada a poco a poco le
tenebre, rischiarando a destra il vano d’una porta e la rampa d’una scala erta
ed angusta. Un rombo lugùbre giunge dall’alto e ad intervalli uno scroscio come
di cataste o di mura che ruinino. Asteria, con una fiaccola in mano, discende
la scala; giunta alla soglia del sotterraneo s’arresta per illuminare chi la
segue, ASTERIA Scendi. Fanuèl la raggiunge. Entrano insieme. Cerchiam fra i
morti. FANUÈL Orror di tomba Emana lo spoliario. S'ode ancor da quest’antro
funerario La gran vampa che romba. ASTERIA Cerchiam. Incomincia ad aggirarsi
lentamente guardando a terra lungo la parete centrale. Al lume della torcia che
tiene in mano s’intravvede, là dove passa, la struttura irregolare del
sotterraneo. Fanuèl va frugando a sua volta nell'ombra lungo la parete di
destra. Si parlano a distanza. DCO LI RESI SII PTTASTINTENITI IC AREE SITA
SOLITA ‘i pe FANUÈL Cadde la prima, ASTERIA vivamente Allor qui giace. Tardi
per lei scoppiò da questa face Il folgore incendiario! Fanuèl s'imbatte in un
corpo, si china, lo tocca, riconosce al tatto le fasce crurali d’un auriga. Va
oltre. Ecco là dei cadaveri. Indica un gruppo di morti stesi a terra
nell’angolo della parete sini- stra. Fanuèl accorre e li guarda. FANUÈL Un
reziario, due sanniti, un trace. ASTERIA atterrita Simon Mago! FANUÈL Ove?
ASTERIA indicando con ribrezzo, senza accostarsi, iv cadavere di Simon Mago
gittato un po’ più lontano, in un’insenatura del muro Là. FANUÈL dopo averlo guardato
fissamente Da Dio fu infranto. Abbominato sia. S'avvia verso il centro del
sotterraneo. Il suolo è ingombro d'armi gladiatorie. ASTERIA Cerchiam. Fanuèl
scorge, sopra un letto funebre, giacente come una morta, una donna în veste
bianca. FANUÈL chiamando con voce agitata Accorri. i BZ IiMRANZIAR TINA TIE I A
d ASTERIA accorre colia face. È lei? FANUÈL cade in ginocchio, posando la testa
e le braccia sul corpo di Rubria. Martire mia! Gieltz, Respira, Vivrà Asteria
appoggia la face ad una pietra vicina, poi corre dal lato sinistro del corpo di
Rubria per ajutarila. Squarciale i panni Salvala Asteria, mentre Fanuèl parla,
lacera la veste di Rubria sul fianco. È svenuta. Cerca le sue ferite, Io l’ho
veduta Sanguinar nuda nel nembo infernale Salvala Cerca cerca sotto il core Là
sotto il core la ferì lo strale D'un sagittario. aspettando ansiosamente Ebben?
ASTERIA guardando la ferita di Rubria attraverso lo squarcio delle vesti
Spavento Muore. FANUÈL Muore Non muoja qui non nell’orrore Di quest’antro Fa per
sollevarla e portarla altrove. ASTERIA opponendosi con impeto La getti nella
strage divampa il celio, arde il velabro, è l’odio d’un dio su Roma. Il circo è
un mar di brage. Se la tocchi l’uccidi scoppia un fragore terribile sulla volta
del sotterraneo. Crolla il podio Asteria ha visto qualche riflesso
dell'incendio sulla scala d’onde scese e la risale correndo e scompare mentre
Rubria apre gli occhi. ALI RUBRIA Ah! FANUÈL tutto chino ‘presso di lei Non
temer, son con te. RUBRIA trasognata Fanuèl. Dove son? dove fui? Tu salvo Io
viva L’anima mia fuggiva M’offusca un vel Colta da una reminiscenza d’orrore,
getta un grido, si sforza di sollevare il capo. FANUÈL con grande dolcezza No.
Una mano pia ti ricoperse con la bianca stola. Riposa. Oblia. RUBRIA Chinar
dovrei le mie ginocchia a terra d’innanzi a te. Tenta di sollevarsi, ricade.
Son ferita non posso. FANUÈL Rubria RUBRIA Pietà l’orror mi riafferra Il Mostro
il turbin rosso. Viscere e carni Ascondimi M’ajuta! FANUÈL inorridito Fu il mio
grido d’amor che t'ha perduta! (o [4 sd RL STT IRENE RIME ID TI III DI LTTE INT
I RIINA TOR ILE TI i i Ì i Ki | Ì i 4 i i | RUBRIA D’amor io t'amo tanto dopo
una breve pausa Fanuèl morirò? FANUÈL seduto accosto a lei sullo stesso letto e
posandote dolcemente la mano sulla testa e accarezzandole i capelli e la fronte
PISTE STE SIT ATI RIETI PATITI LIO III O I TAI sc Vivrai. RUBRIA dolcemente SI
SI Oh com'è buona e calda la carezza della tua man Bacia la mano di Fanuètl.
PRANZI LETI TIT LIA pu PSI IL Più accanto a me più accanto. Così COSÌ.Tu
m’insegnasti questa gran dolcezza Di sorrider nel pianto. M’odi la morte A ogni
attimo mi strugge Non pianger, Fanuèl, stringimi forte, Finchè mi stringi,
l’anima non sfugge. $r O ALLE TA I Dopo un lungo riposo ed un silenzio di
raccoglimento, soggiunge: Servivo un falso altar. Tutte le sere Venìa' coll’
idria del mio tempio... al fonte Dell’orto santo e dopo le preghiere tornavo
all’atrio antico, a piè del monte tentai confonder nella stessa vampa l’ara
ardente di Vesta e la pia lampa della vergine saggia. Ecco il peccata. Or tutto
è confessato, attendo il tuo perdono. Tutta or mi sai, sorridimi. Monda e beata
or sono. ERMETICA A FANUÈL alzandosi e ponendole le mani sulla fronte e
baciandola, con soavissimo fervore, Benedizion d’ immenso amore accensa sul
capo tuo col mio bacio si posa. I iituitiolititiiceste netti rie ss n ur si n
PRETI LTL DATI IE VIII RUBRIA sottovoce Fanuèl! Fanuèl! Estasi immensa! Fanuèl
torna a sederlesi a lato. Rubria posa la testa sul petto di Fanubl. FANUÈL Tu sei
la sposa, l’egra mia sposa che sul cor mi giace. RUBRIA Dimmi, ove siamo?
FANUÈL In un asil di pace. Dormi quieta. RUBRIA con voce sempre più fievole
Sento che ascende l’ombra d’un vespero strano. Dammi. Fa degli sforzi per
continuare a parlare; non può. FANUÈL Che vuoi? RUBRIA con istento La mano.
Fanuèl s’affretta a darle la mano. Narrami ancora, mentre m’addormento, del mar
di Tiberiade, tranquilla onda che varca in Galilea. FANUÈL quasi cullandola
Laggiù, fra i giunchi di Genèsareth, oscilla ancor la barca ove pregò Gesù.
Raccoglie Rubria sul suo petto. Quella cadenza languida di cuna invita a stormi
i bimbi sulla prora. Dormi tranquilla, dormi. Meo: AIUTO SRL ZE MEIER DAI
RUBRIA con un fil di voce Ancòra ancòra. FANUÈL. Lenta salìia dal Libano la
luna, era quell’ora in cui sorgon gl’incanti. RUBRIA come un soffio,
spegnendosi Ancòra ancòra. FANUÈL colle mani giunte e gl’occhi rivolti al cielo
Escian le turbe oranti per la lunare aurora. Sente Rubria inerte fra le sue
braccia, la chiama: Rubria. Asteria ritorna scendendo velocemente la ripida
scala. Fanuèl continua a ricercare la vita sul cadavere di Rubria. ASTERIA L’
incendio ne avvolge, ogni scampo di là n'è tolto. Divampan le torri, crollano
gli archi. Vede un uscio sprangato nella parete sinistra. Un lampo di speranza!
Si slancia affannosa attraverso gli ingombri del suolo verso la porta d’uscita,
leva la spranga, apre. Sei salvo. Ecco una porta. Esce un istante per
esplorare; rientra. Libero è il passo sulla soglia d’onde è entrata Accorri,
accorri! FANUÈL sul cadavere di Rubria Morta. Asteria scuote Fanuèl e lo
trascina insino all'uscita. VELA EDARISCAI RED RR MR ARIE rat tn IRSISILI E I
FTT ITANI EN AZZIONDANT TI FIATI DE e AR TANI PINNA DIR RE ENIT NIE ST Va CNMI
TE FANUÈL dalla soglia, con un ultimo sguardo Rubria, addio. Scompare dalla
porta d’onde entrò Asteria. Asteria udendo quel nome ritorna vicino alla morta.
ASTERIA con esirema violenza Rubria? Tu? Quella che il mio truce iddio ghermì
sull’ara, tu, rispondi, tace. Lo spoliarium incomincia ad essere invaso dal
fumo. Dimmi Pardor del suo bacio vorace verso cui tende spasimando il mio, poi,
d’un tratto, con immensa pietà martire santa. S'inginocchia, estrae dol seno il
fiore della via Appia e lo lascia cadere sulla morta dicendo: Pace, pace, pace.
Si sprofonda una parte della volta. Asteria si salva fuggendo da dove è uscito
Fanubl. DEAR er a i Ù detiia Told e ID i DITER) II RIETI EA ia AI PA a I HU LA
n PRI ARENA QUARERAA LOGO ATSIRONT NO Id vi NABLAPOTNO DO MUPh il ti : UA NI N
i, DA IRRCUn). i N MLM sti ci Mg AV [RRIDIV UR UTA dl Mino, VA patria Ir Uli
Nati x MI Mu iva! VIBO TIVI HA |î sit MATICOPO ANASROT TAMARA IMGRNNLI “n I s
Tua Ld r ti RS N f Ii DA 10 LR ITRIONT IR A IRIOVRARI Va; |ang ; \ DON NT] D) A
ONIRI Ù IUSR (VERSA » Dieta Îl i i aloni RUBA N INIT i fi gue Al< Ù {UTI: D)
dati. DA) y LI î ANITA AMARARA ha] in |glio ti w Mi ii dt Tu hi) anni LIMIULAA
Ti Lava NANI GUAI CORVI IOLANTÀ IR00 ba DI i LE "RIA N IRA 4 IA » Hu) 4 RO
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"ili Do toi È dl 0A] NI MAgLNIOd; Da PUO ERA LA] TAAZAMIT Mot 4 pl De î
MOCCENTUCIV I dle i ate PTT, K He VARI LIRE) ;) 7107 000! LATO: AI ATC (4 #0
viti ; mg: pi PUMP AA BOITO: “NERONE” IL MELODRAMMA. Lucio Domizio Enobarbo.
Sepolto a Colle Pincio presso la tomba di famiglia dei Domizii Ahenobarbi
Nerone.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Nesi: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – adulescentuli
oratiuncula – Sono dalle celeste sphere Venere: perche amore inspiro:
dagl’elementi fuoco: perché d’amore accendo da uoi con vocabul greco
CHARITÀ chiamata: perché col mio ardore della GRAZIA della salute viso degni – filosofia
toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Firenze). Filosofo italiano. Firenze, Toscana. Grice:
“I once had a fight with Nowell-Smith; he was saying that a philosopher should
not be a moralist; I told him that by that token Nesi wasn’t one!” – “De
moribus” Figlio di Francesco di Giovanni e di Nera di Giovanni Spinelli, si dedica
interamente agli studi filosofici. Strinsge stretti rapporti con i principali
umanisti fiorentini dell'epoca, tra cui ACCIAIUOLI e FICINO (si veda). Influenzato
dall'operato di Savonarola, ricopre anche diverse cariche politiche. Altri
saggi: “Adulescentuli oratiuncula”; “Orazione del corpo di Cristo”; “Orazione
de Eucharestia” “ Orazione sull'umiltà” “Sulla carità”; “De moribus”; “De
charitate”; “Oraculum de novo saeculo, Canzoniere, Poema. Treccan Dizionario biografico
degli italiani, Roma, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Obviously, Nesi is not having Davidson in mind. But
Nesi is wrong in identifying GRAZIA with CHARITA, ‘greco vocabull” – this is an
etymological blunder. The charities were indeed three – Eglea, Eufrosina, e
Talia – and they danced mainly to eroticse Mars, or more frequently Giove and
Mars together --. Of course the expression ‘gratia’ is not cognate! – For
Davidson, charity is what the Italians refer to ‘carità’, formed out of ‘carus’
– the spelling with ‘ch’ is a French corruption! So to be charitable, in
Davidson’s interpretation, is to be kind, caro. Not graceful! --. Grice: “If
Davidson doesn’t know his Greek mythology, that’s not my fault --. Instead of
his singular principle of charities, I will take the liberty to sub-divide it
into three maxims – The first maxim refers to the first charity, Aglae:
splendour; thes second maxim refers to the second charity, Eufrosina, mirth;
the third maxim refers to the third charity, Talia, cheer. In Kantian format,
these counsels of prudence become: be splendorous – or try to make your
conversational move one that is splendorous; be merry – or try to make your
conversational move one that will carry mirth to your co-conversationalist; and
‘be cheerful’, try to make your conversational move one as if it was spawned by
Thalia!” -- Giovanni Nesi. Nesi. Keywords: adulescentuli oratiuncula, principle
of charity, Davidson on charity on Grice. Who was the first Englishman to use
‘charity’ as a hermeneutic principle? Butler. Grice speaks of self-love and
benevolence. Benevolence – and charity? Grice is not so much concerned with
Beneficenza or Malificenza, but with Benevolenza, and Malevolenza – where does
charity fit? What was Ciceronian for charity. What is pre-Christian about
charity? Charisma, charitas, folk etymological confusion here – caritativo –
carita – caro, “le tre carità in armónico conubio” “tre carità”. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Nesi” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Nicolao: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale -- Roma –filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Among his pupils are the
two sons that Marc’Antonio has with Cleopatra. He writes a biography of
Ottaviano, and the two became friends.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Nicoletti: la ragione conversazionale -- quadratura ed
implicatura conversazionale – la scuola d’Udine -- filosofia friulana --
filosofia veneta -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Udine). Filosofo friulano – filosofo
italiano. Udine, Friuli-Venezia Giulia. – Grice: “His diagramme for ‘arbor
porphyriana’ is also brilliant – ending with “Plato,” “Socrates.”” -- Grice: “I
especially like his squaring the square of opposition!” -- Grice: “A veritable
genius, this Nicoletti.” -- Not under ‘Venezia’! -- paolo di venezia:
philosopher, the son of Andrea Nicola, of Venice He was born in Fliuli Venezia
Giulia, a hermit of Saint Augustine O.E.S.A., he spent three years as a student
at St. John’s, where the order of St. Augustine had a ‘studium generale,’ at
Oxford and taught at Padova, where he became a doctor of arts. Paolo also held
appointments at the universities of Parma, Siena, and Bologna. Paolo is active
in the administration of his order, holding various high offices. He composed
ommentaries on several logical, ethical, and physical works of Aristotle. His
name is connected especially with his best-selling “Logica parva.” Over 150
manuscripts survive, and more than forty printed editions of it were made, His
huge sequel, “Logica magna,” is a flop. These Oxford-influenced tracts
contributed to the favourable climate enjoyed by Oxonian semantics in northern
Italian universities. Grice: “My favourite of Paul’s tracts is his “Sophismata
aurea”how peaceful for a philosopher to die while commentingon Aristotle’s “De
anima.”!” His nom de plum is “Paulus Venetus.”— Nicoletti and Grice: Dissolving
the Insolubilia ̶ The Dictum, the Implicatum, and the Significatum vis-à-vis
the Emissum and the Consecutum By S. R. Read and J. L. Speranza Abstract In
‘Consequence, Signification, and Insolubles in Fourtheenth-Century Logic,’ in
Logica Universalis, Read expands on a Danish logician’s claims against this
externalist semantic idea that consequence may be defined or analysed in terms
of containment –more specifically in terms of ‘signifying on what is actual.’
The insights by Dummett on meaning transparency are assessed, plus a few
contributions by H. P. Grice seriously re-considered, as pertaining to the
topic. Hoping it not to be yet another case of obscurus per obscurius, the
issues of privileged access and incorrigibility, and what lies beyond
m-intention are discussed, as they apply to a possible dissolution of some of
the trickiest sides to the insolubles Keywords: Nicoletti, H. P. Grice,
signification, significatum, imposition, philosophical psychology 1. What
Nicoletti meant In ‘Consequence, Signification, and Insolubles in
Fourteenth-Century Logic,’ Read makes, if we may say so, a majestic use of a
rather majestic adverb: ‘anachronistically.’ We offer these notes as an
exploration in the genre! The anachronism is NOT, however, about what Grice
would have learned as the Merton Scholar he was, had he spent more time at the
Bodleian reading Dumbleton on de Nicoletto – or Nicoletti, as Venetian Paul’s
surname went -- rather than playing cricket. In the Dizionario friuliano, one
reads of Nicoletti’s ouvre: “la maggiore opera di logica formale prodotta dal
medioevo,” going on to add: “Uno tra i suoi primi biografi, il notaio
cividalese Marcantonio Nicoletti (1536-1596), lo ascrive alla propria famiglia”
-- and we follow suit! Our anachronism lies, rather, in an echo of Malcolm
Bradbury – Eating people is wrong -- , on the very influence of H. P. Grice on
the oeuvre of Paul of Veneto – his Merton scholar predecessor, we hope! What
did Nicoletti mean? Or was it his words that mean it? In what he felt like
titling ‘Prejudices and predilections, which become the life and opinions of H.
P. Grice,’ H. P. Grice reminsices: “In my own case, a further impetus towards a
demand of the provision of a visible theory underlying ordinary discourse came
from my work on the idea of Conversational Implicature, which emphasised the
radical importance of distinguishing (to speak loosely) what OUR WORDS say or
imply from what WE in uttering them IMPLY: a distinction seemingly denied by
Wittgenstein, and all too frequently ignored by Austin.” Grice in
Grandy/Warner, PGRICE, p. 59. First instance of obscurus per obscurius? “Seeminly
denied by Wittgenstein, and all too frequently ignored by Austin.” And we feel
like adding: Never mind Nicoletti – a. k. a. Paolo Veneto -- only that
Nicoletti, being from the Friuli, would hardly have used ‘say’, ‘imply’ or
‘MEAN,’ which hides behind Grice’s remark. 2.Nicoletti on signification So, if
you feel like two oxymora for the price of one, it would be like what Grice
would have done with ‘signification,’ seeing that he rather hated the word, and
what Nicoletti would have done had he had recourse to Grice’s views on meaning.
Admittedly, Nicoletti wasn’t Anglo-Saxon enough to use it – but Grice’s mean
(German meinen) has a few cognates in Nicoletti’s vernacular – notably:
‘mentire’ and ‘mentare’. So why did he choose ‘significatio’ and ‘significare’
instead? This is a serious question. A good thing, and a bit of a breath of a
fresh air, about Nicoletti – that won’t necessarily feel fresh to Grice --, is
that Nicoletti indeed uses ‘significatio’ -- not ‘meaning,’ on which Grice
based his career – and procures a whole theory about it. As an Anglo-Saxon,
especially when delivering his informal talk to the Oxford Philosophical
Society, Grice felt in good terrain with just plain ‘mean.’ (“Those spots mean
measles, to the doctor; to me, they were meaningless.”) Grice would hardly have
used ‘teach,’ which, after all, is a bit of a stricter equivalent to
‘significare’ (cf. Italian ‘insegnare’), and a verb derived from the
Anglo-Saxon for ‘sign,’ the ‘token’. A token is, after all, a sign. But ‘making
a token’ doesn’t quite do as a rendition of what Nicoletti means by
‘signi-ficare,’ with his little obsession -- against Rimini, the only author
Nicoletti refers to by name in his opus maior -- and along Mantova, with
‘imponere’. (As Read notes, Peter of Mantua: “Logica,” cited in Pozzi 1978:281
– “A consecution indicated by ‘if’ or ‘therefore’ cannot stand with the first
without NEW IMPOSITION [of meaning] or can be convertible with one such without
new IMPOSITION.”) Grice, unlike Nicoletti, but like, say, Boethius, or Hobbes,
as we shall see, was obsessed with natural meaning, but so was Freud. While
Read does wonder if it should be from the shrewd logician that we learn about
what we mean, it may well be your psycho-analyst who reveals what you mean by
either your insoluble or your slip of the tongue – especially if Occam and D.
F. Pears (Motivated irrationality) are both right, and it is what you NATURALLY
mean that matters! Read has edited Nicoletti’s oeuvre. As did Conti, in
Nicoletti’s native Italy. In most passages, it is clear that Nicoletti would
hardly carry, or care about, a ‘Griceian’ approach to meaning. (Our spelling of
‘Griceian’ incidentally follows Katz, and it’s not a typo – Gricean sounds so
much brusquer. It’s all about the grammar. Significare is not ‘signare,’ so we
shouldn’t worry too much about the Roman-scholastic tradition on the taxonomy
of _signs_ (Naturalia or Arbitraria, etc.). Significare seems to ‘involve’
signs, but in a subtler manner. It seems to be a matter of grammar in that a
philosopher such as Nicoletti seems to be interested not so much in who or what
does the signifying, but on what is it that is signified – the ‘significate,’
as Read puts it – or, not for short, the significatum. When it comes to the who
or the what – the ‘vehicle’, it is the UTTERER that bears all the primacy for
Grice. While medieval logicians do speak of the audience – auditor -- , or
addressee – and even about his or her ‘soul’ or animus -- but they never seem
to be too clear about the utterer, or his or her intentions in so doing ad
significandum this or that, to use Hobbes’s phrase in his own Computatio.
Indeed Nicoletti: “Ratio est terminus significativus, cuius ali- B garlicant
separatę. Orationum alia perfecta, alia hewide Dcoratione. qua pars aliquid
significant separata, ut “homo [est] albus” deữeffe. Vltima particular ponitur
ad Piroca Jüfferentiam nominis et verbiquorum partes non fi cite suz etc .
cogeneris, quia omnis propositio est oratio et col.1. cipit quæ non sunt
propositiones non obstante quod ilum generat IN ANIMO AUDITORI si – ut: “Homo
currit.” Or a boviti imperfecta.” Logica. Why is the question of primacy
crucial? One thing is to say that the utterer’s signification (or meaning) is
pivotal or primary – and Read refers to what we may signify or fail to do when
uttering an insoluble. Another thing is to DEFINE any further specifications
(what an uttererance means, what the part of an utterance means, what a ‘word’
or ‘terminus’ means when we call it, as Nicoletti does, significativus) in
terms of utterer’s meaning. Grice proposes a few such definitions in WoW, where
‘p’ – the significatum – is a dummy on both sides of the equivalence: ‘For
utterer U, expression S means “p” =df U has a resultant procedure for S, namely
to utter S if, some some Auditor A, U wants A to psi – generate in his soul the
psychological attitude with content) that p. Or: ‘S1 in v(S1S2) means p’ – for
a terminus significativus which is part of an oratio significativa =df U means
by vSS that q and U intends A to recognise that U meant by vS that q at least
partly on the basis of A’s thought that U has a resultant procedure for S,
namely (for suitable auditor A’) to utter S2 if U wants A to psi – generate in
his soul the psychological attitude, that p) (WoW:129). 3.Nicoletti on meaning
But meaning is a noun, not a verb. Of course, Nicoletti would hardly need to be
providing the necessary and sufficient conditions for his use of ‘significare’
as a verb. And most likely, had Aristotle NOT used ‘semeion’ in Peri Hermeneias,
Nicoletti would hardly be speaking of signs either (As it happens Grice gave
public seminars jointly with Austin on De interpretation at Oxford, that
Acrkill, for one attended.). Aristotle – as Maietti notes in his Teoria del
segno nell’antichità classica – provides the theoretical framework for all
this. A vocal emission – or, as Grice would have it, a whole utterance or an
utterance part – SIGNIFIES – because it is a sign, and a vocal sign at that. An
utterer does not signify because it is a sign, but because he (or she, or it,
S/H/It) makes this or that sign. (Mainetti goes on to note, with Eco, that
there were two paradigms for the sign, one that treated it as an EQUIVALENCE
(cf. Containment below). Another, which regarded it as a mere ‘consequence.’ Quotation
below. This is Aristotle’s semantic triangle. A SIGN, when vocal, is a sign of
the PHANTASMATA, which in turn refer to the things out there. de Saussure found
it very natural to translate this as the signifier and the signified. But
unlike the Greek language, which has the simpler non-composite, ‘semein,’ and
while Latin could just stay with SIGNARE, they – Cicero included – had to add
the -ficare. So it’s SIGNI-ficare. And the rest is history and Nicoletti. But
the grammar of ‘signify’ is odd, perhaps more odd than Grice found ‘mean’ to
be. Bennett once spoke of Grice’s meaning-NOMINALISM (in Synthese) because his
way is to start what an individual one off utterer means by an individual one
off utterance. Never mind your generalised implicatures. Read draws various
schemes with ‘signify’ – which Read abbreviates as the function ‘Sign’ -- p and
q, and various connections. Of course, in the end, Nicoletti and Grice seem
interested in what, for logical purposes, we should see as ‘signify’ (or ‘mean’)
only as being followed by what Austin has as the ‘that’-clause (OED for
‘that’-clause): the SIGNIFICATUM. For example, that Socrates uttered a
falsehood. Consider this case brought up by Grice, which bears on the question
of how much of what one utters is signified. But this leads as to aequivocation
and the issue of the privileged access – or what Read has as Dummett on the
transparency of meaning. Grice’s tutor, Hardie, tells Grice: “I want you to
bring me a paper tomorrow.” Let’s suppose that this being Grice’s first
tutorial – as a pupil – and trying his best, and having thought that this is
what Hardie meant (signified) when he said/uttered what he uttered – brings a
copy of THE TIMES and not a piece of written word, in ‘significatum’ terms we
would have. Hardie, was wrongly thought to have SIGNIFIED (significatum) _that_
Grice was to bring a copy of a newspaper. Grice uses the example in an early
paper on G. E. Moore and Philosopher’s Paradoxes – a bit like the insoluble --
to justify the ascription of privileged access and incorrigibility to one’s
judgements about one’s one meaning – hardly Nicoletti’s focus, who’d rather
focus on his auditor’s such judgements. Imposition! Read quotes Mantova as
using IMPOSITION, and this is a rather interesting point, as it shows that
philosophers should not STICK with this or that idiom (significare, meaning): a
natural language usually provides you with quite a gamut of synonyms. When
talking ‘impositio,’ Mantova seems to be thinking of THESEI, as opposed to
PHYSEI. After all, a sign means what it does, either by nature, or by
convention, er, imposition. And if you mean something other than what you do by
‘if’ or ‘therefore’ you better invoke a different imposition for either!
Similarly, Grice had to his avail MANY various forms to express this idea of
‘conveying meaning’: to mean, to suggest, to imply, to insinuate. At the
EXPLICIT level, there is “to say” that – the DICTUM. And oddly, Grice kept
using Hare’s paraphrasis of this in terms of ‘dictive content.’ (In his Oxford
dissertation, Hare had used ‘dictor’ for who or what does the saying, and
dictum for the ‘that’-clause that follows an ascription of a saying. So
Nicoletti must know, we hope, that there is a way to express what Socrates SAID
when he said that he was uttering something false, as opposed to what he was
MEANING – significando – or what he was merely implying – IMPLICANDO, never
mind what he thought the consequence – or CONSEQUTM – was behind his EMISSUM!
Of course, this meaning/signification talk all compares with Hobbes, and
earlier, Ockham -- alphabetically under ‘de’, as Read has it. For Occam,
however, it’s a bit of complication. A circulus outside a tavern MEANS
(naturaliter significat) that wine is being sold. Or is it non-naturally? The
convention may not be universal, even if iconic. Hobbes will have a bunch of
grapes hanging out as meaning ARBITRARILY that such is the case. But on the
other hand, while for Hobbes ‘voces’ arbitrarily signify if they are the
consequents of the motions of our sould, for Occam, a short outburst of
laughter (risus) will naturally signify (naturaliter significat) the joy
brimming in one’s soul (laetitam animae), while a furtive tear will equally doe
(naturaliter significat), in this case, dolorem. But Occam seems to have gotten
all things wrong when he came to wonder about the ‘sermo’ mentalis – is this
the natural belief that Dumbleton has in mind when criticizing Bradwardine –
that, for Occam, signifies naturaliter -- all across mankind, never mind his
English nation. Significat non-naturaliter is hardly used by Occam, which is a
shame. Since he would rather not multiply significationes beyond necessity, one
hope the regressus has at one point to stop. V. Cummings, Meaning and
representation, on the homunculuar view taken by some Griceians, for which you
have an utterer meaning that p, and that same p now meaning again that q. Cf.
Read on citing the refutations to the containment claim: ‘what is signified by
your uttering of your sentence, Socrates, is not the sentence that you are
uttering a falsehood, but that you are uttering a falsehood, simpliciter. It
would still be hardly of any historical interest to rephrase every collocation
by Nicoletti of ‘significatio’ and its cognates by a Griceian collocation of
‘meaning.’ Some readers of Grice’s Meaning – or some of his auditors at the
Oxford Philosophical Society, where it was first delivered -- may find his
claim that ‘Words are not signs’ rather obtuse or crass, but he liked to
provoke! For one, words are not signs – or ‘signes’ – for Hobbes either.
“Voces” ARE. But ‘Words are not signs’ is one of the TWO reasons Grice gives to
choose ‘meaning’ over ‘signification’. The other being that some things that
may mean are not conventional. But they are not conventional either for Hobbes:
they are ARBITRARY. Rephrasing from Grice: Don’t expect me to use the
natural-sign/conventional-sign distinction, but trust me that meaningN and
meaningNN does better. For one, not everything that means is a sign. Words are
not. For another, there’s non-conventional meaning. It is interesting to note
that while he lectured at length on Peirce – he was University Lecturer as well
as Tutorial Fellow -- Grice’s paper on ‘Meaning’ only quotes Stevenson by name,
and the essay by Stevenson that Grice quotes (Ethics and language, then a bit
of novelty) does have ‘mean,’ but in scare quotes (!) for those cases like
Grice’s epigrammatic ‘Those spots ‘mean’ measles.’ Stevenson would be
associated with anything -- BUT animism! When Andreas Kemmerling was writing
his doctoral dissertation at Bielefeld on Grice on meaning he ended up asking:
Was Grice mit meinen meint – for Kemmerling couldn’t sympathise with all the
trials and tribulations Grice undergoes with a peculiar piece of Germanic
lexicology. The Latin language, as it happens, does use the ‘mean’ root, as it
distinguishes between MENTIRE (to lie) and MENTARE (to mean), but neither Grice
nor Nicoletti ever spent much time on this, and besides Kemmerling, few would
see why they should! The idea of using the root for ‘mind’, i. e. meaing, is
prone to inviting not just accusations of animism, but naturalism! Spots ‘mean’
measles, because Nature, i. e. God, ultimately -- means measles by the spots.
SIGNIFICATIO does not fare any better, and, as Grice saw it back in 1948, it
had become a bit of scholastic jargon – or techno-crypticism as Grice prefers
--. Proof of its status of jargon is that while Italian developed the Latin
SIGnum into SEGno, it still preserves ‘SIGnificatio’ as a doublet. And while de
Saussure might disagree, anyone speaking a Romance language would find it VERY
intimidating to be challenged with one ‘What do you SIGNIFY by that?’ when, in
most contexts, the admittedly arid and rather silly ‘vollere dire’ seems to
provide a more vernacular replacement. But a few other, more theoretical,
insights by Grice on meaning do trade on Nicoletti’s points, as we sail through
the insoluble. Let’s try and number some of them. 4.Privileged access and
incorrigibility. Suppose we would like to expand a bit deeper on that
conversation between Grice and his former tutor at Corpus Christi. On wanting
to fulfil his tutor’s desire, and after his very first tutorial, Grice hands
Hardie a copy of THE TIMES with the remark, ‘Here is what you asked for. Q. E.
D.’ Grice will later elaborate on this merely exchanging roles, and having
himself in the part of the straight man and his own pupil, Strawson, as the
challenger to the philosopher’s paradox or insollube He is now the tutor of P.
F. Strawson, for his Logic Paper in the P. P. E. programme, and utters, “I want
you to bring me a paper tomorrow.” Grice goes on to expand on the very
absurdity of Strawson’s very idea that HE (Strawson) KNOWS what Grice MEANS
more than Grice does! Grice enjoyed the final section of this early paper on
“G. E. Moore and Philosopher’s Paradoxes” (c. 1953-1958) and used the occasion
of the publication of the William James lectures by Harvard University Press to
add it to the compilation, in Part II of what he rather pretentiously calls
‘Semantics and Metaphysics’: I suspect that some philosophers have assumed or
believed that ‘mean’ means ‘mean’ (that what what a man says he means is
paramount in determining what he does mean) because they have thought of
‘meaning so and so’ as being the name of an introspectable experience. They
have thought a person’s statements about what he means have just the same kind
of incorrigible status as a person’s statements about his current sensations,
or about the colour that something seems to him to have at the moment. It seems
to me that there are certainly occasions when what a speaker says he means is
treated as specially authoritative. Consider the following possible
conversation between myself and a pupil. Myself: I want you to bring me a paper
tomorrow. Pupil: Do you mean that you want a newspaper or that you want a piece
of written work? Myself: I mean a piece of written work. Grice goes on to
comment. It would be ABSURD at this point for the puil to say, ‘Perhaps you
only THINK, mistakenly, that you mean ‘a piece of written work,’ whereas really
you mean ‘a newspaper.’ And this absurdity seems like the absurdity of
suggesting to someone who says he has a pain in his arm that perhaps he is
mistaken (unless the suggestion is to be taken as saying that perhaps there is
nothing physically wrong with him, however his arm feels). It is important to
notice that although there is this point of analogy between meaning and having
a pain, there are striking differences. A pain may star and stop at specifiable
times; equally something may begin to look red to one at 2:00 P. M. and cease
to look red to one at 2:05 P. M. But it would be ABSURD for my pupil (in the
preceeding example) to say to me, ‘When did you being to mean that?’ or ‘Have
you stopped meaning it yet?’ Again there is no LOGICAL objection to a pain
arising in any set of concomitant circumstances; but it is surely absurd to
suppose that I might find myself meaning that it is raining when I say’I want a
paper’; indeed, it is is ODD to speak at all of my finding myself meaning so
and so, though it is not odd to speak of my finding myself suffering from a
pain. At best, only VERY SPECIAL circumstances (if any) could enable me to say
‘I want a paper,’ meaning thereby that it is raining. In view of these
differences, we may perhaps prefer to label such statements as ‘I mean a piece
of written work’ (in the conversation with my pupil) as ‘declarations’ rather
than as ‘introspection reports.’ Such statements as these are perhaps like
declarations of intention, which also have an authoritative status in some ways
like and in some ways unlike that of a statement about one’s own current pains.
Grice goes on. But the immediate relevant point with regard to such statements
about meaning as the one I have just been discussing is that, insofar as they
have the authoritative status which they SEEM to have, they are not statements
which the speaker could have come to accept as the result of an investigation
of a train of arguments. To revert to the conversation with my pupil, when I
say ‘I mean a piece of written work,’ it would be quite INAPPROPRIATE for my
pupil to say ‘How did you discover that you mean that?’ or ‘Who or what
convinced you what you mean that?’ And I think we can see why a ‘meaning’
statement cannot be both especially authoritative and also the conclusion of an
argument. If a statement is accepted on the strength of an argument or an
investigation, it always makes sense (though it may be foolish) to suggest that
the argument is unsound or that the investigation has been improperly
conducted; and if this is conceivable, then the statement maker MAY be
mistaken, in which case, of course, his statement has not got the authoritative
character which I have mentioned. Grice continues. But the paradox-propounder
who relies on the type of argumentation I have been considering requires BOTH
that a speaker’s statement about what he means should be especially
authoritative AND that it should be established by argumentation. But this
combination is impossible. A further difficulty for the paradox-propounder is
one which is linked to the previous point. There is, I hope, a fairly obvious
distinction (though also a connection) between (a) what a given expression
means (in general), or what a particular person means IN GENERAL by a given
expression and (b) what a particular speaker means, or meant, by that
expression in a particular occasion; (a) and (b) may clearly diverge. I shall
give two examples of the ways in which such divergence may occur. (1) The
sentence ‘I have run out of fuel’ means in general (roughly) that the speaker
has no material left with which to proper some vehicle which is in his charge;
but a particular speaker on a particular occasion (given a suitable context)
may be speaking figuratively and may mean by this sentence that he can think of
nothing more to say. (2) ‘Jones is a fine fellow’ means in general that Jones
has a number of excellences (either without qualification or perhaps with
respect to some contextually indicated region of conduct or performance); but a
particular speaker, speaking ironically, may mean by this sentence that Jones
is a scoundrel. In neither of these examples would the particular speaker be
giving any UNUSUAL SENSE [cf. Dummett] to any of those words OR SENTENCES; he
would rather be using each sentence in a special way, and a proper
understanding of what he says involves KNOWING the STANDARD use of the sentence
in question. (3) A speaker might mean, on a particular occasion, by the
sentence ‘It is hailing’ what would standardly be expressed by the sentence ‘It
is snowing’ EITHER if he had MISLEARNED the use of the word ‘hailing’ OR if he
thought (rightly or wrongly) that his addressee (perhaps because of some family
joke) was accustomed to giving a private SIGNIFICANCE [Nicoletti signification
– S. R. Read, Sign -- to the word ‘hailing.’ In either of these cases, of
course, the speaker will be using some particular word in a special nonstandard
sense.” (‘G. E. Moore and Philosopher’s Pardoxes’ c. 1953-1958), in WOW – way
of words, pp. 166ff – paper from p. 154 to 170). Grice goes on with two further
paragraphs on this, till the end of the paper, that trade on the attempt to use
utterer-based meaning against philosopher’s paradoxes or insolubles. The issue
of incorrigibility and privileged access as it sort of obsessed Grice when
dealing with paradoxes and insolubles, attests in two other pieces. In his own
autobiography, Bruce Aune recalls that, upon arriving at Oxford, quite a few
years after Austin’s demise, and joining Grice’s Play Group on Saturday
mornings, Aune was nicely surprised by the fact that Grice showed a some
sincere interest in Aune’s view on avowals, as presented in an early paper. The
other source explains Grice’s possible motivation for this. In his “Method in
philosophical philosophy: from the banal to the bizarre” – American
Philosophical Association Presidential Lecture -- Grice makes a point about a
transcendental justification, alla Kant, for the incorrigibility and privileged
access of some – not all -- of our propositional (or psychological, as he
prefers) attitudes. Meaning may be one of those. 5. Above board. Read makes a
passing but insightful note about M. A. E. Dummett on the transparency of
meaning. As a matter of fact, Grice ends up making this a necessary condition
for his analysis of utterer’s meaning. When writing his Retrospective Epilogue
for Harvard University, he wondered to what point something that is being
merely insinuated in a rather obscure way may count as meaning so and so. What
have I communicated? In his step-by-step reductive (but not reductionist)
analysis of utterer’s meaning he comes up with what he calls the anti-sneak
clause to avoid Searle’s example of the American soldier who, caught by the
Italian troops during the second World War, utters the insoluble Kenst du das
land wo die Kitronen bluhen to mean that he is a German soldier. Just as, to
use Grice’s own example, a knick-knack seller in Port Said may mean that the
British sailor is so welcomed by uttering Arabic for ‘You pig of an Englishman’.
In a sort of self-referential way, Grice would end up analysing “U means that
p” iff, among other things, there is no inference element E such that U intends
that U has been using yet NOT to be recognised by his addressee. Davidson made
a point about this, as Humpty Dumpty had done before. Humpty Dumpty cannot mean
that Alice and he should change the topic’ by uttering ‘impenetrability’
because as he allows, ‘of course you don’t know that until I tell you.’ 6.
Beyond m-intention. In 1948, for the Oxford Philosophical Society, then, as
Grice expanded what was then a pretty revolutionary view of meaning, in one
paragraph that bears on Nicoletti, Grice wonders. What if utterer U means that
p, and an effect on his auditor’s addressee A’s frame of mind (auditoris
animus) is that A comes to believe that q, on his own terms. The wording in
‘Meaning’ is causalistic, and if consequence is meant, it is consequence as
effect: One point before passing to an objection or two. I think it follows
that from what I have said about the connection between meaningNN and
recognition of intention that (insofar as I am right) ONLY WHAT I may call the
PRIMARY intention of an utterer is RELEVANT to the MEANINGnn of an UTTERANCE.
For if I utter x, intending (with the aid of the recognition of this intention)
to induce an effect E, and intend this effect E to lead to a further effect F,
insofar as the occurrence of F is thought of NOT to be depend solely on E, I
cannot regard F as IN THE LEAST dependent on recognition of my intention to
induce E. That is, if (say) I intend to get a man to do something by giving him
some information, it cannot be regardd as relevant to the meaningNN of MY
UTTERANCE to describe what I intend him to do. Interestingly, Patton uses this
as an argument against Kripke to the effect that it’s all about Speaker’s
Meaning (Philosophical Review) – uttering ‘the cops are around the corner’ to
mean that the other thief should leave he booty and run. Grice elaborates on
that in his William James Lectures. He lists as an alleged counterexample
directed towards showing the three-prong analysis of utterer’s ‘signification’
too strong” (p. 107): Conclusion of argument: p, q; therefore r (from already
stated premises). While U intends that A should think that r, he does not
expect (and so intend) A to reach a belief that r on the basis of U’s intention
that he should reach it. The premises, not trust in U, are supposed to do the
work. (p. 107). He goes on to propose a possible remedy (involving the
important notion of activated belief – cfr. Dumbleton on Bradwardine and
Nicoletti and the insoluble) and reaches out a re-definition of ‘signification’
to exclude precisely such a case as one of ‘signification.’ Like Nicoletti,
Grice cared about reason, and ‘reasoning’ – a value-oriented notion if ever
there was one (like ‘sentence’, or ‘cabbage’). In his Kant lectures on
reasoning at Stanford – redelivered at Oxford as the Locke lectures – he missed
a few points which he re-addressed in his PGRICE contribution, which, as we
noted, he originally felt like entitling, “Prejudices and predilections; which
become, the life and opinions of H. P. Grice.” (He never went by Paul Grice at
Oxford – always H. P. Grice, in the proper way). They first very properly refer
to my discussion of ‘incomplete’ reasoning in my John Locket lectures, and
discover there some suggestions which, whether or not they supply NECESSARY
conditions for the presence of FORMALLY incomplete or IMPLICIT reasoning,
cannot plausibly be considered as JOINTLY providng a SUFFICIENT condition; the
suggested conditions are that (a) the implicit reasoner INTENDS that there
should be some VALID Supplementation of the explitly present material which
would justifu the ‘conclusion’ of the incomplete reason, together perhaps with
(b) a further DESIRE or INTENTION that the first INTENTION should be causally
efficacious in the generation of the reasoner’s BELIF in the aforementioned
conclusion. So it seems that, like with Nicoletti, for Grice, meaning and
signification were ultimately a matter of philosophical psychology, as they
should be. 7. The consequtum While Read is concerned with consequence more than
he is with signification, it is interesting to note that like Hobbes had done
in his COMPUTATIO, when it comes to signs – for Hobbes – or meaning, for Grice
– CONSEQUENTIA seems to be at the root of both ‘natural’ and ‘non-natural’ (or
artificial) sign. We doubt, as we say, that Nicoletti would have use ‘signify’
in vernacular conversation, being as it is much of a piece of scholastic
jargon. If I make signs, I would be treated as not quite as the Oxonian
Nicoletti otherwise would. The relevant passage in Grice is in his “Meaning”
revisited, where he argued that in both ‘Smoke means fire’ and ‘I mean I love
you,’ the shared element is that p is a consequence of q. On general grounds of
economy, I am inclined o think that if one can avoid saying that the word
so-and-so has this sense, that sense, and the other sense, or this meaning and
another meaning, if one can allow them to be VARIANTS under one single
principle, that is the desirable thing to do. Don’t multiply senses beyond
necessity. And it occurs to me that the ROOT IDEA in the notion of meaning [[
or Nicoletti SEGNUM ]], which in one form or adaptation of another would apply
to both these cases [Black clouds mean rain, My words mean so-and so’] is that
IF X MEANS THAT Y, this is equivalent to, or AT LEAST CONTAINS as a part of
what it means, the claim that Y IS A CONSEQUENCE OF X. That is, what the cases
of natural and nonnatural meanin have in common is that, on some interpretation
of the notion of consequence, Y’s being the case is a consequence of X. Read
refers to Dummett, on meaning transparency, and, as it happens, seas of
language, and all, Grice has a few nice things to say about Dummett. For one,
apparently Austin never wanted Dummett in the Saturday mornings. Wrigley, who
was a student of Grice, approached him once with ‘Have you read Frege
philosophy of language? For that is what I intend to base my doctoral dissertation
on’ ‘I haven’t,’ Grice responded – ‘and I hope I won’t.’ 8. Implicatum,
Significatum, Dictum – plus the Emissum: where the Consequtum fits in While
Grice had a thing or two about meaning, it is notable that when providing a
taxonomy of the ‘total’ SIGNIFICATION [sic] – cf. Read on Nicoletti – of a
remark he goes on to divide it between the DICTUM – ‘what is said,’ – “in in
favoured use of this expression” – and what is IMPLICATUM. So where does the
SIGNIFICATUM fit it? Consider Read’s variations on the insoluble. It may well
be the case that, if someone utters ‘Socrates uttered the false,’ one might
claim that WHAT WAS SAID – dictum – has no meaning – no SIGNIFICATUM. This is
not precisely Grice’s view, who holds a ‘favoured’ yet pretty broad conception
of ‘dictum’. He famously said in the second William James lecture that if
reference is known to both parties in the conversation, an utterer says either
‘The Prime Minister is a good man’ and or ‘Harold Wilson is a good man,’ we may
grant that in either occasion he has said the same thing as he otherwise would!
In introducting IMPLICATURE, Grice takes special care to consider the Latinate
IMPLICATUM as the past-participle form; it’s a concoction – although used by
Sidonius, Latin Dictionary -- said to do duty for not just ‘imply,’ ‘suggest,’
or ‘insinuate,’ but plain ‘mean’. (You should say what you mean – the March
Hare). It may all boil down, again, to this past-participle, passive-voice ‘by’
construction. SIGNIFICATUM, But significatum by who or what? IMPLICATUM. But
implicatum by whom or what? DICTUM, but by whom or what? Cf. Read on Sign. It
is not wonder that the mediaeval logicians were writing puzzles on what is
meant by ‘Socrates said something false,’ as not SIGNIFYING the proposition or
sentence that Socrates said something false, but merely as signifying,
simpliciter, that Socrates said something false. Seeing that Read adopts “Sign”
as a function – for ‘signification’ – to explore the logical form, as it were
of the various claims related to Nicoletti, it may do to revise what Grice
meant by trying to analysemeaning or Nicoletti may have meant by signification.
When challenged by Mrs. Jacks that he was offering a reductive theory of
meaning, Grice played on the fact that he’d be at most offering an ‘analysis,’
never a theory! For Grice, ‘p’ – what is SIGNIFICTUM, DICTUM, IMPLICATUM -- is
then a dummy, and he proposes an analysis of meaning in terms of its necessary
and sufficient conditions. This is why in his example of the conclusion of an argument,
one would hardly say that one means that r, in a conclusion of an argument,
that has p and q, as premises. Grice has to restrict the analysans in terms of
activated belief. And this yields in turn to a re-definition that leaves that
problematic case as not falling under a case of something which is SIGNIFICATUM
by the utterer. When Nicoletti speaks of the ‘animus’ of the ‘auditor’ – one
feels he must be having something Griceian in mind, and not telling! It is
interesting however to dwell a little on the ‘auditor,’ because, like Grice,
Nicoletti does not wish to lose sight of the PHYSICAL side to the phenomenon
under consideration. When de Saussure, the alleged Swiss father of modern
linguistics, approached this, he had the Latin language to his disposal, so
it’s all about the SIGNIFIE and the SIGNIFIANT. It’s all, too, about the vocal
channel. To the SIGNIFICATUM, the DICTUM, and the IMPLICATUM, we should add
what, after Austin, we may call the EMISSUM. Grice explicitly uses ‘utter’ to
cover not just the vocal channel, since a hand-wave may signify just as well.
If Nicoletti is talking about the ears of his auditor – Grice prefers recipient
or addressee – he seesms to be following Aristotle strictly in narrowing the
analysis of that angle of the semantic triangle to the ‘phone,’ the vox. Grice
liked to play on this. We’ve seen in his treatment of ‘incorrigibility and
privileged access’ that one may have MIS-learned the meaning (or ‘sense’, to
honour Dummett’s Frege) of ‘hail,’ and use it to mean ‘snow.’ Another example
he gives, this time again in response to Searle, has Grice witnessing a little
girl thinking that some French utterance MEANS ‘Feel free to hand yourself a
piece of cake’ – “whereas in fact the sentence means quite a different thing.”
Grice wants to allow for the EMISSUM being a meaningful utterance in language
L, but still being used by some odd utterer as a vehicle for the SIGNIFICATUM
of something else. Like the knick-knack seller at Port Said, in this case,
again Grice feels entitled and happy to say and allow that when he utters this
French sentence or utterance – which does NOT mean, in French, ‘Feel free to
hand yourself a piece of cake’ – given the appropriate circumstances – notably
that he KNOWS the little girl thinks the utterance means just that – he DOES
mean that the little girl is to hand herself of piece of cake. Or take the
extreme example by Zipf, of the professor who utters a sentence in Hopi,
phi-phi-phi-phi intending to induce in the soul of his auditor, as Nicoletti would
have it, the belief that he, the utterer is mad, and cares nothing about stuff,
whereas, as it happens, the Hopi sentence happens to mean quite a sensical and
different thing (Zipf). This relates to Dumbleton. He finds Bradwardine – and
Nicoletti’s – externalist conception of meaning as too Putnamian (‘meanings
ain’t in the head’). But de Occam has a point when he notes that, for all its
imposition, imposing ‘homo’ and imposing ‘anthropos’ is NOT enough to
INVALIDATE the fact that by uttering these EMISSA what the utterer intends to
procure in his or her recipient’s ‘animus’ is the same ‘nota’ – which, for de
Occam NATURALLY, means man. Nicoletti’s emphasis on the ANIMUS of the auditor
seems not gratuitious, either. And seeing that, as Nardi recalls us, Nicoletti
spent more than a term or two trying to teach those Paduans about what ‘the
soul’ – anima – means, he seems to have keenly agree with Grice that it’s
PHILOSOPHICAL PSYCHOLOGY that counts! Grice 1986:81. It is instructive to see
that Grice would never have thought of delivering the John Locke lectures on
REASONING, had he not been invited two years earlier to deliver the Immanuel
Kant lectures at Stanford on aspects of reason and reasoning! 9. Containment
and analyticity. Read makes an excellent point about Martin having made an
excellent point by having ‘contaiment’ as a keyword. What is MEANT by the
conclusion is already CONTAINED in the premises. The conclusion may mean JUST
THE SAME, or more, than what the premises mean. Interestingly, when Quine was
playing with empiricism being dogmatic, and happening to find himself at Oxford
at the time, he also found that Grice and his former pupil Strawson, were
thinking of diverting the visitor with some ‘defense of a dogma.’ Quine
infamously disliked the Oxonian debate format of this joint seminar by Grice
and Strawson where Quine was not even allowed to ‘utter.’ Auditors they call
them. Grice and Strawson came up with utterances like ‘My neighbour’s
three-year old is an adult’ as a contradiction in terms, or, strictly an
analytically false utterance – which Quine had thought was an empty class. The
idea being that in an analytically TRUE sentence, what is contained by the
subject (not a three year old, but older than 21) is contained in the predicate
(‘adult’). It is the same idea that seems to be in the air when it is alleged
that a valid consecutum or consequentia is one where the associated conditional
having the premises as apodosis and the consequence as protasis is itself
analytic, i. e. a tautology. So perhaps to the EMISSUM and the SIGNIFICATUM,
and to the DICTUM and the IMPLICATUM, we should add the CONSECUTUM? p. 202 WOW.
Which is back to Hobbes in Computatio. For Hobbes had written in Latin, and
then Englished: Now those things we call SIGNES are the Antecedents of their
Consequent, and the Consequent of their Antecedents, as often as we observe
them to go before or follow after in the same manner. For example, a thick
Cloud is a Signe of Rain to follow; and Rain a SIGNE, that a Cloud has gone before.
… And of Signes some are Naturall, wereof I have already given an example;
toerhs are arbitrary, namely , those e make choice of at our own pleasure; as a
bui hung up, signifies that Wine is to be sold there; and Words so and so
connected, signifie the Cogitations and Motions of our Minde. p. 11 of his
works. The Latin being closer to Nicoletti! For Hobbes says Signa autem vocari
solent antecedentia CONSEQUENTIUM, et CONSEQUENTIA antecedentium, quoties
plerumque ea simili modo praecedere et CONSEQUI experti sumus. Exempli gratia,
nubes densa SIGNUM est CONSEQVTVRAE pluviae, et pluvia SIGNVM antecedentis
nubis, ob eam causam, quod raro nubem densam sine SEQUENTE pluvia, pluviam
autem sine antecedente nube numquam experti sumus. Signorum autem alia NATURALIA
sunt quorum exemplum est quod modo dixeramus; alia ARBITRARIA, nimirum quae
nostra VOLUNTATE [Mantova IMPOSITIO] adhibentur; qualia sunt, suspensa hedera
AD SIGNIFICANDUM VINVM VENALE; lapis, AD SIGNIFICANDUM agri terminum; ET VOCES
humanae [[not bruti]] CERTO MODO CONNEXAE, AD SIGNFICANDAS ANIMI cogitationes
et motus. P 13 of the Latin version. As Eco has pointed out, though, the
‘consequence’ approach to the sign is just one of the two possible stands. The
other is the EQUIVALENCE relation. As Mainetti puts it in the synopsis of these
two views in Augustine RELAZIONE D'EQUIVALENZA E D'IMPLICAZIONE 229 Dictio è
traduzione di léxis; ma non ha lo stesso significa¬ to che le attribuivano gli
stoici, bensì quello che le davano i grammatici alessandrini, in particolare
Dionisio Trace, che definiva la léxis come "la più piccola parte
dell'enunciato costruito" (Grammatici graeci), a metà strada tra le
lettere e le sillabe, da una parte, e l'enunciato, dall'al¬ tra. Questa sua
particolare posizione fa sì che la léxis venga considerata come portatrice di
un significato (in contrappo¬ sizione alle lettere e alle sillabe che non lo
posseggono), ma incompleto (in opposizione all'enunciato che porta un sen¬ so
completo). Lo spostamento di fuoco dalla centralità stoica dell'e¬ nunciato
alla centralità alessandrina della singola parola, fa sì che quest'ultima
assuma al(\une delle funzioni prima spet¬ tanti solo all'enunciato. In
particolare, quella di essere un segno.4 Agostino definisce decisamente la
parola come un segno al cap. V del De dialectica: "La parola è, per
ciascuna cosa, un segno che, enunciato dal locutore, può essere compreso
dall'ascoltatore". E, del resto, il segno viene definito come "ciò
che presentandosi in quanto tale alla percezione sensi¬ bile, presenta anche
qualche cosa alla percezione intellet¬ tuale (animus)" (ibidem). 10.2
Relazione di equivalenza e relazione di im¬ plicazione Ponendo l'accento sulla
parola, anziché sull'enunciato, Agostino ritrova l'opposizione platonica tra
parole e cose. Incontro non casuale, in quanto Platone è l'unico, prima di
Agostino, ad avere una concezione semiotica del linguag¬ gio; per Platone,
infatti, il nome era d/Oma, svelamento di qualcosa che non è direttamente
percepibile, ovvero dell'es¬ senza della cosa. Ma mentre nel Crati/o platonico
si discute se il rapporto tra nome e cosa sia un rapporto iconico (pe¬ raltro
con la soluzione che conosciamo, cfr. cap. 4), in Agostino tale rapporto -
configura subito come una rela¬ zione di significazione: il nomt "significa"
una cosa (nozio230 10. AGOSTINO ne equivalente a quella di "essere segno
di" una cosa). Nel momento in cui Agostino propone la sua concezione della
parola come segno, si producono alcune modificazio¬ ni teoriche, conseguenti
allo spostamento di prospettiva. In effetti nelle teorie linguistiche
precedenti a quella di Agosti¬ no il rapporto tra le espressioni linguistiche e
i loro conte¬ nuti era stato concepito come una relazione di equivalenza. La
ragione, come noto, era di carattere epistemologico e ri¬ guardava la
possibilità di lavorare direttamente sul linguag¬ gio, in sostituzione degli
oggetti della realtà, dato che il lin¬ guaggio veniva concepito come un sistema
di rappresenta¬ zione del reale (per quanto mediato dall'anima). Al contrario,
il rapporto tra un segno e ciò a cui esso rin¬ via era stato concepito come una
relazione di implicazione, per cui il primo termine permetteva, per lo stesso
fatto di esistere, di arrivare alla conoscenza del secondo. Eco ha suggerito
che, nell'enunciato stoico, i rapporti tra la relazione segnica e quella
linguistica possono essere illustra¬ ti da uno schema in cui il livello
implicazionale si regge su quello equazionale: onIE=>c m_E:! c dove E indica
"espressione", C "contenuto", ::J "implica" e ==
"è equivalente a". In Agostino l'unificazione tra le due prospettive
avviene a livello della singola parola e senza chiamare in causa rapporti di
equivalenza. Caso mai la dic¬ tio, che è rappresentabile con il livello i, è
costituita dali'u¬ nione, o prodotto logico, di una vox (significante) e di un
dicibile (significato), unità che diviene segno di qualcos'al¬ tro (livello
ii). 10.3 UNmCAZIONE DELLE PROSPETI Conseguenze dell'unificazione delle
prospet¬ tive La prima conseguenza dell'unificazione agostiniana, co¬ me sottolinea
Eco (1984: 33), è che la lingua comincia a tro¬ varsi a disagio all'interno del
quadro implicativo. Essa in¬ fatti costituisce un sistema troppo forte e troppo
strutturato per sottomettersi a una teoria dei segni nata per descrivere
rapporti così elusivi e generici, come quelli che si ritrovano, a esempio,
nelle classificazioni della retorica greca e roma¬ na. Infatti l'implicazione
semiotica era aperta alla possibili¬ tà di percorrere l'intero continuum dei
rapporti di necessità e di debolezza. Inoltre la lingua, come del resto
Agostino mette in risalto nel De Magistro, possiede un carattere peculiare
rispetto agli altri sistemi di segni, corrispondente al fatto di essere un
"sistema modellizzante primario",5 cioè tale che qualun¬ que altro
sistema semiotico può essere tradotto in esso. La forza e l'importanza della
lingua fanno sì che i rapporti con gli altri sistemi di segni si rovescino, e
che essa, da specie, divenga genere: a poco a poco, il modello del segno
lingui¬ stico finirà per essere senz'altro il modello semiotico per ec¬
cellenza. Ma quando il processo evolutivo arriva a Saussure, che ne rappresenta
il punto culminante, si è ormai venuto a per¬ dere il carattere implicativo, e
il segno linguistico si è cri¬ stallizzato nella forma degradata del modello
dizionariale, in cui il rapporto tra la parola e il suo contenuto è concepito
come situazione sinonimica o definizione essenziale. La seconda importante
conseguenza dell'innovazione agostiniana riguarda il problema della fondazione
della dia¬ lettica e della scienza (Baratin 1 98 1 : 266 e sgg.). Fintanto¬ ché
il rapporto tra linguaggio e oggetto del reale era conce¬ pito nei termini
dell'equivalenza, il primo non appariva di¬ rettamente responsabile della
conoscenza del secondo. Ma nel momento in cui si attribuisce un carattere di
segno alle espressioni linguistiche, la conoscenza delle parole sembra
implicare, di per se stessa, e a priori, la conoscenza delle co¬ se di cui esse
sono segno. Tutta la grande tradizione serniotica, del resto, convergeva nel
considerare il segno come il punto di accesso, senza ulteriori mediazioni, alla
conoscen¬ za dell'oggetto di riferimento. Il problema che si pone ad Agostino è
allora quello di prendere una posizione rispetto alla questione se il linguag¬
gio fornisca o meno, di per se stesso, informazioni sulle co¬ se che significa.
Linguaggio e informazione Agostino affronta la questione del carattere
informativo dei segni linguistici nel De Magistro. L'opera, in forma di dialogo
tra Agostino e il figlio Adeodato, inizia stabilendo due fondamentali funzioni
del linguaggio: in· segnare (docere) e richiamare alla memoria (commemo¬rare),
sia propria sia degli altri. Si tratta di funzioni con¬ temporaneamente
informative e comunicative, in quanto coinvolgono in maniera centrale la
presenza del destinatario nel momento in cui forniscono informazione. La prima
parte del dialogo è tesa a dimostrare che queste funzioni, principalmente
quella informativa, sono svolte dal linguaggio in quanto sistema di segni. Sono
le parole, infatti, che, in qualità di segni, danno informazione sulle cose,
senza che nient'altro possa assolvere alla medesima funzione. Nella seconda
parte del dialogo, però, Agostino ritorna sull'argomento e cambia completamente
la sua prospettiva. Fondandosi ancora una volta sul fatto che la lingua è un
in¬ sieme di segni, egli mostra che si possono presentare due ca¬ si: il primo
caso è quello in cui il locutore produce un se¬ gno che si riferisce a una cosa
sconosciuta al destinatario; in tale situazione il segno non è in grado, di per
se stesso, di fornire informazione, come dimostra l'esempio, riportato da
Agostino, dell'espressione saraballae, la quale, se non precedentemente nota,
non permetterà di comprendere il ri¬ ferimento ai "copricapr', che essa
effettua; il secondo caso è quello in cui il locutore produce un segno che si
rife¬ risce a qualcosa che è già noto al destinatario; e nemmeno COMUNICAZIONE
DEL VERBO INTERIORE in questa evenienza si potrà parlare di un vero e proprio
processo di conoscenza (De Mag.). Alla fine Agostino conclude invertendo il
rapporto cono¬ scitivo tra segno e oggetto, e stabilendo che è necessario co¬
noscere preliminarmente l'oggetto di riferimento per poter dire che una parola
ne è un segno. È la conoscenza della co¬ sa che informa sulla presenza del
segno e non viceversa. La soluzione ha una ascendenza chiaramente platonica, e
a es¬ sa si collega anche la presa di posizione, di marca ugual¬ mente
platonica, che la conoscenza delle cose deve essere pregiata maggiormente della
conoscenza dei segni, perché "qualunque cosa sta per un'altra, è
necessario che valga meno di quella per cui essa sta" (De Mag., 9.25). Ma
se per le cose sensibili (sensibilia) sono gli oggetti esterni che ci
permettono di arrivare alla conoscenza, non altrettanto avviene nel caso delle
cose puramente intelligibi¬ li (intelligibilia). Per queste ultime Agostino
individua una soluzione "teologica": la loro conoscenza deriva dalla
rive¬ lazione che viene fatta dal Maestro interiore, il quale è ga¬ ranzia
tanto deli'informazione quanto della verità (De Mag., 12.39). Ma anche con
questa soluzione "teologica" del problema linguistico, al linguaggio
è lasciato uno spazio, che in parte coincide con la funzione del segno
rammemorativo, ma in parte la supera: quando conosciamo già l'oggetto di
riferi¬ mento, le parole ci ricordano l'informazione; quando non lo conosciamo,
ci spingono a cercare (De Mag.). Espressione e comunicazione del verbo inte¬
riore In Agostino la soluzione teologica non è una scappatoia per uscire da
un'impasse teorica. Al contrario, essa mette capo a nuove problematiche. È nel
De Trinitate (415) che viene affrontato il tema dell'espressione del verbo
interiore, una volta che sia stato concepito nella profondità dell'ani¬ mo. In
effetti, per poter comunicare con gli altri, gli uomini si servono della parola
o di un segno sensibile, per poter 234 10. AGOSTINO provocare nell'anima
dell'interlocutore un verbo simile a quello che si trova nel loro animo mentre
parlano (De Trin., IX, VII, 12). It seems we are on safe ground when he hold
Nicoletti to share with Grice and Hobbes the sign-as-consequence approach. 6.
The Griceian lesson While it would be excellet to pun on Paul of Venice and
Paul of Harborne, it happens to be the case that Paul of Venice was not from
Venice, and not even a Venetian, but a Friulian. PAULUS HARBORNENSIS sounds
fine for Grice who hailed from Harborne in Staffordshire (present Warwickshire,
more present West Midlands). Some prefer Paul GRICEUS. The right alphabetical
ordering of Nicoletti, however, should be under “N”! REFERENCES CONTI on
NICOLETTI. FREUD SYMPTOM GRANDY, R. E. and R. O. WARNER (1986). Philosophical
grounds of rationality: intentions, categories, ends. Oxford: Clarendon. GRICE,
H. P. (1975). Method in philosophical psychology: from the banal to the
bizarre. Presidential Address. Proceedings of the American Philosophical
Association. Reprinted in The conception of value, Oxford, Clarendon. (1989).
Studies in the way of words. London and Cambridge, Mass.: Harvard University
Press. (2001). Aspects of reason. Oxford: Clarendon. HOBBES, T. Computation,
sive Logica. (1656) Logique in Elements of Philosophy, written in Latine by
Thomas Hobbes, and now translated into English. London, Crooke. MDCCXXXIX
Thomae Hobbes malmersburiensis opera philosophic aquae latine scripsit omnia in
unum corpus nunc primum collecta. Londini apud Joannem Bohn, Covent Garden.
KEMMERLING, Andreas (1986). Utterer’s meaning revisited, in Grandy/Warner.
LEWIS and SHORT, A Latin dictionary. Significo. MANTOVA – Imposition. Cited by
Read. NICOLETTI – see Read. Oxford English Dictionary – ‘signify’. RIMINI. G.
The only other philosopher Nicoletti cares to quote in his Logica. READ – on
NICOLETTI SMITH, Dizionario etimologico. ‘significare’ SPERANZA, J. L. This and
that – for the Grice Club, or H. P. Grice’s Play-Group. STEVENSON, C. L.
(1944). Ethics and Language. London and New Haven, Conn.: Yale University
Press. ZIPF. Grice on meaning. Analysis. Affiliations S. Read. Corresponding
author. J. L. Speranza, The Grice Club. APPENDIX GRICE ITALO!; ossia, Grice e
Nicoletti: la ragione conversazionale -- quadratura ed implicatura
conversazionale – la scuola d’Udine -- filosofia friulana -- filosofia veneta
-- filosofia italiana – (Udine). Filosofo friulano. Filosofo italiano. Udine,
Friuli-Venezia Giulia. What Grice would say – obligatory Griceian comment:
“Nicoletti’s diagramme for ‘arbor porphyriana’ is brilliant – ending with
“Plato,” “Socrates.” I especially like his squaring the square of opposition! A
veritable genius, this Nicoletti.” -- Not under ‘Venezia’! Also known as ‘Paolo
di Venezia,’ philosopher, the son of Andrea Nicola, of Venice He was born in
Fliuli-Venezia Giulia, a hermit of Saint Augustine O. E. S. A., Nicoletti spent
three years as a student at St. John’s – or some other Oxonian college -- ,
where the order of St. Augustine had a ‘studium generale’ at Oxford, and taught
at Padova, where he become a doctor of arts. Nicoletti also holds appointments
at the universities of Parma, Siena, and Bologna. He is active in the
administration of his order, holding various high offices. He composes
commentaries on several logical, ethical, and physical works of Aristotle, or
the Lycaeum. His name is especially connected especially with his best-selling
“Logica parva.” Over 150 manuscripts survive, and more than forty printed
editions of it were made. His huge sequel, “Logica magna”, by contrast, was a
flop. These Oxford-influenced tracts contributed to the favourable climate
enjoyed by Oxonian semantics in especially northern Italian universities.
Obligatory Griceian comment: “My favourite of Paul’s tracts is his “Sophismata
aurea”.” How peaceful for a philosopher to die while commenting on Aristotle’s
“De anima.”!” His nom de plum is “Paulus Venetus,” but not for the Dizionario
friulano, that has him under the N of Nicoletti. Paolo da Venezia. Wikipedia
has a Nota disambigua.svg Disambiguazione"Paolo Veneto" rimanda qui.
Se stai cercando lo scrittore e vescovo nato a Venezia, vedi Paolino Minorita.
Wikipedia goes on to reproduce: Paolo da Venezia in una stampa Professore Paolo
da Venezia, o Paolo Veneto, vero nome N. (Udine). Filosofo. Eremitano, studente
a Oxford, e docente a Padova, ove ha tra gl’allievi Paolo Della Pergola.
Divenne ambasciatore veneto presso la corte polacca. Per le sue idee teologiche
e esiliato a Ravenna ma, dopo, gli è consentito di tornare a Padova. Seguace di
Occam e Brabante e autore di vari trattati, tra cui alcuni commenti al Lizio or
Lycaeum. Il suo trattato “Logica magna” e utilizzato come testo di insegnamento
della logica a Padova e può essere considerato la maggiore opera di logica
formale prodotta dal medioevo. Opere: “Logica,” “Commenti alle opere di
Aristotele,” “Expositio in libros Posteriorum Aristotelis,” “Expositio super
VIII libros Physicorum necnon super Commento Averrois,” “Expositio super libros
De generatione et corruptione,” “Lectura super librum De Anima,” “Conclusiones
Ethicorum” “Conclusiones Politicorum,” “Expositio super Praedicabilia et
Praedicamenta.” “Scritti sulla logica: Logica Parva or Tractatus Summularum,
“Logica Magna”; “Quadratura”; “Sophismata Aurea. Altre opere: “Super Primum
Sententiarum Johannis de Ripa Lecturae Abbreviatio,” “Summa philosophiæ
naturalis,” “De compositione mundi. Quaestiones adversus Judaeos. Sermones. N.
in Dizionario di Filosofia Treccani, riferimenti in. Vedi Pergola, Dizionario
di Filosofia Treccani. Garin, Storia della filosofia italiana, Edizione CDE su
licenza della Giulio Einaudi editore, Milano, Enciclopedia Dantesca, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Dizionario di Filosofia Treccani, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Conti, Dizionario biografico degli
italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana,. Conti: Esistenza e
verità: forme e strutture del reale in N. e nel pensiero filosofico del tardo
medioevo. Istituto Storico Italiano per il medio evo, Roma, Nuovi studi
storici, Perreiah: ‘A Biographical Introduction to N,’ Augustiniana. N. Logica,
Venetiis, Imperatore, Imperatore, Gori, Filosofico, Conti, Zalta, Stanford
Encyclopedia of Philosophy, Center for the Study of Language and Information,
Stanford. Filosofia. DIZIONARIO BIOGRAFICO DEI FRIULANI PAOLO DI NICOLETTO
PAOLO DI NICOLETTO (? - 1429) AGOSTINIANO, TEOLOGO, FILOSOFO Informazioni. Udine
† 15 giugno 1429, Padova. Forma alternativa: Paolo Veneto. Attività
agostiniano, teologo, filosofo. Luoghi di attività: Venezia, Oxford, Padova,
Buda, Ulma, Cracovia, Kosice, Siena, Bologna, Perugia. Immagine del soggetto:
Paolo di Nicoletto in cattedra, Venezia, Biblioteca nazionale marciana, ms.
Lat. VI, 123 2464, f. 162v. Come per la maggior parte dei protagonisti della
vita intellettuale nell’epoca di mezzo, anche per l’udinese P. di N., più noto
come Paolo Veneto, disponiamo di poche informazioni sicure relative alle sue
origini. Nasce certamente a Udine, negli anni intorno al 1370, da Nicoletto del
fu Antonio di Venezia, stabilitosi nel capoluogo del Friuli per lo meno dal
1352, quando fa richiesta della cittadinanza, ottenuta il 21 marzo 1361. Il nome
della madre, Elena, privo peraltro di ulteriori informazioni, ci perviene da
un’indicazione di Antonio Joppi, a tutt’oggi comunque non suffragata da prove
documentarie. Uno tra i suoi primi biografi, il notaio cividalese Marcantonio
Nicoletti (1536-1596), lo ascrive alla propria famiglia, che deriverebbe da un
Nicoletto la cui sepoltura, nel chiostro domenicano di S. Pietro Martire,
risalente al tempo del patriarca Antonio Caetani, era ornata di un’iscrizione
con le insegne nobiliari. Antonio Joppi identifica quest’iscrizione, in seguito
andata perduta, con quella descritta in una nota manoscritta in calce ad
un’edizione latina di Platone, relativa ad un «Nicolettus de Broio auctor de
Venetiis». Secondo questa linea di eruditi, dunque, P. sarebbe membro della
nobile famiglia dei Nicoletti di Udine, poi di Cividale, le cui vicende furono
ricostruite da Francesco di Manzano nel 1894. Probabilmente negli anni intorno
al 1383 P. fu accolto nell’ordine degli Eremiti di S. Agostino, presso il
convento di S. Stefano a Venezia. Qui egli compì il suo noviziato e la prima
formazione culturale sino al 9 dicembre 1387, quando il priore generale
dell’ordine Bartolomeo da Venezia lo assegnò come studente al convento dei Ss.
Filippo e Giacomo di Padova, sede dello “studium generale” della provincia
della Marca Trevigiana. Di lì a pochi anni, il 31 agosto 1390, il priore
generale destinò P., insieme con il cugino più anziano Paolo Francesco da
Venezia, come studente “de gratia” (cioè a spese della provincia, e non dell’Ordine),
allo “studium generale” di Oxford, per intraprendere il percorso di studi
avanzati che doveva condurlo al magistero in teologia. In quegli anni lo scisma
d’Occidente aveva infatti reso difficile per gli studenti italiani il
compimento degli studi superiori presso l’università di Parigi, di obbedienza
avignonese: pochi anni prima lo stesso Bartolomeo da Venezia aveva in effetti
precluso formalmente questa possibilità agli studenti agostiniani. Durante il
triennio di permanenza ad Oxford P. ebbe la possibilità di conoscere ed
approfondire gli sviluppi più recenti ed avanzati dell’insegnamento filosofico
e di quello logico in particolare. Tornato a Padova, sempre insieme al cugino,
mise a frutto questa esperienza nel corso del suo insegnamento come “cursor”,
probabilmente dal 1393 al 1396, e poi come “lector”, sino al 1401. Risale a
questi anni la composizione delle sue opere logiche più fortunate, la Logica
parva e la Logica magna. La prima, diffusa ancor oggi in oltre 80 codici e in
25 edizioni a stampa, è un manuale sintetico, ma molto aggiornato, composto sul
modello dei manuali inglesi contemporanei, che arrivò negli anni a contendere
il primato nel settore alle duecentesche Summulae logicales di Pietro Ispano e
fu persino reso obbligatorio nel curriculum universitario padovano dal Senato
di Venezia nel 1496. La seconda, molto più estesa, conobbe invece una
diffusione assai più limitata, anche perché, rivolgendosi agli specialisti,
forniva un panorama approfondito e molto dettagliato di tutte le più recenti
dottrine logiche. Testimonianza in quegli stessi anni (1396-1397)
dell’interesse immediato che le novità importate da P. seppero suscitare si
riscontra nel carteggio di Pietro Tomasi, studente a Padova e poi “magister” di
filosofia a Pavia, che si rivolse al suocero Gian Ludovico Lambertazzi,
professore di diritto presso lo studio padovano, e allo stesso Paolo Francesco
di Venezia per ottenere copie delle due opere ancora in corso di redazione. Fu
con tutta probabilità a Padova che P. trascorse i primi anni del XV secolo,
impegnato a completare il suo curriculum accademico con un’intensa attività
didattica e di studio. Frutto del suo lavoro di baccelliere in teologia fu la
Super primum Sententiarum Iohannis de Ripae lecturae abbreviatio, terminata
prima del 1402, mentre al suo insegnamento in arti e in filosofia (anch’esso
parte dei doveri di un baccelliere in teologia) si debbono ricondurre varie
opere di carattere esegetico, come le Conclusiones Ethicorum, le Conclusiones
Politicorum, le Conclusiones Posteriorum Analyticorum e probabilmente anche due
opere logiche come la Quadratura e i Sophismata. Il suo primo grande commento
aristotelico, la Lectura super libros Posteriorum Analyticorum, fu compiuto nel
1406, quando già P. aveva ottenuto il grado di “magister artium et theologiae”.
A quest’opera logica fecero seguito, rispettivamente nel 1408 e nel 1409, due
opere di filosofia naturale: la Summa philosophiae naturalis e l’Expositio
superPhysicam Aristotelis. A partire dal 1408 troviamo il teologo agostiniano
tra i promotori dello studio padovano, quindi l’inizio del suo insegnamento
universitario deve essere collocato prima di questa data (in precedenza la sua
attività didattica si era svolta all’interno dello studio agostiniano di
Padova). Nel periodo che va dal 1408 al 1420 egli compare regolarmente, sempre
nel ruolo di promotore, nei registri delle lauree padovane, con le sole
eccezioni degli anni 1409, 1412 e 1419. Tra coloro, oltre una trentina, che
ottennero i gradi sotto il suo magistero si annoverano i patrizi veneti Nicolò
Contarini, Pietro Giustiniani e Marco Lippomano, il benedettino Giovanni
Michiel, l’umanista e scienziato Giovanni Fontana. Suoi studenti furono inoltre
il medico Michele Savonarola, il giurista Ludovico Foscarini e Giovanni Antonio
da Imola, che gli succederà sulla cattedra padovana. Oltre a dedicarsi ad
un’intensa attività accademica, in questi anni P. assunse anche responsabilità
all’interno della sua congregazione ecclesiastica, cominciando da quella più
elevata: il primo di maggio 1409, poco più di un mese prima di essere deposto
dal concilio di Pisa, il pontefice Gregorio XII, il veneziano Angelo Correr, lo
nominò vicario generale dell’ordine agostiniano. Nulla si sa della sua attività
da lui svolta in questa carica e neppure se nei mesi successivi egli fosse al
seguito del papa al concilio di Cividale. È noto invece che pochi mesi dopo,
nel febbraio 1410, forse in conseguenza del declino politico di Gregorio XII,
rassegnò il suo incarico. Nel medesimo periodo, tuttavia, P. fu anche priore
provinciale della Marca Trevigiana e come tale, per ordine del Consiglio dei
Dieci di Venezia, comminò il 28 agosto 1409 la pena del carcere al confratello
Simone da Ancona, reo di aver continuato a sostenere il pontefice deposto a
Pisa. In breve tempo le relazioni di P. con il governo della Serenissima si
fecero ancora più strette: verso la fine del 1409 fu inviato come “orator” a
Buda presso il re d’Ungheria e re dei Romani Sigismondo del Lussemburgo, allora
diviso da un’aspra contesa con la Repubblica Veneta per il dominio della
Dalmazia, con l’incarico di preparare il terreno per un’ambasceria ufficiale
che doveva tentare un accordo. Il suo soggiorno presso la capitale ungherese
ebbe termine nel gennaio 1410, ma nel luglio dello stesso anno il governo
veneto utilizzò nuovamente i suoi servizi come ambasciatore a Ulma in Germania
e presso Federico duca d’Austria e conte del Tirolo. In seguito a questi
incarichi la Serenissima compensò P. con la somma di cento ducati e con il
sostegno nel conseguimento della cattedra padovana retta in quel momento da
Biagio Pelacani da Parma. L’anno successivo quest’ultimo lasciò in effetti lo
studio padovano per quello parmense e l’agostiniano fu nominato al suo posto.
Ancor più importante la missione che fu affidata a P. il 23 gennaio 1412: in un
momento assai critico per la Repubblica Veneta, con le truppe imperiali di
Sigismondo che occupavano il Friuli, egli fu inviato presso la corte di
Ladislao Iagellone, re di Polonia, con l’incarico di fare il possibile per
stabilire con la Polonia un’alleanza in funzione anti-ungherese, così da
stringere Sigismondo da sud e da nord e forzarlo ad abbandonare la sua impresa
italiana. Le istruzioni diplomatiche contenevano anche la raccomandazione di
manifestare al re polacco la piena disponibilità di Venezia a sostenerlo, nel
caso questi volesse lanciarsi a sua volta nell’avventura imperiale. P. giunse a
Cracoviaprobabilmente a fine febbraio o inizio marzo 1412, poi a fine marzo si
trasferì a Kosice, in Slovacchia, dove si trovavano re Iagellone e re
Sigismondo, che avevano già firmato un accordo. Il risultato di questa prima
fase dell’ambasceria fu di ottenere l’offerta da parte del re polacco di
fungere da mediatore tra Venezia e Sigismondo per dirimere la questione della
Dalmazia. P. rientrò a Veneziaprima del 10 maggio, ma fu subito rimandato dal
re polacco, in quel momento a Buda alla corte di Sigismondo, visto il credito
che era riuscito a guadagnarsi presso di lui. L’agostiniano si unì quindi agli
ambasciatori Tommaso Mocenigo e Antonio Contarini, che dovevano trattare la
pace con Sigismondo, ma nonostante l’appoggio di re Iagellone l’iniziativa
diplomatica non poté che constatare l’impossibilità di trovare uno spazio di
mediazione tra i due contendenti e a fine giugno 1412 l’ambasceria fu di
ritorno a Venezia. P. appariva ormai aver raggiunto in questi anni notevoli
traguardi: titolare di una cattedra prestigiosa nell’ateneo padovano, ben noto
negli ambienti accademici per la sua dottrina e le sue opere, autorevole rappresentante
del proprio ordine, poteva per di più vantare una notevole esperienza
diplomatica ed importanti relazioni a Venezia e nelle corti dell’Europa
centro-orientale. La sua attività di commentatore aristotelico proseguiva
inoltre alacremente: sono da ascrivere probabilmente a questo periodo, vale a
dire tra il 1410 e il 1420, uno Scriptum superlibros De anima, una Expositio
super De generatione et corruptione e la monumentale Lectura super libros
Metaphysicorum. Ma improvvisamente nel 1415 la sua fortuna accademica e
politica cominciò a subire qualche contraccolpo: il 6 giugno il senato
veneziano votò una censura che colpiva P., insieme con il medico Antonio
Cermisone, per essersi assentato da Padova e dai propri doveri accademici senza
permesso; tre mesi dopo il Consiglio dei Dieci lo invitò a discolparsi da
accuse (non meglio precisate) e gli proibì di lasciare Padova senza una licenza
espressa del consiglio stesso; ancora, un anno dopo, nel maggio 1416 la
richiesta di P. di ottenere la licenza fu respinta e solo nel giugno dello
stesso anno fu concessa, in considerazione dei doveri concernenti la sua carica
di priore provinciale, ma con la condizione che non si recasse a Costanza o in
altro luogo dove si fosse celebrato il concilio. Le circostanze di questi
provvedimenti disciplinari non sono ulteriormente note, ma forniscono
l’informazione che P. era nuovamente divenuto priore provinciale della Marca
Trevigiana (lo era già dagli ultimi mesi del 1414) e soprattutto che non godeva
più della fiducia di Venezia, che non lo voleva presente al concilio. Peraltro
l’anno successivo il senato veneziano, con un atto certamente onorifico, gli
concesse il privilegio di indossare il berretto nero dei patrizi, privilegio
poi esteso, alla sua morte, a tutti i membri del convento di S. Stefano. Di lì
a qualche anno, tuttavia, i rapporti di P. con il governo della repubblica
veneta si guastarono irrimediabilmente. Per motivi che permangono tuttora
ignoti il teologo agostiniano, nuovamente eletto priore provinciale dal capitolo
dell’ordine tenuto a Ferrara nel maggio 1420, venne sottoposto ad un
procedimento disciplinare da parte del Consiglio dei Dieci che si concluse in
settembre con il suo bando quinquennale a Ravenna, da estendere a dieci anni
qualora avesse infranto il divieto di riattraversare anzitempo i confini del
dominio veneto. P. chiese ed ottenne una proroga di un mese, allo scopo di
rimettere nelle mani del priore generale Agostino Favaroni le questioni
connesse con la sua carica di provinciale, poi nell’ottobre 1420 fu assegnato
dal generale al convento di Siena e gli fu concessa la licenza di insegnare
nello studio di quella città. Da quel momento P. non rimise più piede in
territorio veneziano fino ad un anno prima di morire. A Siena rimase per
quattro anni; in questo periodo i suoi biografi, e per primo Cristoforo
Barzizza che tenne la sua orazione funebre presso lo studio patavino, collocano
un episodio in cui P. avrebbe agito come un inquisitore, sfidando e
sconfiggendo in una disputa l’eretico Francesco Porcario, forse un fraticello,
che finì per questo sul rogo. Il Barzizza parla a questo proposito anche di uno
scritto antiereticale di P., di cui sinora tuttavia non sono state rinvenute
tracce. Venne designato reggente dello studio agostiniano di Siena; redasse per
la prima volta un testamento, in cui lasciava al convento padovano i suoi libri
e titoli veneziani («de camera imprestitorum comunis Venetiarum»), che egli
deteneva su licenza del priore generale, per il valore di mille ducati d’oro,
come forma di risarcimento per i gravami e le spese che detto convento aveva
dovuto sopportare per la sua lunga permanenza, nonostante il suo convento
nativo fosse quello veneziano di S. Stefano. P. venne assegnato al convento di
Bologna, con licenza di insegnare nello studio cittadino in qualsiasi materia.
Durante il soggiorno felsineo si ricorda una sua disputa con il maestro Nicolò
Fava, valente filosofo e dialettico di inclinazioni dottrinali opposte a quelle
di P. La sua permanenza a Bologna tuttavia non durò a lungo, poiché già
nell’ottobre 1424 fu assegnato al convento di Perugia, nuovamente con licenza
di insegnare presso lo studio cittadino. Gli anni successivi, a Perugia, videro
P. impegnato in attività didattiche (gli fu concesso ad esempio di esaminare alcuni
studenti agostiniani per il conferimento del titolo di “lector”) e nella
stesura del suo ultimo commento aristotelico, l’Expositio super Universalia
Porphyrii et super Praedicamenta Aristotelis. I registri dell’ordine
agostiniano informano inoltre che P. redasse una seconda versione del suo
testamento, in cui furono aggiunti come beneficiari la sorella Lucia e il
confratello e assistente Nicola da Treviso, e che il primo di agosto dello
stesso anno gli fu concessa licenza di recarsi a Roma ogni volta che i suoi
lavori lo rendessero necessario. In occasione delle dimissioni del priore di
Perugia, gli fu conferito l’incarico di reggere il convento durante la vacanza
e di scegliere il nuovo priore ed inoltre a lui toccò di svolgere la funzione
di visitatore presso lo stesso convento e quello di Todi. Infine, nel giugno
1428, in seguito ad una supplica fatta pervenire insieme con la raccomandazione
del cardinale di S. Croce, il Consiglio dei Dieci di Venezia revocò finalmente
il bando comminato otto anni prima e P. poté far ritorno a Padova e riprendere
il suo insegnamento, anche se soltanto per pochi mesi, giacché il 15 giugno
1429, mentre teneva il corso sul De anima di Aristotele, morì. Oltre alle opere
sopra ricordate, rilevanti soprattutto la sua attività di commentatore
aristotelico e di maestro di teologia, P. lasciò anche una raccolta di Sermones
quadragesimales, uno scritto antigiudaico, le Quaestiones XXII de messia
adversus Judaeos, un’opera mariologica, il De conceptione Beatissimae Virginis
Mariae, una versione latina della Composizione del mondo di Ristoro d’Arezzo e
diverse orazioni. Secondo il giudizio di Alessandro Conti, il più recente
studioso del suo pensiero, P. fu «il più importante pensatore italiano del suo
tempo ed uno dei più importanti ed interessanti logici del medioevo». La sua
fama e le sue opere contribuirono a fare dello studio patavino un centro
intellettuale di rinomanza europea; le sue dottrine, improntate al realismo
degli universali in ambito ontologico e ad una linea vicina a quella
dell’aristotelismo moderato di Alberto Magno e d’Aquino nel campo della
filosofia naturale, innescarono in Italia un dibattito scientifico i cui
sviluppi condussero nel corso del XV secolo ad un rinnovamento dell’orizzonte
culturale europeo. CHIUDIAndrea Tabarroni Bibliografia M. NICOLETTI, Vita dei
tre Paoli, ms BCU, Joppi. F. MOMIGLIANO, Paolo Veneto e le correnti del
pensiero religioso e filosofico del suo tempo (Contributo alla Storia della
filosofia del secolo XV), Udine, Tipografia G.B. Doretti estratto dagli «Atti
dell’Accademia di Udine CESSI, Alcune notizie su N., «Bollettino del Museo
civico di Padova GENTILE, Intorno alla biografia di N., in Studi sul
Rinascimento, Firenze, Sansoni, BOTTIN, Logica e filosofia naturale nelle opere
di Paolo Veneto, in Scienza e filosofia all’Università di Padova nel
Quattrocento, a cura di A. POPPI, Trieste, LintPERREIAH, N.: A Bibliographical
Guide, Bowling Green (Ohio), Bowling Green State Universiy; S. DE FANTI, La
missione diplomatica di Paolo Veneto al re di Polonia: il decisivo contributo
polacco allaconoscenza della biografia del Nicoletti, in Memor fui dierum
antiquorum. Studi in memoria di Luigi De Biasio, a cura di P.C. IOLY ZORATTINI
- A.M. CAPRONI, con la collab. di A. STEFANUTTI, Udine, Campanotto; A.D. CONTI,
Essenza e verità. Forme e strutture del reale in Paolo Veneto e nel pensiero
filosofico del tardo medioevo, Roma, Istituto storico italiano per il medio
evo, 1996; C. FROVA - R. NIGRI, Un’orazione universitaria di Paolo Veneto,
«Annali di storia delle università italiane; N., Super primum sententiarum
Johannis de Ripa lecturae abbreviatio. Liber 1, ed. crit. parz. F. RUELLO,
Firenze, Edizioni del Galluzzo; N., Logica Parva. First Critical Edition from
the Manuscripts with Introduction andCommentary, ed. A.R. PERREIAH,
Leiden-Boston-Köln, Brill LOGICA PAVLI rectam atgemendatam. Additis
quotationibus Postilis ad textus declaratione. Necnon Tabulao figuris. VENETI
HABES INHOC ENCHIRIDIO summam totius Dialecticæ, mira quad a brevitatem atos
facilitate ad utilitatem stude tium conscriptam ab eximioætatis suæ magistro
Paulo Veneto Nupero diligenti studio cor Venetes EMANUELE ITECA NAZ GOMA ME
YOLL .pkrior dla Lohan Somerilatarei long COMO0Io (ICO? CO ? ri 1 1 ROMA ni
logica OLUTELY A parva. A Pauli Veneti Heremita Onspiciens librorum quorundam
magnitudinem redium constituentem in animo studerium nec non et aliorum nimiam
brevitatem quibus nulla se ethica re est annexa doctrina. Ideo volens cap.s. et
medium retinere utriusg sapiensnam 5.ethic, turam extremt, compendium utile
construxi iuveni t.co.6. ВB bus pluribus diui sum tractatibus, Quorum primus
summularum tradit notitiam. Septimus contra primum obiicit, solutionem ad dens
responfiuam. Quia ergo doctrina quecuncka communiori ut ait t-C.4 . PHILOSOPHUS
in prohemio phylic. sumic exordsum, ideo Dislot tractatus primus terminum sic
diffinies incipitapriori. miningp De definitione termini et eius divisione
quide. i. II suppositionum declarat mareriam. III consequentiarum ostendit
doctrinam. IV terminorum vim instruir probativam. V ligandi regulam docet
obligatiuam. VI insolubilia solvendi dar artem et viam. VIII tertium fortificat
prationem argumentativa. cap. 1. prio. c. TERMINUS EST SIGNUM ORATIONIS
CONSTITUTIVUM. Et BOEZIO ut pars propinquae iusdem, ut: “homo”, lyani in. 1, de
mal. Et notanter dicitur propinqua quia oratione vocatur “dictio”, remota
vocatur litera vel syllaba, di 2. ecin. i Dstio igitur et non litera uel
syllaba, est terminus. defyllo. Terminum quidam est per cate. T differē. Tio
habet partes propinquas et remotas, propinquatop.c. 2 cius vide SIGNIFICATIVUS
est ile qui per se sumptus nihil representat --: ut s. “me,” “te,” “omnis”,
“nullus,” “quilibet”, “quicunque”, “alter”, et consimiles. Terminorum quidam si
secunda significant naturaliter et quidam AD PLACITUM.Termi divisio p nus
naturaliter si significans est ille qui apud omnes eius qua vide de m efd
RE-PRAESENTATIVUS, sicut ly “homo“animal", in primor mente. Terminus AD
PLACITUM significans est ille qui ye.c.i.et NON apud OMNES eiusdem est
re-praesentativus sicut ille ipsum. Terminus “homo” in voce vel in scripto, qui
apud nosft. B Paul. sin significat ‘hominem’, sed apud alias nationes nihil
significant, ut sunt greci (“anthropos,” “aner”). Reefo.Terminorum quidam est
categorematicus, et quida3 S.colū. SYNcategorematicus.Terminus categorematicus
est pri. diui. ticularia particulariter. Præpositiones determinatsub certocafu.
Aduerbiauerbum, et coniunctiones ha minum.i.rem quæ non est terminus datoque
effet,ficut TRACTATVS Secunduz se significativus, quidamnon.Terminus perle
signi Voety fancarious est ile qui per se sumptus aliquid re-praesen mologiã
tasuely “homo,” ly “animal”. Terminus non per se signi ille quitam perle quam
cum alio habet proprium fie Tertia significatum – ut: “homo”: siueen imponatur
in oratio divisione, lieu extra, semper significar ‘hominem’. Terminus Dehac
SYNcategorematicus est terminus habens officium qui vide la perfesumptus
nullius est significativus. ut signa distric tiusilo.butiva – ut: “omnis”,
“nullus”, et signa particularia – ut: ali mafo. 2. “aliquis”, “alter”, et
præpositiones (“to”), et adverbial et coniuctiones. Signa namqz distributiua
habent officium, fal.3.quia determinant distributive, universalia yłr, et par
bent coniungere terminus vel orationes. Terminorum quidam est prime intentio
Pau.lo.nis, et quidam secundæ intentionis. Terminus primæ ma, sol. intentionis
est terminus mentalis significans non ter D“homo, significat sor. et pla.
quorum nullus potest esse terminus. Terminus autem secunde intentionis est
terminus mentalis significans solum modo terminum A vel propositionem, ut ili
termini mentales, nomen, verbum, participium, propositio, oratio et huius modi.
Nis est terminus vocalis vel scriptus significans solum B modo terminum vel
propositionem utili termini vocales vel scripti, nomen, verbum participium,
athuius modi. Terminorum quidam funcin complexi, et quidam complexi. Terminus
in 6.diui complexus vocatur dictio – ut: lylapis,ly lignum. Sed fioVide
terminus complexus est oratio – ut: “homo [est] albus”, lor. et Paul.in placo,
deum effe. et huiusmodi. De nomine. liter considerat: ideo de his restat
deffnitiones assignare. NOMEN est terminus significativus lo.ma.f. SINE TEMPORE
cuius nulla pars aliquid significat separa dissintta – ut: “homo”. In ifta
definitione ponitur terminus lotionoie cogeneris, quia omne nomem est terminus.
et non econ proqua verso: dicitur significatiuus, quia termini non
significativi depri non funt nomina apud logicum, licet bene apud grammaticum –
ut: “omnis”, “nullus”, et similia. Dicitur ‘sine tempore’, ad differentiam
verbi et participia, quæ significant *cum* tempore. Ponitur: ‘cuius D nula pars
aliquid significant separata’ -- ad diferentiam orationis, cuius partes
significant separate mo pyo er.c.c Terminorum quidam eat s.diuifio prime
impositionis, quidam secundæ.Terminus prime impositionis est terminus vocalis
vel sriptus signi Boe.in ficans non terminum -- ut “homo”, et “animal” in voce
vel in scripto.Terminus autem secundam impositio. In princ. L3 Via de nominee
et uerbo ex quibus oratio с componitur et propositio, logicus principa .
Defini. V uuset extremorum unitiuus, cuius nulla pars aliquid significar
separata, ut “curre” c vel dispur i io b i. tar. Ec dicitur primo, temporaliter
significativus, ad eric. i. tiw oro pin . p i disnes positum cum apposito sicut
verbum. ceterg autem par trcuiæ ponuntur. Sicut in deffinitione nominis. Ratio
est terminus significativus, cuius ali- B garlicant separatę. Orationum alia
perfecta, alia hewide Dcoratione. qua pars aliquid significant separata, ut
“homo [est] albus” deữeffe. Vltima particular ponitur ad Piroca Jüfferentiam
nominis et verbiquorum partes non fi cite suz etc . cogeneris, quia omnis
propositio est oratio et col.1. cipit quæ non sunt propositiones non obstante
quod ilum generat IN ANIMO AUDITORI si – ut: “Homo currit.” Or a boviti
imperfecta. Oratio perfecta est ila quæ perfectum len no Ide uim uce cio
imperfecta est ila quæ imperfectum sensum gene. ferinõis rat, Notandum quò d
tres sunt species orationis perfectæ quia orationum perfectarum. Alia
INDICATIVA – ut: “Homo currit” . Alia est oratio imperativa – ut:
“doceioannem.” Alia ed incelreligie ineis oratio optative – ut: “Utinam essem
bonus logicus”. fint ap te nate. VERBUM est terminus temporaliter significati
differentiam nominis quod significat sine tempore. Secundo dicitur, et
extremorum uniciuus: ad differentia participium quod significar cum tempore,
sed non unitfup 0 -3 gñare fectū sen bus vide ilo, ma. fol. Propositio eit
oratio indicatiua verum vel falsum significans – ut: “Homo currit” -- ponitur
oratio lo non e converso. Secundo dicitur indicativa. quia Cola indicari va est
propositio, non autem imperativa nec optativa.Vicimoannectitur: verum vel
falsum significans: propcer tales orationes. Cortes potest, plato in PS pro qui
alia categorica alia hypothetica. Propositio ca divisio. Categorica est ila quæ
habet subiectum prædicatum et Vide in copulam tanquam principales partes fui –
ut: “Homo est animal.” l o,m a . f o animal. Subiectum est ly “homo”,
prædicatum uero,101.col, ly “animal”. Copula illud verbum “est”: quia coniungit
tum. Dicitur quod habet IMPLICATUM prædicatum. vide licet,ły “currens” quod
patet in resolvendo illud uerbum “currit.” -- in: sum currens, es currens, est
currens, et suum participium. Subiectum est de quo aliquid dicitur – ut:
“homo”. Prædicatum vero quod dicitur de altero – ut: “animal.” Sed copula Quid
(u bicctuz semper est verbum substantivum: “sum currens”, “es currens vel hom”,
“est homo et currens.” De quidp. propositione hypothetica posterius dicetur ad
cuius tum et C differentiam point urilla particula: principales partes quid co
. D sint indicatiue. Quia non significant verum nec falsum. Diffini cum sint
orations imperfectæ. Ca. 6. luifiones sub propositione contentas sequitur D
numerare. Propositionum Prima subiectum cum predicato. B rir est propositio
categorica et non habet prædica. Solutio Et si dicatur “homo cur . Dubo .
fui.quia principales partes hypotheticæ non sunt pula, subiectum et prædicatum:
sed plures categoricęut. Propoli diuifiotionum categoricarum alia affirmativa,
alia negativa. Propositio categorica affirmatiua est ila in ligiex.i. qua
verbum principale affirmatur, ut “Homo currit.” Propositio categorica negativa
est illa in qua er: Tertia bum principale negatur – ut: “Homo NON currit” S.
Propositionum categori:Diffusi carumalia vera, alia falsa. Propositio
categorica ue us&hac ra est ila cuius primarium et adequatum
signifi-materia carð est verum – ut: “Tu es homo.” Hæc enim est uera. “Tu es
vide in homo.” quiate esse hominem est verum.Voco filoma. divisio A tio. i. gi
her. C. 5. . a4 1 mo. Cetera autem significate, utte esse animal, teelic
substantiam, et huius modi, sunt significate secundaria, et pones illa non
dicitur propositio vera nec falsa. Propositio categorica falsa est illa cuius
primariam et adequatum significatum est falsum – ut: “Tu es asinus.” ria, alia
contingens. Propositio necessaria est ila, cuius primarium et adequatum
significatum est necessarium – ut: “Deus est.” Propositio contingens est illa
cuius significatum primarium et adequatum est contigens – ut: “Tu es homo”. Et
voco significatum contingens ilud C quod in differenter potesse se verum vel
falsum. Propositionum categoricarum alia alicuius uide.i. quantitatis, alia
nullius. Propofitio categorica alicu prior.n.ius quantitates est illa quæ est
universalis, particularis, .in pri, indefinita, vel singularis. Propositio
universalis est illa in qua subởcitur terminus communis signo universali
determinatus – ut: “Omnis homo currit”. Terminum communem voco in presenti
nomen appellativum et pronome pluralis numeri. Signa universalia sunt ista:
“omnis,” “nullus,” “quilibet,” unus gfavteros, ncuter, quails D. :.libet,
quantusliber, et huius modi. Propositio particularis est illa in qua subiicitur
terminus comunis igno 4. diui afol.significatum primarium et adequatum
propositionis, u r e a a d f. quod est simile orationi infinitive vel
coniunctiue il 267.secundlius. undete esse hominem, vel q “Tu es homo.”,
diciturfiA dępris. Significatum primarium et adequatum illius, “Tu es homo.”
Propositionum categoricarum alia fio vide possibilis, alia impossibilis.
Propofitio categorica por ilo.ma.fibilis eft illa cuius primarium et adequatum
significatum est possible – ut: “Tu curris.” Propositio categorica et
adequatūfi. usa ad impossibilis est illa cuius PRIMARIUM SIGNIFICATUM est
impossibile – ut: “Homo est asinus.” Propositionum categoricarum alia ne cella
larem, nomen proprium aut pronomen demonstravi Suum singularis numeri, ut:
“iste”, “ista”, “istud”. Ex quibus fe B quitur iam quæ est caregorica nullius
quantitatis. Et dicitur quod illa quæ non est universalis, nec particularis,
nec indefinita, nec singularis -- ut exclusive et exceptivæ et re-duplicative,
videlicet, “Tantum homo currit, omnis homo preterfor. mouetur, “Omnis homo in
quantum homo est animal”. Luxta primam secunda Qualis, ne, ue laf, u. Quanta,
par, in, fin, Prima pars sic intelligitur, quod ad interrogationem de
propositionc factam r Quæ respondetur categorica, vel hypothetica. Secunda
autem asserit quod ad interrogatione factam per Qualis? Respondetur affirmatiua
vel negatiua. Sed in tertia denotata a quod ad interrogationem factam g Quan
tarmñdcatur, universalis, particularis indefinita, ucl singularis, et hoc fm
exigentiam propositionis propositę. De duabus alijs pposition am divisionibus.
Ræterfu pradictas diuisiones dugalią declaran- Prima cur. Propositionum
categorica divisio – ut: “Homo currit.” Propositio categorica modalis est illa
in qua ponitur aliquis modus -- ut possibile est sor, cur particulari
determinatus – ut: “Aliquis homo disputant.” Si Idem in gna particularia sunt
ista: “aliquis,” “quidam”, “alter”, reli7. tract. A quus, et huiusmodi.
Propositio indefinita est illa in huius in qua subijcicur terminus communis SINE
aliquo signo – ut: c.i.& in “Homo est animal.” Propositio singularis est
ila inqua lo.ma. . fubijcitur terminus discretus, vel terminus comiscum . col.
pronomine demonstratiuo singularis numeri. Exem :4. plumprimi. sor.currit.
Exemplum fecundi: “Ille homo disputat.” Voco autem terminum discretum vel
singu. с P. ultimam divifiones ponitur iste versus. Querca, uel ră alia dein
efle, alia modalis. Propositio catego Dricadein efic est illa in qua non
ponitur aliquis modus 1: Figura de in effe. r e r e .Modi autem sunt sex . c
possibile, impossibile ne Seconda. necessarium, contingens verum et falsum.
Propositionum modalium: quædam est in sensu diviso et quædam in sensu
composito. Propositio modalis in sensu diviso est ila in qua modus mediat inter
accusativum casum et verbum infinitivi modi – ut: “Fortem possibile est
currere.” Propofitio modalis in sensu composito est illa in qua modus totaliter
præcedit, vel finaliter sub sequitur – ut: “Deum esse est necessarium.”
Impossibile est hominem esse asinum. Ex his divisionibus originantur tres
figuræ. Quarum prima dicitur de in effe. Secunda modalis de sensu diviso
fchabés admodum primæ. Tertia modalis de sensu composito: leda cæteris
disperata. Quartum declarationes ha besin exemplo hic posito. A G libet ho
currit. adaz hó ñ currit, Nurbo de currit. Lontraric. Contadictorie dictorie
subalterne, subalterne Figura: demesse Gulltra gda3 ha cuifit, subcontrarie
reasu diuisio Contrarie Nullum hoie3 possibile est! curtcit . Contradictorie
Sub-alterne Sub-alterne de sensu dictorie Lörra mine polee curitie . Modalis de
sensu diviso. sub-contraric Modalis de sensu composito. Nec currere est los.
Impose est currere for sub-alterne Contra sub-alterne dictorie Aliquem, ho
Contrarie de sensu composito: Fig. Loncra . dictonic Contingens et por, non
currere Figura Que libet ho minepole? currere . Pole for currtre, A liquê home
minē ñ pole est currere, sub-contraric Secunda præcise proeodemuelpro eisdem,
sunt contrariæ in figura – ut: “Quilibet homo currit,” “Nullus homo currit.”
Particularis affirmatiua et particularis negativa de consimilibus subiectis
prædicatis et copulis, supponentibus precise proeodemuel pro eisdem sunt
sub-contrariæ in figura – ut: “Quidam homo B Tertia currir, etquidā homo non
currit. Universalis affirmativa et particularis negativa, ucl universalis
negativa et particularis affirmativa. de consimilibus subiectis predicatis et
copulis, supponentibus. precisepro eodem vel pro cisdem, fu Tabula omnium
capitulorum huius logicæ primus est de mentis summulis quiconti De syllogismo:
Tractatus secundus est determis. Car.Ź Cap. primă de definitioc De verbo 3 6 De
diuifione propofi. De figuris propositio pothetica po. copu. ne ciusdem. cn ūt
materialiter etqñ PERSONALITER De propositione hy. De ampliationibus po.
disiuncti. 15 De praedicabilibus Tractatus tertius. de eiusdem di relativorum
net De oratione De propositione norum quando fuppo num deuppolitionibus có De
cognitione termi De appellationib De converfionetibus supponis et de diuisio De
suppositione per de natur appõnuz sonali tractatus divisa De nomine tionum De
duabus alös diui De supposition ma. de equipollentős de signis confunden de
propositione hy de relativis proqui bussupponunc De propositione hy. De modo
supponen cinens C fionibus propõnuzs teriali et de diuisione DE DECEM
PRAEDICAMENTA de decem prædica, consequentősconti. de resolubi de
propositionibus Tractatus quintus est tionc obligationis et De obiectionibus co
tradictasreg. TABVLA uo tionc consequentiæ et De hypo. descriptibio eorum
divisionibus De regulis generalibus consequentiæ for De gradu pofitiuocô malis
De regulis con. for. q De gradu comparati De regulis poenespropositiones quáras
Delydiffert positions non quan De exceptivis De ly necessario et contingenter
parabiliter sõpto poncs superius, atq De gradu superlati -minos pertinentes et
De ly incipit et defi : impertinentes nir nens. De officialibus pro De defini
libus. po. de reg. eius. inferius De regulis poncs pro De exclusiuis
universalibus De convertibilitate uo. tas Dedecem lis alñsregu De ly totus
positioncs hypotheticas De ab æterno De infinitum de probationibus ter
obligatory artis: De reduplicativis De regulis poencster De immediate De semper
De regu.pancs pro tinens minorum continens. De deffic go cioc insolubilib? et
di s Obiectiones cöcrare tra insolubilia Obiectiones contradi milibus
propositioni bus regulas huius de defin De obiectionibus có finitioncs .hui? De
exclusivis insolu De insolubili difiun- ulti. ca.contra modos mi. De insolubili
particu huiuspri De insolubilibus no é de obic Obiectiones contra Obiectiones
addicta est de obiectionibus contra De obiectionibus factis contra re
propositionum huiusprimitrac. De Amilibus et diffig Obiectiones contra pr De
deposition ibuster Obiectiones contra re minorum Tractatus Sextus De insolubili
uniuer Cali bus bilibus riuo ctivo figurarum apparentibus Obiectio. Gulasprimo
et gulas huiuspri de insolubilibus Obiectiones contra dif habens. .huius
uifioncciusdem. Gulas huiuspri lari vel indefinito mitra. de predicabili. De
insolubili copula. trac.in maceria syllogismorum n a contra dicta
huiuscertñ.tra, inm a Štionibus factis con car . las.huius terti las. huius
terti tracta. Venetijs ExpensisheredumLucæ TABVLA teria consequentiară, tracta.
tëtracta. Obiectacontraregu Obiectacontraregu tracta. las, huiustertij las.
huiusterto tracta Antonñ Iunte Florentini Registrum illaiquaiferi predicaturde
terrogatoez factapqualise fuosuperiozi.vtaialeftbo. sozesvť platopueniéterrñ
Predicatio eéntialiséillai deturq rifibiť totaratio quafuperi pzedicaturdein
quareficpdicaturde illiseq? feriozivelecóuersofzquod éppziapafsioilliustermini
dictiévľoriadealiquod illon bomo cum quo conucrtitur. Si predicatio
accítaliséila Acchrétēmin vniuoc'pze iquappuúvelaccñspzedir. Dicabilisdeplib
ieoquod caturde genere fpeciezpria quale accắtaleipuertiblrfi
bľfuoidiuiduoautepuerfo Eréplüpzimi:vtbóèrifibil dirurindecepdicasca. Quo
Paialéalbu. exéplusivrrifi rupzimueltpredicarsitu lub bileéhoalbueaial.Etpfiľr
státiecul generaliffimúébic dedriaz idiuiduo dicafl'me teri’lb
alubàpoiturhicter li’oicaturg pdicatioefriaťė mi? coup” subcocpozecosp?
praedicatio terminoz eiusdez saiatu sub cozpoze aiato a
dicamentivtbóestaial.pze, aialifpes specialis simahoľ dicat ioautaccica est
piedi afinuszlbiftisfua idiuidua carioterminox diuersoz pze foztesz plato.
bzunellus fa dicamentorum vt homo é ale uellus. Secundum predicame bus. Termin
superiora dre tu est pdicamentu quátitutis liquúdicitureffeillequicon Lui
generalisfimúeftquäti. tinerillúznecóuerfoficutli tasfubý sunt duo genera aial
respectuisti terminihó alterna ärnulluestsuperius qz significat quicgdile?cuz
adreliquúvz continuuz? di bocaliquidvltra. Lermin’in scretu primi
generisiftefür feriozad reliquú dicitur effe fpetieslinea superficiescoz
illequi continent urabeo. nnó pustempus locus.qR:bec ecouerfovtliforesrespectu
funtindiuiduabiliuea fupfi iftiustermini bomo. hiclocus. Secundigeneris
Lozpozea Jnco:pozea infinitesuntfdeties. f.binari, Lozpus aiatum rius trinarius
et cetera. Redicamentu zestcoő ciumeltpaffiovelpafsibilis dinario pluriuztermi,
qualitas. Quartuzestforma nozuFmsubzlupza. Etdiui, vetcircaaliquidpitasfigura
us trinarius quaterna rizë Animatum Jnanimatuz indiuiduaverofunthicbina
Sensibile Animal Tertium piedicamentum è predicament z qualitatiscu
iusgeneraliffimum est quali Lozpus insensibile Rationale irrationale. Tas
fubquofuntquattuo: ge Animal rationale nera subalterna: non sebabe Socrates
Plato rio. Secundum eft naturalis p potentia vel impotentia. Ier Substantia tia
secundum sub z fupza. pzi mortalis Jmmortalis mumest habitusveldispofi, Domo
cies.boc cozpusboc rempus Primi generis speties fune Quintum predicament em
grāmaticalogi cazrhetorica dicamétuació iscuiusgener quaq individua sunt becgrå
rasubalteznafuntfer quozu matica logicab rbetorica. Nullu ėsuperiusad reliquum
Lertijgenerisfpessunto risspéssunt. generarehoiez redoamaritudo. albunigruz
cozrupere equáquayindir calidúz frigidubuidum zfic uidua funt fic generareboiez
cum. quarú idiuidua suntheç fic corruperee quum Iertijz dulcedobiamaritudohocal
quartigeneris spessuntau. bumhocnigp buius modi. Gere in longudi minuereila
Quarti generis species sut tum. quozumindiuiduafffic circulus triangulus quadra
auger eilögumficdiminuer gulus2 huiufmodiquarúidi inlatu. Quiti generisspés
uidua funt. biccirculus.bicfunt cale facerez frigefacere
triangulushicquadrágulus. Quar idiuidua funtficcalefa Quartii predicamétü Ċpdi
cerefic frigefacer. Sertigo, camerurelatóis. Lui'gene. Neris species funtmouct
fur ralissimú eft relatio vel ada. Súmo ueredeorsumquaruin
liquidfbåfunttriagenera( diuiduafuntficmouerefurfu alterailebita, zsup2
ficmoueredeorfum. Sertus Primum est caparatio.Se predicamétaé predicaméruz
cuduzé fuppofitio. Lertiuzė paffioniscu generatiffimu supposition
primigenerisfpe estp dalisinfenfudiuitocillaiä nisbomopzeterfoztemoue modus mediatiter
actum ca tur. Jurtaprimamfamzvi, sumzverbúinfinitiuimodi timam diuifiones
ponitifte vt foztempoffibileé currere versus. Quecavelip.qualif propositio
modatisisenfu nevelaf. vquanta. parifin. cópofitoéilaiquamod’to Dama
psficitelligitp ad i taliter pcedirvei finaliter16 terrogatione depłopolinóe
fegturvtdeumef Teénecessa facta gquerespondeturcar rium. Impoflibileé bominė
tbegozica vel ipothetica. Se effe asinum. Erbis diuifio cudaaur
asseritquodaditer nibus origináturtresfigure rogationé factamoqualisre
quanpriaordeieffe. Seci, fpondetur affirmatiuavľne damodalisofenfudiuisore
gatiua. seditertiadenotat habens ad moduprime.ter, qad interrogatione factaze
tiaveroormodąlisofenfu2 quantare spodeatvniuerfaľ pofito fiacefisdispata qua
particularis indefinita vel fin ruideclaratóesbes ierobic gularis. hocfecundum
eri inferiuspofito.: gètiáppoitoisppofité är zo Sequuntur figure. Uifiones
duealie decla Quidam bó curri Quetz bõiez poffibile eft currere Weceffe eft roz
currere Subcötrarie Lontrarie Contrarte Subcötrarie currer. Contradictorie
Qutuber bomo currit Lontrarie Duídå bo. non currit Lörigesest foz.ñ
Aliquesboinem Aliquéboiez poffibile eft. Có posibile eftcurrere poffibile eft
soz. currer Subcontrarie Mullus bomocurrit. Impoffibilee Tozcurrere Lontradictorie
dictozie Lontra Lontradictoria Snbalterne Subalterne Subalterne Hullu boiez
poffibileeft. currere currere ditozie Lontra Lontraditozie Subalterne
Intigiturtåpueq funtcontrarieoisbocurrit fecunde figurebere ptnll? bócurrit.
necieptra gulegeneralespriaé dictorie.Disbócurrit2gda tita. Uniuerfalis
affirmatiua bononcurrit. neciftefubala zvniuerfalıf negatiadepfitt terne.Disbó
currit7 quida b?fubiectis7predicatisfup bomocurrit. qztermininifup
ponétib”precisepeodévét ponunt precisepzoeodevĽp proeisdéfuntatrarieifigu,
eisdez. Znona. n.fbinfuppóit ra. vtglibzbó currit. 2nllur provtroq;
reru.Jnaliavero' bocurrit.Secidaregťaeft particularis affirmaria et pro
masculino tantum Scutqua tuozfgula particularisnegatia de pfimi lib ?fubiectis
7 pdicatis fup. fituantur propofitoea infiguraitaquattuoz
ponétib?pcirepeodévelp alijsregulisipfarumcogno, cirdez suntcontrarieifigu
fciturlerseu natura. quarum ra.vtgdabócurrit?qdåbo prima eftianonestpossibile
nócurrit. Lertiaregľaviuě duo ztraria effefimulvera falis affirmatiuaapricularis
benefimulfalsa.Primapars negatiavelvlisnegatiazp patzinductiei nomnibus. Et
ticularisaffirmatiaopfilibö fecundaprobatuz.quoniazia fiectisz pdicatisfupponen
funt fimulfalfa. Quilibzboè tib?pcirepeodezvelpejsó albus znullusboestalb”.Et
sunt tradictoneifigura,vt iafimiliter Dmne animaleft quilibzbócurriteqdábóñ
bomocnulluzaialefthomo curritP.ull'bócurrit?qui Secunda regula eftiftanon
dåbócurrit.Quartaregla eftpoffibileduofubcötraria vniuersalis affirmatiazpti
effefimulfalsa. fedbenefim culari saffirmatia. Etviuer, vera. Patet pars prima
ifin salis negatiuaa particularis gulis discurrendo. fecunda. negatiuade pfitib
lbiectis probaturquoniamistafuntfi 2predicatis fupponétib?pci
mulvera.Aliquishomocal se peodez velpeisdezftit 16 bus. Aliquis bono n eft alby
alternein figura.vtglibzbó Aliquod animal eft homo. Et currit gdambó currit.
Dar aliquod animal non eft homo lus homo currit. gdazbol Tertia regulaeftifta.
Honė mononcurrit Expdictis fegturgilenó effefimulveravelfimulfalf. L madiuifio
eftiftaterminori vocaturlravelfyllaba. Pzie distributi abiitofficiuq2dtē
25boral definitio, sebutcomienicu damagnitudiez caritus eft ilequi
permitesperjeigranasoatione. Tedium cóftitué aligdrepritatveuboliaial.
kupindistan'tbeineciligaya tezinajoftudentiuznecno terminiple fignificatius
Pericarione perforsales aliornimia; breuitatez.gbɔ eft ilequi perfe sumptusni,
beit perqúemymim nulla fereeftanera doctrina. Bil
representatproisnulluseftpermainang Ideo volensmediuftinere 7files.
Secundadiuifio eft, vtriusq zsapiésnäzertremi. iftatermiogquidazsignifi,
ppendium vtilecostruriiuue cantnaturalrzquidãadpla nibɔplurib, diuisuztractati,
citum. Lerminusnatural'rfi bus.quorprimusfuimularu gnificansestile quiapooés
traditnotitia. Secud fuppo . eiusdeestrepsentatiuusficut firionú
declaratmateriá.ter ti-pregntia non dit doctrina. Po AD PLACITVM significansé
il Quartus terminoqviistruit lequinóapudoéseiusdez é pbatiua. Quint’ligidiregu,
representatiu'ficurilletermi lazdocetobligatiuaz.Sert? nusbó in voce vel in
scripto isolubiliafoluendidarartem apud nos significatboiem. via. Septimus
atraprimú apoaliquascertasnatoer obijcitfolutione zaddensre, nibil significat
vt f untgreci: fpófiuaz. Dct aubotertium bebrei. Zertia diffinito é ifta
fodificarpróem argunitati, Q termino kquidaeftcatbe uá. Quiag doctrinaque cun,
gozematiczgdáfincathego acoiozivtaitphusinpzo rematic termi’cathegoze, bemio
physicozum füiteros, maticuseftillegtampiezz duuideo tractatuspzim’ter/
cialiob3 ppziùfignificatum mũiico funitsicipapioi otlibófue.v. ponarinó eft
tibölianimalinte. Lermi? Gential uit diferenmis. ut box Florin simp prout
firepmimusi Cedex gramaticaj. Lorical minátdistributiver particu! complerus
eftozó vthomo laria particulariter Õpofitio alborozes platodeuzeffe
nesdeterminatfbcertocâu 2buiusmodiic. Aduerbia verbúzcõiúctóes Uia noier verbo
er biitcõiungere terminosvel quibus ozatio compoi ozóes quarta diuifio est ia
tur ppofitiologicus pzici. g terminoxquidaz eftpziei paliter cófiderar.
Jdeo'dbil tentiois.7 quidábeitencois reftat diffinitiones ad-signare Terminus
pe intentónis eft Homéest terminus signift terminus mentalis significaf catiu?
Fineté pozecuiusnulla nonterminu. i. réānonéter parsaliquidfignificatseper
minusdatoq effetficutlibó ratavthomo. In iadiffinite significatsoz tem z
platoné. å poif terminus locogencris. Ruinulluspot effe terminus. q2oc nomen
est terminus.e Lerminusaütbe itentóisé nóego. diciturfignificatinis terminus
mentalis significát quia termininó significatui solimo terminil ppofitone non
sunt noia apud logicilicz ptilitermini mentalesnon bi apud gramaticivtomis
verbti participiúppofio nullus similia. Tertio di, zbuiusmodi.Qüitadiuifio
citurfie tempore addiffere, est istag terminoz quidãcst tiñverbia participüa
SIGNIS pe IMPOSITIONIS quidife. ter ficant cum tempore. Duar minus pe
impositois estteri toponit cuiusnullaparsali nus voca vel scriptusfigni
quidfignificata ddifferentia ficansnoterminu.vtlibóz orationis
cuiuspartesfigni, liaialivoceveliscripto.ter ficät. (Uerbúeftterminato
min’autem se impositionis eft požaliter figificatiu?zertre terminus vocalis vel
script? monvnitiuuscuiusnullap8 significas solúī modoterminu aliquid significat
separatave vel propositione vtilitermi currit vel disputato icifpria nirocales
vel scriptinomen mo temporaliter significati, verbti participitizhuium ói uusad
differentiam nominis Serta diuifio eft ifta. Termi quod significat fine tempore
non quidifuntincópleri 29 Secundo dicitur ertremo damcompleri. Terminusin
rumvnitiuusaddifferentia complerus vocaturdictiovt participü quodfignificatcií
lilapislilignum. Izterminus tempože. sed non vnitfuppo fituscum
appofitoficurvero quenonfuntppofitionesno · bum. cetereatparticťepo obftáteqa
fintindicatie q?i nuiturficur toenois. Significant verum nec falsum . P
Ropofitioeftoratioi dicitur.vtbomo predicatuz, puma,plicare Progofito
catbegozicaet prodicaria, madevenirate Alia iperfecta . Diario pfec bignier
parte dignins e.me,ose ista quebetßbiectuzzpiedichuo ublitt taeftila
queperfectu fenfi catu copula generat animo auditous. partes tanös pzincipaler,
peplicireutimplicie. vtbomocurrit. sui.vthomo eltaial. i), Etfidicarurbomo
currite Horá dumotres funtspe propofitio catbegozicaznon
Dratioefttérmin'lignifi cumfintozationesiperfecte catiu? Cuius aliqua pars ali
quidfignificat. Vt boalb?de uz effe. Ulria particula poni turaddifferentia
nominis? Propofitionu zaliacaibego verbi. grumpartesnonfigni
rica:Aliaypothetica. ficant. Dzationuzaliapfecta ibiectumes tubomo predica
Diario imperfectaestilla tum verolianimal.7 copula aiperfectuzfenly;generari
illud verbumestq:coniungit animo audito us vt bomoal fbiectum cumpzedicato.
busdeumeffe d Juisiones1 opposito ne contentas segtur nuerare Pria eft ifta 5
cies orationis perfecte Drationuzperfectar. alia indicatiuavthomo currit babz
predicatum dicitur qa babz implicicum predicatuz v z li currens quod
patzinreroí alia imperatiua. ptooce joannem . Aliaoptatiua. Desum eseltasuum
participiu uendo illud verbum curritin vtinameffembonus logicus Subiectuz
estoe& aliquidad fubiecit”alori fal veroqd fümfignificás.vtbô animal. Sed
copula fempererspularerreigitpilianca. currit. poniturozatolocoge
verbuzfbftátiuü. l.luzeselt veteteaiomm neris.q:oisppofitioestoza De
propofitione yporbeti-inwirtelde eius. tioetnoneguerro. Secundo
capofteriusdiceruraddif, dicitur indicativa quod sola diferentiam cuius ponitur
il la catiuaeitppofitio.nonátim particulaprincipalespartes
peratianecoptatiua.Ulrimo fui. annectitur verumvelfalsuz Secunda
oiuifioeftifta. fignificansproptertalesoza Propofirionuz cabegozi, tiones
foztespór. platoicipit car. Alia affirmatiua aliane facit, egineris, matiua eft
ilaiquaibupäin num cathegozicarum aliane kleinesitimplicies apaleaffirmat
öcbócurrit. ceffariaaliacontingens,ppo diferencia Presidurijgezo pzopo
çatbegozica negatifitione cefariae ftilacuius artean = uaeftillai
qobiipricipalene primarium zadequarumfigi gáf. Vt: “Homo currit.” Tertia
ficatum est neceffariumvtoe divisio est iappofitouzcatheus
est.popofitiocontingens goricaralia veraalia falsa. Eftilacuiu
sfignificatumpzi, Propocatbegozicaveraéila mariumza dequatumeftcó tui?
pzimariuzadeqtuligni tingensvttues bomo. Etvo ficaruié verúztuesbobecco
fignificatumcontingensil n. Eltperatues hóq2reeffe lud quodindifferenterpotest
boiezcftveru.Uocosignifi esseverumvelfalsum.Sex catu primaritiza deq tuppo
tadiuifiopropofitionumca! fitionisqó eftfimileorationi
thegozicaruzaliaalicui'quă ifinitiuevel piúctie illius. vn ' titatis alia
nullius. P2opo ca deteeffeboiem velqotues 'thegozicaalicuiusquantitati
bódicitfignificatu;primari estillaque évniuersalispar uza de quatúilliustuesbó
ticularis indefinita vel singu ceteraåt significata vt teeffe laris. Flop.
vniuersalise aialteefe Tbstantia7huiul, ilainqua fubijciturerminosnasdistri
mõisunt significata secuidaria comunis figno vniuersalides gacia.Prop
cathegõicaaffer Quintàdiuifio.propofitior burinemobil 7penesillai diciep povera
terminatus vtomnisbócursliepy. necfalla. Propocathegorica rit.
Terminuzcómunemvoco falfa eft illacui? pzimarius7 inprentinomenappellatiuuz
adequatü significatum estfal fumvttuesarinus pionomen pluralis numeri Signa
vnüerfaliafuntiaoil Quarta diuisioppónuzca nullus quilibet vnus quis qz thegou
caşialiapoffibilisali vterq; neuter qualislibzquá aipossibilir.ppocathegorica
tufliberzhuiuf modi. pzopofi poffibiliseftilacui'paimari tioparticularis
eftillainqua uz?adeqrufignificatúépor iubijcitur terminuscóisfigno fibile vt tu
curris particulari determinatus vt Propofitio cathegoricai, aliquisbo difputat.
Signap, poffibiliscst¡la cuiuspama ticularia funeiaaligs gdå al rium7 ad
equariifignificatus terreliqu’rbui?mór.pzopo eftiposibilevebóěafinus indcfinitacfiillaiqualbijcie
feprobatio: ctfromloco Fifolo terminuscómunisfinealiafip Reterfupiadictasdi
gno:ytbomo estanimal. Propofitio fingulariséil, rantur.Primaeiftappofiti
lainquafubijciturterminus onucatbegozicap.altadeief discret? Vel termino coniunif
realiamodalis. Propofitio cumpnomine demostratiuo cathegozica deielleèillaiä
fingularis numeri. Ermprimi non ponituraliquis modus. ut Toutescurrit.
ermfiillebo vtbỏcurrit. Diopofitioca disputar. Uocoautemtermi, thegorcamodali
scillaina num discretumpelfingularé ponituraliquismod?vtpof nompoziùautp
nomenomo fibileefoxtemcurrer. Modiy Scromodi ftratiuú singularis numeri vt
autem suntf erscilicet porsi, ifteiftaistud. Erquib? fequi biler
impossibileneceflariu turiamqueécatbegozicanĽ contingensverum falsum
liusquantitaris 7diciturgil Secundadiuifio p:opositi laanoé vniuersalis necpar
onum modaliumquedamcst ticularisneci definitanecfin infenfudiuiso quedazifer
gularisvterclu fiue ercep sucomposito Propositio motiue vztantumbocurrit.om
dalisinfenfudiuitocillaiä nisbomopzeterfoztemoue modus mediatiter actumca tur.
Jurtaprimamfamzvi, sumz verbúinfinitiuimodi timam diuifionesponitifte
vtfoztempo ffibileécurrere versus. Quecavelip. qualif Propofitio modatisisenfu*
nevelaf. vquanta.parifin. cópofitoéilaiquamod’to Dama psficitelligitpad i
taliterpcedirveifinaliter16 terrogatione depłopolinóe fegturvtdeumefTeé necessa
facta gquerespondeturcar rium. Impoflibileé bominė tbegozicavel ipothetica. Se
effeafinum. Erbisdiuifio cudaaurasseritquodaditer nibusorigináturtresfigure
rogationéfactamoqualisre quanpriaordeieffe.Seci, fpondetur affirmatiuavľne da
modalis ofenfu diuisore gatiua. Sed itertiadenotat habens admoduprime.ter, qad
interrogatione factaze tiaveroormodąlisofenfu2 quantarespodeatvniuerfaľ
pofitofiacefisdispata qua particularis indefinitavelfin rui declaratóesbes
ierobic gularis. hocfecundum eri inferiuspofito.: gètiáppoitoisppofité är zo
Sequuntur figure. visiones duealie decla Quidam bó curri Quetz bõiez poffibile
eft currere Weceffe eft roz currere Subcötrarie Lontrarie Contrarte Subcötrarie
currer C Lontradictorie Qutuber bomo currit Lontrarie Duídå bo. non currit
Lörigesest foz.ñ Aliquesboinem Aliquéboiez poffibile eft. Có posibile
eftcurrere poffibileeft soz. currer Subcontrarie Mullus bomocurrit. Impoffibilee
Tozcurrere Lontradictorie dictozie Lontra Lontradictoria Snbalterne Subalterne
Subalterne Hullu boiez poffibileeft. currere currere ditozie Lontra
Lontraditozie Subalterne Intigiturtåpueq funtcontrarieoisbocurrit
fecundefigurebere ptnll? bócurrit. necieptra gulegeneralespriaé dictorie.
Disbócurrit2gda tita. Uniuerfalisaffirmatiua bononcurrit. neciftefubala
zvniuerfalıf negatiadepfitt terne. Disbó currit7quida b?fubiectis7
predicatisfup bomocurrit.qztermininifup ponétib” precisepeodévét
ponuntprecisepzoeodevĽp proeisdé funtatrarieifigu, eisdez. Znona.n.fbinfuppóit
ra. vtglibzbó currit. 2nllur provtroq; reru. Jnaliavero'
bocurrit.Secidaregťaeft particularis affirmaria et pro masculino tantum Scutqua
tuozfgula particularis negatia de pfimi lib ?fubiectis 7 pdicatis fup.
fituanturpropofitoea in figura ita quattuoz ponétib? pcirepeodévelp
alijsregulisipfarum cogno, cirdezsuntcontrarieifigu fciturlerseu natura.quarum
ra.vtgdabócurrit?qdåbo primaeftianonestpossibile nócurrit. Lertia regľaviuě
duoztraria effefimulvera falisaffirmatiuaa pricularis benefimulfalsa. Primapars
negatia velvlis negatiazp patzinductiei nomnibus. Et
ticularisaffirmatiaopfilibö fecundaprobatuz.quoniazia fiectisz pdicatis
fupponen funtfimulfalfa. Quilibzboè tib pcirepeodezvelpejsó albusznullusboestalb”.
Et sunt tradictonei figura,vt iafimiliter Dmneanimaleft quilibzbó curriteqdábóñ
bomocnulluzaialeft homo curritP. ull'bócurrit?qui Secundaregulaeftiftanon
dåbócurrit. Quartaregla eft poffibileduofubcötraria vniuerfalisaffirmatiazpti
effefimulfalsa.fedbenefim cularis affirmatia. Etviuer, vera. Patetparsprima
ifin salis negatiuaa particularis gulisdiscurrendo. fecunda. negatiuade pfitib
lbiectis probatur quoniamistafuntfi 2predicatis fupponétib?pci
mulvera.Aliquishomocal sepeodezvelpeisdezftit16 bus. Aliquis bononeftalby
alterneinfigura. vt glibzbó Aliquodanimalefthomo.Et currit2gdambócurrit. Dar
aliquod animalnonefthomo lusbomocurrit. 2gdazbol Tertiaregulaeftifta. Honė
mononcurrit Expdictis fegturgilenó effefimul veravelfimulfalfa poffibileouo
contradictoria patetifta reguladifcurrédo alter. Hecranonfoludefuit
Pfingťaptradironia. Quar primevelfecüdefigureimo taregulaeft14. Sivniuerfaľ
tertie.Etvocoibinegatio eft vera fuapticularis velin ne prepofitaquandocolligit
definitafibifubalternaeftde modofuemod?pzecedarfi ralnego. Unfib effetvera
uesequatur.7 postpofitaqui gizboestalb?6fikreffzver coniungiturverboinfinitiui
raaligshoestalbosznóez modi. eréplüpzimi.nópofsi. q:iadefactobe veraaliquis
bileésoz.curreredelsoz.cur hoéalbɔ.znóiaquilzboeft rerenóé poffibileereplúfi
albɔ.Eteodémódicodenei possibileésoz. nócurrerevel funtregule. quorpria
reequiuale tiftiptingenscft eftia. Hegpäepofitafacitz foz. nócurrergpumă regula
quipollerefuocótradictozio EthneceffeeTo2. Non currer viinoquil;
bocurritequalet equiualetiftiimpossibileest isti.Aligshónócurrit.Etnó soz.
Currerr recundam regur nullus homo currit equiualz isti lam zifta non nece f l
e e soz . ni aliquishomo currit. Eurrer cquiual; huic possibi
Secundaraeftistanegató leésoz.currergtertiamrei poftpofitafacitegpoller fuo
gulamzita dicaturdecete contrariopbaf. näiftaquils risquibuscunq3 quare7c. bomo
noncurritequipollet SDnuerfioeitcranspofi ufti nullus homo currit. 2nul
tiosubiectiinpzedicar lushomononcurritequipol rum7 econuerfo:vtbomoé ictifti
quilibet homo currit. Animal animal é homo. Etlý Lertiaregulaeftistanega
diuiditur in conversione fimi rio prepofitaz postpositatai
plicemperacciisopercorra cit equipollere suofubalter, pofitionem. Lonuerfiofim
no. Vnde bnon quilibethoñ pleresttranspositiosubieci curritequipolletistialiquis
in predicatú 7e2°manentee bomocurrit. Etifta nonnul: Adem qualitateaquantitate
lusbomononcurritequipol vtnulluanimalcurritnulluz letifti aliquis homo non cur
curr ése animal. Lonuerfiog rit.Undeversus. Precótra, acadésetranspofitiosubiec
dic. Post contraprepostaz.sb tiipredicatu epomanteca gatiuisquare 7c. roz. nó
currere èpossibile .6 Quipollentia rumtres ergo non neceffeesoz. curre
demqlitarefzmutataquanti uerfavera?Querfensfalfa. tate. vtoishó estaialaliqd
Håbé per aaliqrolanoné aialébo. Lóuerfiopptrapo fbftárianullarojaernte7ti
fitioneeträf posiectiipdica befalsaaliqui fubstätianon tiire converso
manéteeadem énonrosaq2 suutradictori qualitaterquitirate. kmura uzé
vertivžoisnonfubftan tistermisfinitisi terminosi tia ;estrora. finitosvtquoddaaialficurs
Lotradictiopuerfiõefim ritqodano currensnóénon pliciarguiťpaiofic'becéve
aialUtatfciafáfponóhis ranullusbõémuliē.zbecē puerhonib? puertatponun falfa
nulla mulieré bóigif, furistiosus, Feci simpliciter Secuido becéveranull?ce
puertifeuapacci. Altopcon cusvid; ens:7becefalfanul traficfitpuerfiotota.Jng?
lumensvidetcecúergorc. ponúťquattuorlrevocales Lertio ßéveranuloom ?
S.a.e.1.0.2fignificatplezar éibbiezljéfatfanullusbó firmatiaz. 2vlemnegatiuaz
éidomogac. Adpzim DICIE i.pticularezvelidefinităaf, giftanó suapuertens.fzia
firmatiua.o.veropticulare; nulla mulieré aligfbó.qioz velidefinitanegatiua. Luš
effephilis limitatioipuerté dicitfecifimplr.i. plisnega teripuersa.Ad63picogi
tiua7 pticularis affirmatiua fitde sbiecto pdicatu.qziicft puertütfimplr.puertiťeua
p:edicatúlyens13lyvidens pacci.i, vlis negariazplis ens. ióficpuertiéšnullüvi
affirmatiua puertufp accñs densensécecii.Ad tertium Artopara. i.vlis affirmatia
difimiliterquiaiépuertens zpticularisvelidefinitane ei?Izianullüensiboiecdo gatiuacouertuntpoponem.
m?. vľiainullobõieédom? Harzuerfionúsimplerévti quianon debétterminimuta
lioz.q2vniuerfaliterfipuerfa recafumquarerc. é vera puertens é vera 7 eco
plures cathcgoricar ipuerfióepaccñsestpuerfa coniunctaspnotam conditio falla.
vtbeaialchó.2pueri nis copulationis difiunctiois tensveraboéaisl. Jnquer
velalicuiistarumequiualen fioneveropatrapènemécó tez.Vttuesbóituefanimal
uerfo.lzñéita i puersione p accideiis velpatraponez:ná р Ropofitioypothe,
ticaeftillaģb abet Iresigitfuntfpesypotheti Deimpoffibilitatepossibly
CARnoequälente sifigifica, litate neceffitatezcoringen, do'ozaditionaťcopulatia
tiaeiusdemnonopzdicerea difitictia. Alievero vt localiterqzoiscóditionilisvera
cális ztörať nó funtypotheeftneceffariazoisfalraéim tice. fzcathegorice.Propofi
poffibilis. Hulla atitestque tioaditionalisèillaiäjiun
fitcótigens.iftereguledicte gun et plures catbegoziceper
suntdecóditionalidenomia noriaditionisvtfituesbó taalyfiquarezi. tuesaial.
Propofitionü con ditionalium alia affirmati uaalianegatia.Propoaditic Dpulatiua
eftillaque onalis affirmatiua éillaiqua babetplures cathego 5nórepared
afirmaturnotaəditoiserel ricas gnota copulationisiui plüpofitúest.
Londitionalis cemcõitictas. vttuesboiz negatiua estillaiquanotacó
ditionisnegatur vtnonfitu eshotuesafinus 7brempp batper affirmatiua. Adveri
ratezcóditional affirmatiue requiriťzfufficitg oppofitú tusedes.
Dzopofitionúcopu latiuarumalia affirmatiuaa lianegatiua. Affirmatiuae
illainquanota copulationis affirmatur eremplumpofitu eft. Hegatiua per
oeltillai quanotacopulationisnegaE pritisrepugnetåtecedentivt fitues
bótuesanimal.bec vt non tues bomoztuesasi vera eft quista repugnanttu nus.
csbomo tunoessial. An Et semper negariua proba tecedés vocatillappoqim turper
affirmatiuam. mediate sequiturnotãcóditi Åd veritatem copulatiue onis: cófeques
veroeftalta. Afirmatiuer equiriturquam f'meibad itaotuesboeftafcedens? Libet
partemerreveramvtcu tuesaialest consequens.Ad eshomoatuesanimal.
falfitatezconditionalis affir, Et adf alfitatem copulati, matiuer equirit. 2fufficitque
affirmatiue fufficitvnam "sistemahor oppofitum cófequentis ftét
partemeffefalsa; vttues behurinefrom cumancedente vifituesbó atucurris. tu
sedes. Hec aut ftant fimul Bd possibilitatem copula tuesbomoztunofedes.ió
tiuerequiritur qualibetpar itaconditionaliseft falsa. técepossibiléznll'ä
altériiz tatomagis welalijs Jhiunctiuaeftillaique Deus évelfoztesmouef. Ere
coñitigüturplescathe pltiftvttues P'tunones.Et itbegorica. gozicepnotazdi
functionis; adcótingentiaeiusdemrege Detuesbomoveltuesafin? Ritur qualibet
partemeffeco Propositionúdifuciuarú tingentezznulla alteri repu alia
affirmatiuaalia negatia gnarenecét contradictoria il; disunctiva affirmativa
éil, laqvtantirpseftalbɔl'ipfe a inqua affirmatur notadi currit. Ponitur
tertiapartir litctóisvtpatuit. negatiade culaqebecdifiunctiuaeftne roeftillai
quanota difiuctó ceffariatunoesbóveltues aditsiplānis negaturprñtuesboľ
aial.ztinullapsalterirepu notá quodtuescapza. zbecsemppbat gnatzõlibyéatigés.
lzboc firdresinsme affirmatiuagneceffetnega ióqzcötradictoriaptiuzre, Lisantca
tiuanifipponeretnegatóvt pugnátvzt uesbó7tunes Forrit pattunonesafinusveltunoes
aial. veldicatomeliusqad foipropofitioneapza. Affirmatiua estq2nul neceffitates
difilactiverequi laillannegationumtranfitin rifzfufficitcoplatiuafacta notam
difiunctionis. tropugnante poribilem.eremplüpzimivt tuesafinus. Etadfalfitatem
tuesbo ztucurris. Szadi, eilisre quiritur qualspartem
possibilitatemei?fufficitvna effefalfamvttucurrisl'nul
partezeffeipossibiléautvná lusbaculusstatinangulo. alterii copoisibilez.
eremplu Md posibilitatem difüctie figutcomke partesplenepost primivttu curris.
7tuésafi, affirmatiuefufficitvnaj par tilesramom nus.erempluzkivttuésztu
temeffepossibilem. Vt homo ferposibilisetideopom nes. Ad neceffitatez. copla
eftafinusvelantichristuseftfuficitermedpogriner tiueregrit quamlib; premer Sed
ad impoffibilitate eius ludvorbi uficiompor seneceffaria; vtboestaialz requirif
qualibet partéeffe tot dimimurront14éria de’eit. Etadarigentiazip impoffibilem
vt homoeftafialiudfornogri. husregriť zfufficitynapzar nusvelnullusdeuseft.
tezelleptingentez.alteraatt Adneceffitatemdifiunctie ni pofsibilez nec
eidéicópofi affirmative fufficitvnazpar bilemvttucurris7tuesbó
temeffeneceffaria;veliuicé pel deus eftz tucurris. cótradici. Eréplum pzimivt
de partibɔcontradictozijser} Ad Veritate zoifiuctiueaf, fe impoffibile z.
Etadcontin Röme ftiguduozycótrario afirmatiuefuficitvnazparte
gentiamcopulatiuafacta siune imposfibilealiud effeveram. pttu.cshomop gtib
oppofitisfitcótiges, metafarim #coco scadcon coinout:fed quo hoc eftueru, cuno
filin ilascopilgrimur, fatke porousopofiris,codicarilkidekie
Erionisdifnightutplan qnoradiinch omnis,Admiños vilpropofiriones, congle:fed l
Frelsabond murgiipropa Mit Saint Erine et filace prolaindao
importinisdefinitiva entrare difusique significatia sseéincóueniensa
Popu-rarios gudwors contrario zeliuniecorigens unum idiom conigat et
difiurgatriper Sadcuila copulatiua falton Iparibusopofieasofusdeles in
diversors Et iceforcimoodradilosiaoliikaepoksidaé estimat arhdheof magister
bisin coligititommdig ogdifinitivaerit Drinsers. viétime quod propria
fueimpropriauide itq,amibe“pareddfentnene ožnnimado props liéefetwimmign
ruenhomo neltuesani bec.n.éneceffariatunocur iusmodi, ris. vel tu moueris . q
becco Lermin e quoc e termin ? pulatia éipoffibiťtucurrif fimplerplura
fignificarFzdi tunomoueris.Etbecéptin uerfasrationes ficutlicanis
géstucurrisvľtunomoue ghignificatcanelatrabilefi ris.q2 beccopulatiuaéptin,
duscelestez piscémarinuz. Genstunócurris tumoue zbocdiuerfisrationibus. risfecúduregulasdatasde
Paedicabile fecúdomó fti copulatiuis. mifvideliczcóiterzp
ergoétermin?vnwoc?pze. prie Predicabilecóiterfup túiterminoaptus. natusde
aliquopdicari. zfictātermi nuscõis finglaristacói dicabilisingddeplerib?ori
tibus(pe. ptaialpredicatur deboiezdeafinogorritfpe ineoqdquidqzaditerroga
plerusqizplerusdiciepze tionezfacta; perquideftbo dicabile. Sippziesicfumen
velafin? rndeturqeltaial. do difinit. Paedicabilee ter Ben'oiuiditur. naquodda
minouiuoc'apt nat deplu estgenus gnälifsimu. zquod rib?pzedicari. ficnull?ieri
damgenussbalternum nusfingularisnec tráfcedes Benus generaliffimúéter autpofit?
Dicitur pzedicabiming ficégen?qd nopot lefeuvniuersaleqóidéė.q2 essespecies.
ytfubftátia. Be null’ralisestterin vniuoclis nus subalternúeftterminus Undetermin’vniuoc'est
quificeft genusqdpóteffe termin? fimpler plura signifi species vtaial.eeniz
genus cásfm vnicáraionezficutli respectuhominis speciesde boqo
significatfoztezplato rorespectucorporis té oiađuagiftcataF5bác
Spesestterminusvniuo/ rationeať raroale. Perboccus nó fupremuspzedicabil
qodiciturterminus fimpler ercluduttermini3 pofiti. sed significans pla
ercluditter minumfingularezzvnicara tione ercludit terminu trásce détez.
videlzensaligdzbu iad plib?vtlibópdicatur aloztez placóeieoqd aditērogatöezfactapgdest
foz telvpťlatorideurgébő Spéfoiuiditur q2qdazeft specialissimazadå Malterna
Segfcapituluopdicabilib? Faria videlzgen? speciediffe"Redicabiledupťrfu
rentiáppriazaccides. Sen? ptú diuidit iquinqz vniuer Spēs Balternaetermina
cutlialbuqapredicatur. de cu'filspeciespóreffegen? Boieieoqd qualeaccicale
vtanimal. qzaditëroğröezfactaequa Spésspecialiffimaéteri
lisehódlafin?pótpuenien nusqcum fitfpesnópóteê terrñderiqdalb?.2bocno genus. vt
bóvel aliter conuertibiliter. Quia nó con Spės spalissimaétermin?
uertiturlialbuaialiq°illoz, vniuocuspdicabilisigdde Suffitientiapdicabiliūbe
plurib'orñtıb nuerofolum turistomó quoë vleautest znotáterdiciturfoluiq2liai
piedicabile effentialiteraut alnéspéss pálissima.ztúert accíítaliter
termin?vniuoc? predicabilir Si effentialrautigdauti igddeplib’orntib?núero
quale. Siiqualeilludéoria 22defostez placóeiznofoi Siigd autdeplurib'orīti,
làdeorñtib?nuero.qzitd e b?sperilludeitgen?.autde orñtib’spé. vtdeboierlebe
přib?orritib? nuero Toluet: Differentiaéterin’viuoc? illudéspés. Siveroepdica
paedicabiťde plib”iquale bileaccnraťrautgiqualeac cénale.vtroaleqapdicatur
cntalepuerribľrz. illudėp ocfoztez platoneieoqaqle pri. veliqualeacclitaleno
qzaditërogatóemfactaper puertibiťr.2 illud éaccñs.er qualisest fortes
respondetur predictispotpuiciafitper quod eft rationalis. dicato directavľ
idirecta er Peopriú eftterinviuoc fentiaľbľaccñcať. Predica
Þdicabilisdeplib’ieoquod tiodirectaeiaiqafupipze quale accñtalepuertiběrut
dicaturdefuoiferiozi. Debo rifibileqapdicatdesozteet éaial. Paedicatioidirectaé
platbeieoqdqualeqzadin illai quaiferi’predicaturde terrogatoezfactapqualise
fuosuperiozi.vtaialeftbo. sozesvť platopueniéterrñ Predicatio eéntialiséillai
deturq rifibiť.7 totaratio quafuperi’pzedicaturdein quarefic pdicaturdeilliseq?
Feriozi velecóuersofz quod éppziapafsio illius termini dictiév ľoriadeali
q°illon bomo cum quo conucrtitur. Si predicatio accítaliséila
Acchrétēmin’vniuoc'pze iqua ppuúvelaccñspzedir. dicabilisdeplib”ieoquod caturde
generefpeciezpria quale accắtaleipuertiblrfi bľfuo idiuiduo autepuerfo
Eréplüpzimi: vtbóèrifibil dirurin decepdicasca. Quo Paialéalbu. exéplusivrrifi
rupzimuelt predicarsitu lub bileéhoalbueaial. Etpfiľr státiecul
generaliffimúébic dedriaz idiuiduo dicafl me teri’lbalubàpoiturhicter
li’oicaturg pdicatio efriaťė mi? coup”.subcocpozecosp pdicatio terminoz eiusdez
saiatu sub cozpoze aiato ať dicamenti vtbóestaial. pze, aiali fpess
pecialissimahoľ dicatioautaccicať eft piedi afinuszlbiftisfuaidiuidua cario
terminox diuerfoz pze foztesz plato. bzunellusfa dicamentorum vt homo éale
uellus. Secundum predicame bus. Termin superiora dre tú eft pdicamentu
quátitutis liquúdicitur effeillequicon Lui' generalis fimúeftquäti.
tinerillúzne converso sicut li tasfubý funt duo genera aial respectuisti
terminihó alternaär nulluestsuperius qz significat quicgdile?cuz adreliquúvz
continuuz?di bocaliquid vltra. Lermin’in scretu. Primi generis iftefür
feriozadreliquú dicitur effe fpeties linea superficiescoz illequi
cótineturabeo. nnó pustempus?locus.qR:bec ecouerfovtliforesrespectu
funtindiuiduabiliuea fupfi iftius termini bomo. hiclocus. Secundi generis
Lozpozea Jnco: pozea infinitesuntfdeties.f.binari, Lozpus aiatum rius trinarius
et cetera. Redicamentu zestcoő ciumelt passio vel passibilis dinario
pluriuztermi, qualitas. Quartuz est forma nozu Fmsubzlupza. Etdiui, vetcirca
aliquid pitas figura us trinarius quaternarizë Animatum Jnanimatuz individua
vero funt hicbina Sensibile Animal Tertium piedicamentum è predicamentuz
qualitatiscu iusgeneraliffimum estquali Lozpus Jnsensibile Rarionale
Jrrationale. tasfubquofuntquattuo:ge Animal rationale nera subalterna non
sebabe Socrates Plato rio. Secundum eftnaturalis p potentia vel impotentia. Ier
Substantia tia secundum sub z fupza. pzi mortalis Jmmortalis mumest
habitusveldispofi, Domo cies. boc cozpusboc rempus Primi generis spetiesfune
Quintum predicamétoem grāmatica logicaz rhetorica dica métuacióis cuius gener
quaqindividuasuntbecgrå rasubaltez nafuntfer. quozu matica logicab rbetorica.
Nulluė superius ad reliquum Lertijgenerisfpessunto risspés sunt. generarehoiez
redoamaritudo. albunigruz ?cozrupereequáquayindir calidúz frigidubuidum zfic
uiduafuntfic generare boiez cum. quarú idiuidua sunt heç
ficcorrupereequum.Iertijz dulcedo biamaritudohocal quarti generis (pessuntau. Bumhocnigp
buiusmodi. gereinlongudiminuereila Quartigeneris fpeciessut tum. Quozum
indiuiduafffic circulus triangulus quadra augereilögumficdiminuer
gulushuiufmodiquarúidi inlatu. Quiti generis spés uidua funt.
biccirculusbicfunt calefacerez frigefacere triangulushicquadrágulus. Quar
idiuiduafuntficcalefa Quarti i predicamétü Ċpdi cereficfrigefacer. Sertigo,
camerurelatóis. Lui'gene. Neris fpeciesfuntmouct fur ralissimúeftrelatiovelada.
súmo ueredeorsumquaruin liquidfbåfunttria genera( dividua sunt ficmo uerefurfu
altera ilebita, 16zsupa fic movere deorfum. Sertus Primum estcaparatio. Se
predicaméta é predicaméruz cuduzéfuppofitio. Lertiuzė paffioniscu’generatiffimu
fuppofitio.primigenerisfpe estpassio. Etb fi Ľrfergene
tiessuntvicinusequale?li, rafbalternarisebūtia ;sub milequarumindiuidua sunt.
zsupaav; generari corrupia hicvicinusbocequalezboc ugeridiminuialterari7fzlo
fimile dñszmagister. qxidiuidua quúconīpiäri diduasütir, süthicprbiconszbicmagi
tuboiezgenerariftueqmco Tertijgeneris (péssútfili? rūpi. Iertüzquarti generis
fuus discipľ? quaruiidiui; spetiessuntaugeriinlon duasuntbicfili? bicferubic
gúdiminuiilatu quani diui. piscipulus. dua funt ficaugeriilogu fic cumouči.
primi7figeneris, Secridi generis spēsfuitpr fpessúthominez generarie Secundi
generis spėssunt v3generarecourtīge augere OU Rzmolle. quarüindiuidua
diminuerealterare. cfmlo, funt hoc durumboc molle. Cu mouere.Primiz figener --
b Logica Parva: Critical Edition from the Manuscripts with Introduction and
Commentary, Perreiah, Leiden: Brill; Logica magna, Venezia: Albertinus
Vercellensis, Octavianus Scotus; Logica magna: Tractatus de suppositionibus,
Perreiah, St. Bonaventure, NY: The Franciscan Institute; Logica magna: Part I,
Fascicule 1: Tractatus de terminis, Kretzmann, Oxford; Logica magna: Part I,
Fascicule 8: Tractatus de necessitate et contingentia futurorum, Williams,
Oxford; Logica magna: Part II, Fascicule 3: Tractatus de hypotheticis, Broadie;
Oxford; Logica magna: Part II, Fascicule 4: Capitula de conditionali et de
rationali, Hughes Oxford; Logica magna: Part II, Fascicule 6: Tractatus de
veritate et falsistate propositionis et tractatus de significato propositionis,
Punta, Adams, Oxford; Logica magna: Part II, Fascicule 8: Tractatus de
obligationibus, Ashworth, Oxford; Sophismata aurea, Venezia: Bonetus
Locatellus, Octavianus Scotus; Super I Sententiarum Johannis de Ripa lecturae
abbreviatio, prologus, Ruello, Firenze, Olschki; Expositio in duodecim libros
Metaphisice Aristotelis, Liber VII, in Galluzzo, The Medieval Reception of Book
Zeta of Aristotle’s Metaphysics, Leiden, Brill; Expositio in libros Posteriorum
Aristotelis, Venezia, Hildesheim: Olms, Summa Philosophiæ Naturalis, Venezia;
Expositio super octo libros Physicorum necnon super commento Averrois, Venezia;
Expositio super libros De generatione et corruptione, Venezia: Bonetus
Locatellus, Octavianus Scotus; Scriptum super libros De anima, Venezia;
Quaestio de universalibus, extant in nine mss. There is a partial transcription
from ms. Paris, BN 6433B in Conti, Sharpe: Quaestio super universalia, Firenze,
Olschki; Lectura super libros Metaphysicorum, extant in two mss. (The ms. used
here for the quotations is Pavia, Biblioteca Universitaria, fondo Aldini;
Expositio super Universalia Porphyrii et Artem Veterem Aristotelis, Venezia.
Amerini, AQUINO (si veda), Alexander of Alexandria and N. on the Nature of
Essence, Documenti e studi sulla tradizione filosofica medievale; Alessandro di
Alessandria come fonte di N.. Il caso degli accidenti eucaristici,”Picenum
Seraphicum, N. on the nature of the Possible Intellect, Musco; Ashworth, A Note
on N. and the Oxford Logica” Medioevo; Bertagna, N.’s commentary on the
Posterior Analytics, Musco; Bochenski, A History of Formal Logic, Thomas
(trans.), Notre Dame, IN: University of Notre Dame; Bottin, Proposizioni
condizionali, consequentiae e PARADOSSI DELL’IMPLICAZIONE [cf. Grice, Strawson]
in N.” Medioevo; La scienza degl’occamisti: La scienza tardo medievale dalle
origini del paradigma nominalista alla rivoluzione scientifica, Rimini: Maggioli;
N. e il problema degl’universali, Olivieri, Aristotelismo veneto e scienza
moderna, Padua: Antenore; Logica e filosofia naturale nelle opere di N.,
Scienza e filosofia a Padova nel Quattrocento, Padova: Antenore; Conti, A. Note
sulla Expositio super Universalia Porphyrii et Artem Veterem Aristotelis di N.:
Analogie e differenze con i corrispondenti commenti di Burley,” Maierù, English
Logic in Italy, Naples: Bibliopolis; Universali e analisi della predicazione in
N., Teoria; Il problema della conoscibilità del singolare nella gnoseologia di
N.,” Bullettino dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo e Archivio
muratoriano; Il sofisma di N.: Sortes in quantum homo est animal, Read,
Sophisms in Medieval Logic and Grammar, Dordrecht: Kluwer; Esistenza e verità:
forme e strutture del reale in N. e nel pensiero filosofico del tardo Medioevo,
Rome: Edizioni dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo; N. on
Individuation”, Recherches de Théologie et Philosophie médiévales; N.’s Theory
of Divine Ideas and its Sources”, Documenti e studi sulla tradizione filosofica
medievale; Complexe significabile and Truth in RIMINI (si veda) and N.”,
Maierù/Valente, Medieval Theories on Assertive and non-Assertive Language,
Firenze, Olschki; Opinion on Universals and Predication in Late Middle Ages:
Sharpe’s and N.s Theories Compared”, Documenti e studi sulla tradizione
filosofica medievale; N.’s Commentary on the Metaphysics”, Amerini-Galluzzo, A
Companion to the Latin Medieval Commentaries on Aristotle’s Metaphysics, Leiden:
Brill; Materia prima e rationes seminales negli scritti di metafisica di N.,
Medioevo; Galluzzo, The Medieval Reception of Book Zeta of Aristotle’s
Metaphysics, Leiden: Brill; Garin, Storia della filosofia italiana, Torino:
Einaudi; Gili, L., N. on the Definition of Accidents,” Rivista di Filosofia
Neo-Scolastica; Karger, La supposition materielle comme suppositions
significative: N., PERGOLA (si veda), Maierù, English Logic in Italy, Naples:
Bibliopolis; Kretzmann, Medieval logicians on the Meaning of the Proposition”,
The Journal of Philosophy; Kuksewicz, N. e la sua teoria dell’anima, Olivieri,
Aristotelismo veneto e scienza moderna, Padova: Antenore; Loisi,
L’immaginazione nel commento al De anima di N.,” Schola Salernitana, Mugnai, La
expositio reduplicativarum chez Burleigh et N., Maierù, English Logic in Italy,
Naples: Bibliopolis; Musco, Compagno, Agostino, Musotto, Universality of
Reason, Plurality of Philosophies in the Middle Ages, Palermo: Officina di
Studi Medievali; Nardi, N. e l’averroismo padovano, Saggi sull’averroismo
padovano dal secolo XIV al XVI, Florence: Sansoni; Nuchelmans, Theories of the
Proposition: Ancient and Medieval Conceptions of the Bearers of Truth and
Falsity, Amsterdam: North-Holland; Medieval Problems concerning Substitutivity
(N., Logica Magna, Abrusci, Casari, Mugnai, Storia della Logica: San Gimignano,
Bologna: CLUEB; Pagallo, Nota sulla Logica di N.: la critica alla dottrina del
complexe significabile di RIMINI (si veda), Congresso di Filosofia, Florence:
Sansoni; Paladini, Why Errors of the Senses Cannot Occur: N.’s Direct Realism”,
Studi sull’Aristotelismo Medievale; Perreiah, Insolubilia in the Logica parva
of N.,” Medioevo, N.: A Bibliographical Guide, Bowling Green, Ohio: Philosophy
Documentation Center. Prantl, Geschichte der Logik im Abendlande, 4 vols.,
Leipzig: S. Hirzel, Graz: Akademische Druck- und Verlaganstalt; Ruello, N.
thélogien ‘averroiste’?,” Jolivet (ed.), Multiple Averroès, Paris: Vrin;
Introduction,” Ruello, Super I Sententiarum Johannis de Ripa lecturae
abbreviatio, prologus, Firenze, Olschki; Strobino, N. and MANTOVA (si veda) on
Obligations,” in Musco; Van Der Lecq, N. on Composite and Divided Sense,
Maierù, English Logic in Italy, Naples: Bibliopolis, Wallace, Causality and
Scientific Explanation, Ann Arbor: University of Michigan. NICOLETTI (si veda),
noto come Paolo Veneto, studia, fra l’altro, a Oxford e insegna in varie
università italiane e soprattutto a Padova; citeremo 168v-173v; Tractatus
appellationum, ivi, ff. 175v-179v; Textus de statu, f. 180; Tractatus
restrictionum, ivi, ff. 181v-182r; Tractatus alienationum, ivi, f. 182v; Prima
Consequentiarum pars, ivi, ff. 184r-193r; Secunda Consequentiarum pars, ivi,
ff. 194v-208v. Al titolo Textus dialectices seguirà solo l'indicazione dei ff. 103
Cfr. MacistRI PetrI DE ArLLvAco Tractatus exponibilium, Parisius Impressus a
Guidone Mercatore. In campo gaillardi. Id. Octobris, s. pp. (ma l'esemplare
consultato ha la paginazione a mano). Petrus MANTUANUS, Logica. Tractatus de
instanti, Padova, Johann Herbort; l’ordine dei trattati è diverso dai mss. alle
stampe; l’ed. utilizzata è s. pp., ma l'esemplare che ho consultato ha una
paginazione a mano; la segnatura della Bibl. Vat. è Ross. 1769; cfr. la
bibliografia in Lo Speculum puerorum ..., cit.,299 n. 16. La più completa
trattazione d’insieme del pensiero di NICOLETTI è ancora quella di F.
MomicLiano, NICOLETTI e le correnti del pensiero filosofico del suo tempo,
Torino; pet il soggiorno ad Oxford, cfr. B. NarpI, Letteratura e cultura
veneziana del Quattrocento, in La civiltà veneziana del Quattrocento, Firenze,
dove si afferma che NICOLETTI rimane a Oxford almeno 3 anni, e si le sue opere:
Logica parva, Logica magna, Quadratura. Paolo da PERGOLE (si veda) e discepolo
di NICOLETTI a Padova e resse la scuola di Rialto a Venezia; la sua Logica
segue da vicino la Logica parva del suo maestro; il trattato De sensu
corpositio et diviso dipende dall'omonimo trattato di Heytesbury !°; i Dubiz
sono legati ai temi delle Consequentiae di Strode. Altro discepolo di NICOLETTI
e il vicentino Gaetano da THIENE (si veda), professore a Padova, che ha legato
il suo nome soprattutto al commento delle opere di Heytesbury (Regulae e
Sophismata). Si ricorda di lui l’Expositio delle Consequentiae di Strode. Il
domenicano Battista da FABRIANO (si veda) riporta il seguente documento. Die 31
Augusti 1390: Fecimus studentem fratrem Paulum de Venetiis in nostro studio
Oxoniensi de nostra gratia speciali cum omnibus gratiis quibus gaudent ibidem
studentes intranei. Item eidem concessimus quod tempore vacationum Lundonis
possit libere morati. Cfr. ora A.R. PerreraH, A Biograpbical Introduction to
NICOLETTI, Augustiniana. Pauri VENETI Logica, [Venezia, Cristoforo Arnaldo], s.
pp. AI titolo Logica parva seguirà solo l’indicazione del trattato. Pauri
Veneti Logica magna. Impressum Venetiis per diligentissimum virum Albertinum
Vercellensem Expensis domini Octaviani Scoti ac eius fratrum opus feliciter
explicit Anno D. 1499 Die 24 octobris. Macistri Pauri VenETI Quadratura.
Impressum Venetiis per Bonetum Locatellum Bergomensem iussu et expensis Nobilis
viri Octaviani Scoti civis Modoetiensis. Anno ut supra. Cfr. B. NARDI, op.
cit., pp. 111-118. Cfr. Pau or PercuLA, Logica and Tractatus de sensu composito
et diviso, ed. Brown, St. Bonaventure N.Y.-Louvain-Paderborn 1961. Si tenga
presente anche I. Bon, Paul of Pergula on Suppositions and Consequences,
Franciscan Studies , XXV (1965), pp. 30-89. Cfr. per l’ed. dei Dubia, n. 90.
Cfr. su Gaetano da Thiene: P. Silvestro DA VaLsanziBIo, Vita e dottrina di
Gaetano da Thiene, Padova 1949; per l’ed. dell’Expositio (che citeremo col
titolo Super Consequentias Strodi), cfr. n. 90. professore di filosofia e
teologia a Padova, Siena, Firenze e Ferrara, cominciò la sua carriera
accademica un decennio dopo Gaetano da Thiene; compose, fra l’altro, una
Expositio del De sensu compositio et diviso di Heytesbury. Il senese SERMONETA
(si veda), magister artium et medicinae , figlio del medico Giovanni, insegnò a
Perugia, poi a Pisa (per quattro anni) e finì la sua carriera a Padova;
ricorderemo i suoi due scritti di logica: Super Consequentias Strodi!5 e
Expositio in tractatum de sensu composito et diviso Hentisberi!*, Un’Expositio
dello stesso trattato De sensu composito et diviso scrisse anche il carmelitano
senese Bernardino di LANDUCCI (si veda)), che divenne generale del suo
ordine.Cfr. J. Quérrr-J. Ecuarp, Scriptores Ordinis Praedicatorum, I, Lutetiae
Parisiorum 1719,847; G. Brorto-G. ZonTA, La facoltà teologica di Padova,
Padova. Cosenza, Biographical and Bibliographical Dictionary of Italian
Humanists and of the World of Classical Scholarship in Italy, Boston, ad L’ed.
dell’Expositio è in Tractatus de sensu composito et diviso magistri GuLieLMI
HENTISBERI cum expositione infrascriptorum, videlicet: Magistri ALEXANDRI
SERMONETE (impressum Venetiis per Jacobum Pentium de Leuco, a. d. 1501, die
XVII julii), Magistri BERNARDINI PETRI DE LANDUCHES, Magistri PauLi PercuLENSIS
et Magistri Bapriste DE FABRIANO. Si veda ora L. GARcan, Lo studio teologico e
la biblioteca dei Domenicani a Padova nel Tre e Quattrocento, Padova, Battista
da Fabriano. Cfr. J. FaccioLATI, Fasti Gymnasii Patavini, I, Patavii; A.
FagroNI, Historiae Academiae Pisanae, Pisis; Ermini, Storia dell’università di
Perugia, Bologna 1947,501. Cfr. l’ed. cit. inn. 90. Cfr. l’ed. cit. in n. 113.
Cfr. l’ed. del testo in n. 116; si vedano per le notizie biografiche: J.
TritHEMIUS, Carmelitana Bibliotheca sive illustrium aliquot Carmelitanae
religionis scriptorum et eorum operum catalogus magna ex parte auctus auctore
P. Petro Lucio BeLGA, Florentiae apud Georgium Marescottum Contemporaneo del
Landucci dovette essere il lodigiano POLITI, artium doctor: alunno di MARLIANI
(si veda), insegna calculationes a Pavia! e compose vati trattati di logica: un
De sensu composito et diviso, una declaratio della Logica parva di NICOLETTI e
una Quaestio de modalibus, che sarà qui utilizzata, scritta al tempo di BORGIA
(si veda). da Bernardino di LANDUCCI (si veda)è la più sistematica tra quelle
finora esaminate: essa utilizza e discute i trattati di logica dei maestri più
rinomati IN ITALIA al suo tempo, ed accenna almeno due volte alle opinioni di
SERMONETA (si veda), che designa come quidam doctor, di modo che può essere
considerata come il punto di arrivo di una tradizione di interpreti della
dottrina del senso composto e del senso diviso. Secondo Landucci, il trattato
fa parte degli Elenchi sofistici e perciò esso non è da porre dopo i Primi
analitici, come vuole il Sermoneta *”, Inoltre, l’autore fa sua la tesi secondo
la quale non è possibile dare una descrizione univoca di ‘senso composto’ e di
‘senso diviso’, giacché di volta in volta diverse sono le raziones che
presiedono alla individuazione dei vari modi ®%. 305 Lanpucci, Expositio...,
cit.: autori espressamente ricordati, oltre ad Aristotele, Averroè e
Heytesbury, sono Strode, Pietro di MANTOVA (si veda), NICOLETTI, e Paolo da
PERGOLA (si veda). Si legga il seguente passo relativo alla discussione circa
la capacità di omnis di distribuire tutto il disiuzcium o il copulatum’ a parte
subiecti: Ad hoc dubium inventi sunt plures modi respondendi. Primus est Petri
Mantuani, qui tenet quod totum disiunctum et totum copulatum sit subiectum.
Secundus est Pauli Veneti, cuius opinio in diversis operibus est diversificata:
nam Sophismate nono tenet quod prima pars solum sit subiectum, et in Quadratura
tertio dubio secundi principalis, et in Logica magna et etiam in Parva tenet
quod totum disiunctum vel copulatum sit subiectum, attamen solum prima pats est
distributa, et illa appellatur ab eo subiectum distributionis. Tertius modus
est Hentisberi, Sophismate septimo, qui dicit quod talis propositio est
distinguenda eo quod subiectum potest esse totum disiunctum aut una pars
tantum, quapropter utramque partem sustentando respondetur ad argumenta
probantia quod non distribuatur totum . 306 Cfr. ivi, f. 2rb (posizione del
trattato della suzzzza della logica) e f. 3vb (per la verificatio instantanea
): cfr. nn. 307 e 325. 307 Ivi, f. 2rb: Circa secundum dicit quidam doctor quod
iste libellus est pars libri Priorum et quod immediate postponendus est ad
illum librum, quod quidem, salvo meliori iudicio, non puto esse verum . Ideo
puto aliter esse dicendum, videlicet quod iste libellus sit pars libri
Elenchorum . 308 Ivi, f. 2vb. 580 Alfonso Maierù L’esame degli otto modi segue
uno schema costante: in una prima parte si descrivono il senso composto e il
senso diviso e se ne mostrano le differenze, in una seconda vengono poste le
regole dell’inferenza dall’uno all’altro senso, in una terza vengono poste
obiezioni (con le relative risposte) a ciò che è detto nelle prime due parti.
In questa sede noi trascureremo quanto Landucci afferma circa i modi terzo ®”,
quarto *°, quinto ®!, sesto ®!° e ottavo (con appellatio temporis soltanto) ?:
in essi infatti l’autore non prospetta nulla di nuovo rispetto a quanto già
sappiamo dai commenti precedenti. Diverso è il caso dei modi primo, secondo e
settimo, che sono simili tra loro, e nei quali si propone un discorso unitario
che mira a fissare per ciascuno di essi caratteristiche tali che lo distinguano
dagli altri due. Il primo modo ha luogo con i termini modali. Ora, il termine
modale è così descritto da Landucci: Terminus modalis est terminus
determinativus alicuius dicti et connotativus alicuius passionis propositionis,
non habens vim faciendi tale dictum appellare formam *!*. I modi sono i quattro
classici, più veruzz e falsum: Landucci non accetta la definizione di Occam
secondo cui qualsiasi termine che possa predicarsi di un dictum è da
considerare modus?*5; egli ritiene invece che solo quei modi che determinino
una proposizione connotandone una qualche caratteristica siano termini modali.
Termini come scitum, dubium, intellectum, cognitum non sono modali perché,
oltre ad avere ciò che è proprio dei modali, fanno sì che il dictum appellet
for309 Ivi, ff. 9vb-12vb. 310 Ivi, ff. 12vb-15rb. 311 Ivi, ff. 15rb-17vb. 312
Ivi, ff. 17vb-20rb. 313 Ivi, f. 23vb-24vb. 314 Ivi, f. 3ra. 315 Cfr. cap. V, $
6. Terminologia logica della tarda scolastica 581 mam 355: essi rientrano
propriamente nel settimo modo, come vedremo. Senso composto e senso diviso così
sono caratterizzati: Ideo sensus compositus in primo modo causatur quando
terminus modalis totaliter praecedit aut finaliter subsequitur totum dictum
totius propositionis in qua ponitur, aut finaliter subsequitur (!); sensus vero
divisus causatur quando terminus modalis mediat inter partes propinquas totius
dicti; unde partes propinquas dicti appello totum quod regitur a parte ante et
a parte post respectu verbi illius dicti, id est a verbo orationis infinitivae
vel coniunctivae 317. Ili Se SCHIAVONE non è un avverroista nel senso vero e
proprio della parola, avveroista è invece l'eremitano Nicoletti, il quale
professa a Padova un tipo d'avveroismo guardingo, che forse «gli vi portò da
Parigi, se pure non v'era già arrivato da BOLOGNA, e che risente della lettura
dell'opera di Sigieri di Brabante, De intellectu ad jratrem AQUINO, oppure
degli scritti di Wilton impugnati a BOLOGNA Bologna, dal francescano Alnwick.
NICOLETTI è andato a studiare a Oxford, insieme a un suo fratello germano,
anch'egli eremitano, e v'era Dal voi. Brabante nel pensiero del Rinascimento
italiano. Roma, Edizioni Italiane, salvo una modificazione fino al quinto
capoverso. Sigieri di Brab. ecc. Che l'averroismo a PADOVA ha origini in
BOLOGNA è ipotesi verosimile; ma non si può escludere un'origine oltre-montana.
Che poi Averroè è tenuto in gran conto a Padova assai prima di NICOLETTI, è
provato dagl’affreschi di Menabuoi nella cappella Cortelieri nella chiesa
degl’eremitani, anteriori, e dei quali ci resta la descrizione di Schedel di
Norimberga che è studente a Padova. Giunto raffigura Averroè insieme
agl’eremitani maestro ALBERTO DA PADOVA e al beato GIOVANNI DA BOLOGNA.
Schlosser, Giusto's Fresken in Padua n. die Vorlàufern der Stanza della
Segnatura, Jahrbuch der Kunsthistor. Sammel. des allerhòch. Kaiserhauses, Wien,
Bettini, Giusto S. M. e l'arte. Padova, P n? NICOLETTI dove ben conoscere
quegli affreschi. 2 Maier, Alnwicks BOLOGNA Quaestionen gegen Averroismus,
Gregorianum rimasto almeno un triennio. Il soggiorno di NICOLETTI a OXFORD non
era rimasto ignoto a CITTADINI (vedasi) da Faenza, che a Ferrara detta un
commento polemico dei Logica minora dell'eremitano, in principio del quale si
legge: Ferunt autem quidam non auctoritate indigni, hunc libellum in BRITANNIA,
ubi olim et dialecticae et PHILOSOPHIAE studia floruerunt, in antiquissimis
litteris compertum esse, ut ex illis constaret, prius opusculum hoc extructum
fuisse quam NICOLETTI natus esset. Quod eo magis a non nulhs creditur, quod
certuni est NICOLETTI apud Britanos visendorum GYMNASIORUM gratia aliquando
commoratum esse, ac postea in Italiani revertentem multos libros secum
detulisse, quorum auctores Italis penitus erant incogniti. Più tardi soggiorna
anche in tlorentissima universitate Parisina, ove NICOLETTI espone gli
ante-praedicamenta di Aristotele. Egli è lettore nella facoltà dell’arti a
Padova, e quivi compone quella Summa naturalium nella quale è esposta la
dottrina del libri fisici e della Metafisica d'Aristotele, con sobrie
discussioni dei problemi agitati nelle scuole. Notevole in questa summa il
trattato concernente il De anima, perché in esso ritroviamo le tesi
fondamentali del De intellectu di Sigieri. Ma di questo scritto aristotelico
NICOLETTI ci lascia un'assai più ampia esposizione redatta non di molto
posteriore alla Summa naturalium Reg. Re. mi Barth. Veneti, nell'Archivio della
Curia generalizia degl’eremitani in Roma Dd. il studio di N. sulla Letteratura
e cultura veneziana, La civiltà veneziana. Firenze, Sansoni Cod. Urb. lat.
Ghiotta notizia, segnalatami da Pagallo, in una annotazione al Cod. della
Bodleniana di Oxford Catal. di H.O. CoxE, P. Ili, Oxford La data di
composizione della Summa naturalium è fissata dal codice marciano che ne
contiene solo tre parti. Valentinelli, Bibliotheca manuscripta ad S. Marci
Veneiiarum, Venezia, Lat. Come non molto posteriore è 1'Expositio super libros
Physieorum Aristotelis necnon super comento Averois cum dubiis eiusdem Duhem, Le
niouvement absolu et le mouvement relatif. Revue de philosophie. Montligeon
(Orne) Le stesse variazioni che Duhem riAnche in questa seconda opera
l'influsso esercitato sull'eremitano dal trattato dell'averroista belga contro
AQUINO, è decisivo, come possiamo convincerci dalla lettura dei seguenti brani
che per comodità del lettore riferiamo. Nell'esposizione del testo del De
anima, Nicoletti si pone, ad maiorem dictorum evidentiam, alcuni dubia, il
secondo dei quali verte sul problema utrum in eodem animali plures possint esse
anime totales, che egli risolve nel modo che segue, non senza aver prima
confutate altre soluzioni: Circa liane materiam, siint plures modi dicendi.
Primus modus est, quod piante non habent nisi unam animam totalem, scilicet
vegetativam; bruta duas, scilicet vegetativam et sensitivain; homines vero
tres, videlicet vegetativam, sensitivam et intellectivam; non tamen simul
generantur, sed successive per tempus, ita quod primo generatur vegetativa,
deinde sensitiva, tertio leva – GRICE PIROTOLOGICAL PROGRESSION -- tra
quest'opera e la Summa naturalium, si posson notare anche fra quest'ultimo
scritto e il commento Super libros Aristotelis de anima, che senza dubbio
rivela una maggiore complessità e maturità di pensiero. Nel commento, a proposito
del quesito se gli universali sint in rerum natura, NCOLETTI dichiara d'averne
trattato quanto basta in alio opere et in prologo physicorum. È probabile che,
dopo l'esposizione sommaria delle dottrine fìsiche e metafìsiche dello
Stagirita, Nicoletti si sia accinto a commentare le singole opere aristoteliche
alle quali si riferiva la Summa, cominciando, come sappiamo, dagli libri della
Fisica e proseguendo poi col De caelo, col De generatione et coruptione, coi
libri Meteorologici, col De anima e colla Metafisica. Una vera biografìa
filosofica di NICOLETTI non è concepibile senza aver tolto in esame tutte
queste opere che da parte di Momigliano sono state piuttosto ricordate che
vedute e lette. Tornato a Padova, dopo le peripezie che lo avevano costretto a
lasciare questa città o forse l'eremitano s'accinse a commentare di nuovo il De
anima, come ci attesta Ripalta, piacentino, allora studente nello studio
padovano. Questi si procura una copia dell'esposizione completa dell'opera
aristotelica, poiché il maestro che con tanto grido era tornato a leggerla non
anda oltre il capitolo de gustabili, essendo stato colto dalla morte.
Valentinelli NICOLETTI, In libros de anima explanatio cimi textu incluso
singulis locis, maxima qiiidem diligentia a vitijs mendis atque erroribus
quibus hacteniis ex ignavia impressorum scatebat purgata ac pristine
integritati restituta etc. E nel colophon: Scriptum super librimi de anima ex
proprio originali diligenter emendatum per clarissimum. artium doctorem. D.
magistrum Hieronymum Surianum, filium prestantissimi quondam artium doctoris,
Domini magistri lacobi. de Surianis de Arimino Venezia, Eredi di Scoto, comm.
post completarti organizationem membrorum generatur intellectiva Hic modus
dicendi est superfluiis. Secundus modus dicendi est, quod in quolibet vivente
est solum una anima totalis; et quod est ordo in productione animarum, quia
FETVS PRIMO VIVIT VITA PIANTE, deinde vita animalis; tamen tales anime simul
non manent in eodem, sicut nec due figure, sed in adventu secunde corrumpitur
prima, et in adventu tertie corrumpitur secunda. Iste modus est impossibilis,
quia tunc aliqua forma per se ageret ad corruptionem sui ipsius. Tertius modus
dicendi est, quod in nullo nisi in homine sunt plures forme substantiales seu
anime totales, scilicet sensitiva et intellectiva, quarum prima educitur de
potentia materie per agens naturale, secunda autem creatur a deo, non obstante
quod ita bene inhereat sicut prima, adducendo illud philosophi, de animalibus:
intellectus venit deforis. Sed hec opinio includit contradictionem, quia si
anima intellectiva inheret materie, ergo educitur de potentia materie et
generatur ad generationera corporis animati et corrumpitur ad corruptionem
eiusdem. Item hec opinio non est naturalis, quia ponit intellectum creari; et
Aristoteles una cum commentatore ponit ipsum perpetuum et eternum. Deinde, si
anima intellectiva inheret materie, ergo intellectio et volitio sunt subiective
in materia; quod est centra philosophum et commentatorem ponentes potentias
rationales esse abstractas a corpore, et consequenter actus illarum. Quartus
modus, quem solum puto rationalem, est iste, quod pianta habet solum unam
animam totalem, scilicet vegetativam, compositam ex partibus diversarum
rationum; et consequenter animai imperfectum simpliciter, quod non habet
aliquem sensum exteriorem nisi sensum tactus, nec aliquem motuin ad locum, sed
solum motum dilatationis et constrictionis, habet etiam solum unam animam,
scilicet sensitivam, que propter sui imperfectionem supplet vices anime
vegetative, ita quod in ostrea vel spongia marina eadem anima est sensitiva et
vegetativa. Animai autem perfectum habet duplicem animam, scilicet partialem
vegetativam, in carne vel osse vel in aliquo proportionali, et Questa teoria è
la seconda delle opinioni da N. elencate in Giorn. Crii, della Filos. Ital., ed
è ricordata d’ALIGHIERI, Purg., come quello error che crede ch'un 'anima sovr
'altra in noi s'accenda. Questa dottrina, già accolta dal francescano RocheUe,
fu difesa, com' è noto, d’AQUINO. lo stesso Giorn. Crii., opinione. Questo
tertius modus, che è una teoria intermedia fra quella d’AQUINO e quella
schiettamente averroistica, non è altro che la opinione da N. elencate,
professata da Alberto Magno, Peckam ed ALIGHIERI. Giorn. Crii.; come pure il
voi. Di N., ALIGHIERI e la cultura medievale, Bari, Laterza Questa è anche la
tesi di Bate; Sigieri, nel pens. nnam sensitivam totaleni, ut equus vel asinus.
HOMO autem, preter partiales animas, habet duas totales: cogitativam
sensitivam, generabilem et corruptibilem, inherentem et informantem, et
intellectivam perpetuam et eternam, informantem et non inherentem. Da siffatta
teoria risultano alcune conseguenze a mò di corollari Tertio sequitur quod HOMO
non est homo precise per animam cogitativam, nec precise per animam
intellectivam, sed per ambas simili. Cogitativa enim denominat hominem esse
animai, et intellectiva denominat hominem esse RATIONALEM. Sed HOMO est
diffinitive et convertibiliter ANIMAL RATIONALE – corpi celesti ANIMAL
RATIONALE AETERNVM --. Ergo ambe anime concurrimt ad constitutionem hominis.
Quo dato, oportet concedere quod, sicut genus est prius differentia et
potentiale ad illam, sicut universaliter minus perfectum ad maius perfectum,
ita cogitativa est prior intellectiva in homine et potentialis Nella Summa
philosophie natura! is o naturalium Venezia. Eredi di Scoto, De anima:
conclusio: Necesse est in homine esse plures animas totales. Probatur: nam sol
et homo generant hominem, physicorum; ergo homo generatur; sed terminus
generationis est forma accipiens novum esse, ut colligitur ex sententia
philosophi, phisicorum; ergo aliqua forma hominis generatur; sed non
intellectiva, de anima; ergo sensitiva generatur. Item, philosophus, coeli:
omme genitum aliquando corrumpetur; ergo homo aliquando corrumpetur; sed non
intellectiva, de anima; ergo sensitiva. Et ita necesse est ponere in homine
duas animas: unam intellectivam, ingenerabilem et incorruptibilem, secundum
philosophum, et aliam sensitivam, generabilem et corruptibilem, quam Commentator
vocat, de anima, cognitivam cogitativam. Conclusio: Impossibile est in aliquo
vivente non intellectivo esse plures animas totales. Patet, quoniam si in
plantis vel in brutis ponerentur plures anime totales, una necessario
superflueret, quoniam illa que est maioris perfectionis totum actuaret, sicut
illa que est minoris perfectionis, et omnes operationes eius exerceret, ex quo
in ea fundantur omnes potentie inferioris anime. Dicatur ergo quod in plantis
est solum una anima totalis, que est tota in toto et pars in parte, et hec est
vegetativa. In animalibus autem imperfectis est solum una anima totalis, et
illa est sensitiva, supplens vicem anime, que etiam extenditur ad extensionem
subiecti; et in animalibus perfectis sunt plures vegetative partiales et una
sensitiva totaUs, multiplicata ad omnem partem heterogeneam. Sed IN HOMINIBVS,
praeter formas partiales vegetativas, sunt due totales, scilicet sensitiva
multiplicata ad partes heterogeneas, et intellectiva non multiplicata ad
aliquam partem illius individui, sed bene ad omnia individua speciei humane, eo
quod intellectus est unus in omnibus hominibus, iuxta intentionem Aristotelis
et determinationem Commentatoris, de anima. illam sequitur quod idem individuum
est diversarum specierum essentialium. Patet, quia HOMO per animam cogitativam
sensitivam est alicuius speciei generis animalium, immo supreme speciei, quia,
secluso intellectu, PER COGITATIVAM HOMO HABET DISCVRSVM QUODAMMODO RATIONALEM
– GRICE PRINCIPLE OF RATIONAL DISCOURSE --, ratione reminiscentie reperte in eo
et non in aho; licet enim memoria reperiatur in liis animalibus, non tamen
reminiscentia; neque reminiscentia competit homini ratione intellectus, sed
ratione cogitative virtutis, quia reminiscentia est passio anime sensitive,
secundum Aristotelem, in de meìnoria – GRICE PERSONAL IDENTITY -- et
reminiscentia H. Item, quia intellectus humanus est pura potentia in genere
intelligentiarum, per commentatorem, tertio huius, et per consequens est primus
gradus illius generis, ideo per intellectum constituit primam speciem
intellectivoruni, sicut per cogitativam constituit ultimam speciem generis
animalium. Nec est inconveniens duos gradus specificos esse immediatos, quia
species sunt sicut numeri, inetaphysice. Et si concluditur ex eodem fundamento,
quodlibet mixtum esse diversarum specierum essentialiter, ratione forme mixti
et forme elementi, negetur consequentia, quia forma elementi non se habet
respectu forme mixti nisi materialiter et potentialiter per modum dispositionis
prefinientis in materia formam mixti; ideo non dat mixto nomen specificum nec
diffinitionem essentialem. Sed anima cogitativa non se habet tanquam dispositio
prefiniens animam intellectivam, cum eque simul inducantur in corpore, nec una
potest naturaliter esse sine alia. Cogitativa tamen dicitur esse prior
intellectiva et potentialis ad illam propter suam imperfectionem. Come è facile
vedere, già in questo luogo dell'esposizione del libro secondo del De anima, la
tesi caratteristica di Sigieri, Anche Sigieri, come sappiamo, afferma che la
cogitativa è ordinata in intellectivam, talché nec potest intellectus informare
materiam non informante cogitativa, nec potest cogitativa informare materiam
non informante intellectu; Sigieri nel pens. Quella parte dove sta memora
chiama l'anima sensitiva anche Cavalcanti, nella canzone Donna mi prega, tutta
pervasa di dottrina averroistica; il mio voi. Dante e la cult, medievale Gli
averroisti negano si la memoria che la reminiscenza all'intelletto; il mio voi.
Nel mondo di Dante, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura Altra tipica tesi di
Sigieri che NICOLETTI sviluppa. Allo stesso modo anche nella Summa naturalium
Ad secundum dicitur, quod anima intellectiva non advenit enti in actu
substantiali, quia eque primo adveniunt corpori sensitiva et intellectiva.
Item, dato quod sensitiva precederet tempore intellectivam, adhuc advenit enti
in potentia, quia forma sensitiva hominis dicitur potentialis ad ulteriorem
actum; non autem anima intellectiva. Hec ergo est differentia inter formam
substantialem et accidentalem, quia forma accidentalis advenit enti in actu
ultimato, forma autem substantialis advenit enti in potentia, licet non in pura
potentia. Ol che r intelletto, pur essendo in sé una sostanza separata unica
per tutta la specie umana, s'unisce ai singoli con un vincolo sostanziale, sì
da potersi dire forma, atto e perfezione dell'uomo, è accennata in modo
esplicito. Ma 1'influsso del brabantino sull'udinese è ancora più evidente
nell'esposizione del libro, del pari che nei capitoU della quinta parte della
Summa naturalium. In quest'ultimo scritto, NICOLETTI tratta anzitutto della
passività o passibilità dell'intelletto umano, formando conclusioni: Quarum
prima est ista: Intellectus humanus nullam habet de se in actu speciem
intelligibilem, sed ad quamlibet talem est penitus in potentia. Intellectus non
est aliqua una natura sed solum habet possibilitatem recipiendi omnes formas
materiales. Intellectus possibilis humanus ante intellectionem nullatenus est
actu. Intellectus humanus est immaterialis et incorporeus et immixtus. Tutte e
quattro queste conclusioni ritornano, con una leggera variazione nel loro
ordine, in principio dell'esposizione del De anima; ma qui alla conclusione che
corrisponde alla seconda della Summa, il maestro padovano ricollega il problema
dell'unità dell'intelletto che nella Summa è discusso. Tanto nella Summa
naturalium conclusio, quanto nell'esposizione del De anima combatte la tesi
sostenuta un tempo a Oxford da Kilwardby e Wilton, e accolta anche da Jandum,
che in aliquo vivente possit esse multitudo formarum iuxta pluralitatem
predicatorum essentialium Della qual tesi nell'esposizione del De anima egli dà
questo riassunto: Tenentes pluralitatem formarum in eodem iuxta multitudinem
predicatorum quiditativorum, dicunt quod prima forma Sortis est illa qua ipse
est substantia, et secunda qua est corpus, et tertia qua est corpus animatum,
et quarta qua est animai, et quinta qua est HOMO, et sexta qua est Sortes; et
ita de individuis aliarum specierum; et imaginantur isti quod, quantum ad
animam sensitivam, omnia animalia sunt eiusdem rationis substantialis, a qua
sumitur hoc genus animai; et secundum formas ulteriores specifìcas, sunt
homines, equi et canes diversarum rationum substantialium; concedentes omnes
tales formas realiter distingui et fundari in materia inhesive, ordine
essentiali, secundum quod taha predicata invicem essentiahter ordinantur. Ista
opinio est impossibilis. Summa naturai., In libros de anima col. Sul modo di
concepire la passività dell'intelletto possibile e il concorso dell'intelletto
agente e del fantasma ll'atto dell'intendere, l'eremitano riferisce opinioni,
l'ultima delle quali è quella d'Averroè: Opinio est Averroys intellectui
possibili nihil nisi passibilitates assignantis, fantasmati vero activitatem
tanquam particulari agenti, et intellectui agenti tanquam agenti universali;
ita quod ad primas intellectiones et species intelligibiles concurrit fantasma
tanquam agens particulare, et intellectus agens tanquam agens vniiversale; ad
omnes autem conseguentes se habet intellectus agens sicut causa particularis,
fantasma autem sicut causa sine qua non, intellectus autem possibilis solum
recipit et nunquam agit. Da questa opinione NICOLETTI dichiara di dissentire,
non per quel che concerne le prime intellezioni, nelle quali l'intelletto
possibile è totalmente in potenza, e quindi del tutto passivo, sibbene per quel
che concerne le intellezioni successive, alle quali, essendo già attuato dalle
prime, è in grado di concorrere attivamente, semper tamen virtute intellectus
agentis. Di qui la conclusione formulata piti oltre, che cioè: Intellectus ante
actuationem speciei intelligibilis aliter est in potentia quam post actuationem
eius. Dopo aver affermato l'essenziale passività dell'intelletto possibile, NICOLETTI
si pone nella Summa naUiralmni il quesito del rapporto da stabihre tra questo
intelletto e il corpo umano, intorno al quale tam Inter veteres quam modernos
multa discrepantia fuit. E prima di tutto ricorda quod Plato posuit intellectum
uniri corpori, non ut formam materie, sed ut motorem mobili, eo modo quo nauta
unitur navi et intelligentia orbi, non per modum informationis, sed per
contactum virtutis alium a contactu corporeo. Il problema fu a lungo discusso
fra le varie scuole nella scolastica della decadenza, senza che ci si rende ben
conto della sua gravità, poiché è problema che investe tutta la filosofia fino
a Kant: come salvare l'immanenza dell'atto del conoscere, se esso ha bisogno
d'una causa esterna che la produca nel soggetto conoscente Summa naturai Quanto
ad Averroè, il nostro eremitano ne espone il pensiero in questi termini:
Secundo notandum ex intentione commentatoris, ij de anima comm, quod corporalis
natura compatitur secum spiritualem naturam, et non cedit ei organum
fantasticum seu imaginative virtutis, cum sit quid corporale, intellectus autem
quid spirituale; organum predictum non cedit intellectui, et per consequens
illa eadem intentio que informat virtutem imaginativam, informat intellectum
materialem; et hoc dico quia intellectus copulatur nobis per formam suam.
Copulatur enim nobis per intentiones imaginatas, que sunt eedem cum
intentionibus existentibus in intellectu possibili; et ita unitur homini per
fantasmata intellecta in actu. Intentiones enim imaginative, per commentatorem,
ut informant virtutem imaginativam, plurificantur, quia sunt ibi cum
conditionibus materie; sed ut informant intellectum possibilem fiunt una
intentio in ipso, quia non recipit cum conditionibus materie. Et ideo inquit
Commentator, quod copulatur nobis intellectus per continuationem intentionis
intellecte, quia eadem est intentio informans intellectum et virtutem
imaginativam. Siffatta interpretazione del pensiero del commentatore arabo anzi
che da Sigieri è suggerita invece da COLONNA, al quale il confratello veneto
s'appella esplicitamente nel commento al De anima: Opinio fuit Averoys dicentis
quod intellectus humanus non unitur corpori ut forma, sed per fantasmata
intellecta in actu. Ad quod declarandum, est notandum primo secundum eum in hoc
tertio, iuxta expositionem COLONNA, quod corporalis natura compatitur secum
spiritualem naturam etc. All'opinione d'Averroè, NICOLETTI aggiunge quella di
Jandun che, al parere di N., egH non ha ben compreso. Ecco ad ogni modo
com'egli la riassume: Opinio fuit ianduno dicentis quod intellectus, secundum
commentatorem, unitur corpori humano, non ut forma dans esse, sed ut motor
mobili dans operari, eo modo quo unitur intelligentia orbi et nauta navi;
concedens consequenter quod datur duplex homo: unus qui componitur ex corpore
et anima cogitativa; et alius qui componitur ex intellectu et toto residuo In
libros de anima COLONNA, Do intell. pass, contra Averr., Venezia quibus
proportionaliter respondet duplex intelligere, scilicet universale et
particulare; homo sumptus primo modo, solum particularia intelligit; et sumptus
secundo modo intelligit solum universalia. A queste opinioni egli oppone la
tesi d'Aristotele, secondo il quale l'intelletto è vera forma sostanziale
dell'uomo, cui dà essere ed operare. Ma com'egli intenda il pensiero dello
Stagirita su questo punto, c'è detto nella Summa naturalium. Anima intellectiva
non unitur corpori humano per inherentiam. Patet tripliciter: primo quia ipsa
est ingenerabilis et incorruptibilis, de anima; modo nulla forma inheret materie
per transmutationem, scilicet materie que non generatur et corrumpitur, ut
colligitur a philosopho, de genevatione, et a Commentore, in de substantia
orbis. quia intellectus est impassibilis et intransmutabilis, de anima; sed
nulla forma inheret materie nisi per transmutationem et passionem. quia anima
intellectiva est indivisibilis et impartibilis per carentiam partium
integralium; nam quelibet forma inherens materie suscipit conditiones
intrinsecas materie secundum quas inheret; cum ergo conditio materie, secundum
quam forma inheret, sit habere partes integrales, licet non partem extra
partem, quia hec est conditio quantitatis, etc. Anima intellectiva unitur
homini substantialiter per informationem, ita quod est forma substantialis
corhumani, non solum dans operari, sicut intelligentia orbi, sed etiam esse
specificum et essentiale. Probatur: differentia specifica constituens aliquam
speciem sumitur a forma illius speciei, sicut apparet ex intentione philosophi,
metaphysice, dicentis quod contraria consequentia materiam non faciunt
differentiam in specie, sed contraria consequentia formam; modo differentia
propria hominis est rationale; ergo sumitur a forma humana; sed rationale
sumitur ab eo quod est intellectivum; ergo intellectus vel anima intellectiva
est forma corporis humani. Item, rationale ponitur in diffinitione eius non
tanquam additamentum, sed tanquam differentia eius, ut ponit Porphyrius et
Aristoteles; ergo rationale est de essentia hominis; sed nihil est per se
rationale nisi per aniinam intellecti Sigieri Opinio fuit Aristotelis dicentis
intellectum esse veram formam substantialem hominis. Ideo est dicendum cum
Aristotele et alijs perypateticis veris, quod intellectus est iorma
substantialis hominis, dans sibi esse et operari..vam; ergo etc. Unde ex
diffinitione anime data a phylosopho, de anima, convincitur hanc conclusionem
esse de intentione sua. Arguitur enim sic: Anima intellectiva secundum ipsum
est anima; ergo est actus primus corporis; patet consequentia a dififinito ad
diffinitionem; ergo est forma substantialis; patet consequentia secundum
phylosophum, de anima, eo quod actus primus est forma substantialis corporis;
et nonnisi corporis humani; ergo etc. Deinde anima intellectiva est illud quo
primo intelligimus; ergo est forma substantialis hominis; patet consequentia,
quia non est alia ratio ad probandum animam vegetativam esse formam
substantialem corporis vegetantis, et animam sensitivam esse formam corporis
sensitivi; ergo etc. L'anima intellettiva dunque è, sì, forma dell'uomo, in
quanto gli dà l'essere e l'operare di uomo, ma non perché sia inerente al suo
corpo alla stessa maniera delle altre forme naturali. Su questa differenza
NICOLETTI ritorna anche nel commento al De anima: Intelligenda est differentia
inter informare et inherere: quoniam informare est dare alteri esse actuale et
hoc dicit perfectionem in forma, imperfectionem in materia, quia dare dicit
perfectionem; sed inherere est ab alio sustantificari, et hoc dicit
perfectionem in materia et imperfectionem in forma, quoniam sustantificare
dicit perfectionem, et sustantificari imperfectionem dicit, scilicet
dependentiam a subiecto – GRICE SUBSTANTIATION --. Ex isto notabili, sequitur
quod anima intellectiva, licet informet corpus humanum, non tamen nheret illi,
quia non dependet ab eo; quocumque enim tali corpore dato, ante illud fuit et
post illud erit anima intellectiva, cum illud generetur et corrumpatur, anima
autem intellectiva sit eterna. Ouatuor rationibus arguitur animam intellectivam
non inherere materie; quarum prima est ista: anima intellectiva non educitur de
potentia materie; ergo sibi non inheret. Secunda ratio: anima intellectiva est
prior materia; ergo non inheret illi. Tertia ratio: anima intellectiva est
impassibilis et intransmutabilis; ergo non inheret materie. Quarta ratio: anima
intellectiva est indivisibilis et inpartibilis per carentiam partium
integralium, secundum philosophum et commentatorem, in hoc tertio; ergo non
inheret materie. Anima sensitiva o cogitativa ed anima intellettiva son dunque,
per il maestro padovano, due forme totali che costituiscono l'uomo nella sua
natura di animale ragionevole. Ma pur essendo due forme distinte, sono unite da
un intimo In libros de anima legame talmente stretto, che l'una è fatta per
l'altra e l'una completa l'altra. Per questa ragione Nifo, più che due anime le
dice due semi-anime costituenti, pella loro sostanziale unione, una sola anima
umana; -- GRICE UN TERTIUM ANIMAE -- che è anche il pensiero d’ALIGHIERI, il
quale ad esprimerlo si serve della immagine del calor del sole che si fa vino,
giunto all'omor che dalla vite cola. La tesi di NICOLETTI è dunque identica in
sostanza alla tesi professata da Sigieri nel trattato in risposta a quello
d’AQUINO contro gli averroisti; ma d'accordo col brabantino il maestro padovano
non è nella pretesa d'attribuire questa tesi al commentatore arabo; anzi egli
riconosce che è vero il contrario: Cominentator tamen diceret intellectum per
se subsistere, et ipsum non uniri materie ut formam; sed non sui ipsius{sic,
leggi: sum ipsius) opinionis. Ma se il nostro eremitano dissente da Sigieri su
questo particolare, non dissente affatto da lui nel ritenere che, pur essendo
forma dell'uomo, l'intelletto possibile è unico per tutti gli uomini. E nella
Summa naturalium ritiene sia questo il pensiero non soltanto d'Averroè, bensì
quello d'Aristotele: Unde secundum philosophum, primo et tertio de anima,
natura nihil facit frustra et non abundat in superfluis, nec deficit in
necessariis; cum igitur natura alicui speciei non dederit nisi unum individuum,
et alteri plura, hoc est ideo, quia una species in uno individuo potest se
perpetuo preservare, et non alia; ut species angelica que perpetuo preservatur
in una intelligentia, et non species humana; sed ita est quod species anime
intellective potest se preservare perpetuo in uno individuo, quia anima
intellectiva est perpetua et eterna sicut aliqua intelligentia celestis, ergo
frustra et preter intentionem nature ponuntur plures anime intellectuales solo
numero differentes. tem, intellectus venit de foris, secundum philosophum,
libro de animalibus: aut ergo per creationem, iuxta opinionem fidei; aut per
motum a corporibus celestibus, iuxta opinionem Platonis; aut per introitum
unius corporis, aliud relinquendo, iuxta opinionem Pictagore; aut per novam
actuationem unius corporis humani, aliud non relinquendo: nullus trium priorum
modorum potest assignari, quia intuenti libros Aristotelis notum est ipsum
oppositum Sigieri nel pens.Purg. In libros de anima opinari; ergo est dare
quartum modum; et cum in eodem corpore non possint esse plures anime
intellective simul, secundum omnes opiniones, sequitur quod unicus est
intellectus in omnibus hominibus secundum intentionem Aristotelis. E più oltre:
Quarta conclusio: Intellectus non numeratur numeratione individuorum, sed est
unicus in omnibus hominibus. Probatur: pluralitas individuorum in eadem specie
non est nisi per materiam, per philosophum, celi, et metaphysice, ubi probat
quod non possunt esse plures intelligentie separate solo numero differentes,
per hoc medium: quecunque conveniunt in eadem specie et differunt numero,
habent materiam; sed anima intellectivam non habet materiam scilicet ex qua,
nec in qua per inherentiam; ergo etc. Unde arguitur sic: anima intellectiva est
ingenerabilis et incorruptibilis, de anima, et non contingit dare multitudinem
infinitam, celi et physicorum, et species sunt eterne, posteriorum et
physicorum; ergo unica est anima intellectiva omnium. Patet consequentia, quia,
si anima intellectiva mutatur mutatione individuorum speciei humane, aut ergo
per generationem et corruptionem, ut posuit Alexander, et hoc non, quia
repugnat prime parti antecedentis; aut per multiplicationem finitam animarum
recedentium et advenientium, ut posuit Plato vel Pictagoras, et hoc iterum non,
quia omnes sciunt oppositum scripsisse Aristotelem; aut per generationem vel
creationem et incorruptibilitatem, ut ponit fides, et hoc iterum non, quia
repugnat secunde et tertie parti antecedentis; ergo oportet dare unicum
intellectum in omnibus hominibus, secundum opinionem et intentionem
Aristotelis. La stessa tesi NICOLETTI sostiene anche nell'esposizione del De
animaci, ma con una piccola variazione: nella Summa, la teoria dell'unico
intelletto in tutti gli uomini è detta sen In libros de anima: Secundo
notandum, secundum Commentatorem, eodem commento, quod Illa natura intellectus
non est hoc aliquid, nec corpus nec virtus in corpore, quoniam, si ita esset,
tunc reciperet formas secundum quod sunt diverse et individuales; et si ita
esset, tunc forme existentes in illa essent intellecte in potentia, et sic non
distingueret naturam formarum secundum quod sunt forme, sicut est dispositio in
formis individualibus, sive in spiritualibus sive in corporalibus. Intentio
commentatoris est, quod intellectus humanus non sit aliquid singulare vel
individuum, ex quo non est corpus nec virtus in corpore; quoniam materia est
ratio individuationis, a qua separatur intellectus humanus sicut et quelibet
intelligentia celi. Tria ergo inconvenientia adducit, concesso quod intellectus
sit hoc aliquid. Primum inconveniens est, quod intellectus z'altro rispondere
al pensiero d'Aristotele iuxta impositionem Commentatoris; nel commento invece
è presentata semplicemente come intentio e opinio Commentatoris: segno che sul
vero pensiero d'Aristotele s'era forse affacciato qualche dubbio alla mente del
maestro padovano. Un'altra tesi tipica di Sigieri consiste, come sappiamo, nel
ritenere che l' intelletto agente, tanto per Aristotele quanto per il suo
commentatore arabo, sia Dio. Nella Summa naturalium, NICOLETTI ritiene: quod
intellectus agens et possibilis non separantur ab anima intellectiva, sed sunt
differentie illius non substantiales, sed accidentales. Intellectus agens est
coniunctus anime intellective per inherentiam et fantasmatibvis per presentiam
et indistantiam. Per altro nella risposta Ad primum argumentum egli accenna
anche alla tesi di Sigieri, ma senza aderire ad essa: Commentator autem vult
intellectum possibilem esse essentiam anime intellective, et intellectum agentem
esse primam cavisam, vitaliter immutantem ipsum intellectum possibilem; sed
hanc opinionem non teneo ad presens. Invece, quando scrive l'esposizione al De
anima, egli era ormai convinto che la tesi di Sigieri fosse la sola vera, non
soltanto dal punto di vista della filosofia aristotelica, ma altresì da quello
teologico: Dubitatur, si intellectus agens et possibilis differunt tam inter se
quam ab assentia anime, utrum sint substantie vel accidentia. In hac materia
fuerunt quatuor opiniones. Prima fuit Avicenne et Algacelis, dicentium
intellectum agentem et possibilem esse substantias invicem separatas loco et
subiecto, ita quod secundum eum sic intellectus possibilis est forma hominis,
et intellectus agens est decima intelligentia appropriata decime spere, a qua
nostra felicitas dependet; sicut ergo iste unus sol non reciperet nisi formas
individuales et secundum quod sunt diverse. Secundum inconveniens: quod species
intelligibiles essent intentiones intellecte in potentia et non in actu; quod
est falsum, cum sint universales et depurate a conditionibus materialibus.
Tertium inconveniens: quod intellectus non poneret differentiam inter formas
universales et singulares, sive ille forme corporales sive spirituales. E dopo
aver riferite obiezioni contra commentatorem, comincia la sua risposta con
queste sintomatiche parole: Responsurus prò opinione Averroys, dico totum
universum illuminat, per cuius illuminationem possunt omnes oculi videre, sic,
dicebant illi, est aliqua una substantia separata irradians super fantasmata
omnium hominum, per cuius irradiationem possunt omnes homines intelligere. Hec
opinio est in parte defectuosa, quia postquam intellectus factus est in actu
nos intelligimus quandocumque volumus, secundum quod posuit supra Commentator
et habetur ad experientiam; sed talis substantia separata non videtur irradiare
supra fantasmata quandocunque volumus, sicut nec sol illuminat oculum
quandocunque volumus; cum ergo non intelligamus absque intellectu agente, ergo
intellectus agens non est talis intelligentia separata. Siffatta critica della
tesi d'Avicenna, ci fa presentire come la pensi NICOLETTI su quest'argomento:
se invece di identificare r intelletto agente colla decima intelligenza
celeste, che è r infima delle intelligenze separate, Avicenna l'avesse
identificato con Dio, questo certamente irradia della sua luce i fantasmi
quandocumque volumus. Il difetto insomma di questa teoria consiste nell'avere
identificato l'intelletto agente con un intelletto particolare, anzi che con un
intelletto veramente universale. Dopo di che, NICOLETTI espone e critica come
seconda opinione quella di COLONNA, AQUINO, e di tutti quegli antichi
scolastici che ritenevano l'intelletto possibile ed agente facoltà accidentali
dell'anima. La terza opinione, da lui riferita parimente rifiutata, è quella di
Giovanni Eucliph, ossia WycHf, il cui ricordo dove essere ancora ben vivo a
Oxford, quando vi giunge il nostro eremitano. Indi prosegue: In libros de anima
La opinione è così riassunta: opinio fuit Eucliph dicentis intellectum
possibilem et intellectum agentem esse potentias anime inteUective, non tamen
esse substantias nec accidentia; sicut enim dicunt theologi quod pater, filius
et spiritus sanctus sunt tres persone realiter distincte, non tamen tres
substantie nec tria accidentia, sed una substantia que est deus, ita
intellectus agens et intellectus possibilis et voluntas sunt tres potentie
realiter distincte, non tamen tres substantie, nec tria accidentia, sed una
substantia que est anima intellectiva; et sicut pater non est filius, nec
spiritus sanctus, et tamen est ille idem deus qui est filius et spiritus
sanctus, ita intellectus agens non est intellectus possibilis nec voluntas, et
tamen est intellectus agens illa eadem anima intellectiva numero, que est
voluntas et intellectus possibilis. Opinio ista non est tenenda phylosophice
nec theologice etc. Quarta opinio, que tenenda est, fuit Aristotelis ponentis
intellectum agentem et possibilem esse virtutes et potentias anime non
subtantiales nec accidentales, sed intellectum possibilem esse accidens
proprium et inseparabile anime intellective, quo recipit omnes formas
speculativas, sicut materia prima per suam accidentalem potentiam recipit omnes
forinas naturales. Intellectuin vero agentem voluit esse substantiam primam,
coniunctam intellectui possibili non per modum forme informantis nec
inherentis, sed per modum forme et habitus presentis et indistantis; nec aliqua
intelligentia, preter primam que deus est, potuit esse intellectus agens, quia,
sicut potentialitati prime materie respondet actus purissimus in quo sunt
active omnes forme naturales que sunt in prima materia passive, ita
potentialitati anime intellective competere correspondere agens primum, in quo
sunt effective omnes forme speculative, que passive sunt in anima intellectiva,
mediante intellectu possibili. Si enim aliqua intelligentia dependens esset
intellectus agens, per istam non posset intellectus possibilis intelligere
primam causam, quia intellectus agens abstrahit intellecta et agit ea, secundum
Commentatorem; modo nulla intelligentia inferior potest abstrahere causam
primam nec in illam aliquo modo agere, ratione independentie suedependentie et
imperfectionis. Et hec opinio non solum est physica, sed etiam a theologis
tenetur. Nel commento al De anima, dunque, ogni riserva è sciolta, e NICOLETTI
giudica la dottrina che identifica l'intelletto agente colla causa prima, cioè
con Dio, non soltanto conforme al pensiero d'Aristotele e d'Averroè, ma
senz'altro vera in se stessa e tenuta dai filosofi, non meno che da non pochi
teologi. La tesi di Sigieri, intorno alla quale aveva avuto dei dubbi, aveva
finito per prendere il sopravevnto nel suo animo. Altrettanto non possiamo dire
d'un'altra tesi del brabantino, strettamente connessa con quella che concerne l'intelletto
agente, la teoria cioè della beatitudine per mezzo del congiungimento della
mente umana coli'intelletto divino. Su questo punto Sigieri aveva fatta sua
l'interpretazione che il Commentatore arabo, nella celebre digressione inserita
nel commento del De anima, dava del Allo stesso modo per Dante, Conv. l'anima
in vita tratta per virtù celestiale dalla potenza del seme, incontanente
produtta, riceve da la vertù del motore del cielo lo intelletto possibile; lo
quale potenzialmente in sé adduce tutte le forme universali, secondo che sono
nel suo produttore, e tanto meno quanto più dilungato da la prima intelligenza
è. Sul qual passo, N. Dante e la cultura medievale e Giorn. Crit. filos. Hai..
QI pensiero d'Aristotele. Anche l'eremitano sa bene come la pensa Averroè:
Commentator autem dicit de annna, quod, cum intellectus possibilis fuerit
intellectus adeptus, id est actuatus omnium specierum materialium, intelligit
intellectum agentem per essentiam propriam Ma neppur questa volta egli è
dell'avviso dell'arabo; e postosi il quesito Qualiter intellectus noster
intelligit substantias separatas, lo risolve affermando che l'intelletto umano
conosce le sostanze immateriali non per se et directe, sed indirecte et reflexe
per cognitionem motus celi. Così nella Summa naturalium. Ma nell'esposizione
del De anima è anche più esplicito, se fosse possibile. Postosi di nuovo il
problema Utrum intellectus possit intelligentias separatas cognoscere, fa
questa osservazione che è presa alla lettera dal commento d’AQUINO: Istam
questionem non solvit hic philosophus, dicens se determinaturum alibi, scilicet
in libro metaphysice; hec questio tamen non invenitur soluta per ipsum, quia
complementum illius scientie nondum ad nos pervenit, vai quia nondum est totus
liber translatus, vel forte morte preoccupatus librum non complevit. Ciò non di
meno egli espone qual fosse il pensiero d'Averroè e in che differisse da quello
degli altri interpreti della dottrina d'Aristotele. Ma giunto alla fine della
discussione, egli ci fa sapere quod hec opinio iam non tenetur a theologis vel
philosophis, e ripete quod intelligentie separate cognoscuntur ab intellectu
possibili non per se et directe, sed indirecte et reflexe per cognitionem motus
celi. Da quanto precede, mi pare risulti in modo da non lasciar dubbio, che
Nicoletti, quando insegna a Padova, aveva od aveva avuto tra mano per lo meno
lo scritto di Sigieri in risposta al trattato d’AQUINO. De unitale intellechis.
Questa e verosimilmente altre opere del brabantino circolavano già fra i maestri
dello studio padovano, o fu il Summa naturai In libros de anima AQUINO, De
anima. nostro eremitano a portarvele, forse da Oxford o da Parigi? Non saprei
che dire, perché tanto l'una che l'altra supposizione, in mancanza di dati
sicuri, è ugualmente ammissibile. Ulteriori ricerche nella letteratura
manoscritta concernente i maestri che professarono a Padova e Bologna potranno
gettare qualche luce sulle correnti d'idee che fervevano in quei due centri
d'intensa vita intellettuale. Per il momento, a noi basti di ricordare quel
maestro Taddeo da Parma, il quale insegna a Bologna, e che nel suo commento al
De anima accoglie la tesi difesa da Sigieri nelle Quaestiones de anima
intellectiva. Ma Taddeo, più che l'opera del brabantino sembra aver letto le Quaestiones
di Jandun, le quali ebbero in Italia la più larga diffusione e furono
trascritte e stampate in parecchie edizioni, discusse con vivacità e qualche
volta fraintese. Fraintesa in particolare sembra essere stata da NICOLETTI, e
da altri la dottrina intorno al modo come l'anima intellettiva è forma del
corpo, la quale, come già sappiamo è in sostanza quella di Sigieri, cui
espHcitamente accenna. Il bisogno di togliere alla dottrina averroistica quello
che essa aveva d'eretico, dopo che il concilio di Vienne aveva definito esser
l'intelletto forma del corpo umano, dove invogliare gl’averroisti italiani a
procurarsi quegli scritti nei quali Sigieri s'era difeso contro le obiezioni
d’AQUINO, e nei quali, senza rinunziare alla tesi dell'unico intelletto avea
tentato di dimostrare com'esso s'unisse all'uomo con tale intimo e sostanziale
legame, da potersi dire forma dell'individuo umano cui s'attribuisce l'atto
dell'intendere. L'insegnamento di Nicoletti a Padova è una inequivocabile
testimonianza che gli scritti di Sigieri non erano ignoti. Un'altra cosa questo
insegnamento ci attesta: che la dottrina averroistica poteva esser liberamente
discussa ed esposta a Padova, senza che chi se ne fa sostenitore incorresse
nella taccia d'eretico; tanto vero che NICOLETTI non sente neppure il bisogno
di Vanni Rovighi, Le Quaestiones de anima di Taddeo da Parma. Testo e
introduzione. Milano, Soc. Ed. Vita e pensiero ripetere la solita formale
protesta, che altri averroisti avevano cura di non omettere, cioè che essi trattavano
dallo spinoso argomento come filosofi e non come teologi. E forse perché gli
averroisti padovani usano senza parsimonia di questa libertà, il vescovo
Barozzi d'accordo coli' inquisitore locale proibì quovis quaesito colore le
dispute intorno all'unità dell'intelletto. Ma il divieto riguarda la DIOCESI di
Padova, e non, per esempio, Bologna e Pavia, ove si continua a disputare con
grande spregiudicatezza. Non mi stancherò mai dal ripetere, per coloro che han
l'animo sgombro da pregiudizi, che una vera e propria dottrina della doppia
verità nel medio evo e nel Rinascimento non fu mai sostenuta da alcuno. Molti
invece furon quelli che, contro il concordismo d’AQUINO, posero in rilievo
l'opposizione di fatto fra la teologia e la filosofia, intendendo per filosofia
la dottrina della natura congegnata in sistema da Aristotele, detto perciò il
filosofo per eccellenza, e sviluppata dai suoi commentatori. Il primo a
rendersi conto, in modo chiaro ed esphcito, di questa opposizione, fu Alberto.
Il quale, non solo dichiara apertamente che theologica cum physicis principiis
non conveniunt, ma giungeva fino a sostenere, non doversi far caso dei miracoli
che Dio opera oltre il potere della natura, quando si tratta di conoscere
quello che è il corso degli eventi naturali. Perciò, egli che s'era proposto
totam Aristotelis scientiam prò viribus explanare, dichiarava di rifuggire
dall'interpretazione che del pensiero aristotelico danno i dottori latini:
quoniam in istarum quaestionum determinatione omnino Giorn. Crit. di Filos.
Ital., e in Dante e la cultura medievale, Bari, Laterza, nonché quanto ne ha
scritto Gilson, Etudes de philos. médiév., Strasbourg; id., Dante et la
philosophie, Paris A. Magno, Metaphys. A. Magno, De gener. et corrupt., la mia
nota La posizione di Alberto di fronte all'averroismo, Riv. di Storia d. Filos.
abhorremus doctorum latinorum verba; fra i quali è sicuramente il suo
confratello italiano, Aquino. Luigi Speranza -- Grice e Giavelli: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale -- semantica del segnare --
segnante e segnato – filosofia fortinese – la scuola di Torino – filosofia
piemontese -- filosofia italiana -- Luigi Speranza (S. Giorgio di Canavese).
Filosofo torinese. Filosofo piemontese. Filosofo italiano. Grice: “I love
Javelli – he is, like me, an Aristotelian; being a northern Italian, he is a
Thomstic Aristotelian, which I’m not sure I am!” Grice: “One good thing about
Javelli is that he commented on MOST works by Aristotle!” -- Essential Italian
philosopher. Studia a Bologna. Fu esegeta. Argomenta contro Lutero. Opera
omnia” (Lione, Giunta). Partecipa al dibattito sul Tractatus de immortalitate
animae di Pomponazzi, di cui scrisse, su richiesta di Pomponazzi stesso una
confutazione. Partecipa al dibattito sul divorzio di Enrico VIII, esponendosi a
favore della scelta del sovrano. M. Tavuzzi, in "Angelicum",
DBI.Casale Monferrato. Crisostomo Javelli was born in 1470 c., presumably in
Piedmont, joins the Dominicans. On G. see GILSON, Autour de Pomponazzi:
problématique de l'immortalité de l'âme en Italie, Archives d'histoire
doctrinale et littéraire du Moyen Age; TAVUZZI, G. OP A Biobibliographical
Essay: Biography, Angelicum, G. A Biobibliographical Essay: Bibliography »,
Angelicum. G. is the author of a Compendium Logicæ. The structure of G.’s work
mirrors Ockham's Summa logicae in many respects, but also NICOLETTI (si veda)’s
Logica Parva (unlike NICOLETTI (si veda), however, G. does not deal with
obligations and insolubles. The Compendium deals with the following topics: Introductory
remarks, which include a short history of logic; terms (this part corresponds
to the doctrine dealt with by Aristotle in De Interpretatione); propositions;
the five praedicabilia (this section corresponds to Porphyry's Isagoge); the
antepraedicamenta, the doctrine of the categories (praedicamenta), and the
postpraedicamenta (this treatise, as is clear, corresponds to Aristotle's
Categories); syllogism; supposition theory; ampliatio and appellatio, i.e.
changes in the supposition of a term and changes in the tenses of verbs; theory
of consequentiae; de probatione terminorum (this treatise deals with the ways
in which it is possible to show the truth, or the probability of a
proposition); demonstrative syllogism (this part aims at expounding what Aristotle
says in his Posterior Analytics). The treatise is published in in Venice. The
Compendium is rather successful, and goes through many editions. G. has many
teaching positions within the dominican order and, most probably, he writes his
Compendium logicæ for didactic purposes. The tendency to systematize the new
logic of the late medieval authors and to present it as consistent with
Aristotle's logic is even more evident than in SAVONAROLA (si veda)’s
Compendium. G. is also influenced by the humanists, inasmuch as his treatises
draw attention to the linguistic, and historical context in which ancient logic
arose. If VALLA (si veda) criticizes NICOLETTI (si veda) for the latter's
unfamiliarity with the Greek language, G. dwells on the etymology of many key terms
of logic, and shows a certain familiarity with both Greek and Latin. . Prima di
lui c'erano stati NICOLETTI e Thiene, di cui il recanatese era stato discepolo.
Nicoletum, et petere quod diete littere revocentur, tanquam impetrate et
concesse contra formam statutorum dicti collegi, ipso collegio et iuribus suis
inauditis. Et super hoc factis multis sermonibus et arengationibus, prefatus
dominus prior posuit ad partitum, quod quibus placet quod acceptetur in
collegio d. M. Nicolectus iuxta tenorem literarum Serenissimi domini, ponat
suffragia sua in pisside rubea; quibus vero placuerit quod defensentur iura
collegi contra dictum Magistrum Nicoletum per expertos dicti collegi, ponat
balotam suam in pisside viridi. Et facto scrutinio cum bussolis et balotis, in
vente fuerunt balote quinque in pisside rubea, in favorem dicti M. Nicoleti, et
balote xv in pisside viride, quod defensentur iura collegi contra dictum
Magistrum Nicoletum. Cinque contro sedici costituisce un bello scacco per ser
Nicoletto. Tuttavia è notevole che cinque membri del Collegio si mostrassero
disposti, fin dal primo momento, a incassare il colpo, non ostante l'affronto
al corpo. Lo facevano per simpatia verso il filosofo chietino, o perché eran
persuasi anch'essi che durum est contra stimulum calcitrare? Si trattava ora di
eleggere coloro che dovevano assumersi la difesa dei diritti del collegio al
cospetto dei rettori della città e del governo della Serenissima. Deinde posuit
prior ad partitum, de consensu dominorum consiliariorum, quod quibus placet
quod elligantur d. M. Nicolaus de Sancta Sophia, d. M. Ioannes Michael de
Bredepal In Tysberum DE SENSV composito ac diviso cum eiusdem collectaneis in
suppositiones NICOLETTI. Nec non Tractatus Alexandri Sermonete, Bernardini
Petri de Landìtciis, Pauli Pergulensis et Baptiste da Fabriano in eundeni
Tysberum. Item qiiestiones Frachanciani Vicentini in consecittiones etc.
Venetiis, impensa heredum q. Oct. Scoti, e dedicate a Sermoneta. Esse
appartengo Cremona (Vedi Francesco Arisi, Cremona literata, Parma e Tiraboschi,
Storia della Letteratura italiana); fiori verso la netàdel!V°secolo; ebbe fama
grandissima e fu chiamato l'anima di Aristotele. Risulta dal De Anima del
Pomponazzi a Carte che su discepolo di Paolo Veneto « Paulus Venetus et Apollinaris
ejus discipulus ». E difensore della filosofia cristiana contro l'Averroismo;
insegna a Piacenza evi e aggregato al Collegio medico. Il suo Commento al “De
Anima” del LIZIO esiste manoscritto nella Biblioteca palatina di Firenze. Esso
e stampato più volte. La prima edizione è di Milano (Vedi il Tiraboschi e il
Sassi, Storia della Tipografia milanese). In un volume stampato a Venezia,
esistente nella Biblioteca Alessandrina di Roma, da Locatell, si trovano la
Logica di Pietro da Mantova; il trattatello di questo professore sul primo e
l'ultimo istante (“De primo et ultimo instante”) citato da Pomponazzi nel suo
“De Anima”; un trattato responsivo di O. Apollinare da Cremona al Mantovano in
difesa della opinione comune; un commento di Menghi alla Logica di maestro
Paolo Veneto. NICOLETTI. Le due opere del Mantovano portano questi titoli:
Viiri præclarissimi ac subtilissimi logicim a incipit feliciter. Incipil
sublilissimus tractatus ejusdem deinslanli. Il trattato d’O. ha per titolo
“Illustris philosophi et medici O. Cromonensis de primo et ultimo instanti in
defensionem communis opinionis adversus Petrum Mantuanum seliciler incipil.
Ecco il principio di quello del Mantovano che Pompovazzi cita colle parole
Petrus de Mantua o Mantuanus concivis meus: Incip il sublilissimus Tractatus
ejusdem (Magistri Petri Mantuani) de instanti. Dicemus primo naturaliter
loquentes, quod sola forma secundum se el quam libel sui proprietatem potest
incipere el desinere esse. Materia enim prima est ingenita el incorrutlibilis:
el non plus esl, -sul “De Anima” un corso che non puo finire. Forse ad esso si
riferiva il Nicoletti. Keywords. Refs.: H. P. Grice, “Paolo da Harborne, and
Paolo da Venezia,” lecture for the Club Griceiano Anglo-Italiano, Bordighera.
Luigi Speranza, “Grice e Nicoletti: quadratura ed implicatura” – The
Swimming-Pool Library.Paolo da Venezia Nota disambigua.svg
Disambiguazione"Paolo Veneto" rimanda qui. Se stai cercando lo
scrittore e vescovo nato a Venezia, vedi Paolino Minorita. Paolo da Venezia in
una stampa Professore Paolo da Venezia, o Paolo Veneto, vero nome N. (Udine),
filosofo. Eremitano, studente all'Oxford e docente a Padova ove ebbe tra gli
allievi Paolo Della Pergola. Divenne ambasciatore veneto presso la corte
polacca. Per le sue idee teologiche e esiliato a Ravenna ma, dopo, gli fu
consentito di tornare a Padova. Seguace di Occam e Brabante e autore di vari
trattati, tra cui alcuni commenti al Lizio. Il suo trattato “Logica magna” e
utilizzato come testo di insegnamento della logica a Padova e può essere
considerato la maggiore opera di logica formale prodotta dal medioevo. Opere:
“Logica,” “Commenti alle opere di Aristotele” “Expositio in libros Posteriorum
Aristotelis,” “Expositio super VIII libros Physicorum necnon super Commento
Averrois,” “Expositio super libros De generatione et corruptione” “Lectura
super librum De Anima” “Conclusiones Ethicorum” “Conclusiones Politicorum”
“Expositio super Praedicabilia et Praedicamenta.” “Scritti sulla logica: Logica
Parva or Tractatus Summularum, “Logica Magna”; “Quadratura”; “Sophismata Aurea.
Altre opere: “Super Primum Sententiarum Johannis de Ripa Lecturae Abbreviatio,”
“Summa philosophiæ naturalis,” “De compositione mundi. Quaestiones adversus
Judaeos. Sermones. N Dizionario di Filosofia Treccani, riferimenti in. Vedi
Pergola, Dizionario di Filosofia Treccani. Garin, Storia della filosofia
italiana, Edizione CDE su licenza della Giulio Einaudi editore, Milano,
Enciclopedia Dantesca, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Dizionario di
Filosofia Treccani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Conti,
Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana,. Conti: Esistenza e verità: forme e strutture del reale in N. e nel
pensiero filosofico del tardo medioevo. Istituto Storico Italiano per il Medio
Evo, Roma, Nuovi studi storici, Perreiah: "A Biographical Introduction to
N, Augustiniana. N. Logica, Venetiis, Imperatore, Imperatore, Gori, Filosofico,
Conti, Zalta, Stanford Encyclopedia of Philosophy, Center for the Study of
Language and Information, Stanford. Filosofia. Nicoletti and ‘Significare’ By
S. R. Read and J. L. Speranza Abstract In ‘Consequence, Signification, and
Insolubles in Fourtheenth-Century Logic,’ Read has expanded on a Danish
logician’s claims against this externalist semantic idea that consequence may
be defined or analysed in terms of containment –more specifically in terms of
‘signifying on what is actual.’ The insights by Dummett on meaning transparency
are assessed, and the contributions of H. P. Grice seriously re-considered.
Keywords: Nicoletti, H. P. Grice, signification 1. Introduction In what he felt
like titling ‘Prejudices and predilections, which become the life and opinions
of H. P. Grice’ Grice reminsices: “In my own case, a further impetus towards a
demand of the privision of a visible theory underlying ordinary discourse came
from my work on the idea of Conversational Implicature, which emphasized the
radical importance of distinguishing (to speak loosely) what OUR WORDS say or
imply from what WE in uttering them IMPLY: a distinction seemingly denied by
Wittgenstein, and all too frequently ignored by Austin.” Grice in
Grandy/Warner, PGRICE, p. 59. Or Nicoletti, he could have added – only that
Nicoletti, being from the Friuli, would hardly have used ‘imply’ or ‘MEAN,’
which hides behind the remark by Grice. 2. Nicoletti on signification A good
thing, and a breath of a fresh air, by Nicoletti, is that he uses
‘significatio,’ not ‘meaning,’ on which Grice based his career. Read has edited
Nicoletti. As did Conti. In most passages, it is clear that Nicoletti hardly
carries a ‘Griceian’ approach to meaning. Our spelling of ‘Griceian’ follows
Katz – Gricean sounds more brusque. 3. Nicoletti on meaning It would hardly be
of historical interest to rephrase every collocation by Nicoletti on
‘significatio’ by ‘meaning.’ Some readers of Grice’s Meaning may find his
obtuse claim ‘Words are not signs’ are crass. But that is one of the TWO
reasons Grice claims he bases his reasoning for choosing ‘meaning’ over
‘signification’. For one, not everything that means is a sign. Words are not.
For another, there’s non-conventional meaning. It is interesting to note that
while he lectured on Peirce, Grice’s paper only quotes Stevenson by name, and
the essay by Stevenson Grice uses does have ‘mean’ in scare quotes for cases
like ‘Those spots mean measles.’ The Latin language distinguished between
MENTIRE (to lie) and MENTARE (to mean), but neither Grice nor Nicoletti ever
spent much time on this. The idea of using the root for ‘mind’ in this may have
invited accusations of animisms. Spots ‘mean’ measles, because Nature, i. e.
God, means measles by the spots. SIGNIFICATIO has become a scholastic jargon in
that Italian and most of the romance languages still preserve this as a
doublet. ‘Signum’ has become ‘SEgno’ in Italian, while ‘significare’ is still
used as a piece of jargon mostly replaced in other context by the rather arid
and silly ‘vollere dire.’ But a few insights by Grice on meaning do trade on
Nicoletti’s points. Let’s number them. 3.1. Privileged access and
incorrigibility. We would like to imagine a conversation between Grice and his
former tutor at Corpus Christi. On wanting to fulfil his tutor’s desire, Grice
after his first tutorial hands him a copy of THE TIMES with the remark, ‘Here
is what you asked for.’ Grice will later elaborate on this exchanging roles. He
is now the tutor of Strawson, and utters, “I want a paper for next week.” Grice
goes on to expand on the absurdity of Strawson’s idea that what Grice MEANS is
that he is brought a copy of A NEWSPAPER, rather than that of a written work by
Strawson. Grice liked this paper quite a bit, which is proved by the fact that
he kept a copy of the draft, and cared to publish it in the Part II on
Semantics and Metaphysics in Studies in the Way of Words. I suspect that some
philosophers have assumed or believed that ‘mean’ means ‘mean’ 9what what a man
says he means is paramount in determining what he does mean) because they have
thought of ‘meaning so and so’ as being the name of an introspectable
experience. They have thought a person’s statements about what he means have
just the same kind of incorrigible status as a person’s statements about his
current sensations, or about the colour that something seems to him to have at
the moment. It seems to me that there are certainly occasions when what a
speaker says he means is treated as specially authoritative. Consider the
following possible conversation between myself and a pupil. Myself: I want you
to bring me a paper tomorrow. Pupil: Do you mean that you want a newspaper or
that you want a piece of written work? Myself: I mean a piece of written work.
Grice goes on to comment. It would be ABSURD at this point for the puil to say,
‘Perhaps you only THINK, mistakenly, that you mean ‘a piece of written work,’
whereas really you mean ‘a newspaper.’ And this absurdity seems like the
absurdity of suggesting to someone who says he has a pian in his arm that
perhaps he is mistaken (unless the suggestion is to be taken as saying that
perhaps there is nothing physically wrong with him, however his arm feels). It
is important to noce that although there is this point of analogy between
meaning and having a pain, there are striking differences. A pain may star and
stop at specifiable times; equally something may begin to look red to one at
2:00 P. M. and cease to look red to one at 2:05 P. M. But it would be ABSURD
for my pupil (in the proceeding example) to say to me, ‘When did you being to
mean that?’ or ‘Have you stopped meaning it yet?’ Again there is no LOGICAL
objection to a pain arising in any set of concomitant circumstances; but it is
surely absurd to suppose that I might find myself meaning that it is raining
when I say’I want a paper’; inedeed, is is ODD to speak at all of my finding
myself meaning so and so, though it is not odd to speak of my finding myself
suffering from a pain. At best, only VERY SPECIAL circumstances (if any) could
enable me to say ‘I want a paper,’ meaning thereby that it is raining. In view
of these differences, we may perhaps prefer to label such statements as ‘I mean
a piece of written work’ (in the conversation with my pupil) as ‘declarations’
rather than as ‘introspection reports.’ Such statements as these are perhaps
like declarations of intention, which also have an authoritative status in some
ways like and in some ways unlike that of a statement about one’s own current
pains. Grice goes on. But the immediate relevant point with regard to such
statements about meaning as the only I have just been discussing is that,
insofar as they have the authoritative status which they SEEM to have, they are
not statements which the speaker could have come to accept as the result of an
investigation of a train of arguments. To revert to the conversation with my
pupil, when I say ‘I mean a piece of written work,’ it would be quite
INAPPROPRIATE for my pupil to say ‘How did you discover that you mean that?’ or
‘Who or what convinced you what you mean that?’ And I think we can see why a
‘meaning’ statement cannot be both especially authoritative and also the
conclusion of an argument. If a statement is accepted on the strength of an
argument or an investigation, it always makes sense (though it may be foolish)
to suggest that the argument is unsound or that the investigation has been
improperly conducted; and if this is conceivable, then the statement maker MAY
be mistaken, in which case, of course, his statement has not got the
authoritative character which I have mentioned. Grice continues. But the
paradox-propounder who relies on the type of argumentation I have been
considering requires BOTH that a speaker’s statement about what he means should
be especially authoritative AND that it should be established by argumentation.
But this combination is impossible. A further difficulty for the
paradox-propounder is one which is linked to the previous point. There is, I
hope, a fairly obvious distinction (though also a connection) between (a) what
a given expression means (in general), or what a particular person means IN
GENERAL by a given expression and (b) what a particular speaker means, or
meant, by that expression in a particular occasion; (a) and (b) may clearly
diverge. I shall give two examples of the ways in which such divergence may
occur. (1) The sentence ‘I have run out of fuel’ means in general (roughly)
that the speaker has no material left with which to proper some vehicle which
is in his charge; but a particular speaker on a particular occasio (given a
suitable context) may be speaking figuratively and may mean by this sentence
that he can think of nothing more to say. (2) ‘Jones is a fine fellow’means in
general that Jones has a number of excellences (either without qualification or
perhaps with respect to some contecxtually indicated region of conduct or
performance); but a particular speaker, speaking ironically, may mean by this
sentence that Jones is a scoundrel. In neither of these examples would the
particular speaker be giving any UNUSUAL SENSE [cf. Dummett] to any of those
words OR SENTENCES; he would rather be using each sentence in a special way,
and a proper understanding of what he says involves KNOWING the STANDARD use of
the sentence in question. (3) A speaker might mean, on a particular occasion,
by the sentence ‘It is hailing’ wat would standardly be expressed by the
sentence ‘It is snowing’ EITHER if he had MISLEARNED the use of the word
‘hailing’ OR if he thought (rightly or wrongly) that his addressee (perhaps
because of some family joke) was accustomed to giving a private SIGNIFICANCE to
the word ‘hailing.’ In either of these cases, of course, the speaker will be
using some particular word in a special nonstandard sense.” (‘G. E. Moore and
Philosopher’s Pardoxes’ c. 1953-1958), in WOW – way of words, pp. 166ff – paper
from p. 154 to 170). Grice continues two further paragraphs on this, till the
end of the paper. The issue of incorrigibility and privileged access attests in
two other pieces. In his autobiography, Bruce Aune recalls that upon arriving
at Oxford, after Austin’s demise, and joining Grice’s Play Group on Saturday
mornings, Aune was nicely surprised by the fact that Grice showed a great
interest on Aune’s view on avowals. The other source is more serious. In his
“Method in philosophical philosophy,” Grice makes a point about the transcendental
justification of the incorrigibility and privileged access of some of our
propositional (or psychological, as he prefers) attitudes. 3.2. Beyond
m-intention. In 1948, for the Oxford Philosophical Society, Grice had expanded
on meaning, and one paragraph bears on Nicoletti. If Utterer U means that p,
and an effect on his addressee A’s frame of wind is that A comes to believe
that q, on his own terms, we would hardly say that the utterer has meant that
q; only p. “One point before passing to an objection or two. I think it follows
that from what I have said about the connection between meaningNN and
recognition of intention that (insofar as I am right) ONLY WHAT I may call the
PRIMARY intention of an utterer is RELEVANT to the MEANINGnn of an UTTERANCE.
For if I utter x, intending (with the aid of the recognition of this intention)
to induce an effect E, and intend this effect E to lead to a further effect F,
then insofar as the occurrence of F is thought of NOT to be depend solely on E,
I cannot regard F as IN THE LEAST dependent on recognition of my intention to
induce E. That is, if (say) I intend to get a man to do something by giving him
some information, it cannot be regardd as relevant to the meaningNN of MY
UTTERANCE to describe what I intend him to do. (Interestingly, Patton has used
this as an argument against Kripke – the cops are around the corner – leave he
booty and run). Like Nicoletti, Grice cared about reason. In his Kant lectures
on reasoning at Stanford – redelivered at Oxford as the Locke lectures – he
missed a few points which he re-addressed in his PGRICE contribution, which he
originally felt like entitling, “Prejudices and predilections; which become,
the life and opinions of H. P. Grice.” (He never went by Paul Grice at Oxford –
always H. P. Grice, in the proper way). While Read is concerned with
consequence more than signification, it is interesting to note that like Hobbes
had done in his COMPUTATIO, when it comes to signs – for Hobbes – or meaning,
for Grice – CONSEQUENTIA seems to be at the root of both ‘natural’ and
‘non-natural’ (or artificial) sign. We doubt Nicoletti would have use ‘signify’
in vernacular conversation. It is much of a piece of scholastic jargon. If I
make signs, I would be treated as not quite Oxonian as I otherwise should. The
relevant passage in Grice is in his “Meaning” revisited, where he argued that
in both ‘Smoke means fire’ and ‘I mean I love you,’ the shared element is that
p is a consequence of q. Read refers to Dummett, and Grice has a few nice
things to say about Dummett. For one, apparently Austin never wanted him in the
Saturday mornings. Wrigley, who was a student of Grice, approached him once
with ‘Have you read Frege philosophy of language?’ ‘I haven’t, and I hope I
won’t.’ 4. The Griceian lesson While it would be excellet to pun on Paul of
Venice and Paul of Harborne, it happens to be the case that Paul of Venice was
not from Venice, and not even a Venetian, but a Friulian. PAULUS HARBORNENSIS
sounds fine for Grice who hailed from Harborne in Staffordshire (present
Warwickshire, more present West Midlands). Some prefer Paul GRICEUS. The right
alphabetical ordering of Nicoletti, however, should be under “N”! REFERENCES
CONTI on NICOLETTI. GRICE 1975 Method in philosophical psychology reprinted in
The conception of value, Oxford, Clarendon. GRICE 1989 Studies in the way of
words. READ – on NICOLETTI SPERANZA, J. L. This and that – for the Grice Club,
or H. P. Grice’s Play-Group. Affiliations S. Read. Corresponding editor. J. L.
Speranza, The Grice Club. DIZIONARIO BIOGRAFICO DEI FRIULANI PAOLO DI NICOLETTO
PAOLO DI NICOLETTO (? - 1429) AGOSTINIANO, TEOLOGO, FILOSOFO Informazioni ★ Udine † 15 giugno 1429,
Padova Forma alternativa Paolo Veneto Attività agostiniano, teologo, filosofo
Luoghi di attivi tà Venezia, Oxford, Padova, Buda, Ulma, Cracovia, Kosice,
Siena, Bologna, Perugia Immagine del soggetto Paolo di Nicoletto in cattedra
(Venezia, Biblioteca nazionale marciana, ms. Lat. VI, 123 [2464], f. 162v).
Come per la maggior parte dei protagonisti della vita intellettuale nell’epoca
di mezzo, anche per l’udinese P. di N., più noto come Paolo Veneto, disponiamo
di poche informazioni sicure relative alle sue origini. Nacque certamente a
Udine, negli anni intorno al 1370, da Nicoletto del fu Antonio di Venezia,
stabilitosi nel capoluogo del Friuli per lo meno dal 1352, quando fece
richiesta della cittadinanza, ottenuta il 21 marzo 1361. Il nome della madre,
Elena, privo peraltro di ulteriori informazioni, ci perviene da un’indicazione
di Antonio Joppi, a tutt’oggi comunque non suffragata da prove documentarie.
Uno tra i suoi primi biografi, il notaio cividalese Marcantonio Nicoletti
(1536-1596), lo ascrive alla propria famiglia, che deriverebbe da un Nicoletto
la cui sepoltura, nel chiostro domenicano di S. Pietro Martire, risalente al
tempo del patriarca Antonio Caetani, era ornata di un’iscrizione con le insegne
nobiliari. Antonio Joppi identifica quest’iscrizione, in seguito andata
perduta, con quella descritta in una nota manoscritta in calce ad un’edizione
latina di Platone, relativa ad un «Nicolettus de Broio auctor de Venetiis».
Secondo questa linea di eruditi, dunque, P. sarebbe membro della nobile
famiglia dei Nicoletti di Udine, poi di Cividale, le cui vicende furono
ricostruite da Francesco di Manzano nel 1894. Probabilmente negli anni intorno
al 1383 P. fu accolto nell’ordine degli Eremiti di S. Agostino, presso il
convento di S. Stefano a Venezia. Qui egli compì il suo noviziato e la prima
formazione culturale sino al 9 dicembre 1387, quando il priore generale
dell’ordine Bartolomeo da Venezia lo assegnò come studente al convento dei Ss.
Filippo e Giacomo di Padova, sede dello “studium generale” della provincia
della Marca Trevigiana. Di lì a pochi anni, il 31 agosto 1390, il priore
generale destinò P., insieme con il cugino più anziano Paolo Francesco da
Venezia, come studente “de gratia” (cioè a spese della provincia, e non
dell’Ordine), allo “studium generale” di Oxford, per intraprendere il percorso
di studi avanzati che doveva condurlo al magistero in teologia. In quegli anni
lo scisma d’Occidente aveva infatti reso difficile per gli studenti italiani il
compimento degli studi superiori presso l’università di Parigi, di obbedienza
avignonese: pochi anni prima lo stesso Bartolomeo da Venezia aveva in effetti
precluso formalmente questa possibilità agli studenti agostiniani. Durante il
triennio di permanenza ad Oxford P. ebbe la possibilità di conoscere ed
approfondire gli sviluppi più recenti ed avanzati dell’insegnamento filosofico
e di quello logico in particolare. Tornato a Padova, sempre insieme al cugino,
mise a frutto questa esperienza nel corso del suo insegnamento come “cursor”,
probabilmente dal 1393 al 1396, e poi come “lector”, sino al 1401. Risale a
questi anni la composizione delle sue opere logiche più fortunate, la Logica
parva e la Logica magna. La prima, diffusa ancor oggi in oltre 80 codici e in
25 edizioni a stampa, è un manuale sintetico, ma molto aggiornato, composto sul
modello dei manuali inglesi contemporanei, che arrivò negli anni a contendere
il primato nel settore alle duecentesche Summulae logicales di Pietro Ispano e
fu persino reso obbligatorio nel curriculum universitario padovano dal Senato
di Venezia nel 1496. La seconda, molto più estesa, conobbe invece una
diffusione assai più limitata, anche perché, rivolgendosi agli specialisti,
forniva un panorama approfondito e molto dettagliato di tutte le più recenti
dottrine logiche. Testimonianza in quegli stessi anni (1396-1397)
dell’interesse immediato che le novità importate da P. seppero suscitare si
riscontra nel carteggio di Pietro Tomasi, studente a Padova e poi “magister” di
filosofia a Pavia, che si rivolse al suocero Gian Ludovico Lambertazzi,
professore di diritto presso lo studio padovano, e allo stesso Paolo Francesco
di Venezia per ottenere copie delle due opere ancora in corso di redazione. Fu
con tutta probabilità a Padova che P. trascorse i primi anni del XV secolo,
impegnato a completare il suo curriculum accademico con un’intensa attività
didattica e di studio. Frutto del suo lavoro di baccelliere in teologia fu la
Super primum Sententiarum Iohannis de Ripae lecturae abbreviatio, terminata
prima del 1402, mentre al suo insegnamento in arti e in filosofia (anch’esso
parte dei doveri di un baccelliere in teologia) si debbono ricondurre varie
opere di carattere esegetico, come le Conclusiones Ethicorum, le Conclusiones
Politicorum, le Conclusiones Posteriorum Analyticorum e probabilmente anche due
opere logiche come la Quadratura e i Sophismata. Il suo primo grande commento
aristotelico, la Lectura super libros Posteriorum Analyticorum, fu compiuto nel
1406, quando già P. aveva ottenuto il grado di “magister artium et theologiae”.
A quest’opera logica fecero seguito, rispettivamente nel 1408 e nel 1409, due
opere di filosofia naturale: la Summa philosophiae naturalis e l’Expositio
superPhysicam Aristotelis. A partire dal 1408 troviamo il teologo agostiniano
tra i promotori dello studio padovano, quindi l’inizio del suo insegnamento
universitario deve essere collocato prima di questa data (in precedenza la sua
attività didattica si era svolta all’interno dello studio agostiniano di
Padova). Nel periodo che va dal 1408 al 1420 egli compare regolarmente, sempre
nel ruolo di promotore, nei registri delle lauree padovane, con le sole
eccezioni degli anni 1409, 1412 e 1419. Tra coloro, oltre una trentina, che
ottennero i gradi sotto il suo magistero si annoverano i patrizi veneti Nicolò
Contarini, Pietro Giustiniani e Marco Lippomano, il benedettino Giovanni
Michiel, l’umanista e scienziato Giovanni Fontana. Suoi studenti furono inoltre
il medico Michele Savonarola, il giurista Ludovico Foscarini e Giovanni Antonio
da Imola, che gli succederà sulla cattedra padovana. Oltre a dedicarsi ad
un’intensa attività accademica, in questi anni P. assunse anche responsabilità
all’interno della sua congregazione ecclesiastica, cominciando da quella più
elevata: il primo di maggio 1409, poco più di un mese prima di essere deposto
dal concilio di Pisa, il pontefice Gregorio XII, il veneziano Angelo Correr, lo
nominò vicario generale dell’ordine agostiniano. Nulla si sa della sua attività
da lui svolta in questa carica e neppure se nei mesi successivi egli fosse al
seguito del papa al concilio di Cividale. È noto invece che pochi mesi dopo,
nel febbraio 1410, forse in conseguenza del declino politico di Gregorio XII,
rassegnò il suo incarico. Nel medesimo periodo, tuttavia, P. fu anche priore
provinciale della Marca Trevigiana e come tale, per ordine del Consiglio dei
Dieci di Venezia, comminò il 28 agosto 1409 la pena del carcere al confratello
Simone da Ancona, reo di aver continuato a sostenere il pontefice deposto a
Pisa. In breve tempo le relazioni di P. con il governo della Serenissima si
fecero ancora più strette: verso la fine del 1409 fu inviato come “orator” a
Buda presso il re d’Ungheria e re dei Romani Sigismondo del Lussemburgo, allora
diviso da un’aspra contesa con la Repubblica Veneta per il dominio della
Dalmazia, con l’incarico di preparare il terreno per un’ambasceria ufficiale
che doveva tentare un accordo. Il suo soggiorno presso la capitale ungherese
ebbe termine nel gennaio 1410, ma nel luglio dello stesso anno il governo
veneto utilizzò nuovamente i suoi servizi come ambasciatore a Ulma in Germania
e presso Federico duca d’Austria e conte del Tirolo. In seguito a questi
incarichi la Serenissima compensò P. con la somma di cento ducati e con il
sostegno nel conseguimento della cattedra padovana retta in quel momento da
Biagio Pelacani da Parma. L’anno successivo quest’ultimo lasciò in effetti lo
studio padovano per quello parmense e l’agostiniano fu nominato al suo posto.
Ancor più importante la missione che fu affidata a P. il 23 gennaio 1412: in un
momento assai critico per la Repubblica Veneta, con le truppe imperiali di
Sigismondo che occupavano il Friuli, egli fu inviato presso la corte di
Ladislao Iagellone, re di Polonia, con l’incarico di fare il possibile per
stabilire con la Polonia un’alleanza in funzione anti-ungherese, così da
stringere Sigismondo da sud e da nord e forzarlo ad abbandonare la sua impresa
italiana. Le istruzioni diplomatiche contenevano anche la raccomandazione di
manifestare al re polacco la piena disponibilità di Venezia a sostenerlo, nel
caso questi volesse lanciarsi a sua volta nell’avventura imperiale. P. giunse a
Cracoviaprobabilmente a fine febbraio o inizio marzo 1412, poi a fine marzo si
trasferì a Kosice, in Slovacchia, dove si trovavano re Iagellone e re
Sigismondo, che avevano già firmato un accordo. Il risultato di questa prima
fase dell’ambasceria fu di ottenere l’offerta da parte del re polacco di
fungere da mediatore tra Venezia e Sigismondo per dirimere la questione della
Dalmazia. P. rientrò a Veneziaprima del 10 maggio, ma fu subito rimandato dal
re polacco, in quel momento a Buda alla corte di Sigismondo, visto il credito
che era riuscito a guadagnarsi presso di lui. L’agostiniano si unì quindi agli
ambasciatori Tommaso Mocenigo e Antonio Contarini, che dovevano trattare la
pace con Sigismondo, ma nonostante l’appoggio di re Iagellone l’iniziativa
diplomatica non poté che constatare l’impossibilità di trovare uno spazio di
mediazione tra i due contendenti e a fine giugno 1412 l’ambasceria fu di
ritorno a Venezia. P. appariva ormai aver raggiunto in questi anni notevoli
traguardi: titolare di una cattedra prestigiosa nell’ateneo padovano, ben noto
negli ambienti accademici per la sua dottrina e le sue opere, autorevole
rappresentante del proprio ordine, poteva per di più vantare una notevole
esperienza diplomatica ed importanti relazioni a Venezia e nelle corti
dell’Europa centro-orientale. La sua attività di commentatore aristotelico
proseguiva inoltre alacremente: sono da ascrivere probabilmente a questo
periodo, vale a dire tra il 1410 e il 1420, uno Scriptum superlibros De anima,
una Expositio super De generatione et corruptione e la monumentale Lectura
super libros Metaphysicorum. Ma improvvisamente nel 1415 la sua fortuna
accademica e politica cominciò a subire qualche contraccolpo: il 6 giugno il
senato veneziano votò una censura che colpiva P., insieme con il medico Antonio
Cermisone, per essersi assentato da Padova e dai propri doveri accademici senza
permesso; tre mesi dopo il Consiglio dei Dieci lo invitò a discolparsi da accuse
(non meglio precisate) e gli proibì di lasciare Padova senza una licenza
espressa del consiglio stesso; ancora, un anno dopo, nel maggio 1416 la
richiesta di P. di ottenere la licenza fu respinta e solo nel giugno dello
stesso anno fu concessa, in considerazione dei doveri concernenti la sua carica
di priore provinciale, ma con la condizione che non si recasse a Costanza o in
altro luogo dove si fosse celebrato il concilio. Le circostanze di questi
provvedimenti disciplinari non sono ulteriormente note, ma forniscono
l’informazione che P. era nuovamente divenuto priore provinciale della Marca
Trevigiana (lo era già dagli ultimi mesi del 1414) e soprattutto che non godeva
più della fiducia di Venezia, che non lo voleva presente al concilio. Peraltro
l’anno successivo il senato veneziano, con un atto certamente onorifico, gli
concesse il privilegio di indossare il berretto nero dei patrizi, privilegio
poi esteso, alla sua morte, a tutti i membri del convento di S. Stefano. Di lì
a qualche anno, tuttavia, i rapporti di P. con il governo della repubblica
veneta si guastarono irrimediabilmente. Per motivi che permangono tuttora
ignoti il teologo agostiniano, nuovamente eletto priore provinciale dal
capitolo dell’ordine tenuto a Ferrara nel maggio 1420, venne sottoposto ad un
procedimento disciplinare da parte del Consiglio dei Dieci che si concluse in
settembre con il suo bando quinquennale a Ravenna, da estendere a dieci anni
qualora avesse infranto il divieto di riattraversare anzitempo i confini del
dominio veneto. P. chiese ed ottenne una proroga di un mese, allo scopo di
rimettere nelle mani del priore generale Agostino Favaroni le questioni
connesse con la sua carica di provinciale, poi nell’ottobre 1420 fu assegnato
dal generale al convento di Siena e gli fu concessa la licenza di insegnare
nello studio di quella città. Da quel momento P. non rimise più piede in
territorio veneziano fino ad un anno prima di morire. A Siena rimase per
quattro anni; in questo periodo i suoi biografi, e per primo Cristoforo Barzizza
che tenne la sua orazione funebre presso lo studio patavino, collocano un
episodio in cui P. avrebbe agito come un inquisitore, sfidando e sconfiggendo
in una disputa l’eretico Francesco Porcario, forse un fraticello, che finì per
questo sul rogo. Il Barzizza parla a questo proposito anche di uno scritto
antiereticale di P., di cui sinora tuttavia non sono state rinvenute tracce.
Venne designato reggente dello studio agostiniano di Siena; redasse per la
prima volta un testamento, in cui lasciava al convento padovano i suoi libri e
titoli veneziani («de camera imprestitorum comunis Venetiarum»), che egli
deteneva su licenza del priore generale, per il valore di mille ducati d’oro,
come forma di risarcimento per i gravami e le spese che detto convento aveva
dovuto sopportare per la sua lunga permanenza, nonostante il suo convento
nativo fosse quello veneziano di S. Stefano. P. venne assegnato al convento di
Bologna, con licenza di insegnare nello studio cittadino in qualsiasi materia.
Durante il soggiorno felsineo si ricorda una sua disputa con il maestro Nicolò
Fava, valente filosofo e dialettico di inclinazioni dottrinali opposte a quelle
di P. La sua permanenza a Bologna tuttavia non durò a lungo, poiché già
nell’ottobre 1424 fu assegnato al convento di Perugia, nuovamente con licenza
di insegnare presso lo studio cittadino. Gli anni successivi, a Perugia, videro
P. impegnato in attività didattiche (gli fu concesso ad esempio di esaminare
alcuni studenti agostiniani per il conferimento del titolo di “lector”) e nella
stesura del suo ultimo commento aristotelico, l’Expositio super Universalia
Porphyrii et super Praedicamenta Aristotelis. I registri dell’ordine
agostiniano informano inoltre che P. redasse una seconda versione del suo
testamento, in cui furono aggiunti come beneficiari la sorella Lucia e il
confratello e assistente Nicola da Treviso, e che il primo di agosto dello
stesso anno gli fu concessa licenza di recarsi a Roma ogni volta che i suoi
lavori lo rendessero necessario. In occasione delle dimissioni del priore di
Perugia, gli fu conferito l’incarico di reggere il convento durante la vacanza
e di scegliere il nuovo priore ed inoltre a lui toccò di svolgere la funzione
di visitatore presso lo stesso convento e quello di Todi. Infine, nel giugno
1428, in seguito ad una supplica fatta pervenire insieme con la raccomandazione
del cardinale di S. Croce, il Consiglio dei Dieci di Venezia revocò finalmente
il bando comminato otto anni prima e P. poté far ritorno a Padova e riprendere
il suo insegnamento, anche se soltanto per pochi mesi, giacché il 15 giugno
1429, mentre teneva il corso sul De anima di Aristotele, morì. Oltre alle opere
sopra ricordate, rilevanti soprattutto la sua attività di commentatore
aristotelico e di maestro di teologia, P. lasciò anche una raccolta di Sermones
quadragesimales, uno scritto antigiudaico, le Quaestiones XXII de messia
adversus Judaeos, un’opera mariologica, il De conceptione Beatissimae Virginis
Mariae, una versione latina della Composizione del mondo di Ristoro d’Arezzo e
diverse orazioni. Secondo il giudizio di Alessandro Conti, il più recente
studioso del suo pensiero, P. fu «il più importante pensatore italiano del suo
tempo ed uno dei più importanti ed interessanti logici del medioevo». La sua
fama e le sue opere contribuirono a fare dello studio patavino un centro
intellettuale di rinomanza europea; le sue dottrine, improntate al realismo
degli universali in ambito ontologico e ad una linea vicina a quella
dell’aristotelismo moderato di Alberto Magno e d’Aquino nel campo della
filosofia naturale, innescarono in Italia un dibattito scientifico i cui
sviluppi condussero nel corso del XV secolo ad un rinnovamento dell’orizzonte
culturale europeo. CHIUDIAndrea Tabarroni Bibliografia M. NICOLETTI, Vita dei
tre Paoli, ms BCU, Joppi. F. MOMIGLIANO, Paolo Veneto e le correnti del
pensiero religioso e filosofico del suo tempo (Contributo alla Storia della
filosofia del secolo XV), Udine, Tipografia G.B. Doretti estratto dagli «Atti
dell’Accademia di Udine CESSI, Alcune notizie su N., «Bollettino del Museo
civico di Padova GENTILE, Intorno alla biografia di N., in Studi sul
Rinascimento, Firenze, Sansoni, BOTTIN, Logica e filosofia naturale nelle opere
di Paolo Veneto, in Scienza e filosofia all’Università di Padova nel Quattrocento,
a cura di A. POPPI, Trieste, LintPERREIAH, N.: A Bibliographical Guide, Bowling
Green (Ohio), Bowling Green State Universiy; S. DE FANTI, La missione
diplomatica di Paolo Veneto al re di Polonia: il decisivo contributo polacco
allaconoscenza della biografia del Nicoletti, in Memor fui dierum antiquorum.
Studi in memoria di Luigi De Biasio, a cura di P.C. IOLY ZORATTINI - A.M.
CAPRONI, con la collab. di A. STEFANUTTI, Udine, Campanotto; A.D. CONTI,
Essenza e verità. Forme e strutture del reale in Paolo Veneto e nel pensiero
filosofico del tardo medioevo, Roma, Istituto storico italiano per il medio
evo, 1996; C. FROVA - R. NIGRI, Un’orazione universitaria di Paolo Veneto,
«Annali di storia delle università italiane; N., Super primum sententiarum Johannis
de Ripa lecturae abbreviatio. Liber 1, ed. crit. parz. F. RUELLO, Firenze,
Edizioni del Galluzzo; N., Logica Parva. First Critical Edition from the
Manuscripts with Introduction andCommentary, ed. A.R. PERREIAH,
Leiden-Boston-Köln, Brill LOGICA PAVLI rectam atgemendatam. Additis
quotationibus Postilis ad textus declaratione. Necnon Tabulao figuris. VENETI
HABES INHOC ENCHIRIDIO summam totius Dialecticæ, mira quad a brevitatem atos
facilitate ad utilitatem stude tium conscriptam ab eximioætatis suæ magistro
Paulo Veneto Nupero diligenti studio cor Venetes EMANUELE ITECA NAZ GOMA ME
YOLL .pkrior dla Lohan Somerilatarei long COMO0Io (ICO? CO ? ri 1 1 ROMA ni
logica OLUTELY A parva. A Pauli Veneti Heremita Onspiciens librorum quorundam
magnitudinem redium constituentem in animo studerium nec non et aliorum nimiam
brevitatem quibus nulla se ethica re est annexa doctrina. Ideo volens cap.s. et
medium retinere utriusg sapiensnam 5.ethic, turam extremt, compendium utile
construxi iuveni t.co.6. ВB bus pluribus diui sum tractatibus, Quorum primus
summularum tradit notitiam. Septimus contra primum obiicit, solutionem ad dens
responfiuam. Quia ergo doctrina quecuncka communiori ut ait t-C.4 . PHILOSOPHUS
in prohemio phylic. sumic exordsum, ideo Dislot tractatus primus terminum sic
diffinies incipitapriori. miningp De definitione termini et eius divisione
quide. i. II suppositionum declarat mareriam. III consequentiarum ostendit
doctrinam. IV terminorum vim instruir probativam. V ligandi regulam docet
obligatiuam. VI insolubilia solvendi dar artem et viam. VIII tertium fortificat
prationem argumentativa. cap. 1. prio. c. TERMINUS EST SIGNUM ORATIONIS
CONSTITUTIVUM. Et BOEZIO ut pars propinquae iusdem, ut: “homo”,lyani in. 1, de
mal. Et notanter dicitur propinqua quia oratione vocatur “dictio”, remota
vocatur litera vel syllaba, di 2. ecin. i Dstio igitur et non litera uel
syllaba, est terminus. defyllo. Terminum quidam est per cate. T differē. Tio
habet partes propinquas et remotas, propinquatop.c. 2 cius vide SIGNIFICATIVUS
est ile qui per se sumptus nihil representat --: ut s. “me,” “te,” “omnis”,
“nullus,” “quilibet”, “quicunque”, “alter”, et consimiles. Terminorum quidam si
secunda significant naturaliter et quidam AD PLACITUM.Termi divisio p nus
naturaliter si significans est ille qui apud omnes eius qua vide de m efd
RE-PRAESENTATIVUS, sicut ly “homo“animal", in primor mente. Terminus AD
PLACITUM significans est ille qui ye.c.i.et NON apud OMNES eiusdem est
re-praesentativus sicut ille ipsum. Terminus “homo” in voce vel in scripto, qui
apud nosft. B Paul. sin significat ‘hominem’, sed apud alias nationes nihil
significant, ut sunt greci (“anthropos,” “aner”). Reefo.Terminorum quidam est
categorematicus, et quida3 S.colū. SYNcategorematicus.Terminus categorematicus est
pri. diui. ticularia particulariter. Præpositiones determinatsub certocafu.
Aduerbiauerbum, et coniunctiones ha minum.i.rem quæ non est terminus datoque
effet,ficut TRACTATVS Secunduz se significativus, quidamnon.Terminus perle
signi Voety fancarious est ile qui per se sumptus aliquid re-praesen mologiã
tasuely “homo,” ly “animal”. Terminus non per se signi ille quitam perle quam
cum alio habet proprium fie Tertia significatum – ut: “homo”: siueen imponatur
in oratio divisione, lieu extra, semper significar ‘hominem’. Terminus Dehac
SYNcategorematicus est terminus habens officium qui vide la perfesumptus
nullius est significativus. ut signa distric tiusilo.butiva – ut: “omnis”,
“nullus”, et signa particularia – ut: ali mafo. 2. “aliquis”, “alter”, et præpositiones
(“to”), et adverbial et coniuctiones. Signa namqz distributiua habent officium,
fal.3.quia determinant distributive, universalia yłr, et par bent coniungere
terminus vel orationes. Terminorum quidam est prime intentio Pau.lo.nis, et
quidam secundæ intentionis. Terminus primæ ma, sol. intentionis est terminus
mentalis significans non ter D“homo, significat sor. et pla. quorum nullus
potest esse terminus. Terminus autem secunde intentionis est terminus mentalis
significans solum modo terminum A vel propositionem, ut ili termini mentales,
nomen, verbum, participium, propositio, oratio et huius modi. Nis est terminus
vocalis vel scriptus significans solum B modo terminum vel propositionem utili
termini vocales vel scripti, nomen, verbum participium, athuius modi.
Terminorum quidam funcin complexi, et quidam complexi. Terminus in 6.diui
complexus vocatur dictio – ut: lylapis,ly lignum. Sed fioVide terminus
complexus est oratio – ut: “homo [est] albus”, lor. et Paul.in placo, deum
effe. et huiusmodi. De nomine. liter considerat: ideo de his restat
deffnitiones assignare. NOMEN est terminus significativus lo.ma.f. SINE TEMPORE
cuius nulla pars aliquid significat separa dissintta – ut: “homo”. In ifta
definitione ponitur terminus lotionoie cogeneris, quia omne nomem est terminus.
et non econ proqua verso: dicitur significatiuus, quia termini non
significativi depri non funt nomina apud logicum, licet bene apud grammaticum –
ut: “omnis”, “nullus”, et similia. Dicitur ‘sine tempore’, ad differentiam
verbi et participia, quæ significant *cum* tempore. Ponitur: ‘cuius D nula pars
aliquid significant separata’ -- ad diferentiam orationis, cuius partes
significant separate mo pyo er.c.c Terminorum quidam eat s.diuifio prime
impositionis, quidam secundæ.Terminus prime impositionis est terminus vocalis
vel sriptus signi Boe.in ficans non terminum -- ut “homo”, et “animal” in voce
vel in scripto.Terminus autem secundam impositio. In princ. L3 Via de nominee
et uerbo ex quibus oratio с componitur et propositio, logicus principa .
Defini. V uuset extremorum unitiuus, cuius nulla pars aliquid significar
separata, ut “curre” c vel dispur i io b i. tar. Ec dicitur primo, temporaliter
significativus, ad eric. i. tiw oro pin . p i disnes positum cum apposito sicut
verbum. ceterg autem par trcuiæ ponuntur. Sicut in deffinitione nominis. Ratio
est terminus significativus, cuius ali- B garlicant separatę. Orationum alia
perfecta, alia hewide Dcoratione. qua pars aliquid significant separata, ut
“homo [est] albus” deữeffe. Vltima particular ponitur ad Piroca Jüfferentiam
nominis et verbiquorum partes non fi cite suz etc . cogeneris, quia omnis
propositio est oratio et col.1. cipit quæ non sunt propositiones non obstante
quod ilum generat IN ANIMO AUDITORI si – ut: “Homo currit.” Or a boviti
imperfecta. Oratio perfecta est ila quæ perfectum len no Ide uim uce cio
imperfecta est ila quæ imperfectum sensum gene. ferinõis rat, Notandum quò d
tres sunt species orationis perfectæ quia orationum perfectarum. Alia
INDICATIVA – ut: “Homo currit” . Alia est oratio imperativa – ut:
“doceioannem.” Alia ed incelreligie ineis oratio optative – ut: “Utinam essem
bonus logicus”. fint ap te nate. VERBUM est terminus temporaliter significati
differentiam nominis quod significat sine tempore. Secundo dicitur, et
extremorum uniciuus: ad differentia participium quod significar cum tempore,
sed non unitfup 0 -3 gñare fectū sen bus vide ilo, ma. fol. Propositio eit
oratio indicatiua verum vel falsum significans – ut: “Homo currit” -- ponitur
oratio lo non e converso. Secundo dicitur indicativa. quia Cola indicari va est
propositio, non autem imperativa nec optativa.Vicimoannectitur: verum vel
falsum significans: propcer tales orationes. Cortes potest, plato in PS pro qui
alia categorica alia hypothetica. Propositio ca divisio. Categorica est ila quæ
habet subiectum prædicatum et Vide in copulam tanquam principales partes fui –
ut: “Homo est animal.” l o,m a . f o animal. Subiectum est ly “homo”,
prædicatum uero,101.col, ly “animal”. Copula illud verbum “est”: quia coniungit
tum. Dicitur quod habet IMPLICATUM prædicatum. vide licet,ły “currens” quod
patet in resolvendo illud uerbum “currit.” -- in: sum currens, es currens, est
currens, et suum participium. Subiectum est de quo aliquid dicitur – ut:
“homo”. Prædicatum vero quod dicitur de altero – ut: “animal.” Sed copula Quid
(u bicctuz semper est verbum substantivum: “sum currens”, “es currens vel hom”,
“est homo et currens.” De quidp. propositione hypothetica posterius dicetur ad
cuius tum et C differentiam point urilla particula: principales partes quid co
. D sint indicatiue. Quia non significant verum nec falsum. Diffini cum sint
orations imperfectæ. Ca. 6. luifiones sub propositione contentas sequitur D
numerare. Propositionum Prima subiectum cum predicato. B rir est propositio
categorica et non habet prædica. Solutio Et si dicatur “homo cur . Dubo .
fui.quia principales partes hypotheticæ non sunt pula, subiectum et prædicatum:
sed plures categoricęut. Propoli diuifiotionum categoricarum alia affirmativa, alia
negativa. Propositio categorica affirmatiua est ila in ligiex.i. qua verbum
principale affirmatur, ut “Homo currit.” Propositio categorica negativa est
illa in qua er: Tertia bum principale negatur – ut: “Homo NON currit” S.
Propositionum categori:Diffusi carumalia vera, alia falsa. Propositio
categorica ue us&hac ra est ila cuius primarium et adequatum
signifi-materia carð est verum – ut: “Tu es homo.” Hæc enim est uera. “Tu es
vide in homo.” quiate esse hominem est verum.Voco filoma. divisio A tio. i. gi
her. C. 5. . a4 1 mo. Cetera autem significate, utte esse animal, teelic
substantiam, et huius modi, sunt significate secundaria, et pones illa non
dicitur propositio vera nec falsa. Propositio categorica falsa est illa cuius
primariam et adequatum significatum est falsum – ut: “Tu es asinus.” ria, alia
contingens. Propositio necessaria est ila, cuius primarium et adequatum
significatum est necessarium – ut: “Deus est.” Propositio contingens est illa
cuius significatum primarium et adequatum est contigens – ut: “Tu es homo”. Et
voco significatum contingens ilud C quod in differenter potesse se verum vel
falsum. Propositionum categoricarum alia alicuius uide.i. quantitatis, alia
nullius. Propofitio categorica alicu prior.n.ius quantitates est illa quæ est universalis,
particularis, .in pri, indefinita, vel singularis. Propositio universalis est
illa in qua subởcitur terminus communis signo universali determinatus – ut:
“Omnis homo currit”. Terminum communem voco in presenti nomen appellativum et
pronome pluralis numeri. Signa universalia sunt ista: “omnis,” “nullus,”
“quilibet,” unus gfavteros, ncuter, quails D. :.libet, quantusliber, et huius
modi. Propositio particularis est illa in qua subiicitur terminus comunis igno
4. diui afol.significatum primarium et adequatum propositionis, u r e a a d f.
quod est simile orationi infinitive vel coniunctiue il 267.secundlius. undete
esse hominem, vel q “Tu es homo.”, diciturfiA dępris. Significatum primarium et
adequatum illius, “Tu es homo.” Propositionum categoricarum alia fio vide
possibilis, alia impossibilis. Propofitio categorica por ilo.ma.fibilis eft
illa cuius primarium et adequatum significatum est possible – ut: “Tu curris.”
Propositio categorica et adequatūfi. usa ad impossibilis est illa cuius
PRIMARIUM SIGNIFICATUM est impossibile – ut: “Homo est asinus.” Propositionum
categoricarum alia ne cella larem, nomen proprium aut pronomen demonstravi Suum
singularis numeri, ut: “iste”, “ista”, “istud”. Ex quibus fe B quitur iam quæ
est caregorica nullius quantitatis. Et dicitur quod illa quæ non est
universalis, nec particularis, nec indefinita, nec singularis -- ut exclusive
et exceptivæ et re-duplicative, videlicet, “Tantum homo currit, omnis homo
preterfor. mouetur, “Omnis homo in quantum homo est animal”. Luxta primam
secunda Qualis, ne, ue laf, u. Quanta, par, in, fin, Prima pars sic
intelligitur, quod ad interrogationem de propositionc factam r Quæ respondetur
categorica, vel hypothetica. Secunda autem asserit quod ad interrogatione
factam per Qualis? Respondetur affirmatiua vel negatiua. Sed in tertia denotata
a quod ad interrogationem factam g Quan tarmñdcatur, universalis, particularis
indefinita, ucl singularis, et hoc fm exigentiam propositionis propositę. De
duabus alijs pposition am divisionibus. Ræterfu pradictas diuisiones dugalią
declaran- Prima cur. Propositionum categorica divisio – ut: “Homo currit.”
Propositio categorica modalis est illa in qua ponitur aliquis modus -- ut
possibile est sor, cur particulari determinatus – ut: “Aliquis homo disputant.”
Si Idem in gna particularia sunt ista: “aliquis,” “quidam”, “alter”, reli7.
tract. A quus, et huiusmodi. Propositio indefinita est illa in huius in qua
subijcicur terminus communis SINE aliquo signo – ut: c.i.& in “Homo est
animal.” Propositio singularis est ila inqua lo.ma. . fubijcitur terminus
discretus, vel terminus comiscum . col. pronomine demonstratiuo singularis
numeri. Exem :4. plumprimi. sor.currit. Exemplum fecundi: “Ille homo disputat.”
Voco autem terminum discretum vel singu. с P. ultimam divifiones ponitur iste
versus. Querca, uel ră alia dein efle, alia modalis. Propositio catego
Dricadein efic est illa in qua non ponitur aliquis modus 1: Figura de in effe.
r e r e .Modi autem sunt sex . c possibile, impossibile ne Seconda.
necessarium, contingens verum et falsum. Propositionum modalium: quædam est in
sensu diviso et quædam in sensu composito. Propositio modalis in sensu diviso
est ila in qua modus mediat inter accusativum casum et verbum infinitivi modi –
ut: “Fortem possibile est currere.” Propofitio modalis in sensu composito est
illa in qua modus totaliter præcedit, vel finaliter sub sequitur – ut: “Deum
esse est necessarium.” Impossibile est hominem esse asinum. Ex his divisionibus
originantur tres figuræ. Quarum prima dicitur de in effe. Secunda modalis de
sensu diviso fchabés admodum primæ. Tertia modalis de sensu composito: leda
cæteris disperata. Quartum declarationes ha besin exemplo hic posito. A G libet
ho currit. adaz hó ñ currit, Nurbo de currit. Lontraric. Contadictorie dictorie
subalterne, subalterne Figura: demesse Gulltra gda3 ha cuifit, subcontrarie
reasu diuisio Contrarie Nullum hoie3 possibile est! curtcit . Contradictorie
Sub-alterne Sub-alterne de sensu dictorie Lörra mine polee curitie . Modalis de
sensu diviso. sub-contraric Modalis de sensu composito. Nec currere est los.
Impose est currere for sub-alterne Contra sub-alterne dictorie Aliquem, ho
Contrarie de sensu composito: Fig. Loncra . dictonic Contingens et por, non
currere Figura Que libet ho minepole? currere . Pole for currtre, A liquê home
minē ñ pole est currere, sub-contraric Secunda præcise proeodemuelpro eisdem,
sunt contrariæ in figura – ut: “Quilibet homo currit,” “Nullus homo currit.”
Particularis affirmatiua et particularis negativa de consimilibus subiectis
prædicatis et copulis, supponentibus precise proeodemuel pro eisdem sunt
sub-contrariæ in figura – ut: “Quidam homo B Tertia currir, etquidā homo non
currit. Universalis affirmativa et particularis negativa, ucl universalis
negativa et particularis affirmativa. de consimilibus subiectis predicatis et
copulis, supponentibus. precisepro eodem vel pro cisdem, fu Tabula omnium
capitulorum huius logicæ primus est de mentis summulis quiconti De syllogismo:
Tractatus secundus est determis. Car.Ź Cap. primă de definitioc De verbo 3 6 De
diuifione propofi. De figuris propositio pothetica po. copu. ne ciusdem. cn ūt
materialiter etqñ PERSONALITER De propositione hy. De ampliationibus po.
disiuncti. 15 De praedicabilibus Tractatus tertius. de eiusdem di relativorum net
De oratione De propositione norum quando fuppo num deuppolitionibus có De
cognitione termi De appellationib De converfionetibus supponis et de diuisio De
suppositione per de natur appõnuz sonali tractatus divisa De nomine tionum De
duabus alös diui De supposition ma. de equipollentős de signis confunden de
propositione hy de relativis proqui bussupponunc De propositione hy. De modo
supponen cinens C fionibus propõnuzs teriali et de diuisione DE DECEM
PRAEDICAMENTA de decem prædica, consequentősconti. de resolubi de
propositionibus Tractatus quintus est tionc obligationis et De obiectionibus co
tradictasreg. TABVLA uo tionc consequentiæ et De hypo. descriptibio eorum
divisionibus De regulis generalibus consequentiæ for De gradu pofitiuocô malis
De regulis con. for. q De gradu comparati De regulis poenespropositiones quáras
Delydiffert positions non quan De exceptivis De ly necessario et contingenter
parabiliter sõpto poncs superius, atq De gradu superlati -minos pertinentes et
De ly incipit et defi : impertinentes nir nens. De officialibus pro De defini
libus. po. de reg. eius. inferius De regulis poncs pro De exclusiuis
universalibus De convertibilitate uo. tas Dedecem lis alñsregu De ly totus
positioncs hypotheticas De ab æterno De infinitum de probationibus ter
obligatory artis: De reduplicativis De regulis poencster De immediate De semper
De regu.pancs pro tinens minorum continens. De deffic go cioc insolubilib? et
di s Obiectiones cöcrare tra insolubilia Obiectiones contradi milibus
propositioni bus regulas huius de defin De obiectionibus có finitioncs .hui? De
exclusivis insolu De insolubili difiun- ulti. ca.contra modos mi. De insolubili
particu huiuspri De insolubilibus no é de obic Obiectiones contra Obiectiones
addicta est de obiectionibus contra De obiectionibus factis contra re
propositionum huiusprimitrac. De Amilibus et diffig Obiectiones contra pr De
deposition ibuster Obiectiones contra re minorum Tractatus Sextus De insolubili
uniuer Cali bus bilibus riuo ctivo figurarum apparentibus Obiectio. Gulasprimo
et gulas huiuspri de insolubilibus Obiectiones contra dif habens. .huius
uifioncciusdem. Gulas huiuspri lari vel indefinito mitra. de predicabili. De
insolubili copula. trac.in maceria syllogismorum n a contra dicta
huiuscertñ.tra, inm a Štionibus factis con car . las.huius terti las. huius
terti tracta. Venetijs ExpensisheredumLucæ TABVLA teria consequentiară, tracta.
tëtracta. Obiectacontraregu Obiectacontraregu tracta. las, huiustertij las.
huiusterto tracta Antonñ Iunte Florentini Registrum illaiquaiferi predicaturde
terrogatoez factapqualise fuosuperiozi.vtaialeftbo. sozesvť platopueniéterrñ
Predicatio eéntialiséillai deturq rifibiť totaratio quafuperi pzedicaturdein
quareficpdicaturde illiseq? feriozivelecóuersofzquod éppziapafsioilliustermini
dictiévľoriadealiquod illon bomo cum quo conucrtitur. Si predicatio
accítaliséila Acchrétēmin vniuoc'pze iquappuúvelaccñspzedir. Dicabilisdeplib
ieoquod caturde genere fpeciezpria quale accắtaleipuertiblrfi
bľfuoidiuiduoautepuerfo Eréplüpzimi:vtbóèrifibil dirurindecepdicasca. Quo
Paialéalbu. exéplusivrrifi rupzimueltpredicarsitu lub bileéhoalbueaial.Etpfiľr
státiecul generaliffimúébic dedriaz idiuiduo dicafl'me teri’lb
alubàpoiturhicter li’oicaturg pdicatioefriaťė mi? coup” subcocpozecosp?
praedicatio terminoz eiusdez saiatu sub cozpoze aiato a
dicamentivtbóestaial.pze, aialifpes specialis simahoľ dicat ioautaccica est
piedi afinuszlbiftisfua idiuidua carioterminox diuersoz pze foztesz plato.
bzunellus fa dicamentorum vt homo é ale uellus. Secundum predicame bus. Termin
superiora dre tu est pdicamentu quátitutis liquúdicitureffeillequicon Lui
generalisfimúeftquäti. tinerillúznecóuerfoficutli tasfubý sunt duo genera aial
respectuisti terminihó alterna ärnulluestsuperius qz significat quicgdile?cuz
adreliquúvz continuuz? di bocaliquidvltra. Lermin’in scretu primi
generisiftefür feriozad reliquú dicitur effe fpetieslinea superficiescoz
illequi continent urabeo. nnó pustempus locus.qR:bec ecouerfovtliforesrespectu
funtindiuiduabiliuea fupfi iftiustermini bomo. hiclocus. Secundigeneris
Lozpozea Jnco:pozea infinitesuntfdeties. f.binari, Lozpus aiatum rius trinarius
et cetera. Redicamentu zestcoő ciumeltpaffiovelpafsibilis dinario pluriuztermi,
qualitas. Quartuzestforma nozuFmsubzlupza. Etdiui, vetcircaaliquidpitasfigura
us trinarius quaterna rizë Animatum Jnanimatuz indiuiduaverofunthicbina
Sensibile Animal Tertium piedicamentum è predicament z qualitatiscu
iusgeneraliffimum est quali Lozpus insensibile Rationale irrationale. Tas
fubquofuntquattuo: ge Animal rationale nera subalterna: non sebabe Socrates
Plato rio. Secundum eft naturalis p potentia vel impotentia. Ier Substantia tia
secundum sub z fupza. pzi mortalis Jmmortalis mumest habitusveldispofi, Domo
cies.boc cozpusboc rempus Primi generis speties fune Quintum predicament em
grāmaticalogi cazrhetorica dicamétuació iscuiusgener quaq individua sunt becgrå
rasubalteznafuntfer quozu matica logicab rbetorica. Nullu ėsuperiusad reliquum
Lertijgenerisfpessunto risspéssunt. generarehoiez redoamaritudo. albunigruz cozrupere
equáquayindir calidúz frigidubuidum zfic uidua funt fic generareboiez cum.
quarú idiuidua suntheç fic corruperee quum Iertijz dulcedobiamaritudohocal
quartigeneris spessuntau. bumhocnigp buius modi. Gere in longudi minuereila
Quarti generis species sut tum. quozumindiuiduafffic circulus triangulus quadra
auger eilögumficdiminuer gulus2 huiufmodiquarúidi inlatu. Quiti generisspés
uidua funt. biccirculus.bicfunt cale facerez frigefacere
triangulushicquadrágulus. Quar idiuidua funtficcalefa Quartii predicamétü Ċpdi
cerefic frigefacer. Sertigo, camerurelatóis. Lui'gene. Neris species funtmouct
fur ralissimú eft relatio vel ada. Súmo ueredeorsumquaruin
liquidfbåfunttriagenera( diuiduafuntficmouerefurfu alterailebita, zsup2
ficmoueredeorfum. Sertus Primum est caparatio.Se predicamétaé predicaméruz
cuduzé fuppofitio. Lertiuzė paffioniscu generatiffimu supposition
primigenerisfpe estp dalisinfenfudiuitocillaiä nisbomopzeterfoztemoue modus
mediatiter actum ca tur. Jurtaprimamfamzvi, sumzverbúinfinitiuimodi timam
diuifiones ponitifte vt foztempoffibileé currere versus. Quecavelip.qualif
propositio modatisisenfu nevelaf. vquanta. parifin. cópofitoéilaiquamod’to Dama
psficitelligitp ad i taliter pcedirvei finaliter16 terrogatione depłopolinóe
fegturvtdeumef Teénecessa facta gquerespondeturcar rium. Impoflibileé bominė
tbegozica vel ipothetica. Se effe asinum. Erbis diuifio cudaaur
asseritquodaditer nibus origináturtresfigure rogationé factamoqualisre
quanpriaordeieffe. Seci, fpondetur affirmatiuavľne damodalisofenfudiuisore
gatiua. seditertiadenotat habens ad moduprime.ter, qad interrogatione factaze
tiaveroormodąlisofenfu2 quantare spodeatvniuerfaľ pofito fiacefisdispata qua
particularis indefinita vel fin ruideclaratóesbes ierobic gularis. hocfecundum
eri inferiuspofito.: gètiáppoitoisppofité är zo Sequuntur figure. Uifiones
duealie decla Quidam bó curri Quetz bõiez poffibile eft currere Weceffe eft roz
currere Subcötrarie Lontrarie Contrarte Subcötrarie currer. Contradictorie
Qutuber bomo currit Lontrarie Duídå bo. non currit Lörigesest foz.ñ
Aliquesboinem Aliquéboiez poffibile eft. Có posibile eftcurrere poffibile eft
soz. currer Subcontrarie Mullus bomocurrit. Impoffibilee Tozcurrere
Lontradictorie dictozie Lontra Lontradictoria Snbalterne Subalterne Subalterne
Hullu boiez poffibileeft. currere currere ditozie Lontra Lontraditozie
Subalterne Intigiturtåpueq funtcontrarieoisbocurrit fecunde figurebere ptnll?
bócurrit. necieptra gulegeneralespriaé dictorie.Disbócurrit2gda tita.
Uniuerfalis affirmatiua bononcurrit. neciftefubala zvniuerfalıf negatiadepfitt
terne.Disbó currit7 quida b?fubiectis7predicatisfup bomocurrit. qztermininifup
ponétib”precisepeodévét ponunt precisepzoeodevĽp proeisdéfuntatrarieifigu,
eisdez. Znona. n.fbinfuppóit ra. vtglibzbó currit. 2nllur provtroq;
reru.Jnaliavero' bocurrit.Secidaregťaeft particularis affirmaria et pro
masculino tantum Scutqua tuozfgula particularisnegatia de pfimi lib ?fubiectis
7 pdicatis fup. fituantur propofitoea infiguraitaquattuoz
ponétib?pcirepeodévelp alijsregulisipfarumcogno, cirdez suntcontrarieifigu
fciturlerseu natura. quarum ra.vtgdabócurrit?qdåbo prima eftianonestpossibile
nócurrit. Lertiaregľaviuě duo ztraria effefimulvera falis
affirmatiuaapricularis benefimulfalsa.Primapars negatiavelvlisnegatiazp
patzinductiei nomnibus. Et ticularisaffirmatiaopfilibö
fecundaprobatuz.quoniazia fiectisz pdicatisfupponen funt fimulfalfa. Quilibzboè
tib?pcirepeodezvelpejsó albus znullusboestalb”.Et sunt tradictoneifigura,vt
iafimiliter Dmne animaleft quilibzbócurriteqdábóñ bomocnulluzaialefthomo
curritP.ull'bócurrit?qui Secunda regula eftiftanon dåbócurrit.Quartaregla
eftpoffibileduofubcötraria vniuersalis affirmatiazpti effefimulfalsa.
fedbenefim culari saffirmatia. Etviuer, vera. Patet pars prima ifin salis
negatiuaa particularis gulis discurrendo. fecunda. negatiuade pfitib lbiectis
probaturquoniamistafuntfi 2predicatis fupponétib?pci mulvera.Aliquishomocal se
peodez velpeisdezftit 16 bus. Aliquis bono n eft alby alternein
figura.vtglibzbó Aliquod animal eft homo. Et currit gdambó currit. Dar aliquod
animal non eft homo lus homo currit. gdazbol Tertia regulaeftifta. Honė
mononcurrit Expdictis fegturgilenó effefimulveravelfimulfalf. L madiuifio
eftiftaterminori vocaturlravelfyllaba. Pzie distributi abiitofficiuq2dtē
25boral definitio, sebutcomienicu damagnitudiez caritus eft ilequi
permitesperjeigranasoatione. Tedium cóftitué aligdrepritatveuboliaial.
kupindistan'tbeineciligaya tezinajoftudentiuznecno terminiple fignificatius
Pericarione perforsales aliornimia; breuitatez.gbɔ eft ilequi perfe sumptusni,
beit perqúemymim nulla fereeftanera doctrina. Bil
representatproisnulluseftpermainang Ideo volensmediuftinere 7files.
Secundadiuifio eft, vtriusq zsapiésnäzertremi. iftatermiogquidazsignifi,
ppendium vtilecostruriiuue cantnaturalrzquidãadpla nibɔplurib, diuisuztractati,
citum. Lerminusnatural'rfi bus.quorprimusfuimularu gnificansestile quiapooés
traditnotitia. Secud fuppo . eiusdeestrepsentatiuusficut firionú
declaratmateriá.ter ti-pregntia non dit doctrina. Po AD PLACITVM significansé il
Quartus terminoqviistruit lequinóapudoéseiusdez é pbatiua. Quint’ligidiregu,
representatiu'ficurilletermi lazdocetobligatiuaz.Sert? nusbó in voce vel in
scripto isolubiliafoluendidarartem apud nos significatboiem. via. Septimus
atraprimú apoaliquascertasnatoer obijcitfolutione zaddensre, nibil significat
vt f untgreci: fpófiuaz. Dct aubotertium bebrei. Zertia diffinito é ifta
fodificarpróem argunitati, Q termino kquidaeftcatbe uá. Quiag doctrinaque cun,
gozematiczgdáfincathego acoiozivtaitphusinpzo rematic termi’cathegoze, bemio
physicozum füiteros, maticuseftillegtampiezz duuideo tractatuspzim’ter/
cialiob3 ppziùfignificatum mũiico funitsicipapioi otlibófue.v. ponarinó eft
tibölianimalinte. Lermi? Gential uit diferenmis. ut box Florin simp prout
firepmimusi Cedex gramaticaj. Lorical minátdistributiver particu! complerus
eftozó vthomo laria particulariter Õpofitio alborozes platodeuzeffe
nesdeterminatfbcertocâu 2buiusmodiic. Aduerbia verbúzcõiúctóes Uia noier verbo
er biitcõiungere terminosvel quibus ozatio compoi ozóes quarta diuifio est ia
tur ppofitiologicus pzici. g terminoxquidaz eftpziei paliter cófiderar.
Jdeo'dbil tentiois.7 quidábeitencois reftat diffinitiones ad-signare Terminus
pe intentónis eft Homéest terminus signift terminus mentalis significaf catiu?
Fineté pozecuiusnulla nonterminu. i. réānonéter parsaliquidfignificatseper
minusdatoq effetficutlibó ratavthomo. In iadiffinite significatsoz tem z
platoné. å poif terminus locogencris. Ruinulluspot effe terminus. q2oc nomen
est terminus.e Lerminusaütbe itentóisé nóego. diciturfignificatinis terminus
mentalis significát quia termininó significatui solimo terminil ppofitone non
sunt noia apud logicilicz ptilitermini mentalesnon bi apud gramaticivtomis
verbti participiúppofio nullus similia. Tertio di, zbuiusmodi.Qüitadiuifio
citurfie tempore addiffere, est istag terminoz quidãcst tiñverbia participüa
SIGNIS pe IMPOSITIONIS quidife. ter ficant cum tempore. Duar minus pe
impositois estteri toponit cuiusnullaparsali nus voca vel scriptusfigni quidfignificata
ddifferentia ficansnoterminu.vtlibóz orationis cuiuspartesfigni,
liaialivoceveliscripto.ter ficät. (Uerbúeftterminato min’autem se impositionis
eft požaliter figificatiu?zertre terminus vocalis vel script?
monvnitiuuscuiusnullap8 significas solúī modoterminu aliquid significat
separatave vel propositione vtilitermi currit vel disputato icifpria nirocales
vel scriptinomen mo temporaliter significati, verbti participitizhuium ói uusad
differentiam nominis Serta diuifio eft ifta. Termi quod significat fine tempore
non quidifuntincópleri 29 Secundo dicitur ertremo damcompleri. Terminusin
rumvnitiuusaddifferentia complerus vocaturdictiovt participü quodfignificatcií
lilapislilignum. Izterminus tempože. sed non vnitfuppo fituscum
appofitoficurvero quenonfuntppofitionesno · bum. cetereatparticťepo obftáteqa
fintindicatie q?i nuiturficur toenois. Significant verum nec falsum . P
Ropofitioeftoratioi dicitur.vtbomo predicatuz, puma,plicare Progofito
catbegozicaet prodicaria, madevenirate Alia iperfecta . Diario pfec bignier
parte dignins e.me,ose ista quebetßbiectuzzpiedichuo ublitt taeftila
queperfectu fenfi catu copula generat animo auditous. partes tanös pzincipaler,
peplicireutimplicie. vtbomocurrit. sui.vthomo eltaial. i), Etfidicarurbomo
currite Horá dumotres funtspe propofitio catbegozicaznon
Dratioefttérmin'lignifi cumfintozationesiperfecte catiu? Cuius aliqua pars ali
quidfignificat. Vt boalb?de uz effe. Ulria particula poni turaddifferentia
nominis? Propofitionu zaliacaibego verbi. grumpartesnonfigni rica:Aliaypothetica.
ficant. Dzationuzaliapfecta ibiectumes tubomo predica Diario imperfectaestilla
tum verolianimal.7 copula aiperfectuzfenly;generari illud verbumestq:coniungit
animo audito us vt bomoal fbiectum cumpzedicato. busdeumeffe d Juisiones1 opposito
ne contentas segtur nuerare Pria eft ifta 5 cies orationis perfecte
Drationuzperfectar. alia indicatiuavthomo currit babz predicatum dicitur qa
babz implicicum predicatuz v z li currens quod patzinreroí alia imperatiua.
ptooce joannem . Aliaoptatiua. Desum eseltasuum participiu uendo illud verbum
curritin vtinameffembonus logicus Subiectuz estoe& aliquidad fubiecit”alori
fal veroqd fümfignificás.vtbô animal. Sed copula
fempererspularerreigitpilianca. currit. poniturozatolocoge verbuzfbftátiuü.
l.luzeselt veteteaiomm neris.q:oisppofitioestoza De propofitione
yporbeti-inwirtelde eius. tioetnoneguerro. Secundo capofteriusdiceruraddif,
dicitur indicativa quod sola diferentiam cuius ponitur il la
catiuaeitppofitio.nonátim particulaprincipalespartes peratianecoptatiua.Ulrimo
fui. annectitur verumvelfalsuz Secunda oiuifioeftifta.
fignificansproptertalesoza Propofirionuz cabegozi, tiones foztespór.
platoicipit car. Alia affirmatiua aliane facit, egineris, matiua eft
ilaiquaibupäin num cathegozicarum aliane kleinesitimplicies apaleaffirmat
öcbócurrit. ceffariaaliacontingens,ppo diferencia Presidurijgezo pzopo
çatbegozica negatifitione cefariae ftilacuius artean = uaeftillai
qobiipricipalene primarium zadequarumfigi gáf. Vt: “Homo currit.” Tertia
ficatum est neceffariumvtoe divisio est iappofitouzcatheus
est.popofitiocontingens goricaralia veraalia falsa. Eftilacuiu
sfignificatumpzi, Propocatbegozicaveraéila mariumza dequatumeftcó tui?
pzimariuzadeqtuligni tingensvttues bomo. Etvo ficaruié verúztuesbobecco
fignificatumcontingensil n. Eltperatues hóq2reeffe lud quodindifferenterpotest
boiezcftveru.Uocosignifi esseverumvelfalsum.Sex catu primaritiza deq tuppo
tadiuifiopropofitionumca! fitionisqó eftfimileorationi
thegozicaruzaliaalicui'quă ifinitiuevel piúctie illius. vn ' titatis alia
nullius. P2opo ca deteeffeboiem velqotues 'thegozicaalicuiusquantitati
bódicitfignificatu;primari estillaque évniuersalispar uza de quatúilliustuesbó
ticularis indefinita vel singu ceteraåt significata vt teeffe laris. Flop.
vniuersalise aialteefe Tbstantia7huiul, ilainqua fubijciturerminosnasdistri
mõisunt significata secuidaria comunis figno vniuersalides gacia.Prop
cathegõicaaffer Quintàdiuifio.propofitior burinemobil 7penesillai diciep povera
terminatus vtomnisbócursliepy. necfalla. Propocathegorica rit.
Terminuzcómunemvoco falfa eft illacui? pzimarius7 inprentinomenappellatiuuz
adequatü significatum estfal fumvttuesarinus pionomen pluralis numeri Signa
vnüerfaliafuntiaoil Quarta diuisioppónuzca nullus quilibet vnus quis qz thegou
caşialiapoffibilisali vterq; neuter qualislibzquá aipossibilir.ppocathegorica
tufliberzhuiuf modi. pzopofi poffibiliseftilacui'paimari tioparticularis
eftillainqua uz?adeqrufignificatúépor iubijcitur terminuscóisfigno fibile vt tu
curris particulari determinatus vt Propofitio cathegoricai, aliquisbo difputat.
Signap, poffibiliscst¡la cuiuspama ticularia funeiaaligs gdå al rium7 ad
equariifignificatus terreliqu’rbui?mór.pzopo eftiposibilevebóěafinus
indcfinitacfiillaiqualbijcie feprobatio: ctfromloco Fifolo terminuscómunisfinealiafip
Reterfupiadictasdi gno:ytbomo estanimal. Propofitio fingulariséil,
rantur.Primaeiftappofiti lainquafubijciturterminus onucatbegozicap.altadeief
discret? Vel termino coniunif realiamodalis. Propofitio cumpnomine demostratiuo
cathegozica deielleèillaiä fingularis numeri. Ermprimi non ponituraliquis
modus. ut Toutescurrit. ermfiillebo vtbỏcurrit. Diopofitioca disputar.
Uocoautemtermi, thegorcamodali scillaina num discretumpelfingularé
ponituraliquismod?vtpof nompoziùautp nomenomo fibileefoxtemcurrer. Modiy
Scromodi ftratiuú singularis numeri vt autem suntf erscilicet porsi,
ifteiftaistud. Erquib? fequi biler impossibileneceflariu
turiamqueécatbegozicanĽ contingensverum falsum liusquantitaris 7diciturgil
Secundadiuifio p:opositi laanoé vniuersalis necpar onum modaliumquedamcst
ticularisneci definitanecfin infenfudiuiso quedazifer gularisvterclu fiue ercep
sucomposito Propositio motiue vztantumbocurrit.om dalisinfenfudiuitocillaiä
nisbomopzeterfoztemoue modus mediatiter actumca tur. Jurtaprimamfamzvi, sumz
verbúinfinitiuimodi timam diuifionesponitifte vtfoztempo ffibileécurrere
versus. Quecavelip. qualif Propofitio modatisisenfu* nevelaf. vquanta.parifin.
cópofitoéilaiquamod’to Dama psficitelligitpad i taliterpcedirveifinaliter16
terrogatione depłopolinóe fegturvtdeumefTeé necessa facta gquerespondeturcar
rium. Impoflibileé bominė tbegozicavel ipothetica. Se effeafinum. Erbisdiuifio
cudaaurasseritquodaditer nibusorigináturtresfigure rogationéfactamoqualisre
quanpriaordeieffe.Seci, fpondetur affirmatiuavľne da modalis ofenfu diuisore
gatiua. Sed itertiadenotat habens admoduprime.ter, qad interrogatione factaze
tiaveroormodąlisofenfu2 quantarespodeatvniuerfaľ pofitofiacefisdispata qua
particularis indefinitavelfin rui declaratóesbes ierobic gularis. hocfecundum
eri inferiuspofito.: gètiáppoitoisppofité är zo Sequuntur figure. visiones
duealie decla Quidam bó curri Quetz bõiez poffibile eft currere Weceffe eft roz
currere Subcötrarie Lontrarie Contrarte Subcötrarie currer C Lontradictorie
Qutuber bomo currit Lontrarie Duídå bo. non currit Lörigesest foz.ñ
Aliquesboinem Aliquéboiez poffibile eft. Có posibile eftcurrere poffibileeft
soz. currer Subcontrarie Mullus bomocurrit. Impoffibilee Tozcurrere
Lontradictorie dictozie Lontra Lontradictoria Snbalterne Subalterne Subalterne
Hullu boiez poffibileeft. currere currere ditozie Lontra Lontraditozie
Subalterne Intigiturtåpueq funtcontrarieoisbocurrit fecundefigurebere ptnll?
bócurrit. necieptra gulegeneralespriaé dictorie. Disbócurrit2gda tita.
Uniuerfalisaffirmatiua bononcurrit. neciftefubala zvniuerfalıf negatiadepfitt
terne. Disbó currit7quida b?fubiectis7 predicatisfup bomocurrit.qztermininifup
ponétib” precisepeodévét ponuntprecisepzoeodevĽp proeisdé funtatrarieifigu,
eisdez. Znona.n.fbinfuppóit ra. vtglibzbó currit. 2nllur provtroq; reru.
Jnaliavero' bocurrit.Secidaregťaeft particularis affirmaria et pro masculino
tantum Scutqua tuozfgula particularis negatia de pfimi lib ?fubiectis 7
pdicatis fup. fituanturpropofitoea in figura ita quattuoz ponétib? pcirepeodévelp
alijsregulisipfarum cogno, cirdezsuntcontrarieifigu fciturlerseu natura.quarum
ra.vtgdabócurrit?qdåbo primaeftianonestpossibile nócurrit. Lertia regľaviuě
duoztraria effefimulvera falisaffirmatiuaa pricularis benefimulfalsa. Primapars
negatia velvlis negatiazp patzinductiei nomnibus. Et
ticularisaffirmatiaopfilibö fecundaprobatuz.quoniazia fiectisz pdicatis
fupponen funtfimulfalfa. Quilibzboè tib pcirepeodezvelpejsó
albusznullusboestalb”. Et sunt tradictonei figura,vt iafimiliter Dmneanimaleft
quilibzbó curriteqdábóñ bomocnulluzaialeft homo curritP. ull'bócurrit?qui
Secundaregulaeftiftanon dåbócurrit. Quartaregla eft poffibileduofubcötraria
vniuerfalisaffirmatiazpti effefimulfalsa.fedbenefim cularis affirmatia.
Etviuer, vera. Patetparsprima ifin salis negatiuaa particularis
gulisdiscurrendo. fecunda. negatiuade pfitib lbiectis probatur
quoniamistafuntfi 2predicatis fupponétib?pci mulvera.Aliquishomocal
sepeodezvelpeisdezftit16 bus. Aliquis bononeftalby alterneinfigura. vt glibzbó
Aliquodanimalefthomo.Et currit2gdambócurrit. Dar aliquod animalnonefthomo
lusbomocurrit. 2gdazbol Tertiaregulaeftifta. Honė mononcurrit Expdictis
fegturgilenó effefimul veravelfimulfalfa poffibileouo contradictoria patetifta
reguladifcurrédo alter. Hecranonfoludefuit Pfingťaptradironia. Quar
primevelfecüdefigureimo taregulaeft14. Sivniuerfaľ tertie.Etvocoibinegatio eft
vera fuapticularis velin ne prepofitaquandocolligit definitafibifubalternaeftde
modofuemod?pzecedarfi ralnego. Unfib effetvera uesequatur.7 postpofitaqui gizboestalb?6fikreffzver
coniungiturverboinfinitiui raaligshoestalbosznóez modi. eréplüpzimi.nópofsi.
q:iadefactobe veraaliquis bileésoz.curreredelsoz.cur hoéalbɔ.znóiaquilzboeft
rerenóé poffibileereplúfi albɔ.Eteodémódicodenei possibileésoz. nócurrerevel
funtregule. quorpria reequiuale tiftiptingenscft eftia. Hegpäepofitafacitz foz.
nócurrergpumă regula quipollerefuocótradictozio EthneceffeeTo2. Non currer
viinoquil; bocurritequalet equiualetiftiimpossibileest
isti.Aligshónócurrit.Etnó soz. Currerr recundam regur nullus homo currit
equiualz isti lam zifta non nece f l e e soz . ni aliquishomo currit. Eurrer
cquiual; huic possibi Secundaraeftistanegató leésoz.currergtertiamrei
poftpofitafacitegpoller fuo gulamzita dicaturdecete contrariopbaf. näiftaquils
risquibuscunq3 quare7c. bomo noncurritequipollet SDnuerfioeitcranspofi ufti
nullus homo currit. 2nul tiosubiectiinpzedicar lushomononcurritequipol rum7
econuerfo:vtbomoé ictifti quilibet homo currit. Animal animal é homo. Etlý
Lertiaregulaeftistanega diuiditur in conversione fimi rio prepofitaz
postpositatai plicemperacciisopercorra cit equipollere suofubalter, pofitionem.
Lonuerfiofim no. Vnde bnon quilibethoñ pleresttranspositiosubieci
curritequipolletistialiquis in predicatú 7e2°manentee bomocurrit. Etifta nonnul:
Adem qualitateaquantitate lusbomononcurritequipol vtnulluanimalcurritnulluz
letifti aliquis homo non cur curr ése animal. Lonuerfiog rit.Undeversus.
Precótra, acadésetranspofitiosubiec dic. Post contraprepostaz.sb tiipredicatu
epomanteca gatiuisquare 7c. roz. nó currere èpossibile .6 Quipollentia rumtres
ergo non neceffeesoz. curre demqlitarefzmutataquanti uerfavera?Querfensfalfa.
tate. vtoishó estaialaliqd Håbé per aaliqrolanoné aialébo. Lóuerfiopptrapo
fbftárianullarojaernte7ti fitioneeträf posiectiipdica befalsaaliqui
fubstätianon tiire converso manéteeadem énonrosaq2 suutradictori
qualitaterquitirate. kmura uzé vertivžoisnonfubftan tistermisfinitisi terminosi
tia ;estrora. finitosvtquoddaaialficurs Lotradictiopuerfiõefim ritqodano
currensnóénon pliciarguiťpaiofic'becéve aialUtatfciafáfponóhis
ranullusbõémuliē.zbecē puerhonib? puertatponun falfa nulla mulieré bóigif,
furistiosus, Feci simpliciter Secuido becéveranull?ce puertifeuapacci. Altopcon
cusvid; ens:7becefalfanul traficfitpuerfiotota.Jng? lumensvidetcecúergorc.
ponúťquattuorlrevocales Lertio ßéveranuloom ? S.a.e.1.0.2fignificatplezar
éibbiezljéfatfanullusbó firmatiaz. 2vlemnegatiuaz éidomogac. Adpzim DICIE
i.pticularezvelidefinităaf, giftanó suapuertens.fzia firmatiua.o.veropticulare;
nulla mulieré aligfbó.qioz velidefinitanegatiua. Luš effephilis
limitatioipuerté dicitfecifimplr.i. plisnega teripuersa.Ad63picogi tiua7
pticularis affirmatiua fitde sbiecto pdicatu.qziicft puertütfimplr.puertiťeua
p:edicatúlyens13lyvidens pacci.i, vlis negariazplis ens. ióficpuertiéšnullüvi
affirmatiua puertufp accñs densensécecii.Ad tertium Artopara. i.vlis affirmatia
difimiliterquiaiépuertens zpticularisvelidefinitane ei?Izianullüensiboiecdo
gatiuacouertuntpoponem. m?. vľiainullobõieédom? Harzuerfionúsimplerévti quianon
debétterminimuta lioz.q2vniuerfaliterfipuerfa recafumquarerc. é vera puertens é
vera 7 eco plures cathcgoricar ipuerfióepaccñsestpuerfa coniunctaspnotam
conditio falla. vtbeaialchó.2pueri nis copulationis difiunctiois
tensveraboéaisl. Jnquer velalicuiistarumequiualen fioneveropatrapènemécó
tez.Vttuesbóituefanimal uerfo.lzñéita i puersione p accideiis velpatraponez:ná
р Ropofitioypothe, ticaeftillaģb abet Iresigitfuntfpesypotheti
Deimpoffibilitatepossibly CARnoequälente sifigifica, litate neceffitatezcoringen,
do'ozaditionaťcopulatia tiaeiusdemnonopzdicerea difitictia. Alievero vt
localiterqzoiscóditionilisvera cális ztörať nó
funtypotheeftneceffariazoisfalraéim tice. fzcathegorice.Propofi poffibilis.
Hulla atitestque tioaditionalisèillaiäjiun fitcótigens.iftereguledicte gun et
plures catbegoziceper suntdecóditionalidenomia noriaditionisvtfituesbó
taalyfiquarezi. tuesaial. Propofitionü con ditionalium alia affirmati
uaalianegatia.Propoaditic Dpulatiua eftillaque onalis affirmatiua éillaiqua
babetplures cathego 5nórepared afirmaturnotaəditoiserel ricas gnota
copulationisiui plüpofitúest. Londitionalis cemcõitictas. vttuesboiz negatiua
estillaiquanotacó ditionisnegatur vtnonfitu eshotuesafinus 7brempp batper
affirmatiua. Adveri ratezcóditional affirmatiue requiriťzfufficitg oppofitú
tusedes. Dzopofitionúcopu latiuarumalia affirmatiuaa lianegatiua. Affirmatiuae
illainquanota copulationis affirmatur eremplumpofitu eft. Hegatiua per
oeltillai quanotacopulationisnegaE pritisrepugnetåtecedentivt fitues bótuesanimal.bec
vt non tues bomoztuesasi vera eft quista repugnanttu nus. csbomo tunoessial. An
Et semper negariua proba tecedés vocatillappoqim turper affirmatiuam. mediate
sequiturnotãcóditi Åd veritatem copulatiue onis: cófeques veroeftalta.
Afirmatiuer equiriturquam f'meibad itaotuesboeftafcedens? Libet
partemerreveramvtcu tuesaialest consequens.Ad eshomoatuesanimal.
falfitatezconditionalis affir, Et adf alfitatem copulati, matiuer equirit.
2fufficitque affirmatiue fufficitvnam "sistemahor oppofitum cófequentis
ftét partemeffefalsa; vttues behurinefrom cumancedente vifituesbó atucurris. tu
sedes. Hec aut ftant fimul Bd possibilitatem copula tuesbomoztunofedes.ió
tiuerequiritur qualibetpar itaconditionaliseft falsa. técepossibiléznll'ä
altériiz tatomagis welalijs Jhiunctiuaeftillaique Deus évelfoztesmouef. Ere
coñitigüturplescathe pltiftvttues P'tunones.Et itbegorica. gozicepnotazdi
functionis; adcótingentiaeiusdemrege Detuesbomoveltuesafin? Ritur qualibet
partemeffeco Propositionúdifuciuarú tingentezznulla alteri repu alia
affirmatiuaalia negatia gnarenecét contradictoria il; disunctiva affirmativa
éil, laqvtantirpseftalbɔl'ipfe a inqua affirmatur notadi currit. Ponitur
tertiapartir litctóisvtpatuit. negatiade culaqebecdifiunctiuaeftne roeftillai
quanota difiuctó ceffariatunoesbóveltues aditsiplānis negaturprñtuesboľ
aial.ztinullapsalterirepu notá quodtuescapza. zbecsemppbat gnatzõlibyéatigés.
lzboc firdresinsme affirmatiuagneceffetnega ióqzcötradictoriaptiuzre, Lisantca
tiuanifipponeretnegatóvt pugnátvzt uesbó7tunes Forrit pattunonesafinusveltunoes
aial. veldicatomeliusqad foipropofitioneapza. Affirmatiua estq2nul neceffitates
difilactiverequi laillannegationumtranfitin rifzfufficitcoplatiuafacta notam
difiunctionis. tropugnante poribilem.eremplüpzimivt tuesafinus. Etadfalfitatem
tuesbo ztucurris. Szadi, eilisre quiritur qualspartem
possibilitatemei?fufficitvna effefalfamvttucurrisl'nul
partezeffeipossibiléautvná lusbaculusstatinangulo. alterii copoisibilez.
eremplu Md posibilitatem difüctie figutcomke partesplenepost primivttu curris.
7tuésafi, affirmatiuefufficitvnaj par tilesramom nus.erempluzkivttuésztu
temeffepossibilem. Vt homo ferposibilisetideopom nes. Ad neceffitatez. copla
eftafinusvelantichristuseftfuficitermedpogriner tiueregrit quamlib; premer Sed
ad impoffibilitate eius ludvorbi uficiompor seneceffaria; vtboestaialz requirif
qualibet partéeffe tot dimimurront14éria de’eit. Etadarigentiazip impoffibilem
vt homoeftafialiudfornogri. husregriť zfufficitynapzar nusvelnullusdeuseft.
tezelleptingentez.alteraatt Adneceffitatemdifiunctie ni pofsibilez nec
eidéicópofi affirmative fufficitvnazpar bilemvttucurris7tuesbó
temeffeneceffaria;veliuicé pel deus eftz tucurris. cótradici. Eréplum pzimivt
de partibɔcontradictozijser} Ad Veritate zoifiuctiueaf, fe impoffibile z.
Etadcontin Röme ftiguduozycótrario afirmatiuefuficitvnazparte
gentiamcopulatiuafacta siune imposfibilealiud effeveram. pttu.cshomop gtib
oppofitisfitcótiges, metafarim #coco scadcon coinout:fed quo hoc eftueru, cuno
filin ilascopilgrimur, fatke porousopofiris,codicarilkidekie
Erionisdifnightutplan qnoradiinch omnis,Admiños vilpropofiriones, congle:fed l
Frelsabond murgiipropa Mit Saint Erine et filace prolaindao
importinisdefinitiva entrare difusique significatia sseéincóueniensa
Popu-rarios gudwors contrario zeliuniecorigens unum idiom conigat et
difiurgatriper Sadcuila copulatiua falton Iparibusopofieasofusdeles in
diversors Et iceforcimoodradilosiaoliikaepoksidaé estimat arhdheof magister
bisin coligititommdig ogdifinitivaerit Drinsers. viétime quod propria
fueimpropriauide itq,amibe“pareddfentnene ožnnimado props liéefetwimmign
ruenhomo neltuesani bec.n.éneceffariatunocur iusmodi, ris. vel tu moueris . q
becco Lermin e quoc e termin ? pulatia éipoffibiťtucurrif fimplerplura
fignificarFzdi tunomoueris.Etbecéptin uerfasrationes ficutlicanis
géstucurrisvľtunomoue ghignificatcanelatrabilefi ris.q2 beccopulatiuaéptin,
duscelestez piscémarinuz. Genstunócurris tumoue zbocdiuerfisrationibus.
risfecúduregulasdatasde Paedicabile fecúdomó fti copulatiuis. mifvideliczcóiterzp
ergoétermin?vnwoc?pze. prie Predicabilecóiterfup túiterminoaptus. natusde
aliquopdicari. zfictātermi nuscõis finglaristacói dicabilisingddeplerib?ori
tibus(pe. ptaialpredicatur deboiezdeafinogorritfpe ineoqdquidqzaditerroga
plerusqizplerusdiciepze tionezfacta; perquideftbo dicabile. Sippziesicfumen
velafin? rndeturqeltaial. do difinit. Paedicabilee ter Ben'oiuiditur. naquodda
minouiuoc'apt nat deplu estgenus gnälifsimu. zquod rib?pzedicari. ficnull?ieri
damgenussbalternum nusfingularisnec tráfcedes Benus generaliffimúéter autpofit?
Dicitur pzedicabiming ficégen?qd nopot lefeuvniuersaleqóidéė.q2 essespecies.
ytfubftátia. Be null’ralisestterin vniuoclis nus subalternúeftterminus
Undetermin’vniuoc'est quificeft genusqdpóteffe termin? fimpler plura signifi
species vtaial.eeniz genus cásfm vnicáraionezficutli respectuhominis speciesde
boqo significatfoztezplato rorespectucorporis té oiađuagiftcataF5bác
Spesestterminusvniuo/ rationeať raroale. Perboccus nó fupremuspzedicabil
qodiciturterminus fimpler ercluduttermini3 pofiti. sed significans pla
ercluditter minumfingularezzvnicara tione ercludit terminu trásce détez.
videlzensaligdzbu iad plib?vtlibópdicatur aloztez placóeieoqd
aditērogatöezfactapgdest foz telvpťlatorideurgébő Spéfoiuiditur q2qdazeft specialissimazadå
Malterna Segfcapituluopdicabilib? Faria videlzgen?
speciediffe"Redicabiledupťrfu rentiáppriazaccides. Sen? ptú diuidit
iquinqz vniuer Spēs Balternaetermina cutlialbuqapredicatur. de
cu'filspeciespóreffegen? Boieieoqd qualeaccicale vtanimal.
qzaditëroğröezfactaequa Spésspecialiffimaéteri lisehódlafin?pótpuenien nusqcum
fitfpesnópóteê terrñderiqdalb?.2bocno genus. vt bóvel aliter conuertibiliter.
Quia nó con Spės spalissimaétermin? uertiturlialbuaialiq°illoz,
vniuocuspdicabilisigdde Suffitientiapdicabiliūbe plurib'orñtıb nuerofolum
turistomó quoë vleautest znotáterdiciturfoluiq2liai piedicabile
effentialiteraut alnéspéss pálissima.ztúert accíítaliter termin?vniuoc?
predicabilir Si effentialrautigdauti igddeplib’orntib?núero quale. Siiqualeilludéoria
22defostez placóeiznofoi Siigd autdeplurib'orīti, làdeorñtib?nuero.qzitd e
b?sperilludeitgen?.autde orñtib’spé. vtdeboierlebe přib?orritib? nuero Toluet:
Differentiaéterin’viuoc? illudéspés. Siveroepdica paedicabiťde plib”iquale
bileaccnraťrautgiqualeac cénale.vtroaleqapdicatur cntalepuerribľrz. illudėp
ocfoztez platoneieoqaqle pri. veliqualeacclitaleno qzaditërogatóemfactaper
puertibiťr.2 illud éaccñs.er qualisest fortes respondetur
predictispotpuiciafitper quod eft rationalis. dicato directavľ idirecta er
Peopriú eftterinviuoc fentiaľbľaccñcať. Predica Þdicabilisdeplib’ieoquod
tiodirectaeiaiqafupipze quale accñtalepuertiběrut dicaturdefuoiferiozi. Debo
rifibileqapdicatdesozteet éaial. Paedicatioidirectaé platbeieoqdqualeqzadin
illai quaiferi’predicaturde terrogatoezfactapqualise fuosuperiozi.vtaialeftbo.
sozesvť platopueniéterrñ Predicatio eéntialiséillai deturq rifibiť.7 totaratio
quafuperi’pzedicaturdein quarefic pdicaturdeilliseq? Feriozi velecóuersofz quod
éppziapafsio illius termini dictiév ľoriadeali q°illon bomo cum quo
conucrtitur. Si predicatio accítaliséila Acchrétēmin’vniuoc'pze iqua
ppuúvelaccñspzedir. dicabilisdeplib”ieoquod caturde generefpeciezpria quale accắtaleipuertiblrfi
bľfuo idiuiduo autepuerfo Eréplüpzimi: vtbóèrifibil dirurin decepdicasca. Quo
Paialéalbu. exéplusivrrifi rupzimuelt predicarsitu lub bileéhoalbueaial.
Etpfiľr státiecul generaliffimúébic dedriaz idiuiduo dicafl me
teri’lbalubàpoiturhicter li’oicaturg pdicatio efriaťė mi? coup”.subcocpozecosp
pdicatio terminoz eiusdez saiatu sub cozpoze aiato ať dicamenti vtbóestaial.
pze, aiali fpess pecialissimahoľ dicatioautaccicať eft piedi
afinuszlbiftisfuaidiuidua cario terminox diuerfoz pze foztesz plato.
bzunellusfa dicamentorum vt homo éale uellus. Secundum predicame bus. Termin
superiora dre tú eft pdicamentu quátitutis liquúdicitur effeillequicon Lui'
generalis fimúeftquäti. tinerillúzne converso sicut li tasfubý funt duo genera
aial respectuisti terminihó alternaär nulluestsuperius qz significat
quicgdile?cuz adreliquúvz continuuz?di bocaliquid vltra. Lermin’in scretu.
Primi generis iftefür feriozadreliquú dicitur effe fpeties linea superficiescoz
illequi cótineturabeo. nnó pustempus?locus.qR:bec ecouerfovtliforesrespectu
funtindiuiduabiliuea fupfi iftius termini bomo. hiclocus. Secundi generis
Lozpozea Jnco: pozea infinitesuntfdeties.f.binari, Lozpus aiatum rius trinarius
et cetera. Redicamentu zestcoő ciumelt passio vel passibilis dinario
pluriuztermi, qualitas. Quartuz est forma nozu Fmsubzlupza. Etdiui, vetcirca
aliquid pitas figura us trinarius quaternarizë Animatum Jnanimatuz individua
vero funt hicbina Sensibile Animal Tertium piedicamentum è predicamentuz
qualitatiscu iusgeneraliffimum estquali Lozpus Jnsensibile Rarionale
Jrrationale. tasfubquofuntquattuo:ge Animal rationale nera subalterna non
sebabe Socrates Plato rio. Secundum eftnaturalis p potentia vel impotentia. Ier
Substantia tia secundum sub z fupza. pzi mortalis Jmmortalis mumest
habitusveldispofi, Domo cies. boc cozpusboc rempus Primi generis spetiesfune
Quintum predicamétoem grāmatica logicaz rhetorica dica métuacióis cuius gener
quaqindividuasuntbecgrå rasubaltez nafuntfer. quozu matica logicab rbetorica.
Nulluė superius ad reliquum Lertijgenerisfpessunto risspés sunt. generarehoiez
redoamaritudo. albunigruz ?cozrupereequáquayindir calidúz frigidubuidum zfic
uiduafuntfic generare boiez cum. quarú idiuidua sunt heç
ficcorrupereequum.Iertijz dulcedo biamaritudohocal quarti generis (pessuntau.
Bumhocnigp buiusmodi. gereinlongudiminuereila Quartigeneris fpeciessut tum.
Quozum indiuiduafffic circulus triangulus quadra augereilögumficdiminuer
gulushuiufmodiquarúidi inlatu. Quiti generis spés uidua funt.
biccirculusbicfunt calefacerez frigefacere triangulushicquadrágulus. Quar
idiuiduafuntficcalefa Quarti i predicamétü Ċpdi cereficfrigefacer. Sertigo,
camerurelatóis. Lui'gene. Neris fpeciesfuntmouct fur ralissimúeftrelatiovelada.
súmo ueredeorsumquaruin liquidfbåfunttria genera( dividua sunt ficmo uerefurfu
altera ilebita, 16zsupa fic movere deorfum. Sertus Primum estcaparatio. Se
predicaméta é predicaméruz cuduzéfuppofitio. Lertiuzė paffioniscu’generatiffimu
fuppofitio.primigenerisfpe estpassio. Etb fi Ľrfergene
tiessuntvicinusequale?li, rafbalternarisebūtia ;sub milequarumindiuidua sunt.
zsupaav; generari corrupia hicvicinusbocequalezboc ugeridiminuialterari7fzlo
fimile dñszmagister. qxidiuidua quúconīpiäri diduasütir, süthicprbiconszbicmagi
tuboiezgenerariftueqmco Tertijgeneris (péssútfili? rūpi. Iertüzquarti generis
fuus discipľ? quaruiidiui; spetiessuntaugeriinlon duasuntbicfili? bicferubic
gúdiminuiilatu quani diui. piscipulus. dua funt ficaugeriilogu fic cumouči.
primi7figeneris, Secridi generis spēsfuitpr fpessúthominez generarie Secundi
generis spėssunt v3generarecourtīge augere OU Rzmolle. quarüindiuidua diminuerealterare.
cfmlo, funt hoc durumboc molle. Cu mouere.Primiz figener -- b Logica Parva:
Critical Edition from the Manuscripts with Introduction and Commentary,
Perreiah, Leiden: Brill; Logica magna, Venezia: Albertinus Vercellensis,
Octavianus Scotus; Logica magna: Tractatus de suppositionibus, Perreiah, St.
Bonaventure, NY: The Franciscan Institute; Logica magna: Part I, Fascicule 1:
Tractatus de terminis, Kretzmann, Oxford; Logica magna: Part I, Fascicule 8:
Tractatus de necessitate et contingentia futurorum, Williams, Oxford; Logica
magna: Part II, Fascicule 3: Tractatus de hypotheticis, Broadie; Oxford; Logica
magna: Part II, Fascicule 4: Capitula de conditionali et de rationali, Hughes
Oxford; Logica magna: Part II, Fascicule 6: Tractatus de veritate et falsistate
propositionis et tractatus de significato propositionis, Punta, Adams, Oxford;
Logica magna: Part II, Fascicule 8: Tractatus de obligationibus, Ashworth,
Oxford; Sophismata aurea, Venezia: Bonetus Locatellus, Octavianus Scotus; Super
I Sententiarum Johannis de Ripa lecturae abbreviatio, prologus, Ruello,
Firenze, Olschki; Expositio in duodecim libros Metaphisice Aristotelis, Liber
VII, in Galluzzo, The Medieval Reception of Book Zeta of Aristotle’s
Metaphysics, Leiden, Brill; Expositio in libros Posteriorum Aristotelis,
Venezia, Hildesheim: Olms, Summa Philosophiæ Naturalis, Venezia; Expositio
super octo libros Physicorum necnon super commento Averrois, Venezia; Expositio
super libros De generatione et corruptione, Venezia: Bonetus Locatellus, Octavianus
Scotus; Scriptum super libros De anima, Venezia; Quaestio de universalibus,
extant in nine mss. There is a partial transcription from ms. Paris, BN 6433B
in Conti, Sharpe: Quaestio super universalia, Firenze, Olschki; Lectura super
libros Metaphysicorum, extant in two mss. (The ms. used here for the quotations
is Pavia, Biblioteca Universitaria, fondo Aldini; Expositio super Universalia
Porphyrii et Artem Veterem Aristotelis, Venezia. Amerini, AQUINO (si veda),
Alexander of Alexandria and N. on the Nature of Essence, Documenti e studi
sulla tradizione filosofica medievale; Alessandro di Alessandria come fonte di
N.. Il caso degli accidenti eucaristici,”Picenum Seraphicum, N. on the nature
of the Possible Intellect, Musco; Ashworth, A Note on N. and the Oxford Logica”
Medioevo; Bertagna, N.’s commentary on the Posterior Analytics, Musco;
Bochenski, A History of Formal Logic, Thomas (trans.), Notre Dame, IN:
University of Notre Dame; Bottin, Proposizioni condizionali, consequentiae e
PARADOSSI DELL’IMPLICAZIONE [cf. Grice, Strawson] in N.” Medioevo; La scienza
degl’occamisti: La scienza tardo medievale dalle origini del paradigma
nominalista alla rivoluzione scientifica, Rimini: Maggioli; N. e il problema
degl’universali, Olivieri, Aristotelismo veneto e scienza moderna, Padua:
Antenore; Logica e filosofia naturale nelle opere di N., Scienza e filosofia a
Padova nel Quattrocento, Padova: Antenore; Conti, A. Note sulla Expositio super
Universalia Porphyrii et Artem Veterem Aristotelis di N.: Analogie e differenze
con i corrispondenti commenti di Burley,” Maierù, English Logic in Italy,
Naples: Bibliopolis; Universali e analisi della predicazione in N., Teoria; Il
problema della conoscibilità del singolare nella gnoseologia di N.,” Bullettino
dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo e Archivio muratoriano; Il
sofisma di N.: Sortes in quantum homo est animal, Read, Sophisms in Medieval
Logic and Grammar, Dordrecht: Kluwer; Esistenza e verità: forme e strutture del
reale in N. e nel pensiero filosofico del tardo Medioevo, Rome: Edizioni
dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo; N. on Individuation”,
Recherches de Théologie et Philosophie médiévales; N.’s Theory of Divine Ideas
and its Sources”, Documenti e studi sulla tradizione filosofica medievale;
Complexe significabile and Truth in RIMINI (si veda) and N.”, Maierù/Valente,
Medieval Theories on Assertive and non-Assertive Language, Firenze, Olschki;
Opinion on Universals and Predication in Late Middle Ages: Sharpe’s and N.s
Theories Compared”, Documenti e studi sulla tradizione filosofica medievale;
N.’s Commentary on the Metaphysics”, Amerini-Galluzzo, A Companion to the Latin
Medieval Commentaries on Aristotle’s Metaphysics, Leiden: Brill; Materia prima
e rationes seminales negli scritti di metafisica di N., Medioevo; Galluzzo, The
Medieval Reception of Book Zeta of Aristotle’s Metaphysics, Leiden: Brill;
Garin, Storia della filosofia italiana, Torino: Einaudi; Gili, L., N. on the
Definition of Accidents,” Rivista di Filosofia Neo-Scolastica; Karger, La
supposition materielle comme suppositions significative: N., PERGOLA (si veda),
Maierù, English Logic in Italy, Naples: Bibliopolis; Kretzmann, Medieval
logicians on the Meaning of the Proposition”, The Journal of Philosophy;
Kuksewicz, N. e la sua teoria dell’anima, Olivieri, Aristotelismo veneto e
scienza moderna, Padova: Antenore; Loisi, L’immaginazione nel commento al De
anima di N.,” Schola Salernitana, Mugnai, La expositio reduplicativarum chez
Burleigh et N., Maierù, English Logic in Italy, Naples: Bibliopolis; Musco,
Compagno, Agostino, Musotto, Universality of Reason, Plurality of Philosophies
in the Middle Ages, Palermo: Officina di Studi Medievali; Nardi, N. e
l’averroismo padovano, Saggi sull’averroismo padovano dal secolo XIV al XVI, Florence:
Sansoni; Nuchelmans, Theories of the Proposition: Ancient and Medieval
Conceptions of the Bearers of Truth and Falsity, Amsterdam: North-Holland;
Medieval Problems concerning Substitutivity (N., Logica Magna, Abrusci, Casari,
Mugnai, Storia della Logica: San Gimignano, Bologna: CLUEB; Pagallo, Nota sulla
Logica di N.: la critica alla dottrina del complexe significabile di RIMINI (si
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on Composite and Divided Sense, Maierù, English Logic in Italy, Naples:
Bibliopolis, Wallace, Causality and Scientific Explanation, Ann Arbor:
University of Michigan. Epemenide ̶ mintî? Nicoletti and Grice: Dissolving the
Insolubilia ̶ The Dictum, the Implicatum, and the Significatum vis-à-vis the
Emissum and the Consecutum J. L. Speranza Gif hē of wege ænigne gebrohte .. ðæt
ic mæne gif hē man on synne bespeóne. L. Pen. 16; Th. Ii. 284, 12 Abstract The
essay attempts to provide some justification for the adoption of the keyword
‘signification’ vis-à-vis Grice’s meaning as of philosophical relevance.
Keywords: Nicoletti, H. P. Grice, signification, significatum, imposition,
philosophical psychology, significatio ut nunc, denotatio ut nunc Introduction
Why should ‘significatio’ be part of the philosophical lexicon, rather than the
more parochial ‘meaning’? Here are some reasons. Take for example, at random,
‘Consequence, signification, and insolubles in fourtheenth-century logic,’ in
Logica Universalis. Read is expanding on a Danish logician’s claims against
some externalist semantic theory that would have consequence as defined, or
analysed, in terms of containment – and, more specifically, in terms of what
Read has ‘signifying [significando – but also designando] on what is actual,’
‘signifying-as-things-are’ (p. 4), or ‘signification given how things are
*now*’ (p. 16) – translating ‘significat vel denotat ut nunc,’ which may well
be in the way to become a keyword in the history of logic. The insights by
Oxford philosophers M. A. E. Dummett on meaning transparency are referred to by
Read,. But a few contributions by H. P. Grice as pertaining to the topic
re-considered rather seriously. Hoping it not to be yet another case of
obscurus per obscurius, in separate sections the issues of privileged access
and incorrigibility, what lies beyond m-intention, and a taxonomy of the
significatum and the emissum are discussed, as they apply to a possible dissolution
of some of the trickiest sides to the insoluble. When Grice coined
‘philosophical eschatology,’ he wasn’t thinking about Nicoletti, but he should.
Philosophical eschatology deals with trans-categorial ascriptions: keeping his
primacy of utterer’s meaning at heart, he would go on to think that if ‘smoke’
means ‘smoked salmon,’ it does so only figuratively. And figuratively, too, do
we say that while an utterance is surely not a ‘sign,’ or a ‘sign that,’ that
should not deprive us from, figuratively, stating that an utterance may
‘signify,’ even ‘signify that.’ A case study: what Nicoletti meant In
‘Consequence, Signification, and Insolubles in Fourteenth-Century Logic,’ Read
makes, if we may say so, a majestic use of a rather majestic adverb: ‘anachronistically.’
We offer these notes as an exploration in the genre! Our anachronism is not,
however, about what Grice would have learned as the Merton Scholar he was –
specifically Harmsworth Scholar upon obtaining his B. A. Lit. Hum. as a pupil
of Corpus –, had he spent more time at the Merton library, or the Bodleian,
reading Dumbleton on de Nicoletto – or Nicoletti, as Venetian Paul’s surname
went –, rather than playing cricket. For, was Nicoletti from the Veneto? In the
Dizionario biografico dei friuliani, one finds Nicoletti’s ouvre being
described as “la maggiore opera di logica formale prodotta dal medioevo,” going
on to add, more to the Friulian point: “Uno tra i suoi primi biografi, il
notaio cividalese Marcantonio Nicoletti (1536-1596), lo ascrive alla propria
famiglia” -- and we follow suit, as does Nardi, who points out that Paolo
Nicoletti he was even if ‘comunemente’ referred otherwise. It is not every day
that one can assign a proper surname to some of these figures: it never
happened to Ockham! But in this case, we may safely say that what lies behind
this all – as things signified now are – is a veritable ‘scuola di Udine’ –
(for trust the Italians to refer to him as the “Udinese”) -- Nicoletti’s actual
birth-place. Udin in friulano, latinised as Utinum. Secondo questa linea di
eruditi, dunque, P. sarebbe membro della nobile famiglia dei Nicoletti di
Udine, poi di Cividale, le cui vicende furono ricostruite da Francesco di
Manzano nel 1894. Oxord – or Britannia – probably not being his first choice, but
Augustinians were banned at Paris: il priore generale destinò P., insieme con
il cugino più anziano Paolo Francesco da Venezia, come studente “de gratia”
(cioè a spese della provincia, e non dell’Ordine), allo “studium generale” di
Oxford, per intraprendere il percorso di studi avanzati che doveva condurlo al
magistero in teologia. In quegli anni lo scisma d’Occidente aveva infatti reso
difficile per gli studenti italiani il compimento degli studi superiori presso
l’università di Parigi, di obbedienza avignonese: pochi anni prima lo stesso
Bartolomeo da Venezia aveva in effetti precluso formalmente questa possibilità
agli studenti agostiniani. Durante il triennio di permanenza ad Oxford P. ebbe
la possibilità di conoscere ed approfondire gli sviluppi più recenti ed
avanzati dell’insegnamento filosofico e di quello logico in particolare.
Marcantonio Nicoletti’s idea of embracing Paolo as one of his own is not much
of a stretch – when we have Nardi, correcting the reader of his history of the
university of Padua, who is thinking he is going to read about ‘Paolo di
Veneto’ when ‘più correttamente’ it is Paolo de Nicoletto or plain Paolo
Nicoletti (as Nardi has it) we are talking about! The Dizionario biografico dei
friuliani is careful about the ‘de’ – cf. Read ‘de Occam’ – for Padoa’s
Nicoletto was rather Vernia – so called ‘Nicoletto’ because of his rather
meagre stature. Thus Nardi, opens the third chapter of his compilation of
studies on Padoa: “Se Pietro d’Abano non fu un avverroista nel senso vero e proprio
della parola, avveroista [sic] fu invece l’eremitano Paolo Nicoletti da Udine,
detto comunemente Paolo Veneto.” (Nardi 75). And later: “Nell’esposizione del
testo 23 del II libro De anima, frate Paolo Nicoletti si pone, “ad maiorum
dictorum evidentiam” alcuni “dubia” (p. 77). Interestingly, Nardi goes on to
quote from Cittadini who implicates – cf. Grice: Where does C live? B:
Somewhere in the South of France) – when he refers to Oxford as ‘Britannia’.
“Ferrunt autem quidam non auctoritate inigni, hunc libellum in Britannia, ubi
olim et dialeticae et philosophia studia floruerunt, in antiquissimis litteris
compertum esse, ut ex illis constaret, prius opusculum hoc extructum fuise quam
Paulus Venetus natus esset. Quod eo magis a non nullis creditor, quod certum
est Paulum aput Britanos [sic] visendorum ymnasiorum gratia aliquando
commoratum esse, ac postea in Italiam reverentem multos libros secum detulisse,
quorem auctores Italis penius errant incogniti” (Cited by Nardi p. 76). And
where, Malcolm Bradbury would have added, anachronistically: ‘Britannia, where
Nicoletti certainly read Grice’! Problem with online-only publications is that
we don’t know if Tabarroni, who authored the entry on ‘Paolo de Nicoletto’ for
the Dizionario biografico dei friuliani, or the Dizionario’s editors, meant the
entry to be ordered under “N,” as we would, or under “D,” or even under “P”
(dizionariobibliograficodeifriuliani.it/paolo-di-nicoletto). But, as a good
friend, Tabarroni would rather abuse the principle of non-contradiction and to
please both authors answer: “Both.” Our current anachronism lies, rather, in an
echo of Malcolm Bradbury – Eating people is wrong -- , on the very influence of
H. P. Grice on the oeuvre of Paul of Veneto – his Merton scholar predecessor,
we hope! (Boy, didn’t they calculate!) . And what did Nicoletti mean, anyway?
For surely, it would be figurative only to inquire as to what what he wrote
meant! Surely, Or his words never meant a thing – but ‘meant’ at most! As to
our second Mertonian scholar, in what he felt like titling ‘Prejudices and
predilections, which become the life and opinions of H. P. Grice,’ H. P. Grice
reminsices: “In my own case, a further impetus towards a demand of the
provision of a visible theory underlying ordinary discourse came from my work
on the idea of Conversational Implicature, which emphasised the radical
importance of distinguishing (to speak loosely) what OUR WORDS say or imply
from what WE in uttering them IMPLY: a distinction seemingly denied by
Wittgenstein, and all too frequently ignored by Austin.” Grice in
Grandy/Warner, P. G. R. I. C. E., p. 59. (Clarendon would have none of that
publicity killer of having H. Paul Grice in the title of his festschrift, so
the editors had to think of one acronym or other – P(hilosophical) G(rounds) of
R(ationality): I(ntentions), C(ategories), E(nds). First instance of obscurus
per obscurius? “Seemingly denied by Wittgenstein, and all too frequently
ignored by Austin.” And we feel like adding: Never mind Nicoletti – a. k. a. Paolo
Veneto -- only that Nicoletti, being from the Friuli, would hardly have used
‘say’, ‘imply’ or although, in his vernacular, he might have meant ‘MEAN,’
which hides behind Grice’s remark. (If Udine is so called after Wotan, the lord
of heavens, Nicoletti may have have been familiar with the idiom – This is what
Bosworth and Toller say on mænan (p. 659): p. de To mean (Helpful, right?).
More specifically: I. of persons (a) to intend to convey a certain sense: --
Gif hē of wege ænigne gebrohte .. ðæt ic mæne gif hē man on synne bespeóne if
he had brought any man out of the way …., what I mean is, if he have lured any
man to sin. L. Pen. 16; Th. Ii. 284, 12. And we may suppose Bosworth is using
‘sense’ in much the same sense as Dummett does! – Not be confused with ‘synne’
(Frege Sinn) which Bosworth has as ‘sin,’ rather! Interestingly, Murray’s O. E.
D. ‘mean’ – entry – while it cares to give the cognates and etymology – well
covering Frisian and lower Germanic dialects, but not as far as Romance mentire
– provides an even earlier quote, from Alfred’s Boethius! Tha ongan he sprecan
swidhe fiorran ymbuttan, swilce he na dha praece ne MAENDE, & tiohhode hit
dheah thiderweaides – dated v 888. – under the ‘original’ ‘Sinn’ of mean as
‘trans. To have in mind as a purpose or intention’. It is rather fascinating
that Grice’s Oxford-Philosophical-Society lecture on meaning opens with this
rather didascalian account of two senses of ‘meaning’ (Spots mean measles but
your remark is meaningless) only to find out that this leaves out King Alfred,
as it were and HIS mean. For Grice classifies ‘to mean TO’ as falling under the
‘natural’ ‘sense’: I propose, for convenience, also to include under the head
of natural senses of ‘mean’ SUCH SENSES of mean as may be exemplified in sentences
of the pattern ‘A means (meant) to do so-and-so (by x),’ where A is a human
agent – like Boethius. By contrast, as the previous examples show, I include
under the head of nonnatural senses of ‘mean’ any senses of mean found in
stences of the patterns ‘A means (meant) something by x’ or ‘A means (meant) by
x that …’ This is overrigid; but it will serve as an indication WoW 215
Nicoletti on signification Enough of an anachronism! So, if you feel like two
oxymora for the price of one, it would be, like: (a) what would Grice have done
with ‘signification,’ seeing that he rather hated the word – an Oxford man of
his generation! --, and (b) what would Nicoletti have done, had he had recourse
to Grice’s views on, er, meaning. Admittedly, Nicoletti was not Anglo-Saxon
enough to use it (just a Friulian who might have overheard maenan once or
twice) – but Grice’s mean (German meinen -- as in “What do your words opine?”)
has a few cognates in Nicoletti’s vernacular – notably: ‘mentire’ and
‘mentare’. Friulian: mintî – as in ‘fake’ (a smile, etc.) The ‘sense’ of ‘lie’
from a semantic shift from ‘fake’ as in having double thoughts about something.
Mentior being the denomial verb – proto Italic mentjor – ‘to be inventive, have
second thoughts’ – cf. comminiscor. French. Mensonge. It. Menzogna – Fr.
Menterie , menteur from Latin mentitor -- and mentir. From Latin mentiri -- –
Lewis/Short mentior. Original meaning: to invent. 1. mentĭens , entis, m.
subst., a fallacy, sophism: quomodo mentientem, quem ψευδόμενον vocant,
dissolvas, Cic. Div. 2, 4, 11. — Cf. dictionary of untranslatables. Barbara
Cassin, Intraduisibles. And Maieru significatio – conceptual intellectual
lexicon. Already in Boccaccio: First quote in CRUSCA: “Se le vostre parole non
mentono. ‘Non dire il vero’. A cui il legnaiuolo disse: essi mentono, periocche
mai io non la vendei loro. Petrarca: Ma piu, quand’io diro senza mentire.
ALIGHIERI: Di parecchi anni mi menti lo scritto. – This semantic shift is
surely what lies behind Umberto Eco’s rather apt idea that, in the consequence
conception of ‘sign’ – a ‘sign’ is any vehicle for a lie! So why did he choose
the Ciceronian ‘significatio’ and ‘significare’ instead? Was he trying to
impress the School of Arts at Oxford? This is a serious question, and not only because
“Socrates utters a falsehood” is usually ascribed to Epemenides, who uttered it
not far from The Orthodox Academy, where Read first presented his ideas on
signification, consequence, and the liar! A good thing, and a bit of a breath
of a fresh air, about Nicoletti – that won’t necessarily feel that fresh to
Grice --, is that Nicoletti indeed, and as a matter of fact, uses
‘significatio’ -- not ‘meaning,’ on which Grice based his career – and procures
a whole theory about it. Just as a proof that we are not obsessed with words as
Grice’s way of words was, is that Read cares to provide a disjunction here when
introducing the notion of ‘significatio ut nunc’: it is ‘significatio vel
denotatio ut nunc’ – His quote from Spade (p. 4 – Paul Spade if you must -- our
third Paul this far!). As a proper Anglo-Saxon, on the other hand, and with
that proper Anglo-Saxon attitude (echoes f Bradbury again) -- especially when
delivering his informal talk to The (prestigious) Oxford Philosophical Society,
Grice felt like he was in good, and safe terrain with just plain ‘mean.’
(“Those spots ‘mean’ measles, to the doctor; to me, they were rather
meaningless. And see what happened to Dahl’s daughter.”) Fresh from a seminar
on Pierce on significs, Grice would hardly have used ‘teach’ – that was his
professional duty! -- which, after all, is a bit of a stricter equivalent to
‘signi-ficare’ (cf. Italian ‘in-segnare’ – but cf. A-segnare and more
relevantly, Read’s significant vel deSIGNant), and a verb derived from the Anglo-Saxon
for ‘sign,’ the ‘token’ – as Bosworth well knew: tacn, taken, es; n. A token,
sign. Tacne dicimenta, Wrt. Voc. ii. 106, 53: 25, 57l Tacn indicia, 44, 68. I.
a sign, SIGNIFICANT form: -- Heofoncyninges tacen, the cross, Elen. Kmbl. 341;
El. 171. A token is, after all, well, a sign. But ‘making a token’ doesn’t
quite do as a rendition of what Nicoletti means by ‘signi-ficare,’ with his
little obsession -- against Rimini, the only author Nicoletti refers to by name
in his opus maior -- and along Mantova, with ‘imponere’. (As Read notes p. 5,
Peter of Mantua: “Logica,” cited in Pozzi 1978:281 – “A consecution indicated
by ‘if’ or ‘therefore’ cannot stand with the first without NEW IMPOSITION [of
meaning] or can be convertible with one such without new IMPOSITION.”). For
Cicero could use ‘signare’ instead of ‘signi-ficare,’ avoiding the clumsy
reference to the -ficare. While it may be sensible to say that Humpty Dumpty is
making signs (signi-fying) not nothing, but that Alice and he should change the
topic when he uses ‘Impenetrability,’ it would be more of a stretch to say that
his WORD is making anything! On the other hand, Grice, unlike Nicoletti, but
like, say, Boethius, or Hobbes, as we shall see, was obsessed with natural
meaning, but so was Freud. Whereas Read does wonder if Dumbleton is indeed
suggesting that it should be up to the shrewd logician to teach us what we may
learn about what we mean, it may well ultimately be your psycho-analyst who
reveals what you mean by either your insoluble or your slip of the tongue –
especially if Occam and, Grice’s colleague and collaborator, D. F. Pears
(Motivated irrationality), of Christ Church, like Dodgson, are both right, and
it is what you NATURALLY mean that matters! Read has edited Nicoletti’s oeuvre.
As did Conti, in Nicoletti’s native Italy. In most passages, it is clear that
Nicoletti would hardly carry, or care about, a ‘Griceian’ approach to meaning.
(Our spelling of ‘Griceian’ incidentally follows Katz, and it’s not a typo –
‘Gricean’ sounds so much brusquer in comparison! It seems all to be about the
grammar, as Oxonians of Grice’s generation would say – the logical grammar, if
you must! It’s all very well for Read to use Sign in bald types to mean a
function as to what a premise or a conclusion may mean – but if we are talking
analogically and figuratively, in the sense that strictly, it is an utterer who
signifies, and if he relies on the general significatio of a sentence, he is
relying on a construction OUT of what the utterer signifies. Significare, as we
say, is not the plainer ‘signare,’ so we shouldn’t worry too much about the
Roman-scholastic tradition on the taxonomy of _signs_: naturalia or arbitraria?
etc. Significare seems to ‘involve’ signs, but in a rather subtler manner. It
seems to be a matter of logical grammar in that a philosopher such as Nicoletti
would (we hope) seem more interested, not so much in who -- or what – ‘does’
the signifying, but on what is it that is signified – the ‘significate,’ as
Read puts it – or, not for short, the significatum. To go back to Anglo-Saxon
attitude example: Gif hē of wege ænigne gebrohte .. ðæt ic mæne gif hē man on
synne bespeóne if he had brought any man out of the way …., what I mean is, if
he have lured any man to sin. Or, strictlier: what I mean is that THE BIG
QUESTION is he he did what he did AND brought any man out of the way! (The sin
of Sinn, as he ‘conveys a certain sense,’ in Bosworth’s rather verbose
paraphrase!) When it comes to the who – for if it is an IMPOSITION, o an
ARBITRATIO (Hobbes) it is so because there is a WILL behind it -- or the what –
the ‘vehicle’, and if we trust Bosworth, it is the UTTERER that bears all the
primacy for Grice and the Griceians. (Superficially, he just felt like Peirce,
the ‘American logician,’ was just too obsessed with kryptotechnicisms like
‘sign’, and ‘lexi-sign,’ and the rest!While ‘medieval’ logicians – like
Nicoletti or Occam, or Dumbleton and Bradwardine and Spade and Mantova -- do
speak of the audience – auditor -- , or addressee – and even about his or her
‘soul’ or animus – for the utterer ‘intends to convey a certain sense,’ as
Bosworth puts it – to some addressee or other, he hope! -- they never seem to
be too clear about the utterer, or his or her intentions in so doing ad
significandum this or that, to use Hobbes’s phrase in his own Computatio – the
Logic section to his Elementa Philosophiae – which seems to follow the set
design of such a course, where a disquisition about what a sign is and how it
‘signifies’ was the rule!Indeed Nicoletti:“Ratio est terminus significativus,
cuius ali- B garlicant separatę. Orationum alia perfecta, alia hewide oratione.
qua pars aliquid significant separata, ut “homo [est] albus” deữeffe. Vltima
particular ponitur ad Piroca differentiam nominis et verbiquorum partes non fi
cite suz etc . cogeneris, quia omnis propositio est oratio et col.1. cipit quæ
non sunt propositiones non obstante quod ilum generat IN ANIMO AUDITORI si –
ut: “Homo currit.” Or a boviti imperfecta.” Logica. “The Middle-Ages’s major
opus in the topic,” as the Dizionario friuliano proudly puts it. But why is the
question of conceptual primacy crucial? The question may be doubly interpreted.
One thing is to say or cliam that the utterer’s signification (or meaning) is
pivotal or primary – and Read refers to what we may signify or fail to do when
uttering an insoluble. Another thing is to DEFINE any further specifications
(what an uttererance means, what the part of an utterance means, what a ‘word’
or ‘terminus’ means when we call it, as Nicoletti does, significativus) in
terms of utterer’s meaning. Grice indeed proposes a few such definitions in his
Oxford Philosophical Society talk – for none of his fellow philosophers would
have cared a hoot otherwise if they thought he was just exploring a vaguer
concept of ‘communication’ – as Grice’s wicked pupil, Strawson, put it in his
own criticism to the tutor – “Grice’s analysis of his concept is fairly
complex. But I think a little reflection shows that it is not quite complex
enough for his purpose. Grice’s analysis is undoubtedy offered as an analysis
of a situation in which one person is trying, in the sense of the word
‘communicate’ fundamental in any theory of meaning, to communicate with
another” (p. 446. ‘Intention and convention in speech acts,’ repr. in
Logico-Linguistic Papers. Thus Grice in ‘Meaning’ after his ‘enough with
Stevenson’, as he turns to ‘a different and I hope, more promising, line’: ‘If
we can elucidate the meaning of ‘U meant something by x on a particular
occasion’ this might reasonably be expected to help us with ‘U meant (timeless)
by x that so-and-so’, and with the explication of ‘means the same as,’
‘understands,’ ‘entails,’ and so on”! And proving that Moore’s conception of
entailment is overrated, coming from the other place! In WoW, short for Way of
Words – or Studies in the Way of Words – published posthumously by Harvard for
Grice -- where ‘p’ – the significatum – is a dummy [cf. Kirwan!] on both sides
of the equivalence. Grice loved to play the formalist, and this becomes relevant
to a commentary by Read. Grice played to be the formalist, and did his best to
impress Putnam when delivering the William James lectures at Harvard. ‘If I
ever stopped being a formalist that might well have been because it was Putnam
(of all people) who said I was too formal!’ – slightly rephrased from the same
‘Prejudices and predilections’! Back to the gap sign or dummy use of ‘p’in both
sides of the equivalence: ‘For utterer U, expression S means “p” =df U has a
resultant procedure for S, namely to utter S if, some some Auditor A, U wants A
to psi or ψ– generate in his soul or animus the psychological attitude with
content ) that p. Or: ‘S1 in v(S1S2) means p’ – for a terminus significativus
which is part of an oratio significativa =df U means by vSS that q and U
intends A to recognise that U meant by vS that q at least partly on the basis
of A’s thought that U has a resultant procedure for S, namely (for suitable
auditor A’) to utter S2 if U wants A to psi – generate in his soul the
psychological attitude, that p. (WoW:129). Nicoletti on meaning But ‘meaning’ –
German MeinUNG -- is a noun, not a verb. Of course, Nicoletti would hardly need
to be providing the necessary and sufficient conditions for his use of
‘significare’ as a verb. And most likely, had Aristotle NOT used ‘semeion’ in
Peri Hermeneias, Nicoletti would hardly be speaking of signs in the first place
(As it happens Grice gave public seminars jointly with Austin on De
interpretation at Oxford, that Acrkill, for one attended – but it pained Grice
that the whole point was to accustom Ackrill to the sound of the Hellenistic
language, NOT to be trying to find perfect contemporary English renderings for
the expressions – and they, Austin and Grice, would NEVER rely on ANY
translation of the Sacred Scriptures, which was not Ross’s, but the Aristotle’s
Oxford monolingual edition! Aristotle – as Maietti, following Eco, of Europe’s
oldest university, Bologna! -- notes in his Teoria del segno nell’antichità
classica – provides the theoretical framework for all this. A vocal emission –
or, as Grice would have it, a whole utterance or an utterance part – SIGNIFIES
– because it is a sign, and a vocal sign at that. An utterer, on the other
hand, does not signify because he or she is a sign –recall Mantova’s WILL
behind his IMPOSITIO --, but because he (or she, or it, S/H/It) makes this or
that sign. Mainetti goes on to note, with Eco, that there were two paradigms
for the sign, one that treated it as an EQUIVALENCE (cf. containment-view of
consequence as ‘signifying as how things are now’ below). The other, a weaker
one, -- and more Roman than Greek -- which regarded it as a mere ‘consequence,’
as Cicero obsessed himself in his disquisition of what makes a sign a NECESSARY
one! Quotation from Mainetti below. What both Nicoletti and Grice have in mind,
then, is Aristotle’s semantic triangle. A SIGN, when vocal, is a sign of the
PHANTASMATA, which, in turn, refer to the things out there. de Saussure found
it very natural to translate this as the signifier (signifiant) and the
signified (signifié). For it was French that had it. The OED has under
‘signify’. “[ad F. signifier (12th c., Prov. Signifier, -ficar, Sp. And Pg.
significar, It. significare), ad L. significare, f. signum SIGN sb.]” and
renders as: “trans. To be a sign … of.’ Their first citation being 1250. Thet
Gold thet is bricht. . signefieth the gode beleave thet is brichtine the gode
cristnemannes herte – the source being ‘c 1250 Kent. Serm. In O E. Misc 27. As
a rendition of ‘to make known, intimate, announce, declare (Murray was no
Griceian) the quote is not much older: 1297: Me cluped him Vter pendragon ..
& that was to singnefie that merlin him clupede dragon in is prophecye. The
source now being: 1297 R. GLOUC. (Ross) 3233. We can see Grice’s point that
while it may be natural to REFUSE the idea that a gesture (or even word) is a
sign, or even a sign that; we may still want to that the gesture SIGNIFIES or
signifies that. Surely if as Read has it, utterers signify that, say, p, we
don’t want to add the OED rendition ‘to signify =df. To be a sign of, and go on
to conclude that an utterer is a sign. So ‘signifying’ quite does NOT do, as
Grice realised, as ‘meaning.’ It is interesting that next to the almost
analytic definition provided by the OED for ‘signify,’ i. e. to be a sign of –
what about the ‘make’? – the OED goes on to provide yet another less analytic
gloss: to ‘mean,’ and surely we do feel comfortable with saying that an utterer
means – Grice built his whole career on that! The distinction
meaning/signification allows Grice to say that animals (non-human) cannot, due
to their inferior intelligence, mean anything like in Schiffer’s convoluted
sense of the word. But they, animals (not human that is) can still SIGNIFY! (He
was keen on cats and one can imagine Grice wondering a cat wondering: ‘what
part of ‘meaow’ you don’t understand?’ – or is ‘understand’ too
Wittgensteinian? Vide Bruce Aune below. Note that for that matter philosophers
like Nicoletti hardly spend much time on the -ficare either. Thus Nicoletti
does grant that a non-natural sign signifies AD PLACITVM – i. e. impositio, as
Mantova prefers – and then turn without much of a thought to the use of the
verb ‘significare’ in itself or derivations – significatum, significativvm, terminus
vocalis significat – without exploring why the -ficare is left behind. For what
is a dark cloud DOING (-ficare) when it signifies that it will rain? Cicero,
and also the English language, has the option between SIGNIFICO and SIGNO (both
entries in Lewis and Short), and OED indeed has ‘to sign’ – which disallows us
from any inconvenience we may feel with strong words like ‘-ficare,’ more
‘making’ than ‘doing’ – SIGNIFICO: to make signs – Lewis and Short rendition.
Quite a casanova of word, we are dealing with here, to echo Nowell-Smith.
Oddly, Grice cared less than Austin as to what the dictionary says. ‘I don’t
give a hoot what it says, matter of fact,’ he once said ‘with provocative
intent’ to Austin – only to get the repartee: ‘And that’s where you make your
big mistake.’ But Grice’s provocations reminds one of Ewing, whose
meaninglessness – I shall endeavour to explore in this paper what is that makes
a sentence meaningless --. Grice recalls Austin asking during one of his
Saturday mornings for a meaningless, unintelligible sentence. Nowell Smith
coming with a verse by Donne. It’s perfectly clear what it means, Austin
replied – to Grice’s anfd Warnock’s laughter. No wonder Nowell-Smith would soon
leave Oxford for Leicester and eventually Canterbury. ILLATVM. When it comes to
Nicoletti’s auditor animus it seems more natural: it’s the utens who makes the
signs when he means AD PLACITVM by some ‘vox’ which happens to be a
‘significativum’ terminus vocalis, that, say, ‘homo est albus.’ Bennett had a
harder time: when commenting on Locke’s reference to the inalienable freedom an
utterer has to impose on his words ‘any idea’ he pleases, Bennett goes on to
add: this is Griceian all the way down. For Locke must mean that, and that
there is a further intention on the part of the utterer to have his inalienable
freedom recognised by his utterance – on the risk of NOT having communicated
ANYTHING otherwise!But unlike the Greek language, which has the simpler
non-composite, ‘semein,’ and while Latin could just stay with SIGNARE, they –
Cicero included – had to add that trick of the verbal suffix, the -ficare. So
it’s SIGNI-ficare. And the rest is history and Nicoletti. Our third Paul
(Spade) is perhaps cleverer: because he provides a disjunction: feel free to
use the inapposite jargon of ‘significat’ – but feel free to use ‘denotat’
instead (A nota was for Boethius Aristotle’s sign, the semeion). But the
logical grammar of ‘signify’ is odd, perhaps odder than Grice found ‘mean’ to
be. Bennett once spoke of Grice’s meaning-NOMINALISM (in Foundations of
Language – an obscure journal edited by Grice’s colleague Staal that also
published Grice’s views on expression meaning: ‘The Meaning-Nominalist
Strategy,’ vol. 10) because Grice’s way is to start what an individual one-off
utterer means by an individual one-off utterance. Never mind what an expression
‘means’. Never mind your generalised implicatures. At this point, and playing
with Sign, Read draws various schemes with ‘signify’ – which Read abbreviates,
as we say as the function ‘Sign’ -- p and q, and various connections. It is one
thing to say one thing, and another thing to say another thing, and Read
beautifully warns the reader that he is ‘abusing’ stuff here: one thing is to
say that the significate of the premise is contained in the significate of the
conclusion; quite another to say that what the significate significates makes
sense! Read’s footnote is worth quoting in full: Note 26, on p. 12: “(Please)
[N]ote that there an abuse of notation here. In p -> q, ‘->’ is an
operator or connective connecting what is signified by sentences
(propositions), whereas in A1 A2 ‘->’ is a relation between those
sentences,’ and suggest that the reader sees Anderson and Belnap ‘on the
harmless need to move back and forth between these two grammatical forms.’ In
fact, if we follow Eco and Mainetti, we would have different diagrammes here.
Let Read’s -> stand for consequence, and <-> for equivalence. In
Read’s first diagramme, each reference to “Sign” should be understood as short
for yet a sub-consequence relation – yielding ‘p1 p2 -> q1 -> q2. If
the equivalence approach is chosen, the diagrammes yielde would be: p1
<-> p2 <-> q1 <-> q2. Of course, in the end, Nicoletti and
Grice seem to have been interested, as we say, in what, for logical purposes,
we should see as ‘signify’ (or ‘mean’) only as being followed by what Austin
has as the ‘that’-clause – The OED2 quotation for ‘that’-clause is Austin in
How to do things with words!): the SIGNIFICATUM. For example, that Socrates uttered
a falsehood. Don’t ask Quine if he saw it! He mistrusts abstract entities and
even redeems them of existence! Consider this case brought up by Grice, which
bears on the question of how much of what one utters is after all signified.
But this leads as to aequivocation and the issue of the privileged access – or
what Read has as Dummett on the transparency of meaning. Grice’s tutor, Hardie,
tells Grice: “I want you to bring me a paper tomorrow.” Let’s suppose that
this, being Grice’s first tutorial – as a pupil – and trying his best, and
having thought that this is what Hardie meant (signified) when he said/uttered
what he uttered – brings a copy of THE TIMES and not a piece of written word.
In ‘significatum’ terms we would have. Hardie, was wrongly thought, by uttering
what he uttered – at the very end of the tutorial, too, almost as an
after-thought -- to have SIGNIFIED (significatum) _that_ Grice was to bring a
copy of a (any) newspaper. Grice uses this particular (painful, we imagine, to
Grice) example in an early paper on G. E. Moore and Philosopher’s Paradoxes. If
you wonder what Philosopher’s (sic) paradox is, it is a bit like your
insoluble, but with a grain of salt -- to justify the ascription of privileged
access and incorrigibility to one’s judgements about one’s one meaning – hardly
Nicoletti’s focus, who’d rather focus on his auditor’s such judgements. He was
a kind man – an eremita, to boot – who cared about his addressee’s animus!
Imposition! As we’ve seen Read quotes an Italian logician who quotes Mantova as
having used, not significatio or denotatio, but IMPOSITION. But then he was a
Peter, like Strawson, but a Paul. Talk of robbing Peter to pay Paul! But
Mantova’s impositio makes rather an interesting point, as it shows that
philosophers should not STICK with this or that idiom (significare, meaning).If
anything else, a natural language provides one – ‘if you have learned it
correctly’ – cf. Grice below on misuses of ‘hailing’ and other malapropts --
with quite a gamut of synonyms. When talking ‘impositio,’ Mantova seems to be
thinking of THESEI, as opposed to PHYSEI – adding the prefix in- for effect!
After all, a sign means what it does, either by nature, or by convention, er,
imposition -- long for ‘positio’. And, Mantova warns us, if you happen to be
meaning something other than what you would normally do by stuff like ‘if’ or
‘therefore,’ you better invoke a different imposition for either! Imposition –
‘of meaning’, Read warns us. Strictly, the point is that ‘if’ or ‘therefore’
may ‘mean’ (or ‘signify’) by imposition I1, this, but by imposition I2, that.
In an analogous fashion with Mantova, now, Grice had to his avail MANY various
other forms to express this idea of ‘conveying meaning’, or ‘intending to
convey a certain sense,’ to use Bosworth. There’s ‘to mean,’ but there’s also
‘to suggest,’, and there’s ‘to imply,’ to insinuate, to allude, and to go by
sous-entendue (OED2 quote citing Mill). And of course for those into
‘significatio’ ad nunc, it used to be the disjunction: ‘significant vel
denotant. Cf. designant. Sadly, for Grice, ‘designate’ carries a narrower
implication. As he introduces his theory of truth in the third William James
lecture: Let me assume that there can be a method of introducing a form of
expression: it is true that … and linking it with the notion ‘factually
satisfactory,’ a consequence of which will be that to say ‘It is true that
Smith is happy’ will be equivalent to saying that any utterance of class which
DESIGNATES Smith and INDICATES the class of happy people is factually
satisfactory. WoW 56 He’s even more careful with ‘denotant’. Indeed, he offers
a full shaggy-dog story about it! In his analysis of ‘Fido is shaggy,’ meaning
the Peter’s dog is hairy-coated, ‘shaggy’ and hairy-coatedness hold a relation
of ‘denotation’ or D-correlation, to distinguish it from the R-correlation
(merely referential) that holds between Peter’s dog and Fido. Suppose we, for a
moment, take for granted two species of correlation, R-correlation
(referential) and D-correlation (DENOTATIONAL). We want to be able to speak of
some particular object [obble] as an R-correlate of ALPHA (nominal), and of
each member of some class as being a D-correlate of Beta (adjectival). p.
133which brings him to problems for we don’t want to say that ‘shaggy’ means
what U THINKS is hairy coated, or less, alla Nicoletti, that U HOPES it will be
in the AUDITOR’s ANIMVS to think the referent of the nominal phrase is
hairy-coated: only that it is hairy-coated. The definies suggested for explicit
correlation is, I think, insufficient as it stands. I would not wish to say
that if A deliberately detaches B from a party, he has thereby correlated
himself with B, nor that a lecturer who ensures that just one blackboard is
visible to each member of his audience (and to no one else) has thereby
EXPLICITLY correlate the blackbord with each member of the audience, even
though in each case the analogue of the suggested definiesn is satisfied. To
have EXPLICITLY correlated X with each member of a set K, not only must I have
INTENTIONALLY effected that a PARTICULAR relation R holds between X and all
those (and only those) items which belong to X, but also MY PURPOSE OR END in
setting up this relationship must have been to perform an act as a result of
which THERE WILL BE SOME RELATION OR OTHER wich holds between X and all those
(and only those) things which belong to K. To the definiens, then, we should
add, within the scope of the initial quantifier, the following clause: “&
U’s PURPOSE in effecting that Ex (…) is that (ER’) (Ez) (R’ shaggy’ z iff z
BELONGS y (y is hairy-coated).” WoW 133n1 A more ‘Aristotelian’ oriented, that
would perhaps please Nicoletti slightly more is found in the section on
‘Universals and meaning’ in Grice’s ‘Aristotle on the multiplicity of being,’
where indeed he explores the idea that his views may well be regarded as an
outshoot of the old realist-conceptualist-nominalist polemic in the Middle Ages
– you know: the old days when Occam was revolutionizing philosophy in Britannia
and bringing the heresies to good old Bologna! Grice would never go to through
the dictionary the way Austin advised him to do – and would rather use
‘IMPLICATE’ as short for this, and EXPLICATE as long for that. (But Holdcroft
brilliantly elaborates on all this in his ‘Some forms of indirect
communication’ in the rather obscure Journal of Rhetoric. At the EXPLICIT
level, there is, of course, “to say” that – the DICTUM. Note Bosworth’s
paraphrase of tacn, as earlier quoted, as both dicimentum, and indicium, both
from the same root for Latin for ‘say.’ (As in a horse says neigh – or you say
it with flowers.) And oddly enough, for a rather non-parsimonious man as he
was, Grice kept using Hare’s paraphrasis of this in terms of ‘dictive content.’
(In his Oxford dissertation, Hare had used ‘dictor’ for who or what does the
saying, and dictum for the ‘that’-clause that follows an ascription of a
saying. And Hare and Grice shared many a Saturday morning in what Pears
wickedly called Austin’s kindergartens at Oxford! Whereas when lecturing at
Harvard Grice would speak – to appease Putnam – of the ‘what is said’ “in my
rather favoured sense of ‘say’ – in his Oxord seminars on ‘Saying and Meaning’
it was always the dictum! So Nicoletti must know, we hope, that there is a way
to express what Socrates SAID when he said that he did when was uttering
something false, as opposed to what he was MEANING – significando – provided we
allow for this trick of an Anglo-Saxon word to have a progressive tense – cf.
Grice below: for how long have you been meaning that? ABSURD! – Similarly,
Nicoletti must have known what he was merely implying – IMPLICANDO, never mind
what he thought the consequence – or CONSEQUTM – was behind his EMISSUM!
(Surely the implicature cannot be a cancellable one, as some think that
‘inform’ carries as a factive meaning that p is true! This
meaning/signification talk, Oxonian as it is, naturally compares with Hobbes,
and earlier, Ockham -- alphabetically under ‘de’, as Read has it. For Occam,
however, it is a bit of complication. An iron circulus placed outside a tavern
MEANS (naturaliter significat) that wine is being sold. Or is it non-naturally?
It is surely arbitrary for Hobbes! But there is an iconic association – and
iconicity lies at the heart of natural meaning (Cp. Grice on ‘association
modes’ in his definition of utterer’s meaning: iconic, non-iconic, etc. The
‘convention’ or arbitration, or imposition, of placing an iron circulus – as of
a barrell – outside a house -- may not be universal, even if iconic. But one
hopes that one sees the sign, and one reaches the conclusion that wine is being
sold. As when one looks up at th sky, and the ‘signe’ (sic) of the dark cloud
may well fit the job of a premise with ‘It’ll rain’ as a conclusion. Thus
Hobbes will have – the first of his examples of an arbitrary sign in his Logic
section or Computatio -- a bunch of grapes hanging out as meaning ARBITRARILY
that such is the case, that wine is on sale – ut nunc. As things are now. But,
on the other hand, while for Hobbes ‘voces’ arbitrarily signify this or that
(this p or that q, that is – one should always mind one’s ps and qs as Lakoff
reminds us, when dealing with Griceian matters -- if those ‘voces’ are the
NATURAL consequents or effects of the motions of our soul or animus, for Occam,
a short outburst of laughter (risus) will naturally signify (naturaliter
significat) that joy is brimming in one’s soul (laetitam animae), while a
furtive tear will equally naturally signify (naturaliter significat), in this
case, rather, dolorem. But Occam seems to have gotten all things wrong – as did
Geach, alas -- when he comes to wonder about the ‘sermo’ mentalis – ‘I’m
feeling joy; therefore, I smile; ‘I’m feeling a pain; therefore, I shed a tear.
Maybe, however, this is the natural, or spontaneous, belief that Dumbleton has
in mind when, in criticising Bradwardine about how obscure one’s reasonings can
go -- that, for Occam, would raher signify, yes, but naturaliter -- all across
mankind, never mind his English nation. Significat non-naturaliter is hardly
used by Occam, which is a shame. Since he would rather not multiply
significationes beyond necessity. And one hopes that the regressus has at one
point to stop. V. Cummings, Meaning and representation, on the homunculuar view
taken by some Griceians, for which you have an utterer meaning that p, and that
same p now meaning again that q – totally misunderstanding Grice’s attempt at a
‘conceptual loop,’ as Schiffer puts it in his D. Phil Oxon on meaning under
Strawson’s advise – to define semantics in psychological terms, JUST to avoid
to have to define psychological terms in terms of semantics! This relates to
Read on citing the refutations to the containment claim, slightly paraphrased:
‘What is signified by your uttering of your sentence, dear Socrates, is not,
believe me, the sentence that you are uttering a falsehood. What is signified
is, simpliciter, that you are uttering a falsehood. ‘Aha.’ It would still be
hardly of any historical interest to rephrase every collocation by Nicoletti of
‘significatio’ (and its cognates) by a Griceian collocation of ‘meaning.’ Some
readers of Grice’s ‘Meaning’ – or some of his auditors at the Oxford
Philosophical Society, where it was first delivered – (for it was Strawson who
had his wife typing the draft and send it unawares to Grice to The
Philosophical Review where it was published ten years later!) -- may find his
claim, a bit ou of the blue, that ‘Words are not signs’ rather obtuse or crass,
but then Grice liked to provoke! Cf. however the collocations by Grice using
‘significatn’ as identified by Bellucci, of Bologna: ‘any (significant)
sentence,’ one requirement to be fulfilled by signs have been suggested eg that
they must be more obvious or accessible than their SIGNIFICATA” , that they
must be in spatial or temporal proximity to their SIGNIFICATA” A gesture.
Neither of them do we naturally speak of the items as ‘signs,’ although we MAY
speak of tehm as ‘signifying’ or ‘signifying THAT.’ Contrary to owhat one might
expect, the terms of the sign relation are NOT sign (S), object SIGNIFIED (O)
and a third organism, … but sign, object, and interpretant. Grice quoting
Gallie, the Scots philosopher he had referred to also in ‘Personal identity’:
“Any appropriate response to a sign is, in virtue of its very appropriateness,
capable of itself serving as a sign of the object originally SIFNIFIED (Gallie
1952:120): ‘the way in which what the sign signifies depends on the occurrence
of an appropriate response: such a response being necessary both to show what
the sign SIGNIFIES and indeed to show THAT it sifnies anything at all.” “For
the proper SIGNIFICATE outcome of a sign, I propose the name the interpretant
of the sign” (Peirce). :This turns out to be a ‘habit’ – and also a
‘significate ffect of sign’). ‘The interpretants, or proper SIGNIFICATE
effects, of signs” “Such an event being SIGNIFICANT only as occurring when and
where it does” “Such event or thing being SIGNIFICANT only as occurring just
when and where it does” “An indefinite SIGNIFICANT character such as the tone
of voice” “to explain how words can fit (SIGNIFICANTLY) in setential contexts.
“the act of assertion is not a pure act of SIGNIFICATION” “first they have no
SIGNIFICANT resemblance to their objects” “would possess character which
renders it SIGNIFICANT” any utterany which SIGNIFIES what it does by virtue of
being understood to have that SIGNIFICATION.” (Peirce) . Utterance CANNOT
SIGNIFY (to someone) without being understood to SIGNIFY it” The emotional
interpreant it is the only proper SIGNIFICATE effect that the sign produces. If
a sign produces any further proper SIGNIFICATE effect” Interpretants as
SIGNIFICATE effect. “the proper SIGNIFICATE outcome of the sign” the proper
significate effect”. For one, words are not signs – or ‘signes’ – not just for
Grice, but for Hobbes either. It’s “voces” which ARE – especially in
compositio, or syntactically arranged, as in Nicoletti’s ‘homo est albus.’ But
‘Words are not signs’ bears a weightier reason for Grice. The claim is one of
the TWO reasons Grice gives to have chosen ‘meaning’ over ‘signification,’ or
another cognate of ‘sign’ -- the other being that some things that may mean are
not conventional – hence trying to dismantle the natural-sign/conventioal-sign
distinction – which seems to be “what people are getting at” when reflecting on
these issues, Grice warns his audience. But those things (or signs) are not
conventional for Hobbes, either. As if predating Lewis for centuries – who
doctored at Harvard on arbitrations under Grice – some ‘signes’ [sic] are
ARBITRARY, rathe – which is back to Mantova’s ‘imposition.’ Grice took
‘convention’ more seriously than even Cicero. The whole thing means that you
‘come together’ (cum-venire) – nothing more nor less. Rephrasing from Grice:
Don’t expect me to use the natural-sign/conventional-sign distinction, and
trust me that meaningN and meaningNN does better. For one, then not everything
that means is a sign. Words are not. Utterers are not. For another, there’s
non-conventional, arbitrary, meaning, like my hand-wave. It is interesting to
note that while he lectured (or tortured his pupils) at length on Peirce – he
was University Lecturer as well as Tutorial Fellow for St. John’s – in his
paper on ‘Meaning’ Grice only cares to quote Stevenson by name, and the essay
by Stevenson that Grice quotes (Ethics and language, then a bit of novelty,
published by this eccentric Yale University Press) does have ‘mean,’ but in
scare quotes (!) for precisely those cases like Grice’s epigrammatic ‘Those
spots ‘mean’ measles.’ Stevenson would be associated with anything -- BUT
animism! This may explain why, when Andreas Kemmerling was writing his doctoral
dissertation at Bielefeld on Grice on meaning he ended up asking: But what the
hell, Was Grice mit >>meinen << meint – Forschungsberichten des
Instituts fuer Phonetik und sprachlike Kommunikation der Universitatet Munchen
– for Kemmerling could not, as best as he tried, sympathise with all the trials
and tribulations Grice undergoes with a peculiar piece of Germanic lexicology
that merely means ‘to opine’ in Kemmerling’s German. Having written a memoir
for Grice in Erkenntnis, Kemmerling goes on to express that he has learned that
some of his remarks ‘tend to be understood as if I took [Grice’s analysis to be
an analysis of the English word. The assumption underlying the remark is that
the ENGLISH word ‘meaning’ seems to point more naturally to the phenomenon of
human interaction wich Grice’s analysis is about than its German counterpart
does’ (Kemmerling in PGRICE, p. 139 – and a whole book may be written about
each language to which Grice is translated – cf. Leonardi on the Italian Grice,
and someone else on Cicero as the Roman Grice! – or what the French (Parisians)
were doing when gathering under the Groupe pour la Recherche de la Inference e
la comprehension elementaire (P. G. R. I. C. E.). If Kemmerling is right that
English ‘mean’ seems to typify communication more than ‘its German counterpart’
(as Kemmerling puts it – meaning meinen) does, it’s quite a shift to the
Romance languages where all the derivatives of mentiri, and mentiri itself –
quite range over the OPPOSITE of what Grice sees as the anti-sneakiness of
meaning. Mentiri and its cognates, by this semantic shift of ‘inventing a
double thought’ seems to be ALL about lying and deception… The Latin language,
as it happens, as we’ve explored the cognates of Bosworth’s menan, MENTARE and
MENTIRE -- does use the ‘mean’ root – also present in ‘mind’ --, as it
distinguishes, indeed, between MENTIRE (to lie) and MENTARE (to mean). But,
unlike the compilers of the Vocabulario della Crusca, neither Grice nor
Nicoletti ever spent much time on this, and besides Kemmerling, few would see
why they should! The idea of using the very root for ‘mind’, i. e. meaning, is
prone to invite not just an accusation of animism – or indeed mentalism,
however undangerous – vide Myro --, but plain unfettered naturalism, too boot!
And Grice always regarded full-blown Naturalism as one of the betes noires on
his way to the City of Eternal Truth. Spots happen to ‘mean’ measles (to some
qualified doctor – not a political appointee -- , because it is Nature, i. e.
God, ultimately -- means measles by the spots. A Russian philosopher like
Martinich could similarly wonder why Grice thought of ‘the recent budget ‘means’
that we shall have a hard year’ (WoW) as NATURAL – when it’s all about the
Administration! (In distinguishing the alleged two ‘senses’ of the verb ‘mean,’
Grice was initially fascinated by the fact that one is factive – the ‘natural’
‘sense,’ while the other is not: and surely he would hardly say that The
present budget means that we shall have a hard year but we won’t. This sort of
subtlety charmed Hart. Facione, who wrote on this, even went on to give primacy
to Hart rather than Grice on this. The locus being Hart’s review of Holloway’s
“Language and Intelligence” in the Scotish Philosophical Quarterly. There, Hart
acknowledges Grice in a footnote for having made him realise that one cannot
mean that those dark clouds mean rain, and go on to cancel, as if it were a
mere implicature, ‘but of course it won’t!’ SIGNIFICATIO does not fare any
better than ‘meaning,’ alas – from what we can gather from the few (usually
philosophers) who have uttered this noun. As Grice saw it back in 1948,
‘significatio’ had become a bit of scholastic jargon – or techno-crypticism as
Grice prefers --. (Recall Grice’s recollection on Austin forbidding the use of
Volition, Causation, and the like – Prejudices and predilections. Proof of the
status of jargon of ‘significatio’ is that while Italian naturally – without
the aid of philosophers of language, that is -- developed the Latin SIGnum into
SEGno, it still preserves ‘SIGnificatio’ but as a doublet, to mark its bastard
origin, as it were. And while de Saussure might disagree, anyone speaking a
Romance language would find it VERY intimidating to be challenged with one ‘And
what do you SIGNIFY by that?’ when, in most contexts, the admittedly arid and
rather silly ‘vollere dire’ seems to provide a more vernacular replacement. (‘In
fact, I do not signify anything – or are you seeing me making a sign, or
what?’). But a few other, more theoretical, insights by Grice on meaning do
seem to trade on Nicoletti’s points, as we sail through the insoluble. Let’s
try and number some of them. Meaning and signification: privileged access and
incorrigibility. Suppose we would like to expand a bit deeper on that
conversation between Grice and his former tutor at Corpus Christi, the very
prestigious Scot Aristotelian scholar, Hardie – of the Harie Golf Awards fame.
On wanting to fulfil his tutor’s desire, and after his very first tutorial,
Grice hands Hardie a copy of THE TIMES with the remark, ‘Here is what you asked
for. Q. E. D.’ So far so good – knowing Hardie. Grice will later elaborate on
this, but exchanging roles, somewhat, and having himself in the role of the
straight man, and his own pupil, Strawson, as the joker, and challenger to the
philosopher’s paradox or insoluble. Grice is now a Full tutorial fellow at St.
John’s – which surprised, of all people Scot economist Richardson – seeing that
‘he never returned library books’—Richardson, ‘Grice’, St. College Records -- ,
and the assigned co-tutor of P. F. Strawson – the other one was Scot
philosopher Mabbott who recollects on both Grice and Strawson in his Oxford
memories, published by Thornton --, for one term, for Strawson’s Logic Paper in
the P. P. E. programme.Grice utters (again, as Hardie had done). “I want you to
bring me a paper tomorrow.” But Grice now goes on to expand on the very
absurdity of Strawson’s very idea that HE (Strawson) KNOWS what Grice MEANS
more than Grice does! Grice enjoyed the final section of this early paper on
“G. E. Moore and Philosopher’s Paradoxes” (c. 1953-1958) so much that, not only
did he keep it – in illegible handwriting – but gave it to Harvard University
Press to be added to the compilation upon the occasion of the publication of
the William James lectures by Harvard University Press to add it to the
compilation, in Part II of what he rather pretentiously calls ‘Semantics and
Metaphysics’ – The proof reader did his/her best, but failed to read Grice’s
‘circumstance’ which becomes ‘sentence’ – in quote below. So Grice appends to
his criticisms of Malcolm on Moore: I suspect that some philosophers have assumed
or believed that ‘mean’ means ‘mean’ (that what what a man says he means is
paramount in determining what he does mean) because they have thought of
‘meaning so and so’ as being the name of an introspectable experience. They
have thought a person’s statements about what he means have just the same kind
of incorrigible status as a person’s statements about his current sensations,
or about the colour that something seems to him to have at the moment. It seems
to me that there are certainly occasions when what a speaker says he means is
treated as specially authoritative. Consider the following possible
conversation between myself and a pupil. Myself: I want you to bring me a paper
tomorrow. Pupil: Do you mean that you want a newspaper or that you want a piece
of written work? Myself: I mean a piece of written work. Grice goes on to
comment, now adding ‘absurdity’ to the bargain – ‘inappropriateness’ will come
later: It would be ABSURD at this point for the puil to say, ‘Perhaps you only
THINK, mistakenly, that you mean ‘a piece of written work,’ whereas really you
mean ‘a newspaper.’ And this absurdity seems like the absurdity of suggesting
to someone who says he has a pain in his arm that perhaps he is mistaken
(unless the suggestion is to be taken as saying that perhaps there is nothing
physically wrong with him, however his arm feels). It is important to notice
that although there is this point of analogy between meaning and having a pain,
there are striking differences. A pain may star and stop at specifiable times;
equally something may begin to look red to one at 2:00 P. M. and cease to look
red to one at 2:05 P. M. But it would be ABSURD for my pupil (in the preceeding
example) to say to me, ‘When did you being to mean that?’ or ‘Have you stopped
meaning it yet?’ Again there is no LOGICAL objection to a pain arising in any
set of concomitant circumstances; but it is surely absurd to suppose that I
might find myself meaning that it is raining when I say’I want a paper’;
indeed, it is is ODD to speak at all of my finding myself meaning so and so,
though it is not odd to speak of my finding myself suffering from a pain. At
best, only VERY SPECIAL circumstances (if any) could enable me to say ‘I want a
paper,’ meaning thereby that it is raining. In view of these differences, we
may perhaps prefer to label such statements as ‘I mean a piece of written work’
(in the conversation with my pupil) as ‘declarations’ rather than as
‘introspection reports.’ Such statements as these are perhaps like declarations
of intention, which also have an authoritative status in some ways like and in
some ways unlike that of a statement about one’s own current pains. Grice goes
on, now accusing Strawson of INAPPROPRIATE behaviour: But the immediate
relevant point with regard to such statements about meaning as the one I have
just been discussing is that, insofar as they have the authoritative status
which they SEEM to have, they are not statements which the speaker could have
come to accept as the result of an investigation of a train of arguments. To
revert to the conversation with my pupil, when I say ‘I mean a piece of written
work,’ it would be quite INAPPROPRIATE for my pupil to say ‘How did you
discover that you mean that?’ or ‘Who or what convinced you what you mean
that?’ And I think we can see why a ‘meaning’ statement cannot be both
especially authoritative and also the conclusion of an argument. If a statement
is accepted on the strength of an argument or an investigation, it always makes
sense (though it may be foolish) to suggest that the argument is unsound or
that the investigation has been improperly conducted; and if this is
conceivable, then the statement maker MAY be mistaken, in which case, of
course, his statement has not got the authoritative character which I have
mentioned. Grice goes on to conclude the section: But the paradox-propounder
who relies on the type of argumentation I have been considering requires BOTH
that a speaker’s statement about what he means should be especially
authoritative AND that it should be established by argumentation. But this
combination is impossible. A further difficulty for the paradox-propounder is
one which is linked to the previous point. There is, I hope, a fairly obvious
distinction (though also a connection) between (a) what a given expression
means (in general), or what a particular person means IN GENERAL by a given
expression and (b) what a particular speaker means, or meant, by that
expression in a particular occasion; (a) and (b) may clearly diverge. I shall
give two examples of the ways in which such divergence may occur. (1) The
sentence ‘I have run out of fuel’ means in general (roughly) that the speaker
has no material left with which to proper some vehicle which is in his charge;
but a particular speaker on a particular occasion (given a suitable context)
may be speaking figuratively and may mean by this sentence that he can think of
nothing more to say. (2) ‘Jones is a fine fellow’ means in general that Jones
has a number of excellences (either without qualification or perhaps with
respect to some contextually indicated region of conduct or performance); but a
particular speaker, speaking ironically, may mean by this sentence that Jones
is a scoundrel. In neither of these examples would the particular speaker be giving
any UNUSUAL SENSE [cf. Dummett] to any of those words OR SENTENCES; he would
rather be using each sentence in a special way, and a proper understanding of
what he says involves KNOWING the STANDARD use of the sentence in question. (3)
A speaker might mean, on a particular occasion, by the sentence ‘It is hailing’
what would standardly be expressed by the sentence ‘It is snowing’ EITHER if he
had MISLEARNED the use of the word ‘hailing’ OR if he thought (rightly or
wrongly) that his addressee (perhaps because of some family joke) was
accustomed to giving a private SIGNIFICANCE [Nicoletti signification – S. R.
Read, Sign -- to the word ‘hailing.’ In either of these cases, of course, the
speaker will be using some particular word in a special nonstandard sense.”
(‘G. E. Moore and Philosopher’s Pardoxes’ c. 1953-1958), in WOW – way of words,
pp. 166ff – paper from p. 154 to 170). Grice goes on with two further
paragraphs on this, till the very end, and abrupt too, of the paper, as he
trades on the attempt to use utterer-based meaning against philosopher’s
paradoxes or insolubles. The issue of incorrigibility and privileged access
sort of obsessed Grice when dealing with paradoxes and insolubles, as is
attested in two other pieces. In his own autobiography, the Norwegian-American
philosopher Bruce Aune, in his obligatory sojourn in the varisty of stone
walls, recalls that, upon arriving at Oxford, quite a few years after Austin’s
demise, he joined, upon invitation only, of course, Grice’s Play Group on
Saturday mornings. As it happened, Aune was nicely surprised by this fact, and
the following gesture of Grice showing some sincere interest in a rather
primitive view of avowals attempted by Aune in an early paper. “It seems Grice
had a thing about an avowal, as I called those things.” Aune's affectionate
remembrance of Grice by to the Grice Club. From Aune's engaging Autobiography
in Bayne's "History of analytic philosophy". Aune writes: "I
eventually sent [my paper on Avowals] to Black, of Cornell, who had solicited
papers from American philosophers for a volume Routledge would publish as
Philosophy in America. Black chose fourteen papers from the ones submitted, and
Aune’s essay, ‘On the complexity of avowals,’ was one of the essays Black
selected. The target of that essay by Aune was a group of arguments by
‘Witters’ and Malcolm that were widely discussed at the time. They concerned
the supposed ‘criteria’ for being in pain, for understanding talk about pain,
and for using the word ‘pain’ correctly in first- and other-person uses. In the
course of developing his criticism of some of these arguments Aune draws a
distinction between what a statement implies and what this or that person might
imply in making that statement. This distinction was similar to one that Grice
was then making in his work on what he called conversational implicatures, “and
perhaps because of this, Grice was quite pleased by my talk.” “At any rate,
after my talk, or shortly after it, Grice invited Aune to take part in his
“Saturday mornings,” the discussions he then held on Saturday mornings at
Corpus. The Saturday discussions that Grice led when Aune was there were a
continuation of the Saturday morning discussions previously led by Austin. The
meetings Aune attended generally had five or six discussants. “I can no longer
remember all the people who attended." Hare was nearly always there, but
he never, as I recall, “addressed a single word to [Aune].” He was not superior
or rude. I think he was simply reticent or shy." "I think Urmson
sometimes attended." "He was then a don at Corpus." "And
Nozick, the other American visitor, was always there." "Nozick had
just finished his Ph.D. at Princeton. Nozick’s sponsor at Oxford, as it were,
was Grice. Nozick was attached to St. John’s College as Aune was attached to
Corpus. Aune continues: "I was greatly impressed by Grice’s ideas, his
intelligence, and his critical ability." "But I gradually came to the
conclusion that his way of doing philosophy was not mine." "After a
couple months, I gradually stopped attending the meetings." "There
were really two reasons for this." (A) REASON A -- Aune's dropping from
the Play Group. "One was that Grice’s procedure in the meetings left me
seriously dissatisfied." "We generally discussed recent journal
articles (one was Rawls’ “Justice as Fairness”)." ---- Rawls ended up
quoting from Grice's earliest "Personal identity" (1941) in
"Philosophy and public affairs." "But the room lacked a
blackboard." "And, instead of attempting to formulate clear and
definite assertions about the arguments used, we discussed numerous examples in
what seemed to me an indefinite and inconclusive way." "We seemed, in
fact, to make very generous use of the case-by-case method that Wisdom employed
in the seminar Aune describes elsewhere. "I found it dissatisfying."
"I had no justifiable philosophical objection to the procedure."
"I could not reasonably claim that it would not or could not bring
solutions to significant problems or result in a greater understanding of
significant issues." "But I didn’t find the procedure
satisfying." "I didn’t enjoy it." (B) REASON B: Aune dropping
from the Play Group. "The other reason was that I wanted to be working at
my own task." "I wanted to be writing." "At that time of my
philosophical life, I worked out my ideas on my typewriter, not in talk."
"Grice’s rambling, leisurely, and seemingly inclusive discussions took too
much time away from the work I wanted to be doing myself."
"Philosophy is a highly personal pursuit, at least for me, and admirable
as I thought he was, Grice pursued philosophical issues in a way I simply did
not find congenial." So "I eventually dropped out of Grice’s
discussion group." ---- What an excellent remembrance! The other source
explains Grice’s possible motivation for this. It is what he calls pirotology –
as in pirots karulise elastically. Why would a pirot care to potch (perceive)
that an obble has feature F, and communicate this to another pirot so that the
other pirot gets to know (cotch) that this is the case? What is the pirot’s
authority, in the first place?In his “Method in philosophical philosophy: from
the banal to the bizarre” – American Philosophical Association Presidential
Lecture – which incidentally Bennett says in his review of PGRICE for the Times
Literary Supplement that it should be learned by heart by any philosopher of
mind -- Grice makes a point about a transcendental justification, alla Kant,
for the incorrigibility and privileged access of some – not all -- of our
propositional (or psychological, as he prefers) attitudes. Meaning may be one
of those. “I shall now try to bring the idea of higher-order states to bear on
Problem C (how to accommodate privileged access and, maybe, incorrigibility). I
shall set out in stages a possible solution along these lines, which will also
illustrate the application of the genitorial programme. “Grice goes on to
proceed by stages. There’s Stage 0: Stage 0. We start with pirots equipped to
satisfy unnested judgings and willings (i. e. those contents do not involve
judging or willing). Then there’s Stage 1, which relates to Nicoletti’s concern
for his conversationalist’s animus: Stage 1. It would be advantageous to pirots
if they could have judgins and willings which relate to the judgings and
willings of OTHER pirots; for example, if pirots are sufficiently developed to
be able to will their own behaviour in advance (form intentions for future
action), it could be advantageous to one pirot to anticipate the behaviour of
another by judging that the second pirot WILLS to do A (in the future). So we
construct a higher type of pirot with this capacity, without however the
capacity for REFLEXIVE states. This stage is followed by Stage 2, where control
and regulation make their way in: Stage 2. It would be advantageous to
construct a yet higher type of pirot, with judgings and willings which relate
to his OWN judgings and willings. Such pirots could be equippd to CONTROL or
REGULATE their own judgings and willings; they will presumably be already
constituted so as to conform to the law that ceteris paribus if they will that
p and judge that not-p, then if they can, they make it the cas that p. To give
them some control over the judgings and willings, we need only to extend the
application of this law to their judgings and willings; we equip them so that
ceteris paribus if they will that they do not will that p and judge that they
do will that p, then (if they can) they make it the case that they do NOT want
will that p (and we somehow ensure that sometimes they CAN do this). [It may be
that the installation of this kind of control would go han in hand with
installation of the capacity for evaluation; but I need not concern myself with
this now.] To this, Stage 3, which involves manifestational behaviour which may
be beyond Nicoletti’s conversationalist’s animus! Stage 3. We shall not want
these pirots to depend, in reaching their second-order judgments about
themselves, on the observation of manifestational behaviour; indeed, if
self-control which involves suppressing the willing that p is what the genitor
is aiming at, behaviour which manifests a irot’s judging that it wills that p
may be part of what he hopes to prevent. So the genitor makes these pirots
subject to the law that ceteris paribus if a pirot judges (wills) that p, then
it juges that it judges (wills) that p. To build in this feature is to build in
privileged access to judgings and willings. To minimise the waste of effort
which would be involved in trying to suppress a willing which a pirot
mistakenly judges itself to have, the genitor may also build in conformity to
the converse law, that ceteris paribus if a piot judges that it judges (wills)
that p, then it judges (wills) tha p. Both of these laws however are only
ceteris paribus laws; and there will be room for counter-examples; in
self-deception, for example, either law ma not hold (we may get a judgement
that wills that p without the willing that one p, and we may get willing that p
without judging that one wills that p – indeed, with judging that one does NOT
will that p. Reaching Stage 4 seems like a relief, in comparison! Stage 4. Let
me abbreviate ‘x judges that x judges that p’ by ‘x judges-2 that p,’ and ‘x
judges that x judges that x judges that p’ by ‘x judges-3 that p.’ Let us
suppose that we make the not implausible assumption that there will be no way
of finding NON-LINGUISTIC manifestational behaviour which DISTINGUISHES
judging-3 that p from judging-2 that p. There will now be two options: we may
suppose that ‘judge-3 that p’ is an inadmissible locution, which one has no
basis for applying; or we may suppose that ‘x judges-3 that p’ and ‘x judges-2
that p’ are manifestationally equivalent, justbecause there can be no
DISTINGUISHING behavioural manifestation. The second option is preferable, if
(a) we want to allow for the construction of a (possibly later) type, a TALKING
pirot [not parrot, like Locke] which can express that it judges-2 that p; and
(b) to maintain as a general (though probably derivative) law that ceteris
paribus if x expresses that phi then x judges that phi. The substitution of ‘x
judges-3 that p’ for ‘phi’ will force the admissibility of ‘x judges-3 that p.’
So we shall have to adopt as a law that x juddges-3 that p iff x judges-2 that
p. Exactly parallel reasoning will force the adoption of the law that x
judges-4 that p if x judges-2 that p. Grice concludes by introducing the
justified notions of incorrigibility for some judgings, and willings, and
privileged access for yet another set of them. “If we now define ‘x BELIEVES
that p’ as ‘x judges-2 that p,’ we get the result that x believes that p iff x
believes that x believes that p. WE GET THE RESULT, that is to say, that
BELIEFS are (in this sense) *incorrigible*, whereas first-order JUDGINGS are
_only_ matters for privileged access.” P. 155-156 in The Conception of Value.
Clarendon. Meaning and signification: Above-board-ness Read makes a passing but
insightful note about M. A. E. Dummett on the transparency of meaning. As a
matter of fact, Grice ends up making this a necessary condition for his
analysis of utterer’s meaning. When writing his Retrospective Epilogue for
Harvard University (p.368), Grice wonders to what point something that is being
merely insinuated in a rather obscure way may count as meaning so and so. What
have I communicated? “Suggesting seems to me to be related to, though in
certain respects different from, hinting. In what seems to me to be standard
cases of hinting one makes, explicitly, a statement which does, or might,
justify the idea that there is a case for supposing that so-and-so; but what
there might be a case for supposing, namely that so-and-so, is not explicitly
mentioned but IS LEFT TO THE AUDIENCE to identify. Obviously, the more DEVIOUS
the hinting, the GREATER is the chance that the speaker will FAIL to make contact
with the audience, and so will escape without having commitsed himself to
anything! More formally (in spite of Putnam), in his step-by-step reductive
(but not reductionist) analysis of utterer’s meaning, Grice indeed comes up
with what he calls the anti-sneak clause to avoid Searle’s example of the
American soldier who, caught by the Italian troops during the second World War,
utters the insoluble Kenst du das land wo die Kitronen bluhen to mean that he
is a German soldier. Just as, to use Grice’s own example, a knick-knack seller
in Port Said may mean that the British sailor is so welcomed by uttering Arabic
for ‘You pig of an Englishman’. In a sort of self-referential way, Grice would
end up analysing “U means that p” iff, among other things, there is no
inference element E such that U intends that U has been using yet NOT to be
recognised by his addressee (WoW, p. 114) U meant by uttering x that *psi p’ is
true iff […] III. It is not the case that, for some inference-element E, U
intends x to be such that everyone who has Phi will both (1’) rely on E in
coming to psi+ that p, and (2’) thnk that (Ephi’): U intends x to be such that
anyone who has phi’ will come to psi+ that p WIHOUT relying on E. where psi+ is
to be read as ‘psi’ if clause II Exhibitiveness-Protreptic is operative and as
‘think that U psi-s if clause II is nonoperative. We need to use both phi and
phi’, since we do not wish to require that U should intend his possible
audience to think of U’s possible audience under THE SAME DESCRIPTION as U does
himself. When in Sussex, vacationing almost, Grice felt for some slang, hence
the anti-sneak: There is this question of how this relates to the regresses
which people have actually found: regresses, or prolongations of the set of
conditions, which actually exist. Certain ingenious people, wuch as Strawson
and Dennis Stampe, and ending up with Schiffer, who moves so fast and
intricately that one can hardly keep up with him, have produced counterexamples
to my original interpretant in an analysis of meaning, counterexamples which
are supposed to show that my conditions, or any expansion of them, are
insufficient to provide an account of speaker meaning. The alleged
counterexample is ALWAYS such that it satisfies the conditions on speaker
meaning as set forward so far, but that the speaker is nevertheless SUPPOSED TO
HAVE what I might call A SNEAKY INTENTION. HOW sneaky? That is, in the first
and most obvious case, his intention is that the hearer should in fact accept p
on such and such grounds, but should THINK that he is supposed to accept p NOT
on THOSE grounds, but on some OTHER grounds. Translate to “Socrates said
something false.” Grice goes on: That is, the hearer is represented, at some
level or other of embedding, as having, or being intended to have, or being
intended to think himself intended to have (or …), a MISAPPPREHENSION with
regard to WHAT is expected of him. He thinks he is supposed to proceed in one
way, where really he is supposed to proceed in another. Grice’s answer? “I
would THEN want to say that the EFFECT of the *very* appearance of a SNEAKY
INTENTION, the function that such a sneaky intention would have in my scheme I
am suggesting, woul SIMPLY be to CANCEL the license to *deem* what the speaker
is doing to be a case of meaning on this particular occasion: that is, to
cancel the idea that this is to be allowe to count as a SUBLUNARY performance,
so to speak, of the infinite set of intentions which is only celestially
realisable.” A celestial reference that would undoubtedly have pleased
Nicoletti as he tried to turn Averroes into a Christian! Grice concludes his
‘Meaning Revisited’ with an alert: “In a way, what THIS suggestion does – to
treat meaning as a value-oriented notion in terms of optimality, or would if it
it were otherwise acceptable, is to confer A RATIONALE upon a proposal which I
actually did make in an earlier paper, to the effect that what was really
required in a fully account of speaker meaning was the ABSENCE of a certain
kind of intention. This my very well be right, but the deficiency in that
proposal was it gave no explanation of WHY this was a reasonable condition to
put into an account of speaker meaning. I think, if we accepted the framework I
have just outlined – meaning as Pareto optimality – this arbitrariness, or ad
hocness, would be removed, or at least mitigated.” Davidson made a point about
this – in his contribution to PGRICE fittingly entitled, “A nice derangement of
epitaphs”, as Humpty Dumpty had done before. Davidson’s point being that Humpty
Dumpty cannot mean that Alice and he should change the topic’ by uttering
‘impenetrability’ because as he allows, ‘of course you don’t know that until I
tell you.’ Meaning and signification: Beyond m-intention. We imagine ourselves
then to be, in that memorable 1948, among the members for The Oxford
Philosophical Society, and seeing as Grice expands on what was surely then a
pretty revolutionary view of meaning. And in one paragraph Grice bears on
Nicoletti, as Grice wonders. What if utterer U means that p, and an effect on
his auditor’s addressee A’s frame of mind (auditoris animus, to mock Nicoletti)
is that A comes to believe that q, on his own terms! The wording in ‘Meaning’
is causalistic – so it’s anti-Humean cause and anti-Humean effect that count
--, and if a consequence is meant, it is consequence qua effect: One point
before passing to an objection or two. I think it follows that from what I have
said about the connection between meaningNN and recognition of intention that
(insofar as I am right) ONLY WHAT I may call the PRIMARY intention of an
utterer is RELEVANT to the MEANINGnn of an UTTERANCE. For if I utter x,
intending (with the aid of the recognition of this intention) to induce an
effect E, and intend this effect E to lead to a further effect F, insofar as
the occurrence of F is thought of NOT to be depend solely on E, I cannot regard
F as IN THE LEAST dependent on recognition of my intention to induce E. That
is, if (say) I intend to get a man to do something by giving him some
information, it cannot be regardd as relevant to the meaningNN of MY UTTERANCE
to describe what I intend him to do. Interestingly, Patton uses this same an
argument against Kripke’s misguided claim (in Philosophical Review – Speaker’s
meaning and reference) that Implicature Happens, that it’s all about Speaker’s
Meaning –, and that a thief uttering ‘The cops are around the corner’ to the
other thief the first thief cannot mean that they should leave he booty and
run. (Grice had acknowleged Patton’s collaborator, Stampe, in WoW). Grice duly
elaborates on that in, in the formal fashion that irritated Putnam – ‘of all
people’ – in his William James Lectures.Grice is listing now his own conceived
counterexamples – as say, Stampe’s counterexample in the ‘sufficiency’ section
of the lecture -- directed towards showing the three-prong analysis of
utterer’s ‘signification’ too strong” (p. 107): Conclusion of argument: p, q;
therefore r (from already stated premises). While U intends that A should think
that r, he does not expect (and so intend) A to reach a belief that r on the
basis of U’s intention that he should reach it. The premises, not trust in U,
are supposed to do the work. (p. 107). Grice is hardly but intimated by such a
piece of cake. Instead of leaving the room, Grice goes on to propose a ‘very
apt’ remedy, involving the important notion of activated belief – cfr.
Dumbleton on Bradwardine and Nicoletti and the insoluble) and reaches out a
re-definition of ‘signification’ to exclude precisely such a case as one of
‘signification.’ And when Dumbleton is involved, it’s best to expand, so this
is the ‘apt remedy’. “[This example raises] two related difficulties.” So
what’s the first? There is some difficulty in supposing that the indicative
form is CONVENTIONALLY tied to indicating that the speaker is M-intending to
induce a certain belief in his audience, if there are quite normal occurrences
of the indicative mood for which the speaker’s intentions are different, in
which is is NOT M-intending (nor would be taken to be M-intending) to induce a
belief. Yet it seems difficult to suppose that the function of the indicatie
mood has NOTHING to do with the inducement of belief. The indication of the
speaker’s intention that his audience should acct (or form an intention to act)
is plausibly, if not unavoidably, to be regarded as by ‘convention’ the
function of the imperative mood; surely the function of the indicative mood
ought to be analogous. What is the alternative to the suggested connection with
an intention to induce a belief? Grice expands on this first difficulty: The
difficulty here might be mt by distinguishing questions about what an
indicative sentence means and questions about what a SPEAKER means. One might
suggest that a full specification of sentence meaning (for indicative
sentences) involves reference to the fact that the indicative form
‘conventionally’ SIGNIFIES an intention on the part of the utterer to induce a
belief; but it may well be the case that the SPEAKER’s meaning does NOT
*coincide* with the meaning of the sentence he utters. It may be clear that,
though he uses a device which ‘conventionally’ indicates an intention on his
part to induce a belief, IN THIS CASE he has not this but some other intention.
This is perhaps reinforceable by pointing out that ANY device, the primary
(standard) function of which is to indicate the speaker’s intention to induce a
belief that p, COULD in appropriate circumstances be EASILY and intelligibly
employed for related purposes. The problem then would be to exhibit the example
as a NATURAL ADAPTATION of a device or form PRIMARILY connected with the
indication of an intention to induce a belief. WoW 108. How does he introduce
the second problem that bears more on Dumbleton? I think we want, if possible,
to avoid treating the [suspect] examples as EXTENDED uses of the indicative
form and to find a more generally applicable function of that form. And here is
the second difficulty. In any case, the second difficulty is more serious. For
this is how he formulates it (2) Even if we can preserve the idea that the
indicative form is tied by convention to the indication of a speaker’s
intention to induce a belief, we should have to allow that the speaker’s
meaning will be different for different occurrences of the same indicative sentence
– indeed, this is required by the suggested solution for difficulty (1). We
shall have to allow this if differences in intended response involve
differences in speaker’s meankng. … And how does he treat this difficulty? We
might attempt to deal with [the example] by supposing the standard M-intended
effect to be not just a BELIEF but an ACTIVATED BELIEF (That A should be in a
state of believing that p and having in mind that p). This brings alas, some
further difficulty One may fall short of this in three ways: one may (1)
neither believe that p nor have it in mind that p; (2) believe that p, but not
have in mind that p; (3) not believe that p, but have it in mind that p. But
this, even for the example for which it seems promising, runs into a new difficulty.
The solution, then? “This suggests dropping the requirement (for speaker’s
meaning) that U should intend A’s production of response to be BASED on A’s
recognition of U’s itentnion that A should produce the response; it suggests
the retention merely of conditions (1) and (2). But this will not do. There are
examples which require this condition – Herod, showing Salome the head of St.
John the Baptist, cannot, I think, be said to have MEANT that St. John the
Baptist was dead. The third condition seems to be required in order to protect
us from counterintuitive results in these cases.” Faced with such double
difficulty, Grice proposes two ‘possible remedies’: -(i) We might RETAIN the
idea that the intended effect or response (for cases of meaning that it is the
case that p – idnicatve type) is ACTIVATED BELIEF, retaining in view the
distinction between reaching this state (1) from ASSURANCE-DEFICIENCY and (2)
from ATTENTION-deficiency, and stipulate that the third condition (that U
intends the response to be elivited on the cases of recognition of his
intention to elicit that response) is OPERATIVE ONLY when U intends to elicit
ACTIVATED BELIEF by eliminating ASSURANCE-DEFICIENCY, NOT when he intends to do
by eliminating assurance-deficiency. What’s wrong with that? Indeed it is
generalizable: This idea might be extended to apply to imperative types of
cases, too, provided that we can find cases of reminding someone to do
something (restring him to ACTIVATED INTENTION) in which U’s intention that A
should reach the state [animus]is similary otiose, in which case it is not to
be expected that A’s reaching the activated intention will be dependent on his
recognition that U intends him to reach it. So the definition might read as
follows – where *psi is a mood marker, an auxiliary correlated with the
propositional attitude psi from a given range of propositional attitudes: U
means by uttering x that *psi p = U utters x intending (1) that A should
ACTIVELY psi that p. (2) that A should recognize that U intends (1) and (unless
U intends the utterance of x merely to remedy ATTENTION-deficiency) and (3)
that the fuflfilment of (1) should be based on the fulfilment of (2). Since
this remedy does not cope with all the suspect examples, a second remedy is
proposed -(ii) Since, when U does intend, by uttering x, to promote in A te
belief that p, it is standardly requisite that A should (and should be intended
to) think that U thinks that p (otherwise A will not think that p), why not
make the DIRECT intended effect not that A should think that p, but that A
should think that U THINKS that p? In many but not in all cases, U will intend
A to PASS, from thinking U thinks that p, to thinking that p himself
(‘Informing’ cases). But such an effect is thought of as indirect (even though
often of prime interest). And, without the notion of the activation of belief:
We can now retain the third condition, since even in reminding cases A may be
expected to think U’s intention that A sould think that U thinks that p to be
RELEVANT to the question whether A is to think that U thinks that p. WoW111
Grice finally reaches an analysans that satisfies HIM, if not Dumbleton! By
uttering x U meant that *psi p is’ is true iff (EA) (Ef) (Ec) U uttered x
intending (1)-7 as in the third redefinition, version A, with psi-ing that p
substituted for ‘r’ AND in some cases ‘8 A on the basis of the fulfilment of
(6) himself to psi that p. What is meant, what is signified -- and the
enthymematic If somebody knows how to use ‘enthymematic,’ that’s Grice, and Read
acknowledges this – not that Grice uses if – but that it is an adjective we
have to bear in mind when dealing with Dumbleton. Grice recalls that during his
first tutorial with Hardie, another pupil – ‘whose name I forget, but I do
remember it was that of an English county, so I shall call him ‘Shropshire’ –
proposed an argument to the effect that the soul is immortal on the basis of
the fact that if you cut a chicken in two, the body ambulates. Grice goes on to
provide what’s behind Shropshire’s enythmematic piece of reasoning: 1. If the
soul is ot dependent on the body, it is immortal. 2 If the soul is dependent on
the body, it is dependent on that part of the body in which it is located. 3.
If the soul is located in the body, it is located in the head. 4. If the
chicken’s soul were located in its head, the chicken’s soul would be destroyed
if the head were rendered inoperative by removal from the body. 5. The chicken
runs round the yard after head-removal. 6. It could do this only if animated,
and controlled by its soul. 7. So the chicken’s soul is not located in, and not
dependent on, the chicken’s head. 8. So the chicken’s soul is not dependent on
the chicken’s body. 9. So the chicken’s soul is immortal. 10. If the chicken’s
soul is immortal, A FORTIORI the human soul is immortal. 11. So the soul is
immortal. Nicoletti would have cast serious doubts on that, but then he was an
Averroist, and the Padoans almost placed him in the rake for that (v. Nardi).
Like Nicoletti, then, and the rest of them – notably Dumbleton -- Grice cared
about reason, and ‘reasoning’ – a value-oriented notion if ever there was one
(like ‘sentence’, or ‘cabbage’ – as in ‘cabbages and kings’). In his Kant
lectures on reasoning at Stanford – re-delivered (with a different premium) at
Oxford as the Locke lectures (where he has his revenge with Locke’s soul: You
refused me your scholarship twice, so here are my lectures!– he missed a few
points which he still managed to re-address in his P. G. R. I. C. E.
contribution, which, as we noted, he originally felt like entitling,
“Prejudices and predilections; which become, the life and opinions of H. P.
Grice.” (He never went by Paul Grice at Oxford – always H. P. Grice, in the
proper way). They first very properly refer to my discussion of ‘incomplete’
reasoning in my John Locket lectures, and discover there some suggestions
which, whether or not they supply NECESSARY conditions for the presence of
FORMALLY incomplete or IMPLICIT reasoning, cannot plausibly be considered as
JOINTLY providng a SUFFICIENT condition; the suggested conditions are that (a)
the implicit reasoner INTENDS that there should be some VALID Supplementation
of the explitly present material which would justifu the ‘conclusion’ of the
incomplete reason, together perhaps with (b) a further DESIRE or INTENTION that
the first INTENTION should be causally efficacious in the generation of the
reasoner’s BELIF in the aforementioned conclusion. So it seems that, like with
Nicoletti, for Grice, meaning and signification were ultimately a matter of
philosophical psychology, as they should be. Like Wolff, it not perhaps
Nicoletti who was happy enough with saying he was reading on ‘De anima,’ Grice
thought that it’s always psycho-LOGICAL, never psychic, what we have in mind.
Indeed, a full theory of the soul – along, unsurprisingly, Aristotelian lines –
cf. Nicoletti on the alleged three souls, the vegetative, the sensitive, and
the intellective – and Grice on the ‘power structure of the soul’ with the
intellective as the C. E. O., the sensitive as the legislative, and the
vegetative as the masses! The significatum and the consequtum Reaching the
consequtuum, the non-non-sequitur, seems to be all that matters. While Read is
concerned with consequence more than he is with signification, it is
interesting to note that, as Hobbes had attempted in his COMPUTATIO, -- and in
Latin, too -- when it comes to signs – for Hobbes – or meaning, as we’ll see,
for Grice – CONSEQUENTIA seems to be at the ‘root’ (Grice’s term) of both
‘natural’ and ‘non-natural’ (or artificial) sign. If Cicero is right, and it’s
the consequence-approach to the sign that matters, it doesn’t matter if you are
challenged by some spots (which mean measles) or by a remark (‘He can’t get on
without his trouble and strife’ which means that the utterer finds his wife
indispensable WoW). You have to REASON in either case. We doubt, as we’ve said,
that Nicoletti would have use ‘signify’ in vernacular conversation – we are not
sure the present Pope will -- , being as it is much of a piece of scholastic
jargon. If I make signs my ordinary routine, I will be treated not as quite the
Oxonian Nicoletti otherwise would. The relevant passage in Grice is in his
“Meaning” revisited – “Meaning, revisited” was Grice’s contribution at the
conference at Brighton organized by N. V. Smith on Mutual knowledge – now in
WoW -- , where he argued that, far from being two ‘senses’ of ‘mean,’ as he
challenged the Oxford-Philosophical-Society members, in both ‘Smoke means fire’
and ‘I mean I love you,’ the shared element is that p is a consequence of q:
same sense! On general grounds of economy, I am inclined to think that if one
can avoid saying that the word so-and-so has this sense, that sense, and the
other sense, or this meaning and another meaning, if one can allow them to be
VARIANTS under one single principle, that is the desirable thing to do. Don’t
multiply senses beyond necessity. And it occurs to me that the ROOT IDEA in the
notion of meaning [[ or Nicoletti SEGNUM ]], which in one form or adaptation of
another would apply to both these cases [Black clouds mean rain, My words mean
so-and so’] is that IF X MEANS THAT Y, this is equivalent to, or AT LEAST
CONTAINS as a part of what it means, the claim that Y IS A CONSEQUENCE OF X.
That is, what the cases of natural and nonnatural meanin have in common is
that, on some interpretation of the notion of consequence, Y’s being the case
is a consequence of X. Read refers to Dummett, on meaning transparency, and, as
it happens, seas of language, and all, Grice has a few nice things to say about
Dummett, too. For one, apparently Austin never wanted Dummett in the Saturday
mornings. For another, Wrigley, who was a student of Grice, approached him once
with ‘Have you read Frege philosophy of language? For that is what I intend to
base my doctoral dissertation on’ ‘I haven’t,’ Grice responded – ‘and I hope I
won’t.’Interestingly, Hobbes essayed the same solution way back then: Signa
autem vocari solent antecedentia CONSEQUENTIUM, et CONSEQUENTIA antecedentium, quoties
plerumque ea simili modo praecedere et CONSEQUI experti sumus. Exempli gratia,
nubes densa SIGNUM est CONSEQVTVRAE pluviae, et pluvia SIGNVM antecedentis
nubis, ob eam causam, quod raro nubem densam sine SEQUENTE pluvia, pluviam
autem sine antecedente nube numquam experti sumus. Signorum autem alia
NATURALIA sunt quorum exemplum est quod modo dixeramus; alia ARBITRARIA,
nimirum quae nostra VOLUNTATE [Mantova IMPOSITIO] adhibentur; qualia sunt,
suspensa hedera AD SIGNIFICANDUM VINVM VENALE; lapis, AD SIGNIFICANDUM agri
terminum; ET VOCES humanae [[not bruti]] CERTO MODO CONNEXAE, AD SIGNFICANDAS
ANIMI cogitationes et motus. The significatum: between the dictum and the
implicatum – plus the emissum: where the consequtum fits in While Grice had a
thing or two to say about meaning, it is somewhat that when providing a
taxonomy of the ‘total’ SIGNIFICATION [sic] – cf. Read on Nicoletti – of a
remark, he goes on to divide it between the DICTUM – ‘what is said,’ – “in in
favoured use of this expression” – and what is IMPLICATUM. So where does the
SIGNIFICATUM fit it? Consider Read’s variations on the insoluble. This is
indeed from that passage in that obscure FOUNDATIONS OF LANGUAGE journal. My
wider programme arises out of a distinction, which, for purposes wich I need
not here specify, I wish to make WITHIN THE TOTAL SIGNIFICATION of a REMARK: a
distinction between what the speaker has SAID (in a certain favoured, and maybe
in some degree ARTIFICIAL, sense of ‘said’) and what he has IMPLICATED (e. g.
implied, indicated, suggested), taking into account the fact that what he has
implicated may be either conventionally implicated (implicated by virtue of the
meaning of some word or phrase which e has used) or nonconventionally
implicated (in which case the specification of the implicature falls outside
the specification of the conventional meaning of the words used). WoW 118 And
cf. Levinson, Pragmatics, for the setting of this into a scheme allowing also
for NATURAL meaning – what is naturally meant – cf. Green on Grice’s Frown. It
may well be the case that, if someone does utter ‘Socrates uttered the false,’
one might claim that WHAT WAS SAID – dictum – has no meaning – no SIGNIFICATUM.
This is not precisely Grice’s view, who holds a ‘favoured’ yet pretty broad conception
of ‘dictum’. He famously said in the second William James lecture that if
reference is known to both parties in the conversation, an utterer says either
‘The Prime Minister is a good man’ and or ‘Harold Wilson is a good man,’ we may
grant that in either occasion he has said the same thing as he otherwise would!
In this ‘sense,’ “He was caught in the grip of a vice” differs from “Harold
Wilson was a great man.” Which one is more ut nunc? In the sesnse in which I am
using the word ‘say,’ I intend what someone as said to be closely related to
the conventional meanin of the words (the sentence) he has uttered. Suppose
someone to have uttered the sentence ‘He is in the grip of a vice’. Given a
knowledge of the English language, but no knowledge of the circumstances of the
utterance, one would know something about what the speaker has SAID, on the
assumption that he was speaking standard English, and speaking literally. One
would know that he had SAID, about some particular male person or animal x,
that at the time of the utterance [UT NUNC] (whatever that was), either (1) x
was unable to rid himself of a certain kind of bad character trait or (2) some
part of x’s person [or body in case of animal] was caught in a certain kind of
tool or instrument (approximate account, of course). Is this enough? We don’t
know about Dumbleton, but it doesn’t seem enough for Grice: But for a full
identification of what what the speaker has said, one would need to know (a)
the identity of x, (b) the time of utterance [READ, UT NUNC], and (c) the
meaning, on the particular occasion of utterance, of the phrase ‘in the grip of
a vice [a decision between (1) and (2) above]. And here comes that great man
that Harold Wilson was: This brief indication [he just delivering at Harvard]
of my use of ‘say’ [his lectures at Oxford were a different matter – ‘Saying
and Meaning’] leaves it open whether a man who says (today – nunc 1967 – Harold
Wilson is a great man and another who says (also today – NUNC --) The British
Prime Minister is a great man would, if each knew that the two singular terms
had the same reference, have SAID THE SAME THING. Does this matter? Course not!
Implicature happens! But whatever decision is made about this question, the
apparatus that I am about to provide will be capable of accounting for any
IMPLICATURES that might depend on the presence of one RATHER THAN ANOTHER of
these singular terms in the sentence uttered. Such implicatures would merely be
related to different conversational maxims! WoW 25 In introducting IMPLICATURE,
Grice takes special care to consider the Latinate IMPLICATUM as the
past-participle form; it’s a concoction – although used by Sidonius, Latin
Dictionary -- said to do duty for not just ‘imply,’ ‘suggest,’ or ‘insinuate,’
but plain ‘mean’. (You should say what you mean – the March Hare). It may all
boil down, again, to this past-participle, passive-voice ‘by’ construction.
SIGNIFICATUM, But significatum by who or what? IMPLICATUM. But implicatum by
whom or what? DICTUM, but by whom or what? Cf. Read on Sign. It is no wonder,
at this stage we will assume, that the reader should wonder why all those
mediaeval logicians were writing puzzles on what is meant by ‘Socrates said
something false,’ as not SIGNIFYING the proposition or sentence that Socrates
said something false, but merely as signifying, simpliciter, that Socrates said
something false. They were just following Grice’s footsteps, or writing
footnotes to it (Recall Whitehead, about whose quote the same can be said about
pragmatics: “Metaphysics has largely been just a bunch of footnotes on Plato.”)
Seeing that Read adopts “Sign” – in full bold type -- as a function – for
‘signification’ – to explore the logical form, as it were of the various claims
related to Nicoletti, it may do to revise what Grice meant by trying to analyse
meaning or Nicoletti may have meant by signification. This all evokes that
occasion when, challenged by Mrs. Jack – nee Rowntree, a Tutorial Fellow at
Somerville -- that Grice was offering a reductive theory of meaning, Grice
played on the fact that he’d be at most offering an ‘analysis,’ never a
theory!And Grice’s answer bears on Dumbleton. Meaning is a matter of INTUITION,
not theory: Mrs Jack professes herself in favour of ‘a broadly ‘Griceian’
enterprise’ but wishes to discard various salient elements in my account – we
might call these ‘narrowly Griceian theses’). What, precisely, is ‘braod
Griceianism? And Later on (WoW, It remains to inquire whether there is any
reasonable alternative programme for the problem of meaning other than the
provision of areductive analysis of the concepts of meaning. The only
alternative wich I can think of would be that of of treating ‘meaning’ as a
THEORETICAL concept which, together, perpahs with other theoretical concepts,
wlud provide for the primitive PREDICATES involved in ta semantic system, an
array whose job it would be to provide the LAWS and HYPOTHESES in terms of
which the phenomena of MEANING are to be EXPLAINED. Was this Dumbleton’s
objection to Bradwardine? If this direction is taken, the MEANING of particular
expressions will be a MATTER OF HYPOTHESIS and CONJECTURE rather than of
INTUITION, since the application of theoretical concepts is NOT generally
thought [perhaps praeter Dumbleton?] as REACHABLE by *intuition* or observation.
But some of those like Mrs. Jack who object to the reductive analysis of
meaning are also ANXIOUS that meanings should be INTUITIVELY RECOGNISABLE. How
this result is to be achieved I do not know. Perhaps he would had he spent
longer hours at the Bodleian! For Grice, ‘p’ – what is SIGNIFICTUM, DICTUM,
IMPLICATUM -- is then a dummy, and he proposes an analysis of meaning in terms
of its necessary and sufficient conditions. This is why in his example of the
conclusion of an argument, one would hardly say that one means that r, in a
conclusion of an argument, that has p and q, as premises. Grice has to restrict
the analysans in terms of activated belief. And this yields in turn to a
re-definition that leaves that problematic case as not falling under a case of
something which is SIGNIFICATUM by the utterer. When Nicoletti speaks of the
‘animus’ of the ‘auditor’ – one feels he must be having something Griceian in
mind, and not telling! It is interesting however to dwell a little on the
‘auditor,’ because, like Grice, Nicoletti does not wish to lose sight of the
PHYSICAL side to the phenomenon under consideration.When de Saussure, the
alleged Swiss father of modern linguistics, approached this, he had the Latin
language to his disposal, so it’s all about the SIGNIFIE and the SIGNIFIANT.
It’s all, too, about the vocal channel. The vehicle of meaning and
signification: Enter the Emissum To the SIGNIFICATUM, the DICTUM, and the
IMPLICATUM, we should add what, after Austin, we may call the EMISSUM. Grice explicitly
uses ‘utter’ to cover not just the vocal channel, since a hand-wave may signify
just as well. If Nicoletti is talking about the ears of his auditor – Grice
prefers recipient or addressee – he seesms to be following Aristotle strictly
in narrowing the analysis of that angle of the semantic triangle to the
‘phone,’ the vox. The clearest adherence by Grice to the iconic triangle is in
“Meaning Revisited” where he explores the transcendental need for a correlation
of a three-fold kind: psycho-linguistic, psycho-physical, and
linguistico-physical – this may all relate to Nicoletti, and others who used
‘significant vel denotant’ rather freely. In the closing paragraph of the
section on ‘Language, Thought, and Reality’ in ‘Meaning, revisited’ Grice
explores this: It looks then, as if in order to achieve a characterization of
the first [OUT OF THREE – one for each three angles of the triangle] kind of
correspondence, between BELIEFS and THE WORLD, one has to make use of a
PARALLEL kind of correspondence between UTTERANCES [and Read does speak of
truth-conditions] OR SENTENCES and THE WORLD. Hence these latter
correspondences may be not only possible but NEEDED if one is to be able to
state, in a general way – as lecturers on logic like Nicoletti do – that CORRESPONDENCES
of the psycho-physical kind actually obtain. However, though they may be
required for expository purposes, it might still be the case that in order to
SHOW that correspondences between SENTENCES and THE WORLD were desirable, not
just for purposes of THEORETICAL exposition but FROM THE POINT OF VIEW of
creatures who operate with such utterances or utterance-types, one still has to
BRING IN the psychological states in specifying the conditions of suitability,
desirability [AUDITOR’S ANIMVS], or whatever. That is, it might be that one can
certainly formulate or characterise some notion of DIRECT CORRESPONDENCE
between UTTERANCES and the WORLD, and this might have a certain LIMITED
TELEOLOGICAL justification because it is needed to provide a general way of
expressing the conditions for OTHER types of correspondence, but if one wants
to provide a MORE GENERAL TELEOLOGICAL justification, one would need to make
reference to BELIEFS and OTHER PSYCHOLOGICAL STATES [even in one’s audience –
or one’s audience’s soul – AUDITOR’S ANIMVS in Nicoletti]. In other words, for
a more general justification of the idea of TRUTH in application to sentences –
‘or indeed ‘bonus’ in application to arguments – one might have to bring in ALL
THREE CORNERS [of the Peripatetic Triangle], including the missing one. Wow 290
Grice liked to play on this. We’ve seen in his treatment of ‘incorrigibility
and privileged access’ that one may have MIS-learned the meaning (or ‘sense’,
to honour Dummett’s Frege) of ‘hail,’ and use it to mean ‘snow.’ Another
example Grice gives illustrates the point. This time again in response to
Searle, has Grice witnessing a little girl thinking that some French utterance
MEANS ‘Feel free to hand yourself a piece of cake’ – “whereas in fact the
sentence means quite a different thing.” Grice wants to allow for the EMISSUM
being a meaningful utterance in language L, but still being used by some odd
utterer as a vehicle for the SIGNIFICATUM of something else. Like the
knick-knack seller at Port Said, in this case, again Grice feels entitled and
happy to say and allow that when he utters this French sentence or utterance –
which does NOT mean, in French, ‘Feel free to hand yourself a piece of cake’ –
given the appropriate circumstances – notably that he KNOWS the little girl
thinks the utterance means just that – he DOES mean that the little girl is to
hand herself of piece of cake. Or take the extreme example by Zipf, of the
professor who utters a sentence in Hopi, phi-phi-phi-phi intending to induce in
the soul of his auditor, as Nicoletti would have it, the belief that he, the
utterer is mad, and cares nothing about stuff, whereas, as it happens, the Hopi
sentence happens to mean quite a sensical and different thing (Zipf). This all
relates to Dumbleton, of course. For, at Oxford, and Mertonm, he had found
Bradwardine – and Nicoletti’s – externalist conception of meaning as too
Putnamian (‘meanings ain’t in the head’). But de Occam has a point when he
notes that, for all its imposition, imposing ‘homo’ and imposing ‘anthropos’ is
NOT enough to INVALIDATE the fact that by uttering these EMISSA what the
utterer intends to procure in his or her recipient’s ‘animus’ is the same
‘nota’ – which, for de Occam NATURALLY, means man. Nicoletti’s emphasis on the
ANIMUS of the auditor seems not gratuitious, either. And seeing that, as Nardi
recalls us, Nicoletti spent more than a term or two trying to teach those
Paduans about what ‘the soul’ – anima – means, he seems to have keenly agree
with Grice that it’s PHILOSOPHICAL PSYCHOLOGY that counts! Grice 1986:81. It is
instructive to see that Grice would never have thought of delivering the John
Locke lectures on REASONING, had he not been invited two years earlier to
deliver the Immanuel Kant lectures at Stanford on aspects of reason and
reasoning! It is interesting that of ALL words he could have chosen Pietro di
Mantova, as cited by Read, chose, not ‘homo’ or ‘albus,’ but ‘if’ and
‘therefore.’ Grice once argued that he found it funny to be discussing the
sense of ‘or’ – such a nondescriptive word, as if asking about the sense of
‘to.’ But also interestingly, Grice dedicated a few thoughts to both ‘if’ of
course AND ‘therefore.’ Re the former, he criticised Strawson’s elitism to the
blue-collar practitioners of calculus – as he calls them in WoW p. – for
disregarding the Philonian ‘if’ in preference to the Diodoran. The strong
theorist about conditionals is not infrequently a traditionalist who is
offended by the invasion of the tranquil Elysium of logic by not always wholly
gentlemanly and perhaps even occasionally blue-collared practitioners of
mathematics and the sciences. Perhaps for this reason or perhaps for some other
reason many strong theorists seem to me to have been a little overanxious to
differentiate the concepts of their logic from the concepts espoused by the
interlopers. I am inclined to assign the main guilt in this matter to the
traditionalists, though considerable provocation may have been provided by the
other side. WoW 62. When it comes to the ‘sign’ of ‘consequentia’, Mantova’s
‘therefore,’ Grice’s view annoyed Strawson. Why would Grice want to say that
the implicature associated with ‘therefore,’ but not with ‘if,’ is
CONVENTIONAL. The parallels had been traced with Frege’s idea of ‘colouring.’
For Grice notes: In some cases the conventional meaning [SIGNIFICATIO] of the
words used will determine what is implicatetd, besides helping to determine
what is SAID [DICTVM]. If I say (smugly), ‘He is an Englishman; he is,
therefore, brave,’ I have CERTAINLY committed myself, by virtue of the MEANING
[SIGNIFICATIO] of my words, to its being the case that his being brave is A
CONSEQUENCE or (FOLLOWS from – is yielded – Kleene] his being an Englishman. So
far so good. Grice continues: But while I have SAID that he is an Englishman,
and said THAT he is brave, I do not WANT TO SAY that I have *said* -- emphasis
Grice’s – (in the favoured sense) THAT it FOLLOWS from his being an Englishman
that he is brave, though I have certainly INDICATED, and so IMPLICATED, that
this is so. So what kind of implicature? I do not want to say that my utterance
of the this sentence would be, STRICTLY SPEAKING [emphasis Grice’s], FALSE
should the consequence in question fail to hold. So SOME [emphasis Grice’s]
implicatures are ‘conventional,’ unlike the one one with which I introduced
this discussion of implicature [He hasn’t been to prison yet he is
potentially dishonest]. WoW 25 Proposition, meaning, universals: containment
and analyticity. Read makes an excellent point about Martin having made an
excellent point by having ‘contaiment’ as a keyword. What is MEANT by the
conclusion is already CONTAINED in the premises. The conclusion may mean JUST
THE SAME, or more, than what the premises mean. Interestingly, when Quine was
playing with empiricism being dogmatic, and happening to find himself at Oxford
at the time, he also found that Grice and his former pupil Strawson, were
thinking of diverting the visitor with some ‘defense of a dogma.’ Quine
infamously disliked the Oxonian debate format of this joint seminar by Grice
and Strawson where Quine was not even allowed to ‘utter.’ Auditors they call
them. Grice and Strawson came up with utterances like ‘My neighbour’s
three-year old is an adult’ as a contradiction in terms, or, strictly an analytically
false utterance – which Quine had thought was an empty class. The idea being
that in an analytically TRUE sentence, what is contained by the subject (not a
three year old, but older than 21) is contained in the predicate (‘adult’).
Interestingly, Bennett, disregarding the fact that Grice’s Meaning was from
1948, and his joint paper with Strawson was written in 1956, goes on in
Linguistic Behaviour to suppose a link. One of those who came to the defence of
analyticity was Grice (Gric and Strawson 1956), and soon after that his
‘Meaning’ paper appeared. Could it help against Quine? One might think so. For
Quine’s question was: How can one distinguish analytic from synthetic before
one has distinguished what is meant from what is contingently implied? It is
NATURAL to see Grice’s paper as a response to this – an explanation of
‘meaning’ in terms which do not use ‘analytic’ or ‘proposition’ or any of those
other. But really it is not. Bennett 255. Ah well, well worth the try. It may
be worth suspecting that Strawson DID think it was – and the reason why he
asked his wife Ann to type Grice’s ‘Meaning’ – and send it to the editos of The
Philosophical Review without telling Grice – until the paper had been accepted
for publication! (Interestingly, in the Preface to WoW Grice refers to
Bennett’s proposal that all Grice’s papers should NOT be ordered
CHRONOLOGICALLY, but in terms of ideas – ‘Good idea, but not one that I
followed.’ It is the same idea that seems to be in the air when it is alleged
that a valid consecutum or consequentia is one where the associated conditional
having the premises as apodosis and the consequence as protasis is itself
analytic, i. e. a tautology. So perhaps to the EMISSUM and the SIGNIFICATUM,
and to the DICTUM and the IMPLICATUM, we should add the CONSECUTUM? p. 202 WOW.
Which is back to Hobbes in Computatio. For Hobbes had written in Latin, and
then Englished: Now those things we call SIGNES are the Antecedents of their
Consequent, and the Consequent of their Antecedents, as often as we observe
them to go before or follow after in the same manner. For example, a thick
Cloud is a Signe of Rain to follow; and Rain a SIGNE, that a Cloud has gone
before. … And of Signes some are Naturall, wereof I have already given an
example; toerhs are arbitrary, namely , those e make choice of at our own
pleasure; as a bui hung up, signifies that Wine is to be sold there; and Words
so and so connected, signifie the Cogitations and Motions of our Minde. p. 11
of his works. The Latin being closer to Nicoletti! For Hobbes says in the Latin
quotation above. P 13 of the Latin version. Containment is a bit like ‘content’
– and ‘content’ features in Nicoletti’s account of what a PROPOSITIO (an
indicative sentence in his use) means – vide DE SIGNIFICATO PROPOSITIONIBUS,
for the British Academy. Grice was never so sure. He ended up thinking that a
theory of content alla Peacocke was the right thing to develop, and that a
propositional CONTENT – if not a proposition – may well be what we need to make
sense of WHAT we believe or signify. But he was usually annoyed when confronted
with the idea that his theory was COMMITTED to the abstract entity of a
proposition – his ‘Reply to Richards’, in P. G. R. I .C. E. As Eco has pointed
out, though, the ‘consequence’ approach to the sign is just one of the two
possible stands. The other is the EQUIVALENCE relation. As Mainetti puts it in
the synopsis of these two views in Augustine. So we end the study with a long
quote from Mainetti, just for the sake of Bologna – Italy’s and indeed Europe’s
(the world’s?) oldest varsity! RELAZIONE D'EQUIVALENZA E D'IMPLICAZIONE 229
Dictio è traduzione di léxis; ma non ha lo stesso significa¬ to che le
attribuivano gli stoici, bensì quello che le davano i grammatici alessandrini,
in particolare Dionisio Trace, che definiva la léxis come "la più piccola
parte dell'enunciato costruito" (Grammatici graeci), a metà strada tra le
lettere e le sillabe, da una parte, e l'enunciato, dall'al¬ tra. Questa sua
particolare posizione fa sì che la léxis venga considerata come portatrice di
un significato (in contrappo¬ sizione alle lettere e alle sillabe che non lo
posseggono), ma incompleto (in opposizione all'enunciato che porta un sen¬ so
completo). Lo spostamento di fuoco dalla centralità stoica dell'e¬ nunciato
alla centralità alessandrina della singola parola, fa sì che quest'ultima
assuma al(\une delle funzioni prima spet¬ tanti solo all'enunciato. In
particolare, quella di essere un segno.4 Agostino definisce decisamente la
parola come un segno al cap. V del De dialectica: "La parola è, per
ciascuna cosa, un segno che, enunciato dal locutore, può essere compreso
dall'ascoltatore". E, del resto, il segno viene definito come "ciò
che presentandosi in quanto tale alla percezione sensi¬ bile, presenta anche
qualche cosa alla percezione intellet¬ tuale (animus)" (ibidem). 10.2
Relazione di equivalenza e relazione di im¬ plicazione Ponendo l'accento sulla
parola, anziché sull'enunciato, Agostino ritrova l'opposizione platonica tra
parole e cose. Incontro non casuale, in quanto Platone è l'unico, prima di
Agostino, ad avere una concezione semiotica del linguag¬ gio; per Platone,
infatti, il nome era d/Oma, svelamento di qualcosa che non è direttamente
percepibile, ovvero dell'es¬ senza della cosa. Ma mentre nel Crati/o platonico
si discute se il rapporto tra nome e cosa sia un rapporto iconico (pe¬ raltro
con la soluzione che conosciamo, cfr. cap. 4), in Agostino tale rapporto -
configura subito come una rela¬ zione di significazione: il nomt
"significa" una cosa (nozio230 10. AGOSTINO ne equivalente a quella
di "essere segno di" una cosa). Nel momento in cui Agostino propone
la sua concezione della parola come segno, si producono alcune modificazio¬ ni
teoriche, conseguenti allo spostamento di prospettiva. In effetti nelle teorie
linguistiche precedenti a quella di Agosti¬ no il rapporto tra le espressioni
linguistiche e i loro conte¬ nuti era stato concepito come una relazione di
equivalenza. La ragione, come noto, era di carattere epistemologico e ri¬
guardava la possibilità di lavorare direttamente sul linguag¬ gio, in
sostituzione degli oggetti della realtà, dato che il lin¬ guaggio veniva
concepito come un sistema di rappresenta¬ zione del reale (per quanto mediato
dall'anima). Al contrario, il rapporto tra un segno e ciò a cui esso rin¬ via
era stato concepito come una relazione di implicazione, per cui il primo
termine permetteva, per lo stesso fatto di esistere, di arrivare alla
conoscenza del secondo. Eco ha suggerito che, nell'enunciato stoico, i rapporti
tra la relazione segnica e quella linguistica possono essere illustra¬ ti da
uno schema in cui il livello implicazionale si regge su quello equazionale:
onIE=>c m_E:! c dove E indica "espressione", C
"contenuto", ::J "implica" e == "è equivalente
a". In Agostino l'unificazione tra le due prospettive avviene a livello
della singola parola e senza chiamare in causa rapporti di equivalenza. Caso
mai la dic¬ tio, che è rappresentabile con il livello i, è costituita dali'u¬
nione, o prodotto logico, di una vox (significante) e di un dicibile
(significato), unità che diviene segno di qualcos'al¬ tro (livello ii). 10.3
UNmCAZIONE DELLE PROSPETI Conseguenze dell'unificazione delle prospet¬ tive La
prima conseguenza dell'unificazione agostiniana, co¬ me sottolinea Eco (1984:
33), è che la lingua comincia a tro¬ varsi a disagio all'interno del quadro
implicativo. Essa in¬ fatti costituisce un sistema troppo forte e troppo
strutturato per sottomettersi a una teoria dei segni nata per descrivere
rapporti così elusivi e generici, come quelli che si ritrovano, a esempio,
nelle classificazioni della retorica greca e roma¬ na. Infatti l'implicazione
semiotica era aperta alla possibili¬ tà di percorrere l'intero continuum dei
rapporti di necessità e di debolezza. Inoltre la lingua, come del resto
Agostino mette in risalto nel De Magistro, possiede un carattere peculiare
rispetto agli altri sistemi di segni, corrispondente al fatto di essere un
"sistema modellizzante primario",5 cioè tale che qualun¬ que altro
sistema semiotico può essere tradotto in esso. La forza e l'importanza della
lingua fanno sì che i rapporti con gli altri sistemi di segni si rovescino, e
che essa, da specie, divenga genere: a poco a poco, il modello del segno
lingui¬ stico finirà per essere senz'altro il modello semiotico per ec¬
cellenza. Ma quando il processo evolutivo arriva a Saussure, che ne rappresenta
il punto culminante, si è ormai venuto a per¬ dere il carattere implicativo, e
il segno linguistico si è cri¬ stallizzato nella forma degradata del modello
dizionariale, in cui il rapporto tra la parola e il suo contenuto è concepito
come situazione sinonimica o definizione essenziale. La seconda importante
conseguenza dell'innovazione agostiniana riguarda il problema della fondazione
della dia¬ lettica e della scienza (Baratin 1 98 1 : 266 e sgg.). Fintanto¬ ché
il rapporto tra linguaggio e oggetto del reale era conce¬ pito nei termini
dell'equivalenza, il primo non appariva di¬ rettamente responsabile della
conoscenza del secondo. Ma nel momento in cui si attribuisce un carattere di
segno alle espressioni linguistiche, la conoscenza delle parole sembra
implicare, di per se stessa, e a priori, la conoscenza delle co¬ se di cui esse
sono segno. Tutta la grande tradizione serniotica, del resto, convergeva nel
considerare il segno come il punto di accesso, senza ulteriori mediazioni, alla
conoscen¬ za dell'oggetto di riferimento. Il problema che si pone ad Agostino è
allora quello di prendere una posizione rispetto alla questione se il linguag¬
gio fornisca o meno, di per se stesso, informazioni sulle co¬ se che significa.
Linguaggio e informazione Agostino affronta la questione del carattere
informativo dei segni linguistici nel De Magistro. L'opera, in forma di dialogo
tra Agostino e il figlio Adeodato, inizia stabilendo due fondamentali funzioni
del linguaggio: in· segnare (docere) e richiamare alla memoria (commemo¬rare),
sia propria sia degli altri. Si tratta di funzioni con¬ temporaneamente
informative e comunicative, in quanto coinvolgono in maniera centrale la
presenza del destinatario nel momento in cui forniscono informazione. La prima
parte del dialogo è tesa a dimostrare che queste funzioni, principalmente
quella informativa, sono svolte dal linguaggio in quanto sistema di segni. Sono
le parole, infatti, che, in qualità di segni, danno informazione sulle cose,
senza che nient'altro possa assolvere alla medesima funzione. Nella seconda
parte del dialogo, però, Agostino ritorna sull'argomento e cambia completamente
la sua prospettiva. Fondandosi ancora una volta sul fatto che la lingua è un
in¬ sieme di segni, egli mostra che si possono presentare due ca¬ si: il primo
caso è quello in cui il locutore produce un se¬ gno che si riferisce a una cosa
sconosciuta al destinatario; in tale situazione il segno non è in grado, di per
se stesso, di fornire informazione, come dimostra l'esempio, riportato da
Agostino, dell'espressione saraballae, la quale, se non precedentemente nota,
non permetterà di comprendere il ri¬ ferimento ai "copricapr', che essa effettua;
il secondo caso è quello in cui il locutore produce un segno che si rife¬ risce
a qualcosa che è già noto al destinatario; e nemmeno COMUNICAZIONE DEL VERBO
INTERIORE in questa evenienza si potrà parlare di un vero e proprio processo di
conoscenza (De Mag.). Alla fine Agostino conclude invertendo il rapporto cono¬
scitivo tra segno e oggetto, e stabilendo che è necessario co¬ noscere
preliminarmente l'oggetto di riferimento per poter dire che una parola ne è un
segno. È la conoscenza della co¬ sa che informa sulla presenza del segno e non
viceversa. La soluzione ha una ascendenza chiaramente platonica, e a es¬ sa si
collega anche la presa di posizione, di marca ugual¬ mente platonica, che la
conoscenza delle cose deve essere pregiata maggiormente della conoscenza dei
segni, perché "qualunque cosa sta per un'altra, è necessario che valga
meno di quella per cui essa sta" (De Mag., 9.25). Ma se per le cose
sensibili (sensibilia) sono gli oggetti esterni che ci permettono di arrivare
alla conoscenza, non altrettanto avviene nel caso delle cose puramente
intelligibi¬ li (intelligibilia). Per queste ultime Agostino individua una
soluzione "teologica": la loro conoscenza deriva dalla rive¬ lazione
che viene fatta dal Maestro interiore, il quale è ga¬ ranzia tanto
deli'informazione quanto della verità (De Mag., 12.39). Ma anche con questa
soluzione "teologica" del problema linguistico, al linguaggio è
lasciato uno spazio, che in parte coincide con la funzione del segno
rammemorativo, ma in parte la supera: quando conosciamo già l'oggetto di
riferi¬ mento, le parole ci ricordano l'informazione; quando non lo conosciamo,
ci spingono a cercare (De Mag.). Espressione e comunicazione del verbo inte¬
riore In Agostino la soluzione teologica non è una scappatoia per uscire da
un'impasse teorica. Al contrario, essa mette capo a nuove problematiche. È nel
De Trinitate (415) che viene affrontato il tema dell'espressione del verbo
interiore, una volta che sia stato concepito nella profondità dell'ani¬ mo. In
effetti, per poter comunicare con gli altri, gli uomini si servono della parola
o di un segno sensibile, per poter 234 10. AGOSTINO provocare nell'anima
dell'interlocutore un verbo simile a quello che si trova nel loro animo mentre
parlano (De Trin., IX, VII, 12). It seems we are on safe ground when he hold
Nicoletti to share with Grice and Hobbes the sign-as-consequence approach. If
Dummett thought that Frege’s Sinn was transparent, perhaps we shouldn’t be
criticised if we add the SENSATVM to the whole thing. After all, mediaeval
logicians – and some theologians (Aquinas), lectured on DE SENSATO, and one
wonders what one means. The sententia, or oratio, is meant to reflect this
sensorial side to it. But from SENSATVM to SENSVM there is more than perhaps
Aquinas would have sensed! The SENSATVM features largely in Nicoletti who made
part of his career in criticizing what Gregorio da Rimini had been saying about
‘sensvm simplex’ versus ‘sensvm compositvm’! The Griceian lesson While it would
be excellet to pun on Paul of Venice and Paul of Harborne, it happens to be the
case that Paul of Venice was not from Venice, and not even a Venetian, but a
Friulian. PAULUS HARBORNENSIS sounds fine for Grice who hailed from Harborne in
Staffordshire (present Warwickshire, more present West Midlands). Some prefer
Paul GRICEUS. The right alphabetical ordering of Nicoletti, however, should be
under “N”! Gif hē of wege ænigne gebrohte .. Bosworth read in L. Pen. 16, and
again in Th. Ii. 284, 12. And he paused. It went on: ðæt ic mæne gif hē man on synne
bespeóne. That was all very well, as Grice would say, but he (Bosworth, not
Grice) had now to self-refer: he was about to convey a particular sense to what
he just read. And we may well say that his rendition was impeccable: if he had
brought any man out of the way …., what I mean is, if he have lured any man to
sin. Now, THAT would have been a bad thing – because, well, it’s not all about
knowing your meaning from your moaning! And, to echo Putnam’s quip, it ain’t
the case that every moaning ain’t in the head! REFERENCES ANDERSON, A. and N.
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friuliani. Dizionariobibliograficodeifriuliani. ZIPF. Grice on meaning.
Analysis. APPENDIX GRICE ITALO!; ossia, Grice e Nicoletti: la ragione
conversazionale -- quadratura ed implicatura conversazionale – la scuola
d’Udine -- filosofia friulana -- filosofia veneta -- filosofia italiana –
(Udine). Filosofo friulano. Filosofo italiano. Udine, Friuli-Venezia Giulia.
What Grice would say – obligatory Griceian comment: “Nicoletti’s diagramme for
‘arbor porphyriana’ is brilliant – ending with “Plato,” “Socrates.” A latinist,
and there some back then, would end with Catone and Cicerone! I especially like
his squaring the square of opposition! – one of Grice’s most perdurable problems
(WoW, Strand Six). A veritable genius, this Nicoletti.” -- Not under ‘Venezia’!
Also known as ‘Paolo di Venezia,’ philosopher, the son of Andrea Nicola, of
Venice He was born in Fliuli-Venezia Giulia, a hermit of Saint Augustine O. E.
S. A., Nicoletti spends three years as a student at St. John’s – or some other
Oxonian college -- , where the order of St. Augustine had a ‘studium generale’
at Oxford (them were the days), and teaches at Padova, where he becomes a
doctor of arts, if there’s such thing (Grice was a mere B. A. Lit. Hum.).
Nicoletti also holds appointments at the universities of Parma, Siena, and – to
honour Bellucci, Bologna. He is active in the administration of his order,
holding various high offices. He composes commentaries on several logical,
ethical, and physical works of Aristotle, or the Lycaeum (We don’t call
Aristotle by name – Minio-Paulello). His name is especially connected
especially with his best-selling “Logica parva.” Over 150 manuscripts survive –
‘some of them more or less illuminated’ (Grice) -- and more than forty printed
editions of it are made on different occasions. His huge sequel, “Logica
magna”, by contrast, is a flop. These Oxford-influenced tracts contribute,
however, to the favourable climate enjoyed by Oxonian semantics in especially
northern Italian universities, or studia, or ginnasia, as the Italians prefer
to call them (‘University’ sounds a bit pompous). Obligatory Griceian comment:
“My favourite of Paul’s tracts is his “Sophismata aurea”.” – for Grice thought
that Nicoletti’s sophismata reminded him of his philosoper’s paradox! How
peaceful for a philosopher to die (give up his ghost, as Grice has it) while
commenting on Aristotle’s “De anima.”!” His nom de plum is “Paulus Venetus,”
but not for the Dizionario friulano, that has him under the N of Nicoletti –
strictcly, Terra. Paolo de Nicoletto. Paolo da Venezia. Wikipedia has a Nota
disambigua.svg Disambiguazione"Paolo Veneto" rimanda qui. Se stai
cercando lo scrittore e vescovo nato a Venezia, vedi Paolino Minorita. But we
are not, so we won’t. Wikipedia goes on to reproduce: Paolo da Venezia in una
stampa Professore Paolo da Venezia, o Paolo Veneto, vero nome – for there are
vacuous names, and non-vacuous names, and among these, true and false names. N.
(Udine). Filosofo. Eremitano, studente [or pupil] a Oxford, e docente [or
lector] a Padova, ove ha tra gl’allievi Paolo Della Pergola [vide under Pergola
– Nardi says we should study the scuola di Pergola more profusely. Divenne
ambasciatore veneto presso la corte polacca. Per le sue idee teologiche e
esiliato a Ravenna ma, dopo, gli è consentito di tornare a Padova. Seguace di
Occam [so perhaps we should expand on what Occam says on significatio] e
Brabante e autore di vari trattati, tra cui alcuni commenti al Lizio or Lycaeum
– the spelling Lizio for Lycaeum is RARE, but indeed attested in one old
dictionary. Il suo trattato “Logica magna” e utilizzato come testo di
insegnamento della logica a Padova e può essere considerato la maggiore opera
di logica formale prodotta dal medioevo. Opere: “Logica,” “Commenti alle opere
di Aristotele,” “Expositio in libros Posteriorum Aristotelis,” “Expositio super
VIII libros Physicorum necnon super Commento Averrois,” “Expositio super libros
De generatione et corruptione,” “Lectura super librum De Anima,” “Conclusiones
Ethicorum” “Conclusiones Politicorum,” “Expositio super Prædicabilia et
Prædicamenta.” “Scritti sulla logica: Logica Parva or Tractatus Summularum,
“Logica Magna”; “Quadratura”; “Sophismata Aurea. Altre opere: “Super Primum
Sententiarum Johannis de Ripa Lecturae Abbreviatio,” “Summa philosophiæ
naturalis,” “De compositione mundi. Quaestiones adversus Judaeos. Sermones. N.
in Dizionario di Filosofia Treccani, riferimenti in. Vedi Pergola, Dizionario
di Filosofia Treccani. Garin, Storia della filosofia italiana, Edizione CDE su
licenza della Giulio Einaudi editore, Milano, Enciclopedia Dantesca, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Dizionario di Filosofia Treccani, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Conti, Dizionario biografico degli
italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana,. Conti: Esistenza e
verità: forme e strutture del reale in N. e nel pensiero filosofico del tardo
medioevo. Istituto storico italiano per il medio evo, Roma, Nuovi studi
storici, Perreiah: ‘A Biographical Introduction to N,’ Augustiniana. N. Logica,
Venetiis, Imperatore, Imperatore, Gori, Filosofico, Conti, Zalta, Stanford
Encyclopedia of Philosophy, Center for the Study of Language and Information,
Stanford. Filosofia. DIZIONARIO BIOGRAFICO DEI FRIULANI, PAOLO DI NICOLETTO,
PAOLO DI NICOLETTO (? - 1429), AGOSTINIANO, TEOLOGO, FILOSOFO. Informazioni.
Udine † 15 giugno 1429, Padova. Forma alternativa: Paolo Veneto. Attività:
agostiniano, teologo, filosofo. Luoghi di attività: Venezia, Oxford, Padova,
Buda, Ulma, Cracovia, Kosice, Siena, BOLOGNA (vide BELLUCCI), Perugia. Immagine
del soggetto: Paolo di Nicoletto in cattedra, Venezia, Biblioteca nazionale
marciana, ms. Lat. VI, 123 2464, f. 162v. Come per la maggior parte dei
protagonisti della vita intellettuale nell’epoca di mezzo, anche per l’udinese
P. di N., più noto come Paolo Veneto, disponiamo di poche informazioni sicure
relative alle sue origini. Nasce certamente a Udine, negli anni intorno al
1370, da Nicoletto del fu Antonio di Venezia, stabilitosi nel capoluogo del
Friuli per lo meno dal 1352, quando fa richiesta della cittadinanza, ottenuta
il 21 marzo 1361. Il nome della madre, Elena, privo peraltro di ulteriori
informazioni, ci perviene da un’indicazione di Antonio Joppi, a tutt’oggi
comunque non suffragata da prove documentarie. Uno tra i suoi primi biografi,
il notaio cividalese Marcantonio Nicoletti (1536-1596), lo ascrive alla propria
famiglia, che deriverebbe da un Nicoletto la cui sepoltura, nel chiostro domenicano
di S. Pietro Martire, risalente al tempo del patriarca Antonio Caetani, era
ornata di un’iscrizione con le insegne nobiliari. Antonio Joppi identifica
quest’iscrizione, in seguito andata perduta, con quella descritta in una nota
manoscritta in calce ad un’edizione latina di Platone, relativa ad un
«Nicolettus de Broio auctor de Venetiis». Secondo questa linea di eruditi,
dunque, P. sarebbe membro della nobile famiglia dei Nicoletti di Udine, poi di
Cividale, le cui vicende furono ricostruite da Francesco di Manzano nel 1894.
Probabilmente negli anni intorno al 1383 P. fu accolto nell’ordine degli
Eremiti di S. Agostino, presso il convento di S. Stefano a Venezia. Qui egli
compì il suo noviziato e la prima formazione culturale sino al 9 dicembre 1387,
quando il priore generale dell’ordine Bartolomeo da Venezia lo assegnò come
studente al convento dei Ss. Filippo e Giacomo di Padova, sede dello “studium
generale” della provincia della Marca Trevigiana. Di lì a pochi anni, il 31
agosto 1390, il priore generale destinò P., insieme con il cugino più anziano
Paolo Francesco da Venezia, come studente “de gratia” (cioè a spese della
provincia, e non dell’Ordine), allo “studium generale” di Oxford, per
intraprendere il percorso di studi avanzati che doveva condurlo al magistero in
teologia. In quegli anni lo scisma d’Occidente aveva infatti reso difficile per
gli studenti italiani il compimento degli studi superiori presso l’università
di Parigi, di obbedienza avignonese: pochi anni prima lo stesso Bartolomeo da
Venezia aveva in effetti precluso formalmente questa possibilità agli studenti
agostiniani. Durante il triennio di permanenza ad Oxford P. ha la possibilità
di conoscere ed approfondire gli sviluppi più recenti ed avanzati
dell’insegnamento filosofico e di quello logico in particolare. Tornato a
Padova, sempre insieme al cugino, mette a frutto questa esperienza nel corso
del suo insegnamento come “cursor”, probabilmente dal 1393 al 1396, e poi come
“lector”, sino al 1401. Risale a questi anni la composizione delle sue opere
logiche più fortunate, la Logica parva e la Logica magna. La prima, diffusa
ancor oggi in oltre 80 codici e in 25 edizioni a stampa, è un manuale
sintetico, ma molto aggiornato, composto sul modello dei manuali inglesi
contemporanei, che arrivò negli anni a contendere il primato nel settore alle
duecentesche Summulae logicales di Pietro Ispano e fu persino reso obbligatorio
nel curriculum universitario padovano dal Senato di Venezia nel 1496. La
seconda, molto più estesa, conosce invece una diffusione assai più limitata,
anche perché, rivolgendosi agli specialisti, forniva un panorama approfondito e
molto dettagliato di tutte le più recenti dottrine logiche. Testimonianza in
quegli stessi anni (1396-1397) dell’interesse immediato che le novità importate
da P. seppero suscitare si riscontra nel carteggio di Pietro Tomasi, studente a
Padova e poi “magister” di filosofia a Pavia, che si rivolge al suocero Gian
Ludovico Lambertazzi, professore di diritto presso lo studio padovano, e allo
stesso Paolo Francesco di Venezia per ottenere copie delle due opere ancora in
corso di redazione. È con tutta probabilità a Padova che N. trascorse i primi
anni del XV secolo, impegnato a completare il suo curriculum accademico con
un’intensa attività didattica e di studio. Frutto del suo lavoro di baccelliere
in teologia è la Super primum Sententiarum Iohannis de Ripae lecturae
abbreviatio, terminata prima del 1402, mentre al suo insegnamento in arti e in
filosofia (anch’esso parte dei doveri di un baccelliere in teologia) si debbono
ricondurre varie opere di carattere esegetico, come le Conclusiones Ethicorum,
le Conclusiones Politicorum, le Conclusiones Posteriorum Analyticorum e
probabilmente anche due opere logiche come la Quadratura e i Sophismata. Il suo
primo grande commento aristotelico, la Lectura super libros Posteriorum
Analyticorum, fu compiuto nel 1406, quando già N. aveva ottenuto il grado di
“magister artium et theologiae”. A quest’opera logica fecero seguito,
rispettivamente nel 1408 e nel 1409, due opere di filosofia naturale: la Summa
philosophiae naturalis e l’Expositio super Physicam Aristotelis. A partire dal
1408 troviamo il teologo agostiniano tra i promotori dello studio padovano,
quindi l’inizio del suo insegnamento universitario deve essere collocato prima
di questa data (in precedenza la sua attività didattica si era svolta
all’interno dello studio agostiniano di Padova). Nel periodo che va dal 1408 al
1420 egli compare regolarmente, sempre nel ruolo di promotore, nei registri
delle lauree padovane, con le sole eccezioni degli anni 1409, 1412 e 1419. Tra
coloro, oltre una trentina, che ottennero i gradi sotto il suo magistero si
annoverano i patrizi veneti Nicolò Contarini, Pietro Giustiniani e Marco
Lippomano, il benedettino Giovanni Michiel, l’umanista e scienziato Giovanni
Fontana. Suoi studenti furono inoltre il medico Michele Savonarola, il giurista
Ludovico Foscarini e Giovanni Antonio da Imola, che gli succederà sulla
cattedra padovana. Oltre a dedicarsi ad un’intensa attività accademica, in
questi anni N. assunse anche responsabilità all’interno della sua congregazione
ecclesiastica, cominciando da quella più elevata: il primo di maggio 1409, poco
più di un mese prima di essere deposto dal concilio di Pisa, il pontefice
Gregorio XII, il veneziano Angelo Correr, lo nomina vicario generale
dell’ordine agostiniano. Nulla si sa della sua attività da lui svolta in questa
carica e neppure se nei mesi successivi egli fosse al seguito del papa al
concilio di Cividale. È noto invece che pochi mesi dopo, nel febbraio 1410,
forse in conseguenza del declino politico di Gregorio XII, rassegna il suo
incarico. Nel medesimo periodo, tuttavia, N. fu anche priore provinciale della
Marca Trevigiana e come tale, per ordine del Consiglio dei Dieci di Venezia,
comminò il 28 agosto 1409 la pena del carcere al confratello Simone da Ancona,
reo di aver continuato a sostenere il pontefice deposto a Pisa. In breve tempo
le relazioni di N. con il governo della Serenissima si fecero ancora più
strette: verso la fine del 1409 fu inviato come “orator” a Buda presso il re
d’Ungheria e re dei Romani Sigismondo del Lussemburgo, allora diviso da
un’aspra contesa con la Repubblica Veneta per il dominio della Dalmazia, con
l’incarico di preparare il terreno per un’ambasceria ufficiale che doveva
tentare un accordo. Il suo soggiorno presso la capitale ungherese ebbe termine
nel gennaio 1410, ma nel luglio dello stesso anno il governo veneto utilizzò
nuovamente i suoi servizi come ambasciatore a Ulma in Germania e presso Federico
duca d’Austria e conte del Tirolo. In seguito a questi incarichi la Serenissima
compensò P. con la somma di cento ducati e con il sostegno nel conseguimento
della cattedra padovana retta in quel momento da Biagio Pelacani da Parma.
L’anno successivo quest’ultimo lasciò in effetti lo studio padovano per quello
parmense e l’agostiniano fu nominato al suo posto. Ancor più importante la
missione che fu affidata a P. il 23 gennaio 1412: in un momento assai critico
per la Repubblica Veneta, con le truppe imperiali di Sigismondo che occupavano
il Friuli, egli fu inviato presso la corte di Ladislao Iagellone, re di
Polonia, con l’incarico di fare il possibile per stabilire con la Polonia
un’alleanza in funzione anti-ungherese, così da stringere Sigismondo da sud e
da nord e forzarlo ad abbandonare la sua impresa italiana. Le istruzioni
diplomatiche contenevano anche la raccomandazione di manifestare al re polacco
la piena disponibilità di Venezia a sostenerlo, nel caso questi volesse
lanciarsi a sua volta nell’avventura imperiale. P. giunse a
Cracoviaprobabilmente a fine febbraio o inizio marzo 1412, poi a fine marzo si
trasferì a Kosice, in Slovacchia, dove si trovavano re Iagellone e re
Sigismondo, che avevano già firmato un accordo. Il risultato di questa prima
fase dell’ambasceria fu di ottenere l’offerta da parte del re polacco di
fungere da mediatore tra Venezia e Sigismondo per dirimere la questione della
Dalmazia. P. rientrò a Veneziaprima del 10 maggio, ma fu subito rimandato dal
re polacco, in quel momento a Buda alla corte di Sigismondo, visto il credito
che era riuscito a guadagnarsi presso di lui. L’agostiniano si unì quindi agli
ambasciatori Tommaso Mocenigo e Antonio Contarini, che dovevano trattare la
pace con Sigismondo, ma nonostante l’appoggio di re Iagellone l’iniziativa
diplomatica non poté che constatare l’impossibilità di trovare uno spazio di
mediazione tra i due contendenti e a fine giugno 1412 l’ambasceria fu di
ritorno a Venezia. P. appariva ormai aver raggiunto in questi anni notevoli traguardi:
titolare di una cattedra prestigiosa nell’ateneo padovano, ben noto negli
ambienti accademici per la sua dottrina e le sue opere, autorevole
rappresentante del proprio ordine, poteva per di più vantare una notevole
esperienza diplomatica ed importanti relazioni a Venezia e nelle corti
dell’Europa centro-orientale. La sua attività di commentatore aristotelico
prosegue inoltre alacremente: sono da ascrivere probabilmente a questo periodo,
vale a dire tra il 1410 e il 1420, uno Scriptum superlibros De anima, una
Expositio super De generatione et corruptione e la monumentale Lectura super
libros Metaphysicorum. Ma improvvisamente nel 1415 la sua fortuna accademica e
politica comincia a subire qualche contraccolpo: il 6 giugno il senato
veneziano vota una censura che colpiva P., insieme con il medico Antonio
Cermisone, per essersi assentato da Padova e dai propri doveri accademici senza
permesso; tre mesi dopo il Consiglio dei Dieci lo invita a discolparsi da
accuse (non meglio precisate) e gli proibì di lasciare Padova senza una licenza
espressa del consiglio stesso; ancora, un anno dopo, nel maggio 1416 la
richiesta di P. di ottenere la licenza fu respinta e solo nel giugno dello
stesso anno fu concessa, in considerazione dei doveri concernenti la sua carica
di priore provinciale, ma con la condizione che non si recasse a Costanza o in
altro luogo dove si fosse celebrato il concilio. Le circostanze di questi
provvedimenti disciplinari non sono ulteriormente note, ma forniscono
l’informazione che P. era nuovamente divenuto priore provinciale della Marca
Trevigiana (lo era già dagli ultimi mesi del 1414) e soprattutto che non godeva
più della fiducia di Venezia, che non lo voleva presente al concilio. Peraltro
l’anno successivo il senato veneziano, con un atto certamente onorifico, gli
concesse il privilegio di indossare il berretto nero dei patrizi, privilegio
poi esteso, alla sua morte, a tutti i membri del convento di S. Stefano. Di lì
a qualche anno, tuttavia, i rapporti di N. con il governo della repubblica
veneta si guastarono irrimediabilmente. Per motivi che permangono tuttora
ignoti il teologo agostiniano, nuovamente eletto priore provinciale dal
capitolo dell’ordine tenuto a Ferrara nel maggio 1420, venne sottoposto ad un
procedimento disciplinare da parte del Consiglio dei Dieci che si concluse in
settembre con il suo bando quinquennale a Ravenna, da estendere a dieci anni
qualora avesse infranto il divieto di riattraversare anzitempo i confini del
dominio veneto. P. chiese ed ottenne una proroga di un mese, allo scopo di
rimettere nelle mani del priore generale Agostino Favaroni le questioni
connesse con la sua carica di provinciale, poi nell’ottobre 1420 fu assegnato
dal generale al convento di Siena e gli fu concessa la licenza di insegnare nello
studio di quella città. Da quel momento P. non rimise più piede in territorio
veneziano fino ad un anno prima di morire. A Siena rimase per quattro anni; in
questo periodo i suoi biografi, e per primo Cristoforo Barzizza che tenne la
sua orazione funebre presso lo studio patavino, collocano un episodio in cui P.
avrebbe agito come un inquisitore, sfidando e sconfiggendo in una disputa
l’eretico Francesco Porcario, forse un fraticello, che finì per questo sul
rogo. Il Barzizza parla a questo proposito anche di uno scritto antiereticale
di P., di cui sinora tuttavia non sono state rinvenute tracce. Venne designato
reggente dello studio agostiniano di Siena; redasse per la prima volta un
testamento, in cui lasciava al convento padovano i suoi libri e titoli veneziani
(«de camera imprestitorum comunis Venetiarum»), che egli deteneva su licenza
del priore generale, per il valore di mille ducati d’oro, come forma di
risarcimento per i gravami e le spese che detto convento aveva dovuto
sopportare per la sua lunga permanenza, nonostante il suo convento nativo fosse
quello veneziano di S. Stefano. N. venne assegnato al convento di Bologna, con
licenza di insegnare nello studio cittadino in qualsiasi materia. Durante il
soggiorno felsineo si ricorda una sua disputa con il maestro Nicolò Fava,
valente filosofo e dialettico di inclinazioni dottrinali opposte a quelle di P.
La sua permanenza a Bologna tuttavia non dura a lungo, poiché già nell’ottobre
1424 fu assegnato al convento di Perugia, nuovamente con licenza di insegnare
presso lo studio cittadino. Gli anni successivi, a Perugia, videro P. impegnato
in attività didattiche (gli fu concesso ad esempio di esaminare alcuni studenti
agostiniani per il conferimento del titolo di “lector”) e nella stesura del suo
ultimo commento aristotelico, l’Expositio super Universalia Porphyrii et super
Praedicamenta Aristotelis. I registri dell’ordine agostiniano informano inoltre
che P. redasse una seconda versione del suo testamento, in cui furono aggiunti
come beneficiari la sorella Lucia e il confratello e assistente Nicola da
Treviso, e che il primo di agosto dello stesso anno gli fu concessa licenza di
recarsi a Roma ogni volta che i suoi lavori lo rendessero necessario. In
occasione delle dimissioni del priore di Perugia, gli fu conferito l’incarico
di reggere il convento durante la vacanza e di scegliere il nuovo priore ed
inoltre a lui toccò di svolgere la funzione di visitatore presso lo stesso
convento e quello di Todi. Infine, nel giugno 1428, in seguito ad una supplica
fatta pervenire insieme con la raccomandazione del cardinale di S. Croce, il
Consiglio dei Dieci di Venezia revocò finalmente il bando comminato otto anni
prima e P. poté far ritorno a Padova e riprendere il suo insegnamento, anche se
soltanto per pochi mesi, giacché il 15 giugno 1429, mentre teneva il corso sul
De anima di Aristotele, morì. Oltre alle opere sopra ricordate, rilevanti
soprattutto la sua attività di commentatore aristotelico e di maestro di
teologia, P. lasciò anche una raccolta di Sermones quadragesimales, uno scritto
antigiudaico, le Quaestiones XXII de messia adversus Judaeos, un’opera
mariologica, il De conceptione Beatissimae Virginis Mariae, una versione latina
della Composizione del mondo di Ristoro d’Arezzo e diverse orazioni. Secondo il
giudizio di Alessandro Conti, il più recente studioso del suo pensiero, P. fu
«il più importante pensatore italiano del suo tempo ed uno dei più importanti
ed interessanti logici del medioevo». La sua fama e le sue opere contribuirono
a fare dello studio patavino un centro intellettuale di rinomanza europea; le
sue dottrine, improntate al realismo degli universali in ambito ontologico e ad
una linea vicina a quella dell’aristotelismo moderato di Alberto Magno e
d’AQUINO nel campo della filosofia naturale, innescarono in Italia un dibattito
scientifico i cui sviluppi condussero nel corso del XV secolo ad un
rinnovamento dell’orizzonte culturale europeo. CHIUDI. Andrea Tabarroni.
Bibliografia M. NICOLETTI, Vita dei tre Paoli, ms BCU, Joppi. F. MOMIGLIANO,
Paolo Veneto e le correnti del pensiero religioso e filosofico del suo tempo
(Contributo alla Storia della filosofia del secolo XV), Udine, Tipografia G.B.
Doretti estratto dagl’Atti dell’Accademia di Udine CESSI, Alcune notizie su N.,
«Bollettino del Museo civico di Padova, GENTILE, Intorno alla biografia di N.,
in Studi sul Rinascimento, Firenze, Sansoni, BOTTIN, Logica e filosofia
naturale nelle opere di Paolo Veneto, in Scienza e filosofia all’Università di
Padova nel Quattrocento, a cura di A. POPPI, Trieste, Lint, PERREIAH, N.: A
Bibliographical Guide, Bowling Green (Ohio), Bowling Green State Universiy; S.
DE FANTI, La missione diplomatica di Paolo Veneto al re di Polonia: il decisivo
contributo polacco alla conoscenza della biografia del Nicoletti, in Memor fui
dierum antiquorum. Studi in memoria di Luigi De Biasio, a cura di P.C. IOLY
ZORATTINI - A.M. CAPRONI, con la collab. di A. STEFANUTTI, Udine, Campanotto;
A.D. CONTI, Essenza e verità. Forme e strutture del reale in Paolo Veneto e nel
pensiero filosofico del tardo medioevo, Roma, Istituto storico italiano per il
medio evo, 1996; C. FROVA - R. NIGRI, Un’orazione universitaria di Paolo
Veneto, «Annali di storia delle università italiane; N., Super primum
sententiarum Johannis de Ripa lecturae abbreviatio. Liber 1, ed. crit. parz. F.
RUELLO, Firenze, Edizioni del Galluzzo; N., Logica Parva. First Critical
Edition from the Manuscripts with Introduction andCommentary, ed. A.R.
PERREIAH, Leiden-Boston-Köln, Brill. LOGICA PAVLI rectam atgemendatam. Additis
quotationibus Postilis ad textus declaratione. Necnon Tabulao figuris. VENETI
HABES IN HOC ENCHIRIDIO summam totius Dialecticæ, mira quad a brevitatem atos
facilitate ad utilitatem stude tium conscriptam ab eximioætatis suæ magistro
Paulo Veneto Nupero diligenti studio cor Venetes EMANUELE ITECA NAZ GOMA ME
YOLL .pkrior dla Lohan Somerilatarei long COMO0Io (ICO? CO ? ri 1 1 ROMA ni
logica OLUTELY A parva. A Pauli Veneti Heremita Onspiciens librorum quorundam
magnitudinem redium constituentem in animo studerium nec non et aliorum nimiam
brevitatem quibus nulla se ethica re est annexa doctrina. Ideo volens cap. s.
et medium retinere utriusg sapiensnam 5. ethic, turam extremt, compendium utile
construxi iuveni t. co. 6. ВB bus pluribus diui sum tractatibus, Quorum primus
summularum tradit notitiam. Septimus contra primum obiicit, solutionem ad dens
responfiuam. Quia ergo doctrina quecuncka communiori ut ait t- C.4 .
PHILOSOPHUS in prohemio phylic. sumic exordsum, ideo Dislot tractatus primus
terminum [TERMINVS] sic diffinies incipitapriori. miningp De definitione
termini et eius divisione quide. i. II suppositionum declarat mareriam. III
consequentiarum ostendit doctrinam. IV terminorum vim instruir probativam. V
ligandi regulam docet obligatiuam. VI insolubilia solvendi dar artem et viam.
VIII tertium fortificat prationem argumentativa. cap. 1. prio. c. TERMINUS EST
SIGNUM ORATIONIS CONSTITUTIVUM. Et BOEZIO ut pars propinquae iusdem, ut:
“homo”, lyani in. 1, de mal. Et notanter dicitur propinqua quia oratione vocatur
“dictio”, remota vocatur litera vel syllaba, di 2. ecin. i Dstio igitur et non
litera uel syllaba, est terminus. defyllo. Terminum quidam est per cate. T
differē. Tio habet partes propinquas et remotas, propinqua top. c. 2 cius vide
SIGNIFICATIVUS est ile qui per se sumptus nihil REPRESENTAT --: ut s. “me,”
“te,” “omnis”, “nullus,” “quilibet”, “quicunque”, “alter”, et consimiles.
Terminorum quidam si secunda significant naturaliter et quidam AD PLACITUM.
Termi divisio p nus naturaliter si significans est ille qui apud omnes eius qua
vide de m efd RE-PRAESENTATIVUS, sicut ly “homo“animal", in primor mente.
Terminus AD PLACITUM significans est ille qui ye. c. i. et NON apud OMNES
eiusdem est re-praesentativus sicut ille ipsum. Terminus “homo” in voce vel in
scripto, qui apud nosft. B Paul. sin significat ‘hominem’, sed apud alias
nationes nihil significant, ut sunt greci (“anthropos,” “aner”). Reefo.
Terminorum quidam est categorematicus, et quida 3 S. colū.
SYNcategorematicus.Terminus categorematicus est pri. diui. ticularia
particulariter. Præpositiones determinatsub certocafu. Aduerbia uerbum, et
coniunctiones ha minum. i. rem quæ non est terminus dato que effet, ficut
TRACTATVS Secunduz se significativus, quidamnon.Terminus perle signi Voety
fancarious est ile qui per se sumptus aliquid re-praesen mologiã tasuely
“homo,” ly “animal”. Terminus non per se signi ille quitam perle quam cum alio
habet proprium fie Tertia significatum – ut: “homo”: siue en imponatur in
oratio divisione, lieu extra, semper significar ‘hominem’. Terminus Dehac
SYNcategorematicus est terminus habens officium qui vide la perfesumptus
nullius est significativus. ut signa distric tiusilo.butiva – ut: “omnis”,
“nullus”, et signa particularia – ut: ali mafo. 2. “aliquis”, “alter”, et præpositiones
(“to”), et adverbial et coniuctiones. Signa namqz distributiua habent officium,
fal. 3. quia determinant distributive, universalia yłr, et par bent coniungere
terminus vel orationes. Terminorum quidam est prime intentio Pau.lo.nis, et
quidam secundæ intentionis. Terminus primæ ma, sol. intentionis est terminus
mentalis [Occam, Geach] significans non ter D“homo, significat sor. et pla.
quorum nullus potest esse terminus. Terminus autem secunde intentionis est
terminus mentalis significans solum modo terminum A vel propositionem, ut ili
termini mentales, nomen, verbum, participium, propositio, oratio et huius modi.
Nis est terminus vocalis [non mentalis] vel scriptus significans solum B modo
terminum vel propositionem utili termini vocales vel scripti, nomen, verbum
participium, athuius modi. Terminorum quidam funcin complexi, et quidam
complexi. Terminus in 6. diui complexus vocatur dictio – ut: lylapis,ly lignum.
Sed fioVide terminus complexus est oratio – ut: “homo [est] albus”, lor. et
Paul. in placo, deum effe. et huiusmodi. De nomine. liter considerat: ideo de
his restat deffnitiones assignare. NOMEN est terminus significativus lo. ma.f.
SINE TEMPORE cuius nulla pars aliquid significat separa dissintta – ut: “homo”.
In ifta definitione ponitur terminus lotionoie cogeneris, quia omne nomem est
terminus. et non econ proqua verso: dicitur significatiuus, quia termini non
significativi depri non funt nomina apud logicum, licet bene apud grammaticum –
ut: “omnis”, “nullus”, et similia. Dicitur ‘sine tempore’, ad differentiam
verbi et participia, quæ significant *cum* tempore. Ponitur: ‘cuius D nula pars
aliquid significant separata’ -- ad diferentiam orationis, cuius partes
significant separate mo pyo er.c.c Terminorum quidam eat s. diuifio prime impositionis,
quidam secundæ. Terminus prime impositionis est terminus vocalis vel sriptus
signi Boe. in ficans non terminum -- ut “homo”, et “animal” in voce vel in
scripto. Terminus autem secundam impositio. In princ. L3 Via de nominee et
uerbo ex quibus oratio с componitur et propositio, logicus principa . Defini. V
uuset extremorum unitiuus, cuius nulla pars aliquid significar separata, ut
“curre” c vel dispur i io b i. tar. Ec dicitur primo, temporaliter
significativus, ad eric. i. tiw oro pin . p i disnes positum cum apposito sicut
verbum. ceterg autem par trcuiæ ponuntur. Sicut in deffinitione nominis. Ratio
est terminus significativus, cuius ali- B garlicant separatę. Orationum alia
perfecta, alia hewide Dcoratione. qua pars aliquid significant separata, ut
“homo [est] albus” deữ effe. Vltima particular ponitur ad Piroca Jüfferentiam
nominis et verbiquorum partes non fi cite suz etc. cogeneris, quia omnis
propositio est oratio et col.1. cipit quæ non sunt propositiones non obstante
quod ilum generat IN ANIMO AUDITORI si – ut: “Homo currit.” Or a boviti
imperfecta. Oratio perfecta est ila quæ perfectum len no Ide uim uce cio
imperfecta est ila quæ imperfectum sensum gene. ferinõis rat, Notandum quò d
tres sunt species orationis perfectæ quia orationum perfectarum. Alia
INDICATIVA – ut: “Homo currit” . Alia est oratio imperativa [cf. Grice citing
Hare, Imperative sentences, Mind, 1947]– ut: “doceioannem.” Alia ed
incelreligie ineis oratio optative – ut: “Utinam essem bonus logicus”. fint ap
te nate. VERBUM est terminus temporaliter significati differentiam nominis quod
significat sine tempore. Secundo dicitur, et extremorum uniciuus: ad
differentia participium quod significar cum tempore, sed non unitfup 0 -3 gñare
fectū sen bus vide ilo, ma. fol. Propositio eit oratio indicatiua verum vel
falsum significans – ut: “Homo currit” -- ponitur oratio lo non e converso.
Secundo dicitur indicativa. quia Cola indicari va est propositio, non autem
imperativa nec optativa. Vicimoannectitur: verum vel falsum significans: propcer
tales orationes. Cortes potest, plato in PS pro qui alia categorica alia
hypothetica. Propositio ca divisio. Categorica est ila quæ habet subiectum
prædicatum et Vide in copulam tanquam principales partes fui – ut: “Homo est
animal.” l o,m a . f o animal. Subiectum est ly “homo”, prædicatum uero,
101.col, ly “animal”. Copula illud verbum “est”: quia coniungit tum. Dicitur
quod habet IMPLICATUM prædicatum. vide licet,ły “currens” quod patet in
resolvendo illud uerbum “currit.” -- in: sum currens, es currens, est currens,
et suum participium. Subiectum est de quo aliquid dicitur – ut: “homo”.
Prædicatum vero quod dicitur de altero – ut: “animal.” Sed copula Quid (u
bicctuz semper est verbum substantivum: “sum currens”, “es currens vel hom”,
“est homo et currens.” De quidp. propositione hypothetica posterius dicetur ad
cuius tum et C differentiam point urilla particula: principales partes quid co
. D sint indicatiue. Quia non significant verum nec falsum. Diffini cum sint
orations imperfectæ. Ca. 6. luifiones sub propositione contentas sequitur D
numerare. Propositionum Prima subiectum cum predicato. B rir est propositio
categorica et non habet prædica. Solutio Et si dicatur “homo cur . Dubo . fui.
quia principales partes hypotheticæ non sunt pula, subiectum et prædicatum: sed
plures categoricęut. Propoli diuifiotionum categoricarum alia affirmativa, alia
negativa. Propositio categorica affirmatiua est ila in ligiex.i. qua verbum
principale affirmatur, ut “Homo currit.” Propositio categorica negativa est illa
in qua er: Tertia bum principale negatur – ut: “Homo NON currit” S.
Propositionum categori: Diffusi carumalia vera, alia falsa. Propositio
categorica ue us&hac ra est ila cuius primarium et adequatum
signifi-materia carð est verum – ut: “Tu es homo.” Hæc enim est uera. “Tu es
vide in homo.” quiate esse hominem est verum.Voco filoma. divisio A tio. i. gi
her. C. 5. . a4 1 mo. Cetera autem significate, utte esse animal, teelic
substantiam, et huius modi, sunt significate secundaria, et pones illa non dicitur
propositio vera nec falsa. Propositio categorica falsa est illa cuius primariam
et adequatum significatum est falsum – ut: “Tu es asinus.” ria, alia
contingens. Propositio necessaria est ila, cuius primarium et adequatum
significatum est necessarium – ut: “Deus est.” Propositio contingens est illa
cuius significatum primarium et adequatum est contigens – ut: “Tu es homo”. Et
voco significatum contingens ilud C quod in differenter potesse se verum vel
falsum. Propositionum categoricarum alia alicuius uide. i. quantitatis, alia
nullius. Propofitio categorica alicu prior.n.ius quantitates est illa quæ est
universalis, particularis, . in pri, indefinita, vel singularis. Propositio
universalis est illa in qua subởcitur terminus communis signo universali
determinatus – ut: “Omnis homo currit”. Terminum communem voco in presenti
nomen appellativum et pronome pluralis numeri. Signa universalia sunt ista:
“omnis,” “nullus,” “quilibet,” unus gfavteros, ncuter, quails D. :.libet,
quantusliber, et huius modi. Propositio particularis est illa in qua subiicitur
terminus comunis igno 4. diui afol. significatum primarium et adequatum
propositionis, u r e a a d f. quod est simile orationi infinitive vel
coniunctiue il 267. secundlius. undete esse hominem, vel q “Tu es homo.”,
dicitur fiA dępris. Significatum primarium [cf. Grice, primary sinification in
‘Retrospective epilogue,’ WoW] et adequatum illius, “Tu es homo.” Propositionum
categoricarum alia fio vide possibilis, alia impossibilis. Propofitio
categorica por ilo.ma. fibilis eft illa cuius primarium et adequatum
significatum est possible – ut: “Tu curris.” Propositio categorica et
adequatūfi. usa ad impossibilis est illa cuius PRIMARIUM SIGNIFICATUM est
impossibile – ut: “Homo est asinus.” Propositionum categoricarum alia ne cella
larem, nomen proprium aut pronomen demonstravi Suum singularis numeri, ut:
“iste”, “ista”, “istud”. [cf. Grice on the and dossiers in Vacuous Names, in
terms of auditor] Ex quibus fe B quitur iam quæ est caregorica nullius
quantitatis. Et dicitur quod illa quæ non est universalis, nec particularis,
nec indefinita, nec singularis -- ut exclusive et exceptivæ et re-duplicative,
videlicet, “Tantum homo currit, omnis homo preterfor. mouetur, “Omnis homo in
quantum homo est animal”. Luxta primam secunda Qualis, ne, ue laf, u. Quanta,
par, in, fin, Prima pars sic intelligitur, quod ad interrogationem de
propositionc factam r Quæ respondetur categorica, vel hypothetica. Secunda
autem asserit quod ad interrogatione factam per Qualis? Respondetur affirmatiua
vel negatiua. Sed in tertia denotata a quod ad interrogationem factam g Quan
tarmñdcatur, universalis, particularis indefinita, ucl singularis, et hoc fm
exigentiam propositionis propositę. De duabus alijs pposition am divisionibus.
Ræterfu pradictas diuisiones dugalią declaran- Prima cur. Propositionum
categorica divisio – ut: “Homo currit.” Propositio categorica modalis est illa
in qua ponitur aliquis modus -- ut possibile est sor, cur particulari
determinatus – ut: “Aliquis homo disputant.” Si Idem in gna particularia sunt
ista: “aliquis,” “quidam”, “alter”, reli7. tract. A quus, et huiusmodi.
Propositio indefinita est illa in huius in qua subijcicur terminus communis
SINE aliquo signo – ut: c.i.& in “Homo est animal.” Propositio singularis
est ila inqua lo.ma. . fubijcitur terminus discretus, vel terminus comiscum .
col. pronomine demonstratiuo singularis numeri. Exem :4. plumprimi. sor.
[Socraes] currit. Exemplum fecundi: “Ille homo disputat.” Voco autem terminum
discretum vel singu. с P. ultimam divifiones ponitur iste versus. Querca, uel
ră alia dein efle, alia modalis. Propositio catego Dricadein efic est illa in
qua non ponitur aliquis modus 1: Figura de in effe. r e r e . Modi autem sunt
sex . c possibile, impossibile ne Seconda. necessarium, contingens verum et
falsum. Propositionum modalium: quædam est in sensu diviso [cf. RIMINI] et
quædam in sensu composito. Propositio modalis in sensu diviso est ila in qua
modus mediat inter accusativum casum et verbum infinitivi modi – ut: “Fortem
possibile est currere.” Propofitio modalis in sensu composito est illa in qua
modus totaliter præcedit, vel finaliter sub sequitur – ut: “Deum esse est
necessarium.” Impossibile est hominem esse asinum. Ex his divisionibus
originantur tres figuræ. Quarum prima dicitur de in effe. Secunda modalis de
sensu diviso fchabés admodum primæ. Tertia modalis de sensu composito: leda
cæteris disperata. Quartum declarationes ha besin exemplo hic posito. A G libet
ho currit. adaz hó ñ currit, Nurbo de currit. Lontraric. Contadictorie dictorie
subalterne, subalterne Figura: demesse Gulltra gda3 ha cuifit, subcontrarie
reasu diuisio Contrarie Nullum hoie3 possibile est! curtcit. Contradictorie
Sub-alterne Sub-alterne de sensu dictorie Lörra mine polee curitie . Modalis de
sensu diviso. sub-contraric Modalis de sensu composito. Nec currere est los.
Impose est currere for sub-alterne Contra sub-alterne dictorie Aliquem, ho
Contrarie de sensu composito: Fig. Loncra . dictonic Contingens et por, non
currere Figura Que libet ho minepole? currere . Pole for currtre, A liquê home
minē ñ pole est currere, sub-contraric Secunda præcise proeodemuelpro eisdem,
sunt contrariæ in figura – ut: “Quilibet homo currit,” “Nullus homo currit.”
Particularis affirmatiua et particularis negativa de consimilibus subiectis
prædicatis et copulis, supponentibus precise proeodemuel pro eisdem sunt
sub-contrariæ in figura – ut: “Quidam homo B Tertia currir, etquidā homo non
currit. Universalis affirmativa et particularis negativa, ucl universalis
negativa et particularis affirmativa. de consimilibus subiectis predicatis et
copulis, supponentibus. precisepro eodem vel pro cisdem, fu Tabula omnium
capitulorum huius logicæ primus est de mentis summulis quiconti De syllogismo:
Tractatus secundus est determis. Car.Ź Cap. primă de definitioc De verbo 3 6 De
diuifione propofi. De figuris propositio pothetica po. copu. ne ciusdem. cn ūt
materialiter etqñ PERSONALITER De propositione hy. De ampliationibus po.
disiuncti. 15 De praedicabilibus Tractatus tertius. de eiusdem di relativorum
net De oratione De propositione norum quando fuppo num deuppolitionibus có De
cognitione termi De appellationib De converfionetibus supponis et de diuisio De
suppositione per de natur appõnuz sonali tractatus divisa De nomine tionum De
duabus alös diui De supposition ma. de equipollentős de signis confunden de
propositione hy de relativis proqui bussupponunc De propositione hy. De modo
supponen cinens C fionibus propõnuzs teriali et de diuisione DE DECEM
PRAEDICAMENTA de decem prædica, consequentősconti. de resolubi de
propositionibus Tractatus quintus est tionc obligationis et De obiectionibus co
tradictasreg. TABVLA uo tionc consequentiæ et De hypo. descriptibio eorum
divisionibus De regulis generalibus consequentiæ for De gradu pofitiuocô malis
De regulis con. for. q De gradu comparati De regulis poenespropositiones quáras
Delydiffert positions non quan De exceptivis De ly necessario et contingenter
parabiliter sõpto poncs superius, atq De gradu superlati -minos pertinentes et
De ly incipit et defi : impertinentes nir nens. De officialibus pro De defini
libus. po. de reg. eius. inferius De regulis poncs pro De exclusiuis
universalibus De convertibilitate uo. tas Dedecem lis alñsregu De ly totus
positioncs hypotheticas De ab æterno De infinitum de probationibus ter
obligatory artis: De reduplicativis De regulis poencster De immediate De semper
De regu.pancs pro tinens minorum continens. De deffic go cioc insolubilib? et
di s Obiectiones cöcrare tra insolubilia Obiectiones contradi milibus propositioni
bus regulas huius de defin De obiectionibus có finitioncs .hui? De exclusivis
insolu De insolubili difiun- ulti. ca.contra modos mi. De insolubili particu
huiuspri De insolubilibus no é de obic Obiectiones contra Obiectiones addicta
est de obiectionibus contra De obiectionibus factis contra re propositionum
huiusprimitrac. De Amilibus et diffig Obiectiones contra pr De deposition
ibuster Obiectiones contra re minorum Tractatus Sextus De insolubili uniuer
Cali bus bilibus riuo ctivo figurarum apparentibus Obiectio. Gulasprimo et
gulas huiuspri de insolubilibus Obiectiones contra dif habens. .huius
uifioncciusdem. Gulas huiuspri lari vel indefinito mitra. de predicabili. De
insolubili copula. trac.in maceria syllogismorum n a contra dicta
huiuscertñ.tra, inm a Štionibus factis con car . las.huius terti las. huius
terti tracta. Venetijs ExpensisheredumLucæ TABVLA teria consequentiară, tracta.
tëtracta. Obiectacontraregu Obiectacontraregu tracta. las, huiustertij las.
huiusterto tracta Antonñ Iunte Florentini Registrum illaiquaiferi predicaturde
terrogatoez factapqualise fuosuperiozi.vtaialeftbo. sozesvť platopueniéterrñ
Predicatio eéntialiséillai deturq rifibiť totaratio quafuperi pzedicaturdein
quareficpdicaturde illiseq? feriozivelecóuersofzquod éppziapafsioilliustermini
dictiévľoriadealiquod illon bomo cum quo conucrtitur. Si predicatio
accítaliséila Acchrétēmin vniuoc'pze iquappuúvelaccñspzedir. Dicabilisdeplib
ieoquod caturde genere fpeciezpria quale accắtaleipuertiblrfi
bľfuoidiuiduoautepuerfo Eréplüpzimi:vtbóèrifibil dirurindecepdicasca. Quo
Paialéalbu. exéplusivrrifi rupzimueltpredicarsitu lub bileéhoalbueaial.Etpfiľr
státiecul generaliffimúébic dedriaz idiuiduo dicafl'me teri’lb
alubàpoiturhicter li’oicaturg pdicatioefriaťė mi? coup” subcocpozecosp? praedicatio
terminoz eiusdez saiatu sub cozpoze aiato a dicamentivtbóestaial.pze, aialifpes
specialis simahoľ dicat ioautaccica est piedi afinuszlbiftisfua idiuidua
carioterminox diuersoz pze foztesz plato. bzunellus fa dicamentorum vt homo é
ale uellus. Secundum predicame bus. Termin superiora dre tu est pdicamentu
quátitutis liquúdicitureffeillequicon Lui generalisfimúeftquäti.
tinerillúznecóuerfoficutli tasfubý sunt duo genera aial respectuisti terminihó
alterna ärnulluestsuperius qz significat quicgdile?cuz adreliquúvz continuuz?
di bocaliquidvltra. Lermin’in scretu primi generisiftefür feriozad reliquú
dicitur effe fpetieslinea superficiescoz illequi continent urabeo. nnó
pustempus locus.qR:bec ecouerfovtliforesrespectu funtindiuiduabiliuea fupfi
iftiustermini bomo. hiclocus. Secundigeneris Lozpozea Jnco:pozea
infinitesuntfdeties. f.binari, Lozpus aiatum rius trinarius et cetera.
Redicamentu zestcoő ciumeltpaffiovelpafsibilis dinario pluriuztermi, qualitas.
Quartuzestforma nozuFmsubzlupza. Etdiui, vetcircaaliquidpitasfigura us
trinarius quaterna rizë Animatum Jnanimatuz indiuiduaverofunthicbina Sensibile
Animal Tertium piedicamentum è predicament z qualitatiscu iusgeneraliffimum est
quali Lozpus insensibile Rationale irrationale. Tas fubquofuntquattuo: ge Animal
rationale nera subalterna: non sebabe Socrates Plato rio. Secundum eft
naturalis p potentia vel impotentia. Ier Substantia tia secundum sub z fupza.
pzi mortalis Jmmortalis mumest habitusveldispofi, Domo cies.boc cozpusboc
rempus Primi generis speties fune Quintum predicament em grāmaticalogi
cazrhetorica dicamétuació iscuiusgener quaq individua sunt becgrå
rasubalteznafuntfer quozu matica logicab rbetorica. Nullu ėsuperiusad reliquum
Lertijgenerisfpessunto risspéssunt. generarehoiez redoamaritudo. albunigruz
cozrupere equáquayindir calidúz frigidubuidum zfic uidua funt fic generareboiez
cum. quarú idiuidua suntheç fic corruperee quum Iertijz dulcedobiamaritudohocal
quartigeneris spessuntau. bumhocnigp buius modi. Gere in longudi minuereila
Quarti generis species sut tum. quozumindiuiduafffic circulus triangulus quadra
auger eilögumficdiminuer gulus2 huiufmodiquarúidi inlatu. Quiti generisspés
uidua funt. biccirculus.bicfunt cale facerez frigefacere
triangulushicquadrágulus. Quar idiuidua funtficcalefa Quartii predicamétü Ċpdi
cerefic frigefacer. Sertigo, camerurelatóis. Lui'gene. Neris species funtmouct
fur ralissimú eft relatio vel ada. Súmo ueredeorsumquaruin
liquidfbåfunttriagenera( diuiduafuntficmouerefurfu alterailebita, zsup2
ficmoueredeorfum. Sertus Primum est caparatio.Se predicamétaé predicaméruz
cuduzé fuppofitio. Lertiuzė paffioniscu generatiffimu supposition
primigenerisfpe estp dalisinfenfudiuitocillaiä nisbomopzeterfoztemoue modus
mediatiter actum ca tur. Jurtaprimamfamzvi, sumzverbúinfinitiuimodi timam
diuifiones ponitifte vt foztempoffibileé currere versus. Quecavelip.qualif
propositio modatisisenfu nevelaf. vquanta. parifin. cópofitoéilaiquamod’to Dama
psficitelligitp ad i taliter pcedirvei finaliter16 terrogatione depłopolinóe
fegturvtdeumef Teénecessa facta gquerespondeturcar rium. Impoflibileé bominė
tbegozica vel ipothetica. Se effe asinum. Erbis diuifio cudaaur
asseritquodaditer nibus origináturtresfigure rogationé factamoqualisre
quanpriaordeieffe. Seci, fpondetur affirmatiuavľne damodalisofenfudiuisore
gatiua. seditertiadenotat habens ad moduprime.ter, qad interrogatione factaze
tiaveroormodąlisofenfu2 quantare spodeatvniuerfaľ pofito fiacefisdispata qua
particularis indefinita vel fin ruideclaratóesbes ierobic gularis. hocfecundum eri
inferiuspofito.: gètiáppoitoisppofité är zo Sequuntur figure. Uifiones duealie
decla Quidam bó curri Quetz bõiez poffibile eft currere Weceffe eft roz currere
Subcötrarie Lontrarie Contrarte Subcötrarie currer. Contradictorie Qutuber bomo
currit Lontrarie Duídå bo. non currit Lörigesest foz.ñ Aliquesboinem
Aliquéboiez poffibile eft. Có posibile eftcurrere poffibile eft soz. currer
Subcontrarie Mullus bomocurrit. Impoffibilee Tozcurrere Lontradictorie dictozie
Lontra Lontradictoria Snbalterne Subalterne Subalterne Hullu boiez
poffibileeft. currere currere ditozie Lontra Lontraditozie Subalterne
Intigiturtåpueq funtcontrarieoisbocurrit fecunde figurebere ptnll? bócurrit.
necieptra gulegeneralespriaé dictorie.Disbócurrit2gda tita. Uniuerfalis
affirmatiua bononcurrit. neciftefubala zvniuerfalıf negatiadepfitt terne.Disbó
currit7 quida b?fubiectis7predicatisfup bomocurrit. qztermininifup
ponétib”precisepeodévét ponunt precisepzoeodevĽp proeisdéfuntatrarieifigu,
eisdez. Znona. n.fbinfuppóit ra. vtglibzbó currit. 2nllur provtroq;
reru.Jnaliavero' bocurrit.Secidaregťaeft particularis affirmaria et pro
masculino tantum Scutqua tuozfgula particularisnegatia de pfimi lib ?fubiectis
7 pdicatis fup. fituantur propofitoea infiguraitaquattuoz
ponétib?pcirepeodévelp alijsregulisipfarumcogno, cirdez suntcontrarieifigu
fciturlerseu natura. quarum ra.vtgdabócurrit?qdåbo prima eftianonestpossibile
nócurrit. Lertiaregľaviuě duo ztraria effefimulvera falis
affirmatiuaapricularis benefimulfalsa.Primapars negatiavelvlisnegatiazp patzinductiei
nomnibus. Et ticularisaffirmatiaopfilibö fecundaprobatuz.quoniazia fiectisz
pdicatisfupponen funt fimulfalfa. Quilibzboè tib?pcirepeodezvelpejsó albus
znullusboestalb”.Et sunt tradictoneifigura,vt iafimiliter Dmne animaleft
quilibzbócurriteqdábóñ bomocnulluzaialefthomo curritP.ull'bócurrit?qui Secunda
regula eftiftanon dåbócurrit.Quartaregla eftpoffibileduofubcötraria vniuersalis
affirmatiazpti effefimulfalsa. fedbenefim culari saffirmatia. Etviuer, vera.
Patet pars prima ifin salis negatiuaa particularis gulis discurrendo. fecunda.
negatiuade pfitib lbiectis probaturquoniamistafuntfi 2predicatis fupponétib?pci
mulvera.Aliquishomocal se peodez velpeisdezftit 16 bus. Aliquis bono n eft alby
alternein figura.vtglibzbó Aliquod animal eft homo. Et currit gdambó currit.
Dar aliquod animal non eft homo lus homo currit. gdazbol Tertia regulaeftifta.
Honė mononcurrit Expdictis fegturgilenó effefimulveravelfimulfalf. L madiuifio
eftiftaterminori vocaturlravelfyllaba. Pzie distributi abiitofficiuq2dtē 25boral
definitio, sebutcomienicu damagnitudiez caritus eft ilequi
permitesperjeigranasoatione. Tedium cóftitué aligdrepritatveuboliaial.
kupindistan'tbeineciligaya tezinajoftudentiuznecno terminiple fignificatius
Pericarione perforsales aliornimia; breuitatez.gbɔ eft ilequi perfe sumptusni,
beit perqúemymim nulla fereeftanera doctrina. Bil
representatproisnulluseftpermainang Ideo volensmediuftinere 7files.
Secundadiuifio eft, vtriusq zsapiésnäzertremi. iftatermiogquidazsignifi,
ppendium vtilecostruriiuue cantnaturalrzquidãadpla nibɔplurib, diuisuztractati,
citum. Lerminusnatural'rfi bus.quorprimusfuimularu gnificansestile quiapooés
traditnotitia. Secud fuppo . eiusdeestrepsentatiuusficut firionú
declaratmateriá.ter ti-pregntia non dit doctrina. Po AD PLACITVM significansé
il Quartus terminoqviistruit lequinóapudoéseiusdez é pbatiua. Quint’ligidiregu,
representatiu'ficurilletermi lazdocetobligatiuaz.Sert? nusbó in voce vel in
scripto isolubiliafoluendidarartem apud nos significatboiem. via. Septimus
atraprimú apoaliquascertasnatoer obijcitfolutione zaddensre, nibil significat
vt f untgreci: fpófiuaz. Dct aubotertium bebrei. Zertia diffinito é ifta
fodificarpróem argunitati, Q termino kquidaeftcatbe uá. Quiag doctrinaque cun,
gozematiczgdáfincathego acoiozivtaitphusinpzo rematic termi’cathegoze, bemio
physicozum füiteros, maticuseftillegtampiezz duuideo tractatuspzim’ter/
cialiob3 ppziùfignificatum mũiico funitsicipapioi otlibófue.v. ponarinó eft
tibölianimalinte. Lermi? Gential uit diferenmis. ut box Florin simp prout
firepmimusi Cedex gramaticaj. Lorical minátdistributiver particu! complerus
eftozó vthomo laria particulariter Õpofitio alborozes platodeuzeffe
nesdeterminatfbcertocâu 2buiusmodiic. Aduerbia verbúzcõiúctóes Uia noier verbo
er biitcõiungere terminosvel quibus ozatio compoi ozóes quarta diuifio est ia
tur ppofitiologicus pzici. g terminoxquidaz eftpziei paliter cófiderar.
Jdeo'dbil tentiois.7 quidábeitencois reftat diffinitiones ad-signare Terminus
pe intentónis eft Homéest terminus signift terminus mentalis significaf catiu?
Fineté pozecuiusnulla nonterminu. i. réānonéter parsaliquidfignificatseper
minusdatoq effetficutlibó ratavthomo. In iadiffinite significatsoz tem z
platoné. å poif terminus locogencris. Ruinulluspot effe terminus. q2oc nomen
est terminus.e Lerminusaütbe itentóisé nóego. diciturfignificatinis terminus
mentalis significát quia termininó significatui solimo terminil ppofitone non
sunt noia apud logicilicz ptilitermini mentalesnon bi apud gramaticivtomis
verbti participiúppofio nullus similia. Tertio di, zbuiusmodi.Qüitadiuifio
citurfie tempore addiffere, est istag terminoz quidãcst tiñverbia participüa
SIGNIS pe IMPOSITIONIS quidife. ter ficant cum tempore. Duar minus pe
impositois estteri toponit cuiusnullaparsali nus voca vel scriptusfigni
quidfignificata ddifferentia ficansnoterminu.vtlibóz orationis
cuiuspartesfigni, liaialivoceveliscripto.ter ficät. (Uerbúeftterminato
min’autem se impositionis eft požaliter figificatiu?zertre terminus vocalis vel
script? monvnitiuuscuiusnullap8 significas solúī modoterminu aliquid significat
separatave vel propositione vtilitermi currit vel disputato icifpria nirocales
vel scriptinomen mo temporaliter significati, verbti participitizhuium ói uusad
differentiam nominis Serta diuifio eft ifta. Termi quod significat fine tempore
non quidifuntincópleri 29 Secundo dicitur ertremo damcompleri. Terminusin
rumvnitiuusaddifferentia complerus vocaturdictiovt participü quodfignificatcií
lilapislilignum. Izterminus tempože. sed non vnitfuppo fituscum appofitoficurvero
quenonfuntppofitionesno · bum. cetereatparticťepo obftáteqa fintindicatie q?i
nuiturficur toenois. Significant verum nec falsum . P Ropofitioeftoratioi
dicitur.vtbomo predicatuz, puma,plicare Progofito catbegozicaet prodicaria,
madevenirate Alia iperfecta . Diario pfec bignier parte dignins e.me,ose ista
quebetßbiectuzzpiedichuo ublitt taeftila queperfectu fenfi catu copula generat
animo auditous. partes tanös pzincipaler, peplicireutimplicie. vtbomocurrit.
sui.vthomo eltaial. i), Etfidicarurbomo currite Horá dumotres funtspe
propofitio catbegozicaznon Dratioefttérmin'lignifi cumfintozationesiperfecte
catiu? Cuius aliqua pars ali quidfignificat. Vt boalb?de uz effe. Ulria
particula poni turaddifferentia nominis? Propofitionu zaliacaibego verbi.
grumpartesnonfigni rica:Aliaypothetica. ficant. Dzationuzaliapfecta ibiectumes
tubomo predica Diario imperfectaestilla tum verolianimal.7 copula
aiperfectuzfenly;generari illud verbumestq:coniungit animo audito us vt bomoal
fbiectum cumpzedicato. busdeumeffe d Juisiones1 opposito ne contentas segtur
nuerare Pria eft ifta 5 cies orationis perfecte Drationuzperfectar. alia
indicatiuavthomo currit babz predicatum dicitur qa babz implicicum predicatuz v
z li currens quod patzinreroí alia imperatiua. ptooce joannem . Aliaoptatiua.
Desum eseltasuum participiu uendo illud verbum curritin vtinameffembonus
logicus Subiectuz estoe& aliquidad fubiecit”alori fal veroqd
fümfignificás.vtbô animal. Sed copula fempererspularerreigitpilianca. currit.
poniturozatolocoge verbuzfbftátiuü. l.luzeselt veteteaiomm
neris.q:oisppofitioestoza De propofitione yporbeti-inwirtelde eius.
tioetnoneguerro. Secundo capofteriusdiceruraddif, dicitur indicativa quod sola
diferentiam cuius ponitur il la catiuaeitppofitio.nonátim particulaprincipalespartes
peratianecoptatiua.Ulrimo fui. annectitur verumvelfalsuz Secunda
oiuifioeftifta. fignificansproptertalesoza Propofirionuz cabegozi, tiones
foztespór. platoicipit car. Alia affirmatiua aliane facit, egineris, matiua eft
ilaiquaibupäin num cathegozicarum aliane kleinesitimplicies apaleaffirmat
öcbócurrit. ceffariaaliacontingens,ppo diferencia Presidurijgezo pzopo
çatbegozica negatifitione cefariae ftilacuius artean = uaeftillai
qobiipricipalene primarium zadequarumfigi gáf. Vt: “Homo currit.” Tertia ficatum
est neceffariumvtoe divisio est iappofitouzcatheus est.popofitiocontingens
goricaralia veraalia falsa. Eftilacuiu sfignificatumpzi,
Propocatbegozicaveraéila mariumza dequatumeftcó tui? pzimariuzadeqtuligni
tingensvttues bomo. Etvo ficaruié verúztuesbobecco fignificatumcontingensil n.
Eltperatues hóq2reeffe lud quodindifferenterpotest boiezcftveru.Uocosignifi
esseverumvelfalsum.Sex catu primaritiza deq tuppo tadiuifiopropofitionumca!
fitionisqó eftfimileorationi thegozicaruzaliaalicui'quă ifinitiuevel piúctie illius.
vn ' titatis alia nullius. P2opo ca deteeffeboiem velqotues
'thegozicaalicuiusquantitati bódicitfignificatu;primari estillaque
évniuersalispar uza de quatúilliustuesbó ticularis indefinita vel singu
ceteraåt significata vt teeffe laris. Flop. vniuersalise aialteefe
Tbstantia7huiul, ilainqua fubijciturerminosnasdistri mõisunt significata
secuidaria comunis figno vniuersalides gacia.Prop cathegõicaaffer
Quintàdiuifio.propofitior burinemobil 7penesillai diciep povera terminatus
vtomnisbócursliepy. necfalla. Propocathegorica rit. Terminuzcómunemvoco falfa
eft illacui? pzimarius7 inprentinomenappellatiuuz adequatü significatum estfal
fumvttuesarinus pionomen pluralis numeri Signa vnüerfaliafuntiaoil Quarta
diuisioppónuzca nullus quilibet vnus quis qz thegou caşialiapoffibilisali
vterq; neuter qualislibzquá aipossibilir.ppocathegorica tufliberzhuiuf modi.
pzopofi poffibiliseftilacui'paimari tioparticularis eftillainqua
uz?adeqrufignificatúépor iubijcitur terminuscóisfigno fibile vt tu curris
particulari determinatus vt Propofitio cathegoricai, aliquisbo difputat.
Signap, poffibiliscst¡la cuiuspama ticularia funeiaaligs gdå al rium7 ad
equariifignificatus terreliqu’rbui?mór.pzopo eftiposibilevebóěafinus
indcfinitacfiillaiqualbijcie feprobatio: ctfromloco Fifolo
terminuscómunisfinealiafip Reterfupiadictasdi gno:ytbomo estanimal. Propofitio
fingulariséil, rantur.Primaeiftappofiti lainquafubijciturterminus
onucatbegozicap.altadeief discret? Vel termino coniunif realiamodalis.
Propofitio cumpnomine demostratiuo cathegozica deielleèillaiä fingularis
numeri. Ermprimi non ponituraliquis modus. ut Toutescurrit. ermfiillebo vtbỏcurrit.
Diopofitioca disputar. Uocoautemtermi, thegorcamodali scillaina num
discretumpelfingularé ponituraliquismod?vtpof nompoziùautp nomenomo
fibileefoxtemcurrer. Modiy Scromodi ftratiuú singularis numeri vt autem suntf
erscilicet porsi, ifteiftaistud. Erquib? fequi biler impossibileneceflariu
turiamqueécatbegozicanĽ contingensverum falsum liusquantitaris 7diciturgil
Secundadiuifio p:opositi laanoé vniuersalis necpar onum modaliumquedamcst
ticularisneci definitanecfin infenfudiuiso quedazifer gularisvterclu fiue ercep
sucomposito Propositio motiue vztantumbocurrit.om dalisinfenfudiuitocillaiä
nisbomopzeterfoztemoue modus mediatiter actumca tur. Jurtaprimamfamzvi, sumz
verbúinfinitiuimodi timam diuifionesponitifte vtfoztempo ffibileécurrere
versus. Quecavelip. qualif Propofitio modatisisenfu* nevelaf. vquanta.parifin.
cópofitoéilaiquamod’to Dama psficitelligitpad i taliterpcedirveifinaliter16 terrogatione
depłopolinóe fegturvtdeumefTeé necessa facta gquerespondeturcar rium.
Impoflibileé bominė tbegozicavel ipothetica. Se effeafinum. Erbisdiuifio
cudaaurasseritquodaditer nibusorigináturtresfigure rogationéfactamoqualisre
quanpriaordeieffe.Seci, fpondetur affirmatiuavľne da modalis ofenfu diuisore
gatiua. Sed itertiadenotat habens admoduprime.ter, qad interrogatione factaze
tiaveroormodąlisofenfu2 quantarespodeatvniuerfaľ pofitofiacefisdispata qua
particularis indefinitavelfin rui declaratóesbes ierobic gularis. hocfecundum
eri inferiuspofito.: gètiáppoitoisppofité är zo Sequuntur figure. visiones
duealie decla Quidam bó curri Quetz bõiez poffibile eft currere Weceffe eft roz
currere Subcötrarie Lontrarie Contrarte Subcötrarie currer C Lontradictorie Qutuber
bomo currit Lontrarie Duídå bo. non currit Lörigesest foz.ñ Aliquesboinem
Aliquéboiez poffibile eft. Có posibile eftcurrere poffibileeft soz. currer
Subcontrarie Mullus bomocurrit. Impoffibilee Tozcurrere Lontradictorie dictozie
Lontra Lontradictoria Snbalterne Subalterne Subalterne Hullu boiez
poffibileeft. currere currere ditozie Lontra Lontraditozie Subalterne
Intigiturtåpueq funtcontrarieoisbocurrit fecundefigurebere ptnll? bócurrit.
necieptra gulegeneralespriaé dictorie. Disbócurrit2gda tita. Uniuerfalisaffirmatiua
bononcurrit. neciftefubala zvniuerfalıf negatiadepfitt terne. Disbó
currit7quida b?fubiectis7 predicatisfup bomocurrit.qztermininifup ponétib”
precisepeodévét ponuntprecisepzoeodevĽp proeisdé funtatrarieifigu, eisdez.
Znona.n.fbinfuppóit ra. vtglibzbó currit. 2nllur provtroq; reru. Jnaliavero'
bocurrit.Secidaregťaeft particularis affirmaria et pro masculino tantum Scutqua
tuozfgula particularis negatia de pfimi lib ?fubiectis 7 pdicatis fup.
fituanturpropofitoea in figura ita quattuoz ponétib? pcirepeodévelp
alijsregulisipfarum cogno, cirdezsuntcontrarieifigu fciturlerseu natura.quarum
ra.vtgdabócurrit?qdåbo primaeftianonestpossibile nócurrit. Lertia regľaviuě
duoztraria effefimulvera falisaffirmatiuaa pricularis benefimulfalsa. Primapars
negatia velvlis negatiazp patzinductiei nomnibus. Et
ticularisaffirmatiaopfilibö fecundaprobatuz.quoniazia fiectisz pdicatis
fupponen funtfimulfalfa. Quilibzboè tib pcirepeodezvelpejsó
albusznullusboestalb”. Et sunt tradictonei figura,vt iafimiliter Dmneanimaleft
quilibzbó curriteqdábóñ bomocnulluzaialeft homo curritP. ull'bócurrit?qui
Secundaregulaeftiftanon dåbócurrit. Quartaregla eft poffibileduofubcötraria
vniuerfalisaffirmatiazpti effefimulfalsa.fedbenefim cularis affirmatia.
Etviuer, vera. Patetparsprima ifin salis negatiuaa particularis
gulisdiscurrendo. fecunda. negatiuade pfitib lbiectis probatur
quoniamistafuntfi 2predicatis fupponétib?pci mulvera.Aliquishomocal
sepeodezvelpeisdezftit16 bus. Aliquis bononeftalby alterneinfigura. vt glibzbó
Aliquodanimalefthomo.Et currit2gdambócurrit. Dar aliquod animalnonefthomo
lusbomocurrit. 2gdazbol Tertiaregulaeftifta. Honė mononcurrit Expdictis
fegturgilenó effefimul veravelfimulfalfa poffibileouo contradictoria patetifta
reguladifcurrédo alter. Hecranonfoludefuit Pfingťaptradironia. Quar
primevelfecüdefigureimo taregulaeft14. Sivniuerfaľ tertie.Etvocoibinegatio eft
vera fuapticularis velin ne prepofitaquandocolligit definitafibifubalternaeftde
modofuemod?pzecedarfi ralnego. Unfib effetvera uesequatur.7 postpofitaqui
gizboestalb?6fikreffzver coniungiturverboinfinitiui raaligshoestalbosznóez
modi. eréplüpzimi.nópofsi. q:iadefactobe veraaliquis bileésoz.curreredelsoz.cur
hoéalbɔ.znóiaquilzboeft rerenóé poffibileereplúfi albɔ.Eteodémódicodenei
possibileésoz. nócurrerevel funtregule. quorpria reequiuale tiftiptingenscft
eftia. Hegpäepofitafacitz foz. nócurrergpumă regula quipollerefuocótradictozio
EthneceffeeTo2. Non currer viinoquil; bocurritequalet
equiualetiftiimpossibileest isti.Aligshónócurrit.Etnó soz. Currerr recundam
regur nullus homo currit equiualz isti lam zifta non nece f l e e soz . ni
aliquishomo currit. Eurrer cquiual; huic possibi Secundaraeftistanegató
leésoz.currergtertiamrei poftpofitafacitegpoller fuo gulamzita dicaturdecete
contrariopbaf. näiftaquils risquibuscunq3 quare7c. bomo noncurritequipollet
SDnuerfioeitcranspofi ufti nullus homo currit. 2nul tiosubiectiinpzedicar
lushomononcurritequipol rum7 econuerfo:vtbomoé ictifti quilibet homo currit.
Animal animal é homo. Etlý Lertiaregulaeftistanega diuiditur in conversione
fimi rio prepofitaz postpositatai plicemperacciisopercorra cit equipollere
suofubalter, pofitionem. Lonuerfiofim no. Vnde bnon quilibethoñ
pleresttranspositiosubieci curritequipolletistialiquis in predicatú
7e2°manentee bomocurrit. Etifta nonnul: Adem qualitateaquantitate
lusbomononcurritequipol vtnulluanimalcurritnulluz letifti aliquis homo non cur
curr ése animal. Lonuerfiog rit.Undeversus. Precótra, acadésetranspofitiosubiec
dic. Post contraprepostaz.sb tiipredicatu epomanteca gatiuisquare 7c. roz. nó
currere èpossibile .6 Quipollentia rumtres ergo non neceffeesoz. curre
demqlitarefzmutataquanti uerfavera?Querfensfalfa. tate. vtoishó estaialaliqd
Håbé per aaliqrolanoné aialébo. Lóuerfiopptrapo fbftárianullarojaernte7ti
fitioneeträf posiectiipdica befalsaaliqui fubstätianon tiire converso
manéteeadem énonrosaq2 suutradictori qualitaterquitirate. kmura uzé
vertivžoisnonfubftan tistermisfinitisi terminosi tia ;estrora.
finitosvtquoddaaialficurs Lotradictiopuerfiõefim ritqodano currensnóénon
pliciarguiťpaiofic'becéve aialUtatfciafáfponóhis ranullusbõémuliē.zbecē
puerhonib? puertatponun falfa nulla mulieré bóigif, furistiosus, Feci
simpliciter Secuido becéveranull?ce puertifeuapacci. Altopcon cusvid;
ens:7becefalfanul traficfitpuerfiotota.Jng? lumensvidetcecúergorc.
ponúťquattuorlrevocales Lertio ßéveranuloom ? S.a.e.1.0.2fignificatplezar
éibbiezljéfatfanullusbó firmatiaz. 2vlemnegatiuaz éidomogac. Adpzim DICIE
i.pticularezvelidefinităaf, giftanó suapuertens.fzia firmatiua.o.veropticulare;
nulla mulieré aligfbó.qioz velidefinitanegatiua. Luš effephilis
limitatioipuerté dicitfecifimplr.i. plisnega teripuersa.Ad63picogi tiua7
pticularis affirmatiua fitde sbiecto pdicatu.qziicft puertütfimplr.puertiťeua
p:edicatúlyens13lyvidens pacci.i, vlis negariazplis ens. ióficpuertiéšnullüvi
affirmatiua puertufp accñs densensécecii.Ad tertium Artopara. i.vlis affirmatia
difimiliterquiaiépuertens zpticularisvelidefinitane ei?Izianullüensiboiecdo
gatiuacouertuntpoponem. m?. vľiainullobõieédom? Harzuerfionúsimplerévti quianon
debétterminimuta lioz.q2vniuerfaliterfipuerfa recafumquarerc. é vera puertens é
vera 7 eco plures cathcgoricar ipuerfióepaccñsestpuerfa coniunctaspnotam
conditio falla. vtbeaialchó.2pueri nis copulationis difiunctiois
tensveraboéaisl. Jnquer velalicuiistarumequiualen fioneveropatrapènemécó
tez.Vttuesbóituefanimal uerfo.lzñéita i puersione p accideiis velpatraponez:ná
р Ropofitioypothe, ticaeftillaģb abet Iresigitfuntfpesypotheti
Deimpoffibilitatepossibly CARnoequälente sifigifica, litate
neceffitatezcoringen, do'ozaditionaťcopulatia tiaeiusdemnonopzdicerea
difitictia. Alievero vt localiterqzoiscóditionilisvera cális ztörať nó
funtypotheeftneceffariazoisfalraéim tice. fzcathegorice.Propofi poffibilis.
Hulla atitestque tioaditionalisèillaiäjiun fitcótigens.iftereguledicte gun et
plures catbegoziceper suntdecóditionalidenomia noriaditionisvtfituesbó
taalyfiquarezi. tuesaial. Propofitionü con ditionalium alia affirmati
uaalianegatia.Propoaditic Dpulatiua eftillaque onalis affirmatiua éillaiqua
babetplures cathego 5nórepared afirmaturnotaəditoiserel ricas gnota
copulationisiui plüpofitúest. Londitionalis cemcõitictas. vttuesboiz negatiua
estillaiquanotacó ditionisnegatur vtnonfitu eshotuesafinus 7brempp batper
affirmatiua. Adveri ratezcóditional affirmatiue requiriťzfufficitg oppofitú
tusedes. Dzopofitionúcopu latiuarumalia affirmatiuaa lianegatiua. Affirmatiuae
illainquanota copulationis affirmatur eremplumpofitu eft. Hegatiua per
oeltillai quanotacopulationisnegaE pritisrepugnetåtecedentivt fitues
bótuesanimal.bec vt non tues bomoztuesasi vera eft quista repugnanttu nus.
csbomo tunoessial. An Et semper negariua proba tecedés vocatillappoqim turper
affirmatiuam. mediate sequiturnotãcóditi Åd veritatem copulatiue onis: cófeques
veroeftalta. Afirmatiuer equiriturquam f'meibad itaotuesboeftafcedens? Libet
partemerreveramvtcu tuesaialest consequens.Ad eshomoatuesanimal.
falfitatezconditionalis affir, Et adf alfitatem copulati, matiuer equirit.
2fufficitque affirmatiue fufficitvnam "sistemahor oppofitum cófequentis
ftét partemeffefalsa; vttues behurinefrom cumancedente vifituesbó atucurris. tu
sedes. Hec aut ftant fimul Bd possibilitatem copula tuesbomoztunofedes.ió
tiuerequiritur qualibetpar itaconditionaliseft falsa. técepossibiléznll'ä
altériiz tatomagis welalijs Jhiunctiuaeftillaique Deus évelfoztesmouef. Ere
coñitigüturplescathe pltiftvttues P'tunones.Et itbegorica. gozicepnotazdi
functionis; adcótingentiaeiusdemrege Detuesbomoveltuesafin? Ritur qualibet
partemeffeco Propositionúdifuciuarú tingentezznulla alteri repu alia
affirmatiuaalia negatia gnarenecét contradictoria il; disunctiva affirmativa
éil, laqvtantirpseftalbɔl'ipfe a inqua affirmatur notadi currit. Ponitur
tertiapartir litctóisvtpatuit. negatiade culaqebecdifiunctiuaeftne roeftillai
quanota difiuctó ceffariatunoesbóveltues aditsiplānis negaturprñtuesboľ
aial.ztinullapsalterirepu notá quodtuescapza. zbecsemppbat gnatzõlibyéatigés.
lzboc firdresinsme affirmatiuagneceffetnega ióqzcötradictoriaptiuzre, Lisantca
tiuanifipponeretnegatóvt pugnátvzt uesbó7tunes Forrit pattunonesafinusveltunoes
aial. veldicatomeliusqad foipropofitioneapza. Affirmatiua estq2nul neceffitates
difilactiverequi laillannegationumtranfitin rifzfufficitcoplatiuafacta notam
difiunctionis. tropugnante poribilem.eremplüpzimivt tuesafinus. Etadfalfitatem
tuesbo ztucurris. Szadi, eilisre quiritur qualspartem
possibilitatemei?fufficitvna effefalfamvttucurrisl'nul
partezeffeipossibiléautvná lusbaculusstatinangulo. alterii copoisibilez.
eremplu Md posibilitatem difüctie figutcomke partesplenepost primivttu curris.
7tuésafi, affirmatiuefufficitvnaj par tilesramom nus.erempluzkivttuésztu
temeffepossibilem. Vt homo ferposibilisetideopom nes. Ad neceffitatez. copla
eftafinusvelantichristuseftfuficitermedpogriner tiueregrit quamlib; premer Sed
ad impoffibilitate eius ludvorbi uficiompor seneceffaria; vtboestaialz requirif
qualibet partéeffe tot dimimurront14éria de’eit. Etadarigentiazip impoffibilem
vt homoeftafialiudfornogri. husregriť zfufficitynapzar nusvelnullusdeuseft.
tezelleptingentez.alteraatt Adneceffitatemdifiunctie ni pofsibilez nec
eidéicópofi affirmative fufficitvnazpar bilemvttucurris7tuesbó
temeffeneceffaria;veliuicé pel deus eftz tucurris. cótradici. Eréplum pzimivt
de partibɔcontradictozijser} Ad Veritate zoifiuctiueaf, fe impoffibile z.
Etadcontin Röme ftiguduozycótrario afirmatiuefuficitvnazparte
gentiamcopulatiuafacta siune imposfibilealiud effeveram. pttu.cshomop gtib
oppofitisfitcótiges, metafarim #coco scadcon coinout:fed quo hoc eftueru, cuno
filin ilascopilgrimur, fatke porousopofiris,codicarilkidekie
Erionisdifnightutplan qnoradiinch omnis,Admiños vilpropofiriones, congle:fed l
Frelsabond murgiipropa Mit Saint Erine et filace prolaindao
importinisdefinitiva entrare difusique significatia sseéincóueniensa Popu-rarios
gudwors contrario zeliuniecorigens unum idiom conigat et difiurgatriper
Sadcuila copulatiua falton Iparibusopofieasofusdeles in diversors Et
iceforcimoodradilosiaoliikaepoksidaé estimat arhdheof magister bisin
coligititommdig ogdifinitivaerit Drinsers. viétime quod propria
fueimpropriauide itq,amibe“pareddfentnene ožnnimado props liéefetwimmign
ruenhomo neltuesani bec.n.éneceffariatunocur iusmodi, ris. vel tu moueris . q
becco Lermin e quoc e termin ? pulatia éipoffibiťtucurrif fimplerplura
fignificarFzdi tunomoueris.Etbecéptin uerfasrationes ficutlicanis
géstucurrisvľtunomoue ghignificatcanelatrabilefi ris.q2 beccopulatiuaéptin,
duscelestez piscémarinuz. Genstunócurris tumoue zbocdiuerfisrationibus.
risfecúduregulasdatasde Paedicabile fecúdomó fti copulatiuis.
mifvideliczcóiterzp ergoétermin?vnwoc?pze. prie Predicabilecóiterfup
túiterminoaptus. natusde aliquopdicari. zfictātermi nuscõis finglaristacói
dicabilisingddeplerib?ori tibus(pe. ptaialpredicatur deboiezdeafinogorritfpe
ineoqdquidqzaditerroga plerusqizplerusdiciepze tionezfacta; perquideftbo
dicabile. Sippziesicfumen velafin? rndeturqeltaial. do difinit. Paedicabilee
ter Ben'oiuiditur. naquodda minouiuoc'apt nat deplu estgenus gnälifsimu. zquod
rib?pzedicari. ficnull?ieri damgenussbalternum nusfingularisnec tráfcedes Benus
generaliffimúéter autpofit? Dicitur pzedicabiming ficégen?qd nopot
lefeuvniuersaleqóidéė.q2 essespecies. ytfubftátia. Be null’ralisestterin
vniuoclis nus subalternúeftterminus Undetermin’vniuoc'est quificeft
genusqdpóteffe termin? fimpler plura signifi species vtaial.eeniz genus cásfm
vnicáraionezficutli respectuhominis speciesde boqo significatfoztezplato
rorespectucorporis té oiađuagiftcataF5bác Spesestterminusvniuo/ rationeať
raroale. Perboccus nó fupremuspzedicabil qodiciturterminus fimpler
ercluduttermini3 pofiti. sed significans pla ercluditter
minumfingularezzvnicara tione ercludit terminu trásce détez. videlzensaligdzbu
iad plib?vtlibópdicatur aloztez placóeieoqd aditērogatöezfactapgdest foz
telvpťlatorideurgébő Spéfoiuiditur q2qdazeft specialissimazadå Malterna
Segfcapituluopdicabilib? Faria videlzgen? speciediffe"Redicabiledupťrfu
rentiáppriazaccides. Sen? ptú diuidit iquinqz vniuer Spēs Balternaetermina
cutlialbuqapredicatur. de cu'filspeciespóreffegen? Boieieoqd qualeaccicale
vtanimal. qzaditëroğröezfactaequa Spésspecialiffimaéteri
lisehódlafin?pótpuenien nusqcum fitfpesnópóteê terrñderiqdalb?.2bocno genus. vt
bóvel aliter conuertibiliter. Quia nó con Spės spalissimaétermin?
uertiturlialbuaialiq°illoz, vniuocuspdicabilisigdde Suffitientiapdicabiliūbe
plurib'orñtıb nuerofolum turistomó quoë vleautest znotáterdiciturfoluiq2liai
piedicabile effentialiteraut alnéspéss pálissima.ztúert accíítaliter
termin?vniuoc? predicabilir Si effentialrautigdauti igddeplib’orntib?núero
quale. Siiqualeilludéoria 22defostez placóeiznofoi Siigd autdeplurib'orīti,
làdeorñtib?nuero.qzitd e b?sperilludeitgen?.autde orñtib’spé. vtdeboierlebe
přib?orritib? nuero Toluet: Differentiaéterin’viuoc? illudéspés. Siveroepdica
paedicabiťde plib”iquale bileaccnraťrautgiqualeac cénale.vtroaleqapdicatur
cntalepuerribľrz. illudėp ocfoztez platoneieoqaqle pri. veliqualeacclitaleno
qzaditërogatóemfactaper puertibiťr.2 illud éaccñs.er qualisest fortes
respondetur predictispotpuiciafitper quod eft rationalis. dicato directavľ
idirecta er Peopriú eftterinviuoc fentiaľbľaccñcať. Predica
Þdicabilisdeplib’ieoquod tiodirectaeiaiqafupipze quale accñtalepuertiběrut
dicaturdefuoiferiozi. Debo rifibileqapdicatdesozteet éaial. Paedicatioidirectaé
platbeieoqdqualeqzadin illai quaiferi’predicaturde terrogatoezfactapqualise
fuosuperiozi.vtaialeftbo. sozesvť platopueniéterrñ Predicatio eéntialiséillai
deturq rifibiť.7 totaratio quafuperi’pzedicaturdein quarefic pdicaturdeilliseq?
Feriozi velecóuersofz quod éppziapafsio illius termini dictiév ľoriadeali
q°illon bomo cum quo conucrtitur. Si predicatio accítaliséila
Acchrétēmin’vniuoc'pze iqua ppuúvelaccñspzedir. dicabilisdeplib”ieoquod caturde
generefpeciezpria quale accắtaleipuertiblrfi bľfuo idiuiduo autepuerfo
Eréplüpzimi: vtbóèrifibil dirurin decepdicasca. Quo Paialéalbu. exéplusivrrifi
rupzimuelt predicarsitu lub bileéhoalbueaial. Etpfiľr státiecul
generaliffimúébic dedriaz idiuiduo dicafl me teri’lbalubàpoiturhicter
li’oicaturg pdicatio efriaťė mi? coup”.subcocpozecosp pdicatio terminoz eiusdez
saiatu sub cozpoze aiato ať dicamenti vtbóestaial. pze, aiali fpess
pecialissimahoľ dicatioautaccicať eft piedi afinuszlbiftisfuaidiuidua cario
terminox diuerfoz pze foztesz plato. bzunellusfa dicamentorum vt homo éale
uellus. Secundum predicame bus. Termin superiora dre tú eft pdicamentu
quátitutis liquúdicitur effeillequicon Lui' generalis fimúeftquäti.
tinerillúzne converso sicut li tasfubý funt duo genera aial respectuisti
terminihó alternaär nulluestsuperius qz significat quicgdile?cuz adreliquúvz
continuuz?di bocaliquid vltra. Lermin’in scretu. Primi generis iftefür
feriozadreliquú dicitur effe fpeties linea superficiescoz illequi
cótineturabeo. nnó pustempus?locus.qR:bec ecouerfovtliforesrespectu
funtindiuiduabiliuea fupfi iftius termini bomo. hiclocus. Secundi generis
Lozpozea Jnco: pozea infinitesuntfdeties.f.binari, Lozpus aiatum rius trinarius
et cetera. Redicamentu zestcoő ciumelt passio vel passibilis dinario
pluriuztermi, qualitas. Quartuz est forma nozu Fmsubzlupza. Etdiui, vetcirca aliquid
pitas figura us trinarius quaternarizë Animatum Jnanimatuz individua vero funt
hicbina Sensibile Animal Tertium piedicamentum è predicamentuz qualitatiscu
iusgeneraliffimum estquali Lozpus Jnsensibile Rarionale Jrrationale.
tasfubquofuntquattuo:ge Animal rationale nera subalterna non sebabe Socrates
Plato rio. Secundum eftnaturalis p potentia vel impotentia. Ier Substantia tia
secundum sub z fupza. pzi mortalis Jmmortalis mumest habitusveldispofi, Domo
cies. boc cozpusboc rempus Primi generis spetiesfune Quintum predicamétoem
grāmatica logicaz rhetorica dica métuacióis cuius gener quaqindividuasuntbecgrå
rasubaltez nafuntfer. quozu matica logicab rbetorica. Nulluė superius ad
reliquum Lertijgenerisfpessunto risspés sunt. generarehoiez redoamaritudo. albunigruz
?cozrupereequáquayindir calidúz frigidubuidum zfic uiduafuntfic generare boiez
cum. quarú idiuidua sunt heç ficcorrupereequum.Iertijz dulcedo biamaritudohocal
quarti generis (pessuntau. Bumhocnigp buiusmodi. gereinlongudiminuereila
Quartigeneris fpeciessut tum. Quozum indiuiduafffic circulus triangulus quadra
augereilögumficdiminuer gulushuiufmodiquarúidi inlatu. Quiti generis spés uidua
funt. biccirculusbicfunt calefacerez frigefacere triangulushicquadrágulus. Quar
idiuiduafuntficcalefa Quarti i predicamétü Ċpdi cereficfrigefacer. Sertigo,
camerurelatóis. Lui'gene. Neris fpeciesfuntmouct fur ralissimúeftrelatiovelada.
súmo ueredeorsumquaruin liquidfbåfunttria genera( dividua sunt ficmo uerefurfu
altera ilebita, 16zsupa fic movere deorfum. Sertus Primum estcaparatio. Se
predicaméta é predicaméruz cuduzéfuppofitio. Lertiuzė paffioniscu’generatiffimu
fuppofitio.primigenerisfpe estpassio. Etb fi Ľrfergene
tiessuntvicinusequale?li, rafbalternarisebūtia ;sub milequarumindiuidua sunt.
zsupaav; generari corrupia hicvicinusbocequalezboc ugeridiminuialterari7fzlo
fimile dñszmagister. qxidiuidua quúconīpiäri diduasütir, süthicprbiconszbicmagi
tuboiezgenerariftueqmco Tertijgeneris (péssútfili? rūpi. Iertüzquarti generis
fuus discipľ? quaruiidiui; spetiessuntaugeriinlon duasuntbicfili? bicferubic
gúdiminuiilatu quani diui. piscipulus. dua funt ficaugeriilogu fic cumouči.
primi7figeneris, Secridi generis spēsfuitpr fpessúthominez generarie Secundi
generis spėssunt v3generarecourtīge augere OU Rzmolle. quarüindiuidua
diminuerealterare. cfmlo, funt hoc durumboc molle. Cu mouere.Primiz figener --
b Logica Parva: Critical Edition from the Manuscripts with Introduction and
Commentary, Perreiah, Leiden: Brill; Logica magna, Venezia: Albertinus
Vercellensis, Octavianus Scotus; Logica magna: Tractatus de suppositionibus,
Perreiah, St. Bonaventure, NY: The Franciscan Institute; Logica magna: Part I,
Fascicule 1: Tractatus de terminis, Kretzmann, Oxford; Logica magna: Part I,
Fascicule 8: Tractatus de necessitate et contingentia futurorum, Williams,
Oxford; Logica magna: Part II, Fascicule 3: Tractatus de hypotheticis, Broadie;
Oxford; Logica magna: Part II, Fascicule 4: Capitula de conditionali et de
rationali, Hughes Oxford; Logica magna: Part II, Fascicule 6: Tractatus de veritate
et falsistate propositionis et tractatus de significato propositionis, Punta,
Adams, Oxford; Logica magna: Part II, Fascicule 8: Tractatus de obligationibus,
Ashworth, Oxford; Sophismata aurea, Venezia: Bonetus Locatellus, Octavianus
Scotus; Super I Sententiarum Johannis de Ripa lecturae abbreviatio, prologus,
Ruello, Firenze, Olschki; Expositio in duodecim libros Metaphisice Aristotelis,
Liber VII, in Galluzzo, The Medieval Reception of Book Zeta of Aristotle’s
Metaphysics, Leiden, Brill; Expositio in libros Posteriorum Aristotelis,
Venezia, Hildesheim: Olms, Summa Philosophiæ Naturalis, Venezia; Expositio
super octo libros Physicorum necnon super commento Averrois, Venezia; Expositio
super libros De generatione et corruptione, Venezia: Bonetus Locatellus,
Octavianus Scotus; Scriptum super libros De anima, Venezia; Quaestio de
universalibus, extant in nine mss. There is a partial transcription from ms.
Paris, BN 6433B in Conti, Sharpe: Quaestio super universalia, Firenze, Olschki;
Lectura super libros Metaphysicorum, extant in two mss. (The ms. used here for
the quotations is Pavia, Biblioteca Universitaria, fondo Aldini; Expositio
super Universalia Porphyrii et Artem Veterem Aristotelis, Venezia. Amerini,
AQUINO (si veda), Alexander of Alexandria and N. on the Nature of Essence,
Documenti e studi sulla tradizione filosofica medievale; Alessandro di
Alessandria come fonte di N.. Il caso degli accidenti eucaristici,”Picenum
Seraphicum, N. on the nature of the Possible Intellect, Musco; Ashworth, A Note
on N. and the Oxford Logica” Medioevo; Bertagna, N.’s commentary on the
Posterior Analytics, Musco; Bochenski, A History of Formal Logic, Thomas
(trans.), Notre Dame, IN: University of Notre Dame; Bottin, Proposizioni
condizionali, consequentiae e PARADOSSI DELL’IMPLICAZIONE [cf. Grice, Strawson]
in N.” Medioevo; La scienza degl’occamisti: La scienza tardo medievale dalle
origini del paradigma nominalista alla rivoluzione scientifica, Rimini:
Maggioli; N. e il problema degl’universali, Olivieri, Aristotelismo veneto e
scienza moderna, Padua: Antenore; Logica e filosofia naturale nelle opere di
N., Scienza e filosofia a Padova nel Quattrocento, Padova: Antenore; Conti, A.
Note sulla Expositio super Universalia Porphyrii et Artem Veterem Aristotelis
di N.: Analogie e differenze con i corrispondenti commenti di Burley,” Maierù,
English Logic in Italy, Naples: Bibliopolis; Universali e analisi della
predicazione in N., Teoria; Il problema della conoscibilità del singolare nella
gnoseologia di N.,” Bullettino dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo
e Archivio muratoriano; Il sofisma di N.: Sortes in quantum homo est animal,
Read, Sophisms in Medieval Logic and Grammar, Dordrecht: Kluwer; Esistenza e
verità: forme e strutture del reale in N. e nel pensiero filosofico del tardo
Medioevo, Rome: Edizioni dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo; N. on
Individuation”, Recherches de Théologie et Philosophie médiévales; N.’s Theory
of Divine Ideas and its Sources”, Documenti e studi sulla tradizione filosofica
medievale; Complexe significabile and Truth in RIMINI (si veda) and N.”,
Maierù/Valente, Medieval Theories on Assertive and non-Assertive Language,
Firenze, Olschki; Opinion on Universals and Predication in Late Middle Ages:
Sharpe’s and N.s Theories Compared”, Documenti e studi sulla tradizione
filosofica medievale; N.’s Commentary on the Metaphysics”, Amerini-Galluzzo, A
Companion to the Latin Medieval Commentaries on Aristotle’s Metaphysics,
Leiden: Brill; Materia prima e rationes seminales negli scritti di metafisica
di N., Medioevo; Galluzzo, The Medieval Reception of Book Zeta of Aristotle’s
Metaphysics, Leiden: Brill; Garin, Storia della filosofia italiana, Torino:
Einaudi; Gili, L., N. on the Definition of Accidents,” Rivista di Filosofia
Neo-Scolastica; Karger, La supposition materielle comme suppositions
significative: N., PERGOLA (si veda), Maierù, English Logic in Italy, Naples:
Bibliopolis; Kretzmann, Medieval logicians on the Meaning of the Proposition”,
The Journal of Philosophy; Kuksewicz, N. e la sua teoria dell’anima, Olivieri,
Aristotelismo veneto e scienza moderna, Padova: Antenore; Loisi,
L’immaginazione nel commento al De anima di N.,” Schola Salernitana, Mugnai, La
expositio reduplicativarum chez Burleigh et N., Maierù, English Logic in Italy,
Naples: Bibliopolis; Musco, Compagno, Agostino, Musotto, Universality of
Reason, Plurality of Philosophies in the Middle Ages, Palermo: Officina di
Studi Medievali; Nardi, N. e l’averroismo padovano, Saggi sull’averroismo
padovano dal secolo XIV al XVI, Florence: Sansoni; Nuchelmans, Theories of the
Proposition: Ancient and Medieval Conceptions of the Bearers of Truth and
Falsity, Amsterdam: North-Holland; Medieval Problems concerning Substitutivity
(N., Logica Magna, Abrusci, Casari, Mugnai, Storia della Logica: San Gimignano,
Bologna: CLUEB; Pagallo, Nota sulla Logica di N.: la critica alla dottrina del
complexe significabile di RIMINI (si veda), Congresso di Filosofia, Florence:
Sansoni; Paladini, Why Errors of the Senses Cannot Occur: N.’s Direct Realism”,
Studi sull’Aristotelismo Medievale; Perreiah, Insolubilia in the Logica parva
of N.,” Medioevo, N.: A Bibliographical Guide, Bowling Green, Ohio: Philosophy
Documentation Center. Prantl, Geschichte der Logik im Abendlande, 4 vols.,
Leipzig: S. Hirzel, Graz: Akademische Druck- und Verlaganstalt; Ruello, N.
thélogien ‘averroiste’?,” Jolivet (ed.), Multiple Averroès, Paris: Vrin;
Introduction,” Ruello, Super I Sententiarum Johannis de Ripa lecturae
abbreviatio, prologus, Firenze, Olschki; Strobino, N. and MANTOVA (si veda) on
Obligations,” in Musco; Van Der Lecq, N. on Composite and Divided Sense,
Maierù, English Logic in Italy, Naples: Bibliopolis, Wallace, Causality and
Scientific Explanation, Ann Arbor: University of Michigan. NICOLETTI (si veda),
noto come Paolo Veneto, studia, fra l’altro, a Oxford e insegna in varie
università italiane e soprattutto a Padova; citeremo 168v-173v; Tractatus
appellationum, ivi, ff. 175v-179v; Textus de statu, f. 180; Tractatus
restrictionum, ivi, ff. 181v-182r; Tractatus alienationum, ivi, f. 182v; Prima
Consequentiarum pars, ivi, ff. 184r-193r; Secunda Consequentiarum pars, ivi,
ff. 194v-208v. Al titolo Textus dialectices seguirà solo l'indicazione dei ff.
103 Cfr. MacistRI PetrI DE ArLLvAco Tractatus exponibilium, Parisius Impressus
a Guidone Mercatore. In campo gaillardi. Id. Octobris, s. pp. (ma l'esemplare
consultato ha la paginazione a mano). Petrus MANTUANUS, Logica. Tractatus de
instanti, Padova, Johann Herbort; l’ordine dei trattati è diverso dai mss. alle
stampe; l’ed. utilizzata è s. pp., ma l'esemplare che ho consultato ha una
paginazione a mano; la segnatura della Bibl. Vat. è Ross. 1769; cfr. la
bibliografia in Lo Speculum puerorum ..., cit.,299 n. 16. La più completa
trattazione d’insieme del pensiero di NICOLETTI è ancora quella di F.
MomicLiano, NICOLETTI e le correnti del pensiero filosofico del suo tempo,
Torino; pet il soggiorno ad Oxford, cfr. B. NarpI, Letteratura e cultura
veneziana del Quattrocento, in La civiltà veneziana del Quattrocento, Firenze,
dove si afferma che NICOLETTI rimane a Oxford almeno 3 anni, e si le sue opere:
Logica parva, Logica magna, Quadratura. Paolo da PERGOLE (si veda) e discepolo
di NICOLETTI a Padova e resse la scuola di Rialto a Venezia; la sua Logica
segue da vicino la Logica parva del suo maestro; il trattato De sensu
corpositio et diviso dipende dall'omonimo trattato di Heytesbury !°; i Dubiz
sono legati ai temi delle Consequentiae di Strode. Altro discepolo di NICOLETTI
e il vicentino Gaetano da THIENE (si veda), professore a Padova, che ha legato
il suo nome soprattutto al commento delle opere di Heytesbury (Regulae e
Sophismata). Si ricorda di lui l’Expositio delle Consequentiae di Strode. Il
domenicano Battista da FABRIANO (si veda) riporta il seguente documento. Die 31
Augusti 1390: Fecimus studentem fratrem Paulum de Venetiis in nostro studio
Oxoniensi de nostra gratia speciali cum omnibus gratiis quibus gaudent ibidem
studentes intranei. Item eidem concessimus quod tempore vacationum Lundonis
possit libere morati. Cfr. ora A.R. PerreraH, A Biograpbical Introduction to
NICOLETTI, Augustiniana. Pauri VENETI Logica, [Venezia, Cristoforo Arnaldo], s.
pp. AI titolo Logica parva seguirà solo l’indicazione del trattato. Pauri
Veneti Logica magna. Impressum Venetiis per diligentissimum virum Albertinum
Vercellensem Expensis domini Octaviani Scoti ac eius fratrum opus feliciter
explicit Anno D. 1499 Die 24 octobris. Macistri Pauri VenETI Quadratura.
Impressum Venetiis per Bonetum Locatellum Bergomensem iussu et expensis Nobilis
viri Octaviani Scoti civis Modoetiensis. Anno ut supra. Cfr. B. NARDI, op.
cit., pp. 111-118. Cfr. Pau or PercuLA, Logica and Tractatus de sensu composito
et diviso, ed. Brown, St. Bonaventure N.Y.-Louvain-Paderborn 1961. Si tenga
presente anche I. Bon, Paul of Pergula on Suppositions and Consequences,
Franciscan Studies , XXV (1965), pp. 30-89. Cfr. per l’ed. dei Dubia, n. 90.
Cfr. su Gaetano da Thiene: P. Silvestro DA VaLsanziBIo, Vita e dottrina di
Gaetano da Thiene, Padova 1949; per l’ed. dell’Expositio (che citeremo col
titolo Super Consequentias Strodi), cfr. n. 90. professore di filosofia e
teologia a Padova, Siena, Firenze e Ferrara, cominciò la sua carriera
accademica un decennio dopo Gaetano da Thiene; compose, fra l’altro, una
Expositio del De sensu compositio et diviso di Heytesbury. Il senese SERMONETA
(si veda), magister artium et medicinae , figlio del medico Giovanni, insegnò a
Perugia, poi a Pisa (per quattro anni) e finì la sua carriera a Padova;
ricorderemo i suoi due scritti di logica: Super Consequentias Strodi!5 e
Expositio in tractatum de sensu composito et diviso Hentisberi!*, Un’Expositio
dello stesso trattato De sensu composito et diviso scrisse anche il carmelitano
senese Bernardino di LANDUCCI (si veda)), che divenne generale del suo
ordine.Cfr. J. Quérrr-J. Ecuarp, Scriptores Ordinis Praedicatorum, I, Lutetiae
Parisiorum 1719,847; G. Brorto-G. ZonTA, La facoltà teologica di Padova,
Padova. Cosenza, Biographical and Bibliographical Dictionary of Italian
Humanists and of the World of Classical Scholarship in Italy, Boston, ad L’ed.
dell’Expositio è in Tractatus de sensu composito et diviso magistri GuLieLMI
HENTISBERI cum expositione infrascriptorum, videlicet: Magistri ALEXANDRI
SERMONETE (impressum Venetiis per Jacobum Pentium de Leuco, a. d. 1501, die
XVII julii), Magistri BERNARDINI PETRI DE LANDUCHES, Magistri PauLi PercuLENSIS
et Magistri Bapriste DE FABRIANO. Si veda ora L. GARcan, Lo studio teologico e
la biblioteca dei Domenicani a Padova nel Tre e Quattrocento, Padova, Battista
da Fabriano. Cfr. J. FaccioLATI, Fasti Gymnasii Patavini, I, Patavii; A.
FagroNI, Historiae Academiae Pisanae, Pisis; Ermini, Storia dell’università di
Perugia, Bologna 1947,501. Cfr. l’ed. cit. inn. 90. Cfr. l’ed. cit. in n. 113.
Cfr. l’ed. del testo in n. 116; si vedano per le notizie biografiche: J.
TritHEMIUS, Carmelitana Bibliotheca sive illustrium aliquot Carmelitanae
religionis scriptorum et eorum operum catalogus magna ex parte auctus auctore
P. Petro Lucio BeLGA, Florentiae apud Georgium Marescottum Contemporaneo del
Landucci dovette essere il lodigiano POLITI, artium doctor: alunno di MARLIANI
(si veda), insegna calculationes a Pavia! e compose vati trattati di logica: un
De sensu composito et diviso, una declaratio della Logica parva di NICOLETTI e
una Quaestio de modalibus, che sarà qui utilizzata, scritta al tempo di BORGIA
(si veda). da Bernardino di LANDUCCI (si veda)è la più sistematica tra quelle
finora esaminate: essa utilizza e discute i trattati di logica dei maestri più
rinomati IN ITALIA al suo tempo, ed accenna almeno due volte alle opinioni di
SERMONETA (si veda), che designa come quidam doctor, di modo che può essere
considerata come il punto di arrivo di una tradizione di interpreti della
dottrina del senso composto e del senso diviso. Secondo Landucci, il trattato
fa parte degli Elenchi sofistici e perciò esso non è da porre dopo i Primi
analitici, come vuole il Sermoneta *”, Inoltre, l’autore fa sua la tesi secondo
la quale non è possibile dare una descrizione univoca di ‘senso composto’ e di
‘senso diviso’, giacché di volta in volta diverse sono le raziones che
presiedono alla individuazione dei vari modi ®%. 305 Lanpucci, Expositio...,
cit.: autori espressamente ricordati, oltre ad Aristotele, Averroè e
Heytesbury, sono Strode, Pietro di MANTOVA (si veda), NICOLETTI, e Paolo da
PERGOLA (si veda). Si legga il seguente passo relativo alla discussione circa
la capacità di omnis di distribuire tutto il disiuzcium o il copulatum’ a parte
subiecti: Ad hoc dubium inventi sunt plures modi respondendi. Primus est Petri
Mantuani, qui tenet quod totum disiunctum et totum copulatum sit subiectum.
Secundus est Pauli Veneti, cuius opinio in diversis operibus est diversificata:
nam Sophismate nono tenet quod prima pars solum sit subiectum, et in Quadratura
tertio dubio secundi principalis, et in Logica magna et etiam in Parva tenet
quod totum disiunctum vel copulatum sit subiectum, attamen solum prima pats est
distributa, et illa appellatur ab eo subiectum distributionis. Tertius modus
est Hentisberi, Sophismate septimo, qui dicit quod talis propositio est
distinguenda eo quod subiectum potest esse totum disiunctum aut una pars
tantum, quapropter utramque partem sustentando respondetur ad argumenta
probantia quod non distribuatur totum . 306 Cfr. ivi, f. 2rb (posizione del
trattato della suzzzza della logica) e f. 3vb (per la verificatio instantanea
): cfr. nn. 307 e 325. 307 Ivi, f. 2rb: Circa secundum dicit quidam doctor quod
iste libellus est pars libri Priorum et quod immediate postponendus est ad
illum librum, quod quidem, salvo meliori iudicio, non puto esse verum . Ideo
puto aliter esse dicendum, videlicet quod iste libellus sit pars libri
Elenchorum . 308 Ivi, f. 2vb. 580 Alfonso Maierù L’esame degli otto modi segue
uno schema costante: in una prima parte si descrivono il senso composto e il
senso diviso e se ne mostrano le differenze, in una seconda vengono poste le
regole dell’inferenza dall’uno all’altro senso, in una terza vengono poste
obiezioni (con le relative risposte) a ciò che è detto nelle prime due parti.
In questa sede noi trascureremo quanto Landucci afferma circa i modi terzo ®”,
quarto *°, quinto ®!, sesto ®!° e ottavo (con appellatio temporis soltanto) ?:
in essi infatti l’autore non prospetta nulla di nuovo rispetto a quanto già
sappiamo dai commenti precedenti. Diverso è il caso dei modi primo, secondo e
settimo, che sono simili tra loro, e nei quali si propone un discorso unitario
che mira a fissare per ciascuno di essi caratteristiche tali che lo distinguano
dagli altri due. Il primo modo ha luogo con i termini modali. Ora, il termine
modale è così descritto da Landucci: Terminus modalis est terminus
determinativus alicuius dicti et connotativus alicuius passionis propositionis,
non habens vim faciendi tale dictum appellare formam *!*. I modi sono i quattro
classici, più veruzz e falsum: Landucci non accetta la definizione di Occam
secondo cui qualsiasi termine che possa predicarsi di un dictum è da
considerare modus?*5; egli ritiene invece che solo quei modi che determinino
una proposizione connotandone una qualche caratteristica siano termini modali.
Termini come scitum, dubium, intellectum, cognitum non sono modali perché,
oltre ad avere ciò che è proprio dei modali, fanno sì che il dictum appellet
for309 Ivi, ff. 9vb-12vb. 310 Ivi, ff. 12vb-15rb. 311 Ivi, ff. 15rb-17vb. 312
Ivi, ff. 17vb-20rb. 313 Ivi, f. 23vb-24vb. 314 Ivi, f. 3ra. 315 Cfr. cap. V, $
6. Terminologia logica della tarda scolastica 581 mam 355: essi rientrano
propriamente nel settimo modo, come vedremo. Senso composto e senso diviso così
sono caratterizzati: Ideo sensus compositus in primo modo causatur quando
terminus modalis totaliter praecedit aut finaliter subsequitur totum dictum
totius propositionis in qua ponitur, aut finaliter subsequitur (!); sensus vero
divisus causatur quando terminus modalis mediat inter partes propinquas totius
dicti; unde partes propinquas dicti appello totum quod regitur a parte ante et
a parte post respectu verbi illius dicti, id est a verbo orationis infinitivae
vel coniunctivae 317. Ili Se SCHIAVONE non è un avverroista nel senso vero e
proprio della parola, avveroista è invece l'eremitano Nicoletti, il quale
professa a Padova un tipo d'avveroismo guardingo, che forse «gli vi portò da
Parigi, se pure non v'era già arrivato da BOLOGNA, e che risente della lettura
dell'opera di Sigieri di Brabante, De intellectu ad jratrem AQUINO, oppure
degli scritti di Wilton impugnati a BOLOGNA Bologna, dal francescano Alnwick.
NICOLETTI è andato a studiare a Oxford, insieme a un suo fratello germano,
anch'egli eremitano, e v'era Dal voi. Brabante nel pensiero del Rinascimento
italiano. Roma, Edizioni Italiane, salvo una modificazione fino al quinto
capoverso. Sigieri di Brab. ecc. Che l'averroismo a PADOVA ha origini in
BOLOGNA è ipotesi verosimile; ma non si può escludere un'origine oltre-montana.
Che poi Averroè è tenuto in gran conto a Padova assai prima di NICOLETTI, è
provato dagl’affreschi di Menabuoi nella cappella Cortelieri nella chiesa
degl’eremitani, anteriori, e dei quali ci resta la descrizione di Schedel di
Norimberga che è studente a Padova. Giunto raffigura Averroè insieme
agl’eremitani maestro ALBERTO DA PADOVA e al beato GIOVANNI DA BOLOGNA.
Schlosser, Giusto's Fresken in Padua n. die Vorlàufern der Stanza della Segnatura,
Jahrbuch der Kunsthistor. Sammel. des allerhòch. Kaiserhauses, Wien, Bettini,
Giusto S. M. e l'arte. Padova, P n? NICOLETTI dove ben conoscere quegli
affreschi. 2 Maier, Alnwicks BOLOGNA Quaestionen gegen Averroismus, Gregorianum
rimasto almeno un triennio. Il soggiorno di NICOLETTI a OXFORD non era rimasto
ignoto a CITTADINI (vedasi) da Faenza, che a Ferrara detta un commento polemico
dei Logica minora dell'eremitano, in principio del quale si legge: Ferunt autem
quidam non auctoritate indigni, hunc libellum in BRITANNIA, ubi olim et
dialecticae et PHILOSOPHIAE studia floruerunt, in antiquissimis litteris
compertum esse, ut ex illis constaret, prius opusculum hoc extructum fuisse
quam NICOLETTI natus esset. Quod eo magis a non nulhs creditur, quod certuni
est NICOLETTI apud Britanos visendorum GYMNASIORUM gratia aliquando commoratum
esse, ac postea in Italiani revertentem multos libros secum detulisse, quorum
auctores Italis penitus erant incogniti. Più tardi soggiorna anche in
tlorentissima universitate Parisina, ove NICOLETTI espone gli
ante-praedicamenta di Aristotele. Egli è lettore nella facoltà dell’arti a
Padova, e quivi compone quella Summa naturalium nella quale è esposta la
dottrina del libri fisici e della Metafisica d'Aristotele, con sobrie discussioni
dei problemi agitati nelle scuole. Notevole in questa summa il trattato
concernente il De anima, perché in esso ritroviamo le tesi fondamentali del De
intellectu di Sigieri. Ma di questo scritto aristotelico NICOLETTI ci lascia
un'assai più ampia esposizione redatta non di molto posteriore alla Summa
naturalium Reg. Re. mi Barth. Veneti, nell'Archivio della Curia generalizia
degl’eremitani in Roma Dd. il studio di N. sulla Letteratura e cultura
veneziana, La civiltà veneziana. Firenze, Sansoni Cod. Urb. lat. Ghiotta
notizia, segnalatami da Pagallo, in una annotazione al Cod. della Bodleniana di
Oxford Catal. di H.O. CoxE, P. Ili, Oxford La data di composizione della Summa
naturalium è fissata dal codice marciano che ne contiene solo tre parti. Valentinelli,
Bibliotheca manuscripta ad S. Marci Veneiiarum, Venezia, Lat. Come non molto
posteriore è 1'Expositio super libros Physieorum Aristotelis necnon super
comento Averois cum dubiis eiusdem Duhem, Le niouvement absolu et le mouvement
relatif. Revue de philosophie. Montligeon (Orne) Le stesse variazioni che Duhem
riAnche in questa seconda opera l'influsso esercitato sull'eremitano dal
trattato dell'averroista belga contro AQUINO, è decisivo, come possiamo
convincerci dalla lettura dei seguenti brani che per comodità del lettore
riferiamo. Nell'esposizione del testo del De anima, Nicoletti si pone, ad
maiorem dictorum evidentiam, alcuni dubia, il secondo dei quali verte sul
problema utrum in eodem animali plures possint esse anime totales, che egli
risolve nel modo che segue, non senza aver prima confutate altre soluzioni:
Circa liane materiam, siint plures modi dicendi. Primus modus est, quod piante
non habent nisi unam animam totalem, scilicet vegetativam; bruta duas, scilicet
vegetativam et sensitivain; homines vero tres, videlicet vegetativam,
sensitivam et intellectivam; non tamen simul generantur, sed successive per
tempus, ita quod primo generatur vegetativa, deinde sensitiva, tertio leva –
GRICE PIROTOLOGICAL PROGRESSION -- tra quest'opera e la Summa naturalium, si
posson notare anche fra quest'ultimo scritto e il commento Super libros
Aristotelis de anima, che senza dubbio rivela una maggiore complessità e
maturità di pensiero. Nel commento, a proposito del quesito se gli universali
sint in rerum natura, NCOLETTI dichiara d'averne trattato quanto basta in alio
opere et in prologo physicorum. È probabile che, dopo l'esposizione sommaria
delle dottrine fìsiche e metafìsiche dello Stagirita, Nicoletti si sia accinto
a commentare le singole opere aristoteliche alle quali si riferiva la Summa,
cominciando, come sappiamo, dagli libri della Fisica e proseguendo poi col De
caelo, col De generatione et coruptione, coi libri Meteorologici, col De anima
e colla Metafisica. Una vera biografìa filosofica di NICOLETTI non è
concepibile senza aver tolto in esame tutte queste opere che da parte di
Momigliano sono state piuttosto ricordate che vedute e lette. Tornato a Padova,
dopo le peripezie che lo avevano costretto a lasciare questa città o forse
l'eremitano s'accinse a commentare di nuovo il De anima, come ci attesta
Ripalta, piacentino, allora studente nello studio padovano. Questi si procura
una copia dell'esposizione completa dell'opera aristotelica, poiché il maestro
che con tanto grido era tornato a leggerla non anda oltre il capitolo de
gustabili, essendo stato colto dalla morte. Valentinelli NICOLETTI, In libros
de anima explanatio cimi textu incluso singulis locis, maxima qiiidem
diligentia a vitijs mendis atque erroribus quibus hacteniis ex ignavia
impressorum scatebat purgata ac pristine integritati restituta etc. E nel
colophon: Scriptum super librimi de anima ex proprio originali diligenter
emendatum per clarissimum. artium doctorem. D. magistrum Hieronymum Surianum,
filium prestantissimi quondam artium doctoris, Domini magistri lacobi. de
Surianis de Arimino Venezia, Eredi di Scoto, comm. post completarti
organizationem membrorum generatur intellectiva Hic modus dicendi est
superfluiis. Secundus modus dicendi est, quod in quolibet vivente est solum una
anima totalis; et quod est ordo in productione animarum, quia FETVS PRIMO VIVIT
VITA PIANTE, deinde vita animalis; tamen tales anime simul non manent in eodem,
sicut nec due figure, sed in adventu secunde corrumpitur prima, et in adventu
tertie corrumpitur secunda. Iste modus est impossibilis, quia tunc aliqua forma
per se ageret ad corruptionem sui ipsius. Tertius modus dicendi est, quod in
nullo nisi in homine sunt plures forme substantiales seu anime totales,
scilicet sensitiva et intellectiva, quarum prima educitur de potentia materie
per agens naturale, secunda autem creatur a deo, non obstante quod ita bene
inhereat sicut prima, adducendo illud philosophi, de animalibus: intellectus
venit deforis. Sed hec opinio includit contradictionem, quia si anima intellectiva
inheret materie, ergo educitur de potentia materie et generatur ad
generationera corporis animati et corrumpitur ad corruptionem eiusdem. Item hec
opinio non est naturalis, quia ponit intellectum creari; et Aristoteles una cum
commentatore ponit ipsum perpetuum et eternum. Deinde, si anima intellectiva
inheret materie, ergo intellectio et volitio sunt subiective in materia; quod
est centra philosophum et commentatorem ponentes potentias rationales esse
abstractas a corpore, et consequenter actus illarum. Quartus modus, quem solum
puto rationalem, est iste, quod pianta habet solum unam animam totalem,
scilicet vegetativam, compositam ex partibus diversarum rationum; et
consequenter animai imperfectum simpliciter, quod non habet aliquem sensum
exteriorem nisi sensum tactus, nec aliquem motuin ad locum, sed solum motum
dilatationis et constrictionis, habet etiam solum unam animam, scilicet
sensitivam, que propter sui imperfectionem supplet vices anime vegetative, ita
quod in ostrea vel spongia marina eadem anima est sensitiva et vegetativa.
Animai autem perfectum habet duplicem animam, scilicet partialem vegetativam,
in carne vel osse vel in aliquo proportionali, et Questa teoria è la seconda
delle opinioni da N. elencate in Giorn. Crii, della Filos. Ital., ed è
ricordata d’ALIGHIERI, Purg., come quello error che crede ch'un 'anima sovr
'altra in noi s'accenda. Questa dottrina, già accolta dal francescano RocheUe,
fu difesa, com' è noto, d’AQUINO. lo stesso Giorn. Crii., opinione. Questo
tertius modus, che è una teoria intermedia fra quella d’AQUINO e quella
schiettamente averroistica, non è altro che la opinione da N. elencate,
professata da Alberto Magno, Peckam ed ALIGHIERI. Giorn. Crii.; come pure il
voi. Di N., ALIGHIERI e la cultura medievale, Bari, Laterza Questa è anche la
tesi di Bate; Sigieri, nel pens. nnam sensitivam totaleni, ut equus vel asinus.
HOMO autem, preter partiales animas, habet duas totales: cogitativam
sensitivam, generabilem et corruptibilem, inherentem et informantem, et intellectivam
perpetuam et eternam, informantem et non inherentem. Da siffatta teoria
risultano alcune conseguenze a mò di corollari Tertio sequitur quod HOMO non
est homo precise per animam cogitativam, nec precise per animam intellectivam,
sed per ambas simili. Cogitativa enim denominat hominem esse animai, et
intellectiva denominat hominem esse RATIONALEM. Sed HOMO est diffinitive et
convertibiliter ANIMAL RATIONALE – corpi celesti ANIMAL RATIONALE AETERNVM --.
Ergo ambe anime concurrimt ad constitutionem hominis. Quo dato, oportet
concedere quod, sicut genus est prius differentia et potentiale ad illam, sicut
universaliter minus perfectum ad maius perfectum, ita cogitativa est prior
intellectiva in homine et potentialis Nella Summa philosophie natura! is o
naturalium Venezia. Eredi di Scoto, De anima: conclusio: Necesse est in homine
esse plures animas totales. Probatur: nam sol et homo generant hominem,
physicorum; ergo homo generatur; sed terminus generationis est forma accipiens
novum esse, ut colligitur ex sententia philosophi, phisicorum; ergo aliqua
forma hominis generatur; sed non intellectiva, de anima; ergo sensitiva
generatur. Item, philosophus, coeli: omme genitum aliquando corrumpetur; ergo
homo aliquando corrumpetur; sed non intellectiva, de anima; ergo sensitiva. Et
ita necesse est ponere in homine duas animas: unam intellectivam, ingenerabilem
et incorruptibilem, secundum philosophum, et aliam sensitivam, generabilem et
corruptibilem, quam Commentator vocat, de anima, cognitivam cogitativam. Conclusio:
Impossibile est in aliquo vivente non intellectivo esse plures animas totales.
Patet, quoniam si in plantis vel in brutis ponerentur plures anime totales, una
necessario superflueret, quoniam illa que est maioris perfectionis totum
actuaret, sicut illa que est minoris perfectionis, et omnes operationes eius
exerceret, ex quo in ea fundantur omnes potentie inferioris anime. Dicatur ergo
quod in plantis est solum una anima totalis, que est tota in toto et pars in
parte, et hec est vegetativa. In animalibus autem imperfectis est solum una
anima totalis, et illa est sensitiva, supplens vicem anime, que etiam
extenditur ad extensionem subiecti; et in animalibus perfectis sunt plures
vegetative partiales et una sensitiva totaUs, multiplicata ad omnem partem heterogeneam.
Sed IN HOMINIBVS, praeter formas partiales vegetativas, sunt due totales,
scilicet sensitiva multiplicata ad partes heterogeneas, et intellectiva non
multiplicata ad aliquam partem illius individui, sed bene ad omnia individua
speciei humane, eo quod intellectus est unus in omnibus hominibus, iuxta
intentionem Aristotelis et determinationem Commentatoris, de anima. illam
sequitur quod idem individuum est diversarum specierum essentialium. Patet,
quia HOMO per animam cogitativam sensitivam est alicuius speciei generis
animalium, immo supreme speciei, quia, secluso intellectu, PER COGITATIVAM HOMO
HABET DISCVRSVM QUODAMMODO RATIONALEM – GRICE PRINCIPLE OF RATIONAL DISCOURSE
--, ratione reminiscentie reperte in eo et non in aho; licet enim memoria reperiatur
in liis animalibus, non tamen reminiscentia; neque reminiscentia competit
homini ratione intellectus, sed ratione cogitative virtutis, quia reminiscentia
est passio anime sensitive, secundum Aristotelem, in de meìnoria – GRICE
PERSONAL IDENTITY -- et reminiscentia H. Item, quia intellectus humanus est
pura potentia in genere intelligentiarum, per commentatorem, tertio huius, et
per consequens est primus gradus illius generis, ideo per intellectum
constituit primam speciem intellectivoruni, sicut per cogitativam constituit
ultimam speciem generis animalium. Nec est inconveniens duos gradus specificos
esse immediatos, quia species sunt sicut numeri, inetaphysice. Et si
concluditur ex eodem fundamento, quodlibet mixtum esse diversarum specierum
essentialiter, ratione forme mixti et forme elementi, negetur consequentia,
quia forma elementi non se habet respectu forme mixti nisi materialiter et
potentialiter per modum dispositionis prefinientis in materia formam mixti;
ideo non dat mixto nomen specificum nec diffinitionem essentialem. Sed anima
cogitativa non se habet tanquam dispositio prefiniens animam intellectivam, cum
eque simul inducantur in corpore, nec una potest naturaliter esse sine alia.
Cogitativa tamen dicitur esse prior intellectiva et potentialis ad illam
propter suam imperfectionem. Come è facile vedere, già in questo luogo
dell'esposizione del libro secondo del De anima, la tesi caratteristica di
Sigieri, Anche Sigieri, come sappiamo, afferma che la cogitativa è ordinata in
intellectivam, talché nec potest intellectus informare materiam non informante
cogitativa, nec potest cogitativa informare materiam non informante intellectu;
Sigieri nel pens. Quella parte dove sta memora chiama l'anima sensitiva anche
Cavalcanti, nella canzone Donna mi prega, tutta pervasa di dottrina
averroistica; il mio voi. Dante e la cult, medievale Gli averroisti negano si
la memoria che la reminiscenza all'intelletto; il mio voi. Nel mondo di Dante,
Roma, Edizioni di Storia e Letteratura Altra tipica tesi di Sigieri che
NICOLETTI sviluppa. Allo stesso modo anche nella Summa naturalium Ad secundum
dicitur, quod anima intellectiva non advenit enti in actu substantiali, quia
eque primo adveniunt corpori sensitiva et intellectiva. Item, dato quod
sensitiva precederet tempore intellectivam, adhuc advenit enti in potentia,
quia forma sensitiva hominis dicitur potentialis ad ulteriorem actum; non autem
anima intellectiva. Hec ergo est differentia inter formam substantialem et
accidentalem, quia forma accidentalis advenit enti in actu ultimato, forma
autem substantialis advenit enti in potentia, licet non in pura potentia. Ol
che r intelletto, pur essendo in sé una sostanza separata unica per tutta la
specie umana, s'unisce ai singoli con un vincolo sostanziale, sì da potersi
dire forma, atto e perfezione dell'uomo, è accennata in modo esplicito. Ma
1'influsso del brabantino sull'udinese è ancora più evidente nell'esposizione
del libro, del pari che nei capitoU della quinta parte della Summa naturalium.
In quest'ultimo scritto, NICOLETTI tratta anzitutto della passività o
passibilità dell'intelletto umano, formando conclusioni: Quarum prima est ista:
Intellectus humanus nullam habet de se in actu speciem intelligibilem, sed ad
quamlibet talem est penitus in potentia. Intellectus non est aliqua una natura
sed solum habet possibilitatem recipiendi omnes formas materiales. Intellectus
possibilis humanus ante intellectionem nullatenus est actu. Intellectus humanus
est immaterialis et incorporeus et immixtus. Tutte e quattro queste conclusioni
ritornano, con una leggera variazione nel loro ordine, in principio
dell'esposizione del De anima; ma qui alla conclusione che corrisponde alla
seconda della Summa, il maestro padovano ricollega il problema dell'unità
dell'intelletto che nella Summa è discusso. Tanto nella Summa naturalium
conclusio, quanto nell'esposizione del De anima combatte la tesi sostenuta un
tempo a Oxford da Kilwardby e Wilton, e accolta anche da Jandum, che in aliquo
vivente possit esse multitudo formarum iuxta pluralitatem predicatorum
essentialium Della qual tesi nell'esposizione del De anima egli dà questo
riassunto: Tenentes pluralitatem formarum in eodem iuxta multitudinem
predicatorum quiditativorum, dicunt quod prima forma Sortis est illa qua ipse
est substantia, et secunda qua est corpus, et tertia qua est corpus animatum,
et quarta qua est animai, et quinta qua est HOMO, et sexta qua est Sortes; et
ita de individuis aliarum specierum; et imaginantur isti quod, quantum ad
animam sensitivam, omnia animalia sunt eiusdem rationis substantialis, a qua
sumitur hoc genus animai; et secundum formas ulteriores specifìcas, sunt
homines, equi et canes diversarum rationum substantialium; concedentes omnes
tales formas realiter distingui et fundari in materia inhesive, ordine essentiali,
secundum quod taha predicata invicem essentiahter ordinantur. Ista opinio est
impossibilis. Summa naturai., In libros de anima col. Sul modo di concepire la
passività dell'intelletto possibile e il concorso dell'intelletto agente e del
fantasma ll'atto dell'intendere, l'eremitano riferisce opinioni, l'ultima delle
quali è quella d'Averroè: Opinio est Averroys intellectui possibili nihil nisi
passibilitates assignantis, fantasmati vero activitatem tanquam particulari
agenti, et intellectui agenti tanquam agenti universali; ita quod ad primas
intellectiones et species intelligibiles concurrit fantasma tanquam agens
particulare, et intellectus agens tanquam agens vniiversale; ad omnes autem
conseguentes se habet intellectus agens sicut causa particularis, fantasma
autem sicut causa sine qua non, intellectus autem possibilis solum recipit et
nunquam agit. Da questa opinione NICOLETTI dichiara di dissentire, non per quel
che concerne le prime intellezioni, nelle quali l'intelletto possibile è
totalmente in potenza, e quindi del tutto passivo, sibbene per quel che
concerne le intellezioni successive, alle quali, essendo già attuato dalle
prime, è in grado di concorrere attivamente, semper tamen virtute intellectus
agentis. Di qui la conclusione formulata piti oltre, che cioè: Intellectus ante
actuationem speciei intelligibilis aliter est in potentia quam post actuationem
eius. Dopo aver affermato l'essenziale passività dell'intelletto possibile,
NICOLETTI si pone nella Summa naUiralmni il quesito del rapporto da stabihre
tra questo intelletto e il corpo umano, intorno al quale tam Inter veteres quam
modernos multa discrepantia fuit. E prima di tutto ricorda quod Plato posuit
intellectum uniri corpori, non ut formam materie, sed ut motorem mobili, eo
modo quo nauta unitur navi et intelligentia orbi, non per modum informationis,
sed per contactum virtutis alium a contactu corporeo. Il problema fu a lungo
discusso fra le varie scuole nella scolastica della decadenza, senza che ci si
rende ben conto della sua gravità, poiché è problema che investe tutta la
filosofia fino a Kant: come salvare l'immanenza dell'atto del conoscere, se
esso ha bisogno d'una causa esterna che la produca nel soggetto conoscente
Summa naturai Quanto ad Averroè, il nostro eremitano ne espone il pensiero in
questi termini: Secundo notandum ex intentione commentatoris, ij de anima comm,
quod corporalis natura compatitur secum spiritualem naturam, et non cedit ei
organum fantasticum seu imaginative virtutis, cum sit quid corporale, intellectus
autem quid spirituale; organum predictum non cedit intellectui, et per
consequens illa eadem intentio que informat virtutem imaginativam, informat
intellectum materialem; et hoc dico quia intellectus copulatur nobis per formam
suam. Copulatur enim nobis per intentiones imaginatas, que sunt eedem cum
intentionibus existentibus in intellectu possibili; et ita unitur homini per
fantasmata intellecta in actu. Intentiones enim imaginative, per commentatorem,
ut informant virtutem imaginativam, plurificantur, quia sunt ibi cum
conditionibus materie; sed ut informant intellectum possibilem fiunt una
intentio in ipso, quia non recipit cum conditionibus materie. Et ideo inquit
Commentator, quod copulatur nobis intellectus per continuationem intentionis
intellecte, quia eadem est intentio informans intellectum et virtutem
imaginativam. Siffatta interpretazione del pensiero del commentatore arabo anzi
che da Sigieri è suggerita invece da COLONNA, al quale il confratello veneto
s'appella esplicitamente nel commento al De anima: Opinio fuit Averoys dicentis
quod intellectus humanus non unitur corpori ut forma, sed per fantasmata
intellecta in actu. Ad quod declarandum, est notandum primo secundum eum in hoc
tertio, iuxta expositionem COLONNA, quod corporalis natura compatitur secum
spiritualem naturam etc. All'opinione d'Averroè, NICOLETTI aggiunge quella di
Jandun che, al parere di N., egH non ha ben compreso. Ecco ad ogni modo
com'egli la riassume: Opinio fuit ianduno dicentis quod intellectus, secundum
commentatorem, unitur corpori humano, non ut forma dans esse, sed ut motor
mobili dans operari, eo modo quo unitur intelligentia orbi et nauta navi;
concedens consequenter quod datur duplex homo: unus qui componitur ex corpore
et anima cogitativa; et alius qui componitur ex intellectu et toto residuo In
libros de anima COLONNA, Do intell. pass, contra Averr., Venezia quibus
proportionaliter respondet duplex intelligere, scilicet universale et
particulare; homo sumptus primo modo, solum particularia intelligit; et sumptus
secundo modo intelligit solum universalia. A queste opinioni egli oppone la
tesi d'Aristotele, secondo il quale l'intelletto è vera forma sostanziale
dell'uomo, cui dà essere ed operare. Ma com'egli intenda il pensiero dello
Stagirita su questo punto, c'è detto nella Summa naturalium. Anima intellectiva
non unitur corpori humano per inherentiam. Patet tripliciter: primo quia ipsa
est ingenerabilis et incorruptibilis, de anima; modo nulla forma inheret
materie per transmutationem, scilicet materie que non generatur et corrumpitur,
ut colligitur a philosopho, de genevatione, et a Commentore, in de substantia
orbis. quia intellectus est impassibilis et intransmutabilis, de anima; sed
nulla forma inheret materie nisi per transmutationem et passionem. quia anima
intellectiva est indivisibilis et impartibilis per carentiam partium
integralium; nam quelibet forma inherens materie suscipit conditiones
intrinsecas materie secundum quas inheret; cum ergo conditio materie, secundum
quam forma inheret, sit habere partes integrales, licet non partem extra
partem, quia hec est conditio quantitatis, etc. Anima intellectiva unitur
homini substantialiter per informationem, ita quod est forma substantialis
corhumani, non solum dans operari, sicut intelligentia orbi, sed etiam esse
specificum et essentiale. Probatur: differentia specifica constituens aliquam
speciem sumitur a forma illius speciei, sicut apparet ex intentione philosophi,
metaphysice, dicentis quod contraria consequentia materiam non faciunt
differentiam in specie, sed contraria consequentia formam; modo differentia
propria hominis est rationale; ergo sumitur a forma humana; sed rationale
sumitur ab eo quod est intellectivum; ergo intellectus vel anima intellectiva
est forma corporis humani. Item, rationale ponitur in diffinitione eius non
tanquam additamentum, sed tanquam differentia eius, ut ponit Porphyrius et
Aristoteles; ergo rationale est de essentia hominis; sed nihil est per se
rationale nisi per aniinam intellecti Sigieri Opinio fuit Aristotelis dicentis
intellectum esse veram formam substantialem hominis. Ideo est dicendum cum
Aristotele et alijs perypateticis veris, quod intellectus est iorma
substantialis hominis, dans sibi esse et operari..vam; ergo etc. Unde ex
diffinitione anime data a phylosopho, de anima, convincitur hanc conclusionem
esse de intentione sua. Arguitur enim sic: Anima intellectiva secundum ipsum
est anima; ergo est actus primus corporis; patet consequentia a dififinito ad
diffinitionem; ergo est forma substantialis; patet consequentia secundum
phylosophum, de anima, eo quod actus primus est forma substantialis corporis;
et nonnisi corporis humani; ergo etc. Deinde anima intellectiva est illud quo
primo intelligimus; ergo est forma substantialis hominis; patet consequentia,
quia non est alia ratio ad probandum animam vegetativam esse formam
substantialem corporis vegetantis, et animam sensitivam esse formam corporis
sensitivi; ergo etc. L'anima intellettiva dunque è, sì, forma dell'uomo, in
quanto gli dà l'essere e l'operare di uomo, ma non perché sia inerente al suo
corpo alla stessa maniera delle altre forme naturali. Su questa differenza
NICOLETTI ritorna anche nel commento al De anima: Intelligenda est differentia
inter informare et inherere: quoniam informare est dare alteri esse actuale et
hoc dicit perfectionem in forma, imperfectionem in materia, quia dare dicit
perfectionem; sed inherere est ab alio sustantificari, et hoc dicit
perfectionem in materia et imperfectionem in forma, quoniam sustantificare
dicit perfectionem, et sustantificari imperfectionem dicit, scilicet
dependentiam a subiecto – GRICE SUBSTANTIATION --. Ex isto notabili, sequitur
quod anima intellectiva, licet informet corpus humanum, non tamen nheret illi,
quia non dependet ab eo; quocumque enim tali corpore dato, ante illud fuit et
post illud erit anima intellectiva, cum illud generetur et corrumpatur, anima
autem intellectiva sit eterna. Ouatuor rationibus arguitur animam intellectivam
non inherere materie; quarum prima est ista: anima intellectiva non educitur de
potentia materie; ergo sibi non inheret. Secunda ratio: anima intellectiva est
prior materia; ergo non inheret illi. Tertia ratio: anima intellectiva est
impassibilis et intransmutabilis; ergo non inheret materie. Quarta ratio: anima
intellectiva est indivisibilis et inpartibilis per carentiam partium
integralium, secundum philosophum et commentatorem, in hoc tertio; ergo non
inheret materie. Anima sensitiva o cogitativa ed anima intellettiva son dunque,
per il maestro padovano, due forme totali che costituiscono l'uomo nella sua
natura di animale ragionevole. Ma pur essendo due forme distinte, sono unite da
un intimo In libros de anima legame talmente stretto, che l'una è fatta per
l'altra e l'una completa l'altra. Per questa ragione Nifo, più che due anime le
dice due semi-anime costituenti, pella loro sostanziale unione, una sola anima
umana; -- GRICE UN TERTIUM ANIMAE -- che è anche il pensiero d’ALIGHIERI, il
quale ad esprimerlo si serve della immagine del calor del sole che si fa vino,
giunto all'omor che dalla vite cola. La tesi di NICOLETTI è dunque identica in
sostanza alla tesi professata da Sigieri nel trattato in risposta a quello
d’AQUINO contro gli averroisti; ma d'accordo col brabantino il maestro padovano
non è nella pretesa d'attribuire questa tesi al commentatore arabo; anzi egli
riconosce che è vero il contrario: Cominentator tamen diceret intellectum per
se subsistere, et ipsum non uniri materie ut formam; sed non sui ipsius{sic,
leggi: sum ipsius) opinionis. Ma se il nostro eremitano dissente da Sigieri su
questo particolare, non dissente affatto da lui nel ritenere che, pur essendo
forma dell'uomo, l'intelletto possibile è unico per tutti gli uomini. E nella
Summa naturalium ritiene sia questo il pensiero non soltanto d'Averroè, bensì
quello d'Aristotele: Unde secundum philosophum, primo et tertio de anima,
natura nihil facit frustra et non abundat in superfluis, nec deficit in
necessariis; cum igitur natura alicui speciei non dederit nisi unum individuum,
et alteri plura, hoc est ideo, quia una species in uno individuo potest se
perpetuo preservare, et non alia; ut species angelica que perpetuo preservatur
in una intelligentia, et non species humana; sed ita est quod species anime
intellective potest se preservare perpetuo in uno individuo, quia anima
intellectiva est perpetua et eterna sicut aliqua intelligentia celestis, ergo
frustra et preter intentionem nature ponuntur plures anime intellectuales solo
numero differentes. tem, intellectus venit de foris, secundum philosophum,
libro de animalibus: aut ergo per creationem, iuxta opinionem fidei; aut per
motum a corporibus celestibus, iuxta opinionem Platonis; aut per introitum
unius corporis, aliud relinquendo, iuxta opinionem Pictagore; aut per novam
actuationem unius corporis humani, aliud non relinquendo: nullus trium priorum
modorum potest assignari, quia intuenti libros Aristotelis notum est ipsum
oppositum Sigieri nel pens.Purg. In libros de anima opinari; ergo est dare
quartum modum; et cum in eodem corpore non possint esse plures anime intellective
simul, secundum omnes opiniones, sequitur quod unicus est intellectus in
omnibus hominibus secundum intentionem Aristotelis. E più oltre: Quarta
conclusio: Intellectus non numeratur numeratione individuorum, sed est unicus
in omnibus hominibus. Probatur: pluralitas individuorum in eadem specie non est
nisi per materiam, per philosophum, celi, et metaphysice, ubi probat quod non
possunt esse plures intelligentie separate solo numero differentes, per hoc
medium: quecunque conveniunt in eadem specie et differunt numero, habent
materiam; sed anima intellectivam non habet materiam scilicet ex qua, nec in
qua per inherentiam; ergo etc. Unde arguitur sic: anima intellectiva est
ingenerabilis et incorruptibilis, de anima, et non contingit dare multitudinem
infinitam, celi et physicorum, et species sunt eterne, posteriorum et
physicorum; ergo unica est anima intellectiva omnium. Patet consequentia, quia,
si anima intellectiva mutatur mutatione individuorum speciei humane, aut ergo
per generationem et corruptionem, ut posuit Alexander, et hoc non, quia
repugnat prime parti antecedentis; aut per multiplicationem finitam animarum
recedentium et advenientium, ut posuit Plato vel Pictagoras, et hoc iterum non,
quia omnes sciunt oppositum scripsisse Aristotelem; aut per generationem vel
creationem et incorruptibilitatem, ut ponit fides, et hoc iterum non, quia
repugnat secunde et tertie parti antecedentis; ergo oportet dare unicum
intellectum in omnibus hominibus, secundum opinionem et intentionem
Aristotelis. La stessa tesi NICOLETTI sostiene anche nell'esposizione del De
animaci, ma con una piccola variazione: nella Summa, la teoria dell'unico
intelletto in tutti gli uomini è detta sen In libros de anima: Secundo
notandum, secundum Commentatorem, eodem commento, quod Illa natura intellectus
non est hoc aliquid, nec corpus nec virtus in corpore, quoniam, si ita esset,
tunc reciperet formas secundum quod sunt diverse et individuales; et si ita
esset, tunc forme existentes in illa essent intellecte in potentia, et sic non
distingueret naturam formarum secundum quod sunt forme, sicut est dispositio in
formis individualibus, sive in spiritualibus sive in corporalibus. Intentio
commentatoris est, quod intellectus humanus non sit aliquid singulare vel
individuum, ex quo non est corpus nec virtus in corpore; quoniam materia est
ratio individuationis, a qua separatur intellectus humanus sicut et quelibet
intelligentia celi. Tria ergo inconvenientia adducit, concesso quod intellectus
sit hoc aliquid. Primum inconveniens est, quod intellectus z'altro rispondere
al pensiero d'Aristotele iuxta impositionem Commentatoris; nel commento invece
è presentata semplicemente come intentio e opinio Commentatoris: segno che sul
vero pensiero d'Aristotele s'era forse affacciato qualche dubbio alla mente del
maestro padovano. Un'altra tesi tipica di Sigieri consiste, come sappiamo, nel
ritenere che l' intelletto agente, tanto per Aristotele quanto per il suo
commentatore arabo, sia Dio. Nella Summa naturalium, NICOLETTI ritiene: quod
intellectus agens et possibilis non separantur ab anima intellectiva, sed sunt
differentie illius non substantiales, sed accidentales. Intellectus agens est
coniunctus anime intellective per inherentiam et fantasmatibvis per presentiam
et indistantiam. Per altro nella risposta Ad primum argumentum egli accenna
anche alla tesi di Sigieri, ma senza aderire ad essa: Commentator autem vult
intellectum possibilem esse essentiam anime intellective, et intellectum
agentem esse primam cavisam, vitaliter immutantem ipsum intellectum possibilem;
sed hanc opinionem non teneo ad presens. Invece, quando scrive l'esposizione al
De anima, egli era ormai convinto che la tesi di Sigieri fosse la sola vera,
non soltanto dal punto di vista della filosofia aristotelica, ma altresì da quello
teologico: Dubitatur, si intellectus agens et possibilis differunt tam inter se
quam ab assentia anime, utrum sint substantie vel accidentia. In hac materia
fuerunt quatuor opiniones. Prima fuit Avicenne et Algacelis, dicentium
intellectum agentem et possibilem esse substantias invicem separatas loco et
subiecto, ita quod secundum eum sic intellectus possibilis est forma hominis,
et intellectus agens est decima intelligentia appropriata decime spere, a qua
nostra felicitas dependet; sicut ergo iste unus sol non reciperet nisi formas
individuales et secundum quod sunt diverse. Secundum inconveniens: quod species
intelligibiles essent intentiones intellecte in potentia et non in actu; quod
est falsum, cum sint universales et depurate a conditionibus materialibus.
Tertium inconveniens: quod intellectus non poneret differentiam inter formas
universales et singulares, sive ille forme corporales sive spirituales. E dopo
aver riferite obiezioni contra commentatorem, comincia la sua risposta con
queste sintomatiche parole: Responsurus prò opinione Averroys, dico totum
universum illuminat, per cuius illuminationem possunt omnes oculi videre, sic,
dicebant illi, est aliqua una substantia separata irradians super fantasmata
omnium hominum, per cuius irradiationem possunt omnes homines intelligere. Hec
opinio est in parte defectuosa, quia postquam intellectus factus est in actu
nos intelligimus quandocumque volumus, secundum quod posuit supra Commentator
et habetur ad experientiam; sed talis substantia separata non videtur irradiare
supra fantasmata quandocunque volumus, sicut nec sol illuminat oculum
quandocunque volumus; cum ergo non intelligamus absque intellectu agente, ergo
intellectus agens non est talis intelligentia separata. Siffatta critica della
tesi d'Avicenna, ci fa presentire come la pensi NICOLETTI su quest'argomento:
se invece di identificare r intelletto agente colla decima intelligenza
celeste, che è r infima delle intelligenze separate, Avicenna l'avesse
identificato con Dio, questo certamente irradia della sua luce i fantasmi
quandocumque volumus. Il difetto insomma di questa teoria consiste nell'avere
identificato l'intelletto agente con un intelletto particolare, anzi che con un
intelletto veramente universale. Dopo di che, NICOLETTI espone e critica come
seconda opinione quella di COLONNA, AQUINO, e di tutti quegli antichi
scolastici che ritenevano l'intelletto possibile ed agente facoltà accidentali
dell'anima. La terza opinione, da lui riferita parimente rifiutata, è quella di
Giovanni Eucliph, ossia WycHf, il cui ricordo dove essere ancora ben vivo a
Oxford, quando vi giunge il nostro eremitano. Indi prosegue: In libros de anima
La opinione è così riassunta: opinio fuit Eucliph dicentis intellectum
possibilem et intellectum agentem esse potentias anime inteUective, non tamen
esse substantias nec accidentia; sicut enim dicunt theologi quod pater, filius
et spiritus sanctus sunt tres persone realiter distincte, non tamen tres
substantie nec tria accidentia, sed una substantia que est deus, ita intellectus
agens et intellectus possibilis et voluntas sunt tres potentie realiter
distincte, non tamen tres substantie, nec tria accidentia, sed una substantia
que est anima intellectiva; et sicut pater non est filius, nec spiritus
sanctus, et tamen est ille idem deus qui est filius et spiritus sanctus, ita
intellectus agens non est intellectus possibilis nec voluntas, et tamen est
intellectus agens illa eadem anima intellectiva numero, que est voluntas et
intellectus possibilis. Opinio ista non est tenenda phylosophice nec theologice
etc. Quarta opinio, que tenenda est, fuit Aristotelis ponentis intellectum
agentem et possibilem esse virtutes et potentias anime non subtantiales nec
accidentales, sed intellectum possibilem esse accidens proprium et inseparabile
anime intellective, quo recipit omnes formas speculativas, sicut materia prima
per suam accidentalem potentiam recipit omnes forinas naturales. Intellectuin
vero agentem voluit esse substantiam primam, coniunctam intellectui possibili
non per modum forme informantis nec inherentis, sed per modum forme et habitus
presentis et indistantis; nec aliqua intelligentia, preter primam que deus est,
potuit esse intellectus agens, quia, sicut potentialitati prime materie
respondet actus purissimus in quo sunt active omnes forme naturales que sunt in
prima materia passive, ita potentialitati anime intellective competere
correspondere agens primum, in quo sunt effective omnes forme speculative, que
passive sunt in anima intellectiva, mediante intellectu possibili. Si enim
aliqua intelligentia dependens esset intellectus agens, per istam non posset
intellectus possibilis intelligere primam causam, quia intellectus agens
abstrahit intellecta et agit ea, secundum Commentatorem; modo nulla
intelligentia inferior potest abstrahere causam primam nec in illam aliquo modo
agere, ratione independentie suedependentie et imperfectionis. Et hec opinio
non solum est physica, sed etiam a theologis tenetur. Nel commento al De anima,
dunque, ogni riserva è sciolta, e NICOLETTI giudica la dottrina che identifica
l'intelletto agente colla causa prima, cioè con Dio, non soltanto conforme al
pensiero d'Aristotele e d'Averroè, ma senz'altro vera in se stessa e tenuta dai
filosofi, non meno che da non pochi teologi. La tesi di Sigieri, intorno alla
quale aveva avuto dei dubbi, aveva finito per prendere il sopravevnto nel suo
animo. Altrettanto non possiamo dire d'un'altra tesi del brabantino,
strettamente connessa con quella che concerne l'intelletto agente, la teoria
cioè della beatitudine per mezzo del congiungimento della mente umana
coli'intelletto divino. Su questo punto Sigieri aveva fatta sua
l'interpretazione che il Commentatore arabo, nella celebre digressione inserita
nel commento del De anima, dava del Allo stesso modo per Dante, Conv. l'anima
in vita tratta per virtù celestiale dalla potenza del seme, incontanente
produtta, riceve da la vertù del motore del cielo lo intelletto possibile; lo
quale potenzialmente in sé adduce tutte le forme universali, secondo che sono
nel suo produttore, e tanto meno quanto più dilungato da la prima intelligenza
è. Sul qual passo, N. Dante e la cultura medievale e Giorn. Crit. filos. Hai..
QI pensiero d'Aristotele. Anche l'eremitano sa bene come la pensa Averroè:
Commentator autem dicit de annna, quod, cum intellectus possibilis fuerit
intellectus adeptus, id est actuatus omnium specierum materialium, intelligit
intellectum agentem per essentiam propriam Ma neppur questa volta egli è
dell'avviso dell'arabo; e postosi il quesito Qualiter intellectus noster intelligit
substantias separatas, lo risolve affermando che l'intelletto umano conosce le
sostanze immateriali non per se et directe, sed indirecte et reflexe per
cognitionem motus celi. Così nella Summa naturalium. Ma nell'esposizione del De
anima è anche più esplicito, se fosse possibile. Postosi di nuovo il problema
Utrum intellectus possit intelligentias separatas cognoscere, fa questa
osservazione che è presa alla lettera dal commento d’AQUINO: Istam questionem
non solvit hic philosophus, dicens se determinaturum alibi, scilicet in libro
metaphysice; hec questio tamen non invenitur soluta per ipsum, quia
complementum illius scientie nondum ad nos pervenit, vai quia nondum est totus
liber translatus, vel forte morte preoccupatus librum non complevit. Ciò non di
meno egli espone qual fosse il pensiero d'Averroè e in che differisse da quello
degli altri interpreti della dottrina d'Aristotele. Ma giunto alla fine della
discussione, egli ci fa sapere quod hec opinio iam non tenetur a theologis vel
philosophis, e ripete quod intelligentie separate cognoscuntur ab intellectu
possibili non per se et directe, sed indirecte et reflexe per cognitionem motus
celi. Da quanto precede, mi pare risulti in modo da non lasciar dubbio, che
Nicoletti, quando insegna a Padova, aveva od aveva avuto tra mano per lo meno
lo scritto di Sigieri in risposta al trattato d’AQUINO. De unitale intellechis.
Questa e verosimilmente altre opere del brabantino circolavano già fra i
maestri dello studio padovano, o fu il Summa naturai In libros de anima AQUINO,
De anima. nostro eremitano a portarvele, forse da Oxford o da Parigi? Non
saprei che dire, perché tanto l'una che l'altra supposizione, in mancanza di
dati sicuri, è ugualmente ammissibile. Ulteriori ricerche nella letteratura
manoscritta concernente i maestri che professarono a Padova e Bologna potranno
gettare qualche luce sulle correnti d'idee che fervevano in quei due centri
d'intensa vita intellettuale. Per il momento, a noi basti di ricordare quel
maestro Taddeo da Parma, il quale insegna a Bologna, e che nel suo commento al
De anima accoglie la tesi difesa da Sigieri nelle Quaestiones de anima
intellectiva. Ma Taddeo, più che l'opera del brabantino sembra aver letto le
Quaestiones di Jandun, le quali ebbero in Italia la più larga diffusione e
furono trascritte e stampate in parecchie edizioni, discusse con vivacità e
qualche volta fraintese. Fraintesa in particolare sembra essere stata da
NICOLETTI, e da altri la dottrina intorno al modo come l'anima intellettiva è
forma del corpo, la quale, come già sappiamo è in sostanza quella di Sigieri,
cui espHcitamente accenna. Il bisogno di togliere alla dottrina averroistica
quello che essa aveva d'eretico, dopo che il concilio di Vienne aveva definito
esser l'intelletto forma del corpo umano, dove invogliare gl’averroisti
italiani a procurarsi quegli scritti nei quali Sigieri s'era difeso contro le
obiezioni d’AQUINO, e nei quali, senza rinunziare alla tesi dell'unico
intelletto avea tentato di dimostrare com'esso s'unisse all'uomo con tale
intimo e sostanziale legame, da potersi dire forma dell'individuo umano cui
s'attribuisce l'atto dell'intendere. L'insegnamento di Nicoletti a Padova è una
inequivocabile testimonianza che gli scritti di Sigieri non erano ignoti.
Un'altra cosa questo insegnamento ci attesta: che la dottrina averroistica
poteva esser liberamente discussa ed esposta a Padova, senza che chi se ne fa
sostenitore incorresse nella taccia d'eretico; tanto vero che NICOLETTI non
sente neppure il bisogno di Vanni Rovighi, Le Quaestiones de anima di Taddeo da
Parma. Testo e introduzione. Milano, Soc. Ed. Vita e pensiero ripetere la
solita formale protesta, che altri averroisti avevano cura di non omettere,
cioè che essi trattavano dallo spinoso argomento come filosofi e non come teologi.
E forse perché gli averroisti padovani usano senza parsimonia di questa
libertà, il vescovo Barozzi d'accordo coli' inquisitore locale proibì quovis
quaesito colore le dispute intorno all'unità dell'intelletto. Ma il divieto
riguarda la DIOCESI di Padova, e non, per esempio, Bologna e Pavia, ove si
continua a disputare con grande spregiudicatezza. Non mi stancherò mai dal
ripetere, per coloro che han l'animo sgombro da pregiudizi, che una vera e
propria dottrina della doppia verità nel medio evo e nel Rinascimento non fu
mai sostenuta da alcuno. Molti invece furon quelli che, contro il concordismo
d’AQUINO, posero in rilievo l'opposizione di fatto fra la teologia e la
filosofia, intendendo per filosofia la dottrina della natura congegnata in
sistema da Aristotele, detto perciò il filosofo per eccellenza, e sviluppata
dai suoi commentatori. Il primo a rendersi conto, in modo chiaro ed esphcito,
di questa opposizione, fu Alberto. Il quale, non solo dichiara apertamente che
theologica cum physicis principiis non conveniunt, ma giungeva fino a
sostenere, non doversi far caso dei miracoli che Dio opera oltre il potere
della natura, quando si tratta di conoscere quello che è il corso degli eventi
naturali. Perciò, egli che s'era proposto totam Aristotelis scientiam prò
viribus explanare, dichiarava di rifuggire dall'interpretazione che del
pensiero aristotelico danno i dottori latini: quoniam in istarum quaestionum
determinatione omnino Giorn. Crit. di Filos. Ital., e in Dante e la cultura
medievale, Bari, Laterza, nonché quanto ne ha scritto Gilson, Etudes de philos.
médiév., Strasbourg; id., Dante et la philosophie, Paris A. Magno, Metaphys. A.
Magno, De gener. et corrupt., la mia nota La posizione di Alberto di fronte
all'averroismo, Riv. di Storia d. Filos. abhorremus doctorum latinorum verba;
fra i quali è sicuramente il suo confratello italiano, Aquino. Luigi Speranza
-- Grice e Giavelli: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale
-- semantica del segnare -- segnante e segnato – filosofia fortinese – la
scuola di Torino – filosofia piemontese -- filosofia italiana -- Luigi Speranza
(S. Giorgio di Canavese). Filosofo torinese. Filosofo piemontese. Filosofo
italiano. Grice: “I love Javelli – he is, like me, an Aristotelian; being a
northern Italian, he is a Thomstic Aristotelian, which I’m not sure I am!”
Grice: “One good thing about Javelli is that he commented on MOST works by
Aristotle!” -- Essential Italian philosopher. Studia a Bologna. Fu esegeta.
Argomenta contro Lutero. Opera omnia” (Lione, Giunta). Partecipa al dibattito
sul Tractatus de immortalitate animae di Pomponazzi, di cui scrisse, su
richiesta di Pomponazzi stesso una confutazione. Partecipa al dibattito sul
divorzio di Enrico VIII, esponendosi a favore della scelta del sovrano. M.
Tavuzzi, in "Angelicum", DBI.Casale Monferrato. Crisostomo Javelli
was born in 1470 c., presumably in Piedmont, joins the Dominicans. On G. see
GILSON, Autour de Pomponazzi: problématique de l'immortalité de l'âme en
Italie, Archives d'histoire doctrinale et littéraire du Moyen Age; TAVUZZI, G.
OP A Biobibliographical Essay: Biography, Angelicum, G. A Biobibliographical
Essay: Bibliography », Angelicum. G. is the author of a Compendium Logicæ. The
structure of G.’s work mirrors Ockham's Summa logicae in many respects, but
also NICOLETTI (si veda)’s Logica Parva (unlike NICOLETTI (si veda), however,
G. does not deal with obligations and insolubles. The Compendium deals with the
following topics: Introductory remarks, which include a short history of logic;
terms (this part corresponds to the doctrine dealt with by Aristotle in De
Interpretatione); propositions; the five praedicabilia (this section
corresponds to Porphyry's Isagoge); the antepraedicamenta, the doctrine of the
categories (praedicamenta), and the postpraedicamenta (this treatise, as is
clear, corresponds to Aristotle's Categories); syllogism; supposition theory;
ampliatio and appellatio, i.e. changes in the supposition of a term and changes
in the tenses of verbs; theory of consequentiae; de probatione terminorum (this
treatise deals with the ways in which it is possible to show the truth, or the
probability of a proposition); demonstrative syllogism (this part aims at
expounding what Aristotle says in his Posterior Analytics). The treatise is published
in in Venice. The Compendium is rather successful, and goes through many
editions. G. has many teaching positions within the dominican order and, most
probably, he writes his Compendium logicæ for didactic purposes. The tendency
to systematize the new logic of the late medieval authors and to present it as
consistent with Aristotle's logic is even more evident than in SAVONAROLA (si
veda)’s Compendium. G. is also influenced by the humanists, inasmuch as his
treatises draw attention to the linguistic, and historical context in which
ancient logic arose. If VALLA (si veda) criticizes NICOLETTI (si veda) for the
latter's unfamiliarity with the Greek language, G. dwells on the etymology of
many key terms of logic, and shows a certain familiarity with both Greek and
Latin. . Prima di lui c'erano stati NICOLETTI e Thiene, di cui il recanatese
era stato discepolo. Nicoletum, et petere quod diete littere revocentur,
tanquam impetrate et concesse contra formam statutorum dicti collegi, ipso
collegio et iuribus suis inauditis. Et super hoc factis multis sermonibus et
arengationibus, prefatus dominus prior posuit ad partitum, quod quibus placet
quod acceptetur in collegio d. M. Nicolectus iuxta tenorem literarum
Serenissimi domini, ponat suffragia sua in pisside rubea; quibus vero placuerit
quod defensentur iura collegi contra dictum Magistrum Nicoletum per expertos
dicti collegi, ponat balotam suam in pisside viridi. Et facto scrutinio cum
bussolis et balotis, in vente fuerunt balote quinque in pisside rubea, in favorem
dicti M. Nicoleti, et balote xv in pisside viride, quod defensentur iura
collegi contra dictum Magistrum Nicoletum. Cinque contro sedici costituisce un
bello scacco per ser Nicoletto. Tuttavia è notevole che cinque membri del
Collegio si mostrassero disposti, fin dal primo momento, a incassare il colpo,
non ostante l'affronto al corpo. Lo facevano per simpatia verso il filosofo
chietino, o perché eran persuasi anch'essi che durum est contra stimulum
calcitrare? Si trattava ora di eleggere coloro che dovevano assumersi la difesa
dei diritti del collegio al cospetto dei rettori della città e del governo
della Serenissima. Deinde posuit prior ad partitum, de consensu dominorum
consiliariorum, quod quibus placet quod elligantur d. M. Nicolaus de Sancta
Sophia, d. M. Ioannes Michael de Bredepal In Tysberum DE SENSV composito ac
diviso cum eiusdem collectaneis in suppositiones NICOLETTI. Nec non Tractatus
Alexandri Sermonete, Bernardini Petri de Landìtciis, Pauli Pergulensis et
Baptiste da Fabriano in eundeni Tysberum. Item qiiestiones Frachanciani
Vicentini in consecittiones etc. Venetiis, impensa heredum q. Oct. Scoti, e
dedicate a Sermoneta. Esse appartengo Cremona (Vedi Francesco Arisi, Cremona
literata, Parma e Tiraboschi, Storia della Letteratura italiana); fiori verso
la netàdel!V°secolo; ebbe fama grandissima e fu chiamato l'anima di Aristotele.
Risulta dal De Anima del Pomponazzi a Carte che su discepolo di Paolo Veneto «
Paulus Venetus et Apollinaris ejus discipulus ». E difensore della filosofia cristiana
contro l'Averroismo; insegna a Piacenza evi e aggregato al Collegio medico. Il
suo Commento al “De Anima” del LIZIO esiste manoscritto nella Biblioteca
palatina di Firenze. Esso e stampato più volte. La prima edizione è di Milano
(Vedi il Tiraboschi e il Sassi, Storia della Tipografia milanese). In un volume
stampato a Venezia, esistente nella Biblioteca Alessandrina di Roma, da
Locatell, si trovano la Logica di Pietro da Mantova; il trattatello di questo
professore sul primo e l'ultimo istante (“De primo et ultimo instante”) citato
da Pomponazzi nel suo “De Anima”; un trattato responsivo di O. Apollinare da
Cremona al Mantovano in difesa della opinione comune; un commento di Menghi
alla Logica di maestro Paolo Veneto. NICOLETTI. Le due opere del Mantovano
portano questi titoli: Viiri præclarissimi ac subtilissimi logicim a incipit
feliciter. Incipil sublilissimus tractatus ejusdem deinslanli. Il trattato d’O.
ha per titolo “Illustris philosophi et medici O. Cromonensis de primo et ultimo
instanti in defensionem communis opinionis adversus Petrum Mantuanum seliciler
incipil. Ecco il principio di quello del Mantovano che Pompovazzi cita colle
parole Petrus de Mantua o Mantuanus concivis meus: Incip il sublilissimus
Tractatus ejusdem (Magistri Petri Mantuani) de instanti. Dicemus primo
naturaliter loquentes, quod sola forma secundum se el quam libel sui
proprietatem potest incipere el desinere esse. Materia enim prima est ingenita
el incorrutlibilis: el non plus esl, -sul “De Anima” un corso che non puo finire.
Forse ad esso si riferiva il Nicoletti. Keywords. Refs.: H. P. Grice, “Paolo da
Harborne, and Paolo da Venezia,” lecture for the Club Griceiano Anglo-Italiano,
Bordighera. Luigi Speranza, “Grice e Nicoletti: quadratura ed implicatura” –
The Swimming-Pool Library. Nicoletti. Keywords. Refs.: H. P. Grice, “Paolo da
Harborne, and Paolo da Venezia,” lecture for the Club Griceiano Anglo-Italiano,
Bordighera. Luigi Speranza, “Grice e Nicoletti: quadratura ed implicatura” –
The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Nifo:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale ludicra – la scuola
di Sessa -- filosofia campanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Sessa). Filosofo italiano. Sessa, Caserta, Campania. Grice: “I
like Nifo; first, because he wrote a treatise he called ‘ludicrous rhetoric;’
second, because he tried to refute Pomponazzi against the mortality of the soul
– surely the soul is ‘mortal’ is a category mistake --.” Alla corte di Carlo V (L. Toro, Sessa Aurunca).
Studia Padova sotto Vernia. Insegna a Padova, Napoli, Roma e Pisa, guadagnando
una fama tale da essere incaricato e pagato da Leone X di difendere
l’immortalità dell’animo di Leone X contro gl’attacchi di Pomponazzi e degli
alessandristi. Ricompensato con la nomina a conte palatino con il diritto di
assumere il cognome del Papa, Medici. La sua prima filosofia si ispira ad
Averroè, modifica poi la propria visione giungendo a posizioni più vicine al
domma romano. Pubblica un'edizione delle opere di Averroè corredate di un
commento compatibile con la sua nuova posizione. Nella grande controversia con
gli alessandristi si oppose alla tesi di Pomponazzi per il quale l'animo
razionale non e separabile dal corpo materiale e, dunque, la morte di questo
porta con sé anche la scomparsa dell'anima. Sostenne, invece, che l'animo di
Leone X, quale parte dell'intelletto assoluto, non e distruttibile e alla morte
del corpo di Leone X si fonde in un'unità eterna. Tra i suoi allievi, presso
Salerno, tra gli altri, ricordiamo, Rosselli, filosofo calabrese autore di un
testo molto controverso, Apologeticus adversos cucullatos (Parma), in cui cerca
di affermare le sue dottrine che tendono a discostarsi da quello del suo
maestro. Lo si ritiene protagonista di un curioso episodio. Pubblica il
trattato “De regnandi peritia” (la perizia di regnare), che alcuni ritengono
essere un plagio del più noto “Il Principe” di Machiavelli del cui manoscritto
e venuto in possesso. Gli e conferita la cittadinanza onoraria di Napoli ed
iessa e estesa ai figli ed agli eredi in perpetuo.A lui è dedicato il Convitto
Nazionale di Sessa Aurunca, della quale e anche sindaco. Saggi:“Liber de
intellectu”; “De immortalitate animi”; “De infinitate primi motoris quaestio”
[cf. Bruno, Galilei, Novaro, infinito]; “Opuscula moralia et politica”;
“Dialectica ludicra,” “De regnandi peritia.” Furono poi più volte ripubblicati,
in quanto ampiamente diffusi, i suoi numerosi commentari su Aristotele, di cui
i più importanti sono “Aristotelis de generatione et corruptione liber N.
philosopho Suessano interprete et expositore”; “Expositiones in libros de
sophisticos elenchis Aristotelis”; “Expositiones in omnes libros de Historia
animalim, de partibus animalium et earum causis ac de Generatione animalium, In
libris Aristotelis meteorologicis commentaria” (Venezia, Ottaviano Scoto);
Physicorum auscultationum Aristotelis libri octo”; “Super Libros Priorum
Aristotelis”; “Commentarium in III libros Aristotelis De anima”; “Dilucidarium
metaphysicarum disputationum in Aristotelis Deum et quatuor libros
metaphysicarum”. “Dialectica ludicra”. Biblioteca del Convitto, Dialectica;
“Dialectica ludicra”; “In libris Aristotelis meteorologicis commentaria”; “In
libros Aristotelis De generatione et corruptione interpretationes et
commentaria, Biblioteca del Convitto Nifo di Sessa Aurunca; “In libros
Aristotelis de generatione et corruptione interpretationes et commentaria. G.
Gabrieli, "Raccolta Storica dei Comuni", Istituto di Studi Atellani,
Sant'Arpino, C. De Lellis, Discorsi delle Famiglie Nobili del Regno di Napoli,
Napoli, G. Paci, G. Marco, I sindaci della città di Sessa, Sessa Aurunca, Zano.
La filosofia nella corte (Milano, Bompiani). Dizionario di filosofia, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, G. Marco, G. Parolino, Incunaboli e
cinquecentine nelle biblioteche di Sessa, Minturno, Caramanica, Dizionario
Biografico degli Italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, E. De
Bellis, Il pensiero logico, Galatina, Congedo, Ennio De Bellis, Aspetti
storiografici e metodologici, Galatina, Congedo, E. ellis, Collana Quaderni di
“Rinascimento”. Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento (Firenze,
Olschki); A. Poppi, I liceii di Padova, Dizionario biografico degli italiani,
Ratisbona. Grice: “I enjoyed
Nifo’s rambling on dreaming – quite an complement for Descartes on clear and
distinct perception!” Grice: “Part of my cooperative principle is based on Nifo
– echoing Aristotle rather than Kant. Or rather echoing Kantotle. In this case,
it’s Aristotle’s key concept of a ‘virtue’ – a collective virtue, like
solidarity, lies at the bottom of my conversational principle of cooperation.
The virtue is ONE of course, which is good. Each maxim then attends to some
virtue. Nifo is better than Castiglione in that his Italian is better. He
relies on Cicero, rather than on this or that court poet! So there’s VERITAS,
HONESTAS, CARITAS, and the rest. Each is seen as a virtue, and the point is to
find the ‘middle point’ or mesotes. A bore is a bore but if you include this or
that ‘implicatura ludicra’, two gentlemen can enjoy a nice conversation. Nifo
is having the Northern Italian courts in mind, away from that nefarious
influence of the Pope, who had paid him to demonstrate the immortality of his soul!
The virtue model of conversation is an interestin gone – “De re aulica” is the
way Nifo considers this, and he makes interesting observations on how to attain
a middle way, i.e .how to win frineds and lose enemies!” –Of course there are
overlaps. My model is Kantian, but what is a counsel of prudence if not a nod
to Aristotle’s virtue of prudentia – the principle is thus a principle of
conversationl conviviality, urbanity --. There are conceptual problems with a
purely Aristotelian model, rather than Ariskantian one. One is not after
VIRTUE, but the MESOTES – So the ideal is not to be searched for. It’s not pure
HONESTAS, but that which fits civil conversation. Oddly, Italians were more
concerned with ‘vitii’, which due to their Roman dogmatic assumptions, they
correlate with ‘vice’. For each vice, we should not look for the VIRTUE, but to
the MESOTES --. Kant could not make head or tail of this! PORTET primum
colituere quid Abri materia: nomen Co quid verbum: deinde quid eji negatio,
quidue effirmatio: atque enuntiatio or oratio. MISSIS ventofis exor- dijs:
breuibus LIZIO quid pertractare vult proponit. Nam rei intentio: et subiectum
apud graecos ide funt: differunta; ratione. Vt enim fubiectum habet rationem
finis, intentio nuncupatur, ve vero habet rationem materia: in qua propria
infunt accidentia, subiectum, fue materia à noftris appellatur. Eft autem
intentio libri prefentis, fubictum, fiue materia enun-tiatio ipla: cuius partes
constitutiva, que integrales dicuntur, fünt nomen et verbum. Prima vero et prima-riz pecies
sunt affirmatio de negation. Genus autem enuntiationis est oratio. Hanc igitur
intentionem proponit, et inquit{ Primum oportet conflituere}hoc eft
definire{quid nome et quid verbum,ve integrales par tes enuntiationis, verbum
illudf oportet} non dicit necessitatem simpliciter, sed conditione. nam fi de
enuntiatione per tractaturus est, opus est ve primo de nomine, deg; verbo
percurrat. {Deinde} 8e quati fecundo lo coquid eit negatio, quidue affirmatio?
tanquam primaria enuntationis species atque, tertio quid/enuntiatio} quid
{& oratio} enuntiatio quidem ve intentio, subiectum, ac materia: oratio
vero vt genus fubicâi. Multa graci, vt Ammonius, Philoponus: et latini, vt
BOEZIO (si veda) et AQUINO (si veda) contendunt. circa feriem verborom: qua,
quia ventofa sunt, ad commodumé; non multum accepta, hac fufficiant. Boetius
hiclubie- iedle. ctum,materiam ac intentionem libri ait efle interpretationem.
Nam inscriptio libri ab cius intentioneficri obilimer es affolet, vt inquit
Philoponus in primo Priorum. Obij- ire Dertrum. ciunt côtra quidem viri
clarissimi, qui subtiles perhi- bentur. Nam interpretatio vel fumitur pro VOCE
ARTICVLATA CVM INTENTIONE QVICQVAM SIGNIFICANDA PROLATA, vel pro voce
articulata prolata ad signiticandum esse vel non esse, primum quidem non. nam
tunc effet nimis commune, effet enim compositis et simplicibus commune quoddam.
Hoc autem falsum
eft, quia hber hic eit de medijs. Nec secundum, quia liberhic non eit de
Secunda põ. voce, sed de intentione voces. Propter ha enuntia- Confutatie.
tionem in mente fubiectum efle fingunt. Hacpueri.
lia funt, nec digna nostra disputatione. Verum fipfi chuntiationem mentalem
subiectum esse fatentur, ad quem de vocali, vel scripta inquirere attinebit?
Pro- enie quid. pter hac quod graece “ermenia” appellatur, latine sive
“enuntiatio,” sive, “interpretatio” dicatur, ide eft. Et de hac eft liber præsens, de
mentali quidem ve quod, de vocali vel scripta, vt SIGNVM, de re vero vt caula. Nam veritas in voce est ve SIGNVM, in mente vt
subiectum, in re vt in caufi, vt dicit Ammonius, necaliter Boctius (entit.Multa
alia dici folêt, qua quia facilia, pretermittimus. Excufaio nottri enim
frequenter circa facilia fimbrias dilatant, circa vero ardua et occulta voces
fummittunt. Tu vero a nobis contrarium expeêtabis, quantum videlicet a nobis
fieri poteft. Sunt quidomigitur ea que in uoce, carum, que IN ANIMA PASSIONVM
NOTE. iEt que feribuntur, corum que in noce. Et рета луна quemadmodum nec littere omnibus cadem, fie nee noces
cedem. diete scriptura med nico De nomine, de di verbo, chuntiatione, ac
oratione. pertractare propofuit, ante tamen quam de his prole- Cản de veche
quatur, quadam communia de vocibus, scripturis, ac TI ferime ANIMA PASSIONIBVS
intercipit, fed de caufa intercepti babetsr. ambigunt expofitores. Herminius
necesitatem illus ny- Canfa Hervnd modi intercepti fuifleautumat, vt propofita
rei com- modum infinuaret. Sed hoc ftare non poteft. na vtilitatis commodiue
narratio prohemij pais est, vt LIZIO. in Rhetoricis tradit. fumus autem
nuncipfo in tractatu, quod verbú igitur innuit. Porphyrius interpofitz rei
Confa Perply caulam propter veterum difienfus circa vocum figni- ry•
ficationes, inquit. nam veterum quida voces, formas, fue IDEAS SIGNIFICARE
credidere, alij CONCEPTIONES, alij SENSVS fenfation esúcipfas, alij res
exiftentes. quia igitur Ariftoteles de nomine deá, verbo pertractaturus erat,
contrarias di politiones, ac aduerfa impedimenta eli-dendo, veteri quaftioni
generatim curfimé; fatisfecit. Sed nec hoc itare potett. Primo quod quafio hac
Cofitaio. partem ad quamlibet definita, que difturus eft de no mine et verbo,
non impedit. Secundo hac res eit gravis, eltés altioris negocij, tranfcenditg;
limina præsentis voluminis, quum de ideis, deá; formis contendat. Melius igitur
cum Alexandro, Ammoniog; fontien dum, quod Ariftoteles hac praaccipit. Tum ve
genus Expofitie cane definiendarum rerum colligat. Tum differentiam có-, Fa)
Secunda ve fitutivam, videlicet, g› nomen verbum quaque ad placitum ignificent.
Tum differentiam difcretiuam, vidclicet, vt nomen fine vero et falso,
enuntiatio, et ora tio cum vero vel falso. Hac enim Arift. animaduertens
quedam communia de vocibus, scripturis, ac PASSIONIBVS preaccipit.
Affumitigitur quatuor ad pralentem Que LIZIO pertractationem conferentia, res
videlicet, conceptiones, voces, atque litteras. Oportet autem primo petere hac quatuor
non fruftra ele, fed aliquem propterfi-nem.fiquidem neg; natura, negars aliquid
fruftra fa ciant. Secundo petimus horum quatuor, duo effena- tura lefe
habentia, vt res conceptionesá; duo vero po- Prima Petitio. fitione, vt voces
et littera. Veigitur fcias qua horum Secunde. natura fe habeant, quaue
politione, ponit praceptum Preceptum, ciusinodi, e qua aque omnes cadem funt,
hac natura se habent, qua vero non apud omnes eadem, hec pa-fitionefe habent.
Huius precepti prima pars co patet, a natura in cunétis niformis est et
fimilis. Pofitio vero cuariat. Qua ere quum res 8e conceptiones apud omnes
erdem fist, natura fe habent, voces vero &e lit-tera, quum cuarient,
pofitione habentur. Arguitigi- Syllogi frang lit tur, quecung; funtalorum SIGNA
VEL NOTE, positionefe habent. VOCES et scripta SVNT NOTA VEL SIGNA ALIORVM. nam
VOCES SVNT NOTÆ CONCEPTIONVM, cum. Igitur, voces et scripta sunt positione.
praponit mi norem.d.{Sunt quide igif ea, qua in voce cuiufmodi funt nomina et
verba-fearum quin anima palsionum notz, et que feribuntur] Svnt NOTÆ SIVE
SIGNA: {corú que in voce} Hec vt minor quali concludit, et inquit. (Er} hoc
verbum in greca coltructione, quicquid graci fen tiất, vim habet lape illativam
apud LIZIO. quafi dicat. {Igitur quemadmodum nec littera omnibus ex dem, fic
nec voces eedem}verbum, {ic} in verbis gracis non est, sed ex vi constructionis
sub audiendum. Secunda igitur pracepti pars perficua, videlicet, ep ea que in
voce, et que icribuntur, politione fe habent. Aliter intelligi poteft, vt dicemus.
Queritur verbum illud, Dulintio:2• figitur} quo modo tenct. Expolitor latinus
ait dixiffe igur, quali ex premifsis concludens hune. videlicet. in modum de
nomine deé; verbo per tractandum, nomina et verba voces funt. igitur de vocibus
per traêtandum. Graeci omnes verbum illud efle notim executionis, de non
illationis, affirmant, quod mihi conuenien- Secanda dula tius eft. Quarit secundo Ammonius cur primo è vocibus, quamè
rebus sermocinari capit. Dicendum de eis primo, tanquamà magis huic libro
conueniétibus, Tertia dubs quicquid Ammonius dicat. Querit terto Porphynius cur
dixit {Sunt quidem igitur ca que in voce}& non, {funt quide igitur voces;
Itéd cur no dixit litter vti, REsPanpb fea que feribuntur, dicit. Porphyrius
vuleg nomen et verbum funt partes orationis. prolatz eft enim oratio prolata
totum quoddam integrale ex nomine &verbo conftitutum.nomen vero et verbum
fcripta partes ora tionis fcripta, et qí partes funt in toto magis quam contra,
totum in partibus, nam continet totum partes, et no econtra. Idcircoinquitffunt
quide igitur ea, qua funt in voce} hoc eft nomé et verbum, que funt in yo ce,
hoc elt oratione prolata vt partes fearum que funt IN ANIMA PASSIONVM NOTÆ,
&e ea que feribuntur f videli... cet nomen et verbum in scripta oratione
{corum quie Confitatio. funtin voce.} Sed hac expolitio ridenda eft. Tum pri
mo, quia cum ditficultate intelligitur partes eile in toto, elle in enim non
competit partibus nill improprie quarto Phylica auscultationis, clt autem
loquendum veplures. secundo Topicorum. Tum quia in tam exiguo sermone
æquivocaret de eflein. Nam dum dicit ¿corú qua funti n anima} fumit effein. vna
ratione, dã dicet fea que in voce} alia ratione. Similiratione errant qui
volunt esse in capi vt inferius continetur in quo fuo fuperiori. Nam primo in
verbo effe in, acciperetur proprie lecundo vero improprie. Quare melius effe
in, in vtrog; codem modo accipiendum est. Nam nomen et verbum funtin voce vt in
subiecto, vt i res artificialis in re naturali. erit igitur lenfus {funt quidem
igitur ea qua in vocef vt nomen et verbum, qua in vo cebarent, vt in materia et
fubiecto, NOTE carú PASSIONVM QVÆ IN ANIMA SVNT, etiam ve in materia 8e
fubie-Eto. Nam conftat tune Ariftotelem non aquiuocaffe verboillo effe in.
Quarit quarto Ammonius cur Arift. Querte dubi» ait paísionum, pathema enim
grace palsio eit, palsio aurem affectus. modo affeCtus non eft conceptio, fiue
fimilitudo, quam LIZIO intelligit. Dicendumgtria. videlicet similitudo,
CONCEPTIO et PASSIO idem Salstio funt, alia tamen ratione CONCEPTIO enim et
intelletio vt intelligédi principium, est ratio: ve veroà reipla de-rivatur,
similitudo sive species, vt intellectum ipsum perficit, PASSIO vnde et
intelligere et sentire in quodam pati faltem perfective confiftit, ve dicit in
his qua de anima. vnde qui verbum graecum naBorar in latinum conüertunt
“AFFECTVVM,” nee grieciliant, nec graecam constructionem (entiunt. Quinto quarunt, mul 2uinte duMk
taefiein voce, qua non sunt PASSIONVM NOTE, v gravitas, acuitas, et ACCENTVS
[H. P. Grice on STRESS as non-propositional], et id genus. Dicendum propositionem LIZIO indefinite effe
legendam, non autem vniversaliter. Sexto petijt. vtrum yt ea, quein vo Sexta
duba. ce note funt eorum que in anima, ita ca que feribuntur, corum qua in
voce. Respondet Alexander go lic, wleeRGie et tunclittera est legenda fie{ funt
quidem igitur ca qua in vece, earum que in ánima PASSIONVM note, quem- admodum
qua icibuntur, corum qua in voce. Nam verbum illud sa graecum, quod latine
frequentilsi-mein et convertitur. Interdum Alexander vult apud graecos accipi pro nota
similitudinis, ve proficut, vel quemadmodum, &id genus. Hec Alexan.
diceret. Huic obijcit Porphyrius. Primo, quia ad simplicem obiedia Pore fenfum
nihil addi oportet. Secundo, quia in
tam breui flore. ordine, tamque brevi oratione non est partitio intercidenda.
Tertio, fita lehabent que scribuntur ad voces, ve voces ad ea, que in anima,
tune ve voces varijs litteris permutantur, fie PASSIONES VARIIS vocibus
cua-riabuntur. Mibi videtur cum Alexandro et Alpaxio, Lupi proprie &ita
secundo modo exponi potelt, vt LIZIO pro-lequendo de nomine verbog; primo
colligat inter voces et scripta convenientias. Secundo INTER RES ET PASSIONES.
Voces igitur et scripta conveniunt primo guam-bo sunt ve SIGNA, voces quidem
conceptionum, scripta vero vocum. Secundo o vt voces non sunt omnibus ezdem,
ita scripta. Inquit, {fint quidé igitur qua in vo cetearum qua in anima,
PASSIONVM NOTE et qua feri-bütur, corum qua in voce. jQuare voces et scripta
conveniunt in hoc q ambo funt vt NOTE SIVE SIGNA. Ethec ell prima convenientia.
Deinde subfcribit secundam. d.{8 quemadmodum qua feribuntur non cadem om nibus,
fieneg; voces exdem. fHac eit secunda convenientia. Dixit autem fin ANIMA} quod
graece elt psyche, et non in intellectu, quoniam intellectus etiam ad diuinum
refertur, aut pincellectus novas PASSIONES non fufcipit, sed de his in libro
nostro de intellectu, et de anima. Ea
ergo, qua sunt in voce et ca qua funt in feriptis conteniunt primo e AMBO NOTA
AC SIGNA SVNT. Secundo omnibus cadem non sunt. Tune ad obiedta con- Defryle
fle. tra Alexandrum. Ad primum dicendum illum simplicem sensum esse potentia et
virtute amplum et composituim. Similiter si oratio est brevis, compendio efe
oblonga. Ad hectèrtium argumentum probat ibi no esse in toto similitudinem, sed
in parte efe potelt, vt Alexander fentit. Quorum tamen be note primo, cedem
omnibus pafrio=- Serptere nes anime funtiet quoram bac similitudines, res iam
ecdem. Debis quidem igiur: dietum ef in his que de Anima, altes vius enim bec
sunt negocif. Capit LIZIO, vt Alexander dicebat, ponere Cim.j. differentiam
inter ca que positione talia sunt, et ca que natura talia. Ea qua in voce et ca
qua scribuntur, positione talia funt. Nune vero qu ANIMA PASSIONES et resfint natura tales,
declarat. Potest autem textus esse pra-milla, et por esse simplex narratio.
Siquidem pramif- f, syllogifnus erit, que eadem apud oes: sunt per naturam
talia-natura.n. vt Ammonius inquit, est vniformis semper. PASSIONES ET RES
EADEM APVD OMNES. Igitur, natura tales crunt De syllogilmo accepit minorem est
in textu. Si vero est narratio tín, elt tune secunda pars differentia, et
inquit. {Quorum ti he nota primo:fune PASSIONES ANIMA oibus eadem: et quorum ha
similitudinestres iam eadem } funt. Igitur, PASSIONES ET RES OMNIBVS EADEM. 8e
ita tales per naturam. Hac fortaf-fe expositione LIZIO, verba examinádo :
argumentum Herminij contra Alexandrum imbecille est. Noenim Alexã. vult o apud
omnes fint paísiones eademi apud quos voces, ed vt dixi, g› vel tangat minorem,
vel par- 2iPeply. tem differentiz secundam perficiat. Animadversione dignum
Porphyrium in defendendo Alexandrum: affirmare guca quorum voces apud omnes
cadem: 8e ipsa sunt eadem et hoc generatim tam vniuucis ipsis, quamaque vocis.
Devaio vcis quidem cxipsorum no minum ratione conflat. De a quiuocis vero,
QVONIAM ANIMVS AVDENTIS SEMPER fibi nomen ad significationem debitam, adquamúe
A PROFERENTE EMITTITVR [H. P. Grice, UTTERER and REPICPIENT or ADDRESSEE], ac-
Confutatis cipit. Sed hoc ftare non poteit. nunquam enim æquivoca propositio
esset distinguenda, nam ANIMVS AVSCVLTANTIS SEMPER cam conformiter animo
proferentis Вкуб Нас. acciperet. Hermenius aliter sermones LIZIO, intelli Nam
VOCES SIGNIFICANT PASSIONES PRIMO ET SECVNDO RES, PASSIONES autem, tantum
Crufidatio. res decernunt. Sed hoc ftare non potest, primo quod Arittote.
dixithac, non igitur lapide efiet hic repetendum. Secundo verbum illud eadem ad
quid adderetur? Ellet enim inutile, nifi LIZIO com munepafsioni- Dubitais: bus
et rebus fumat, vt dicit Alexan. Sed tune dices ad quid verbum illud {primo
jadditurAlexander vuleno mina SIGNIFICARE PASSIONES AC RES, vt nomen iftud homo
8e naturam ipsam hominis existentem, et eius CONCEPTIONEM SIGNIFICET. verum
quia nomen num aque primo duo fignificare non poteft, idcirco LIZIO adijcit
¿primo., Nã ea nomina, qua in voce sunt, PRIMO PASSIONES Cantre Alex. fones
SIGNIFICANT, SECVNDO vero RES. Recentiores obii ciunt nam ordo significationum
est iuxta ordinem conceptionum. Sed RES PRIVS INTELLIGITVR, quam cius PASSIO.
Igitur, PRIVS voce significatur. Ad hac nomen semper predicatur de sua SIGNIFICATIONE.
Nomen illud “homo” non prædicatur DE HOMINIS CONCEPTIONE. Igitur, [cf. Grice,
‘shaggy’ does not mean, ‘what the utterer thinks is shaggy] il- Difesie Ale lam
non significat. Dici potell pro Alexandro ep nomen in
voce primo primitate, vrita dicam, subordinationis PASSIONES PRIMO
SIGNIFICABIT. Primitate auré ap- Tradraiale prebélions, res primo, Quaretextus
debet stare. Quo rum tamen ha primo} non autem {primorum.} Nam graecus codex
habet protos et non proton. Vbi enim proton legerctur, vt fortalle BOEZIO (si
veda) noster habebat in latinum primorum eifet convertendum. Collige igitur
inter hzequatuor ordinem: quz leri- buntur SIGNIFICANT ea que in voce, qua in
voce, eas PASSIONES QVA IN ANIMA qua in anima, ea que in re con- A.D,Th.
fiftunt. Licet non fit ordo effentialis, nam qua feribun tur, et in voce funt,
poflunt eque primo PASSIONES SIGNIFICARE, quum cripture pro supplemento vocum
sint adinuente. Verum quia res hac ad modum est laboriosa, ac difficilis,
tranimittit nos ad librum de anima. Est autem quemadmodum in anima aliquotiens
quidem intellectus fine vero falsoque, aliquotiens autem iam cuire. celfe est
horum alteran incife fie c in noce. Cirea compositionem enim er dinifionem e/t
neritas atque falsitas. Haltenus hac communiter de ijs quatuor accepit, vt
nomina et verba efle in voce et ad placitum fignif-cativa colligat: Tum vt
genus primum: Tum vt communem habeat differentiam illorum, cú quibus et ora-
tio et enuntiatio ipfa conueniunt. Est enini oratio et enuntiatio in voce et EX
IMPOSITIONE AVT PLACITO SIGNIFICANTES et per eiufmodi genus communemé;
différentiam differt à rebus ipfis conceptionibusé; Nuncau-tem ipfa lignificare
fine vero et falfo declarat, vt vide- licet secundam colligat illorum
differentiam, aut, Alexandro placet, ostendit enuntiationem significare cum
vero falsoque -- vt per hoc etiam et enuntiationis differen tiam colligat,
notin nominis. Et licet littera pofsit multipliciter ad formam fyllogifmi reduci,
ve facilius res in telligatur littere syllogilmus non eft aliter formandus,
nifi veiacet.Ideo inquit. Est autem quemadmodumin Sylingl/was. th anima
aliquotiens quidem intellectus fine vero et fat- fo, aliquotiens autem cui
neceffe eft horum altcrum in- effe, hoc elt aut verum aut falfum, fic et in
voce:hac eft maior. Addit et ipfam minorem dicens, circa compofi tionem enim et divisioné
intellectuales est veritas atque falfitas. Sed circa simplicium intelligentiam,
neg; veritas neg; falsitas. Igitur in voce etiam circa compofitionem vel
diuifionem crit veritas aut falfitas circa simplicitatem neg; fic neg; fic. Et
fic habetur totus syllogismus, per quem habebitur, vt dicemus in textu proximo,
gy nomina ipfa et verba ab enútiatione differút.na nomina 8e verba fimplicia
funt, et fic crunt fine vero et fallo, enútiatio compo aut diuifio: igitur cú
vero aut fallo. Et ita habentur genus et differentiz nominum et verborum.
Quantú vero ad verba graca attinet noc-ma graece, latine est, tum intellectus,
cum conceptus, et gativa. Simplex vt hominis autequi. Et discursivus -- vt syllogilmus.
Modo patet verum vel falsum esse in compositione. Simplicia vero effe abfq;
vero et falso. Hac quo ad verba. cus fità fimili tín,
velà fimili et caufa. Refondet expo fitor ab Ammonio accipiens hanc
manifeftationem ef Le non tín à fimili, fed etiam à caulà, quam effetusipfe
imitatur. Eft enim intellectus caufs, qua vero in voce effectus. Sed hoc
farenon poteft. quia non videtur cofatio non enim vt materia, autforma: quia
conceptus nulla- tenus funt aliquid vocum,nec corum que in vocenec vt fnis,nam
finis vult esse vitimum, vt fecundo aufcul. shafin tationis phyfica dicitur.
Modo conceptus eft prior et voce et vocum veritate. Nec vtagens, nam ab co
gires eft veinon eft oratio dicitur vera aut falla, vtab agen-te,vt dicitur in
predicamentis. Ideo vt frequenter di- Selotie proprie ximus verü et falfum funt
in intellectu vt in fubiedo, in voce aut fcriptis, vt in figno, in rebus vt in
caula. Vis igitur arguendi non eit demontratiua, fed dialectica à fimili
tantum. Multa adijci pollunt, que ab expositoribus tum graecis, tum latinis
perquire. Hac enim ra- ptim scribimus. Nomina quidem igitur ipsa aut verba
consimilia furt fi-ne compositione co divisione intellectui – ut: “homo” vel
“album” wwFajd quando non additur aliquid; nam nondum falum aut стт eff. Huius autem fignum hoc eft. hircoceruus er enim
significat aliquid quidem sed nondum verum aliquid ant falsum, mifi esse aut
non esse addatur aut simpliciter, vel secundum tempus, Hac litera poteft
introduci vno modo vt fit conclu fio, quomodo expofitor induxit, innilus
forfitan verbo illatiuo igitur, Alio modo poteit inducis vt fit minor
syllogifmi, fub accepti sub syllogifmo princi-pali: qui fic erat. compofitio
vel diuifio in intellectu funt cum vero et falso, intellectus line compofitione
et diuilione nec font cum vero nec cum fallo, ex quo voluit habere hanc
conclufionem, in vocefunt quedam cum vero vel falso, quadam non cum ve.. ro aut
falso. modo addit minorem dicens, nomina ipsa verba similia funt intellectui,
qui elt line compositione et divisione. hoc eft nomina et verba sunt voces
fimplices: fubaudi conclusionem. igitur fignificantabiq vero de falso. Illa
itaque particula illativa igitur, addita elt vt notaretur conclulionem contine-
ninhac minori, propterea fupplet exemplum dicens: vthoc nomenhomo aut album
quando non additur aliquid, nam nullo illis addito, nondum corum, ali- Sigum,
qued falfum, aut verum eft. Rem hane Ariltoteles confirmare videtur figno, quod
poteft loco à maiori fic formari. fi aliquod no-men fé folo fignificat cum vero
aut falfo maxime effet hircoceruus. Tunc dat oppofitum confequentis di. cens: fed nondum
verum aliquid aut falfum: nifi elle aut non efle addatur. et hocaut
fimpliciter, aut fecundum tempus. Sicigitur
patet nomina et verba feor-fum accepta fignificare, &e non cum vero aut
fallo. Dubitationer. Sed circa verba textus quarunt primo cur vius eft nomine
compofito, et non entis, Huius caufe poflunt ef- Prima confa feplures: vt è
verbis Ammonij excipi poteft. Primo. quia nomina ciulmodi videntur potifsimum
falfitaté significare: propter partium incompofsibilitatem. Secundo vt innucret
nonfolum nomina fimplicia ad veritatem fignificandam egere verbo, fed etiam
noni Tatia naipfa compofita. Tertio vutur exemplo in filtis, vt innueret
veritarem non folum reperiri in rebus, fed in Secida duba, his qua funt ab
intellectu folo. Secundo quarunt cur ait compolitionem fignificare cum vero vel
falso: et non significare verum vel falsum . Similiter et nomi-na lignificare
fine vero et fallo, et non ait nomina non Significate ch fignincare verum aut
fallum. Dici potelt e difterunt di fignificare verum, et fignificare cum vero.
Nam hoc nomen verum fignificat verum, vt hoc nomen falfum significat falsum.
quia significant fe: non tamen cum vero: quia fuum significatum non significant
cum ve- Tertiedubi, ro, aut fallo : nili addatur verbum. Tertio quarunt quid
LIZIO vult per limpliciter, aut iccudum tem Primarifie pus? Reipondent guidam
primo o verbum prafens interdum dicit efle simpliciter vt fubitantiam, ut cum
dicitur deus elt.Quandog; tempus tantum, ur dics elt. Dixit igitur aut fimpliciter,
aut fecundum tempus propter hac. Sed hac expolitio non placet. Nam LIZIO
loquitur de esse et non effe generatim vt funt note extremorum: que abftrahunt
ab his. Expofitor aliterait tempus præsens elie simpliciter. Catera ut prateritum
ac futurum elle fecundum quid:hoc cit fecun-dum tempus. Sed hac expofitio forte
non valeto quia Confutaie quelibet differêtia temporis eft tempus fecundü quid.
Quoniam per aliquid differt ab alijs differentijs. Aliter Ammonius, quod verbum
porcitaccipidu- pliciter. vno modo abfolute, ve eft, fuit, vel erit,alio
Prepria falatie modo cum aduerbijs temporis: eft nunc, fuit heri, erit cras.
Primo modo dicitur simpliciter. Secundo modo dicitur lecundú tempus,fed vtcung;
fit. Textus pater. Sed contra hac dubitant nonnulli recentiores. vi- 2wste
detur enim nomen vel verbum fignificare cum vero aut falfo. Primo, quia AD PLACITVM SIGNIFICANT. Igitur posibile
eft vnum nomen imponi ad significandum idem q deus elt. Sed casu posito illa
significat cum ve ro vel falso igitur nomen vipote A.aut a. Secundo hac eft vna
copulativa vera, “Omnis homo est risibilis” 8e econtra. Modo hoc elle non
potelt nili verbum ccon-tra significet cú vero vel falso. Sorticole in rehac di
Prime palitio. feordant. Nam quidam corum voluerunt ciulmodi no mina,
vt.a.vel.a. lignificare polle cum vero aut falfo, et confequenter concedunt elle
enuntiationes aut pro politiones.Hoc probant. quia concedenda aut negan-da funt
enuntiationes vel propofitiones: fed hac funt concedenda vel neganda, aut
dubitanda. Igitur funt Secunda pifio enuntiationes. Alij timpliciter calus
hofce nullatenus amitunt, et ita negant a. efle propolitionem. vel verum, aut
falfum fignificare vt per verba LIZIO vi-detur, et per rationem:quia funt
implicia: qua nunquam cum vero,aut fallo fignificant, nili addatur effe vel son
efle. Sed hac folutio ftare non potelt: quia vbig; LIZIO accepit litteras pro
enuntiationibus: vt in do priorum frequenter. Alij concedunt hos cafus, quod
videlicet. s. vel.a, possunt, fignificare cum vero vel falso: fed dicunt
ciulmodi non effe enuntiationes, aut propolitiones, quia non fignificant cum
vero vel falfo per modum complexi. Sed hoc videtur dificile. nam cuicung;
competit ratio fignificandi ci debetur modus. Quare fi his competit ratio
significandi complexa, criam et modus debebitur. Propter hec videtur
Refepreprie. mihi elle dicendum nomina et verba quo ad primam corum
impositionem non fignificare nifi incomple-xum,neque cum vero, neque cum falso.
Quo vero ad novam impositionem, cum fint AD PLACITVM possunt fignificare cum
vero vel falfo, nunguam tamen erunt propolitiones, aut enuntiationes. Propterea
non valet. A significat cum verovel fasfo, igitur est propofitio aut
enuntiatio. Oportet enim addere in antecedente g significet ex prima
impositione, et non ex nova institutione. Etper hac verba LIZIO et Alexandri
rationes poflunt moderari. DE NOMINE: Quad fit npe usJrparata Cum interpoluit
communia quedam, e quibus de genus et differétias nominis nancifci pollet, núc
de no mineipfo aggreditur. Sed videtur ordinem cuertif- se, nam in lbro priorum
egit de propofitione antequá deter-determino, modo ita fe habet nomen ad
enuntiatio nem, vt terminus ad propofitionem. Secuido, do- Etrina debet
ènotiori incipere. Sed nobis funt prius notatota, vt in physica traditur
auscultatione, igitur prius ab enuntiatione, que est totum, quam è nomine
&e verbo: que funt illius partes. Et fi de nomine 8 verbo prius quam de
enuntiatione ipla, cur prius è no-mine? Ad primum quicquid, velint veteres
graeci, LIZIO in prioribus refolutorie procelsiffe,ideo è compolitis procesit.
Nune vero compofitorie, ideo è partibus. Ad fecundum Esculanus fingit nomen
elleve materiam, verbum verovt formam. fed quia materia precedit formam, ideo è
nomine. Sed hoeftare non potest: quoniam materia non eft fcibilis, nifi per
analogiam ad formam, vt in auscultatione physica di tum eft. Igitur èforma
ipsa, et con- Saunde An sequenter è verbo procedendum esset. Ammonius ait nomen
ipfum fubftantiz modum detinere, verbum Confilatio. vero accidentis. Modo
substantia efo prior accidente. Necimihi placet hoci quia lubitantia non
nifiper cognitionem accidentium cognofcitur. Ideo dicen-dum nomen ideo
effeprius tradandum, quia facilius cognolatur. nam verbum abique ipfo nomine
co-gnolci non poteft. Significat enim esse: quod fine extremis non eft
intelligere. At nomen iptüm cum fit absolutum quoddam: intelligi potelt abíque
verbo. Quantum autem ad verba dicibus inventur ounquodlatine el, tum grur, sco
ergo et rationabiliter profecto, ve videlicetannotaret definitionem ciulmod ex
diuifione proxime factacol lectam effe. Hac enim est regula definitionum inue-niendarü,
vt Sexto Topicorum traditur. et fecundo po Iteriorum, vt poft dinifionem fiat
partium compofitio. vti conclusio. Qua ratione procefsit hic. Diximus enim
voces anima pafsiones lignificare: 8c cum nomina pal fonesilliumodi delignent:
voces crunt fignificatiur. Vode genus ipfüm Ariftoteles naCtus eft. Dechiratum
eft etiam omne SIGNIFICANS EX POSITIONE ET NON NATVRA SIGNIFICARE AD PLACITVM.
Quod graece est fythece latina FEDVS, PACTVM [– cf. Grice’s High-Way Code,
Deutero-Esperanto], INSTITVTIO, AVT PLACITVM. Sed cum constet nomina
significare EX POSITIONE, iu re AD PLACITVM SIGNIFICANT. Rurfum declaratum est
nomen significare fine vero et falso: omne autem sic significans est sine
tempore significativvm: 8e quius nulla pars se or- ipum significat. LIZIO
itaque hac omnia considerant, per modum consequentis definitionem nominis
deduxit. Multa alia hic recentiores addunt, que, quia patent omittimus. Pater
In nomine nim, quod et equiferus: equas ipse nühil mis se refien ac erple mibel
fio per se significat, quemadmodum in hac oratione, equus Eficant. e Jerus.
Erat vitima definitionis pars, e nulla nominis particula seorfum separata
aliquid significet nunc illam exponit. Et maniseltat hanc vitimam definitionis
particulam in nominibus compositis. in quibus, vt inquit Ammonius, minus
videtur, vt quasi syllogizet è maiori ad minus. Nam in hoc nomine, quod est
equiferus, pars hac “ferus”, aut equus feorfum nihil fignificat: quemadmodum in
hac oratione: “Eqvvs sft ferus”, aut eqvvs ferus. Quantum ad graeca verba
attinet, verbum equiferus graece elt “calippus”, à “calos”, quod latina est
“bonus,” et “hippus”, ‘equus’, sed quia minus sonat “equibonus”, ve-equiferus,
BOEZIO et alii tranftulerunt “equiferus”, Et vbi BOEZIO (si veda) transulit
“ferus” ipsüm nihil per se significat. Graece legitur “equus”, sed non refert.
Amplius verbum illud quemadmodum in hac oratione “equus ferus”: potest legi cum
verbo, sic: “Eqvvs eft ferus” et abíq; verbo: “Eqvvs ferus.” Solum enim vült habere quod pars
nominis et si significet feorfuminon ita significat, sicut quan do crat in
oratione. In capit autem particulam definitionis vitimam exponere: quia, vt ex
Ammonio colligitur, hac particula eft vt caterarum finis, e omnibus
principalior. Modo finis est intentione primus, de ctiam cognitione. Verum non
quemadmodum in simplicibus nominibus, fie fe habet etiam incompositis. In illis
enim millo modo Neminir coi + liet part frar pars est significativa, in bis
nero unt quidem, sed mullius separata sut in eo nomine, quod est “eqviferus”,
particula “fervs.” Sed dices igirur nomina simplicia et nomina com- Cảm. 8.
posita non differunt. Ideo respondet, quod differunt. Quia in simplicibus
nominibus pars nullo modocit significativa neque secundum veritatem, neque
secundum apparentiam: at in compositis videtur quidem ali hil feorfum
significat. Quantum ad graecam litteram attinet verbum illud vuir, graece est
vouleta. Melius tamen, vt mihi videtur, sonat apparet, aut videtur. nam nomina
composita, ex quo imposita sunt a conceptione composita, videtur quod illorum
partes seorfum aliquid significent. Nomina vero implicia, cum instituta sint à
conceptione simplici, partes corum feor-fum nec significant, nec significare
videntur. Ex his poteit syllogilmus fsc componi. nullius nomini simplicis
nulius nominis compositi pars significatie- separata: omne nomen aut simplex,
aut compositum: igitur nullius nominis pars significat separata. Minor
fupponitur. Prima pars maioris et secunda declarate funt in textu. Sed querit
vtrum alicuius nominis pars significet separata? Et videtur quod sic. Quia
cuiuslibet com. nis separata fie pofiti ex pluribus nominibus pars significat
separa- дерест. ta. Sed aliqua nomina
componuntur ex pluribus nominibus vt “eqvifervs,” de id genus. Omnesad quæstionem et graeci et latini conveniunt
partes nominis comparari posse ad totius compositi intellectum, aut in ter fe.
Primo modo nulla significat separata, nif in oratione homo est bonus. Seorfum
enim illud idem partes ha significant, quod in oratione tota significabant. Et
hoc modo intelligit LIZIO. Nam licet “eqvvs” et “ferus” forfum aliquid
significet, no ntamen ad intellecum totius. Propterea inquit Ammonius, nullum
nomen componi pluribus è nominibus, quatenus nomina sunt, sed quatenus tranfeunt
in vim syllabarum. “Eqvvs” enim et “ferus” in hoc nomine “eqvifervs,” syllabarum vices
detinent. Averroes autem in paraphrafehu solsin AuT-jusloci vtitur alijs
verbis, quéd partes nominis nunquam per se significant separata, sed per
accidens: quod est dicere: non quatenus sunt partes nominis, sed quatenus
scorsvm sunt, transeunt in 'vim non num. At in oratione partes feorfum idem
significant, quod in oratione, quia vtrobique quatenus nomina funt. Xamine fint
Ad placition uero: quoniam mullum nomen eft fus natue Pady fo,ud ra ann ed eun
fo significantnang or illieratifoni, ue qui ferarum: quorum tamen nullum eit
nomen. Nune tertiam explanat definitionis partem. Nam primam, quod nomen fit
vox et significativa ex his, que communiteraccepit, vult elle manifeltam. Illam
vero, quod finetempore ex definitione verbideclara- bit. reftat igitur vt
tertiam exponat. Quantum vero ad graeca verba attinct, animaduerte, quod.
verbum verbotransferendo littera LIZIO eft, SECVNDVM PLACITVM vero: quoniam
natura nominum nihil elt, fed cum fit NOTA, nota cnim graece eft SYMBOLVM,
latine etiam SIGNVM. Sed cum hac litera ad verbum translata minimefonet, ideo
tranftuli AD PLACITVM vero: quoniam nullum nomen eit lua A NATVRA SIGNVM, sed
cum sit EX INSTITVTO. Hoc enim differt &à rebus, de AB ANIME PASSIONIBVS,
vt diximus. Et quod natura fignificans non sit nomen exemplo à fonisani-malium
perluadet, de inquit. Significant nanque fua natura et illiterati font, ve qui
FERARVM: quorum ta-men proprer significationem, quam habent naturat lem y
nullum est nomen. Igitur, NOMEN AB INSTITVTO SIGNVM ESSE DEBET: 8 hae ratio
valet, fue fit locus à findliun/ contrario, fiue fit locus è simil, sive
aliter. Animinomme son maduerte quod animalium tom dicuntur “agrammatoi”, hoc
elt “illiterate.” Quoniam scribi non possunt: de A NATVRA SIGNIFICANT. Quia
codem modo est in omnibus animalibus. Habet enim a natura animal ipsum per fuz vocis sonum
SIGNIFICARE AFFECTVM [Cf. Grice on Darwin, The expression of emotion in man and
animals]. Quare propter duo ciufmodifoninomen
eifenon pofiunt. rum quia illiterati, tum quia è natura. Recte igitur diêtum
est ad placitum. Mouent qualtionem ex Alexandro talem. verba sunt voces, voces
sunt nomina; igitur, verba funt nomina, conclufso falsa: et non pro maiori,
igitur pro minori. Respondet Ammonius, quod nomen et verbum sunt voces secundum
materiam, vt archa est lignum fecundum materiam. Materia enim nominis et verbià
natura est, vz VOX. Forma autem nominis ab arte atque institutione, ve archa .
quo quidem ad materiam a natura eit, quo vero ad formam ab inititutione ac
arte. Sic nomen quo ad
materiam est res naturalis, quo ad formam est res ab ar-teevtigitur non valet,
hgnum est à natura, ianua est lignum; igitur, ianua est à natura. Obijcit autem
huie Ammonius: quoniam si nomen est ab insttitutione, de non a natura: tunc SIGNVM
aptius in nominis definitione caderet quam vox. Respondet ipse hoc esse factum: quia in definitione
accidentis in concreto debet poni subicectum loco generis, et accidens pro
differentia. At cum nomen accidens sit voci, ideo di citur nomen est vox Sed
hzc repontio nen mihi placet. Primo, quia li nomen esset forma artificialis,
tunc esset quid additum voci. Hoc autem falsum elt. Nam aut erit substantia,
aut accidens i non substantia vt patet. si accidens: non absolutum, ve patet.
nec relativvm: quia tunc esset relatio realis. nam fundamentum reale est ve vox
‹ terminus realis vt RES SIGNIFICATA. Amplius nomen videtur absttractum. igitur
in definitione debet cadere subiectum in obliquo. Selatio apris, Videtur igitur
mihi nomen ipsum nihil aliud esseni-li VOCEM ARTICVLATAM CVM INTENTIONE
SIGNIFICANDI ALIQVID PROLATA [H. P. Grice: “He uttered x thereby intending to
mean that p”]. Vt enim vrina est SIGNVM SANITATIS nullo addito sibi: sed
quatenus ab intellectu efficitur SIGNVM SANITATIS. Sic vox est nomen nullo
addito. Sed quatenus ab
intellectu instituitur AD SIGNIFICANDVM. Sin-dapfus enim non nomen est. Sed si
AD SIGNIFICANDVM INSTITUITVR: fiet NOTA SIVE SIGNVM: qua ratione nomen fet vt
BOEZIO (si veda) inquit, &e hoc inquit LIZIO cum ait: quoniam naturaliter
nomen mhil est: fedi quando fit NOTA, et ita nomen est vox fecundum materiam et
formam sic instituta vel sgnums Tunc ad argumentum Alexandri dicerem ibi elie
deceptionem propter accidens: vt non sequitur homo est animal, animal cit
dictio. Igitur, homo est dictio. Aut non fequitar. homo est animal, animal est
genus. Igitur, homo est genus. Variatur enim
veforticola fentuntlippositio. Nam, in prima, “animal” supponit formaliter, in
fecunda materialiter cideo non valet.. Sed dubitát graci. nam LIZIO ait nominum
naturaliter nihil efle . hoc eit nominum significatio non est naturalis.
ACCADEMIA vero et Soctates in CRATILO volunt nomina e natura ipsa esse. Etita
ifti font contranj: quod apud graecos habeturre motum. Circa hane dubitationem
quidam, vt Ammonius Pelitiones. Narrat, voluerunt nomina esse simpliciter de
omnino ab institutione: et nullatcnus e natura, cuius opinionis fuerunt
Hermogenes: e discretus Diodorus. Alay diserunt nomina elle simpliciter A NATVRA, quatenus
sunt rerum naturales SIMILITVDINES. Cuius positionis fuerunt CRATILO haredeus:
atque Heraclitus ephesius. Ammonius voluit nomina ipsa esse naturalia quantim
ad etymologiam . nam omne nomen vult esse impositum è proprietate repertainre.
vt lapis quasi pedemledens: et petra quasi pedetrita. Quantum vero ad
significationem ipsam ab institutione sunt, Et ficinter hos duos confultat. Et
si dicitur viam rem naturalem plura nomina habere. Respondet, quia à diversis
proprietatibus nomina diversa nancilcitur. Sed pacchorum hoc ftarenon potest.
Primo, quia tunc nullum esset æquivocum à calui, nam omne nomen significaret a
proprietate rei, et ficcanis esset analogum, et non æquivocum casu. Secundo vtin natura accidunt casus, quorum nulla
causa potett darinili per accidens, ita et in arte. de per consequens possunt
dari nominaà calu, nullaque rerum proprietate. Er videtur hac sententia LIZIO
ani primo elenchorum voi inquit. nomina quidem finita funt, &e ora tionum
multitudo, res autem numero infinita: necef- fe cit igitur plura eandem
orationem et vnum nomen fignificare. Propter quod mihi videtur elie dicen-
Solitie proprie dum in vniuocis et fpeciebus nomina effe omniaim- polita fint,
«* quineca nen 2 mologia: licer in multis illa nos lateat. In aquiuocis vero et
fingularibus nomina effe cafu affero. Vnde BOEZIO (si veda) in pradicamentis.
commento primo. inquit. æquivocorum alia sunt casa, alia consilio: casu ve
Alexander Priami filius : e Alexander magnus. Augustinus Aurelius: e Auguitinus Niphus [“His
favourite example was his self!” – H. P. Grice]. Casus enim id egitvt idem
trilque nomen imponcretur. Du- fint in mente, bitant forticole : vtrum nomen in
mente fit nomen. Videtur quod non per LIZIO definitionem.
namnomen eft vox. In mente autem nulla eft vox. Pro ala parte eft quod nomen
prima et fecunda, vt di-cunt, intentionis est in mente. Amplius in mente eft
cnuntiatio,fed omnis enuntiatio conftat ex nomine et verbo. Igitur in mente
funt nomina& verba. al mio fal cendum apud Boetium in pradicamentis, capite
de fubftantia. in mentenon elle orationem, et per consequens nec enuntiationem.
Id autem, cui fubordi- natur oratio fiue enuntiatio graceefologus, latine in-
terior ratio appellatur. Enuntiatio vero
ipfa grace elt - exologus : hoc eit exterior ratio. Apud enim graecos logus est
communis rationi et orationi. Apud nos vero interior ratio vno nomine vocatur
vt ratio, ex-terior ratio vero oratio. Tunc dico in mentenec effe
enuntiationem, nec orationem, nec nomina nec verba, fed bene conceptiones
compositas et simplices. Compositas quidem quibus orationes fiue enun tiationes
ipfe fubordinantur, fimplices vero quibus nomina et verba: et ita concedo in
mente non effe nomina neque verba: fed fignificationes, quibus Nullum oft no
hacfubordinantur. Ad argumenta in contrarium fecie, fa
patet folutio i nellam enim elt nomen prima autfe. cunda intentionis, licet fit
nomen prima aut secunda impositionis. Onine enim nonien cit ab impositione. Ad
secundum patet folutio in mente eitratio, in voce oratio fue enuntiatio, qua
ratio- nilubordinatur. Ipfion vero non bomo, non nomenet,, fed nel neque Nenfe
onbi nomen pofitum ift, quo ipfum appellare opertet. Nes в finE не que enim e/t oratio, neque negatio, fed
nomen nocetur ambiguum. O goniam fimiliter in quolibet eft, co co quod +/, c co
guod non eft. Obijcict autem
qui(piam definitioni datz, quod tunnonhomo, et id genus, Catonis et id genus
ef- fentnomina. Nam his competit definitio data. Refpondet LIZIO de excludit
duo à ratione nominis, primo nomen ambiguum, fecundo cafus. nominum: et lic
definitioni date oportet fupplere duasillas particulas, Gdebeat elle perfefta,
vr di- Accipit igitur duo - primum quod non homo et catera id genus non funt
nomina. Secundo quod ijs talibus non elt voum impofitum nomen. et hocinquit,
ipfúm vero non homo non nomen cit, hoc eft primum,fed vel neque nomen pofitum
elt, quo iplum appellare oporteat. hoc eft fecundum. Hec perordinem declarat,
et primo quod nonfit el nomen impofitum. Videturenim cum duobus con - uenire.
cum oratione propter complexionem : et cum negatione propter particulam
negativam. ideo probans secundum inquit. Neque enim eft oratio, seque negatio.
Deinde probat primum: et fingit il- li nomen, quo nunc appellari liceat et
inquit. fed no-men fit aut vocetur, fi fingere liceat ambiguum: quia vt dicit,
et quod eft, et quod non eit in oratio-ne rerum fine difcrimine vllo
lignificat: 8 hocinquit. Quoniam fimiliter in quolibet eit, et co quod elt: o
co quod non et. Hircocervvs enim non homo est, Becquus etiam non homo. Quantum vero ad graeca verba attinet ambiguum graece
est aorilton: quod latine non eft infinitum. Nomina cim graeca fune diuersa.
Graeci enim infinitum dicunt apeiron. Ambiguum quod indifferens cft ac
innominatum aori-nomen est vox. In mente autem nulla est vox. Pro ala parte est
quod nomen prima et fecunda, vt dicunt, intentionis est in mente. Amplius in
mente est enuntiatio, fed omnis enuntiatio constat ex nomine et verbo. Igitur,
in mente sunt nomina et verba. al mio fal cendum apud BOEZIO (si veda) in pradicamentis,
capite de subftantia. in mentenon elle orationem, et per consquens nec
enuntiationem. Id autem, cui subordinatur oratio sive enuntiatio graece
“esologus”, latine INTERIOR RATIO appellatur. Enuntiatio vero ipsa graece est
“exologus,” hoc eit: EXTERIOR RATIO. Apud enim graecos “logus” est communis
rationi et orationi. Apud nos vero INTERIOR RATIO vno nomine vocatur vt ratio,
EXTERIOR RATIO vero oratio. Tunc dico in mente nec esse enuntiationem, nec
orationem, nec nomina nec verba -- sed bene CONCEPTIONES compositas et
simplices. Compotitas quidem quibus orationes sive enuntiationes ipse
subordinantur, simplices vero quibus nomina et verba: et ita concedo in mente
non esse nomina neque verba – SED SIGNIFICATIONES, quibus Nullum oft no hac
subordinantur. Ad argumenta in contrarium fecie, fa
patet solutio i nellam enim est nomen prima aut secunda intentionis, licet sit
nomen prima aut secunda impolisionis. Onine enim nomen cit ab impositione. Ad
secundum patet solutio in mente eit ratio, in voce oratio sive enuntiatio, qua
rationi subordinatur. Ipfion vero non bomo, non nomenet, sed nel neque Nenfe
onbi nomen positum ift, quo ipsum appellare opertet. Nes в finE не que enim e/t oratio, neque negatio, sed
nomen nocetur ambiguum. O goniam similiter in quolibet eft, co co quod +/, c co
guod non eft. Obijcict autem
qui(piam definitioni datz, quod tunnonhomo, et id genus, Catonis et id genus
essent nomina [FLATVS VOCIS]. Nam his competit definition data. Respondet LIZIO
de excludit duo à ratione nominis, primo nomen ambiguum, fecundo cafus.
nominum: et lic definitioni date oportet fupplere duasillas particulas, Gdebeat
elle perfefta, vr di- Accipit igitur duo - primum quod non homo et catera id
genus non funt nomina. Secundo quod ijs talibus non elt voum impofitum nomen.
et hocinquit, ipfúm vero non homo non nomen cit, hoc eft primum,fed vel neque
nomen pofitum elt, quo iplum appellare oporteat. hoc est secundum. Hec
perordinem declarat, et primo quod non fit el nomen impofitum. Videturenim cum
duobus con - uenire. cum oratione propter complexionem : et cum negatione
propter particulam negatiuam. ideo probans fecundum inquit. Neque enim est
oratio, seque negatio. Deinde probat primum: et fingit illi nomen, quo nunc
appellari liceat et inquit. fed no-men fit aut vocetur, fi fingere liceat
ambiguum: quia vt dicit, et quod est, et quod non eit in oratione rerum fine
difcrimine vllo significat: 8 hocinquit. Quoniam fimiliter in quolibet eit, et
co quod elt: o co quod non et. HIRCOCERVVS enim non homo eft, Becquus etiam non
homo. Quantum vero ad graeca verba attinet
ambiguum graece est aoriston: quod latine non est infinitum. Nomina cim graeca
fune diversa. Graaci enim “infinitum” dicunt “apeiron”. Ambiguum quod
indifferens est ac innominatum aori-guum propter quandam indifferentiam ad id
quod eft et ad id quod non eft: et per hoc differtà nomine communi i quod licet
fit indifferens, non nisi is que funt fub eo indifferens eft. Differt tamen
aoriftatio tranfcendentis ab aoriltatione termini predicamentalis: quia
acriftatio tranfcendens eft fecundum quid illa pradicamentalis fimpliciter, vt
didum eft. Echa dubitatio. Querunt ctiam, vtrum enuntiatio pofsit aoriftari?
Iamblicus Platonicus orationem fiue enuntiationem aoriftari polle contendit
propter aorilta- tionem fubieti aut predicati fue nominis aut ver- Viram aratio
bi, motus fortalle, quia quod parti contingit inef- valea infni fe, toti quoque
accidit: ve quinto Physicorum hafari. betur, vbi enim capiti crifpitudo inest,
et homini inesse necesse eft. Confatatio, Sed hoc fare non poteft. ait enim
neque enim oratio neque negatio eft: sed omnis finita. Rurfus in capitulo de
nomine de verbo nomen 8e vetbum aoriftari afferit, nullbi tamen orationem.
Balutio sprie. Tenendum igitur nullam orationemi nollamque cnuntiationem
aoriftari posse. Tuno ad rationem pro iamblico dico quod omne quod parti inest
ne- Oratienen pir cefle est toti inesse. Non tamen quicquid partem infuir. de
nomina, necesse eft totum ipsum denominare: nam albedo dentes denominat
athiopis, nequa- quam athiopem. Dubitant et ad huc forticola: quia videtur
nomen ambiguum esse nomen: quia valet est nomen ambiguum tigitur nomen ab
inferiori ad suum superius. Respondendum non valere: ficut non valct, est homo
mortuus: igitur homo . itemque nec valet, eft albus dentes: igitur albus. Non
enim argui - tur ab inferiori ad fuperius, sed a secundum quid ad fimpliciter.
olioul cafir a nomicie rine Ipsum nero “Philonis”, aut “Philoni”, co catera id
genus non minima fant, sed nominis casus. ratio autem cius in alits quidem est
cadem, quancuam differunt. Nam est, aut fuit, aut crit addideris, neque verum
neque falsum est. nomen uero ipsum semper, “Philonis” est, aut non est, non dum
verum aut falsum dices. Quidam, vt PORTICO, casus esse nomina, et rectum esse
casum concedunt. Rectum quidem casum, quia e mente ipsà cadit: et ab ipso
cateri casus. obliqua vero nomina, quoniam voces sunt SIGNIFICATI un AD
PLACITVM sine tempore. Excludit igitur casus ipsos è nominis ratione, et
inquit, ipsum vero “Philonis” aut “Philoni” NON NOMINA SVN: sed nominis casus –
H. P. Grice: “Ryle – with his ‘Fido’-Fido theory of meaning – woud agree! --
Addir tamen convenientiam inter casus et nomina, et differentiam: et inquit,
ratio quidem cius, hoc est nominis: qua pauloante generatim AD-SIGNATA est, in
aljs quidem eadem est: quasi dicat, quod ratio generalis nomini, qua proxime
AD-SIGNATA est, vna eit nomini ipsi, atque casibus quan-quam differant. nam cum
ipsis casibus est, aut fuit sut crit addideris, neque verum neque falsum eit,
nomini vero ipsi, cum supple addideris, semper verum aut falfum dices. ve
“Philonis” ipf est, aut non est cum addes, nondum enim verum aut falsüm dices.
Nomen igitur et casus nominum conveniunt in ratione nominis generali, differunt
autem et quoniam nomen addieum verbo cit., semper reddit orationem aut veram
aut falsam. Ex his vult habere Definitie LIZIO, hanc esse nominis definitionem.
nomen est pajada. VOX SIGNIFICATIVA AD PLACITVM, cuius nulla pars significat
separata, determinata, atque recta: per hanc rationem habetur tota nominis
essentia. Per hac patet solutio ad rationem PORTICO. licet enim rectus cadatè
mente, non propter hoe dicitur casus. dicetur enim etiam verbum habere casus:
sed id dicitur casus, qui ab alio cadit per inflexionem, vt BOEZIO (si veda) et
Ammonius addüt. Curvero vsus Dubiationes est verbo substantivo, curúc generalem
pramifit nominis rationem, Ammonius, è quo expofitor no- Iter accepit, facile
declarat: nam substantivo vius est, quia cum cateris verbis cafus faciunt
nonnunquam orationes veras. Pramilit
vero rationem generalem, quia doarina incipit ab vniversaliori, adiecit
specialiorem, vt generalem compleret. Animaduertendum quod Auerroes, in
paraphrase buius capituli velle videtur quod tam nomina ambigua, qua vocat
infinita, quam cafus nominum, sint nomina: de hoc ideo dicit, quia vult nomen
dividi in hac. Omne autem diuifum predicatur de dividentibus. Sed quia hoc
videtur contradicere ver bis Ariftotelis pro verificatione littera : vult hac
non effe dicenda nomina absoluta, nam propter excellentiam videtur rectum
nomen: et determinatum nomen esse nomina: quia videlicet in illis nominis ratio
praftantius faluatur: et ita vule hac elle nomina non privationes nominum,
licet abfolute dum nomen profertur de potioribus intelligatur. quemadmodum accidens
eft ens, et substantia est ens: verum ens absolute intelligitur principaliter
de substantia. Principaliter
igiturnomen dicitur dere-eis et determinatis fiue finitis, licet communiter de
verifque dicatur. Multa
captiunculatoreshiefa-bulantur, qua cum puerilia sint, pratereunda elle
diludico. Multa quoque de nominis dittinatione Ammonius addit: que cum fint
potius gram-matica dieta, grammaticis relinquantur. Hac de nomine. Ratio uero
est vox significativa, cuius partium alis qua separata significatina est, ut
dicio: sed non ut affirmatio, uelati “homo” significat quidem aliquid, non
autem quoniam fie, aut non fit: sed crit affirmatio aut negatio fi quicquam
fibi adideris ana vero hominis fllaba mullatenus significat, non enim in hac
dictione “sorex”, “rex” significat sed tantum nunc vox est:i n compositis vero
signifiacat aliquid sed ut diximus non pro fc. Сет. Illud, vt diximus, quod principal hic perquiritur, elt
enuntiatio: huius partes et materia nomen, videlicet. et verbum declarata sunt,
pars vero veforma, qua eit ofo, nunc declarator cur vero, vt Ammonius dubitat,
non co ordine rem affecutus eit quo in prohemio pol-Nas licebatur, dictum est.
Anima ducrtendumigitur, gno mini et verbo et ofoni cóia sunt vox, SIGNIFICARE,
ET NON PER NATVRAM, SED AD PLACITVM, vtrum vero catera particula, vt fine t pe,
vel cum tpe, an rete et determinate fucaoriftice, ii ex diftis patet : differt
aut oño ab vtroque: qm illius pars significativa est ve dictio, nois vero de
verbi non nili per accis, vt diximus, in definitione praterijt an A NATVRA SIT
ofo ipsa SIGNIFICATIVA, an AD PLACITVM, quia de hoc erit poftea difputatio. Apponit
ait illa duo vt q fit vos et fignificativa, vt habeat genus. proximum,adiecit
cuius pars fignificat vt dictio, &c nó vt afirmatio vthabeat differentiam:
qua differt è nomine et verbo. Prime dubs. Sed ad intellm huius definitionis dubitemus de lin- An
oratio fit gulis. Et primo, vtrum ofo
fit vox: et videtur o nó: ofo Refonio fer non est una vox sigitur non est vox. Antecedens arguitur: oratio eit muita voces – MVLTA
VOCES NON SVNT UNA VOX; sigitur; oratio non est una vox. Rident forticula
concedédo e oratio elt multa uoces, de ulterius p plu res sive multe voces sunt
vox fuc una sola uox, quem admodum plures hoies sunt unus solus hó, et oita fit
probant: quoniamhac vox est una sola vox, et illa vox est una sola vox. Igitur hac vox, et illa vox sunt
una sola vox. Sed hac vox et illa vox sunt plures voces. Igitur, plures voces
sunt una sola vox: et fie concedút plu res voces esse unam solam vocem
divisive, utd iêum elt. Sed dices contra hos, quia li plures voces sunt una
sola vox, igitur per conversionem in parte una sola vox esset plures voces. Amplius plures voces non sunt hae una sola vox, nec
illa una sola vox; igitur, nulla una sola vox: et per consequens plures voces
non sunt vna sola Definio, vox.. Respondêt forticola et defendunt partem fuam 9
pradicatum illius propositionis, plures voces sunt vna sola vox, confunditur
propter vim copulationis, qua includitur in verbo illo plures. Refoluitur. n.
plares lie, et illa 8e illa, vt diximus, mo nota copulationis habetvim
confundendi, dita negant conversionem, quia variatur suppofitio. In prima illa
particula “vox” supponit confufe; in secunda determinate. Et si dicatur quomodo
convertitur, quare ipsos, quia est extra propositum. Ad fedam dicunt, eplares
voces nulla vna sola vox sunt, qí nec illa nec hae. cum quo ti flatg plures
voces fint vna sola vox, qí in hac, iste terminus “vox” stat confusetín, in
illa determinate aut diferete: pP quod ha non contradicunt plures voces sunt
vna fola vox, et plures voces nulla vna sola vox sunt, cum termini non codem
modo supponant. Quanquam hac fint acute dicta, et non possantim probari, fcasno
esse LIZIO di (ta, nec necellaria, nec in talibus captiun-colis debemus
detineri. Multi. n. vt
logicam feruêtad vaguem amittunt philosophiam, et mora in his impe-dit hominem
feire veritatem. LIZIO igitur dicerent op oratio est vna vox vnitate verbi, de
ficpôt dici plures voces simplices, na vero composita ex ilis proprer vnitatem
verbi. Aliqui dubitant fecundo cur di . Secunda
duba. xit in neutro genere, cuius partium aliquid significant Contra The.
separatim, et non dixit cuius pars aliqua signiticat separata. Hac dubitatio
procedit ex ignorantia graecorú verborum In graaca .n. ;ingua pars, que graece
“meros” dicitur, neutri est generis, ideo ad nos debetvenire, cuius partium
aliqua separata significat s &rita poderatio expositoris frivola est, vt
multa alia. Tertio dubitat Tetie dubi. Afpafius contra illam particulam ve
dictio, qi alicui competit definitum, cui non competit definitio. Na
hypothetica est oratio, 8e tó partes cius significant, vt orationes. Ridet
Porphyrius hic esse diffinitam solam orationem simplicem, co quia prior in
omnibus reperitur: cui relponfioni etiam Alpafium confentire ferüt. Obijcit
huic, vt mihi videtur, BOEZIO (si veda): on definitum non debetelle in plusquam
dehnitio, Igitur cum oratio sit communis simplici et compolita: dehnitio etiam
di cit esse communis. Sed hac rônon cogit: dicerent. n. gy licetortio quatenus
oratio sit cois simplici et composite, ta quatenus hic defcibitur non converit
nisi simplici perle, quia cotrafte et no coiter hic defcribit. Miliusigif
contradico eis: quia LIZIO poftea diuidet oionem in enuntiativa, et non
enuntiativa, et enuntiati uam rurfus diuidet per simplicem et compositam: et
nullibi iam ipsam compositam definit alia definitione, igi tur vult cam effehic
definitam. Secundo oño comper sinato tit vniuoca, simplici, et composita:
igitur debet dari vna definitio communis vniuoca, et nullibi dedit llamsigi
turefiet mancus. Alex, vero et Ammonius refpondét Refienfie.s. p hac definitio
eft cois omnibus vt iplum definitum: namêt oratio compolita haber partes que
lignificant, vt dictio. Huic opponuntalij ve Philoponus et Syrianus, quia Arift.ait
vt ditio:& non vtalfirmatio.mo ofo compofita habet partes qua fignificantut
affirmatio:et ita male adiecifiet, et non ut affirmatio. Alij foluunt o dietum
philofophi debet intelligi luppiendo fic, ut dictio neceffario, et no
necellario ut affirmatio, et sic competit omnibus. Ego aut dico pace tantorum
fe/priepre dixerim o LIZIO dixit ut dictio: qin licet partes oratio-nis
compofita fint orationes, th non ut orationes, fed ut dictiones lignificant
feparata: &c hocfatis. Dubitát Quarte dubie quarto, curadiecit ut dictio et
non ut aftirmatio, fatis chim fuifet dicere ut diêtio, nunquam enim dictio elt
afirmatio. Repondent quidamiquia LIZIO folitus est nonnunquam dictionem pro
affirmatione accipere: ne igitur ufus impediat, fuppleuit et non ut aftirmatio:
et SIGNANTER ait, et non ur affirmatio, quia negatio addit ad affirmationem,
propterca fi non ut affirmatio fatis habetur etiam ep nec ut negatio. Hac
refponlio fic dia, f el alicuius expolitoris graeci, tacco, gán ipli yerbaverba
LIZIO melius intelligút, et verecundú est pugnare contra graecos de verbis
gracis. Hoeti non tace- botg vbig; LIZIO di diftione vocat - gracce phafim
vocat:affirmationé vero cataphafim. Sin aliter no me mini me legitie, no ti
nego cataphalim compon ex ca- Nie apria ta et phalis. Ideo dico et fuppleuit nó
vt aftirmatio, ad DE-NOTANDUM partes orationis vt dixi posse significare vt
af-firmatio: sed LIZIO, vult no licintelligere led quatenus habent vim
dictionis. Hoc. n. fuppleuit
propter orationes compositas: cuius partes funt affirmationes: sed non vr
affirmationes: sed vt dictiones significant. Viti mo quarit Philoponus: vtrú hc definitio competat
solum orationi perfetta? Ridito foli perfeta hec competitiqí partes non
dicuntur nifi in relatione ad totú: totum aût et perfectú ide: et cú oratio hie
definiatur in relatione ad partes, videf rationabiliterhie dehnin vt perfecta.
Sed contra obijcit BOEZIO primo: quia omne comositü haber partes, cum aúttam
pertecta g impertecta habeat partes:rationabiliter qualibet crit totú et
perfecti. Secundo tune partes orationis et cu iufg compositi no essent partes
nifi in sine compositionis: quia tunc folum compofitum dicitur effe copofitú.
Mihi videf orationes ha non militent: quia nó dicit aliquid cópolitum, nili
propter forma et materia, cum orationi imperfetta defit aut forma aut materia,
aliter effet pfecta, rationabiliter no dicit compolitú nec totum: Tunc ad
rationes dico: ep oratio imperfecta no eft totum, qui vel caret verbo
fimpliciter vel verbo principali: 8 p consequens caret forma: 8e ficnec eit
compositum nec totá, fed quada, vocum multitudo. Ad secundum dico, partés non
sunt partes nisi pofti est ipsum tot,ante enim dicunt partes in potétia
mlngitur intellectus altu componat subiectum et pradicatim cum verbo. nô erit
adtu totü: et ficnce actu partes, et fic concedo id ad quod deducit, Melius
igit cótra illos poteft obijci, gin ftatim oratione hic definitam fubdiuidit
perfectam et imperfecta: qui rem incogrue egillet, nifi Definitio ena» vtrig;
hãc definitioné elle coem voluiflet. Colligeigi innis abfoluta tur definitioné
oratio vero est VOX SIGNIFICATIVA, cuius partiú aliqua fignificativa eft
feparata: vt di tio, &e non staffirmatio: hoc eft significatione simplici,
non compolita, aut similia. Ori aût aliquid significare vt pars pot esse
dupliciters aur pars copofita, ve in hypotheti-cataut ve syllaba, vt in voce
composita, idco duo facit, Primo declarat o pars ofonis lignificat nó vt pars
co polita, videlicet,no vtaffirmatio vel negatio.Secundo o nec vel syllaba. De
primo inquit veluti homo fignifi cat quidé aliquid, nó aút fignificat o eft aut
non est, sed erit affirmatio aut negatio si sibi quici addideris, hoc eit verbu
solu. Et ficper exemplu
patet prima pars. Deinde declarat secunda, et inquit.vna verohois fyllaba
nullatenus fignificat:quod probat p exemplú et locú à maiori: et inquit.
No.n.in hac diétione “forex”, “rex” significat, sed tín vox eit sola, no habens
vim significan- Cotra, tu dices: quia in compositis ve in “hircoceru” sgnificat
pars. Ridet in compostis noibus significat aliquid ipsa pars feorium, sed, vt
diximus, non pro se ad intellectum totius, cuius erat pars. Sicigif patet ou
pars orationis nec significat vt pars compolita, nec vt syllaba Oratio igitur
eft vox significativa cuius partiú propin quarú aliqua est significativa
separata per se quidem vt dictio, non autem semper vt affirmatio vel negatio. Ордір пра од. Et auten oratio onnis
significat ina quidem, non tamen ut inferanientam, sed quem ad miodom dictum
est secundum imturaxin institutionem. Syllogizabat ACADEMIA in co libro, qui
CRATILO inferibi Cámag. tur, ofoné esse NATVRA, ET NON INSTITVTIONE sic. oro
est instrumentum virtutis interptativa naturaliter nobis ine- xiltétis. Per
ipsam.n. SIGNIFICAMVS – “We, the utterers” (Grice) -- aia affectiones, ceu
Pitevais, per instrumentum. omne aüt instrumentum virtutis naturalis eft
natura: veluti virtutis viGuz oculi, auditiua au res:& eid genus. igif ofo
NATVRA, SED NON INSTITUTIONE est -- hic erat ACCADEMIA fyllogifmus. Huicridet
LIZIO et consentit maiori. negat tá minore.nam virtutis interpreta tiug primü
inftrumentú et proprium est pulmo, guttur, dentes, lingua, et id genus: qua
NATVRALIA sunt. ofo vero est effectus illius virtutis mediamtibus illis
instrumétis et ita minor falsa est. Inquit. Eft aút ofo ois significati- ua
quidé, non tamen ve instrumentú, sed quéadmodá di etü eft )fm institutione, et
ita ACADEMIA minor falsa est. Quantum vero ad verba graca attinet organon, vult
BOEZIO (si veda) esse pofitú pro natura:quia (vt dictú ett) Pla-to omnium artiú
inftrumeta fm naturam ipfari artiú cófiltere ponebat: et ita erit sensus o ofo
significat no ve instrumentum. hoc est naturo Jed/vt diatü eft in capitulo de
nome) fm synthecen, hoc eft Pm inititutione, Gue placita Gue fodus, Giue paciú.
Melius ait LIZIO organon no pro natura pofuit, sed pro inftrumen to:quia
perhoc(vt Ammonius et Alex.aiunt) LIZIO minorem ACADEMIA negareintendit. Sed
adhucfo lutio LIZIO non videtur tuta. ACADEMIA n.quidam Hermippus et Numenius
obijciút.na idem videtur de effectu. Oratio.n. effectus eft virtutis naturalis
per in oratio ipfa natura crit. Secundo, ofo est inftrumentú intellectus, qui
eft virtus naturalis. nam intelleêtus ora tionefignificat, syllogismo, qui ofo
elt, ratiocinatur: definitione, que rurfus oratio eft, definir.Sed vefupra.
omne virtutis naturalis in trumenté eft natura. igitur oro natura erit, non aut
inititutione. Ad hac Ammonius tolutioneinnuit o quéadmodú in tripudio motus
ipsea natura est, modificatio illius (vtita dicã) ab inflitutione et artificio,
ita in oratione voces sive soni natura sunt, modificationes vero institutione :
et ita quatenus voces sive soni ofones natura sunt, quatenus tales voces
institutione formanf. Tuncad rationépri mam maior falsa est. poteft enim
aliquis esse effettus virtutis naturalis per instrumenta naturalia ve tripudia
et esse institutione. Ad secundum ait Ammonius (p intellectus non cit natura:
quonia nullius corporisaCus est: sed quasi SVPRA NATVRA et sic nihil prohibet
virtutis SVPRA NATVRAM esse eflectú institutione. Sedhzcre- sponsio stare non
pot: quia faltem intellectus est virtus naturalis: distinguendo NATVRALE CONTRA
ARTEM. Igitur effectus suus debet esse naturalis -- vt distinguitur contra
Artem. Propterea dicendum o artificialium principivm imsoltio peria mediarú eil
VOLVNTAS. He enim est immediata causa institutionum et propterea gg concurrant
intellectus et naturalia intrumenta virtutis interpretatiuz, quia tamen ola
subiacent VOLVNTATI, ideo inslitutione sunt ET NON NATVRA et hoc nefcivit
explicare Ammonius, licet forte hoc voluerit balbutiri. Alexander aphrodifius
R5 Ales. enititur probare orationem esse institutione: quia cuius qualibet pars
est insttitutione, totum institutione oft, sed orationis partes vt nomen et
verbum institutione sunt: igie tota oratio. Hac ratio pace sua petere videtur, quia Plato et
Socra in lib. CRATILO volvere
etiam nomina et verba NATVRALITER SIGNIFICARE. Amplius similis qualtio est de
nome et verbo: qn ipsa sint effectus virtu Ri melier. tis NATVRALIS instrumenta
naturalia. Ideo melius a SIGNO idé probari pót: que apud diverfos sunt diuería
institutione esse vident. id. n. QVOD NATVRALE EST SEMPER EST VNIFORME sed
orones apud DIVERSAS LINGVAS diuer-fie spectantur, gaide SIGNIFICENT, itur NON
NATVRA, sed Dubitationes institutione sunt: et hac est sua mel forratio. Sed
circa hac recentiores ambigunt, trú nomen, quod SIGNIFICAT ALIQVID, SI
IMPONATVR DE NOVO AD SIGNIFICANDUM ALIUD, remaneat IDEM NOMEN, verbi causa,
ifud nomen “homo” significat Socratem et Platonem, verum si ponatur AD
SIGNIFICANDUM IDEM QVOD “EQVVS” remaneat IDEM nomen. Secunda dubitatio, vtrum oratio, que de no no
imponitur AD SIGNIFICANDO ALIVD primo significabat, vt hc oratio, “homo eit
animal” -- dato prina rideat non nulli recentiorum g nomen impositum de novo
ALITER AD SIGNIFICANDVM et significabat NON EST IDEM NOMEN. Hoc probant
exemplo: quia sicut ex variatione forma artificialis resultat alia arg; alia
res artificialis, ita ex variatione fignification resultabút Confutatis. alia
atg; alia nomina. Sed hac positio stare non pót. Prima quia ad variationem cius
quod de foris de per accidens accedit nihil debet variari: sed nomen et verbum
SIGNIFICANT EX VOLVNTATEM,ita go significatio deforis accidit nomini et verbo,
igitur nomen per illius variationem non variabitur. Amplius li ad variationé
signification varientur nomina, ad convenientia erit eadem. Igitur “homo” et
“anthropus” erunt vnum nomen: Selatio pra quod nemo dixit. Ideo dicendum, ey
nullatenus varia-pris tur nomen: licet varietur significatio cum illa fit
accidens ipsi nomini. Pót tamen dici variatum extrinicce, qué-ad modum colúna
sit dextra vel finiitra ipso animali va riato. nec valet: significatio formalis
variatur, igif nomen, quia illa est fibi extrinseca, sicut colúna dextreitas.
Ad rationem dico e variata forma artificialis in. trinfece variatur res artificialis:
modo non sic est in nominibus. Ad secundam midentidem o oratio de novo
imposita, significandum non complexum, vim habet dictionis. Hoc absolute dictum
est falsum – QVIA VOLO “HOMO” SIGNIFICET MIHI equi bos animal, et facio hanc
propositionem: “Homo est bos” -- patet o qualibet dictio et pars significat ve
dictio, igif tota non significar ve di Etio. Amplius hac oratio de nouofic
significans est oratios igitur partes cius significát ve ditiones per
deffinitionem datam. Propterea dico quod oratio pôt imponi ad significandum
aliquod complexum de non o dupliciter. Vno modo ponendo o partes significent,
ex quarum significatione resultet significatio totius, hoc modo significat vt
oratio, ve argumenta cogunt. alio modo ponendo q oratio significet, primo illud
complexum de novo nihil de partibus afteredo, hoc eit non p hoc e significatio
cius resultet ex significatione nova partium. Et hoc modo bene dicunt g›
significat vt dictio, quoniam sua significatio non resultat ex significatione
partium: quo in casu non erit oratio, licet partes lint noia: nec propositio,
licet significet complexum, sed dictio erit tín, de hac re supra disputatum
eit. Everationibus Enuntiativa vero non omnis, sed illa, in qua verum aut
falsum est, non ait in omnibus el:ucluti deprecativa oratio quidem e/ft, fed
neg, neraneg; falsa cetere quide igitur relin quantur, nam ad Oratoria, aut
poeflm illarum magis consideratio attinet: enuntiativa vero presentis
contemplationis ed. Divisio enuntiationis, vt BOEZIO est autor, hac ra- Cim ao.
tione sit fumpta oratione pro genere, ofonum alia im períecta, vt – “Plato in
Lycio,” Alia vero pfecta - perfeita vero(filiceat bimebrem facere.) Alia
enuntiatiuv, alia non enuntiativa qua e; diuisio, ideo p alterum membrum
negativum dat, oi subdividentibus mêbris genus cõe nomen non haber.nó
enuntiatiue vero alia elt depreca ciua, ve adfit letitia bacchus dator. Alia
imperativa: vt accipe, daé; fidé. Alia interrogatiua, vt quo temeri pe-des?an
quo via ducit in vrbemiAlia vocatiua, vt o qui rex hoiumo; deûg, aternis regis
imperijs. Enuntiativa Faree mane vero elt vt dies eft:dies no elt. No
countiativari vero fie. {pecies expofitor reducit adtres. on illa quinqueor- dinata lunt ve vnus ex
intellectu alterius dirigaf:quod quidem in tribus sit modis. Primo adattédendü men te, et ad hoc oratio deferuit
vocativa. Secundo ad re-fondendum voce, et ad hoc facit interrogativa. Tertio
ad exequédum opere, quod etiá trifaria fit, aut pex prefsionem defiderij, et ad
hoc facit optativa, vel refpa Etu superioris, et ad hoc facit depcativa:
autrelpediu inferioris, et ad hoc facit imperativa. Siquis aut vellet poffet
reducere etia has ad bimêbré, qua res cú non multum côferat, fit hoc fatis. LIZIO.itaq; mirabile brevitate vtens: vt Ammo inquit.
tria facit fere infimul. orationem dividit, enunciativa definit: intentioné ad
spēm altringit. Dividés ofonem ait. enuntiatita vero non ois. Et lic innuit
orationú aliá elle enuntiatiui, alia non enuntiativa. Deinde innuens
definitioné inquit. sed illa in qua verum vel falsum est. eft igit ENVNTIATIO
ORATIO IN QVA VEL VERVM VEL FALSVM EST. Ve vero clarior esset hac definitio
subscribit differentia, qua differtà ca teris. Qua in definitione posita est,
et inquit. non aútin cibus est veri, videlicet vel falsum, veluti depracativa
oratio et cretera id genus oro quidé est, sed neqi VERA, nco; falsa. Deinde
abijciés à consideratione piti orationes nó enuntiatiuas aftringit intentione
in fp.m. Nã huculo; de partibus interpretationis: et de cólipfa oratione
locutus est. Et inquit. catera quidé igitur relinquantur, ná ad ORATORIA SIVE
RHETORICA, aut poesim sive poeticam magis illarum confideratio attinet. Enuntia-tia vero pátis
contemplationis est, qua {pés est ofonis potionhuius vero species sunt
affirmatio et negatio. Hac igitur sunt que LIZIO breuibus cóplexus eft. Quantum
vero ad verba graeca attinet verum vel falsum C falsum in enuntiatione sunt, in
intellectu, atque: rebus. Inre film, bus quidem vt in causa, gn ab eo quod res
eft vel non est enuntiatio sit aut vera aut falsa. Inintellectu vero, quia intellectus subie tú oium
verorum, et ita in intellectu sunt vti in subiecto. In ENUNTIATIONE VERO IPSA
SVNT IN SIGNO, ceu SANITAS IN VRINA. Sed lupradictis emer gút dubitationes.
Prima, videf o LIZIO male definierit enuntiationé per verum vel falsum: qi
verum vel falsum aur sunt dfia, aut propria siquidé propria non erit bona
definitio. si dria, tunc contituit ipés: 8cita p suas spés definisset. Secunda
cur solum de enuntiatione est consideratio. Logica.n. est (cia cois, igit de
oibus. T'ertia de propositione tra @af in lib. priori, et in lib. polteriori.
git non hic de enuntiatione: cuidem fint. Ad primá rádet Ammonius, g
enútiationé signanter definit p verum vel falsum: quia lunt fines clus: et
definitio dat p finé multotiens. totiens. Vel dici pot, g sunt ve propria, qua
ponuntur loco differentiz, qua nobis latet, etiam si sint differentia et
constituunt /pês genus definiri per pés tieri potest, vt dicit Alexandrus
quando vel differentia latent: aut ge-nusnon sit penitus vnivocum. Ad secundam
ridet Theophraltus philosophus o omnis oratio aut instituta ordinatad; est ad
auscultatione auditionege: aut res ipsas. si ad auscultationes ato; auditiones,
sic pertinet ad rhetorem atque poetam, vt ACCADEMIA ofidit in phedro. et
Socrates plilebo. Si vero ad res, fie enuntiatio inflita ta est ad librum
posteriorú et ad feiam: et ita crit propria huic considerationi. Ad tertiá dici
pot, enuntiatio differta propositionesm propolitio ordinatur ad syllogismus, et
quatenus ordinaé ad syliogismum dicitur propositio, qua si ordinaf ad
demonsirationem, ca. sed si ad syllogilmum limpir vocat propositio absolute. Enuntiatio vero dicit quatenus
subordinat intelleêtui p voces exprimentis de rebus verum falsumume. Et ita
diffèrunt quia enuntiatio est extra menté ti in voce aut scripto: propositio
extra et intra menté, Enuntiatio etia dici pot propositio, et conclulso, et
problema: problema in dialectico syllogilmo, conclusio in demonstratione, itêá;
dici põt qualtio: et id genus: propositio non nili premissa. Hac ti latius
explicabuntur in libro priorum et pofteriorú Quarút rurlus forticola, an
eiusmodi propositiones, tonat, corufcat, lego et id genus funt enütiationes.
Secudo an difterat dicere, ego lego, ego Augustinus scribo, et dicere
lego,icnbo. Ad primam rident non nulli forticole quilliulmodi propositiones,
nec sunt orationes, nec enuntiationes: benetn sunt complexa quedam in virtute.
Moventur aurem argumento pillarú vna pars vipote SUBIECTI EST IN MENTE –
videlicet: “ego.” [Grice: “Those Latins dropped pronouns!”] Alia vero in voce,
vipote pradicatá. enutatio at de ois ofo est penitus in voce vel scripto et c
ita ciusmodi esse non possint orones vel enttiatio- Cofittiones. Sed ifti
delirt penitus. Nã ciufmodi funt in voce aut feripto: et in eis eft verum vel
falfum: igitur enuntiationes.Hac.n.fuit LIZIO definitio. Neccon- perfe pres tra
cos alter arguo: sünt. n.hac defe derifibilia. Anima duerte igit g› ciulmodi
sunt enuntiationes, qui verba sunt subiectum et predicatum et copula, in ilta
distione lego -- aut ambulas: est subiectum vi prima vel secunda: pfone verbi,
qua sua natura illá importat. Est pradica- qua sunt pronomina et prima et
SECUNDA PERSONA, deno tatur affectio aliqua sive pracilio quadá, verbi causa
cum dicit ego Augustinus Scribo, denotatur qua -- ut solus scribo, aut nullus
ita bene scribit. Et tunc iuxta hanc re bit. Tenet captiúcula per regulá. Secunda,
non valet: “Ego, Augustinus, curro” -- igié ego sum. Ef.n. antecedens verum vi
ego solus curreré: consequens vero falsums sit deus ego sum qui sumqi alia a
deo vel non sunt, vel nonita bene. Bene tamen concedent hasfum, es,id genus.
Sed ilti propter captiunculas lepe tradunE in pueriles fabulas. Hac. n. rilu
digna fatis funt. Nãdá dico ego fum vel tu esaut in his volunt effe intelligen
da fubielta, aut non.fi no: igitur erit aliqua cnuntia-tio pfeêta, et non cum
subieto. Si vero volunt esse subie- Ea intelligenda. sed intellectus pót
explicare voce om ne quod concipit: et non aliter pót, ( dicendo: “ego sum: vel
tu es,” igitur “es” æquivalet “sum.” Et ego sum : es et tu es. Secundo, tunc
hec esset nugatoria tin deus est: tín ego scribo: et id genus, Propterca vide
mihi lilliulmo-di ofones non differre quantum ad rem: sed solum qua ad vium
thetoricum atque: ornatum. quo. n. Ad veritatem idem est dicere “tu es,” et es,
“ego scribo,” et scribo. Ad dunttamen rhetores pronomina ipsà prima et secunda
persona nónung emphaticos: veluti illud Maro-nis: Me ne incapto desistere
viêta? fub illo pronomine, “me,” intellexit reginam deorum, et fororé, et Iovis
coniugem. Similiter Cicero. Ego omni officio ac potius pietate erga te catenis
satisfacio. sub illo pronomie, “ego”: feillum talem qui cum Ientulo
familiarissime vixit, et qui tot beneficia ab eo acceperat intellexit. Addunt
igitur rhetores eiusmodi ad amplitudinem licet quoad propositionum veritatem,
quam logicus considerat, nulla sit differentia – cf. G. N. Leech on H. P. Grice
as proposing a CONVERSATIONAL RHETORIC – not a conversational DIALETTICA. Et hoc modo intelligendum est illud Prisciani
grammatici. Hae fatis. Et autem una prima oratio enuntiativa, affirmatio, dea
Enuncidiona inceps negatio: cater e ucro omnes coniuncione sunt und. aliu est
voafim alie con. Necesse et autem omnem orationem enuntiativam esse ex alia
vere cum verbo, dut casu verbi quando o hominis ratio nif refm pes ee.: “est”,
aut “fuit”, aut “erit,” aut tale aliquid adyciatur nequag oras per afpr. tio
crantistina si Qgaobren an quoddam se or nonmul ta “animal, resibile, bipes”? Neque
enim quis propinque di» Pie: Mete. C- Mar. cuntur: una crit. Erit alterius boc
trafare negoay. Coniucniunt expositores et graeci et latini, g› definitá Сетьат enuntiatione nunc dinidat LIZIO: et volút gi LIZIO
brevibus duas divisiones enuntiationis explicet: quarum vna est o enuntiationum
quedam est vna simplex, quedam vna coniunctione. Qua expositor eo approbarge
etiam in rebus aliquid est vnvm simplex -- vt indivisibile, aut continuum,
alteri colligatione, aut compositione, aut ordine, Secunda vero vt expositor
ait subdivisio est enuntiationis vniusin affirmatione et negationem.
Vnderecétiores volunt divisiones esse huismodi enuntiationum quadam est cathegorica,
quadam hypothetica sive CONDICIONALIS. Cathegoricarum alia est affirmativa,
alia negativa. Mouct BOEZIO dubitatione /vtri id quod ait prima ad affirmationé
referaf, vt lit posterior negatio, An id quodait prima ad simplicem retulerit
orationem: vt secunda sit que ex ofonibus iungif. Hac BOEZIO quæstio resolvit
in tres. Prima verum divisio enuntiationis p vna et coniunctione vna sit prior
divisione p affirmationem et negationem. Secunda vervm affirmatio sit prior
negatione. Tertia vtrvm simplex sit prior coniuncta. Ridet Andivltemi
expositor, è quo accepcrút recétiores: g prima divisio. ciatie in visena
enuntiationis sit per cathegoricam sive vna simplice et hy [ne vnom fit gri]
potheticam CONDICIONALEM sive coniunctione vnam. Huius ratio ab expositore colligit,
quia prima entis divisio est per vnvm et multa Igiê prima enuntiationis divisio
esse debet similiter. Alia vero divisio est potius subdivisio enuntiationis
simplicis. Sed pace horum dixerim hoc stare non pot, gi eriá hypothetica o
CONDICIONALIS siue coniunctione vna est affirmatiua vel negatiua. I giê no
divisio secunda sive sub-divisio alerius uel. P erit, guat fit per firm tiun et
negationem. Secundo errant recentiores qi volunt hanc divisionem esse per
cathegorica et hypothetica sive CONDICIONALIS: qi tune sola condicionalis esset
coniunctione vna. Am mo.n. et BOEZIO volunt hypotheticam no esse nili duobus
modis s aut condicionalem, aut disiunctivam qua ét species conditionalis est vt
dicemus. Vñ et grace
hypothelis conditio cit. Igit hypothetica condicionalis est tm. Ideo dicendum
ad primão hac dua divisiones enuntiationis aquales conertibiles cú ipsa sunt.
Vt.n. ens dividitur per vú et multa: 8e per adiú Se potentia et id genus. Qu oe
ens aut est vnum, aut multa. Similr o€ ens aut actu aut potentia. Sicois
cúciatio aut vina simplex aut coniuncta. Et ois etiam aut affirmativa aut
negativa. Etita equales sunt divisiones euimodito
non vna sub-divisio alterius. Dico secundo hac diviso p vnam et coniunctione
voi no est divisio per cathegoricam et hypothetica sive CONDICIONALIS, Nô.n.vt
BOEZIO et Ammo, aiút: cathegoricum opponi hypothetico: sed coniunctione vni.
Eit aut coniunctio non vno ma: sed interdi copulatione, interdüt pe, interdum
leco, et id genus. Ha.n. sunt coniunctione vnz, pn sol exoritur, diescit: quia
coniunguntur coninctione tpis He hmilr, vbi tu disputas, Socrates iacet, et aliz
eiusmodi. Que ti non sunt hypothetica. Recte igitur LIZIO verbo côiori vtens,
dicit catera vero oes coniunctione fune vna: et non di- ateet secteasoes se
apoiteacas Ad ed am sepondet Animo.g affirmatio solum ex parte vocis sit prior
Additie expo negatione quia est simplicior. Nam negativa enuntiatio affirmatiua
addit particulam negativa. Expolitor aûradiecit duas alias rones, et affirmatio
sit prior ex parte intellectus, om affirmatiua significat compositionem
intellectus, negativa slignificat divisione. mỡ compositio est prior divisione,
cum non sit divisio nisi compositori. Sed o ex parte rei: qi affirmatio
significat esse, negatio non esse modo cile et vir habitus na- esfuttio addi
turali prior est PRIVATIONE (cf. Grice, “Negation and privation”). Sed hac
additiono placet Prima quidem non: om a pari diuto elet pior compositione gi
non cit compositio nisi divisiorum. Am plus vt diot Ammo, affirmatio et negatio
quo ad compositione et vitatem non difterurit: qu veragi eli composta ex verbo
de noie. Lacetilla dicatur divisio reri. Secunda vero minime sgi PRIVATIO
naturatr pracedic habitü, vt de in Predacamentis Prius. nicatulus cocus elta
viders, et ita fatis citrelponio Amo.( BOEZIO Simplee stiam approbat. Ad
tertiai rádet BOEZIO gi enúcia- enantiatie fie tio smplex eit naturatlis/ At
coniuncta pon sit vna nili pofitióne et quali ab extrinieco. Sed quod
elbra-turale prius eft eo qdi pofitione eli tale ‹ aurefimplicé tiationis
limpiscis voitas eltà natura, etiá ipla crita na tura.eadem.n.ratio.eft
entis,&evnius:proponitionis& voius: ve di in elenchis. Sed Arifto.ait
contra Plaroné nullam afonem e/lea natura. Igitur vé hacexpolitio contra
Ariltot. Propterca dico, go via inuentiua, quee compositione agitur, simplex
enunciatio prior sit, via vero anayitica hoc sit resolutoria composita sit
priortim plici. sed qi LIZIO inilto lib.eltinuentiuus, iurelim Litera exp.
plicem praponit. Inquit igitur, est aut vna prima oratio enuntiatiua affirmatio
et midens ad particuli, prima (ubicribit, deinceps negatio: gaipla negatio voce
posterior est. Ad particulam illam vna, midens aitalia vero coniunctione sunt
vna. ve hypothetica &id ge- Duli Mexi, nus. Sed adhue elt dubitatio Alex
videlicet, vtrum divisio enuntiationis per affirmationem et negationem sit
generis in species. Secunda est dubitatio Ammonij: Scle tran vtrum hec sive
enunciatio fue propositio fol existente super terram dies est, sit simplex, aut
coniunctione vna. espondet Alexander qudiuisio enunciationis per Rie Ani.
affirmationem de negationem non ellet generis in species: qinin genere non
eltordo, in enunciatione elt ordo. Refpondet Ammonius, et BOEZIO, et expositor
o bene vna porest esse altera prior comparatione facta inter fe vt in numeris
patet. Sed comparatione adter- tin: vt poread coc genus nullus est ordogi aqualter
funt orones veri vel falli participes, qua eit definitio enuntiationis et hec
responsio potelt stare, Scias tá q BOEZIO et Ammonius inter afiarmationem et
negationem nullum alium volüt ordinem, nili prolationis et vocum.
Expolitoralios affert, quos deiecimus. Ad Ri. ad/elam. Secundam dici por quod
illa elt coniunctione vna: ablatiuus absolutus resoluitur per coniunctionem
alig, vt dicunt grammatici. Hee de divisionibus colliguné. Expõ secunda Deinde
vt Ammonius et BOEZIO introducút. LIZIO, vo- partisprime lens disputare de
affirmatione et negatione: que sunt species enunciationis. pramititquoddam
vulead fer monem de illis, videlicet, pois enunciatio conftat ex verbo,
videlicet, presentis t pistaut casu verbi: q' est preteriti aut futuri. Tacuit
verbum infinitum, ve ait Ammo. Tum quia principaliter de afhrmatione loquetur:
tum vel maxime, quia coordinatur cum negativo. haber. hictim co fere cádem vim.
Sed dubitat Ammo. curpreteriit nomen. pót.n.imo constat enunciatio ex nomine de
RECTO, vt fol oritur: et cafu cius, yt me tedet scribere. Respondet primo hoc
esse pratermilium: ga potett esse enuntiatio, de non ex noie vel casu nois: vt:
“Kire tum nihil est”: vbi verbum est subiectum. Nulla ri enunciatio elle põe
line verbo, aut verbi casu. Hec responsio non valet: em vérba illa in
enuntiatione nomina funt. Propterea Porphyrius philofophus, qué BOEZIO (equit,
volie prater mififeipfum nomen: quía verbum est principalior pars, cum sit pars
formalis, quafito-tius enuntiationis compositiva. Signum aut aftert /to-ta oro
à pradicato, o est verbum nomen mancilcitur. dicitur. n. cathegorica, hoceit
PREDICATIVA. Hac eit Exp5 propria. vna exposítio, qua stare pór.Mihi tá videtur
o LIZIO refondeat quattioni tacite, dixit. n. efic enuntiationú alteram
limplicé, alteram coniunctione vnam. Lo quis abifciet. ois enunciatio coltat,ex
verbo, verbü aut im portar compositionem, j fine extremis non efintelligere.
Igitur ois enuntiatio di composita. Cuirídet q ois enútiatio eft composita ex
nomine e verbo. Sed di simplex quia non ex pluribus enuntiationibus constat.
Veluti hacfi solesoritr, dies efliqua pluribus conltatoronibus.Et tunc
continucilitera fic: licet enuntiationú fitédam fimplex, necefle efi tá oem
oroné enunciatiua esse ex verbo, aut casu verbigitur de simplex simplicitate
opposita compositioni ex pluribus enunciationibus. Et hac est expórectior.
Primo, ga illa particula Apprebatio ex ADVERSATIVA (ait) poni non tolet sic
obiter, nili ad obic Peitionis, Etiones tacitas tollendas. Sedo, quia
interpositio fuif- fetnimis casualis et nopetinens. Tacuic aut nomen: dú à
maion liciga fiqua oro cét enunciativa line verbo maxime ellet definitio. Mo ingt, on et hois to, nitripm
“est”, aut “fui”, auv “erit” :aut tale aligd adiiciat, nequai ofo enunciativa
sit. Igié ois enunciativa ofo ex verbo constare debet. Sed qni de definitione
locutuselt, et qualtio de vitate cius elt alterius negocij, ideo se excufat,
interponit tamen consutationé cuiufda falf ráfionis. Di cebant enim quiddam, ep
definitio est vna, quia partes propinquius iacent. Inquit. quamobre vnum fit et
non multa “animal, ressibile, bipes.” Interponit solutionem falsam: et inquit,
negi enim quia propinque dicuntur: vna crit. Tunc redit ad excusationem, quali
dicés, quare Natabile. vnvm sit definitio erit alterius hoc tractar negocij.
Aiadverfione dignum, vt declarat BOEZIO et Ammonius ad vnitatem definitionis
elle necessaria partiú propinqui tatem, quia bi partes longo interuallo cocila
profer rent, definitio nó ellet vaa. Neigit credat hanc elle cau fam vera,
remouit illa &e tranfmilerit nos ad septimum et octavum meta. Etlicet de
vnitate definitionis LIZIO. Dubitatio. Rifie T bre. tralmiferit nos ad
metaphyficá, Dubitant expositores graeci que eit causa vnitatis definitionis
Ridet Theophratus in libro de affirmatione et negatione, e definitio est una
ratione fubicati: quod definit. Secundo propter partium proximam
constitutionem. Obij-ciunt contra Theophrast, quia tunc definitio no esset vna
per se, qín ellet vna ratione fubie ti, et ita ratione extrinseca Secundo, quia
tuc oia accidentia essent, vnvm essentialiter, quia funtin vno subiecto, vel
faltéca, qua effent in vao fubicCo. Ammonius affert duas causas. Prima elt
partiú vicinitas. Secunda vero est, quia in re est aliquid loco materia,
aliquid loco forma. et cum inter hac nihil medvet, rationabiliter faciunt
definitionem nam: Sed ambo pollunt bene dicere, quia Vt Auerroes ait in, g-mera.
com.4a. dehnitio vno modo potest fumi vtinfirmenum, quo intellectus inducitur
ad intelligendas essentias rerum, de cú instrumentum fumat vnitatem afine. Finis aut est definiti essentia, iure ab vitate
definiti definitio crit vna. Et sic recte Theophraftus ait. Altero vero fumi
potelt yt etipfarei eilentia, que cum refultet ex vitima diffe- rentia sive
vitima forma, que cil vtmusaCtus, ficbe- Dubitatin The ne Ammonius ait. Sed le
res non est hic tractanda, vi bene LIZIO. Dubitatetia Themitius primo posse.
quia videtur a definitio sit enuntiatio, quia est species ponis immediatz, vt
ait LIZIO hic autem vult non esse enuntiationem. Hanc qualtionem multi fol uere
enituntur, quosin pripo polte confutamus, nunc vero Philoponi expositione
afferimus, g› definitio pa-test colderari vt premilla, et e sic eit propositio
et enuntiatio, vt LIZIO vultibi. Alo modo vt terminus, et lic loquitur LIZIO
hic iquia vt sic non est ENUNTIATIVA ORATIO, sed terminus vt dicit. Elait una ORATIO ENUNTIATIVA,
dutes que unm SIGNIFICAT aut es que coniunione est uns. Plures vero esse que
plu a co non un significat. Aut ee que sine coniuntione sunt. Cim. as.
Expositores fere ois volunt LIZIO divisionem pre-politam nunc exponere, quod,
vt mihi videtur, stare non potest Addit-n, mónulla mébra que non pdiuilit
Primarupt. Confutatin, Ideo LIZIO divisione
enuntiationis rurfus núc alio modo ordit, qua hac forma reducit. Enuntiationú,
alia est vna. Alia plures, yna bifaria dicit, hac quidem simpliciter,illa vero
Fm quid vr dicemus. Plures rurfus biari: en quide plures, ga piura et no vnvm SIGNIFICAT, ille
plures, ga line coniunctione multe sunt. Huius
secunda divisionis prima pars prima parti prima divilionis ad- Prime duba.
versat. Secunda vero pars ciude, secunda illius modi. Referfie Ambigút que
diviso sit hac? Ridet et lane fapide gpeltdiuifioziquinoci infigaificata/ve i
hodiniderdt in verum, et e marmore, nã lola enuntiatio vna est enuntiatio,
plures vero fune vna platione, et METAPHORICA (“You’re the cream in my
coffee”). Secundo dubitant quid LIZIO, velit p enuntiationem vnam limpir, et
vnam fm qd: quid g; p plures imptir: Secunda dabi. et plures fm quid. Ad hac
BOEZIO et Ammo cocorditer rident: et volut eo vnitas et multitudo referan ad
enú Referacãs. tiationis signantiam. Simplicitas vero et compo ad voces. Ex his
fiunt lex coniugationes: quarum dua sunt impossibiles, quatuor possibiles: vt
figura declarat. Eninciations coniugationes fer: quatuor possibiles, o due
impossibiles. Vna Polis Simplex sgod Lmpof Impossibilis Polis Composita Polis
Plures Erita vna simplex est, felt vna fimpir, vt ho eft ro- nale. cit. o. na
quo ad lignantiam.Simplex vero quo ad voces vna vero composita eit vna Pm gd,
vt lifol vritur – ut: “Dies est.” “Socrates disputat et Plato legit” e id genus. Hec. n.
de vna fm gd, quia colutione vna. Plures etia bifaria funt: plures composita
contra primum membrum, vt g incon-lucta sunt tales, vt: “Socrates legit,”
“Plato disputat.” LIZIO mo uef. sunt. n. plures et composite fm voces. Plures
vero simplices – ut: “Canis latrat.” cit quide plures signatu, vocibus vero
slimplex. Simil mo hoc: “AIACE pugnavit cum ETTORE. Multin. fuere Aiaces. Hec
quo opponit ad fam membrum. Sed huic obiicit expositor. Frimo, quia p defunitione:
qua interponit vi distinguere inter oratione, 9 significat vni, et gelt voa
coniunctione. Secuco, quia supra dixit, gp est vnvm quoddam et non multa aial
grefsibile BIPES: quod vero est coniunctione vnvm o est vnvm, et non multa, sed
eit vnvm ex multis. Sed ifterones frivole sunt. Prima qdem, ga non difigit
inter vna, et coniunctione vna: sed inter vna simplice, g tubintellexit in
primo membro, et vna coniuctione. Adicam dico upenes aliud accipif vaitas
enuntiationis et definitionis hic et ibi. Qía hic fumit vnitas a significatum
multitudo etia. Ibi aliter vdisimus. Terio dubitantois – “Homo vel equus
currit” -- est vna fimplex, aut vna composita. Similt Plato athenielslapiés
academic est in lycio LIZIO LYCIO r est vna simplex, vel vna composita. Silr
ois – “Homo lieft bos mugit, et Socrates et Plato disputant” sunt ne vna
simplices ? an vna composi-tel Quiced velnt BOEZIO, Porphyrius, Ammonius: et
ali. dico g glibet harum est vna simplex. Nã verbum elt vnu, a quio lumit
vnitas enuntiandi. Prima gdem vna de subiecto disiuncto, iccúda una de subiecto
composito. Tertia vna de SUBIECTO CONDICIONATO. Quarta vero vna de subiecto
copulato, et ita qualibet est vna simplex. Quantum vero ad verba attinet
adiccit et no vnü quali dicat propositio sine enuntiatio est vna simplex, de
plures plures qua fignificane plura, et non vnum. Q in vt Ammonius inquit, sunt
enuntiationes plures de aliquo vniversali, vt aial g “Ressibile bipes est
homo.” Potest enim resolvi hac in plures, sed quia continent sub aiali, sunt vna.
Propterea ait. 8e no vaú pp tales enuntiationes. Aut dici potvt Porphyrius
philosophus ait hoc esse di tú ad differentia enuntiation, qua fumüt
definitione pro subieêto, aut pro pradicato. Na videntur multa significare: sed
in re vera vnum significant. Esenciatio fi Nomen quidem igitur aut verbum didio
sit solum. Cum non contingat utis, qui voce aliquid significet, fie dicat, ut
cauntier: fue INTERROGANTE ALIQUO, sive non, sed ipse profert. Videtur o LIZIO
inferat ve per particulam illariua defignar. Videtur vero gy dubitatione
excludat, vé per Icriem verborum haberi pot. Est.n.dubitatio talis, quia dictum
et enuntiationem esse nã ab vnitate significatus, sed nomen aut verbum vaú
significat. Igitur enuntiatio vna erit nomen vnum, aut verbum vnum. Solvit de
volt ‹pis, qui profert nomen aut verbum vnum, vum dicit, et is etiam qui
protert enuntiationem vna, vuû dicitil ed non eodem modo. Nã dicens nomen vel
verbum, dicit nú prolatite, et non enuntiative, at is qui enuntiatione vá
dicit, vnvm dicit enuntiatiue. quatenus enuntiat voú de vno, aut remouet vnú ab
vno. Et hoc inquit {nome quide igitor aur verbum dictio fitlo- cu non contingat
vtis qui VOCE aliquid signiticat sic dicat vt enuntict, sed contingit ve sic
dicat vt profe rat tifadiecit fue interrogante aliquo, fue non inter- rogante
aliquo,g qui aliquid nomine aut verbo fignificat poteft dicere vt enuntict
aliquo interrogante, vt fiquis petat quis hodie venenum bibit, et refpon deatur
Socrates. Patet e is qui dixit Socrates: enuntia uit: 8 hoc quia precefsit
interrogatio. vbi autem nulla pretuisset interrogatio, dicens Socrates em, NON
enuntia uit, sed protulit ditaxat. Igitur enuntiatio differtà verbo hue noie:
gi enuntiationem SIGNIFICAT viium de vno enuntiative, live precedat, liue non
precedat interrogatio. At nomen vel verbú pót enuntiare nú de vno solum
precedente interrogatione. Propterca air cum non contingat vis qui voce aliquid
SIGNIFICAT, sic di. cat vt enuntict, line interrogate aliquo, fite nullo, hoc
est vt enuntict in omni casu. ham non nisi vbi prace-filet interrogatio, sed
ipse ita dicit ve in omni casu PROFERAT nû. Er lie differt enuntiatio a verbo
et nomine, Harum vero hee quidem est simplex enuntiatio, sclut que Tutto
imples, aliquid de aliquo, aut aliquid ab aliquo enuntiat, illa vero ex his
composita: acluti ca oratio quedam que (ane componitur. Ammonius vule vt LIZIO
sub-dividat eas enuntiationes, quas dicimus aut INTERROGANTE aliquo, aut quas
volumes dicere per nos ipsos. Sed hoc est repcte-reidem pluries: quod non
conucnit LIZIO. Melius igitur divisionis pradicte membra exponit per exempla.
Er inquit, harum vero hac quide est simplex enuntiiatio, velut per exempla ca,
que aliquid de aliquo, aut aliquid ab aliquo subaudi enuntiat. Hoc est ve
affirmatio – “Socrates est academicus,” aut negation – ut: “Socrates non est
timidus.” Illa vero cit qua ex his componitur, quod trifariam ft, vt Ammonius
ait, videlicer, aut ex ambabus affirmationibus,aut ambabus negationibus, ved ex
alter afirmatione, altra negatione. Cuius exemplum fabdit, et cinquiti veluti
es oratio quizdam, qua fane componitur, fupple ex duabus affirmationibus – ut:
“AIACE pugnavit et ULISSE fürit.” Ex duabos negationibus – ut: “Plato non est
crudelis: et Socrates non est avarus.” Aut ex vna affirmatione, 8e altera
negatione, vt: “PLATONE eit in lycio LYCIO LIZIO et Socrates non in academia.”
Et ita per exempla paret divilso et membra divisionis. Est autem simplex
enuntiatio vox que SIGNIFICAT aliquid Iniciato quid «/Je de aliquo, aut non
esse, modo quo tempora distinguitur. Alexander aphrodifius exponit LIZIO nunc
Cin 35- definire simplicem enuntiationem, qua ait definifle species. Argumento,
enuntiatio no genus cit illari, sed veluti æquivocum quodda. Hac Aspalius
ratione hac confirmat: quia eo modo hic LIZIO enuntiationem definit, quo primo
priorum descripsit propositionem: ed illic sic propositionem descriplit,
propositio est oratio affirmativa vel negativa alicuius de aliquo, aut alicuius
ab aliquot igitur de timiliter enuntiationem describere debet. Obijcit autem
Ammonius, vt fumit expositor, quia statim LIZIO definiens affirmationem et
negationem ponit enuntiationem, et non vt differentia migitur vt genus. Et ita
non æquivocum, sed genus erit illarum, et per consequens non definiendum per
species. Porphyrius philosophus cum Alexandro volens LIZIO definire
enuntiationem simplicem, ait non per species dehnifle, sed per virtutes
affirmationis de negationis, efie enim &e non, elle non sunt pecies
enuntiationis, sed virtutes affirmationis et negationis. Sed obijcit expositor,
quoniam sicut in definitione generis non debent poni species. Ita neg; ea qua
sunt propria specierum: MODO SIGNIFICARE esse, proprium est affirmationi,
SIGNIFICARE non esse negationi. Igitur non debent poni in definitione generis.
BOEZIO autem quafihac miscens vult LIZIO Espibe. lemfimul dividere
enuntiationem simplicem, &e definire, vt intelligenti pateti& longis
verbis exponit. Sed hoc expositor refellit, quia si enuntiatio simul
definiretur et divideretur, cum mon videatur definiri nifiatt per species, aut
per virtutes specierum, necessario cum dicere oportebit vel vt Alexander, vel
vt Porphyrius. Com Ammonio vero expositor sentit, &enos quod; sentimus,
videlicet, gi LIZIO enuntiatione simplicem in duas differentias dividit, vt
inde definitiones pécicrum näcifcatur. Et inquiteft autem simplex enunrtiatio,
lupple omnis, aur que SIGNIFICAT aliquid esse de aliquo, quod ad affirmationem
atunet, aut que SIGNIFICAT aliquid non esse de aliquo, quod ad negatione nde ne
intelligatur solum de prasenti tempore, sub-scribit modo quo tempora
distinguuntur, quasi dicat; etiam in aljs verbi temporibus. Hac vero divisio vt
expositor sentit non est enuntiationis in species, sed in differentiaa
specificas, non enim ait quod enuntiatio est affirmatio vel negatio, sed VOX
SIGNIFICATIVA cius quod est esse, qua est dificrentia affirmationis specifica,
vel eius quod est non esse, que tangitur differentia specifica negationis.
Propter hac ex his differentiis subscribet specierum descriptiones. Hac est
optima expositio. Verum illa Alexandri non est de-rifibilis? Propterea primo
debes scire Alexandrum voluisse enuntiationem, non esse simpliciter æquivocum
sed ANALOGVM, quasi analogia genus dicitur analogum speciebus Septimo physica
auscultationis. Hac enim analogia perfecti ad imperfectum rationi generis non
repugnat. Viterius animaduertendum enuntiationem posse bifariam definiti a
prioris, et e sic in pracedentibns definit LIZIO nullas in eius definitione
addendo species: aut a posteriori. Et hoc dupliciter vel per ea que intellectui
competunt: et ita per species acceptas a vero e falso, superius descripsit, aut
per ea que rebus conveniunt, et e ita describit hic icú di cit enuntiatio
simplex VOX EST QUA SIGNIFICAT ALIQUID DE ALIQUO ESSE, VEL NON ESSE. Vox enim
loco generis accipitur. SIGNIFICANS esse vel non esse loco differentir a
posteriori accepta Et hac elt mens Alexandri: que mulcum confsnat littera. Tunc
ad argumentum contra Alexandrum patet solutio. Non enim negat enuntiationem
esse genus: sed ait esse analogum etiam. Per hac patetrefponfio ad illud contra
Porphyriú. Pofiunt enim poni in definitione generis propria fpc-cierü:no quidé
in definitione propter quid, sed in definitione quia: et a posteriori.
Similiter ad illud contra BOEZIO, simul.n. definit vt notat illud genus vox et
dividit ve notat differentia accepta à virtutibus, hoc De bypatbetis est
propriis specierum. Credunt forticola LIZIO- củ. lem per simplice intelligere
categoricam, et per com Prima pofiria. ciatio sit cathegorica, vel bye que in,
gua a pluril categorias confans con.- etetica. sunctione vna eit: de quonia
plures categorica, possunt coniungi pluribus modis, {queda enim per nota causa,
vt quia Socrates bibit venenum, fuit fortis: Aliz moritur, fepelitur. Et
possunt etiam coniung: plures categorica innumeris fere modis; Ideo hypothetice
secundum iltos funt fera innumera. Quare ois enuntiatio, qua expliribus
conflatenutiationibus el hypothetica. Et sic inductio, exemplum, et enthymema:
atgi syllogilmus: et caetera id genus cum sint enuntiationes coniunte per notam
illationis, omnes sunt hypothetica. Alij ponun thypotheticarum, fex species
sive modos -- vt conditionialem, copulatiua, disiunctiua. Tertia põ. causalé,
temporalem; demú et locale. Sorticole côiter aiunt TRES esse species vt:
CO-ORDINANS: copulativam (p e q), disiunctivam (p o q) et SUB-ORDINANS:
conditionalem: (si p, q). Nam cateras ad has reduci contendút. Theophrastus
vero et Eudemus volunt hypotheticam oêm esse conditionalem et nullá alia nisi
conditionalem. Huic BOEZIO assentit in primo Topicorum suorum vbi air
CONDICIONALES PROPOSITIONES esse, quas graeci hypotheticas (SUPPOSITIO –
suppositiva -- vocant. Amplius in libro de syllogismis hypotheticis ait
CONDICIONALEM ENUNTIATIONE fortiri speciem et nomen ab hypothesi graece, latine
CONDICIO sive SUPPOSITIO. R urfus LIZIO in libro priorum vult ex hypotheticis
enuntiationibus costitui syllogismos hypotheticos. Constat autem per ipsum non
nisi ex CONDICIONALIBVS. CONDICIONALIVM vero graci duas tradunt species altera
eltquam continua vocat. Velifol exoritur: dies est super nos. Altera est: qua
disontinua nuncupant, ve: “vel tu es, vel tu non es.” Oua CONDICIONALIS
discontinua appellatur, quia posita CONDICIONE ep non sis, sequitur te non
esse, cumitag; nihil ponat inesse, CONDICIONALIS eriticum inter partes difun Al
formi que Etio signetur discontinua appellatur. Haceit mês om Riends, nnium
graecorum et BOEZIO) vbi gi. Qua ratione sit ve hypothetica 6t lpés
enutiationis coniunta. Nec cathegorica dividit contra hypotheticam sive
CONDICIONALEM sed potius cotra conjuntam. Consequenter videridá de pebus
condiciona: De peba con discontinue. Et dicendum vt Ammonius e BOEZIO fen tiunt
péspofie enumerari aut penes qualitaté cathegoricarum è quibus constat, aut
penes forma, que habetur ex vi notz CONDICIONIS. Si penes qualitate partium:
tunc sunt quatuor species. Prima ex categoricis AMBABVS AFFIRMATIVIS: vel – ut:
“SI sol lucet, dies est.” Secunda ex ambabus negativis –vt: “SI non est animal,
non est homo.” Tertia ex prima affirmativa, et secunda negativa – vt: “SI dies
est, nox non est.” Quarta ex prima negativa et secunda afirmatiua -- vt: “SI
dies non est, nox est pecies colligantur ex nota CONDICIONIS/ {Ouonihac nota si
potest trifariam fumi. aut pure CONDICIONALITER – vt: “SI habere homeri,
suderé: Aut permissiva, vofiad me veneris, mille basia dabot aut illative – vt:
“SI dies est, sol lucet harum trium tertia est in viu graecorum: et proprie
CONDICIONALIS continua. Consequenter quaramus penes quid atrenditur affirmatio
vel negatio CONDICIONALIS continua. Respondent recentiores o nota CONDICIONIS
est tanqui FORMA CONDICIONALIS: quoniam e forma qualitas profici fcif sicut è
materia ipsa quantitastiure ea dicitur negativa, cuius CONDICIONIS nota
negatur. Contra vero aftirmativa, cuius CONDICIONIS nota affirmatur. Qua ratione
fievequalibetharum sit negatiua: non SI dies est, sol lucet. Itemá; non dies
est, SI sol lucet. Rurfus, dies est: non filo lucet. In his .n.oibus semper
CONDICIONIS nota negatur. BOEZIO vero in de hypotheticis PiBu. affirmatione vel
negatione naciscitur ex qualitate consequentis. Vult enim CONDICIONALE esse
negativus etiam si solum consequens negatur. Hac enim est negativa. ficit. a.
non el. s. Hac affirmativa. f nonel. A. c. s. Hac positio persuaderi pot, qín
vis tota hypothetica est in illatione consequentis. Hypothetica enim nihil po
nit inesse, sed solum afferit illationem. Igitur negatio debet esse supra
consequens, vbi vis illationis habetur. Sed dices quales crunt ha, non SI DIES
EST, sol est or tus. et soleftortus SI DIES EST. Videtur mihi ep etia
Dulltitie. ciulimodi sunt negativg gm in omnnibus ijs vis negationis [Contra
BOEZIO] exercetur supra consequente ipso. Et pro tanto sunt negative pro quanto
consequens negatur. Non per hoc quia CONDICIONIS nota negatur, sed quia
consequens negatur lequi ex ANTE-CEDENTE. Quare apud BOEZIO potest
CONDICIONALIS esse negativa trifariam, aut per CONDICIONIS negationem, aut per
negationis prepositione: aut per negationem consequentis. Et de quantitate
agamus Sorticola tenent CONDICIONALE continua nullius esse quantitatis, gri
quantitas est CONDICIO subiectei. Modo illa non est ex subiecto et pradicato,
quare crit ois non quanta. Probabiliter teneri potest omnem CONDICIONALEM
continuam esse quanta Ex hoc a quantitate consequentis.Vocat coim LIZIO
syllogilmorum hos vniversales, hos particulares. et hoc a quantitate
conclusionis. Igitur cum CONDICIONALIS continua sit vt enthymema potest dici
quanta ab cius consequentis quantitate. E tita hac vniversalis, cuius
consequens est vniversale, illa particularis simili ratione. Hac quidem erit
vniversalis, fi ois homo currit. ois homo mo- roes feptimo phyfica
aufcultationis, comméto fecundo vule aliquam conditionalem effe veram, cuius an
tecedens et confequens funt imposibilia: aliquã effe fallam, cuius antecedés 8e
cófequés funt neceflaria. Etita renet conditionalem diuidi per verum et falfum.
Pro hac politione arguút recétiores, cotradictoria diuidunt omnem enuntiatione
fm verum et falium. vt dicit LIZIO primo priorum: sed conditionalis continua
habet contraditorium quia poteft negari et affirmari Igitur est vera vel falsa.
Secundo cuiufli-bet côtraditorij altera pars eft vera et e altera falla. Hec
funt contradictoria, SI dies est, sol lucet. Etnon SI dies est, sol lucet.
Igitur altera vera et altera falla. Et e gdguid dicatur, equitur conditionalem
esse veram ve lfalsam c Confitatio. Sed hac positio stare non potelt: quia vt
dicitur in predicamentis ab eo quod res eit vel no eit, oratio dicitur vera aut
falsa. Sed hypothetica nibil ponit in eile, aut in non esse. Igitur non poteft
dici vera vel falsa. Propria ph. Propter hac videtur mihi faluo meliori iudicio
quod nulla hypothetica debet dici vera vel falsa, sed bene necessaria vel
contingens, quam quidam vocant bonam aut mala. Reêtius necessariam aut
contingente, sive impossibilem. Et hac est intentio Boeuj vbigi- Tune ad
rationes dico. Ad primum, e contradiêto riu in hypotheticis non cadem ratione
accipit veluti in Simplicibus, na in simphcibus deltruit veritate vel
falsitaté, hoc est id quod est in re, vel quod non est in re. In hypotheticis
vero destruit necesitatem vel impolsibilitatem illationis. Etita contradicere
est fere ÆQVI-voce. Tuncad formam dico, g› contraditoria dividunt verum et
falsum in cathegoricis, in hypotheticis necessaria aut impossibile. Et hoc
satis. Similiter ad secundam. contraditoriorü enim de necesitate alterum est
verum, alterum falsum in cathegoricist in hypotheticis vero alterum
necessarium, alterum impoisibile, vel cotingens, hoc est non necessarium. Et de
conditionali discontinua agamus, quag; disjuntiva dicif. Et primo dicamus o
qualibet pars disiunctiva potesse consequens, ve dicédo: “Tu es, vel tu non
es.” Quamqua BOEZIO veatur vig; DVABVS disjuncttionis notis, ve “Vel tu es, vel
tu non es.” Et hoc ve notetur nihil poni inesse, nec in prima nec in secunda
[but cf. Grice on the metier of ‘or’ as providing pis aller answer to a
scenario where alternates are equally topically apt and held to be liable to
being truth.] Dico igitur o quelibet potest esse consequens. Nam: “Vel movetur
VEL quiescit” -- pot habere consequens altera indifferenter, quia SI non
movetur De fimuis quiescit; et SI non quiescit, mouetur. Tunc dicendum e
disiunctiva solum est negativa vel affirmatiua per negationem propositam. Causa
est, quia quicquid reneatur pro consequente, intelligetur negatum, quod non est
De quantite, ita in ipsa conditionali continua. Secundo dico aliqua est
vniversalis, et aliqua particularis. Sed non à quititate alterius enuntiationis
sed quoties amba sunt eiusdem quantitatis. Causa elst, quia quelibet pot elie
consequens, vigitur tenuetur quantitas consequentis, Dabitatis. oportet ambas
esse ciulde rationis Sed dies velom. ne.n. est: vel quoddam. a. esse quanta est
ista. Dici potelt go hac est alcuius quantitatis in se, quonia ilius cuius
quantitatis est ab ea cathegorica, que fumetur pro consequente: Actu vero est
disiunctiva vniversalis, de disiunctiva Etiuz particularis. Nechae
contradicunt. Pontenim vna met disiunctiva esse vniversalis et particularis hac
ratione, videlicet, disiunctiva vniuvríalis, et disiunctiva ctia particularis.
De sariste. De veritate vero et falsitate ita sentienda, veluti de conditionali
continua. Cum.n. disiunctiva sit conditionalis, et conditionalis nihil ponat
inesse, in re nulla erit vera, 8e nulla falsa, sed qualibet disiunctiva erit
aut necessaria AVT impossibilis, sive possibilis SIVE contingens. Et de
æquipollentijs negatiavrum dicamus. Et quamquam recentiores mula dica, mihi
videur, e negatio praposita toti coditionali AVT nota conditionis, AVT
consequenti, facit æquipollere copulative coltitut ex antecedente conditionalis
et opposito consequentis verbi causa, si homo est animal eft. Siquis praponens
negationem dixerit non si homo cit animal est. Hanc VULT SIGNIFICARE: homo est
et non est animal. Similiter hac, non si dies est, sol lucet, æquipollet huie,
et e dies est: et sol non lucet. Huius causa est, ga conditio non ponit inesse,
copulatio vero ponit, quare cum particula negativa neget conditionem, ponit
copulationem, et cum neget consequens, vi est vis omnis, ponet etiam oppositum
consequentis. Simil ratione: “non vel mouetur vel quiescit,” æquipollet
copulativa conslitutz ex oppositis ambarum cathegoricari, videlicer, et non
mouetur, et e non quiescit. Causa vero quare negatio preposite disiunctiva
facit æquipollere vel ponit copulationem, ele quia copulatio ponit inesse.
Verum ponit contradictorium ambarum partium, quia in discontinua qualibet pars
potesse consequens, ideo cuiuslibet partis oppositum debet ponere. In continua
vero eit consequens determinatem ideo ponit solum oppositum consequentis. Hac
de liypotheticis ad mentem grecorum expositorim volui dixille. Nam ab LIZIO
pauca habemus. Sorticola vero, cum studiorum fuorum finis sit ostentatio, non
esse, muita dicunt in confusione veritatis, que pretereun da funticum in illis
non sit felicitas, neqad falicitaté praparent De enuntiationibus vero coniun
Ctis grure gula funt in numerg, non cit núc prefens per tractatio, verum si
ocium dabitur, ad importunitates forticola- rumatg: captiunculatorum interdum
occurremus: ac quid peripatetice ficientiendun circa corum captine culas et
cauillos exponemus. Nunc vero de his lit di Ctum intantum. Agostino Nifo. Nifo.
Keywords: ludica, ludicra, intellectus, animo intelligere, nous, intellectus
passivus, intellectus activus, intellectus agens, intellectus possibilis,
intellectus passibilis, what is so ludicrious about dialectis?– Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Nifo: la dialettica ludrica”, Grice, “Dreaming” – Malcolm,
“Dreaming” --. – The Swimming-Pool Library. Nifo.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Nigidio: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Friend of Cicerone. He
enjoys a great reputation for learning. However, he is on the wrong side of the
civil war between Pompeo and GIULIO (si veda) Cesare, and Cesare sends him into
exile. He is particularly interested in Pythagoreanism and is a leading figure
in its revival in Rome. He specialises in the mystical side of Pythagoreanism
and is credited with occult powers. Publio Nigidio Figulo. Grice e Figulo –
Roma – Filosofia italiana – Luigi Speranza. (Roma). Filosofo italiano. Publio
Nigidio Figulo e una personalità assai notevole. Senatore, pretore e
ascoltatissimo consigliere di Cicerone nel momento critico della congiura di
Catilina. Nella guerra civile, si schiera col partito di Pompeo e dopo la
sconfitta di questo vive in esilio. Nella vita politica Occupa sempre posizioni
secondarie. Ha fama notevole per l'ampiezza del suo sapere che lo fa ritenere
il più dotto dei romani al pari di Varrone, che però lo superava per ampiezza
di cultura. Cicerone afferma che fa risorgere le credenze della setta di
Crotona come dottrina filosofica. Ma effettivamente era riapparso come Neo-Pitagorismo
in Alessandria, tanto è vero che ad esso appartenne Bolos di Mendes, o Bolos
Democrito. Quindi l’affermazione di Cicerone su lui si limita al mondo
romano. Raccogge intorno à sè un circolo di 'croonesi' che permise ai suol
nemici personali di parlare di una factio. Il suo sforzo di fondere
l'insegnamento della setta di Crotona (nel quale vede la verità su filosofia,
astronomia e scienze occulte -- con credenze, oltrechè romane, etrusche.
Suscita l'accusa di infedeltà alla 'religione' o culto ufficiale dello stato
romano. Sembra che coltiva l'astrologia e la magia e che predice al padre di
Ottaviano che il figlio che allora gli era nato avrebbe dominato il
mondo. Di lui si ricordano i seguenti scritti: "Commentarii
grammatici," di almeno 29 libri; "De gestu" -- una
monografia retorica."De dis" -- di cui è citato il 1. 199, è un
tentativo di rappresentare tutto il pantheon romano. Precede un’opera
simile di Varrone, che ne offusca il ricordoi si. Vi notano intuizioni stoiche.
E dubbio l'influsso di Posidonio. Chiari invece e l'influsso etrusco e
astrologici; "De extis," si diffonde sull'arte augurale
etrusca."Augurium privatum" in almeno 2 libri. È dubbia
l'attribuzione a lui di un libro Sulla interpretazione dei sogni. Uno
scritto "De ventis" comprendeva almeno 4 libri. Si cita di lui
il 4° libro di un'opera "De animalibus" e il 4° di un "De
hominum natura". È probabile abbia composto un "De terris" che
sembra fosse un’opera di geografia astrologica. La "Sphaera" di
lui e un saggio di astronomia e di astrologia che includede una Sphaera
graecanica (descriziene delle costellazioni greco-romana) e anche una
"sphaera barbarica," colla descrizione delle costellazione di altri
popoli. Probabilmente conteneva predizioni astrologiche. Le tendenze
mistiche, religiose e superstiziose che dominano in lui dovevano conservarsi in
tutto il Neo-Pitagorismo posteriore. Publio Nigidio Figulo. Figulo.
Nigidio
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Ninone: la ragione conversazionale e la diaspora di
Crotona e la sua causa -- Roma – filosofia calabrese -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Crotone). Filosofo italiano. Crotone,
Calabria. One of the leaders of the anti-Pythagorean movement in Crotone. He
claims that the Pythagoreans are elitist and anti-democratic. He also claims to
have a knowledge of their secret teachings and published it in an essay.
However, according to Giamblico, N. Knows nothing of what the sect teaches and his
essay is ‘a work of pure invention.’
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Nisio: la ragione conversazionale e il portico romano --
Roma – filosofia molisena -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Bojano). Filosofo italiano. Samnium, Bojano,
Campobasso, Molise. A pupil of Panezio. Nisio.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Nizolio: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale
– la scuola di Brescello -- filosofia emiliana -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Brescello). Filosofo
italiano. Brescello, Reggio Emilia, Emilia Romagna. Grice: “I read Nizolio and
it’s like reading myself!” – Insegna a Brescia e Parma. Pubblica il lessico
Observationes in M. Tullium CICERONE, Brescia, il Thesaurus CICERONE, Venezia,
Facciolati, e il lexicon CICERONE, Venezia, Facciolati. Ha una lunga polemica
con MAIORAGIO per una critica portata da quest'ultimo a CICERONE che, iniziata
con la Epistola ad M. A. Majoragium, prosegue con l'antapologia e si conclude
con i De veris principiis et vera ratione philosophandi contra pseudo-philosophos,
Parma, scritto contro gli scholastici, che interessarono Leibniz al punto che
questi li fa ristampare premettendogli il titolo Anti-barbarus Philosophicus,
sive philosophia scholasticorum impugnata, con una prefazione ed una lettera a
Thomasius sulla dottrina del LIZIO, Francofurti, Roma, Bocca. E chiamato da
Gonzaga a Sabbioneta. Contemporaneamente alle critiche di Ramo alla logica dei
lizii, anche per lui occorre sostituire all'astrattezza di quella logica un
pensiero che sia concretamente legato al reale, e a questo scopo la strada
maestra sta nel ritrovare i processi del pensiero direttamente nella struttura
grammaticale dell’italiano. Individua cinque principi per fare della buona
filosofia. Il primo principio generale della verità e della buona filosofia
consiste nella conoscenza della lingua romana, in cui sono espressi quei saggi
filosofici. Il secondo principio è la conoscenza di quei precetti che si
trovano nella grammatica e nella retorica di CICERONE, sostituendo la
grammatica e la retorica alla metafisica, ontologia, o filosofia speculativa,
dal momento che il metafisico si e preoccupato solo di ricercare il vero, senza
occuparsi dell’utile, il necessario, o il pertinente delle cose trattate. Il
terzo principio consiste nell’interpretare il filosofo antico come CATONE IL
CENSORE, o Cicerone, o Antonino, e nello sforzarsi di comprendere il modo con
il quale il popolo romano si esprime, essendoci verità in quella schiettezza –
Grice: ‘slightness” -- di linguaggio. Il quarto principio generale del vero è
il libero, e la vera licenza delle opinioni e del giudizio su qualunque
argomento, in contro ogni domma, come richiede il vero e il naturale. Non
devono essere dunque CICERONE o ANTONINO nostril maestri, ma i cinque sensi,
l'intelligenza, il pensiero, la memoria, l'uso e l'esperienza delle cose. Il
quinto principio afferma che, oltre a esporre ogni tesi con la chiarezza della
lingua comune – l’italiano volgare, senza introdurre nel discorso oscurità
(avoid obscurity of expression, be perspicuous [sic], avoid unnecessary
prolixity [sic] o sottigliezze, occorre non trattare problemi che non hanno
realtà. Esempi di invenzioni filosofichi prive di oggettività sono la idea
platonica e la tesi del reale dell’universalie. Infatti, il reale è costituito
soltanto da singoli individui e questi devono essere indagati non attraverso la
loro natura propria e privata, ma attraverso la loro comune e continua
successione. Si fa filosofia non astraendo, ossia togliendo da una singola
realtà quel quid che viene poi analizzato come se esso fosse reale, ma
comprendendo, ossia considerando insieme il singolo reale. L'universale è una
vana e finta astrazione che deriva invece dalla comprensione di ogni singolare
di ogni genere, accolto insieme con un atto solo, senza astrazione
intellettiva, ma con il solo ausilio di un'intelligenza che comprende il
singolare. In sostanza, noi non possiamo distaccare, con un'operazione
dell'intelletto, un universale da ogni singolare, ma semmai passare
dall'individuale al collettivo. L'operazione consiste nel sostituire alla
dialettica la retorica e alla logica la grammatica ma, pur mettendo in rilievo
i difetti della logica classica, non riesce a fondare una nuova logica efficace
e persuasiva. Saggi: Garin, Rossi, Vasoli, Testi umanistici su la retorica;
Testi editi e inediti su retorica e dialettica di N., e Ramo, Milano, Bocca N.
in CICERONE observationes Caelii Secundi Curionis labore et industria secundo
atque iterum locupletatae, perpolitae et restitutae. Ejusdem libellus, in quo
vulgaria quaedam verba et parum Latina, ad purissimam CICERONE consuetudinem
emendantur, ab eodem Caelio, s.c. limatus et auctus; Dizionario biografico
degl’italiani. Ballestri, Massimiliano. Milano, Cosmo, Battistella, umanista e
filosofo, Treviso, Zoppelli, Il rinnovamento scientifico moderno, Como, Meroni,
Rossi, La celebrazione della rettorica e la polemica anti-metafisica del De
Principiis in La crisi dell'uso dogmatico della ragione, Banfi, Milano, Bocca;
Fink, Logica aristotelica Universale Idea. Treccani,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana; Calogero, Dizionario di filosofia. Grice:
“I was slightly disappointed when I got hold of Nizolio’s overadvertised
masterpiece, the “Lexicon Ciceronianum;” while Urmson liked it, I found it more
to be a common-or-garden dictionary. I did not care for philosophical concepts,
seeing that he starts wih “A”, ‘the first letter of the alphabet,’ as N.
defines it. So, I went straight to the third tome – heavy as they are, and
reprinted in London for use at public schools –‘adolescens’ – to ROMA, ROMANVS,
ROMVLVS. As for his advice as to deal with the longitudinal unity of philosophy
and his rhetorical, ‘Plato is my friend but a better friend is truth,’ I can’t
believe it coming from one who dedicated his life to TRACE every little ‘idiom’
(slogans as the London edition has it) uttered by Cicero! While I would expect
praise against the barbarian scholastic from Roger Bacon, it sounds
hypocritical coming from Leibniz. By N.’s standard, Leibniz was a barbarian his
self. The scholastics actually saved the books from the flames of the
Longobards and the Eastern Goths (earlier on) Roma, Contr. RuJ. Romain montibus
posita, et convalUbus, ccenacolis sublata atque suspensa. de Div. Certahant,
Urbem Romam Uemamne vocdrent, Post led. in Sen. Roma arx omnium terrarum. De
Pet Cons. Roma civitas CK nationnm conventu constituta. de Onu. Roma domus
virtutis, imperii et dgnitatis. Roma domid Uum imperii et gloris. Roma
luxorbisterraruhi, et arx onuuum gentium. Div. Bmoul sexennioj post Veios
captos a GaUis capta. Rome et reges augnres, et postea privati eodem sacerdotio
prsediti, lem pub. Regionum autoritate rexemnt. Qu. Fr. Roma, ubi tanta
arrogantia est, tam immoderate libertas, tam infinita hominum centia. Redu
Romam Fonteu cansa. Idns Qu. de Nat. Roma in terries nihU meUns. Inoer. Romam
conditam 01 vmpiadis sestss anno tertio. Romani. Pro Leg.Man. Romani præter
ctiteras gentes laudis et gloriæ avidi. Romani cives facti siculi lege Antoni
L. Fara. Romani veteres atque urbau sales. Tus. Romani serius quam GffKci
poeticam acceperant Di. Romaia nihU in bello sineextis agebant nihU
d<»B& sine auspiciis. Off. Romani toscoianos, equos, volscos, sabinos,
Hemicos, victoria parta non modo conservarunt, sed etiaro in ciritatem
acceperant Pro Mur. Romani tempora voluptatis laborisque dispelrtiunt, etc.
Tus. Romani omnia aut invenerant per se sapientius, quam Greciaut accepta ab
illis fcicerant meliora. Div. Romani omnibut rebus agendis, quod bonnm,
faustum, felix, fortunamque esset prefabantur. Pro Cnc. Romani eos vendere
solebant, qui mUites facti non essent de Ora. Romani minos qoam liitm Utteris
studebant Pro Leg. Man. Romani omnibus navalibus puffuis Carthagienses vicerant
Aoad. Romanorum antiqua juris jurandi formulaet consuetudo. de Or. Romanoram
ingenia raultnm csBteris liomiaibos omnium gentium prsstiterunt
Snavitassemkonis Atticoram et Romanomm propiia. Tosc. Apod priscos Romanos
morem honc epolaram fiijsseantor est Cato in Originibus, ut deincepi, qui
aocobaient, canerent ad tibiam virorom daroram Uodes atqoe virtutes Romanos, a,
uro. de Nat Romana RO JaiioteIbBoa«t, <f«aUs8oif2li« $.S.Fo paU RoaiaBi ovnk
religio in ftcrt etin anspida diyia. Popalnm Boaunun nan DJ saasnon Sn
defendenda ropnb.sed Sn pUndendo cooso Bieie. Bum non nodo Romano bomini, sed
ne Perse qwden coiqaam tolerabile. Fam. Bomaoo nsoae oommendare. Romano more
feqni. de Orat et Ver. Romani ladL Att. Nu Bc Romanas res aedpe. Romilla,
iribus. t. cont Ral. Respondit, Romilla tribo se initiam esse £se-tnram. I,
Tribos. Romalos, li, Qutnntti. Romalam qu banc aibem condidit, ad deos
immortales benerolentia famaqae sastulimas. de L.Roawhis post exoessum suum
dixit Proculo Jolio, se deom esse, et Qaoinum vocartem plumaae sibi dedicari ia
eo loco jussit Romuhis quem iaauratum m Capitolio pamun ac lacttntem, uberibos
lopiais inhiantem fuisse meministis. OfF. Peccavit igitar, paoe vel Qoirini toI
Bomali du Eerim. de D. Romuhis puldier. Ih, Romulus urbm auspicato oodidit
Roamlus non solom aospieato Romam condidit, sed etiam optimos augur feit de N.
Romnlos auspicBs, Numa sacris constitatb, fandamenta jeeit ostiSB dTitatii.
Off. Romulus, cum ci visom csset utilios solum, quam cum altero regnarefiratrem
interemit De Or. Roma Jns consitto magis et sapientfaqaam doqueotia usns est S.
Div. Romolas et Remus com altrice bdhui vi folminis idi oooddeiant Romulis et
Remus ambo augures fberant Roorali stataa decoelo taeta. Som. Ronmlo moriente
deficere sd bommibas eatingaiqao visus est. Summatim quanam fine principia
generalia veritatis investigande, recteque philosophandi. Item in summa
quanasmint princigpeianeralia pseudo-philosophorum et perverse philosophandi.
De generali omnium nominum divisione in substantiva, adjectiva propria
appellativa, deq; eorum proprietatibus et differentia, nginguam facisusque
inbuncdicmab ullo traditisaut cognitis, contra pseudophilosophos. De nominibus
propriis et appellativis, tam cole&li vis quam simplicibus non cola
Letivis, ac decorum proprietatibus et diferentis, contra philosophastros. s.
Deus) 0 (sem (falsis. De denominativis reliquis capitibus Ante predicamentora,
vel supervalaneis vel. Universalia realia etiam five raese concedantur, tamen
non fuisse facienda quin. Que numeross ed velunumtantum, hoc est, GENUS, vel
plura quam quinque hoc est, septem veloflo, adiecto communi, simils, contrario,
arque substantia. De nominibus substantivis et adiectivis. De eorum
proprietatibus ac diferentis, contra pseudo-philosophos. De generaliomnium
rerum divisione oratoria pera et deila pseudo-philosophorum falsa, simul quede
voce universi anni versalis et in summa de falsirate universaslium realium ut
vocant. Universalia realia nec propter scientias artes quetradendas, nec
propter syllogismos eocateras argumentations formandas, nec propler
predications superiorum de inferioribus faciendas necessario ese ponenda contra
pseudo-philosophos. Universalia realta vere in rerum naturaese non posse. Co
propter canone c, uirea Etiffime dicunt nominales. Cintra sultam illam realium
opinionem de universalibus realibus, quorum rationes omnes plusquam in
aneslabefaltaneur. Um suffi.ientia, quam vocant. De toris, et corum
divisionibus, compositionibus quepere, contra falsissimam dialecticorum de his
omnibus doctrinam. De vere philosophico e oratorio genere et de vera eius
definitione. Contra falsum genus dialecticum et falsam cius definitionem. De
vera specie oratoria et vera ejus definitione, contra falsam speciem
dialecticam et falsam illius definitionem. De vera diferentia et vero proprio
philosophicis oratoriis do simulde eisdem adversariorum vel falfsis vel
inutilibus. De accidente vero quid esmedin constanter definite et simul pauca
quadam de falsis universalibus, eorum vanis questionibus in universum. De
preceptis dividendi et definiendi oratoriis veris et dialecticis falis. De
homonymis et synonymis grammaticorum veris quid vere sint et quis verus eoru
mufus, contra stultaila aquivocado analoga dialecticorum. Ele tantum modo unum
et summum et verum á generalisimum genus oralo rium, quod est, genus rerum sex
autem s a transcendentia Dialecticorum, decem pre dilamenia LIZIO et tria VALLA
(si veda) falsa. Quam ob levem causam LIZIO CATEGORIAS fore predicamenta decem
ponenda existima verii et quam non re et tetria tantum Vallusta rucrit, simul
quo pacto nosar borem generica ma Porphyri analonge diversam, faciendam
arbitramur. GENUS rerum vere in duas rantum species divide in substantias et
qualitates, omnia alia accidentium dialecticorum pradicamenta sub qualitate
generalitan quamo verascius specie spere contineri. Simul de falsa universali.
De o sem. De qualitate generali et omnibus e iustam comparata quam absoluta
speciebus, praferrimquede qualitate speciali, quantum different a speciebus
accidentium dialectic corum et singularim quærario de causa diversitatis. De
nominibus scientia arris quid APUD LATINOS communite rad proprie significe ne,
u quormo dis virum que corum accipiatur et denique; quibus differentis attes
elit entia mnter sed iftinguantur, contra falsas scientias et artes
pseudo-philosophorum, (falla. De generali scientiarum do atrium divisione
nostrar era, et pseudo-philosophorum. De errales LIZIO in generali philosophia
divisione admflis. Dialectica minter scientias ariesnecut universalem nec ut
particularem ul lum omni nolo cum habere pose sed tanquam non modo falsams ed
etiam in utslem de sua pervacuam ex omni arti nm do scientiarum numero
ejiciendam. Metaphysicam inter scientias Cartesnecut universalem nec ut
parricularem ul lumomn inolo, um habere pose, sed tanquam partim falsam, parlim
inutlim, partim super vacuam ab omni artium scientiarum numero removendam. De
comprehensione universo rufm singularium vere philosophica de oratoria et simul
de abstractınoe universalium pseudo-philodophia et BARBARA contrafallam LIZIO
doctrinam falso de ceniis, abstrahentiam non efemendacsum. Oratoriam esse
facultatem vere generalem, grammaticam sub se primo, deinde reliqua somnesarl
es screntias vere continentem, ium partese jus majores breviter ex ponuntur
omnes, o cidem, qua a pseudo-philosophis unique fuerunt ablatare stituuntur. De
sophisticis elenchis ab LIZIO in rhetoricam non recte introductis et delio bro
sophisticorum elenchorum quid senciendum, Que et quot fintea, quarequiruntur
cascientise artibus, ex quibu spendetac fitomnis eorum dividio definition o
distinctio, contra falfam de eisdem rebus Pseudo-philosophorum doctrinam. De
utilibus et veris argumentis de que utili vero eorum iam tradendorum, quam
usurpandorum modo, conira partim sulum purtom inutilem ipsorum doctrinam ab
LIZIO traduam in libro Topicorum. De definitionibus nominis et verbido
orarionis grammaticorum veris. Pseudo-philosophorum falsis, condealis, queab
LIZIO falso vel inutiliter in libro Sepienpenveids traduntur. Dentilibus et
veris argumeniationibus, de queutilido vero carum usu, contrainu tolemdo vana
LIZIO decudem rebus doctrinam traditam in libris analyticorum. De falsa
demonstratione et falsa scientia et falsa sapientia pseudo-philosophorum simul
de inutili falsoque posteriorum analyticorum libro. De vanitate eorum, qua a
recentioribus dialedicis appellantur parva logicalia. Libros qus hodie sub
LIZIO nomine leguntur plerosque non vere essesri Roselicos, sed subdititios con
adulterinos, contra communem pseudo-philosophorum opinionem. De ACCADEMIA,
LIZIO, Galeno, Porfirio. Deomnibus LIZIO interpretibus Græcis et LATINIS:
reviter quid sentiendum rectte philosophaturis. De ratione philosophandi o de
corrigendis instaurandisque; Philosophia studis, qua nunc maxima exparte
perveriæ corruptsaunt. N. stammt aus Brescello in Reggio d’Emilia. Als
Geburtsjahrà wird allgemein und als Todesjahr angegeben. Indes ist diese
Berechnung nach der Untersuchung Batistellas auf Grund inschriftlicher
Argumentation um ein Dezennium zu spät angesetzt. Demzufolge lebte N. Ueber
seine ersten Lebensjahre und Studien ist nichts bekannt. Finden wir ihn am Hofe
des Grafen Gambarra, eines eifrigen Beschützers und Pflegers der
Wissenschaften. Ihm widmete auch N. seine erste, abgefasste Schrift, die
Observationes in CICERONE. Nachdem er eine lange Zeit als Hauslehrer in der
gräflichen Familie tätig gewesen, kam er als professor in Parma. Wurde er,
bereits, als Leiter an die von dem Herzog Vespasiano Gonzaga neuerrichtete
Universität zu Sabbioneta berufen. N. war damals ein weithin berühmter
Gelehrter: un vecchio consumato negli studi dell’eloquenza e della filosofia,
chiaro per molte opere, vittorioso nelle concertazioni letterarie e per lungo
usu di leggere sulle cattedre delle città più cospicue praticissimo, di cui la
memoria nei fasti dell’italica letteratura, non perirà giammai. Altersschwäche
und ein sich immer mehr verschlimmerndes Augenleiden hemmten den Greis gewaltig
in dem schweren Berufe, den er auf sich geladen hatte. Schon ereilte ihn der
Tod, ob zu Sabbioneta, oder in seiner Heimat Brescello, lässt sich nicht
bestimmen. Vergl. Jöcher, Gelehrtenlexicon sub N. Suppl., der sehr ungenau ist.
Ausführl. biographische Notizen bringt Batistella: N. Batist. Bat. Bat. Die
Tätigkeit des N. erstreckte sich zunächst nur auf das Gebiet der klassischen
Sprachen. Er beschäftigte sich mit der Interpretation griechischer und
lateinischer Autoren, vor allem des CICERONE. Mit rastlosem Fleiss verband er
einen kritischen und vor allem natürlichen Sinn. Aus dem letzterem Umstand
erklärt sich auch wohl der realistische Standpunkt, den er in philosophischer
Hinsicht verfocht. Zu eigentlich philosophischen Spekulationen kam N. erst spät
und zwar durch einen mehr äusseren Umstand. Während seines Aufenhaltes zu Parma
geriet er in einenheftigen Streit mit MAJORAGIO (si veda), professor der
Eloquenz in Mailand. Es handelte sich in der Hauptsache um zwei Fragen:
Lateinischer Stil und Philosophie, CICERONE und il LIZIO. Majoragio war wie N.
ein grosser Verehrer CICERONE, jedoch zog er der eklektischen Philosophie
desselben die reine Lehre des LIZIO vor und vertrat die Ansicht, dass man die
Philosophie CICERONE mit der des LIZIO in Einklang bringen könne. N. dagegen
strebte dahin, den LIZIO für immer zu verbannen, indem er mit Ueberzeugung den
Standpunkt von der falschen und unnützlichen Doktrin LIZIO vertrat. Diesem
Streit, der auf beiden Seitem unerbittlich und unwürdig geführt wurde, machte
schliesslich der Tod MAJORAGIO ein Ende. Bat. Le opere ei giudizi dei eritici.
Bat. Bat. La polemica con MAJORAGIO vergl. femer Gerh. Phil. und N. in seiner
Vorrede zum anti-barbarus, ad Lectores contra MAJORAGIO. Bat. Bat N. soll in
Jahren nicht recht haben schlafen können! (Jöcher a. a, 0.) non solum calamo et
chartis venenatisimis, sed etiam putrido et fœtenti illo ore suo contra vitam
et mores nostros usque in hunc diem deblateravit et deblaterat, N. ad lectores
in De veris principiis, ipse MAJORAGIO qui licet, de magnis et obscuris
philosophiæ rebus loqui conetur, tarnen vere est acocfoc, et tantum seit de
philosophia quantum asinus de musica, Vorrede. MAJORAGIO hatte auf die Angriffe
des N. eine apologia erscheinen lassen, die N. mit einer anti-apologia
erwiderte. Es folgte nun seitens MAJORAGIO reprehensionum libri contra N.,
worauf N. mit seinem anti-barbarus philosophicus antwortete. Seine AngriflFe
fasste N. dann noch einmal zusammen in seiner Schrift: De veris principiis et
vera ratione philosophandi contra pseudo-philosophos In der Hauptsache war N.
mehr gelehrter Humanist als philosophischer Denker oder Kenner der älteren
Philosophie. Sein Eifer für die Beförderung der klassischen Latinität
veranlasste ihn zur Abfassung einer Reihe von Werken, die uns ein Bild geben
von seiner bewunderungewürdigen Arbeitskraft. Nur die wichtigsten seien
genannt. Als sein Hauptwerk ist wohl anzusehen ein Thesaurus sive latinæ linguæ
Lexicon, das, wie auch die meisten der anderen Werke, zahlreiche Neuauflagen
erlebte. Das genannte Werk war bereits unter dem Titel Observationes in
CICERONE, dann als Apparatus latinæ locutionis und endlich als Thesaurus
CICERONE in Venedig, und erweitert von Zanchi gedruckt wonien, erschien es zu
Frankfurt und zu Padua mit beigedruckten CICERONE Phrasen, die nicht von N.
stammen. Ausserdem verfasste er die bereits erwähnte antiapologia pro CICERONE
et Oratoribus contra MAJORAGIO Ciceromastigen, ferner Defensiones locorum aliquot
CICERONE contra disquisitione Calcagnini,Venedig, und übersetzte aus dem
Griechischen ins Lateinische Galeni explanatio obsoletarum vocum Hippocratis.
Fällt die Herausgabe des Werkes, welches das vollständige philosophische System
des N. enthält und mit vollem Titel lautet: De veris principiis et vera ratione
philosophandi contra pseudo-philosophos, in quibus statuuntur ferme omnia vera
verarum ar- Bat. Bat. tium et scientiarura principia, refutatis et rejectis
prope Omnibus Dialecticorum et Metaphysicorura principiis falsis, et præterea
refutantur fere omnes MAJORAGIO objectationes contra eundem N. usque in hanc
diem editæ. Parma apud Viottum, Schon die Titel der Werke beweisen, dass die
Tätigkeit des N. eine mehr philologische als philosophische gewesen ist. In der
ersteren Eigenschaft hat er daher auch stets warme Anerkennung gefunden. Cælius
Secundus, ein späterer Herausgeber seiner Observationes, nennt ihn im proœmium
einen gelehrten Mann, der sich unstreitiges Verdienst um die lateinische Sprache
erworben. N. quasi Deus aliquis linguæ latinæ tanquam universitatem quandam
fabricatus est, quam postea hominibus non solum ntendam, verum etiam excolendam
tradidit Aehnlich äussert sich Simon Grynacus in der Vorrede zum Thesaurus
CICERONE des N. Videtur hie vir in hoc uuo opere, postquam delectum latinæ
dictionis, ne promiscue hauriremus, puritatemve linguæ confunderemus, optimum
egit, simul et viam loquendi certam post hac et expeditam monstrasse et vim ac
copiam sermonis Latii totius omnem effudisse et CICERONE libros nunc deum
legendos omnibus exhibuisse. Einer seiner Verehrer H. Fröhlich besingt das Lob
des italienischen Humanisten begeistert in dem Ruhmespoem N. quem thesaurum
congessit in unum, ex latiæ linguæ fönte, labore gravi: Tro)anas longe gazas
superare memento, jjFortunas Crassi, divitiasque Midæ. Für die Philosophie ist
N. hauptsächlich von Bedeutung, weil er der einzige Grammatiker ist, der Schule
gemacht hat in der Philosophie und ferner als erster unter den filosofi
razionali in Italien ausführhch gehandelt hat Ton der Dottrina metodica. Um
indes den Philosophen N. ganz nach Verdienst würdigen zu können, muss man die
Zeit, in der er lebte, in Rechnung ziehen. G. Bat. Daselbst auch die übrigen
kleineren Schriften. Siehe Bat Die Renaissance ist in philosophischer Hinsicht
charakterisiert durch die grosse Armut selbständiger philosophischer
Spekulation und durch vorläufiges Fortwuchern der scholastischen Philosophie.
Daneben kommen als positive Momente einerseits die Erneuerung antiker Systeme,
vor allem ein von den humanistischen Philologen in engster Anlehnung an
CICERONE gezüchteter Eklekticismus, andererseits eine mit der letzten
Erscheinung eng zusammenhängende rhetorische Behandlung der Philosophie,
speziell der Logik in Betracht. Die neologischen Humanisten mussten den
Schriften CICERONE wegen der Schönheit ihrer sprachlichen Form gegenüber dem
entstellten und verwilderten LIZIO der spätscholastischen Philosophie mit ihrer
dunklen und vielfach sinnlosen Diktion den Vorzug geben. Daher sehen wir alle
Philosophen der Renaissance in dem Streben, durch Beseitigung der sinnlosen
Auswüchse den reinen und ursprünglichen LIZIO für den literarischen Betrieb der
Logik wiederherzustellen und schliesslich die logische Disziplin zu einer
rhetorischen umzugestalten, einig gehen. Galt der Scholastik LIZIO derp
hilosophus xat' l^o-/'»]v, als Norm in jeder strittigen Sache, so bekämpfen die
Humanisten, wie jeden Autoritätsglauben,vor allem die Ausschliesslichkeit, mit
welcher man überhaupt nur dem LIZIO, den man noch dazu in entstellter Form in
Händen habe, Wert beilege. Als Massstab und Norm will man vielmehr den eigenen
gesunden Menschen-verstand und die fünf Sinne gelten lassen. Und in diesem
Gesichtspunkte haben wir die Brücke zu der sensualistisch-nominalistischen
Tendenz, die gleichfalls mehr oder weniger die Philosophen der Renaissance
insgesamt beherrscht. Neben dem Italiener N. kommen hier als bedeutende
Vertreter der Renaissance-Philosophie in Betracht der Römer VALLA (si veda),
und Agricola. N. bringt die Bestrebungen seiner Vorgänger zu einem gewissen
systematischen Abschluss, sich grösstenteils an sie anschliessend, vielfach
dieselben aber auch kritisierend. Von seinen Werken mass er selbst dem
anti-barbarus Philosophicus die Hauptbedeutung zu, da er in ihm eine Reformatio
Philosophiæ bewirkt zu haben meinte. Aber dennoch erntete er gerade durch
seinen Index CICERONE seine Berühmtheit, während seine Philosophie schon beim
Entstehen kaum dem Ersticken entging. Philosophia N. prope in ipso partu suffocationem
aegre effugit. Das Geschick des in tenui labor, at tenuis non gloria bei N.
begründet Leibniz durch den Umstand, dass N. in Italien schrieb, wo damals
LIZIO und die Scholastiker in allzu tyrannischer Weise herrschten. Leibniz ist
der Ansicht, dass nunmehr seine Zeit, wo man wenigstens zugebe, dass auch ein
LIZIO irren könne, auch den Verdiensten eines N. gerecht werden könne. Welche
Wertschätzung Leibniz selbst dem italienischen Philosophen entgegenbrachte,
beweisen ausser der von ihm besorgten zweimaligen Herausgabe des anti-barbarus
die zahlreichen Anmerkungen, dieer in den Text hineinsetzte, sowie die
Abhandlungen, die er im Anschluss an die Edition des N. Werkes erscheinen
liess. Unter ihnen ist die ausführlichste und wichtigste die sogenannte
Dissertation über den philosophischen Stil, Dissertatio Præliminaris de
alienorum operum editione, de philosophica dictione, de lapsibus N., wie
Leibniz sie betitelt. Er schickte dieselbe nebst einer Widmung an den Baron von
Boineburg, ausserdem einen Brief an Thomasius über die Versöhnung des LIZIO mit
der neuen Philosophie De LIZIO recentioribus reconciliabili, sowie Exzerpte aus
Briefen des Thomasius ad Editorem, Leibniz, der eigentlichen Abhandlung des N.
voraus. G. Q. vel hoc saltem in confesso est, LIZIO errare posse. Renhissanoe
and Philosophie. Leibniz' üebereinstiramung mit N. Die philosophische Diktion.
Gerade die Schrift des N. musste Leibniz besonders anziehen; war doch desselben
Massstab in der Beurteilung und Behandlung fremder Autoren derjenigen unseres
Leibniz so durchaus ähnlich. Auch N. knüpfte an die Scholastik, die Alten, vor
allem LIZIO, an, übernahm das viele Gute, das sich bei ihnen fand und besserte
und reinigte, wo es ihm gut und notwendig schien. In dieser Behandlungsweise
fremder Autoren sieht Leibniz ein Hauptverdienst des N.; er hält ihn daher den
Philosophen seiner Zeit entgegen, die nur darauf bedacht seien, sich
ausschliesslich mit ihren eigenen Gedanken-erfindungen zu befassen. Ein
gleiches Mass von Uebereinstimmung mit N. bekundet Leibniz in der Beurteilung
oder vielmehr Verurteilung der Scholastik. Mit Recht musste seiner Ansicht nach
N. nach dem Studium des stofflich vielseitigen und stilistisch glänzenden
CICERONE die scholastische Behandlungsweise, die mit ihren Finsternissen und
ihrem geringen Gehalt an Nützlichem irgendwelcher Art jeglicher elegantia
entbehrte, verachten. Zwar sucht Leibniz, die Scholastiker in Schutz nehmend,
ihre Fehler und Schwächen zu entschuldigen mit den damaligen ungünstigen
Zeitverhältnissen. Welchen Wert er aber im Innersten seines Herzens der
Scholastik beimisst, beweisen die zornigen Vorwürfe, die er denen macht, die
noch jetzt, nachdem die Früchte gefunden, lieber die Eicheln essenwoll en und
mehr sich versündigen durch ihren Eigensinn als durch Unwissenheit. Ihnen Gerh.
Ritter G. vgl. auch G. hält er entgegen den unvergleichlichen Verulamius und
die übrigen ausgezeichneten Männer unter den Neueren, die die Philosophie ex
æreis divagationibus aut etiam spatio imaginario ad terram hanc nostram et usum
vitae revocaverunt. Im Zeitalter der Erneuerung der Wissenschaften, so
behauptet Leibniz, hat es viele Gelehrte gegeben, die gegen die barbarische
Diktion der Vulgärphilosophen zu Felde zogen, aber es war bei ihnen mehr ein
Carpere als ein Emendare. Die einen jammerten, andere mahnten und gaben
Ratschläge, wieder andere donnerten gegendie scholastischen Philosophen und
nannten sich im Gegensatz zu ihnen Reales, aber sie unterliessen es, die Sache
selbst in die Hand zu nehmen. Da sei es nun N. gewesen, der mit Eifer und
Fleiss und, wenn man ihn läse, mit solcher efficacia wie kein anderer
Schriftsteller sich wirklich damit befasst habe, den Boden der Philosophie von
jenen spinæ verborum von Grund aus zu säubern. Er verdiene es daher als
exemplum dictionis philosophicæ reformatæ und zwar, soweit es für die Logik,
das vestibulum philosophiæ, gelte, angesehen zu werden. Leibniz knüpfthieran
den Wunsch, dass in seiner an Talenten so reichen Zeit sich Männer finden
möchten, das Werk des N. für die übrigen Teile der Philosophie fortzusetzen. Er
selbst würde, wie er hinzufügt, sich dieser Aufgabe unterziehen, wenn er sich
nicht teils durch andere Studien daran verhindert sähe, teils aber fürchten
müsse, anderen, die dieselbe Sache besser leisten möchten, vorzugreifen. Diese
Einwendungen halten ihn jedoch nicht ab, auf die N. Erörterungen wenigstens im
allgemeinen einzugehen und ihnen Neues hinzuzufügen. Rühmend hebt G. Ueber das
Verhältnis Leibnizens zur Scholastik siehe: Jasper, Leibniz und die Scholastik,
Leipzig, ferner Rintelen Leibnizens Beziehungren zur Scholastik, München,
besonders G. Leibniz hervor, wie N. überall nicht nur fordere, sondern auch
selbst in Anwendung bringe eine dicendi ratio naturalis et propria, simplex et
perspicua, et ab omni detorsione et fuco libera, et facilis et popularis et e
media sumta, et congrua rebus, et luce sua juvans potius memoriam quam Judicium
inani acumine confundens. N. stellt fünf allgemeine Prinzipien des rechten
Philosophierens auf, die aber, wie Leibniz bemerkt, mehr auf die Rede als auf
das Denken Bezug nehmen. Als erste Bedingung fordert er die Kenntnis des
Griechischenund des Lateinischen, als zweites das Vertrautsein mit den
Vorschriften und Lehren, die sich bei den Grammatikern und Rhetoren finden,
ferner drittens eine umfassende und andauernde Lektüre der besten griechischen
und lateinischen Autoren und die Kenntnis des allgemeinen Sprachgebrauchs
sowohl, soweit es die obigen betriflft, als auch des Volkes, das nach Horaz die
Gewalt und Bestimmung hat über die Norm der Redeweise. Ein viertes Prinzip ist
die Freiheit und wahre Willkür im Denken und Urteilen über alle Dinge. Jeder,
der richtig philosophieren will, darf keiner bestimmten philosophischen Sekte
anhängen, sondern soll vielmehr seinen eigenen fünf Sinnen, seiner Intelligenz
und der Erfahrung als seinen alleinigen Lehrern undAutoritäten folgen. Endlich
fordert N. als letzte und fünfte Bedingung, dass man nicht abweiche von der
gewöhnlichen und bei allen G. N. C. Siehe auch N. nemini fas est, ut Græci dieunt,
ovofAaxoTto-.sIv, hoc est, nova nomina tingere, nisi populo Atque ideo
dialectici non recte faciunt sed maximum committunt vitium, qui primum
impudenter et barbare nominant res a se non inventas et ab aliis ante
nominatas, ut exempli gratia, quæ grammatici et oratores jam inde a principio
vocaverunt nomina, verba, adjectiva, substantiva, supposita, apposita,
propositiones, assumptiones et plurima alia huiusmodi, ipsi prætermissis et
rejectis penitus nominibus antiquis et rectis. appellant terminos, copulas,
concreta, abstracta, subjecta, prædicata, maiores, minores et alia id genus
sexcenta. Gelehrten üblichen Redeweise, nicht za kurz oder dunkel schreibe oder
lese, keine quæstiones inconsistentes, nichts Paradoxes oder Ungebräuchliches
oder Neues in die Philosophie einführe, falls letzteres nicht unbedingt nötig
ist. Besonderen Nachdruck legt N. darauf, dass ja nicht die mos scribendi et
loquendi a populi ac vulgarium lo- [N. allem den dialektischen, und
metaphysischen und wo immer er handele von seinen mehr als monströsen genera,
species, secundæ substantiæ, universalia realia, abstractio, demonstratio u. s.
w., verdiene er den höchsten Tadel. In summa behauptet er von LIZIO: ubi bene
dicit nihil melius, ubi male nihil peius posse excogitari) Auch diese Ansicht
des N. teilt Leibniz durchaus nicht. Er behauptet im Gegenteil, dass er fest
überzeugt sei von der genuitas operum LIZIO, was auch sagen mögen N., PICO (si
veda), Petrus, Ramus u. a. Die Gründe, die N. angibt, sind ihm nicht
durchschlagend. CICERONE, auf den sich Nizolius in erster Linie als Gewährsmann
stütze, könne nicht als solcher gelten. Denn es sei nichverwunderlich, dass ein
Mann wie CICERONE als Politiker und Vielbeschäftigter -- infinitis curis
obrutus -- die Gedanken gerade der feinsinnigsten Philosophen (subtilissimi
cuiusdam Philosophi) flüchtig gelesen und daher nicht genügend verstanden habe
CICERONE (hie) duo dicit, primum communem esse sententiam quod sint LIZIO,
deinde non negat esse LIZIO, sed saltem conicit, posse fortasse esse filii. Hæc
vero a possibili coniectura communi illorum quoque temporum sententiae nihil
præjudicare debet. Ihm, Leibniz, selbst ist die Echtheit der Schriften LIZIO
vollständig verbürgt durch jene perfecta hypothesium inter se Harmonia et
aequalis ubique methodus velocissiraæ subtilitatis. In seinem Briefe an
Thomasius') De LIZIO recentioribus reconciliabili schreibt Leibniz: Quæ LIZIO
de materia, forma, privatione, natura, loco infinito tempore, motu,
ratiocinatur, pleraque certa et demonstrata sunt, hoc uno fere demto, quæ de
impossibilitate vacui et motus in vacuo asserit. De cetero reliqua pleraque
LIZIO Disputata nemo fere sanus in dubium vocabit. N. Adnotatio. Q. Nizzoli.
Mario Alberto Nizolio. Nizolio. Keywords: Cicerone, lexicon ciceronianus,
Antonino, Leibniz’s ‘anti-barbaro’. – Refs.: Luigi Speranza: Grice e Nizolio:
il thesaurus ciceronianus” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Noce: l’implicatura conversazionale – la scuola di Pistoia -- filosofia
toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Pistoia). Filosofo toscano.
Filosofo italiano. Pistoia, Toscana. Grice: “Only in Italy, philosophy and
history are so connected; it would be as if we at Oxford after the war would be
only concerned with understanding Churchill!” Grice: “For us, to do linguistic
philosophy was to get away from post-tramautic stress disorder acquired during
what Winthrop stupidly called the ‘phoney’ war!” – Grice: “It’s not difficult
to understand why Noce’s notes on Gentile were only published posthumously!” --
essential Italian philosopher. «Certo
i cattolici hanno un vizio maledetto: pensare alla forza della modernità e
ignorare come questa modernità, nei limiti in cui pensa di voler negare la
trascendenza religiosa, attraversi oggi la sua massima crisi, riconosciuta
anche da certi scrittori laici.» (Risposte alla scristianità, da Il
Sabato). Ttitolare della cattedra di "Storia delle dottrine
politiche" all'Università La Sapienza di Roma. Studioso del
razionalismo cartesiano e del pensiero moderno (Hegel, Marx), analizzò le
radici filosofiche e teologiche della crisi della modernità, ricostruendo con
cura le contraddizioni interne dell'immanentismo. Argomentò
l'incompatibilità tra marxismo, umanesimo, ed altri sistemi di pensiero che
propugnavano la liberazione secolare dell'uomo e la dottrina cristiana
(affermò: "solo il Redentore può emancipare"). Sostenne tenacemente,
per tali motivi, l'impossibilità del dialogo tra cattolici e comunisti e
previde il "suicidio della rivoluzione". Studioso del fascismo,
sostenne che tale ideologia fosse peraltro in continuità con il comunismo e
fosse anch'esso un momento della secolarizzazione della modernità. Sostenne,
inoltre, l'esistenza di molti punti di contatto tra il fascismo e il pensiero dei
sessantottini. Filosofo della politica, preconizzò la crisi del socialismo
reale, mentre esso viveva la sua massima espansione a livello mondiale.
Argomentò che tale sistema, da una parte applicava coerentemente la filosofia
di Marx, ma dall'altra negava le premesse del marxismo: ciò in quantomostrava
N. lo stesso sistema di Marx si basava sulla contraddizione tra dialettica e
materialismo storico. Ribadiva infine la necessità dei valori di verità e di
moralità. Figlio di un ufficiale dell'esercito e di Rosalia Pratis, savonese
discendente di una famiglia nobile savoiarda. L'anno dopo la madre si
trasferisce con il figlio a Savona e, allo scoppio della guerra mondiale, a
Torino, presso una zia materna. A Torino, Augusto svolge tutta la sua carriera
di studi: dapprima al noto liceo D'Azeglio, frequentato da alcuni dei futuri
protagonisti della vita politica e culturale della città e della nazione
(Bobbio, Mila, Pajetta, Pavese, Balbo e altri), poi all'Università degli Studi
di Torino, Facoltà di Lettere e Filosofia, allievo di Faggi, Juvalta e
Mazzantini con il quale si laurea con una tesi su Malebranche. Inizia quindi a
insegnare presso istituti superiori (Novi Ligure, Assisi, Mondovì), mentre
sviluppa la sua attività di studio anche con soggiorni all'estero. Legge con
entusiasmo Umanesimo integrale di Jacques Maritain, che rafforza in lui, tra
l'altro, una sempre più convinta opposizione al fascismo. Cerca invano di farsi
trasferire a Torino e di accedere qui alla carriera universitaria. Si
trasferisce a Roma per un distacco propostogli dall'amico Castelli. A Roma
frequenta Franco Rodano che, con Felice Balbo e altri, anima l'esperienza di
«Sinistra Cristiana», un tentativo di conciliazione di comunismo e
Cristianesimo da quale Del Noce resta per breve tempo affascinato. Viene
accolta la sua richiesta di trasferimento presso un istituto superiore di
Torino, dove torna a risiedere. Accompagna all'insegnamento un'intensa attività
di studio e di collaborazione a diversi periodici, tra cui Cronache Sociali che
gli dà occasione di incontrare Dossetti. Scrive e pubblica il saggio La non
filosofia di Marx, che ripubblicherà vent'anni dopo nella sua opera maggiore
(Il problema dell'ateismo) e nel quale fissa i termini complessivi della sua
interpretazione del marxismo. Nello stesso anno cura l'edizione italiana di
Concupiscentia irresistibilis di Šestov. Inizia la collaborazione alla
Enciclopedia filosofica del Centro Studi Filosofici di Gallarate, diretta da
Luigi Pareyson. Distaccato a Bologna presso il centro di documentazione diretto
da Giuseppe Dossetti. Nel capoluogo emiliano frequenta Matteucci e collabora
stabilmente al neonato periodico «Il Mulino». Scrive su Ordine Civile, rivista
animata da Bozzo, e altri alcuni saggi, uno dei quali, «Idee per l'interpretazione
del fascismo», sarà all'origine delle future revisioni storiografiche di Felice
e Nolte. Partecipa al convegno organizzato dalla Democrazia Cristiana a Santa
Margherita Ligure con una relazione intitolata L'incidenza della cultura sulla
politica nella presente situazione italiana: sugli stessi temi N. intratterrà
per anni un rapporto difficile con il partito cattolico (altri interventi nei
convegni di San Pellegrino e di Lucca. Partecipa a un concorso a cattedra a
Trieste, ma non ottiene il posto. Pubblica Il problema dell'ateismo e l'anno
successivo Riforma cattolica e filosofia moderna, Cartesio. Partecipa alla
«Giornata rensiana» con una relazione intitolata Giuseppe Rensi fra Leopardi e
Pascal. Ovvero l'autocritica dell'ateismo negativo in Rensi, nella quale espone
la sua fondamentale fenomenologia del pessimismo come pensiero religioso. Nello
stesso anno vince il concorso per una cattedra di Storia della filosofia
moderna e contemporanea a Trieste, dove divenne Professore. In quell'anno esce
L'epoca della secolarizzazione, che raccoglie molti dei saggi e degli
interventi degli anni sessanta. Si realizza il tanto atteso trasferimento a
Roma, dove, all'Università "La Sapienza", insegna prima Storia delle
dottrine politiche e poi dal Filosofia della politica. Si infittisce la sua
collaborazione a riviste e periodici, sui quali interviene anche riguardo
all'attualità politica e culturale. Diresse la collana «Documenti di cultura
moderna», dell'editore torinese Borla (poi passata alla Rusconi) proponendo al
pubblico italiano autori come Corte, Burkhardt, Pelayo, Sedlmayr e Voegelin.
Partecipa vivacemente al dibattito sul divorzio. Dopo la metà degli anni
settanta inizia il rapporto con gli universitari di Comunione e Liberazione
partecipando a convegni e incontri promossi dal Movimento Popolare. Pubblica il
saggio Il suicidio della rivoluzione, dedicato al compimento e alla
dissoluzione del marxismo. Con Il cattolico comunista chiude i conti con
l'esperienza di Rodano (che nel frattempo ha lasciato la DC per il PCI) e dei
teorici della conciliazione tra Cattolicesimo e marxismo. Inizia anche la
collaborazione continuativa con il settimanale «Il Sabato» e contribuisce alla
creazione della rivista 30 giorni, di cui rimarrà stabile collaboratore. Nello
stesso anno viene candidato come indipendente nelle liste della Democrazia
Cristiana per il Senato: primo dei non eletti, entrerà in Senato l'anno
successivo a seguito della morte di un collega. Viene insignito del «Premio
Internazionale Medaglia d'Oro al merito della Cultura Cattolica. Riceve il
premio Nazionale di Cultura nel Giornalismo: la penna d'oro. Viene premiato dal
Meeting di Rimini. Muore a Roma. È tumulato nel Famedio del cimitero di
Savigliano. Esce “Gentile”, che raccoglie diversi saggi sul padre dell'attualismo,
sul fascismo e sul suo significato nella storia, frutto di decenni di studi e
rielaborazioni. L'archivio del filosofo e la sua biblioteca sono custoditi a
Savigliano dalla fondazione Centro Studi N., sorta nei primi anni novanta,
diretta prima da G. Ramacciotti, poi da Mercadante, da Riconda, e Randone. In
“Il problema dell'ateismo” N. inizia l'analisi della storia della filosofia
moderna invertendo il paradigma storicistico e positivistico che nel
progressismo aveva la sua cifra comune. Il filosofo afferma infatti che tale
paradigma di illuministica origine ha come prima condizione d'esistenza la
postulazione dell'ateismo come necessità del progredire dei sistemi filosofici
e delle scienze a prescindere dalla teologia cristiana, cioè a prescindere dalla
Scolastica, anzi in più o meno esplicita opposizione alla Scolastica. La tesi
che Del Noce intende dimostrare in questa sua opera è -come evidenzia appunto
il titolo- la considerazione dell'ateismo non più come «necessità» bensì come
«problema» della modernità, il cui ultimo, coerente e necessario sbocco è
appunto il nichilismo post-nietzscheano distaccato ormai da qualsiasi
riflessione filosofica e sfociato in una pura forma di vita, in puro way of
life di distruzione e auto-distruzione dell'uomo. Del Noce pone quindi
innanzitutto una distinzione fra tre diverse forme di ateismo, ovvero fra
l'ateismo positivo o politico diurno, i cui esempi perfetti sono stati
l'illuminismo di un Diderot o l'umanesimo di un Feuerbach, l'ateismo negativo o
nichilistico («notturno»), esemplificato invece dalla filosofia di
Schopenhauer, e infine l'ateismo tragico, detto anche «follia filosofica», cioè
la forma più rara e particolare di ateismo che N. trova solo in due casi in
tutta la storia della filosofia, ovvero in Nietzsche e in Jules Lequier. Posta
questa propedeutica distinzione, Del Noce inizia l'anamnesi del pensiero
filosofico moderno per rintracciare la genesi di ogni forma di ateismo,
impossibile da pensarsi per la filosofia antica come dimostra il fatto che anche
la filosofia epicurea -considerata comunemente come ateistica- ammetteva in
realtà l'esistenza degli dèi. Per N. appare evidente che la crisi della
Scolastica medievale non ha costituito un processo necessario per il semplice
fatto che proprio colui che aveva intenzione di riformarla -cioè Cartesio- fu
invece colui che in realtà la tradì e se ne allontanò: è nelle celeberrime
Meditazioni metafisiche che il filosofo francese -allievo dei Gesuiti- tentò di
riproporre una nuova prova dell'esistenza di Dio da opporre al naturalismo
libertinista del Seicento, che predicava relativismo etico e che sostituiva il
dio-logos con la Natura impersonale e senza ordine. In realtà però Cartesio,
nel suo sforzo apologetico, compì il definitivo tradimento della filosofia
cristiana riattingendo ad un agostinismo privato di platonismo e considerando
così le idee dei semplici «contenuti della mente». In altre parole se l'idea di
Dio, quantunque logicamente necessaria, non è il riflesso intellettivo di una
realtà ontologica esterna al soggetto ma è una semplice struttura logica,
allora vale realmente la critica kantiana della prova ontologica di
Sant'Anselmo secondo la quale non è lecito aggiungere il predicato
dell'esistenza alla perfezione dell'idea se non per un paralogismo. N. in
sintesi ha mostrato come il tradimento e la perdita della Scolastica, attuata
innanzitutto da Cartesio, ha come punto centrale l'idea di Idea, che è passata
ad essere da struttura del reale a struttura del razionale, passando quindi dal
dominio dell'ontologia a quello della psicologia. Per questo non vi è alcuna
spiegazione se non il rifiuto pregiudiziale di riconoscere uno statuto
ontologico all'idea, cosicché non vi sarebbe appunto alcuna necessità di
trapasso della Scolastica né tantomeno alcuna necessità di genesi del
razionalismo; in tal senso la famosa critica di Kant varrebbe quindi solo
contro Cartesio e non contro Sant'Anselmo, il cui platonismo gli permetteva
ancora di inferire necessariamente la «perfezione» dell'esistenza dall'idea
dell'Essere con ogni perfezione, cioè dall'idea di Dio. Prosegue la sua analisi
mostrando quindi come in Cartesio, che pur nelle sue intenzioni voleva essere
un defensor Fidei, già sussisteva in nuce ogni forma di illuminismo che avrebbe
poi dominato nel Settecento, per questo egli parla di un pre-illuminismo
cartesiano e aggiunge inoltre che proprio Cartesio, fiero avversario del
libertinismo dilagante nel suo tempo, fu colui che tradusse l'ateismo
libertinistico e irrazionalistico nella sua forma razionalizzata, cioè
nell'illuminismo, che sarebbe stato appunto un libertinismo razionalistico. Si
noti che Del Noce non pone giudizi sulla persona di Cartesio, e anzi sottolinea
come al suo tempo egli si poteva davvero credere il grande condottiero
vincitore della battaglia culturale del Cristianesimo contro il libertinismo,
ma ciò perché non era riuscito a prevedere una forma di ateismo
non-irrazionalistico e non-relativistico quale fu appunto l'illuminismo
settecentesco, che non si limitò più ad opporsi alla Scolastica ma che formò
una propria dogmatica visione della storia in cui il Cristianesimo,
rappresentato dalle leggende nere del Medioevo, era stato solo un ostacolo per
lo «sviluppo» e l'«emancipazione» dell'umanità (si tenga presenta la
definizione kantiana di illuminismo). Da Cartesio in poi sono comunque due i
percorsi filosofici che partono e che sviluppano i due aspetti compresenti in
Cartesio, ovvero l'illuminismo e lo spiritualismo: da una parte infatti
Condillac, Kant, Condorcet, fino a Hegel e Marx riceveranno il lascito
propriamente razionalistico e sensu lato materialistico di Cartesio, dall'altra
invece Pascal, Malebranche, VICO (si veda) e infine SERBATI saranno gli eredi
del suo patrimonio spiritualistico, inteso questo come filosofia di accordo fra
ragione naturale e fede cristiana, posta la distanza epistemologica dalla
Scolastica; famosa ed illuminante è a questo proposito la teoria della «visione
in Dio» di Malebranche, nonché la distinzione pascaliana fra il divino dei
filosofi e Dio padre (IVPITER) dei romani. Andando comunque alla radice del
problema del tradimento della metafisica cristiana (Tomismo) da parte di
Cartesio e del conseguente illuminismo, N. individua come unica possibile
condizione per tale tradimento il rifiuto del peccato originale come male
metafisico e quindi il rifiuto dello «status naturae lapsae» di cui proprio il
Cristo sarebbe il redentore: senza alcuna natura umana da redimere, cioè
senzanecessità di alcun redentore, il razionalismo ha sostituito il peccato con
l'ignoranza e Dio con la ragion critica, rifacendosi così ad un pelagianesimo
laicizzato che da solo rende possibile una qualsiasi forma di ateismo. Egli
nota, infine, che avendo rifiutato la radice metafisica del male se ne è dovuta
cercare quella fisica o psicofisica, secondo gli schemi ideologici che nel
Novecento avrebbero reso la psicanalisi e la psicologia gli elementi
complementari allo scientismo per una completa e non riduttiva visione del
mondo senza Dio, e per una definitiva «ateologizzazione» della ragione.
Compimento e dissoluzione del marxismo Riguardo al marxismo e alla sua
interpretazione Del Noce scrisse due opere, ovvero Il cattolico comunista e Il
suicidio della rivoluzione, che costituiscono la continuazione de Il problema
dell'ateismo in quanto in esse il filosofo analizza più dettagliatamente solo
una delle linee filosofiche originate da Cartesio, quella razionalistica, cioè
quella che nella storia moderna fu vincente nella sua estensione politica, nel
tentativo di trovare e di dimostrare la continuità necessaria fra razionalismo,
materialismo, marxismo e infine nichilismo, quest'ultimo inteso come cifra
problematica della civiltà postmoderna. La giustificazione epistemologica di
questa analisi è data dal fatto incontestabile che la storia del Novecento
inizia da un fatto filosofico, ovvero dal passaggio della filosofia marxiana in
azione politica, ovvero dalla coerentizzazione di quella che N. definisce la
«non-filosofia di Marx»: da ciò appare non solo giustificato ma anche
necessario portarsi sul piano storico della filosofia per comprenderne il suo
portato teoretico, e così disinnescarne il suo sostrato ideologico. Si affianca
a diversi filosofi, quali ad esempio Voegelin, per rintracciare l'inizio della
cosiddetta secolarizzazione, il cui compimento sarebbe stato appunto il
marxismo e poi il nichilismo, nel sequestro della nozione di «progresso» da
parte di filosofie laiche dalla teologia di Gioacchino da Fiore, o meglio
dall'interpretazione di tale teologia: ben nota è infatti la distinzione gioachimita
nelle tre età della storia, l'Età di Dio-Padre (Ebraismo), l'Età di Dio-Figlio
(Cristianesimo) e infine l'Età di Dio-Spirito che avrebbe dovuto superare i
«limiti» del Cristianesimo ed estendere l'elezione e la salvezza in modo
universale. Di tale teologia mistica e profetica si appropriò lo gnosticismo
sviluppatosi in seno al Cristianesimo stesso ed estesosi pian piano oltre i
confini delle filosofie razionalistiche del Settecento e soprattutto
dell'Ottocento. N. nota infatti una sorta di dialettica nata all'interno
dell'illuminismo settecentesco non tanto fra atei e deisti bensì fra
rivoluzionari e conservatori, ovvero fra il puro giacobinismo ghigliottinatore
dell'«ancien Régime» e il progressismo che caratterizzò invece la fase
dell'illuminismo dopo la degenerazione della rivoluzione francese in Terrore,
ovvero la fase dei cosiddetti ideologues, fra i quali Cabanis e Condorcet. Il
punto attorno a cui si sviluppava tale dialettica fu appunto la differente
filosofia della storia che aveva caratterizzato l'illuminismo
pre-rivoluzionario e l'illuminismo post-rivoluzionario, in quanto il primo
aveva escluso una qualsiasi evoluzione storica e necessaria dell'umanità e
aveva anzi condannato il Medioevo con la storiografia della leggenda nera,
mentre il secondo aveva invece rivalutato l'intera storia pre-illuministica
(sia pagana che cristiana) considerandola come momento dialettico necessario
pur se negativo della storia universale. In questo senso N. ha potuto mettere
in parallelo l'opposizione fra illuminismo giacobino e spiritualismo in Francia
e quella fra kantismo e hegelismo in Germania, ove spiritualismo e hegelismo
sono state filosofie vincenti in quanto hanno assorbito in sé il momento
rivoluzionario e negativo dell'illuminismo per poi superarlo nella formazione
di quella filosofia della storia che ebbe certo in Hegel il suo culmine.
Riguardo al binomio illuminismo-spiritualismo la critica vincente del secondo
sul primo è stata quella di un estremo e insostenibile riduzionismo
rappresentato dal sensismo di Condillac, in altre parole è stata la critica di
ridurre la comprensione del mondo al pari di ciò che lo stesso illuminismo
aveva accusato la religione di aver fatto. In questo contesto è la nascita
della visione sociologica del mondo a rappresentare il tentativo di superare
questa aporia illuministica senza tuttavia dover ritornare alla metafisica
tradizionale: N. insomma sostiene il trapasso dell'illuminismo in socialismo,
non a caso nato in Francia, intesa questa come dottrina che dell'illuminismo
mantiene il carattere utopistico (socialismo utopistico) e quindi
anti-tradizionalistico, ma ne sconfessa invece il deprecabile riduzionismo che
ancora non permetteva un'adeguata analisi della società ai fini della
rivoluzione politica. In Germania invece la dialettica fra kantismo e
hegelismo, con netta vittoria dell'hegelismo, ha come punto di svolta la
riconsiderazione hegeliana della storia come storia dell'Assoluto -- storia di
Dio --, secondo il ben noto schema gioachimita che vedeva in ogni momento
storico un grado dimanifestazione dell'Assoluto, e quindi «necessario» pur
nella sua negatività. In questo senso Hegel è colui che diede forma alla
corrente tradizionalistica dell'illuminismo, ove la tradizione non è più
peròcome per Tommaso d'Aquinol'insieme delle verità eterne e immutabili che
solcano trasversalmente la dimensione temporale mediante il passaggio delle
generazioni, ma è bensì la struttura dialettica eterna che necessita
l'evoluzione delle verità, e quindi la sua temporalizzazione. Per questo N.
afferma che l'idealismo hegeliano ebbe nei confronti del kantismo la medesima
funzione che in Francia ebbe il positivismo comtiano nei confronti del
socialismo utopistico: egli ricorda la critica di Comte nei confronti
dell'illuminismo settecentesco, la sua rivalutazione della tradizione (in senso
dialettico), nonché la celeberrima teoria degli stadi che costituisceancora una
voltauna forma secolarizzata della teologia gioachimita. È dopo questa
dettagliata analisi che Del Noce innesta il discorso sul marxismo, il quale
appunto si configuròper stessa ammissione di Marxcome ripresa critica di Hegel
attraverso la filtrazione di Feuerbach e della sinistra hegeliana (celebri sono
le marxiane Tesi su Feuerbach) e come fusione fra la dialettica hegeliana e la
politica del socialismo utopistico: alla base del cosiddetto socialismo
scientifico rimane ancora il desiderio di palingenesi politica propria di
Saint-Simon o di Fourier, ma onde evitare il risibile utopismo di questi ultimi
ad esso Marx applicò la dialettica hegeliana con cui solamente si sarebbe
potuto analizzare il capitalismo e prevederne così il necessario fallimento. A
tal punto però l'analisi marxiana di come potrà nascere la società comunista
introduce l'elemento di distacco non solo dall'idealismo hegeliano ma anche
dalla filosofia stessa, ovvero la necessità di tradurre il pensiero analitico
in azione politica e di affidare alla storia invece che alla ragione il compito
di dimostrare la verità delle tesi marxiane. In questo N. si riallaccia a una
lunga storiografia socialista, uno dei cui esponenti più noti è per esempio
Lukács, che afferma la stretta e necessaria continuità fra filosofia di Marx e
di Engels, politica di Lenin e politica di Stalin, senza concedere alcuna
differenza né alcuna opposizione fra socialismo reale e socialismo ideale
(quasi a guisa di giustificazione storica). Il fattore fondamentale di
continuità fra Marx e Lenin è infatti quella struttura tipicamente gnostica che
equalizza il male all'ignoranza e il bene alla conoscenza e quindi divide il
genere umano fra la massa degli ignoranti e la ristretta cerchia
degl’lluminati, che nella riflessione leniniana erano gli intellettuali
borghesi che per una non spiegata differenza dal resto della borghesia
avrebbero potuto e dovuto guidare la rivoluzione; in questo senso la politica
leniniana, poi proseguita coerentemente nella politica staliniana, sarebbe
stata l'incarnazione perfetta nonché l'unica incarnazione possibile della
filosofia marxiana, e non invece -come è tesi di una certa apologetica
socialista- un tradimento di Marx. Ancora una volta si rifà a una lunga
storiografia critica nel considerare il marxismo non come una filosofia ma come
una religione, ma a ciò egli aggiunge la dimostrazione non del suo carattere di
religione civile bensì di religione gnostica: in tal modo il marxismo leninista
sarebbe davvero il compimento del razionalismo ove quest'ultimo è inteso come
gnosticismo laico, religione non di Dio ma dell'Idea/ideale che non ha bisogno
dell'Incarnazione di un Dio-Uomo in quanto l'uomo stesso avrebbe potuto e
dovuto far incarnare tale Idea nel mondo attraverso la sua azione. Questo è il
senso dell'appellativo delnociano di «non-filosofia» per il marxismo, giacché
la contemplazione metafisica in esso viene interamente assorbita dall'azione
politica, in quanto per Marx la politica è la vera metafisica al pari di come
per Nietzsche lo è la morale. Eppure è proprio questo punto a costituire
secondo N. la contraddizione fondamentale interna al marxismo e quindi la causa
prima del suo fallimento storico: se infatti la «riconciliazione con la realtà»
iniziata da Hegel, proseguita da Feurbach a portata a compimento da Marx deve
rivoltare l'intera comprensione del mondo in trasformazione del mondo, cioè in
rivoluzione, allora in ciò non rimane giustificato il riferimento ideologico
all'avvenire come sede immaginifica della società comunista, ovvero non rimane
giustificato il carattere ancora religioso del marxismo per cui esso ha
sostituito il futuro all'eternità e il lavoro dell'uomo alla redenzione del
dio-uomo. Il fallimento storico del comunismo, quindi, sarebbe stato non solo
la dimostrazione sperimentale della falsità delle teorie marxiane ma anche il
coerente compimento del marxismo come auto-distruggersi nella sua forma di
religione. Con ciò si spiegherebbe per N. l'attivismo comunista nonché la
graduale decadenza del socialismo nel mondo fino alla sua profetizzata fine,
simboleggiata dalla caduta del Muro di Berlino. È propria di lui infatti la
teoria secondo cui il compimento e la dissoluzione del marxismo non siano due
momenti separati o addirittura opposti, ma siano bensì il medesimo momento
dispiegato coerentemente nel tempo. L'interpretazione del fascismo Sul fascismo
e sulla sua interpretazione in stretta relazione al marxismo dedicato gran
parte dei suoi studi e delle sue opere, partendo appunto dalle opinioni comuni
e molte volte ideologiche degli storici nei confronti del fascismo e delineando
una struttura paradigmatica tanto controversa quanto precisa e fondata. È a
partire dalla definizione data dallo storico tedesco Nolte di ogni movimento
fascista come «resistenza contro la trascendenza», intesa come trascendenza
storica e non metafisica, che N. sottolinea la continuità fra questo serio
giudizio e la communis opinio del fascismo come movimento reazionario, per
questo tradizionalista e nazionalista, e per converso di ogni forma di
tradizionalismo e di nazionalismo come rimando implicito e forse inconscio al
fascismo. Di questo fa una critica serrata, facendo notare innanzitutto le
origini culturali dei due fondatori del fascismo, cioè Gentile e MUSSOLINI,
come antitetiche rispetto a ogni forma di politica reazionaria, tradizionalista
e nazionalista e come invece affini rispetto al socialismo, del quale Mussolini
in particolare fu un esponente. Si noti che l'obiettivo che N. intende colpire
e abbattere è quella generale concezione del fascismo come momento singolare e
controcorrente rispetto all'intera storia moderna, dalla rivoluzione francese
in poi, mentre ciò che intende mostrare è la continuità quasi necessaria che è
posta fra l'hegelismo, il marxismo e il fascismo come tre momenti dell'unico
processo di secolarizzazione. Il filosofo inizia quindi dall'analisi della
figura storica di Mussolini e della sua formazione culturale, notando il suo
giovanile anticlericalismo, il suo spontaneo confluire nel socialismo, e il
seguente superamento di quest'ultimo per l'evoluzione fascista del suo
pensiero. È in particolare sul concetto di «rivoluzione» che pone l'accento,
essendo questo un concetto base del marxismo che però, attraverso l'incontro
mussoliniano con la tedesca «filosofia dello Spirito» risorgente in Italia,
dovette radicalmente trasformarsi e portarsi dal livello sociale della «classe»
a quello personale del «soggetto». È insomma l'incontro intellettuale di
Mussolini con la filosofia di Gentile ad aver reso necessaria la trasformazione
della rivoluzione in un senso non più finalistico o escatologico (come era nel
marxismo puro, il cui fine è appunto la società comunista) ma in un senso
propriamente attivistico e lato sensu solipsistico, in termini gentiliani cioè
attualistico. Con ciò N. può connettere la psicologia di Mussolini con il vero
e proprio formalismo pratico del fascismo, il quale non aveva in realtà alcun
contenuto definito, ma proclamava bensì una forma di azione tanto vaga e
generale da poter attrarre a sé ogni sorta di ceto sociale (anche il
proletariato) e di frangia ideologica, in alcuni momenti persino quella
marxistica. Il concetto di «rivoluzione» infatti contiene in sé già un termine
finale ben preciso verso cui lo stato attuale del mondo andrebbe rivoluzionato,
mentre nella politica fascista il termine rivoluzione deve necessariamente
essere sostituito dal termine «riforma» (si pensi appunto alla riforma Gentile)
in senso non più tradizionale, cioè come ri-formare ciò che è stato de-formato,
bensì in senso creazionale, cioè come dare una nuova forma (indefinita) alle
antiche cose, perciò rimane un concetto molto affine a quello di marxistico di
rivoluzione, e permette l'affiancamento ideale dell'attualismo gentiliano al
modernismo teologico fiorente a quel tempo e condannato come eresia dalla
Chiesa. Saggi: “Teologia della storia” (Torino, Filosofia); “La solitudine di
Faggi” (Torino, Filosofia); “L'incidenza della cultura sulla politica italiana,
Cultura e libertà” (Roma, 5 lune); “A-teismo” (Bologna, Mulino); “Riforma e
filosofia” (Bologna, Mulino, Brescia); “In contra del domma cattolico-romano”
(Torino, Erasmo); “Contra il domma cattolico-romano” (Milano, UIPC); “L'amore
di Dio” (Torino, Borla); “Il secolare” (Milano, Giuffrè); “Il partito comunista
italiano” (Roma, Europea); “Il suicidio di un rivoluzionario” (Milano,
Rusconi); “I comunisti” (Milano, Rusconi); “L'interpretazione trans-politica
della storia contemporanea,” Napoli, Guida, “Secolarizzazione e crisi della
modernità” (Napoli, Benincasa); “Gentile: per una interpretazione FILOSOFICA
del fascismo” (Bologna, Mulino); “Da Cartesio a Serbati” -- Scritti vari di
filosofia,” Milano, Giuffrè); “Esistenza e libertà.” Spir, Chestov, Lequier,
Renouvier, Benda, Weil, Vidari, italiano Faggi, Martinetti, italiano Rensi,
italiano Juvalta, italiao Mazzantini, italiano Castelli, italiano Capograssi”
(Milano, Giuffrè); “Rivoluzione, Risorgimento, Tradizione”; Scritti su l'Europa
e altri, Milano, Giuffrè); “I cattolici e il progressismo,” Milano, Leonardo,
“Fascismo e anti-fascismo: errori della cultura” (Milano, Leonardo); “Il
laico”; Scritti su Il sabato (e vari, anche inediti), Milano, Giuffrè);
Pensiero della Chiesa e filosofia contemporanea. Leone XIII, Paolo VI, Giovanni
Paolo II” (Roma, Studium); “Verità e ragione nella storia. Antologia di
scritti, “ I. Mina, Milano, Biblioteca Universale Rizzoli); “Modernità.
Interpretazione transpolitica della storia contemporanea” (Morcelliana,
Brescia.). N. insegna nel capoluogo piemontese. Bozzo. N., il filosofo della
libertà politica). N., «Idee per l'interpretazione del fascismo», Ordine
Civile. E tra i componenti del comitato promotore del referendum abrogativo
antidivorzista) e più tardi sull'aborto. premio Rhegium Julii, su
circolorhegiumjulii. wordpress. Armellini, Razionalità e storia, in Il pensiero
politico, Roma, Aracne editrice, Borghesi, N.. La legittimazione critica del
moderno. Marietti, Genova-Milano.[collegamento interrotto] Luca Del Pozzo,
Filosofia cristiana e politica, Pagine, I libri del Borghese, Roma, Fumagalli,
Gnosi moderna e secolarizzazione nell'analisi di Samek Lodovici ed N., PUSC,
(scaricabile in PDF dal sito sergiofumagalli) Gian Franco Lami, La tradizione,
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Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Ratto, Ipotesi sul fondamento
dell'essenza dissolutiva del marxismo e del fascismo, in Boscoceduo. La rivoluzione
comincia dal principio, Sanremo, EBK Edizioni Leudoteca, Riili, N. interprete
del Marxismo. L'ateismo, la gnosi, il dialogo con Volpe e Goldmann, in
Centotalleri, Saonara, il prato, Tibursi, Il pensiero di N. come Teoria
sociale, in Andrea Millefiorini, Fenomenologia del disordine. Prospettive
sull'irrazionale nella riflessione sociologica italiana, Societas, Roma, Nuova
Cultura, Xavier Tilliette, Omaggi. Filosofi italiani del nostro tempo,
traduzione di Sansonetti, Brescia, Morcelliana, Natascia Villani, Marxismo
ateismo secolarizzazione. Dialogo aperto con N., in Pensiero giurdico. Saggi,
Napoli, Editoriale Scientifica, Augusto Del Noce, in Dizionario biografico
degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Repertori
Bibliografici, su centenariodelnoce). La metafisica civile: ontologismo e
liberalismo dalla rivista telematica di filosofia Dialeghesthai. P. Ratto,
Laicità e Democrazia: da N. a Giotto, su Bosco Ceduo, Democrazia e modernità in
N., articolo dal mensile 30Giorni. L'inseparabilità dei Tre. La modernità, di
Andrea Fiamma Centro Culturale,//centrodelnoce. Fondazione //fondazione
augustodelnoce.net. centenariodelnoce. Articoli di N. «Il dialogo tra la Chiesa
e la cultura moderna» da Studi Cattolici. «L'errore di Mounier» da Il Tempo.
«Risposte alla scristianità» da Il Sabato. «La sconfitta del modernismo» da Il
Tempo. «La morale comune dell'Ottocento e la morale di oggi», tratto da Il
problema della morale oggi. «Rivoluzione gramsciana», tratto da Il suicidio
della rivoluzione. «Origini dell'indifferenza morale» da Il Tempo. «Le origini
dell'indifferenza religiosa» da Il Tempo. «Religione civile e secolarizzazione»
da Il Tempo. «Un dramma europeo: il dissenso cattolico» da Corriere della Sera.
«Questi poveri cattolici minacciati dal suicidio» da Il Sabato «In stato di
porno-assedio»[collegamento interrotto] da Il Sabato. «La più grande vergogna
del nostro secolo» da Il Sabato. «Fu vera gloria? La resistenza 40 anni
dopo»[collegamento interrotto], tratto da Litterae Communionis. «Una colomba,
non un santo (caso Bukarin)» da Il Sabato. «Intensità d'una gran illusione
(Dossetti e dossettismo)»[collegamento interrotto] da Il Sabato.
«L'antifascismo di comodo» da Corriere della Sera. «Togliatti? Un perfetto
gramsciano. Polemica su Gramsci»[collegamento interrotto] da Il Sabato. «Il
nazi contagio» da Il Sabato. «La morale catto-comunista» da Il Sabato. «Abbasso
Mazzini» da Il Sabato. «I lumi sull'Italia»[collegamento interrotto] da Il
Sabato. «Recensione del romanzo di Benson "Il Padrone del mondo"» dal
mensile 30Giorni. «Filo rosso da Mosca a Berlino (Hitler-Stalin)» da Il Sabato.
Le connessioni tra filosofia e politica da Il Tempo. Pci, l'impossibile
conversione» tratto da Prospettive nel mondo. Grice: “Unfortunately, Noce is a philosopher, like me.
We cannot lay word on history. Had Hitler won, I wouldn’t have joined Austin’s
Play Group. Being Italian, Noce thinks different. He thinks history is guided
by philosophical principes. It wasn’t Mussolini’s charisma that led the
populace, but Gentile’s attualismo puro. He makes a good point about the
distinction between Hitler and Mussolini. Hitler is a Protestant, Mussolini
ain’t! Most in Mussolini’s circle were just as heathen as those in Hitler’s circle
– different heathenism, though. No Odin, but Giove. Not Siegrfied, but Enea!
Noce does not know the first thing about this. He never socialized with any of
the people he is philosophizing about. In any case, there’s Garibaldi, which is
a stain to Italian history. Italians, and a Ligurian friend of mine can testify
to this, never wanted the UNITY. It was forced ON them. So it’s only natural
that Gentile and Noce regard the UNITY brought by Risorgimento (alla Fichte
Hegel, and the idea of the NATION) that was furthered by Mussolini. Mussolini
did use Garibaldi imagery – saying that his movement was ‘garibalismo puro’ –
but although he (Mussolini) did write a little thing about Nietzsche, you won’t
find his name in ‘dizionari di flosofia’!” Non si può dire che a Del Noce sia mancato il
coraggio di proporre ipotesi interpretative del pensiero contemporaneo anche in
radicale antitesi con la pubblicistica corrente e con gli intellettuali più
ascoltati dal potere culturale dominante. Come si è visto a proposito del
marxismo, la nettezza del giudizio critico non è mai venuta meno e non ha mai
ceduto ad attenuazioni, nemmeno nel caso di una vicinanza amicale con i suoi
interlocutori. Nel caso dell’interpretazione del fascismo N. esprime un simile
coraggio e propone sin dagli anni Sessanta (ma brevi testi dell’immediato
dopoguerra documentano già la stessa lucidità)! un’interpretazione originale,
solidamente argomentata e assolutamente controcorrente. Anche in questo caso,
come in quello del marxismo, N. procede da una considerazione attenta del
fascismo che ne faccia emergere le specificità culturali, lo renda
identificabile e ne faccia perciò comprendere le ascendenze più o meno
evidenti. Quest'opera di studio e di approfondimento dei contenuti del fascismo
è già un aspetto rilevante dell’interpretazione, dal momento che, ancora oggi
il fascismo è stato rappresentato da una parte come una sorta di barbarie
irrazionale e oscura, dall’altra come l’esito della coalizione di tutte le
forze conservatrici e reazionarie a difesa di interessi particolari. In questa
prospettiva il fascismo viene identificato come un’entità a sé stante e, nel
contempo, caratterizzato come male assoluto, mitizzato come un abisso di
negatività al di fuori di qualsiasi analisi critica e storica. Da ultimo,
trasformato in una sorta di essenza, il fascismo diviene la categoria alla
quale ricondurre tutti gli aspetti legati alla tradizione, alla metafisica, al
tema dell’autorità ecc., secondo uno schema per cui non si può affermare la
tradizione senza essere nel contempo, almeno incoattivamente, fascisti e
repressivi. AI contrario, per N. il fascismo è un momento di quel percorso
verso l’ateismo (descritto nei capitoli precedenti) in cui consiste lo sviluppo
del razionalismo e che può essere designato più opportunamente come
secolarizzazione, per intendere quel tentativo di creare una società nella
quale non ci sia più traccia dell’idea di Dio. Il fascismo ha perciò una radice
culturale precisa, situabile in quel processo di decomposizione dell’idealismo
che ha inizio con il marxismo. È questo il punto più incandescente dell’analisi
di N.: il fascismo si presenta come un tentativo rivoluzionario di origine
marxista, nel quale il marxismo viene corretto per essere inverato, cioè per essere
effettivamente realizzato. In altre parole, tra marxismo e fascismo c'è un
legame profondo e intrinseco: nel percorso del razionalismo che porta a una
progressiva secolarizzazione del mondo, l’ideale rivoluzionario tende ad
assumere il ruolo sociale occupato precedentemente dalla religione. In questo
quadro, secondo N., la rivoluzione può assumere due forme: quella marxista, che
si fonda, come si è visto, sul materialismo e sulla sua opera decostruttiva;
oppure quella attualista, che è una interpretazione dell’ideale rivoluzionario
da un punto di vista soggettivo-spiritualistico, che assume le caratteristiche
di una filosofia del divenire e della prassi e rifiuta il materialismo
marxista. La spiegazione del fenomeno fascista trova perciò in Gentile una figura
centrale, attraverso la quale N. mette in evidenza il nesso storico e teorico
tra idealismo e fascismo. Per comprendere questo nesso, però, occorre che venga
pienamente riconosciuta la complessità e profondità di pensiero di Gentile, più
spesso relegato a personaggio di propaganda e di apparato. D. non solo
riconosce in Gentile una figura chiave del pensiero italiano, ma nel suo
pensiero coglie una svolta epocale, quella del tentato inveramento del
marxismo: perciò in esso egli vede il compiersi per l'Occidente del percorso
razionalistico del pensiero che così fortemente ha determinato le sorti
dell’epoca contemporanea. Gentile intende recuperare lo spirito risorgimentale
e connetterlo con l’ideale rivoluzionario, sganciandolo perciò dal quel
presupposto naturalismo e materialismo che rappresentavano ai suoi occhi un
limite nella comprensione del vero spirito idealistico. È in questa temperie
culturale che avviene l’incontro con Mussolini. N. è certo attento nel
precisare che i fenomeni storici si verificano per una complessa serie di
fattori che non possono essere ridotti a uno schema concettuale. Tuttavia
quando nelle sue analisi parla di incontro intende evidenziare non solo
l’incrociarsi di percorsi biografici e storici, ma anche il congiungersi, si
potrebbe dire fatale, di indirizzi di pensiero che per consonanza e necessità
logica danno luogo a un connubio creativo. Nel caso del rapporto tra Gentile e
il fascismo come regime N. parla, per esempio, di armonia prestabilita, quasi a
evidenziare una sorta di attrazione fatale che ha compenetrato traiettorie di
pensiero che avevano origini distinte. Mussolini infatti era anch’egli
incamminato verso una revisione del marxismo, a partire dalla critica al
socialismo riformista, sebbene con una coscienza filosofica assai più sbiadita
rispetto a quella di Gentile. L’incontro avviene perciò sul terreno comune
della volontà di ripresa dello spirito rivoluzionario, in una chiave però
compatibile con la tradizione risorgimentale italiana. All’interno di questa
struttura significativa, certamente gioca poi un ruolo determinante la
personalità di Mussolini, che se è senz'altro molto meno permeata di coscienza
critica e culturale, è tuttavia perfetta espressione esistenziale-politica di
quell’ansia rivoluzionaria che si traduce in attivismo come pura affermazione
di potenza e in solipsismo, inteso come soggettivismo assoluto, incapace di
cogliere la realtà esterna in sé sussistente se non in funzione del proprio
processo di autoaffermazione. Si comprende dunque perché N. abbia parlato
spesso di fascismo come errore della cultura e non errore contro la cultura
(interpretazione, come si è visto, dominante nell'ultimo cinquantennio). Esso
si configura non come fenomeno estemporaneo di improvviso impazzimento della
società italiana succube di forze oscurantiste, ma segna un passo decisivo di
quell'epoca della secolarizzazione che contraddistingue l'evoluzione ultima del
razionalismo moderno e che, secondo N., ha il suo inizio con l’opera
rivoluzionaria di Lenin come colui che ha più coerentemente inteso realizzare
il farsi mondo della filosofia secondo quanto prospettato da Marx. In questo
senso, tra l’altro, si comprende perché sia senz’altro errato interpretare il
fascismo come fenomeno reazionario e conservatore; in esso agisce la volontà di
interpretazione dello spirito rivoluzionario nel modo più radicale, per il
quale la tradizione e l’identità storica rappresentano puri strumenti per
l’affermazione dell’azione trasformatrice, che sarà perciò inevitabilmente
violenta e inesorabile. Ma in Italia, negli stessi anni in cui andava
formandosi il fascismo, vi è un altro pensatore che lavora alla revisione del
marxismo per elaborare una concezione rivoluzionaria capace di realizzare
effettivamente una nuova società: è Gramsci. Anche in questo caso N. dimostra
un’acutezza interpretativa unica, nonché coraggio nel presentare le sue
ipotesi. Egli infatti mette a punto una serie di studi che confluiranno poi in
un volume intitolato I/ suicidio della rivoluzione, nel quale Gramsci è presentato
come colui che, nel tentativo di riformare il marxismo, incontra in realtà
l’attualismo e trasforma l'ideale rivoluzionario marxista in una filosofia
della prassi perfettamente funzionale e coerente con il realizzarsi del
nichilismo. Gramsci, perciò, identificato in quegli anni come il vero punto di
riferimento dell’antifascismo marxista e nume tutelare per il realizzarsi del
marxismo nei paesi occidentali, viene presentato da N. come un autore
gentiliano. Che cosa è infatti la revisione gramsciana del marxismo se non il
rifiuto del suo materialismo e del suo economicismo, per fondare una filosofia
della prassi che porti a realizzare la rivoluzione prospettata dal marxismo a
partire da una lotta per l'egemonia culturale messa in atto dagli intellettuali
militanti? Secondo N. non è più marxismo, ma filosofia della prassi con tutti i
caratteri dell’attualismo. In che senso allora N. parla di suicidio della
rivoluzione? Precisamente nel senso per cui, nel proseguire il suo progetto
rivoluzionario a partire da una filosofia della prassi non materialista,
Gramsci riduce il pensiero a ideologia strumentale per l’affermazione del
potere, svincolandolo da qualsiasi riferimento alla verità. Pensiero senza
verità, pura affermazione di potenza, e perciò nichilismo, approdo coerente di
quell’impeto rivoluzionario che però ottiene il suo opposto proprio attraverso
il costituirsi del predominio sociale di una classe borghese cinica e
disincantata. Diciamo che Gramsci rappresenta il paradigma italiano di quella
dissoluzione dell’idealismo e del marxismo che, per l’eterogenesi dei fini di
cui s'è detto, nel compiersi realizza l'opposto di quanto si era proposto. Il
primo testo del capitolo è una conferenza confluita in L’epoca della
secolarizzazione, che propone una definizione storica generale del fascismo e
consente uno sguardo sintetico d’insieme sull’interpretazione di N. delle
figure di Gentile e di Mussolini. Il secondo testo è il capitolo secondo de I/
suzcidio della rivoluzione, che imposta l’assunto fondamentale del libro,
soprattutto nel mostrare la vicinanza filosofica tra Gentile e Gramsci. Appunti
per una definizione storica del fascismo. Il fondamento del progressismo, così
nella sua forma di illuminismo laico come in quella di modernismo religioso, è
un giudizio sulla storia contemporanea; per dir meglio, su una zona della
storia contemporanea, quella dell'Europa fra le due guerre. Ora, l'attitudine
contraddittoria a cui ha dato luogo e per la cui designazione ho usato il
termine di millenarismo negativistico, porta al problema della sua revisione.
Si badi bene: non si tratta menomamente di mutare il giudizio assiologicamente
negativo sul fascismo; si tratta, invece, di vedere quali posizioni ideali
siano state coinvolte nella sua catastrofe. È il primo saggio che tenta
un’esaustiva comprensione storico-filosofica del fascismo come fenomeno
epocale, quello di NOLTE? Sostanzialmente, si può dire che esso abbia dato
espressione rigorosa all’idea che informa i giudizi correnti: quella secondo
cui i fenomeni fascisti dovrebbero venire sussunti sotto il concetto generale
di controrivoluzione. Visto nel suo aspetto più profondo, come fenomeno
transpolitico, il fascismo sarebbe per Nolte una disposizione di «resistenza
contro la trascendenza», termine con cui intende non la trascendenza religiosa,
ma quella che oggi si suol chiamare «trascendenza orizzontale», trascendimento
storico, insomma. Quello che per il fascismo, in qualsiasi delle sue forme, è
il nemico, deve essere individuato nella libertà verso l'infinito» che, «innata
nell’individuo e reale nell’evoluzione universale, minaccia di distruggere ciò
che si conosce e si ama». Sul piano più strettamente politico questa
«resistenza contro la trascendenza» si affermerà come lotta sino alla morte
contro i movimenti che la rappresentano, ed esprimono la ricerca di andare al
di là dell'ordine presente, verso una realtà sociale più ampia. Si dovrebbe
perciò parlare di un’essenza comune che si sarebbe specificata in diverse forme
nei vari paesi europei, a seconda delle loro diverse situazioni politiche,
economiche, culturali. Le principali di queste forme costituirebbero
altrettanti gradi; così Nolte ha delineato una linea unitaria di sviluppo, il
cui primo grado sarebbe rappresentato dall’Action frangaise, il secondo dal fascismo
italiano, il terzo dal nazismo. Come è facile osservare, una tale
interpretazione corrisponde alla veduta corrente, secondo cui i termini ultimi
dei contrasti presenti sarebbero le parti dei tradizionalisti e dei
progressisti, ogni valore venendo assorbito dalla causa dei progressisti; e
secondo cui ogni atteggiamento tradizionalista conterrebbe, anche se nella più
inconsapevole delle maniere, e allo stato germinale, una possibilità fascista.
Ciò che però caratterizza la sua opera, è che questo giudizio non condiziona la
ricerca, come presupposto polemico, ma invece appare essere il risultato di un
reale sforzo di comprensione storica. Di qui la sua importanza: perché la
rigorosa messa in forma di un giudizio corrente serve pure a farne apparire i caratteri
contestabili. Anzitutto, da che cosa egli si trova portato a parlare di
un’«epoca del fascismo? Da questo: è esistito un periodo in cui, in seguito
all’arretramento e al chiudersi in se stesse delle potenze periferiche (Stati
Uniti, Unione Sovietica; isolazionismo americano, socialismo in un solo Paese
per cui la Russia ridivenne una terra incognita ai limiti del mondo) l'Europa,
pur dopo quell’anno, in cui la prima guerra mondiale aveva cessato dall’essere
un conflitto di stati nazionali, poteva nuovamente considerare se stessa come
il centro del mondo, e affermarsi quale proscenio degli avvenimenti mondiali.
Ora, poiché «si deve denominare un’epoca, caratterizzata decisamente da contese
politiche, sulla scorta di quello che, nel punto culminante degli avvenimenti,
costituisce il fenomeno del tipo più nuovo, ebbene, in tal caso sarà
inevitabile chiamare l'epoca delle guerre mondiali epoca del fascismo»; termine
che «presenta il vantaggio di non esibire alcun contenuto concreto, e di non
presentarsi al pari della parola nazionalsocialismo con una pretesa
contenutistica non però giustificata. Col dare una tale definizione dell’epoca,
Nolte non pretende affatto a una particolare originalità. Ha cura, anzi, di
sottolineare com’essa fosse già stata affermata da rappresentanti delle
correnti più diverse. Che nel giro di brevi anni l’intera Europa sarebbe stata
fascista, era stata affermazione di Mussolini, spesso ripetuta negli anni del
massimo suo potere. Ma, su questo punto, avversari decisissimi si erano trovati
d’accordo, con opposto accento valutativo. Così Mann nel define il fascismo
come «una malattia del nostro tempo, che è di casa dappertutto, e dalla quale
nessun paese può dirsi immune». Così, nella nota opera La distruzione della
ragione Lukacs ha indicato «nello sviluppo spirituale e politico tedesco
null’altro che la manifestazione più saliente di un processo internazionale che
si svolge nell’ambito del mondo capitalistico. Bastano già queste citazioni per
vedere il posto che l’opera di Nolte occupa tra le interpretazioni del
fascismo. Essa si situa dopo quella, diciamo in largo senso liberale, della
malattia morale e dopo quella marxista. Luk4cs aveva parlato di una linea
unitaria di processo verso l’irrazionalismo da Schelling a Hitler», includendovi
tutti i pensatori tedeschi di rilievo successivi alla morte di Hegel. Da questa
tesi, in cui riconosce però un aspetto di verità, Nolte dissente soprattutto
per quel che riguarda il prefascismo di Weber, e naturalmente il dissenso su
questo pensatore ha un contraccolpo decisivo per quel che riguarda l’intera
linea indicata da Lukacs. Forse — non ho verificato quest'idea — il suo libro
potrebbe esser definito come un rifacimento per l'Europa intera di quello che
Lukacs ha scritto sul pensiero reazionario tedesco, operato però da uno
scrittore su cui è stata forte l'influenza di Weber. Ora, nello stesso giro di
tempo in cui Nolte scriveva il suo libro, io mi ero proposto il suo medesimo
problema — di una definizione del fascismo in sede trascendentale — arrivando
però a prospettive diverse. Infatti, nel saggio di N., Il problema
dell’ateismo, definie la peculiarità della storia contemporanea per il suo
carattere di storia filosofica. Il mio punto di vista, che mantengo oggi del
tutto invariato, era semplice: se si riconosce un carattere genuinamente
filosofico all'opera di Marx, bisogna prendere alla lettera la sua frase
secondo cui la sua concezione è quella di una filosofia che diventa mondo (che
si oltrepassa nella realizzazione politica e cerca in questa la sua verifica)
opposta a quella di un mondo che diventa filosofia nell’autocoscienza; se poi
la storia contemporanea non può essere compresa che in relazione alla
rivoluzione comunista, essa acquisisce un carattere nuovo, diverso da tutta la
storia precedente, soprattutto dal Rinascimento in poi. Non soltanto una storia
che può essere compresa dal filosofo; una storia fatta dal filosofo, perché il
valore del pensiero è per Marx quello di realizzare la condizione per un’azione
efficace a trasformare la società e il mondo; e per riferimento al carattere
precipuo della filosofia di Marx, mi parve di doverla definire come l’età
dell’espansione dell’ateismo. Preferirei oggi, per indicare la stessa cosa,
parlare d’epoca della secolarizzazione, servendomi di un termine che ora è
divenuto corrente. Secolarizzazione e dr O ateismo sono certamente le due facce
della stessa moneta; ma siccome il termine di secolarizzazione dice ciò che
questa età vuol essere — processo verso una situazione in cui si possa dire che
Dio è scomparso senza lasciar tracce — e siccome qui si tratta di un’analisi
interna di quest'epoca, prima che di un giudizio valutativo, qui è la ragione
della mia preferenza. Ora se l’età contemporanea deve, a mio giudizio, venir
definita come epoca della secolarizzazione, l’inizio non può essere cercato che
nell’opera di Lenin; quindi, davanti a una rivoluzione che nell’intenzione è
mondiale, non mi sembra possibile ritagliare l’idea di un’epoca semplicemente
europea e parlare di un’«epoca del fascismo». Bisognerà invece parlare del
«momento fascista» dell’epoca della secolarizzazione. Credo inoltre che
un’ulteriore specificazione si presenti come necessaria. Nell’epoca della
secolarizzazione noi possiamo distinguere un periodo che si può dire sacrale (in
relazione al fenomeno delle religioni secolari, che accomunano comunismo,
nazismo e fascismo) e un periodo profano; a un dipresso, e con
l’approssimazione necessaria delle date, possiamo dire che il primo si chiude
con la morte di Stalin. Fascismo e nazismo appartengono interamente al periodo
sacrale; fenomeno nuovo che caratterizza in maniera precipua il periodo
«profano» è la società opulenta. Anche qui azzardando un'ipotesi, mi pare si
possa dire che Nolte sia stato sviato dall’analogia tra la posizione dell’Action
francaise rispetto al radicalismo e quella del nazismo rispetto al comunismo.
Non vorrò negare che la simmetria vi sia, ma, appunto, soltanto una simmetria;
è infatti altrettanto impossibile vedere nel nazionalsocialismo la
continuazione e lo svolgimento dell’Aczion frangaise che nel comunismo lo
svolgimento del radicalismo. Di più, mi sembra che lo stesso Nolte si trovi in
imbarazzo quando deve trattare del termine medio tra Action francaise e
nazismo, cioè del fascismo propriamente detto. Nel considerarlo, infatti, egli
accentua, molto giustamente, i tratti segnati da un persistente influsso
marxista, e le curiose affinità tra Mussolini e Lenin. Si avrebbe dunque, nel
momento mediano, un elemento che è del tutto assente nel momento iniziale (Action
francaise) e di nuovo scompare nel momento conclusivo nazionalsocialista. E,
allora, non è almeno singolare definire l’intera epoca con il termine di
fascismo? Siamo con ciò arrivati al punto veramente centrale: se si possano
sussumere sotto il comune concetto di controrivoluzione (o di reazione, o di
resistenza contro la trascendenza, ecc.) così i movimenti tradizionalisti e
nazionalisti, che più o meno si richiamano tutti all’ispirazione dottrinaria
dell’Action francaise, come il fascismo e il nazismo, in modo che si possa
parlare di una stessa essenza, che si è specificata diversamente a seconda
delle condizioni culturali ed economiche dei Paesi in cui si era realizzata, o
se invece l’attenzione debba prevalentemente venir portata sulle differenze. Se
ci si mette in questa seconda via si delineano poi due diverse possibilità
interpretative. Si devono distinguere qualitativamente i movimenti nazionalisti
dal fascismo e dal nazismo, riconoscendo però una stessa essenza a questi due
ultimi fenomeni? 2) Si deve invece parlare di fascismo e di nazismo, come di
fenomeni per essenza diversi? Come si vede, il punto più delicato, e quello che
ora cercherò di affrontare, è proprio quello di assegnare il punto giusto al
fascismo italiano: che alcuni associano al nazismo, mentre altri sono proclivi
a considerarlo come una semplice variante dei regimi autoritari. La distinzione
così di fascismo come di nazismo dal nazionalismo propriamente detto può essere
stabilita facilmente. Il nazionalismo, infatti, si presenta come un
tradizionalismo, come uno sforzo per perpetuare un'eredità, quest’eredità
essendo per lo più legittimata per rapporto a valori trascendenti, anche se poi
vi sia la tendenza a vederli soltanto nella funzione di legittimare un’eredità
(per ciò si può vedere nel nazionalismo lo sbocco finale di un’inesatta idea
della tradizione). ! Il fascismo concepisce invece la nazione non più come
un'eredità di valori, ma come un divenire di potenza. A diversità del
nazionalismo, la storia non è concepita come una fedeltà, ma come una creazione
continua che merita di rovesciare nel suo passaggio tutto ciò che le si può
opporre. Si tratta, del resto, di una distinzione su cui spesso ebbero a
insistere Hitler e Goebbels, che riconobbero l’originalità del fascismo nell’essere
stato il primo movimento che avesse combattuto marxismo e comunismo da un punto
di vista non reazionario; * sta in ciò la ragione della devozione indubbiamente
sincera che Hitler mantenne sempre per Mussolini. Assai più che i tratti comuni
importano però le differenze. In quello stesso libro sostenevo che il fascismo
deve essere storicamente definito come la piena realizzazione e il completo
scacco di quel socialismo rivoluzionario che ha accolto la critica idealistica
del materialismo naturalistico e dello scientismo, senza supporre la reale
posizione di Marx (o pensandola come una posizione contraddittoria di spirito
rivoluzionario e di materialismo); e che la biografia di Mussolini è il miglior
documento per lo studio dell’idea di rivoluzione totale sganciata dal
materialismo marxista e connessa invece col clima di pensiero dominante in
Europa nei primi decenni del Novecento. La successiva biografia di Felice,
preparata in assoluta indipendenza dalle idee che avevo allora accennato, mi
pare offrirne la conferma. Rispetto alla caratterizzazione del fascismo, tre mi
sembrano essere i fatti essenziali su cui deve venir portata l’attenzione: che
fu fondato da colui che giustamente può essere considerato come l’iniziatore,
avanti la prima guerra mondiale, del comunismo europeo; che l’ascesa di
Mussolini ha temporalmente coinciso con quella della cultura idealistica, che
l'avvento del fascismo ha coinciso con l'epoca del completo successo di questa
cultura, che vi è una corrispondenza temporale tra i declini dell’uno e
dell’altra; che questa cultura idealistica italiana prende inizio da quella
prima grande disputa sul marxismo teorico, che segna l’europeizzarsi della
cultura italiana. Non si può, insomma, intendere Mussolini al di fuori della
misteriosa vicinanza e lontananza insieme che lo collegava alla figura di
Lenin, punto ben visto da Nolte, ma non sufficientemente approfondito. Il
mistero della lontananza viene infatti tolto di mezzo quando si pensi a quella
distinzione tra il vivo e il morto in Marx che la cultura idealistica italiana
aveva definito, che Mussolini aveva di fatto accettato, e Lenin, nella sua
riaffermazione dell’unità inscindibile tra materialismo radicale e azione
rivoluzionaria, rifiutato. La vicinanza a Lenin è stata assai bene illustrata
da Nolte: «Se per comunismo si intende l’ala intransigente staccatasi da quella
riformistica, disposta alla collaborazione, del partito socialista, Mussolini
può essere a ragione definito il primo e, da un certo punto di vista, l’unico
comunista europeo del periodo, in quanto in tutti gli altri paesi europei la
scissione suddetta avvenne soltanto per influenza del bolscevismo russo,
formatosi, nei limiti di una situazione affatto diversa. In ogni caso, si può
dire che Mussolini ponesse non solo le basi del comunismo italiano postbellico
egli fu anche il promotore dell’impotenza della socialdemocrazia in fieri,
raccolta intorno a Turati, che fu forse la causa immediata della vittoria
fascista. Il suo “volontarismo”, che a torto si è tentato di contrapporre alla
sua ortodossia marxista, non è che l’espressione teoretica della sua
intransigenza. Tale volontarismo, infatti, si rivolge polemicamente contro la
teoria evoluzionistica dell’epoca, e costituisce l’esatto analogo della lotta
condotta da Lenin contro la dottrina del decorso spontaneo. Dove è giusto
parlare di analogia, non di ortodossia marxista. Il «volontarismo» di Mussolini
non è la «dialettica» di Lenin; è il rifiuto del materialismo marxista, in
relazione alla generale critica allora corrente del materialismo naturalistico
e del positivismo evoluzionista. Ma, ora, dobbiamo domandarci: che cosa diventa
l'atteggiamento rivoluzionario — inteso nel suo senso più rigoroso, come
sostituzione della politica alla religione nella liberazione dell’uomo — quando
venga totalmente sganciato dal momento materialistico e dall’utopistico?
L’essenzialità del materialismo a quella che giustamente è stata detta «non
nuova filosofia della prassi, ma nuova prassi della filosofia» di Lenin,
autentico definitore su questo punto del significato del pensiero marxista, è,
oggi, assai chiara. Sotto un primo riguardo il momento materialistico significa
la sconsacrazione dell’ordine che si deve abbattere; sotto il secondo assai più
importante — che implica la conservazione, e non la semplice negazione, del
pensiero utopistico nel pensiero rivoluzionario è intrinseco alla finalità
rivoluzionaria stessa, in quanto diretta all’instaurazione di una nuova idea
dell’uomo, materialistica nel senso che è separata da ogni traccia del divino,
in quanto il pensiero dell’uomo è praxzs, attività sensitiva umana, pensiero
espressivo e non rivelativo, che non è nulla oltre la sua espressione
sensibile; al di fuori del nuovo e radicale materialismo non essendo pensabile
lo stesso comunismo. Separato dal materialismo, lo spirito rivoluzionario si
converte in una specie di mistica dell’azione, in quel che si suol dire con un
termine diventato logoro perché sciupato nelle abitudini del parlare comune,
«attivismo»; tensione verso un’azione che è voluta per sé, come semplice
trasformazione della realtà, e non finalizzata a un ordine, con la conseguente
retrocessione dei valori che, invece di dar significato all’azione, sono
pensati valere soltanto come strumenti che possono promuoverla. Ma non basta:
la logica che gli è intrinseca lo porta anche alla negazione della personalità
degli altri, alla loro riduzione a oggetti; dato il conferimento del valore
alla pura azione, gli altri soggetti cessano di essere fini in se stessi per
diventare puri strumenti e ostacoli. Questo disconoscimento è però altra cosa
dal semplice disconoscimento morale. Nel caso del disconoscimento morale si
tratta di un rifiuto pratico di eseguire quel che la legge morale comanda; nel
caso, invece, dell’attivismo si tratta di una prospettiva totale per cui gli
altri sono ridotti a oggetti, in modo che non ha più senso parlare di doveri
morali nei loro riguardi. Come definire quest’attitudine? Io proporrei il
termine di solipsismo, e personalmente sarei portato a credere che l’unico
senso preciso che si possa dare alla nozione di solipsismo sia questo;
insostenibile come posizione teoretica, il solipsismo è possibile come
atteggiamento vissuto. La totale spersonalizzazione che l’attivismo include
porta a togliere alla realtà l’aspetto di sussistenza autonoma; sembra che essa
non esista che nella mia azione, come ostacolo che proietto davanti a me per
superarlo. Sul termine si potrà discutere; ma è comunque certo che all’azione
di Mussolini non si addicono la qualificazione di anarchica, perché resta
sempre che l’anarchismo cerca l'abolizione del potere, e invece Mussolini la
sua conquista, né quella di reazionaria, perché non si può rintracciare la
tradizione che Mussolini abbia riaffermata e difesa; né, ovviamente, di
giacobina e di comunista. A me pare che partendo da una fenomenologia
dell’attivismo diventino comprensibili quegli aspetti contraddittori che
rendono così difficile, come De Felice ha giustamente notato, tratteggiare un
ritratto di Mussolini! Perfettamente De Felice ha parlato di un miscuglio di
personalismo, di scetticismo, di diffidenza, di sicurezza in se medesimo e al
tempo stesso di sfiducia nell’intrinseco valore di ogni atto, e, quindi, nella
possibilità di dare all’azione un significato morale, un valore che non fosse
provvisorio, strumentale, tattico. Partiamo dal primo, dal personalismo. Bene
Cantimori lo ha delineato. Questo senso della potenza, questa volontà di
predominio che lo fa identificarsi spontaneamente con la sua patria, questo
fortissimo protagonismo politico, diventa, nei momenti della lotta più aspra
per un’affermazione della propria volontà, consapevolezza e affermazione della
propria individualità... e questa consapevolezza di sé, questo esser
continuamente presente, cosciente della propria volontà e della propria
individualità, continuerà sempre: l’identificazione spontanea con il proprio
popolo si articola sempre più attraverso tale consapevolezza, in ordine, in
comando, in primato, in dominio, in compiacimento per la disciplina e
obbedienza ottenute». Per sé, l’identificazione con la causa del proprio popolo
caratterizza ogni politico ed è da essa che questi trae la propria forza; ma in
Mussolini si compie in una volontà di predominio, in un protagonismo politico
che è consapevolezza e affermazione della propria personalità; che altro può
significare questo se non un’identificazione che si opera a rovescio di quella
dei grandi politici attraverso una specie di assorbimento, per così dire, del
popolo in sé? Di qui quei caratteri che sconcertarono quegli uomini della
vecchia generazione politica che furono in rapporto con lui: l'esclusivo e
feroce culto di se medesimo, l'eccezionale energia volitiva, la nessuna
discriminazione fra il bene e il male, il nessun indizio di senso del diritto.
Rispetto a cui è da aggiungere: se si potesse ridurre la personalità di
Mussolini a questo semplice immoralismo, neppure si potrebbe intendere il suo
successo. In realtà, nella disposizione attivistica abbiamo una singolare
coincidenza di moralismo e di immoralismo. Moralismo, nel senso di
autotrascendimento di sé nell’azione; immoralismo, nel disconoscimento della
personalità morale degli altri. Qui è anche la radice ultima
dell’antiliberalismo fascista, se il liberalismo è caratterizzato dal rispetto
dell’altrui persona. Si spiega pure il tratto, su cui particolarmente aveva
insistito Gobetti, del suo tatticismo e trasformismo: l’assenza della finalità
ultima dell’azione gli concedeva infatti una disponibilità massima per ogni
tatticismo e trasformismo, ma al tempo stesso gli vietava di dare all’azione un
valore che non fosse appunto provvisorio e tattico. Di qui l’altra
contraddizione per cui non poteva pensare se stesso che come creatore, mentre
di fatto la sua azione non poteva esplicarsi che come distruttrice. Per la
radicalità di questa azione distruttiva, pensiamo infatti al posto che gli
verrà dato, tra qualche decennio, nei manuali di storia: c'era una realtà
storica nuova, il Regno d’Italia, e fu Mussolini colui che lo consunse e lo
distrusse; sotto questo rapporto, veramente l’antiCavour. Si intende anche
l’osservazione acuta di Gramsci per cui Mussolini non poteva essere un «capo»;
ciò, però, non già perché vi si debba vedere quel che Gramsci pensava, «il tipo
concentrato del piccolo borghese italiano», ma in ragione proprio della sua
disposizione attivistica. Costretto da essa a trattare gli altri come forze,
veniva a sua volta visto dagli altri come una forza di cui disporre. Da ciò
anche la continua minaccia di restare prigioniero delle forze con cui si alleava,
e il continuo bisogno di bilanciare queste forze con altre; onde la sua
continua politica di compromessi e di contrappesi, anche se si trattava di
compromessi che non si davano per tali. Onde perfettamente De Felice ha scritto
che «credendo così di essere l’arbitro di tutto, non si accorgeva che, di
compromesso in compromesso, il suo margine di autonomia si riduceva sempre più
e che la logica delle cose, dei problemi di fondo rimasti senza soluzione, lo
soffoca progressivamente, e lo riduceva a un piccolo Laocoonte che appariva
forte solo perché poteva gonfiare i muscoli, ma era irrimediabilmente stretto
in un groviglio di spire che lentamente lo avrebbero soffocato. Si intende pure
la sua sfiducia negli uomini, la sua incapacità di comunicazione umana e di
amicizia, e quindi il ricorso al pessimismo di MACHIAVELLI per sentire questa
solitudine come forza; per questo riguardo il suo Preludio a MACHIAVELLI è tra
le pagine che meglio illuminano la sua personalità. Né c’è difficoltà a
intendere come potessero combinarsi in lui una straordinaria attitudine di
parlare al popolo e di trascinarlo in quanto massa, e l’incapacità di
colloquiare con gli uomini in quanto singoli, e di giudicarli. Perciò ebbe su
di lui tanta presa la lettura della Psicologia delle folle di Le Bon; gli
rivelava i meccanismi che determinano il comportamento collettivo, lo istruiva
nella tecnica che doveva usare nei suoi discorsi e nei suoi interventi. Diventa
pure chiara la sua incapacità di formare un’élite e di scegliere dei collaboratori
veramente validi; perché questi uomini che accettavano di essere strumenti, per
fare a loro volta di Mussolini il loro strumento, non potevano certo essere le
coscienze più diritte. Questi non sono che esempi che ho addotto per proporre
un tema: si può ravvisare, dal punto di vista tipologico, in Mussolini la
personalità solipsista allo stato puro. Con l’avvertenza, però, che non si
intende con ciò delineare dei tratti psicologici o cercar di spiegare il
fascismo con la psicologia di Mussolini. Sono tratti che dipendono in realtà
dalla sua iniziale scelta per l’attitudine rivoluzionaria, pensata come
contraddittoria col materialismo; dalla irrazionalizzazione, se si vuol dir
così, della posizione rivoluzionaria. È a questo punto che deve esser posto il
problema del rapporto tra il fascismo e la cultura dell’epoca. Bisogna però
guardarsi da una troppo ristretta e accademica idea della cultura, e arrivare
al comune discorso sulla superficialità e ignoranza di Mussolini; discorso che
si traduce poi in quell’ordinario ritratto che lo rappresenta come un semplice
demagogo, sia pure con qualità, in questo genere non comuni; o nell’altro che
vi vede l’esemplare dell’avventuriero opportunista, pronto a ogni cambiamento,
a seconda della possibilità di successo; di cui poi è specificazione quello del
traditore o del transfuga, o rispetto al socialismo o all’interventismo
democratico. Certo, non poté incontrare i problemi culturali che da politico; e
pensò contro certe idee che trovava incarnate in posizioni politiche, e aderì a
certe vedute culturali piuttosto che ad altre, in relazione a questa polemica
politica. Una volta che si è detto questo, si deve vedere quali pensatori abbia
dovuto incontrare e domandarsi se abbia verificato nella pratica, e quindi
coinvolto nel suo scacco, certe direzioni di pensiero. Il termine della sua
polemica è chiaro: si tratta del socialismo riformista e della cultura che lo
accompagnava; del marxismo ripensato nella cultura positivistica di fine
Ottocento, e diventato un consiglio di prudenza ai rivoluzionari. Perciò
anch’egli fu detto e si disse volentieri idealista perché «aperto come giovane
che era alle correnti contemporanee, procurò a infondere al socialismo una
nuova anima, adoperando la teoria della violenza di Sorel, l'intuizione di
Bergson, il prammatismo, il misticismo dell’azione, tutto il volontarismo che
da più anni era nell’aria intellettuale e che pareva a molti, idealismo. È il
noto giudizio di Croce, non inesatto, ma tuttavia generico, e che per questa
genericità rischia di sviare. Maggior significato si deve dare alla
rievocazione, singolarmente istruttiva, con cui lo stesso Mussolini illustra a
De Begnac il processo che l’aveva portato più di vent'anni prima alla
fondazione dei Fasci di combattimento. Le guide spirituali erano rimaste
indietro di mille anni a noi che avevamo sofferto l’esperienza della lunga
trincea. Croce non ci aveva detto in quaranta mesi una sola parola di speranza.
Del Vecchio aveva raccolto in un libro per noi combattenti il meglio del suo nobile
cuore, ma pochissimi erano culturalmente in grado di comprendere il suo
discorso. Gli economisti riaprivano il nostro animo ad un qualche interesse
alla vita. VITI, MARCO, EINAUDI, RICCI e, soprattutto, PANTALEONI e Pareto.
Sorel sembrava appartenere ad altra età, ormai. GENTILE preparava la strada a
chi come me avesse desiderato camminare su di essa. Certamente, si tratta di
una veduta retrospettiva: è difficile pensare che Mussolini abbia guardato a
Gentile, anche se questi, particolarmente dopo Caporetto, avesse preso
posizione come scrittore politico. Suggerisce però una veduta importante,
anzitutto come indicazione dei limiti che si devono dare all’influenza di Sorel
su Mussolini: al momento in cui il Mussolini «fascista» succedeva al Mussolini
rivoluzionario, due dei protagonisti della disputa italiana sul marxismo
teorico, CROCE e Sorel, non gli parlavano più. Mentre invece la sua veduta sul
momento storico si incontrava con quella di Gentile. Ora, la veduta affermata
dal Gentile scrittore politico non si può separare in alcun modo dalla sua
filosofia; e questa a sua volta (pongo qui una tesi che non posso ora
dimostrare con la precisione sufficiente, ma che tuttavia penso possa venir
largamente accettata) deve venire storicamente vista come l’epilogo più
rigoroso di quella disputa. Dobbiamo perciò passare qui a definire il senso
dell'incontro di Gentile e Mussolini. Presenta certo degli aspetti singolari:
Mussolini aveva provato interesse per il Marx rivoluzionario e per Nietzsche; e
Gentile soltanto per il Marx filosofo, né vi è nella sua opera traccia di
un’influenza di Nietzsche, come pure degli altri autori che possono aver
esercitato un’influenza su Mussolini: Sorel, Pareto, Le Bon. Genericamente
possiamo dire che fu un incontro per negazioni: per un verso l’attualismo
gentiliano era travagliato da un’aspirazione verso l’azione, mentre per l’altro
era del tutto impotente, nonché a formare, a modellare e a prospettare un
movimento politico; di più, nel riguardo delle forme politiche esistenti, pronunziava
le stesse negazioni che pure pronunziava il fascismo. Mentre il fascismo nel
suo periodo di consolidamento aveva bisogno di una legittimazione culturale.
Facilmente si è portati da ciò al pensiero di un'illusione del filosofo,
accortamente captata dal politico. In questo discorso la premessa è
insufficiente e la conclusione inesatta. Osserviamo infatti che il modo in cui
così Mussolini come Gentile possono venir detti eretici rispetto al marxismo, è
strettamente simile. È giudizio ormai corrente che quel primo lavoro che fu
dedicato, nel mondo intero, alla filosofia di Marx da Gentile (La filosofia di
Marx) non è affatto un episodio marginale della sua opera. Si può infatti
presentare l’attualismo come un marxismo dissociato dal materialismo. È a partire
da questo punto che possiamo definire il senso dell’adesione di Gentile al
fascismo. È una posizione che deve venir vista come unica, perché non si può
ascriverla a quella dei tanti fiancheggiatori di ogni tipo (è del tutto
inesatta l’idea di un Gentile che aderisse al fascismo in nome degli ideali
della vecchia destra storica), e meno che mai, si intende, a quella
dell’intransigentismo diciannovista. Fu egli l’unico a vedere in Mussolini non
già una forza atta a servire o per il consolidamento dell’ordine o per un
ordine nuovo costruito a partire dallo squadrismo, ma invece il solo uomo
capace di compiere l’opera del Risorgimento. Credo che le parole che pronunziò
dopo quell’incontro con Mussolini, che decise la sua adesione alla repubblica
sociale, O l’Italia si salva con lui, o è perduta per parecchi secoli, debbano
venir intese nel senso più letterale, come conferma ultima di questa sua
interpretazione. Anche quando tutto indicava che il fascismo stava per
concludersi in una catastrofe, Gentile non poteva staccarsene: per una coerenza
intellettuale, ancor prima che per l'impegno a restar fedele nella disgrazia
alla causa che aveva seguito nel momento della fortuna. Per intendere la natura
del suo consenso converrà prender le mosse dallo saggio su Origini e dottrina
del fascismo. La data è molto importante. Esso appare dopo che il fascismo
aveva rotto definitivamente con il liberalismo prefascista e dopo che Croce non
soltanto si era messo all'opposizione, ma dopo che aveva ragionato i motivi di
questa nella Storsa d’Italia. Il primo paragrafo si intitola Le due anime del
popolo italiano prima della guerra, e contiene un’interpretazione estremamente
significativa dell’interventismo e della partecipazione dell’Italia alla prima
guerra mondiale. Alla vigilia e all’indomani della guerra l'animo non era
concorde perché «c'erano nell’anima italiana due correnti affatto diverse, e
quasi due anime irreducibili, che combattevano da quasi due decenni e si
contrastavano il campo accanitamente, per riuscire a quella conciliazione che
richiede sempre una guerra guerreggiata e una vittoria finale col trionfo d’uno
degli avversari, che solo può conservare del vinto, quel che è conservabile».
La partecipazione italiana alla prima guerra mondiale è sentita essenzialmente
come rivoluzione; la guerra è lo strumento perché la parte risorgimentale possa
vincere sulla parte non risorgimentale: entrare nella guerra, gettare nel fuoco
tutta la nazione, dei volenti e dei nolenti, non tanto per Trento e Trieste e
la Dalmazia, e non certo per i vantaggi specifici, politici e militari, se non
economici, che queste annessioni avrebbero potuto arrecare... In guerra
bisognava entrare per cementare una volta nel sangue questa Nazione formatasi
più per fortuna che per valore dei suoi figli... Cementare la Nazione, come può
fare soltanto la guerra, creando a tutti i cittadini un solo pensiero, un solo
sentire, una stessa passione, una comune speranza... Cementarla, questa
Nazione, per farne una Nazione vera, reale, viva, capace di muoversi e di
volere, e farsi valere e pesare nel mondo, ed entrare insomma nella storia, con
una sua personalità, con una sua fisionomia, con un suo carattere, con una nota
sua originale, senza più vivere d’accatto sulle civiltà altrui, e al’ombra dei
grandi popoli fattori della storia. Crearla dunque davvero questa Nazione, come
soltanto è possibile che sorga ogni realtà spirituale: con uno sforzo
attraverso il sacrifizio. Abbiamo qui il passaggio dall’impostazione
democratica della Prima guerra mondiale, come lotta per la libertà delle
Nazioni, all'impostazione fascista, e l’insieme del saggio è estremamente
interessante per far cogliere la rottura tra l’interventismo democratico e
l’interventismo fascista; insomma, tra il fascismo e quello che successivamente
prenderà nuova forma come Partito d’azione. Com’erano definite queste due
Italie? «I neutralisti stavano per il tornaconto e gli interventisti per una
ragione morale, non tangibile, non palpabile, non pesabile sulla bilancia. La
prima parte era per Gentile quella dell’Italia giolittiana, la seconda
dell’Italia mazziniana; ed è appunto nella continuazione di Mazzini che
avverrebbe per Gentile il suo incontro con Mussolini. Mazziniano (quest’ultimo)
di quella tempra schietta che il mazzinianismo trovò nella sua Romagna, egli
aveva già superato, prima per istinto e poi per riflessione, attraverso una
giovinezza travagliata e pensosa, ricca di esperienza e di meditazione, nutrita
della più recente cultura italiana, tutta l’ideologia socialista.
Particolarmente importante è quanto vi è detto sulla separazione tra
nazionalismo e fascismo: «Sta in ciò che per il nazionalismo la nazione è
un'entità che trascende la volontà e la personalità dell'individuo, perché
concepita come obiettivamente esistente, indipendentemente dalla coscienza dei
singoli; esistente anche se questi non lavorino a farla esistere, a crearla.
L'individuo nel nazionalismo diventa un risultato, qualche cosa che ha nello
stato il suo antecedente che lo limita sopprimendone la libertà, o
condannandolo sopra un terreno nel quale egli nasce, deve vivere e deve morire;
mentre per il fascismo lo stato e l'individuo si immedesimano, o meglio sono
termini inseparabili di una sintesi necessaria». In breve, quel che
caratterizza per Gentile il fascismo, e lo differenzia dal nazionalismo, è il
rifiuto di quel carattere naturalistico da cui proverrebbero gli aspetti
retrivi, illiberali, conservatori. Abbiamo in una certa maniera un Gentile che
si inserisce nello sviluppo del fascismo per contenderlo a conservatori,
nazionalisti e tradizionalisti? Lo stesso atteggiamento viene da lui assunto
nei riguardi della monarchia; nel nazionalismo essa era un presupposto in
quanto faceva parte del processo di formazione storica della nazione italiana.
E viceversa per Gentile «tutto che pareva già in essere, e quasi un legato
ereditario, si trasfigura in una nostra personale conquista, che svanirebbe
appena ce ne distraessimo, noi che ne siamo gli autori». Sarebbe totalmente
errato ridurre questo saggio a un puro scritto di circostanza, e ciò perché la
visione del Risorgimento che Gentile vi afferma è in continuità diretta con
quella già delineata addirittura nei suoi primissimi scritti, espressa già
nella prefazione a SERBATI e Gioberti; e SERBATI e Gioberti e La filosofia di Marx
sono due libri inseparabili. Gentile era ossessionato dal termine di «riforma»
al modo in cui Marx lo era stato da quello di rivoluzione. Riforma della
dialettica, riforma della scuola, riforma dello stato, ecc.; ma il termine di
riforma significava per lui non già rettificazione di un ordine costituito, ma
nuova forma attraverso cui il passato deve essere restituito a nuova vita; è
più prossimo cioè a quello di rivoluzione che a quello di riforma
ordinariamente inteso. E la sua filosofia è veramente inscindibile dall’idea di
una riforma religioso-politica, continuazione in certo senso di quella riforma
cattolica giobertiana in cui già si trovano tutti i motivi del modernismo; né
ha senso per lui come puro sistema speculativo, indipendentemente da questa riforma.
Egli è l’ultimo dei riformatori religioso-politici italiani, in una linea che
va da BRUNO a Gioberti, né del resto egli presentò la sua filosofia in altro
modo; e in certo senso può anche venir detto l’ultimo dei risorgimentali.
Gentile curiosamente ritrova la figura del filosofo politico nel corso dei suoi
studi giovanili su Rosmini e Gioberti e su Marx. Studi, il cui senso
complessivo può essere espresso nella formula che segue: il marxismo separato
dal materialismo e il giobertismo separato dal platonismo, e perciò
immanentizzato, si identificano. Da ciò era arrivato a un’interpretazione del
Risorgimento che si ricollegava a quella di Gioberti nella forma di
continuazione e di approfondimento; di un giobertismo particolare, però, per
cui l’opposizione a Mazzini era tolta, e si poteva affermare l’attualità di
Mazzini dopo Marx. Col che si stabiliva pure una curiosa analogia tra Gentile e
Marx; si può dire che come Marx pensa alla rivoluzione francese come
rivoluzione compiuta, così Gentile pensa al Risorgimento italiano come
risorgimento incompiuto. Dal mazzinianesimo-giobertismo di Gentile, e quindi
dall’unità di religione e di politica, seguiva quella serie di negazioni che
coinvolgeva, oltre l’intero sistema giolittiano, anche lo stesso nazionalismo.
Procedendo per accenni, è importante osservare quale scossa avesse
rappresentato per lui la Prima guerra mondiale, e particolarmente Caporetto che
gli parve segnare il crollo dell’Italia post-risorgimentale, e quel che seguì,
in cui egli ravvisò la rinascita dello spirito risorgimentale. Ebbe allora
l'impressione che le cose venissero a lui, confermando la sua veduta filosofica
e permettendone la realizzazione, onde i vari scritti politici del periodo tra
Caporetto e la marcia su Roma — gli articoli raccolti in Guerra e Fede e Dopo
la vittoria, i saggi su Mazzini e su Gioberti, i Discorsi di religione, in cui
l'accento cade sull’impostazione di una politica religiosa. Possiamo così
renderci conto della necessità dell'incontro. Era naturale che Gentile pensasse
che come egli, a partire dalla critica teorica di Marx, aveva incontrato il
pensiero risorgimentale, lo stesso dovesse avvenire per Mussolini a partire
dalla critica politico-pratica del marxismo.” Si vede dunque come, in sede di
un giudizio storico e non moralistico e polemico sul fascismo, la questione
delle illusioni di cui Gentile sarebbe stato vittima non debba esser posta. E
che il fascismo fu un fenomeno assai più complesso di come viene presentato
dalla consueta pubblicistica, se portò ad aderirvi, per un obbligo di coerenza
intellettuale, il maggior filosofo italiano del tempo. D'altra parte non può
non essere senza significato il fatto che le stesse critiche fondamentali mosse
contro l’attualismo, di attivismo e di solipsismo, servano come criteri storici
essenziali per intendere la natura del fascismo. Mi si può domandare: se è
facile ricostruire l’idea che Gentile si formò di Mussolini, quale fu quella
che Mussolini si formò di Gentile? È un tema, questo, che non è stato ancora
trattato da alcuno, che io sappia. Certamente si può pensare che egli non abbia
troppo gradito di venir considerato come lo strumento di una riforma religioso-
politica pensata da un altro, e di cui neppur bene afferrava i termini; e ho
già detto della sua incapacità di vere amicizie. Tuttavia, sentì che non poteva
metterlo completamente da parte; così ricorse a lui per la stesura della
Dottrina del Fascismo; così mi è sembrato molto significativo quell’accenno
nella conversazione con De Begnac, avvenuta in un momento in cui Gentile non
era certo troppo in auge. Se è vero quanto finora ho detto, non poteva essere
che così. Possiamo ora tentare una definizione complessiva? Il fascismo,
secondo quel che si è detto, sarebbe la posizione rivoluzionaria, di origine
marxista, quale doveva diventare dopo aver accettato i risultati di quella
critica del marxismo teorico che fu svolta in Italia negli ultimi anni
dell’Ottocento e di cui l’attualismo può essere considerato la conclusione
filosofica. Naturalmente, questa definizione non concerne che la sua forza,
che, per sé, non è sufficiente a spiegare la sua realizzazione pratica. Questa,
ovviamente, non si sarebbe data senza una serie di occasioni storiche: la
guerra mondiale, il modo in cui avvenne l'intervento, Caporetto, la trasfigurazione
della battaglia di Vittorio Veneto nel mito della vittoria mutilata, la
rivoluzione russa, il biennio rosso, ecc. Come si inserisce in quella che prima
si è chiamata l’epoca della secolarizzazione? Sotto questo riguardo deve essere
definito come alternativa al leninismo (al leninismo, si badi, non allo
stalinismo; anche se lo stalinismo e il richiudersi della Russia in se stessa
potevano sembrar confermare la validità della soluzione fascista). Ma il
termine alternativa («o loro o noi») può essere inteso in due sensi: quello di
opposizione assoluta, o quello di inveramento, in una forma adeguata a un paese
di civiltà e di cultura superiori alla russa; non dell’Italia soltanto, anzi,
se Mussolini poté pensare a una prossima fascistizzazione del mondo. A mio
giudizio, è in questo secondo senso che Mussolini pensò al fascismo; e qui sta
la differenza tra fascismo e nazismo. Due uomini si contendevano nel mondo la
pretesa di incarnare la vera figura del rivoluzionario, Lenin e Mussolini. E si
deve riconoscere che in questa pretesa Mussolini fu veramente sincero.
Rivoluzione fallita, dunque, che trovò la sua giustificazione storica, nel
senso di condizione della sua possibilità, nel fatto che il marxleninismo non
ha potuto realizzarsi come rivoluzione mondiale, ma ha dovuto arrestarsi
davanti alla realtà delle nazioni. Il constatare però che il fascismo sia
fallito come rivoluzione non equivale a dire che debba esser considerato come
fenomeno reazionario; né a giustificare i giudizi secondo cui Mussolini avrebbe
deliberatamente ingannato sin dagli inizi, servendosi come copertura di una
fraseologia rivoluzionaria. Ma la considerazione dell’esito non può servire
come criterio per la definizione dell’inizio. Chi, per esempio, dice che il
comunismo è fallito perché ha portato a una nuova classe, più oppressiva di
ogni altra, non vuol certamente dire con questo che il comunismo sia sorto in
un’intenzione reazionaria. Perciò, se è inesatto parlare di fascismi,
altrettanto lo è il giudizio che la loro catastrofe coinvolga quella degli
ideali tradizionali in cui la vecchia Europa era cresciuta; giudizio, il
secondo, carico delle più gravi conseguenze pratiche. Quel che, a mio modo di
vedere, il crollo del fascismo propriamente detto coinvolge, è la linea dei riformatori
religioso-politici italiani, linea unitaria che è insieme antiprotestante e in
posizione eretica rispetto al cattolicesimo; che nell’ultimo suo atto giunge,
con Gentile, al tentativo di inveramento idealistico del marxismo. AI solito,
si risponderà che nessuno pretende realmente affermare che la caduta del
fascismo coincida con il crollo degli ideali tradizionali; ma questo significa
soltanto che nessuno ha potuto seriamente dimostrare che l’affermazione di tali
ideali sia legata direttamente alla politica fascista; non che nella
pubblicistica corrente, ad alto o a basso livello, non si ragioni cozze se
l'epoca nuova, affermatasi dopo la sua caduta, non importi anche tale crollo;
nel linguaggio del nuovo mestiere di demolitori di tabù, il loro assertore è
sempre considerato come un fascista più o meno consapevole, o quasi sempre
inconscio; e «fascismo» è fatto sinonimo di «repressività». Non vorrò certo
accomunare a simili personaggi uno studioso della serietà di Nolte, e sono ben
certo che il suo intendimento è tutt'altro, ma è un fatto che la formula di
resistenza contro la trascendenza facilmente si cangia a livello inferiore, in
quella di «spirito di repressività. Per il significato di quanto ho detto,
valga un esempio. Comunemente si pensa che il fascismo abbia trovato un
sostegno valido in quella parte del mondo cattolico che più era avversa al
modernismo; e in realtà, si può ben ammettere che un'illusione vi fu, in molti
dei suoi componenti; obbedienti a quella visione cattolica dell’«antimoderno»
che coinvolgeva in una condanna globale tutti gli aspetti della modernità, e
oltrepassava in ciò la critica del modernismo, e che effettivamente e
prevalente (come dimenticare che diede anche il titolo a un’opera di
Maritain?): per loro il fascismo combatteva le grandi eresie moderne, il
liberalismo e il socialismo, ed era destinato a esaurirsi in questa lotta,
lasciando lo spazio aperto a una restaurazione cattolica. Se questo è vero,
occorre però aggiungere che si trattò, per costoro, di un'illusione; in
illusioni rispetto al fascismo caddero troppi (si pensi a Croce per i primi
anni), sicché una storia completa del fascismo sarebbe in gran parte la loro
storia. Di ciò la spiegazione è del resto facile: quell’assenza di contenuto,
come finalità ultima che abbiamo visto esser legata al tatticismo di Mussolini,
spiega come quasi nessuna figura di rilievo della storia italiana del nostro
secolo non si sia, per un momento almeno, illusa su di lu (anche Salvemini e
Gramsci, al tempo dell’intervento!). Si è voluto qui mostrare come invece
l’adesione di Gentile, che, sotto il riguardo religioso, può essere considerato
come il più coerente dei modernisti (in polemica con altri modernisti per
questa sua coerenza)? sia stata intellettualmente obbligata. È per un singolare
travolgimento che si pensa oggi come interiormente obbligata l'adesione dei
tradizionalisti, di qualsiasi parte, e invece scusabile perché motivata da
illusioni quella degli assertori dello spirito di modernità. E proprio contro
quest'idea, solidificatasi ormai come abitudine mentale, che il presente
discorso è diretto. Alla base di questo travolgimento sta l’idea che novità sia
sempre sinonimo di poszzività. Idea, se ben si osserva, che è intrinseca
all’epoca della secolarizzazione, perché questa conferisce un significato
magico, di parola-forza, al termine rivoluzione; oggi quasi sempre, come
perfettamente osserva Monnerot, «la parola “rivoluzione” è presa en donne part;
quando non lo sarà più, avremo cangiato d’epoca. Re: Gentile e Gramsci, alcune
premesse sono necessarie. In che senso dico prego intendere quanto scrivo alla
lettera che il pensiero di Gentile rappresenta una svolta di capitale
importanza nella storia della filosofia, in un senso la più importante del
Novecento, e lo dico senza essere per nulla gentiliano? In quello che ha
portato all'estremo non soltanto, come normalmente si dice, l’idealismo o la
sua forma soggettivistica, ma la filosofia del primato del divenire,
chiarendone l'esito antimetafisico. È nel suo pensiero che si trovano, portate
all'estremo, tutte le possibili linee del pensiero antimetafisico. Gentile ha
stabilito, cioè, il rapporto di necessità che intercorre tra la coerenza
rigorosa della filosofia del divenire, e la più radicale negazione della
metafisica. Parlare perciò di una svolta gentiliana della storia della
filosofia» significa questo: la sua considerazione ci permette di giudicare
tutte le forme di pensiero antimetafisico anteriori o successive, e di motivare
le ragioni per cui non possono venire affermate dopo l’attualismo. Con
l'aggiunta: il suo pensiero si svolge interamente entro la filosofia del
primato del divenire; perciò, se si pensa concluda in uno scacco, permette
anche di definire, facendola almeno intravedere controluce, quella sola linea
in cui il pensiero metafisico può venire ripresentato! O, in altre parole: la
sua grandezza resta identica, per la svolta che condiziona, sia che si parli di
successo come di scacco. Che la mia persuasione sia la seconda, non ha ora
importanza. La rivendicata «classicità» di Gentile, dopo un lungo periodo di
oblio, non significa perciò che il suo pensiero appartenga al passato, anzi!
Riflettiamo sulle due sue prime opere che, per la loro data, possono essere
considerate come i due ultimi grandi libri di filosofia apparsi nell'Ottocento,
e in cui tutto il suo pensiero successivo si trova già virtualmente
precontenuto, Rosmini e GIOBERTI e La filosofia di Marx. Ho già dimostrato
altra volta come la sua filosofia, suscettibile di essere definita, se vista
nell'angolo visuale della prima, come «la riforma cattolica giobertiana resa
coerente attraverso lo hegelismo, rappresenti il punto ultimo, soltanto ora
raggiunto da coloro che si definiscono nuovi teologi, del modernismo religioso.
Per quel che riguarda la seconda ho già accennato — ma devo confessare che il
mio pensiero al riguardo non era ancora, al tempo in cui ne scrissi,
sufficientemente chiaro — alla sua definizione come punto ultimo a cui deve
giungere lo svolgimento dello hegelismo nella forma della filosofia della
prassi; quindi come un oltre-marxismo rispetto a cui il marxismo non si trova
nella possibilità di rispondere. Si dirà che, la sua fortuna anche qui in
Italia — e si era trattato, del resto, di un successo che aveva avuto scarsa
eco oltre frontiera — è andata costantemente declinando rispetto a quella di
Heidegger, e che l’arretramento è avvenuto senza resistenza: sintomo, questo,
di cui è superfluo sottolineare l’estrema significatività. È vero, ma, se ben
si guarda, la visione heideggeriana della storia della filosofia, quale emerge
dal libro su Nietzsche, coincide singolarmente con quella proposta da Gentile,
ma con segno rovesciato: è, cioè, letta come processo verso il nichilismo. In
questo senso, penso sia possibile dire che la filosofia di Heidegger è la
verità della filosofia di Gentile, quella verità di cui Gentile non si accorse;
o che la filosofia di Gentile è la conferma ante litteram della diagnosi di
Heidegger. Ma è appunto questo che le conferisce la sua eccezionale importanza
attuale; è attraverso il suo studio che possiamo renderci conto della
profondità della crisi del pensiero teologico-metafisico e delle sue radici.
D'altra parte, la posizione di Gentile (e di Gramsci) nello hegelo- marxismo
può apparire ulteriore a quella di Lukdcs. Continuamente su Lukécs grava
infatti l'ombra di Heidegger come versione del suo pensiero in forma di
filosofia speculativa; per sottrarsi deve tornare, come fa nell’introduzione
alla nuova edizione della sua opera principale Storia e coscienza di classe, al
materialismo dialettico engelsiano. Cioè proprio quella forma di pensiero nella
cui critica, svolta ne La filosofia di Marx, è uno dei convergenti punti di
partenza dell’ attualismo. Tratterò in questa occasione della questione
seguente: se la proposizione: «La filosofia di Gentile è il punto ultimo dello
svolgimento dello hegelismo in termini di filosofia della prassi», sia
suscettibile di dimostrazione. Ci troviamo per affrontarla in una posizione
privilegiata in ragione dell’esistenza dell’opera del «marxista dopo la
filosofia dello Spirito», Gramsci. Uso il termine filosofia dello spirito,
invece di altre sigle — neoidealismo, neohegelismo, eccetera — come
perfettamente adeguato rispetto alle negazioni che lo specificano. Quella
filosofia italiana che genericamente viene detta idealistica, e che è la prima
filosofia dopo Marx che sia sorta nel mondo facendo inizialmente i conti col
marxismo, non può infatti venir caratterizzata altrimenti che come «filosofia
dello Spirito»: contro la metafisica per la negazione dell’intuizione
intellettuale, contro il positivismo, per la sua subordinazione alla
metafisica, che lo costringe a esprimersi come naturalismo. In questo senso
generale la filosofia dello spirito abbraccia così l’opera di Croce come quella
di Gentile. Il rapporto col marxismo è patente: al modo del Marx filosofo,
CROCE e GENTILE rifiutano così Platone come Democrito, così l’idealismo
metafisico come il materialismo naturalistico. Per raggiungere la piena
coerenza in questo assunto, rifiutano anche il materialismo di Marx. Il
successo del neomarxismo in Italia dopo la «filosofia dello Spirito» non può
quindi venir inteso come un accidente, dato che è la riapertura di un problema
interno al suo processo di costituzione. Quanto al neomarxismo di Gramsci, vuol
essere la riaffermazione di Marx dopo la filosofia dello spirito, correttamente
intesa come riforma dello hegelismo quale si rendeva necessaria dopo il
marxismo, o come tentativo di vittoria sul marxismo, all’interno della riforma
dello hegelismo. Vuole portare cioè il marxismo al massimo rigore critico,
liberandolo da tutte le incrostazioni positivistico-naturalistiche, o
paleomaterialistiche o giusnaturalistiche o neokantiane. Il suo problema è
rigorosamente filosofico, dato che la vittoria del marxismo è legata per lui
alla prova della sua verità filosofica. Rivoluzione e filosofia vera fanno per
lui tutt'uno. Si può enunciare perciò il suo problema nei termini seguenti:
come la rivoluzione mondiale, perché totale, è possibile? È noto come su questo
neomarxismo circolino due giudizi opposti. Per il primo sarebbe la forma più
rigorosa che il marxismo abbia raggiunto in Occidente e l’unica che possa dar
luogo a una prassi politica capace di portare al successo i partiti comunisti
occidentali. Per il secondo sarebbe una sorta di marxismo diminuito,
accompagnante il processo di dissoluzione della rivoluzione come sua
involuzione borghese, condizione dell’affermarsi della nuova classe borghese
quale che possa essere il successo del suo partito, giudizio che fu portato
alle conseguenze estreme da un comunista non secondo a nessuno per integrità
morale, BORDGIA (si veda). Entrambe le vedute sono vere; ma quel che può
sembrare paradossale e curioso (ma si dimostrerà come non lo sia) è che la
prima è vera per il non marxista e non comunista, la seconda per i marxisti e
comunisti autentici. Per anticipare brevemente quel che è il mio punto di
vista, dirò che vedo nel gramscismo non già il marxismo contagiato da influenze
filosofiche estranee, ma la sola forma in cui esso può riaffermarsi dopo la
«filosofia dello Spirito»; questa posizione non può però venire assimilata a
uno sviluppo del marxismo, e la realtà storica a cui può dar luogo è ben
diversa da quella significata nel PRINCIPIO SPERANZA. Ma, d’altra parte, è
inutile cercare dopo Gramsci un miglior» marxismo, a cui corrisponda una più
adeguata politica. Ricordiamo per brevissimo accenno le tesi del marxismo
antigramsciano. Esse hanno a punto di partenza i giudizi di chi prende posto
nella storia contemporanea come il più intransigente moralista in nome del
marxismo letterale e del comunismo nella sua versione ideale, BORDIGA (si
veda), e hanno trovato la più rigorosa espressione filosofica in uno dei
migliori libri che sul pensatore sardo siano stati scritti, quello del marxista
eterodosso Riechers. Riechers, che pure non mostra di avere una conoscenza
approfondita del pensiero gentiliamo (al punto di accomunare la posizione di
Gentile nei riguardi del marxismo a quella di Rodolfo Mondolfo), tuttavia, sul
piano teorico critica Gramsci per aver sostituito al materialismo marxiano un
idealismo soggettivo di stampo kantiano-fichtiano, piuttosto che hegeliano, a
cui corrisponderebbe sul piano politico una curiosa vicinanza al fascismo di
sinistra. Scrive, infatti: «Questi fascisti di sinistra la maggior parte dei
quali confluì dopo la fine del dominio fascista nel socialismo e nel comunismo,
hanno soltanto da sostituire l'attributo fascista con quello di democratico,
socialista o comunista, per scoprire negli scritti di Gramsci una posizione
analoga alla loro. Tolto il tono polemico, la frase può essere intesa nel senso
seguente: il neomarxismo di Gramsci appartiene a una rivoluzione ulteriore al
leninismo, di cui fascismo e postfascismo sono momenti che si avversano
mortalmente, ma nello stesso orizzonte; e lo stesso vedere nel fascismo un
delitto, proprio degli antifascisti, è posizione di chi deve chiamare delitto
un errore perché partecipa dello stesso errore. Orbene, uno studio approfondito
di Gentile può perfezionare la tesi del Riechers, portandola a un altro
significato che coinvolge la critica anche dell’eterodossia marxista. La
questione che ho proposto mi porta a una serie di tesi la cui enunciazione può
sembrare sconcertante, anzi stupefacente. Soltanto la discussione del tema
Gentile-Gramsci ci mette in grado di formulare adeguatamente le categorie
interpretative della storia contemporanea. Con la sua discussione giungiamo al
momento conclusivo di quella che suol venir detta interpretazione transpolitica
della storia contemporanea, cioè quella che privilegia, in detta storia, come
l’essenziale, il momento filosofico; o che è attenta al parallelismo tra
filosofia e politica come tratto nuovo che la specifica. Possiamo parlare in
questo senso di un paradigma italiano, decisivo per una lettura veramente
adeguata di detta storia (dato che Gentile e Gramsci possono trovare
spiegazioni soltanto nella storia del pensiero italiano). Si tratta, del resto,
di paradossi soltanto apparenti. Il carattere che accomuna le filosofie di Marx
e di Gentile è di essere, entrambe, svolgimenti dello hegelismo nel senso della
filosofia della prassi. Di questi svolgimenti, quale il più rigoroso? Il
pensiero di Gramsci, che ha presenti entrambe le filosofie, e che è guidato
dalla più ferma intenzione di riaffermare il marxismo, ci dà la possibilità di
una soluzione rigorosa della questione. Ma perché ho parlato altresì delle
categorie interpretative della storia contemporanea, e della possibilità di
graduare, nella sterminata letteratura sull’argomento, il momento di verità
delle varie tesi, solo a partire dalla soluzione di tale problema? Nel suo
aspetto rivoluzionario la storia contemporanea non è altro che il passaggio
alla realtà di queste due filosofie della prassi. La rivoluzione marxleninista
e le sue eresie, per un verso; per l’altro, l’idea di una rivoluzione
occidentale ulteriore alla rivoluzione russa, in quanto adeguata a paesi
superiori per civiltà e cultura, o per essere più esatti, per grado di
modernizzazione. Non a caso questa idea maturò soprattutto in Italia in
relazione così al tentativo di riforma dello hegelismo come all’interventismo
rivoluzionario (la guerra come rivoluzione, o per la rivoluzione) e incontrò la
filosofia di Gentile, anche se assunse poi forme opposte fino alla morte (ma la
lotta fino alla morte caratterizza pure le forme divergenti sorte
sull’orizzonte del marxleninismo). Poniamo ora si riesca a dimostrare — ed è
l’assunto che mi propongo — che il neomarxismo di Gramsci non è più marxismo
nella misura in cui cede all’attualismo. Avremo che la politica che esso
promuove prende posto in una rivoluzione ulteriore alla marxleninista, non già,
cosa che Gramsci avrebbe ammesso, o anzi a cui esplicitamente lavorò (da ciò il
suo dissenso con lo stalinismo), perché il modello russo non può essere
trasportato identico nei Paesi occidentali, ma perché 07 più marxista. La
domanda che sorge è se, nonostante l'opposizione mortale, non si debba vedere
una continuità tra il periodo fascista e il postfascista, come continuità di un
processo di dissoluzione. In termini filosofici, se la filosofia del primato
del divenire, dopo aver elaborato il concetto di rivoluzione totale, giunta al
suo punto ultimo, non lo rovesci in quello di dissoluzione, di processo verso
il nichilismo. Trasportiamo la considerazione sul piano mondiale. Se
l’attualismo è la forma filosoficamente rigorosa della filosofia della prassi,
il marxleninismo si risolve in ideologia, nel senso di strumento di potenza
(ossia, Lenin ha trasformato il marxismo in ideologia). Perciò la rivoluzione
che esso ha promosso ha dato luogo alla forma estrema dell’imperialismo (questo
è il senso profondo, filosofico, con cui si può render ragione del fatto
dell’imperialismo sovietico, al di là delle intenzioni di dirigenti).
Viceversa, la forma filosoficamente più rigorosa, non realizza la rivoluzione,
ma il suo opposto. Questo aspetto della storia contemporanea non deve però
produrre meraviglia, né far pensare all’irrazionale se si osserva il fatto che
la contraddizione della filosofia della prassi, come termine ultimo della
filosofia del primato del divenire, non può esplicarsi che storicamente e
praticamente. È In dipendenza delle considerazioni sinora svolte, la
trattazione presente deve articolarsi in tre punti. Gramsci pensa di poter
risalire da Croce a Marx, perché la filosofia di Croce sarebbe il tentativo,
fallito, di ritraduzione del marxismo in forma di filosofia speculativa. Ossia,
egli pensa di aver compreso il segreto di CROCE. Questi aveva presentato l’avversario
contro cui muoveva, ora come il positivismo, ora come la filosofia
teologizzante, o anzi, come il genere filosofia senz'altro (con la proposta
della sostituzione della metodologia alla filosofia), ora come
l’irrazionalismo: Gramsci dice che è serzpre soprattutto il marxismo, e che
quello di Croce è l’unico tentativo serio di vincerlo. Per cui, dopo il suo
fallimento, il marxismo emergerebbe nella sua forma più rigorosa. In questa
asserzione c’è del vero nel senso che la filosofia di Croce è una «ritraduzione
in forma di filosofia speculativa di un’altra filosofia». Ma quest'altra
filosofia è la filosofia della prassi di Marx o invece quella di Gentile? Si
può dimostrare come sia questa seconda. Gramsci dunque, nel suo lavoro di
«ritraduzione storicizzante» non incontra Marx, ma invece Gentile, pur credendo
di incontrare Marx. Questa tesi può avere la sua riprova nel fatto che le
novità del pensiero di Gramsci rispetto a Marx o rispetto a Lenin — novità che
nessuno può negare — non possono trovare spiegazione come sviluppo del marxismo
o del marxleninismo, mentre invece si accordano con la forma gentiliana della
filosofia della prassi (rappresentano il cedimento rispetto a essa. Come può
dunque Gramsci essersi illuso di aver ritrovato il marxismo, se anche un
marxismo diverso dal marxismo volgare e, per quel che riguarda la lettera,
anche dalle formulazioni criticamente elaborate? Occorre distinguere la
filosofia della prassi’ gentiliana, dall’interpretazione che lo stesso Gentile
ne aveva dato e dalla politica con cui l’aveva connessa. Effettivamente anche
un’altra ne è possibile, quella svolta da Gramsci. Si tratta quindi di porre in
chiaro come nell’attualismo, e più precisamente nella veduta attualista della
storia della filosofia, ci siano possibilità politiche diverse: l'una porta il
risorgimentale Gentile all’adesione al fascismo, l’altra al rivoluzionario
Gramsci. Si tratta, tuttavia, di una rivoluzione che si rovescia in
dissoluzione: il nome di questa rivoluzione che si rovescia in dissoluzione è:
«contestazione. Non è un caso che Gramsci sia forse l’unico filosofo marxista
la cui fama abbia resistito alla contestazione nelle sue forme anarchiche, o si
sia anzi successivamente consolidata. Se dunque Gramsci ha ragione nello
scrivere che «la filosofia del Croce rimane una filosofia “speculativa” e in
ciò non è solo una traccia di trascendenza e di teologia, ma è tutta la
trascendenza e la teologia, ha poi storicamente torto nell’identificare col
marxismo la filosofia della prassi che egli avrebbe ritradotto. Ha parimenti
torto nell’idea dell’ossessione del marxismo, raffigurato come avversario
sempre presente alla mente di Croce, anche se ossessione quasi sempre
sottaciuta; perché la tentazione rivoluzionario- marxista era stata accesa in
Croce da Labriola, e poi criticata senza troppa difficoltà in questa forma
labrioliana, e i motivi della critica rivoluzionaria si erano rovesciati nella
critica della mentalità radicale, e nell'accordo, su questo punto, con Sorel.
Come dalla critica di Labriola fosse riportato allo Herbart, ho detto altrove:
non più, per la verità, come al moralista che nella prima gioventù gli aveva
fornito un purismo etico, giovevole come un’armatura, onde egli mi rivestiva
contro il disfacimento dell’etica operato dall’associazionismo, dallo
psicologismo e dall’evoluzionismo e dall’utilitarismo che stava sempre nel
fondo di questi tentativi, ma al filosofo che aveva sentito l’importanza della
distinzione; e affermato una linea che porta Croce attraverso il riconoscimento
dell’autonomia del momento economico alla hegeliana riconciliazione con la
realtà. Intenzione — sinora, per quel che so, non segnalata, ma che la
corrispondenza rende chiara del Gentile de La filosofia di Marx è di portarlo
al suo pensiero attraverso una considerazione del marxismo più profonda di
quella di Labriola, condizionante una critica più rigorosa di quella di Croce;
segnalandogli una filosofia di Marx più profonda di quella dell’antDibring, a
cui Labriola sostanzialmente si atteneva. Si sono dette le ragioni, profonde
per riguardo alle esigenze spirituali, che portarono Croce alla filosofia, tali
da spiegare perché questo tentativo doveva andare fallito; separando Croce le
accettate critica dell’intuito metafisico e affermazione del formalismo — che
rendono possibile anzitutto la costruzione di un'estetica liberata a un tempo
dalla metafisica e dal naturalismo dalla filosofia della prassi. In quegli anni
Labriola e Gentile si contendono CROCE, senza riuscire completamente né l’uno
né l’altro nel loro intento; e senza intendere appieno, né l’uno né l’altro, le
ragioni della resistenza. Dunque l'esame, preciso al mio credere, anche se
rapidamente accennato, dei rapporti tra la filosofia di Croce e di Gentile,
porta a dire che Gramsci, nella sua ritraduzione, avrebbe dovuto ritrovare
Gentile, o ripensare in forma attualistica il marxismo, dato che la filosofia
di Croce è l’esatta traduzione in termini di filosofia speculativa, non del
pensiero di Marx, ma di quello di Gentile. Avrebbe dovuto: il condizionale
dimostra che quanto abbiamo detto non è ancora una prova sufficiente del suo
attualismo. Potrebbe infatti darsi che Gramsci avesse condotto un parallelo tra
lo storicismo marxiano e il crociano, mostrando la superiorità del primo, e
avesse poi voluto far coincidere questa ricerca con la dimostrazione che il
ripensamento italiano dello hegelismo doveva logicamente concludere con la
riaffermazione del marxismo. Le due ricerche potrebbero essere di diritto
autonome, e l’eventuale insuccesso della seconda non inciderebbe sulla
valutazione della prima. Non è tuttavia così, e realmente quel che Gramsci
chiama marxismo è il risultato coerente della ritraduzione di Croce, così
coerente da ricostruire dopo il crocianesimo l’attualismo, come se procedesse
dalla traduzione al testo originale. Possiamo convincercene attraverso varie
vie. La prima è la coincidenza puntuale tra la critica gramsciana dello
storicismo di Croce e la gentiliana. La seconda è la formulazione nuova che in
Gramsci trova il concetto marxiano di società civile, con le sue implicazioni,
tra cui quella dell'abbandono dell’economismo e del materialismo marxiani. La
terza è la posizione rispetto a Labriola, # inconsapevolmente identica a quella
di Gentile. Si può dire che l’invito che questi aveva rivolto a Croce sia stato
invece recepito da Gramsci. La quarta è il modo in cui è inteso il blocco
storico. La quinta è il giudizio sulla funzione capitale accordata alla
filosofia italiana nel processo di modernizzazione rivoluzionaria. La sesta, la
differenza da Lenin rispetto alla nozione di egemonia. Per gli ultimi cinque di
questi punti, se ne trova la miglior conferma in uno scritto che Norberto
Bobbio ha dedicato a Gramsci e la concezione della società civile e che è il
più penetrante nella linea, per dir così, gramsciano-azionista, che è anche
accettata, sostanzialmente, in quanto riforma del marxismo e del leninismo che
è insieme loro sviluppo, dal comunismo occidentale. Da uno studioso di cui è
nota la scarsissima simpatia per Gentile e che non pone infatti la domanda
essenziale: se quella che pur chiama «la profonda innovazione che Gramsci
introduce in tutta la tradizione marxista possa essere considerata uno sviluppo
del pensiero marxiano, o risulti invece dall’accettazione della critica
gentiliana, inconsapevole, ma necessaria, dato l'assunto di tradurre in
linguaggio storicizzato il pensiero speculativo di Croce. È piccante osservare
come le precisazioni testualmente esatte del filosofo italiano più avverso a
Gentile rappresentino le tappe per la dimostrazione rigorosa del cedimento in
Gramsci della filosofia della prassi marxiana rispetto alla gentiliana.
Cominciamo con l’osservare come la critica gramsciana dello storicismo crociano
coincida puntualmente con quella svolta da Gentile. Che cosa dice infatti Gramsci?
Che al divenire Croce ha sostituito il «concetto» del divenire; che questa
sostituzione coincide con quella del divenire reale con un divenire dipinto;
che la «non definitività» della filosofia ricopre di fatto la definitività
della società liberale, apparentemente aperta allo sviluppo, in realtà chiusa
alla trasformazione rivoluzionaria; che, insomma, per usare un linguaggio
lukAcsiano, Croce ha semplicemente sostituito all’apologetica diretta
dell'ordine esistente un’apologetica indiretta. Che lo storicismo di CROCE,
come storicismo separato dalla filosofia della prassi e dall’unità di pensiero
e di azione, è uno storicismo chiuso al futuro. Se passiamo a considerare quel
saggio in cui Gentile conclude definitivamente i suoi conti con CROCE, Storicismo
e Storicismo, riscontriamo una corrispondenza perfetta. Gentile parla dello
storicismo crociano come appoggiato a fondamenta semplicemente dipinte, perché
all’interno di un realismo e di un naturalismo presupposti; così da essere uno
storicismo della realtà conclusa in cui «il futuro preveduto o comunque pensato
come un qualunque possibile futuro, è logicamente un passato rispetto al
pensiero che lo raffigura nel sistema necessario della logica. Passiamo ora
all’innovazione profonda che Gramsci introduce in tutta la tradizione marxista,
e che non ha in questa precedenti. Sta nella diversa concezione della società
civile vista come appartenente non al momento della struttura, ma a quello
della sovrastruttura; cioè per Marx la società civile, intesa come «il vero
focolare, il teatro di ogni storia», comprende secondo la definizione
dell’Ideologia tedesca, poi ripresa nella Critica dell’economia politica, tutto
il complesso delle relazioni materiali fra gli individui all’interno di un
determinato grado di sviluppo delle forze produttive.& Affermazioni che
sono la premessa della celebre definizione della Critica dell'economia
politica. L'insieme di questi rapporti di produzione costituisce la struttura
economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una struttura
giuridica e politica e alla quale corrispondono forze determinanti della
coscienza sociale. Nella scuola marxista si può trattare dell’azione reciproca
tra struttura e sovrastruttura, ma non abolire il primato della struttura, con
la teoria materialistica del riflesso (le idee come riflesso). Se, come
Gramsci, si intende invece per «società civile» tutto il complesso delle
relazioni ideologico- culturali della vita spirituale, si rimette la dialettica
sulla testa, sia pure in modo diverso da quello che aveva fatto Hegel. La
storia non è più, in primo luogo, storia economica, ma storia delle concezioni
del mondo, storia della filosofia. È quel che attesta il passo gramsciano così
frequentemente citato, secondo cui «la filosofia della prassi è il coronamento
di tutto questo movimento di riforma intellettuale e morale, dialettizzato nel
contrasto tra cultura popolare e alta cultura. Corrisponde al nesso Riforma
protestante più Rivoluzione francese; è una filosofia che è anche una politica
e una politica che è anche filosofia».& Detto questo, le altre novità
gramsciane che BOBBIO mette in luce con tanta precisione non possono servire ad
altro che a illuminare meglio la coincidenza tra il distacco di Gramsci da Marx
e da Lenin (non soltanto nella lettera), e la sua, certamente non voluta né
consapevole, subordinazione all’attualismo. Sembra che Gramsci ripercorra il
processo di pensiero di GENTILE da La filosofia di Marx alla prolusione
palermitana sul concetto di storia della filosofia, in cui la storia, in
obbedienza, per così dire, al mondo rimesso sulla testa nel giovanile libro su
Marx, viene risolta nella storia della filosofia. Con la conseguenza, per
Gramsci, che il concetto «borghese» di «modernità» si sostituisce alla versione
rivoluzionaria del concetto di «materialismo»; e sulla base della «modernità»
si ha poi l’incontro tipicamente gramsciano tra la borghesia progressiva e il
comunismo, quell’incontro così severamente giudicato da BORDIGA (si veda), ma
non da Bordiga soltanto. La novità rispetto all’idea della società civile è
correlativa all’abbandono dell’oggettivismo di Labriola, come pure BOBBIO
acutamente avverte, senza però osservare che avviene esattamente nei termini
che Gentile auspicava. Per LABRIOLA la tesi che «le idee non nascono dal cielo»
era equivalente alla loro spiegazione a partire dalla struttura economica,
secondo la notissima sua frase per cui la struttura economica determina 77
primzo luogo e per diretto i modi di regolazione e di soggezione degli uomini verso
gli uomini (il diritto, la morale, lo stato), 1 secondo luogo e per indiretto
gli obiettivi della fantasia e del pensiero, nella produzione della religione e
della scienza». Le idee non nascono dal cielo neanche per Gentile e per
Gramsci; ma le concezioni del mondo hanno rispetto alle istituzioni una
funzione primaria; non sono giustificazioni postume di un potere, ma forme
creatrici di nuova storia. Ora, questo era appunto il senso del congedo del
materialismo marxiano — dell’ antDibring in nome dell’elemento più positivo e
rigorosamente critico delle tesi — proposto dal Gentile anti-Labriola. La
concezione gramsciana della società civile porta alla critica dell’economismo a
cui consegue quella del materialismo. Marxismo dissociato da materialismo e da
economismo; ma non è una definizione che vale esattamente per l’attualismo? Con
un paradosso soltanto apparente si potrebbe giungere a dire che il rimprovero
mosso a Croce da Gramsci è di non avere, in quei lontani anni, ascoltato
Gentile. Passiamo a un quarto punto, a quella nozione di blocco storico, in
cui, benché gli accenni contenuti negli scritti gramsciani siano scarsissimi,
si suol riconoscere il nucleo fondamentale» del gramscismo. Ebbene, in due di
questi pochi passi si dice che nel «blocco storico» le forze materiali sono il
contenuto e le ideologie la forma, affermazione a cui Gramsci pensa di dover
immediatamente aggiungere che la distinzione di forma e di contenuto è
meramente didascalica, perché le forze materiali non sarebbero concepibili storicamente
senza forma e le ideologie sarebbero ghiribizzi individuali senza le forze
materiali; così che l’unità-distinzione tra la struttura e la sovrastruttura
viene esemplata su quella tra la natura e lo spirito. Frasi di cui è inutile
sottolineare l'accento attualistico. Consideriamo poi la curiosa affermazione
gramsciana sul primato italiano nella promozione della rivoluzione comunista a
rivoluzione mondiale. Per lui, la missione del popolo italiano è nella ripresa
«del cosmopolitismo romano e medioevale, ma nella forma più moderna e avanzata»
non in quella nazionalistica rivolta al passato. Quanto a dire è nella
continuazione, nella forma che si è detto, della filosofia dello Spirito
italiana, vista da lui come il punto più alto sinora raggiunto dal pensiero,
che il marxismo si eleva alla sua forma rigorosamente critica, condizione del
carattere mondiale della rivoluzione. Anche se non mi sembra si possano addurre
passi precisi al riguardo, ho l’impressione che il nuovo concetto di società
civile ha tra l’altro la funzione di permettere, attraverso una giustificazione
filosofica, la fondazione in linea di diritto della novità del leninismo
rispetto a Marx: la nozione di egemonia, ossia l’idea del partito come
strumento rivoluzionario permanente. Il leninismo aveva parlato dell’egemonia
come «direzione politica», andando in ciò oltre al marxismo nella direzione
volontaristica e partitica; per Gramsci bisogna subordinare questa direzione
politica alla direzione culturale. Si potrebbe dire che il progresso politico
di Lenin su Marx importa filosoficamente per Gramsci un nuovo concetto di
«società civile» che può trovare il suo fondamento solo nel passaggio dalla
prima alla seconda forma di filosofia della prassi: è questo un punto che
meriterebbe di venire svolto con particolare attenzione. Anche se non si
possono trovare citazioni precise, credo si possa considerare pensiero centrale
di Gramsci quello che la riforma teorica del marxismo conseguente alla riforma
italiana del pensiero classico tedesco rende anche possibile la riforma
politico-culturale del leninismo. Altrimenti — non sembra arbitrario attribuire
questo pensiero a Gramsci — si va fatalmente a cadere nelle due opposte
deviazioni, quella di Stalin e quella di Trockij. Perché si può dire che in
entrambe egli dovesse vedere la conseguenza del non risolto problema leninista;
nello stalinismo prendeva la forma della subordinazione della teoria alla
pratica, con la conseguenza della trasformazione del marxismo in un’ideologia
di potere che doveva, in definitiva, portare al social-imperialismo. Quanto al
trockismo, la giusta esigenza di non troncare il processo rivoluzionario non
poteva trovare soddisfazione sino a che non si fosse elaborata una filosofia
rivoluzionaria con significato veramente mondiale. La priorità della direzione
politica poteva cioè portare alla formazione di una volontà collettiva, nel
senso di volontà universale, solo a condizione che fosse subordinata a una
concezione del mondo, non più usata strumentalmente, ma valida perché vera, tale
da imporsi agli intellettuali. Ciò aveva portato alla delusione degli stessi
intellettuali marxisti occidentali rispetto al comunismo russo, e alla loro
solidarietà con gli intellettuali liberi o socialdemocratici nella convinzione
che la rivoluzione marxleninista fosse fenomeno russo e non inizio della
rivoluzione mondiale. Come reazione di Gramsci a questa impressione deve essere
inteso quel passo ricordato dianzi sulla missione del popolo italiano. La
rivoluzione mondiale deve, cioè, procedere dall’Italia: in dipendenza di quella
rielaborazione veramente critica del marxismo, che sarà il risultato di
quell’opera fr ewig [per sempre] a cui egli si accinge dopo la sconfitta
politica e a cui lavora negli anni del carcere. Il lungo giro che si è percorso
ci riporta, certificandole, alle ipotesi pronunziate all’inizio. È frequente il
discorso sull’insuperabilità della crisi che il marxismo non può confessare, e
che non può confessare perché è insuperabile. Ora, soltanto #/ necessario
cedimento di Gramsci rispetto a Gentile ci permette di definire questa
insuperabilità. Davanti alla filosofia dello spirito italiana non ci sono per
il marxismo filosofico che due vie: o respingere assolutamente tale filosofia
dalla storia del pensiero,@ o trasformarsi nel senso gramsciano. Finché si
porti l’attenzione sul solo Croce, la tesi del marxismo di Gramsci può ancora,
e sia pure con un po’ di difficoltà, essere sostenuta: il suo è uno dei vari
modi in cui può essere sostenuta entro il marxismo la tesi dell’unità di struttura
e di soprastruttura; il gramscismo può anzi essere visto come la forma più
liberale che il marxismo sia suscettibile di assumere. Le cose cambiano
completamente, come si è visto, quando si ponga il problema del rapporto con
l’attualismo. D'altra parte evitare questi conti è impossibile perché sia
marxismo che attualismo si presentano come l’esito della filosofia classica
tedesca. Bisognerebbe dimostrare che l’attualismo è un’involuzione, ma dove
ravvisare l'elemento involgente? La considerazione del modo con cui Gentile
incontra il punto nodale del pensiero marxiano, tronca anzi ogni possibile
discorso sull’involuzione attualistica dello hegelismo nel giobertismo,
nell’ideologia italiana, eccetera; tutti i discorsi del cattaneismo oggi
corrente. A partire dal rapporto Gramsci-Gentile viene così anche definito il
limite del marxismo di sinistra antigramsciano. Ha ragione quando afferma che
il neomarxismo di Gramsci non è effettivamente più marxismo; non però perché
contagiato da influenze che avrebbe subito, in qualche modo passivamente,
dall'ambiente culturale, o perché il modo di pensare del suo autore non sia
stato rigoroso: si deve invece dire che rappresenta esattamente quel che il
marxismo deve diventare quando vuol prendere posizione rispetto alla «filosofia
dello Spirito» italiana. Meglio ancora: come già si è visto, l’originalità
incontestabile del pensiero gramsciano, quel che ne fa il più notevole tra i
commenti filosofici al marxleninismo, sta nel fatto che, richiamandosi a
LABRIOLA (si veda), ha posto il problema dell’autosufficienza del marxismo,
necessaria perché la rivoluzione non venga riassorbita nel vecchio mondo; da
ciò l’eccezionale importanza che, a mio giudizio, ha il suo scacco. La critica
di sinistra non può procedere oltre dopo il rilievo del nonmarxismo di Gramsci:
la sua verità rispetto a giudizi di fatto abbisogna di una diversa
giustificazione teorica. Questo marxismo di sinistra respinge il Diazzat come
ideologia, e respinge insieme il gramscismo e, senza dubbio, le sue osservazioni
sono molto pertinenti per quel che riguarda le conseguenze pratico-politiche
del gramscismo. Non sa tuttavia indicare la forma di marxismo critico che possa
venir sostituita alla posizione di GRAMSCI; ed è dogmatico nella convinzione,
ancora, di una rivoluzione nel senso del marxismo dopo che ha rifiutato e deve
rifiutare tutte le forme in cui sinora si è realizzata o si propone. Quanto si
è detto porta al non piccolo risultato del riconoscimento di un’impotenza non
superabile. La vera formulazione della crisi insuperabile del marxismo teorico
riguarda dunque il fatto se sia coinvolto nello scacco dell’attualismo, da
intendere non come scacco- fallimento, ma come scacco-occasione di una svolta
nella storia del pensiero. Ogni altra critica appare esterna rispetto a questa:
che mostra come, percorrendo lo svolgimento dello hegelismo nella forma della
filosofia della prassi, non si possa evitare l’attualismo come momento ultimo.
Di quale portata sia questa critica ci accorgiamo considerando come quella che
si potrebbe chiamare «prigionia gramsciana del marxismo nell’attualismo» porti
a rovesciare la rivoluzione, nel senso marxiano del termine, in dissoluzione.
Non è senza significato che oggi si affacci l’idea che la contestazione
(definibile appunto come rovesciamento della rivoluzione in dissoluzione) abbia
compiuto un’opera selettiva tra i teorici del marxismo, risparmiando il solo
Gramsci come elaboratore dell’unica strategia capace di render possibile il
passaggio al comunismo nei Paesi occidentali. Ma come spiegare le opposte
disposizioni politiche di GENTILE e di GRAMSCI? Analizzare così il particolare
fascismo di GENTILE come il comunismo di Gramsci può portare a una visione
della storia contemporanea diversa dalle abituali. Nelle relazioni che ho ascoltato
mi è sembrato di sentire una certa reticenza nei riguardi del fascismo di
Gentile, quasi si trattasse di un tema su cui fosse preferibile non insistere.
Bisogna riconoscere che se fascismo vuol dire credere nella funzione
cosmico-storica della personalità di Mussolini, nessuno fu fascista come
Gentile. Come spiegare dunque, data la prossimità di posizioni filosofiche, il
fascismo di Gentile e l’antifascismo di Gramsci? Cominciamo perciò col
considerare a priori le possibilità politiche contenute nell’attualismo, per
passare poi al riscontro testuale. Tali possibilità sono due, la
risorgimentale” e la rivoluzionaria. La prima si imparenta alla sua
interpretazione in termini di «filosofia cristiana». La grande cesura nella
storia sarebbe rappresentata dal cristianesimo = che il processo
dell’oggettiviimo al soggettivismo della filosofia cristiana libererebbe dalla
rete, in cui si trovò impigliato, del pensiero greco. A partire da questo e in
relazione alla sua critica del materialismo marxiano, da lui associato con
l’idea rivoluzionaria, GENTILE può pensare a un Marx oltrepassato in GIOBERTI
(si veda), e all’idea di rivoluzione oltrepassata in quella di Risorgimento,
elevata a vera e propria categoria filosofica. Risorgimento che viene
conseguentemente definito attraverso l’antitesi radicale alle posizioni
descritte ne La filosofia di Marx come conseguenti al materialismo: ateismo,
sensismo, individualismo e amoralismo, spirito rivoluzionario, negazione della
tradizione. Da ciò lo sganciamento totale del Risorgimento dall’illuminismo e
dallo spirito della Rivoluzione francese e la sua connessione con la
Restaurazione, nel senso di vera restaurazione, restaurazione del divino.
Intesa però non come semplice riaffermazione del passato, ma come ripresa e
affinamento di una tradizione, dopo che essa era stata messa in crisi, così che
potremmo complessivamente dire che per Gentile spirito risorgimentale ha il
significato di riaffermata religione di SPIRITO (si veda), come spiritualismo
purificato da ogni traccia di naturalismo e di soprannaturalismo insieme,
essendo il soprannaturalismo per lui, per così dire, una forma di naturalismo
iperuranico. Se separiamo però l’attualismo dal suo carattere «cattolico» o
dall’interpretazione religiosa che il suo autore gli aveva dato, esso assume un
carattere rivoluzionario, per quel che riguarda la sua posizione nella storia
della filosofia (particolarmente visibile, per esempio, nella prolusione pisana
L'esperienza pura e la realtà storica). Ossia: tutte le concezioni del mondo
prima dell’attualismo si sono mosse nell'orizzonte di una realtà e di una
verità presupposte; certamente la storia del pensiero è quella di un processo
di erosione della concezione oggettivistica e trascendentistica, e con ciò
prepara la «maturità dei tempi»; ciò non toglie però il salto tra esse, e il
rigoroso immanentismo. L’attualismo non è soltanto il punto d’arrivo di un
processo millenario, ma una rivoluzione; e il passo ricordato del giovane
Gramsci mostra come egli vi vedesse questo; la rivoluzione filosofica
attualista, perfezionamento del marxismo, poteva ben congiungersi con la
rivoluzione comunista, negatrice delle formulazioni riformistiche o
evoluzionistiche del marxismo. Finora abbiamo parlato dell’attualismo
interpretato da Gramsci in senso rivoluzionario. Proponiamoci ora la domanda
inversa: l’interpretazione in termini di attualismo, di soggettivistica
filosofia della prassi, non porta al rovesciamento dell’idea di rivoluzione in
quella di dissoluzione? Cioè al nichilismo che è il termine esatto per indicare
questo rovesciamento? A parlare del nichilismo non può non venire in mente la
diagnosi di Nietzsche: l'avventura della rivoluzione a contatto con
l’attualismo può servire a mostrare che l’idea rivoluzionaria non riesce a
sormontare il nichilismo. È qui che si manifesta massimamente quell’enorme
potere di negatività, che è il proprio dell’attualismo. Con un bisticcio di
parole, direi che l’attualismo è oggi attuale, o torna a esserlo, proprio per
questo motivo. La trasposizione sovrastrutturalistica mette in primo piano la
figura dell’intellettuale; e si sa quanta importanza la sua definizione abbia
assunto per GRAMSCI. Ora, si consideri: l'influenza gramsciana nell’ultimo
quarto del Novecento è stata enorme, solo paragonabile a quella della cultura
idealistica nel primo; ma i tipi di intellettuale che oggi prevalgono sono
quello del dissacratore o demistificatore e quello dell’esperto o del tecnico;
quale rapporto hanno con la figura gramsciana dell’intellettuale organico?
Rispondo che sono il frutto della sua decomposizione. All’intellettuale era
assegnata da GRAMSCI una funzione un po’ simile a quella che Marx assegnava al
proletariato: quella di chi, liberando se stesso, libera il mondo. La
decomposizione lo trasforma in funzionario dell’industria culturale, dipendente
da una classe di potere che ha bisogno così dell’intellettuale dissacratore
(quale custode del nichilismo) come dell'esperto aziendale. Il processo che vi
ha portato non è del resto difficile da ricostruire, per via negativa. Come si
configura, infatti, questo intellettuale? Messo da parte l’economismo,
l'opposizione diventerà quella tra intellettuali tradizionali e intellettuali
progressivi. Come storicisti, questi non potranno più parlare in nome di un
socialismo utopistico; neppure però di un socialismo scientifico, dato
l’abbandono dell’aspetto materialistico-economicistico, oggettivistico, del
marxismo. Semplicemente in nome della storia come processo di
autotrascendimento. L’interpretazione dell’attualismo in chiave illuministica
porterà a una sorta d’illuminismo dopo il marxismo, dunque a un illuminismo
«senza diritto naturale», con la conseguenza che l’intellettuale progressivo
prenderà la figura dell’intellettuale dissacratore: del devalorizzatore dei
valori finora considerati come supremi. Quella rivoluzione per erosione, e non
per rottura brusca, che è poi la «guerra di posizione» sostenuta da Gramsci,
come tecnica rivoluzionaria, alla «guerra di movimento», si risolve in una
dissoluzione entro l'ordine dato, che viene privato dei valori ideali che lo
fondano, così che viene chiusa la via a una loro riaffermazione purificata.
GRAMSCI, naturalmente, non ha il minimo sospetto di questo possibile esito del
suo pensiero. Si può garantire che avrebbe detestato gli intellettuali
profittatori dei connubi tra marxismo, psicanalisi di sinistra e decadentismo
sadico. Ci si può render conto di questa assenza di previsione, se si pensa
alle circostanze politiche che furono l’occasione della sua riflessione
filosofica. In GRAMSCI ordinovista c’è la persuasione della solidarietà tra la
nuova cultura italiana e la rivoluzione socialista, nella forma in cui avrebbe
potuto attuarsi in Italia. Ed ecco che si verifica il fenomeno affatto
imprevisto del fascismo che attrae a sé il consenso della maggior parte di
questa cultura; in diversi gradi, ma praticamente è sufficiente il giudizio
della sua minore pericolosità rispetto a quella presentata dal comunismo. Per
il Gramsci dei Quaderni del carcere si tratta di riguadagnare all’antifascismo
la cultura del Novecento italiano, attraverso l’unica via possibile: la
dimostrazione che lo sviluppo coerente del suo motivo più originale deve
portarla all'incontro col marxismo autentico, o, per dir meglio, alla sua
scoperta. SPIRITO dice che GENTILE è il creatore del fascismo. Si tratta di una
frase forse un po’ a punta, ma che è vera, quando venga bene intesa. Senza la
cultura gentiliana il fascismo non avrebbe potuto prender forma. Ebbene, si
deve dire che GRAMSCI e il creatore dell’antifascismo, quando lo si distingua
dall’opposizione mossa in nome del prefascismo (quella di CROCE, per esempio).
Sempre presente nei Quaderni è l’immagine del fascismo come del nemico che si
deve evertere; è quindi naturale che, trasportato in una situazione in cui il
fascismo non sussiste più, l’antifascismo non possa esplicarsi che come
fenomeno dissolutivo. Per esprimere tutto in una rapida formula, direi che,
visti nella loro radice filosofica, fascismo e antifascismo sono i due aspetti
in cui quella filosofia della prassi che è l’attualismo si dirompe nel farsi
mondo. Ritorniamo al punto già accennato, sul vincolo necessario che unisce,
nel marxismo, materialismo e idea della rivoluzione totale. Il pensiero di
GRAMSCI, in quanto vuole assegnare al termine materialismo un significato
soltanto metaforico (al di là del mondo storico non c’è nulla), ne è la
completa riprova: la funzione primaria data agli intellettuali come
all'elemento attivo e unificante e al partito moderno Principe come
intellettuale collettivo porta in realtà alla captazione
borghese-illuministico-modernista. Osserviamo infatti. In questa concezione
storicistica gli intellettuali possono operare soltanto come dissolutori delle
verità eterne, svolgenti perciò una critica che include quella dell'aspetto escatologico
del marxismo. Il momento negativo del pensiero rivoluzionario si dissocia così
dal positivo e si fa negazione, piuttosto che dell’ordine esistente, dei valori
ideali che lo legittimavano. Esercita un’azione dissolutiva che non distrugge
le classi, ma porta al dominio di una nuova classe, che tratta ogni idea come
strumento di potere. Il processo è quindi da uno stadio all’altro, più
razionalmente organizzato, del dominio di classe. Si trova una precisa conferma
a questa tesi se si porta attenzione alle cose più pertinenti che siano state
scritte negli ultimi anni, così su GRAMSCI come su GENTILE. Così, è stato
giustamente osservato da Riechers come il socialismo si riduca fondamentalmente
per GRAMSCI a un modo di produzione capitalistica separato dalla figura
dell’imprenditore e in cui il funzionamento del piano è controllato
dagl’intellettuali organici (la nuova classe); e che per lui sembra esistere
un’economia indifferente alle classi, il cui sviluppo naturalmente positivo si
trova impedito da retrivi gruppi sociali. Per un verso, dunque, rivoluzione è
scissione completa col vecchio mondo, e tutto il suo lavoro è svolto a definire
l’idea, in questo significato scissionistico; di fatto, questa purificata idea
rivoluzionaria è destinata a rovesciarsi nel senso che si è detto. [sal Si
potrebbe dire che negli atteggiamenti storico-politici opposti di GENTILE e di
GRAMSCI si conclude la polemica tra MAZZINI e Marx. Si conclude però nel modo
più singolare, estremamente istruttivo così per il pensiero filosofico come per
il politico. Marx aveva stabilito la solidarietà tra filosofia della prassi,
rivoluzione totale e materialismo; l’approfondimento gentiliano della filosofia
della prassi porta alla cancellazione del materialismo; GRAMSCI tenta vanamente
di ristabilire il concetto di rivoluzione totale dopo la riforma gentiliana
della filosofia della prassi. CROCE pensa che nelle discussioni italiane il
marxismo teorico avesse subito la sua critica decisiva, fornendo in pari tempo
l’occasione al pensiero italiano di portarsi al livello più alto del pensiero
mondiale. È un giudizio da rettificare piuttosto che da escludere; a parte la
consapevolezza che egli stesso o altri abbiano potuto averne, il protagonista
della grande e insolubile crisi del marxismo teorico è GENTILE. E la crisi
avviene effettivamente in Italia attraverso la rottura non conciliabile tra
l’opera rigorosamente teorica di GRAMSCI e quella di BORDIGA (si veda), che è
costretta al marxismo letterale, e non può raggiungere una formulazione teorica
seria, proprio perché non ha affrontato Gentile, ma che è nonostante ciò
sufficiente per mettere in rilievo il non marxismo di GRAMSCI. O, per
concludere: l’attualismo è l’autocritica, all’interno della filosofia della
prassi dopo Hegel, dell’idea marxiana della rivoluzione totale, autocritica che
si esprime nella forma di rovesciamento nell’opposto. Il pensiero di GRAMSCI ne
è la decisiva conferma. Se è vera la prospettiva che ho enunciato nel mio libro
su I/ problema dell’ateismo, secondo cui il razionalismo, inteso come negazione
senza prove del soprannaturale, deve concludere sull’idea della rivoluzione
totale, l’attualismo è la prova del suo scacco. In ciò il senso della svolta
decisiva che la filosofia di GENTILE rappresenta. Augusto Del Noce. Noce.
Keywords: saggio su Gentile e il fascismo, Faggi, Serbati, Spir, Vidari, Rensi,
Martinetti, Juvalta, Massantini, Catelli, Capograssi. Refs.: Luigi Speranza,
"Grice e Noce," per Il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool
Library, Villa Grice, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Noferi:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della setta di
Firenze – la scuola di Firenze – filosofia fiorentina -- filosofia toscana -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Firenze).
Filosofo Fiorentino. Filosofo toscano. Filosofo italiano. Firenze, Toscana. Important
Italian philosopher, especially influential at what Grice called Italy’s
Oxford, i. e. Firenze“Palla Strozzi was more a mentor than a philosopher, but I
would consider him both a Grecian and Griceian in spirit.” alla Strozzi Palla e Lorenzo Strozzi. Dettaglio
dell'Adorazione dei Magi di Gentile da Fabriano. Grazie alla ricchezza
accumulata nelle ultime generazioni dalla sua famiglia, il padre puo far
istruire il figlio da filosofi, e grazie all'interesse e all'intelligenza, divenne
di fatto uno dei più fini uomini di cultura fiorentini. Ricco e colto,
commissiona numerose opere d'arte, tra le quali la Cappella N. nella Basilica
di Santa Trinita, opera di Brunelleschi e Ghiberti. La cappella, progetto
irrealizzato da N., venne fatta erigere in la sua memoria e ne ospita la
sepoltura monumentale. Per questo ambiente commissiona l'Adorazione dei Magi a
Gentile da Fabriano e la Deposizione dalla Croce a L. Monaco, terminata poi da
Beato Angelico che ne fece uno dei suoi capolavori. Collezionista di libri rari
e conoscitore del greco e del latino, si trova nvischiato nell'opposizione
strenua contro Cosimo de' Medici. Cosimo e l'uomo che per la prima volta si e di
fatto preso tutto il potere cittadino, grazie a un sistema di clientelismo con
uomini chiave alla guida degli uffici della repubblica di Firenze. Davanti a
lui solo due strade sono possibili: l'alleanza accettando un ruolo subordinato
o lo scontro frontale. Forte della sua ricchezza e fiero della propria cultura,
e a capo della fazione anti-medicea assieme ad un altro oligarca indomabile,
Albizi. La fortuna arriva alla sua fazione, riuscendo ad ottenere prima
l'incarcerazione di de’ Medici, poi la dichiarazione del medesimo come magnate,
cioè tiranno, ed il suo conseguente esilio da Firenze. Il suo obiettivo
comunque non e tanto l'eliminazione di un avversario, ma la restaurazione della
“liberta”. In questo e diverso d’Albizi.
Intanto de’ Medici manda già segni di prepararsi a un ri-entro, che
avvenne puntuale al cambio di governo con il veloce avvicendamento dei
gonfalonieri. Tra i primi provvedimenti vi è proprio la vendetta sugli
avversari, con l’esilio del filosofo e d’Albizi. In questo de’ Medici e favorito
anche dall'appoggio popolare che lui e la sua casata si sono saputi
conquistare. Quindi parte per Padova. Il suo palazzo a Padova e un ritrovo di
filosofi, nel periodo d'oro quando la città veneta era uno dei centri culturali
più notevoli della penisola italiana, per certi risultati artistici più
importante della stessa Firenze. Si pensi ai capolavori lasciati proprio da due
fiorentini come Giotto o Donatello. Lascia la sua raccolta di libri rari,
arricchita ulteriormente durante il suo soggiorno padovano, al monastero di
Santa Giustina. Muore a Padova nel suo palazzo verso il Prato della Valle. Sepolto
nella vicina chiesa di Santa Maria di Betlemme. Cavaliere dello Speron d'oro nastrino
per uniforme ordinaria cavaliere dello speron d'oro Marcello Vannucci, Le grandi famiglie di
Firenze, Roma, Newton Compton, Palmarocchi, La famiglia Strozzi, in
Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Grice: “His
main claim to philosophical fame is in his character- unlike Alibizi’s and
indeed Medici. He loved freedom, and chose to settle in Padova, although his
roots were well in Firenze. He built hiw palace in Padova in Prato del Vallo to
gather philosophers, since what’s the good of knowing the classics if you
cannot converse? He never touched a university! His ‘bibliotheca’ is legendary!
Strozzi-Noferi. Noferi. Keywords: “Beautiful painting (by Gentile da Fabriano) of
Noferi. Very Italian in an exotic sort of way!” – Grice. Refs.:Luigi Speranza, "Grice e Strozzi-Noferi --
Grecian, Griceian," per il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library,
Villa Grice, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Nola: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale
dell’urina – la scuola di Crotone -- filosofia calabrese -- filosofia italiana
– Luigi Speranza (Crotone).
Filosofo calabrese. Filosofo italiano. Crotone, Calabria. Gice: “At Oxford, we
are proud of our philosophy, at Bologna, and in Italy in general, they are
proud of their physicians, as they call them – students of nature!”. Di origini
napoletane e zio di Molisi, insegna per lungo tempo a Napoli. Discepolo di Altomare,
divenne noto per suo saggio, “Quod sedimentum sanorum, aegrorumque corporum non
sit eiusdem speciei adversus Ferdinandum Cassanum et alios contrarium
sentientes.” Cf. Marruncelli, Elementi dell'arte di ragionare in medicina” (Napoli,
Gabinetto); S. Renzi, “Storia della
medicina” (Napoli, Filiatre-Sebezio); Adalberto Pazzini, La Calabria nella storia
della medicina, Roma); Lavoro critico (Bari, Dedalo). La Famiglia dei N.. Molise,
Archivio storico di Crotone. 1,
quem ad modum Ciuitates tunc optime gubernātur, (vt inquit Platoin lib. de
Philo. cùm iniustidant pænas: perin so& impudenter, impugnant, accontra
dicunt, optimèquoquereor, et scientiæ, et artesse haberent. Nam veras CLARISS.
ALTIMARI discipulo, Auctore. Med. Doctore scientias ac artes perfetè, et breui
cuns et isaffequiliceret: at queitaetia muerè scientes, acoptimos artifices
fieri. Nuncueròcumlex falso contradicentibus statuta nullafit, no immeritòe
inoptimosuiros, arbitror, impurissimum quen queac in eruditum iuuenem inuehiandere
et admodum paucos vere scientes, artifices quereperiri, cum& passim scribere
omnibus liceat, et unicuique sententiam ferre apud vulgus. Adde, quòdnefcio quo
fato datum etiam fit quibusdam, easdem docere artes, ac publicè profiter i, qui
uel omnino inertes fint, aut parumeas intelligant: cùm ueròne sciant, scire autem
seputant, mirum non est fidgeipfierrent, et alios aberrarecogant. Quandoquidem
oporteret (utinquitidem Plato in Alcib.) eos qui aliquid doftursiunt, priufquam
doceant, intelligere, fix OVOD SANORVM AEGRORVMQVE SEDIMENTVM IOANNE Andrea
Nola Crotoniata Artium et bique fuoq; martese dimenti ueritate
mueftigauitad Hippo. es Gal. sententiam quemadmodumo non nulla alia nonminu sad
artem medicam utilia quàm necessaria, ut in reliqus fuis scriptis palàmestuidere:)
Sedcum hacfole clariorafint, pateant quecun&tis artis medicæ candidatis,
quirenera medicisunt, nedum in uniuersa Italia, uerum etiam into tafere Europa in
colentibus; mea approbationenon indigent. Attem puseft ut adiftorum ignorantiam
castigandam, ac in numeros errores patefaciendos, accedamus. Nos uero eo, quo scriptifunt,
ordine, eos animaduertemus, etiam fiad sedimentorum naturam manifestandam non
conferant; ut discant studiosiquam maxime', nedum Artis medis ca, sed philosophia,
et dialeticæ fe imperitosese oftendant; quanto veliuore impulsitali ascribere
conatifuerint. Cum vero futurun fitut hominem reprehendamin doctum, ftolidum,
opinione sua sapientem, nugis interin erudite siuuenes uersatum in uniuersauita,
queso, candidiß. lector, liceat mihi uerbis huius ignorantiam castigare asperio
nibus, quibus ego ut ialioquinon foleo. Cum primimin prima pagellahicuirdă nassettum
Plusquam commentatoris, tum etiam Neotericorum opinionem de sedimento quiz
whipseait, quamuis. Iaftenturf copumattigile, longèalijs falluntur Sedimentum SANORUM
ægrorumý; corp. biqueconsentire, e nondissidere: hæcetenim bonos decet præcepto
ses utipfeait. quod sita fieretnequehic incognitus nescio quis Cassanus, tam fuisse
taudaxs atque impudens, ut feuerisoppo neret, nifiexilis esset, quiomnem funditus
pudorem exuerunt, neque afuis præceptoribus male eruditusac impulsus,
eorumtamen opinio ne sapientibus totausus fuissetscriberenugas. Quas omnes
passimin minibus artis medicecandidatis, seclusoliuore, manifestare conabor, quod
huiu suiri ignorantia, simul quete meritas castigetur. difcantque reliquiin
posterum quàmmalum sitoptimis, aceruditiß. virisindies utilia, Artisg; medicæ apprimè
necessaria, et verissima scribentibus; O ut summatim dicam, universam pene
medicinam illustrantibus, falso contradicere. Non autem, uteaquæa doctissimoac
Clariss. Alti maro præceptore meo de sedimenti in urinis scripta sunttuear,
sunt et enim ad eòscitèacdo Et é conscripta, ég hæc, et reliquaomniaque
hactenus in luce medidit, acualidiß. auctoritatibus et rationibus comprobata,
ut nedumiftorum uirorumnugas non curent, sed quorumuis etiam aliorum do
tiffimorum, si quæ essent contradictiones paruifaciant, ipsea; primus omnium quosuiderim,
propria inuentione cumque 1 cumque neutri, fuo optimo iudicio, ueritate mattigerint,
et fimulli. Uore percitus eosdem recentiores scriptores calumniasset, quorumnca
quidem calciamentasoluere dignus esset, eisque falso tribueret cunéta quaibitemerenarrat
cõfestim, utipfeait. In fecüda ueritatë protulit quam desedimentosentit,
quæquantiss catea terroribus, quantumus averitatealienafit, et Gal. sententia
demonstrabimus, ubialios prius ciuserroresin eadem secunda pag. conscriptos,
manifeftauerimus: Aitetenim {senolle tempus conterere circa urine generationis modă.
Giovanni Andrea de Nola. Nola. Keywords:
Crotone, Plato, Nola-Molise, corpus sanum, focal unification, Owen, Pantzig,
brennpunktbedeutung, Grice, Aristotle, Metafisica, ‘unificazione focale’ –
universale: ‘sanitas’ instantiazione: corpus sanum, corpi sani. Refs.: “Grice e
Nola” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Sperana – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Noto: all’isola
-- la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale di IVPITER – la
scuola di Noto -- filosofia siciliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Pollina). Filosofo siciliano. Filosofo italiano.
Pollina, Palermo, Sicilia. Grice: “Italian philosophers, must be for St. Peter,
who DIED there – are obsessed with God – Noto wrote his thesis on that,
evidence and lack thereof for God – the part concerining the refutation for
those who deny evidence is fascinating! And typically of an Italian
philosopher, he narrows down his research to ‘secolo XIII,’ where we at England
and Oxford hardly existed!”Fa gli studi ginnasiali al Convento di Giaccherino e
al Convento del Bosco ai Frati. Vestì il saio francescano a Fucecchio e
professò. Studia filosofia a Lucca, Bosco ai Frati, il Convento di San Vivaldo,
Fiesole, Siena e il Convento di Sargiano. Emise i voti a Fiesole e fu ordinato
sacerdote a Siena. Andò a Parigi e frequentò l’Istituto Cattolico, la Sorbona e
il Collège de France. Conseguì il Dottorato in filosofia e il Diploma di studi
superiori alla Sorbona. Essendo andato a Londra per alcuni mesi ebbe il Diploma
di lingua inglese che in seguito perfezionò tornando ogni anno a Londra nel
periodo estivo. Pubblicò la tesi di laurea “L’evidenza di Dio nella filosofia"
(Ed. MILANI, Padova). Si imbarca per l’Egitto e si stabilì a Ghiza dove
insegnò. Lì ricoprì gli incarichi di Guardiano e Maestro dei Chierici. Torna in
Italia e fu per un anno direttore di un grande hotel di Montecatini Terme. Si
trasfere a Figline Valdarno per l’insegnamento all’Istituto Ficino. Si iscrisse
alla Università Cattolica dove conseguì il Dottorato in filosofia valido in
Italia. Aveva iniziato l’insegnamento della lingua inglese alla scuola per
infermieri dell’ospedale di Figline e un corso serale per adulti. Crea un
laboratorio linguistico per facilitare e perfezionare l’apprendimento delle
lingue. Deceduto nell’Ospedale di Figline Valdarno per edemapolmonare acuto da
miocardite in diabetico. Affetto da grave forma di diabete, si era sentito male
nella notte dell’11 novembre, ma dopo aver prolungato il riposo mattutino aveva
tenuto lezione fino a mezzogiorno. Prese allora poco cibo e tornò a riposarsi.
Alle 18 andò alla preghiera comune e alle 18.30 tenne il corso di lingua
inglese per adulti. Alle 20 mentre era a tavola fu chiamato il medico
cardiologo che ordinò il ricovero urgente in ospedale. Qui la sua vita è stata
stroncata da un complesso attacco cardiaco polmonare. Ai funerali, presieduti dal Padre Provinciale
nella Chiesa di San Francesco in Figline erano presenti tanti religiosi e
sacerdoti, i parenti, molte suore oltre che un grande pubblico di studenti e
popolo che riempiva la chiesa. È stato sepolto nel cimitero di Montemurlo. Convento
di Giaccherino Convento del Bosco ai Frati Convento di San Vivaldo Convento di
Sargiano Montemurlo L'evidenza di Dio
nella filosofia del secolo XIII. Grice: “Noto is playing with his surname.
There’s no ‘significare’ in Italian. They use ‘notare’ – Now, how is God
signified? When Cicero said ‘god’ he meant Jupiter. Ask Ganymede: The literal
truth is Ganymede was killed in self-inflicted accidental with a boomerang. Her
mother said: “His corpse is here, but he was raped by Giove --. Taking this
narrative literally – Ganymede was RAPED, so the rape is the way the god gets
‘noted’. Noto. Keywords: IVPITER -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Noto” – The
Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Novara: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale d’Euclide – la scuola di Novara -- filosofia piemontese –
filosofia italiana -- Luigi Speranza
(Novara). Abstract. Keywords. Filosofo italianao. Novara, Piemonte. m. Viterbo.
matematico, astronomo e astrologo
italiano. Tra i più importanti scienziati e matematic (anche Bacone lo cita
come uno dei più grandi matematici a lui contemporanei), Campano è conosciuto
anche come Johannes Campanus (che è tuttavia anche il nome di un Johannes
Campanus anabattista belga del Cinquecento). Elementa geometriae,
Campano da Novara Tetragonismus idest circuli quadratura. Pubblicato
un'edizione degl’Elementa geometriae d’Euclide ed un importante commento
all'opera, introducendo un sistema di calcolo degli angoli del pentagono. Il
testo e utilizzato per circa due secoli e sarà stampato a Venezia
(Preclarissimus liber elementorum Euclidis). L'opera si basa su una traduzione
in lingua araba dell'originale testo greco. N. ha inoltre probabilmente
presente la traduzione latina eseguita da Bath. Cappellano di papa Urbano
IV (in un documento delle Curia pontificia se ne attesta la presenza e se ne
parla come di uno dei quattro migliori matematici viventi) e medico personale
di papa Bonifacio VIII e viaggia in Arabia e in Spagna. Su ordine dello stesso
Urbano IV egli si occupa anche di astronomia e realizzerà la Theorica
Planetarum, nella quale descrisse geometricamente i moti dei pianeti e il modo
per realizzare un planetario. I dati sui pianeti sono tratti dall'Almagesto e
dalle Tavole Toledane dell'astronomo arabo Azarquiel (al-Zarqālī). Dopo
trent'anni di presenza nella curia pontificia a contatto con i maggiori
filosofi naturali dell'epoca, raccolse un enorme patrimonio immobiliare,
stimato alla morte da un ambasciatore aragonese in più di 12 000 fiorini: una
ricchezza legata con ogni probabilità alla sua attività di medico. Negli
ambienti curiali fu assai fortunata una benefica pillola da lui fabbricata, di
cui poi si lesse la ricetta nel Breviarium Praticae. Si ricorda anche una sua
splendida dimora presso Viterbo, in una zona di bagni termali, nella quale
abitò negli ultimi anni della sua vita. Di lui ci restano l'Abbreviatio
equatorii planetarum, il Canon pro minutionibus et purgationibus, il Computus
maior, il Tractatus de sphera, il De computo ecclesiastico, un Calendarium, i
commenti ad Euclide e all'Almagesto. Secondo una recente ipotesi sarebbe a lui
attribuibile anche lo Speculum astronomiae, importantissimo catalogo di opere
astrologiche, che distingueva magia lecita dall'illecita. Da lui prende il nome
un sistema di domificazione in astrologia. Gli è inoltre stato intitolato il
cratere Campano, all'estremo sud-occidentale del Mare Nubium, sulla Luna.
Parte di questo testo proviene dalla relativa voce del progetto Mille anni di
scienza in Italia, Museo Galileo - Istituto e Museo di Storia della Scienza, Francis
S.Benjamin Jr., G.J. Toomer, N. and Medieval Platenary Theory, The University
of Wisconsin Press, N. (et alii), Tetragonismus idest circuli quadratura,
Impressum Venetiis, per Ioan. Bapti. Sessa, Agostino Paravicini Bagliani, N., Dizionario
biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Treccani,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Vacca, N. Istituto dell'Enciclopedia
Italiana, Campanus, su Enciclopedia Britannica, ALCUIN, Università di
Ratisbona. Modifica su Wikidata (EN) Campano da Novara, su MacTutor, University
of St Andrews, Scotland. Portale Astrologia Portale
Astronomia Portale Biografie Portale Matematica
Categorie: Matematici italiani Astronomi italiani Astrologi italiani Nati a
Novara Morti a Viterbo Astronomi medievali [altre]. Giovanni Campano da Novara.
Novara.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; osia, Grice e Novaro: la
ragione conversazionale e implicatura conversazionale ligure -- l’infinito del
ponente – la scuola di Diano Maria -- filosofia ligure -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Diano Maria).
Filosofo ligure. Filosofo italiano. Diano Maria, Liguria. Grice: “Novaro comes
from my favourite area in Italy, “La riviera ligure”!” Grice: “Novaro wrote a
nice little treatise on the nature of the infinite – a concept which fascinates
me!” --Fratello di Novaro, nacque da famiglia economicamente agiata e dopo aver
condotto brillantemente gli studi liceali, ottenendo la laurea a Torino. Si
stabilì a Oneglia dove fu assessore comunale per il partito socialista. Dopo
avere per breve tempo insegnato nel locale liceo, con i fratelli si occupò dell'industria
olearia intestata alla madre Paolina Sasso.
Pur dedito all'attività imprenditoriale fece parte attiva della vita
letteraria dei primo anni del Novecento e fondò la rivista “La Riviera Ligure,”
da lui diretta fino alla sua cessazione. Ospitò nel suo giornale filosofi come Pascoli,
Roccatagliata, Jahier, Boine e Sbarbaro.
Scrisse saggi di carattere filosofico e raccolse tutte le sue poesie,
che hanno come tema principale il bellissimo paesaggio ligure, in un volume
intitolato Murmuri ed echi che vide le stampe. Fu anche il curatore
dell'edizione delle opere di Boine che sentiva affine negli interessi
soprattutto di carattere etico. Saggi: “Finito ed iinfinito” (Roma, Balbi),
“Murmuro ed echo” (Napoli, Ricciardi) – cf. Grice, “Implicatura ecoica” --;
“All'insegna del pesce d'oro” (Genova, Devoto). Dizionario Biografico degli
Italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, La Riviera Ligure Nicolas
Malebranche. Tra Diano Marina e Oneglia: i luoghi dei fratelli Novaro, su
parchiculturali. Fondazione Mario Novaro, Genova, su Fondazione novaro. Scheda
biografica nel sito della Fondazione Mario Novaro, Genova, su Fondazione
novaro. Se il concetto di “infinito” è stato dal sorgere della filosofia
italiana, uno degl’oggetti più costanti degl’uomini, il progresso verso una
definitiva soluzione delle difficoltà che esso presenta non e tuttavia che
straordinariamente lento. A ciò à sopratutto contribuito il rilegare, come a
priori, l’infinito fuori del campo appunto della filosofia e si considera il
regresso all’infinito una fallacia. Poiché quando si ammette senz’altro che,
essendo l’uomo finite, non si può pretendere eh' esso arrivi a comprendere
l’infinito. Hobbes, De
corpore; Descartes, Principien, ediz. Kirclimann, GALILEI, Opere (Milano);
Locke, Essay on humane Underslaning, ediz. Ward, World Library, Hume, Treatise,
ediz. Selby-Bigge, cfr. anche Jevons, Principia
of Science. S’è già troncata la questione senza neanche avei’la posta. S’è
lasciato intatto il mistero che sembra involgerla. Già tutti i concetti che in
qualche modo ha una stretta attinenza con altri concetti ontologici dovettero
per questo attendere a lungo prima di venir trattati in corretto modo
analitico. La oscurità misteriosa del concetto di “infinito” si ripercorse
naturalmente negli oggetti nei quali esso poteva trovare applicazione, come il
tempo, lo spazio, la materia, l’universo, l’essere. Anzi si comincia dapprima
ad accorgersi delle difficoltà del concetto di “infinito” non cosi in astratto,
ma nell’esame degli oggetti ai quali la infinitezza pare doversi attribuire.
Tanti secoli prima della ripresa della questione per Locke, trattarono il
problema con sommo acume dialettico i veliani de Velia. Sugli veliani e la loro
importanza, vedi specialmente la “Kritische Geschichte der Philosophie” di
Dùhring. Le difficoltà che conduceno al veliano a negare la realtà dello spazio
non sono punto illusori. Cantor, “Geschichte der Matematik”. Bei ihnen [i tropi
dei veliani] handelt es sich um Schwierigkeiten, denen in der That-wcder der
Philosoph noch der Mathematiker in aller Strenge gerecht werden Kann Zwei Jakrtausend
und mehr haben an dieser zàhen Speise gekaut, und es ware unbillig von den
Veliani des funften vorcbristlichen Iabrhunderts zu verlangen, dass sie in
Klarbeit gewesen seien iiber Dinge, welche freilich anders ausgesprocben noch
Streitigkeiten unserer Gegenwart bilden. Nò altre furono quelle che spinsero
poi Kant ai risultati della estetica trascendentale. Sebbene più d’uno storico
della filosofia davanti ai tropi di quell’ acutissimo filosofo sentendo
l’imbarazzo suo a confutarli, stima poterli chiamare sofismi o false
sottigliezze che chi le esaminasse da vicino e colla necessaria acutezza non
dovrebbe tardare a riconoscere evidentemente per tali. E più d’uno nel
confutarli à seguito, come Zeller, Aristotele che in questo se in altro mai fu
infelicissimo. Aristotele crede di confutare il veliano (V. anche Apelt,
Beitrdge sur Geschichte der Grieschischen Philosophie, Leipzig) col dire che la
dimostrazione data dal veliano riposa sulla falsa et i matematici, i quali
spaventati dalle contraddizioni svelate dai veliani avevano dovuto per forza
rinunciare a far uso del concetto di “infinito” e lasciar tanto tempo
infruttuoso l’ardimento di Antifontem continuarono a lungo ad aiutarsi
altrimenti per non derogare alla rigorosa esattezza delle loro dimostrazioni,
Cosi il concetto d’”infinito” non compare mai esplicitamente nella geometria
degl’antichi. E Archimede ha seguaci anche dopo che il calcolo infinitesimale
ha chiaramente mostrati i suoi cosi fecondi vantaggi. Ragione principale di ciò
e il non avere l’autore stesso del concetto di “infinitesimo”, saputo mai nè
pienamente giustificarlo, nè dargli un denotato preciso, si che egli molte
volte ha a espri supposizione che il tempo consti di singoli momenti (ex -J 5 v
aio Èrtovi come se la critica del velino non valesse indifferentemente tanto
per il continuo dello spazio che per quello del tempo stesso. Cfr. Cantor. Er
(Aristotele) lòst das Paradoxon der Duschlaufung dieser unendlich vielen
Raum-punkte in endlicher Zeit, durch das neue Paradoxon, dass innerhalb der
endlichen Zeit unendlich viele Zeittheile von unendlich Kleiner Dauer
anzunehmen seien. Sul concetto di “infinito” in Aristotele vedi specialmente
“Phys.”, De Coelo. Il LIZIO dà una divisione dei vari generi di infinito, che
come sempre 0 spessissimo presso lui è più una spiegazione di parole che di
concetti. Inoltre è la sua trattazione oscura e affatto manchevole. Aristotele
non accetta che l’infinito *potenziale*, il quale nasce dal non trovar la
nostra immaginazione alcun limite così nel togliere come nell’aggiungere.
Rifiuta l’infinito attuale. L’infinito, dice Aristotele, non è grandezza nè à
parti così, come il suono è per sò invisibile (Phys., Ili, 4 ). Non esiste
dunque in realtà, perchè non v’ è grandezza cui possa attribuirsi. Ma la contraddizione
che Aristotele crede dover evitare rigettando il concetto dell’infinito attuale
è appunto nascosta invece in quello del continuo. Altrimenti Aristotele non
avrebbe così leggermente creduto di aver superate le difficoltà dei veliani. li
Montucla, Histoire cles recherches sur la quadrature du eercìe. Paris, Hankel,
Zur Geschickte der Matliematik ivi Alterthum und Mitelaltcr.] juersi sulla sua
nozione in modo affatto contradittorio. E se i filosofi non riuscirono a
chiarire i loro concetti riguardanti l’infinito trascurando la maggior parte di
aiutarsi con un esame accurato dalle difficoltà che incontrano anche i
matematici, questi dal canto loro si sono del pari in grau parte appagati dei
risultati, senza sentire troppo acuto il bisogno di rendersi conto esatto dei
concetti dei quali hanno a fare un continuo uso. Che anzi per le difficoltà,
oscurità o contraddizioni dell infinito tranquillamente si rimettevano Leibniz,
anche quando si esprime più razionalmente intorno ai concetti infinitesimali,
conserva pur sempre in fondo una evidente ambiguità sulla natura generale del
concetto d’“infinito”. Lascia infatti alla ontologia, senza risolverla Leibniz
stesso, la questione se si diano propriamente degl’infinitamente piccoli
rigorosi. E cosi tiene pure per indifferente considerare per tali
gl’infinitesimi o soltanto per arbitrariamente piccoli. Leibniz inclina però
più a tenere l’infinito rigoroso per una finzione. Leibniz, Opera omnia, ed.
Dutens e Leibniz; il/af/iema</se/»e Schriften, Gerhardt I', dove Leibniz
pare considerare gli infinitesimi come quantità finite variabili e cfr.
Gerhardt, Erdmann, dove egli parrebbe ammettere l’infinitesimo *attuale*. In
altri luoghi, Leibniz è affatto incerto; ed. Dutens, Gerhardt, e vedi
specialmente un passo ivi. Infatti dopo l’adottamento del calcolo, una delle
prime accademie d Europa, quella di Berlino, presieduta da uno dei più grandi
matematici, da Lagrange, apriva un concorso sul concetto dell’infinito. Dice
tra altro ai concorrenti. On demande […] une thdorie clairc et precise de ce
qu’ on appelle ‘influì en mathcmati jue. On sait que la haute geometrie fait un
usage continuel des infiniment grands et des infiniinent petits. Cependant les
geomètres et meme les analystes anciens, ont eviti* soicneusement tòut ce qui approche
de l’infini, et des grands analystes modernes avouent que les termes grawleur
infmie sont contradictoires. L’Acad^mie sou- haitc donc qu’ on explique comment
on a déduit tant de theorèmes vrais d une supposition contradictoire. Nouveaux
Mémoires de l’Acad. des Sciences. Berlin. come molti si rimettono tuttora,
all’ongologia. L’unico filosofo dal quale si sarebbe potuto aspettare qualche
dilucidazione definitiva, Corate, il quale era tanto versato nelle matematiche
e che di esse à dato una cosi bella e tuttora insuperata sistematica trattazion
generale, non solo non fa fare un passo alla questione, ma neppure seppe
bastantemente apprezzare i grandi meriti del lavoro di Carnot, il quale prepara
la soluzione definitiva. Solo Locke e Kant sono cosi i filosofi che fanno verso
di essa un passo decisivo. Kant però si direbbè che lo fa in senso reazionario,
chè se Locke avesse decisamente cangiato li suo metodo empirico e psicologico
con un metodo critico, come egli in realtà è qualche volta inconsapevolmente
vicino a fare, avrebbe egli stesso còlto 1’ultimo futto della sua fine analisi.
Ad ogni modo è merito di Locke, oltre aver risolto l’infinitamente piccolo e
grande nel processo formale dell’animo, l’aver dimostrato come un tale concetto
sia solo propriamente applicabile a grandezze, al numero, al tempo ed allo
spazio. Con ciò ogni nebuloso abuso scolastico e metafisico di esso, era reso
impossibile, e ogni sua applicazione ad altro che a concetti di grandezze
diventava una pura metafora. Rilacendosi da Locke e approfittando della luce
che Carnot getta sulla natura dell’infinitesimo, il Duhnng à finalmente
completata la razionalizzazione di [ Leibniz, passo citato, Gerhardt e
Montucla, Histoire des mathématiques. Quanto alle questioni che l’ontologia può
sollevare sul concetto dell’infinito, il matematico “a droit de ne s en pas
plus embarasser que des disputes des physiciens sur la naure de 1 etendue et du
movement.” Locke, On human Umlerst., questo concetto. L’infinito assoluto ha
però Diihring costantemente rifiutato come la più assurda contraddizione in
tutti i suoi saggi filosofici. Soltanto- nell’ultima suo saggio filosofico
arriva egli ad una luminosa distinzione dell’infinito *assoluto* dal infinito
relativo. La sua dimostrazione è però geometrica, e non insieme algebraica.
Manca quindi di generalità. Cosi si spiega come Diihring ritenga ancor ora
inammissibile l’applicazione dell infinito al tempo, che egli à assurdamente e
colla più gran forza di convinzione fatto finito nel passato. Diihring vide che
ove il concetto di infinito non viene dapprima reso chiaro e incontradittorio
nella matematica, la rocca in apparenza più forte rimarrebbe in piedi a difesa
del mistificante concetto. La nozione di infinito non è però specificamente
formale. Il concetto d’infinito appartiene a quel campo della filosofia
‘speziale’, in cui anno comuni le radici o i principi e la matematica e la
logica. La. soluzione di un problema cosi universale non può esser diversa, ove
esso venga formulato con la dovuta astrazione ed esattezza, sia che la si
cerchi nel campo piu astratto dell’ontologia della concezione universale
dell’*essere*, sia che la si cerchi nel campo dell’algebra. Non [Nat Uri iche
Dialéktik -- questo libro d’oro di puro criticismo, la cui prima edizione è esaurita
da molti anni senza che Diihring si decida a ri-pubblicarlo, malgrado il viro
desiderio di molti suoi ammiratori, quali per un esempio v. Gizicky e Riebl.
Vedi specialmente dello stesso, nei “ Xeue Grundmitteln u. Erfindungen zur
Analysis, ecc. il capitolo terzo. L’analisi critica dell’infinitesimo ivi data
riassumiamo noi brevemente nel numero seguente, modificandola però nel senso
della corretta legge del numero determinato. V. sotto. Cursus der Philosophie;
Logik und KVssenschaftstheorie, è un differente problema quello di Senone di
Velia, da quello che occupa a cosi grande distanza di tempo i matematici dal
seicento in poi. In tutti i problemi riguardanti il concetto di “infinito”, le
difficoltà ànno la loro comune radice nella contraddizione fondamentale
nascente dalla posizione di un infinito numericamente dato e compiuto nel
*finito* stesso. Cosi l’infinitesimo, e già prima l’indisivibile di CAVALIERI,
e pensato assurdamente quale risultato di una infinita divisione, o come
l’elemento più piccolo d’ogni grandezza assegnabile, di cui si integra ogni
grandezza finita. Più piccolo di qualunque quantità data e pensato
l’infinitamente piccolo, e maggior d’ogni data grandezza l’infinitamente
grande, arrivando anche qui ad una infinità compiuta, come raggiungibile per
via di una sintesi successiva. Tra lo zero e una comunque piccola grandezza
dovrebbe dunque esistere qualcosa di intermedio. Questa ibrida quantità non
dovrebbe esser zero ma neppure perù una determinata quantità per quanto
arbitrariamente piccola. Essa dovrebbe esser minore d’ogni quantità assegnabile
o qualcosa che esprima l’ultimo irraggiungibile grado di piccolezza
immaginabile e prima dello zero. Minore d’ogni quantità assegna- [Modificando
la nozione di GALILEI di “momento”, già Hobbes define il conatus (concetto che
doveva poi diventare il fondamento della teoria newtoniana), il moto lungo uno
spazio minore di qualsiasi assegnato. Hobbes conserva, però, malgrado
l’equivoca definizione, come dell infinitamente grande (De Corpore) cosi dell’infinitesimo
un giusto concetto. Di quest’ultimo haa intesa infatti a essenziale relatività.
V. De Corpore. Delimemus CONATUM esse motum per spatium et tempus minus q’uam
quarn bile è però soltanto lo zero; una quantità non può venir immaginata oltre
ogni assegnabile grandezza. Tra la quantità e lo zero non vi è cotesta assurda
finzione. A meno che il dire “minor d’ogni data quantità” abbia quod datar, id
est determinatur, sine expositione vel numero assignatur ìaest per punctum. Ad
eius definitiouis explicationem meminisse oportet per punctum non intelligi id
quod quantitatcm nullam habet, sive quod nulla ratione potest dividi (niliil
enim est eiusmodi in rerum natura) sed id cuius quantità non consideratili-,
hoc est cuius neque quantitas neque pars ulta inter demonstrandum computatur.
Ita ut punctum non habeatur prò IN-DIVISIBILI. Sed prò IN-DIVISO. Sicut edam
instans sumendum est prò tempore IN-DIVISO non prò IN-DIVIS-IBILE. Similiter
Conatus ita mtelhgendus est, ut sit quidem motus sed ita ut neque tempori in
quo fìt neque lineai per quam fit quantitas, ullam comparationem habeat in
demonstratione cum quantitate temporis vel line cuius ipsa est pars. Quanquam
sicut punctum cura puncto, ita conatus cum Canata comparaci potest et unus
altero maior vel minor reperiri.Poisson ammette invece nel modo più esplicito
l’assurdo concetto dell infinitesimo di cui sopra è parola. Un infiniment petit
est une grandeur moindre que toute grandcur donnée de la meme nature. On est
conduit naturellement a ridde des infiniment petits, lorsqu’on considère les
variations successives d’une grandeur soumise à la loi de continuiti. Ainsi, le
temps croit par des degrés mo.ndres qu’ aucun intervalle qu’on puisse assigner,
quelque petit quii soit. Les espaces parcourus par le différents points d’un
corps croissent aussi par des infiniment petits, car chaque point ne peut fi er
d une posdion à une autre, sans traverser touts les positions intermédiaires,
et l’on ne saurait assigner aucune distance, aussi petite qu on voudrn, entre
deux positions successives. Les infiniment petits ont donc une existence
rielle, et ne sont pus seulement un mo.ven d’investigation imagini par les
giometres. Traile de mécanique, Bruxelles) l’er questa ragione non pochi
matematici, quali Bernouille “oto^amente Eulero, pensarono l’infinitesimo come
assolutamente nullo. Anche GALILEI, sebbene con altro linguaggio, scompone il
continuo esteso in infiniti punti inestesi o nulli senza però trovar poi il
modo di farlo generare da quelli. V. GALILEI Opere. Sopra gli atomi non quanti
di lui vedi Lasswitz, Galileis Thieorie der Materie, 1 lerteljahrsschrift f
wiss. Philosph., a riferirsi non a qualcosa di effettivo o di dato, ma al
nostro animo -- il nostro volere -- come ragione della infinita divisibilità,
potendo noi sempre supporre una quantità più piccola di ogni qualunque piccola
quantità data. Come nella serie dei numeri noi possiamo (prova Peano) farci un
concetto dell’infinito aggiungimento di unità a unità, cosi possiamo farcene
uno della possibile divisione dell'unità all’infinito. Un tal concetto non
rimane tuttavia che il campo d’una operazione che non può per la sua natura
venir mai compiuta. La infinita divisione come la infinita addizione non
possono mai senza contraddizione considerarsi come eseguite. Non si può con un
salto oltrepassare un’infinità di operazioni, ponendo l’ultima come già
compiuta, che invece non può mai essere. Ciò che esiste o è dato numericamente
quale totalità non può esser che in numero determinato. Un numero infinito come
qualcosa di dato o compiuto nel finito medesimo è un CONCEPTO IMPOSSIBILE
perchè vorrebbe porre ciò che insieme viene a negare. Ammesso dunque che abbia
a dirsi di una quantità che essa è minore d’ogni possibile quantità data, ciò
potrà solo razionalmente indicare che è pur sempre possibile suppor quella come
ancor più pioti) È questa la legge formulata da Diihring sotto il nome di legge
del numero determinato (Gesetz der bestimmten Anzahl). Cfr. Kant: Kritikd.
reinen Vcrn. edizione Kirchmann. Sohald etwas als quantum discretum angenommen
wird, so ist die Menge der Einheiten darin bestimmt, daher auch jederzeit einer
Zahl gleich. Diihring però, e qui sta il grave errore della sua teoria
dell’infinito, à tralasciato come iKant di aggiungere che tale legge à valore
appunto, come diciamo noi, solo in riguardo a grandezze che si lasciano
concepire come totalità, ossia in riguardo a grandezze comprese tra limiti.
cola di una qualunque data comunque già piccola per sè. La illimitatezza riposa
sul concetto della infinita possibilità della ripetizione, non è dunque un
concetto di effettività, ma di mera possibilità. Il moto nevi realizza come si
crederebbe l’assurdità di una infinita divisione o di una infinità di parti nel
finito. Moto non è che il concetto di ciò che la stessa cosa si trova
seguentemente prima in un luogo e poi in un altro. Nostro APPARATO SENSORIALE
non fa che abbracciare un dato numero di posizioni diverse, e l’animo non trova
altro che il fatto ossia la cangiata posizione. Noi non possiamo formarci nè
pretendere altro chiaro concetto che quello del passaggio da un punto
all’altro. Possiamo solo, ove ce ne sia l’animo, INTER-POLARE delle posizioni
intermedie a piacere senza limite alcuno. Ma effettivamente nè la natura nè noi
possiamo fis:arne altro che un numero determinato. È una illusione il credere
che un punto, ad esempio, nel muoversi in linea retta vei’so un altro punto
fisso, e trascorrendo secondo il concetto comune di un movimento assolutamente
continuo, per ogni posizione, trascorra con ciò effettivamente, se posso dir
cosi, per ogni grado di piccolezza. La posizione di infiniti punti distinti in
una determinata estensione è sempre e solo una possibilità ma non mai un fatto
compiuto. Di due punti immediatamente aderenti NOI ABBIAMO ASSOLUTAMENTE CONCETTO
ALCUNO. Punti inestesi o coincidono, o hanno una posizione diversa, e allora
anche una determinata distanza. 11 punte non può che passare da uno ad un altro
punto, comunque noi idealmente possiamo astrarre da cotesti trapassi e
considerare unicamente la infinita possibilità (li posizioni diverse. La stessa
illusione è nel dire che una quantità cresce per gradi minori di ogni comunque
piccola grandezza data. E vero che m matematica le quantità continue crescono
per gradi e che ogni nuovo incremento elementare possiamo immarginarcelo già
per sè stesso composto di ancor più piccoli incrementi elementari all’infinito.
Ma oltre che nella realtà bisogni. Che esistano dei limiti a questa
illimitatezza che è solo della facoltà del nostro ANIMO, è anche vero che le
quantità non constano di elementi per sè esistenti, e che invece noi solo
distinguiamo in esse delle divisioni e stabiliamo dei limiti che per sè non
sono dati. Il concetto di continuità ne involge uno infinitesimale che però
inchiude solo la possibilità di un infinito porre di limiti, ma non una
infinità di limiti posti. Esso è quindi come quello dell’infiuitamente piccolo
un concetto di pura posibilità. La illimitatezza nella scomponibilità in parti
che possono in ogni caso venir fatte ancora più piccole che una qualunque
piccola grandezza data, e dunque ciò che di razionale s’ à a sostituire al
concetto nebuloso dell’ infinitamente piccolo. Con ciò viene evitata quella
ipostasi o per cosi dire insostanziazione di un modo di azione del nostro
animo, o di una mera possibilità, la quale è inchiusa nel falso concetto della
grandezza minore di ogni altra assegnabile, come di qualcosa realmente
esistente quasi mèta irraggiungibile ma pur reale di una infinità di
operazioni. Non esiste un ultimo piccolo o infinitesimo, ma solo una infinita
possibilità di rimpicciolimento. 1 Si deve dunque pensare che il differenziale
è nel calcolo una grandezza finita relativamente piccola, la quale nel
complesso delle operazioni può e deve rappresentare ad arbitrio ogni grado di
piccolezza. Si tratta per eempio, dice Diihring, di una lunghezza. Può questa,
come infinitamente piccolo, essere secondo le circostanze un milionesimo di
millimetro ovvero una distanza solare. L’essenziale non istà in queste
eventuali determinazioni, ma nel pensiero che in luogo di quella grandezza,
scelta in relazione a un tutto come parte insignificante, possano nelle
operazioni sostituirsi altre ed altre senza limite alcuno sempre più piccole
verso lo zero. L’ infinito o la illimitatezza non è dunque ipostasiata nel
differenziale, si bene sta nel nostro animo che questa grandezza rappresenta
qualunque grado di piccolezza oltre il suo. Razionalizzato cosi il concetto
fondamentale del calcolo, non à più ragione quella ripugnanza che i migliori
matematici anno sempre sentito per quella oscura ipotesi o idea falsa, come la
chiama Lagrange, dell’infinitamente piccolo. L’analisi è dunque, dice Diihring,
un calcolo d’ approssimazione, ma si noti bene- non di semplice
approssimazione, bensì di approssimazione infinita. I sensi trascurano nel
piccolo le quantità insignificanti che loro NON SONO più PERCETTIBILI, e se
fatti più acuti procederebbero del pari in analoghe proporzioni; cosi fa il
calcolo nel trascurare quantità che nelle [l'reyeinet: Étude sur la métaphysique
du haul calcul. Cfr. Carnot : Reflexions sur la métaphysique du calcili
infinitesima!, Comte: Cours de philosophie positive] loro funzioni darebbero in
ultimo per risultato una grandezza che per la sua ultima piccolezza non à
importanza alcuna. Accanto a quantità finite si trascura nel risultato e con
ragione, un infinitamente piccolo, poiché è nella sna natura di poter venire
senza fine rimpicciolito verso lo zero. Idealmente c’ è dunque un abisso tra
l’infinitesimo e lo zero. Non quello ma questo è il limite dell’ infinito
rimpiccoliinento, e prima dello zero non vi sono che quantità in realtà sempre
finite, comunque possano secondo il bisogno venir supposte sempre più piccole
verso di esso. D’altra parte nella direzione opposta dell’ infiniitamente
grande si à analogamente a distinguere tra [Non altro significa il luminoso
concetto di Carnot delle equazioni imperfette. Tuttavia Carnot non arriva a dar
l’ultima chiarezza alla nozione dell’infinitesimo. Infatti non avrebbe
altrimenti creduto vi fosse bisogno (per dimostrare come i risultati del
calcolo in apparenza soltanto approssimativi, siano in realtà esatti) oltre che
della considerazione dell’arbitrarietà del differenziale, anche di una
dimostrazione della compensazione degli errori. Comte poi frantese affatto ciò
che di veramente importante e duraturo conteneva lo scritto di Carnot, e
ravvisa così il merito di lui appunto nella dimostrazione della compensazione
degli errori (Cours de philosophie positive), la teoria invece
dell’arbitrarietà del’infinitesimo la trova più sottile che solida. l concetto
della rigida uguaglianza degl’antichi venne definitivamente superato con
Leibnitz e Newton. Ciò che però non venne schiarito e rimase oggetto di tutte
le lunghe innumerevoli dispute a cui diede luogo il calcolo differenziale, e un
giusto concetto di ciò che avesse a indicare la trascuranza, nelle equazioni,
dell’infinitamente piccolo. Dopo Carnot la relatività del concetto del
differenziale s’è sempre più fatta strada nelle menti dei matematici. Ma non
basta questo a razionalizzare l’infinitesimo. Dove colla relatività di esso si
ammette però ancora (v. ad es. Montucla : Histoire des maih.) che questo possa
divenir minore d’ogni quantità assegnabile, s’è pur sempre lontani da una
esatta concezione. questo e 1’ infinito assoluto o transfinito. Qui cometa si à
una differenza qualitativa: nell’ un caso si à ancora a fare con delle
grandezze, nell’ altro il concetto proprio di grandezza è scomparso. Il non
aver distinto questi due concetti non à forse meno contribuito della
contraddizione di un infinito compiuto nel finito stesso, implicato nel falso
concetto del differenziale e del continuo, a rendere cosi pieno di supposte
insolubili difficoltà il problema di cui ci occupiamo. All’infinitamente
piccolo risponde perfettamente l’infinitamente grande. Abbiamo qui un
accrescimento senza fine come là un illimitato rimpicciolimento. In entrambi i
casi ci è data la norma di un’operazione che non deve poter mai venir
considerata come compiuta, poiché essa deve rispondere alla illimitata
possibilità di ripetizione- del nostro animo, con la quale dunque non c’è
grandezza per quanto piccola o grande di cui non si possa sempre raggiungere
un’altra ancora più piccola o grande. Attribuito ad una data grandezza il concetto
di infinitamente grande non indica quindi altro che essa, comunque già grande,
può senza fine venir considerata ancor sempre più grande secondo il bisogno. In
ogni aso non sarà però ella mai altro che finite. Come la nostra sintesi benché
non abbia limite, pure in fatti non può -- Chiamo infinito assoluto o
trans-finito – tras-finito, a distinzione dell't/t/unVo relativo (infinitamente
piccolo o grande), ciò che Diihring dice illimitato (Unbegrcnzt)
[LIMITATO/NON-LIMITATO] e Cantor, e dietro lui Wundt e Lasswitz chiamano
appunto transfinito o tras-finito (<o ). Del resto una volta riconosciute
queste differenze essenziali, nulla impedisce di adoperare anche solo e
indifferentemente l’espressione “infinito”, lasciando al contesto
conversazionale l’ulteriore specificazione. mai esercitarsi che nel finito.
Anche l’infinitamente grande è un concetto di mera possibilità e non mai di
effettività. Non è quindi propriamente applicabile ad alcuna grandezza
determinata. La serie progressiva dei numeri nella sua illimitata addibilità è
il più chiaro esempio dell’infinitamente grande. Noi non possiamo mai arrivare
ad un ultimo membro delle serie, perchè la possibilità di aggiungerne altri
riman sempre la medesima. E nella natura dell’infinitamente grande di non poter
venir mai compiuto. La illimitatezza non è neppur qui data oggettivamente, ma
sta invece in questo che la grandezza infinitamente grande può rappresentare ad
arbitrio una grandezza sempre maggiore oltre la sua. Inteso cosi è senz’altro
chiaro che rinfinitamente grande non è un infinito in atto e non può senza
contraddizione venir scambiato con questo. L’aver confuse l’infinito assoluto o
transfinito o trasfinito o illimitato coll’infinitamente grande è appunto la
cagione che condusse chi mirava a un esatto [Locke, On bum. Underst, Our idea
of infinity being, as I think, an endless growing idea, biit the idea of any
quantity our soul kas being at that tirae terminated in tbat idea (l'or be it
as great as it will, it can be no greater than it is), to join infinity to it,
is to adjust a standing measure to a growing bulk. We can bave no more the
positive idea of a body infinitely little than we have thè idea of a body
infinitelv great. Our conception of infinity being, as I may so say, a growing
and “fugitive” concept, stili in a boundless progression that can stop nowhere.
Our conception of the infinity [...] return at least to that of number always
to be added. But thereby never amounts to any distinct idea of actual infinite
parts. We bave, it is true, a clear idea of division, as often as we will think
of it. But thereby we have no more a clear idea of infinite parts in matter
than we have a clear idea of an infinite number, by being able still to add
numbers to any assigned nember we have. E chiaro concetto di quest’ultimo a
rifiutare risolutamente il primo, dopo averlo trovato incompatibile colla
nozione di quello. Mentre l’infinitamente grande esprime una illimitata
possibilità, il transfinito o trasfinito esprime invece una effettività
compiuta cui l’infinitamente grande non arriva mai. Nel transfinito o
trasfinito ogni grado di ingrandimento è già anticipatamente dato. Esso è
realmente maggiore di ogni assegnabile grandezza, e dal finito non c’è modo di
farlo originare, sebbene ogni finito sia in esso. La facile obbiezione che
nessuna grandezza è la più grande perchè le possono sempre venir aggiunte altre
unità, non tocca. L’infinito assoluto, ma solo una NOZIONE IRRAZIONALE
dell’infinitamente grande, partendo ella da un falso concetto del transfinito o
tras-finito, secondo il quale si avrebbe questo a lasciar pensare come un
tutto, ossia, contrariamente all’assunto, come finito. Il concetto di totalità
applicato al transfinito o tras-finito è trascendente, benché tale non sia il
transfinito o tras-finito per sé. Se l’infinito assoluto non può venir esaurito
dalla sintesi empirica di nostro animo, non è questa una ragione per rifiutarne
il concetto : la sua natura consiste infatti appunto in ciò di NON POTER VENIR
RAPPRESENTATO come una totalità ossia esaurito per mezzo di una sintesi
empirica di nostro animo -- successiva delle sue parti. – Cf. Speranza,
‘mise-en-abime’ – come violazione del prinzipio conversazionale – be brief.
Rifiutarlo perchè non si lascia trascorrere da un capo all altro, è rifiutare
il transfinito perchè appunto tale, ossia perchè non è finito, o perchè non si
trovano endless divisibility giving us no more a clear and distinct idea of
actuallv infinite parts than endless addibility, if I may so speak, gives us a
clear and distinct idea of an actually infinite number, both being only in a
power stili of increasing thè nuinber, be it already as great as it will” ia
esso le proprietà che dal suo concetto sono precisanente escluse. Mentre
nell’infinitamente grande la sintesi empirica di nostro animo è quella che
aggiunge membro a membro. Nell’infinito assoluto troviamo noi sempre ogni
ulteriore membro come già innanzi esistente prima che la nostra sintesi lo
abbia raggiunto, indipendentemente da essa. È dato quindi così il numero
infinito, se “numero” può questo ancora chiamarsi – “As far as I know there are
infinitely many stars” --, che è in realtà la negazione di esso e con ciò di
ogni determinazione nel grande. Il “numero” infinito non è più nè ‘pari’ nè
‘dispari’, e neppur quindi aumentabile più, nè diminuibile. Esso è dunque
qualcosa di affatto compiuto, al contrario dell’infinitamente grande che è in
un continuo'flusso; e sta a questo come all’infinitamente piccolo sta lo zero.
Come nello zero non c’è più possibilità di rimpicciolimento, cosi non ce n’è
più di ingrandimento nel transfinito o tras-finito. Questo è la negazione della
grandezza misurata nel grande, e lo zero la negazione della grandezza in
generale e con ciò della grandezza nella direzione deH’infinitamente piccolo.
Lo zero come l’infinito assoluto sono non tanto quantitativamente quanto per
qualità diversi da ogni altra grandezza. L’infinitamente piccolo e grande sono
in un continuo flusso, lo zero e il transfinito sono invece forme fisse ; il
principio generativo dei primi non è applicabile ai secondi. Dall’infìnitamente
piccolo allo zero e dall’infinitamente grande all’infinito assoluto c’è, a dir
proprio, un salto. Duhring: Neue Grundmlttel, ecc. Lo zero e l’infinito
assoluto o trasfinito si fanno dunque riscontro. Ed erra «quindi Lasswitz che
nega esserci qualcosa di corrispondente a que- [Nel primo caso il passaggio sta
non nel rimpiccilire all’infinito per successive divisioni la quantità piccola
in modo che avanzi pur sempre un resto, ma nell’ultimo atto risolutivo col quale
si sottrae interamente il resto stesso. Nell’un caso si riman sempre nel campo
dell’infinitamente piccolo, nell’altro si salta propriamente dalla quantità al
nulla di essa. Una quantità non viene mai esaurita col sottrarre ripetutamente
anche all’infinito una nuova parte del sempre nuovo resto. Bsogna togliere in
ima volta l’intero resto altrimenti si avrà una convergenza continua verso
l’irraggiungibile zero, ma non mai propriamente lo zero. E solo in quest’ultimo
caso sarebbe veramente esaurita la grandezza. Non bisogna prender per
esaustione reale una infinita approssimazione. Ciò che e l’ESAUSTIONE è solo
tale fino ad un infinitamente piccolo. Ma questo vien da essa lasciato
inesaurito. L’saustione non à luogo che con un salto alla Peano, ossia con un vero
passaggio. La inter-polabilità infinita di posizioni tra punto e punto non
toglie che da posizione a posizione il passaggio debba rimanere E come v’è un
salto da un punto a un altro in una linea, cosi v’è da un punto al punto ultimo
col quale la grandezza finisce. Solo col st’ultimo. (Lasswitz: Zum Problem der
Continuitdt, Philosoph. Monats - hcfte); come pure e più erra Wundt che crede
cadere nel differenziale ogni differenza essenziale tra l’infinito e il
transfinito o trasfinito. Wundt: Kants Kosmologische Antinomien u. das Problem
der Unendlichke.it Philos. Studien: (che) das Intinitesimalsy.nhol ebenso gut
in Siane einer unendlich zudenkenden Abnahme einer gegebener Grosse, wie im
Sinne des bereits vollzogenen Processes- dieser Abnahme gedacht werden kann.
Hier fàllt niimlich ein wesen- tlichcr Unterscbied des Infiniten und
Transfiniten vollig hinweg. -- passaggio allo zero si à però un risultato
differente non tanto per quantità quanto per qualità dagli altri. D’altra parte
lo stesso risultato qualitativamente differente si à nel secondo caso del
passaggio dall’infinitamente grande al transfinito o tras-finito. Praticamente
si può concliiudere è vero dal caso dell’incoutro di due rette a distanza
infinitamente grande al caso delle parallele, in quanto si astrae dallo sbaglio
infinitamente piccolo, e si pone come identico il risultato solo infinitamente
approssimativo. In realtà però mentre il punto d'incontro si allontana
infinitamente all’vvicinarsi delle due rette al parallelismo senza raggiungerlo,
raggiunto che questo sia, esso è scomparso, essendo per sè la infinita
estensione della linea LA NEGAZIONE DELLA POSSIBILITa d'uu punto d’incontro,
poiché questo le farebbe finite. Ed à luogo allora quella illimitatezza od
infinità assoluta della retta, la quale è la negazione della grandezza misurata
nel grande, come lo zero è la negazione della grandezza in generale. Un
indubitabile significato si lascia dare al transfinito o trasfinito, come
vedremo in séguito soltanto nella serie infinita dei processi del tempo
passato. Il nostro regresso che assume qui la forma dell’infinitamente grande,
procede in base al transfinito o trasfinito della realtà, poiché esso trova e
suppone necessariamente come dati sempre piu membri della serie di quelli che
esso raggiunge. Se si fosse costretti a pensare l’universo infinito in
estensione si avrebbe una seconda applicazione reale del nostro conti)
Diihring, luogo citato. «etto ; ma rimanendo insolubile la questione se la
natura o L’UNIVERSO o il numero dei stelle sia o no infinita, non si à che
l’applicazione di esso allo spazio puro. Ed ecco la dimostrazione che dà di
questa Dtihring, colla quale egli stabilisce appunto la distinzione
dell’infinito relativo dall’infinito assoluto. La tangente di un angolo che
differisce da 90° di una infinitamente piccola differenza, è come la rispettiva
secante infinitamente grande. Ad ogni grado di riin-piccioliinento della
differenza risponde un grado di ingrandimento della tangente e della secante
dell’angolo. Cosi il punto in cui le linee si tagliano si fa sempre più
lontano. Rimane però sempre dato un incontro reale delle linee fin che sia data
una per quanto piccola divergenza da 90°. Se si à invece una differenza uguale
a zero ossia se non se ne à alcuna, non si à nemmanco più propriamente una
SECANTE nè una propria TANGENTE. Entrambe le linee loro corrispondenti non si
tagliano più. Nel caso dello zero o, ciò che sarebbe lo stesso, per la
CO-SECANTE e la CO-TANGENTE di 0 non esiste più alcuna grandezza, allo stesso
modo che nello zero medesimo. Intatti la illimitatezza di una linea non è già
una quantità della stessa j ella è invece l’assenza d’ogni determinazione
quantitativa. In tal modo allo zero dall’una parte corrisponde dall'altra
l’illimitato non quanto (das grossenlose Unbegrenzte). Il caso
dell’infinitamente grande si distingue da quello dell’infinito assoluto per
questo, che la possibilità (della illimitata estensibilità) non figura come per
sè data, ma vien 'riferita alla nostra attività.Di pio quest’ultima possibilità
vien sempre rappresentata coinè dipendente di un’altra, in modo che
dall’infinito rimpicciolimento e dal grado di questo dipende l’infinito
ingrandimento e rispettivo grado costantemente corrispondente Una distinzione
simile a quella di Diihring à fatto in riguardo all’infinito Cantor, seguito in
ciò da Wundt e seguito pure, sebbene con qualche riserva, da Lasswitz. Ad essa
fa però assolutamente difetto quella spiccata razionalità che è la
caratteristica della filosofia di Diihring. Crede Cantor che la serie dei
numeri si lasci pensare non solo come compiutamente- infinita, ma come compiuta
totalità. Cantor stima che si lasci pensar radunato in un tutto ogni numero
intero positivo. L’aver sconosciuto l’inapplicabilità del concetto di totalità
al transfinito o tras-finito è la cagione dell’assurda nozione che s’è fatto
Cantor di questo. Infatti perciò à e Cantor potuto credere che il transfinito o
trasfinito pnssa trovarsi nel finito stesso quasi come suo sostrato, e servire
cosi alla spiegazione del continuo e del NUMERO IRRAZIONALE. Ma qui non si
ferma Cantor : chè anzi la vera originalità della sua dottrina vede egli nelle
differenze essenziali da lui trovate nel campo stesso dell’infinito assoluto.
Si tratta infatti per lui sopratutto dell’ampliazione o proseguimento della
reale serie dei numeri intieri Duhrinq. Logik. Cantor: Grundlagen einer
Mannichfaltigkeitslehre; Zur Lehre vom Transfinite.] oltre l’infinito medesimo.
Egli non ottiene solo un unico numero intiero infinito, si bene una infinita
serie di tali numeri come benissimo tra loro distinti. Vi sarebbero cosi
infinite classi di numeri ; la l a classe sarebbe la serie dei numeri finiti 1.
2. 3... v..., ad essa terrebbe dietro la 2 a classe composta di successivi
numeri intieri infiniti in ordine determinato. Dopo la 2 a si verrebbe alla 3 a
e alla 4 a classe e cosi all’infinito. In tal modo naturalmente l'infinito
propriamente detto (“das eigentlicbe Unendliche”) non sarebbe ancora il vero
infinito (“das walire Unendliche”) o l’assoluto. Chè anzi Cantor espressamente
fa notare che in tal guisa non si arriverà mai a un limite ultimo, e neppure a
una sia pur soltanto approssimativa comprensione dell’assoluto, il quale solo è
un infinito non più oltre aumentabile. Con ciò il transfinito o trasfinito,
quantunque determinato e maggiore d'ogni finito, avrebbe assurdamente comune
col finito il carattere della illimitata aumentabilità. Cantor dà per esempio
del transfinito o trasfinito la totalità dei numeri finiti, confessa però non
darsi, o almeno pel nostro animo, una totalità dei numeri transfiniti, ossia
l’assoluto o il vero infinito non poter venir concepito, quantunque
necessariamente postulato. Qui dunque ritorna la difficoltà del problema, e
questa volta Cantor confessa di non saperla sciogliere. Con ciò dà Cantor
stesso involontariamente la miglior critica della sua teoria dell'infinito. Il
suo transfinito o trasfinito del resto non è in fondo altro che l’infinito
dell’animo di Spinoza e BRUNO [ Grundlagen. Zur Lehre. Illusorie come la
infinita totalità sono le altre proprietà clie Cantor crede dover attribuire ai
suoi immaginari numeri della nuova serie al DI là DELL INFINITO. Cosi il non
esser questi più soggetti alla LEGGE DI COMMUTAZIONE (p e q = q e p) è una
evidente ASSURDITà che rivela una inesatta concezione dell'infinito assoluto.
Questo infatti è indifferente in riguardo al più e al meno. Ad esso non si può
nè aggiungere nè togliere, come quello che non si lascia originare per via di
operazioni. Per poter ad esso aggiungere qualche cosa converrebbe pensarlo dato
quale compiuta totalità. Dia è falso che l'infinito si lasci concepire in tal
guise. Cosicché invece di operare con esso si opera inavvedutamente con una
quantità pur essa finita. Il concetto formulato da Diihriug dell’infinito
assoluto non è nella storia dell’ONTOLOGIA del tutto senza precedenti, per
quanto la critica da lui fatta dell’infinitesimo possa assai più facilmente
rannodarsi a quella del Locke e di Ivant da una parte, e dall’altra a quella di
Carnot, che non si lasci questa sua nuova distinzione rannodare a’ suoi
precedenti storici (3). Veraci) Cantor: Grundlagen. Bradwardinus distingue nel
suo trattato “De Continuo”, come espone Cantor (Geschichte d. Mathematik), “
zwei Unendlichkeiten, die “kathetische” und die “synkathetische”. “Katlietisch”
oder einfach unendlich ist eine Grosse die kein Ende hat.” Syn-kathetisch”
unendlich ist eine Griisse der gegenùber es eine endliche Gròsse giebt und ein
andsres gròsseres Endliche, und wieder Eines gròsser als jenes Gròssere, und so
oline dass ein Letzes sicb fiinde, welckes den Abschluss bildete; aucli dieses
ist immer eine Gròsse, aber nickt wenn es mit Gròsserem verglicken wird. Man
erkennt leicht dass das kathe- tisck Unendliclie Bradwardinus das Ueberendliche
oder Transfinite ‘mente l’INFINITO POSITIVO di Descartes, di GIORDANO BRUNO e
di Spinoza è un concetto che tradisce un’origine quasi del tutto- ancora
scolastica. L’infinito inteso coinè attributi necessario dell’essere è una
concezione comune a BRUNO, e mostra chiara la sua derivazione da un altro
concetto. Quantunque esso non ha in BRUNO questa sola origine ‘divino’. unserer
neuerer Philosophen ist, dem von Anfang an das Merkmal der Begrenztheit,
welches deu endlichen Gròssen zukommt fehlt, wàhrcnd das “synkathetisch”
Unendliche mit den Endlosen oder Infinitcn ùbercin stimmt, welches aus der
endlichen Grosse durcli unbegrenztes Wa- chsen hervorgelit. BRUNO capovolge la
dottrina di Aristotele. Risolve arditamente e con grande acume il continuo ne’
minimi onde liberarsi dalle contraddizioni svelate da SENONE DI VELIA, come
farà poi anche ma meno felicemente Hume, e accetta l’infinito nel grande: gli
atomi e la infinità del mondo. (V. Acrotismus, citato dal TOCCO, Le opere di
BRUNO, p. liti: De Minimo). Devcsi però avvertire che il minimo è per BRUNO
ancora una grandezza che ei pensa giustamente, come fa anche Hobbes,
relativamente trascurabile nel calcolo. Il progresso infinito nelle divisioni è
solo una continua possibilità dell’animo, mai un’effettività. BRUNO non nega
all’animo, all’immaginazione o alla ratio, a distinzione della mensì di poter
ulteriormente suddividere il minimo all’infìnito, -- dum non promere subiectae
credat con- formia rei. — Intìnitae progressioni IMAGINATIONIS seu mathesis
NATURA non respondet neque ullus usus ARTI-FICIALIS obsecundat. De Min.
Tuttavia anche alla matematica vorrebbe BRUNO dare una base atomistica, facendo
valere pel concetto del corpo matematico ciò che vale per quello del corpo
fisico. In questo anzi non sa BRUNO liberarsi dalla influenza dell’aristotelismo,
pel quale ciò che vale della materia doveva naturalmente valere dello spazio.
Il suo strano tentativo ricorda l’antica dottrina delle linee indivisibili o
atomiche di Senocrate, anch’essa stabilita per evitare le stesse contraddizioni
del continuo messe in chiaro dalla critica dei veliani (V. nello scritto -epì
à-riuiov ypaujLùv Apelt, Beitrcige z. Geschichte d. Griech. Philosoph. dove ne
è anche data la traduzione) Della dottrina atomistica di BRUNO riconosce
giustamente il merito Lasswitz (“ Bruno und die Atomistik”, Viertelsjahrsschift
f. icissensch. Tuttavia alcune importanti considerazioni sono comuni al Cusano
e a quest’ultimo sulla natura dell’infinito ossia sull’esistenza di un unico
infinito in riguardo al quale non possa esservi divisione possibile uè
disuguaglianza se misurato immaginariamente da misure differenti. L’infinito
assoluto considera poi Spinoza come dato nei noti due cerchi l’uno dei quali è
dentro all’altro e che non si toccano nè sono concentrici, esempio ricavato da
Cartesio (Principii) e da Spinoza medesimo già illustrato nella esposizione dei
principii cartesiani della filosofia. Ma come è impossibile che la materia
mossa tra due cerchi possa realmente dividersi all’infinito, cosi è impossibile
farsi un concetto di una infinità assoluta di disuguaglianze come effettuata
dalla relazione di quelli. Poiché data questa infinità non è nè può essere.
Altrimenti la potremmo anche pensare effettuata in un qualunque segmento di
linea da’suoi punti infiniti. Una tale infinità non può cosi che venir riferita
alla facoltà della nostra mente quale suo fondamento ; non può esser che un
caso di infinita possibilità come lo è quello dell'infinitamente grande.
Philos.): “BRUNO hat darci» (lcn erkenntnisstheoretiscben Ausgangspunkt seiner
Monadologie sicli das bleibendc Verdienst erworben, den Atombegriff klar und
wiederpruchslos dargestellt zu haben. So lange das Atom nur als Letzes der
Theilung gilt, blcibt es immer fraglich, ob man auf ein solches Kommen masse.
Erst die Einsicht, dass es ein Krfordcrniss dcs Erkennens istein Erstes der
Znsammcnsetzung zn liaben, macht den Atombegriff za einem nothwendigen. Cusano,
Dada ignoranza. Già Aristotele tiene per inapplicabile ad ogni grandezza
l’intìnito attuale, ma perciò appunto ne aveva rifiutato il concetto. Il caso
(lei due cerchi si lascia ricondurre a quello d’ogni grandezza continua. Ora
l’esame del continuo non può per sè mai darci l’infinito assoluto ; il continuo
riceve i termini che noi segniamo in esso senza lasciarsi però mai esaurire da
successive suddivisioni. Con ciò esso non ci dà che il campo di una regola
d’operazioni infinite, rimanendo pur sempre finiti i risultati di queste. Che
le parti del continuo non si lascino esprimere con alcun numero (nullo numero
explicari possunt) indica solo che sarebbe, contradittorio pensare come
raggiunto il risultato d’una operazione infinita ossia da ripetersi senza fine.
Il continuo non ci dà insomma che l’infinito relativo. E così ciò che Spinoza
distingue dall’infinitamente grande non è in realtà l’infinito assoluto. Esso è
soltanto lo stesso infinito relativo nella direzione opposta del primo, ossia
nella direzione del piccolo. Ammette inoltre Spinoza che l’infinito
propriamente detto può esser suscettibile di più e di meno. Ma non è esso
allora cangiato nel finito? (2) e non dice egli altrove che SPAVENTA, Saggi
critici, seguendo Hegel trova la distinzione dello Spinoza dell'infinito della
immaginazione da quello dell’ANIMO veramente profonda, e ravvisava in questo
ultimo fissato il concetto dell’infinito assoluto che trascende ogni
determinazione. Infatti però esso non può rappresentare che lo stesso infinito
della immaginazione. Vedi lettera XXIX. In complesso questa importante lettera
parmi mostrare molta incertezza malgrado il tono suo dommatico e tanto sicuro.
I due unici esempi che Spinoza porta dei molti che ei dice avrebbe potuto
addurre dell’infinito dell’ANIMO, non sono omo-genei. La infinità dei moti che
furono, e la infinità delle disuguaglianze dei due cerchi non cadono sotto uno
stesso concetto. Lo stesso abbiamo notato del transfinito o trasfinito di
Cantor, il quale dovrebbe del pari esprimere appunto e l’intervallo ( 0.1) come
totalità infinita, e il complesso della serie dei numeri intieri positivi.
Etica, I, prop. XV. è un assurdo che un infinito possa essere il doppio di un
altro? A questo assurdo risultato arrivano tutti quelli che pensano potersi
DARE L’INFINITO NEL FINITO medesimo. Di Locke s’è visto qual razionale concetto
egli ha dell’infinitamente piccolo e grande. Locke non sa tuttavia considerare
l’infinito altro che nella illimitata addibilità e divisibilità, per cui non
intese l’infinito assoluto. Locke analizza con una grande acutezza soltanto le
funzioni dell’ANIMO in riguardo all’infinito, non però il riscontro loro
oggettivo. Infatti e questo per Locke ancora Dio, il quale oltre i confini
raggiungibili dal nostro ANIMO coll’illimitato progresso, riempiva tanto
l’infinito del tempo che quello dello spazio. Ed è cosi che Locke puo pensare
esser l’idea positiva di infinito troppo ampia per una capacità finita e
angusta come la nostra (2). Kant scioglie trionfalmente tutte le difficoltà che
incontra Locke nell’esame dello spazio, e fissa l’idealità di questo. Una
idealità che se è conseguenza delle stesse ragioni che l’avevano fatta
necessaria ai veliani, à però, un significato e una giustificazione scientifica
di gran lunga superiore. Ma quanto al concetto proprio di infinito Kant non fa
un passo oltre Locke. E neppure Hume e andato più oltre sulle tracce di quest’ultimo.
E’ non sa anzi per il metodo suo empirico apprezzare la bella trattazione
lockiana dell’infinito, in cui la funzione SINTETICA dell’animo trovava una
cosi Locke: Essay on Human Under ai. giusta e importante bencliè non del tutto
consapevole applicazione. Hume, senza esaminare particolarmente l’infinitamente
grande, si volge in special modo a considerare l’infinito nel piccolo. Ciò che
più, come già BRUNO, imbarazza il grande scozzese è la considerazione della
infinità nel continuo, ossia della infinita divisibilità, la quale egli non
distingue dall’infinito esser diviso, ossia dalla infinita divisione
effettuata. Il suo empirismo, confondendo il reale colla forma, lo porta a
stabilire lo spazio come composto di punti visibili e sensibili (meno risolutamente
però nella “Inquiry”) ; e il tempo della somma dei minimi delle sensazioni.
Come può, si domanda egli, un infinito numero di infinitamente piccoli non dare
una grandezza infinitamente grande? o, come può un tal numero esser compreso
allo stesso modo in una data grandezza che in una doppia di quella? Come può
passare il tempo da un punto all’altro per un numero infinito di parti reali
successivamente esaurientisi ? Sono in conclusione le stesse contraddizioni
svelate dapprima da Senone di Velia, l’amato di Parmende. Senone conclude col
negare lo spazio e il moto. Hume invece accusa L’ANIMO STESSO senza dare
soluzione alcuna definitiva. L’aver confuso la forma col reale, e il non aver
più acutamente esaminate le funzioni sintetiche dell’ANIMO sono la ragione
della infruttuosità delle sue ricerche sull’infinito. Locke è insomma l’unico
tra’ filosofi moderni, o alti) Treaiise; Essays, edizione World Library.
Exsai/s (4; Hume: Essai/s. meno sino a Diiliring, che segna un notevolissimo
progresso nella razionalizzazione del concetto di infinito. D’altra parte tra’
matematici, dopo le lunghe discussioni sulla natura dell’infinitesimo, si fa
strada, è vero, con Carnot, e con Cauchy, in séguito, l’opinione della
arbitrarietà del differenziale, ma riman pur sempre come sfondo oscuro
l’infinito esatto, una sfinge che i matematici dichiarano spettare AL ONTOLOGO
di interrogare. E con ciò la mente è ben lontana ancora dal trovarsi appagata.
Con Gauss poi, e dietro a lui con Riemann e con Steiner e con tutti i geometri
anti-euclidèi, la nebbia che avvolgeva l’infinito s’è fatta ancora più fitta, e
rimarrà cosi quale indizio dello spirito mistico dell'epoca nostra, la quale
non sente quel bisogno vivo e quell’amore della chiarezza che cosi grande aveva
il secolo decimottavo Nfe i filosofi del nostro secolo sono certo fatti per
confortarci della mistica incertezza dei matematici e sbugiardare così il
notato carattere generale dello spirito del decimonono dicontro al secolo
precedente. (V. più sotto di Hamilton e Spencer n. 8). Dove l’universo, come
presso Democrito e gl’epicurei, o presso BRUNO e Spinoza si stabilisce
dommaticamente infinito, l’ONTOLOGIA non s’è ancor spogliata di tutti gli
elementi puramente poetici. Col criticismo moderno la questione della reale
estensione dell’universo si è fatta essenzialmente empirica. La illimitatezza
della nostra concezione dello spazio non ci garantisce una infinità oggettiva
materiale. Empiricamente non si lascia dimostrare nè la finitezza nè la
infinità dell'universo; È chiaro che chi volesse supporre un riscontro
materiale assolutamente completo della nostra concezione infinita dello spazio
correrebbe dietro una chimera. La nostra rappresentazione dello spazio il la
sua spiegazione nella costante unità della coscienza e nella sua libertà del
porre e dell’oltrepassare continuamente il posto. Ora a questa funzione de
nostro ANIMO non si deve attribuire senz’altro un carattere oggettivo. Al
contrario fa il Urtino infinito il mondo appunto perchè è infinito lo spazio,
ritenendo che la materia stia allo spazio come questo a quella: “ e se non v’ha
differenza tra spazio e spazio, non c’è nessuna ragione che solo quel breve
tratto occupato dal nostro sistema planetario sia pieno e tutto il resto
dell’immenso spazio vuoto. „ Cfr. Schopenhauer (Die Welt als Wille ecc.). il
quale commenta gli argomenti affatto ineritici di BRUNO e vorrebbe farli
servire a dimostrare anche la infinità del tempo. altro che il finito noi non
possiamo raggiungere e non possiamo mai giudicare se altro non vi sia più oltre
da raggiungere nella realtà. Se essa stessa abbia o no dei limiti come gli à
costantemente la nostra RAPPRESENTAZIONE. L’infinito COME TALE non può diventar
oggetto DELLA NOSTRA ESPERIENZA. Ma se questa è per la sua natura limitata, non
perciò dobbiamo pensar limitata la realta inconscia. Il concetto nostro
dell’universo sarebbe dunque sempre solo comparativo. Certo è però che
praticamente l'universo sarà per noi costantemente finito, poiché altro che in
limiti finiti non può venir da noi conosciuto. Il principio della costanza
della materia e della forza non basta, come crede Rielil, a dimostrare la
finitezza della massa dell'universo. Seia massa si fa infinita, dice Riehl,
verrebbe a mancarle con ciò ogni determinazione quantitativa, il che è incompatibile
col concetto stesso di massa. Ogni determinazione le mancherebbe però
naturalmente se considerata solo nella sua trascendente totalità, non mai
invece nel finite. Nè d’altro che di masse finite può aver ad occuparsi l’uomo.
Il grande principio della costanza della materia e della forza, nota ancora
Riehl, diventerebbe una mera e inutile TAUTOLOGIA, data la infinità loro. Non
potendo evidentemente l’infinito venir nè aumentato nè sminuito. Neppur questo
è giusto. Il principio in discorso sarebbe tautologico se stabilisse appunto la
costanza della materia infinita come tale. Non se, come esso fa, stabilisce
quella del finito in essa datoci. Infatti la conservazione costante del finito
[Riehl, Ber pMosoph. Kriticismus. non è (lata analiticamente colla
inalterabilità quantitativa dell’infinito, poiché come l’infinito non è toccato
da addizione o sottrazione, cosi potrebbe, posta infinita la materia, il finito
in essa assolutamente crearsi o annichilarsi senza contraddizione alcuna. G.
Mentre la estensione e la massa dell’universo sono presumibilmente finite, ma
nessuna necessità apriorica od empirica ci sforza a pensarle piuttosto finite
che infinite. In riguardo al tempo concorrono invece necessità dell’esperienza
e dell’ANIMO a farlo nel REGRESSO assolutamente infinito. Il problema
cosmologico del tempo non à tuttavia avuto sinora una soluzione definitiva. A
il tempo reale mai avuto principio? Vi fu nell'universo o nell’essere un primo
cangiamento? E se il tempo non à avuto principio, ed è nel passato infinito,
come può senza contraddizione venir pensata cotesta sua infinità? Che il
cangiamento abbia una volta cominciato è, per il principio di causalità,
impossibile ammettere. La ausa di un cangiamento deve cercarsi a priori in un
cangiamento anteriore e cosi via all’infinito. Un cangiamento assoluto è
empiricamente impossibile e a priori inconcepibile. Vi sono nell’essere ultime
ragioni dei processi, ma non ultime cause. In ogni punto del tempo è esistita
la serie delle variazioni. Non che nel concetto di sostanza si trovi unita
necessariamente coll’esistenza l’azione, come crede il Rielil, e che non
lasciandosi quindi disgiungere il fare dell’essere dalla sua esistenza, venga
ad esser perciò inconcepibile la sostanza scompagnata dal cangiaménto. Inconcepibile
sarebbe solo una esistenza vuota, ossia scompagnata dalla essenza. La forza
potrebbe però concepirsi ovunque come in equilibrio stabile, e con ciò
l’universo come privo di ogni mutamento. Vi è una condizione del divenire cbe
non entra mai come membro nella serie causale -- è questa il fondamento ultimo
d’ogni fenomeno, la ragione della loro possibilità. Un tal fondamento riman
quindi come fuori del tempo ossia veramente ETERNO, senza origine nè fine. Non
è cosi dei cangiamenti o degli stati momentanei dell’essere. Lo stato
precedente a un DATO momento nella serie molteplice dei cangiamenti, se fosse
sempre esistito, non avrebbe mai prodotto un effetto cbe si origina solo nel
tempo; auche quello deve dunque aver avuto una causa, e cosi all’infinito. Delle
cause non ve ne può essere una cbe da sè inizi assolutamente una serie; ogni
causa di cangiamento è essa stessa un cangiamento, e suppone con ciò un’altra
causa, un altro stato cbe la spieghi. Tutto è seguenza nella serie, e un
principio assoluto è un assurdo. Una prima causa del cangiamento per cui
avvenga qualcosa cbe anteriormente non era, non è in alcun modo a connettersi
coll’esperienza. La fine della primitiva quiete nell’ essere senza una causa
che la faccia cessare è un pensiero irrealizzabile. Esprimerebbe una
spontaneità incomprensibile, anche formalmente, cbe noi non possiamo accettare
sensa derogare alle leggi della conoscenza e della natura. Come la legge della
causalità non conduce fuori della causalità empirica (all’Assoluto), cosi non
conduce fuori del cangiamento. Esenti da mutazione rimangono soltanto la
sostanza e le sue qualità originarie, ossia in generale gli elementi, per cui
solo sou possibili le variazioni. La causalità è applicabile unicamente ai
cangiamenti, di modo che causa di un cangiamento non può mai esser che un altro
cangiamento, non una cosa come tale. E quindi unicamente l’ideniico che sta a
base del vario FENOMENICO che non à nè causa nè ragione, se non quella almeno
che con Schopenhauer potremmo chiamare la ragione dell’essere, o di identita.
La medesimezza con sè stesso è infatti la ragione della sua eterna esistenza.
Dove non c’è variazione non c’è causa da ricercare. Poiché causa non è che la
ragion reale del cangiamento. Una variazione che non procedesse in base a qualcosa
di stabile è un assurdo. Degli elementi non si dà quindi nè generazione nè
corruzione alcuna. L’essere non è mai causa; le cause che la scienza rintraccia
sono cangiamenti, e le leggi sono la uniformità e costanza del loro succedersi.
Tanto l’essere universale quanto la materia e la forza sono fuori della catena
causale. Nn sono per sè causa, si bene la ragione della connessione stessa
causale. E cosi l’essere non si può porre quale ultimo anello della causalità.
Tanto il più remoto fenomeno immaginabile quanto il presente presupponendo
l’essere, il fare dell’essere. Un sistema dinamico non può mai per sè stesso
originarsi da un sistema STATICO, come neminanco può a questo passare. Sempre
le forze si son misurate a vicenda, ed elementi di esse si son fatti equilibrio
ed altri ànno prodotto dei cangiamenti col lavoro meccanico; ed equilibrio e
lavoro sono sempre stati necessari da una parte per conservare i cangiamenti
lenti concretatisi, ossia in generale le forme durevoli, e d’altra parte per
alimentare la vicissitudine o la vita nell’essere. Il voler dunque trovare un
principio della mutazione sarebbe lo stesso che credere che la materia una
volta non sia esistita. Il sorgere della coscienza a un dato momento
nell'universo, che il momento innanzi noi possiamo immaginare come affatto
privo di vita conscia, non è uua creazione assoluta, nè rappresenta una
infrazione alle nostre leggi della conoscenza dell’animo. Perchè
quell’apparizione della vita conscia noi non l’abbiamo a pensare che come una
combinazione di elementi, nè di elementi v'è creazione, poiché essi esistono
eterni. Pensare la combinazione come occasionata dallo svolgersi delle
variazioni non à nulla di sovrannaturale. Certo la coscienza nella sua natura
generale non à causa; ad essa come agli elementi ultimi d’ogni realtà è
applicabile soltanto ciò che s’è detta la ragione dell’essere. Altra è però la
questione della sua fenomenologia- In questa come nella fenomenologia generale
la causalità à il suo regno. Se la coscienza al pensiero si presenta come
originata dal NULLA, gli è perchè le sue cause, nella loro natura oggettiva
materiale, non possono in essa evidentemente comparire. Gli elementi di
coscienza, o meglio le disposizioni alla coscienza nella realtà inconscia sono
ora come latenti o neutralizzate: una data combinazione materiale ecco ne
suscita la luce subitanea. Il sorgere del cangiamento in generale implicherebbe
invece una derogazione alla legge fondamentale dell’ANIMO; noi non lo possiamo
in modo alcuno concepire, e la realtà empirica ci costringe ad ammettere il
contrario. Il variabile non è per sè stesso intelligibile senza un identico a
sostrato. La identità dell’io come dà origine alla ragione logica cosi la dà a
quella del cangiamento reale. Le diiferenze come tali non possono farsi
contenuto della coscienza. Per esserlo anno a venir riferite a una totalità
identica. Ammesso che cangiamenti potessero avvenire senza conseguire ad altri,
verrebbe a mancare la connessione dei fenomeni secondo leggi costanti. Il
concetto di natura perderebbe la sua unità e l’ONTOLOGIA con ciò ogni
fondamento. Le leggi dell’animo si incontrano invece con quelle della realtà. È
chiaro che come l’animo è la condizione inevitabile della esperienza, e con ciò
del nostro mondo fenomenico, cosi le sue leggi o funzioni generali devono anche
di quello esser leggi a priori, o assolutamente valide indipendentemente da
ogni esperienza. Ciò non toglie tuttavia che coteste leggi possano venir
trovate, come vengono in realtà, consone alla natura propria delle cose, ossia
non imposte loro direi quasi arbitrariamente, perchè nelle cose sono le stesse
leggi quantunque impensate. Che anzi in riguardo al fatto dell'esperienza, in
riguardo alla unità sistematica dell’essere e dell’ontologia, potrà trovarsi
necessario di veder nelle leggi che la coscienza applica a priori alle cose
nuli’altro che un riverbero o meglio null’altro che l’espressione soggettiva
delle determinazioni autonome della stessa realtà inconscia. Ponendo un
principio del tempo reale e con ciò un cominciamento delle causalità non si
sfugge d’ altronde alla domanda. E perchè non prima? Se il primo cangiamento
non ebbe causa, o perchè è esso avvenuto solo, mettiamo,parecchi quadrilioni di
secoli fa? È vero che non si ammette una causa che l’abbia chiamato all’esistenza,
ma nemruanco si dice che qualche cosa l’abhia impedito di nascere prima. Per
questo, per quanto lo si allontani dal presente, esso riesce sempre troppo
vicino. Richiamarsi alla originarietà dell'essere come fa Duliring, alla sua
effettività indipendente da ogni pensiero e da ogni ragione, richiamarsi alla
natura della realtà inconscia, cui il pensiero non può mai ricevere
completamente in sè stesso, mai fondare in senso assoluto, ma soltanto
ammettere come fatto, non è permesso quando intanto alla stessa effettività
della natura impensata dell’essere evidentemente si contraddice. Si
contraddice, dico, poiché, lasciando da parte l'analogia del pensiero che
ammesso il cangiamento non sa vedere come esso possa originarsi in modo
assoluto, noi non abbiamo in realtà conoscenza alcuna di un cangiamento cui un
altro non preceda, ogni cangiamento che apparentemente si presenta come tale —
il nuovo nell’evoluzione — noi lo riduciamo è vero alle forze o forme, agli
elementi costanti dell’essere de’ quali non c’è ragione a domandare. Ma il
perchè della loro manifestazione appunto in un tale momento e non in altro, è
nell’ininterrotto cangiamento collaterale, occasionai e in rapporto a quello.
Ben possiamo invece richiamarci noi alla assoluta autonomia della realtà, che
nulla ammettiamo contro il suo reale manifestarsi, quando diciamo che in senso
assoluto non c’è una ragione del perchè quest’oggi, poniamo, sia proprio ora e
non sia già stato in passato o non abbia piuttosto a venire in futuro, che v’è
tanto poco ragione di questo suo essere Logik. il, Wiscnschaftsftheorsie,
presente che della esistenza stessa universale : dacché come questa non à inai
avuta fuori di sè la ragione del suo essere, così nemmanco il suo fare, il suo
divenire interno. In qualunque punto del tempo noi fissiamo l’essere, non lo
troviamo mai privo di determinazioni, perchè queste sono autonome; e dal suo
stato in dato momento dipende ogni sua ulteriore evoluzione ; come però non c’
è un momento in cui l’essere non sia, nemmanco ve n’è uno in cui esso non abbia
un suo stato determinato. E cosi che del divenire v’ è sempre la ragione in un
divenire anteriore, ma del divenire in senso assoluto, v’è tanto poco un perchè
quanto dei suoi durevoli elementi. In ciò che esiste è la ragione di ciò che
esisterà ; in ciò che à esistito la ragione di ciò che esiste. Nella originaria
nebulosa è la ragione dell’attuale disposizione del sistema nostro solare, ed
in altri processi cosmici ebbe essa stessa la sua origine, i quali se la
scienza non può oggi rintracciare, non è però assolutamente impossibile che un
giorno ella trovi, e che ad ogni modo sono necessariamente avvenuti. Il
cangiamento non à dunque avuto principio. Ed ecco appunto dove sorgono
specialmente gravi, e a molti filosofi son parse insormontabili, le difficoltà
del problema cosmologico del tempo. Si è sempre trovato, e Cusanus, Opera,
Complementura theologicum, Si enim numerare possumus decem revolutiones
praeteritas, et centum, et mille, et omnes. Si quis dixerit non omnes esse
numcrabiles, sed practeriisse infinitas, et dixerit imam futuram revolutionem
in futuro anno, essent igitur tunc infinitae et una, quod est impossibile.
Bacone, Novum Organimi, odi/.. Fcllow, Ne- Kant è il filosofo che più vi à
attira’ o l'attenzione, che ponendo la mancanza d’ogni principio nella serie
regressiva delle cause, si viene conseguentemente ad ammettere che un’infinità
di cause si sia esaurita, una infinità di cangiamenti sia realmente tutta
trascorsaci che contraddice al concetto di infinito, ed è quindi assurdo
accettare. Non solo Kant, ma anche, tra gli altri, il più acuto forse dei
filosofi post-kantiani, Duliring trova qui una insuperabile contraddizione, ed
è stato da essa spinto a stabilire che il cangiamento nel mondo abbia ad un
dato punto cosi casualmente senza ragione alcuna avuto un assoluto principio
nell’essere, cosa evi- quc. cogitari potest quomodo seternitas dofluxerit ad
lume diem; cum distinctio illa, quae recipi consuerit. quod sit infinitum a
parte ante et a parte post, nullo modo constarò possit; quia inde sequeretur
quod sit unum infinitum alio infinito maius, atque ut consumetur infinitum et
vergat ad finitum. Hobbes, il quale dichiara insolubile la questione dell’
infinito in riguardo al problema cosmologico, ammette tuttavia cautamente la
infinità del tempo nel passato e non si lascia ritenere dalla contraddizione di
un infinito maggiore di un altro che sarebbe data dalla relazione dell’infinito
passato a momenti diversi della serie temporale. Non sa però pensar l’infinito
assoluto in modo razionale poiché crede di vincere quella supposta
contraddizione obbiettando: « similis demonstratio est siquis ex co quod
numerorum parinm numerus sit infinitus, totidem esse conclu- deretur numeros
pares quod sunt simpliciter numeri, id est pares et impares simul sumpti ». De
corpore La impossiblità del “regressus in infinitum in causis efficienticibus”
REGRESSUS IN INFINITUM -- e un principio riconosciuto della scolastica. È vero
però che gli scolastici lo facevano ancor più che a dimostrare un principio del
tempo, o, secondo loro, del mondo, servire a dimostrare (seguendo Aristotele
nella sua dimostrazione del PRIMO MOTORE) la necessità di una prima causa
assoluta. ossia ontologica. Cfr. il libro apocrifo Idella “Metafisica” di
Aristotele, secondo il quale non solo la serie delle cause nel passato, ma
anche quella del futuro sarebbe contraddittoria. Cursus der Philosophie, Logik.
luoghi citati. dentemente assurda, e tanto più per chi come lui è sur un
terreno affatto critico e scientifico. Io trovo al contrario che la
illimitatezza della serie regressiva dei cangiamenti si lascia senza
contraddizione alcuna concepire infinita o, più propriamente, assolutamente
infinita. Dtlliring, non à compreso come l’infinito assoluto possa attribuirsi
anche a ciò che è per sé numerabile. E cosi alla infinità dei cangiamenti nel
tempo ritroso, che è l’unico caso dove una tale applicazione sia necessaria,
egli à fatto invece quella ingiustificata della sua manchevole legge del numero
determinato. La difficoltà da me superata sta in questo, cui nessuno, per
quanto io mi sappia, à mai badato sin’ora. I cangiamenti infiniti di cui si
discorre non involgono contraddizione perchè essi non sono nè furono mai dati
come totalità, ossia come complesso di una serie infinita. Acciò la
contraddizione esistesse, bisognerebbe che s’ammettesse tacitamente un
principio del cangiamento. Di fatti altrimenti nell’assenza d’ ogni principio
come si può dire. Ora, in questo momento si è esaurita uua serie infinita di
cangiamenti ? Ma da quando dunque? Si pensa con un tratto indefinito di tempo
di avvicinarsi di più all’ infinito del passato, mentre in- -- Questa soluzione
è gù brevemente enunciata nella mia “Lettera filosofica” a I Simirenko”
(Torino, Roux). Schopenhauer, Parcrga u. Paralipomena: Wenn cin erster Anfang
nicht gewesen wure, so tornite die jetzige reale Gegenwart nicht erst, jetzt
seyn, sondern wiire schou liingst gewesen, dcnn zwischen ihr und dem ersten
Anfange miisscn mir irgend einen. jedoch bestimmten und begriinzten Zeitraum
annehmen, der min aber, wenn wir den Anfung liiugnen, d. h. ihn ins Unendliclic
hinaufruckén, mit hinaufriickt, ecc. ecc. E vece noi ne rimangbiaino sempre
alla medesima distanza. Qualunque punto del tempo si scelga, anche milioni di
milioni di secoli addietro nel passato, noi siamo sempre tanto vicini lo stesso
all’infinito di prima. Come noi per quanto risalghiatno addietro non possiamo
esaurire l’infinito che fu, cosi non dobbiamo inavvertentemente ammettere che
l'essere sia ne’ suoi cangiamenti partito da un punto per quanto distante da
noi. Poiché in realtà ogni e qualunque suo cangiamento ne à sempre avuti dietro
a sè una stessa infinità di altri. Non è che l’essere avendo dovuto compiere i
cangiamenti in senso inverso di quello che noi tenghiamo nell’abbracciarli
venga con ciò ad aver esaurito una infinità di variazioni. Il tempo nella sua
durata bisogna considerarlo analogamente a una retta che in una direzione è
assolutamente infinita e nell’altra in ogni momento terminata, ma prolungabile
a piacere all’infinito. Come non implica contraddizione far terminare a un
punto una linea assolutamente infinita, cosi non la implica il passato
assolutamente infinito che si termina nel presente e può prolungarsi senza
limite nel futuro. L’errore di Kant e di Diiliring e di tanti altri sta nel
credere che posta la serie regressiva infinita si abbia con ciò una totalità
infinita. L’infinito passato invece non è nè può essere un tutto, e non ammette
quindi alcuna determinazione numerica, pur contenendo in sè ogni numero. Tale
infinità non involge, come crede Diihring, l'assurdo di una contata (o
percorsa, come direbbe Kant) serie infinita (“den Widerspruch einer abgezàblten
unendlicher Zalilenreihe”). In qual modo potrebbe una tal serie esser contata?
Non s’accorge Diihring che con ciò egli ammette già quello che ei vorrebbe
dimostrare, ossia un principio del tempo reale? In verità è quella serie non
contata, ma innumerata e innumcrabile, ciò che detto di un infinito non
inchiude punto contraddizione. Il moto non à principio nel tempo, e: sino a un
punto qualunque del tempo è trascorsa una infinita serie di cangiamenti — non
si equivalgono esattamente. Con è trascorsa si vorrebbe tacitamente porre come
dato ciò che è impossibile a darsi. Di fatti la contraddizione scompare subito
che si dice: la serie dei cangiamenti nel passato è infinita. É trascorsa
sembra rinchiudere l’idea di un punto iniziale della serie, dove (die i
cangiamenti non si possono considerare un tutto o come serie completa senza
contraddire al concetto di ogni assenza di principio. Una infinità di
cangiamenti, una infinità di momenti del tempo non è trascorsa, sibbene
l’infinito trascorre sempre, e in ogni momento è esistita la serie dei
processi. La successione perpetua è appunto la forma della infinità del tempo.
Se si dice che l’infinito è trascorso si scambia, a jiarlar esattamente, il suo
concetto, ponendo in vece sua quello del finito, o almeno si combinano insieme
due concetti incongruenti. Poiché ammettendo che una infinità di movimenti è trascorsa
o s’è esaurita nel passato, noi raduniamo in un tutto ciò che per sua natura
non può mai venir radunato. Il concetto di infinito e quello di totalità sono
incommensurabili.Una totalità è sempre raggiungibile con una sintesi successiva
delle sue parti, non cosi l’infinito. Diciamo invece. Le serie dei cangiamenti
del passato è infinita — quale contraddizione nel pensare che ogni cangiamento
avvenuto è stato preceduto da un altro? Dov’è qui l’assurdo di un tatto
infinito che avrebbe dietro a sè ogni momento del tempo? I fenomeni per sè non
suppongono se non i fenomeni che immediatamente li precedono ; e come non c’è
qui contraddizione, cosi per quanto noi ci trasportiamo addietro nel tempo, mai
la troveremo. Come à fatto il tempo reale a giungere all’ora presente
dall’infinito? È potuto giungere dall’ infinito perchè non è mai partito. Se
fosse a un dato punto partito non sarebbe potuto giungere. E tanto concepibile
l’infinito verso il quale tende la serie che quello dal quale essa procede.
Nell’un caso e nell’altro si deve solo avvertire di non fare un insieme o un
complesso di ciò che non è mai dato come tale, ossia un insieme in cui ogni
momento dell’ infinito fosse anticipatamente compreso. Kant nella prima
ANTINOMIA spiega dapprima egli stesso che l’infinità di una serie consiste nel
non poter questa venir mai compiuta per mezzo di una sintesi successiva e che
il CONCETTO di fatalità non è altro che la rappresi) Schopenhauer crede di
sciogliere il sofisma Kantiano con un altro sofisma, distinguendo tra assenza
di principio e infinità del tempo. Schopenhauer cosi infatti obbietta alla tesi
della prima ANTINOMIA. Uebrigens besteht das Sophisma darin, dass statt der
Anfangslosigkeit der Reihe der Zustànde, ivovon zuerst die Rede, plutzlich die
Endlosigkeit (Unendliclikeit) derselben untergeschoben und nun bewiesen wird,
was Xiemand bezweifelt, dass dieser das Vollendetsein logisch widerspreclie und
dennocb jede Gegenwart das Ende de Vergangenheit sei. Das Ende einer
anfangslosen Reilic làsst sich aber immer denken, oline ihrer Anfangslosigkeit
Abbruok zu tbun : wic sich aneli umgekehrt der Anfang einer endlosen Reihe
denken làsst. “Die Welt als Wille” ecc. “Kritik der reinen Venunft”, ed.
Kirchmann p. 3G4, 3GG, 3G0. 4G sentanone della sintesi completa delle sue
parti. Dunque anche secondo lui dovrebbe il concetto di totalità non esser
applicabile ad una serie infinita. Tuttavia per dimostrare che le cose
coesistenti non possono essere infinite, alla loro infinita sostituisce egli
appunto il concetto contradittorio di un tutto infinito. Ed à bel giuoco nel
rigettare quindi un tale assurdo. Ecco la sua dimostrazione . un tutto infinito
per venir pensato tale dovrebbe lasciarsi esaurire per mezzo di una sintesi
successive. Ma l ’infinito non può mai venir cosi esaurito, dunque una totalità
infinita di cose coesistenti non può considerarsi come data. Insomma dice Kant
: una infinità non potrebbe venir numerata ossia non potrebbe esser finita,
dunque non può esser data; vien rigettato l’infinito semplicemente perchè è
altra cosa che il finito. Non l’nfinito per sè, solo l’infinito nel finito è
realmente un assurdo, poiché come tale dovrebbe esser necessariamente dato
tutto. Ogni insieme di cose deve perciò contenere soltanto un numero finito di
elementi numerabili. Ma quanto al temilo non c’è ragione di negarne la infinità
; numerabili sono i processi da un punto a un altro della serie, non la serie
stessa in senso assoluto, perchè ella non è mai data come un tutto, Is eli
infinito assoluto o transfinito che è proprio del tempo, non abbiamo più
veramente una grandezza ma 1 assenza di essa, poiché è data la necessità della
mancanza di un limite nel regrèsso, ed una tale mancanza è oggettivamente
mallevata come nello schema spaziale della mente essa lo è soggettivamente. La
ragione della infinità dello schema spaziale, come di quella della serie dei
numeri sta nel soggetto ; la infinità invece della serie causale à la sua
ragione nell’ oggetto o nella realtà estramentale. E appunto solo nell’infinito
del tempo passato che si lascia necessariamente attuare un significato reale
del transfinito. Poiché una simile illimitatezza assoluta è bensi anche dello
spazio, ma soltanto dello spazio ideale o matematico, in quanto questo viene
ogget- tivato e lo possibilità che realmente è solo nella funzione mentale vien
naturalmente considerata come oggettiva e per sé esistente indipendentemente da
noi. L’infinità del passato non à, come tale, determinazione alcuna
quantitativa, non si lascia esprimere col numero ; in essa è invece ogni numero
e può porsi ogni determinazione rimanendo ella assolutamente indeterminata.
Cosi la distanza di due punti nel tempo, per quanto grande la si immagini, se
si à riguardo alla sua relazione all’infinito del tempo anteriore, non
significa nulla per questo appunto che l’infinito assoluto essendo propriamente
la negazione di ogni grandezza nel grande non può venir posto in relazione con
altre grandezze. La nostra fantasia non può correre che all’ infinitamente
grande del passato. SOLO L’ANIMO ne intende la infinità assoluta. Della
seriedel tempo non possiamo ottenere una assurda totalità; per padroneggiare
quella bisogna uscire dal cangiamento e volgersi al fondamento della infinità
temporale, ossia all’essere come presente in ogni momento e come fonte d’ogni
possibile. Meravigliarsi che la più grande grandezza immaginabile non sia più
vicina all’infinito assoluto che la più piccola, è analogo al meravigliarsi che
la più ampia conoscenza dei fenomeni non arrivi più vicino alla cosa in sè che
la conoscenza più limitata. Qui come là si tratta di una differenza qualitativa
che nou si lascia esaurire pei aiiazioni di quantità. L’apparente paradosso che
con una comunque grande grandezza non s’è mai più vicini che con altra
infinitamente minore al transfinito, riposa in questo, che le due grandezze
vengono riferite a quello senza mantenere di esso il giusto concetto, ma
consideiandolo invece come una quantità determinata; nel qual caso sarebbe
veramente un assurdo dire che da esso disti ugualmente un dato punto e un altro
che fosse prima o dopo di questo. Come nel transfinito del passato non c è
assolutamente un termine, cosi esso non è raggiungibile in alcun modo; dunque
tutte le grandezze sono per riguardo ad esso insignificanti. Parimenti è un
assurdo credere di poter addizionare una unità al transfinito o trasfinito. Si
può solo addizionarla al finito. L’accrescimento esisterà pertanto in riguai do
ad un segmento finito di retta, ma non in riguardo alla retta stessa nella sua
infinità. In una retta infinita nelle due direzioni è indifferente il far la
divisione più in un punto che in un altro da quello lontanissimo ; le due rette
risultanti sono sempre lo stesso transfinito e con ciò sempre uguali. Nella
retta co’_a _b _m rx - A — Aoo e oo’B ossia ( co’A-H AB ) — B oo uguale cioè (A
oo — AB). Si vede cosi contrariamente alla dottrina di Cantor. Dice Cantor. Zu
einer unendlichen Zalil, wenn sie als bestimmt und vollendet gedacht wird,
selir «ohi cine endliche hinzu- gelugt und mit ihr vereinigt werden kann, oline
dass kierdurch eine Aufhebung der letzeren bewirkt wird ; nur der umgekerte
Vorgang, die llinzufugung einer unendlicker Zahl zu einer en dlicbcn, wenn
diese che oo-t-1 ( <> —J— 1 secondo la sua notazione) non è maggiore di
<», nè 1-f-o è differente da essendo co’A + A B = A B + oo. Non v’è infinito
maggiore d'altro infinito: tanto sarebbe infinito il tempo ritroso se la serie
dei cangiamenti fosse terminata migliaia di secoli fa, quanto se esso continui
all’infinito a trascorrere ancora. Il passato si può misurare tanto a minuti
che a secoli, e dirlo eguale, se fosse lecito così esprimersi, a numero
infinito di minuti o a uno infinito di secoli; non pertanto sarebbe sempre lo
stesso infinito nè più nè meno. E la ragione di ciò è che la quantità
transfinita non è misurabile. La immensità supera ogni numero, come direbbe
Spinoza. Nella infinita serie delle cause è da pensarsi un numero di esse (se
tale può chiamarsi), maggiore di ogni numero assegnabile ; oltre ogni
raggiungibile anello la natura ne offre costantemente altri ulteriori. Nella
natura la contraddizione non può esistere ella non ef¬ fettua il passaggio che
da un momento a un altro; e questo passaggio non può farsi attraverso
l’infinito. Per quanto noi risalghiamo all’indietro nella serie causale, come
non troviamo contraddizione pel pensiero, cosi non la troviamo nella realtà.
Essa ci offre sempre e solo un ziierst, gesetzt wird, bewickt die Anfhebung der
letzeren, ohne dass eine Modification der ersteren eintritt. (Grundlagen ecc.);
e più oltre: “Ist co die erste Zalil der zweiten Zalilenelasse, so iiat man:
1+01=10, dagegen u> 4 .i-=(coq-l), wo (co- 1 - 1 ) eine von co durchaus
verschiedene Zahl ist. Aiif die Stellung des Endliclien konmtes also alles an.
Una tale inapplicabilità della LEGGE DI COMMUTAZIONE ai numeri transfiniti o
trasfiniti dovrebbe per Cantor servire inoltre a dimostrare come tali numeri
debbano poter essere e pari e dispari insieme o anche nè pari nè dispari. .
5dato cangiamento e la sua causa. II fenomeno non richiede per la sua
spiegazione la totalità della serie delle cause anteriori, si bene soltanto la
causa immediatamente antecedente; e il principio di ragione domanda unicamente
la immediata condizione e non una totalità di condizioni. In quanto la stessa
richiesta si rivolge successivamente alla causa della causa e cosi via
all’infinito, si viene a domandare costantemente una nuova condizione e questa
è un nuovo membro della serie e niente di più. Al tempo è essenziale la
posizione in atto di un solo momento. Fatta astrazione dai cangiamenti, e
supposto l’essere affatto immoto in una rigida stabilità assoluta, noi lo
poniamo però sempre in qualunque punto del tempo ideale che noi fissiamo ; la
sua esistenza la poniamo cosi necessariamente infinita nel passato. Or come può
nascere la contraddizione se noi in uno qualunque di questi punti pensiamo
invece l’essere universale nel flusso del cangiamento? Assurda è la posizione
di un tutto infinito, quale non può qui esser dato, poiché la successione
perpetua è la forma dell’infinito del tempo; noi abbiamo qui una serie che in
riguardo al nostro procedere a ritroso nel tempo da fenomeno a fenomeno è
infinitamente grande, e per sé è transfinita come la tangente dell’angolo di
90° -- Wundt è condotto a credere (Philos., Stadie. Kant’s kosmologichen
Antinonien n. das Problem des Unendl.) che l’applicazione de concetto di
transfinito non sia possibile nel problema cosmologico del tempo. Egli crede un
tal concetto trascendente, che invece non è e cosi gli viene a mancare un
concetto che esprima la infinità oggettiva ossìa 1 eternità del processo della
natura. Il concetto limite del in. Kant crede che la sua dottrina della
idealità del tempo e dello spazio o della transcendentalità in generale,
spiegasse la supposta antinomia del problema cosmologico, e rendesse con ciò
inutile e vana la ricerca di una soluzione. Ma appartenga o no il tempo e lo
spazio al reale in sè, riman sempre tuttavia la questione se questo, che Kant
non può a meno di accettare, si abbia a pensai’e come fondamento di un mondo
fenomenico finito ovvero di uno infinito. Non vale rispondere che la serie
regressiva delle percezioni nostre non può essere realmente infinita perchè
come tale impossibile, e neppure finita perchè nessun limite dei fenomeni può
venir concepito come assoluto, e dichiarare con ciò insolubile la questione.
Dacché l’oggetto trascendentale condiziona realmente, come egli ammette un
determinato regresso empirico, per un esempio nell’ordine dei corpi celesti ;
doveva Kant pur ammettere che rimaneva sempre a ve- regresso infinito (o a dir
proprio infinitamente grande) non è già un concetto trascendente della
creazione quale dovrebbe, secondo Wundt, accettare ogni spiegazione filosofica
della natura (v. Wundt, “Ueber das Kosmolog. Problm, Yiertelsjahrszeitscb.);
quel suo concetto limite nuli’ altro è invece appunto die l’infinito assoluto
del tempo oggettivo, in base al quale è possibile il nostro infinito
(infinitamente grande) regresso. Il non aver considerato l’eternità del fare
della natura, e specialmente il non aver badato die l’infinito regresso è in
realtà per la natura un perpetuo progresso, il cui concetto non può venir
altrimenti pensato che per via del transfinito,stata la causa per cui Wundt
concepì il tempo passato sotto il concetto dell’infinitamente grande
concordando in fondo col Kant, come il Lasswitz si trova in questo d’accordo
con lui. (Ein Beitrag zum Kosmol. Proli. Viertels. Kritik der reinen Vermnft.
dere se l’oggetto trascendentale determinasse un possibile regresso finito od
infinito (11. Perchè se per lui tuttii processi compiutisi da tempo remotissimo
ad ora non significano altro che la possibilità deirallungamento della catena
dell’esperienza dalla percezione attuale indietro alle condizioni che la
determinano nel tempo; pure egli, per ciò che s’è sopra citato, non può negare
che il possibile regresso delle nostre percezioni secondo le soggettive leggi
della mente, non supponga un regresso oggettivo determinato dalla realtà
inconscia indipendentemente da ogni esperienza. Trasportati a indefinita
distanza dal nostro sistema solare, avremmo noi sempre ancora nuove percezioni?
E cosi, trasportati indefinitamente addietro nel tempo vedremmo noi
necessariamente sempre nuovi cangiamenti? Poiché la nostra necessaria
produzione dello schema dello spazio e del tempo, non potrebbe per sè far si
che noi avessimo nuove percezioni dove l’oggetto trascendentale non le
condizionasse e si mostrasse con ciò finito. Lo spazio e il tempo ideali non
sono per sè garanti di una corrispondente possibile PERCEZIONE. Non una
necessità del nostro concetto a priori del tempo, ma il principio di causalità
richiede la infinità della serie regressiva dei cangiamenti. Poiché non si può
conchiudere la mancanza di un principio del tempo -- Cfr. Schopenhauer,
Parerga. Die wicklichen Dinge der vergangenen Zeit si nel in dm
transcendentaien Gegenstand der Erfahnmg gegeben ; sie sind aber ftir mieli nur
Gegenstànde und in der vergangenen Zeit wicklich, sofern als ich ecc.). Saranno
però dunque sempre non null’altro, come dice Kant poco sotto, ma qualcosa di
più della possibilità dell’allungamento della catena dell’esperienza dalla
presente percezione indietro alle condizioni che la determinano nel tempo. ]da
questo, che ogni limite è necessariamente da noi pensato come relativo. La
relazione di termine e terminante è infinita come quella di soggetto e oggetto
; perciò appunto vuota ; essa nulla può aggiungere al contenuto reale cui viene
applicata. Come il pensiero dell’essere impensato, che è la forma in cui
comprendiamo il reale, nulla toglie alla realtà estraraentale od in sè della
cosa, allo stesso modo la relazione mentale di limite e limitante non può
evidentemente mettere nella realtà il suo secondo termine se nella realtà non è
dato. Questo secondo termine, il limitante, rimane, se si astrae da ogni altra
considerazione, un puro complemento ideale. Riehl non seppe neppur egli
superare o sciogliere la falsa contraddizione che Kant e Dtihring, per non dir
che di loro, credettero inchiusa nella concezione di una serie regressiva
infinita di cangiamenti. Visto che la contraddizione stava nel concetto di una
infinità la quale quei filosofi avevano pensato necessariamente [Hamilton il
quale (“Lectures un Metaphysics”, lettura; On logic) segue Kant nelle
antinomie, non giunge che a questo risultato, di pensare in riguardo
all’infinito del tempo e dello spazio, che se la ragione non ci fa piegare
necessariamente nè da una parte nè dall’altra, pure in realtà il tempo e lo
spazio dehban essere o finiti o infiniti. (Cfr. del resto l’acume del Mill
nella sua confutazione di Hamilton, La philosnphie de IL). Spencer poi, che à
fatto la sua più alta educazione filosofica presso di Hamilton appunto e del
suo scolare Mansel, professore di metafisica a OXFORD, seguendo il maestro
dichiara questioni insolubili tanto quella riguardanti l’infinità del tempo e
dello spazio che quella della divisibilità della materia e altre ancora. Egli
pensa, cerne è noto, che i concetti di spazio, di tempo, di moto, di materia e
di forza si mostrino in ultima analisi inconcepibili e ci lascino sempre del
pari nell’alternativa tra due opposte assurdità, “First Principles”, la quale
io stimo certo l’opera più infelice del filosofo inglese. data come totalità,
egli pensò di sfuggirla col negare la numerabilità o la reale distinzione e
indipendenza numerica nella catena delle cause e delle variazioni. Numerabili,
dice egli, sono le cose, non i processi. In quanto le cose sono od appaiono
spazialmente divise, deve è vero valere ciò die il Duhring à formulato come
legge del numero determinato; ma altrettanto, séguita Kiehl, è certo che quella
presupposizione non vale per i processi temporali. Questi non sono, secondo
lui, per sé stessi distinti numericamente : è solo per la nostra distinzione
mentale che essi ottengono una tale determinatezza. Un argomento dunque che
vale per il numero non può senz’altro venir applicato al tempo, poiché mancano
in questo per sé considerato e non riferito allo spazio, degli effettivi
processi indipendenti, separati l’uno dall’altro, o posti insomma come
numerabili. Noi possiamo distinguere dei processi nel tempo soltanto in
determinato numero finito, nessun processo è però indipendente [Il Itielil (Ber
phUosopliischc Kriticismus) inclinava dapprima decisamente a porre con Duhring
un principio del cangiamento. Soltanto nella seconda parte del secondo tomo,
tormentato dalla necessità del principio di causalità cangiò opinione
(quantunque non lo abbia fatto notare egli stesso esplicitamente); ma per
uscire dalla presunta contraddizione dell’ infinito regresso, pensò, al
contrario di prima, i processi come assolutamente, e con ciò assurdamente
continui. Si vede del resto evidentemente clic il Riehl oltre aver cangiato di
parere, non ò nemmanco ancor ora troppo certo della sua nuova teoria; poiché la
tratta troppo brevemente e troppo alla larga, come se gli scottasse di dover
render più minuto conto di ragioni che a lui stesso non possono parere troppo
convincenti Ciononostante l'opera sua e specialmente la seconda parte del
secondo tomo è un lavoro filosofico non solo di grande valore, ma anche molto
attraente, il che è una cosa assai rara. 1C e distinto da quello che
immediatamente lo precede o segue. Rielil, non sapendo come uscire dalla
supposta contraddizione à dunque rinunciato a concetti di cui l’esatto pensiero
scientifico non sa nè può lare a meno, senza che ciò del resto gli abbia
giovato per la eliminazione della temuta assurdità come più innanzi vedremo. La
questione dell’infinito riguarda tanto il tempo che lo spazio. Solo si à sempre
a distinguere tra l’esistenza loro ideale ; cioè il loro schema mentale, e la
loro esistenza reale. Non numerabile possiamo noi solo pensare lo spazio
ideale, lo spazio o l’estensione materiale dobbiamo invece necessariamente
porla numerabile. Poiché estensione reale è coesistenza, e la continuità
assoluta non può essere reale ma soltanto ideale ; altrimenti essa
inchioderebbe la contraddizione dell’infinito compiuto nel finito, chè senza
parti è solo il continuo della rappresentazione. Porre la continuità assoluta
come effettiva è non spiegar nulla e mettere il mistero nella realtà,
rinunciando a comprenderla. L’irriducibile noi lo dobbiamo soltanto rilegare
negli atomi sia dello spazio che del tempo reali. I tropi degli Eleati non
valgono meno contro il continuo del tempo che contro quello dello spazio; non
meno contro lo spazio percorso da un pendolo in una oscillazione, che contro il
tempo in questa impiegato. In parti ultime non si può dividere il tempo nè lo
spazio ideale, perchè essi nè sono composti nè si originano da una sintesi di
parti, come in fatti non possono venire analiticamente scomposti in ultimi
elementi semplici, e sono conseguentemente l’uno e l’altro divisibili
all’infinito ; ma non è cosi del tempo e dello spazio leali, dove la natura viene
necessariamente aH'atto. Dice Diehl che solo il nostro intelletto scompone
l’accadere temporale in singoli processi, e che questi solo per ciò ci appaiono
indipendenti, che partono da cose spaziali e si trasmettono ad altre cose nello
spazio. Un processo secondo lui può aver indipendenza solo perchè vien riferito
alle cose nello spazio e non al tempo unicamente. Ma è naturale che tutti i
processi siano nel mondo materiale (e non vengano soltanto da noi)
schematizzati per dir cosi nello spazio, poiché essi non sono altro che
cangiamenti della realtà spaziale, e unicamente i processi della coscienza in
sè considerati possono venir riferiti al tempo come tale senza riguardo allo
spazio. Difatti non pensa ora Rielil che sia concepibile una materia
assolutamente continua come lo spazio mentale, ossia non costituita da atomi?
Anche della materia allora si dovrebbe dire che gli elementi distinti solo la
nostra mente li pone. Come può egli dunque affermare ripetutamente che soltanto
la riferenza dei processi temporali allo spazio ci faccia considerar questi
come distinti e per sè numerabili? Voler negare la numerabilità nel tempo reale
o ne’ suoi processi dovrebbe al contrario anche secondo il Riehl esser lo
stesso che negare nello spazio gli atomi o le cose ossia gli aggruppamenti
durevoli degli atomi. Ogni grandezza nella realtà à parti elementari, non
esclusi i cangiamenti; un certo gi’ado di cangiamento è una somma di successivi
cangiamenti minimali. Ma il pensiero come per istinto sembra rifuggire dalla
concezione dell’atomo o minimo temporale, perchè colla determinatezza scompare
quel che di vago e di nebuloso E ir, rdie altrimenti conserva la concezione
(lei tempo, e per cui la mente non avverte o avverte assai meno la
inintelligibilità di quello. Colla posizione dell'atomo o minimo, la natura non
più oltre scrutabile del tempo si affaccia bruscamente all’intelletto. Il tempo
come rappresentazione rimane naturalmente strettamente continuo pur essendo
discreti i processi reali, cliè la sua continuità assoluta ideale è una
proprietà necessaria dipendente dalla natura della coscienza, la quale tra due
processi per quanto infinitamente vicini interpola pur sempre la sua unità. Non
c’è un minimo concettuale del tempo come c’è invece e si richiede il minimo
reale. I n minimo nella rappresentazione del tempo sarebbe un punto inesteso, e
considerarlo come elemento della durata tanto varrebbe quanto rendere
impossibile il concetto di questa. Non deve più urtarci l’accettar gli atomi, o
meglio la concessione atomistica, per la materia, che accettarla in riguardo
alla forza e al cangiamento. Non crediamo siano più intelligibili gli elementi
materiali che quelli del divenire. La facoltà nostra mentale di pensare gli
Schopenhauer trattando nella quadruplice radice del principio di ragione del
tempo del cangiamento, mette in piena e con ciò stridentissima luce il concetto
ch’egli à della continuità assoluta del tempo, quale egli trova acutamente
espresso presso il LIZIO. “ Come tra due punti v’ è ancor sempre una linea,
dice egli, così tra due ora vi è ancor sempre del tempo. È questo il tempo del
cangiamento ; esso è come ogni tempo divisibile all’ infinito e per conseguenza
il cangiamento percorre in esso un numero infinito di gradi per i quali dal
primo stato nasce a poco a poco il secondo. Egli conchiude con Aristotele dalla
infinita divisibilità del tempo, che ogni contenuto di esso e con ciò ogni
cangiamento, o il passaggio da uno stato all’altro deve essere infinitamente
divisibile, e che dunque tutto- ciò che diviene s’origina in fatti da punti
infiniti. atomi come ulteriormente divisibili vale per tutti e due gli ordini
senza diminuire perciò la necessità che à la mente di ammetterli. Quel
sentimento direi quasi di disagio clic par darci questa necessità, non è in
fondo che ca¬ gionato da quella nostra come ripugnanza a riconoscere che
l’analisi mentale della realtà deve a un dato punto arrestarsi. La mente deve
arrivare ed arriva, ad elementi i quali non sono più oltre scomponibili,
altrimenti il reale potrebbe sciogliersi nel pensiero.La divisibilità ideale
non porta con sè una reale divisione. Solo il tempo ideale può venir diviso a
piacere all' infinito, e non à quindi elementi numerabili, ma il tempo reale
col suo vario contenuto fenomenico è di sua natura numerabile; quantunque noi,
come ci accade per gli atomi della materia, non arriviamo direttamente a’ suoi
elementi. Non meno delle cose o degli elementi delle cose sono anche i processi
numericamente distinti. E se in astratto la grandezza non à divisione, essa non
può tuttavia nella realtà venir esattamente concepita che come risultante di
una immediata ripetizione numerica d’uno stesso identico. L’assenza di elementi
reali è solo nel nostro pensiero che può a- strarre da ogni divisione nel
considerare una grandezza, ed è pienamente libero di dividerla o accrescerla
all’ infinito, allo stesso modo che esso procede co’ numeri. Tanto la natura
che il pensiero ànno del resto la possibilità dell’infinito accrescere e
interpolare ; ma ne’ loro prodotti non possono dare che il determinato:
l’infinito si riferisce solo al loro operare, non al loro operato. Il concetto
del continuo assoluto applicato al tempo reale sarebbe del resto affatto
inutile anche quando fosse giustificato. Poiché empiricamente un tal continuo
noi non lo incontreremmo mai. Il fatto che noi della sintesi della natura (come
dice Diihring in qualche luogo della “Dialettica”), non abbiamo altro che
rappresentazioni di effettività, non ci dà il diritto di fare delle possibilità
del nostro pensiero la misura della realtà. Come in sé sia fatto il passaggio
da un punto del tempo all’ altro, non può venir inteso. Tanto varrebbe
domandare perché esiste il tempo o magari l’essere stesso nella sua -effettiva
natura Voler ancora spiegare gli elementi del tempo è uno sconoscere la natura
del pensiero; noi non li possiamo ridurre ad altro perchè il tempo non è un
prodotto della mente, è condizione anzi dell’esperienza, e non à una natura
puramente logica. Il passaggio è una determinazione della realtà che noi non
possiamo che riflettere. Sarebbe lo stesso voler spiegare gli atomi della
materia; noi non possiamo che ammetterli o riconoscerli; una pretesa
spiegazione di essi è assurda poiché il pensiero non è tutta la realtà, ma vien
confinato da qualcosa che se pò dare ad esso un contenuto formale, non può però
dare il suo essere. Da un grado a un alti’O del cangiamento si fa il passaggio
in quanto il cangia¬ mento stesso ci si mostra come fatto compiuto. Noi non
dobbiamo quindi illuderci col concetto misterioso del continuo assoluto di
penetrare più addentro nel fare della natura, nel divenire dei fenomeni. Noi
non possiamo mai altro che constatare gli avvenuti cangiamenti, nuH’altro
possiamo. E cosi in realtà non conosciamo come il cangiamento, ma che il
cangiamento s’è fatto. Tornando ora alla soluzione di Riehl, nemmanco col fare
la serie dei cangiamenti assolutamente continua sfugge egli, secondo crede,
alla temuta e presunta contraddizione dell’infinito compiuto od esaurito. E 1'
errore suo si fa più stridente e palese quando egli sostiene che la infinità
del tempo si mostrerebbe esaurita se si dovesse pensare ad un suo fine nel
futuro. Ei crede che solo in tal caso, per evitare la contraddizione, si
dovrebbe ammettere un principio assoluto del tempo. E così fa dipendere, cosa
enorme, la infinità del regresso dalla infinità del progresso nel futuro. Ma la
fine del tempo non è invece punto contradditoria. É questa una questione di
natura empirica; e cosi secondo lui non dovrebbe esser allora inconcepibile e
contraddittorio neppure un principio del tempo. Il tempo reale, ove fossero
date le condizioni di un equilibrio universale, potrebbe finire ad ogni momento
senza assurdità alcuna. Poiché ad ogni modo nella natura ogni fine non è della
serie infinita ma dell’ultimo cangiamento. Del resto, sia pure, ammettiamo che
i processi non siano per sé distinti e numerabili, ma siano invece
assolutamente continui. Dice Riehl che le oscillazioni di un pendolo sono senza
dubbio determinate numericamente. Ora come risponderebbe egli alla domanda — nè
vi può in modo alcuno sfuggire — se si debba pensare che insieme sommate le
oscillazioni dei pendoli che possono dall’eternità esser mai esistiti in
infiniti mondi, possano venir compresi da un numero finito? E se no sotto quale
concetto una tale somma o regola di somma dovrà venir pensata? A ciò non à egli
risposta. E più ancora come risponde Riehl a quest’altra, la domanda. Il numero
delle terre dall'eternità ad ora nate e morte è egli infinito o finito? Poiché
qui manifestamente abbiamo delle esistenze separate, indipendenti, numerabili
anche secondo lui. L’unica giusta risposta è che un tal numero è
necessarianente infinito, o, propriamente, transfinito. Nel corso perpetuo del
tempo non solo non è contraddittorio, sibbene è necessario che un infinito
numero di corpi celesti (dato che le moderne teorie cosmiche siano, come pare,
inevitabili) abbia gradatamente avuto nascita e morte. Con ciò come non vi fu
un primo cangiamento, nemmanco vi fu una prima terra. Il concetto dell’infinito
assoluto o transfinito è applicabile solo alla serie regressiva dei
cangiamenti, non alla progressiva. La natura di questa consistendo appunto nel
crescere suo continuo verso il futuro non può cadere, se infinita, che sotto il
concetto dell’infinitamenfe grande. Poiché in nessun punto iminaginabi'e del
futuro non si sarà compiuta, a partire da un punto qualunque del tempo
precedente, una infinità assoluta di cangiamenti. E ciò che si avrà sarà solo
la continua possibilità di sempre nuove mutazioni. La questione però se realmente
nella natura dell’essere sia la disposizione a qnes'.o infinito futuro è
affatto empirica, non essendoci, come s’è visto sopra, alcuna difficoltà che a
priori ci impedisca di pensare possibile un termine d’ogni cangiamento in un
qualunque momento avvenire. Il concetto del tempo per sé non ci dà alcuna
soluzione; la questione è puramente di fatto. La soggettiva possibile anzi
necessaria illimatezza dello schema spaziale non porta seco necessariamente un
infinito riscontro nella esistenza materiale oggettiva. Allo stesso modo
neppure la illimitatezza del tempo ideale porta con sè quella del tempo reale
ossia una serie infinita di reali cangiamenti. Essa non ci impedisce in modo
alcuno di considerare come possibile un limite del mondo nel tempo. Se noi
siamo sforzati di pensare ad un tempo vuoto non è però il pensiero di esso che
gli dà un contenuto reale in ogni suo momento. Essendo che per sè stesso la
vuota durata tanto è del reale come del nulla ; sebbene la durata non rimane
mai nel nostro pensiero priva adatto di contenuto, in quanto la permanenza
dell’essere, indipendentemente dallo svolgersi o no esso in fenomeni, non può
mai mancare di farle riscontro. Ed è in questo una grandissima differenza tra
la rappresentazione dello spazio e quella del tempo. Mentre a niun punto
arbitrario del tempo viene a mancare il contenuto materiale, non così
necessaria¬ mente ad ogni punto dello spazio. A parte i cangiamenti in cui
l’universo si svolge è evidente che non può ad. esso venir applicato il
concetto di una determinata durata. Come esso è sempre quello che è, cosi il
tempo non à a suo riguardo significato alcuno. In un qualunque momento inesteso
del tempo 1’ essere è completo, è tutto ciò che è stato e tutto ciò che sarà.
Se dunque nel futuro venisse realmente a mancare ogni mutazione nell’essere,
questo potrebbe solo impropriamente venir considerato come nel tempo; la durata
dal punto in cui il cangiamento sarebbe cessato à soltanto senso perchè noi la
immaginiamo misurata da quella piena di cangiamenti della nostra coscienza.
Intanto la meccanica non ammette assolutamente la possibilità del passaggio di
un sistema da uno stato dinamico ad uno statico. E cosi il tempo futuro è
indubbiamente infinito nel senso di una progressione senza fine – V. anche le considerazioni
di Sleyer, “Mechanick iter l Verme”. Tra le due infinità del passato e del
futuro sta il momento presente, il quale inchiude la realtà eterna, la realtà
che fu e che sarà. La pienezza dell’essere non ci sfugge come parrebbe a
considerarlo nella infinita sua fenomenologia. L’essere è sempre tutto
presente, non c’ è elemento di cui possa dirsi che sia stato o che abbia a
originarsi. Certamente l’interesse nostro va al suo svolgersi ne’ cangiamenti
per cui solo ci si svela la sua natura e per cui solo noi ci commoviamo e
viviamo. Che per la coscienza l’essere immoto in una rigida inerzia non avrebbe
valore alcuno. Tuttavia la infinita possibilità del cangiamento è tutta
nell’essere in un qualunque punto matematico del tempo. E cosi T importanza del
tempo finito non si perde di contro alla infinità passata e futura del
processso: ogni momento del tempo ci dà l’essere sub specie aeternitacis, nè
altra mai è stata la esistenza della realtà che quella del momento. Solo in
questa considerazione della permanenza eterna del reale possiamo noi
comprenderne la infondata e infondabile natura sistematica. Lo sguardo alla
incessante evoluzione può troppo facilmente far considerare le interne
determinazioni dell’ essere come transitorie. Che l’evoluzione sia tale quale
noi l’andiamo scoprendo non è altrimenti a intendersi. Giova quindi, per la
concezione universale dell’esistenza, oltre che aver riguardo allo svolgimento
di un sistema parziale nel tempo considerare gli altri sistemi parziali del
cosmo nel loro coesistente diverso grado di svolgimento, per cui si lascia
forse quasi pensare come in ogni momento attuata nello spazio la evoluzione
temporale dei singoli mondi. Nello spazio e nel tempo, da cosa a cosa, da
processo a processo, per il filo della causalità materiale spiega l’essere la
sua unità. Alla necessaria necessità logica rispondi la effettiva unità
materiale della esistenza. L’unità dello spazio e del tempo nella
rappresentazione non basterebbero per sè a escludere una radicale disparità nel
reale. Se lo spazio e il tempo fossero puramente forme ideali nascerebbe il
problema del come la realtà non possa dare origine a duplicità di sorta. E la
questione si scioglie solo in quanto si riconosce che l’unità stessa del reale
è che crea quella dello spazio e del tempo. Le proprietà dello spazio sono esse
stesse di na¬ tura meccanica, nè altrimenti potrebbero le leggi della natura
esprimersi in relazioni di spazio; nelle necessità spaziali è la logica
immanente delle forze della natura. Due spazi differenti sono un assurdo non
solo avuto riguardo al pensiero, ma anche in riguardo alla oggettiva realtà
materiale. Il pensiero per sè non trova alcun impedimento a riunire ogni spazio
in uno spazio unico nel vuoto schema spaziale e non può trovar quindi ragione di
considerarlo come disuniforme. Nella realtà poi la pluralità degli spazi
vorrebbe dire pluralità di esseri. Ora una tale pluralità non solo non può mai
venir oggetto del nostro pensiero e per noi non può quindi assolutamente
esistere, ma è dalla realtà smentita, perchè anche l’esperienza colla
omogeneità universale della materia mostra esser l’essere uno. Le posizioni
delle distanze nello spazio reale non sono che rapporti di forza. Ogni elemento
dell’ esistenza materiale è quindi nello stesso unico spazio. Non esistendo
cosi elemento alcuno fuori d’ogni relazione cogli altri. Analogamente è del
tempo reale ; la sua unità suppone quella dello spazio materiale e dipende
insieme dalla universalità del cangiamento. Per la natura radicalmente omogenea
delle cose e per la temporalità d’ogni cangiamento è uno anche il tempo
oggettivo. E cosi che i principii meccanici si estendono presumibilmente e con
sempre maggior certezza ad ogni massa dell’universo, a ogni sistema di stelle
fisse e gruppo di sistemi. Poiché la base dell’esistenza è di natura meccanica.
Solo la sensazione come tale o il campo della coscienza ne resta fuori e riceve
dalla spiegazione meccanica una eterogenea sebbene costante e parallela
illustrazione. L’unità dell’essere non à riscontro in una fantasticata e
contraddittoria unità cosciente universale; rifrange invece per dir cosi la sua
unità in quella di molteplici coscienze individuali. L’unità oggettiva
estramentale e la unità della coscienza: due abissi del pari inscrutabili ma
rispondentisi. Albana e all’altra sta a base e direi quasi a tergo quella che
noi non possiamo concepire che col concetto formale di ragione o di fondamento
unitivo e subfenomenico dei due fatti. Non è meno inscrutabile l’una unità
dell’altra, sebbene quella della coscienza implica per sé quella materiale
oggettiva. Infatti che cosà di meno oltre analizzabile dell’unità radicale che
con la mutazione si appalesa esistere negli elementi dell’essere? Come spiegare
la effettiva comunione delle sostanze, il fatto che lo stalo di un atomo porti
seco un dato altro stato di un altro? Queste riflessioni ci richiamano alla
infondata originarietà delle cose, e alla natura per così dire superficiale
della conoscenza e del pensiero. Quelli sono resti refrattari ad ogni ulteriore
analisi; nè già per difetto del nostro istrumento, ma per la necessaria natura
stessa del conoscere, chè altrimenti la realtà dovrebbe cessare di esistere
come distinta dal pensiero. La analisi à necessariamente de’ limiti, i quali
non anno però bisogno d’esser limiti della conoscenza nel modo in cui
falsamente per lo più vengono intesi, quasi indizi di limitatezza di contro a
una sia pur solo logicamente possibile conoscenza superiore. Come non è
incondizionatamente applicabile al reale il principio di ragione, tanto meno lo
sono altri concetti essenzialmente relativi quali quelli di grandezza e di
scopo. Se l’universo è infinito, non à evidentemente per ciò stesso
determinazione alcuna quantitativa; se finito è vero però che in relazione ad
una sua parte esso à una grandezza determinata, sebbene nell’estenzione
variabile da un momento all’altro. E che possiamo quindi dirlo più piccolo di
una grandezza posta mentalmente superiore alla sua ; che anzi possiamo anche
considerarlo infinitamente piccolo in relazione all’infinito assoluto dello
spazio ideale. Ma in sè non si potrebbe dirlo propriamente nè grande nè
piccolo, perchè fuori di esso non vi è nulla che possa darci una unità di
misura. E del pari è affatto relativo il concetto di durata e inapplicabile
perciò in modo incondizionato all’essere. Questo non dura nè tanto nè poco; e
la ragione di ciò è che esso non è nel tempo. Considerando però la serie dei
cangiamenti, al contrario di quanto ci accade per lo spazio, lo schema ideale
del tempo riceve necessariamente un contenuto reale perfettamente
corrispondente. E sciogliendo la difficoltà che più che tale a molti filosofi è
parsa sinora una stridente contraddizione, abbiamo visto che come per mezzo del
tempo si fa possibile il cangiamento, il quale altrimenti sarebbe
contraddittorio, cosi per il cangiamento trova una necessaria applicazione alla
realtà oggettiva l’infinito assoluto o trans-finito. Mario Novaro. Novaro.
Keywords: implicatura ligure, ‘la riviera ligure’, Grice echoing Kant, echo,
implicature ecoica, Strawson’s ditto-theory of truth, Strawson’s echoic theory
of truth, Skinner on echo – ecoico, eco, implicature ecoica, infinito, Lucrezio
– Luigi Speranza, “Grice e Novaro” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza,
Riviera Ligure. Novaro.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Novato: la ragione conversazionale e il portico romano
-- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Seneca’s brother. Adopted by Lucio
Giunio Gallio. Seneca dedicates two of his philosophical dialogues to him.
Seneca’s exhortations suggest that if Novato was not a follower of the Porch,
he was a the very least a sympathiser. Lucio Anneo Novato. Novato.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia,Grice e Numa: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale e la logica del regno – Roma – la scuola di Cures -- filosofia
lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Cures). Abstract.
Keywords: Croone, Roma. Filosofo italiano. Cures, Fara in Sabina, Rieti, Lazio.
The second king
of Rome. A book was discovered. It wasn’t written by Numa, but the Romans said
it was. It was very philosophical. The Roman senate ordered that it should be
burned. It was! But most Italians can recite by heart all the indiscriminate
teachings it contained. The big polemic came from Cicero. He didn’t want Roman
philosophy to have a start other than in Rome, so he denied the school of
Crotone and much more any Etrurian influence via N. Still… N.dal
Promptuarii Iconum Insigniorum di Guillaume Rouillé 2º Re di Roma Predecessore Romolo
Successore Tullo Ostilio Nascita Cures Dinastia Re latino-sabini ConiugeTazia
Figli Pompilia N., Cures Sabini, -- è stato il secondo re di Roma, e il suo
regno durò 42 anni. Numa Pompilio, di origine sabina, per la tradizione e la
mitologia romana, tramandataci grazie soprattutto a Tito Livio e a Plutarco,
che ne scrive anche una biografia, era noto per la sua pietà religiosa e regna succedendo, come re di Roma, a Romolo.
N. e un re pio, e in tutto il suo regno non combatté nemmeno una guerra. L'incoronazione
di N. non avvenne immediatamente dopo la scomparsa di Romolo. Per un certo periodo,
i senatori governarono Roma a rotazione, alternandosi ogni dieci giorni, in un
tentativo di sostituire la monarchia con una oligarchia. Però, incalzati dal
sempre maggiore malcontento popolare causato dalla disorganizzazione e scarsa
efficienza di questa modalità di governo, dopo un anno, i senatori furono
costretti ad eleggere un nuovo re. La scelta apparve subito difficile a causa
delle tensioni fra i senatori romani che proponevano il senatore Proculo ed i
senatori sabini che proponevano il senatore Velesio. Per trovare un
accordo si decise che i senatori romani avrebbero proposto un nome scelto fra i
Sabini e lo stesso avrebbero fatto i senatori sabini scegliendo un romano. I
Romani proposero Numa Pompilio, appartenente alla Gens Pompilia, che abita nella
a Cures ed era sposato con Tazia, figlia di Tito Tazio. Sembra che N. fosse
nato nello stesso giorno in cui Romolo fondò Roma. N., concittadino di Tazio, e
noto a Roma come uomo di provata rettitudine oltreché esperto conoscitore di
leggi divine, tanto da meritare l'appellativo di ‘pio.’ I Sabini accettarono la proposta rinunciando
a proporre un altro nome. Furono dunque inviati a Cures Proculo e Velesio, i
due senatori più influenti rispettivamente fra i Romani ed i Sabini, per
offrirgli il regno. Inizialmente contrario ad accettare la proposta dei
senatori, per la fama violenta dei costumi di Roma, N. vi acconsente solo dopo
aver preso gl’auspici degli dei, che gli si dimostrarono favorevoli. N. fu
quindi eletto re per acclamazione da parte del popolo. La leggenda afferma che
il progetto di riforma politica e religiosa di Roma attuato da N. fu a lui
dettato dalla ninfa Egeria con la quale, ormai vedovo, soleva passeggiare nei
boschi e che si innamorò di lui al punto da renderlo suo sposo. A N. viene
attribuito il merito di aver creato una serie di riforme tese a consolidare le
istituzioni di Roma, prime tra tutti e quelle religiose, raccolte per iscritto
nei commentarii N. o libri N., che andarono perduti nel sacco gallico di Roma. Sulla
base di queste norme di carattere religioso, i culti cittadini erano
amministrati da otto ordini religiosi: i Curiati, i Flamini, i Celeres, le
Vestali, gli Auguri, i Salii, i Feziali e i Pontefici. N.stabilì di unificare
ed armonizzare tutti i culti e le tradizioni dei Romani per eliminare le
divisioni e le tensioni, riducendo l'importanza delle tribù e creando nuove
associazioni basate sui mestieri. Appena divenuto re nomina, a fianco del
sacerdote dedito al culto di Giove ed a quello dedicato al culto di Marte, un
terzo sacerdote dedicato al culto del dio Quirino, gli dei più importanti
dell'epoca arcaica. Riunì poi questi tre sacerdoti in un unico collegio
sacerdotale che fu detto dei flamini, a cui diede precise regole ed istruzioni.
Numa proibe ai Romani di venerare immagini divine a forma umana e animale
perché riteneva sacrilego paragonare un dio con tali immagini. Durante il regno
di N. non furono costruite statue raffiguranti gli dei. Istituì il collegio
sacerdotale dei Pontefici, presieduti dal Pontefice Massimo, carica che Numa
ricoprì per primo e che aveva il compito di vigilare sulle vestal, sulla
moralità pubblica e privata e sull'applicazione di tutte le prescrizioni di
carattere sacro. Istituì poi il collegio delle vergini Vestali assegnando a
queste uno stipendio e la cura del tempio in cui era custodito il fuoco sacro
della città. Le prime furono Gegania, Verenia, Canuleia e Tarpeia. Anco Marzio
ne aggiunse altre due. Istituì anche il collegio dei Feziali, i guardiani della
pace, che erano magistrati-sacerdoti con il compito di tentare di appianare i
conflitti e di proporre la guerra una volta esauriti tutti gli sforzi
diplomatici. Nell'ottavo anno del suo regno istituì il collegio dei salii,
sacerdoti che avevano il compito di separare il tempo di pace e di guerra -- per
i romani il periodo per le guerre anda da marzo ad ottobre. Era, questa
funzione, molto importante per gli abitanti di Roma, perché sanciva, nel corso
dell'anno, il passaggio dallo stato di cives -- cittadini soggetti
all'amministrazione civile e dediti alle attività produttive -- a milites -- militari
soggetti alle leggi ed all'amministrazione militare e dediti alle esercitazioni
militari -- e viceversa per tutti gli uomini in grado di combattere. Numa migliora
anche le condizioni di vita degli schiavi, per esempio permettendo loro di
partecipare alle feste in onore di Saturno, i Saturnalia assieme ai loro
padroni. La tradizione romana rimanda a N. la definizione dei confini tra le
proprietà dei privati, e tra queste e la proprietà pubblica indivisa,
statuizione che fu sacralizzata con la dedica dei confini a Jupiter Terminalis,
e l'istituzione della festività dei Terminalia. Nel Foro, fa costruire il
tempio di Vesta, e dietro di questo fece costruire la Regia e lungo la Via
Sacra fece edificare il Tempio di Giano, le cui porte potevano essere chiuse
solo in tempo di pace -- e rimasero chiuse per tutti i quarantatré anni del suo
regno -- Secondo Marco Verrio Flacco, riportato da Sesto Pompeo Festo, il re N.,
ordinando la costruzione del tempio di Vesta, volle che fosse di forma rotonda
(ad pilæ similitudinem), cioè della stessa forma del mondo, in quanto N. e un
convinto sostenitore della sfericità della terra, tesi dunque evidentemente già
in voga in quei lontani tempi. Secondo Dionigi di Alicarnasso, il re N. poi
incluse a Roma il Quirinale, anche se questo a quell'epoca non era ancora cinto
da mura. A N. e ascritta anche una riforma del calendario, basato sui cicli
lunari, che passò da 10 a 12 mesi di 355 giorni -- secondo Livio invece lo
divise in 10 mesi, mentre in precedenza non esisteva alcun calcolo -- con
l'aggiunta di gennaio, dedicato a Giano, e febbraio che furono posti alla fine
dell'anno, dopo dicembre. L'anno iniziava con il mese di marzo. Da notare la
persistenza dei nomi degli ultimi mesi dell'anno con i numeri: settembre,
ottobre, novembre, dicembre. Il calendario conteneva anche l'indicazione dei
giorni fasti e ne-fasti, durante i quali non era lecito prendere alcuna
decisione pubblica. Anche in questo caso, come per tutte le riforme più
difficili, la tradizione racconta che il re N. segue i consigli della ninfa
Egeria, sottolineando così il carattere sacrale di queste decisioni. Atque
omnium primum ad cursus lunae in duodecim menses discribit annum; quem quia
tricenos dies singulis mensibus luna non explet, desuntque sex dies solido anno
qui solstitiali circumagitur orbe, intercalariis mensibus interponendis ita
dispensavit, ut vicesimo anno ad metam eandem solis unde orsi essent, plenis
omnium annorum spatiis, dies congruerent. Idem nefastos dies fastosque fecit,
quia aliquando nihil cum populo agi utile futurum erat. Anzitutto divise l'anno
in dodici mesi secondo il corso della luna, ma poiché i mesi lunari non
arrivano a trenta giorni, e complessivamente mancano alcuni giorni per fare
l'anno intero, che corrisponde al giro del sole, inserì nel calendario dei mesi
intercalari, ordinandoli in modo che ogni venti anni i giorni concordavano,
tornando allo stesso punto dell'orbita solare donde era partito il ciclo
ventennale del calendario. Egli fissa pure i giorni fasti e nefasti, ritenendo
cosa utile che in qualche giorno non si potessero discutere le questioni
politiche davanti al popolo. (Livio, Ab Urbe condita) L'anno così
suddiviso da N., non coincideva però con il ciclo lunare, per cui ad anni
alterni veniva aggiunto come ultimo mese il mercedonio, composto da 27 giorni,
togliendo a febbraio 4 o 5 giorni; era il collegio dei pontefici a decidere
queste compensazioni, alle volte anche sulla base di convenienze politiche. Floro
racconta che N. insegna i sacrifici, le cerimonie ed il culto del sacro ai
Romani. Crea anche i pontefici, gli auguri ed i salii. La tradizione vuole che
Numa abbia istituito, tra l'altro, anche la festa di Quirino e la festa di
Marte. La festa di Quirino si celebra a febbraio. La festa dedicata a Marte si
celebra a marzo, e venne officiata dai salii. N. partecipa di persona a tutte
le feste religiose, durante le quali e proibito lavorare. A queste
riforme di carattere religioso corrispose anche un periodo di prosperità e di
pace che permitte a Roma di crescere e rafforzarsi, tanto che durante tutto il
regno di Numa le porte del tempio di Giano non furono mai aperte. N. muore ottantenne
e non di morte improvvisa, ma consunto dagl’anni (per malattia secondo Livio),
quando suo nipote, il futuro re Anco Marzio, ha solo cinque anni, circondato
dall'affetto dei romani, grati anche per il lungo periodo di prosperità e pace
di cui avevano goduto. Alla processione funebre parteciparono anche molti
rappresentanti dei popoli vicini ed il suo corpo non fu bruciato, ma seppellito
insieme ai suoi libri in un mausoleo sul Gianicolo. Dopo la bellicosa
esperienza del regno di Romolo, N. seppe con la sua saggezza fornire un saldo
equilibrio alla nascente città. Durante il consolato di Marco Bebio
Tamfilo e Publio Cornelio Cetego, due contadini ritrovarono il luogo della sua
sepoltura, contenente sette libri in latino di diritto pontificale, ed
altrettanti di filosofia. Per decreto del senato, i primi furono conservati con
cura. I secondi furono pubblicamente bruciati. Il senatore sabino Marcio, che
aveva sposato la figlia Pompilia, si candida alla successione ma fu superato da
Tullo Ostilio e si lascia morire di fame per la delusione. Dal matrimonio fra
Pompilia e Marcio e nato Anco Marzio che diverrà re dopo Tullo Ostilio. Alcune
fonti raccontano di un secondo matrimonio di N. con una certa Lucrezia da cui
sarebbero nati quattro figli: Pompone, Pino, Calpo e Memerco dai quali
avrebbero avuto origine le casate romane dei Pomponi, dei Pinari, dei Calpurni
e dei Marci. L’esistenza di N., come accade per quella di Romolo, è discussa.
Per alcuni studiosi la sua figura sarebbe principalmente simbolica; un re per
metà filosofo e per metà santo, teso a creare le norme e il comportamento
religioso di Roma, avverso alla guerra e ai disordini, diametralmente opposto
al suo predecessore, il re guerriero Romolo. L'origine stessa del nome (secondo
alcuni N. viene da Nómos = "legge" e Pompilio da pompé = "abito
sacerdotale") indicherebbe l'idealizzazione della sua
figura. Strabone, Geografia, Eutropio, Breviarium ab Urbe condita, Livio:
Ab Urbe condita. Qui cum descendere ad animos sine aliquo commento miraculi non
posset, simulat sibi cum dea Egeria congressus nocturnos esse; eius se monitu
quae acceptissima dis essent sacra instituere, sacerdotes suos cuique deorum
praeficere. Floro, Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum, Tacito,
Annali, Livio, Periochae ab Urbe condita libri, Sesto Pompeo Festo, De verborum
significatione. Budapest, Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, Livio,
Periochae ab Urbe condita libri, Plutarco, Vite Parallele: Licurgo e N.; Valerio
Massimo, Factorum et dictorum memorabilium Plutarco, Vita di N. Antonio
Brancati, Civiltà a confronto, Firenze, La Nuova Italia, Dionigi di
Alicarnasso, Antichità romane. Eutropio, Breviarium historiae romanae, Livio,
Ab Urbe condita libri; Periochae. Plutarco, Vita di N.. Fonti storiografiche
moderne, Storia Einaudi dei Greci e dei Romani, Roma in Italia, Milano,
Einaudi, Brizzi, Storia di Roma. Dalle origini ad Azio, Bologna, Pàtron,
Carandini, Roma il primo giorno, Roma-Bari, Laterza, Gabba, Dionigi e la storia
di Roma arcaica, Bari, Edipuglia, Matyszak, Chronicle of the roman republic:
the rulers of ancient Rome from Romulus to Augustus, Londra, Thames and Hudson,
Mommsen, Storia di Roma antica, Firenze, Sansoni, Pallottino, Origini e storia
primitiva di Roma, Milano, Rusconi, Piganiol, Le conquiste dei Romani, Milano,
Il Saggiatore, Howard H. Scullard, Storia del mondo romano, Milano, Rizzoli,
Voci correlate Gens Pompilia Gentes originarie Età regia di Roma Rex (storia
romana) Lex regia Flamini Salii Pontefice (storia romana). N. Treccani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Sanctis., N. Istituto dell'Enciclopedia Italiana,
N. Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, N. sapere.it, De
Agostini. N. Enciclopedia Britannica, Goodreads. Predecessore Re di Roma Successore
Romolo a.C. Tullo Ostilio Storia romana Plutarco Portale Antica
Roma Portale Biografie Portale Mitologia Categorie:
Sovrani Sovrani Romani Nati a Cures Sabini Personaggi della mitologia romana Re
di Roma Oracoli classici [altre] Cassius Hemina, vetustus auctor annalium, in
quarto libro tradit Cneum Terentium scribam in Ianiculo effodisse arcam, in qua
N., qui Romae regnaverat, sepultus erat. Addit etiam in arca repertos esse
libros a rege Numa scriptos quingentis et triginta annis ante. Fuisse e charta
N. libros Cassius etiam scribit, refertos multis rebus obscuris. Cassius etiam
tradit libros in arca integros repertos esse magno cum stupore omnium et a
scriba senatui portatos esse. Quoniam omnes notabant libros, in terra infossos,
permansisse integros, Cassius Hemina ipse suam rationem praebebat: dicebat enim
eos libros in arca sub lapide quadrato positos esse et propter hoc integros
mansisse; praeterea, quod libri citrati fuerant magna cum cura, tineae illos
non tetigerant. Tamen, lectis
libris, multa scripta inventa sunt de Pythagorica philosophia et propter hoc a
praetore ussi sunt. Hoc idem tradit
Piso quoque in libro primo commentariorum suorum, sed libros VII iuris
pontificii, totidem Pythagoricos fuisse narrat. Valerius Antias autem in opera
sua etiam senatus consultum tradit quo eos uri iussum est. Cassio Emina, antico
autore di annali, nel quarto libro tramanda che lo scrivano Gneo Terenzio
avesse disseppellito nel Gianicolo il sarcofago, nel quale N., che aveva
regnato a Roma, era stato sepolto. Aggiunge inoltre che nel sarcofago erano
stati trovati i libri scritti dal re Numa cinquecentotrenta anni prima. Cassio
scrive anche che i libri di N. erano di carta, pieni di molte cose misteriose.
Cassio tramanda anche che i libri nel sarcofago fossero stati trovati integri
con grande stupore di tutti e che fossero stati portati dallo scrivano al
senato. Poiché tutti notavano che i libri, sepolti sotto terra, erano rimasti
integri, Cassio Emina stesso fornisce la sua spiegazione. Dice, in effetti, che questi libri erano
stati posti nel sarcofago sotto una pietra quadrata e per questo erano rimasti
integri. Inoltre, poiché i libri erano
stati cosparsi con grande cura di olio di cedro, i tarli non li avevano
toccati. Tuttavia, letti i libri, furono trovati molti scritti sulla filosofia
pitagorica e per questo furono bruciati dal pretore. Questa stessa notizia la tramanda anche
Pisone nel primo libro dei suoi commentari ma narra che i sette libri del
diritto pontificio fossero stati altrettanto pitagorici. Valerio di Anzio
inoltre nella sua opera tramanda anche la consultazione del senato nella quale
fu ordinato che essi fossero bruciati. The original Romans are the ones who did the choosing
part. They don’t select anyone from the Sabine senators but find a man in the
Sabine city of Cures, the birthplace of the former king Titus Tatius, famous
for his justice, wisdom, and piety. His name was N.. The people, happy with
this choice, accepted their new king quickly. Only one small problem now
occurred – the man who was chosen to rule after so much effort and such a
lengthy and difficult process was not really keen on reigning at all. When a
delegation from Rome approached him, he humbly refused. It required much much
persuasion from his father and brothers with arguments about honour too great
to refuse, but in the end, N. finally agreed and became the king of Rome. Numa Pompilio. Numa. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Numa.”


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