Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice ed Occelo: la ragione conversazionale e la setta di
Lucania -- Roma – filosofia basilicatese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Lucania). Filosofo italiano. Lucania, Matera,
Basilicata. A Pythagorean, according to Giamblico. Brother of Occilo di Lucania.
O. held that the number III is the key to understanding the world. According to Ippolito, he also believed that in
addition to the IV elements – earth, fire, air, and water – there is a fifth
principle which is circular motion. Filone says that O. believes that it is
possible to prove that the world is indestructible. Occelo.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice ed Occilo: la ragione conversazionale e la setta di
Lucania. Roma – filosofia basilicatese -- filosofia antica – Luigi Speranza (Lucania). Filosofo italiano. Lucania, Matera,
Basilicata. A Pythagorean, cited by Giamblico.
Brother of Occelo di Lucania.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Ocone:
la ragione conversazionale e l’implicature conversazionali dei liberali
d’Italia – la scuola di Benevento – filosofia campanese -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Benevento).
Filosofo italiano. Benevento, Campania. Grice: “Ocone has selected Croce as the
quintessential Italian liberal! That should please Oxonians like Collingwood!”
-- Grice: “I like Ocone’s idea of a liberalism without a theory – ‘liberalismo
senza teoria’ – that should please J. M. Jack!” -- Grice: “Speranza has noted that if Bennett speaks of
meaning-nominalism, we could well speak of meaning-liberalism.” Grice: “While
meaning-liberalism requires that the limit of one’s liberty to make a sign
stand for an idea is your co-conversationalist, meaning-anarchism is Humpty
Dumpty (‘I didn’t know that!’ ‘Of course you don’t’) and meaning-conventionalism
is the idea that there is a repertoire on which conversationalists rely!” Si
occupa soprattutto di temi concernenti il neoidealismo italiano e la teoria del
liberalismo. Allievo di Franchini, è borsista dell'Istituto Italiano per
gli Studi Storici di Napol. Qui ha l'opportunità di lavorare direttamente nella
biblioteca personale di Benedetto Croce e con l'aiuto di Alda Croce, figlia del
filosofo, raccoglie e analizza il materiale scritto nel mondo su di lui. Un
frutto parziale e selezionato del suo lavoro vede la luce nel volume ragionata degli studi su Croce pubblicata
dalla Edizioni Scientifiche di Napoli, che vince l'anno successivo la prima
edizione del "Premio nazionale di saggistica Benedetto Croce",
istituito dall'Istituto Studi Crociani. È stato direttore scientifico
della Fondazione Einaudi di Roma, dalla quale è stato successivamente
allontanato per le sue posizioni nazionaliste. Successivamente è entrato a far
parte della Fondazione Tatarella ed è diventato Direttore Scientifico di Nazione
Futura. È anche membro del Comitato Scientifico della Fondazione Cortese
di Napoli, del Comitato Storico Scientifico della Fondazione Bettino Craxi, del
Comitato Scientifico dell'Istituto Internazionale Jacques Maritain e del
Comitato Scientifico della Fondazione Farefuturo. Attività e pensiero Fonda
a Napoli, con un piccolo gruppo di laureati e laureandi della Federico II,
cittadini sanniti e napoletani, il trimestrale "CroceVia" edito dalla
Edizioni Scientifiche, che si propone di rinnovare il messaggio crociano e che
entra in poco tempo nel dibattito culturale nazionale. I suoi studi crociani
prendono corpo nel volume Croce, Il liberalismo come concezione della vita,
pubblicato da Rubbettino nella collana “Maestri liberali” della Fondazione
Einaudi di Roma. Il volume, presentando l'immagine originale di un Croce
partecipe del processo europeo di distruzione delle categorie epistemiche, ha
numerose recensioni. A partire dalla sua interpretazione di Croce, O. elabora
la prospettiva di un liberalismo senza teoria, cioè storicistico e non
fondazionistico. Il suo progetto filosofico può essere così formulato:
riconquistare il liberalismo alla filosofia; ritornare in filosofia
all'idealismo; ricongiungere il liberalismo con l'idealismo (si vedano, a tal
proposito, gli interventi di O. nella polemica fra neorealisti e
postmodernisti). In quest'ordine di discorso, O. ritiene che la critica rivolta
a Croce di essere un liberale anomalo, in quanto nel suo pensiero il concetto
di individuo sarebbe sacrificato, vada ribaltato: l'individualismo non è
affatto consustanziale al liberalismo, ma si è legato ad esso solo in una sua
prima fase di sviluppo (all'inizio della modernità). Quello di O. è un
liberalismo che non prescinde né dal senso storico né dal realismo politico.
Successivamente il pensiero di O. ha assunto molti caratteri propri dello
scetticismo politico di Michael Oakeshott, in particolare della sua critica del
razionalismo, del perfezionismo e del paternalismo. Egli ha pertanto insistito
sul carattere “anticonformistico” e “eretico” del liberalismo, sulla priorità
in esso del momento “negativo” o della contraddizione. La critica delle
ideologie, e in particolare del “politicamente corretto”, diviene in
quest'ottica il correlato pratico degli approdi antimetafisici della filosofia
contemporanea. E filosofia e liberalismo finiscono per coincidere Da
ultimo, la sua riflessione ha messo a tema il significato teorico e storico
dell’affermarsi dei cosiddetti “populismi” e “sovranismi”. Essi, prima di essere
ostracizzati, vanno per O. capiti: pur in modo confuso e contraddittorio, lungi
dall'essere un “incidente di percorso” incorso al processo di globalizzazione
in atto, essi ne segnalano la definitiva crisi dell’ideologia portante: il
globalismo. Questa ideologia può essere considerata una radicalizzazione
coerente della mentalità illuministica e progressista, cioè da una parte del
processo di secolarizzazione e razionalizzazione e dall'altra dello speculare e
connesso relativismo e nichilismo. I “populismi” sono perciò per O. movimenti
di reazione ai meccanismi di spoliticizzazione (e connesso “disciplinamento” in
senso foucaultiano) propri della globalizzazione, che aveva definito la
sua ideologia all’incrocio fra le idee di due “deviazioni” dell’autentico liberalismo:
il neoliberismo, sul versante economico, e la cultura liberal sul versante di
un diritto globale fortemente eticizzato. Scrive su diverse riviste
scientifiche e culturali e sui maggiori organi di stampa nazionali. Attualmente
è nella redazione della rivista “LeSfide”, edita dalla Fondazione Craxi, e nel
Comitato editoriale dell quotidiano online “L’Occidentale”. Collaboratore de
“Il Giornale” e de “Il Riformista”, è opinionista politico di “formiche.net”,
“Huffpost” e “nicolaporro”. Molto seguita è la sua rubrica domenicale di
riflessione politico-culturale “O.’s Corner” sulla rivista online
“startmagazine”. Un estratto di un suo articolo (Intervista a Remo Bodei,
in C. Ocone, Prendiamola con filosofia, Il Mattino, è stato utilizzato dal Ministero
dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca come documento per la stesura
della traccia della prova scritta di Italiano negli esami di Stato conclusivi
dei corsi di studio di istruzione secondaria superiore a.s. (Tipologia
Redazione di un saggio breve o di un articolo di giornale2. Ambito
socio-economicoArgomento: La riscoperta della necessità di «pensare»).
Nella sezione Dal dopoguerra ai giorni nostri, Percorso Il dibattito delle idee
Dall'“impegno” al postmoderno, Dal periodo tra le due guerre ai giorni nostri)
dell'antologia "Il piacere dei testi", editore Paravia, è contenuto
il suo saggio "Né neorealisti né postmodernisti, "qdR". Altri
saggi: “Coronavirus. Fine della globalizzazione” Il Giornale, Milano); “La
chiave del secolo. Interpretazioni del Novecento” (Rubbettino, Soveria Mannelli);
“Europa. L'Unione che ha fallito, Historica, Cesena, “La cultura liberale.
Breviario per il nuovo secolo” Giubilei Regnani, Roma-Cesena); “Attualità di Croce”
Castelvecchi, Roma, “Il liberalismo nel
Novecento: da Croce a Berlin” (Rubbettino, Soveria Mannelli); “Il liberale che
non c'è. Manifesto per l'Italia che vorremmo” (Castelvecchi, Roma); “I grandi
maestri del pensiero laico, Claudiana, Torino); “Collingwood e l’Italia”
Castelvecchi, Roma); “Il nuovo realismo è un populismo” (Il Nuovo Melangolo,
Genova, (Reichlin e Rustichini) Pensare
la sinistra. Tra equità e libertà, Laterza, Roma-Bari, Liberalismo senza
teoria, Rubbettino, Soveria Mannelli (con Dario Antiseri), “Liberali d'Italia” Rubbettino,
Soveria Mannelli (con altri autori) “Le
parole del tempo. Lessico del mondo che cambia” Pierfranco Pellizzetti,
Manifesto libri, Roma); “Spettri di Derrida, Annali della Fondazione europea
del Disegno (Fondation Adami), Il Nuovo
Melangolo, Genova); “Profili riformisti. liberali per le nostre sfide” (Rubbettino,
Soveria Mannelli); “Marx” (Momenti d'oro dell'economia"), Roma); “La
libertà e i suoi limiti. Antologia del pensiero liberale da Filangieri a
Bobbio, Laterza, Roma); “Croce. Il liberalismo come concezione della vita” (Rubbettino,
Soveria Mannelli); “Bobbio ad uso di amici e nemici” (Marsilio, Venezia); “Manifesto
laico, Laterza, Roma); “Lessico repubblicano” (Fondazione Giovanni Agnelli,
Torino, ragionata degli scritti su Croce; Edizioni Scientifiche, Napoli. Cfr.
Archivio borsisti in Istituto Italiano per gli Studi Storici Premio Croce, su mediamuseum. Comitato
Scientifico, su Fondazione luigi einaudi.
Ficara, La Fondazione Einaudi allontana O. perché "filo-sovranista",
su Secolo Trentino, La Fondazione, su Fondazione Giuseppe tatarella. Organigramma, su nazionefutura. Fondazione Cortese di Napoli in//Fondazione cortese/ Fondazione Craxi, Comitato Scientifico
dell'Istituto Maritain, Comitato Scientifico e di indirizzo, su fare futuro fondazione. rubbettino. Vattimo Pubblicazioni La
recensione, Caffe' Europa, Duccio Trombadori, Questo don Benedetto somiglia a
Nietzsche, su il Giornale, Il blog di VATTIMO: O. e la filosofia classica
tedesca, su Gianni vattimo. blogspot. com.
La filosofia politica è una pseudo-scienza. Parola di filosofo. E che
filosofo!, su reset. Attualità di Croce su
opac., Europa: l'Unione che ha fallito; opac., La natura del potere svelata dal
coronavirus, su il Giornale, Coronavirus: fine della globalizzazione, Store il Giornale,
Fine di una storia, il ritorno della politica? su leSfide. Chi Siamo, su loccidentale. MIUR Traccia
della prova scritta di Italiano per gli esami di Stato conclusivi dei corsi di
studio di istruzione secondaria superiore anno scolastico su archivio .pubblica.istruzione. Il piacere dei testi QDR Magazine Qualcosa da Raccontare, La
chiave del secolo: interpretazioni del Novecento, opac., La cultura liberale:
breviario per il nuovo secolo; Attualità di Benedetto Croce / O., su opac., Il
liberalismo nel Novecento: da Croce a Berlin /su opac., Il liberale che non c'è:
manifesto per l'Italia che vorremmo su opac., I grandi maestri del pensiero
laico ntroduzione di Massimo L. Salvatori, su opac., Collingwood, Autobiografia
Collingwood; prefazione di O., su opac., Il nuovo realismo è un populismo / Cesare,
Simone Regazzoni, su opac., Pietro Reichlin, Pensare la sinistra: tra equità e
libertà Reichlin, Rustichini, su opac., “Liberalismo
senza teoria”; su opac., “Liberali d'Italia”; Antiseri; prefazione di Giorello,
su opac., Le parole del tempo; M. Barberis; P. Pellzzetti, su opac., Spettri di Derrida opac.,
O., Profili riformisti: pensatori liberal per le nostre sfide opac., Marx:
teoria del capitale / [visto da opac., La liberta e i suoi limiti: antologia
del pensiero liberale da Filangieri a Bobbio, opac., Croce: il liberalismo come
concezione della vita, opac., Bobbio ad uso di amici e nemici, opac., Manifesto
laico / Enzo Marzo; contributi di S. Lariccia on un intervento di Bobbio, su
opac., Lessico repubblicano: Torino, Maurizio Viroli, su opac., ragionata degli scritti su Croce, opac., La
genialità di Marx agli occhi dei liberisti, riconosce i pregi dell'analisi, in archivio storico.corriere
Premio al Premio Croce di saggistica, in premiflaiano Ssu corradoocone.com.
Grice: “Speranza calls me a liberal, but then he calls Locke and Humpty Dumpty
a liberal too.” Grice: “Mussolini set a puzzle for liberalism – the Italians,
disorganized as they are, had to create a party: they called it the ‘Partito
Liberale Italiano’ – which is bound to close down! It opened in 1922 – while I
was at Harborne!” -- Grice: “The test of
a man’s intelligence lies in his ability to name his party – partito liberale
italiano – partito liberale democratico – partito liberale constituzionale –
the addition of ‘italiano’ at the end of ‘partito liberale italiano’ ENTAILS
that what Borolli did at Florence, by founding his ‘partito liberale’ – since
he omitted to add the ‘italiano’ was not the partito liberale italiano – but
fiorentino at most! Similarly, the partito liberale democratico is NOT the
partito liberale italiano, nor is the partito liberale costituzionale.
Mussolini had it clearer: there’s only ONE partito – partito nazionale fascitsa
– the infix ‘nazionale’ means that provincials should not appy!” Corrado Ocone.
Ocone. Keywords: liberali d’Italia, liberalism, dal liberalism al fascismo, il
partito nazionale fascista e il partito liberale – Refs.: Luigi Speranza: “Grice ed Ocone” –
The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Oddi: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – la scuola di Padova
-- filosofia veneta -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Padova). Filosofo italiano. Padova, Veneto. Figlio
di Oddo degli Oddi, convinto sostenitore della scuola di Galeno. Professore per
incarico del Senato veneziano assieme a Bottoni a Padova, dove insegna e
introduce senza ricevere emolumenti l'insegnamento della pratica clinica nell'ospedale
di San Francesco Grande, precedendo così tutte le altre scuole. Commentari dell'Ateneo
di Brescia G. Vedova, Biografia degli
scrittori padovani, coi tipi della Minerva, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Treccani Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Dobbiamo
al chiarissimo signor dottor Montesanto (Dell'origine della clinica medica di
Padova ec.) la bella ed interessante notizia, che il nostro Bottoni e il suo
collega Marco Oddo, calcando le traccie luminose segnate dal famoso Montano
pochi lustri prima, diedero novella vita al la clinica medica nello spedale di
san Francesco in Padova, condotti dalla sola nobile brama di giovare. E qui
avvertire mo cogli sludiosi di medicina,che il dotto autore, dopo aver
dimostrato con incontrastabile evidenza che l'Università padovana, la prima
d'ogni pubblico Studio d'Europa, vanta la fondazione in essa di quella scuola, base
dellamedica scien za,ci porge il documento luminoso,che tanto onora li ricor
dati professori, e in particolare il Bottoni di cui favelliamo; il quale non
essendo da tacersi, lo riporteremo come ci viene fedelmente e con eleganza
vôlto in lingua italiana dal prelo dato signor Montesanto, che il trasse dagli
Acta nationis germanicae Facultatis medicae, quae,convocata natione, prae lecta
et examinata, digna judicata sunt,ut albo nationis insererentur. Consiliariis
Christophoro Sibenburger Carin thio, etKeller Hallense Saxone. Manoscritto
presso la biblioteca dell'Imperiale Regia Università di Padova. dette in
vita Boltoni, non è da passarsi solto silenzio quello d'essere stato dal Duca
di Urbino, unita mente ai altri quattro medici, chiesto del suo consiglio onde
togliere la città di Pesaro e il territorio da alcu ne febbri pericolose che
colà infierivano. N e taceremo, come a'dinostrisidimostròbellamente,che il Bot
Merita,a comune nostro giudizio, di essere celebrato con riconoscente memoria e
di venir rammentato in questo luogo il beneficio sommo impartito alla nazione
nostra dall'eccellentissimo uomo Bottoni, professore primario di medicina pratica
estraordinaria, il quale condotto dalla singolare benivoglienza che da più anni
a noi concede, oltre all'averci anche in quest'anno dalla pubblica cattedra con
ogni cura ammaestrati, a fine di giovare vieppiù alla nostra istruzione si
riuni nelloscorso inverno all'eccellentissimo Marco degli Oddi, medico
ordinario dello spedale di san Francesco e pubblico professore, e con esso,
finite la lezione, si trasferi sempre a quello speilale medesimo seguito da toni
fu, insieme al suo collega O., il primo che dopo il celebre Montano gettasse i
più so noi per visitarvi parecchi infermi afflitti da diversi generi di
malattie: per tal guisa egli aprissi l'adito ad accuratamente mostrarci come
sido vessero applicare alla pratica quelle dottrine che avevano fatto il
soggetto della sua pubblica lezione, esercitando così i suoi uditori in tutto
ciò che al dotto e sagace medico appartiene di osservare e dipraticarea pro
de'suoimalati. Cessate finalmente le lezioni, volendo Bottoni che neppure
durante le vacanze dell'Università mancasse a noi qualche mezzo di
ammaestramento, e potesse per noi esser posto a profitto il nostro tempo,egli in
una determinata ora della mallina recavasi ogni giorno a quello stesso spedale
:quivi, visitando alternativamente cob O. gli ammalati, andava instruendoci,
ragionando intorno a qualche caso tra i più gravi da lui osservati. Il Campolongo
perciò, vistosi promosso a medico di quel l'ospitale, sipropose egli pure, allafoggia
de'provetti nostri precettori, di dare ogni giorno delle pratiche istruzioni:
nel di susseguente alla sua nomina occupò quindiprimo di tutti con molta
insolenza e temerità quel posto chesoleva essere destinato ai nostri maestri; nè,
occupatolo, volle cederlo ad essi. Fermo in suo pensiero diragionare
aigiovanida quel luogo, non già una sola volta, o per un giorno solamente,
rinnovò la scena istessa per più giorni; e non valseroa ri muoverlo nè a
piegarlo le nostre istanze, direlte a far sì ch'ei lasciasse liberi ü luogo e
l'ora occupati per lo innanzi dai nostri maestri,e che per sè volesse scegliere
altra ora ed altro luogo. Ma, ostinato egli oltre ogni credere, giunse,
coll'insistere per le sue pratiche istruzioni, a turbare quelle solite a darsi
dagli altri prima di lui. Se dal Campolongo solo avesse dovuto dipendere, tutti
saremmo stati esclusi dal Mentre simili esercitazioni, con si maturo
consiglio intra prese a nostro vantaggio, andavano proseguendo, un certo
medicoper nome Emilio Campolongo,digiovanile età, col. lega nell Università e
professore della stessa cattedra, m a in secondo luogo, d’O., riusci,non sisa
come, ottenere che la ispezione a d siedeva e la cura de'malati, cui prima pre
ilsolo O.,venissefra entrambidivisa, permodo che quind'innanzi gli uomini
fossero medicati longo, e le femmine d’O,. dal Campo l'ospitale; il che
pure minacciava apertamente di voler far si che avvenisse. La quale insolenza,
divenuta già intollerabile ai signori professori Bottoni ed Oddo, meritevoli
per ogni riguardo di molta stima e riverenza, li costrinse a partire dallo
spedale, e con essi partirono quanti vi erano studenti della nazione
alemanna,rimanendo così affatto solo ilCampolongo nel luogo da lui tolto agli
altri. Informati poscia bene del fatio i governatori dello spedale, costrinsero
il Campolongo con severi modi a cessare dalla sua pretesa, ingiungendogli,
sepur voleva intraprendere qualche esercizio a vantaggio di taluno degli
studenti, di scegliersi un'altra ora ed u n altro luogo. Cosi, mercè la
prudenza dei nostri maestri e la costanza degli studenti alemanni, fu vinta l'altrui
pertinacia, edinostri esercizii vennero felicementea ricominciare. Essendosi
allontanati, come sogliono, dall'Università glo ltaliani per far le vacanze
presso leloro famiglie, li signori Bottoni e O., eccellentissimi uomini e della
nostra nazione sommamente benemeriti, affinchè far potessimo qualche profitto
nello spazio di tanti mesi, continuarono le loro pratiche istruzioni quasi ogni
giorno nello spedale di san Francesco sino al principio delle lezioni, con gran
fatica e disagio loro, econsomma utilità nostra: della qual cosa poco io dirò, potendo
bene ciascuno dalla rela. zione del mio antecessore rilevare le circostanze
tutte che a ciòsiriferiscono. Aggiungasi, chevenendo nella state invitati
parecchi infermi alle terme di Abano, onde rendersi vieppiù grati a'nostri, li condussero
due volte colà, dando per tutti cavalli e legno il signor O., e quivi
gl'instruirono circa il valore medico delleacque termali e deifanghi. Verso
lafine poi dell'ottobre fattasi la stagione opportuna per le sezioni
anatomiche, iBottoni e O. stabilirono di aprire i cada veri di quelle donne che
morissero nello spedale ; e ciò col fine d'indagare alla presenza degli scolari
le sedi e le cagioni dei mali : fu però d'uopo abbandonare ben tosto que lidi
fondamenti della scuola clinica in Padova, che precedette tutte l'altre in
Europa. Lasciò il nostro Bot Bottoni e O. continuarono anche nel successivo
anno ad istruire nello spedale i giovani;ed in quest'anno pure vennero ad
insorgere nuovi dissidii, come ce ne informano gli atti di quell'epoca, raccontandosiivi
quanto segue: toni un monumento del suo buon gusto nelle arti in un
palazzo ch'ei fece erigere dirimpetto alla chiesa degli Eremitani inPadova
(intorno al quale allude la medaglia riportata da Tomasini(1),cheacquistatopo
sto si utile divisamento,poichè, mentre tutto era disposto per eseguire nel
giorno appresso la sezione di due donne, in una delle quali importava esaminare
lo sluto dell'utero, e nell'altra, mortaditabe, volevasidainostri precettori
scuo prire per dove penetrasse una piaga fistolosa esistente al torace,
Campolongo loro emulo propose a'suoi uditori d'intraprendere in quel giorno
medesimo l'anatomia dell'ute ro,esiserviper questa deidue suddetticadaveri. Nacque
da ciò che i governatori del pio luogo, resi avvertiti dell’ac caduto e mossi
dalle querele delle vecchie inferme, le quali temevano, morendo, di dover
essere del pari anatomizzate, prescrisserotanto ad’O., quanto al Campolongo, di
astenersi dall'incidere verun cadavere nell'ospitale, sotto pena di perdere lo
stipendio. In onta però alle tante opposizioni promosse dalla rivalità del
Campolongo contro Bottoni e O., perseverarono questituttavianell'utile loro
impresa d'istruirenellapratica medicina i giovani, conducendoli al letto dei
malati nello spe dale di san Francesco; poichè anche gli atti compilati dal
consiglieredella nazione alemanpa Pietro Paolo Höchstetter di Tubinga, ne
parlano cosi: A ciascuno di noi è palese con quanta diligenzasi diportasse
ilsignor Albertino Bottoni nelle sue quotidiane esercitazioni. Ogni giorno ei
ci conduceva al lettodi un nuovo malato, e c'istruiva intorno aldi lui morbo, indagandone
dottamente le cagioni, esponendone i segni e le indicazioni curative, non che
il prono stico :egli suggeriva inoltre non solo le più opportune medi. cine di
comune uso,ma quelle altresi chela sua pratica particolare gli avea comprovate
efficacissime; talche vennu ognora più a farsi manifesta la singolare bontà con
cui ila più anni questo insigne uomo ci riguarda. Ond'è che,seb. bene le teorie
mediche da noi apprese nelle nostrecontrade possano a tutta prima allontanarci
in qualche modo dal se guire le sue lezioni, la somma sua felicità nella
pratica e T'ottimo suo metodo di medicare serve però a ricondurci in. torno a
lui. Marco degli Oddi. Marco degl’Oddi. Oddi. Keywords: implicature: filosofia
naturale, Galeno.-- Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Oddi” – The Swimming-Pool
Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Offredi:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del lizio – la
scuola di Cremona -- filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Cremona). Filosofo italiano. Cremona, Lombardia. Gli
era tributata grande autorità nell’ambiente filosofico. Insegna a Pavia e
Piacenza. In buoni rapporti con Eugenio IV, Visconti e Sforza. Saggi:“De primo et ultimo instanti in
defensionem communis opinionis adversus Petrum Mantuanum,” S.l., Bonus Gallus, Giambattista Fantonetti, Effemeridi delle
scienze, compilate da G. netti, Paolo- Molina, Rinascimento, Istituto nazionale
di studi sul Rinascimento, Robolini, Notizie appartenenti alla storia della sua
patria, raccolte da G. Robolini, pavese, Fantonetti, Effemeridi delle scienze
mediche, compilate da Fantonetti, Molina. OFFREDI
CREMONENSIS ABSOLVTISSIMA COMMENTARIA [ocr errors] VNA CVM QVAE STIONIBVS
IN PRIMVM ARISTOTELIS Posteriorum Analyticorum librum, Nunc primum
mendis oinnibus expurgati, et egregijs scolijs marginalibus
illustrata, AC DVOBVS INDICIBVS, ALTERO, Qy I RES IN COMMENTARIIS tractatas,
altero, qui quastionum capita copiosissime comple&titur, PRAETERE A
DVPLICI TEXTVS ARIST. INTERPRETATIONE AVCTA IN LVCM RE DEVNT A PRAECLARISS.
DOCTORIS Hoc aut contingit propter posibilitatem intellectus D
APOLLINARIS CREMONE N. nostri, qui à principio est sicut tabula rasa, et non.
3. de anima tex. in librum primum Posteriorum mouetur ad intelligendum,
nisi de potentia ad actí cap.is. reducatur sic autem intelligentia non
cognoscunt, Aristotelis, exposition cum semper in actu intelligendi existant,
et eodem modo et nunquam in potentia. Bruta etiam non Mnis doctrina, et discurrunt
saltem discursu pfe&to, quamuis in prin- omnis disciplina incipiosint
in potentia ad cognoscendum, et hoc est telleştiua, ex præpropter imperfectum
eorum modum cognoscendi; existenti fit cogni- Concedi tamen potest, q
aliquo modo, et impertione. Manifestum feétè discurrunt. Ex quo infertur, g per
idem medium euidenter concludere habemus, nostrum mia est autem hoc specu
dum cognoscendi imperfectiorem esse modo intelitia látibus in omnibus;
gentiarī, et perfectiorem modo brutorum, per hoc. f. mathematicæ enim
scientiæ per hunc cum difcurfu cognoscimus, qualiter neq;
intelli- modum fiunt, et aliarum unaquæq; argentia, neq; bruta cognoscunt.
Cũigitur intellectui tium. Similiter aút et orationes,quæ p nostro sit
potentia semper admixta, et cūdiscursu syllogismum, et quæ per inductionem;
scientiā acquirat, in discursu autem error, et recti- utræq; enim per
prius nota faciunt do tudo esse poffit, vbi etiam est admixta potentia, malum,
ö error cötingere poffit, vt colligitur de mente e &rinam; hæ quidem
accipientes,tanğà Arift.g meta. cum dicit, q malum naturaliter
eft tex.6. 19 B notis, illä uerò demonstrātes uniuersale poft potentiā,
et vlterius dicit, g in rebus æternis, perid, quod est manifestum singulare
que semper sunt actu, non est malum, neque error, Similiter aút, et
rhetoricæ persuadent: oportuit artem inuenire,qua in a&tibus rationis
di- aut enim per exemplum, et est Inductio: rigeretur humanus intellectus
in acquirêdo notitia aut per enthimema, quod quidem est vnius, ex notitia
alterius, et hæc fuit Ars Logicæ. Cum autem triplex sit intellctus
operatio, quarum syllogismus secunda primam fupponit, et tertia secundā vt
colli Mnis doctrina,omnisý disciplina gitur 3. de anima (Prima est simpliciü
intelle&tio, Tex. c.at. Secunda est simplicium compositio, vel divisio. Tertia
intellettina preexistente è co- est cognitio discursive His tribus
operationibus sed priores dus gnitione fit. Id, fi omnes que tres correspondent
logicæ partes, quarum prima magis conuenite fiant pacto consideremus,mani-
habetur in lib. prædicamentorum Arist. G admi- Lui, quatenus in feftum profeito
fiet. Mathematica nang; niculis ipsius scilicet lib. vniuersalium Porphiri,
tellcdwet. fcientiæ illo comparantur modo, caterarú ý lib. sex principiorum,
obi logicè determinatur artium vnaquaque. Sanè circa orationes de generibus, et
speciebus predicamentorum, prout quoque,
fiueille p raciocinationes fiue per cunda est, quæ habetur in lib. Peryhermenias,
vbi de cognitione quadam simplici cognosci habent, sem inductioncm fiunt,
feruari modusidem fo- propositione determinatur, et speciebus ipfius
tàną let: in utrisq; nanque, per antea nota doctri de inftrumento aliquid
compositiuè, vel divisiuè co- C F na nimirum fit, quippe cum
in altera tanğ gnoscendi. Tertia verò in alys Logicelibris conti- à
cognofcétibus propofitiones accipiantur, netur, qui cõmuniter Ars Noua
dicuntur, vbi de in altera per singulare iam notüipfum vni.
instrumento determinatur, quo discurrere debet in versale oftendatur.
Simili profe&to modo, telle&tus,o3. de syllogismo, es consequenter de
alijs modis arguendi. Diuiditur autem tota illa pars hoc Goratoria
rationes fuadent, aut .n.exem modo, quia ficut in a&tionibus Nature
diuersitas plis,quod est inductio,aut enthymematibus reperitur, quxdam .n.
funt, qua ex neceffitate fiunt, g&quidē ratiocinatio est, facultas
ipsafolet quædam vi plurimum, quedam vero raro (propter oratoria
fuadere. defe&tum aliquem in natura,ficut monftra ) sicin discursibus
rationis quidam sunt, in quibus est nePro inductione expositionis huius libri
Poftecefsitas, et ifti cum rectitudine rationis habentur. riorum, fub brevitate,
videnda funt quædam, v3. Ală sunt, per quos vt plurimum verum concludiqua
fuerit necessitas, logicam inueniendi, et confetur, non tamen necessariò. Alij
verò funt, in quiquenter fcienciam huius libri, Quis ordo huius libribus eft
defectus rationis propter alicuius principi ad cæteros libros logica del LIZIO.
Quis libri titulus,et defecttum. Pars logice, in qua de primis determiquid subiectum
et sic consequenter habebuntur ipsius natur, iudicatiua dicitur, et est
illa, quæ traditur in Non pigeat hoc cause. Quantum ad primum fciendum est
primò, q libris Priorum et Pofteriorī, dita autem' est iudiloco videre Aszi cum
modus nofter cognoscendi sit medius inter mon catiua à iudicio, eo q iudicium est
cum certitudine. dum intelligentiarī, er modum brutoră, ab vtrifq; Vocata etiam
est analetica .i. refolutoria, co gisa diftinguitur in hoc, g intelligimus
cum discursie. dicium certum de effectibus baberi nö poffit, nisifiat. Con
quelle stravaganze ed empietà iusegnavasi cercare col commercio de'demonj,
colle magie e le incantagioni i rimedj delle malattie, e le maniere di
preservarsene. Meritavano maggior illustrazione e lode altri insignim e dici cremonesi
di questo secolo. O. solenne filosofo, astrologo e medico, LETTORE DI
METAFISICA – come Ryle! -- lettore di metafisica nello studio di Pavia e di
Piacenza, caro ed accetto ad Eugenio IV, Filippo Maria Visconti
eFrancescoSforza. A Filippo Maria protettor suo dedica O. i suoi Commentarj di
Aristotile sull'anima, stampati poi in Milano, sui quali piacemi di trascrivere
il giudizio che ne fece l'illustre mio concittadino ed amico Poli. Con
quest'opera, dic'egli, pre venne O. in alcuni principii sull'origine delle idee
lo stesso Locke, ecome quegli che appartenendo a quell'onorata famiglia
de'filosofi peripatetici italiani, che al melodo naturale e sperimentale
aggiunsero quello della critica e delle proprie dottrine aveva proposto nuove
ricerche superiori al suo secolo, e di cui van tanto gloriose le scuole
moderne. I n p rova di che il prof. Poli ne'suoi saggi, e nella sua storia
della filosofia ita liana riferisce alcune proposizioni filosofiche
dell'Offredi tratte dalle opere sull'esposizione e sulle questioni de’libri
d'Aristotele de anima (che ebbero poi tante edizioni), dalle quali scorgesi
come l'Offredi svincolasse la filosofia dall'impero dell'autorità, e la posasse
sul sentiero della libera e coscienziosa verità. Quanto alla medicina
Apollinare e celebrato per cure maravigliose fra i migliori medici del suo
tempo, e pubblicava al cune opere, di cui puoi vedere i titoli nell'Arisi.
Il 312 Elogia clariss. virorum Collegii Pisan.1750
negliopuscoliscientificidelCalogerà). Secondo Volaterrado e Spacchio non scrive
quest'Offredi opera alcuna. Ma Ficino ne fa onorevole menzione in una sua
lettera del lib. V, ove dice che dalla salvezza dell'Offredi dipende quella
della filosofia de' suoi tempi. Non ricordato pure da'vostri sto rici e
biografi trovo Baccilerio Tiberio che è solo a c cennato nella Biografia medica
di Parigi, da cui apprendesi ch'egli fu professore di medicina a Bologna,
Ferrara, Padova e Pavia, e muore in Roma. Scrive un saggio intitolato Commentarii
sulla filosofia di Aristotele e di Averroe, che non sembra es sere giammai
stato impresso. Poche cose i nostri biografi ci tramandarono di Albertino de
Cattanei o de Chizzoli o Plizzoli da non confondersi coll'altro Albertino di S.
Pietro. Il Cattanei la dottissinio in varie scienze, dottrine e lettere, e
professore straordinario di filosofia, fisica, etica e teologia prima a P a
dova indi a Bologna, poi difilosofia morale e di medicina nello studio di
Ferrara e di Pisa collo stipendio di 495 fiorini d'oro (Alidosi, Borsetti
Storia del ginnasio di Bologna e di Ferrara. Fabbrucci, op.cit., in Calogera). Ficino
lo chiama doctrinæ et honestatis exemplar; e lascia alcune opera accennate
dall'Arisi. BOEZIO, Hugues de St Victor, Alberto il Grande di Bollstädt e
Alberto di Sassonia, AQUINO, Egidio Colonna, Guglielmo d'Alvernia, Enrico di
Gand, Henricus de Gandano, Roberto Vescovo di Lincoln detto Testa Grossa, il
francese Gianduno o da Jandun contemporaneo e amico di Marsilio da Padova e di
Pietro d'Abano. Giovanni Duns Scoto e Antonio d'Andrea, Antonius Andreae
Scotista, il Burleusossia Burleigh, Pietro d'Abano ossia Concilialor differentiarum,
Buridano, Vio, Gregorio di Rimini (Gregorius Ariminiensis generale degli
Agostiniani nominalisti), Jacopo da Forlì e Gentile dei Gentili discepolo di
Taddeo fiorentino filosofi e medici del medesimo secolo; knalmente Pietro da Mantova
logico, PaoloVeneto filosofo, Apollinare Offredi --filosofo e Pietro Trapolino
da Padova uno dei maestri di Pomponazzi autore di un'opera De Ilumido Radicali,
tutti del 15.0 secolo. Il Nifo e l'Achillini sono citati nelle Questioni
aggiunte. Di Marliano milanese detto il Calcolatore fanno menzione anche i suoi
libri anteriorie stampati especie quello Deintensione el remissione formarum.
La maggior parte di questi Commentatori sono noti e annoverati sia nelle storie
della Filosofia e della Letteratura, sia nelle Biografie universali, e nelle
Enciclopedie. Pietro d'Abano è uno dei più citati e studiati dal Pomponazzi;è
famoso e una sua accurata biografiafral'altresitrova nella Storia scientifica o
letteraria dello Studio di Padova del Colle.Sopra Jacopo da Forlì che fu
professore a Padova è da notarsi al proposito di questo lavoro che egli è
autore di un De Intensionc 339 titolo più particolare che sta in
testa alla prima pagina dopo l'indice delle Questioni si rileva che esso pure
si riferisce ai corsi dati dal Pomponazzi sul De Anima a Bologna. Difatti il
detto titolo è il seguente: “In nomine individuae Trinitatis incipiunt
quaestiones animasticae excellentissimi artium et medicinae doctoris, domini
Magistri Petri Pomponatii Mantuani philosophiam ordinariam in bononiensi
Gymnasio legentis. Sventuratamente il Codice di Firenze non ha che 57 fogli
invece di 267 che ne ha quello di Roma, e delle 79 Questioni di cui contiene
l'indice, 34 soltanto e non senza lacune vi sono trattate; queste corrispondono
generalmente per l'ordine in cui si ccedono, alle prime del Codice di Roma, ma
non sempre e talvolta con parole diverse. Le Questioni del Codice di Roma sono
114 ed esauriscono tutto il trattato del LIZIO, quelle del Codice di Firenze
non vanno guari al di là della metà dello scritto aristotelico e nelle 34 che
sono esaminate e risolute non sono comprese le più importanti dell'Indice come
sarebbe quella della Immortalità dell'anima,soggetto del libro famoso che porta
questo titolo. Da un opuscolo del Brunacci è accertato che a Padova
ilPomponazzi comincið et Remissione Formarum, come il Pom ponazzi,manoscritto
registrato dal Tommasini nelle sue Bibliothecae Palavinae manuscriptae publicae
el privatae, Utin, L'Apollinare, Pietro da Mantova e Paolo Veneto sano più
d'una volta dal Pomponazzi citati insieme; e di fatto sono tutti e tre in parte
della loro vita contemporanei. Paolo Veneto ha fiorito nella prima metà del
secolo XV ed è stato professore a Padova; la sua Somma di Logica e isuoi
Commenti supra l'Organo sulla Fisica di Aristotele e specialmente sul De Anima
furono celebri e c m mendatissimi. Di esso parlano il Tiraboschi e il
Papadopoli (Storia dell'Università di Padova) e Poli nel Supplemento IV al
Manuale della storia della Filosofia del Tennemann. L'Apollinare e della famiglia
Offredi o degli Orfidii da Cremona (Vedi Francesco Arisi, Cremona literata,
Parma e Tiraboschi, Storia della Letteratura italiana); fiori verso la netàdel!V°secolo;
ebbe fama grandissima e fu chiamato l'anima di Aristotele. Risulta dal De Anima
del Pomponazzi a Carte che su discepolo di Paolo Veneto « Paulus Venetus et
Apollinaris ejus discipulus ». E difensore della filosofia cristiana contro l'Averroismo;
insegna a Piacenza evi e aggregato al Collegio medico. Il suo Commento al “De
Anima” del LIZIO esiste manoscritto nella Biblioteca palatina di Firenze. Esso e
stampato più volte. La prima edizione è di Milano (Vedi il Tiraboschi e il Sassi, Storia della
Tipografia milanese). In un volume stampato a Venezia, esistente nella
Biblioteca Alessandrina di Roma, da Locatell, si trovano la Logica di Pietro da Mantova; il
trattatello di questo professore sul primo e l'ultimo istante (“De primo et ultimo
instante”) citato da Pomponazzi nel suo “De Anima”; un trattato responsivo di O. Apollinare da
Cremona al Mantovano in difesa della opinione comune; un commento di Menghi
alla Logica di maestro Paolo Veneto. NICOLETTI. Le due opere del Mantovano
portano questi titoli: Viiri præclarissimi ac subtilissimi logicim a incipit feliciter.
Incipil sublilissimus tractatus ejusdem deinslanli. Il trattato d’O. ha per
titolo “Illustris philosophi et medici O.
Cromonensis de primo et ultimo instanti in defensionem communis opinionis
adversus Petrum Mantuanum seliciler incipil. Ecco il principio di quello del
Mantovano che Pompovazzi cita colle parole Petrus de Mantua o Mantuanus concivis
meus: Incip il sublilissimus Tractatus ejusdem (Magistri Petri Mantuani) de instanti.
Dicemus primo naturaliter loquentes, quod sola forma secundum se el quam libel
sui proprietatem potest incipere el desinere esse. Materia enim prima est
ingenita el incorrutlibilis: el non plus esl, -sul “De Anima” un corso
che non puo finire. Forse ad esso si riferiva il manoscritto che Tommasini (Bibliothecae
Patavinae publicae et privatae) dice di aver veduto nella libreria privata del
Rodio. Quanto a quello di Firevze, il titolo ci avverte, come abbiam detto, che
esso deriva come quello di Roma dall'insegnamento psicologico del Pomponazzi a
Bologna.Si troverà nell'Appendice l'indice delle questioni che vi sono
registrate. È certo in ogni modo che il manoscritto di Roma è il Commento
intero di Pomponazzi sul De Anima del LIZIO, e ciò che più monta e risulta
dalla data apposta alla fine del medesimo, è l'opera della sua età matura, l'espressione
più completa del suo insegnamento più importante, il corso da lui dato o
compiuto sul “De Anima”, nel tempo che segna l'apice della sua attività, in
quel tempo in cui egli stesso datava dalla Cappella di S. Barbaziano in Bologna
il De Naturalium Effectuum Causis, e ilvelerit de materia prima in rerum natura
quam nunc sil, velminus. Secundum tamen verilalem, cioè la fede, malaria ali quando
desinil esse ulinc onsccralione, plusaulem velminusali quando est de forma tam
subslunliali quam accidentali. Sed hoc proposilum non destruil. Er quo sequilur
quod si aliquod ens nalurale incipil vel desinil esse, ipsum incipil vel
desinit esse propter cjus formam substanlialem quae incipit vel desinit esse.
Premessa la eternità della materia, tutto il trattato si aggira sulle
difficoltà e le antinomie che possono sorgere dalla applicazione delle
categorie del moto e della quantità alla generazione e alla cessazione delle
forme nella materia, e specialmente dalla relazione della materia con la forma
nei virenti. La qualità delle argomentazioni giustifica la parola sublilissimus
aggiunta al titolo del trattato e ricorda i ragionamenti della scuola Eleatica di
VELIA -- e specialmente di Zenone sul moto. Il saggio è uno dei più curiosi
esempii dell'ardire pur troppo sterile quanto ai risultati obbiettivi, ma non
infecondo quanto alla ginnastica della mente, con cui la Dialettica del Medio
Evo e della Rinascenza si accinse alla soluzione dei problemi più difficili.
Nel manoscritto di Firenze sopracitato come anche in quello che qui facciamo
conoscere Pietro Mantovano è spesso designato colle iniziali P. M. Fiorentino è
rimasto dubbioso se queste let tere indicassero Pietro Manna cremonese, che
Pomponazzi nell'Apologia chiama viracerrimi in genii gravissimique judicii.
Essendo Manna cremonese, è chiaro che
Pomponazzi non puo chiamarlo concivis meus. Di Pietro Trapolino, il più
celebre dei due Trapolini che Pomponazzi ha per maestri, ecco ciò che dice
Papadopoli nella sua storia dell'università di Padova. Pietro Trapolino Patavii
natus patricia genle PHILOSOPHVS, malhemalicus
el medicus celeberrimus, Medicinam in Gymnasio palrio professusesl ut constatex
Albis gymnasticis. Vixilannos LVIII; vivere desiitan. MDIX caipsadiequa caplum
direplumque Patavium estab exercilu Maximiliani, in eaquererum catastrophe quæmulla
conscripseralperiere. Superesiquem juvenis ediderat liber de Ilumido radicali.
Di Trapolino suo precettore in medicina Pomponazzi parla nella12a delle sue Du
Vilazioni sopra il4o dei Meteorologici del LIZIO adducendo le difficoltà che
egli scolaro gli opponera su certe cause della mutazione delle forme nei misti.
Ivi l'autore avvicina Trapolino a Gentili, a Forlì e a Marsilio di Santa Sofia altri
rinomati professori di Padova. Di Roccabonella che e pure suo maestro è
menzione alla fine del De Falo. Finalmente di Francesco di Neritone altro suo
professore oltre al cenno che ne fa. Grice: “Italians are rightly obsessed with
Pomponazzi. They complained he looked more ‘a Jew than an Italian,’ but he
predates Ryle’s Concept of Mind. One of his influences is Offredi, a lizii –
who wrote not just on Aristotle’s De Anima (a manuscript Pomponazzi consulted)
but who himself set to defend Pomponazzi – to prove that he was a real lizio,
he wrote on Analytica Posteriora too – “Only a true lizio will comment on
that!” -- Offredi. Keywords: implicatura. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed
Offredi,” The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!:, Grice ed Olgiati: HART
GRICE HOLLOWAY la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dei
classici – la scuola di Busto Arsizio – Grice on Hart on Holloway on language
and intelligence -- filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza
-- (Busto Arsizio). Filosofo italiano. Busto
Arsizio, Varese, Lombardia. Grice: “I’m impressed that Olgiati dedicated a
whole tract to the idea of ‘soul’ in Aquino!” Si forma presso Seminari
milanesi. Collabora con Gemelli e Necchi alla Rivista di filosofia
neo-scolastica e fonda con loro il periodico Vita e Pensiero. Insignito da Pio
XI del titolo di Cameriere Segreto e da Pio XII di Proto-notario Apostolico.
Inoltre assieme ad Gemelli, uno dei fondatori dell'Università Cattolica del
Sacro Cuore. Presso tale ateneo insegnò nelle facoltà di Lettere, di Magistero
e di Giurisprudenza. Condirettore della Rivista del Clero Italiano insieme a
Gemelli. Autore di saggi relativi sulla religione e l’istruzione. I suoi
allievi più illustri sono Melchiorre e Reale. Tomba di Gemelli mons. O.. Il
libro Le lettere di Berlicche, scritto da Lewis, oltre ad essere dedicato a
Tolkien, è dedicato anche a O.. Medaglia d'oro ai benemeriti della scuola,
della cultura e dell'artenastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'oro ai
benemeriti della scuola, della cultura e dell'arte — Università Cattolica del
Sacro CuoreLa storia: Le origini, su uni cattolica. Saggi: “Religione e vita”
(Vita, Milano); “Schemi di conferenze” (Vita, Milano); “I fondamenti della
filosofia classica” (Vita, Milano); “Il sillabario della Teologia” (Vita,
Milano); “Il concetto di giuridicità in AQUINO” (Vita, Milano); “Marx” (Vita,
Milano); Il sillabario della morale Cristiana” (Vita, Milano); “Il sillabario
del Cristianesimo, Vita, Milano) b I nuovi soci onorari della Famiglia
Bustocca. Almanacco della Famiglia Bustocca per l'anno 1956, Busto Arsizio, La
Famiglia Bustocca, Treccani Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia.
La filosofia di Bergson, TORINO BOCCA pS og 4 E E Z á (a ) S 3 JE lí E | S E a
AT O A GEMELLI CON AMMIRAZIONE E CON AFFETTO nel. «ficie tico; de: de; a Forse
nessun filosofo, durante la sua vita, riscosse un plauso cosi intenso e suscitó
tanto entusiasmo, come Bergson. I difensori stessi di altre tendenze
filosofiche, pur dissentendo da lui, lo. ammirano e lo coronano di rose.
William James lo salutó il nuovo Platone. e disse che le pagine dei suoi
scritti schiudevano nuovi orizzonti dinnanzi ai suoi occhi: esse gli sembravano
simili all'aria pura del mattino ed al canto d'un. uccello. Croce gli riconosce
il merito grande di aver rotto le tradizioni dell'intellettualismo e
dell'astrattismo del suo paese, dando per la prima volta alla Francia quella
viva coscienza dell'intuizione, che sempre le e mancata, e scotendo la fiducia
ec- cessiva, che essa aveva, nelle nette distinzioni, nei concetti ben
contornati, nelle classi, nelle formole, nei raziocinii filanti diritto, ma
scorrenti sulla super- -.ficie della realtá (2). Il Balfour conclude: un suo
articolo, assicurando che' chi si trova poco soddisfatto dei sistemi
idealistici e che non puó accettare il credo del naturalismo, si rivolgerá
sempre con interesse e con ammirazione a questo esperimento brillante di
costruzione filosofica. 1! Windelband in Germania JAMES, A pluralistic
universe, Longmanns, CROCE (vedasi) Logica, Laterza BALFOUR, Cre-.tive
evolution and philos. doubt, in The Hrbbert journal, considera Bergson come la
personalita piú originale e pia importante della filosofia francese
contemporanea. Anche se queste lodi fossero esagerate, e certo che da molti
anni nessun pensatore ha esercitato in Francia un efficacia cosi forte come
Bergson (2). Non solo egli ha sotto la sua influenza il corpo filosofico
insegnante del suo paese, che col Gillouin lo stima il solo filosofo di primo
ordine che abbia avuto la Fran- cia dopo Descartes e 1'Europa dopo Kant; ma «
da lui discendono anche ¡i teorici piú moderni delle correnti pia vivaci
francesi. 11 Le Roy, nel suo Comment se pose le probléme de Dieu, crede di
poter distrug- gere con le teorie bergsoniane le antiche prove tradi- zionali e
di poter additare una via nuova per ascendere alla conoscenza di Dio (4); e nel
Dogme et critique si e sforzato di ripensare i dogmi cattolici in funzione di
quelle dottrine. Sorel, dalle sue Reflexions sur la violence ai suoi ultimi
articoli, vuol giustificare il movimento sindacalista con le idee dell”
Evolution Créatrice, libro che egli non esita a paragonare alla WINDELBAND,
LZehrbuch der Geschichte der Philosophte, trad. ital, Sandron, É una giusta
osservazione dello SCHOEN, 2. Bergsons phi- losophische Anschauungen, in Zeitschrift fúr Philos. und
pihlos. Kritik BERGSON,
choix de textes avec étude du syst. philos. par RÉNÉ GILLOUIN, pag. 8. Del Gillouin si vegga pure il recente volume: La
philosophie de M. H. Bergson, Grasset. Anche il Keyserling in Germania
considera Bergson come la mente filosofica piú originale dopo Kant. Anche
PREZZOLIN], La teoria sindacalista, ultimo capo: La filosofía dí E. Bergson Fra
gli studi critici, apparsi in Italia e al- estero, € uno dei piú notevoli. (4)
In Revue de Métaphysique el de Morale, marzo eluglio 1907. Critica della Ragion
pura (1). A Bergson si ispirano i simbolisti ed il Claudel. 1 pragmatisti trovano
nelle sue opere nuovi argomenti in loro favore. Nell'intui- -zione i mistici
scorgono un primo passo verso la loro esperienza tacita, intima, ineffabile. 1
protestanti li- berali abbracciano con gioia le nuove idee, e solo pochi mesi
or sono, in una riunione degli Unitari a Londra, il pastore Jacks diceva che
esse portano alla religione un soffio nuovo di vita (2). Persino gli Ebrei
tentano di utilizzare le conclusioni di Bergson. il quale, come tutti sanno, da
alcuni anni e il trionfa- tore dei congressi filosofici. Molte riviste, tra cui
il Logos e 1'Hibbert journal, si onorano di poterlo ¡iscri- vere tra i loro
collaboratori, e non ce periodico in Europa che non abbia esaminato i suoi
volumi, oramai tradotti in tutte le lingue. In una parola, la filosofia
bergsoniana, per quanto abbia soltanto venti anni di vita, e davvero una
filosofia alla moda SOREL, Considerazioni sulla violenza, Laterza, rgro; ed in
MMouvement Socialiste + in Revue de Métaph. et de Mor., gennaio rgrr,
nell'articolo : Vues sur les problemes de la philosophie. Quanto alle relazioni
tra sindacalismo e berg- sonismo, si vegga PREZZOLINI: op. cit. capo III ed un
articolo dello stesso autore nel Bollettino Bibliografico Filosof. di Fi-
renze, Gennaio 1909: 7.e grandi idee sindacaliste e la filosofía di E. Bergson;
BOUGLÉ- Sindacalistes et Bergsoniens in La Revue, GOLDSTEIN. Bergson und
Sozialwis senschajt in Archiv. fúr Sozialwissenschfat COENOBIUM ZIEGLER,
Religion und Wissenschaft, Kaufmann Cosi la definisce TILGHER in un importante ar-
ticolo : Zo, liberta, moralita, nella filosofía di E, Bergson, in Cul- tura, 15
novembre e 1 dicembre 1902. Anche in Inghilterta il berg- sonismo, che sino a
pochi anni fa era quasi sconosciuto, ottiene ora un successo crescente. Prova
ne siano i numerosi volumi e studii di riviste dedicati al Bergson e le
conferenze di questi a Oxford, a Birmingham, a Londra. Gli inglesi perd.qualche
volta, do Na P E ció che piú ancora sorprende, osserva un neo- scolastico
francese, e che la sua riputazione oltre- passa il cerchio degli iniziati, per
raggiungere il grande pubblico. Per farsene un'idea, e necessario assistere ad
uno dei suoi. corsi al Collége de France, ove si ha limpressione di assistere
ad una premitre: gli automobili aspettano alla porta, i servitori in livrea
conservano i posti che saranno occupati dalle grandi dame; e quando il maestro
appare, si sente che egli affascina il suo uditorio. Gia Bergson entusiasmava i
suoi studenti di filosofia del collegio Rollin e del liceo Henri IV. Agli esami
del baccalauerato, della licenza, dell'aggregazione, tutte le dissertazioni si
ispiravano dlle sue idee. E come ciascun anno i grandi sarti danno la medesima
silhouette a tutte le signore, cosi l'autore dell'Essai sur les données
immédiates dava a tutti i candidati la medesima fisionomia filosofica gia fin
dal 1895. Cogli anni l'entusiasmo é andato crescendo. Nel 1912, narra il
Grivet, ogni venerdi la vasta sala del College de Framce comin- clava a
riempirsi un”ora prima dell'apertura della le- zione; sui banchi gli ultimi
posti erano presi d'as- salto; poi si entrava per pressione o meglio per com-
pressione. Come ai giorni piú belli della filosofia, le persone si battevano,
per poter udire colui che i giovani hanno soprannominato « l'allodola »,
colpiti da non so quale rassomiglianza tra questo filosofo e nellPinterpretare
Bergson, gli hanno attribuite teorie tutte. op- poste a quelle da lui difese.
Cf. ad es. la risposta . di Bergson ad un articolo del Pitkin nel The journal
of phylosophy, psycolog y and scientific methods, 7 luglio 1910, pag. 385-388,
sul quale ritor- neró in seguito, Rivista di filosofía neoscolastica; Il
successo dí Bergson. Anche RAGE OT: 4. Bergson nel Temps, 2 luglio rgrr.
Uuccello, che sotto il cielo azzurro vola cosi alto. e canta cosi bene (1). Si
spieghi come si vuole questo fenomeno. Si dica che la causa deve essere
attribuita alla magia di uno stile, che, specialmente nella finezza delle
analisi psicologiche, sa evocare l'inesprimibile; se ne cerchi pure la ragione
nell'ampiezza della documen- tazione scientifica o nell'artistica genialita di
similitudini superbe e di immagjni seducenti; se ne assegni il motivo nel
bisogno, intensamente sentito dalla generazione presente, di una reazione
all'intel- lettualismo ed al positivismo: e un fatto peró che questo pensatore
puóo vantarsi di esercitare su molti spiriti contemporanei un fascino immenso.
NM successo di Bergson e tale, che alcuni asseri- scono che con lui si inaugura
un nuovo periodo filo- sofico. « La sua opera, scrive il Le Roy, sará riguar-
-data dall'avvenire come una delle piú caratteristiche, dele pin feconde, delle
piú gloriose della nostra GRIVET: MZ. Bergson : esquisse philosophique in Etudes, s ottobre
1909 e La théorie de la personne d'aprés Bergson nella stessa rivista, 20 nov.
1grr. Anche nella parte espositiva del pensiero
bergsoniano, quest'ultimo articolo del P. Grivet mi ha giovato molto, poiché
contiene un sunto delle lezioni tenute dal Bergson sulla teoria della persona.
BELOT: Un nouveau spiritualisme, in Revue philosophigue 1897, 19 Semestre, pag.
183. Anche il JOUS- SAIN nella stessa rivista paragond l'opera del Bergson ad
una sinfonia severa : cfr. L'¿dée de l'Inconscient et 'intuition de la vie, in
Revue phtlos. epoca. Essa segna una data che la storia non dimen- ticherá piú;
apre una fase del pensiero metafisico; pone un principio di sviluppo, di cui
non si saprebbe assegnare il limite; ed e dopo fredda riflessione, con piena
coscienza del giusto valore delle parole, che si puó dichiarare che la
rivoluzione, da essa operata, eguaglia in importanza la rivoluzione kantiana ed
anche la rivoluzione socratica. Certo, si e esagerato dicendo che, se il metodo
bergsoniano fosse vero, la storia della filosofia non comprenderebbe che due
capitoli: prima e dopo Bergson, e che il primo capitolo, che abbraccia 25
secoli, non sarebbe che la narrazione di un errore e di un pregiudizio tenace.
Bergson infatti, nella sua Introduction á la Métaphysique e nel suo discorso al
Congresso di Bologna, si + degnato di ammettere che nei sisterni dei grandi
maestri c'e sempre qualcosa di semplice e di netto, come un colpo di sonda, che
e andato a toccare pin o meno in gia il fondo di uno stesso oceano, portando
ogni volta alla superficie un'intuizione vera, intorno alla quale si e poi
organizzato il sistema. Ma anche evi- ROY, Une philosophie nouvelle: H.Bergson,
Alcan In questo volumetto il Le Roy raccolse due articoli ap- parsi dapprima
nella Revue des deux mondes, 1 e 15 febbraio 1gr2 e vi aggiunse parecchie
appendici. Il secondo articolo fi- nisce cosi: « Con Bergson nella storia del
pensiero umano qualche cosa di nuovo comincia. MENTRÉ, La tradition
philosophique in Revue de philosophte (3, ln Revue de Métaph. et de morale. Di questo importantissimo articolo del Bergson c'é
una bella traduzione italiana del Papini, dal titolo: La flosoña
dell'intuizione, Lan- ciano, Carabba, Ig1r. (4) IL discorso, che spesso citerd,
e stato pubblicato dalla Revue de Métaphys. et de Mor., novembre 1911, col
titolo : 7m- tuition philosophique. tando l'esagerazione del Mentré, e
indubitabile che l'intuizionismo bergsoniano e un tentativo di riforma del modo
di filosofare. Lo nota a ragione il Papini, il quale, appunto per questo e
indignato contro la cicalesca plebaglia filosofica, che frinisce sempre nello
stesso metro, guarda il Bergson come un pensatore interessante, riassume alla
meglio i suoi libri, si scandalizza un po” della sua abitudine di scriver bene
e con calore, ma poi non pensa neppure o a distrug- gerlo tutto senza
misericordia, oppure ad accettare il suo metodo, a migliorarlo, ad applicarlo
(1). Ed il Papini ed i bergsoniani vogliono che tutti noi rinunciamo una buona
volta agli antichi sisternmi morti dell'analisi concettuale, per immergerci nel
flutto del reale, per tuffarci nel fiume dell'intuizione. Fra questo delirio
frenetico di. ammiratori, fra tanti inni di lode, non tardarono a farsi udire
le critiche implacabili, i giudizii severi ed anche le ingiurie pla- teali. Il
nuovo Platone venne chiamato dai Le Dantec, dagli Elliot, dai Lankester, da
tutti insomma i mec- canicisti, un jongleur, un faux monnayeur e le sue teorie
vennero ritenute come « aberrazioni e mostruositáa dello spirito umano.
Dusmenil osserva che «quasi non si puó pia ascoltarlo, senza Pintroduzione del
Papini alla traduz. dell'artic. cit., pag. 3. Vedi: LE DANTEC, Reflexions d'un
Philistin in Grande Revue. ELLIOT, Moderne science and the illusions of prof.
Bergson with preface by Lankester, Longmanns pensare continuamente: nego» (1).
IM. Renda ha gia proclamato il fallimento di questa filosofia (2). In Italia
poi il De Ruggiero vi ha sentito un gran senso di vuoto in mezzo alla pid
smagliante ricchezza (3). Ed ¡io potrei continuare a lungo nell'enumerazione di
queste sentenze inesorabili, se, pur avendo coscen- ziosamente letto e meditato
la maggior parte dei principali lavori critici, pubblicati in questi ultimi
anni intorno al filosofo francese, non credessi me- glio di attendere nella
seconda parte di questo volu- me ad esporre ció che in essi ho trovato di
meglio. Qui basterá notare che gli studiosi cattolici, e. so- pratutto i
neoscolastici francesi, sempre si opposero con le loro riviste e coi loro libri
al pensiero di Berg- son. Nel settembre dello scorso anno, in una lettera ad
Albert Farges, che aveva scritto un'opera contro Bergson, il Card. Merry Del
Val, a nome del Ponte- fice, si congratulava con lui, perche aveva combattuto «
le false teorie di questa nuova filosofia, la quale vorrebbe scuotere i grandi
principii, le veritá acquisite della filosofia tradizionale » ed in tal modo
aveva pro- curato di preservare gli animi da un veleno « tanto piú funesto e
dannoso, quanto pia e velato, sottile e se- ducente ». Anche prima peró di
questa condanna, i neoscolastici francesi furono spiccatamente antiberg-
soniani. Nononstante che il Le Roy sognasse un ab- braccio della fede cattolica
col bergsonismo (4); che DUSMENIL, La sophistique contemporaine, Beauchesne
RENDA, Le Bergsonisme ou une philosophie de la mobi- lité, Mercure de France,
rgr2. RUGGIERO, La fñlosofia contemporanea. Il giudizio del giovane
neohegeliano € molto diffuso in Italia tra studiosi di diverse tendenze. ROY
Coignet ed altri vedessero in questo la riconci- liazione della religione e
della scienza in uno spiri- tualismo nuovo (1); che il Segond tentasse di mo-
strare che le nuove teorie non negano la trascen- denza divina (3); nonostante
che la stessa lettera dell'Eminentissimo Segretario di Stato avesse solle- vato
le sorprese del Temps, che in tono di ramma- rico ricordava le benemerenze del
Bergson verso Vapologetica cristiana; gli scrittori nostri non vollero bruciare
nessun granello d'incenso all'idolo del giorno e furono concordi nel
riconoscere che questa dottrina ' e fuori della corrente della filosofia
cristiana, e lon- tana dalla tesi spiritualista e conduce inesorabilmente ad un
panteismo ateo (3). Da queste accuse cerco di scolparsi lo stesso Bergson. In
una lettera diretta al P. De Tonquédec, egli scriveva: « Le considerazioni esposte
nel mio Essai sur les données immédiates mettono in luce il fatto della
liberta; quelle di Matiére et Mémoire fanno toccare con mano la realtá dello
spirito: quelle del- MAD. C. COIGNET, De Kant a Bergson, réconciliation de la
religion et de la science dans un spiritualisme nouveau, Alcan La stessa cosa
aveva gia detto al Congresso di Heidelberg: Cfr. Bericht túber dem III
internation. Kon- £ress fúr Philos. Heidelberg. SEGOND, L'intuition
bergsonienne, Alcan In Italia Borgesein un artic. del Corriere della Sera, dal
titolo Cercator: di Dio, diceva che pud darsi che «lo scetticismo mistico di
Bergson si plachi in Dio e che nel suo mondo sconquassato senza causa né legge
ristabilisca 1'ordine la Provvidenza. Il commento poi del Corriere della Sera
alla lettera del Card. Merry Del Val era simile a quello del Temps. Ad es.
MARITAIN, L’évolutionnisme de Bergson in Revue de Philosophte,
settembre-ottobre rg9rr, ed il suo recente volume: La philosophie bergsontenne,
Paris, Riviére. Identico in sostanza é il giudizio del Mercier nel suo discorso
: Vers: Pl unite. l'Evolution Créatrice presentano la creazione come un fatto:
da tutto questo sgorga nettamente l'idea d'un Dio creatore e libero, generatore
ad un tempo della materia e della vita, il cui sforzo di creazione si continua,
dal lato della vita, con l'evoluzione delle specie e con la costituzione delle
personalita umane. Da tutto questo deriva, per conseguenza, la confu- futazione
del monismo e del panteismo in generale. Poco tempo dopo, ad Edouard Le Roy che
in un lavoro aveva salutato nella philosophie nouvelle un punto d'inserzione
del problema religioso, Bergson inviava un ringraziamento per la simpatia
profonda di pensiero dimostrata dal noto modernista nel- Uesporre le sue idee e
soggiungeva: « Questa sim- patia si dimostra sopratutto nelle ultime pagine,
dove voi indicate con poche parole la possibilita di svi- luppi ulteriori della
dottrina. lo stesso non direi in proposito altra cosa di ció che voi avete
detto. Non basta. Nella sua conferenza di Birmin- gham (3), in un discorso
tenuto a Parigi il 4 maggio 1912 (4) ed anche nelle sue recentissime conferenze
negli Stati Uniti, Bergson difese la tesi dell'immor- TONQUÉDEC a proposito
dell Evolution Créa- trice aveva pubblicato negli Ztudes uno studio : Comment
in- terpréter P ordre du monde, dove dimostrava che Bergson é mo-' nista ateo.
A quell'art. Bergson rispose con la lettera citata, che insieme ad un'altra
lettera del Bergson e ad un altro arti- colo del De Tonquédec: M. Bergson est -
il moniste 2 si trova ora nel volumetto dello stesso autore: Dieu dans
"Evolution créa- trice, avec deux lettres de M. Bergson, Beauchesne. Cfr.
LE ROY, La philos. Nouvelle. Questa conferenza fu pubblicata in lingua
britannica, lingua poco bergsoniana, in The Hibbert Journal col titolo: Life
and Consciousness, IL discorso fu tenuto dal Bergson per Piniziativa dell”as-
sociazione Foiet vie ed aveva per tema: L'áme et le corps. Ne talitá dell?
anima, considerandola quasi una conse- guenza legittima delle sue concezioni. e
Queste dichiarazioni del Bergson, cosi contrastanti. con un giudizio diffuso ed
autorevole; l'importanza che la sua filosofia e andata acquistando in questi
ul- timi anni e la questione molto dibattuta intorno al valore del metodo
intuizionistico, mi indussero a comporre questo saggio. 2 Nel quale ho cercato
innanzi tutto di tracciare a grandi linee le teorie bergsoniane, utilizzando
non solo le opere principali del pensatore francese, ma anche quasi tutti i
suoi articoli di rivista, i discorsi da lui recitati in diversi congressi, le
sue piú importanti di- scussioni alla Société francaise de philosophie, le pre-
fazioni da lui scritte a varii libri di altri autori, le sue conferenze,
parecchie sue lettere, alcune inter- viste, qualche: sunto dei suoi corsi al. Collége
de France, tutto insomma quello che mi fu dato di consultare. Riassumere il
pensiero di Bergson non e facile. L”apparente chiarezza dell'espressione copre
spesso idee oscure, che sembrano sciogliersi in qualche cosa di impreciso, di
vago, di fiuido. Se in qualche punto le mie interpretazioni sono inesatte, ció
mi sará perdonato, anche per il fatto che, quando nel apparve un resoconto nel
Temps (y maggio 1912) e fu poi inte- gralmente pubblicata nel periodico Fot et
Vie Si vegga alla fine del volume, nell'appendice, la bibliografia degli
scritti di Bergson. Sono parole del Prezzolini in un articolo della Voce:
Bergson. 11 Prezzolini ad un dato punto parlando dell'oscuritá di alcune pagine
del Bergson, esclama: « Ah che di- sgrazia per chi vuole avere delle idee
chiare ! Binet apri un'inchiesta tra i professori di liceo della Francia, per
conoscere l'influenza della filosofia bergsoniana sul loro insegnamento, le
loro risposte furono tali, che in una seduta della Société frangaise de
philosophie Bergson protestó vivacemente. Nelle tesi che quei professori gli
attribuirono, egli non riconosceva nulla di ció che aveva pensato, insegnato o
scritto! (1). lo spero pero di essere stato un espositore coscienzioso e
fedele: alla doverosa lealtá di un avversario onesto, nulla puó tornare tanto
doloroso, quanto il sapere d'aver tradito, sia pure senza colpa, il pensiero di
colui che si combatte. Ponendomi poi dal punto di vista della Neoscola- stica,
e tenendo conto degli studii critici pia notevoli e specialmente dei lavori
degli scrittori cattolici, ho mostrato gli errori e le contraddizioni di questa
filo- sofia nuova. Ma — sará bene avvertirlo fin d'ora — lo non ho potuto
appagarmi d'una critica negativa e demolitrice, poiche lo studioso di filosofia
non deve essere mai un Attila che non lascia crescere filo di erba, dove si
posa la zampa del suo cavallo ; ma deve essere un medico, il quale esamina un
organismo e procura di distruggerne i microbi dannosi ed ¡ bacilli, per
rendergli possibile un ulteriore sviluppo. Anche il Farges osserva giustamente
che non vi sono sol- tanto teorie false in Bergson, ma che vi si trovano anche
idee buone ed eccellenti, che egli e felice di rilevare e di notare (2). Queste
idee buone ed ec- cellenti ho cercato di organizzarle nella mia conce- Cfr.
Bulletin de la Société fran;aise de philosop.FARGES, Za Philosophie de M.
Bergson, Bonne Presse. anche BAEUMKER in Philosophische Jahr- MN A zione
filosofica, poiché ho la convinzione che la filo- sofia ¿ e non puó non essere
sistematica. La seconda parte di questo libro rappresenta dunque il cozzo di
due sistemi. Ed a chi fosse tentato di ab- bozzare un facile sorriso e di
obiettare a priori che il medioevo, ossia un passato morto e putrefatto, non
puó competere con un presente fresco di vitalitá e di energle, porgo l'invito
di leggermi senza pre- gludizil: forse il suo disprezzo cesserá o almeno su-
bira una sensibile diminuzione. Prego poi il lettore a ricordarsi che il mio e
un tentativo modesto, che va riguardato con l'occhio indulgente, col quale $
doveroso esaminare il primo tentativo d'un giovane. Saro ben grato a tutti, e
specte agli amici della Neoscolastica, se vorranno rivol- germi le loro
osservazioni, persuaso come sono che, solamente con la critica schietta fra
noi, potremo divenire soldati meno indegni dell'idea grande che difendiamo, ed
alla quale siamo fieri di consacrare con animo lieto la nostra giovinezza e la
nostra vita. Ho dedicato il volume al P. Dott. Agostino Ge- melli: questo nome,
tanto caro ai cattolici italiani, rispettato anche da molti avversari sereni,
gioverda, spero, a far dimenticare le imperfezioni di queste pagine ed a
ricordare a tutti la bellezza dell'ideale, che ci canta in cuore. FRANCESCO OLGIATI. Milano, buch
(25B., Heft 1, pag. 10): Ueber die Philosophie von H. Berg- son; GRIVET in
£tudes, BAINVEL in Revue pratique d'apologétique; TAVERNIER nel! Univers, 2 aprile 1908 etc. Esposizione della
filosofia bergsoniana La teoria della durata reale della coscienza Nella
conferenza tenuta al Congresso internazionale di filosofia in Bologna, il 10
aprile 1911, Enrico Berg- son osservava che un sistema filosofico sembra dap-
prima elevarsi come un edificio completo, d'una architettura sapiente, dove
sono state prese disposi- zioni, perché vi si possano alloggiare tutti i
problemi. Ma a misura che noi cerchiamo di collocarci maggior- mente nel
pensiero del filosofo, invece di girargli at- torno, ci accorgiamo subito che
la sua dottrina si trasfigura. La complicazione comincia a diminuire, poi le
parti entrano le une nelle altre, infine tutto si rac- coglie in un punto
unico, al quale sentiamo che po- tremmo avvicinarci sempre piú, benché sia
impossibile raggiungerlo. In questo punto c*é qualcosa di semplice,
d'infinitamente semplice, di si straordinariamente sem- plice, che il filosofo
non € mai riuscito a dirlo. Ed € per questo che egli ha parlato tutta la sua vita.
Anche attraverso alla svariata ricchezza del pen- siero bergsoniano, é facile
scorgere una intuizione in- divisibile, un principio di unitá organica. La
filosofia BERGSON: L?2mtustion philosophique in .Revue de méta- Dbhys. et de
moraleEsposizione della filosofia bergsoniana di Bergson e una filosofia della
durata (1). Ed in- fatti tale fu il punto di partenza della sua riflessione
originale. Criticando l'idea che la fisica e la mecca- nica si fanno del tempo,
cercando il concreto sotto le astrazioni matematiche (2), egli giunse, nel
sorriso dei suoi vent'anni (3), a questa teoria della durata reale, che dal
Papini fu chiamata la sua scoperta (4). Essa € la sorgente del metodo
intuizionistico; é la chiave che servirá al suo autore per risolvere i pro-
blemi della libertá e dei rapporti tra lo spirito ed il corpo; e la nozione,
che trasportata nella natura vi- vente, lo fará arrivare all'idea dello slancio
vitale. Gli ammiratori di Bergson dicono che dall'Essai sur les données
immédiates de la conscience all” Évo- lution Créatrice, il suo pensiero, con un
progresso ar- monioso che dá l'impressione d'una bella frase musi- cale, si €
sviluppato in un movimento che non comporta evoluzioni divergenti (5); delle
molteplici forme di questo sviluppo, la durata reale e il prin- cipio semplice,
inesauribilmente fecondo, che il lin- guaggio, coi dettagli che si aggiungono
ai dettagli e che compongono una approssimazione crescente, non riesce mai a
comunicarci a perfezione (6). E quindi necessario incominciare l'esposizione
del bergsonismo da questa idea direttrice, in quanto ri- ROY: Une philosophie
nouvelle, pag. 200. (2) Cfr. la lettera di Bergson del ro luglio 1905 al
direttore della Revue philosophique in Rev. phil. 1905, 2% Sem.,' p. 229. In
essa il Bergson difende anche come scoperta sua la nozione della durata. (3)
Cfr. GILLOUINCTE MOD. GASTON RAGEOT in Revue philosophique, luglio rg1o,pag.
84, nella recensione dell Evolution créatrice. BERGSON: Préface a Gabriel
Tarde, introduction et pages choisies par ses fils, pag. s. La teoria della
durata reale della coscienza 5 guarda la coscienza individuale; tanto piú che,
se- condo alcuni, essa ha rinnovato profondamente l'antica massima Conosct te
stesso, che da Socrate in poi fu sempre il programma della filosofia Se io,
dice Bergson, faccio scorrere sulla mia per- sona lo sguardo interiore della
mia coscienza, scorgo dapprima, come una crosta fatta solida alla superficie,
tutte le percezioni che le giungono dal mondo mate- riale. Queste percezioni
sono nette, distinte, sovrap- poste o sovrapponibili le une alle altre; esse
cercano di aggrupparsi in oggetti. Scorgo poi dei ricordi piú o meno aderenti a
queste percezioni e che servono ad interpretarle: sono ricordi che si sono come
staccati dal fondo della mia persona, attirati alla periferia dalle percezioni
che loro somigliano e che si son posati su me, senza essere assolutamente me
stesso. E final- mente sento manifestarsi delle tendenze, delle abitu- dini
motrici, ed una moltitudine di azioni virtuali piú o meno solidamente legate a
quelle percezioni ed a quei ricordi. Tutti questi elementi dalle forme ben
defínite mi sembrano tanto piú distinti da me, quanto piú son distinti gli uni
dagli altri. Orientati dal di dentro verso il di fuori, costituiscono, riuniti,
la superficie di una sfera, che tende ad allargarsi e a perdersi nel mondo
esterno (2). Ma non bisogna fermarsi a questi cristalli ben ta- gliati a questa
superficie, dove le nostre idee galleggiano come foglie morte sull'acqua d'uno
stagno (3); biso- LE ROY, Op. cit., pag. 201. BERGSON: Introduction á la
Métaphysique, trad. Italiana BERGSON : Essai sur les données immédiates de la
con- science, pag. 103. 6 Esposizione
della filosofia bergsoniana gna scendere piú giú, nelle profondita dell'essere,
nella secreta intimitá di queste tenebre feconde, dove zam- pillano le sorgenti
della coscienza. E qui soltanto, che si puó cogliere la persona nella sua
freschezza, nella sua originalita, nel suo ritmo vivente, nel suo palpito
intenso, nel suo murmure fievole, nel suo scorrere ininterrotto attraverso il
tempo. Quando io percepisco me stesso interiormente, profondamente, constato
che ¡o passo da uno stato all'altro. La mia esistenza viene alternatamente co-
lorata da senzazioni, da sentimenti, da volizioni, da rappresentazioni: in una
parola, io cangio senza posa (1). Non basta. Un leggiero sforzo di attenzione
mi ri- vela che uno stato interno qualsiasi non € mai simile ad un pezzo di
marmo, ma si modifica ad ogni mo- mento. Perfino la percezione visuale di un
oggetto esteriore immobile non si conserva mai uguale in due momenti
successivi: la visione che ne ho, differisce da quella che ne avevo or ora, se
non altro perché si € invecchiata di un istante ed al sentimento pre- sente sié
aggiunto il ricordo dei sentimenti passati (2). Ogni stato d'animo, avanzandosi
sulla via del tempo, si gonfia continuamente della durata che esso accu- mula,
e fa, per cosi dire, una palla di neve con sé stesso. Il cangiamento perció non
risiede nel passaggio da uno stato all'altro; lo stato stesso é gia
cangiamento. Vale a dire che non c'e differenza essenziale tra il passare da
uno stato ad un altro ed il persistere in un medesimo stato. Il passaggio
dall*uno all'altro stato rassomiglia ad uno stesso stato che si prolunga; la
transizione € continua (4). BERGSON : Evolution créatrice Z6td., pag. 1-2 e Introd.
dá la Métaph., trad. ital., pag. 46. (3)
Evol. cr. La teoria della durata reale della coscienza 7 Il male é che io
chiudo spesso gli occhi su questa variazione perenne e non vi faccio caso,
finché e di- venuta cos] considerevole, da imporsi all'attenzione e da
illudermi che uno stato nuovo si e aggiunto al precedente. É appunto per questo
che io credo alla discontinuita della vita psicologica, e, dove non c'e che un
pendio dolce, mi sembra di percepire i gra- dini di una scalinata (1). Ma é
un'apparenza fallace; il mio spirito non € mai qualche cosa di fatto, ma si fa
incessantemente; esso é un perpetuo divenire. Anche ¡ mille incidenti
imprevisti che sorgono e pare non ab- biano nessuna relazione con ció che li
precede o che li segue, simili a colpi di timballo che squillano qua e la nella
sinfonia, sono portati dalla massa fluida della mia esistenza psicologica
tutt'intera. Ciascuno di essi non é che il punto meglio rischiarato d'una zona
che si muove e che comprende tutto ció che io sento, penso, voglio, tutto ció
infine che sono in un dato momento (2). Gli stati di coscienza quindi non sono
elementi distinti, non costituiscono stati multipli, se non quando li ho
passati e mi volgo indietro per os- servarne la traccia. Mentre li provo, sono
cos] solida- mente organizzati, cosi profondamente animati da una vita comune,
che io non avrei potuto dire dove finisce uno qualunque di essi e dove l'altro
comincia. In realtá nessun di loro né comincia né finisce, ma tutti si pro-
lungano, si continuano gli uni negli altri in uno scor- rimento senza fine (3),
in un zampillare ininterrotto di novitáa, ciascuna delle quali non é ancora
sorta per fare il presente, che giá ha indietreggiato nel passato. Zntrod. a la
Métaph., trad. ital., pag. 20-21. (4) Evol. cr., pag. so. 8 ' Esposizione della
filosofia bergsoniana Il presente! Che cos'é per me il momento presente ? La
proprietáa del tempo é di scorrere; il tempo gia scorso é il passato ed io
chiamo presente l'istante nel quale scorre. Ma qui non puód esservi questione
d'un istante matematico. Senza dubbio, c'é un presente ideale, puramente
concepito, limite indivisibile che separerebbe il passato dallavvenire. Ma il
presente reale, concreto, vissuto, occupa necessariamente una durata. Ov'2
dunque situata questa durata? É al di qua o al di lá del punto matematico, che
io deter- mino idealmente, quando ¡o penso all'istante presente? É troppo
evidente che essa € al di qua e al di lá ad un tempo e che ció, che io chiamo
il mio presente, si distente in una volta sul mio passato e sul mio avvenire
(1). La durata é appunto il progresso con- tinuo del passato, che morde
l'avvenire, e che pro- cedendo si aumenta. Poiché il passato s'accresce con-
tinuamente, automaticamente si conserva, ed a mia insaputa mi accompagna. Tutto
questo sará dimo- strato nella teoria della memoria e si vedrá allora che
ciascuno di noi trascina dietro a sé tutto il peso della sua vita psicologica
anteriore. Ció che io ho pensato, sentito, vissuto dalla prima infanzia in poi,
e lá chi- nato sul presente, come la madre sul suo figliuolo (2), e si rotola,
si avvolge su sé stesso nell'impulso indi- visibile che mi comunica. lo lo
chiamo il mio carat- tere, quel carattere che mi assiste in tutte le mie
decisioni e che mi ricorda che il mio passato esiste per me piú ancora del
mondo esterno, di cui non percepisco che una piccolissima parte, mentre al con-
BERGSON: Matiére et Mémotre, pag. 148-9. Cfr. anche BERGSON: La perception du
changement, 2* conferenza di Ox- ford, pag. 28-29 € BERGSON: Life and
consciousness in The Hibbert Journal, ottobre 1911, pag. 27. Évol. cr. La
teoria della durata reale della coscienza 9 trario utilizzo sempre la totalita
della mia esperienza vissuta (1). Conservando il passato, la mia persona
progredisce, cresce, matura continuamente. Ciascuno dei suoi momenti é del
nuovo, che si aggiunge a ció che vi era dapprima; sopratutto nell'azione
libera, nell”atto del volere, io comprendo che la durata é inven- zione ed
elaborazione creatrice dell” assolutamente nuovo. Cos1, quando con un vigoroso
sforzo d'astrazione, la coscienza si isola dal mondo esterno e cerca di ri-
divenire sé stessa (4), le diverse parti dell'essere en- trano le une nelle
altre, e la mia personalitáa tutta intera si concentra in un punto o meglio in
una punta, che s'inserisce nell?avvenire, intaccandolo senza posa. La durata
non ha dunque nulla di ineffabile e di mi- sterioso, ma e la cosa piú chiara
del mondo (6); in essa la coscienza si conosce nella sua essenza e coglie
assolutamente sé stessa Matiére et Mém. 76., pag. 2 e 258. Essai Évol. cr., pag. 219. (6)
Perception du chang., Conf. II, pag. 26. Cfr. la lettera gia citata del BERGSON in The journal
of phylosophy, psychology and scientific methods. - Nell Introd. € la Métaph. (trad. ital. pag. 21-24), Bergson cerca
di suggerire il sentimento della durata per mezzo di immagini. Eglila paragona
allo svolgersi ed allarrotolarsi di un rotolo, ad uno specchio dalle mille
sfumature con degradazioni insensibili, che ci fanno passare da una tinta
all'altra e attraverso le quali passa una corrente di sentimento; ad un
elastico infinitamente piccolo che si allunga e si distende. Pur difendendo
Putilitá delle immagini per darci la intuizione della durata, ne mostra anche Pincompletezza
e l'in- sufficienza. 10 Esposizione della filosofia bergsoniana Chi é riuscito
a darsi il sentimento originale, 1'in- tuizione della durata costitutiva del
suo essere, si accorge subito che questa € una continuitá dinamica, semplice ed
indivisa. La durata tutta pura é la forma che prende la successione dei nostri
stati di coscienza, quando l'io si lascia vivere e si astiene dallo stabi- lire
una separazione tra lo stato presente e gli stati anteriori. Non é necessario
per questo che esso si assorba interamente nella sensazione o nell'idea che
passa, poiché allora, al contrario, cesserebbe di durare. Non € nemmeno
necessario dimenticare gli stati an- teriori; basta che ricordandoli, non li
giustapponga allo stato attuale come un punto ad un altro punto, ma li
organizzi con quest'ultimo, come succede quando ci richiamiamo, fuse per cosi
dire insieme, le note di una melodia. Non si potrebbe forse dire che, benché
queste note si succedano, noi tuttavia le percepiamo le une nelle altre e che
il loro insieme e paragonabile ad un essere vivente, le cui parti, benché
distinte, si penetrano per l'effetto stesso della loro solida- rieta? (1) Tale
€ precisamente la durata; é succes- sione senza la distinzione, é una
penetrazione mutua, un organizzazione intima di elementi, ciascuno dei quali é
rappresentativo del tutto e non se ne distingue e non se ne isola, che per un
pensiero capace di astrarre (2). Quando perció io parlo di sensazioni, di
tappresentazioni, di volizioni, e concepisco, 1'unitá vivente della coscienza
come un aggruppamento di stati distinti e giustapposti ; quando solidifico la
flui- dita della mia vita psicologica e la sbocconcello in Essaz Z6., E Le La
teoria della durata reale della coscienza 11 istati, come una commedia in scene
(1); io altero con simboli figurativi e con una deformazione artificiale la
realtáa concreta dell'io. La quale € simile alla figura che un artista di genio
dipinge sulla tela: io posso certo imitare quel quadro con piccoli quadratelli
di mosaico multicolori, e quanto piú questi saranno pic- coli, numerosi,
variati, altrettanto meglio riprodurro le curve e le sfumature del modello. Ma
come quella figura dipinta non é una giustaposizione di piccoli quadratelli,
cosi la mia vita interna non é una com- posizione di stati, ma é qualche cosa
di semplice e di uno, nella sua eterogeneitá qualitativa (2). Siccome poi il
passato sopravvive, € impossibile che una coscienza traversi due volte lo
stesso stato. Le circostanze possono ben essere le stesse, ma non agi- scono
piú sulla medesima persona, perché la prendono ad un nuovo momento della sua
storia (3). Non vi sono due momenti identici nel medesimo essere co- sciente,
poiché il momento seguente contiene sempre, oltre il precedente, il ricordo che
questo gli ha la- sciato. Una coscienza che avesse due momenti iden- tici
sarebbe una coscienza senza memoria, perirebbe e e rinascerebbe continuamente,
sarebbe in altre parole Pincoscienza (4). La durata reale morde e lascia nelle
cose l'impronta del suo dente; é quindi una cor- rente che non si pub risalire
(6); insomma é irrever- sibile. La sua legge fondamentale € di non ripetersi BERGSON: Le
souvenir du présent et la fausse reconnais- sance in Revue philosophique,
dicembre 1908, pag. 577. (2) Cfr. Évol. cr., pag. 98. (3) Zb1d., pag. 6- (4)
ZIntrod. á la Mét., trad. ital., pag. 21-22. (5) Evol. cr. Esposizione della filosofia bergsoniana giammai;
cessare di cambiare, sarebbe cessare di vi- vere (1). Essa € anche
imprevedibile. Nel suo progresso in- timo c'é incommensurabilitá tra ció che
precede e ció che segue (2); il mio stato attuale si spiega, é vero, con ció
che vi era in me e con ció che or ora agiva su di me: io non vi troverel altri
elementi, analizzan- dolo. Ma un'intelligenza, anche sovrumana, non avrebbe
potuto prevedere la forma semplice che a questi elementi astratti (i quali non
hanno nemmeno un'esistenza reale) vien data dalla loro organizzazione concreta.
Poiché prevedere consiste nel proiettare nel- l'avvenire ció che si € percepito
nel passato o nel rap- presentarsi per piú tardi un nuovo aggregamento, in un
altro ordine, di elementi gia percepiti. Ma ció che non é mai stato percepito e
ció che e nello stesso tempo semplice, é necessariamente imprevedibile. Ora,
tale é il caso di ciascuno dei nostri stati, riguardato come un momento di una
storia che si svolge. Esso é semplice e non pud essere giá percepito, poiché
concentra nella sua indivisibilitá tutto il percepito con, in piú, ció che il
presente vi aggiunge. É un momento originale di una storia non meno originale
(3). Cosi, per portare un esempio, quando un ritratto € finito, lo si spiega
con la fisionomia del modello, con la natura dell'artista, coi colori
stemperati sulla tavolozza; ma anche con la conoscenza di tutto questo,
nessuno, nemmeno Partista, avrebbe potuto prevedere quale BERGSON : Le rire,
pag. 32. Per Bergson, se cosi e lecito esprimere il suo pensiero, Pattendere la
ripetizione di uno stesso stato di coscienza € un'ingenuitá peggiore ancora di
quella di una certa signora che l'astronomo Cassini aveva invitata ad assistere
ad un*eclisse di luna e che, arrivata in ritardo, esclamo: il signor Cassini
vorrá bene ricominciare per me. Cfr. Le rire, pag. 45» vol. cr.. pag. 30 (3)
Zbid., pag. 7, Essat, 140-151. sarebbe stato il ritratto (1). L'ingegno stesso
del pit- tore si modifica sotto l'influenza dell?opera che pro- duce, poiché
ogni invenzione, man mano che viene realizzandosi, reagisce sull'idea e sullo
schema, che essa era destinata ad esprimere. Tutto questo si verifica in quella
creazione inventiva che é la nostra durata. La quale perció, a chi, con uno
sforzo di intui- zione diretta, cerca di penetrarla nella sua realtá e nella
sua ricchezza interiore, si manifesta come va- rietá di qualitá, continuitá di
progresso, unitá di dire- zione (3), dove in una semplicita indivisa,
irreversi- bile, imprevedibile, il passato si conserva e si crea Pavvenire.
Purtroppo contro questa concezione elevano le piú fiere proteste la scienza, il
senso comune, la filosofía. Protesta la psicofisica, che non solo attribuisce
agli stati interni un esistenza distinta e separata, ma pre- tende persino di
misurarli. Protesta la psicofisiologia, che nella danza degli atomi cerebrali
crede di aver scoperto lunitá di misura di tutti 1 fenomeni psicolo- gici.
Protesta il senso comune, che ha sempre rite- tenuto che molti fossero gli
stati di coscienza ed anzi li va enumerando, e che ad ogni modo si appella al
tempo della fisica e della meccanica, che permette di dividerli e di calcolarne
la lunghezza. Protesta 1'asso- ciazionismo che si ¿ sempre immaginato le idee e
le rappresentazioni come uno sciame di piccoli corpuscoli BERGSON: Z effort
intellectuel in Revue philosophique, gennaio 1912, PAg. 17. Zntrod. dá la Mét.
Esposizione della filosofia bergsoniana A O MI e AN solidi, mossi in ognisenso
con estrema velocitá, che talvolta si uniscono insieme per produrre un'unita
si- mile a quella che ci é data dagli elementi di un composto chimico. Ed
infine molti altri protesteranno in tutte le varie questioni, che saranno
sollevate. Contro questo esercito di nemici, di diverse nazio. nalitá, ma
concordi nel muovere battaglia alla teoria della durata reale, Bergson scende
in campo e affronta la lotta. IL I nemici della durata reale La psicologia
moderna, sopratutto sotto l'influenza di Kant, é tormentata dalla
preoccupazione di stabi- lire che noi deformiamo la realtá, poiché percepiamo
le cose esterne mediante le forme soggettive, dovuté alla nostra costituzione.
Bergson invece ha la persuasione tutta opposta : egli € convinto che gli stati
di coscienza, che noi cre- diamo di cogliere direttamente, portano il segno vi-
sibile di certe forme del mondo esteriore (1). Ed € venuto a questo risultato,
esaminando i varii nemici della teoria esposta : poiché essi, invece di contem-
plare l'io nella sua purezza originale, guardano la du- rata interna attraverso
lo spazio esteso, sostituendo cos] alleterogeneitá qualitativa l'omogeneita di
simboli quantitativi, al flusso perenne della successione i punti fissi della
simultaneita. La psicofisica. Ecco dapprima i psicofisici, i quali ci
assicurano che una sensazione pud essere due, tre, quattro volte pid Essaz
Esposizione della filosofia bergsoniana intensa d*un'altra; anche i loro
avversari non vedono del resto nessun inconveniente nel parlare d*uno sforzo
piú grande d'un altro sforzo, e a porre cosl differenze di quantitá tra gli
stati puramente interni. ll senso comune d'altra parte si pronuncia senza
esitazione su questo punto. Si dice che si ha piú o meno caldo; che si é piú o
meno tristi, e questa distinzione del piú e del meno, anche quando la si
prolunga nella regione dei fatti soggettivi e delle cose inestese, non
sorprende nessuno. E superfluo osservare che tutto ció 8 incompatibile con la
realtá della durata. Questa, non presentando se non fenomeni che si intrecciano
e si inseriscono gli uni negli altri nella fluiditáa d'un cangiamento inin-
terrotto, si ribella ad uno spezzettamento artificiale. Ma, anche prescindendo
per ora da questo fatto, noi vedremo che la vita reale della coscienza e pura-
mente qualitativa e perció esclude dal suo campo ogni grandezza, intensiva o
estensiva che sia. Fu questa la prima battaglia del Bergson. La sua tesi di
dottorato, 1” Essai sur les données immédiates de la conscience, si inizia
appunto con la critica del concetto dell'intensitá psichica (critica, che
secondo Guido Villa (2), € la piú acuta che si sia fatta ai nostri tempi) e con
una confutazione della psicofisica.Nessuno pud negare — dice il Bergson — che
uno stato psicologico abbia una intensitá. La questione e semplicemente di
sapere se questa intensitaá sia una grandezza. Essaz VILLA: La psicologia
contemporanea, Bocca BERGSON : Le parallélisme psycho-physique et la Mé-
taphysique positive in Bulletin de la Société frangaise de philosophie, Séance
2 Mat I nemici della durata reale 17 Consideriamo ad esempio i sentimenti profondi
del- l'animo. In che cosa consiste la loro intensitá ? Se bene si osserva, essa
si riduce ad una certa qualitá o sfumatura, di cui si colora una massa piú o
meno considerevole di stati psichici. Un oscuro desiderio e divenuto ad esempio
una passione profonda. La sua de- bole intensitá consisteva in ció, che esso vi
sembrava isolato e come straniero a tutto il resto della vostra vita interna.
Ma a poco a poco esso ha penetrato un pid gran numero di elementi psichici,
tingendoli per cos dire del suo proprio colore; ed ecco che il vostro punto di
vista sull'insieme delle cose vi sembra ora cangiato. Tutte le vostre
sensazioni, tutte le vostre idee hanno riacquistato una freschezza tale, che vi
dá l'impressione di una novella infanzia. É un can- giamento di qualitá che €
avvenuto, non di gran- dezza (1). Questo lo si ripeta anche delle grandi gioie,
delle tristezze sentite, delle emozioni estetiche, dei senti- menti morali, di
tutti insomma gli stati profondi dell”anima : il loro aumentare corrisponde ad
una ricchezza crescente, ad un progresso puramente qualitativo. Si dirá forse
che questi stati sono rari, e che bisogna studiare anche gli altri fenomeni che
avven- gono in noi. Ebbene, trasportiamoci pure all'estremita opposta della
serie dei fatti psicologici. Se c'é un fe- nomeno che sembra presentarsi
immediatamente alla coscienza sotto forma di quantitá o almeno di gran- dezza,
é senza dubbio lo sforzo muscolare. Ci sembra che la forza psichica,
imprigionata nell”anima come i venti nell'antro di Eolo, attenda solamente
un*occa- sione per slanciarsi fuori; la volonta sorveglierebbe (1) Essaz, pag.
6-7 (2) Zbid., pag. 7-14. F. O. 2 Esposizione della filosofia bergsoniana
questa forza, e di tempo in tempo le aprirebbe una uscita. Eppure, se noi
ricerchiamo attentamente in che consiste davvero la percezione dell'intensitá
di uno sforzo, ci persuaderemo che quanto piú questo ci fa Peffetto di
crescere, tanto piú aumenta il numero dei muscoli che si contraggono
simpaticamente e che esso si riduce in realtá alla percezione d'una pid grande
superficie del corpo, che si interessa all*opera- zione. Provate ad es. a
chiudere il pugno sempre di pid. Vi sembra che la sensazione di sforzo, tutta
intiera loca- lizzata nella vostra mano, passa successivamente per grandezze
differenti. In realtá la vostra mano prova sempre la stessa cosa. Solamente la
sensazione, che vi era localizzata, ha invaso il vostro braccio, € risa- lita
fino alla spalla ; finalmente 1'altro braccio si irri- gidisce, le due gambe
l'imitano, la respirazione si ar- resta e via dicendo. Voi credevate che si
trattasse di una stato di coscienza unico, che variava di gran- dezza; invece
no: anche qui c'é un progresso quali- tativo, una complessitá crescente,
confusamente per- cepita (1). II che si verifica anche negli stati
intermediari, vale a dire nei fenomeni dell'attenzione, nei desideri acuti,
nelle collere scatenate, nell'amore appassionato, nell*odio violento (2).
Veniamo da ultimo alle sensazioni, la cui intensitá varia come la causa
esteriore, della quale esse sono considerate l"equivalente cosciente: come
spiegare l'in- vasione della quantitá in un effetto inesteso e questa volta
indivisibile? (3) Per rispondere a questa questione bisogna dapprima
distinguere tra sensazioni affettive e sensazioni rap- presentative. Nelle
prime, allo stato interno, che € I nemici della durata reale 19 pura qualitá,
sono sempre congiunti mille piccoli mo- vimenti di reazione, che esse provocano
nel nostro corpo. É di questa reazione che noi teniamo conto nell?apprezzare
l'intensitá di quelle sensazioni e nel- l'interpretare come differenza di
grandezza una diffe- renza di qualita. Nelle seconde un'esperienza di tutti gli
istanti ci mostra che una sfumatura determinata risponde ad un determinato
valore di eccitazione. Noi associamo cosi ad una certa qualitá dell'effetto
l'idea di una certa quantitá della causa, poniamo questa in quella, ed in tal
modo !'intensita, che prima non era che una certa sfumatura della sensazione,
diventa una gran- dezza. Nelle une e nelle altre si forma quindi un compro-
messo tra la qualitá pura, che € il fatto di coscienza, e la pura quantitá, che
€ necessariamente spazio: a questo compromesso vien dato il nome di intensita,
concetto bastardo, che ci fa dimenticare che se la grandezza, fuori di noi, non
é mai intensiva, l'inten- sitá, dentro di noi, non e mai grandezza. Per non
aver compreso questo, i filosofi hanno do- vuto distinguere due specie di
quantita, luna: esten- siva, l'altra intensiva, senza giammai riuscire a
spiegare ció che esse avevano di comune, né come si possa adoperare, per cose
cosl dissimili, le stesse parole « crescere » e « diminuire ». Con ció stesso
essi sono responsabili delle esagerazioni della psicofisica ; poiché dal
momento che si riconosce alla sensazione la fa- coltá di crescere, ci si invita
anche a cercare di quanto essa cresce (2). Ed e ció che fu tentato da Fechner.
Questi, par- tendo da una legge di Weber, affermava un rapporto Esposizione
della filosofia bergsoniana costante tra la quantitá dell'eccitazione e l”accresci-
mento della sensazione. Noi non solleveremo nessuna difficoltá sull'esistenza
probabile di una simile legge: ma contestiamo, e qui fu l'errore di Fechner,
che si possa introdurre la misura in psicologia e che tra due sensazioni
successive S e S' vi sia un intervallo, una differenza di grandezza, e non gia
un semplice pas- saggio (1). Non si puó misurare se non ció che é omogeneo ;
ora che cosa c'é d'omogeneo tra due sensazioni? Ab- biamo provato che
l'intensita di qualsiasi stato psico- logico non é una grandezza, ma solo una
qualitá ; se quindi da due sensazioni eliminiamo le loro differenze
qualitative, non ci restera un fondo identico, una unitá elementare ed eguale,
ma ci resta nulla, asso- lutamente nulla (2). Fechner non giudicó insormontabile
questa diffi- colta; egli si illuse di aver scoperto il fondo comune nelle
differenze minime della sensazione, che corri- spondono al piú piccolo
accrescimento percettibile dell'eccitazione esteriore. Si raffiguró quindi la
sensa- zlone come un processo continuativo, unilineare, omo- geneo; S' € la
somma di S con la differenza minima, come d'altra parte S fu ottenuta
coll”addizione delle differenze minime che si traversarono prima di rag-
giungerla. In tutto questo c'é il postulato indimostrato e falso che il
passaggio da S a S' sia paragonabile ad una differenza aritmetica, sia una
realtá ed una quantita. Ora, non solo non si saprebbe dire in che senso questo
passaggio é una quantitá, ma, se si riflette, si capisce subito che non €
nemmeno una realta. EA q . PERS I nemici della durata reale 21 Di reale non vi
sono che gli stati S e S', che non sono dei numeri, non sono una somma di
unita, ma sono stati semplici tra i quali c'é una differenza analoga a quella
delle sfumature dell'arcobaleno e non un intervallo di grandezza. Possiamo
quindi dire che non c'é contatto tra l'ine- steso e l'esteso, tra la quantitá e
la qualita. Si puó interpretare l'una con l'altra, erigere ¡”una in equi-
valente dell'altra; ma presto o tardi, al principio o alla fine, bisognerá
riconoscere il carattere convenzio- nale di questa assimilazione (2). b) La
psico-fisiologia. L?illecita intrusione della quantitá nel regno della qualitá
condusse gli scienziati all”altra ipotesi del pa- rallelismo psico-fisiologico,
che ammette un*equiva- lenza perfetta tra la vita della nostra coscienza e la
danza degli atomi cerebrali. Questa concezione, secondo Bergson, non solo non
ha nemmeno un senso intelligibile quando si tratta della fluida mobi- lita
degli stati psicologici profondi; ma é falsa anche per i fenomeni del nostro io
superficiale. Non si pud dire assolutamente che i movimenti omogenei degli
atomi del cervello siano la traduzione integrale degli stati interni. Egli
svolse questa tesi in due discorsi, il primo tenuto alla Société frangaise de
philosophie il 2 Maggio 1911, il secondo pronunciato a Ginevra al Congresso
internazionale di filosofia nel Settem- bre 10904. lo sono interamente convinto
— cosl Bergson enun- ciava il suo pensiero agli illustri della Societá francese
BERGSON: Le parallelisme psycho-physigue etc. Esposizione della filosofia
bergsoniana HA E NE di filosofia (1) — che tra il fatto psicologico e 1'atti-
vita cerebrale c'é una certa relazione, una corrispon- denza di un certo
genere, ma non esiste in nessun modo un parallelismo rigoroso. Posto un fatto
psico- logico, voi determinate senza dubbio lo stato cerebrale concomitante ;
ma la reciproca non e necessariamente vera, poiché questa attivitá cerebrale
puó essere iden- tica per pensieri tutto affatto diversi. Ritengo perció falsa
la tesi del parallelismo, che potrebbe essere for= mulata cosl: posto uno stato
cerebrale, segue uno stato psicologico determinato. O ancora: un'intelligenza
sovrumana, che assistesse alla danza degli atomi di cui é fatto il cervello
umano e che avesse la chiave della psico-fisiologia, potrebbe leggere in un
cervello che lavora, tutto ció che avviene nella coscienza cor- rispondente. O
infine: la coscienza non dice nulla di piú di ció che si fa nel cervello, ma
l'esprime solo in un'altra lingua. Chi volesse fare la storia della questione,
dovrebbe riconoscere che l'idea d'una corrispondenza tra il mo- rale e il
fisico rimonta alla pid alta antichitá, ma non gia l'idea del paralelismo. Il
senso comune ha sempre pensato alla prima cosa, non ha mai ammesso la se-
conda, che altro non € se non un'ipotesi filosofica di origine spinozista e
leibniziana, che data dal giorno in cui si € creduto al meccanismo universale,
e che gia era implicitamente contenuta nel sistema di Descartes. I successori
di quest'ultimo, spingendo alle estreme conseguenze le idee del maestro, hanno
creduto ad una scienza unica della natura, ad una grande mate- matica, capace
di tutto abbracciare. Per non rompere (1) Riassumo le idee espresse da BERGSON
in quella discus- sione: cír. Bulletin de la Societé Frangaise de Philosophte,
1901, Pag. 32-70: Le parallelisme Psychophysique et la metaphy- sigue positive,
l nemici della durata reale 23 questo concatenamento rigoroso di cause e di
effetti, parlarono di parallelismo tra il psichico ed il fisico. Per
l'intermediario poi dei medici filosofi del sec. xvIHn, quella teoria € passata
nella psicofisiologia del nostro tempo. La quale fa benissimo a procedere nelle
sue ricerche come se dovesse un giorno darci la tradu- zione fisiologica integrale
dell'attivitá psicologica, ma dovrebbe ricordarsi sempre che questo é un'utile
re- gola metodologica e nulla piú. Invece gli scienziati la erigono in una
affermazione dogmatica, e la mutano in una ipotesi metafísica, alla quale
incombe di stretta glustizia l'onus probandi e che sarebbe distrutta ¿pso
facto, se i fatti le fossero contrari. Orbene, “questo parallelismo
psico-fisiologico non fu mai dimostrato : nessuno ha finora portato una prova
che ce lo imponesse o che ce lo suggerisse. E non appellatevi - replicava
Bergson ad un obiettante - non appellatevi ai progressi futuri della scienza :
non solo perché sarebbe questo un procedere poco scientifico, ma anche perché
io fondo la negazione del paralle- lismo non su considerazioni negative, ma con
una tesi positiva suscettibile di miglioramento e di verift- cazione
progressiva. Il metodo da seguire non é quello dell'antico spi- ritualismo, che
per ribattere i suoi avversari si rin- chiudeva come in una fortezza nelle
facoltá superiori dello spirito, proprie ed essenziali all'uomo. Con questa
tattica di combattimento lo spiritualismo sembrava ar- bitrario ed era
infecondo. Sembrava arbitrario, perché gli oppositori potevano sempre
obiettargli che la differenza constatata tra il psichico e il fisico derivava
semplicemente da ció, che esso considerava la materia nelle sue forme piú
rudimentali e lo spirito nei suoi stati piú perfetti; ma che se si prende la
materia al grado di complessitá e di mobilitá ove imita certi ca- ratteri della
coscienza, e la coscienza ad un grado di 24 Esposizione della filosofia
bergsoniana semplicitá e di stabilitá ove partecipa dell'inerzia della materia,
si riesce senza pena a farle coincidere. Era anche infecondo, poiché si
limitava a considerare i termini estremi e a dichiarare che lo spirito e
irridut- tibile alla materia. Ora una dichiarazione di questo genere puú essere
vera (essa dé vera, a mio gludizio), ma non si guadagna nulla a constatare che
quei due concetti di spirito e di materia sono esteriori 1”uno all'altro. Si
potranno fare invece scoperte importanti, se ci si pone nel punto ove i due
concetti si toccano, alla loro frontiera comune, per studiare la forma e la
natura del contatto. A questo lavoro lungo e difficile io - continua Bergson -
ho invitati i filosofi nel mio Matiére el Mémoire. Nel fatto cerebrale
determinato e localizzato, che condiziona una certa funzione della parola, ho
consi- derato le manifestazioni della materia nella loro forma piú complessa,
nel punto ove rasentano l'attivita dello spirito. Nel ricordo del suono delle
parole ho esami- nato lo spirito nel suo stato pid semplice. lo era questa
volta alla frontiera, eppure ho dovuto arrivare alla conclusione che tra il
fatto psicologico e il suo sub- strato centrale non c'é un parallelismo rigoroso,
ma esiste una relazione che non risponde a nessuno dei concetti tutti fatti che
la filosofia mette a nostro ser- vizio. Dato uno stato psicologico, la parte
vissuta, jouable, di questo stato, quella che si traduce con un'attitudine del
corpo e con azioni del COrpo, é rap- presentata nel cervello; il resto ne 8
indipendente e non ha equivalente cerebrale. Di modo che ad uno stesso stato
cerebrale possono corrispondere stati psi- cologici diversi, che hanno tutti in
comune lo stesso schema motore, ma non stati psicologici qualsiasi, perché in
una medesima cornice possono stare molti quadri, ma non tutti i quadri. Il
pensiero e relativa- mente libero e indeterminato per rapporto all'attivita
2”TI nemici della durata reale cerebrale che lo condiziona, poiché questa non
esprime che le articolazioni motrici dell'idea, le quali possono essere le
stesse idee assolutamente differenti. Da ció ne segue che non pud esservi
parallelismo o equiva- lenza tra lo stato cerebrale ed il pensiero. Queste
furono le idee che Bergson difese in quella seduta. Segui una discussione
serenamente tranquilla, che diede campo all'oratore di affermare sempre piú le
sue teorie. Molto piú agitato fu il dibattito che avvenne al Congresso di
Ginevra tra i numerosissimi difensori del parallelismo ed il Bergson. Questi in
una comu- nicazione, che sollevd molto rumore (2), volle prescin- dere dalle
sue teorie, e si propose di stabilire che il pa- rallelismo psico-fisiologico
implica una contradizione fondamentale e riposa su un artificio dialettico, su
una serie di paralogismi. La lettura di questa memoria, racconta il Chartier,
provoco in tutti gli uditori un sentimento di sorpresa e di inquietudine. Quasi
tutti coloro che si trovavano presenti, avevano formulato spesso la tesi del
pa- rallelismo. 1 piú prudenti l'avevano presentata come il risultato esatto di
un gran numero di esperienze concordanti; nessuno aveva mai esaminato se la
sem- plice enunciazione di questa tesi rinchiudesse una con- tradizione (3).
Ora, era questo che Bergson pretendeva provare. Quando parliamo d'oggetti
esteriori - egli disse - noi abbiamo la scelta tra due sistemi di notazione.
Pos- siamo trattare gli oggetti ed i cangiamenti, che si (1) Questa teoria
beresoniana sará ampiamente esposta nei capitoli seguenti, dedicati alla
percezione ed alla memoria. (2) BERGSON: Le paralogisme psycho-physiqgue in
Revue de Métaph. et de Morale Revue de métaphys. et de morale Esposizione della
filosofia bergsoniana compiono, come cose o come rappresentazioni: nel primo
caso siamo realisti, nel secondo idealisti. Che ¡i due postulati si escludano
lun 1'altro, che sia perció illegittimo 1applicare nello stesso tempo i due
sistemi di notazione allo stesso oggetto, tutti lo accorderanno. Orbene, se si
opta per la notazione idealista, l'affer- mazione del paralelismo implica
contradizione; se si preferisce la notazione realista, si ritrova la stessa
contradizione; la tesi del parallelismo non e intelligi- bile se non nel caso,
che per una incosciente pre- stidigitazione intellettuale, si adottino nello
stesso tempo, nella stessa proposizione, i due sistemi di no- tazione.
Poniamoci infatti dapprima dal punto di vista idea- listico e consideriamo ció
che avviene nella percezione degli oggetti, che popolano il campo della
visione. Per Pidealismo tutto € immagine e nelle cose non vi é se non ció che e
mostrato nell'immagine, perchée la realtá si identifica con la
rappresentazione. Il mondo esteriore € quindi un'immagine, il cervello 4
un'altra immagine della stessa natura e nella danza degli atomi cerebrali non
c'e nulla di piú ne di diverso, se non la danza di questi atomi stessi. 11 dire
col paral- lelismo che lo stato cerebrale equivale alla rappresen- tazione
degli oggetti, é un assurdo in questa ipotesi ; poiché lo stato cerebrale €
un'infima parte del campo di rappresentazione, mentre gli oggetti riempiono il
campo di rappresenzazione tutto intero. É evidente che la parte non pud
equivalere al tutto, e che for- mulato in una lingua rigorosamente idealista,
la ' tesi del parallelismo si riassumerebbe in questa proposi- zione : la parte
e il tutto, Ma la veritá € che si passa incoscientemente dal punto di vista
idealistico al punto di vista pseudo- realista. Si € cominciato a fare del
cervello una rap- presentazione, che non ha da suscitare le altre rappre- IL I
nemici della durata reale sentazioni, poiché queste sono date con esso, attorno
ad esso. Ma insensibilmente si arriva ad erigere il cer- vello ed i movimenti
intracerebrali in. cose, cioé in cause nascoste dietro una certa rappresentazione
ed il cui potere si estende infinitamente piú lungi di ció che vien
rappresentato. Dall'idealismo si é sdruccio- lato nel realismo. Passiamo ora al
realismo, secondo il quale, le mo- dificazioni del cervello prodotte dalle cose
esterne, creano, occasionano o almeno esprimono la rappre- sentazione degli
oggetti da me veduti. Si noti che, a differenza dell'idealismo, il realismo non
pud separare dal tutto reale ció che € separabile nella rappresenta- zione ;
esso definisce l'oggetto per la sua solidarietá col tutto ed anche la scienza,
man mano che progre- disce, considera l'interazione come la realtá definitiva.
1l realista perció dovrebbe dire che la rappresenta- zione degli oggetti €
funzione dello stato cerebrale e degli oggetti che lo determinano, poiché
questo stato e questi oggetti formano per lui un blocco indivisi- bile. 1l
sostenere che la rappresentazione é funzione dello stato cerebrale soltanto, é
contraditorio ed equi- vale alla affermazione che una relazione tra due ter-
mini equivale all'uno di essi, oppure all'altra : una parte, che deve tutto ció
che e, al resto del tutto, pud essere concepita come sussistente, quando il
resto del tutto svanisce. Ein questa contradizione che incorre il parallelismo.
Esso comincia a darsi un cervello, che gli oggetti esteriori modificano in modo
da suscitare delle rappresentazioni. Poi fa tavola rasa di questi 0g- getti e
attribuisce alla modificazione cerebrale il po- tere di disegnare, da sola, la
rappresentazione degli oggetti. Ma ritirando gli oggetti che lo incorniciano,
si ritira anche lo stato cerebrale, che da loro prende le sue proprietá e la
sua realtá. Il realista lo conserva, perché passa furtivamente al sistema di
notazione 28 Esposizione della filosofia beresoniana idealista, ove si pone
come isolabile in diritto ció che e isolato nella rappresentazione. L*essenza
stessa dell'illusione parallelistica consiste nell*apparente conciliazione di
due affermazioni incon- ciliabili, nell*oscillare ciog dall'idealismo al
realismo o dal realismo all'idealismo. Questo, in breve, é il discorso di
Bergson, che nei congressisti causó una emozione profonda e che fu seguito da
una discussione vivacissima, la quale si prolungó anche dopo la seduta, nelle
conversazioni accalorate dei filosofi presenti a quel Congresso. c) Il tempo e
lo spazio. Dopo le scaramuccie contro la psicofisica e la psico- fisiologia,
Bergson con una battaglia campale contro certi idoli dellazione e del
linguaggio vuol dimostrare quella profonda distinzione tra durata e spazialitá,
che, come ben nota il Prezzolini, forma un leit-motiv del- l'opera sua (1). Se
dai fenomeni di coscienza, presi isolatamente, passiamo alla molteplicitá
concreta ed allo sviluppo organico della vita interiore, noi vediamo che in
questa tutto si compenetra e si fonde in un cangiamento in- divisibile,
ininterrotto, eterogeneo. 1 che, come si disse, non viene menomamente ammesso
dal senso co- mune, dalla filosofia, dalla scienza, quando frazionano la
continuitá della durata pura in tanti stati distinti, separati, esteriori gli
uni agli altri, che si possono trattare come i numeri dell”aritmetica e
rappresentare per mezzo di una giustaposizione nello spazio. Sorge quindi la
questione: la molteplicitá dei nostri stati di coscienza ha la minima analogia
con la molteplicita Ne I nemici della durata reale 29 delle unitáa di un
numero? la vera durata ha il me- nomo rapporto con lo spazio? (1). Nell
Estetica trascendentale Kant, con una conce- zione che non differisce troppo
dalla credenza popolare, distingue lo spazio dalla materia che lo riempie, gli
concede un esistenza indipendente dal suo contenuto. Lo spazio per Kant é un
mezzo vuoto, infinito e infi- nitamente divisibile, che si presta
indifferentemente a qualsiasi modo di decomposizione; € una realtá senza
qualitá, una omogeneitá estesa, una maglia dalle reti che si possono fare e
disfare a piacimento (2). In questo spazio noi ci rappresentiamo i numeri, le
unita omogenee, che non si penetrano, ma che sono suscettibili di essere
sbocconcellate all'infinito e poste le une accanto alle altre. Ossessionati da
questa idea, osserva Bergson, noi Pintroduciamo a nostra insaputa nella
rappresentazione della successione pura della coscienza e proiettiamo nello
spazio il tempo concreto, vale a dire la durata reale, indi- visa nella sua
molteplicitá, una nella sua eterogeneita, irreversibile nei suoi movimenti. In
tal modoriesciamo a dividere i nostri stati interni, a giustaporli, a
percepirli simultaneamente non piú l*uno nell'altro, fusi insieme come le note
di una melodia, ma l'uno accanto al- Paltro. 11 prima ed il poi non si
succedono piú, ma coesistono e prendono per noi la forma di una catena, i cui
anelli si toccano senza penetrarsi. Cosi la conti- nuita dei fatti di coscienza
viene frazionata, ed i di- versi stati, con un ordine che ci sembra
reversibilissimo, si dispongono e si allineano in un mezzo omogeneo ed
indefinito. Il quale, nevvero, dovrebbe essere chiamato spazio ed invece...
prende il nome di tempo! (1) Essaz, pag. 69. (2) 7b01d., pag. 70 € Seg. 30
Esposizione della filosofia beresoniana Ora, non é forse vero che questo tempo
kantiano e un concetto bastardo, dovuto all'intrusione dell'idea di spazio nel
dominio della coscienza pura, e che questa pretesa forma dell'omogeneo deriva
dall'altra? Non é forse vero che il tempo astratto non é che spazio? Bisogna
persuadersi bene di ció, per non confon- dere, come fece Kant, il tempo
astratto, spazia- lizzato, omogeneo, col tempo concreto, ossia con la durata
reale. C'2 una differenza capitalissima tra essi: poiché il primo non e che il
simbolo e 1'ombra dell”altro, proiettato nello spazio. Noi, purtroppo,
sostituiamo sovente, pet ragioni che ricercheremo poi, il simbolo alla realtá.
Ma quando stacchiamo gli occhi dall*ombra che ci segue; quando con mano franca
strappiamo il velo che si interpone tra la realtá e noi; quando, — non
fermandoci alla superficie del nostro io, dove le sensazioni successive. pur
fondendosi le une nelle altre, ritengono qualche cosa dell”esterioritá
reciproca che ne caratterizza opgetti- vamente le cause, — gettiamo lo sguardo
indagatore nelle regioni piú profonde della coscienza vivente; noi scor- giamo
che in questa non vi sono cose, ma progressi; vi notiamo momenti eterogenei che
si penetrano, si orga- nizzano, si mescolano in tal maniera, che non si sa-
prebbe dire se sono uno o molti e nemmeno esami- narli da questo punto di vista
senza snaturarli tosto. Allora comprendiamo che la molteplicitá qualitativa
degli stati di coscienza, riguardata nella sua purezza originale, non presenta
alcuna rassomiglianza con la molteplicita distinta che forma un numero, e che
al- lVinfuori di una rappresentazione simbolica, il tempo non prenderebbe mai
per noi l'aspetto di un mezzo omogeneo. Z61d., pag. 96 e 104. I nemici della
durata reale 31 Una distinzione dunque si impone tra le due forme della
molteplicitá, tra le due apprezziazioni della du- rata: luna é la durata vera e
concreta, la durata eterogenea e vivente, la durata qualitá; Paltra e in- vece
un simbolo morto, € la durata quantita, e un un tempo materializzato per mezzo
di una proiezione nello spazio, € il fantasma dello spazio che ci perse- guita
e ci ossessiona. Per non essersi ricordati di questo, gli associazio- nisti
hanno polverizzato la vita dello spirito, risolven= dola in un aggregato di
elementi separati ed incon- trando poi gli assurdi che la loro teoria suscita
nella questione della libertá e nel problema della memoria. Lo mostreremo
ampiamente in seguito e sempre ci accorgeremo che chi calpesta i diritti della
durata reale solleva mille dispute inutili, insolubili ed eterne. Il giorno in
cui avvenne la confusione di quei due aspetti della vita cosciente, del tempo
con lo spazio, — cosl esclamava Bergson in una conferenza al Col- lege de
France — si iniziarono i guai e le sciagure della filosofia (2). Ma allora, si
domanderá, se la durata propriamente detta non si divide e quindi non si
misura, che cosa dividono e che cosa misurano le oscillazioni del pen- dolo? 11
tempo che l”astronomia, la fisica e la mecca- nica introducono nelle loro
formule, non é forse una egrandezza divisibile, misurabile ed omogenea? Un
esame attento, risponde il Bergson, dissipera quest' ultima illusione. Quando
io seguo con gli occhi, sul quadrante d'un orologio, il movimento della lan-
Z01d., pag. 57-81. GRIVET, art cit., in £tudes. - Riguardo alla spazia-
lizzazione della durata, si vegga anche la risposta del Bergson al Le Dantec in
Revue du mois, 1o settembre 1907 : L*évolution créatrice. Esposizione della
filosofia bergsoniana cetta che corrisponde alle oscillazioni del pendolo, ¡o
non misuro la durata, ma mi limito a contare delle simultaneitá, cosa che e ben
differente. Fuori di me nello spazio, non c'é che una posizione unica della
lancetta e del pendolo, poiché delle posizioni passate nulla resta. Dentro di
me, avviene un processo di organizzazione dei fatti di coscienza, che
costituisce la durata. E perché io duro in questo modo, che mi rap- presento
ció che chiamo le oscillazioni passate del pendolo, nello stesso tempo che
percepisco 1'oscilla- zione attuale. Ora, sopprimiamo per un istante l'¡o, che
pensa le oscillazioni successive; non vi sará che una sola oscillazione del
pendolo e quindi nessuna du- rata. Sopprimiamo, dall*altra parte, il pendolo e
le sue oscillazioniz non vi sará che la durata eterogenea dell'io, senza
momenti esteriori gli uni agli altri, senza rapporto col numero. Cosl nel
nostro io, c'é succes- sione senza esterioritá reciproca; fuori di me esterio-
rita reciproca senza successione, poiché la successione esiste soltanto per uno
spettatore cosciente, che ricordi il passato e giustaponga le due oscillazioni
e i loro simboli nello spazio ausiliario. Tra queste due realtá si produce un
fenomeno d'endosmosi. Siccome ciascuna delle fasi successive della nostra vita
co- sciente, che si penetrano tra loro, corrisponde ad una oscillazione del
pendolo, che le € simultanea; siccome d'altra parte queste oscillazioni sono
nettamente di- stinte, poiché l'una non c'é piú, quando si produce l'altra, noi
contraiamo l'abitudine di stabilire la stessa distinzione tra i momenti
successivi della nostra vita cosciente; le oscillazioni del bilanciere la
decompon- gono in parti esteriori le une alle altre: di qui l'idea erronea
d'una durata interna omogenea, analoga allo spazio, i cui momenti identici si
seguirebbero senza penetrarsi. Ma dall'altro lato le oscillazioni pendolari,
ciascuna delle quali svanisce, quando l'altra appare, I nemici della durata
reale : grazie al ricordo che la nostra coscienza organizza del loro complesso,
si conservano, si allineano e creano nella nostra fantasia il tempo omogeneo.
Cosi dalla comparazione dello spazio, dove i fenomeni non du- rano, e la durata
reale, dove non vi sono che mo- menti eterogenei, nasce questa forma illusoria
d'un mezzo omogeneo ; il trait-d'union tra 1 due termini é la simultaneitá, che
si potrebbe definire 1'intersezione del tempo con lo spazio. Ancora una volta,
il tempo omogeneo ed astratto é solo una rappresentazione simbolica della vera
durata, dedotta dallo spazio. Se ora sottoponiamo alla stessa analisi il concetto
di movimento, noi verremo ad un identico risultato. lo ho la mano al punto A e
la trasporto al punto B, percorrendo l'intervallo A-B. In questo atto ¡o posso
considerare due cose : Innanzi tutto, lungo questo movimento posso rap-
presentarmi lo spazio percorso, cioé le possibili fer- mate, le stazioni del
mobile, i punti per i quali la mia mano passa. Queste posizioni, questi punti
non sono nel movimento e neppure sotto il movimento : sono semplicemente
proiettati da me sotto al moto, come tanti luoghi dove sarebbe la mano, se si
fer- masse; sono quindi dei semplici punti di vista. Non basta : le stazioni, i
punti sono l'immobilita stessa ; anche moltiplicindoli all'infinito, non si
ricostruisce il moto. Il movimento sdrucciola nell*intervallo. In breve:
lillusione di costruire il movimento con quelle posi- Essaz. Essai, pag. 78 e Seg. ; Matiére
el Mémotre, pag. 207 € Seg. ; La perception du-changement, pag. 19 € Seg. Prego i lettori a se- guire attentamente l'analisi
bergsoniana pel movimento : essa ha dato origine alla famosa obiezione del Le
Roy contro la prima delle cinque vie che, secondo S. Tommaso conducono a Dio.
Cfr. .LE ROY: Comment se pose le probleme de Dieu, l. c. zioni immobili,
implica l'assurdo che il movimento + immobilitá. Ma io posso riguardare anche
l'atto col quale per- corro quello spazio, l'operazione ciog per cui la mano
passa da una posizione all'altra. Allora non ho piú Una 'CoSa, ma un progresso
; ho una sintesi qualitativa, 'un'organizzazione graduale delle mie sensazioni
suc- cessive, un”unitá analoga a quella d'una frase melo- dica, 'un processo
psichico e percid inesteso. In questo caso non ho piú i punti traversati, che
non erano che immobilita, ma ho la traversata dei punti, cioé il vero
movimento. Ma anche qui si produce un fenomeno d'endosmosi: da una parte,
siccome il movimento, una volta effet- tuato ha deposto nello spazio una
traiettoria immobile, divisibile all'infinito, noi attribuiamo al movimento la
divisibilitá stessa dello spazio percorso, dimenticando che l'immobilitá non
coincide col movimento e che, se si pud frazionare la traiettoria una volta
creata, non si puó dividere la sua creazione, che non é una cosa, ma un atto in
progresso. Dall'altra parte noi ci abi- tuiamo a proiettare questo atto nello
spazio, a solidi- ficarlo, come se questo non significasse che anche fuori
della coscienza il passato coesiste col presente. E in questo modo che sorge
l'idolo del movimento omogeneo e divisibile, il quale rappresenta - gioverá
ripeterlo - lo spazio percorso e non il moto stesso, le stazioni successive del
mobile e non il progresso per cui esso passa da una posizione all'altra, il
punto di riposo e non lattivita, Pestremitá e non l'intervallo della durata, in
una parola l'immobilitá e non il mo- vimento ! Qual meraviglia se per queste
confusioni il (1) Cfr. anche /Zntrod. a la Meétaph., trad. ital. pag. 49,
Essaz, pag. 84-5, Évol. cr. pag. 344, 393 etc. Essaí pag. 85, Évol. cr., 334. I
nemici della durata reale 35 problema del moto ha fatto nascere fin dalla piú
re- mota antichitá mille questioni? 1 quattro famosi ar- gomenti di Zenone
d”Elea non hanno altra origine di questa. Sia il primo (della dicotomia), sia
gli altri (d*Achille e della tartaruga, della freccia, dello stadio) non fanno
altro che scambiare il fatto indivisibile del movimento con la traiettoria
infinitamente divisibile, che quello descrive, e che non é altro che spazio im-
mobile (1). Ed e solo su quest'ultimo che riposa tutta la nostra fisica, anche
quando si parla di tempo, di moto, di velocitá. I trattati di meccanica infatti
hanno cura di notare che essi non definiscono la durata stessa, ma l'egua-
glianza di due durate. Due intervalli di tempo, di- cono essi, sono eguali,
quando due corpi identici, posti nelle stesse circostanze al principio di
ciascuno di questi intervalli, e sottomessi alle stesse azioni ed ' influenze
di ogni specie, avranno percorso lo stesso spazio alla fine di questi
intervalli. In altre parole noi notiamo l'istante preciso in cui il movimento
comincia, ciog la simultaneita d'un cangiamento esteriore con uno dei nostri
stati psichici; notiamo il momento in cui il movimento fluisce, cioé una
simultaneitá ancora; infine misuriamo lo spazio percorso, la sola cosa che di
fatto sia misurabile. Qui non c'é dunque questione di durata, ma solo di spazio
e di simultaneitá (2), vale a dire d'immobilitá. 11 tempo reale, che é un
flusso, ed € la mobilitá stessa dell'essere, sfugge alla conoscenza scientifica.
Dal punto di vista della Essai, pag. 85-7, Mat. et Mém. pag. 211-2; ÉvOol. cr.
pag. 333 eseg.; Introd. a la Mét., trad. ital. pag. 52. La perception du changement,
Conf. Il, pag. 20. Essaz, pag. 88. Lvol. cr., pag. 364. Esposizione della filosofia bergsoniana A e A E A
scienza, ció che conta non e P'intervallo di durata, che noi viviamo e
sentiamo, ma sono le stazioni del mo- bile, tanto € vero che se tuttii
movimenti dell”uni- verso si producessero due o tre volte pid in fretta, non vi
sarebbe nulla da modificare ne alle nostre for- mule né ai numeri che vi
facciamo entrare. Edé evidente; poiché la scienza non tiene conto ná della
successione in ció che ha di specifico, ne del tempo in ció che ha di fluido;
essa non si applica alla realtá in ció che ha di movente, come i ponti lanciati
su un fiume non seguono l'acqua che scorre sotto le loro arcate (2).
Analizziamo finalmente la nozione di velocitá. La meccanica costruisce
dappprima l'idea d'un moto uniforme, rappresentandosi d'un lato la traiettoria
A B d'un certo mobile, e dall'altro un fenomeno fisico che si ripete
indefinitamente in condizioni iden- tiche, per esempio la caduta d'una pietra,
che cade sempre dalla stessa altezza al medesimo luogo. Se si notano sulla traiettoria
A B ¡ punti M, N, P.... rag- giunti dal mobile in ciascuno dej momenti in cui
la pietra tocca il suolo, e se gli intervalli A M, MN, NP... sono riconusciuti
eguali tra loro, si dirá che il movimento e uniforme e si chiamera velocita
d'un mobile uno qualunque di questi intervalli, purché si convenga di adottare
come unitá di durata il fenomeno fisico, che si é scelto come termine di
paragone. Si definisce dunque la velocitá d'un movimento uniforme senza fare
appello ad altre nozioni che a quelle di spazio e di simultaneitá. Conclusione,
questa, alla quale si giun- gerebbe analizzando anche il moto variato (3).
Confessiamolo, dunque; noi parliamo di tempo, Essaz, pag. 83-89, 148, cfr.
anche £vol. C7., PAY. 10. (2) Evol. cr., pag. 366. Essaz, pag. 89-90. E A PA,
ya) SAR e ná I nemici della durata reale pronunciamo questa parola, e pensiamo
allo spazio. Discorriamo di movimento e ad esso sostituiamo la simultaneitáa.
Noi insomma - esclamava Bergson nella prima conferenza di Oxford - diciamo e
ripetiamo che tutto cangia, che il movimento esiste, che esso € la legge stessa
della cose : ma intanto ragioniamo e fi- losofiamo, come se il cangiamento non
esistesse. Per pensarlo e per vederlo, bisogna rimuovere un velo fitto di
pregiudizi. La perception du changement, Conf. 1, pag. 4. In. L' Intelligenza
ed il Linguaggio -- HART GRICE HOLLOWAY LANGUAGE AND INTELLIGENCE Chi vuole
riprodurre per mezzo del cinematografo una scena animata, ad esempio la sfilata
di un reggimento, prende sul reggimento che passa una serie di istantanee, e le
proietta sulla tela in modo che si sostituiscano velocissimamente le une alle
altre. Col movimento impersonale, astratto e semplice dell*appa- recchio, e con
fotografie, ciascuna delle quali rappre- senta il reggimento in un attitudine
immobile, si rico- stituisce la mobilitá dei soldati che passano. Il meccanismo
della nostra conoscenza usuale — dice il Bergson, e questa é una delle idee a
lui piú care, che sviluppó lungamente del 1goo al 1904 nelle sue lezioni al
College de France, sopratutto in un corso sulla storia dell'idea di tempo — é
di na- tura cinematografica (1). Ne abbiamo una prova evidente nella
ricostruzione che il pensiero concettuale fa del divenire continuo della
durata. Noi prendiamo delle vedute istantanee su questa realtá interiore che
scorre, e poi le infiliamo lungo un divenire astratto ed uniforme, situato al
Évol. cr., pag. 329 € Seg. X 40 Esposizione della filosofia beresoniana fondo
dell'apparecchio della coscienza. Quale valore abbia questo divenire, che si vuol
chiamare tempo omogeneo, l'abbiam gia visto nel capitolo precedente; ora invece
ricercheremo il significato delle varie foto- grafie, vale a dire dei concetti
della nostra intelligenza, e del linguaggio con cui li enunciamo. pa Qualunque
sia il sistema filosofico che abbia le nostre preferenze, noi tutti siamo
d'accordo su due punti. Siamo pronti ciod a concedere coi pensatori antichi e
moderni che un essere perfetto sarebbe colui che conoscesse ogni cosa
intuitivamente, senza aver bisogno di passare per l'intermediario del
ragionamento, dell'astrazione e della generalizzazione. Inoltre tutti
affermiamo che le idee astratte e generali, i concetti, hanno solo il valore
delle percezioni eventuali da essi rappresentate : tanto é vero che crollano
come castelli di carta il giorno in cui un fatto, un fatto solo real- mente
percepito viene ad urtarli (1). Se si ammette questo, — e come non ammetterlo ?
bisogna necessariamente procedere oltre e conce- dere che ¡i concetti coi quali
esprimiamo la durata del nostro io profondo, sono schemi morti che non ci danno
la realtá, ma solo l'ombra di questa; sono fo- tografie immobili, relative ad
uno speciale punto di vista, che non ci possono servire in u na filosofia che
che vuol cogliere l'assoluto. La durata infatti della nostra coscienza é un
flusso continuo ed indiviso, dove tutto é cangiamento. Ebbene, cosa fa la
nostra intelligenza? Essa comincia a distinguere e a dividere questa vita
interiore e ne ot- tiene delle unitá artificiali, che chiama sensazioni, sentimenti,
rappresentazioni, ecc. Riesce cos] a rappre- La perception du changement, Conf.
1, pag. 5-8. sentarsi il divenire come una serie di stati, ciascuno dei quali
non muta punto; e se osserva la mutazione di uno di essi, subito lo decompone
in un seguito di altri stati immobili, che costituiranno riuniti la sua
modificazione esteriore, e cosl via, fin quando non ha ottenuto degli elementi
stabili. L*intelligenza ha una viva ripugnanza per ció che e fluido, solidifica
tutto ció che tocca, e non si rappresenta chiaramente che la immobilitá.
Siccome quindi il reale, il vissuto, il con- creto si riconosce per il fatto
che e la variabilita stessa, é chiaro che coi concetti invariabili e fissi, con
questi quadri rigidi ed inerti, non potremo ricomporre la realta. Essi sono
soltanto una ricostruzione semplificata, spesso un semplice simbolo, in ogni
caso una veduta immobile, presa sulla fugace successione della realtá che
scorre (1). Non é vero, rispondera l'intelligenza; la durata é unitá e
molteplicitá: eccola risolta in concetti, esat- tamente, ed in concetti
estratti d a essal — Ma é un tentativo vano di difesa. La nostra durata non puó
racchiudersi in una rappresentazione concettuale. Se la si dichiara multipla,
la coscienza insorge ed afferma che le mie sensazioni, i miei sentimenti, i
miei pensieri sono astrazioni che opero su me stesso, e che questi termini,
invece di distinguersi come quelli di una mol- teplicitáa qualunque, si
accavallano gli uni sugli altri. Confessiamo dunque che, se c'é una
molteplicita, questa molteplicitá non rassomiglia a nessun altra. Diremo allora
che la durata ha dell?unita? Senza dubbio, una continuitá di elementi che si
prolungano gli uni negli altri partecipa dell'unitá quanto della molteplicita;
ma questa unitá -mobile, mutevole, colorata, vivente, non Zntrod. á la Mét.,
trad. ital. pag. 45, 48; Évol. cr. . Esposizione della filosofia bergsoniana
rassomiglia affatto all?unitá astratta, immobile e vuota, che circoscrive il
concetto di unitáa pura. Conclude- remo da ció che la durata si deve definire
ad un tempo con lunitá e la molteplicita? Ma, cosa strana, avró un bel
manipolare i due concetti, dosarli, combinarli diversamente insieme, praticar
su di essi le piú sottili operazioni della chimica mentale, non otterrd mai
niente che somigli all'intuizione semplice che ho della durata; mentre se io mi
rimetto nella durata con uno sforzo d'intuzione, m'accorgo subito come essa é
unita, molteplicitá e molte altre cose ancora (1). In altre parole si comprende
che i concetti fissi pos- sono essere estratti dal nostro pensiero dalla realtá
mobile; ma non c'é modo di ricostruire, colla fissitá dei concetti, la mobilitá
del reale. E del resto che che la personalitá abbia dell”unitá, che il nostro
io sia molteplice, é certo; ma ció che importa alla filosofia é di sapere quale
unitá, quale molteplicita, guale realtá superiore all'uno e al multiplo
astratti, sia la unitá molteplice della persona. Questo ¡ concetti né separati
né riuniti non ce lo diranno mai; tutto al piú faranno sorgere una tesi ed un'antitesi,
che invano cercheremo di conciliare logicamente . E non si dica che i concetti
sono estratti dalla realtá : lo concediamo; ma da ció non si pud concludere che
vi erano contenuti. L”apparecchio fotografico estrae, da uno spettacolo che si
muove, delle vedute immobiliz ma non ne segue che le immobilita abbiano fatto
parte del movimento. Tra la realtá ed i concetti ad essa piú. vi- cini, c'é lo
stesso rapporto che tra la scena animata e Zntrod. á la Mét. trad. it.. Z61d., pag. 63. Zb1d., pag. 41;
Cfr. anche Le paralogisme psycophysique in Bulletin . A la fotografia istantanea. Che sarebbe poi, se si
consi- derassero tutti gli altri concetti, che sono meno an- cora di questo,
semplici note prese a proposito di questa realtá, ed anche, piú sovente, note
prese su queste note? Non basta: per altre ragioni ancora dobbiamo con- dannare
l'intelligenza. Essa € invaghita di semplicita, ha abitudini tenaci e radicate
di economia. Con pochi principii, con pochi elementi, vuol ricomporre tutto il
reale, il quale invece € ridondante, é sovrab- bondante e colle sue innumerevoli
manifestazioni Ci attesta la sua ricca feconditá. Tra la realtá vera e quella
dei filosofi, si puó stabilire lo stesso rapporto che esiste tra la vita che
noi viviamo tutti i giorni e quella che gli attori ci rappresentano, la sera,
sulla scena. Al teatro ciascuno non dice che ció che bisogna dire e non fa che
ció che bisogna fare; vi sono delle scene ben tagliate; la rappresentazione ha
un prin- cipio, un mezzo, una fine; e tutto é€ disposto colla massima
parsimonia, in vista d'uno scioglimento fe- lice o tragico. Ma nella vitá c'e
una folla di cose e di gesti inutili, non vi sono situazioni nette; nulla
avviene cosi semplicemente, cosl completamente, cosl bellamente come vorremmo;
le scene si allargano le une nelle altre, le cose non cominciano né finiscono,
non c'é né uno scioglimento interamente soddisfa- cente, ne gesti assolutamente
decisivi e via dicendo. Tale e la vita nella sua feconda ricchezza. Come mai
questa potrá essere abbracciata dalle forme ischele- trite del pensiero, dai quadri
dell'intelletto, da pochi concetti ? Bergson scrisse questo nella sua lettera
al Pitkin in The jour- nal of phylosophy etc. num. cit. BERGSON : Vérité et realité.
Introd. alla trad. franc. di un saggio di James : Le pragmatisme. Esposizione della filosofia bergsoniana Tanto piú che
noi abbiamo visto che la durata € originalita e imprevedibilitá per essenza. In
essa non vi sono mai due istanti uguali; ogni momento della sua storia porta
qualche cosa di nuovo che scaturisce senza posa nella genialitá di uno slancio
creatore. Se si volessero vestire questi momenti, si dovrebbe ta- gliare un
concetto appropriato a ciascuno di essi, che a fatica si potrebbe chiamare
concetto, perché si ap- plicherebbe ad una cosa sola. Invece l'intelligenza non
vede che l'aspetto ripetizione ; se il tutto é ori- ginale, essa l'analizza in
aspetti, che sono press'a poco la riproduzione del passato. Essa non ammette la
novita completa né il divenire radicale, ma risolve la perenne invenzione
creatrice della durata in elementi conosciuti ed antichi, disposti in un ordine
differente (1). Per questo procede con la combinazione di idee che si trovano
gia in commercio e nella sua incurabile pre- sunzione si immagina di possedere
per diritto di na- scita o per diritto di conquista, innate o apprese, tutti
gli elementi essenziali della conoscenza della veritá. Non le viene nemmeno il
sospetto di dover creare per un momento nuovo un nuovo concetto, ma é preoc-
cupata solo di scegliere uno degli abiti gia confezio- nati; vuol trovare la
categoria antica, il vecchio ca- sellario, la rubrica usuale, l'etichetta di un
concetto bello e fatto . L'intelligenza perció comincia a trascurare la
colorazione speciale della persona, che non puó esprimersi in termini noti e comuni.
Poisi sforza, di isolare nella persona gia semplificata a quel modo, il tale o
tal'altro aspetto che si presta ad uno studio interessante, e lo erige in fatto
indipendente, otte- nendo cosi un punto di vista sulla mobilitá della vita
interna, uno schema della realtá concreta. É un la- Évol. cr., e Seg. Zb1d.,
Introd, á la Mét., trad. ital. pag. 40-3. voro analogo a quello dun artista,
che, di passaggio a Parigi, facesse, ad esempio, uno schizzo d'una torre di
Nótre-Dame. La torre é inseparabilmente legata all'edificio, che € legato, non
meno inseparabilmente, al suolo, ai dintorni, a tutta Parigi ecc. Bisogna co-
minciare collo staccarla ; si noterá solo un certo aspetto dell'insieme. La
torre é costituita da pietre che le dánno, con la loro speciale combinazione,
la sua forma, ma il disegnatore non si interessa alle pietre e non nota che il
profilo della torre. Egli sostituisce dunque all'organizzazione reale ed
interna della cosa una ricosti- tuzione interna e schematica, in modo che il
suo disegno risponde, insomma, a un certo punto di vista sull*oggetto e alla
scelta di un certo modo di rappresentazione. Ora succede precisamente lo stesso
nell'operazione colla quale estraiamo un concetto dall'insieme della persona:
noi consideriamo.il tutto sotto un certo aspetto elementare che si interessa
particolarmente e lo espri- miamo con un concetto, che non ci dá l'assoluto,
come non ce lo dá lo schizzo preso dalla torre di Nótre-Dame. Quest'ultimo
avrebbe potuto essere diverso, se fosse stato ritratto da un punto di vista
differente; quello pure non ci dá dell'oggetto in questione che qualche tratto
sommario, variabile secondo la dire- zione e Pangolo. L*analisi concettuale é
quindi relativa, poiché non si pone nell*oggetto, ma gira attorno ad esso ed e
costretta a tradurlo in simboli, a confrontarlo con altre cose che giá crede di
conoscere, a espri- merlo in funzione di ció che esso non é. Anche ag-
giungendo descrizioni a descrizioni, moltiplicando i punti di vista, non ci
dará mai una conoscenza per- fetta : l'oggetto sará sempre la moneta d'oro di
cui non si finisce di rendere il resto. E quando si ten- Zntrod. a la Mél..
Zb1d,, trad. ital.. Esposizione della filosofia bergsoniana terá con la
moltitudine di queste rappresentazioni simboliche, con le idee e con i
concetti, di ricostruire la realtá assoluta, non vi si riuscirá, come non
riesce un bambino a fabbricarsi un balocco solido con le ombre che si profilano
sui muri. Come e possi- bile fabbricare la realtá, manipolando dei simboli?
Come si potrá rappresentare la durata con una serie di note, di
rappresentazioni piú o meno schematiche? Come si potrá comporre una cosa con
punti di vista? ES Ecco quindi spiegato 1”eterno bisticciare delle scuole
filosofiche, le difficoltá inerenti alla metafísica, le an- tinomie che fa
sorgere, le contradizioni in cui cade, il pullulare di teorie antagoniste,
lopposizione irridu- cibile dei sistemi. Se la filosofia dev'essere fondata sui
concetti, non v'é e non vi pud essere uma filosofia, ma vi saranno tante
filosofie, quanti sono i pensatori originali, che salgono alternativamente
sulla scena, per farsi applau- dire (3). Con un decreto contestabile essi
attribuiranno un'importanza arbitraria ad un concetto o ad un altro, ad un
punto di vista sulla realtá, che impoverirá la visione concreta ed eliminerá
una moltitudine di differenze qualitative. A questo decreto se ne potrá sempre
opporre un altro e cosi sorgeranno varie filosofie, armate di differenti
concetti e capaci di lottare indefinitamente tra loro. E allora che si avanzano
le dottrine scettiche, idealiste e criticiste, che, constatando Pimpossibilita
di Z0. Bulletin de la Soc.
fr. de phil.; La perception du changement, Conf. . L'intelligenza ed il linguaggio 47 far entrare il
reale nei vestimenti di confezione che sono le nostre idee, proclameranno con
Kant la relativitá della conoscenza (1). Dopo troppo orgoglio si finisce con un
eccesso di umiltá. Dopo la pretesa assurda di voler racchiudere negli schemi
concettuali la ricchezza ine- sauribile dello spirito vivente e di voler
cogliere con formule fisse ed immutabili il rinnovarsi incessante d'una
primavea eterna, eternamente nuova ed ine- sauribile nelle sue creazioni, la ragione
umana giunge con orgogliosa modestia a dichiarare il proprio falli- mento e
l'impossibilitá della metafísica. A questa triste e sconsolata conclusione non
si sarebbe giunti, se si fosse incominciato a valutare con sereno giudizio la
natura dell'intelligenza nostra, scien- tifica o metafisica che sia; se nel
tempo spazializzato, nel movimento omogeneo, nei concetti astratti, nelle idee
generali, si fosse riconosciuto una conoscenza esclusivamente pratica,
orientata verso il profitto che ne vogliano ricavare. Ce ne persuaderemo,
esami- nando la funzione naturale dell'intelligenza, 1'origine delle idee
generali e la natura propria della LINGUA. *k *Se potessimo spogliarci della
nostra superba fierezza, se per definire la nostra specie ci tenessimo stretta-
mente a ció che la storia e la preistoria ci presentano come la caratteristica
costante dell'uomo, noi non di- remmo homo sapiens, ma homo faber. Originaria-
mente noi non pensiamo, che per agire. La specula- zione é un lusso, mentre
l'azione é una necessitá. Ed e nella forma dellazione che la nostra
intelligenza é stata fusa; essa non e la facolta di fabbricare sistemi Introd.
a la Mét. Évol. cr., pag MI. 48 Esposizione della filosofia bergsoniana di
metafisica, bensi di preparare strumenti artificiali. Stretta dalle esigenze
della vita pratica, la sua atti- vitá si esercita esclusivamente sulla materia
bruta, nel senso che anche quando adopera materiali organizzati, li tratta
sempre come oggetti inerti. Della stessa materia bruta non ritiene che il solido,
e non si rappresenta chiaramente che il discontinuo ; perció considera ogni
oggetto decomponibile in parti arbitra- mente tagliate, esteriori 1*una
all'altra e alla loro volta divisibili all'infinito; la realtá ultima,
1*elemento estremo é sempre per essa qualche cosa di stabile e di immo- bile.
Questo é utile e questo le basta ; la fluidita e la continuitá non
l'interessano. Poi, per le esigenze della vita pratica e sociale,
l'intelligenza da alle cose esterne un nome, estensibile ad un'infinita di oggetti.
Nascono cosl le idee, i concetti, che naturalmente sono este- riori fra loro,
come i modelli sui quali furono formati; sono fissi ed inerti come il mondo dei
solidi; sono simboli piú leggieri, piú diafani, piú facili a manipo- lare
dell'immagine pura e semplice delle cose concrete. La logica non é che
l'insieme delle regole che bisogna seguire, per maneggiare questi simboli. I
nostri concetti perció sono stati creati da un?atti- vitá che non era destinata
alla speculazione pura, ma era orientata verso l'azione : dall”azione soltanto
eb- bero origine le idee generali. Se si riflettesse a questo, scomparirebbe il
circolo vizioso che il problema delle idee generali sembra pre- sentare : per
generalizzare bisogna astrarre, ma per astrarre utilmente bisogna saper
generalizzare. Intorno a questo circolo gravitano concettualismo e nomina-
lismo, ognuno dei quali ha sopratutto per sé l'insuf- ficienza dell”altro. 1
nominalisti hanno il torto di non dirci come mai il nome generale puó
applicarsi a L'intelligenza e LA LINGUA molti oggetti, se questi non presentano
rassomiglianze tra loro, se cioé la generalizzazione non fu preceduta da una
estrazione di qualitá comuni. Í concettualisti -si dimenticano di dirci se le
qualitá individuali, anche isolate con uno sforzo di astrazione, non restano
indi- viduali come prima, e se per apparire comuni non hanno dovuto giá subire
un lavoro di generalizzazione. Gli uni e gli altri suppongono che noi partiamo
dalla per- cezione di oggetti individuali. Ora questo postulato e falso. La
nostra percezione delle cose ha origini tutte utilitarie. Ció che ci interessa
in una data si- tuazione e ció che cogliamo dapprima, é il lato per cui essa
pud rispondere ad una tendenza o ad bisogno: ed il bisogno va diritto alla
qualita, alla rassomiglianza, e non ha a che fare colle differenze individuali.
Questa rassomiglianza agisce oggettivamente come una forza e provoca reazioni
identiche in virtú della legge tutta fisica che vuole che gli effetti d'insieme
seguano le stesse cause profonde. L”identitá di reazioni ad azioni
superficialmente diverse e il germe che la coscienza umana sviluppa in idee
generali. Siamo quindi libe- rati dal circolo vizioso, nel quale sembravamo
rinchiusi: per generalizzare, dicemmo, bisogna astrarre le rasso- miglianze, ma
per far questo bisogna giá saper gene- ralizzare. La verita e che la
rassomiglianza dalla quale lo spirito parte, quando dapprima estrae, non é la
rasso- miglianza alla quale giunge, quando, coscientemente, generalizza. Quella
da cui parte é una rassomiglianza sentita, vissuta, automaticamente
rappresentata; quella a cui riviene é una rassomiglianza intelligentemente per-
cepita o pensata. Nel corso di questo progresso si co- struisce l'idea chiara
della generalitá, che ai suoi inizi non era che la coscienza d*un'identita
d'attitudine in una diversita di situazioni. Con uno sforzo di riflessione
siamo passati all'idea generale del genere, per for- mare poi un numero
illimitato di nozioni generali, le O. Esposizione della filosofia bergsoniana
quali perció nacquero non dalla speculazione disinte- ressata, ma dallazione.
Da questa ebbero origine anche tutti i prin- cipii. Nel congresso di filosofía,
tenutosi a Parigi, Bergson cerca di dimostrare questa tesi, per quello che
riguarda il principio di causalita. In quella sua Note sur les origines
psychologiques de notre croyance ú la loi de causalité, egli so- stenne che la
nostra credenza a questa legge € vissuta dal nostro corpo, prima di essere
pensata dal nostro spirito. L*acquisto graduale di questa credenza non fa che
una cosa sola con la coordinazione progressiva delle nostre impressioni tattili
alle nostre impressioni visuali, coordinazione che implica l'intervento di mo-
vimenti e sopratutto di tendenze motrici. La percezione ripetuta di una forma
visuale determinata crea in noi un'aspettazione macchinale di percezioni
tattili deter- minate ; la forma visuale, che si continua cosi rego- larmente
in resistenza, ci appare a poco a poco come la causa di questa resistenza. Ed a
poco a poco anche le forme visuali in generale, vale a dire gli oggetti
esteriori, ci appaiono come forze che agiscono rego- larmente le une sulle
altre. La riflessione, esercitan- dosi su questa credenza, deduce il principio
di cau- salita sotto la sua forma precisa e scientifica. La necessita inerente
alla legge di causalitá si muove cosl tra due limiti estremi: da necessita
vissuta di- viene necessita pensata. Empirismo ed apriorismo si accordano a non
tener conto che della seconda di queste due forme della necessita; € per questo
che Questa analisi sull'origine e la natura delle idee generali si trova in
Matiére et Mémoire, pag. 169 e seg. Questo discorso si trova in Bibliot. du
Congrés Intern, de Philos., Vol. 1, Philos, gén. et meétaphys., L’intelligenza
ed LA LINGUA né Puno né l'altro ci dá una spiegazione veramente psicologica
della nostra credenza ai principii. xk Se ¡ concetti, le idee, i principii
derivano non gia dalla speculazione, ma dalla vita, e precisamente dalle
relazioni nostre con la materia bruta, € evidente in- nanzi tutto che
l'intelligenza raggiunge con essi la realtáa, quando si ferma nel dominio della
materia inerte. L'azione nostra non potrebbe muoversi nell’irreale e perció,
purché non si consideri della fisica che la sua forma generale e non il
dettaglio della sua realizzazione od il simbolismo delle sue leggi, pud dire
che essa tocca l'assoluto. S1, ripeteva Bergson contro coloro che lo accusavano
di anti-intellet- tualismo; io dico che quando l'intelligenza umana e la
scienza positiva si esercitano sul loro proprio 0g- getto, sono in contatto col
reale e penetrano sempre piú nell'assoluto (3). Ma il male é, che quando
Pintelligenza opera non piú sulla materia bruta, ma sulla durata reale o sulla
vita (che, come vedremo, presenta tutti caratteri della durata), tratta il
vivente come l'inerte, applicando al novello oggetto le stesse forme, proprie
dei corpi inorganizzati, trasportando nel nuovo dominio le mede- simi abitudini
contratte nell'antico campo (4). Ed essa ha ragione di farlo, poiché a questa
condizione soltanto, il vivente offrirá alla nostra azione la stessa (1) Ho
utilizzato il sunto fedele che del discorso del Bergson diede la Revue de
Métaphys. et de Mor.. Évol. cr. BERGSON ; A propos de l 'Evolution de Pintelligence géome-
trique, in Revue de mél. et de mor ale, vol. cr. Esposizione della filosofia bergsoniana presa della
materia inerte. Ma resti inteso che la ve- rita alla quale allora si giunge,
diviene tutta relativa alla nostra facoltá di agire e non é piú che una ve-
rita simbolica, Nel nuovo dominio l'intelligenza non é piú un sole che illumina
il mondo, ma una lanterna manovrata al fondo d'un sotterraneo. q Noi peró
dimentichiamo tutto questo, sedotti dalla grande causa di mille errori, il
linguaggio, Creato per designare le cose e null'altro che le cose, il linguaggio,
quando lo si applica alle idee, esige che noi vi stabiliamo le stesse
distinzioni nette e precise, la stessa discontinuita che c'é tra gli oggetti
mateteriali. Si vuole una prova convincente? Quando noi diciamo che nella
nostra durata molti stati di coscienza s*organizzano tra loro, si penetrano,
s'arric- chiscono sempre piú; adoperando la parola « molti », abbiamo isolati
questi stati, li abbiamo esteriorizzati e glustaposti; coll'espressione stessa,
alla quale eravamo obbligati a ricorrere, abbiamo tradito l'abitudine pro-
fondamente radicata di sviluppare il tempo nello spazio (3). Per portare un
altro esempio: quando si dice «il fanciullo diviene uomo », se riflettessimo
bene, vedremmo che allorché poniamo il soggetto « fan- ciullo », Pattributo « uomo
» non gli si addice ancora, e quando enunciamo l'attributo « uomo » questo non
si applica gia piú al soggetto « fanciullo ». La realta, che € la transizione
dall'infanzia all” etá matura, a ci e sfuggita, ci € sdrucciolata tra le dita. Fot et Vie 1911, fasc. IV, PD.
421: BERGSON : Les réalitlés que la Science n'atteint pas. Essaz, pag. VII. (3) Z01d., pag. 92-3. (4) Evol. cr..
A AA == Il nostro modo abituale di PARLARE € consono alle abitudini
cinematografiche della nostra intelligenza € non sa cogliere 1”aspetto
infinitamente mobile ed ine- sprimibile, che ci presentano le percezioni, le
sensa- zioni, le emozioni, le idee, senza fissarne e distrug- gerne la
mobilita. É LA LINGUA – cf. H. P. GRICE, “NEGATION AND PRIVATION’, “PERSONAL
IDENTITY” -- che ci fa confondere il sentimento intimo in perpetuo divenire,
coll'oggetto esteriore che lo causa e con la parola che esprime questo oggetto,
facendoci attribuire alle impressioni, che cangiano continuamente, contorni
precisi e l'immobilitá. E LA LINGUA che ci fa solificare le nostre sensazioni.
Un sapore, un profumo mi sono piaciuti quando era fanciullo ed ora mi
ripugnano. Tuttavia io do ancora lo stesso nome alla sensazione provata e parlo
come se il profumo ed il sapore sono restati identici ed i miei gusti soli
avessero cambiato. Mentre tutte le sensazioni si modificano ripetendosi, LA
LINGUA ci fa credere alla loro immobilitá. La parola dai contorni ben definiti,
la parola brutale, che immagazzina ció che c'é di stabile, di comune,
d’impersonale nelle impressioni dell?umanitaá, schiaccia o almeno ricopre le
impressioni delicate e fuggitive della nostra coscienza individuale e
specialmente i nostri sentimenti. Essa deforma l”originalitá d'un amore
violento, d'una melanconia profonda; separa nella loro massa confusa una
molteplicitá d’elementi che dispone poi in un mezzo omogeneo; ruba ai nostri
sentimenti la loro indefinibile animazione, il loro colore, e poi vi appiccica
sopra un nome e li erige in un genere; e dopo aver spogliato questi stati
d'animo di tutto ció che essi avevano di intimo, di personale, di tutte le loro
sfumature fuggenti e delle lora risonanze profonde, pretende di averci fatto
cono- Essaz, -- scere meglio noi stessi, mentre non ha fatto altro che stendere
dinanzi a noi la tela abilmente tessuta del nostro io convenzionale. THE CLOSEST H. P. GRICE GETS
TO THIS IS IN THE CONCLUDING WILLIAM JAMES LECTURE, HARDLY DISCUSSED – on
thinking and meaning. Anche riguardo
alle nostre idee, se le cogliessimo in sé stesse, ci accorgeremmo che la
dissociazione dei loro elementi costitutivi, che mette capo all*astrazione, per
quanto comoda nella vita ordinaria e nella discus- sione filosofica, assomiglia
alla dissociazione degli stati di coscienza. Anche le nostre idee hanno uno
slancio comune, presentano una penetrazione mutua; esse non hanno la forma
banale, che loro dá il lin- guaggio, ma vivono in noi come cellule in un orga-
nismo, modificandosi ad ogni nostra mutazione. Certo, non tutte queste idee si
incorporano cosi alla massa dei nostri stati di coscienza: quelle che riceviamo
tutte fatte, che rimangono in noi senza venir assimi- litate dalla nostra
sostanza e che giacciono dissecate nell'abbandono, sono adeguatamente
esprimibili con parole; ma se penetriamo negli strati piú profondi dell'io,
assisteremo alla fusione intima di idee, che, una volta dissociate, sembrano
escludersi sotto forma di termini logicamente contradditorii. X Con tutto
questo noi non disprezziamo I'intelli- genza né neghiamo /utilitá del
linguaggio, come non contestiamo l'importanza dei biglietti di banca. La nostra
vita esteriore e sociale esige giustamente che sotto l'estensione reale delle
cose noi stendiamo uno spazio omogeneo; che sbocconcelliamo la fluida con-
tinuitá della durata in tanti momenti ben distinti, in Essat pag. 99 e seg.; Le
Rire, pag. 157. Essaií La perception du changement, pag. 5. L'intelligenza e LA
LINGUA ls 'tanti stati nettamente caratterizzati; che applichiamo al vivente i
concetti, le idee, LA LINGUA derivati dalla materia inerte. Solo a questo modo,
con questi principi di divisione e di solidificazione, la nostra attivita pud
avere dei punti di applicazione: nulla di piú legittimo nel campo dell'azione.
Ma pretendere di penetrare la natura intima ed il fluire concreto della realtá
CON QUESTA LINGUA, con questi schemi rigidi, con queste idee generali, con
queste astrazioni concettuali, significa voler trasportare nella speculazione
pura un procedimento fatto pella vita pratica. Se non vogliamo BALOCCARCI CON
SIMBOLI, praticamente utili, ma assolutamente inefficaci nel raggiungimento
dell'assoluto; se vogliamo arrivare ad una conoscenza disinteressata ma vera;
Se vogliamo la filosofia; dobbiamo avere il coraggio di atterrare con mano
inesorabile GL’IDOLI DELLA LINGUA ed i concetti dell'intelligenza. a - Aya pe y
EE (5 L'Intuizione L”intelligenza umama - tale è la conclusione - non e affatto
quella che ci mostra l’accademia nell”allegoria della caverna. Essa non ha
l’ufficio di guardare ombre vane che passano, né di contemplare voltandosi
l”astro splendente. Ha da far altro: aggiogati, come bovi da lavoro, ad un
compito pesante, noi sentiamo il giogo dei nostri muscoli e la resistenza della
terra; agire e sapersi agire, en- trare in contatto colla realtá e anche
riviverla, ma solo nella misura in cui interessa il lavoro che si fa ed il
solco che si apre, ecco la funzione dell'intelligenza umana. O la filosofia
quindi non € possibile ed ogni conoscenza delle cose é una conoscenza pratica
orientata verso il profitto che vogliamo trarre, oppure filosofare consiste non
giá nel prendere delle idee gia fatte per dosarle e per combinarle insieme, ma
nel rovesciare, nell'invertire il lavoro abituale del pensiero, nel porsi nel
oggetto stesso, nel tuffarci d'un colpo nel fluire della durata per adottarne
la direzione mutevole senza posa, e per afferrarla con uno sforzo d'intuizione.
Che cos'é quest'intuizione? Évol cr., trad. Papini. Introd. a la Métaph., trad.
ital., Se ¡o potessi coincidere per un istante col personaggio d’un romanzo, di
cui mi raccontano le avventure, la mia conoscenza non sarebbe relativa ed
imperfetta, ma mi parrebbe di veder sgorgare naturalmente, come dalla sorgente,
le sue azioni, i suoi gesti, le sue parole. lo coglierei ció che costituisce la
sua essenza in tutta la completezza delle sue perfezioni, e proverei un
sentimento semplice, che si presterebbe nello stesso tempo ad un apprendimento
indivisibile e ad una inesauribile enumerazione. Ecco che cos’e l'intuizione: e
quella specie di simpatia divinatrice, per cui ci si trasporta nell'interno di
un oggetto per coincidere con ció che ha di unico e per conseguenza
d’INESPRIMIBILE; e quell'auscultazione intima che ci fa accostare alla realtá,
per sentirne palpitare l'anima e vi s’inserisce, per coglierla AL DI FUORI
D’OGNI ESPRESSIONE, traduzione, o RAPPRESENTAZIONE SIMBOLICA. Essa sola, dove é
possibile, pud darci la vera metafísica, la scienza cioé che vuol fare a meno
dei simboli e che raggiunge l’assoluto. Diciamolo subito. Questa facoltá non ha
nulla di misterioso. Non é necessario, per andare all'intuizione, di
trasportarsi fuori del dominio dei sensi e della coscienza, come falsamente
crede Kant. Essa Z01d., pag. 13-17. Bergson nell'Zntrod. a la Met. (scritta nel
1093) diceva « simpatia 2ntellettuale ». Ma come bene osservano il Ségond ed il
Le Roy, egli dopo 1'Evolution créatrice, non userebbe piu quella parola. (3)
Zntrod. a la Mét., trad. ital., Z. (5) Zótd., Zbtd., L’intuition philosophique,
riv. cit., pag. 827. non é altro che uno sforzo penoso, perfino doloroso, di
risalire la china abituale del lavoro del pensiero (1), di disfare i prodotti
artificiali creati dall'intelligenza per facilitare la nostra azione sulle
cose, di mettersi subito per una specie di dilatazione intellettuale
nell*oggetto che si studia, per andare dalla realtá ai concetti e non dai
concetti alla realtá. Gli inizii di questa intuizione filosofica sono segnati
dal buon senso. Questo, che tanto differisce dal senso comune, é un senso del
reale, del concreto, dell*originale, del vivente, un'arte di equilibrio e di
precisione, un senso della complessitá, in palpazione continua, come le antenne
di certi insetti. Esso implica una certa diffidenza della facoltá logica di
fronte a sé stessa; fa una guerra incessante all'automatismo in- tellettuale,
alle idee tutte fatte, alla deduzione lineare. Si preoccupa sopratutto di
collocare e di pesare senza nulla disconoscere ; arresta lo sviluppo di ogni
prin- cipio e di ogni metodo al punto preciso in cui un*ap- plicazione troppo
brutale offenderebbe la delicatezza del reale; ad ogni momento raccoglie
l'insieme della nostra esperienza e l'organizza in vista del presente. Esso, in
una parola é pensiero che si conserva libero, attivitá che sta in guardia,
flessibilitá di attitudine, attenzione alla vita, accomodamento sempre
rinnovato a situazioni sempre nuove. Da questo contatto mobile col dato, da
questo sforzo vivente di simpatia, deriva la sua virtú rivelatrice. Ecco ció
che noi dobbiamo tendere a trasportare dall'ordine pratico all*ordine spe-
Zntrod. dá la Met. BERGSON: Le bon sems et les études classiques, discorso
pronunciato alla distribuzione dei premi del Concorso generale. Esposizione
della filosofla bergsoniana culativo (1) e che gia abbiamo compiuto, quando
spo- gliandola dai simboli che la ricoprivano, abbiamo cercato di cogliere la
durata del nostro.io. Mentre l'intelligenza, costretta a prendere delle vedute
immo- bili sul movimento e a scoprire ripetizioni lungo ció che non si ripete,
attenta a dividere comodamente l'indivisibilita della nostra coscienza, era
obbligata a gilocar d*astuzia con la realtá e ad assumere in faccia ad essa
un'attitudine di diffidenza e di lotta, noi ab- biamo trattato questa realtáa
en camarade, abbiamo simpatizzato col nostro io, e con questo sforzo d'in-
tuizione abbiamo oltrepassato l'intelligenza. ES * X Queste parole suggeriscono
subito l'idea di un cir- colo vizioso. Invano si dirá, pretendete di andar piú
in lá dell'intelligenza ; come otterrete questo, se non con l'intelligenza
stessa ? L'obiezione si presenta naturalmente allo spirito, ma con un simile
ragionamento si proverebbe l'impos- sibilitá di acquistare qualsiasi abitudine
nuova. L*es- senza del ragionamento sta nel rinchiudersi nel cerchio del dato.
Ma l'azione rompe il cerchio. Se voi non aveste mai visto nuotare un uomo, mi
direste forse che nuotare é una cosa impossibile, giacché per im- parare a
nuotare, bisognerebbe cominciare a reggersi nell'acqua, e per conseguenza saper
nuotare di gia. Infatti il ragionamento m'inchiodera sempre alla terra ferma.
Ma se io mi butto nell'acqua senza aver paura, dapprima mi sosterró alla
meglio, dibattendomi contro di essa, a poco a poco mi adatteró a questo nuovo
Il sunto di questo discorso sul buon senso € dato dal LE ROY, op. cit., pag.
135. Di esso mi sono servito. Z'intuition philosophique, riv. cit. pag.
824-825.ambiente e impareró a nuotare. Cosi, in teoria, é un assurdo voler
conoscere altrimenti che coll'intelligenza, ma se si accetta francamente il
rischio, l”azione toglierá forse il nodo che ha intrecciato il ragionamento e
che questo non scioglierá. Ma se la metafisica deve procedere per intuizione,
se l'intuizione ha per oggetto la mobilitá della durata, e se la durata €
d'essenza psicologica, non corriamo il rischio di rinchiudere il filosofo nella
contemplazione esclusiva di sé stesso ? La risposta a questa difficolta
dev'essere data da tutto l'insieme dell'opera bergsoniana, che procurerá di
mostrare come noi possiamo simpatizzare con altre realtá ed inserirci in esse
con uno sforzo di immagi- nazione. Questo lo possiamo giá comprendere fin
d'ora, osservando che l'intuizione di cui parliamo non é un atto unico, ma una
serie indefinita di atti, tutti senza dubbio, del medesimo genere, ma ciascuno
di una specie particolare, e che questa diversita di atti cor- risponde a tutti
i gradi dell'essere. Se io cerco di analizzare la durata, cioé di risolverla in
concetti belle fatti, sono obbligato a prendere sulla durata in generale due
vedute opposte, colle quali, dopo, tenteró di ricomporla. Diró che da una parte
c'é un*unitá e dall'altra una molteplicita di stati di coscienza e che la
durata e la sintesi di questa unita e di questa molteplicitá. Questa
combinazione, che ha del resto qualcosa di miracoloso e di misterioso, non pud
presentare né una diversitá di gradi, né una varietá di forme e di sfumature:
in questa ipotesi non c'é e non ci pud essere che una durata unica. £vol. cr.,
(trad, Papini). Esposizione della filosofia bergsoniana Ma se invece di voler
analizzare la durata e di farne la sintesi con dei concetti, ci s'installa
subito in essa con uno sforzo d'intuizione, si ha il sentimento di una certa
temsione ben determinata, di cui la stessa determinazione appare come una
scelta fra un'infinita di durate possibili. Allora scorgiamo tante durate
quante vogliamo, tutte molto differenti tra loro, benché ciascuna di esse,
ridotta a concetti, si riconduca sempre alla medesima combinazione indefinibile
del molteplice e dell'uno. Cosi l'intuizione della nostra durata, ben lungi dal
lasciarci sospesi nel vuoto, come farebbe la pura analisi, ci mette in contatto
con tutta una con- tinuitá di durate che dobbiamo tentar di seguire, sia verso
il basso sia verso l'alto: mei due casi possiamo dilatarci indefinitamente, con
uno sforzo sempre pid violento; nei due casi trascendiamo noi stessi. Nel primo
andiamo verso una durata sempre piú sparpagliata, i cui palpiti, piú rapidi dei
nostri, dividendo la nostra senzazione semplice, ne diluiscono la qualitá in quantitá:
al limite sarebbe il puro omogeneo, la pura ripetizione, colla quale definiremo
la materialita. Andando nell*altro senso, andiamo ad una durata che si tende,
si serra, si intensifica sempre piú: al limite sarebbe l'eternitáa. Non piú
leternitá concettuale, che e eternitá di morte, ma una eternitá di vita. L'in-
tuizione si muove fra questi due limiti estremi e questo movimento é la stessa
metafísica. * *x* Voi vi contradite, hanno osservato altri; se la nostra
intelligenza ha delle abitudini statiche, come potrá comprendere il flusso del
reale? A Wildon Carr che gli presentava questa obie- Introd. á la Mét. trad.
ital. Proceedings of Aristotelian Society. L’intuizione zione, Bergson rispose
che la nostra intelligenza e cir- condata da una frangia d'intuizione che ci
permette di simpatizzare con ció che c'é di propriamente vitale nella vita. Se
a questa frangia si vuol dare il nome d'intelligenza, si é liberi di farlo, ma
si estenderá troppo il senso della parola; ed a dire il vero, questa frangia d'intuizione
sembra che rassomigli meno alla intelligenza che all'istinto, che é quasi
l”opposto del- Pintelligenza. . Siccome questo confronto tra imtuizione e
istimto ricorre spesso nella pagine di Bergson e diede luogo a molti malintesi,
contro i quali egli stesso ha prote- stato (2), € necessario ricercare quale
sia il pensiero preciso del filosofo francese. Nell Evolution créatrice, quando
affronta il pro- blema della vita, Bergson tenterá di mostrare che la vita,
dalle sue origini in poi, non é che la continua- zione d'un solo e medesimo
slancio, che si € poi di- viso in linee di evoluzioni divergenti (3). Lo
sviluppo di quell”unico impulso ha dissociato cosl tendenze che non potevano
crescere al di lá di un certo punto, senza divenire incompatibili tra loro; ma
che peró, nonostante la divergenza dei loro effetti, conservano qualche cosa di
comune per l'identitá della loro ori- gine. Cosi, ad es., lo slancio iniziale
s'é scisso in in- telligenza nell”uomo e in istinto negli-«animali, in modo che
ogni istinto concreto é mescolato d'intelligenza ed ogni intelligenza reale e
penetrata d'istinto. É per questo che noi non siamo pure intelligenze, ma che
intorno al nostro pensiero concettuale e logico é re- Cír. Proceedings of
Arist. Society. A propos de l'évolution de l'intell. géom., riv. cit., pa- gina
30. (3) vol. cr., . Esposizione della filosofia beresoniana stata una
nebulosita vaga, fatta della sostanza stessa alle cui spese si € formato il
nocciolo luminoso che noi chiamiamo intelligenza (1); accanto alla zona ri-
schiarata, c'é una frangia oscura che va a perdersi nella notte. Se questa
frangia indistinta esiste, essa deve avere per il filosofo una importanza
maggiore del nucleo lu- minoso che essa circonda (3). Che pud essere infatti
questa frangia inutile, se non la parte del principio. evolventesi, che non si
€ ristretta alla. forma speciale della nostra organizzazione e che € passata in
contra- bando? (4). Ed appunto perché questa intuizione vaga non c'é d'alcun
aiuto per dirigere la nostra azione sulle cose, azione interamente localizzata
alla super- ficie del reale, non possiamo noi presumere che essa non si
esercita semplicemente in superficie, ma in profonditá ? É qui dunque che
dobbiamo cercare le indicazioni per dilatare la forma intellettuale del nostro
pensiero; é qui che attingeremo lo slancio ne- cessario per innalzarci al
disopra di noi stessi (6) e per trovare certe potenze complementari
dell'intelletto, potenze di cui non abbiamo che un sentimento con- fuso, quando
restiamo in noi, ma che si rischiarano e si distinguono, quando percepiscono sé
stesse al- Popera, nellevoluzione della natura. La conoscenza intuitiva di
questa frangia ha molta rassomiglianza colla conoscenza propria dell'istinto.
Cosi disse Bergson al Congresso di filos. di Parigi nel 1900 in una discussione
col Weber. Cfr. Revue de métaph. et de morale. Settembre 1900, pag. 662. (3)
Evol. cr.L’intuizione 63 Per quanto l'istinto non abbracci che la piccolissima
porzione di vita che l'interessa e sia necessariamente specializzato ; per
quanto si esteriorizzi in azione, in- vece di interiorizzarsi in coscienza e
tenda assai verso l'incoscienza ; pure bisogna riconoscere che esso € orientato
verso la vita e non fa altro che continuare il lavoro per il quale la vita
organizza la materia, a tal punto che non sapremmo dire dove finisce l'orga-
nizzazione e dove comincia l'istinto. II quale coglie il suo oggetto, al di
dentro, non per un processo di conoscenza, ma per un'intuizione vissuta
piuttosto che rappresentata, che rassomiglia senza dubbio a ció che noi
chiamiamo simpatia divinatrice. Lo ripetiamo : questa simpatia ha un oggetto
limitato ed é incapace di riflettere su sé stessa; in ció sta la sua
deficienza. L'intelligenza invece, benché dapprima si concentri sulla materia e
si adatti agli oggetti del di fuori, pure giunge a circolare tra essi, a
rovesciare le barriere che le si oppongono, ad ampliare indefinitamente il suo
regno. Una volta liberata, pud piegarsi all'in- terno e risvegliare le
virtualita d'intuizione che son- necchiano ancora in essa e che altro non sono
se non una specie d'istinto, divenuto disinteressato, cosciente di sé stesso,
capace di riflettere sul suo oggetto e di allargarlo indefinitamente (2).
Bergson quindi — come scriveva nel 1908 in un arti- colo apparso nella Revue de
métaphysiqueet de morale non pretende di sostituire all'intelligenza qualcosa
di differente o di preferirle l'istinto. Egli vuole sol- tanto che, quando si
abbandona il dominio degli og- getti materiali e fisici, per entrare in quello
della vita e della coscienza, si faccia appello a un certo senso della vita che
s'oppone all'intelletto puro e Life and Consciousness, riv. Cit., pag. 44. O.
Esposizione della filosofia bergsoniana E. AE EN ONIS che ha la sua origine nel
medesimo getto vitale del- listinto, benche l'istinto propriamente detto sia
tutta altra cosa. Che Pintuizione sia possibile, che l'uomo possa distogliere
la sua attenzione dal lato praticamente in- teressante dell'universo, per
rivolgerla verso ció che praticamente non serve a nulla, e ció che ci sugge-
risce l'esistenza in noi di una facoltá estetica accanto alla percezione
normale (2). Nulla come l'arte, pud dirci che cosa sia 1'imtui- zione
filosofica. Non solo, vivendo di creazioni, l'arte pud farci comprendere ció
che é la durata reale e lo slancio vitale; ma inoltre, anche l'artista si pone
per una specie di simpatia nell'interno dell'oggetto e non percepisce piú
semplicemente in vista d'agire, ma solo per percepire, per il piacere, per
nulla. L”osservazione sincera della nostra vita psicologica normale ci mostra
una tendenza costante dello spirito a limitare il suo orizzonte. Nel campo
infinitamente vasto della nostra conoscenza virtuale, noi cogliamo solo ció che
interessa la nostra azione sulle cose e trascuriamo il resto. Prima di
filosofare bisogna vi- vere (5) e vivere significa accettare dagli oggetti sol-
tanto l'impressione utile, per rispondervi con reazioni appropriate: le altre
impressioni debbono oscurarsi o non giungerci che confusamente (6). I sensi e
la co- scienza non ci dánno della realtá che una semplifi- A propos de Pévol.
de Pintell. géomét., riy. cit, pag. 30. (2) Évol. cr., pag. 192. (3) Z01d.,
pag. 49. (4) La perception du changement, Conf. Z61d., Conf. 1, pag. 12. Le
Rtire PIRANDELLO L'intuizione K 67 cazione pratica. L'individualitá delle cose
e degli es- seri ci sfugge tutte le volte che non giova materialmente di
percepirla. E anche lá dove la notiamo, come quando distinguiamo un uomo da un
altro uomo, non é la individualitá stessa che afferra il nostro occhio, ma
soltanto uno o due tratti che faciliteranno il ricono- scimento pratico (1).
Infine per dir tutto, noi non ve- diamo le cose stesse, come non percepiamo i
nostri stati d'animo in ció che hanno di piú intimo e di ori- ginalmente
vissuto. Ci appaghiamo di solito di leggere le etichette, che il linguaggio
appiccica sul reale (2). Noi insomma ci muoviamo tra generalitá e simboli ; e
affascinati, attirati dall'azione, viviamo in una zona mediana tra le cose e
noi, esteriormente alle cose, ed esteriormente anche a noi stessi (3). Se la
realtá col- pisse direttamente i nostri sensi e la nostra coscienza, se noi
potessimo entrare in immediata comunicazione con le cose e con noi, l'arte
sarebbe inutile, o piut- tosto saremmo tutti artisti, perché allora la nostra
anima vibrerebbe continuamente all*unissono colla na- tura. 1 nostri occhi,
aiutati dalla memoria, ritagliereb- bero nello spazio e fisserebbero nel tempo
dei quadri inimitabili. Il nostro sguardo afferrerebbe a volo, scol- piti nel
vivo marmo del corpo umano, frammenti di statua, belli come quelli della
statuaria antica. Noi sentiremmo cantare in fondo alle nostre anime, come una
musica a volte gaia, ma piú che altro lamentosa, sempre originale, la melodia
ininterrotta della nostra vita interiore (4). Ma nulla di tutto ció é percepito
direttamente da noi, perché tra noi e la natura, tra noi e la nostra stessa
coscienza, s'interpone un velo (trad. Papini).fitto per gli uomini comuni,
leggiero e quasi traspa- rente per l'artista ed il poeta. Di quando in quando,
per un felice accidente, nascono delle anime che coi loro sensi e con la loro
coscienza sono meno attac- cate alla vita. Quando riguardano una cosa, la
vedono per sé stessa (pour elle) e non per sé stesse (pour eux) e ne ritraggono
una visione piú diretta e piú immediata. Se il distacco della vita fosse
completo, se l'anima non aderisse piú all'azione con nessuna delle sue
percezioni, avremmo l'anima di un artista, che eccellerebbe in tutte le arti
nello stesso tempo o piuttosto le fonderebbe tutte in una sola. Ma sarebbe
chieder troppo alla natura. Per quelli stessi fra noi che ha fatti artisti,
essa ha sollevato il velo acciden- talmente e da una parte sola: da ció la
diversita delle arti. Ma sia pittura, sia scultura, poesia o musica, Parte non
ha altro oggetto che di levar di mezzo i simboli praticamente utili, le
generalita convenzional- mente e socialmente accettate, infine tutto ció che ci
maschera la realtá, per metterci faccia a faccia con la realtá stessa (1).
L”arte dunque ci mostra che una estensione delle nostre facoltáa di percepire €
possibile, e benché essa non attinga che l'individuale, ci fa peró conce- pire
una ricerca orientata nel suo stesso senso e che prenda per oggetto la vita in
generale (3). Ció che la natura fa di quando in quando per distrazione e per
qualche privilegiato, la filosofia deve farlo per tutti in un altro modo,
conducendoci ad una perce- zione piú completa del reale, per un certo
spostamento della nostra attenzione (4). L*arte e la filosofia si ri- La perception
du changement, Conf. La perception du changement, Conf. L'intuizione 69
congiungono cosi nell'intuizione, che é la loro base comune (1); é la stessa
intuizione, diversamente uti- lizzata, che fa il filosofo profondo ed il grande
ar- tista (2). ll senso comune dice che lartista € un idealista e certo é un
ri] Filosoña e realtá X* A questa concezione pura del reale si sostituisce
spesso un equivalente statico. La durata vera cede il posto ad un tempo
polverizzato, il movimento si ri- solve in una serie di posizioni, il
cangiamento in una serie di istantaneita, il divenire in una serie di stati.
Con una ingegnosa disposizione di immobilitá, con un procedimento
cinematografico, si ricompone il movi- mento : operazione praticamente comoda,
ma teorica- mente assurda e gravida di tutte le contraddizioni,, dí tutti i
falsi problemi, in cui si impigliano la meta- fisica e la critica (1), come lo
mostra 'un colpo d*oc- chio sulla storia dei sistemi filosofici (2). Xx *
Perché infatti i filosofi della scuola di Elea dichiara- rono assurdo il
movimento? Si esaminino gli argo- menti di Zenone e si vedrá che essi sono
logicamente concludenti, se si confonde il movimento con la tra- iettoria, vale
a dire se si fa coincidere il moto colla immobilita. a Cerchiamo il principio
fondamentale della filosofia che si sviluppd attraverso l”antichita classica :
lo spi- rito deve trovare la qualita, la forma o essenza, il fine, ció insomma
che e refrattario al cangiamento, sotto il divenire delle cose. Ecco quindi le
pure idee immutabili, alle quali Platone attribuisce un”esistenza vera, e che
entrando le une nelle altre si raggrup- pano in un concetto unico, nella forma
delle forme, nell'idea delle idee, nel motore immobile di Aristotele. Cfr.
L'intuition philosophique, riv. cit., pag. 825. (2) Tutto il Capo IV dell vol.
Créat. € dedicato a dimostrare questa tesi. Questo sistema di concetti fissi,
che costituisce la vera scienza, € completo e tutto fatto dall'eternitá : tutto
é dato. Quale sará allora l'indivisibile sorgente della mobilita? Essendo la
negazione della forma, sfuggirá per ipotesi ad ogni definizione e sará
l'indeterminato puro, il quasi-niente, il non-essere platonico, la materia
prima aristotelica. E via di seguito, fino alle creazioni fantastiche di
cosmologie arbitrarie, dedotte dalla concezione falsa, che € alla base di
queste metafisiche. Le quali, nelle loro grandi linee, corrispondono alla
metafisica naturale dell'intelligenza umana: edé per tale ragione che mille
fili invisibili uniscono la scienza moderna alla filosofia greca. Nonostante le
differenze profonde che esistono tra la scienza nostra e quella degli antichi,
i nostri scienziati, costretti dalle esi- genze pratiche, non considerano altro
che il tempo lunghezza e trascurano il tempo vero, il tempo inven- zione. Da
questa negazione della durata, sorge il determinismo assoluto, che abbraccia la
totalitá del reale: anche per loro, tutto e dato. Descartes sembra dubitare di
questo: se da una parte egli accetta il meccanismo universale, dall'altra crede
al libero arbitrio, che ci fa credere all'inven- zione, alla creazione, alla
successione vera. Tra le due concezioni egli é esitante, ma é purtroppo la
prima che la filosofia posteriore abbraccia con Spinoza e con Leibniz. Per
l'uno e per l'altro, la realtá come la veritá sono integralmente date ab
aeterno. Essi rifiu- tano l'idea di una durata assoluta, come la rifiutano
anche il preteso empirismo moderno, le spiegazioni meccanistiche dell*universo,
l”epifenomenismo mate- rialista, la psicofisiologia e via dicendo. Tutte queste
dottrine sono in ritardo in confronto della critica kantiana. Vedendo
nell'intelligenza una facoltá di stabilire dei rapporti, Kant attribul ai ter-
mini dei rapporti stessi un'origine extraintellettuale. Egli affermó, contro i
suoi predecessori immediati che la conoscenza non é interamente risoivibile in
termini d'intelligenza. Con ció apriva la strada ad una filo- sofía nuova, che
avrebbe dovuto porsi nella materia extraintellettuale della conoscenza, con uno
sforzo su- periore d'intuizione. Ma Kant non si mise in questa direzione ;
anch”egli non pensd ad affermare la realtá sostanziale della durata. Il
pensiero filosofico del sec. xix senti che questa era la via da prendersi.
Quando un pensatore sorse ad annunciare una dottrina d'evoluzione, ove il pro-
gresso della materia verso la percettibilita sarebbe stata delineata insieme
alla marcia dello spirits verso la razionalitá, ed ove si sarebbe seguito di
grado in grado la complicazione delle corrispondenze tra 1'in- terno e
l'esterno, ed il cangiamento sarebbe divenuto la sostanza stessa delle cose,
verso di lui si rivolsero tutti gli sguardi. Ma Spencer non attud il suo pro-
gramma. La sua dottrina porta il nome di evoluzio- nismo e pretende di salire e
di discendere il corso del divenire universale: ma in realtá non era que-
stione né di divenire né di evoluzione. L”artificio or- dinario del metodo
spencieriano consiste infatti nel ricostituire l”evoluzione coi frammenti
dell'evoluto. Se incollo un'immagine sul cartone e taglio poi questo ultimo in
pezzetti, io potrei, raggruppando i piccoli cartoni, riprodurre l'immagine. Ed
il fanciullo che cosi lavora sui pezzi d'un giuoco di pazienza, che giusta-
pone i frammenti d'immagini informi e finisce per ottenere un bel disegno
colorato, pensa senza dubbio d'aver prodotto il disegno ed il colore. Tuttavia
1”atto di disegnare e di dipingere non ha nessun rapporto con quello di
radunare i frammenti di una immagine gia disegnata e gia dipinta. Nello stesso
modo com- ponendo tra l oro i risultati piú semplici dell*evoluzione, voi
imiterete bene o male i piú complessi ; ma né 180 Esposizione della filosoña
bergsoniana degli uni né degli altri voi avrete delineato la genesi; e questa
addizione dell'evoluto coll'evoluto non rasso- miglierá assolutamente al
movimento dell'evoluzione. Tale tuttavia e l'illusione di Spencer : egli prende
la realtá nella sua forma attuale ; la spezza, la sparpiglia in frammenti che
getta al vento; poi integra questi frammenti e ne dissipa il movimento. Dopo di
aver imitato il tutto con un lavoro di mosaico, e di essersi dato
anticipatamente tutto ció che si trattava di spie- gare, crede di aver compiuta
l*opera promessa (1). A questo falso evoluzionismo bisogna invece sosti- tuire
l'evoluzionismo vero, ove la realtá sia seguita nella sua generazione e nel suo
crescere (2). É cid ap- punto che ha tentato di fare Bergson. Cosi finisce
1”Évolution Créatrice e cosi termino anch'io lesposizione del pensiero
bergsoniano. Come gia dissi al congresso di Bologna ed in una prefazione agli
scritti di Tarde, Bergson sostenne che per capire il pensiero di un filosofo,
bisogna riassu- mere tutte le sue teorie in un punto unico, straordi-
nariamente semplice. Questo punto é cos) semplice che il filosofo parla tutta
la vita senza riescire ad esprimerlo. Egli non pud formulare ció che ha nello
spirito, senza sentirsi obbligato a correggere la sua formola ed a correggere
poi la sua correzione : cos di teoria in teoria, rettificandosi quando crede di
comple- tarsi, non fa altra cosa che rendere con approssima- zione crescente la
semplicitá della sua intuizione ori- ginale. (1) Évol. Créat., Capo IV passim.
(2) Zbid., pag. VI-VII. É questo il metodo che Bergson vuole che si ap- plichi
a tutti i pensatori e quindi anche a lui: metodo tutto opposto ai tentativi
molto in voga e contro i quali egli protesta, di trascurare ció che di
personale vi é in un sistema, per dissolverlo nelle sue fonti e per ridurlo ad
una sintesi di idee di altri filosofi. Si dove perció cercare di afferrare
nella com- plicazione delle dottrine bergsoniane l'intuizione sem- plice che le
anima. Modifichera la nozione della durata della coscienza con le teorie della
memoria e sopra- tutto della vita, poiché la nostra coscienza che dura e che
porta con sé tutto il peso del suo passato, non ¿ che un frammento della piú
grande Coscienza. La durata e libertá ; ma il concetto di questo dev'essere
completato con la concezione della genesi universale, poiché e lo slancio
vitale che e libero e che si risveglia ad una libertá non perfetta nello
spirito umano. La Supracoscienza poi che dura, con la sua distensione fa
sorgere la materialita, e cosi di seguito. Le opere future di Bergson
porteranno nuovi ritocchi, daranno al pensiero passato un colorito speciale; ma
Infiniti sono gli articoli di riviste, dove si cercano le orí- gini del
bergsonismo e si paragona Bergson a Eraclito, a Plotino, a Kant, a Darwin, a
James, a Freud, a Wells, a Balfon, etc. etc. Non ne cito nemmeno uno, perché,
fatta qualche rara eccezione, non mirano a provare la continuita del pensiero
filosofico, ma cercano con ravvicinamenti, quasi sempre contrari al vero spi-
rito di questa filosofia, di distruggere ció che di originale vi € in Bergson.
lo non nego perd che vi siano analogie tra alcune teorie berg- soniane e le teorie
di altri pensatori, ad es. di Ravaisson, di Paul Janet, di Maine de Biran. Si
legga ad es: BERGSON: Prin- cipes de psychologie et de métaphysique a' aprés M.
Paul Janet in Revue Philosophique, 2% Sem., e lo studio gia citato dello stesso
Bergson: /Votice sur la vie et les oeuures de M. F. Ravaisson-Mollien (Académie
des Sciences morales et politiques, séances des 20 et 27 février 1904).
Esposizione della filosofia bergsoniana l’anima vivificatrice, se é lecito
esprimerla con una formula, è sempre l'intuizione della durata pura. A quanto
si dice, il pensatore francese sta ora stu- diando il problema morale ed il
problema d”oltretomba, memore forse che la filosofia non € solo una medita-
zione della vita, come disse Spinoza, ma é anche, secondo il detto di Platone,
una meditazione della morte. Recentemente agli amici che lo avvicinavano, ai
giornalisti ammessi allintervista, Bergson confes- sava che il mistero dell'al
di lá lo tormenta E Mentre egli sta meditando, ¡o vorrei invitare il let- tore
ad un esame critico delle teorie lealmente e serenamente esposte, per vedere se
Bergson pud ab- bandonarsi davvero alla gioia di aver creato un si- stema
vitale, gioia ineffabile, che, in una lezione al College de France, egli
preferiva a tutti gli onori ed a tutti gli applausi. L’intervista concessa da
Bergson a Verne nell’Intransigeant Igrr. PA > BE; Etudes:"e Life and
Consciousness, riv. cit., pag. 42.Gli ammiratori di Bergson, che nel loro
maesto ac- clamavano « il nuovo Platone », ebbero un giorno una sgradita
sorpresa. Bergson — cosl dicevano alcuni critici — é un grande artista, ma non
e un filosofo. Anche noi lo ammiriamo, se ce lo presentate come un cantore
genialmente ispirato. Le sue dottrine sono davvero creazioni superbe e
fantastiche, degne d'un poeta. Ma se vorreste ostinarvi a ricercare in esse un
sistema filosofico, noi saremmo obbligati a ripetervi Pinvito di Alfred
Fouillée e vi proporremmo di non discorrere piú di Évolution Créatrice, ma di
Imagi- tion créatrice. Questo giudizio molto diffuso, per quanto rara- mente
espresso in una forma cosl crude e sincera, mi sembra ingiusto. Poiché, se
Bergson é sempre un at- tista della parola, se alcune pagine dei suoi libri
ras- somigliano di piú ad un canto dell”Ariosto che non ad un capitolo della
Critica della Ragione pura, tuttavia egli ¿ anche un filosofo per i problemi
che tratta e per il metodo che difende. In un tempo in cui si tentava di
ridurre la filosofia ad un paragrafo delle scienze naturali, Bergson ha sentito
il dovere di discutere i problemi della liberta umana, della spiritualita
dell'anima, dell”unione del- FOUILLÉE: La pensée et les nouvelles écoles anti-
intellectualistes, Paris, Alcan Note critiche A O E AENA GU ANIOS l’anima col
corpo, della natura della vita, dell'origine del mondo e via dicendo. Si potrá
e si dovrá combat- terlo per il modo con cui li ha discussi; ma nessuno puó
negargli il merito di aver compreso che le do- mande: «Chi siamo noi? che cosa
dobbiamo fare quaggiú? dove veniamo e dove andiamo? » sono come egli stesso
proclamava nelle sue recenti confe- renze di Birmingham e di Parigi le
questioni essenziali e vitali, le questioni di interesse supremo, che prime si
presentano al filosofo e che sono o do- vrebbero essere la vera ragione della
filosofia E questi « massimi problemi » Bergson ha cercato di risolverli non
giá con le macchinette, cogli istru- mentini dei laboratorii o con gli altri
famosi ritrovati della filosofia naturalistica, ma con quel metodo in- tuitivo,
che € certo incompleto e che nel suo esclu- sivismo é falso e contradittorio,
ma che rappresenta un'esigenza del metodo filosofico vero. Da queste parole il
lettore avrá gia inteso qual'e il giudizio che io daró del sistema bergsoniano.
lo credo che esso, per quanto abbia segnato un immenso progresso di fronte al
positivismo imperante pochi anni or sono (2), presenta ancora mille errori, che
rovinano spesso le sue tesi pid belle. Sono peró anche convinto che questi
errori non sono una manifesta- zione di uno spirito debole ed inadatto alla
specula- zlone, come potrebbe pensare un osservatore super- ficiale; ma sono
talvolta lespressione di tendenze legittime ed insoddisfatte. BERGSON : Life
and Consciousness in The Hibdert Journal; 1d.: Ame et corps, in Foi et Vie,
num. cit. In questo sono concordi tutti ¡ neoscolastici, dal Farges al Mercier,
dal Tredici al Baeumker. Sottoscrivo quindi, pur dissentendo «dal loro sistema
filo- sofico, al giudizio di alcuni critici italiani.Note critiche Il che
equivale a dire che, per giudicare Bergson, non bisogna fermarsi alle particolaritá
dei suoi scritti, non bisogna considerare atomicamente le varie teorie, per
accontentarsi di una facile critica, puramente e semplicemente distruttrice. Si
deve invece studiare questa filosofia nello spirito che la vivifica e la sug-
gerisce, per colpire in ogni sua parte il tutto, con una crítica positiva e
costruttiva (1). Con tale programma, che non so se sara da me felicemente
svolto ed attuato, ma che certo fu since- ramente voluto, mi accingo ad
esaminare il metodo e le dottrine di Enrico Bergson. KRONER nel Logos art.
cit., pag. 139. Chi volesse avere un saggio di critica, tutto opposto al mio,
pud leggere il recente volume di DAVID BALSILLIE : An examination of Professor
Bergsons Philosophy, London, Williams and Norgate, . ta e MS A An y (Jal y no 1
' as A AN ras A ME A r $ Bergson e un filosofo del divenire. La realtá per lui
é un movimento senza mobile, € un flusso con- tinuo, e durata. Nell”esposizione
delle teorie bergsoniane, non si 8 fatto altro che ripetere con una insi-
stenza significativa questo pensiero, che venne giusta- mente indicato come
l'espressione sintetica di tutta la filosofia nuova. Da questa concezione
fondamentale, Bergson ha dedotto il suo metodo: se tutto diviene, la realta che
in due momenti, anche consecutivi, cangia qualitativamente non potrá essere
espressa con parole comuni, le quali nella monotonia della loro ripetizione
suppongono l'identitá costante di una parte almeno del reale, e nemmeno pud
essere afferrata dall'intel- ligenza con concetti immobili, rigidi e sempre
eguali. Linguaggio e concetti sono utili per i bisogni imme- diati della vita,
per la necessita della pratica, ma sono impotenti a darci la veritá, che solo
pud essere rag- giunta coll'intuizione. lo prescindo ora dalla premessa
bergsoniana, poiché é nella seconda parte di questo studio che cercherd di
confutare la teoria del divenire universale; e mi limito a considerare il
metodo in sé, vale a dire l'odio Cfr. LE ROY: Une philosophie nouvelle Note
critiche del Bergson contro la lingua e contro l'intelligenza ed il suo ideale
di una filosofia intuitiva. Mi sembra che questo metodo sia in sé stesso
contraddittorio. E La lingua, secondo il Bergson, e la causa di tutti gli
errori, 1”origine di tutti gli inganni. Egli lancia le sue imprecazioni contro'«
la parola brutale », Che de- forma la realtá, che ce ne dá solo un'ombra
pallida e fallace, che non riesce a riprodurre fedelmente le idee veramente
nostre, la vita intima della coscienza e dell'io profondo, l”evoluzione
creatrice dello slancio vitale. Eppure Bergson stesso ha dovuto constatare un
fatto. Nell'introduzione del suo Essai sur les données immédiates de la
coscience, egli scrive: « Noi ci esprimiamo necessariamente con parole » (2).
Ed e verissimo: infatti anche i libri di Bergson si compon- gono di parole; il
metodo dell'intuizione viene di- feso con le parole; con parole sono esposte
tutte le sue teorie; perfino la critica spietata contro il linguaggio e fatta
col linguaggio. Non é forse chiaro che se la teoria bergsoniana del linguaggio
fosse vera, se la parola non potesse davvero esprimere la realtá senza
deformarla, anche tutta la filosofia di Bergson sarebbe falsa? La parola tra-
disce la realtá: ora Bergson ha continuato a parlare; dunque ha continuato a
tradire la realtá. Anzi bisognerebbe aggiungere che la critica stessa del
linguaggio € completamente vana, poiché anche essa é enunciata con parole, In
breve: combattere il valore del linguaggio e ser- Cfr. Essat, Cap. Il passim.
(2) Z61d., pag. VII. Il metodo 11 ' virsi della lingua come se avesse valore, é
una con- traddizione. Se il reale € inesprimibile, rassegniamoci al silenzio.
Per essere coerente, Bergson doveva negare alla filosofia il diritto di
esistere, anzi non do- veva nemmeno dire questo: la logica gli imponeva un
assoluto silenzio. Uno dei piú profondi discepoli di Bergson, Segond ha tentato
di ribattere questa accusa ed ha osservato che la denuncia del verbalismo non é
una condanna del pensiero verbale, poiché quest'ultimo nella sua ispirazione
spirituale € orientato intuitivamente. Ed il Le Roy ha soggiunto che, benché «
lintuizione dell'immediato, a parlare rigorosamente, sia inespri- mibile »,
pure «la si pud suggerire ed evocare con metafore e con immagini » (3). lo non
negheró che specialmente l'osservazione del Segond, come meglio apparirá in
seguito, contiene un'anima di veritá; ma perché queste difese possano divenire
valide, e indi- spensabile confessare con schiettezza che Bergson ha per lo
meno... esagerato. Secondo la sua teoria, il Quanto a questa critica della
teoria bergsoniana del lin- guaggio, si vegga: PREZZOLINI, Op. cit., cap. 111,
pag. 285-2945 LECLÉRE: Pragmatisme, Modernisme, Protestantisme, Paris, Bloud;
CALO: 11 problema della Isbertá nel pen- siero contemporaneo, Milano, Sandron,
nota; KEY- SERLING: Das Wesen der Intuition und ihre Rolle in der Phi- losophie
in Logos, 1912, Band lII, Heft 1, S.; e fu svolta anche da molti neoscolastici,
come ad es. dal PIAT : Insuffisance des philosophies de Pintuition, Paris, pag.
275. Solo perd il PREZZOLINI non si limitó ad una critica negativa. Riguardo
poi alle riserve di LEVI, L'indeterminismo nella filosofia contemporanea,
Firenze, Seeber, pag. 265 e seg. ed alla sua di- stinzione tra il valore
psicologico ed il valore log.co della pa- rola, credo non abbiano piú nessuna
ragione di essere dopo P Evolution Créatrice SEGOND: Z*intuition bergsonienne,
Paris, Alcan ROY Note critiche pensiero verbale, appunto perché verbale, non
pud darci una visione fedele della durata; ogni parola, anche se é
Evolutionisme de M. Bergson in Revue de Philosophte CRESPI: Lo spirito nella
filosofia di Bergson. M. La me- tafisica bergsontanain La Cultura contemporanea
11 metodo razione, ed invece ci ha dato un'altra metafísica, ricca di
contraddizioni numerose, che non si risolvono tuffandosi nel flutto del reale,
ma solo possono essere dissipate da una filosofía, che, pur riconoscendo la
intuizione, non disprezza la ragione ed il concetto. Quali sono questi
concetti, che la filosofia deve adoperare? Le obiezioni di Bergson non
distruggono forse il loro valore ? Due sono le correnti, che in questi ultimi
anni si sono delineate tra i neoscolastici italiani a proposito di questa
questione. Gli scolastici puri stanno fermi all*antico astrattismo aristotelico
ed aderiscono perció a quanto in prege- voli lavori hanno detto il De
Tonquédec, il Farges, il Piat, il Tredici e mille altri (1). Essi, dinanzi al
bergsonismo, ragionano cos]: «E facile mettere di fronte, da una parte la ric-
chezza e la complessitá del reale quale € dato dall*intui- zione, con tutto
quel cumulo di note che rendono ciascuno differente da ogni altro reale e
soggetto alle piú svariate vicissitudini e mutazioni, e dal- altra la povertá,
la semplicitáa del concetto astratto, che non rappresenta una cosa piuttosto
che un'altra, che resta immutabilmente lo stesso nonostante il cam- biamento
delle cose esistenti, —e poi gridare alla loro TONQUÉDEC: La notion de la
vérité dans la Philos. nou- velle, dapprima apparso in Études, come dissi e poi
pubblicata dal Beauchesne, Parigi; PIAT, Op. cit., passim. ; FARGES, op. cit.,
cap. Vl e VII; MARITAIN, art. cif., passim. ; GRIVET: Henri Bergson: esquisse
philosophique in Études, 5 ottobre e 20 novembre 1909 e sopratutto 20 luglio
19ro, etc. 204 Note critiche completa eterogeneitá, e chiamare il concetto una
deformazione della realtá... Ma la cosa merita di essere esaminata un po” piú
profondamente; ammette « la libera scelta » dello slancio incosciente; e
siccome la radice dell'atto li- bero é nella durata, richiede come conditio
sine qua mon della libertá che vibri la nostra personalitá tutta intera ;
distingue perció 1l'io superficiale dall'io pro- fondo ed enuncia la strana
teoria ripugnante alla te- stimonianza della nostra coscienza che gli atti li-
beri sono rari e che molti muoiono senza aver cono- sciuto la vera libertá.
Invece € chiaro che quando, conscio di quello che faccio, scrivo queste righe,
mi sento libero, anche senza far vibrare tutta la lira dei sentimenti e delle
potenze del mio animo (1); é su- perfluo bruciare la casa per far cuocere due
uova. Vi- ceversa, il desiderio della felicita, profondamente in- sito in
ciascuno di noi ed in ciascuna delle nostre azioni, é necessitato. Bergson
afferma che é impossibile definire l”atto li- bero, perché l'eterogeneita
sempre cangiante della du- rata non puó essere rinchiusa in una forma morta.
Poniamoci dal punto di vista bergsoniano; concediamo per ora, senza discutere,
che il flusso della nostra du- rata interiore sia una continuitá perfetta; che
sul teatro della nostra coscienza sia assurdo che si ripro- ducano due volte le
stesse cause; ammettiamo che per un essere finito l'atto libero futuro sia
impreve- dibile. Anche allora, quando dopo d'esser passato FARGES, op. cit., c.
II, passim. A EP VIA per una serie di mutazioni, Pio compie Patto libero, sente
che se elegge quest'azione, potrebbe perú anche non eleggerla o eleggerne
un'altra. Bergson stesso lo riconosce; poiché e costretto a scrivere: «anche
quando si abbozza (on esquisse) lo sforzo necessario per compiere un'azione, si
sente bene che si é ancora in tempo di arrestarsi. In questo fatto sta 1'es-
senza della libertá. Bergson critica tre definizioni della libertáa: «Patto
libero € quello che una volta compiuto, poteva anche non esserlo; é quello che
non si po- trebbe prevedere, anche se antecedentemente si cono- scessero tutte
le condizioni; quello che non é necessa- riamente determinato dalla sua causa».
Ma egli ha dimenticato proprio la definizione esatta : «| P'atto li- bero é
quello che, mentre lo si compie, potrebbe anche non essere compiuto ». Questa
definizione non confonde il tempo con lo spazio, ma si pone nella pura durata
ed esprime esat- tamente un fatto della nostra coscienza; non vale solo per
l'azione compiuta, ma anche e sopratutto per l'azione che si compie; non incorre
nella tautologia che «il fatto, una volta avvenuto, é avvenuto ; mentre, prima
di avvenire, non era avvenuto »; non cade nelle braccia del determinismo, ma
infigge un pugnale nel cuore di questo avversario. Essa, cosa importante da
osservare, non fa nemmeno dell”atto libero un'abitraria creazione ex nihilo,
poichée e la ragione che deve dirigere la volonta. Quando la volontá vuole un
bene che in quelle cit- costanze € ragionevole, non pone un atto arbitrario,
bensi un atto libero: non e Poggetto esterno che de- termina la volontá, ma e
la volonta, che determina sé stessa e potrebbe anche (irragionevolmente si, e
qui Essaz Note critiche sta appunto la colpa o l'imperfezione e la responsa-
bilita personale) non determinarsi. Avere il dominio dei proprii atti, non
significa che questo dominio debba venire esercitato arbitrariamente, come
credono certi illustri positivisti. Non mi dilungo su questa questione della
liberta, perché nel presente studio critico io non mi propongo di esporre tutte
le tesi scolastiche riguardanti i diversi problemi. Il mio scopo € piú modesto:
io vorrei sol- tanto che ¡ lettori si persuadessero che non é poi per stupido
cretinismo o per un decreto di autoritá che i neoscolastici- moderni alla voce
che oggi risuona nel College de France preferiscono un”altra parola, la cui eco
dorme da settecento anni tra le pietre della vecchia Sorbona e che veniva
pronunciata senza scintilllo di metafore, ma con semplicita profonda da un
grande filosofo. Quel filosofo, che gli studiosi d’allora, accorsi da tutte le
contrade d”Europa, ascol- tavano con Paviditá che oggi tiene sospesa la gio-
ventú francese alle labbra di Enrico Bergson, si chia- mava San Tommaso
d'Aquino. Coloro che lo igno- rano, lo possono disprezzare ; coloro che lo
meditano, lo debbono ammirare. MATTIUSSI GRIVET: 4H. Bergson, esquisse
philosophique in Études La dottrina L'anima. Un nouveau spiritualisme » : ecco
come vennero denominate dal Belot le teorie bergsoniane intorno all'anima umana
ed ai rapporti dello spirito col corpo (1). E parrebbe infatti che nessuna
parola fosse meglio indicata, per designare questa filosofia che combatte il
materialismo, che riconosce una dif- ferenza di natura (e non di grado
soltanto) tra 1'ani- male e l?uomo, che sente cosi prepotente il bisogno
dell'immortalitá personale. Ma anche qui é necessario procedere cautamente;
poiché, come nel problema della liberta Bergson non sapeva conciliare la
libertá dell'io con la necessita del tutto, cosi in questa questione non sa
conciliare l'unitá dello slancio e lPindividualitáa dei singoli. Egli si trova
molto impacciato. Ci ha sempre detto che la corrente vitale ha tutti ¡
caratteri della nostra coscienza per ció che riguarda la durata: lo slancio
unico é un tutto indiviso, in cui non vi sono elementi o stati separati, come i
quadratelli d'un mosaico od i gradini di una scalinata; le molteplici
virtualitá si prolungano e si continuano le une nelle altre insen- sibilmente,
come la dolcezza d'un pendio. Ma e gli individui? Dobbiamo negarne l”esistenza
? No, risponde Bergson: la corrente una, indivisa, indivisibile, si rami- fica
nelll'oscuritá della materia in tante gallerie sot- terranee ; é un obice che
esplode in tanti frammenti, destinati alla loro volta ad esplodere ancora. Ció
che era uno, semplice, indiviso, indivisibile, si divide, si BELOT osservava
peró che questo spiritualismo rischia di fare gli affari del materialismo. Cfr.
Revue philoso- phique, 1897, 1” Semestre, p. 199. 256 Note critiche A A A A
suddivide, separa le sue tendenze, crea i regni, le specie, i viventi tutti! !
Bergson capisce di essersi messo su di una brutta china ; e, pentito di aver
spezzettato l?unita del tutto, cerca di ridurre ai minimi termini la
individualitá dei singoli: un colpo al cerchio ed uno alla botte. « Gli organismi
— egli avverte — piú che individui, hanno la tendenza all'individualitá » (1) ;
« l'individuo é un semplice luogo di passaggio, dove la vita prende il suo
slancio per ascendere piú in alto » (2); non c'é « une individualité tranchée »
nella natura, tanto € vero che quello che voi chiamate individuo, dipende dai
suoi parenti, dai suoi antenati, da tutta la corrente vitale (3). Insomma, gli
esseri viventi non si individualizzano, se non in una certa misura «dans une
certaine me- sure » (4). In tal modo il povero Bergson € sbattuto da Scilla in
Cariddi. E la burrasca e la confusione aumentano : malcon- tento di aver troppo
depressa l'individualita, egli Come si spiegano tutti questi fatti o datici
imme- diatamente dalla coscienza o constatati dall'esperienza ? Come si spiega
che il mio spirito, sostanzialmente identico nelle sue mutazioni qualitative,
non é il tuo, (1) Si veggano a questo proposito le opere del Wasmann, del
Gutberlet, Gemelli, del Salis-Seevis, del Farges, del Mercier etc. La dottrina
che tra il mio spirito ed il principio vitale d'un bruto c'é una differenza
assoluta di natura ? La teoria delllunico slancio non sa che pesci pi- gliare.
Lo slancio bergsoniano € obbligato a scindersi, e ció € assurdo, perché ció che
é indivisibile, non pud dividersi. Lo slancio bergsoniano importa la ne-
gazione dell'individualitá perfetta e calpesta l”attesta- zione chiara della
coscienza. Lo slancio bergsoniano, tende a porre una differenza solo di grado
tra il bruto e l'uomo, contro ció che lo stesso Bergson é obbligato ad
ammettere. Quei fatti sono invece meravigliosa- mente spiegati dalla filosofia
cristiana. Quando un uomo ed una donna — che non sa- rebbero tali, se tale non
fosse stata la realtá in cui sono stati prodotti ed in cui sono cresciuti —
gene- rano un. nuovo essere, il principio vitale di quest'ul- timo e, secondo
Bergson, la stessa anima dei genitori e dei loro antenati, e l'identico slancio
(naturalmente modificato nel corso del suo sviluppo) che si scinde ancora una
volta. L'impossibilitáa di questa scissione appare subito a chi riflette che
ció che é semplice € spirituale non pud scindersi. Bisognerebbe dunque dire che
i genitori creano quest'anima, ma Bergson non ricorre a questa scappatoia ; la
vita creativa im- porta una potenza infinita. Resta dunque che questa anima,
venga creata. 1 genitori pongono, causano il corpo, ma lo spirito e creato da
Dio e col corpo forma un unico essere. Con cid si chiarisce, perché io sono
questo indi- viduo e non un altro; perche io, pur derivando dai miei genitori,
non mi posso confondere con loro; perché, nonostante le mutazioni successive
continue, ¡o rimanga sostanzialmente identico : perché tra 1'ani- male e Puomo
ci sia una differenza di natura, essendo solo l'anima delluomo che e spirituale
e solo questa richiedendo un intervento creativo diretto. Note critiche Ma
allora, domanda Bergson, non é forse Aena l’organicitá dell'universo? No,
perché la filosofia cristiana ha sempre difeso l’altra grandiosa concezione del
LIZIO, che Bergson, essendo il tipico ebreo, non mostra di conoscere,
dell'unione sostanziale dell'anima col corpo. In questo problema Bergson si é
accontentato di parole e di frasi. La sua teoria, che fa unire la materia e lo
spirito in ragione del tempo e non in ragione dello spazio, non rischiara il
mistero. Intanto, se essa fosse vera, non sarebbe possibile la percezione.
L”essenza della percezione consiste in ció, che il corpo avverte l'azione
esterna che si esercita su di esso; in altre parole, la percezione € d'ordine
psicologico. Non basta che il cervello sia un bureaw telefonico centrale,
munito abbondantemente di apparecchi; perché sorga la percezione, €
indispensabile che a questi apparecchi vi sia qualcuno, che riceva e spe- disca
la comunicazione. Orbene, chi mai nella teoria bergsoniana percepisce il
movimento ? Nessuno : non lo spirito, poiché la materia agisce solo sulla
materia e lo spirito é incapace di essere avvertito della pre- senza di un
oggetto per mezzo di un eccitante mate- riale; anche se l”oggetto materiale é
un'immagine, siccome € fuori dello spirito, non rimane in comuni- cazione con
esso. E tanto meno il corpo: il' corpo riceve il movimento e lo restituisce per
un'attivitá tutta meccanica, che non é menomamente di ordine psicologico. Se
dunque la teoria bergsoniana fosse vera, non solo non si comprenderebbe il
sorgere della percezione cosciente, ma non percepiremmo nulla. GRIVET, art.
cit., Études. La dottrina E poi, Bergson chiarisce forse il fatto che la
libertá si introduce nella necessitá e che lo spirito non resta legato dalle
ferree catene del determinismo ? Ci spiega forse come mai lo spirito inesteso
possa avere delle sensazioni estese e percepire la materia indivisa? Ci dice il
modo con cui lo spirito si unisce al corpo, cosi da poter legare i momenti
successivi della durata delle cose e da ottenere il sentimento della tensione ?
Ep- pure era in questa notte che si doveva far luce ed in cui il dualismo
aristotelico ha, secondo me, proiettato un fascio luminoso. Bergson conosce
solo un dualismo volgare, che non sa trovare un punto di contatto tra due
entitá cosl diverse, come l'anima e il corpo, e che ricorre all*ar- monia
prestabilita o ad un accordo fortuito (1). Egli ha ragione di deridere un
simile dualismo, ma ha torto di non voler prendere in considerazione il pen-
siero di Aristotile. Questi, dopo aver dimostrato che due elementi si debbono
distinguere nellluomo, procedeva cosl. Comincia a constatare un fatto sicuro;
il fatto cioé dell'unitá dell'essere umano. É lo stesso uomo che vegeta, che
sente, che si muove, che intende, che vuole. E concludeva che l'anima ed il
corpo non sono uniti tra loro come un pilota ad una nave, ma che la loro unione
é sostanziale, produce cioé e costituisce una sola natura specifica, una sola
sussistenza completa ; lo spirito forma con la materia un solo e medesimo
essere, una sola natura umana, una sola persona. E come avviene questo? Il
principio dell'unita non € certo la materia divisibile, ma 2 l'anima. É lo
spirito che perfeziona la materia, che le comunica l'essere, il moto, la vita,
e le conferisce la sua specificitá : essa informa il corpo, € forma del corpo.
Forma sostanziale Matiére et Mém. Note critiche ed anche unica, in quanto
contiene nella sua potenza eminente tutte le potenze delle forme imperfette :
se il principio vitale in noi non fosse unico, sarebbe an. nientata lP'unitáa
dell'essere umano. Ed allora tutto si spiega : si comprende il sorgere della
percezione sensibile, poiché la materia animata pud essere alterata da una
attivita materiale; le sue sensazioni saranno dotate di vera unitá, perché uno
e semplice é il principio vitale che informa il soggetto senziente, e nello
stesso tempo saranno estese a ca- gione del principio esteso, della materia. Si
spiega la materialitá dell'immagine-ricordo ed anche come ogni funzione
psichica debba avere in noi un riflesso fisio- logico. Ho detto che € anima che
informa gli elementi: ad essa bisogna guardare, per giudicare un organismo,
come per comprendere il significato di una pa- rola bisogna mirare al pensiero
che la vivifica. Che importa quindi se c'é una somiglianza maggiore o mi- nore
di struttura tra l'animale e l'uomo? Per capire un pensiero non si guarda alla
somiglianza materiale delle lettere, ma al suo significato; per giudicare un
vivente si deve guardare alla natura della sua anima. Ho accennato brevemente a
questa dottrina del LIZIO, per venire alla conclusione che con la creazione
degli spiriti singoli non si distrugge 1l”organicitá del tutto. Poiché, siccome
l'anima forma con la materia un intrinseco costitutivo' del vivente, essa
.risentira l'influsso del corpo. E questo corpo é quale 1'han for- mato ¡
genitori, quale l’han preparato gli antenati, e condizionato insomma da tutta
la storia e da tutta la natura : se i genitori furono viziosi, il figlio
porterá le stigmate del vizio e cosl via. Come si vede, questa concezione della
filosofia cri- stiana € consona coi fatti, e basata sui fatti ed ac- cetta
quello che c'é di vero in Bergson. La dottrina 271 Accetta cioé — posto
l'identitá sostanziale dell'io tutte le analisi bergsoniane della nostra vita
psichica, la continuitá dei nostri stati interni, lo scorrimento ininterrotto
del nostro io, che si svolge, ma- tura e cresce in un ritmo irreversibile, dove
il passato si conserva e si prolunga in un presente sempre nuovo. Puód
accogliere la sua denuncia della confusione tra il tempo astratto della scienza
e la durata concreta, le sue splendide confutazioni delle concezioni
atomistiche, spaziali ed associazionistiche dello spirito; pud applaudire anche
alla sua lotta tenace contro la psico-fisica ed il parallelismo
psicofisiologico. Sopratutto solo la filosofia cristiana pud difendere
efficacemente l'immortalitá personale. Bergson ha fondato la sua presunzione di
quest'im- mortalitá nel fatto che il parallelismo € falso e che la vita mentale
trascende (deborde) la vita cerebrale, li- mitandosi il cervello a tradurre in
movimento una pic- cola parte di ció che avviene nella coscienza. L'indi-
pendenza di questa riguardo al corpo dá un grande grado di probabilitá alla tesi
della sopravivenza. Confesso candidamente di non esser mai riuscito a capire
Pentusiasmo di alcuni neoscolastici per la psicofisica e per la
psicofisiologia. L”unione sostanziale dell.anima col corpo importa soltanto che
ogni stato psicologico abbia una ripercussione sullo stato fisiologico, ma non
esige che tra l'uno e l’altro vi sia un perfetto parallelismo, né permette di
formare delle generalizza- zioni scientifiche, le quali, in questo caso, quando
hanno la pre- tesa di essere vere, sono la negazione della storicitá della co-
scienza. Perció pur rispettando la psicofisica e la psicofisiologia, come
rispetto l'astronomia e le altre scienze, non comprendo come si voglia fare di
esse una parte della filosofia. Lo stesso si potrebbe ripetere del nuoyo metodo
introspettivo. Anche in questa questione mi sembra che la Sco- lastica era ben
piú profonda. L”anima spirituale, che ha delle operazioni indipendenti dalla
materia, non dipende da questa nemmeno nell'essere; dissolvendosi dunque
l”organismo, non cessa di esistere. Ecco una prova che non ci dá solo uua
probabilitá, ma una certezza e che prescinde affatto dall'ipotesi
parallelistica. Supposto anche che ad ogni nostro atto psichico corrispondesse
un determinato movimento cerebrale, ció non significherebbe che l'atto psichico
non sia spirituale e che perció lo spirito dipenda dalla ma- teria nei suoi
pensieri. Anche allora sarebbe ragionevole concludere che l’anima, sciolta dal
corpo, nasce ad un'alba che non tramonta mai; sarebbe logico far risuonare il
grido delle eterne speranze in mezzo ai due grandi silenzi, ammirati da Carlyle
e tra ¡ quali viviamo : il silenzio delle tombe ed il silenzio degli astri. La
dottrina La vita. L'£volution créatrice € ritenuta da molti come la parte piú
poetica e meno filosofica dell?opera bergsoniana. Alcuni anzi non la stimano
del tutto degna dell'autore dell” Essai sur les données immédiates. A me invece
sembra che tra l'uno e laltro volume esista un nesso strettissimo e che
1”evoluzione creatrice non sia che la teoria intorno alla durata della
coscienza, applicata logicamente ad una piú grande Coscienza, alla
Supercoscienza. Partendo da questa mia interpretazione, che giudico esatta e
che, spero, sará limpidamente risultata dalla esposizione che ho dato della
filosofia di Bergson, cominceró ad indicare il progresso che la nuova conce-
zione biologica rappresenta di fronte al meccanicismo, per poi enumerare le
asserzioni che mi paiono fanta- stiche od infondate. La biologia di ¡eri voleva
spiegare i fenomeni vitali col giuoco delle sole forze fisico-chimiche ed
accarez- zava la speranza di poter costruire artificialmente la vita. Basterá
ricordare in proposito tutti ¡ tentativi fatti per provare la generazione
spontanea, dal Ba- thybius Haeckelii alla glia di Maggi, dalla glairina di
Béchamp, ai ritrovati di Burke e di Bastian. Basterá accennare alle piante
artificiali di Herrera e di Leduc, ai cristalli viventi di von Schrón, alle
teorie basate sulle proprietá della materia allo stato colloidale o sui
processi catalitici da questi provocati, alle ipotesi dei tropismi, degli ¡oni,
dell'osmosi, alle deduzioni tratte dalle esperienze del Carrel, a tutte insomma
le dot- trine antivitalistiche, che sorsero, brillarono e scom- parvero. Era
tale l'atteggiamento mentale che ormai va lentamente scomparendo della
generazione trascorsa, che ognuna di queste ipotesi attirava subito l”atten-
zione vivissima di tutti; ognuna di esse, anche se strana, suscitava
l'interesse animato di una tragedia grandiosa, nella quale la forza possente
della scienza infliggeva la morte ad un passato tenebroso di bar= barie. E
nessuno si scoraggiava, anche quando la se- veritá della supposta tragedia
terminava miseramente come il famigerato Bathybius Haeckelii e la legge
biogenetica fondamentale nelle allegre amenita di una farsa. Prossimo parente
della concezione meccanica della vita era ritenuto l'evoluzionismo, che, come
bene osserva Bergson, in sé non dice affatto meccani- cismo. Si pud anzi
aggiungere che la ragione principale del trionto delle idee trasformiste € da
ricercarsi nel- l'illusioné degli scienziati, i quali nelle teorie dell'evo-
luzione videro una dimostrazione della loro concezione. Se dalla materia é
sorta la vita, se l'uomo deriva dal- Vanimale, non c'é tra l'inorganico e
organico, tra Puomo e il bruto che una differenza di grado, non di natura. 1
fenomeni vitali non sono piú un enigma; Pistinto e l'intelligenza differiscono
tra loro quantita- La magnifica opera di GEMELLI: ZL'enigma della vita ed
inuovi orizzonti della biología, Ediz. 2*, Firenze, come pure le altre numerose
pubblicazioni dell'egregio biologo. GEMELLI-BRASS : Le falsificazioni di
Haeckel, 3% Edi Firenze. A A AS La dottrina 275 AS A A SE e El Ia OI A
tivamente; ció che proviene da un altro € uguale qualitativamente ad esso. Ecco
la mentalita di ¡eri. Se la generazione passata avesse sospettato che l'e-
voluzionismo nulla diceva in favore dell'idea meccanicistica, il novantacinque
per cento dei cultori delle scienze positive gli avrebbe fatto una accoglienza
non troppo festosa., Dinanzi a questo indirizzo, che con nomi reboanti e con
parole sonore nascondeva un semplicismo an- tifilosofico spaventoso, Bergson ha
la gloria di aver reagito. I suoi critici anche piú spietati hanno confessato
che le splendide confutazioni del meccani- cismo sono la parte piú bella e piú
duratura della sua opera. E per la storia si deve aggiungere che questo € il
motivo per il quale furono rivolte a Berg- son molte ingiurie, che gli fanno
onore (1), e che pro- vano tutt'al piú il basso livello intellettuale, di chi
le ha usate.Bergson ha compreso innanzi tutto la storicitá della vita e con la
sua teoria della vita-durata ha superato il meccanicismo. Spieghiamoci. Un
esploratore ardito, viaggiando in regioni lontane, scopre una tribú, che parla
una lingua affatto scono- sciuta. Procura di farsi intendere con segni e con
gesti, ma non vi riesce. Trova invece un numero considerevole di iscrizioni nei
cimiteri, nei templi, nelle piazze di quella tribú. Quelle iscrizioni sono per
lui oscure come un enigma; ma egli, pieno di speranza, le esamina
pazientemente, distingue le varie lettere, Cfr. nella prefazione gli insulti di
Le Dantec, di Elliot, di Lankester etc. Note critiche giunge a scoprire
lalfabeto di quella lingua e crede con gran probabilita di conoscere l'alfabeto
completo. Ha forse interpretato con questo anche una sola iscri- zione? No: chi
sapesse solo che in esse vi sono tanti a, tanti b, tanti c, ne saprebbe ancora
press'a poco come prima. Chi dei Promessi Sposi conoscesse soltanto quante
migliaia di lettere di un genere, quante migliaia di vocali, quante migliaia di
consonanti vi sono, non avrebbe ancora capito niente del romanzo dello
scrittore lombardo. Chi pretendesse di spie- gare il significato della parola «
Dio », dicendo che Dio significa D + 1 + O, toccherebbe il colmo del ridicolo.
La vera spiegazione ben lungi dal rinchiu- dersi nell'enumerazione e nella
disposizione delle let- tere, va dal pensiero alle lettere; quello spiega
queste e non viceversa. E se l'esploratore, per confermare la sua stranissima
tesi, si balloccasse a mettere in- sieme lettere con lettere, formando
cervellotticamente dei pseudovocaboli, noi gli risponderemmo che le sue sono
parole morte, dove non brilla il raggio del pensiero. Chi volesse proprio
comprendere una iscrizione di quella tribú, non solo deve cercare il
significato delle parole e delle frasi, ma dovrebbe anche ricordarsi che queste
sono nate in una determinata situazione di fatto e che perció i vocaboli di
quella iscrizione hanno il senso che loro ha conferito colui che Il'ha com-
posta. Noi tanto meglio la interpreteremo, quanto piú non ci fermeremo alle
lettere dell'alfabeto, ma sco- priremo il valore delle espressioni, il tempo in
cui fu scritta, l*uomo che la dettó, l'occasione che la sug- gen, la cultura e
il carattere di quell'epoca e via dicendo. Non basta limitarsi alla materialitá
delle parole e delle frasi. La stessa frase sulle labbra di una persona pud
avere un significato ben diverso di quello che ad essa attribuisce un'altra
persona di un'altra epoca, od anche della stessa epoca. Il vero é€ il fatto, ha
detto Vico e lo dice oggi Benedetto Croce e lo ripete anche Roberto Ardigd :
l'espressione e materialmente identica; il pensiero inteso dai tre filosofi €
sostan- zialmente diverso. Per portare un*altro esempio: quando un negoziante
di acquavite parla di « spirito », non intende certo indicare lo « spirito »
dell'idealista, come quest*ultimo a sua volta non intende alludere allo «
spirito » del monadista, né allo « spirito » dello spi- ritista. Non si puó
quindi dimenticare la storicita dell'iscri- zione, storicitáa che fa si che il
significato di essa sia unico. Scritta in un'altro tempo, in altre circostanze,
con le stesse lettere, con le stesse parole, con le stesse frasi, avrebbe
espresso un pensiero differente, corrispondente agli avvenimenti di quel tempo.
E lo stesso si ripeta, se fosse stata composta da un altro individuo o dalla
stessa persona in un momento di- verso della sua vita. Una differenza
qualitativa ci sarebbe sicuramente, se, ben inteso, si considera la iscrizione
nella sua realtá concreta. Finalmente il pensiero dell'iscrizione € uno, pur
nella molteplicita delle idee espresse; si trova in essa quell'unitá di
ispirazione, che si osserva in una strofa, in un inno, in un quadro. Ecco
perché non si pud spiegare l'iscrizione con le lettere di cui consta,
L’iscrizione ha una storia, é storia; le lettere non ne hanno. L'iscrizione é
unica ; le lettere son sempre quelle. L'iscrizione € una; le lettere sono
molte. Con queste riflessioni — che sembreranno infantil- mente elementari e
che pure furono calpestate dal meccanicismo si rimprovera forse all*esploratore
di aver fatto una cosa ¿imutile ? Ma nemmeno per sogno. Egli ha compiuto un
lavoro utilissimo, una prepa- razione necessaria. Ed anche nel caso che per una
felice combinazione fosse arrivato a decifrare il senso di quelle iscrizioni,
Pesploratore, per utilizzare il suo studio, metterá per un momento da parte la
loro sto- ricitá, la loro unicitá, la loro unitá, in una parola la loro
finalitá. Le scomporrá invece in tanti vocaboli, ne catalogherá il maggior
numero possibile, formerá un vocabolario e dará cosi un mezzo utile e indispen-
sabile a coloro che vorranno comunicare con gli abi- tanti di quel popolo o che
vorranno studiarne la let- teratura, la storia, la civiltá. E tutti
applaudiranno alle sue fatiche pazienti, al suo sforzo, al suo successo. olo
allora gli applausi si muteranno ed a ragione — in fischi sonori, quando egli
fosse cos pazzo da pretendere che le parole si debbono spiegare con le lettere,
che ad es. la parola Re s’interpreta, non giá alludendo ad una autoritá
sovrana, ma con R + e; oppure quando, dopo aver finito il vocabolario ed
elencato tutti i vocaboli, credesse di aver riassunto tutta una cultura ed una
civiltá. A chi ci offrisse un dizionario completo della Divina Commedia e
s'illu- desse che tutta ll fosse la poesia di Dante, noi di- remmo: scusa,
questi sono i detriti di quell*opera immortale, non il poema; sono la morte e
non la vita. Quando per riassumere si confonde un procedimento pratico, utile,
se si vuole, e necessario, Op- pure un minimum di veritá, quale ci é dato
dall'a- strazione, con la veritá in tutta la sua concretezza, allora noi
protestiamo. Ebbene, dice press'a poco Bergson: applicate questo al problema
della vita. Le iscrizioni oscure sono gli organismi viventi; eli esploratori
sono gli scienziati che vogliono risolvere e spiegare l'enigma della vita.
Siccome non ne comprendono nulla, cominciano ad esaminare le lettere che
compongono le parole, vale a dire gli elementi fisico- chimici, le molecole,
gli atomi che compongono il vivente. E si pud dire che raggiungono con
probabilita un alfabeto completo. Fin qui tutto va nel migliore dei mondi
possibili:; il loro lavoro, le loro scoperte sono utilissime sotto mille
rispetti. 11 male é che alcuni scienziati si accon- tentano di ricercare le
lettere dell”alfabeto, gli ele- menti fisico-chimici e credono di aver spiegato
il mistero, quando hanno trovato che in un dato orga- nismo, vi sono tante molecole
di carbonio, tante di acqua, etc., non comprendendo che essi sono simili
all'esploratore, che si ostina a pensare d'aver inter- pretata l'iscrizione,
perché sa quanti a, quanti b etc. in essa vi sono. Ed il male si accresce,
quando questi biologi si divertono nei loro laboratori ad accozzare lettere a
lettere, elementi ad elementi, per creare degli esseri vitali, delle parole
significative, senz'accorgersi che é per il pensiero che si hanno tali lettere,
€ per la vita che si ha un tale organismo, e non viceversa. Le conseguenze che
ne derivano sono le medesime: l’esploratore poneva in oblio la storicita,
1’unicita, I?unita dell'iscrizione. 1 meccanicisti non si ricordano che ogni
organismo ha una storia, mentre quest'ultima, come dice il Bergson, sdrucciola
sopra gli elementi, senza penetrarli. L”organismo é unico e non vi sono in
nature due foglie identiche; gli elementi sono eguali. L'organismo € unita; gli
elementi sono nu- merosi. Essi.sono i concomitanti necessari della vita, come
le lettere sono i concomitanti necessari dell'iscri" zione; ma non sono la
vita, non sono il pensiero ; gli elementi sono i detriti dei fenomeni vitali,
sono la morte e non spiegano nulla. Note critiche Senza dubbio, é utile, é
necessario studiare gli elementi ed i loro composti, come é utile, é necessario
conoscere le lettere d'un alfabeto ed il vocabolario di una lingua. Ma come non
€il vocabolario che spiega la lingua, € questa che spiega quello; cosi non sono
gli elementi né loro combinazioni che risolvono l'enigma della vita, bensl €
quellattivita immanente, che ma- nifesta sempre caratteri opposti alla materia.
Ed anche ripetiamolo non si disprezza il lavoro degli esploratori, ossia dello
scienziato; non solo la scienza, come esperienza storica é presa di realta; non
solo, io aggiungo, alcune sue generalizzazioni astratte hanno un valore
teoretico; ma essa e feconda di risultati pratici. Per ottenere i quali, come
l'inter- prete deve trascurare la storicitá, l'unicitá, I*unitá
dell'iscrizione, cosi lo scienziato deve trascurare gli stessi caratteri della
vita. S'intende perd: il suo € un metodo pratico di ricerca, indispensabile per
1'utiliz- zazione della realtá ed anche per poter poi risalire a cogliere la
vita nella sua finalitá concreta; egli com- mette un errore grossolano, solo
quando vuol erigere una regola metodologica alla dignitáa di spiegazione
teoretica e di sistema metafisico. Questa in breve la confutazione bergsoniana
del meccanicismo; che io accetto, sottoscrivendo anche quasi completamente
(dico: quasi, per la teoria da me difesa intorno all'astrazione) cid che
riguarda i rapporti tra scienza e filosofia. Scienza e filosofia marciano in
due direzioni ben diverse; questa verso la storicitá della vita e della
coscienza, quella verso l'antistoricitá degli elementi, BALSILIE nel suo libro:
4x4 examination of prof: Bergson philosophy, London rgr2, sostiene che Bergson
é un meccanista per alcune teorie di Matiére et Mémoire, non gia per le idee
dell'Évolution créatrice. La dottrina della psicofisica, della psicofisiologia;
luna verso il movimento composto di immobilitá e di simultaneita, l'altra verso
il movimento reale; l'una verso il tempo t della fisica, l'altra verso la
durata concreta; l'una verso il meccanicismo, l'altra verso la finalitá; l'una
verso la morte, l'altra verso la vita; la scienza verso Putilita, la filosofia
verso la veritá. Conseguentemente al suo antimeccanicismo, Berg- son contro gli
evoluzionisti d'ieri, i quali con una asserzione che faceva loro poco onore
vedevano nell'uomo un bruto perfezionato e che tra l'uomo e il bruto ponevano
solo una diversitá di grado, affermó la tesi contraria, ossia una diversitá di
natura. Se ¡ suoi pregiudizi contro l'intelligenza rendono talvolta un po”
deboli le sue prove, é un fatto peró che le pagine dell” Évolution Créatrice,
dedicate alla divergenza tra l'istinto e l'intelligenza, contengono molte
verita. Egli anzi ha compreso che la teoria del trasfor- mismo non é nemmeno
una teoria filosofica, e dinanzi a coloro, che nell'ipotessi trasformista
scorgevano un compendio di tutta la filosofia, ha notato che gli importerebbe
molto poco, anche se il trasformismo fosse dimostrato falso. Gli evoluzionisti
non hanno mai afferrato l'anima di veritá, che David Hume insegnó nel suo
Treatise of human nature. L'esperienza — disse Hume ci mostra solamente come un
fatto segue l'altro, ma non ci dá l'intima necessita del loro collegamento; ci
offre cioé un rapporto di successione, non un » Filosofia e realtá » Note
critiche. a) Il metodo pag b) La dottrina » La libertá L'anima » La vita » Dio
Note oriaficho. Piecola Biblioteca di Scienze Moderne Eleganti volumi in-120
Zanotti-Bianco, In cielo. Saggi di ones Cathrein, Il Socialismo Brúcke,
Bellezza e difetti del corpo umano. Con figuro Sergi, Arii e Italici Rizzatti,
Varietá di storia naturale. Eon figure Lombroso, Il problema della felicitá
Morasso, Uomini e idee del domani Kautsky, Le dottrine economiche di C. Marx e
(sequestrato). 9. Hugues, Oceanografia Frati, La donna italiana Zanotti-Bianco,
Nel regno del sole Troilo, 1l misticismo moderno Jerace, La ginnastica e l'arte
greca. Con fifure ; ó > : » . Revelli, Perche si nasce maschi o femmine?
Groppali, La genesi sociale del fenomeno scientifico . z > »» 2,50 16.
Vecchj e D'Adda, La marina De Sanctis, l sogni .De Lacy Evans, Come prolungare
la vita Stratfforello, Dopo la morte Lassar-Cohn, La chimica nella vita
quotidiana, Con figure Mach, Letture scientifiche popolari Antonini, 1
precursori di Lombroso. Con Sgure - á z, »» . Trivero, La teoria dei bisogni
Vitali, Il rinascimento educativo Disa, Le previsioni del tempo Tarozzi, La
virtú contemporanea Strafforello, La scienza ricreativa Sergi, Decadenza delle
nazioni latine Wasé-Dari, M. T. Cicerone e le sue idee cie e sociali Roberto,
L”Arte ORTO Baccioni, La vigilanza igienica “degli alimenti AO o 3 L= 32.
Marchesini, 11 simbolismo — S 4 6 S > S 3,50 33. Naselli, Meteorologia
nautica — . ESA A E s» 250 34, Niceforo, Ttaliani del nórd ed italiani del sud
Zoccoli, Nietzsche Loria, Il capitalismo e la scienza Osborn, Dai Greci a
Darwin Ciccotti, La guerra e la pace nel mondo antico Rasius, Diritti e doveri
della critica Sergi, La psiche nei fenomeni della vita Henle, La vita e la
coscienza. Con figure . ES E, 4 ” 3= . Baccioni, Nel regno del profumo.
Strafforello, Il progresso della scienza WMinutilli, La Tripolitania. Con' una
carta Maeterlink, La saggezza ed il destino Molli, Le grandi vie di
comunicazione Vaccaro, La lotta per l'esistenza Grant Allen, La vita delle
piante. Con gt O A A y , Zini, [l pentimento e la morale ascetica Materi,
L*eloquenza forense 6 o z A b E y D= HL. Morasso, 1” imperialismo artistico
Lombroso, I segni rivelatori della personalita Oddi, Gli alimenti e la loro
funzione Rossi, 1 suggestionatori e la folla Vaccal, Le feste di Roma antica
Marchesini, 11 dominio dello po Sergi, Gli Arii in Kuropa e in Asia Con figure
Zanotti-Bianco, Istorie di mondi Harnack, L'essenza del Cristianesimo James,
Gli ideali della vita Baccioni, Dall'alchimia alla chimica. Gon figure A ; BR
Pa Fratelli Bocca, Editori – Torino De Roberto, Renan Besant, Autobiografia
Powell, Il cibo ela salute Gachetti, La fantasia Turchi, Storia delle religioni
Somigli, La pesca marittima industriale Halewy, Vita di Nietzsche. Troilo, Il
positivismo e i diritti dello spirito Michels, I limiti della morale sessuale
.Graziani, Teorie e fatti economici Cappelletti L., La riforma Gallo, La guerra
e la sua ragion sessuale Ramaciaraca, La respirazione e la salute Carus, Il
Buddismo e i suoi critici cristiani Sergi, Le origini umane Rau, La crudeltáa
Aitken, Le vie dell'anima Canestrini, Nel mondo dei parassiti Avebury, Pace e
Felicita Rensi, La Trascendenza Grew, Lo Sviluppo di un pianeta Sergi,
Evoluzione organica e le origini umane Gallo, Valore sociale dell'abbigliamento
Ramaciaraca, Ata Yoga: L'arte di star bene (in corso a stampa). = 3 228.
Vercellini, Unita di legge nei fenomeni vitali Germani, La Ragioneria come
scienza moderna. I volumi di questa serie esistono pure elegantemento legati im
tela con” fregi artistici, con una lira d'aumento sul prezzo indicato. Ps Ñ a A
ll nes e T Se y Pe ES A y e a xi le t y ES y, 3 E Z $ í seo > 1 pe 4.
Francesco Olgiati. Olgiati. Keywords: classici, il gusto per l’antico, ius,
Aquino, sillabario, filosofia classica, filosofia no-classica, logica classica.
Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Olgiati” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice ed Olimpio: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale di Giuliano -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. He lives in the middle of
nowhere. When he finds his city became an uncomfortable place for pagans, he
moves to Rome.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Olivetti:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’archivista –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma).
Filosofo italiano. Grice: “Olivetti
deals with some topics dear to me and Strawson, like subject, transcendental
subject, and the rest – he also uses ‘analogy,’ which is a pet concept of mine
– I have been compared to Apel, so the fact that Olivetti in his
‘conversational’ approach relies on him, helps!” - Professore a Roma -- preside
della Facoltà di filosofia. Formatosi a Roma, confrontandosi con i temi
del rapporto fede e ragione nell'ambito di un collegio di docenti orientato sul
versante marxista, storicista, postidealista, trova in ZUBIENA il suo maestro.
Con lui iniziò una collaborazione intellettuale che lo porta a studiare i temi
della filosofia della religione, partecipando ai colloqui romani inaugurati dal
filosofo piemontese, dapprima come segretario e poi, dopo la morte di ZUBIENA come
organizzatore. Dopo iniziali studi di estetica religiosa e di filosofia
classica tedesca, si dedicò alla ricerca di un approccio neo-trascendentale al
tema della religione, insegnando filosofia morale a Bari e poi sostitundo
Zubiena nella cattedra romana di filosofia della religione. Giunse dopo
l'incontro decisivo col pensiero di Lévinas, ad elaborare una concezione di
questa disciplina come antropologia filosofica e etica in quanto «filosofia prima
anzi anteriore» su base storica, nata dalla dissoluzione in età tardo settecentesca,
soprattutto ad opera di Kant e Hegel, della onto-teologia. Molta rilevanza
aveva nel suo insegnamento lo studio dei classici tedeschi, in chiave storica,
e da ultimo il confronto sia con la fenomenologia, specie con Lévinas e Marion,
sia con la filosofia analitica. In Analogia del soggetto, la sua opera
maggiore, l'autore elabora una teoria analogica del soggetto, riprendendo
suggestioni di Husserl, Apel e Lévinas, confrontandosi con Heidegger e
suggerendo una teoria dell'"umanesimo dell'altro uomo" su base
staurologica ed etico-interinale («espropriarsi del caritatevole nell'interim
interlocutivo» ibidem). La tesi è che non esiste un'essenza dell'essere
umano. Tale essenza è immaginata, e senza siffatta immaginazione l'essere e
l'umano non si coapparterrebbero. Così si dice, in un certo senso la fine
dell'etica. Tuttavia così si dice anche che l'etica, e non l'ontologia, è la
filosofia prima, anzi anteriore. Di seguito l'autore prospetta un ripensamento
del soggetto trascendentale, con un differimento dell'ergo rispetto al cogito
cartesiano, partendo dal “loquor,” ovvero «dall'origine analogica di ogni
logica, in modo da scomporre la presenza trascendentale in sum-prae-es-abest.
Si perverrebbe così all'abbozzo di un «ripensamento dell'appercezione
trascendentale, in modo tale da reimmettere il pensiero rappresentativo nella giusta
traccia della rappresentazione. Attività accademica e influenza Direttore
dell'Istituto degli Studi Filosofici Castelli e poi dell'"Archivio di
Filosofia", si fece promotore di colloqui e convegni nei quali conveniva,
a Roma, ogni due anni, nei primi giorni di gennaio, l'élite della filosofia
della religione europea e mondiale (Ricœur, Marion, MATHIEU, Quinzio,
Melchiorre, Lévinas, Lombardi Vallauri, Forte, Casper, Dalferth, Greisch,
Capelle, Courtine, Falque, Grassi, Paul Gilbert, S.J. Stéphane Mosès, Flor,
Prini, Peperzak, Swinburne, Gabriel Vahanian, Hénaff, Vitiello, Tilliette, Henry,
Taylor, tra gli altri). Nelle sue prolusioni e nei suoi contributi introduttivi
si prospettava lo sfondo su cui si sarebbero esercitati i contributi e le
discussioni del Colloquio, di seguito pubblicati in numeri monografici della
Rivista "Archivio di Filosofia". I temi trattati erano spesso
centrali nell'elaborazione di una filosofia della religione come filosofia tout
court e abbracciavano, negli anni ottanta e novanta del Novecento, temi
centrali come "Teodicea oggi?", l'argomento ontologico, l'Intersoggettività,
il Dono, la Filosofia della Rivelazione,il Sacrificio, il Terzo. La sua
personalità riservata entro l'ambito strettamente scientifico e il rigore
speculativo dei suoi scritti non ne hanno favorito una conoscenza pubblica al
di là dei circuiti accademici, e il suo insegnamento ha lasciato un traccia
significativa costituendo una vera e propria scuola di filosofia della
religione. Saggi: “Il tempio simbolo cosmico” (Milani, Padova); “L'esito
teo-logico della filosofia del linguaggio” (Milani, Padova); “Filosofia della
religione come problema storico” (Milani, Padova); “Da Leibniz a Bayle: alle
radici degli Spinoza briefe, “Archivio di filosofia”; “Analogia del soggetto” (Laterza,
Roma); "Filosofia della religione" in La filosofia, Le filosofie
speciali (Pomba, Torino); Avant-propos, in Le Tiers, Archivio di Filosofia Archives
of Philosophy, Considerazioni introduttive sul tema: Postmodernità senza Dio?,
in «Humanitas» a.c. di Ciglia e De
Vitiis Traduzioni e curatele: Kant I., La religione entro i limiti della
sola ragione, Romam Laterza); “La religione nei limiti della sola ragione, I.Kant
(Laterza, Roma); “Saggio di una critica di ogni rivelazione, con introduzione Fichte,
Laterza, Roma) ; Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana,. Francesco Valerio Tommasi, Archivio di filosofia
», Tommasi, Le persone, infiniti fini in sé. Un ricordo lettore di Kant, « Studi
Kantiani », Filosofia della religione Fenomenologia Ontologia Teologia Fede
Ragione Bruno Forte, Del sacrificio e
dell'amore_In memoria, su, Tributo dell'Roma, Istituzioni collegate, su
filosofia.uniroma1. E. Giacca: un
filosofo della religione", Giornale di filosofia, su
giornaledifilosofia.net. Archivio di filosofia, su libraweb.net. Marco Maria
Olivetti. Oivetti. Keyword: implicatura, l’archivista -- “philosophy of
language.” Cratilo, teologia del linguaggio, esito teo-logico della filosofia
del linguaggio, la religione razionale secondo Kant, l’idea de fine –
autonomia, il regno dei fini in Kant, religione e linguaggio, l’esito teologico
della filosofia del linguaggio, Jacobi. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice ed Olivetti” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice ed Olivi: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale – filosofia friulese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Udine). Abstract. Keywords. Filosofo italiano.
Udine, Friuli-Venezia Giulia. Medico e storico italiano. Anche filosofo. PALLADIO
degli Olivi, Gian Francesco. – Nacque a Udine da Alessandro e da Elena di
Strassoldo.Gli Annales di Udine annoverano l’aggregazione della famiglia,
proveniente da Portogruaro, tra i nobili della città. Palladio frequentò l’università di Padova,
dove si laurea in giurisprudenza. Rientrato in patria, si dedicò per un breve
periodo alla professione forense; divenuto abate, ottenne il beneficio
ecclesiastico della pieve di Latisana. Si iscrisse, con il nome di Ferace,
all’Accademia udinese degli Sventati, fondata tra gli altri dallo zio paterno
Enrico. Nel 1658 e nel 1659 pubblicò a Udine due opere di Enrico: il De
oppugnatione Gradiscana libri, sul conflitto che oppose la Repubblica di
Venezia e l’Austria, noto con il nome di guerra di Gradisca, e i Rerum Foro-Iuliensium ab orbe condito usque
ad an. Redemptoris Domini nostri 452 libri undecim, rimasti interrotti alla
presa di Aquileia da parte degli unni. Palladio decise di continuare l’opera
dello zio, non più in latino ma in volgare, partendo dal punto in cui si era
interrotta per arrivare sino al 1658. -ALT
La cronaca, Historie delle provincie del Friuli, è composta secondo il
metodo annalistico e fu pubblicata in due volumi a Udine. La narrazione, pur
essendo fondata su un’ampia documentazione, ripete alcuni luoghi comuni
concernenti in particolare l’origine delle città e dei loro casati più
eminenti. L’autore difese in particolare l’antichità di Udine riprendendo parte
degli argomenti proposti da Gian Domenico Salomoni e ripresi da Enrico
Palladio, i quali identificavano Udine e non Cividale nell’antica Forum Iulii
di cui parla Paolo Diacono, attribuendo in tal modo a Udine l’egemonia sulla
regione dopo la distruzione dell’antica sede metropolita di Aquileia.
Riprendendo quanto detto da Salomoni, Palladio riconduceva la fondazione di
Cividale sul fiume Natisone al periodo successivo alla vittoria del duca
Wechtari, o Vettero, sugli Slavi, descritta nel capitolo V della Historia
Langobardorum di Paolo Diacono. Palladio
sostenne con diverse argomentazioni l’esistenza di un antico vescovato udinese
indicando in un presunto vescovo Teodoro da Udine il destinatario della lettera
Regressus ad nos, sulle donne sposate con uomini rapiti dai barbari, inviata da
papa Leone Magno a Niceta, vescovo di Aquileia; attribuì poi a Udine i vescovi
di Zuglio citati nei sinodi e in Paolo Diacono. La Historia, pur presentando i
limiti comuni alla storiografia, fornisce dunque numerosi dati che
contribuiscono alla ricostruzione della storia friulana. Nella metà del
Settecento Paolo Fistulario criticò severamente i passaggi nei quali è creata
un’origine delle illustri famiglie cittadine priva di qualsiasi fondamento. La
la famiglia comitale degli Strassoldo, per esempio, sarebbe discesa da Rambaldo
di Strassau, descritto come il «supremo direttore delle armi» ai tempi
dell’imperatore Valentiniano. L’opera conobbe ulteriori critiche nel secolo successivo
da parte di Antonio Zanon, che rimproverò
Palladio di avere scritto una storia parziale, nella quale veniva data
voce solamente al punto di vista espresso dalla nobiltà e non al ceto borghese
cittadino, che trovava invece spazio in altre opere che circolavano al tempo,
quali i Dialoghi di Romanello Manin, rimaste manoscritti. Scrive anche altre
opere in prosa e in versi per l’accademia degli sventati, ancora di proprietà
degli eredi al tempo di Liruti, e alcuni testi di contenuto giuridico. Nella
Biblioteca civica di Udine sono conservate alcune rime, intitolate latinamente
Carmina (Fondo principale) e una Collectanea legalis (Joppi), redatta secondo
voci organizzate in ordine alfabetico e solo in parte compilate. Fonti e Bibl.: Udine, Biblioteca civica,
Mss.: V. Joppi, Letterati friulani, c. 77v; G.D. Salomoni, Difesa del capitolo
de’ canonici della città di Udine agli ill.mi et rever.mi signori cardinali
della sacra congregatione Sopra i riti di S. Chiesa, Udine; G. Liruti, Notizie
delle vite ed opere scritte da letterati del Friuli, IV, Venezia, 1760, p. 459;
A. Zanon, Dell’agricoltura, dell’arti e del commercio in quanto unite
contribuiscono alla felicità degli stati, Venezia; P. Fistulario, Discorso
sopra la storia del Friuli detto nell’Accademia di Udine, Udine; Manzano, Cenni
biografici dei letterati ed artisti friulani dal secolo IV al XIX, Udine;
Fattorello, Storia della letteratura italiana e della coltura nel Friuli, Udine
1929, p. 157; E. Petrarca, Storici minori del Friuli. Palladio Gian Francesco,
in La Guarneriana; Milocco, L’Accademia udinese degli sventati, in Più secoli
di storia dell’Accademia di scienze, lettere e arti di Udine, Udine; L.
Cargnelutti, P. degli Olivi, G.F., in Nuovo Liruti. Dizionario biografico dei
friulani, III, a cura di C. Scalon - G. Greggio, Udine. Enrico Palladio
degl’Olivi.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO; ossia, Grice ed Onato: la ragione conversazionale e la setta di Crotone
-- Roma – filosofia calabrese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Crotone). Filosofo italiano. Crotone, Calabria. A
Pythagorean. Fragments from his treatise survive. Grice: “But since they are in
Greek, CICERONE refuses to study him!” -- Onato. Onata. Onato.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice ed Onorato: la ragione conversazionale del cinargo romano –
Roma – filosofia italiana. Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano.A member of the Cinargo
who takes to the habit of wearing a bearskin. Onorato
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice ed Opillo: la ragione conversazionale e l’orto romano -- l’implicatura
conversazionale -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza. Filosofo italiano. Segue l'indirizzo dell’orto. Liberto
di un membro dell’orto, insegna filosofia, ma sciolge la sua scuola per seguire
Rutilio Rufo a Smirne, ove compose varie saggi, fra le quali Musarum libri
IX. Aurelius Opilius. Ueber die Schreibung “Opillus” statt “Opilius” vgl.
F. Buecheler, Rhein. Mus. Opilius lehrte zuerst Philosophie, dann Rhetorik.
endlich Grammatik. Später löste er seine Schule auf und folgte dem P. Rutilius
Rufus ins Exil nach Smyrna. Hier schrieb Opilius unter anderem ein Werk von
neun Büchern mit dem Titel “Musarum libri IX”. Nach den Citaten, die daraus von
Gellius und besonders von Varro, Festus und Julius Romanus gemacht werden, muss
er sich besonders mit Worterklärungen befasst haben. Ferner erwähnt Sueton
einen Pinax mit dem Akrostichon „Opillius"; da wir wissen, dass sich
Opilius mit Scheidung der echten und unechten Stücke des plautinischen Corpus
abgab, werden wir diese Schrift dafür in Anspruch nehmen dürfen. Zeugnisse. «)
Sueton, de gramm. Aurelius Opilius, Epicurei cuiusdum libertus, philosophiam
primo, deinde rhetoricam, nocissime premmetiram docuit. dimissa autem schole
Rutilinm Rufum damnatum in Asiam secutus ibidem Smyrnae simulque consenuit compositque
variae eruditionis aliquod volumina, ex quibus novem unius corporis, quia scriptores
ac poetas sub clientela Musarum indicaret, non absurde et fecisse et inscripsisse
se ait ex numero divarum et appellatione. huius cognomen in plerisque indcibus
et titulis per unam (L) litteram scriptum animadcerto, rerum ipse id per duas effert
in parastichide libelli, qui incribitur pinax 3) Musarum libri novem. Gellius, Aurelins
Opi-lines in primo librorum, ques Mexerum inceripoit (über indutine). Bei Varro
de lingua lat. wird er unter dem Namen Aurelins angeführt (proefica; i, 106,
unter dem Namen Opilins Vgl. H. Usener, Rhein. Mus., Bei Festus wird er citiert
als Aurelius Opilius, dann als Opilius Aurelius, ferner als Aurelio, endlich
als Opilius, O. M. Vgl. R. Reitzenstein, Verrianische Forschungen (Bresl.
philol. Abh.). Charis. (Julius Romanus) Gramm. lat., 1 at ait Aurelius Opilius.
Aurelio plaret. Vgl. O. Froehde, De C. Julio Romano Charisii anctore (Fleckeis.
Jahrb. Supplementbd.) Der lirres Vgl. F. Ritschi, Parerga, Zu den Verfassern
von indices plautinischer Stücke rechnet Gellius, auch ungeren Aurelius. F.
Osann, Aurelius Opilius der Grammatiker (Zeitschr. für die Altertumsw.); G.
Goetz, Pauly-Wissowas Real-encycl. Bd. 1 Sp. 2514. Die Fragmente bei E. Egger,
Lat. serm. vet. rel. und Funaioli (Oben v. u. ist statt (C'os.)* zu lesen. denn
P. Rutilius Rufus war Cos.). Grice: “Since he was a ‘liberto,’ CICERONE refuses
to study him!” -- Opillo
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Opocher:
la ragione conversazionale l’implicatura conversazionale della giustizia – IVSTVM
QVIA IVSSVM – filosofia veneta -- filosofia italiana -- Luigi Speranza (Treviso). Filosofo italiano. Treviso, Veneto. Grice: “There are two points that
connect me with Opocher: ‘individuality’ in Fichte, since I love the problem of
the in-dividuum, perhaps influenced by my tutee Strawson (“Individuals!”) – and
Opocher’s ‘analisi’ as he calls it, of the ‘idea’, as he calls it, of
‘giustizia’, particularly in Thrasymachus, for which I propose an
eschatological study!” Con Ravà e Capograssi è considerato uno dei maggiori
filosofi del diritto italiani del Novecento. Nacque da Enrico Giovanni,
ginecologo. Durante la Grande Guerra la famiglia, timorosa dei bombardamenti,
si trasferì dapprima nella periferia di Treviso, quindi a Pistoia presso una
parente. Gli anni successivi riportarono un clima di serenità e agiatezza, nel
quale Enrico crebbe, dividendosi tra la città natale e Vittorio Veneto, meta
delle sue vacanze estive. Dopo il liceo
fu avviato, secondo il volere del padre, agli studi giuridici, benché fosse
decisamente più inclinato verso la filosofia. Si iscrive alla facoltà di
giurisprudenza a Padova, ma continua a coltivare i propri interessi personali
seguendo le lezioni di filosofia del diritto tenute dRavà. Sotto la guida di
quest'ultimo stilò una tesi su La proprietà nella filosofia del diritto di
Fichte, con la quale si laurea brillantemente. Ottenuta la libera docenza,
vinse il concorso per la cattedra di filosofia del diritto presso la facoltà di
giurisprudenza a Padova, succedendo a Bobbio che in Veneto era divenuto
segretario regionale del Partito d'Azione. Nell'ateneo padovano insegnò
ininterrottamente per quarant'anni, tenendo lezioni per i corsi di filosofia
del diritto, di storia delle dottrine politiche e di dottrina dello stato
Italiano. È ricordato in maniera particolare
per i suoi studi sull'idea di giustizia, e sul rapporto tra diritto e valori,
nonché per la redazione di un celebre manuale, Lezioni di filosofia del
diritto, usato da generazioni di allievi.
Fu magnifico rettore dell'Università. È stato Presidente della Società
Italiana di Filosofia Giuridica e Politica. Influenzato dall'amicizia con il
cattolico Capograssi e col laico Bobbio, fu azionista con Bobbio e Trentin,
condividendo (a Palazzo del Bo) le attività cospirative della Resistenza
locale. Nel dopoguerra rimase amico stretto di Trentin e di Visentini,
divenendo a sua volta il maestro di Toni Negri.
Saggi:“Individuale” (Padova, MILANI);
“Esperimentato” (Treviso, Crivellari); “Giusto” (Milano, Bocca); “Filosofia del
diritto” (Padova, MILANI); “Gius-to” (Padova, MILANI); “Gius-to” (Milano); Dizionario
biografico degli italiani, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Fulvio Cortese, Liberare e federare:
L'eredità intellettuale di Silvio Trentin, Firenze University Press, 2citando
D. Fiorot, La filosofia politica e civile – filosofia CIVILE --. in Scritti, G. Netto, Ateneo di Treviso,
Treviso, Vedi G. Zaccaria, Il contributo italiano alla storia del Pensiero,
Padova, I rettori Unipd | Padova, su unipd. Denominazione attuale: Società
Italiana di Filosofia del Diritto, vedi.
Giuseppe Zaccaria, Il Rettore della tolleranza, in La Tribuna di Treviso,
Toni Negri: «Un uomo davvero libero nell'università chiusa degli anni '60», in
[Il Mattino di Padova] Giuseppe Zaccaria, Ricordo Omaggio ad un maestro, Padova, MILANI, 2Giuseppe
Zaccaria, Il contributo italiano alla storia del PensieroDiritto, Società
Italiana di Filosofia del Diritto, su sifd. Grice: “Opocher is concerned with
‘iustum quia iussum,’ which while transparent to Cicero as analytically false a
posteriori, it is just impossible to express in Anglo-Saxon or English. Both
iustum and iussum come from the same root. So what is just is what is
commanded. The principle of positivism. Opocher finds this all too easy, so he
rather examines Fichte, who tries to express in his vernacular vulgar (Recht,
Wesen, Gemein Wesen, and so forth) all the ideas of contractualism – a contract
between a ego and alter – on the wake of the beheading of Marie Antoinette!”. Enrico
Giuseppe Opocer. Opocher. Keywords: giustizia – fairness, gius, il concetto di
gius nel diritto romano, iustum non quia iussum – verbal aspect here --. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice ed Opocher: giustizia del neo-Trasimaco.”
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice ed Opsimo: la ragione conversazionale e la setta di Reggio
– Roma – filosofia calabrese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Reggio). Filosofo italiano. Reggio, Calabria. A
Pythagorean cited by Giamblico. Grice: “Cicerone said that in proper Italian,
his name was Ossimo!” -- Opsimo.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Orabona Ancora negli anni
novanta nascono altri progetti di lingua universale di autori italiani, fra
questi il Raubser (da raub = universo e ser = lingua), elaborato nell’arco di
quasi vent’anni dal varesino Luigi Orabona (1943), insegnante elementare. Fra
le altre cose, i vocaboli del Raubser esprimenti concetti opposti o che hanno
una certa analogia vengono rappresentati con inversi grafici; così abbiamo: met
= amore e tem = odio; doraf = arteria e farod = vena; favet = bianco e tevaf =
nero; kabon = testa e nobak = coda.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Orazio: la ragione conversazionale e
l’implicatura conversazionale -- Roma – la scuola di Venosa -- filosofia
basilicatese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Venosa). Filosofo
italiano. Venosa, Potenza, Basilicata. Orazio fu attirato dai problemi morali
ed estetici. Quinto Orazio Flacco. Muore a Roma. Soltanto nelle
"Epistole," Orazio dichiara di sentirsi attirato dalla filosofia
morale per la quale vuole abbandonare la lirica. Si è notato che questa
epistola è un protrettico. Ma anche negli scritti precedenti O. tocca spesso
argomenti filosofici. Scherzosamente, O. si chiama dall’orto “de grege poreus”
(Epist.). Effettivamente egli, che dichiara di non voler giurare sulle parole
di nessun maestro, non appartiene ad alcun indirizzo determinato. Nei suoi
studi in Atene conosce dottrine di scuole diverse, vede nelle sette filosofiche
una disciplina che non deveno essere ignorate. O. s’interessa soprattutto per
la morale applicata ai casi della vita. La sua indole, amante dell’equilibrio,
della tranquillità, della serenità, gli fa considerare con simpatia l’etica
dell’ORTO, di cui si scorge l’influsso nelle satire, che abbondano di
reminiscenze a LUCREZIO (si veda). O. ri-assume la teoria dell’orto
sull’origine del diritto e della legge. Più volte, satireggia paradossi del
Portico: tutte le colpe sono uguali, il sapiente è re e conosce ogni cosa. O.
disegna la caricatura del Portico: capelluti e barbuti che, predicatori
ambulanti, espongono precetti ai quali non sempre fanno corrispondere la vita.
Ma O. mostra di apprezzare maggiormente la severa nobiltà degl’ideali del
Portico. O. si avvicina sia all’Orto che al Portico quando loda la vita
semplice e sana della campagna. Ma quando sferza la caccia alle riechezze e al
lusso, O. si collega al Cinargo, delle cui diatribe si avverte l'influsso nelle
sue satire. Nell'insieme, la morale di O. è utilitaria ed è diretta
dall’esigenza dell’equilibrio e della misura. La sua non è una teoria filosoficamente
fondata e perciò non manca di incoerenze. Nell’"Arte Poetica" si
riconoscono abitualmente riflessi di teorie del “Lizio” e particolarmente di
Neottolemo di Pario, che assegna alla poesia il duplice ufficio di dilettare e
di giovare. Da Panezio si fa provenire il concetto del "decorum", che
ha un posto centrale nella dottrina estetica che O. propugna. He is sent by his
father to study philosophy. His studies are cut short when civil war breaks out
after the assassination of GIULIO (si veda) Cesare. His works, frequently
advocate the simple country life, and a number of letters he publishes indicate
a continuing interest in philosophy. Although he has friends that followed the
doctrine of The Garden, and he is clearly familiar with these doctrines, it is
not clear that he belongs to any particular ‘school.’ In an examination of O.’s
philosophy, we should not look for that comprehensive love of wisdom generally
termed philosophy by the ancients, including science, ethics, and speculative
thought. O. Is not the speculative type of man to be interested in the
composition of the universe. Quae mare compescant causae, quid temperet annum,
Quid velit et possit rerum Empe 00168 at Stert tan doddret acunen, fre Wetaer
the pLanete wander ad rol Fone spontareduer) 18 pedoedes or subt1e dtortinius
that Is Crazed."). O. Is a realist, concerned with the ethical side of
wisdom -- with the conduct of life. O. is thoroughly Roman, and the Romans,
except only a few lofty souls such as Lucrezio, Cicerone, and Virgilio, are of
a practical, mundane nature. The Roman philosopher cares little for the
abstractions of speculation. The Roman is born to rule -- parcere subleatio et
debellare superdos.*2 than oupire, titg Shail be tnite are, to ozdain the law
of peace, to be merciful to the conquered andbeat the haughty down. The
philosophy which appeals to the Roman is that which would give him mastery over
self, and hence over the world. But everywhere around him O. sees the
tremendous waste of human energy, struggling nen, feverishly pursuing the
bubbles that do not satisfy, frittering away their man-hood, consuming time and
not achieving the mastery of life to which their heritage entitles them. For
such an audience, then, in which the will to live is the dominant characteristie,
O., the sane, tolerant, and sympathetic man of the world, with the insight
which comes from contemplation and the inspiration which comes from a
realization of the dignity of his task, formulates his philosophy of living, a
simple, practicable code of ethios, to help men to saner, worthier, happier
lives -- a code which furnishes a solution to the problems of life. It is not
an explanation of life, but a way of life, something tangible, a touchstone by
which the Roman man may test his own worth and contentment. How keenly he feels
the importance of his mission we may know from "Sic nihi tarda fluunt
ingrataque tempora, quae spem Consitiumque, morantur agendi naviter id quod
alike to the poor, alike to the rich, and the neglect. O. Is unusually well
qualified to undertake this office of sage, monitor, and guide, for he is the
product of unusual home training, thorough training 1n the schools of
philosophy, and a very varied experience. O. is very fortunate in his home
influence. Born of a freedman father, who knows life from the point of view of
the toiler, O. early aoquires the common sense which is the basis of sound
living. His father gives him an insight into the things worth seeking, by
pointing out the conspicuous failures in his own vicinity. Instead of merely
advising his son to live frugally, he calls his attention to a certain
well-known fellow who squands his patrimony. Others he indicates as shameful
examples of the effects of lust. By taking as a precedent the action of certain
Romans whose lives are an example to the wole comunity, and shunning the
practices which had made others infamous, he may always have a criterion of
conduct. Further than teaching his son to distinguish clearly between vice and
virtue, keep his eyes open to the lives of those arourd him, and profit by
their mistakes, his father could not go, saying that others could explain to
him the reasons for shunning vice, and that he might learn these reasons, O. is
sent to the best possible schools, no doubt at no small sacrifice. It is the
finest possible tribute to the fundamental worth of this rustic freedman that
O. speaks ever gratefully and without shame of his humble birth and boyhood
training. Just what O.’s life at the 'University' of Athens may have been, we
do not know. But he gives ample proof of his entire familarity with both L’ORTO
and IL PORTICO. The former, so ably expounded by LUCREZIO, must have made a
profound impression on O., the lover of life. That he had a sympathy with their
doctrine of impassiveness -- to them the duty of man being to increase to the
utmost his pleasure, decrease to the utmost his pain, and the highest pleasure
being peace of mind -- is proved by Tempora momentis Tapora potent. Oat qua
gordine Dulla -- Not to be exoited about anything, Numicius, is almost the one
and only thing that can make and keep a Ion sun and stars and the seasons
departing in fixed course there are who view with no tinge of and again --
Gaudeat an doleat capiat metuatre, quid ad rem ntere 1, -- ral eerento ne has
esea beeter oat matters it, worse than BotE In body and soudii, hs eyes stare
and he ds dased. In another place he allies himself playfully with the more
material enjoyments of L’ORTO. Once he admits, half shamefacedly, his weakness
for the hedonism of Ceristippus -- Now imperceptibly I slip back to the terets
of et, tot ne to the worla ate the rorta to. And in a second passage he praises
the adaptability of Aristippus, contrasted with the cynic. But a man with the
rigid training of O.s early years could not be completely satisfied with the
superficialities of L’ORTO and Cyrenaism. He values happiness, but he has too
much moral fibre to find it either in impassiveness or pleasure for its own
sake, and so in spite of his repugnance to the sternness of IL PORTICO, and the
severity of its "Sapiens", he is drawn toward the positive virtue of
IL PORTICO. No utterance could ring more clearly of IL PORTICO than the
following: "Vir bonus et sapiens audebit dicere: 'Pentheu, 'Adiman
bona.''Nempe pecus, rem, Comed bas entro toste httote tenth maniodsette sub
custode tenebo.'hoo sentit, 'Moriar.' -- The good and wise man will make bold
to say, 'Pentheus, Ruler of Thebes, what will you force an undeserving man like
me to suffer and endure?' 'I will take keep you under the charge of a grim
"The deity himself will free me as soon as I I suppose thig is what he
means, 'I will die.' Death is the final goal of things. Although he appreciates
the value of the tenets of IL PORTICO, he cannot take its asceticism altogether
seriously, nor adopt them in their entirety, and fling this jest at them:
"Ad summem; sapiens uno munor est cove, dives, Liber, honoratus, pulcher,
rex Denique Pree iple sanus, nisi oun pituita molesta est. -- To sum up, the
philosopher is inferior to jove alone; tingo inga aborea noalthg, sare winen
troubied Thus we see that O. is an eclectic, sifting from all the schools of
philosophy what wis finest, sanest and best adapted to his needs. If there
appear to be inconsistencies in his system of ethics, and there are countless
ones, we must remember that he regards himself as the physician of morals,
ministering to many kinds of ailments, each one demanding a different
prescription, and he knows all too well that life is too complex to be reduced
to a simple formula. To IL PORTICO O. owes his positive dootrine of self
control, of a life in accordance with nature and controlled by virtue, and his
superiority to misfortune. To L’ORTO, O. owes his theory of the wise enjoyment
of life, and to the Cyrenaics his theories of moderation. Of his own foibles
and changeableness he says Cone todtur t tale thdate pocune – I commend the
safe ana humble when funds are low, brave enough in a poor environment; but
when aught better and more sumptuous falls to my good fortune. O’s life experience
ia a kaleidoscopic one. His youth is spent in association with the sons of the
wealthy and well-born, and thus he acquires that tact and urbanity which are so
valuable in his later relationships, and which enable him to give advice on
matters of social conduct. Then follow his attachment to the hopeless cause of
the Republicans, with the disillusionment, loss of property, position, and
purpose. such a complete alteration of nis entire life scheme could not but
have a tremendous effect. Any faith that he might have had in politics as
worthy of a man's best efforts, is of course completely shaken. From that time
on he philosophises with thorough conviction of the insubstantiality of
"ambitio". Besides he realises keenly the moral evils that follow the
civil ware, and pessimism and general contempt for nis shameful countrymen. His
fresh beginning in kome in a most humble position, gives him the first taste of
the real struggle of the great mass of men for the mere means of existence.
From this position he sees the weaknesses of the poor, their unrest, and idle
craving for the wealth which they fail to see is not conducive to happiness. It
is perhaps from this phase of his existence that O. gains an appreciation of
the simple joys of life wich are attainable for all -- sunshine, the shade of
tree, the river, wine, etc. Lastly nis friendship with MECENATE (si veda),
coming after the bitterness of life, affords him the leisure to devote himself
to philosophy. He learns too well the instability of position to value it over
highly, but from this relationship he draws the principles which he lays down
as guides for patron and client.The burthen of O.'s PHILOSOPHY OF LIFE – cf. H.
P. GRICE, “PHILOSOPHY OF LIFE” -- is the attainment of HAPPINESS – H. P. GRICE,
“HAPPINESS”. Since he tastes of the sweetness and bitterness of life, and now
by virtue of his devotion to philosophy is somewhat removed from the toil and
moil of the world, he thinks that he has a better perspective, oa. better judge
of the eternal values than the great majority of men, blinded to the larger
view by the details, and hence first undertakes an explanation of the NATURE of
happiness. Ultimately happiness is the product of a definite attitude toward
life. It is not a mere matter of chance. It is within the reach of all who care
enough for it to pursue it in the right way. An idle, aimless, drifting
existence will never attain the goal. the thoughtless, short sighten so man
world must be brought to realise this, must be aroused to a contemplation of the
issues of life, for he who neglects them suffers for his neglect -- et miPosces
ante diem librum cum lumine, si non -- and if you will not call for a book with
a light before dawn, if you will not apply your mind to the pursuit of
honorable ends, you will be kept awake and racked with jealousy and 1ove. Men's
bodily well-being, in wich they take such a keen interest, is not half so
important as right living. Si latus aut renes morbo temptantur acuto Quaere
fugen morbi. Vis reate vivere: Quis non?"l who does not? -- And yet they
place every other interest before the wise regulation of life, either because
they are too ignorant to realise its importance, or because they are too
slothful and cowardly to face the issues. Nam our Bet andaum, ditters Surand
tompue inatun -- When you make haste to remove what hurts the eye, Then let
every man take thought of whither his life 1s trending -- Inter cuneta leges et
percontabere doctos, Qua ratione queas traducere leniter sevum -- In the midst
of all you must read and question the what lessens care, what makes you your
own friend, we aud walk, and tae pata of a iise mo 10e4. -- When once men do
come to acknowledge that happiness in not an accident, but the logical outcome
of et well considered and consistently pursued course of life, they should give
prompt attention to these matters of vital moment, and thus H. indicates the
first step toward the new life. Multit e arttase fygere et sapteatia prine And
once aroused it will not seem so difficult, for -- Dope up taot que coopst
habit; aapeze aude; If a man really desires happiness he must have an
aggressive attitude toward it, for what is worth achieving can be won only at
the expense of vigorous effort. -- Sedit qui timuit ne non succederet. -- osame
has beer afraid of fallure, has remained And again -- Ho onus horret,10oodt at
persert, ro cospore matus. One shudders at the load as too great for his fueble
spirit and feeble frame; another takes it on his back and carries it to the
end. Lest anyone should think that because his past life has not been a worthy
one it is useles or ridiculous to attempt any serious reformation. O. invites
him to draw inspiration from his own altered ideals. Quem tenues decuere togae
nitidique capilli, quem sois immunem Cinarse placuisse rapaci,Quem bibulum
liquia1 media de luce ralerni,, Cena brevis luvatet prope rivum sommus in led
luglise puaet, sed non incidere ludum. "Leroa -- I, whom fine togas ana
perfumed hair became, I whom you know witnout a gift pleased grasping
leinars,the rill; I am not ashamed to have had my sport, but would be, not now
to out it short. Inconsistency is no disgrace, if you have veered to a wiser
course, jut whatever you do, do not delay, but act at once! -- Qui recte
vivendi prorogat horam("He wao postpones the season of upright living is
like It gidea and will glide, rolling on to all time.""out down. With
this awakened interest, O. thinks it well for each man to test to the fill each
of the things wich men from time immemorial have deemed the sunmum bonum –
OPTIMVM – Grice: OPTIMALITAS -- [Indeed, Piso makes this assumption, and it
leads him erroneously to the conclusion that THE PORTICO values scientia as its
own end, as “QVOD IN EO SIT OPTIMVM”, as that which is highest in one.
Antiochus then attributes to IL PORTICO, whether rightly or wrongly, the very
LIZIO valuation of theoretical over practical life that we, his readers, know
IL PORTICO would refuse. When it comes to accurately portraying IL PORTICO as
philosophical movement, the fact that Antiochus, a character in Cicero's
dialogue, elides the difference between IL PORTICO and Aristotle serves as no
indication of the reliability or unreliability of Cicero's or his sources.
Cicero simply wants to show that, whatever the original truth of orthodox
PORTICO might have been, it lent itself to this Antiochean interpretation. As
he proceeds, the question he asks is whether the PORTICO can indeed be accused
of valuing theoretical over practical life despite the fact that THE PORTICO
would refuse the very distinction.] with a view to adopting as HIS one,
whichever one seems to have the most real VALUE, to bring the calm and
contentment that are significant of a life well lived. The decision is a
momentous one -- Non qui Sidonio contendere callidus ostro lescit Aquinatem potantia
vellera fucumOcrtius accipiet damnum propiusque medullis, Quan qui non poterit
vero distinguere falsun. -- He who has not skiil to know now to distinguish
from the purple of sidon, fleeces steeped in Aquinun, will not sustain a more
certain loss or one nearer his heart than he who will not be able to
discriminate the false from the true. Try virtue first of all. Si VIRTUVS
[andreia] hoc una potest dare, fortis omissisHoo age delioiis -- If virtue
alone can bestow this, manfully give up pleasures, and make her your aim. Or
try the pursuit of wealth;1 Tme tepates ous, 108 postrene ontts. 2part that
squares the heap." Or try ambition:"Si fortunatum species et gratia
praestat, Meroemur servum qui diotet nomina, laevum Qui fodicet latus et cogat
trans pondera dextram Porrigere. If pomp and popularity secure bliss, let us
buy a slave to tell us the names, to nudge our left side, and force us to
stretch our hand over the counter. And"Caude quod spectant ocull te mille
loquentem. "elonge that a thousand eyes gaze on you as you Or test the
pleasures of food and wine--Ne let fileen Cruad Tumaigue trons, Quad deceat,
guid non, oblitt."b10tus 0 mere apetie eadenith tod unagesteproper, witt
not "gt us takebaths, forgetful what 18 Or the satisfaction of
mirth--jests.")Then, having advised each man to try for hinself, for each
must be the best judge of his own life. Metiri se quemque suo modulo ao pede
verun est. "2 a 100t-leht For caoh one to measure hamsel or hie And he
will never be sure that one of these thinge might not have proved the key to
happiness until he has used it and found its futility, O. sings up the decision
which each is bound to reach. Abstract virtue is a hollow thing,"Virtutem
verba putas etLnoun 11gna, -- You think virtue words, and a holy-grove sticks.
As CICERONE says, 4 suitable for a community of disembodied spirits, but hardly
fitted to men who consist of both body and soul. It is too cold, too remote,
andVre guan satte ca virea, ge petat naen-s Nor will men find wealth any more
satisfactory than virtue as a "summum bonun" (strictly, OPTIMUM, not
‘goodest'), for its weaknesses are all too evident. Even granted that it does
have many undoubted advantages -- Soilicet uxorem cum dote fidenque et amicosL
Bone numa doret Suadele eaus due, w2 -- For of course queen Cash bestows a wife
with a dowry,ney tan le acornid mith Sua bon and Lode .ho man ofhundred; so you
will be one of the masses. Yet how fleeting wealth 1s!"Quiequid sub terra
est in apricum proferet aetas; Defodiet condetque nitentia. And the summum
bonum must be a permanent thing. rurther-more peace of mind and good health are
not conferred by it--Non animo curas."4ind poia gat ar res tover son the
asting oods bratheir lord, or troubles from his soul. Nor is pleasure a
necessary accompaniment of riches. Nam neque divitibus contingunt gaudia 80118.
"I'or pleasures do not fall to the rich alone. And his advice is bad who
bide you get money rightly or not, by hook or crook, just so that you may get a
nearer view of the plays of PUPIO, for after all, they are lachrimose plays,
and why see them nearer? Besides, in the gest for wealth alone, you are prone
to lose the sense of all other values -- "He has lost his armour, has
deserted the post ofполог, who is always slaving, entirely absorbed in augmenting
his fortune. Ambition cannot satisfy any more than virtue or wealth, for see
the ignominy that it carries with it. One must seek the favor and the gifts of
the fickle Roman mob "Plausus et antoi dona Quiritis, "and make
friends of all sorts of people Ut oulque est atra, Tia quengue deotus adopta
teand although the world applauds a man today, tomorrow its fickle favore may
be given to someone else, leaving 1ts former favorite stranded, so that only a
small taste of the pursuitof ambition will convince a man that"Nex vixit
male, qui natus moriensque fefellit. " pass de not de bad life whose barta
and deata have Furthermore the unrestrained indulgence of theappetite is sure
to result disastrously to both body and mind,there is no ultimate good to be
derived from a life of excess, so men must rejectit, too, as the "summum
bonum.""Sperne voluptates; nocet empta dolore voluptas,
"I•("Scorn delights; delight bought with pain is hurtful.").
None of these external things, then, can be regardedas the "summum bonum"
– OR OPTIMVM – quid in eo sit optimum --, since not only do they fail to bring
the happiness all men are longing for, but are the osuse of so much of the
uncertainty and distress which plague the world. Qui timet hig adversa fere
miratur eodem Quo cupiens pacto; pavor est utrobique molestus,Improvisa simul
species exterret utrumque.Sa guto ue ast mette poutare sie ofe ad romDeflixis
oculis animoque et corpore torpet? He who fears their opposites excites himself
much in the same way as he who covets them, the flurry in both cases is a
torment,whenever the unexpected appearanceagitates the one or the other.
Whether one joys orif at every-It is not that in themselves these things are
wrong--only that they are externals and one must not attach too much significance
to them. It is because men have overestimated them that the three greatest
ourses of the age have come upon the world--superficiality, restlessness, and
greed. Since men are always looking for something tangible as the secret of
happiness they have bedome shallow, have grown to care far too much for outward
appearance, and far too little for inward appearance, and far too little for
inward worth. Si curatus insequali tonsore capilloslee mediai credis neo
curatoria egere -- If I have met you with my hair dressed by theha hare et
hreed fa be ants beeatt a fosey tuno,or if my toga sits unevenly and awry, you
laugh; whole round of life, pulls down, builds up, exchanges the square for the
round?lou think mine an ordinary madness and do not laugh, nor yet imagine I
want a leech, or a trustee appointed tortune 8, and tume aboutn 12-out na1102
thean ill-out nail of the And this same belief that happiness lies in externals
makes men restless -- a feverishness that manifests itself in the iorm of
travelling, forever pursuing the happiness which forever escapes them. now
foolish it is to try to escape the things which batfle one by seeking another
clime! -- Sed neque qui Capua romam petit imbre lutoque Aspersus volet in
caupona vivere; nee qui Frigus collegit, furnos et balnea laudat Lt fortunatam
plene praestantia vitam. leo si te validus lactaverit Auster in alto, Idcirco
naven trans Aegaeum mare vendas. Incolumi Rhodos et mytilene pulohra facit
quodr ben 11078, Sextl nonae oantnusrs. Dum licet et volutem servat fortuna
benignum, Romae laudetur, samos et Chios et Fhodos absene. "2 AAQpraise
bake-houses and baths as fully making up thebe praised, and uhois, and far-off
Rhodes. The peace for which men are searching may be attained anywhere if they
only know the secret. Nam si ratio et prudentia curas, Non locus effusi late
maris arbiter aufert.Caelum non animum mutant qui trans mare currunt.Strenua
nos exercet inertia: navibus atque("So that in whatmay Bay You have lared
a pleasent Lite, tor seineit is common sense and wisdom that remove cares, and
not a spot which commands a wide sweep of sea, their climate, not their
mind,they change whorun across the sea.An active idleness busies us,in ships
and carswe seek to live aright.Te Por totH at u20ra0, 1 a contented sptrit The
people are merely consuming time, not living, who are forever on the march.
They exhaust their energies and gain nothing but discontent. And of these
curses of looking to externals for happiness perhaps the worst is the curse of
avarice. Why seek for much in the world when one can use so little and more
cannot delight? Quod satis est ous contingit ninil amplius optet. "2' dia
to whose lot 1a118 a competency, desire nothingThe grasping continually after
more only breeds dissatisfao-tion. There can be no tranquillity so long as one
is subject to an ever-increasing desire. Semper avarus eget; certun voto pete
finem. 3 praye iser 18 ever in want; aot a fixed 80a1 to your What a misshapen
monster avarice is anyway -- Belua multorum es capitum. Nam quid sequar aut
quem? A many-headed monster you are; for wnat or whom shall I follow: As soon
as one head is cut off new heads appear, so that it seems
inconquerable."Verum Ta de po sun horan turare preantes, How helpless men
are in the olutch of such a power as this, which never gives them a moment's
real rest and peace of mind!How wretched the heat of their desires has always
made mankind, and how heroie 1g the figure of the man who has risen above them,
is well illustrated by Homer's tale of the Trojan war, wherein the struggling,
feverish, dissatisfied Agamemnon and Achilles and Paris arecontrasted with
sane, calm, and prudent men like Ulysses and Nestor. Nestor componere
litesInter Peliden festinat et inter Atriden; Huno amor, ira quidem communiter
urit utrunque Seditione, dolis, scelere atque libidine et ira Iliacos intra
muros peccatur et extra.Rursus quid virtus et quid sapientia possetUtile
proposuit nobis exemplar ulixen,aspera multa Pertulit, adversis rerum
immersabilis undis. "I ("Nestor makes haste to settle the strife
between the son of Peleus and the son of Atreus; the one is fired by love and
both in common by wrath.and anger There as Bannin nithin the valls o ofun and
with-Again as to what efficacy there is in virtue in Ulixes.many a hardship
over thewide ocean, a man not to be sunk in the adverse wave of things.")
If the seoret of happiness lies not in wealth, ambition, mirth, or any of these
external things, which in a limited measure may contribute to the richness of
life, but beyond the golden mean – AVREAS MEDIOCRITAS --, pursued as an end in
themselves, are the cause of so much misery, discarding all such inoidentals
men must look for the real source of happiness within themselves. When men are
dissatisfied, it is not the world which is wrong, but their own attitude toward
the world. In culpa est animus, qui se non eifugit unquam. "Ihates his
own. with the harmless place; it is the mind that is at fault which never
escapes itself.") Two great doctrines O. presones -- the wise control of
life and the wise enjoyment of life. the first thing men must learn is to adapt
themselves to circumstances, to frankly face the fact of the evil and injustice
in the world, to realise that such a thing as periect happiness is nowhere
existent and that all life 18 an adjustment. -- solue puae posot eret estare
beatum, Saost the one ate ony thng Lhat on rate and keep a man happy. Chafing
and fretting against the established order of the universe, against life's
seening inequalities, only serve to augment their hardships. When once men do
face the facts of life and bring themselves Into accord with them, things wich
fornerly seemed of greatest moment will be looked upon with indifference. Yon
sun and stars and the seasons departing infixed courses there are who view with
no tinge of dread.") And it 18 not only for his individual well-being, but
for the benefit of the state as well, that he have this philosophical outlook
upon life. and Bet, to take up beae, Ios nen to are deer toour country, dear to
ourselves.")for ii we are dissatisfied with our fortunes, our bitterness
will taint every relationship in life, but if we are sane, life will look back
at us with the same calm expression. Sincerum est nisi vas, quodoumque infundis
acescit."?Brow Sout,, ressel 18 olean, Whaterer jou pour 1aOf prime
importance i8 integrity of life. It is not enough that a man assume all the
outward appearance of goodness and make a great parade of virtue. Qui consulta
patrum, qui leges iuraque servat;Quo multae magnae que secantur iudice lites;
Quo res sponsore et quo causae teste tenentur. sed videt huno omnis domus et
vicinia tota introrsum turpem, speciosum pelle decora. "3evidence cases
are gained.but all his household and theNo Bod thout he 18, Wit beautoous brtn)
taz Unless the people no know him best find him honourable and sincere, he need
lay no olaim to worth. Low senseless 1t 18 to delight in being called good by
the world in general, forthat very world will perhaps tomorrow call him a
thief, or unchaste, or say that he strangled his father. de deserved the
commendation they gave him yesterday no more than the slander they heap upon
him today.caliny terig put ede manwao te Fosous and Leedeto be reformed? It is
perfectly clear how pernicious this false praise is and to what lengths it leads
men."Leu, si te populus sanum recteque valentem Dictitet, occultam febrem
sub tempus edendi Dissimules, donec manibus tremor incidat unctis. If the
people keep saying you are in sound and perfect health, you conceal a hidden
fever up to the hour ofR2E2™E60a:till paralysis
seize your hands wile filledIn order to deceive the world they offer sacrifices
publioly to the gods, while secretly they are praying to the gods of trickery
to shield their crimes from detection. 3ecause one is not a thief or a murderer
he has no right to demand praise, for he has his reward already in freedom from
pun-ishment. or is it virtue to avoid evil merely for fear of the
consequences--"Iu nihil admittes in te formidine poenae. "*("You
will commit no crime through fear of punishment.")Good men desire virtue
for calm and peace that it brings them--"Oderunt peccare boni virtutis
amore."("Good men hate sinning through love of virtue.")For it
is what you are that really counts, not what the world thinks. Even the school
boy realizes this.("Yet the boys at their games say: 'You will be king if
you act rightly. However many of the externals of life fortune man have given a
man, if he is weighed down by the sense of his own guilt or unworthines, he
cannot enjoy them. But the man conscious of his own rectitude fears neither
loss of property or of life. Si forte in medio positorum abstemius
herbiscontestin 1lquidus sortunae ctrus inauret;vel quia naturam mutare pecunia
nescit, Val quia cunota putas una virtute minora. "2forward, even though
Fortune's clear stream wereFreedom is another element in this wise regulationof
life--freedom from all these externals which so often bring disaster."Ne
cOtia divitiis Arabun liberrima muto. Lor the riones or the drabs,"t
freedon of my ledsuz1oon oiet etterr sede fehe tbao edntere: when hestoops down
for a copper fixed in the orossings, not see; for he who shall desire shall
also fear: further, the man who shall live in fear, I will never regard as
free. Once the love of riches has fastened itself upon a man he cannot escape
it. If he only realized what a hard master it was he would flee from it as the
fox did from the lion in the old fable.Omnia te angersue pattent a renta
retroraum."tad, an oe be aai0, a2 polateIf then, he have wealth, he must
place it in its proper position, else it may take out of his hands the
direction of his life--it will either be his master, or his slave."Imperat
aut servit collecta pecunia culgue, "3("Each man's hoard of money is
his master or his slave. O. boasts of his own freedom from the opinionof the
masseg-- Noamai ons anotre trote ot putpite afeo, I do not hunt for the
suffrages of the fickle crowd by expensive banquets, and a gift of threadbard
olothes.Not only must a wise man control externals toattain perfect freedom,
but he must practise self-control.He must restrain his anger lest it be a
source of shame and humiliation to him."Qui non moderabitur iraeinfectum
voletesse dolor quod suaserit et mens, dum poenas odio per vim festinat
inulto.Tiperat, hune ente, hune Tu oupese oatera, 2t.that whion vexation and
passion nace prompted, waitoehurrying on with violence the punishment for his
unavenged hate.Ilese 1t 1f the elave, It' 18 theo1ourb it with the bit, yea,
curbAnd his envy, too, must be mastered, or it willmake him utterly miseraole.
Invidus alterius macrescit rebus opimis, invidia Siouli non invenere tyranni
maius tormentum."2("The envious man repines at his neignbour's
goodly• treater foreat than atos t hare not dtscoveredFor while he is covetous
of others' material blessings, he poisons his enjoyments of what is his
own.auriculas citharae collecta sorde dolentes. "3Bre he sane peaure ta
pantie faro to theateof filth.")Let no man surrender to envy of his
neighbor's lot, as did the ox and the nag in the fable."Optata ephippia bos,
pigre optat arare caballugQuan soit uterque libens densebo exerceat artem.
"IWhen men do yield once to the domination of avarice, envy, anger, public
opinion, they have lost their freecom just as did the horse which summoned man
to help him drive out the stag, and then could not shake the rider from his
baok.?And of no less importance is self confidence.A man will accomplish only
so much as he feels himself oapable of. Let hin therefore trust in his own
ability and others will have faith in him.Dux reset examen,n3"Qus elb1
fldot,("Whoso has self-confidence, will be king and head the
swarm.")The second doctrine is the wise enjoyment oflife. Happy indeed
whould you be 11--"Di tib1----dederunt artemque fruend1. The gods have
given you the art of enjoyment.")But at any rate men may develop their
powers of enjoyment. Life 13 so uncertain and so brief, death so final and
always imminent --"Ire tamen restat Numa quo devenit et Anous.
"5("It remains for you to go where iuma and Anous have descended.
There is no hope of a life after death in norade--it ig an eternal exile. Yet
he is not pessimistic about 1t. Death18 Inevitable; accept 1t as such, and
since there is only this brief span of years for every man, ending all too soon
in oblivion, let him on that account make the best possible use of each day --
Carpe Diem -- so that the doom of death will appear only as a dark background
enhancing the bright foreground of life. Looking foward, looking backward breed
discontent. Think only of the present. The surest way to get all the possible
joy out of life is to live every day as though it were the last. Grata
superveniet quae non sperabitur hora. Amid hope and care, amid fears and
passions, believe every day has dawned for you the last; so, welcome shall
arrive the hour your will not hope for.")If men keep this thought ever in
mind they will f1ll each moment so full of the richness of living that there
will beno regrets, no joys postponed to a future day which will never be
theirs, when the summons of death does come.This means that to avoid
disappointment men mustenjoy right now whatever the gods may have given
them--"Tu quamcumque deus tibi fortunaverit horam grata sum manu, neu
dulcia differ in annum;HE 200619e 2000 Ter18 133e 21beater. Whatever hour the
deity has blessed you with, dosoever you have been, you may say you have lived
apleasant life.If among these blessings wealth is numbered, let men not hoard
it, but enjoy its benefits--("Po what end have I a fortune if I am not
permitted The man who spares in anxiety for hisneima., no 18 all too severe 18
next door to a For there is much to enjoy in ine world--andmost of the really
worth while sources of pleasure are within the reach of all. shere 18 health.
There are all the delights of the country and out-of-door life. Ego laudo ruris
amoenirivos et musco circumlita saxa nemusque.brown rocks and wood.king, as
soon as I have lorsaken tnose soenes you extol to the skies with loud acclaim.
And--"Novistine locum potiorem rure beato? Tenat ef Taoe conle er onete ont
ura Cumsemel accepit Solem furibundus acutum? Est ubi divellat somnos minus
invida cura?Deterius Mbyois olet aut nitet herba lapillis?"4("Know
you a place preferable to the blessed country?I nore Leasant bree2e allays
ailke te tury of treDogstar and the commotions of the Lion, when once he has
gone mad by receiving the stings of the Sun?Is there a spot where envious care
less distraots our slumbers? Is the scentThere is simple food which nourishes
without distressing--"Pane egeo iam mellitis potiore placentis. "I"Besad,
is what I want now more pleasant than honded There is sunshine, free to all, of
which norace is 8o fond--"golibus aptum. How foolish it is to want more
when these things, if properly regarded, will make one's life rich and
blessed--The wise nan will learn to value and employ what is within his
reach.Not the least of the joys of life is friendship.There is a deal of the
utilitarian point of view in orace's advice about sooial interoourse. The life
of a reculse cannot be the richest one, contact with other people is both
necessary and valuable. Ae Epicurius said, "Friendship enhances the charm
of life; it nelps to lighten sorrowe and heighten ine joys of fellowship."
Hence it is to a man's advantage to make himself as agreeable as possible.
temust not pry into people's secrets--"Arcanum neque tu sorutaberis illius
unquam. "1nYou must never po dato secret on the meetbut when they have
been confided to him, he must keep them--"Commissumque teges et vino
tortus et ira. "2"a teraladon a trust, thouga plied alike mita
vineFor"Et senel emissum volat irrevocabile verbum. A word once let slip,
flies beyond recall.")He must not be boorish, merely to prove that he 18 a
man of Independence and stannia, for thereby he simply makes himself
Obnoxioug~~"Asperitas agrestie et inconcinna gravisque. A boorish
rudeness, at once unlovely and offensive.") When he takes up the oudgels
in defence of some trifle--"Alter rixatur de lana saepe caprina, Propugnat
nugis armatus. Equally disgusting is the fellow who slavishly bows to every
opinion of his host merely to keep his favour--"Sic iterat noces et verba
cadentia tollit, Ut puerum saevo credas dictata magistro Reddere vel partes
mimum tractare secundas. "6actor in a farce handling the seoond
part.")Horace gives a deal of sound advice about the relationship of
client and patron. There are numerous duties whioh a client owes to his patron
in return for his favor.First, he should be grateful for the gifts he
receives:-An rapias. "Pistat, sunasne pudenteror tense a tans erence waether
you take with modestySeoond, he should be willing to share cheerfully in his
patron's chosen pastimes.or blamebe you for composing poetry.")"¿u
cede potentia amici"So do you give way to the mild requests of your
power-Because even the closest bonds of friendghip have been broken because of
dissimilarity of tastes and unwillingness to compromise. It is foolish to try
to dress and live in anextravagant way as one's patron does. The patron knows
only too well his client's ciroumstances and will despise him for trying to
imitate him when he cannot afford it. By all means let him not complain of
trifles, but bear hardships without grumbling."Brundisium comes aut
Surrentum ductus amoenumQui queritur salebras et acerbum frigus et imbres, Aut
cistam effractam et subducta viatica plorat, ("He who has been taken as a
companion to Brundisium, or lovely Surrectum, and complains of the jolting
roadsSion one ote 1059 014 Ba11 ao an ance,Beatet.-poon erer her real 10sse8
and sortowe get noAnd further he should try to appear cheerful for the benefit
of those around, for--"Demesupercilio nubem; pleurumque modestus Occupat
obscuri speciem, taciturnus acerbi."3If the client finds that he is
humiliated by patronage, loses his independence and his self respect, if his
patron i8 the sort of man no makes presents only of what he cares nothing ior
and dislikes, as the host woo pressed upon his guest pears that were so
plentiful that wat he refused, went to the pigs, then he had much better break
off therelationship, for it is degradation.Wen should be most careful of their
choice offriends, so that when accusations assail one who is well known, they
may protect him and back him up. I and it pays to have a rezard for the wishes
of others, even if it costs a little effort, for--"Vilis ancorun est
annona, bonis ubi quid desset."? went are et of arlends Low, when those
who wantAnd it is a source of shame to a man to be mock-modest and refuse to
help another when it is in his power to do so--("But I was afraid I might
be thought to have undervalued my influence, a dissembler of my true power,
profitable to mygelf alone.") Tact is absolutely necessary to success in a
social way. There is a proper time for everything, as Horace warns Vinius Asina
when he commissions him to present books to Caesar. One must be careful not to
intrude upon the great, but must await a suitable opportunity, lest by his
excessive zeal he offends the one he would please. Conceit is unbearable and
will destroy friendship. Ut tu fortunam, sio nos te, Celse, feremus. "5("As
you bear your fortune, so shall we yourself, Celsus.") Just how highly
dorace valued social interoourse isshown by his careful instruotions to
orquatus on the duties of host and guests. The host should be most
discriminating in his choice of guests so that all may be congenial--Jungatur
que part, "loeat par("That like meet and be associated with
like.") and that all be the kind which will not make friendly table
conversation a matter of gossip outside--sit qus atota forae edemthet. andoos
("That amidst our faithful friends there be none to carry our talk
abroad.") A friendship of long standing is an invaluable thing and not
lightly to be broken, as he warns Florus, who has become estranged from
lunatius. The best possible summary of O.'s philosophy of life is his own
prayer. Sit mihi quod nuno est, etiam minus, et mihi vivam Quod superest
aevi,si quid superessevolunt diSit bona librorum et provisae frugis in annumneu
fluitem dubise spe pendulus horae.Sed satis est orare Iovem quae donat et aufert;
Det vitam, det opes, aequum mi animum ipse parabo. "4Inay ire 2or aselt
the renaindes ofidarg, 1onsI may live for myself the remainder of my gods will
any to remain for me.May I have good stock of books and of provisions for each
year, trembling on the hopes of the man. RAPOLLA, VITA D’O. CON RAGGUAGLI
NOVISSIMI E CON NOTE DIFFUSE SULLA STORIA DELLA CITTÀ DI VENOSA POR TIOI
Premiato Stabilimento Tipografloo Vesuviano V L 'S^è &•&•
è»A«A«A»'1^e-. SU'' X» i I I i sJ-Sì- I^ VITA DI QVINTO O. FLACCO DI RAPOLLA o
VITA DI O. CON RAGGUAGLI NGVISSIBO E CON NOTB DIFFUSE SULXiA 8TOBIA DBLLA OITTÀ
DI VENOSA. RAPOLLA MOBILB VKN08IMO CAVALIKSB DELL’ORDI1CK DELLA CORONA D'ITALIA
CITTADINO ONORARIO DI POSTICI PXOrSSSOKB OMORARIO B SOaO DI VARIB ACCADBMIB
PORTICI pTABILIMENTO JlPOQRAFICO yESUVIANO Corso Garibaldi, L'ijf.S'^ Dtnique
quid psalterio canorius? Quod in morem nostri Flacci et Gratci Pindari, nunc
Jamòo CHrrit, nuHC Alcaico personal^ nunc Sapphico tumet, nunc semipede
ingreditìtr. 8. SlroUmo, pref. Cronaca ad Eusebio Sommo di poesìa mastro e di
vita. Pisdnnont*, ad O. Venosino cantor, sci tu ì t'ascolto ! D'un si vivace
Splendido colorir, d'un si fecondo Sublime imagjnar, d'una si ardita Felicità
secura, Altro mortai non arricchì natura Xetattailo, Canto ad Orazio. Et tenuit
mastras Humerosus Horatius aures, DutH ferii Ansonia carmina eulta lyra.
Ovidio, Trist. 4. Elegia to. il mastro dei poeti, O. La cui lira per tutto
manda il suono, E qual Pindaro Grecia, egli ornò Lazio. Tansillo, Canto al
viceré di Napoli. Mais fapprend qu*aujourdhui Melpomene propose D'abaisser son
cotAurne, et de parler en prose, Voltaire, EpItre à Horace. Sume superbiam
Quaesitam meritis Venosino. Dauti - //. Cult. XIV. // cittadino di Venosa
sentir devesi som- mamente orgoglioso per esser nato in così celebre terra,
pili antica di Roma: splendida civitas, anche nel tempo dei Romani,
splendidissima nei medio-evo, e patria, il che più monta, di Quinto O. Fiacco.
Del grande Venosino smisurate innumerevoli sono state le produzioni letterarie
che ne hanno decantato il nome, criticata F opera eterna, postillato e glossato
ciascun verso o parola Non havvi paese al mondo che non abbia offerto suir
altare del culto della poesia per- fetta di Orazio il suo attestato di
reverente omaggio: Sopratutto in Germania, hi Fran- eia, in Inghilterra si son
fatti studi prò fondi sulle opere del gran poeta italiano, e bio- grafie e
ricerche storiche pregevolissime su tutto quello che riguarda la sua vita, ed i
luoghi ove vissse. In Italia, ed in Roma particolarmente, si cmiservano
reliquie preziose di severe e dotte lucubrazioni su tal subietto. Duole non
poco però che in Venosa, fra tanto lume d ingegni preclari che ha dato quel
paese, non vi sia stato scrittore che ab- bia inneggiato ad O. con serietà e
pro^ fondita, e con opera particolarmente a lui dedicata; ed era un dovere
attraverso i secoli venir lodato Orazio da gente venosina. Neppure un bronzo od
una lapide parlava di lui sin oggi. Ed invero il dottissimo cardinale Giovan
Battista De Luca venosino perchè nei suoi quaranta volumi in folio non trovò il
posto per seguire quello che un S. Girolamo iniziò? Luigi Tansillo, O. de
Gervasiis, Donato de Brunis, sommi poeti venosini, Giovanni Dardo, anch' egli
da Venosa, scrittore di bel- lissimi e maestrevoli carmi (ingeniosa et
venustissima carmina scripsit, disse M. Arcan- gelo Lupoli), perchè non
composero poema sult immortale loro concittadino? Che anzi giustamente
Francesco Fioren- tino j nelle sue note ai sonetti del Tansillo, redarguisce
costui, perchè « discorre di quello ix^che chiamava suo concittadino con un
certo « risentimento che non è giusto, perché O. non sdegnò altiero il
soggiorno di Ve- « nosa: nei carmi del poeta latino ci è anzi (( un certo
compiacimento nel ricordare la sua a patria ». O.fuggì da Venosa, sia per fini
politici^ sia perchè stretto dalla necessità, sia perchè ogni genio sublitne
sorvolando per forza arcana, trova pure in tutto il ter- restre spazio angusto
confine! In luogo di e alitare tante vuote lodi ad una componente r
aristocrazia di quei tristi tempi di feudalismo, che anzi lo sprezzava, non
poteva il Tansillo toccare la sua lira can- tando di Orazio, stella che
illumina il mondo e che egli stesso chiama ^maestro deipoetiy? Hanno voi/ do
forse rispettare il suo testamento: (( Mitte supervacuos honores ». Ma non è
lecito negligere i sommi. Io, benché non degno di venir noverato fra cotanto
senno, ho composto questo lavoro con gran fatica, con gran sudore, con gran
reli- gione, essendomi prefisso con esso diradare molte idee oscure circa la
vita e le opere di O., riferire coti la maggiore esattezza quanto ad esse si
associa, mettere in luce tutto quello che sin oggi si è scoperto, e che formava
pel passato delle lacune negli scritti dei biografi anche più esatti italiani e
stra- nieri. Ho pure aggiunto dei cenni storici sulla celebre Venosa, che si
commettono con la vita del suo immortale concittadino. Tutto ciò mi è riuscito
lieve, e mi è venuto strenuamente compensato col fatto, che ho aggiunto, io
venosino, un fiore al serto, che immarcescibile cinge la fronte sublime del
grande italiano. Oggi fra tanto tramestio di sentimenti di- sparati, atti a
spegnere ogni entusiasmo, ri- temprare gli animi alla fonte delle opere lei*
terarie immortali come quelle di Orazio, ed il seguirne le norme che da esse
emanano, o cittadini^ è quanto di meglio si può fare. Si respira così aura piti
pura ; si resta an- negato in un Lete morale dolcissimo: si guar- da con occhio
impassibile la vertiginosa corsa del torbido torrente della vita umana, da una
sponda secura e tranquilla. Valete. Portici— Granatello. DZE&O BAPOLLA L
mondo, questo pianeta, che pare sin oggi abbia il primato sul si- stema
universale dei pianeti, perchè in esso vive l'uomo, il re della creazione,
avverti, circa duemila anni or sono, una di quelle trasformazioni, uno di
quegli avvenimenti, che segnano date incan- 'cellabili, e che forse non più si
verificheranno nei secoli futuri, tranne quando avverrà la fine -dell' età.
Neil' aria pregna dì densissimi vapori guizzavano folgori rossicce ; reboava il
tuono ; poi appariva luce sfolgorante, bian- chissima, divina. Le nefandezze,
le turpitudini, la mollezza, la superbia, la degenerazione del genio del bene
in quello del male erano giunte all'estremo limite del possibile. Era prossima
l'ora delle rivendicazioni, della redenzione, della riscossa voluta dalla
ragione. Era vicina la nascita dell' Uomo-dio, an- nunziato, già da secoli,
come apportatore di pace ed amore. Roma, caput mundi, imperava. Le aquile
svolazzavano in liberi campi, ghermendo prede facili in difficili e remoti
paesi. La potenza e la protervia dell'uomo si disegnavano al massimo grado. I
grandi ed i piccoli, i padroni e gli schiavi, i senatori al- bagiosi, i cresi
onnipotenti ed i gladiatori morituri. Roma già da sette secoli esisteva, quando
l'umanità parve potersi paragonare al vapore chiuso in forte e potente
recipiente che sem- bra prossimo a scoppiare. La civiltà dei Greci, le gesta ed
il ricordo degli altri popoli, come i Cinesi, i Babilonesi ed i Persi, che
vanta- vano maggiore e più antica coltura, eran pres- sochè cancellati da
questi violenti conati di gente che era barbara e volea divenire inci- vilita.
Neir immensa Roma, per la quale po- poli al sommo grado belligeri pugnavano
sanguinosamente per potersi dire cittadini romani^ vagavano uomini quasi nudi,
ed appena ornati da toghe e preziose porpore, che ne lasciavano scovrire i
poderosi garetti e le erculee braccia ; e le altiere fronti pare- vano non use
a piegarsi alle volubili e spesso avverse disposizioni del destino. Da Roma
partiva quella voce imperiosa che comandava alle schiere invitte la conquista
del mondo intero. Tutto pareva nascer gigante in quel tempo, e con l'impronta
del misterioso e del sublime. Mario, Siila, Mitridate, Ottavio, Cinna,
Giugurta, Pompeo, Cesare, Bruto, Antonio, Cleo- patra; Roma, Atene, Cartagine;
Virgilio, Ti- bullo, Properzio, Ovidio, Sallustio, Cicerone, Giovenale, Tito
Livio, O., Mecenate, Augusto I Gli uomini, dalla civiltà, che lentamente in-
vadeva, resi più chiaroveggenti, mal soffriva- no la schiavitù più abbietta.
Fremevano e levavano ruggiti di leoni. E Mario era un leone della foresta :
nato da vilissima gente, sorbì sin dall'infanzia il veleno dell' odio contro i
potenti ed i gaudenti. Era smilzo, altissimo, nervoso, brutto, di volto terreo,
come se quel colore della pelle dovesse indicarne la mal- vagità dell'animo,
come dopo molti secoli in Marat. Di quei che vantavansi di nobile stirpe solea
far aspro maneggio. Gridava fremente alle turbe spensierate e lussuriose : O
voi altri, che vantate imagini lettighe e porpore, ne avrete di giorni tristi;
verrà Y ora della rivendicazione sociale. II vostro cammino trionfale sarà
arrestato da un fiume di sangue. Le vostre pompe su- perbe saranno oscurate da
montagne di cadaveri deformi 1 Eppure Mario avea sortito dalla natura il genio
uguale a quello di Cesare, suo grande nepote. Era guerriero nato. Vinse i
Cimbri, aggiogò Giugurta, si unì con Siila. Con Siila stesso si misurò a suo
forte discapito. Corse vagolante sulle rovine di Cartagine. Dipoi iniziò la
fatale guerra sociale. Morì atterrito da visioni tremende 1 A Siila scorrea
nelle vene sangue gentile di patrizio. Avea fierissimo e troculento aspetto;
era vendicativo oltre ogni credere, ma celava in petto cuor generoso e forte.
Non poche migliaia di Sanniti restarono sgozzati al semplice muovere del suo
soprac- ciglio, e nel sangue restò affogato anche lui, che invano entrava nel
cotidiano bagno di es- senze per torsi di dosso la miriade di paras- siti e
microbi che lo dilaceravano e lo spen- sero. E la lotta ferveva sorda, quasi ne
fosse infetto il sangue degli umani, tra i servi e gli strapotenti. I
mirmilloni ed i reziarii, nelle barbare e sanguinose lotte, formicola- vano,
per appagare la sozza cupidigia di vec- chi lussuriosi e donne ben pasciute e
coronate di rose, e briache e spossate dalla crapula e dal piacere. Era il
preludio delle guerre servili. Dugentoventimila servi e Spartaco con
centoventimila gladiatori produssero uno scoppio ed uno schianto formidabile,
come potentissimo vulcano che erutti lapidi e lave. Licinio Crasso, quegli che
rappresentava l'or- pellata repubblica, ne fece crocifiggere seimila. A
spaventoso movimento, repressioni più spaventose. Licinio Crasso fu
favolosamente ricco per le opime spoglie e per V oro rag- granellato con la
confisca dei beni delle sue vittime e dei milioni di proscritti. Ma quell'oro
di nefando acquisto vennegli fatto ingoiare fuso e bollente dinanzi agli stessi
suoi figli. E trentamila Romani sgozzati dai Parti, ad Harron nella Mesopotamia,
furono quelli che espiarono con lui V inau- dita ferocia. Spartaco gladiatore,
di razza nu- mida e di regio sangue, morì da eroe nella fiera mischia sulla
riva del Sele in Lucania, condottiero di stanche e poche agguerrite schiere di
uomini oppressi. Fra Spartaco e Crasso, tra il gladiatore ed il potente, tra
quel povero oppresso e quel ricco oppressore, es- servi dovea odio mortale.
Perversi però e scelesti ambidue ! Cicerone e Catilina, sommo oratore ma
ambiziosissimo l'uno, patrizio romano disso- luto l'altro. Dalla congiura del
secondo, che mirava in realtà al nichilismo dei nostri giorni, e dalla fine del
primo si videro strani risul- tati. Catilina cadde trafitto nel campo tra le
sue schiere pugnaci per un ideale. CICERONE (si veda) ha il capo e le mani
mozzi e confitti ai rostri del foro romano, e la lingua foracchiata dall' aureo
spillone della proterva Fulvia. Splendidi esempii agli ambiziosi I Mentre che
alla magnifica Atene non re- stava che il primato nel mondo per le let- tere e
per le scienze, e mentre V immensa Roma repubblicana si affraliva e s* incrude-
liva tra la mollezza, i vizii, le congiure, i mas- sacri e le guerre, nasceva
Cesare. Cesare lo si disse dapprima congiuratore con Catilina. Gli scorreva
però nelle vene il sangue vile di Mario. Era rinfocolato da am- bizione smodata
e livore. Fu uno dei più grandi uomini che nacquero nel mondo. Lottò da atleta
gigante con Pompeo, nato da eque- stre famiglia e partigiano del nobile Siila,
e Io vinse. Ma pianse quando i vili cortigiani gliene recarono la testa mozza,
e volle punita la barbara adulazione. Era letterato di gran talento. Era
generoso, ma sotto il mantello di leone ascondeva animo felino, vendicativo,
dissimulatore. Catone preferì trapassarsi di propria mano il corpo con la spada,
piuttosto che rendersi servo di Cesare. Cesare am- biva air imperio, alla
tirannia. Vinse i Germani, i Galli e Scipione, ma venne pugnalato. Bruto, il
fiero repubblicano, il prediletto di Cesare, s' intinse pure del sangue di lui;
si macchiò di parricidio, perchè la dittatura lo premeva come incubo, anelava
alla libertà, E tale fu la progenie umana sin da che vide la luce. Cristo, r
uomo-dio, venne al mondo colla missione di pace tra gli uomini. Fatalmente però
gli uomini si mantennero sempre gli ' stessi. Adamo ribelle al Dio creatore;
Caino fratricida per invidia e per sete di dominio. E da questi a Cesare, a
Crasso, a Spartaco, a Bruto, tutti ambiziosi e ribelli; e da questi a Tiberio
ed a Nerone, che ricreavansi degli spaventosi dirupi di Capri e delle fiaccole
umane. E da questi ai Torquemada, agli autori degli auto-da-fè, dei roghi ove
bruciarono Bruno, Savonarola, Arnaldo, Vanini. E da questi a Luigi XI, il
compare di Tristano, ed a Carlo IX che dalle finestre del Louvre aizzava le
orde a fare strage, e permise la tremenda notte di Bartolomeo, a Robespierre
che allagò il bel suolo di Francia col sangue delle vittime del Terrore ; al
prigioniero di S. Elena, che seminò di stragi, rovine e morti buona parte del
mondo ; sino a quelli, innu- merevoli, che in questo nostro secolo avven-
turoso han messo a soqquadro l'universo con lotte ferocissime. Una è perciò la
linea che appare precisa: l'odio dell'uomo contro il suo simile, contro
qualsivoglia supremazia, servaggio od oppres- sione; mista a malvagità ammantata,
sia dalla porpora, sia dai cenci; in diverse guise, nel- l'alto e nel basso,
tra plebei e nobili, tra so- vrani e sudditi, tra volgo profano e menti elette,
e persino tra letterati e tra i sacri mi- nistri delle diverse religioni; il
quale odio malvagio personificato potrebbe raffigurarsi quale Encelado premuto
dall' Etna. La scala della nequizia in tutti i tempi ha toccato i cieli, come
quella biblica. Tale era lo stato del mondo allorché nac- que Quinto Orazio
Fiacco; e nelle sue vene scorreva sangue di schiavo. I ELLA vetustissima Venosa
[Venu- sid), città situata tra la Puglia e la Lucania), nel dì 8 dicembre
dell'anno 689 dalla fondazione di Roma, sessan- tacinque anni prima dell' era
cristiana, essendo consoli Cotta e Torquato, essendo Cesare compromesso con la
prima congiura di Catilina, perchè sognava la caduta della repubblica e la
dittatura, nacque Quinto O. Fiacco. Il nome di “Quinto” se lo appropria lui
stesso nel libro delle satire. O. ognuno lo chiama, ed egli stesso così sempre
si noma nei suoi scritti. Plutarco lo dice “Fiacco” nella vita di Lucullo –
cioè: “orecchiuto”, ed egli stesso, nell'Epodo e nella satira, così si
cognomina. Ma tale soprannome non indica che ha orecchie deformi, bensì può
riferirsi a lui, quello che egli stesso dice di essere di facilissima
audizione, oppure che quelli di sua famiglia fossero distinti con tal
nomignolo, tra le non poche famiglie della tribù oraziana, della quale si
discorrerà in appresso. In un antico manoscritto che si conserva nella
Biblioteca Nazionale di Napoli, che vuoisi opera del dottissimo Cenna,
venosino, si asserisce che O. nacque nelle case dette, al tempo nel quale il
Cenna scrive, dei Plumbaroli, presso le mura della città, e presso certi
molini, che in appresso (come rilevasi . nelle note del Cimaglia) ap-
partennero ai Pironti venosini, e che oggi son quasi di fronte alla cattedrale,
venendo dalla via di^S. Rocco, presso al luogo detto /e Sa/me. Suo padre era
uno schiavo fatto libero. La quale condizione se non era tanto miserevole quanto
quella dello schiavo, poteva dirsi av- vilitiva oltre, ogni credere; imperocché
il liberto ripeter doveva quella larva di libertà dal suo antico padrone; come
cittadino ve- deasi privato del diritto al suffragio; aspirar non potea agli
alti uffizii civili, e neppure a coprirsi le braccia e le dita di anella d' oro
perchè venivagli rigorosamente proibito. Lo stesso matrimonio era per lui
limitato nella cerchia dei suoi pari, perchè un liberto spo- sar non poteva sia
la figliuola d' un senatore o d* un patrizio, sia altro essere nato libero od
ingenuo, come diceasi allora. Viveva il liberto sotto la tutela del passato
padrone, e lui malaugurato se a questo si fosse ribel- lato: ridiveniva
schiavo. Spesso il suo pas- sato padrone se ne avvaleva per servizii ono-
rifici, mediante lieve mercede. Malamente taluni vollero sostenere che il padre
d'O. fosse libertino nel senso voluto da Svetonio in altri suoi scrìtti, e non
nella biografia d’O., cioè figliuolo di liberto o figlio di schiavo fatto
libero. Orazio, alludeìtttea suo padre, usa sempre la parola libertinus^ ma nel
senso detto dapprima, volendo intendere che suo padre era stato schiavo, ed
aveva avuto poi la libertà. Non vi pjiò cader dubbio alcuno. Il padre di O.
presta il servizio di riscotitore di tasse del comune di Venosa e di banditore,
era un servus pubKcus; il Che dimostra che il suo passato padrone essere dovea
di alto grado sociale, assegnandogli tali uffizii rimunerativi e non bassi, ed
a servizio della città. Nel suo stato perciò dirsi potea felice ed agiato,
stantechè possedeva presso la Rendina, luogo neir agro di Ve- nosa, un
fondicello che gli dava ( sebbene O. dicesse esser suo padre macro pan- per
ugello) un conveniente provento, e quindi potette unire al suo impiego anche un
negozio di salsamentario, o salumiere; e come vuoisi da Svetonio, Tunico
biografo, così laconico, ma purtroppo veritiero, veniva scher- nito il
giovanetto O. dai suoi compagni di scuola così: Quottes ego, vidipatrem tuum
brachio se emungentem ? ^) Ingiuria solita in quei tempi ai figli di salumaio,
e che Cicerone riferisce così: Quiesce tu cujus pater cu-- aito se emungere
solebat. Certa cosa è che non può ricavarsi da tutto ciò che O. ha scritto
sopra i suoi geni- tori, né da altri scrittori suoi contemporanei, compreso lo
stesso Svetonio, né il nome di suo padre, né il nome e la condizione di sua
madre. Il Fabretto, celebre raccoglitore di iscrizioni e sigle, riporta un
frammento d' iscri- zione che dice leggersi sopra una casetta in Venosa, che
erroneamente fu detta esser la casa di O., così concepita: O. C. L. Dio
MlTULLEIAE UX. e che sì è voluta decifrare così: O. Diodoro Caji Liberto
MiTULLEjAE Uxori) La quale interpretazione importerebbe che il padre d’O. nomar
si dovesse Diodoro o Diocle, e sua madre Metulla. Ma é questo un falso indìzio
– cf. Grice: spots are a falso indizio di measles], poiché in Venosa furonvi
non pochi che si dissero Grazi, ed a qualcuno di questi è riferibile
l'iscrizione funeraria. I due eruditi Grotefend, Franke nei suoi Fasti d’O., ed
il Milmam nella sua splendida opera The works of O. illustrateci, opinarono il
padre di O. poter esser un discendente dell’illustre famiglia romana degl’O., e
che ridivenuto libero, avesse ripreso, secondo il costume del tempo, il proprio
nome. Ma Mommsen, nella sua opera Inscriptiones Regni Neapolitani, riporta
tredici iscrizioni rin-venute in Venosa indicanti l'esistenza di una tribù O.,
colonia romana, nella quale sono allistati gli abitanti della città di Venosa.
Il padre di O. Fa parte di questa colonia, non discende però dalla famiglia
degl’O., nel qual caso farebbero opposizione le continue lamentazioni del
figlio di vii nascimento. Né si potea concepire che, fra tanta chiarezza di
prosapia, da darsi pure il lusso di un' iscrizione sepolcrale, O. poi non enunziasse
neppure il nome di quelli che gli f^ aveano data la vita. Ed è poi noto, come
si vedrà in appresso, che tutto venne confiscato alla famiglia di O. dopo la
disfatta di Filippi. Era anzi quella gente tenuta in bando, e del tutto
sprovvista di mezzi, il che permetter non poteva ad essi il foggiarsi lapidi
con iscrizioni commemorative. G. Batt. Duhamel, nella sua opera Philo- sophia
vetus et nova ad usum scholae, opina che un avo d’O, assoldato nell’esercito di
Mitridate, venne nelle guerre del Ponto fatto prigioniero, e tradotto in Roma,
e comprato da un questore venosino, dal quale si ebbe la libertà. Ma tale idea
fanta- stica, come moltissime venute fuori dalla penna del letterato e filosofo
del Calvados, non ha fondamento, mancando della parte principale, cioè del nome
del prigioniero, schiavo fatto libero, dal quale deriverebbe il padre di O. (di
cui neppure sa dire il nome), che per tal guisa sarebbe stato figlio di
liberto, non liberto, come era infatti; O. chiamando sempre suo padre liòertinus,
non nel senso voluto da Svetonio, e mostrando sempre rammarico per tale causa.
Altri poi (come rilevasi da vecchissime edizioni del gran poeta ) credettero
assegnare al padre di Orazio il nome di Tubicino; ma pure questo va chiaramente
emendato, stanteche si è voluto confondere il nomignolo del- l'uffizio che il
padre di O. si aveva in Venosa, cioè di banditore. E siccome i banditori in
quel tempo solcano annunziarsi a suon di tuba, diceansi trombettieri ( tubicen^
tubicinis) quindi Tubicino ! Può quindi asse- rirsi che s'ignora del tutto il
nome del padre di O. e quello della sua genitrice: se ne conoscono solo del
tutto la condizione e lo stato del primo. Orazio disse essere stato suo padre
uno schiavo, al quale venne concessa la libertà. Tale origine del suo casato lo
mo- lestava acremente. E qui cade in acconcio notare che mentre Orazio non ha
mai indi- cato il nome di suo padre e di sua madre, non ha mai nominata la
città di Venosa. Con molta lucidità indica il luogo della sua na- scita e ne fa
un piccolo cenno storico topo- grafico così concepito: Io non so con preci-
sione se son Lucano o Pugliese, perché il colono venosino suole volgere
l'aratro tra i due confini di queste due regioni. E che Tansillo venosino cosi
traducendo imita nel suo canto al viceré di Napoli: Io non so se Lucani o se
Pugliesi Siam noiy però ch'il venosin villano Ara i confini d'ambidue paesi. Ed
una colonia romana fu spedita in tal luogo, abitato prima da Sanniti, per
iscacciar- neli, e per impedir poi che tale infesta gente corresse sopra Roma a
molestarla come pel passato. Ed invero i Sanniti furono infesti non poco ai
Romani come le storie luculentemen- te asseriscono. E tale colonia romana
spedita in Venosa, secondo attesta LIVIO, formar dovea guarentigia a tutta la
regione pugliese e lucana, e mostra ad evidenza V importanza della città di
Venosa in quei tempi. O. volle con precisione dichiararsi ap- partenente alla
colonia ronìana che discacciava da Venosa i Sanniti. Eppure i Sanniti furono di
razza Sabina, ed O. non pensa che la Sabina, cioè la patria prima dei Sanniti,
formar dovea la sua seconda desiderata patria, la sua aspirazione. Oh
coincidenze misteriose! Oh lumana commedia ! Eppure i costumi dei Sanniti
furono qual si conviene a popolo belligero, sobrio e buo- no. Governavansi in
austera repubblica, ed il sistema democratico formava la base delle loro
istituzioni. Pei servigi resi alla patria davan persino le avvenenti compagne e
le figlie come premio. O sacrifizio memorabile \ Nelle lunghe guerre coi Romani
mostraronsi i Sabini più destri e valorosi. Venne però l'ora definitiva della
sconfitta, e nell'eterna guerra tra le genti, il più forte li debellò. I Romani
290 anni prima di Cristo li espugnarono del tutto. A questo ricordo allude
Orazio allorché dice che la colonia venosina, debellati i Sanniti, divenne
propugnacolo contro le ossidioni di tal forte e belligera gente. Convien quindi
notare che Orazio per quanto asserì esser nato sul suolo venosino, per tanto
sem- bra mostrarsi superbo di appartenere alla co- lonia romana ivi residente:
che anzi bisognerebbe assegnargli meritevolmente la taccia d' ingratissimo,
perchè oltre a non nominare una sola volta in tutte le sue opere la patria sua,
come non precisa il nome ( e li avrebbe immortalati) né di suo padre, né di sua
ma- dre, bensì il nome del suo primo maestro Flavio venosino e della sua
castalda, Fidile^ cosi sacrilegamente si esprime: Sic quodcumque minabitur
Eurus Fluctibus hesperiis, venusinae plectantur silvae, te sospite. E Gargallo,
quasi arrossendo, in tal guisa traduce, cangiando le venosine selve in lucani
boschi: Còsi qualunque netnbo Euro Minaccia^ Ai flutti esperii^ di là ratto il
muova A* lucan boschi^ e n'abbi tu bonaccia) E per giunta in tutte le sue opere
O. non nominando mai, come dissi, Venosa, spesso nomina Forenza, Acerenza,
Banzi, TAufido (l'Ofanto odierno), il Vulture, il Ma- tino, Benevento, e con
aspirazione invidiosa Taranto e Tivoli 1 E pure Venosa, lantichis- sima
Venusia, era bella, com' è tuttora, su- perba, attraente, forte più del suo Tivoli,
e dei luoghi dei monti Sabini. I grandi hanno tutti gravi e non poche mende, ma
bilanciate con le qualità individuali, superiori e rare, vanno cancellate.
Salve perciò, o O., sovrano poeta, onore della razza umana! Venosa, la patria
tua, perdona tale non- curanza, e tale al certo involontaria irricono- scenza.
L' hai ricolmata di gloria imperitura, indicando a chiare note che sorbisti le
prime aure della vita sulle sue opime colline ; e ciò bastar deve per fare
scomparire ogni traccia di livore o sdegno verso di te, se pur può albergare
nell'animo di alcun tuo concitta- dino livore o sdegno, come invece alberga
venerazione e maraviglia ! Salve, sommo poe-. tal Tu certo vivi ancora. Il tuo
spirito im- mortale aleggia benefico genio del luogo su quella ancor bellissima
terra; oppure da qual- che stella lucente gitta raggio amico che mo- stra la
via al viandante in quelle selve lucane, od al nocchiero la via nera
dell'antico mare Jonio, ove il bollente e rumoroso Aufido an- cora oggi si
annega ! O. scrive : Che qual figliuol di libertin trafitto Soft da tutti)
Invero Guerrazzi da savio sostiene: La ignobilità più che la chiarezza del
Itg^taggio riuscire stimolo acuto a ben meritare; aven- do la natura concesso
all'uomo maggiori po- tenze per acquistare, che non per mante- nere. ^L'assillo
nonpertanto che tormentava O. era la sua nascita: perché non potendo schermirsi
dai vili ma pur tormentosi frizzi della plebe che lo dicea discendente da
schia- vo, rinfocolato dall'odio naturale di cui più su si è discusso, che gli
bolliva in seno, e che il padre vieppiù incrudeliva, estolle la ma- gnanimità
del suo genitore per averlo fatto educare, istruii^e e porre a livello dei
giovani di buone famiglie ed agiate. Che anzi con boria e sicumere che mal
velava lo struggersi interno, asseriva potersi porre a pari, egli figliuol di
schiavo, coi figli dei senatori e dei cavalieri di quel tempo anche nella
superba Romal Si vedrà in appresso quanto fosse ampollosa questa sua assertiva,
allorché si noterà co- me egli stentar doveva per accaparrarsi sia l'amicizia
di altri poeti più fortunati, sia dei grandi, che un solo fortuito caso gli
permise avvicinare, e come molte volte ingiustamente ne restava mortificato,
mendicandone le grazie, ed attendendo nove lunghi mesi per meritarsi l'onore di
venire annoverato tra i commensali di Mecenate ! Giunse a rendersi maestro in
cortigianeria a parecchi suoi gio- vani amici ed ammiratori ! Non è lecito
credersi di più di quello che si è in realtà, né fidar troppo sul proprio me-
rito, per quanto incontrastabile esso sia, in questa commedia umana nella quale
regna sovrana V ingiustizia ! Il suo orgoglio come poeta diveniva ridevole
quando si rivolgeva circa la sua condizione nella società nella quale viveva.
Ma quel marchio che al solo presentarselo alla mente lo straziava a morte, il
marchio di esser figliuolo di uno schiavo, gli faceva talvolta aver le
traveggole. Riesce sublime quando esclama: Io disdegno e allontano Da me il
vulgo profano Tacciasi ognun Vo*cantar^ de le Muse io sacerdote. »o) Egli lodò
grandemente il padre, perché questi gì* inculcò dì fuggire dal luogo ove molto
era conosciuta la sua origine, e di af- francarsi dalle prepotenze dei ricchi,
dei senatori, dei cavalieri e di ognuno con Y i- struzione, col coprirsi di
gloria: e tanto ot- tenne. Orazio nacque, come si accennò, dodici anni prima
della congiura di Catilina. Cele- bri erano in quel tempo tra i poeti Valerio
Catullo, Licinio Calvo e molti altri. E tra i FILOSOFI Terenzio VARIO e Numidio
FEGULO. E per l'arte tribunizia CICERONE, Ortensio e Quinto Catulo. In Venosa
in quei tempi eravi pure una classe sociale che si distin- gueva dalla volgare,
la quale frequentava la scuola di un maestro Flavio, del povero Flavio, che non
avrebbe potuto mai augurar- si di divenir celebre per l'eternità, vedendosi
consacrato nel libro di O., che pur non dice il nome del suo genitore, della
genitrice, della patria. A questa scuola attinse i primi rudimenti il piccolo
Orazio. I suoi compagni lo schernivano; ed egli si vendicò ad oltranza col
farsi in seguito beffe di essi e dei loro parenti nobili venosini I La povera
nobiltà venosina) quella nobiltà che ebbe incisa in pietra pelasgica tale
enfatica iscrizione: Ex LUCULLANORUM PrOLE RoMANA Aelius Restitutianus Vir
Perfectissimus CORRBCTOR ApULIAE ET CaLABRIAE IN HONOREM Splendidae Civitatis
Venusinorum Consecravit ") resta schernita e vilipesa dallo stile del
sommo satirico. Quei rampolli di famiglie nobili ed agiate della città di
Venosa dovean tenere a vile accumunarsi con O. e famiglia, stante che ne
conoscevano Torigine. Fu questa una delle ragioni per cui il padre decise
condurlo in Roma. Dovette poi notare nel giovanetto un ingegno precoce e
svegliato che promet- teva alcun che di grande, e pensò abbiso- gnargli più
ampli orizzonti e pabolo più ade- guato e conveniente. Orazio aveva circa otto
anni o dieci al massimo, secondo il computo di Andrea Dacier, nella sua
Chronologia an- norum Horatii, allorché giunse col padre in Roma, e cominciò a
frequentare quelle scuole romane. Ed è caro quel vanto che trasse O. quando nei
suoi canti, ricordando il padre ed i felici giorni della pueri- zia, e
sentendosi nella folla della scolaresca deir immensa città susurrare
airorecchio di esser creduto di alto lignaggio, dice: Ma d'alti sensi osò
condurre a Roma Me fanciulletto^ ad apparar quell'arti Che un cavaliere che un
senatore insegna Ai propri figli, Allor se, come avviene In un popolo immenso^
avesse alcuno Gli abiti visto^ ed i seguaci servii Certo creduto avria spese sì
fatte A me apprestarsi da retaggio avito] La quale ingenua confessione dimostra
che il padre di Orazio, sebbene appartenente alla bassa condizione di liberto,
non doveva essere scarso a pecunia, anzi bastevolmen- te ricco. Quanti miseri
studenti, figliuoli di coloni agiati e signori delle provincie^ non vanno oggi
in Napoli o nell'alma Roma ad apprender lettere o scienze ? Ma ben pochi vivono
certo vita allegra, vestono panni di lusso, e possono farsi seguire da servi e
staffieri con panieri ricolmi di succulenti ma- nicaretti od altre costose
leccornie ! O. però per generoso e riconoscente sentimento riferisce al padre
il potersi istruire con tanta comodità, né può tacciarsi di parabolano o falso,
né molto meno di orgoglioso, lui, che abborriva dall'orpellato fastigio, e
mordeva con denti velenosi i prodighi, i ricchi ed i centurioni venosini! Sotto
l'usbergo d'una morale istintiva covava Tira repressa del figliuol del liberto
1 ni. L padre d' O. conduce suo figlìo in Roma, cioè cinquantacinque anni prima
dell' era cristiana, non raggiungendo questi ancora i dieci anni di età. Forte
baleno dì or- goglio e di stupore dovette abbagliare il piccolo venosino, ma
pur cittadino romano, nel calpestare le aboliate strade della magnì- fica Roma.
Ergevasi la città, che imperava allora su buona parte dell' orbe terraqueo, sui
dodici celebri colli, dei quali il Vaticano, il Citorio, e quell'altro dove
Tazio venne a fissarsi coi suoi Quiriti, rifulgono oggi maggiormente nel mondo,
perchè dominio di validissime potenze: la tiara, e la monarchia costituzio-
nale deir Italia unita e libera. Aveva ponti lunghi e meravigliosi, porte
monumentali, mura che potean vantarsi più durature e inconcusse delle
ciclopiche o pelasgiche o delle cinesi. Avea più di quattrocento templi ador-
nati di colonne preziose, archi trionfali, obe- lischi fatti trasportare con
ingentissime spese dalle più remote regioni del mondo onde si fosse palesata la
grandezza delle vittorie romane dalle spoglie ricavate dai potenti e riottosi
nemici. Se però Roma mostravasi tanto superba e potente alla vista, il che
poteva lusingare i sensi del piccolo viaggiatore (il quale poi non proveniva da
paese barbaro e povero, bensì da Venosa, caput Apuliae, città monumen- tale e
stupenda, siccome attestano le antiche carte e le lapidi che hanno sfidata la
corro- sione dei secoli, "^)) non cessava di ascondere nella sua ampiezza
e magnificenza gente av- vilita dalle discordie civili. Pel triunvirato di
Cesare, Pompeo e Crasso (quel Crasso di cui più sopra si delineò la proterva
jattanza), quel popolo, dapprima così forte e generoso, vedeva sfuggirsi, pel
libertinaggio prepon- derante, la libertà che offriva ai cittadini la
repubblica di CATONE (si veda), repubblica ormai mo- ribonda. La mollezza ed il
mal costume torcer facean lo sguardo ad ogni onesto e probo romano. E perciò
Orazio stesso, allorché co- minciò a balenargli in mente il vero, scrisse che
le cure del suo buon genitore, che gli fu guida permanente, fra tante grandezze
e fra tanto scompiglio morale lo ritrassero dal cadere in brutture ed ignominie
e dal venir tacciato di cattivo cittadino ; che anzi gli procu- rarono la stima
dei buoni e dei veramente grandi. Il padre soleva giornalmente condurlo dai
maestri più celebri della città, ed ai banchi di quelle scuole famose sedevano
con lui figliuoli di senatori e di altre famiglie nobili ed alto- locate
dell'alma Roma. Era sicuro il padre che non si sarebbe rinfacciato al
giovanetto Quinto O. la nascita vilissima, perchè s' ignorava donde fosse
venuto : Y emporio immenso, oceano nel quale rifluivano tutti i popoli della
terra, lo assorbivano. E lo schiavo fatto libero superava per lusso e per
criterio sicuro moltissimi ingenui e gentiluomini. O. gliene fu gratissimo ; e
scrisse che se avesse dovuto rinascere, ed avesse potuto scegliersi un padre,
avrebbe scelto quello che gli die natura, non trovando altro uomo più
coscenzioso, più perspicace, più amore- vole di questo ! Desta ammirazione e
mera- viglia questa confessione, se si rifletta che il padre di O. era
illetterato, e che era stato soggetto alla schiavitù 1 Ed O. nel parlar di suo
.padre include pure la madre sua, perchè dice: io pago a' miei (genitori), di
fasci E di sedie curuli avoli adorni Saprei spezzar. Le prime lettere gli
furono apprese da Pupilio Orbilio da Benevento, che, come narra Svetonio, fu
dottissimo grammatico in quel tempo e tra i migliori maestri sotto il consolato
di CICERONE Visse centenario; morì povero, solita fine dei non pochi lavoratori
coscenziosi ed indefessi. Era severissimo e non risparmiò la sua sferza allo stesso
O., che se lo rammentava con satirica soddisfazione. L'uso delle sferzate nella
palma delle mani degli scolari, antico più del tempo del quale si discorre,
formava sin negli ultimi nostri giorni un genere di punizione che la civiltà
invadente va oggi disperdendo, siccome si è tolto il barbaro uso di bastonare e
torturare i poveri folli ! Le cure morali debbono sosti- tuirsi a quelle
corporali e costrittive. Alla scuola di Orbilio Pupilio cominciò O. ad
alimentarsi della poesia latina; menando a memoria e tratteggiando le scene
drammatiche del poeta Livio Andronico ed altri illustri. Come più sviluppavasi
negli anni, cominciò ad attingere alle fonti delle lettere greche, che egli
stesso poi definì le più pure e che dovevano occupare i dì e le notti degli scrittori.
Omero, Anacreonte, Saffo, Archi- loco, Alceo, Stesicoro, Simonide, e non tra-
lasciando i latini, a cominciar da Lucilio, che gli fece acquistar gusto alla
satira, furono i suoi modelli nel bello scrivere, e da essi ap- prese
quell'arte divina, quella melodia am- maliatrice, che lo fecero addivenire il
prìftio tra i lirici del mondo. Ed egli solea paì-agonarsi all'ape industre del
monte Matino (ser- vendosi per similitudine del nome d* un monte della sua
Puglia, ma non del Vulture presso del quale spento vulcano ebbe la 'Cuna), cfee
svolazzando di fiore in fiore ne suggeva da ciascuno quel tanto di dolce e
poetico da for- mar xumti immortali 1 Ed invero potrebbe qui riferirsi senza
de- rogare l'aurea massima di Ovidio del prin- cipiis còsta, nel senso inverso,
per umU, privo del tetto «npic.1, eha Bud«t var»(EUr bnpuko SctDW col cV»l. Io
radiche, essendo gli scribi addetti al contenziose amministrativo, od alla
pubblica contabilità, formavano un' autorità speciale, siccome la Gran Corte
dei Conti dei nostri giorni. Essi formavano un collegio a parte e la carica era
vitalizia ed inamovibile. Dalle antiche iscrizioni scoperte in Tivoli, e presso
la via Nomentana in Roma nei pri- mi anni del secolo decimonono, come da altre
che vennero con esattezza riportate e com- mentate dal Gruter, da Fabretto, da
Donati, da Reinesius, nella sua Syntagma inscriptionum, da Creili, da Mommsen,
e da Visconti, si rileva appunto l'importanza del- Tuffizio di scriba. Hawene
una di un Tito Sabidio Massimo, scriba della questura, ed appartenente al sur-
referito collegio, al quale i Tiburtini innalza- rono un monumento in
riconoscenza dell'alta protezione accordata da lui a questa città: T. Sabidio
T. F. Pal. Maximo Scribae. Q. SEX. Prim. Bis. Praef. Fabrum. Pontifici. Salio. Curatori
Fani Herculis. Tribuno. Aquarum. Q. Q. Patrono, Municipii. Locus Sepulturae.
Datus, VOLUNTATE. POPULI. DECRETO. SeNATUS. TlBURTIUM. Siccome quest'altra
seguente iscrizione a Manio Valerio Basso antico tribuno di legione come era
stato Orazio, pubblicata nel Giornale di Roma dal comm. Visconti, rende noto
che la carica di scriba della que- stura soleva assegnarsi alla miglior classe
dei cittadini, e talvolta solevasi contraccam- biare con la carica di tribuno
delle milizie, acciocché se qualcuno fosse stato esonerato o per età o per
volontà, trovar potesse un appannaggio adeguato al proprio valore, ed un
meritato guiderdone: Man. Valerio. Man. F. Quir. Basso. Trib. Mil. Leg. III.
Cyrenejae Scrib. Q. VI. Primo. Harispic. Maximo. Testamento. Fieri. Iussit.
Siri Et. Fratri. Suo. Hs. L. M. N. Arbitratu. Heredum. Erroneamente quindi gli
antichi interpreti della parola scriba e dell' impiego ottenuto da Orazio, e
molti scoliasti e glossatori e biografi attribuirono solo il senso di copiatori
di pubblici atti, oppure notai o redatt di atti privati, all'ufficio di scriba.
Tale dignità elevata, ottenuta solo per ii pegno di altissimi personaggi, rese
ad Oi zio più facile V accesso ed il conversare e grandi ed i potenti di queir
età, come si \ drà in appresso. L’importanza poi di tale impiego ott nuto dal
poeta si rileva anche da quello ci egli stesso scrive nella satira sesta del
libi secondo: Quinto, Ti pregano i notai che non ti scordi Di tornar oggi pel
noto affare Al collegio d* altissima importanza [Anche il Gargallo spiega la
parola scribi con la voce notato; ma non credo aver voluta egli intendere
quello che oggidì importa h carica di notaio, bensì componente il collegio
degli scribi questorii suddetti. Il sommo poeta trascorse dunque i primi anni
della sua dimora in Roma tra Toccupa- zione che gli offriva tale dignità
onorifica e lucrativa e tra i diletti della poesia. Non può asserirsi con piena
conoscenza quanto Weichert, uno dei più indefessi il-lustratori del poeta,
nella sua opera Poe- tarum latinorum, vuol sostenere, cioè che O. avesse solo
ventisette anni allorché venne presentato a Mecenate, cioè nel 715 di Roma. La
cronologia diventa un mito quando si ravvolge in date così lontane e senza
testimoni oculari. Volendo però seguire tale opinione, adottata pure da Andrea
Dacier, la presentazione di O. a Mece- nate successe quattro o cinque anni dopo
la sua dimora in Roma. E Mecenate, il gran protettore degrillustri letterati di
quel tempo, non lo ammise nella propria corte se non dopo averne conosciute le
virtù, i pregi dell'animo e l'ingegno portentoso, e dopo aver giudicato se
Vario e Virgilio, che glielo raccomanda- rono, avessero imberciato nel segno
propo- nendolo pel novero dei suoi favoriti, quando era a sua conoscenza che
Orazio aveva so- stenuto la carica di tribuno nelle legioni di Bruto, ed era
fiero ed ardente repubblicano. Riesce quindi logico noverare la satira quarta
del primo libro di O. come scritta poco prima che fosse a Mecenate presentato,
stante che in essa si scusa con quelli che lamentavansi delle sue punture, e
gliele rimprove vano come poco coerenti per uno che int( deva guadagnarsi la
stima dei grandi. ] egli vuol farsi credere semplice moralista filosofo che
castiga, ridendo, i costumi, perciò egli si esprime presso a poco coi Il
leggere satire, il veder frizzata la catti gente non riesce certo piacevol cosa
a colo che hanno la coscienza poco monda. Ma e è puro ed integro ed onesto, non
teme scudisciate del poeta, siccome disprezza calunnie dei malvagi. Poi non
soglio io ai dar divulgando le mie composizioni nel piazze, nei trivii, nei
simposii od anche nel accademie. Scrivo per semplice diletto, spini da forza
arcana e per pura intenzione di ù del bene e purgare la società inondata d;
vampiri, dai viziosi, dagli scelesti, dagVinv diosi, dagli scialacquatori di
patrimoni eh costarono sudori a generazioni di lavorator Confesso d' aver anch'
io dei difetti; ma ci: può mai tacciarmi d'aver tradita l'amicizia d'aver
calunniato chi merita lode, d'aver scemato il merito, anzi non aver abbastanz;
lodato i cittadini eminenti ed onesti? Un uomo che parla così di se stesso me-
ritava venire annoverato tra quelli la cui ami cizia è un guadagno, un pregio,
un onore. Vario e Virgilio lo presentarono a Mecenate. iur> nurmi; • Kt» pu
prtgjo la noa. cliL nciFBnlI iDroliJ. poicha ftllm lla^iu k ÉufanUl pad or nada
td kncluopv. Gaxoallo — Trmd. di Oraiìa AIO Cilnio Mecenate nasce in Arezzo
dalla nobilissima famiglia Cilnia, discendente dai re dell'Etruria, che erano
quei guerrieri etruschi venuti a soc- correre Romolo nella guerra contro i
Sabini. Nacque tre anni prima di O. Visse i primi anni legato di amicìzia col
giovane Ottaviano, e fecero insieme gli studii delle h tere e delle scienze in
Atene. Egli pure, seguendo le orme degli avi, intrepido guerriero, e seguì
sempre il vitt rioso Cesare in tutte le battaglie per demoli la repubblica e
difendere Roma dai nemi interni ed esterni. Non fu affetto dal morbo dell'
ambizion Allorché Augusto divenne padrone del v stissìmo imperio, a Mecenate
vennero ofFei i primi onori, i più ampii poteri; ma tutto eg rifiutava. Accolse
solo le premure di Augusl di rappresentarlo quando si allontanava e Roma.
Preferiva il sistema governativo a regim monarchico assoluto, piuttosto che
quell retto a repubblica, e riuscì a far determinar col suo savio consiglio
Augusto a conservar quel potere sovrano che per suoi fini particc lari avea
deciso abbandonare. Si avvalse dell propria influenza, dei suoi disinteressati
am monimenti e del suo credito per rendere Au gusto, imperatore e pontefice,
proclive ali clemenza ed a far più manifesto il fastigio della monarchia.
Amante del lusso, egli stesso sprona Augusto severo, economico e restio al
grandeggiare, al rendersi sovrano per magnificenza e per sublimi intraprese
edi- lizie e monumentali. Sposa Terenzia, donna di grandissima bellezza, ma
altezzosa ed infedele. La ripudia: ritornò ad essa sommesso: che non hawi
grande uomo esente da mende, principal- mente dipendenti da procacia donnesca.
So- stenne lotte atroci per dimenticarla, e non ne ebbe la forza. U illustre
tedesco Meibom la dipinge nel vero suo aspetto. Era scrittore forbito,
piacevole ed erudito. Compose ( ma non sono giunte fino a noi ) una Storia
naturale, la Vita di Augusto, e diverse tragedie e poesie. Possedeva enormi ricchezze,
potendo quasi competere con Lucullo: largheggiava con ma- gnificenza regale. Ma
quello che lo rese pro- verbiale nei secoli si fu \ aver protetto e be-
neficato i sommi letterati del suo tempo. VIRGILIO (vidasi), Vario, Terenzio,
Tibullo, Catullo, Marziale ed il nostro grande poeta furono i suoi favoriti. Né
la sua protezione si limi- tava a piccoli sussidii, ad inviti ai suoi sontuosi
conviti od a sterili raccomandazioni Bensì soleva rendersi splendido per largi
zioni tali da bastare ad assicurare l'agiatezze per tutta la vita del protetto.
Pochi sovran si sono succeduti sulla scena del mondo prodighi come Mecenate, e
tanto avveduti nei dare ed innalzare chi realmente possedeva meriti personali
così insigni da immortalare il protettore, considerandolo nei frutti del lorc
ingegno. Solo in questi ultimi anni nelle ro- vine di Carseoli nel Lazio si
rinvenne un bu- sto marmoreo di Mecenate. Le rovine della splendida sua villa a
Tivoli non sarebbero bastate a rischiarare la sua vita e la sua gran- dezza
senza la Lucerna venosma, che lo ha fatto rifulgere di luce splendidissima ed
eterna. Il vero monumento imperituro a Mecenate glielo ha innalzato O. Fiacco
venosino. Virgilio nelle Georgiche così decanta il suo insigne protettore: O
Mecenate, o decoro nostro e parte massima della nostra fama. » Ma Orazio si
mostra più virile. Ritiene Me- cenate gloria, presidio, sostegno e forte scu-
do della sua persona; ma non attribuisce a lui, bensì al proprio ingegno la
propria immortalità. La superbia Oraziana (superbia derivante dai meritati
allori ) non comportava servilità comuni al volgo. Poteva forse il ricchissimo
aretino forjiir- gli una sola favilla di quel genio che il gran cittadino di
Venosa stesso definì particella di aura divina? Tutti i tesori di Golconda non
equivalgono a quegli slanci di lirica sublime che non han- no avuto eguale in
nessun mortale quaggiù ! Come si accennò innanzi, O. venne presentato a
Mecenate mentre vivea occu- pato neir ufficio di scriba questorio, e nel
comporre satire ed altre poesie, che aveano già richiamato l'attenzione degli
altri eruditi del giorno. E ciò dovette succedere, cioè avendo egli già sor-
passato il ventisettesimo anno. Egli stesso così descrive questa presentazione:
r ottimo Virgilio Da pria^ poi Vario dissero chi fossi, ' Né me figliuol di
genitor preclaro Né me opulento possessor che scorra Suoi vasti campi su
destrier pugliese^ Ma quel eh* io m* era espongo: accenti pochi^ Giusta tua
usanza^ tu rispondi: io parto. E dice pure: Fattomi al tuo cospetto, singhiozzando
Pochi accenti succiai^ poiché alla lingua Era infantil pudor nodo ed inciampo.
Donde nacque mai in Orazio tanta umiltà tanta bonomia e tanta confusione
vedendos al cospetto dell' erudito e ricchissimo e pò tente Mecenate, se non
dallo scorgere in lu un amico sincero che cordialmente e senzc vedute
interessate lo proteggeva, e lo 'ponevc nel novero dei suoi favoriti, ciò che
formava l'orgoglio di altri in quel tempo più in fams di lui, mentre pel
contrario molti altri lo di- sprezzavano e lo invidiavano, e per tal fine
cercavano fargli il maggior danno possibile? Aggiunger poi si deve che la
magnificenza che circondava Mecenate, il suo palagio, la fila dei cortigiani
che colle teste curve sino a toccare le lastre marmoree del pavimento, il suo
prestigio dovettero colpire O., che, per quanto impavido fosse, dovette
risentirne certamente imbarazzo e confusione. Ti è occorso mai, o lettore, di
presentarti, dopo un' aspettativa lunga ed ansiosa nelle anticamere, ad un
sovrano? E se sei italiano. ti trovasti mai alla presenza del gran Re Vit-
torio Emanuele ? Quella figura atletica, chiu- sa nella cornice che cinge i re
nelle reggie, colla divisa brillante di generale italiano, con quelli occhioni
vividi e fieri che ti scendeano come saette sin nelle intime latebre dell'ani-
mo, quasi a scrutarne le più riposte idee e sentimenti, non ti produsse alcuna
emozio- ne ? Nulla avvertisti ? E se quel sovrano ti avesse di sua mano largita
un' alta onorifi- cenza, od una lode schietta, non ti hai sentito sussultare il
cuore di gioia, riconoscenza e compiacimento? Se nulla hai provato, dir debbo
che l'animo tuo è insensibile come pietra fi-edda di sepolcro! Garibaldi,
Cavour, Thiers^ lo stesso Bismark ed il grande taciturno tedesco ebbero fieri
sussulti dell'animo, quando la mano del gran re strinse la loro! Discordanti
ben vero appaiono le opinioni circa il tempo e l'età nella quale Orazio fu da
Virgilio e da Vario presentato a Mecenate. Molti sostengono (e si riscontra
nelle me- morie dei suoi moderni biografi) che siffatto avvenimento accadde
nell'anno 735 o 736 di Roma, così che fanno succedere nel 737 il viaggio di O.
con Mecenate a Brindisi e quindi pochi mesi dopo questa data la pub blicazione
della satira quinta del libro primo che ne descrive facetamente il viaggio, l
evoluzioni, gì' incontri avvenuti ed altri fat terelli piccanti. Ma nella
Cronologia del Dacier, che devt stimarsi la più esatta disposizione degli av
venimenti e degli anni nei quali O. com pose le sue poesie, attenendosi ai
diversi con- solati sotto i quali O. accenna scrivere, viene indicato il
viaggio di Brindisi nel 716, od in quel torno di tempo, cioè quando O. avea
ventinove o trent' anni, e riesce ciò più presumibile. Poiché nelle opinioni
con- trarie il poeta avrebbe fatto quel viaggio por- tando sulle spalle mezzo
secolo: ed avuto ri- guardo alla sua salute un po' malandata ed alla
circospezione a conservarsi, ed alla sua vita ritiratissima allorché vivea in
Sabina e rifiutava perfino gli inviti di Augusto, non appare verosimile. Sia
però come si voglia, certa cosa é che Mecenate riserbossi nove mesi per poterlo
ammettere nel novero dei suoi amici stretti. O., erudito, giovialissimo, baldo,
perchè adusato agli esercizii aspri della milizia: sperto del mondo, perchè
provato dalle sventure e chiaroveggente: amante del vivere allegro,
buontempone, re- sistente alle libazioni dei cecubi e dei falerni, uccellatore
esimio di donzelle e facile ad ade- scarle col vischio della poesia, dovea
venir ricercato nelle brigate e nelle accolte dei dotti e dei viveurs di quel
tempo. Era bel giovane, se non bellissimo, e ne menava vanto; ed i malanni
della precoce se- nilità (dovuta agli studii indefessi), siccome la cisposità
degli occhi ed i reumatismi, non aveanlo ancora reso solibus aptum, né biso-
gnevole delle stufe calde di Cuma o delle fredde docce di Chiusi e di Gubbio.
Tutto ciò fé' propendere la bilancia a suo favore. Mecenate, gran conoscitore
degli uomini, ed indagatore minuzioso, specialmente trat- tandosi di quelli che
doveano essergli sempre vicino e sui quali doveva fidare, lo volle con sé, dopo
nove mesi di prove ed indagini, com- mensale ed ospite nelle sue splendide
reggie. Si sostenne (al dir di Svetonio) da taluni detrattori del sommo poeta,
che nel temp in cui O. e presentato a Mecenate, ve nisse pubblicata in Roma una
lettera sua i prosa, e dei versi elegiaci supplichevoli, co quali, adulando il
ricchissimo Mecenate, n implorasse la protezione e l'accoglimento. Ms calunnia
(e Svetonio stesso lo asserì) apparv più atroce e vile; tutto era apocrifo, si
trat tava di libelli infamanti. O. non piatì sup plice nessun onore, provando
in petto senti menti di fiera libertà; sentiva troppo di sé tanto che in luogo
di adulare sferzava i cor tigiani e lo stesso Mecenate sino a dargl
dell'effeminato e del Malchino. Il seguirsi de fatti di sua vita e le
proverbiali espression di superbia che si notano nei suoi scritti, at testano
lalto grado della sua alterigia, fie- rezza ed indipendenza. E non aveva poi h
carica autorevole e redditizia di scriba questorio in Roma ? E a lui, cui
bastava tante poco, a lui nemico del lusso e delle albagie boriose dei grandi,
come potette addebitarsi tanta viltà ? Molti scrittori dissero O. es- sere
traduttore dei poeti greci. Frontone chiama O. memoriabilis poeta, e
nient'altro. È noto del resto che il gran Venosino nei più antichi tempi non fu
tenuto in quella no- minanza altissima, come ora si tiene. *^) Oh che gli
uomini sogliono vedere sem- pre il male nel prossimo, e fingono non vederne il
bene I L'adulazione, gli omaggi resi da O. a Mecenate ed Augusto, sono,
derivati dal suo animo riconoscente e buono. Mecenate lo colmò di doni e
favori. O. se l'ebbe a gran fortuna ed insperata, e per aver ester- nata la sua
riconoscenza procacciossi la taccia di pettegolo e vile adulatore. Lessing ^7)
così si esprime : « La malizia regna sovrana negli apprezzamenti, come nelle
altre cose. Che un letterato espri- ma le proprie idee sulla divinità in
maniera da rendersi sublime, esponga le massime più belle sulla virtù, il volgo
si guarderà bene dair ammirare il cuore da cui partono siffatti sentimenti,
bensì gli si assegnerà la taccia di stravagante. Se poi, al contrario, allo
scrittore sfugge il benché minimo biasime- vole fatto, lo si dirà derivante da
un cuore cattivo, da un animo perverso. Così giudicano gli uomini! Le massime
così morali ed istruttive d O., la sua circospezione, la sua religio ne, la sua
integrità, la sua indomita fierezza il suo animo generoso ed affettuoso insieme
la sua amicizia, che si svelava sempre sin cera e disinteressata, non furono
bastevoli e liberarlo dal dente della calunnia e dai vita perii degr invidi ed
ipocriti suoi ammiratori Quando altro i suoi nemici non potetterc fare,
stabilirono la lega del silenzio, creden- do che Toblio l'avrebbe ricoperto; ed
infatti ben pochi scrittori di quel tempo e soltantc qualcuno dei sommi furono
quelli che ricor- darono O. Oh stolti ! O. era stella sfolgoreg- giante di
propria luce! Oh quanti avrebbero spedito (e ne spe- dirono certo, perché
pregavano O. stesso a presentarle, ed O. negavasi) suppliche e petizioni a
Mecenate per aversi quello che O. ottenne per suoi meriti straor- dinarii, e
perchè forse a sua insaputa venne aiutato da Vario e Virgilio, i quali
indipendenti e sommi non mercanteggiavano sulla virtù e suiramicizia ! O.
conservò sempre una virile dignità, né fu mai parassita o cortigiano di
Mecenate, ma suo amico fedele, e fedele gli fu sino alla morte che li colpì,
per istrana fatalità, insieme! Svetonio riporta l'epigramma faceto ed
amichevole che Mecenate ad O. diresse, che molto spiega e rischiara : Ni te
visceribiis meis, Morati^ Plus jam diligo^ tu tuum sodaUm ninno me videas
strigosiorem, (( Se io, o O., non continuerò ad amarti più di me stesso, possa
tu vedermi ridotto più sfiancato del mio muletto. Al cardinale Ippolito d'Este,
che non era certo al livello di Mecenate, né per inge- gno, né per ricchezza e
potenza, e che ri- volse all'Ariosto quell'esclamazione avvili- ti va: « Donde
traeste fuori, messer Ludovico, tante fanfaluche ? » Ariosto scriveva : Fa che
la povertà meno m*incresca^ E fa che la ricchezza sì non m*ami Che di mia
libertà per suo amor esca. Quel ch'io non spero aver fa eh* io non bramii Che
né sdegno ne invidia mi consumi . Si noti differenza di sentimenti ! O. così
risponde al celebre giurecon sulto Caio Trebazio Testa, che lo consi gliava a
celebrare coi carmi suoi immorta] le gesta di Ottaviano: Trebazio di Cesare
tinvitto Osa le gesta celebrar^ sicuro Che ne otterrai ricca al lavor mercede,
O. cedono ineguali A tanto desio le forze inferme fuor che in propizio istante.
Mai non Jìa che di Fiacco accento voli) Ma questa è apologia bella e buona,
chse, sed c( si tibi natura deest, corpuscolum non « deest. )) Dai quali brani
si rileva che Augusto non solo stimava Orazio al massimo grado, tanto da temere
che essendo le sue opere immor- tali, non curasse d'immortalarlo in esse,
quanto eragli amico intrinseco e con lui so- leva scherzare come con un suo
pari. Ed Augusto non addivenne l'erede testamentario del poeta? Sono fatti che
riescono incomprensibili a quelli che non vogliono riflet- tere quanto grande
sia la potenza del genio, dell' arte ! Il volo sublime spiccato dal vate
venosino è un fenomeno che merita uno stu- dio speciale, e non altrimenti
possono spie- garsi quelle poesie nelle quali la superbia e lo sprezzo del
volgo profano fanno ma- nifesta quella grandezza sua, che chiarissima a lui
stesso appariva. Di bronzo più durevole Ho un monumento alzato.,.^ Non Jta che
basti a chiudere Me breve tomba intero Dair imo suolo alt etere Diran eh io
seppi alzarmi Primier su cetra italica Cigno d* Eolii carmi,,,.. Superba or va^
Melpomene Dei meritati allori Tutto il terrestre spazio È angusto a me
confine,..Non io Da r urna e da la stigia Onda sarò ristretto^ Già del figliuol
di Dedalo Io spiego ala piti ardita.... Laude fra tardi posteri Farà ch'io,
guai per fresca Aura, arbuscel piti vegeto Ognor m^ innovi e cresca..,. La
pompa è a me soverchia Che r altrui tombe onora,.,. 34) Colui che si esprimeva
in questi termin sentir doveva di essere di gran lunga supe riore a tutto il
resto degli uomini, e non rieso incomprensibile che abbia potuto divenire i
favorito del potentissimo Augusto, siccom( lo era del generoso Mecenate. E che
la superbia di O. fosse stafc sprone ad acquisto di ricchezze ed onori e vuota
supremazia sui suoi simili, patentemente vien diniegato dal suo metodo di vita,
dalle sue massime radicate di sobrietà e morigera- tezza, dal suo contentarsi
del poco e godere della parsimonia. Mecenate ed Augusto po- teaii certo
offerirgli più che un podere in Sabina, potean delegarlo proconsole in terre
lon- tane, dove sarebbe ritornato ricco come Lu- cuUo; ma ciò sarebbe stato un
offenderlo, un ferire la sua suscettibilità, un recargli fastidio, un
attendersi un reciso rifiuto, perchè non eran questi i voti del venosino. È
notorio che Orazio non usò altri di- stintivi di onorificenze se non lanello e
gli ornamenti di giudice, ^5) ma valevasene sol- tanto per accompagnare
Mecenate nei pub- blici ritrovi, perchè non amava certo che si fosse detto che
l'amico del potente signore fosse un figliuol di liberto, bensì un cava- liere
che comandato aveva una legione romana! Un poderetto in luogo ameno, salubre,
tranquillo e lontano dai rumori della gran città, un tetto sicuro, la certezza
di vivere agiato, la vicinanza ai suoi sinceri amici protettori, ai quali
dimostrava ad ogni p sospinto la sua riconoscenza: ciò gli era ne solo
sufficiente ma sovrabbondante, e ne rii graziava le divinità! Ah che daddovero
era una grand' anim quella di O. venosino! O divino Verd o sommo Cantù, voi
siete oggi esempi vi venti di uomini immortali aborrenti dalla st perba
jattanza, e modesti, e cari ai popoli e all'Essere eterno che vi stampò !
Riesce fs cile notare nel passato, fatte le dovute ecce zioni, taluni pure
letterati od artisti, ai qual riuscì appena in certa guisa a far risonar pel
mondo la tromba della fama, che non pii si appagarono di piccoli poderi o
rustich- casette, ma bramarono s'innalzassero monu menti a loro stessi viventi.
Vollero onor sommi, castelli, parchi, magnificenza, fra stuono di accademie e
di teatri, e scialo à superare i re della terra ! LA VILLA SABINA SvsTomo —
Vitt ili Orma L'ooohka eoM DgU kiL mlil non ibiHa, Qu«l oh* poHl*d«: PIA qaaL
poco i mto^... Cari rfciuip « M mtJ crvLI. immL Gaioallo Tra4. ili Orati I ell'
esposizione della Promotrice in Napoli si ammirava un cjuadro ad olio, segnato
O. in viiia, dell'illustre pittore Camillo Miola, mio amico, autore della
Sibilla, del San- sone al torchio, delle Danaidi, del Plauto^ e di altre pregevolissime
tele riguar- danti r antichità, e dì cui l' Illustrazione italiana fa elogio
sommo, dichiarandolo uno dei migliori artii moderni d' Italia. Ed invero chi
esamina quel quadro st pendo yien compreso d' ammirazione p l'arte e per la
precisione storica che vi nota. Non palagio cinto da portici, o i parco, o da
aiuole fiorite, non statue né ca celli con grifoni e sfingi di bronzo; ma ui
modesta costruzione nascosta da un altissin albero, sul quale si arrampica un
cespo g gantesco, che lo fa assomigliar ad un eno me roseto; con semplicità di
colore, con pi cola corte, con finestrette modeste, da un delle quali pende una
gabbiolina con un capinera, e da cui compare il busto di On zio che maschera
una vaga donzella, dell quale si distinguono solo le belle fattezzrini e
Batillì imberbi con lunghe chiome, che saltellando ed agitando nacchere e
tirsi, si versan dalle anfore colme vini prelibati rac- colti nel podere. Una
capretta randagia presso il rustico cancello di legno, apparisce spettatrice
innocua di quelle piacevolezze campestri. Basta veder quel quadro per formarsi
una idea della proprietà che O. si ha in dono da Mecenate, unico dono che la
sua modestia aggradì, e che confaceva al suo ideale. O. cosi enunzia la
topografìa del suo podere rustico: Tutto di monti una catena il forma^ Se non
che t interrompe opaca valle Ma così^ che sorgendo^ il destro lato Ne copre il
sole^ e con fuggente carro Cadendo^ il manco ne vapora. Il clima Ne loderesti)
Nella terza satira del secondo libro per la prima volta parla di tal dono che
gli venne fatto da Mecenate quando cioè Agrippa fu edile. Perchè, siccome opina
il Dacier, nella sua Cronologia delle opere oraziane, tale satira in quel tempo
fu scritta. Ed O. ringrazia cordialmente Mece- nate per tal dono che gli giungeva
nel suo trentesimosecondo anno di età. La voracità del tempo che ogni traccia
di opera distrugge ed oscura, fece del tutto scomparire le vestigia della villa
di O. in Sabina. Solo la pertinace ricerca dei suoi ammiratori, e la religione
che accompagnò i dotti archeologi nel voler rintracciare i ru- deri di tal
fabbricato e podere, guidati dal lume nello stesso O. nelle descrizioni che ne
fa nelle sue opere, fece in questi ul- timi anni stabilire il luogo preciso, la
con- formazione e r area dove quella villa sor- geva, e dove il gran poeta, al
dir di Sve- tonio, visse molti anni nel ritiro fin secessu) e nella quiete. Ch.
Guill. Mitscherlich, dotto filologo prus- siano, nelle sue Racemationes
venusinae; Obbario, nelle sue no- te sulle epistole oraziane; e principalmente
r opera che X illustre Chaupy pubblicò in Roma sulla Scoperta della casa di O.,
possono offrire prezìose notizie sulle ricerche pazienti e sulle in-
vestigazioni profonde e minuziose fatte per dar luce chiara a tale obbietto. O.
disse che al suo piccolo fondo bastano cinque lavoratori per menarlo a coltura,
i quali andavano a smerciarne le der- rate a Varia, piccola città lambita dall'
Aniene, ed avean tutti alloggio nei fabbricati adia- centi a quelli che lui
stesso abitava, e dove ciascuno soleva vivere con la propria fami- glia, tanto
che dai fumajuoli delle cucine, sul far della sera, sprigionavansi cinque nuvo-
lette azzurrognole che ne indicavano il ru- stico convito (cinque fuochi), ed
il soggiorno tranquillo. Si costuma tuttodì dagli agiati proprietarii di terre
nelle province meridionali di vivere nel proprio fondo circondati dai
rispettivi coloni, e r occhio vigile del padrone non nuoce alla prosperità di
esso. Si comincia pure oggi a comprendere dai ricchi possessori di latifondi
che la pigra vita delle popolose città non ridonda a vantag- gio della loro
fortuna. Si creino pure castelli, e si viva in essi, ma si faccia dimora presso
la sorgente, donde si ricavano quel ricchezze che rendono disuguali gli uomii
fra loro. Si renderebbe così possibile e pei donabile tale disuguaglianza! Il
principale castaido di O. dovev nominarsi Davo, marito forse a quella Fi dile
alla quale dirige consigli savissimi salutari con una sua epistola. Davo esser
do veva un cattivo castaido, come lo son per h più quei villici che abituati da
tempo a fa da padroni nel fondo, mal vedono un nuo vo signore venire ad imporre
ad essi leggi ( dettami ed a sorvegliarli. O. lo rimbrotta acremente in una
satira, ^s) perchè nelle fe- ste saturnali, solendosi concedere ai subal- terni
piena facoltà di esternare i proprii sen- timenti senza poter venire redaguiti
dal pa- drone, ancorché gliele cantassero amare, (e tal costume si è conservato
sin negli ul- timi secoli scorsi, e Tansillo, venosino, nel suo sudicio e laido
poema, che intitolò // yendemmtatore^vciostvò quanto quella libertà possa
degenerare in licenza) svela il suo animo protervo, indocile e poco amante
delle rusticane usanze e prosperità derivanti dalle buone e fertili annate, e
dall' amor del suolo opimo; che anzi si svela amante dei piaceri della città
per quanto spregiatore delle gioje campestri, e sotto la veste del campagnuolo
si nasconde un guattero tralignato, ed un operajo invido ed infingardo. Davo
prima di entrare nel podere aveva servito dei signori romani nell* ufficio di
mediastmus. Si figuri il bel tomol Il fondo si componeva di una selvetta ce-
dua (dove al poeta successe quel fiero in- contro col lupo, ed un dio propizio
lo fé' restare incolume) ricca di elei ed altri alberi ghiandiferi che servivano
ad alimentare le piccole greggi. Vi si godeva nell* estate fre- scura e
raccoglimento. Eravi un pomiere, ed un orto, nei quali pruni, susini e cornie
ab- bondavano, con diverse altre specie di frutta delicate : né mancavano
ulivi; tanto che ben potea dirsi di ritrovarsi a Taranto. La vite poi formava
la parte più ricca del fondo, e dalla quale Orazio solea distillare quel cele-
brato vinello che non disdegnava far gusta- re al palato di Mecenate. Nel mezzo
del fondo scorreva un rivolo di acqua freschissima, che ricascando in gt
terelli e piogge, e purificandosi lungo le ghi je, formava poi una fonte
limpida e crisfc lina da potersi paragonare al celebre fon Bandusia, che
versava le sue pure linfe pres; la patria del poeta, e che ancora oggidì qu di
Palazzo S. Gervasio chiamano Fontah di Venosa, presso il bosco di Banzi. La
fontana D* acqua perenne a la magion vicina,,, '9> è appunto \ attuale
fontana degli Oratir presso Tivoli. Il fonte Bandusia sta press Venosa nella
strada che mena a Palazzo £ Gervasio, e X ode ad esso fu improvvisai da Orazio
in una gita a Venosa per cacci, o diporto. Erroneamente si confondono queste
du\ cioè morirà il mio corpo marcescibile, ma Y anima mia soprav- viverà I In
che cosa si discosta dalle credenze del cristianesimo, se si cangiano i nomi
alla divinità che dall' alto dispone, assiste e protegge? O Jehova, o Dio, o
Giove, uno è il prin- cipio, r esistenza d' un essere soprannaturale che tutto
vede e dispone, e che premia o punisce. Non è la sommissione buddistica, bensì
la virile sommissione ad una forza on- nipotente. Orazio diceva: Che Giove fra
celesti Tien regno ^ il tuon creder ci feo primiero. ^^ E Vittor Hugo in questi
ultimi tempi, ben- ché ammantato di scetticismo volteriano, gri- dava: // est,
il est, il est! **) A tali credenze religiose mescolandosi la -c(a più dolce
salsa alle vivande Procaccia col sudor. 5^) Soleva in compagnia dei suoi
familiari ed alle vezzose ancelle od amiche, aggiungere a queste semplici
vivande un buon bicchiere di vino schietto e leggiero, che essi mede- simi
avevano manipolato dopo la gioconda vendemmia. La sua mensa era linda, lucente,
bianca, sulla quale campeggiava un vasello emble- matico ripieno di sale: e V
aveva per caro auspicio e quale usanza religiosa. Il sale ha avuto grande importanza
in tutti i tempi, persino nei culti. Presso gli Israe- liti serviva per
purificare e consacrar la vit- tima nei sàcrifizii. L' acqua santa nostra è
mista al sale. Questa sua grande mondezza, non lo dissuadeva dall' invitare a
convito amichevole, oltre ai suoi amici di condizione eguale alla sua, siccome
Torquato, Settimio, LoUio, Quinzio Irpino, oppure delle donzelle di vita
allegra ed avvenenti, come Fillide, Glicera, Cloe, Tindaride, anche il gran
Mecenate, al quale scriveva: n nauseoso lusso ammirar cessa. Grato ben giunger
suole Sovente ai grandi il variar di scena. Cerca mensa frugai^ là dove ammessa
Non è pompa d^ arazzi^ e non di porpora In pover tetto fa sparir le impronte
Che affanno incide in accigliata fronte. Viriti m' è schermo^ ed il seguir m' è
pregio Povertà senza fasto e senza sfregio) Ed in tali circostanze
straordinarie mo- strar si soleva galante a modo suo. Inco- minciava col
prevenir gli amici che se con- servavano vino miglior del suo, Io portas- sero
pure alla sua mensa che non se ne sarebbe offeso, anzi ne avrebbe bevuto un
bicchierino di soverchio alla salute del do- natore. O. ammetteva che il vino
rinfocolasse l'estro poetico, e perciò mal soffriva sedessero al suo desco gli
astemii, sostenendo che pu- tirono di vino sin dall' alba le dolci muse.
Prometteva ai commensali che li avrebbe collocati nel triclinio ciascuno presso
a per- sona che non gli riuscisse antipatica o me- ritevole di troppe
cerimonie. Né disdegnava riservare il posto ai più gai, ai più giovani e baldi,
presso quelle generose donzelle ro- mane di bellezza e brio regine. La
gentilezza, poi, formava il principale suo pensiere. Così scrive a Torquato:
Già il focolare da un pezzo e le stoviglie Splendon rigovernate a farti onore A
bere^ a sparger fiori io già son primo, Che sozza coltre Che sordido mantil non
giunga il nc^so Ad aggrinzarti^ che il boccale eh' il piatto Tal non sia che
specchiarviti non possa) Né gli piacevano numerosi convitati, ma pochi, cari e
buoni: Che caprino sentore ammorba i troppo Folti conviti. Riesce in vero
gradito e dilettoso figi rarsi in mente il nostro O., re del coi vito, con quel
suo faccione pieno e rose^ ilare, faceto, coronato di rose, levigato terso
colla cute, da sembrare un majaletl lustro e pinzo. Levatosi da letto, soleva andarsene
a zoi zo per la sua terra, e dilettavasi a smuover glebe e sassi, adocchiare i
filari delle vit curare gì' innesti delle piante e degli albei da frutta; della
qual cosa solcano ridere vicini) i quali conoscendo come Grazi frequentasse la
corte, e che di Augusto e e Mecenate e di altri potenti fosse familiare non
poteano persuadersi di questo suo amor per così rustiche e basse faccende campe
stri. Non riflettevano essi che nella ment del venosino eravi fisso,
incardinato il « m admirari y> secondo l'opinione di Laerzic e di Democrito.
Orazio era dotato di « aia raxia » e le grandigie, il fasto, il lusso nor lo
lusingavano punto, anzi ne era al somme disgustato, siccome ritrovava diletto
in quelle sue. umili occupazioni. Ecco il suo savie consiglio: Alma al ben fare
accorta Tu serbi • inflessibile A V oro abbagliator d* ogni pupilla) E dopo le
escursioni nel podere ponea mano a coltivar lo spirito, scrivendo, leg- gendo,
meditando. Solca poi di tratto in tratto recarsi nella gran città, in Roma, sia
pel disimpegno della sua carica di scriba della questura, sia per altre
faccende, sia per coltivare le amicizie di Augusto, di Mecenate e di altri che
egli stimava, principalmente versati nelle lettere e nelle scienze. Ma sen
ritirava sfinito, perchè la folla dei postulatori, degl'intriganti, dei finti
amici invidi e malvagi, degli zingani, dei ciurmatori, ruffiani, baratti e
simili lor- dure, e dei molestissimi e garruli falsi lette- rati non lo avevano
risparmiato. villa, e quando io rivedrotti^ e quando Potrò dei prischi saggi or
fra i volumi Or tra il sonno e le pigre ore oziose Trarre de V egra vita un
dolce oblio ì Li fave^ al Sannio, in parentela aggiunte E i buoni erbaggi come
va conditi Nel pingue lardo, oh quando avrò sul desco I notti I cene degli dei^
dov* io Presso il mio focolar coi miei m' assido^ E mangio^ ed alla vispa
famiglinola Dei servii nati dai miei servii io stesso I già libati pria cibi
dispenso! S^) Della sjpa persona soleva avere som cura, perchè quasi
giornalmente immerge nel bagno, e dopo ungere si solea di o profumato e
finissimo. Nel vestire most vasi dimesso e noncurante, ma non pe privo di gran
pulitezza o da potersi dir come vuole san- to Attanasio, al dir dello stesso
Lupoli e del Farao. ^^) Non mi è quindi riuscito straordi- nario ed
inesplicabile quanto in appresso verrò esponendo circa le consuetudini do-
mestiche d’O. Nelle molteplici edizioni delle opere del sommo poeta, le quali
riportano la sua bio- grafia redatta da Svetonio Tranquillo, ho rilevato che si
è tralasciata una notizia in- teressante che riguarda una sua pratica oc-
culta, la quale può ben riferirsi al culto sur- riferito di misticismo
caldaico. La vita di O. composta da Svetonio Tranquillo, che è l’unico che
scrive del gran venosino pochi anni dopo la morte di lui, e che fa accrescere
certezza alle investiga- zioni fatte neir analizzarne le opere, si compone non
più di una sessantina di versi di stampa. Tutto è laconico e scritto
fugacemente, come se si trattasse d’un cenno necrologico. Sembra che Svetonio
abbia vo- luto far notare con certa diffusione Solo l'a- micizia intima che
legava O. ad Augusto, ed in essa si dilunga, fornendo preziosi brani di
lettere. La quale riproduzione di brani di lettere di Augusto ad Orazio dirette
forma- vano forse il soggetto che per la maggior parte dei contemporanei destar
doveva in- teresse maggiore, e far di O. un uomo agli altri superiore per tanto
onore. Il brano della biografia che è stato cancellato (forse per purgarla), V
ho rilevato da un' edizione olandese delle opere di O. pubblicata da Bond, che
la prima volta comparve in Londra, e dopo se ne riprodussero diverse al- tre
edizioni intere, ed è il seguente: (( Ad res venereas (Horatius) intemperantior
traditur nani speculato cubiculo scorta dicitur, habuisse disposila, ut
quocunque respextsset, tòt et imago e referretur. Formava adunque per Fiacco un
culto (( / ars Venerea », ed egli addimostrava- sene tanto fervente, perchè
nato nel luogo ove sorse il primo Succoth-Benoth. Nella cennata antica cronaca
venosina del Cenna, il quale era pure investito della prima di- gnità del
capitolo dell' insigne cattedrale di Venosa, si leggono i seguenti versi che
rinforzano la mia assertiva: « Alcuni, e spe- tialmente Nicolò Franco nelli
suoi Dialoghi, vanno dicendo che Horatio Fiacco fusse stato in sua vita di
costumi osceni, il che tutto è falsissimo, siccome lo testifica Ludovico Dolce
nella vita di esso Horatio. » E Sivry, eccelso poeta, nel suo poema. « L
Emulation » va all'eccesso contrario, proclamando O. (( modéle de bravoure et
de chasteté. » Ciò che forma adunque l'addentellato al dispregio di molte
produzioni oraziane, viene per tal riguardo distrutto ; considerando che la
sporcizia e l'oscenità, non erano poi in quei tempi una qualifica essenziale
dell' immoralità e della disonestà. Egli stesso ripetuta- mente bersaglia,
bistratta, dispregia e colpi- sce gli adulteri, i violatori delle vergini,
gl'incestuosi I Eran questi per lui grimmo- rali ed i disonesti. E se non è
questo il cor- reggere i costumi, qual altro fondamento di morale, mancando la
cristiana, poteva offrir- gliene sostegno ? Egli rampogna acremente i Romani d'
ir- religione e lascivia. Egli volle vivere sempre celibe. Del nodo d'Imene
aveva tale concetto d' alta responsabilità che non volle allacciar- sene, né
restarne tenacemente avvinto. La moglie di Mecenate gli forniva un esempio
troppo splendido d* incostanza, infedeltà e disonestà. Terenzia seguì Augusto
in Asia abbandonando lo sposo. E non parea conve- niente al sagace venosino far
la triste figura di Mecenate, intendendo professare V opi- nione di Seneca a
tal riguardo, quando com- pose la biografia del marito dell' infedelis- sima
Terenzia.Il suo celibato vien confermato dal non aver scritto mai carme o verso
per donna che fosse stata sua moglie. E lo dice esplicito e chiaro nell'ode 8*
del libro 3^: Te Mecenate il rimirar sorprende Che vivo cespo ardente^ e
incensi^ e altari^ Io cèlibe^ di ?narzo a le calende E fior prepari. E solo ad
un celibe sarebbe convenuto far pompa di tante conoscenze di cortigiane e donne
allegre. Lagage, Gige, dori, Barine, Foloe, Leuconoe, Noebule, Lidia, Neera,
Glicera, Tindaride ed altre dimostrar posso- no, essendo state amanti riamate
di O., che se egli non aveva moglie, godeva non poco del benefizio
inapprezzabile di essere li- bero e celibe. ìÀjiS^Ì se. "*-Sj GuOALio Tml.
di Orm, N moltissimi punti delle opere di Orazio appare che nella sua mente
elevata si presentava l'immagine della morte, questo indecifrabile, nebuloso,
oscurissimo problema, questo fatto in- cognito, pauroso e spaventevole. E dir
ch'egli covava in petto un cuor di ferro, e so- steneva che: Con impavido
ciglio Se delteteree spere in pezzi infrante. Valta compage piombi Sotto il suo
minar Jia che s* intombi, ^^s) Non poteva con tutto ciò esimersi da quella
paura istintiva, da quel senso di terrore in- generato dal dover mancare alla
vita, dal do- ver brancolare nelle tenebre dell'ignoto. Nato a morir Tutti
attende alfin quella profonda Che non conosce aurora unica notte Hctssi un
giorno a calcar la stigia sponda Presto rapì t inclito Achille morte E a me ciò
farse offrir vorrà la sorte Necessità di morte Getta sovra ciascun Legge
crudeli Ma pazienza mitiga Ciò che non ha riparo Tutti spigne tal forza ad
ugual meta Che a pugnar seco è mortai forza inabile) Tutta la sua filosofia: le
massime di Democrito e di Epicuro, che facean precetto essenziale di
dispregiare e non curare gli orrori del sepolcro, non bastarono a toglier
questo pensiero ftinestissimo dalla mente di lui. In mille maniere lo
rimuginava, lo com- mentava, compiacevasi tormentarsene. La lu- ce ed i fulgori
delle verità cristiane non gli rischiaravano l'intelletto e non gli molcevano
il dolore, promettendogli una patria lassù, sulle sfere, patria immutabile,
bella d' ogni godimento ed allietata dalla vista di quel Dio rimuneratore e
buono ed onnipotente. Ammetteva Y Èrebo e Y Olimpo, come so- levansi ammettere
quei miti inverosimili ed incredibili, che acchetavano la bramosia di quei
popoli privi di una fede consolatrice, che prometteva la beatitudine ventura
come compenso alla vita onesta e laboriosa. Dato che il piacere terreno formar
do- vesse la meta della felicità, che poteva spe- rarsene dalla vita futura? Il
nulla, la distru- zione completa, la particella della materia andava a
ricongiungersi alla materia: Noi cadendo Nella notte che non sgombra Più non
siatn che polve ed ombra . Degli anni il breve termine Vieta ordir lunga speme:
V ombre favoleggiate e la perpetua Notte già già ti preme) Nella distruzione
completa del suo essere O. ammetteva che soltanto una parte di se stesso
sopravviver dovesse eterna: cioè il frutto dei suoi sudori, il suo monumento: r
anima sua. E tale credenza, che non era dubbio, gli scusa la fede nel!'
immortalità dello spirito umano. L* (( omnis moriar », espressione tanto
concisa per quanto chiara, spiega che non eravi dubbio in lui neir immortalità
del- lanima. La paura della morte comune a tutti, sebbene con tanta jattanza,
dalla maggior parte apparentemente sfidata, più che O. vinceva il suo
protettore, Mecenate. E siccome la paura è attaccaticcia e conta- giosa, O. non
addimostravasi meno allarmato di lui. E tal pensiero dominante trapela nelle
sue opere, come quell'altro, che lo mordeva sordo, della nascita vile ; né
bastavagli a frenargli la lingua, la sua for- tezza e valentia. La paura della
morte era così possente in Mecenate da fargli dettar quei versi riportati da
Seneca, che non fanno grande onore al valoroso romano: Vita dum superest, bene
est Hunc mihi vel acuta Si sedeam cruce^ sustine ! Tanto grave e scoraggiante
riusciva per lui tale idea, che avrebbe meglio amato ve- nire inchiodato in
croce come l'ultimo dei malfattori e vivere, che farsi tragittar da Caronte
nella palude Acherontea. O. venivalo consolando con teneris- sime espressioni,
perchè O. non era codardo, né intendea scoraggiarlo maggior- mente. Ma le sue
espressioni non appro- davano gran che. Tentò alfine porre in ope- ra il savio
consiglio, che la pena gli sa- rebbe venuta scemata sapendolo compagno nel
dolore, ed è perciò che gli dice senza essere scevro di paura :, Non piace ai
numi Che i tuoi si spengano pria dei miei lumi Un dì medesimo fia d* ambi
estremo Ne il voto è perfido, inseparabili Andremo^ andremo. Che pria se muori
Pur teco air ultimo comun mi trovi I nostri unanimi fuor S ogni esempio Astri
consentono 69) E tale profetica consolazione, per istrana fatalità, si verificò
pur troppo. Non è lecito veder tutto con tinte soprannaturali. Buona parte di
quello che molti direbbero spirito profetico attribuir si deve alla paura della
morte che premeva così Mecenate come O. E la paura, il dubbio dell' ignoto, non
è vigliaccheria, bensì è innata nella natura umana. Anzi prode è colui che
questa paura affronta, e guarda imperterrito quella figura armata di falce,
sfidandola sui campi delle battaglie, al letto degli appestati. Se non vi fosse
terrore e spavento istin- tivo del morire, quale prodezza, qual valentia
sarebbe affrontare impavido la mitraglia e le pesti, il mare irato ed il baleno
delle armi nelle tenzoni cavalleresche? L' amistà che legava Mecenate ad
Orazio, il sentirsi quel grande consolato da lui così coraggiosamente lo fecero
memore del poeta che l'assisteva nelFora estrema a preferenza degli altri. Nel
suo testamento scriveva ad Augusto, al dir di Svetonio: (c Prendete cura di O.
Fiacco come prendereste cura e terreste memoria di me stesso I » E riesce
veramente straordinario come, morto appena Mecenate, che era già soffe- rente e
presentiva la propria fine, dopo pochi giorni, un subitaneo malore colpì il
sommo filosofo, da non lasciargli neppure il tempo di dettare in iscritto le
sue ultime vo- lontà. Andonne misteriosamente a raggiun- gere r amico neir ima
notte, siccome aveva promesso. O. morì a Roma, essendo consoli Caio Mario
Censorino e Caio Asinio Gallo, nell'età di anni cinquantasette, due mesi e
qualche giorno, cioè nel dì 27 novembre. Già da qualche tempo varcati i dieci
lu- stri, O. non senti vasi sano: accusava sof- ferenza ai nervi e malinconia
che accom- pagnar sogliono per lo più quelli che tra- scorrono molte ore del
giorno a logorarsi la mente coi severi studii. Perchè i visceri si rendono
sofferenti per le occupazioni men- tali, e defatigata la mente, la tetraggine
invade il cervello, principalmente quando gli anni incalzano. In una lettera
che il poeta scriveva ad un compagno d'impiego nella questura, Cel- so
Albinovano, suo amico, ma che giunto al- l' apogeo della grandezza, perchè ben
ve- duto e careggiato dal giovane Nerone, erede dell' imperio, mostravasi
altezzoso e superbo (sebbene non manchi la nota sarcastica, ben- ché infermo,
per questo favorito di ven- tura) così diceva: Dritto né ameno è di mia vita il
corso^ Perché men della mente sano Che delt intero corpo^ udir vo' nulla, Nulla
imparar che il morbo sgravi, I fidi Medici fanno orror, gli amici restia Perchè
al sottrarmi al rio letargo intesi. 7o) Ed a Mecenate . scriveva : Ma di cor
debil troppo e troppo infermo Me conoscendo^ chiederai tu quale Il mio far
possa al tuo periglio schermo? Col corpo affranto dal peso degli anni, dalla
vita trascorsa nelle fatiche mentali e nelle avventure e nei godimenti venerei,
sopraggiunse ad O. la nuova della mor- tale malattia del suo Mecenate e la fine
dì questo. Il colpo fu troppo violento e dovea riuscirgli fatale. La sua fibra
debole non poteva resistere. Pomponio Porfirio, che con lo scoliaste Elanio
Acrone, dilucida le la- coniche note di Svetonio, circa la vita di Orazio, dice
che lo stato suo di salute era deteriorato assai con gli anni, che non gli
conveniva più restar l'inverno nelle monta- gne della Sabina, nella sua cara
villa : che svernar soleva a Tivoli (ed egli stesso lo scrisse) come il luogo
più aprico: ce Tiburi enimi fere otium suwn conferebat, ibique carmina
conseribebat.ì) E Tivoli desidera O. infermo e pensava morirvi là. Così egli
scriveva al fido amico Settimio: Oh tregua al vecchio fianco Tivoli dia Quivi
piagnente di pietosa stilla Spargerai la calda delt amico vate favilla. 7^)
Certuni erroneamente attribuirono la morte di O. a suicidio, tanto apparve
strana la coincidenza della sua con la morte di Me- cenate. Ma deve venire del
tutto bandita tale idea per le seguenti ragioni. O. dei suicidi soleva fare
aspro maneggio, soleva dileggiarli; e la storia di Empedocle di GIRGENTI che
ricorda ntìV^rfe poetica, chiaramente lo dimostra. Empedocle per desio di molta
vanagloria e prodezza, invano precipitossi neir Etna. Ma la sua pantofola ne
tradì la inutile bravura. Esaminando imparzialmente e con co- scienza la vita
di O., si nota che ogni sua cura si volgeva a conservarla, sia che militasse a
Filippi, sia che vivesse in Sabina. Era poi tarchiato ed obeso, e quindi
facilmente proclive all' apoplessia. Che era già fiacco e malandato in salute
nel suo undecimo lustro. Che il dolore della per- dita del suo più caro amico e
protettore Mecenate, egli così amante degli amici e riconoscente, doveva
avergli prodotto tale un rincrudimento dei suoi malanni da dar- gli la morte
con colpo apopletico. E son numerosi gli esempii di fratelli od amici ancor
forti e vegeti, che, toccati dalla re- pentina disparizione d* un fratello o d'
un amico, li han seguiti immantinenti nella tomba sopraffatti da colpo di
malore violento. Non altrimenti deve pensarsi di O.. E che fu tale il suo
genere di morte lo prova poi chiaramente il non avere avuto il tempo di tesser
un elogio funebre al suo sommo protettore Mecenate, che aveva assistito negli
ultimi momenti, mentre lo fé' con Virgilio e con altri. Eppoi non ebbe forza di
scrivere il proprio testamento. Svetònio dice: (c Quum urgente si va- letudinis
non sufficeret ad obbligandas testa- menti tabulas . Dovette avvalersi di
quello che, dice Giustiniano, prescrivevasi dal giure civile di quel tempo,
cioè della prova testimoniale di sette cittadini, che dinanzi notaro provarono
esser volontà del moribondo O. che l'imperatore Augusto fosse il suo erede, O.
per decidersi a lasciare erede \ imperatore, che consentì ad accettare \
eredità, doveva esser fornito di non pochi beni di fortuna. Che di fondi, che
di valsente doveva aversi senza manco veruno un buon dato, stante la sua
parsimonia. E lo certifica Svetònio quando accennando alle largizioni di
Mecenate e di Augusto dice: (( Unaque et al- tera liberalitate locupletavit. »
Ma delle sue sostanze rimaste non appare vestigio od accenno, meno della villa
e del podere in Sabina, che han formato, come si disse, la paziente
investigazione dei dotti archeologi e degli ammiratori del grande filosofo. L'
aver lui posseduto poderi in Taranto, a Tivoli od a Roma, non è che una
supposizione dei comentatori delle sue opere, che di. ciascuna sua aspirazione
han formato un dominio. Mentre chiaramente O., nella sua diciottesima ode del
secondo libro dice: (c Satis beatus unicis sabinis. » La quale esplicita
dichiara- zione formò la base delle rimunerate investigazioni archeologiche del
Capmartin de Chaupy, siccome si accennò parlandosi della villa oraziana. Che
anzi in Taranto è comune r idea falsa che Orazio si avesse colà un po- dere nel
luogo detto ce Le Leggiadrezze. Ma per quante ricerche siansi fatte dai dotti,
principalmente dal Tommaso Nicolò d' Aquino, autore dell'opera Delle delizie
Tarantine, da Giambattista Gagliardo nella sua Descrizione topografica di
Taranto, e da Ate- nisio Carducci, illustre letterato tarantino, nella sua
versione dell' opera del Aquino, con note, non si è potuto affermare che O.
avesse dominio in Taranto, ma soltanto ohe vi avesse fatto delle brevi
escursioni per isvago. In Venosa poi, sua patria, non evvi vestigio di casa o
podere a lui od ai suoi appartenuta, dovendosi credere erronea V as- sertiva di
Cenna, venosino, nella sua cronaca manoscritta, più volte mentovata, della
città di Venosa, nella quale si dice aver posseduto Orazio una casa presso le
antiche mura della città, a levante, forse alludendo a quella che si accennò
nei capi- toli precedenti, appartenente ad uno della tribù Grazia romana, e di
cui ritrovossi iscri- zione. E da tale ipotesi lascia derivare che dalle
finestre di quella sua abitazione in Ve- nosa, Orazio spaziasse con lo sguardo
sopra vastissime campagne, e da quella veduta venisse ispirato a dettare i
versi : « Lauda- turque domus longas quae prospicit agros. » Perché non
riferire invece con maggiore pro- babilità air agro Sabino ? Ciò si dimostra
chiaramente erroneo, quando si riflette a tutto ciò che si è riferito nei
capitoli precedenti circa la dimora di O. in Venosa, ove si trattenne solo
adolescente : circa la con- fisca di tutti i beni della sua famiglia, perchè
seguace di Bruto, e particolarmente per non averne fatto il menomo indizio in
tutte le sue opere. Venosa ai tempi di Orazio era cinta da fitte boscaglie, e
la lunga esten- sione dei campi asserita dal Cenna è un sogno. Che O. abbia
fatto in Venosa qual- che rara apparizione, forse per diletto ed in compagnia
d'amici, lo lascia desumere soltanto r ode al fonte di Bandusia, che rumoreggiava
con polla cristallina ed ar- gentea nei fitti boschi di Banzi, dove es- sendosi
recato O. a cacceggiare od a merendare, dovette improvvisare quei versi. Ciò a
seconda dei pareri dei più dotti illu- stratori delle sue opere. O., come si
disse, nacque a dì 8 dicembre del 689 dall' edificazione di Roma, essendo
consoli Lucio Aurelio Cotta e Lucio Manlio Torquato. Morì a Roma, consoli C.
Mario Censorino, C/ Asinio Gallo, cioè nell' età di anni cinquantasette. Acrone
scambia però, per errore dei copiatori delle sue opere, il numero LXXVII per
LVII, assegnando ad O. anni settantasette. Ma Pietro Cri- nito asserisce: «
Alti supra septuagesimum annum vixisse scribunt, quod ego tamen fai- sum
existimo. » Ed Eusebio, nelle sue cronache, siccome Svetonio, ritengono con
precisione gli anni della vita di Orazio essere stati cinquanta-sette, il primo
dicendolo morto nell’ anno di Augusto, il secondo asserendolo morto nelle date
surriferite, e riportando i consolati rispettivi sotto cui nacque e morì ; dai
quali limiti precisi estremi non è lecito discostarsi. Il suo cadavere venne
trasportato, tra il compianto universale, in Roma, (non è indicato da alcuno
antico scritto il luogo preciso ove morì), e rinchiuso nella tomba della
famiglia Cilnia. Dacier sostiene, nelle sue annotazioni alla vita di O. di
Svetonio, che Mecenate possedeva un superbo palazzo suir Esquilino, e presso ad
esso una tomba monumentale. In questa ripo- sarono Mecenate ed O.. Mecenate ed
O. vissero amicissimi, intrinseci, vera- mente uniti di pensieri e di amore ;
benché l'uno nato di reale famiglia e di sangue purissimo, e X altro figliuol
di liberto.Una possanza inesplicabile ed onnipotente li fece incontrare,
divenire tra loro stretta- mente simpatici, e quindi insieme dormire nello
stesso Ietto V ultimo sonno I Di Mecenate i tardi posteri ricorderanno le gesta
e la gloria pel suono reboante della tromba della fama procacciatasi col
proteg- gere generosamente quella schiera immor- tale di uomini che vissero nel
secolo di Au- gusto. Il gran venosino vivrà eterno pel suo nionumento. È tutta
sua la gloria che fa semprepiù, col trascorrer dei secoli, stupire l'umanità, e
che non cesserà sinché traccia di vita sarawi sul globo. Del sommo poeta non si
conservano sta- tue antiche o figure nei monumenti da po- terne precisare la
struttura corporale ed i lineamenti. Ma dalle sue opere ne appare tanto chiaro
il ritratto, che basta coordinare le parole che si riferiscono al suo fisico,
per vederselo innanzi vivo e parlante. Egli de- scrive con certa vanagloria la
lussuria dei suoi capelli d' un bel color d' ebano, che ombreggiavangli la
fronte virile e balda, ma che gli anni e le cure aveano resi argentei. Questi
hanno improntata una certa tinta di pazzia benigna, che in luogo di ammira-
zione suol destare compatimento, antipatia e ribrezzo. Le cellule del cervello,
Y involucro osseo che le ricopre, il corpo umano, non han bisogno di quella
veste esterna non naturale, oppur naturale, sian cenci o por- pore, adipe,
globuli rossi, magrezza estrema, capelli o calvizie per foggiare un genio od un
cretino I Si può essere profondo filo- sofo, saggio come gli antichi della
Grecia, e conservar forme aristocratiche, linde, ma- nierose, affabili, con un
corpo formato al pari di Antinoo. O. ne sia esempio lu- culento, e Foscolo e
Byron e Leopardi negli ultimi scorsi anni così difformi tra loro. Assicura
Giuseppe Ilario Eckhel, celebre antiquario austriaco, nella sua opera Doctrina
Nummorum e lo conferma Masson nella sua vita d’O., nel capitolo inti- tolato De
Horatii effigie, essersi rinvenuti dei medaglioni di metallo, terminati nella
loro circonferenza con un cerchio da tre a quattro millimetri di larghezza, e
che possono ben rassomigliarsi alle nostre me- daglie commemorative o di onore,
nei quali si vede inciso in un lato un busto, ed intorno ad esso la scritta
chiarissima (( Horattus », mentre nell' altro lato la scritta n' è illegibile e
consumata. Il busto anzi- detto è modellato esattamente a tenore di quanto più
sopra si è esposto. Uno di essi si conserva nel museo del Louvre. E certo
appaiono riproduzione di busti o medaglie d' onore di Orazio vivente, eseguiti
nel quarto secolo dell' era volgare. Tale almeno è r opinione del dottissimo
barone Walke- naèr. Nessun busto marmoreo, come si disse, « o di bronzo si è
rinvenuto che ricordi il gran venosino. Deve però convenirsi che un uomo che ha
da poco varcati i cinquant' anni, raro è che si renda deforme e barbogio. Anzi
la razza umana generalmente suole giungere a questa età ancora atta a buona
vegetazione, e ad abbellirsi e conservarsi. Se r aureola che circonfuse O. non
è il (( nomen imitile » e neppure X opinione che i suoi contemporanei ebbero di
lui ( opinione poco proporzionata ai suoi meriti, secondo che dottamente
asserisce Leopardi, ^s) e negli anni seguenti non ebbe tra i dotti il primo
posto, perchè Dante stesso chiamò Virgilio Aquila ed O. Satiro), maggiormente
risulta la sua vera gloria dal sempre fecondo entusiasmo che per r eternità gli
uomini risentiranno per lui Trascorsi appena nove anni dalla morte di Quinto
Orazio Fiacco, nasceva Gesù Cri- sto, il rigeneratore dell'umanità. Oh età
portentosa! L'ETERNO MONUMENTO ORAZIANO Ouao - za. I/I. - Ode. Che dire di O.
filosofo, creatore nella letteratura latina di due ge-neri di poesie del tutto
nuove, e che seppe far giungere ed elevare persino I la lettera all'
eccelsitudine dì un ge- nere poetico? Quintiliano dice :' « Dei lirici O. è
quasi il solo che merita di esser letto, poiché s'innalza talvolta con slancio
ammirevole: è pieno di dolcezze e di grazie, e nelle varietà -«( i84 )»-* delle
figure, delle espressioni, d' una felicis- sima audacia. » E Petronio ^7)
continua as- serendo che (( fra i romani Virgilio ed O. sono accuratemente
felici, come Omero ed i lirici greci. Perocché gli altri o non vi- dero la strada
che conduce al lirico stile, o non ebbero il coraggio di batterla. » E que- st*
opinione distrugge la miserabile assertiva di Frontone, ^s) al dir di Leopardi,
^9) che chianja Orazio Fiacco, siccome accennossi, appena poeta non
isprezzabile [memorabilts poeta). Tanto potevano in questo possessore degli
orti mecenaziani V invidia ed il livore, che tra certi letterati sono solite
malattie I Ma Lucano, Marziale, Virgilio, Vario, Tibullo, Ovidio, Petronio,
Sidonio Apollinare, S. Girolamo, Venanzio Fortunato, Persio, Giovenale,
Lattanzio, Alessandro Severo, Dante, Voltaire e cento altri, a coro unanime,
gridarono le lodi del gran venosino. Moltissimi eruditi si sono occupati di
studiare precisamente le opere di O.. I più celebri fra essi nel mondo, siccome
il Bent- lejo, il Masson, il Dacier, il Sanadon, Passow, Kirckner, Franke,
Weber, Grotefend, THart, il Milmon, lo Stalbaum, il Weichert, il Jahn, il
Mitscherlich, il Dab- ner, il Jacòbs, il Leissing, il Margestern, il
Walckenaer, il Siringar, il Manso, V O- relli, si avvalsero degl' interpetri
antichi delle opere oraziane, Elenio Acrone, Pomponio Porfirio, e dell'altro
che prendendo nome dal suo editore, si disse Scoliaste Cruchiano, non meno che
di Emilio e Terenzio Scauro. Ciascuno di essi ha cercato desumere con pazienti
ricerche il tempo nel quale O. scrisse le singole parti del suo eterno monu-
mento. Cercherò notare le più interessanti investigazioni. O. dapprima scrisse
le satire e ne compose il primo libro negli anni di Roma, non avendo ancora
raggiunto il trentesimo anno. In essa, siccome si accennò, irrompe con impeto
sarcastico contro un tal Rupilio che con lui aveva militato nell'armata di
BRUTO, Segue poi la seconda scritta nell' autunno, nella quale parla in
generale dei vizii di cui la società romana era infetta. La quarta satira fu
scritta nell'estate, ed in essa cerca scusarsi col pubblico dell' essersi
mostrato un po' virulento nello sferzare la cattiva gente, e secondo il parere
di Wei- chert fu questa la satira che i suoi amici VIRGILIO e VARIO presentarono
a MECENATE, avendo inculcato al poeta di scriverla per cattivarsi l'animo di
quel potente. Scrisse la terza nel principio del 716, ed in essa fa vedere che
mentre gli uomini sogliono cri- ticare i vizii altrui, son ciechi a vedere i
proprii. Vangelo dice : « Tu suoli ve- dere il fuscello nell'occhio del tuo
prossimo, e non vedi la trave che è lì lì per acce- carti ? )) Dopo poco tempo
da che tale satira venne pubblicata, Orazio fu ammesso tra i commensali di
Mecenate; infatti la satira quinta che descrive con gran lepidezza e pre-
cisione un suo viaggio da Roma a Brindisi, vi fa risaltare la figura di
Mecenate come attore principale e come uomo politico, spe- dito dal governo per
delicati maneggi a quel luogo di sbarco ad abboccarsi con altri personaggi
influenti, e che compagni insepa- rabili di lui furono O., Virgilio, Vario,
COCCEIO e TUCCA. Compose poi la prima satira in omaggio al suo gran protettore,
e pubblicando il libro la pose come principale, perchè a lui dedicata e per
testimoniargli la sua stima ed il suo affetto. Scrisse la nona dopo circa un
anno per cor- reggere quei miserabili che invidiandogli la protezione di
Mecenate, mostravano, .mor- dendolo col dente velenoso della livida in- vidia,
di non esserne a parte. La bellissima satira sesta, nella quale pone la virtù
come il vero blasone che onora gli umani, e l'ottava con la quale schernisce i
superstiziosi e le donnacce, furono scritte, secondo l'opinione di Spohn. Il
libro degli Epodi era già stato composto da O. prima del cennato primo libro
delle satire, ma fu pubblicato piu tardi. Vuoisi che abbia preso il nome di
Epodi dai versi Epodois di Archiloco, che fu l'in- ventore dei giambi, al dir
di Diomede gram- matico. Sebbene altri sommi scrittori, com- preso il Gargallo
nelle note, ammettano che epodi si dicesse il libro compilato da odi pòstume di
O., fondandosi sul termine gre- co epodem, che significa sopraccantare. E la
terza del secondo libro delle satire sostengono essere stata scritta nella
villa Sabina, dimostrando che già poco più che trentenne Orazio avea avuta
donata quella proprietà. Riguardo alle odi, furono scritte, se- condo il parere
di Butman, del Dacier e di altri dotti, nel 726 al 732 sino al 734, E da
quest'anno ed i seguenti sino al 744, cioè nella sua età di anni
cinquantacinque, solo l'ultima ad Augusto, come omaggio al più grand' uomo del
secolo e suo insi* gne benefattore. O. dalla sua villa aveva spedito ad Augusto
diversi scritti e molte delle let- tere surriferite, e gliele indirizzò con un
viglietto umoristico consegnato ad un Vinio Frontone Asella, che è proprio
l'epistola decima del primo libro. Augusto dopo aver letto tali componimenti,
gli rispose così: (( Sappi che io sono teco sdegnato, perche in molti di cotali
scritti (come sono le satire e le epistole) tu non parli principal- mente con
me. E forse che temi non ti sia per tornare ad infamia nella posterità, se tu
mostri d'essere stato mio amico ?» A questo onorevole ed amorevole rimprovero
O. rispose colla prima epistola del secondo libro, che è invero un capolavoro
nel genere sotto ogni rispetto. Il primo libro delle epistole venne com- posto
prima del quarto libro delle odi. Il carme secolare scritto per condiscendere
al volere di Augusto fu composto nel 737, cioè nel quarantottesimo anno d'O..
L'Arte poetica, che deve ritenersi il suo capolavoro, e che può dirsi una
lettera di- dasailica indirizzata ai fratelli Pisoni, può benissimo
classificarsi come terza nel secon- do libro delle epistole, e venne composta
nel 741-742, mentre la prima epistola del secondo libro indirizzata ad Augusto
vuoisi essere V ultimo lavoro del poeta, e fu com- posta nel 744, avendo il
poeta V età di anni cinquantacinque. Nessun autore al mondo ha ottenuto tanta
pubblicità e diffusione e celebrità dalla sua opera, quanto O. Fiacco (non
Flacco, dato che ‘fl’ e impossibile nella fonologia italiana). È qualche cosa
che sa quasi dell' inverosimile. Basta però per convincersene notare il numero
straordinario delle edizioni delle sue opere, dacché ci furono tramandate,
siansi es- se rinvenute in tavolette, papiri o palinsesti. Nessun erudito
scrittore ha saputo sin oggi precisare chi sia stato il primo scopritore dei
canti immortali di O., né dove rinven- gasi la prima edizione di essi nei tempi
re- motissimi composta. Vuoisi da taluni che in un museo inglese se ne conservi
vestigio. Certissima cosa é che da molti secoli, sia in Italia che in Germania,
in Francia ed in Inghilterra principalmente, le edizioni delle opere del gran
poeta possono contarsi a cen- tinaia. Ed in ciascun anno sempre ntìove ne
sorgono, unite a nuovi commenti, chiose e note illustratrici. È proprio
l'arboscello pro- fetizzato da O.: Laude fra tardi posteri Farà ch'io guai per
fresca Auray arbuscel più vegeto Ogn* or m* innuovi e cresca, 80 "i Quante
opere insigni di altri uomini nati in Caldea, in Babilonia, in Cina, in Grecia
ed altrove sono state composte nei secoli scorsi I E sono ignorate o perdute e
scomparse per sempre. E dei monumenti sanscriti di Persia, delle opere eccelse
degli arabi che scrissero nei tempi del califfi e dei sultani, e dei codici
vetusti dei dottissimi scrittori armeni, che invano i Mechitaristi tentarono
illustrare, che cosa rimane ? O sono cadute neir oblio, o hawene un labilissimo
ricordo, o giacciono ignorate in fondo a qualche pol- verosa biblioteca.
Soltanto la Bibbia ha pro- dotto un fenomeno superiore, se pure non uguale, a
quello del monumento oraziano. Alle opere di O. avvenne un simile me-
raviglioso fatto. Sembrarono piccoli granelli di seme, che fruttificando, e
dapprima poco curati (che dai suoi contemporanei, come si disse e lo confermò
Leopardi, non furono tenute in quella stima che meritavano) divennero poi
giganti. Le radici dell'albero, ormai reso smisurato, si distesero nelle
viscere della terra, per tutte le latitudini, con gagliardia non mai vista. E
per disperdersene le tracce, per abbat- tere tale fenomenale vegetazione,
bisogne- rebbe che la terra universa andasse in fran- tumi. Dalla nostra
Italia, avventurosa patria del poeta, sino ai più ignorati angoli dei poli,
appaiono vestigia del portentoso volume, in tutte le lingue tradotto e
glossato. Ciascuna edizione, ciascun libro che tratta del monumento oraziano è
una fronda fre- sca e vegeta che ci ricorda uno dei più grandi italiani. Non
era scorso un secolo dopo la morte di O, siccome attesta Giovenale, che già le
opere di lui, dai suoi contempora- nei poco apprezzate, servirono in presso che
tutte le scuole di Roma come libri di testo, unite a quelle di Virgilio; sicché
deve arguirsi che non poche edizioni dovettero farsene in quei tempi remoti. Ma
il primo editore conosciuto si è Vezio Agorio Ba- silio Mavorzio, che studia,
con Felice grammatico, sui manoscritti e ne fece redigere non pochi esemplari
riveduti e corretti. Riuscirà tuttavia interessante Tenumerarne le seguenti
edizioni principali antiche e moderne, che sono sparse pel mondo, sopra tali
esemplari condotte: Edizione primaria, senza luogo ed anno, con 'caratteri
romani, di fogli 147, di linee 26, in folio piccolo. Altra che non porta data,
né firma del ti- pografo che s' ignora, stampate in lettere rotonde, di forma
poco graziosa. Antichissima. Se ne conoscono solo due o tre esemplari in
Inghilterra. Edizione pure senza luogo, senza data e senza tipografo
conosciuto, pure in caratteri rotondi, ma molto belli. Edizione di Napoli. In
quarto per Arnauld de Bruxelles, pagine Edizione di Milano. In quarto. Ant.
Zarolus. Fatta sopra quella dì Napoli. Milano. Filippo di Lavagna. Venezia.
Filippo Condamin. Venezia. Senza nome di tipografo. Milano. In folio. Per Miscomini,
col comentario di Lantini. Milano. In folio, con comenti di Mancinello e degli
antichi scoliasti. Edizioni ripetute molte volte. Strasburgo. In quarto.
Gruninger. Opere di Orazio in latino, con testo stabilito sopra manoscritti
preziosi antichi. Con molte incisioni. La prima edizione Aldina. Venezia.
Manuzio. Rarissima e preziosa. Firenze. La prima dei Giunti in 8.° Giunti.
Rarissima. La prima Ascenziana, Venezia. Manuzio. Riproduzioni. Paganini.
Venetiis. In quarto grande, Petrum de Nicolinis de Sabio. Con note erudite di
Erasmo de Roterdamo, Angelo Poliziano ed altri. Rara. Venezia. Con postille di
Gior- gio Fabricio di Basilea, Mureto. Lione, di Lambino, che corresse ed
interpretò magistralmente O., avvalendosi di dieci antichi codici. Edizione
ripetuta con molte correzioni ed aggiunte in Parigi, in Francoforte, ed in
Parigi. Anversa. Teodoro Pulman con critiche rinomate. Parigi. In 8^ Stefano;
anche con critiche. Anversa. In quarto. Alfonso Cru- chio. Leida. Con lo
Scoliaste. Da un manoscritto Blandiniano antichissimo, ed altri della
biblioteca dei benedettini di Gand andata in fuoco, manoscritto
accreditatissimo. Anversa. Daniele Heinsius. Due volumi in ottavo. Londra.
Giovanni Bond. Stu- penda, bellissima Anversa. Sevino Torrenzio. In quarto con
dottissimo comento. Anversa. Edizione elzeviriana con note di Daniele Heinsius.
Con disser- tazione dotta di tale letterato sopra le sa- tire. Anversa. Nuova
edizione del medesimo, riveduta con note. Leida. Variorum, Editore Cor- nelius
Schrevelius. Lugdunum Batavorum. Ex of- ficina Hackiana. Con comentari
sceltissimi di varii per Giovanni Bond. Rara. Cornelius Schrevelius accurante.
Riproduzione. Anversa. Variorum. Sulla pre- cedente di Schrevelius, corretta.
Parigi. di Dacier. Tolosa. In 8.°. Pietro Rodellio, molte volte ricopiata.
Parigi. Ad usum Delphini. Stupenda. Parigi. Jouvensy. Cambridge. Di Bentley.
Cambridge. Di Riccardo Bentley. Con gli studi i di tale scrittore sopra Orazio.
In quarto. Monumento immortale dell'arte critica, lacerato dai contemporanei
per livida invidia. Ripetuta l'edizione in Amsterdam più volte, ed in Lipsia.
Parigi. Due volumi in quarto. Stefano Sanadon, con traduzione delle opere di
Orazio molto stimata. Londra. Con note del Dacier. Ad usum Delphini. Rarissima
e preziosa. La suddetta in Amsterdam, riveduta e corretta. Otto volumi in
ottavo. Lipsia. In ottavo di Mattia Ge- snero ripetuta con aggiunzioni di
Zeunio e Both. Parigi. Edizione classica in ot- tavo di Giuseppe Valart.
Napoli. Michele Stasi, con note di Ludovico Desprez. Due volumi in ottavo.
Molto stimata. Lipsia. Due volumi in ot- tavo, contenente solo le odi, con note
ed illustrazione di Ch. D. Jhan. Edizione Bipontina. Ripetuta in Milano. La
stupenda edizione di Bodoni in Parma. Londra. Due volumi in ottavo di Ghilberto
Wakefield, con critica eccelsa. La più stupenda e magnifica si- nora edita di
Didot. Lipsia. Mitscherlinch. Mancano in essi le satire e le epistole, ma sono
eruditissimi pomenti e note sulle altre opere e partico- larmente sul carme
secolare. Lipsia. Di Guglielmo Baxter con note di Gessner e Zeunio. Composta
sulla prima edizione dello stesso editore in Londra. Lipsia. Ti^ volumi in ot-
tavo del Doering. Riputatissima edizione per uso delle scuole. Roma. Due volumi
in ottavo di Carlo Fea. Con critica e note riputatissime. Edizione bellissima.
Parigi. Due volumi in ottavo di Charles Vanderbourg. Contiene solo le odi e gli
epodi. Ma è superba. Breslavia, In ottavo di L. Fed. Heindorf, con conienti
eruditi e note. Con- tiene solo le satire. Maneim-Baden. Due volumi in ottavo
di F. Both. Heidelberga. Ristampa dell'edizione di Carlo Fea di Roma con molte
ag- giunte. Heidelberga. Due volumi in ot- tavo di Grevio. Contiene le sole
odi. Jahn. Lipsia. Con scel- tissime note ed aggiunte. Schmid. Contiene solo le
epistole. Lugdunum Batavorum. Un vo- lume in ottavo. Edizione di Perlkamp.
Zurigo, Gaspare Creili. Con biografia di Orazio e note. Libro erudi- tissimo e
molte volte riprodotto, e partico- larmente l'ultima edizione quarta, accura-
tamente emendata e corretta, sicché con ragione può dirsi la migliore. Venezia.
Premiato con meda- glia d'oro. Di Giuseppe Antonelli, e con traduzione in versi
e note del celebre mar-chese Tommaso Gargallo. Un volume in ottavo,
preziosissimo. Della vita e delle opere di Orazio scris- sero pure con
profondità di vedute e som- ma dottrina: Crist. Fred. Jacobs, Lecttones
Venusinae, 5 volumi in ottavo. Berlino Gotthold Leissing, De O., Berlino.
Masson, Vita di O..Leida Eichstedt, Critica ed osservazioni stille opere di
Orazio. Jena, Eusebio Baconiere de Salverte. Osservazioni sopra O. Un volume in
8^. Parigi, Cristofaro Martino Wieland, Traduzione delle opere di O. con note.
Berlino. Morgesten, Le satire e le epistole ora- ziane. Un volume in quarto,
Lipsia. E fra tutti primeggiano gli scrittori fran- cesi che convien notare: C.
Boudens de Vanderbourg, Traduzione delle odi di Orazio in versi francesi con
biografia ricavata da vecchissimo mano- scritto. Andrea Dacier, Horace. Opera
latina-fran- cese. Dieci volumi in dodicesimo. Parigi, Più sopra mentovata,
essa può definirsi una delle più dotte e belle edizioni delle opere del poeta.
Sanadon, Les Batteux, Binet, Campenon, Goubaux, Barbet, Patin, Janin,
Cass-Robi- ne, Daru, Ragon, Duchemin, Goupil, Cour- nol, Boulard, De Wailly,
Halevy, Michaux, Lacroix, Dabner, Boileau, e l'insigne poligrafo barone
Walckenaèr, che nel 1840 compilò una Storia della vita e delle poesie di
Orazio, Parigi, due volumi in ottavo, opera dottissima ed insuperabile. E
redizione grandiosa del Didot del 1855 in Parigi, con tavole topografiche e
note e biografia, che può asserirsi la più perfetta edizione del secolo.
Riproduzione con ag- giunte di quella suddetta. E TRA GL’ITALIANI: Metastasio,
Leopardi, Algarotti, Corsetti, Bertola, Galiani, Alfieri, Cesari, Tommaseo,
Cesarotti, Pagnini, Salvini, Pallavicini, Colonnetti, Bindi, Gligerio
Campanella, Rocco, ed altri molti scrittori di comenti e studii e saggi
critici. Ma in Italia tra le molte traduzioni delle opere oraziane, la più
perfetta e completa è quella del marchese Tommaso Gargallo, e le edizioni ne
sono innumerevoli. In essa, facendo risaltare la bellezza della frase oraziana,
tale ammirevole letterato ha cercato inciderne il concetto, abbellendola con
versi armoniosissimi, che sembrano ispirati dalla musa stessa del gran poeta
venosi no. Mi sono avvalso in questa mia opera ap- punto della traduzione del
Gargallo, principalmente in quei passi della storia, nei quali era necessario
dar luce alla dicitura con le stesse parole di Orazio, le quali forma- no, al
dir del gran Fénélon, uno dei pregi massimi del poeta : « Jamais homme n'a
donne un tour plus heureux à la parole Pour lui /aire signifier un beau sens,
avec brteveté et deli e atesse. E perciò servendomi dei versi sublimi frutto
del forte ingegno del Gargallo, e dettati in purissima lingua italiana, per
illustrare uno dei più grandi italiani, ho creduto far còsa grata ai miei
concittadini, ai quali, per questo mio lavoro, chiedo venia e benevola
approvazione. M^ihr^^yrj&>s>a«ji£iì^»ii^iufe«wuai'; Da1 Municipio di
Venosa venne emesso il seguente proclama: L'idea di onorare la memoria deità
orientale anteriore r^( 212 y»^ all'epoca del frammento ove è incisa
l'iscrizione, e che nelle notizie sull' etimologia del nome della città di
Venosa si disse da Benoth -' Benotsa'- Venosa^ siccome riferiscono Francesco M.
Farao, nella lettera apologe- tica riguardante la Menippea di Pasquale Magnoni
(Napoli), ed il sommo Lupoli, dal quale dovet- tero essere dal primo attinte
molte preziose idee, perchè scrisse due anni innanzi. Ed il Markolis del
frammento trova riscontro nell'iscrizione sopra pietra esistente in una antica
casa della nobile famiglia Rapolla in Venosa, riportata dal Pratillo, dal
Corsignani, dal Lupoli, dal Cimaglia, da Mommsen e da altri storici e
raccoglitori di sigle, che viene così tradotta : MbKCUKI tMVIC. 8ACR. pro
salute Pbassbmtis mostri Agaris Acnc. Come pure trova riscontro in una pietra
di corniola incisa per anello, scoperta in Venosa ed appartenente alla famiglia
Lupoli, siccome attesta il Farao nella cennata sua opera, che raffigura
Mercurio coi calzari alati, con borsa a destra e caduceo a sinistra ed al
disotto la scritta di Michele Arcangelo Lupoli? Che cosa ag- giungervi da
stenebrare il passato? Chi desidera perciò aver piena conoscenza di Venosa
antica studii e pon- deri r e Iter venusinum » di cosi eccelso scrittore. Il
tradurre in buona lingua italiana tale stupenda opera scritta in latino sarebbe
una fatica vantaggiosa e meritoria. Svetonio Tranquillo Vita Morati, Cicerone.
Op. Lib. IV. Atl Herennium. Fabretto. Inscrip. Gargallo Tonìmaso Traduzione
delle opere di Q. O. Fiacco (non FLACCO, dato che ‘fl’ e impossibile in
fonologia italiana) Lib. i., ode 28. i.* satira Guerrazzi G. D. Orazioni. A
Cosimo Delfante. r^- (io) Gargallo. Trad. di Orazio, lib. 3* od^ i.* Della
nobiltà venosina. Non è conveniente avvalersi deirautorità del Summonte circa
il fastigio della nobiltà venosina, perchè erroneamente si attribuisce al
Summonte quel brevissimo e misero accenno sulla to- pografìa e sulle famiglie
nobili di Venosa e privilegi annessi, il quale è opera di Tobia Almagiore, che
per mezzo del libraio Antonio Bulifon nel 1675 in Napoli, fece inserire dopo
Topera del Summonte « Istoria della città e Regno di Napoli » un trattatello
intitolato « Raccolta di varie notitie historiche >, mentre con precisa
diffu- sione si rilevano ragguagli in altre opere di altri autori. Ed invero,
si rileva dal manoscritto antico più volte ci- tato, e che si conserva nella
Biblioteca Nazionale in Napoli, redatto nel terminare del 1500, e che vuoisi
opera dell' U. I. D. Jacopo Cenna, venosino, essere stata tradizione dei
vecchi, che le mura della città di Venosa, mura raffìguranti quasi le
costruzioni ciclopiche e che im- portarono spese colossali, fossero state
innalzate da Lu- cullo, il celebre milionario del tempo dei Romani, e che fii
lui che fece trasportare in Venosa buon numero di statue e preziosi marmi
serviti di decorazione ai monumenti di quell'illustre città, sicché videsi
creata per la conservazione di tali ricchezze artistiche, una carica onorifica
che vien riportata dal Corsignani, dal Lupoli, siccome dal Cimaglia, dal
Pratillo e da altri molti (non però dal Cenna suddetto^ nelle seguenti
iscrizioni esi- stenti in Venosa. Bemusbi. MOMUMRNTUlf. POBLICX. rACTUM D. D.
M. MUTTIBMUS. L. F. C. Vibius . l. F. M. Bfsssius . F. OB F. M. Camillius .
HONOREM. l. F. >•- M. Mumnius « L. F. C. Vmn» . L. F. n . Vis . J. D.
Statuas . KZ D. D. Rbficivmdas e. Fece pure LucuUo stabilire in detta città,
attratte dalla magnificenza, salubrità e bellezza di essa, non po- che nobili
famiglie romane, dalle quali poi derivarono quei componenti la nobiltà
fiorente, che sino all'invasione dei barbari formavano il lustro di quella
bellissima terra italiana. Né col seguirsi degli anni quella nobiltà scemò in
prestigio, fasto e decoro, perchè sin nel 1 500 e proseguendo poi fmchè fu
abolito ogni privilegio, nei prìncipii del secolo presente, si vantò in Venosa
un ti- tolo di. nobiltà da potersene fregiare con orgoglio. I sovrani che si
successero nel regno di Napoli arric- chirono la nobiltà venosina di
prerogative straordinarie, tra le quali primeggia quella concessa
dall'imperatore Ludovico I con la quale si definiva non poter Ve- nosa venir
data in feudo ad alcun signore o barone del regno ( il che poi per la
instabilità di fede o per fini politici dei sovrani che si successero, non
venne man- tenuto, siccome ad altre città è avvenuto), ma restar dovesse
autonoma e libera di sé, governata dai suoi patrizii illustri, scelti dal
popolo. E Ferdinando I di Aragona, che fece lunga dimora in Venosa, vi mandò
l'illustrissimo suo figlio Federigo, a visitarvi quei gentiluomini, ai quali
poi diresse la seguente lettera : e Nobilibus et egregiis viris univer- «
sitatis et hominibus civitatis Venusii, fidelibus nostri e dilecti. Come altre
volte vi abbiamo scritto, noi de- [E già precedentemente Ludovico II, il
giovane, imperatore d'Occidente, era venuto in Venosa a ripristi- narla dalle
soflerte devastazioni; e della sua venuta v*ha memoria in un'antica lapide
esistente nell'attuale semi- nario, un dì castello, prima che Pirro del Balzo
avesse edificato quello che tuttora si ammira, coi ruderi dello splendido
tempio della SS. Trinità, ove riposano le ceneri di Guiscardo e di altri sommi
guerrieri e duci, sovrani e bali dell' ordine supremo di Malta, il che fece
dire a Giulio Cesare Scaligero : Gens Venu- Sina, nitet tantis honorata
sepulcrisì L'iscrizione è la seguente: StIRPS LuDOVICUS FKANCOItUM UftBIS
AMICUS DUM FUKHIS Sbupbr Rxgmabis Jums POTKNTEB E nella venuta in Venosa
(riporta sempre il Cenna) del cardinal Consalvo, i nobili venosini si
mostrarono magnifici e splendidi quanto dir non si può, e formarono
un'accademia, che può porsi al pari delle più insigni ed illustri del regno. In
detta accademia presedeva lo stesso cardinal Consalvo, con suo fratello, nel
luogo detto Monte Albo, o MoQte Aureo, o Monte doro^ titolo della nobile casa
[Porfido venosina, (volgarmente oggi Montalto) che rappresentava l'Olimpo. E
che la nobiltà venosina fosse fiorente e riuscita insigne per tutto il regno,
convien trascrivere quanto riferisce il Cenna suddetto, l'unico cronista del
1500 per quanto disadorno scrittore: e così si enumerano molti doni che i
sovrani solevano assegnare, per testimoniare fatti di valore e degni di stima e
compenso. Trascrivo V elenco delle famiglie nobili venosine riportate dal
surriferito Cenna, e quelle riportate da Pietro Antonio Corsignani nella sua
opera « De Ecclesia et civitate Venusiae Historica monumenta selecta >
edita, come si disse, che rimontano sino al precedente secolo decimosesto:
Barbiani. Dai quali deriva il conte di Cuneo, Barbiano, gran contestabile del
Regno di Napoli, e condottiere di cavalieri venosini, del quale diflusamente
parla il Giannone, nel quarto volume della sua Storia civile del regno di
Napoli ed altri storici. Deitardis. Gomiti. Plumbaroli. Da cui derivò un
Corrado Plumbarolo, duce preclaro di cavalieri venosini sotto i re aragonesi.
Maranta. Che ebbe tre giureconsulti insigni, lu- minari del foro, nel 1600, e
due illustri vescovi, dei quali quello di Calvi, di cui discorre a lungo
Giannone, in occasione della scandalosa e celebre causa di suor Giulia di Marco
da Sepino, agitata tra i teatini ed i gesuiti. E si dissero Roberto, Lucio,
Fabio e Carlo. Cenna. Da essa derivò quel Jacopo Cenna definito dal Corsignani
« Vir sapientissimus >. Era U. L D. e si dice autore della cronaca antica di
Venosa, che, manoscritta, si conserva nella Biblioteca Nazionale di Napoli.
Cappellani. Una Laura Cappellano fu madre del celebre poeta venosino Luigi
Tansillo, il cui padre era nobile nolano. Porfidi. Celebre famiglia fregiata
del titolo di conte di Montedpro, ed imparentata con la nobile casa Sozzi di
Venosa, che tenea la gerenza del principe di Venosa, Ludovisio, nipote di
Gregorio XV. Fenice. Solimene. Casati, Consultnagni. Giustiniani, Caputi,
Simone. Moncelli. Costanzo. Famiglia proveniente da nobili vene- ziani. Fuvvi
un Costanzo/ vescovo di Minervino, la cui nipote sposa 1' U. I. D. Rapolla
della nubile famiglia Rapolla di Venosa, dei quali il figlio Nicolao fu
protonotario apostolico. De Bellis. De Luca. Da cui derivò queir insigne
cardinale Giovan Battista de Luca, onore della città di Venosa, autore di opere
preclare in circa quaranta volumi in folio. Bruni Donato De Bruni fu celebre
poeta venosino. E Giordano Bruno o de Bruni, figlio del nobile Giovanni de
Bruni da Nola, intrinseco del Tansillo (BRUNO (vedasi) scriv un epitaffio sulla
sepoltura di Giacopon Tansillo, figliQ del poeta venosino Tansillo, siccome
attesta Minieri Riccio) non è forse da questa famiglia venosina derivato
Fioriti. Tramaglia. Ttsct. Tommasini Palogani. Pagani. Balbi. Sperindeo.
Berlingieri. Violani. Gervasiis. Orazio de Gervasiis fu il più insigne membro
della celebre accademia venosina, e poeta famoso. Abenanti, Grossi.
Protonotabilissimi, Capibianchi, Campanili. Ferrari, Faccipecora, Leonetto
Troni, Antonello Trono fu esimio nella legale palestra. Aloisiis, Rosa
Biscioni. De Vicariis. Rapolla. Dalla quale derivarono il Clarissimus D.
Venanzio U. I. D. vicario generale Diego ^ U. I. D. Il Corsignani parlando di
lui dice : « Romae triginta fere Annis Curiam laudabiliter prosecutus in legali
f acuitale excellentissimus fuit. Ib idem anno j*joi ex hac vita discessit.
Donato U. I. D. Ed il celeberrimo D. Francesco giureconsulto, presidente della
Regia Camera della Sommaria, senatore del S. Consiglio del regno di Napoli, uno
dei settemviri del regio erario. Le sue principali opere furono: De
Jureconsulto Difesa della Giurisprudenza. Risposta all'opera di Ludovico
Antonio Muratori De jure Regni. Opera eccelsa in quattro volumi in ottavo.
Vitamore. Moncardi. Lauridia. De Jura o Thura. Sprioli, Leoparda, Sozzi.
Altruda, Vito Altruda era cavaliere deirordine di Malta. Delle quali famiglie
nobili riportate dal Cernia e dal Corsignani, due sole compaiono tuttavia
esistenti in Venosa: la Rapolla e la Lauridia. Della seconda di essa si legge
nella cattedrale di Venosa la seguente epigrafe, riportata dal Corsignani.
JOANMi Baptistab Lauridia, Blasio, U. I. D. Patutio Venusino Et Ammae Fbrrabi
Nobili Sbkbmsi Prognato MaTMBMATICIS, PMILOSOPHXaS, LeOAUBUS, ThKOLOGICIS
ASTIBUS OPTIMB IMSTBUCTO U. I. LaUBBA, AC VbNUSIMAB ECCLBSIAB Canonicatu
Insignito, humanab salutis Ann. oca. abtatis suab xxyii ad Supbbos Evocato,
Dobunicus, bt Hibbonimus Fratbi DIGNI8SIM0 P E la famiglia Rapolla imparentata
con la casa Cappellana e con la Casati, ed in appresso coi Costanzo nel 1641,
con la Sozzi, con T Altruda, iscritta neir ordine di Malta, e con la Lauridia,
conserva nella vetusta e stupenda cattedrale di Venosa V altare gen- tilizio,
che il Cenna bellamente esalta come uno dei più degni di quel sacro luogo, e
che appartenne prima alle nobili famiglie de Bellis e Tisci, e nel quale si
ammira un quadro pregevolissimo di S.^ Maria di Costantinopoli, e vi si leggono
le seguenti iscrizioni : Sull’altare: HOC. S ACRU. BEAT AB .VIRGLNI. DIC
AtEsCIPIO. DE3ELLA. U.LD. BT. HOR. DE. BELLA . A. EF. M. D. EQUES. DE .
ORDINE.VICTORIÆ .TISCI. EORVM. MATRIS. RESTAURANDUM. CURAVER . BIDCXVI. àACELL
. HOC . MENSE . EPLÌ . DEVO LUTO . AEHUTAU . EPO . VSNO. FUrr . CONCESSO.
VENANTIO . RAPOLLA . U . I . D. PRIMICERIO . VICARIO . GENLI . SUISQUE .
HBREDIB . LT. SUCCESSO . ET . PATRONI. CONSENSUS. ACCESSIT . Sotto l'altare:
SACELLUM . HOC NOBIUS. FAMILIÆ . RAPOLLA VENUSIMAB. IN VENUSTIOREM QUAE
CERNITUR FORMA. RSDIGrr . U . I . D . DIDACUS . RAPOLLA. Ed in un istrumento
redatto da notar Nicola li Frusci di Venosa si rileva che dinanzi al magnifico
giudice regio della città di Venosa, D. Saverio Compagno, e del vescovo del
tempo ed altri molti, nel monastero di Santa Maria la Scala si volle inaugurare
un'abitazione per uso esclusivo e privilegiato delle monache educande della
famiglia Rapolla, e vi si fé* innalzare inciso su pietra in fronte dell*
architrave della porta che dà nel giardino di tal luogo, (e vi si vede tuttora)
e sotto lo stemma della famiglia Rapolla, la seguente iscrizione: CUBICULUM .
HOC . PROPRIO . SUO . ABBB. U. I. D . AX.OISIUS. Rapolla. Patritius. Vbmosinus.
EkBGI. CUItAVtT CRAT1AM . D. MaUAB . AnDRSAB. Rapolla. Momcalis •Profkssas.
suak. kx. rmA-ntc. MXPOTXS. OmnOMQUB. SDCCBSSOBUM. DB. FAIIIUAB. UTBIUSQUB .
SBZUS . QUAMDOCUMQUB . CASUS. OCCIDBBIT. La casa Rapolla poi si è mantenuta
sempre no- bilmente, tanto che nel 1807, essendosi recato a visitar Venosa, nel
suo viaggio nelle provincie del reame il re Giuseppe Bonaparte, venne ospitato
con gran magnificenza per due giorni con tutti i generali e gli altri
personaggi della sua splendida corte, dal nobile Venanzio Rapolla, al quale
rilasciò certificato di sovrano comt>iacimento per la ricevuta accoglienza,
non avendo vo- luto quel fiero gentiluomo, già capitano sotto la repubblica
partenopea, e tornato da poco tempo da emigra- zione politica in Francia,
accettare titoli, onori od altro compenso. Walckenaer nel 1° voi. pag. 4 della
sua opera Histoire de la vie et des poesies d' Horace dice: « La Venouse
moderne à, malgré sa faible population, con^ serve quelque chose de plus que
son nom et sa position antique^ pouisqu* elle est le siege d' un eveché, Ormai
ò noto, ed il Lavista nel suo opuscolo: Notizie istoriche degli antichi e
presenti tempi della città di Venosa Potenza^ tipi Favata e Frediano Fiamma,
rettore del seminario vescovile venosino, nelle sue note alla necrologia del
nobile Giuseppe Rapolla (Napoli, tipi Giannini) riportano, che essendosi
disposto di trasportare la sede del vescovado da Venosa a Minervino, con
grandissimo nocumento alla patria di Fiacco, Venanzio Rapolla tanto seppe
destreggiarsi ed agire nella capitale del regno, ove venne trattato l'affare in
Consiglio di Stato, con impegno di illustri avvocati, da far distrarre tale
improvvida risoluzione; ed anzi vi spese a tale scopo più di lire ventimila,
che non volle per sua generosità gli venissero rimborsate. Veramente nobile animo
) Splendido esempio di filantropia Riportata da M. A. Lupoli nella sua opera
quel preclara gentiluomo, mio defunto genitore, nobile Luigi Rapolla, direttore
degli scavi di antichità nel di- stretto di Melfi, si legge quanto segue : « Mi
aflretto parteciparle che non lungi da Venosa un terzo di miglio, mentre si
attendeva allo scavo di arena in una grotta messa sul ciglione di una collina
verso oriente, sovrastante al fiume che scorre nella vallata sottostante al
tempio della Santissima Trinità, si è rinvenuto un lungo corridoio con altre
strade laterali, con una quantità di sepolcri scavati nel tufo, coperti da
grossi mattoni antichi, con delle iscrizioni indecifrabili, fra le quali se ne
osservano talune, cui soprasta una palma ed un'ampolla > E tale luogo si
dice il Piano della Maddalena^ e scovronsi dintorno ad esso dei resti di
fabbriche che indicano come un forte nucleo di abitanti viver doveva in tale
spianata, che aveva il suo tempio dedicato alla Maria di Magdala, ed in quelle
grotte scavate nel masso vi avevano la loro necropoli. Da tutto ciò può
benissimo e con cer- tezza arguirsi che Venosa, chiusa nei limiti anzidetti,
che si estendevano verso le colline, che oggidì diconsi Monte e Montalto sino
al fiumicello divento, formava una va- sta città abitata da più di ottantamila
uomini. Che ai tempo dei Romani era splendida per monumenti, statue e nobiltà,
e conservossi tale sin presso al 1500, quando andò mano mano assottigliandosi
per danni solTerti dai tremuoti, dalle pesti, dalle guerre e dall'aprirsi dei
diversi sbocchi a centri che cresceano in importanza, gran- dezza e
magnificenza sia in Puglia che in Lucania. E venne tanto assottigliandosi da
divenire un tempo un borgo, fortificato però, di poche centinaja di fuochi,
sinché poi non risorse a novella vita. Quei pochi fieri abi- tanti, che avevano
per emblema il basilisco che si morde la coda, e la scritta: Respublica
Venusina^ si conservaro- no però sempre eguali a loro stessi ed alla loro
origine. In essa nacquero e vissero baldi guerrieri, come si disse, e letterati
insigni e sommi giuristi ed eminenti ecclesiastici, sempre altieri, nobili e
pieni di genio, de- stinati a grandi imprese. L' antica grandezza lasciò uno
stampo in ciascun abitante di tale ameno e forte luogo. Ciascun abitante porta
con sé una particella dell'aura divina, che emana da questa terra benedetta dal
cielo, e tra le più belle e feraci dltalia. Il Bestini, nella sua opera
Monetarii antiqui^ sostiene essersi coniate in Venosa delle monete raflìguranti
Giove che gitta fulmini. Come esprimere me- glio figuratamente la potenza della
città di Venosa ? Oggi Venosa colla libertà e col progresso è nuovamente ri-
fiorita, e per ricchezze e lustro non è inferiore che a poche città meridionali
d'Italia. Gargallo Tommaso. Traduzione delle- opere di O. Lib. i." sat. Il
Vulture. I due versi di Orazio nella sua ode quarta del libro terzo ed il «
pios errare per lucos > han dato campo a non poche dispute tra i dotti e gli
antichi scoliasti. Fuvvi tra gli altri per- sino il Bentley, il quale sostenne
essere esistita una balia di Orazio nomata Apulia^ che in quel sogno del
pargoletto prese parte, tenendolo addormentato in su le ginocchia, fuori la
porta della sua casa rurale in Ve- nosa. Gargallo traduce: Da pueril trastullo
Mentre io lasso, e dal sonno oltre alla soglia De r Apula nutrici, amar
faruimllo Giaceva sul V\lL?r appulo, di faglie Tutu a nuazi arhuscelli Fer
siefe int4fniù a wu, gt idal^ mmgelli. Ma ben considerando questo bisticcio di
Voltar appulo oltre la soglia (i confini) delt Apula nutrice^ si chiarisce che
T Apula nutrice per Orazio era Venosa, usando il tutto per la parte, cioè la
Puglia Daunia. PLINIO (vedasi), (disse e Dauniorum colonia Venusia >, ed il
Voltar appula alla soglia indicava la re- gione del Vultore, mentre il Vulture
era situato nella Puglia Peucezia, quindi fuori dei confini della Puglia
Daunia, patria di Orazio. Con tale criterio resta dilu* cidato questo passo di
Orazio, il certo un po' oscuro per chi ignora la topografìa delia regione
pugliese. È certo che O. intese parlare, nominando il Vulture, della catena
appenninica minore dopo il Vulture, cioè i monti alle cui pendici Venosa era
situata, che in quei tempi erano copèrti da fitte boscaglie, come una buona
parte lo sono tuttora (contrada Monte, Monte Alto ecc.). Infatti accenna in
seguito alla foreste di Banzi, {saltu- sque bandinas\ ad Acerenza {celsa nidum
Acherantiae)^ a Forenza {humilis Ferenti)^ che son tutti luoghi che fan seguito
anche oggi a tali boschi, che bisogna tra- scorrere per giungervi partendo da
Venosa. Se Orazio avesse inteso parlare delle pendici del Vulture, come oggi s'
indicano, avrebbe dovuto far cenno di Atella, RapoUa, Rionero, Barile, e di
altri paesetti, che se non esistevano in quei -tempi, certo in tutto il
perimetro della pendice del Vulture doveva esistere qualche traccia o zona di
terra abitata, come la Rendina attuale, ove la taberna celebre è anteriore
all'epoca romana della quale si discorre. Del Vulture hanno ampiamente e
dottamente trat- tato r abate Tata {Lettera sul Vulture), Daubeny {Narrative of
on excursion to mount Vultur in Apulia— Oxford), il prussiano Ermanno Abich,
L.. n Patrizio e l'Abate — Un volume in i6», pag. 250, Tipi Di Angelis Napoli,
XTobiltà e 1)0rgh68ia, Tifi Tarnese Napou, Uemorìe storiche di Portici Stabilimento
Tipografico Vesuviano Portici, Presso Tautore Napoli, Riviera di Chiaja, N. ijo
Dei Conti Sì Bavoja— Tipi Giannini Napoli. ì Quinto Orazio Flacco. Orazio.
Keyword: Il Giardino. Luigi Speranza, “Grice ed Orazio” – The Swimming-Pool
Library. Orazio.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice ed Ordine: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale di BRVNO al rogo – la scuola di Diamante -- filosofia calabrese
-- filosofia italiana – Luigi Speranza (Diamante).
Filosofo calabrese. Filosofo italiano. Diamante, Cosenza, Calabria. Professore
a Calabria. Rriconosciuto come uno dei massimi studiosi del Rinascimento e Bruno.
Ben noto ai lettori per i suo eccellente saggio su Bruno, è anche uno dei
migliori conoscitori attuali del milieu sociale, artistico, letterario e
spirituale dell'età del Rinascimento e degli inizi dell'Età moderna.Sigillo
d’Ateneo dell’Urbino. Centro di Studi
Telesiani, Bruniani e Campanelliani. “L' utilità dell'inutile” (Milano,
Bompiani). Opere: “La cabala dell'asino”, “Asinità e conoscenza in Bruno” (Teorie
et oggetti, Napoli, Liguori, Collana I fari, Milano, La Nave di Teseo); “La soglia dell'ombra -- Letteratura, filosofia
e pittura in Bruno” (Venezia, Marsilio); “Contro il Vangelo armato: Bruno, Ronsard
e la religione” (Milano, Cortina); “Teoria
della novella e teoria del riso” (Napoli, Liguori); “Tre corone per un re.
L'impresa di Enrico III e i suoi misteri” (Milano, Bompiani). Classici per la
vita. Una piccola biblioteca ideale, Collana Le onde, Milano, La Nave di Teseo,
Gli uomini non sono isole. I classici ci aiutano a vivere” (Milano, La Nave di
Teseo). Grice: “Some like Bruno, but I don’t – for one, he was a PRIEST before
he was burned – no philosopher *I* know is a priest. Being a priest, as A. J.
P. Kenny well knows, disqualifies you as a philosopher. Campanella was a priest
too, and I’m not sure about Telesio. I mention the three because while there is
a Keats-Shelley Association in Rome, only the Italians can think of ONE centro
di studi TELESIANI, BRUNIANI e CAMPANELLIANI – enough to have a triple split
personality!” Nuccio Ordine. Ordine. Keywords: Bruno, futilitarianism, riso,
risus significant laetiia animae – il sorriso di Macchiaveli, centro di studi
telesiani, divenne centro di studi telesiani, bruniani, e campanelliani! –
telesio not a priest!--. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Ordine: l’inutilita
dell’utilitarismo di Geremia Bentham” – The Swimming-Pool Library.
Luigi
Speranza -- Grice ed Orestada: la ragione conversazionale della diaspora di
Crotone -- Roma – filosofia basilicatese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Metaponto).
Filosofo italiano. Metaponto, Basilicata. A Pythagorean cited by Giamblico. He
frees Senofane from slavery – as cited by Diogene Laerzio.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Orestano:
all’isola -- la ragione conversazionale
e l’implicatura conversazionale dell’opzione eroica – la scuola d’Alia -- filosofia siciliana -- filosofia
italiana -- Luigi Speranza (Alia).
Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Alia, Sicilia. Self-described as a
‘Federalista siciliano’ --. Grice: “There is something pompous about Italian
philosophers and their isms – Orestano’s ism is the superrealism!” Grice: “When I was invited to deliver my
lectures on the conception of value, I was hoping it was a first, but Orestano
had written two big volumes on it!” – Studia a Palermo. Insegna Palermo, Pavia,
e Roma. Collabora con Marinetti nella concezione del futurismo, e lavorando ad
alcune pubblicazioni comuni. E inoltre vicino alle idee politiche, collaborando
tra l'altro con “Gerarchia.” Invitato da Balbo nella Libia italiana, difende gli
ideali e gli intenti italiani in contrapposizione al nazionalismo. E eticista,
fenomenologo e promulgatore d'un'idea filosofica positivista che egli stesso
denomina “super-realismo.” Si ritira a vita privata nel su palazzo di Roma per
dedicarsi alla sua opera principale “Nuovi principi” (Milano, Bocca). Membro
dell’Accademia d'Italia e della Società filosofica italiana e dell’Istituto
Siciliano di Studi Politici ed Economici. Autore di noti aforismi, a lui sono
intitolate una via di Roma e una scuola di Palermo. Saggi: “Opera omnia”
(Padova, C. E. D. A. M.); “Comenio”, Roma, Biblioteca Pedagogica de “i Diritti
della scuola”, Angiulli, Roma, Biblioteca Pedagogica de “i Diritti della
scuola”, A proposito dei principi di pedagogia e didattica” (Città di Castello,
Alighieri);“Un'aristocrazia di popoli -- saggio di una valutazione
aristocratica delle nazionalità” (Milano, Treves); “Verità dimostrate, Napoli,
Rondinella); “Opera letteraria di Benedetta, Roma, Edizioni Futuriste di Poesia);
“Esame critico di Marinetti e del Futurismo” (Roma, Estratto dalla
"Rassegna Nazionale"); “Civiltà europea e civiltà americana” (Roma, Danesi);
“Nuove vedute logiche” (Milano, Bocca); “Il nuovo realismo” (Milano, F.lli
Bocca); “Verità dimostrate, Milano, Bocca); “Idea e concetto” (Milano, Bocca, Celebrazioni
I, Milano, Bocca Editori, Celebrazioni, 2, Padova, MILANI, “Filosofia del diritto”
(Milano, Bocca, Gravia levia, Milano, Bocca); “Saggi giuridici, Milano, Bocca);
“Verso la nuova Europa” (Milano, Bocca);
Prolegomeni alla scienza del bene e del male, Milano, Bocca); “Leonardo,
Galilei, Tasso” (Milano, Bocca); “La conflagrazione spirituale e altri saggi
filosofici” (Milano, Bocca); “Pensieri, un libro per tutti”; Studi di storia
della filosofia”; “Kant”; “Rosmini-Serbatti”; “Nietzsche”; Contributi vari, studi
pedagogici, studi danteschi; Aligheri e saggi di estetica e letteratura;
conversazioni di varia filosofia; corsi, ricerche e conferenze, studi sulla
Sicilia, Filosofia della moda e questioni sociali, Dizionario Biografico degli Italiani, E. Guccione,
L'idea di Europa in Federalisti
siciliani, A. R. S. Intergruppo Federalista Europeo, Palermo, Guccione, Da un
diario una nuova pagina di storia, in La
politica tra storia e diritto, Scritti in memoria di L. Gambino, Giunta”
(Angeli, Milano); Dizionario Biografico
degli Italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.Quando i vincitori
scrivono la storia della filosofia: il caso di Lamendola, Arianna, O. Castellana, Il rapport tra stato e Chiesa nel
pensiero politico, Istituto Siciliano di Studi Politici ed Economici. I valori
egoistici risultano espressi con le lettere T e e te1 Hay Ja, Un Un,, Tv Uy. Gli
valori altruistici sono espresso con le lettere: i. I valori neutrali sono
espresso colle lettere : Ym. Siccome non si propone di dare una teoria compiuta
dei fatti concomitanti di questo o quello valore, ma solo di ANALIZZARE tal unicasi
va speciali, così, quando adopera
i simboli senza l'indice soscritto, intende significare il valore egoistico –
con la lettere ‘e’ sottoittesa. Questi simboli possono esprimere questo o
quello BENE, ma anche questa o quella volizione a questo o quello BENE riferentisi.
Per indicare una volizione, si adopera il stesso segno *fra parentesi
quadratti*. Infine, si suppone, di regola ceteris paribus,che la circostanza
concomitante sia sempre una sola, la quale, insieme alla volizione, formi ciò
che chiamamo il “bi-nomio” della volizione. Se le circostanze sono più, allora
si forma un “poli-nomio” della volizione. La precedenza di una lettera in un binomio
o un polimonioindica il valore principale, sia desiderato o sia attuato. In che
modo i fatti concomitanti del valore sono connessi collo scopo della volizione?
Siccome ogni scopo di volizione è anche un oggetto di valutazione, la domanda
può formularsi così. Come i valori possono entrare in connessione tra loro? Si
noti però che la connessione deve stabilirsi prima del cominciamento della
volizione, giacchè questa volizione deve tenerne conto. Le co-esistenze casuali
restano naturalmente escluse. Tra lo scopo dellla volizione e l'oggetto della
valutazione concomitante possono correre varie relazioni. C’e una relazione
d’identità. Ciò che il artista o un
politico come Mussolini crea non soddisfa lui SOL tanto, apparirà sempre in
qualche modo come un BENEFICATORE di tutta una sfera di uomini – la nazione
italiana. C’e una relazione di CO-ESISTENZA di più qualità di una stessa cosa, o
anche di più cose. Per esempio, un tale VUOL comprare un piano che ha (+) un
bel tono. Ma il piano ha anche (-) una cattiva meccanica. O un cane da guardia
molto vigile (+), il quale però morde (-). O una macchina automobile che lavora
bene (+), ma che fa rumore e fumo (-),ecc. C’e un nesso causale, nelle sue due forme:
a) lo scopo è CAUSA di conseguenze valutabili. Il politico chi, per esempio,
promuove il movimento e l' industria dei forestieri, mira ad arricchire la sua
nazione (+), ma anche la de-moralizz (-). b) lo scopo non si può raggiungere che
come EFFETO di dati valori morali. Per esempio: un fabbricante per . Ora
torniamo alla domanda principale. In che modo il valore morale di una valutazione
dipende dai valori concomitanti, e,in caso di un simple bi-nomio della volunta,
dal valore concomitante? Abbiamo distinto quattro categorie di valori, “g”, “T”,
“u”, e “u”, le quali si applicano anche ai fatti concomitanti. Però il caso u si
può omettere, perchè non accadrà mai, CHE SI VOGLIA UN PROPRIO NON-VALORE PER sè
stesso. Rimangono così tre possibilità, le quali, liberamente combinate, dànno *dodici*
casi che costituiscono la tavola dei valori. Per l'esame di questi casi bisogna
pensare che ad un oggetto di volizione si aggiungano gli altri come fatti
concomitanti, e osservare le variazioni di valore che questo intervento
produce. La VOLIZIONE ‘POSITIVAMENTE ALTRUISTICA’ (benevolenza e beneficenza) è
data da una formula. Il momento più importante è qui l'associazione della
circostanza concomitante u, IL PROPRIO DANNO. È evidente che l'aggiunta di
questo secondo momento accresce il valore di (i) e di tanto, quanto più grande
sarà il sacrificio proprio. Indicando il valore con “W”,si avrà dunque: W(ru) >
WV. Se invece si aggiunge “u”, IL DANNO ALTRUI, sia dello stesso beneficato
(quando il beneficio produce pure un MALE al beneficato), sia di persone
estranee al rapporto (quando per beneficare uno si danneggia altri), allora il
valore della volizione con questa circostanza concomitante diventerà minore. E
la formula sarà: W(ru) < W(r). Se la circostanza concomitante è pure in
favore del beneficato, allora la formula sarà indubbiamente: guadagnare di
più deve migliorare la condizione materiale dei suoi operai. W (rr)>
Wr. glianze. Invece L’AGGIUNTA DEL VANTAGGIO PROPRIO AL BENE ALTRUI
nè diminuisce, nè aumenta il valore. La volizione egoistica è espressa dalla formula,
la modificazione più grave qui si ha, quando al caso si aggiunge la circostanza
del MALE ALTRUI. Allora si avrà:
W(gu)<W(9). Se la circostanza concomitante è invece “r”, il valore della
volizione egoistica si eleva: W(gr) > W(g). Che poi alla volizione egoistica
si aggiunga la circostanza secon aria di un ALTRO PROPRIO VANTAGGIO (plusvalia)
o anche di un proprio danno, non modifica il valore di (g). Si avranno quindi
le due egua W (99)= W (g)= 0 W(gu)= W(9)=0. Così pure si aumenta il non-valore,
se oltre al danno principale si aggiungono altri danni. Epperò: W (UU)< W
(U). Per quanto il caso sia inusitato, si può prevedere anche, che al male
altrui si associ una qualche conseguenza buona, indiretta, W (rg)= Wr. La
volizione altruistica negativa o anti-altruistica è espressa con una formula. Se
per attuare il danno altrui, si fa anche il danno proprio u, questa circostanza
aggrava il male e aumenta il non-valore: W (uu) < W (u). W(UY) > W(u).
Il fatto concomitante della propria utilità non aggiunge nè toglie al valore
della volizione principale anti-altruistica. Si avrà quindi l'eguaglianza: W
(ug)= W u. La somma dei risultati ottenuti si può disporre in un Quadro. W(rr) >
W(v)? W(gr )> W(g)? W(ur)> W (U)? W(yg)=W(r) W(99)=W(g)=0 W(ug)=W(U)
W(ru)<W(Y) W(gu)<W(g) W(UU)<WU) W(ru)>W(V) W(gu)=W(g)=0
W(uu)<W(U). Da questo quadro si rileva che le circostanze concomitanti con
segno negativo non sono più feconde di effetti di quelle con segno positivo. Di
queste ultime, “g” non modifica nulla, e “r” non dà risultati sicuri, come
indica il punto interrogativo. L'influenza dei fatti concomitanti si può dunque
riassumere così. Agisce aumentando debolmente il valore. ‘g’ non modifica nulla.
‘u’ diminuisce grandemente il valore. ‘u’ opera secondo lo scopo della
volizione -- ora aumentando, ora diminuendo e ora non-modificando il valore. Si
è già detto che sarebbe uni-laterale il voler giudicare del valore morale di
una volizione dallo scopo ;che però, in quanto lo scopo prende parte alla
determinazione del valore, l'altruismo positivo è buono, L’EGOISMO è INDIFFERENTE.
L’altruismo NEGATIVO (malevolenza e maleficenza) è cattivo. Ora è importante
constatare, che il senso in cui i tre momenti valutativi operano sui fatti
concomitanti è completamente lo stesso La validità della tavola dei valori,
dianzi tracciata, ma pure prevista. Allora il non-valore si ridurrà, nel
modo indicato dalla in-eguaglianza: subisce variazioni, se cambia la qualità
della volizione? Itendendo per qualità la differenza tra appetizione e
repulsione, che però non deve equipararsi a una contra-posizione logica tra
affermazione e negazione, i cui termini si escludano a vicenda, ma considerarsi
come una doppia possibilità psicologica, di cui l'una abbia altret tanta realtà
indipendente, quanto l'altra. Un'analisi della NOLIZIONE mostra, che esse si
comportano egualmente come la volizione, solo che si applicano di regola ai
valori “T”, “u” ed “u”, RITTENENDOSI ASSURDO (IRRAZIONALE) IL NON VOLVERE IL
PROPRIO VANTAGGIO ‘g’. Indicando le nolizioni con (T) (ū) (T) = (non- T) = (U)
(U = (non-- U) = ( ) (ū)=(non u) = (g). Lo stato subbiettivo di rappresentazioni
ed i predisposizioni anteriore alla volizione è indicato con il concetto di
“Progetto”. E siccome in questo stato abbiamo supposta anche la cognizione
delle circostanze concomitanti valutabili, così al binomio della volizione o al
polinomio della volizione corrisponde un binomio o un polinomio del progetto.
Per indicare questi stati si adopera gli stessi simboli *senza la parentesi
quadratti*. Osservando le volizioni in rapporto agli stati predisposizionali, l'analisi
delle valutazioni dei fatti concomitanti può rendersi più esatta. (ū) si possono
fare le seguenti sostituzioni, che aiutano a trovare il corrispondente valore
nella tavola relativa alle volizioni. Si ponga, per esempio, un bi-nomio
iniziale della volizione “uu”, che esprima il mio desiderio di far male, al
momento opportuno, a una persona, ma che non mi sia possible evitare, ciò
facendo, conseguenze dannose pe rme,u. Se ildesiderio di non danneggiarmi prevale,
allora non si avrà più il binomio (uu), ma l'altro (ūr), il quale dice che la
volizione è risultata nel senso di non volere il male proprio, pur ammettendo
che questa volizione abbia per circostanza concomitante y, cioè il bene altrui.
In forma positiva la volizione finale sarà (gr). E così da una situazione
iniziale negativa “vu” si riesce nella opposta gr (1). Questi sono i co-ordinati
fra loro due bi-nomi di progetti, dai quali procedano due volizioni formalmente
concordanti. Anche i due bi-nomi di queste volizioni saranno coordinati fra
loro. Essaminemo la coppia dei due binomi yu-gu, dei binomi, cioè, che hanno la
maggiore importanza pratica. Il primo bi-nomio esprime l'altrui bene col
proprio danno. Il secondo bi-nomio esprime il bene proprio col danno altrui.
Nel primo rientrano, nel senso o grado *massimale*, tutte le occasioni in cui
si può affermare la grandezza morale di un uomo (magnanimita). Nel senso o
grado minimale, i casi della più comune fedeltà al proprio dovere (to do one’s duty).
La sezione di linea dei valori morali che comprende il MERITORIO e IL CORRETTO
è tutta espressa da questo bi-nomio del Progetto. Laddove la sezione che va dal
punto d'INDIFFERENZA al TOLLERABILE e al RIPROVEVOLE corrisponde alla negazione
di questo binomio del progretto. Nel binomio “gu” sono espressi tutti i casi
che vanno dal più SANO EGOISMO alle negazioni più delittuose dell'altruismo.
Reciprocamente, la rinunzia a siffatte volizioni va dal semplicemente dove ROSO
ALL’EROICO. Le volizioni che procedono da questi due bi-nomi comprendono
adunque tutte le quattro classi di valori, caratterizzati in principio. I due
bi-nomi anzidetti suppongono un CONFLITTO (non coooperazione) fra l'interesse
proprio e l'interesse altrui. È evidente che dalla grandezza di questi
interessi, dalla portata di “g” e di “Y”, dipende il valore morale della
valutazione. I momenti “u” e “u” s'intendono compresi nella negazione di “g” e “y”.
Intanto è certo che il VALORE EGOISTICO in cui “g” è congiunto con “u”, “W(gu)”,
si trova sempre al di sotto del zero della scala, ed ha segno negativo. Mentre
il valore altruistico in cui è congiunto con “u”, “W(ru)”, si trova al di sopra
del zero ed ha segno positivo. Ciò posto, la funzione valutativa tra i
termini dei due binomi dei pogretti si può scoprire agevolmente con una
semplice osservazione. Sacrificare un piccolo interesse proprio a un grande
interesse altrui ha un VALORE POSITIVO MINORE che il sacrificare a un piccolo
interesse altrui un grande interesse proprio. D'altra parte chi non pospone a
un grande interesse altrui un piccolo interesse proprio produce un non-valore
morale più basso, che non colui il quale per una utilità propria rilevante non
tien conto di utilità altrui tras curabili. Questo abbozzo di una LEGGE del
valore si può esprimere nelle formule, nelle quali “C” e “C'” indicano le
costanti proporzionali sconosciute, condizionate dalla qualità delle due unità “g”
e “r”. Nell'applicazione di queste due formule all'esperienza si rendono
necessarie talune modificazioni. Se poniamo I valori “r” o “g” eguali ai limiti
0 e 0,allora i calcoli diventano molto esatti. Per g per g. L’ESPERIENZA NON è
però SEMPRE D’ACCORDO CON QUESTE FORMULE. Ognuno ammetterà che l'adoperarsi nell'interesse
altrui si accosti l punto morale d’INDIFFERENZA, quanto più grande è
quest'inteesse; e che il trascurarlo divenga nella stessa misura RIPROVEVOLE, “u”
pposto costante e limitato l'interesse proprio da sacrificare. È F, 1
W(ru) = Cg -0 Y Y g W (gu) = - C per r = 00 per r = 0 lim W (ru) = 0, lim W(ru)=
0, lim W (ru)= 0,, limW(ru)= 0, lim W (gu) = - 0 0 limW (gu)= 0 lim W (gu)= 0
lim W (gu)= – 00. pure evidente, che
la trascuranza di un interesse altrui diviene tanto più INDIFFERENTE quanto più
IRRILEVANTE è questo interesse. Epperò non si ammetterà da tutti, che il valore
dell'altruismo di venga allora infinito, come nella seconda formula. Osservando
però bene, questi casi non rientrano nel campo della morale. Si contrasterà
pure che il valore del sacrificio di un bene proprio per l'altrui, cresca colla
grandezza del bene sacrificato (formula terza). Ma l'esperienza prova che
l'esitazione al sacrificio si fa maggiore quanto più grande è il bene cui si
sta per rinunziare. Invece è da riconoscersi che non è esatta la quarta formula.
Non si può negare ogni valore al bene che si fa ad altri, solo perchè NON si
determina un CONFLITTO con un bene proprio. Le formule anzidette si debbono
mitigare nella loro assolutezza, perchè si accostino di più alla realtà. Per
far ciò, basta attenuare il valore di “g”, il che si può ottenere aggiungendo a
“g” ogni volta una costante “c” o “c '”. Queste formule non modificano i limiti
funzionali dianzi ottenuti, ponendo r = 00, T = 0 0 g = 00. Cambia bensì la
formula del quarto limite. Se g= 0: lim W (ru) = C, lim W (gu) = - ' Sin qui
abbiamo considerato l'una variabile IN-DIPENDENTE dall'altra. Che avverrà però,
se le variazioni si compiranno in entrambe le variabili congiuntamente,
supponendo che “r” e “g” rimangano uguali fra loro per grandezza di valore?
Sostituendo a “g” il simbolo “r”, le formule diverranno altri. Si avranno così
le formule. T r W (ru) = 0 9 + c g +di e
Y W(gu)= W(gu)=-C' ito Y W(ru)= C y- to' . Da questo risulta che il non-valore
deve crescere e diminuire nello stesso senso o grado limite di “r” e “g”, e il
valore in senso o grado di limite contrario. Consultando l'esperienza, si può riscontrare
agevolmente che un oggetto, per esempio un dono, abbia lo stesso valore per chi
lo dà e per chi lo riceve. Ora si domanda, regalare di più avrà un valore più
alto o più basso del regalare di meno? Senza dubbio più alto. E se si
contrapponga vita a vita, CHI SACRIFICHI LA PROPRIA VITA per conservare quella
di un altro, suscita di fatto grande ammirazione. QUESTO è però IL CONTRARIO DI
ciò che quelle formule esprimono. O “c” corre adunque correggere le formule e per
far ciò introducemo un esponente di “g”, più grande dell'unità, e lo indicamo
colle lettere “k” e “k'”. Le due formule diverranno così, rimettendo “y” al
posto di “r”. Sicchè si avranno i
seguenti limiti. A questo punto, il concetto di limite non hanno più bisogno di
alcun'altra correzione. Per semplicità di espressione ponendo C= 1ek =2, la formula
del binomio divienne W(gu)= T. È questa una formula a discuttere. . g2+1 ghto Y
gkilt o W(gu)= W (ru)= C per r= 9 perr= g= 0
T g2+1 W (ru)= e Y e limW(ru)=00 lim W(gu) = 0 limW(ru)=0 limW(gv)=0.
Preliminarmente non si ne ricava alcune conseguenze. Ogni pr getto offre a
colui, che dovrà reagire con una volizione,l a doppia possibilità di fare o di
tralasciare. Le due volizioni staranno, secondo la formula principale or
ora ricavata, in un rapporto di RECIPROCITà negativa, per ciò che ri
guarda il loro valore morale. In secondo luogo, siccome una volizione di grande
valore (positivo o negativo) o e MERITORIA O RIPROVEVOLE. Quella volizione di
piccolo valore o e CORRETTA o TOLLERABILE, così potrà dirsi in generale che quanto
PIù DISTANTI sono il NUMERATORE E IL DE-NOMINATORE della formula in una scala ordinale
(1, 2, 3, … n), tanto più il valore della volizione e indicato dalle parti
estreme superiore o inferiore della linea dei valori. Quanto più vicini o meno
distanti sono invece quei numeri, tanto più l'indice del valore cadde verso il
punto di mezzo di detta linea. La formula si applica inoltre anche ai casi di
una volizione I cui scopo non siano accompagnati da circostanze concomitanti.
Basta ridurla. W(9)=0(1). UU. Mentre la prima coppia esprime il caso di CONFLITTO
D’INTERESSI, la caratteristica della seconda formula è la CONCOORDANZA O
INTERSEZZIONE O COOPERAZIONE O CONDIVIZIONE gl'interessi propri con gli altrui,
positive, o, come nella guerra o il duello, negativi. Se il progetto offre l'occasione di
congiungere con la mia utilità l'altrui, o se mi rappresenta un pericolo altrui
nel quale scorgo un pericolo mio, la volizione corrispondente e espressa con
(gr). V'è però anche la rappresentazione del desiderio di un male altrui, cui
si associa anche la previsione di un danno proprio. La corrispondente volizione
e espressa con “(uu)”. Il conflitto qui non esiste fra “g” e “y”, ma fra “g” e”v”,
cio è fra “g” e -Y Questa riflessione ci fa subito applicare al caso attuale la
formula principale del primo binomio. Così, go+1 Y. W(uu)= W (Y)= >. Passamo ora ad esaminare un'altra coppia di
binomi: gr g+1 1 T (go+ 1)r.
Mantenendo anche in questo caso il principio della RECIPROCITà negativa dei due
binomi di progetto, l'altro binomio diverrà epperò la seconda formula
principale così ottenuta e (1): W(uu)= -(g2+ 1)r. Le costanze rilevate in
queste formule dimostrano sufficientemente che il valore morale è in relazione
tanto con lo scopo principale della volizione quanto con i fatti valutabili
concomitanti, com’era di sperare! Recenti studi sui valori morali in Italia. TAROZZI
comunica al congresso di psicologia (Roma) un programma di etica scientifica,
sotto il titolo: Sulla possibilità di un fondamento psico logico del valore
etico. I risultati dell'indagine psicologica sono capaci di assumere importanza
di fondamento e di criterio nella determinazione del valore etico delle azioni
umane e nell'apprezzamento etico degli individuiumani? Questo il
problema.Tarozzi crede possibile una risposta affermativa, e ne dà le ragioni.
Il valore etico è il risultato di un apprezzamento morale. L'apprezzamento
morale è funzione della coscienza morale, che si forma in noi storicamente e
psicologicamente. E siccome lo studio della formazione storica si risolve pure
in un'indagine psicologica, così la vera sede della dimostrazione del valore
etico è la psicologia. A ciò non si può opporre, che il valore etico dipenda
direttamente dal fine etico, e che questo per l'assolutezza sua (o teologica o
categorica) sia indipendente dalla causalità psicologica e antropologica. Giacchè,
anche ammessa questa indipendenza del fine etico, nulla vieta che essa riceva
una interpretazione psicologica e antropologica. Si può cioè voler sapere come
sia possibile nella realtà (umana) il fine etico, e ciò conduce anche a
interpretare la relazione dei valori etici con quei fini, e a trovare il
criterio per la valutazione morale degl’individui umani. Fra il principio
assoluto e l'atto concreto,più ancora fra quel principio e l'individuo, intercorre
la eterogeneità più radicale. Per giudicare quindi se l'atto compiuto o da
compiersi stia in un giusto rapporto col principio, è necessaria una
interpretazione psicologica. Senza questa interpretazione la valutazione etica
alla stregua dei principi assoluti non può farsi. Ove poi si abbia un concetto
non teologico, nè categorico del fine etico, la psicologia può darne non solo
l'interpretazione, ma anche, coll'aiuto dei dati dell'antropologia e della
sociologia, una vera e propria dimostrazione. L'ufficio della psicologia nella
dimostrazione del fine etico è anzi assai più rilevante, perchè da questa dimo strazione
dipende. Primo se il principio sia ammissibile oppur no. Secondo, quale valore
etico abbiano le azioni e gl'individui in base al principio dimostrato. Ma non a
questo si ferma l'ufficio dellapsicologia nella morale. Volendo fondare
un'etica, umanistica nelle sue basi,e umanitaria nelle sue norme, un'etica cioè
rispondente alla concezione di un significato morale della vita umana,la
coscienza del quale giusti fichi, non in senso di fine, m a in senso di fondamento,
i particolari propositi delle volizioni umane, la psicologia porterebbe i più
decisivi elementi a una tale concezione della umanità. La psicologia è scienza
sovrana nell'àmbito dell'etica umanistica. Senza di essa è impossibile la
ricerca di un significato morale della vita, che assuma valore di fine dopo
essere stato fondamento e criterio, e risponda alle tendenze onde la moralità
positiva si svolge nella storia dell'umanità. Oltre a questo contributo diretto
della psicologia all'etica, vi sono gl'indiretti, consistenti nella difesa,che
solo la psicologia può fare contro lo scetticismo morale. La legittimità di una
valutazione etica, che abbia forza di per sè, si suole negare da chi crede che
il bene e il male siano risultato di convenzioni sociali più o meno inveterate,
mutabili secondo i vari tempi e I bisogni, e non rispondenti a una costante
necessità della vita e della natura umana. Per riparare dallo scetticismo si è
ricorso o all'utilitarismo o alla metafisica. Ora,allo scetticismo e anche ai
suoi falsi rimedi (l'utilitarismo e la metafisica) non può opporsi
efficacemente che la ricerca psicologica. Essa sola, riuscendo a determinare
positiva mente le concezioni fondamentali del valore morale, porge argo menti
di difesa sia contro la negazione di un fondamento reale e necessario del
valore etico, sia contro le affermazioni erronee od arbitrarie di esso. Un
esempio importantissimo dà Tarozzi dell'ufficio della psicologia nell'etica, accennando
ai problemi concernenti la ricerca dei fondamenti psicologici della solidarietà
o dei fondamenti naturali di essa, come li chiama GENOVESI, opportunamente
ricordato dall'autore. Questo esame particolareggiato comprende la crudeltà e
le sue varie forme, la simpatia, così in generale, come nelle sue due
manifestazioni principali, gl’atti di cortesia e di protezione. Le dispute
sulla natura umana, così conclude Tarozzi, attendono la loro decisione non
dagli argomenti del razionalismo, ma dai fatti che la psicologia può rivelare e
valutare. Quando fosse dato di stabilire, che non è generale nell'uomo l'avversione
al potente, ma allenatureavare, fredde, crudeli, quando si potesse esplorare in
un àmbito sempre più vasto l'estensione dei fatti e degl'istinti della
simpatia, sì da rendere legittimo il costituire con essi il concetto
dell'umanità, questa umanità sarebbe il fondamento di una morale immanente, estranea,
benchè non opposta, all'utilitarismo. Quando si potesse attribuire
positivamente, cioè psicologicamente e antropologicamente, un valore definitivo
al rapporto di solidarietà, e stabilire che esso risponde a un istinto
originario, valido per se stesso,e non per l'esperienza della sua utilità, sarebbe
tolta all'utilitarismo quella base consistente nella proposizione universale,
che l'uomo agisce per il suo utile. Ne c'è da temere che i dubbii della ricerca
psicologica si riflettano nella morale, perchè i risultati che la psicologia ci
potrà offrire non avranno valore di modificazione del contenuto normativo
della morale, ma bensì tenderebbero a modificare il carattere formale di
essa, come dottrina del dorer essere e come scienza. Al Congresso medesimo Calò
presenta una comunicazione intorno alla Calderoni ritiene che l'assenza della
ricerca e della sufficiente analisi di quello ch'è il fatto ultimo e
irriducibile su cui poggia tutta la vita morale, il giudizio etico, ha impedito
il costituirsi dell'etica come scienza. Molto ha anche nociuto “la nessuna, o
quasi, distinzione che si è fatta tra il giudizio etico e il giudizio teoretico
o conoscitivo, La morale deve invece ricercare come ogni altra scienza, dei
fatti ultimi, elementari, irriducibili su cui fondare l'edificio autonomo delle
proprie investigazioni. L'elemento irriducibile, la realtà ultima, da cui deve
prendere le mosse ogni dottrina morale, è un fatto psicologico, un
sentimento, non uccidere per esempio, apparterrà sempre al contenuto
normativo della morale, qualunque conclusione possa trarre la psicologia
intorno agl'istinti di pugnacità e di ferocia. Ma se le conclusioni intorno al
fondamento umano delle tendenze alla solidarietà e alla simpatia saranno
negative, l'etica e un sistema dottrinale, la cui imposizione presenta i
caratteri della accidentalità e della fluttuazione dei fatti sociali, oppure i
caratteri trascendentali metafisici o religiosi; e perciò la valutazione etica e
una gradazione fondata su altra base, non su quella della realtà effettiva dei
fatti umani. Se invece quelle conclusioni saranno positive, l'etica, assumendole
come sue proprie, avrà a fondamento il significato psicologico e antropologico dell'umanità
morale e potrà scientemente stabilirei valori umani in relazione conesso. Infine
TAOROZZI ri-assume il suo credo in queste parole, che tutto si debba attendere
dalla scienza, e che essa sola possa spiegare un giorno perchè abbiano
universale valore massime conversazionali come queste: Non uccidere u ‘non mentire,’
“Ama il tuo prossimo. Ogni qual volta noi giudichiamo del valore morale d'un
sentimento, d'un'azione, d'una determinazione volitiva, tale giudizio si
presenta alla nostra coscienza con un sentimento particolare di approvazione o
di disapprovazione. L'esame retrospettivo ci dice, che quel giudizio non
risulta da un meccanico sovrapporsi dei concetti del soggetto e del predicato
(buono, giusto, ecc.), dal paragone delle loro estensioni e connotazioni
rispettive, dalla rivelazione pura e semplice del loro rapport. Ciò che
interviene, e ciò che più importa, è il sentimento di approvazione o di
disapprovazione, di adesione o di ripugnanza. Qui si presenta un problema
fondamentale. Trattasi di vedere se il sentimento di approvazione o di
disapprovazione accompagni semplicemente, come effetto o come carattere, la
rivelazione del rapporto in cui l'obbietto considerato è con quel predicato. O se
quel sentimento appunto renda possibile la costituzione del predicato e quindi,
mercè la capacità di riferimento propria della ragione, l'enunciazione del
rapporto. Questo problema non può essere risoluto senza una analisi comparativa
del giudizio conoscitivo e del giudizio valutativo. E quest'analisi mostra
appunto che, mentre nella funzione conoscitiva il sentimento è un sopraggiunto,
nella funzione valutatrice è, al contrario, costitutivo del rapporto. Conoscere
è constatare, attingere ciò che è; mentre nel valutare, l'atteggiamento dello
spirito non è di chi constata, ma di chi reagisce. Non di chi afferma e
riconosce l'essere, ma di chi vi aggiunge qualcosa risultante da ciò che in lui
non corrisponde, ma risponde alla realtà conosciuta. E l'atteggiamento non di
chi afferma o nega, ma di chi si sovrappone alla realtà, o che le assenta o che
le si ribelli, sia che lodi, sia che condanni. Mentre, per il teoretico, il
sentimento è un accessorio trascurabile, per il moralista, esso è la vera
realtà etica, poichè il senti mento serve a caratterizzare qualsiasi obbietto
di giudizio etico. In ultima analisi, ogni giudizio etico si riduce ad
approvazione o disapprovazione d'un sentimento, d'un istinto, d'una volizione,
d'un'azione. Ora l'approvazione e la disapprovazione non sono che due
speciali sentimenti, due forme diverse d’uno stesso sentimento, il sentimento
del valore. Il giudizio etico, dunque, intanto è possibile in quanto si compie
una sintesi fra l'obbietto conosciuto e la ragione valutativa ch'esso suscita
in noi. E, insomma, questa stessa reazione che costituisce tutto quanto noi
diciamo di quel fatto qualsiasi ch'è assunto come soggetto del giudizio. Si
direbbe che quel fatto tanto ha di realtà etica quanto e come vive nel senti
mento valutativo. Questo poi varia e quasi si determina e si atteggia
diversamente secondo gli obbietti a cui si riferisce, e di venta volta a volta
sentimento del giusto, del buono, del santo, dell'eroico o dei loro contrari,
di rimorso o di auto-sodisfazione, di rimpicciolimento o di stima di se
stessi,di pace dell'anima, ecc.; di modo che può dirsi che ognuna di queste
determinazioni del sentimento di approvazione e di disapprovazione ha una sua
individualità e che l'analisi di esse ci dà l'analisi di tutta la coscienza
morale. Il sentimento del valore, come fatto fondamentale della coscienza
etica, si pone a norma della realtà interiore e dispone gerarchicamente i vari
istinti e le varie tendenze. Un'altra sua proprietà è anche quella di avvertire
ogni atto che rappresenti un non-valore come un'intima contradizione, il che dà
luogo al sentimento particolare dell'obbligazione. Il sentimento del valore è
dunque di sua natura tale da assumere, di fronte al resto della realtà
psichica, un'attitudine speciale e da contrapporre all'esistenza di fatto
un'esistenza di diritto. Esso si distingue profondamente dal piacere e dal
dolore, perchè questi sono stati subbiettivi interessanti semplicemente
l'individualità del soggetto, mentre ilsentimento del valore è obbiettivo anche
rispetto alla individualità del soggetto che giudica. Il sentimento del valore
oltrepassa la sfera della mia utilità o del mio benessere individuale; sono io che
sento, ma non perme. Altro carattere differenziale è questo, che nei sentimenti
di piacere e dolore lo stato subbiettivo è confuso con l'oggetto della
rappresentazione, mentre nel sentimento del valore, l'oggetto è nettamente
distinto dall'atto valutativo e può essere rappresentato come obbietto di
conoscenza teorica. Ciò ch'è piacevole e spiacevole non esiste che nel
sentimento e per il sentimento, mentre ciò ch'è valutato è chiaramente
rappresentato di fronte all'atto giudicativo, è insomma conosciuto. Non si può
valutare se non ciò ch'è ben noto, tanto è vero che la valutazione si presenta
spessissimo sotto forma di preferenza e il valore viene appreso
comparativamente ad altri come plus-valore o come minus valore. Sebbene il
giudizio di valore abbia il suo punto di partenza nel sentimento,esso non
esclude, anzi richiede necessariamente l'intervento della funzione conoscitiva,
la quale prepari il terreno su cui possa esercitarsi la funzione apprezzativa. La
grande varietà dei giudizi morali osservabile fra individui diversi dipende
appunto dal diverso modo come sono appresi e considerati gli obbietti,dai
diversi elementi che ci pone in luce la funzione conoscitiva. Così, mentre
l'analisi del processo della valutazione etica è compito della psicologia
morale, gli obbietti a cui le nostre valutazioni morali si riferiscono non
possono esser tratti analiticamente dalla natura stessa dei nostri sentimenti
di valore. Essi possono essere determinati in parte in base alla considerazione
di rapporti for mali della volontà, in parte in base all'esperienza storica e
sociale, quale è studiata dall'etica storica comparative. CALDERONI, nelle sue
Disarmonie economiche e disarmonie morali, si è recentemente proposto di porre
in rilievo talune concordanze fra le leggi economiche del valore e della
rendita e le valutazioni morali sociali. In tal modo egli crede che l'economia
politica possa apportare un contributo positivo alla scienza della morale e
aiutarne il definitivo costituirsi. La vita morale può considerarsi, così
Calderoni, come un vasto mercato, dove determinate richieste vengono fatte da
taluni uomini o dalla maggioranza degli uomini agli altri, I quali oppongono a
queste richieste una resistenza, secondo i casi, maggiore o minore, e
richiedono alla loro volta incitamenti, stimoli, premi e compensi di natura
determinata. Questi stimoli o incitamenti prendono la forma sociale di
approvazione e di biasimo, di lodi, di gloria, di premio e punizione. Premesse
alcune nozioni intorno alla legge dell'utilità marginale e alla formazione della
rendita, non soltanto fondiaria, ma anche, in generale, del consumatore e del
produttore, CALDERONI accenna più particolarmente a due specie di disarmonie
economiche che si verificano nei fenomeni di rendita. La prima è conseguenza
del principio che, data la unicità del prezzo in un mercato, il compratore e il
venditore realizzano un vantaggio, rappresentato dalla differenza tra ciò che
sarebbe bastato a indurli a comprare o a vendere la singola dose in questione,
e ciò che, per effetto del mercato, vengono a ricevere. Ora, se i prezzi sono
proporzionali ai costi marginali delle merci, essi non sono proporzionali ai
costi di tutte quelle dosi che non sono al margine. Tutti coloro che si trovano
più o meno lontani dal margine di produzione o di i mezzi di produzione si
trovano infatti in quantità limitata e variano grandemente per qualità ed
efficacia, sicchè la produzione si compie in condizioni differentissime da
diversi individui,e l'au mento di produzione fatto con mezzi più costosi, mette
quelli che impiegano i mezzi più facili in una posizione privilegiata, ch'è poi
quella da cui la rendita deriva. Queste e altre considerazioni mostrano, che il
fenomeno della rendita non si può correggere mai assolutamente, e che dà luogo
a vere e proprie disarmonie economiche. La seconda specie è descritta da CALDERONI
così. Supponiamo che sia raggiunta in un modo qualsiasi l'abolizione dei più
stri denti ed evidenti fenomeni di rendita. In tal caso tutti iprodut consumo
si trovano a fruire di un prezzo, che basta soltanto a rimunerare quegli
individui, i quali cesserebbero dal produrre se il prezzo ribassasse; e godono
perciò di un vantaggio differenziale, o rendita, più o meno grande. Nè è
possibile la correzione automatica del fenomeno della rendita, mediante aumento
di produzione da parte di quelli che guadagnano di più, e conseguente ribasso
di prezzi, perchè non sta ad arbitrio dei produttori di ottenere in quantità
indefinita le merci in quistione. tori riceverebbero retribuzioni equivalenti,
per ciascun loro pro dotto, a ciò che è necessario e sufficiente per indurli
alla loro produzione. E nondimeno non si potrebbe ancora affermare che
all'eguaglianza di retribuzione per i produttori dei diversi prodotti
corrisponda una intima ed effettiva eguaglianza nei sacrifizi o nel lavoro che
il prodotto costa a ciascuno. La misurazione di questo rapporto implicherebbe
la conoscenza dei bisogni e dei desideri più intensi, dei sacrifizi più gravi
per ciascun individuo e porterebbe a risultati assai diversi. Dal fatto che due
individui sono disposti a dar la medesima somma per una merce o a contentarsi
di una data somma per un servigio, nulla può dedursi intorno alla in tensità
del desiderio che hanno o del sacrificio che fanno : come dal fatto che due individuisi
scambiano una merce, non puòde dursi che chi la cede la desideri meno di chi
l'acquista. Dal persistere di queste differenze è condizionata un'altra serie
di disarmonie economiche più sottili e più intime e per loro na tura
irriducibili, perchè persisterebbero anche quando si riuscisse a stabilire
rapporti equivalenti o eguali sul mercato. Dopo questi cenni CALDERONI passa a
rilevare le analogie tra fatti economici e fatti morali, le quali renderebbero,
a suo giudizio, possibile una concezione economica della morale. Anzitutto, non
meno in morale che in economia, ciò di cui effettivamente si giudica è, non il
valore complessivo o generale degli atti e delle attitudini, di cui s'invoca
l'adempimento o l'osservanza; ma il loro valore marginale e comparativo, valore
atto a variare e col numero di questi atti effettivamente compiuto dagli
uomini,e col numero altresì di quegli altri atti, cui si rinuncia per compierli
Vi è nella vita una gran quantità di
atti ed attitudini, che pure essendo di una incontestabile utilità, puressendo essen
ziali alla conservazione ed al benessere della convivenza umana, non entrano
nell'ambito di ciò che noi chiamiamo la morale. Perchè? Con ciò CALDERONI vuole
opporsi a tutta quanta la tradizione intuizionistica e kantiana in filosofia
morale. Gl’atti morali non hanno alcun valore assoluto, ma un valore
esclusivamente marginale e comparativo. Perchè nonostante la loro
desiderabilità astratta, nonostante i vantaggi totali che la società ritrae dal
loro adempimento, vantaggi certamente assai maggiori, nel loro complesso, a
quelli degli atti che la morale esalta; essi sono tuttavia atti di cui non è
deside rabile un ulteriore aumento, la cui DESIRABILITA marginale comparata, in
altre parole è zero o addirittura negativa. Gl’atti prodotti dall'istinto
personale di conservazione o da quello della riproduzione della specie non sono
considerati virtuosi, perchè, ben lungi dal richiedere un incitamento, essi
richiedono freni, gl’uomini essendo piuttosto proclivi ad eccedere che a
difettare in essi, e a sacrificar loro l'adempimento di altre funzioni che sono
marginalmente o comparativamente PIU DESIRABILI. Le nostre tavole di valori
contengono tutte quelle cose, per ottenere un aumento delle quali, in noi
stessi o negli altri, siamo disposti a de terminati sacrifice. Ma non già tutte
le cose che possono apparirci DESIRABILI. Col crescere delle azioni virtuose
esse tendono a diminuire di valore, come analogamente il diminuire delle azioni
viziose tende a render meno disposti a far dei sacrifici per diminuirle
ulteriormente. Ond'è sempre concepibile un limite, naturalmente molto diverso, secondo
i casi, oltre al quale il vizio, di verrebbe una vizio, viene infatti per la
domanda e per l'offerta etica lo stesso che per la domanda el'offerta economica.
In una società di completi altruisti avrebbe pregio l'egoista. L'ALTRUISMO è
una virtù il cui valore è strettamente connesso colla presenza di egoisti o
almeno di non altruisti nella società. Queste considerazioni confuterebbero la
legge morale di Kant, che prescrive di seguire massime capaci di divenire
universali. Nessuna virtù e nessun dovere resisterebbe ad un esame fatto
rigorosamente in base a questo criterio. Moltea zioni sono per noi un dovere, appunto
perchè gl’altri uomini non le fanno e rimangono tali a condizione che non siano
troppi gli uomini capaci e volonte rosi di imitarle. Come in una barca
sopraccarica, l'opportunità di sedersi da una parte o dall'altra dipende
strettamente dal nu e la un virtù, virtù, mero di persone sedute
dalla parte opposta. Se qui fosse seguito un imperativo kantiano qualsiasi, il
capovolgimento della barca porrebbe tosto fine ai consigli del pilota e alle
buone volontà dei passeggieri. Si può credere che si possa ovviare a questi
errori particola reggiando quanto più è possibile i precetti e le sanzioni,
individualizzandole in grado estremo. Ma alla stessa maniera che in un mercato
non si può variare il Prezzo secondo gl’avventori, così alla legge
d'indifferenza del mercato, corrisponde una legge d'indifferenza morale, per
cui sono stabilite regole comuni non troppo discutibili e sanzioni precise, non
atte troppo a variare e applicabili alla media dei casi. La necessità di dare
precetti e sanzioni generali dà luogo a fe nomeni analoghi ai fenomeni di
rendita. Alla generalità e rigidità della legge morale farà contrasto la
varietà delle condizioni individuali, per le quali si verificheranno vantaggi e
svantaggi differenziali da individui a individui. Il dovere per ciascuno sarà
di fare, non già quello che nel suo caso è il meglio o l'ottimo, ma ciò che in
media è meglio che gli uomini facciano di più,di quanto ora non facciano. Non
agendo così egli si attirerà una sanzione, che nel suo caso, potrà anche
talvolta essere immeritata. Le pene e i premi hanno un costo marginale che
cresce col cre scere della loro severità e grandezza,e colla loro estensione;
mentre colla loro estensione diminuisce la loro efficacia marginale. La gloria
e l'onore, come l'infamia, diminuiscono rapidamente di efficacia quanto
maggiore è il numero degl'individui che ne frui scono o soffrono. Così alcuni
si troveranno a godere di lode o gloria molto superiore al loro merito,
individuale, per avere compiuto azioni, poniamo, talmente conformi al loro
carattere che sarebbe piuttosto stato necessario punirli, se si fosse voluto di
ciò premesso, Calderoni trova le analogie fra le disarmonie economiche e
morali. stoglierli dal farle. Altri subiranno invece biasimo o infamia di gran
lunga sproporzionata alla loro colpa. Se poi i precetti e le sanzioni fossero
più particolareggiate e commisurate a ciò che è necessario e sufficiente per
indurre ciascuno al ben fare, rimarrebbe ancora una gran diversità nelle
condizioni individuali, delle quali non si potrebbe tener conto senza diminuire
l'efficacia dei precetti e delle sanzioni medesime. E questo dà luogo all'altra
specie di disarmonie morali analoghe a quelle che persi sterebbero nel campo
economico,se si correggesse la legge d'indifferenza del mercato. Queste
disarmonie morali infatti persiste rebbero,anche se le prime si venissero a
eliminare,analogicamente a quello che è stato osservato nei fenomeni di rendita.
Grice: “I love Orestano loving Benedetta” – Grice: “Orestano takes Meinong very
seriously – as he should! Few outside Austria do! Meinong symbolses the I with
‘e’ from Latin ‘ego’ (Italian io), and the other with a, for Latin ‘alter,
Italian altro. So we have W for value (worth), and the possibilities that ego
desires the evil for alter – sadism. When ego desires the good, he is altruism.
Altruism can be reciprocal. In a purely altruistic society, things go well –
but Pound knows who’s against that! That’s why Orestano finds sympathy for
Meinong, and so do I” --. Francesco
Orestano. Orestano. Keywords: l’opzione eroica, Alighieri, Galilei, Tasso,
Vinci, concezione aristocratica della nazionalita, l’eroe Mussolini, l’eroe
Enea, Weber e la teoria dell’eroe carismatico, l’ozione dell’eroe non e una
ozione. It’s not an option, Calderoni. Luigi
Speranza, “Grice ed Orestano”.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice ed Oribasio: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale di Marte, o la scuola di Giuliano -- Roma – filosofia italiana
– Luigi Speranza (Roma) Filosofo
italiano. Giuliano’s personal philosopher. He shares Giuliano’s enthusiasm for
paganism. His treatises survive, as does paganism – “Only you shouldn’t use
that vulgar adjective,” as Cicerone says!” – H. P. Grice.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Orioli:
l’implicatura conversazionale nella logica della monarchia romana – i sette re –
la scuola di Vallerano -- filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Vallerano). Filosofo italiano. Vallerano,
Viterbo, Lazio. Grice: “Only in Italy, a philosopher, rather than a cricketer,
is supposed to take part in a revolution and write a book about his shire!” -- Fondatori
della Repubblica Romana. “De'
paragrandini metallici” (Milano,
Fondazione Mansutti). Il padre, medico, lo condusse a Roma, dove si laureò
brillantemente. La professione non lo attraeva molto: lo troviamo, infatti,
professore di filosofia nei seminari e nei licei dell'Urbe. Da Roma si trasfere
a Perugia, dove si laureò. Insegnò a Bologna. Partecipò con gli allievi
all'insurrezione delle Romagne; successivamente fu eletto membro del governo
provvisorio di Bologna, che fu sciolto in seguito all'intervento militare
dell'Austria. Tentando di mettersi in salvo,salpò da Ancona diretto in Francia
con un altro centinaio di rivoluzionari; ma il brigantino Isotta sul quale
viaggiava venne catturato dall'allora capitano di vascello della marina
austriaca Francesco Bandiera (padre dei due famosi fratelli Attilio ed Emilio)
e tutti i rivoluzionari furono arrestati. Venne incarcerato a Venezia. Poco
dopo venne liberato, forse per mancanza di risultanze gravi sul suo conto.
Iniziò così l'errare, costretto a fuggire da terra in terra, inneggiando sempre
all'Italia unita. Fu professore di archeologia alla Sorbona. A Bruxelles
insegnò. Soggiornò anche a Corfù, dove tenne un corso dnell'università della
città. Quando Pio IX concesse l'amnistia, poté tornare a Roma, dove tenne la
cattedra di archeologia. Le sue attitudini per il giornalismo non attesero
molto per farsi notare, e così fondò un periodico politico che ebbe però vita
breve, La Bilancia. Fu eletto deputato al parlamento della Repubblica Romana.
Quando il governo pontificio fu restaurato, in riconoscimenti dei suoi meriti,
fu nominato consigliere di stato. Pubblica molti saggi di filosofia. Tra i più
famosi sono da menzionare “Dei sette re di Roma e del cominciamento del
consolato” (Firenze), “Intorno le epigrafi italiane e l'arte di comporle”
(Roma). Prese parte alla polemica sui sistemi di prevenzione contro i fulmini e
la grandine, che coinvolse anche Bellani, Beltrami, Demongeri, Lapostolle,
Normand, Majocchi, Contessi, Molossi, Nazari, Richardot, Scaramelli, Tholard e
Volta. Le compagnie assicurative usarono questi studi per valutare rischi e
premi per i campi agricoli. Riconoscimenti Il comune di Vallerano lo ha
onoratocon l'intitolazione di una delle vie principali del borgo antico, quella
del Teatro comunale, e con l'apposizione di una lapide commemorativa sulla
facciata della casa in cui lo scienziato nacque. A Viterbo un Istituto Statale
di Istruzione Superiore -che comprende il Liceo Artistico e diversi indirizzi
di Istituto Professionale, A. Ghisalberti, nella voce della Enciclopedia
Italiana, vedi, riporta queste date di nascita e morte, A. Ghisalberti,
Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Fondazione
Mansutti, Quaderni di sicurtà. Documenti di storia dell'assicurazione, M.
Bonomelli, schede bibliografiche di C. Di Battista, note critiche di F.
Mansutti. Milano: Electa, Polizzi, Alla ricerca dello «specioso» e
dell’«insolito». Leopardi, «Lettere Italiane», Dizionario biografico degli
italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. -- rità assai leggieri, e, se
grandemente non m'inganno, assai consentanei alla ragione, de'quali ho stiinato
aver bisogno, l'enunciazione de'puri fatti che costruiscono l'istoria della
dignità regale nella città de’ sette colli, ha dovuto essere da me corretta, e
ridottasotto la forma seguente. La successione al trono mai non appartenne in
Roma a figliuoli maschi de' re precedenti. Essa appartenne sempre a' generi
loro, quando ve n'ebbe di viventi -- Numa, Servio, Tarquinio il Superbo. Lo
sposo della figliuola Maggiore e a tutti gl’altri preferito -- Servio. Quando i
generi sono morti, la successione passa ai primogeniti del primo genero --
Tullo Ostilio, secondo la mia correzione della leggenda che lo concerne; Anco
Marcio. Quando si tratta di DUE RE, in luogo di un solo, e di quella
magistrature binaria ed a vita che si surroga ne primi tempi alla dignità
regia, parimente non si rinunzia a queste medesime regole, e se non trovansi
due generi che potessero elevarsi al potere supremo, si'elevano egualmente a
quello, secondo l'ordine legale DUE FIGLI DI GENERO --- REMO E ROMOLO -- Bruto
e Collatino. La figliastra del re e equiparata alla figlia nel dritto di dare
il trono al marito, o a’ suoi discendenti maschi, in un tempo in cui
probabilmente figlie proprie non esistevano -- Tullo Osti. Quando non v'hanno,
nè generi, nè figliuoli di generi, il trono passa a’ nipoti che s'a mò
riguardare, in sì fatta contingenza, come legittimi eredi de’dritti
degl’ascendenti loro -- Tullo Ostilio, se si preferisce l'ipotesi, nella quale
egli è NIPTE D’UNA FIGLIA DI ROMOLO -- maritata ad Osto. Fuori della serie deʼre,
o de 'magistrali che ne tenner le veci, tra gli stessi pretendenti che, senza
ottenerla, dimandano la dignità suprema, uno di quelli, de' quali l'antichità
ci ha trasmesso la memoria, è stato ugualmenle un genero di re -- Numa MARCIO
-- ; due altri, ne'quali' non ci è dato riconoscere questa qualità, non hanno
dimandato il trono per le vie legali ma cercarono d'ottenerlo con un delitto --
i figliaoli d'ANCO --; due di che solo si parla presso Plutarco se si ricusi di
considerare l'Ersilia dalla quale discende, come FIGLIA DI ROMOLO, e se si
rispetta la tradizione, secondo la quale l'ultim re non è che il patrigno o al
più il padre adotetivo della SECONDA ERSILIA. In un caso, nel quale il capo
supremo non potè far valere il dritto di successione alla sua dignità
negl’eredi maschi delle sue figliuole, ne in altro modo potè effettuare la
trasmissione della suprema autorità per via d'altre donne sue discendenti,
almeno tramanda il suo grado nell'erede necessario della moglie – BRUTO
rispetto a LUCREZIO TRICIPITINO, suo successore nella pretura massima, o
vogliam dire nel consolato. Quando non vi furono eredi quali che si fossero di
lato di donna, il trono, sempre messi in non cale i maschi, ricadde in una
persona estranea, cioè non legata di piirentela colla famiglia reale --
Tarquinio Prisco. Quando, non ostante l'aversi eredi legittimi per parte di
donna, una persona estranea consegue la dignità regia, ciò avvenne contra il
dritto, per la forza dell'armi: Tazio. Non altra è l'espression' rigorosa de'
fatti, cosi come sono riferiti dagl’antichi, o come io dovetti correggerne la
sostanza e l'enunciazione, secondo le regole di una critica, se posso dirlo, in
nessun modo 'temeraria.' Le mie autorità, i miei ragiovamenti, non sofferirono
contraddizióve ne’loro particolari, eme nechiamo felice. Si volle solamente
avvertirmi che nel mio sistema sono alcuni fatti dubbiosi, e ricavati per
conghiettura. stato . co: Voleso e Proculo, sono stati proposti senza gran
fatto fermarsi sopra la proposizione; non hanno preso sul serio la lor qualità
di candidati, e sembrano avervi rinunziato essi stessi; finalmente sono messi
innanzi in un tempo nel quale tutto che concerne le leggi relative alla
successione regia era evidentemente suggetto di controversia, e dispuldvasi
intorno alle basi stesse di questa parte della costituzione organica dello Io
risposta, io vi ho presentato l'analisi, per così dire più condensata, delle
tradizioni; lebo prese da prima quali si leggono; mi sono per 'messo unicamente
qualche volta. o. Spesso la successione al trono in Roma s' è fatta contra ogni
principio d'equità, d'utilità, e di convenienza reciproca de' cittadini. Perchè
-- per qui contentarmi d' un solo esempio il quale abbraccia un lungo periodo
d'anui -- non certamente a vantaggio del partito latino, o di quel deʼ sabini,
sotto la dinastia etrusca, la dignità regia resta sempre nella fazion toscana. Grice: “Orioli philosophised
on many topics. To Italian philosophers, who are OBSESSED, during their
unstable political history, with political philosophy, his ‘research’ on the
consulate proves helpful. He notes that Romolo had no son – so who to succeed
him? Other than that, he was almost shot (Orioli, not Romolo) after trying to
oppose what he called the Roman theocrazy – or theocracia – For Orioli there
are various cracies: theocracia, democrazia, TIMOcrazia, and ARISTO-crazia. PATRIZIO VITERBESE; CONSIGLIERE ORDINARIO DI STATO DI
3. S. P. DI M. MEMBRO DEL COLL F1LOSOF. DELLA UNI V. DI ROMA, PROF. DI STOR.
ANT. ED ARCHEOLOG. NELLA STESSA UNIY fclA* PROF. DI FISICA NELLA UNIV. DI
BOLOGNA CC. CC. MEMBRO CORRISPOND. DELL* A. SC. MOR. E POL. DELL’lSTIT. DI
FRANCIA, ACCAD. BENED. DELL’ ISTIT. DI BOLOGNA, UNO DE'TRE SOCI ATTIVI DELLA
CL.DI LETT. DELLA REALE AC. DI SC. E LETT. DI PALERMO . SOC. ONOR. DELLA IMP. E
R. AC. DI SC. E LETT. DI PADOVA. SOC. CORRISP. E R. IST. LOMBARDO DELLE SC. DI
MILANO E DELL* IMF. E R. IST. DI VENEZIA, DELLA AC. DELLE SC. E LETT. DI
TOAINO...E DI MOLTISSIME ALTRE ACC. DI FRANCIA, GRECIA, E ISOLE IONIE, NAPOLI E
REGNO, ROMA E STATI PONTIF., FIRENZE E TOSCANA, LOMBARDIA CC. CC. CC.M l' ì(? 0
POLITICI j\r rro vjl Con giunte dell' A. NAPOLI STAMPERIA DEL KIBRENO. Faites, mon garcon, faites,
ré{K>nd lo vìeux radicai, et dites-leur aussi à ces hotnwes qui ont cbassé
et. ..et tous ceni qui ont osé ex printer un mot de se ns commun et d'humanité,
qui lapident Ics prophètes et éteignent l’esprit de Dieu, qui aiment le
mensonge, qui pensent ameoer le rógne de l’atnour et de la fraternité aree des
piques, des bouteilles de vilriol, aree le meurtre et le blaspbéme, dites-leur
à eui et à tous ceux qui pensent comme eux qu’un vieillard...dont les ebeveux
ont bianchi au Service de la cause du peuple..., qui contempla lecraquement des
nalions en g'3 et qui entcndit les premieri cria d’tm monde au berccau, qui,
lorsqu’il était encore un enfant, vit venir de loin la liberté et qui se
réjouit en la voyant comme devant une fiancée, et qui pendant soixante pé
nibles années, l’a suivie à travers les soliludes ; - diles - leur que cet
homme leur eovoie le deraie r message qu’il envcrra sur cetle terre; dites-leur
qu’ils soni les esclaves de leurs convoitises et de leur r message qu’il envcrra
sur cetle terre; dites-leur qu’ils soni les esclaves de leurs convoitises et de
leur r message qu’il envcrra sur cetle terre; dites-leur qu’ils soni les
esclaves de leurs convoitises et de leur s passioni, les esclaves du premier
coquin venu à la laogue retentissante, du premier charlalan veuu qui dorlote
leur opinion pcrsonnclle ; dites-leur que Dieu les frapperà, Ics fera renlrer
dans le néa nt et les dispenserà jusqu’à ce qu’ils se soient repentis, qu’ ils
se soieot fait des coeurs purs et de nobles ames, et qu'ils aieut relenu les
lecons qu’il s’ efforce de leur donner depuis quelque soixante ans ; dites-leur
que la carne du pcuple est la cause de celui qui créa le peuple, et que le
malhcur toinbera sur ceux qui prennent les armes du diablc pour accomplir
l’ceuvre de Dieu ? » Sandy Mackate nel
Romano Alton locke di Kingsley Revue des deux Mondes. DUE PAROLE A CHI È PER
LEGGERE Stampo ancora una volta, cedendo alle lusinghevoli istanze di parecchi
amici miei, questi Opuscoli, a' quali m’è altresì parulo bene d' aggiungere
qualche annotazione nuova dove V argomento s embravami o richiederlo, o
meritarlo. Certo, che, s'io pongo mente, non alla benigna accoglienza soltanto,
la quale a essi Opuscoli fecero que' che m' onorano da lungo tempo della loro
pregiata amicizia, e le mie povere cose hanno abito di giudicare con molta
indulgenza, ma sì a quel che altri, a me per lo addietro ignoti, o,per fermo,
non congiunti d' alcun vincolo di antecedente amistà, ne scrissero ne'
giornali, o con private lettere me ne significarono, io debbo tenermi come
bastantemente ricompensato della quale che siasi fatica durata nel comporre le
pagine che qui appresso seguitano. Tra coloro che più contribuirono alla buona
fortuna della mia impresa ho debito di noverare principali i dotti e benemeriti
scrittori del Giornale che ha titolo — Civiltà Cattolica — E so la mina degli
sdegni a’ quali questo atto di franca gratitudine è per metter fuoco nel campo
nemico, poiché campo nemico non manca. Ciò non mi sarà impedimento al fare
lealmente il mio dovere di render loro pubbliche grazie. II Giornale — la
Civiltà Cattolica — è a troppi, e in troppe sue parli un osso non poco duro da
rodere. Nel difetto d' argomenti logici, si può a libito dirigere contro al
valoroso drappello de' dieci o dodici campioni che vi brandiscono
cotidianamenle la penna, batterie, da ogni lato, di que’ pessimi argomenti
rettorici, che si chiamano, in arte, argomenti ad odium, e ad invidiam :
resisterà però illeso ed invulnerabile agli strali spuntati de' loro sarcasmi,
come le legioni romane restavano salde ed immote agli urli co' quali i barbari,
nella loro impotenza, tentavano spaventarle. Quando si sarà detto e ridetto,
facendo l’ alto dello scherno e del vilipendio. È opera dei rugiadosi che si
sarà provato con ciò ? Si sarà lasciata una prova di più della misera e
svergognata dialettica del nostro secolo, rotto a tutte le perversità, ed
avvezzatosi a dare alle villanie valore di ragioni. Tornando al mio proprio
libro, censure fino ad ora, le quali valgano la pena d’ una speciale risposta,
non le ho vedute, nè udite. Sunt quibus in dictis videar nimis acer, et ultra
Legem. e, rileggendo a mente fredda, conosco l' acrimonia di certe espressioni,
la qual forse sarebbe stato meglio tem perare un po' più. Tuttavia, ben
ponderata ogni cosa, ho creduto dover lasciare tutto come stava ; e ciò, in
primo luogo, perchè questa in somma è una ristampa, la qual non dee mentir al
suo titolo ; in secondo luogo, perchè, al postutto, muri può dire che, contro
ad alcuno singolarmente, abbia combattuto e combatta con armi ripassate alla
còte samia. Il mio proposito fu ed è, non di fare duelli, ma battaglie. Le
persone io le ho sempre rispettate e le rispetto, perciocché ho voluto, e
voglio, esser libero ( ed esco ornai dalla metafora ) di trattare /’ errore pervicace
e spavaldo con tutta quella severità ed austerità di forme eh' et merita, e che
un uomo,, il quale ha sentimento di sua dignità, rifugge dall’ adoperar contro
all’errante. L’errante è, quanto alla carne ed allo spirito, consanguineo e
fratello nostro. Niun può sapere s'e i non sia più presto un fanatico ed un
illuso, che un perverso, od almeno un gran perverso. Ha sempre diritto al fare
in sé rispettare la santa emanazione del soffio divino ricevuto, od ereditato,
nella fronte. È sempre la creatura celeste, che, se cadde, può rialzarsi, e
che, quand’anche, per propria colpa, è in terra, e più al basso che in terra,
esser dee per noi, più ancora subbietto di compassione, che obbietto di
collera. Ma V errore staccato dalla persona, l' errore lasciato in tutta la sua
schifosa nudità, non ha diritto ad alcun riguardo, e vuol essere trattato senza
discrezione, senza misericordia. Quanto a colui che avendolo in sé incorporato,
sé da quello non distingue, ed a sé stima dette le ingiuriose parole, che quello
solo feriscono, tal sia di lui. Più di cosi non aggiungo. E forse non era nè
manco necessario dir così : tanto più, che, nell’ antica prefazione, ciò
stesso, comechè più brevemente, aveva significato. 1 discreti perdonino.
Gl'indiscreti riconoscano che queste ciance premesse per lo meno non hanno il
torto della prolissità. wmmm PARERE D’ UN AMICO INTORNO 11 MIO SAGGIO Ho Ietto
attentamente la prefazione, e le due dissertazioni vostre. Io credo che abbiate
ragione. Avete però del pari prudenza? II mondo è oggi troppo malato. Certe
verità dette con durezza qua e là soverchia fanno l’effetto del dito
stropicciato sulla piaga viva. Il meglio che vi possa accadere è di non esser
letto. Se leggeranno, le grida saranno alte .... terribili. Perchè stuzzicare
il vespaio? Ciò non è degno della vostra vecchia esperienza. Il passato non vi
basta? Pensateci. RISPOSTA Ho pensato e stampo la prefazione, e le
dissertazioni. Le considerazioni che mi schierate innanzi hanno molta verità,
ma non mi rimuovono dal mio proposito. La prudenza ! - Sta ottimamente. La
prudenza è però spesso il soprabito della vigliaccheria ; e in questo caso non
è niente altro che un belletto dell’egoismo. Per non incorrere nel male proprio
.... per non turbare la propria pace per non tirarsi addosso disturbi o peggio
.... per non guastar, come suol dirsi, i fatti suoi, s’ban da lasciare, senza
darsene per intesi, le menti umane sempre più travolgersi, le opinioni sempre
più corrompersi, certa gente accrescer la pervicacia nell’errore, e propagarlo
a tutto potere. Sentendosi bollire in corpo la verità utile, ed affacciarlasi
alla bocca, s’ha da ringhiottirla, o sputarla ( scusate la parola ) nel
fazzoletto e poi rimettersela in tasca, quand’anche s'è persuasi, che a
gittarla là alla palese sarebbe bene ; che questa verità messa in pubblico
sgannerebbe alcuni r eh’ essa suonerebbe alto all' orecchio d’altri, e
servirebbe a svegliarne il coraggio addormentato, o gioverebbe almeno a restare
come testimonio a’ futuri che v’è, pur tra noi, qualcuno, il quale ricusa le
complicità, protesta virilmente contro alle cattive e rovinose dottrine, se ne
sdegna com’è il suo debito, ed è disposto a mostrare, che chi sproposita e
minaccia scompigli e rovine, invano si confida d’avere il monopolio della
franca ed ardita parola. Io vi ringrazio, caro amico: ma voi m’amate troppo.
Non pensando, che al mio privato materiale vantaggio, avete dimenticato a mio
prò il resto del mondo. Io sento d’ amarmi men di quel che voi mi amate.
Intendo benissimo, che scrivere com’ io scrivo, è prepararsi disgusti e forse
peggio. Ma considero ch’io son vecchio, e nell’ ordine naturale poco ancora mi
resta a vivere. La mia povera e caduca persona non è ornai di tal prezzo che
siavi interesse per me a risparmiarla. È lungo tempo da che ho perduto il sapor
delia vita, e che le sue dolcezze non mi fanno gran gola, nè le amarezze grave
offesa al palato. La lode è un amo che non mi passa la pelle. Il biasimo ( dove
creda non meritarlo ) è un’ortica che non mi punge. La minaccia è contro a sì
poco che a tenerne conto è una miseria. Di me sarà quel che piace alla
Provvidenza. Nella minuzia di tempo che a vivere mi rimane, vorrei pur fare il
bene nella maggior misura che posso, a qualunque mio costo. E poiché il
pubblicare queste mie carte mi sembra, che o in una guisa o nell’altra qualche
bene possa recarlo, perciò le pubblico. Al mio male quale che siasi, dunque,
non ci badate, com’io non ci bado. Fate conto ch’io sia soldato. Sarebbe pur
bella che al soldato si consigliasse di pensare alle ferite, alle quali
battagliando s’espone ! Per altra parte, a me tocca ricomperare il tempo
perduto, ed affrettarmi a farlo. Troppo mi dorrebbe il lasciare di me tal
memoria in questo mondo che dia giusto diritto a suppormi quale certe
antecedenti particolarità della mia vita possono aver fatto credere ch’io mi
sia. Non nego, e sarebbe ridicolo il negarlo, d’avere avuto anch’io le mie
politiche illusioni ( certo però non quelle di gran lunga, le quali oggi
corrono il mondo, e sono in gran favore presso tanti ). Sento il dovere di far
conoscere a qualunque prezzo ch’io non sono mai stato da confondere col più de’
cosi detti liberali d’ oggidì, e che istruito ornai ioti all’ esperienza, non
sono nemmen da confondere con quell’io che già fui, e molte mutazioni ho in me fatto.
Costi ciò tutto che s’abbia da costare al mio amor proprio, voglio che Io si
sappia. Gli altri posson tacere ; io non lo posso, nè Io debbo. E so che
dirassi da taluni ch’io adulo que’che regnano. Veramente crederei che tutta la
mia vita passata m’avesse da essere scudo contro alla bassezza di questa accusa
; tanto più che quegli stessi i quali la daranno (dove tuttavia questo
ardiscano ), dovrebbero ricordare, se quando essi regnavano pur testé, io li
adulava. Sarebbe avere aspettalo un po’ troppo tardi a mutar natura. Ma voi
dite eziandio, che il mondo è troppo malato, e che le sue piaghe non vogliono
esser toccate com’ io qua e là le tocco, senza molta discrezione. Caro amico !
la vostra seconda proposizione distrugge la prima. Se accordate che la malattia
del mondo è grave, pretendete voi di curarla coll’acqua di gramigna? Eh si: vi
son medici che non curano le malattie, ma si contentano di guardarle. Se morte
sopravviene, tanto peggio pel malato. Il medico se ne lava le mani. Io non sono
di questa scuola. Vi sono piaghe che han fatto il callo, evoltano tutta la
malignità aldidentro;ed allora l’arte insegna di trattarle col caustico. Si fan
cerimonie, e si risparmia la sensibilità quando il male é leggiero; e questo,
per vostra confessione, non è il nostro caso. Da ultimo io vi prego a
considerare ch’io mi guardo scru * pelosamente dall’attaccare le persone. Il
mio dogma é Parme personis, dicere de viliis. Contea il male non mai congiunto
al nome di tale o (ale altro, credo mio diritto, e — li — mio debito scagliarmi
con tanta più veemenza quanta mi sforza ad usarne l’animo grandemente commosso.
Delle persone io non sono, non voglio, e non debbo essere il giudice; nè v’è il
prezzo dell'opera ad esserne il pubblico accusatore. Per altra parte il pubblico
non perde nulla per cagione delle mie reticenze. Le persone s’accusan da sè. La
loro moda è di non dissimulare quel che pensano, quel che vogliono, quel che
van facendo. Per chi’ scrivo? Pei popolo? Il popolo non legge. Tra que’ che
leggono, gli uni non han bisogno di leggere ciò ch’io scrivo, perchè ciò eh’ io
scrivo è quello che essi medesimi scriverebbero se avessero a scrivere. . .
quello che sanno già, e di che sono persuasi tanto quanl’ io lo sono. Gli
altri, nel maggiore lor numero, son oggimai venuti a tale, che, quand’anche io
fossi aitr’ uomo da quel che sono, cioè, quand’anche fossi più eloquente
oratore di Demostene e di Cicerone, e più stringente ragionatore di Zenone, e
d’ Aristotele, non si lascerebbero smuovere dalle opinioni loro, delle quali
han fatto carne e sangue. . . una (falsa) religione... un culto... una
necessità... una parte principalissima, e la più soave, delia lor vita
interiore ed esterna. Ove fosse pur possibile che consentisser d’aprire gli
occhi dell’ intelletto alla luce de’ ragionamenti, e si lasciassero illuminare
nella cecità alla quale son venuti di deliberato e volontario proposito, e
vedessero, perciò vinti, il bisogno d’ abbiurare la politica fede in che Guor
vissero e giurarono di morire, non oserebbero farlo, vincolati, come sono
(impavidamente diciamolo), alle sette che li tiranneggiano e ne tengono in
catena ogni libertà. Cosi, solo a pochissimi, posso io rivolgere la parola con
qualche speranza che sia per tornare non inutile; e son que’ pochissimi, i
quali non tanto innamorarono del creder nuovo, che di questo credere abbiano a
sè fatto una passione, e non un legittimo atto della facoltà intellettiva, al
quale sian giunti per lavoro di ragionamento, soggetto, come tutti i legittimi
atti di ragione, alla necessità di sottostare alle leggi che governano la
potestà raziocinante, e che debbono dominarla. Io m’inganno però anche rispetto
a essi ultimi. Noi viviamo in un secolo, nel quale la ragione stessa è come
morta dell’abuso che se n’è fatto esagerandone i diritti, e falsificandoli. Due
già erano, dal tetto in giù ( e voglio dire nelle questioni dove rivelazione
non ha luogo ) gli elementi necessari — coessenziali.... tendenti a
rafforzamento reciproco, per dare fermezza alla morale governatrice delle
volontà e delle azioni umane, ragione (d’individuo), ed autorità (collettiva
dei più savi, la cui ragione siasi guadagnata, per ogni correr di secoli,
maggior fede presso l’universale, che le spicciolate ragioni di tale o tal
altro o di stuoli comparativamente piccoli, e d’un opinar dissonante ). Il qual
secondo elemento ( l’ autorità ) è dunque ( a ben considerarlo nella sua vera e
giusta natura c quiddità ) ragione aneli’ esso, ma una ragione preponderante e
superiore, come quella che non è il giudicare soltanto d’ alcuni separatamente
presi, e ristrettisi nella lor propria e privata impotenza, fallibilità e
pochezza, ma è la quinta essenza delle ragioni dei più ( chè questa sola, dai
tetto in giù, pur sempre, in certe questioni di senso comune, è l’ autorità
vera o legittimamente sovrana ). £ dico dei più, o sia che si contino nel
numero, -o che si pesino nel valor loro intellettuale: i quali perciò, quanto
son maggiore stuolo nel lor consenso prestato a equipollenti sentenze quanto
rappfesentan meglio, colla lor somma, tempi e scuole e popoli diversi... quanto
hanno maggiore e più costante comunion di pareri, non ostante la diversità di
sangue, di luogo, d’educazione, e di tutte le secondarie influenze, tanto fan
più sicuramente una forza morale, clic è forza di natura, non d’arte, e che è
qualche cosa più potente e più salda che la tanto oggi predicata sovranità del
popolo; poiché èia sovranità, non d’un popolo, ma la sovranità della specie
umana tutta intera, esprimente il suo voto colla più legittima e la più autorevole
delle maggioranze possibili ad ottenersi. Or noi, uomini del secolo XIX, de’
due soprannominali elementi, uno e il più gagliardo, ripudiammo... Y autorità-,
ed abbiamo chiamato sovrana unica la ragione (d’individuo), cioè V anarchia!
Noi, tutti o quasi tutti (dico noi ragionatori nel popolo, e consenzienti a
ragionamento ) abbiamo stabilito in cuore questo primo articolo del nostro atto
di fede politica. Io non crederò mai che quello che persuade il mio proprio
intelletto; e quel che pèrsuade il mio proprio intelletto io io crederò conira
ogni persuasione degli altri, contra ogni dottrina di sapienti o di popoli,
contra ogni sperienza di presenti, di passati, o di futuri, contra ogni domma
di religione, contra ogni legge di governi... E stabilita una volta questa
democrazia delle fedi... decretato anzi, che, in argomento di fedi d’ogni
genere, non è governo alcuno possibile, ma gli uomini han tutti naturale e
iualienabile diritto d’indipendenza reciproca ed assoluta dove ornai vassi, ed
a che? posto che le fedi, cioè le persuasioni dell’ intelletto, sono il perno,
sul quale s’appoggiano per muoversi le volontà umane. C’è più possibilità di
leggi? C’è più speranza d’obbedienze, altre che tirate colla forza materiale?
C’è più virtù di logica? C’è più società ? (li ISullius addiclus jtirare in
rerba mtigtstri ama ogni giovane dire di sè slesso uscito ap|»ena dalle scnole
di quella filoso- [Persuadetemi, noi diciamo, e mi piegherò ad obbedire, senza
combattere il vostro comando con ogni mio mezzo. Persuadetemi che quel che
m’insegnate è vero, e quel che lia, che oggi, sotto Dome d’ eclettica, invade
un grandissimo numero di scuole, e quel eh’ è il peggio, anche colla innocente
approvazione, e sotto il patronato, di maestri ottimi, i quali mostrano di non
aver ben compreso a quale indirizzo con ciò guidano gl' illusi discepoli. Se
l'avesser compreso, si sarebbero accorti, che professare eclettismo è
professare la negazione d’ogni vera certezza, riducendo quella maniera di
certezza, che pur si concede, ad un fenomeno d’individuo senz’alcun valore per
gli altri individui liberissimi di preferire ciascuno la stia propria certezza
alle opposte altrui, comechè d’un numero quanto sì vuol grande, c consenzienti
in una medesima opposta sentenza. L'eclettismo non è una filosofia, ma una
negazione della filosofia quale scienza altra che opinativa. Essa è anzi peggio
che ciò, perchè mentre nega una certezza intrinsecaad ogni filosofia
d'individuoo d’individui (per numerosi eh’ essi siano nel consentimento ad una
stessa filosofìa), e mentre non s’ avvede, che con ciò viene a negare, per
conseguenza, ogni autorevolezza intrinseca a tutte le certezze individuali,
confessandole tutte intrinsecamente incerte, accorda non pertanto a ciascuno il
diritto di fidare nella propria certezza, e, quel eh' è il più, il diritto di
regolare le proprie azioni a dettato di questa incerta certitudine : ciocché
viene a dire, che, nel tempo stesso nel quale afferma la fallibilità di tutte
le certiludini individuali, afferma nondimeno f infallibilità loro nell’
applicazione all' individuo, dando a esse il diritto d’ingannarlo, e
all’individuo il diritto di seguitare unicamente questa guida fallace, quando,
a proprio esame, non gli paia tale. E cosi, in luogo d’ una morale, viene a
stabilire e farne legittime tante quante piu vuoisi o non vuoisi. L'eclettismo
non è nè manco un metodo, come alcuni spropositando dissero, perchè non indica-
una speciale strada da seguire nella ricerca del vero. Esso è niente più che
una professione di libertà e d' indipendenza nell’opinare ; è un
assoggettamento a niente altro, che alla ragion propria. Filosofia eclettica è
parola che non ispiega nulla quanto alla natura delle dottrine. Dice solo che
il libro, il quale reca in fronte questa parola, è scrìtto seguitando il dettame
della ragione dello scrittore, fattosi giudice supremo d’ ogni ragionamento ed
opìuamento altrui. Cosi, tutte le filosofie, per diverse che siano, c 1’ una
all' altra contraddicenti, possono intitolarsi, del pari, eclettiche, e tanto
più eclettiche, quaulo più professanti indipendenza. Messo taluno alte strette,
crede d'aver salvato a bastauza la mala parola si fecouda d’errore, rispondendo
che il filosofo eclettico, quando accorda alla ragion propria l' autorità che
pur le accorda secondo il canone fonda[che nii comandale è giusto . Ma siam noi
tutti atti ad essere persuasi? Gl’ingegni nostri son tutti di quella virtù, di
quell’addestramento, di quella purità e serenità, che li fa esser buoni a
intendere un raziocinio, a non lasciarsi illu men late dell’ eclettismo, parla
della retta ragione, cioè convenientemente usata e normale; e non s’ accorge,
che, colla sua risposta o rinega la scuola eclettica e la disdice, o ne lascia
interi tutti gl’ inconvenienti ed i difetti. Che cosa è la retta ragione, e la ragione
convenientemente usata, e normale ? Ad esclusione de' notoriamente pazzi ed
universalmente tenuti per tali, e perciò per non uomini, o per non più uomini ;
e de’ rozzi ed incolti, che riscuotono risaie da tulli, e son tenuti
universalmente per incompetenti, ossia per non ancor uomini (i quali ultimi
tuttavia del ticchio dell’ eclettismo non vanno immuni, nè si di leggieri della
loro autocrazia e indipendenza si lasciano spodestare ; e il fatto odierno di
tutte le filosofìe di piazza più che troppo lo prova ), ognuno di noi, che
abbiamo il mesticr d’ occuparci di studi e di stampa, crediam d’ usare la
ragion retta, e convenientemente usarla con ogni normalità, e troviam
facilmente, con poco impiego di senno ed industria, un coro grande o piccolo di
lodanti, il qual basta per darci persuasione, che la ragion nostra è per lo
meno tanto retta e normale quanto quella di chicchessia. Peggio è che vi son
uomini, di ragione, per fermo, squisitissima, e universalmente riconosciuta
come tale, de’ quali, per conseguenza, mal si potrebbe dir che non hanno la
ragion retta ed a ottima norma, e non sanno usarla ; e pur mostrano, col fatto,
che le loro ragioni li conducono a dottrine opposte.... 0 vuoisi dire che la
ragion retta e normale si riconosce a certi criterii suoi, che non sono della
ragione d’ individuo, ma sono d’ una universale ragione, a' quali criterii
debbono le ragioni individuali commensurarsi, accettandoli per una norma
estrinseca alla quale debbano affarsi ? Ma ecco dunque rinegata allora e disdetta
veramente la scuola eclettica, e confessato il bisogno d’un dommatismo,' al
quale debba soggiacere ogni opinar privato, perduta la libertà della ribellione
c l' indipendenza.... Facciasi tutto che vuoisi, ci è appunto nella filosofia
necessità d’ un dommalismo dominante i capricci e le contraddizioni degl'
ingegni in certe fondamentali questioni costitutive del viver morale e civile.
L 'eclettismo potrà permettersi all’ amor proprio d’ognuno nelle altre
questioni, come una concessione di poco o niun nocumento. E nondimeno, anche in
quelle, il giudizio dell’ individuo dee sottostare al senato degli uomini che
si chiaman competenti . Ma questo non è un argomento per una nota, per la quale
il poco che se n’ è detto 6 troppo, mentre ciò che ad una nota è troppo, ad una
trattazione conveniente è men che poco . ] dere da un sofisma, da un
paralogismo, a por nell’ esame * delle questioni la necessaria preparazione di
scienza, a spogliarsi di tulle le prevenzioni dell' intelletto, dell' affetto,
dell’interesse? Siam tutti veramente uomini ed uomini maturi; o molti di noi
non sono, e non restano, fanciulli sempre, e non sono, e non restano, bruti, o
quasi-bruti ? A tutto questo nessun pensa a rispondere. Il primo articolo del
simbolo de’ nuovi pseudo-apostoli sta pur fermo. Io non crederò, se non mi
persuadete; e non farò di buon accordo, e senza resistenza, che quello che sarà
conforme al mio credere ! Dirassi eh’ io esagero gli errori del tempo presente.
J)irassi, che non tutto alla sovranità del proprio intendimento è dato, ma non
è, nel fatto, chi non fortifichi, ancor oggi, le suggestioni del proprio
intendimento coll’ autorità di numerosi stuoli d’ amici e d’ uomini del proprio
partito, ovunque sparsi, e in più d’un paese predominan ti. Aggiungerassi, che
la fede nou è atto di libertà, ma di coazione morale, alla quale l’
intelletto-, che nou è potenza libera, non può resistere : ma faci! cosa è dare
risposta. Si, per fermo. Contro alle necessità imposte da natura non cosi di
leggieri vassi. O vogliasi, o non si voglia, non si può restar soli del proprio
parere, se nou s’ è monomaniaci, che è dire malati di cervello. L’istinto
stesso ci spinge a metterci all' unisono con altri, verso i quali ci attraggono
simpatie naturali o artificiali, e a’ quali si crede, perchè si crede a noi
medesimi : e v’ è in noi tendenza al formarci un mondo di que’ che ci
accostano, e che accostiam noi, magnificando ed esagerando il valore e il
numero loro. Cosi, quando il mondo che ci siaui fatto pensa e crede come noi, e
noi crediamo e pensiamo come quello, ci palelle qiiesta universalità parziale e
locale valga la vera universalità potente a vincere tutte le contraddizioni. Ma
può ella esser questa l'autorità destinata a fare spalla alla ragion privala di
chicchessia, o ad essere uno de’ due puntelli del I' uomo, postigli da due lati
per impedirgli il cadere ? La specie umana è forse un partito, ed è una ragion
di partito la ragione umana? I partili forse non s’ingannano, e non ingannano?
Non hanno passioni che velano il giudizio? Non hanno interessi che muovono le
passioni? O nou v’é obbligo, nelle grandi questioni umanitarie, non di misurare
il proprio deliberare e credere col deliberare e credere di ((udii, o pochi o
molli, a’ quali ci stringono i nostri interessi e i nostri affetti, ma di
misurarlo con quel che delibera e crede la sola legale maggioranza del genere
umano, cioè quella che si raccoglie in una somma, comprendendo nel computo i
popoli di tutte le età, di tutte le stirpi, di tutte le regioni, e dando
particolar valore a que’ che si reputaron sempre i più savi, i più probi; e
riguardando un po'nella verificazione delle dottrine ( in virtù di
quell’argomentazione che i dialettici chiamano ab absurdo) ai grandi ed ultimi
conseguenti loro, i quali, se contrari alla perfezione della specie intera,
significano, con ciò stesso, efficacemente, la falsità d e’ principii, donde
que’ conseguenti discendono? E istituita questa misura e questa comparazione,
non bassi egli obbligo, per una generale norma, di dar sempre più valore
all’espressione ultima di quel sentimento della vera maggioranza degli uomini,
che al sentimento suo proprio, e de’ suoi colleglli ed amici, per numerosi che
paiano e siano? o siani venuti a tanto stravolgimento di logica, che ornai l’
autorità di ciò che si chiama il senso comune, ed è appunto il da noi descritto
in ultimo luogo, è distrutta ed annullata ? Dopo di che, qual forza ha più
l’altra obbiezione dedotta dal supposto, che l’inlelletto non soffra violenza,
e che, rispetto al credere, non si è liberi di credere quel che si vuole, ma si
è costretti a regolare la propria fede secondo la luce interiore, d’onde essa
fede ha unico procedimento? Ammetto il fallo: sebbene, anche in ciò, molto
dipende dalle preparazioni estrinseche della monte, e dalle disposizioni del
cuore. Pur liberalmente lo ammetto. Ma, dal fatto cosi ammesso, qual diritto
scaturisce ? Forse che regolar dobbiamo le nostre azioni interne cd esterne,
secondo la suprema norma di quel che all’ intelletto nostro pare unicamente
vero? Non già. L’obbligo è d' umiliarci, e di riconoscere, una volta per
sempre, l’inferiorità del nostro intelletto, quando ci accorgiamo che i privati
opinamenli nostri son contraddetti dalla grande universalità degli opinamenti
dell’umana famiglia, considerata nella totalità sua presente e passata; e di
lasciare allora da parte il falso lume del proprio intendimento per diriger noi
e le cose nostre coll’altro lume tanto più sicuro, eh’ è il lume a cui demmo il
nome di cornuti senso. Ed intendiamoci bene, a evitar tutte le ambiguità. Qui
non parliamo delle questioni, intorno alle quali il cornuti senso non ha luogo,
ne competenza, nè autorità... di quelle questioni, che non son fatte per esser
trattate da tutti, e che non bisognano a tutti per la -loro normale esistenza e
sussistenza... Qui si tratta di quelle questioni, le quali possono e debbono
chiamarsi le grandi questioni del genere umano: le grandi questioni teoriche,
fondamento sommo da fatti appartenenti ad un tempo di tralignamento, a
svantaggio e discredito delle aristocrazie, non può in nulla percuotere le
dottrine che qui si professano. La questione allora sarà al più, se i ceti
aristocratici possano mai realmente preservarsi dalle mutazioni che li fan
perniciosi più presto che utili, e ridursi a tale di conservare piena
conformità col tipo migliore, o di riguadagnarla ; ciocché per me non è nemmeno
una questione, e non può esserlo per alcuno, il quale tutta la potenza delle
buone arti educatrici conosca. Risaliamo dunque, ripeto, al tempo di certe vere
ed antiche aristocrazie cavalleresche, normalmente condotte a quella natura,
che aver denno per essere dell’utile specie da noi voluta, e spesso stata e
vedutasi nel mondo. In esse voi troverete familiari alcune virtù sommamente
utili al popolo, e diffìcilmente reperibili altrove nel numero e
coll’abbondanza che più sono desiderabili. Chi noi sa ? Nelle prosapie
aristocratiche, principalmente, se non unicamente, può sperarsi- di trovare, ad
ogni necessità, i veri patres palriae, preparati a tutti i bisogni ; cioè
quegli uomini autorevoli, potenti, coraggiosi, avvezzi a mettersi fuori si
dignus vindice nodus, godenti già il privilegio d’essere ascoltati con
riverenza, con effetto, assennati, sperimentati, periti, probi, pe’quali è
fatto naturai dono, ancor più che artificiale, tutto che è generoso, nobile,
magnanimo, eminentemente civile ed utile a civiltà ; e prima la lealtà oggi si
rara, il eaudore, la fede, la incorruttibilità, la fermezza, il disinteresse,
la franca ed inviolata parola, quella che proverbialmente pereiò si dice parola
di cavaliere ; il mantenere a qualunque costo i patti e le promesse ; il non
mai mentire ; il religioso astenersi da ogni cosa vile o brutta... Non è la
santità de'perfelti in religione, nobil dono di Dio, e privilegio sommo di
grazia, sdegnoso per solito di queste cose terrene e caduche ; è la virtù
antica e civile, una cosa illibata, ingenita, uscita dai paterni lombi, ed
avuta da natura, più ancora che da innestato ammaestramento ; che perciò non
costa fatica, nè sacrificio, ma è ab ovo e per traducem, fin dal primo impasto
dell’uomo e della razza. — Con questo, è l’abitudine dell’ anteporre
l’interesse pubblico ed altrui al proprio e privato... è la naturale generosità
e larghezza... è il preferire quasi istintivo del retto all’ utile... è la
disposizione avita di tutte le cosi fatte stirpi a eminenza di cittadine virtù
ed attezze... il primeggiare nel ci vii senno e consiglio... il gittarsi
innanzi, come il ’ prode destriero al romore delle battaglie, anche non
chiamati, nè pregati, né desiderati, in tutti i grandi e solenni bisogni della
cosa pubblica, senza risparmio di sè e delle sue fortune... il trovarsi pronti
e preparali a soccorso, a protezione, a sosteguo, a sovvenzione, a
incoraggiamento, a guida, a ufficio di capitani e di porta-bandiera. E I’ esser
sempre caporioni agli altri nel bene, e caporioni efficaci, ascoltati, sentiti,
rispettali, obbediti... l’aver coraggio civile o militare secondo clie fa
d'uopo... il guardare dall'alto al basso il puro e vile materiale interesse, e
il cercar sempre nelle questioni il lato della moralità e della giustizia. Non
mi state a dire che queste qualità preziose son rare come le mosche bianche.
Rare forse oggi, vi ripeto : ma non rare in ogni tempo ; non rare quando gli
uomini s’educavano a modo antico. E se si riusciva ad ottenerle, quando a
quella forma s’ educavano essi, io non veggo, perchè richiamando le stesse
cagioni, non s’abbiano ad ottenere, e non si possauo, gii stessi effetti. Non
mi venite a soggiungere, che altrettanto e meglio, per forza di conveniente
educazione, puossi ottenere fuori delle privilegiate caste. L’educazione è cosa
sempre troppo artificiale, e troppo perciò difficile a condursi a buon termine,
se natura non agevola, e condizioni intrinseche non favoriscono ; e l’una e l’
altre non favoriscono, se fin dai primi istanti non concorrono ; e dai primi
istanti non concorrono che assai di rado, e solo con qualche frequenza, quando
certe disposizioni son fatte dono abituale per lunga serie di generosi avi, e
quando ogni cosa che è intorno le seconda. Imperciocché indipendentemente da
quel che allora è dato per una felice armonia del fisico col morale improntata
per concepimento, v’è lo spontaneo innesto che nou può mancare a chi è uato in
mezzo alle morali qualità che si voglion generate ; a chi le ha trovale in
casa, e n’è stato cinto da ogni parte fin dalla prima infanzia -, infine a chi
non ha incontrato, anche uscendo" di casa, che quelle, come cosa propria
della casta in mezzo a cui vive. Le quali cose tutte non sono, per fermo, allo
stesso modo, in uno stato dove non è che democrazia, pe'figliuoli
degl’ingenliliti da un giorno, e degli arricchiti. Perchè in questi per solito
le ricchezze e l’innalzamento è dall’industria mercantile o quasi-mercantile ;
e l’industria delle mercature e de’com fu merei, pur troppo, a esser promossa,
e tanto da generare tesoro, ha bisogno d’accompagnarsi con amor di guadagno, e
d’ esserne preceduta come da suo naturale stimolante : amor di guadagno, che è
passione per sè, non dirò vile, ma certo un po’ bassa, e non troppo generativa
di virtù politiche. Ed ha radice d’egoismo e d’interesse materiale e personale,
due interessi che non poco penano a subordinarsi all’interesse morale, tanto da
contentarsi sempre delle seconde parti. Donde poi viene, che nelle case di si
fatti (non ch’io neghi molte onorevoli eccezioni) gli esempi non sogliono esser
quali in quelle della vera e buona aristocrazia ; e colla rarità di questi
esempi va proporzionata la difficoltà della fruttuosa educazione di che favellavamo.
Che se, pe’fin qui discorsi argomenti, s’ è dunque cercalo di provare, che
utile pertanto è l’aristocrazia, rispetto al creare, con un buono e conveniente
indirizzo, una schiera di cittadini egregi, quali con arte di speciale
istituzione applicata a’ primi che presenta il caso, o la fortuna, è difficile
ottenerli; già possiamo a un altro argomento venire, e sarà l’argomento di un
secondo e ancor più elevato interesse politico, il qual consiglia a mantenere,
quantunque dentro giusti contini, un ceto aristocratico nello stato; c questo è
l’interesse cornai at or e. Il quale interesse, naturale antagonista delV
interesse riformatore, molti non vogliono conoscere utile, perchè non vi pongon
mente : e, non avvertendolo, non se ne fanno una chiara idea. Ma non perciò non
esiste; e non è rilevantissimo, e tanto anzi più importante, quanto le forme
del governo son più liberali, e tengono delle repubblicane, o delle
rappresentative e democratiche, e quanto v’è più grande l’autorità delle turbe
popolari. Perchè il proprio delle democrazie, come in generale dei popoli e
de’tempi tendenti a democrazia, è, in politica, il moto perpetuo. Un paese dato
o soggetto alla dominazione, od alle forti influenze de’ capricci, di quello
che fu e sarà sempre varium et mutabile vuigus, è come dire un terreno in man
d’una compagnia d’ agricoltori, ognun dei quali vuol coltivare a suo modo ; e
dove, secondo che uno riesce a prevalere sull’ altro nella lotta delle volontà,
e nella pertinacia e nella validità de’ contrasti, distrugge l’opera
de’compagni, e rilavora, e risemina a suo modo. Il qual terreno lascio decidere
a chicchessia se può mai prosperare, e dare un frutto che valga le spese, e le
fatiche periodicamente abortive. Un tal paese è sempre sul disordinarsi, e
riordinarsi per disordinarsi di nuovo, e tornare ad ordinarsi: come ciò accade
del mobile campo del mare a ogni nuova aura che spiri, non importa da qual
parte. Le leggi non vi durano. L’espcrienze lunghe non vi si maturan mai. Le
fortune vi sono instabili, come le dignità, come le influenze, come le
ricchezze, come le risoluzioni. Ora un tal paese, per avere una qualche
speranza di requie, e di rallentamento negl’impeti inconsiderati del moto, ;
per non lasciarsi perpetuamente allucinare da false apparenze di mali, da false
apparenze di beni, giudicate secondo la prima impressione, e guidanti a fatti
spesso inconsiderati e rovinosi, ha bisogno che sia, nel popolo, un certo
numero di cittadini saldamente potenti (ciocché non vuol dir prepotenti), i
quali mettano nella bilancia disposizioni opposte ; cioè appunto quelle
disposizioni che si chiatnan conservatrici, com’é il proprio delle
aristocrazie, alle quali tutto fa invito a temere i troppo rapidi mutamenti, e
a temperarli, facendo per propria essenza l’officio del regolatore nell’
orologio, e della scarpa nel carro, non per arrestare l’ andamento, o per
voltarlo io contrario, ma per fare necessario contrasto alle accelerazioni
dissenna te, e per impedirne le aberrazioni pericolose. Né voglio, a provarlo,
altra dimostrazione che quella delle prove storiche, dalle quali risulta che
nessun paese prosperò mai lungamente, dove un robusto ceto aristocratico non si
ponesse in mezzo tra le facili velleità delle plebi e de' municipii, tra i
piccoli e gretti interessi del terzo stato ... tra le tendenze agli abusi del
potere in più alto luogo; c non concorresse con ciò validamente e in modo
principalissimo alla costruzione diffìcile del buon governo. Finirò enumerando
i beni accessorii, che a lutti i precedenti van connessi. Unicamente coll'aristocrazia,
che si tiene ancorala sopra una ricchezza immancabile ( non fluttuante, non
fortuita, non nata oggi o ieri, c non destinata a perire domani), e sopra
tradizioni antiche di potenza, e sopra le aderenze numerose e gagliarde che la
corroborano, e la fan per cosi dire immortale, sono possibili, od almen
frequentissimi, tanti abbellimenti delie città ; que’ palagi, de’quali
parlavain sopra, che sffdano i secoli, e che son come reggie; i musei, le
ville, i parchi, le splendide ed ereditarie proiezioni alle belle arti di
lusso, alle lettere, alle scienze; i costumi gcutili, il secolo di Leon X, la
considerazione al di dentro, e al di fuori, la dignità c il decorodelle
nazioni. Solamente coll'esistenza di famiglie, la cui poderosa influenza sugli
uomini e sulle cose abbia grande ed antico ed esteso fondamento, è lecito
sperare ad ogni privato facili appoggi e saldi nelle solenni necessità d’ogui
genere, ferma resistenza contra ogni nemico interno od esterno che minacci lo
stato e la città, c perfino la miglior guarentigia possibile contra gli abusi
d'autorità, procedenti da ogni alto luogo. Questi abusi, possibilissimi anzi
dove non sono che governo e popolo più o meno minuto, e qua c là ricchi senza
consistenza e senz’ altra fede che nella loro pecunia, non possono esistere o
sussistere gran fatto dove quel terzo elemento dello stato è fortemente
costituito su basi ben radicate che non tremano ; le combinazioni ternarie, in
queste faccende, piu essendo valide ad impedire le abusive prevalenze da qualunque
parte, c quindi le prepotenze di qualunque origine. Ivi i facili rivolgimenti c
sconvolgimenti trovano remora gagliarda e principalissima, distrutta la quale i
Iremuoti politici si succedono a ogni piè sospinto ; e dura pròva più d’un
paese n’ha falla in questi nostri lagrime volissiini tempi. Di qui è che la
sapienza antica, per voce di Platone c di Cicerone, cosi appunto sentenziava
ne’ libri De republica. Si ama favellare soltanto delle soperehierie de’
nobili, di certe violenze che alcuni di loro si permettono, di certi mali
ch’essi han prodotto. Bisogna, com’ io diceva, pesar più giusto, e mettere su
la bilancia nell’ altro piatto i vantaggi. Quando avrete distrutta la nobiltà,
e avrete solo tollerato quella ineguaglianza di fortune, che non siete padroni
di distruggere, e che resisterà ad ogni vostro tentativo livellatore, avrete
tanto e tanto le stesse violenze e le stesse soperchierie da que’che avranno la
prevalenza di fortuna, ma le avrete senza il correttivo ed il freno che per sua
natura è chiamalo a mettervi il buon patriziato per una dicevole educazione e
tradizione. Servio Tullio, fin dai tempi regii di Roma, non annullò questo ; ne
moderò i poteri ; e provvide con ciò alla fuUira grandezza di quella ch’era
destinata ad essere la capitale del mondo. La elevazione di Roma repubblicana è
dovuta principalmente al suo senato di patrizi. Le successive invasioni della
plebe alzaron molli di quesla sino a quello, cd era giusto ; non abbassarono
quello fino a sè, che sarebbe stato follia. . . distruzione di Roma. I Cesari
lolser di mezzo, o snaturarono l’organo politico, pel quale Roma dominò la
terra ; eslcrminarono le grandi famiglie, fecer perire l’ antiche tradizioni,
tolsero ogni impedimento, ogni potestà tra sè e il popolo, e con quale effetto
non ho bisogno di ricordarlo ad alcuno. Venezia ed Inghilterra la Venezia de’
passati secoli, l’Inghilterra d’oggidi, son altra prova storica e splendida
della mia tesi. I soprusi e gli abusi di potere si possono correggere,
impedire, medicare; il male della mancanza della nobiltà è immedica bile nel
materiale e nel morale. E la nobiltà è zero senza ricchezza ; e la ricchezza è
labile senza fedecommessi. Dunque i fedecommessi, oltre al non essere ingiusti,
oltre all'essere senza detrimento al paese che li ammette, gli sono necessari
(1). (1) Di qui è, che, a mio senso guardando alla ragion politica, possono
nelr eredita fidecommissaria difendersi anche certe sostituzioni, e certi
passaggi di famiglia a famiglia come mezzo di perpetuare i gran nomi, la memoria
de’ grandi servigi, e gli obblighi che queste memorie traggon seco. L'argomento
è degno per lo meno di nuovi esami. Non è il mio Bne l’intraprenderli. N- B.
Dopo stampale, una prima ed una seconda volta, queste lettere, un vicino paese
fu, nel quale i maggiorati s’ abolirono, disputatone prima, come e quanto lo si
poteva aspettare, nella camera dei suoi deputati, e nel senato de’sapienti del
luogo. Nè negherò, che, vista la coedizione de'tempì e delle opinioni, il
conservarli sarebbe quivi stato un’ anomalia ; certo una disarmonia con tutto
il resto. Nel fallo, si guardi meno alla quistione assoluta, che alla relativa
; e meno la relativa al piti o manco di vantaggio del popolo, e in generale
dello stato, ebe ia relativa all' andamento politico in cui lo stato s'è colà
messo, ed alle necessità che ciò s'è tratte dietro. La questione giudicata oggi
cosi sta donque forse bene. Bisognerà vedere se ugualmente starà bene domani.
DELLA LIBERTA’ E DELL’EGUAGLIANZA CIVILE. -DEL GOVERNO E DELLA SOVRANITÀ’ IN GENERALE.
- DELLA COSI DETTA SOVRANITÀ’ DEL POPOLO E DELLA DEMOCRAZIA. -DEL VOTO
UNIVERSALE. DELLE RIVOLUZIONI E DELLE RIFORME NEI GOVERNI EC. Al REPUBBLICA! RICOVERATI IH IHGBlLTERRA E
ALTROVE Il ne faut pas vous le dissiniuler. Le peuple, ainsi que la bourgeoisie
n’a nulle confianee en vous. Le peuple rii de vos pasquinades politiqueset
sociales: il vous a connus à l’oeuvre : il a jugé la puissance de vos moyens et
la fécondité de vos ressources; il a vu poindre, sous volre iniiiative, celle
réaction que vous condamne/. aujourd'bui, mais dont le principe est loujours
vivant dans vos vues et pour rien au monde il ne se sou cie de riimeltre nne
seconde fois ses destinées eulre vos mains. Tranquillisez-vous donc, et quoi
qu’ il arrive, ne vous excilez pas le cerveau, ne vous écbaufl'ez l.oint la
bile. Acceptez en tonte résiguation le repos que vous fait l’cxil, et
metlez-vous bien dans la téle qu’à rnoins d'unc transformation complète de
volre esprit, de volre caraclèrc, de votre intelligence, volre ròte est lini.
Teuez, voulez-vous queje vous dise louie ma pensée? Je ne connais qu’un mot qui
caractérise votre passò, et je saisis celie occasion de le Taire passer de
l’argot populairc dans la langue polilique. Avec vos grands mols de guerre aux
rois, et de l'ralernité des peuples ; avee vos parades revolulionnaires, et
toutee lintamarre de démagogues, vous n’avez été jusqu’à préscnt, que des
blagucurs. Journ. le Peuple ile l»bO Articolo di P.
/. Prudhon Della libertà nel civile consorzio, e dei limiti che necessariamente
debbc avere. Che cosa volete, signori maestri del mondo, che si rinnova? - «
Libertà ed eguaglianza nel consorzio civile, nco« nosciute e difese; e, come
frutto della libertà e dell’egua« glianza, la parte di sovranità nel popolo,
che a ognuno « coegualmente spelta per quel che concerne gl’interessi « sqoi, e
gl’interessi dell’universale in correlazione co’suoi. « Perchè, se gli uomini
sono uguali per natura ( e certo lo « sono}, è una iniquità il farli disuguali
per arte; è una slo« Udita il lasciarsi far tali, ed ammettere maggiori di sé
soci pra sè quando piace, e quando non piace. E se gli uomini « sono liberi per
natura, è una iniquità il farli più o meno a schiavi per arte, e stolidità il
lasciarsi far tali, ed ammet« tere padroni di sè sopra sè, quando piace, e
quando non piace. Ma qui vale la risposta celebre degli spartani a Filippo re -
(1). « SE ». La libertà! Innanzi tratto, parliamo un po’ sul serio: raccordate
voi veramente all’ uomo, voi che pugnate tanto perchè vi si lasci interissima,
e quasi o senza quasi priva di vincoli ? - Ma molti di voi, che chiamano l’uomo
una macchina fisica, so che il libero arbitrio, cioè questa tanto richiesta
libertà, dicono non esistere ; poiché tutto che facciamo, lo facciamo, secondo
essi, per coazione prodotta in noi da impellenti motivi, interiori od esterni,
che prepotentemente, (I) Plutarch. fìe g.imililale. Edil. Rnisk benché
occultamente, ci spingono a fare o non fare, ed a fare una cosa piuttosto che
un' altra. Dunque, almen per tutti cotesti negatori del libero arbitrio, le
dimande d’ esser liberi hanno assurdità manifesta, e mancan di senso, essendo
in contraddizione perfetta colla loro intima e confessata persuasione di non
poter esser soddisfatti nelle loro dimande, nè essi, nè chicchessia (1). Essi
sanno, o pretendon sapere, che chiedono quel che non è possibile dar loro ;
poiché quel che chiedono, a lor detto, è un nulla, un non-ente; e niun può dare
ad altrui, se non illudendolo, un non ente, un nulla, una cosa, che nè ha egli,
nè alcun altro possiede, o può possedere. Dunque la libertà non possono
chiederla, che coloro i quali la credon possibile all’uomo, e che non
risguardano il mondo morale, ossia il mondo delle volontà, come un conflitto di
forze, ognuna delle quali non può non esercitarsi, che nel modo col quale nel
fatto s’esercita, senza che alcuno possa iutervenirvi per azioni diverse da
quelle con che ogni volta in realtà v’interviene. La libertà, in altri termini,
non posson chiederla, che gli spiritualisti ; e già in ciò v’è molto di
guadagnato: perchè cogli spiritualisti, se sono veramenle quel che dicono di
essere, si può disputare con ferma speranza di giungere presto o tardi a
spogliarli di certe idee, per così dire, superfetate ed aggiunte, contro a
naturatile loro persuasioni di spiritualisti: idee non compatibili con quelle
persuasioni, e tali, che nonèdifficile alla lunga di farle apparir loro quali
realmente sono, riducendole al giusto loro valore. È argomento ad hominem — Ex
ore vestro voi judico. Que’ cbe negano la libertà non solo non posson chiedere
questa, ma non possono, sul serio e da senno, chiedere o pretendere nulla, nè
accusar nulla, nè lagnarsi o adirarsi di nulla, nè trovare a ridire su nulla.
Nella loro ipotesi lutto quel che è o sarà, tatto quel che si la o si farà, non
dipende dall'arbitrio 'di chicchessia. È o sarà, à fa o si farà, perchè non puh
essere nè farsi diversamente. Dimande, lagnanze, accuse, saranno, per vero,
esse pure atto necessario, ma un alto senza significato, o d’ un signitìcato
che non può stare. La proposizione non lo che accennarla. Il trattarla ex
profitto non è di questo luogo. E che cosa è questa libertà ? - « La facoltà (
rispondono } « d’usare delle proprie forze, fisiche o morali, nel modo « che
più aggrada, la quale ( dicono que’che vi credono ) « è una facoltà primitiva e
naturale, e tale perciò che non si « ha diritto di toglierla. » Intanto, essi
che l’ ammettono, si vergognerebbero di non ammettere però, che alcuni di si
fatti usi della libertà propria son buoni, altri cattivi, e che i buoni usi
ognuno è tenuto a praticarli, e i cattivi ad evitarli. Dunque coloro che
ammettono la libertà, .e che perciò ne chiedono alla congrega civile la
maggiore possibile indipendenza e franchigia, concedono almeno una legge
interiore, e naturale, e non abrogabile, data al loro intelletto, che comanda,
consiglia, o proibisce; legge obbligatoria per ognuno. Dunque concedono, che la
libertà, per sua natura, non è poi cosi sfrenata come lo si suppone, nemmen
nell’uom solitario e sottratto perciò ad ogni coazione estrinseca de’simili
suoi, da che è limitata e vincolata da una legge interna, che notabilmente ne
restringe pur sempre i poteri. Anzi, poiché, conceduto il bene ed il male nelle
azioni libere o volontarie, vengono con ciò necessariamente a concedere la
distinzione tra l’uomo da bene e perfetto, e l’uomo imperfetto e cattivo,
conseguita da questo, che per essi il migliore ed il più perfetto degli uomini
è quegli che più limita le proprie libertà, e che, per conseguenza, nel fatto,
è o si fa men libero; e viceversa, che l’ uom peggiore e più imperfetto è
quegli il quale più ai vincoli della libertà si sottrae, godendo, nel fatto,
d’un più illimitato uso della libertà propria. Qual è l'uomo il più libero ? —
Il ciallroue, che, senza un riguardo per sè o per gli altri, va e fa e dice, e
si veste o sveste, e s'accompagna o scompagna, e si satolla negli appetiti suoi
più disordinati e più bestiali ed immondi a tutto suo grado, gitlandosi
panciolle o rotolandosi in istrada, ubriacandosi nella taverna, appaiandosi
colle sgualdrine, gridando e urlando per via, spargendo motti, dileggiamenti,
bestemmie, ingiurie a questo ed a quello. Or, se la civil convivenza è ordinata
a rendere gli uomini, non più imperfetti e cattivi, ma sempre migliori e piu
perfetti (ed aspetto che qualcuno voglia con moderna impudenza negarmelo), è
chiaro, che quello è il consorzio umano più conforme alle leggi di natura, in che
il male è più difficile a farsi, ed il bene piu facile. Laonde, se un modello
di ottimo civile ordinamento è a proporsi come un tipo al quale si debbano
conformare, quanto meglio ciò è dato, le umane congreghe, converrà dire l’ideal
naturale ( come lo chiamano ) dell’ ottima e perfetta civil convivenza esser
quello dove alle volontà del male è recato il massimo impedimento, alle volontà
del bene il massimo eccitamento e favore, alle volontà indifferenti quanto a
bene ed a male la massima indipendenza : quello dunque dove la libertà ha
vincoli molto maggiori de’ vincoli che le nostre leggi, anche le più rigorose
impongono. Tuttavia confesso, che chi cosi ragionasse andrebbe troppo in là col
ragionamento, massime ove difendesse l’opinione, che questo ideale sia
immediatamente riducibile ad atto nella odierna condizione delle aggregazioni
umane che si noman popoli. Confesso, che, conosciuto il mondo cosi com’è, e
considerato quanto immensamente son gli uomini ancor lontani, nella lor molta
corruttela, dal tollerare universalmente d’ esser costretti a farsi ottimi, e
ad incontrare ostacoli ad ogni azion loro men che retta ed a bene rivolta;
veduto quindi che la legge troppo rigorosa incontrerebbe innumerabili ribelli,
i quali sarebbe presso a poco impossibile frenare, e colla forza ridurre ad
obbedienza, o pur solo punire; infine, richiamalo alla memoria, che Iddio
stesso, nella formazione dell’ uomo, mentre si è contentato di dare ad Lo 5cln
'rauo clic corre armalo le campagne taccinlo silo tulio che trova, spogliando i
viandanti, accoltellandoli.... — E qual uomo onesto, nel senso che questa
parola ottiene in ogni vocabolario di popolo civile, vorrebbe essere cialtrone
o scherano ? o eie' specie li ci' il consorzio è possibile ne' cialtroni, e fra
gli scherani?] ognuno le norme del bene e del male, ba però voluto lasciare, a
tutto risico di chi devia da queste norme, la libertà di si fatta deviazione ;
di qui è che, per men danno, e per men difficoltà, i savi, che dell’
ordinamento degli stati han fatto particolare studio, avvisarono la necessità
di abbandonare al proprio libito di ciascuno il più di quegli abusi di li bertà
recanti a tristo o sconveniente (ine, ma che non nuocono altrui, riserbato il
vincolare con leggi quegli abusi die agli altri recauo un più o men grave ed
ingiusto nocumento, od una indebita e non lieve molestia : ciocché accordandosi
a riconoscere e concedere ( e vi riflettati bene i capitani e i campioni delle
nuove dottrine) non credon già di aver, per si fatti divisamenti, proposto quel
che veramente sarebbe il meglio; ma, proponendolo, o, a dir piu vero,
confessando d’ essere stati costretti a concederlo, compiangono di non aver
potuto proporre c consigliare che un men male. E tuttavia questo men male non
lo propongono, e non lo accettano, che in modo, per cosi dire, precario, e
finché, con un migliore indirizzo della educazione privala e pubblica, sia
lecito assai più recidere di questa libertà del non buono, senza troppa
resistenza, e per successivi sempre maggiori troncamenti giungere alfine a quel
minimo di libertà lasciata al mal fare, che costituirebbe de’ civili
ordinamenti la vera normalità. Ed ecco ricacciate in gola, io spero, a certi
insipienti banditori del sacro diritto (coni’ essi soglion chiamarlo) d’ esser
padroni delle azioni loro, tante balorde cicalcric di pocosen so, che vanno
eglino ripetendo, e che, se dimostran qual che cosa, dimoslrau solo quanto è
grande la ignoranza di gridatori si fatti in lutto che risguarda la vera
filosofia delle leg; gi e la vera natura dell’ uomo. Io so però con qual
mutamento di linguaggio si sforzeranno essi di riguadagnare terreno, se non di
fronte, almen per fianco. Senza osar troppo di negare, presi cosi alle strette,
che quegli usi della libertà, dai quali un altro, e con piu forte ragione più
altri, o la comunità intera, possono essere più o men notabilmente ed
ingiustamente pregiudicati, debbono dalla legge frenarsi, diranno però, ed in
effetto dicono ( abbassato molto il tuono della voce e della superbia ), che la
forfattura de’ legislatori a cui si chiede emendamento è appunto nel giudizio
del male, operato o da operarsi, il qual conviene, o prevenire perchè si tema,
o punire perchè si risguardi come fatto, e delle condizioni che si stima utile
all’ universale di lasciare in potestà de’governanti lo imporre a’ singoli,
quale un debito comune di violenze fatte o da farsi alia libertà d’ ognuno pel
bene di tutti. Rispetto a che ricusano il più delle norme stabilite dalla
sapienza antica, senza un riguardo eh’ ella sia stata sempre una e costante,
sempre simile a sè fin dalle prime manifestazioni sue, giungendo da gente a
gente al nostro tempo ; e trinceratisi sopra questo terreno, vogliono, coni’
oggi dicesi, guarentite almeno certe principali libertà, o salvati certi
privilegi di libertà, di che fanno enumerazione, secondochè, per un detto di
detto, impararono. E qui non discenderò io a disputar loro ciascun palmo del
nuovo terreno in che s’accampano, questo non essendo per ora il mio proposito.
Non ch’io non voglia, a miglior tempo, a un per uno, espugnare ciascun
de'baluardi ove atlendon battaglia, impotenti, come si sentono, a tener la
campagna aperta. Ben, fermandomi qui sulle generali, poche cose dirò, che
importa stabilire, come opportune premesse a tutte l'altre, quasi circonvallandoli
intorno d’un regolare assedio, per toglier loro qualunque spe [ È degno d’esser
notato che si schiamazza e si pugna per si fatte libertà, e per questi
privilegi sempre ne’ tempi in cui più si vuole abusarne, e da que’che di
abusarne hanno il proposito deliberato. Que’ che non han bisogno dell’abuso, e
che non lo hanno nell’animo e nel desiderio, è chiaro che sarebbe ridicolo se
ciò curassero. Ed altrettanto è a dire de’ secoli in cui rarissimi sono, o
nessuni, gli abusa tori di fatto o d'intenzione. Queste grida allora non si sa
che siano. Si chiede il permesso di quel che si vuol fare, e si muovono
lagnanze di quel che, volendo farlo, non sì pub ; non di quello mai, che non
occupa la mente, e che non ispiace di non poterlo operare a suo grado.] anza di
esteriore sussidio, e di futuro scampo. Dove, se per avventura, io paia a
taluno usare, a dispetto, un troppo superbo linguaggio, valgami a scusa la
salda fede che ho nell’animo, non veramente del prevalere per senno, ma sì
certo dello scendere a combattimento con tale una soprabbondanza di forze, che
il far fronte, negli avversari, più mi sembra presunzione ed insania, che
coraggio e bravura. E prima, prendo, come suol dirsi, atto del concesso, e
dell’ ornai da essi perduto per non poterlo difendere : cioè, che tutte le
declamazioni, le quali fannosi, a destra e a sinistra, suonare sul sacro
diritto della libertà umana, cosi in generale sfrenata, e della intangibilità
di questo diritto ( le quali declamazioni tanto si vanno ripetendo a illusione
e pervertimento degli sciocchi, e col plauso del codazzo lungo anzichenò
de’tristi, i quali approvano e fan coro, perchè l’approvazione è come indiretta
difesa di molte ribalderie loro); tutte queste declamazioni, dico, bisogna
ringhiottirsele, o riservarle a’ crocchi degl’ imburiassali a lor forma, e già
non più ragionanti, nè disputanti, ma credenti, e disposti a contendere solo
co’pugnali e colle contumelie. Per tutti gli altri un punto è vinto, ed una
verità è conquistata: la libertà, per sé medesima, dev’ esser vincolala in
tutti. Questo non ammette più disputa. Or, ciò premesso, io dico poi, che,
nelle azioni le quali necessariamente han, per cosi dire, contatto cogli altri,
e sono usi di libertà che agli altri possono riuscire o molesti o pregiudice
voli, a rendere, non pur possibile, ma solo reciprocamente tollerabile la
consociazione degli uomini, è chiaro che l’interesse comune richiede il
provvedere a tanto, che i conflitti delle coeguali libertà siano evitati il
meglio che esser può, e siano del pari scansate le cagioni, quant’elle sono,
onde, per fatto delle libertà male-usate, si renda sgradevole ed intolleranda
ad altri, pochi o molti, la convivenza. E poiché nessuno è giusto che sia
giudice in causa propria, quando specialmente la causa propria è in contrasto
colla causa degli altri, perchè niuno, negl’ innumerabili e colidiani casi di
si fatti contrasti, vorrebbe aver fede nella giustizia e nella discrezione d’un
che ha interesse a favorire sè stesso (massime considerando, che il momento
medesimo del conflitto, allorché più le passioni sono in presenza, in
accensione, ed in tumulto, dovrebbe esser quello del giudizio ), perciò è
necessario, che ognuno anticipatamente sappia (da terzi ed im parziali, e
parlanti con autorità in guisa da comandare obbedienza ed ottenerla) quel che
può e deve, e quel che non può, nè dee. Di che poi si conclude, che, innanzi al
fatto, egli è della più grande evidenza, bisognare alcune regole prestabilite,
ossiano leggi, per le quali si determini efficacemente il lecito e l'illecito.
Resterà dunque solamente a cercare, da quali, secondo ragion naturale, debbano
queste leggi emettersi, ed in che misura. E la -questione giunta a questo
termine, s’allarga. Perchè, venuto il discorso alle leggi che stabilir denno i
confini e la misura della libertà civile, l’argomento facilmente trapassa alla
non meno astrusa ed importante trattazione del primitivo stabilimento di tutte
l’altre leggi obbligatorie per l’universale, e si di quelle che fermano, o
fermar debbono le originarie condizioni della civile congrega, nelle parti onde
si compone od hassi a comporre l’intera macchina governativa, qual si ha, o
qual si desidera averla, si di quell’altrc, che, a volta a volta, si van
facendo, o si vorrebbero fatte, per nuovi bisogni che si stimano sopravvenuti,
o per correzione d’antichi e nuovi errori, de’ quali credesi avere
accorgimento. Intorno a che una opinione oggi, e da molli anni, a memoria di
noi vec-r chi, cerca di signoreggiare il mondo, secondo la quale, la volontà
egualmente ed il senno di lutti avrebbe in ciò a consultarsi, e a deliberare,
per quella dottrina che troppi pongono a di nostri in cima a ogni altra, e che
chiamano il domala della sovranità del popolo, da cui, come da vecchia sua
radice, sorse già e prese forza l’altro domina del cosi detto patto, o
contratto sociale ; due domini a’ quali dassi appunto per fondamento, come la
libertà originaria e naturale dell’uomo, cosi l ’ eguaglianza primitiva d’uomo
con uomo. Or poiché, rispetto alla prima già vedemmo, quantunque sommariamente,
quel che bassi a pensarne, favelliamo adesso della seconda. Della eguaglianza
in generale, e quanto poco esista essa nella specie utnana. Si pretende, che
gli uomini, per naturale diritto, sian tutti uguali, e, al solito, insegnando
al popolo questa supposta fondamentale verità, que’ che la insegnano si guardan
bene dal dichiararla con più esplicite parole, e dallo spiegare in che senso, a
lor senno, questa eguaglianza può affermarsi, in che senso non lo si può. E il
popolo fa di questa proposizione quel medesimo, che dell’altra, la qual die
e-Gli uomini son lutti liberi - Ambedue le accetta così come gli si danno,
senza limitazione, e se le stampa bene in mente al modo che suonano, per poi
trarne le conseguenze dirette ed estre- i me, che oggi pur troppo ne trae...
conseguenze che la pace del mondo da sessanta anni disturbano ed impediscono.
Io spesso ho domandato a que’ difensori di si fatte stolte teoriche, co'quali è
pur possibile tentare un po’ di ragionamento, qual fondamento dessero (
parlando dell’egualità ) al domma che stabiliscono ; e i più di loro m’hanno
risposto con gran franchezza, che l’eguaglianza è da legge di natura, perchè la
natura ci ha fatti tutti della stessa specie, e della stessa carne; tutti, gli
uni agli altri, fratelli. Ma, quando li ho incalzati, chiedendo, se la natura
facendoci uguali quanto a specie e carne, e con questo dandoci una comune
fraternità, abbia poi col fatto mostrato di averci voluto ad un tempo dare
anche le altre eguaglianze qualitative e quantitative, ossia di modo, e di
grado, che bisognano per costituire l’assoluta eguaglianza naturale, la quale
intende il popolo, non ra’han potuto più rispondere cosa che valga. Almeno
avessero potuto dimostrarmi che queste ultime sono una conseguenza necessaria
di quelle prime! Bisogna compatirli. Essi non potevan fare l’ impossibile. La
natura, certo, non ha voluto farci diversi da quelli che ci ha fatto. Ora è
chiaro, ch’essa ci ha fatto in ogni cosa disuguali. ( E si noti, eh’ io qui uso
il linguaggio de’ moderni filosofanti. Metto da parte la fede, il peccato
d’origine, e le sue conseguenze. Parlo, come oggi usano tanti, della natura
acefala, e separala dalle sue cagioni, come se non le avesse ). Infatti che
vogliamo ricercare? Il fisico, o il morale? Ma, nel fisico, nessuno, per fermo,
avrà l’ ardire d’ affermare, che la natura, fabbricandoci tutti della stessa
carne, e collocandoci nella stessa specie, abbia voluto altro farci che
disugualissimi. Non forse ogni giorno ci schiera essa innanzi i belli ed i
brutti, i dritti ed i bistorti, i contraffatti a ogni forma ed i ben composti
della persona.... i sani e gl’ infermicci, i gagliardi ed i frolli, gli
svegliati ed i pigri o buoni-da-nulla? Non forse tra milioni di visi nessun ce
ne presenta ben simile... ben uguale ad un altro « imprimendo ad ognuno una
fisonomia sua, che è la sua e non d’altrui? Non forse disuguali dà le
complessioni, la fazion generale della persona, le idiosincrasie ? Pur la carne
è una in tulli, e la stessa : la specie è una e comune. Più però l’originaria e
naturale disuguaglianza fassi palese, ove al morale riguardiamo, e si a questo
nella parte intellettiva e discorsiva, si nella memorativa, si nella
immaginativa, nell’ affettiva, nella volitiva, e in quante altre le
sottigliezze de’ filosofi distinguono... Ho io bisogno di dire, che hannovi
nati stupidi, e nati con ogni buona disposizione di memoria, di giudizio, d’
acume... ? Ho io bisogno di ricordare le portentose varietà d’ altezze, di
capacità, d’umori, di tendenze, infinitamente tra loro disparate e distanti ?
Ho io bisogno di avvertire, che GALILEI (si veda), Newton, Eulero, Lagrangia
non nacquero per esser umili ragionieri di lor persona sopra un povero banco di
libri tenuti a scrittura-doppia ; Cesare, Carlo Magno, Napoleone, non erano
modellati alta stampa d'un piccolo caporale di milizie ; i Law non furono mai
del legno di che si formano i Colbert, i Turgot ; Omero non doveva essere
Clierilo, nè Virgilio Bavio..., e tutta la larghezza d’ un oceano doveva
separare Marco Tullio Cicerone da Marco figliuolo, Marco Aurelio Antonino da
Commoilo, Tito da Domiziano... Vaucanson da un costruttore d’organucci di
Barberia... Giovanna d’ Arco dalla mia donna di faccende ? Non favello delle
disposizioni di cuore... delle disposizioni di volontà... del più o meno di
mercurio, di zolfo, di sali, che, fino dal primo impasto, è infuso nelle nostre
crete; e del diverso rombo di vento a che si volge l’ago delle nostre
tramontane. Nel vostro stesso campo, signori maestri del novello mondo,
consultate Gali, Spurzheim, Fossati, Combe. Crederanno leggervi sul cranio,
scritto e significato a grandi rilievi, se siete della pasta dei Tersiti,
de’Paridi, degli Ulissi, de’ Palamedi, o degli Achilli.... E non solo
differenti s’esce di prima stampa dall’utero materno. Altre cagioni
soggiungono, da natura pur sempre, e dal conflitto perpetuo delle sue forze,
per le quali alle inegualità fisiche e morali, cominciate fin dai primordi
nostri, se ne vanno altre aggiungendo finché dura la vita, ed alcune per
effetto della stessa vita. Imperciocché a questo lavorano giornalmente le
infermità, e centinaia di fortuiti accidenti che sopravvengono... le differenze
di climi e del tenor di vita... i nostri spropositi volontari ed involontari...
: senza di che molle cose al vecchio toglie P età, e al fanciullo non le dà
ancora... E l’arte, eh’ essa medesima è da natura, opera forse, e conduce, a
diverso fine? -L’arte è l’educazione, secondo che ce la danno, secondo che ce
la diamo. Or l’educazione, facciasi quel che si vuole, è per l'uomo una nuova
grandissima cagione d’ inegualità, la quale niun potrà mai governare in modo da
impedirle il produrre questo ultimo effetto. E, primo, è una potente cagione
d'inegualità dalla parte degli educatori. Perché come poterli applicare a uno
stesso modo, a una stessa misura, in tutti i luoghi ed a tutti? nelle città e
ne’ villaggi ? nelle campagne e ne’ boschi ? a que’ che vivono raccolti
insieme, e a que’che in solitudine, o grandemente spicciolati e divisi ? Come
trovarli, da per tutto, uguali in eccellenza, per dottrina, per zelo, per
altezza, per l’allre molte qualità che aver denno, o dovrebbero ; o come non
piuttosto contentarsi assai spesso di non trovarne, di non averne, o di averne
de’mediocri, degl'insufficienti, o decessimi? Come, da per tutto, avere o
procacciarsi le stesse facilità secondarie, gli stessi ausiliarii mezzi, senza
di che la bontà degli educatori o fallisce, o men vale? Come non avere
riverberate sugli educati le diversità che provengono dalla diversa natura de’
maestri, de’ metodi, degli aiuti estrinseci? E, per tutti questi motivi, come
non giungere all’effetto ultimo, che, se le differenze predisposte da natura
erano già grandi, più grandi ancora saranno esse fatte, dopoché di necessità in
diversissimo grado e modo l'arti educatrici sarannosi adoperate? Secondo, è
un’altra cagione d’ineguaglianze, dalla parte di coloro che debbono educarsi.
Imperciocché le inegualità già preordinate in ciascuno nell’esser coucetli,
come potranno non avere accrescimento e moltiplicazione, aggiuntevi le
inegualità avventizie, prodotte dall’azion di coloro, che, più o men bene, o
più o men malamente, educheranno? Dove, tra inegualità ed inegualità, sarà pur
talvolta che accadano compensazioni: ma sarà più spesso ancora, che le
inegualità si sommino, e s’alzino a maggior valuta... Terzo, son molte più,
accidentali, cagioni, che necessariamente faranno anche maggiore essa
differenza : come dire, il più o men bene, o male affetto stato di salute, o di
vigore, il più o meno di fortuiti ostacoli, o di fortunate agevolezze
sopraggiuugenti : la nebbia delle passioni viziose che alcuni offuscalo la loro
forza che molti distrae; lo stimolo delle passioni generose che ad altri é
incitamento... cento altri e mille incidenti della vita, che or turbano, or
secondano, e fan mentire in bene o in male ogni anticipato presagio da natura
tratto... Ma v’ è una piu generai considerazione, che vie meglio conferma la
verità del mio detto. Essa ci è somministrala dalla ricerca del fine stesso per
cui la natura ci diede delle arti educatrici il bisogno, l’istinto, ed il seme.
Questo fine evidentemente, e per sua essenza, è, sempre, e ogni giorno più,
disuguagliare, anziché uguagliare. Imperciocché la perfettibilità umana esse
arti han persubbietto sul quale lavorano ; e la perfettibilità è cosa
sterminata. L'arte, cioè l’educazione, perfeziona, che è dire s’ aggiunge alla
natura, acciocché quello che in essa è germe, tallisca, cresca in pianta, e
fruttifichi. Ora il germe è d’ineguaglianze: dunque ineguaglianze
raccoglierannosi dall’ educare, tanto maggiori, quanto l’ educare sarà più
perseverante, e condotto a maggiore eccellenza. In ciò sta il progresso, che è
pure un altro degl’ idoli del nostro tempo : in ciò la civiltà, effetto
principale del progresso, che tanto oggi i nuovi dottori dicono di voler
promuovere, non s’accorgendo, che il suo vero fine è aumentare le differenze
tra gli uomini, non già scemarle. Gara infatti essa è per essenza, e specie di
palestra aperta a tutti, dove arte aiuta natura a far si che ciascuno co’ vantaggi
che può e sa, si gitti innanzi quanto più può e sa meglio, lasciando iudietro
il compagno o i compagni di quanto piu intervallo è possibile, nelle diversità
di direzione che tutti prendono. Cosi arte e natura a un medesimo scopo
convengono. Quella accresce 1’ effetto di questa. La disuguaglianza é data
all’uomo per legge; il disuguagliarsi per istinto, e per bisogno. Voi piu
facilmente fabbrichereste gli uomini della favola di Luciano, usciti dalla
granata magica, con metodo di successive dicotomie, che gli uguali i quali
sognale. Arroge, die questa è una legge non esclusivamente propria della nostra
specie. Chi ben considera, trova ch’è legge data all’intero universo, come
norma del suo modo d’essere. Tutto in esso è varietà e diversità. Tutto è gerarchia.
La materia è una nella sua sostanza, pur l’oro non è argento, nè T argento
rame, nè il rame piombo, nè il piombo arsenico, nè l’arsenico azoto od
ossigeno. Vi son dunque caste nella materia, come nella specie umana ; come
nelle specie degli animali domestici (cavalli, pecore, capre)... V’ è una
gerarchia delle stelle tra le stelle, delle comete tra le comete. V’é il grande
ed il piccolo, il luminoso e l’oscuro, quel che domina e quel eh’ è dominato.
Un carbone è cristallizzato ; è brillante; è la coli-i noor, la montagna della
luce, che brillerà sulla fronte di Vittoria regina d’ Inghilterra ; un altro
carbone non è buono che a scaldare la pentola della massaia. Lo stesso grano,
dice il più santo de’libri, è trasportato dalla piena del torrente nel mare, e
vi perisce ; dal vento tra le sabbie, e non vi nasce ; dall’agricoltore nel
campo, e, secondo le condizioni diverse del terreno e de’ succhi, v’
intristisce c non viene a spiga, traligna ed è ucciso dalla golpe... prolifica
ed è ricchezza della messe e del granaio. Evidentemente queste diversità di
sorte furono, sin dalla prima origine, ne’ disegni del Creatore, nelle
necessità imposte al creato... Quanto agli uomini, ciò non è solo un fatto
cieco ed improvvido : è una manifestazione splendente della sapienza del divino
architetto. La vita normale della civil congrega ha bisoguo di simiglianti
radicali disuguaglianze. È forza che v’ abbia chi non si sdegni d’ esser
destinalo ad metalla, alla coltivazione laboriosa delle terre, alle meccaniche
fatiche dell’incudine, della sega, della pialla... Come è forza che v’abbiano
altri ad altro buoni, ed a meglio, secondo tutta la varietà degli uffici e de’
servigi che se ne aspettano. Fede c filosofia s’ accordan poscia a proporci,
affinchè nissuno si lagni, il sistema delle compensazioni in una seconda vita.
Or, se tanto è innegabilmente vero, come s’ osa insegnare al popolo l’opposto
di queste dottrine? Come s’abusa della sua irriflessione naturale e della sua
ignoranza per falsificargli sino a questo segno il giudizio? Come s’ardisce
predicargli ogni giorno il domina supposto delVeguaglianza, o non
fiancheggiandolo con ragioni, o rendendolo credibile con miserabili ragioni di
fratellanza universale, d’identità d’origine, o simile? (1)-E v’ha chi chiama
perfino a complicità dell’inganno la religione, come se vi credesse! V’ha chi
usa come argomento: Siamo lutti figli d’Adamo; lutti ugualmente redenti sulla
croce; tutti ugualmente fratelli in Cristo! - Fratelli si certo ; c figliuoli
lutti della prima umana coppia, e della seconda per Noè il diluviano; ed
ugualmente ricomperati col prezzo di sangue sul Golgota: ma non perciò uguali;
come uguali non erano, ancorché fratelli, più ancora stretti tra toro che non
un uomo a un altr’ uomo, Caino e Abele ; come uguali non erano tra loro,
ancorché fratelli, Isacco ed Ismaele, Giacobbe ed Esaù, Giuseppe e Beniamino, e
gli altri figliuoli di Giacobbe... Fratelli, e perciò tenuti a reciprocamente
amarci, ad assisterci, a giovarci; ma non a modellarci ognuno sull’altro, ma
non a metterci tutti a uno stesso livello, ma non a interdirci ogDuno i
vantaggi delle nostre individualità, o a pretender di divider cogli altri gli
svantaggi. L’ autorità della religione, della quale s’ abusa, non ha mai
consacrato queste massime, o, per dir meglio, ha consacrato sempre le massime
contrarie. Io dimentico però, che hannovi, a di nostri, cristiani a’ quali par
bello servirsi del vangelo per falsificarlo, e spurii cattolici, i quali
s’argomentano d’ insegnare caltolicliesimo alla Chiesa, e teologia alla
teologia! (1) É facile intendere, se non il come, almeno il perchè. Si cercano
nel volgo, e nel minuto popolo complici, ed uomini di braccio per l'opera di
distruzione ebe si medita; e l’adescarli con si fatti miserabili e detestabili
inganni par utile, se non bello. Se non che intendo bene quel che vorrassi
rispondermi. Sorgeranno d’ ogni parte di coloro, che vorranno dirmi, nissuno
esser si stupido da pretender di negare il fatto visibile e palpabile delle
ineguaglianze di natura e d’arte, che son tra gli uomini, troppe delle quali
non possono non essere in un grado maggiore o minore, si nel morale, che nel
fìsico. Solo chiedersi oggi quell' eguaglianza, che spetta agli uomini, in
quanto congregati in società; e questa esser Veguaglianza che chiamasi civile,
cioè de’ fondamentali diritti della vita di cittadino; e pretendersi essa come
dovuta per legge eterna di naturale giustizia. E avvegnaché, ristretta la
proposizione entro si fatti più precisi e più angusti termini, non è poi si
chiaro il comando della legge di giustizia la qual si cita, e resta sempre a
superarsi la difficoltà del concepire come e perché abbia a credersi di misurar
giustamente, applicando a tanti fra loro disuguali una misura uguale per tutti,
fan prova d’ avviluppare sé e gli altri in un tessuto di ragionamenti, che è
pregio dell’ opera l’ esaminare- Esaminiamoli dunque, c cerchiamo di far
conoscere quanto essi hanno poco del solido, e quanto facilmente s’abbattono, e
si riducono a nulla. Dell' eguaglianza nel civile consorzio e su quali falsi
fondameli ti si pretenda stabilirla. Si vuole l ' Eguaglianza civile, cioè
l’eguaglianza ne’ fondamentali diritti della vita di cittadino! E per che buona
ragione ?-Rispondono i pili barbassori: « non veramente per « che siavi tra gli
uomini l’eguaglianza primitiva di natura, « o perché possa l’arte giungere a
distrugger mai le diffe« renze che natura ha in noi largamente seminate nel
tisico « e nel morale j ma perchè, tra tante che mancano, un’e« guaglianza
primordiale è pur veramente in tutti, ed è « T eguaglianza di condizione
primitiva, quando la vita civile « ha per noi, secondo ragione, normale
coininciamento. » E, a meglio spiegare il concetto loro, cosi ragionano,
tornando un tratto a considerazioni relative alla libertà « Sia quel che si
voglia de’ limiti che la legge eterna ha se« gnato al libero arbitrio
d’ogn'uno, e della natura obbli« gatoria de’ precetti ch’essa legge dà a tutti
; se potente« mente c’invila essa ad unirci in civil convivenza, non, « per
fermo, l’invito è coattivo (posto che niuu pretende « esserci disdetto il
segregarci per vivere in solitudine, « quando ciò ne piaccia) ; e molto meno è
obbligatorio a un « dato modo d’associazione (posto che niun pretende esser« ci
da ragione naturale vietato il torci all’ associazione, in « che, per esempio,
ci troviamo inclusi dal nascere, per « entrare, a nostro libito, in un'altra la
quale consenta « di riceverci). Dunque l’entrare, o il restare, in una data «
civil congrega, è, per sé, atto di libertà, rispetto al qua le noi conserviamo
intero l’arbitrio. Ma lo stesso ragio— « namento può ugualmente applicarsi ad
ogni uomo. Dun« que tutti gli uomini, debbono, in ciò, riguardarsi d* lift guai
condizione : lutti almeno coloro, a togliere qui ogni « soGstcria, che hanno
sufficiente normalità coni’ uomini, « quanto alle facoltà naturali (salvo il
diverso grado in che « le posseggono), per non dare evidente motivo d’ esser
te« nuli come non liberi. Ma concessa l’esistenza d’almen « questa eguaglianza,
non v’è poi ragione perche da detta « eguaglianza non si derivi un’altra
eguaglianza, e vuoisi « dir quella per che, ne’ rapporti generali di cittadino
a cil« ladino, e da cittadino a tutta la congrega, pesi c benefi« zi, cioè
doveri e diritti sian parificati. Dunque sì fatta pali rificazione, che è
l’eguaglianza la quale aveva a dimo« strarsi essere di diritto naturale, lo è
realmente. » Dal qual tenore di discorso è poscia uscita, nel passato secolo,
tutta la dottrina del palio sociale, c (connessa con quella) l’altra dottrina,
secondo la quale il popolo, cioè la somma di tutti i concorrenti a civil
consorzio, nell’atto del concorrervi, c dopo esservi concorsi, ha in sè la vera
sovranità e supremazia, per tal guisa, che ognuno ne possiede la sua coeguale
parte: ciocché costituisce poi quella che si chiama la sovranità popolare, o la
democrazia risguardata come il solo governo naturale e legittimo. Donde molte
conseguenze scaturiscono, c principalmente questa « Che gli entrati, « od i
liberamente restati in una civil convivenza, se dispnee nendo di sè, come
sovrani che ne sono, tutti con egual « volontà e potestà si spogliano o si
spogliarono pacificale mente d’una parte della sovranità di sè stessi, per
formale re di queste parti riunite l’altra sovranità posta fuori, e ee
depositata in mani terze, alla quale, in essa convivenza, ee liberamente si
sottoposero, non però a questa seconda so« vranità non si serban sempre
superiori. Nè, in quanto è « artificiale, e procedente dal loro libero
arbitrio, da cui « trae tutto il suo valore su ciascuno, può questa sovranità
fattizia distruggere la supremazia delle volontà da « cui supponsi derivala. E
perciò, quantunque soprastante « per patto, essa è nondimeno in realtà
soggetta, e dalla « stessa volontà onde procede può quindi essere rivocata e «
distrutta ». Le quali teoriche con tanto animo i nuovi maestri le difendono,
che, non potendo non accorgersi, ciò, nel fatto, non esser mai, perchè,
storicamente parlando, l’asserito patto sociale, mai, o quasi mai, non in
terviene, ancorché per diritto dovrebbe, a lor sentenza, intervenire « ciò
dicono provar solo la spuria origine delle « civili congreghe in che, per tal
guisa, si è inclusi. Don« de è poi, che il pacifico e precario restarvi, il
qual fac« damo, non può, a lor detto, chiamarsi nemmeno un « tacito
consentimento. Imperciocché secondo il proverbio, « chi non parla non dice
niente. Ed, essendo che ogni go« verno é intanto una forza di fatto alla quale
difficilmente « si può resistere, cosi il non dir niente esso medesimo è, «
conchiudon essi, una necessità imposta, piuttosto che « volontaria. Il perchè,
ora massimamente che i popoli co« minciarono a parlare, il diritto, il quale
non poteva essere abrogato, o soppresso, risorge, dicon essi, con tanto « più
vigore, e legittimamente pronunzia illegittimi quc’civili consorzi, e sentenzia
rivendicata e ripigliata da tutti quella sovranità di sé, che natura diè loro,
per esercitar« la congiuntamente, dove ciò aggradi, nella formazione « di
consorzi nuovi e di nuovi governi, a tal forma, e con tali leggi, che il libero
ed effettivo consentimento prece« da consorzio e governi, e li accompagni, o,
cessando, « cessi l’autorità di questi, c sia come se non fosse. Donde « tornan
di nuovo alla tesi, che la democmzia è nel diritto x di natura, in quanto
almeno poter supremo, cioè alto ed « indeclinabile potere, che sovrasta ad ogni
maniera di governo, la quale il libero consenso degli uomini abbia stabilito, o
sia per istabilire ; e che tutte le altre maniere di « governo, anche
consentite, sono artificiali e transitorie, mentre quell’ una, o esista o no in
alto, è permanente ed « imprescrittibile. Cosi presso a poco ragionano, quanto
a tutto cotesto domma dell'eguaglianza, e a’ corollarii che ne traggono, i più
logici tra costoro, e nondimeno ragionano pessimamente e con una molto povera
logica. Perchè, in tutta l’esposta tela di raziocinii, s’afferma, più che si
provi, quella supposta egualità di condizion primordiale, che, o realmente, 0
per una finzione giuridica, precede, o debbe precedere, l’ingresso consentito d’ognuno
nella civil convivenza, e che è data come fondamento di tutta l’eguaglianza
civile intorno alla quale si disputa. In questa vece facilissimo è dimostrare
che il fondamento, assunto per postulato non ha sussistenza alcuna.
Imperciocché sia pur dato e non concesso a’cosi ragionanti d'assumer l’uomo nel
momento d’entrare con perfetta libertà di sè in una associazione nuova, 1 cui
patti abbiano allora allora da stringersi, e, come molti oggi dicono, da
formularsi (ciocché, nel fatto, non è mai) ; certo, anche in questa immaginaria
ipotesi, di che direm poi quel che è a dirne, falsissima cosa è, che, nella
turba de’ concorrenti a costituire la nuova congrega, ciascuna arrechi, non una
quale che siasi equipollenza, od eguaglianza di requisiti, ma quella
equipollenza od eguaglianza che sarebbe necessaria per venire alla conclusione
a cui vuol venirsi. L’equipoHenza o l’eguaglianza che v’è, è quella delle
individuali libertà degli ancora sciolti, ossia è l’eguaglianza nella
autocrazia, o nella signoria di sè, che ciascuno, per ipotesi, conserva ancora,
e in virtù delia quale, come padrone della propria individualità, concorre e
consente per la sua parte alla formazione d’ un sociale consorzio. Ma da che si
viene all’inventario ed alla ricogniti) E tuttavia del rigore di questa stessa
speciale uguaglianza potrebbe disputarsi, cercando deulro quali termini, e
sotto quali condizioni ogni uomo è sui juris nel fatto. Ma il cercarlo sarebbe
un'iucidentu questione, la quale ci porterebbe troppo lungi.] zione de’ capitali
e de’ requisiti che ciascuno con sè reca ad associazione, l’equipollenza o
l’eguaglianza subito cessa, e cominciano le disuguaglianze... tutte quelle
disuguaglianze, che noveravamo nel precedente articolo, e che non possono non
essere messe in conto rispetto al reciproco interesse degli stipolanti, c a
quanto esso comanda. Imperciocché sia pure un contratto quel che trattasi di
formare, e sia pure in libertà d’ognuno il preordinarne gli articoli a suo
proprio grado, o il ricusare la stipolazione. Ma si abbia in memoria, che qui
si domanda al postutto, a stipolazione da farsi, non quello che ognuno, con un
pensiero egoista di superbia, d’invidia, e di gelosia, non volendo esser da
meno degli altri, pretende a perfetta parità cogli altri, per prezzo d’adesione,
o sia o no interesse degli altri il concederlo ; ma quello che gli eterni
principii di ragione c di giustizia in questo proposito consigliano ed
ordinano. Perchè, insomma, bisogna ricordare quel che dicevamo nel nostro primo
articolo. Non è il libero arbitrio puro e semplice la norma direttrice degli
atti umani, e non esso è l’autocrate, oil sovrano legittimo; nè alcuno ci venga
a dire, secondo filosofìa, stai prò ralione voluntas. Il vero e legittimo
sovrano è il Xòyos", e il Xòyos, cioè la ragione, non di tale o tale altro
individuo, ma si l’universale ; quello che è la espressione del senno raccolto
dalle ragioni più squisite di tutte l’età e di tutti i luoghi. Rispetto a’ cui
precetti non si può nemmen dire che nel caso nostro siavi oscurità, o incertezza,
chiari essendo e non contrastati i principii generali regolatori de’ contratti
di società, non secondo tale o bile altra legge scritta, ma secondo il naturale
diritto. Insegna esso, che se un individuo contribuisce al bene della società
men clic altri, non può pretendere d’essere accettato alla stessa dose di
beneficii che gli altri., i quali contribuiscon più. Nè se, quanto
aU’amministrazione della società intera, sono in essa e capaci ed incapaci, è
giusto che gl’ incapaci pretendano il diritto dell'avere altra parte che
indirettissima nella direzione e nel governo degl’interessi sociali. Di che
l’applicazione al caso nostro non ha bisoguo d’altre parole. E tuttavia l’
altre parole, che qualcun chiede a maggiore schiarimento saran dette a suo luogo.
Qui basti per ora t’avere indicato in che giace la falsità del ragionamento su
cui la pretensione all’eguaglianza civile si vuol fondata ; e- basti chiudere
il discorso facendo riflettere, che, dopo le cose dette, resta almeno a tutto
carico ornai de’difensori di cotesta domandata eguaglianza il provare, che
realmente, nell’ ipotesi del libero convenire degli uomini a costituire una
nuova civil convivenza, tutti arrechino in contributo, non una parziale ed
apparente, ma una totale e conveniente egualità di condizione primordiale, e nè
più, nè meno di quella che il caso nostro richiederebbe a rigore di legge. Ma è
una seconda parte, che non vuol esser passata sotto silenzio. Questa è l’esame
di quel che si vuol dare per conchiuso ed accettalo ; cioè che gli umani
consorzi, come sono fin qui stali c sono, abbian da considerarsi tutti appunto
per illegittimi, e spurii, perchè non consentiti normalmente da ciascuno nel
popolo, ed anomali, e non formali secondo quelle che sole si giudicano essere
le regole veramente razionali, destinate da natura a presiedere al nuovo patto
sociale, e a servire a stabilirlo. Intorno a che veggiamo un po’ quanto,
ugualmente, e con quanto pericolo, vanno errati coloro i quali cosi predicano,
e cosi s’ostinano a pervertire il piceol senno delle turbe. • Sta bene mettersi
in capo di sovvertire tutto ciò che è stato, ed è, in fatto di civili
convivenze, e volere sconvolgere da cima a fondo lutti gli stati, perchè vi
sono alcuni (e sian pur molti ), che gridano che, negli stati, cosi come sono,
la distribuzione de’diritti civili non è esatta ! Sta meglio che questi
medesimi, i quali cosi propongonsi di turbare violentemente la pace del mondo,
giurino di non voler cessare la guerra da essi intimata, e già flagrante dal
lato loro, contro alle congreghe umane oggi esistenti, e di non posare le armi,
e di non finire le cospirazioni, finché non solo a una riforma in ciò siasi
giunti, ma quel, che è più, finché uon siasi pervenuti alla maniera di riforma,
la quale, a lor senno, è la sola giusta ! Peccato che vi siano certe difficoltà
teoriche e pratiche, le quali combattono questo bene e questo meglio... £ so
che delle difficoltà oggi non s’usa occuparsi dai proseliti delle nuove scuole.
Chiamali vigliaccheria, strettezza di spirilo l'occuparsene. Chiamano
oscurantismo il proporle. Chiamano forfattura il dirle al popolo. Noi, che non
siamo proseliti di quelle scuole, diciamone alcuna cosa. Non saremo da essi
ascoltati. Non mancheranno tuttavia gli ascoltatori in tempi piu tranquilli, se
non oggi. Questa è almeno la nostra fiducia. Considerazioni contro al preteso
diritto di rinnovare le società umane per accomodarle alle proprie idee
preconcette, e contro alle tentale riduzioni ad allo di questo diritto. « Il
mondo'( vuoisi dirci ) ha bisogno di riforma, e di « quella riforma che noi da
lungo tempo andiamo indican« do : e, poiché n’ha bisogno, non resteremo colle
mani in « mano. - Giovandoci d’ogni mezzo, tanto faremo, finché « avrem pur
conseguito quel che ci siamo proposto. » Quante proposizioni incluse nelle
precedenti parole, ognuna delle quali proposizioni, in argomento si grave,
richiederebbe un libro a parte per trattarla come si conviene, e per porre ben
in chiaro quel che debba pensarsene! « Il mondo ha bisogno di riforma. - La
riforma che bisogna è quella che le scuole democratiche oggi insegnano, e non
altra. Questa maniera di riforma si ha diritto di cercare immediatamente il
tradurla ad atto, senza lasciarsi trattenere da quale si voglia opposta
secondaria ragione. - Tutti i mezzi son buoni e leciti, se a sì fatto fine
paian conducenti. » - Ecco quel che vale il discorso con che abbiamo
incominciato questo articolo! Non tutte, per vero, le dette proposizioni s’ osa
dirle da tutti : ma tutte son professate con cieca ed ostinata fede. Professarle,
in questo caso, è metterle in pratica, perchè la loro natura c tendenza è
pratica più ancora che teorica. Due fini si hanno. Uno è terribile. Da maniaci
e per maniaci ; impossibile, grazie al cielo, a conseguirsi interamente, ma
purtroppo tale, che il camminare verso esso è impresa feconda de’ piu gran mali
che melile umana possa immaginare. L’altro è un castello in aria verso il quale
non è pallon volante che possa condurre, perchè tutti i palloni son condannali
a precipitare prima di giungervi: castello senza base, altra che di nuvole;
castello posto nella regione de’ turbini, e del fulmine; dove niuno durerebbe
tranquillo, e senza perirvi alla lunga, corps el biens. Il primo è mettere a
soqquadro ogni cosa : città, terre, castelli, e ville, per distruggervi gli
ordini stabiliti, e, se bisogna, tutti che s’oppongono alla distruzione. Il
secondo è dare alla specie umana un altro ordinamento: ordinamento
repubblicano; ordinamento di pura democrazia, interpretata e stabilita nel
senso il più largo. Se ne spera per gli uomini d’un altro secolo (certo, non
pe’vivenli oggidi, e, men che per tutti, pèr quegli stessi che ciò tentano )
quasi l’inaugurazione d’un’ era nuova tra gli uomini, era di felicità, di
ragione, e di giustizia! Cerchiam di mostrare quanto questa speranza è vana,
temeraria, fallace, e quanto questa impresa è colpevole, sottoponendo ad una ad
una, ma brevemente, ciascuna delle proposizioni a critico esame. 1. Il mondo (
morale ) ha bisogno di riforma ? - Eh si. Ma la perfezione, in ogni cosa umana,
è un punto di mira piuttosto che una meta. Vi si guarda, ma non si pretende
arrivarvi. Vi si guarda per prendere la direzione, e per accorgersi se si
sbaglia nell'andare, come si guarda alla stella cinosura dal navigante, non che
il guardarvi significhi speranza di raggiungerla. E bello è accorgersi di quel
che merita riforma. Per gran disgrazia - judicium difficile, experitnenlum
periculosum - Si prendono spesso de’ be’ granchi a secco, in questo mare, piu
che in altro, e con più danno. E conosciuto il bisogno vero di riforma, bello è
spesso il tentare di operarla. Spesso, ma non sempre. Perchè vi sono in
medicina certe malattie, che a volerle curare si fa peggio ; e ciò nel morale,
come nel fisico. Perciò un medico savio, prima cerca di ben conoscere la
malattia, e di non ingannarsi nel giudicarla ( cosa, come testé notavamo, non
facile ). Poi cerca se si pnò medicare. Se si può intraprenderne la cura
subito. Se non giova invece differire il rimedio, e far vero il dinotando
restiluit rem. Od ancora se a tutto non è preferibile il rassegnarsi per non
isdegnare il mafe ed intristirlo. E il medico savio al cito preferisce il tufo;
e, salvo pochi casi estremi, e disperati, che scusano le più grandi temerità,
non mai dimentica lo jucunde d’Asclepiade. Gli stati sono grandi corpi, ne’
quali un'intera sanità è impossibile. E guai se tutti pretendono di tastar loro
il polso, e di trattarli alla risoluta con ferro e con fuoco, alla Browniana,
od alla Rasoriana, dandosi patente di dottori senza diploma. Turba medicorum
occidit Caesarem, e Cesari, in subiecta materia siamo tutti. Figuriamoci poi
quel che dev’essere, quando i medici non sono che empirici. . ! Quel che è
peggio, nel caso nostro que’ che si gittano innanzi a tastare il polso, non
sono nemmeno empirici; perchè empirici sono quelli che se non han teorica,
almeno han pratica : e che pratica possono avere di cose amministrative e
politiche tutti cotesti innanzi tempo usciti, o piuttosto scappati, di scuola,
a’ quali l’età troppo giovanile e il non essere mai stati in faccende nega ogni
esperienza? La riforma che bisogna è quella che le scuole democratiche oggi
insegnano, e non altra? Stimo la franchezza colla quale in piazza questo è
spaccialo come assioma, che non importa dimostrare. V'ha egli in ciò buonafede?
Quando lutti coloro ette studiano a queste cose fossero d’ un medesimo avviso,
potrebbe ben dirsi a chi non lo sa : Ecco la verità in poche parole. Le prove
sono inutili. Si tratta di quel che è consentito generalmente. Ma qui la
dottrina che si va spargendo è contro a ciò che i più grandi Statisti e
Politici sempre ed uniformemente insegnarono. Trova oggi stesso una forte
opposizione nelle scuole e fuori delle scuole, presso il più gran numero di
coloro che a queste materie han volto l’animo preparato da forti studi. Noi
medesimistiam per provare, che è dottrina palpabilmente falsa; e lo proveremo,
se al eie! piace.E si tratta d’ana dottrina che minaccia grandi interessi
stabiliti, dottrina gravida di sconvolgimenti e di rovine .... forse e senza
forse di stragi : e affermo anzi senza forse, perché quei che la professano,
stragi senza reticenza minacciano a ogni terza lor parola. Con che coraggio
dunque persi fatto modo s’inganna il povero popolo invasandolo a questa guisa
di supposte certezze, che non sono che grossolani e pericolosissimi errori,
atti a scaldare le sue passioni le più accensibili, le più feraci di mali
quando sono accese ; o che, per Io meno, son dottrine in nessun modo
dimostrate? 3 La riforma, la cui necessità si v# predicando con parole, si ha
diritto di cercar di tradurla immediatamente ad atto senza lasciarsi trattenere
da qualunque ostacolo d’opposta ragione? Ciò è ben qualche cosa di peggio. Tal
diritto in una proposizione incerta, combattuta, negata da troppi ed autorevolissimi
I Bella legislazione iu materia di diritti ! Ciò è il diritto in causa
grandemente controversa ( e non tornerò ad aggiungere, nella quale non è
difficile dimostrare che si ha torto marcio ) di sentenziare, non solo, in
proprio favore, sommando in sé le parti di contendente e di giudice; ma
eziandio quello d'eseguir subito la sentenza che si è pronunziata dando a sé
ragione ! S’ardisce dire : « Se gli altri negano la « certezza della opinione
nostra, noi ne siam persuasi, e « non possiamo permetterci di dubitarne, ed
operiamo co« me persuasi e non dubitanti ». - Ma gli altri che negano, negano
perchè, con più persuasione ancora, od almanco con pari fermezza di
persuasione, hanno una certezza in senso contrario. V’è dunque, per lo meno,
lotta teorica e coeguale di certezze contro a certezze, delle quali nessuna,
cosi di leggieri, cede alla sua contraria (1). Or perchè, e (1) Io indebolisco
l' argomento . e mi lo torlo. Gli altri che uegano hanno per qual ragione, la
certezza vostra dee prevalere alla nostra, e non la nostra alla vostra? Per la
ragion della forza, o per la forza della ragione ? Se per la forza «Iella
ragione ; dunque ragionate, e vincete ragionando, cioè persuadendo, ciocché
solo è vincere in fatto di ragionamenti. Ma > finché ragionando non avrete
vinto, e non avrete guadagnato quella generai convinzione degli intelletti,
nella quale sola può consistere la vittoria, confessate almeno ch’ei v'é la
sola certezza del non v’ esser certezza, e ciò colla solenne forinola,
Nonliquei; e lasciate le cose, nel generale, come stanno, finché alla certezza
clic si cerca non siasi veramente giunti. Se poi la certezza vostra volete che
alla nostra prevalga per Tunica ragione della forza, abbiate almeno il pudore
di non parlar più di ragione. . . abbiate almeno il pudore di non parlar più
d'eguaglianza civile de’ difilli- Voi rinegate quest'ultima col vostro fatto
medesimo, mentre la difendete col detto, e mentre pugnate ( solete dice) per
conquistarla ad universale vantaggio. Voi la rinegate, perchè vi fate
superiori, e prevalenti, per forza, a lutti coloro che credono e vogliono il
contrario di quel che voi credete e volete. Voi la rinegate, perchè, prima di
contar quanti siete, senza legittimamente poter sapere ancora se siete la
pluralità, o il minor numero, vi tenete padroni di venire ai fatti, e di
combattere contro ai dissenzienti da voi, pochi o molti che siano, sforzandovi
di tirarli a voi men colle ragioni, che ado perandovi le cospirazioni, e a
vostro libilo le armi, cioè la una certezza ben altrimenti salila die la
vostra. La vostra è ertezza di partilo, o di setta : quella degli altri è
certezza fondata sul senso colmine, cioè sul credere presso a poco universale
degli uomini di lutti i luoghi, e di tutti i tempi; di quelli che si son sempre
giudicati i più sapienti, ed i migliori ; degl’ interi popoli, i quali tra gli
altri ebbero la riputazione di più savi, e che meglio prosperarono finché a
questa certezza furono fedeli nella direzione della loro azienda politica. Si
può egli dunque istituir confronto giusto fra la vostra certezza, e la certezza
degli altri ? Chi non ha il senno velato da passione risponda e giudichi.]frode
eia violenza. Voi rinegate, perché non vi vergognale di dire, clic, se anche
una maggiorità evidente e contata, dissentisse in modo esplicito da voi, voi
minorità non più dubbia, pur seguitereste la guerra per vincere, cioè per fare
che il numero minore soperchiasse il maggiore, e per conseguente acciocché voi
che costituireste il primo dei due numeri aveste a valere ciascuno più che
ciascuno degli altri, costituenti il secondo numero. Voi finalmente la
rinegate, perchè, divenuti ancora maggiorità manifesta, nel voler tradurre ad
alto la opinion vostra, se voleste esser ben d’accordo colla dottrina vostra d’
universale eguaglianza ne’diritli civili, dovreste concedere che il vostro solo
diritto non potrebbe esser che quello di formare un consorzio civile del modo
che a voi piace con coloro che con voi concordano, lasciando a’ discordi di
formare un altro consorzio a lor gusto, ma non di sforzare le volontà de’
discordi a soggiacervi ; non di comandare ad essi, e di disporre delle lor cose
: ciocché è misconoscere il loro diritto, individualmente pari a quello di
ciUscun di voi ciocché è dare alla forza il diritto supremo d’annullare
l’eguaglianza ciocché é confiscare in ognuno de’dissidenti I’ autocrazia di sé
e delle sue cose, e ciò a profitto d' una sovranità vostra su voi e sugli
altri.E so che risponderete. I dissidenti, che riescon mi— « nori di forza e di
numero, sgombrino il suolo, e se ne va« dano altrove; o se voglion rimaner tra
noi, s’assoggettino « colle persone e colle cose loro. » — Ma qual è il
principio di ragione, col quale giustificate questa vostra massima di governo ?
Un patto reciproco di cosi fare, tra maggiorità e minorità ? No : perché questa
massima non può esser parie d’ un patto, che non é fatto né consentito ancora,
e per conseguenza che non esiste altrove che nel paese delle vostre speranze e
de’ vostri desiderii ; donde poi si deduce, che non è obbligatoria per que’ che
ai patto da voi proposto non si son fatti spontaneamente ligi, e che, come
uguali a voi, sono perfettamente indipendenti da voi. O volete insegnarci, che
così dev’ essere per un diritto realmente superiore ed anteriore a quello dell’
eguaglianza... per un diritto antecedente ad ogni patto... diritto naturale...
diritto che attinge la virtù efficace e la sanzione dal fatto, in quanto è
fatto; e dal fatto, in virtù di clic i più numerosi, i più forti, i più destri
est in fatis, che faccian sempre la legge alle minorità di numero, di
destrezza, di forza? Guardatevi dall’insegnarlo. Quei che saran per avventura
disposti a concederlo, potran per virtù di logica dedurne ben altro da quello
che voi ne deducete. Siccome numero maggiore, violenza, destrezza non sono lo
stesso che ragione ; siccome sovranità di numero, di violenza, di destrezza non
è lo stesso che sovranità di ragione ; siccome, secondo la ipotesi assunta,
numero maggiore, violenza, destrezza non han bisogno di consentimenti e di
patti per comandare ; siccome l’essenza di questa virtù di comando è di
misconoscere il principio dell'autocrazia nell'uomo, e quanti» a sè, e quanto
alle sue cose, e d’assoggettarlo, per cosi dire a posteriori, ad una forza che
gli viene dal di fuori, trasformando il fatto in diritto ( c sia poi, nella
pratica, questa forza, quella d’una maggiorità, d’una minorità scaltra, o d’un
solo ) : cosi, ammessa una volta si fatta dottrina, s’accorgeranno ch’ella
assorbe ed annichila tutte le altre. S’accorgeranno, che non vi sono più, con
essa, nè uguaglianze, uè autocrazie di persona, nè patti che tengano.
Sentenzieranno che la forza, razionale od irrazionale, è l’unica padrona... la
tiranna degli uomini : la forza che ha la ragione di sè in sè, o piuttosto in
nessun luogo, ma che non ne ha bisogno. E sarà con ciò giustificato non solo il
vostro fatto, ma quello d’ogni despota felice, d’ogni governo forte, qualunque
siane la natura, l’origine, e la forma ; o sarà dispensato almeno dalla
necessità di giustificarsi, perchè sarà annullata la giustizia. E voi che
avrete messa in onore questa terribile massima, n’ avrete guadagnato al
postutto di metter in onore un principio, che potrà esservi ritorto contro da
ogni fortunato avversario; e ridurrà tutto il diritto pubblico al diritto d’una
guerra perpetua tra gli uodiìdì ; senza mai speranza di concordia o di pace. Nè
ho qui toccato l’altro punto della proposizione la quale esamino, contenuto
nella seconda parte di essa proposizione, dove si dice dai nuovi riformatori
del mondo, eh’ essi non son disposti a lasciar di cominciare o di seguitare l’
opera per qualunque ostacolo d' opposta secondaria cagione: ciocché, mi si
perdoni d’ esser costretto a risponderlo, è favellar da mentecatti. Imperocché
i soli insensati dancominciamentoalle imprese, e s’ostinano a continuarle,
senza punto attendere alle circostanze, alle opportunità, agl’ impedimenti.
Povera gente! Questo lo chiamano bravura! la bravura di Storlidano nella
Gerusalemme liberata. È un amor idolatra della propria opinione, la quale ha
toccato i termini della infatuazione e della mania. Per essi è vero Audaces
fortuna juvat; non è vero — La fine de’ temerari e degl’improvvidi è fiaccarsi
il collo. Come tra tutti gl’ innamorati, le difficoltà non servono ad essi ebe
a far crescere in loro le furie cieche del1’ amore. Caloandri fedeli, andranno
per montagne e per valli, colla lancia sempre in resta, contro a rupi e
burroni, se non basti contro ad uomini, e contro a giganti. La previdenza la
chiamano codardia, tiepidità, sacrilegio. Sacrilegio, perchè questo amore è per
loro una religione ( perdonino la parola le orecchie pie). Son sacerdoti dell’
idea, della quale si son fatti un idolo interiore ; e purché l’ idolo
sopravvinca, muoiano tutti, e la patria stessa perisca. E sorga un'altra
patria, se lo può, e sia rifatto il mondo a pieno lor grado... o sia
disfatto!!! — Aspetto, intanto, che mi si provi, gl’innamorati ed i fanatici
esser mai stati, o poter essere uomini atti ad amministrare le cose umane,
private o pubbliche. Governali essi male sé medesimi : può immaginarsi come
governerebbero gli altri ! — Gran miseria de’ nostri giorni, il dover perdere
il tempo a confutare monomanie si mostruose! Il meglio che si possa fare sul
loro proposito è non dirne altro. Qualunque mezzo dee tenersi per buono e
lecito, se al fine conduca della universale Riforma che vuol ten~ (arsir —
Egregiamente, come il resto! L’assassinio... perchè no? Questo s’ usa. Questo
non radamente è necessario. Ha spesso una efficacia molto sbrigativa ed unica.
Dunque è bene. E se è bene I’ assassinio... un pugnale dietro le spalle... un
assalto a tradimento... un’aggressione di quindici armati cantra uno disarmato,
perché non il veleno? perchè non l’ incendio ? perchè non la calunnia ? perchè
non » libelli infa manti? perchè non le falsificazioni di carattere? perchè non
il furto, o la rapina? #alum ad bonum ErgobonumH! E ciò sarà chiamato riformare
in meglio il mondo ! Togliete a! popolo ogni sentimento religioso. La
religione, eh’ esso ha, favorisce i tiranni. Toltagli questa religione, il
volgo sarà materialista ed ateo... M’inganno. Alzerà altari Deo ignoto, come
già in Atene ; ma ad un Dio, che non ha fulmini per punire, non ha che
indulgenze per chiuder gli occhi sui male che fanuo gli uomini ; e gli uomini
faranno il male allegramente, e con piena sicurtà di sé. Ma per (sradicare nel
popolo la fede nel Dio de’ Cristiani, nel Dio che lo ajutò ad esser buono colle
sue speranze, co’ suoi spaventi, volete adoperar le scaltrezze d’una filosofia
sofistica e trascendente? Esso non la capirebbe, non la gusterebbe. Meglio vale
creargli il bisogno di non crederla. Si renda vizioso, e tanto che disperi del
perdono, e trovi più comodo il negare le pene d' un’ altra vita, che il
paventarle. Si seducano perciò le donne, e s’infiammino d’illeciti amori. Si
corrompa la gioventù... Debbo io seguitare questo tristo inventario di pratiche
atte a pervertire? O non qui scrivo un piccolo brano della prima pagina delia
storia contemporanea ? Cosi, non è tanto una proposizione astratta, quella che
qui discorro, quanto un’ opera avviata a compimento e cotidiana. Già non c’ è
più bisogno di prediche. Le prediche son fatte, ed han fruttificato. È in pien
corso il nuovo insegnamento. Aspettando la universale Riforma, a chi minacciata
sotto forma d'una ghigliottina, (o d’una delle tante eleganze inventate 60 anni
fa in Francia, coggi pronte a risuscitare: u«e fournée, une noyade, una
passeggiata di colonna infernale), a chi presentata nell’ abito verde della
speranza come un secol d’oro che si prepara a nascere per condurre in terra la
perfezione fin qui ignota a’mortali; noi poveri contemporanei vivemmo,
invecchiamo e morremo tra le delizie d’un presente tutto pieno di
perturbazioni. Ora i benefizi che si promettono agli eletti son per lo meno
nella schiera de’ futuri assai contingenti. Il male che s’ opera, e che si
soffre purtroppo, è da lungo tempo una funesta realtà. Per tornare all’
argomento nostro, gli scrupoli si van togliendo. La bella morale del fine che
giustifica i mezzi corre il mondo, c lo conquista. Noi siam cattivi abbastanza.
I nostri figli, se Iddio nella sua misericordia uon ci provvede, saran peggiori
di noi. Qual riforma della umana convivenza possa divenir possibile con si
fatta educazione degli uomini, altri mcl dica. Io non so indovinarlo. Il mio
stomaco si solleva dalla nausea veggendo i costumi nuovi, le abitudini nuove,
udendo le bestemmie nuove. L’istoria ha sempre insegnato, che tutte le volte
nelle quali un popolo è stato condotto a questi estremi, esso ha rapidamente
degenerato, e finalmente è perito. Cosi fu spenta la gloria di Grecia e di Roma
antica. Cosi la gloria più antica ancora delle Monarchie de’ Babilonesi, de’
Medi, de’ Persiani, degli Egizi. Le stesse cause hau sempre prodotto nel mondo
gli stessi effetti ... e sempre li produrranno ! E qui fo punto. Fo punto; ma
poche altre parole mi permetto d’aggiungere su tutto l’argomento di questo
articolo. Si vuol distruggere gli antichi ordinamenti del mondo caule que
conte, facendo sempre la vista di partire dai due principii, della libertà e
della eguaglianza. E vedemmo quanto l’una e l’altra si rispettino in tulli gli
sforzi che si fanno per fas et nefas a fin d’ affrettare l’ ora della riforma.
V’ é però ancor peggio di quel che ho detto, sebbene ho detto molto.
Ripigliando da un’ altra parte il principio de\Y eguaglianza, dopo averlo
calpestato c manomesso, e ripigliandolo a scapito del principio della libertà,
si parla d’abolire lutti i diritti acquistali anche per vie le più oneste. Gli
uguali ban da essere uguali, perdendo tutto quello per che con arti anche
degne, e coll’ industria, e co’meriti, e colle fatiche, s’eran fatti maggiori,
e non han da esser nè uguali nè liberi quanto al diritto di contrapporre il
loro no all’allrui si. Gli uguali s’tian da potere non solo spogliare dagli
altri uguali, ma da questi si ban da potere anche sterminare ed uccidere, se
voglion conservare intatta tutta la loro autocrazia, se non voglion piegarsi a
dar mano a queste spogliatrici dottrine... -Un contratto sociale tra eguali ha
da esser fondamento della società nuova per libero consentimento di tutti; ma
il patto, o contratto sociale non dee poter aver forza, e il libero
consentimento non ha da esser libero di non consentire ai patti che vogliono i
preparatori della nuova libertà ed eguaglianza. E queste contraddizioni
palpabili e nauseose si dissimulano dagli uni ; e dette agli altri non li
commuovono, ed è come se non fosscr dette, tanto è fermo il proposito di non
ragionare, c d’ostinarsi. Ecco a qual grado d’ accecamento e di depravazione
s’è giunti! Con che torna vero quel che già notavamo, chiudendo il 3. articolo.
Cercar di confutare costoro è spendere parole ed inchiostro a pura perdita. —
Scriviamo a preservazione dei non corrotti ancora, o ad emendazione di chi sta
tra due nè ben sano, nè tutto guasto. Gli altri Iddio li illumini. E ripigliamo
dal suo principio il discorso delle ricostruzioni, delle costruzioni, o delle
riparazioni dell’ edilizio sociale. Altre considerazioni sulle riforme nel
reggimento delle convivenze umane in generale, e sul diritto e il modo di
tentarle. Quantunque d’un argomento si importante oggi tutti parlino in tuon di
dottori, e quasi anche i fanciulli, qui «ondimi aere lavanlur, pur non è men
vero, che il dire intorno ad esso quel che veramente la ragione insegni è cosa
grandemente difficile per tutti, ed anche pei più periti nelle scienze dello
Statista. Due sono i casi. O alcuni inclusi in una convivenza civile già
stabilita, e soggetti alle sue leggi, se ne stancano, vi si trovan male, vogliono
sottrarsene, e ciò non collo staccarsi e irsenealtrove in cerca
d’un’associazion nuova, ma coi riformar l’associazion vecchia e spiacente,
resistendo a questo gli altri che pur vi sono ; o i venuti a desiderio di
rinnovazione del politico ordinamento, nella civile congrega alla quale
s’appartiene, non sono alcuni, ma presso a poco tutti, cosicché nessun
degl’interessati in ciò resista, e faccia notabile ostacolo. Nel secondo caso,
difficoltà gravi, quanto all’iniziare le riforme, di che si crede aver bisogno,
non possono esservi (1), perchè si suppone non esservi lotta ; ed aversi, (t)
Noq saranno le difficoltà quanto al consenso nelle riforme, ed alla loro
attuazione. Resterà peri) a vedere pur sempre, se le riforme in che
consentirono, avranno quel sommo genere di legittimità che sola puh dar la
giustizia e ragionevolezza loro, o se uon l'avranno. E resterà a cercar se, non
avendola, siano ciò non ostante obbligatorie, ed in che senso, e fino a qual
grado, o dentro quai limiti lo siano : questioni difficilissime a trattarsi, ma
che non e questo il lungo di trattare presso a poco, universalità di consenso.
(Le difficoltà cominceranuo, quando si tratterà del modo, se vogliasi che
questo modo sia il più ragionevole, ed il più profittevole a tutti). Ma, nel
primo caso, non si può dire altrettanto. Quando un governo è stabilito, e un
ordine quale che siasi già esiste... quando in tutto il numero dei componenti
la civile congrega i sufficientemente contenti sono di gran lunga i più, e i
veramente gravati, e giustamente malcontenti sono di gran lunga i men numerosi,
il vero diritto non è quello di turbare tutto lo stato tentando novità, e con
ciò disturbare tutti i contenti e tranquilli, rimescolando e rinnovando ogni
cosa, e scomponendo e disordinando ogni privato interesse, per fare ragione ai
pochi che si lagnano perchè stan male ; ma è il diritto di cercare, senza punto
incomodar gli altri, o comunque gravarli nelle persone e negli averi, che sia
fatta ragione ai pochi che lo dimandano, e che lo meritano. £ questo può esser
difficile ; può essere anche talvolta impossibile senza rovesciare intera mente
la costituzione dello Stato. Tuttavia ci vuole un bel coraggio per mettere
innanzi la proposizione, che, dove ciò accada, la giustizia negata a’
comparativamente pochi, debba essere ad essi buono e legittimo motivo di
spinger la reazione immensamente più in là di quel che porta il loro diritto ;
cioè, affinché questa sopravvinca, di scomporre e distruggere tutta la macchina
costitutiva della civil congrega, della quale i più si trovan paghi, mentre
ogni turbamento un po’ generale dell’ordine stabilito tutti inquieta, molesta,
e danneggia (1). Maggiore però fa d’uòpo che sia questo coraggio, se quei che
si fatta proposizione mettono (1) Può bene io questa ipotesi ater luogo il
principio (ed il più spesso lo de\e)-Expedit unum hominem mori prò
cunctopopulo.-l pochi gravati, operato per ottener giustizia tutto quello che
non pub operarsi senza manifesto e mollo maggiore danno deli' universale, se
ascoltano la voce della coscienza, il meglio che possan fare è rassegnarsi,
come è forza rassegnarsi alle malattie, alle disgrazie fortuite, ai tanti altri
mali della vita. ] innanzi, nessuna ingiuria, nessun (orlo ricevettero, e sono
unicamente duellanti, per cosi dirlo, di malcontento, i quali non si lagnano
per proprio conto, ma si lagnano per conto di quelli che a loro spiace di non
udire lagnarsi, e eh’ essi vogliono che si lagnino per forza ; o di quegli
altri che, pur lagnandosi a buon diritto, nondimeno par loro che non si lagnino
abbastanza, e non sian disposti a spinger le querele fino agli estremi che a
lor piacerebbero. Vengan di nuovo que’ehe cosi vogliono e fanno, a parlarci
d’eguaglianza, e di tutte l’ altre loro frottole di libertà, di giustizia, di
ragione ! La loro eguaglianza diventa, come altrove riflettevamo, superiorità
de’ pochi su i molti. La loro libertà diventa licenza di nuocere agli altri per
giovare a sé, o per soddisfare la propria passione. La loro giustizia è non
tener conto del diritto altrui, per non aver occhio che a quello che si crede
essere il diritto proprio, od il proprio talento. La loro ragione è la ragione
del più forte ; una ragione egoista, ostinata, feroce, senza pietà, senza
discrezione, senza riguardi... una ragione che ricusa di ragionare, e che vuol
esser tiranna delle ragioni altrui. Si difenderanno con dire, che, ncll’operare
quel che tentano, il fine loro non è contentare sé stessi, pregiudicando
indebitamente gli altri, c dando loro motivo legittimo di querelarsi ; ma è
proporsi cosa in sé buona : cioè, considerato che gli stali son oggi, dove più,
dove meno, in tal mala guisa ordinali da render possibili per tutti, e
inevitabili per molti, una gran quantità d’ ingiustizie, d’avanie,
d’oppressioni cotidiane, senza facile riparo, e sovente senza alcun riparo ;
considerato per conseguente, che il malcontento il quale per gli uni è attuale,
per gli altri è virtuale, e che il danno da tale o tale sofferto oggi, può
percuoter domani, o doman l’altro, a volta a volta, quelli ancora che or sono
contenti ; considerato perciò, finalmente, che, a distruggere il vizioso
edificio delle odierne macchine politiche per sosliluirvene un altro migliore,
è meno ancora contentare sé, che rendere servizio all’universale, e a quei
medesimi che ora per poca previdenza, per indolenza, per egoismo rifuggono
dalle riforme e che ciò è poi promuovere la causa sempre bella ed onesta della
giustizia : per tutte queste ragioni far essi cosa degna d’ approvazione,
anziché di biasimo, perseverando nella impresa alla quale si danno. Ma
l’apologià nulla vale. Primo : hanno eglino ben pensato, cotesti temerari
sconvolgitori delle civili convivenze, la massima gravitò del fatto a cui
s’adoperano? Uno stato è una somma immensa d’interessi distribuiti e collegati
tra tanti quanti sono in esso gl’individui che sono, e que’che prossimamente, o
più tardi, saranno. Ogni interesse si risolve esso medesimo in innumerabili
subalterni interessi di cose e di persone, ed ha sempre due parti : una che
risguarda i privati, l’altra che risguarda il pubblico, ossia 1’ universale.
Quanto più una umana congrega è matura a civiltà, ed in essa progredisce, tanto
più questi interessi crescon di numero e d’importanza. La prosperità privata e
pubblica è tutta principalmente fondata sul rispetto, sulla protezione, sui
favore che ottengono si fatti interessi. È pur troppo certo (colpa delle
imperfezioni umane !), che non v’ha umana congrega, non v’ha stato, dove
gl’interessi qui mentovati riscuotano tutto il favore, tutta la protezione,
tutto il rispetto che aver dovrebbero, acciocché la prosperità fosse massima.
Per conseguenza è purtroppo certo, che tutte le umane congreghe, tutti gli
stati han sempre bisogno di qualche riforma, e di molte riforme, e questo è
bisogno che mai non cessa, perchè mai non cessano di rivelarsi e di generarsi i
difetti di rispetto, di favore, e di proiezione di che parlo. Qualche umana
congrega, o qualche stato, tanto alle volte soprabbonda di difetti di si fatto
genere, che il riformarli si fa un bisogno generalmente, e fortissimamente
sentito. Ma, dopo lutto ciò, può egli dirsi che sia cosa lecita e conveniente
(per lo sdegno delle riforme che non si fanno da que’che llO lo dovrebbero,
polendole fare) l’opera cbe, con privala autorità, vogliono alcuni collocare in
promuovere tali convulsioni politiche, dalle quali, secondo le maggiori
probabilità umane, queste immediate conseguenze sian per discendere, che tutta,
o quasi tutta la massa degl’interessi privati e pubblici sia improvvisamente e
grandemente turbata-che moltissimi di essi patiscano enorme ed irreparabile
offesa, od anche intera rovina-e cbe, per un tempo più o meno lungo, e sovente
lunghissimo, nata, e durando, la lotta tra que’cbe si difendono, e que’ctie
offendono, innanzi alla vittoria decisiva, la quale di soprappiù non si può mai
prevedere per chi sarà, non s’abbia altro spettacolo cbe di fortune ile a
soqquadro, di famiglie desolate, di uomini esterroinati, di civili battaglie e
guerre... del commercio rovinato, dell’industria spenta, degli studi intermessi,
d’ abitudini d’ozio, di turbolenza, e di licenza introdotte, e di lutti gli
altri mali di cui gli annali contemporanei troppi esempi da più cbe mezzo
secolo ci somministrano ? Per poterlo dire, sarebbe almen necessario aver fatto
un bilancio: il bilancio de’ danni a’quali vuoisi portare riparo, e di quegli
altri, che, col fine d'arrivare a questo riparo, certamente si genereranno. Ma
questo bilancio, che, ne’singoli casi, i temerari sconvolgitori odierni delle
civili convivenze non fanno, e non han fatto, l’ba già fatta per tutti la
storia, e lo ha pubblicato. Essa da lungo tempo ha insegnato agli uomini, che,
di tutte le calamità, le quali possono cadere sopra un popolo, nessuna calamità
pareggia quella di ciò cbe si chiama una rivoluzione, massime dei modo di
quelle che oggi si macchinano, e si hanno in pensiero, od apertamente si
minacciano. I cattivi governi... le tirannidi d’ogni nome offendono gravemente
alcuni, od anche molti ; ma, salvo certi casi rari come le mosche bianche,
lascian sufficientemente tranquilli i più, e, nel loro proprio interesse
(voglio dire nell’interesse de’ governanti) risparmiano il massimo numero : di
guisa che le angherie, lille ingiustizie, sodo enormi iu pregiudizio d' alcuni;
per molti sono grandi, ma pur tollerabili e pazientemente tollerate, per non
pochi nessune. Al contrario, le rivoluzioni, a quel modo che oggi s’ intendono,
se pur non siano, come suol dirsi, colpi di mano, a coi per miracolo succeda un
immediafo e tranquillo riordinamento, per poco che durino (e durano spesso una
o più generazioni d'uomini), offendono tutti... anche que’che le han fatte, i
quali, d’ordinario, finiscono col perirvi, essi e i loro. Finché si pugna, è
strage dalle due parti... la strage delle guerre civili ; strage accompagnata
di crudeltà mostruose e ferine, d’eccessi contro a natura. Sono incendi,
saccheggi, brutalità d’ogni nome, e senza nome. Que’che non combattono, sono
vittime spesso delle due parti combattenti. E chi può prevedere quanto durerà
il combattimento, quanto sarà esteso, quante volte ripullulerà, or dall’un
lato, or dall’altro ? Chi può dire a priori, se vincerà Bruto, o Tarquinio se
interverrà Porsenna.... se si troverà sempre un Muzio Scevola, un Orazio, una
Clelia... o se piuttosto Roma non finirà per servire al re di Chiusi, come pur
troppo la storia rettificata oggi dice? Habenl sua sidera lites.-E intanto le
felicità dell’anarchia per que’che non pugnano ! Le felicità delle dittature
militari nel campo, o ne’campi di battaglia, o dovunque armati stanno o passano
! Le terre le coltiverà chi può, ossia non le coltiverà più alcuno 1 mercatanti
potran chiudere i loro fondachi, se tuttavia lo potranno, e se non li vedranno
messi a ruba ed a rapina prima del chiuderli. I ricchi fuggiranno, se lor torna
fatto, ma fuggiranno in farsetto, se nou perdano la testa per via. Palagi,
monumenti, sa il cielo come saranno malmenati. Il danaro rubato si dissiperà,
come si dissipa sempre il danaro del furto. L’altro sarà nascosto, o mandato
all’estero. Poi la penuria, la carestia, la fame, e seguace della fame la peste
o l’epidemia. De’ costumi non parlo, né della gioventù falciata innanzi tempo,
o perduta ad Ogni buono impiego Digitized per l’avvenire... Succederà, quando
Iddio vuole, la villoria ultima a chi Iddio vorrà darla (spesso nè agli uni, nè
agli altri, ma a' terzi venuti di fuori... ai Porsenna : secondo il proverbio,
che tra due litiganti il terzo gode ; con che sarà perduta l’autonomia, e da
popolo che obbedisce a sé stesso ed a’suoi, si sarà trasformati in popolo
conquistato, in popolo assoggettato, in popolo profeto, in popolo-colonia, in
popolo vaceg-da -mungere ), e colla vittoria ultima sarà una specie di pace.
Che pace però? La pace accompagnata qualche volta da amnistie per tutti, se può
sperarsi, che, come è disposto a dimenticanza vera il Vincitore, cosi sia
disposto il vinto : ma, se a questa seconda dimenticanza non si crede da esso
vincitore, mancherà d’ordinario la prima, e mancherà, alle volte,
indipendentemente da ciò, s’cgli creda che bisognin giustizie ed esempi, e se
le collere non calmate cosi consiglino, o le circostanze paiano cosi comandare.
Ed allora s’avrà un altro tempo, più o meno lungo, che sarà di terrori più o
meno grandi, e di severi gastighi, od anche aspri, che i gastigali chiameranno
reazioni e persecuzioni, i gastiganti chiameranno necessità, e opere di
prudenza ; e chi oserà dire, in massima generale, da qual parte sia la ragione?
E questa vittoria, e questa pace, e i migliori lor frulli, per chi poi saranno?
10 l’ho già detto. Per chi vorrà Iddio : cosicché è possibile (si torni bene a
pensarvi sopra), mollo frequentemente è probabile, e facile a prevedere, se non
si è ciechi, che non sarà dalla parte di chi tentò la rivoltura : ma, o di
quelli contro a’quali fu tentata, o d’altri e d’altri, diversi, e non
aspettati, c non voluti, e non utili. Nel qual caso agli altri mali
s’aggiungerà quello che non s’avrà nemmeno il contento d’aver guadagnato ciò
che si cercava ; e s’avrà invece 11 dolore e la pena di avere aggravato il male
che voleva allontanarsi, o d’ esser caduti, come s’usa dire, dalla gradella
nelle brace. - Anzi non basterà a’rivoltuosi nemmeno l’aver essi per sè
guadagnata la vittoria : perchè aver vinto è poco. Ciò significa essere
riusciti a distruggere, non significa avere edificato, e poterlo e saperlo
fare. L'opera della riedificazione resterà ad intraprendersi : opera più
difficile sempre che non quella della distruzione : opera, che, ne' paesi, ove
gli ordini antichi, colla violenza, si spiantarono, richiede, per solito, anni
moltissimi, e talvolta secoli, innanzi all’ esser condotta a qualche buon
termine : opera, in questo mezzo, tutta di prove e di errori, tutta
d’esitazioni, tutta di conti sbagliati e da rifarsi ; vera tela di Penelope da
far disperare del compierla ; e che quando pur si compie si trova ben altra da
quel che s’era immaginato, finita da altre mani, sotto l’impero d’altre
circostanze, sovente di altre idee, tale insomma che, per ultima conclusione si
riconosce essere un imperfetto sostituito a un altro imperfetto, dove ciò solo
di sicuro che emerge è la certezza del male immenso che si è fatto a pura ed
inutile perdita. Secondo: e fin qui ho supposto che si parta almeno da un
motivo più o meno evidentemente giusto dell’ operare le rovine che vogliono
operarsi, col fine huono, sebbene con Non si crede vero? — Un’occhiata allo
Stato d’Europa ila sopra a 60 anni in qua. Veggasi piti che altro la Francia.
Vcggansi poscia le tante repubbliche succedute alle mutazioni americane. E mi
si opporrà, per avventura, il solilo modello della repubblica degli Stati Uniti
d’America ; cioè un esempio sufficientemente favorevole contro a molti
contrari. Questo è la pruova del terno vinto, che è la rovina di tutti i
dilettanti di giuoco. La repubblica degli Stati Uniti d’America ha incontrato
quattro fortune piuttosto uniche che rare. 1. La fortuna d’ essersi imbattuta
in un Washington. 2. Quella d’essere stata, quando cominciava l'affrancamento
un paese nuovo, e d'una popolazione assai sparsa In mezzo alla quale le
fermentazioni e i conflitti delle idee meno eran facili. 3. Quella d’averne
avuto a progenitori, uomini già educati a libertà, ed a reggimento presso a
poco repubblicano. 4. Quella d’aver dovuto lottare contra un potere lontano....
troppo lontauo, e con validi esteri aiuti. E ancora, prima di giudicare il bene
o il male del reggimento che si è conseguito di stabilire, bisogna la sanzione
d’ almeno un paio di secoli. Io non lo credo fondato su base ferma.] gravo
pericolo, e spesso quasi colla sicurezza di successo non buono, o non
proporzionatamente buono. Ma questa giustizia del motivo v’è ella sempre? Chi
la giudica d'ordinario? e quanti sono que’che la giudicano? Uomini
d’esperienza? Uomini i più sapienti nel popolo? Uomini che conoscou bene lo
stato vero delle cose? Uomini, che non si lasciano illudere dalla passione?
Uomini capaci di ponderare, non solo se il motivo è vero in qualche grado, ma
se è vero fino a tal grado da richiedere un pronto rimedio, da non averiosi che
per una rivoluzione? e da lasciare sperare con qualche buon fondamento che per
una rivoluzione di leggieri s’avrà? Diamo un’occhiata al passato, ed al
presente prima di rispondere, e ricaviamo la risposta da quel che s’è veduto, e
si vede. Ragazzi, e giovinastri, od uomini già noti per natura torbida, e per naturale
inclinazione a novità. Gente impetuosa, violenta, a cui natura toglie il
giudizio freddo ed imparziale dei fatti. Persone di mano, e non di testa,
facili a prestar fede al male che si dice di que’che odiano, e ad esagerarlo,
ed a misconoscere il bene: tali che .a reggimento ed a governo mai non dieder
mano, e che parlano di quel che non sanno, per un dicium de dieta tali che
delle ponderate risoluzioni non hanno nè la scienza, nè 1’ abito, nè la
capacità ; e il cui maggiore studio non è curare, se quel che vogliono sta bene
o male a volerlo, ma cercare come possano cominciare a ridurlo ad atto. E
cotesti formano il fiore dello stuolo. Gli altri son quali possono
accompagnarsi a cosi fatti gonfalonieri, come subalterni. Volgo proletario, che
è facile sedurre con immaginarie speranze, e mettere in fermento con fanatiche
predicazioni. Disperati e perduti per debiti. Piccoli ambiziosi, che
consapevoli della loro nullità e turgidi di luciferesca superbia, non altro
mezzo veggono per sorgere, che il gittarsi a corpo perduto tra i motori di cose
nuove. Giovani entusiasti, poveri di mente e di cuore, in cui l’immaginazione
prevale al giudizio, il bisogno d’agitarsi e di fare al bisogno di starsi con
uu libro innanzi o Ira le pacifiche occupazioni d’ una vita di sedentari
negozi. Altri che seduce il mistero delle sette, nati per essere schiavi in
nome della libertà, e bruti in nome della ragione. I seguaci di Calilina, quali
ce li descrivono Cicerone e Sallustio.... gli scherani di Clodio i guerriglieri
di Spartaco. Ora il senno di questi può con giustizia decidere il tremendo
problema delle rivoluzioni, e della necessità del farle...? Poveri popoli
condannati a patire la costoro malefica influenza! I disordini d’uu governo
cotesti son più atti ad accrescerli che a conoscerli, e a ripararli.,E il lor
costume è di dire che il desiderio loro è il desiderio di tutti, o almcn de’
più, perchè più di tutti essi gridano, e s’ agitano, e accendon fuoco da ogni
parte! Gli altri che tacciono, e che col silenzio mostrano che non si malesi
trovano da dover gridare, non li contano. Son essi il popolo vero; il popolo
solo. Gli altri, che coraggiosamente s’oppongono e gridan contro, non li
apprezzano. Chi sta in casa e bada agli affari suoi non fa numero. Chi s’oppone
è zero ! ! ! Tanto basti avere avvertito per giunta ali’altre cose dette
nell’antecedente articolo, e nel principio di questo. Si opporrà — Stando al
precedente discorso, le rivoluzioni non si potrebber mai fare ( vedi calamità
!), e i gravi disordini degli stali non mai correggere. E Bruto primo ( po'ni
esempio ), e Bruto secondo sarebbero stati o due pazzi, o due furfanti. E Roma
avrebbe dovuto tollerarsi in pace quella grande iniquità del regno, e quella
maggiore di Tarquinio secondo e di Giulio Cesare. E i popoli dovrebber
soflferir sempre, eie tirannidi sempre trionfare, lo rispondo. Innanzi tratto
non si abusi delle autorità. Sappiamo oggi tutti la verità intorno ai due
Bruti, non quale ce l'han trasmessa menzognere storie, ma quale una bene
illuminata critica cereò di porla in chiaro in mezzo alle tenebre addensate
sugli antichi fatti. Del primo Bruto poco può dirsi. Esso è mito più che
personaggio certo. Stando a quel che se ne narra.] bene addimostrò s’egli amava
la libertà o la schiavitù diRo' ma, nella famosa storia del bacio dato alla
terra. Oggi si sa, e ben sa, che Roma, innanzi alla distruzione dei Galli, non
fu mai si florida come sotto i re etruschi. La rivoluzione di Giunio Bruto
contra il Superbo, se risguardiamo agli effetti, distrusse per lunghi anni la
prosperità della futura capitale del mondo, e non è sicuro che la preparasse. A
essa dovette Roma i mali d’ una lunga e disgraziata guerra, che condusse, come
testé notavamo, all’assoggettamento a Porsenna, il quale altro ferro non lasciò
a’ vinti romani se non quello che agli usi dell’ agricoltura sovvenisse. La
città regina deve la sua rivendicazione in libertà ai fatti della guerra
infelice del re chiusino contro ad Aricia e contro a’Cumani.E senza Bruto, la
tirannide del Superbo finiva al finir di lui : nè le due catastroG, che
successero, pel tentato repubblicano mutamento sarebbero state. Se dal male
venne poi bene alla luoga,ciò non è il merito dell’ autore del male. I
provvidenziali destini di Roma dovevansi compiere ad ogni modo. Quanto al secondo
Bruto, si conosce nou meno a che buon fine usci il cavalleresco, e
sufficientemente odioso fatto dell’ingrato bastardo del Dittatore. Il fanatico
non conobbe nè i suoi contemporanei, nè i veri bisogni del suo paese. Fu un
povero politico, siccome un povero guerriero. Nè combatteva per la riforma, ma
a chi ben riflette, contro ad essa, voglioso di richiamare a una vita
impossibile la degenerata e morta repubblica, la quale Cesare per ben di Roma
aveva distrutta. E il mondo che vi guadagnò? L’aver perduto un grand’ uomo qual
senza dubbio era il vincitore delle Gallie e di Pompeo, per fargli succedere un
minore di lui, nè manco despota di quello. Nondimeno, io non voglio abusare di
questa maniera d’argomentazione. Certe rivoluzioni, che, dopo i primi mali prodotti,
alla fine son riuscite ad utilità ( una ogni mille ) io non voglio negarle.
Voglio negare che il massimo numero delle volte siano state atti considerati e
degni di lode, anche quando una utilità se ne trasse. Voglio osservare ch’elle
sono giuocate di lotto, dove il vincere è un caso assai raro, il perdere è la
sorte comune; con questo di peggio, che il perdere non è mai di poca cosa, nè
d’uno o di due, ma di tutto un popolo, di tutta una nazione, perchè la posta (
1 ’enjeu ) è la fortuna di esso popolo, di essa nazione, nel suo presente,
forse nell’avvenire; sono le vite, gli averi, gli onori, ogni cosa più cara che
gli uomini s’abbiano. Voglio per conseguenza dire, ch'esse possono esser atto
di disperazione o d’audacia, non atto mai, o quasi mai di senno; e che sono un
mezzo, e qualche rarissima volta il solo ( della cui natura lecita od illecita
quanto a coscienza di buon cristiano è questione che lascio decidere a’casuisti
) per liberare l’universale da mali, più o men reali, e più o meno intollerandi,
son però un pessimo mezzo; uno di que’ rischia-tutto, che chi sente d’andare a
irreparabile ed imminente rovina, tenta qualche volta, come un’ultima speranza,
quia melius est anceps, quarti nullum experiri remedium, ma che aggiunge un
biasimo di più a chi, andando a rovina, per questa via l’ affretta, e la rende
più grave, più inevitabile. Or, data, contro alle rivoluzioni in generale,
questa sentenza di condanna, qual rimedio dunque avranno i tiranneggiati,
gl’insoffribilmente angariati, i giustamente e gran-: demente malcontenti de’
mali ordini politici sotto i quali gemono ? Vuoisi eh’ io tratti la questione
storicamente, o teoricamente? Se storicamente, dirò, con franchezza, spesso
nessuno. Perciò gli annali del mondo son pieni delle storie di popoli non solo
lungamente malgovernati, e barbaramente oppressi, ma sterminati senza rimedio,
e cancellali tutti interi dal libro della vita. Coraggio o viltà ; resistenza e
difesa sino agli estremi, od abbandono di sè, non ci fanno nulla: chè spesso il
tentar di liberarsi e di riscuotersi è stato col proprio peggio, rendendo più
tormentosa 1’ agonia, più terribile I’ eslerminio. In questa guerra, come in
ogni altra, è quale nel duello. Non vince sempre chi ha ragione. Cosi le
disgrazie dei mali ordinamenti, e le pressure, son come le pestilenze, come le
fami, come gli altri flagelli che cadono a volta a volta sulla nostra povera
specie, a ventura, come un decreto di calamità e di morte, al quale ci è forza
soggiacere. Se parliamo poi teoricamente, dirò, che in cielo non è scritto, che
la giustizia in terra sempre vinca. È nell’ economia del mondo, che il male non
rade volte domini il bene, e che la specie nostra riceva, a quando a quando,
dure lezioni per imparare umiltà e rassegnazione; per accorgersi che non è qui
il tribunale supremo dove si giudicano le cause degli uomini in ultima istanza;
per Operare o per temere una giustizia futura ; per credere un’ altra vita. Noi
tratteremo altrove questo argomento più alla distesa. Il rassegnarci sarà
dunque lo scoraggiante unico dover nostro? nè Iddio nella sua pietà e bontà
infinita ci avrà dato modo per ajutare la giustizia, se non a vincere, almeno a
generosamente difendere le proprie ragioni, a virilmente protestare contro alla
iniquità e al sopruso? Questo io non pretendo, e nessuno lo pretende. Quel
ch’io pretendo, e ciò t che i savi pretendono, richiede un più lungo discorso.
A chi, senza passione, studia i casi dei popoli quasi sempre appar chiaro, che
si fatta specie di mali assai radamente sono senza manifesta colpa o
cooperazione di chi vi soggiace. Si soffre perchè s’è meritalo di soffrire. I
figli pagano la pena degli errori de’ padri. E tuttavia, se par non esservi
rimedio, è che manca le più volte piuttosto la sapienza e la virtù per emendare
il danno, di quello che la possibilità d’emendarlo. Un popolo che soffre (
giova ridirlo ), soffre ordinariamente, perchè è degno di soffrire; ed allora
il soffrire è una pena meritata, e il non saper liberarsi di questa pena, e il
seguitare di essa è ugualmente sua colpa. Dove i probi, ed i sapienti, e i
fervidi amatori del pubblico bene abbondano, l'amor del giusto e del vero
necessariamente si prepondera, che l’ingiusto ed il falso non possono
allignare, od allignando non possono guadagnare rigoglio, e non finire col
diseccarsi fino alla radice, e col perire. Perchè dal retto apprezzamento, nel
maggior numero, di quel che è buono e cattivo, e dall’avversione per questo, e
dal bisogno di quello, si genera di necessità ciò che si chiama la forza della
opinion dominante, che è tanta parte della forza delle cose, la quale, allorché
ha saldo fondamento di verità, dura, e non domina da burla. I cattivi, se vi
sono, allora han più vergogna, e a lor malgrado, si nascondono, e non osano, o,
se ardiscono, sono presto repressi, senza strepito d’armi, dalla generale
riprovazione, la quale, in innumerabili, prende la forma di coraggio civile,
che dice animosamente, ma pacificamente, e con tulli i modi legali, il vero :
ciocché è possibile, ed alle volte è probabile, che nuoca a chi lo dice, ma non
è possibile, nè probabile, che non Gnisca col giovare all’universale, secondo
che gli esempi di sì fatto coraggio fruttifichino, si moltiplichino, e si
rinnovino. In altri prende la forma di pubblica e franca disapprovazione, tanto
più efficace, quanto men turbolenta, quanto meno esagerata. In tutti prende
ogni legittima forma, per la quale sia possibile arrivare, senza eccessi mai,
nè disordini, all’emendazione del malfatto. E il malfatto battutto da tante
parti, ed in modo si misurato, si degno, sì animoso^ nel tempo stesso si
prudente, potrà bene sbizzarrirsi ancora qualche tempo, ma non vincerà la
pazienza e la virile e nobile resistenza di quei che giustamente si querelano,
si bene sarà vinto con assai più prontezza che altri non immagini. Ma dove
cittadini della forte e virtuosa tempra ch’io dissi, o difettano al lutto, o
sono in minimo numero, e gli altri non sono che turba ignobile, impastata d’
egoismo e di vizio, primo (torno a dirlo perchè bisogna), la perseveranza e l’
immedicabilità del male a torlo è querelata. Essa è un effetto le cui cagioni
principali sono in chi si querela, come dianzi affermavamo: secondo, è allora
solamente che in mezzo a popolo depravato si giltan fuori falsi medici ; cioè
quelli che han fuoco soprabbondante di passioni per isdegnarsi di ciò che
materialmente si soffre, e per accender lo sdegno al di là d’ ogni equa
proporzione col suo fomite ; ma non hanno, nè senno per conoscere e pesare quel
che conviene e quel che no, nè virtù per saper soffrire quel che non può
evitarsi, nè altro di ciò che bisogna a dar buono indirizzo al pensiero
riformatore. E son eglino che non contenti di sbagliar essi la strada, traggon
fuori di via gli altri, già purtroppo, per ipotesi, poco alti a fare saper quel
eh’ è il debito. Eglino che screditano la moderazione, i mezzi legali e
pacifici, e tutto che non sia l’impeto loro sconsigliato e pazzo. Eglino da cui
nasce e prende piede la falsa opinione dell’ impossibilità del bene o del
meglio senza ricorrere a’ loro forsennati e pericolosi divisamenti. E già
troppo di questo argomento s’ è favellato. Ma fin qui noi, per cosi dire, non
abbiamo che girato attorno al massiccio delle questioni nostre. Ciò è la
trattazione del governo in sè, che si vuole ostinarsi a considerare come una
emanazione pur sempre di quella sovranità del popolo, di che abbiamo già detto
parecchie indirette parole, ma non le dirette che si richiedono. Direttamente
dunque ornai favelliamone, e cerchiamo che il discorso abbia l’ estensione che
l’importanza del soggetto richiede. De’ governi, e delle sovranità in generale.
Si : nessun assioma più oggi è fitto nella mente degli uomini, che quest’ uno,
tenuto come principale La sovranità risiede, per sua essenza, nel popolo
Chiedete intanto a que’ che cosi pronunziano, qual cosa, in si fatto assioma
delle piazze e delle conversazioni, significa per essi sovranità, che cosa
popolo : chiedete l’ analisi e la sintesi teorica e pratica dell’ idea che
innestano a questi due vocaboli : chiedete la spiegazione delle dottrine, che
da esso assioma voglion dedotte, od almeno de’suni più immediati conseguenti; e
vi accorgerete esser quello, al maggior numero di loro, niente altro che una
frase oscura e d’ indeterminata significazione, la quale permette
interpretazioni le più diverse, e, purtroppo, lascia sovente libero il luogo
alle più strane e le più assurde. Come intendete voi, brav’ uomo, questo che
oggi tutti dicono Il popolo è sovrano ? dimandava io, son or pochi giorni, a un
mercenario, il quale, per prezzo, prestava alla mia casa non so che faticoso
servigio Rispose L’intendo, che tutti dobbiamo comandare Io ripresi Ma, se
tutti comanderanno, chi dunque obbedirà? Senza perdersi d’animo, egli soggiunse
Que’ che han comandato finora. I nobili ed i preti. I ricchi e gli usurai. Quei
che posseggono e possono, mentre noi non abbiamo fin qui posseduto, e potuto
nulla — Ed io Ma non sono essi ancora popolo, e del popolo, e perciò, almen
almeno, cosi legitimamente padroni della lor parte del comandare, quanto I’ han
da essere gli altri? Ed egli La parte loro di padronanza l’hanno esercitata e
goduta anche troppo, giacché l’hanno adoperata soli e sempre. Una volta per
uno. Adesso tocca a noi. Essi non eran popolo, nè del popolo, quando
comandavano, e lasciarono esser popolo, e del popolo, solamente a noi
poveretti. Dunque, giacché s’ erano separati dagli altri, ne patiscano la
pena... Ecco come il volgo interpreta la sua sovrana potestà ! Un abuso
sostituito ad un altro abuso : una tirannide ad un’ altra tirannide (
concessogli anche, senza esame, nè disputa, che ogni poter sovrano dell’ antico
modo sia stato, sia, e non possa non essere, che abuso e tirannide ;
concessione, la quale dicano i discreti se possa farsi. Certo, in coscienza, io
non posso farla. ) Ritorniamovi sopra. 11 secolo interroga Di chi è per naturai
diritto la sovranità ? — E son io questa volta, che voglio rispondere. Nè
tratterò prima la quislione, che chiamano pregiudiciale : se quel che
lilosolìcamente parlando, sembri a taluno, od a molti, od anche a lutti, di naturai
diritto assoluo più sono per andare, innanzi, avvegnaché in si fatti popoli, le
sempre crescenti disuguaglianze stabiliscono, per legge di ragione, una
necessità di gerarchie, per le quali vuole giustizia, che gli uni siano
maggiori degli altri a vario grado, e la sovranità s’ attemperi all’ordine
gerarchico, il quale natura ed arte hanno stabilito, o son per istabilire. Ma
essenza della civiltà non è meno un immenso campo aperto alle passioni ed ai
vizi i più detestabili, come alle virtù più nobili. Da una parte avarizia,
invidia, rivalità, egoismo, ambizione, tradimento, perfìdia, frode, broglio,
seduzione, baratteria, truffa, usura, ladroneccio, mariuoleria, stupro,
adulterio, dissolutezza, maltolto, accattoneria, accoltellamento, assassinio, e
cento altre mila simili, o peggiori, depravazioni e miserie d’una civiltà volta
a contrario fine : dall’ altra filantropia vera, generosità, carità,
longanimità, sacrifizio abituale di sè, e delle cose sue, date a pubblico e
privato vantaggio, assistenza a chi è in bisogno, disinteresse, rettitudine
eminente, desiderio intenso del bene, orrore del male, coraggio militare e
civile, infaticabilità, zelo, larghezza di consigli, d’indirizzi, d'aiuti...
virtù cristiane. . . virtù civili. Or ciò fa una seconda categoria di
disuguaglianze, maggiori ancora di quelle che precedentemente consideravamo in
più special modo ; disuguaglianze che hanno un gràdo intermedio de'non buoni e
non cattivi abitualmente, ma degli andanti a orza. Donde la convenienza di
tener gli uni come peste del popolo, e come non popolo; di diffidare
grandemente degli altri, c di non aver fede, a pubblica e comune utilità, che
de’ già provati ottimi, nei quali le altre condizioni pur concorrano. E di qui
una nuova ragione perché la democrazia pura a’ popoli civili tanto men s’
attemperi quanto son più civili, e contenenti perciò nel loro seno, al fianco
di molti ottimi, molti (tessimi, e molti che stanno tra l’ ottimo e il pessimo.
Il perchè, se, a priori, e secondo le suggestioni astratte dal senso comune, in
essi popoli avesse a crearsi una sovranità, certo ogni sua parte sarebbe agli
uni negata assolutamente, agli altri non concessa in ogni cosa, e ridotta, nel
generale, a più o men ristrette proporzioni ; e riservata o interamente, o
nella massima sua dose, a’ soli degni di questo privilegio. In che può ben
essere una difficoltà grande d’esecuzione; ma ciò non toglierebbe che in
teorica ciò avrebbe a giudicarsi il meglio da ogni savio. Per ultimo l’essenza
della civiltà è il creare innumerabili maniere d 'interessi, de’ quali non è
vestigio nella vita delle selve, o delle capanne : interessi principalmente
materiali, odiali e screditati da quei che vorrebbero ricondurre gli uomini
alla vita della selva e della capanna ( o lo confessino, o no, perchè chi vuole
il mezzo vuole il fine ); ma interessi tanto connaturati a ogni società civile,
che il turbarli a qualunque grado è fare a un popolo uno dei maggior mali che
possano farglisi. Tali sono gl’ interessi di possidenza, gl’ interessi
d’industria promossi da qùe’ primi, gV interessi di famiglia, gl’interessi di
condizione, ed altri che non accade specificare più a minuto. I quali da due
parti si possono riguardare: dalla parte di coloro a chi spettano; e dalla
parte delI’ universale, in mezzo a cui sorgono, e si moltiplicano. E, dal primo
lato, giova dire, che hanno essi una origine, della quale, se sono artificiali
i modi, è da natura la principale radice. Perché è natura l'amare noi stessi, e
i nostri congiunti, e il nostro e il loro bene ed agio ; natura l’ istinto
della proprietà, o del possesso di quél ciré ci troviamo avere, e di quel che
andiamo procacciando man mano ; natura il cercar di crescere questo capitale
nostro, che non siam padroni di non considerare come facente colla nostra
persona un sol tutto, per tal guisa, che, quanto fa esso maggior somma, tanto
fa più grande la nostra importanza, il nostro ben essere terreno, il sentimento
d’ esser meglio che altri riusciti a soddisfare il bisogno ingenito d’alzarci
con ogni nostro onesto sforzo, non per soperchiare chicchessia, ma per
obbedire, anche in questo, alla legge di perfettibilità e di progresso ; natura
quindi ( ciò che istintivamente a un modo medesimo ammise presso a poco ogni
popolo ), il chiamare ed il credere legittimamente nostro l’ ereditato, il
donatoci, il comperato, l’ottenuto, si nel peculio, e si nella superiorità
della condizion relativa a che s’ è giunti, o in che s’ è nati... il guadagnato
e l’avuto dal lavoro, o da traffichi di buona lega; (ìnalmerite natura il
riguardare l'interesse proprio d’ ogni forma come non si esclusivamente proprio
della persona, che non s’abbia a riguardarlo quale un interesse, ad un tempo,
dell’ intera famiglia alla quale apparteniamo, finché sarà essa per durare e
per estendersi. E di qui categorie di ricchezza più o meq considerabile, in
opposizione colla povertà ; di patriziato più o meno eminente, in opposizione
col terzo stato e col volgo. Di qui tutta la scala delle fortune, per che uno è
Grasso, o Luculio; un secondo è un accattone di strada; un terzo è un che vive
del suo, masotlilmente, con quel che basta, e con nulla che avanzi — Da un
altro lato, se gli effetti di ciò, nell’universale de’ cittadini, si
considerino, quantunque a dì nostri molta sia la proclività de’ novatori al
gridare, questo essere, non pur soltanto ingiustizia degli uni contro degli
altri, ma ( quel ch’è peggio) gravissimo danno, gl’imparziali e giudiziosi però
non cosi vorranno affermare quando ben vi riflettano, e quando massimamente
volgan l’occhio alle conseguenze ultime. Per chi ben guardaci! mondo è fatto in
modo, cosi avendo il creatore disposto, che non può uscire di questo di lemma ;
o dell’esser composto di lutti poverissimi, costretti, per sussistere, alla
vita selvaggia, e nomade, e di cacciatori ; senza nemmen pastorizia, non che
agricoltura ; o dell’ esserlo d’ uomini, i quali, cominciato a gustare le
materiali e miste dolcezze .d’ un viver più confortevole, più agiato, meglio
congiunto con que’che s’amano, e co’quali s’ ha strettezza di sangue, più che
le gustano, più ne divengono avidi, e più speronano la propria attività per
procacciarsele, ognuno, nella maggior misura possibile, senza essere impedito o
disturbato, e più se ne creano quel che si chiama un loro interesse
individuale, a cui tengon tanto quanto alla propria vita : ed allora, secondo
che un s’ industria più, un altro meno, uno piu è destro, un altro ha manco
attezza, ecco a poco a poco ricchi e poveri, possidenti e proletari, banchieri,
mercatanti in ogni ragion di mercatura e di commerci, agricoltori,
fabbricatori, mercenari, patrizi, e plebei... uomini accasati e vagabondi, capi
di bottega e garzoni, e manovali, padri di famiglia e scapoli ricusanti la
briglia delle nozze per amore dell' allegra e libera vita, quegli che ha la
casa e la vigna, e quegli che non ha nè la casa, nè la vigna... E l’amore di
ciò crescendo, cresceranno le distanze tra gli estremi, o le differenze. Or
quello è barbarie, questo è quel che sempre s’è chiamato la civiltà, il
progresso, o della civiltà, e del progresso, . effetto, ad un tempo, c causa e
criterio e simbolo il più visibile. Volete voi una civiltà, invece, ed un
progresso, senza questi effetti? Voi vi fate illusione. Avrete un ricadere
infallibile nello stato barbaro. Imperciocché, si pubblichi, a cagiou d’ esempio,
una legge domani, non dirò che abolisce ogni proprietà, ma dirò che abolisce,
pur solo, la libertà de’ cumuli, e degli accrescimenti, nella possidenza così
detta, e che con una nuova divisione di tutte le terre distribuisce per teste
il suolo, assegnando a ognuno tanti iugeri, e non più. Aggiungansi altre leggi,
che quanto è danaro faccian colare spartito coegualmente, o più o men
coegualmente, su tutti. Chi non vede la conseguenza forzala? — Tu che non puoi
coltivare colle tue braccia, con quali braccia coltiverai? Con quelle d’ un
operaio preso a mercede? Ma l’operaio è possidente ai par di te, ed ha i suoi
propri iugeri da coltivare. Se addoppiando la fatica, pur si darà braccia anche
per te, si contenterà più egli di coltivare il tuo con quello stesso salario
con che te lo coltiva oggi? Vorrà raddoppiarlo, o astenersi, perchè non ha
bisogno ; e tu dove troverai questo doppio danaro che t’ è necessario, se vuoi
che i tuoi pochi iugeri ti faccian mangiare? Dove lo troverai, se sei di
coloro, i quali s’avvezzarono a vivere col solo frutto della loro possidenza, e
non saprebbero far altro? (Oltre di che, se Io trovi, c glie lo dai, egli
diverrà comparativamente il ricco, e tu diverrai, viceversa, il povero,
ristabilita cosi a rovescio, comechè dentro piu ristretti limiti, la differenza
di fortuna, e ripristinato, per contrario verso, un nuovo bisogno di
livellazione ). Ma, educato come sei, non ti basta, pe’ pochi iugeri che ti son
dati, o che ti restano dopo lo spoglio, il trovare coltivatori. Ei ti bisogna
trovare un che dell’ amministrazione s’intenda, più di quel che tu ne intendi,
tu che, probabilmente, non vi pensasti mai, volto ad altro il pensiero, e
solito a farti servire in tutto ; e questi ancora non vorrà spartire il suo
tempo tra l'azienda della propria coltivazione e della tua, senza esserne ben
pagalo egli stesso. Ecco dunque per te una nuova necessità di pecunia, che non
saprai donde trarre. Ecco, se tu arrivassi a trovarla su i risparmi eccessivi
che t’ imporresti, una cagione per esso di soprastare a te nell’ avere, e di
turbare il livello, quanto almeno il misero sistema che analizziamocomporta
(colla conseguenza poi del bisogno di sconvolgere nn’ altra volta la società,
per novamente livellarla, quando il ricco sarà diventato povero, e il povero
ricco). Ed ecco, se, non ostante ciò, non potrai trovarne quanta te ne bisogna,
ecco dunque, ripeto, cbe i tuoi pochi iugeri non ti serviranno a nulla, e
resteranno incolti, con danno anche pubblico, e tu morrai di fame. Muori pure,
tu fuco nell’alveare della nazione, tu il « quale non meriti vivere» dirà la
legge nuova, che, senza scrupolo, e senza badare a numero, vuole uccidere una
eletta parte della popolazione a profitto del nuovo mondo, il quale s’avvisa di
fabbricare. « Muori tu, con tutti i tuoi. « Resteranno, con maggiore utilità,
cittadini più laboriosi, « tra’ quali que’cbe prestan le braccia e la direzione
per « coltivare, saran pagati con quel cbe lucreranno i non col« tivanti con
altre occupazioni retribuite. Ma che occupazioni potranno esser queste? Arti,
per esempio, di lusso? Tu burli. Queste no : perchè il lusso è una superfluità
per que’gran birboni de’ ricchi, cbe necessariamente costa cara, essendo cara
la materia prima, care le operazioni destinate a trasformarla, e le spese di manifattura
; ciocché fa, che il prezzo loro è necessariamente alto ed altissimo, e perciò
irreperibile in un popolo dove ricchi più non sono. Dunque non più carrozze,
non più arredi preziosi, non più drappi sfoggiati, non più cristalli e
porcellane di Sevres, non più ori e gemme ed argenti, e per analoghe ragioni,
non più statue, non più pitture, non più palagi, non più parchi, giardini di
piacere, cavalli di pompa, ville... cose tutte riservate a’ paesi infelici dove
duri la servitù degli uomini... Quali pertanto, nella beata tua Sparta, saranno
le arti, a che que’chenon vogliono, o non sanno, o non possono, coltivar la
terra, o fare al più vita di pastori, potranno darsi, per isperare
sostentamento, e possibilità di coltura alle poche terre, che la legge agraria
avrà voluto assegnare alla loro incapacità? Siccome la consumazione è quella
che regola sempre la produzioiìe, saranno > salvo poche eccezioni, le arti
che si chiamano di prima necessità, ed elle stesse ridotte alla loro pili
grossolana e più rozza e men costosa espressione.... E questo non si chiamerà
rendere la spezie umana retrograda, e distruggere la civiltà ! ! ! Questo sarà
il secol d’oro ( senza l’oro, e ricacciato nel fango dei consorzi umani che
sono in sul cominciare, e che tengono ancor molto della primitiva creta senza
vernice ). E io qui non parafraso l’argomento, e non lo-scorroper ogni suo
punto, piacendomi a descrivere tutti gli altri conseguenti: gli studi scaduti,
le occupazioni geniali vegnenti meno, lo slaucio, il potere degl’ intelletti
inceppato ... a dir breve, la condizione di tutto il popolo condotta
sollecitamente a quella forma, che oggi, per trovarla, dohhiam salire le
montagne più selvagge, insinuarci ne’ villaggi i più rozzi.... Pur so qùel che
si risponde dai gros bonnels delle nuove filosofìe politiche. Non son essi cosi
bestie da non vedere tutto ciò, per poco che vi riflettano, cosi limpidamente
come noi lo veggiamo... Ma essi han due lingue in bocca. Una colla quale
parlano al volgo; un’altra colla quale parlano a noi. La prima delle due lingue
favella alla faccia del popolo. Divisione de’ beni Distruzione de' ricchi
Abolizione dell’ odierno ordine di cose col ferro e col fuoco — Sovranità della
moltitudine proletaria.... senza comento, senza restrizione. E la feccia del
popolo accetta con alacrità questo simbolo della sua fede politica nel senso il
più letterale, il più largo ; e vi crede ; e se ne infatua ogni giorno più ; e
affretta co’desiderii l’ istante, in che la legge agraria sarà promulgata; e
odia intanto, e minaccia que’ che hanno, considerandoli, come usurpatori del
dovuto (!) a que’ che non hanno ( e che non hanno fatto niente per avere ).
Come potrebbe essere diversamente? — La lingua, in questa vece, che parla con
noi, rinega, o piuttosto maschera sì fatte enormità. Va per giravolte.
Sostituisce alle idee troppo urtanti, ch’esse enormità rappresentano, altre
idee che mostran meno quel che è celato sotto. Propone temperamenti e sistemi,
che creeranno una civiltà nuova, capace d’ evitare, o d’attenuare Uno ad una
proporzione innocua i precedenti sconci. Utopie. Le Icarie d’ un Cabet ( da
andare a cercare in America, lontano lontano dagli occhi di coloro, che
potrebbero screditarne gl’ incunaboli, e riferirne le miserie). I ComuniSmi
sotto certe forme. I socialismi de’Fourieristi e di Considerane diLouisBlanc, e
di Prudhon: sistemi confutati ogni giorno lecento volte da uomini sommi.. . da
uomini i più grandi, i più competenti della Francia, e dell’ altre nazioni
d’Europa, e pur messi sempre innanzi colla stessa impavida sfrontatezza, colla
stessa subdola destrezza, fingendo, che confutazioni nou vi siano. ..che le
dispute abbiano cessato, o non meritino la pena ’d’ essere intraprese e siano
state vinte ... che il giudizio dell’ universale ( non quello delle proprie
sette soltanto ) sia già intervenuto, e sia stato favorevole : sistemi, uno
de’quali è la confutazione dell’altro: sistemi, non pertanto, ciascuno
de’quali, cosi ancor controverso, cosi ancor contrastato tra le file stesse
degli odierni rinnovatori del mondo, non si è già contenti dell'ofirirlo solo
all’esame ed alla disputa de’ ginnasi, com’io pur altrove considerava, ina,
prima d’averne posto fuor d’ogni controversia la certa utilità presso almeno il
maggior numero degl’invitati a subirlo, si vuol pervicacemente tradurlo ad alto
; si vuole imporlo a tutti colla forza, e guadagnargli la prevalenza del
numero, colla seduzione, e con arti di cospiratori ! Nè io, deviando troppo
dall'argomento principale e diretto di questo articolo, debbo qui imprendere d’
aggiungere una confutazione di più alle tante che corrono il mondo, e che si
rimangono senza adeguata risposta. A me, per l’oggetto, che mi son proposto,
basterà fare una dimanda (lasciato da parte il trattare, se quello di si fatti
sistemi, che ciascuno .ole de’ parliti nuovi preferisce, e che, ad ogni costo,
vorrebbe sostituito, senza dilazione, al presente ordine di cose, bada esser
liberamente consentito, o si vuol che sia una confisca violenta delle libertà
di troppi a profitto d’ una futura riordinazione degli uomini secondo la
prestabilita formola d'alcuni, che non si vuol disputata, né sottomessa ad
arbitrio di rifiuto, ma si vuol accettata da chi non la crede buona ed utile,
come da chi la crede, ancorché chi non la crede s’ostini invece a riputarla un
esperimento eminentemente dannoso ed assurdo, o per lo meno grandemente
rischioso, e pieno di pericolosa incertitudine). — Io farò la dimanda, che sola
qui m’ imporla. I nuovi sistemi di congrega civile ( si risponda con franchezza
) manterranno si o no, la diversità, più o meno, di specie e di grado
negl’interessi, anche materiali, de’ singoli, come in generale, l'ordine della
civiltà mostrammo, per sua natura leudere a produrre? — Se no: dunque ( levata
pure ogni maschera ) tutti, ne’ materiali profitti, avranno lo stesso ; tutti
spereranno lo stesso, o presso a poco lo stesso. Sparirà, o tenderà a sparire,
la libertà del mio e del tuo, almeno quanto alla misura. L’attività, la
solerzia, per ciò che spetta al ben essere fisico d'ognuno, non recheranno alcun
maggiore vantaggio, che l’infiugardia, l’inerzia. La perizia più grande nello
stesso genere sarà materialmente trattata come la minore. Nella comunità
nessuno avrà alcuno di quegli stimoli stali sempre, che più energicamente e più
universalmente ed infallibilmente son motori al fare, non che al ben fare. Vi
sarà ( vorrà dircisi ) il premio della maggiore stima che si godrà da chi la
merita, oltre alla soddisfaziou generosa dell’ animo proprio. Vi sarà il
piacere di sentirsi lodato j di vedersi onorato, consultalo sopra gli altri. Ma
questo é dimenticare, che si fatto premio già c’é nell’ordine odierno, e pur
non basta senza quegli altri che oggi vi sono, anzi non basta nemmen con quegli
altri. Questo é dimenticare che noi siam composti d’anima e di corpo, 1' uno e
l’altra co’ suoi speciali bisogni, e perciò cogl'interessi, e co’ diritti suoi
( purtroppo i secondi essendo, di più, meglio sentiti che i primi ). Questo è
il togliere de’ due ordini di molle, che natura ci ha dato per impulso al
progredire, uno de’ più efficaci; il più efficace de’due; il solo efficace pel
maggior numero de’viventi : i quali, se anche colla giunta della potente azione
di si fatta specie di molle, si spesso, tra color pure che son meglio educati e
disciplinati, si ristanno, c non progrediscono, o vanno all’ indietro, può ben
prevedersi quanto più si ristaranno dal progredire, od andranno all’ indietro
dopo la sottrazione che lor si minaccia. Ma qui non si fermeranno
gl’inconvenienti, poiché bisognerà bene esser preparati al subire molti altresi
di quelli che già di sopra toccavamo, od analoghi a quelli. Tradotto a pratica,
uno od un altro di cotesti sistemi* per ipotesi, livellatori, senza bisogno di
speciali leggi suntuarie, il naturale loro effetto sarà che diverranno per tutti
ugualmente interdetti certi innocenti, ma vivi, piaceri della vita, a che pur
ci ha preparato natura, e non ci è a disgrado che ci educhi l’ arte ; cioè il
magnifico vestire, la buona tavola con una corona d’ amici del cuore, servita
di costosi manicaretti, e di squisiti vini, e le altre, o simili cose ch’io
diceva ; come dire argenterie, oreficerie, tappeti, arazzi, bei quadri, le
sontuosità de’ palagi, le scuderie popolate da bei palafreni, o da generosi
corsieri .... cocchi, cacce, viaggi, villeggiature, libero ed ampio sfogo a’
propri generosi impulsi, e ad altri, che, per essere men nobili, non ci son
però men cari, nè men sono innocenti.. ; il poter direasè stesso. Y’è qualche
cosa... v’è molto, di cui son io padrone... di che posso disporre a mio pien
beneplacito, e di che posso, con oneste arti, a me accrescere il godimento,
quanto a farlo mi basti la volontà e l’ ingegno, chiamandolo mio senza che
altri me ne turbi, o me ne coarti ad una data invidiosa misura, l’uso ed il
possedimento. Questa è la vera libertà del progresso. Questo è il progresso
della libertà. Libertà dell’ industria. Libertà piena «senza limitazioni.
Libertà, non della sola persona, ma di quello, che, com’ io notava altrove, noi
consideriamo qual parte, e connaturale contorno e complemento della nostra
persona terrestre, nel senso che già esponemmo. Or si ponga ben mente alla
contraddizione. Si dice, che, ne’ sistemi presenti di reggimento de’ popoli le
libertà son troppo vincolate, e non hanno il loro legittimo slancio, tiranneggiandole
soverchiamente tutti più o meno i governi. Si dice, che il diritto al progresso
è inceppato ; che è giunto finalmente il tempo d’ affrancar l’uomo dalle infami
antiche catene; ed intanto i nuovi sistematici preparano al mondo forme di
schiavitù inaudite, e che non sono mai state. La vita comune è d’ alcuni
conventi, e si sa quanta abnegazione del proprio volere ed istinto costa, e
quanto pesa, e quanta virtù esige perchè si giunga a patirla senza lamento.
Altrettanto è dello stare a parte in mano, e del vivere a misura quale che
siasi, ed a spilluzzico in ogni cosa, secondo che altri assegni o conceda. Quel
dover più o manco, giusta la diversità de’ sistemi, lamentare tra sè e sè con
queste voci : « La famiglia me la « usurpa in gran parte lo stato. La rendita
me la limita lo « stato. La nobiltà me l’abolisce lo stato. La eredità me la «
sequestra e me la impedisce lo stato » ( parlo qui specialmente nella
supposizione sempre dalla quale son partito, cioè in quella de’ livellamenti,
qualunque siane il metodo e la forma), non è egli un costringere ad esclamare
chi cosi considera « Io non son più meijuris ! Io mi son fatto servo dell’
associazione d’ uomini nella quale sono entrato! Questo è ben altro che società
sinaliagmatica di buona fede 1 — Questa è una società leonina, o una società da
« volpe ( ripeteranno ), dove il più poltrone, il più gaglioffo, il più
stupido, il più disadatto, iLpiù vivente a « peso degli altri è il più favorito
o il più furbo, ed ha stipolato in suo favore il monopolio del massimo
vantaggio; « mentre il più attivo, il più industrioso, il più ingegnoso, « il
meglio animato a fatica, quegli che del suo piu contri« buisce, è quegli eh’ è
sopraffatto, eh’ è derubato, eh’ è « vittima! Questo è il mondo alla rovescia!?
Cosi combinisi ogni cosa come lo si voglia, diasi d’ oro alla pillola meglio
che si sappia, cuoprasi con tutti i nastri che si voglia la trappola, mal s'ha
fiducia del riuscire a ingannare altri che i più sciocchi. Da che l’ effetto
ultimo sai che ha da essere l’averti tirato dentro ad una società a capitale
morto, dove, nella liquidazione de’frutti, a te principale azionista, o dei
principali, dee toccare un dividendo pari al dividendo di chi non ha messo
nulla, per poco che abbi saviezza, non si sarai gonzo da lasciarviti
accalappiare. Dopo tutte le quali considerazioni, per ultimo risultato, e per
giunta alla derrata, a si fatta conclusione non si sfugge, che l’alzarsi al
postutto degl’ infimi, e di essi stessi fino a un limite poco lontano e di
piccola elevazione, gioverà ben poco alla causa della civiltà e del progresso,
e rabbassarsi a precipizio, de’ nati per esser sommi, gioverà a questo ancor
meno; e perciò, che, contata ogni cosa, la conclusione finale sarà il regresso
sollecito degli uomini verso quella che sempre s’è chiamata barbarie, non certo
un’accelerazione di passo nel verso opposto. Se poi.ne’nuovi ordinamenti
politici, che si ci si vantano, per salvar la legge di progresso, e di civiltà,
e della naturale libertà di sé e delle cose sue, che alla civiltà ed al
progresso è tanto incitamento, vogliansi conservate le diversità negli
interessi di vario nome, si quanto a specie, sì quanto a grado (ch’era la
seconda parte del mio dilemma), dunque costituirà ciò una terza categoria di
disuguaglianze, crescenti col grado del progresso e della civiltà ; e ammessa
la realtà di queste nuove disuguaglianze, come non dovranno generare elle
ancora una disuguaglianza ne'diritti in ragione delle disuguaglianze suddette?
Perchè, io non sarò di coloro, i quali esclusivamente le convivenze umane
risguardano sotto l’aspetto di quelle società A’azionisli eh’ io poco là
mentovava, dove i soli valori de’ puri interessi materiali d’ognuno, tradotti
nell’ idea del proprio tornaconto, rappresentino le azioni messe in comune, e
quindi le correspettività de’ diritti politici da godersi. Certo v’è altro
eziandio, a che gli eterni principii della giustizia distributiva comandano che
s’ abbia riguardo, e spesso un maggior riguardo; e alcune delle cose dette di
sopra mostrano in ciò la mia persuasione in questo senso. Ma non son io nemmen
di quegli altri, i quali la somma e l’importanza disi fatti interessi non
considerano affatto nella ripartizione de’ poteri e de’ diritti a’ poteri ; e
per questo lato, tanta voce vorrebber data al mascalzone, il quale non ha
interessi di possidenza, non d' industria... non di famiglia (od ha interessi
tutti negativi, cioè tutti in opposizione cogl’ interessi di coloro, i quali
nell’ alveare sociale sono Tapi operaie e produttive ; tutti interessi di far
guerra alla produzione, alla possidenza, all'industria... alla famiglia... ;
tutti interessi di disordine per pescare nel torbido), quanta agli altri pe’
quali la società va prosperando, cresce in affluenza di beni, ed è corpo,
regolare, utile, e conducente al fine, per cui principalmente le convivenze
umane sono stabilite. ]si dato mano, e solamente lo patirono, di che il bene
susseguente è poida ricompensa. ]mili, esso uomo abbia or buono avviamento od
indirizzo alla riuscita, or non l’abbia, e ciò, alle volte per colpa propria, o
rispettivamente per proprio merito, altre volte senza ciò, e contro a ciò:
cosicché l’impiego de’ mezzi aberra più o meno dal fine, e radamente vi conduce
; e, quando vi conduce, lascia sempre molto e moltissimo di desideralo e non conseguito.
Dove le volte, che più o men si riesce, servono a mantenere l’attività nostra,
e la speranza, e il coraggio, e a preservarci dal precipitare nell’inerzia ; le
volte che non si riesce, servono a ricordarci, che un potere superiore al
nostro è dietro la tela, il quale regge le coso umane, e con occulta sapienza,
or ci dà i beni della terra, or ce li leva, o ce li nega, acciocché pensiamo
che non son questi il fin proprio e sommo a noi proposto. Ma poiché insonuna,
concedo io pure, che al mal governo l’ opporsi con onesti sforzi, invece di
esser colpa, è anzi spesso dovere, o quasi dovere (l’acquiescenza pura e
semplice, e la rassegnazione, quando fosse di tutti, potendo in alcuni casi
divenire condannabile, rispetto almeno ad alcuni: perocché è alto, non di sola
virtù, ma di debito, per quelli che han di ciò competenza : 1. l'illuminare, a
il cercar d’ illuminare, i depositari del potere, in quel che veramente abbiano
errato, od errino, massime quandi l’errore sia grave ed abituale : 2. l’adoperarsi
a promuovere la medicina de’ vizi radicali con indefessi, opportuni, e
convenienti mezzi), come dee procedersi iu questa dilli cile e delicata
faccenda? — 'fiuti is thè qmstion — Ciò sia materia d’un Di quello che al
popolo non ispelta, e spelta, in fatto di governo e di sovranità, e del modo e
della misura in che gli spetta. L’argomento io l’ho toccato qua e là più volle,
forse con un po’ di disordine, ma esprimendo con forza ogni volta l’opinione
della quale sono persuaso. Giova nondimeno tornarvi sopra in quest’articolo, e
dir con più grande asseveranza ancora, che in ogni altro luogo — la principal
fonte degli errori, i quali sul proposito nostro si spacciano, e corrono oggi
il mondo, stare appunto in questo atto d’universale superbia, per che, in cosa,
la quale tanto è legata a fatti providcnziali che si burlano, per cosi
favellare, di tutte le previdenze umane ; la quale tanto poco dipende dalla
volontà de’singoli ; la quale tanto è superiore alla intelligenza delle turbe ;
tanto è diffìcile ad essere trattata come lo si addice ; tanto è poco alla a
condursi per sole deliberazioni d’uomini quali che siano, a grado delle
passioni loro, e nel conflitto de’loro interessi perpetuamente fra loro
lottanti : s’argomentano di credere tra tutti distribuita, ed a tulli
appartenente la competenza del trattarla per Io meglio loro. Don^c è poscia
l’opinione si da noi combattuta, che la sovranità, in radice, è di tutto il
popolo, inalienabile da esso, reversibile in esso, e rivendicabile per esso,
tutte le volte che lo vuole ; esercitarle da ciascuno, individuatamente, ed
individualmente, nella porzione più o men coeguale che gli spetta ; residente
di fatto, come potere attuale ed accidentale nella maggiorità ( più o meno
istabile di sua natura) de’cittadini, che sendosi data la pena di concorrere ad
esercitarla, convennero in un medesimo voto ; ma non ispettante di diritto
normale ad essa; perchè la parte non può equivalere al tutto ; perchè chi non
ha parlato, non ha detto niente, e non s’è interdetto di poter parlare quando
che sia ; perchè il diritto delle minorità, tanto piccolo quanto più si voglia,
può essere oppresso, ma non annullato, nè distrutto; perchè, infine, non può
non esser lecito a queste il cercar di farsi maggiorità la loro volta,
acciocché il fatto della sovranità ad essi o passi, o ritorni. E, per vero, i
fautori stessi delle anzidette sentenze, non osapo analizzarle, od almen
confessare, i naturali conseguenti loro, de’quali conseguenti il principale è,
che, cosi insegnando essi, vengono a dire, insomma, che la sovranità, comunque
affidata come potere esecutivo, legislativo, giudiziario, o quale altro potere
che siasi o che si chiami, obbliga in diritto i soli consenzienti: quanto agli
altri, li violenta, ma non può obbligarli; o, ciò che vale lo stesso, vengono a
dire, che la sovranità è obbligatoria di diritto per nessuno, giacché que’che
le obbediscono, in quanto sono consenzienti, evidentemente obbediscono a sè e
non a quella, cioè obbediscono alla propria volontà di obbedire, nou alla forza
imperante della sovranità, attinta, in massima parte, dagli eterni principii
della ragione e della giustizia ; ed obbediscono perchè son contenti di farlo,
non perchè si credano obbligati a farlo ; ed, in que’che obbediscono, in
quanto, a lor malgrado, vi sono costretti, non dall’autoriLà, ma dalla forza
materiale, in essi ancora l’obbedienza è un fatto sofferto, e non un dovere
adempito ; e un’ obbligazione estrinseca, e non un obbligo di vero nome ; o, a
dir meglio, è violazione di diritto, e non diritto, contro alla qual violazione
si ba invece il diritto di mettersi in istato d’ostilità, di cospirare, di
muover guerra flagrante, in detto ed in alto. Il che dire è negare la
sovranità, e ennsiderarla come ud fallo pur sempre, non come un diritto; Tatto
di alcuni che soperchiano tutti, non diritto di tutti contro a ciascuno ;
tirannide, e non sovranità, pe’ dissenzienti ; cosa inutile, superflua, ed
illusoria, o simulacro di cosa pe' danti libero consentimento : ciocché bene
interpretalo, significa poi, che la sovranità, in quanto è potere, pe’soli
dissenzienti esiste ; ma esiste per essi soli come una iniquità ed una
ingiustizia, non come cosa mai legittima e normale : verità si vera, che lo
spirito logico d’ uno de’ più sinceri, e de’ più espliciti tra gli antesignani
del nuovo liberalismo (Prudhon) non ha dubitato di confessarla e dichiararla ad
alta voce, e per istampa. In si fatto sistema, pertanto, gli attualmente
investiti della sovrana potestà, e d’ogni sua grande o piccola parte, quali e
quanti pur siano, non sono che semplici incaricati d’affari, privi di
plenipotenza, e quasi direbbesi ad referendum, o piuttosto godenti d’una
plenipotenza frodolenta di l'alto a tutto loro risico, e sotto la loro perpetua
responsabilità, come i generali di Cartagine ; sempre revocabili, sempre
soggetti al sindacato di tutti e di ciascuno ; posti in una siugolar condizione
innanzi al popolo : perchè, ne’paesi dove tutto il popolo non è stalo chiamato,
e non è concorso a farli (messo dietro le spalle ogni diritto di prescrizione e
d’usucapione) sono come se non fossero; usurpatori posti fuori della legge ;
nemici pubblici, e niente meno di ciò : ma, ne’ paesi stessi, dove il popolo è
quegli che li elesse negli universali suoi comizi, non hanno, per le ragioni
esposte di sopra, solidità e realtà alcuna di potere ; burattini da filo quanto
a tutti, e tali burattini, il cui filo dev’essere spezzato il più presto, o
quando il destro uc viene, quanto a’dissidenti. Che se tutto ciò è rispetto
alle persone, poco diversamente dee dirsi rispetto agli atti loro, il cui
valore intrinseco è subordinato sempre all’apprezzamento libero e capriccioso
d’ognuno. Ed altrettanto è ancora delle leggi ; o sian pure quelle che si
chiamano Costituzioni, Carle, Statuti, o simile. E cosi dislruggesi allatto, e
si demolisce l’idea di governo, e si sperperano le convivenze civili,
rimettendo ogni umana congrega nelle condizioni primordiali del viver
selvaggio, ricondotto a’suoi naturali e radicali elementi d’indipendenza
degl’individui, e di forza brutale del più potente, o del numero maggiore,
centra il più debole, o contra il numero più piccolo. Io invece, per finirla,
riduco a queste non molte proposizioni i dettati della ragion pura in si fatta
perplessa materia, sottoposti nondimeno alcuni di essi, nell’applicazion loro,
al prudente apprezzamento delle circostanze. Iddio, a farci appunto conoscere,
nella presente imperfezione ed ignoranza nostra, eh’ egli è il padrone
(domitius dominanlium ), e che noi, per molto che immaginiamo di esserlo, non
lo siamo punto, o lo siamo assai poco, c sotto sempre la legge della sua
supremazia, dispose, c dispone, colla sua direzione occulta del mondo morale,
come del tìsico, le cose in modo, che lo stabilimento de’ governi, nel
materiale, e nel personale, è (storicamente parlando, cioè nella pratica, cosi
come dalla storia universale e particolare de’ popoli ci è dichiarata) un mero
previdenziale fatto, dato o coadiuvalo, sempre, o quasi sempre, da forza di
circostanze, indipendenti il più spesso da ogni preordinala volontà delle turbe
; per le quali circostanze, o contrastato, o no che sia ne'suoi cominciamenti,
esso, da una esistenza precaria, e spesso irregolare, passa, a poco a poco, ad
un'altra esistenza tacitamente consentita dall’universale, e pacifica, e con
ciò legittimata ; rispetto alla quale, l’azione indesinente de’ due principali
fattori di quest’ordine di fatti (e voglio dire, 1. il reggimento divino delle
cose umane, 2. quella dose di politico senno, che giunge per solito, da ultimo,
a scaturire da qualche parte), più o meri laboriosamente, viene a galla, a
traverso d’ogni difficoltà, in mezzo ai popoli, come una manifestazione
inevitabile alla lunga, dell’idea insita in tutti, ed eterna, tuttoché più o
meno oscurata, di giustizia, di verità, di dovere; ed allora quest’azione, or
lenta, or sollecita, opera in guisa, che l’intollerabile alla fine si fa
tollerabile e tollerato, l’ingiusto si fa giusto, o meno ingiusto, l’improvvido
o provvido, o meno improvvido ; e nascono sistemi e vie di compensazione, lenitivi,
palliativi, rimedi ; e il male che c’è, o che resta, non può superare una certa
misura (tranne quando un decreto terribile di Provvidenza vuol che le nazioni
periscano, o si consumino, e decadano umiliate e contrite), nè può non avere un
contrapposto di beni : cosicché di questo misto si componga quella dose d’
infelicità terrena, più o meno temperata, che è necessariamente compagna di
questa vita, punizione meritala agli uni ; scuola di virtù, e mezzo di merito
agli altri. A vie meglio mostrarci la verità di questa dottrina, la Divinità ha
in tal forma ordinato il mondo morale, che in que’ secoli di contumace
superbia, o tra quelle superbe nazioni, in cui la verità c la presunzione della
propria sapienza più prevale tra gli uomini, e li spinge a voler tutti fare e
non lasciar fare, ognuno mettendosi innanzi, e cercando d’esser primo, o de’
primi, ognuno volendo esser dio a sé stesso, e governo, e governante ; ivi, ed
allora, è l’infelicità massima, il disordine massimo, lo sgovernamelo massimo,
la guerra civile imminente o flagrante, l’anarchia, lo stato convulsivo, od
epilettico, delle umane congreghe: disordine, sgovernamenlo, guerra, anarchia,
convulsione, epilessia, che seguitano finché questo periodo di presunzione non
passa, e finché principii migliori, e più giusti, non tornano a prevalere la
loro volta. Intanto perù è giusto confessare, che, se da un lato, il Creator
delle cose, per le ragioni che più volte adducemmo, non ha concesso agli uomini
la perfezione in nulla, e nè manco ne’governi, ed ha voluto tollerare, e
permettere, a volta a volta, l’imperfezione, anche condotta, in essi governi,
fino all'abituale imperizia, imprevidenza, inettitudine, ingiustizia, e
tirannide; da un altro lato, ei non ba voluto, in generale, abbandonare si
fattamente la specie umana all’ impero del male, anche sulla terra, che non
abbiale concesso, nella sua benignità, mezzi normali di riparo, di resistenza,
di rimedio (renduti, egli è vero, per suoi segreti disegni, ora più, or meno
efficaci), e non abbia perciò inserito nelle ragioni, le meglio addottrinate,
de’ saggi in mezzo ai popoli il lume più o manco opportuno a conoscere in ogni
caso quel che è lecito, e conveniente, e necessario di fare per tentar diuscire
di pena, d’ingiustizia, e d’oppressione. Questa è almeno la regola generale,
sebbene, purtroppo, convien dire, che talvolta, nel segreto della sua sapienza,
esso Creatore, permette e tollera, come altrove notammo, che sì fatto lume in
pochissimi splenda, e quasi in nessuno : di che poi la conseguenza è, che il
male del malgoverho, o dura, o quel che è peggio, per gli sforzi inconsiderati
di que’che non vogiion patirlo s’aggrava, o sia che conservi, o non conservi le
prime sue forme. Or quando a si fatto ultimo flagello non si è condannati
(pena, per solito, del lungo tralignare d’una civil convivenza, confermata nel
vizio, e nella cecità d’intelletto) allora il rimedio, e il riparo, c’è, sol
che tutti facciano il dover loro ; e c’è senza le maledette rivoluzioni, senza
le illecite cospirazioni e sette. C’è per la forza pacifica ed infallibile
delle persone, e delle cose. Del quale riparo e rimedio le massime io le ho
sostanzialmente, qui indietro dette, nell’articolo. E non è, che, in si fatto
ufficio non abbia ognuno la sua parte legittima. Solo bisogna confessare, che
la parte non può nè dev’ essere in tutti uguale, e la stessa. La prima e
principal condizione è il coraggio civile (giova ripeterlo : il militare
guasterebbe tutto, infondendovi dentro le sue furie), coraggio prudente,
ponderato, modesto, mantenuto sempre rigorosamente dentro i limiti del permesso
dalla legge, ma perseverante, istancabile, non in alcuni, ma nel maggior
numero. Le leggi in nessun luogo son cosi cattive, che non aprano più di un
adito a raddrizzare i torti, e a far fare giustizia. Bisogna non perdersi
d’animo. I forti debbono aiutare i deboli, dirigerli, farsene avvocati. 1 savi
debbon dar mente agl’ insipienti. Questi debbon ricorrere a coloro che la fama
universale indica in ogni luogo come sapienti ed uomini da bene, per cercar lume,
e conoscere se veramente ban ragione e diritto di lagnarsi, e dentro che
misura. Gli uomini da bene e sapienti non debbono negarsi agl’inferiori.Tutti
insistendo nelle vie consentite da ragione e da legge, e facendo concerto
perpetuo di sforzi, ciò, senza essere una cospirazione illecita, e di setta, e
d' armati, è impossibile che non produca il suo frutto. Ma non bisogna che i
primi, a’ quali questo coraggio sia di qualche danno personale, faccia» perciò
meno il debito loro, o che l’esempio del loro danno distolga gli altri
dali’imitarli. Ciò ha da essere, come nella guerra. 1 feriti, non perchè
feriti, finché possono, lasciano il combattimento, se aspirano al titolo di
bravi : e i non feriti non fuggono perché altri al loro fianco son feriti od
uccisi. Solamente bisogna ben guardarsi dall’ uscir dalle vie rigorose della
legalità, e del rispetto che è interesse di tutti il non dimenticare; e dall’
immaginare, o pretender gravami e torti, dove non sono. Cosi adoperando, colla
metà della ostinazione che gli odierni settarii pongono nelle loro
inconsiderate e criminose mene, certo non è abuso di potestà, il quale non
debba con [Ecco mio de' vantaggi innegabili dell' aristocrazia. Dov’ella è in
forza, e bene e convenientemente stabilita, è 3i grande l' autorità sua, si
connatura to il coraggio civile, si spontaneo f intervento a tutela de deboli,
che difficilissimo riesce l'abuso del potere in cbi lo ha in mano, almeno
condotto sino a vizio abituale, ed a quell’eccesso ch'è tirannide intolieranda,
od insipienza equivalente a tirannide.]più certezza essere corretto, die
tentando pazze congiure a moderna usanza. Nè nego, perfino, che quando i’
abusare nasca da imperfezione di legge, o di leggi, di questa o queste non
possa legittimamente chiedersi il mutamento, e il raggiustamento a più equa
forma. Quando veramente costi, per consenso di tutti tsavi, che le leggi sono
cattive, o talmente imperfette da rendere necessario un cangiamento, niun può
trovare men che giusto il desiderarne e il chiederne la rettificazione. Il male
non istà nel desiderare, e nel chieder ciò, ma nel desiderarlo e nel chiederlo
in modo illecito, arrogante, e perturbatore. Sta nel volere a forza cattivo,
quel che non lo è manifestamente. Sta nel non andare a rilento in si fatti
giudizi, e nei non ben verificare ogni cosa a norma della sapienza scritta di
tutti i tempi, prima d'avventurarsi a pretendere che la cosa è come la si
pensa. Sta nel non aver occhio alle circostanze, agli effetti probabili, agli
scompigli possibili. Sta nel mancar infine di buone bilance per non trascender
mai la giusta misura in nessuna sua parte : condizione più essenziale ancora,
acciocché niuno possa imputare di sedizione, di ribellione, di fellonia ciò che
nel qui discorso senso e modo va operandosi. Da tutte le quali cose vede ognuno
che non discende, nè l’obbligo assoluto di rassegnarsi al male, che
evidentemente è male, nè l’assoluta assenza di mezzi per medicarlo. Ma non
discende nemmeno la pazza politica massima degl’odierni, che per ultima panacea
propongono date forme di [Queste sono le teoriche. Ma torno a dire, se i savi
mancano, se mancan d’ accordo, se v’ è funesto li svolgimento negl’ intelletti
di que’ che so» creduti tali ; se certi desiderii poco ragionati, e poco
ragionevoli, si confondono co’bisogni, solo perchè sono alia moda, e perché
sono intensissimi; se certe lagnanze son di minimi che si giudican massimi, e
che fatte suonar alto più disturbano che non giovino; se? Allora come non
tremare nell’avventurarsi alla pratica? Iddio liberi i popoli dall’ esser
condotti agli estremi qui sopra ricordati; e dia loro la sapienza vera che li
aiuti a scegliere il miglior partito.] governo applicabili a tutti i casi, come
uua calza a maglia. Delle democrazie pure già dicemmo quanto basta a provare la
loro imperfezione essenziale. L’antica sapienza rappresentata da CICERONE sta
per le Monarchie temperate, dove i veri ottimati, cioè dove le capacità e gl’
interessi han voce preponderante, e tra gl’interessi, meno ancora i fluttuanti
e transitorii (sebbene questi eziandio), che i permanenti e più tenaci, d’un
buono e lodevole patriziato. S’ è perciò giustamente levata a cielo la
timocrazia di Servio Tullio la sapienza del Senato romano e dell’ aristocrazia
inglese, corroborata dalle tradizioni di più secoli. Ma non tutti gli
ordinamenti ( ridiciamolo ) convengono a tutti i popoli e a tutti i tempi: e
chi non ne fosse persuaso, più d’un esempio recente potrebbe addurne, fatto per
iscoraggiare assai del supposto valor pratico di certe teoriche, le quali poi,
quando si traducono in iscena, si risolvono in bliteri, e in peggio che ciò,
vale a dire in danno evidentissimo de’ popoli. Grandissimo ( a miglior prova di
ciò ) è il male che s’è detto, massime nel tempo nostro, de’ governi assoluti;
e i governi assoluti eglino stessi han poi per loro essenza e natura il grande
ed intrinseco male, che con tanta generalità oggi s’afferma? ( L’argomento
loabbiam già toccato alcune pagine indietro : pure importa tornarvi sopra
un’ultima volta ). Messi a bilancia con tutte le altre forme di governo, e
contati, e imparzialmente pesati, i vantaggi egli svantaggi, traendoli dalla
verità storica d’ogni età e d’ogni contrada, e non dalle menzogne sistematiche
di tale o tale altro declamatore odierno, io non so se un uomo di delicata
coscienza oserebbe giurare, che la parte degli svantaggi preponderi, sempre
totale contro a totale, cioè somma intera di fatti contro a somma di fatti, dal
Iato delle monarchie pure, a quel modo che s’ama asserirlo. Per Io meno questo
conto, o vogliasi dirlo bilancio, non è mai stato instituito colla debita
accuratezza, e varrebbe la pena dell' instituirlo: impresa tuttavia molto più
difficile di quel che non si pensa, e da più dotti, che non sono di gran lunga
i giudici di strada. Donde poi deduco, che, assai più alla leggiera di quel che
si dovrebbe, si pronunzia la sentenza assoluta di condanna, la qual suona nelle
bocche di tauti, più per moda, che in forza d’ una dimostrazion rigorosa. Le
ingiustizie, le improvidità, le tirannidi s’incontrano in tutte le forme d’ ordinamenti
politici ( cosi insegna la storia ), e le forme le più liberali n'ebbero, e
possono averne all’ avvenire, di non minori che i più tristi degli assoluti
governi. Quidleges sine moribusvanae profitiunt (ridirò col poeta)? Uno o molti
che siano gl’ investiti dell’ atto della potestà, possono del pari abusarne; e,
se gli abusatori son molti, sarà il danno più grave assai, che con un abusatore
unico, tranne se alcun si piaccia del paradosso che più tiranni debbono men
nuocere d’un tiranno solo. Le responsabilità ministeriali, o d'altri ( nome
vano ) si dovrebbe ornai sapere da tutti quel che valgono. Le supposte
guarentigie sono sempre un preservativo, o un rimedio, più illusorio, che vero.
Cb’ buoni sono inutili, co’ cattivi sono insufficienti, per grandi eh’ elle
sembrino. Dove furono concesse Ano ad ogni richiesta misura, gl’incontentabili
odierni se ne contentarono forse? Le probabilità del maggior senno, che
parrebber più facili ad incontrarsi nel consiglio di molti, di quello che in
una mente unica, non sono assai spesso, in tempi di civiltà corrotta, e
d’ambizioni flagranti, che un vantaggio presunto, più che bilanciato, ed
annullato dall’altre probabilità delle discordie intestine tra senno e senno, e
delle lotte che quindi nascono. E sovente è più bisogno di guarentirai da
que’che sono scelti à guarentire, che ragionevolezza di speranze le quali in
questi ultimi si ripongano. Hannovi poi circostanze ( è giusto il ricordarlo ),
nelle quali solo le pure monarchie valgono ad operare il bene delle nazioni; e
sonovi beni che soltanto dalle pure monarchie possono aspettarsi. Ad esse
principalmente, se non unicamente, parche abbia riservato la Provvidenza
l'incarico de' grandi mutamenti da operarsi ne’ popoli colla debita rapidità,
rovesciando i maggiori ostacoli : perchè il modificare ampiamente, e
radicalmente, con forza, prontezza e conveniente efficacia, le sorti d’un
popoloso dimoiti popoli a uu tempo, è parte quasi esclusivamente concessa agli
assolutismi de’ Sesostri, degli Alessandri, de’ Cesari, degl’Augusti, de’ Carli
Magni, de’ Federicbi, de’ Napoleoni, certo non alle disordinate e burascose
discussioni de’ senati, de’ parlamen li, de’tribunali, delle moltitudini
deliberanti. Sono sempre, o quasi sempre, gli assolutismi, che tagliano ultimi
il capo alle rivoluzioni, e creano ultimi la stabilità delle paci. Sono essi
una necessità pe’ popoli che vanno in bizzarrie pericolose e distruttive. Sono
essi a volta a volta, grandissimi benefattori della umanità, piuttostocfaè i
suoi principali flagelli. £ di questa particolare virtù de’ governi assoluti,
quanto a prevalenza d' efficacia e di rapidità, tanto hanno persuasione,
perfino i moderni perturbatori, ( torniamo a dirlo sebbene altrove l’abbiamo
già detto), clic solamente perciò hanno istituito, essi medesimi, la obbedienza
passiva delle sette, e l’assoggettamento senza discussione, e sotto pene
terribili, a’capi di esse. Tuttavia non voglio io qui farmi l’apologista
esagerato de’governi di si fatto genere, e dissimulare gl’inconvenienti a’quali
vanno per solito espósti. Non voglio dare il piacere a’ miei avversari, di
poter dire ch’io sono un assolutista sistematico, perchè abbia con ciò bella
occasione la rettorica di certa gente del gittarmi alla faccia questo
rimprovero seguitato da una mezza dozzina di punti ammirativi. Ho voluto
solamente dire che ancora essi governi possono avere ed hanno il loro tempo, e
la loro opportunità; ed in subiecla materia esaminino (dirò di nuovo) i
capi-setta sé stessi prima di rispondere se è vero o falso. Mi basta avere
indicato l’irragionevolezza della troppo universale condanna la qual di essi
governi è fatta, come di cosa assolutamente CONTRO A NATURA (cf. H. P. Grice),
e necessariamente riprovevole. Mi basta aver dato a conoscere, die vale, anche
rispetto ad essi, la regola generale, che non vi può essere una regola generale
di proscrizione. Le circostanze, anche a loro riguardo, entrano per molto nel
giudizio, come in ogni altra maniera di governo. D’ altra parte, i governi
veramente assoluti dove più sono? Tutti il tempo li modifica. Addolcisce i più
severi. Modera i più dispotici, e viene più o meno accostandoli alle forme di
temperata monarchia. Siamo giusti. Dove son più i Busiridi, i Falaridi, i
Tarquini Superbi, i liberi, i Neroni ? Se si voglia trovar tiranni, nell'antica
significazione del vocabolo, bisogna andar a cercare nel campo repubblicano
ultraliberale i Marat, i Robespierre. I voti del vero popolo, di giorno in
giorno, son più ascoltati di quel che vuol confessarsi; e, se si é di buona
fede, non può esser negato, che le concessioni cominciate qua e là a farglisi,
per tutta Europa, son bastantemente grandi per far dire che nelle altissime
regioni non si è tanto sordi, quanto da alcuni si va spacciando. 1 bisogni
reali finiscono sempre coll’essere ascoltati, non per forza, ma per ragione.
Gli esagerati e falsi può colla violenza costringersi a soddisfarli per un
momento, ma vale allora il proverbio. Nil wolentum durabile. Per chiudere a
quel modo che meglio per me si può l’ardua discussione nella quale sono
entrato, io Unirò dunque cosi dicendo a chi tanto si preoccupa del male dei
governi più o meno imperfetti (come se per necessità non dovessero a, diverso
grado tutti esserlo), e a chi perciò, venendo a conseguenze estreme, niente ha
più a cuore ed in mente, che farsi autore e cooperatore di riforme radicali, da
ottener subito, quasi a tamburo battente, ed a qualunque gran costo, giuste
ch’elle sianolo non siano, purché tali paiano a quei che le dimandano, avuto a
sdegno, e messo in non cale il più prudente desiderio e consiglio de’
miglioramenti graduati, bene studiali, ben maturati, e solo predisposti e
promossi ne' legittimi e tranquilli modi che rispettan la pubblica pace, e
servono ad assodarla, anziché a turbarla. Se veramente ami tu il bene del tuo
paese, fa senno, e pensa che qui non si tratta d’un trastullo da gioventù, e
d’un balocco da capi sventati, per darsi dell’ aria e dell’importanza, ma della
somma delle cose pel presente e per l’avvenire, od almeno per lunga successione
d’anni. Fa senno, e dà prova d’averlo fatto, giudicando per anticipazione
testesso, prima d’assumere il terribile incarico di giudicare gl’imperi ed i
regni. Discendi, Gracco, nel tuo interno, e chiedi, con buona fede, a te
medesimo se t’è lecito di crederti tale da ben sapere quel che è mestieri
sapersi nell’astrusissimo argomento de’ governi, per islendervi sopra una man
temeraria; e se ti puoi, senza farti rosso nel viso, chiamare uomo di stato,
ose, in questa vece, non senti, nel tuo segreto, d’essere niente altro che un
misero pappagallo, il quale ripeti su ciò, senza bene intenderlo, quel che t’ha
insegnato la piazza, o la setta. Non ti lasciare illudere dall'orgoglio, nè
dall’assenso lusinghiero de’ niente maggiori e migliori di le, ma metti l’amor
proprio da parte, e dà sentenza su te, come la daresti sopra un altro. Tastati
addosso, e cerca imparzialmente se trovi sotto il dito l’economista, il dotto
nella filosofia delle leggi, l’intendente ne’ misteri dell’amministrazione e
della finanza, il fino conoscitore della storia umana, l’uomo freddo,
ponderato, esperto, che nel giudicare questioni si diffìcili, si recondite, si
gravi, si feconde di beni e di mali, come sono tutte queste delle quali stiam
parlando, sa, innanzi tratto, esaminare, prima del giudizio, gl’innumerabili
particolari; che concorrer debbono ad illuminare la mente; a spogliarsi d’ogni
passione e d’ogni opinione preconcetta; e, senza dar peso a insinuazioni
d’amici, o di confederati e compagni, discernere, e ben discernere quel che il
luogo, il tempo, le circostanze, gli uomini, gli antecedenti, i comitanti, i
conseguenti, oltre ai principii eterni di ragione e di giustizia, suggeriscono
e richiedono. Va intorno, e parla pettoruto alle genti in questo linguaggio.
Miratemi, e sentenziate voi. Son io veramente l’uomo da rifare il mondo, e da
insegnare agli altri il come? Son io Zaleuco, Caronda, NUMA (si veda), Licurgo,
Solone del secolo illustre ; o sono almeno l’uomo da saper discernere, senza
ingannarmi, que’ eh’ io possa e debba seguitar come capitani in faccenda di si
gran momento? O piuttosto la risposta non l’odi aver già preceduto la dimanda?
Povera mosca del carro (tu dei sapere la favola), va a scuola, e fatti vecchia
prima di toccar solo col pensiero problemi di tanta astrusità. Solamente allora
saprai ridurre al genuino valor loro tanti spropositi di moderne teoriche
assolute, che, messe in prova da già dodici lustri, non han saputo partorire
ovunque che continuati scompigli, e inenarrabili guai sempre ripullulanti a
doppio cornei capi tagliati dell’idra! Povera mosca, solo buona ad esser tafano
atto ad inquietare i cavalli che tirano il carro dello stato, finché un colpo
di frusta ti schiacci. Riguarda ( se non hai le cataratte agli occhi ) nella
Francia, prima maestra di sì fatte novità, e spettacolo e scuoia delle lor
conseguenze a ogni gente... nella Francia già più volte rovinata, e data per
queste a scompiglio, e le più volte, non da mani forestiere, ma dalie proprie.
Riguarda a’ be’frutti delle agitazioni tedesche. Riguarda a’ bei fruiti delle
agitazioni di questa misera Italia, qual ella è or fatta per colpa di simili
tuoi ! Gusta il Progresso che han generato i tuoi pari, la ricchezza e la
prosperità eh’ è opera loro! Basta ornai. Basta. La terra ha bisogno di
tranquillità, e, a tuo dispetto, saprà come darsela. Cosi ti risponderà, e ti
risponde il mondo : non quello veramente nel quale tu vivi, ma quello in mezzo
al quale dovresti imparare a vivere, per tua istruzione, ed emendazione, e per
l’altrui pace. Ma ti risponderà, e ti risponde anche altro. Ti dirà, e ti dice.
O tu, che ti proponi niente meno che di metterti il grembiule di Prometeo, cioè
di rifare la gran famiglia umana in quella parte che rende a lei possibile il
viver socievole, cioè negli ordinamenti de’ suoi governi, comincia col rifare
te stesso. Volendo insegnare a’ tuoi contemporanei l'arte del comando, insegna
a te medesimo l’ arte dell’ obbedienza, che non sai, o non vuoi sapere. Con
uomini quale tu sei nessun arte di comando, e per conseguente di governo, è
possibile, e l’ esperimento s’è visto. È forse giovato in più d’ un luogo darti
costituzioni, e rinnovarle? É forse giovato accordarti assemblee deliberanti,
libertà di stampa, libertà d’associazione ...tutte le libertà? È bisognato
finir col frenarle dal momento che i pari tuoi v’ han voluto metter mano. E
cosi doveva essere ; perchè ogni governo, anche larghissimo e mitissimo, è
legge e dominazione; e cbe legge, oche dominazione può esservi per tali come tu
sei? Tu ( quel tu eh’ io m’ intendo ) di Dio non accetti che H nome. Tu sei di
quegli uomini, quorum Deus venler est ( riconosciti ). . ; degli uomini
turbolenti, sfrenati, ricalcitranti che chiamano ben pubblico il dar di naso
abitualmente ad ogni autorità, sotto colore di far la guerra agli abusi suoi,
colla presunzione di giudicarli in ultimo appello secondo il privato tuo senno;
degli uomini che ban distratto ogni riverenza, ogni fede al senno antico, ai
documenti de’ secoli passati, alla sapienza accumulata per gli studi comuni de’
migliori cbe in ogni età vissero; degli uomini che ner gano ogni efficacia d’
antica esperienza, e che queste massime non si contentano di professarle per
sè, ma le promulgano giornalmente d’ ogni intorno! Or con te, e con tali quale
tu sei, qual maggiore pubblico bisogno v’è, del bisogno di mettersi in guardia,
e tirare a sè le briglie ? É egli tempo d’allargar la mano alle redini, quando
il cavallo dà continuo cenno di rubarla, e di mettersi alla scappata verso
precipizi!? Pur troppo quando un paese ha la disgrazia d'avere a ridondanza gente
del tuo taglio, facilmente arriva a quella condizione di tempi che o scusano, o
rendono ine vitabili gli assolutismi i più stretti e i più vessatori. Perchè,
non accade dissimularlo. Ecco la massima miseria della condizion nostra. È
peggio che al tempo de’ guelfi e de’ ghibellini. L’ira tien luogo di ragione.
Vendicarsi, ed esterminare sono ornai la parola di guerra. Sangue! San-gue!
Ammazza ammazza! Quel che non s’ osa fare aucora, si dice pubblicamente che
sarà fatto alla prima opportunità. Designane adcaedem unumquemque nostrum.
Poveretti! S’uccidono gl’individui, non s’uccide la verità e la giustizia. Ma
anche a’Principi d’Europa rivolgerò finalmente la rispettosa mia voce.
Purtroppo hanno essi bisogno d’una rivista severa del passato, e d'una ponderazione
accurata del presente a previsione del futuro. Quel che è stato ed é male, fa
d’uopo mutarlo. Quel che è giusto e doveroso in tanto mare di desiderii, di
querele, di mescolate richieste, bisogna farlo. Mai non ci fu maggior
necessità, per chi siede ne’ sommi scanni, d’esaminare gli antichi ordinamenti,
e di recarvi miglioramenti reali e legittimi. Mai non richiesero i secoli che
sono scorsi maggior senno in chi regge i popoli, e per conseguenza più grande
opportunità di circondarsi di buoni, e probi, e saggi aiutatori, e subalterni.
“Riforma!” è la parola favorita del nostro tempo. Riforma non è in sé medesima
parola d’errore. Le riforme bisognano sempre alle congreghe umane, come agl’
individui. Riforma dunque anch’ essi dicano i re ma non ogni riforma dimandata
le riforme che la vera sapienza politica consiglia, e vuole. Eruditami qui
iudicalis terram. Imparino le genti col fatto, che amate di cuore il ben
pubblico, odiate il male, e vi studiate per quanto è da voi d’affaticare alla
pubblica felicità correggendo intorno a voi, per aver più diritto, e più
facilità a correggere intorno a quei che vi debbono obbedire. Due parole a chi
è per leggere Parere d’un Amico intorno a questo saggio Risposta Prefazione
Opuscolo De’ Fedecommessi e dell’ Aristocrazia Due parole al Lettore Lettera I
Fedecommessi sono una istituzione appartenente a più luoghi c a più genti e
tempi, che non si crede. Conseguenza di ciò Essi hanno una principale e giusta
difesa nell’interesse convenientemente inteso di famiglia Non sono applicabili
ai piccoli patrimoni, ma solo ai grandissimi ivi Perennando lo splendore di
tutta una linea principale po tentemente soddisfatto a uno de’ sentimenti
connaturali all’ uomo Senza i Fedecommessi, le grandi fortune, di necessità,
tra breve, sminuzzandosi, periscono per V intera famiglia, e con ciò essa è
condannata a rapido scadimento 1 Fedecommessi salvano, per quanto esser può, il
patrimonio dalle imprevidenze, dall'incuria, e da’ vizi dei temporanei suoi
possessori, e lo conservano a que’che debbono in avvenire possederlo
Discussione delle ragioni de’ cadetti. E maggiore il numero de'beneficali nel
sistema che qui si contempla di quello che nel sistema opposto pag. ivi Infatti
quei che nel i° sistema godono ( al contrario di ciò che succede nel 2°) sonpiù
numerosi de’ danneggiati I vantaggi d’ognuno de' favoriti sono più grandi, che
i vantaggi d’ognuno de’ favoriti nell' altro sistema Gli svantaggi de’
danneggiati nel secondo sistema sono più grandi che quei de’ danneggiali nel
primo Lettera Soluzione d’ alcune difficoltà 35 Si risponde a chi oppone che il
testatore dee riguardare al bene massimo de’ prossimi ed esistenti, e non,
collo scapito di questi, a quello de’ remoti, e non esistenti ancora, o forse
non destinati ad esistere giammai .Si prova che, oltre al vero interesse delle
famiglie, nel si stema de fedecommessi, meglio che nel sistema contrario, è
provveduto anche all’interesse dello stato Risposta alla obbiezione de’
supposti diritti degli altri figli, che si dicon violali nel sistema da noi
difeso Si torna a distinguere tra i fedecommessi utili, e i dannosi, e si prova
come ne’ primi i cadetti non sono pregiudicali in modo indebito 19 Risposta a
chi oppone l’ accusa di parzialità, e d’ eccitamento alle invidie, a’ disamori,
alle discordie tra pa dre e figli e tra fratelli Esposizione de’ rapporti tra V
erede preferito cogli altri posposti Convenienza del preferire il primogenito
ai nati poi . . M Di nuovo sull’ accusa del supposto fomite somministrato alle
invidie reciproche 45 Indirizzo da dare all’ educazione perchè queste temute in
vidie non nascano Lettera Seguita la soluzione delle difficoltà Non è vero che
i fedecommessi, favorendo il celibato laicale, favoriscano i vizi che vi vanno
connessi 1 matrimoni son più incoraggiati nel sistema qtrì difeso, che in
quello della divisione dell’ eredità per capita, p. 49 È insussistente il
nocumento che la sottrazione di molti be ni rustici, in virtù, de’ vincoli
fidecommissarii, alle speculazioni di compra e vendila minaccia di recare al
pubblico Un certo numero di latifondi legati a fedecommesso, lungi dall’ essere
un impedimento alla buona agricoltura, ed alla pubblica prosperità, sono utili
e necessari al l'unae all’ altra Risposta alla difficoltà tratta dai creditori
dell’eredità defraudali talvolta, quando essa ha il genere di vincolo del quale
qui si tratta Lettera Difesa dell’Aristocrazia Proposizione premessa, che,
distrutti i fedecommessi, è distrutto il patriziato I vizi de’ nobili che sono
da degenerata istituzione non vogliono esser contati soli, ma messi a confronto
delle utilità, e delle virtù ivi Essi vizi possono emendarsi, e le utilità e le
virtù accrescersi : utilità e virtù le quali difficilmente possono trovarsi
fuori del ceto patrizio ivi È nella natura stessa della Nobiltà un seme di
miglioramento nella specie umana, che ne innalza la dignità e la perfezione
Caratteri propri del genuino patriziato La grandezza degli averi in famiglie
non patrizie non può dare i vantaggi eh’ essa dà o può dare nelle famiglie
patrizie Necessità politica in uno stalo dell’ esistenza del ceto nobile, e
particolari servigi, che ad esso esclusivamente sono riservati ed appartengono
Opuscolo Della libertà e dell’eguaglianza civile Del governo e della sovranità
in generale Della così della sovranità del popolo, e della democrazia. Del voto
universale. Delle rivoluzioni e delle riforme de governi ec paff. Della libertà
nel civile consorzio, e decimiti, che necessariamente debbe avere. I più di
qne’ che la dimandano oggi, da ette negano nella loro filosofia il libero
arbitrio, e sono materialisti, fanno una dimanda assurda, cioè chiedono quel
che credono non potere esse r loro concesso Per chiedere la libertà civile,
bisogna essere spiritualista, e cogli spiritualisti non è difficile giungere ad
intendersi in tutte le altre questioni da noi trattate Que’ che chiedono la
libertà, quale e quanta la dà natura, debbon concedere gli usi buoni ed i
cattivi della medesima, ed una legge interna che comanda i primi, e vieta i
secondi, e con ciò debbon concedere di fatto e di diritto che la libertà è
limitata per natura La convivenza civile essendo ordinata a perfezionare
l’uomo, e non a deteriorarlo, la miglior convivenza civile necessariamente dee
dirsi una convivenza ove la libertà naturale incontra nella legge vincoli
grandissimi e maggiori di que’ che ordinariamente le si prescrivono È solo la
difficoltà soverchia opposta dalla corruttela umana allo stabilimento d’ una
piena normalità nelle civili convivenze, quella che impedisce il comandare oggi
tulli i vincoli che bisognerebbero: ciocché non toglie però che il vero
progresso è quello il qual favorisce essi vincoli, e li promuove, anzi che
produrre effetto opposto ivi È per effetto di questa difficoltà che le umane
congreghe si ristringono per solilo quasi al solo governo di quelle libertà,
gli usi o abusi delle quali risguardano i rapporti reciproci de’ cittadini co’
cittadini, non che il loro scopo remolo non debba esser quello d’ordinare a
poco a poco le leggi a una sempre migliore sistemazione, e per conseguenza a
una sempre maggior limitazione, di tutte le altre libertà col fine d’accostar f
turno alla perfezione quanto più puossi. Prime parole sulle leggi che legar
debbono le libertà, e su’coloro che debbono stabilirle; c sulla genesi dell’
odierno domma della sovranità del popolo, e del patto sociale Dèli’ eguaglianza
in generale, e quanto poco esista essa nella specie umana Falsità della massima
che al volgo suole oggi insinuarsi che gl’uomini sono tutti uguali per natura.
.Naturale ineguaglianza fisica tra uomo ed uomo Naturale ineguaglianza morale
Altre cagioni artificiali ed accidentali d’ inegualità; e prima per parte degli
educatori Degli educandi D’altre accidentali cagioni E pel fine stesso che
l’arli educatrici si propongono, e possono non proporsi Si Per ultimo
l’ineguaglianza è la legge generale della natura, in tutto il creato Una delle
principali ragioni, per le quali il creatore volle questa disuguaglianza
Vergognoso abuso che si fa della religione per cercar di persuadere la
contraria dottrina Passaggio al provare che inutilmente si limitano alcuni ed
difendere soltanto l’eguaglianza ne’ fondamentali diritti della vita di
cittadino Dell’eguaglianza nel civile consorzio, e su giudi falsi fondamenti si
pretenda stabilirla Paralogismi con che, dato un quale che siasi appoggio alla
qui combattuta dottrina, cercasi di ricavarne la dottrina del palio sociale,
della sovranità popolare e della democrazia; e conseguenze che se ne deducono,
ivi È falsa l'equipollenza di condizioni pel cui supposto gli uomini
liberamente entrando in una civil convivenza acquistati pari diritto di
fermarmi palli Nè lo stabilimento di questi patti è puro atto di libertà, ma
dee conformarsi a certe massime generali di ragione e di giustizia che
impediscono appunto l’affermata egualità di diritti È non men falso, che gli
umani consorzi quali sono e furono debbano considerarsi come illegittimi e
spurii perchè non individualmente consentiti da tutti e da ciascuno. Passaggio
al provare l'assurdità e i pericoli della dottrina che quindi si suol trarre
per voler sovvertire il passato e il presente a vantaggio d' un futuro
ipotetico Considerazioni contro al preteso diritto di rinnovare le società
umane per accomodarle alle proprie idee preconcette, e contro alle tentale
riduzioni ad atto di questo diritto Confutazione di quattro proposizioni, che
corron oggi per le bocche di molli, e prima, risposta alla i a proposizione,
che il mondo ha bisogno di riforma Che la riforma la qual bisogna è quella che
le scuole democratiche oggi insegnano, e non altra Alla Che la riforma la cui
necessità si va predicando con parole si ha diritto di condurla immediatamente
ad atto; e che non è da lasciarsi trattenere da qualunque ostacolo d’opposta
ragione Che qualunque mezzo dee tenersi per buono e lecito, se al fine conduce
della universale riforma che vuol tentarsi Altre considerazioni sulle riforme
nel reggimento delle convivenze umane in generale, e sul diritto ed il modo di
tentarle Due casi che rispetto a ciò possono darsi. E prima, del caso, in cui tutti
consentano Secondo, del caso in cui siano divisi i pareri, e sia lotta de'
medesimi. Solo e vero diritto che allora si ha Grave torlo dei dilettanti di
malcontento, e parole severe ad essi dirette quando tentano le rivoluzioni
Risposta a certi loro sofismi Danni delle rivolture politiche, quanto a
interessi di ogni genere Incertezza de’ loro successi Difficoltà del ben
giudicare i molivi che spingono a rivolte, e poca fiducia da aversi in coloro
che per solito le tentano Vanità della querela che alcuni fanno, come se tolta
la libertà delle rivoluzioni, il migliore strumento fosse tolto del ritorno a
giustizia. Esame d’ alcuni esempi so lili ad addursi Rimedi più veri e più
ragionevoli contro alle ingiustizie anche abituali de' gox'emi Certi mali sono conseguenza
d’imperfezione della natura nostra, o decreti di provvidenza Essi sono il più
spesso, generalmente parlando, ineritali, ivi Doveri e diritti de’ cittadini
sottoposti a cattivo reggimento. De’ governi, e delle sovranità in generale
Ignoranza del popolo quanto alle idee di ciò che è sovranità, e di ciò che è
popolo. Esempio ivi Se un diritto, il quale anche realmente si abbia, sia
sempre perseguibile, e da perseguire Idee preliminari sulla socievolezza, come
una delle condizioni di natura date all’ uomo Il bisogno d" un governo è
uno de’ conseguenti della necessità d’ associarsi. Definizione del governo
Distinzione fra governo normale, e governo legittimo indicata Mentre il vivere
in società è una necessità ingenita, la formazione d’un governo è un bisogno
accidentale, sopraggiunto, e secondario Dottrina intorno a ciò che discende
dalla Fede ivi Distinzionedi tre stati nell’uomo, cosi come oggi lo conosciamo
per sola ragione. E prima dell’ uomo ineducato e selvaggio e delle conseguenze
di questa con dizione quanto a governo Secondo, del? uomo ipoteticamente
perfetto, e di nuovo del governo del quale è suscettivo Terzo, dell’ uomo nè
selvaggio, nè perfetto, cosi come suol essere, c delle innumerabili varietà
delle sue condizioni, donde si trae che il governo il quale gli conviene non ha
nè può avere generali regole, tranne il principio generico che dee
possibilmente esser giusto e ragionevole ivi Questo principio generico non
insegna però,nuUa d’assoluto guanto a necessità di determinale forme nell’ applicar
zione, e negli altri particolari a cui si suole applicarlo Niente dunque v’ha
di primitivamente fermo e comandalo intorno alle costituzioni primitive de’
governi da applicarsi alle diverse genti Della sovranità del popolo,
consistente nella democrazia pura, e rappresentata dal voto universale
Ragionamenti che si fanno per provarla universalmente fondata sopra giustizia e
ragione ivi foro insussistenza. V’è egli un popolo uno ? Tutto ragionevole?
Tulio illuminalo? Tutto probo? Tutto unanime? Conseguenze che discendono dalla
risposta ne-galiva a si fatti quesiti Esame della famosa dottrina circa le
maggiorità, e circa il voto universale Che cosa è il maggior numero ; come si
compone, e che cosa conseguila dai difetti della sua composizione. Se sia vero
che col volo universale si può almeno ottenere il massimo contentamento del
CORPO SOCIALE Fino a qual segno le maggiorità siano maggiorità reali La
democrazia de’ moderni non può convenire ad alcun popolo Essa twn conviene a un
popolo selvaggio Non a un piccolo popolo di pastori e d’ agricoltori Non a un
popolo piti o meno provetto in civiltà per cagione delle disuguaglianze, che la
civiltà tende sempre ad accrescere, e delle loro conseguenze per cagione della
lotta delle virtù co’ vizi delle altre ine-guaglianze che da ciò derivano e
delle necessità che ciò crea per cagione di ciò che costringono a mettere a
calcolo nella formazione delle società le diversità enormi d’ inleressi tra
cittadini e cittadini Conseguenze funeste ed assurde del sistema tanto da deu-ni
idolatrato della divisione de’ beni secondo le leggi della livellazione
universale Differenza sleale di linguaggio che usano i propagatori delle
dottrine nuove quando parlano col volgo, e quando colle persone educale a
ragionamenti Dilemma ad essi proposto. Vogliono essi o non vogliono rispettata
la differenza di grado negl’interessi, e tenulane ragione? Se no, conseguenze
necessarie e lui (uose della neqativa Se si, dire conseguenze di ciò
diametralmente opìwsle a quel che pretendono e vanno spacciando Continuazione
dello stesso argomento. Traltazione d’ deune obbiezioni die quali si cerca
rispondere. Risposta die lagnanze di que’ che lamentano il vilipendio e l’
oppressione del povero popolo, e agli eccitamenti che gli danno a redimersi a
ogni patto Leggierezza, e spesso insussistenza de’ giudizi che su questo
proposito s avventurano Mate usanze introdotte rispetto a ciò, e perniciosi
effetti di esse Diritti esorbitanti che si vorrebber dati alle turbe a fine di
prevenire gli abusi dell’ autorità imperarne, e di farli efficacemente cessare,
ed estirpare radicalmente. Catastrofi inevitabili alle quali non potrebbe non
condurre la riduzione a pratica di tutto questo ordine (Videe. Parere intorno a
ciò di CICERONE e di Platone ed esempi moderni contraddizione con sè stessi de’
difensori delle dottrine fin qui impugnate, i quali mentre affermano di combat
tere per la libertà, impongono servitù inlolleranda ai loro proseliti, e cosi
mostrano che colla libertà da essi predicata il governare comunque le volontà
umane è impossibile anche a lor giudizio Le stesse ragioni colle quali lentan
essi di scusare questa contraddizione provano contro di loro Di nuovo delle
ragioni, per le quali la formazione a priori d' un ottimo governo, e lo
stabilimento il più ragionevole della sovranità non ha regole generali, e
costituisce un problema di difficilissima e quasi impossibile soluzione,
massime quando la soluzione al popolo s’abbandoni Pochissimo, e quasi titilla,
rispetto a ciò, può attingersi, ne’ particolari casi, dalla sapienza generale,
e quasi lutto esige in essi le deliberazioni ad hoc d’uomini i più saggi Or
Alcune volte quest’ uomini non sono presso il popolo del quale si tratta Spesso
non in sono in sufficiente numero, e tale da essere facilmente trovati ed
utilmente ascoltali Diffìcilissimo è distinguerli dai cerretani che simulati
sapienza ed esperienza, e tendono con male arti a mettersi inmnzi e prevalere
Non dirado, anche cotisultati, rendono intralciatissima la deliberazione, non
essendo tra loro accordo di pareri Spesso ancora accresce la difficoltà il
tnescolar che essi fanno all’ interesse della causa pubblica, quello delle
private loro cause, delle loro passioni e simili, E tuttociò vale, quando, a
società non costituita ancora in alcun modo, trattasi di costituirla. Peggio è
che il più spesso le società umane sono già costituite, e v’ è la question
preliminare, se sia giusto, conveniente, e possibile il disfarle per rifarle
Lotte per solito che in tal caso nascono tra conservatori, e riformatori, e
discussione de diritti degli uni e degli altri e delle contitigenti conseguenze
di esse lolle Del perchè e del come il problema del governo e della sovranità è
presso a poco insolubile a priori por l’umana sapienza Cardine della questione.
Doppia natura dell'uomo Bisogni ed istinti numerosi della vita terrena, che non
son fatti per ottenere la soddisfazione loro durante essa vita Motivo e fine
occulto, e non troppo occulto, di ciò Applicazione di questa dottrina anche al
particolare problema qui discorso E nondimeno non può dirsi che un qualche
rimedio alla frequente imperfezione degli ordinamenti civili non sia dato in
terra all’ umana specie. Ritorno, rispetto a ciò, a una quislione già altrove
trattata Di quello che’ al popolo non ispella, e spelta, in fatto di governo e
di sovranità, e del modo e della misura in che gli spetta Principal fonte delle
false opinioni che intorno a ciò corrono tra’ moderni Si torna all’esame della
presunta distribuzione tra lutti del diritto competente a trattare e risolvere
sì falle questioni ivi Una conseguenza ultima ed inevitabile di si falla
dottrina è che la sovranità non obbligherebbe dunque che t ~ soli consenzienti,
o piuttosto non obbligherebbe alcuno, e cesserebbe d’ esistere in altro modo,
che come una cosa da giuoco ed assurda li altrettanto sarebbe di tutte le leggi
Teoremi più veri eh’ io credo doversi sostituire alle opinioni dominanti delle
turbe male istrutte. Proposizione Due parole su i governi assoluti Protesta
Conclusione ed Epilogo Esortazione ai predicatori di rivoluzioni e di novità
politiche Poche parole a’ Principi Indice ragionato Lin. CORRIGE Urliamo
Gridiamo fili le ristampa con emendazioni edizione di lilosolia di buona
tilosofia collaterali collaterali almeno prossimi in quella società in quel
consorzio nipoti nostri nipoti nostri, e, se non di tulli almeno di (pianti più
ci è lecito civil società civil congrega all'opposto per all' opposto (almen
quanto alla linea privilegiala), tra pe’ fratelli poi-nati lTl pe cadetti
quello dico quello dico pur mentovalo contechè alla breve ir società
consociazioni son le difficoltà son difficoltà le propensioni le agevolezze pii
uomini gli uomini senza rovinarsi Kit de' Babilonesi degli Assiri c clic e che
se CONSIGLIO GENERALE DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE Napoli.Vista la dimanda del
Tipografo Marotta con che ha chiesto ristampare il primo volume dell’opera
intitolata Opuscoli politici d’O. Visto il parere del Regio Revisore Capone. Si
permetta che la suddetta opera si ristampi, però non si pubblichi senza un
secondo permesso che non si darà se prima lo stesso Regio Revisore non avrà
attestato di aver riconosciuto nel confronto essere 1’impressione uniforme all’
originale approvato il Presidente interino: Saverio j4 puzzo, ìl Segretario
interino : Piktrocola. Francesco Orioli. Orioli. Keywords: implicatura. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice ed Orioli” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Ornato:
la ragione conversazionale o dell’implicature conversazionali nella
conversazione d’Antonino con Antonino – la scuola di Carmagna -- filosofia
piemontese -filosofia italiana -- Luigi Speranza (Carmagna). Filosofo italiano. Carmagna, Cuneo,
Piemonte. Visse vita ritirata, modesta e schiva d'onori e ricchezza intesa
soltanto allo studio. Coltiva le scienze fisiche e matematiche, la filologia,
la poesia, la musica e con singolare amore le discipline metafisiche. Sii
trasferisce a Torino dove frequenta alcuni esponenti dell'aristocrazia sabauda.
Tra le sue amicizie più importanti Santarosa, Sabbione ed i fratelli Balbo. Dei
concordi è insegnante di matematica nel collegio dei paggi imperiali, impiegato
nella segreteria dell'Accademia delle Scienze di Torino e successivamente
professore presso la Reale Accademia Militare. In seguito ai moti rivoluzionari
e nominato da Santarosa Ministro della Guerra della giunta rivoluzionaria. Si
rifugia in esilio a Parigi. Nella capitale francese stringe amicizia con Cousin
e la sua casa è frequentata da numerosi patrioti italiani. Ottiene di poter
rientrare in Italia e si ritira a Caramagna dove riceve le visite dei patrioti
Pellico, Provana, Gioberti e Balbo. Si trasferisce a Torino dove morirà e verrà
sepolto nel cimitero monumentale. Saggi: traduzione di Ode a Roma di Erinna,
traduzione dei “Ricordi di Antonino, Picchioni, Vita, studii e lettere inediti
di Leone Ottolenghi, E. Loescher. Biografiche e risultati di ricercheo, Becchio
Calogero, Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Ulteriori approfondimenti possono essere reperiti nei seguenti siti:
Comune di Caramagna Piemonte, su comune.caramagnapiemonte.cn. Associazione
Culturale "L'Albero Grande", su albero grande. Due difetti o cattivi
abiti, nota qui e contrappone Antonino. L’uno, del lasciarci guidare unicamente
dalla IMPRESSIONE che fan su di noi l’oggetto esterno, divagando da questo a
quello secondo che quello ci attrae più fortemente che questo. L’altro del
lasciarci guidare unicamente dal pensiero o idea che ci vengono in mente a
caso, seguendo quelli che eccitano più la nostra attenzione. Due stati passivi,
dove l’uomo non esercita punto la volontà nè l’intelletto, ma segue ciecamente,
nel primo, il caso esterno, o nel secondo, il caso interno, cioè quella che è
stata nomata di poi legge di associazione di due idee: due stati quindi dove
l’uomo non ha scopo. Il primo de’ quali ha luogo nella vita puramente ANIMALE,
e il secondo nel sogno. Quello, proprio del giovane troppo dedito al senso.
Questo, del vecchio rimbambito. E quindi, dopo avere esortato sè stesso a
fuggire il difetto del giovane si esorta a fuggire quello del vecchio. Il
carattere che fa riconoscere il vecchio per rimbambito è il vaneggiare, cioè il
parlar senza costrutto, ripetendo il già detto. Ma avverte sè stesso che l’uomo
può essere rimbambito già anche quando non parla ancora senza costi itto, non
vaneggia ancora in parole, se egli fa delle azioni senza costrutto, o vaneggia
nelle azioni: il che ha luogo ogni volta che esse azioni non sono collegate tra
sè, non hanno unità, cioè non sono riferite tutte ad uno stesso ed unico scopo.
Questo lodare la compassione senza aggiungere con Epitteto che ella debba
essere puramente esteriore e non di cuore, è certamente una contradizione al
principio stoico. La compassione essere come tutti gli altri affetti un moto
irragionevole dell’anima, e contrario alla natura, il saggio non essei'c
accessibile alla compassione; una contradizione a ciò che è detto in questo
medesimo §, dovere il saggio mantenere il suo genio interno netto da passione.
Ma è una di quelle contradizioni magnanime per le quali IL CUORE corregge
talvolta gli errori dell’INTELLETO. Sul punto particolarmente della
compassione, come su quello dell’affezione verso gl’amici e i congiunti e verso
tutti gli uomini e Antonino uno stoico poco fedele al principii della sua
scuola, e segue piuttosto gl’accademici e i liceii, i quali insegnavano il
sentimento della pietà essere il carattere distintivo delle belle e grandi
anime; e quel detto di Focione, conservatoci dallo Stobeo: non togliete nè
Voltare dal tempio y nè dalla natura umana la compassione. Fu in questa
deviazione, almeno in pratica, dal rigore dell’antica dottrina del Portico
Antonino e stato preceduto da altri romani illustri del PORTICO. Il che non
potea non avvenire, perchè secondo un antico senario greco, il cuore soltanto
del malvagio non è capace di essere ammollito. E però il severissimo CATONE
minore, già deliberato in quanto a sè di morire, pianse, come narra Plutarco,
per pietà di tutti quelli amici e concittadini suoi che eransi pur dianzi
affidati ad un maro procelloso per non lasciarsi cogliere in UTICA da GIULIO
(si veda) Cesare vincitore, come avea pur pianto alcuni anni innanzi per un
fratello amatissimo, quando trovandosi esso CATONE minore al comando di una
legione in Macedonia, alla novella che il detto fratello era moreute in Enos
città della Tracia, salpa immantinente con piccolo e fragil legno da
Tessalonica, contro l’avviso di tutti i nocchieri, per un mare tempestosissimo,
E GIUNTO IN ENOS TROVA IL FRATELLO GIA SPENTO (Plut., vita di Catone). E pianse
certamente TACITO, benché del PORTICO anch’egli, quando, dopo aver narrato come
e vissuto e morto, non senza sospetto di veleno, Giulio AGRICOLA suo suocero,
aggiunge queste patetiche parole. Beato te. Agricola, che vivesti sì chiaro e
moristi sì a tempo. Abbracciasti la morte con forte cuore e lieto. Quanto a te,
quasi scolpandone il principe. Ma a me e alla figliuola tua, oltre
all’acerbezza dell’aver perduto un tanto padre, scoppia il cuore che non ci sia
toccato ad assistere nella tua malattia, aiutarti mancante, saziarci di
abbracciare, baciare, affissarci nel tuo volto. Avremmo pure raccolti precetti
e detti da stamparli nei nostri animi. Questo è il dolore, il coltello al
nostro cuore. Senza dubbio. o ottimo padre, per la presenza della moglie tua
amatissima, ti soverchiarono tutte le cose al farti onore. Ma tu se stato
riposto con queste meno lagrime, e pure alcuna cosa desiderasti vedere al
chiudere degl’occhi tuoi. Fra le varie divisioni dei beni appo IL PORTICO,
l’una è questa, che dei beni altri sono finali, altri efficienti, altri e
finali insieme ed efficienti. I beni finali sono parte della felicità e la
costituiscono. Gli efficienti solo la procurano. I finali ed efficienti insieme
e la procurano e sono parte di quella. Del primo genere sono la letizia, la
libertà dell’animo, la tranquillità, ecc. Del secondo, l’uom prudente ed amico.
Del terzo, tutte le virtù. L’uom prudente ed amico è un bene efficiente, perchè
muove con la sua dispozione razionale la tua diapoaizion razionale, cioè è
occasione a te di buone azioni. E nello stesso modo è un bene di quel secondo
genere ogni cosa, o sia pensiero o altro, che è occasione a te per camminare
verso la perfezione. Di questo bene parla ora ANTONINO (si veda). Il quale, per
l’esser solo efficiente, e non finale, cioè pel non essere accompagnato ancora
da quel sentimento intimo di gioia perfetta che costituisce la felicità, non
attrae invincibilmente il tuo volere; ed è necessario quindi, perchè operi
veramente sull’uomo, che questi si sottragga da tutte le altre cose che ne lo
possono sviare -- conferisci quello che ne insegna la teologia intorno alla
grazia. E quando ANTONINO chiama questo bene razionale -- che è attributo
generale del bene appo IL PORTICO -- il fa per opposizione al preteso bene
dell’ORTO, che è sensibile. Seneca, epistola ultima. Chi riguarda il piacere
come sommo bene – o OTTIMO --, giudica che il bene sia sensibile: noi il
giudichiamo intelligibile. E più sotto. Non è bene dove non è ragione. Tutte
queste cose e necessario notare per ìscliiarimento e conformazione del testo,
dove la maggior parte dei cementatori ed interpreti ha voluto cangiare la
parola efficiente in “civile” o vuoi “sociale” con manifesto danno del senso e
del pensiero di ANTONINO. Dispensazione, in greco “eco-nomia”, vale
generalmente governo della casa, amministrazione. E perchè molte cose si fanno
pel governo della casa, le quali da per sè sole non si farebbero -- come per
esempio il risparmiare certe spese perchè le sostanze famigliar! sopperiscano
al mantenimento di quella -- quindi è stata applicata questa voce ad ogni cosa
che si faccia con fine provvidenziale, benché sia di nessun pregio in sè od
anche noiosa; come p. e. il gastigare i rei. È usata sovente IN QUESTO SENSO [O
IMPLICATURA] dagli filosofi latini di tarda età, e del PORTICO ed altri. È tra
noi disusata perchè è DISUSATO IL CONCETTO ch’ella esprime. Ma per provare la
sua antica cittadinanza in Italia alleghera il passo seguente di Cavalca,
l’ultimo dei citati sotto essa voce nel V. della Crusca (Medicina del cuore).
Per divina dispensazione avviene che, per li pessimi vizi e gravi, grave e
lunga tribolazione ed infermitade arda e salvi l’anima. Da una nota d’O. credo
che, quando la scrive, inclina per l’interpretazione di questo luogo, a dar
ragione a Xilandro contro i posteriori. Se non muta poi di parere, IL SENSO (O
IMPLICATURA) DI QUESTA ESPRESSIONE con libertà di parole dovrebbe essere
liberalmente cioè con liberalità di parole, o generosamente poiché così anche
lo Xilandro intende lo £À6u0£.'iu)5 del testo. E con questo raccomandare la
generosità nelle preghiere, ANTONINO intende di biasimare le preghiere che non
mirano che all’interesse proprio di chi lo fa. E però loda quella preghiera
degl’ateniesi, i quali, al dire di Pausania, soleno pregare non solo per TUTTA
L’ATTICA, ma anche per tutta la Grecia. Auto nel senso peripatetico del Lizio e
scolastico, è l’affezione costante deWente: e per quel carattere di costanza si
distingue dalla disposizione che è variabile. Appo IL PORTICO è la forza o
virtù (andreia) che mantien l’ente in quella affezione costante; o, siccome
essi favellano, è spirito -- intendi aria -- che mantiene il corpo e il
contiene. Perchè l’ente ò corpo appo loro. La mente dell’ universo, dice
Senone, penetra per tutte le cose particolari e le mantiene e governa: ma non
tutte nel medesimo modo: perchè nelle une si manifesta come abito -- pietre,
legni --; nelle altre come natura -- intendi principio organico mero: piante,
alberi --; nelle altre come anima -- principio animrle mero: bruti --; nelle
altre ancora come mente e+ ragione -- anima ragionevole universale e sociale
appo ANTONINO; uomini. Le cose governate dall’abito sono adunque i corpi dove non
è altro principio costituente che il generale di corpo, dove per conseguenza
non è altro carattere distintivo che quella affezione -- modo d’essere --
costante por cui sono il tal corpo anziché il tal altro. Sono la classe infima
e generalissima di corpi, che noi chiamiamo inorganica. Nelle cose governate
dalla natura, oltre al carattere generale di corpo v’ ha già il carattere
d’organizzazione. Nelle cose governato dall’anima, oltre al carattere di cor
poreità e di organizzazione, v’ha di più quello di animalità ecc. Le classi si
van cosi ristrignendo e innalzando sino all’ultima, che ha per carattere la
razionalità. In questo il testo è. in più d’un luogo corrotto, e verìsimilmente
havvi anche qualche lacuna. Non potrei dire precisamente quali sieno le emendazioni
seguite o fatte da lui, perchè una sua lunghissima nota sulle difficoltà di
questo paragrafo, oltre che è piena di cancellature e in gran parte non
intelligibile, è anche manchevole, essendone stato lacerato via, non so da chi
(forse dall’O. medesimo per aver mutato parere), un mezzo foglio. Nel voltare
in italiano io mi sono discostato il meno possibile dalle sue parole stesse e
ho serbato inalterato il senso della sua interpretazione. Questo paragrafo,
essendo corrotto in più luoghi, dei quali l’emendazione e inutilmente tentata
finora, è diversamente inteso dagli interpreti. O. lascia scritto al principio
di una lunga nota: Di questo veramente corrotto paragrafo non so che partito
trarre. La sua interpretazione che io seguii nel volgarizzamento vuol dunque
essere accettata con quella medesima riserva con che egli la propose. La parte
che segue di questo paragrafo è assai guasta, e fors’anche mutilata. O. non la
tradusse in alcun modo, riserbandosi di farlo quando avesse trovato una
correzione che gli piacesse. Intorno a che lascia molte note. Nel mio
volgarizzamento ho letto il testo come fu letto da Schiiltz, non perchè egli
approvasse in tutto quella lezione, mna perchè non seppe trovarne una migliore.
Il testo di questo paragrafo è corrotto, e chi corregge in un modo e chi in un
altro, e chi ancora difendo la vulgata. Io ho seguito quella fra le molte e
varie emendazioni, dalla quale parvemi almeno di poter trarre un senso chiaro.
Poi sensori tutto il paragrafo conf. anche V, 33, e Seneca. More quid est? aut
finis, aut transitus. Tutti gli interpreti che io conosco finora, compreso
anche Gataker, il quale nondimeno si scosta dal vero meno che gli altri,
pigliano qui il granchio (fan pietà Dacier o Joly che seguono ciecamente
Gasauhono, come fa pure Barberini: iMilano poi è la stessa pecora sempre,
Hoffmann erra men grossamente com Gataker), confondendo insieme, siccome
fossero una sola cosa, la toù 3Xou (fùaiv e il ToO xóojjiou ’hys.u Qvixdv;
quando anzi nella distinzione di queste duo cose è fondato il senso di tutto il
paragrafo. La toO SXou qjvlcjis è la potenza creatrice o facitrice primitiva;
lo •óyepwvixòv toO xóopiou è la potenza governatrice, dipendente da quella
prima, generata, o formata da quella prima. Siccome la natura dell’ uomo forma
l’iomo, cioè la mente dell’uomo non meno che il corpo; e la mente dell’uomo poi
gOTema il corpo. Il senso adunque di tutto il paragrafo è questo. La natura
dell’universo decreta, determina con deliberazione ragionevole il mondo,
dandogli, per così dire, un corpo ed una mente. Ora, o questa mente, a cui è
affidato il governo del mondo, segue la ragione (perchè la mente nel senso
dello ìf£|jiovixbv può anche talora essere sragionevole). E allora tutte le
cose che ella fa, sono quali le ha determinate generalmente dà principio la
natura formatrice del tutto, sono involute in quella prima determinazione, sono
conseguenza necessaria di quella prima determinazione, ecc.; ovvero essa mente
non segue sempre la ragione, e allora essendo essa soggetta a capriccio, dove
accadere che non solamente le cose di minor conto che ella fa, ma anche le cose
principali sieno sragionevoli. Ma noi non veggiamo mai che nelle cose
principali ella sia sragionevole. Dunque non può essere sragionevole nè anche
in quelle di minor conto; dunque tutte le cose vanno secondo ragione. Godo di
aver potuto deeiferare nel manuscritto d’Ornato e quindi trarre in luce la
precedente nota (la cui redazione sarebbe certo migliore se l’ autore avesse
potuto ripulire e pubblicare egli stesso il suo lavoro); perchè
l’interpretazione e illustrazione contenuta in essa è ingegnosissima,
naturalissima e confermata da tutto quello che conosciamo della fisica degli
stoici. La natura universale (n toù óXov (pdcjts), la potenza facitricc o
creatrice è il divino puro, il quale trae l’universo dalla sua propria
sostanza, è l’unità assoluta senza distinzioni e diversità di parti, è la
natura naturane; la potenza governatrice, la mente che governa il mondo
(TÓrìysixovixóv toù xó^jxou), generata da quella prima, è all’incontro,
nell’attuale diversità delle cose,' nella nauìra naturata, nel mondo
propriamente detto e composto di anima e di corpo, è, dico, la provvidenza,
l’anima di esso corpo. Al novero degli interpreti che frantesero questo § è ora
da aggiungersi Pierron. Ed è tanto più da stupire che il sig. Pierron abbia
egli pure sì mal compreso, in quanto che, avendo egli già prima tradotto la
Metafisica di Aristotele, dovea essere sufficientemente versato nelle dottrine
filosofiche delle principali scuole della Grecia. Quasi tutti i traduttori
hanno franteso questo luogo, pigliando l’iwoia per intelletto ragione e
traducendo quindi: vide ne intellectus hoc feraf.... il senso letterale,
aggiungendo ciò che è sottinteso, è: vedi se la nozione (che tu hai di te stesso
come uomo) soffre cotesto, soifre cioè che tu dica esser nato a goder dei
piaceri. Pierron, seguendo l’ esempio di tutti i suoi predecessori, pigliò
anch’egli Vhvo'.a per intelletto traducendo: vota a' il y a du bon aena à le
prétendre. Colia bontà delle singole azioni vuotai procacciare di ben comporre
la vita. Il testo e bravissimo. Talvolta troppo fedele alla lettera e studioso
di conservare tutta la brevità dell’ originale, avea tradotto: ai vuol comporre
la vita mettendo inaieme le azioni ad una ad una; poi comporre inaieme la vita
accozzando le azioni ad una ad una; poi allogando le azioni ad una ad’una. Non
credo che so avesse potuto ripulire e terminare egli stesso il suo lavoro, si
sarebbe contentato di alcuno di questi tre modi, che tutti peccano di oscurità
e di ambiguità. A costo dì essere men breve, io ho creduto di dover essere piò
chiaro non solo in questa frase, ma in tutto questo paragrafo, svolgendo un
poco il concetto dell’autore siccome io l’intendo. Quasi tutti gli interpreti
frantendono. Nel novero degli interpreti che frantesero questo luogo comprendi
ora anche Mr. Al. Pierron, che sdgue docilmente- Gataker e Schultz. L’errore
sta nel legare Io i^’oioy ctv xoti up^rìae col ófUTw che precede; laddove si
riferisce all’azione alla quale l’animale ragionevole tendea e nella quale è
stato impedito. E ciò pare che abbia poi capito lo Schultz nella sua seconda
edizione del testo greco, avendo egli posto una virgola dopo il óutù. Se tu
vo/eafi ftema la debita ritterva, che da lei etesaa; cioè a dire: se tu volesti
assolutamente e non a condizione soltanto che la cosa fosse possibile; questo
atto della tua volontà fu veramente un male, perchè, come è detto altrove, l’
animai ragionevole non dee voler nulla che non sìa in poter suo, ed anche il
bene relativo, non dee volerlo se non se condizionalmente, cioè in quanto sia
possibile; rimpossibilità essendo per gli stoici sinonimo di non voluto dalla
natura e dal destino, al quale il savio non dee ripugnare. Che se poi la cosa
voluta da te fu una di quelle che non sono pur buone in senso relativo, e
quindi il volerla fu un appetito, prendendo il vocabolo volere nel significato
volgare, cioè un moto del senso, piuttosto che della volontà ragionevole; tu
non ricevesti nocumento nè impedimento veruno: perchè tu non sei «erwo, ma
bensì mento, ragione o volontà razionale, e come tale, in quanto operi secondo
la tua propria natura non puoi essere impedito da nissuna forza esteriore. Così
intendo questo luogo, così certamente è stato inteso dall’ Ornato (assai
diversamente dagli altri interpreti che io conosco, Gataker, Schultz e Pierron,
e questo senso ho procurato, di esprimere traducendo. O. lascia una breve nota
a questo luogo, ma in essa non fa che avvertire le difficoltà del tradurlo,
stante la povertà dell’italiano,comparativameute al greco, e scusare l’
oscurità e l’ ambiguità della traduzione tentata da lui. Di tutto questo
paragrafo fa quattro tentativi diversi di traduzione, tutti laboriosissimi,
come appare dalle molte cancellature e correzioni. In margine alla quarta od
ultima prova scrisse: Sta qui fermo, perche farai peggio se cangi. Non fu
quindi senza molto bilanciare che mi risolsi a fare io, come feci, una quinta
prova, essendomi sembrato che il miglior partito fosse qui di tradurre letteralmente,
e spiegare i sensi del testo nelle note. Ad illustrazione del senso stoico di
tutto il paragrafo ricordiamoci priinierainente che secondo gli stoici: c Dio,
considerato dal lato fisico, è la forza motrice della materia, è la natura
generale, e r anima vivificante del mondo; considerato dal lato morale, è la
ragione eterna che governa e penetra l’universo, è la provvidenza benefica, è
il principio della legge naturale che comanda il bone e proibisce il male.
Ricordiamoci ancora che l’aria, come uno dei due elementi attivi e parte essa
stessa della sostanza divina, ò dagli stoici considerata come il principio
della vita sensitiva. Dice adunque Antonino: non contentarti oramai di essere
unito con Dio a quel modo solamente che sono uniti con lui gli esseri solamente
sensitivi, cioè per mezzo della respirazione; ma fa’ ancora di unirti con lui a
quel modo che si appartiene agli esseri intellettivi, cioè con cognizione e
accettazione libera dello scopo che Iddio ha proposto all’accettazione libera
di quelli. E però, siccome tu traggi dall’aria ambiento gli elementi della tua
vita sensitiva, traggi ancora dalla ragione ambiente gli elementi della tua
vita intellettiva. L’esistenza delle cose dissolvendotù (Tràvxa èv [xerai^oX-^.
K«ì ocùrCg cù év ^'.r,v£xet à^.Xoicoasi, \at xaxa ti (JiOop^). Qui mi pare che
fosse il caso di dovere assolutamente abbandonare la lettera e contentarci di
esprimere il senso del testo, piuttosto che cercar di tradurne le parole, che
non sono traducibili in italiano. L’Ornato avea detto: tutte le, cose vanno
soggette a mutazione. E tu stesso ti alteri continuamente, e peì'^isci, per
cosi dire. Ma egli non era contento, come appare dall’usato segno. E in vero
che significa quel tutte le cose vanno soggette a mutazione f Significa, e non
può significare di più, che tutte le cose possono essere mutate e lo saranno
effettivamente quando che sia; ma ciò liou esprime quella condizione delle
cose, per cui non hanno stato, o modo di essere che perduri pure un istante
senza mutamento, che è la vera condizione delle cose secondo la filosofia di
ANTONINO e voluta esprimere da lui. Chi dovesse tradurre questo luogo in
tedesco, lo potrebbe fare, parmi, benissimo dicendo: Alle (Unge aind in
unaufhorlichem anclera-werden; come si dice in werden non solo dai filosofi, ma
anche nel linguaggio famigliare, quando di una cosa che non è ancora, ma si sta
incominciando 0 si va facendo, si suol dire: Die Saehc iat noch ini werden. Ma
la nostra lingua italiana non ha tutta la flessibilità del tedesco, uè sarebbe chiaro,
uè permesso il dire in italiano: tutte le coae sano in un continuo mutarai. È
una singolare coutradizione di Marco nostro e di altri del PORTICO poateriori
il venir cosi spesso parlando con tanto dispregio della materia che aottoatà
alle cose (tt,? ii7:oy.e'.[xi\rng uXin?, — A"edi anche YI, 13, e altrove).
Il mondo è tuttavia per essi un animale perfetto e bellissimo, il cui corpo è
la materia, e l’anima, Dio. Le rughe sul volto del vegliardo, le screpolature
delle ulive e del fico vicini ad infradiciare, la bava del cignale ed altre sì
fatte cose hanno pure una certa grazia e venustà, perchè il mondo è perfetto, e
nulla è nelle suo parti che non conferisca alla bellezza del tutto. Perchè
dunque ora tanto dispregio non solo per tale o tale altra parte, ma
universalmente per tutta, la materia che sottosta, quando questa materia, che
non è poi altro per gli stoici se non se il suhstratum indeterminato di tutto
il contingente sensibile, è essa pure sostanza divina secondo la scuola?
Intendi: « o tu voglia dire che il mondo sia stato formato di atomi. ed abbia
quindi origine dal caso; o che sia stato formato di nature (essenze,
entelechie, monadi), ed abbia quindi per origino l’ intelligenza, o la natura,
che qui è sinonimo di intelligenza; questa cosa pongo io certa anzi tutto, come
tratta dalla mia osservazione immediata, che io sono attualmente parte di un
tutto governato da una natura. Con altre parole: o tu faccia venire il mondo
dalla pluralità, o tu lo faccia venire dall’unità, ella è cosa di fatto che io
ci ravviso attualmente una pluralità governata da una unità. Il qual metodo di
filosofare, per cui, lasciata stare la disputa intorno all’origine delle cose,
si viene ad esaminare la realtà attuale di esse; lasciato stare il lontano e
mediato, si viene ad osservare l’ immediato e prossimo; lasciata stare la
cognizione dedotta, si viene a far capo alla cognizione di fatto acquistata per
osservazione; è solenne ad Antonino. Ricordi il lettore che appo stoici mondo,
tutto, natura, Dio sono V sostanzialmente la stessa cosa, e però quelle che
poco innanzi furono chiamate parti del tutto, qui sono dette della natura. Dìo,
natura, mondo, tutto sono espressioni diverse che corrispondono a modi diversi
di considerare una stessa cosa, e questa diversità è relativa alla mente finita
dell’uomo che non può simultaneamente contemplare gli aspetti e momenti diversi
delle cose, e non alla realtà obbiettiva. Quindi ò che le espressioni
soprascritte sono non di rado usate runa per l’altra, poiché sostanzialmente
significano la medesima cosa. Il mondo KÓrfixog), dice Laerzio, er DAL PORTICO
considerato: 1® come causa 0 pbtenza informatrice di tutte le cose che sono
{natura nuturans, i; t£ Xvtxfi, -ij ToO òlo\j q>0ai<é ), la quale, come
artefice e informatrice di sé medesima, trae da sé stessa e informa tutte le
coso con suprema saviezza e divina necessità, cioè secondo le sue leggi che
sono quelle della ragione; 2" come la totalità delle cose informate e
ordinate dalla potenza informatrice immanente in esse e governatrice di esse
(dotta allora xòv Toù xd^fjLou) e quindi come l’opera vivente, il vivente
organismo, o corpo organato da quella {natura naturata); finalmente come
l’unità dei due, cioè dell’ organismo vivente e della forza organatrice e
governatrice, in quanto l’uno non si distingue dall’altra se non se per la
contemplazione della mente finita deU'uomo. Vedi i Prologo nell’edizione di
Torino. Fa che tu vi sottoponga col pensiero di che io ragiono. Ho conservato
tutte le parole della interpretazione dell’O., perchè non avrei saputo quali
altre più chiare sostituir loro; atteso che io non son sicuro di intendere qui
nè che cosa abbia voluto dire r O., nò che cosa Antonino. Ornato volea faro a
questo luogo una nota; ma non la fece, e non trovo altro,, che si riferisca a questo
luogo, ne’suoi manoscritti, se non se un cenno pel quale è indicato che egli
lesse qui ò, ti risolutamente^ ove tutti gli altri, che io conosca, lessero
&ti; e che egli intese r Ù7TÓ0OU diversamente da tutti gli altri
interpreti. Gataker e Schultz che lo segue da vicino, non sono più chiari. Le
quali tu apprendi»,, considerazione del tutto. Così O. svolge ed illustra la
filosofia di ANTONINO espresso brevissimamente e, parmì anche, poco chiaramente
nel tosto. Non ho mutato quasi nulla alla versione di questo paragrafo lasciata
d’O., sia perchè ho motivo di credere che ne fosse già poco meno che contento
egli stesso, trovando io questo paragrafo nettamente ricopiatom sia perchè non
avrei voluto correr pericolo -- li alterarne benché minimamente il senso, trattandosi
di un luogo che egli intese assai diversamente da tutti gli altri interpreti.
Vuol dire che non bastano le impressioni buone che noi riceviamo per mezzo
della sensibilità, le quali possono e sogliono venir cancellate da impressioni
contrarie, ma ci vuole anche il lavoro deir intelletto che riduca quelle ad
unità e le fermi cosi nel nostro spirito, formandone come un corpo di scienza.
Non basta l’osservazione, l’applicazione dello spirito alle cose di
circostanza, ma ci vuole ancora la contemplazione, l’ applicazione dello
spirito alle cose permanenti, al generale immutabile. Solo col ridurre ad unità
il moltiplice, a generalità il particolare, si possono radicare le cognizioni
nell’ anima, la quale si compiace dell’unità, e quindi della scienza:
compiacenza cui la semplicità del cuore dee far rimanere secreta naturalmente
nel cuore, ma non artatamente celata; ed allora è l’anima veramente grave e
soda e come chi dicesse, veneranda. Sul fine del paragrafo fa la enumerazione
delle diverse categorie alle quali si dee riferire l’oggetto osservato. Questa
nota d’O. che per le troppe citazioni del testo greco non può qui darsi che in
parte, trovasi intera nell’edizione di Torino. Grecismo, per suole accadere.
Non era possibile il tradurre altrimenti. Del resto vada a rilento chi per la
sola ragione del non potersi tradurre sempre colla stessa voce una stessa
parola del testo, accusa ANTONINO qui ed altrove di arguzia. IL PORTICO crede
che, là dove è una stessa parola, debbe essere anche una stessa idea. Ed anche
Platone (vedi il Cratilo) il credette; e il credette VICO (si veda): e tanti j
altri il credettero: e noi il crediamo. Se quella idea generalissima che
l’antichità avea attaccata al:p:?.eìv non si trova più annessa al nostro amare,
ciò j non prova altro se non che il greco d’ANTONINO e l’italiano sono due
lingue diverse. E sap evadicelo. Il passo di Platone è nel Teeteto dove
parlando dell’ uomo filosofo liberalmente educato, dice, udendo egli lodare e
magnificare un tiranno od un re, gli par di udire lodato e magnificato un
pastore, perchè egli munga di molto latte; e l’animale cui pasce e munge il re,
gli pare anche più ritroso e più infido di quello cui pasce e munge il pastore;
nè men rozzo nè meno ineducato stima egli l’uno che l’altro, mancando ad
amhidue il tempo per badare a sè, e vivendo il primo fra le mura della reggia a
quello stesso modo che l’altro nella capanna sul monte. Del resto, il senso
generale di tutto questo paragrafo, non bene inteso, secondo me, dagli
interpreti, mi pare che sia: Tu dèi farti capace sempre pih cho tu puoi vivere
da filosofo in questa tua corte come faresti in. quella tua villa .che agogni.
Non incontri tu ad ogni passo esempi di quel che dice Platone: uomini che
vivono nei palagi come farebbe un rozzo pastore in sul monte: ingolfati cioè
quelli e questo nelle cure materiali del governo dell’armentoV E sottintende:
se per costoro il palagio non è altrimenti che una capanna, non può ella con
più ragiono essere la reggia per te come un ritiro filosofico? Gran ragione ha
qui ANTONINO di raccomandare a sè medesimo anche ' questo genere di
contemplazione, cioè a dire lo studio dei fenomeni, e delle maraviglie, come
egli dice sapientemente, dell’organismo corporeo degli animali e deir uomo
massimamente: perchè non è altro studio il quale possa per via più compendiosa
e sicura condurre alla cognizione della infinita sapienza, e provvidenza
infinita della causa reggitrice del mondo. Nè l’uorao può presumere di
conoscere sè medesimo, sé non conosce almeno un poco di queste maraviglie, cioè
come si formi, cresca, si conservi, si rinnovi e deperisca il suo corpo, quale
sia la natura e il modo di operare della causa o principio a cui dehbonsi
riferire questi fenomeni, quali le relazioni di questa vita organica del suo
corpo con quella del principio che in lui sente, vuole, e pensa, e come possano
questo due vite modificarsi fra loro scambievolmente. In vero chi aspira a
conoscere sè medesimo, per quanto sia dato all’uomo di pur conoscere sè stesso,
e non cura di conoscere un po’intimamente anche questa delle due parti di che
si compone l’esser suo, porta gran pericolo di errare nel vano, e di prendere
astrazioni por realtà, il che avvenne appunto ai filosofi del PORTICO,
ignorantissimi di anatomia o quindi più ancora di fisiologia. Perchè uno
appunto degl’errori fondamentali della loro filosofia, quello por cui
mutilavano la natura umana escludendo da essa la sensibilità che riferivano al
corpo come a cosa straniera all’ uomo propriamente, il quale per essi non e
altro che ragione e volontà; questo errore, dico, è in gran parte da attribuire
alla imperfezione delle loro cognizioni, ai loro errori circa la costituzione
fisica dell’uomo e le relazioni in che ella si trova colla sua costituzione
morale e intellettuale; o per dire più veramente, alla loro totale ignoranza
dello leggi che governano i fenomeni dell’organismo corporeo dell’uomo, delle
relazioni intimissime della vita di esso organismo corporeo con quella della
mente, e della natura egualmente spirituale di ambidue. Questi versi sono
d’Omero e sono dei più famosi nell’antichità, dei più spesso citati e ripetuti,
imitati dai poeti posteriori; o però ANTONINO non li scrive per intero, ma solo
quei brani che sono stampati in corsivo, bastando quelli a richiamare alla
memoria i versi interi, alle diverse sentenze contenuto in essi alludendo egli
poi nella parte seguente del paragrafo. Con questi versi GLAUCO, (opo aver
detto magnanimo Tidide a che mi chiedi il mio lignaggio?, incomincia la sua
risposta a Diomede, il quale, prima di accettare il combattimento con lui,
aveagli chiesto qual fosse la sua stirpe. Io li ho tradotti letteralmente,
giovandomi in parte della traduzione di Monti, la. quale, come nota a tutti i
lettori, avrei volentieri dato qui inalterata, se in essa fosse più fedelmente
espresso, e nell’ ultimo verso non interamente guasto il senso delle parole
d’Omero. Il qual verso, voglio dire il 149\ è tradotto da Monti come segue:
CosxVuom nasce e così muor: il che fa fare un falso sillogismo a Glauco, il
quale secondo la traduzione del Monti, concludendo, affermerebbe dell’wo/ Ho
ciò che dovea affermare delle schiatte umane, mutando, come direbbero i loici,
nella conclusione il piccolo termine, che nella premessa minore- non era uomo
ma schiatta o stirpe, come disse Monti. E pure il verso d’Omero ò chiarissimo.
Questo strafalcione Monti non fa se, come quasi ignorante del greco, con tante
altre traduzioni avesse saputo consultare quella mirabilissima, non solo per
eleganza di stile ma ancora per fedeltà, precisione e chiarezza, del Voss, il
quale in cinque bellissimi esametri tedeschi traduce letteralmente i cinque
esametri greci. Anche Pope, sebbene i suoi lavori sui poemi d’Omero, tutto die
pregevolissimi per altri rispetti, non meritino il nome di traduzione, non fa
qui lo sproposito di Monti. Ed altri ancora potrei nominare dei nostri che con
nobilissimo intendimento si diedero all’ardua impresa di recare nella nostra
lingua italiana chi l’una e chi l’altra di quelle poche reliquie che ci
rimangono della greca poesia -- dico poche rispetto a ciò che fu divorato dal
tempo --; i quali avrebbero meglio inteso e meglio tradotti moltissimi luoghi
se avessero potuto consultare, se non tutti gl’interpreti, cementatori ed
espositori, almeno i traduttori tedeschi. Ma basta che io nomini il più
valente, a parer mio, di tutti, Belletti, al quale, tranne forse una più intima
notizia del greco, nulla mancava, non valor d’arte, non felicità d’ ingegno, a
poter fare una traduzione perfetta, o prossima alla perfezione, dei tragici greci.
E in vero, leggendo io le traduzioni di Bellotti e riscontrandolo
diligentemente cogli originali, ebbi in moltissimi luoghi ad ammirarne la
eccellenza, anzi direi quasi in tutti quei luoghi dov’egli capì abbastanza
intimamente il suo testo e non erano difficoltà insuperabili a qual sivoglia
traduttore. Ma anche in molti altri luoghi io ebbi a lamentare che egli pure
non abbia saputo o potuto giovarsi delle eccellenti traduzioni fatte da* suoi
predecessori alemanni. Nel solo Agamennone, che anche considerato in sè stesso
e non come parte di una grande e sublime trilogia, è forse il più bel monumento
della scena antica, e certamente il più grande di tutti per sublimità tragica,
recondita filosofia, splendore di immagini e copia di alti e forti pensieri, quanti
errori avrebbe evitati il Belletti, quante meno scempiaggini avrebbe fatto dire
a quella grande anima e colossale ingegno d’Eschilo, so egli avesse solo potuto
profittare della traduzione e dei Prolegomeni di Humboldt? Non dirò del libro
di Welcker sulla Trilogia di Eschilo che forse non era ancora pubblicato quando
Bellotti traducea l’Agamennone. Ed è tanto più da lamentare che a Bellotti
siano mancati questi sussidi, quanto è meno da sperare che sia presto per
sorgere un altro ingegno italiano, il quale possa fare quello che avrebbe
potuto Bellotti. Ritornando al paragrafo di ANTONINO e al luogo citato d’Omero,
è da notare come siffatti pensieri intorno al poco o niun valore della vita
considerata in sè, e di tutte le cose umane e dell’ uomo stesso, così frequenti
nei poeti ebraici; frequentissimi in questo scritto di Antonino e divenuti
quasi abituali nei cristiani dei primi secoli, si trovino pure non di rado
anche nei poeti greci più antichi, voglio dire in quelli delle prime e più
splendide epoche della greca letteratura, sebbene i greci fossero un popolo di
allegra immaginazione. Forse non dispiacerà al lettore il vederne qui raccolti
alcuni esempi: nell’ Odissea la terra non nutre nulla di più infermo che
l’uomo. Nell’ottava delle pitie di Pindaro Che siatn noi dunque o che non siamo
f Leggiero veder d’ombra che sogna. Letteralmente la seconda parte. L’uomo è
l’ombra di un sogno. Nel Prometeo d’Eschilo e non vedevi l’imbecille natura a
vano sogno eguale onde è impedito il cieco umano gregge? Nell’Aiace di Sofocle,
perocché veggo non essere noi, quanti viviamo, altro che larve ed ombra vana.
Nel Filottete del . medesimo Sofocle, Filottete chiama sè medesimo: ombra di un
fumo. Nella Medea di Euripide -- non ora soltanto incomincio a stimare tutte le
cose umane come un' ombra, E vuoisi notare come appo i tragici ed anche appo i)
lepidissimo Aristofane la parola effimeri, cioè quelli che durano un giorno, è
spessissimo usata come sinonimo di uomini. A queste, o ad altre simili sentenze
d’ antichi ed illustri poeti, le quali erano nella memoria di tutti gli eruditi
del suo tempo, allude evidentemente ANTONINO con quelle sue parole: il più
breve detto, anche di quelli che sono i più noti ecc., accennava poi per
esempio quelli d’Omero. Questa nota e scritta in tempo che io, quasi appona
ripatriato, e mandato a stare in un cantuccio al tutto vacuo di studi e di
lettere (prendendo i vocaboli in un senso un po’ alto), e ridottomi a passare
nella solitudine i pochi momenti d’ozio che r esercizio di un pubblico ufficio
mi lascia, avea potuto, non saprei diro perchè, immaginarmi che il valentissimo
Bellotti fosse già del numero di quei felici che più non vivono altrimenti
sulla terra che per la memoria di opere egregie che vi lasciarono. Avvertito
ora del mio errore, non cangio nulla a quello che ho scritto di lui; ma
aggiungo l’espressione di un voto, che deve esser quello di tutti gli amatori
delle buone lettere desiderosi di vedere vie più chiara e più grande la
rinomanza di un nobilissimo ingegno: ed è che l’esimio sBellotti, come sta ora,
da quanto mi dissero, rivedendo o migliorando il suo volgarizzamento di
Sofocle, così possa egli poi rivedere ed emeudare quello ancora di Eschilo, il
quale, a parer mio, ne ha maggiore bisogno; perchè quello, tranne forse alcune
eccezioni, non pecca gravemente che nella parte lirica; laddove in questo
trovai, 0 parvemi certamente trovare, molti luoghi da dover essere emendati non
solo nella parte lirica troppo spesso non traducibile in italiano (come è
intraducibile Pindaro, secondo che fu sentenziato anche da LEOPARDI non
ismentito dal tentativo più audace che felice di Borghi); ma eziandio nel
dialogo. Ella comjyie nondimeno..», si avea proposto. Mi sono scostato, anche
nel senso, interamente dall’ Ornato, il quale avea tradotto: ella rende intero
e compiuto quanto ella avea fatto fino allora; primieramente perchè il senso
voluto esprimere d’O. non mi sembrava abbastanza chiaro; e poi, e
principalmente perchè mi parve troppo grande licenza il tradurre per quanto
avea fatto fino allora, il tò irpoTcOiv, il quale mi sembra qui usato nel senso
il più ovvio del verbo “7rp.oT{6T)|ju”, che è quello di proporre, e così l’
intende anche lo Schultz contrariamente al’Gataker seguito d’O. Veggo bene le
ragioni che possono avere gl’indotto a interpretare a quel modo. Ma non mi
persuadono. Il pensiero di Antonino mi sembra chiaramente, l’anima razionale,
la quale non si propone altro che di operare sempre secondo ciò che richiede il
momento presente, e di aver caro tutto ciò che le interviene, come cosa voluta
dalla natura, in qualunque istante le sopravvenga la morte, compie sempre
interamente il compito che ella si avea proposto, e in modo soddisfacente a sè
stessa; ella ha tutto ciò che potea desiderare, ha totalmente esaurita la sua
parte come attrice sulla scena del mondo; e appunto il morire quando la natura
lo vuole, è la conclusione, il compimento della parte a lei assegnata e da lei
liberamente accettata nel gran dramma della vita universale. Bone avverte qui
Gataker aver già Socrate usato il medesimo argomento per indurre Alcibiade a
disprezzare la moltitudine, alla quale peritavasi di farsi innanzi a
concionare: qual è, diss’egli, di costoro quegli che ti impaurisce? forse
Micillo il ciabattieref Trigaió il conciatore f Trochilo il ferravecchio? ora
non sono costoro quelli dei quali si compone l’adunanza del popolo? Che se non
temi di favellare a ciascuno di essi separatamente, che è dò.che ti fa timido a
parlar loro riuniti insieme? Il ragionamento di Socrate era giustissimo
applicato ad una moltitudine di popolo riunito, e avrebbe anche potuto
ricordare ad Alcibiade l’antico detto di Solone ai:li Ateniesi conservatoci da
Plutarco: preni ad uno ad uno »iete tante volpi; riuniti insieme siete tanti
allocchi. Ma il medesimo ragionamento applicato allo cose di cui parla Marco
nostro non ò molto concludente. E una melodia, per es., come qui avverte
opportunamente Pierron, è qualche cosa di più che una semplice successione di
suoni, e Antonino dimentica di considerare ciò appunto per cui le note musicali
hanno potenza da commovere l’anima sì intimamente. Avverta il lettore che idea
tragica fondamentale ai poeti greci era la lotta infelice della volontà e
liberta morale dell’ uomo contro l’ inflessibile necessità; o per dir più
veramente, quella fatale retribuzione di giustizia che risulta inevitabilmente
alla vita umana dalle leggi necessarie dell’ordine morale. Perchè quella
necessità che non era punto upa cosa cieca secondo gli stoici, apjio i quali il
/«<o non era altro che la concatenazione delle cause secondo le leggi della
natura, cioè della ragione e quindi della giustizia; quella necessità, dico,
non era punto una cosa cieca neppure nella mente dei poeti: sendo che a Nemesi
figlia appunto di essa necessità e particolarmente incaricata di vendicare i
delitti e rovesciare le troppo grandi e- immeritate prospérità, a Nemesidico, e
alla Giustizia (5“tx-ri), che erano i due concetti più puri fra tutte le
divinità immaginate dall’ antico politeismo, il semplice, ma sublime buon senso
dei Greci riferiva tutto ciò che risguarda il supremo governo del mondo. L’idea
dunque della giustizia era congiunta con quella della necessità sebbene in modo
diverso, anche nella mento dei poeti, come in quella degli stoici. Cho se
Antonino non fa qui esplicitamente alcuna allusione a quella retribuzione di
giustizia, che era l’elemento morale della tragedia greca, ma solo allude alla
inutilità della lotta contro alla necessità, e sembra così impicciolire l’idea
nobilissima dell’antica tragedia; egli è perchè questa inutilità intendeano gli
stoici e i poeti allo stesso modo, e quasi esprimevano colle medesime parole;
laddove intendeano in modo diverso quella retribuzione: e non erano forse i
poeti quelli clie la intendeano in modo men vicino al vero. Benissimo Gataker
ricorda qui alcuni detti memorabili di Pocione, conservatici da Plutarco, ai
quali alludea probabilmente Antonino in questo luogo. Già condannato a morte
per giudizio iniquo de’ suoi cittadini, in proposito. di uno che non ristava
dal dirgli villanie, disse Focione: non sarà alcuno che faccia costui cessare
dal disonorar «è medesimo? E già vicino a morire, questa sola ingiunzione fece
al figliuolo: dimenticasse il fatto ingiusto degli Ateniesi. Quanto alle parole
che seguono di Marco nostro: mpposto che non e in fingenac, non debbono esser
prese come, espressione di nn sospetto nel caso particolare di Focione, ma
bensì in un senso generale, quasi dicesse Antonino con istoica riserva, non
bastar sempre le parole a dar certo fondamento a un giudizio sulle disposizioni
interne dell’animo altrui, nè doversi mai fingere, neppur quando il fingere
potesse giovare a bene edificare gli uomini. Da stólto (à|*vu/jiov). Traduce
inìquo, seguendo Schultz che tradusse iniquum. Ma non e ben risoluto di aver
bene interpretato quello “ayvofxov,” come appare dal consueto segno. E
veramente non parmi che lo ayvcofjLov possa esser preso in questo senso,
sebbene abbia quello ingrato, disleale, disamorato. Il senso più ovvio di
questo aggettivo è privo di senno, stolto, inavveduto, e parmi che 41 1 reo
Aurelio questo senso quadri benissimo in questo, luogo, meglio che non faccia
quello di inìquo. Dopo aver detto ANTONINO essere da pazzoy cioè a dire da
stolto, il volere che ì malvagi non pecchino; aggiunge che lo ammettere in tesi
generale ed assoluta, poiché non si può fare altrimenti, che essi debbano di
neces- sità peccare, e il volere ad un tempo che essi facciano una eccezione a
favor tuo, è cosa non solo às. stolto ma anche da tiranno: da stolto perchè
l’eccezione, anche di un solo caso non è possibile ai malvagi;.da tiranno
perchè vuoi esser distinto e che ti si abbia maggior rispetto che agli altri
uomini. Anche Gataker intende 1’ àyvwi^ov così; iPierron segue lo Schultz.
Parole di Epitteto malissimo interpretate da Pierron, che riferisce l’àiro
OavTi al padre, quando deve essere riferito al figliuolo, corno fece O.,
seguendo Gataker e Schultz. La medesima sentenza si trova anche nel Manuale del
medesimo Epitteto con parole poco diverse, e fu benissimo tradotta dal
Leopardi. Se tu hacer<fi per avventura un tuo Jigliolino o la moglie, dirai
teco stesso: io bacio un mortale. Manuale, Tutto è opinione. Il lettore com-
prenderà facilmente come il senso stoico di questa frase, tante volte ripetuta
da Marco nostro, è al tutto alieno da quello della famosa sentenza del sofista
Protagora: V uomo è misura di tutte le cose. La sentenza del sofista si
riferiva ad ogni cosa, alla verità obbiettiva, alla moralità come alla
sensibilità, e tendea quindi a distruggere la possibilità' di ogni cognizione
teorica, la morale come la religione. La sentenza di Antonino al contrario, il
quale, per un errore direi quasi magnanimo, riduceva, seguendo gli stoici
anteriori, tutta l’essenza dell’ uo- mo alla ragione e alla volontà
ragionevele, non si riforisce ad altro che alla sensibilità, cioè ai piaceri e
ai dolori di cui essa sensibilità è soggetto. Intendi raziocinio nel senso
proprio dei loici, cioè facoltà del sillogizzare, operazione propria
dell’intelletto; e nota qui il carattere esclusivo del Portico, il quale
considerava e stimava un nulla, non che la sensibilità ma l’in- telletto
stesso, a paragone dei buon uso della volontà, cioè della moralità della
ragione. Traducendo ho usato il vo- cabolo raziocinio piuttosto che intelletto,
perchè in italiano il senso della parola intelletto può essere troppo
facilmente confuso con quello di ragione, la differenza fra i due non essendo
così ben determinata nella nostra lingua, come è fra i due corrispondenti
tedeschi Verstandnis e Vernunft. Ornato. Keywords: implicatura, Antonino, ad
seipsum, ricordi. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Ornato” – The Swimming-Pool
Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Oro:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- Grice e Trissino
– la difficoltà dei segni di Trissino non favorì la diffusione della sua
filosofia – la scuola di Vicenza -- filosofia veneta -- filosofia italiana (Vicenza). TRISSINO-DAL-VELLO-D’ORO -- or ORO
(Vicenza). Filosofo italiano. Vicenza,
Veneto. Ritratto di Vincenzo Catena. Persona di spicco della cultura
rinascimentale, notissimo al tempo, il Trissino incarnò perfettamente il
modello dell'intellettuale universale di tradizione umanistica. Si interessò,
infatti, di linguistica e di grammatica, di architettura e di filosofia, di
musica e di teatro, di filologia e di traduzioni, di poesia e di metrica, di
numismatica, di poliorcetica, e di molte altre discipline. Nota era, anche
presso i contemporanei, la sua erudizione sterminata, specie per quel che
riguarda la cultura e la lingua greche, sull'esempio delle quali voleva
rimodellare la poesia italiana. Fu anche un grande diplomatico e oratore
politico in contatto con tutti i grandi intellettuali della sua epoca quali
Niccolò Machiavelli, Luigi Alamanni, Giovanni di Bernardo Rucellai, Ludovico
Ariosto, Pietro Bembo, Giambattista Giraldi Cinzio, Demetrio Calcondila,
Niccolò Leoniceno, Pietro Aretino, il condottiero Cesare Trivulzio, Leone X,
Clemente VII, Paolo III, e l'imperatore Carlo V d'Asburgo. Fu ambasciatore per
conto del papato, della Repubblica di Venezia e degli Asburgo, di cui fu un fedelissimo,
come tutta la sua famiglia da generazioni. Scoprì e protesse l'architetto
Andrea Palladio, appena adolescente, nella sua villa di Cricoli, vicino
Vicenza, che venne da lui portato nei suoi viaggi e fu da lui iniziato al culto
della bellezza greca e delle opere di Marco Vitruvio Pollione. O. nacque da
antica e nobile famiglia. Suo nonno Giangiorgio combatté nella prima metà
Professoreil condottiero Niccolò Piccinino, che al servizio dei Visconti di
Milano invase alcuni territori vicentini, e riconquistò la valle di Trissino,
feudo avito. Suo padre Gaspare era anch'esso uomo d'armi e colonnello al
servizio della Repubblica di Venezia e sposò Cecilia Bevilacqua, di nobile
famiglia veronese. Ebbe un fratello, Girolamo, scomparso prematuramente, e tre
sorelle: Antonia, Maddalena, andata in sposa al padovano Antonio degli Obizzi,
ed Elisabetta, poi suor Febronia in San Pietro nel 1495 e dal 1518 rifondatrice
insieme a Domicilla Thiene di San Silvestro. Targa marmorea che
Trissino fece realizzare a ricordo del suo maestro Demetrio Calcondila in
S.Maria della Passione a Milano Trissino studiò greco a Milano sotto la guida
del dotto bizantino Demetrio Calcondila, sodale di Marsilio Ficino, e poi
filosofia a Ferrara sotto Niccolò Leoniceno. Da questi maestri imparò l'amore
per i classici e la lingua greca, che tanta parte ebbero nel suo stile di vita.
Alla morte di Calcondila, fece murare una targa nella chiesa di S.Maria della
Passione a Milano, dove fu sepolto il suo maestro. Sposa Giovanna, figlia del
giudice Francesco Trissino, lontana cugina, da cui ebbe cinque figli: Cecilia,
Gaspare, Francesco, Vincenzo e Giulio. Trissino sostene l'Impero come
istituzione, come d'altronde era tradizione nella sua famiglia da generazioni,
ma ciò venne interpretato in spirito antiveneziano e, per questo, egli fu
temporaneamente esiliato dalla Serenissima. Nel 1515, durante uno dei suoi
viaggi in Germania, l'Imperatore Massimiliano I d'Asburgo lo autorizzò
all'aggiunta del predicato "dal Vello d'Oro" al proprio cognome e
alla relativa modifica dello stemma gentilizio (aurei velleris insigna quae
gestare possis et valeas), che nella parte destra riporta su fondo azzurro un
albero al naturale con fusto biforcato sul quale è posto un vello in oro, il
tronco accollato da un serpente d'argento e con un nastro d'argento tra le
foglie, caricato del motto "PAN TO ZHTOYMENON AΛΩTON" in lettere
maiuscole greche nere, preso dai versi 110 e 111 dell'Edipo re di Sofocle che
significa "Chi cerca trova", privilegi trasmissibili ai propri
discendenti. Stemma di Giangiorgio Trissino dal Vello d'Oro come appare nel
volume dedicatogli da Castelli. In quegli stessi anni intraprese diversi viaggi
tra Venezia, Bologna, Mantova, Milano (dove conobbe Trivulzio, comandante
francese) e Padova (dove riscoprì il De vulgari eloquentia di Dante Alighieri).
Poi si recò a Firenze ed entrò nel circolo degli Orti Oricellari (i giardini di
Palazzo Rucellai) in cui si riunivano, in un clima di marca neoplatonica e di
classicismo erudito, Machiavelli e i poeti Luigi Alamanni, Giovanni di Bernardo
Rucellai ed altri. Qui il Trissino discusse il De vulgari eloquentia e compose
la tragedia Sofonisba. Questi anni agli Orti Oricellari furono centrali, sia
per quanto il poeta ricevette intellettualmente, sia per la forte impronta che
lasciò sui suoi sodali: si vedano le tragedie di Giovanni di Bernardo Rucellai
e il poemetto le Api (in endecasillabi sciolti, concluso dalle lodi del
Trissino, cfr. il paragrafo sul Profilo religioso del Trissino) o le poesie
pindariche di Luigi Alamanni, o ancora i punti di contatto fra le tante
digressioni erudite sull'arte militare contenute nell'Italia liberata dai Goti
che rimandano all'Arte della guerra del Machiavelli, elaborata proprio in
quegli anni. Anzi, le idee linguistiche del poeta spronarono lo stesso
Machiavelli a scrivere anche lui un Dialogo sulla lingua, nel quale difende
l'uso del fiorentino moderno (cfr. il paragrafo Opere linguistiche). In seguito
si recò a Roma, dove stampò la Sofonisba -- dedicandola papa Leone X -- la
prima tragedia regolare, e la famosa Epistola de le lettere nuovamente aggiunte
ne la lingua italiana (dedicata a Clemente VII), un arditissimo libello in cui
si suggeriva l'inserimento nell'alfabeto latino di alcune lettere greche per
segnalare alcune differenze di lettura. Intanto il figlio Giulio, di salute
cagionevole, venne avviato dal padre alla carriera ecclesiastica e, dopo il suo
soggiorno a Roma sempre presso papa a Clemente VII, divenne arciprete della
cattedrale di Vicenza. Sempre a Roma, O. diede alle stampe alcuni testi
fondamentali: la versione riveduta della Epistola, la traduzione del De vulgari
eloquentia, Il castellano (dialogo sulla lingua, dedicato a Cesare Trivulzio ed
ispirato a quello dantesco), le Rime (dedicate al cardinale Niccolò Ridolfi) e
le prime quattro parti della Poetica (il primo trattato ispirato alla Poetica
di Aristotele, da poco riscoperta), con le quali il programma di riforma
letteraria classicheggiante avviato con la Sofonisba può dirsi quasi concluso.
Per i prossimi 20 anni il poeta non stamperà più nulla. Queste opere
sollevarono un grande clamore per la loro arditezza e disorientarono (o meglio:
orientarono diversamente) la nascente letteratura italiana: nessuno aveva osato
finora riformare addirittura l'alfabeto, né aveva avuto ardire di cancellare
l'intero sistema dei generi in uso fin dal Medioevo (le sacre rappresentazioni
e il poema cavalleresco, in primis) per farne sorgere dal nulla dei nuovi, cioè
poi quelli antichi (la tragedia, la commedia e il poema epico). Da questi
libelli prese avvio la secolare questione della lingua italiana. A Bologna, nel
corso dell'incoronazione di Carlo V a Re d'Italia e Sacro Romano Imperatore,
egli ebbe il privilegio di reggere il manto pontificale a Clemente VII e Carlo
lo nominò conte palatino e cavaliere dell'Ordine Equestre della Milizia Aurata.
Secondo quanto riportato dallo storico Castellini, Trissino rifiutò posizioni
di potere offertegli dai pontefici a seguito dei successi riportati come
diplomatico (Nunzio e Legato), ad esempio l'arcivescovado di Napoli, il
vescovado di Ferrara o la porpora cardinalizia, in quanto desideroso di una
propria discendenza ed essendo il figlio Giulio avviato nella gerarchia
ecclesiastica. Rientrato a Vicenza sposa Bianca, figlia del giudice Nicolò
Trissino e di Caterina Verlati, già vedova di Alvise di Bartolomeo O. Da Bianca
ebbe due figli: Ciro e Cecilia. Alla nomina di Ciro come erede universale, si
scatenarono le ire di Giulio che per lungo tempo lottò in tribunale contro il
padre e il fratellastro per poi morire in odore di eresia calvinista. Anche a
seguito delle divergenze causate dai cattivi rapporti con Giulio, la coppia si
divise quando Bianca si trasferì a Venezia, dove morì. Trissino manifestò il
proprio fervente sostegno all'Impero dedicando, qualche anno prima della morte,
a Carlo V il suo poema in 27 canti L'Italia liberata dai Goti, il primo poema
regolare destinato, come si vede fin dal titolo, ad essere importante per la
Gerusalemme liberata di Torquato Tasso. Stampa anche la commedia I Simillimi,
anch'essa la prima commedia regolare. Villa O. di Cricoli Intanto nella villa
di Cricoli alle porte di Vicenza, già dei Valmarana e dei Badoer e acquistata
dal padre Gaspare, si radunava una delle più prestigiose Accademie vicentine.
Qui Trissino scoprì uno dei più grandi talenti della storia dell'architettura,
Andrea Palladio, di cui fu mentore e mecenate, che portò nei suoi viaggi con sé
ed educò alla cultura greca e alle regole architettoniche di Marco Vitruvio
Pollione. Morì a Roma l'8 dicembre 1550 e fu sepolto nella Chiesa di Sant'Agata
alla Suburra. Vennero alla luce le ultime due parti della sua Poetica, la
quinta e la sesta (dedicate ad Antonio Perenoto, vescovo di Arras), che erano
comunque già pronte, come si evince dalla chiusura della quarta parte. Progetta
e attua una imponente riforma della lingua e della poesia italiane sui modelli
classici, cioè la Poetica di Aristotele da poco riscoperta, i poemi di Omero, e
le teorie linguistiche esposte di Alighieri nel “Della volgare eloquenza”
riscoperto da lui stesso a Padova. Un programma in piena antitesi sia con la
moda del petrarchismo di P. Bembo, sia con quella del romanzo cavalleresco
incarnato supremamente dall' “Orlando furioso” di L. Ariosto, che allora
infuriavano. Il programma di riforma venne esposto attraverso saggi diversi,
cioè un saggio di orto-grafia e di orto-fonetica (Epistola dele lettere
nuovamente aggiunte ne la lingua italiana, dedicata a Clemente VII), un saggio
di teoria della lingua italiana (Il castellano, dedicato a C. Trivulzio), due
saggi di grammatica (“Dubbii grammaticali” e la “Grammatichetta”) e un manuale
di teoria dei generi letterari (“Poetica”). Tali proposte (specie quella di
modificare l'alfabeto inserendovi alcune lettere greche così da rendere
visibili le differenti pronunce di alcune vocali e di alcune consonanti) e la
riscoperta del “Della volgare eloquenza” di Aligheri) sono clamorosi e fa
esplodere in Italia la secolare questione della lingua, idealmente chiusa da “I
promessi sposi” di Manzoni. Questa intensa speculazione teorica ha il suo
sbocco fattuale in quattro saggi poetici, tutte molto importanti: la Sofonisba
(dedicata a Leone X), la prima tragedia regolare della letteratura moderna
(regolare si definisce un'opera costruita secondo le norme derivate dai testi
classici, essenzialmente la Poetica di Aristotele e l'Ars poetica di Orazio),
L'Italia liberata dai Goti (dedicata a Carlo V), il primo poema epico regolare,
e I simillimi (dedicata al G. Farnese), la prima commedia regolare. Si aggiunga
un volume di poesie d'amore e di encomio (Rime, dedicato a N. Ridolfi) di gusto
anti-petrarchista e ispirato ai poeti siciliani, agli Stilnovisti, ad Aligheri
e alla tradizione del Quattrocento, tutte cassate dal Bembo. Anche queste opere
sollevarono un grande dibattito, ma saranno destinate ad avere un ruolo
centrale nello sviluppo degl’umanita italiana ed europea, se si considera
l'importanza che la tragedia e l'epica, ad esempio, hanno in tutta Europa. A
lui si deve anche l'invenzione dell'endecasillabo sciolto (cioè senza rima) ad
imitazione dell'esametro classico, anche questa un'invenzione destinata a fama
europea. La sua produzione comprende diversi generi: innanzitutto un
Architettura, incompleto, ricerche sulla numismatica, traduzioni, ed orazioni
varie. Se ci si concentra solo sugli studi di teoria del linguaggio, si ha a
che fare con pochi testi, ma tutti rilevantissimi, attraverso i quali struttura
un coerente programma di riforma del linguaggio sui modelli classici e sul
linguaggio d’Alighieri ispirato alla Poetica di Aristotele, ad Omero e al
“Della volgare eloquenza”, un sistema da opporre sia alle Prose della volgar
lingua del Bembo di qualche anno prima, che aveva dato come modelli solo
Petrarca e Boccaccio (riducendo, quindi, i generi letterari solo alla lirica e
alla novella), sia all'”Orlando furioso” di L. Ariosto, che è un romanzo
cavalleresco e non un poema epico. Attraverso il proprio programma iverrà a
creare una tradizione di gusto classico del tutto nuova che nei secoli a venire
si affiancherà al bembismo sebbene agli inizi gli fu avversario. Il suo sistema
iinfatti, vuole sopperire ai vuoti lasciati dal petrarchismo bembesco e
proseguire lo sperimentalismo della tradizione antica e quattrocentesca (la
cosiddetta docta varietas). Né egli e l'unico convinto di queste idee, come si
dice ancora oltre, ma era affiancato da Speroni, Tasso (padre di Torquato),
Brocardo, Tolomei, Colocci, Equicola e altri ancora. Volendo sintetizzare, le
sue opere si raccolgono intorno a tre date: Dà alle stampe a Roma la tragedia
“Sofonisba” (composta prima agli Orti Oricellari) e l'Epistola sulle lettere da
aggiungere all'alfabeto. Tutte le sue opere stampate in vita sono scritte
secondo l'alfabeto da lui congegnato e non con l'alfabeto usuale. Vengono date
alle stampe sei opera: “Della volgare eloquenza”, le prime IV parti della
Poetica, il dialogo “Il castellano, le Rime, i Dubbi grammaticali e la
Grammatichetta. Dà alla luce il poema L'Italia liberata dai Goti, e la commedia
I simillini. Passeremo in rassegna le principali opere poetiche, tranne gli
Scritti linguistici, che hanno un paragrafo apposito. La Sofonisba è in
assoluto la prima tragedia regolare della letteratura europea, destinata a vasta
fortuna specie in Francia. Secondo il modello antico, Trissino compone una
tragedia in endecasillabi sciolti, che imitano i trimetri giambici (il verso a
questa data fa la sua prima apparizione), divisa in quadri da cori rimati:
alcuni cori sono canzoni petrarchesche mentre altri, invece, canzoni pindariche
(che fanno anch'esse qui la loro prima apparizione e si ritroveranno nella
poesia di Luigi Alamanni e poi ancora di Gabriello Chiabrera). L'argomento (con
sensibile differenza dai classici antichi) è storico (preso da Tito Livio), non
fantastico, mitico o biblico. L'azione, come poi sarà canonico nel teatro
regolare, si svolge nello stesso posto (unità di luogo) e nello stesso giorno
(unità di tempo) e prevede in scena un numero limitato di persone. Venne
recitata durante il carnevale di Vicenza, messa in scena dall'amico e allievo
Andrea Palladio. La proposta piacque, tutto sommato, e riscosse successo:
l'endecasillabo sciolto, metro nuovo, fu approvato anche dal Bembo (come
ricorda Giraldi Cinzio) e divenne da allora in poi il metro quasi canonico del
teatro italiano, specie tragico (vedi sotto). Anche nelle Rime si mostra uno
sperimentatore e il Petrarca, modello obbligatorio a prescindere dal Bembo, si
fonde con immagini derivanti da altre epoche e da altri autori, in special modo
la poesia occitana, quella siciliana, gli stilnovisti e Dante, i poeti
quattrocenteschi. Nel sistema del Trissino è possibile usare ancora metri come,
ad esempio, i sirventesi e le ballate (cassati dal Bembo) o anche introdurre
particolari nuovi come gli occhi neri di guaiaco della donna amata, immagine
inventata dal poeta su un referente quotidiano della cultura cinquecentesca e
non in linea con le immagini tipiche del Petrarca (occhi di stelle e simili).
Il Castellano è un dialogo sulla lingua dedicato a Cesare Trivulzio, comandante
francese a Milano. Si ambienta a Castel Sant'Angelo e ha per protagonisti
Giovanni di Bernardo Rucellai (il castellano, appunto) e Strozzi, amici degli
Orti Oricellari. Il Trissino espone per bocca del Rucellai il suo ideale
linguistico, preso dal De vulgari eloquentia, cioè quello di un volgare
illustre o cortigiano, mobile ed aperto, fondato in parte sull'uso moderno e
concreto della lingua, e in parte sugli autori della tradizione letteraria. Questi
autori sono soprattutto Dante e Omero poiché dotati di enargia, cioè della
capacità di rendere visibili a parole ciò di cui stanno narrando. Le idee
linguistiche del Trissino sollevarono grande clamore (fondate com'erano su un
testo la cui paternità dantesca non era ancora assicurata) e fecero scoppiare
il secolare 'dibattito sulla lingua italiana' concluso, come detto, almeno
idealmente, dal Manzoni tre secoli dopo. Fra i molti che parteciparono al
dibattito si ricordi il fiorentino Machiavelli al quale il Trissino aveva letto
il De vulgari eloquentia sempre agli Orti Oricellari, il Bembo, ovviamente,
Sperone Speroni, Baldassarre Castiglione. Poetica Le teorie che soggiacciono a
questo vasto programma vengono esposte nella Poetica, libro fondamentale non
solo per il Trissino, essendo in assoluto il primo libro di poetica in Europa
ad essere modellato sulla Poetica di Aristotele, destinato a fama secolare in
tutto il continente. Né banale né senza rischi era, come potrebbe apparire,
l'idea di resuscitare dei generi letterari di fatto morti da millenni e lontani
per gusto e ispirazione dalla società rinascimentale. Sul piano linguistico
immagina una lingua di ispirazione dantesca e omerica, cortigiana e illustre,
che contempli l'innovazione e la tradizione, che sia aperta a una
collaborazione ideale fra varie regioni italiane e non sul predominio esclusivo
del toscano trecentesco, che ottemperi anche l'inserimento di neologismi e di
dialettismi. Nella poesia lirica si appoggia, sempre dietro Dante, alla tradizione
occitana, siciliana, stilnovista e dantesca e anche petrarchesca. Nella metrica
saccheggia ampiamente il trecentesco Antonio da Tempo che ancora contempla
ballate e sirventesi, generi cassati dal Bembo, come detto, e si mostra vicino
allo sperimentalismo della poesia quattrocentesca. Discorre, inoltre, della
possibilità di utilizzare in italiano metri di stile greco e latino, come fatto
da lui nei cori della Sofonisba, proposta che avrà grande successo nei secoli a
venire, specie nella poesia per musica e nel melodramma. Discorre poi della
tragedia, della commedia, dell'ecloga teocritea e del poema omerico, i generi
resuscitati dal mondo classico. A ogni genere vengono date ovviamente le
proprie regole tratte da Aristotele, cioè le unità di tempo e di luogo, per la
tragedia e la commedia, e le unità narrative, per il poema epico. Vengono
quindi stabilite le nette differenze fra il romanzo cavalleresco e il poema
epico. Mentre il romanzo cavalleresco narra una vicenda fantastica costituita
dall'intreccio di molte storie diverse (alcune delle quali destinate a non
chiudersi nel poema poiché non necessarie alla conclusione generale della
vicenda), nel poema epico, invece, la vicenda dovrà essere di matrice storica e
dovrà essere unitaria e conclusa: essa cioè dovrà venire raccontata dall'inizio
alla fine, e i pochi protagonisti dovranno ruotare tutti attorno ad essa, tutti
per un solo scopo, e le loro vicende dovranno venire concluse entro l'arco del
poema, non lasciando nulla in sospeso. Il genere epico, inoltre, secondo una
caratteristica che gli diventerà propria, viene dal Trissino investito di un
alto valore morale e politico, profondamente pedagogico, ignoto al romanzo, che
lo trasformano in un percorso di formazione morale e culturale. Per questi tre
generi nuovi, il poeta propone l'endecasillabo sciolto, corrispettivo moderno
dell'esametro e del trimetro giambico classici (vedi paragrafi sottostanti).
Sul piano dello stile e dei registri il poeta rimanda alle teorie dei greci
Demetrio Falereo e di Dionigi di Alicarnasso, che ponevano come vertice dello
stile poetico l'energia, cioè la capacità di rappresentare visivamente con le
parole le cose di cui s sta narrando, prerogativa, per il Trissino, dello stile
di Omero e Dante. Sempre dietro Demetrio e Dionigi, divide la lingua italiana
in quattro registri stilistici e non tre, come voluto dalla tradizione
medievale e bembesca (la cosiddetta rota Vergilii, secondo la quale esistono 3
registri stilistici soltanto: quello basso, esemplificato dalle Bucoliche,
quello medio dalle Georgiche, e quello alto o tragico dell'Eneide). Questo
veniva a reimpostare daccapo i rapporti ormai consolidati fra genere letterario
e registro stilistico, e fu una novità che avrebbe causato non poco
l'insuccesso di un poeta il cui punto debole fu proprio lo stile. Tornò in
scena con L'Italia liberata da' Gotthi, un vastissimo poema di endecasillabi
sciolti in 27 canti, iniziato intorno nell'età di Papa Leone X. Esso è di fatto
il primo poema epico moderno e sarà destinato, come la Sofonisba, a inaugurare
un genere del tutto nuovo, in dichiarata antitesi alla tradizione medievale del
romanzo cavalleresco che in quegli anni stava sfondando con Ariosto. L'idea che
soggiace alla composizione dell'opera è illustrata nella famosa Dedica a Carlo
V che precede il poema, dove O. dichiara di essersi ispirato ovviamente ad
Aristotele e all'Iliade di Omero. Con la guida di Omero e di Demetrio Falereo
(e non di Dante, si noti), inoltre, reclama l'uso di un volgare illustre che
contempli l'inserimento di voci dialettali, arcaiche o anche latine e greche,
come infatti nel poema avviene. Come detto più volte, inoltre, lo scopo del
poema è 'ammaestrare l'imperatore', non solo attraverso dei modelli
cavallereschi, ma anche attraverso conoscenze tecniche di architettura, arte
militare e via di seguito. Il poema è ligio, insomma, a quanto stabilito nella
Poetica: la trama è tratta da un accadimento storico cioè la guerra gotica tra
l'imperatore bizantino Giustiniano I e gli Ostrogoti che occuparono l'Italia
(per la quale il poeta segue lo storico bizantino Procopio di Cesarea), che
viene raccontata dall'inizio alla fine, e i (relativamente) pochi protagonisti
ruotano attorno ad essa. I personaggi, a loro volta, saranno specchio di
altrettanti vizi e virtù da correggere, in questa crociata che sarebbe anche un
percorso di formazione bellica e morale del suo lettore ideale, cioè Carlo V
stesso. Il poema, atteso da vent'anni dai dotti italiani, fu uno dei più
clamorosi fiaschi della storia letteraria italiana, come noto, anche se ebbe un
impatto profondissimo. Critiche violente vennero da Giambattista Giraldi Cinzio
(che ne parla nei suoi Romanzi) e da Francesco Bolognetti, ma non solo. I quali
derisero il poema per la sua imitazione pedissequa dei valori dell'eroismo
classico (grandezza e generosità d'animo, nobiltà e gloria), per l'attenzione
estrema alla corretta applicazione delle regole aristoteliche, più che alla
fluidità della narrazione o al dare un rilievo psicologico ai personaggi,
assolutamente frontali. Inoltre, la ripresa parola per parola del modello
omerico (ma in generale di tutte le moltissime fonti tradotte dal poeta) fu
ritenuta noiosa, e la solennità dell'argomento venne a scontrarsi con la
prosaicità dello stile trissiniano, del metro senza rima costruito in maniera
formulare (come quello di Omero ovviamente) che rende il dettato fiacco e
stereotipato. I lunghi intervalli eruditi, inoltre, in cui il poeta si dilunga
nelle descrizioni degli accampamenti, dei monumenti della Roma medievale, di città,
architetture, armature, eserciti, giardini, mappe geografiche dell'Italia,
precetti morali, massime e apologhi eruditi e via di seguito, soffocano la
narrazione epica (nella prima edizione il poema è addirittura corredato da tre
cartine geografiche) e rendono il poema di difficile lettura. Ciò non toglie,
tuttavia, che l'Italia liberata abbia un posto di rilievo nella letteratura: la
visione di un mondo superiore di eroi solenni e composti nella dignità del loro
ideale e della loro missione, tipicamente aristocratici, anticipava le
preoccupazioni morali della Controriforma. Sarà proprio alla fine del secolo,
infatti, che il poema trissiniano avrà la sua fortuna, col Tasso ma non solo.
“I simillimi” w l'ultima opera stampata dal poeta e i modelli sono indicati da
lui stesso nella dedica a Farnese: Aristofane e la Commedia antica -- Menandro
è stato riscoperto solo nel Novecento) -- sul modello della quale il Trissino
ha fornito la favola dei cori (con l'appoggio anche dell'Arte poetica di
Orazio) ma non del prologo. Dichiarata è anche l'ascendenza da Plauto
(essenzialmente i Menecmi). Il testo è costruito in versi sciolti, ovviamente,
mentre i cori sono costituiti anche da settenari e sono rimati.Le opere
linguistiche Frontespizio del Castellano di Giangiorgio Trissino, stampato con
lettere aggiunte all'alfabeto italiano da quello Greco. I suoi saggi di
filosofia del linguaggio sono essenzialmente quattro: l'Epistola, Castellano,
Dubbi, Grammatichetta, oltre, ovviamente la Poetica. Accese discussioni suscita
il suo esordio letterario, cioè la proposta di ri-formare l'alfabeto classico
italiano, di radice latina – Lazio -- contenute nell' “Ɛpistola del Trissinω”
delle lettere nuωvamente aggiunte nella lingua italiana”, dove suggerisce
l'adozione di grafia dell’abecedario di vocali e consonanti della fonologia
greca al fine di “dis-ambiguare” un segno diversi resi allora, e ancor oggi,
con il medesimo segno grafico: e e o aperte (“ε” ed “ω”) e chiuse, z sorda e
“z” sonora (“ζ”) – “Speranζa” -- nonché la distinzione dell’“i” e dell’ “u” con
valore di vocale (i, u), o di consonante (j, v). Ri-propone questa idea,
sebbene ricorrendo a segni diverse, anche l'accademico della Crusca
(cruschense) Salvini, sempre senza successo. Accolta fu nei secoli a venire,
invece, la sua proposta di utilizzare la “z” al posto della “t” nelle vocaboli
latini che finiscono in “-tione” (implicatione > “implicazione” -- oratione
> orazione) e di distinguere sistematicamente il segno “u” dal signo “v”
(uita > “vita”) I punti principali dell'abecedario riformato sono i
seguenti: carattere fonema Distinto da Pronuncia “Ɛ”, “ε”; E aperta [ɛ] E e E
chiusa [e] “Ω” “ω” O aperta [ɔ] O o O chiusa [o] V v V con valore di consonante
[v] U u U con valore di vocale [u] J j con valore di consonante J [j] I iI con
valore di vocale [i] “Ӡ” “SPERANӠA” “ç” – Sperança -- Z sonora [dz] Z z Z sorda
[ts]. Tali idee vengono confermate. Nel Castellano, propone il modello di una
lingua cortigiana-italiana formata dagli elementi comuni a tutte le parlate dei
letterati della penisola, non solo nel lessico ma anche al livello della
fonetica (visibile ormai grazie al suo abecedario ri-formato). La sua teoria si
appoggia ad Omero e soprattutto alla sua traduzione del “De vulgari
eloquentia”, e vede amplificata nella “Poetica”, in riferimento a tutti i
generi letterari, ed e illustrata materialmente nella sua Grammatichetta messa
a disposizione da Trissino stesso e i Dubbi grammaticali. Alla sua tesi si
dimostrano particolarmente ostili i toscani, ovviamente, visto che Aligheri
stesso asserisce nel trattato che il toscano non è il volgare illustre. Tra di
essi spicca il Machiavelli, come accennato, che compose un “Dialogo sulla
lingua” nel quale reclama la specificità del fiorentino in opposizione a Bembo
e anche a Trissino, che nella grammatica di base parte sempre dalla lingua
letteraria, anche perché l'unica in grado di assicurare a livelli profondi una
similarità fra i vari parlari italiani. Un esempio: se nel toscano di Poliziano
è normale usare “lui” in funzione di soggetto, Bembo invece rispolvera “egli” e
lo stesso fa Trissino. Machiavelli, invece, difende l'uso di “lui”, normale a
Firenze. La riforma trissiniana dei segni dell’abecedario italiano, applicata
sistematicamente da lui in tutti i suoi saggi (anche negli appunti!), è un
prezioso documento delle differenze di pronuncia tra il tosco toscano e la
lingua cortigiana, fra la lingua letteraria e la corretta pronounia Nordica (e
vicentino) perché applica i propri criteri nel pubblicare i suoi saggi o
nell'interpretare alcuni segni del toscano. La conseguente maggior difficoltà
non favoresce la diffusione della sua filosofia e porta diverse critiche da
parte dei filosofi suoi contemporanei. Sebbene sia noto come esegeta
aristotelico, il Trissino si era formato, invece, sul finire del Quattrocento e
nei primi del Cinquecento nelle capitali culturali italiane sature di cultura
neoplatonica e mistica: non ci riferiamo solo agli anni a Milano presso il
Calcondila (amico di Marsilio Ficino) o a Ferrara presso il Leoniceno, ma
soprattutto a quelli trascorsi agli Orti Oricellari fiorentini e nella Roma di
Leone X, figlio di Lorenzo de' Medici. Importanti sono i due ritratti che ci
vengono lasciati da due contemporanei. Il primo è il quello di Giovanni di B.
Rucellai, che nel poemetto in versi sciolti Le api, dopo aver discusso
dell’armonia cosmica e della dottrina ermetico-platonica dell’Anima Mundi,
specifica: «Questo sì bello e sì alto pensiero / tu primamente rivocasti in
luce / come in cospetto degli umani ingegni O., con tua chiara e viva voce, tu
primo i gran supplicii d’Acheronte ponesti sotto i ben fondati piedi /
scacciando la ignoranza dei mortali». Insomma il Trissino viene riconosciuto
come un interprete del pensiero platonico e, si direbbe, democriteo. Il secondo,
invece, riguarda le esposizioni rilasciate al'Inquisizione, dopo la morte del
poeta, da parte del Checcozzi, il quale dichiara che il Trissino «faceva
discendere le anime umane dalle stelle ne’ corpi e diede a divedere come i
passaggi di quelle di pianeta in pianeta fossero stimate altrettante morti e
dicesse essere pene infernali non le retribuzioni della vita futura ma le
passioni e i vizi» (in B. Morsolin, O.. Monografia di un gentiluomo letterato,
Firenze, Le Monnier). A questo si aggiungano ancora la ripetuta ammissione di
credere nella salvezza per sola Grazia (Morsolin, confermata nell'Epistola a
Marcantonio da Mula), cioè di essere a rigore un luterano, e la lunga
requisitoria contro il clero corrotto contenuta contenuta nell'Italia liberata,
requisitoria che però, come rilevato da Maurizio Vitale (in L'omerida italico:
Gian Giorgio Trissino. Appunti sulla lingua dell'«Italia liberata da' Gotthi»,
Istituto Veneto di Scienze ed Arti, ), non figura in tutte le stampe del poema
ma solo in quelle indirizzate forse in Germania. Anche quindi, auspicava un
riordino interno della Chiesa e una sua restaurazione morale, in linea con il
generale movimento di riforma che scoppio' nel Rinascimento, con Lutero, Erasmo
etc.... senza per questo farne un luterano in senso stretto. Insomma, è un
tipico esponente della tradizione religiosa pre-tridentina, in cui il fervido
sostegno alla Chiesa romana e la vicinanza coi papi non escludono forti
iniezioni di filosofia idealista e della scuola di Crotone, di stoicismo e di
astrologia, di tradizione bizantina e millenarismo, in cui Erasmo da Rotterdam,
M.Lutero, Agrippa von Nettesheim, Pico, Ficino si fondono in una forma
religiosa eclettica e ancora tollerata prima dell'apertura del Concilio di
Trento. Le persecuzioni inizieranno dopo la sua morte e vi verrà coinvolto,
invece, il figlio Giulio, vicino al calvinismo, che subirà l'Inquisizione. Il
suo poema, una vera enciclopedia dello scibile, è molto interessante a
riguardo, e queste venature di pensiero religioso inquiete ed eclettiche sono
evidenti in maniera palese. Si ricordino gl’angeli che portano nomi di divinità
pagane -- Palladio, Onerio, Venereo etc... -- e che non sono altro che
allegorie delle facoltà umane o delle potenze naturali (Nettunio, angelo delle
acque, ad esempio, o Vulcano come metonimia del fuoco) come indicato nel De
Daemonius di M. Psello e nel pensiero idealista o accademico. E questo uno dei
punti più bersagliati dai critici contro lui, per primo, ancora una volta,
Cinzio. Di Palladio cura soprattutto la formazione di architetto inteso come
filosofo umanista. Questa concezione risulta alquanto insolita in quell'epoca,
nella quale all'architetto era demandato un compito preminentemente di tecnico
specializzato. Non si può capire la formazione filosofica ed umanistica e di
tecnico specializzato della costruzione dell'architetto Andrea della Gondola,
senza l'intuito, l'aiuto e la protezione di lui. È lui a credere nel giovane
lapicida che lavora in modo diverso e che aspira a una innovazione totale nel
realizzare le tante opere. Gli cambia il nome in Palladio, come l'angelo
liberatore e vittorioso presente nel suo poema L'Italia liberata dai Goti.
Secondo la tradizione, l'incontro tra lui e Gondola ha nel cantiere della villa
di Cricoli, nella zona nord fuori della città di Vicenza, che in quegli anni
sta per essere ristrutturata secondo i canoni dell'architettura classica. La
passione per l'arte e la cultura in senso totale sono alla base di questo
scambio di idee ed esperienze che si rivela fondamentale per la preziosa
collaborazione tra i due "grandi". Da lì avrà inizio la grande
trasformazione dell'allievo di G. Pittoni e Giacomo da Porlezza nel celebrato
Andrea Palladio. E proprio lui a condurlo a Roma nei suoi viaggi di formazione
a contatto con il mondo classico e ad avviare il futuro genio dell'architettura
a raggiungere le vette più ardite di un'innovazione a livello mondiale,
riconosciuta ed apprezzata ancora oggi. Il sistema letterario inventato dal lui
non e il solo tentativo di preservare un rapporto diretto con la cultura
degl’antichi con Aligheri e con l'umanesimo del Quattrocento, che il sistema
bembiano esclude. Molti altri condividevano le sue idee, infatti, come A.
Brocardo, B. Tasso, anche loro intenti a inventare nuovi metri su imitazione
dei classici. Tuttavia, se si eccettua forse S. Speroni, e uno dei pochi che
struttura nella sua Poetica un sistema totale, onni-comprensivo, aristotelico
in senso pieno, dove ogni genere è regolato in maniera specifica; e questo gli
permette di essere un punto di riferimento privilegiato. Bisogna fare a questo
punto una distinzione essenziale fra le sue produzione filosofica e le sue
teorie letterarie. Le opere poetiche, forse con la sola eccezione della
Sofonisba e delle Rime, sono notoriamente brute. Lo stile è fiacco e prosaico e
la narrazione dispersa in mille meandri eruditi, ragione per cui furono
conosciute da tutti, lette e ammirate, ma non apprezzate né imitate dal punto
di vista stilistico. L’invenzione del verso sciolto, che e centrale nella storia
letteraria europea, infatti, non e destinata a fiorire con lui ma solo alla
fine del secolo perché venisse accettata entro un poema di genere e di stile
alto come quello epico. La sua filosofia, invece, trova un successo secolare,
non solo in Italia ma in molti paesi europei specie nel Settecento, con la
nuova moda del classicismo. Questo specie per quel che riguarda i due generi
principali del mondo degl’antichi, la tragedia e l'epica, e con essi anche il
verso sciolto. In Italia si può dire che ha grande fortuna col verso sciolto e
col poema epico, ma minore col teatro tragico. La Sofonisba, quando usce, non
era in Italia l'unica tragedia di imitazione antica, anche se era la prima: vi
erano, infatti, anche quelle di Giovanni di Bernardo Rucellai, composte sempre
agli Orti Oricellari. Ma la tragedia ispirata ai modelli antici non trovò
terreno in Italia e fu soppiantata presto, già a metà del secolo, da quella
'alla latina' -- cioè piena di fantasmi, conflitti, colpi di scena e sangue,
shakespeariana insomma), riportata in auge a Ferrara dalle Orbecche di
Giambattista Giraldi Cinzio -- una linea di gusto che, alla fine del
Cinquecento e nel Seicento, si sposerà in pieno col teatro gesuita, di
ispirazione anche esso stoica e senecana. Non così nell'epica e nel verso
sciolto. Il poema del Trissino è nominato infatti da tutti i principali autori
epici dell'epoca (e spesso in mala fede), da Bernardo Tasso (intento anche lui
alla realizzazione del poema Amadigi, che nella prima stesura era in versi
sciolti) e Giambattista Giraldi Cinzio (che compose contro l'Italia liberata il
volume Dei romanzi), F. Bolognetti e via via fino a Tasso. Quest'ultimo parla
spesso dell'Italia liberata nei Discorsi del poema eroico e, sebbene ne rilevi
i limiti, la tiene presente chiaramente come modello teorico e anche in molti
passaggi della Gerusalemme liberata (fra cui la famosa morte di Clorinda,
ripresa da quella dell'amazzone Nicandra, ad esempio). Vale la pena specificare
che il titolo di “Gerusalemme liberate”, infatti, non fu deciso dal Tasso (che
nei Discorsi chiama sempre il suo poema “Goffredo”), ma dallo stampatore A.
Ingegneri, che doveva aver notato la somiglianza dell'opera tassiana col poema
trissiniano. Mentre nel Rinascimento i critici iniziavano a discutere dei rapporti
fra poesia epica e romanzo cavalleresco, si assiste a un lento processo di
'acclimatazione' del verso sciolto nei poemi narrativi. Dapprima viene usato
nei generi minori, come le ecloghe pastorali, i poemetti georgici, gli idilli o
le traduzioni, ma alla fine del secolo sarà impiegato in opere imponenti come
l'”Eneide” di Caro, o nel poema sacro del Mondo creato di Tasso, o nello stile
fastoso dello Stato rustico di G. Imperiale o quello classico di Chiabrera in
pieno Barocco. Anzi, proprio Chiabrera (non a caso allievo di Speroni) si può
dire che sia il suo grande erede, animato come lui dal desiderio di riformare
la metrica e di ricreare i generi letterari sui modelli classici. La Poetica è
citata dal Chiabrera in punti importanti, sia in difesa del verso sciolto, sia
dei generi metrici non bembeschi o nuovi, sia, implicitamente, nella ripresa
del mito di Dante e di Omero (cfr. il paragrafo apposito in Chiabrera). O. ebbe
ancora fortuna anche nel XVIII secolo, con l'edizione in due volumi Scipione Maffei
di Tutte le opere (Verona, Vallarsi, ancora oggi punto di riferimento
indispensabile), e con nove tragedie intitolate Sofonisba, una delle quali
d’Alfieri. Grande fu l'influenza anche nel melodramma: si contano ben
quattordici Sofonisba, una delle quali di Gluck e uno di Caldara. Ma a parte la
fortuna della Sofonisba, considerando che la riforma poetica dell'Accademia
dell'Arcadia si ispira dichiaratamente alla poesia e alla metrica del
Chiabrera, possiamo dire che il Trissino sia stato uno dei fondatori della
poesia arcadica e capostipite di una tradizione letteraria, anche quella del
melodramma settecentesco. Non a caso è uno degli autori più presenti nella
ragion poetica di Gravina, maestro del giovane Metastasio, la cui prima opera
sarà la tragedia Giustino, una riproposizione quasi parola per parola del III
canto dell'Italia liberata dove si narrano gli amori di Giustino e di Sofia.
PCastelli dedica la poeta una intera monografia (La vita di Giovangiorgio
Trissino oratore e poeta). Si può dire, quindi, che non solo nell'epica il
Trissino abbia avuto fortuna, ma anche nel teatro italiano, anche se nelle
forme del melodramma e non quelle della tragedia, come tipico della tradizione
italiana. Questo grazie, soprattutto, alla mediazione del Chiabrera, che seppe
rendere le forme metriche del Trissino (prima fra tutte il verso sciolto) di
insuperabile eleganza. Nell'Ottocento si ricordino l'Iliade di Vincenzo Monti e
l'Odissea di Ippolito Pindemonte, che proseguono la grande storia del verso
sciolto nella traduzione italiana, e le considerazioni di tre grandi scrittori.
Il primo è Manzoni che, meditando sul romanzo storico, rifletté anche sui
rapporti fra creazione poetica e verosimiglianza storica date da Aristotele
nello scritto Del romanzo storico e, in genere, de’ componimenti misti di
storia e d’invenzione. Il secondo è Carducci che stronca il poema ne I poemi
minori del Tasso (in L’Ariosto e il Tasso) e il terzo è B. Morsolin che compose
la biografia del poeta (Giangiorgio Trissino o monografia di un letterato) che
ancora oggi è indispensabile.Francia In Francia, invece, si assiste in un certo
senso alla situazione opposta e le teorie del Trissino trovarono vasta eco più
nel teatro che nel poema epico, questo anche perché in generale il teatro
classico francese ha sempre prediletto i modelli greci ai latini e il teatro,
in genere, al melodramma. Nel teatro francese l'influenza della Sofonisba sarà
forte: la prima rappresentazione documentata in francese è nel castello di
Blois, davanti alla corte della regina, Caterina de' Medici, non a caso una
fiorentina. La corte di Francia era già abituata d'altronde alla poesia
italiana di stile classico da almeno trent'anni, dopo il soggiorno presso
Francesco I di Francia di Luigi Alamanni. Da qui in poi si conteranno otto
Sofonisba fino alla fine del Settecento, una delle quali di Pierre Corneille.
Non così invece nell'epica, genere che in Francia trovò poco seguito, e nel
verso sciolto, che non si acclimatò mai nella poesia francese, poco adatta per
suo ritmo naturale a un verso senza rima. Il Voltaire, che amava l'Ariosto,
ricorda l'Italia liberata nel suo Saggio sulla poesia epica più che altro per
rilevare le pecche del poema. In Inghilterra si ricorda la fortuna del verso
sciolto (blank verse) che avrà la sua consacrazione nel Paradiso perduto di
Milton, e le lodi tributate al Trissino da Pope nel prologo alla Sofonisba di
Thomson. In Germania si ricordano tre Sofonisba. Anche Goethe possede una copia
delle Rime trissiniane Opere: “Sofonisba, tragedia Ɛpistola del Trissino de le
lettere nuωvamente aggiunte ne la lingua Italiana; De vulgari eloquentia di
Alighieri; traduzione Il castellano, dialogo: Daelli; Poetica; Dubbi
grammaticali; Grammatichetta; L'Italia liberata dai Goti, poema epico I
simillimi, commedia Galleria d'immagini Gian Giorgio Trissinoincisione da Tutte
le opere non più pubblicate di Giovan Giorgio Trissino, Miniatura di O..
Incisione da Castelli La vita di Giovangiorgio Trissino, Targa a O., in piazza
Gian Giorgio Trissino. Targa posta sulla casa natale di Gian Giorgio Trissino,
in corso Fogazzaro 15 a Vicenza, opera di Bartolomeo Bongiovanni.Medaglione
posto nel salone di Palazzo Venturi Ginori, a Firenze, raffigurante Giovan
Giorgio Trissino, membro dell'Accademia Neoplatonica che lì ebbe sede. Bernardo
Morsolin O. o Monografia di un letterato del secolo XVI, Pierfilippo Castelli,
La Vita di Giovan Giorgio Trissino. Bernardo Morsolin, Giangiorgio Trissino o
Monografia di un letterato del secolo XVI,Margaret Binotto, La chiesa e il
convento dei santi Filippo e Giacomo a Vicenza, Pierfilippo Castelli, La Vita
di Giovan Giorgio Trissino, Bernardo Morsolin, Giangiorgio Trissino o
Monografia di un letterato. L'incisione recita: DEMETRIO CHALCONDYLÆ
ATHENIENSIIN STUDIIS LITERARUM GRÆCARUM EMINENTISSIMOQUI VIXIT ANNOS MENS. VET
OBIIT JOANNES O. GASP. FILIUS PRÆCEPTORI OPTIMO ET SANCTISSIMOPOSUIT. Castelli,
La Vita d’O, ernardo Morsolin, Giangiorgio Trissino o Monografia di un
letterato; Morsolin O. o Monografia di un letterato del secolo XVI, Giambattista
Nicolini, Vita di Giangiorgio Trissino, Nell'originale sofocleo "τὸ δὲ
ζητούμενον ἁλωτόν", letteralmente "ciò che si cerca, si può
cogliere". Bernardo Morsolin, Giangiorgio Trissino o Monografia di un
letterato, Pierfilippo Castelli, La vita di Giovan Giorgio Trissino,
Pierfilippo Castelli, La vita, Antonio Magrini, Reminiscenze Vicentine della
Casa di Savoia. Bernardo Morsolin, Giangiorgio Trissino o Monografia di un
letterato. Bernardo Morsolin, O. o Monografia di un letterato, Silvestro
Castellini, Storia della città di Vicenza. Castelli, La vita d’O, nota.
Morsolin, O. o Monografia di un letterato del secolo XVI, 1Come i saggi di
Lucien Faggion ricordano, per preservare il patrimonio famigliare non era
inusuale sposare cugini di altri rami della medesima famiglia. La decisione di
scegliere Ciro come proprio erede ebbe ripercussioni drammatiche per diverso
tempo. Oltre al trascinarsi della causa civile intentata da Giulio al padre e a
Ciro, nacque una vera e propria faida tra i discendenti Trissino dal Vello
d'Oro e i parenti del ramo dei Trissino più prossimo alla prima moglie,
Giovanna. Le voci che fecero risalire a Ciro la denuncia anonima alla Santa
Inquisizione delle simpatie protestanti, spinsero Giulio Cesare, nipote di
Giovanna, a uccidere Ciro a Cornedo nel 1576, davanti a Marcantonio, uno dei
suoi figli. Quest'ultimo decise di vendicare il padre, accoltellando a morte
Giulio Cesare che usciva dalla cattedrale di Vicenza il venerdì santo del 1583.
R. Trissino, altro avversario dei Trissino dal Vello d'Oro, s'introdusse nella
casa di Pompeo, primogenito di Ciro, e ne uccise la moglie, Isabella Bissari, e
il figlioletto Marcantonio, nato da poco. Si vedano al proposito vari saggi
sull'argomento di Lucien Faggion, tra cui Les femmes, la famille et le devoir
de mémoire: les Trissino aux XVIe et XVIIe siècles. Dovette affrontare una
causa civile intentatagli dai Valmarana: negli ultimi decenni ProfessoreAlvise
di Paolo Valmarana perse villa e tenuta, giocandosele col patrizio Orso Badoer,
che rivendette la proprietà a Gaspare Trissino. Gli eredi Valmarana tentarono
di riprendersela ipotizzando un vizio all'origine, ma il tribunale diede
ragione ai diritti del Trissino. Si veda Lucien Faggion, Justice civile,
témoins et mémoire aristocratique: les Trissino, les Valmarana et Cricoli au
XVIe siècle,. Bernardo Morsolin, Giangiorgio Trissino o Monografia di un
letterato del secolo XVI, voce O. nel sito Treccani L'Enciclopedia Italiana.
Achille, Trissino, Giangiorgio, in L'Enciclopedia dell'Italiano. "Palladio"
è anche un riferimento indiretto alla mitologia greca: Pallade Atena era la dea
della sapienza, particolarmente della saggezza, della tessitura, delle arti e,
presumibilmente, degli aspetti più nobili della guerra; Pallade, a sua volta, è
un'ambigua figura mitologica, talvolta maschio talvolta femmina che, al di
fuori della sua relazione con la dea, è citata soltanto nell'Eneide di
Virgilio. Ma è stata avanzata anche l'ipotesi che il nome possa avere
un'origine numerologica che rimanda al nome di Vitruvio, vedi Paolo Portoghesi,
La mano di Palladio, Torino, Allemandi, Dal volantino della mostra dedicata a
O., in occasione dell’anniversario della promulgazione dello Statuto del
Comune, organizzata dalla Provincia di Vicenza, Comune di Trissino e Pro Loco
di Trissino. L. Cicognara, Storia della scultura dal suo risorgimento in Italia
fino al secolo di Canova, Giachetti, Losanna, 1824. Sull'autore in generale si
vedano almeno tre testi fondamentali: Pierfilippo Castelli, La vita di
Giovangiorgio Trissino, oratore e poeta, ed. Giovanni Radici, Venezia, Bernardo
Morsolin, Giangiorgio Trissino o monografia di un letterato del secolo XVI,
Firenze, Le Monnier, Atti del Convegno di Studi su Giangiorgio Trissino,
Vicenza); Pozza, Vicenza, Neri Pozza, Sulla Sofonisba: E. Bonora La
"Sofonisba" del Trissino, Storia Lettaliana, Garzanti, Milano, M.
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della libertà, «Italianistica», Sulle Rime: A. Quondam, Il naso di Laura.
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Machiavelli e il Dialogo intorno alla lingua. Con un’edizione critica del
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il dibattito linguistico nel primo Cinquecento, Roma, Bulzoni, M. Vitale,
L'omerida italico: Gian Giorgio Trissino. Appunti sulla lingua dell'«Italia
liberata da' Gotthi», Istituto Veneto de Scienze ed Arti,. Sulla traduzione di
Dante e l'importanza del De vulgari eloquentia si vedano almeno (in ordine di
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italiana, in Geografia e storia della letteratura italiana, Torino,
Einaudi,Floriani, Trissino: la «questione della lingua», la poetica, negli Atti
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Liguori, I. Pagani, La teoria linguistica di Dante, Napoli, Liguori, C.
Pulsoni, Per la fortuna del De vulgari Eloquentia: Bembo e Barbieri, «Aevum»,
E. Pistoiesi: Con Dante attraverso il Cinquecento: Il De vulgari eloquentia e
la questione della lingua, «Rinascimento», Per le trafile del codice dantesco
posseduto dal Trissino, oggi alla Biblioteca Trivulziana di Milano, cfr.
l'introduzione diRàjna alla sua edizione del De Vulgari Eloquentia (Firenze, Le
Monnier) e G. Padoan, Vicende veneziane del codice Trivulziano del “De vulgari
eloquentia”, in Dante e la cultura veneta, Atti del convegno di studi della
fondazione “Giorgio Cini”, Venezia-Padova-Verona, V. Branca e G. Padoan,
Firenze, Olschki, Tutti i testi d’O si rileggono nei due volumi intitolati
Tutte le opere Scipione Maffei (Verona, Vallarsi), che non riproducono però
l'alfabeto inventato riformato. Alcuni testi hanno avuto delle edizioni moderne:
La Poetica si rilegge nei Trattati di poetica e di retorica, Weinberg, Bari,
Laterza, Il testo è riprodotto con l'alfabeto inventato d’O. Scritti
linguistici, A. Castelvecchi, Roma, Salerno (che contiene la Epistola delle
lettere nuovamente aggiunte, Il Castellano, i Dubbii grammaticali e la
Grammatichetta). I testi sono riprodotti con l'alfabeto inventato dal Trissino.
La Sofonisba è stata curata da R. Cremante, nel Teatro, Napoli, Ricciardi, Il
testo è riprodotto con l'alfabeto inventato d’O ed è dotato di un vasto
commento e introduzione. La traduzione del De vulgari eloquentia si può leggere
in D. Alighieri, F. Chiappelli, nella collana “I classici italiani”, G. Getto,
Milano, Mursia, oppure, assieme al testo latino, nel 2 tomo dell’Opera Omnia
curata da Scipione Maffei (vedi sotto). Per l'Italia liberata dai Goti e per I
Simillimi si deve ricorrere, invece, alle prime edizioni o all'edizione del
Maffei o alle ristampe sette-ottocentesche. Per l'elenco completo di tutte le
stampe, ristampe, studi ed edizioni sul Trissino vedi Corrieri, O.,
consultabile (aggiornata al 2 settembre ) presso// nuovorinascimento. org/
cinquecento/trissino. pdf. A. Palladio O. (famiglia). Treccani Enciclopedie,
Istituto dell'Enciclopedia. Encyclopædia Britannica, Inc. O. Open MLOL,
Horizons Unlimited srl. O. Opere di Gian Giorgio Trissino, su Progetto
Gutenberg. O. Catholic Encyclopedia, Appleton. Italica Rinascimento: O,
L'Italia liberata dai Gotthi. L’uomo solo ha il COMERCIO del parlare. Questo è
il nostro vero e primo parlare. Non dico nostro, perchè altro parlar ci sia che
quello dell'uomo. Perciò che fra tutte le cose che sono SOLAMENTE ALL’UOMO E
DATO IL PARLARE,sendo a lui necessario solo. CERTO NON A a gl’angeli non a
GL’ANIMALI INFERIORI e necessario parlare. Adunque sarebbe stato dato invano a
costoro, non avendo bisogno di esso. E LA NATURA certamente abborrisce di fare
cosa alcuna invano. Se volemo poi sottilmente considerare la INTENZIONE del
parlar [parabola] nostro, niun'altra ce ne troveremo, che il MANIFESTARE all’altro
questo o quello CONCETTO della mente nostra. Avendo adunque gl’angeli
prontissima e neffabile sufficienzia d'intelletto da chiarire questo o quello
gloriosi concetto, per la qual sufficienza d'intelletto l'uno è TOTALMENTE NOTO
all'altro, o per sè, o almeno per quel fulgentissimo specchio, nel quale tutti
sono rappresentati bellissimi e in cui avidis simi sispecchiano. Per tanto pare
che di ni uno SEGNO DI PARLARE ha mestieri. Ma chi oppone a questo, allegando
quei spiriti, che cascarono dal cielo; a tale opposizione doppiamente si può
rispondere. Prima, che quando noi trattiamo di quelle cose, che sono che Q a
bene esser, devemo essi lasciar da 3 parte, conciò sia che questi perversi non
vollero aspettare la divina cura. Seconda risposta, e meglio è, che questi
demoni a MANIFESTARE fra sè la loro perfidia, non hanno bisogno di conoscere se
non qualche cosa di ciascuno, perchè è, e quanto è 1 : il che certamente sanno;
perciò che si conobbero l'un l'altro avanti la ruina loro. Agl’ANIMALI INFERIORI
poi non e bisogno provvedere di parlare. Conciò sia che per solo ISTINTO DI
NATURA sono guidati. E poi, tutti quelli animali che sono di una medesima
specie hanno le medesime azioni, e le medesime passioni; per le quali loro
proprietà possono le altrui conoscere. Ma aquelli che sono di diverse specie,
non solamente non e necessario loro il parlare, ma in tutto dannoso gli sarebbe
stato, non essendo alcuno amicabile comercio tra essi. E se mi fosse opposto
che IL SERPENTE che PARLA alla prima femina, e l'asina di Balaam PARLA, a
questo rispondo, che l'ANGELO nell’asina e IL DIAVOLO nel serpente hanno
talmente operato che essi animali mossero gli organi loro. E così d'indi la
voce risulta distinta, COME vero parlare; non che quello de l'asina fosse altro
che ragghiare e quello del serpente altro che fischiare. Il testo ha: non
indigent, nisi ut sciant quilibetde quolibet, quia est, et quantus est.
Parrebbe più proprio il tradurre cosi. Non hanno bisogno di conoscere, se non
ciascheduno di ciaschedun altro, che è,e quanto è: ossia l'esistenza e il
grado. Se alcuno poi argumentasse da quello, che OVIDIO (si veda) dice nella
Metamorfosi che LE PICHE parlarono, dico che dice questo FIGURATAMENTE,
intendendo altro. Ma se si dices che le piche al presente e altri uccelli
parlano, dico che è FALSO, perciò che tale atto NON è parlare, ma è certa
imitazione del suono de la nostra voce; o vero che si sforzano di imitare noi
in quanto SONIAMO ma non in quanto PARLIAMO (cf. ‘talk,’ ‘speak’, ‘speak in
tongues’). Tal che se quello che alcuno espressamente dice, ancora la pica
ride, questo non sarebbe se non rappresentazione, o vero imitazione del SUONO
di quello, che prima ho detto. E così appare agl’UOMINI SOLI e dato dalla
NATURA il PARLARE. Ma per qual cagione esso gli e NECESSARIO, ci sforzeremo
brievemente trattare. Che e NECESSARIO agl’uomini il COMERCIO, la
CONVERSAZIONE. Ovendosi adunque l'uomo NON PER ISTINTO DI NATURA, ma per
*ragione*. E essa ragione o circa la separazione, o circa il giudidizio, o
circa la elezione diversificandosi in ciascuno; tal che quasi ogni uno de la
sua pro [La voce del testo, “discrezione”, sarebbe resa meglio dalla parola
discernimento. del parlare, pria specie s'allegra; giudichiamo che niuno
intenda l'altro per la sua propria AZIONE o PASSIONE, come fanno le bestie. Nè
anche per speculazione l'uno può intrar ne l'altro, come gl’angeli – JARMAN, La
conversazione angelica --, sendo per la grossezza e opacità del CORPO mortale
la umana specie da ciò ritenuta. E adunque bisogno che, volendo la generazione
umana fra sè COMUNICARE IL SUO CONCETTO, avesse qualche SEGNO SENSUALE e
*razionale*; per ciò che, dovendo prendere una cosa dalla ragione, e nela
ragione portarla, bisogna essere razionale. Ma non potendosi alcuna cosa di una
ragione in un'altra portare, SE NON PER IL MEZZO DEL SENSUALE, e bisogno essere
sensuale, perciò che se 'l e *solamente* razionale, non puo trapassare. Se
*solo* sensuale, non puo prendere dalla ragione, nè nella ragione de porre. E
questo è SEGNO (SENNO) che il subietto di che parliamo, è nobile; perciò che in
quanto è suono, il SEGNO (SENNO) è per natura una cosa sensuale. E inquanto
che, secondo la *volontà* di ciascun, *significa* qualche cosa, egli è
razionale 1. Iltestoha: Hoc equidem SIGNUM est, ipsum subjectum nobile, dequo
loquimur. Natura sensuale quidem, in quantum sonus est, esse. Rationale vero,
in quantum aliquid SIGNIFICARE videtur ad placitum. A noi pare più giusto
l'interpretare questo passo cosi. Questo segno, l'aliquod rationale signum et
sensuale di cui ha parlato poche righe più sopra, è per l'appunto il nobile
soggetto di cui parliamo. Sensuale per natura, in quanto è SUONO. Razionale, in
quanto che, se A che uomo e prima dato il parlare, e che dice prima, et in che
lingua L’UMO SOLO e dato dalla natura il parlare. Ora istimo che appresso
debbiamo investigare, a che uomo e prima dato dalla natura il parlare, e che
cosa prima dice, e a chi parlò, e dove e quando, e eziandio in che linguaggio
il primo suo parlare si sciol se. Secondo che si legge ne la prima parte del
Genesis, ove la sacratissima Scrittura tratta del principio del mondo, si
truova la femina, prima cheniunaltro, aver parlato, cio è lapre sontuosissima
EVA, la quale al DIAVOLO, che la ricercava, disse, ‘Dio ci ha commesso, che non
mangiamo del frutto del legno che è nel mezzo del paradiso, e che non lo
tocchiamo, acciò che per avventura non moriamo. Ma a vegna che in scritto si
trovi la donna aver pri mieramente parlato, non di meno è ragionevol cosa che
crediamo, che l'uomo fosse quello, che prima parlasse. Nè cosa inconveniente mi
pare condo la volontà di ciascuno, significa qualche cosa. Contro la quale
interpretazione stala punteggiatura, e la voce esse del testo, che sarebbe di
troppo ; ma,per com penso, il brano riesce più chiaro, e si collega meglio col
senso di tutto il Capitolo. Anifesto è per le cose già dette, che a pensare,
che così eccellente azione de la il generazione umana prima da l'uomo, che da
la femina procedesse. Ragionevolmente adunque crediamo ad esso essere stato
dato primier mente il parlare da Dio, subito che l’ebbe formato. Che voce poi
fosse quella che parla prima, a ciascuno di sana mente può esser in pronto e io
non dubito che la fosse quella, che è Dio, cioè Eli, o vero per modo
d'interrogazione, o per modo di risposta. Assurda cosa veramente pare, e da la
ragione aliena, che da l'uomo fosse nominata cosa alcuna prima che Dio; con ciò
sia che da esso,& in esso fosse fatto l'uomo. E siccome, dopo la
prevaricazionedel'u m a n a generazione, ciascuno esordio di parlare comincia
da heu ; così è ragionevol cosa, che quello che fu davanti, cominciasse da alle
grezza, e conciò sia che niun gaudio sia fuori di Dio,ma tuttoinDio,& esso
Dio tuttosiaal legrezza, conseguente cosa è che 'l primo p a r lante dicesse
primieramente Dio. Quindi nasce questo dubbio,che avendo di sopra detto, l'uomo
aver prima per via di risposta parlato, se risposta fu,devette esser a Dio; e
se a Dio, parrebbe, che Dio prima avesse parlato, il che parrehbe contra quello
che avemo detto di sopra. Al qual dubbio risponderemo,che ben può l'uo mo
averrisposto a Dio, chelointerrogava, nè per questo Dio aver parlato di quella
LOQUELLA, che dicemo.Qual è colui, che dubiti, che tutte le cose che sono non
si pieghino secondo il voler di Dio,da cuièfatta, governata, econservata,
ciascuna cosa ? É conciò sia che l'aere a tante alterazioni per comandamento
della natura in feriore si muova, la quale è ministra e fattura di Dio, di
maniera che fa risuonare i tuoni, fulgurare il fuoco, gemere l'acqua, e sparge
le nevi, e slancia la grandine ; non si moverà egli per comandamento di Dio a
far risonare alcune parole le quali siano distinte da colui, che maggior cosa
distinse?e perchè no? Laon de et a questa, et ad alcune altre cose credia mo
tale risposta bastare. Dove,& a cuiprima l'uomo abbiaparlato. ta così da le
cose superiori,come da le in feriori), che il primo uomo drizzasse il suo primo
parlare primieramente a Dio, dico, che ragionevolmente esso primo parlante
parlò s u bito,che fu da la virtù animante ispirato: per ciò che ne l'uomo
crediamo,che molto più cosa umana sia l'essere sentito che il sentire, pur che
egli sia sentito,e senta come uomo. Se adunque quel primo fabbro, di ogni
perfezione principio et amatore,inspirando il primo uomo con ogni perfezione
compi, ragionevole cosa mi pare, che questo perfettissimo animale non prima
cominciasse a sentire, che 'l fosse sen tito. Se alcuno poi dicesse contra le
obiezioni, 11 Iudicando adunque (non senza ragione trat, che non era bisogno
che l'uomo parlasse, es sendo egli solo ; e che Dio ogni nostro segreto senza
parlare, ed anco prima di noi discerne ; ora (con quella riverenzia, la quale
devemo usare ogni volta,che qualche cosa de l'eterna volontà
giudichiamo),dico,che avegna che Dio sapesse, anzi antivedesse (che è una medesima
cosa quanto a Dio) il concetto del primo parlante senza parlare, non di meno
volse che esso parlasse; acciò che ne la esplicazione di tanto dono, colui, che
graziosamente glielo avea do nato,se ne gloriasse.E perciò devemo credere, che
da Dio proceda, che ordinato l'atto de i nostri affetti, ce ne allegriamo.
Quinci possiamo ritrovare il loco, nel quale fu mandata fuori la prima favella;
perciò che se fu animato l'uomo fuori del paradiso, diremo che fuori: se
dentro, diremo che dentro fu il loco del suo primo parlare. Ra perchè i negozii
umani si hanno ad esercitare per molte e diverse lingue, tal che molti per le
parole non intesi da molti, che se fussero senza esse; però fia buono
investigare di quel parlare, del quale si crede aver usato l'uomo, che nacque
senza sono altrimente 1 Di che idioma prima l'uomo parld, e donde fu l'autore
di quest'opera. madre, e senza latte si nutri, e che nè pupil lare età vide,nè
adulta.In questa cosa,sì come in altre molte, Pietramala è amplissima città, e
patria de la maggior parte dei figliuoli di Adamo .Però qualunque si ritrova
essere di cosi disonesta ragione, che creda, che il loco della sua nazione sia
il più delizioso, che si trovi sotto il Sole, a costui parimente sarà licito
preporre il suo proprio volgare, cioè la sua materna locuzione,a tutti gli
altri; e conse guentemente credere essa essere stata quella diAdamo.Ma noi,
acuiil mondo èpatria, sì come a'pesci il mare, quantunque abbiamo bevuto
l'acqua d'Arno avanti che avessimo denti,e che amiamo tanto Fiorenza,che pe
averla amata patiamo ingiusto esiglio, non dimeno le spalle del nostro giudizio
più a la ragione che al senso appoggiamo. E benchè se condo il piacer nostro, o
vero secondo la quiete de la nostra sensualità, non sia in terra loco più ameno
di Fiorenza;pure rivolgendo i vo lumi de'poeti e de gli altri scrittori, ne i
quali il mondo universalmente e particularmente si descrive, e discorrendo fra
noi i varj siti dei luoghi del mondo, e le abitudini loro tra l'uno e
l'altropolo,e'lcircolo equatore, fermamente comprendo, e credo, molte regioni e
città es sere più nobili e deliziose che Toscana e Fiorenza, ove son nato, e di
cui son cittadino; e molte nazioni e molte genti usare più dilette vole, e più
utile sermone, che gli Italiani. R ir tornando adunque al proposto, dico che
una certa forma di parlare fu creata da Dio insie me con l'anima prima,e dico
forma, quanto a i vocaboli de le cose,e quanto a la construzione de'vocaboli, e
quanto al proferir de le con struzioni; la quale forma veramente ogni par lante
lingua userebbe, se per colpa de la pro sunzione umana non fosse stata
dissipata, come di sotto si mostrerà. Di questa forma di par lare parlò Adamo,
e tutti i suoi posteri fino a la edificazione de la torre di Babel, la quale si
interpreta la torre de la confusione. Questa forma di locuzione hanno ereditato
i figliuoli di Heber, i quali da lui furono detti Ebrei ; a cui soli dopo la
confusione rimase, acciò che il nostro Redentore, il quale doveva nascere di
loro,usasse,secondo laumanità,dela lin gua de la grazia, e non di quella de la
confu sione 1. Fu adunque lo ebraico idioma quello, che fu fabbricato da le
labbra del primo par lante . ' Il testo ha: qui ex illis oriturus erat secundum
humanitatem, non lingua confusionis, sed gratiæ frue retur.E deve
tradursi:ilqualedovevanascere di loro secondo l'umanità, usasse della lingua
della grazia, e non di quella della confusione. Hi come gravemente mi vergogno
di rin 15 e per De la divisione del parlare in più lingue. A en ta nerazione
umana: ma perciò che non possia mo lasciar di passare per essa, se ben la fac
cia diventa rossa, e l'animo la fugge, non starò di narrarla. Oh nostra natura
sempre prona ai peccati, oh da principio, e che mai non finisce, piena di
nequizia; non era stato assai per la tua corruttela, che per lo primo fallo
fosti cacciata, e stesti in bando de la p a tria de le delizie? non era assai,
che per la universale lussuria, e crudeltà della tua fami glia, tutto quello
che era di te, fuor che una casa sola, fusse dal diluvio sommerso, il male, che
tu avevi commesso, gli animali del cielo e de la terra fusseno già stati puniti
? Certo assai sarebbe stato; ma come prover bialmente si suol dire,Non andrai a
cavallo anzi terza ; e tu misera volesti miseramente andare a
cavallo.Ecco,lettore, che l'uomo, o vero scordato,o vero non curando de le
prime battiture, e rivolgendo gli occhi da le sferze, che erano rimase, venne
la terza volta a le botte, per la sciocca sua e superba prosunzio ne. Presunse
adunque nel suo cuore lo incu rabile uomo, sotto persuasione di gigante, di,
superare con l'arte sua non solamente la na tura,ma ancora esso naturante,
ilqualeèDio; e cominciò ad edificare una torre in Sennar, la quale poi fu detta
Babel, cioè confusione, per la quale sperava di ascendere al cielo, avendo
intenzione, lo sciocco,non solamente di aggua gliare,ma diavanzare ilsuo
Fattore. Oh cle menzia senza misura del celeste imperio;qual padre sosterrebbe
tanti insulti dal figliuolo? Ora innalzandosi non con inimica sferza, ma con
paterna, et a battiture assueta, il ribel lante figliuolo con pietosa e
memorabile corre zione castigò. Era quasi tutta la generazione umana a questa
opera iniqua concorsa ; parte comandava, parte erano architetti,parte face vano
muri,parte impiombavano,parte tiravano le corde ", parte cavavano sassi,
parte per ter ra, parte per mare li conducevano. E cosìdi verse parti in
diverse altre opere s’affatica vano, quando furono dal cielo di tanta con
fusione percossi, che dove tutti con una istessa loquela servivano a l'opera,
diversificandosi in molte loquele, da essa cessavano, nè mai a quel medesimo
comercio convenivano ; et a quelli soli, che in una cosa convenivano una · Il
Witte osserva che in luogo di pars amysibus tegulabant, pars tuillis linebant,
come leggeva erro neamente la volgata nel testo latino, si deve leggere : pars
amussibus tegulabant, pars trullis (o truellis) linebant, e si deve tradurre :
parte arrotavano sulle pietre i mattoni,parte con le mestole intonacavano.
istessa loquela attualmente rimase, come a tutti gli architetti una, a tutti i
conduttori di sassi una,a tuttiipreparatori di quegli una, e così avvenne di
tutti gli operanti; tal che di quanti varj esercizj erano in quell'opera, di
tanti varj linguaggi fu la generazione umana disgiunta. E quanto era più eccellente
l'arti ficio di ciascuno, tanto era più grosso e barbaro il loro parlare.
Quelli poscia, a li quali il sacrato idioma rimase, nè erano presenti nè
lodavano lo esercizio loro; anzi gravemente biasimandolo, si ridevano de la
sciocchezza de gli operanti.M a questi furono una minima parte di quelli quanto
al numero ; e furono, sì come io comprendo, del seme di Sem, il quale fu il
terzo figliuolo di Noè, da cui nacque il popolo di Israel, il quale usò de la
antiquissima locu zione fino a la sua dispersione. e specialmente in Europa. Er
la detta precedente confusione di lin gue non leggieramente giudichiamo, che
allora primieramente gli uomini furono sparsi per tutti iclimi del mondo e per
tutte le re gioni et angoli di esso. E conciò sia che la P Sottodivisione del
parlare per il mondo, principal radice dela propagazione umana sia ne le parti
orientali piantata, e d'indi da l'u no e l'altro lato per palmiti variamente
diffu si, fu la propagazione nostra distesa; final mente in fino a l'occidente
prodotta, là onde primieramente le gole razionali gustarono o tutti,o almen
parte de ifiumi di tutta Europa. Ma ofussero forestieriquesti,cheallorapri
mieramente vennero, o pur nati prima in Europa, ritornassero ad essa; questi
cotali por tarono tre idiomi seco ; e parte di loro ebbero in sorte la regione
meridionale di Europa, parte la settentrionale, et i terzi, i quali al presente
chiamiamo Greci, parte de l’Asia e parte de la Europa occuparono. Poscia da uno
istesso idio ma,dalaimmonda confusione ricevuto,nac quero diversi volgari, come
di sotto dimostre remo ; perciò che tutto quel tratto, ch'è da la foce del
Danubio, o vero da la palude Meotide, fino a i termini occidentali (li quali da
i confini d'Inghilterra, Italia e Franza, e da l'Oceano sono terminati), tenne
uno solo idioma: ave gna che poi per Schiavoni, Ungari, Tedeschi, Sassoni,
Inglesi et altre molte nazioni fosse in diversi volgari derivato ; rimanendo
questo solo per segno, che avessero un medesimo prin cipio, che quasi tutti i
predetti volendo affir mare, dicono jo. Cominciando poi dal termine di questo
idioma,cioè da iconfini de gli Ungari verso oriente,un altro idioma tutto quel
tratto occupò. Quel tratto poi, che da questi in qua si chiama Europa, e più
oltra si stende,o ve ro tutto quello de la Europa che resta, tenne un terzo
idioma 1, avegna che al presente tri partito si veggia ; perciò che volendo
affermare, altri dicono oc, altri oil, e altri sì, cioè Spagnuoli, Francesi et
Italiani .Il segno adunque che i tre volgari di costoro procedessero da uno
istesso idioma,è in pronto; perciò che molte cose chiamano per i medesimi
vocaboli, come è Dio,cielo,amore,mare,terra,e vive,muore, ama,& altri
molti.Di questi adunque de la meridionale Europa, quelli che proferiscono oc
tengono la parte occidentale, che comincia da i confini de'Genovesi ; quelli
poi che dicono sì, tengono da i predetti confini la parte orientale, cioè fino
a quel promontorio d'Italia, dal quale comincia il seno del mare Adriatico e la
Sicilia. Ma quelli che affermano con oil,quasi sono settentrionali a rispetto
di questi ; perciò che da l'oriente e dal settentrione hanno gli Ale manni, dal
ponente sono serrati dal mare in 1 Il testo ha : A b isto incipiens idiomate,
videlicet a finibus Ungarorum versus orientem aliud occupa vittotum
quodabindevocaturEuropa,necnonul terius est protractum. Totum autem, quod in
Europa restat ab istis, tertium tenuit idioma. E deve essere tradotto cosi: A
cominciare da questo idioma, cioè dai confini degli Ungari verso oriente, un
altro idioma occupò l'intero tratto che da quei confini in là si chiama Europa,
e che si protrae anche più oltre. Tutto il tratto poi della rimanente Europa
tenne un terzo idioma. 19 glese, e dai monti di Aragona terminati, dal mezzo di
poi sono chiusi da'Provenzali,e da la flessione de l'Appennino. Noi ora è
bisogno porre a pericolo 1 la ' Il verbo periclitari del testo latino qui vale
mettere alla prova, cimentare, ragione, che avemo, volendo ricercare di quelle
cose ne le quali da niuna autorità siamo aiutati, cioè volendo dire de la
variazione, che intervenne al parlare, che da principio era il medesimo. Ma
conciòsiachepercammininoti più tosto e più sicuramente si vada, però so lamente
per questo nostro idioma anderemo,e gli altri lascieremo da parte, conciò sia
che quello che ne l'uno è ragionevole, pare che eziandio abbia ad esser causa
ne gli altri. È adunque loidioma,deloqualetrattiamo(come ho detto di sopra) in
tre parti diviso, perciò che alcuni dicono oc, altri si, e altri oil. E che
questo dal principio de la confusione fosse uno medesimo (il che primieramente
provar si deve) appare, perciò che si convengono in molti vocaboli,come gli
eccellenti dottori dimostrano; De le tre varietà del parlare, e come col tempo
il medesimo parlare si muta, e de la invenzione de la grammatica. A la quale
convenienzia repugna a la confusione, che fu per il delitto ne la edificazione
di Babel. I Dottori adunque di tutte tre queste lingue in molte cose
convengono, e massimamente in questo vocabolo, Amor. Gerardo di Berneil, «
Surisentis fez les aimes Puer encuser Amor.» Il re di Navara, «De'finamor
sivientsenebenté.» M. Guinizelli, « Nè fè amor, prima che gentil core, Nè cor
gentil,prima che amor, natura.» Investighiamo adunque, perchè egli in tre parti
sia principalmente variato,e perchè cia scuna di queste variazioni in sè stessa
si varii, come la destra parte d'Italia ha diverso par lare da quello de la
sinistra, cioè altramente parlano i Padovani, e altramente i Pisani : e
investighiamo perchè quelli,che abitano più vi cini,siano differenti nel
parlare,come è iMila nesi e Veronesi, ROMANI e Fiorentini;e ancora perchè siano
differenti quelli,che si convengono sotto un istesso nome di gente,come Napole
tani e Gaetani, Ravegnani e Faentini ; e quel che è più maraviglioso, cerchiamo
perchè non si convengono in parlare quelli che in una medesima città dimorano,
come sono i Bolognesi del borgo di san Felice, e i Bolognesi della strada
maggiore.Tutte queste differenze adunque,e varietàdi sermone,che avvengono, con
una istessa ragione saranno manifeste. Dico adunque, che niuno effetto avanza
la sua ca gione, in quanto effetto,perchè niuna cosa può fare ciò che ella non
è.Essendo adunque ogni nostra loquela (eccetto quella che fu da Dio insieme con
l'uomo creata) a nostro benepla cito racconcia,dopo quella confusione,la quale
niente altro fu che una oblivione de la loquela prima, et essendo l'uomo
instabilissimo e va riabilissimo animale, la nostra locuzione ne durabile nè
continua può essere ; m a come le altre cose che sono nostre (come sono costumi
et abiti), simutano;cosìquesta,secondo ledi stanzie de iluoghi e dei tempi,è
bisogno di va riarsi. Però non è da dubitare che nel modo che avemo
detto,cioè,che con la distanzia del tempo il parlare non si varii, anzi è
fermamente da tenere ; perciò che se noi vogliamo sottilmente investigare le
altre opere nostre, le troveremo molto più differenti da gli antiquissimi
nostri cittadini, che da gli altri de la nostra età, quantunque ci siano molto
lontani. Il perchè audacemente affermo che se gl’antiquissimi Pavesi ora
risuscitassero, parlerebbero di diverso parlare di quello, che ora parlano in
Pavia. Nè altrimente questo, ch'io dico, ci paja maraviglioso che iI qualici
siano molto lontani (magis....quam a coetaneis per longinquis). ci parrebbe a
vedere un giovane cresciuto il quale non avessimo veduto crescere. Perciò che
le cose che a poco a poco si movono, il moto loro è da noi poco conosciuto; e
quanto la variazione de la cosa ricerca più tempo ad essere conosciuta, tanto
essa cosa è da noi più stabile esistimata. Adunque non ci ammiriamo se i
discorsi di quegli uomini che sono POCO DALLE BESTIE DIFFERENTI, pensano che
una stessa città ha sempre il medesimo parlare usato, conciò sia che la
variazione del parlare di essa città non senza lunghissima successione di tempo
a poco a poco sia divenuta, e sia la vita de gl’uomini di sua natura
brevissima. Se adunque il SERMONE nella stessa gente successivamente col tempo
si varia, nè può per alcun modo firmarse, è necessario che il parlare di
coloro, che lontani e separati dimorano, sia VARIAMENTE VARIATO; sì come sono
ancora variamente variati i costumi e abiti loro, i quali nè da natura, nè da
CONSORZIO umano sono firmati, ma a beneplacito, e secondo la convenienzia de i
luoghi nasciuti. Quinci si mossero gl'inventori de l'arte grammatica; la quale
grammatica non è altro che una inalterabile conformità di parlare in diversi
tempi e luoghi. Questa essendo di comun consenso di molte genti regulata, non
par suggetta al SINGULARE ARBITRIO di niuno – GRICE, Deutero-Esperanto,
High-Way Code --, e consequentemente non può essere variabile. Questa adunque
trovarono, acciò che per la variazionee del parlare, il quale DELLA VOLGARE
ELOQUENZIA. De la varietà del parlare in Italia dalla destra e sinistra parte
dell'Appennino. LA VITA D I Gl OVAN GIORGIO O. LA VITA GlOVAN GIORGIO O.,
ORATORE, E POETA SCRÌTTA DA CASTELLI VICENTINO. IN VENEZIA, Per Giovanni
Radici.Con Licenza de’ Superiori, e Trtvììegio. sAlli Kob. Kob. Sigg. Co Co.
PARMENIONE, ED ALESSANDRO trissini, ^ier-Fuippo Castelli. t «1 et egli fu
fempre le cita non fo lamento, ma lodevol cojaa chiunque ha fatto penitelo di
mandar a luce un qualche Juo componimento, lo fceglìero a alca alcuno illujlre
e ragguardevole perfonaggio, a cui intitolarlo ; non fola mente per acquijlargli
col nome di lui pregio e ornamento y ma ancora per poterlo col favore di lui
mede fimo dagl vividi morti de' malevoli difendere, e ajfìcurare : mafiimamente
di ciò fare a me fi conviene, il quale avendo dìliberato di dare alle luce il
già condotto a maturità primaticcio frutto del poco e debile ingegno mio,
voglio dire la V ita del nobili fimo, e dottijfimo Poeta e Oratore Gì ovan
Giorgio T rissino, decoro e fple udore ampli filmo di que fi a no fi r a Città
di Vicenda s a nobile e buona guida con pili di ragione debbo accomandarlo,
onde poffa fi curamente ufcir fuori, Me migliore per tanto, nè piu fidata fo
ritrovarne di quella della molta Vofira Umanità, e Genti legga, Jllu I
Illustrissimi, e Nobilissimi Sigg. Conti-, concio [fi ache Voi Germe fiele di
queir amie hi filma, e fempre cospicua Famigliai Voi alla tefifiiitra, e alla
pubblicazione di quejì Opera ni avete piu volte inanimito, e follecitato ; e
Voi per fine dotati fiete di sì illuJlri prerogative, le quali ( comeche un
largo campo me fe ne pari davanti ) per lo timore di forfè non offendere la
fingolar VoJlra moaejlia ometterò. Non voglio tuttavia la f dar di accennare V
amor Vojlro alle lettere, e a chi le coltiva, il quale ficco me dà a co no
fiere quanto nobile fi a la Vofira indole, e quanto colto il Vojlro ingegno,
così Vi fu e fifere in Patria e fuori fingo tarme nt e chiari. In fatti e chi e
tra per la bre' ' C vita, e per ?ion piu fajlidirvi la f ciò di dire, io umilio
e dedico a Voi,. Nobilissimi* e Chiarissimi Cavalieri, quejia mia prima Operai
la quale y perciocché la V ita contiene del non mai ablctJlan^a lodata
Giovangiorgio Tr issino, fon ficuroy che da Voi, che con lui comuni la patria,
il cognome, e le virtù avete, benignamente e gratamente farà accettata . E qui
nella pregevol grafia Vojlra r accomandandomi Vi faccia umilijftma riverenza, A
Vita di GIO V ANGIORGIO O., poeta e orator celebre, ficcome per alcuni: è Rata
già fcrirta, così parrà a prima villa, che inutii cola ila Hata Io /crivella
.di nuovo ; ma perchè quelli tali Scrittori han di Lui molte cole dette, le,
quali o non fono Rate per eflì .bene difeufle, o forfè .anche furono dette a
capriccio, perciò non Lenza ragione rilolvemmo .di così fare . Tra efii uno fi
fa eflere Rato il Signor ApoRolo Zeno, di chiariffima memoria, il quale nella
fine del le* colo paflfatodiede jh luce la Vita d’O. inferita nella terza parte
della Galleria di Minerva in Venezia prejj'o Girolamo jilhrivjj 1 696. in
foglio ; ma ficcome gli uomini 'veramente dotti ed ingenui non fi vergognano di
ritrattar quegli errori, che nelle proprie Opere conofcono aver commefiì, così
non ifdegnò egli non pure di dirci a bocca, ma di farci fàpere eziandìo per
lettera, mandataci da Venezia addi iv. di Giugno dell’anno 1749., che nè quella
Vita, nè ciò, che col fuo nome fu Rampato e in quel tomo, e negli altri ancora
della detta Galleria di Minerva, riconofccva per cola fua : e quelle fono le
fue parole . Sono cinquanta e più anni, ch'io fcrijjì quella Vita dell' infigne
Giangiorgio T rijjìno, la quale fi legge nella Galleria di Minerva. Sappia però
V. S., ch’io prefentementc, anzi da gran tempo in qua non ricono feo per mio
lavoro y ma per aborto della immatura mia età tanto . la medejima Vita, quanto
tutto quello, che col mio nome fi legge flampato in quel tomo della Galleria di
Minerva, e in tutti i Jeguenti, Ci fono qua e là V'arj punti effendi ali e
importanti, che allora mi parvero con vero e fame difcujfy, e che ora per
migliori lumi fopr avvenuti ritratto, e condanno . Di tutto ciò mi è paruto
avvi far la per fua regola, e mia giufìife azione . Sebbene quali lo Hello avea
egli fcritto affai prima al P. D. Pier-Caterino Zeno, Somafco, fuo fratello, di
fèmpre celebratiffima ricordanza ; mentre tra le fue Lettere, di frefeo
fìampate in tre volumi in 8. col titolo di Lettere di Apoftolo Xeno ec. I n
Venezia, apprcjjo Pietro Valvafenfe ; nel z. Volume a car. 91. ve n’ha una a
lui diretta, fegnata di Vienna., in cui in proposito della riftampa dell* Opere
del Triffino allora ideata da’ Sigg. Volpi, così gli diC. fe : Vinti i fono,
eh' io diedi fuori nel /. Volume della Gallerìa la Vita di effo ( Triffino ) :
ma Je orai avejfi a ferriere, la riformerei tutta da capo a piedi : onde fe io
ne fo ora sì poco conto, avvertite anche i Sigg. Volpi a non far fopr a efja alcun
fondamento . Allorché in Verona preflò Jacopo Vallarli fi fece la ri Rampa
delle Opere del noflro TR ISSINO, proccurata dal chiariamo Sig. Marchelè
MafFei, ma primieramente ideata da 1 rinominatiifimi Sigg.Vol. pi di Padova,
tanto delle Lettere benemeriti (come appare e dalle parole della lettera
furriferita dei Sig. ApojRolo Zeno, e dal Giornale de’ Letterati d' Italia, . )
noi lappiamo edere Rato pregato il liiddetto Signor ApoRolo, che vi lalciaflè
premettere la detta Vita ; ma non avendo egli allora avuto tempo di r:
correggerla, «Rendo occupato in altro impiego, non volle acconientire . Ne fu
tuttavia fatto un breve Rjfìretto dal mentovato Signor Marchele, e fu alle
Opere luddette premeflo ; nel quale egli pur prele qualche sbaglio, eflendofì
(come a noi pare ) attenuto alla Vita inferita nella Galleria di Minerva, e a
MonEgnor Jacopo-Filippo Tommafini, che fu il primo a feri ver del TRI SS INO a
lungo, teifuto avendone un latino elogio Rampato in un cogli altri fuoi Elogia
Virorum literis, et f apienti a illuflrium : Patavii, ex T ypographia
Sebajtiani Sardi, . in 8. Datici per tanto con lollecito penfiere a racoorrc le
cole fparfe qua e là in varj libri, ed anche a cer. carne di nuove, trovammo a
calo in un Difcorfo intorno aìl'Opere del noRro Autore, del Sig. Cavaliere
Michelangelo Zorzi (Rampato nella Riaccolta dOpufcoli Scientifici, e
Filofojìci, toni. 3. a car. 398.) la quale cominciatali a pubblicare per opera
b del P. D, Angelo Calogero. M. Carnai, in VencTja appreJJ 0 Crifioforo Zane in
1 z. leguitandoll tuttora a produrre da'torchj di Sirnone Occhi è già arrivata
alTomoXLVII.) citato a car.441. una dia manulcritta Vita d’O. i per la qual
cofa torto ricercatala con molta diligenza, ci venne fatto, per mezzo del
Signor Abate Don Barcolommeo Zigiotti, non pure di ritrovarla, ma di averla
eziandìo cortefemente in noftra cala, Quella Vita rt conferva di prelentc
appiedò i Sigg. Conti Triflìni dal Vello di Oro, dilcendenti del noftro Autore,
ed ha quefto titolo : Ragguaglio Jftorico, e Letterario intorno alla Vita di
GIOVA NGIORGIOO. Nob. Vicentino, Co., Cav ., Poeta, ed Oratore infìgne ; con un
Efame delle Opere da Lui fiampate, e col giudicio fatto delle medefme dagli
Uomini più celebri di quc' tetri pi, e con una ccnfura J opra il fuo Poema
Erpico intitolato L A ITALIA LIBERATA DA GOTI, eftratta da Critici allora più
famojì, e più intendenti della Poetica Difciplina . Aggiuntovi un,e fatto
Catalogo delle Opere tanto pubblicate, quanto MS S. dello fìe ffo O., ed un
Indice copio (0 d' Autori, che parlano di Lui, e che fomminijlraron no tifi e
per compilare la Vita prefente, Il Manofcritto è in 4., e comprende 653. facce.
Da quello titolo sì fpeciolo e pieno credevamo invero, che invano ci foffimo
medi all’opera, c che avedìmo perduta la fatica inutilmente ; ma piu cuore ci
facemmo a profeguirla, ed a compierla, allora che letta e riletta la Vita
fleflà trovammo ella poco piu in se contenere di ciò,, che detto aveano i
predetti Autori r oltreché ognuno recherebbe!! a noja il leggerla a cagione
delle parecchie lunghe digreffioni, che F Autore vi frappofe, lontane affatto
dalla materia, che e’ fi propofè di trattare ( vizio Colico nel Cavaliere
Zorzi, ma pure fcufabile in lui per la valla raccolta di letterarie erudizioni,
che egli, come in preziofà confèrva, nel teforo di fila mente ferbava ), benché
per altro cotali digreffioni in sé contengano molte curiofe notizie . Non
polliamo tuttavia non confeflàre, averci quello Manufatto varie cofè fommini
firate, per cui vie più. arricchita abbiamo quella noilra fatica ;la quale
ficcome cola nuova e vera, fperar vogliamo, che non abbia ad eflère fèr non di
diletto. V'abbiamo per entro fparfe alcune notizie letterarie ed ifloriche
fpettand a varj perfonaggi, che fiorirono nell età del noflro O., oa qualche
fatto notabile de! tempo fleffo, lenza però dilungarci granfatto dal hlo
principale dal racconto; le quali notizie vogliam parimente credale, che non
faranno difeare. A non oltrepafiare la brevità, che ci fiamo prefifla, abbiamo
a bella polla tra lafcia te alcune cole di non tanto conto/ perchè altrimenti
fé avefà fimo voluto dir tutto ciò, che ad O. 1 può. appartenere, di tanto fi
farebbe quella Vita. b z afiim prefazione. allungata, che, anzi che diletto,
noja e fafiidio apportato avrebbe . Quanto poi alle Opere del noRro Autore,
crediamo di non averne tralafciata pur una, come apparirà dal Catalogo, che fi
pone in fine di quella Vita y dove molte fé ne vedranno regiRrate, che non
furono mai Rampate, ed al Compilatore fopraccennato o non venute a cognizione,
o dalui per avventura non curate: e di molte eziandìo fi favellerà, che da
qualche Scrittore da fallace tradizione ingannato a GIOVAN GIORGIO furono
attribuite . Tutti i Titoli per altro delie Opere fleffe non ci fiamo curati di
riferire appuntino, come Ranno ne’ Frontelpic) delie edizioni, non ci parendo
cofa di grande importanza > e fimilmente se fatto nell’ allegare, e citare
qualche pafso di fue fcritture: e abbiamo tralafciato eziandìo i Caratteri
Greci dal noRro Autore inventati, non avendogli giudicati quivi totalmente
neceflàrj, e non già credendo di reìidcr così molto buon fcrvigio alla memoria
di quel grand’ uomoy come fi lafiiò ulcir della penna il per altro tanto
benemerito dottiilìmo editor della rifiampa delle Opere dei Trillino fatta in
Verona j imperciocché tenghiamo per fermo, che Te il Triflino folle vivo,
figurerebbe a afare nelle proprie fcritture quelle lettere da se con tanto
Rudio ritrovate, ulate, e difcle. Dopo di avere così Icritto ci confoliamo,
parendoci di elserci in quefio particolare uniti alla oppinio vir ©ppìnione del
fu Signor Apollolo Zeno, che nella più fopra citata Lettera al P. D.
Pier-Caterino fuo fratello così Icrilse : Lodo /'edizione di tutte /' Opere del
T riflino . Ma fi farà ella con gli Ornicron, e cogli Omega, e con la foli t a
ortografia di quel grand’ uomo? Si farebbe potuto regiftrar anche il catalogo
di quegli Autori'*,. che di Lui fecer menzione ; ma liccome molti lì troveranno
già citati per entro quella Vita, e gli altri non ne parlarono più che tanto,
così noi ci lìamo dilpenlati da .quella forfè dilutile fatica . A quello però
può abbondantemente lupplire la Tavola delle cofe notabili, che alla fine del
libro abbiamo aggiunta ; la quale altresì mette in un tratto lotto l’occhio del
letrore tutte quelle notizie letterarie ed illoriche, che, come lopra è detto,
abbiamo fparfe qua e là: Tavola che lenza quelli ragionevoli motivi, lì larebbe
dovuta certamente lalciare in un’Opera di pochi fogli, liccome lì è quella
nollra. Circa poi le correzioni ed ofservazioni critiche per noi fatte lòpra
gli errori d’ alcuni de’ detti Autori, lì vuol qui dire, che non s’intende
giammai d’olcurar punto la fama, che e£Iì godono più che chiara tra’ Letterari,
ma fola mente di far apparire il vero nella lua luce; e le allo ’ncontro qualche
errore lì troverà in quella Vita da noi innavvertenremente commefso, lì feulì
la piccolezza della nollra luffìcienza ; riflettendo maflìme, che rari lon
quegli, i quali vadano in tutto efenti da que’ difetti,, che ( come dicea
l’Abate Anton Maria Salvini ) fono patrimonio e retaggio di nofircc fievole
umanità. Finalmente fe vedremo y che quello primo parto del noftro rozzo
ingegno lìa gratamente ricevuto,. come ci giova iperare, dagli uomini lavji ed
eruditi,. noi allora con maggiore follecitudine attenderemo a profeguire la già
da parecchi anni incominciata faticolìllima Opera delle Notizie Letterarie ed I
(loriche degli Scrittori Vicentini da altri pure, ma Tempre infelicemente
ternata; nella quale,. le non andiamo errati r fperiarno di inoltrare,. che ( come
lalciò Icritto il nollro Ba~ flian Montecchio nel- fuo- Trattato; De
Inventario’ tLeredis, et c . Venetiis apud Fransi feum Zilettum a car. 160. a
tergo, num, joz.- J Viceda foecunda fuit JvLxter et jiltrix poetarum
philofopborum, or a forum,, thcologorum,. jurif confiti forum y ant i queir
iorum medicorum, atque in qualibet facultate eruditorum ; e che per ciò elsa
noa è. a verun altra città inferiore KOI! Spcriarao prròdi vedere a luce rra
fonazioni intorno all a forte miiliopoeo tempo un’Opera ddl’cruditif»..! re
della Storia Ecclefiaftica r eSe~ Sig, Dr. D. Franccfco Fortunato Vi- J colare
della medefima noftra Patria,, gna, la quale conterrà V /fiorite Let- !
promclTe col dottifsimo fuo Preli/er 4 r/ e ricca del pari di facoltà» e di
Soggetti » che in ogni genere di profeffione illuftri ella ha prodotti in ogni
tempo . Ella è in parecchie linee divifa » e tra effe con particolar luftro
fplendc quella, che conofce per fuo gloriofiflimo afeendente quel
Giovangiorgio, di cui fcriviamo la Vita ; il quale alla nobiltà del legnaggio A
avendo accoppiate le più eminenti prerogative# che render pollano un
perfonaggio e’n rarità di dottrine, e’n cavallerelche virtù fplendentiflimo,
non fedamente tra’ Letterati, ma in una gran parte del Mondo celcbratiflìma, ed
oltremodo chiara lafciò la fama del fuo nome. Nacque adunque Giovangiorgìo
Trissino' in Vicenza il fettimo, o, fecondo altri, l’ottavo giorno di Luglio.
Suo Padre fu Gafpare Trillino, uomo d’armi, e colonnello di trecento fanti
alToldati col proprio danajo a fervigio della Repubblica di Venezia, appo cui
acquiftò (ingoiar merito; e fua madre fu Cecilia di Guilielmo Bevilacqua,
nobile di Verona. Non pure da un Epica- 1 luogo fi favellerà) cioè) che P fio
delle geftc del noftro Tms- anno 1487. per la morte di fuo SINO, collocato in
S. Lorenzo j Padre egli rimafe orfano di fette di Vicenza, di cui a fuo luogo '
anni . Ma liccomc egli non in diremo didimamente > ma da mohiflimi Scrittori
appare edere egli nato l'anno fuddetto, c fpczial mente da Monfignor Jacopo
Filippo Tommafini nel fuo tuteli luoghi di fue feri tture fida l’epoca del
fuonafeimemo in un medefimo anno, fccondochè lui bene tornava, e in utilità de*
fuoi dcmeftici affari ( come ci fe libro intitolato ; Elotia rirornm certi il
Sig. Abate Don BartoLittris et ftpitntia illuftrium lommeo Zigiotti, che tutte
vi' &c. Patavii ex 7 ypo{rapkia Se- J de, e rivide le private Scritture
bacioni Sardi 1644. in 8. a dell’Archivio de’Sigg. Co. Co. pag.48. Quello
tuttavia potrebbe [ Tri dì ni di lui eredi); cosi ci è non crederli, quando
fode vero! paruto miglior cofa edere lo acciò, che il T r issino medefi-
tenerci anzi alle autorità, e air irto dica in una fua mirini* far- 1 unanime
confentimento dei pre fic" come fu fuo maefiro quel Demetrio Calcondila
Ateniefe, la cui fama è sì chiara tra’ Letterati (5); al quale appreflb fua
morte erger fece il Trissino un bel Depofìto, ed Epitafio Scolpito in marmo
bianco nel facrario della Chiefa della Paffione della Città Aefifa di Milano,
come dicono Paolo Beni, c'1 P. D. Francefco Rugeri Somafco, cd altri, il qual
Epitaffio non V’ha un’epiftola addetto Giraldi in vedi Latini del Sacco di
Roma, polla nel 2. tomo delle fue Opere della edizione di 8 Mfilt.it per T
nomar» Guarinmn, infol. che autorizza il noftro detto cosi dicendo; tt Aec
dttfet Bembus, q*o » nere pr e fi art hot alter „ A«e q»cm Ntbilitar gene . tt
rit, f ac media triplex » Irejigreem fAcit, et viridi mihi notr s ab avo „ T r
1 * s t N U s, In fibra dum tt Grecai difeimm Urbe. Da una Lettera aliai lunga
del Trusino, fcritta da A-iilano li. all' txc cliente Medie» ( così Ha ferirlo
) M. Uini tritio da Afalgradt, fi ha, che egli non pure era fcolare del
Calcondila, ma che anche abitava in fua cafa. (6) Tratt . dell' Origin. della
Famiglia Trijf. lib. 2. a car.33. Nella Declamazione latina intitolata :
Trutina JOelpb»htdrki Tabellariatui Traiani 1 Boc Digitized by Google del
TRissino. 5 non pur fi conferva manufcritto con altre fue compofizioni fin ora
non date a luce, appretto i Sigg. Co. Co. Fratelli T riflìni di lui eredi*, ma
fu anche ftampato nella Biblioteca degli Scrittori Milanefi pubblicata dal Sig.
Filippo Argelati Bolognefe (8), e poi riferito fulla fede di quefto autore da
Criftiano-Federigo Boernero nel libro de' Dotti Uomini Greci riftoratori della
Greca letteratura nell’ Italia (p); ed è quefto. p. m. DEMETRIO CHALCONDYLyE
ATHENIENSI IN STUDIIS L1TERARUM GR^CARUM EMINENTISSIMO QUI VIXIT ANNOS LXXVII.
MENS. V. ET OBIIT ANNO CHRISTI MDXL O. GASP. FILIUS PRAICEPTORI OPTIMO ET
SANCTISSIMO POSUIT. E di fiat cui ini ice. Alon.ìchii fuisformis, CTfumptibmt
cuffie Nicola hs tìmricHs, t6aa. in 4. pag.xxi 1 1. e xxiv. ove dice: „Hic (
JojGeoru gius ) a viro do&ìllìmo De„ inetrio Cbalcondyla Athc-,» nienti,
tanca ingenii foclici„ tace, Gricci fcrmonis latices, » haufic ut.... Attici
cognomen, „ paucorununenfium cuiriculo, „ ex fui prseceptoris fententia, „
verius proineruit : Magiftro i) benemerenti gratiflìmu,, cui », McdioJani vita
fun&o, mo » numentum marmoreum in „ tempio Paffioni Servatoti, noftri facrum
excitavit. (8) Philip pi Arie lati Bono, nienfis Bibliotheca Scriptorum
Alcdiolancnjìnm, five Alla, et Elogia Virorum omnigena or odi. tionc
illuflrium, qui in Metro, foli Infubrie, Oppidifquc circum. jacentibut orti
funi lice. Medio. Uni 174J. In JLdibus Palatini t; Tom. ix. in fol. l’ Epitelio
Chriftiani Frid. B temer i De E di ciò non .contento Giovangiorgio volle j in
fegno di gratitudine maggiore allo fteflò Tuo grande maeftro, farne altresì
lodevole menzione nel predetto fuo Poema (io). Donde fi deduce, che molto
lontana è dal vero la opinione di Giovanni Imperiali, Vicentino, il quale
fcrifse eflere fiato il Tassino affatto ignaro di lettere fino all’età di
ventidue anni; e che dipoi andato a Roma, al folo udì* re colà le aringhe de’
Letterati, tanto fi accen. defle in lui la brama di fapere, che giugnefle in
breve tempo a quella letteratura, che lo rendette poi così celebre, e così
illuftre: il che difsero anche Paolo Beni (i z), ed un altro autore. Allo De
dotti Hominibn i Gr tris Li- Il Calcondilt, che farà, che t trarum Gracarum in
Italia in- ditene (taur attribuì Libtr. Làpfi* in Bi- Verrà ftco in Italia, t
pian tliopolie Job. Frid . Sledijtchii terawi 1750. in ii.gr. Qui l’ Epitaffio
è II feme elette della lingua a car. 185. Greta, (10I Ita!. Libtr. da' Goti,
lib. fit ) Gio. Imperiali Mufxum *4. nella fine con quelli verli . Hiftortcum
óiC.Venetiù apuajunVtlgett gli occhi a luti pre- ; ttai . 1640. in 4. pag. 43.
dori ingegni ; ( li ) Tratt. dell' Orig. della Quello è BeJJarion, quell' altro
Famigl. Trzff. lib. 2. a carr. 33. i’I Gaxjt ; Qiiclli fu un certo G» . leazzo
Trillino in una Genea QnelV altre t'I Gemijle col 1 logica Narrazione della fu
a faTrapeftnxj», miglia, da effo iraslatata di la £ 'l C aleni’ dii e, f’I
Lafcari, e[ tino involgare. Di quefto vol*1 Muffure, 1 garizzamento fi trovano
parec * chic. Allo ftudio delle Greche lettere uni il noftro O. quello delle
feienze Matematiche} e tifiche (14), e quello ancora dell’ Architettura, in
èhie copie, c una è appretto il perfona del noftro Giovanrnentovato Sig. Co:
Parmcnione | G1orgìo, c che da edo ci fu‘Triflino, della quale ci fiamo rono
pare con umanilTima gcnferviti a fcrivere queftaf'it.», e tilezza trafmede a.
Vicenza. Forciceremla col nome di Gemalo- I le che detta Raccolta di Scric* già
delia Cafii Triffino di Galeaz. • ture queUa era, che da Paolo zj> Triffino
. Quello autore di- Beni viene citata nel predetto ce nel proemio di avere ac-
{no Trattato Manufcricto della trefeiura eda Narr Azione da (e Famigl. Trifs. a
car. 26. Ann. tradotta a inchieda di parco» 1404. con quelle parole: Gic: chi
fuoi amici e parenti, i qua- Giorgi o Tr issino» il li voleano i che c’ia defle
an- Poeta, di chì ragioneremo, nelP che in luce. Orazione che fece nel green
Con Un’altra copia nc ha il Sig. figlio di Tentila fer ricupera Abate D.
Bartolommeo Zigiotti Alone delle fue Decime nella Tilin tutto limile alla
predetta . Un Im di Tal d’ Agno, che fi legge Tello poi di quell’opera era già
fcritta a penna nelC Archivio appretto i p. P. Somafchi della del Sig. Co. Bonifacio
Triffino Salute in Venezia! e queftonoi j nel libro, che ha per titolo Rimiamo,
dite potefte ctTcrc I'IPrisca Triisjne^ Famioriginale. Con ctTo era unita) ti
.€ Monumenta.* et c.., la citata Aringa di G 1 o v a n- facendo egli menzione
delle Giorgio, c ’1 Trattato mano- Scritture defle anche a car. 29. fcritto
della Famigl. Triff. di I del primo libro dello Aedo fuo Paolo Beni, ed altre
feri t tu re Trattato della Famigl. Triff ., concernenti alla detta Famiglia:
che è dampato, di cui più intutto in un libroin foglio, fui nanzi faremo
menzione. Dilli, cui cartone al di fuori lì legge- j che era nella Libreria de’
P.P. delVano quelle parole: P r i se a t la Salute in Venezia, perchè
ogTrusinea Familismo-! gidi certamente ivi o non vi fono hu menta. Le quali
Scrittu- j ìe dette fcritture, o difficilmente prima erano appredo il P.D. te
fi podono ritrovare : conciof* Pier-Catcrino Zeno Cher. Rcg. fiachè io col
mezzo anche del Somafco, di gloriofa memoria} | P. D. Jacopo Maria Paltoni, che
come ci dide il Sig. Apoftolo j con tutta bontà mi favorì di diZeno, fuo
fratello, che di ede ligentemente cercarle, non abbia tutte nc eflraflc quelle
notizie, mai quivi potuto ritrovarla, che credette più fpettami alla) (14) Che
il Tr issino fof— - -, fc in cui molto fece di profitto, come ne fa fede non
pure un piccolo ir aitato in cotal materia da lui comporto (15)» ma la fabbrica
del fuo Palazzo nella Villa di Cricoli a mezzo miglio lontana da Vicenza, che è
tutto di fuo difegno fulle regole di Vitruvio (i Quia 1 ri* del nome loro. Non
fi può *,, Parthenius multaruni (cien-' veramente farne altro gìudicio, >»
tiarum homo, diù literas ibi i confederata con la prontezza di „ docuit,
erudivitquc canqu 3 m j cotefii ingegni, che voi harete », in Lyceo Juvcnes
nobiles Vi- da e fer citare, la finezza delle », cetinos maximè, ac Vcnctos.
veftre lettere, e la gentil manieri) Queita lettera, che fi ra, propria di voi
filo nel dilcgge tra la Lettere di xiu. mojtrarle . Entrate pure, Sig.Com
Uomini illuftri ec. In Venezia pare con franco animo in quefia per Comin da T
rino di Alonfer - eroica imprefa, e commutile at e rato, 1561. in 8,, a car.
180. e altrui i tefiri della vera dolche fu anche inferita nella terza trina,
parte con la voce, e parie del V Idea del Segretario di parte, ancora con la
penna, che Bartolommeo Zucthi, In Vene- non ho dubbio, che nell’ ameniz.ia
prcjfo la compagnia minima tà di quella vaga fan zia non vi léso, in 4. a car.
8 1. ; Quella let- fi defti defiderio di qualche bel tera, dico, vogliamo qui
rife- la poefìat al che doveri fifpiCÙe; cd £ quella.. ( [ gntrvi la
rimembranti, che ogni trat Digitized by Google ti L A Vita S’era già ammogliato
il noitro Tassino a Giovanna Tiene, nobile Vicentina, da cui avea avuti due
figliuoli, l’uno chiamato Francefco, che morì giovane, e l'altro Giulio (25),
il quale fu poi Arciprete della Chiefa Cattedrale di Vicenza (26)$ ed eflfendo
effa morta, di tanto egli fi ram tratto il luogo vi darà del dot tijfimo
Trisjino; in cui a giudicio mio chiiirijftmo efempio ha veduto Reta noftra
delle tre più pregiate lingue, cc» Di Venetia olii xx. dì Maggio MDLV, Compari
e fratello Paolo Mariano . Ciò» clic della Villa (addetta di Cricoli lafciò
fcritto il Sabellico nel Poemetto intitolato Crater yiccntinus, porto nel tomo
iv. delle fue Opere, a car.550. ( nominato dal P. Rugcri nella ìua Declamazione
a car. xxv.) fu molto prima che ella fofsc ridotta alla perfezione, c vaghezza,
che oggi fi vede; la qual cofa fu osservata eziandio dal Beni nel luogo citato.
Nel Palazzo iftcfso di Cricoli ebbe diletto di foggiornare parecchie volte 1 ’
Arcivcfcovo di Rofsano Monti?, nor Giovambatirta Cartagna » nobile Romano,
Genovefc di origine, nel tempo, che era Nunzio di Gregorio .irti, in Venezia;
come dicono il P. Rugeri Trutina&c. pag. xxv., c Paolo Beni Tratt. dell'
Orig. della Famigl. Trift. rtampato, a car. jj., e’lTom-{ I mafini Elogia
&c. pag. 49. e 50., ed altri; U qual Prelato fu poi [addi li. del Dicembre
dell’anno 1583. creato Cardinale, e poi a’ 1. fatto Papa col nome di Urbano
vii. | Onde in memoria di ciò fu la I cornice d’una porta d’una Ca| mera del
mcdeìimo Palagio vi tu incifaquertaifcrizionc; B E at issi m 1 Urbani VII.
Hospitium ; e fovrappoftovi il Bufto dello ftefso Pontefice. (14) Nel Ri/fretto
della Vita dei O. prcmcfso alle fue Opere dell^ rirtampa di Verona, quella fua
prima moglie è chiamata erroneamente Giovanna T r 1 ss 1 n a, quando ella fu
veramente (come conila dagli Arbori) della Famiglia de k Cor Co: Tiene. Di
quello Giulio avremo occaGonc di fare pcculiar menzione, a cagione de’ fuoi
lunghi litigj contro al Padre. (26) Che due figliuoli avefsc il Tr issino della
detta fua moglie» lo dice ilTommafini negli Elogi pag. 30., cd altri; ma il Tr
issino irtclfo nella citata lettera al Reve d’O.. 13 rammaricò, che non volle più
dimorare nella Patria 5 ma partitofcne tornò a Roma, dove già era ftato effe
ndo giovane; e quivi col cuore ingombrato da quello fanello penliero fi diede a
telfere la celebre -Tragedia della Sofonisba, della quale innanzi parleremo
minutamente. Frattanto eflendo morto il Pontefice Giulio 11 . gli fuccedette
Tanno a dì xi. di Marzo, o fecondo altri addì xv., il gran Cardinale Giovanni
de’ Medici» che fi fece chiamare Leone X., il quale, ficcome quegli che era
principal protettore de’ Letterati, avendo conofciuto il Tris sino, s'innamorò
ardentemente del fuo raro ingegno, e poi lo amò fempre quanto ciafcuno illuftrc
Perfonaggio del fuo tempo, c l’onorò fommamente, impiegandolo eziandio in varj
uffizj affai riguardevoli. Godea egli pertanto in quella Corte tutti gli agi, e
gli onori tutti, che a un Perfonaggio diletto al Pontefice fi convenivano;
quando venutogli nella mente il già goduto rìpofo nella fua Villa di Cricoli,
deliberò di Reverendo Prete Francefco di j ra poi del medefimo, che non
Gragnuola, che fu fuo macftro, c fra le (lampare, fcritta da Aiudandogli
ragguaglio delle cofe ' ratto al detto Giulio addì iS. della fua cafa, d’altri
non par- M*rz,o 1542., fi ha, che elio la, fuorché dell’ Arciprete con Giulio
fu primamente Cameriere quelle parole: Hebbì della yri- di Papa Clemente vii.
> c clic ma moglie un figliuolo, il qua- da lui fu poi fatto Arciprete del.
le è fatto-, ed è Arciprete di la Cattcdtale della Cittì noquefia Città. Da
un’altra lette- j ftra di rimpatriarli : laonde prefo commiato dal Pa» pa,
tornò a Venezia, dove fuori di rutto il fuo penfamento trovò materia, per la
quale e’ dovette per lungo fpazio di tempo anzi inquieta, che ripofata menar
fua vita. Ciò fu una per altro temeraria infolenza di alcune Comunità di certe
Ville del Territoria Vicentino, fpecialmcnte di Recoaro, e di Val d Agno, che
prefa l’occafione delle turbolenze e rivoluzioni, che travagliavano in
que'tempi non pure la noftra Patria, ma tutta la Lombardia, aveano fupplicata
la Sereniffima Signoria di Venezia fotto palliato colore di oneftà, che volefle
(gravarle dellobbligo, che aveano di dare le Decime delle loro ricolte
a'CorC.o: Triffmi della linea del noftro Giovangior.gi.o, i quali n erano i
foli Proprietarj e Padroni, come quelli, che dalla Signoria ilefsa ne erano
(lati invertiti a di 3. di Settembre. E benché addì 6 . di Ottobre dell'anno
1512. le dette Comunità avefsero avuta fopra ciò contraria fentenza in foro
civile, non però di me* no tentarono, fe favorevole giudicio ottener po tefsero
io foro ecclefiallico: e perchè ne furono molto Della Repubblica di Venezia fi
gloria d’ cfscrc volontaria prima fuddita la Città di Vicenza -, la quale anche
però è chiamata dagli Scrittoci Primogenita d’cfs a Repubblica, perche la Piuma
fu, che fra tutte le Città fudditc le fi donifse fpontancamcnte: il clic fu
molto torto impediti, però efli per forza dal fuddetto obbligo fi efentarono.
Ma in quello mezzo per giurto motivo quefte Decime applicate furono al Fifco
Pubblico. Tornato adunque Giovanciorcio in Patria, come dicemmo e trovati sì
fatti difordini, de’ quali dicea egli di non averne avuta, dimorante in Roma,
veruna relazione (so)-, pensò di ricorrere alla Signoria medefima, perchè
almeno gli fofle redimita del" le fuddette Decime la fua propria porzione-
Se poi egli efFettuaffe perfonalmente quello fuo penfamento, o fe altri in fuo
nome facefse la fupplica, noi noi fappiamo di certo: comunque ciò fofse, fatto
ila, che cfsendo Hata conofciuta la fua innocenza, e a riguardo fpecialmente di
Papa Leone, il quale la iatercertìon fua in ciò frapOttennero i Co;
Co;Trifflniaddi ia.di Novembre Lettere Ducali proibitive del non doverli
trattare in foro ecdefiaBico quella lite. Tommafini negli Elegi pag. 51. dice,
clic furono confricati i fuoi Beni ita urgente belli fortuna : c poco appreffo
parlando della refiituzionel fattagli de’ Beni Beffi dai Vene-! ziani, accenna
la cagione d’cf-| fa confifcazione, dicendo: fai, cognita ifjìut innteentìa,
Veneti Bona ab / enti jujìa confanguintorum culpa ob defetHoncm erepra, benigni
reflituerunt . Noi veramente fappiamo qual folle cotal colpa} maonefii
rifpetti, e necefsarj giuBi motivi non ci permettono di riferirla. Tanto egli
afferma nella fua siringa-, di cui diremo più datatamente a fuo luogo.
Irappofe, gli fu Tanno fuddetto . reflituita ogni cofa. In quello tempo
medefimo fu egli dallo fteffo Pontefice in aliai importanti affari impiegato; e
primieramente finché folfe palfato il verno di quell’anno, (dopo cui gli ordinò
medefimamente, che, prendendo la volta di Dacia, fe n* andafsc Nuncio a quel
Re), lo mandò fuo Ambafciadore all’ Imperator Maffimiliano ; nel quale impiegò
fi portò con tale prudenza, che e da ognuno in molta llima tenuto fu, e all*
Imperatore caro sì, che ne riportò grandilfimi onori (35): anzi è fama, che da
lui conceduto gli fofse, che nell’Arme gentilizia Tlmprefa del Fello d'oro
inferir potefìc, e che altresì Tri ss ino • dal Che Papa Leone frappont(Tc in
quello fatto la Tua intercezione, non folamente lo dice Monfignor TommaGni
negli Elogi, pag. 51., ove regiftra un frammento di una fua lettera al Conte di
Cantati, con cui gli raccomandava quefto affare; ma lo accenna Giovangior. Gto
fieffo nella già citata fua lettera al Revtr. Prete di Gragnuola con quefte
parole: Io fono flato per varj cafl: prima per qitcfle guerre fletti ot Panni
exule, e privato di tutte le tuie facult à, che per la benignità de la felice
ricsr dazione di P.P.... (il nome non è quivi cfprelfo, ma fu Leone) mi fu
reflituito ogni cofa, nel tempo, che if ero Legato di Sua Beatitudine a
Maxìmiliano Imperatore ; e nella fua Aringa dice, che ciò fu de l' anno 15 1
5., che erano tre anni a ponto dopo che li Communi aveano occupate le Decime.
La Dacia, dove il Trissino dovea andare, quella non è, che anticamente era
unagrandiflìma e vada Provincia dell’ Europa, c che oggidì c laTranfil vania;
ma quella, che oggi sì appella Dania, o Danimarca, la quale giace a
fetrenttionc dell, a Germania. Tanto afferma egli (Icffo nella Dedicatoria del
fuo Poema dell’ Italia Liberata eia'Goti.] dal vello d,' oro potefse denominarli
.. Ma perchè alcuni dicono eSsergli flato conceduto ciò anche da Carlo V.» pero
ci riferbiamo a parlarne altrove a minuto. Di tutto ciò, che Giovan Giorgio
operava nel tempo di detta legazione, avvisò il Pontefice -con una lettera
inclufa in un’altra diretta a Giovanni Rucellai, Tuo grande amico, e
confidente, il quale poi addi 8. di Novembre del Suddetto anno 15-15^ gli
riSpoSe da Viterbo, che avea congegnata al Papa la fila lettera; che elfo
l'avea letta molto 'volentieri,5 e che non pur dai motti e gefti fatti nel
leggerla conofciuto avea effergli -molto piaciuta, ma più affai da quelle fue
prexile parole: egli hi fino a qui proceduto bene y et non poteva meglio
exequire li mia volontà dì quello Jl * Soggiungendo appreffo aver dal medelìmo
commiffione di Scrivergli, che feguitaffe P ure, come avea fatto, a conferir
col Vefcovo FeU trenje gli affari che maneggiava; Siccome il Papa fleffo gliel’
ordina-va col Brieve, che gli trasmetteva in un con quella Sua lettera di
rifpofta (34)* Dalla qual lettera appare ancora avere avuto il Trissino ordine
dal Pontefice di trattare la pace universale, e l’impreSa contra degl*
Infedeli; poiché il Rucellai gli Scrive così: Per C li pie e Quella lettera del
Ruceliai fu ftampata a car. xv. del la citata Prefazione alle Opere del
Trissino. U pace univerfale, e l* impre fa c intra Infedeli vi ha•ucte a d «per
are totis v/ribut, perché Sua Santi ita t ba mi In 4 cuore, come fapete, e
crediate certo, che ne/funa altra caufa particolare non lo muove, fi non la
unione della Crifianitì 3 £ t/uefta fan ti firn a ImpreC*> benché fi, che vi
ricordate la COMMISSIONE fua y e con che affezione vi PARLÒ di t/ue/la cofa
(35). Ettèndo già intanto pattato il verno del predetto anno 1 5 1 5» volea
Giovamgiorgio proferire il Tuo viaggio verfo la Dacia, giufta la committionc
dei Pontefice; ma ne -fu impedito dalflmperadore, il quale volle, che invece al
Papa ritornatte, come Tuo proprio ambafeiatore, e lo pregafle in Tuo nome, che
volette fermare una nuova lega tra sè, el Re d’Inghilterra, e’1 Re di Spagna
contro a'Franzefi, i quali dittimulando la brama di vendicarli, voleano pattare
in Italia; giacche la confederazione altra volta conchiufa tra sè, e’1 Re cT
Aragona, s*cra fciolta per la morte di quello Re; mandandogli anche per Giovan gidroio
medefimo una ben lunga Jette- Rucellai finifee detta j de’ Medici, cugino di
Papa Leolcttcra con quefte patolc: Credo ine; il quale poi anch’egli fu haremo
pre/t 0 il Cardinal de' Medi- '.(aito Pontefice col nome di Cleri, il quale è
tanto vo/fro, quanto | mente VII.; abbiamo però rifedir fi pojfa,pcr qualche
lettera,rér|rite le parole fuddette del Ruha /cripto qui, dimojìra, che molto
celiai, perchè avremo occaftonc v ama perchè ha fallo fempre ho- ', di dire gli
onori da quello Papa rtorevtle menzione di voi. I fatti al Tr issi no nel tempo
Quello Cardinale era Giulio | del fuo Pontificato. . lettera, pregandolo
primamente, che Lui fcuCaffe, fé invece d’andare in Dacia, come era Tua mente,
alla Santità £ua ritornava* perchè ne 1* avea egli coftretto; lignificandogli
pofeia il pericolo imminente, e la necefiìtà dell’affare G z RiceContenendo
quella lettera dell’ Imperatore al Papa alcune curiofe particolarità,
fpczialmente intorno al noftro Tr issi n Oj abbiamo (limato bene di qui
traferivcrne buona parte; tralafciando di dire ciò, Che punto o poco fa al
noftro propofito. La qual Lettera ci fu comunicata dal Sign. Apoftolo Zeno, di
Tempre cara memoria. >, Maximiliamus Di vi« na favente Clementi^ Roma. „
norum Imperator S. A. &c >, Io. G e o r g 1 u s de T m s„ sino
San&itatis fu. e apud,» Nos Nuncius, Se Orator . », &c. ... In primis
idem Ora-,, tor cxhibitis Litcris noftris >, credentialibus Beat. Pònti
fi-,» ci, cum omni filiali reveren-,, tia. et obfcquiolàlutabitSan-,, Sitarmi
fuam, Se commcn», dabit Nos, Screnifs. Carolum Regem Hifpaniarum, Se „ alios
Filios noiiros ad Suam,, Beatitudinem. Deinde deda „ rabit banditati Sua:, quod
„ licet idem Orator ftatuiffet » iter fuum continuare juxta », mandata Beat.
Ponti ficis ad „ Screnifs. Regem Dacia:, fra„ trem, Se gcncrum Noftrum,,
cariftimum nihilominus Nos confidcrantes longè plus ex-,, pedirc rebus Sux
Sancfcitatis Se fuis, ac univerfx Reipub. Chriftiana* redirc propter oc„
currenda* ad S. San&itatem,,, quàm profequi iter emptum, ob fingularem
obfervantiam, Se affeàum, quem No* habe„ mus ad San&ic. Pontificis, „ Se
)us, quod prxfumimus in omnibus miniftris, Se fervitoribus S. Beatitudinis,
ipfum Oratorem cùm venia noftra defeendentem ab itinere „ retraximus, et ad S.
E. redi» re computi mus, quo clarius». „ Se apertius rerum omnium,, Sancitati
Sux per Creaturam „ fuam tàm Ei affe&am deda» „ ramus. Ideo Bcatitudo
Ponti„ ficis hxc sequo animo accipiat, „ Se fi in errore erracunv fit, quod
tamcnnonciedimus, id „ Nobis imputet. Caufaautcm hujufmodieft „ quod cum jam
Ser. Rex An„ glia: fratcr nofter cariffimus „ per Litcras, Se Oratorem fuum: „
apud Nos degentem, Se Or a„ torem Noftrum apud Se ref„ fidentem dcclaraverit
Beat. „ Pontificis, cognito periculo,,, quod imminer, nedum Ita-,, lise, fed
univerfx. Reipublicf m> ChriRicevette volentieri il Papa quefte (cute, e
accolfe il noftro T rissino colla folita benignità» e ( omettendo di riferire
ciò, che Tulle richiefte dell’ Imperatore egli riiòivefse, come cofa poco
Cbriftian ex magnitudine, Se infoientia Gallorum forc », optimè contentimi, et
idem „ maxime defiderare, quod,» iidem Galli hunjilientur, Se n rebus fuis
contcntcntur : qux „ quidem fentcntia Sandlitatis », Su*,cùm Nobis fempernedum
„ opti ma, fed valdè neceflaria „ vifa eli, ex periculo, quod „ omnibus
imminet, Se prxfertim Beau Pontificis, et fu* „ Patri*, Se Familix, cùm il-,,
lud antiquum odium, quem Galli babucrunt ad Eum, quùm fecerint ipfum extorrem,
et per xviil. annos.cr», rare à Patria, cùm maxime, calamitates compulcrint,
nullatenus remiferint, td omni„. nò auxerint, licei imprxfen„ tiarurn negant,
et compri„ mane, cxpedtantes tempus. vindidlx: Itaque cogiraverit, SandlirasSua
comprimere eos, Se ad illum terminum redigere, quod non liceat plus eis „
inSandlitat.Suam,quàmfiui-| » timos fuos, Se quam juftum fit . | >, Et cùm
Nos, et Scr. Rex j n Angli*, et Ci. mcm. olimj n Rex Arngonumid apertd pcr-l «
fpiceremus, fapienter cogita- j „ vimus de una confxderatio- ' », ne ad inumani
defenfionem ! », ad inviccm, Se etiam offèa-J,3 fionem cantra eofdem Gallos,
etiam crat Lex imer Nos, Se », ipfos conclufa : fed morte,3 ipfius clar. mera.
Regis Ara„ gonum dilata. Se interrupta I,» eft •, fed tamen cùm ex hoc „
pcticulum > ncc fublatum,3 ncc diminutura immò nia„ ximcaudtum fit,
vidccurNo„ bis omnino in eadem dclibc„ tatione perfiftendum, Se rogamus Beat.
Pontificis ut, confiderata nccdlitate hujus> 3, rei, vclit fpfà quidem
intra. 3, re foedus hoc,. Se tranfmitte3, re mandatum fuum apud Scr. Regfm
Angli* » ut ibidem ». contradletur» Se conciudatuu » Efficiamus autem, quod in.
„ locum Clar. mcm. Regjs dc-,» fundìi fuccedar Se r. Carolus,, Rex Hifpaniarum,
Se qui „ quidem in ca te proficerc poterir, idem Orator admo„ ncbit Nos. Agct
autem di-,» dus Orator, tee. „ Dar. iu Civitare noftr* „ Tridentina die
odiava,. „ Regni noflri Romani „ triccfimo ptimex.,, Locus 4 . Sigilli . Ad
Mandatum Ccfa„ re* Majcflatis prò. „ prium ]o. de B&», KL'ljjS- i n O. 12
poco alla preferite materia confacente) pensò indi a poco tempo di occuparlo in
altri impieghi • In fatti l’anno ftefso, che fu il lo inviò fuo Nunzio alla
Repubblica di Venezia per maneggiar forfè 1 affare della Crociata contro a
Selim Gran-Signor de Turchi, la quale gli flava molto in fui cuore. Nel tempo
di quella lua ambafeeria trovò il Tr issino? che le Comunità, di cui s’è fatta
menzione, pagata aveano 3I Fifco Pubblico la rendita della fua porzione delle
Decime fopraddette; negando in oltre coftoro di riconofccrne lui per Signore:
laonde egli ebbe novamente ricorfo alla Signoria di Venezia, la quale fubito
con fue lettere in data de’xvu f. Dicembre 15 itf. commife ai Rettori di
Vicenza ( che in quel tempo erano Ermolao Donato, Podeftà, e Girolamo Pefaro
> Capitano') che nel pofsefso dello Decime flefse lo riponefsero, come lo
era innanzi la pafsata guerra (39). Dalle quali lettere ebbe poi co mincia Lo
dice il Tri ss imo Hello nella Tua Aringa, d meglio nella lettera al Prete di
Cragmtol a con quelle parole : Sua Beatitudine mi mandò .... Legato a Venezia,
ovt fui molto ben veduto da quella Jlluflr : f. Signoria . Al Papa quello
affare premeva si, che perciò maneg-j giòj c tlabilì una lega tra mol- j | ti
Principi Crifliani ; ma por per la morte di Maffimiliano li difciolfc, e di sì
alta e pia impresi fvant 1’ effetto defidera* to. MTr issino in propofito di
ciò nella fua Aringa dice cosi : Per effer abfente la mia facoltà fu tolta nel
Fifcho ; et detti Comuni però, quantunque ritmtjfero tutte le farti di que fic
D. 2.J tro Bembo, fuo Segretario, la quale opportuno crediamo di qui
trafcrivere. JO: O. y I C 1 H X I 11 o.,, Cationi am opera, et diligentia tua,
atquc „ virtute certis in meis, et Reip. rebus uri quam„ plurimum volo, quarum
rerum caufa, te ut » alloquar, magnoperè oportet: mando tibi, ut quod tuo
comodo fiet, Leonardo Lauredano Principe Venetiarum falutato, ad me confe„ ftim
revertare.,, Dat. Non. Januarii M. D. XVII. Anno „ quarto. Roma. Andovvi egli
prettamente, niente penfando, che perciò iettar dovette in pendente l’efito
della Tua lite. Non lappiamo precifamente a che il Papa lo aveffe richiamato a
Roma: del retto non molto egli quivi dimorò, perciocché nello ftef-' io anno
1517. ritornò a Venezia-, e fé fi vuol dar fede a Paolo Beni, xitornovvi anche
a quella volta come Nuncio Apoftolico per trattare di ftabilire una lega contra
1 Imperio de’ Turchi (41) . Vero è tuttavia', che il Papa in tale • ; occafio
(40) Quella lettera fi legge ' Simonìe Vinctntii fin fine ) Dùncl libro
intitolato : Ferri Bembi, niftus ab Harfioexrndebat Lugdu • EfiftoUrnm Ltonis
Decimi Ton- j ni. ! r I 11 . in 8 ed è tif. Max. nomine fcriptarum Li- ! la 35.
del lib. xlll. pag. bri xvi. Ledimi apud Hercdts \ Paolo Beni nel T ratent. L a
Vita occafione inviò per lofteflò Tr issino una lettera al Doge Leonardo
Loredano, dalla quale appare, che egli avea a trattare col Doge a nome della
-Santità Sua cofe di fomma importanza: la qual lettera non vogliamo lafciare
parimente di qui traferivere, ed è la feguente. Leonardo lauredano Principi
Venetiarum.,, IP Roficifcenti Venetias Jo:Georgio TrissinoVì* 5, centino; quem
quidem propter bonarum artium „ do&rinam, et politiores literas,
excellentem>, que virtutem unicè diligo; mandavi, ut tibi „ falutem
nuntiaret mcis verbis; tecumque certis de rebus ageret, quae cùm mihi cordi
flint, „ tùm noftra utriufque intereft ea confieri : tibi „ vero edam hone
fiati, atquegloriae funt futura„ Dat. prid. Non. Septemb. Anno quarto . jj
Ronitif Non oftante che in tanti e si diverfi negozj notò del titolo di Legato
ApoA (4») Quella lettera fi legge Jlolico inviandolo a Adajpmilia-ìahicsì nel
citato libro delle Lctno Cefare. Ritiratofi alla Pa- 1 tere fcrittc a nome di
PapaLiotria, fa di nuovo chiamato a &>-I nc dal Bembo, lib. XI II. ma
nel principio dell' anno IJ17. ; 16. pag. jiy. Ciovangiorgio occupato forte,
avea condotta* a fine la fbprammentovata Tua Tragedia della Sofonìsbti y cui (
dopo eflere flato lungamente in forfè y come dice egli fteflo nella
Dedicatoria) indirizzò al luddetto Pontefice con lettera, che in poi flampata
colla ftefla Tragedia l'anno 152^ in Roma. Leone gradì fommamente qucfto
componimento r e ficcomc egli era giudiciofiflìmo e. fapientiflìmo letterato,
ne fece tanta. Rima, che volle forte con reale magnificenza, e con tutto lo
sfoggio degno di se rapprefentata (43 K Non può negarli, che il Tr issi no non
abbia comporta quella Tragedia con tutto lo sforzo dell’ingegno fuo; perchè
quanto al Suggctto, fcelto avendo l’ avvenimento funefto di Sofonisba Regina di
Cartagine r fi fece conokcrc giudiciofo sì, che per teftimonianza di Nic D colò
Di ciò veramente altra !»» mationibus adjudicarus fuit.ficura pruova addurre
non pof- j Benché dalle infraferitre pacamo, fuor folamente la fama role, che
Giovanni Rucellai agc la tradizione, che fe ne hn; | giunfc in fine della
fopraccitata e in oltre l’ aurorità ( fe pur va- j fua lettera al Trmsino
fognale) dclTommafini, il quale ne. | ta addi 8. Novembre 1515. di gli Elogi,
pag. 50., cosi lafci b- yiterbo, fi potrebbe ancora conferino : » Summa
duksdine, I ghietturar quello fatto. Abbiate „ Se majeftatis pondero calami - 1
a mente ( dice egli ) Sophonitb. 1 „ rofum Sophonisbi Regine voflra, che forfè
Phalijco fari evtntum drnmatc exprcfiit .'ratto fuo in qutfla venuta del „ Quod
cùtn Leone X- li cera.- j Papa a Fiorenza .,, rum Moecenatc benignifiìmo I
Difcorfi intorno alla „ in Scenam magno apparata T rag* dì a . /n P’icenz.a,
appreffo „ eficc projuitum, primus illc Giorgio Greco. in 8 . c. 14» „ Italia:
puòiicis lauree accia, [a tergo che (non oftante che ad alcuni quefto
componimento non -fia perfettamente piaciuto, come vedremo) elfo fu ftimatiflìmo,
e non fidamente vivente il fuo Autore, ma appreffo fua morte, e d’ogni tempo r
e i noftri Accademici Olimpici elfo feelfero a rapprefentare l’anno 1562. nella
Sala del Palazzo della Ragione in occafione di provare il modello del famofo
Teatro Olimpico di Andrea Palladio ( 45 ); e ciò fecero con sì ricca
magnificenza, che, fecondo che dice Marzari 1, vi ccncorft quafi tutta la Nobil
m Il Sig. Marchefe Maffci',» rem Siphaci». filiam Afdrunei preambolo a quella
Trage-j„ bali», captam Satina adamadia riftampnea uri primo tomo „ vie, et
nuptiis fa&is nxorerrt del Tuo T entro Italiano, che d-|„ babuit ;
caftigatufque a Scr1 tremo a fuo luogo, dice intorno J „ pione » venenum
tranfmific* al Soggetto di dia, che chi leg- „ quo quidem baufto illa degerà il
trtnttjìmo libro di T . Li- [,, ceflir . vio, ravviferà y come ninna fe\ ( 46 )
Di quella notizia ci conn' è fatta mai, che fervafft fi* ( fediamo unicamente
debitori al fide all' iftoria, e che jì nel S ig. Abate D. Bartolommeo Zitnttoy
come nelle farti fi* infi- grotti, femprc intento a cercali fiejfe in effa :
aggiugnendo, che nuove cofc, onde ampliare la le fcgucnci foche farole dell ’ .
fua bell’ Opera delle Memorie antico Efitomatore fremevo ne, del detto Teatro.
ffiegano i' argomento a ba]l alila : ( 47 ) Jft orla di Pie enza CC. u
Macinili.» Sophooiibam, uxo- | In Piceni,* > affreffo Giorgio Qn Nobiltà
dell* Lombardia, e delU Marca Trevigiana . E da Manofcritti dell’Accademia
Olimpica fi viene anche in chiaro, non (blamente effere fiata ella Tragedia
magnificamente rapprefentata» ma tale e tanta efsere fiata la ma. gnificema,
che alcuni Accademici penfarono non doverfi mai più fare tali fontuofe
rapprcfentazioni, temendo, che l’Accademia non foffe per riportarne mai più
lode e ftima si univerfale. Ma gli altri più giudiciofi Accademici a sì fatto
penfamento non aflfendrono; laonde meglio penfata quefta faccenda, e gravemente
ponderata, tutti in fine conchiufero, (e ciò fu l’anno I57P-) che moderata in
buona parte la fpefa, fi dovettero pure dall’Accademia fare tali pubbliche
i-apprefentanze . E’n fatti a’X. d'Agofto dello fletto anno fu ordinato,
doverfi fare feelta d* Lina Favola PajìoraU da recitarli pubblicamente nel
Carnovale dell'anno appretto 1580. (48): benché per altro fotte differito il
recitarla ad altro tempo. Di Ma ri Greco, . in 8. lib. 1. a ferratori delle
Leggi, Contradi Cai. 160. c 161. 'centi. A: adertici, et Secretar j Per
ripruova di ciò G deli' Ac adorni* delti Olimpici, vuol qui traferivere intero
in- \& delle Parti prefe nel Configli» tero l’atto deli’ Accademia, che di
ejfa Academia. Qual inco fi legge \m un Litro manoferit-, mincia . Anta pteJTo
di me, Legnato » c no terno della fejfa Olimpiade intitolato; Libro delle
Crtatio- 'fino 7. Aprile 1581. L’Atto è r-tdc Prencipi,Confalicri t Con- \
quello . j> Adi X. Agofto 1 5 79. In Cou Ma ripigliando il lafciato filo,
eflendo morto l'anno 152,1. addì 2. di Dicembre il lodato Pontefice Leone X..,
il quale? come s'è veduto, Sommamente amo il Tris si no, e ne fece moltiffima
ftima ( anzi fu detto per alcuni, come riferisce, Coniglio, dove inrervencro »
il Sign. Prencipe, Conlìglic•99 ri doi, cioè il Sign Hicroni>, mo Schio
follituto per il Sign.,, Marco Brogia, et ilSign. Fau>9 fio Macchiavelli, il
Teforic9, ro contraddente foflituco, il „ Cavalicr CriHoforo Barbaran per nome
del Co. Leonardo M Tiene, et il Sign. Antonio Ca„ mozza confervator delle Lcggì
foftituito per il Sign. Antpnio Maria Angiolcllo, con,, aie Secretano; in tutti
al numero di 14.,, Par che, la rapprefentazio-,, ne della Sofonisba Tragedia
.*, dell’ Eccellerli ifT. Sign. Ciò:,9 Giorgio Trjssino già no-,, flro
Patricio. „ pel Palazzo publico per la rip„ feita Tua non purcon fodisfa„
tione, ma con meraviglia di 9, chi ne furono fpettatori, hab.9, bia caufato fin
fiora in quell’ Accademia un quali continuo 9, filentio a fpcitacoli publici, „
come che potendoli diflficilmente fperare più da lei im„ prete tanto
illuBri,fofire meglio 9, per non declinare non rcetterfi » più a veruna anione
tale peri’ avvenire . Ma certamente cf 99 fendo l’Acadcmia noflra fon9, data
fopra i continui cfercizf,9 virtuofi, &c dalFclperienza di,9 molti anni,
elfendo già co-,, nofeiuta tale, che può fpcra9, re fempre d’ operare fe non,9
cqfc uguali 9 almeno degne di 99 fe mede lima, et della Patria j 99 non deve da
quello .troppo,9 fevero rifpctto lafciarfi impe99 dir quel sì lodevol corto, a
99 cui dal genio > dallo (limolo 9, virtuofo, dal debito della pro-,t
feflìone, dal defiderio, et dall’ « afpettatione altrui lì fenteee„ citata.
Laonde andari Parte* „ che quello proffitnocarnafciale venturo lia recitata
publi„ camente a Cafa dell’ Acadc9, mia con quella minor fpefa,,9 clic fia
poflìbilc, atccfa Isde9, gnità, una Favola Ptjlor ale, „ come cofa nuova et non
più „ fatta fin’ ora da quell’ Acad. „ quelii cioè 9 che farà eletta „ dal
Sign. Prencipe nolìro, et da „ 4. Acadcmici, che per quello „ CanGglio faranno
a tal cari-,9 co deputati, i quali habbiano „ ancoinfieme cura d’informar» lì
da perfone perite della fpefa, 9, che vi potrà andare, acciochè,, fi porta f.\r
la provi (ione dei den». ferifce Ciò vanni Imperiali, che efso volea
conferirgli il -Cardinalato-» ma che da lui fu ricufato per poter nuovamente
prender moglie ) a cui fuccedette Adriano VI. ; il noftro G10•vangiorgjo fece
da Roma a Vicenza ritorno • Quivi attendendo à’fuoi ftudj, e fpecialmentc alla
Poefia, compofe tra le altre cofe una Canzone in loda d’ Ifabella Marchefa di
Mantova, a cui mandolla, ed ella poi ne lo -a» denaro io tempo, et dar prin”
cjpio ad imprcfa cosi hono-,, rata, rifervata poi la elettio•'»» nc di
Accademici, coni’ », è detto di /òpra, la qual paf» sò di tutti i voti. »>
l'or ballottati i fottoferitti. »> 11 Sign. Paulo-Cihiapino prò 1 1. 3. »9
-II Sign. Criftofano Darbaran .Cavai ier .... prò p. 4. »» 11 Co. Leonardo
Thiene . prò 8. 5. » Il Sign. Hicronimo Schio prò io. 3. -9, Il Sign. Antonio
Maria 9» Angiolello . . prò ri. 1. »» 11 Sign. Alfonfo Ragona * • • .....
j>ro 16. Rimate il Sign. Paulo Chi*», pino, il Cavalier Barbarano, „ il
Sign. Hieronimo Schio, et „ il Sign. Antonio Maria An-,, giolcUo » come
fuperiori di,, voti. Mufeum Hifloricum 8cc. pag. 43.,, Munito libi ad Leo„ nis
X. gratiamaditu, infplcn„ didiflìmo Mularum et virtù»,, tum atrio fic vixit, ut
Non„ nulli delatum fibi purpurar ho„ norem prolis gratia rejc&utn,, ab ipfo
prodiderint. Da alcune Lettere man uteri t« te del Tris si no appare veramente,
avergli voluto il Papa varie ecclefiadiche Dignità conferire, che ivi non fi
fpecificano, e che tutte da lui furono ricuf.ite. (jo ) Quella Principefla fu
figliuola d’ Eccole I. Duca di Ferrara, cd è quella ideila, cui tanto efalta il
nodro Autore nc’ Ritratti - lo ringraziò con Tua lettera in data di Mantova del
dì ics.; e gli fcriflc pur da Mantova un* altra Lettera (52), pregandolo, che
volefle a fuo agio colà andare dov ella era, perchè diGderava fornai amente di
vederlo non tanto per godere e gufi gre U amenità dell’ ingegni, e dottrina fu*
y ma perchè volea, che nelle fcienze e nelle lettere ammaetìxafle Ercole fuo
figliuolo» da che fegno dava di buona docilità, e di buon ingegno, e d’eflere
allo Audio letterario mirabilmente inclinato i pregandolo in fine, che pel
mcfso a polla mandatogli volefse farla avviata del tempo della fua andata,
acciocché lo poteJGfe afpettare; noi per altro non abbiamo ficura contezza,
s’egii v’andafse. Sappiamo bensì» che l’anno apprefso 1523. addì 20. di Maggio
efsendo flato eletto a Doge di Venezia Andrea Grilli, di glori ofiflìma memoria
» Quella Lettera c Rampata San Francefco della Vigna di nella citata Prefazione
alle Opere, Venezia entro un fuperbo depodcl noftro Autore a car.xvm. fito,
fopra cui fu fcolpitoquc( ji) Anche quella Lettera Ito .Epitafio: • Ha nella
fuddetta Prefazione, a Andre* dritto, Duci Opti car. in. | mo, et Reipub.
Amantijfimo, pa Non folanicnve nelle (ij terra, mari^hepart* A*&*ftorie di
Venezia, ma in altre ri, ac Veneti terejìris imperli ancora fi poflono leggere
le ge- Vindici, et Conferva! ori, Hafte di sì invitto e gloriofo Pria- rcdtt
pientiffmi . Vixit A», cipe, che mori dcì 1538. in eràLXxxui. Mtnf. vili. Dici
xt, di anni 83., e fu feppcllito in; Lecejpt V Cai. 3 r ed efscndo cortume di
que* tempi, che le Città fuddite mandafsero Oratori a congratularli col
Principe eletto, fu dalla noftra Patria a tale uffizio feelto il T rissino,
unitamente con due altri ragguardevoli Cittadini (54^ il quale avendo comporta
perciò una elegante Orazione jn lingua Italiana, in pien Collegio allo ftefso
Doge la recitò \ della quale orazione, che fi leg* ge tra quelte raccolte dal
Sanfovino (55}, e che fu anche più volte rift. rapata, favelleremo afuo luogo.
Nell'anno medefimo 1523. a dì 19. di Novembre efscndo flato afsunto al
Pontificato il Cardinale Giulio de’ Medici, col nome di Clemente VII., il quale
(come già fi è detto) amava grandemente il noftro Trissinov quertri una lettera
gli fcrifse di congratulazione (e forfè allora medefimo gl'inviò la Canzone
(56), che fece in fua lode ) facendogliela confegnare in proprie mani pel
Cardinale Giovanni Salviati, fuo ( J 4 ) Quefti furono Aurelio dai!’ Acqua, e
Piero Valmarana amendue gentiluomini Vienici- j ni. Oraziani di Divtrfi
Huotnini Jlluftri raccolte da Franctfca Sanfovino, in Penezia per AltobeUa S
alleato . . in 4. Pait. 1. a car. 1 jy. ! Qucfta C tenzone ( che fu j {Unipara
da prima in Penezja j per T olomeo Janicolo da Bref~ fa, in 4., fenz’anno; c
poi itRampata più volte come in fi. ne fi dirà) comincia cosi. SIGNOR, che
fofii eternamente elette Nel Conjìglio Divi n per il governa De la fua fianca e
travasata nave ; Or thè novellamente ec. fuo amici filmo, a cui mandolla con
altra Tua letrcra. Aggradì Clemente la officiofità di Giova n giorni o sì
fattamente, che, dopo aver letta con molta giocondità d’animo la pillola di lui
ordinò- allo ftefso Cardinale, che gli fpedifsc tolto un fuo Breve, col quale
lo chiamava a Roma ( 57) Tenendo egli lo invito del Papa r fi partì lubito, di
confenfo eziandio della Signoria. Affinchè meglio appa-j ja la verità' di
quante s’è ora detto, vogliamo qui traferi vere la Lettera del fuddetto
Cardinale ferina al Trksino, entro cui tirandogli il Brtve del. Pontefice } cd
è quella. „ Magnifice Aniice, et tan* quam Frater Garifllme. „ Io era
ctrtiffimo della „ molta allegrezza di V. S. pei „ la felice affunpuone della „
Santità di Nollro Signore,,, come fe preferite mi fulTì „ che mi Benderei molto
più,. „ fe- non fuffi certillìmo, che „ la S.V. per fc medefima lo „ cognofce.
Del bene, et fc-,» licita mia non le voglio di-,, re altro, fenonchè quanto*
»> più farà, di tanto più qucl» la potrà a-ogni fuo benepla„ cito difporre;
et quanto nc,, difporrà più, farò io tanto 1 „ più contento . La Lettera» fua
detti in mano propria » di fua Santità, là quale con >, fornirlo piacere la
lede : &c „ flato, come quello, che al- j » più mi diflcndOrci intorno,,
cuno non cognofccvo, clic'»» aqucllo» che amortvolmen»,, più meritamente fe ne
do-j», tc mi rifpofe, fe Sua Beati* „ vedi rallegrare; perchè la-'» tudine con
uno Breve ( il „ feiamo Bare lo univerfal be* [,» quale con quella fari) non„
ne, che tutta la Criftianità |,, avelie ordinato di rifponde„ ne afpetta,
&: quali mani fe- », te- alla S.V., la quale cec-,, (lamento ne vede » il
che », tifico, che fetnpre che ver-tutti e buoni et virtuofi, 1 », rà, farà
vcdutadaSua-Bea„ come è V. S. debbono fom- „ titudine come dolciilimo;,,
mamente deftderarc; chi più j»- amico; et da me come dol-,, di G-i anc! orcio è
da,, ci (Timo fratello; &• a quella» „ fua Beatitudine amato ? ! « mi
offero. Se raccomando.. „ Chi più di lui fc ne può, Roma XI. Decembris Mdxxiii.
„ ogni cofa promettere ì In j,, lo. Cardin.dc Salviate,, Qucgnoria di Venezia
(58 ); e giunto a Roma fu da Clemente accolto con fegni di ftraordinario
affetto, e apprefso anche fu deftinato a ragguardevoli impieghi, come diremo
più fotto. Ma avendo egli intanto fatto pubblicare nel Luglio dell’anno 1524.
colle ftampe di Roma la fua Tragedia, pensò di dar fuora nuove cofe a -utilità
della noftra favella; e però fcarfo parendogli l’Italiano alfabeto di caratteri
atti a fignifìcare tutti i varj fuoni delle voci, inventonne di nuovi, o a dir
di più vero, ne tolfe alcuni dall’alfabeto Greco, e all’ Italiano proccurò di
aggiungerli. Ma non tenendofi pago di aver ciò nelle propie fcritture ufato,
diftefe nel Dicem.bre dello fteffo anno 1524. cotale fuo penfamento in una
lettera al predetto Pontefice intitolata ^59). Circa il principio del Secolo
XVI. vi fu veramente nell’ Accademia di Siena chi avvisò di aggiugnere
all’alfabeto Tofcano alcuni Elemcn* E ti per Quella lettera fu flampata a
\fubito mi fcrifft uno Brieve, ricar. xv ir. deila Prefazione alle j cercandomi
che io dovtfft andar Opere del Tr issi no più voi- a Berna-, et io con il
confenfo, te citata . I (he d'Jft fuori fìmil pcnfìcro. Gli venne non per tanto
fallita in buona parte quella fua bella intenzione (come chiamolla l'Abate
Anton Maria Salvini di chiariflìma ricordanza): imperocché oltre allo avere
egli fteflo a rovefeio, e non nella dovuta maniera, ufate da prima le nuove
lettere, e così per lo modo del linguaggio Lombardo indicando falfa pronunzia,
ebbe più lodatori, che feguaci, come accenna Giovanni Imperiali y del quale
errore avvedutotene poi egli Hello n € Dubbj Grama ricali, ftampati appref* fo
a difefa del fuo ritrovamento? fe ne amrnen* dò U3), Da Corr.ment. all'
]ftoria\ della Polgar Poefìa-, Vol.i.Lib.vi. ; a car. 408. della ediz. di
Venezia . j Fra l’ altre Lettere dal Trissino tolte dal Greco alfabeto, ! due
fono più offervabili, cioè Fi, ci’ a, Pro/e Tofane, Par. 1, Lcz.xxxi. a
car.i9i. dcH’cdizione di Firenze, apprejfo O'infeppe Manni, 1735. in 4. (Mufaum
Hi/ioric. pag. 4Z.„ Rem paritcr molitus per„ arduam, charaftercs Graecos „
noflris immifeendi litetis ad i » varios fonos aptius fignifi-j candos, ut
repente multosad » fui vel laudem, vel iurgi* „ traxit Reclamante Do „ ètorum
ccetu, quod in tan»> tis dodtrinarum momcntis,,, monftruofa elemcntorum no„
vitate animos haudquaquam „ turbandos putaverint. (63) Protelìa egli in quefti
Dubbi d’avere aggiunte le dette Lettere al noftro alfabeto a fine folamcntc di
giovare agli ftudiofi della noftra lingua; c foggiugne, che non tralafcerà^ fuo
potere coti bello, e coti nobile injlituto : ringraziando i fuoi riprenfori,
come quelli, che per lo avergli fcritto contro d’O.. Da alcuni Scrittori fu il
noftro Autore per tal sua invenzione rigidamente appuntato; e prima da Lodovico
Martelli? Fiorentino, il quale manda fuori una Rìspofta all’Epì fi ola d’O.
delle Lettere nuovamente aggiunte alla Lìngua volga te Fiorentina (64); nella
quale s' ingegnò di inoltrare, che vana era Hata, ed inutile la di lui
invenzione, allegando fpezialmente, che non doveaA punto alterare la maniera
dell'antico fcrivere Tofcano. Indi comparve Agnolo Firenzuola, Monaco
Vallombrofano, il quale oppofe ad O. tra l’ altre cofe, che poco lodevole tra,
e poco ncieffario, e infofficiente lo aggingnìmtnto delle nuove Lettere al fcmpliciffimo
alfabeto Tofcano, perette con effe gli fi toglieva la fua naturai femplicità.
In quella fua opera il Firenzuola trapafsò per verità i limiti di quella
moddtia, con cui fi vantò nel principio di voler riprendere la invenzione del
Trissino, perchè fì moftrò nel fuo dire alquanto appallìonato, non curandofi di
apparir tale ancora nel frontifpizio, taccian E i . dolo tro furon cagione» che
fi fa- 1 nell’ Eloquenza Italiana ec..... ce (Te paltfe la natura, t la uti- \
In Venezia appreffo Criftofor » lità di effe lettere. Zane . c.ir. 27J. Nell'
Non dille il Tu 1 s s r- Operetta del Martelli, chcè in 4. no d’aggiugner le
nuove Let - 1 non v’ha il fuo nome, nèqucltere alla lingua volgare Fioren- lo
dello ftamparore, nè l’anno; tina, come avvisò il Martelli; 1 nel fine però fi
legge pompata in ma alla lingua Italiana r il che Fierenzji . fu notato anche
dal Montanini ! (Quell’ Opera c così in filo Ddolo in fine d’ufurpatore degli
altrui ritrovamenti, con dire, che prima d’efia e l’Accademia Sanefe aveva
avuti limili penfieri, e alcuni giovani Fiorentini pi» per e fcr citare i loro
ingegni, che per metterla in Optra della medefima imprefa parlato aveano ; i
ragionamenti de’ quali efsendo fiati naf cefi amente uditi dal T rissino, da
eflo poi come ftto proprio trovato fenza far di loro alcuna menzione, furono
meli! in luce ( ) . Finalmente Claudio Tolomei, fiotto nome di Adriano Tranci,
ftampò egli ancora un libro l’opra quella materia, e lo intitolò U volito,
Rifpofe il Tr issino a’ Tuoi Oppòfitori colla fuddetta opera de’ Dubbj
Gramatìcali j ed anche col Dialogo intitolato il c aftcllano, e molto bene fi
difefe -, ma non fu fiolo in ciò, che anche Vincenzio titolata : Difcacciamento
delle nuove Lettere inutilmente aggiunte nella Lingua Tofana ; fenza efprcflìone
di luogo, c di ftampatorc. Trovali anche tra le Prtfe del Firenzuola ifteflo a
car. 306. della edizione di Fiorenza, apprejfo Lorenzo Torrentino, mdlii. in 8.
Fu poi altre volte riftampata, ed eziandio nel Tom. 2. delle Opere dei Tr
issino della edizione di Verona. Non può negarfi » che l’Accademia di Siena non
avvilitile ella prima, che O. pubblicane la fua Lettera, di aggiugncrc ( come
già dicemmo ) nuovi elementi al noftro alfabeto; ma che egli fi valeflc
interamente di quello di lei penfiero, come dille il Firenzuola, non è da
credere, che troppa ingiuria fi farebbe al fuo gran nome. E ’n fatti il Varchi
nell’ Ercolano dell’ ultima edizione di Padova, apprejfo il Cornino, 1744. in
8. a car. 468., dice avere il Firenzuola ferino contra il T rissino piuttofto
in burla, e per giuoco, che gravemente, e da dover 0. La (lampa di quell’ Opera
fu fatta in Roma, per Lodovico Digitized by Google DEI Trissino. 37 cenzio
Oreadino da Perugia flampar volle a di fefa del di lui ritrovamento un dotto
latino opufculo, il quale eflendo flato per lungo tempo fmarrito, fu ritrovato
per diligenza del Sig. Marchefe Maffei, che Io fece ritlampare nel tomo fecondo
delle Opere del medefimo noftro Autore per lui raccolte. Che dovico Vicentino i
j 30. in 4. Ve- vifato dall' Accademia Sane/e * di fopra di ciò il Foncanini
nel- per quel che fcrive il Firenzuola Eloquenza Italiana, a car. la nel
Trattateli del Difcac- . ciamento delle Lettere, impref 11 Crefcimbeni nc’
Commenta- fo tra le fue Profe. Tutto ciò rj al! Jffor. della Volg.Poef. Tom.
abbiamo noi voluto riferire, r. lib. vi. a car. 408. dice, che acciocché (ì
vegga quanto popcrché andò r Accademia indù- co a ragione fia (lato il
Trisgiando di pubblicare lì fatto av- sino dal Firenzuola tacciato di vifo,
Giovanciorgio Trissiwo ufurpatore. La qual cofa più fu il primo che de ff e
fuori un fi- evidentemente appare in riflccmil penfiero : indi regiftra FAI-
tendo, che O. avea fabeto Italiano coi caratteri dal già medi in opera i Tuoi
caratTr issino aggiunti, che è ceri anche prima di dar fuori quefto; abcdtfgche
gh j quello fuo penfamento ; cioè kiljmnopqrustfu nella Sofonitba, fcritta, e
far. z v q x 7 th ph h: e poi dice I ta leggere, come dicemmo, fotcosi: In quel
medefimo torno, 0 to il Pontificato di Leone X.ladpoco dopo, M. Claudio T
olotr.ei dove folamente nel principio del non gli parendo, tra l’ altre co -
Secolo XVI., come dice ilcitafe, buono il penfier del Tris- to Crefcimbeni, 1 ’
Accademia sino, ritrovò un'altra manie- diSiena avvisò lo aggiugnimcnra,
togliendo la forma de'Ca- \ to di nuovi caratteri. rat ieri, che avevano a
duppli- ( 68 ) Il fuddetto Opufcolo carfi, dagli fi effi caratteri del no-
dell’ Oreadino in detta riftampa fico alfabeto, Cime appare dall' è cosi
intitolato : Vincentii Orcaalfabeto, che fiegue : a (T c d dini Perufini
Oprfeulum, in ecf^gh lilmneopqr 1 quo agit utrum adjcìtio no va rum sftv-t/uz z
. E quefio | litter aratri Italica Lingua all(foggiugne il Crefcimbeni) noi
quam utilitatem peperit : Ad crediamo, che fia l’ alfabeto av-^Thomam Severum
de Alphamt Vi- Che alquanti dementi di greco alfabeto prendere egli per
aggiungerli al nostro italiano, non era certamente per mio avvifo quella
fconvcnelezza, che gli antidetti Scrittori credetterfi> condolila cola (come
già notò il foprammentovato Abate Salvini che l’Italiano alfabeto fia ftato
altresì di parecchi altri caratteri Greci formato. Tuttavia non riufcì affatto
inutile il di lui penfamentoi perchè due delle nuove Lettere da lui propofte,
cioè H, e Kv confonanti, veggonfì oggidì univerfalmente abbracciate dagli
Scrittori, anche Fiorentini, come necelfarie a torre ogni equivoco EQUIVOCO
DELLE VOCI EQUIVOCO GRICE delle voci: onde a ragione diflc il predetto Signor
Marchefe Maffei (70j che * Luì » han» obligo’ le Jlampe dì tutta C Italia, che le
u fatto perpetuamente . Laonde non bene fi appofe il celebre Signor Domenico
Maria Manni, Letterato per altro eruditismo, e dìgniflì- Virum eruditijpmum, et
Cenci- I la noftra lingua habbia bi fogno/ vcm Optimum . Girolamo Ru- 1 delle
Lettere aggiunte dal DRtsccllai nelle fue note all’ Orlon- sino, et dal Tolomei
cc. doFuriofo dell’Ariofto della cdi-| Cioè il Tolomei, e zionc di Penez.ia
> aM re J[° ] Firenzuola nelle Opere lopracEredi di rinccnz.io Talgrìfio, '
cerniate.. . a car. il. facendo! (7°) Profe Tofcane, In Ftun’ ofT.rvazionc
gramaxicale fo - rence, nella Stamperia diS.f. pra la voce corrò ( accorciato
A. -per I Guiduecit e Franchi » dal verbo coglierò) con cui l’A- 17 2 5 « 4 * P
ar * P 1 * 012 Acz. liofto comincia la danza 5 8. del ; a car. 523. primo
canto*, dice cosi : Et in j lucila Prefaz. alle Opequtjtt tai voti Ji cottofee
quanto, re del noftro Autore a car.xxx. dignifTimo Accademico Fiorentino >
in dicendo nelle, fue Lezioni di Lingua T ofeana j che 1 ’ / confonante i cioè
quello, che j lungo fi appella, conte trovato d’O., e da Daniello Bar t olì
po/lo in ufo, non è ricevuto da per tutto : e pure egli ftefio Io usò nelle
medefime Tue Lezioni (73)* Monfignor Fontaninij da cui fu UTrlssino chiamato In
Firenze nella] sintonie Muratori, legnata dì Stamperia di Pietro Gaetano,
Venezia li 12. Marzo 1701; fìViviani. in8. a car. 43. 1 gnificandogli la allora
frefea e- Bene è vero, che l’ufo I dizione delle Poche degli antidi quello j
lungo, o fia con - 1 detti d*ue poeti Vicentini, diffonance, ritrovato dal T r
i s- 1 fc, avere quelli in dette loro sino, fcfu abbracciato univcr. poefic
pretefo di ravvivare l’ orfalmente nel plurale de’ nomi, I 1 agrafia fcrupolofa
del vecchio che nel numero del meno fini- Lr Trijftno, ftnza però quelli f cono
in io di due fillabe, in epfilon, e quegli omega, co' quacui Vi non lìa gravato
dall’ ac- li voleva imbrogliare iinejlro alenato, come vizio t vario, eli-
fabeto Italiano. Colle quali pamili, i quali nel maggior nu- ! cole troppo
veramente difprezmcro più rettamente il ferivo- jzòe quelli poeti, e la buona
vono col detto j lungo in ifcam-llontà del Trillino, la quale, cobio de’ due
ir, come a dir vime è delio, non riufeì affatto zj, varj ; fu rifiutato l’
ufario do- I inutile, vcggendoli abbracciapo l’L in luogo del G c dell* E | te
dall' Accademia medefim* nella voce EGLI, c in luogo del | della Grufca le due
fopraddettc G nell’articolo GLI, feri vendo ; Lettere J, e F* confonanti, come
LJI, come fece fempre il Trissi- ' fi può vedere nel fuo Focabolano. La qual
maniera di fcrivere fu I rio alla lettera I. §. xi.j e alla poifeguitata, ma
con poca lode, j Lettera F. La lettera poi delZeda Andrea Marana, e da Antonio
no è Hata ultimamente pubbliBergamini, amendue di Vicen- cara in un coU’ altre
lue erudiza, uomini per altro di lette- 1 udirne lettere in tre Volumi, ed
ratura Italiana, Latina, e Gre-| è a car. 44. del primo, che ha ca molto
intendenti. Il Sign. I quello titolo : Lettere di jìpoApoflolo Zeno, di Tempre
glo- fole Zeno, Cittadino Fcneziariofa, e a me cara memoria in ! no, Iftorico e
Poeta Cefareo. ec. una fua lettera al Sign. Lodovico I Folumt primo in Fenezia
tO (74) Novello Cadmo, C Cadmo Italiano, fu di oppinione, edere ftata altresì
invenzione del medefimo noftro Letterato 1* ufare la z j n cambio del t dopo
vocale, e innanzi all’ /, cui fegue altra vocale, come nelle voci vìzio,
malizia, e fomiglianti. Ma, per pigliare il filo principale del noftro
racconto, l'anno 1525 . ( nel quale il Re Francesco I. di Francia eflendo
ritornato in Italia, donde l’anno avanti era ftato cacciato, e avendo già prefo
Milano, attediava la Città di Pavia, la quale fu appreflò liberata dall’
efercito di Carlo V- > che mife in Sconfitta 1* ofte Franzefe, e fece
affrtff» Pietro Falvafenfe . i Nella Eloquenza Italiana a car. 36. e 339. In
proposto delle Lettere aggiunte « Valerio Ccntannio. Medico Vicentino, di cui
parla lodevolmente il Marzari nella tua Jftoria di licenza, a car. 183. fcriffe
al Trissino il feguente curiofo Sonetto, che ci fu comunicato dal più volte
mentovato Sign. sportolo Zeno . ì’O grande A» tji Urici nominato. A dijfertnlia
Ai quel, cb‘ i tu ir. a rii VE difl' ignudo i 1 di pie» valori, A luta ai Alph'
al Giet" accorti pugnato i Ch* nel fcnvir Tofcan ha ritrova • to Voflr’
alt’ ingegno i facindo maggiori Numcr di Lettre : eh’ in vano tino’i Si anno a
chi nin ha 'l cervi ! fia catoi 1 Verrei faptr t Si noi Urica Scrittura
Leggenda > dtbben ritener* il futi-, no, Che nel Uggir Tofcan Kiara fi
finti. Ri ff tendete Signore che la cenfura. Et gran judicio vofira, a mt tal
fono, Qual Sol ad g orno : a nette fioco ardiate. Andar mi vi in a minte D'
addimandar 1 fi l' Ita Gri't » timi La voce t eh' a V E Taf co fi ceti « m». Et
forfè dicttn bini Quelli, che voljan pir ditti d' Hv miro L' Ita fuonar s cimi
il Taf cu E primiera . Bramo faper il vero. Adunque fa- fi l' O Tofcan antico
Terrà ’l fuun d' il Grt co 0 :cht minor dico. Il Servo di Veflra Magn. Valido
Cintannio fece prigione il Re fte{fo(7 Papa Clemente impiegò in varj negozj il
notlro Giova n gì orcio. e intra gli altri lo mandò una volta Oratore alla
Repubblica di Venezia C 77)» e ' [ferma per la concordia degli Ma quel
[degnato, horntil-vente fiero * Scrittori, c per lo Elogio, che Con Pungine, ri
rofiroil batti, elo '^tfU Chiefa di San Lorendìmtna Si fai lamenti, eh' ci
fuggendo a fina Hcrfer lo [campo f ho trova fenderò . Tal che aebaffata in lui
fi» con gran fretta, Et forfè affatto fjenra l'arroganza, Che tutta Europa già
foft in itlanza: ! dal Papa folte O. Ottd'io tengo nel cor ferma fgtranza,
mandato Nunzio prima alla RcChe il Citi farà dei torti afpra ve »• pubblica di
Ve.'CZÌa, e poi all’ detta | Imperatore: ecco le fue parole: ACriflo fatti,§ a
tuttala fua fetta .1 >} Clemcr.tis Septimi acerrimi Cosi afferma il Tris-',,
teftimatoris nutu ex Romana sino medefimo nella fua Ari».',, Curia ad Carolum
Carfircnt ga, dicendo: Papa Clemente fu' „ Nuncius cfl elc&us : inde ad
eletto al Pontificato,.,. S. Santità,, SapicntifTìmum Vcnetorum fubito mi
fcriffe uno P, rieve, ri- „ Scnatum . « In ciò fu egli cercandomi, ch'io
dove/fi andar (e guicato dal Signor Marchefe a Roma, et io col confenfo, CT I
Maffciìad Ri fretto deila P'ita del I zo di Vicenza allato all’altare idi detto
Santo fi legge, e die I di fotto tra feri veremo . Gioivano! Imperiali nel Afufeo
Jflo \rico a car. 44. lafciò fcritto, che gno dì parttcolar menzione fi è un
altro pubblico contralfegno deiramore, che gli portava. Ciò fu l’anno 1530. in
occafìonc che dovea coronare folennemcnte in Bologna l’Imperatore fuddetto
(79)1 imperciocché, fecondo che affermano alcuni Scrittori (80), e appare
chiaro da una d’O., e da altri : ma ficcome quelli Scrittori non ci daono il
tempo di corali Legazioni, cosi noi non ci facemmo fcrupolo in notarne pri ma
una che l’altra; e tanto più, quanto che può edere veramente, clic andafle egli
Nunzio a Sua MaclU Cefarea molto tempo dopo di edere dato Oratore a Venezia,
cioè dopo il Sacco di Roma fatto dagl’ Imperiali nel IJZ7., in cui effendo dato
ditenuto Io Bello Pontefice, e poi liberato per commillìonc dell’ Imperatore,
edo lo mandò a ringraziare per un fuo Nunzio, accennato folamente in una
Lettera di congratulazione, che Io Redo Imperadore al Papa riferirle in data di
Burgos addi xxn. di Novembre di detto annoi .; la qual lettera Ci legge nei
tomo primo delle Lettere di Priadpi » ecv raccolte da Girolamo Rufcclii, Ja
Veneti a appre/fo Giordano Ziletti, 1564. in 4. a car. no. a tergo; fe pure ciò
non fu l’anno 1529., cioè dopo la pace tra loro fatta in Barcellona, di cui
parla, tra gli altri, il Guicciardini nel terzo degli ultimi quattro litri
della fua Ifi$ria\ avendovi una lettera di Sua Madia al Papa in data di Genova
addi xxix. di slgo/lo ., che fi legge nel citato tomo delle fuddette Lettere di
Prinnpi a car. 123.» nella quale fa menzione di un fuo Nunzio con quelle parole
: Havendo intefo dal detto Duca,et da' Reverendijfmi Cardinali . fuoi Legati
...., et dal SUO NUNZIO,. et Zmbafiiatore, cc.....; il quale può perle fuddette
cofc fondatamente crederli, foflTe Giovangiorgio. Carlo V. fu coronato da-
Clemente il giorno di Santo Mattia Apoftolo, cioè a dì 24. di Febbrajo: ed è
JlTervabile, che nei mede^mo* giomcr egli e Ila nato, ed abbia prefo i fegni e
gli ornamenti d’ Im- peratore. Si vegga Alfonfo Ulloa nella Vita di Lui molto
eruditamente feri tra ( 80 ) Gio: Imperiali, Mhfaum Hi/l or. a car. 44.
Toirmiafini Elogiaste, a car. 53. e Paolo Beni Trattato dell' Orig. della
Famigl. Trijf. lib. 2- manufcritto, a car. 34., ove nota anche di malevolo il
Giovio, che riferendo paratamente tale folcnuna lettera manufcritta del noftro
Autore medefimo (81), da tanti Principi e Cavalieri, che a tale folennità fi
trovavano, Clemente tralcelfe il TiussiNoa portargli lo ftrafcico Pontificio;
.onore» che per innanzi era /olito farli a Perfonaggi di nobililfima Schiatta,
e molto qualificati. Si trova fcritto apprelTo qualche Autore (Si), che Carlo
V. facefie conte e cavaliere fi noftro Giovangiorgio» e lui co’ Tuoi difendenti
privilegiaffe, che potefse mettere nd/arme dellaFamiglia la Imprefa del Tofone,
c fi potefle in oltre dinorninare dal vello d'oro. Noi non vogliamo ora
dilàminare, fe ciò fia vero, anzi il crediamo; che conte e cavaliere egli
fteflò in qualche Tua lettera s intitolò (83), e alzò la detta Imprefa» con
foprapporvi il mòtto Greco to zhtotme. ;non aax2ton, prefo dall’ Edipo di Sofo
F 1 eie folennkà, nulla facefle del Tri jliN o menzione. JvQucfta lettera di
prò. prio pugno* del noftro Autore | c tra le altre lue manuferirte, cd è
'quella, che diramino più d’una volta in quefta Vita, fcritta da Marano
all’Arciprete Giulio fuo figliuolo, fegnata 18. A/arz.0 IJ42. In effa egli
parla cfprcffamentcdi quefto étto, ricordandolo al figliuolo qual /ingoiar
h*neficiodal Pontefice a fe ufato. ( 8a_) Cioè approdo il Tom mafjni, Elogia
cc.-, a car. 54. c ’1 P. Rugeri, T ratina ec. a car. xxxin. ( 83 ) Veggafi la
lettera di lui al Reverendo Prete Francefco di Grugnitola già fopracciiata,
all’ annotazion. 3.C 26. Il Fontanini nell’£/tfquentLa Italiana a car. 380.
riferire e fvariatamctwequAlo motto, rcrivendo in quefta guifa T o 2HTOTMENON A
A ftTON* diche fu appuntato dal Signor Marchcfe Ma fife i a car. 8j. dell’
Fiume d’ elio libro del Fontani eie (85)} che lignifica conftguir chi cerca ma
nsn chi trafeura ; ed anche ftamparc la fece o ne’ frontefpizj, o in fine delle
fue Opere. Si vuole bensì avvifare, che fe egli ebbe dall’Imperatore
Maflìmiliano primieramente» come abbiamo accennato al di fopra, e poi ancora da
Carlo V. il privilegio di potere l’arme gentilizia adornare di detta Imprefaj
come tengono alcuni, e come forfè volle dire il Signor Marchefe Mafie i, quando
difle, che il Trissino imperaci ere Maffìmilian » riporto il Tofon d’ Or o\ e
fe ; egli fu ni, che approdo citeremo, tratto delle fue OffervaiÀoni
Letterarie, fn Serena nella Stamperìa del Seminario per Jacopo Saltar fi in la.
Articolo VII. a c.vr. 103. Verfo 110. (86) Nel fopraccinnaro Elogio, che è in
San Lorenzo di Vicenza, fi legge: Aurei fucilerie infìgnibui, et Corniti*
dignitate prò fe, et Pojlerit ab iifdem Impp. ( MaKimiliano, et Carolo)
decorato . Il Padre Rugcri nella Trotina &c. a car. 33. pare che affermi,
avere il T rissino avuto il fuddetto privilegio da Carlo V., poiché gli t cbbc
niarfdatoa donare (come diremo ) pel fuo figliuolo . Ciro il Poema dell'Italia
Liberata da' Coti. Quelle fono le fue parole : T itm vero P o s TQ.U A m ledi
1T1 mai cjtjitm fiiius Cyrus, poema iliaci eidem Carolo V. patrie nomine
donariam confccrauit, Aurei Velieri s Agalma dimidiato in Umbone fui Aviti
Stemmati!, Imperai or is auttoritate, et concezione appingi voluìt, quo fa. cilius
hac velati tejjcra, è fuo Pipite dedali a Sobolet, ab aliis et Laude, et Vice
ti *, f amili* nobilijfm*, et numcro/tjfimafurculit dignofeerentur .
Contutcociò noi troviamo* erteti* Giova» Giorgio denominato dal Vello d' Oro
^rima che Ciro prcfeniaffc il detto Poema all’Imperatore. Può effere bensì, che
avendo egli avuto da Maflimiliano il detto privilegio, confermato poi gli forte
da Carlo V. Nel Riflretto della Vita del noffro Autor, preme fl o la rirtìmpa
delle fuc Opere. egli fu veramente da’ Monarchi medefimi fatto Cavaliere; non
dee perciò dirfi, che forte egli da efli fatto Cavali er del Tofo» d'oro:
concioflìac»fache non fia mai fiato il T rissino arrolato in quell’ordine. Le
fa f Che ciò fia vero, ba- Trissino, che non era da fievolmente è provato dal
Fon- trafeurarfi, quando veramente canini nella Eloquenza Italia- vi [offe
fiato; e ciò tanto meno, va, ove a car. 380. dopo regi- che in quefio affare ci
entrano Arata la primiera edizione del anche gli Araldi, 0 Re £ Armi, Poema
dell’ Italia Liberata da' per ajfegnare a ciafcun CavalieGoti, così lafciò
fcritto. Qui re lo Scudo, e /’ Infegne, tutte in fine, e in altri fuoi libri fi
le quali Ji leggono efprejfe dal vede la pelle, 0 vello d'oro del C biffi elio
. E a car. 474. dopo Montone di Friffo, da lui fof- j aver regi fi rato i
Difcorfi ini or pefo a un Elee in Coleo, e cu- f no alla Tragedia, di Niccolò
fi adito dal Drago Volendo | Rolli., tornò a dire, come fc il T R 1 ss 1 n o
con quefia fua 1 guc ; Effendofi già mofirato non Imprefa alzata all'ufo di
que' \fujfi fiere, che il T rissino, tempi alludere alle fue lettera - 1
comecnè talvolta fi dicejfe oAr. rie fatiche, e da fe ancora in- \ Vello d’oro,
e meritaffe per - titolanàofi dal Vello d’Oro . j altro ogni onore, foffe
perciò Ca.Ala non per quefio egli intefe di valier del Tofone, perchè meri far
fi Cavaliere dell'Ordine del 'tare non vuol dir confeguire, qui T ofone - E
poco apprelTo ; L'\fi può aggiugnere, che quefio Su• Ordine del Tofone fu
conferma- premo Ordine, detto in latino to dai Sommi Pontifici Eugenio Vclleris
Aurei, nelle lingue voi IV. e Leone X. ; e Gianjacopo gari fi chiamò del Tofone
.Chifflezio ha data la ferie de' Nè può effere inutile il ridurfi Cavalieri » e
de' Uro fupremi a memoria, come ne’ tempi del Capi dalla prima fua ifiitud-o-
Trissino fiorì /’ Accademia aie fino a Filippo I v. Re di Spa - degli Argonauti
conquifiat ori del gna, erede àe’ Duchi di Borgo- Vello d’Oro, poco fipra acc
cagna: e ne ba fcritto ancora un, nata* Se poi egli fi diffe Cotemo in foglio
Giambatifia A/au-j me; et Equcs, ciò nulla imporrizio e altri pure han- ita,
petchè non fu foto a chiana pubblicati gli Statuti dell' ' mar fi in tal guifa
. 11 Mar C'rdine, e gli Elogi de' Cavalle - 1 cii'eje Maffci nell’ E fame del
ri: ma fenza alcun merlo del [ (udektto. Libro del Fontanini, Digitized by
Google 4 fìccome l’altra volta, la fentenza incontro. Tuttavolta collo ro
infiftendo, agli Auditore Vecchi appellarono di ella fentenza, dai quali fu poi
rimeffa la Caufa al Configli dì xl, civìl-Nuovo. Ma quella volta Gì ovan
Giorgio delibero di orare elio pubblicamente, e dire in Configlio le fue
ragioni : per la qual cofa comporta in comunal dialetto Lombardo una forte
Aringa (pi)» sì bene, e con tale efficacia davanti ai Giudici la recitò, che
all’ultimo (pi), con grande feorno e rabbia degl’ incaparbiti Comuni, egli
fentenziarono a di lui favore (p$). Sera egli ammogliato la feconda volta a
Bianca (P4). figliuola di Niccolò Trillino, e di Caterina Ver Quella è l'Aringa
da noi citata sì fpctfo nella prefentc Vita-, e Cc nc conferva copia nella
Libreria de’Cherici Regolari Soraafchi della nolìra Città di Vicenza.
Avvitatamente s r è detto all' ultimo, perciocché non tappiamo, che il Tri ss
ino per la narrata cagione piatile più colle dette Comunità : ben è vero, che i
di lui Poderi appo fua morte ebbcro«a foffrir da colloro per lo ftctTo motivo
nuovi difturbi . Crediamo ciò fofle o' nel principio dell’anno x 5 3 1. ? 'o
nella fine del precedente; e | lo argomentiamo da ciò che e* 'dice nella citau
Lettera al Pre~ ! re di Grugnitola, ed è; Le cofe | della [acuità mia dopo
molti tra| valji fono quaji tutte rajfcttate, e trovami manco povero ch'io '
fojft nati, I « quella .ftponda fua | moglie fa il T r iss 1 no onoratole
njènzione nc‘ fuoi Ritratti > Citila» Re (fa fi parla altresì con lo.Je’nel
libro intirolaro:7" atte U Dgnne maritate, Vedove,, è’ I)ongeil/ \ ptr
Lugrezio Beccandoli Bologne fé *»/ magnanimo’ Ai, Fr ance [co elei Scolari,
Eresiano, na Verlati (p?), e già vedova di Alvife Tri Arno (ptf): la quale
partorì a Giovangiorgio u n figliuol [ciano, [no Signore . in 4» fcnza
efprcffione di luogo» anno, e ftampatore. Se il Tommafini negli Elogi, a car.
53. dicendo:,, De-,, funóto Leone X. in Pacriam rc„ diic.... Anno mdxxiii. fe»
cundas cum Bianca fui Sxcu3, li Helena, Nicolai Triffini », Vidua nuptias
contraxit volle dire, che Bianca, quando fi fposò a Giovangior g 1 o foffe
vedova di Niccoli Trillino» prefe certamente uno sbaglio, come lo prefe il Sigi
Apollolo Zeno nella Galleria, e gli altri, che ciò affermano apertamente.
Imperciocché Bianca non fu vedova, ma figliuola di Niccolo Tuffino, come dalli
fcguenti Alberi dal Sig.Co: Anco» nioTriffino del Sig.Co:Piero, corr umaniflìma
gentilezza fomminillratici, evidentemente appare» 1. i Birtolommeo Trillino. NICCOLO'
Tullio©» Cafparc Trillino» in in in Chiara Mirtinengbi. Caterina Verlati»
Cecilia Bevilacqua. 1 L 1 ALVISE BIANCA. CIOVANGIOR.GIOPoet.ec» in in in BIANCA
di Niccoli 1. ALVISE di Battolar»- BIANCA di Niccoli Trillino ; da cui la li-
mio Trillino . Trillino, da cui li Nob» nei del Nob- Sig.Co: a. GIOVANGIORGIO
Nob. Sigg. Co. Co. CiPiero. Tuffino Poeta ee. r®, e Nepoti Trillino •Senza di
che Paolo Beni ncljwe/rfe, figlio unico (cioè di MaTrattato dell' Ori*. della
Fa ! fchi ) ec. In oltre dalla Scrittumigl. Triff. lib. 2. Manofcritto, ! ra
nuziali d’ effa Bianca, fedove parla delle Donne illufiri | gnata addì 18. di
Febbrajo.... della detea Famiglia, venendo | fatta col fuddetto Alvife Trifa
Bianca, dice; Bianca peri fino, fi ha non pure che effo la fuafingolare
belletta merita-' fu il primo fuo marito, madie mente chiamata l' Helena della
j il valore della fua Dote fu di Dufua età, hebbe due mariti dell’ | cali
tremillccinqucccnto, cioè ifteffa famiglia: fu il primo . di lire Vi niziane
21700. ; Dote Luigi figliodi SartoiomeoTrif-' affli Cofpicua 3 quc’tcmpi. EJ
fino, et di Chiara Martine ri ] anclie di q-uefta notizia ci con» ga, a cui
partorì 6. figli mafihi, fediamo debitori al predato Siti' 2. fenmine : fu il
fecondo gnor Conte Antonio Trillino. Giovangiorgio, Poetaf (96) Alvif: Triflino
fe te» Gr Oratore, et hebbe Ciro-Cl>- \ ttamento del ijìi,, c poco di poi t
I del Trissi.no. 4P figliuol mafchio, appellato Ciro, ed una femmina . Ora dopo
qualche tempo nacquero diffenfioni tra Bianca, e l’Arciprete Giulio, figliuolo
della prima moglie d’effo Giovangiorgio: delle quali principal cagione fi fu,
che amando ella teneramente, ficcome è naturai coti, il fuo proprio figliuolo
Ciro, s’ adoprò in guifa, che il marito Umilmente facefle, e feemando
l’affezione fua verfo Giulio, lui più cordialmente inchinalfe ad amare . Le
quali cofe diedero apprelfo motivo all* Arciprete di piatire lungamente col
padre, da cui prctefe* e in fine poi confeguì non poca parte di fua facoltà. In
quello mezzo la Patria impiegollo in un affare molto importante . Ciò fu
fpedirlo fuo Oratore (in uno con Aurelio dall’Acqua e Piero Valmarana,
Gentiluomini Vicentini,) a Venezia per contrapporre ad una troppo altiera
richieda degli Uomini della Terra di Schio, Dillretto di Vicenza. Volevano
coftoro non iftar più foggetti al Gentiluomo Vicentino, che reggevagli, e regge
ancora con titolo di Vicario; e però nel principio dell’anno 1534. ardirono di
chiedere al Senato Veneziano, che rimolfò quello, un fuo Nobile Patrizio defse
loro a Rettore . Ma sì giulle furono le ragioni da’ Vicentini G Ora poi
fopravviffe; ficcome colla \o in quell’ anno, o l’anno apiolita gentilezza mi
fc certo il preffo Bianca fi farà a G iovanSig. Co: Antonio Trillino fud-
ciorcio rimaritata, detto, fuo difendente; laonde Digitized by Google 50 L A
Vita Oratori addotte in prò della Patria, che non ottante che Baftian Veniero,
gentiluomo Veneziano, incontra nringifse, i Giudici confermarono la
giurifdizione della Città noftra, e condannarono gli avverfarj a rimborfarla delle
fpele dovute fare pel detto motivo: loro davvantaggio vietando penalmente di
più contravvenire a tale deliberazione. E per dire di altri onori, a cui fu
egli dallaPatria elevato, troviamo, che nel 1536. addì 27. di Maggio era uno
dei Deputati alle cofc utili della Città (p 3 >; ficcome nel mefe
fufleguente era Confervatore dette Leggi : e pochi anni appretto, fu ricevuto
nel numero di que’ Nobili, che formar doveano il Configlio centumvirale >
detto anche Graviffìmo, dcll^ Città, allora allora riformato.. Morì in que’
tempi il celebre Poeta Giovanni Rucettaii tanto amico delnoftroTiussiNoi il
quale fin dall’anno 1524. (nel qual tempo era Cartellano di Caftel Sant’Angelo
in Roma) avendo com Veggafi io Statuto no-| Statuto noftro fuddet firo lib. 4.
pag. 176. a tergo . to, Lib. Novm Partium, pag. Noi ci fiamo ferviti
dcli’cdizio- : 197. a tergo. Qui il Trissino nc fattane con ! è schiantato
Dottor, &£qnes. quello titolo ^ Jhs À/nnicipale \ (99) "Statuto
noftro, ivi » l'iccntinum, cum sìddit ione Par- png. 19H. a tergo.. tium
Jlluftrijfimi Dominii . Vt - 1 (loo)Statuto cc.. Ivi, pag. nttiit, Motxvii. ad
infiantiam I 185. c 186. a tergo, cdanchcqui BartMomei Centrini. infoi. | il
Trissjno è detto Cavaliere. 1 compiuto il belliflìmo luo Poema delle /#/>/,
non volle pubblicarlo infinoattantochè il Tassino da Venczia> ove era Legato
di Papa Clemente, non foffe ritornato, perchè volea farglielo rivedere.. Ma non
avendo' potuto ciò effettuare fopraggiunto dalla morte, al fratello Palla, nel
raccomandargli prima di morire tra gli altri Tuoi componimenti il detto Poema,
notificò tale Ilio penfamento : onde quelli poi fauna 1 5 39. mandandolo alla
luce, al Tm ss ino lo intitolò (101). Intanto effendo la fopraddetta feconda
fua moglie Bianca pallata di quella vita l’anno 1540.. C102), le liti già
incominciate tra fe e’1. figliuol’ G 2. Giu. La Dedicatoria di Pai- 1 Antonio
Volpi, il quale poi lai ta Rucellai al Tr issi no è . fece pubblicate in un col
Pocfegnata *li Firtnzj addi li. di ma ftdlbdelle Api, ecollaC*/.5.6 in e(Ta
affer- ] tivazione di Luigi Alamanni „ ma di efeguite in Dirar ai templi di
Ciprigna, e Marte Le mie vittoriofe, e chiare palme, Cosìdiceegli nella
Dedicatoria del Poema fletto a Carlo V.; ma in una Lettera al Cardinal
Madrucci, che appretto allegheremo, accenna d" averne glieli, per efsere
anch’efso malato di quartana;accomandando con fua lettera al Cardinal
Criftofano Madrucci, Vefcovo e Principe di Trento, il Dottore medcfimoi e
pregandolo, che ali' Imperatore lo facefse introdurreQuelli sì fece; el dono fu
fommamente gradito alla Maellà Sua, che moftrò nello flefsotempo gran delìderio
d’ averne: ancora il rcftante.. La qual cofa da Giov angiorgio intefa, ritornò
prettamente a. Venezia, e gli. ultimi diciotto libri, colla maggior,
follecitudine: a perfezionar fi diede; e poi fattigli ttampare l’anno^ 1548., a
quella volta pel figliuol Ciro gliel’inviò; elfo altresì al. lùddetto Cardinale
raccoman-dando con maggiore affetto-,, dicendogli, che per la fua giovanezza
egli più abbifognava di conliglio, e di ajuto (106): i quali libri da fua.
Maellà. Vegganfi le Lettere \ fiche fùe cTAnhi Venticinque*. dall' Autor noltro
fcritte a Sua ! che le avea dedicate c mandaMacftà, e al predetto Cardina- te,
grate le foffero Hate, e acle in propoli to di ciò, inferite ! citte .
foggiuogendo*. che nont nella, già citata Prefazione del | a vendo ardi mento a
chiedere coSig. Marchefe Maffei alle Opere j fa alcuna, al perfetto giudici» di
lui a car.xxt. xxn.. xxit 1 . 1 della Maefià Sua, come fapien-' c xxiv.; in una
delle quali, I tiflìma, c liberali/fma che era,, che è a car. xxwi. al Cardina*
| fi rimetteva . le indiri eca * fegnata di Venezia I Qui vuol novamente
notarGiovcdì, addì x.. di Dicembre fi,. che dalPcHferfi il Trissino 1548.,
dice, che dcfiderava,! in quelle Lettere foferitto. Dal che da Sua Maefià fojfe
noti fi- ; Ve ilo d’OKo, chiaro» appare, cato ai Móndo per qualche ma- ! non
aver egli avuto da Carlo nifeflo fegno, che le vigilie e fa- [ V. per la
Dedicazione del detto Maeftà furono ricevuti collo itefso .gradimento, che i
primi. Ma per pafsare ad altre cofe, fu il noftro T r issino familiare eziandio
del Pontefice Paolo III., a cui nel .1541. efsendo per andare (come in fatti
vandò) ad abboccarli la feconda volta con Carlo V. a Lucca, indirizzò «un fuo
Sonetto: e altra volta certo vino mandoglf,3 donare ; del qual dono, e
deH’efserfi ricordato di fe, il Papa Io fece ringraziare pel Cardinale
Rannuccio Farnefe, grande amico del Trissino (iop). Nel tempo, che il noftro
Autore era lontano dalla Patria, ed infaccendato nel mandar a luce i proprj
componimenti, l'Arciprete Giulio, che pure continuava la fiera lite contro a
lui -, •tutte le fue rendite fece ftaggire: il perchè in fran to Poema la
conceflfìonc di cosi denominarli, comcpare, che voIeOTc il P. Rugeri nella
citata ' Declamazione; ma fc pur da lui ! l’cbbe, come dicefi anche nell’
Elogio dianzi mentovato, che in San Lorenzo di Vicenza fi legge, certamente
molto rem», po avanti la ebbe, cioè quando in Bologna alla Coronazione dell'
Imperatore medcfimo fi trovò prefente. Quello Sonetto, che incomincia: Padre,
fot to' l citi Scettro alto rifofa, cc. | e che non è tra le fue Rime dcllà
prima edizione, eflcndo j Hate molto tempo avanti ftampare^ fi legge nella
Raccolta dell' Atanagi, par. pr. a car 89, a icrgo \ e nella edizione di
VeronaTom.i.a car. 3La Lettera di quello Prelato al T rissino (cricca d’ordine
del Papa, c in data di Roma. Nella citata Raccolta dell’ Atanagi a car. 90. fi
vede un Sonetto d’O. al predetto Cardinale indirizzato. granditfima ira montato
egli, fe tc-ftamento, e in tutto e per tutto Giulio difereditando, Ciro
inftitui erede d’ ogni Tuo avere; aggiungendo, che morendo quelli fenza
dipendenza, gli fuccedelfero nell’ eredità del Palazzo di Cricoli i Dogi di
Venezia, e nel rimanente de’fuoi beni i Procuratori di San Marco con ugual
porzione . Dichiarò CommelTarj del detto Tellamento il Cardinal Niccolò
Ridolfi, allora Vefcovo di Vicenza, Marcantonio da Mula, e Girolamo Molino;
ordinando, che appreffo la morte di fe, folle il fuo corpo feppellito fui campo
di Santa Maria .degli Angeli di Murano in un avello di pietra ijiriana: la
quale volontà mutò dappoi in un codicillo, ordinando invece, che volea cfsere
fepolto nella Chicfa di San Baftiano di Comedo * territorio di Vicenza, ce»
ornamento di rofe, e lidia fepoltura 'vi fofsc polla quella fempliee breve
iscrizione; £uì giace ciò : G io AG io t rissino . Pur finalmente anche quello
piato ebbe; fine ma Giovangiorgio fuori di tutto il fuo penfie ro n’ebbe la
fentenza incontro, e dal figlio fi vide fpo (llo) Si può credere fonda-
\Janiculo, 1548. in 8., introdut. -urente, che per aver egli do- ì cede il
perfonaggio nominato vuto (offerire tante c si fiere ; Sìmitlimo Rabbatti a
così fdaliù, avvifatamentc nella fualmare contra gli Avvocati ; c Commedia de'
Simulimi* contro a ogni forte di Im para in Venezia, per T olmmeo j gio . O rra
fpogliato d’una gran parte de' propri beni. Della qual cofa sì fi crucciò} e
difpettò che rifolvette di abbandonare affatto la Patria* e lafciati prima
fcritti due molto rifentiti componimenti in fegno di fua indignazione (ni),
andofsenc H dirit- O maledette fian tutte le liti » JT uni i garbugli, e tutti
gli Avvocati, Nati a ruina de f umane Senti, Che fi nutrifeon degli altrui dif
canài Difendendo i ribaldi con gran cura'. Et opprimendo i buoni ; che i
feelefii • Gli fon più cari, e di maggior guadagno: Nè cofa alcuna è federata
tanto, *Che non ardifean ricoprirla, e farla Rimanere impunita da le Leggi, Di
cui fono la pefie, e la ruina . Sono rapaci, e fraudolenti, e pieni ~D' in
fidie, di perjuri, e di bugie, S end alcuna vergogna, e fenz.a fede, Servi de
l'avarizia, e del denaro . Mentre che fiato fon f, opra 7 Palaz.zo Quafi tutt'
oggi in una lite lunga D' un mio Parente, l' Avvo cato awerfo : Tanto ha
ciarlato tc. Da quelle ultime parole fi può dedurre, aver egli in ciò avuta la
mira alle proprie liti. I Componimenti die c’ fece avanti la fua ultima
partenza dalla Patria, fono primieramente il feguente Epigramma latino, che fi
legge eziandio llampatO' negli Elogi di Monlìg. Tommafini pag. j 6., ed anche
tra le OpcTe del noftro Autore della riftampa di Verona Tom. 1 . in fine. „
Quatramus terras alio fub 1, cardine Mundi, f „ Quando mihieripitur frau„ de
paterna T)omus. „ Et fovet hanc fraudem Venetum fententia dura Qux Nati in
patrem comprobat infidias: >» Qux Natum voluit confe&um xtate Parcntem,
„ Acque xgrum antiquis pellcre limitibus. „ CharaDomus, valea*, dulcef„ que
valete Pcnates, „ Nam rnifer ignotos cogor adire Larcs. Indi un Sonetto, che fu
inferito nella Biblioteca Potante del Cinclli, Scansìa xxn. aggiun-
dirittamente all’Imperator Carlo V., al quale cariflìmo era* da cui apprefso
licenziatofi, da Trento, fenza purpafsare per Vicenza, fe n’andò a Mantova r e
quindi da capo, tuttoché vecchio fofse, e molto gottofo, fi ritorno a Roma,
dove era Rato tanto onorato, ed amato. Ma poco quivi fopravvifse,
concioflìachè. tra per lo cruccio, e passa di quella vita. Non fi fa veramente
ove fia di prefen giunta da Gilafco Eut elide» fc, Pafiore àrcade, ( cioè dal
P.Manano Rude Carmelitano cc. In Roveredo frego Pierantonio Perno, 1736. in 8.:
a car. 82. e 83. il qual Sonetto fu comunicato all' autore di quella S con zia
dal ! Cavaliere Micbelagnolo Zorzi, | di cuifeperciòa car. 8+. lodevol
menzione, E' notabile l’errore cotnmeffo da Luigi Groto, foprannominato Cieco
d’sldria, in propoli to di quello Sonetto nelle tue Lettere familiari. In
Venezia, preffo Gioì sintonia Giuliani, 1616. in8.a car. 124.; perche quivi
parlando del Tr issi no lo chiama Brlsci ano, e Padre deir Jtalia Illustrata.
(na) In alcune manoferitte memorie intorno al noltro Autore, comunicateci
cortefcrr.cnte dalla gentilezza del lodato Sig. Apoftolo Zeno, dopo 1 '
Epigramma e Sonetto fuddetti, ili legge come fcguc. M. Zan! zorzi fece ciò per
una lite, che \ veniva tra ejjo, et P Arciprete | M. Giulio fuo figliuolo di la
Ca \fa di licenza, ove dillo M. Zanzorzi hebbe una fententia centra in
Quarantia, et con queftà opinione andò a P Imperatore, e ritornato in Trento
fenza venir di qua per la via di Mantova, Ticchio, pien di gotta Il rimanente
non s’ intende per edere rofo il foglio. Che il Trissino moridc l’anno 15 jo.
conila non folamente dal concorde confcnfo degli Scrittori, ma da una Lettera
di Giulio Savorgnano, fcritta a Marco Tiene, gentiluomo Vicentino, fegnata di
Belgrado addì 29. di Dicembre 1150.: della notizia della quale al già mentovato
Signor Abate Don Bartolommco Zigiotti ci confefflamo unicamente debitori.
preferite il fuo monimento } ma Autóri parecchi hanno fcritto, eflergli ftata
data fepoltura in Roma medcfimo nella Chicfa di Sant’Agata entro lo ftefso
Depofito, in cui era ftato fepolto molto tempo innanzi il famofo gramatico
Giovanni Lafcari (114); e Jacopo- Augufto Tuano nelle lue Morie) facendo di
Giovangior.gio molto onorata menzione) accenna) che gli fofse ftata anche fatta
una lapida» poiché dicc 5 che efsen H. 2 do Tra gli altri Scritto - 1 della
Città coltra, di cui il P, ri, che addurre li potrebbono, Rugcri avea fatta
menzione avvi Paolo Beni, che nel T rat- nella detta fua Opera a car. xxvr.
tato àell'OrigMlla P amigl.Triff. | dice come fegue .,, Quoniam manoferitto, a
car. 34. cosi dice : Partitofi ( il noftro Autore) nell' A. 72. della fua et 4
per di f gufi 0 dalia Patria-, il che egli efpreffe con alcuni verfi latini et
volgari ( cioè l’ Epigramma, c*l Sonetto predetti) li quali ferini a penna
nella libreria Ambroftana di Alitano con altre molte fue compojìtioni non
ancora fiampate fi conferva . no, andò in Germania a ritrovare l' Imp. Carlo
r., et ritornato in Italia per la via di Trento, e Mantova pafsb a Roma, ove
morì, et fu il fuo Cadavere poflo in Depofito nella fepoltura del Lafcari. E
Olindro Trillino in fine della DeclamazJone latina del P. Rugeti, citata di
fopra, da elfo fatta (lampare, traferi vendo il già mentovato epitaffio, che fi
legge in San Lorenzo meminit Au&or Epitaphii, „ Cenotaphio loann. Georg. •„
Trifiini Vice ti* infculpto „ (Relliquum cnim tanti Vi-,, ri, quod Claudi
poterat, Ro-,, M.C in Tempio S. Agatb* in „ Suburra Conditu.m Fuit) illud hic
&c.“ E finalmente anche lo Beffo Rugeri nel citato luogo afferma, che Eius
offa-, ( di G1oVAN GIORG I o ), Roma cum Jo. Lafcari cineribut affervantur .
Comunque lia di ciò, fatto fta che al prefentc in S. Agata di Roma tuttoché
fuffiffa il fepolcro del Lafcari, non fuffifte più veruna memoria del Tr
issino; come ci fe certi il P. Girolamo Lombardi della Compagnia di Gesù con
fua lettera fcrittaci da Roma addi 11. di Novembre di queft’ anno 17} 2. do
diroccato il monimento nella reftaura2ione‘ del Tempio (non ifpecifica quale^,
ove era Ila*to feppellito, gli eredi Tuoi un altro gliene pofero in San Lorenzo
di Vicenza nell’avello de’ fuoi Antenati In fatti in San Lorenzo fi vede
l’infrafcntto epitafio, opiuttofto elògio, tante volte in queft3 VitA citato,
da Pompeo Trillino, e da’ fuoi affini' fatto ivi fcolpire, non veramente fa 1’
avello' degli antenati fuoi, come erroneamente ha lardato fcritto ilTuano, ma
allato all’altare dr detto Santo, a perpetua decorofà memoria di; un sì grande
uomo. IOAN- lllujhis Viri J m obi Au~ Xufii T hunni Hiftoritrum fui tem. pori s
Ab Anno Domini i J43. nfque . libricxxxvt 1 I. Gcnev* apud Heredet Pctri de U
Roviere Lite. D. „ Obli c et hoc anno « I. Georgius Triflinus peran» tiqua,
nobiliquc Vicetise fa. » milia, ad virtuccm, Se lite „ ra* natus, linguarum
periti fj> fimus» Se omni Scienciarum,, genere exercitatiffimus »> Roma
laboriofz virar finem „ impofuic anno xtaris lxxii. >» Diruto Monumento» dum
„ Templum inftauratur, in quo „ conditus fuerac, Hacrcdes al iud i» ei ad S. Laurentii
in Majo„ rum Scpulchro Vicctia pò» fuerunt. IO' ANNI GEORGIO O. Putriti o
Vicent. tAtn nobilitate, quarti dottrina, (fi integt itato Leoni Decimo, et
Clementi VII. p 0 „t. Max. necnon Alaximil. (fi Car. V. Impp. aliifique
Pfincipibus acceptijfimo, Legationibus prò Cbrifiiana Repub. temporibus
difficillimit fattici cum oxitu apud eofdem per alì is : Dacia inde Regi
desinato . Jn Coronai ione Caroli Imperatorie ad Sacra Palla Pontificia
nitentis ferendi Syrmatis Munus, infignioribus Principibus ad hoc ipfum afpirantibut
pofi habitis, Bononia eletto . Aurei Ve Iter ij Infignibus » (fi Comitis
dignitate prò fi » et Pofieris ab eifdem Imperatori b. decorato. Apud Ser.
Remp. Venetam fapixs Legati nomine de Clodianis Satin ù, de Ve. rona refi itut
ione, De Pace, Deq\ aliis negotiis gravibus re ad votum tran fatta. Sublimiori
gradu Sobelis ergo r confato. Operibut plurimi e cum antiquitate ceri antibus
elucubrati s. Rebus finis* et Pofieris eidem Inclyta Reipublìca Ven. ex tefi
amento commendatis . Vitaq; religiofijfimì funtto Anno Aitai is Sua LXXII.
Virgìnei vero Partus A4. D. L. P ompejus Cyri Comitis, et Eq. fil. unicus
Superfies, Nepes, (fi Hares, AJfinefq; T anti Antecefioris Memores pii, gratiq;
animi A4. P.P. An. Salu. A4. DC. XV. Non (116) Di ciò non facemmo [nc abbiamo
trovate tipruovc più fpecial menzione, perchè nonjficure. Non dee tralafciarfi
di qui trafcrivere altresì l’ Oda latina da Giufeppe Maria Ciria fatta in laude
del noftro O. - j) FAma centenis animata linguis » Aureo pergat refonare cornu
3> Trissini Busto fuper 5 et jaccntés 33 Excitet umbras. 33 Fas ubi trilli
gemuere lu e Lamino Perugino nel MDXXjy in 4. . e C^enza luogo > anno> e
ftampatore ) in i e (Cón la SofonUba, i Ritratti, e l'Orazione al Principe
Oritti ) In renezJat per Girolamo Penzio da Le. che, C Venezia per Agoftino
Sindoni e finalmente in rerona coll’ altre Tue Opere ( 1*1 )• li. EPISTOLA de
le Lettere nuovamente aggiunte ne la 1 2 > Lin- Nel Catalogo della Libreria
Capponi, 0 Jta de' Libri del fa Afarchcfe Alejf andrò (ire. gor io Capponi,
Patrizio Roma-\ no ec. C on Annotazioni in di- j verfi luoghi cc.. .. i n R oma
ap- preso il Bernabb, e Lazza. : rmi 1747. in 4. a car. 377 .| vedcfi
regillrata tale edizione;) ma farà forfè quella fleila, che fic fu fatta
unitamente co’ Ri- ! tratti, e colla Sofonisba, cd al- ‘ tro, da noi per altro
non ve-| duta, che ha quelle note in fi-| j ne P. Alex. Benacenses F. Be- na.
V. V.; fecondo che dice il j Cavaliere Zorzi nel Ragguaglio ! JJlor. della rita
d’O. manoferitto, in fine> cd anche nel Difcorfo fopra le Opere di lui,
llampato nel tomo 5. della Rac colta A'Opufcoli ec. in Venezia apprcjfo
Crijtoforo Zane, i 7 jo. in la. car. jp8. Di quella Rac- colta ne è benemerito
Autore il celebre P. D. Angelo Calogerà. ( Tom. a. a car. 2 7 p. . Digitized by
Googlc -. rugino e m Venezia ( Tenz’ anno, e ftampatorc in 8. e ( COn la
Sofonisba, l'Epiflola de la Vita ec., ed al- Tom. 3. a car. 993. ( ia8 ) Tom.
2. a car. 201. Il Fontanini nel regi- ftrare nella tua Eloqu. hai. a car. * 75
- la fudJetta edizione, prete uno fbaglio, notando Venezia in vece di Vicenza.
Tom. 2. a car. 243. ( l ì*J Nella Prefazione alle I Opere del rioftró Autore a
car. xxx. ( 1 3 2 ) Si legga il Difcorfo del I Cavaliere Zqizì {opra C Opere j
del noftro Autore a car. 440. Nel Catalogo della Libreria Cap- [poni, a car.
377. Ih regiftrata [un’edizione di qucft’Opcra in j 8. lenza nota di ftampa, ma
quella ed altro ) In Venezia per Girolamo Pernio da Ischi mdxxx. in 8. e V*
net. per Ago/lino Bindoni e finalmente in Verona colle altre Tue Ope- re Il T
rissino fcrifle quell:’ Opera a mòdo di Dialogo, e in ella lodò parecchie Donne
rag- guardevoli del fuo tempo i facendo tra le altre menzione )come fopra è già
detto) di Bianca fua feconda moglie, chiamandola beiuffima giovinetta . Vi. Il
Castellano, Dialogo, nei quale jì trae. ta de la lingua Italiana . In Vicenza (
fenza nome dello ftampatorc, nè anno della ftampaj ma ter Tolomeo Janiculo . )
in foglio. e ( colla Volgar Eloquenza di Dante) in Ferrara per Domenico
Alammarelli 1 1 K in 8. Fu riita mpato anche tra gli Autori del ben parlare, e
in Verona coll’altre fue Opere. O. manda quello suo Dialogo a lo ili ufi re
Signor Cefare Trivulzio, fottO il nome di Arrigo Dori a ; e iperfonaggi, che
v’introdulfe a favellare, sono Giovanni Ruceiiai col nome di Ca/iciiano, il
quale di- fende l’Autore da quanto gli fu fcritto contro circa le nuove lettere
} Filippo Strozzi, che lo Cdlfura, e gli quella forfè farà, che abbiamo] (133)
Tom. 1. a car. accennata al di fopra nell’anno- . Tom. r. a car. 41. (azione
ITom. 2. a car. c gii oppone le parole medcfime de’fuoi avver- sari ; e Jacopo
sannazx.aro y che difende le ragioni del Trissino. Della Poetica; Divisone i.
n. m.*iv, Jfu riceva perT olomeo Janiculo da Bretfa MDXXIX. di Aprile. in
foglio . Monfignor Fontanini regiftrò nell’ Eloquenza ita. liana quelle quattro
prime Divijìoni in tal guifa : Dalla Poetica di Gìangiorgio Trijfmo, Divijìoni
iy. in Vicenda per Tolommeo Janicolo. in foglio: ma flc- come noi non abbiami
vedute altre edizioni, che la fuddetta del 152 p., e quella di Verona ; e di
altre non facendo menzione nè il Fontanini medefimo, nè l’Autore del Caia -
lego della Libreria Capponi, nè ’1 Cavaliere Zorzi in nefliina delle due fue
Opere intorno al Traino, (138), nè finalmente chi compilò la Biblioteca
italiana; così crediamo agevolmente, che egli in ciò fi fia ingannato . Lo
Hello diciamo parimente della feguente impresone delle altre due Divijìoni, da
lui notata i 140) . A car. 354. j 1718. in 4. a'car. Coll’ altre fue Opere, e
17. e nell’Indice: Il Com- Tom. a. a car. 1- ! pilatore di quella Biblioteca fu
Cioè nel Difcorfo /o-jNiccoIa Franccfco Haym Ro- pra le Opere di lui, e nella
Vita mano. del medefimo manuferitta. ! Neil’ Eloqnjtal. a car, { li9)
Biblioteca Italiana cc. In 354. Venezia prejfo Angelo Geremia . 5 che pure non
farebbe il folo errore conv meflfo dal Fontanini in quella fua Opera. Della
POETICA; Divifione . In Ve . - per Andrea. Arrivatene, Sono fiate tutte
ultimamente riftampate ì* a?»»* coll’ altre fue Opere. Quelle ultime due Divìfioni
furono dedicate dall* Autore ad Antonio Perepoto Vefcovo di Aras ? con dirgli
> non aver loro data 1' ultima mano per effere fiato in quel tempo
grandemente occupato nella teffi.- tura del fuo Poema dell’ Itali * Liberata da
Goti, Nelle prime quattro Divìfioni tratta egli de’ Ver- fi, delle Rime, e
delle varie maniere de’ Li- rici Componimenti volgari : e dice in princi- pio »
che fé bene da molti Poeti tra fiato pot tic amen* te Jcrittoy e con arte, pure
nefiùno fin al fuo tempo avea deir^r/ a voffra Reve- Furono più volte flant-j
rtndìffìm a Paternità molto, et pata. V. fopra car.31. annor 55. | molto mi
raccomando. ove s’c favellato di quefta Ora- i Da Cric oli-, di luni, cincone .
V‘t di Marza del mille cinque Tom. 2. a car. 28?. cento trenta/ette, il tutto
di In fine di quefta Let- \ Fopra RevcrenditfmaTatermta. tcra fa il Tris sino
menzio - 1 Giovanceougio Trissino. ile fuccinta eziandio di certi al - 1 Quefta
lettera non (apremmo tri Villaggi del Territorio di perchè non fi a (lata
inferita nelViectiza ; c poi termina con | la edizione di Verona, quefte
parole: A 1 on faro più I (^ P inrgia appreffo lungo, perciocché effondo
Monf,-\ Pietro dei Nicolini da Sabbio gnore Brevio noftre lo apporta- \ mdm. in
4 * * Car> 3 ^ 1, a tcr S 0, tare di quefta, egli fupplirà a I (iji) Ivi» ed
anche a car. bocca a quello, che io bavero. in fine. D’O. GRAMMATICES introduci
ionie Libcr Primus. Verona afkd jintonium Putellettum Fu rijtempato quello
Trattatello in Verona unitamente coll’altre fue Opere dove si premette un breve
avvilo al Lettore, dicendo in eflb, che la detta Operetta forfè è quella, che
fittone. me di Grammatica fi cip* da quelli, C hanno fatto U Catalogo
dell'onere del *oJItq T*is«no, e forfè ancora nella prima edi. itone fi è dallo
Stampatore coti nominata > Libro Primo 5 per rifletto 4' altro giceiolo
Libretto » che contiene le inflituzioni della Grammatica del celebre Guari»
Veronefi, e che figuitandogli immediatamente, fui far le veci di Secondo
diquejfa materia. Non fi fa in fatti che il Tri ss ino altri ne facefle i e
certamente altri non ne avrà compofti, concioffiacofachè nulla manchi alla
perfezione dell’Operetta medefima* in cui egli attenendoli alla Italiana
Grammatùhetta, tratta compiutamente delle otto parti dell’ Orazione . K i
OPETota. i.acar.197. OPERE i D’O. >. In Verlì Stampate. LA SOFONflSBA ( in
fine } Jfampata in I v Rama per Lodovico Scrittore, et Lautitio Perugino
intagliatore con p rohibitione, che nefsuno poffa Jfampare queft opera per anni
diece t - come appare nel Brieve concedo al prefato Lodovico dal San . tifiimo
Noflro Signore Papa Clemente VII. per tutte le Opere nuove che 'Iftampa. in 8.
Laltefià. Jn Vicenzjt per T olomeoj articolo e In Venezia ( con li Aitratti I*
Epiftola a Margherita Pia Sanlevenna y f Orazione ai Doge Gritdj e la Canzone a
Clemente VII.) per Girolamo Pernio da Lecbo. in 8» e ivi ( lenza la Canzone )
per Agoflino Bìndoni Ivi ancora (reparatamente) prejfo u Gioliti mdliii. in 12.
c Ivi per Francefco Lerenzini MDLX, in 8# * e Ivi P” u Gioliti ( tratta dal fuo
primo efemplare) mdlxii. in n. - *' £ Jn Gntovrfapprtffo Antonio Bellone * e
Venezia per Ginfeppe Guglielmo, >s T UO- Nuovamente ** Venezia prejfo
Altobello Salica io Poi In Vicenza prejfo Perin Librar o t e Giorgio Greco
compagni in 12. e in V me zia prejjo li Gioliti mdlxxxv. e mdlxxvi in n. e Ivi
per Domenico Cavale «lupo. ili 8. e Ivi preffo Michel Bocobello " Poi
ancora inVicenzA appreffo il Brefcia e in V inezia per Gherardo Jmbcrti . Fu
riftampara eziandio unitamente con la Dpijtola de la Vita ec. (con li Ritratti,
e X Orazione al Doge Gritti) fenza nota di ftampa, con certe note in fine, in
8. (15?) Finalmente fu impreffà tre volte, in re. rena prej/b Jacopo raiUrji, F
una . nel primo tomo del 7 Wr» italiano (154), l’altra nel 1729, colle altre
Opere del noftro Autore, e la ter V. fopra annotazione l2c. a car. 67. ( >54
J Di quell’ Opera ne dobbiamo laper gradoni Signor Marchefe Maffei, il quale v'
ha premevo ancora una dotta Prefazione, da noi altrove accennata, in cui
difeorre molto eruditamente della Sofonisba, che occupa il primo luogo. Quell’
Opera è cosi intitolata t Tea-\ tro Italiano, o Jìa Scelta di Traj gedie per
ufo della frena ; ec. i in reron a prefso Jacopo Vallar fi 171S. in 8. Tom. 1.
a car. . Tralafciando di riferire le vcrfiotti fatte di quello Tragico
Componimento in altre lingue, fedamente vuol di rii, efTere cffo fiato tradotto
in metro Jambico latino da Giulèppe Trillino la terza nel prima toma del
fuddetto Teatro italiano ultimamente rillampatoQui dovremmo ftenderci a defcrivere
a minunuto le bellezze di quella Tragedia, aia per non dilungarci troppo, ci
riftringeremo (blamente a riferire ( come di fopra prometto abbiamo ) le
oppenioni di parecchi illuflri e chiari Scrittori fopra la fletta, £
primieramente Niccolò Rotti, tanta ftima ne fece* che non pure ditte ( 1 5 .
che ella tra tutte le Tragedie de’ Tuoi tempi teneva il primo luogo? ma la
fcelfe di più per materia de’ Tuoi Dimorfi intorno alia t rogo dia. Angelo
Ingegneri? Veneziano, laido lcricto, non efler troppo agtvol cofa P arrivar P
Arìoflo nella Commedia, atrissimo nella Tragedia r del qual fentimentO fu pure
Giovambatilla Giraldi da Ferrara, per altro rigido appuntatore del Trissino,
dicendo, che tra’ noftri Comici è recito p Ariofio eccellentijfmo, et il
TrHsino nelle Tragedie ha riportato, et ragionevolmente grandijfmo honort .
Benedetto Varchi poi, uomo di molta erudizione fornito, non dubitò di dire
nelle fue Leudoni > là dove trattò dei no, Cherico Regolare Soma- 1 meffaa*
fuoi Difeorfi intorno alla (cor la qual traduzione fta ma- j Tragedia . V.’car.
1j.aonot.44. nufcritta nella Libreria de' P. P. I Della Poefia RappreSomafchi
di Vicenza con que- 1 fentativa, et del modo di rap fta femplice ifcrizione:
Sopho- I prefentarr le Favole Sceniche cc. NUB/t Tragedia metrico-latina 1 In
Ferrara per littorio Baldini Paraphra/ìt . IJ98. in 4. a car. a. Lettera a’
Lettori pre -1 Ne' fuoi Difeorfi intorno dei Traici Tofani (159), edere ftato
il noftro CjIOVANGIORGIO il P R 1 AIO » che fcrivejfe Tragedie in queJU lingua degne
del nome loro. E flOIl pure il Vàrchi gli diede quella lode* ma eziandio il
fopraddettoGiraldi, il quale nel fine della Tua Orbecche introducendo la
Tragedia a favellare a chi legge, le fece dire cosi: £’l O. gtWtH, che col fno
canto Prima d Ognhn dd Tebro, e dall UH f so Già trajje la Tragedia all’ end e
et Arno . E a tralafciar altri autori, non fu minore la ftimaj che d’efia fe il
Signor Marchefe Maffei, il quale nella fua raccolta di tragedie date a luce Col
titolo di Teatro Italiano, dando all 1 Sofonisba nel primo tomo il primo luogo,
dille, che ella il primo luogo altresì occupa fra tutte quelle Tragedie, che
dopo il rinafeere delle bell' arti in moderne lingue apparsero ( 161 );
foggiungendo cfler mira. HI terno al comporre dei Romanzi,] (160) Nel principio
della delle Commedie, e delle Trage-i Prefazione, o Difcorfo, che vi dte, cc.
in Vinezia appejfo Ga - premette . briei Giolito de' Ferrari, &\ Avverte
qui dottameli. Fratelli, . acar.14jr.Jtc il Signor Matchefe, che benLegioni di
A 4 . Bene- j che vero fia, clic avanti la Sodetto Varchi Fiorentino lette da'
fonisba il nome di Tragedia in lui pubicamente nell' Ac ademia J Italia fia
ftato a’ componimenti Fiorentina, ec. in Fiorenza per | volgari impofto,
poiché, die’ Filippo Giunti 1590. in 4. a car.J-egli, con queji' ijtejjo
belliffmo 681 •, argomento una Tragedia abbia ' mo, è il ctfa, come la [rim a
Tragedia riufcifle cui eccellente: C po CO apprell'o a fieri, che chiunque no n
abbia » come in molti accade, il gufo del tutto guafto da certe Romanzate
ftramere, non [otrà certamente non fentir/ì maravigliosamente com. muovere
dalle belle vue di queftaTragedia, e da' p a fi tenerijfimi, c Singolari, che
in ejfa fono. E finalmente in un altro luogo lafciò fcrittOj'che vera e
regolata Tragtdia in quefla, o in altra volgar lingua non fi vide avanti la
Sofonisba d’O. a cui il bell' onore non dee invi diarfi d'aver innalzate le
nofir.e /cene fino a emulare i fiamofi efemplari de' Greci* Ma degno di
(ingoiar lode 5 e d’eterna memoria fi rendette il noftro Giovangiorgio per aver
ufata in quefta Tragedia una nuova maniera di verfi, e da veruno non prima
ufata, dico i verfi fciolti, cioè non legati dalla rima*, di che e il Giraldi e
per la condotta tanto fi allontanano dal regolato ufo del Teatro, e dalla furia
degli antichi Maeflri, che non hanno fatto confcguir luogo agli slutori loro
fra ^ Poeti Tragici; onde la gloriaci' aver data al Mondo la Prima ! Tragedia,
dopo il riforgiment» 1 delle lettere, e delle bell' arti, è rimafia al O. . i A
car. iv. della fud* j detta Prefazione, o Difcorfo p.renjeflfo al detto T entro
Italia * no . I Difccrfi cc. a car. 23 6. ! Di f par crebbe non altrimenti ap*
1 preffo noi una Tragedia fe di ver1 fifo tutti rotti, 0 mefcolati cogl’ !
intieri, o co gl' intieri foli c'h.u j veffero le rime, fifle tutta compìfi a,
che havtrebbe fatto appreflo i Greci, et i Latini, fefujfeft at a 1 ccm . d’O.
. ‘ Si Ivlaffei (154) afsai lodatilo, e dicono, che perciò gli debbe fentir
molto grado la noftra lingua. Ben’è vero, che vi fu chi a Luigi Alatnanui.,
famofiilimo Poeta Fiorentino, attribuì la gloria d’aver prima d’ognuno pofto in
ufo co.tal Torta di verfii e ciò perchè egli -nella Dedicatoria delle lue opere
To/cane dille d aver mejfi in ufo i .ver fi fenza le rime non ufati ancor mai
da' noftri migliori.,Ma come notò molto giudiciofamente l’eruditiffimo Signor,
Conte Giovammaria Maz 2 uchelli [166), o che l' Alamanni contezza non ebbe
della Tragedia del Trissinoj e però fi pensò d‘ efsere il primo a fcrivere in
detti verfi, o che accennar volle colla voce migliori qué’foli antichi
fcrittorij .che fon venerati per primi Maeftri L della é compofia di Dimetri,
di Adonii,\ Fiorenti* 15S 9. in 4. a car. 7. di Jindec afill ahi, ovtro di
éjfa- come pure il Bocchi nc’ fuoi E Iometri, perchè le fi leverebbe con' gj a
car. 68., ed altri allegati la gravità il verifimile ; le qua- \ dal Sig.
Co.'Giovammaria Mazli due cof* levatele, firimarreb-\ne ucheìli nella Pira
dell’Alare ella fenz.a pregio. Et però manni per etto dottamente ferie— debbono
aver molto grazia gli' ta, e (lampara • in Verona per huomini della nqfira
lingua al ! Pierantonio Berno, 174 j. in 4. T R 1 s s ino, eh' egli quefli ver-
j unitamente colla Coltivaz.icne Ji fcielti lor dejje, ne' quali la j dello
ftcflfo Alamanni, c colle Tragedia pigliale la fede della \ Api di Giovanni
Rucellai, fu* Maefià con vera fembianzut amendue gentiluomini Fiorenatl parlar
communi* I tini . (164) Nella Prefazione al j A car. 47. della pcc’ Teatro
italiano. I anzi citata Tita di Luigi Ala Il Poccianti nel Cata-j manni. logo
Scriptcr, Florentitiorum della Poefia. Fatto fta però avere il T rissi no» come
già è detto» la Tua Tragedia comporta vi* ventc Leone X. a cui la dedicò » cioè
a dire prima che l’ Alamanni fcrivefle le Tue Opere» che furono ftampate nel in
2 E perchè v'ha una Commedia di Jacopo Nar* di, Fiorentino, intitolata amicizia
(j e dell' ortografia antica della predetta Commedia, e fu Taverla il Nardi
chiamata nel Prologo fabula nuova, c primo frutto di Ytvovo autore in Idioma
Tofco, decife francamente > effcr la piti antica, e la prima di tutte le
Commedie, che fi vedeffe feruta in 1/crf, Italiane: aggiungendo, che dalle
quattro stante ftampate in fine di efla Commedia ( 172), appar chiaro efier
efifa finta compo L 2 fila * I. " L - - u j, j Il Crefcimbejoi nella [che
egli verarnente prete yno Star, della l^olg. Poef. dell’ edi- 1 sbaglio, perchè
il Varchi dille zione di Venezia* tom. r. lib. folamcnre, che il Nardi usi in
lib. J. a car. 1 1 V parlando del ! una fua commedia i verfi fciolti. verfo fciolto
j dice, cheiIVar| A car. 4J5. e fcg. chi, lafciando indubbio, fe il J Quelle
Stanze fono le Tris e dì guerre accefe in Tofcana, e per tutta l' Italia : il
che (dice egli) pienamente corriffondt all' annoi 494. in congiuntura del. la
venuta del Re Carlo Vili, in Italia-, e della cacciata de' Medici da Firenze .
Ma quanto egli favellale a capriccio? ognuno-, che fiore abbia di letteraria
erudizione, può agevolmente chiarirfene. Conciolfiacofachè quantunque Da quel-,
da cui ogni falute pende Letitia et paco: a cui fittoil tuo fogno Si pofa : et
lieto ogni tuo bene attende: j Et ceffi il Martial furore et /degno: Cbe fa
tremare H Mondo: Italia incende, Chel clanger delle tube, et il fuon dettarmi
Non laffa modulare i dolci carmi. Ma quello Dio, che olii alti in- gegni
afiira: Et ogni opera dif prezza abie- tta dr vile: Tanto- favor benigno oggi
ne fint- eti pur la fronte extollt il ficco umile. Ma fi lodore antiquo non re-
fi™ Stufate lo idioma : et baffo fHle. Et fcujt il tempo Ihuom fag. gio et
difereto Che molto importa il tempo fri fio 0 lieto . ]_ Quando farà che in
porto al | ficco lido Salva (Fiorenza mia ) tua barca vegna Secura in tulio
homai dal mare infido: T efio : Se il Sacro -Apollo il ver minfegna Segua pure
il Nvcchkr ac- corto et fido : Et viva, et regni pur Chi vive et regna-,
-Allhor (fé alcun difir dal Citi' s impetra) Diro le laude tua con altra Cetra
. -Allhor mutato il Cielo in altro afielìo Renoverà nel Mondo il Secol dauro-.-
si libar farai degni virtù re- cepto : Cipta felice: et di mirto, et di Lauro
Coronerai chi honore ha per obietto. Et nota ti farai dallo Indo al Mauro. Ma
hor eh' il ferro et il fico it Mondo a in preda Convita eh' a Marte ancor
Minerva ceda 8$ tunque di ciò, che il Nardi dice in principio delle fud dette
Stanze, (cioè che elle fi cantarono falla lira davanti alla Signoria» Quando fi
recitò la predetta Conr media) racC ogli e r fi poflìi e (Ter efsa fiata
rapprefen- tata in tempo che Firenze non avea cefsato ancora d efsere
Repubblica ; nientedimanco nè da quefte parole > nè dalle stanze fiefse può
dedurli che il tempo della recita d’efsa Commedia cor . rifa onde Piènamente .
in congiuntura de- gli avvenimenti fuddetti. E fe egli in dette stanze fe
menzione di guerre moleftillime a tutto il Mondo, non che all'Italia, non ne
fpecifica pe- rò il tempo j anzi le accenna in maniera che fi potrebbe più
verifimilmente conghietturare aver egli voluto in efse indicare le guerre in
cui dall’ armi ddl’Imperator Car- f lo V. Roma fu prefa, e Taccheggiata, il
Papa (che era Clemente Vii. di cafa Medici) fatto pri- v gione, l’Italia molto
travagliata, e tutto il Mondo, dirò così, afflitto da gravilfime turbolenze.
Oltreché non è probabile, che la signoria in tem- po di guerre e di turbolenze
inteftine fi fofse data bel tempo, e fe la fofse pafsata (comefuoi dirli) in
allegrie, e in divertimenti di Gomme die. Laonde con migliore probabilità fi
può dire, che la Commedia del Nardi fofse rapprefentata nell’anno 1530. giacché
in queft'anno e Clemente, Vii. ritornò a Roma dopo la pace fatta col fud. detto
detto Imperatore, e dopo averlo anche folenne-^ mente coronato nella Città di
Bologna; c Aleflan- dro de Medici fu fatto Duca di Firenze dal mede- fimo
Imperatore; fotto il Dominio del quale la Città non lafciò in certo modo
d’eflere tuttavia Re- pubblica. E verifimilmente un de’ due accennar volle il
Nardi nella voce Nocchiero, ufata nel quinto verfo della terza ftanza, e ad uno
de’ due pari* mente, o fors’ancbc a tutti e due pregò egli PitA t Rtgn? nel
fedo verfo della ftanza medeilma r E viva > et regni pur Chi vive et regna.
Se poi egli chia- mo la Commedia fabula nuova i e primo frutto di nuovo uè ut
or e in idioma t ofeo, volle con ciò indicare la novità dell’Argomento, ma non
mai la novità del verfo, come pretefe di farci credere il Fontani- ni nel
citato luogo : c perciò fu giuftamente cen- furato dal Dottore Giovannandrea
Barotti nella fila JOifefa delti Scrittori Ferrar e fi A quel che fi è detto fi
può ancora aggiungere * che non fi troverà certamente, che lo Zucchetta, per
cui fi crede, che fofle anche fiata fatta la pri- ma edizione della predetta
Commedia * libro al- cuno ftampato abbia avanti! 1517.» 0 al più al più avanti
> quando il Trissino avea già com- Parte feconda A car.n j. I tutori / opra
P Eloquenza Italia- Queft’ Opera del Sig. Bacotei faina del F anfanivi,
Roveredo[ ma Campata tra gli Ejfami di Tarj veramente Venezia) comporta là fua
sofonhba. Ma per- chè più chiaro appaia l’errore del Fontanini ? e del Guidetti
altresì nella fua relazione al Var- chi, e come a torto vuol toglierli al Tr
issino da alcuni moderni la gloria della invenzione dei Verfi fcioltij vogliamo
qui riferire ciò ? che al medefimo noftro Autore dille Palla Rucellai nella
lettera ? colla quale gl’ intitolò il Poema delle Api di Giovanni Rucellai ?
Ilio fratello? che che è fegnata di Firenze Voi fofte il Primo (gli dille) che
quejio modo di fcrivere in •verfi materni liberi dalle rime ponefte in luce, il
q»al modo fa Voi da mio fratello in Rojmunda primieramente, e poi nell' ji- pi
» 0 nell' Orefie abbracciato, ed ufato: e apprellò chia- mò f Opere dello
fteflo fuo fratello Primi frutti della Invenzione del Trissino. Per le quali
cofe tutte forza è, che conchiudiamo? che a gran ra- gione non pure dagli
antidetti Scrittori? ma dal Tuano e da altri ( ìycr ) fu il noftro Au- tore .
Veggafi la foprallega- ! FHJlor. &c. Toni. 1. lib, ta lettera di Giovanni
Rucellai vi. Ann. 1550. pag. 200. lctt. ai Trissino fegnata di Fi - \ D.„ Jo: G
e or g i U s Tbis> terboaddt 8. di Novembre mdsv. j », sihi's .... P ri m u
s genu $ ftampata nella Prefaz. alle Ope-',> canninis foluti foelicitcr
ufur- re dello fteflo Trissino a car. ‘ „ pavit, cum a temporibus Fr. xv.} e a
car. xvm. v’ha una „ pcirarchae Itali Kythniis ute- Lettera della Marchcfa
Ifabclla,, rcntur. di Mantova al nollro Autore; ( 176 ) Filippo Pigafctta, Vi-
de* di 24. di Maggio 1514. in ccntino, nel Difccrfo mandata cui gli dice, che
avea ricevutola Celio Malafpina in materia una fua Lettera, Ferfi, et Ope- ‘
dei due Titoli del Poema di retta, la quale fi può crede- Torquato Tallo,
premeflò al re, folTc la Sofonìsba, Poema fteflo delia edizione di Fette-
Digitized by Googl SS •' La Vita torc chiamato Primo inventore di qucfti verfi.
Ma per tornare alle opinioni degli Scrittori fopra la Tragedia del Tassino» non
fu ella efen- te da’fuoi critici, rare eflfendo quell’ Opere, in cui non fia
ftato notato qualche difetto. Il Var- chi nel citato luogo volendo darne giu-
dizio, la oenfurò fpezialmente per la locuzione, dicendo COSÌ: Io per me quanto
alla favola, e ancora in molte cofe dell'arte non faperrei fe non lodarla -, ma
in molte al* tre parti, e fpezialmente d’ intorno alla locuzione non faperrei,
volendola lodare, da qual parte incominciar mi dovejfi . E nell* JErcolano
diflfc: La La Sofonijba del Tr isslno, c la Rofmunda di mefier Giovanni
Rucellai, le quali fono loda tijftme, mi piacciono sì, ma non pia quanto a
molti altri. 17 al C k Venezia per Francefco de' Fran- j che come fi avea d
aver grazia, cefchi. in 4., dice, che \\\al Tr 1 s j i N o, c'havejfe dati
Tr1ss1no fu il Primiero; que verfi ( fciolti ) alla Scena, che in italiano
abbia ofato, e | così cc. Finalmente il Giti di faputo ..., camminare per fen -
1 medefimo in una delle fueLettiero erto, non più calcato da terc.tra quelle di
Bernardo l af' vernn altro dal tempo antico in fo. In / 'a dova ., apprefi quà,
faivendo in Verso dal- fo il Cornino-, in 8.; toni. a. a la rima Sciolto, con
avvefttu- | car. 198. apertamente chiamo 1 rato ardimento, la Sofor.isba Tra -
ITr.ssino Inventore di tali tedia ce.. HGiraldi poi ne* Di fi ! verfi : la qual
cofa fu olTervata cor fi cc. a car. 92. favellando dei anche dal predetto Sig.
Co: MazVerft Sciolti, chiama il noftro ! zuchelli, a car. 47. annotaz. Gì
ovangiorgio loro in- j 1 22. della fuddetta l'ita di Luiventore-, e approdo
dice qucdc' gi Alamanni, parole: Veramente mi pare, che | Lezjzioni ec. a car.
68 r,. Monfignor il Bembo, giudiciofo A car. 393. e 394 del Scrittore ..... il
vero dice fio, | la ciraw edizione di Padove quando a Bologna mi diffe, che I 7
-H -,n X» "E L T RI S S,I N O. Giraldi poi fu appuntato il nollro Autore;
per eflcrfi in quella Tragedia più dato (come £ dlfle) a fcrivtre i co fimi, e-
le m Anitre de i Greci, che nonfi conveniva ad uomo, che firiveffe cofa Romano,
nella quale tn. traffe la maejlà. delle perfine, ch'entra nella Sofinisba, Alla
quale obbiezione veramente potrebbe nlpondcrfi colle parole del fuddetto Signor
Marchefe Maffei (180), cioè che certe azioni, 0 detti, che ci pa jonoJn Per
finali grandi aver talvolta troppo del famigliare > .non danno dif gufi 0 a.
chi . ha cognizione de' Tragici Greci, egra* ttìca de' co fi unti antichi * E
sì . parimente altri difetti furono appuntati an erta Tragedia, che per dir
breve fi ommet> tonoi ma con tutto quello farà elfa da tutti i dotti Tempre
in grandilfimo pregio tenuta: perchè quantunque lì creda lontana da quella
perfezione, a cui fi può condurre un componimento teatrale! (oltreché Tiftelfo
potrebbe forfè dirli delle Greche Tragedie ancora, come dice il predetto Signor
Marchefe egli è per altro certo, no» molte prelfo chi ben intende annoverarli
Tragedie in lingue volgari, che portano gareggiar con la Sofinuha, la quale
fola farebbe ballante a tener tempre viva gloriofamcnte M appreC f 179)
Difiorfi del Giraldi e. liane luog. cir, car. 179. in fine, e a car. Prcfaz.
alle Opere de ( lio) PreCaz. al Teatre Jta.\ Trissino a car. xxvii. Dìgitized
by Coogle 5>S 'La Vita apprcfso i letterati la memoria del Tuo AutoreA ciò
che abbiam detto fi può aggiugnere ancora il giudicio del mentovato Signor
Cavaliere Zorzi, il qual dille, che la Sofonùba ì u n Tragico Poemetto,
migliare de’greci, e /nitriere ai Latini, Italiani » e Franzefi Scrittori. LA
ITALIA liberata tia i Goti. Stampata in Roma per Valerio, e Luigi Dorici a
petizione di plutonio A/aero Vicentino con Privilegio di N. S. Papa Paulo Jll,
di altri Potentati. RarifDifcorfo fopra l’ Opere \ al Clcmentijfimo ed Invit
tijfimo del Trissino a car. 415. 11 ^Imperatore Quinto CARLO Quadrio nella
Storia e Ragione > Maffimo : e quelli primi nove d' ogni Poefia Voi. 3. libi
1. Dift. ì libri fono di carte 175 I fcI. cap. iv. Particcl 2. a car. 65. condì
nove, che contengono regimando quella Tragedia, ac- carte 181, furono Rampati
l’anCenna i difetti fuddetti in clfa no approdo nel Mcfe di Novem notati dai
predetti Varchi cGi- bre, come appare da quelle pallidi ; ma apprelTo
foggiugne, fole, che in fine fi leggono : che efla ciò non cjtantc ha fem-
Stampata In Pene zia per T 0pre avuta ejiimazJone non poca: torneo Janiculo da
Brejfa nell' annominando anche la traduzio- no MDXLV 111 . di Novembre . ne
Iranzcfc di detta Tragedia Con le grazie del Sommo Fonfatta per Claudio
Mcrmctto, c tifico, e de la JlluHriJfima Siimprcfla in Lione l’anno 1583.
gnoria di Venezia, e de lo Illu( Quello Poema fa dal Jlrìjfimo Duca di
Fiorenza, che Trissino, come è detto di ninno non la poffa riftamparc lopra,
mandato in luce in più per anni X. fot za efprejfa licen tempi. 1 primi nove
Libri » i za de l’Autore. Gli ultimi noquali hanno il titolo fuddctto,;ve
finalmente furono llampati ma co’fuoi nuovi caratteri, fu- janch* effi in
Venezia P anno rono llampati l’anno 1547. nel Hello MDXLVII . per Io Redo Mcfe
di Maggio ; attorno il qual Janicolo, ma di Ottobre (cioè titolo v’ ha eziandio
il motto un mcfe innanzi a'Scconai no. della, imprcla da lui alzata TO ve)
collo Hello privilegio. E / HTOTvevon A auto >1 i e tutti quelli XXV II.
Litui (che dopo fegue la fua Dedicatoriafono, non già. come Ov pi Rariflìma è
quefta edizione } e due fole copie n’abbiamo noi vedute in Venezia y una nella
celebre Libreria Pifani? e l’altra nella preziofa Libreria del fu Signor
Apoftolo Zeno (184) 5 apprefso cui Vera anche un efcmplare dell’ impresone
feguente. J tali a &c. riveduta e corretta per /’ Abate Antonini ec. in
Parigi nella Stamperia di Ciovanfrancefco Rteapen . Tom. 3- in 8. Fu anche
riftampata unitamente colle altre Opere del noftro Autore nell’edizione tante
volte da noi citata j (ma fenza i caratteri da efso in inventati) in Verona
preffo Jacopo PalUrfi 1729. i n e tiene il primo luogo nel tomo primo • Ma
Anche ionie diflero erroneamente il Fonranini nell’ Eloquenza italiana à car.
580. . e 1 Autor del Catalogo della Libreria Capponi a car. 377.) fono uniti in
un volume in 8. Il Cavaliere Zorzi nel fuo Dif offa intorno alle Opere del Tkissino
a car. 4 y). sbaglio prefe in dicendo, che i primi libri furono ìmprtfft in
Roma, e gli airi IX. in Venezia . Dal Signor Apoftolo Zeno fu la detta fua
Libreria donata con teftamento a P. P. Domenicani della flrctta offervanz.a di
Venezia nel mefe di Settembre dell’anno i7jo.» nel quale poi addì xt. di
Novembre placidamente p.ifsò di quefta vi ta. Della cui perdita li dorranno mai
Tempre i Letterati, ed tifa da noi non pure in quel tempo, in cui appunto
eravamo in Venezia, ma continuamente farà compianta. Cinqui abbiam voluto
dire., per Iafciare un pubblico arredato, della noftra gratitudine alle molte
cortcfie ufjtcci dal meiefimo. Per altro un elogio alla memoria di sì grand’
uomo col Catalogo delle fuc Opere ha pubblicato l’erudito Autore della Storia
Letteraria d'Italia (il P. Francefco Antonio Zaccaria Gcfuira ) nel Voi. 3.
lib. 3. cap. V. num. 1. c fegg. pubblicata in Venezia nella Stamperia Polttiv
1752. In 8. Anche quefto Poema fu da varj letterati ITomi-^ ni e Iodato? e
cenfurato in molte cofe. E quanto alle cenfure, il Titolo primieramente non è
affatto piaciuto ad alcuni, giudicandolo dii troppo lungo, e ravvolto,
diròcosì* dicendo, non bene diftinguerfi, fe i Goti, o pure altri da' Goti
abbiano liberata f Italia (18*) . Scipione Erriccy Poi nelle fue Rivolte di
Parnafo Criticò 1 - AtJtore noftro, che fece fare fenza necelfità veruna ai
Perfonaggi del Poema lunghi ragionari, e che introduce la gente nella Zuffa,
parlante aguifa di Dialogo, facendo che l’uno ricominci dove l’altro terminai
il che è lontano affatto dal verifimile j concioffiacofachè nelle guerre non
s’odano che poche voci, e folamente fi fenta, il fragore delTarmi : e in altro
luogo ky criticò, perchè troppo alto cominciamento die. de alla guerra i
dicendo, che meglio avrebbe fatto', fe avefse porto Belifario o dentro a Roma,
o per lo meno in Italia v e tacciando in oltre gli amori di Giuftiniano di
troppo goffi c lafcivi, c d’indegni del fuggetto, a cui furonoappropriati
(188): delle quali cenfure dell’Erri- CO fi Veggafi Udcno Nificli tic'
Proginnafmi ec. Rivolte di Parnafo di Scipione Errico . In Me finn per gli
Eredi di Pietro Urea 164.1. in iz. acar. 63. Rivolte di Pam a fe a car. 64.
Rivolte ec. a car. . pj to fi dolfe poi non poco Gafpare Trillino colla Lettera
a lui indiritta ? la quale fi legge nelfè efse Rivolte di Pimi/,, (i8p). Attché
il Fontanirri nella Eloquenza Italiana ( jpo ) notò qnefto fallo commefso d’O.,
foggiugnendo, che egli Poi ravvedutoli, ne fece l’ammenda, riftampando le
carte, e mutando i verfi già fcritti (ip r ; s pafiando appreffo a riprendere
chi riftampò le Opere di lui, perchè avendo tralafciata l’ortografia dal Tri ss
ino fieflb inventata, v’ avelie poi inferite le cofe ** M medefmo
volontariamente ritrai utt (ipi). Da S * ÌV r ° lte J C - * car - «o-. | eolie
parole, e le parole io' ben(iyo) A cai. 581. 1 fieri: le quali fofto perciò fem
so^Aelìa Ubr^'r ^ C * ! * lo \t lici e P«re, e di quando in quan. go della
Libreria Capponi a car. | do con virgìnal modeffia trasfe &Y.T„“fT
''jT'I’t'v" 4 CanonTo G fZt d I Rissino, die*; nelle An- : ni Checozzi
nella fùa dotta Ltt TZntL C alcll q0Cl1 ’ \ *»* di,enfiva ’ «tata al di fopra
An!dli r q '"'"^ont all 1 annotazione 101., dice che {jù 1 ; isst {
;j:zz:iu f :rr ir ™ s ìz o ìvT cho t bcmì ! 2 *’ 119 J. \ io ’ »,iche >
àoveglifcherzi qualche e 1 31., che fi e tentato di leva - 1 volta p affano
aver Inaio ma UaVitìc *‘ r l ÌC l n ? }{ molto pia nelle ferie, et ed oraMa
Vincenzio Gravina nella fua tcrie. * Opera intitolata Della Ragion Poetica
libri due cc. Jn Venezia frejfo singioio Geremia 1731. in 4. lib. a. a car.
106. non dubitò di lafciarc fcrirtó non foiamen- Le parole delFontanini nel
luogo citato fono quelle z Reca gran maraviglia (dic’egli j che ojjendendofi la
memoria, e riputazione dd Tritino nel ri fi n 1. ^ te chela Qifd. -r
riputazione del J njf.no nel ri te che lojhle del Tassino \fiamparfi le fue
Opere ( non pe e caffo e frugale; ma ancora che] ri con l'ortografìa da lui fi
tifo tatti ifitoi penfien fon mi furati j inventata ) fiafi voluto in onta fua
» .Vita' Da Gio: Mario Crefcimbeni nella Stiletta dilla Fdgar Totfm { ipj), fu
il Tr issino cenfurato di troppo efatto nella deferizione delle parti,• e
particolarmente del veftire dell’Imperatore Giuftiniano; concioflìacofachè gli
abbia fatto metter prima la camicia, e poi 1* altre robe di mano in mano fino
alli calzari; foggiungendo, che l’efempio d’Omero inventore di cotali foverchio
diligenti narrazioni, non lo dee in ciò feufare. In fatti l’avere Giovangiorgio
troppo efattamente imitato quello Greco Poeta, fu la cofa principaliflìma, che.
gli ha nociuto. Di che eziandio Giovambatiila Giraldi ? Cintio, Ferrarefe,
appuntollo, dicendo (194)5 che £ energia non iftà ì come il noftro Autore fi
credette, nel minutamente feri, vere ogni copicela, qualunque volta il Poeta
fcrive eroicamente; ma nel fla, e non fenza contumelia della Chrefa Romana
fargli l' oltraggio di preferire alia giufta fua correzione le cofe,
volontariamente da lui meclefimo ritrattate, cantra le quali da onorato
gentiluomo-, e da buon Crifiiano altamente fi fdcg -crebbe, Je foffe in vita.
Con quelle parole accennò il Fontanini la rillaihpa» che delle Opere del T n i
s‘s i n o fi fece in Verona ; del che il Marchefc Maffci fe ne rifenri nell’ E
fame fopraccirato, a car. 73., dove dice, che il detto Boema fi è ristampato a
Verona | fecondo /’ impresone con Privilegio di Papa Paolo Terzo ufiiI ta . lo
certamente non ho vo; Juro darmi la briga di confrontare la primiera edizione ;
colla riftampa' del Poema fieffo, per chiarirmi» fe vere ricino quelle
mutazioni predicate dal Fontanini . Bellezza della Volgar ' Poefia di Gio:
Mario Crtfcimj beni ; In Venezia, preffo Loren\zo Bafeggio, in 4. Dialog. Vili,
a car. 157. Ne’ Di f cor fi ec . a car. 6 a. ma nelle cofe, che fono degne
della grandezza della materia* if'ha il. Poeta per le mani: e prima ( 195 )
dille quelle parole: Come l'età di Omero e i collumi di que' tempi, e le fingo
lari virtù, che fi trovano in queflo divino Poeta, fecero toler abili quelle-
cof e in lui', così l'averle il Trijsino in ciò imitato ne/r Italia, .altro non
fece, che ffiegliere dall'oro del componimento di quel poeta lo fi creo, (il
quale non per fuo vizio, ma dell età ci fi trapofe ),.e imitare i viz,j, (
parendogli di avere affai fatto, fe bene gli efprimeva ), e accogliere tutto
quello, che i buoni giudicii vollero trai affiate, moftrandofi in ciò foco
grave. Oltreciò lo Hello Giraldi (i 96 ) notò in quello Poema, vìziofe eflere
le invocazioni; e la favola di Farlo e di Lìgridonia elTervi introdotta, e
fuori dì ogni bifogno, e fuori d'ogni dependenza ; aggiungendo, quell’allegoria
efler tolta da altri, e in parte dall' Ar lofio nella favola et Ale in a, e di
Logifiill * * C finalmente in una. Lettera a Bernardo Tallo (198) dille, chele
il Tr ISSINO fiecome era dottiamo, così foffe fiato giudiciofo in eleggere cofa
degna delle fatica di venti anni, avrebbe veduto, che così fcrivere, com'egli
ha fatto, era uno fcrivere Smorti ] inferir volendole il Poema non era letto.
Ma chi dogni appuntatura de'Critici a quello Poema parlar volette, llucchevole
forfè e nojofo riufeirebbe ; elfendo già flato fatto queflo dal Difcorfi ec. a
car. 33 .[quelle d’effo Taffo, ( Voi. a. t 9f> \ ^r 0T r cc ‘ 3 car ' 49 - a
Car. 196. e fegg. ) (lampare — l J cor fi cc e fopra i Poemi di alcuni più chiari
Epici non dubitò d’, innalzarlo. Nè minor conto ne fece Benedetto Varchi,
poiché in una deile fue Leeoni (20 6) dille, che 1 Italia Liberata da Goti fe
bene era lodata da pochijfimi meno che mezzanamente, e da molti in finii amen.
t e biafimata,.e quafi derifa, pareva a fe nondimeno, che -Quanto a quello, che
è prof rio del poeta, ella mcrìtdffc tanta lode, anzi tanta ammirazione, quanta
altra potft*, che JSj fia dogo fico, ed a teffer lavoro Somigliante a quei di
Virgilio, a d' Omero, e di quejlo fpezialmente eh' egli prefe a imitar del
tutto. Lettere, Voi. 2. acar. 416. Il T rissino > la cui dottrina nella
noftra età fu degna di maraviglia, il cui Poema non farà alcun» addito di
negare che non fia dijpojlo fecondo i Canoni delle leggi d' lArift utile, e con
la intera imitazione d' Omero, che non fia fieno d erudizione atto a infegnar
di molte belle cofe ec. 11 O. medefimo nel 1. libro di quefto fuo Poema, a
car.22.dcll’cdizione di Roma così dice ; „ Ma voi beate Vergini, che „ fofte „
Nutrici, e figlie del divi - 1 a> no Homcro, [ „ Ch’i ammiro tanto, e vo
feguendo Torme „ Al me’, ch’io fo, de i fui „ veftigi eterni; Reggete il
faticofo mio viaggio: „ Ch’ io mi fon pofto per „ novella ftrada, „ Non più
calcata da terrc.^nc piante . E in quefti ultimi verfi potrebbe crederfi, che
avefle egli voluto indicare non pure d’eflere flato il primo a comporre Poemi a
imitazione d’Omero, ma d’effere anche flato il primo inventore del verfo
fciolto » in cui il Poema è dettato. Lib. 2. acar. ioj. I Lezzioni di M. Bcnedetto
Varchi a car. f‘* dopo Omero fiata firitta, e dopo Virgilio: foggiungcnclo
appreflo, che deve molti fi ridono del T n. i ss i n ® > che confi fio
d'aver penato XX. anni a comporla » a luì pareva, che ciò a gerle giudizio
porre, e attribuire fi gli doVcHè > Finalmente ( a tralafciare il fentimento
di altri Scrittori circa quello Poema, e fpecialmente del Tommafini, e
dell’Imperiali Salvini, che fu uno de’ più begli ornamenti, che abbia avuto in
quelli ultimi tempi la Città di Firenze, così fcrille (2op) in torno al Poema
Hello, e al fuo Autore: 11 nofiro leggiadrijfimo Rutilai tefii in verfi fiiolti
il fuo poemetto dell' Api dedicandolo al Trissino, che nello fiejfo tempo dello
Alamanni » che la celebratifiima f u a Coltivazione mife in verfi fiiolti >
compofe alla gran guifa Omerica I'Itau a Liberata dai Goti, il qual Poema fu
tanto da un drappello diPaftori Arcadi confidar ato ripieno di bellezza, e
virtù poetiche, che ave ano a varj /oggetti dato un Canto per uno, per metterlo
in ottava rima, per farlo più leggibile con quefio lenocinlo alle fihiz,.
zìnafiy per dir, coti, orecchia Italiane ( 2 to) • ed in Un e nel primo tomo
delle fue opere della riftampa di Verona j e con altre fue poefie nella prima
Parte della Scelta di Sonetti e Canzoni de' pi* eccellenti Rimatori d'ogni
fecolo (alj). . RI Jm ^214) Mi pare, che qui da tralafciar non fia il Sonetto
da Benedetto Varchi mandato al noftro Giovangiorgio j giacché con dio non pare
lui lodò, ma avendo forfè la mira alle altrui critiche fopra il di lui Poema,
inanimillo a?profeguire gl’incominciati fuoi Audi . 11 Sonetto è qticfio, e fi
è traforino dal libro intitolato: J Sonetti di M. Benedetto Varchi, ec. In
Venezia per Plinio Pietra Santa, 155-5. in S.acar. O. altero, che con chiari
inchiojtri T e ’nvoli a morte, e 7 foco l noftro bonari, Rendendo Italia a'
fuoi pajfati honori. Di man de' fin crucici barbari moftri Tu con nuovo cantar
l'antico' moftri Sentier di gire al Cielo, e tra'migliori Le tempie ornarfi dì
honorat i allori Pi* cari a cor non vii, ohe gemme et oftri. Per te l' Adria,
la Brenta, e ’t Bacchillone Al dolce fuori de tuoi graditi accenti Vanno al par
di Pento, del T tbro, e d'Arno . Deh, fe 'i gran nome tuo ftntpre alto fuone, £
faccia ogni gentil pallido 1 e fcarno, Tuo corfo l'altrui dir nulla rallenti.
Scelta di Sonetti e Canzoni de’piìt eccellenti Rimatori dì ogni Secolo ec. DEL
TRI'SsrN'O- roi XV. RIME. In Vicenza per Tolomeo laniccio. Diccfi j che l’anno
medefimo fofler ivi riftampatc per lo Hello janicoia in 8>; ma quella edizionoi
non l’abbiamo veduta. Furono bensì riftampate 1» Verona coll’ altre lue Opere.
Il Tris si no dedicò quelle Rime al Cardinale Niccolò Ridolfi, Velcovo di
Vicenza in quel tempo ( non a Leone X., come fcrifle erro* nearnente il Signor
Canonico Conte Giovambatifta Cafottì, che fu perciò ne[ Giornale de' letterati
£ Italia, modcllarrrente corretto) e nella Dedicatoria, la quale non ha daLa,
egli dice, che gli mandava w'ft* Tuoi giovanili componimenti per ubbidire alle
fue molte infianze . Di quelle Urne, non meno che del loro Autore, favellò con
molta lode il Quadrio nella più volte citata Opera fua della Storia e Ragione
di ogni Ree* : c Federigo Menini lafciò fcritto et* fere W4, che contiene i
Rimatori an- Tom. prim.acar.349i fichi del 1400. e del 1500. fino j Nella
Prefazione. In Venezia r Vrofe e Rime de'due Buonaccorpreffo Lorenzo Rafcggio .
in 12. 1 fi « Rampate In Firenze nella Voi. iv. La Canzone è a car. ! Stamperia
di Giufeppe A/anni 303. del Vol.i.e di efla se fatta 1 . menzione al di fopra
all’annot. ! Tom. xxxvl. Arde* 56. Olitila Scelta, che era fiata ix. a car.
224. in 12. prima in Bologna Rampata, fu poi j Voi. 2. lib. I. Difi» riprodotta
in Venezia inpiùVo-’i. Cnp. 8. Parriccl» s. a car» lumi. IOÌ L A V i f A fere i
Sonetti del" noftro Autore e buri, fentenzàoft, e' patetici Sette Tuoi
sonetti, i quali mancano nelle fuddette Rime, furono ftampati nella già citata
Raccolta delle Rime di diverfi nobili PeetiTofeani fatta dall* Atanagi: il
primo de’quali fu da Giovan* Giorgio indirizzato al Pontefice Paolo Terzo >
e l’abbiamo accennato altrove; il fecondo a Ottavio Farnefe, allora Duca di
Camerino} e poi di Parma c Piacenza* il terzo a Margherita dAuftria* il quarto
al Cardinal Farnefe foprammentovato; il quinto a Girolamo Verità, gentiluomo
Veronefej il fefto a Paolo Giovio» Vefcovo di Nocera, e Storico di chiaro nome»
il fettimo finalmente è il fopraferitto, da eflo fatto poiché terminato ebbe il
fuo Poema dell 5 Italia Liberata da Goti. Ancora Un fuO Sonetto, fcrittO al
Cardinal Pietro Bembo (224;, fi legge tra le Rime di quefto Autore il quale un
altro Sonetto Nel Ritratto del So- j cenza fua Patria. Sono chiarii netto 1 e
della Canzone In Vene- \ fent trizio ft, e patetici, zia apprejfo il Bertoni
> 1678.' A car. 8?. a tergo, e in il., a car. io?. Ecco le fuc, feguemi.
parole Giovan - Giorgio! V* fopra et car. 55. al. T rissino, nobile Vicentino,
l annotazione 1 07. oltre alla Tragedia delta Soft- j V. ivi. nisba e oltre
all'Italia' Quefto Sonetto C0 Liberata, Poema Eroico, che \ inincia : fu il
primo ad ejfer dettato fe- j Bembo, voi ftet e a qne bei condo It regole
d'^driftotele, e ftadj intento . fatto ad, eferr.pio di Omero 1 fe J Rime di M.
Pietro molti Sonetti ftampati in Vi- Bembo: In Bergamo appretto Pietro DEL,
TRI5SIN Q. j ^ .Sonato nelle medefime definenze gli mandò in rilpofta. Altre
lue Rime poi dono fparfe nelle Raccolte del Varchi» del Rufcelli, e d’ altri:
ma dal Signor Marchefe Maffei tutte adunate furono, e poi fatte Rampare in un
colle altre di lui opere, colla giunta ancora di altre poefie del mcdefimo (ma
non di tutte), non prima date in luce, e di alcuni Sonetti da altri Poeti a lui
fc ritti. Ma perchè alcune poefie, che fono tra quelle del noftro Autore,
veggonfi altresì tra le rime o de Buonaccorfi, o di qualche altro Poetai però
egli è ragione, che diciamo intorno a ciò qualche cofa, avendone già
diffufamente parlato altri Scrittori, e fpezialmente il Cavaliere Zorzi. Tra le
Rime adunque de’ Buonaccorfi Ieggonfi quattro Sonetti interi, e cinque foli
verfi di un altro Sonetto (11 fuddetto Signor w tro Lanccllom 174 J. > in 8
. a car. Quello Sonetto comineia: Così mi rentU il cor page, e contente . e fi
legge in dette Rime a car. 94 -Tom. l. a car.Difcorfo /opra l Opere'. del T r 1
$ $ t n o, a car. 404. e ! feguenti 11 -primo ^i queftiSonerti, che a car. 1.
delle Rime del noftro Autore fi legge; ed a càr. 2 96. di quelle dc'JBuonac. 1
corfi, della mentovata edizione di Firenze 1718. in 12., comincia coste La
bella donna, che in virtù d" Amore . il fecondo che principia: Li occhi
foavi, al cui governo Amore ; nelle Rime de’ Buonaccorfi c a car. La vita
Signor Conte Cafotti incaricando (2jo) modefìamente il noftro Trissino,
favoreggia i due Poeti: e nel domale de' letterati tf /taiu fi accenna
folamente, ma non fi feioglie cotal viluppo » Il Cavaliere Zorzi dice, che
perciò fare converrebbe andare a Firenze, ed ofservare fc Antico, o no, fia il
carattere, onde fono fcritte le poefie de’ poeti fuddetti •, concioffiacofachè
pofsaefsere, che da'copifti, (le copie fono)> o come a car. ., cd in quelle
del ine allenirne de’ Buonaccorfi a Trissino a car. 4. Il terzo, car. lvi. che
ha quello principio: j Tom. xxxvr. Artic. Qando 'l piacer, che’l defia to bene;
\ b o> he 1 Sonetti^/ I ; non fieno del piovane Buonaccor-,è a car. 4. a
tergo delle Rime fi, offendo firitti a Palla di del noftro Autore, cd a car.
Noffcri Strozza, ea'fioi figliuoli quelle de’ Buonaccorfi . 11 li > tutti
fuoi coni empcr enei - I quarto finalmente, clic fi leg- '.y chc| DelLi
edizione di Veti legge tra quelli di qucfto \nez.ia 1546. in 8. a car. 7..; la
Autore dell’edizione di Firenze * qual Canzone, che nelle Rime e comincia: (del
Trissino è a car.' 5. Quanto più mi dijlrugge il ( principia. mio pen fiero-, .
Amor, da eh' e' ti piace nelle Rime del Trissino cl -Chela mia lingua parli-,
cc a car, . j IOJ La Vita con vcrfi di Tette, e di undici fillabe, tutti
Tciolti, e ufolla in una Cantone indiritta al Cardinal Ridolfi : il qual modo
ftravagante e fconfigliata cofa parve al Crelcimbeni (i* ma, come dille Maffei
Tu bizzarria d’un iblo componimento. I Simulimi (Commedia in verfo fcioito) In
P rnezja per Tolomeo J unitola da Breffa. Quella Commedia ( dì cui non Tappiamo
eflerci altra riilampa, Tuorchè quella Tatta in Perona unitamente coll' altre
Tue Opere) Tu da lui compoftaa imitazione dei Mtnemmì di Plauto, aggiungendovi
il coro-, e varie coTe mutando-, Teguitando in effe altresì le tracce degli
Antichi, ed accoftandofi Tpezialmente ad Arifto/ane . Nella Dedicatoria al
Cardinal Farnefe dice, che avendo in quefia lingua Italiana compoJ} 0 e l 4
Tragedia, e lo Eroicoy gli ' t* rut ° oU tra futili di abbracciare ancora
qaefb' altra farle di $“fia, cioè la Com . Quella Canzone end nd primo tomo
ddla riftampa di Verona,. a car. 371. cola.., c comincia; Paghi, fu feriti, *
venerandi Colli i cc. ( ma non Tragedia, fi il TafTo, che non compofe Commedia,
fua non eflendo quella, che fu imprefla col nome di lui (23P). A che volendo
noi alludere abbiamo fatto di quattro differenti poetiche corone adornare il
Ritratto del noflro Autore, che in fronte di quella Vita fi vede. Nella Prcfaz.
alla ri- | Rampa di Verona a car. Xxv. Tra’ lodatori della commedia del nostro
autore, j uno fi fu il P. Rugcri, cosi parlandone nella citata Declamazione a
car. xxiiù,1 Hic fior Georgivs) anti„ quorum poetarum, qui Co— n mie® Poefis
lauream adepti,! » Slori® termino* pofteris cir. j cumfcripfifle videbamur,
Rre-,» nui adeò coocertationc ingej„ nii adarquavir, eruditiflìmo !» PoCmatc,
metro jfcripto quod Sim itL r mos infcripfit ut quonefeumque >» Comicum illuci
Carmen le- ftionc parcarro, ipfa fe mihi » antiqure Poefis facies verert-,, do,
gravique afpc&u referar,» contemplanda. Egloga fafitrAie (in verfo
Italiano) nella quale Tìrfe pallore invitato da Bauo capraro» piange la Morte
di cefAre Trivuiào fotto nome di DAfm bifolco. Quello componimento fu inferito
coll’ altre fue ogere nella riftartipa di Verona Altra Egloga (parimente in
verlo Italiano), in cui parla Batto Capraro folo. E quella altresì fu llampata
coll’ altre fue Opere Pharmaceutria U4* )• De mtTU Anche quella Compofizione,
che è di clxxvil. verlì Latini, fu unita alle altre fue Opere nella riftampa di
Verona (244): e perchè nel Codice v’era Tom. I. a car. \ffripfft, quifquis ille
fiat, qm Tom. I. a car 375. \titulum aididit, non ertim ei,m À Gli eruditici
ini Signo- arbitror effe a manu Io. Gìor rì Volpi di Padova, i quali fic- gii
Trissini, quei» come aveano ideata Una edizio- ÌGracas litteras egregie
caUuìJne delle Opere del Th iss l»o|/f. apud The ocn ( comc è detto nella
Prefazione) J tum che ineptì hanc E- Fracaftoro. tlogam PiiAUM aceutri am in-
(T Tom. U a car. IOS V’ erano alcuni vani? perciò dal foprammentovato Gafpare
Tri ss ino eruditamente furono empiuti > e quivi fi veggono contraflegnati
con carattere diverfo. Encomium MAximUiàni ctfarit . Sta quefto altresì
coll’altre fue Opere della detta riftampa. Due Epigrammi latini. 11 primo di
quelli Epigrammi (i quali furono dati a luce parimente in detta riftampa (245);
fu fatto dal Trissino in morte di Pulifena Attenda, Celcnate, piagnendo egli in
perfona del Marito* Quefto fu tratto da un libretto ftampaco in Venezia» in cui
fi legge anche un’Orazione di Jovita Rapicioj da Rrefcia, detta in Vicenza in
morte della ftefla. L’altro Epìgramm* è quello, che s’è riferito al di fopra,
fatto da lui prima della ultima fua partita dalla Patria. Tom. 1 . a car. più
nella Seconda Parte, a car. Qucùo Encomio è di CHI. Vcrfi 63.efeg.91.eieg. 192.
c fcg. dello eroici latini, e comincia Cosi. Specimen Paria Ut ceratura,
&c. Heor.rn Jì fatta mihi, laudcfvo Btixia 173 9. 4. pubblicato dal
-Dei-rum non meno per dignità, che per Quandoq; ut ctlebrem permit - virtù
inorali, cd intellettuali tii carmini Phàebe, Eminentiffimo Cardinal Qui. En
tempus, ncque fallar, a- fini : e nella Libreria Ere defi} &c. feiana di
Lion ardo C o^z^ando, Tom. 1. a car. 398. \in Brefciu\ 6 vq. per Gio: Maria Di
Jovità Rapicio ' Rizxxrdi in S. a car.. ove fi trova latta menzione neli,
£’r-|è chiamato Raviz.zat, c fr dice, colano del Varchi a car o che fu lcctore
di umanità in Vili ella Scan zia xx 1 1. della Biblio- j ccnza . tcca Polamcz
car.120.121. mal all’ annotazione m. Digitized by Google tio L a Vita Alcune
poetiche Latine Compofizioni del Tr issi no non inferite nella fuddetta
riftampa di Verona, furono ftampate nella Scambia XXIL della Biblioteca
Volante- di Giovanni Cinelli ( MW • Quelle fono primieramente due ode; dopo
cuifeguitano due evitati in morte dì Vincenzio Magre, fuo caro amico j e
appreflfo feguita un epigramma ad fonticuium /: e finalmente una Compofizione
intitolata leges conviva les . L’Autore di efia scam.i a nel luogo citato dice»
che quefie Poefie ad intelligenti, che le hanno vedute, fembrano cofe fatte dal
TnissiNO ne'fuoi pii* giovanili anni: ag>» giungendo, che il il Codice, onde
le trajfe, benché fia ferie to net 1500;, mofira che già inclinava al fine il
fecole, ed in confcgutnz.a molto tempo dopo l A di lui morte. DÌCC 1U oltre,
che U Copifia era poco intendenti del Latine -, per. che vi fi trovano >
alcuni errori, che mai fi poffono ’ attribuire a n illufire Autore. xxxrn.' A
car. c 81. E‘ mentovata da noi all’ annotazione in. { ajo) La prima di quelle
Ode comincia: Du&urus aurum nobile per Mare Carafve gemmai n avita
fluttibus Non ante fe cautus mari . nis Crederet, et rapidi s procella 8 cc.
L'altra' ha quello principio: Pulcher o Sol, qui nitido s dies &' Das, et
idem fubtrahis, a eque ter rie Humidam noSlem *. et placidam quietone Riddi:
avarie Sic. Quello Epigramma è diverfo da un altro dal noftro i Aurore
Grecamente compollo fopra il mcdcGmo fuo Fonticello di Cricoli, il quale di
fotto regiftriamo tra le fuePoefie non ancora date a luce 1 VOLGARIZZAMENTO .dì
alcune Ode MQrazio* Quelle noi non le vedemmo» ma follmente ci atteniamo
.all’autorità del Fontanini {252), e del •Quadrio )1 il primo de'quali dopo
avere regiftrato un libro intitolato: Odi diverfe d' Orario volganzjzate da
Memi nobilitimi ingegni, e raccolte per Giovanni Nar ducei da Perugia : fy
Venezia, per Girolamo Polo. in 40 foggiugne fubito come fegue. Q*tJH vdga fi
datori fora XIJ. ai le f andrò Cofanzo, Annibal Caro Cosimo Mortili, Curzio
Gonzaga, Domenico Venitro, Francefco Veranda, Francefeo Crìftiani, GiovangIOr
cio Tri «ino, Giulio Cavalcanti,, Marcantonio T ile fio. Sir . Jorio ELOQUENZA
ITALIANA, a alleai»»? di luì ftampate in 5er‘ Car falla fola autorità del gemo
per Pietro Dance dotti I7JX quale viene riferito quello libro in 8. a car.
xxtv. tra le opere anche nella Biblioteca degliauto- del Vcniero regiftrando
anche la ri Greci e Latini volgarizzati traduzione di alcuneOde dtO«nferita nel
tomo jcxii. c fegg. hrazio da lui fatta, taluna dice, » della Raccolta
Calogeriana alla di quefte fi trova fiammata in un yoceOrazio, dovr ai
tomoxxiv. I libro, che io mai non ho potuta 3 ° 7 * f' sggiange ; libro avere,
e che ha penitelo : Odi rari fimo, che non ancora abbi*. .diverfe ec. che è il
libro da noi mo avuto incontro di vedere . ; fopraeckato, E pure grande
Tappiamo cffcrc 1 ( 25+ ) Veramente il Signor ìiata la diligenza del P. Paico-
j Anton.Fcdcrigo Seghezzi, di m, autore di detta Biblioteca, 'chiara memoria,
nella Vita del per ritrovar un tal libro. [Caro per lui dottamente ferir V 2 J
3 ) Storia e Ragione dì ta, e premcfTa alle lettere delio ogni Poefia-, tom. 2.
lib. t, Dift ! ftcflfo dell’ultima edizione di I. cap. vili. Particcl.iv. a
car. I Padova, apprejjo Giufeppe Comi* 394. e falla autorità di lui il|m> .
in 3. tomo primo, benemerito delle lettere Sig. Ab. niente dice, che il Caro
tra1 icr-Antonio Serrani nella Virai dotte aveffe Odi eli Orazio, di Domenico
Venterò, premeffa I uà La Vita torio Quattr ornarti, e Tiùerio Tarfia. L'altro
pòi riferì' fee medefimamente quefta Traduzione, cd edizione, e i nomi degli
fteftì Volgarizzatori. OPERE In prosa non istampate. YV IV T\ UE ORAZIONI di
Sereniffidee Mente di re. JL) mrje, ter ifirevere le Ci, ed dir*"™ imgoftn
riedificazione delle J*e Mora.. ORAZIONE, ovvero ARINGA ( dettata in lingua
Lombarda) de, e. 2 M*U, ter ridare U D„m‘ * rei d ‘ V,.ni,d di de,,. Terre. Di
quella Orazione s e già favellato a baftanza per entro quella r „. . Breve
Trattato ài Architettura, coirai cune Piante di Edifizj fecondo le regole di
Vitravio.. Di quelloTrattateli, abbiamo fatta meuzione nel principio di quefta
r,ta IMD TRATTATO intorno ‘1 Mero Arbitrio. Due lettere latine a Monlignore
Jacopo Sadoleto. . fopra paj- 8. annot. IJ. :I7$ Un Volume di lettere, fcritte
a molti ragguardevoli Perfonaggi del fuo tempo, tra le quali molte ve n’ha da
Soggetti cofpicui, e da dottiflìmi Letterati fcritte al T RrssINO ; ficcome
altresì ve ne fono di Principcfle, e di Dame illuftri di quel fecoio . Da
quello Volume fono -Hate eftratte dal Signor 'Marchefe Maflfei quelle, che
leggonfi inferite nella iu a Prefazione alla riftampa delle Opere di
Giovangiorgio» nella •quale egli nomina anche alcuni di que’Soggetti* 2e
Lettere de’quali indiritte al T RlS jrN© trovanfi nello ftelfo Volume* e di
quelle Lettere-, tanto llampate, quanto manuferitte, ci fiamo noi fpezialmente
ferviti per compilare quella vita . Gli Originali di tutte le fuddette opere in
Prof a manuferitte (fuori de\Y Aringa) > e delle feguenti pur manoferitte in
Verfo, fi confervano di prefente apprelfo i mentovati Signori Conti Trilfini
dai vello d'Oro, difeendenti dal nollro Letterato 1 le quali tutte fono Hate
con molthTima diligenza raccolte, cd unite in due volumi in foglio dai Signor
Abate Don Bartolommeo Zigiot-ti, che colla Lolita gentilezza* e benignità -ce
ne •ha data contezza* e ci ha proccurato la comodità di vederle. Due LETTERE
Volgari al molto Reverende Mejfer Hieronymo di Gualdo Canonico . L’Originale di
quelle Lettere, (le quali purcnon fono tra le fuddette)* fi conferva
prefentemente nella Libreria P de u 4 tfc’PP, Somafchi della Salute in Venezia,
in una raccolta di lettere di diverfi fcritte ai Co: Co: Gualdi ; donde anche
furono eftratte quelle che fono ftate pubblicate col titolo di Lettere dPUomini
Jlluflri del Setolo decimo fettimp non fin fiampate L’ una di quefte due
Lettere è fegnata di Roma; l'altra è fenza data OPERE he Venezia, nella li
della Madre di Dio a canili. Stamperia Baglieni, della Prefazione al fuo S.
Pier edizione p roccarata, e di note Grafologo ltampato Venetiis acorredata dal
più volte nomi- pud Thomam Bettinelli nato P. Paitoni. fol. „Ne...
ingratiffìmis quibufLa notizia di quefte «quevidearaccenfcndus, illau. due
Lettere ci fu comunicata «datura iri non panar ci. et dal fuddetto P. Paitoni,
a cui „do ut dr eorum fibi gratiam cónciliarit y et magnani apud omnet
auiloritatem . Digitized by Google del Trissino; 117 Ìli Italiano ) In Vicenza
per T olomeo Janiculo da Brejjfa > mdxxix. in foglio. e ( col Dialogo del
CafielUno ) In Ferrara ter Domenico Mammartlli in 8. e (nella Galleria di
Minerva, parte feconda, a car. 3 5 *) InVi inezia preffo Girolamo Albrix.z&
> 16 $6. in foglio; e finalmente coll’altre fue Opere in j 5 ? tona H Libro
è dedicato da Giovambatifta Dona a l Cardinal de’ Medici. Si dubitò per lungo
tempo ^ fe Dantè fia ve* ramente fiato autore del tefto Latino di queft* Opera,
di cui a tempi del Tr. issino niuno v’ era, che ne a vette contezza. Egli fu il
primo a pubblicarla in Firenze, allora quando vi fu con la Corte di Leone X.,
come dice il Fontanini, il quale anche lungamente favella di molte letterarie
contcfe, alle quali die motivo la pubblicazione del Libro fteflb, che
finalmente fu riconofciuto per vera fattura di Dante . Ma cosi non poniamo noi
dice del Volgarizzamento, di cui e fi dubitò, e fi dubita tuttavia, f e fia del
Taissinq: e non oftante che tra le fue Opere (a6i) Tom. 2. a car. 141. 1 ( 262
) V. il Fontanini nell’ Eloquenza lui. dalle car jjy. I tino alle car. 246. e
ndl'Aminta di Tajfo difefo ec. In Venezia 1730. per Stbaftia • noColeti, in 8.
a car. r Opere d annoveri, molti letterati vi Tono, i quali affermano non
effere di lui . Tra quefti fpezialmente v’ha il Cavaliere' Zora, il quale nel
Difcorfo /ofra r- opere del noftro Autore {26$ )> dopo aver regiftrate le
Opere di lui in Profé) dice di ommetter la verfione de’ libri de vvlgari
ELOQUENTI A di Dante, torchi non li giudica tradotti dal Tri ss ino, nté
fatalmente da Lui fatti /lampare', aggiugnendo, provar egli ciò con buone
ragioni nella «m del me defimo Tjussino da lui fcritta A car. xj>o. a tergo
» ciò riferito il titolo nella Prefa-,c feguenti» . Jljj ;altro ci fcmbra affai
frivola, perciocché moke altre opere del noftro Autore han tralafciato di
regiftrare quefti Scrittori.) Oltre a ciò dice, che effendo detta -verfione
malamente dettata in Italiana favella, farebbe!! perciò «* affronto patente ai.
la fempre verter abil m (moria d’O., aggravando, . e sfregiando ing'mfiamente
la fua reeognizione, col? attribuirgli un lavoro male intefo, t malamente
tradotto-, facendo anche offervazione, che non d’O., ma da Giovambatifta Doria,
Genovefe, è ftata quella Traduzione dedicata al Cardinale Ippolito de' Medici,
con dirgli nella Dedicatoria, che Dante Jiccome ave a ferino f Opera fieffa in
Latino idioma, cosi la trafportaffe nell'Italiano. Soggjllgne di più lo fteffo
Signor Cavaliere, che fe Giova NG ioRGio foffe flato l’Autore di quella
verfione, e’ non l’avrebbe poi allegata nel fuo dialogo del Gabellano a fua
difefa, come fe foffe fiata Opera di penna altrui Que- X B, . .1 M Fontanini
neH’£/equenza Italiana a car. 10A. diffc, eflere ftata la detta veriionc
pubblicata dal Trjssino ; c ’l Muratori nella Prefetta Poefta Italiana tom.
prim. a car. 2 3. della edizione di Modena Il T r 1 ss 1 ho nell’ accennato
Dialogo fa, che Gio. vanni Rucellai lotto nome di Caffettano dica ad Arrigo
Doria quelle parole: Deh per vofra gentilezza M. irrigo guardate un poco nel
mio ftudio, e fende, che il libro portate qui il Libro della VolDe Volgari
Eloquenti* trafporta-\gar Eloquenza di Dante tradotto in Italiano, fu dato alla
Ite- J to in Italiano . et dal Trissimo. ! no Quelle, ed altre rimili ragioni
adduce Cavaliere a provare» che il Tlissi no non fia {lato l’Autore di tale
Volgarizzamento i alle quali aggiugner fé ne può un’altra piò torte, cioè, che
fé egli non ebbe alcun riguardo a pubblicare, come è detto, in Firenze il tefto
Latino di queft' Opera col nome di Dante, Tuo vero autore, molto meno l’avrebbe
avuto a iar fapere? che fua propria era la traduzione Italiana*, e manco
avrebbe comportato, che il Doria nella Dedicatoria al fuddetto Cardinale
dieeffe, che Dante (il quale, fecondo il Tuo dire, l’Opera fteffa in Latino
compofe, affinchè intefa [offe dagli Spagniuoì li, Provenzali, e Pranzo fi) la
TRASPORTASSE ancora nel r.oftro Idioma. Anche il Fontanini U, con aggiugnere,
che il noftro G io va n Giorgio net pubblicare quella ver bone; fi f* r ì
fervùo de\ fuoìcarat. t tri Greci, perchè da lui creduti migliori per Pefprejfione
perfetta di noftra Italiana favella . Con quelle ragioni, e con altre, che
ommettiamo a motivo di brevità, foltengono i predetti Scrittori, non elfer del
nollro Autore la fuddetta verdone; e ’1 Signor Marcitele Maflfei fe la fece
(lampare, come abbiam detto, tra l’ altre lue Opere, non però di meno non dice»
elfer cflà fattura di lui. Comunque fi fia, abbiamo giudicato miglior cofa
elfere e non porla tra le Opere da lui fenza dubbio compolle, e non tralafciare
affatto di regillrarla, sì perchè va attorno col nome di lui» e sì ancora
perchè avvi qualche fcrittore> che la cita come di lui fattura. R ERUM
ricent irtarnm Compendiane a Io. Georgio Trusjno confcriptum . In fine leggonfi
quelle parole : Ha* fìrhfi t*fi dtpepulationtmUrUt Rome, dum Le. lattee tram
apud Remp. renet am prò Clemente rii. P.M. Quello Componimento non è mai flato
Rampato 5 cd una ( rita del Tr I s* 1 n o fima» ed utilidìma Stor. e Re.
manuferìt. a car. 294. a tergo, gion. d'ognì Paef. Tom. I. lib. VeggaG il Qua
dr nè da niuno certamente fi sa, dove effe fi trovino di prefentev e non
oftante che abbiano detto i predetti Tommafini, e Beni, che allora fi con-[V.
fopra a car. jr. f Trattar, dell' Orig. Prefazione alle Opere * ec. tib. a.
manoferitto a car. tc. z ar. xxxi. jj. Elegia &c. a car. (180 ) Difcorfo
ec. a car. 44»» D’O. ;i2,y fi conferva vano preflfo i fuoi credi (28O? pure
quivi certamente non fono. Anche il Doni veramente ne regiftrò il titolo fenza
più nella seconda lì. ireria ( 2.8ì )* ma con quella differenza? che T ultima
d’efle Opere fu da lui chiamata Frontefpixio delle clone. E benché nel
principio di quella fua Opera dica il Doni di aver mejfo infiemt tutti i
Cicalai tri da sé veduti a ferma, de’quali 11 C aveva avuta notizia j e benché
foggiunga? che di tali litri etmfofii (e regiftrati in detta fua Libreria,
fochi c’credeva fodero per elfere ftampati» con con ciò fofle colachè erano
libri rari, e inma. no di per fané, thè non li voleane dar fuori, mapiuttofio
ardergli : nondimeno ci accordiamo volentieriflìmo colla opinione del Sig*
Marchefe Maffei intorno a tali Opere? cioè che non fi fono vedute mai ; ma che
iono Hate alcune per equivoco EQUIVOCO GRICE, altre ridicolmente intitolate. E
crediamo parimente, che lo fteflfo fi debba dire d’un altra Opera dal medefimo
Doni, e dal Tommafin. loog. eie- ! Nella Lettera, die egli jQfud Comitcs T
rijfnos iffius i' colla fua lolita bizzarria intitoFi are ics affervantur : La
Bafe la A coloro che non leggono, a del Chrifiianoì ec.Beni Trattar. car. io.
eli. fc. lQ0g.cit.L4 Bafe del Chri- 1 {'184) Prefazione alle Opere Jtianoec.con
altre Operette ferie. 1 ec. a car. xxx 1. te in prò fa, fono in Caf a de’ fuoi'
(285) In un’ altra Opera, io Utrcdi. cui regiftra le Opere ftampatc La Seconda
Libreria ài Autori Volgari, intitolata.' del Doni ec. Jn Vincgia 5 jj. La
Libreria del Doni Fiorenti. in 8. a car. 91. i no, nella quale fono ferini cut
ti ili Digitized by Google I2 c dove ftampata 47 -»-? 4 Meliini ( Giovanni)
pittor celebre non fece il Ritratto del Trillino. 64. effo Ritratto premefTo a
quella noftra Opera perchè adornato di quattro differenti corone poetiche 107.
fua morte 6J. Bembo (Pietro Cardinale,) lodato 4. ». 4. fue EpiftoU dove
Rampate 23. ».40. citate 24. «.41 due di effe fcritte a nome di Leone X.
riferite a 3. e feg. fcrivc regole di noftra lingua 69. fa autore il Trifsino
del verfo fciolto 88.». 17 6. fue Rime pubblicate per opera del Sig.
Ab.Sertaffi citate 102. ». 225. rifponde nellemedefimedefinenzea un 5onerto del
Trifsino. Beni ( Paolo ) fi crede autore di certo libro. 3. ». 2. filo Trat-
Favola delle Cofie Notabili. 12.9 T ruttata del? Origine della Famiglia T
rijfino dove Rampato . ivi. iua erronea opinione incorno al Trillino 6. e
intorno all’ ifcrizione dclfuo palazzo nella villa di Cticoli io. nora di malevolo
ilGiovio 4*. n. So. fa il Trillino autore di «ree opere . 51. ». xoi. 1 1 J.a
fegg. fina al fine . lo fa fepolto pel Depofuo del L afe ari 59. n. 114. parla
con lode di Bianca feconda moglie del Trillino 48. ». 95. citato 4. ia. ». 23.
23. w.41. Benrivoglio ( Ippolita ) a lei c indirizzata un’ Ode latina dal
Trillino 115. Bergamini imitò .con poca lode la manieradi Ceri vere tifata dal
Trillino • Bragia ( Marco ), Con Agli e dell’ Accademia Olimpica vi mette un
SoRituto ». 28.48. Buonaccorfi . Vedi Montemagna. c C Arco trote, a ( Demetrio
) fu macftro del Trillino nella Greca letteratura. 4. dopo morte gli è dal
medefimo eretto un Depofico con Epitafio in Milano ivi. lodato dallo RefTo nel
fuo poema dell* Italia Liberata . 6. ». io. Calogeri ( P. D. Angelo ) lodato
per la fua Raccoltad'Opufcoli Scientifici, cc.lll.e / allog. già nel Palazzo
del Tri di no nella Villa di Cricoli * e quando . 12. ». 23. fatto Cardinale *
e poi Papa col nome di Ufbano VII. ivi . Suo Bullo in pierra collocato in detto
palazzo con ifcrizione, e quale, ivi. Cartellano, uno degli interlocutori del
Caflellano del Tuffino, chi Ha ? t perche così detto 70. • ‘ Cavalcanti fu®
Giudizio /opra la C anace cc. dove ftampato (fuo volgarizzamento d' alcune Ode
d* Orazio, tu. Centanni/) ( Valerio ) fuo curiofo Sonetto al Trinino, riferito
40. ». 7J. Checozzi (Canonico Giovanni) illuftta un luogo- del Poema delle Api
di Giovanni Ru* celiai, a difefa del Trillino 51. rat 01. chiama pio e
ca/tigato il Trinino 93. ». I9T. Chiapino Vedi Bar- bar ano . C biffi ezio l
GiovanjaCopo ) (nell* Infatti* &c. Antuerpix ex officina Plantinian* 1632.
in 4. ) -non mette tra’Cavalieri del Tofon d Oro il Trinino 4J. e fegg. ». 88.
Cindli Vedi Raf- ie. Ciria{ Gìufeppe Maria) Tua Ode latina in lode del Tuffino,
ri- H CUt^ntt vi' Papa . Vedi &A D y 0 'J?%tfix doic^ftLpata ledici antt
t,cn .' - f :i te _ CoRoza, Villaggio deiscenti-, arre poetica - J »* « £lo, '
A m famo'o Covolo vie- Ilo latino de c.^1uon a «I"f |i 11-1 breria
Brtffiann love Rampa- »o. * 4- da cbi .Btoccurateiw. Coment* j dove Rampati
}4-| e /^', . pentiluomo ir. 6o. fa il T tiffino il primo, Dw-tfo ( Ermolao U
Martbcfa di ! Mantova ringrazia il TrifTi- 1 no per certa Canzone man datale lo
invita a fe, e perchè . ivi. efaltata nei Ritratti del Trillino. 39. » 50.
lettera a lei fcritta dallo ftclTo, citata F arnese a lui viene indirizzato un
Sonetto dal Tuffino, c dóve fi legga. ( Rannuccio Cardinale ) grande amico del
Tuffino, j j. icrive allo fieflb una lettera d’ ordine di Paolo HI. ivi ». 108.
dal Tuffino gli è dedi- cata la Commedia de’ Simu- limi. io 6. Sonetto dal
Trif-i no a lui dove fi legga fioretti (Benedetto) V. Nifieli (Udcno).
Firenzuola ( Agnolo ) fuo Dif- (acciamente cc. dove Rampa- ! to . e feg. feri
ve contro a! Tuffino . ivi. e 37. ». lo taccia di ufurpatore . 36. e fg. n.6j.
quanto falfamcntc . ivi. fcriffe piuttofto per giuo- co, che daddovero. è
citato nell’ Ercolano del Varchi ivi . citato 68* Fontane delia Villa di
Cricoli lodate dal Triffino con lati- na poefia. ito. e con un c- pigr .mma
Greco ivi ». Fontattini ( Monfignor Giulio) fuo libro dell' Eloquenza Ita-
liana dove, Rampato 35.» 64- Efami fopra d'effa ftampati cenfurato giuftamentc
dal Si g. Marchcfe Mattici. . »j . difefo da ccnfura dello lìdio 46. ». 88.
chiama Novell 10 Cadmo, e Cadmo Italiano • 11 Trillino 39. giudica in- venzione
di lui 1’ ufare la Z, in vece del T. ivi. fuoi sba- gli. . ». . e feg. . e f e
ii- . critica V Da- lia Liberata 93. non viene confermata la fua ccnfura dal
Catalogo della Libreria Capponi ivi. ». i9i. riprende il Marchefe Ma Aci 94. «
1s2.il quale gli rifponde ivi. Vol- garizzamento d’ Orazio da lui riferito,
dubbiofatnente da noi riportato . ni. Aminta del 7 affo da lui difefo ion le
Offervazietti d' un Accademi- co Fiorentino dove Rampato li luogo ambiguo di
quell' Opera lai. ». z6g. fua oppimene circa il iraduc- tor del Libro de
Volgari Elo. quentia di Dante. . e feg. Fortunio (Francefco) feri ve re- gole
di nollta lingua. . Fracafioro ( Girolamo) amicif- fimo Tavola delle Cofe
Notabili. 1$; fimo di Giovambatifta della loda la Sofonùba ivi . la bi*. Torre.
10S. ».. fimaS9. come gli rifpondail Francefco I. Re di Francia, è Malici ivi.
critica/’ balia li- fatto prigione dell’armi dell* berata . nell’ Orbecchc la
au- Imperator Carlo V. e ’1 fuo torc il Trillino delle Trage- cfcrcito
feonfitto. 40. gedic ferine in Italiano 7 9. Erancefì, feonfitti dall’ armi di
come pure del verfo fciolto Carlo V. Imperatore, c cac. . fua lettera dove
ciati d’Italia, ivi. fi legga ivi, citato 90. ». Franti ( Adriano) V. T t
tornei. ( Lilio-Gregorio ) fu con- G difcepolo del Trillino nel- lo Audio delie
lettere Greche. G aza (Teodoro ) nominato 4* ne fa menzione in certo con lode
nell* Italia lite- \ fuo Latino poema . ivi. ». 4. rata 6. ». io. ! Giulio II.
Pontefice, fua mor- Gemi/lb ( Giorgio) nominato al- ! te quando fucceduta 13.
tresi con lode nella Refluivi. 1 G abbi ( Agoftino ) fua Scelta Ghilini (
Girolamo ) (nel fuo' ài Sonetti cc. dove publicji- Teatro d'Uomini letterati.
Ve-\ t» . ». aij. nezJa perii G aerigli; Gonzaga ( Curzio ) fua tradu- non
regiftra tra le Opere deli zione d’alcuncOde d’Orazio, Trillino il
Volgarizzamento j citata ni. di Dante de Fulgori Eloqucn~ j ti Gragnuola (Prete
Francefco) tia. 118. j fu il primo maeftro del Tril- Gilafco Eutelidenfe . Vedi
Lue- j fino. 3. lettera a lui fcritto le., | dalTriffino ove fi legga ivi.
Giorgi ( Monfig. Gio: Domcni- { citata 13. ». 26. ai. ». co ) Compilator del
Calalo- 1 ». . go della Libreria- Capponi . Gravina ( Vicenzio ) fua Ka >
Vedi Capponi., ' ' I adone Poetica dove ftampata Giorgio (Gio: Lorenzo) Noda-|
. in efla loda il ro Veneziano . » 101. Trillino itti, fa grande ftima Giornale
de’ Letterati d’Italia del di lui poema dell’ Ita- ccnfura il Cafoni 101.
«.228. 1 Un Liberata. 97. non decide fc alcuni Soneui Gritti ( Andrea ) Doge di
Ve- fieno del Triffinoio.) nezia, quando vi tulle elcr- lo fa bensì autore
dell' in- 1 to . 30. gli è recitata in tal venzionc del verfo fciolto occaltone
un’Orazione congratulatoria d’O a Gìovio (Paolo) tacciato di ma- nome della
città di Vicenza, levolo da Paolo Beni, c per- 31. citata . 73 e feg.76. fua
che . gli è fcritto morte quando feguita 30. un Sonetto dal Triffino. 102.
»-JJ. dove fepolto, e con Giraldi (Gio: Battila ) fuoi Dif- qual Epitafio ivi.
cerji dove Campati 7S. ». tj8- Grato (Luigi) fuprannominat» i Cie. Tavoli,
delle Cieco. £ Adria, filo grotto sbaglio ». in. Gualdo (.Girolamo) due lettere
dal Tuffino aldi' fcriue » ove. liano - ( Paolo ) fua Vita- di Andrea Palladio
dove fi legga 9. Lettere Originali a’ Guai* di dove fi. confcrvino- IV}e feg.
Guarirti ( Guarino ) Vcronefc 5 fcriflc colè gramaricali io lingua Latina. 7J.
Guicciardini- ( Franccfco ) fuoi Quattro libri della fua Storia ( nott pia
fiammati.. Venezia ftr Gabriel Giolito 1 ciati Guidetti. ( Franccfco ) fua
rclazioae a Benedetto. Varchi, . ccnfurata. H I ! . H a y m (-• Nicola-
Franccfco ) fua Biblioteca Italiana dovei Rampata I liingo, o fia confonante,
trovato dal Trillino > e abbracciato dagli Scrittori an. che Fiorentini. 39.
». 73 Jjenicol» ( Tolommeo ) folito Rampato» del Trinino .lai. Imperiali (
Giovanni ) fuo Mufaum Hifioricum dove Rampato . . ». 11. dove il fuo Mufaum
Phyficum 8. ». 17fua erronea opinione intorno ai primi Rudj. del Triffino.6. e
intorno ad Andrea Palla, dio . 8., loda il’. Tuffino . éj. ». lift. c il di lui
poema Co fé Notabili. deli’ Italia Liberata citato- Ingegneri fua Opera della
Poe fia Rapprefentativa ec. dove Rampata 78.». 157loda la Sofonùba. del
Tuffino.. *»»• licrizione al Sepolcro del Calcondila dell’Accademia Triffina
attorno alla porta del Palazzo del Tuffino inCricoli io., a che fine vi. fotte
collocala . . al BuRo di Vrbano Villa. »•»?• «1 sepolcro di Andrea Gritti Doge.
30. ». J3al Sepolcro del T tifiino da lui fòrmatafi, ma non. metta in ufo» e
perchè. 56.., altra, in forma diElogioéi IL L ascari ( Giovanni) nominarlo con
lode nell Italia /*barata ». io. ove fia. fqrpolto. . »• 114àttere di XIII -
Uomini illit~ftri dove Rampate n. ». . d' Uomini Illuftri dei Se. colo XVII.
dove» per cui ope. ra pubblicate» c donde cavante XM* »• Z S , Libreria
Arobrofiana 52^ ». io»j. - Bertoliana di Vicenza 3. ». a. chi nc è.
Bibliotecario ivi dei Nobili Uomini Pifanj in Venezia ; conferva la prima
edizione rariffima della Italia liberata da’ Goti PI.. de’ ' de’PP.Somafchi
della Sa* I Maffei ( MarChefe Scipione ) >b* Iute di Venezia, confervava un
MS.-de'Trifftni, ed uno del Beni originale7. ». . con • fervagli originali di .
olcilfi • me Lettere fcrittc a’Gualdi .. '• j - dei detti PP. di SS. Filippo, e
Jacop > di Vicenza conferva 1” Aringa MS. del Triffino 47. n.91. e una
eradazione in latino . MS. della Sofoniiba. «.. Vedi C Apponi . Colando .
Plutoni . Rude. Zeno ( Apportelo ). Lombardelli (t'razio ) lettera di Torquato
Taffo a lui fcritra • dove fi legga 96. n 101 Lombardi (P.Giroiamo ) Gefui ta,
citato . Loredana \ Leonardo ) Doge di Venezia. Lettera del Ponrefi. ce Leone
X. a lui ferina, -e prefen taragli dal Trifòrio, riferita. 24. Leone X. Papa.
Vedi de' Medi, ci (Giovanni). M M acchiaveui (Faufto) Accademico Olimpico, in.
xerviehc a un Configlio. della fua Accademia . 28. ». 48. Madrucci ( Criftofano
) Card ni. Vcfcovo, Principe di Trento, introduce a Carlo V. un meffo dei
Triffino. 54. lettere a lui feriteci citate ivi 1 06. al lui c raccomandato
Ciro 1 Trissino da 'Gioan.Giorgio fuo Padre. 54. Mairi (Vicentino^ due
Epigrammi latini fatti dal Ttif- 1 fino, per la mòrte di lai do-, • ve fi
leggano no. dizione delle Opere del Trif. fino da lui procurata, premefiòvi un
Riftretto della Vita dello fteffo, citata foftiene, che il Trillino valeffc
nella Filofofia Platonica e Pitagorica 8. ». i^enore nel fuddetto Riftrettodi
luicommcflb 12. ». . fuo Teatro Italiano ci. tato 26 . ». 45. 79» c feg. n.
161.89.». 180. più volte ftam. paro 77. loda la Sofonisba. la difende dalle altrui
cenlure - loda la Gramat iebetta del Triffino 69. e la Italia liberata e la
invenzione dc’nuo. vi caratteri 38, fua falla cppinionc intorno 1’ ufo che ne
avrebbe fatto il Triffino . . la fa autore del verfo fciòL to8l. lo difende
dalCrefcimbeni per una nuova maniera di Canzoni da lui ufata 106. interpreta fi
ni Riamente un dettodcl Fontanini . ». . lo ccnfura giufiamente 43. ». 84.
cenfurato da lui fc ne Tifcnte 94. fuo E fame fatto all* Eloquenza Italiana
dello fteflo dove Rampato fue Offer. vazMtni letterarie dose ftam* pare 44. ».
84. lodato afferma non efierdi Torqua~ i I J/j Tavola delle Co fe Notabili.
quato Taflb certa Commedia che è ftampata col nome di lui 107. Vedi 7 'ajfo
(Torquato) . prova non effer del Triflìno certa opera Latina 123. nè certe
altre ridicole compolmoni dn Malgrado (Vincenzio) a lui fcrive il Trillino una
lettera 4. ». 5. Mattiti ( Domenico Maria ) fuo detto cenfurato 39. lue Lezioni
dove (lampare, ivi. . Mattux.it} ( Paolo ) fua lettera a Bernardino Parremo
riferirà. . Marana( Andrea) imita con po ca lode la maniera dì fcrive. re ufata
dalTriffino. 3». ». 73 Martelli ( Lodovica ) fcrive contro al Trillino in
proposto de Tuoi nuovi caratteri. 35. fuo deteo coytrctto. ivi. ». «4.
Martintngo (Chiara) madre di Luigi Trillino primo marito di Bianca feconda
moglie di Giovan-Giorgio . Martiri ( Jacopo ) fua Jfioria di ricetta, dove
ftampata z6. ». 4". Maj]tmiiiatto, Imperatore, onora il TrifGiro. 16. fi
crede, gli abbia conceduto il Vello ef Oro . ivi . non gli falcia profdguir
Certo viaggio . lo rimanda fuo amb afe Latore a Papa Leone X. ivi . fua lettera
latina al detto Pontefice . 1 9'.»?-»47._fuo Specimen varia litttrattcra dóve
ftampato. ivi. ' R R aoona ( Alfonfo) Accademico Olimpie o. Vedi Angioiello . •
Rapido (Jovita) fua Orazione accennata 109. menzionato da più autori . iviy ».
24.7. fu Lettore di Umanità in Vicenza ivi. vicn chiamato Ra Cofe Notabili.
vizza dal Cozzando . ivi . Rccoaro, villaggio del Viccntino.Vedi Comuni
diRccoaro ec. Ridolfi ( Cardinal Niccolò ), Vcfcovo di Vicenza, eletto dal
Trillino per uno de'Commiffari del fuo teftamenco . J6. gli fono dedicate dallo
Aedo le fuc Rime 101. Canzone del Trillino in di lui lode, accennata . 106.
Roma, Taccheggiata a’ tempi del Trifsino. . Rojp ( Niccolò ) fuoi Difcorfi
interno alla Tragedia dove ftampati 2j. ». 44. citati 45. »• 88. loda la
Sofonisba del Trifsino. 2J. 7S. Rucellai ^Giovanni) fuo Poema dell ' sìpi
quando ftampato * io elfo loda il Triffino. 8. ». 14. volea fotte riveduto da
lui prima di darlo in luce. 51. e 124. cosi le fuc tragedie dell' Ore/?*, e
della Rofmunda 123. e feg. luogo ofeuro di detto Poema dell' Api illuftrato dal
Signor Canonico Giovanni Checozzi è grande amico del Trifsino 17. rifponde a
una lettera di lui ivi. dove efta rifpofta fi legga ivi . ». 34. f*i. è
Caftellanodi Caftel S- Angelo 50. * e con quello nome c uno degl’ interlocutori
dell’ Opera del Tuffino, che per ciò s’ intitola il Cafiellano. a lui è
intitolato il Poema dell’ Api. V. Rucellai ( Palla ). la fua Rau fmunda non
piace affatto al Varchi 88. corretta dal Trifsino 123. e feg. fua morte jo.
lodato dal Salvini 98. citato 2J. ». . $ % ( Pai . V 140 1“ avola delle Cefe
Notabili» ( Palla) dedica al Trillino li | poema delle Api di Giovanni 1 S filo
fratello, c quando 51.». ' 101. 87. lo fa autore del ver- qabellico (
Marc’Antonio) lofio fciolto 87. O dò in un fuo poemetto la £uele (P. Mariano)
Carmclita- Villa Cricoli, c quale 12. no, fua Stanzia aggiunta al- 23. la
Biblioteca Colante di Gio Sadoleto ( Jacopo ) gli fono vanni Cinclli, dove
Rampata fcritte due lettere latine dal $7' c f e t' n ' in. regiftra alcune
Trifsino. iti. compofizioni dei Trifsino non Salviati ( Cardinale Giovanni )
più Rampate ivi . e 1 1 o. fa meta- prefenta al Papa una Canzozione di J ovita
Rapido 109. ne d’O. 31. fua lette. ». 247. ra al Trifsino, riferita. 32. Ruderi
( P. D. Francefco ) Soma- n. 57. gli manda un Breve dà feo . Sua 7 'ratina cc.
dove Clemente VII. ivi . Rampata 4. rt.’j. da chi fatta Salvini ( Anton-Maria)
citato Rampare accenna Vili. 38. loda il Poema dell’ T alloggio d’Vrbano VII.
nel Italia liberata . e P Palazzo di Crico/i . Api del Kucellai, e la Col vuole
che Carlo V. f»cefle tivazione dell* Alamanni ivi. Conte, e Cavaliere il Tri
fsi- fu c Profs To/cane dove ftanv no 43. e quando 44. ». 86. paté 34. . quanto
in quello egli s’ in- Sannazzaro (Jacopo ) uno deganni 55. ». 106. loda il gl
lnterlocutori del CaJleUaTrifsino 6 J. e la fua Poeti. no del Trifsino . e la
fua Coni- Sanfevcrina ( Margherita Pia) a media Ì07. ». 239. accenna lei è dedicata
un’Opera del aver il Trifsino icritti Infe- Trifsino 67. gnamenti Rettorici
116. ». Sanfovino ( Francefco ) edizio260. come debba!! intendere ne della fua
raccolta di Orativi. zioni di diverfi Uomini Ulte Bufcelli loda P /tri divifa
in due parti, cita invenzione de’nuov! caratte- ta 31. ». J$. fa volte più ri
del Trinino, c del Tolo- volte pubblicata . mci.38. «.68. fua raccolradi in e
da ha luogo un’OrazioLettere di Principi, ec. cita- ne d’O., e quale ivi . ta .
42. ». 78. nelle Rime Sajp (Giufeppc Antonio) lodapcr lui raccolte lì trovano
to . Je. . delle compofizioni del Trif- Savorgrtano (Giulio). una lettefino .
103. fuc note al Fu. radilui a Marco Tiene ftabiriofii dcH’Arioflo, citate ivi.
| lifcc l’anno della morte del Trifsino. . Scaligeri (Mattino, e Antonio) in
qual tempo vi veliero. 71. Scamozzi (Vincenzio) chiariffimo Tavola delle fimo
Architetto . io. ». «. difcepolo del Palladio ivi . di che non ne fa menzione
nei Tuoi libri ivi. Schio ( Girolamo ) Configliere dell’ Accademia Olimpica, a
chi foftituito . ». . . Vedi Angiolello . Terra del del Vicentino, manda
Oratori a Venezia a a chiedere un fattizio Veneziano in Rettore in vece del
Vicario Vicentino . 49, difefo da Baftian Venicro Gentiluomo Veneziano. 50.
per. de in tutto, e per tutto, ivi. degli Scolari ( Franccfco). Vedi Bcccanuoli
. Scotto nd fuo hi. nerarium ec. parla dtlh AccademiaTriflìna. m. ». 22. Vedi
da Cap ugnano. Stghezii ( Anton-Federico ) fcrive la Vita di Annibai Caro in.
». 274. dove flampata ivi. non regiftra tra le Òpere di lui alcuna traduzione
dell’ Odi d’ Orazio . ivi. fu a edizione delle lettere diBcrnardo Tasso, citata
Serra# ( PìcriAmoqiQjjpubbli. ca le Rime del Bembo io». . e quelle de’ Venie»
ledendo la Vita di Domenico, HI. ». 2 JJ.Speroni ( Sperone ) Sue Opere dove
ftampatc Giudizio fopra la fra Canate da chi comporto, vedi Cavai, canti (
Bartolotnmeo ) . da Somacampagna ( Gidino ) primo Scrittoredc 11 ’ arte
Poetica, in Italiano. 72. inqual tempo viveffe. ivi. Statuto Vicentino citato '
feSS Strozzi (Filippo) uno degli Interlocutori nel Cartellano . Sub a f ano .
Vedi degli Aromatari. T T Asso ( Bernardo ) edizione delle Tue lettere (
proccurara da Anton-Federico Seghezzi ) citata aia. loda 1 ’ Italia liberata.
fue Lettere dove ftampate .. lodala Poetica del T tif. fino 7j. edizione della
Aia Gerufrlemme citata 87. e frg. ». 176. edizione di altre fuc Opere ». aot.
loda i’ Ita.,, Ha liberata . 96. non è Aurore ( feconde il Sign. Marohefe
Maffci (a) ) della Commedia ("intitolata gl' Jtrichid' -S } Amo (a.)
Facendo però il Taffo menzione di certa Commedia, che andava lavorande in, Tua
Lettera a Giovambaiti'fta T.icinio, la quale fi legge a car. iff. del Libro
intitolato: Lettere del Sig. Torquato Tuffo, non più ftam . fate ec. Bologna.
por Bartelomto Cocchi quand’anche non fia egli l'autore della Commedia degl'
Intrichi d" Amore, di che per forti ragioni (e ne moftra.anzi dubb>ofo,
che no, l’autore della Prefazione alla nobiiillìma edizione dell’-Qprrr di
Torquato Tuffo in Firenze per li Tariini e Franehi . iti Volumi m fol. viene a
renderli affai vacillante la decisiva temenza del Signor Marcitele, cioè non
avere Tasso compofte Commedie. Tavola delle Cofe Notabili. Amore) febbene porta
il fuo ne X. H. n. 31. vuole che il nome . fno Amine» da • Tri /Tino foffe fatto-
Conte, chi difcfo, vedi Font /mìni. t Cavaliere da Carlo V. T»rji» (Tiberio)
fuo volgnrìz- 43. fua cfpreflìone dubbiozamento d’ alcune Ode d'Ora- fa. .». .
riferifce unepì. zio citato uà. gramtna del Triffìno di Ttmfo (Antonio) fcrifle
in rii. non fa menzione del ItalianodcH’ Arte Poetica. 7a. Volgarizzamento
dell’ Elo. c quando ivi. quenza di Dante fatto dal T ibride » ( Antonio ) fua
Lettera Trillino 118. attribuifee al dìfcnfìvAi citata ( della qua O. molte
Opere non le fi tiene eflcre Autore il mai vedute. 124. loda laSo- Sig.
Arciprete Girolamo Ba- fonisba 98. afferma effere fta- ruffaldì ) . 1 io. ta
rapprefentata con grande Tiene ( Giovanna) prima mo. apparato per comandamento
glie del Trillino . 12. fua di Leone X. 25. ». . «itato morte ivi . . ». Accademico
. Olimpico foflnuifcc ano » della Torri che intervenga a fuo no- fua mone
pianta dal Tri/fì- me a un configlio dell’ Ac- no fu amico di cademia. citato
Girolamo Fracaftoro. ivi. 0. ifteffa. ; j T rape futi z.io (Giorgio ) noroina-
Vedi Saver- 1 to con lode nell’ Italia libe- &»»no ! rata. 6. ». io.
Tilefio fuo voi- Triffina Famiglia. Sua antichi- garizzamento d' alcune Ode tà,
e nobiltà. 1. divifa in più d’ Orazio citato ni. linee. ivi. Autori, chen’han-
Tolomci (Claudio) fcrive con- no fcritto . 3; ». 2. Alberi tra il Trillino in-
propofito tre di quella Famiglia alle» dei nuovi caratteri fotto no- g«i . J. i
difecndenti me di ^idriono -f ranci fuo della linea di GioVan-Giorgio alfabeto
> e caratteri da lui inveititi delle Decime di ai- trovati . . ». . citato
38. cune Ville del Vicentino. . 1 fan lite per rifcuotetle con- Tomafini (
Monfig. Jacopo Fi- tro ai Comuni d’effe Ville., lippo) fuoi E log. yirar. Lit -
ivi. vengono loro confifca- ter. t ir fafitnt. Jlluftr. do- te effe Decime, e
perchè . 1 j.. ve ftampati . 1 1 J. . 1. fu pofledono l’ Opere manofcric- il
primo a parlar a lungo te del detto GiotGiorgio.nj. del Trinino . . lo fa ftu-
Trijftno ( Co: Aleffandro) lodato, diofiffìmo dell’ Architettura . Vedi la
noftra Dedicatoria . 8 .». 16. accenna l’alloggio di . (Alvifej primo mari.
Urbano VII. nei Palazzo di to di Bianca O. Cricoli. ta. ». . regiftra un quando
abbia fatto il fuo Te. franamento di lettera di Leo» fomento, Co: An. 7 avola
delle Ceft Nut abili. Iodato j. e . Padre di Alvife, primo marito di Bian- ca
feconda moglie di Giovan- J Giorgio j. feconda Moglie di Giovan Giorgio, fuoi
ge- nitori . ». fua dote . ivi . fuo primo Marito chi folle ivi. di fomma
bellezza. ivi. detta V Eleva del- la fua età. ivi. di lei parla il Beccanuoli,
e dove. .». - f“o Teftamento. da chi rogato . lodata da Giovan-Giorgio
confervava on MS. appartenente alla Fa- miglia Triflina. j. n.tj.figliuolo di
Giovan Giorgio O. ammalato. ., e feg. porta allTmpcrator Carlo V. gli ul- timi
diciotto libri dell’Italia liberata di fuo Padre.raccomandato da Gio-
van-Giorgio al Cardinal Ma- drucci. ivi. figliuolo di Gì ovan-Giofgto^aaoti^io
va- ne. za., fuo sbaglio intorno a Giovan-Giorgio O. . ». zj. fuo trac-) tato
della fua Famiglia, cita- to. ivi. e h. . ( Gafpare ) padre di Gio- van Giorgio
O.. 2. mi- lita a fue fpefe per la Repub- blica di Venezia . ivi. fua mor- te.
3. traduce in metro latino la j Sofonisba di Giovan-Giorgio ! O.. . h.ijj. dove
fi cenfervi. ivi. fi lamenta con Scipione Errico, per aver que- lli criticato l
'Italia liberata . una lettera di lui dove fi legga . ivi . riempie alcuni vani
d’ un’ Egloga latina di effo Giovan Giorgio non llabilifce fempre nello fteffo
anno la fua nafeita. 2. ». 1. nominato nell’ ulpi del Ru. celiai. 8. ». 14. fuo
Sonetto riferito, e in qual occafione fatto. 41. ». 7 6. fu creato da
Mafsimiliano, c daCarlo V. Conte, e Cavaliere, ma non del Tofon d’ Oro con
altri privilegj. quando. altro fiso Sonetto riferito quanti anni abbia fpc- fi
nell' Italia liberata . 53. e feg. ». 106. Suo Epi- gramma latino riferito 5 7.
». in. fatto Brcfciano erronea- mente dal Cieco d’ Adria. 58. ». ilteffa. La
fua Italia liberata è chiamata erroneamen- te dallo Hello Italia il latra- ta.
ivi . da una iferizionc Sepolcrale riferita, appare ef- fe re flato Nunzio per
le iali- ne di Chiazza, e per la refti- tuzione di Verona, diche in altri
luoghi non ne abbiamo trovata memoria Catalogo delle fue Opere ftam. paté, e
MS. tanto in Profa, quanto in Vc.tlo. ., e fegg. la fua Italia liberata, come e
quando Rampata. 53. e feg. . di quanti libri compofta. ivi . errori in que- llo
dclFontaniai, e del Com- pilatore del Catalogo della Li- breria Capponi, ivi.
ia pri- mi Tavola delle ma volta ftampata per Privi- legio di Papa Paolo 4. w.
. fi tentò vetfione del- la fiefia in ottava rima. . le lue Rime dedicate non
al Cardinal Ridotti, ma a Leo- ne X. . lue Opere ad altri attribuite, cioè
lette Sonetti a' BuonaccorfiJ. 101. -e feg. uno a Guittone d' Arezzo ioj. ed
una Canzone all’ Ariofto ivi . fuo Ritratto in- tagliato dal Sign. Franccfco
Zucchi perchè adornato 'di quattro CoroncPoetiche . fila Opera imperfetta da
chi compiuta ( Giulio ) figliuolo di Giovan-Giorgio -natogli dalla prima
moglie. 12. lette- ra di fuo Padre a lui, citata. gì. ja. »Cameriere di
Clemente Vii. poi Arciprete della Cattedrale di Vicenza litiga contra il Padre,
e per- chè 49. cui fa ftaggire le rendite viene da lui di- fendalo vince la
lite con tro di lui. ivi. Padre di Bianca, moglie di Giovan-Giorgio pubblica
un' Opera del P. Rugeri, c quale. }.«.ii. dove facciafc- polto Giovan-Giorgio (
Co: ParmcMiotie ) Bibliotecario delia Bere oliana di Vicenza confcrva copia del
Volgarizzamento di certa Genealogia di fua Famiglia 7. n.i 3. Vedi la
Dedicatoria Nipote di Gio- Cose Notabili. van-Giorgio fece in un cogli alrri
fuoi affini fcolpirc un Elogio allo Zio, e dove . lo Beffo Elogio riferito
Trinizio a lui manda O, il fuo Cartellano forco il nome di Dona fua morte
pianta in un’ Egloga da Giov.n-Giorgio^ xo8- Consonante, invenzione d’O.,
abbracciata dalla Crufca Faccari avea traf- pottato in . ottava rima un Canto
dell’ Italia liberata io. Val d.’Agno. Vedi Comuni di Recoaro cc. Fate» ararla
(Piero) va con O. a Venezia Orator per la Patria Farchi edizione del suo
Ercolano citata. afferma c!- e il Firenzuola fende contro O. per giuoco loda la
Sofonisba la biafima fue Legioni) dove stampate loda l’ Italia liberata. . no»
decide la quertione circa l’ inventore del verso stiolto. mal inteso da
Fontanini edizione de’ fuoi Sonet. ti, citata «.a Sonetto ad O. riferito ivi.
loda Jovita Rapido citato F'ewimi Nobile Veneziano, avvoca in Venezia a favor
della Comunità di Schio con Tavola delle Cofe Notabili contro Vicenza, e perde
( Domenico ) tuo Vol- garizzamento di alcune Ode rvr In cambio del T da chi, di
Orazio citato ut. fue Ri- j / j e come fi comincia ad ufa- da chi pubblicate.
n. 1 re . ZaccariaVerità Sonetto ai nio)Gefuira, fua StoriaLet- lui foriero
d’O., ove) teraria, dove stampata. si legga roi. I. fa 1 Elogio di Apposto-
Verlati, madre di; lo Zeno ivi. Bianca, feconda moglie del ' Zeno ( Apposolo )
ritratta la O. sua Vita d’O. inferi. Vicenza, perchè detta Primoge- ta nella
Galleria di Miner vita della Repubblica di Veva I. e feg. fue Lettere dove
nczia quando fi fia Rampate citate donata alla flefla ivi. manda c fegfquarci
Oratori di congratulazione al j di lettere ferine all’Autore Doge Andrea
Gritti, e chi j di quella vita c ne invia contrai munica all’ Autore varie
noti- la Comunità di Schio dozie per telTtrc quella Vita ve manda un Vicario a
governarla ivi . è fatta piena WI12. donde l’abbia giuftizia alle fue pretefe.
J eflratte fuo sbaglio conlerifce ad O. varie lodato dignità, e quali . ivi sua
Vigna fue | Libreria a chi donata ivi. Differì azioni promeffe Vili. | fua
morte quando feguitam. fuo Preliminare dove lodato dal P. Zaccaria con Rampato
ivi. I lungo elogio, ivi . non tcn- Volpi lettera) ne, che O. folle piti a loi
fctitja dal Sign. Cano- j per ufare i caratteri da lui nico Checozzì
iir-tèifcfa del' inventati non tenne per O,, dove fi legga fattura d’O. certa
operi. ioi. | ra latina citato (il fo j Vedi Giornale de’ Let-
praccennato)eGaetano fratelli) I rerati d’Italia, (del quale cf. furono i primi
a idear una edi- clfedone egli il principale unzione di rottele Opere delTrif-
tore con ragione a lui fi at- fino U. u Io- 1 ttibuifee tuttociò, che inef- xo
( Ifcrvazionc erudita fopra j fo fi contiene). il titolo d’ un’ Egloga del
Trif- ; ( P. D. Pier. Caterino So, fino m. lodato Vrbano Vedi Cafiagna. j
Zigiof ti 1 cfamina P Archivio de’ Co: Trilfini conferva co- Tavola delle pia
del volgarizzamento di certa Genealogia della famiglia d’O. lede un’ Opera
delle Memorie del Teatra Olimpico di Vicenza citato raccoglie tutte le Opere
MS. D’O. lodato ZorzÀ fuo Ragguaglio Jjlonco intorno ad O. MS. ci- tato IV. fuo
Discorso intorno alle Opere dello Kctfo, do. ve fi fcgga . tao. citato nominato
con lode del P. Ruelc, c dove in. fuoi sbagli difende O. per l’invenzione de'
nuovi caratteri loda la Sofonisba numera le cen-. fare fatte alle opere d’O. e
dove - at- Cose Notabili rribuilce certa Opera ad O. ufi-fua opinione circa
alcuni Sonetti, at- tribuiti a’ Iluonaccorfi non vuole O. Autore del
Volgarizzamento dell’eloquenza volgare di Dame nò d’ un’ altra Opera latina lo
crede bensì Autore di certe Opere, che mai non fi fono vedute ivi Zucchetta
ftampatore quando cominciò a pubblicare Opere dai fuoi torch) Zucchi fua Idea
del Segretario,ec. dove ftamta intaglia il Ritratto d’O. premeffo a quella Vita
il Fine della Tavola. Gian Giorgio Trissino dal Vello d'Oro. Oro. Keywords: la
riforma della lingua italiana, filosofia del linguaggio, Alighieri, lingua e
linguaggio, codice di comunicazione, il parlare umano, il parlare solo umano,
la prima lingua, la parlata dei genovesi, la filosofia della lingua in
Alighieri, l’eloquenza, la filosofia del linguagio, only man speaks. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice ed Oro” -- Luigi Speranza, “Grice e Trissino” – The
Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Orrontio: la ragione
conversazionale e la scuola di Roma – Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Roma). Filosofo
italiano. A senator and follower of Plotino – cited by Porfirio.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Orsi: all’isola
-- la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- filosofia
fascista – la scuola di Palma di Montechiaro -- filosofia siciliana – filosofia
italiana -- Luigi Speranza (Palma
di Montechiaro). Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Palma di Montechiaro,Girgenti,
Sicilia. Grice: “Orsi uses ‘psicologia speculativa’
where I would use ‘psicologia filosofica,’ since speculativa opposes to
prattica, rather!” --Allievo di Ottaviano, insegna a Catania. Pubblica nella
sua attività di ricerca scritti minori di autori italiani e il saggio “Gl’hegeliani di Napoli.” Cura l'edizione
dell'opera di Ottaviano su Campailla; “La psicologia filosofica di Spaventa” –
e stato nella segreteria della rivista “Sophia”. Altri saggi: “Lo spirito come
atto puro,” “La filosofia moderna,” “L'uomo al bivio: immanentismo o
cristianesimo? Saggio di realismo esistenziale, “Antropologia”; “Psiche e meta-fisica”
“Psicologia speculativa” “Sulla psico-patia”. Grice: “The D’Orsi – and indeed a
Domenico D’Orsi, back in the 1700s, are a very noble family in Sicily. D’Orsi
is associated with “Sophia”, founded by Ottaviano. His interests have been many
and varied – but most notably philosophical psychology, which the Italians call
‘psicologia speculativa’ as opposed to cheap scientific psychology. They have
the great Spaventa, who philosophized on the most abstract issues concerning
the old Roman idea of an ‘animo’. Compared to what Ryle’s and Watson’s
psychological behaviourism is a no-no-no!” D’Orsi has philosophized on
democracy. I democratici can be ingenuii, as I prefer them, or critici. He has
also ‘cured’ the edition of Ottaviano on Campailla, and went continental to
study Napoli!” Grice: “Orsi has done a lot to allow us to understand Spaventa.
As most Italians, Spaventa was fascinated by the Hun, and cared to trasnalte a
book that the Hun never cared to read: Lotze’s Elementi di psicologia
speculativa. I can imagine Spaventa wondering what he was doing, bringing
Lotze’s ‘seele’ as ‘animo’. The ‘elements’ by Lotze, as translated by Spaventa,
are elementary enough – but the section on the ‘soul/body’ (anima/corpo),
‘animo/corpo, corpo animato, corpo inanimate) is interesting. But far more
interesting is Orsi’s unearthing Spaventa’s “Psiche e metafisica” – not to be
confused with LABRIOLA’s essay by the same name. This is a hodge podge of
reflections. But mainly anti-materialistic. While an emergentist, Spaventa (as
discovered by Orsi) struggles to understand the connection between ‘sentire’
and ‘sentito’ and more generally, between the ‘sentire’ as a processo
fisiologico – Spaventa goes on to distinguish three levels of the ‘sentire’ –
the first is the processo fisiologico itself, the second is what Spaventa, as
unearthed by Orsi, calls the ‘unita distintiva del sentito’, and the third is
the ‘unita reflessiva del sentito’ or ‘raprresentazione’. So if you feel cold,
there’s cold qua processo fisiologico of a ‘corpo animato’ – ‘uninanimated
bodies cannot FEEL cold’ – second there is the unity of COLDNESS as distinctive
from say, HEAT. And third there is the concetto ‘’freddo’ – so that there is a
‘unita reflessiva del sentito’ – the expression ‘freddo’ now NAMES or
represents, or stands for the sensation itself. Domenico D’Orsi. Orsi.
Keywords: animo, amore, Ottaviano, Campailla, Spaventa, gl’hegeliani di Napoli,
Sophia. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Orsi” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice ed Ortensio: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale
– Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A philosopher.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Ortes –
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del verso – la
scuola di Venezia -- filosofia veneta -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Venezia). Filosofo italiano. Venezia, Veneto. Grice: “Being
English, I was often confronted with that very ‘silly’ song by Cleese and Idle,
but then they were never the first! Which is good, since they are Cambridge and
Ortes is Oxonian! Viva La Fenice!”. Considerato uno dei più
dotati tra i filosofi veneti settecenteschi, precursore nell'analizzare dal
punto di vista della produzione complessiva alcuni aspetti come popolazione e
consumo. La sua impostazione filosofica si fonda su un rigoroso razionalismo.
Nel mercantilismo vide far gran confusione fra moneta e ricchezza. Fu un
sostenitore del libero scambio pur con alcune restrizioni della proprietà che
interessavano il clero, anche se appartenevano al passato ed è considerato per
questo un anticipatore di Malthus, ma con qualche contraddizione. Malthus
prevede l'aumento della popolazione, in trenta anni, in modo esponenziale,
quindi molto di più dell'aumento delle sussistenze. Altre saggi: “Grandi, abate
camaldolese, matematico dello Studio Pisano, Venezia, Pasquali, “ Dell'economia
nazionale” (Venezia); “Sulla religione e sul governo dei popoli” (Venezia); “Saggio
della filosofia degli antichi” -- esposto in versi per musica (Venezia); “Dei
fedecommessi a famiglie e chiese,” Venezia, “Riflessioni sulla popolazione
delle nazioni per rapporto all'economia nazionale: errori popolari intorno
all'economia nazionale e al governo delle nazioni” (Milano, Ricciardi), Donati
(Genova, San Marco dei Giustiniani). Catalano, Dizionario Letterario Bompiani. Milano,
Bompiani, Citazionio su Treccani L'Enciclopedia. Quanto i suoi studi matematici
influissero sul suo metodo economico, vedremo; qui, brevemente, come in
fluissero sulle sue considerazioni filosofiche. Così, scrive egli delle
opinioni ed ecco si studia di ridurre a “Calcolo sopra il valore delle opinioni
e sopra i piaceri e i dolori della vita umana”, Venezia, Pasquali, ristampato
dal Custodi, degli ECON. MOD. FILOSOFIA IN FORMULE MATEMATICHE numero
determinato il valore dell'opinione, che alcun gode, per possedere certa
qualità che lo pone innanzi agli altri nella scelta degli oggetti piacevoli.
Questa buona opi nione nasce o dai natali,come la nobiltà,la patria ecc., o
dallaprofessione,come la milizia, le lettere ecc.,o da qualche prerogativa,
come dall'autorità, dal merito ecc. Ciascun uomo fornito di alcuna di queste
qualità gode di qualche cosa che non godrebbe se ne fosse privo. Ortes si
studia di determinare il valore di questi beni recati dall'opinione. Valga un
esempio. Se si chiede quanto aggiunga di valore alla nobiltà l'opinione della
stessa, O. ragiona così: postoche larenditagiorna liera di tutte le famiglie
nobili sia 20,000, quella che proviene da cariche, magistrature, commende ecc. 3,300,
quella che vien data dall'opinione,cioè coll'autorità di disporre di più posti,
e colla riputazione dei grandi sul volgo, a 700, posto che il numero di tutti i
nobili sia 10,000, il valore di tutta la nobiltà sarebbe espresso da 20,000 + 3,300
+ 700 = 2. Falo stessocoin 10,000 puto per le altre opinioni,di cui dice esser
pretesto la virtù, ma vero fine l’interesse proprio, poichè, dipendendo il
valore delle opinioni dalla ricchezza attuale o possibile, è manifesto che si deve
prima d'ogni altra cosa cercare l'utile proprio. Avverte che v'ha sempre
un'opinione predominante che varia col variare dei secoli: ai tempi di ROMA
libera e la conquista; sotto OTTAVIANO illusso; il platonismo ai tempi di
Costantino; l'investitura ai tempi di Gregorio VII; le lettere sotto Leon X ;
finalmente l’ozio a tempi dell'autore! Strana è questa classificazione, PIACERI
E DOLORI. tuttavia 1?O. mostra come il pretesto della virtù coprisse basse mire
di privato interesse. Lo stesso ozio ha il suo pretesto dell'ordine, benchè sia
figlio di vana alterigia. L'uomo che dee servire a molte di queste opinioni
sarà più civile, ma più timido e finto; chiapoche; sarà più rozzo, ma anche più
sicuro e più libero. E come O. si studia di ridurre a calcolo le opinioni, così
parimenti i piaceri e i dolori. Meno originale e meno astruso è O. in questo
saggio. Con molta inesattezza di idee e di lingua, espone da principio la
dottrina che tutto ciòche è conforme alla conservazione e sviluppo del nostro
essere, genera piacere; il contrario, dolore. Parla dei dolori e piaceri del
senso, dei dolori e piaceri dell'opinione. Mostra l'uomo naturalmente soggetto
al dolore, e che il piacere non è che un sollievo del dolore; con ragionamento
curioso studiasi mostrare che il piacere non può mai superare il dolore, perchè
il piacere essendo preceduto, secondo O., dal dolore, sopito che questo sia,
tutto quel di più di piacere che si volesse applicare generera dolore contrario
-- come l'indigestione dopo la fame cessata, la stanchezza dopo la danza ecc.
Il calcolo del piacere e dei dolori dipende dal grado della elasticità delle
fibre onde alcuno è fornito, e, quanto ai piaceri e dolori d'opinione, dalla
stima che ciascuno fa degli stessi. L'autore non pretende a novità di dottrina,
professa di avere scritto secondo la propria esperienza, con un temperamento
indolente é coi suoi sensi in un'età di mezzo.Vedrem poi com’egli stesso ne
abbia dato un giudizio severo. Due altre opere filosofiche si hanno di O.: un
ragionamento delle scienze utili e delle dilettevoli per rapporto alla felicità
umana; — e riflessioni sugl’oggetti apprensibili, sui costumi e sulle
cognizioni umane per rapporto alle lingue. Ma si può dispensarsi dal tener
dietro a questi discorsi, che, a dir vero, son pesantissimi. In sostanza l'uno
si riduce a mostrare l'ufficio delle umane facoltà nella scienza e nelle arti
belle, anche queste intitolandole scienze ma dilettevoli, in contrapposto delle
altre che chiama scienze utili. Nelle scienze tiene il campo l'intelletto,
nelle arti belle l'imaginazione. Quelle hanno per oggetto il vero com'è, queste
il vero ma elaborato dalla fantasia. Quindi discorresi in quali termini sia
concesso il lavoro dell'imaginazione e concludesi sul tenore dell'epigrafe: Sol
la scienza del ver giova ed alletta. L'altro ebbe occasione dalla traduzione di
Pope, perchè volendo ragionare delle difficoltà del tradurre, si trova così
accresciuta in mano la materia, che piuttosto d’un proemio s’appiglia a farne
un saggio a sè. In fatto prende la cosa da alto, e filosofeggia sulla varietà
reale degli oggetti e sulla varietà nel modo di rappresentarseli, onde s'apre
l'adito a discorrere delle lingue e delle loro diversità, quindi intorno l'uso
della parola, e particolarmente intorno all'eloquenza. Infine ritorna donde era
partito, e conclude che se il traduttore può benissimo esporre le verità
apprese da altra lingua, non potrà tuttavia produrne tale impressione negli
animi, come ne è prodotta dall'originale, se non facendo sene come nuovo
autore, esprimendole cioè inmodo; tip. Pasquali. SUL MODO DI TRADURRE. Non si
può negare che osservazioni argute si tro vino spesso in O. anche in queste
riflessioni sugli oggetti apprensibili, sui costumi, e sulle cognizioni umane
per rapporto alle lingue; ma pur troppo è d'uopo cercarsele in una lettura
assai noiosa. Qualche volta dà risalto a quell'idea che vedremo poi sua
prediletta in economia, che cioè quello solo riesca ove siavi la pubblica
persuasione, non già ove questa non corrispondaagliimpulsi; e però egregiamente
dice, che allora un ammiraglio potea condurre gli’inglesi in America, come un
tempo un romito potea condurli in Soria, perchè gl’inglesi stessi voleano e
avean voluto così. Qualche volta, faticosamente sì, ma pur si conduce a qualche
sentenza netta e perspicua, come, p. es., dopo GOLDONI, COLTURA ALLAMODA, PUB.
OPINIONE. Adatto all'indolee ai pregi della propria lingua. Chi volesse calcare
l'autore straniero sarebbe come chi cre desse ricopiare un ritratto con
soprapporvi isuoi colori, coprendone così e confondendone letinte,ecangiando il
quadro in un mascherone o in un empiastro. necessità invece che gli scrittori
s'accordino sempre col carattere nazionale de'lettori; e qui O. osserva, che il
miglior poeta comico italiano de'suoi tempi potea bensi starsene in Francia per
passar quivi meglio i suoi giorni, ma non giammai perchè il suo talento comico
fosse così ben rilevato nella lingua francese a Parigi, come il e già in Venezia
nel dialetto suo veneziano. Qualche volta sembrerebbe anche gaio,come quando si
lagna che, temendosi la fatica dello studio, si trascurassero le cognizioni
vere, contentandosi di dizionari, giornali, compendi o altri repertori per
dilettare, divertire, o come diceano, per amuseare! È USO DELLA PAROLA PEI
GOVERNI avere deplorato che il mondo governisi da chi più ciarla, non da chi
più sa, egli conclude: se chi pretende governar altri senza render ragione del
suo governo, e uomo assai vano; il sarebbe non men certamente chi pretende
governarli per sola copia ed eleganza di voci. Qualche volta infine dimostrasi
d'animo aperto e sollecito per le innovazioni. Qui cade a proposito, così egli,
d'avvertire l'errore di quelli che si figurano di richiamar nelle nazioni la
verità e la ragione comune, cioè gli interessi comuni, pubblici, universali in
contrapposto ai particolari, privati, speciali) perquantovi sifosse smarrita,
col rinovar quelle leggi che ne prescrivevano le modificazioni a'tempi de'loro
bisavoli, progetto al tutto assurdo e impossibile. La verità e la ragione
comune potrà ben richiamarsi per leggi, per quanto a'tempi trasandati fosse
stata più riconosciuta per sè stessa in quei costumi, di quel che il sia ai
tempi presenti per costumi che la modificassero in contrario di sè medesima;
giacchè essa in sè stessa è una sola di tutti i luoghi e di tutti i tempi. Ma
il richiamarla al presente per le sue modificazioni antiche, quando tali
modificazioni debbon ad ogni tempo esser diverse, non può essere che una
miseria di mente, per cui si creda la natura non più capace d'invenzioni in sua
natura, di quel che siasi un po vero consigliere segreto che creda operar in
sua rece. Chi declama contro i nuovi costumi che si vanno in troducendo, e
deplora gli usati che si van disusando; ha molta ragione se inuovi costumi son
modificazioni di una ragion men comune, di quel che siano gl’usati che a quelli
dan luogo. Ma seinuovicostumi son » tanto buone modificazioni della comun
ragione, quanto gli usati che siperdono; ei declama inutilmente, come se ciò
fosse contro il variar de venti, essendo l’una e l'altra cosa quanto innocente,
tanto inevitabile e necessaria, e potendo, anzi dovendo, quella comun ragione,
per disposizione di natura e per sapienza illimitata del supremo suo artefice,
praticarsi sempre per modificazioni diverse, e comparire in sembianze ché non
siano giammai le stesse, essendo nondimeno la stessa per sè medesima. Senza
questo una simile verità o ragione correrebbe rischio di non esercitarsi che
per inganno; ed è ancor vero che talvolta con richiamare la verità, la ragione,
e la religione stessa per le sole loro modificazioni esterne di tempi molto
remoti, si riesce a perdere tutto il senso reale ed interno di queste virtù,
incariabili per sè stesse, riducendole a quelle materiali loro modificazioni
esterne, senza alcun rapporto a quell interno lor senso e significato. Si pigli
intanto O. in parola, poichè avrem campo di trovarlo in seguito così reluttante
a certe modificazioni che non sembra quel desso. Meglio avremo occasione di
riandare alcuni suoi pensieri dello stesso libro, che con certo apparato
filosofico mettono innanzi quell'armonia degli interessi, da lui tanto
raccomandata nelle sue opere economiche. Ma lasciamo per ora queste meditazioni
di filosofia. Errori popolari intorno all'economia nazionale considerati sulle
presenti controversie fra i laici e i chierici in ordine al possedimento dei
beni; Della Economia nazionale, parte prima, libri sei; Lettere concernenti la
stessa (oltre quelle che si hanno nel • Custodi, quelle publicatesi in questo
libro); Dei fedecommessi a famiglie, a chiese e luoghi pii, in proposito del
termine di manimorte introdotto a questi ultimi tempi nella econ. naz.; Lettere
in proposito;Riflessioni sulla popolazione delle nazioni per rapporto alla
econ. naz.; Dell' ingerenza del governo nell'econ. naz., publicato da G. Fovel.
Venezia, tip. del Commercio; Della eguaglianza delle ricchezze e della povertà
nel comune delle nazioni, publicato dal Cicogna. Portogruaro; Riflessioni sulle
rendite del Principato e sulle rendite publiche in proposito di economia
nazionale; Discorso sull' economia nazionale; Popolazione perchè non cresca per
l'agricoltura, per le arti e pel commercio; Vari pensieri economici sull'
interesse del denaro, etc. Tra gli scritti d'Ortes nella Marciana. LETTERARI.
Traduzione del saggio di Pope sull'uomo; Saggio della filosofia degl’antichi
esposto in versi per musica; Riflessioni sopra i drammi per musica e l'azione
drammatica, Calisso spergiura, sonetti; nelodrammi; traduzione dei treni di
Geremia, nella Marciana; dei sonetti, ve n'ha anche di publicati in raccolte;
FILOSOFICI. Delle scienze utili e delle dilettevoli per rapporto alla FELICITÀ
[cf. H. P. Grice, “Notes on ends and happiness”] umana; Calcolò sopra il valore
delle opinioni, e sopra i piaceri – EDONISMO -- e i dolori della vita umana,
Riflessioni sugl’oggetti apprensibili, sui costumi e sulle cognizioni umane per
rapporto alle LINGUE, alla LINGUA; Lettere relative; Calcolo de’ vizi e delle
virtù, nella Marciana). ATTINENTI A MATEMATICA E FISICA. Vita del P. Grandl,
Calcolo sopra i giuochi della bassetta e del faraone, con un estratto di
lettera sul lotto publico in Venezia, Calcolo sopra la verità della Storia;
Venezia; Sulla probabilità di vincite o perdite nel giuoco delle carte;
Problemi geometrico-matematici; ed altri di matematica e fisica, nella
Marciana. Parmi che molte sien cose scolastiche; in ogni modo, non da
trascurarsi per gli storici delle scienze fisiche e matematiche nel secolo scorso.
RELIGIOSI. Della religione e del governo dei popoli per rapporto agli spiriti
bizzarri e increduli de' tempi presenti, Lettere di estratto; Della confessione
fra i cattolici; Delle differenze della Religione cattolica da tutte le altre
(nella Marciana). POLITICI. Dell'autorità di persuasione e di forza fra loro
divise; Della scienza e dell'arte politica; tutti due publicati da Cicogna.
Portogruaro. Inoltre lettere, in parte stampate, in parte inedite presso
Cicogna, e le memorie autobiografiche, publicatesi da Cicogna. Ometto i saggi
che Cicogna indica solo come accennati d’altri, e ometto pure alcuni saggi che
Cicogna indica nella Marciana, ma che in parte sono manifestamente cose
scolastiche, in parte mi sembrano ricordi sceltisi d’O. per suo studio, senza
che si possano sicuramente dir cose sue, in parte son cose del momento. Del
resto non importa aggiungere se non l'osservazione, che volendosi ripublicare
scritti d’O., converrebbe far collazione delle edizioni coi manoscritti, che
servirebbero a correggerle e completarle. Riflessioni sugl’oggetti
apprensibili, sui costumi, e sulle cognizioni umane per rapporto alla LINGUA.
Degl’oggetti apprensibili, de’costume, e delle cognizione umane, per rapporto
alla lingua.\>atu jB>ttl{otFircac vMtì^^trì |^ynel tcv nr{» {« tRomaine
^«.^ieKHot .i^rtfi|/j^»jmnaj;o, L e frefentì rìfle$ont innò origine d’una
prefazsonCy cb' io volea premenere a un opuscolo filosofico, da me tradotto
pili' anni innanzi dalla lingua e poejia della Britannia nella dell’ITALIA;
nella qual traduzione efiendomì allontanato dalle maniere solite usarsi
dagl’altri in simili casi, O crede di dover di ciè render conto al lettore.
Questo non puo lui fare senza entrare a ragionare della divergiti degl’oggetti,
de’costumi, e delle cognizioni, quali pili corrono nelle diverse nazioni, e
della attiviti e spirito delle lingue diverse per esprimere tutto quefioy sia
con precisione sia con eleganza ciò che non mi riufciva mai ben di fare, ne'
brevi limiti eh' io m' era prefiPfo (f una Refezione, per quante volte in piu
modi la volgefil e rivolgevi in mente. Depofto pertanto ogni pensiero per ejfa
ò giudicato piu facile, anzi che jerivere una prefazione insignificante, di
Jìendere tutto ciò che è detto proposìto della lingua, e di cose per essa
espresse mi si presenta alla mente in un trattato completo y e inteso a questo
espressamente; il quale così non d pili che fare colla traduzione suddetta, ma
à molto che fare per quanto mi sembra, colle maniere di pensare sugli studj,
sulle cognizione umana, sugl’affari comuni, e sulla religione medesima, per
quanto code/le maniere essendo al presente diverse dalle usate a'tempi passuti
y si reputano di quelle migliori. Questto trattata dunque b Lettore, c quello
eh' io qui ti presento e che h jeritto per mia e tua ijiruzione migliore y e
per avventura dt pochtjjimi altri, e non gid di tutti; sempre piu falda in
quella mia majjima che la cognizione vera e reale ha e puo esser di pochi, a
differenza delle superficialt e apparenti, che possono e debbono ficnderfi a
molti e sempre più convinto altresì nel mio particolare, che nulla per me
/limerei di f opere di certo y fe nulla sapejji dt geometria DEGL’OGGETTI
APPRENSIBILI, DE’COSTUMI, E DELLA COGNIZIONE UMANA, PER RAPPORTO ALLA LINGUA.
vfc/ievAA<vdv> ^srssrSFST^. La favella nell’uomo è quel dono eh’egli U
'f'^'^ M ^ COMMUNICARE ad altri l’immagini pre- Oggetti ap Pii § fl Tentate al
suo cervello dagl’oggetti efter- prensibili ori» W ^ quivi combinate inpìbmodi
dalla fa intellettiva, dono e qualità più ancor sìngolare e più sublime
dell’umana natura. Quelle immagini che se non s’intendono per quello nome non
s’intendono per spiegazione d’elio veruna, sono più o men vive, a norma
dell’impressìoni che gl’oggetti llein fanno diversamente sull’un cervello più
che sull’altro, o coll’aspetto loro attuale, o colla memoria di elTi appresi
altre volte, come la ftelTa percolTa imprime orma diversa nella creta, nel
gellò, nella cera o nel piombo. E quantunque s’imprimano fors’anco su
qualdvoglia materia pur insensata, non si combinano che sulla materia animata
mediante la facoltà intellettiva suddetta, o la separazione delle più
proporzionali ed armoniche dalle più dissonanti e deformi, per la quale così
diconfi appunto combinarli A ia'è<i 1 1 ^ . infra esse. Una simile
operazione dell’intelletto tende a confrontare gl’oggetti fra loro, e d’un
sìmil confronto a rilevare su essi e per essì quelle verità, che senza ciò
rimarrebbero ascole ed ignote, non arguendosi il vero che dalle consonanze
d’alcuni oggetti con altri, siccome dalle dissonanze degl’uni dagl’altri se ne
arguisce il falso. Perchè poi delle consonanze o dissonanze d’oggetti ben
arguite è indizio l’approvazione o disapprovazìone per elle d’altri che abbiano
o non abbiano similmentc combinate quelle immagini; e perchè una simile approvazione
o disapprovazione non può conseguirsi che per qualche mezzo sensibile per cui
esprimere e partecipare gl’uni agl’altri codeste combinazioni; quindi è dunque
che un simile mezzo fu ilHtuito nella FAVELLA (FABVLA), per la quale appellando
ciascune immagini o ciascuni oggetti dai quali quelle derivano, con altrettante
voci o parole diverse, e collocando quesse con certa disposizione e corruzione
analoga a quelle, H partecipa da ciascuno ad altri i modi coi quali gl’oggetti
che occorrono all’immaginazione son da se appresì e combinati, afHne di
verificare quanto sian efTì giusti, per quanto reflino approvati dal concorso
maggior di piu altri; di maniera che quelle combinazioni d’oggetti s’appellin
migliori, alle quali più altri preflinò un assenso più facile e pronto, e
quelle s’appellin peggiori, le quali non sìan fecondate, ma sìano all’incontro
contraffate da più altre a quelle opposse e contrarie, COMUNICATE ciascune a
tutti mediante una comune favella. È chiaro, quelle immagini combinate e COMUNICATE
così altrui pella favella, non esser diverse dai proprj sentimenti d’animo, coi
quali ciascuno si manifesta agl’altri non solo ne’proprj giudicj sugl’oggetti
esterni, ma nelle proprie azioni ancora, e negl’ufiìcj e decenze della vita
comune che da quelli derivano, per non provenire tai sentimenti che
dall’impressioni appunto degl’oggetti esterni, e dalle combinazioni che sé ne
formano nelle ciascune menti. A quedo modo parlando pella verità e fuor
d’illusione, pare che 1’uomo tolto pella parte sua fifìca, non didèrifca dai
tronchi e dai faflì, se non in quanto imprimendosi si in lui che in quelli
l’immagini degl’oggetti coi quali del pari COMUNICANO, egli solo mediante
1’anima ragionevole che lo informa, à la facoltà che non an quelli, di
segregarne alcune dall’altre e di combinarle insieme, e quindi di COMUNICARLE
colla favella agli altri, affine di verificarle, e di dedurne quelle verità che
sugl’oggetti medesimi possono per lui concepirsi, e dalle relazioni fra quelli
», t. scuoprire per quanto a intendimento mortale è concesso, gl’usi e le
convenienze maggiori alle quali dall’autore della natura son pur desinati. Che
s’egli sì lascierà trasportare dalle combinazioni casuali che l’immagini
degl’oggetti imprimeranno sui suo cervello senza scelta o interesse alcuno,
quella facoltà non è in lui diversa dalla Pazxìa, la quale in fatti non è che
un abbandono alla propria immaginazione, commossa dagl’oggetti veduti o
rammentati, e stranamente accozzati insieme. Se poi egli combina tali immagini
per le sole consonanze apparenti ed esterne di pochi particolari oggetti a sè
vicini, pelli quali pertanto ei è prevenuto per suo solo piacere e interesse,
nulla badando all’oltraggio o danno che quindi ne provenisse ad altri, per non
iflendere quelle combinazioni ai moltiffimi alr’oggetti ren-.oti coi quali
quelli avefTero relazione, e doveDero in conseguenza combinarsi; quella facoltà
si dice in lui errore, o ragione intereffata particolare, il cui indizio è
quefto d’ottener cita l’approvazione di alcuni, ma colla disapprovazione di
tutti gl’altri, potendo così l’errore eller bensì particolare di pochi, ma non
mai comune di tutti. E fe finalmente egli applicherà a combinare le immagini
colla scelta e discernimento più accurato, ed ellefo al maggior numero
d’oggetti, e dirtinguendone le relazioni e le consonanze tanto più armoniche
quanto più sparse in lontano, quali collocherù nel miglior grado di Ibmiglianza
fra elle, c quali fegregherà dall’altre colle quali aveller quelle rapporto
minore, o non ne avelfer nelluno; allora ei ftenderà l’interdlè e il piacere
che da tali combinazioni derivano, da sè ad ogni altro, senza oltraggio
d’alcuno, e una tal facoltà fi dirà \n\n\ verità o ragione comune, come quella
che riconofeiuta da tutti, non potrà contrallarfi da alcuni, o contradata da
alcuni, relterà ognor vendicata dall’allenfo comune di tutti gli altri. Quello
dà facilmente a conofeere, come gli uomini in generale, mediante la facoltà
intellettiva suddetta, o l’anima ragionevole che gl’informa, paffino
dall’insensatezza alla pazzia, col combinare gl’oggetti fortuitamente ed a
caso; e come dalla pazzia pallino all’errore, combinandoli per proprio solo
inteTcfle e piacere SENZA RIGUARDO AD ALTRI – of course you don’t until I tell
you --; e come finalmente dall’errore fiano tutti condotti alla verità loro
comune, pella quale combinandoli per interelTe e piacerecomune, agitati
dapalTioni particolari, ma corretti e follenuti pelle comuni, tutti pur infiemc
fudidono. E febbene tal non fia d’elTi in particolare, per provvidenza pure
particolare, giacché quafi tutti invero dalla pazzia o dalla inconseguenza
nella quale si trovano da BAMBINI, padano all’errore nel qual si trovan
d’adulti, ma non tutti da quell’errore padano alla verità comune, nella qual si
trovan ben molti nell’età più matura, ma tutti non vi si trovan che al punto
ellremo di vita; tal però è d’elliin generale per provvidenza eterna. Che
s’alcuni spiriti timidi e ombrofi giudicano l’errore più comune della verità,
in quanto gl’uomini bene spesso contrallano, e non cosi di leggieri s’accordano
ne’loro penfieri; ciò nondimeno la verità fi feorgerà sempre dell’error più
comune, in quanto elTa in etì'etto o previene, o modera, o pon fine sempre a
quei contraili medellmi anco ad onta loro, fenza di \ che nulla v’avrebbe di
certo nelle combinazioni d’immagini, nelle cognizioni che ne derivano, e nelle
azioni per le quali fi fulTide, che da tali cognizioni dipendono, contro
l’esperienza manifesta, giacché pur fi fuflTifte. Ma intanto quindi apparisce,
come non edendò LA LINGUA idituite che per esprimere e COMUNICARE altrui i
proprj sentimenti dell’animo o le proprie combinazioni d’immagini, per quindi
rilevare quanto ciafcuno per le vie dell’insensatezza, del delirio, e
dell’errore nello dato materiale, di bambino, e d’adulto proceda nell’età ferma
alla verità comune nella quale alhn s’adagia e tranquillo fudide; la cognizione
di quelle dipende dalla conoscenza di quede. Ond’è che per ben ragionare della
NATURA DELLA LINGUA dove ragionarsi PRIMA della cognizione umana da manifedarsi
per quella ad altri, non edendo certamente podibile ragionare o intender i
mezzi coi quali conseguire un fine, senza la conoscenza di quedo fine medesimo.
Siccome ancora da qued’edèr LA FAVELLA intefa a esprimer ioltanto la propria
cognizione falle verità o dilla ragione comune, e dall’cder eda propria del
solo uomo, si rileva, al W solo uomo dunque eder dato il penetrare
coll’intelletto e r alzarfi a simili cognizioni, occulte a tutt’altre Ibdanze
anco animate, ma prive della favella; in guisa che siccome ei solo possede la
favella, cosi ei solo in queda vita mortale è dedinato dalla provvidenza eterna
alla conofcenza delle cofe per una simil ragione, non odante il deviamento da
eda di alcuni, riconoicìuto sempre dalla ragione medefima a tutti gli altri
comune. Per comprender meglio le cofe fuddette, e come gli oggetti combinati
nelle ciafcune menti si comuni- Della fornichino altrui mediante la favella, O.
confidera da un 8'9 canto, che fogliono quedi del continuo rinovarli gli . uni
negli altri secondo alcune leggi di moto in che consiste la vita, e la essenza
di tutte le cose mortali, e senza di che refterebbe il tutto coperto e ingombro
di quiete, morte e nullità eterna. Quelle leggi sono collanci e invariabili,
cui natura non preterifce giammai, come si dimollra nel lirico, e da quello li
arguifce pur nel morale, per la ragione di non procederfi a quello che per le
vie di quello, o per la Icorta de’sensi, onde non poter formarli regola per lo
morale che non è in conformità a quelle per cui si conofcc proceder il fisico.
Pertanto gl’oggetti rinovati per tali invariabili leggi, debbono altresì elTere
invariabili e fra loro consimili, ciò eh’ è molto conforme all’ armonia
universale e alla concordia di tutto il creato, non prodotto dal caso cieco e
impossibile, come figurano gli fpenfierati, ma ufeito di mano di un folo,
eterno e sapientidìmo autore. O. confidera dall’ altro canto che quella
somiglianza d’oggetti la quale feorre da tutti ein in cialcuna specie a tutti
ein nelle innumerabili altre fpezie nelle quali lì trovan divifi, non toglie
che gli oggetti medefimi non fian fra loro diverfì, colla diflerenza ancora che
gli oggetti della HelTa fpecie come fon fra lor più confimili, così fono meno
diverlì dagli oggetti nell’ altre fpecie, dai quali più e più diverlìficano.
Ciò che non può provenire che dalle modificazioni diverfe e infinite, colle
quali procede il moto medefimo fìsico o morale fra gli oggetti. tutti creati, e
che pur concorda colla potenza e sapienza infinita del fupremo autore della natura,
cui non conviene replicar un oggetto nelle varie o nella llella fpecie di elTi,
e colla varietà di natura medefima, cui difdice ad altri fpogliare delle
infinite forme di oggetti de’quali è adorna, per rellrignerla folo ad alcune.
Quelle confiderazioni Habilifcono dunque quella verità, che gl’oggetti creati
fono bensì tutti Confimi^ li y per le llefle collanti leggi di moto fisico o
morale per cui fullìllono, ma che fono altresì tutti Diverfi, pelle diverfe
modificazioni di codello moto che procede colle tnedefime leggi, fcorrendo
quella Ibmiglianza e dilTomiglianza per gradi inrenfibili dagli oggetti di
ciafcuna Ipecie a quelli di tutte le altre contigue dal regno minerale al
vegetale, e dal vegetale all’animale fisico, e lo stesso dee intenderli del morale,
come è noto ai naturaliHi e agli altri filosofì per quel misero finitefìmo di
natura che fi trafpira, e dal quale foltanto lice arguir di tutt’ella. Tal ogni
oggetto in ciafcuna fpecie nel confumarlì procede per gradi di fomiglianza
indifcernibile, e conferva i caratteri della fua fpecie con sè medefimo, e
cogli altri ne’ quali va a riprodurfi, paflando per insensibili gradi di
modificazioni diverfe da uno flato all’altro prima nella fua fpecie, e pofcia
da quella ad altre contigue più e più così fimili e refpettivamente diverfe in
infinito, finché dal tronco più informe e infenfato, fi pervenga all’uomo
megfioorganizzato e più faggio. Siccome dunque il moto è la caulà di tutte le
produzioni create, cosi certe leggi di elfo Habili fon la caufa per cui fi
producono e n confervano elle tutte confimili; e le diverfe modificazioni di un
moto che procede per le medefime leggi, fon la caufa della diverfità di
ciafcuni oggetti in ciafcuna delle loro fpecie e in tutte le fpecie loro,
reflando così il creato uniforme e moltiforme, perchè prodotto e confervato per
quel moto, per quelle leggi, e per quelle mifure e modificazioni di elio .
Senza moto, non vi avrebbe cofa alcuna in natura . Senza leggi di elfo, non vi
avrebbe per il moto che un caos di follanze confufe ed incerte, e da una rapa
per efempio ufcirebbe una rofa, da una rofa una ferpe, da una ferpc un
coniglio, ma il tutto informe e inoHruofo fenza diHinzione e progreflìone di
fpecie, con ifconvoglimento di tutto il creato . Senza modificazioni diverfe di
moto, per elfo e per le fole fue leggi non s’ avrebbe in natura che una fpecie
di follanze inalterabili, folTer poi elTe tutte rofe, tutte rape, tutte ferpi,
o tutte conigli. £ folainente per un moto che proceda per le medefime leggi e
per diverfe modificazioni di eflb, può formarfi e confervarfi in natura quella
uniformità e varietàdi follanze, per le quali effa pur fi vede ordinatamente
fuflìftere . Che fe la rofa verbigrazia è più fimile alla rofa che alla rapa,
alla ferpe, o al coniglio ; ciò non deriva da diverfità di leggi, ma da
diverfità di modificazioni in un moto, che ferbando le leggi medefime, più che
da rofa a rofa, procede da rofa a rapa, a ferpe, a coniglio. E d’altronde la
rofa, la rapa, la ferpe, e il coniglio fi diran fempre fimili, perchè prodotti
per le flefle leggi motrici, avvegnaché fempre diverfe per le diverfe
modificazioni di quelle. Alcune di quelle leggi colanti di moto, e di quefte
modificazioni di eflo diverfe particolari, furono alìegnate e conofciute dai
geometri, ma il pretender di tutte raccorle con mente mortale, o di portarli da
quelle che fi conofcono alla maffima di tutte dalla quale per avventura tutte
dipendono, farebbe lo ftelloche pretendere di mifurar l’infinito con una
fpanna, non che di infonder l’oceano in un bicchiere. Che però gli oggetti fan
fempre diverfi, fi conofce maffimamente da ciò, che la detta rofa verbigrazia
non è già alla fera qual era al mattino, e un uomo non è in vecchiaia qual era
in giovinezza, e io flefib può arguirfi d’ogni altra cofa che abbia fenfo onon
lo abbia. Quella variabilità poi negli oggetti creduti più volgarmente gli
flefii, dee maggiormente feorrere Irai creduti diverfi, contemporanei o
confecutivi, nella fielTa fpecie e nell’ altre eziandio contigue e diffimili ;
dimanierachè non folamente tutte le rofe fian diverfe da tutte le uova, e tutte
le uova da tutti gli uomini, ma di tutte altresì le rofe, di tutte le uova, di
tutti gli uomini, non ve n’ abbian pur due, fra i quali non corra qualche
indifccrnibile difparità, mercecchè lefolfer perfettamente le fteffe, non due
ma una farebber quelle rofe, queir uova, quegli uomini, e la prima divina caufa
motrice non più infinita, ma farebbe limitata e finita. Ciò che negli uomini
può arguirfi dai fesni ancor materiali edefierni, per cui ciafcun d’eiTifi
didingue da ciafcun altro per iembianze di volto, di voce, di carattere, di
portamento e (Imili, e lo liefFo avverrebbe delle rofe, dell’ uova, e de’ grani
ftefli di miglio, fe fe n’ avede una pratica corri fponden te . E quel che
avvien delle rofe, dell’ uova, de’ grani di miglio, dee avvenire d’ogni altro
oggetto particolare minore e maggiore, e del compleflb di più altri ancora
vifibili e invifibili ad occhio umano, della terra, degli adri, delie
codellazioni, e di tutto infomma il creato . Così la terra fempre a sè defla
confimile, è pur fempre dasè diverfa, e dove al prefente forgonole città, v’
aveano ad altri tempi i deferti, dove s’ alzano! monti, fcorrevano i fiumi o i
mari, e viceverfa ; alla quale diverfità fi procede per gradi quanto
infenfibili, tanto continuati e incelTanti. Gli oggetti dunque creati pafTati,
prefenti, e futuri fono tanto fimili per le delle leg^i di moto, quanto diverfì
per le infinite modificazioni, colle quali può edb variare, padandofi per
infiniti gradi e in infinite maniere di madima fomiglianza e di minima varietà,
dall’uno all’altro nella deda fpecie, e dall’ una eziandio all’altra delle
infinite fpecie contigue di eflì, e accodandofi ciafcun uovo ^r fomiglianza, e
fcodandofi per diverfità da ciafcun altro o da Ciafcuna rapa, per oggetti
infiniti intermedi va rie fpecie, fenza però mai adomigliarlo o didbmigliarlo
del tutto; vale a dire fenza effer del tutto quel dedb o quella rapa, o senza
didrugger del tutto l’altr’ uovo o 1’altra rapa . Quel che s’ è detto degli
oggetti filici, dee pur applicarfi ai morali, giacché fìcome quelli fi
confervano e fi rinnovano io ciafcuni per le deffe leggi di moto fifico, così
operan quedi per le deffe leggi di moto morale che da quello dipende. In
confeguenza di che 1’ equità, il valore, la codanza, 1’ amore e gli altri
affètti umani virtuofi [Oggetti come apprefì diverfamente . ] tuofi o viziofi
ancora, fi diran propagarfi dagli uni agli altri in ciafcuni fempre conlìmili,
ina tuttavia diverfi, non folo ciafcuni in genere, ma nelle loro fpecie ancora
in ciafcuno individuo, come paffioni bensì confimili, ma che fono modificazioni
diverfe d’ una verità o d’un errore, eh’ ellendo lo fielfo e indivifibile in
ogni paflione, è nondimeno vario in qualfivoglia fua apparenza o modificazione
particolare. Tallo Ipirito di conquida per efempio in Alelfandro, in Maometto,
in Roberto Guifeardo, o il genio di filofofia in Salomone, in Numa, in Marc’
Aurelio, o il fentimento di libertà comune in Giunio, in Catone, in Gregorio
VII-, furono ciafeune paffioni medefimein sè llefle, benché ciafeune
diverfamente modificate in ciafeune di quelle perfone, attefe le diverfe
circollanze de’ tempi, e le varie difpofizioni de’ popoli, per le quali ancora
furono diverlàmentc fecondate, e iortirono vario efl'etto. La fomiglianza e
refpettivamente diverfità d’oggetti fuddetta, è quella che coliituifce le
diverie relazioni fra effi, non riferendofi un oggetto all’ altro che per
quanto ad effo è fimilc, o da effo è diverfo. Le quali relazioni così fono
infinite, per gl’ infiniti gradi di fomiglianza e di diverfità, coi quali gli
uni fi accodano agli altri o fi feodan da quelli, e per li quali podbno infleme
paragonarli, fia l’uno coll’ altro nella deda fua fpecie, fìan gli uni cogli
altri nelle fpecic loro diverfe. Qui prima di proceder più oltre, piacemi
avvertire, che parlando io d’infinito, comeò fatto innanzi e farò in féguito,
non intendo parlarne come di cofa eh’ io comprenda per sè, ma come di cofa eh’
io non intendo che per approlfimazione, immaginandolo qual conviene a mente
finita, vale a dire qual finito, maggiore di quanti pollano alfegnarfi giammai
in ciafeuna fua fpecie ; inguifachè egli fia per l’aggregato di più e più
finiti fenza fine di quella Ipe cie eie d'oggetti di che fi tratta, per cui fi
porga all’ intelletto umano queir idea qualunque incompleta, che àffi
dell’infinito, fenza perciò che fi confegua elFo, o fi raggiunga a comprendere
polìtivamente giammai. Ciò avviene per le forze intellettuali umane limitate al
contrario e finite; perciocché fe ad intelletto umano fofle dato di apprendere
verbigrazia tutti gli oggetti e tutte le infinite relazioni fra loro, un
intelletto tale non farebbe più umano o finito, e non combinerebbe gli oggetti,
nia farebbe un Dio, che fenza combinarli li apprenderebbe tutti ad un tratto,
come quegli che li avefle creati, e ne avefle ordinate le relazioni di tutti i
luoghi, e di tutti 1 tempi. £ quan* tunque di quella conofeenza l’uomo fcevro
dai lenii, per quanto comporta il grado di fua intellettualità, fia per partecipare
nella vita avvenire ; nella prefente di che II tratta, non potrà egli mai
flenderfi in elTa che per quanto lo conducano le tracce limitate de’fenfi
medefimi, reflrignendofi così le fue cognizioni ad alcuni oggetti per
combinazioni foltanto finite, fenza fìenderfi a tutte per comprenfione d’ efiì
intuitiva e infinita . Ciò porto, non dirtinguendofi per or gli oggetti che per
le lor dette relazioni diverfe, ed elTéndo tali relazioni per ciafeuni di erti
tanto infinite, quanti i gradi di fomiglianza odi diverfità, co’ quali poifan
fra lor riferirfi, fia nella ftefla, fia nelle fpecie loro diverfe,
corrifpondenti alle infinite modificazioni d’un moto che procede colle medefime
leggi; ciafeun intelletto particolare, che per le forze fue limitate dee apprenderli
non per tutte, ma per alcune fole di tali relazioni, dovrà apprenderli per
relazioni diverfe da quelle, per le quali le apprenda ciafeun altro, e in
confeguenza dovrà apprenderli diverfamente da tutt’ altri . In ellctto dovendo
la fomiglianza e diflbmiglianza fra gli oggetti a|>prenderfi da ciafeun
intelletto finito ad un modo, edeffendo infiniti i modi, coi quali ciafeun
oggetto può paragonare come fimile o diffimile agli altri ; non potrà di quefti
infiniti modi quello col quale apprende quell’oggetto uno, effer quel delTo col
quale lo apprende un altro, ma dovrà l’uno effer dall’ altro diverfo, per
quanto pur poffa efier a quello più e più confimile. A quello modo faran gl’
intendimenti umani per gli oggettr medefimi tanto diverfi, quanto le loro fifonomie
o alia) C.II, n.^. tre fembianze loro efterne fuddette che poffono bensì
affomigliarfi in bellezza o in deformità, ma non mai in modo di effer del tutto
le fteffe, o di non corrervi qualche differenza, per cui uno non fi ravvifi o
non fi diflingua, pollo al confronto coll’altro. Ed efIcndo gli oggetti diverfi
e confimili, e le relazioni fra effi infinite ; di infiniti ancora intelletti
umani fe fìa poffibile paffati, prefenti, e futuri, fu i quali cadano le
immagini d’unaflella, d’un fiore, d'un fallo, non ve ne avran pur due che le
concepifeano ifleffamente a per le medefime relazioni ad altri oggetti, ma farà
1’ immagine di quella (Iella, di quel fiore, di quel faffo diverfa nelle
ciafeune menti di quelle infinite perfone, confimile però più o meno l’una
all’altra, quanto queflc relazioni fian più proporzionali ed armoniche,
ancorché armoniche e proporzionali Tempre dìverfamente. Fuori di quello cafo
non due, ma uno farebbero quegl’ intendimenti, i quali ConcepilTero gli flelli
og. getti per le fleffe immagini, o riferiti ad altri oggetti per le fleffe
finite relazioni delle infinite che ve n’ànno, ciò eh’ è impoffibile. Qui
occorre offervare, come non è folamcnte la diverntà degli oggetti apprefi
avvertita difopra (r), ma quella ancora delle relazioni loro agli altri diver\
(g gjjg (j avverte al prefente, per cui fi concepìfcano quelli da ciafeuni in
vario modo, tanto al medefimo tempo uno lleflo identico oggetto, quanto à tempi
diverfi quell’ oggetto a sé confimile, ma da sè diverfo a diverfi tempi in sè
fleffo o nella fuafpecie. Per la qual cofa Tolomeo per efempio, Ticonc, e
Galileo n diranno aver tute’ a tre immaginato il Sole ' diverlamente,
quantunque il Sole veduto dal primo in Alessandria à Tuoi giorni, non folTe
identicamente lo Iteflo che il veduto per avventura dai due altri all’ idei fo
giorno, quattordici fecoli dopo nella Dania o in Ita* lia, ma folle da quello
infenfibilmente dillimile, per rinfenfibile alterazione fofl'erta da ogni
corpo, e in confeguenza da ogni pianeta nella Tua durata medefima, come s’è
veduto. E ciò per le relazioni finite del Sole dell’uno e dell’altro tempo,
tolte dall’ infinità di tutt’ elle cogli altri oggetti di qualfivoglia tempo,
per le quali relazioni cialcun dei tre potea concepire il Sole, e didinguerlo
dagli altri oggetti, o paragonarlo con quelli. Quello è ben vero che la
diverlìtà, colla quale fi concepifcono da piò perfone al medefimo tempo e nel
medefimo luogo gli oggetti identici, farà molto minore di quella, colla quale
fi concepifcano a tempi e luoghi diverfi oggetti folo confimili, per variar
appunto in quello cafo gli oggetti ancora da sè medeiìmi, e concorrer cosi non
una, ma due ragioni a diverfilìcarne le immagini . Ond’ è che ne’ diverfi
luoghi e a diverfi tempi, fi dovrà ragionare di oggetti conlimili con più di
diverfità, di quel che fi ragioni al medefimo tempo e luogo di oggeui identici
llelfi. Del rimanente quella maniera in ciafcuno diverfa d’ immaginare gli
oggetti llelfi o confimili, fi riconol'ce dai giudici diverlT che fe ne formano
daciafcuni, i quali giudici dipendono appunto da tali immaginazioni. Se quei
giudici fugli oggetti llelfi folTer gli llelfi, allora potrebbe dirli, che
quegli oggetti follerò apprefi e immaginati illelTamente . Ma giudicando
ciafcuni diverlamente del color verbigrazia rolFo o del azzurro, convien pur
dire, le immagini di quelli colori eflér diverfe nelle ciafcune immaginazioni.
Anzi fe un giudicalTe del rolTo come un altro dell’ azzurro, potrebbe dirfi,
apprender quegli perrolTo quel cheque /V! Oesetii come nominati per la fteffa
favella. ’fti apprendelTe per azzurro, e viccverfa . Ma ciò non è vero nemmeno
e attefa la infinità delle relazioni di ciafcuni oggetti a tutti gli altri, e
la fingolarità iti ciafcuni di apprenderli (/»), le immagini d’cfTì deftate fui
ciafcuni cervelli fon fcmpre diverfe, come diverfi ne fono i giudicj, e non
folo uno apprende ciafcun colore, ma li apprende ancor tutti in vario modo da
ajuel che li apprenda ciafcun altro, inguifachè il rollo, r azzurro, il bianco,
e il nero imprimati di sè diverfe immagini fui ciafcuni cervelli non mai le
Itelle, e non mai permutate, ma fempre diverfe e impermutate, avvegnaché fcmpre
conlimili. P orte quefte confiderazioni fulla diverfità degli oggetti, e fulla
maniera in ciafeuno diverfa di concepirli, per apprendere come querto
concepimento fi comunichi da ciafeuno ad altri mediante la favella, è da
avvertirfi, noneflcr certamente portibile il communicarlo per voci del tutto
corrifpondenti, e che il figurarfi un efatta analogia fra le immagini colle
quali s’apprendon gli oggetti, e le voci colle quali s’ efprintono, è figurarfi
un aflurdità . Imperciocché ert'endo ciafcun oggetto infenfibilmcnte diverfo da
ogni altro in ciafeuna e in tutte le fpecie, dovrebber le voci colle quali
fignificarlo, variar infenfibilmentc com’eflb dall’ altre voci colle quali
fignifìcar gli altri oggetti, ed crtér così le voci tante quanti fofler gli
oggetti individui, appellandofi oggetti confìmili ma noniilertì, con voci pur
confìmili ma non iftelTe in partato, al prefente e nel futuro; anzi
appellandofi con voci diverfe una rofa fterta per efempio al mattino e alla
fera, e un uomo ftertb prima e dopo una febbre quartana. Oltre ciò per effer
ancora le immagini di quelli oggetti medefimi nelle ciafcuni menti diverfe, o
per apprender ciafeuno gli oggetti diverfamente da un altro, ne dovrebbero
altresì le efpreffioni diverfifipre nelle ciafcuni bocche irtertamente, o
dovrebbero le favelle cfler tante quante le perfone favellatrlci, eiafeuna
delie quali apprendendo gli oggetti così diverfi per relazioni eziandìo diverfe
ad altri oggetti, dovrebbe altresì pronunciarli in modo diverfo . Ognun poi
..vede quel che avverrebbe per un fimil garbuglio di favelle, per cui non
farebbe poìTibile intenderli fra padre e figlio, o fra marito e moglie, più che
fra gli antichi fabbricatori fcefi dall’ altiflima torre di Babelle. Poiché
dunque non è poHìbile applicar alia favella, nè la diverfità degli oggetti
individui, nè quella delle immagini loro nelle cìafcune menti, ed è pur
necelTario che quelle immagini lì comunichino dagli uni agli altri, per
conofeere quelle verità che da mente nmana polTono concepirfi nello flato di
vita mortale; non refla fe non che gli oggetti s’efprimano per voci identiche
flelTe accordate per confenlo e per ufo, per le quali gli oggetti o le figure e
immagini loro, s’ efprimano non elattamente, ma proflimamente, e non già per
quanto farebbe neceflario, ma per quanto foltanto è poflibile ; in guifachè
elTendo tali immagini tutte fimili e tutte altresì diverfe, le voci
corrifpondenti le efprimano bensì efattamente quanto alla lor, fomiglianza
comune, ma non quanto all'individua loro diverfità. Quello è ciò che avviene in
efietto, mentre oggetti precifamente non iflelTi, e non concepiti da ciaIcuno
ifleflamente, s’appellano non per tanto con voci flefle precife, e un faflb per
efempio, un fiore, una ilella fi proferifeono fermamente con quelli flabili
nomi quafi folTer indifcernibilmente gli llefli, e li concepiflero
ifleflamente, quando per verità non lo fono, e fono da ciafeuni ^preli in
maniera diverfa . Con ciò fi vede, come effetto della favella è quello di
rellrigner il numero degli oggetti e dellefimmagini loro indeterminato e
infinito, a numero tanto finito, quanto quel delie voci colle quali fogiiono
profcrìrfi gli oggetti medeOmi per quanto fono confnnili, e non per quanto fono
diverfi, giacché alla ìftcflTa voce d’ una lUlla, d’ un fiore, d’ un fafTo non
fi deflano in ciafcu* ni le flelTe immagini, ma fi deflano tanto diverfe,
quanto quella (Iella, quel fiore, quel fallo cosi appellati fono
individualmente variabili, e fi riferifcono da ciafcuni non agliflefli, ma ad
oggetti altri diverfi pur variabili, ed apprefi diverfamente, e appellati
tuttavia per quelle voci. Un tal lavoro poi non può feguire, che mediante cert’
ufo e certa convenzione di quei particolari che piò comunicano di immagini e di
voci, di appellar appunto con voci immutabili e precifamente ifleffe, oggetti
individui e immagini loro, che non fono le flelTe colla precifione medefima,
fia per sè fia nelle ciafcune apprenfioni; o di appellar verbigrazia col nome
immutabil di rofa un oggetto tanto variabile quanto una rofa, e lo flelfo dee
dirfi d’ogni uomo e d ogni altro oggetto particolare per sè vario, ed apprefo
da ciafcuno in vario modo, ancorché pure confimile . La qual convenzione e il
qual ufo è arbitrario, e libero, mentre come fu convenuto di appellar r acqua e
il fuoco con tali denominazioni, cosi niente impediva che non fi convenirle di
appellare alJincontro 1’ acqua col nome di fuoco, e il fuoco col nome di acqua.
Perché poi poflbno gli uomini convenire di chiamar gli oggetti per quanto fono
confimili con al. gypg yQgj jjQj, poflono convenire di render quegli oggetti
cosi invariabili come quelle voci, o di concepirli ciafcuni al medefimo modo ;
quindi avviene che r analogia delle voci invariabili cogli oggetti variabili in
sè fleflì, e nelle ciafcuni immaginazioni, non può verifìcarfi che molto
imperfettamente, o in quanto fi affuman per oggetti invariabili, quelli che in
effètto non fon tali che per approlTimazione, variando eflì d’altronde del
continuo per gradi infenfìbili e indeterminabili. In fatti quelli oggetti eie
maniere di concepirli, cangiano del continuo non can giangiando le voci colle
quali s’appellano, ed emendo le voci in ogni lingua tanto finite, quante
poffononumerarfi ne’ Dizionarj, gli oggetti e le immagini loropoffono dirfi
tanto finite, quante le innumerabili modificazioni di moto, dal qual derivano
quelli, o le innumerabili relazioni degli uni oggetti a tutt’ altri, dalle quali
derivano quelle in ciafcuno . Il qual ciafcuno benché apprenda oggetti finiti
per relazioni finite, per eller però quelli e quelle in infinito variabili, li
apprende in guifa diverl'a da quella d’ ogni altro, febben in guifa d’ogni
altro conlimile (<?), per le medeli me leggi di moto, per le quali fi
confervan gli oggetti, proferendoli però lempre per le ftelfe invariabili voci
d’ ogni altro. Onde redi pur llabilito, la moltitudine di oggetti e d’ immagini
loro nelle ciafcune menti, effer a numero incomparabilmente maggiore della
moltitudine delle voci, colle quali pofian quelli denominarfi ed efprimerfi .
Un contralTegno efpreflb della detta imperfezione d’ analogia fra le voci, e le
immagini d’ oggetti per effe fignificati è quello, che ciafcuno nello fpiegare
altrui le proprie immaginazioni oi propri fentimenti d’animo, non trova cosi
pronte le voci che gli occorrerebbero, ech’ei defidererebbe, come trova le
immagini, e non v’è cofapiù familiare, quanto il dolerfi uno di non poter per
voci dar così bene ad intender ad altri ciò eh’ ei fente e intende per sé
medefimo, di che gli amanti foglion lagnarli il piò fpeffo. Ciò che non può
derivare, che dal conofeerlui molto bene, che gli altri per quelle voci non
apprendon gli oggetti per elle efpreffi, com’ei le apprende, ma li apprendono
in modo piò o meno diverfo, e che quelle voci dellando nelle altrui menti non
le lleffe, ma confimili immagini, fpiegano ad altri una verità apprefa fempre
con maggior chiarezza da quei che la proferifee, che da quegli cui vien
proferita . Lo che fi verìfica tanto delie menti piò chiare che delle piò
confufe, effendo certo che ficcome un uomo fensato per quanto ei fia eloquente,
intende meglio i fuoi penfamcnti di quel che gl’ intendano altri ai quali ei li
fpieghi per voci ; cosi un inCenfato ancora, benché non intenda lui ftelFo quel
che vuol dar ad altri ad intendere, è però fempre mcn capito da altri di quel
eh’ ei capifea sè HelFo, ed è fempre men feimunitoin sé, di quel eh’ ei fia
concepito da altri. Applicate come fopra una volta alcune voci ad Oggetti co-
jlA. alcuni oggetti in certo luogo e a certo temine nominati po, fe quelle voci
come fono finite riguardo a per favelle quegli oggetti, così il follerò
riguardo a fe ftellé, ® avellerò con quegli oggetti una necclTaria connef
qiie(p applicazione avrebbe dovuto elTere univerfale di tutti i luoghi e di
tutti i tempi, e non v’ avrebbe al mondo che una favella, la quale formata una
volta, fi farebbe prefervata dappertutto la fiefla, invariabile per tutti i
fecoli, per efprimer gli oggetti per quanto almen fono fimili, fe non
(l)C.iy.n.t. per quanto Ibno diffimili. Il fatto però è, che febbene le voci
lian finite riguardo agli innumerabili e infiniti oggetti per elle efprefli,
fon però elle pur innumerabili e infinite riguardo a sè medefimc, fenza perciò
avere quella infinità relazione alcuna con quella ; mentre laddove quella degli
oggetti dipende dagli infiniti modi, coi quali procede il moto, che per le
ItdTe invariabili leggi li prelerva e li rinuova in ciafeuna e in tutte je
fpecie; quella delle voci dipende dai moti pur infiniti, co’ quali l’aria
fiella può ufeir dalle labbra, fpinta e percolla dagli organi della favella, e
quei modi non àn che fare con quelli. Quindi apparifee perchè le lingue abbiano
ad elTer diverfe a diverfi tempi e nei diverfi luoghi, perciocché elléndo le
maniere, colle quali le voci poffono articolarfi infinite, c dovendo elle
adoprarfi a numero finito per elprinier oggetti mcdelimi e confimili, benché
infiniti j non v’à ragione perchè a quell’ 'it nfo s’adoprino l’une anziché
l’altre di effe, o perchè CAP. vA un faflo, un fiore, una della appellati ora
in Italia con quedi nomi, non fodero appellati o non foder per appellarli ad
altri tempi in Italia o altrove con nomi diverfi. Per quedo s’è odervato, gli
oggetti non appellarft con certe voci, che per convenzione particolare divifa
fra quei che più comunicano d’ immagini, a efclufione di tutt’ altri chemen
comunicano, non potendo quelli eder mai tutti. E perchè l’infinità delle voci
nonà alcun rapporto a quella degli oggetti, quindi è ancora che una tal
convenzione non è neccllaria per certe voci, ma è libera ed arbitraria per
tutte, e dove s’applicano ad oggetti dedì e confimili alcune di ede, dove
alcun’ altre, e quando quelte, quando quelle, fempre diverfe perchè Tempre
finite, tolte dall’infinità loro intiera. Se l’tina infinità fode relativa all’
altra, il farebbero pur 1’ una all’altra quede applicazioni, ma moltiplicandofi
allora le lingue colle imma< ginazioni delle perf>ne in infinito, ne
feguirebbe quella babilonia di lingue odèrvata di fopra per cui non farebbe più
podìbile fpiegarfi gli uni cogli altri, e per eder quede infinite quante le
perfone di tutti i tempi e di tutti i luoghi, non farebber nediine in alcun
luogo, o ad alcun tempo. Come poi egli avvenga, che LA LINGUA una volta
introdotta si cangia in altra ai diverfi tempi e ne’diverfi luoghi, si
comprenderà da ciò, che dovendo gli oggetti per le voci didinti eder gli dedi
per le dede invariabili leggi di moto, ma dovendo ciafeuni in ciafeuna fpecie
rinovarfi con infenfibili difparità per le infinite modificazioni o mifure di
quedo moto medefimo (c)j dovranno dunque efll appellarfi per le (f)C. //. ». 2
. voci una volta loro affide e applicate, in guifa però che confervandofi quede
le dede per lo primo riguardo, fi vadano insensibilmente alterando e
degenerando in altre per lo fecondo. Queda ragione s’ avvalora e s’accrefee per
le nuove arti, per le quali gli oggetti e amedefimi e confìmilì fi fan fervine
a nuovi ufi, a(Tumendo eflì quindi pur nuove denominazioni c divcrfe di pria, e
introducendofi nelle lingue nuove voci a efclufione di altre all’ introdurfi di
nuove arti, collo fmarrirfi delle antiche. Dell’introduzione di nuove voci in
qualfivoglia lingua fon prova evidente tutte quelle, che nelle lingue vive
fervono all’ arti di nuovo introdotte nella milizia, nella meccanica, nella
fiampa, e fimili ; o quelle colle quali fi fpiegano le nuove foggie di vediti,
di mobili, di utenfili e così feguendo, le quali prima dell’introduzione di tali
arti e foggienon potevano avervi. E della perdita delle antiche fono indizio
quelle innumerabili nelle lingue morte, fulle quali indarno fofifiicano gli
eruditi per trovarvi il fignificato nell’ arti ed ufi di oggetti prefenti,
quando meglio dovrebbero non penfarvi, come ad appartenenti ad arti ed ufi di
oggetti già fmarriti, e la cui conofcenza col fignificato di tali voci rimarrà
fempre irreparabilmente perduta . Perciocché il figurarfi che al forger di
nuove arti o di nuove maniere di fuflillere non abbiano generalmente a
fopprimerfene e a perire altrettante, è una puerilità e debolezza di mente, per
cui fi credan gli uomini in genere più fiupidi o più fvegliati, e più taciturni
o più loquaci a un tempo che a un altro, ciò che non fi darà mai ad intendere a
chi meglio intenda la fpecie umana, e la natura generai delie cofe. Variando
dunque infenfibilmente gl’oggcìt loro ufo per ordine di natura, e quindi per
difpofìzione d’ arte ; le lingue altresì debbono variare infenfibilmente per
efprimere quegli oggetti e quegli ufi, finché col lungo corfo di fecoli quelli
e quelle prendano nuovi afpetti, refiando gli oggetti gli rteflì per le fiefie
leggi di moto, ancorché diverfi per le diverfe modificazioni di quello ; e
refiando le lingue pur le lleflè per la llelTa perculTìone d’aria dai polmoni
foIpinta, ancorché fempre diverfe per le diverfe articolazioni di voci
provenienti da quella percufiione, modificata in varie maniere. Ad accrefcer
però e ad affrettare moltiffìmo una fimile alterazione e rinovazione di lingue,
s’ aggiugne la mefcolanza di popoli di lingue diverfe che comunichino di
favella; perciocché appellando gli uni e gli altri oggetti fteffi o confimili
con voci diverfe, e non avendo ciafcuni maggior ragione di così appellarli, è
pur forza che riefcano a inferir gli uni le loro voci nelle voci degli altri,
onde imballardite così le lingue, vengan di due a formarfene una o più altre di
quelle compone, e da quelle del pari diverfe. Egli è poi da oflervare, come per
cffer gli oggetti confimili fempre divertì, e per eflere una tal diverfità
molto più notabile a tempi e in luoghi difparati (a) ne’ quali s’ufino favelle
diverfe, che alloflef- v.]. fo tempo e luogo, ove non fe n’ufi che una ; quegli
oggetti efprelTi in un tempo e luogo con favella d’altro tempo e d’altro luogo,
non fi concepifcono perciò quali furono o fono a quei tempo o in quel luogo
natio, ma feguono a concepirfi quai fogliono in quello, colla fola diffferenza
di replicarli così in mente, e di cfprimerli altrui con favella ancora ftraniera
. Cosi le produzioni ftefre di animali, di piante, di minerali, più diverse
nell’antica Italia e nella presente Britannia di quel che il fiano nell’ Italia
prefente, efprelTe qui ora colle voci italiane antiche o colle presenti
britannici, non si concepifcono quali sono in Italia anticamente o quali sono
al prefente nella Britannia, ma quali sono al prefente in Italia. £ sebbene per
la voce VIR si fìgnifìca verbigrazia allora in Italia un uomo come un Lentulus,
e per la voce britannica man si significa ora nella Britannia un uomo come un
Richard, e per la voce uomo si concepisca ora in Italia un tale come un
Giampietro. Per tutte quelle voci VIR, MAN, UOMO, -- cf. Locke, a very rational
parrot -- si concepirà ora in Italia del pari un tale come un Giampietro, e non
mai come un Lentulus o come un Richard. Lo che fi dice per avvertire, che la
cognizione delle lingue morte o vive Oraniere, non amplifica per nulla la
cognizion degli oggetti, ma carica foltanto la mente di più termini d’eflì
apprefi ad un modo folo, diritto o torto ch'ei fiafì, lafciando cìafcuno nello
flato d’ ignoranza o di dottrina, nel quale d’altronde ei fi trovi . Certo è
che quantunque ciafcuno apprenda gli oggetti diverfamente da tutt’ altri, per
appellarli con più nomi non li apprende con più maniere, o colle maniere degli
altri, ma fegue a concepirli all’ ulato fuo modo . Ond’ è che per apprendere
più lingue n apprendon più voci, per le quali replicar in mente gli oggetti, e
comunicarli a perlone di linguedìverfe non diverfamente all’une che all’ altre,
fcnza apprender perciò niente di più fu quelli, o fenza accrefcer per nulla le
proprie cognizioni ; quand’ ancora la mente occupata ed ingombra dalla
farragine di quei moltiplici termini fugli oggetti medefimi, non reflafT'e
perciò impedita dal concepirli con più chiarezza e con più precifione, reflando
così le cognizioni fu effi tanto più limitate e riftrette, quanto apprefe per
più mani di lingue, come v’ù gran luogo di dubitare. /^Uella diverfltà e
refpettivamente fomiglianza, che Della divef- V^_s’è veduta correre fra gli
oggetti della (lefTa e fità poffibile di diverfe fpecie, e fra le maniere
diverfc di (^)> è manifefto dover molto più ampiaC./i/ » " ^ver luogo
fra le combinazioni di quelli nelle ciafcune menti, le quali combinazioni cosi
faranno diverfe e confimili non folo quanto gli oggetti, ma quanto altresì
pofTono quelli confimilmente combinarli o accoppiarfi infieme a numero minore o
maggiore, feparatamente gli uni dagli altri . Da quelle moltiplici combinazioni
d’ oggetti in ciafcuni diverfe procede quell’ordine, per cui gli uomini
diverfificanod’ inclinazioni, di genj, di temperamenti, e quindi di maniere di
penfare e d’operare, ciò che coflituifce i divcrfi cojìumi loro ne’ divcrfi
luoghi e ai diverfi tempi. Imperciocché llante una fimile diverfità di oggetti
diverfamentc combinabili, non farà poflìbile che s’accordin eglino di applicare
tutti ad oggetti delle ftelTe fpecie, ma dovranno applicare quali all’une,
quali all’ altre di quelle, e quando a quelle, quando a quelle, per riferirli
cialcuni e combinarli con altri oggetti di tutte le fpecie diverfamente, onde
deriveranno appunto le moltiformi inclinazioni e coHumi fuddetti . Quindi
apparifce la necedìtà di una limile diverfità di collumi negli uomini adunati
ancora più Hrettamente infìeme, la qual procede dall’ impodìbilitàfuddetta di
applicar ciafcuni in particolare, e più ancora di ellì in comune, alle ftelTe
fpecie d’oggetti, e di combinarli e riferirli fempre al medefimo modo finito,
quando tali fpecie d’oggetti e tali modi di combinarli e riferirli fono
infiniti, e il finito tolto dall’infinito in palTato, alprefente, e nel futuro
per infinite fiate ancora fe fia polfibile, è fempre diverfo. Quella diverfità
d’opinioni e di combinazioni d’immagini, per ufo di combinare ciafcuni più
particolarmente oggetti d’ alcune fpecie in luogo d’altre, è cofa familiare, e
fi manifella ai frequenti incontri per le impreflioni diverfe degli oggetti
medefimi fulle menti di quelli, che lìan più o meno avvezzi ad apprenderli, e a
combinarli. Ed è certo l’incantefimo per efempio del villano fra i cittadini,
l’orgoglio del cittadino fra i villani, laprelunzione del cortigiano fra i
dotti, la noja del dotto fra i cortigiani, non proceder da altro, che da
maggior ufo in ciafcuni di quelli di combinare più particolarmente oggetti di
diverfe fpecie, nelle varie circollanze nelle quali ciafcuni fi trovano. Chi
poi da una fimile diverfità d’opinioni ecofiumi riputalfe derivar difordine e
fconccrto fra gli uomini, s’ ingannerebbe di molto, perciocché per quanto
diverfi fian gli oggetti apprefi e combinati più frequentemente da ciafcuno,
purché le combinazioni cogli altri ne fiano armoniche, e conformi alla
llelTaragione comune, non potran quelle elTere che pur consimili, e perciò
conformi fra elle, nè potran i codumi che ne derivano effer difcordi o generar
fra cfli difordine, eflendo anzi tutti in ordine a una ftelTa verità o comun
ragione. In eflètto rcflTer le opinioni e i coflumi diverfi non toglie che non
poffan elTer confimili, e ficcome gli oggetti fon confimili per la femplicità e
invariabilità delle ftedè leggi motrici, per cui Il confervano c fi rinnovano
in cialcuna e in tutte le l'pecie, e fono diverfi per le diverfe mifure e
modificazioni, colle quali procede quel moto in ciafcuniper le medefime leggi ;
all’ ilidìo modo le combinazioni loro, e i cofiumi che ne derivano, fon pur
confimili nella loro diverfità, per una ragione comune invariabile in sè
fiefia, ma variabile nelle fue modificazioni, lecondo le quali quegli oggetti
fi a ppret\dono, e fi combinano da ciafcuni . Che le fi domandi un rifcontro,
per cui conofcere quella conformità di coftumi colla ragione comune, fi dirà
quello efl'er quello, per cui apparila, che elTendo elfi utili a sè niedefimi,
il fiano altresì agli altri, lenza che alcun ne rifenta nocumento od oltraggio,
mcrcecchè fe elfendo quelli a sè utili, fulfero ad altri nocivi, allora non
firebber elfi alla comun ragione o alla verità di natura conformi, la quale è
Tempre concorde e non mai a sè lidia oltraggiofa; ma làrebber in conformità
all’errore o alla ragion particolare d’ alcuni a quella comune contraria,
dillruttiva disè medefima neila dillruzione degli altri, come s’è dillinto da
principio. Con ciò apparifee, come la diverfità di combinazioni d’immagini, e
quindi d’opinioni e collumi, non folo non apporta difordine in matura, ma ne
collituifce aU’oppolto l’ordine e la concordia migliore, purché non s’
allontanino dalla llelTa ragione a tutti comune, ciò che può avvenire in
infiniti modi; e in tai modi appunto diverfi fi dirà pollo l’ordine e l’armonia
medefima di natura morale, come ne’ modi di combinazioni in conformità alle
ftefTe segni motrici filiclie, è polla l’armonia di natura pur liiTca. E invero
dall’ applicare gli uomini di concerto, quali fu alcune, quali lù altre fpecie
d’oggetti più particolarmente, ne proviene che le cognizioni fu effi e per erti
refpettivamente s’accrefeano, e gli uni accorrano in foccorfo degli altri,
derivandone quindi quella perfualìone e prudenza umana, per la quale ciafeuni
per quanto è polìibile, ne’ varj ullicj, profertioni e modi di vita per erti
intraprcli piacevolmente fulfirtono. Senza ciò combinando ciafeuni calualmente
gli onnetti fenza fcelta e fenza difeernimento di fpecie, non s’avrebbe che
confufìone, e per clTer gli uomini di tutte le opinioni, i collumi c le
profellioni, non farebbero di nellune. Ov’è da oU'ervare altresì
l’iinportìbiltà in alcuni foli di riconofeer tutte le azioni e tutti i cortumi,
per quanto fian quelli utili a tutti, e conformi alla coniun ragione, dovendo
una tal conofeenza dipendere dalla ragione appunto comune, e non mai dalla
particolare di quegli alcuni . Se quello folfe portabile, la natura avrebbe
dertinati gli uomini non in foftegno, ma a carico ed oppreHione gli uni degli
altri, e avendo formato alcuni foli intendenti ed attivi, avrebbe collituito
tutti gli altri llupidi e inerti. Egli è ben necellario, che alcuni riconofeano
le azioni e i collumi tutti, per quanto forter quelli contrarj al bene e alla
ragione a tutti comune, al qual fine furono illituiti i Governi de’ popoli;
mentre il conofeer fe un’azione coll’crter utile a sè il fia pur ad altri, o
fja ad altri nociva, è dato ad ogni uomo in particolare, e martime a chi è
dertinato a quella conofeenza. Ma il prefumer alcuni* d’ inventariare e regolar
tutte le azioni, i collumi, le opinioni e le profèlfioni, per quanto fian utili
a tutti, è un prefumer d’efler quei tali di tutte le azioni, i collumi, le
opinioni e le profertìoni, cofa allurda, non elTcndo ciò dato dalla natura ad
alcuni in particolare, ma agii uomini in generale di tutti i tempi, e di tutti
i luo IV. Infatti poiché le combinazioni di oggetti fono infinite non folo in
tutte le fpecic, ma in ciafeune ancora di e(fi, e non può intelletto umano
apprenderne che un numero finito ; e oltre ciò poiché gli oggetti non fi
combinano che per conol'cere le verità fu effi c per efiì, e tali verità non
poffono rilevarfi per tali combinazioni, che pel confenfo di molti fu quelle;
iàrà dunque forza, che molti concorrano ad apprendere c combinare, quali
oggetti di alcune fpecie, quali di altre particolari, clTendo cosi altri di
alcune, altri di altre inclinazioni e collumi meglio intefi e iftruiti, a
efclulìone limile di tutte le altre; non efi'endo d’altronde poHibile che tutti
gli uomini, ciafeuni de’ quali debbono apprendere e combinare alcune fpecie
fole d’oggetti finiti; delie infinite fpecie che ve n’ ànno, s’ imbattano ad
apprenderli e combinarli delle lleflè fpecie finite a efclulìone delle infinite
altre, e in tal guifa ad eflér tutti d’un umore, d’ un’ inclinazione, e d’ un
collume. A quello modo fi può dire, eh’ tlfendo le immaginazioni d’oggetti
diverfe, edelfendo pur diverfe le opinioni e i collumi, fra 1’ una e 1’ altra
diverlità v’ à però quello divario, che elfendo la prima in riguardo a ciàlcun
uomo, la feconda è in riguardo a più d’ elTi, e che non avendovi pur uno che
immagini gli oggetti come un altro (r), ve n’àn però moltilTimi della llelfa
opinione c collume, diverfi dalle opinioni e collumi degli altri; in guilàchè
ladiverlìtà di opinioni e collumi, anziché divider gli animi, tenda ad unirli
dalla diverlità molto più amplafra le loro particolari immaginazioni col
vincolo d’ una loia ragion comune, alla quale quelle opinioni e quei collumi,
avvegnaché diverti, fian pur femnre conformi. Lo che non avviene indarno, ma è
llabilito con provida dilpcfizione, alfine di verificare l’armonia delle
immaginazioni diverfe per la conformità delle opinioni confimili, giacché la
diverfità poid’opinioni fra tutti non induce confufione o difcordia fraefll,
per la uniformità appunto di molti in ciafcuna di effe, e per non opporfi
nelTuna alla ragion umana comune, della quale anzi ciafcuna opinione
particolare coitituifce una parte, ed è modificazione particolare diverfa.
Certo è, che ficcome la diverfità degli oggetti immaginati non confonde la
natura, anzi ne coltituifce la vaghezza e perfezione migliore ; cobi la
diverfità delle opinioni e cofiumi, che di quella è la conleguenza, non
incomoda alcuni come quella che coftituifce anzi la varietà delle azioni, e
colla varietà la libertà, che di quelle azioni è il carattere più gradito e
migliore, efléndo così ladiverfità de’ colìumi umani tanto necelTaria all’umana
fulTidenza, quanto ladiverfità nelle fpecie d’ oggetti lo è nella natura
univerfai delle cofe V. Per altro ciò che fa credere come fopra, che WC.Ff.
n.ila diverfità degli oggetti combinati, e de’ coflumi che ne procedono,
apporti confufione edifordine, è l’equivoco EQUIVOCO GRICE di confondere la
diverfità colla contrarietà di dii oggetti e coflumi, e di prender quella per
quella, non potendo negarfi, che per opinioni e coflumi repugnanti e contrari
non s’apporti fconcerto e non fi dia motivo a difordini, ciò che non è da
temerfi per opinioni e coflumi diverfi. La contrarietà però è tanto lungi dalla
diverfità in tutte le cofe, quanto è appunta ad effa contraria, ed è quella
tanto implicante nelle immagini degli oggetti e ne’ coflumi che ne derivano,
come lo è negli oggetti tutti creati, i quali pofìbno bensì efler diverfi, ma
non mai contrari, per dover efier tutti confimili, e poter bensì la fomiglìanza
aver luogo fra gli oggetti diverfi, ma fra i centrar) non poterlo avere
giammai, come per più induzioni e rifeontri fi farà chiaro qui in feguito.
Della contrarietà impofTibile de’ coflumi. Per meglio comprendere le cofe
fuddette è daconfiderarH, gli oggetti de’ quali fi tratta, e dai quali procedon
le immaginazioni, le opinioni, e i collumi umani, non poter efferc che gli
efjftenti, politivi, e creati, e non mai i negativi, non efiftenti, e non
creati, i quali non vi fono, e non fon nulla . Polli poi alcuni oggetti
pofitivi, i negativi loro contrari non poter efl'er pofitivi giammai, e in
confeguenza non poter efl'er del tutto, e pertanto gli oggetti contrari efler
del tutto impoflibili . In efletto fe oggetti tali folfer poflìbili ed
efiftenti, rimarrebber dibrutti gli uni negli altri nella loro efillenza
medefima, nè vi avrebber più quelli nè quelli • e il fupremo artefice della
natura farebbe autor ai contrari, o farebbe un principio contradittorio e
implicante lui Ueflo, vale a dir nullo ; quando pur non piacefle ricorrere al
ripiego di due principi in natura contrari ed ambo efiftenti, per il’piegar
appunto codefta fuppofta contrarietà di oggetti pofitivi cercati ; ripiego
adottato in vero da alcune menti fupcrficiali, ma tanto pur contradittorio e
allurdo elio llelfo, quanto la fuppofizione medefima, a fpiegar la quale fu
vanamente chiamato in foccorfo . Il fuppor gli oggetti pofitivi c creati
contrari fraeflì procede da materialità di mente, per cui fi crede contrario
all’altro quel che fembra diftrugger l’altro fol perchè il vince d’ efletto, e
fi crede cosi uno di quelli negativo dell’altro, quando fon tutt’ due pofitivi
del pari, e quella apparente dillruzione non procede da qualità contraria, ma
da forza maggiore, per cui uno fupera la forza dell’altro, e non la vince nella
parte che per prefervarla nell’ tutto . Cosi r acqua per efempio gettata fopra
un incendio, fi dirà fpegner il fuoco, non perchè ad elfo contraria, o il
negativo di quello, ma per impedir al fuoco di diftrugger il tutto. E all’
iftelfo modo fi dirà, una fornace di fuoco aflorbire e vincere una pinta d’
acqua fparfavi fopra, per l’ attività allora fuperiore del fuoco nel confervare
fe flelTo, e del par pofitiva a quella dell’acqua, giacché nell’ uno e nell’
altro cafo ciafeun di quelli elementi efercita tanto di fua polla full’ altro,
quanta ne efercita quello fu quello, accordandofi così entrambi anco a collo di
loro ellinzione particolare, per la confervazione loro e delle cofe comun
politiva, e non mai per la diflruzione loro e comune, eh’ è negativa,
impolfibile, e nulla. Se li domandi un contralTegno, per cui dillinguer gli
oggetti politivi e efillenti dai negativi e inelidenti, giacché dal volgo fi
confondon gli uni cogli altri, fari facile additarlo in ciò, d’eU'er quelli
fufeettibili di piò modificazioni o mifure, quando quedi il fon di nellune,
come il nulla ch’é appunto di nelTuna mifura e non efide . Cobi 1’ acqua e il
fuoco fuddetri perché fufcettibili di piò modificazioni e mifure, fi diran
politivi ed elidenti del pari, avvegnaché creduti negativi e contrari l’uno
all’altro. E all’incontro il calore, la luce, il moto, il pieno creduti
contrari e negativi del freddo, delle tenebre, della quiete, e del voto, faranno
tali in effetto, per elfer quelli di piò modi, quando quelli il fon di neffuno
. Ma per quedo appunto faran quelle qualità create pofitivc ed elìdenti, quando
quede faranno non create, negative, e inefidenti, o non elideranno che nella
mancanza di quelle. Con ciò fi dirà, il volgo ingannarfi nel primo cafo col
creder l’acqua contraria al loco, quando èfoltanto da quello diverfa, e non
ingannarfi nel credere quedi due elementi del pari efillenti ; e nel fecondo fi
dirà lui ingannarfi all’incontro nel creder quelle qualità tutte efìdenti, non
ingannandofi nel crederle contrarie, mentre per quedo appunto eh’ efiflono il
caldo, la luce, il moto, il pieno che fon di piò modi ; i contrari loro freddo,
tenebre, quiete e voto che non fon di nclTun modo di quelli, non potrebber
fuffidere. E in vero col toglier del tutto il calore, la luce. Il moto, 1’
eftcnfione, non è che fi generi cofa alcuna pofitiva, come freddo, tenebre,
quiete, voto, ma è foltanto che annichilate quelle qualità nelle fofianze
create, vi rimangon quelle come nulla di quelle, giacché il negativo è nulla di
quel che nega fenzaeffer cola alcuna per sé pofitiva, e gli oggetti o follanze
create di calde, lucide, mobili, ed ellefe che fono in più modi, tolte quelle
qualità, rellan non calde, non lucide, non mobili, e non ellefe ad un modo,
vale a dire a nelTun di quei modi. Quel che s’ è qui detto degli oggetti creati
fifici, dee altresì applicarfi ai morali, oai collumi uma come fi li avvedrà
dall’appiicarlo alle umane palTioni figlie delle imprelTioni di quegli oggetti,
e madri di quelli collumi . Imperciocché tali palTioni effendo fra sé diverfe,
e fullillendo come tali, non fono fra sé contrarie, e come tali non potrebber
fulfillere che con ripugnanza e contraddizione, eh’ è quanto a dire non potrebber
fulTillere in modo alcuno. In ell'etto l’amore, la compallione, la giullizia,
la libertà, e r altre virtù morali fon tutte palTioni pofitive, create, ed
efillenti ; e 1’ odio, l’ ingiullizia, 1’ oppreffione, la crudeltà tenute
volgarmente per palTioni viziofe a quelle contrarie, non elìllono altrimenti
come tali, ma fono all’incontro quelle prime palfioni medefime che in luogo di
adoprarfi in ufo comune e polfibile, per lo quale fono create, fi adoprano in
ufo particolare e negativo, per lo quale non fono create e fono impolfibili. La
contrarietà dunque delle palfioni non é tale in sé llella, ma é apprefa per
tale dalla dillruzione che fi feorge per elTe nel particolare per p'fefervare
il comune, come la contrarietà degli elementi è apprefa dal vederli uno vincer
l’altro nel particolare, quando quella vincita é intefa a prelèrvar
1’univerfale (A) . Con ciò fi dirà, che quel che fa le palfioni pofitive, fia
lo llcnderfi efiTe.da sé ad altri, con che la fpecie umana fi conferva coll*
ordine di natura creato c che fuflìfte; e che quel che la fa negativa, fia il
concentrarfi effe in sè llcffe con danno d’ altri, contro quell’ ordine che non
fuflìfte, e per lo quale il tutto fe fofle poflìbile s’ annullerebbe e andrebbe
in difperfione ; lo che però non avviene per la provida natura, che converte
quel difordine particolare in ordine univerfale- Tal Tinterefle per le foftanze
fparfo da sè ad altri, s’appella equità, prudenza, gratitudine, e tali altre
virtù confervatrici ; e riftretto insè folo, degenera in avarizia, ingiuftizia,
ingratitudine, per le quali contro natura tutti languirebbero e perirebbero .
L’ ambizione di onore, di potenza, grandezza e fimili, difufa da sè ad altri, è
virtù d’ ordine, e di concordia pofitiva; e confinata in sè folo, è vizio di fuperbia,
di oppreflìone, e di difpotifmo . L’ amor di fenfo fparfo da sè ad altri, è
amor pudico, amiftà, compaflìcne, per cui la fpecie fi propaga e fuflìfte; e
raccolto insè folo, è lafcivia, odio, crudeltà, per cui refterebbe la fpecie
fpenta e diftrutta. In fomma qualfivoglia paflìone, eflèndo virtù confervatrice
fra tutti difufa, lì cangia in vizio diftruttore di tutti col contrarfi in sè
folo ; e finché le foftanze, gli oi»ri, i piaceri procurati per l’interefle,
l’ambizione, famore, colfeller proprj fi dilatano ad altri, quelle paflìoni
fono virtù, non illando la reità di elle nel procurare il bene per sè, ma nel
toglierlo ad altri, o ne! procurare il proprio utile e piacere con altrui
feiagura, onta, od inganno . Perchè poi tutti certamente fuflìftono, e finché
ciò avviene non è da dire che tutti non fufliftano, fi diranno le paflìoni
effer fempre virtù pofitive e come tali fulfiftcrc, e come vizj a quelle
contrari o negativi di quelle, non fuffilter efle giammai ( « ), eflèndo tanto
contraditto- (j) C.VlI.ti.\. rio che fulTiftano inficine vizj e virtù fra sè
contrari, quanto che gli uomini tutti fufliftano e non fuffillano . Non dubito,
che quello dichiarare cosi ampiamente, che le paflìoni non fufliilano come
vizj, non abbia a parer Urano e (ingoiare a quei poveri di fpirito, a’ quali
fembra molto bene veder i vizj trionfare in alcuni. Lo sbaglio però di cortoro
Ha, nel confonder che fanno il particolare col comune degli uomini, e nello
(lar colla mente pur fitti in quello, come chiufi con quello in un facco,
quando la natura e il grande fuo aurore non opera che per lo comune, e ogni
particolare alforto e immerfo ncH’univerfale fi perde del tutto e s’annulla.
D’altronde fe il vizio è contrario alla (j) C. in, virtù ei contrari non fon
pclHbili (//), poiché la vir3 - certamente fudllte, il vizio dunque non può
dirli che ludiila che per equivoco. E quell’equivoco fi dirà proceder da vuote
immagini, per le quali fi prendono a torto per politivi, oggetti che non fono
che i negativi di quelli; e quindi fi apprendono gli uni e gli altri per
eiillenti, quando per verità i negativi perquefio appunto che fiifiiilono i
pofitivi, non potrebber lulli(lere c(Ii (ledi . Cosi quantunque gli oggetti
detti volgarmente contrari, li prendano a vicenda per, pofitivi e p.r negativi
gli uni degli altri, è certo nondimeno i pofitivi (oli eilere efillenti creali,
ei negativi noncnérche il nulla di quelli, o il nulla alfoluto, il qu^l non
fuffille, o (udìile folo nella negazione del pofitivo . Per la qual cola il
contrario dell’ amore, della compadione, della equità, della libertà come
(opra, non è 1’ odio, la crudeltà, la iniquità eia opprefTione come volgarmente
è creduto, ma è il non amore, la non equità, non comp.idione, non libertà che
non fudìllono, come il contrario del fuoco c dell’acqua non è 1’ acqua o il
fuoco, ma il non fuoco, e la non acqua che pur non vi fono. Quelle
coiifiderazioiii fulle padroni umane, che elTendo virtù diverle non fon mai
vizj contrarj a quelle virtù, fan conofeere, che i codumi altresì che ne procedono,
pollono bensì clfer diverlì, ma non mai contrarj, e che fe perquefli tufcono
difordini, ciònon' avviene che per quel bene, che dovendo procurarli per sè e
per tutti com’è polfibile, fi vorrebbe procurato per se a efclufione degli
altri, quafi ^ruggendo in tutti quel che vuolfi per sè parte di quelli tutti,
ciò che non può avvenire, e che in fatti non avviene, giacché ogni bene
procurato per sè con danno di altri, lì diUrugge alla fine in sè ancora per la
oppofizione e il contralto di tutti gli altri . Procurandofi il bene al primo
modo, le difcordie faranno imponìbili, e ciafcun di tempera diverfa e non mai
contraria a quella dell’ altro, s’ unirà ad elio per coitumi diverfi e non pur
contrari, il collerico col tranquillo, il timido coll’ ardito, il fcmplice
coll’accorto, e limili altri, come l* acqua col fuoco, e la terra coll’aria
nella compoGzione de’ corpi fifica . Ma procurandofi quel bene al fecondo modo
o con altrui oltraggio, le difcordie faranno inevitabili per rimpollìbiltà di
unire i contrari, ^ poterfi bensì unir l’ardito e il timido, ma non 1’ ardito e
il non ardito, e il timido e non timido, come può unirfi acqua e fuoco ne’
corpi, ma non acqua e non acqua, e fuoco e non fuoco, quafi fi voIelTe
fulllfter da un lato quel che fi volefre difirutto dall’altro, o quel che non
potefle fullìftere fenza la diliruzione di quello che pur fullifte . Egli è ben
vero, che ficcome un elemento nel fìfico non illrugge mai 1’ altro, per quanto
contrafiino nel particolare, attefe le leggi di moto invariabili ed eterne ;
cosi nel morale una paffione, e un cofiume che ne deriva, non dillrugge mai
l’altra nel generale, per quanto pur nel particolare s’ apprenda per a quello
contraria, per elTer tutti pofitivi e conformi a una comune ragione, non mai a
sè lleffa contraria. Ciò che conferma quel che s’è detto, le opinioni e i
cofiumi umani eficr diverfi, e combinarfi diverfamente, mediante una ftefia
verità comune, della quale fiano modificazioni diverfe e non mai contrarie,
come gli oggetti fon diverfi e fi combinano ineme nell’ opere di natura
inedianti le fleflè leggi di moto, delle cjuali (ianpur modificazioni nsion
trui contrarie c tempre diverfe . Airoppotlo non pt)ter quelli nè queffi etler
contrarj, nè combinarli in contrario j er errore comune, o per contralleggi di
moto impoflibili e nulle, per le quali foltanto potrebbero clfer tali, e per r
implicanza di ruflilter la t'pccie umana per coiiumi, e la natura umverl'ale
per leggi di moto, infierne col principio che dovefle dillruggerle, o per cui
dovelfero eller nulle . E conferma ciò ancora quel che è aggiunto (/»), di
elFer bensì poflTibile per attenzione particolare d’ alcuni nelle nazioni, il
riconofccrvi ogni male e 1’ deluderlo da elle, per elfcr quello negativo e d’
un Col modo . Ma non elTer cosi poflìbile per l’attenzione meddima, o
introdurvi o crearvi ogni bene, per la ragione contraria di dfer quello
pofitivo, e di modi infiniti, onde l'uperare elio ogni particolare attenzione
che s’è detto finora dà facilmente ad intenCollucni ere- Vedere, che non è già
la diverlità, ma la contraduci comrar) j-jetà e ripugnanza de’ coflumi quella,
per cui non 1 . noco- degenerino quelli in errori, e per cui nal'can fra gli
uomini Iconcerti e difordini, e ciò per la contrarietà fimilmente e non
divcriità di oggetti e di combinawC.VI.n.i. zioni loro, ful’e quali verlin le
umane menti, e dalle quali quei collumi derivano. Quelle combinazioni d’oggetti
diendo innumerabili, ed elléndo gli uomini nelle diverte iorcircollanze avvezzi
quali all’une, quali all’al(OC. F/. n.i. tre Ipecie di elle, faran dii cosi di
divcrli collumi, allor conformi alla verità, quando gli oggetti combinaci fian
reali, pofitivi edefillenti; e allor contormi all’ errore, quando tali oggetti
fian negativi, imponibili, innefiflenti c nulli . Imperciocché lebbene gli
oggetti fian d’innunurabili modi, e il nulla d’ un folo, ciò nondimeno ficcome
la verità eh’ è una, è di tanti modi, di quanti puòcfTa atlermarlì nelle cok
divcriè; cosi l’errore altresì eflTendo uno, s’apprende pur di tanti caP- Vili!
modi, di quanti quella verità può negarfi, inguilà che tanti fiano i modi
politivi di fullìlìere per la verità, quanti s’ apprendono i negativi di non
rulTifìere per 1’ errore, fuililìendo ogni cofa a un modo, e non lulli» ftendo
la Aia contraria al modo a quello contrario, e corrifpondendo verbigrazia 1’
ardito, il timido, il collerico, pofitivi tutti creali, ad altrettanti negativi
loro non ardito, non timido, non collerico, con cller ciò non oAante quelli
tutti di più mudi, e queAi d’ un modo folo o di nelTuno, come il nulla eh’ è di
neffun modo . E^li è poi da confiderare, eh’ effondo la verità e la eiiAenza
tuttociò ch’efiAe, ed eflendo 1’ errore o il nulla tuttociò che non efilìe, e
non efilten* do cola alcuna che per la combinazione di oggetti di> verli, e
non mai contrari; parrebbe che il tutto C.Vir.n.t. dovclie l'ulfiAerc per la
verità, e nulla per l’errore, e che ficcome nella efilìeriza degli oggetti,
così nelle combinazioni loro e nelle inclinazioni e coftumi che ne derivano,
non dovelfe avervi che verità, efclufo fempre l’errore, cofa non generalmente
creduta dal volgo, il quale all’incontro non parla che di errori, e di
contrarietà nelle inclinazioni e ne’coAumi fra gli uomini. Chi però meglio
rifletta, conolcerà, quello elTcr verifftmo, ed elfer l’errore cosi lontano dai
coAumi umani, come dall’ opere di natura, che non ammette contrari, e non erra
giammai . Che fe v’ à chi crede diverfamente, ciò deriva da equivoco GRICE
EQUIVOCO di prendere il particolare per lo comune, come s’è accennato, eco- C.W.
«.4, me più efprelTamente fi dichiarerà ora, per ifpiegar meglio coi fatti
quelle verità, che fon lempre alcofe al volgo, e che bene fpedo fi nafeondono
ai filofufi ancora, che nel fìlofofare non fanno Aaccarfi dalle volgari maniere
di penfare, reAand > coi,i nella loro filolofofìa più all’nfcuro del volgo
medeltmo. Si dice dunque che lo sbaglio di prendere il negativo per pofitivo, o
l’ errore per la verità, nafee da» £ z equivoco di prendere il particolare per
univerfafe, c di credere che ciò che può efler in quello con ripugnanza e
dilordine, poflTa pur avervi in quello con ordine ed armonia. E invero l’errore
col nome fuofteffo, non porta alla mente che un’ immagine di mancanza e di
nullità, e il crederlo nei collumi comune quando non è che particolare, procede
da errore appunto o da mancanza di difeernimento, per cui occupata la mente da
vani timori, dà corpo all’ ombre ed al nulla. Del rimanente s’ ei fembra
nafeere e avvalorarfi :n alcuni, non fi vede mai (lefo a tutti, e in quegli
alcuni medefimi non lì vede che vinto, e dillrutto dalla verità a tutti comune
. Il fullìller poi vinto e didrutto non è fullìller in modo alcuno, in guifache
chi fi lagna dell’error ne’coflumi, fi lagni di elTo che volendo pur con vane
lulìnghe e con faifeapparenze inlìnuarfi e fuHìllere nel particolare, non tenta
mai altrettanto neU’univerfale, e in quel particolare medelìmo è didrutto da
quedo univerfalc, che il difapprova e il dichiara pur nullo . Per quedo il
comune degli uomini fi vede Tempre correggere il particolare, e non mai
all’oppodo; di che prova evidente fono i governi de’ popoli, fra i quali tolti
i più colti e fenfati, non v’à dubbio che non confidano quedi in ciò, che per
ellì colla verità e la ragione comune di tutti fi didruggan gli errori, o le
ragioni particolari di alcuni a quella contrarie . Che le il governo delTo
reggede i popoli per la ragione fua particolare alla comune contraria, o per 1’
errore contrario alla verità, come nelle nazioni barbare o fconcertate ; allora
non elTendo quedo certamente poflibile, quell’ ederno governo fi vedrebbe
cangiato in fimulazione, o in nullità elTo dedb, redando nondimeno la ragione e
la verità comune interna a governar la nazione realmente, Tempre per 1’ errore
particolare da elTa vinto e didrutto in ognuno, e nel governo medefimo ;
verilicandofi così Tempre, che la verità c la ragion comune fia cofa reale,
pofitiva’i^A~prv'ìTr. ed efiftente, e che 1’ errore fia cola negativa,
innefìilente e nulla, comechè i'empre dilirutta da quella verità medelima. Chi
dunque precorre provincie e climi diverlì, e incontra opinioni e collumi, per
li quali fi fulTide in un luogo, alieni da quelli, per li quali fi fulTilte in
un altro; creda pure tali coliumi quanto fivogliandiverfi, ma non li giudichi
giammai contrarj, per eller ein modificazioni diverfe d’ una verità a tutti
corna* ne, che non è mai a sè fleffa contraria. £ fe apparifcon contrari, li
creda tali per fola appunto apparenza, attefo ungoverno pur apparente, fimulato
c nullo, (a) giacché l’apparenza e la fimuiazione è nulladiquel^^jjc.p;;/.,,.che
è in fatto. Del rimanente che fin a tanto che tutti nelle nazioni fufTiliono, i
coliumi comuni benché diverfi, non fian mai contrarj a una verità comune, fi
manifclia da quelio, che 1’ errore contrario a quella verità fi troverà periéguitato
e punito, vale a dir diiirutto da per tutto del pari, e ciò fempre nel
particoJare e non mai nel comune ; altrimenti converrebbe dire, che laddove gli
uomini fulTiliono a un tempo e in un luogo per la verità, fuUìlielIero all’
altro per 1’ errore e per la menzogna contraria e diliruttiva di quella verità,
cofa affatto affurda e impolTibile. All’ilielTo modo i difordini ne’ fenomeni
ffici debbono ìmputarfi a irregolarità, particolari ne’ moti conformi alle
leggi collanti e generali, per le quali il tutto fuffifte, vinte però quelle
irregolarità e fuperate fempre da quelle leggi, lenza di che il tutto
perirebbe, effendo cosi il difordine, la dillruzione e l’errore fempre
particolare, e 1’ ordine, la confervazione e la verità fempre comune, fia nel
fifico. Ila nel morale, e quell’ errore fempre vinto e diflrutto da quella
verità. Qui può oflcrvarfi, come quell’ effer l’ errore fempre particolare in
ogni nazione e non mai comune, e quell’, e queft'annullarfi per quello, quanto
per fa verità comune in e(Ta ruflìRe, dà a conofcere, che le fedizioni, i
tumulti, le dilcordie, le guerre fono nelle nazioni Tempre errori particolari,
e non mai verità comuni, come quelle che in effe diliruggono ciò che pur
Tuffìfte in modi diverfi, ma non mai contrari . Che fimili diTafiri intcreffìno
le nazioni intiere, cuna’ è la Trafc d’efprimerfi de’ Gazzettieri, non è che
uno sbaglio, per cui come fopra (a) fi prende 1’ ambizione e Terrore
particolare d’ alcuni, come Te TolTe comune di tutti, i quali all’incontro non
pnfl’on fufiìfiere e non fufiìfiono, che per la comun verità e dilàmbizione. E
fi ila pur certi, che ogni nazione adonta di qualfivoglia an bizione o
interclle particolare che muova in tifa difeordia, prefa in comune non amerà
che la concordia e la pace. Quell’ ambizione poi e quell’ intcreflfe fi
manifefiano particolari dal fatto, per iadifiruzione che del pari ne fegue
delle parti ambiziofe e interefiate, fufiìliendn le nazioni nell’ intiero per
la concordia, al tempo fieiìo che per la difeordia fi difiruggnno nelle parti .
Che fe quella difeordia parefie comune, non farebbe di nazione che fufiìfielle,
ma farebbe dell' ultimo particolare fuo avanzo, che facrificaiTe fe (lelTo al
riforgimento di altra nazione, che fulle reliquie della già diilrutta a parte a
parte per errori particolari, fi nnovafle intieramente per la verità a tutti
comune, eh' è il calò di tutte le rivoluzioni negl’ irnperj . Ma tolte alfine
tutte le nazioni progrefiive e contemporanee, e tutti gli uomini in genere,
fempre fia che ogni difeordia, guerra o tumulto fra effi abbia a terminar in
concordia, pace e amillà per la verità comune che difirugga 1’ errore
particolare, quando pur fi voglia prefervar la fpecie umana, ficcome ogni
pelhienza o procella dee terminar in aere falubre e tranquillo, quando pur fi
voglia prelervar la natura, e non mandar tutto il fifico e il murale in
nonnulla. S’aggiunge, che la detta prevalenza della ragione c A P. Vili, o
verità comune full’ errore particolare a quella contrario, fi manifeda non folo
negli uomini conolciuti per giudi, ma in quelli ancora che fi reputano, e
cliepià fembran malvagi, e ciò per lo timore che accompagna infeparabilmente
quedi fecondi . imperciocché un fimil timore fe ben fi confideri, non è che una
pofitiva virtù eh’ edinta ogni altra, reda in cialcuno a moderare e rafirenar i
luoi eccedi negativi medefimi. Laonde edèndo qualfivoglia malvagio Tempre più
timido che malvagio, non efclufi i tiranni medefimi ; farà Tempre ogni uomo più
virtuoTo che reo nella deTfa Tua reità, e farà Tempre vero, che 1’ error
negativo rimanga annichilato e didrutto da virtù politiva a 'quello fuperiore
in quegli deffi, che più Tembran menarlo in trionfo. In queda guiTa il timor
pofìtivo e virtuoTo, con frenar l’ambizione e rintercH'e dall’ offènder altri,
impedifee che quede padìoni, di pofitive e virtuoTe che pur fono in propria e
comun fuffidenza, diventino negative e viziofe in didruzione altrui e propria
(<i), e tien luogo di virtù nello dedb malvagio, ia)C.VlI.n.^. come un
elemento altresì nel fìfico contradando coli’ altro per la confcrvazion
pofitiva del tutto, impedifee la didruzion generai di natura, che tolto un
(imii contrado ne leguirebbe, fcnzachè negativo alcuno lùlTida, Tempre per 1’
aperta implicanza di fudidere cola alcuna negativamente. Una fimil providenza
nel WC.W/.«.i. morale (i manifeda non folo ne’ rei fuperbi come fopra, ma ne’
giudi ancora da quelli oppredì, i quali fon così virtuoli nella loro
tranquillità e nella loro fidanza, come il fon quelli nella loro agitazione e
nel loro timore; ed è certo, ogni oppredb innocente eder così contento per la
verità comune che lo allolve fugli occhi dell’univerfo, come il fuo oppredbre è
feontento per 1 error fuo particolare, che combattendolo con quel timore, lo
cruccia nella Tua ignoranza fe non à talento, efe à talento, illude nel fuo
rimorfo. Refta dunque Tempre più flabilito, non avervi di contrario in natura
che la verità e 1’ errore, ed elfer quella una modificazione di tuttociò eh’
eflde, e quello una modificazione di tuttociò che non efifle. Il confidcrar ciò
cIT efìfle come contrario a ciò che pur efille, è un afTurdità ; e fe gli
uomini apprendono per contrarie quelle cofe che non fon che diverfe, ciò è
Tempre per errore particolare, che non paflà ad cfTer verità comune. Il
contrassegno poi, per cui avvederli Te gli oggetti fian diverTi o contrar) farà
quello, di eflTer effi o non efTer efiflenti, mercecchè Te eTiftono Ton
certamente diverfi, e Ton contrarj Te non eTillono . Ma per ben giudicare di
quella efillenza o non eTiflenza loro, debbon elR riTerirfì non al Tolo
particolare, ma al comune di tutti . Il dolore per eTempin e il piacere, poiché
ambo Tuffiflono, Ton certamente TenTazioni diverTe, ed elTendo diverTe non Tono
contrarie . RiTerite però al particolare s’ apprendono per contrarie, ciò che
non rieTce Te Ti riTeriTcano al comune . Di ciò è prova evidente ognuno che
Tofl'ra il dolor con piacere, Tol che il riTeriTca non a sé Tolo, ma al comune
degli altri ; come Muzio contento del pari e d’arder il Tuo braccio nel Campo
di PorTena, e di llrignerTi con quei braccio al Ten la Tua Clelia, per addurre
un Tolo degl’ innumerabili eTempj di eroi TacrihcatiTi con dolore al piacere di
giovar alla religione, alla patria, alla verità inTomma comune, ciò che non
avverrebbe Te tali TenTazioni ToTfer contrarie. Quella comun verità non è in
Tollanza (0 C.r/J.a.j. che la virtù (c), la qual contrallata dai vizj
particolari e non mai comuni, può dirTi travagliata, ma non per efiì opprelTa.
Laonde elTa fola può dirli comune, come quella eh’ è approvata da tutti, quando
il vizio non può appellarTi che particolare, come quello eh’ è dctelfato da
ognuno, e dilàpprovato da quei medeTimi che lo proTelTano, indizio evidente di
eller quella poTitiva ed efìllente, e di efier quello negativo e nullo. Certo è
die (iccome futTifle quel eh’ è voluto ed è approvato da tutti, come la virtù ;
cosi quel che non è voluto e non è approvato da alcuno, come il vizio, non può
dirfi fuffìlìere . E lo sbaglio di conlìderar quello come efiftente Ila in ciò,
di confiderar per efiftente quel eh’ è voluto da alcuni coi contrailo di tutti,
quando non può confiderarfi per tale, che quel che voluto da tutti, non è
contraHato da alcuno. Io non fo, fé tali dottrine convengano con quelle che lì
dicono degli antichi iloici, accademici, platonici, o altri, interpretate dagli
eruditi, e eh’ io non ò mai avuto la flemma d’ interpretare . So che le ò
apprefe dai lume naturale, dal quale poteano apprenderle quelli, e può
apprenderle ogni altro che fia i'eguace della verità comune, non alterata da
errore o da educazione corrotta particolare, e fappia che un uomo non è tutti
gli uomini, nè tutto il creato, ma uno folo di quelli, e un’opera fola di
quello. Se poi le mie dottrine non convengono con quelle che corrono al
prefente anco fra i più fludiofi, ciò è per errore appunto particolare di
quelli, che fedoni maffìme a quelli tempi da dottrine fuperhciali di Comici che
fi fpacciano per fìlofofi, vorrebbero pur perfuadere il tutto effer peggio,
contro il fatto evidente, per cui la natura e l’uomo, col conferv'arfi e
fufliflere, dimoflrano il tutto efler meglio . La dottrina fra le altre della
nullità dei contrae) (a) non dee dirfi nuova, dacché fi troverà ella convenire
coll’ altra non nuova del tempo e dello fpazio, che efiendo quello la durata
fola, e quello la fola diflanza degli oggetti e delle foflanze create, non
fuflìflono così che negativamente, e fulTiflendo in tal modo, pofitivamente fon
nulla. Tolte quelle foilanze pofitive e create, il tempo e lo fpazio reflan
come nulla di quelle, o come nulla adoluto, non pntendofi inver concepire come
polfan pofitivamente fufliflere o tempo, o fpazio, o diflanza di cole, che non
fufliflauo elleno flefle. Procedendo le inclinazioni e i coftmni dagli
oggetDella (labilità ti creati ertemi, e dalle combinazioni loro nelle e
inabilità de' umane menti, è certo eh’ ellendo tali oggetti invariaro(lumi.
bili per le rtelfe invariabili leggi motrici, dalle quali derivano, faranno
altresì quelle inclinazioni e coftumi invariabili e cortanti, per la rtdià
inalterabile verità e ragione comune, per cui naCcono, fi confervano, e fi
rinnovano. Per la qual cofa ficcome quegli oggetti fi vedon perfeverare gli
rterti in ogni fpecie, e ogni pianta e animale fi rinuova in pianta e animale
confimile, (enza degenerar mai in altra di natura diverfa; all' ilierto modo
l’ambizione, l’interertè, l’amore, il timore’, e limili altre partìoni, dalle
quali rifultano i cortumi, fon collanti in natura, nè tralignan mai in partìoni
diverte nel propagarfi dagli uni agli altri, e il fimile avvien dei cortumi.
Quanto però cederti cortumi per quelli motivi tono rtabili e fermi nella loro
natura, tanto nelle modificazioni loro fon variabili e incollanti, come appunto
gli oggetti dai quali derivano, o le modificazioni delle rtellè leggi di moto,
dalle quali quelli oggetti procedono. Ertèndo poi le modificazioni dall’ una e
dall’altra parte infinite, ed ertendo quelle di ciafeun tempo e di ciafeun
luogo finite ; i cortumi di ciafeun tempo e luogo, fempre gli rtelll per la
rterta verità comune, faran per le modificazioni di quella verità fempre
diverfi da quelli di un altro, come gli uomini finiti d’ un luogo e d’un tempo,
fimili fra loro per la rtabile loro natura, variano nondimeno infenfibilmente
in infinito di fembianze, d’afpetto, di maniere da quelli d’un altro per le
modificazioni diverfe di quella natura rterta . Con ciò rinovandofi gli oggetti
e le loro combinazioni in altre pur fempre diverlè, anco per tempi e luoghi
infiniti ; i collumi, le opinioni, i gen), e le inclinazioni umane di ciafeun luogo
e tempo vi dovranno variare in infinito, come modificazioni fempre finite tolte
dall’infinità di tutt’ effe fcnza di che dovrebbe dirfi, che degl’ infiniti
oggetti i. creati, o dei coflumi che ne derivano, doveffer gli uni a un tempo
efier gli ftellì che gli altri ad un altro, ciocché ripugna colla fapienza e
perfezione infinita del fupremo autore della natura nelle fue opere. Perchè poi
tutti gli ilabilimenti umani in riguardo alla fucieià, e gf Imper) lieffi
dipendono dalle opinioni e coliumi in effi comuni ; per effer quelli nelle loro
modificazioni ederne cosi variabili, non potran tali focietà o Imper) avere
labilità alcuna dipendente da quelle, ma dovranno infenfibilmente variar di
maniere, cola comprovata molto bene dal fatto, per cui fcorrendo con occhio
fugace per tutta quanta la ferie de’ tempi e de’ luoghi da Noemo a noi, non ci
fi rapprefenta alla mente, che una perpetua rivoluzione di Stati e d’ Imper) .
Infatti effendo le opinioni e i collumi in ogni impero attualmente finiti, ed
effendo quelli di maniere infinite pollibili, debbono dunque col variar de’
tempi e de’ luoghi finiti variare infenfibilmente di maniere attuali e finite ,
e con ciò variar quegP Imper), la cui divifione cosi, ellenfione e forma
effendo fempre tanto (labile e ferma, quanto la verità e la ragione a tutti
comune ; farà eziandio tanto cangiabile, quanto le modificazioni dìverle e
infinite di quella verità, o quanto la divifione, ellenfione e forma delle
opinioni e collumi in ciafcun impero particolari, e comuni. Vero è, che fimili
rivoluzioni negl’ Imper) o ne’ governi de’ popoli non fempre fon fubitanee e
impetuofe, anzi il più delle volte feguon per gradi infenfibili ; ma fono in
ogni cafo le lleffe, o producono i medefimi effetti, e la differenza ne dipende
folo dalla verità o ragione comune che Ila piò o men riguardata dai
particolari, e per la qual, folamente poffon le nazioni fulfillere. Perciocché
fe quella verità farà dalla nazione fparita, l’errore ol’ ambizione particolare
che d’ effa avanza, dovrà dì flrug F a gerla,,. IiT~gerIa, o diftrugger fe
ftcflb colle difcordie e le guerre, per dar luogo a quella verità di ricorrere
a rinovar quella nazione fott’ altro afpetto, e talvolta fott’ altro nome, nel
qual cafo fi diranno feguir le rivoluzioni con più di violenza e di fdegno . Ma
fé quella comun verità fi foderrà nelle nazioni a fronte di quìifìvoglia errore
particolare, le rivoluzioni allora vi feguiranno a (Irida quiete, fenza
violenza e per gradi infenfibili, trovandoli nondimeno ia nazione col corfo di
lunghi l'ecoli del pari cangiata da quella di prima per varietà di opinioni e
coliunii, non però mai fra loro contrarj. Del primo cafo è elempio qualfivoglia
Impero d’ Afta o di Grecia più rinomato, e in particolare l’antica Roma, volta
di Regno in Repubblica a’ tempi di GIUNIO, e indi di Repubblica in Impero a’
tempi di Giulio CESARE, per ia verità comune a quei tempi in e(Ta fmarrita, e
per l’errore o per 1’ ambi Ìone particolare non da timore frenata redatavi
fola, per cui non era poflibile che quel go%^erno, (la in forma di regno o di
repubblica più fuUìdefle. E del fecondo polFon eller efempio quegli Stati
prefenti Europei più moderati, che contano più migliaja di fecoli per
fuccedioni di Sovrani, ma che per opinioni e codumi non fon certamente quali
erano alla loro origine y e ciò per la delTa verità o ragione comune non mai da
e(Ti partita, quantunque diverfifìcata in modificazioni diverfe, che (on
appunto quelle divcrfe opinioni e codumi. Tuttociò fa conofcere, come quel che
cangia gl’ Imperi è in ogni evento la ragione comune di tutti, per la quale pur
fi confervano, e la qual ricorre fempre a occupar il luogo dell’ errore
particolare, per cui fe folTe pofTibile rederebber le nazioni tutte didrutte,
fenza che l’attività particolare di Giunio, di Giulio, o d’altri v’abbia più
parte di quella di qualfi voglia altro che podìeda una fimil ragione, e che
coll’ unirla alla ragione di quelli la renda comune . Del rimanente che le
nazioni prefenti d’ Europa non fian quali erano da principio, e fi fìan
rinovate in altre, non ferbando di fe (ielFe che i nudi nomi, fi comprova da
quello, che tolta qualfivoglia diede, potrà quella ben appellarfi collo (Iciro
nome di due i'ecoli innanzi, come per la lleda verità comune fudlilere, ma non
perciò fi troverà la llefla per forma d’ inclinazio' ni e coftumi comuni che la
collituifcano, o per modificazioni di quella verità medefima. Anzi fi troverà
da quella tanto diverta per quello capo, quanto dall’ altre nazioni fue
contemporanee, e lo fieiro avverrà retrocedendo di due in due fecoli più o
meno, per quanto le memorie ne fiano a noi tramandate. Cosi i Francefi prefenti
diflèrifcono forte più per maniere e cotlumi dai pur cosi detti Francefi di due
fecoli innanzi, di quel che differifcano dai prefenti Italiani dillinti da etti
di nome . £ gl’ Inglelì che ora fon d’opinione di difertar per l’America, avran
forfè più di conformità coi prefenti Francefi loro emoli, di quel che
pretendano aver per cotlumi cogl’ Inglelì loro antenati, eh’ erano d’opinione
dv difertar per Soria, e così di più altri . E’ poi chiaro, una fimile
rivoluzione di opinioni e cotlumi nelle nazioni dover efier tale, da non
ricorrere o rinovarfi mai in netfune allo lleflo, fempre per la detta ragione
delle combinazioni di oggetti, e delle modificazioni che ne derivano ne’
cotlumi, che tolte dall’ infinito a numero finito, fon fempre diverfe fune
dall’ altre per quante pur volte fi prendano (rt) . E ciò non per dil^fizione
umana particolare, ma per fitlema imperferutabile di natura. Il comprender
quello fitlema, vale a dir 1’ ordine, la ferie, i rapporti di tali combinazioni
di oggetti, e di tali modificazioni di cotlumi, o perchè e come a certune
abbiano a fucceder cert’ altre, in luogo di tutt’ altre qualunque, è rìferbato
alla mente dell’ autore del tutto, nè potrà ciò mai penetrarfi da mente creata,
finché fi trovi nel pafieggiero fuo flato, avviota c ridretu dalle ritorte e
dagl’ inganni de’sensi. Qui cade a propofito d’avvertire l’errore di quelli,
che lì figurano di richiamar nelle nazioni la verità e la ragione comune per
quanto vi fi folTe l'marrita, col rinovar quelle leggi che ne preferivevano le
modificazioni a’ tempi decloro bifavoli, progetto del tutto affurdo e
impofTibile . La verità e la ragione comune potrà ben richiamarfi per leggi,
per quanto a’ tempi trafandati folle Itaca più riconofeiuta per fé ItelTa in
quei coltumi, di quel che il fia a’ tempi prefenti per coltumi che la
modificairero in contrario di sè medelìma, giacché elTa in sè llelTa è una fola
di tutti i luoghi e di tutti i tempi. Ma il richiamarla al prefente per le fue
modificazioni antiche, quando tali modificazioni debbon ad ogni tempo elTer
diverfe, non può elTere che una miferia di mente, per cui lì creda la natura
non più capace d’invenzioni in fua condotta, di quel che fiafi un povero Conllgliere
fecreto che creda operar in fua Wce. Chi declama contro i nuovi coltumi che fi
vanno introducendo, e deplora gli ufati che fi van diftifando; à molto ragione
fe i nuovi coltumi fon modificazioni dì una ragion men comune, di quel che il
fiano gli ufati che a quelli dan luogo . Ma fe i nuovi coltumi fon tanto buone
modificazioni della comun ragione, quanto gli ufati che fi perdono ; ei declama
inutilmente, come fe ciò foffe contro il variar de’ venti, elTendo 1’ una e
l’altra cofa quanto innocente, tanto, inevitabile e neceflaria, e potendo, anzi
dovendo quella comun ragione per difpofizion di natura, e per fapienza
illimitata del fupremo fuo artefice, praticarfi fempre per modificazioni
diverfe, e comparire in fembianze che non fiano giammai le flelle, elTendo
nondimeno la. ItefTa per sé medefima . Senza quelto una fimile verità o
ragione, correrebbe rifehio di non efercitarfi che per inganno ; ed è ancor
vero, che talvolta con richiamare la verità, la ragione, il valore e la
religione fteflfa per le fole loro modificazioni eflcrne di tempi molto remoti,
f» rielce a perdere tutto il fenfo reale ed interno di quelle virtù,
invariabili per sè flede, riducendole a quelle materiali loro modificazioni
eflerne, fenza alcun rapponto a quell’ interno lor SENSO E SIGNIFICATO. Ma
intanto è qui da avvertire, che quel che s’è detto finora in ordine all’
illabilità de’coflumi, non fa torto ad alcuno, e non è detto per accufar gli
uomini di leggerezza o d’incoflanza, ma per anzi giuflificarli d’ ella, e per
renderne ragione, come di cofa inevitabile e neceffaria, la qual non riguarda
in eflì coflumi che le modificazioni eflerne d’una ragione comune interna, che
debbon cangiare, come le modificazioni eflerne degli oggetti fenfibìli, dalle
quali quelle tengono dipendenza. Dail’altro canto ficcome quelli oggetti
cangiando modificazioni fon purglifleffi in tutti i luoghi e a tutti i tempi,
per le fleffe leggi di moto che li producono ; il medefimo avviene de’coflumi,
ed è fempre una flefla invariabil ragione e verità comune, che per varie vie li
guida e governa . Per quello s’ è veduto, quella ragione comune effer la fola,
per cui gli uomini lufTiflano infìeme, come per quella che può ben effer
diverfa nelle diverfefue modificazioni, ma non può mai a sè flcffa effer contraria,
nel qual cafo foltanto la comun fuffiflenza farebbe impoffibile ; ond’ è che
non è effa contraria che per difetto o ragione particolare di alcuni, e non mai
di tutti. Ciò fa che i governi o gl’ Imperi fian fempre confimili, per quella
fleffa ragione comune per cui fullìflono, avvegnaché diverfi per le
modificazioni diverfe di quella ragione medefima, non oflante qualfivoglia
irregolarità particolare, come gli oggetti fenlibili eflemi fon fempre
confimili nelle loro fpecie, perchè fempre in conformità alle flefle leggi
motrici, benché ne fìano diverfe le modificazioni, e non oflanti alcune
irregolarità in eflì fifiche . £ potranno quelli e quelli fuffiflere a ragione
benché dive rfa, giacché i mollri nel filico e le calamità nel morale lòn cafi
infoliti e particolari, e il confueto e comune non è calamità e difordine, ma é
ordine ed armonia . In effetto la ragion comune, dalla quale deriva il
difintereffe, la dUambizione ed ogni altra virtù, per la quale fuflillon gl’
Imperj, é invariabile, ed è di tutti i luoghi e di tutti i tempi, e ne fon le
modificazioni infinite. E iflelfamente la ragion particolare, dalla quale
procedono 1’ intereffe, l’ambizione, e gli altri vizj per li quali col
diflruggerfi fi rinuovan gl’ Imper), è pur la lidia, in quanto é Tempre
contraria alla comune, con modificazioni altresì infinite a quelle contrarie .
Ma è poi imponibile che quella ragione particolare viziofa diventi comune, com’
è imponibile che i turbini e i terremoti fiano incdlanti e collanti, mercecché
in quello cafo rimarrebbe la natura non variata, ma dillrutta, come in quello
rimarrebber non rinovati, ma dillruttì gl’Imp.rj. Nel rimanente le diverfe
circollanze comuni e particolari, nelle quali fi trovino le nazioni per le
divcrlé modificazioni d’ una lldfa ragion pur comune o particolare, fon quelle
che giullificano o non giuflifino le opinioni e i collumi diverli. Così gl’
Inglefi avran per avventura tanta ragione di difettar ora per l’America, quanta
ne avevano innanzi di difettar per Sorla, fe tali opinioni diverfe faran
conformi del pari alle diverfe circollanze o modificazioni di ragion loro
comune d ambo quelli tempi, di che farà indizio appunto l’ellèr quelle all’uno
e all’altro tempo comuni. Perciocché fe la nuova opinione non folfe cosi comune
come l’antica, non farebbe quella così conforme alla comun ragione, come lo era
l’antica, ma potrebbe elfere qualche opinione o errore ancora particolare alla
verità comune contraria. Il fuppor gl’ Inglefi che difertan per Bollon più
fenfati di quei che difettavano per Sorìa, quando quelli difettavano di comune
confenfo, e quelli difertano coll’oppofizione di mezzi i voti della nazione, è
un’ alTurdità . Del redo non fi nega che sì una fpedizione che un
pellegrinaggio non pofian eficr conformi alla comun ragione, purché fian efiì
tali da attirare il comune confenfo. E ciò non per attività d’un Ammiraglio o
d’ un Romito che li pcrfuadano, ma per ragioni piò alte, ordinate da una
fapienza eterna, la quale nel crear una fola ragione, ne coditu) le
modificazioni diverfe, e volle che non ladiverfità, ma la contrarietà delle
opinioni e coftumi fodè quella, che da queda comun ragione li dividede. Quelche
s’ è detto di fopra, che le immagini C A P. X. degli oggetti da ciafcuni
apprefi non tengan rap- De’ cofhimi 'porto necedario alcuno colla favella e
colle voci, efpreffi perla per le quali fian ede efpredè agli altri, dee
applicarfi f»ella. eziandio alle combinazioni di quelle immagini, dalle quali
derivano le inclinazioni e i codumi diverfi, le quali combinazioni d’immagini
non terran così nedunnecedario rapporto con quelle delle voci, o colle regole
gramaticali di lingua, per le quali fi manifedano, oli partecipano agli altri.
Ciò fi verifica idedamente dall’ edere tali regole pure dabilite di comune
confenfo arbitrario di quei foli, fra i ^uali quelle combinazioni d’ immagini
debbono comunicarfi (c), e che così comu- (#)C.iF.«,i. nicano di codumi e
d’inclinazioni a efclufione d’ ogni altri . Ond’ è che ove manchi queda
comunicazione, nedune lingue o regole di ede fono in ufo, e ove effa v’abbia,
le lingue e le regole d’ede perciò introdotte, non s’ apprendono dalla natura,
ma da fola meccanica fcoladica, o da idruzione pratica d’altri, fenza apprender
perciò niente più di reale (d), e fuor di WCy.n.ì. queda meccanica, l’ ufo dejle
lingue farebbe impoflìbiIc. Del primo è prova ogni felvaggio, il quale perchè
non in calo di comunicar ad altri le proprie combinazioni d immagini, non à
favella veruna, nè articola alcune voci introdotte fra gli altri, non
occorrendone certamente a lui alcune per efprimerfi a sè medelìmo. E del
fecondo è prova ogni bambino, che alla villa degli oggetti che le gli
prefentano, non proferifce naturalmente che llravaganze, finché colla propria
efperien- za e coll’illruzione non ifcientifìca, ma pratica altrui, non s’
alTuefaccia a proferirli e cultruirli per voci alla maniera accordata fra gli
altri, coi quali più comunica, e non mai alla maniera fra quelli, coi quali non
comunica d’immagini e di collumi . Ancorché poi le combinazioni d’ immagini
degli lleflì oggetti, non ab- bian verun necelfario rapporto colle combinazioni
di voci, colle quali li proferifcono ; per elTere nondimeno quelle tutte
confimili, atteli gli (ledi oggetti, e tutte diverte, attefe le diverfe
combinazioni loro nelle ciafcune menti; c per edere altresì una favella colla
quale fpiegarle la della per ciafcuni, ma pur diverfe le combinazioni in clfa
di voci nelle ciafcuni bocche d’innmnerabili perfone ancora le quali efprima-
no altrui uno llelfo fentimento colla llelTa favella, fic- come non ve n’àn pur
due, che apprendendo gl’ og- getti dell! li combinino indiamente nel lor
cervello ; così non ve n’ àn pur due, eh’ efprimendoli con quel- la favella, li
efpriman colla deda difpolizione di voci; in guifa che poda dirfi eziandio, che
quede innume- rabili perfone liccome edendo della della fpecie, pur fon diverfe
ciafeune dall’ altre per fembianze ederne e per tuono delFo di voce, così
elFendo dello dedo fen- timento e della Itelfa lingua, s’efprimano nondimeno
agli altri cialcuno con diverta difpolizione di voci o di termini di quella
lìngua medefmia. II. Inoltre quella idabilità d’oggetti, eh’ edendo gli dedt
per le Itede leggi motrici, pur lì cangiano del continuo per le infinite
modificazioni di codedo moto; e quella delle inclinazioni e codumi, eh’ ef-
fendo gli dedi per le delle padioni d’una ragione co- mune, van pur
perpetuamente cangiando di modificazioni,(! riconofce altresì nelle lingue, eh’
edendo le llefle per la ftefla impulfione d’aria fofpinta dai polmoni, rielcon
pur diverle per l’ articolazione di voci, o per modificazioni diverfe di
quell’aria fofpinta. Perciocché eflendo effe intefe a efprimer le immagini
quali fon combinate, e i codumi quali fon praticati, egli è pur forza che
feguaciò che per nota efperienza fi vede feguire, vale a dire che difufati in
ciafeuna lin- gua del continuo alcuni termini, fe ne foftituifean di nuovi, non
per altro certamente, che per fecondare la detta diverfìtà di modificazioni,
(la nelle immagini de- gli oggetti, fia nella pratica de’ coAumi che ne derivano.
E quantunque quella diverfìtà di modificazioni negli oggetti e ne’cofìumi,
proceda con più d’unifor- mità, per elTer ella opera di natura ; non manca però
più o men efattamente di tener dietro a quella la diverfìtà de’ termini in
ciafeuna lingua, con quella imperfezione, colla quale fi vede fempre l’arte
imitar la natura. In efi'etto, del difufo fuddetto di termini in ogni lingua
viva, e dell’introduzione in efla di termi- ni nuovi fuir eftinzione di quelli,
non fì faprà afìegnar altra ragione, che quella degli oggetti apprefì e com-
binati, e de’codumi che ne derivano, eh’ elTendogli flefit per la flclTa ragion
comune, fi van rinovando per modificazioni di quella diverfe col variar
de’feco- Ji, giacché le lingue non fono inllituite e non fono intefe che a
quello, di efprimere quegli oggetti e quei collumi così combinati e cosi
diverfamente modificati . Dimanieraché per la ftefla ragione, per cui non v’ à
luogo, in cui corrano le opinioni e i coftumi di più fecoli innanzi, cosi non
v’ abbia luogo, in cui s’ ado- pri la lingua d’ allora; e fia cosi impolfìbile
di richia- mar fra gli uomini quei coftumi (c), com’è impoffìttile il richiamar
quella lingua. Da ciò s’apprende, come il determinar una favella di tutti i
luoghi e di tutti i tempi, farebbe lo fteflo che determinar un opinione e un
coftume, ouna combinazione d’opinioni e di coftumi pur d’ogni luogo e d’ogni
tempo ; vale a dire che determinar la facoltà intellettuale umana, e limiurla
non folo all’ellenfìo- ne, ma alla qualità ancora e ai modi delle fue cogni-
zioni in ogni luogo e ad ogni tempo ; cofa 1’ una e l’altra imponibile, per non
poter elTa accordafi colla fleda limitazione umana intellettuale . Perciocché
l’ in- telletto umano per quello appunto di edere limitato nelle fue
cognizioni, dee variarne’ modi e nelle qua- lità di edè ; e per eder quedi modi
e quede qualità infinite, dee verfar più quando fu alcune di ede, quan- do fu
altre, e quindi adottar quando alcuni, quando altri codumi, elprimendo in
conleguenza e comuni- cando tuttociò altrui, quando coU’une, ^uandolcoll’al-
tre voci o favelle . Siccome poi col variar di combi- nazioni d’ oggetti e di
codumi non fi ricorre giammai ai modi ufati altre volte, ma le modificazioni ne
fon fempre diverfe ; così col variar delle lingue vive non fi ricorre giammai a
rinovame o a replicarne al- cune delle morte oltrepadate, ma fe nc formano
altre dapprima fempre inaudite, e non mai per innanzi ado- prate. 11 tutto per
le infinite maniere, colle quali pof- fono combinarfi gii dedì oggetti, gli dedi
codumi, e le dede articolazioni di voci, colie quali proferirli, attefa una
fapienza eterna e infinita, che regola tut- to quedo magìdero con leggi
uniformi in sé dede, ma varie fempre nelle loro modificazioni . Per quedo gli
eruditi pudono bensì lufingarfi d’ idruird. e di ra- gionare de’ codumi e delle
lingue antiche, per quan- to é podibile ravvifarle a un lume che d va fempre
allontanando, e per quanto è podibile alla vita uma- na caduca tener dietro al
tempo indancabile ed eter- no . Ma il figurarfi d’ aver de’ codumi e delle lin-
gue perdute, quella contezza che fi à de’ codumi e del- fe lingue viventi, o il
lufingarfi di raccapezzar dai po- chi frammenti che redano, quel tanto più che
non teda de’ lècoli antichi, é una vana credulità ; ed è come lufìngarfi d’
indovinar per le poche fandonie che foglion narrarfì delle Sibille, tutto quel
che per avventura avelTero quefte fcritto ne’ libri loro, che fi di-, con arfi
nell’ incendio del Campidoglio Romano. Per altro la diverfità di lingue, che
come fopra dee avervi nelle nazioni, per la diverfità in elle di og- getti
combinati, e di collumi che ne derivano, e 1’ impoHìbilità di elTer tutti d’ un
collume e d’ una favella (a), fan conofcere che la natura unifce in vero;. gli
uomini hno a certa mifura, alla quale polTan elTi giovarfi, ma li difgiunge
oltre a quella mifura, nel qual cafo la loro unione elTendo inutile, farebbe
incomoda, e potrebbe renderft ancora nociva. Certo è, che fe r ufo dell’
illelTa favella indica la necelTità di llar gli uomini uniti, per accorrere gli
uni in foccorfo degli altri, ciò che non può verifìcarfì che per favella che
fia la llelTa ; 1’ ufo di fevellar diverfamente indica la nelfuna necellìtà di
Har elTi uniti a quell’effetto, giacché fra perfone di favella diverfa nelluna
comunicazione di fentimenti, o nelfuna fcambievole ali^ llenza può interceder
giammai . D’ altronde le occorrenze umane fono ognor limitate, e non poflbno
llenderfì oltre a quei limiti che con difagio comune degli altri, e con
illufione particolare disè medefimi, elfendo in vero un’ illufione e un
inganno, che quel foccorfo Ila di provedimento, di diletto, di piacere, di
difefa o d’altra qualunque occorrenza, che ognun può confeguire da altri loncan
tutt’ al più dieci miglia, abbia da attenderfi edalanguirfi da altri, di
favella inintelligibile, e lontani le migliaia e migliaia di mK glia. Con ciò^
fì direbbe, che quel che congrega gli uomini lino a certo numero, al quale
poffano confervarfi dell’ illelTa favella, fia la natura amica della
fuflillenza e del piacere verace ; e che quel che li congrega oltre a quello
numero, al qual non pollano confervarfi d’ una favella, fia T ambizione
particolare dillruttiva della fpecie, corruttrice del vero piacere, e amica del
De’ coftumi efpreflì per favelle diverfe piacere ingannevole. Ciò fi comprova
dal fatto, per cui gli uomini finché fon dell’ ifiefla favella, più convengono
infieme, e più s’ accrefcono per arti di moderazione c di pace, come nelle
nazioni più limitate d’ Europa, e qualor diventano di più lingue, come negl’
imperj più valli dell’ Afta, non polfono fofienerfi che per la forza, e fi
diftruggono per queir arti ftefle di luflb e di guerra, per le quali credono
bonariamente di confervarlì, e di foccorrerfi gli uni gli altri ; come in fatti
fi trovano quivi a molto minor numero che nell’ altre nazioni d’ una fola
lingua, avuto riguardo all’ellenfion delle terre . E fi comprova ciò pure dalla
dipendenza neceflarìa degli uni dagli altri, quando pur voglian gli uni cogli
altri fupplire ai bìfogni comuni . La qual dipendenza di ordinazione e
fubordinazione può ben avervi fra perfone della fleU'a lingua, ma fra quelle di
lingue diverfe non può avervi che con inganno, eflendo invero impoffibile che
gli uni dipendan dagli altri, quando ignorano fin la favella, per la quale
dipendere . Dacché fi conclude, che la faggia natura vuol veramente uniti e
congiunti infieme tutti gli uomini dell’ univerfo, ma per il folo vincolo di
amore e di ragione loro comune ; e che quel che li tiene uniti per tutt’ altro
titolo, non fia che la llolta ambizione e 1’ interefle loro particolare, ben
divcrfo da quell’amore e da quella ragione, e talvolta a quelli contrario . Q
uella ragione che fa, che gli uomini dell’ illef_ fo luogo e dell’ ifteflb
tempo fiano dell’ illeffa favella, per la necelfità di comunicare infieme d’
immagini d’ oggetti, e di collumi (rf), fa non meno che a luoghi e tempi
diverfi fian di diverfe favelle, per la nelTuna necelfità allora di una limile
comunicazione, elTendo d’altronde le voci, colle quali comunicar d’immagini e
di collumi per le llef fe infinite, ed eflendo finite quelle, colle quali a'
qualunque tempo e luogo particolare, comunicar d’immagini c di collumi di quel
tempo, c di quel luogo particolare . Ma oltre ciò quella ragione che fa, che
ciafcuna lingua vada alterandoli riguardo a sè llefla, per r alterazione che va
feguendo nelle modificazioni degli oggetti e de’ collumi medelimi allo IlelFo
tempo e nello ItcITo luogo, fa che s’ alteri molto maggiormente riguardo all’
altre di tempo e luogo di verfo, per feguire l’alterazione degli oggetti e de’
collumi molto più notabilmente ne’ luoghi e tempi feparati e lontani, che in un
iltelTo luogo e tempo (c), o lotto al medefimo afpetto de’ pianeti . Da ciò ne
deriva, che non polfan gli uomini mai fpiegar così bene le proprie combinazioni
d’ immagini, e i proprj collumi e fentimenti con lingua Itranicra d’ altro
tempo e luogo, come li fpiegano colla propria, ciò intefo degli uomini in
genere, e degli affari e collumi loro non già meno fìgnificanti, che fi
trattano nelle accademie 0 ne’ gabinetti, ma dei più fìgnificanti e comuni, che
fi trattano nelle piazze e nelle famiglie. E invero effendo ogni favella
illituita per elprimere gli oggetti e 1 collumi d’ un luogo e d’ un tempo, e
dovendo quella variare col variar di quelli; l’adoprar a un tempo c in un luogo
una lingua illituita per efprimere oggetti e collumi d’ un altro, farà ognor
più difficile, per doverli allora follituire alle voci più proprie e più
precife di quegli oggetti e collumi, voci intefe a clprimcrne altri da quelli
diverfi, e in confeguenza men proprie per elprimerli, e men precife . Che gli
oggetti e collumi di ciafeun luogo e tempo fian diverti da quelli di ciafeun
altro, e che per ciafeuni corrifpondano termini e voci diverfe, fi manifella
oltre per quel che s’è detto, per li Dizionari ancora particolari, ciafeun de’
quali fi vede più carico e ricco di quelle voci, che più corrifpondono agli
oggetti e collumi del luogo e tempo, in cui la lingua d’eiTi è nativa; carichi
in confeguenza cricchi meno di quelle, che più corri fpande{Iero agli oggetù e
coftumi d’ogni altro luogo e tempo, incuifolTe quella lingua ftraniera. Non per
altro certamente, fé non ' perche ciafcun luogo e tempo à i Tuoi coflumi che
non fon precifamente quelli d' un altro, e per efprimer ì quali non mancando
mai le voci nella lingua di quel luogo o tempo, mancano bene fpefTo nella
lingua dell’altro. Per elempio nel vocabolario arabo diceli, il Cammello
efpredo con voci mille ed una, quando nell’italiano fi tiene per efpreflTo
abbadanzapet qued’una fola, lafciate fuori le mille ; e ciò non per altro, che
per la moltiplicità d’ufi di codeiio animale nelle contrade arabe maggiore che
nelle italiane, per la quale moltiplicità, gli oggetti e i coftumi
diverfihcando nell’une e nell' altre regioni, diverfamente s’ efprimono. E lo
fteifo fi direb^ d’ innumerabili altre produzioni animali e vegetali diverfe
degli uni luoghi e tempi, in riguardo a quelle di altri . Ch’ è la ragione, per
cui un Dragomanno pratico del pari della lingua araba, e dell’ italiana s’
arreda bene fpelTo nel ragionar di cofe italiane colla prima lingua, e nel
ragionar di arabe colla feconda ; e per cui parrebbe ancora, che Cicerone
defl'o non potcfle al prefente elTer cosi buon fecretario di lettere latine in
Roma, come alcun crederebbe, per gli oggetti e affari romani prefenti molto
diverfi da quelli, de’ quali ei fcriveva ad Attico a’ fuoi tempi, e richieder
pertanto gli uni e gli altri qualche diverfità ne’ modi di efprimerli. Tutto
ciò fi dice, non perchè il poffeder più lingue non abbia a riputarfi un
ornamento, neceffario ancora a chi non contento degli oggetti e codumi vicini,
che forfè non intieramente intende, anela ed applica ai più lontani che
intenderà fempre meno; ma perchè fi fappia che gli uomini delle nazioni,
ficcome ciafcuni ànno i propri oggetti e codumi diverfi da quelli degli altri,
cosi ànno una propria lingua, per cui efprimerli, che non può effer quella
degli altri: e che~^~ A T vi" ficcome non adotteranno mai bene gli altrui
oggetti e coftumicomei propr), cosi non efprimeranno mai quedi cosi bene coll
altrui, come colla propria favella. Dall’ altra parte la cognizione di più
lingue non è cognizione f«r se Itella, ma è un mezzo per cui comunicare
foltanto a più altri quelle cognizioni, che folle cofe e non fulle parole, fi
foflcro apprefe - e un WC.F. n. 3. dotto farà fempre tanto dotto con una
lingua, come con dicci, ficcome uno fciocco non fi manifefterà men Iciocco con
dieci lingue, che con una fola. A ciò riguarda lo zelo, col quale ipiù fenfati
antichi, e moderni ancora, fi fono ognor dichiarati a favore, e àn fempre
altamente parlato in commendazione de’ patri lari, de patrj collumi, de’patrj
iflituti, e della patria tavella .Ognun che trafcuri tutto quefto per quanto é
fuo, affine di adottarlo per quanto folle dUltri, fia certo che trafeura quel
che a lui è più naturale, per aflumere e tenerfi a quel che gli è meno, e che
ciò è coinè s ei fpogliafle 1 proprj velliti per adoffarfi gli altrui, che non
fe gli adatteranno mai bene indoflb . Un uomo di tutti 1 coftumi, di tutti i
fentimenti, e di tutte le lingue, fuole dal popolo e dai romanzieri ammirarfi
come un portento . Un uomo tale per la verità c per la natura, farebbe un
arnefe infignificantee contraddittorio, di nelTun coftume, fentimento, o favella
che almen foffe Aia propria (A), com’ei farebbe di nelTuna nazione e religione,
quando intendeffe eflèr di tutte. Del rimanente col diffinguere come fopra,
idiverfi oggetti e coffumi di ciafeun tempo e di ciafeun luogo (c), non s è già
pretefo di dividerli in modo, y che non abbian poi a convenire allo llelTo, per
auan *°‘“«,'.P™«donp dalle ffefle invariabili leggi motrici, c dall iffefla
ragion urnana comune ; per la qual cofa le lingue altresì fi vedon poi quafi
confluir tutte in una, allorché gli oggetti, i coftumi e i fentimenti in fomma
umani efpreffi in una favella, fi trafportano a qualfivoglia altra. Ma s’è
pretefo con quello foltanto di far conofcere, che quella convenienza che corre
fra r une e 1’ altre lingue in riguardo appunto a codefie leggi e a codefia
ragion comune, per cui gli oggetti e i cofiumi fono confimili, non pofla
correre in riguardo alle modificazioni di quelle leggi e di quella ragiotie
diverfe, per le quali gli oggetti e ico». 1 . Itumi fon pur diverfi. Ona è che
per 1’ une e T altre lingue s’ efprimono oggetti bensì confimili, ma
diverfamente modificati, e per le voci vir, uomo, e s’ cfprime il medefimo
uomo, ma diverfamente modificato in Lentulo, Giampietro, e Ricardo, come s’è
veduto. Quefte modificazioni dunque diverfe d’oggetti e cofìumi confimili fan
fempre conofcere, eh’ efpreffi ciafeuni di quelli in una favella per
modificazione a sè naturale e nativa, trafportati ad un altra non pefTon
ferbare la nativa lor proprietà e vivezza, ma debbon perdere di loro
efpréffione più naturale. A quello modo fi dirà, che pofla ciafeun valerfi
d’una lingua flraniera qualunque, per quanto gli oggetti, i collumi e i
fentimenti fono gli llelfi e confimili a tutti i tempi e in tutti i luoghi, ma
che non pofla poi così propriamente valerli di efla come della propria, per
quanto quegli oggetti, collumi e fòntimenti elfendo confimili nelle loro
fpecie, fon poi diffimili nelle loro modificazioni col variar de’ tempi e de’
luoghi . Dacché apparifee di nuovo, come natura fempre a fe fteflà uguale e
fempre faggia, avendo ordinato gli oggetti, i collumi e i fentimenti tutti
confimili, ma pur diverfi ; col conceder agli nomini la ilefla favella perchè
poteflero foccorrerfì gli uni gli altri per quanto occorrefle, la concefle
altresì diverfa, per quanto un fimil foccorfo poteflè renderfì loro inutile, o
potefle ancora convertirli in dannofo. Ma all’illeflb tempo confervò nondimeno
tutte le favelle confimili, per avvertirli d’ una Ulefla ragione e amore
comune, per cui doveflero tutti trovarfi uniti e concordi ; quafi avvertendoli,
che per fuppLire ai bifogni fcambievoU di iudilienza, baftava 1’ opera im*
mediata di pochi fra loro vicini d’ una litigai medesima; e che peramarfi
dovevano tanto Stenderli, quanto le favelle loro cflendo diverfe, foflcr tutte
confimili, dovendo cosi il circolo dell’ amore fra eSli edere incomparabilmente
più ampio, di quello dell’ interede comune medeSitno. V. Ma ritornando
airalterazione Solita feguir col progredo de’ tempi in ciafcuna lingua viva, è
da odervarfi, che Sebbene queda foglia, e debba molto imputarli al commercio
degli uni cogli altri popoli di lingue diverfe, e all’invafioni d’un popolo
d’una lingua folle terre de’ popoli di un’ altra; eda nondimeno dee fempre
principalmente attribuirfi alle modificazioni degli oggetti e codumi, che col
progreSTo de’fecoli fon Sempre diverfe nelle confimili Specie loro ^ Perciocché
lafciando pur dare, che prescindendo ancora da invasioni e commercio ederno, la
lingua italiana o l’ inglefe d’ ora non è già la delTa che la italiana di
Guiton d’ Arezzo, o la inglefe diCaucer; è certo che per quelle invasioni e per
quel commercio ederno, non è che gli uni adottino la lingua degli altri, ma é
che dall’ impado di due lingue (e ne forma una terza, che non è alcuna di
quelle, liccome dalla compofìzione dell’ une coll’ altre inclinazioni e codumi
ne rifulta un’ altra a quelle consimile, ma non mai la deSTa che quelle,
prevalendo però Sempre in tutto quedo l’ indole degli oggetti edemi attuali e
prefenti, e non mai dei lontani e padati . L’introdurre in una nazione i codumi
e la lingua d’un’ altra, quando tutto ciò va cangiando in qued’ altra fteSTa, è
un’ aperta implicanza ; e il pretender tutti d’un codume e d’ una lingua
medefima farebbe lo deSTo, che limitar la natura come in ciafcuna Sua opera
così in tutte, quando eSTa è tanto infinitamente Simile in tutte, quanto
infinitamente diffi H z niile in ciafcune. Quindi è che per quanti barbaci) C.
II. n.z. ri così detti, fian mai fceft in Italia, i coftumi iu> liani àn
potuto bensì coiromperfi ed alterarfi, ma non mai perciò renderli così barrati,
come i colìumi di quelli. E Io lleflb è avvenuto delia lingua, che coll’
alterarfi per quello motivo, confervò Tempre 1’ indole dell’ antica latina, e
non già della gotica antica . Il tutto per gli oggetti e le produzioni italiane
Tempre nel rinovarfi men diverfe da sè medeTime, di quel che il potelTero
eflere da quelle della Gozia . Per la qual cofa dovevano ben i Goti più piegare
ai collumi e alle inclinazioni italiane, che gl’ italiani ai collumi e alle
inclinazioni de' Goti, giacché quelli col traTpor* tarfì nelle pianure del
Lazio e della Lombardia, non vi avevano trafporcato i diacci o le rupi delle
loro regioni . Certo, la verità delle coTe non apparire airafpetDelle cogni- to
ellerno di elTe, ma doverli invelligar per induzioni reali, e ^ioni da cagioni
occulte ed interne, quando più quando e e ipparen- come apparifce dalle molte
implicanze nelle quali s’ incorre nel giudicarne di prima villa, per le quali
implicanze quel che Tembra vero all’ ellerno, Ti Tcuopre realmente non efler
tale, e Ti riconoTce fovente elio Hello eller Talfo. E’ certo altresì, una tal
verità dover nelle cofe eller unicamentre fe folTe più d’ una o folTc da fe
Heffa diverla, quella cofa ancora di cui fols’ elTa la verità, farebbe pure più
d’ una, o farebbe diverfa da sè medefima, ciò che certamente è impoffibile .
Ond’ è che fe d’ una cofa llelTa fi giudichi in più maniere, tali giudici non
faran veri, ma faran dubb) ed incerti, e tutt’al più faran probabili e
verifimili, come foglion pure appellarfi ; e allora foltanto faran elfi veri,
quando elfendo d’un modo, fi riconofcano non poter elTere d’ alcun altro. Ciò
fa ch’io dillingua le cognizioni umane vere t reali, dalie verifiOlili ed
apfarcnri, conlidcrando quelle per tali, la cui verità non poffa cambiarfì con
altra, comechè dedotta da ragioni immutabili e neccfl'arie, colle quali non
poflan altre competere, o polTan a quelle refiilere ; e confìderando quede per
tali altre, la cui verità poffa eziandio cfler diverfa, comechè fufcettibile di
più e di meno, o proveniente da ragioni che s’ arreffano Aiirefferno, e che
eflendo a quel modo, potrebbero ancora efferlo a un’ altro, ancorché non da
altre apertamente fmentite. Del primo genere fono le cognizioni che fi direbber
geometriche affratte, della cui verità l’animo riman talmente convinto, che di
più non ricerca per effe . E del fecondo fon tutte le più ufate, folite
fpacciarfi da chi applica coi metodi più comuni all’ifforia, alla fifica, alle
leggi, alla politica e fimili ffudjpiù praticati, filile quali per quanto la
verità apparifca lotto a un afpetto, lafcia pur luogo di apparir fotto a un
altro fenza contraddizioni, conofciute almeno ed efpreffè; fcgno evidente di
non effer dunque tali cognizioni reali, ma di effer foltanto apparenti, giacché
le reali non fon che di un modo ( rt), e quelle fon di più modi . Dell’
incertezza di quelle feconde cognizioni in confronto alle prime, non diffentono
gli rtefli coltivatori di effTe Ilorict, filici, legilli, politici ed altri,
quando convengono, le cognizioni loro ei fiffemi di più modi, non effer cosi
evidenti come le verità per efempio numeriche elementari, da loro pure e da
ogni altro conofciute a un fol modo. Chi ben attenda a quello conofcerà,
l’intelletto umano effcre molto più inclinato alle cognizioni efferne ed
apparenti, che alle interne e reali, ciò che procede non già dall’ effer ei più
capace del falfo che del vero, come immaginan alcuni ; ma dall’ effer quelle
cognizioni più facili di quelle, non efigcndofi per le apparenti che certa
attenzione fuperficialc, quando per le reali fi efige un’ applicazione più
diligente e più dilìntereffata. Quella applicazione poi più diligente e
difintereflata richieda per le cognizioni reali, proviene ‘ dalla neceflltà di
6flar per elTe lo fpirito per sè volubile e fugace, a un punto foto dei
moltiflinii, fra i quali ei fuole fvagare trafportato da’ cavalli dell’
immaginazione fervidi di natura; e molto pià provien ella dalle feduzioni
de’fenli a proprio interelle, a che ei (la fortemente attaccato . Per la qual
cofa la mente umana o non cura idruirfi di fotta alcuna, e fchiva d’ ogni
applicazione, s’abbandona all’inerzia; o nell’ iftruzione medefima s’ arreda
alle prime imprellìoni, o fegue più la fcorta de’ fenlì in fuo prò, che quella
della ragione, intollerante di quel freno che quella cerca d’imporre a quelli,
perchè non la traggano lunpi dal vero . Certo è che tolta quell’ inerzia e
quella intolleranza, farebbero gli uomini cosi ben idrutti della verità delle
cofe, come ne fon mal idrutti/ gli ottimi conofcitori del vero farebbero nelle
piazze e ne’ mercati, nelle accademie e nelle corti, cosi familiari e
frequenti, come vi fon gl’ ignoranti e gl' impodori, e tutti parlerebbero di
verità, come i Parrochi nel. le Chiefe, e come i filofoli migliori ne’ privati
loro recedi. Pare dunque, che la verità reai del le cofe dia fituata a certo
punto di mezzo unico e indivifibile, innanzi e oltre il quale fia vano il
cercarla, o non fia podibile il rinvenirla che con dubbierà e incertezza ; e
che gli uomini per lo più o non fi muovano a ricercarla del tutto, o
neirinquifizione di elTa trafcendano quel punto, (edotti e ingannati dai fenfi,
che per loro interede particolare li trafportano dall’ une all’ altre
apparenze, lenza difcernere o arredarfi al punto reai delle cofe, fuor che ben
rare volte . In effetto il didinguer fra tutti quel punto folo, efìge certa
infidenza e applicazione, che non è volentieri incontrata, ma è al contrario
fchivata e abborrita ; e dall’ altra parte l’ affidarfì ad un punto folo degli
infiniti che ve n’ ànno, fra i quali può la mente fvagare nella traccia del
vero, è cofa ardua e difficile . Laonde le verità nuile o peggiori faran“cAp
xiT fempre più coltivate delle alcune o migliori, e gli uomini ad ogni tempo e
in ogni luogo faran Tempre nelle lor cognizioni medefime più Aiperfìciali e
diftratti, che rifleffivi e raccolti ; perciocché non potendo le cognizioni
reali acquiltarfi che per applicazione più laboriofa, c per aftrazione dai
fenfi, non faranno dunque elleno mai comuni fra gli uomini, alieni comunemente
da quel lavoro e da quell’ aerazione, maffime per l’interelTe loro che
v’interviene particolare, al quale principalmente riguardano i fenfi . S’
aggiunge a ciò, che quel che induce gli uomini ad applicare di via ordinaria
alle cognizioni apparenti, non ollante refler clTe divcrfe dalle reali, è ancor
quello, che quelle cognizioni per quanto fian dubbie, oltre al prefentarfi
Tempre in fembianza di reali, lon bene fpeffo reali effettivamente effe fteffe
; e la differenza dell’ une dall’ altre confifte foltanto in ciò, che laddove
le reali fon conofciute tali immediatamente per sè medefime, le apparenti non
fi riconofcono per reali che dagli effetti confecutivi, o dall’ cfperienze
eventuali che lor corrifpondano o non corrifpondano, attendendofi cosi da
quelle la prova della verità loro reale, o della apparente . Allora poi le
cognizioni corrifpondono cogli eflfetti confecutivi, o fon comprovate per elfi,
quando effendo quelli dagli altri diverfi, non fono a quelli contrarj; e allora
non ccrrifpondono, o non fi verificano per gli cfl'etti che ne confeguono,
quando quelli fi trovano implicanti, e a tutt’ altri o ai comuni contrarj .
Imperciocché le cognizioni, all’ illello modo che gli oggetti creati, e i
cotlumi c le ^inioni umane che ne derivano, poffon bensì cller diverfe, ma non
poffon fra sé trovarli giammai contrarie, e quelle e quelle finché fon diverfe,
fon reali e conformi alia verità comundi natura ; e qualor fi readon contrarie,
fono apparenti, imponìbili, e conformi al/alfo e all’errore. Le cognizioni
dunque apparenti polTono e(Tcr reali ancorché fempre noi (ìano, perchè
dipendendo dagli effetti confecutivi, poflbno queffi effer dagli altri diverfi,
ancora chè poffano eziandio efler a quegli altri comuni contrari ; a differenza
delle cognizioni reali così dette, le quali non dipendendo da effètti
confecutivi alcuni, ma da sè fole, ed effendo fra sè diverfe, non poflbn efler
contrarie nè fra sè ffeffe, nè negli effètti comuni che le confeguono . Gli
uomini poi inclinano più a quelle che a queffe cognizioni, per eflTer più
facile attendere la verità dagli eventi confecutivi benché dubbioli, che
logorarli il cervello, come lor fembra, nel ricercarla per sè medefima e di
prima mano. E ciò tanto più, quanto per le lufìnghe de’ fenfi, o per interefie
loro particolare, le cognizioni apparenti dilettano molto più delle reali,
avvegnaché queffe iffruifeano più di quelle, e ognun vede, che inclinando elfì
fempre più ai diletto de’fenfì che all’iffruzion della mente, faranno dunque
efft fempre più avidi di cognizioni apparenti che di reali, in tutto ciò che
riguarda la ricerca del vero. Ma intanto qui fi vede, come le cognizioni
diverfe e reali, alle apparenti ad effe contrarie tengono la ffclTa relazione,
che gli oggetti pur diverfi e reali, ai contrarj ad effì e aita comun ragione,
per queffo appunto, che quei primi coffumi procedono da quelle prime
cognizioni, e queffi fecondi da queffe feconde. Quello ch’io vorrei qui
malTimamente avvertito, egli è, che quantunque il punto fuddetto nel quale fu
detto dler polla la verità reai delle cofe, per edere indubitato e folo, fembri
non poter convenire e non poter confeguirfi che nelle cognizioni affratte e
geometriche cosi dette, convien elio nondimeno e fi trova molto bene in ogni
genere di cognizione pratica. Chi crede la fola geometrìa e l’ altre cognizioni
affratte, dette ancora teoriche, capaci di certezza reale, e l’altre cognizioni
dette volgarmente pratiche, non ca-‘ paci della certezza medefìma; non avverte,
l’adrazione di quelle prime non confidere appunto che nell’ a<ha> rione
dai fenll, e la evidenza di elTe dipendere dal metodo d’ inveliigare il vero, o
di dedurre le verità più compone dalle più femplici. La qual aerazione dai
ienfi e il qual metodo può aver luogo, anzi dee averlo, ed applicarfì a
qualfrvoglia facoltà di leggi, di Itoria, di fìfìca, di politica, di teologia
liefla e di morale, e di tant’ altre, nelle quali foglion dividerfì le
cognizioni umane; di ciafeuna delle quali fi giudicherà Tempre realmente, fol
che fi aftragga dagl’ inganni e dalle feduzioni de’ fenfi, e fi giudicherà
femprd con dubbio, non afiraendo datai feduzioni, o non correggendole per lo
reale della ragion comune, come fi pratica nelle cognizioni dette appunto
afiratte e teoriche. In guifa che 1’ incertezza delle feienze pratiche come le
appellano, in confronto delle teoriche o afiratte, dipenda Tempre dall’inganno
de’ fenfi, dai quali gli uomini s’ingegnano in vero di aflrarre o di
prefeindere, quando meditano, ma non fan rifolverfi di far lo fieflb, o duran
fatica a farlo, quando operano. A quello modo ogni fpecie di cognizione umana,
qualor lia verace e reale, fi renderà una fpecie di geometria, e non rendendofi
tale, non farà che una cognizione fuperficiale, apparente ed incerta, come
quella che involve le illufiioni de’lènfi, perle cui apparenze può ciafeuno
cafualmente imbatterfi nei vero, ma può ancora rellar ingannato o trovarli
involto nel falfo. Anzi la Geometria cosi detta, non farà per sà flella
cognizione, ma parlando più propriamente, farà il metodo ola regola, per la
quale dillinguereinqualfivoglia fpecie di cognizione il reale dalF apparente, e
di rilevare in ella la verità per quanto è poflìbìle, o di difingannare per
quanto non è polfibile di rilevarla convenendo così elTa colla Logica comune, o
ellendo la Geometria una Logica pratica, quando la } comune cosi detta, non è
che una Logica fpeculativa, men facile a praticarli e men ficura . Del
rimanente è poi vero che parlando in genere, lo fpirito umano in ordine a
cognizioni, parte (i trova fotto al punto reale e più precifo di elTe difopra
accennato, e parte ancor Io oltrepalTa e trafcende e che quello è il coliume
del popolo più incolto ed abietto inclinato alla pigrizia, quando quello è il
folito del popolo più colto e volgarmente Hudiofo, amante per lo più delle
follecitudini e della gloria alfannola . Perciocché egli è vero, che gli uomini
fchivi di quella laboriofa applicazione eh’ elige la ricerca del vero reale,
s’abbandonano fpeflb all’inerzia e non v’ applicano di Torta alcuna . Ma
dall’altra parte è vero altresì, che avidi elTi di cognizioni, e Idegnofì per
mancanza di quelle di vederli confufi col comun della plebe, s’alzano fopra
quella nella ricerca medellma, nella quale poi impazienti di freno, lìlafciano
trafportare dalie illulìoni de’fenfi come s’è detto, oltre quel punto, e lo
sfuggono fenza avvederfene, feorrendo dall’ignoranza propria del volgo più
rozzo, a quella propria de’ comuni (ludiofi, che per lo più fono i troppo
lludiofi. L’una e l’altra ignoranza può dirfi comune, ef< tendo ben pochi
quei che fcevri da illulìoni, ricerchino la verità con accuratezza fenza penofa
follecitudine, e eh’ elTendo tranquilli, non fiano pigri ed inerti. E l’una e
l’altra ignoranza fi dirà ancora comune^ del pari ; mercecchè chi toglielTe a
follenere, quella' de’ comuni lludioli elTere meno ellefa, e più tollerabile di
quella de' comuni idioti, torrebbe a follenere ardua e didicil cofa, e a ben
riflettere s’ accorgerebbe, la differenza dell’ una dall’altra ignoranza elTèr
polla in ciò foto, che elTendo quella degli idioti più fempliceemen fallofa,
quella dei più fludioiì tien più di fallo, e men di femplicità. Poiché le
cognizioni apparenti ed ellerne fon molto pià coltivate delle reali ed interne
(a), egli è certo, che gli uomini nella condotta de’ loro aSari, dovranno di
regola generale govemarfi per quelle, più che per quelle cognizioni, dovendo
certamente govemarfi ellt comunemente Mr cognizioni che fiano fra lor più
comuni, anziché per quelle che fodero men comuni. Una llmil condotta loro non
può negarli in pratica da chi dia ad olTervarli, ed ogni perfona più accorta s’
avvedrà molto bene, che tenendo ciafcun in mente certa verità reai delle cofe
non abballanza da lui fviluppata ed attefa, pure co’ fuoi penfìeri e colle fue
azioni fa forza a sè delTo per adattarli alla verità di quelle apparente, e ciò
per conformarli al comune degli altri, che paghi di quella verità, mal
foflfrono di procedece a quella . Nè v’è cola più familiare, quanto il vedere i
più fenlati in ogni fpecie d’ aflàri loro economici e civili ancor più fer),
adattarli con certa ripugnanza interna colle cognizioni loro reali per quante
ne tengono, alle apparenti dei men fenfati, come altresì a quantità di ulRcj,
formalità, e convenienze ederne di vita vane ed inutili, che di quegli adari
più fer) fon per lo più la difpofizione, il. veicolo, e l’impulfo maggiore . Lo
che non per altro certamente fuccede, che per la facilità maggiore, colla quale
quegli adari fi conducono a proprio intereffe colla fcorta dei fenfì per cognizioni
apparenti, di quel che li conducedero per reali, con più d’efame e con più
adrazione dai fenfi, fodrendo così ciafcuno con qualche fua pena negli altri
quella negligenza di cognizioni, che brama con maggior fuo comodo da altri
fodèrta in lui dedb . Tutto quedo poi avviene fenza difordine, e con efito
ancora felice, purché- quelle cognizioni apparenti non s’oppongano alle reali,
ciò che negli uomini che fi regolino a quedo modo non può conofoerfì che per
gli effetti 1 2 con- Cognizioni apparenti più pratiche delle reali .
Confecutivi come s’è veduto, o per Toltraggio o danno che fe ne fcorga
provenuto negli altri. Perciocché fe quegli aflari cosi condotti, eflendo utili
a sò fteflì, non riurciran dannofi ad alcuni ; le cognizioni apparenti,- per le
quali (I conducono, faran conformi alle reali e procederanno elll felicemente,
e il contrario avverrà, fe da quell’ utile particolare ne feguirà danno ad
altri, nel qual cafo non potrebber gli ad'ari procedere, che con ifconcerto e
difordine. E invero fe gli uomini tutti fi- governalTero direttamente per
cognizioni reali e teoriche, gli fconcerti fra loro farebber tolti del tutto e
farebbero impolTibili, tutti fi troverebbero d’ un fcntimento conforme ed
unanime, nè vi avrebbe il cafo di diirenfioni dell’uno coll’altro in
qualfivoglia genere d’ intereife o . d’ affare. Ma effendo quello iirpoffìbile,
attefa la (0 feduzione de’fenfi a proprio intercfle, ei bada dun* que per
evitar gli fconcerti, che governandoli effi per apparenza e per pratica, non
s’oppongano almeno al reai delle cole . Quegli fconcerti poi procedono dalla
verità di natura, la quale non laida di regolare gli uomini per io reale, ad
onta d’ogni lor propenfìone, dilegno e inffllenza di regolarfi pure per
apparenze . Ond’ è, che fe tali apparenze fon contrarie a quel reale, debbono
quelle andar vuote d’effetto, o confeguir-i lo con difordine, per poter bensì
l’apparente averluogo, quando non na al reale contrario, ma non pcteraver mai,
quando al reale s’ opponga {d) . Quello regolarfi gli uomini da sè fteflì per
apparenze, e regolarli la natura irrefiffibilmente per io reale, fa conofeere,
che fe effi pur reggono e fuffiffono, e i loro affari procedono felicemente,
ciò avviene per difpofizicne e faper di natura, e non mai per fapicn-za loro,
giacché governandofi effi al primo modo errano bene ImITo, e fi trovano
fvergognati dalla verità reale, quando natura governandoli al fecondo non erra
giammai, ed è Tempre a sè llelTa conforme . Egli è ben vero, esser poi quefto
ftcflTo il gran delirio di quei politici, ed altri che più prefumono di
prudenza umana, i quali vedendo cosi fpenb mancare i loro progetti più
ipeciofì, non s’ accorgono derivar ciò da quello appun< to, di elTcr quelli
contrari al reai delle cofe, per non riguardarne che l’apparente, per la qual
cofa la natura che non intende apparenze, fconcerta le loro inifure, e delude
per lo reale quanto per 1’ apparente eflt tentano, e non è Tempre polTibile che
riefca . Peg § io però intendono e ufan quei fcimuniti, che vedeno i molti
difordini che corion fra gli uomini, fogliono imputarli alla natura, o al
grande autore di e(Ta « quando è certo che debbon quelli imputarfi agli uomini
Itein, che in luogo di applicare al reai delle cofe, applicano all’ apparente,
che può a quel reale elfer conforme, ma può ancora a quello cder contrario, e
perciò impolTibile a riufcire ( <» ) ; in guifa eh’ effen- ».j do gli uomini
Tempre occupati a imbarazzarfi infìeme per fole loro follie, la natura non
fembri occupata d’altro, che di sbarazzarli, emendando e correggendo quelle
follie medefime . Quello che qui lì dice è tanto più vero, quanto la verità
reale non è già per gli uomini un arcano, ma è cofa palefe ad ognuno, che nel
cercarla fappia prelcindere, o non fr lafci ingannare da illulìoni di fenfi .
Ciò fi manifella, oltre per la forza che come (opra ognun fa a fe llelTo nell’
adattarfi al penfar apparente degli altri (é), per quello ancora,
chegrin-iganni medefimi, nei quali bene fpelTo cadono gli uomini per quelle
illufioni, appena incontrati da una parte da alcuni, fono riconofeiuti da tutti
dall’altra, non folo per gli effetti contrarj che fpelTo ne derivano, ma per lo
pianto ancora, e pel rifo che più ancor di frequente fi fparge full’ azioni
umane. Perciocché le ben fi confideri, l’uno e l’altro di quelli non è pollo
che in ciò, di riconofeer gli uni, che s’ollinino gli altri a regolarfi per
apparenze, quando la natura e Hiria neceffità li aftrigne a regolarli per lo
reale . Dacché procedon fra loro quei tanti inganni, e quelle miferie, che
vedute in altri folTerte per altrui opera, generan la compaflìone ; e vedute
fofferte da altri per loro colpa, generano il ridicolo . Non avendovi poi
genere di peribne di quallivoglia arte, ufficio, o profeflìone, fui quale non
cada qualche fpecie di compaffione o di ridicolo conofciuto da tutti, non
v’avrà genere di perfone, che non fi governi per apparenze . Ma quella
riconofcenza comune medefima farà molto ben noto, una verità reai delle cofe
elTer da tutti fentita, ancorché men coltivata, per eflcre veramente più facile
compatire- le altrui miferie o ridere degli altrui inganni, che coltivar quella
verità con più d’ attenzione, aliraendo dai fenfi e dalle loro illufìoni a
proprio favore, E qui s’ oflfervi, come di quella verità reale fentita, ma non
attefa, fon del pari lontani ed ignari e quei che delle azioni umane fentono
compaflìone, e quei che ne conofcono il ridicolo, colla fola differenza, che
l’ignoranza dei primi pare efler quella della plebe meno fludiofa, e
l’ignoranza dei fecondi quella degli fludiofi di fole apparenze, o dei
vanamente ftudiofi, quando quei che applicano al reai delle cofe, non piangono
nè ridono mai delle verità che conofcono. Così Eraclito, e Democrito, come vien
detto, erano tanto faggi, quanto a conofcer le apparenze per cali, ma non
quanto a diftinguerle dai reale o a conofcer le verità uefTe reali, al che
nelTuni procederono tanto innanzi, quanto ifilorofì del crillianefimo. Quello
però non impedifce, che in ogni flato, poiché le cognizioni reali vengono in
confeguenza della iflruzione, e le apparenti in confeguenza del diletto durato
nell’ acquiflarle, gli uomini più propenfi a quefto diletto che a quella
illruzione, non lian più ricchi di quelle che di quelle cognizioni, e che gli
affari loro condotti per aroarenze, non fi conducano femprecon implicanze e
difordini, di che non lì ceflTa di lamentarfi, e a che non fi cefla di fiudio
per provvedervi. 1 quali difordini, (oliti mal attribuirfi alla debolezza delle
umane cognizioni, e peggio a diHètto di natura, abbian tutti a cadere come s’ è
detto, fuU’ WC.A^///.».z, avverfione fuddetta all’ifiruzione migliore^ e filila
pròpenfione al diletto fiiperfìciale e peggiore ; mercecchè dovendo Tempre gli
affari proceder per verità reali, e con certo ordine di natura flabilito dal
fupremo Tuo autore, qualora voglian diflrarfi per apparenti contrarie a queir
ordine, non potranno a meno di non procedere con difordine. Qui non può a meno
di non prefentarfi alla mente una verità, la quale è quella, che diflinguendofi
gli affari particolari dai communi, poffano nell’, ellerno molto piò facilmente
condurfi per cognizioni, reali quelli che quelli, per edere appunto il
particolare più facilmente condotto per Io reale, di quel che fiafi il comune,
che come s’ e veduto, non è con- WCJCILn.i, dotto che per apparenze . Una
fimile verità quantunque di fatto, non fi efprimerebbe da alcuni con parole,
quafi per timore di non mollrar per effa dì credere, o di dar a credere, che al
governo degli altri non fi richiedan che cognizioni apparenti, polle le reali
tutte dapparte. Allopollo però di quello, chi ridetta più finceramente
apprenderà, che per quello appunto di dover il comune degli uomini regolarfi
per cognizioni apparenti, è necelfario fra elfi un governo ellerno, per cui da
quell’ apparente fian tutti condotti al reai delle cofe ; mercecchè fe il
comune degli uomini fi regolalfe per lo reale, ogni governo allora fra loro
ellerno farebbe inutile e vano . In edètto fe fi confìderi che per necedità di
natura debbon gli adàri procedere per lo reale, e che l’apparente può invero
elfere a quello reale conforme, ma può ancora non eflèrlo; ^li è dunque d’ uopo
per non trovarfi colla natura in contrailo, che v’ abbian alcuni, i quali più
bene intefi, più efperti ed illrutti degli altri nelle verità reali ( che o
bene o male fon fentite da tutma non da tutti dalle apparenti dipinte
prefìedano agli altri, e diftinguan loro quali di tutte le cognizioni apparenti
per le quali fì regolano, fianò alle reali couformi, e quali fìano a quelle
contrarie . Quefto infatti è ciò cn è intefo per ogni Governo, prima per la
perAiaHone della Religione, depofìtaria delle verità reali non corrotte da
apparenze contrarie, e desinata così a infegnarle ai popoli per regola delle
loro paOioni, delle loro azioni, e de’ loro coftumi ; ed indi per la forza o il
comando del Principato, deAinato a far valere quelle verità medefime, e a
difènderle, per Quanto colle apparenti a quelle contrarie foffero contralUte .
La qual difinzione di Religione e di Principato nel governo non è un giuoco dì
fpirito, ma una necefìtà di natura, per cui nella condizione umana non è
pofibile, che un perfuada a ciò a che dovefe pur af rignerc, o afringa a ciò a
che dovefle pur perfuadere, per l’ abufo d’una di quefe facoltà che ognun vede
poter allora feguire nell’ ufo dell’ altra, come ò altrove dimofrato ampiamente
. Io qui parlo de’ governi ben ordinati e fenfati, ne’ quali la Religione
appunto e il Principato nelle refpettive loro appartenenze iuddette, fon del
pari lìberi e indipendenti, come nelle nazioni più colte e più crìfiane,* e non
de’ governi difordinati, ne’ quali confufe quelle due appartenenze in una, o
oppredà l’una dall’altra, il governo (lelTo non è che una fìmulazione o
impofura, rapprefentato da una fola autorità più forte, e foggetta alle UriTe
illufioni d’ ogni altro, come nelle nazioni men colte, o nelle quali più
prevale la fchìavitù e 1’ ignoranza. In qualunque modo però proceda un governo*
egli è fempre vero, che attefa l’inclinazione comune all’apparente più che al
reale, elTo non efibifce oprefenta mai ai popoli le verità reali, che
coll’afpetto delle ‘ apparenti, e che nel adattare appunto 1’ apparente
conforme e non il contrario al reai delle cole, è pollo tutto l’arcano e l’arte
ben difficile di regger i popoli, fenza di che quella non farebbe, che un’arte
ben facile di follazzare sè lleflì . I governi poi ben ordinati dagli
fconcertati fi dillinguono appunto per quello foto, eh’ eflendo gli uni e gli
altri occupati nell’ accomodare il reale all’ apparente, o all’ intendimento
fuperficiale del popolo, i primi per quell’ apparente non li fcollano mai dalle
verità reali molto ben conofeiute da chi governa, quando i fecondi per quell’
apparente s’ oppongono più o meno a quelle verità reali, feonofeiute ed ignote
talvolta più a chi governa, che a chi da altrui è governato . Ma intanto quindi
apparifee, come non potrebbe dirli cofa più inlenfata di quella, che la
Religione non abbia ad aver parte nel governo de’ popoli nell’ illruire, come
loà l’Impero nel comandare, o nell’ allrignere alle verità medefime, per le
quali i popoli fon governati; Tempre ciò intefo de’ governi (inceri e reali, e
non delle fimulazioni o apparenze di ellì, contrarie elTe (lede talvolta al
reai delle cofe. Quello poi ch’è pur detto da alcuni con qualche circofpezione
e riferva, toma però a quello che con minor riferva è detto da più altri ; cioè
che al governo Udrò ballino cognizioni pratiche, vale a dire apparenti, e che
le teoriche o reali fìano del tutto inutili . lo fon certo, che gli uomini di
(lato più accorti, converran Tempre meco, che ogni lor pratica abbia da
procedere da conifpondente teorica, e che per quella fola da quella difgiunta,
gli (latifli non dovelTer riufeire che a tanti ciechi, che lì battdTero infìeme
/ nel qual cafo i popoli di elfi più faggi àvrebber ragione di lafciarli fare,
governandoli inunto da loro llelfi. P t^emefle quelle conftderazioni Tulle
cognizioni urna ne reali e Tulle apparenti, per rilevare 1’ effetto
Imperfeiione della favella nel comunicarle altrui, gioverà confiderà- dell»
favella re in prima pur quella fotte un doppio afpetto, o di dichiarare ad
altri le cognizioni della prima fpeciepià ardue e men note, o di trattenerli su
quelle della fe> conda più facili, e quai fon conofciute comunemente ;
giacché in eflètto quallìvoglia ragionamento verfa fempre su qualche foggetto,
noto bensì ad ognuno per le lue apparenze più generali ed elìerne, ma ignoto
altresì comunemente per li Tuoi principi afcolì ed interni. Siccome poi le
prime cognizioni fì fon vedute intefe a idruire, e le feconde a dilettare ciafcuni
che vi applicano (a); così ufficio della fa\ella fi dirà pur doppio, o d’
iflruire altri nelle cognizioni non per anco da effi acquilìate, o di
dilettarli nelle giàacquilìate; quello molto più familiare di quello e
frequente, giacché il più confueto degli uomini è d’ intrattenerfì fra lor per
diletto, favellando di quel che fanno; e l’inllruir gli uni gli altri di quel
che quelli non fanno, par cofa riferbata alle fcuole, e da non praticarfi fuor
d’efle che con altrui fallidio, dai foli pedanti. Nientedimeno, poiché la
favella é pur dellinata a partecipare ad altri le cognizioni da cialcuni
acquiUate, e tali cognizioni dipendono da oggetti appreli e combinati; é
altresì da confiderare, eh’ elfendo 3 ue(li oggetti a numero incomparabilmente
maggiore elle voci, per le quali poflfano denominarfi (r), le voci in ogni
favella mancheranno bene fpelTo, come per nominar quegli oggetti, cosi molto
più Mr efprimerne le cognizioni, e la favella a quell’ enetto rinfeirà un mezzo
dubbio, confulo e imperfetto . E invero quantunque ciafcuni oggetti in ciafeuna
favella tengano alcune voci più efprelfìve e diUinte, dette perunto \ot
proprie", ciò non fa che tali voci non pollano eziandio applicarli ad
oggetti da quelli diverli, per le quali diventan traslate, non per altro
certamente, che per la povertà appunto di clTe voci in riguardo agli oggetti,
eaU’impoinbiltà di appellar ciafcuni con voci talmente proprie, che non pòiTan
elTer d’altri . Oad’,é che una voce medeGma dellinata cosi a più oggetti, gli
cfprime Tempre con proprietà maggiore o gap. xiv. minore, ma non mai per la
fola e precifa, che cor-' ril'ponda per la cognizione di dii. II. S’ arrese,
eh’ dTendo le apprenfioni e le combinazioni d’oggetti diverfe nelle ciafeune
menti y tali combinazioni che ne derivano, debbon pur dier per ciafeuni
diverfe, e il comunicar uno agli altri le proprie, potrà bensì edere per
regolarle e confrontarle con quelle degli altri, ma non mai perchè diventino
cosi proprie d’altri, come fon fue. All’incontro la favella è a ciafeuno comune,
ed è la deda in una deffa nazione, e quando dante la diverfità d’apprenfioni e
di combinazioni d’oggetti, le cognizioni particolari fono in altri più chiare
ed edefe, in altri più ofeure e ridrette ; le voci per cui efprìmerfi, non fon
più chia> re o copiofe per ^elli o per quedi, ma fon le dede per tutti, e il
più fciocco parlerà forfè tanto e più ancora del più lenfato. Per la t^ual cofa
la favella dovrà ognor trovarfi inedìcace o imperfetta per efprimere le
cognizioni, dovendo eda eder tanto comune al dotto che più ne podìede, che all’
indotto che ne poffiede meno, e dovendo necedariamente adattarfi all’
intendimento non dei più, ma dei meno intendenti, che fono a maggior numero fra
quei che l’adoprano. A quedo modo parlando più propriamente, fi direbbero le
lingue idituite non a efprimere le cognizioni, ma a fufcitarle più o meno nelle
menti a norma dei ciafeuni intendimenti, giacché per le dede voci altri le
apprende più didinte e moltiplici, altri più limitate e confufe . Perciocché
per quanto il dotto tenti partecipar le fue all’indotto, ufando la deda di lui
favella; quedi non le concepifee mai che in relazione alle per lui apprefe
dianzi, per gli ometti dedi da lui combinati diverfamente dall’altro. Per quedo
di cento che odano un rt^ionamento, o che leggano un libro deffo, ciafeun fe ne
idruifee a norma della qualità delle cognizioni da lui podedute e apprefe
dianzi, e il dottO' K a puù può per un libro fciocco > rettificandolo e
migliorandolo per le Tue cognizioni, farìfipiì^ dotto, <|uando l’indotto per
un libro de’oiù Irafati, può divenir più sguajatodt prima, o renderli per
quella lettura più (Iucche vote e più Impertinente, ma non già più dotto. Se
ciò non fofle, ogni difcepolo al folo udire il maedro, diverrebbe così dotto
che lui, e per divenir Capiente come il Galileo dovrebbe badare il leggere le
fue Opere, che parlando generalmente è tanto vero, quanto il pretendere di
partecipare alla fua dottrina, per adìbiarri quel fuo certo collare che forfè
fi conferva per memoria di un tanto uomo, ma non per ridampar qued’uomoad ognun
che Io adìbj. III. Per altro qui cade a propofito di riflettere alquanto Alila
diverlità delle cognizioni umane, e Alila moltiplickà per ede e varietà, con
cui procede natura nelle Aie operazioni. Perciocché edcndo in prima le voci in
ciafcuna lingua a così gran numero, quanto è pur noto ; quedo numero moltiplica
colla ferie de’ tempi infiniti e de' luoghi finiti, efomminidra una moltitudine
innumerabile di lingue, in ciafcuna delle quali le voci lon all’ idedb modo
moltidtme . Contuttociò fe A confiderino le maniere, colie quali quede voci
prefe a numero maggiore e minore fogliono combinard e permutarA in una favella,
A conofcerà, tali combinazioni e permute collocate pur con fenfo e
difcemimento, edere a numero incomparabilmente fuperiore a quello delle voci in
eda, ed eder in tutte le lingue a tanto più ancora, quanto imfwrti quedo gran
numero di pennute e ' ' di combinazioni in una lingua, moltiplicato nel numero
delle lingue di tutti i luoghi e di tutti i tempi Padando poi dalle voci e
combinazioni loro, agli oggetti ocmbinati per ede efpredt, e alle maniere di
cognizioni che ne derivano ; A conofcerà, la moltitudine di tutto quedo edere
incomparabilmente ancor fuperiore a quella delie combinazioni di voci, e
tantoAiperiore in ciafcuna lingua, quanto per ciafcuna combinazione di voci in
efla ciafcun apprende e combina gli oggetti fiedì difl'erentemente, e ne forma
diverfe le cognizioni, proferendole iftelTamente . Tantopià poi fuperiore in
tutte le lingue, quanto quel numero di cognizioni diverfe in ciafcuno di
diverfa lingua, moltiplicato pure nel numero delle lingue tutte diverfe
palTate, prefenti, e future . Quello poi che reca maggior forprefa egli è, che
tutta quella prima prodigiofa quantità di voci e combinazioni loro, non deriva
da più, che da venti elementi o lettere d’ alfabeto, più o meno pronunziate in
ogni lingua . E che queda feconda tanto più prodigiofa e incredibile quantità
di apprenfloni e di combinazioni d’oggetti, e di cognizioni su e(Tì, non deriva
che da alcune leggi di moto quanto più femplici e vere, tanto più uniche e
fole, giacché tutte le apprenfioni e cognizioni umane, per quanto fiano
individualmente diverfe in ciafcuno, pur fono in tutti confimili. Tutta poi C.
II. mi.. codeda varietà e fbmiglianza di cofe è unita e concatenata infìeme, e
procede e fi confegue con certoordine e ragione eterna e immutabile, lenza la
quale {^un comprende nulla poter avvenire, e a comprendere la quale ognun
conofce in sè dedb, poter edenderfi ben per poco la umana capacità, colla
fcorta di fenfi infermie fallaci. Niente di meno in quedo dedo natura non
manca, giacché dal minimo faggio che di ciò fi trafpira, può altresì ognuno
arguire, quanta e quale fiala pofTanza e la fapienza del fupremo autore di
tutto quedo, e quanto ammirando l’ordine e il raagidero con ch’ei governa e
regola l’univerfo. U NA affai curiofa confeguenza che dalle cofe Aid- dette fi
viene a dedurre è queda, che l’ imper- ImMrfezione lezione accennata delle
lingue, per cui le voci riefcono dell» favella a numero molto minore di quello
degli oggetti per dell effe efpredi, par che torni non già a diffctto come fi.
crederebbe a prima vida, ma a perfezione ed eleganza di quelle maggiore, in
quanto non avendovi cosi nefTune voci talmente proprie e attaccate ad alcuni
oggetti, che non poiTano applicarfì anco ad altri ; gli oggetti tiefli polTono
efprimerri, o dedarfene le immagini negl’ intelletti, non folo per voci
dirette, ma per fHÙ altre ancora indirette chiamate traslate come s’è veduto,
d’t^getti a quelli analoghi e confimili. A quello modo lebbene manchino nelle
lingue le voci dell’ ultima precisone alle immagini degli oggetti determinate,
foprabbondano per le indeterminate, e in mancanza e neU’impofTibiltà di
adoperare per ciafeuna immagine ciafeuna voce diverfa, le ne adoprano non una,
ma più e più altre d’ oggetti a quelk affini e confimili, per le quali non una,
ma più immagini fìmilmente occorrono all’ intelletto pur fra sè confimili e
combinabili, ciò che Tuoi avvenire con molto diletto e foddisfazione dell’
intelletto medefimo. Cosi appellandofi DIO ottimo e grandiffimo, non folo per
quello venerando più proprio fuo nome, ma per altri ancora traslati di via, di
verità, di vita e fimili, fi dellan nell’ animo tutte le immagini proprie e bro
affini, polTibili più o meno a dellarfi per quelle ciafeune voci, a mifura
dell’attività dell’animo Udrò, onde figurar alla mente con più efficacia e
grandezza r idea di quella ineUàbile elTenza . E generalmente laddove fe
ciafeuna voce propria corrifpondellè efattamente a ciafeuna immagine a
efclufione di tutt’ altre voci, da dieci voci proprie per efempio, non fi
deUerebber nell’ animo che altrettante - immagini combinabili in alcuni modi;
corrifpondendo quelle nonefattamente e non a efclufione di altre, vi fi dellan
per dieci voci proprie e più altre traslate, pur altrettante immagini
combinabili in nioltifiime più altre maniere. Su quella condizion delle lingue,
o fu quello difetto in effe di vocaboli per efprimer gli oggetti, è pollo tutto
i! pregio deli’ eloquenza, e da ciò derivano tutte le perfezioni e tutti gl’
incantcTimi dell’ arte oratoria, e più della poetica; vaie a dire non folo i
traslati, ma le allegorie ancora > le allulioni, le parabole, le
(imiiitudini, le analogie, le efagerazioni, il palTaggio dal proprio al
metaforico, dal ferio al gio<cofo, dall’ animato all’inanimato, e fimili
ornamenti che fan la grazia, la forza, e la bellezza eh’ è invero delle
immagini dedate e .combinate nell’ intelletto, ma che in eflb non fi
dellerebbero e combinerebbero, fei termini nelle lingue coi quali efprimer gli
ometti, foffer tanti quanti eflì . Perciocché dall’ dfer folo quelli a molto
meno, ne avviene che non fiano quelli cosi propr) di alcuni oggetti, che non
polTanu eziandio trasferirfi ad altri, per li quali con numero d’ immagini
maggiore, certe verità intefe afignificarfi, fi rapprefentino all’ intelletto
con più di vivacità e di vaghezza . Egli è ben vero che affinché ciò riefea
felicemente è d' uopo, che tali traslati feguano con certa fcelta e giudicio,
fenza di che tutti gli ornamenti rettorici e poetici non avrebbero fenfo; e non
confidendo edéttivamente l’ infenfatezza che nella combinazione d’oggetti fatta
fenza dilcernimento, fe le voci proprie fofler applicate ad oggetti trasìati
pure fenza difeernimento ed a cafo, non potrebbe quindi derivare che ofeurità e
confufìone . Laonde i traslati nelle lingue per quanto pur fian difparati,
debbono ferbare certa conneffione e mifura, per la quale fian conofeiuti fimili
e relativi agli oggetti lor propr), fenza di che chi fi credefle il più
l'ublime nell'eloquenza, potrebbe edere il più proffimo alla fatuità, e dalle
immajgini più ardite e più ingegnofe di Pindaro, lì potrebbe Korrere con breve
pafso alle più infenfate aisurdicà d’ un vifionario. Quefta .condizione non è
della fola rettorica e poetica, ma di tutte le bell’ arti ancor cosi dette, e
di tuue le opere di entufiafmo, nelle quali il più fublime delirio confiru
infcnlìbilmente col più Urano ridicolo, e il pittore e il mufico più eccellente
neirarte fua, con un pafso più oltre trafcende il giudicio, e diventa una Aia
caricatura di piazza, nella quale pur procedendo per gradi, può toccarfi
l’eftre* mo, fino all’efser condotto allo fjpedale qual pazzo dichiarato . Ch’
è la ragione, per cui comunemente ancor fu odervato, ogni pazzo tener un non fo
che di poeta, di mufico o di pittore, fìccome ciafeun diqueAi, tener talvolta
in lor virtù qualche irregolarità, che li denota prodimi alla pazzia. Per altro
quedo diletto che così apporta la favella, col trafportar l’intelletto dal
projprio al figurato degli oggetti, fa conofeere che l’ imperfezione e la
incapacità conofeiura in efsa difopra («), per partecipa». 1. 2. re altrui le
proprie cognizioni, dee edere intefa in riguardo principalmente alle reali, per
le quali reda la mente idrutta, e non già in riguardo alle apparenti, per le
quali fuol eda dilettare. E in vero i traslati, le analogie, e gli altri
ornamenti rettorici fuddetti, convengono molto bene alle cognizioni di quedo
fecondo genere, per eder ede note comunemente, onde giovar rapprel'entarlc
altrui con pluralità d’ immagini, che imprimendole nelle menti con più di
novità, producano quel diletto . Laddove per efprimere le cognizioni del primo
genere più afeofe e men conolciute, ognun vede edere necedario valerfi di
termini più propr) e precifi per quanto è podibile, e che r uiare i traslati
non farebbe che od'ufcar quelle cognizioni maggiormente, e renderle a chi n’ è
privo più ofeure ancora ed ignote. Ed è vero che per quedo fecondo edètto, le
voci proprie mancano bene fpeA fo, quando per quel primo le traslate non
mancati giammai . A quedo modo parlando più propriamente, didinguendo la
favella dall’eloquenza, fi dirà, che ficcome quella è imperfetta, cosi queda è
nociva finché fi tratti di verità reali, o d’ idruir altri di quel che non
fanno. Ma che trattandofi di fole verità fupcrficiali e apparenti, conofeiute
comunque da tutti, quella favella dovelTe eflere un’ arte non folo inperfetta,
ma ancora nojofa, quando non fofle foccorfa dall’eloquenza, la quale con
rinovar alle menti quelle verità coli qualche varietà d’immagini, riefcille
così a dilettarle per elle • Quella attività maggiore della favella per le
cognizioni fuperficiali più conofciute, che per le reali men conofciute, perchè
aHìdita dall’ eloquenza, fa che lepcrfone più applicate alle verità reali lian
parche di parole ne’ familiari difcorfi, che d’ordinario non fon che ferie
confecutive d’immagini conofciute, e rapprefentate altrui colla favella fenza
efame, e fenza conneflìone dimodrativa per effe ; al contrario delle perfone
contente della • cognizione più volgar delle cofe, le quali fon copiofiffìme di
parole, e parlan rapidamente di tutto . Le donne in particolare, men atte per
la delicatezza e debolezza de’ loro organi a penetrar nelle verità men comuni,
fe non fon frenate dalla modeffia, che di quella debolezza è il compenfo più
caro e gradito, favellan delie più comuni con più diff'ufìone eprontezza degli
uomini, più robuffi di tempera, e più (ermi dipenfamento. Vero è che per quello
lleffo parlando generalmente, i menrillelHvi c più loquaci dilettan più quando
illruiì'con meno, a differenza de’ più taciturni eritìeffìvi, chediJettan meno
quando più illruifcono . £ che i gran parlatori di verità apparenti, lafciano
per lo più i loro uditori muti e llorditi, quando i parchi dicitori di verità
reali, lafciano i loro più fereni di mente, e migliori ragionatori di prima.
Per comprovare che l’eloquenza nella favella fia intefa non già a illruire, ma
a fol dilettare, gioverà ancora avvertire, che una delle condizioni principali,
per le quali piùeffa rifalta, è quella dell’accento, del numero, della
inflellìone tenue o piena, grave o dolce, affrettata o fofpefa nelle voci, per
le quali fi porti effa all’ udito, cofa più efpreiramente praticata nella
poefia, ma che fi llende a ogni genere di eloquenza, L per Eloquenza come
nociva alle cognizioni reali. per cui il periodo giunga air udito piùfonoro,
quali a guifa di canto. Tutto quello certamente non è diretto che a dilettar
l’udito, percuotendolo con vibrazioni d’aria pìd regolari; e perchè le
l'enfazioni della favella qualunque fieno, dall’ organo dell’ udito paUàno
all’intelletto; quindi è che quello Hello per quelle sensazioni a lui
tramandate, nerella dilettato al modo medelimo, prefeindendo da cognizioni di
qualunque genere, e non rellando cosi più illrutto delle cole, di quel che ne
redi l’orecchio materiale. Ognun vede quanto per quello capo rellino
pregiudicate le umane cognizioni, per Tabulo allora così evidente della
favella, la qual dellinata a illruire, o a pur dilettare T intelletto colle
cognizioni reali, o almeno apparenti delle cofe, s* arrclla all’ udito per
follcticarlo con percuflìoni più rodo grate che ingrate, e non tramanda alT
intelletto che il diletto elimero che da tal folletico ne deriva; quali
deludendolo con prefentargli per cognizioni quelle, che per veritù non fon
tali. Certo è che T armonia mu(leale, dipendente da confonanze di fuoni uditi,
è diverl'a dalla intellettuale, dipendente da confonanze d’ oggetti e di cofe
intefe, perciocché podbno efprimerfi con verfi canori i più alti drambezzi,
ficcome podbno efprimerfi con afpro fuono di voci le verità più reali, non che
le apparenti ; ed io conofeo un gran filolbfo che canta aliai male, come ò
conofeiuto un celebre violinilla, che ragionava molto male del fuo violino. P
oiché come s’è veduto, le cognizioni reali ed interne non elìgono eloquenza, ed
è queda ferbata per le apparenti cd ederne, chiara cofa è che il più che
prevarrà nelle nazioni e nello fpirito del fecolo T eloquenza, il più
prevarranno quelle cognizioni, prevalendo men quelle. Perciocché per quanto
l’intelletto umano fia capace ed attivo, e forpadì per cognizioni Tua l’altro,
eiTcndo non per tanto eì Tempre limitato e finito, non potrà quell’ attività
niedefima pii adoprarfi falle cognizioni più trafcurate a tutti comuni eh’
efigono eloquenza, fenza flenderfi meno Tulle rifervate a pochi che non la
efigono, attenuandofi cosi in tutti le cognizioni reali, quanto più lo fiudio
dell’ eloquenza, che non può occuparfi che Tulle apparenti, farà coltivato ed
efiefo . Si Ta che chi inclina al diletto più comune, sfugge l’iftruzion men
comune, e viceverfa fimilmente; e per regola generale ^ gli applicati all’ une
e all’ altre cognizioni, tanto più riefeono in ciafeune, quanto men fi (iendono
ad altre, e ognun che fi flenda a più generi di cognizioni, riefee in ciafeuno
più leggiero e più fuperficiale . L’ elTer poi gli uomini in generale, non fol
più inclinati a cognizioni apparenti perchè più facili, che a reali perchè più
difficili, ma dcfiderofi eziandio di renderfi per cognizioni accetti a maggior
numero d’ altri, fa che inclinino altresì facilmente allo fiudio
dell’eloquenza, proprio di quelle, e non di quelle cognizioni > Onci’ è che
fcbbtne le lingue fian dellinate a iflruire e a dilettare, lo fiudio e l’ufo
più frequente d’ efle fia in riguardo più a quello fecondo, che a quel primo
ufficio, affine d’elT'er uno cosi per efle intelò, approvato e applaudito da
maggior numero di perfone, rellando intanto per la molta eloquenza più riputate
ed eltcfe le cognizioni apparenti,, e le reali più trafcurate e neglette. Qui
cade a propofito di oflervare, che fe le cognizioni fra gli uomini fembrano a’
nollri giorni più avanzate che ad altri, e fi reputan eflì p«ù illuminati e più.
iflrutti delle cofe di quel che foflero i loro antenati, ciò non potrebbe
accordarft che in riguardo alle cognizioni apparenti, giacché una fimite
riputa- zione ridonda inelTì dalla facilità maggiore, colla qual fi ragiona da
tutti d’arti e di feienze, e dalia molti- plicità de’ libri che feorrono
dappertutto fu ogni genere di cognizione, tanto più comuni a tutti, quanto L z
più adorni de’ pregi dell' eloquenza. Quefto giudicar però le cognizioni più
avanzate, perchè più comuni e perchè più facili, indica abbalianza eflb fteflb,
non poter tali cognizioni elTer dunque che le apparenti, che in effetto fon
tali ; laddove le reali, per la diffi- cile aerazione daifenfi, eia infiftenza
maggiore richic- fta nell’ acquiftarle, non è poffibile che lian facili o fian
comuni. Il pretender poi per iftudio d’ elocuzione o per meccanifmo di parole,
di render facile e comune ciò che per sò è difficile e non comune, o d’
inclinar gli uomini generalmente più alla fatica di apprendere il reai delle
cofe, che al diletto di tratte- nerfi full’ apparente, farà fempre difperato
configlio, ad onta di quanti dizionari – I give a hoot what the dictionary says
-- , Giornali, Compendi o altri repertori poffan formarfi di cognizioni
qualunque fieno, e che fembrino facilitarle . Di ciò par che con- vengano gli
fieffi autori de’ libri letti il più comune- mente, quando dichiarano di
fcriverli per dilettare, divertire, eamufe(ire^ come direbbero, tutto il mondo,
di maniera ch’ei lembri, che ognun di quelli dovefle quafi recarfi a vile, di
fcrivere per iftruir feriamente lol pochi, nelle verità reali ed interne. Con
ciò fi direbbe, che tanta follecitudine fra noi di applicar tut- ti a tutte le
cofe non folle intefa, che a meglio elu- derfi gli uni gli altri per apparenze,
e che dovendo le verità reali rimaner tanto addietro, quanto le apparenti
procedeffero innanzi; per effer dunque quello fecolo d’ ogni altro il più
adorno per cogni- zioni apparenti, doveffe trovarli ( fia detto per mo- dellia
), il più fcempiato d’ogni altro per cognizioni reali. Comunque fiafi, nelTun
negherà che llante l’inclinazione comune al diletto, non potendo le verità
reali eller comuni (c), lo lludio dell’ eloquenza, col render le apparenti più
diffufe e più riputate, noti efcluda maggiormente di infra gli uomini le reali,
e che ogni eloquenza così adoprata per diffonder le verità in genere, lungi
dall’ ottenere di ftender la più reale, non ottenga al contrario di llenderla
meno, per non adoprarfì quella che l'ulla verità apparente più comu- ne, a
elclulione della men comune e reale, che non elige eloquenza. Lafcio
conliderare, fe fia perciò che folle creduto, le verità più venerabili e più
arca- ne di religione, la cui cognizione reale può certamen- te tanto meno
clièr comune al popolo, doverli ad elio annunciare con lingua a lui ignota, e
da lui più ri- fpettata che intela . Certo è, le religioni ancora più materiali
antiche, eirerli cipolle al popolo fra le nazio- ni riputate più laggie con
liinboli, hgure ed emble- mi, c non mai con elprelfioni verbali ; per elFerlì
'ognor giudicate le verità d’clfe qualiunque follerò, tan- to più venerande,
quanto più ineH'abili, e non con voci eiprimibili . Ma parlando pure di verità
femplici naturali, che 1’eloquenza col lublimar le apparenti tenda ad
allontanar le reali, lì troverà verificato trop- po ancora per pratica ; e chi
poflìede l’arte d’inten- dere, non potrà certamente a meno di non farli un tri-
llo Ipettacolo, diveder come alcuni polFedendo eminen- temente l’arte del dire,
riconvochino IpelTo intorno gran turbe di popolo nobile e ignobile, e
prevalendofi della comun debolezza bro e pigrizia per le cognizioni reali, li
traggan l'eco perle più fuperfìciali e apparen- ti, non lapciido elfi Itelli
ove abbian a riulcire . Per- ciocché l'oratore, adulatore fempre e lulìnghiero,
rap- prelentando almo uditore credulo fempre e vano l’ap- parente, come le
folle indubitatamente reale, lo confer- ma bensì nel vero quando ei lìa tale,
ciò che avvien rare volte, ma Io conferma altresì e indura nel falfo ? quand’ei
noi lìa, il che avviene più fpelfo, fenzache né lui, nè la ciurma de’ Tuoi
uditori aguifa di pecore, fappiano lo perchè, o lo come. Per altro quel che s’è
detto finora delle cogni- zioni apparenti, non fia già creduto clferfi detto
pec difanimarle, o avvilirle del tutto . Ma fi creda detto fol-,'^o*t3nto per
avvertire, di noa prender in effe per rea- le quel che folle folo apparente, e
perchè non s’attri bulica tanto a quello eh’ elìge eloquenza, quanto a la*
feiar del tutto da banda quella che non la elìge. Dall' altra parte egli è poi
vero, che non potendo le co> gnizioni reali effer comuni, giova che per
occupazio- ne almeno, per commercio di vita, e per diletto ap- punto comune,
tali fian le apparenti, pur che ciò avvenga in modo, che non s’ oppongano alle
reali, ma che dipendano Tempre quelle da quelle . £ in vero quel che s’ è detto
de’ collumi, ch’cffendo diverli poHono non- dimeno aver luogo lenza implicanza,
ed effer utili a tutti purché non fiano centrar) (a); Io Hello dee ap- plicarft
alle cognizioni umane, che eilendo apparenti poflono illeffamente non effer
implicanti, nel qualcafo . non fono alle reali contrarie, ma fi concilian con
efe fupplifcono a quelle. 11 diltinguer poi quan- do r apparente difeordi, e
quando concordi col reale in genere di cognizioni, dipende dalle cognizioni ap-
punto reali, o apprefe per fe medefime e per teoria, allraendo da illufioni di
fenfi ; cofa che non può ap- partenere al comune degli uomini incapace di tali
allra- zioni, e Iblito verificar le fue cognizioni per fola pra- tica confecutiva
de’ fatti, bene fpeffo ingannevole ; ma dee appartenere a pochi fra tutti piò
faggi, e più il- luminati degli altri. Quelli s’è già avvertito dover ef- fer
quelli che agli altri prelìeduno, fia colla perfuafio- ne della Religione, fia
colla forza del Principato ( 0 C.A///.b, 4 ._( f j dellinati perciò all’
ufficio di giudicare quali fra tutte le verità apparenti, per le quali fi
conducon gli ailàri comuni, concordino colle verità reali, e quali da effe
difeordino, o fiano a quelle contrarie.. £ ve- ramente che un fimil giudicio o
una fimile cogni- zione abbia ad appartenere, e poffa convenire del pari, non
folo al nobile e al manovale, o al citta- dino e al rifuggiate, ma al chierico
ancora che iflrui- £ce, e al cialtrone che dee effere iflruito, o al Ma
giflraciftrato che comanda, e al fuddito che dee obbedirlo,ó quella un’ aperta
impitcanza, malTime quando già tutti convengono, chegli uomini generalmente fon
più fpenfierati che riflelTivi, e che le cognizioni reali fon riferbate ai foli
più rifleinvi . Ora piacemi ancora olfervare, che quell’ clTer le cognizioni
reali note per sè ftelTe a fol pochi, e quello dover perciò tutti rcllar a quei
pochi fubordinati, non fa torto ad alcuno, e non è che per quello flanatura
cogli uomini parziale od ingiuHa. Imperciocché non è già elTa, che concedendo
le cognizioni reali ad alcuni, le ricufì a tutti gli altri ; ma fon gli uomini
flein, che inclinando più al facile che al dilhcile, lì lafcian condurre da
illufìoni de’fenfi a proprio favore, anziché da rifledione, per cui conofcere
fe le cognizioni che quindi loro derivano, fiano reali, adraendo ancora dai
fenfi . E quella fubordinazione non fi rende neceflaria, che per fecondare
codeda loro inclinazione più geniale al facile, e per follevarli da quella più
difficile riflelfione . Sol che gli uomini tutti s’ accordino d’elfere
riHclfivi, ogni fubordinazione ceflerebbe fra loro, tutti fi governerebbero da
sè per cognizioni reali, nè v’ avrebbe d’ uopo di chi li govcrnafle per quelle.
Ma efl'endo quello impolfibile, per la propenl'ione comune più aldiletto delle
cognizioni apparenti, che all’ illruzione delle reali, come s’ é replicato più
volte; e dovendo pur eglino governarfi per cognizioni reali, quando voglian
fulTillere infieme ; egli è dunque forza che alcuni almeno fra edì aduman le
veci di tutti, o fupplifcano al loro dilètto, prefìedendo al governo degli
altri, con quella verità reale, che altri ricufan di darfi la pena di
didinguere e d’ invedigar per sé dedì. Vero é però, che perla propcnfione
lleffa invincibile e comune all’apparente e al facile, quella verità mcdellma
non può poi produrli al popolo da chi governa che per l’apparente, ciò che può
avvenire lènza implicanza, per edere ogni apparente al reale conforme, quando
non fia a quello contrario: Dimanierachè il fiflema d’ ogni nazione fia quello,
che le verità reali fi propongano per le apparenti non a quelle contrarie, e
per tali conofciute e difiinte da un governo, procedendo così tutti gli affari
per apparenze, con ficurtà di non opporfi per quefìe al rcal delle cole, mercè
l’intelligenza fuperiore di chi a tutti prefiede. Se in un fimil governo la
perfuafione eia forza faran libere e indipendenti, il governo farà giufio e
fenfato, e la nazione libera e tranquilla ( giacche quelle due facoltà nella condizione
umana debbon pure dilìinguerfi, e o bene o male fi difìinguono dappertutto ).
Se faran le due facoltà confufe in una, o una minilira e non compagna
dell’altra, farà il governo fimulato e difpotico, e la nazione inquieta ed
opprelfa. Il tutto non per difetto di natura, ma degli uomini e de’ governi
fleffi in particolare, che anzi eh’ effer liberi e tranquilli, amaffero elfer
opprcflì e agitati. Sempre però Ila, che la fubordinazione a un governo fia per
fc flcffa non un dilòrdine, ma un ordine anzi faggio e ammirando, per cui
1’umana fiacchezza fi alìolve dall’ applicare a quelle verità reali, che fofier
per eflà faticofe ad apprenderli, e fi concede ad ognuno di abbandnnarfi ancora
alle apparenze e al diletto Hello de’ lenii, purché ciò fia in conformità alle
regole, calle leggi llabilite e preferitteda un governo, che per la fuperiorità
de' fuoi lumi, e per fenno e fapienza fia più illrutto degli altri, nel
difeerner quale apparente fia al reale conforme, e quale fia ad elio contrario.
C Olfellerli dichiarato di fopra, di dover l’eloquenza verfare fulle cognizioni
più comuni, non s’è perciò intefo di degradarla in modo, che abbiano gli
oratori, e i poeti a confonderli per fapere colvolgar della plebe . All’
incontro fi sa, dover efli molto bene dilìinguerfi per cognizioni dal volgo, e
laco/ pia pii di cognizioni, e lo ftudio degli oggetti su i quali ftenderfi la
loro eloquenza, dover precedere l'eloquenza medefìma, fenza di che non farebbe
poflibile dilettare per ella, e non favellando l’oratore al fuo uditore che di
ciotole e di pianelle, anziché diletto, non potrebbe recargli che noja e
faftidio . L’oratore dunque dee più del fuo uditore elTere iihutto e ricco di
cognizioni, per ornarle pofcia coi fregi dell’arte fua, e fì; li dice tali
cognizioni dover efler comuni, ciò non può verifìcarlì che in quanto abbian
elle ad elTere delle più apparenti, e delle più facili a concepirli da Mnuno .
Ciò conviene con quanto s’ è avvertito pur mpra ( ), di ftar la giuHa cognizion
delle cofe in certo punto di mezzo, innanzi e oltre al quale fìa vano il
cercarla, come che quinci e quindi ha polla r ignoranza di elTa ; col folo
divario d’ efler dalf una parte la ignobile, propria degl’ idioti e del popolo
più rozzo i e dall’ altra la ignoranza nobile, propria delle perfone più colte
. A quello modo fi dirà, l’oratore e ri poeta rare volte comunicar di
cognizioni e d’immagini col popolo più ignobile al di qua di quel punto, e folo
trattenerli quivi con quello ne’ foggettì più comici, burlefchi, o latirici; e
qualor s’alzi colla tromba più fonora a celebrar eroi, o a trattar argomenti
gravi e fublimi, allor fi dirà lui trafcender quel punto, e confarfi col
p<^lo più nobile e più ri S utato . Ma intanto fempre Ila, che al giullo
punto i mezzo, al quale s’arrellano le cognizioni reali, ei rare volte o non
mai fi foflèrrni, per^ l’ inutilità dell’ arte fua qualor lì tratti di verità
reali, fuperiori a ornamenti rettorici e poetici, atti più tollo a ofcurarle,
quando fulle fuperliciali e apparenti quell’arte fa di sé prova e pompa
maggiore. L’ufo delle efagerazioni – GRICE HYPERBOLE, de? traslati, delle
allegorie, e rimili figure proprie della fola oratoria e poetica, fan conofeere
tutto quello, e come tali articoli’ amplificare o ellenuaie gli <^etti, fi
trattengano fotto quel punto o lo formontino ; mentre quantunque le c(^nizioni
Tulle quali verfano, ogii argomenti de’ quali trattano, fiano agli uditori men
noti; pure per efler quelle cognizioni fuperficiali e apparenti, e in
conleguenza facili ad apprenderfi dall’ uno e dall’ altro popolo, polTono da
quello elTer apprefe nell’ atto lieflo di ellerne ei dilettato . Con ciò fi
direbbe, che il partito degli oratori e de’ poeti in ordine al vero, foffe
quello dei disperati, i quali diffidando di sè stessi per assegnarlo al giullo suo
punto, scegliellero più to Ito di raggirarvisi intorno inocrtamente, e di quasi
controillruire per più dilettare con varietà d’immagini facili, ma tirane e
TpetTo IMPLICANTI, nell’incapacità conosciuta d’iltruire colle piu difficili e
più veraci. Quindi ebber luogo quei tanti poemi su passioni ed azioni oltre il
credibile. Le donne, i cavalier, l’armi, gl’amori, e quei tanti strambezzi
sugli eroi là volosi e sull’antica mitologia, i quali dilettan molto più di
quei che versano su argomenti filosolici e morali, Alila vera religione, e su
azioni deferitte quai son accadute precifamente, che non diletterebbero più di
un processo civile o criminale, cfpolio a un auditor di rota. E ciò sol perchè
in quel caso può la mente svagare dappertutto a suo talento, quando in quello
elTa è allretta a hllarfi ad un punto, e a Aarvi confìtta come ad un chiodo;
elfendo d’altronde impossibile di supplire ad un tempo llelTo a due oggetti, di
dilettare e d’ iAruire precifamente, o supplendosi almen meglio ad un solo di
quelli oggetti, che infieme ad entrambi. Per quello ftelTo le rappresentazioni
massime teatrali, tanto più fogliono dilettare, quanto più dal vero, o dal
verisìmile ancor di natura, trafeendono all’IMPLICANTE od al falso
dell’immaginario, brillando sempre il diletto a spefe dell’ iAruzione migliore;
tanto è quello comunemente diverso da queAa, e tanto1’eloquenza e1altre arti
analoghe ad elfa, c compagne del diletto più comune, sfuggono l’iAru zion XCI
xion più feverj c meno comune. Chi trova indecente che Temiftode canti andando
a morte, non bada che a queda Uhuzione, che non trafcende il vero ed èbeti di
pochi; ma sol ch’ei badi a quel diletto, che trascende il vero ed è di
molciffimi, troverà quel canto adattato all’azione, e piagnerà ad eflb, purché
fia preparato a dovere, e accompagnato da quel debile che richiede l’azione
medefima. Ma infomma generalmente chi riprende i poeti per la futilità
degl’argomenti, ai quali d’ordinario e’ s’appigliano, e per la fallacia delle
cognizióni che inOnuan per edi, non bada a quedo, d’eifere il hne Principal
loro quello di dilettare e non d’istruire e di dilettare non i più dotti ma il
comune del popolo che non è dotto, e che parlando generalmente,.n.i ceflTan
eglino di dilettare, todochè prendono a istruire. Le allusioni certamente, le
immagini, i traslati suddetti, proprj e neceflarj dell’arte loro, occorrono
alla mente a numero incomparabilmente maggiore pelle cognizioni più facili al
volgo note, che per l’efatte e didicili riferbate ai più dotti, per le quali
non è così agevole passare dal proprio e preciso – youre my pride and joy -- al
metaforico – you’re the cream in my coffee -- e figurato. Cosi la luna per
esempio, concepita pelle immagini più facili che ne dànno le antiche favole,
non che col nafoecolla bocca Come sugl’almanacchi, dà motivo a mille allusioni
e figure che non darebbe apprefa per lo reale de’suoi monti, e delle fue ombre
nel sistema planetario; e finché il popolo la concepirà più facilmente al primo
che al secondo modo, il poeta canta, e ha ragion di cantare con più dolcezza
del naso della luna che de'suoi monti. Gl’occhi ideflamentc, cosa la più
conofeiuta e più triviale, appresi pelle cognizioni di effi più volgari e
comuni, somminidrano alla mente mille immagini, ond’effer chiamati luci
leggiadre, vezzofi rai, fiammelle vivaci, lucide delle, pupille ferene, drali
omicidi, faci gemelle, adii d’amore, che non somminidrerebbcro appresi
pell’irruzione d’ effi più efatta, o pelle dottrine ottiche e anatomiche
migliori, ma men conofciute. Anzi s’olfervi di più, come da ciò procede, che
l’oratoria, la poetica, e l’altre arti dilettevoli non soffron nemmeno regole
istruttive per esser tai regole ellratte dalla ragione più elàtta per cui
appunto s’iftruHca, quando quell’arti per illituto principale, debbono trascender
quello reale per dilettare coll’apparente. Quindi avvien bene rpelTo che
un’orazione, un poema, un’azione teatrale dettata secondo tutti i precetti che
ne dànno Longino, Aridotele, ORAZIO, o GRAVINA, dilTecca nondimeno l’anima, e
fa sbadigliare, quando un’altea senza quelle regole, ma ornata più di drane
apparenze, attrae tutto il popolo fìa noÙie o ignobile, il quale seguace del
diletto, schiva ogni idruzione per eflo, e prevenuto anzi per lo mirabile falso
e apparente che per lo vero naturale e verisimile ancora, non intende precetti,
per cui fìa qnello confinato e ridretto; giudicando di quel che ode e vede,
pelle ragioni superficiali pur vedute ed udite, e non per le interne che non
vede, e che non potrebbe vedere che prefeindendo dai sensì di che il popolo ( e
il fod'ra LIZIO ), non è mai capace. Quedo preferirfì poi per l’oratoria sempre
l’apparente al reale, non può negarsì che non torni in abuso, il quale però
faria tollerabile finch’ei fi reftrignede al divertimento appunto teatrale, e
all’ozio delle corti e dell’accademie, senza perciò opporli al U)CJOI.n,j.
medefìmo, com’è pur podibile. Ma il fatto è, che bene fpeflb ei li dende ancor
filila condotta degli affari più fer), ne’ quai l’ eloquenza col folfermarfì
più full’ apparente, fa più perder di vida il reale di edi, con altrui dainno e
feiagura ; come apparifee ki pratica per più (inceri uomini e dabbene,
fopradàtti e delufì ne’ loro intereffì da chi per fola facondia, e per
artificio di ragionare vai più di loro . E il peggio è ancora, che dagli affari
particolari, l’ abudo medefimo s’inoltra facilmente ai comuni cosi detti di
governo, ne’quali per l’adulazione, la lusinga, e la simulazione che più o meno
indispensabilmente v’àn luogo, L’ARTE DEL DIRE è ancor più accetta che altrove
. C^d’è, che Aiblimando quella più le verità apparenti, mette più a rifehio
d’allontanarfi e d’obbliar le rnli. Su quelle conliderazioni farebbe a
riflettere, fe giovi a’ di nollri tanto animare e apprezzar l’eloquenza su i
tribunali e nei fori, o fe anzi oltre al dovere non fi trovi effa incoraggita e
apprezzata. Certo è che sebbene gl’affari comuni abbiano a condursi per
cognizioni apparenti; nientedimeno ciò dee seguire senza scollarfi dalle reali,
come s’ è ridetto più voi-’ te, e ciò per imitar per quanto è poflìbile la
natura, che falciando difputar gl’uomini, accarezzarfi e idolatrarfi fra loro,
regola il tutto per lo reale SENZA PROFFERIR MAI PAROLA. Se poi chi pretende
governar altri senza render ragione del suo governo, come ufa natura, sarebbe
un uomo affai vano; il farebbe non men certamente chi pretende governarli per
sola copia ed eleganza di voci. Quei medefimi che si reputan più valere per
eloquenza ne’congressi, e ne’PARLAMENTI, converranno di quelle verità, se
L’ARTE DEL DIRE è in lor pari al buon senso; e accorderanno non meno che quegli
oggetti grandiosi di prosperità, di felicità, di potenza pubblica, che si
spesso dai rollri amplificano all’orecchio del popolo, non fon poi tali quai da
lor ir promettono, o almen ne dubitan ellt nelfi, e ne rellan in gran parte
fofpefi. Dall’altra parte, le repubbliche antiche non sono mai più feoncertate
che a’tempi dell’eloquenza più sublime di Demostene e di CICERONE, quafichè si
governano allora per cognizioni più popolari e apparenti, che per vere e reali,
per le quali quelle repubbliche si farebber per avventura meglio follenute,
come A TEMPI DEL PARCO LICURGO E DEL RELIGIOSO NUMA. Fi 1TInora ei pare che non
fi fia ragionato di doquenza, che affine di screditarla, e di renderla fra gli
quen» filile uomini odiosa, proverbiandola come inutile, vana,
cogaizioDire-pregiudiciale, inhdiofa, e nociva alla miglior condotta de’privati
e de’pubÙici affari. Perchè però non fia creduto, efferfi di cosi mal umore
contr’efla, quanto a volerla del tutto sbandita dalle nazioni, è da avvtrtirfi,
non efferfi cosi favellato dell’eloquenza, che in quanto fuoleffa versare sulle
cognizioni apparenti e fallaci, lardate a parte le reali e migliori. In
coneguenza di che si apprende che l’odiofità suddetta non cade già
full’eloquenza in genere, e che non è effa cosi pregiudiciale nelle nazioni per
sè medefima, ma pella qualità appunto delle cognizioni alle quali d’ordinario
s’appiglia, e alle quali stante la propensione comune umana al piò facile, dee
eifa cotnunemente appigliarfi. Con ciò confiderando ogni cofa, s’arguirà dunque
eziandio, che fe l’eloquenza, in luogo d’occuparfi a fiabilir negl’animi le
cognizioni apparenti, s’applica ad ornare e a meglio prcfentar alle menti
co’suoi vivi colori le più reali; lungi dall’elfer nelle nazioni nociva, fi
renderà anzi a quelle utile e giovevole. Infatti s’ è veduto, ufficio della
favella esser quello d’istruire e di dilettare, vale a dire d’istruire nelle
verità non conosciute, e di dilettare nelle già conosciute. E perchè le verità
di qualfivoglia genere non polTono esser conosciute che per qualche istruzione,
questa dunque dovrà fempre precedere il diletto che proviene dalla favella, e
1’oratoria così, la poefra, non meii che r altr’arti tutte dilettevoli, dovran
generalmente conseguire la filofofia, la morale, e 1’altr’arti klruttive, fiano
apparenti o fiano reali, fcnza che polfan mai quelle preceder quelle, non
elfendo certamente polfibile adornar coi fiori dell’eloquenza, e con immagini
traslate e sublimi, ciò che non fi fia pri xcv prima appreso per voci PROPRIE,
più piane e precise. Stando dunque al diletto della favella, è certo che
dovendo quello cunfeguir l’istruzione, tanto può conseguir la più superficiale
e comune, quanto la più vera ertale eh’ è mcn comune; e che ficcome possono con
figure – GRICE FIGURES OF SPEECHL METAPHOR MEIOSIS LITOTES HYPERBOLE -- e
immagini adornarsi le verità men el'atteepiù popolari, conofeiute da molti;
cosi si poflbno pur le più efatte e men popolari, riferbare a sol pochi . £ la
differenza farà, che effendo nel primo caso 1’eloquenza la più popolare e
comune, della qual s’è favellato finora; fi renderà ella nel secondo più
particolare, difufa a non molti, della quale s’aggiungerà qui qualche cofa.
Egli è vero' pertanto, che gl’uomini amanti generalmente più del diletto che
dell’istruzione, foglion trattenerli più fulle cognizioni apparenti perchè
piùfiicili e perchè apprefe, che sulle reali perchè non apprefe, e perchè
foticofe ad apprenderli, ond’ è che il più frequentemente ufino 1’eloquenza fu
quelle cognizioni, applicandola ben di rado a quelle \b) Ma ciò non teglie che
non poflà effa a quelle applicarli, e che non vi fi applichi talvolta
effettivamente. Anzi quello fa, che l’eloquenza medefima coll’effer nel primo
cafo più comune, Ila altresì più apparente ed equivoca, e in tal guila
perigliofa come s’ è detto ; quando nel fecondo coll’ elfere men comune, fi
rende più ficura e reale, e con ciò giovevole, prendendo il diletto che ne
proviene ognor tempera e qualità, dall’iUruzione e dalla cognizione apparente o
reale che lo precede. Così uno fpirito altiero e ambiziofo, potrà tirarfi
dietro un popolo di fpenfierati, e -condurli per le verità apparenti
all’incredulità, e quindi alla fchiavitù, alle difeordie, alle guerre, e alla
povertà che ne derivano, e ciò con tanto più di veemenza, quanto in lui fìa
maggiore l’ARTE DEL DIRE. E dall’altra parte può un tìlofofo più sensato colie
verità reali, perfuadere i più rideliìvi ' per quanti ve n’ànno, alla religione
non finta, e con ciò alla libertà, alla concordia, alla pace e alla felicità
che pur ne confe^uono, con tanto più iiledamcnte di forza e di grazia, quanto
in lui v’abbia più di facondia. £ la prima eloquenza farà indubitatamente
futile e dannosa, eflendo quell’ altra più utile e reale, giacché in eflètto
ogni apparente termina in reale, per la 'natura che non devia mai da quello,
per quanto gli uomini fi lafcino sbalordire da quello . Ond’ è che (ebbene quel
primo cafo (ìa il più frequente in pratica umana, rella nondimeno e^o fempre
tolto per lo fecondo, o per la pratica della natura, eh’ è la più vera, perchè
pratica infieme e teorica, di quanto a.v viene nel corfo generai delle cofe.
IH. S’arroge, che la detta dillinzione xkll’ idruzionc dal diletto che procede
dalla favella, non è poi tale, che 1’ un di quedi s’ efcluda per 1’ altro, o
che abbian perciò f arti dilettevoli a non efler idruttive, e le idruttive non
dilettevoli . Perciocché aU’ incontro può ancor dirli, che 1 ’ idruzione deda
non vada difgiunta dal diletto, ancorché quedo proceda non dalla favella, ma
dalla verità per eflà avvertita ed intefa, il qual diletto così é compagno e
contemporaneo all’ idruzione medefima, quando r altro che procede dalla
favella, confegue 1’irruzione, e non mai 1’accompagna, e molto men la precede .
E fi dirà idedanaente, qud di letto eder di quedo molto maggiore, mafdine in
riguardo alle verità reali, come quello che li dende all’ intelletto, quando
quello della favella (i porta all’immaginazione, e talvolta s’ arreda all’
orecchio. Certo é che il diletto d’ un geometra nel concepire una verità,
fupera di gran lunga quello d’ un Oratore nelteder l’elogio, o nel commendar
legeda d’un eroe, come lo fupera eziandio quello di quedo eroe ncH’efequir
quelle geda, quand’ ei pur le efequifea ; e quattro linee di Euclide con
illruire piit di dieci orazioni di CICERONE (vedasi), dilettano altresì più di
quelle, che ben fovente dilettano con inganno. Per quello i precetti
fondamentali, e le regole generali di morale, di giurifprudenca, e tali altre
verità, per quanto fono reali e geometriche, dilettano coll’ illru- 1«) zione
tanto a’ dì noUri, quanto a mill’anni innanzi ; vale a dire con diletto più
fenfato e durevole . Laddove i lìmboli di Pitagora, i fogni di Platone, le
minuzie d’ Omero, che a’ lor tempi rapivano gli animi, col diletto per
avventura fugace della fola elocuzione ; al prefente o non lì comprendono, o
non apportan diletto, quando ciò non folTe in riguardo lòlo a chi avelTe
l’abilità, di formarfene uno della loro antichità medelima. Le lingue dunque
finché si trattengono nell’ufficio d’istruire, ancorché non dilettino per fe
lleffe, dilettano per le verità, delle quali ilhuifcono; e le s’ avanzano a
dilettar per fe Ireire, ciò non é, che per figurar alla mente con colori più
vivi le verità medefime per efle apprefe, e ciò con eloquenza frivola e vana,
fe le verità fon comuni e volgari, e con eloquenza robulla creale, fe le verità
fon pur reali e fuor d’ ogni inganno . Verbigrazia s’ io dirò : La Luna coll’
attrar più la fuperficie convelTà che il centro, e più il centro che la
fuperficie conca„ va più dillante della terra, alza la parte acquola „ che più
cede, filila falda che men cede nell’ una e „ nell’ altra fuperficie di elTa ;
ond’ é che quelle due „ elevazioni d’ acque comparifcono tulle llabili ripe, al
paflàr d’ ella Luna per Io punto fuperiore e in„ feriore del meridiano di
ciafcun luogo terrelhe Io con ciò non farò, che dilettar l’intelletto colla
illnizione men comune, ma più vera che polla darli del fiulTo del mare, fenza
punto dilettarlo per la favella, per cui Cia efpolla quell’ illruzione, non
potendo ella efportì per termini più femplici e più precisi. Che fe dopo aver
dilettato T intelletto con quc Ha iftruzione, dirò come in quel terzetto: Sai
perché fale alternamente, e fcende Il mar, che a Cintia che fi /pecchia in
ejfo, Innamorato in fen fi /pigne e tende ; allora palTerò di più a dilettar l’
intelletto medefimo coir eipreflìone ancor d’ eloquenza fu quell’ iHruzione,
tralportandolo dalle immagini proprie di Luna, di mare, di attrazione, alle figurate
e fimboUche di Cintia, di fpecchio, d’amore, per le quali quella verità già
conofciuta, fe gli prefenta con più di novità e di vaghezza; e ficcome quell’
iftruzione è migliore febben men comune, cosi quella eloquenza che la confegue,
può appellarfì migliore . Ma fe in luogo di tutto quello, fupponendo 1’ uditor
pure iftrutto di qualcuna di quelle più volgari dottrine, per le quali
iogliono. più comunemente fpiegarfi le maree, io prendelfi ad ornarla con
immagini fimilmente traslate, con figure rettoriche, e con efprellìoni
enfatiche ; potrei pur con ciò dilettarlo, defcrivendo un cieco turbine
interno, una prelfìon d’aria verticale, una imprelfion di vento orientale
ellerno, o fimil altra opinione folita fpacciarlì a quello propofito, delle
quali tutte vien detto, che mal loddisfatto un filofofo dell’ antichità,
prendelTe la rifoluzione di gettarli in mare, dichiarando elfer giudo che folTe
da quello capito, chi non potea quello capire- Comechè però tali opinioni, per
elTer più facili e più comuni, fon meno efatte e peggiori ; così la eloquenza
fu clTe che le confeguilfe, farebbe imperfetta, o farebbe un inutile
vaniloquio. Il diletto dunque che proviene dall’ eloquenza, può confeguire le
cognizioni tanto apparenti e comuni, quanto reali e meno comuni, e per quello
ilelTo di elTer ogni eloquenza confecutiva all’ illruzione. Bc, chiunque afpira
al diletto d’ efla migliore, dee prevenirlo per la migliore irruzione
corril'pondente, e per le verità non quai fon conofeiute dal popolo, ma quai
fono in fe ftede, mentre quel diletto confeguendo la irruzione fuperfìciale del
popolo, non potrà appunto elTcre che fuperficiale, e talvolta efimero e
menzognero, come nel cafo degli equivoci, de’ fofirmi, degli enimmi, de’
paralogifmi, e degli altri prodigi cosi detti dell’ eloquenza > Per la qual
cofa, che i poeti dilettino più cogli argomenti quai fono apprefi popolarmente,
s’ è detto ciò eflTere in riguardo al popolo, al quale più frequentemente
favellano (/r). E fi aggiunge ora ciò elTere ancor con inganno, in. quanto quel
diletto che confegue 1’ idruzinne peggiore, è ingannevole, e non v’à diletto di
eloquenza reale, che quel che confegue pur l’ irruzione vera e reale {b)^
Dacché s’apprende, perchè 1’eloquenza, e generalmente 1’ arti di diletto più
comoni, rade volte appaghino le genti di miglior fenno, e perchè gli fciocchi
fieri ne refiino cosi toflo annoiati per elTer quelle in confeguenza .della
irruzione peggiore, che foggetta ad inganno, non può dilettare che con inganno,
e quero non avvertito ancora, non può a meno di non generar noja e fpiacere.
Quindi è che agli fpettacoli, alle fere, ai conviti, e a ogni fpecie infomma di
divertimenti comuni nobili e ignobili, è d’uopo dar fempre nuove forme, Quando
ancor del tutto non fì cangino in altri, fenza i che ogni fpecie di popolo alto
e bafTo' ne reda rucco e ammorbato. L’ uomo è fatto dall’autore della natura
per l’ irruzione inreme e pel diletto reale, ad onta, de’ fuoi fenH che lo
incantano full’ apparente ; come H convince da ciò,. che l’ irruzione allor
più. diletta, quando è più diligente ed efatta ; prova J |uefla. evidente della
fuperiorità, e immortalità del i uo intendimento fopra tutte le cofe
mortali.(#) c.hu.j^ Laonde s’ ei fi lafcia trafporur dal diletto apparente Ni
fcnza iftrurione, o coll’ irruzione priore, non pnò alfin ciò riufcire che a
Aio rincrefcimento, e con fu» naturai ripugnanza. L'oAinarfi poi a contraAar
quel reale con quello apparente, è come contrallar il cor* fo del Sole con un
tiro di cannone, o penfar di dillnigger la natura in sè Aeflb, come fi
dillruggono J uattro poveri ingannati, che A difendono in una iazza . QE
piaccia applicare il detto finora folle cognizioni Delle tradu- O umane, e
Alile lingue per le quali s’efprimono, alle zioaidall’uoa traduzioni dell’
opere d’ingegno ferine dalP una all’ altra all’ altra fa- favella, èda
avvertirfi, eh’ elTendo le lingue intele oa velia. iAruire nelle cognizioni
reali, o a dilettare colle appa(a}CJC/Kn.i. tenti (a), il trafporto delle
cognizioni dall’ una all’altra lingua potrà agevolmente riufcire, quanto al
primo capo dell’iAruzione reale ; perciocché non richiedendoA a ciò che un’
efprellìone d’oggetti per li termini lor più proprj e precifi, queAi in
ciafeuna lingua fono determinati, o efprimon gli oggetti colla precilìone
medefìma, eh’ è una per tutti i luoghi e per tutte le lingue. Laonde baderà a
queAo effetto, che il traduttore ben intefo del fentimento dell’ autore, e
iArutto per pratica de’ termini precifì d’ ambe le lingue, foAituifca gli uni
agli altri di quelli, con quella coAro-, zìone o difpoAzione che a lui fembri
piò naturale nel la Aia lingua ; coB' che egli iAruirà così bene in queAa, come
1’ autore nella lingua Aia originale . Ma quanto al fecondo capo di dilettare
colle cognizioni apparenti, poiché il diletto delie lingue proviene da
Amilitudini, alluAoni, e altre immagini d’oggetti anco traslate, queAe in
ciafeuna lingua fon più o men naturali, più o men giudiciofe o ingegnofe, a
norma degli oggetti Aedi, eh’ eAendo conAmili, Aan più o meno diverA, e a
combinar i quali Aa una nazione piùo meno familiarizzata. E pertanto
trafportate quelle iminagiai per foAituzione di termini come fopra, dall’ una
favella, debbono perder di molto della lor grazia, e della lor forza
nell’altra. In effetto, quelladifferenza che nelle combinazioni d’ immagini
proprie, e molto più traslate, s’ è oflervato paflàre fra perfone di varie
condizioni in una fteffa nazione (a)j non (a)C.n.n,i. v’à dubbio che non abbia
a rendersi vieppiù notabile fra perfime di varie nazioni e lingue, i cui
coflumi, profeflìoni, e modi altri efierni, per impreflìoni più o men forti e
frequenti d’oggetti diversi benché consimili, son più rilevanti, non sol fra
ciafcuni in specie, ma fra tutti eziandio generalmente; procedendo da ciò un
SIGIFICATO più o men eliefo ne’termini delle lingue, per eprimer gl’oggetti
fterti o consimili, che si direbbe tanto più efiefo nelle lingue diverse,
quanto quella diversità supera quella dei diversi dialetti in una lingua
medesima. Egli è certo, da quella diversità d’oggetti consimili nelle varie nazioni,
derivar le diverse indoli, spiriti, e umori nazionali, come pur le diverse
indoli e spiriti cosi detti delle lingue. Concioflìachè siccome le piante,
gl’animali, i minerali di qualsivoglia specie, e gl’uomini flefli nel lor
materiale, ancorché consimili, son pur diversi in ciascuni climi per C. T. ».
j-tcflìtura di parti più dure o più elafliche, più dense o più rare, più
fragili o più compatte; all’ifleflo modo il SIGNIFICATO delle voci, colle quali
esprimer tuttociò nelle lingue, è più o meno eflefo, e le voci stesse più aspre
o più dolci, più risonanti o più molli, più acute o più ottuse. Ciò eh’é ben
noto ai viaggiatori, che vaghi d’investigar una tal varietà, feorrono da"^
dima a clima e da nazione a nazione; e un britannico che per tal suo capriccio
muova da Londra all’Egitto, o un affricano che per sua disperazione sia tratto
d’Algeri in America, non trova minor disparità fra i suoi coflumt e i coflumi
egizj o americani, di quella che trova fra le maniere diverse d’esprimerli
lotto ciafcuni di quelli climi, rimanendo ciafeun C.Jff. dei due allettato più,
come delle fue die delle altrui immaginazioni e collumi cosi de’Tuoi che
degl’altrui modi d’esprimerli; non per altro che pella diversìtà deg’oggetti e
voci corrispondenti – TO COWARD: WHAT DID YOU LEARN IN AUSTRALIA, KANGAROO --
ai quali le respettive lor menti sìan più afluefatte ed avvezze. Per efler
dunque la verità delle cose reale una, ed invariabile dappertutto, e per elTer
le maniere di apprenderla e di dilettare con elTa moldplici e innumerabili,
saran le lingue tutte del pari, qualor lì tratti d'idruire nelle verità reali,
ma saran fra elTe diverse, qualor si tratti di dilettare culle apparenti,
essendo generalmente elle illituite non per quel fulo udìcio, ina ancora per
quello, e non per tutti in tutte le nazioni, ma per ciafcuni in ciafcune. La
copia e moltiplicità di termini in una lingua al paragone dell’altra è un
indizio di tutto questo, e di quanto una lingua puo dilettar più d’un’altra;
per provenire quella moltiplicità dalla maggior quantità d’immagini, colle
quali esprime ciafcuna gl’oggetti llein o consìmili; non introducendosi una
nuova voce in una lingua che per introdurvi una nuova immagine, o per dividere
e appellar per due voci l’immagini, che prima s’appella per una. Pella qual coa
la lingua più ricca di voci è più capace d’immagini divise o traslate, per
esprimere la lidia quantità d’ oggetti, e per dilettare con elTi; perciocché se
un oggetto stesso o consimile vorrà esprimersi per due lingue, lì dove pella
più povera di voci appellarlo talor pella voce che folle pur propria d’un
altro; laddove colla più ricca appellando 1’uno e l’altro con voci diverse –
WHAT IS THAT: A FLOWER – FIORE --, coll’applicar poi a quello la voce propria
di quello, e viceversa, u viene a esprimerli entrambi per traslati e
figuratamente. Per esempio un britannico appellando propriamente un furbo e un
fervo per la llelTa voce knave non può per queAo capo indur analogia veruna fra
quelle due persone; e l’italiano appellando ciadcun di questi con quelle voci
proprie diverve, collo stender poi all’uno la voce propria dell’ altro, riesce
ad appellarli tutt’a due allusivamente, e a significame i caratteri, quando
occorra, con più di forza e con più di vivezza. Con tal fondamento ei parrebbe
che numerandoli nella favella italiana da 38000. termini o voci, e non
numerandosene nella britannica che da zdooo, deflunti gl’uni e gl’altri
proflimamente, e colla Udrà regola dai più comuni respettivi dizionari; la
prima favella superalTe la seconda per capacità di alluuoni allusioni, e
d’immagini traslate, in ragione di ip.aiz.,e che di tanto più potesse quella
sopra di quella dilettare nell’opere a ingegno scritte. Ma fopra tutto è cosa
mirabile TolTervare, come dalla detta diversa ellenlion di SIGNIFICATO ne’termini
delle lingue, e dal grado impercettibile d’elTa con cui li palla dall’uno
all’altro oggetto, unitamente a non li là dir quale collocazione dei termini
lleffi, dipende quella inesplicabile forza, armonia, e grazia di Jiiley che
nelle produzioni d’ingegno rapifcegli animi, e fa bene spesso il più bello e il
più dilettevole di elTe; lieve così, che sfugge molte volte il senso dei
nazionali medesimi, e che i forellieri cerumente non aggiungon giammai. Io non
ò trovato oltramontano, per illudiofo che fosse della lingua italiana che
rilevalTe differenza veruna jIì flile infra il sonetto per esempio del Cafa
sopra la gelosìa, e quello d’ogni altro comune studente di RETTORICA che imita
quello poeta, e non folfe disposto a giudicar il primo del secondo autore, e il
secondo del primo, quando ciò gli folfe stato dato ad intendere. Le bellezze
altresì che trovano i forellieri nello flile del Petrarca, d’ALIGHIERI, del
Tasso, son diverse da quelle che vi riconoscono gl’italiani, e la novella di
Giocondo, dilettando del par gli uni e gli altri pell’invenzione; pelle grazie
dello stile, e pell’efficacia dell’elocuzione, non diletterà mai tanto un gallo
come un italiano nell’Ariosto, nè mai tanto un italiano come un gallo nel
Fonténe. Ciò che fa, che di via ordinaria, chi giudica dell’opere d’ingegno
d’altra lingua e d’altro tempo, s’attacchi ai difetti che hanno in elle dalla
parte del sentimento, del quale è giudice ognuno, come di cosa di tutte lingue
e di tutti gl’intendimenti, senza badare che Hando al diletto dell’espresione,
quello sfuggendo un tempo e un luogo, spazia molto bene in un altro, rilevando
talvolta sui sentimento medesimo. Così il moto verbigrazia della terra
pell’annua sua paralade colle Helle fìlTe, che n’è la cagione di tutti i luoghi
e di tutti i tempi, può comprenderfì d’ognuno del pari, fiaper la propria, sia
per l'altrui favella ; quando il Capitolo dei Lorenzini sulla vendetta, o simil
altro tratto di poesia italiana, il cui pregio confida nella sola collocazione,
cnfafi, dite, e SIGNIFICATO di voci, per cui dipingere all’immaginazione le
passioni umane, non fa mai da neduno cosi ben rilevato, come dall’italiano, per
eder tutto ciò diverlb in ciascuna lingua, e in ciascuna nazione Egli è dunque
vero che trattandosi di traduzioni d’opere d’ingegno scritte dall’una all’altra
favella, non potran quede mai riuscire quanto al diletto della favella deda, o
qualora il traduttore aduma di dilettare coll’espresìoni del suo autore,
trasportate nella propria lingua. Quedo nondimeno è quel che volgarmente suol
farli, ed è queda la ragione per cui le traduzioni quand’anche idruifcano
ugualmente che gl’originali, dilettan sempre meno di quelli, e riescono per
quedo capo quanto inutili per chi intende ambe le lingue, tanto imperfette per
chi non ne intende che una. E ciò allor più, quando nell’opere tradotte, il
diletto della favella prevale alla dottrina deir idruzione, come nelle novelle,
ne’romanzi, nelle produzioni teatrali, poetiche, e sìmili altre, più cv di
spirito che di sentimento. II pretender di dilettare per sodituzioni
grammaticali di termini d’una lingua a quelli d’un’altra, come nel caso
suddetto d’idruire \a)y è una vanità, simile a quella di chi crede di meglio
ricopiare un ritratto originale, con soprapporvi i suoi colori, cuoprendone
cosi e confondendone le tinte, e cangiando il quadro in un mascherone, o in un
empiadro. S’aggiunge trattandosi di poesia che il numero, L’ACCENTO (Grice), la
rima (“Never seek to tell they love, love that never told can be, pleasure,
treasure” – Donne, four-corners – cabbages and kings -- ], e 1’altre
condizioni, per le quali il diletto dell’eloquenza rileva moltidimo, e che
dipendono dall’armonia che palTa all’intelletto per le vìe dell’udito, sono
if>)C.XF.n. del tutto imponibili a tral^rtarfì dall una all’altra favella; e
che sìccome la musica dell’Italia può farsì udire nella Gallia, e la della
Gallia in Italia, ciascuna nel suo carattere, ma non è podibile tradurre la
musica verbigrazia di GALLUPI (vedasi) in quella di Monsù Ramò. All’ ideflb
modo non è podibile per quedo capo, tradurre r una nell’altra poesia. E il
miglior poeta comico d’ITALIA de’nostri tempi, potrà darfene nella GALLIA per
padar quivi meglio i fuoi giorni, ma non giammai perchè il suo talento comico
da così ben rilevato in Parigi, nella lingua galla non sua, come il è già in
Venezia, nel dialetto suo veneziano. Da ciò A conclude, che non potendo il
traduttore nella nuova lingua dilettare coll’epressioni dell’originale, non gli
rederà dunque per tradurre ben che dilettar coll’espresioni della propria;
inguifachè impodedato A lui del sentimento dell’autore per idruire com’edo,
l’esponga poi con quei colori di stile, e con quelle fraA d’eloquenza, che
nella sua lingua son più vive e più forti, per dedare il piacere, n terrore, la
tenerezza, la compasione, e gl’altr’affetti, quai più occorredero. £i dee
Agurarn d’effere autore, per non isAgurare il suo autore, e lasciar a lui
l’arte di dileture colla sua lingua, per dilettar O ci €» colla propria; e
alTumendo le dottrine e l’immagini di quello, esprimer 1’une e rappresentar
1’altre, coi COLORI (COLORE – Farbung – Grice) colori della sua lingua e poesia
che meglio conosce, e non con quei dell’altra lingua e poesia, che non potrebbe
mai cosi bene conoscere. In altra guisa gli riulcirebbe bensì di privar la sua
traduzione del diletto, che potesse provenirle nella propria lingua, ma non mai
di venirla del diletto che 1’animala nell’altra. L’indizio poi per cui
ravvisare, s’ei si fia nel tradurre comportato con quelle regole, fa fo que
fio, di piacer tanto la sua traduzione a quei della lingua tradotta, quanto
l’originale a quei della lingua originale, o di poter quella palTar per opera
così originale fra quelli, come 1’originale medesimo pafia per ule fra quelli.
Accogliendo ora le principali verità efpofte di fo- Epilogo, e pra, fi
apprenderà facilmente, una di quefie CoDcluCone . efl'er quella, di dover
difiinguerfi fra le cognizioni umane le apparenti, e le reali. Perciocché io
non ò già preteso per quanto ò qui scritto, di persuadere gl’uomini a governarli
col solo reai delle cose, e di difiruggere infra lor 1’apparente del tutto,
come potrebbe alcun lòspettare. Ciò faria fiato come voler persuaderli a
lasciar le vie piò facili e pronte di governarsi, per appigliarfi alle piò
lontane e difficili, e ad abbandonar quegli alietumenti de’sensi, dai quai
dipende tutto quel commercio di passioni, dipende ri, e d’azioni grandi e
luminose, per cui piacevolmente fufiifiono; cosa che non s’è mai ottenuta, e
che in conseguenza non è da sperarsi che s’ottenga giammai. Al contrario di
ciò, mio disegno è fiato sol quello, di didngannare gl’uomini fu su quello
apparente mededmo, e di rappresentarlo loro per quello eh’egli è, avvertendoli
che oltre a quello, per cui fogliono elfi governarsi, v' à nelle cose un reale,
per cui li governa irredllibilmente natura, o riferire 1’uno all’altro di
quedi, dipende quella felicità, di cui fon tanto ansiosi e soJlecitt, o quella
infelicità, per cui alzan- si trilli e si fpein lamenti. E ia vero non potendo
gl’uomini acquillar cognizioni che per mezzo de’sensi, e non^ iflendendofi
quelli che alla superficie apparente degl’oggetti, le cognizioni loro fu quelli
non possono al primo tratto essere che superficiali e apparenti. Vero è che
oltre ai sensi, son eglin dotati dalla natura eziandio d’un intelletto, per cui
confrontando giuHamente fra loro quegli oggetti inferiori ed ellerni, arguir le
verità fu elH piu sublimi ed interne, e farsi cosi dal visibile degl’oggetti
creati, all’invisibile di Dio eterno e increato. Ma efigendofi a ciò certa
allrazione dai sensi medefimi, da non praticarsi che con ripugnanza, per l’amor
proprio che tiene a quelle apparenze fortemente attaccati/ non è poi llupore,
le gl’uomini di via ordinaria s’ arredano sulle prime impressioni, e fe paghi
dell’intereire proprio per quelle, non elaminanpoi, fe quedo concordi o non
concordi col comune degli altri, o colla ragione reale di tutti. Una fimil
pigrizia in edi e tanto più fcufabile, quanto le apparenze medelìme non son
fallaci per sè, ma per sola mancanza di ridedìone, poda la quale, si rendono
elTe dede il reai delle cofe . £ oltre ciò i disordini che quindi ne seguono,
facendo ben todo accorti gl’uomini de’loro inganni dopo edervi incorsi, fan si
che se ne correggano, e conoscano quegl’errori che potean prevenire, ma che non
àn prevenuto, ciò che non è altro che condurli idedamente dall’apparente al
reale, benché proprio mal grado, a che riguarda quel detto popolare che la
necedità, o le angudie alle quali li conducono gl’uomini da sè dedi, insegnan
gran cose. Un’altra verità dedotta dalle cose suddette è pur queda, che le
dette cognizioni reali, alle quali O z conducono l’apparenti, non son poi tanto
fconoIbiute ed ignote, nè da ^efte tanto diverse, quanto raflembrano, e
eh’eifendo anzi quelle inufitate nella pratica edema, nel sentimento e nella
pratica interna, son più note e paleft di quede. Lo che si comprova non sòlo
per quella coinpadione e quel ridicolo che s’è odervato cadere sì di frequente
sulle azioni e debolezze altrui \ ma per quella circofpezione ancora, e dudio
d’ognuno d’occultare le verità, o di presentarle e palliarle ad altri con
colori alterati, e talvolta MENTITI – GRICE MEAN MENTARE MENTIRE -- da quel che
si conoscono. Perciocché in ed'etto ciò non è, che tacere il reai delle cose
che più si sente e s’approva, per regolarci cogli altri pel1’apparente, che 11
lente e s’approva meno, amando meglio adulare e lufingare col facile che
illuminar col mdìcile, e infadidir sà dedi con tacer quel reale, più todo che
offendere o turbar altri con lor palefarlo. E ciò non ]xr altro che per
conciliare una pari condifeendenza d’altri verso di sè medefìmi, contenti cosi
gl’uomini con sì bel garbo, quasi d’ingannarfi a gara a chi fa far meglio, e di
convenzione comune. Essendo poi queda più o meno la pratica universale, il reai
delle cose non è dunque così arcano e incredibile, come è creduto, ed è anzi
più noto ed approvato dell’ apparente, ancorché fimulato quello, e adombrato
nelle azioni comuni ederae. E s’odervi, come queda simulazione delle verità
reali conofeiute in occulto, è poi altresì SMENTITA – GRICE MEAN MENTIRE
MENTARE SMENTIRE SMENTARE -- elfa deda io palele d’ognuno, allor eh’ei dichiara
ad alta voce, che le cognizioni umane son tutte incerte e fallaci, e che
gl’uomini son soggetti tutti a sbagli e a illusioni, alle quali espressioni
tutti fan eco ed applauso; ciò che propriamente é un vero accordarsi da tutti
che sebbene gl’uomini si regolino pell’apparente, per cui s’ingannano, tengono
nondimeno mi mente e in cuore un reale, per cui alla line del conto, puc ad
onta loro li disìngannano. Ed è cosa maravigliosa, come è lecito ad ognuno di
dichiarare impunemente e con lode che fian gl’uomini in genere deboli,
lufinghieri, e ad errore soggetti; e non ardisca poi alcuno di far la ileda
dichiarazione ad un altro, di quello stesso in ispecie, anzi sia quella creduta
cosa villana e indiscreta. L’ignoranza dunque delle verità reali è polla non
già nel non conoscerle, ma nel simularle ad altri pelle apparenti j mercecchè
d’altronde se tutti conoscono, le cognizioni umane elTer generalmente fallaci,
in quella conoscenza medesima additano molto bene, le reali eHer loro pur note,
e a qualche modo non son più nell’inganno, rollo che conoscono d’eflTervi .
Quindi si presenta f altra verità pur avvertita, la qual è, che se gl’uomini
prendono errore nel regolarsi per cognizioni apparenti, senza badare se
convengano o non convengano quelle colle reali, il prendono molto maggiore,
quando condotti perciò in un pelago di contraddizioni e d’IMPLICANZE O
IMPLICATURE, dal qual non fan come ufcirne, e per ufcire dal quale son indi
allretti a ingannarli, a tradirfi, a combatterfi inlieme con quella serie di
calamità, delle quali non cessano di lagnarsi, si volgono a imputar tutto
quello alla natura, o ai grande autore di ella; quando C.Z//7.n.a» ò indubitato
doverli tutto ciò ascrivere aHa loro pigrizia, per cui non curano di proceder
dall’apparente al reai delle cose, e s’arredano alle prime im» S rdfioni
degl’oggetti edemi a loro favore, senza ba- are se con ciò ìiano giudi o ingiudi
cogli altri. E in vero che gl’uomini per certa inerzia e condifcendenza,
prefertfcano d’adularfi e d’accarezzarfi insieme con vide d’ambizione, di fado,
e di altre verità apparenti, in luogo d’iltuminarfi colle reali, temendo ancora
per quede di od'endere o conturbare i più inclinati a quelle; può ciò palfarfi,
benché con poco onore dell’umana ragione, purché ne’mali che O 3 con 'Òt ex con
ciò s’adunano intorno, si compatifeano e si difendan fra loro. Quello infatti è
ciò che avviene di via ordinaria, e ben fel vede ogni più faggio ed attento,
nel quale eccita ancor tenerezza il vedere come quelli poveri spenlìerati,
poiché son caduti per inavvertenza negl’inganni più vergognosi, fatti indi
accorti di quelli per li difordini che ne confeguono, accorrano ad alfillerfi
per ufeirne, a compatirli, e a prellarfi SOCCORSO GL’UNI AGL’ALTRI –
HELPFULNESS --, comprovando cosi a elTervi incorfi quasi di consenso uniforme.
Fin qui li mollrano elfi di un carattere timido e incauto, ma buono almeno e
sincero. Ma che poi vi fian di quelli, i quali degli errori e de’mali che
s’attirano sopra per loro pusillanimità e miseria di spirito, accusino la
natura, quando quella con ingenuo candore fuggerifee loro che oltre
all’apparente v’à negl’oggetti un reale, cui va quello riferito, al qual fine
oltre ai sensi, per cut apprender gl’oggetti, dà altresì un intelletto, per cui
confrontarli; quella non può negarsi che non sia la cecità r e la llolidezza
maggiore. PalTando poi al proposìto delle lingue, la verità più considerabile avvertita
di sopra in ordine ad elTe e che quantunque sian quelle dellinate a
rapprefentare ad altri, e a esprimere gl’oggetti e le cognizioni per quelli
apprese; non son però così atte a far quello, come il sembrano a prima villa; e
eh elTcndo anzi elTe imperfette per esprimer le cognizioni reali, servono di
fomento per dilatare e dar rifalto al- (.é)CJCyi.n.u ìe apparenti a esclulìone
delle reali medellme. Cib avviene per mancanza d’analogia necessaria fra le
cose e le parole – GRICE ON GELLNER AND FOUCAULT -- per cui s’esprimono, e fra
la diver-11 tà colla quale s’apprendono e si combinano gl’oggetti, e quella
colla quale si proferifeono e si combinan le voci; come altresì fra le foggie,
colle quali cangiano quelli e quelle, che non àn connefilone o dipendenza
necessaria veruna l’une coll’altre. Quefta osservazione che pare nuova
nell’enunciarla non n trova tal nella pratica, se si ponga mente alle tante
^legazioni, coment!, glose, e interpretazioni che {penb occorrono per i’
intelligenza degl’altrui pensamcnti sui libri, o sulla lettera di efli,
massiime se sì tratti di leggi, di costumi, e d’azioni antiche cfprefie con
lingue perdute. Le quali interpretazioni fan conoscere che non solo i costumi
diversi pallati non àn relazione necessaria conosciuta veruna cogli (ieflTi
presenti, ma che le lingue pur morte diverse non 1’anno con una llefla pur
viva, e ciò senza dipendenza di ciascuna di quefle relazioni coll'altra;
giacché per le flelTi voci antiche si dedano diversi, e talor contrari
concepimenti in persone d’una lingua medefìma da quella diversa, alfiflellb
tempo. Quindi molto più apparisce l’incapacità delle lingue per dettar regole
di vita, che servano a tutti i tempi e i luoghi, ne’quali si cangiano e i
costumi e le lingue; e come elTendo le azioni, per quanto pajan connmili,
ciascuna diversa da tutte l’altre alio flelTo, e molto più a’tempi diversi,
ciascuna doveflb (j)C.F/. ».t. efigere quasi una legge diversa, o dettata
diversamente, essendo invero impossibile il comprenderle e regolarle tutte,
colla fiefia esprefiìone di voci. Certo è che nella pratica ancor più sensata
una legge per esempio che non può dettarli dai legislatore che su tutti i casi
in afiratto non avvenuti, dee sempre dal saggio giudice interpretarsi
nell’applicarla ai casi avvenuti particolari, cial'cun de’quali è noto
diversificare da tutti gl’altri per adiacenze, occasioni, circostanze e motivi
che lo accompagnano; senza di che quella legge si trova sempre al proposito o
rigida o lenta, o mancante o eccesiiva, o facile o severa. I britannici che
pa|ono aver sempre del singolare, col soggettarsi alla lettera materiale delle
lor leggi più tolto che al SENSO O SPIRITO d’esse, non si sono accorti che
d’uomini ragionevoli eh’ ei sono, si son contentati di confiderarsi come tanti
automi, da muoversì per quelle leggi come per molle, a guisa di figure in un
quadro movibile; operando cosi non pella ragione lor viva, ma per la morta di
alcuni loro vecchi parlamentari, non certamente d’efll più ragionevoli.
Finalmente dall’esser le lingue più atte a diffonder le cognizioni apparenti
che a efpor le reali, si conferma la verità prima suddetta che gl’uomini in
generale abbiano ad elTer più ricchi di quelle che di quelle cognizioni;
giacché la favella, per cui s’avanza 1’apparente, è infatti più comune della
riflelfione e della meditazione, per cui s’avanza il reale. Ciò che conviene
col detto ancor popolare che la verità e la virtù sincera Ila nell’azione e non
nella favella – a man of words and not of deeds is like a garden full of weeds
--, e che gl’uomini più millantatori e loquaci – come CICERONE -- Ibn meno
attivi degl’altri – COME MARCO ANTONIO --. Il giudicarli più virtuosì e più
saggi, perchè più parlano di virtù e di saviezza, ognun fa eh’è un giudicio
dubbio ed equivoco; e che quando ancora si verifica elTo della virtù e faviezza
apparente, della reale non potrà verificarli giammai. Del rimanente io son
certo che in proposito di quella mia solenne distinzione d’apparente e di reale
– BRADLEY APPEARANCE AND REALITY --, di che ò fatto qui si grand’uso, alcuni
avrebbero desiderato eh’io ravelli meglio specificata, esemplificandola su
soggetti particolari, e tnalTime su quei che riguardano la comun fulTillenza e
i comuni aflàri, e aflegnando in elfi ciò che sia apparente e ciò che sia
reale, o distinguendo 1’uno diair altro. Quello non puo io qui fare, trattando
d’oggetti, di costlumi, e di cognizioni in genere. Trovo però d’averlo fatto in
altro luogo, ove trattando particolarmente dell'economia e del governo
de’popoli, ò polle molte proposizioni col titolo d’errori popolari, che sono
tante verità apparenti alle quali ne ò contrappollo altrettante col titolo di
^JJiomi, che non sono che veri- '-Secxiii ^ errori contrarie delle quali
proposizioni un saggio fa ancor veduto da alcuni. Lo lleflo potrà farsi
d’ognuno in qualsìvoglia altro particolare soggetto che se gli presenti alla
mente j o eh’ ei prenda in consìderazìone, fui quale procedendo col metodo col
quale io son proceduto in quello, allora dovrà sempre temere di giudicare per
1’apparente, quando flando alle prime impressioni de’ (enfi, badi al
particolare di sè fteflo o d’alcuni, trafeurando il rimanente degl’altri; e
allora potrà a(^ sicurarsi di giudicare realmente, quando badando al particolar
di sè (le(To o d’alcuni, abbia altresì riguardo al comune di tutti, a
somiglianza di giuda e imparziale natura. Que(ia amica di tutti, non tien
nelTuni nemici, e non opera mai per uno, che con relazione all’univerfale
degl’uomini e di se def- (a ; e il medesimo dee fare chiunque penfi imitarla. I
N- /^Ggetti apprenGbili origini della fiTelIa. Gianmaria Ortes. Ortes.
Keywords: verso. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Ortes” – The Swimming-Pool
Library. Ortes.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice ed Ostiliano: la ragione converazionale e il portico
romano -- la filosofia romana sotto il principato di Vespasiano -- Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo italiano. A follower of the Portico. His claim to fame is that
Vespasiano (si veda) banishes him from Rome. Ostilliano.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!: ossia, Grice ed Otranto:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – la scuola
d’Otranto -- filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Otranto). Filosofo italiano. Otranto, Puglia. Grice:
“Otranto wrote a tractatus ‘de arte laxeuterii,’ which is an art of
‘divination,’ as when we say that smoke divinates fire!” -- Grice: “Had Otranto
not written ‘scritti filosofici’ we wouldn’t call him a philosopher!” – Filosofo.
Sull'infanzia e sulla formazione poco è noto. Non si sa dove oggiorna e studia,
né chi siano stati i suoi maestri. La sua filosofia, però, lascia immaginare
una formazione molto solida. Insegna a Casole. Tradusse la liturgia di Basilio
ed altri testi liturgici per volontà del vescovo. Le sue competenze
linguistiche gli valeno inoltre degli incarichi diplomatici. Interprete al
seguito dei legati papali Benedetto, cardinale di Santa Susanna, e Galvani. E a
Nicea al seguito del re Federico di Svevia. Saggi: “L'arte dello scalpello”,
con una raccolta di testi geo-mantici ed astrologici; traduzioni di testi
liturgici; “Dialogo contro i giudei”; Tre monografie o syntagmata “Contro i
Latini” -- su questioni dottrinali significative nella polemica fra cattolici
ed ortodossi (quali la processione dello spirito santo o il pane azzimo);
un'appendice ai tre syntagmata; lettere e frammenti di lettere;. J Hoeck-R.J. Loenertz, Nikolaos-Nektarios von O.
Abt von Casole. Beiträge zur Geschichte der ost-westlichen Beziehungen unter
Innozenz III. und Friedrich II., Ettal. M. Chronz: Νεκταρίου, ηγουμένου μονής
Κασούλων (Νικολάου Υδρουντινού): « Διάλεξις κατά Ιουδαίων». Κριτική έκδοση.
Athena, L. Hoffmann: Der anti-jüdische
Dialog Kata Iudaion des Nikolaos-Nektarios von O.. Universitätsbibliothek
Mainz, Mainz, Univ., Diss., Dizionario biografico degli italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Homosexuality in a textual gap in what was going on
in Italian Byzantine convents under Roman rules. Longobards being raped, or
raping Greek monks. Nicola Nettario d’Otranto. Otranto. Keywords. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice ed Otranto” – The Swimming-Pool Library. Grice ed Otranto –
Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice ed Ottaviano: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale nel secolo d’oro della filosofia romana sotto il principato
d’Ottaviano -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Il primo principe. Historia
augusta, scritta d’Ottaviano. His philosophical teachers are well known. The education of a prince. O. lascia alla sua morte
un dettagliato resoconto delle sue opere: le Res Gestae Divi Augusti. Svetonio
in particolare racconta che una volta morto, lascia tre rotoli, che
contenevano: il primo, disposizioni per il suo funerale, il secondo, un
riassunto delle opere, da incidere su tavole in bronzo e da collocare davanti
al suo mausoleo, il terzo: la situazione dell'Impero. Quanti soldati sono sotto
le armi e dove erano dislocati, quanto denaro era nell'aerarium e quanto nelle casse
imperiali, oltre alle imposte pubbliche. Il testo dell'opera è tramandato da
un'iscrizione in latino. E incisa sulle pareti del tempio, dedicato alla città
di Roma e ad O., situato ad Ancyra -- l'odierna Ankara, la capitale della
Turchia -- e pertanto è stata denominata Monumentum Ancyranum. Altre copie,
molte delle quali sono giunte frammentarie, dovevano essere incise sulle pareti
dei templi a lui dedicati. In uno stile volutamente stringato e senza
concessioni all'abbellimento letterario, Augusto riportava gli onori che gli
erano stati via via conferiti dal Senato e dal popolo romano per i servizi da
lui resi; le elargizioni e i benefici concessi con il suo patrimonio personale
allo Stato, ai veterani di guerra e alla plebe; i giochi e le rappresentazioni
dati a sue spese; infine gli atti da lui compiuti in pace e in guerra. Il
documento non menziona il nome dei nemici e neppure quello di qualche membro
della sua famiglia, con l'eccezione dei successori designati: Marco Vipsanio
Agrippa, Gaio Cesare e Lucio Cesare, oltre al futuro imperatore Tiberio. O. e
totus politicus, fin dall'adolescenza. Forse lo rivendica egli stesso nelle sue
memorie. L'unico frammento di una certa ampiezza in cui leggiamo esattamente le
sue parole racconta di lui men che diciannovenne alle prese con una imprevista
e imprevedibile circostanza esterna, prontamente messa a frutto in termini
politici. Si tratta di un miracolo ed egli capì subito che anda capitalizzato.
Durante i giochi da lui organizzati in memoria di GIULIO (si veda) Cesare, in
un momento di massima incertezza politica, tra liberatori perplessi e cesariani
frastornati - apparve una cometa e rimase visibile per ben VII giorni. Il
fenomeno fa molta impressione. «l volgo – scrive O. nelle sue memorie -
credette -- “vulgus credidit -- che quella stella significa che l'anima di
Cesare e stata accolta tra gli dei immortali. Usando tale pretesto (quo nomine)
feci subito (mox) aggiungere quel simbolo al busto di GIULIO Cesare che fa
consacrare nel foro. Il brano è citato da PLINIO nella Naturalis Historia, il
quale commenta. Queste furono le sue parole, destinate al pubblico, ma una
gioia intima gli suggere che quella stella era NATA PER LUI e che lui nasce in
essa. L'episodio ha avuto una eco imponente nella letteratura poetica e
storiografica, coeva e successiva. La formale decisione del Senato romano - che
stabili essere GIULIO Cesare ‘divino’ - ha luogo. Divus lulins. In tal modo O.
diventa ope legis, figlio di Dio, Divi filius. C'è chi pensa che già in
concomitanza con la conquista a mano armata del consolato, O. ottene tale
prezioso riconoscimento. Ma di fatto le premesse O. le aveva poste con
l'operazione «cometa», alla quale del resto si richiama una vasta tradizione
superstite: da Seneca a Svetonio a Plutarco a Dione Cassio. Ma al benefico
astrum Caesariso fa già riferimento VIRGILIO, e ormai rinfrancato, nell'Ecloga.
La carriera d’O. e incominciata già l'anno prima, quando, neanche allora in
ottima salute, aveva raggiunto GIULIO Cesare in Ispagna per esser presente all'ultima
durissima lotta contro i pompeiani, culminata nella battaglia, fino all'ultimo
incerta, di Munda. Difficile stabilire se GIULIO Cesare lo avesse già allora
notato, se Azia - madre di O. - abbia attratto l'attenzione di GIULIO Cesare su
di lui, se O. forza la situazione superando le esitazioni materne. Quanto ci
sia di riscrittura post eventum e quanto invece di autenticamente vero in
questo passaggio, che i biografi cortigiani d’O. esaltano come premonitore,
forse non si potrà mai accertare. In ogni caso spicca la capacità dimostrata da
GIULIO Cesare di scegliere un successore. In politica non accade quasi mai. I
capi carismatici hanno, oltre che l'idea della propria indispensabilità, anche
la certezza della propria superiorità. Di qui la loro sospettosa sfiducia verso
il proprio entourage, nel quale pur debbono pescare chi verrà dopo di loro. A
sua volta O. cerca per anni, e resta tra gli arcana delle sue ultime ore di
vita se sia stato davvero pago della scelta compiuta (Svetonio, Vita di
Tiberio). E ben si comprende. GIULIO Cesare sceglie un figlio adottivo ed erede
che puo, se si e confermato capace, diventare un capoparte; O., invece, pur
avendo restaurato la repubblica cerca un successore. Anche dal modo in cui
risolse questa tormentosa difficoltà degli anni finali viene fuori il ritratto
di un politico totale dotato di una visione in cui la certezza della propria
insostituibilità' -- che rende, tra l'altro, ancor più disperante la ricerca di
un successore -- si sposa con la tenacia nel perseguire l'attuazione di un
disegno; coniugare conservazione e rivoluzione, dare alle istanze fondamentali
della rivoluzione cesariana una salda cornice di conservazione. Il che era
molto di più, e molto più complicato, di una riproposizione aggiornata del
principato di Pompeo. Gli anni della lunga pace non sono facili. Non sono
mancati, in quei lunghi anni di governo solitario, congiure, insidie, e persino
il rischio che i conflitti si riaprissero. Da qualche cenno di Seneca si deduce
che ce ne furono e non irrilevanti. E se Seneca ne e informato vuol dire che ne
trova la traccia nelle inedite Historiae ab initio bellorum civilium che suo
padre continua a scrivere e ad aggiornare ma non se l'era sentita di
pubblicare. E anche questa prudenza di uno storico accorto, che fa a tempo a
intravedere «il mondo di ieri», ci fa capire che per O., alla fine, l'unica
scelta possibile era quella della storia sacra. Perciò, quando la lunga pace
civile del suo interminabile governo non ha più bisogno di una ravvicinata e
puntuale messa a punto aderente alla quotidianità politica, egli inventa un
altro strumento che affermasse in modi essenziali e monumentali, sperabilmente
per sempre, la sua verità: il solenne e sacralizzante ri-epilogo dei propri
successi, da trasmettere a tutti i sudditi, non soltanto ad una cerchia più o
meno larga dell'élite dirigente. Così nasce in lui l'idea delle Res gestae,
diffuse su supporto durevole per tutto l'impero e perciò salvatesi: covate e
limate nel corso degl’anni, e alla fine pronte, oltre che per l'impiego
monumentale, per la lettura postuma, davanti al Senato intimidito e allenato
ormai alla servitù spontanea, attraverso la bocca dell'erede designato, anzi,
con ulteriore ricamo rituale, del figlio di lui Druso. Per Roma e una radicale
novità. E la via epigrafica alla storia sacra, sul modello delle grandi
epigrafi regie del mondo iranico -- Dario a Bisutun -- e del mondo egizio,
faraonico e poi Il ruolo delle Res gestae e quello non solo di dichiarare
chiuse per sempre le guerre civili, ma di spiegare anapoditticamente ai
posteri, la perfetta riuscita di quel disegno e di fare accettare questa verità
come l'unica vera nel momento stesso in cui la successio dinastica ne rivelava
la principale crepa. Nel che risiede la loro grandezza e, insieme, la loro
fragilità. VOX AVGVSTA. Petrarca, nel secondo capitolo del primo libro delle
Res memorandae, racconta d’essergli avvenuto, ancora giovinetto, di leggere un
libriccino contenente gli epigrammi e le lettere agli amici dell’im- peratore
Cesare Augusto, conditum facetissima gravitate et luculentissima brevitate
adorno di forbita dignità di stile e di eloquente brevità; un volumetto quasi
intonso e mezzo divorato dalle tarme, che andò per- duto, e che, per quanto
disperatamente cercasse, Petrarca non riuscì più a trovare. I dotti dubitano
della veridicità della notizia, ma forse dubitano a torto, giacchè nessuna
ragione poteva avere Petrarca di men- tire la notizia, e da nessun’altra fonte
che dalla diretta lettura avrebbe egli potuto derivare un giudizio così vero e
preciso sulle doti stilistiche degli scritti di Augusto. Non resta, dunque, che
dichiararci contenti che a rivelare al mondo la grandezza di Cesare Augusto
scrittore sia stato il primo umanista d’Italia, e che a nessun altro sia
riuscito meglio che a lui di definire, in fresco e saporoso latino, le
caratteristiche dello stile del figlio adottivo di Giulio Cesare. Molti secoli
passarono prima che si ponesse di nuovo mente ad Augusto scrittore, e solo
quando fu ritrovata l’iscrizione di Ankara in Anatolia i dotti si diedero a
raccogliere i frammenti degli scritti imperiali e a riprodurli più volte in
edizioni belle e brutte, rintracciando meticolosamente il benchè minimo
frammento. Sulla iscrizione dell’ Augusteo d’Ankara storici e filologi discutono
ancora, voglio dire che ancora non si sono messi d’accordo sulla natura e
significato di uno dei quattro documenti che O. consegna, insieme col
testamento, alle vergini Vestali perchè alla sua morte fossero letti in Senato.
I quattro documenti erano le disposizioni per i funerali, il resoconto delle
sue gesta, una relazione sulla situazione militare e finanziaria dell’Impero, i
consigli a Tiberio sul modo come reggere e amministrare la cosa pubblica. Ci è
giunto intiero il secondo dei quattro documenti: ma non già nell’esem- plare
che Tiberio, obbedendo alla volontà di Augusto, fece scolpire nel bronzo dei
due pilastri collocati innanzi al grandioso Mausoleo, che sorgeva, nella parte
setten- trionale del Campo Marzio, tra il Tevere e la via Flaminia; bensì nella
copia che fu incisa nella pietra dell’Augusteo di Ancyra, capitale della
Galazia, cioè nell’Augusteo di Ankara, capitale della nuova Turchia. Ivi, nel
capoluogo di una provincia romana, le Res gestae Divi Augusti furono incise nel
testo latino det- tato dall’Imperatore e nella traduzione greca fatta eseguire
dal successore Tiberio, perchè le parole di Cesare. O. sonassero più
intelligibili alle popolazioni orientali. Questa è l’iscrizione nota col nome
di Monumentum ancyranum, da venti anni a questa parte riprodotta in un testo
sempre meglio corretto, essendo stata rinvenuta un’altra copia dell’originale
latino nella colonia imperiale di Antiochia di Pisidia. Ma, come ho detto
innanzi, i dotti discutono ancora sul significato del documento, nel quale
Augusto volle rendere pubblica ragione delle cariche ricoperte, dei donativi
elargiti e delle imprese operate. E, purtroppo, anche in questo caso, taluni
critici, per cercare di scoprire i diversi momenti della redazione dello
scritto, hanno affermato che il piano generale dell’opera è disorganico e
disordinato, che molte sono le incoerenze di alcune parti, e che però Cesare
Augusto ha redatto il documento ampliandone uno precedente, più modesto e
meglio ordinato. Insomma... una quistione omerica, che, a parer nostro, è
facilissimo distruggere nelle sue false ed ingannevoli argomentazioni con poche
parole. Il documento di Augusto non è un bilancio, non è un testamento
politico, non è un'iscrizione del tipo degli elogia; ma è rendiconto,
testamento ed elogium, perchè Augusto l’ha redatto quando si appressava il
giorno della morte. Per ciò stesso non rientra in nessun genere. La solennità
del latino del documento augusteo non è soltanto nello stile, ma è nei fatti
che vi sono esposti, e soprattutto è nel fatto che al Senato e al Popolo di
Roma parla il fondatore dell’Impero, il Padre della Patria, Augusto, e non per
esaltare la sua propria opera, ma per proclamare che essa rimarrà in eterno
legata alla fedele collaborazione del Senato e del Popolo di Roma. Svetonio
afferma che Augusto soleva scrivere tutto ciò che dovesse dire, che scriveva
perfino quello d’importante che dovesse dire a sua moglie Livia; e che si era
assuefatto a scrivere meticolosamente i suoi discorsi al punto che, quando la
troppo cagionevole gola gl’impedisse di arringare la folla, un araldo leg- geva
ad alta voce il suo manoscritto: praeconis voce ad populum contionatus est.
Perciò io dico che anche questo documento è un discorso al Popolo di Roma:
l’ultimo discorso nel quale il Padre della Patria, Cesare Augusto, rende conto
dell’opera sua. E le prove della mia affermazione sono la presunta incoerenza e
il presunto disordine scoperti e biasimati dai critici. Ma non sono
malinconicamente ridicoli quei critici i quali cercano di dimostrare in « sede
scientifica » che Cesare avrebbe copiato da Posidonio molti capitoli di un
libro dei commentarii della guerra gallica (e sono, purtroppo, Italiani); o
questi altri (e fortunatamente non sono Italiani) che scoprono in Augusto un
errore di cronologia? Giacchè, se dovessimo dar retta a costoro, O. avrebbe
commesso l’errore di menzionare alla fine del documento i due maggiori titoli
del Pater Patriæ e di Augustus conferitigli dal Senato e dal popolo negli anni
27 e 2 avanti Cristo. Invece che nel trentaquattresimo e trentacinquesimo
paragrafo, O. avrebbe dovuto ricordarli, a giudizio di cotesti critici, molto
prima: chè insomma avrebbe dovuto fare opera di storico mediocre e dimenticare
di essere Cesare Augusto. Leggete il documento. Esso comincia: annos undeviginti
natus exercitum privato consilio et privata impensa comparavi, per quem rem
publicam a dominatione fac- tionis oppressam in libertatem vindicavi: « all’età
di diciannove anni, di mia iniziativa e con danaro mio apparecchiai un
esercito, e con esso restituii libertà allo Stato oppresso dalla prepotenza di
una fazione. E si chiude così. Tra il sesto e il settimo consolato mio, dopo
ch’ebbi soffocate le guerre civili ed assunto, per universale consenso di tutti
i cittadini, il supremo potere, trasferii dalla mia persona all’arbitrio del
Senato e Popolo romano il governo della cosa pubblica. Per questa mia
benemerenza, mi fu conferito, con decreto del Senato e Popolo romano, il titolo
di Augustus... Durante il tredicesimo mio consolato, il Senato, l’ordine
equestre e il Popolo romano mi acclamarono Padre della Patria, e decretarono
che questo titolo dovesse essere iscritto nel vestibolo della mia casa e nella
curia Giulia, sotto la quadriga che per decreto del Senato fu eretta ad onor
mio. Quando redigevo questo documento, avevo settantasei anni. Comincia: annos
undeviginti natus; finisce: annum agebam septuagesimum sextum. Non
dimentichiamo questa chiara e significativa corrispondenza tra l’inizio e la
chiusa del documento, nella quale sono compresi i cinquantasette anni della
vita politica di Cesare Augusto. O sembra, forse, strano che per sublime
orgoglio il primo cittadino della Roma imperiale, acco- miatandosi per sempre
dalla plebe romana, di tutti i titoli e honores ch’egli ebbe in vita, voglia
ricordare alle generazioni avvenire il nome di Augustus e il titolo di Pater
Patriæ? O. era infermo, la morte si appressava non temuta, ma serenamente
attesa, chè infatti morì di bella morte. Egli parla per l’ultima volta al
Senato e Popolo di Roma, come un cittadino, che, amministrata la cosa pubblica,
dimesso dall’ufficio, consegni al successore l’incarico e chieda, con coscienza
onesta e proba, il benservito. C’è in questo documento un crescendo di tono,
che verso la fine raggiunge il maestoso: dal venticinquesimo paragrafo in poi
esso si fa solenne come litania: mare pacavi a praedonibus; omnium provinciarum
populi romani fines auxi; Ægyptum imperio populi romani adieci; colonias
deduxi; signa militaria reciperavi; Pannoniorum gentes imperio populi romani
subieci; ad me ex India regum legationes saepe missae sunt; ad me supplices
confugerunt reges; a me gentes Parthorum et Medorum reges habuerunt; e
finalmente i due ultimi paragrafi sopratradotti. Sui mari ha debellato i
pirati, ha allargato i territori di tutte le provincie dell’Impero, ha aggiunto
la nuova provincia di Egitto, ha fondato nelle più lontane regioni colonie di
Roma, ha recuperato bandiere e vessilli: a lui hanno fatto ricorso in atto di
supplica i re di tante nazioni, da lui le genti di Oriente hanno avuto i re che
avevano dimandati. Col trentesimo terzo paragrafo si chiude il rendiconto delle
imprese operate da Cesare Augusto; nel trentaquattresimo e nel trentacinquesimo
paragrafo risuona il ricordo del nome di Augustus e del titolo di Pater Patriæ.
Al Senato e Popolo romano, alle genti tutte dell’Impero, alle generazioni
avvenire Augusto si raccomanda e consacra, prima che la sua terrena giornata si
chiuda, con quel nome solo e solo con quel titolo. ws Cesare Augusto affida il
manoscritto alle vergini Vestali perchè fosse consegnato dopo la sua morte al
Senato e inciso sul bronzo. Il successore Tiberio fece riprodurre il testo
com’era, con una brevissima appen- dice e in ortografia un tantino diversa da
quella prefe- rita da Augusto, ma certo senza nessuna sostanziale
modificazione. Dunque, noi possediamo un’opera intera di Augusto, la quale ci
rivela la sua grande personalità di scrittore. Il latino d’O. non è QUELLO DI
GIULIO CESARE. O. scrive e parla IN PRIMA PERSONA, ma si può dire che in questo
scritto egli raggiunga la stessa efficacia dei Commentari. Non giudica, NON
AGGIUNGE NESSUN COMMENTO ai fatti che espone pacatamente e senza enfasi, ma
dalla secca enumerazione dei templi fondati, degl’edifici pubblici restaurati o
costruiti, delle somme elargite all’erario e alla plebs, delle genti
soggiogate, dei nemici sconfitti, delle terre conquistate, delle leggi
promulgate, spira il calore dell’epopea e della leggenda. La sua opera appare,
quale fu, colossale; e vien fatto di ripen- sare ai primi quattro versi della
prima epistola del secondo libro di ORAZIO (si veda). Se io tentassi di rubarti
un po’ di tempo con una lunga chiacchierata, o Cesare, peccherei contro
l’interesse dello Stato, giacchè da solo sostieni tante e così gravi cure, e l’Italia
difendi con gli eserciti, e ne incivilisci i costumi, e con leggi la emendi.
Epico è il tono di questo scritto d’O., anche là dove sono riassunte in
brevissime parole imprese che durarono anni. Colonie militari ho inviato in
Africa, in Sicilia, in Macedonia, nelle due Spagne, in Acaia, in Asia, in
Siria, nella Gallia Narbonense, in Pisidia. E l’Italia diciotto colonie
possiede; dedotte per ordine mio, le quali, per tutto il tempo ch'io vissi,
sono state assai popolose e prosperose. Leggendarie appaiono le legioni, che,
guidate da lui o dai generali suoi sotto ì suoi auspici, marciano, di conquista
in conquista, verso confini sempre più lontani; e avvolte nella leggenda
sembrano le triremi sue che fanno vela, =_= 1 -:-—=- esse poni “bi ski audaci,
verso nuovi lidi: « La mia flotta corse l’Oceano dalla foce del Reno fino al
territorio dei Cimbri ad Oriente, dove, nè per terra, nè per mare, nessun
Romano prima di allora era giunto... ». Augusto ha uno stile sobrio,
nient’affatto enfatico, e tuttavia solenne. Egli adopera vocaboli che sono
sempre esatti e tecnici, censuit, decrevit, ussit, creavit, per dire che il
Senato e Popolo romano ordinò, decretò, comandò, nominò. La collocazione delle
parole è semplicissima, lineare, chiara, antiretorica, come in questo periodo
che è uno dei più ricchi sintatticamente: nomen meum senatus consulto inclusum
est in saltare carmen, et sacrosanctus in perpetuum ut essem et, quoad viverem,
tribunicia potestas mihi esset, per legem sanctum est. Il mio nome per decreto
del Senato fu compreso nel carme dei Salii, e che inviolabile io fossi in
perpetuo, ed a vita avessi il potere tribunizio, fu per legge sancito. Non fa
mai il nome degli avversari suoi; tace quello dei congiurati che assassinarono
il padre suo Cesare: qui parentem meum interfecerunt, eos in exilium expulsi
iudiciis legitimis ultus eorum facinus et postea bellum inferentis rei publicae
vici bis acie: «Quelli che assas- sinarono il padre mio li cacciai in esilio
punendo con procedimento legale il loro delitto, e, in seguito, quando essi
portaron guerra allo Stato, per due fiate li sconfissi in campo ». E continua,
pacato e grave: « Guerre per terra e sui mari, civili ed esterne, in tutto il
mondo più volte ho combattuto, e vincitore risparmiai tutti i cittadini che dimandarono
grazia. Le genti straniere alle quali fu possibile, senza pericolo, perdonare,
preferii conservarle anzi che distruggerle. Sotto le mie bandiere circa
cinquecentomila cit- tadini romani militarono. Di essi più che trecentomila
mandai nelle colonie o feci ritornare ai loro municipi, dopo ch’ebbero compiuto
gli anni di servizio, e a tutti assegnai terre oppure donai danaro a ricompensa
del servizio prestato. Seicento navi catturai, non includendo in questo numero
quelle di tonnellaggio inferiore alle triremi. Entrai in Roma ovante, due
volte: tre ebbi trionfi solenni e ventuna volta fui acclamato imperator,
sebbene il Senato mi decretasse un maggior numero di trionfi, ai quali tutti
rinunciai. L’alloro dei fasci lo deposi in Campidoglio, e così sciolsi il voto
che avevo solennemente fatto in ogni guerra. Per le imprese felicemente da me o
dai miei generali sotto i miei auspici operate in terra e sui mari, il Senato
cinquantacinque volte decretò che si rendessero grazie agli dèi immortali.
Ottocentonovanta furono i giorni nei quali, per decreto del Senato,
s’inalzarono pubbliche preci. Nove re o figli di re furono nei miei trionfi
condotti innanzi al mio cocchio. Ascoltatelo quando riassume in un periodo solo
la sua opera di legislatore: « Con leggi nuove da me promulgate richiamai in
vigore le consuetudini antiche dei padri, che già cadevano in oblio nella
nostra generazione, e io stesso ho lasciato alle generazioni avvenire esempi di
molte cose, degni d’essere imitati. Sentitelo quando ricorda gli onori che il
Senato e Popolo di Roma conferì ai suoi due figli adottivi, e leggerete in un
brevissimo inciso il dolore del padre per l’immatura morte di Gaio e Lucio
Cesare, e l'umano e affettuoso compiacimento suo nel ricordare che appena
quindicenni essi furono acclamati principi della gioventù romana e designati
consoli. I due figli miei, che il destino mi strappò ancor giovani, Gaio e
Lucio Cesare, il Senato e Popolo romano per farmi onore li designò consoli
appena quindicenni, che entrassero in carica dopo cinque anni. E il Senato
decretò che dal giorno della loro presentazione nel Foro partecipassero ai
pubblici consigli. E tutti i cavalieri romani li acclamarono principi della
gioventù, e offrirono in dono scudi e lancie di argento ». E, infine, ascoltatelo
quando ricorda gli anni di Azio e dell’ultima guerra civile. Mi giurò fedeltà
l’Italia tutta intera, spontaneamente, e mi volle condottiero della guerra
nella quale vinsi ad Azio. Mi giurarono fedeltà anche le provincie delle
Gallie, delle Spagne, d’Africa, di Sicilia, di Sardegna. O. è filosofo
accortissimo, che aborre da ogni lenocinio sintattico o lessicale, ma che nel
giuoco delle congiunzioni, del polisindeto e dell’asindeto, riesce a far
leggiero o grave il tono della voce, più lento o più celere, ma non mai
concitato il movimento della frase. Abbiamo letto or ora un esempio di
asindeto, in cui le pause tra un nome e l’altro delle provincie rendono più
solenne l’immagine del mondo romano stretto nel giuramento intorno al suo Duce;
eccone, invece, un altro di polisindeto, là dove O. ricorda l’iscrizione dello
scudo d’oro offertogli dal Senato. Il testo originale dell’iscrizione era il
seguente. Il Senato e Popolo di Roma offre ad O. questo scudo per il suo valore
clemenza giustizia pietà – VIRTVTIS CLEMENTIÆ IVSTOTIÆ ET PIETATIS CAVSA – e,
naturalmente, VIRTVS sta a significare l’opera del condottiero d’eserciti, e
PIETAS il profondo ossequio alle istituzioni religiose. Ma O. riunisce più
efficacemente in due endiadi le quattro virtù, essendo le due prime proprie
dell’opera sua di condottiero, le altre due del magistrato civile e supremo
amministratore dello Stato. VIRTVTIS CLEMENTIÆ IVSTITIÆ ET PIETATIS CAUSA.
Perciò io dico che è molto difficile tradurre bene i paragrafi delle res gestae
d’O. A questa grande iscrizione, che Mommsen chiama la regina delle iscrizioni
latine, è mancato chi la traducesse nella lingua del principe, perchè è stata
rinvenuta troppo tardi. Nei tempi moderni avrebbe potuto tradurla solo
Tommaseo, ma non l’ha fatto perchè non la conosce. TOMMASEO traduce solo le
sette parole che son citate da SVETONIO nella vita d’O, ed io le ho ripetute
nella mia traduzione copiandole dal Dizionario d’estetica, e le ripeto di nuovo
con accanto il latino d’O. BIS OVANS TRIVMPHAVI ET TRIS EGI CVRVLIS TRIVMPHOS.
O entra in Roma ovante, due volte: tre volte ha trionfi solenni. Solo la
collocazione delle parole semplice ed efficace, e un raro accorgimento nella
scelta dei vocaboli e dei sinonimi potrebbero soddisfare il desiderio nostro di
una traduzione italiana che riproduce gl’effetti del latino d’O. O. e filosofo
elegante e temperato. SVETONIO riferisce che egli filosofa su molte cose,
alcune delle quali legge NELLA CONVERSAZIONE DEGL’AMICI, quasi dinanzi a un
uditorio come le risposte a BRUTO (si veda) intorno a CATONE (si veda), che
essendosi messo a leggere, giunto un pezzo innanzi, finalmente stanco dovè
farne terminare a Tiberio la lettura; l’esortazioni alla filosofia, ed alcune
notizie della sua vita che espose giungendo fino alla guerra cantabrica e non
più in là. Compone anche qualche verso. Rimane, al tempo di Svetonio, un
volumetto in esametri sulla Sicilia e un altro di Epigrammi, i quali egli e
andato COMPONENDO DURANTE IL BAGNO. Anche incomincia con grande alacrità una
tragedia, ma non essendo contento della forma la distrusce, e agl’amici che un
giorno gli dimandano che fa di bello il suo Aiace, risponde che il suo Aiace
s’e buttato non sulla spada, ma in una spugna. Spregia di fare uso di vocaboli
dotti e difficili o com’egli stesso li define reconditorum verborum fetoribus.
Ha a noia i leziosi e gl’arcaizzanti, ciascuno vizioso nel suo genere, e
talvolta li mette in derisione e sopra ogni altro il suo MECENATE (si veda) di
cui continuamente riprende i riccioli stillanti unguento, come li chiama. Non
la perdona neppure a Tiberio che anda a caccia di parole stantie, e da del
matto a Marc’ANTONIO (si veda), come colui che FILOSOFA PIÙ PER FARSI AMMIRARE
CHE PER FARSI INTENDERE. Nei discorsi, di alcuno dei quali leggesi in CICERONE
menzione entusiastica, sappiamo che O. si preoccupa di riuscire eloquente senza
mai ricorrere alla verbosità e pesante sentenziosità dell’allora decadente
oratoria. In una lettera ad Agrippina, lodando l’ingegno di lei, l’ammonisce
che si studi di non CONVERSARE in modo disgustevole e lezioso. E per riuscir
chiaro, sì che tutti potessero capire, preferiva una sintassi limpida ad una
sintassi più armoniosa e serrata, e adopera le preposizioni anche dinanzi ai
nomi di città, facendo cosa che un diligente maestro dei nostri tempi
sottolinea con frego azzurro nel compito del malaccorto scolaro. Svetonio, che
ci racconta questi particolari della grammatica e sintassi d’O, e che ha modo
di consultarne gl’autografi, ricorda anche che O non divide mai le parole in
fine di riga per terminarle nella riga seguente, ma le ripiega sotto
chiudendole con una linea curva. E aggiunge che l'ortografia d’O, abituato a
scrivere per CONVERSARE, e quella di chi scrive COME PRONUNZIA. Se dobbiamo
credere agl’antichi, d’O. restano famose le lettere. Raccolte per tempo in più
volumi e alcune di esse rimaste vaganti, non costituirono mai un vero e proprio
corpus, ma andarono a poco a poco disperse. Esse non hanno la buona e cattiva
ventura di entrare nelle scuole come libro di testo, e neppure l’altra d’essere
raccolte in antologia. Restano però i giudizi degl’antichi e alcuni frammenti
degni d’essere ricordati. O. discorre alla buona, familiarmente, sia che
filosofa di affari politici, sia che si rivolgesse ad amici e parenti.
Sollecita VIRGILIO (si veda) che gli mandas almeno l’abbozzo dei primi versi
dell’Eneide; scherza con ORAZIO (si veda) rimproverandolo che non conversa mai
di lui, e chiedendogli se per caso non crede di rimanere infamato presso i
posteri, qualora dai saggi suoi appare chiara la loro intimità. All’amico
MECENATE (si veda) un giorno scrive che essendo infermo e tuttavia indaffarato
in più cose, chiama e fargli da segretario il suo ORAZIO; lo richiama cioè dal
parassitico desco del nobile etrusco alla sua mensa di pontefice massimo.
VENIET ERGO AB ISTA PARASITICA MENSA AD HANC REGIAM ET NOS IN EPISTVLIS
SCRIBENDIS ADIVVABIT. E un’altra volta gli scrive una lettera che si chiude con
questa forbita apostrofe. Salute o mio ebano di Medullia, città etrusca, avorio
d’Etruria, laserpizio di Arezzo, perla tiberina, smeraldo dei Cilnii, diaspro
degl’Iguvini, berillo di Porsenna, carbonchio d’Adria, e, per dirle tutte in
una parola, céccolo delle meretrici. Suo nipote Gaio Cesare e da lui chiamato
in segno di affetto, asellus tucundissimus; e al figliastro Tiberio egli scrive
lettere gonfie di tenerezza e confidenza, raccontandogli come avesse passato il
giorno, quanto avesse perduto al giuoco, parlandogli dei suoi digiuni imposti
dalla cagionevole salute, e d’aver sbocconcellato in lettiga, tornando al
palazzo, un’oncia di pane e pochi acini di uva secca. E quando Tiberio, il
quale milita lontano con gl’eserciti, scrive di essere smagrito per le continue
fatiche della campagna, ei lo supplica di riguardarsi, chè, alle cattive
notizie della sua salute, et ego et mater tua (Livia), expiremus et summa
imperti sui populus romanus periclitetur. Alla figlia Giulia vuole un gran
bene, e la licenziosa vita ch’ella conduce amareggia assai l’animo suo. Sole
dire di aver DUE FIGLIE, tutt'e due DELICATISSIME, la RES PVBLICA E GIULIA. E
molto spesso nelle lettere, come riferisce il vecchio PLINIO, recrimina
penosamente la dissolutezza di lei. Umano egli e sempre e ricco di sentimento.
Qualunque cosa scrive, politica o familiare, alieno da ogni lenocinio di forma
e incline piuttosto ad accogliere espressioni còlte sulla bocca del popolo. Non
scrive die quinto ma diequinte, chè così comunemente dicevasi. E per esprimere
la celerità di un avvenimento, dice ch’esso e accaduto più prestamente che non
cuoce uno sparagio, celerius quam asparagi coquuntur. E per dir stolto adopera
baceolus che corrisponde al nostro baggeo. E per dire che sta male in salute
dice vapide se habere. Abbiamo poco dei suoi scritti, di intero la sola
iscrizione delle res gestæ in latino, e alcuni decreti ed editti in greco, non
tradotti da lui direttamente, ma certo da lui corretti e controllati. Svetonio
racconta che O., sebbene conoscesse il greco e sempre lo legge e studia,
tuttavia non si prova mai a scriverlo, chè teme di non conoscerlo abbastanza.
Studia con retori greci, i quali gli appresero cose di larga erudizione. Ma
scrittore, come ci appare nel lapidario latino della iscrizione delle res
gestæ, egli s'e formato sull’esempio di Cesare, nell’azione ed esperienza
militare e politica di tutti i giorni. Aveva innanzi tutto imparato ad evitare
non la facondia, ma la loquacità, e a reputare perciò che L’ELOQUENZA CONSISTE
NEL NON FAR MOSTRA D’ELOQUENZA: PARTEM ESSE ELOQVENTIÆ PVTAT ELOQVENTAM
ABSCONDERE -- che è poi la grande virtù della parola destinata a commuovere i
popoli e a guidarli alla vittoria e all’impero. I contemporanei lo salutarono
coi versi di VIRGILIO. Ecco Cesare Augusto, l’eroe che ci era stato promesso e
che resusciterà nel Lazio e nelle campagne d’Italia, dove in antico regnava
Saturno, l’età del- l’oro; e l’Impero di Roma amplierà fino al Fezzan e
all’India, di là dalle vie delle stelle, fin dove l’instancabile Atlante
sostiene sulle spalle lo splendente astro dei cieli. Lo avevano veduto entrare
tre volte in trionfo nelle mura di Roma, e pagare agli dèi d’Italia l’immortale
tributo dei suoi voti consacrando più di trecento templi, e fra l’applauso
della folla e i canti delle vergini e delle matrone, mentre sugli altari
fumanti cadevano immolati migliaia di tori, l'avevano ammirato, sulla soglia di
marmo e di alabastro del tempio di Apollo, ricevere dall’alto del trono i doni
dei popoli sottomessi per abbellire le magnifiche colonne del superbo
porticato. L’immagine virgiliana -- VIRGILIO (si veda) -- dell’apoteosi di
Augusto si è trasmessa, di generazione in generazione, come l’immagine della
pace romana creata dall’eroismo e dalla vittoria delle legioni, e dalla volontà
pura di uno spirito umanamente libero trasformata in religione politica e
ideale di civiltà: riformatore della costituzione, difensore del territorio,
organizzatore dell’amministrazione e della società, Cesare Augusto rappresenta
la maestosa dignità dell’Impero e il diritto fondamentale dello Stato. I
simboli del suo destino, l'adozione di Cesare, la battaglia di Filippi, la
vittoria d’Azio annunziano, nel tramonto di Roma repubblicana, la luce di Roma
imperiale; più chiaramente ancora l’annunzia il nuovo suo nome di Imperator
Caesar Augustus, che è un simbolo anch’esso e riunisce in un solo destino
l’eroe creatore e la volontà implacabil- mente lucida del fondatore
dell’Impero. Religiosa eredità fu quella di Cesare: e infatti duravano ancora
le leggi, le istituzioni e gli ordina- menti, coi quali Cesare era salito al
potere e il culto del divus Iulius e diventato il culto dello Stato, garanzia e
patrimonio dell’Impero. Ma rafforzando e difendendo la Romanità così che niente
mai potesse distruggerla, Augusto risolveva a favore dell’Occidente l’antitesi
tra l'Oriente e l'Occidente che Cesare aveva drammaticamente vissuta negli
ultimi anni della vita sua, e che s’era ripresentata, fortunosa e tragica,
nella lotta tra Ottaviano non ancora Augusto e Marco Antonio. È però costruendo
in Occidente la Roma imperiale sognata e creata da Cesare, Augusto che aveva da
Cesare ereditato la legittimità aggiunse alla grandezza del padre suo la gloria
d’aver tenuto a battesimo la civiltà europea. Insieme con GIULIO (si veda)
Cesare, O. è il simbolo della dignità imperiale, e il nome suo di imperator
cæsar avgvstvs consacra l’identificazione dell’impero con l’occidente. Il
titolo di ‘cesare’ da il diritto di successione al trono; quello di ‘augusto’
concede la dignità imperiale: il rito iniziato dai Flavii e ufficialmente
inaugurato d’Adriano e poi consacrato nelle formule del protocollo. Creatore
dell’impero e Cesare; fondatore e O., il quale e riuscito a far sopravvivere
l’opera e la gloria di Cesare in cinquantasei anni di regno, e della santità di
Cesare fa il patrimonio e il fondamento dell’Impero. Appare dunque ricco di
conseguenze per il mondo l’atto di adozione, col quale Cesare proclama suo
erede il nipote di una sua sorella, quel giorno che, alla vigilia di una
battaglia, mentre fa tagliare un bosco per costruirvi il campo delle legioni,
ordina si risparmiasse una palma come augurio di vittoria, e quella sùbito
gitta polloni alti e fiorenti. All’albo della Rinascenza, quando si inaugura la
ricerca storica e si annunzia fecondo di civiltà il quasi voluttuoso amore del
passato, e la romanità risorge nella cultura e nell’arte nutrite dalla possente
vita dei sensi, allora i due nomi di cesare e di augusto tornano ad essere
creatori della religione dell’impero. Allora il romanticismo eroico
dell’umanesimo celebra ed esalta l’idea imperiale di Roma con tanto devota ammirazione
che gl’italiani ne trarranno motivo di orgoglio e di serena fede, quando il
predone straniero spoglia e insozza le loro terre. E da quel grido di amore per
l’antica grandezza romana nasce un appassionato libro del Risorgimento, sul
primato della nostra gente e sulla universale missione d’Italia. |Allora,
all’alba della Rinascenza, fiorirono le leggende sui monumenti che sono rimasti
segni tangibili della sua presenza, a testimonio della grandezza d’O. Ed O.
apparve garante del miracoloso destino d’Italia, come nella formula dell’impero
che saluta l’imperatore con l’augurio che fosse più fortunato di Augusto:
felicior augusto. E si divulga la fama che nel mausoleo comunemente noto col
nome di Austa sorge circondata dalle tombe un’abside, ed O. e i sacerdoti suoi
vi celebrassero sacrifizi solenni, fra sacchi di terra raccolti d’ogni parte
del mondo a perpetuo ricordo delle genti sottomesse all’impero. L’Austa divenne
una fortezza inespugnabile, la fortezza più contesa di Roma, ed e strascinato
allo campo dell’Austa il cadavere di Cola di Rienzo e là e bruciato in un fuoco
di cardi secchi, in quegl’aanni che Petrarca scopre e vaticina nella grandezza
di Roma imperiale l’ideale politico italiano, distruggendo ogni antitesi tra il
passato e l’avvenire. E dopo che il maestro Marchionne d’Arezzo ha costruita
presso il Mercato di Traiano l’alta Torre delle Milizie, allora nasce, più
suggestiva e più vera, anche l’altra leggenda: che sotto la torre e un palazzo
incantato ed O. vi riposa. E un giorno si desterebbe dal sonno e tutto armato
uscirebbe con milizie e legioni, quando Roma e pronta a reggere e guidare per
la seconda o terza volta le sorti del mondo. Ottaviano. Keywords: vox augusta.
Ottaviano. Luigi Speranza, “La ragione conversazionale: Grice ed Ottaviano,”
pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “ The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza. Ottaviano.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Ottaviano:
all’isola -- la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale e il collettivismo
– la scuola di Modica – filosofia siciliana -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Modica). Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Modica, Ragusa,
Sicilia. Grice: “Perhaps with Holllinghurst, and Hogarth, of course, Ottaviano
is one of the few who have cherished in the analysis of ‘la curva’ or ‘la
linea’ – and it has revived a debate which should fascinate a few!” Diplomatosi a Modica, si laurea a Milano. Straordinario
di Storia della Filosofia a Cagliari, poi a Napoli, ottenne la cattedra, conseguendovi
la libera docenza ne passò poi a Catania, dove fonda e diresse l'Istituto di
Magistero, insegnandovi. Fonda la rivista “Sophia”. Grande conoscitore della
filosofia del periodo medievale, di cui peraltro ritrova e studiò molte opere
inedite, elaborò una propria teoria. Delle due saggi, “Critica dell'Idealismo”
(Napoli,) e “Metafisica dell'essere parziale” (Padova), la prima ma fu ben
presto censurata e poi bruciata pubblicamente a causa della sua dura critica
all'Idealismo di Gentile. Questa sua opposizione a Gentile, nonché le sue
critiche a Croce, gli valeno dure vessazioni accademiche. Compone inoltre un ampio e comprensivo
Manuale di storia della filosofia (Napoli). Membro dell'Accademia d'Italia, si
occupa, per primo, della filosofia di Gioacchino da Fiore, esaltato d’Aligheri
nella Commedia, pubblicandone un saggio. Pubblica il codice di Oxford “Joachimi
Abbatis Liber contra Lombardum,” che attribuì a qualche seguace della scuola di
Fiore. Mentre celebrava, a Novara, Pietro Lombardo, riprese a parlare di Fiore,
presentandolo come un romantico "ante litteram" e un fautore della
nazione italiana. Segnalò pure due ignorati codici gioachimiti della biblioteca
Casanatense di Roma, occupandosi altresì della condanna di Gioacchino da parte
del Concilio Lateranense ed evidenziandone lo sgomento suscitato. Inoltre,
nella rivista Sophia, diretta da lui ed allora edita dalla MILANI di Padova, da
spazio a vari studiosi gioachimiti. Sempre sull'argomento, ritenne dapprima
Gioacchino un triteista, ma, dopo aver visionato le tavole del Liber figurarum,
scoperto da Tondelli propese invece per un'ortodossia trinitaria. Fonda e
diresse un partito nazionale d'impronta social-liberale, che però non ha
seguito. Saggi principali: PAbelardo. La vita, le opere, il pensiero,
Poliglotta, Roma; Il Tractatus super quatuor evangelia, di Fiore, Archivio di
filosofia, Padova, Testi medioevali inediti. Alcuino, Avendanth, Raterio, AOSTA
(si veda), Abelardo, Incertus auctor, Olschki, Firenze; Joachimi abbatis Liber
contra Lombardum (Scuola di Gioacchino da FIORE (si veda)), Reale Accademia
d'Italia Studi e documenti, Roma, Un documento intorno alla condanna di
Gioacchino da Fiore, Rondinella, Napoli); Pier LOMBARDO (si veda), in
Celebrazioni piemontesi, Istituto d'Arte per la Decorazione e la Illustrazione
del Libro, Urbino; Critica dell'Idealismo, Rondinella, Napoli; Metafisica
dell'essere parziale, MILANI, Padova; “La tragicità del reale, ovvero la
malinconia delle cose. Saggio sulla mia filosofia, MILANI, Padova; Campailla.
Contributo all'interpretazione e alla storia del cartesianesimo in Italia,
introduzione e note Orsi, MILANI, Padova; Scarcella, Dizionario Biografico degli
Italiani, Orsi, Il filosofo della quarta età: ricordo di O., quotidiano “La Sicilia”,
Catania, di. Orsi, Tra Socrate e Gesù, Sicilia, Catania,. E. Scarcella, Dizionario
Biografico degli Italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Roma,. Gioacchino
da Fiore Pace, Info Magazine. Grice: “I
love Ottaviano: he had three main interests: philosophy, philosophy, and
philosophy. More specifically, as a Sicilian, he was not interested in Italian
philosophy, which he found too continental; he loved a mediaeval – and he loved
Gentile – he corresponded extensively with him! La visione cristiana di
Buonaiuti, Campitelli, Foligno. A proposito di un libro sul Prepositino,
Rivista di filosofia neoscolastica, Traduzione, prefazione e note di:
Cantuariensis, Opere filosofiche, trad. pref. e note di O., Carabba, Lanciano. Metafisica
del concreto. Saggi di una Apologetica del Cattolicesimo, Signorelli, Roma. Ricerche
lulliane, Estudis universitaris catalans; Abelardo. La vita, le opere, il
pensiero, Tipografia Poliglotta, Roma. Otto opere sconosciute di Lullo, Rivista
di cultura; L'Ars compendiosa de Lulle, avec une étude sur la bibliographie et
le Fond Ambrosien de Lulle, Paris; ristampata sempre in francese: L'Ars
compendiosa de Lulle, avec une étude sur la bibliographie et le Fond Ambrosien
de Lulle, O., Librairie philosophique Vrin. Guglielmo d'Auxerre. La vita,
le opere, il pensiero, Biblioteca di filosofia e scienze, Roma. A proposito di
un libro su AOSTA (si veda), in Rivista di filosofia neoscolastica. I problemi
del realismo, Giornale critico della filosofia italiana; Le Quaestiones super
libro Praedicamentorum” di Faversham, R. Accademia dei Lincei». Roma. Traduzione,
prefazione e note di AQUINO (si veda), Saggio contro la dottrina dell’unità
dell’intelletto, Carabba, Lanciano. Traduzione, prefazione e note di AQUINO (si
veda), Saggio sull'essere e l'essenza e altri opuscoli, prefazione, traduzione
e note critiche d’O., Carabba, Lanciano. Frammenti abelardiani, Rivista di
cultura, Prof. P, Loescher, Roma. Il Tractatus super quatuor evangelia di FIORE
(si veda), iArchivio di filosofia», Padova. Osservazioni critiche sui
presupposti del problema della conoscenza. Il superamento dell'immanenza sulla
base della nozione di individuo, Archivio di filosofia. Il pensiero e il suo
atto, Archivio di filosofia. La riforma della logica di Aristotele, Archivio di
filosofia. Nota polemica, Rivista di cultura. Le opere di Faversham e la sua
posizione nel problema degl’universali, Archivio di filosofia. Traduzione,
curatela e note di: TRACTATVS DE VNIVERSALIBVS attribuito ad AQUINO (si veda), cur. di O., Reale Accademia d'Italia, Roma. Introduzione,
traduzione, prefazione e note di AOSTA (si veda), Il Monologio, Palermo. Antologia
del pensiero medioevale. Per le scuole medie superiori, Ires, Palermo. Testi
medioevali inediti. Alcuino, Avendanth, Raterio, AOSTA (si veda), Pietro
Abelardo, Incertus auctor, a cura di O., Olschki, Firenze; San Vittore, la
vita, le opere, il pensiero, Lincei, Traduzione, prefazione e note di FIDANZA
(si veda), Itinerario della mente verso Dio, traduzione, prefazione e note di
O., Antologia del pensiero medievale per le scuole medie superiori, Palermo. Il
pensiero di Orestano, Ires, Palermo. Il superamento dell'immanenza in Varisco,
Archivio di filosofia, Traduzione e note di: P. Abelardus, Epistolario
completo. Contributo agli studi sulla vita e il pensiero di Abelardo, trad. it.
e note critiche d’O., Ires, Palermo. Joachimi abbatis Liber contra Lombardum.
La Scuola di Gioacchino da FIORE, cur. O., Reale Accademia d'Italia, Studi e
documenti, Roma. Critica del principio d'immanenza, Rivista di Filosofia
Neoscolastica, Il perduto “Liber de potentia, obiecto et actu” di Lullo in un
manoscritto romano, Estudis franciscans, Un documento intorno alla condanna di FIORE
(si veda), Rondinella, Napoli, Siculorum Gymnasium, Catania). Storia,
filosofia della storia, scienza della storia, Rivista di Filosofia
Neoscolastica, Un brano inedito della Philosophia di Conches, Morano, Napoli. Il
cosiddetto riferimento necessario alla coscienza nell'idealismo, Atti del Congresso
di Filosofia, Padova, Novità in filosofia, Milani, Padova. LOMBARDO (si
veda), in Celebrazioni piemontesi, Istituto d'Arte per la Decorazione e la
Illustrazione del Libro, Urbino. Critica dell'Idealismo, Rondinella, Napoli, Milani,
Padova, Traduzione, prefazione e note di: Abelardo, L'origine delle monache; e
La regola del Paracleto, traduzione, prefazione e note di O., Carabba,
Lanciano. L'unica forma possibile di idealismo, Rivista di Filosofia
Neoscolastica, La scuola attualista ed Eriugena, Rivista di Filosofia
Neoscolastica, Riflessioni sulla polemica Orestano – Olgiati, Rivista di
Filosofia Neoscolastica, Curatela di: CAMPANELLA (si veda), Epilogo magno
(Fisiologia italiana). Testo inedito con le varianti dei codici e delle
edizioni latine, cur. O., Reale Accademia d'Italia, Roma, Kritik des
Idealismus, mit einer Einfuhrung von Fritz-Joachim Von Rintelen:
Realismus-Idealismus?, Aschendorff, Munster. Metafisica dell'essere parziale, MILANI,
Padova. L'unità del pensiero cartesiano e il cartesianesimo in Italia, MILANI,
Padova. Scritti con giudizi della critica italiana, Tipografia agostiniana,
Roma. Panteismo o trascendenza, Humanitas; Il problema morale come fondamento
del problema politico, Milani, Padova. L'idealismo trascendentale e la
metafisica classica, Rivista di Filosofia Neoscolastica; La soluzione
scientifica del problema politico, Rondinella, Napoli. Le incertezze della
scienza moderna, Padova. Progetto di un disegno di legge per salvare la
Democrazia dalla dittatura, MILANI, Padova. Dalla democrazia ingenua alla
democrazia critica, MILANI, Padova. Che cosa è il social-liberalismo, MILANI,
Padova, Lineamenti programmatici per una riforma della scuola italiana, MILANI,
Padova. Presentazione di Sepinski, Cristo interiore secondo FIDANZA (si veda),
presentazione O. trad. di Orgiani, Politica popolare, Napoli. La tragicità del
reale, ovvero la malinconia delle cose. Saggio sulla mia filosofia, MILANI,
Padova. Critica del socialismo: ossia Introduzione alla teoria della proprietà
per tutti, MILANI, Padova. Introduzione alla teoria delle proprietà per tutti,
ovvero la mia soluzione al problema economico-politico, MILANI, Padova. Didattica
e pedagogia. Ovvero la mia riforma della scuola, MILANI, Padova. La legge
della bellezza come legge universale della natura. Considerazioni teoretiche e
applicazioni pratiche, MILANI, Padova. Manuale di Storia della filosofia, La
Nuova Cultura, Napoli. Manuale di storia della filosofia e della pedagogia, La
Nuova Cultura, Napoli. Appunti di pedagogia contemporanea. Personalismo e COLLETTIVISMO.
Introduzione alla teoria della proprietà privata per tutti, Solfanelli, Chieti.
Campailla. Contributo all'interpretazione e alla storia del cartesianesimo in
Italia, introduzione e note cur. Orsi, MILANI, Padova. Sophia: fonti e studi di
storia della filosofia, Palermo: Ires, Il complemento del titolo varia in:
rivista internazionale di fonti e studi di storia della filosofia; poi in:
rassegna critica di filosofia e storia della filosofia. Luogo ed editore
variano in: Napoli, Rondinella; poi in: Padova, Milani. Alcuni dei saggi più
significativi da O. per Sophia: Le rationes necessariae in AOSTA (si
veda), in Questioni e testi medievali, Sophia, Novità abelardiane, in Questioni
e testi medievali, Sophia; Storicismo attualista, Sophia, Storicismo
attualista, seconda puntata, Sophia; Controversie medievali. A proposito della
paternità tomistica AQUINO (si veda) di un “Tractatus de universibus, e della
data del De unitate intellectus, Sophia», Intorno al Congresso di Filosofia di
Padova, Sophia; Intorno alla critica dell'immanenza, Sophia, Critica del
principio di immanenza, Sophia, A proposito della storia, Sophia. I grandi
idealisti, Sophia. L'idealismo sulla via di Damasco, Sophia. Contraddizioni
idealistiche, Sophia. La fondazione del realismo, Sophia. Postilla alla difesa
del principio di immanenza, Sophia; Postilla a Immanenza, idealismo e realismo,
Sophia». Idealisti per forza, Sophia, Ancora sulla fondazione del realismo, in
Sophia; Fanatismo idealista, ovvero l'agonia dell'idealismo, Sophia; Nuova
illustrazione del documento intorno alla condanna di FIORE (si veda). Postilla,
Sophia; Intorno all'idealismo e al realismo, Sophia, Postilla a Chiocchetti: “A
proposito dell'idealismo d’O., Sophia; Anti-moderno, Sophia; Intorno alla
critica all'idealismo, Sophia; Intorno alla valutazione della filosofia, Sophia;
La teoria delle “species” e l'idealismo immanentistico, Sophia; La natura della
sensazione e la fondazione del realismo, Sophia; Referendum ai nostri Lettori
in occasione della ripresa delle Rivista, Sophia, Sophia, Il vero significato
della relatività galileiana nel movimento,
Sophia. Natura pura e soprannaturale, Sophia. I fondamenti logici della
relatività, Sophia. Gl’argomenti probativi dell'evoluzionismo, Sophia, Intorno
al significato storico dell'idealismo italiano, Sophia; Intorno alla legge di
conservazione dell'energia, ossia del materialismo, Sophia, Intuizionismo e
logicismo in matematica, Sophia, Intorno alla gratuità dell'ordine
soprannaturale, Sophia; Postilla a Riverso, Aporie e difficoltà del Positivismo
logico, Sophia; Valutazione critica del pensiero di Croce. L'estetica, Sophia,
Valutazione critica del pensiero di Croce; Lo storicismo assoluto, Sophia,
Bilancio di Croce, Sophi. Einstein filosofo, Sophia, Giudizio intorno alla
Logistica, Sophia, Logica, matematica, poesia, Sophia, Crolla l'idolo
einsteiniano, Sophia, Il“compagno Scioccherellov, ossia la tragicommedia del
comunismo, Sophia, Mi intrattengo ancora con il compagno Scioccherellov,
Sophia, “Individui di tutto il mondo unitevi”, ossia Critica della democrazia
come idea-forza, Sophia, Giudizio su Croce come uomo politico, Sophia. L'assalto
alla diligenza, ossia la scuola privata ecclesiastica e laica all'assalto del
tesoro della stato, Sophia, Difesa della scuola statale, ossia l'anti-stato
contro lo stato, Sophia, L'ordine della scuola italiana”, Sophia, In difesa
dell'umanità Abbasso gli scienziati, viva i filosofi!, Sophia. Come integrare
la dottrina relativistica di Einstein, Sophia, O. nella filosofia del
Novecento, Atti dei convegni tenuti a Milano e Catania, cur. Rando e Solitario,
Prometheus, Milano. A. Cartia, Tempo, memoria e infinito. I temi del
tragico nell'opera di O., cur.
Ghisalberti e Rando, Prometheus, Milano Bontadini, Dall'attualismo al
problematicismo, Brescia. Coniglione, Sophia. Nel segno d’O.: una rivista a
tutto campo, in La cultura filosofica italiana attraverso le riviste, cur. Giovanni,
Angeli, Milano, Croce, Conquiste filosofiche a passo di carica e a suon di
tromba, Critica, Orsi, Il filosofo della
quarta età: ricordo d’O., Sicilia”, Catania, Orsi, O: Tra Socrate e Gesù, Sicilia”,
Catania, Orsi, Appunti autobiografici ed evoluzione filosofica d’O., Archivium
Historicum Mothycense, Orsi, Metamorfosi di un'opera quale compendio di una
vita filosofica, Introduzione a O., Campailla. Contributo all'interpretazione e
alla storia del cartesianesimo in Italia, introduzione e note a cura di Orsi, MILANI,
Padova, Noce, Il problema dell'ateismo, Teismo e Ateismo politici: postulato
del Progresso e postulato del Peccato, Mulino, Bologna, Noce, Gentile, Mulino,
Bologna, Tommasi, Compendio di una vita filosofica: Carmelo Ottaviano, in Voci
dal Novecento, a cura di Pozzoni, Limina Mentis, Villasanta Ferro, L'anti-moderno di O., Rivista di
Filosofia Neoscolastica, Garin, Cronache di filosofia italiana, Laterza, Bari, Mathieu,
La filosofia del Novecento. La filosofia italiana contemporanea, Le Monnier,
Firenze Mazzantini, La riduzione ad absurdum dell'immanenza gnoseologica, Rivista
di Filosofia Neoscolastica, Vita e Pensiero, Milano. P. Mazzarella, Il
contributo di O. agli studi di filosofia medievale, Sophia, Mazzarella, Tra
finito e infinito. Saggio sul pensiero di O., Milani, Padova, Mignosi, O.,
Tradizione, Minazzi, Il principio di immanenza nel dibattito filosofico italiano:
il confronto tra Preti e O., Protagora, Aspetti e problemi della filosofia
italiana contemporanea, cur. Quarta, Scarcella, O. in Dizionario Biografico
degl’Italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Roma, Sciacca, Di una
recente critica del principio di immanenza, in «Ricerche filosofiche», Sciacca,
Il secolo XX, Bocca, Milano. Carmelo Ottaviano. Ottaviano. Keywords. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice ed Ottaviano” – The Swimming-Pool Library. Ottaviano.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice ed Ovidio: la ragione conversazionale e l’implicatura
convrsazionale – Roma – la scuola di Sulmona -- filosofia abruzzese --
filosofia italiana – Luigi Speranza (Sulmona).
Filosofo italiano. Sulmona, L’Aquila, Abruzzo. Publio Ovidio Nasone. Muore a
Tomi, rivela influssi filosofici assai svariati. A Posidonio, mediato da
Varrone, si fa risalire la rappresentazione dell'età dell'oro e dello sviluppo
della cultura (“Met.”; “Fasti”). Dalla setta di Crotona deriva in larga
misura il libro XV delle Metamorfosi, in cui Pitagora -- di cui si dice che si
innalza sino al divino colla filosofia e scorge con l’animo ciò che la natura
nega agli sguardi umani -- espone ai discepoli un ampio insegnamento sulla
natura, il divino, numerosi problemi naturali oscuri e condanna l’uso delle
carni animali, giustificando questa proibizione con la teoria della
metempsicosi. Nella tesi che nulla è stabile nella natura e nell’uomo, che
anche gli elementi si trasformano gli uni negli altri, si notano invece
influssi eraclitei e di Girgenti. La formazione del mondo dal caos (Met.), in
complesso, riecheggia il portico, ma include anche elementi che fanno pensare a
Girgenti, ad Anassagora e a Lucrezio. For a contemporary Roman reader of Ovid's
Metamorphoses – usually just the emperor -- who has made his way through the
labyrinth of mythological tales that comprise, one segment becomes in some ways
a fresh start. It begins the third and last pentad. As he marks this formal
boundary, Ovid introduces what he calls a *historical* emphasis. Troy is
founded, and from Troy's story that of Rome arises. Roman matter, settings, and
themes occupy ever more of our attention as the thing approaches its end. Ovid
includes some of the same tales that he had used in his less successful (less
read, not even the emperor read it!) in
the Fasti, his “most Roman work” in terms of its proclaimed matter: the very
Roman calendar – “tempora cum causis Latium digesta per annum.” – And the
Romans always found a cause to celebrate! As we read of Hippolytus deified as
Virbius, or encounter the list of Alban kings, the last pentad of the
Metamorphoses, too, begins to resursigate for a more imperial readership the
“Fasti.” And yet the latter ‘Roma historical’ part of of the Metamorphoses is
fully continuous with the first part, simultaneously a fresh start and a
seamless continuation. Ovid’s *Roman* historical emphasis is a development of
long-established patterns. First Trojan, then Roman subjects signal the work's
conclusion, wherein the large-scale historical progression promised in the
work's opening lines will be fulfilled: having set out "from the first
beginnings of the world," primaque ab origine mundi Ovid's narrative will
now reach "my own times," mea tempora the present for both author and
readers. Thus, if we, after reading of so many nymphs and maidens transformed
into trees or waterfowl, are surprised to find Romulus and Julius Caesar
turning up, Ovid's development and fulfillment of narrative patterns also
remind us that from the start we had reason to expect such figures to appear.
His vast work of transformative myth embraces even them. Whereas Rome
contribute something new to the last pentad of the Metamorphoses, she also functions
in a fashion that Ovid has made throughly familiar. Already at the start, the
council of the gods, called by Jupiter to discuss Lycaon's crime, offers a
striking Romanisation of heaven's architecture and social distinctions, with
mention of “atria nobelium,” “plebs,” and the like." When Ovid represents
Jupiter summoning the gods to the “palatia Caeli,” Jupiter becomes not only
Romanized but a reflection of Ottaviano, whose casino stood on the earthly
Palatine Hill. Shortly thereafter, Ovid explicitly addresses Ottaviano in a
context that links Lycaon's assassination attempt on Jupiter to contemporary
attempts on Ottaviano’s life. Both crises cause astonishment throughout the
world. “Nec tibi grata minus pretas, Auguste, tuorum est, quam fuit illa loui.”
Thus, in returning to current events Ovid recalls to our minds their heralded
arrival near the beginning. Also familiar is the narrative use Ovid makes of the
Roman matter. Rome functions largely as a frame for other tales, which are
often only tenuously related to the newly-prominent national theme – or rather
the theme of the history of the nation. We are well aware, when we arrive at
this point, that traditionally important and familiar cycles of myth, such as
those concerning Theseus and Hercules function mainly as framing devices that
connect tales. Many of these are only tangentially related to the framing
narrative, or are even altogether remote from it. No sooner does Ovid introduce
Troy than he begins to employ it in this now-familiar narrative mode. The
traditional story appears to establish a structural pattern for the progress of
the narrative, but it is soon displaced, as tales succeed tales. Troy may be
familiar ground, but its familiarity does not enable us to predict our
convoluted path through Ovid's work with any confidence. Who could guess, when
Laomedon founds Troy, that Ceyx and Alcyone would occupy much of our attention?
As we read their tragic tale, we may observe thematic links to other tales in
the Metamorphoses, as in the personification of Somnus, which formally recalls
those of Inuidia and of Fames. Yet the topic of Troy has disappeared, at least
for now, from view. So has the new historical emphasis. For the tale of Ceyx
and Aleyone is as mythical, as fabulous, as anything in the preceding material.
Indirection and unpredictability remain characteristic of the narrative even as
Ovid draws Roman historical material within his scope. One might expect Roman historical
themes to alter the Metamorphoses. Instead, the Metamorphosis-motif alters
them. An especially powerful symbol of Ovid's transformative language is his
last and most ambitious personification, the House of Fame. After Ceyx and
Aleyone, Ovid abruptly returns to Trojan subjects with Aesacus, then recounts
the sacrifice of Iphigenia and the arrival of the Greek fleet at Troy. But
before proceeding with the Trojan War, he introduces a remarkable descriptive
passage on Fama, beginning with these lines: “orbe locus medio est inter
terrasque fretumque caelestesque plagas, triplicis confinia mundi; unde, quod
est usquam, quamuis regionibus absit, inspicitur, penetratque cauas uox omnis
ad aures. Fama tenet summaque domum sibi legit in arce.” There is a place at
the middle of the world, between land, sea, and the heavenly region, at the
boundary of the threefold universe. From here one can see anything anywhere,
however distant its place; and every voice comes to one's hollow ears. Rumor
holds it, and selected its topmost summit for her house. This is the last and
the most ambitious, though not the longest, of the large-scale personifications
in the Metamorphoses ambitious because, whereas with Inuidia and Fames Ovid
achieves a rich and grimly detailed impression of corporality through his
descriptive language, here indistinctness is paradoxically the goal of precise
description. The lines just quoted appear to establish theplace of Fama's
house, but in a way that defeats definition; for the house occupies a liminal
site, hovering at the boundaries between earth, sea, and sky. The structure
itself if it can be called a struc-scarcely separates inside from outside, for
its porous nature defeats such distinctions: “innumerosque aditus ac mille
foramina tectis addidit et nullis inclusit limina portis: nocte dieque patet;
tota est ex aere sonanti, tota fremit uocesque refert iteratque, quod audit.
nulla quies intus nullaque silentia parte.” She added innumerable approaches to
the building, and a thousand openings. With no doors did she shut its
threshold: it lies open night and day. The whole house is of resounding brass,
produces a roar, echoes and repeats what it hears. There is no quiet within,
silence in no quarter. In and out of the house issue personified rumors: atria
turba tenet: ueniunt, leue uulgus, cuntque mixtaque cum ueris passim commenta
uagantur milia rumorum confusaque uerba uolutant. A throng occupies its halls;
they come and go, a light crowd; lies mixed with truth wander here and there by
the thousands; and the confused words of rumor roll about. Only when this
expansive description is finished do we learn its relevance to its
surroundings: rumors of the Greek expedition have reached Troy. This house of
Fama and her attendant rumors, "lies mixed with truth," creates a
remarkable preface to the beginning of the Trojan War, inviting us readers to
consider it as an interpretive comment on all that follows. Feeney connects the
passage to themes of poetic authority in the Metamorphoses; indeed, the
authority of Ovid's epic predecessors, especially Homer's lad and Odyssey and
Virgil's Aeneid, is at issue in the later books of the Metamorphoses, where
extensively adapted sometimes severely distorted-versions of their tales are
woven into a new fabric. For much of the rest of Book 12, for instance, Nestor
narrates the battle of Lapiths and Centaurs, as he did in Book 1 of the liad:
but Homer's version is a brief summary, meant to illus-trate a point in its
context, Ovid's a vast expansion that engulfs its context, displacing the
Trojan War in our attention for hundreds of lines. Fama dominates the rest of
Ovid's poem, from Book 12 to the end, not only because of the formal
introductory description of the house of Fama, but also because of the
increasing role of internal narration in the later books: as the poem proceeds,
the epic narrator recedes, and more and more tales are reported by an internal
narrator to an internal audience. Fama also forms a boundary, prominently
recurring at the very end of the Metamor-phoses, where fama provides the means
of the poet's continued sur-vival: perque omnia saecula fama,/ siquid habent
veri uatum praesagia, winam. The recurring presence of Fama serves as a
reminder of the fundamental lack of definition and stability characteristic of
narrative style throughout the work. Flux remains Ovid's theme to the end, and
Fama provides both a symbol and an embodiment of flux within the narrative.
Fama resists the tendency toward interpretive simplicity and transparency that
the introduction of historical and political topics might lead us to expect. As
we proceed through the last pen-tad, historical and historico-political modes
of understanding events, however pervasive their presence, ultimately never
reduce Ovidian flux to order. Fate, for instance, a cosmic principle beloved of
some Greek and Roman historians, whose workings they trace in the unfolding of
events, duly turns up from time to time in Ovid's Metamorphoses, and does so as
a theme of historicized myth that is likely to remind us of Virgil's Aeneid.
Yet, whereas the Aeneid is deeply imbued with a sense of fate, guiding the
reader to a teleological understanding of myth and history, fate is an
historical prop in the Metamorphoses part of the furniture of historicized
myth. Far from dominating its context, the context dominates it, as in the
summaries of the Eneide that Ovid employs as framing devices -- non tamen
euersam Troide cum moenibus esse/spem quoque fata sinunt.” These lines
introduce Enea’'s departure from Troy with unmistakable reference to Virgil's
plot and theme. WhereasVirgil integrates fate (fatum, il fato) into the
structure and architecture of the “Eneide”, however, Ovid reduces fate and its
impact on events to barest summary. Ovid acknowledges Virgil's historical
vision without permitting that vision to structure his narrative or his
readers' experience of it. Instead, Ovid shamelessly *appropriates* Virgilian turns
of phrase in the national epic for a characteristic Ovidian witticism, playing
simultaneously on the literal and figurative senses of euersam. Troy's walls
are physically overturned, but her hopes, conceptually and metaphorically are
not overturned. Sylleptic implicature of this kind saturates the Metamorphoses
and embodies its themes of transformation on the narrative surface: the loss of
human identity in metamorphosis, the shifting of boundary between human and
natural, indeed the obscuring of any such boundary are events typical of the
Metamorphoses;. Ovid now sets the plot of Virgil's Aeneid among them,
exploiting Virgilian language for his own transformative wit. Although there is
a shift to historical and this national theme, and with them a more direct
engagement with Ovid's epic predecessors, the Metamorphoses remains the same
poem it was. The porous, echoing, boundary-less, and visually indistinct house
of Fame incorporates all within it. Ovid's epic predecessors are a conspicuous
presence and readers familiar with them may try to understand Ovid's material
in similar terms. Yet Ovidian slipperiness remains. Ovid refuses to be pinned
down, to yield to interpretive stability, although his readers may crave it. In
fact, by introducing interpretive frameworks familiar from his
predecessors-Virgilian fate, for instance, in the lines quoted above Ovid takes
advantage of his readers' desire for clarity: he invites us to reach
conclusions, then fails to sustain them. The concept of fate drawn from the
philosophy of the Porch is one interpretive possibility that turns up in the
Metamorphoses, yet without the structured development that Virgil gives it;
Augustan historical vision is another. By introducing historical and political
subjects into his work, Ovid invites readers to consider the relationship of
the Metamorphoses to the world outside it -- not only to the Aeneid and earlier
Roman epic on historical themes, but also to Augustan ideology and its
expression outside poetry -- in the architectural projects, for instance, by which
Ottaviano “transforms’ the Romans' physical environment. When he introduces the
voyage of Aeneas alluding to the plot and eventhe vocabulary of Virgil's epic,
Ovid acknowledges his contemporary readers' awareness that the Aeneid has
overwhelmed other versions of this story. Ovid could not retell this story with
directing readers awareness from his own text to Virgil's. When Ovid incorporates
the apotheosis of Romulus into the narrative of Book 14, readers are likely to
find that their thoughts turn unavoidably to Ottaviano’s identification of
himself as Romolo – Roma’s first king --, and to accompanying images and
slogans concerning the foundation of Rome. Because Ottaviano eventually gains,
like Romolo, a place among the dia, Ovid's apotheosis of Romulus invites his
readers at least provisionally to define the relationship between this figure
from the remote past and his contemporary embodiment. Ovid presents a parade of
heroes in the later books of the Metamorphoses. Hercules leads the way; then
Aeneas, Romulus, Julius Caesar, and Ottaviano form a triad of apotheosised
mortals. These three figures are already iconic when they turn up in Ovid's
poem iconic in the sense that they resemble images that are powerfully
identified with meanings, like the statues of these very heroes that stood in Ottaviano's
forum. Because Ovid's parade of heroes arrives accompanied by preexisting
interpretive baggage, it will be worthwhile to contrast these two fundamentally
different sites of meaning, each with its own ways of associating ancient with
contemporary heroes. The Forum of Ottaviano an architectural space well
designed and equipped to promote a unified and coherent set of messages about
the relationship of past to present; and Ovid's Metamorphoses, a fluid
narrative on the prevalence of change, whose author enacts his theme by mischievous
artistry, establishing patterns of meaning, then disrupting and fracturing
them. Historical patterns are among those that Ovid deliberately reduces to
incoherence. Each of these sites of meaning is powerfully manipulative, and
each achieves its impact by means well suited to the message. Meeting a Roman
hero in the “Forum Augusti,” the observer's upward gaze would encounter not
only an impressive image, but also a titulus, identifying him, and an elogium,
recording his achievements. Furthermore, this experience takes place within an
architectural complex, the Forum Augusti, erected by Ottaviano in payment of a
vow made while fighting his adoptive father's assassins at Philippi.Within so
structured an experience, the observer of its visual images and inscriptional
texts is unlikely to go far astray in interpreting them. Although the battle
occurred some time ago, the Forum itself, dedicated, is a recent reminder of
that event for the readers of Ovid's Metamorphoses. In the parallel exedras
along its longer sides stood statues of Enea on one side and Romolo on the
other. For Ovid to set the parallel apotheoses of these same heroes near each
other is to make inevitable the reader's recognition of Ottaviano’s meanings
attached to these deified heroes. At the same time, in the Metamorphoses these
figures are iconic in a far less tightly regulated context of meanings than
they are in the forum. Though now purely verbal, they resemble ideological
statements less than do the forum's statues. Ovid presents his portraits, so to
speak, without titulus and elogim to regulate their interpretation. Thus
exposed, the portraits lose their interpretive transparency and become
vulnerable to incorporation into Ovidian flux. Consistent with the organization
and coherence of the Forum Augusti is the fact that its symbolism is easy to
interpret. Within the temple of “Mars Ultor,” for instance, stood cult statues
of Mars – MARTE LUDIVISI – Romolo’s father, parent and protector of the Romans,
and Venus, the ancestress of the Julian gens. Everything about these images
directs the viewer's attention away from the adultery of Marte and Venere so
prominent in their mythological tradition. Only the irreverent and satirical
perspective that Ovid offers in Tristia 2 resists the ennobling abstraction of
such figures and drags adultery back into view. There, Ovid describes the cult
statues of Marte and Venere, who stood next to each other in the temple's
cella, as Venus Vitori ncta (Ir.), "Venus joined to the Avenger" -- an
expression that invites reflection on the sexual significance of “iungere."
Venus's husband stands outside the door, wir ante fores."? A myth of
political origin, its official representation in art, and resistance to it are
prominent also in the Metamorphoses in the tale of Arachne. It is enough to
emphasize here that the tale offers rich reflections on official interpretation
of art. When Minerva chooses to depict her victory over Neptune in the two
divinities' dispute over the naming of Athens, her tapestry, decorously ordered
and balanced, promotes its didactic message with unavoidable clarity, while
offering an aesthetic correlate to the power of enforcement that lies behind
that message. Readers often side with the Arachne and her irreverent depiction
of divine misbehavior; yet Minerva does not ask for our approval, nor need she
take much thought for the judges of the con-test. Her views of the story are
enforceable and will determine the outcome of the plot. Her power allows her to
impose her perspective on events. Because the historical subjects of the later
books of the Metamorphoses so often bring official interpretations within view,
it is worth noting that, according to one political approach to literature
currently in favor, only official interpretations are possible. On this view,
all activity of writing and reading takes place within a fixed political
system, often unrecognized by the participants, that "advances the
interests" of "elites."' Proponents of this approach offer a
powerfully reductive historicism: nothing is important about literature except
the historically determined power-relationships that govern its production and
reception; all attention to literary qualities of a text is sentimental and
self-indulgent aestheticism. Whereas this view contracts all understanding of
literature to the narrowly political, some recent writers on history in Roman
literature expand the historical to a larger field that embraces Varro's
theologia tripertita and the universal history of Cornelius Nepos, Diodorus
Siculus, and others. In the shift, for instance, from mythological to
historical subjects in the Metamorphoses, we can see a broad similarity to
Varro's “De gente populi Romani.” Wheeler's work on elements of history in the
Metamorphoses shows that Ovid's awareness of historical principles is far
deeper and more intimate than has been recognized before. For instance, the
poem's "alternation between diachrony and synchrony is a narrative
technique characteristic of universal history. The poem's chronological
framework from first origins to the present also reflects the aims of universal
history; yet Wheeler, like most critics today, does not view the poem "as
a natural process of evolution from chaos to cosmos, culminating in the peace
and properity of the Augustan age."' Arguing for a subtler and less
overtly political patterning of events, Wheeler traces historical principles
behind the increasingly historical subject matter of the last pentad. The
movement from myth to history represents "a shift," in Wheeler's
view, "from a theologia fabulosa to a theologia civilis." The terms
are Varronian, and invite us to contemplate the Metamorphoses alongside Varro's
“Antiquitates rerum humanarum et divinarum” -- a massive and comprehensive
work, among whose aims was to organize conceptions of divinity into mythical,
natural, and civic (Aug., Ci. Dei). Ovid is known to have used the “Antiquitates”
as a source in the later books of the Metamorphoses as well as in the Fasti,
and it is surely right to call attention to the presence of Varronian
principles in Ovid's work. Yet, Varro's conceptual organization does not
structure Ovid's work, and Varro's religio-historical vision only partly
informs Ovid's. Ovid brings Varro into the mix just as he does Ottaviano’s
mythologizing and the historical mythologizing undertaken by his epic
predecessors, especially Homer, Ennio, and Virgil. P. Hardie has recently
argued for the presence of Livy in the Metamorphoses, arguing that Ovid's
vision is fundamentally historical. Ovid writes the long historical epic that
Virgil self-consciously had abjured. Recent emphasis on history in Ovid has
much to teach us about his intellectual depth and awareness of contemporary affairs;
yet it also runs the risk of presupposing a conceptual tidiness and order that
Ovid's work in fact thwarts and defies. The historical vision of the
Metamorphoses remains deeply fractured, stubbornly resistant to schematizing,
and intentionally incoherent. Ovid acknowledges historical conceptions, but his
work escapes their power to shape his material and to govern our responses to
his text. Ovid's"historical" books are as strange, perverse,
unpredictable, and provocative as the "fabulous" books that precede
them.In Book 11, the Metamorphoses suddenly becomes historical: "the
'historical' section actually begins at with Laomedon's founding of Troy. To be
sure, the poem has pursued the course of history from the opening lines of Book
1, while Romanization on both a large and small scale has kept contemporary
reference, analogies, and allegorical interpretive options before our eyes
throughout the progress of the work. Yet the foundation of Troy, which turns up
as a narrative topic just after King Midas has received ass's ears, abruptly
brings the poem's subject-matter within the boundaries of history. For the Romans,
in so far as a distinction was made between history and myth, the Trojan War
tended to mark the dividing line. This, with its aftermath, occupies the next
three books. Because, however, Rome's origins are in Troy, this also begins a
narrative sequence that continues to the end of the poem, and indeed to the
moment of reading for Ovid's Roman audience. In the last pentad,
"mythical" tales continue unabated, but now jostle with tales from
Roman history and even "current events," all brought within the
narrative sweep. Among "current events" we may locate the
transformation of Julius Caesar's soul into a star. Yet this transformation is
thoroughly mythologized, for it occurs among the activities of the goddess
Venus. With Troy's foundation, history arrives well integrated into the poem's
patterns of mythological narrative. We might expect that lin-carity and clarity
of narrative progress would arrive along with historical subjects, and indeed
the last pentad is sometimes described as if this were the case. When we reach
Laomedon's Troy the principle of chronological sequence takes charge again: it
is 'after that' rather than 'meanwhile' that sustains the illusion of reality. But
Wilkinson's impression is in fact illusory. The amount of material recounted by
internal narrators steadily increases in the later books, so that chronological
movement is constantly interrupted and postponed by tales of the past, recent
or remote. Even more remarkable is the fact that history arrives together with
manifest anachronism. It is often noted that the participation of Hercules in
the foundation of Troy -- his rescue of Hesione and his capture of the city
after Laomedon refuses him the promised horses -- occurs lines after the hero's
death and apotheosis. Ovid makes no attempt to reconcile the chronology. Wheeler
has explored Ovid's anachronisms in revealing detail, showing that at Hercules'
death. Troy is assumed to exist already in the world of the poem, and that
"Ovid could have avoided the anachronism by placing stories about the dead
and deified Hercules in the mouths of characters who report retrospective
events in inset narratives that temporarily suspend the main chronological
thread. Instead, Ovid flaunts his disruption of chronology, first recounting
Hercules' death and apotheosis, then introducing a narrator, Alemene, mother of
Hercules, to recount his birth. Chronology appears to reverse direction, but
chronological dislocation turns out to be more complex than simple reversal.
Wheeler's conclusions refute the common notion that Ovid's shift to historical
topics results in a more linear narrative explication and greater chronological
regularity. The reintroduction of Hercules is therefore part and parcel of a
larger web of anachronism involving the foundation of Troy and the marriage of
Peleus and Thetis, both of which should have occurred already in the poem's
historical continuum. It should be clear, furthermore, that Ovid's
transpositions of the foundation of Troy and the marriage of Peleus and Thetis
are a deliberate structural strategy to furnish new points of origin for the
narrative of the final books of the poem. That is, Ovid deliberately violates
his earlier chronological scheme to provide new beginning points for the final
pentad i.e., from the foundation of Troy and the birth of Achilles to the
present) As a result, the formality and regularity of the pentadic structure
produces a paradoxical result: on the one hand, it divides the work
symmetrically into thirds and hence to some extent structures the experience of
the reader: we may compare the division of Virgil's Aeneid into halves, in
allusive reference to the Odyssey and Iliad." On the other hand, in
effecting a new beginning for thelast pentad, Ovid reinforces the narrative
indirection and unpredictability that have characterized the Metamorphoses from
its beginning. The tales that follow the foundation of Troy both illuminate and
obscure the newly initiated narrative patterns of the last pentad. At this
point, Ovid's readers may expect him to expand upon the origins of the Trojan
conflict. He does so in his account of Peleus and Thetis, the parents of
Achilles, but hastily summarizes the elements of the story that are
traditionally the most important: Thetis receives a prophecy that she will bear
a son who will surpass his father; Jupiter, despite his passion, avoids mating
with Thetis "lest the universe contain anything greater than Jupiter"
(ne quacquam mundus loue maius haberet). Ovid alters the authority for the
prophecy, substituting the shape-shifting divinity Proteus for Themis as its
source. He then develops the story in his own way, dwelling upon a description
of the bay frequented by Thetis, Peleus's attempt to, assault her (which she
thwarts by shape-shifting), Proteus's advice to Peleus that he tie her up as
she sleeps, and the successful results. Some of this account will remind us of
epic predecessors, for Proteus is familiar from the Odyssey as well as from a
brief appearance carlier in the Metamorphoses and from Virgil's Georgics. Yet
in emphasizing shape-shifting and sexual assault, Ovid flaunts the unedifying
nature of his account and its lack of relevance to any of the large-scale
themes, providential, historical, and originary, that one might expect at the
threshhold of events that lead to the foundation of Rome. An account of origins
this may be, with reference to historical subjects, and formally analogous to
Virgil's reworking of Homeric material in the Aeneid. Yet Ovid offers it
manifestly without the interpretive guidance that would associate it with
Virgilian themes. As an account of origins, it explores causes of the Trojan
War still more remote than those developed by Ovid's pre-decessors, suggesting
a line of interpretation that traces events back to lust, violence, and
deception at least as much as to beneficent destiny. Ovid on the one hand
traces Trojan subject matter from its origins, and on the other
characteristically takes his narrative into unforeseen directions. The tales of
Daedalion and his daughter Chione and of Geyx and Aleyone are intricately
linked to the matter of Troy; yet in them Ovid pursues free-wheeling
digressivevariety that is entirely consistent with the earlier books of the
Meta-morphoses, in no way more linear, predictable, or goal-directed than
formerly. At the end of Book 11, Troy, chronology, and fate turn up in another
tale of amorous pursuit. Ovid attaches his tale of Aesacus, a son of Priam
first known from Ovid's version, to that of Geyx and Alcyone, whose unhappy
tale of fidelity and loss has long occupied our attention. Observing the royal
couple, now transformed to kingfishers, near the shore, an old man and his
neighbor shift their conversation to another sea-bird, the diver, who likewise
turns out to have a human history and even royal lineage. In a send-up of
learned claims to poetic authority," Ovid's narrator cannot tell us which
of the two interlocutors is the source for the story: proximus, aut idem, si
fors tulit... dixit. The irony of this crisis of authority is especially marked
by the genealogical king-list that follows, which approaches annalistic, even
inscriptional style: et si descendere ad ipsum ordine perpetuo quaeris, sunt
huius origo Ilus et Assaracus raptusque loui Ganymedes Laomedonue senex
Priamusque nouissima Troiae tempora sortitus. frater fuit Hectoris iste: qui
nisi sensisset prima noua fata iuuenta forsitan inferius non Hectore nomen
haberet. And if you wish to follow his lineage down to him in continuous
sequence, his ancestors were llus, Assaracus, Ganymede, seized by Jupiter, and
Priam, allotted Troy's last days, That bird there was Hector's brother. If he
had not experienced a strange fate in early youth, perhaps he would have no
less a name than Hector's. Ovid appears simultaneously to claim and to obscure
authority for the tale. To complete the paradox, he refers to the king-list as
ordo perpetuus, "a continuous list": thus the pretensions of his
carmen perpetum to be a universal history, conducted in unbroken sequence from
first beginnings to the present, serve to introduce a tale of admittedly
indeterminate origin. The tale that follows is primarily a natural actiology,
incorporating both historical and epic subjects into an account of how Hector's
brother became the origin of a species of sea-bird. Aesacus chasesHesperie, who
in her hasty flight steps on a snake, Eurydice-like, and dies of its bite. Her
pursuer is introduced as hating cities and devoted to rural life, yet unrustic
in his susceptibility to love: non agreste tamen nec inexpugnabile amori/
pectus habens. Amor agrestis is not uncommon in the Metamorphoses and will soon
be fully developed in the tale of Polyphemus. What is unusual in Aesacus are
his guilt and remorse at Hesperie's death: uulnus ab angue a me causa data est.
ego sum sceleration illo, qui tibi morte mea mortis solacia mittam. The wound
was given by the snake, the cause by me. I committed a greater crime than the
snake, and will send you consolation for your death by my ow. When he throws
himself from a cliff, the sea-goddess Tethys pities him and transforms him into
the diver; the verb mergitur at the end of the story echoes the noun mergus at
its beginning. Thus, the whole story is framed as an aetiology of the bird's
name, and so establishes a link between the history of Troy and the origins of
the natural world. Trojan history, along with all notions of historical
progress to the glorious present, becomes naturalized and incorporated into aetiological
explication; natural phenomena, meanwhile, receive a history, and suggest that
an historicized understanding of nature is possible. Natural actiologies are
prominent in Ovid's integration of Trojan subjects into the Metamorphoses. As
he introduces more Roman subjects and Roman heroes into his narrative, his
atiological focus turns from the earth to the heavens. The poem's first apotheosis
is that of Hercules. A sequence of apotheoses and catasterisms follows. After
Jupiter promises Venus to make the soul of her descendant, Julius Caesar, into
a star, she, although unable to prevent Caesar's murder, snatches the soul from
his limbs and carries it to the heavens. There, having become a star, it
rejoices to see its own deeds outdone by those of Ottaviano. When Ottaviano
forbids his own deeds to be preferred to his father's, personified Fama
reappears to thwart him: hic sua pracferri quamquam uetat acta paternis, libera
fama tamen nullisque obnoxia iussis inuitum prefert unaque in parte repugnat.
Although he forbids his own deeds to be preferred to his father's, nevertheless
Fame, free and not yielding to any commands, prefers him against his will,
defying him in this matter only. To attribute modestia to a ruler is standard
in panegyric, and equally standard are the exempla that follow;'' but because
these lines appear in the Metamorphoses, they invite multiple perspectives on
the events described. Readers are already familiar with Fara as the source of "lies
mixed with truth," which issue from her echoing house, and have met her
also as "the herald of truth," offering an accurate prophecy about
the royal succession among Rome's early kings: destinat imperio clarum
praenuntia ueri/fama Numam. Later, Pythagoras claims Fama as his authority for
predicting the rise of Rome: nunc quoque Dardaniam fama est consurgere Romam. To
be sure, any claims of truth for Fama are problematic in the Metamorphoses. The
identification of Fama as praenuntia weri occurs in a context of manifest
anachronism, the irony of which would have been obvious to Ovid's Roman
readers. The succession of Numa, the second king of Rome, was an accepted part
of the historical record. But Ovid's readers knew well that the tradition of
his visit to Crotone as a student of Pythagoras is chronologically impossible.
Cicero (Rep.; Tusc.) and Livy point out that Pythagoras did not come to Italy
until the fourth year of the reign of Tarquinius Superbus, years after Numa's
death. The Ovidian narrator, however, exploits the audience's awareness of the anachronism
to launch one of the greatest non-events of the poem. After Fama's appearance
in the tale of Numa, her recurrence as an agent in the tale of Julius Caesar's
soul exemplifies the ambiguous natureof the politically charged episodes at the
end of the Metamorphoses. Few passages in the work provoke such widely
divergent views as the apotheosis of Caesar's soul, and all of them, I would
maintain, can find support in Ovid's text and are in fact generated by it: that
Ovid introduces the apotheosis and Augustan panegyric "in all
seri-ousness," and "employs the official terminology in an entirely
loyal fashion", that this material is ridiculous, satirical, even
subversive. This is intentionally incoherent, presenting the reader with
irreconcilable interpretive options. Certainly there is a striking dichotomy in
modern critical positions taken on whether the apotheosis is integral to the
larger work or loosely added as extraneous matter. The eulogy of Ottaviano and the
account of Giulius Caesar's apotheosis are not the organic end of a persistent
thematic development. It should be evident from the numerous examples of apotheosis
in the Metamorphoses that Julius Caesar's catasterism is the repetition of a
common tale-type, which is associated with the end of narrative sequences,
books, and pentads, and the poem as a whole, however. As for the apotheoses of
Aeneas and Romulus, we find that they prepare for and introduce not only the
apotheosis itself of Caesar's soul, but also the interpretive questions it raises.
Ovid resumes the engagement with Virgil's Aeneid that he had begun, and
intermittently pursued. Ovid takes over from Virgil the burial of Aeneas's
nurse Caieta as an initiatory gesture: in the Aeneid it begins Book 7, and
Ovid's version of Aeneid begins here, too. Ovid adds an epitaph for Caieta: hic
me Catam notae pietatis alumnus/ ereptam Argolico quo debuit igne cremauit. By
emphasizing Caieta's rescue from one fire and cremation by another, Ovid calls
attention to an etymological explanation of her name from kaiew, glossed by
cremare. Thereby Ovid alludes to the derivation that Virgil omitted. Ovid is in
a sense commenting on Virgil's text, noting an etymology that would later find
a place also in Servius's commentary on the Aeneid. Another effect of Ovid's
revision is to fill out the earlier account, suggesting that there is more to
the story than what Virgil provides. There follows a severely abridged summary
of the Aeneid. After Aeneas's arrival, the subsequent war in Latium up to
Venulus's embassy to Diomedes requires only nine lines. Ovid here resumes his
earlier procedure in retelling the Aeneid. Most of Virgil's work he reduces to
brief, sometimes comically abbreviated, summary. Ovid also adds many tales not
in Virgil. In parallel fashion, Ovid had earlier refashioned the lliad,
expanding the inset tale of the Lapiths and Centaurs to great length, and
adding two tales not in Homer's account: a nearly inconclusive struggle between
Achilles and the invulnerable Cygnus, and a verbal battle, the debate over the
arms of Achilles. In both of them, Homeric heroism becomes attenuated until it
is barely noticeable. Ovid now reworks two tales from the Aeneid that had
offered accounts of transformation: the companions of Diomedes, transformed to
seabirds (Aen.; Met.), and Aeneas's ships, transformed to nymphs (Aen.; Met.). In
Ovid's account, the first of these becomes a tale of unequal justice typical of
the Metamorphoses, though thematically remote from the Aeneid: Acmon,
recounting the miseries that Diomedes' crew has endured at the hands of Venus,
impiously provokes her (Met.). Dicta placent paucis (Met.), "his words
picase few" of his com-rades; but Venus punishes both Acmon and those who
opposed him with arbitrary transformation. Her power is amply demonstrated; yet
the lesson of the tale remains at best ambiguous, and its conclusion seems to
transfer its uncertainties into the visual sphere. These are uolucres dubiae,
and any attempt to identify them must remain frus-trated: 'si, uolucrum quae
sit dubiarum forma, requiris,/ ut non cygnorum, sic albis proxima cygnis
(Met.). The alternating pattern of severe abbreviation and vast expansion of
Virgilian material provides a context for the apotheosis of Aeneas, an event
foretold but not narrated in the Aneid. Jupiter begins his consolatory prophecy
to Venus in Aeneid 1 by mentioning the foundation of Lavinium and Aeneas's
apotheosis. Both are assurances that fate and Jupiter's established plans have
not changed: parce metu, Cytherea, manent immota tuorum fata tibi; cernes urbem
et promissa Lauini moenia, sublimemque feres ad sidera Caeli magnanimum Aenean;
neque me sententia uertit. Cease from fear, Cytherea: your fates remain for you
unmoved. You will see the city and promised walls of Lavinium, and you will
carry aloft great-souled Aeneas to the constellations of heaven; my decision
has not changed. Jupiter's prophecy, which at this point already has passed
well beyond the plot of the Aeneid, embraces all Rome's fortunes within a
reassuring teleological vision. Among the events prophesied is the
reconciliation of Juno with the Romans, which is to prove important both for
the Aeneid and for Ovid's recontextualization of Virgilian topics: quin aspera
luno, quae mare nune terrasque metu caelumque fatigat, consilia in melius
referet, mecumque fouebit Romanos, rerum dominos gentemque togatam. Furthermore,
harsh Juno, who now wears out sea, earth, and heaven with fear, will turn her
plans to a better course; along with me she will cherish the Romans, lords of
all, the people of the toga. We ought better to call this not the but a
reconciliation, for, introduced after Jupiter's mention of Romulus and the
foundation of Rome, it appears not to refer to the reconciliation that actually
occurs in Aeneid. There, shortly before the final encounter of Aeneas and
Turnus, Jupiter appeals to Juno to give up her wrath. Juno does so, stipulating
that the Latins not be required to give up their language and dress, and that
Troy remain fallen (Aen.). In Aeneid 1, however, Virgil follows Ennius's “Anales”
in dating Juno's reconciliation to the time of the second Punic War, Ennius's
own subject, as Servius notes on the words “consilia in melius referet: quia
bello Punico secundo, ut ait Ennius, placata luno coepit fauere Romanis.” Virgil
mentions the chronologically later reconciliation long before describing the
former. In Book 1 Jupiter takes a longer view of destiny, showing that a
conflict introduced but unresolved in the Aeneid, the future hostility of
Carthage, will eventually be resolved happily. Whether we take Juno's
reconciliation in Aeneid 12 to be incomplete, impermanent, or, limited to only
some of Juno's grudges, it contributes only a partial sense of closure to the
end of Virgil's poem. Ovid's transformation of Aeneas into the divine Indiges
more specifically recalls Aeneid 12 than Aeneid 1, especially the beginning of
Jupiter's address to Juno at Am.: 'indigetem Aenean seis ipsa et scire fateris/
deberi caelo fatisque ad sidera tolli' Ovid does not closely follow the chronology
of Juno's reconciliation in Aeneid 12, however, shifting it instead to a time
beyond Vergil's plot, and just preceding the apotheosis of Aeneas, which indeed
it serves to introduce: iamque deos omnes ipsamque Aencia uirtus lunonem
ucteres finire coegerat iras, cum bene fundatis opibus crescentis Iuli
tempestius erat caelo Cythereius heros. And now Aeneas's virtue had compelled
all the gods, even Juno herself, to put an end to old anger, when the resources
of rising lulus were well established, and the hero, Venus's son, was ripe for
heaven. The thoughts and language strongly recall the Aeneid, but Ovid
introduces these lines into bizarre, surreal surroundings of his own making.
Their immediate context is one of the strangest transformations in the poem-the
tale of Turnus's hometown, Ardea, changed into the heron. Turnus and the town
Ardea may be Virgilian in their associations, but Ovid's treatment is remote
from Virgil, and takes his own aetiological procedure to new extremes. It is
typical of Ovid's natural aetiologies that they account for the first animal of
a species, tum primum cognita praspes, and that they stress the continuity of
traits and features in the change from the old to the new shape. This case goes
beyond the typical in the sheer imaginative effort required to make the shift
from a ruined city, with all its attributes, to a heron. Cities, as human
social organizations, are characteristically distinct from the natural. This is
not just any city, but one embedded in the human history of Rome and Rome's
enemies, and familiar in Rome's national epic. Yet Ardea retains even its name
in its migration into the avian realm as the first heron -- et sonus et macies
et pallor et omnia, captam quae deceant urbem, nomen quoque mansit in illa
urbis et ipsa suis deplangitur Ardea pennis. It had the sound, the wasted
condition, the pallor everything that befits a conquered city. Even the city's
name remained in the bird, and Ardea beats her breast, in mourning for herself,
with her own wings. These remarkable lines, which immediately precede the
apotheosis of Aeneas, provide no contextual introduction to the apotheosis, no
invitation to form a close approximation of Ovid's and Virgil's Aeneas. Aeneas
and his virtus abruptly arrive. Yet no sooner do the gods and Juno give up
their wrath, introducing a new and impressive array of literary, historical,
and political associations, than the tone of Ovid's version of the apotheosis
becomes intrusively comic. Venus canvasses the gods like a Roman politician: ambieratque
Venus superos. She appeals to Jupiter's grandfatherly pride, and seems to treat
numen as a rare and valuable commodity in begging some of it for her son, 'quamus
parvum des, optime, numen,/ dunmodo des aliquod. All these details are at least
potentially comic, as is the argument wholly successful in the event- with
which Venus concludes her speech. One trip to hell is enough: 'satis est
inamabile regnum/adspexisse semel, Stygios semel isse per amnes'. These lines
are a comic correction of Virgil. Later readers were to be distressed that
Virgil's Sibyl, otherwise a knowledgeable prophetess, was unaware of Aeneas's
apotheosis, which Jupiter had explicitly prophesied in Book 1 and was to
prophesy again later. Otherwise she would not have assumed a second trip for
Aeneas to the infernal regions after his death: quod si tantus amor menti, si
tanta cupido bis Stygios innare lacus, bis nigra uidere Tartara, et insano
iuuat indulgere labori, accipe quac peragenda prius. (Aen.). But if your mind
has so great a longing, so great a desire to swim the Stygian pools twice,
twice to look upon dark Tartarus, and it pleases you to indulge in an insane
effort, learn what must be accomplished first. Servius tries to reconcile the
death of Aeneas, implied here, with Ovid's apotheosis of him, though he could
have mentioned Jupiter's two prophecies in the Aeneid itself. Servius proposes
that simulacra of apotheosized heroes, no less than of ordinary folk, are to be
found in the underworld. We do not know whether readers and critics in Ovid's
time were already vexed about the Sibyl's evident lack of knowledge, but Ovid's
Venus, correcting bis with semel, sets the record straight. Once Venus has
asked the help of the river Numicius in washing away all that is mortal in
Aeneas, she completes the process of making him into a divinity whom Quirinus's
crowd calls Indiges, and has received with altars and a temple (quem turba
Quirini/nun-cupat Indigetem temploque arisque recepit). This information is
profoundly historical, for how Romans understand the altars and temples of
their gods, how they connect the remote to the recent past, depends on the
symbolic narrative or narratives that their minds associate with monuments in
their city. Ovid's revision of Vergil is the revision of a well known and
compelling historical vision. Ovid's concluding lines on Aeneas also, as
editors note, offer a parallel to the language of an inscription for a statue
of Aeneas found at Pompeii: appel/latus/g.est Indigens (pa)ter et in deo/rum n/umero
relatus (CIL = Dessau). Mention of the turba Quirini looks forward to the
apotheosis of Romulus, but first there intervenes a king-list an annalistic
structuring of the past remarkable in finding a place in the Metamorphoses.
Like the renaming of Aeneas, the list of Latin kings also recalls to Roman
readers their reading of inscriptions. This king-list also recalls earlier
lists in the Metamorphoses, such as the genealogy of Aesacus. His
transformation is a natural aetiology, and likewise Aeneas's shift to divine
status as “indiges” can be viewed as just another transformation, an addition
to the tale of Ardea transformed into a heron. We might almost think of it as
an undifferentiated item in a vast accumulation of transformation-tales that
could be arbitrarily lengthened by further addition. The reason, however, that
we cannot quite do so is the fact that it is not isolated, but participates in
a pattern of apotheoses. The apotheosis of Hercules establishes a pattern that
is reinforced strongly by the apotheoses of Romulus and of Julius Caesar's
soul. Their greater number toward the end of the poem appears to signal both
their own importance and their closural impact. Ovid's list of Latin kings does
not lead directly to the apotheosis of Romulus, but to the tale of Pomona and
Vertumnus, which he dates to the reign of Proca. The tale is rich in closural
features, cut from the same cloth as the apotheoses that frame it. Viewed as an
incident of deceptive seduction and barely-suppressed violence, the tale of
Vertumnus can also appear a distraction, leading the reader's attention away
from the transformation of historically important heroes into gods. The tale is
a "romantic comedy," yet regards it as compromising its context. It
is no secret that it disrupts what might be called the Aeneadisation of what is
otherwise far from being a Roman epic just when it begins to show promise (or
make fraudulent promises) of turning a new leaf and beginning to be such an
epic, and one in the Augustan mode to boot. Coming as it does between Aeneas
and Romulus, the tale of Vertumnus defeats closure and deflates any last hope
of the poem's imagining Rome’sHistorical Destiny (or imagining the World's
destiny as Rome's) because an ample and effective representation of the myth of
Romulus would be crucial to a celebration of Rome's place at the end of history
as the end of history. When Ovid abruptly returns to his long-interrupted
king-list, he remarkably FAILS to mention Romulus. Rome's walls are founded in
the passive voice, and only Romulus's enemy, the Sabine king Tatius, receives
mention by name -- proximus Ausonias iniusti miles Amuli rexit opes, Numitorque
senex amissa nepotis munere regna capit, festisque Palilibus urbis moenia
conduntur. Tatiusque patresque Sabini bella gerunt -- Next the military might
of unjust Amulius ruled rich Ausonia, old Numitor received, by his grandson's
gift, the kingdom that he had lost; on the festival of Pales the city's walls
are founded. Tatius and the Sabine fathers wage war. Scholars have attempted to
explain by various means Ovid's drastic compression of Rome's origins. Ovid
avoids repeating what he writes in the Fasti. The foundation of Rome offers no
opportunity for metamorphosis, although Helenus is to represent Rome's
foundation exactly in such terms later, in another context. And Ovid wishes to
avoid competing with Ennius's account in the Annales. These explanations
themselves are speculative, but the text seems to call for explanation because
Ovid has so strikingly omitted an obvious opportunity to serve up an account of
Rome's origins. Ovid's critics easily fall into the his hermeneutic trap. His
text demands interpretation without providing the resources to arrive at one.
Romulus and his apotheosis are an especially impressive instance of the
self-consciously missed opportunity, the Ovidian narrative tease. Because
Romulus was so well-known to Ovid's Roman readers as a mythico-historical
parallel to Ottaviano, few topics are richer in potential for allegorical
exploitation and panegyric symbolism; and this potential goes almost totally
unrealized here. Ovid's approach to Romulus is no approach at all. Ovid omits
the founder's exploits and shifts all attention to the divine sphere. The
apotheosis of Romulus and, as it turns out, that of his wife Hersilia result
from divine actions, whose description is the province of myth. Historians who
record their exploits give them standing as historical figures. Deprived of
exploits, they re-enter myth. By remythologizing history Ovid incorporates it
into the world of the Metamorphoses, in which divinities are active and humans
largely are acted upon. He also opposes euhemeristic modes of interpreting the
shift from mortal to divinity, in accordance with which a human's heroic
actions approach and approximate the divine, resulting in the hero's veneration
as divine by other humans, and his reception among the divinities as one of
them. Ennius's historical epic, the Annales, reports that, at Romulus's death,
Romolo now has a life among the gods -- Romulus in caelo cum dis genitalibus
aeum/ degit. Ennius probably took a euhemeristic interpretation of Romulus's deification.
Virtue and political merit open the gates of heaven. It is highly likely that
the deification of Romulus, who performed the mighty benefaction of founding
the city, was the innovation of Ennius. Ennius here will have been placing
Romulus in the tradition of the great monarchs who won immortality by emulating
Hercules. Although the details of Ennius's account are far from clear, Ovid's
non-euhemeristic approach is apparently the reverse of his principal source,
the original and canonical version of Romulus's deification. History appears to
be going backwards as the divine agents in the Romans' war with Tatius take
action. Juno unlocks the gate to the invading Sabines despite having so
recently given up her wrath against the Romans -- inde sati Curibus tacitorum
more luporum ore premunt uoces et corpora uicta sopore inuadunt portasque
petunt, quas obice firmo clauserat Iliades; unam tamen ipsa reclusit nec
strepitum uerso Saturnia cardine fecit. Then the Sabines, born at Cures, keep their
voices muffled like silent wolves; they assault the Romans, whose bodies are
sunk in slumber; they seek the gates, which lia's son [Romulus] had barred; yet
one of them Saturnian Juno unlocked. She made no noise as she turned it on its
hinge. After all the emphasis on Juno's reconciliation earlier, in the
apoth-cosis of Aeneas, her behavior here is glaringly inconsistent. We may try
to rationalize Juno's actions by appealing to Ennius's historical framework, by
which Juno gives up her wrath at the second Punic War. But Ovid makes no
attempt to clarify and so rescue historical consistency; indeed, he appears to
mock the tradition of multiplereconciliations of Juno, exploiting it for its
comic absurdity. There are serious consequences as well: the equation of
history with destiny breaks down. Soon Juno will be favorable to the Romans
once again at the apotheosis of Hersilia, but meanwhile two other divinities
intervene: first Venus, unable to undo Juno's hostile act in unbarring the
gate, entreats the Naiads living next to Janus's shrine in the Forum Romanum to
come to her assistance. Their spring, normally cold, they bring to a hasty
boil, thus blocking the way to the Sabines and allowing the Romans time to arm
themselves. Next, Mars addresses Jupiter, requesting deification for Romulus as
the fulfillment, now: due, of a long-standing promise. Mars cites Jupiter's
original words, representing them as an exact quotation: tu mihi concilio
quondam praesente deorum (nam memoro memorique animo pia uerba notaui) "unus
crit, quem tu tolles in cacrula caeli" dixisti: rata sit uerborum summa
tuorum. Once, at an assembled council of the gods, you told me (for I remember,
and marked the pious words in my retentive mind),there will be one whom you
will carry to the blue of heaven.' Let the content of your words be fulfilled. The
words Marte quotes appear to gain even more authority by referential
confirmation from outside the text of the Metamorphoses doubly cited, as it
were: for while Mars cites Jupiter, Ovid cites Ennius's Annales. Readers of
Ovid's contemporary Fasti will remember the recurrence of Ennius's line in a
third context, for Mars cites it there as part of a parallel appeal for
Romulus's deification. Although Marte describes his son to Jupiter as the
latter's "worthy grandson" (Met.), Romulus's exploits have no part in
the appeal. Deification results directly from Jupiter's promise, so strongly
emphasized, and at the beginning of the speech Mars needs only to establish
that now is the time for its fulfillment: tempus adest, genitor, quoniam
fundamine magno res Romana ualet nec praeside pendet ab uno, praemia (sunt
promissa mihi dignoque nepoti) soluere et ablatum terris inponere caelo. Since,
father, Roman affairs are well established on great foundations, and do not
depend on a single protector, it is time to pay the reward it was promised to
me and to my worthy grandson to remove him from the earth and to place him in
heaven. In all this there is no mention of Romulus's great benefactions, such
as might sustain a euhemeristic interpretation of the hero's advancement to
divine status. Far from avoiding comparison to Ennius, Ovid ostentatiously
quotes his predecessor's work, as if to flaunt the fact that in stripping the
hero of exploits he has eliminated Ennius's interpretation of them. Ennius's
words, transferred to so un-Ennian a context, may appear well suited to a
familiar allegorical parallel, reminding Roman readers once again of their
second Romulus, likewise destined for the skies. Yet Ovid's apotheosis of
Romulus functions but feebly as an Ottavian icon precisely because of its lack
of historical specificity. Lacking res gestae, Ovid's Romulus offers readers
little to go on in drawing conceptual parallels to the achievements of
Ottaviano. There are many similarities between the apotheosis of Romulus in the
Metamorphoses and that in the Fasti. In both works Ovid makes an emphatic
identification of deified Romulus with QVIRINVS, reinforcing relatively recent
developments in the story. In both Ovid quotes the line from Ennius and repeats
the apostrophe Romule, tra dabas (Met., F.) at the moment when the apotheosis
occurs. Yet in their larger contexts the two passages are remarkably dissimilar.
While in the Metamorphoses Romulus's apotheosis is his whole story -simply one in
a series of apotheoses extending from Hercules to the end of the work, in the
Fasti his apotheosis has a context in the life and exploits of the hero.
Romulus appears so often in the “Fasti” that the episodes concerning him are
numerous enough to trace out a biography of him, even if by installments. Ovid's
version of the Roman year gives Romulus an unprecedented amount of space, far
beyond the natural occasions offered by tradition (such as, for example,
Romulus's involvement in the foundation myths or in the actual rituals of the
Parilia or the Lupercalia). The identification of Augustus with Romulus even to
the point of his apotheosis demandd a 'positive' picture of Romulus. If the
violence and ruthlessness of Romulus's exploits in the “Fasti” make him a
problematic parallel to Augustus, we may suppose that Ovid gives himself an
easier task in the Metamorphoses by keeping Romulus's deeds out of his
narrative. In the “Fasti”, for instance, Marte mentions Romulus's dead brother
Remus always a difficulty in positive portrayals of the founder whereas in the
Metamorphoses Marte prudently omits *any* mention of Remus. Yet even the
attenuated Romulus of the Metamorphoses presents difficulties to allegorical
interpretation. As we saw earlier, Marte explains that it is now time for
apotheosis because Rome's condition, now well-established, "does not
depend on a single protector" (nec praeside pendet ab uno, Met.). Hence,
Romulus can be safely removed from the earth. Applied to Ottaviano, this remark
makes a poor allegorical fit. It calls attention to problems of succession that
afflicted the princes, on whom alone the res Romana manifestly did depend. The
apotheosis of Hersilia is even more remarkable, and Ovid's de-euhemerizing
revision of Roman history enters upon fresh territory with her. With Hersilia
there was probably no euhemeristic tradition for Ovid to work against. Ovid can
invent an apotheosis for her, representing it as a purely divine initiative. Tradition
granted her notable exploits without apotheosis; Ovid grants her apotheosis
without notable exploits. Romolo’s wife was well known to Roman readers for
being the Sabine wife of Romulus and for her active role in reconciling her own
people to the Romans. In several accounts, after the abduction of the Sabine
women and subsequent conflict between Romulus's men and the angry parents,
Hersilia sues for peace with Tatius and the Sabine fathers (Gellius; Dio
Cass.). Her other signal achievement takes place shortly thereafter. According
to Livy, Romulus blames the Sabine parents for the conflict, which resulted
from their pride in not allowing inter-marriage in the first place. Ersilia,
importuned by the entreaties of her sister Sabines, intervenes with Romulus to
argue that their parents ought to be pardoned and allowed to live in Rome: ita
rem coalescere con-cordia posse. Harmonious union of Romans and Sabines is,
according to LIVIO's patriotic interpretation, the whole point of the rape of
the Sabine women; and this view was widespread. It was not in wanton violence
or injustice that they resorted to rape, but with the intention of bringing the
two peoples together and uniting them with the strongest ties. So writes
Plutarch in introducing Ersilia. Dionysius of Halicarnassus also accepts this
pro-Roman motive for the rape. Ersilia's achievements, like those of her
husband, disappear entirely from Ovid's account of her apotheosis, as does the
whole story of the rape of the Sabines, in which she traditionally plays so
important a part. After Romulus's transformation into the deified Quirinus,
Juno sends Iris to bring instructions to the grieving widow, addressing Ersilia
as "chief glory of both the Latin and Sabine peoples": "o et de
Latia, o et de gente Sabina/praecipuum, matrona, decus.’ Has Juno become
reconciled to the Romans this time because of their union with the Sabines, a
people known for exemplary piety? We might suppose so, especially now that
Romulus is identified with the Sabine divinity Quirinus. For whatever reason,
Juno offers Ersilia a chance to see her husband again if she will go, under
Iris's guidance, to the Quirinale, Quirinus's hill, a place associated with the
Sabines' presence in Rome:53 siste tuos fletus et, si tibi cura uidendi
coniugis est, duce me lucum pete, colle Quirini qui uiret et templum Romani
regis obumbrat:Stop your tears and, if you care to see your husband, under my guidance
seek the grove that grows green on Quirinus's hill, and shades the temple of
Rome's king. Ersilia follows Iris's instructions and proceeds to Romulus's hill.
A star descends, causing Ersili's hair to catch fire a divine portentand she
passes into the air. Rome's founder receives her, changes her name and body,
calling her Hora, quae nunc dea tunca Quirino est (Met.). Of course, Ersilia's
apotheosis, like Romulus's, can be allegorized as panegyric. There’s a parallel
to LIVIA, so reinforcing the connection of Romulus to Augustus. Yet if Ovid's
goal in this double apotheosis is to promote panegyrical identifications, he
has lost an impressive opportunity. Especially after his irreverent, even
scandalous, version of the rape in Ars amatorial, Ovid could now have made
amends with Ottaviano and with history by serving up a traditionally patriotic
rape of the Sabines, including the achievements of Romulus and Ersilia, both
available for cuhemeristic treatment. Ovid's version is once again
conspicuously remote from Ennius's. It is unlikely that Ersilia's
transformation into the divine Hora occurred in the Annales, and Ovid probably
originated Ersilia's apotheosis. In doing so, Ovid remythologizes history,
reducing human agency and minimizing the potential of his Roman characters to
serve as flattering parallels. In evaluating the historical character of the
Metamorphoses, we can view apotheosis as part of historical progress in the
work. As we saw above Wheeler regards the movement from fable to history, from
the heavens to the city of Rome, as "a shift from a theologia fabulosa to
a theologia wilis"67 Another view is, however, possible, in accordance
with which the fabulous incorporates all else into its domain-including
history, politics, and current events. Terms like "fabulous" and
"mythological," of course, are not simply descriptive of the subject
matter that Ovid has taken up; he has entirely transformed the nature of the
fabulous, mythological, and the historical alike. He Ovidianizes them all,
Hersilia no less completely than the rest. When Iris reports Juno's words to
the bereaved Hersilia, she eagerly asks to see once again the face of her
husband, concluding her request with these words: 'quem si modo posse uidere/
fata semel dederint, caelum accepisse fatebor' (Met). Hersilia is using caclum
as a metaphorical equivalent for the summit of happiness, as Bömer aptly
notes, citing Cicero's letters to Atticus: in caelo sum (Att.); Bibulus in
caelo est (Att.). Hersilia supposes Romulus "lost" (amissum, Met.)
and evidently knows nothing yet of his apotheosis -certamly nothing about her
own. She simply uses a conventional, proverbial form of speech to express her
anticipated happiness. But events make her expression literally true, as the
star descends and Hersilia rises to the heavens. Ovid's transformative wordplay
often operates in just this way: words that initially appear figurative become
literal, the conceptual shifts to the physical, and a transformation described
in terms of plot is enacted first on the level of style." Hersilia's
apotheosis is a fine instance of Ovidian wit, yet is also a typical instance,
similar to many others that readers have enjoyed by this stage in the work's
progress. As they enjoy another of Ovid's transformative witticisms, they also
may reflect on the power of his transformative vision, which now incorporates
even their own history. As he exploits
Hersilia's apotheosis for so fine a joke, Ovid grants us an ironic perspective
on Roman origins, compromising their fated-ness and bringing out their
contingent character. Throughout the last pentad, historical events lose their
connection to fata and pass under the sway of Fama in its full range of
ambiguity and contradiction: "lies mixed with truth" (mixtaque cum
ueris... commenta) issue from the house of Fama, while "Fame, the herald
of truth" (praemuntia uri/ fama), announces Numa's impossible visit to
Pythagoras. Fama is a touchstone for the fractured historical vision of the
Metamorphoses. Fasti (Ovidio) Fasti Ritratto immaginario di Ovidio (di
Anton von Werner) Autore Publio Ovidio Nasone Original ed. Editio princeps Bologna,
Baldassarre Azzoguidi, Generepoema epico Lingua originalelatino Manuale. I
Fasti sono un poema che espone le origini delle festività romane, quindi è
un'opera di carattere calendariale ed eziologico di Ovidio, scritto in distici
elegiaci, ad imitazione degli Aitia (Cause) di Callimaco, di cui riprende,
oltre che il metro, anche alcune soluzioni formali e narratologiche.
L'opera, scritta molto probabilmente per aderire alla moralizzante propaganda
tipica dell'età augustea, fu progettata in un totale di 12 libri, secondo
l'andamento del calendario. Con essa l'autore, che probabilmente attingeva a
Varrone e a Verrio Flacco, si era proposto di spiegare l'origine della
differenza tra i giorni fasti (dalla parola latina "fas", lecito) in
cui i Romani potevano trattare gl’affari pubblici e privati, e i giorni
“INfasti,” nei quali era vietato. Al tempo stesso, Ovidio, parlando con il dio
di turno, indaga e rivisita, mese per mese, tutti i molteplici riti, le
festività e le consuetudini, tipiche del costume e dell'uomo romano, che, al
suo tempo, si praticavano senza ormai conoscerne l'esatta origine o
valenza. Tuttavia, dei Fasti si sono conservati solamente 6 libri, da
gennaio a giugno. Questo fatto si spiega con la famosa relegatio (esilio che
non comportava la perdita dei beni né tantomeno dei diritti civili) che colpe
Ovidio e che non gli permise di terminarla. Indice 1Struttura 1. 1Libro
I: gennaio 1. 2 Libro II: febbraio 1.3 Libro
III: marzo 1. 4 Libro IV: aprile 1.5 Libro V: maggio 1. 6 Libro VI: giugno 2 Voci
correlate 4 Altri progetti 5 Collegamenti esterni Struttura Libro I: gennaio Il
primo libro doveva presentare una dedica ad Ottaviano. Quest'ultima, ora
spostata al secondo libro, è stata sostituita (verosimilmente nell'esilio di
Tomi, l'attuale Costanza, in Romania) con una al nipote adottivo di Augusto
stesso, Germanico. Dopo la dedica, Ovidio ri-evoca brevemente la nascita del
calendario romano e il significato dei giorni fortunati o dies fasti, per poi
passare al mito di Giano, esposto dal dio stesso in colloquio con Ovidio, sul
modello degli Aitia callimachei e, dopo un distico sulle None di gennaio,
modellato sulle sezioni astronomiche di Arato, all'esposizione dell'origine dei
riti agonali, dei riti in onore di Carmenta, inframmezzato da una esposizione
sulle Idi, che divide questo mini-epillio in due sezioni, la prima delle quali
è una lunga profezia sulle origini di Roma recitata dalla stessa ninfa.
Libro II: febbraio Dopo un'apostrofe al distico elegiaco, che Ovidio afferma di
aver piegato alla poesia eziologica, dopo che in gioventù fu il suo verso
d'amore e ad una dedica a Cesare (forse Augusto), si passa a parlare
dell'origine del nome februarius, per poi discutere delle calende, con la
rievocazione del mito di Arione, delle none, con il mito dell'Orsa Callisto, di
Fauno, dei Lupercali e di Roma arcaica. Ovidio rievoca, poi, le feste
Quirinalia, le cerimonie ferali e la festa del dio Terminus e si sofferma a
parlare del regifugium, con la leggenda di Lucrezia. Infine, parla della festa
degli Equirria. Libro III: marzo Sezione vuota Questa sezione sull'argomento
opere letterarie è ancora vuota. Aiutaci a scriverla! Libro IV: aprile Festività romane Fasti (antica Roma) I Fasti di P. Ovidio Nasone; tradotti in terza
rima dal testo Latino ripurgato ed illustrato con note dal dottor Giambattista
Bianchi da Siena, Venezia, Nella stamperia Rosa Traduzione in inglese dei
Fasti, su tkline.freeserve Publio Ovidio Nasone Portale Antica Roma
Portale Lingua latina Portale Religioni Categorie: Opere
letterarie in latino Opere di Ovidio Opere letterarie del I secolo. Ovidio. Publio
Ovidio Nasone. Ovidio. Keywords: implicatura trasformativa. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice ed Ovidio.” Ovidio.


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