OPERE VARIE DEL MOLTO REVERENDO PADRE F. PAOLO SARPI DELL’ORDINE DE’SERVI DI MARIA TEOLOGO CONSULTORE DELLA SERENISSIMA REPUBBLICA DI VENEZIA DIVISE IN DUE TOMI. TOMO SECONDO. 1 HELMSTAT Per Jacopo' Mulleri. MDCCXXXXX. Digitized by Coogle TAVOLA DELLE OPERE CONTENUTE IN QUESTO SECONDO TOMO. T rattato delle Materie Benefiziarie cx)l- le annotazioni del Signor D. Amelot, tra- dotte dalla lingua Francefe. De jure Afylorum. Storia degli Ufcocchi, Allegazione del Frangipane. Dominio del Mare Adriatica della Sereniflima Re- pubblica di Venezia. Dominio del Mare Adiiaticp , e fue ragioni pel Jus belli. Indice dei Libri proibiti dell’anno ijpd. Il Concordato... Digitized by Google . . > • • Digitized by Google I TRATTATO DELLE MATERIE BENEFICIARIE D I FRA PAOLO SARPI, nel quale fi narra , col fondamento delle Storie^ come fi difpenfajfero le limofme de' Fedeli nella primitiva Chicfa . reddito il fervor antico della caritk , che non folo moveva i Principi , e a donar alle Chiefe copiofamentc ric- mporali , ma ancora fnduceva i Mini- (ìartici a difpenfarle faniamente in ca- m è-maraviglia , fc al prefente pare mancati i fedeli difpcnlatori , c fuc- luogo loro altri diligenti folo in ritc- ac almeno a tollerabile moderazione . I difetti che ci par di vedere al giorno d i oggi non fono entraci nell’ Ordine Chc- ricale tutti infieme , nè cos^ eccellivi in un ifteflb tratto di tem- po ; ma da una fomma , anzi divina perfezione per gradi fono di- Icefi air imperfezione che ora è manifcfta a tutti y c confeflara da- gli fteffi Ecclefiaffici , e da alcuni tenuta per irremediabile . Con tutto ciò , piacendo a Dio N. Signore di donar a’ Fedeli fuoi tanta grazia,, quanta donò a’noftri Maggiori, non dobbiamo perdere lafpe- ranza di vedetele medefime maraviglie anche ne’ noftrifecoli: è bennecef- làrio che, ficcomepergradifiamopcrvenutiaqucftaprolbnditkdimifcria, Tomo //. A cos^ 1 TRATTATO DELLE coc\ per gli ilefì ci «ndumo ahEando | prr ritornare ve^o quella ioiQ' mit^ di perfezione nella quale fu la Chiefa Santa t- Il che non po- tendofi fare , fé non conofccndo qual folTe dapprincipio V ammini* ftrazione delle cofc temporali ; e come fia mancato quel buon governo ; a parte a parte è neceffario , innanzi ogni altra cola , dire come la Chiefa di tempo in tempo ha acquiftate le ricchezze temporali ; e come in ciafeuna mutazione deputaHc i Minidri per difpenfarle , o pofledcrie : il che ci Icoprirh gl’ impedimenti che in quelli tempi at* traverfano una buona riformazione ; ^ moftrerli le maniere di lupe- farli; c quello è il mio proponimento nel prefciue dilcorf^ delia ma-» teria Benefiziale tanto ampia. a I» Tu il printipio de* beni Ecclelìallic! mentre ancora converfava in quello Mondo N. Signore Gesù Grillo ; ed il fondo loro non era al- tro, che le obblazioni delle perfone pie, c divote, le quali eranocon- fervale da un Minillro, e diflribuite in due opere lolamente : Una per le nccelHth di N. Signore, c degli Appoftoii Predicatori del Van- gelo; c l’altra per far limofina a* poveri , Tutto ciò fi vede chiaro in San Giovanni , dove dice il Vangelilla, che Giuda era quello che portava la tafea, o borfa, (rf) dove erano ripolli i danari prclcntati al Signore; c che il medelìnio andava fpendendo, c comprando le co- fe nccelTarie a loro , ovvero dillribucndo a’ poveri, (b) conforme a quanto il Signore alla giornata comandava* Confiderà S. AgoUinoche, avendo Grillo il miniflero degli Angeli che lo fervivano , non era in nccelTith di confcrvar danari; con tutto ciò volle aver borfa, per dar ( ^efa di q uello ch’ella doveva fare; e per ciò Icmprc intefe la Cnicik fofle ìllituita la forma del danaro Ecclefìallìco * dovclTe cavare, c in che cofa fi dovclic fpendere. È fc nc^em^ro- Ari non veggiamo oflcrvato qucAo fanto iilituto , dobbiamo conlìdc- rare che , per noftro ammaeAramemo, c per noHra conioiazione' , racconta la Scrittura divina che all' ora anche Giuda era un ladro , (c) c ufurpava per sò i beni comuni al Collegio ApfpAoUco; e ven- ne a tanto colmo d’avarizia, che, non parendogli aÙai quelle thè rub- bava, per far maggior lomma di danari, pal^ li e elTcr comune della Chiefa , e de’ poveri , pafTì cosf innanzi, che venda anche, per far danari, le cole facre, c le grazie fpirituali, non dovremo riferir ciò a particolar mUeria dc’noAri,o d’ alcuni tempi y ma afcriverlo a pcrrailTione divina , per efcrcizio de’ buoni (4) Loculo* hibent , a qu« miuebintur por. ubit. cip. >>• LÌkuIo* lubcbtc )o«ias , qnoJ auiflét ci jefus : Eme cu , opui &nt nohts sJ aiem Icllum , U( c^cnii ui tliqtiUi direi . (ip, ij. quM de egeo» pertinebut ad cum, cip. II. ftT(hi tr* U funtìmi dtl fut m'mi- Loculot > ti th* fi tbism/t Sftdsli il In0go -dovi (! rr/a«r dS d»’ (f> Fur erat. »p. u. ciuto. Digitized by GoogU MATER. BENEFIC. 3 buoni; ^nfìderando che il principio della Chiefa nafccnte fu fogget- 10 alle mcdefime imperfezioni: ben dovr^ ciafcuna fecondo il grado, e la vocazione Tua, proccurar il rimedio / chi non può altrimenti, colle orazioni; e chi può impedire il male, con ovviare, e opporfi agli abuft ; confiderando che , febben Giuda non fu umanamente pu- nito, pcrchò erano complici dcTuoi delitti quelli che dovevano ,galli- garlo; modrò nondimeno la divina Provvidenza qual pena meritalTe; c dil^le ch’egli ftelTo fofle Tefecutorc in sèmedefimo, per documen- to di quello che dovcflcro fare quelli che la Macftìi fua avrebbe ne* tempi Icgucnti dati per tutori , c difenfori della fua Chiela . 1 1 . Dappoiché Crifto N. Signore Cili al Ciclo, i Santi Apposoli Ic- guirono nella Chiefa di Gerufalemme lo HelTo ìnituto, d'aver il da- iuro Ecciefìaflico per Itdue effetti fopraddetti, cioè, perii bifogno de* Miniftri del Vangelo, c per le limoline de’ poveri.- e il fondo di quello danaro era fìmilmente le obblazioni de’ Fedeli, i quali anche, met- tendo ogni loro avere in comune, vendevano le loro polTelfioni, per far danari a quell’ effetto; ficchè non era dipinto il comune della Chiefa dai particolare di ciafeun fedele, {a) come fi ulà ancora in alcune Religioni che fervano i primi iHituci. Erano molto pronti i CriHiani in quei primi tempi a fpogliariì de’beni temporali, per im- piegarli in limoGne, perche afpettavano prolTimo il fine del Mondo; {ù) avendoli Crillo N. Signor lafciati incerti.- e quantunque f(^c per durare quanto fi volcflc, non 1 ’ avevano per confiderabilc più, chefe fofle all’ora per finire; tenendo per fermo che la figura di quello mondo, cioè, lo fiato della vita prcfentc trapalfa; (c) per lo che ancora le obblazioni fempre più $’ aumentavano. Il cofiume però di non aver cofa alcuna di proprio, ma »l «utt© ùi comune, fioche non vi folfe alcuno povero, o ricco, ma tutti ugualmente vivefiero, non ufei fuori di Gerufalemme; anzi nelle altre Chiefe che i Santi Ap- pofioli edificarono non fu ifiituico; nè in Gerufalemme durò molto lungamente: imperocché zò. anni dopo la morte di Crillo fi legge che il pubblico era didimo dal privato, conolcendo ciafeun il fuo, ra elTendovi anche il danaro fondato nelle obblazioni, le quali, polle in comune, fcrvivapo per li foli Minifiri, e perii poveri; nè era lecito viver di quel della Cliiefa a chi aveva del Tuo: laonde S. Paolo or- dina che le vedove, le quali hanno parenti, fieno fpefate da’ loro proprj, acciocché i beni Ecclcfiafiici posano badar a quelle che fono veramente Vedove, c povere. ( ) , III. La cura di quelli beni che N. Signore , mentre fu in vita morta- le , diede a Giuda , dopo V Afeenfìone gli Apposoli per pochiiTimo tempo r ammtnìArarono eglino IfelTi; ma poi vedendo che , per la diAribuzione , nalccvano tra i fedeli mormorii, c fedizioni , ( ^ ) pa- rendo ad alcuni di non participare quanto avrebbono voluto del co- mune , e credendo che altri avelTero più del dovere ; ficcome il ma- le è comune in tutti i tempi nella diipenta de’ beni della Chiefa, co- nobbero gli Apposoli che non potevano attendere a quello perfetta- mente , ed inficme alla predicazione delta parola di Dio ; c determi- narono di ritener ( c ) per se il minillero di predicare, e infegnare; ( ) ordinando per quelV uffizio di tener cura delle cofe temporali un altra Torta di Miniffri j ( ^ ) tutto al contrario di quello che veggiamo fare nc’ tempi noftri , quando al governo delle cofe temporali atten- dono i principali Prelati della Chiela; e l’uffizio del predicare, e infe- gnare la parola di pio, eia dottrina del Vangelo, è lafciato a* Frati, o. ad alcuni poveri Preti iniimi nella Chiefa. Maque* nuovi Miniffri che i fanti Appoffoli iffituirono per governo delle cofe temporali , fi chiamarono Diaconi; c cosi da tutto il corpo de* Fedeli fu fatta elezio- ne di d. a quell’ effetto, i quali gli Appoffoli ordinarono a tal miniffe- rio; e dovunque effi fondarono Chiela, ordinarono anche Diaconi nell* ifteffa maniera, come anche ordinavano i Vcicovi, e Preti, e altri Mi- niffri Eccleliallici; cioè, precedendo digiuni , e orazioni, fulfeguendo f elezione comune de’ Fedeli; (/) fcrvando inviolabilmente quell’ ordine, di non deputare m al wiiwi* -carica- Fxclcllallico perlAna, la quale pri- ma non fofTe eletta dall’ univerlaie della Chiela, cioè, da tutti i Fede- li infteme. Quell' ufo continuò nella Chida in tal maniera circa zoo. anni, foftentandofi co’ beni pubblici i Miniffri Ecclcfiaftici, ci pove- ri ancora; nè eflendovi altro fondo, falvo che le ubbUztoni eh* erano fatte da’ Fedeli nella Chiela, le quali però erano abbondantiflìme, per- chè ciafeuno, per fervore di caritìi , offeriva tutto quello che poteva fecondo il proprio avere; ficchè , quando le facoltìi de’ Fedeli d’ una Cittk erano abbondanti per lupplire a* bilogni della propria Chiela, fi facevano collette anche per 1’ altre Chicle povere : per lo che an- che S. Jacopo, S. Pietro, e S. Giovanni, quando riconobbero per con- forti e compagni nel Vangelo S. Paolo , e S. Barnaba , raccomanda- rono loro quell’ opera, di raccogliere qualche limofìna per la povera Cliiela di Gerufalemme, per la quale (g) anche narra $. Paolo aver fatte («) Per untm Sibòati , étt*, unuf^utrqa* \cltruni apiui (e fepuaAl , n«np4enf quoi ci bene plottiem . i.Cor. cap. ultimo. ( i ) faAum rft umrmur ijrccutuin adver- fui Hehrjtoi , co cne s’ingannò quel Principe, credendo che i tefori folTero ammalTati, c confcrvati ; perche quel fanto Diacono , acconofi della rapacità del Tiranno, e prevedpndo la perfccuzione imminente , difpensò il tutto in ima volta, com’erano teliti di fare , foprafiando fimili pericoli.* e la mag- gior parte delle perfecuzioni fatte alla Chiefa dopo la morte di C^ modo furono per quefia caufa , cioè, perchè i Principi , o i Prefet- ti , ritrovandofi in firettezza di danari , per quella via volevano im- padronirfi di quelli della Chiefa Crìfiiana • IV. Dappoiché le Chiefe furono fatte ricche, anche i Cherici cominciarono a vivere con maggiori comodità; e alcuni, non contentandofi di quel vito comune della Chiefa quotidiano, vollero viver feparatamente nella propria caia, e dalla Chiefa aver la loro porzione feparatamente in danari ogni giorno, 0 per un mefe continuo, c ancora per un lunpo tempo : cola, che, febben declinava dalla prima perfezione , nondimeno era tollerata da’ Padri - Non fi fermò però in qucfto fiato il difordine;; ma incominciarono i Vefeovi a mancare delle folite Jimofine a* pove- ri , c a ritener per se quello che doveva clTcr diftribuito ,• e co’ be- ni della Chiefa comuni fatti ricchi , facendo anche delle ul'ure , per accrefcerli; e lafciando la cura dell’ infegnare la dottrina di Crifio , tatti fi occupavàno nell’ avarizia / le quali cofe S. Cipriano (à) pian- ge che nel fuo tempo folTero ufitate ; e conchiude che , per purgare la Tua . / («1 rrnhitrrunr MAceJonia . Se Achij* coll». iMMlcm sliqvtm licere in puiperei S^ndorum , qttt fuM m Jerufilem .... Cuoi confainnuvc* rot Se iUtgiuvcm ei« fruótun hune , protit ikar in Roin. if. (A) De o(iauoiùs qux- iluoCc nundinu sBcapari de Lapfis. 6 TRATTATO DELLE U fua Chielii da qucfti errori , Dio permettefle quella gran pcrfccu- zionc che fu fotto 1’ Imperio di Decio, perchè fempre la Maclli di- vina ha riformata la fua Chiefa, o foavemente col mezzo de' legit- timi Magiftrati; o, quando gli eccefli fono paflaci troppo oltre, collo ftrumento delle pctfecuzioni. Ma febben la Chielà polTedeva tante ric- chezze, non ebbe però in quelli tempi beni (labili ; prima , perchè non fe nc curavano per la ragione luddetta , che (limavano il fine prolCmo, e tutte le cofe mondane efler tranfìtorie , e di grave pefo a chi tende al Ciclo : poi ancora perche a neflun Collegio , o Comu- nità, (^) o corpo, fecondo le leggi Romane, poteva cfTcr donato, o lafciato per tedamenro ; nè quello per qualfìvoglia caufa poteva pol- feder beni immobili , le non era approvato dal Senato , o dal Princi- pe : nc ciò ft può metter in dubbio , febben vanno attorno alcune Pi- llole fotte nome di Papi vecchi, che rendono ragione perche gli Ap- podoli vendelTcro le pofTellioni in Giudea, c ìCridiani leguenti le con- IcrvalTero, con dire che ciò fu, perchè prevedevano gli Appoftoli che la Chiefa Cridiana non doveva rimaner in Giudea , ma bensì fra le Genti; quafi che nel Vangelo la caufa del vendere non Qa mollrata efprdl'amentc , quando Grido dide alla fua Chiefa : Nom temete , 9 piccioU compagnia : vendete quello che pojfedere , e fatte limojìna’^ (è) e quafichè , febben Gerufalemme fu diltructa, alla fua riedificazione non avede una quantità di Cridiani, e anche non fieno date didrut- te delle Città dove le Chicle fra* Gentili avevano pofledìoni . Ma c fuperfluo travagliarfi a modrarc queda falfìtà, elTendo cofa certa che quelle Pidole iono fuppode ^ c date formate circa 1’ Soo. da quelli che aniepofcro , come fi fa anche al prefeme , le ricchezze , e le pompe alla moderazione Appodoiica, idiruita, e comandata da Grido: ma nella confiifionc che fu nell’ Imperio molto continuata dopo la pri- gionia di V ulw l wu poc o in olTervanza le leggi > madimc in Affrica, in Francia, c in Italia^ alcuni lafciarono, ovverodonarono anche degli Stabili alle Chiefe, i quali 1’ anno 302. furono tutti confifeati da Diocleziano, e MalTimiano; febbene in Francia , per la bontà di Codanzo Cloro Ccfarc che la governava , il decreto degl’ Impcrado- ri non fi efegui .* ma avendo quedi Principi rinunziato Y Impcrb , Madenzio otto anni dopo reditul tutte le ponfedioni alla Chiefa Ro- mana ; e poco dopo CoiUmino, (r) e Licinio, conceda la libertà di Religione a* Cridiani, e approvati i CoUegj Ecclefìadici, che con vo- ce Greca chiamavano Chicle, concelTe generalmente per tutto 1’ Im- perio che potedero acquidare beni (labili, cos'i per donazione , come per tcdamenco, efentando ancora i Chcrici dalie fazioni' perfonali pub- bliche , acciò poteiTero attendere più comodamente al lervizio della Religione. V. Cnl}e{iuni , fì nullo fpeciali pnviregio fiiboiKum (ìt , tùredirarciu capere non pofle dubiuai non ed. Lt.C.dc hzretiib. infiu leivlit . i bili r«, iu4, slh Chitfìi m.t farMi fiuti miglithi omnino nutneribuscxeurentur, ne iàerìle. tivtffe iiuutt mtnn ìmftrurhì ttglm» »' prt'r» Ro vigere efef , pr acmus boa* non folum coritn Dco , feU etum corjm botninibuf. *. Ctr. i. *c pnpillamm ilmuoi non aileiat, feti publicif ezeemunentar jadicm , ti coi *i1>ne*e*> min. vel propinqui pirtimint deleren tot . Cen* fèinu* etùm ur mraiorari nthil ii« e|ui malie- m , cui fe privituo l’ub prxtexru reJiRÌonu aJ- junxcrinc , Uberxlince «ucuinque . vel cxirc- ino judicio potlint adipiici leant aliquid vel donaiione, vel teAamento per- cipere . t. io. C. Thtid. de Seti. C 4 ) Ifli dite ehi ihEctlefixfiiti del fiulrm fi c«r/«](Ì4t'4a* a i ItUxmtrhi M«4Xir- «i44« fattuali i a l'xtiéJI’axMna /ìfia M artfmtxriara V «n«4/Jerint inJigere prartìJio , erigunrur in fuperbinn i tn , t» «» I dalle fma lettere . ( 4 ) Ipli tanrum przdioratn riiaram redimi ronrequantr de quibua féi-vandi , abalienandi , dnaandt . dillrahendi , relinquendi , vcl quead fupereil . rei , cuin in ^ta conce.Ìit , 0e libera ei voluntat eft , inre^ Itt petelUt . Nihil de monilibuc , òc fiip«llev)ili i nihil de auro , ar- gento , czietifque dare dotoui infignibui fab reJigiontt defciiHone contutrur ( fed anivtrra in- tegra in libftòt, prazìnm , vel in quoteumque allo* arbinii liii cziftiimrione mnfcrilMt . Ac & quando diem objerii . nullam Eeddìam , auU lun Cierkttm, nullum pauperem knbat hzre- dea. l- a/- Cad. Thtad, Àmm. ( f ) TvCTid. in vita Au^A. taf. aq. Dìgitized by Google MATER. BENEFIC. 9 anche rifiuti delle ereditai lafcìate alla Chiefa Aia, dicendo apertamente che ’l miniAero Ecclcfiaflico non ifUva in diftribuire molto, ma in di- ilfibuire bene. Anzi riprendeva un nuovo modo d* acquiftare alle Chicle trovato in que* tempi AelTi; e queAo fu comperando (labili coll' avan* 20 che fi faceva dell' entrate: il qual modo da quel Santo fu fcm> pre abborrito ; nè mai egli io volle permettere nella fua Chiefa .* an- zi diceva nelle pubbliche prediche, eh' egli avrebbe piuttoflo voluto vivere delle obblazioni, e collette, come (i foleva lare ne’ primitem- pi della Chiefa , che aver cura di poflèlfioni/ il che gli era grave, e gl’ impediva 1 * attendere interamente al carico principale del Vefeo- vo; cioè, delle cofe fpirituali; aggiungendo eh’ era preurato a rinun- ziare le poircffioni , purché a’ Servi di Dìo, e a' Miniftii folTe provve- duto il vivere, come nel vecchio Teftamento , (a) per via di deci- me, o di altre obblazioni, fenza che dovelTero e(Ter foggecii alla didra- zione che portava (eco 1' aver cura di cofe terrene. Ma con tutti i freni podi da* fanti Padri colle buone efortazioni , e da’Principi colle buone leggi, non fi potè però fare che i beniEc- cledadici non crefccflero fopra il dovere/ redava pur il modo del go- vernarli , e difpenfarli antico, il quale durò fino al 420. fenza nota- bile alterazione: ancora tutte le obblazioni , e altre entrate Ecclefia- iliche fi cavavano da' Diaconi ; e in ajuco loro da’ Suddiaconi , e aU tri Economi ; ed erano didhbuite per mantenimento de' Minidri £c- clefiadici, e de’ poveri: il Collegio de* Preti, c il Vclcovo principal- mente erano fopraintendenci ; e fi faceva in fomma ulta entrata , e una fpefa di tutto : ficchè il Vefeovo difponeva d' ogni cofa, i Dia- coni efeguivano, e tutti iCherici vivevano di quel della Chiela , leb- bene non tutti amminidravano. Fa menzione S. Gian Grifodomo che la Chiefa d’ Antiochia in que’ tempi a fpefe pubbliche nodriva più di 3000. perfonc t £*an rk' i dtir MHH* f* tke fmt0’ mf$ n* i/titmtt ttmf» ^rim» éi hit . (^Lxtuer lutrm , tun de rtiiitu , qium de obtarione fideliom » prout ruiuslibet Ercfe- lis ficoltiiei tdmotit , fin» diklBin »tioAaU- liter cA decretum, ronvrmr fieri ponienes > qua- rum fii u /. I. C*d.TW. d4 Mft/t. ZuUJhsmm- 9 * Ué. Tarn SanfthuietB , quitn dudure in«r ruHle pcriiibetnim , & voa , & mancìpu vcllra nallut novia cotratioi^bus robiigavic , Ad Mré- none faiadebiài . pTJtiete* neq«e horpitea pierii: de fialiqui de vobit alimoAÌc cauià natidaein cM»et* ««luot , tmauRiMate p*ticiv tur . S. Ctrtlmme jrtd» ttntr» ffivtìttf , Negodatorem Ctenewn , dite , de ex innpe tflvi. tem , ex tgnobilt glorinfum, quali qmmdunpc- iUm fiige Cui nundinxr , fiìt* plicent, de plarex , ac Medicorans ubeteix. a. *d (• )Vidt Digitized by Google MATER. BENEFIC. 1 1 tre de’ Vcfcovi vicitii col confenfo di cflo , c degli altri alTenti : e dappoiché molte Provincie, per miglior forma di governo, furono po- (le lotto un Primate, nell’ Ordinazione fu ricercato anche ti conlcn- fo di quello. I Preti poi, c i Diaconi, c gli altri Cherici erano prclcn- tati dal popolo , e ordinati dal Velcovo ; ovvero nominati dal Ve- feovo , e col confenfo della plebe ordinati da lui . Un incognU to mai non era ricevuto ; nc il Vefeovo mai ordinava chi non era approvato , e lodato , anzi propoOo dal popolo : e tanto era giudicato neceiTario il confenfo , c la prclcnz» ( »» ) del pispolo , che San Leone I. , Pontefice , alla lunga tratta , non poter ef- fcr valida , nè legittima 1’ ordinazione d‘ «« Velcovo che dal po- polo non fofle richieflo , e approva»® .■ il che anche dicono tutti i Santi di que’ tempi; e S. Gregorio riputò che non potclTc clTcr con- fccrato Velcovo di Milano Collanzo eletto da’ Cherici, (e non con- fentivano i Cittadini*, i quali, fuggiti per le incurfioni, s’ erano riti- rati a Genova ; e operò che fi mandaffe prima ad intender la loro volontà : cola degna da elTer notata per li tempi noftri , quando fi predica per illcgitima , e nulla ( i ) quella elezione dove il popolo volelTc la parte fua : cosi le cole fono mutate , che lono palTatc in ufanza al tutto contraria *, chiamandofi legittimo quello che all’ ora fi diceva empio; e iniquo quello che allora era riputato lanto . Al- cune volte il Vefeovo, fatto vecchio, fi nominava egli il luccclfi>re : cosi S. Agofiino nominò Eradio : ma quella nominazione non era approvata dal popolo : le quali cofe tutte è neceiTario tener in me- moria , per confrontarle co’ modi che ,fi vedranno ulati nc tempi fulTegucnti. vili. Ora è neceirarlo lar tm pneo digjclTionc per una nuova caufa, la qual ha apportato aumento grandilfimo a’ beni Ecciefìaflici , e nacque in quelli fieflì tempi circa il 500. e quella fu un’altra Tor- ta di Collegi Religiofi, chiamati Monalleri. 11 Monacato nacque inEgit- to circa l'anno 300.(1) fu formato nella maniera che ancora conti- nua in que’ paefi. Ma in Italia circa il 350. fu portato a Roma da Atanafio, dove ebbe poco feguito, e appiaulo in quella Citt^, c ne* Tomo II. B 2 luo- ( « ) Cnm de Smnmi SeccrJwi» elezio- ne treÀibimr , ille enmibut prxpnnitur quem Clerici , plcbildfle coafen&it roncoiditer poilu- lene , tu ut , (1 in eliam forte perfonam ur. tium divifonnc , Metropolitani fodicio it «iteti ptxforatur quim convenent, cui non licue- nt hati«re quem voluit . Ifjf- oachorum namine ceniérenmr , qui ficut a bea- TX meoiorùt Evangclilla Marco, quiprìmoa Ale- nupdrìnx Urbi Pontife» prxtuie, nontvm folte- pere «ivcndi , Atc M. a. dt mfiitMt. Cai- ^ c«p. ). N« nu Etclelia Olle mter ii’l*' Fvenr.cUipna- tipi! B. Marrum , B. Petti Apoiloli diinpulum . in omnibua ouque doftoris lui magitten» coiv- fontmem KiUm fondatoretn , o-c. Lt* MégAAt tf. fT> *f‘ 4- V- Mfiji- IO- *d Viemn. fAf. 0. S. Anttni» /« tl ftim* eln fitt vivtrf i Uà- »Ati in CcmnniiÀ s fnvs tht In Ctimfimiti Htn difirmffj In ftlituÀinei cmm t» di- mcfitA d d' OffÀt A mn AiiAtt dt' Fé- gliAAti, Vb Ktl^itft, die' igli, (ht inttrvitnt a’ inAttntini, ti Agli Altri n^t-firdiAAti , td imfiigA il TimAiuntt dii gitrim ndlt findu, t in Anslthr AltfA tmtfiA tttufAXi»A4 , ) ftlUAtu «nxe . t'iftu Dtftrt» ì d CéNvento. Ql* A»t$tht, tkìA* mAnd« d Cenwnre Cxnobium , t i luch'», hAnn» fAita tbiAtAimAft vtdrrt tht m U fUMìs C«flMiii4rie. iz TRATTATO DELLE juoghi vicini fino al tempo ^1 500. quando S. Equizio, e S. Be« nedeitó gli diedero forma {labile, e lo diffufcro; {ebbene rillituzione di Sf Equizio poco fi flefe, e preflo mancò; e quella di S. Bencdct* to fi allargò per tutta T Italia ^ e pafsò anche oltra i monti. 1 Monaci in que’ tempi, e per lungo fpazio dopo, non erano Cherici, ma fecolari, t ne’ Monaileh (i) che avevano fuori della Citili vivevano delle loro proprie fatiche d’ agricoltura, c di altri ariifizj, e inficme di alcune obbiazioni fatte loro da’Fedeli; il che tutto era governato dall’Abba* te.* ma nelle Citt^ vivevano delle loro opere; e oltra di ciò, di quello che loro era coilituito a fpefe pubbliche dalla Chicfa t Quelli ritennero la difciplina antica molto più lungamente.' i Cherici , dopo divifi i beni della Chiefa, percUttcro afiài duella divozione del Popolo; onde erano pochi che donalTero, o lafciafT«rd più beni a loro; 0 per- ciò farebbe fiato il fine degli acquifii della Chiefa; ma i Monaci, con- tinuando il viver in comune, e le opere pie, furono caula che non fi efiinfe nel popolo la liberalità; ma, lafciati i Cherici, fi voltò Verfo di loro , i quali furono firumento grande di accrefcer le ric- chezze Ecciefìafiiche ; e in progrelTo di tempo crebbero grandemen- te iri poflefiioni, e in entrate donate loro, e lafciate per tefiamento; effendo ben fpele all' ora da elfi in mantenimento di molto numero di Monaci, in ofpitalitH, in educazione , in Icuole di giovani, c inalcre opere pie^ Fa conto T Abbate Tritemio (1) che i Monafteri de’ Monaci Benedettini erano fino al numero di 15000. oltra le Frepofiture, c i Conventi minori. I Monaci ftefli fi eleggevano 1 ’ Abbate, che gli governava fpiritualmente, e che reggeva anche i'beni, cosi gli of- ferti dalla carità de’ Fedeli, come anche quelli che fi guadagnavano colle opere, e coeI* anifiizj dc’Monaci; c in progreflTo quelli ancora tho fi cavavano dagli fiabili. Ma i Vefeovi ne* tempi che feguirono nel 500. clTendo fatti aflb- luti difpcnfatori della quarta parte de beni della Chiefa, cominciarono anche a penlar un poco più alle cofe temporali, e a farli feguiio nelle Città; onde le elezioni fi trattavano non piùjcon fine di fervizio divi- no, ma con pratiche; paflando bene fpefib dalle pratiche alle violenze pubbliche : perlochè i Principi ^ che fino a quell’ ora non avevano avuto molto penfiero intorno a chi folTe eletto a quel Minifiero, incominciarono a penfarvi; effendo avvertiti da’ fanti uomini di quei tempi che IDDIO aveva commefià alla protezione loro la Chiefa, e però etano (l> jtltni tffn MtMsea, die» Mitra a^tra Cbtrua. Aiu Monacbonim eft cm(ì» ilii CTcnfonim. / C/arrieàfana * fMjtari, ad » Jda»*ri fatta la pteara. Ctencip«&unt tivesi Ego paftor; rp. ad Hdiod. Ms /« vie» idttamJheM faft •fatta deferratt dalia fiata St- tUfiafika, alla ara fari mn grada fra faina al Claaruàta. Sk vìve, dir’igti ad «n Ùamaea, ut Cleritaj effe ire>t i»vtv* d*l frimnft, t‘ ffnffMmtmUMHalttterm di Déig»^rt9Ti(itit» ntlU mtd$fimts vie» di S. Drfidtn» tn enmiitii Juit» Civium peiitimem nortran» quoiju« con* cor nomine perfimiiir, Se Pontificali benKiifiinne fublimstu*, peonobir, 8e prouniveritsOr«linibusBccleGx Jebeat exorare, ftaccepiabilesDeoholliM fiudeat otferre a. »d Brumule.Ui, f. tf. Il-, tom. I. Centi/. GaU. ef. %r. md llttederit. (J. Tbtedtitrt, lei. 7* '/• i>4* t«** I, C*Atil. CaII. ef. st. (« ) Siene iriiu me Pater , Se Ego mitco VOt. JtAA. IO, r>:.,;i; >ùz) by GoOglc MATER. BENEFIC. 15 che ras toccò loro niente , ma rutto iii divifo tra il Vefcovo , e i Cherici : anzi ancora dove la divifione fu fatta con dehtta propor- zione , reflando tuttavia in mano d^li EcclefiaSici 1' ammioillrazio- ne della fabbrica , e della parte de’ poveri , a poco a poco quelle fi diminuivano , accrelcendofi le altre due : e di quello ne lì fede il vedere che in pochiflìmi luoghi la fabbrica ha proprie entrate; e per li poveri non rollano , fe non gli Spedali; i quali però tutti fo- no di non antica illituzione . La parte de’ Cherici nel principio non fu tra loro divifa; anzi il Vefeovo aveva cura di tratiare ciafeuno fecondo i meriti: ma poi i Cherici alTunfero il carico di dividere , efclufo il Vefeovo : e poichò ebbero la loco parte , dove nò il Ve- feovo, nè altri aveva che fare, cfli ancora fi divilèro fra loro , fic- chè ogni particolare incominciò a conofeer il fuo, e fi lafciò di vi- vere in comune . Ma febbene le rendite erano cosi divile , rellava- no però i fondi tutti in un corpo governati da’ Diaconi , e Suddia- coni, e le rendite rifcolTe da quelli, e confegnate al Vefeovo , e a ciafeuno de’ Cherici fecondo la pteporzione delie loro parti ; e in quelli tempi in Italia le polfelTioni delle Chiefe erano chiamate pa- trimonj.' il che ho voluto rammemorare qui, acciò nelTuno penG che quefto nome GgniGchi qualche dominio lupremo , o qualche giuri- Idizione della Chiefa Romana, o del PonteGce. Le polfelTioni di qua- lunque famiglia , che venivano da’ loro Maggiori ne’ tempi de’ qua- li parliamo, fi chiamavano il patrimonio di quella ; e chiamavaG anche patrimonio del Principe A fondo eh’ egli pofledeva in proprie- A; e per dillinguerlo da’ patrimonj de’ privati, G nominawa SarriM» Pturimoniiim , come in mtdte leggi del Itbro u- del Codjc» fi .lqg' ge; fi diede poi per le illefli ragioni il aeme di lèffioni di ciafeuna Chiefa : Gveggono nelle pilMe di S- Gregorio no- minati noB foln i parrimcuii ChtcU n.uui.uia, ma anebe il pa- trimonio della Chiefa di Rimini, il patrimonio della Chiefa >dir Mi- lano, il patrimonio della Chiefa di Ravenna. Alle Chiefe poGe in Citik di abitatori di fortune mediocri non erano lalcute pgfléirtqpi fuori del loro diflreiio; ma a quelle delle CitA Imperiali, ctmreRo- ma , Ravenna, Milano, dove abitavano Senatori, e altre fetloM.jir lullri , erano lafciaie in diverfe parti del Mondo . pa meniorc S. Gregorio del patrimoni» della Chiela di Ravenna in Sicilia, n d’,HP aluo patrimonio ùi Sicilia della Chiela di Milano.' la.jC|gì|fe:jf^|g%- na avea patrimoni in più pani del^ando: fifa menaione^ì 'patri, monio, di Francia, d’ Affrica, di Sicilia^ delle AlpiCozie, e dimoiti altri luoghi : anzi in tempo dell' iftelTo S. Gregorip vi fu littitialui, e il Velavo di Ravenna perii patrimonj di amendqe le CMAèjiphe C accomodò anche per tranlazione. Per far anche rifpettare le pof- fcGioni della Chiefa maggiormente , folcvano dar loro il nome del Santo che quella Chiefa aveva in ifpcciale venerazione : coiì UChic- fa di Kàvenoa nominava le poITcGloni fue di SantoApollinare; i^quel- la di Milano di Santo Ambrogio ; e la Romana diceva il patrimònio di San Pietro in Abruzzo ; il patrimonio di San Pietro di Sicilia , &c. al modo che a Venezia le pubbliche entrate G chiamano di S. Marco. Ne' patrimoni del Principe ( quando non erano alTcgnati a’ foldati) era Digitized by Google i6 TRATTATO DELLE era pofto un Governatore (i) con giurifdizione nelle caufe che a queU la profe{Tione fpertavano. Alcuni Ecclefiailici della Chiefa Romana tentarono d’ nfurpare rimili ragioni ne’ patrimoni quella Chiefa , volendo far ragione da sè ftefii, e non ricorrere al pubblico giudi* zio; la qual introduzione S. Gregorio riprefe , e condannò, e proibì fotto pena di fcomunica che non fi faceife . Pagavano le poirelTioni Ecclefiafliche tributi a! Principe , come manifeltamente appare dal Canone 5# tribnt$tm , (#)ch’è di S. Ambrogio; ed è chiaro che Coflan* lino, il barbuto, nel 6 %i. conceHè efenzione da' tributi che laChie> ia Romana pagava wl patrimonio di Sicilia , e Calabria ; e Giufli- nìano il giovane (a) nel ^87. rimifc il tributo che pagavano i pa- trimonj di Abruzzo, e della Baniicata . Non riceveva la ChiefaRo- mana tanto grandi entrate da’ patrimoni Tuoi quanto alcuno crede ^ imperocché, narrando le Storie che Leone Ifaurico nel 732. confi* fcò i patrimoni di Calabria, e di Sicilia , fanno menzione che ren* devano d’ entrata tra tutti tre talenti d’ argento , e mezzo d' oro , che fanno in nollra moneta, per non far m imito conto fopra la ve* rith delle opinioni quanto precifameme rifponda ad un talento , fomma non maggiore di 1500. feudi; e il patrimonio di Sicilia mol- to ampio non pagava più di 2100. feudi. X Non è fuori del foggetto di cut parliamo faper quefli particolari che occorfero , mentre le poflefriont della Cht^a recarono tutte in un corpo , e fotto un governo fteflb , febbenc le rendite erano divife .* il che non potè durare lungamente, per le contefe che nafeevanc tra quelli a’ quali appar teneva i’amminiftrazione, c gK altri che ftavanoal* la loro difcrezione/ UmiCj; iì^duìon^., cìiftwi* Minidro incominciò a ritener per sè le obblazioni eh' erano fatte nei fuo Tem* pio , le quali gtk fi folovano portar al Vefeovo, acciò le dividelTe; ma, per ricogniuone della fuperiortt^ Epifcopale, ciafeuno dava la terza par- te al Vefeovo , e qualcne cofa di più per onore , che fu poi chia* mato il Cattedratico (^), perchè era dato per riverenza della Catte- dra Epifcopale. Divifero anche i fondi, e alfegnarono a ciafeunò la fua porzione. Quelle mutazioni però non furono fatte in tutti i luo- ghi infieme , nè con un pubblico decreto; ma, come avviene a tutti gli ufi , che principiano in qualche luogo , e fi comunicano fuccelTi* vamente agli altri , mafllmc i cattivi , che hanno corfo più veloce, e meno impedito. In que’ tempi , quando le cofe Eedefiafiiche furono ridotte a que* ^ fio S tÌNtamMVM Cornei munì _MivÉnmm, ptt di/hmmrtU dal Cornei Sucri Pimcnonii . Si fari* di ammdmt *A friwm Ut* d*t Ctditf. «de! frimt att fitti* JJ. * (iti fttfd* »*i titoU |r> («) Si iribotum pem Impcritor, non ne(;i> mH. , a^ri Eccktu( (olvant tributsmt $i egm« ilelìderit Imperator, poretUreoi hiMi Ten. t. if. (O traGi^^/lm^aH*, /*t*»d*/[lm*U 4 C^aafiH* il iariat*. ) Cathedratirumeriimnon i«ipIioi, quim venAi mr>tit effi conAitcrit ^ ab loci Pte> ibytcro norerit exigendum . Ctlafimi Faliaa* MfiTtéf* ama* 4fii.Caa, i.f. Camfa lo.lUoJ te voUimurmodiianiùUiicuiiadirc^e^i Epiicofo- nitnSicilis de |»arochiis ad te pertinentibosno- (Bìm Cathedratici aoiplius, quam duoi folidotj prvfunant accipere. aaa* fto. Cam.i, Caafé I». Digiiized by Goògle MATER. BENEFIC. 17 Ud flato, erano di/lribuiti Ja’ Principi agli uomini militari i fondi pub- blici , con carico a chi di cuflodire i confini ; a chi di fcrvire il Prin- cipe ne’ governi civili ; a chi di feguirlo «dia milizia ; a chi di cullodire le Ci cù, o Fortezze; e quelli, che con vocabolo Franco, e Longobar- do, fi chiamavano Feudi, nella lingua Latina, che ancora non era total- mente eilinta , fi chiamavano Beneficia , come donati per beneficenza dal Principe : ( 1 ) pel qual rifpetto anco alle porzioni de' fondi Ecclefia- ftici, ovvero al ]us di poflèderli , fu dato il nome di benefizj > perchè erano donati dal Principe, come i Vefeovati; o dal Vefeoro di fuo comen- lo, e concefiione, come gli altri ; e anche perchè i Cherici Ibno Sol- dati fpirituali,e fanno guardie , ed efcrciuno milizie facrc. Le Badie di Ik da’ monti erano ormai fatte molto ampi» , e ricche ; per lo che i Maefiri di Palazzo alTunfero in sè T autorità di fare l’Abbate; e ciò con ragione affai apparente; perchè i Monaci all* ora, come fi è det- to, erano laici, lenza alcun ordine Ecclefiaflico * Vero è che non Tem- pre lo davano elfi, ma anche alle volte concedevano per grazia a' Mo- naci che le lo elegelTero. Ma in Italia, non elTendovi Monafieri mol- to riguardevoii in ricchezze fino al fuddetto tempo del 750. i Re Goti, poi gl’lmperadori , ei Re Longobardi non ne fecero gran conto; on- de la elezione refiò a* Monaci colla fola fopraintendenza del Vefeo- vo . Ma i Vefeovi alle volte, intenti ad aggrandirfi, erano troppo mo- lefii a* Monafieri; perlochè gli Abbati, e i Monaci, dcfideroli di libe- jarfi da quella foggezione, trovarono il modo , ricorrendo al Pontefice Koiiiano, che li piglialTe fotto la fua immediata protezione , e gliefen- talTe dair autorità de’ Vefeovi . Fu ciò lacilmente confemito da’ Papi ; fervendo loro, e per avere nelle Cittk d’ altri perfone immediatamente dipendenti da loro*, e per amplificare la podeili loro fopra i Vefeovi ; importando molto che un membro cos^ notabile, come i Monaci , che in quei tempi quali foli attendevano alle lettere, dipendefiè toulmence dalia Sede Romana . XL Dato principio a quella efenzione, in brevilfimo tempo tutti i Mo- naficri reilarono congiunti colla Sede Romana , e feparati da’ loro Ve- Icovi . ( 1 ) Timo IL cirearam, vel undenim. «pie ad prz#. ^rhfHtt Im f'ttnjtm* di S. Pittri m mmunrm .tkt M*u i*frr» fiù fi** mlUSMMtm Sidt. iit- etm* fii rwndMMM m vmutmffi» driU Certi di Ktmm , mtttf* rie feel/i rie •trrugtmi frivileif tmnu* imurtjfedidiffudert F mmtirifm diihilitiu- €idr. M/l il Pmf» mdff) Viirutieri mllm Urt fufflJ- tu , S- Btrnmrd* , dettjfmud* uevitm , fttt «edere » fmfm Eufrm» HI. tb’ trm uu irmud* eiiuu' Aibmti riemfmff* d' ulhiim mi fmm Vtfavt, * •/ Viftrvi mi fu» Mttrtfihtmn* : rie tm Ciò m M«l^«ii/e devrvm rtiilmifi fui mmdilU detU trtemfmmti , dm ma' Au^tl* tua bm mmi detti: Io C In Fran- non voglio eflcrealdi ibeto deir Arcangelo . rè# mvreH* mmi detti ifmifi* trmm Smnt» , fi ftfft vijfmti in mltmu* d* Settli fufijmtnii ì S. Birmmr. d» , dice mvvtjmmril Meumei , e Ztlmm- ej^«e ftr tm fmntm Stde, trmdmmmmvm mltmunutt ^ufJF iftHtitmi i M^«rri> ifturmri %U AUmti dmllm {lurifditient di' l^tftevi rie tefm ir», due- vm iflt, fi meli emmmmdmrUri Im rìMliauì £ mm erm mmm difermiti A mifiiHtfm mi i»rf* dilla Cbtifm r umirt mimdimtmimimti «« CafitiU , t mmm Mmdim mllm fmmtm Sedi , litm uil re^ «mm. m» l’MJiire mmdit* mllm ttfim f Beli i hntefftrvmrt difmjfm^i* ibi ^mijlm ifemùem* ffiritmmU entri ftr Im fertm dell' tfim.iini dm'dirttu ttmfirmlì e*Hti. dmtm Itr» dm' mtdtfmi Vefetvi . Titnc cibi liciiuna cenlcat lùit Ecelefiat nmiilare raembrit . confunde- K ordinem, perturbare termmoi, quoa poAieninc Pacm niif Monftrum £icii, G, manui (ùbmoven* digitum, (uii pendere de cwite , fiiperiorem naaai, bciduo coilaKralcm.Taleed» fiiaChri* ,8 TRATTATO DELLE In Francia ì Vcfcovi fatti dal Re, c molto più i fatti da' Mac* (Iri di Palazzo, iminuita ('autorità Regia, fì diedero tutti ade cole temporali; il che anche fecero gli Abbati, che coniributvAnu Suida* ti al Re, e andavano in periona alla guerra, non come Religiofi , per quivi far uHhzj di Minjllri di Grillo, ma armati, combattendo anche colle loro mani; perlochè(i) anche non furono contenti deU la quarta pane de’ beni, ma li tirarono timi a loro; onde i poveri Preti, che nelle Chicle amminiftravano a’Popoli la parola di Dio, e i Sacramenti, recavano lenza aver di che vivere; perlochè i popoli per loro divozione contribuivano loro parte dell’ aver proprio: il che facendoli in alcuni luoghi più largamente, in altri più parcamente, ne nafeevano alle volte querimonie; perlochè, irattandofì Ipeilo quan- to folTc quello che fi dovellc dare al fuo Piovano, palsò in comune opinione, clTcr conveniente, ad efempio della legge divina nel vec- chio tefiamento, il dare la decima ; la qual efiendo comandata da Dio a quel popolo, fu facil cola rappreientare (tf) come debita an- cora folto il Vangelo di Grillo; febbene da efib N. Signore, c da San Paolo altro non è {b) detto, le non che al Mipifiro fi dee dal po- polo il fofientamento (c) necclTario; che il MiniUro , o operajo , e degno della fua mercede; c chi ferve aU'Altare deve vivere deif Al- tare, (d) * fenza prcfcriverc la quantità determinata; perchè in al- cun calo la decima farebbe poco ; e in altro calo la cemefima ba- fterebbe ma perchè quella è cola chiara, e di lotto avremo bilogno di trattarla più diffufamente , non dirò altro per ora, le non che in quel tempo, e per qualche fecoio Icguentc, i Icrmoni che erano fat- ti nella Chiefa, iaiciate le materie della fede, non verlavano in al- tro, che in pruovc, cd elortazioni a pagare le decime: cola ch'era- no sforzati i Gurati a fare, c pel bilogno, c per T utilità; c nell’ amplificare oratoriamente, come occorre, fpelTo palTavano tanto in- nanzi, che paicfa mtta.lu, perfezione nel paga- re le decime (a); delle quali anche non contenti, nè parendo aliai le prediali, cominciarono a portare per necefiarie anche le pcrlonali, cioè, di quello che l’uomo guadagna colla lua fatica, e indullria, della faccia, di ogni artifizio, e anche dello lìipcndio militare. Di que- C^l «luri delfrviuflt, cnm sicari fxriuù pane .... DotTM'iii tainivit iù, qui Evanj^rlium «onuncisnc , 4e Evsngelta vime i. Ctrmih. y. * Vedi V drtttete (») U» PrtdMétfre mi f.mfe di Ctrl» fredù tst’St (bt m*m fiUmmtt «r* nueffMne d$ f-i/.ir le Drtim* «’ ^rrfi , m» njjiadi* dt ftrtsr’.e ufft Un O/». Nec e:ic «ptasre k Clerici «111 decun» vobu rtquusnt, leJ d* triti tbt prtdtcàiM ttif. siitfp, ttmtrs il fmlt Aln dentiiaruin elabori qu'S novetit tniina ApolUitrc pietaus lade nucneiwit efl, donec trtiiat, convalelcar, *t roboretar ad Kceptionem lUltdi cibi . (^iii im. ponemlum eli fugum cervkibnt idiorrem, quod n«c|cie noi , nei]uc fratrea Uullri lufre-rr {vnue- lune ? £^iyf. i.éfud ìdAlilleif tim. 4. Ai torpore membra sliter torta , cjutm ciirpoiuit fplc Sicuc Sc'tfhire , 0 c Cberubim , tc c^eri quiepe ufquead Annloj, & A’rhtngcto* ordinanrur lub uoo capite Deoi lu hic quoque fob uno fummo Pont ibee prinìatei , rei Parriirr hx , Arrhiepircopi, Epiicnpi, prabyicri, velAiibaici, & re'iipii in bone modum Quod lì dicat tp Cupui.'NQloellélubArrhiepircopui tur Abbtsi Nolo obedire Epifccqo, hoc de Cxlo 000 eAj ailìcurone Angciorum quempum dicenrem audi- Hi? Nell fui Artk*»irt“ *jf*, ^ . dt Ctnfid, hi. }. iini lUtum taluberriffiii fiaerK. a mcisbrM Ec> deitz ooini tempore (èpareior. Cnm. f. m fin» . (o, (]) , « fmrldT froftuurnnut , ajjnjara, tfdtftfHt, ) ttnfflMHldt». ilz veilrz falubrt debeamu dirpoGtionc fÌKcitr- me t de ideo leiundiire deSdenum vefirum, fratrem , 8c Coepitropiun oodnim euju! Eceleiìa eli ab noAiaui occupata, Cardinelnn «eftrz Ecclcltz, ficutperiftia , lonAituimui Sacer- dorena» quitenua vot de propitio, At ordinando, de vigilando (óllìeitc Audrai gubcrnarc. cui de* dimuiinmandatif, nemu{U3m ordinationet przfu* inac Uticiua. Uitr. Dinrnm Smmm. I^unif. tir. II. c*p. 1* (c) Hzc vox, diti Ontpto Ptnifint mtUm fn* iattrprttd*Jt*r dt' mnmu IrrltS^nfit*i , (vrquent ed in tegiliro D. Otrgoni, & Epiftoiis PontiScum R'munoruin, & decrrtalUMU , qutbutÌ! Cardinali! dicitUT Preibyter, vel Oiaconua, qui certz aliciri Ecciti , vel Diaeoeuz propria! , de adcMrtiaJicujau tituli ,Ave Eccieliz miniAeriunordinatu», inferiot , atuiexui , de , ut iplc loqaitur , meardtnatm cA . Naia S. Gregorio idem eA Cardìnalcm conAituere in all- quorituio, vel ficclcAa, quod incardinare alleai Ec* (Idìz , vel io altqua Ecckita cardinare . Idem rriam drEpilcopit dirà, quod de tua EecleAa ad alìani. ncccATratii caufa , tramUtni^ EpitcopeM etoidem ficcieiàc fijz, iUius vero ad quana uaatUùlìuiri zo TRATTATO DELLE tu, eh* erano le principali, più ricclie, e con più carichi, e rainifte- ri, ricorrendo per lo più cjuelli eh’ erano fcacciati da’ propr) luoghi ; e quelle Chiefe , come più ricche, e abbondati, ricevevano più di quefti foreftieri, e però avevano più Cardinali: il che anche era ri- cevuto dalle fuddette Chide, perche con quella via acquiUavano da ogni luogo i più infigni uomini; ficcome al tempo preicnce fifa*, e però poche volte ordinavano de’ loro, ma [penilTimo incardinavano foreftieri’, onde in quelle due Chicle rcllò che tutti fi chiamalfero Cardinali . In quella di Roma dura ancora il nome *, in quella di Ravenna durò fino al 1543. quando Paolo III. con una lua Bolla annullò il nome de’ Cardinali nella Chiclà di Ravenna : cos'ì il no- me di Cardinali, che moflrava infermiti, mutata fignificazione , è fatto nome di maggior digniù, e viene detto che fieno Cardinali, cioè, Cardines Orbis tcrtaTum\ Ti) e quello che non fu nc grado, nè ordine della Chiefa, ma indotto per accidente, è ialito alla gran- dezza, e dignità nella quale oggi fi trova. Ma chi guarderà i Con- cili fatti in Roma , dove fono intervenuti Vclcovi Italiani , e Preti Cardinali Romani, vedrù che Tempre i Cardinali hanno fottoicritto dopo i Vefeovi *, nc alcun Vefeovo era fatto Prete Cardinale anche ne’ tempi polleriori. I primi Vefeovi fatti Cardinali furono alcuni principali fcacciati dalle loro Chicle , come Corrado Magontino , (cacciato per ribello da Federigo I. Imperadore , fu abbracciato da Aleflandro III., c fatto Cardinale Sabinenfe. Non avevano nem- meno i Cardinali Romani alcun abito, o infegna dìfiinta fino ad In- nocenzio IV., che nel 1244. la Vigilia di Natale diede loro il Capello ( 2 ) rolTo , a cui Paolo 1 1 . aggiunfe anche la Berretta rofla, (3) eccettuati i Regolari / ma Gregorio XIV. nel noftro tempo la conche ancora loro. £’ fiata necefiaria quefia poca narrazione, poiché verrà Ji§nir\ che al prelcnic è primaria nella Chic- fa, e alla quale pare non trovarfi titoli fufricicntf . (4) Il Pontefice prefente, Urbano Vili, ha per Bolla propria conceduta loro 1 ' Emi- nenza. (3) XIII. Suenlotes , Uve Pamificct Cardinal«y vac» t t»44. Iug^uni,.in Concitio gm«ra!i la. Csr* i/«v‘ ) fin ft' incarJifure aliqocm S. dioslibui virii ctcelIeneinÌRn^ cr n»ìi. S*ft* frtmv.du* pur lìium , li opu* efliet, prò I-ccJeiuilira libertà. ifU, i CHTMti dt Rimi ri/iJvtffiri dt freadiriit te tuenda , gladio ofiène deberej & prxfettint tinti di Cirdunii, fif I* mm co rempore quo Romana Etdctu a federilo H. tkt «ttfMi** d'iffm i fi" vHimi mtmijhi atfifi, Imperaeore vcheioenter oppugnabumr , « ÀI firtieifitt dtU* Jm» iUimhiì ■ tJtUitmm' fanvM. fifta i ijmali gita tattiilgl- ta d'efftn agginan alii nijtn aaniritiiai, par cnu* ! due lagiait ly. ita Tapcr hot Sede* Apo- grmmditi ni Un muta, fi lUnarima dalia Un jloliea , touuf Ecclefur oftium , quiciùl , Ac iiu. dipraienia. ilencatur, (J) ^tjh "Itimi panie feaa finn ageimn (a) Hic in vigilia lutai» Domini anno aiP OtfiaaU Jialiaai , a da' Cifijh , • dagli Digilized by Google 1 MATER. BENEFIC. ZI XIII. Dal principio fino poco innanzi il 500. come li è detto , ogni Chierico era ordinato a qualche uffizio, c viveva a fpcfc comuni; dopo fatti i Benefizi, l'idefla cofa era ordinarlo, e alTegnargli Tuffi- zio da efcrcitarc, e il benefìzio dove cavar il vivere; nè lenza Be- nefizio fi ordinava alcuno ; ma in progrcflb di tempo , comparendo qualche foggetto atto al Chcricato, febbcnc non vi era luogo, c be- nefizio vacuo, per non perdere quella pcrlòna, i Vefeovi T ordinava- no fenza certo uffizio, 0 titolo; c però anche fenza benefizio, per afpettare che alcuno nc vacafle; « quelli ordinati fenza titolo aiuta- vano i Benefiziar), da* quali loro era dato trattenimento : ma in pro- grefTo di tempo crebbe a cosi ecceffivo numero quella fona di Che- rict ordinati lenza titolo, 0 benefizio, e fi diminuì tanto la cariik ne’ Benefiziar) a dar loro foftentamento, che , naicendone infinite in- decenze, e Icandali, bilognò provvedervi con legge, c coftringere i Vefeovi, che ordinavano fenza titolo, a fomminillrar il vitto agli Or- dinandi ; ( V» ) c quelle provvifioni nel principio che furono Itatuice fopirono alquanto il difordine; il quale però non flette molto a ri- forgcrc ; e più volte repreflb , è fempre ritornato : al che due cote hanno data caufa infieme : Tuna, il defiJerio di molti di farli £c- clefiaflici, per goder Tefenzioni, e liberarfi dalla foggezione de’ Prin- cipi : T altra, T ambizione de’ Prelati, di aver loggctti molti a’ quali poter comandare ; nè ancora è provveduto bene a quello dilordi- ne, ficchè per tal caufa non fuccedano in diverfi Regni molte inde- cenze, che fono cagioni dì far perder al popolo il rilpetto della Re- ligione. X I V. Nemmeno è fiato efentc da quello inconveniente T Ordine Epifeo- palc, ficchc non fieno fiati ordinati Vefeovi chiamati titolari, 0 con voce deriforia : Nulla tenenti : ( i ) non fono però così volgarmente trattati, come gli altri Cherici non benefiziati; imperocché, febbene fi ordinano Preti, Diaconi, e altri Minifiri inferiori fenza carico, nè in fatti, nc in nome, non fi è però collumato fino al prelcntc d’or- dinar i fraintrtimfjlt h.t9H0 frtf» Hit' 0ita*tst.i9iit fatta nrl maf^iat ftr maa tam- tianaueat dttnjft; tatfatttthì F.e.ttU framtr- t» iHnaat.1 V tfaltauMl al di U^* ^«>1# Vili- Epiifoput, fi alivnec { nifi lalit oraioamt de Tua paterna hzreditste , Val alta, boncitsMi caufa, fubruliutn polite ha- bete. CauMt i dtl C»ntiii* lattraHtHjì fm» AÌt^amdn III. , t fi trava ntl taf. 4. tg. tra ir fréhtnda. (i> yJaVrft*^'* ntICmfilt* dìTrta- ta difia, ehf ti Vtftavata rtetrra una Diattfi, a tk* ti Vifeava, a la Ckitfa fatta rarrtlattvt , tth wta il hiariia , a ta hlagiu ia maniera , tha f* una Mb fu» fiat ftnta Faltra’. tbr dì ^ntfiaar- à:nazJam man fi vedeva fata un vafiigia in tmi- tn F Antitiiktìk, in rati i Vtftavi , tha aiianda- navama i lata nftavatt, a (he n'arana frnau , ntn arana fià témfiderati ftr (alt i in fatila {ai- fa affante, thè Ma* \Jemaa, al faale fia eeeana la JUtf/ir, fià ii tn viem rm fidarata »er Uarira, Refltti nn Vtftava Italiana, thè i Weftavi' titela- ri, avende félamtntt la fedtfia dtU'Ordine , uan era nettfiaTia che mvefitfa ana Chìtfa t ebe fa una valta nen fi erdméva altun Vefeapa, fan- za afftinar{lirat nnai rA derivava, ferrhi ntm fi ardmavana ne' Preti , ne' Diatam fenta tua- ia: thè feftia era fiata rieantfuuta ^tr t^aum- fati ante al fervitia di Itia, thè vi fafitTa Preti fenta titeia , ed in tenfremenza Vtftavi fiuta Dtattfi. Fra Paaia hh.t. del CentUea di Trentat * Ftdi FArtitala la. zx TRATTATO DELLE dinar Vefcovo fenza Dioccfi dalla quale (ì denomini ; perlochè fé gli aflegna una Ci[t^ poflcduta al nrdènte dagl' Infedeli , dalla quale prenda il nome; dove non cHcndo alcun Criftiano , TOrdinato refta col folo nome, fcnza popolo; e vive fervendo qualche Vclcovo gran- de, il quale non polla , o reputi cofa inferior a sè , 1' efercitarc per se Hcdò le funzioni Epifcopali. Di tali Vefeovi titolari ve n' era gran numero innanzi il Concilio di Trento ; ma al prclente è molto ri- flretto. Ma perche adeflb i Padri Gefuiti propongono queffioni, fc il Papa poflfa ordinar Vclcovi fenza titolo alcuno, nè vero, nè finto, Jìccome fi ordinano Preti, e Diaconi, e decidono che pofia; piaccia a Dio che quella potenza non fi riduca in atto , e fia perduta la ri- verenza anche a quell’ Ordine, la quale gi^ era grande vcrlb tutti ^li Ordini Ecclefiafiici , quando non era ordinato, Ì^e non chi era in- iìeme defiinato ad un’Uffizio, come lì è detto.* per la qual cagione tutti riledevano al loro carico, perchè non fi poteva latciar vacuo; c non vi era chi potefle fupplirc, clTendo tutti occupati nel proprio*, onde era incognito il difordine di non rifedere .* fimilmcmc era inco- gnita la difiinzione di benefìzio che ricerca rcfidenza, e che non la ricerca*, e, o ricco, o povero che fofle il benefizio; o di molto, o di legger carico, conveniva che il poirclTore fcrvifle perfonalmente : ma dappoiché s’ .incominciò ad ordinare feoza titolo, avendo i Tito- lari chi mettere in luogo loro, lalciavano il carico ad uno, che at- tendeva con qualche poca provvifione*, ed elfi attendevano ad altro. Così i Vefeovi in Francia Icrvivano alla Corte % come pure i Par- rochi, fofiituito qualche povero Prete. S’incominciò a provveder al dilordine, non con legge, o con collituzioni , ma con gafiighi di cenfure, e privazioni in maniera, che ne’ tempi de’ quali parliamo, cioè, ne’ prolfimi innanzi P 800. con quelli gallighi erano tenuti in freno: ma co^ >> a>MÌfìr>ge dc’bcnefizj, come anche rordinazionc di non titolari, e le provvifioni per la rclìdenza, non pafiavano fcnza qualche diverfit^ da un luogo all’ altro*, c anche nella ficlTa Chiela non paflavano fcnza qualche variazione, caufata sì per li diverfi pcn- fieri de’ Vefeovi che lucccdcvano, come anche per lo divcrfe provvifioni fatte di tempo in tempo da’Principi, per ovviare a* dilòrdini cagiona- ti dal troppo volere di qualche Ecclefiaflico , o dall’ impazienza di qualche popolare, che non fi poteva veder efclufo totalmente dalle cofe Ecclefialliehe, XV, Molta variazione pafsò fino a Carlo Magno, il quale, ridotta fot- te la fua ubbidienza l’Italia, la Francia, e la Germania, riformò anche le cofe Ecclefialliche, riducendolc ad uniformità, le quali in diverfi luoghi erano divcrfamcntc illituite; rinnovando molti de’ vec- chi Canoni Concitiarj andati in difluctudine*, facendo egli divcrfe leg- gi Ecclefialliche per la dìRribuzionc de’ benefizj fecondo rdìgenze dt quei tempi : reftituì in parte a’ Parrochi le poflclfioni che i Vefeo- vi, come fi è detto, avevano tirate a sè, ordinando ad ogni Prete Curato ne fofle aflegnata una della quantità che in quel tempo chia- mava- Digitized by Google MATER. BENEFIC. x3 mavafi Mcnfa . (i) Pafsò allora in Italia il coflume di dare la de- cima alla Ghiera Parrocchiale, che gili molto innanzi era introdotto in Francia. Aggiunlc però Carlo di nuovo, che il Vclcovo, come Sopraincendente, e Pallore generale, potefle dare quell' ordine lopra la didribuzione delle decime , (a) che parefle a lui; pcrlochè i Vc- l'covi, dove erano molte, c graffe, ne dil^lero in diverte maniere: ne attribuirono parte a sè llcffi, parte a’Preti della loro Cattedrale; c ne aOegnarono anche qualche parte a’Monafteri, con carico che cfli mctteOcro un Vicario alla cura, dandogli la porzione conveniente: c, oltre airaffegnazione del Vefeovo, alle volte le Chiefe non Parroc- chiali fc ne appropriavano qualche parte, che in progreffo dì tempo poi difendevano colla preferizione . I Princìpi ancora ne applicarono alle Chicle verfo le quali avevano maggior divozione. Rcllitui Car- lo la libertà a’ Popoli di eleggere i Velcovi , concedendo che il Cle- ro, e il popolo doveffe elegger uno della propria Diocefi , il quale folte prefentato al Principe; e quando da quello foffe approvato, e in- vertito, dandogli il Partorale> e TAncUo, doveffe efler conlccrato da’Vc- feovi vicini. Kcrtitui anche a’ Monaci la facoltà di elegger l’Abbate del loro proprio Monartero : {if) rtaiuì ancora che i Vefeovi doveffero ordinar Preti quelli che foffero prefentati da’ Popoli delle Parrocchie, Stabili anche Carlo 1' elezione del Pontefice Romano in fimil ma- niera, ficcome era anche irtituita , quando gl’ Imperadori Orientali dominavano Roma; cioè, che foffe il Papa eletto dal Clero e dal Popolo, e il decreto della elezione foffe mandato all’ Imperadore , il quale fe approvaflc (c) l’Eletto, foffe conlccrato. Vero è che, mot- to Carlo, quando gl’ Imperadori della Tua porterità fono ffati deboli di forze, o di cervello, i Papi eletti dal popolo fi fono fatti confc- crare fenza afpettar il decreto dell' Imperadore : cosà fece Pafqualc con Lodovico, figliuolo di Carlo; febbene manJà poi a Icufarfi con elfo lui, che non era ciò proceduto per Tua volontà, ma per forza del popolo, che cosà aveva voluto. Sono ben alcuni i quali dicono Lodovico aver rinunziata la facoltà di confermar il Papa ; e perciò allegano il C. Ego Ludovicui^ ( * ) quale altri uomini di molta 0) fwL ri) HUfffMrié ftrvivtrt, t»mt ntr* 5 .Cr^iav# nell» vit» dt S.Ltfstié d* Arili . Ouncc omnn «l> iffo eflènt redempri co tTgento mo AaterriW ejui Conici Eccirlìa Menfa rcin^ucnt. HitU nM/rrw ftmdaU mn c| firviMm» munr» dtll» farti» Urnf». ( .« ) Uc Derimz in pcreJkste Epiftopi Hnt , qiuiibét a PresEycerìi dilpcnientur . t»f.i4i.lti. 1. CsfirmUr. (i; Monichorum (ìipiiiiein caufam , Deo ojmuUiite, «■ pane liilporueninui. Ac cuo> modo ex (é ipfu libi eligendi Uccntiam deaeri* tcui , Ac qualiter cjuiete vivere , propolitunique indetefli cutV/dire valerent ordinaxenmui , in •lu libcdula diligenter idnotari feamuit At ut Bpud Suceellorei nofkr» ratum fbret , Ac invio- Ubiliter coniervarctur, conErmavimui . t*f, lt> iii. t- CtfitmUr. (r) i U fimr*mtiir» tir* fm dal Clrrt , « dad fafaU XMMa» frràata « il traigli», •d a Lttaru fu» fi'UmtU 1’ »n»» «14. Proemno ego Uk per Deuni t^nmipotenreir , Ac per iUa qusruor Evangelia, Ac per bone Cnicem Domi- ni aoliri Jrfu Chndi, Ac per corpus BearilTìmi Petti, prinuj'ii ApoAolonim, quoo ab hoc die in lidtlu ere Dorainis nollr» Imperato* dot tri- ribus, Hludovico,Ac Hloario, dicbui vitjrnie«, }usr4 vim, Ac imelleòum meum, fine fi^ude, atqae malo ingemo. Ulva fide, quam rrprninifi Domino Apo^iicoi Ac quod non conlentiam ut alitcr in hsc Sede Romana fisi elegie Pontili* (is, nifi ciaonue , Se julle, fctundum virci, Se intclledum meum, Ac iile qui elechii fiierh , me conUatiente , conlécvirui Poimiex non fiar, priurqu.''in tale làrtan>er.tuni U^iar in prskmia milG Doaùnici Smperaions, Ac populi rum pa* ramento, quale Dominus Eagcoiui Papa Ip n- te, prò coniérvaiione «^nnitun, Uftutri bibet per firiptum: nmai. CafiimUr. fag. «47 yid» Tb»- gaa. ad aaaam tiy. ferduravit hxc confiietu* do, dir* Onifri», ufque ad BenediAum II., cu- jui fanfìiraie petmorus ConUmcmus Iniperator, Heradii pronepm, et'.i&o tuo julTit ut deincepc, quem ui, pnpululque Rotnanua Pontificcm aekgiQent, », nulla ampliui Imperatom con- fitnucmrtc expéò-.ia, more vcmiiifiimo, Aatim ab Epilirop» orduuretur* Aa»»t. ad m/am fr- laga Jf. l*) D Jtiaff. éj. Vidr Tltrmm dr rltHitnitMi i» fm tfrram Agttardt. taf. 6 , fag. i{t. , rAi Balnuam. /tdt ttiam Tbtran. ad oao.liO., & *17. f i I Z4 TRATTATO DELLE dottrina mf più ragioni meflrano fatfo, e 6nto : (i) nel che è fu* per6uo aflaticarfì, perchè certo è che Lotario, Figliuolo di Lodovi* co, c Lodovico iecondo, tuo Nipote, confermarono tutti i Papi elct* ti nelle loro etli. In quelli tempi, ne* precedenti, e fulTeguenti, quando, per afpct- lare la confermazione del Principe affenre, alcune volte paOava qual- che mele innanzi che l’Eletto foife confermato, e poi coniccraio , egli innanzi la conlecrazione non il portava da Papa, nè ammini* ilrava, lalvo che qualche cofa particolare, a cui urgente necclTit^ collringefle di provvedere fui fatto; nè vi fbflc altri che vi attcndd- fe; come avvenne a San Gregorio; nè fi chiamava Epifeopus, ma EltBus, Anzi nemmeno teneva il primo luogo, ma lo teneva 1 * Ar- ciprete ; il quale anche fi dava quello titolo , cioè : Servaas locnm Seda Apojìol'tc^: ma dappoiché i Principi furono elcliifi , co- me al fuo luogo fi dir^, pafiava Icmpre poco tempo dall’ elezione alla confecrazione*, nè per quello fi diceva che 1' elezione fola deffe il Papato, ma la conlecrazione : perlochc , le alcun Eletto moriva innanzi d’effere conkerato, non era pollo nel catalogo, e numero de* Pontefici*, come avvenne ad un Stefano eletto dopo la morte di Zac- cheria nel 752. che non fu conlccrato; c però non fu pollo nel ca- talogo. Papa Niccolò II., (nufei fTriru'-, Hi"C ob ri(creiu, quoi ab hti vi too^ui rflet ^Aiifioutn irunitt nbì'e . Acirpu bsc tàmfa- éionf, Lalovicui ‘«'pò i.Ui Clero, Irta)u;uRi ipiìini», St pitia M«v8ne drinrrp* ouieftiTnR laelc eni : tu x/itu fuf.bulit miti»- ^U4nt» *gli Auttri fbt b^m- m* ftriitt rbt Lut^i, il btn/^u» , uxtfit rmmu- ti dtrittt di rtufiruurt t t'*ti»9t d*t fu- ftfiuii rr’trr tbt uufft ftrft d*li' uxtf ttufu- ft (bt Hutiu» Ttftnftt util» mtitfimu vii«| tbt il H bli0tHuru Aatfiugi» , itti, il CuuctHu- rt drHm feere Wr, rutttmt» tb* taduvii» dtt- dt M fu/ifiMU f tturr» fdtfià d' titfgm i |V fini , a* f •«/ Ptm*ifi-tm ft^ului fiatim eriafiit , fNi tmia dir Ptaiiftatmi fm , dumrtt dtmtjhcas diffcnttt uttifit , mtrb» àfifitxt» rrr- rrfiut tnttrmt. Dìgiiiied by Google MATER. BENEFIC. ^5 Papa riceva tutta V autorità : e perciò i Scrittori mi fmt mi ntlU fmm Cnmìcm Jt’PMfi. F » ftiammn mtmxMm Ji /ni in itrmm. Ante qnein tioxn Siephtnut qui«- U fdf»^ fidi» Sttfdm Ili. f» V dltr» ftfu fidi» fdfd iftttiv» , I rietmfrtiu» t ìi rkt damjh» tln dU*r» tfftr Elcàuf n»m trm ifiir Epilcopui, « fdfivd drvtntdr F.pili«* nel fm* Ltxitm, in Cenfitrohoiubiu Imperatorits , enniverlétiam pearitatiooem , colUuòaetii , de prcAeaooem fi* ! i nefizj molto ricchi, fi creavano Vclcovi i principali della Cone, c della Cittì, a* quali il Principe ancora commetteva molta parte del governo politico, prima llraordinariamente; cpoi, vendcndofi che riu* Iciva bene, anche ordinariainenie; non perh in tutte le Cittì a!!'iflef- |b modo, ma lecondo le occorrenze del luogo, e il valore, o la boctì del Vefeovo; e anche Iccondo la poca attitudine del Conte alle volte, al quale fi luppiiva col rimetter ai Velcovo.* il che fu caufa che poi, degenerando la poflcritì di Carlo, che bnalmente fi affogò nel prcton* do dell’ignoranza, i Vefeovi penlarono cITer meglio per loro non rl.‘him (redo bsc oppertuni- f(ce Htdriinum. tjuod CftTOius, {quejh tr» C«r- I* it rnffirì Iinpcraeor , sb ImIU cum «nrcitu diicMtiu, in Noroujinot rebeliintn moverat . Stiu vftM d' AdrUn» U. dtl mrdtfimtt PUi$ms fi 4 i R»m*MÌ, ftr mtier »» P»nt>firMt9 ftmx,' sffttfri l* (»nftrmst.iem* dilT féiU , /*>r« etti i vttifimiU tb* AdrUtu IH, mì- U i'tftUdtrt P ìmftrmd»- r4 dtl P»f»- (4) Vidi PVitKhmd fég. tt. mtam. to. Omnia, dtrr ii d‘ Agmtfy»»» , &unini* deben- ror PantiKibiu, 8c non C'boi^ilcopir , nula f»rt» Cbtltiahrta rmane Ckmi , quod lum failTc . cum )Un eo devemJtent Ecriclialìici, «tuh> (ine perratonis t^ualtlet dMtunùc.rc tem- ut, non cnadi. ut aniea, Icd ffKjnte, ^ laigi. pori* de Erciedx rmuiBcraAonr pofTederint cum nonibuarootifiiium nmnutobuent Rea (>ef- '^aucioriuie Klonotìtlimi Ptincipia nollti , in |ui finii «xempli, cum pndea ('ere (einper ferrata bare propnctarium praeCciiptione tempotit non vncen. conliictud» (il, ut a^priorum Pontifimin fe.p(en. tur, dummodo pateac Ercidix rem fuifTe; Nevi, tea aut infrinf^erent , aut omnino inlle*enr . R# . deaiuiu eiiam Eprfiupi admimaraitonu prtjlizx, Manal./rra éStcfsMaVl. rii thi Sttfan* *vav* «ut precatortaa, cuni «rdinici funi, faceredcbotC fAtia a tarmafa. Steptuni PonitHch Jerreta , Ae le , aut diu lentit Ecclefie ficultaTei prnpristati «tU ibtim tmprobat . abro^acque . dire iV R/«rin« fux polle tr»nfuiderat buie «tati ut hotninum indullru in rnitnonc inutilaiui turpuer, alupundia vitam Ju. quovU cenere vittutia (oafeodlertc , nuliii calca* zie, cum ob inhoitelia vulnera i frababilmeata libui aunibim, quibu» hmuinuiu ingeniaad lau' ftr tfitr^ii fiata tafliata il nafa, a la erieibu ) dein eiuiirentur. piodire in puliblitum mibcKcrct . Plaiina in (/JStimphaDUtVI.dirr il Flaiina malia fna vi. vita, ta, tanto odio pcrfecuttis cd Formoli Homcn , ut Digitized by Google MATER. BENEFIC. anni Giovanni XL ch’era figliuolo (4) baluardo d’ un altro Papa (h) morto 18 . anni prima’, e tanti inconvenienti nacquero in quelli an- ni, che gli Scrittori dicono in qiie’ tempi non cflervi flati Pontefici, ma Mollri . 11 Cardinal (c) Baronio , non fapendo Icufar alcuno di que’dilordini , dice che la Chiefa allora per Io più (lette lenza Ponte- fice, non però lenza capo; rellando il fuo capo Ipiricuale Grillo in Cie- lo, che non T abbandona: ed ò ben cola certa che Grillo non ha mai ialciato, nè lalcierh mai la Chiela Tua, ne può mancare alla Tua divi- na promelfa , eh’ egli lar^ con lei fino al fine del Mondo: (d) e in quello ogni Crilliano dee ientire, e credere quello che il Baronio dice, penfando anche che quello, che all’ora avvenne, fia avvenuto altre volte; c ficcorac in que’ tempi la fola alTiflenza di Grillo confervò la Chiefa, cosi l’ha confervata, e la conferverh in tutti i fimili acciden- ti in quel medefimo modo, con tutto che non vi folTe minillero di Papa, (i) Può ciafeuno da sè fleffo giudicare come folTero trattate le altre Ghie- fe d’Italia, confiderando qual’ è lo flato di tutte le membra nelle gra- vi indilpofizioni del capo. («) Non flavano però meglio fuori d' Italia, dove i Grandi davano i Vefeovati a’ioro foldati , e ancora a’ fanciulli in età fanciullefca . Eriberto, Conte, Zio di Ugo Capeto, fece il fuo Fi- gliuolo di etk di anni 5 . Arcivefeovo ( a ) di Rems ; Papa Giovanni X. confermò quella elezione. In que’ tempi nefTuno riccorreva a Roma per divozione; ma Tempre chi di&gnava alcuna cofa contra i Canoni, e ufi Ecclefiaflict, fe non trovava nel fuo paefe chi 1 ’ approvaife, ricor- reva (m) ^ejl* fini* ) riftrif* i» mtl lArè frutto mi t»p» i J. Onofrio ?mmvitto itti tbt Ì**fio Psfn moH n» di Pof* Srrgto IH. tomo mfierms PUtiM . (^) Di Sorgio III., c di Unroxj* , figìiuolA dtlis Mtrfttitt ToodorA, Ia tfmAle profiimivA U f"* *’ . Joinnei XI. dir* pAmvimi . S^gii l'apx. Se aIsickix notuUilimr inter Rmiu> nof fiéminx {tlU n* vtdovA di 0»ido ÀtArrbfft d* T^trtnA"^ filius, vutri*, qux cune in urbepo- teouirima erat, uiàoriuc?, & ttudio rucceflìt.;.. poli Leuneni VI. 9c Steptunum VII. Pltuiti» U tbìAms CiovMMMiXll. patria Romanui, pane Ser- gio Ponriike &c. (r) Wi fMin ifS* tpAmt , «fìea PlacÌBa nelii vita di BeneJetio IV. tAfrivir* ttfit EìcUSa Dti, vttfir tfM! cnitorAtu a ftutritAt* *d lAftivurm, ffprrit Atiu tAutA lirtHtiA fttcAAdi b*tportt»tA, A ATAiniitn* , & UtguioAt , fAitOiJimA P*^ $ri ftdti nrnfAtA tfi forimi . feffrffA . Bm~ voiu* rbiAAtA imefii PAfi ftdu AfofioUt* mvAfnri, itom AfofiAitoi, frd Af^Atirot, a 4 Aaitmm pot. Jta Pool* (a muA pmdttjoffiiimA imior- Ito 0I dtftrditu dtll'ttrtnmi ai ami itmfo. Sitf*- pu, dx' *gli ìm kha dtlft fu* Itttrrt, u h» irnAto Arfomtnfo fori* it provi tbt Ia fioTÌA dtllÀ PofiffA CttVAAAA f*A VTr«i tott iitm- PHn* bo ttovAto TàifioAi AblofiAntA hmont tbt n* mtfiuAo Ia fAÌfitÀi tilde, p*r pArUr fiaertA- mtmtt , io f/mdt a trmnlA ftr fAljA , pia non pi ftr firAVAtAntt i poirkh i» fMaa«i X.)ulutptitiin, in execnplmn cito rtan> fiic aliorum, ut cumplures hujus Ixculi Princt. fibi tinguine con^nftm adolclcencutos ia unaaC-aUicdraituravaim ^nvinovendos ad aem. paf. 30 TRATTATO DELLE a Roma, dove fi davano difpenfe d'ogni cofa/ e Fambìzione, o F avarizia fi copriva con dilpenlazione Appdlolica. 1 Papi, eifcndo qua* li abbiamo detto di lopra, non Facevano didinzione di quello che po- teffero; iiimando aumento delia lorp grandezza ogni cola che folTe ib- ftenuca da qualche potente : quelli, per loro iinerefle, difendevano quel- lo che impetravano. Il popolo, parte per la lua lemplicitk, parte pel terrore de’ potenti, approvava quello che non poteva impedire; onde fi fiabill un’opinione, che di qualunque cofa, lubito che aveflc la con* fermazione da Roma, ogni errore paflato folle coperto. XX, Alcuno crederebbe che la poca cura che aveva V ordine Ecclcfial^ico delle cofe Ipirituali avclTe fatto rafl'reddar il fervore de’lecolari a donar alle Chiefe, ed avelTc pollo line agli acquilU nuovi degli EcclefiaAici; nondimeno non fu cos'i*, imperocché, quanto era diminuita ne’ Prelati la cura Fpirituale, tanto più erano intenti a confervare j beni tempo- rali, e avevano convertite le armi Ipirituali della Icomunica , che fi ufava folo per la correzione de'peccarori , a difela delle poflelTioni tem- porali, e per ricuperarle anche, Fe per calo la poca cura de’ PreccF- (bri le avelfe lalciate perdere.* e nel popolo tanto era il terrore delle cenfure, che nefluna colà, metteva maggior (pavento; e colà mirabile era, che i foldati, e i Capitani, fenza alcun timor di Dio, che ufur- pavano quello del prolTimo Fenza alcun riguardo d’ offendere S. D.M., gutrdavano con gran rilpetio, per timor delle cenfure, le cofe della Chiefa: da quello molB molti di poco potere, dclìderofi d'afltcurar il filo dalle violenze, ne facevano donazione alla Chtdà con condizione che ella ^lielo^ delTe in feudo con una leggiera ricognizione. Quello af- Heurava i beni, che da* Potenti non erano toccati, come quelli, il dominio diretto de’ quali era della Chiela. Mancando poi la luccefllo- ne mafcolina de* Feudarar)-, ctTmc- per iè Frequenti guer- re, e fedizioni popolari, i beni cadevano nella ChieU. XXI, QUISTIONE I. Poiché (ino al prefente abbiamo detto in qual maniera fieno fiati acqiiifiati i beni Ecclcfiafiici fiabili, c la ragione di decimare quelli de’ Laici, quello luogo perfuadc che fi tratti, c rifolva, prima chcpal- far innanzi, la quifiione trattata ne' nofiri tempi*, cioè, le i beni £c- clefiafiici fieno pofleduti /urc divino^ o humano'^ echi ne abbia il domi- nio. la comune opinione difiingue le poireifioni lafciatc alle Chiefe per teftamento, o per donazione dc'Fedeli, o in altra maniera da elTe acqui- fiate, dallc{ decime , primizie, e alire obblazioni. £ quanto alle pol- Fefiioni, tutti concordano che fi debbano chiamare beni temporali, e che fono polTcduti dalla Chiefa jura kumano : imperocché cena cofa è, come di Ibpra fi è narrato, che, elfendo proibito a qualfivoglia Col- legio r acquifiare ft.ibili, la Chiefa, prima con permiflìonc degl’ Impe- radori ebbe facoltà d’ acquiftarc*, e apprefib vi c il Canone : j«r^. d.S., do- Digitized by Google MATER. BENEFIC. 31 d. 8., dove fi afferma che col folo Fondamento delle leggi umane fi dice: quella poffeflìone èrnia: quello Fervo è mio: c che, levate Je leg- gi de’ Principi, nè la ChieFa,nè altri potrebbe dire che cola alcuna Foffe lua. ( 4 ) Neffuno può dubitare che la divifione delle ponTcffioni non fia per legge civile*, e parimente i modi di trasferire i dominj dall'uno all* altro, la donazione, il teflamento , e tutti i contratti, e tutte le di- Fpofizìonì non fieno leggi umane. Sono flati nel mondo Repubbuche, e Regni, dove il tellamento era incognito.* Jure Romano al iolo Cittadi- no Romano era conccflb di far teflamento: non c pofiibile che il modo di acquiflare fia per ragione umana, e la continuazione dcU’acquiflo fia per divina.’ quando alcuna cofa è donata, o legata alla Chiela, effen- dovi difficoltà, fc quei titolo fia valido, fi giudica con leggi umane*, c tenendo legittima ragione, fi mette al poffeffo fecondo quelle.* adun- que anche in virtò di quelle, e non altrimenti, continua nel dominio, e nella poffeffione : ma poiché in quello ogn'uno concorda, non pafferò piò innanzi: lolo aggiungerò, come per corollario, che da quello fi rifolvc chiaramente, e fenza difficoltà, fe T elenzioni, che hanno le poffeffio- ni Ecclefiailiche , fono de jwc diviHo , ovvero bumano *, poiché il poffedere , ed il modo di poffedere, vengono femprc daU’ifleffa legge*, e i Giure- confulti dicono che dall’ illeffa viene la fervitù, o libertà de’ fondi, da* quali anche viene il dominio. Sarebbe gran contraddizione dire che la Chiefa aveffe una poffeffione jure Veneto , la qual aveffe una libertà alio jure. Ma quanto alle decime, fono due opinioni: una de* Canonifli*, 1* altra de’ Teologi, e Canonifli, che flndiano infieme la facra Scrittura, e la legge. Dicono i Canoailli che le decime fono /miv divino, (*) per- chè nel Teflamento vecchio Dio diede a’ Levili la decima, come {b) la Scrittura divina racconta.* e non è maraviglia che dicano cos), per- chè non fono vcrlati nelle lezioni de’ Libri facri , non effendo la loro profcillone d’intendere i nìifieri della Religione Crifliana, cioè, che Dio per Mosè diede al popolo Ebreo la legge, la quale, quan- to alle oofe cerimoniali , t giudiziali , fofse propria di quella na- zione fino alla venuta di Criflo, il qual’ era per levarle la virtù ob- bligatoria.- (r) ficchè la legge delle decime è ben legge divina Mofai- ca, ma non legge divina naturale, nè Crifliana*, ed obbligava quel popolo folo di allora*, adeffo non obbliga alcuno. Può bene chi regge una Repubblica far leggi fimill a quelle *, ma non obbligheranno come divine*, nè fi dovranno chiamare uli*, ma bens'i leggi civili del Prin- cipe che le coflicuifce . Fu una legge divina Mofaieache il beflemmia- tore fofse uccifo.* quella adeffo non ci obbliga; nè chi non l’uccide pec- ca; e potrebbe il Principe imporre per la ^flemmia pena capiule; e farebbe giuda, e fi dovrebbe fervale; non però fi direbbe legge di- vina. («) Jure Kumano dkitar i h»c vilU mea cft: hcc dofnus mea ■- bit fervut renu eà . )ura au> «m hunana, jura Imperatoram (uDt. Tolte )ura Imperatorum , 9t quii aud« dicere : mea eft ì0a Tiili, auc mnu eli itie fervui, aut dounii h«c IRM cft} *) Ctv»rmvi» »a» J d» ftmimtnt». Vt- il il it, iti Itkn frtmt variarum refolutio- euin. H ) Filiii Lavi dedi omnes devimas Kraelii in pofleftìoneTn t>ro ininlfteTio quo ftrviunt mihi in tabamaculo nderis.... Decimarum nblatiem contenti, qiaas in uiùi eonim, de nereftàna Tnnilato Saoerdotio, necefle eft ut & le. il rranilatio fiat . Reprobano fit prxcedentif man- B(i proptet iofinnitaccm c;iti , & inuniitatoui . Htèr.7. 31 TRATTATO DELLE vina, febben Dio gi^ la dicale al popolo Ebreo *, (rf) ma legge del Prin- cipe politico. In quelle, c in molte altre occorrenze, dove allegano quelli uomini la Scrittura vecchia a loro interciTi, e loggiungono ch\ è de jure divino^ bilògna diflinguer loro l’equivocazione, che quei eh è de jure divini) naturale, o Cnltiano, d obliga; ma quello eh’ è de jure divino Molaico non ci obbliga; e fc chi ha un governo fa uno flaiuto fìmile a quello, egli è de jure bttmano. Non poflb relìar di dire che non, per ignoranza, cosi trattano qucfla materia; mt per ingannare gl’incauti, c per convalidare le cole loro col nome di/nr divma, e mctterfi in credito: ma fi potranno convincere qui, e far tacere . In quell’ iltefib tefio della Scrittura Dio comanda ezian- dio che non pollano pofl’cder terreno, e fi contentino delle decime.- (^) fé per quello precetto il popolo è de jmre divino obbligato a dar loro le decime, efii laranno obbligati a non aver polTclIioni. Ma apprelTo : Dio comandò le decime foio de* frutti della terra, (r) e le leggi canoniche dicono che fi paghino ancora della milizia, della caccia, e di qualun* que opera umana per la quale fi guadagni. Se Dio comandò ai popo- lo Ebreo le loia decima prediale, lono sforzati a dire che la pcrlonale non fia comandata, le non per legge umana. 1 Teologi, de’ quali io non nomino alcuno in particolare , perchè ndfuno è cldufo ; e molti Canonilli con loro dicono concordemente , clTer precetto della legge di- vina naturale, che il minifiro della Religione viva del fuo uffizio che prefia, fervendo .al popolo nelle cofe divine; ed elTere Ipeaiai precetto di Grillo N. Sigli, nel Vangelo, che al mìnillro, il qual lerve al popolo nel- la predicazione della parola di Dio, e nel minillero Ecclefiatli-o, ila lom- minillrato il vivere: in che quantità non è determinato, perchè lecondo il numero delle perlone, la condizione dc’luoghi» c dc'tempi quei eh era molto una volta farebbe poco un’airra; ficch.' il far parte al Minutro dt Cri- ^0 è de Jure divino* Che quella parte fia una decima, o una ventèlima, o una maggiore, o c_llatutiro per legge moana « o per confuctudinc; che vagliono rilttflb. E quando fi legge in ai^unc De- p-ciah che Dio ha illituita la decima, o j^e U decima è de jure divi^ no^ $' intende (ff) la parte determinata per una indeterminata*, intenden- do decima, cioè, quella pane che è debita, c neceflaria*, ovvero che i)io ha iitituiu la decima nel Vecchio Teftamemo, ca lua fimilitudine la Ugge ha i^ituiio lo (leflb nel nuovo. Pcrlochc generalmente poffia- mo dire che i beni Ecclefullici, di qualunque Iona fieno, lono lotto il dominio di chi nè padrone, e poflèduti per leggi umane. Nè al- cuno muova dubbio fopra quella parte indeterminata che è debita per legge divina naturale^ e Vangelica; perchè, come ben narrano i Leg- gittij (;) Ortinem meJutlani atei, viui, fra* me I I iiln ileJi, '/•fe Die *d A*r$ tn uni>erÉi hu^utn imrUf ()iih E*K''** ^ Dunituo deportintur, cedcni ii\ aAit iuta. (dy (ilitt Levi, étti T)i* , deiì aman drcimn f€o uiiolUerio quo femiuit milu m uberoetulo IcJeri*. Nnm. >1. («) Dominili ordiittvtt iù qui gfiofcliun to- nuncumt de Eviitgelw vivere, i. Or. i , elt^ lipoe e^ritelii vettra iDerimu»? Uni beoe |n«iuoi VrotiyteTi duplici honore difini hsbeinnir, m». jMice qui loborant in verbo. Ac d''i£iiiu «U «periTMf mercede Tua- i-T-fUi.I. PI ler cuni |v>pu!ui unive**ut, de iJ liliov Ifnel loqueru ; Hntu», qui blalphemaiem D'imen !>>• mini, OMrte nii>riAtari UptUibui e^lprmiet cuui mrme muliHud'', Zrwr. a,. Dixit O’unjnu. sd Aaron: in te rt eorum mhi! p>(T> c' itii, iKc habebuis piriem inier co*: fi sltnst r$ar dt Nihil «l'ud pnili.!ebtini, dcrtouium ^!«none (unteixi. A'ana.il. Nontu> bebuni Saeerd.ne», & Levirit psreem. de h«re ertem eem rrliqno Itraci, quia bcrifiria D'xtunt, & oblatuinet eMi corpc-’^nr . V uim! aliud aeri, pieat de pofldliooe Irinumliiorum. Unii. ra/. il. Digitized by Google MATER. BENEFIC 33 gilli, altro i che una cofa Ca debita; altro i che fé ne abbia domi- nio : la cola di cui li ha dominio C pud dimandare drittamente in giu- dizio , come fi dice , Mont rei wneleesmnh ; ni fi foddisfa con dargli r equivalente ; ma il creditore pud folo per azione perlonale dimandar il debiiOt efièndo il debitore obbligato a dargli tanto, ma non pid quello, chequello. Da quella rifoluzione rella anche con faciliti decito, le i benefizi lono ite /m* Rivinti , e Je /ere pofit 'mù ; imperocchi, elfen- do i (labili, e le decime poflèduti ite /ere èemme, anche i benefizj fondati (opra quelli avranno la forza deirilteiTa ragione: olirà che dal- le cole iuddette fi potrb pid agevolmente certificarfi di ciò; perchè, fe la Chiela è (lata tanti anni con beni (labili goduti in comune, e non divili in benefizj, come di fopn è fiato narrato, chiara cola è che i benefici tono (lati creati dagli uomini in progrelTo; e perciò in quello tutti concordano- Non mi ellenderd pid in lungo.- folo dirò che, Icbbcn quelle conlìderazioni pajono aliai lottili , tono però neccOarie , come le cole feguenti mofircranno. Q.U I S T I O N E II. Dalla rifoluzione della prima quifiione farebbe facile rifponder alla fr' conda, cbi abbia il dominio de' beni Ecclefiaftici ; ( degli (labili fi parla, poiché de'Irutti fati il fuo luogo nel quarto quefiio) (l) imperocché, fe tono polTeduti per legge umana , non iella le non vedere a chi la leg- ge gli abbia conceSl. Alcuni dicono che quelli beni fono di Dio; e lenza dubbio dicono il vero; perché la Scrittura divina apertamente dice che della Maellh fua divina é tutta laterta, («) e qualunque co- là é foilentata da quella: ma in quella maniera ogni cola é di Dio-, e non pid quelli beni, che tutti gli altri: una fona di dominio uni- verlàle é il divino/ un' altro dominio ha ogni Principe fupreno nel filo Stato, il quale, fecondo Seneca, fi può chiamare dominio d'impe- rio, (é^ ovvero, fecondo 1* dottrina de'Gìureconfiilii, dominio dì pro- tezione, e di giurìfdizione : (r) Un'altro n'ha ciatcun privato, che é il dominio di proprietà, dei quale parliamo, e del quale cerchiamo adeflb: né fi pud dire che Dio abbia l'unìverlàle dominio di tutto, ma che abbia infieme la proprietà di que'beni come il Re ha l'univcrlale in ratto il Regno, e nondimeno poQiede in privato, e ha la proprie- tà di quella porzione che é di caufz fua. Imperciocché al dominio uni- vcriàle del Principe fi pud far aggiunu col partfoolare della proprietà, per la quale crefoe, e fi aumenta; ma il divino di Dio ha una uni- veriàlità cosi eccellente, e infinita, cin non pud ricever aggiunta , e al- b quale ripugna I’ «fière particolarizzat^ ficcome anche ripugna che £a comunicata a qualfivoglia creatura; p^oà^ neffuno pud dire, ef- Cendo Dio padrone di quem beni, io, che ho J'iAalE> tribunale, T ifief- fi) confifloto, e rifieflà Corte con lui, fon io ancun fi^lrone . Egllé non meno fervo di qualfivoglia Uomo minimo. Teme li. E Peid l«t mprkm. fMb r. Cbìm eli, ttm9, U ^aiA^oiaefl omflÌMif «un&nt ita t m 4- Domiu cft wm, picaitado oÀù (cncnun , li unià-edi qui htbiwBC ta co. ffttim, ( noi» iwMa funi f;ti» . vi mini. poflc^Torii , i. %. 100. «rr. 1. rrff, «U Ui*S.7‘ tr) rtpv rwo fed ciilV«nrater p«iun.« ■' pt doiiiinus, feiJi. fpeaCitwr, (èquitui quod de p!e ipiii ed do> minai quìa don^iortM a«ii «litnant. trvmfetur^ >»ra loft tu rapunf .aut Pr^.(v«n, fc.i i« Zccie* lìim Kctnananij ve 1 ialem. (tv/j r ttitadio tttf / «a/ 4 r 1 f sdra- iti, t ftmnfrmt luu d far Ur* Is frnsrrtm Ncc pum , il , ^ojnetaa quod IV Pi hibec plnuiudmcm pdtcftnl? Ecctettimcx ,Db bóc podlt de SottuZiLldis dtipi^eic^ fMt pqoelk Érclelia; quoiM.ini ‘pleniiudo p|itelUlii EiMletitlti- t* mcciligttur in fptriuiahbos Onmnt . a 4. y «rr. 4 J. . (1) # unsCtafrÀteraits in i’mtgJ», d*\* tmtt ir Cta^sitrait* fi (iusmsm* dra«l«. \.i)L'A»t*rt dutdt'Frsn, tk'i li uem* ft» (ai S (ìtuum» .olare, o universale, a favore di cui la donazione, o il legato fu fatto. Perlo- chè dovrebbe anche ogni Rettore di Chiela veder con diligenza le ob- bligazioni lafciaregli, per eleguirle; e fe altritnenti fi fa, biiogna im- putare all* impertezione umana : nè può alcuno perluaderfì che, per la lunghezza del tempo, pofla clTervi prclcriziunc; imperocché quella lup-> pone la buona fede, la quale non è mai m alcuno; lapcndo ognuno in lua colcienza che quei beni non lono Aati Jakiati, acciò li faceta quello che fi fa. Q. U I S T I O N E HE. Ma chi avrk il dominio di quei beni Ecclefiallici de' quali non fi fa rillituzionc? la legge naturale, c civile è, che in qucfli a’quali è man- cato totalmente li padrone privato lucccda la Comunità: adunque di quelli rcllerìi padrona la Chiela. In modo cKc in poche parole i Bc-' nefiztarj lono dii penlatori de beni dei betttftzio, ma padrone ne è quello a favore di cui è Hata fatta la donazione^ ovvero il tefiamento / t quando non fi lappia, relìa padrona la Ghiefa» Non olla a quello che vi fieno leggi de’ Principi, ed Ecclefiaftichc , che proibilciino Valienazione; imperocché il pupillo è vero padrone del fuo, c pur non può alienare : il dominio è un jus di fare della cola quello che fi vuole, quando la legge permette; la qual legge obbliga alcune Ione di perlonc che baono bilogno di governo alieno : tafè 1* Univcrfitk, o Comuniii. Non fi dovr^ maravigliare alcuno, fe tanti moderni Scrittori in fi- mili quiltioni, come in quella, che fa il Pontefice padrone alToluto di Tomo IJ, £ 1 tutti Digitized by Google 36 TRATTATO DELLE jtutti i Btnefìzj, nini i beni EcclcGaRìci, difendendo opinioni con- trarie ali’ Antichiù, c a quelle ittkuzioni che ebbero origine eia’ me* dcGmi Af>polioli, e uamku Appoltolici, perche, come con gran fenti* mento n doleva S. Opriano , è una dette umane imperfezioni che , dove i colHimi fi dovrebbono conformare alle buone dourine, eleggi, per lo contrario le dottrine degli uomini intereffati s' accomodano a’ co* fiumi; e fi potrb offervare io tutto il corlo di tanti fecolt, non eflcrfi introdotte novith, eziandio concernenti alla Religione, che immediata* mente non abbiano incontrati difcnlori , Che maraviglia fark che ciò avvenga in quelle noviù , e introduzioni che icrvono a ricchezze , comodi, e umani incerefiì a'quali molti poiTano afpirare? La confufione che fu ui Italia nelle cofe politiche , per tanti che furono in quei tempi fatti Ré, c Imperadon, cagionò anche nelle altre Cictà^ efiremo dilordme nelle cole Eccicfiafiichc; elTendo i Vefeovi, egli Abbati ora fatti da' Principi, ora imrufi dalla potenza propria; e gii altri Miniliri Ecclefialtici fìmilmente fatti, ora da quelli che dominavano nelle Citù, e ora da'Veicovi; e alcune votte i benefizj anche occupa* ti da chi aveva- potenza, o favor popolare. Nell' anno p&i- venne in Italia Ottone di Safibnia coll’ armi, (*) e fc ne impadronì ; e per dar forma al governo , congregato un pio ck)l Concilio di Veicovi , privò Papa Giovanni XII., febben della maggior Nobiiù Romana, e di gran icguito in quella Citù, il quale, fatto Papa in ctk minore di anni diecioito^ viveva nel Pontificato con eicrcicar adulteri, Ipergiuri, e altre maniere poco rcligiofc : fi fece ri* mmatar Ottone: dal popolo, (a) e da Papa Leone Vili, creato da lui in luogo di Giovanni, ramonù di creare il Papa, (^) e gli altri Wfeo* vii in Italia^; la quale ritenne efib, c il Figliuolo, e il Nipote fuo , dello fiefib nonir, fino ai looi. per gd. anni; c del numero di dode* ù Papi che furono in quei rompo, due ne furono creati dal Principe quietamente, gH* «W* ùk.£edizioni/ periochè anche li primo. Ottone(i) TìC menò uno prigione in Germania; e Ottone III. ne menò un’altro.' uno fu lUangolato ( 2 ) da quello che volle effer fatto in luogo fuo; uno fuggì, (r) rubbaio il telerò degli ornamenti della Chiefa; e un’al- tro fi rmiò a voionurio cliiia; (d) di modo che anche in quefii an* ni in- StfnjH tr^Omnr, , jSgUtuJv litiP ftpfrtMMmo i ÙcctUmcrt. flmrin* inlutf dì XÌI. XÒmMMit- AloWK» pai^u f^atì- aufuiB occu^tti ho*» An« onsubus {tfoom , u turpnuOifM conMiintuti «cfritionibus maj.f , C (rapo ' 19 a Itàndiniliw rup*rt-iv noni a mUm»» dtft i P tli^McutUuia lU. n ciritKfu. Con .1 ina inJitit, - fid* Cjt^. I • . (1) D mt J mt» V. •ìfttt ft d in Mf ttm n H d»lU /* jùoat, » d»l fMT*Mt»d» a/Oi^i*««rXl( Cuiu li». peraor. du* il fUun», haAc clcàioMin omui. IWam prol’tKt. UoBtA'x compulit , putto Brne- Jiixo, vel diiàum ipluni duiit, qui oon iptilto poi) dolore animi «pud HamUirgum rooricur, um (elcgitm e»t . rtdi ImitfrMndt II. (OJMVfiitr/rrr/. • fi» ttfit , ferendo Stntdffii y. f»i(bì fmtlU di »«mt, tkt f» tfrtt» dulU jAtJmt di Cnvuniii Xtll. rra A»:i> jMf*. p** thttt Tivrodr Irm» Vili. Itfittimémtn/e lìttté . UcMciiifhic Vi- diti il fUtin», a CiJinoltooiaoocive pra-pote(M «aptiH. in Omfti iKon inctuditur, eoOaiuque in loco noo niuUo polt Araneulacur. (f> oonffeiui vii- diri UyUtim», rcUnqueie «rbem coodut. pwiolìiCnu qujcque e Balìlira Te- tri (ubtrahent. ConAaRonopolitn ronfucic . ubi landw fubihm, quuad, diveoditu qu« ucriteio abitulerae. imgnain viin pecunùmim cooparallet. l'ontite Romanus Ijcrorum Picer, 9cKcx, Ocra iplii hirto abftuliti & qui vindicari Acrile- gij deWerat, taiiu OtriUg)! fiOus eA au>%or. liAui, dit» ilPìnùn* ntU* fm» vite, Joaiinì Aiehipreihytero S. Vanim ad po i^m La- imam, qui polle» Gregoriui VI- appeitaius eli, Ponuficium irnnai, ut quidam a.lìrmant , vendi- diti td nl(M »4 T/gt dtfn; Dunt »nnn «lecexn per infciraU» Sedein l'etn occu^'allet , tandem mori- tur. Nec vataflé rum fedet dici poteft, curoPoo- tificafum vendiderit. (f) Vide Otbun Frifing. ad ann. 1040. lib. 6. C.3». (f) Hu ob rei, diet *t Plmin* ntU* vitn di CriftritVl. Henrteo li. ni ranca difli Attmnwmi i fama III. nitrimtntt dnt» JitnVa il Nrrt , in lialtam tum magno exercim vemei», habii# Sy- nodo, eum bencdidum IX. Silvrfimtn IIJ. Gre- gorium Vi tinquam tria ier«TÌin» monftra abd»- 38 TRATTATO DELLE Papa' (a) c fece c^li tre Papi fuccefTivamcnte, tutti Tedefchi di nazia* nc ; i quali, eletti, dall* Impcradore afTunfero Tlnlegne, e l'abito Pontificale fenza altro : il terzo, che fu Brunonc , Vdcovo di Tul , aven- do afTumo per la deputazione deli* Imperadore l’abito in Frcefingen, (i) e fatto con quello viaggio fino a Ctugn’l, Ildebrando Monaco, al- lievo della Chiefa di San Pietro di Roma, uomo di fingolar accortez- za , voile con arte reftituire reiezione a’ Romani*, c configli^ Bruno- nc, che, vefiito d’abito Pontificale, fi chamava LconIX. a vcflirfi da pellegrino, centrar in Roma (^) cosi, che farebbe fiato piu grato al popolo Romano. Acconfenti Leone, cd entrò in Roma vefiito da Pel- legrino*, c dal Popolo, a fuggefiione d'ildcbrando, fu acclamato Pon- tefice Romano.* ma quell’ arie non impedì che, morto Leone, Tlmpc- rador in Magonza non cleggelTe Geberardo Elchfiat, che immediatemen- tc mife l’abito, e fi chiamò Vettor II. (c) L’ Imperador allora non folo donava i benefizj, ma fece anche Cofiituzioni contra quelli che gli ottenevano perfimonia; perdonando gli errori commcflTi fino a quel tempo; ma imponendo pene per l’avvenire. XXIII. Mori Enrico, il Nero, ( 2 ) lafciato P Imperio al figliuolo Enrico IV,, che gli fuccefle in ctb puerile; durando la minoriiii del quale, febbene i Papi erano creati col conIcJìfo de’ Tutori dell’ Imperadore, c i Vc- rtre Se maglAiaiu Ascgliìtt, SviJegenmi, Eim- >i»m fcfti, jifrfttafere ttt, Jtpolìro l^ontificsli or- b*r^«nrefi) fpifcopum, a due. ùu luii, Puotificcm trtat. rem Hcnnrum nuUatn (reandi pontifieu ootelU- m amtrUVI. U ùtnt fntmf lem • Deu habere, fei ad acnim . populuinque / Itfnitm*, dktnd» thè wtH ft$ ilett» , fe ut» /ra4}iur. Al vero Ronuauì denat , futdenacHil. r«* def» «wr fc»ttt»to Si'tf^reTn.. Siì*mmW. auuiidruu Ikun**neiH in Pcuuàhrem eligir, itr» Tifitmn* iiPuirefifMftx dite, probo- co hbenttua, «)us7 oinucfu aunuritaceia eltgendo- rutn hommeni precibuf , fteerdtiitrum fuvrum jw- rum l’i ;uiAevin ab lmpara(jte ad CicTUin traa. rtcedcniibu^ , aiaartui fiiAcébut cA Josnim Grecia- tUcliflec . flatiM i« \>its . jiui, An.hipre»bjrccr S.Joanni* ami poiiam Lati- (r) Vjòor II. -iut Qmtfri» mila faa Crtmua barn, Grrgortut VI. \o ab Imp. Hentko IH. tele- Calbeniii. Epifcop. EicAatculU. Henrici III. lai. cacai fiicrat , nioftuui eA . Amttti ad vir4« Or». ucratom Confilianns * pcop liiquu* , creami ab j(«rH Vi. t fi [futa amara ftm rkiaramtatt mtla HemicoIII. Mogumlc, coronami Komx idib. fma Cramta dt'Pafì. Culti fponieabdicalTet , dèe' Aprii, loid. ajb farlanda dt BtmdttiaVlU. ehiaokUaìX. dal (») llPtatmadìet th'tta fiati tletiePfèftradtrt tlafiea, in ejui Jocum fa Vcccor 11 Ma Zana IV. m» fueieta Cutà dtl J*4rrjiio»jH» di 4- htirt m Trft i- avtva lafìsaid'ifiir tinti da lidtiraada , ftrfmt- 114 , ab Imp.Hcorcco 111. toogregjtn , abdicavit ttdtrt alVlmftm, d ^»al ita aUtra rrrd«r4rà» : anno 1046 . & ad MoaaAeriuDi ClUDÌare»rc relè- Cxfam. diti tìtUafit m rtft. fr» Imfent, t. 1 *. gatui, ibidéoi Mulo poli obiit , & lepulcus ciì . ulque sJ Heniitum V. legitinia fucteAluRe Im> jr É«, fruna di aemaart Citmrmt U. P imferadtr E»- jutiu Imperarorit id faccrv cogeremur. PUtiaaim na li. ftr dnaanta Cinte di Bamitrta, Orco. ■vita Clrmmtu il. HI. fobrina» , hxreditario fibi Jure impenttm ( I ) Città di Baxitra fitti l' Artiytftnate di deberi coatta Coloncenlèin lonwndeta* . Lamfad. Saltabiars. Jltif. Rtmam . Ctrinaaua p4rr.|.r.4. Z frr altri, (i) Cui Ronum Pontificio habitu petenti , Ab- « attaccarifì anche ad una par- te de’ Tutori , che vennero , per loro , a diflerenza , e fecero fa«. zioni .* onde Niccolò 1 1 . fece una Cofhtuzione intorno ali’ elezione del Papa, ordinando che pairafTe prima per li Vefeovi Cardinali; in fecondo luogo per i Cardinali Chcrici ; in terzo luogo pel Clero , c Popolo*, c in quarto luogo fi ricercalTe il confenfo dell’ Imperadorc : nel qual modo (4) eflendo fiato eletto Aleflantlro II., fuo Siicceflbrc, ITmperadore non volle confermarlo, nè accertare la feufa che i Cardi- nali mandarono a fare coirambafceria di uno di loro, dicendo che ciò foffe fatto, per fuggire un afpra diflenfionc civile *, e il tutto con gran rifpctto deir Imperadorc , clTcndo TEletto fuo amico*, ed clefle ITmpe- radorc per Papali Vclcovo di Parma (i) ad ifianza di Gerardo di (2) Parma, fuo Cancelliere. Ma tre anni dopo, mutate le cofe nella Cor- te Imperiale, c depofio Gerardo Cancelliere, fu infieme depofio il Ve- feovo di Parma dal Papato, e accettato Alefiandro, (j) il quale nel 1071. eflendo fiata fatta in Germania congiura da’Bavari, e SalToni centra Tlmpcradore, fi congiunle con loro, e entrò nella lega; e P anno fèguente citò rimperadore a Roma, come imputato di nmonia , (^) per aver conferiri Vefeovati per danari. Fu fazione Pontificia molto maravigliola , non eflendo mai alcun Pontefice paflato taiit’ oltre; ma pre- fio andò in filenzio, per la morte del Papa*, dopo il quale pervenne al Pontificato Gregorio VII., Scnefe , Monaco, che fu Ildebrando (4) di fopra nominato dall’lmperadore.' ma nel 107^. eflendo fiato 3. anni nel Pontificato, ritrovandofi f Imperadorc ancora giovine, e con molti moti in Germania, deliberò di voler efcluderlo in tutto dalf elezioni de’Vefcovi, e degli Abbati*, e gli fece un monitorio, che non dovefle per favvenire ingerìrfene. (5) Fece gran refifienza l lRiperadore; onde il Papa Io fcomunicò, aflblfc i Ridditi dal giuramento di fcdclù , (r) c lo fo- Jmferéd*rt, aufioriticc J.ecariooif, rsmt diti U , fluii* ti Pmft mrdtfimo »viVé fédtfiài Muu rtlniaii é*l f*f* tiifmdn* JaUs timftrmjitUBI étir In^eradirt J ( « ) Occeruioiut , arque H^tuìnH» ur , obeuote blinda Rornaiu; Bcclelìjr Poniificc, in f nmii Car. dinalea J^itcopi .limul iIcclecuoaerraCuiHet, mox ChniÙ Clerìcn Carelì , crtcr.iqtae Roaoiillii uiagfli cincndaiusee purgaiMìt , tiipcr qciibui Rotbc erat delstui. Krama, bili. Sixon. pg. lod. Ac Abbai Ur(a di Siaaa , fkeuia Citta di Tiftaaa fHta ì' Aietvi- /(•tiatt.di Sitma. regta Comi. uUu Pitiluiu. deSossK. Mon^chm tc prioreiua CluiuaccntU- la Chn-a.V*»f. Rum. tc ) il ì'iatiaa Axt tht (irifarw gU pretvt fai*, menti di veaairt i i'iftivati , i i itàffiu ft*n fa- ma della tm/ari kfiiijlajhilit , aiUa mila diliii- gmi VII. (a) li Platina tif*T/ftt la farmiAal/a f/ommnir» d'£mrifo IV..MI tjurjh marni. R«aie Petre , A* poiluloram Priiuiq>'', «mIjiu, atam itiaa, tc me lèrruni tuuiu callidi. n in te fde odetunt. Se peiiccuti funt. fateer ego imbt graiu, Aoa mertiit mcii. populi Cbriftuaicuram dnioodamn eCc. «oflceBiinque ligandi . Ac bl- vendi pocdUteni . Hac itaque fiducu Imi» , o- mnipotentu Dei nomme. Pairii, l-iltit&Sptrttus Sanai, Hcnrìcua Rc|cm, Henna quoùdam In- peutorii lilium, qui atiiaUei nimium & uinera- 40 TRATTATO DELLE Io rofpefe dairamminHlrazione del Regno d’Italia, t di Germania: fco- mimicò anche i Velcovi Cuoi Mininh*, fi coUegò co'fiioi ribeiU % con- citò U Madre pcopria deirimperapre centra il Figliuolo*, e nel tem- po in cui pafsò fino al 1085., quando il Papa mori efuJe in Salerno, komunicò Tlmperadoic 4. volte, e fece un decreto generale, clic, ie alcun Cherico riceverà Vefeovato, o Badia da mano laica, non fia te- nuto per ClierJco da alcuno, e fia privato dall'entrar in Chicla*, c il fimile a chi riceverà altri bendìzj: alb qual pena foggiaccia anche T Imperadorc, Re, Duca, Marchelc, c Conte, c ogni Podcft^i, o perfo- na fccolare, che ardiri di dare invelliture di benefizj. (^) Solienne la fua catifa V Imperadore colf armi centra i Collegati col Pontefice/ e fu ff^uito dalla isaggior parte de’ Vefeovì; onde il Pon- tefice fu in grevifUmo pericolo: ma egli, che gi^ aveva fcomunicati i Normanni come ufurpatorì de’ Regni dì Sicilia, e Puglia, fi voltò all* ajuto loro; lor confenti tutto quello per cui li perfeguìtava; e gli af- foUe dalU fiuimunica.* e fe per quella caufa Roberto (i) Re di Napoli, e di Sicilia; che per innanzi era perlècutore del Papa*, non fi fofic vol> tato a Tua dtfeia, per far contrappelo aU* Imperadore , egli avrebbe iofientata la Tua caula con intera vittoria.* (a) ma per gli ajuti di Rober- to, il Pontefice, febben efiile, fi fomentò; e morto quello, porgli aju- ti ifiellì. e di tre Rugìerì dell’ ifiefla famiglia, continuò l’ tficna con- tefa anche co’ due Succ^Ibri di Gregorio, amendue Monaci deli’ ifief- fo Ordine: f ultimo de’ quali, che fu Urbano II., in premio de’ fervizj prdUti da’ Normanni, diede ad un di loro la Bolla della Mo- narchia di Sicilia, (3) concedendogli in iatco maggior maneggio nelle cofe Ecclefiaftiche di quello che voleva levar alf Imperadore .* perlo- chò, olcf» le &omuniche che più volte replicò colf Imperadore, e le ribel- rie m EccIrGam eaun «nsiius igjecit , tmperàiorié Kegitwe *manim|'«rio fi ì jm m jn iiii n a n illi •VMiamu ftdeot vexii R^ibut prsftarc confueverunt . AMm ritti nut, tb* t»» tfutjf» fttmmiMM i fdfi bsMit ttmautmlt » ftmutrt it gm« dtii' im- firstUri, 4t’ fiuti tTAtn PsfftiUn t ti* tb'i fi», md mfumtrt il diritti di tmar U Crru* » tfuillt tbi fttafrt tnHtm U féiifià di dtptrU, ftumd» àtlF timtiriià fntiifi- t*h. ( 4 ) A«Aorita« omnipotenrii Dei decernttntu ut «ii« m’ùn , t m’l»n Hm*pfr%'. nofinuhì i! din cb* , fertbi i nftim tngmi no biìfimpaPimh , tbifpttPtmgmt^iuÀtni ffirittnh full* Im *rnti4 , ! p#rr«M no mlli im diti , per mipiMn ilt b*»Hi eimtrirti mirriminié til- Ì4 lin ebufm , porr ibt i i*ri»(ipi xigiimmi mgt- ttrfi di d»n U p^*mi,MffiritMAltcii« »*« b4n»4 , > m»m mftrfrtt»t.ii9i fifPira, tkitmfmdiil firn’ pirati dal biaifitii, imdi il friatifi ba la diffifi arimi, eeim frani Prifrittérii, irifgnfmUanti la fuftma tir ffaH, reW» f funmatt , ib^_mim ì ria- vmti , fi Mia rWi’iH^i^MNr dilli mam di tiliri ibi tenfaeraac iVtfrivi. C«e/orroaM*e, fbt firii- h imititi, I dtrfirii, fi l’imvejhtma dii fri»- tifi naftrtfi P aaiiriià ffimmale . ^0 X>«/e Caifrhard, ttii, l'a/hiti, Cij // MittbiivtUi all libri arrove drU* faa Stmia di Ftrtmai diti rht dalli eiattfi di guifii tmievadiri n'Pafiaaffairi U fatiimi di*Cmtlp, • drCbibtUiaii i pròni di’ f mah temrvami il Pierri' ti dii Fifa, ifli altri faitU diU’ ìmf traditi . ijì ibi il dtrkiarava Ligati dell» Saura Sedi, I nmt tali, U ttpitaiva Gimiin dilli Ca^i Et- ilifiajlubi- Awigmaihi amt/la nmet^imi fia afi- trifa, t al riodrti'v dieltxjimim dmìafitti JaU fa, il Rt di Sfagma prH . f i Cali Jdàayf ri ia Si- citia mi» laftiami di primalirfimi tim rmrti W ri- giri, fimi a (iimamifan i Prati, i Frati, gli Ab- biti, i Viftimi ,td taiaaàu i CardinaUtbi rifia- diai mi JUgmi , t ad attribmirfi il tifili di Sam- tifiim Padri. Kiiramai USb. ilCùm/tglii distati di Sieilia, il fmalt frrmdi altrui ia fmahtà di Saffi Ciihgii, fabbliti mm libri imiitAati la Me. fiatrhia, ftr aimritjtan fmifiafnraaìrÀ /^ritma- le . Il Cardimat Sarimii vi ma firitti tmira mili’ mnduiimi lami de* fan Ammali : ma rami i hm- tam tb'igli firn rimftiti «» ri) rbt frttimdema , tbt amrj i Vfit pi diKafili, i di Sieilia, i il Omar- malm di ttifami prri^rma fari Filmimi, mm af tiliandi imai i limt^ti ibi il Càrdmali mi fin eia Itti tre al Re d: Sft^am , Fìliffi IH- y Digitized by Google f MATER. BENEFIC. 41 ribellioni che gli eccitò centra, gli fece anche ribellare il fiio Primo* genito *,j(x) e col mezzo di quello efclufe T Imperadore quali d* Ita- lia: ma morto quello, il Pontefice che fuccelTe , (2) replicate le feo- muniche concra l'imperadore, e fufeitate molte ribelliont , fece anche ribellare T altro Figliuolo *, co! quale venuto il Padre a guerra, una volta vinto, e l'altra victoriofo , finalmente venne a condizioni d’ac- cordo, nelle quali fu ingannato, e ridotto in vita privata, lafciato V Imperio al Figlio, che pur Enrico fi chiamava. (3) Morto Enrico IV., Palquale, che così fi chiamava il Pontefice (4) quarto era quelli che, incominciando da Gregorio VII., combatterono con Icomnniche , c armi fpirituali , per levare T invefiiturc de Vefeo- vati, e delle Badie all’ Imperadore •, fece Concilio in Guadalla , (*) e poi a Trojà di Francia*, e rinnovò in ambiduc i Concilj i decreti di Gregorio VII., e di Urbano II., che neflun Laico fi potelTe ingerire nelle collazioni de* benefìzj. (5) In Francia non fu accertato il decreto dal Re; anzi egli continuò fecondo il cofiume; e anche Tlmperador Enri- co V. fi oppofe; il quale finalmente nei ino. venne in Italia armato per la Corona dell’ Imperio : al che elTcndofi il Papa oppofio per le controverfie vertenti tra loro, convennero che Enrico andalTe a Roma per la Corona, meffa in filenzio la coniroverfia delle invefiiturc, delle quali nè l'una, nè Taltra parte dovelTe prlare. Andò Enrico a Roma, dove il Pontefice Palquale, parendogli elfer fuperiore di forze, non fian- do fermo alle condizioni, voleva che rinunziafie le invefiiturc; e Enri- co, confidato nelle forze Aie, ardi, in contraccambio, di proporre che il Papa rivocafie il decreto; dicendo di non voler efiér inferiore a Carlo Magno, Lodovico il pio, e ad altri Impcradori, che quietamente , e pa- cificamente avevano date le invefiiturc: (*) onde, crelcendo le con- tefe, l’ Imperadore fece prigione il Papa, e la maggior parte de’Car- dinali; e con loro fi allontanò dalla Citt^ : fi trattò l’accordo; e final- mente convenne al Papa incoronarlo, lafciargli la collazione dc’bencfizj, (tf) e non ifcomunìcarlo; c perciò fu giurata roflcrvazione dell’accordo : Tomo 11 . f il Pon- ti) Ctffti*. tht frtft il tU$lt di Rj d* ItMlim, t fi fttt €»Mp^r»rt * indi /^ììa fyhi»- Is d$ R«- am titin Kpifcopii , Caruvabo. Et do veram pscem Caiifto. Cinftx Komaax £c- clelìar. 0c ocnnibui (|ui in parte iptìuifiint, vet Eie* runti flcini^ibas banfta Romana Enletla aaiiliam poftulavcrit tidclKer juiabo. Ur/^ffn/ìi imCirM, «Jrna 1 1 ss. iium, elcAU . maelKmtatn virgx, Se annali cwnterati pni) invellitionem vero, canonice conferranonrm iccipianr ab Epifropo ad quem pertmuerii. ifremi is CirMÌia ■■». iiu. aifmt yrff*ri*m~ fit f»i*m mmn» . (a) ConErmaito parit inter ApoRotinim , & tmperarorem , dum in eelcbratiotie mittx irade* m ei Corpus de Sanguinem D. N. lefii Chri* Di: Domine Impentor , hoc Corpus Domini natum ex Maria Vitgine , paflum in truce, damus tih) in cuiibrmacionens vere pacit inter me Jx ce . Stge* bertiu in Chron.anno cit. Vide Juret. in nodi si ep. %ì6. Yvonts Carnm. pag. ipf. ( ' ) §l""»i* V limftrMÌ*Ti fi lamini* dilla /i#> muinita fulminata ràdi i Cmalta: al iti larù» l*- tevarniican thi^meila fumumitatra ma fattidtl- la fiifa t'af^mali , pttrM Ta^vva tenfermatm teìta tivaatitni dilli imfitnihi itati fu- ttndini ih* gli 4/r> Heiiritu» , Dei grana Digitized by Google MATER. BENEFIC. 43 dovrebbe tener per invalido i[ confenfo predato dall' Imperadore , per timore di tante fcomuniche, e anatemi, di tante ribellioni, e mac* chinazioni . Perchè caula è (bctopodo a redituzione quello eh’ è facto per timore di prigionia, e non quello eh’ è fatto per timore d’anate- mi, e per paura di veder tutto il (uo Suto, e popolo in confufione , e guerra civile? Ufavano alcuni in Concilio alla prdenza di Paf lenendo il Re la fua autorità, e difendendo l’Arcivelcovo coU'(2 ) a;u- to del Papa la fua oppofizione. Credette il Re di poter perfuadere quel- lo che riputava giudo al Papa; e gli mandò perciò un’ Ambafeiadore*, il qual ebbe dal Pontefice cosi dure riipode, e minacce , che , per rin- tuzzarle, r AmbalcUdore fu necediiaco a «Urglì che il Re non voleva cedere la fua autoriili, fe avefle dovuto perdere il Regno .• al che ar- ditamente replicò il Papa , che non lo voleva permettere , fc dovefle perdere il capo. (^) Stette il Re collante*, e ad Anlèlmo convenne Tomo IL Fi.. 1 parti» Abbt, UrpergctiJit in Chron. ftnioiii&. ( I ) Is ìtfft JrvmmHMtmralt fi 0 tf- f» Ìmm , ti immutmMt , t tttMitis e*f* tmmtntt metffarit sii» frrtti, jttsnis S. i irmsndsrmnti iìDit MItgsm sf*l»- xsmtHtti il rirt ss» /smMo i etmsnismttti itil» Chirfs , i , nem »rii»*»it rffr sffolutstmntt ttterff’sru sii» fàlttU, fsffitm» s\tri ^nsltbt imfi. titimst» tht difftsji islV ^trosrlt. (*) VHe OolTnxl Vindocin. rrift. 1. & 4. 4*} Vide Ivoo. Ornot. ep. 60 \ Endcm anno ( oij. ^ Aaiétma* Cintua- yieofii Epirco,‘a- hibcre le rewuni opjKimmum , Epircopomm libi min L^alaiu, tu PsUiio Regu. prfluicnic Ar> relUtui invcAinirti, quw ib ejuCicm prcdecefloie chiipifirepo AuiÙmo, cui innuit Rei Hetukus» Inip.Hciuico per qvuiìdoi libom RmiuiuEccU* 6t lUiuit u{ ab co (emport mtciiqnum nunquam iU vnulicant . Exjpave&entibut Ratnanh Rcgii po> per donationcBt bànlipuAoralia, vclaAsali, quiC nnnani, munim k oppniùit Abbai fanflui . Au> quam de Epil'copMu , vel Abbaiia per Rcgem, dadei CQlm rclìiteni Regi, verbaoi oulignum mi- vel qutmlibcf Ijicam manuBi inTefliretur in An. ra libertace redarguii, min auftoruate cotnpercuii: glia, concedente Archieptkopo ut nullui ad pr«. iitil* fuA vù» é» Aìm» , Vtfen» d' A m» lattonem eteCiiu, prò nutntgiu «)ttad Regi lare- Ktrm, tMf.it. rei, conkcratMne lukrpti huootu privaretur .Afa* (c) Mtltdù, din Tacito , ftr fuM rifmriirtt il Mtttfi» t il** fttfn»- Am. y m$9t* n«M »rs, cbt di/rr>w*j; im- (d) E0ij adbucvìfliaviresi ambiguta, fijelibera- ftfteM làifrt/lMMmMggié t diftMdtÀMt- nati aerei, (ì delperifleiu; vidoriiiu conEliu, de Im ftrffMM mìU ^»mU k prr/oi msiU vii» di tf- latione pcrEci . uìfi.i. iiffM AMt»ft». (*) Abbai Urlpergcniìt, anno usi. ( I ^ ri auslt, ftt*»d* OM^rta , f» ftiMit m*l (a) Zn 9itg»U» »»n dar» ftiamtat» fiaa mlU jierna mtdifmiM i» i*> f» rran/a lamoteMtJi IJ, tuauMmi iti Satctfftrt , m» fa ti'ifli »Sh» fri- # ttam U fidi» fiut »»•* , a nava mtfi . J». fiali W ainrnaaan/a di ftitU» »l Xa, td mìAi» ae- BMitmtM f» ilitt» d» >r) colla privazione del Re, e colla conceflione del Regno ad Alberto Imperadore, fe l’avcfTe acquillato, fu pollo in gran pericolo, (i) Nel principio, quando s’af- fenti da quelli a’quali tornò conto in conceflione Appollolica di confer- varfi quello ch’era proprio del Principe, non fu ben penfato che i Pon- tefici pretendono poi di poter rivocare i privilegi concefli da’ Predecef- fori , anche fenza caufa •, febben mai non mancano pretelli , Kr finger caule', e chiunque poflcde per titolo proprio, e fi contenta di ricono- fcere per grazia altrui, è come chi, lalciando il proprio fondo, va a làb- bricare nell’alieno. Ma all’ incontro, quando alcun Principe, rotta la pazienza, conferi- va qualche benefizio principale; il che i Re d'Inghilterra, e di Sicilia facevano Ipefle fiate; i Papi, per non attaccare contefe, non dicevano altro al Principe : ma , per non lafciarfi pregiudicare , colle pratiche per mezzo de’ Monaci operavano che 1 ’ Eletto rinunzialfe in mano del Papa ; (i) promettendogli che farebbe dal Papa invellito , e cosi avrebbe quie- tamente quello a cui, fe non fi fofle contentato, il Papa fi farebbe op- pollo, e gli avrebbe meflb tutto in difficoltìi. Di quella pratica ufata all' ora frequentemente da’ Pontefici ne fanno lunga menzione Florenzio Wingerinenfe, e Ivone Camotenfe, Scrittori di que’tempi, (*) come di cofa ordinariamente fatta in Germania, e in Francia con quella forma di parole, che i Pontefici con una mano pigliavano, e coll'altra ren- devano. Quello partito era facilmente accettato, come quello che fa- ceva ufeire di travaglio; e il medefimo Re, fc lo veniva a rifapere dopo, lo tollerava, come cofa ehe non faceva mutazione in effetto, fenza confiderare quello che importalfe per l’avvenire: del qual modo fi vogliono anche adeffo contro i Vefeovi Cattolici di Germania che non ubbidifeono alle loro rifervazioni , come a fuo luogo fi dirh. (') In Spagna la natura quieta , e prudente della Nazione infieme col buon governo di quei Re furono caufa che in un moto cosi univerfitle efli («) Miflb io Fnnci*lR Ar(bi 4 ixoAoNirbonen- (ì , Philippum «me ( Booibciui ) qaid Ha( Tatiooe, atque ordine PoniificatDs Ca. (tiedruD feandere coadùa, qntdem, flc emn otuiu hzfitatione confralic, propter eontcntiostaa iUam qux «rae inter Regnum , Se SacerJerìum ’»c*are , Ebiqite vindicare plus zquo imebacur Impetialit auMritas . Rur^t autcoi vciebatur , flon iìne Diriaicatii Doeu, jun terno (ibi auteni Epiicopatum , «oinque, (i tertio repudiarci , pofle in ipfem competere ilU (cmentiam; Noluit benc- di&ooeni, Se elongabitur ab eo . (mcr hai igicQC aagultiis poiims, qued «iwm bluure eiilUinabat, ad SaudjtSe Apo(iolic« fedU auzilium eoit&ig«re decrevit . In ipro igitur Artieulo, adhuc in Aula Imperatoriieflet, wmm tm/Kmp/tvit DriRr*#, mo. fuam ft im nifi tanfim. titntt, ^ ftflmlmnl* Etdtfin f»n, Faniiieh U*xi»imétni , {^ftnftffari, ^ invtjUturnm e*n- ft^mi wnTtrttmr. Ananym. io viuS. Ottoo» anoo 1 ioa. (•> EpiRipo. ipt. Sca»}. » t'»nni%'-\7- inno fìstmurn eli Rome i Dumino Papi , Ce frnribu, CiTdinilibcs, qui vigittnter flit letnp 'ralla prò. corant commoda, 9c emnluinen» , slie.ia non ramei , ut qatlibet. qui la Abhaiem exem['4UiQ ex tUBc cligereiar, RgnuMmCurt'.in adirei coiv- Sruundut, & bcneZiceudiu . in HmritiiM. Digitized by Google MATER. BENEFIC. 47 TA dirpofizionc Epifcopak. Rcflava tl Pontificato Romano, che, efdu> lo il Principe, pareva doveffe ritornar alla libera eiezione del popolo: ma nel ii45> venuto Innocenzio li. a dilferenza co' Romani, ed dTeD* do da loro tcacciato dalla Citili, egli, in contraccambio, privò lorodel* la podeltk d'eleggere il Papa, (a) Nelle turbolenze che lucceltero, per le caule fuddeiie, molte Ciiik lollevate da'Velcovi confederati col Pa- pa fi ribellarono dairimperadore, e i Vefcovi le ne fecero capi, onde ottennero anche le pubbliche entrate, e le ragioni Regie: e quando le differenze fi compolero, (i) avevano prefo cosi fermo- poflefiTo, che fu necefiìcato il Principe a concedere loro in feudo quello che di fatto ave- vano ulurpato*, (z^ onde anche acquifiarono i titoli di Duchi, Marche- fi, Conti, come molti ne lono in Germania, che reltano anche tali, e in nome, e in fatti, e in Italia di nome I0I0.* il che fece Ecclefia- Rici gran quantitli di ^nifecoiari; e fu aumento molto notabile, non folo nelle turbolenze delie quali abbiamo parlato, ma in quelle ancora che feguirono folto gflmperadori Svevi. XXVI. I Monaci in queRo tempo s' erano imromefli grandemente a favorire rimprete de' Pontefici contra i Prìncipi; (3) perlochè anche perderono affai della riputazione di fantiù anzi fi perdette anche ia vehth mol- to della dilciplìna, e ofiervanza regolare ne' Monafieri, poiché s’tntro- mifiero ne’negoz) di Stato, e di guerra; onde anche celarono gliacqui- fii loro , le non in alcune picciole Congregazioni ifiituiie nuovamen- mcnte in Tolcana , le quali non s' intromilero in quelli moti, e coiv fcrvarono la dilciplina ; (4) e però, continuando la divozione del po- polo verlo loro, furono Itrumcnti per acquifiare nuovi beni, ma non molti parò, eflendo eifi pochi. XXVII. Ma un'altra occafione pafsò, la quale fece fare grandi acquifii ne’ fe- coli de'quali fi è parlato, e fu la milizia di Terra lama. Fu allora cosi intenfo il fervore d'andar, c contribuire a quell' acquillo , che le pcrlo- («) l»nM*ns.ì» tl.iUtOtufnt, quiptcfm, ^nì*Zì } eh* U Karnma^ v$ltv» UutttT* ii (Uff di’Prni, $ rifiékUiT$ f *mu* itvtrnt In qutbui rant'ovcr. fin po^lat Ronunot, quod pontifici rebelli* tC (et , aimheinaie nttrinit, tunc primuni a rnntifitm comxiii onmjno ezclufineii, dca .1 (nIoaCarZiniles poaiilkn eleOio putlatim. Cleri etbm primoribua ooinine eac’utu , revlaUs. P’itrur porro, fine ol- io popoli inteircnru , Papa creanti eli. inutiuo Innoceniioll. Czlctlinui ( 1 . A»n$t. aiwtém l»- **e. (1) Tn€it» dUt tk'ì 1/ ftlt» d^it mf»TfstwTÌ t MH lmai§ , td tnpufi» fir mm ritWe ùgutumi Regi! Apioni>t|trr mialcrani. diiitjnic{ue luentia. Se mforia . ujli jore. ft Jc«fao nitebancur. /en. 14. / Gre». I '■«»« me/u *d ffrtfrutffi />»&» /ir*- r» tht Ut ttr»» hn. A régUa* dì futdi, melti Vtfervi, 0 AlfT"0>i»f , 0 FfSHfr/i, 070/00 0t4hf0/l » f 0 rt»rfi a» mUm 0 U 0 ft 0 . --Ve) Utxjray di(0 tbì , in rtc«i«»iN'*/4 d*'ftrvìgi nel tempa dtUt cea/e/V d0ll» fdnt» StJf etgf lr»ftrsd0TÌ , 1 f»f> Mer4.fiM f^i Akhati friniifaìi dtfb frnnmiali Efift 0 faU , (mÌ , dilln Uut» . d/IU T/hu/H», dignmnu, dt'SnndnUt 0 fH dt! f»fl 0 TmU ! nella nta Zi tiiippo Au.utló. (4) t- fa0l0 Ud» tMii/smn/é POrdint mt'Str~ vi , U tni 0Ùit0 f0rrsvMi imffT0hqìulinrxli par tuum (e-ixerat.Quod ia laudibui D.Vir^inn raa* tandU adìdue occuparentur . . . . a vulgo tunc Stnd B. Mmti0 vocati , onde ad ooa fuccclTorea do- men. 48 TRATTATO DELLE perfonc, non tenendo conto delle robe, delle Mogli, e de* Figliuoli, fi mettevano in nen> coueiUin«i>, & domot. & ftmiliaa , sti^ue orniti» bnn» enrunt 10 b. I^ri, Oh Roma/ix firdclic (ìroMOtOBC. lì- cu( » Ormino noAro Pipi Urb«no tUtuiutn hiit, tufitpimu*. Ijuiiumque rrgo ciaulrahcfei veiig- terre, qjeitidiu in vu ili» mor.-.rinir , prae&mplc. nnc, eKooMitunKiuoni» uluone pieitannir . Ctir. Csìixi» tl. 't»i. cxf. n. yrJt 11 fitand* C«ai«*« dtl di ChisrsxMtttt, t U 4$0iutsi.uMi del JjjMr di, ) 4 *r (0 , Ivemt di Chtr- tra. ntlU fi. 4 'y/. xÌMfMm» Artivtft»- ve dt Tir# ntl /Ore pum» e»p. «f (irnslulau di Sen^MfS n*l IH.}. Knitfr» Utvvtdr» aìU U*rtn fArti mill'Mnx» Oiiem di Fiijiagim di itfu Ffiàtrtri fep.Jf. *IU pi- fi»U \97. d' ÌHHoteatM III- »tl lil >*4 15. S»0, pmfsmd», tht i'Auivtfttv» di Tir» dirt ebt mtlfi GtBliliiemuu fitte* ftùmentt il Mitigi* di Tter» $4040 , per effAtéra dml ptfsre i Ite* dtii/i al th fi rifteifee U leils IX. Si S t vero pioStitrtiuiuai liluc, du' ^'VJVJR« 4 *fna- tipi d'smlMrfi { rirfmev4Bt il fiiprtm» *» •fmtgU « / i.iiiri wM dt'lM* i t fi TtvdlX4. 44 I» tm» mule i Spatri di imiti iCrteimin 4»m fpjamtm/e ptrihi m'tfiirvAB» uUiduntA, rm ptriht h premdrvmmt felte Im l*rt prtitKxhr fi»* 4 I Ur» eiier»*:lt f»»ìi ttft era»* ie»at Ittieri di Star*, fbt jifptmdnan» pmalfifia tfumxttue tivtle, 4 tnmnaU . Nell» tiu ..i I tiippo Augulio. (^> TempUrionim tmlitbm Ordo inftiiutus an- M Mi*. Jernlblnmt ab Hugne de Pagana , Ac Gaafredo de S. Aldeniaro : n>irunim>e a.1 làlu* tein pe'cgtmoram contea Ucrnnufa & incurlàn* tiuni iRlidut prò viribuicoiktervarciu. Cumautem n >eot annit peli corum tniliiuitoneni in habiiu fuiflcnt lèculan , ini oncilio Trccenli data (iuit eia regub, Ac habitut alTignicus albut, vtdeliret, de mandato Hononi l'ipat. Ac Stcphani jctorulùiiita' m PatruTchx: poilmixiuin tetu fub Eugenio Pa. pa crucci de panno rubeo, ut intct ccieroi eflent noiabiliùrei , zlTuereccEperui't , tamEquiies, cjiunt eorum fiaim infcnotcì, ,um militei , quacn al(er:iii condiiionit, ut in ea, relinu parcrtibut, Ac p-opriii patrimn* fliii, regularicer tivereat .ncitavit, actraait. Ac il* lene I i;uorum qui.iiia Holpiuloiii , (ìvc {ratrei Digiiized by Google MATER. BENEFIC. 49 battere contra i Saraceni ; la qual cola , fcbbcn nuova ^ che folTero irtituite Religioni , per fpargcr fanguc , fu però ricevuta con tan- to fervore , che in brevUTimo tempo acquiftarono ricchezze grandi : tutte quelle maniere portarono grande aumento alle ricchezze Ecdefia- Aiche. XXVIII. Fu anche un modo di dar accrcfcimento affai notabile a’ beni Eccle- fiaffici il riveder bene la materia delle decime; c dove non erano pa- gate procedere con cenfure, che fi pagaffero non folo le prediali de frutti della terra, ma le mifte ancora, cioè, de’ frutti degli animali, e ancora le pcrfonali deirinduftria, c fatica umana. Alle decime aggiuo- fero le primizie ancora , le quali furono primieramente iftitnite da Aleffandro II.; iraiwndo in ciò là legge Mofaka, nella quale furono comandate a quel popolo.* la quanriih di clic da Mosè non fu Aabilita, ma lafciata in arbitro deli’offerente: ì Rabbini pofeia, come S. Gerolamo teAifica, determinarono la quantità , che non folsc minore della fcfsa- gefima, nc maggiore della quarantèiima; il che fu ben imitato da'no- ilri nel piò profittevole modo, avendo Aatuito la quarantefima , che ne’tcmpi noAri fi chiama il quartefe. Determinò Alcllàndro III. circa il 1170. che fi procedefse con Icomuniche, per far pagar interamente le decime de’Mulini, Pefchicrc, fieno, lana, (i) e delle api ; cchc(2) la decima foffe d'ogni cola pagata prima che fofsero detratte le fpele fatte nel raccogliere i fruttile (?) CclcAinoIII. nel 1275. Aatu'tchc fi procc- ilefse con Icomuniche, per far pagar le decime non folo del Vino, dc’Gra- ni, Frutti degli Alberi, Pecore, Orti, e Mercanzie, ma ancora dello Ai- pendio de’ l'oldati , della caccia, (4)6 ancora demulini a vento: (5) tutte qucAe cofe fono elprclw nelle E)ecrctali de* Pontefici Romani: ma i CanoniAi fono ben pafsati più oltre, dicendo che il povero è obbliga- to a pagar decima di quello che trova per Umofìna , mendicando alle Porte; e che la meretrice è tenuta a pagar decima del guadagno mere- tricio; e altrettali cofe, che il mondo non ha mai potuto ricever in ufo. Le decime erano pagate a'Curati pel fervizio che preAavano al 'po- polo nell’ infegnare la parola di Dio, amminiArare i Sacramenti, e fa- re le altre funzioni EcclefiaAicbe*, onde per queAi miniAeh non fi pa- T om 9 IJ, G gava ItafpitAlU S.Ja3Ani*i ahi, frarrci nulitic templi^ «In, fratte» HoIpiiahfSar^ IttjrixTeutonicotam IO lerufUem nuntupoomr . Jm 0Ì dt Ktrist» tsf. l'Ordmt d*'TtfMt»r'i, i Uro hmi fmrono doti ifU SptdsUtri : il tho ) n/tritt diffitUmetni d*i CfUtUmolOTi Vrfftrjtnfii it. ( I ) Miniimus eaiitperte]JÌ. Volumut ergo, flcdiilrifte prxcipirnui.quatenu» dccimatEc- clelìii CUOI iiKegntate ddbita pctiblvatti . tini. t. ta. (f ) Quia fidelii homo de ornnibui, quv Ikiie poieA ficquircre , dceimis erogare cenetur i Maiv- damuN. (Maeenm H* miJitem ad tblutionem deci- maium de hit. qux de inokndiiio ad ventutn provemunt. (ine diminurioDcaliqua. comptUatii. UfJ.f.i. 5Q I RATTATO DELLE ^ava cofa alcuna: qualche perfona pia, e ricca donava, fe le piaceva^ per la lepulrura de’luoi, o nei ricever i Sacramenti, qualche cofa*, c palsò COSI innanr.i l’ulo, che la cortefia fu convertita in debito*, e s* imrodufTc anche in conluctudine il quanto fi doveffe pagare*, c fi ven- ne alle controverfie, negando i S'ccolari di voler pagare cola alcuna pel miniftero de’ Sagramenti , pcr#hè per ciò pagavano le decime*, c gli EcdcfiafUci negando di voler far le funzioni , le non fì dava loro qiieh 10 eh’ era in uiànza. Rimediò a quello dilordinc Innocenzio III. circa 11 1200. proibendo veramente a' Chetici di pattuire cola alcuna pel imnidero; e di negarlo a chi non voleva pagarli; c comandò che lenza altro faceflero le funzioni* ma dopo quelle -lòflero i Secolari con cen- lure sforzati a fcrvarc la lodevole conluctudine (così dice il Papa) di pagar quello eh* era (olito; (i ) mettendo molta ditierenza tra lo sfor- zare innanzi per patto, e sforzare dopo con cenlure; approvando que« fto per cola legimraap proibendo quello come fimoniaco. (2) XXIX, Ifn altra novità ancora fo introdotta centra 1 Canoni vecchi , la qua* le fece molto per 1 ’ acquido : era proibito per i Canoni di ricever alcu- na cofa per donazione, o per tedamemo , da diverlc forte di pubblici peccatorf; da fagrileghi ; da chi redava in diicordia col proprio Fratel- lo; dalle meretrìci, e altrettali perfone: (4) furono levati affatto quedi rilpetti, c ricevuto indifferentemente da tutti.* anzi appunto i maggiori, c piò frequenti legati, c donativi fono di meretrici, c diperlone, (3) che, per difgudi co* lor parenti, lafciano , o donano alla Chtefà. Così i Pontefici Romani ufavano gran diligenza, per ajurare gli acqui- fti , quanto anche per confcrvarc la podeM di didribuire gf acquilli ; la quale, come fi c detto, era con tanta opera, e tanto fanguc cava- ta di mano de’Principi, c ridotta nel Clero. A ciò, per proprio intereffe, tutto r ordine Scctefìadìi» «Ma £olo acconfentì , ma fi ajutò colle pre- dica- fanftjin EtcleOun iDiroduàam niiumor idrin- gere. Qut propter pr«vu «uàionn 6en prohibe* niuj, de pis« confuetudinn pweipimut obfervvi, enefiziarfì nel loro Regno, iiebbcn erano beirignameh* te ricevute, ed eleguite da’Vdcovi, i quali, attenti loio ad clciiidcre i Principi f non penlavano mai che altri , col privar clH , potelìe al trronim, ft pIftNinqftediKmttMi, ac benefirù it*. tabiluarc perionit cuniciuaiiir iMWcutit.ft iran probdm, ia oifiicin b«ti«C(Jii uon fedìent i ticque aultui ftbi roauiuili nonaRooteuM. IjnRutm altquaod» a»» iaicfliauetr qmn tiimw. taiatram cura ncglcóa , \eiat mmaaarii»^ htxmiMiio TcmpoMla locra . Praevu Prarinancr Saad. p»g. $a. l’aaarm. av*%»atk't tt altana, fi ìatatatm altra\ di qatfPéktlft. Effer, dù'aiti, vsidc boatHum, ft Intcauwrum, ut qoiT. qoc in Puria fua ben«fium me feci. Lon|;e-eft iflud a te. Nam par iniqòitsran filionm boAitDam, qaonuin ia t«c«npen tUa fu taamilata dal fua PmIm Mjar a f fLaimauéa di fmmaftrt , Oatutmtaaa , dd rfi b mitrati tkitm»t» 1* Caapilasiaa*. di Digitized by Google MATER. BENEFIC. 55 I vecchi Collettori dc*Canoni, Graziano parricolarmcncc, raccolfe tut- to quello che (limò proprio alla grandezza Pontifìcia^ eziandio non fenza mutazioni, alterazioni, e anche falfifìcazioni de'luoghi onde cavava le len- tenze; (i) e credette d’aver innalzata qucirautoruh al fommo dove po tefTc afccndcre; e per quei tempi non s’ingannò.- ma, mutate le cole, quella compilazione non fu a propofito, ma al Tuo chiamato Decreto (2) (uccefle quella Decretale, che poi anche non ha lodJisfatro : ma, fecondo che di tempo in tempo i Pontefici fi lono andati avanzando in autorità, fono (late formate nuove regole; onde nella materia bene- fiziale particolarmente non hanno più luogo, nè il Decreto, nè la Decre- tale, nè il Sedo, (3) ma altre regole, come fi dirk. XXXII. I! modo grande di beneficare della Corte Romana col donare tanti benefizi tirava Ih ogni lotta diChcrici; quelli che non avevano bene- fizi, per acquillarnc; quelli che' ne avevano, per afpirar a maggiori, o migliori; onde, oltre alle caule vecchie, s’ag^iiinfc anche quella a fare che molti non rilcdelTcro. La Corre non potè dilTimularlo, perchè ogni Diocefi fi doleva che le Chiefe fodero fenza governo ; c del male ne dava la caufa a chi veramente l’aveva.* perlochè fu rifoluco di farvi qualche provvifionc. Non parve però a’Pontcfici di quelli fecoli che fof- le bene procedere, come il dilordine era troppo comune; come anche perchè quello era un modo di mandare fuori di Roma tutti : il che quando fodc dato fatto, la Corte redava vota; c ogn’uno avrebbe at- teib ad acquillare i benefizi dal fuo Vefeovo predo al quale perlonal- mente fode dato, più todo che mandare ioidi, c medi a Roma, per acquidare alpcitativc : fi trovò per tanto un temperamento, che fu, far leggi che comandadero la refìdenza a quella lorta di Beneficiati che poco potevano afpcttare dalla Corte, non parlando niente degli altri: (4) cosi Alcdandro III. nel 1 i7p. coman^lò la rcrulenza a tutti i Bene- fiziati che avevano cura d’anime: (*) furono poi aggiunti anche tutti quelli che avevano dignith, amminidrazione, 0 Canonicato: d'altri Be- nefiziati inferiori non m mai detto che non fodero obbligati a rcfidcnza; non fu però nè meno comandato loro che riiededero; perlochè a poco a poco fi riputarono non obbligaci in modo, che anche nacque una di- dinzione di benefìzi che ricercano refideiua, e d’altri lemplici, che non obbli- do. £’ thisimitM , Extra, m téfìtBt tk'tU l» i imi Dttrot tmnfilttù iaUrBttMB*-, t l*eattcvtieaa , ftrrhi trntrrm4 Uiri t/frffi Am Aifiu$:Ti\idtx , Judiciarti, Cleriu, Spon. en : Harc tik>i ddìgnant quid quinqnc volumina li^nam. £llm md tffirt in nfr B*t ixji. Grti»*i 0 IX. trm nifut d'InmmrwiiMUl. td nmtndmt deHm fmmijii» d*'Cmnti, arffdì «n-t dtUt ifMmttn fbt ftrimn* il nttlt di Uarooi Romani . ( I ) U» GìMTttmafnìtm Trmnttft diti (ht il IV- ttttg , * it OttrtimU fuftt compiUtiOACt, ac lar- raginn tatn bunanini,, rum privarum r«'uni, in- cnitdite a‘trtt», tmmt mffrrv» tUrtÙ it PUtmm Mrl medrfim Imm^m (1) liU > mn Mrm rari fhumfm, ftrfbi ftrva di fMffirmratt m’ nm^ut libri dtUt tìttritmii . Fm pmbblKAtm dm BmnifmtMWill. layH. de i deamminmtc Codrx BonilMiinitt. (4) iiUnttm, diublii.e cumplcinnir. ài ftmp U di RriiHàiu , jfmttrt iti itrtm» fm»U, mt! taf» mK. ItirafrimpàttlM (»• rst- ttlt» C$re* r»r* dciU Vetrmt —f f_ diti tbt n»n fmrpn* »réiM»te, fi *m kiU'akm loyi. Anno Di>mtni lopf. Urhanut Pa|M,tn OalliK venieaa, Gregom l^px d«crm rcnovat, ti confInnK . . . . Claromoa'c, in Arveraia Con cilium te^elnat, meofe Novembri hoc anno (écjaen- u, in qno Ihmtum cil, ut Horx Beate Mane c^yotiilic Jicantur , otfitiumque eiut, diebui Sabba- li fiat. Jm Ckrmui, taftt. tr. (ONt'^rinNeMipi, dieeF.Poolo, i ^radULnUfis- fitti »étt iTMH» dignità , «e’Mvri , timi futa d* uni- ti fettfi , m» tstubt, t mntfhn , tbt S. ì'nalt ehmtnn tftri, t fmntitai, i tìifi Grifi» Oftrni. Opus fac EvangelilUr. minillenuni tuuin imple. a. Tinvx, 4. Si (|uit bmU auinopus dtlìdctat. i. t. Wma quulem multa, ope- rarli tuiem )«auei. Man- 9. & Luc.ie.> im m^nier* tbt *U»rM »piiv pTomorcntut . Digilized by Google MATER. BENEFIC. 57 il Parroco è impedito kgittimamente, egli può deputar un Vicario che lèrva per lui, dandogli conveniente mercede: fi ritrovò che fipotefle, coll'autorità del Papa però, crear un Vicario perpetuo, ( i ) alTegnatagU una porzione badante, e lafciando il rimanente al Rettore; obbligando quel Vicario alla refidenza, febben il Rettore tira la maggior parte deir entrate, redando libero; della porzione del quale è fatto un. Bene- fizio, come femplice, e quella del Vicario feda per la provvifionc del Curato. £ ficcome fu incognito alla Chiefa antica che alcun Benefìzio fode dato, falvo che per luffìzio, e affinchè ciafeuno fode obbligato a fervire nel Tuo carico perfonalmcnte; cos^ non fu mai deputato uno a due carichi, non folo per efler impodìbile, quando s’hanno da cferci- tare in diverfi luoghi; ma anche perchè reputavano quei fanti uomini che non folTe poco il fame uno bene; e vi fono molti Canoni, dove fi riferifeono le idiruzioni antiche , che uno non pofla clTcr ordinato a ti- toli, nc fcrvirc in dueChiefe. (4) XXXIII. In quedt tempi, quando fi didtnfero i Benefìzj in quelli che hanno annefla la refidenza, ed in quelli che non l’hanno, confeguentemente fi pafsò a dire che di quelli, dove non era neceflarìo in perfona pro- pria fervire, fi poteva averne ph't d’uno; (*) e nacque la didinzione de' Benefìzi compatibili, e incompatibili: quelli che vogliono refidenza fono tra loro incompatibili; non potendo l’uomo dividerfì in due luo- ghi; ma quedi cogli altri, e clTi tra loro, poiché non è neceflarìo fer- vire perfonalmcnte, fono compatibili. Nel principio però fu proceduto in queda materia con gran rìfpct- to, e non fi paCÀ piò oltre, che a dire folamente, quando un Bene- fizio non fofle fufficicncq, per far vivere il Cherico, le ne potefle aver un'altro compatibile; ma non ardirono di paflàr al terzo mai; nè me- no al fecondo, fc il primo foflc dato badarne. Al Vclcovo non fu dela mai rautoriù più oltre, ma al Papa fu aggiunto che avefle autorità di concederne anche più di due, quando i uuc non badaflero per vi- vere; (2) e queda fufficienza per vivere da’ Canonidi è tagliata mol- Tom» //. H to lar- ( I ) Ttimp n dtilji SttrUdì tt9 fjìrù, th* Vmft di tjmrJH nesristi etm/Mcii d*ir iKfbUnrré p tfmnUht ttmfo frtmM dtl CtmedU LétttMMmf» f»it» jiltffMKdr» III. Ptrni i trtfti- , Extra de Officio Victrii , ft»o tmdi- ritiéti •'Vtfrn/id'h^ftUttrrA. Vedi ritlwuadcip. I. bxira, de Odìcio Vicirii* « Ttmméfi VvAlfiit^ 17^. (4) in ilio titolo perfeTereat « *d quem confetnii funt, ifìiut nulinm de altetiiu tmxlo I>rabiteniin , aot Diaconatn , &(ciperc przfliout. CotKil. Csichuicoié . ann.7>7. cjp, «. Coor. Re- tuenle aon.li}. up. te. Conr. Mctenfe, ann.sn. On.|. Cui. 1. peni;, t. difìiod. 10. ex Ceacilio Utbaiii li. (ubilo riicentijc finw lopf. 8c C&n. 1. CauE XI, qn. t. ex f, Syiiodo , cxp. if. ano. fi7> Prtffi m'titMhli »ntfA i Pnti tr*Ma ti mUm T*j!dn$tA . QuorJsiB exilix , dk* Srntt4 «juofdxm (xcerdotix uno loco tcnetu . Oc irxn> ouiUiute vite. Virus eft libi quis, iitt ma *Itr» Gamtilt, xd firraunennun tempii Nepnini ruent ahigitos «fi;; £idui di CKerdfosNeptuAÌ: opottc. bit enito ipfiun infÓMnbiIen elTeCicerdoieni.'Ar. ttmidor . Iib.f. de tomnionim evcatibui , Ibmnio t. Vide Ulpianom in 1^. x. if de in jus re* cxndoi &tcg. pea.ir.de Vicit.dc excude. Muaer. (* ) Vide Caput, dudum. 54. exerx de eie. Alone , Se ibi glolT. & Girciam de Benef. pene underinu tip. (. p«rag.x. & y (O L’Autore coù rarcontt Torigine delle piu* rtlità de* Benefizi nel libro fecondo delle fux Storia del Concilio di Tremo. Sktatm, dir' egli, aatv» gli ttniithi Cexani , t»(i u Citrita VM fatava ^rt dmt titaii, »> im ttafi- [uant.» dtta Bttuft.)'. raminàmnda « iùeMiiMr-. fi la rtadiit, a ftr U firagi dtlU gmarra, a ftr l* inandatkaiti, fi taaftrivm »» BamfixJa » tjasltUt Cherka il amala ma fafftdtva già mma, fmrtUì tifii atraadtrt ad amamdtta ; il tUt fi fraaki fa- f(ia , ma» già im favara dal Stn^Uàaia , «4 da!- U Ckiafa , m^mtb^ , ma» fattida fremdtrt m» iiimifira farikalara, far mamtant.» d'm»a raadù ta Jmffiaknta » aumttmttla , alla m» laftuaffa d‘ afera firait» : ma tal fraifia, tha w inafiztm 58 TRATTATO DELLE to larga , (*) perchè nc’femplìci Preti dicono «he comprenda il vivere non lolo del Benefiziato, ma per la iua famiglia, de’ Parenti, e per tre Servitori, e un Cavallo, ed anche per ricever fordlicri; (i) ma quan- do il benefiziato folTc nobile, o letterato, («) olcra quello, tanto più, che fi uguaglialTe alla lua nobiltà. Per un Vclcovo poi è maraviglia 3 ueIlo che dicono; (a) che de’ Cardinali (*) baili il detto comune ella Corte: JEquiparantur Regibtts . (3) Ma tutto quello procedendo co’ termini ordinar), e per dilpenla, ogni Canonilla tiene che il Papa polU conceder ad uno di tener Benefizj fino a che numero gli piace ; e in fatti le difpenle della pluralità de'Bencfìzj paflarono tanto oltre , che circa il 1310. le rivocò tutte, rillringendo le diipenlc a due ioli bene- fizj: {b) il che elTcndo fatto con rilcrvare a sè la dilpofizione degli altri, (come, parlando delle rilcrvc, (*) fi diri) non fu creduto all* ora che folle fatto, per levare l’abufo; ma pel guadagno, mafiima- mente perchè quel Pontefice fu lottil inventore de’ modi, per accrelccr l’erario : e ne fece fede il tempo; imperocché fi tornò non lòlo alla pluraliti di prima, ma ancora a maggiore; e fino a’ tempi nofiri ab- biamo veduto, e veggiamo dilpenfe lenza mifura » Concordano tutti i Canonilli, e Cafifii, che tali dilpcnle debbano efier anche date per caulà legittima; e che pecchi il Papa, fc lenza quella le conceda/ ma fe chi fi vale della dilpenla lenza legittima caufa concefia fia feuiato, non fono d'accordo: (*) altri dicono che quella lulfraghi innanzi agli uomini; altri , che ferva, per fuggire le pene delle leggi Canoniche, e che in cofeienza , e prefib a Dio non vaglia punto . Quello parere ^ feguito dalle perlone pie. (r) li primo è più grato alla Corte, alla " quale nt» ftr , th* nìum^ {Mrftm li t»TU0, fi fftfi il fsrtitQ di d^tnt nw/- ti sd H» ftU, SMitrthì ti0 ara fnnta MnfSdrié fti ftrvmm dtiU Cbt^u 0 « f0 fafiaaa tffe re malti fia tara, e tagli altri. (*)Cloflà td On. Ctericat . l. CmC ii. qu. I. (O i» tftimmavaaa in ^mefia rmada Ir taft, t»i fariHaaa al /• d’mi fim freti, tbt Laùi ; td i ^imafi » 0 » fartilaaa , fa maa $ Caudatari dt* fafi . Tatti ì Camaaifii frri Barn fiat dt qarjla fiwiimata. Vide Oomei de expe^t. num. 1&7. llioùn. I‘am de rdtgn. beneC lib.5. qu. 4. num. lj>. Asor. p. 1. Iil> 4. »p. le. qu. I. {fc PvMe> noch. de Arbitrar, iìb. ». cafu N^rarr. Mi- kellen. 61. de Orif. dt ClotH »d cap. 5. citi» de petulio Clericonim . (a) Vide cap. de molta al. ia fine, extra de prxbcadii. t a) fatila tha aaaQurmeatt farfrtndi ì il vr- dart il fata eaaaa rha la Carta di Kaaaa fa da't'i- feavi italiaai dalla Stata Zalrfiajhtt, i ^ati nam falaaaaata fiamma ia fiadi alla frafaata da' Cardi- aaii , aia aatara aaa fiiaaaaa difaaara il fatvirli a tavaUi (aait il Vaftava di Ciafaa Cbia/a, Atra- fimfiiadart dalT iaftradara al Ciatilia di Trtmta , la rirpfrantra al Vefiava di Mirti ia piana Ca^r» faziaaa : fra Paolii, lib. tf. della Tua Sicria del Contili». Oleta di fki , i lata Viftavaii fama tai- rmnit taiuki dt ftnfiaai , tht fi npmtartbbaaafali- ti^mì , fa il Papa valafia raaetder tara il rapar *‘*ere, aha i Caatnifii afi^mana a'/ampiuà Prati . (*) Vide Nicol, de Clemangit de comipteEc» cleux Uaiu cip.it. dt Pet. «ieAlliico de reliorni. tapiti», ieu ilatus I^palù, de lue Rooi. Cutis, dt Cardioalium. ( } ) Damdr atnthimiana , dìc’ egli ibidem , rbt aajfmaa ramdita i frappa grandi pir tara, fa naa ì faprahhaadamta ptr gli fit$ Rii 1 ptrtA il Papa ha tenetdata lata il frivilapia d' axar aa apemm ad omnia beneficiai dai, ìù pater gadtrt apti fat- ta di irnafiz), a fataUrt , a rtgaUri. (^4) fai>,parhfia dalla Diaetfe di Caari tnFriifl. tia. figitaala d'ma pevere Ciahattina. ih) Noi omnn, & lìngulu difpenlatiofld lit- per receptione, aut reteitnoAC plurium digniu- tvui, aut beneficierum , dee. quinis cura anima- runa Ut annexa .... cuieuntpte perlóaz con- cellas, (Cardinaiibui ramen cxcepm J duiimuita- htcf moderando, qood per nttMeraioefl .noiìruin clinnatam nliuni beneficioruni nmltnudinem re. Irertemui. Siatuipiu itaque quod obuncntn piu* raliMtnn hujurmodi beneficiorum unum tantum ex bencfliiii , quibui cura unmmcc ani- marucn, aim beneficio Itnecura, quod haberenu- hiennc , polTint licite rcttaere. Zxtrav- tit. da prahtndU, tap. Emarrahtlit , (*) Fedi r attirala 37. a ramattazieaa terza. Vide OloQiun a.1 capii. pi' CÌo* Tanni di Verdun 1 Bencdinino, Franccfe. dille molto di?erÌBiDeiRe il (ùo parere . Ki leggi um*- nt, difi*egli, f*nt ft’Srtt* *U* dif^nf*, » rafie* n* dtir ìmnirfttMi del Ltfitlntirt, il mm*U nin fui frevidm tutti i tufi f*rtit*l*rt t£* dimun- d*n» mnìietn.i*ni ; m* deve Oia 1 i7 Leiitlntin , tj* l*H* ^ fent.* eteiniimit ferrh* tuffnnn *tfs hm f- tui» * Im nnftmdrrfì. Chi difnenf* n»m fu* m*i dtf*Uti(*ri U firfin* th'i eUlig*t* , uà UftUr »Ulig*t» »ll* foalt **i* ingiu/Umunt* l* dtffenf* : à un rrnr fefiinrt tl rrtdtri th* il di- fftnfnr* fi* fnrt nn» gruu*, pàthi U iiffmf* i un *tt* di pmjliti» diJhUmtiv» , ft tu n* fu limmmeli * feer* thi n*n U d* *IU ftrfini nlU quali ì dtvut* . L» Cbi^u u*m ì un* Jtrv* , ni il Puf* i il fmtPudran*. T*et* *l P*f*, ilqu*‘ U nt» à , rii* ri firvidtrt di thi th» frtfijl» sii» Tumigli* Crifiiun» , U d*rt * tiufthtdun* l» f»* fr»fri* mffur*, ei*ii , quella th* gh ì devu- t*. Quem confliruirDoininiu &per familiam fitam, ut det illia in lempcte tritici mnifuram. Lnczia. L* àfffeufm M tigliezza umana, volendo dare due Benefizj incompatibili ad una perlò* na, unirne uno all’altro, durante la vita di quella ( i ) in maniera, che, dandole il principale, era dato in conleguenza anche Tunito; di modo che fi Ulva va benifiimo la legge di non aver pjù, che un Be* nefizio in apparenza; ma in efifienza non era, fe non oflcrvanza delle S arole con iralgrcnione del fenio; la chiamano i Giureconfulti fraudo ella legge, (a) Quello fervi ancora per poter dare un Benefizio Cura- to ad un fanciullo; o ad altra perlona fenza lettere, e lenza obbligo di ricevere gli Ordini facri : unendo il Benefizio Curato ad un lemplice , durante la vita; e coHlerendo il iemplice in titolo, rellava il Benefi- ziario padrone anche di quello Curato; e le parole della legge erano bcnilTimo olTcrvate. Ma il poter unire Benenzj ad vitam non fu mai concelTo a'Velcovi per caufa alcuna, anzi rilervaco ai folo Pontefice Ro- mano. Alcuni Leggilti la chiamano unione in nome, ma in fatti è ri- lalfazione della legge; e l'hanno per dannabile: (3) perlochè anche in qualche Regno è Itata proibita. Fi; lungamente utata dalla Corte Ro- mana.* adelìb non è più in ulo ; (4) come nè anche molte altre cau- tele^ per non le chiamar fraudi, come quelle, che parlano troppo le? galmemc, per le caule che fi diranno, venendo a'noitri tempi. XXXV, Anche la Commenda ebbe una buona ifiltuzione antica ; imperoc* ché, vacando un Benefizio elettivo, un Velcovato, una Badia, ovvero un Benefizio che fofic julpatronato, al quale l’Ordinario per qualche ri- fpctto non poiclTe provvedere immediatcmente , la cura di quello era raccomandara «M- nnal r.hg losectto degno, (*) fintantoché la provyifionc fi facefle*, il quale peri non ivéVa racoiift' dl valcrfi dell’ entrate, ma foto di governarle*, c a quello fi pigliava perfona eccel- lente, e perciò d'ordinario era un Benefiziato, al quale la Cura com- mendata era di pelo, perchè |>ilognava che la prendefle per lolo ler- vizio delia Chiela. Quelli non fi poteva dir avere il Benefizio com- mendatogli, le non molto impropriamente; c perciò in realtà non ave- va due benefizj: («) con tutto ciò, per non far diificolt^ di parlare, nacque una maflìma tra’Canonìlli, che uno poteva avere due Benefi- zj, uno in titolo, l’altro in commenda (*)• Non durava la Commen* etra ptionltt defit «noli. Yfl lUqaid deCt cq* Ctrtt. Quid da aniooibaf bcflcficioniiii ,4 tìcub t» fslioru. Immt.Wl. tf- fa. /mk. a. unmi, tf , nt, dilicct, obAct iDa bent» fttxunfrm. fifiontm pleralitsa ad obnnenda lacompstìbilU » d ftmf» dtfrmmdmt» , fHthi ilCtmm9»dmtmti» isvi. (cm CommcDdim, ut przmtmtur, ntc (ifhinde* tm n*» trm diftrnut im vrrm» reati dmlTùmlmrt: cbrjBmt ultn femeAm temporit fpscium non da- tijlimnié mt Jm fa^a fmmmU d*lU Mit dtUm rsrei lUtuenrct «juiccjaid iecui de Cotnmcadu Ec. Ctt mum dm i Curim mofMAern. tc tegicnen, de deiìanim {Mrceciilium adiun Aieht eiTe irrirum «dminillritìoDent libi m rpirtcualibus , de retnpo- ip(b jar«. Ca/ÌA Ctmatrmis. Ma i fApt, fAttwiefi fuptrttri aUa U^ t , pr$luaiATAt%t i tirmiu* itllt CAAvuatit , • AAmetdttrtr* Mmtf it' frutti 0^1, ArnuumprA- ttrii ÌAÌi fAg Attua fini a itnurt — ■ i it ia vi/4 ttm tutti It lari rtuitlt | étp* di tbt muturiut uUrtJÌ It Jlilt dtilt Un MU, iumdf ti rvconuiiduaio «yuclU Cbielà, uKachi tu poiTi (ulleanre ii tuo iUio ) DtlU FauuiIia Fiifeki, it’ Cauti ii La- VàfnA, liuti ««Ì114J* ikiAmAti il pAifl uimifii . (i) Circe idein tempm milìc dommtu aovut I*epe quemdpRi nomm in Angliam pecunie ee> torlotem. Megittrum, videlieec. Meninuin aaten. tkum pipale delìrteniem. de habentem poteiUtcìn eecommunicendi , fialpeBdeadi , de multipliciter vu. lunati fii2 refiilenrn punieadi. Idem. £' do if- ferVAtfi, tké i Ao/i priuàmua uum A grAuii au- tpriiA r«/r /«fbilrrrro i» virtù à'uu uutua diru- ti fiuuAti JulU d«e4e.i4«e di Cifiumiiui, par ttd tutti l’//«lr, par nutUt tkt pritiuiavAut , uppur- tiuavAui uliu Ckufu JUaioAo . Ad precei meu il* loUn Regi Angloram Henneo II. cooeellit, da dedite Haarianui)Hiberniun fare bicrediterio poC (idendain. Nem omne» infiilx, de jgrc anoipw , tx dooecKine Confbnrini, qui eun bindevM • d( dotavit, dicuntur ad Rotneaun EcclefUm petti* nere . Joaaods Surobcticniii |ib. 4. MetèlB|ici , «p. 4»* Digitized by Google MATER. BENEFIC 63 ta del Re, cioè, doooo. marche. Propofe (i) il Re di ciò querele nel Concilio di Lione, lamentandofi de' fuddetti aggravj.* al che rifpofe il Papa, che ij Concilio non era congregato per ciò, e non (1) era tem* po di attendervi. Nella flelTa Cirù di Lione, al tempo del Concilio, il Papa volle dar alcune prebende di quelle Chiefe a’iuoi Parenti; di , che fu moto grande nella Citt^, e fu il Papa avvertito che fareb^ro flati gettaci nel Rodano; (a) perlochè il Pontefice li fece occultamente partire. Non reftò per quello la Corte dalle fuc imprefe; (*) anzi nel 1153* riftefib Papa comandò a Roberto Vefeovo Lincolienfe , uomo in quei tempi celebre in dottrina, e bonù, che confcriflc certo Benefìzio ad un Genovefe contra i Canoni.' il che parendo al Vefeovo inconveniente, c ingiuHo, rifpofe al Papa, che onorava i comandamenti AppolloUci, conforme alla dottrina Appoftolica; ma che quel abftam'tbu% era un diluvio d' incollanza , un mancamento di fede, una perturbazione della tranquilliti del Crifiianefimo*, ch’era grave peccato defraudare le pecore del loro pafcolo*, che la Sede AppoHolica aveva ogni podelli in edifica- zione, nelTuna in dillruzione. (^) Ricevuta quella rifpolla, il Papa fi fde- gnò grandemente.- (c) ma il Cardinal Egidio, Spagnuolo, uomo pruden- te, ten- (i ) Il mdtfimt Sttrir» diti tfn Ì0 rtmdìtM dt' aràqiftM/i UmUmì fi»ktlitt in dm» » fii di 70. imt» manh* d'*rgtntii t tht tv. »vn» fi» imfmrrita l» Ckitf» di Jh$ , dt tht »vtv *»4 jfattp tufri $ V»fi d»- S.fittn. Epifcoout Kobenus Liflcolnienl» fi- cit A io'u Clertcis ailigemer cooipumi Alienoram pmeann in An^lù, Bc invennim rft. Se vert- caniibua qao£lam alicfugenas ronfàoguineoa , vel affìnea fiiM, inconEiho Capitulo, iocrudere, re. fiitcrunt « in brie Canonici Lagdunenfès. coot' ffitaaiiTcì, Se eum juramentoobteltintei, qood*, iì tiki ipud LugduBucn apparerenr, non pòilét eoi velArchiepilcopuf, vel Canonici , pro(c|;^re, Mat. Vvtfiaaaafiar. Oroflet «ft. (S) Mandatu ApoAolicit, du'aili valla fa» ti- fpafla al Fapa , aSedioue filiali devou Se reveren. ter oMio : hit qno^ qiaae nuodatia ApoAoìiria adrcrtiintur, paternum xclani honorem , adverìor Scobftoi ad Drmmque enitn teneorei dirtnomn. dato.,» Non «là igitor Itterz renor Afoftolica fimAitati cxmibniu, r«l abionua pluràmutn Se di» icort. Priioo, luparbo animo aitr Quia eft ifte fenex delirua , furdua, St ab- lurdua, qui fii^ mudar, imo tetnerariua judiear} Chi atai di ^aafii daa vaatfriav» , il Papa , akt walava i Caaaai, a Lineala , rlta li. difandtvaì Cki di ^aafii daa tra fardat tÀaaala , r*« «■/«». dava Jt iaat la vaca dal Sigaara , a laaartatia » aUa aam vaiava aftaltar gatlla d'm» Variata Ap- pa^aìtta, tkt rl'^agnava il far davart ì Per Pe- tratti , Se PauTuma yi. giarava par Saa Piatta, a Saa Parla marre Listtain , tha gli fatava aliar» l» settdafim» eaTrtt.iaaa tha Sa» Patir avtva fat- ta a Saa Pittra , quia repreniibilii erat , Se non fede itnbulabn ad \erttatem Evangeliii Galat.x. la xsatt i' imitata le» PUtra, il qaala prtfiul sii grufi» earrttàaati nKì moveret noa innata inge- nuitaa, iplàim in lanrain conliilìancm przcipiti- r«m , ut coti munds bbula loret Se exemplum . Ihtdtm. Digitìzed by Google 64 TRATTATO DELLE t«, tentò di mitigarlo, moflrandoglt che il procedere contri un uomo cosi riputato, per fiuia tanto abborrita dal mondo, non poteva parto* rir buon effetto. (4) Ma mentre il Papa penfava al modo di rilcmir- n, s'ammalò Roberto; e in fine della vita tenne gli ftefli ragionamene ti: (^) Mori con opinione di fanritli, e fu fama che facelTe miracoli. Il Papa, udirà la morte, fece formar un proceffo al Re, che il mor- to fodè difotterrato *, ma la notte feguente ebbe il Papa in vifione, o in fogno, Rcberto veflito in Pontificale , che lo ripreie della pcrlecu- zione alla memoria fiia, e lo percolTe in un fianco col calcio dei pafio- rale ; (c) fi dcflò il Papa con ccccflivo dolore in quel luogo che lo col- pi fino alla mone; la quale {d) fcgul indi a pochi mefi nel 1^58. Alcffandro IV. fuo fucceifore, (*) fcomunicò TArcivefcovo di Jorck per una caulà fimilc; il quale, perfcverando nella fua deliberazione, foppor- tò la pcrlècuzionc con molta pazienza; (/) c avvicinato alla morte, IcrifTc • al Pa- tti) Nt^n ctpcdim , Donrin* , ut altqaid da- ruin contri i|>tum epifc(i«in ^'ini«rctna>{ utenim vera fateainur , vera Ciat cmx duit • noo poC fnntui cum condemam . CaiholKUi eft , nno Ik (mdiCriotiii , eol>U religiufìor , nobù (in- dlior, eice{Ìenùor, de ecccHeRnorti ritz ita , ut non credatur inter oenno l'rckioj inajorem, imo noe parem habert . NoTÌt bnc GiUicaiu , Se An- glicana CUn Univerlìiaij noan nou przvalem coniradiAio. Hojuftnodi epillslx vtritas, quzjam torte muUis innocuità muicoi centra no* poterit cominovere. Kzc difcrunt Dominut iEgi-Uut • Hifpanut Cardinalif , dr atu. coniUium diucei Div mino Pape, ut oninu hzc conaivearibui oculit fub dilTimulatton* ttontire pcrmitieret, ne fuper hoc tamuiiuf eiritamur. Ui^- ^t//« «/ ir/ mtdtjimt Psris , tra m» fran ptrftaafs*»' carCD*. iu' t^U , coluntRa in Curia Komartn veriutn Se iuftiar. & mune- Tum aTperaaiar, qux ngernii «quirarh fleAere uL /w r.T,! .. PrivilMia (kadonim pomibcuBi Romane. rum prxdKcIwum fuorum Pipa impudenter in. nulisrc per hoc rrpagulum, m«* tSfiaatt, noo •rubefeit: qaod non b( line corum prz/udKÌe , & incuria rmniielia / /k cniru reprobat , & dirute quod unti) St tot (anAi xdificarunt . Nonne di. cu Papa de fu» plerilque PratJerclToribu* , iìU, vai tUt fu rttirdaritai* PraJtttftr ntfitr , tc fz* p«: adhartam fanUi ^Tadtttfftrn aa/ht vtftuiis , Sei. (^are ergo, quz lecenint, duuant iunda- menta qui lequuniur/ Nonne pluiti, divina gra- ta klirati, majotet funt uno fi>lo adhuc perieli. tanK? Uode ergo hre injuriok lemeritss, prmlegia laiiquorum Sartftorum multcrrum in ir* rituni levonre ? Ciaè i il Pafa aaa ta rtfftri di aafart, a d’aaaaUar* cmm* Nonobtlance la Ce»- atfiami, a {U atti dt'fmai fanti Aattctffari , fiata tta^trar il sarta, a‘l difaaara rlt'tfli fa alla li- ra mimaria . gaitaada a urta tutta tl lata tdtfetta fairianaU. j/hj^amda ài Pafa farla nalla ftta Balla d' aitami ddjiai Aatrttffar$ , ma dita il nolìro An* icce/lotc N. di Dia memotia? volen- do (egujr le TeftigM del oofiro Ciaio Antecc/To- rtf Pttik!*dma^na*aaiuart i faadamemti fa/t dagl' altri ì ideili Pafi, i gmah, ftr la Dia gratta, fama arrivati ftUtamanta u» Mrre, nam iuamamag- giar tradita, t^a ama fata, il gnal ì mmtara im ft- rirala dt far naafragiaì Damda maftt dmagaa tka Jmaatantia vaala tan una uaaaritd ftifmaliufa rai- mavart i friviltgi aamtadmti da tanti Saati Pamtt- fui Bamant t Paria nella BKdefima TÌri . (c) Hoc anno (ttf4-) D'tniinut Papa, dum, imut fnpra modum, vellrt oQa Epi£:ofH Lincot- aicniis exua Ecclelìam mojkere..... Juint taleni litenm fcribi Domino Regi Angliz tranfinirren- dam; fcieni quod ipr# Rex libentcr dcCrvirei in ipfucDtMiprracri&è , fir fatila tbiditi il aa/lra Sta- rila fai, a futi fagina immamti , ila^rre tra Do. mini Papi, de Rzgii redargutor nuaifellui.)Seil no^ léqucnii appiruit CI idem Epilcoput LtiiroU nieotU , pontiScaitbua redimiti» i ac voce icrri. bili tpÉim Papam in ledo fìoe quiete quiekecu rem aggredUur, Se aAiiurt pungenv iplum in la- teff iUu impetuofo cufpide bacuLi fi» palloialit: Et «liait et: Simbnldo , Papa miièrriiM , propoTui. iUoe oda mea extra E. mneni , 8c molclUin . J^d . (e) Ftrfa il fina diU'anna iaj4> » awdrjCew Matita Pari* nfcrua tha lanatiatia, travaadafi uà fama di marie, « vrdtada fugatri i faai f èrtati g iar Jiffa t Quid piangiti! , milen I Nonne voe otnnea divitrv relinquol quid ampliiia exigitia t id eli: faribf mai fiagaitt, a ftmfluiì ia vi ta- ftia talli rtecbij tht vaia a di fitti ( * ) J^l‘ ara di Cafa Canti , tama Xatatiatia III-, * Urigaria IX- (/) Anno ix{p. aggravxvic manum luam Do- minus Papa in ArchicoikopQm Eboraccniètn , pif. fitqoc eum ijnoiriinioie nimii in tota Anglu ex* ronunurucari . Ipk lauwn Archiep. excmplo B. TiMuz Durtim, nec non B. RoIkiu Epilc. Lin. colnienlis, fidelitata «rudkua , ^ lolatio csdcaa mirtendo minime dclpeiDvit, oennem ppalem ry> rannideiB piuenier lullinendo: t atta fagut dtfai Remili genuaSeUere Baal , & indignis berbarii opi- ma beneficia Eccidìc lux, quafi margaritai por. eia, imo rpurcia^ diHribueie . IbuUn , iero dichiararfì affoluti Padroni in tutte le collazioni de' benefìzj per tut- to il mondo ; e levarG dal bifogno di trovar Tempre modi , e arti , per tirare le collazioni a Roma; e fece una Bolla la quale non con- chiude altro, l'alvo che la .rifcrvazionc de’ vacanti in Curia; dicendo che le collazione di quelli per antica confuetudine è rìfervaca al Papa; e però ch'egli approva quella confuetudìitc, e vuole che Aa olTcrvata : ma, per conchiudere folo quello , intanto fa un proemio ipotetico , dicen- do: benché la plenaria dilpoAzione di tutti i BeneAz) appartenga al PontcAce Romano, Acchè non folo può conferirli quando vacano; ma anche può, innanzi la vacanza, conceder ragione per acquillarli ; nondi- meno lantica confuetudine più fpezialmenie ha rifervati i vacanti in Cu- ria: perlochè noi approviamo tal confuetudine. (^) Se il Papa avelTe fatto un editto conchiudente che la difpoAzione di tutti i BeneAzj toccava a lui, il mondo A làrebbe melTo in moto; e, cosi gli Ecdenaflici, cornei Principi, e gli altri Patroni Laici avrebbero detto le loro ragioni/ ma que- lla propoAzione meffa in una condizionale, fenza conchiufìone, pafsò fa- cilmente lenza che foflè avvertito quanto imporiaCTe . Anzi due anni dopo, cioè nel iz6$, fenza aver alcun rifpctto a quella Bolla, S.Lodo- vico. Re di Francia, vedendo che le provvifioni fatte dalla Regina fua Madre Reggente, mentre durò la fua minoriili, c TalTcnza in Terra (anta, non giovavano, per levar le confuAoni introdotte nella materia bencAzia- le, fece la fua celebre prammaticha, (*) dove comandò che ieChiefe Catte- Tomo Ih I dralt tri, 0 tinijMt P0tÌ0* dtf0t N« «enfi» prartereon. dum qaod B. Hdmandus, Le^r in TheologuO- XODiali , t ^ Arrhrrfr»V0 i* C»Mttrifty , et dire* re roofticeK i O Servale» fWjfd rr* H rum* di Artrvtfttx^ di /erlc , nutt/r ab hoc Ixotio tnnlinterabU| kao» vel làltem gravibut , St in* Càperabilibut in muodo tribnietionibiu impemits , He trucidami. ì^itm »d & tifi. (4) In anurt(sdi/.e amiu« fctipùtl'apz, esem. I loRobeni Liocolnientif Epiùopi pntvo.uua» do- !M ioconlbUixliter quott camraauifirmicertplum fttigarat , co quod iacxpcrioi » de ltngu« AaglKa- nx igxan» renate accepure» nane tulbentieoda, nane tb iiedetìa eliminando , nuoc Craeem aa- krendn, dee. U pnii't 0I ftu frtm> Umùfi’ ntttr dt f 0 rt 4 rgU ù Crtrt po. teli de ^re mnrerre» Tcnim eium juj in ipTrt tnbuere vacatami colUrionem carnea Bccldia. tum» dignittnim» de beneficiontni » «pud Sedem ApotlolKim vartunuin » ^cialiin cxterii antiqua oon^uctudo Ronunii Poatititìbui rdervavu . itaque laudabilcm reputante* hojuftnoii cojkòeta* diiieiii, de eam auclònuie apoUolica approbanrei» ac niltilominiu volentet ipkin innolabiter obkr. vari, ead^ auAoritare ftaruimus ut beneficia qux apod Sedem iptàm dcinccpi vacare conrigrnt ali. quia» OTxter Romanutn Pcimifi^m, coninre ali- Oli . icu afiquibai , non prefunut . Sarti Owrar. m.j. tu. dt praitBdit. taf. a, (*) Si dmku» tmité tbt ^ut/ta framxtatitx ffa di Sa» Ltd0vtt0, ma» m* farUmda im eamta vtfitMt gli Sfrittari r«reiM#r«»n : altra di tha »t» fi vaia tkt il Pafa , il ^xalt Tignava alt», ra , aUia avuta altn» dtffartrt ea» fati Ut ; il tbt fariUi ttrtaaaatt» attadmta, fa da la» fafa vernata una tal ardatatiaat. diBamr- itìlUt tht la rigHta «al ttxafa dt tadbanr# XI. / 66 TRATTATO DELLE jdrali aveflero reiezioni libere, e i Monaderi fìmilmente, e che gli altri Ber neiizj tutti folTcro dati lecondo la dilpolizione della legge, c non potelTc eflèr levata alcuna impofìzione dalla Corte Romana Topra i Benefìzi fenr za confenfo fuo, e della Chiefa del Tuo Regno, (a) L’andata del Tanto Re in Affrica contea i Mori; la Tua morte, che TucceTTe nel iZ7o’, il biTo- gno che la CaTa d’ Angiò ebbe del lavare Pontifìcio , per idabilire il Tuo Regno in Napoli, e ricuperare quello di Sicilia, e la Tacoltb che il Papa concelTe al Re d' impor decime Torto pretedo della guerra di Terra Tan- ta, fecero che i Francefi facilmente lafciarono racquidare alla Corte 1 ' idefla autorità', onde nel 1398. Bonifazio Vili. poTe la Codituzione di Clemente nelle Decretali, e fece che quello ch’era ipotetico, e in- cidentemente detto, folle il principale: e, per darle maggior autorità, la poTe fotta nome di Clemente, lafciando in ambiguo. Te follé il quar- to, o il terzo", onde adedb in alcuni cTemplari fi legge in altri quario-, (*) perlochè all’ora fu dato principio a creder queda prowjfizio- ne, cioè, che la plenaria diTpofizione di tutti i Benefizi Ecdefiadici ap particne al Papa ", il che pretendefi intendere in TenTo non affatto perver- to, cioè, che il Papa abbia piena podedb, ma regolata perb dalle leggi, p della ragione, (f) Clemente V. indi a poco fece ceflàre ogni buona intelligenza , con dire che 11 Papa abbia non fola piena podedb , ma anche libera Topra tutti i benefizi S W 1 ^ liberà ì intende da’ Canonidi piente da ogni legge e ragione: ficchè egli può, non odante la ragione , o l’interelfe di qual fi voglia ChieTa, o particolar perlona, eziandio Padrone Laico, farne tutto quello che gii piace. Queda propofizione con ogni occafione fi pone nelle Bolle", e non è Canonida che non la palli per cliiara, anzi per articolo di fede, dicendo che il Papa nella col- lazione di qualfivoglia Benefìzio può concorrere coirOrdinario , e anche prevenirlo ", e , piacendagli cosi , dar anche autoritli a chi gli piace di poter fimilmente concorrere coll’Ordinario, e prevenirlo, ficcome hanno poi data queda facoltà a' Legati con una Codituzione gene- rale, NelTu- te» »» Uhth iutìieUt» t Dc&n(brium CoiKortlA* toruffi iiucr Seitm ApoflolKun , & R«^ni tnn- cùr Ludovicum XI, tht Àu» th'*** ■*** ^ di S. LnUviee , it ni psrli* i» ttrmÌMi t Quod BUtsm etdem afcrioinir fecill« pragnurKAio, |«r qutiR quuiun juAi&cafe nituatur PraKiTutt- cim per Scicaifi. Principem Ctroiiua Rc{[cni (VII.) donÌAi aoflri Lttduvici genKorem «ditam, Ot per «(undcin dominum naliruin Liidovkuin «• tboike aiiscr •bro^tMoi, nlhìl prtxietit cis , tie« qui prodenè fi tttendAnnir fingaU verbi ejufdeni benfli iùb tenore bnjas aferipue libi Prtg* punea bcani, & uoicuique faa jurildidio lérvetur .... Item prouMiioAca, MiUiionei, proTÌfiono, jlcdi* fpofìtionea prxlaturaxujB , digaitatam , St alioruin ouoraowiUDque bencficiontoi « & OtlUiorum fec- (Wiaftk.aTuu Regni ootlri , (écutidum ddpofitio- oetn , orduucioneis , Oc determinadtiacm juria (ooifuUAu, Sactorum Conci lionim ficclelùe Dei, ttqae infittutonia anitquorum Sarklnnitn rarruot, fieri ToJuatui, & ordinanu». Iretn eu^onct,& onera gravillìnu pccumarum per Cunam Roau> oam Ecdefiat regni noflri impollta , tei impofirato quibu* eiitcrabiltcer regnutn ooltrum depaupera- rum enitk; lìveeuam un^toneiub», vel inipocven. da, ievtfi. ast rolligi iwIIìucrui votiimut, nifi dumtucac prò rationabili, pia, &ura[e.’uiflìma cau li*, il quale è con proibire ogni torta d’alienazione*, cole per diame« tro contraria a quello che la primitiva Chiela olfervava. Imperocché, febben le Chiefe, quando fu lecito per le leggi de’Principi lacquiilare (labili, ritenevano quelli eh’ erano donati, o lalciati*, era però in liber> del Velcovo non lolo di valerfì dell’ entrate, ma di vendere anche i fondi fle(H , per fare le fpele necclTarie nel mantenere i Minillri , e i poveri*, (*) c anche di donare, (ccondo l'efìgenza ■, e T autoritli di difpenfatore concelTa al Velcovo non fi llendcva lolo (opra i frut> ai, come adelTo, ma anche (opra i fondi llcin, e altri capitoli.' il che da principio era amminillrato con fìncertt^ , lìcchè però non ne nafeevano inconvenienti*, e durò anche lungamente nelle Chiefe po- vere*, dove, per elTervi pochi beni, e i Vdcovt di non grande autoi* ritV ) non yi era materia di traigrellione : ma nelle Chicle ricche , e grandi, dove la riputazione dava ardire a* Velcovi di tentare quello che ad ogn’uno non larebbe (lato permeflb; e l’abbondanza dava ma> teria di poter vaicrfi di qualche parte ad arbitrio , i Velcovi comin- ciarono ad eccedere i termini della modedia , dal difpcnlarc pafTando al didìpare; onde fu neceffario provvedervi; nè la provviGonc venne dagli Écclefìadici , ma da’ Secolari , in pregiudizio de’ quali era : im* perocché , diminuenJoG i beni pubblici della Chiela , non pativano t Cherìci, eh' erano i primi a cavare il loro vitto, ma i poveri, che fella vano nell’ ultimo luogo. (*) Nelle principalilTimc Chiefe, ch’erano Roma, e CoflantinopoU, la provviGonc fu anche primieramente ncceG*aria; perloc he Leone Imperado- re con una fua legge del 470. (i) proibì ogni-aliehazione alla Chiela di Codantinopoli e nel 4S31. PrAfetto Pretorio del Re Odoa- ere in Ronta, (2) vacante la Sede di Simplicio, con un Decreto fatto nella Chiefa ordinò che non poteffero elTcr alienati i beni della Chiela llomana; il che da tre PonteGci Icguenti non fu trovato Urano: (3) nel 502. Simmaco Papa, effendo gili morto Odoacre, e Gnita ogni fua potenza, congregò (4) un Concilio di tutta Italia, dove propolc, come per grande ilravaganza, che un Laico avelTc fatte Colticuzioni nella Chiefa; e con affento del Concilio le dichiarò nulle: ma, per non parer che ciò facelTe per vbler feguire nel dilordine, fu nel Concilio fatto decreto, che il Ponte Gce Romano, e gli altri MiniGrì di quel- la Chiefa non potelTero alienare; (5) Ipccifi cando che il decreto non obbligalTe altra Chiefa, che la Romana lolamenre. 1 tempi feguenti moGrarono che vi era bifogno della GcHa legge in ^utee le Chiefe; perlochè AtutGagio Gele la legge di Leone a tutte le Chiefe (•) ViJe C»n- 1 }. ac I®. C4jt* *»• (*) Vidi Ititi r. $ 9. IO Sl»tfi* i U Ufi* 14. Co 4 Sact«CiD{^. £(Ueil»> tk'ì di Lttf*, • di (») dio; iJ MuchÙTcHi. tmfmdrtnifé- fi dtll' hmffTM , dtft mtmr mmm»tXJU0 Ortfi* , t imff» in j"i» AngmJhU , fm* , Ufti» il pH i'Jmftrsdtrt, * fi fnt tbimpur* JU di Ktau, Urna tamtiafft tù^, tMH Hb- ». dtlU fnm Sttfi* di Timtt. ( } ) F flirt IL * ftrtndp altri III. Qtlafit I. « Jlnafiélit IL (4} ^ Jtivrm*. O) Qmtdt CiiHtmt > riftritt dMGr*iMB*CsMf. t ». f w. ». Cm. ut» M. Digitized by Google MATER. BENEFIC. 69 Chiefe foggette al Patriarca Coilantinopolitano, (i) alle quali tutte proibì il poter alienare. Ma Giuftiniano Imperadore nel 535. fece una Coftituzione generale a tutte le Chicle di Oriente, di Occidente, c di Affrica, c anche a rutti ì luoghi pii, con proibizione che non pote(Te> ro alienare ; eccettuato Colo per nutrir poveri in cafo di fame RraordU naria, e di rifeattar (2) prigioni, gli concelfe ralienazione, confórme air antico coRume del quale S.Ambrogio fa menzione, che non lolo le polTenioni, ma anche i vaA fi vendevano per quelle caufe. (4) La leg> ge di GiuRiniano fu olfervata ne* tempi feguenti nell’Occidente, (3) li- no che Roma rellò fotto l'Imperio Orientale; e vi fono molte pillole dì S. Gregorio che fanno menzione de' beni alienati per rifeatto degli Schiavi, Anzi da’tempi di Pdagio II. fino ad Adriano I. (4) per an* ^ ni 200. fu incredibile la fpefa che faceva la Chiefa Romana , per ricomperarfi da’ longobardi, così acciò levalTero gli alfedj, come acciò non molefiafTero il Contado : e S. Gregorio ne rende buon tefiimonio del fuo tempo. Non aveva credito all’ora la dottrina che corre al pre- fente, che da’birogni comuni (5) fieno efenii ì beni Ecdefiafiici ; an- zi tutto il contrario, quelli erano ì primi ad elTere fpefi, innanzi che fi venifle a porre contribuzioni fopra le cofe private. Nè meno fareb- be venuto in penfiero di porre in controverfia lautorìt^ de’Principi nel fare le leggi, perchè, oltra la perpetua olfervanza, vi era il lodo fon- damento, che quelli erano beni delle Chiefe, cioè, del comune, e del- la congregazione de' Fedeli; (d) onde toccava al Principe procurarne la confervazione • Dappoiché fu fiabilito l’ Imperio in Carlo Magno, reflando le leggi Romane fenza autorità, tornò l’abufo; onde furono fatte diverfe proi- bizioni da diverfi Concilj, (7) in Francia malfime, dove la dilfipazio- ne era maggiore. (8) dappoiché ì Pontehei Romani aflunfcro piò parte nel governo dell’ altre Chiefe, vedendo che la proibizione untver- iale faceva poco efiètto, non mancando preteRi a’ Prelati , per eccet- tuare 17. Cod. de Sacro&oftù Ecclcfiu . (t) la Unitila 7 .eaf.l. tir. l. telLi, Pro redemptione Capeirumui. Jut S.Ttat’ maft , Se aliis n«ceirir«cibus ptuperam , vaTa cuU nii divino dieau duinhunrai', it AinWoiìu» di* eie >• l. itf. mrr.7. m rtff. a 4 J. Vtde- Tur. itet iìGatiami JMn», r « Ramat CardriM- U Rcgibut zquipirantuT ) duiimu* taliter mode- nndit, qood per cnodenmen noftmm eftrcnatain riUum beseiictoniia muintudmem refreneoMis , ipdque impeiramet tru^ dif^nrationutnhuiulino- di toulittr non AuArentur. btatuiv.uu itaqueqaod obtinencet nunc ei di^nUtione leginma plurali- tatem huiul'inodi beaeheionim unum tantum ex bencEcna, quibui cara imininet antnurum , culli dinirite, vei beacEcìo line cura, quod h*- bere nuluerint. poflìac licite rvtiurre: t mna (i«a dtf*. Qac omnia ScEngula beneEcia vacam- ra. rei diiruUi, noArc, 3t Sedi Apoft. dirpofino- m reCervaimu: inhibenen ne quia, prcrer Ram. l>ontifieem , de hu^finodi benefciii difponere , vel circa illa per viam permiiutionit. vel alias . innovare quoquomodo praduoiat. ZjcrraMg. tit. dt frtk. t*f. ZxtttMhHt, (t'i a fHsU immidiMtsmmtf gli fnettf* - f]) Speculiter fiurdcgaleniem Erclefuni . 8c Moniilrrm— Cni*.i> Buidegalentìi , C>di. eie UnCìi Henedidi Et generaliur Patria^ ctulea . Archi^'^.tcopalei » Epilcopale^ Ecclefias . MonaAeria, Priurttui nec non Cinonicicat , Prz- bendai. EcrIetUs nia cura, velgna cura. Se aUa quziibet beoetìcia BcrleSalìica, qu« apud Sedea ApoAolicim vacare a itoiaiur ad prz^cu . & que toto aoliri potniEranu tempore vacare conticerK in Eirurum, pravitiofii, collationi , li difpofitio. ni nollrR , 8c Sedia c)urjem , lue vice aucioriate Apollolica relèrviimui . Extrsvtg. CummiB. 3. rù> df f^éttmdit, mp 3> C 4 ) Adeo rcboi oorìi fluduit . ditt U ?Uth M tuli» fu» wtm, ut Se timpticea Epitcnpami bi« iàruin diTitèric , ac dtvìfoi in unum rcdcgcrti . & Abbaiiw in Epikowruv, 8t Epifeopami inAb* baciai vinflim mnihilenc. Novat quoque digoi- tatet, nova collegii in Eededìt cooiluuit, &c. tgU dìvtf* gmtlU d$ T»Uf» i» rnifiw. rrgtmjUU M Artivtferauté , t duuJpgli ftr l§ ^»ttr$ Cirri eh’tgU fmtmh»v» d*ll» fu» ’>w»* U»9f»mSu», L»vu»r , fUtug , * Ltmii» . Gli uSrgiù aai-tadie Eumett. . tkt BmifuMà» Vili. uvtv» mtft f»tt» NArhtnu, di euìAUt , «S fwir- d$-Tt">itrt divtmutr» fuffAtunù et» mw "utvu ttezitut . Stmmifi Cuftrtt i»l nfetvtt» d'AUi^ S»i»tf»»r d»lU Cbir/ nrts U ^rnspiitm dtlU ms, uuutftkt rht ptrtUtmtltilpàttfsisrt il v*— ufism dtlls mdfint n) nrts ts msmitrs , ftrtki ■M dttrrtUt fi mtm mtl fmt itlV enne. K Paole nel iib.t. del uo CoocUio di Trcnte. Digitized by Google MATER. BENEFIC. 73 na; e tanto più per grave, quanto quella opera è congiunta con fpe> ic di Bolle, difpenl'c, c prefenti precedenti; che tutte levano il dana- ro, eh’ è il nervo delle forze, il quale non torna mai, come fa per via dell’altre mercanzie. Quando quella novicù fu introdotta dal Pontefice, le perfone ordina- rie non feppero vedere che differenza fofle tra quello pagamento , e quello che fu cosi biafimato ne’ tempi in cui i Principi davano i Be- Hzj . Ma gli uomini letterati in que’ primi renapi univerlalmente la dannavano come cofa fimoniaca . ( o ) In progreflb di tempo alcuni iludiarono modi di giuili6carla in maniera, che lì divifero ; altri ri- prendendola come cofa illegittima, fimoniaca , e proibita dalle leg- gi divine , e umane ; altri lodandola come cofa lecita , anzi ne- cclTaria, e debiu al PontcBce Romano; pollando quelli innanzi li- no al difendere che il Papa, non fulo polla dimandar un’annata, ma anche più , come quegli che c aflbluto padrone eziandio di tutti 1 frutti , Bon che d’ una parte .* e dicono che per qualunque contrat- to che il Papa faccia nella collazione de* Benenzj, non può commet- tere limonia ; e certamente, (^) fe egli folTe padrone, come dico- no , la confeguenza rollerebbe chiara ; perchè ogni perfona può con- trattar il filo in quella maniera che più le piace, fenza far torto ad alcuno : ma nè Dio, nò il mondo pare che vi acconfentano . Quello Pontefice fU cosi intento a cavar danari (fogni cofa, che in 20. an- ni di Pontiiicato congregò incredibile teforo .* certo è che nello fpen- dcrc, c donare non fu più riftretto , che i fuoi PrcdecelTori ; e pu- le lafciò alla Tua morte 25. milioni. Racconta Giovanni Villano che ad un fuo Fratello dal Collegio de’Cardinali dopo la morte del Papa fu dato carico d’inventariar il danaro, e che trovò iS. milioni in monca coniata, e 7. milioni in vali, e verghe da lui pefati . (1^ L'annata nella fua illituzione da Papa Giovanni XXII. non fi Re- fe , falvo che a’ Benefìzi che fì conferivano , e pagavalt nella fpedi- zione (ielle Bolle : cofa , che continuò Ano a quel tempo ; ma pò- feia fu anche impoRo obbliga di pagar 1 * annata ogni quindici Tomo Ut IC a pnj C«} Separ qiurlltum eft, diti md frs» tiufulté, ui iure poffit eirip, Ac l»c Icre Tiira- logarum eft opiiuo, Junlque l*QncilicM Coatilca. THm, Roimnum Poniiticcin irge (imonitet bitiu, ut c«(erm Epiliopof, tencr^ fi prò Sicrit mimàeriis {KCriaum accipiat. Not. la »p. 1. de Simon. Nam , pnrter ònon«t . tbf U frimrifmU i iAtm fm mri . tpmt mfitna t Tmmtff MtU'Mrunl» iht ha diati. A jMrftm riftfimi ma MfimfMiri Mrrro m» Mitra, U ^umI i, tht l» Chitfa CslUtMMM mam ì miai fiata firn MfnMvatM , «> fiù ifif* mi"/"” dtritri tire» la iU’kintfit.1 , fmanta da'fafi Traati^ fii t nt famta tifiimmiMin.a h talli di CltMunte IV. Ciemtnra V. a Giavanni XXII. rifirita dall* Amtara, a eit iitvarajf dui dì Cltmnta VII. ?«• fa d’AvknMM*. Sm paffaaa, dk'cgH nella vita di Carle Vi. ratimtarfi fnta fdifaa tutta t* rfati«' ni, a la vMimia tht fi tamattuavana [afra ilcta- ra, J trantafn CardinaU d’Aìainmt nana tanti TirMiuat • Sfalla avtvana fer tutta Vraumratati eam natia ii* abitativa , tha raffmxaaa tutti i hm^tU fi* Claufirali, la Caumniide; ri- ftuavana i mifliari far ù mtdtfimi , a vndavana gh altri, 0 gli mfatmvana. Cltmmta firfa , altre tha %'imfadranìva daile f^lu di tutu i V^eavi , a di tutti gli Attuti età luanvana, e fttndn.M iim' annata dalla nudità da' tanafit) ad agni wu. tMtjaui di Titalare, a futftdife ftr varauta , far nfegna, a far ftrmuta , .malmnava la Chiifa CalUtama tan Urna guantità iufmua d' tfinfiani, a di tanfi (traariinaria . t«) l'rofiTcrea quod bcaeficia Onira Iiujufnmdi «itipliue vacare noi» fpenretur , 6c eainde CauK- ra, & Oscilla Sedit Apoil. «lenuneAfum non modicum MieteiKur . (*) Vam il taf, 4. « $. de Aonam in de* (rcrtl. (I ) Virfa 1470. (a) Jata^ fmaia, Mmata deirOrdima dfirr- tienfa, uatiiia dalla iÙatifi àt Pamirt, in Linama- data. tUtta utU’anna 1334. addì la Ditemfn. (i) Genmiu in n'illrit dendenh, ut tlebni'us, ejand per QQl\ra diligentix iludium ad cjui un>ii- de klpnadenoTuin r^innna . alu beneficia eccleiuàira viri sllumantur ubmei. AoruiD, d( thclàurcriorum . . . . nane vacauiia, & in antea vacanira , nbicumquediSoiLcptot, vclNuo. riot , leu leclom, aui cheiàurariae , antec^uten ad Rncn.CuHam redierint« leu venenoc, rebus eiimi contipr’'i( ab hamanu. Nec non ouoriialibet prò quibuiiuincpic negorìit aJ Rom. Curiim veuien* tiom, léa cTiam rcteJentìun ab cadcm.fi in lo* cii a dida Curia ultra d»as durus legulei non di&antibui, cio^ in InagUi tha uam fitaa piiir diina tuanagmaatalantam da Rane . jam |ir>i&n obierint. vel eu in antea tramite icuitigcrtr de hac lu.c .. . Nec non enim Bituzione , che incomincia .* Paftoralis ^ la quale al prefente non fi trova*, ma di elTa fanno menzione motti celebri Cano- nici : e l’iBelTo è avvenuto di unte altre, per le quali farebbono pa- lefi gli abuiì, e le ufurpazioni*, come anche dalle etolfe fu levato nu- lo CIÒ che non favoriva la Corte : ma peggio rooftrano gl* Indici fpur- gatori ( 3 ) fatti da*Dotcorì, per accomowU agrimereOt di Roma, pri- ma ai lafctarli iilcire alla Campa. * Tom» II. acionua coliuorum , a toBfamdomm inp» Acram , Mine « flc in aneti vteamra , àiffofnom , provilìosi noftrs , dnaec aiifera* tinan dtvìMt dcatntia noe nnimiali* Eeckfic TtgMÙni prsAatre emeeSatir , nfinvanus , acc. émnt$ > irf mtfi di CesMje dtlFMUt (0) Qes fnvh, atijae tneoleranda, féd imccC Cui* arrooniin eicu&ca, criam in pace nuBiere, étti T»eit« fitf. a. ria! : Vifttim «rane ftmfmtt Mm» tiffima; e i benefiz; {b) fi vendevano alla libera, e A levavano di ma- no degli Ordinar; quanto A poteva. Sino a queAo tempo non A era fcopcrta la Corte Romana aperta- mente, che non fi miralfe ad altro, che al foldo : di tutte le cole che A facevano A rendeva la canfa eoa qualche apparenza, o di provvede- re alle Chiefe meglio che gli'-Ordinar; non facevano; ovvero di prov- veder di Benefizio qualche perlona meritevole, (e) Ma Urbano VI. A dichiarò, perchè s’ incromcctcflc nc' benefìzj, ordinando che non valei- fe r impetrazione, le non era fatta menzione del valore del benefi- lào .* £ i 4 coTTÌgendum occurrit, pagi donati, , au( addili), cmendari poHc \ideaiur , fd Corre- dueei tancndum curent> lilii Biinut, oninina de- Iciciir. Df ttrriài»** Mtvfmm, f*r mrt- nrt Mi «Mttinua egli, ftutttt, ft ff/h i/t jiÀ ftt AMiM fiUmt»/* , t p» , e da 70 . ««nirj» fit«t Jt Sert/ttri Mn fi tri/vt- r* tuaM^ Jaitrum f»v*rn/»l* Mmtafitm rsU , rèi l’b» Icvmt* i (t fi trtvrtb jia* vart>*U />rr TfLtthfi^itA , rkrt' 0 n t 0 Tf^fis$ td i» f$mm» papmma ijir ttrH di «m fvtr itira sUwté fimttfa. M Mi dam /«/. ti k pnftfftS*'** f*** tmirlinwltfWTyèma^ mmauà , 0 U iimifd$tjm0 ; 0 elf fi AratnSUfà ;«//# tkt «•;ar /»4 f 0 Ìttt* tirsMte», fi 0 lfi 4 mmt 0 thtrmmtM itiiualnu Rnrtfn di SUU0. Expurgiod* (iiat propoiltiones quxUnc , deluntur. Sm %»0fi0 {0idMmimt0 miti 0 triMcifi /wM tiraami, imfi'arcLì, ftr * T 0 ~ hgiéfi ibf firma, tmrri bm a 4 |(éa« «1 r/ 4 - fai * /rou dH> 0 at di Stait ««» vi fmrtb- Ì0 fnr MB0 rht f0t0fi0 mamtamarfi i*' fimat Ì0iit*i*n* dittiti. Onda F. fa0Ì0 ka tutta la raii0U0 di dira ut ma Imait dtl libra ftfia dii [ma Cmtiiia dt Tftnta, ibi U Carta di Ramm niu uà- wmaimm ftinta ftr imiafiardirt, a futt- ti,Ì0 ftr far Jivntmr brfitt ilt \J animi, tamtt ami- la di »fiV 4 rii dilla (ffBittama tba lata imifi/aria ftr dtjtadtrfi dalia fut mfmrfa t Mm, Cbt fmtiadarÀ dmn^me , fa i mafin kUnfirati tt^muana a (af- friri tha fu ZccìaJUfim fraibJtttfU i bmami Mrit il Drttata, ibi £a mafia U imi* dii CameiUa di Tram/a da F- FaaU mal Catubga rde'Zi^ri perdi// Mtl ibif, Ì 4 fir/a svmta «a li^ x«/«i ma i /ri mvwdmti dii tk^ma di frMttié hamaa detta ebeit fma tala maa ara fitamda la frmata } t tba m» Bi- bliatHétta davrtbbt mamlta tatandarfi i» matana di flint a malli amaaraduanaebt, frrfianda mm iman farvigia alla Cyte di Hama , ma ha fnfiéta «■ faf- fima a rjmtlla a» C*) PViif Nauticr. in Cfiroiricn, voi. %, gener. 46,61 Albert. Knukta. in Hin^.Suon. Ub-iu. cap. 4. & ia Hill. Viiidal. lib. p. caf.6.& Gigum. li». f. capti, ilt CamUVl. (4> riverì ia Romano Pootifirani alter. cit|o mali» itKotiimefs Ap>!t!ic« debtri Komini cnniendunt. Ctaium. fed.g. eaf.i- la Ca- ratavi- Vide Nie- de C^uMngis de comipto bc- clclì/e flnu, ctunÌ3/n otTereniìbu. «la. tentur. ^k^uc|er. ia Cliron. voLu gener.4p.anu. IjSp. {t) Elli, diti Ctaaeata V. in temporaliiun di. Ifolitionc bonorupi hsbcaJa fit diIrreiicHi» caute- u, precipue ut ea digne, 5 c iuuiabiliter dirpo* nantuti in btclclUftivli tunen rebus BiuUofornu» iovigthre iiotìra debet intamio, ut peHboi* rum conditionei de Aami, ad (ìm dequibes his fiisntpro- >ifum , T«J coAcefliim , aut minittucn providerì , vct«s anaaitt valor» per mare» argenn, aut iter» lingonini, vel libra* taroncniìam parvocuin , (m flonnoa «urf, ant ducara» vcl anicat aan , leu iliam monetam , fimindum communem arlbmad^ oem exprinacor , nifi porfoos przdidc beneficia , qiuB luoc obtinueriat i aut in tjaibur» vel adquc fui eii compeiit» juita ip&rum ohligarioiiei , aur tbaa diniitrere teneanrur : atioqmn entir prs4i- tìjt film ullz. Jtfrfflt d* UrS«»a > di- mm» CanttlUris , tdi !» dtU l» nifi» itUa Ca'*ttl{nta fadUttutt d* Imnoteniit V- Vulc RebuL ail Rubric. de Ao- natii in ‘ConcsrJam, Se feitn. ad caper Ad am- nt S. no. 4. barn de Refiriptii . (t) Ci) fifa tanpMiUi fer aiilìgar tbt 'MW rhanna * fmdtrt dtUt frtvvi^ firn» firn tan dtilt ffènm, frr apeararfi ad ttmé- fiM tatfttrat». Ch* dirM* diMfw ag^i jutlSaik- t» Vtfnv» di Tamr 'aai , il tfaaìa, tbitdtad» ad u» fa» amin dtl danat», ftt taaiftrart dtl fmatia, a$a di tafrir la fa» Qkitfa , ali fcrivrva is ama- jft uraUa* I Rogamuf, Se peiimus, ui alit^id de bcaevoiU , ac benefica liberaliate vellra Dgbsinnc* tiiU, quo plumbuin euumur, nonRomanutn» litd AdcUcuiii i quoniani Anglico pluu^ teguntur Ecclefìz, mJimur Romano. Ztrjkan. Twmattafit ad Valdtmxfam, ( * ) le tatti i frnuipi Crifiiaai avtjfrra fatta U fitffa, ftata iadart a dumjlrart fartialitm far ama dilli farti, ^mifta frifam, tha dm^ ria^attat* amai, nan avfMa a»aj fatata darart tiaaaaata frttitaaa* ; im f mik tU fw* fafi mtm /tfartÙaaa afiiaati a Wrr £t\wiadm favata »> atiU, lù aaan. Ciàfrhtdaaa pt u kttfn tfett» tht kaan» fradatta la liittfa di fttfPkU^ tht il Ri di ka faHluatt t* mnt HuMCCBtiiu Papa Legarnm fiiamEn* Ccopum CalnitfMn prò (ùoGdio Camerz.» Scae* dir CI poiellacMi^tMMoCmdi cam ClerìcU ad be> neficia ninti , vai Bnerura, ad dignitiiet , aot elTtcM» qux tniRut tanonicehaberenc» aur fuifliant aJq^i , cum fructibua inde perrept». Enne ibi ciitm Saltarne, & Bm'izDu ci, vocavjtque Io. pertror Icgatum, Se au Adde Paralipdincna rentoi nemoè^ liuffl CtatoBìi Mylii an. ti7f. Se Chxoaictui Gmv ( naiu Mtttu ao. 1 3S0. 78 TRATTATO DELLE gualche parte alla Camera : ma dovendo per tal caufa ufeire molto danaro di Germania, Carlo IV. Imperadore H oppole, e proibì letiraF zione , dicendo che bilo^nava riformare i coflnmi del Clero, non le borie . Tutte queièe confufìoni crebbero maggiormente quando fi ag* giunte il terzo Papa nel I407. (1) al quale tebbene ì Trancefì aderi> Tono , e rendettero ubbidienza, nondimeno tennero fermo un editto del Re (t) fatto Tre anni innanzi, (*) con cui proibivano le rìferva* zioni, e altre dazioni della Corte, Hnchò da un Concilio Generale legittimo foITe provveduto. Non era il Re molto capace del gover- no, ma Lodovico Uuca d’ Orleans, che lo governava, era autore di tutti gli editti : perlochè, occiio quello, (3) fu facile a Papa Gio- vanni XXIII. racquiflar l’autoritìi di conferire i Benebzj in Francia , dando nominazione al Re, e alla Regina, e al Delfino, (4) e alla Cala di Borgogna per tutti i loro Servitori ; valendoli poi egli del rimanente.* il che U Corte conlervò fino alla mone dì quel Re; im- perocché Carlo VII. Tuo Figliuolo, che gli fuccedecte , rinnovò gli editti, (j) In Italia ancora furono fatte varie provvifioni da diverfi Stati di- verlamcme, le quali tutte tendevano a levare gii abufi. Teftifica BaU do, che fino i fiolognefi fecero provvifioni benefiziali ; e in particola- re ordinarono che non folTcro conferite, lalvo che a’ nativi di quella Città, e fuo Contado; nè i Papi erano molto Rimati all' ora; anzi, clfcndo Giovanni XXIlI. in Firenze colla iua Corte, nacque certo ui- lordine nella collazione di un Benefizio, perlochè quella Repubblica lo privò della podellk di conferir Benefizj nello Stato per cinque an» ni. (i) In quelli tempi s' inventarono claufule ineflricabili da metter nelle Bolle , come mettendo difTerenja tra le fupplichc lottukiriiie per cmcejfnm, e quelle che fono lottofcritte ptr fita; ( 5 ) tra le (pCf (lite con cla^fot. Mmh proprio « e le altre con cLnilula tmrtftrri , ( 6 ) Ù 1 1 ^ V. tUnt 4»* C 0 rÌi»Mfi, Cru- tmrt dtp'éUri dmtt (• «ir/» JtlU ftttrmuw tht U CrMrt/>» di hi» irdim mÌ ffrmfit di tr» fi»t» fmttM I» TrMmti» . lt> ÌlQ»rdm»t dtTmr), JkeM«nrtreI«, *a«v re roAtemporine i , /S Ètrri » a * 4 enfili», * rUnivttfitk, rt» ftrmttttfftf*» Jllrjf»»dr 0 , d4 fftrr f*rt m»ff !$rt tf»*j»»i f»il» Ckirf» TtéiKiff, I U fmpflK» »«* lU f» ftrtii dtir Vbìvìt/Ìi» éili'tPfMtr* r# f*T tmtt» l» dittsClHtl» , •Utr»ttT0 M»' Mut» in /» iti fierue d«'i}. Afd» 14- ». ed i ryVft/# nella CeafeTmta delie ardtaatetmi lei. I. tu. f. pert. ». fataf.i. (il rtorc.inni , proDter uairiun akifitm • P*s ft loatmillBin in ronwrerkio unirp Abb:nun &• um iB eoninr ditione , privavcrunt loannem ZXIIL Wpun , in «orun civitaie tuoi dn;Mtati. pur«. fiate rAn^erervdi beiveficia io enrom dnioM fit» ulque ad oumquennium . fdeUaeui i» aatii adSét maiat teaf»ltmm r«- fa mette fiat ut peiimr, ì , eàt fatila teatrdam fempre fualdet fratta , e feae feetefttitte dt marna prep'ta del Papa cella prima Uttera dtl fa» aaata di iatttfim» fra la fauhca , e le tlamfale i tad- deve l'aitre ma» fame fettefeture , tkt dal metai/ha dtl Coocefiufi r«« fatfia fermata • CooceiTun ue petitur in pecientia Damini noRri nap« taUa pri- ma lettera dei fae aame , e del fna eefmeema fra la fapplua, e le Àmafale ^ e CuAuffitn a late della tlaafmU talir dae lettere raatiali ile' fmat aam • Vedi la rtfeia }*- di CeaeilUria , 16 ) ratte furfie rndrjri# rNW»ri«r#w fette II Pentifitatr de Rea tfatte IX. Rapa di Amm , e fetta faellt di Stmtdut* XtU. Pa*» d' Avìfmaat. Pe«c* Digilized by Google MATER. BENEFIC. 79 che (i migliore la condizione; dalle quali invènzioni nafceva ch^ più Bolle erano impetrate fopra T ìflefTo Benefìzio , e oltre alle maggiori annate pagate, nalccvano anche liti, che bifognava poi trattare a Ro> ma con benefìzio della Corte. Si aggiunfe il cofHtuir un’altro licigan* tC) fe uno moriva, acciò col Tuo 6ne non foffe il fine della lite; ma dalla morte di quello fi cavava un'altra annata, e la continuazione della lite, la qual anche moltiplicando, furono trovate le claufuIe:S'> fiiteri : Si neutri : Si nulli ; per le quali fi dava anche il Benefìzio ad un terzo , durante pure la lite tra i due primi : il che coftrinfe i Prin- cipi, per levare le confufìoni, il difordine, e le liti tra i loro fuddi- ti , a ripigliare nel foro fecolare la cognizione del poflcflorio de* Bene- fizi.- cola, che, (ebbene legittima, era fiata per connivenza de’Principi levata da'Magifirati Secolari, e alTunta dal Foro Ecclefiafiico. (i) Dalle provvifioni eh’ erano fatte da qualche Principe, per ritener il corfo delle introduzioni nuove nella materia benefiziale ne’ loro Stati , pigliava la Corte occafione di trovarne dell'aftre, xosi per fare gli fief- (i eliciti lotto altri preiefii, come per moltiplicare modi dove poteva- no; e con quelli lupplire a quanto non fi poteva lare, dove era gilt provveduto. XL. « In qucfti tempi fi trovarono le rifegnaziont , non le buone, e lode- voli, che quefte fono antichiflìme; ma cene altre, delle quali il Mon- do al prefente non fi loda. Non fu mai lecito a chi era pofio in U14 carico Ecclefiafiico di lafciarlo di propria autorith; ed era ben conve- niente che chi s’era dedicato ad un lervizio, e ne aveva ricevuta la mercede, ch’era il Benefizio, pcrlevcrafic fervendo: nondimeno, (2) perche qualche legittima caufa poteva occorrere, per la quale foffe nc- ceffàrio , o almeno utiliih pubblica , o privata , che alcuno fe ne fpo- gliaflc, fu introdotto per cofiume, che fi pocchc con autorith del Su- periore, (3) per qualche caufa legittima, rinunziare.* e le caufe cheli praticavano erano, fe per infermirh di mente, o di corpo, o vecchiez- za, foffe fatto inabile; (4) fe, per inimicizia d’uomini potenti nel luogo, non poteflè fenza pericolo fare la refidenza . Quando la rinun- zia era ricevuu dal Vefeovo , il Benefizio era tenuto per vacan- te. XIII. ditt Csrlt M Htlim ntUt fui «»»»• fmU'HUtl» fmtn l’émm» 1 40*. r»ntrm zmm* MIm fil.a. Se (1 ) /I f0rlMmt»t» difmrigi, tr»infari tt di Ctnfigliart Gnriei , malto mlU dimutmxjom* drlf aHtortti Àt'Qiuàui £rrfr^- Jfjrt . Icem Junldidio tecnporali» per rpirimalem non debet impediti 1 &, u contralìat, Curiaprc* ìtni coDfuevit compellrre fpirìtaslem ad reato* vendum impedinicnn talia per captionem Ttue temporaliram. Ita dinnm luit per Arteilum Co« ri« in l’irlantento anni i|tf. contra Epifcopuoi Khemenlnii prò Capiralo di^EccleCs. Cup.apw pMuitl. filli Cane farlsm. ( a ) Cari, fì nui vero ■ (l'an. li quii preibf- ter. Se Cau. E^ihrt>pani f. an. 1, Ctn. Cleticut ai.qo.i.Can.Sannonun^o. dift. Et YvoUe. «or. ep. i » I . (}) Vide rap. 4. estri de renannsrione. ( 4 ) Vide cap. io. extra de rcauntutioac . So TRATTATO DELLE «€, (é) c 4 Collatore a cui apparteneva, Io conferiva cogli ftcIG mo- di, come fc fofle vacato per morte, S'imrodufTc in quefti tempi il ri* ounziare, non per alcuna caufa urgente, ma folo ad effetto che il Be- nefìzio fofle ccnferico ad uno nominato dal Rinunziante: (ò) e come a cofa nuova convenne anche dar nome nuovo, e chiamarla : Rejignatio ad favorente imperocché è fatta fòlo per favorir il Rifegnatario, accioc- ché abbia il Benefizio : c bcns'i in liberà del Superiore ricever, 0 no, la rinunzia/ ma non la può ricevere, fc non dando il Benefizio al no- minato. Quello ,‘ febben fu un modo d’introdur fucceflìone ereditaria ne’Bcnc- fizj, c perciò dannolo alfOrdine Ecclefiallico, riufci utile alla Corte, in quanto più frequentemente fi conferiva il Benefizio, e ella ne rice- veva maggiori annate. L’avarizia, e gli altri affetti mondani infegna- rono anche a molti d'impetrare, e ricevere Benefiz;, non con animo di perfeverar in quelli , ma con penfiero di goderli finché nc orrcneffero di migliori, ovvero finche mettcflcro a fegno qualche dilegno di matrimo- nio, o d'altro genere di vita: o pur finché qualche fanciullo pcrvenil- fe all'etk, al quale ppi potcfTcro rinunziare :coia, che dagli uomini pii non fu mai Icuiata; e fi tiene per comune opinione, che chiunque ri- ceve un Benefizio con diiegno di rinunziarlo, non pofla con buona co- feienza ricevere i frutti : il che alcuni di più larga cofeienza non vo- gliono dire cos^ ecneralmenie di tutt^, ma di quelli foli che lo fanno con diiegno d'abbandonare l'Ordine Chericate . Per le rinunzie ad fa- wrem riulccndonc emolumenti a chi le riceve, la Corte, acciò il frut- to fofle tutto Igo, proibì a’Vefeovi di ricevere tali rinunzie, e rifer- fiò che il lolp Pontefice BLpmano le poieffe fare (l). £ perché molti Benefiziarii, quando fi fentivano vicini a morte, per tal via rifaceva- no un lucceflore, fu ordinato per regola di Cancellerìa, che non va- iefle la rinunzia fatta dal Beneficiato infermo a favore d’uno, le il ri- punziante non fopraviveva venti giorni dopo preflato il conlenlo. (r) XLI, In quelli tempi pareva feemato il fonte delle obblazioni de’ Fedeli : pa mentre durò U guerra in Terra Santa, e durò per qualche anno, mentre Zignooi, «cl quu> ie indignua rehttamio judjcs- VII, conatur altendcre, hoc fraterniraa nir re* ^udeo, quia jullum eXl ui in judicio, quod de K judietvit, permaneat , 0c fpoaUm quam rrpu- diavit, rivcnie iratre qui ei leeitime ipcardittaiia eli, adultemc nonprztumu. YvoCarnot.ep.iri. .Vide cap. ). ettr. de renuntiat. (t) Bmlftmotu fulCamtmt jb, Apf*/Mi , di- ti thf avtnd» W*/« «»• Vtftrvt amu* nftfna- rt il fmt l'rfttvat» ad ma fmt amira , V di’ Vtftavi »am valli aamu/iiri la /ma rifiraa , ^7 pafft nadiifi i» latim» , U^maU(itama jUtafim diri iffm di malia tanfidrratiami . Tu au> tem dìcquod, etiamfi non ad Uun (i«oatum Ept- feopuj Epitcopanlm traormilèrii , iéd ad aiteuum, idcmCTÌT • F.piicopM enitnaSyRodii fiendecreium eft . Et ideo ctiom vita fun^i lile urhia Phihppi Me. iropoUtanui itujiùtuu ^ lìiz Metropoli iiib bar cop> diiiotic renoRtians, fi cju Occenoainin nrtniPki* lippi Metropolitaouin prò ie ipio iiiafta SyaodM comthiuerct , non edeiaudinui Mtiadiiiquod, fi rciquai polì cleàMnrin ea Ecelefi* «edinbiM acqeà* rtt , non potrAdare, vel ed quo» volt tnnlinute* re, inulto m^uEpilVopanun. VideCan. ja. Cotte. Caribag.Se aj. Antioih.di Can. i,. Cwt.y.qn.)* ( I ) ìteamda é Camami/h , am ifitadavi aditi, ehi il Vafa, tha fifa efimtari dalla fimimia ■ Ve' di la Ulàfa ai taf. 4. racra de pa^i, verbo iUt* 8c poAea inlra vinnti din, a die per iptun reUfnamcm {n^vdandi (onknlut cocnpoiandoa , de tptii infima laie dcceflcTji , ac ipium beneficrain coolìrrarur per relìgoertoneiB fic fadam, coILmio hapifinodi nulla fil , iplumque brnrficiuni per obiiujn vacare ceo> firrtur. Vidi Malia, ad hmnt tei. aa.h^ Digilized by Googli MATER. BENEFIC. 8r mentre vi fu fperanza, per quella caufa mole' oro perveniva all’Ordi- ne Ecclefiaftico; ma, perduta ogni fperanza, fi fermarono le obblazio- ni ■' fu nondimeno prclo efempio da quell’ opera , e fu introdotto il dar rindulgcnze, remilHoni, e conceflioni a chi porgelTe, e conrribuillè per qualche opera pia; c cotidianamente s’ idituivano nuove opere per ciafeuna Citch, per le quali era data Indulgenza da Roma; partoren- do quello molto frutto all’Ordine Chericale, e alla Corte, che ne par- tecipava ; e ciò tanto innanzi pafsò, che nel 1517- nacque in Germa- nia la novith che ciafeuno fa . ( 1 ) Papa Pio V. all’etli noflra provvi- de con una codituzione, con cui annullò tutte l’ Indulgenze concede colla claufula delle mani adjutrici, (a) cioè, con obbligo d’ofierir da- nari ; cola che non ha ancora fermato il corfo di queda raccolu- Im- perocché, febbene le Indulgenze ora fi danno fenaa quella condizione, indimene nelle Chiefe fono mefie fuori le cadette, e il popolo crede di non ottener il perdono, fe non offerifee. XLII. Ma tornando a quedi anni della feifma, per quanto tocca all’acqui- ftar di nuovo entrate, e beni dabili alle Chiefe, pareva che fède af- fatto perduta la fperanza. Giò i Monaci non avevano più credito di fantith ; il fervore della milizia facra era non folo intiepidito , ma edin- to; i Frati mendicanti, che tutti furono idituiti dopo il 1200. perciò avevano credito, perche s’erano Ipogliati adatto della podeflò d’;acqui- dar dabili, e avevano fatto voto di vivere di fole oblazioni , e limo- fine ; onde pareva che qui dovcilc icrmarfi l’aumento de’ bòli dabi- li : Iti però trovata una buona via , la quale fu il concedere per pri- vilegio della Sede Appodolica a' Frati mendicanti il poter acquidare dabili; il che per voto, e idituzione loto era proibito. Molte per- fone loro devote erano prontidime ad arricchirli; nè redava fe non il modo ; quello trovato , lubiio i Conventi de’ Mendicanti furono in Italia, in Spagna, e in altri Regni, fatti in breve tempo affai comodi di dabili : lolo i Francefi s’oppolero alla novità, dicendo che Cccome erano entrati nel Regno con quelle idituzioni di povertà, conveniva che con quelle perfeveralfero : nè mai lino al prelénte hanno vo- luto permettere che at^uidino; ( 3 ) dove in alcuni altri luoghi gli acquilli loro fono dati affai notabili , madime ne’ tempi dello Ici- fma; quando tutto il rimandate dell’ Ordine Chericale era in poco credito. Tomt II. L Fu le- iì") Li frifmd ZMtm. (») Omne* fc Tinnlai induT^ntiu, «tiamrer- ftniM qu>HranufM Ko«um« Pootibc* noAm, *c «um mm, fiib cHBMde tenoribui, tc Satmis, ac cum cUuiuIii, tt decrtfU, ac ex ^mbaTm mia or. {cnnOimia canfii, ctiaiR caufa radoi^ionis capti, xerem, 0c alùa qimnoiiolibct coaceflaai prò qui. bai coofaqutadit laac purrigendu sdfmtri. ttt. Oc quu quftuadi facatrarem qunmode libet coatiftcm.... auAarktit apoAoIka , teoert pr». fauiium, ptrpcao rwocaimu , eairooos , irUTsinas, 6c aanulbuRM, ae vtribaa facaàRHH. VII. Dtrt- rif. tf. C|) fsrummtt di Parigi, Ì 4 ÌU fma St0ri* dei Ctntilié dì Tmu » , um previTM il dterH0 eh* jtrmttit MgCOrdini mnUh. tmati di f*S*dwr h*m /fmhtU , diend* eh * , tftmd* pmi futi il/ netymti 1» Trsnei* t*m mm'i/k- ime» etmrmtit, wu trm etfm gimfl* iln**- ^trU »l*rim*»t*i * td« ^mlU trm mnmntfitii* U Ctrl» di Btmm, per tirmrt m li i hni dt’fm» Urti im pi r t e ehì fmtilm Ctrtt Imftim primtrmmiemtt mt^Mìfimr trtdu» «'frati raa fur/a vtit /f**^t di ftvrrtà, ^ li fà tnfdtrmr* emme ftrftni ebt Ma hm»m» «iru* ÌMttrtS», » fmMmt tmit» per rudi t fri, fa wd * fi ftwt ftmhiUii n etmtttt , tUm li mifimfm imi Itrt vttt , per dtr Urt U mt~ dt d'mrrieet^fi. Vedi U Cmifernim deil* trdtnit^ Miti W. t. tif.j. pmrt.t. pmrmg.f. 8x TRATTATO DELLE Fu levato lo fcifma nel Coacilio di Coflanza, avendo uno de* Papi rinunziato, (i) ed eifendo (lati gli altri due (a) privati; e nel 1417* fu eletto in Concilio Martino V. (j) Speravano tutti che dal Conci* lio, e dal Papa fofle polla regola a tanti difordini della materia be* nehziale ; e di fatto il Concilio propofe al Papa gli articoli da rifor- mar le riferve, annate, grazie, afpetrative, commende, e collazioni : ma ddìderando il nuovo Papa, e la Corte (4) di tornar a cala; ed eifendo anche rutti i Padri del Concilio Aanchi, per la lungha a 0 en* za dalle cafe loro, fu facilmente rimelTo il trattar materia cosi ardua, e che ricercava tanto tempo, al futuro Concilio , ch’era intimato per celebrarfi in Pavia cinque anni dopo : il che molfe i Francefi a non voler alpettare nuovo Concilio; onde fu per arredo del Parlamento or- dinato che non fi predaife ubbidienza al Papa, fe prima non fofle in- timato, e accettato da lui Teditto regio, (5) che Jevava le riicrvazio- ni, e ledrazioni de* danari / perlochc, avendo Martino mandato Nun- zio, per dar conto al Re della lua elezione, rilpole il Re che l’avreb- be accettato con condizione che i Beneflzj elettivi fofsero conferiti per elezione, e le riferve, e afpertative levate. Il Papa fi contentò per all’ora; ma nel 1422», acquidati alcuni deirUniverfitlt a fuo favore , tentò di far ricevere le rilervazioni con tutto ciò non potè ottener rintcnto; anzi fu proceduto contra i luoi fautori con prigione, (d) 11 Pontehee mite l’ interdetto in LionC, e il Parlamento ordinò che noti folse Icrvato; (7) e durò la contela fino al 1424- quando il Re fi compofe col Papa, che Sua Samii^ avelTe per legittime le collazio- ni fatte fino all'ora, e per l’avvenire foflfero accettati tutti i iuoi co- mandamenti: ma il Proccuratore , e Avvocato Generale con molti Si- gnori fi oppofero airefecuzione; e rapprelentato al Re il danno dei Regno, fecero andar in fumo l’accordo fatto col Re* In quedo mentre fi fece il Concilio di Pavia, (8) il quale, appena principiato, fu trasferito a Siena, (p) e fpedito con gran celerità ; (10) non eifendo data in elfo trattata cofa di momento, ma iolo da- ta jperanza che nel Concilio da celebrarfi indi a fette anni in Bafi- lea lì farebbe riformato il tutto : nel line de'quali lette anni mori Martino , e lègul nel Pontificato Eugenio IV. (11) lotto il quale nel Concilio ^filenfe J431. fu (12) fatta la provvifìone tanto ne* ceflaria , e tanto defìderau a* difordini della materia benefiziale : fu- rono (1) CittMUiì XXIII. Jgf* tjfrr fili*, $ def* ijfrtii fi*t» ftttmiuta fjT (») Crum* Xll> • Btntd*tt*^f^h l}) 0/r«M CéUmm^ ert*t* éUS.M**’ tm*i • tntii fftf* fm*l a«mi- ( 4 ) t'I * l» f"* CM* tfit é lm n t* t*- tk» M Ctluilt* f' m awi/f t 0 ft , * m*m Itiftgrtii im* dimuHAia»»* U. Il fm tkimf* *idi la. Afttlt dtlV *•• w l4i>. 4 wr àmtM* irt sm* * miM.9*. O) D*l ttrmà d*Uj. Wfdi UC*m- ftnkt* étti* OrdiMSM**mi j (« ) // JU/rtr* dtU’ V»rvrrJj/4t , 4)1. Digitized by Google MATER. BENEFIC. 8 3 rono proibite le rifervazioni, eccetto de' vacanti in Curia*, furono an* che proibite iafpettaiive, le annate, e tutte l'altre efaziont della Cor> te. 11 Pontefice, vedendo che gli fi riUringevano la podell^, e le ric- chezze, non potè fopportarc; fi oppoiè al Concilio. Tentò prima di tra- sferirlo altrove, in luogo dove potefTc maneggiare i Prelati: (i) il che, ripugnando e(Ti, non gli potò riufeire, e palTarono molte contefe tra il Papa, c il Concilio; alle quali alla giornata gli uomini pii, in- rerponendofi, trovarono temperamento: finalmente cITcndo il O)ncilio rilòluto di provvedere airellcrfioni de’ danari, e il Papa di confervarc Tautoriik, e comoditi fua, vennero a rottura irreconciliabile. Il Pa- pa ( 2 ) annullò il Concilio; e il Concilio privò il Papa, e n* elelTe un’altro*, (3) onde nacque feifma nella Chiefa. Fu accettato quel Concilio in Francia, e in Germania*, e nel 143^. fu pubblicata in Francia la prammatica tanto famofa, (4) per cui fi refiituirono reie- zioni a’ Capitoli, e le collazioni agli Ordinar) *, e fi proibirono le ri- fervaziont come nel Concilio Baftlienfe. XLIV, In Italia quel Concilio non fu ricevuto, e tutti aderirono al Papa., onde le rifervazioni prefero piede : anzi ciafeun Pontefice le rinnova lenza difficoltk, e introduce ancora nuovi aggravj nella collazione be- nefiziale*, nefiun de’ quali mai fi modera, fe non quando fi trova modo di fare lo (le 0 b effetto per via piò facile . IntrodulTero Giu- lio II., e Leon X. le rifervazioni mentali, che cos\ le chiamavano, e con un altro nome , rifervazioni in pecore *, ( 5 ) le quali non fi pubblicavano come le altre., nè fi facevano : fe non che , vacan- do un Benefizio, fe T Ordinario lo conferiva, o alcuno andava per impetrarlo , rifpondeva il Datario che il Papa l’aveva in fua men- te rtfervato : modo , che { 6 ) durò qualche anno , ma poi fi di- fusò, (7) perchè tornava incomodo anche alla medefima Corre di Roma. ( 8 J Gli altri modi pa(Tar«no tutti in eccenb *, imperocché circa le rilegnaziont in favorem gik introdotte , e praticate , s* ag- giunfe il rifegnare folo il titolo del Benefìzio, rifervando a sé tuct* Tomo li. La i frutti Ut» vi fu m»i, dice MeiCrjy , tM ftrfttf fr» imi, ! i fmdu di putita Smnt* AjtmèUMi imftrmtrki , ft d*i Un tmmtt i fmdti ftttr$ ftmferr» tét vltvsm» f*r frtm* stU fm* mmtmtà, ft/hntmd$ hrnmtMtt pttirémtttm Is , tht 1/ C*mciUt e ti { tfU ^rimtmtt » Ritmai*, ftr farfi Frtmua, td abbamdn^ fmtt il fm» trema, ftr tffer f»f* • f" aitila mill'aan» 1 43^ « rua- maftimra dalia framtia, dall' Aitmaarma a dalia jiMQwr farle deli'Oftidemii fi»» aita maiitd’£m> Siate ( dafa la ifmale efemde/S nvaiti i friatìfi dal- la farle di SuiaU V. , fm aUligat» fané tea frirkiere, fané tan mimane ad attaafemiiri mila rtmmtaae della Cbiefa, tiamaajaad» al Pamtifiiaief li tht feti nel 1447. nel Centiii» tb' ili tf^tjfameaie iratferita da BaSlaa alamfama aag'i Svttjari, IXifa da ibe i Padri lanfermaraa» l'eia- AtMf di HiteaU fatta dma anni utaamii a Rea» da'Cardtaali dal fartit* iT Smseait Amedea , eh» aveva fref» il marne di Feiin V. f4) Mexerty U cbiaau tl rifar» dalla Cbiefa Gallitama . (O Ciri ternate i* futa. (tf) Giavaaai Smarei., Veftava di Cambra ha fartiallt, fartamd» mel Camelli» di Tremi» mtaraa alla rifirve mentali , U tbiamb fmrn \ a dift tba fattUe fiata mnlta lafnart al Fafa U eaJlatiana di tatti i btaifiti, ì» vaeedi faffartart eb'ishdif- fe fatta ad mm ftmfirr» mtm rammairala, maa fai- Hirai» , a fatava fimfiaamte eredarfi aaa ejfrr ve- anta al Taf a, fa aa» defa la fmetefa vmeaata . faaU fiar. dtl Carne, iti. t. tri La riferva fkrtat frtibit» dal CtaeiUt di Trtat». Caf.t^ Itila Rifatma . feff'.%4, . {t) La faale davava faffartart egmttlara» eaa- irarietà, U effafiaitm dalla farle ae’CalUtari erdiaai ) . 84 TRATTATO DELLE ì frutti d’efTo; il che in eHIicnza non era altro, fé non reflar padrone del Benefizio appunto come prima che folTe rinunziato, ma colìituen' dofi loio un lucceiFore, il quale folTe ben in nome di titolare innanzi la morte del riminziante, ma in fatti non avdfe ragione alcun^.- c ao ciò il nuovo liiolare, volendo raccoglier egli i frutti, e aflfegnarli al Kinunziantc, non fi potdfe far padrone di qualche colà, fu aggiunto anche che a! Rinunziante non iole fo/Tero niervati tutti i frutti, ma ancora egli porelTc efìgerli con propria autorità. Non reOava al Rile- gnante altro che lo facelTe diHcrcnte dal total padrone, le non che, le il Titolare folTc morto prima di lui, egli beni! relbva con tutti i frutti del Benefizio, ma non poteva più crearli un fuccclTorc; c il ti- tolo poteva elTer dal Collatore dato a chi piaceva a lui che dopo la morte del Rinunziante folfc liicceduto. Non mancò alla Corte ottimo rimedio anche per quello, il quale fu il regreflb. (i) XLV» Ne’ tempi primi della Chiefa era un fanto, e lodevol ufo, che chi era ordinato ad una Chicla , mai in lua vita non iat eiava il carico , per aver Benefizio di maggior rendita, o di maggior {a) onore : pa- reva a cialcuno aOai fare T uffizio fuo al meglio .* per ncccfUt^ alle volte il Superiore, che non aveva periona atta a qualche gran carico, ne pigliava una occupata in altro minore, (*) e per ubbidienza U tra- sferiva al maggiore: cola che poi fu per maggior comodo, ovvero uti- le, ricercata da alcuni; onde la traslazione (a) inufitata fi fece ufita- tijfima: e tanta era la follecitudine di ciaicuno di crelcer in grado, che IpefTe volte, lafciato il pofleduto, e impetratone un altro, riufccn- / .. do r impetrazione viziola, rdlava privato d'ambidue ; il che cflèndo in- conveniente, l’ufo ottenne che, fc rimpctrazioue del fecondo luogo non poteva aver ritornafl'c lenza altro al primo; (/») c quello fi chiamava regrefio. À TTriUTitudlnc d1ci6tu inventato di conceder al Rifegname una facoltà, che qualunque volta il Riiegnata- rio morilTe, o rinunziaflè il titolo, egli poieffe lenza altro riiornar al benefizio rilegnato, e con propria automi prender di nuovo la pofTcf- fione, e farlo luo, come le mai favcirc rinunziato : e quando anche non avefic ricevuta la pofTcffione priiiia deda rinunzia, (nei qual calo il regrcHo non può aver luogo ) potefle per accclTo , c ingrelTo ( 3 ) prender la poflcllionc fimilmeiuc di propria autorità, lenza altro mini- llero H) Intclkitmut, C.Caaonioo retereiK* , ouoj tuoi tpiè L n (MilTeDt Eccldùiltta bcncEcù pernuj» r , ut taoieo lii»p>icniti ve.tu tnbiunif , mandanuii a uaiciiu) coaUueiu prxiavium O. uUier ‘uilfe eicf^unit amotu a prtebeiula Tua crtnLingUineo ipliua L. vei qoijlibet alto illicito deientore, e-in ledicui &CUU1 eiticin. Cip. >. ulta de tctiun perimit. (j) Cit^, eiur allei a. IcJ oicbie & propria^ ut ncc iJ* p-ò che, quando fi faceffe che il Coadiutore anche fuccedef* fc, ne nalccrebbc maggior bene: prima egli farebbe più diligente, ma* neggiando cola che doveva cfTcr fua; gli altri ramerebbero, e ripute- rebbero più come proprio, che come alieno; onde fi fece il Coadiu- tore con futura fucceffione : cofa eh’ ebbe difenfori, c oppugnatori. Si oppugnava con dire che ogni fuccelfione nel Benefìzio Écclefiallico è dannabile; porge occafione di proccurar, o defìderar la morte altrui. Si difendeva col celebre efempio di S. Agoflino, che da Valerio, fuo antecefsore , fu fatto Coadiutore con futura fucceffione: il qual efempio non ferve troppo bene, perchè S. Agoliino flefso poi lo biafimò, e non volle imitarlo; e non fi vergognò di dire che da lui, e dall’Antecefsorc ciò fu fatto per ignoranza. (^) Ma i tempi, de’ quali parliamo, non folo davano i Coadiutori con futura fucceffione a’ Prelati, z altri che tengono amminiflrazionc; ma ancora ne’ Benefizi fempHci, dove non vi è a chi ajutarfi, in maniera che il Coadiutore reila col puro nome , e non vi e di reale, fe non la futura fucceffione; ch'è la cola cosi abborrira da’ Canoni . ( Dsl Cémntit, C*uf.T- U > H /r/jfw Vtf{» r fi tirdt tki CÀtdiMttfi m*M *r*i*«, ft ptrfém* fiiftndiMtt, ttucr Ac Coc(4fro||'ut Joinnei. ab hoc, nt oectflkrù cumpeccaii «lirponeiuc IÌKÌinJuufuut ..... vien«iue prclenti vobtt juiTioflc prsi ipimut Uf, lervsn priuxi in loco KpttVopo mcBiutato re> voren» , quieti w» convenit inculpibilucr cobi, bere, prbext» obcJientum ConlLtufo coDipccen* tnn, in nullo dif)«fitionti)ui ejua rpiritu conni* nuci rrfulianteii immo commenti vq;ihtiti« ve* ihr (luJio c(uie prò EcclclMllifa utilitste gerencU Conflitumt- otonueric adimplenin i ut , hit iia dirprrntia, At etm/ttttm vt^ìJ JfiftudÌA minifirtnimr. Ac qujtcuinque in pixfaccfectdùe patruuonio, vel Si ufa- de rebus ad cani perrinenrtbut repeten.:» tunc ne* celTari* conipleaniur . i fermtifiMJM quMleht vtllq s' Vtfltvt. di dlflt»»ri fHtfli C*»- tmiér* ftt Ut» fqutfftriì t. ntlPHlMìtt flA ^tAXiA n* AfutTA TértfitmA, Vidi tl \T. O.Ce»/.?. I. S.Vé»Un» dkt Ut ttrmini ftrptaVt, firn fon» di C*Ad)mt»ris rr» aSat firandinat»* i Noa auiein, da t»!i, ranmiu line icribitnm gra* tdbndvm , quod Epircnpatiim Augudinut acce* per», (èJ qiod Kanc Dei turato uirruerìt Afri- caiiT rrcleuc, ut verbe teleilu AiguRjni ore perciperenc, qui ad wiJortQi Ocunìniei muiient gramin ntvt mtrt pro«ftu*, ita ronfecracos eJ>, uc non futeedem in Cacbeiri Ei'ilc'ipo^ léd ac* téderrc. Nam incolumi Valerio Hipponedit Ec- rtefìr Coepitcoput Auguìhnus cA.ep.s7. num. a. Ae Cin. t so. r. qu. 1 . 86 TRATTATO DELLE Si tifava in quelli tempi da qualunque Benefiziano , che voleva farfi un fuccelTore indifferentemente, fecondo il divcrfo gullo, o fare un Coadiutore con futura (ucccifione, o rilegnar in favore di quello, ri- fervandoli i frutti , e con regreffo : ma peri quello era rifervato al fo- to Pontefice, e per neffuna maniera conceffo ad altri Collatori. In Germania il Concilio di Bafilea fu da alcun ricevuto, e da altri no; e per ciò diverfamente erano intefe le caule benefiziali. Per prov- vedere alle diverlitk, e diffenfioni, nel 1448. fu concordato tra Nicco- lò V. e Federigo Imperadore in quella guila : (i) che i benefizj va- canti in Curia foffero rilervati al Papa, e nel rimanente degli eletti- vi fi procedeffe per elezione quanto a gli altri i vacanti, in lei me- fi foffero del Papa, negli altri lei foffero dillribuiti dagli ordinar] Col- latori; aggiunto anche, che, fe il Papa non aveffe in termine di tre inefi conferiti gli fpettanti a sè, ne cadeffe(z) la collazione negli Or- dinar]. Non fu per tutta Germania ricevuto il concordato; e alcune Diocefi fino dal 1518. fervano il Concilio Balìlienfe, che annulla tut- te le riferve . Ma in prc^reffo di tempo anche chi ricevette il concor- dato nel principio, reltò poi d'offervarlo, e G difendeva, dicendo che il concordato non fu ricevuto generalmente, ed ha perduto il vigore per la diffuetudine in maniera, che (non trattiamo di quelle Citth do- ve i Velcovi, e i Capitoli fi fono divifi dalla Chiefa Romana) anche nelle Chicle, che rellano l'otto l’ubbidienza, poco, o niente era olTer- vato. Clemente VII. nel 1534- fece una leverà Bolla,- ma ebbe poco effetto : un’altra ne fece Gregorio Vili, nel fenza miglior fuc- ceffo. E»m» y» ,ffj afart, » far/ai d» gt.'efi* tr»/r, fiver» jta aaert, ,n iaefki d,fi*au feiameif' dm puaate àt tammiae , e\i f^ij?dtti»i»lala re mette f at» f.^e ti huge delia tén étdì^^^ tauame f t fartmm* tatii i Seiufiai firmari, • gelati, thè ufedatfamte^temf» delia Irte f rum ae ifmelii ebt tem ftema^ alte dignità ta- I narrali, Artiefìfti^U , ed £fiftofali et» varan fi, > tilt vae^rénat per i* 4 Vtr»*er«. Utile ciiefe ìdetr^alitaat, e CattrdraU , aia feetette èm me diat umn it alla Sede Appidthea , i Mftdeaa/hri ebt vi f»»a imnt.haiameate fe^tut , i' eUtitai fi faranae Uitrameste , e fai feraitanpet' tate alla dell» sede , eUe Uiea^iemer», fe fataant i»itaicit. £ et' àù^jteri tif ,ie» fine lev»»- diatameaie faggettì, ed altri Benifia.] ngrUri, ftt h guai* nam fi fati! ruarrtre alla faataSede, gli Utili aa» /branma aUligati avtmra a Raau perita lrra.tamftrmat.iana, a prev9tfiame\ aUrp ditpigiiii' fii lentjin ma» laderanni futa tafptuatne , nè» hinfit.f dilla Uanaebe mam efeati fati* l» difpafium ma éa» Umfm « Qgaata arti ahrilantfit.) feealari, arnatarinaa eamprefi niile uftrve effriffi di fefra , ma* im- ptdirtau eh* hitramemii aaa nt fi» Caliatati ardinarl, fmaada vailùraiiHa ae'mtfi a» febbrai», ^rile, Gimgae, Agafia , Qet^rt, at>t- timbri, t m*(i di Gaamapa, Mara.», idaeei», Lm» gtu, btiitmbii, e Nnembre, faraana rifttbaii al fapa ; ma fe fmteedarà tba i aim^ai , eba vatbm raaa» f» ^mefii mefi , man fiea» fiati tamfenti dal Vapa mi‘i**m*fi , eamiaeiaada dal giama della va^ r«u« fepma atl larga del itaefitua, U CallaKÌa- ai niaraarà , a ad igni altra al fma- le fprttird la difpt'fieiomt . Ma awd» gaefia ahima lameifìaitt aperta Fa- dna a malte Ini tbe aafervama di giara» im gur- a» fra fatili elee UVapa avena ueirntdiuiimaaa- et tl termnae ffirata di tre mefi, e ameilitbeav»’ vaa» alienata la tallagdaae dagUOrdiaarf, ipim* U teaftrivaaa i bi»rjfz.t dal gura» im tm fpirava- aa 1 tre uefi, per ^r«vritir« leprattvifieaitìeeelP*' pa pattfie aver fatte verfa 1 / fiat del termaan Or^ garie X(ll. fiee ama fiali» m data del prema di Ha vtm br* ij/6. tea tm iuftiarì eie ìd Camtefie- me di Papa Pftttal» V. aaa dava altmm Imàgf Oreiear), «> agli altri Cellatari di difparrt forati i tre mefi de' beaefiat ama vetta teweprep fette fmefià brttifa teneijiami ( m» attriti thè fn V awtnaire gutUì, tbe il Papa avrà prevnednti di tfnrfit benefi».}, faranm» ttnmti a a fifaifitatelm lira impetranene a'CelLiteri atti» fpazia di tre mefi, fimianaada dal riama dtllav*eamKa fepnt» nr! h"« dtl lr-'f%ìT , o n p^nil.ttrln im fuiiffi / Digitized by f ■> MATER. BENEFIC. 87 cefib. Nella Dieta di Ratisbona de! 1 ^ 94 . il Cardinal Madruedo, fi) Legato di Papa Clemente Vili, fece gran querimonie per nome del Papa fopra di quello; nè apparve frutto. Al prefentc rella ridcfsa va- rietà 9 e confuftone. La Corte Romana non ba^ le non due rimedj .* uno per mezzo delie ConfelTioni de’Gefuiti, i quali operano per ter* mine di cofeienza che i Benefiziar) provveduti da gli Ordinar) lì con- tentino di pigliare le Bolle da Roma; e alcuni lo fanno: l'altro rime- dio ufato dalla; Corte, ma ne’Benefiz) importanti, e con perfone in parte dipendenti da loro, è, che, fatta una eiezione , o collazione cen- tra il concordato, la Corte l’ annulla, ma conferifee poi elìà il Benefi- zio alla llcfia perfona : rimedio in altre occalioni ancora gi^ molto ulato; non perchè giovi neiriHelTo tempo; ma perchè, fervando quel- le Scritture, le ne vagliene poi a’tempi feguenti, per mollrare che avelTcro ubbidienza, come tante altre Decretali, che non ebbero effet- to: lono però ne’ Libri Decfetali per lo ftelTo difegno. XLVII. In Francia la prammatica > ebbe rigidi combatrimgpti da Pio IL, (2) acquali s’oppolero collantemente il Clero Francele, c rUnivcrfii^ di Pa- rigi ; perlochè il Papa fi voltò al Re Luigi XI,, e gli mollrò comò era dildicevole a lui che nel Tuo Regno fi lervalfero i Decreti del Conci- lio Bafilienie, contra il quale egli, eflendo primogenito regio, (*) c partito dal Padre per dilgulli, andò con arme, ricevuti danari da Pa- pa Eugenio IV. per dillurbar il Concilio: alle quali ragioni il Re Lui- gi nel 14Ò1. cefie, e rivocò la prammatica: (3) ma feguendo oppofi- zioni deinjniverfitk, e rimollranze del Parlamento, le quali ancora fi ritrovano, nelle quali rapprclcntavano al Re gli aggravj del Regno, c deir Ordine Ecclellallico con conto fatto minutamente, che in tre anni erano andati (4) per caule benefiziali a Roma 4. milioni / dopo tre anni la prammatica fu daU’illcilo Re rellituita. Se le oppofc poi Siilo IV- c fece un concordato per diftruggcrla, il quale fi ritrova an- cora; ma quello non fu ricevuto, e la prammatica reftò. Innoccnzio Vili. Aicflindro VI., c. Giulio II. fecero ogni sforzo, per levarla/fg) nè mai poterono ottenerlo, . fi» n/t mtd/fm Im/fé d/i i di- ihin/*ndo mmlU, t di nimns f/rZM, t VMÌ*rt tut- tt t* àifftjiùeni, • fr/vvifi/iti fsit/ dn'fnddetii CfUdttn dif» t»l » fmUlitntjdnt ; t fej^ndtndn U t«U*t/»nt di tmtu i , ed mjftf s ftuii iCeildferi rht Mrdirdnned’infrsnge- re t* fi»* duki*rdti»ni fin (he ne Minae thitfie ftrdene *11* f*at* Sede, ^tufi* téli* di GrtftrU XIII. iimtjh* tbt $ taf* ertJenó femfrt di fétte annutUre j Ceneer- d*U , e [li Mitéimdamenti (he fanne te' trintifi . fer non f**mdé le frtttmfitni dell» Carte di Atm* , (he fer fre^tSene , e ftt mm rertt temfe , fin (he féff*»* ferviefi del lare diritta ta» intia it rym. (t > Zadewa, Nifete di Crifitfera Madrnfria , C*r/ìn*lt yiftava di Trtnta, a fma fnettfiera tm Viftevata. (!) Etti [Tidmv* gmirr* , gntrr* , iil({ue ad «• filloa. xLvm. (*) toQuif**-’ 9 p«rtl(o dal Psdn per di%s. fti; it tha né* f* niente mt frefefite. L'nmma 1461. »«/ [matta narft dat fma iU- ima. (4> ?a»Ulì. U [H*U fmtttfit *Ha, mandi al ta Gìavanmi Gwfftdi ^ CmràirnaU, V^eave dAldi, fer fatili vtr^ara la riveeauamt dilla prmnma- tka. Ha faffatm [mefia ri^aaitna nelCa/klUt- ta, [nefia CardiaaU travi nel Parlamenta Già- vanni di S.Rammna, frattutatar lemaraU , thè vi fece e^fitàaae-, e ntermata a tafa, PVmnerfità,- tha pi nnifiti U fna affaUmmiana al futura oÌM, t fai mudi m farla regi/hari maiCafitUeum Vtdi t'aediMag,tme di Ladevka XI. dtl parmii^itf Srtttmdre >464. mtUa Cemfemza dilla OadpeanJn- mi bh.i. tit.f.far.i.farng.i. (S*) Imfiratfhi avevmma mm pamdigllmi limmei (belli altri Prtarifi Criiiami, ad delia Stantia, mm femfafftra m far fttm ali,' amteritd Pafata tam fimli frammatuht . V Digitized by Google 88 TRATTATO DELLE XLViir. Fiiulmente Leon X fece un concordato col Re Francefco I. per cui fu annullata la prammatica, e fu lUtuito che a’ Capitoli delle Chiefe Cattedrali, e Conventuali fofle affatto levau la podeflk d'elegger il Ve> fcovo, e l’Abbate; ma, vacando ì Vefcovati, e le Badie, il Re nomi* nalTe perfona idonea, alla quale fofle dal Papa conferito il Benefizio. Che il Pontefice Romano non potefle dar alpettative , nè far riferve generali , o fpeziali ; ma che i Bcnefizj vacanti in quattro meli deU’an* no foflero conferiti dagli Ordinar] a' Graduaci delle Univerfirìi; e i va- cami negli altri otto mefi foflero da efli Ordinar] conferiti liberamen- te ; che folamence ogni Papa nella Tua vita potefle aggravar qualunque Collatore de’Benefiz], fe ne avefle a conferire tra io. e 50. a confe- rirne uno fecondo la dirpofizione di fua S^tith/ e fe ne avefle 50. o più , a conferirne due : ( i ) e febbene neU'accettare il concordato vi fu- rono molte diffìcolth, e TUniverfith appellò al futuro Concilio legitti- mo, vinfc nondimeno Tautorità, e utiliih del Re Francefco; e il con- cordato fu pubblicato in Francia, e pollo in efecuzione. (a) In ma- niera che, dappoiché canti Pontefici dal 107^. fino al 1150. combat- terono con fcomuniche d'infinite perfone, morte d’ innuraerabili , (3) per levar a’ Principi il conferire i Vefcovati, e dare reiezione a’ Capi- toli ; per lo contrario Pio IL, e cinque de'fuoi Succeflbri (4) hanno combattuto, per levar a’CapitoU di Francia l'elezione, e darla al Re; e finalmente Leon X. l'ha ottenuto: cosi la mutazione degrinterefll porta feco mutazione, e contrarietà di dottrina. Hanno llimato gli Spe- colativi la ragione di ciò eflere, perchè l'efempio che il Vefeovo, e'I Clero conferilca, tiene viva la pratica, e dottrina univerfaliflìma della Chiefa, contraria alla moderna : altri perchè fia più facile levarla an- cora d^e niMii d’ua Re, che fofle o di fpirito debole, 0 in bifogno del Pontefice, che da’Vefeovi, e dal Ocro. Il Re Francefco fece molte leggi ancora, per regolare il poflèlTorio de Benefiz]; e il concordato fu fervato da lui: ma dal Figliuolo En- rico IL quando fu in guerra con Papa Giulio III. per caufa di Par- ma, fu interrotta l’cfecuzionc per qualche anno; (5) imperocché nel i55 // etere di Freéné , dice il medrlìmo ia un «Uro lu(^, le Umverfiie, i Pérlememet, e tétte ie ptr/eme dsHtee vi fi tfpefi'e tem iémté- tif rèm^ééte, pretifietiemi, éffellét.'eéi el fu- tmte Ceétilie. Tmttévié i« téfe e ime eent fm éK^érèe di tedtre siFéMerìti mfeimte , e di te- lifitéte 4 tenteedàte mel Fertééiemre. 1)1 Dm armerie VII. fime mi IheeeeniJe I V. ttei , rnelie fimeee di deigmte mméi feme flèti fet- te tmfermderi feemmmùmti , tiei , FétueW.Eérke V. Fedente I. FUiffe 1. Otteme IV. Fedetifell. e Cerrmde f, (4) P4«I*II. SiJhlV. léMettMàJe Vili. AJ^mm- dreVl. e Gmliell, il Dme* di Fmréem ere ftifimee fette U fre- ttfeeme deUm Ftétteim , fer fetet itfknierfi temtrm Fhmptrmdere , fme fmettre, 4 fémlt Vetevm imfé- dremttfi di fwi Dmtete , teme mvev* fette il Viettéà» , Il fepm eite 4 Dmei e Reme , e fei l» dukimri riFnle , per mem tftrvifi prtfenimte . L* léepermdert, U f»«/« 4vrtr« nfveelìet» le fé, prife i» lè le fmmfm /r/Pii/4, e'I EediTtmé- firn fmèllé del Dite tentrm 4 Pepe, e F Impptp- dere. Dìgitized by Google MATER. BENEFIC. 89 1550. il Re proibì che fi riccvcffe alcuna provvifione de’ Benefizi pjpa; e comandò che tutti folTero conferiti dagli Ordinar} ,• (1) ma, fatta la pace, il tutto lì compofe, e tornò Tofiervanza del concordato . Ma nel 14Ò0. furono tenuti gli Stati in Orleans nella minoriti di Car- lo IX. dove furono regolate le collazioni de' Benefizi, e levate molte delle cofe contenute nel Concordato. (2) Succeffero le gran confufiom, e guerre nel Regno; e fu mandato il Cardinal di Ferrara (3) Legato in Francia, il quale ottenne che fi foprafedefie nelle Ordinazioni d’Or- lc.ins , ( 4 ) con promeffa , che il Papa avrebbe provveduto efib a gli abufi , per li quali le ordinazioni erano fatte : del che poi non fi fece altro; onde al prefente il concordato refla : cosi fono paiTate le cofe in Germania, ed m Francia. XLIX. Ma lo fiato d’Italia, che ultimamente abbiamo deferitto, fi è muta- to in gran parte, per la celebrazione del Concilio di Trento, il quale fece molti decreti in quefia materia, per provvedere a gli abufi foprad- detti che dominavano/ e febbene dal Tuo principio, che fu nel 1547. in- cominciò ad attendere a quelle correzioni, e fece molti decreti , non furono però polli in efecuzione, falvo che dopo il fine , che fu nel 15^3. perloche fi può dire che tutte le provvifioni fi riferifeano a quello tempo. Fu intenzione di quel Concilio rimediare a tre cofe : prima alla pluralità de'Benefizj; Iccondo alla liicceflìone ereditaria; terzo all’ aflenza de’Benefiziati : c, per proibire ogni pluralità, ordinò che uno, eziandio che fofle Cardinale, non potelTe aver piò d'un Benefizio: e fe quello fofsc cosi tenue, che non ballafse per le Ipefe del Benefiziato, potefse averne anche un altro, che folsc però fenza cura d' anime.* (5) proibì le commende de'Benefizj di Curati advifam^ per efser un.i coperta di farne aver due : (rf) ordinò ancora che i Monafieri per l’avvenire non Tomo li. M folsc- (i> dirns »*i fm$ eéifr», tktM*» fi» thr l* ftmminiftrrnfft dmnmr» si ftr fsrmt l» gmtTTM m'frtsetfi; eh» enfrf,Mt». t* fruhivM sjftlMtsme»/» di f»rr»r »r» , m* sr- M R»im» , 9 m saslfifi» altr» lu»g« eh» fifi» fini» l'mdhiduatm d*l P.tfs , ftf dtfpenf», • altre grai.it , fette pna di t»m/if{ai.ttni^ agL £ ) /« ^aefit Stati il deputate del Cl»r» dìfie , eh' era fiat» èfitmat», eh» /' Eeefia di Lmter» era mata meli» fitf» ann» dii Ceuterdat». ig) tpfelii» fEfit della tafa de' Daehi di Fer- rara , Ntpeet di Papa ^trfandreVl, (4) una delle guati prtthva di pagare le Aa- nate, e di mandare danare altane a Rema » per htnefiny , e per difptnf» . (f) Quoouin muUi « ,r-> chiilct ( rr eii.ts obtiitenc , tog:^n(ur ott-oinu, qui- buftuitique frimnibut , c t>uin Icx u^nlium aimitrcre, A( line o.ltnlenuitic», ac in t)«iibu|ue iterfjnja, ct^oi C d'àiKai-tu^ Inm-i'e rulKentiuu>. Invitm h.leit ^ ]n 04 Ì)«.‘«>^iilqaoque eum futura ,i‘W^ 14 *. rd / frimi thè ritmmriareH» m r^veghart gii feriti la yreffitt fureae tÌMi D«mrr.iV4«i ifaruitali, BarulemmeeCaraKia, e Drmnue Sete, i ijttali frexarema feritmcai» eia l'all.' g» dt rtf diit è ór jure d vino. Ofi>iieHe tha il C.rediaal(jaetane, fariunate DemmUaHe, ara- vi ftfirnuia aleam mani frinai la ^nalt fi dna eh' egh mHie ^uande fi Vifteve, aeagieat thè a*» fi fa>t» atai a! fue f'.fravate. Nel teli" li'tro della (iia Storia del Con. tilni egli dite (he i L>‘ati Jeif'e lig-rre in mas lieagregatieee eea.rAle uà» /fritte, aea fui i !*•- dri tran» fregali a riCfeudtre teli* fila f*fela ptirtt, q phter, fi fi éerfirarafe la rf^ldtm- jt,a de jiite ditiiia4 e fh'iffiade Jtarr raeedte U rati, 6(. f arena di pia ex, de aea phtct. ij. di plj«jii' >■■■ ii». llro, c >7, di non pia et, iw.t p .us ccAt-ito S- D.N. j' g.''n >7 dif’cr.ie-redt! . iT.ftr ^hA- It ibe Ji’unr, ^avJH/ I* ai'L.i-atue'tt ce jjre de- vntef laJde-.t le i-, uja la l'./rvjw >a turte, me w Hirettiari^-tai, ft il T,ifa fi ei-'teiiuva , £ ex-vfg-iaial ‘jae/.e d:!hax>eai /•atrè afin meta- fifi'hr, le 1 ,t e le >j.nea lafiiava»* di ferieggiar egii.ilrmeate bear il Pafa. (6) l'soto Giov.c», diceoto il (uo pi-ere nel C««ipcF- jff, »•»•« velia u, evale, teli « tVrew rr*e.’-J :'«• vrei-'eae nJ-ferata teme mae ffmd- temtra il fa- fa, quandi eie avrffe tinti a fti>vta , ftr rei,att leale delle lera atieai, e della Ì»re D.tiriaa , em- me aveva fatta ma Arrivefiev* dii plana eeatra l'aele HI. th'tgh temeva aeelie thè aitaat Vefeard aea xe'.iffiit tei favere del )U» Divinuni fetttarfi dall' mhbtdientA del l'afa, da teu daiadevm Vie- miaat della Chtefa , ma thè velevm aeae dir lare (he ^mefie fartiit ma tfamf'V thè dareidiina 4*C*> rat! , fer fitmelrre ilgieg* l^iftefait 4 feribl, ejftade ì'ajlpri uamtdiatì , freUmdertLlmaa, thè U late greggia fftUafie fih ad rfì, ehi al lere Veftevei endt fai la Oer4ri.« atila i.htfa ira^nmerelrhe ta Aaattkia. Stcìia «.et ConciUo lib. C7. Digitized by Google MATER. BENEFIC. 91 tmbe le parti foflenuta lopinione con grande ardire. Lacofapafsò al- le pratiche; onde dopa 14. mefi fi comandò bensì la refidcnza , ma non fi dichiarò però quo jure il Curato folTc obbligato : folo furono ag- giunte pene a* non refidenti; (i) nel rimanente furono le cote lafciate nello flato di prima. Quelli però che fi trovarono nel Concilio, e hanno lafciate opere fpezialmence di Teologia , hanno foficntata la refidcnza de jure Divlno^y pafiando tant’olrre, che raffermar il contrario l'hanno Rimato un deludere la facra Scrittura, e la ragione Refia na- turale, (a) c tutta r Antichitk.’ ma, per non irritarli la Corte cen- tra, hanno ritrovate delle eccezioni, per le quali il Papa polTa farvi delle difpenfe. Delle rifervazioni, punto principaliffimo , le quali erano crefeiu te fo- pra modo, il Concilio non parlò, perchè toccavano la pnmria perfona del Papa; perlochè anche rcRarono, anzi furono poi accrefeiure. (*) L. Pareva che con aver levate le unioni, e commende etdvìtamy ì re- grefiì, e le Coadjutorie, folfe in gran parte provveduto, fe non al tut- to, almeno a gran parte. 'Fu però trovato dubito un rimedio, che non folo fece lo RelTo, anzi ne fece un maggiore de’ quattro fuddetti ; e queRo fu la penfione. E’olTervazione delle perfone pie, che in queRi tempi mai la Corte non fi lalciafie indurre che venifie annullato , e corretto un abufo lucrolo, che non ne aveflc preparato un maggiore, e più utile ; ma in queRo è ben certo effere cosi : è però da fapere che non è cola folo di queRi noRri tempi il metter penfione fopra i Benefiz); folo è nuovo il modo, e la frequenza c propria de'noRri tem- pi. Quando i Beni EcclefiaRici erano in comune, il nome fu inaudi- to; dopo fatti in Benefizj,- la Regola, o il Canone praticato da tutti era, che i Benefizj fofTero interamente, e fenza diminuzione conferiti. Dappoiché i Chetici diedero principio a litigare , quando U caufa era dubbiofa, cedendo una parte fe ragioni (ue, le le concedeva una parte deir entrate con nome di penfione: ( *) ancora di due Benefizj quando l’entrace non erano uguali, fi rifarciva quello che lafciava il più ric- co con una penfione* (T) Apprefib ancora, quando alcuno hlegnava IJ* M 2 con rut a (KroCinàx Sywlt meoee a- hmo* trahancur . . . . Jalarat làcTolanàa SynoJua aannei Patrurchatibni , PrinwiaUbua , Meirofoli- unii . ac Catheinlibua Bcdcfì» che lenza caufa alcuna il Papa può dare pendone lopra qualfivoglia benefizio a qualunque perfona che gli pare*, e colui che riceve ezian- dio fenza caufa veruna, ma !per fola volontà del Papa, in cofeienza è ficuro. Una volta fi teneva due benefìz) Curati*, uno in titolo, l’altro in Commenda*, ovvero fi univano ad vitam*, e il Benefiziato era co* (fretto a ftipendiare chi ferviva in uno d' elh : al prefente il Benefizia- to fa dare a quello il titolo, e a sè la pendone ch'egli ne cava*, la qual cofa è di maggior fuo vantaggiò*, perchè una volta era (oggetto a dar conto degli errori che il fuo Softituto faceva, e aveva pur qualche nc* ceftìtb di penfarci *, clic cosi niente ripofa fopra lui , e l'utilith è fiftef- fa. Similrnente chi faceva un Coadiutore, 0 rinunziava con regrelTo , doveva aver qualche penderò del bcncdzio di cui aveva parte*, e po- teva tornare tutto fuo*, ma rinunziando, rifervaiafi una pendone, re- fta libero d’ogni cura, d'ogni penderò*, e fe il Rjfegnatario muore, o cede, a lui non importa, U quale la fua pendone Ubera, c lenza faftidio. Ancora è molto piu utile aver pendone, che benefizio. Prima mol- ti Benefizi ricercano TOrdinc (acro, e l'ctb di poterlo ricevere; per la pendone bafta la prima tonlura, e Teth di fette anni. Anzi le pen- doni fi danno a’ Laici* come per Tordìnario a’ Cavalieri di S. Pietro, iftituiti da Leone X. c a quelli di S. Paolo iftìtuiti da Paolo in. a’CavaUeri Pii, iftituiti da Pio IV. e a quelli di Loreto, iftituiti da Sifto V., i quali podono avere, chi 150., chi zoo. feudi di penfio- ne; e a tutti quelli a’quaU vuoi darle il Pontefice. De’ Benefizi, an- che ne’ tempi che fe ne teneva più d’uno, vi era fempre che dire : era necelTaria la difpenfa, che pur faceva fpcndere : con tutto ciò i Dottori mettevano in dubbio, ;le chi 1 * aveva ottenuta era ficuro in cofeienza. Delle pcnfioni fc ne poflbno avere fenza fcrupolo in ogni numero; e non vi è penfione incompatibile. Si può dare la pendone con autorità di trasferirla in un’altro a proprio beneplacito; cofa che non fi può fare ne’ Benefizi fenza paftare per li termini, e per le cerimonie delle rinunzie; c le rinunzie non vagliono, fc non foprav- vive il Rifegnatario zo. giorni: la pendone fi può trasferire anche in punto di morte. Quello (•) vide C«p. ex parte it. ex»* , de ofCcio )udkit ileSeg. & ibi FcJio. oiim. i.Felin. ad Cip. »d audiemiam. num. i. extra de refenpe». (^) Vide RcbuC traó. de paciticu oudi. mo. DuareD. de Bene&c. Itb. 6. top. 4. Coni (acerd. paraph. i. cap.,. num. la. & Joau. Davean de penltooib. beuefic. psg. SI. Cap. per tu»i, «irra, de doiuitonibux. (* ) Cap. ce multa, in fine . extra, de prs> beodu. DÙveun de renfiunib. p.l^. Digitized by Google MATER. BENEFIC. 93 Quello che foprattuto importa è, che la penlione fi può ellingucre ; il che in Italiano vuol dire farne pecunia numerata; e ogni contratto fatto nel Benefizio fi reputa fimoniaco. Eftinguere la penfione non vuol dir altro, che ricever una quantità di danari, per lilxrar il Benefizia- rlo dal pagarla; la qual quantità fi tafla per accordo , fecondo la mag- giore, o minor età del Penfionario. Non vi era gfa innanzi 1 * età no- lira modo di fare d’ un Benefizio danari con un ti ; ciò farebbe fiato con affefa infinita di Dio, e degli uomini: adelTo fi fa lecitamente, lo ho un Benefizia di aoo. feudi; lo rinunzio ad Antonio, rilervandomi una penfione di loo. la quale , immediate ricevuu , con 700. feudi io efiin- guo', ciò è la rinunzia', e così ho del mio Benefizio fatti doo. feu- di contanti lenza peccato . Sono alcuni poco penetranti, a' quali pa- re che quefto circuito non fia rifieflb, come fe vendefli il mio Benefi- zio per 700. feudi ma mofirano ben d’ avere groHb giudizio . Mal- te altre cole fono nelle quali i molto piò comoda la penfione , come fi ulà adefib nelle unioni. Commende, Coadjutorie, e regreflì. Alcu- ni , magnificando la comodità di far danari che il Papa ha per li bifo- gni della Sede Appofiolica, dicano che, fe aprifle i regreflì, cavereb- be quanto voleflc; e mofirano di non intendere la materia benefizia- le. Non avrebbe per quefto quattrino.- (1) i molto piò utile, e co- moda la penfione perciò fu facile efeguir il Concilio , perchi tornò anche comodo ; ma il levare le Commende da'Monafierj, (2) che pa- rimente il Concilio comandò, non è fiato pollo in efecuzione fino al prelente ', (3) anzi molti, che erano in titolo, fono fiati di nuovo commendati', non elTendofi trovato modo di farlo con comodo. La penfione non può efser impofta da alcuno , falvo che dal Papa ; cofa di grande emolumento alla Corte Romana. Quella mutazione ha fatto in Italia il Concilia di Trento-, il quale, non avendo trattato delle nfeivazioni, ed eflendo quelle anche crefeiu- te', e ogni giorno crefeendo , reftano bene cinque felli de’ Benefizj d’ Italia alla dilpofizione del Papa, con buona fperanza che il fedo che rimane fia per compire l’intero. Per le regole di Cancelleria fono rifervati al Papa tutti i Benefizj che fi rifervarono (*) Giovanni XXII. e Benedetto XII.; e in appreflò fono rifervati tutti gli ottenuti da qualunque perfona , efsendo Minifiro di Corte, febben dopo folte ulcito dell' Uffizio. Sono ancora rifervati tut- ti i Patriarchati , Arcivelcovati , Vefeovati, e Monafieri di uomini, eh’ eccedono il valore di dugento fiorini d’oro-, (») e ancora tutti i Bene- fizi che fpettano alla collazione di chi fi fia, e vacano per la ceflione, privazione , o morte del Collatore , finché il Succeflore avrà pigliato pacifico poflelTo .- ancora le dignità maggiori dopo le Pontificali nelle Chiefe Canedrali -, e le dignità principali nelle Chiefe Collegiate-, (ò) i Prio- (I ) In^trtffliì gufili, i jm/ì gli «f/rrrri^Mw, rt i» C*mmmd», fétrwuu tffrrxi BM /t >t* fDtrtiitmt ftTMÌrt, M Imfttsti. Or» i* pi» à» ttnt' »m»i i dt'ytftivt, t dt’ i ftpTMttmttt im «vrvM* mtfi ì»tii j BtmtjUf iw i dm it FstUmiMt di t»rigi h* ftw^é C»mmtad» , tth im tln «m impidit§ di ricrvrrti, »veff*rt «vari lid dmt, « tf» CtmmmdjttMr) i td (t) Ntt r»p.tt. d*lU rifttm* dt'Rr*»ÌMfÌ d*lU i» tpuft^unt* fi trmtv» €b'tr»»» XXV. fitétt »tlU MMttMfdnu dtU'srtuti* fritti »d tfftrt ta Ctamiad » . aattitdtiitt . (’*) Vidi l» R^ri» di ,C»a€tUtria d’IaimtwaJà ( 3 ) Jmftréttti la Ciati di Rama , fiacri f*ltù Riitla i. le i» difiiaùaaì, di dhi^hinfa ibi fa ro; o perchè fieno partiti; o perchè il Cardinale fia morto: ancora tutti i BeneBzj de’ Collettori, e Sottocollettori; tutti i Benefìzj de’ Cor- tigiani Romani che muojono in viaggio, quando la Corte cammina; lutti i Benefizi dc’Camerieri, Curfori .* (a) olirà tatti quelli Benefìzj, che comprendono tutti i principali, e una gran parte degli altri , It riferva il Pontefice tutti i Benefìzj di qualunque lotta che vacano in otto meli (h) dclfanno, lafciandone a gli altri quattro raefi folamen- te; e ciò quanto a gli altri Benefìzj non nominati di fopra * Oltre a quelli ancora lòno rilérvati per Collituzione di Papa Pio V. tutti i Be- nefizi vacanti per caufa d’erefia (i), o per confidenza ; (2) c tutti quelli che non faranno conferiti fecondo il decreto del Concilio di (3) Trento. Chi metterà infieme tutte quelle rifervazioni , [ritroverà che almeno cinque felli fono del Papa, e un fello di tutti gli altri Colla- lori inlìeme. Per render le lodi a chi fono debite, non è da tralafciarc la dili- genza ufata da’ Pontefici Romani, per non lafciare che i Vefeovi , e altri Collatori de’fienefìzj, delfero luogo ad alcun abufo. Mai non han- no permeflò loro il poter unire Benefìzj aà vham\ nè parimente il commendarne ad vitam : non hanno permelTo che potefièro difpenfare fopra la pluralità degl’incompatibili; nè concedere regrelli, o Coadju- toric con futura luccelfìone : e ufando l’ ideffa diligenza adelTo, non concedono che pollano imporre penfione, eziandio minima, fopra il Be- nefìzio : medefimamente non ammettono che poflano ricevere le ril'e- gnazioni ad favorem : anzi ancho nel ricevere le rifegnazioni aflblute , che (ono date antichildmamence nella Chiefa ufate. Papa Pio V. nel 1508. (a) Rigti» ••‘t».. (*) 9. (t)Omma Se iln^U beneiUia Eecl«(uftici. rum (Ora, & due tura, recularit, te qunnimvit Or(Ìmum, ctiam S. J niiraln ma)ore$, rulia, prioratus, pi», potininr, prcpofiunti, dignitites, euam ronven* nMJo, vef oiHcia eciam ciaullralia. ac hafpttaha, le pr jcceptorLc , ordiiuuioni ScdilpeaiàuoQiAOllrjr, At lèdU Apoftui. bac perpetuo valicari(on0itutto- ne. audontaie apojtolica. tennre prarientium, re> ierramut s Dcclsranrei emnet Ac quafeamque im- peCTitior.et de beneikiii, quomodocumque quabii- c&m, in iumrutn iàcieudas Ac obnneiidat, beneli* (ia buiufinodi, propier iurreiltn vacaniia , At in fu* furtim vatitura. non eomprcheodere , niiì fpeeiaii. ter vacuionu mndui propter crmxn hsrelìt ex* prciTui fueric. Oteretul. iet,?. rir.ii. )U Ctfittut**»* ) dii mtft di (a> Ad siires noftru perventt ut nonnuliiaon vereanrur . . . . beneficia CècuUria, Ac regularia in cMijUrn/MD» . qaam liinonuciin pravitaccm fapere ignorant. accepure. Ac retinere . Nm ne • burnì , ,vel potila deiiAum tupiftnodt ukenui pr ny Jiawi , ceUrì mneJio pfoviJere ro!eafrt $ ptooinunnn omnium cognkioi>nn oubiii Ai Sue* ccfToribu» nnAra Rom. Pontificibut refervaDtef , o* mnn Ac iijiguJa r««>tdrfirijr«M bafulKiodìcauùs. per no» (ùmmarie. limplkiter. Ac de plano ad* «tiendat. toguofcendis , decidendai . Ac totaiiter eaequendas, ad noi avocamuii decifìoniqucAc ter* mifutinni per boi ftipcr illts fiactendx lUndum , accjutei'cendum , Ac odidÌdo porenduen & obedien* tium tbre. lUtuiinui, Ac otaiinamii . DKfit.7-tit. IO. cap.io. rj) Noe, ad quorum nonriara pervenir, noo- nnJlof ex venrr. Irarribui aoilrii , ArchiepiCcopis. Al F-pircoptt . oceurrenre racatione paroebialUuta Ectletianim. «s ouljo, aut djiaui rite (ervato . cxtmine, prcl'eniui lUÓ qood per coacurfoin fieri debet, CI OmciJio Trideitrifto. veUuam riceter^ veto , neribnii ininui dicnii . camilititis . aut ahum liuirunx palTìonif a^*'tuni . non rationiiiu. deciunt fequente» , cuniitUAct volcntei bujurmodi^ flc rtiam iunuii periculU octurrere. auOoritate a* pofiolita, tenore orgifcniium . emnet Ac fingulai collaxtonct, proviuonct, inlliiunonei . Ac quafva dirpofitioneti parochieliam Ecclefiaram ab eirdem Epifcupii, Ac Archtcptlcopis , acquibufirìseliKCoU iuurilma , prarter, Àc contra iurnum ab eodem Concilio Tndemino ptjrkriptsm, iaOai , aat in* fiiturum fiictcnilaa, Bullai . irnrM , ac nulliua ro* bori» {ore. Ac ei)«, dcternimut. Se detUramui . ealqiie crRines fix cecantn nortri;, Se Sedia Apc^ flohee dilpo^inni rctcrvaiuua. ì^idm re/.a* Digitized by Google MATER. BENEFIC. 95 15^8. proibì fotto gnviflìme pene a tutti gli Ordinar;, che, ricevuta la rilegua d*uu Benefizio, non potefTero conferirlo ad alcun confangui* neo, alfine, o familiare del Rilegnanre* avvertendo che nè con paro- le, nè con cenni, o altri fegni folle loro dimoArata altra perfona a cui il Rifcgname defideralTe che foffe fatta la collazione del Benefì* zio. (l) LI. Si afferma coftantementc da tutti i Canon irti , c Cafifli, che ogni patto in materia benefiziaic è firooniaco, rjuando fu fatto fenza parti- cipazione del Papa; ma con Tuo conlenfo ogni cola lìa legittima; aven- do per coffame quella univcrlale propufizione , cioè: il Papa in mate- ria benefiziale non può commettere fimonia*, la quale non ai troppo buona edificazione al mondo*, Icbbene i più modelli Canonìffi la limi- tano, diffinguendo effere alcuna Iona di Emonia proibirà per legge di- vina, c altra per legge umana*, aggiungendo che il Pontefice è elente folo dal commettere la fimonia proibita per legge umana /( 2 ) ma con tutto ciò inciampano nelle medcfime difficoltà*, perchè quello che non è male di lua natura, nè proibito da Dio, non merita quello nome*, ed è fuperduo far una legge umana, per non offervarU*, e chi mire- rà Tinterno, c non fi farà prcielio colle parole, vedrà che tutto è proibito da Dio.* c certamente non fi può dire che in quella parte, di tenere gli altri Vefeovi in Uffizio, il Pontefice abbia mancato*, cd è (lata grazia divina molto grande fatta a'Pontefici, che abbiano po- tuto tener fincero da fimonia il rimanente UeiU Chiela ^ Icbhcnc nofv hanno potuto Rendere quello bene a sè meciefimi, nè alU loro Corte: c le un giorno, come vi è Ipcranza, ( 3) entrerà penfiero in alcun buon Pontefice di riformare la Corte, larà cola facilillima il farlo, col Io- le ricevere anche per sè quelle leggi che fono date agli altri Velicovi*, c potremmo afpettare in breve una coA utile nformazionc, quando f adii, azione non la tencP'e lontana, col metter innanzi a’PonccDci, che, effeado eglino in pofleffo, almeno in lulia, c in altri pochi luoghi , di non dar loggetti a regola alcuna, non è bene che le ne privino, (4) e facciano quello pregiudìzio alla Sede AppoRolica; eh* è il contrario appun* (O Cav«»nr tpire>'{ii, ìtecmjue o«tin« tffSa- m, PrxreiiMìgrci. Oc Ì*jirr CKiin.t, ne ip!ì bpfcoi'i, aut aUiCollatoce» , de bcscfiuis, Se o;1iui« te^fnanJiv, sut fui», aurjd- mtnentium enpUn^ineu, eilìmbat , vel fiUDÌlia- nbu», etùm per lillà. em riminum inuliiphrata» rum in eztrsneof cullatifìnum, auCcnt providete ...... .i(iijne, camdiu.fiili'cnfi remaiteant, dvMX *e*tii(liofle:n ■ K(Hn.roDtittrit»U ì tn'dMim dii 4' itfriUlfòt, ( ») ) Is dtìUCUf» ptlrMfi rum p-idem 4 . vetb», llltcns, e*»ni de pacrt, U i figiit* d.t tulli gi$ o/rr4XfM/««i.Kt- d$ F«/ia.3(l eap.ea patte t». lum. 1 . extra, de oC fino jaditi» dckg'ti. mini mn, td n fami marra ni Stimdi t Mibi Mufkiu» CruLilìzu» cA, MjiiJo, Gm- Ut. m't. 14) tmfrriffht Im Carli di Kimm kt 0JÌiHt» ptr faad.imrmtmU , iln il mm i il hdriu , na fjUmtmie il Drffitmiii dt'.l'uHlirih tÀ Pnt-,ftm’i, ! lU im tinfi;"t’>t.i mam fmì , •> Ittiimminti, me vilidmmmte ttdirmi ftr ^mmlf^ TUgiimt virmm diruti. 96 TRATTATO DELLE àppunto d^Ia dottrina profdTata dagli antichi Santi Pontefici, e Dot- tori. Ma dalie cofe di lopra dette è molto ben chiaro, fé il Pontefice Romano abbia pieniflima autorìtk fopra i beni, e fìeneifizj EcclefiaUici^ ficchè non fu (oggetto ad alcuna regola nel maneggiarli; imperocché, procedendo con ragione, fe la Chiefa di ciafcun luogo è padrona de* beni che poiTede, perchè il dominio è fiato trasferito in lei da chi n* era padrone, prima colla permifllone del Principe, il quale colla legge le ha concedo T acquifiare; refia che i beni medefimt debbano edere nel governo, e nella aiuminifirazione di quelli che lono deputati a tal carico, prima fecondo la difpofìzione della legge; poi lecondo le con- dizioni che hanno preferitto il Donatore, e Tefiatore, anteriore padro- ne; e finalmente lecondo che la Chiela, latta padrona, ha concedo; non però contrariando alla difpofìzione di quelli da* quali ella ha cau- ia .* e quefio è tanto chiaro , ed evidente , che non può edere medb in dubbio, fe non da chi o non ha lenlo comune; ovvero nel trattare, e parlare, non fegua quello che interiormente fente. I Cherici fono fat- ti amminifiraiori di quefii beni per leggi che hanno concedo a'CoHegj Criftiani il poter acquifiare fiabili; e per lì tefiamenri, e per le dona- zioni di quelli che hanno lafciati i beni loro ; e per 1’ autorità che la Chiefa ha data ad efli Cherici ne* Canoni: adunque cfli fono .obbligati a governare, e dilpenlare que*beni fecondo le leggi, dilpofìzioni , dona- zioni, e dìlpofìzioni tefiamentarie, e fecondo i Canoni; e quello, che in contrario fofle fatto, non fi può chiamare, le non ingiufiizia, in- giuria, e ufurpazione. Dicono i Canonifit, che il Papa fopra i beni, e Benefizi Ecclefiafii- ci ha pienifiima autorità, ficchè può congiungerli , fminuirli, iltituime de' nuovi, darli ad ttutum^ conferirli innanzi che vachino, impor loro « fervitù, gravezza, e penfioni; (i) e univerfalmente che nelle cofe be- nefiziati la volontà del Papa è in luogo di ragione. Non balla quefio, ma* aggiungono che il Papa può permutare in altre opere Ì ( 2 ) lega- ti ài pitts Càufes ’ e *pnC) *kcorBr« le dtfpofizioni de' Tc datori, applican- do ad altro quello eh’ elfi avranno ordinato ad un o(>era pia : e non (i può negare cW quefia fia la pratica che ha mutato tutto il governo, c tutti grifiituti vecchi: ma refia lempre in dubbio chi faccia male, e (e errino gli Antichi, o i Moderni, le pure vi cade dubbio. Martino Navarro con alcuni de'Canonifii piò moderati limita quefia propofizione, che il Papa po0*a commutare T ultime volontà, rifirìngen- dolo , «•/«/ tìft , $ 4»l t ft mtr*»t Jitt iW /« Tfli iti* tht il Tuf* «»■ i , tk* il {fi* natmraU ) ibi dà ttt» \»Urt . fi ri» fruKtfU tifftitfélirf, 1 rè* U tiMiim ì mmm r*m th* ftr uffmm» fU vi diu»»* MfféimtAMnn rutmfiM *t difftifsrtrt ^ bc- ÌMa»* AVtf$ mt»» d' f«tikìn*» cletuliK''rum bonoruoì, dit'nli, fjrÌMnd» dr y*- vt b» , fe »»» U \ emaft il /rni, fr* i ^mslt ttmfmdt tl \mfm mtdefmt , dm ifutfiA Itfgt , ^tund» e%h aUia mwolw dt f*r» iuQt dir['cnÌs(Oiei . tei prof unrores. . . . aJ té . O^a , ftttnd» S Pé»l« , i Xliaifiri di (Jtii Cr S» fatnreni autem rcuuifkur bona iù'e,.. .. «m hsmM aUia AmmnAifiTAx»«i*4 , f* mtm ^mAl* ite. ATt 7 Or4 lA Umiià, » /f ad DUtuni . /*«« Qfitfruru, Àit» tà ftf. qu In Ec- clcfinnun mm. 44 . Eim de ConiUcuctnmb. n- ipecht benc6cioriuii (U poteftu Pipar, mn reljpeftu bonoram ip6ruin ficdefiinun tecni. Unire non PO smttrs fìi èà$$, 4* €Ui k* uittt im, fhi mm nvr«M« «A tuaA » tmnt tu mìl* lei», « fr'mn. u, ft Rj fU ftgtu tmfrriti r DitUtmrmmimé ì'h» U#*» tk* mmi ni dtlU t^im* tk* (f.z ni Ji fmitim tkt hm mUmmémmrm , fff d*Bt»t,Ìx.ii * fht f'» fh mkn m$ uff. dt U4t ds Im si CtUsnu m mm* ^cu» dt fkfktff». i ,t ( 4 % l.Csmn^, mm ttmttmti di dmrt e/ pmfm •t*s ftfr» tutti fUUmmm, t'ìmn- ^ M* sfU Amitit. Vtdi Ftitmt u quell’ autorith, qual’è la cagione per cui i fuoi Antcccflori di mille, e piò anni, non l'hanno mai efcrcitata; nè alcun antico Dottore, nè Con- cilio, nè Storico, nè Padre, nè Canone, ne ha pur fàtta menzione? Non fi può attribuir ciò all’ elfervi più bifogno adelTo , che in quei tempi, imperocché ne’fecoli che pacarono dall’Soo- fino al Iioo. per 30a anni i difordini furono cosi grandi per tutta Europa , che , in com- parazione di quelli, i prcfenti Ibno tollerabili; e pure neffun Pontefice dintromife m^am daU’altre Chiefe, eli quali avevano tanto bifogno d’ rifere governati. E ancora dappoicHt i n cuml i icim ii w i Papi ad intro- metterfi in qualche parte, ncfluno prcfe mai, fino a Clemente IV., co- si ampia,' e alToluta podefili anzi lo fielTo Clemente non ha diretta- mente pubblicata tanta podefiì; ma trattando altro, e quaC incidente- mente.- (*) modo, che non fuole far intera pruova, poiché le cofe in- cidentemente dette in un modo, diretumente confiderate, ed efamina- te, bene ipelTo fono in altra maniera efpreffe. Nè meno fi può dire che ^uefi’ autoritk ferva a bene; imperocché per quello pare che fieno fiati introdotti quali mtti gli abul! . Di qua fono venute le Commen- de, le penfioni, i regrelfi, le unioni, le rifegnazioni, le afpettative, le riferya- I* tb* bmmtt9 imfitmt tutti iS*MÌ. Ma^eftì dù‘ tflt, ittàQritw Hfipa. (]utfn S*nA»nun. ftr vuétn (•fru fin «fmtd*t» Im prttmfitintht iu.it fufut éiijiltt UPudmt» ài tuttu /• terr», l*fiir*UC«mm$ittMrmà'Ìm u ef m *M IV. ftfrm il Cuf t. kitn de voto, devoti rodempt.iM umtjl» ftttnfimt i ii mfi tm fmfmtmt» du Ftfmuuiu K»« /futi libai. Cdotromf. iUHA.ctp.hi. « àuGfttJ» tut }. d$i fu» Mire iibcrum. («) Tibi date, dira O'aii- Cnjfc a S, Fittr», tUves regni csloruni i Et quodcunvjtie ligaveni tHper cctnsi, ern liganiai & in c«lu. Maer.ié. ($•1*. Quorum rcmlfentu peccata « ramituiiiar all & quonitn minuerina , menta lóm . Jaamd ao. ^tr U citavi dtt Eejor dt'CitI* fa imtiadtrt a $ ^trrrr, eia mn gh dà fl mammut pmnfduàam ffiritmala , attafa ria il fa* Wagaa i C amamtt ffirttmak. Regnum memn non «A d« Mniido. Juan. 1 1. ti tata luipta MWi è MtitpCH ralc. C*) ArtiraUta. gmaft.ì. (*) Vedi Partitala jf. r taDHratata di tt malta ammatautai . ( I Digitìzed by Google MATER. BENEFIC. 99 lifervazioni, le annate, i quindennj, e altri modi, che nelTuno difende, fe non il'cufàndolì colla corruttela generale de’ tempi. Reità ancora una terza dubitazione non meno confìderabile in quC' ita materia, ed è, che di quella autorità cosi aifoluca, dappoiché i Pontefici hanno principiato a valcrfene, i Regni CriHiani Tempre ft To- no doluti, e loro hanno fatta qualche oppofizione, come nella Storia di Topra fì è narrato; ficchè i Pontefici lono (lati necelTitati a mode- rarli. £ la moderazione non è fiata condeTcendendo elll a laTciare d’e- Tcrcitare l'autorità prctelà, ma per modo di tranlazione, ufaro nelle ra- Vioni non chiare; concordando co’ Regni, e per forma di contratto rk ìolvendo fino a che termine la podeflli loro fi flendeire : cola che non s aVrebbe potuta fare in pregiudizio de’Succeflbri, quando foflfe nel Pon- tificato oueU’aurorit^ cosi lil^ra. Papa Leone X., per levare la pram- matica,» il concordato*, e cos'l egli fleiro Io chiama nella Bolla . Non concorda chi (i) ha una pienilTima autorità, ma tratta co’Sudditi co- me Superiore, e per modo di conceflìone . Non To forza fulla voce, ma Topra tutta la cola ftelTa. Non Iblo Leone la dimanda Concordia y (a) ma dice ancora ; Iliant veri contraHuSy Ù" obligaeìonis inter Nos , & Se- der» Apojiolicam pradidant ex unoy Ò" prefatam Regem ex altera partibus le- girime initi- Dimanderà alcuno che ciò fia dichiarato; Eflendo il Pon- tificato Romano in differenza col Regno di Francia , pretendendo il Pontefice d’avere affoluta autorità Topra i Benefizj, per rifcrvarfcgli &c., e pretendendo il Regno, che l'autorità ila de’ loro Prelati, foraiano due parti litiganti; e per impor fine alla controverfia , fanno un con- tratto legittimo di obbligazione, con cui dichiarano qual debba efTere 1’ autorità dell' una, e quale dell’ altra: come potrà dir alcuno che la pre- tenfione del Pontefice fia legittima, e chiara? Non pofTo dire di Taper riipondere ad alcuna di quelle difficoltà; e rimetto al giudizio de’Savj, fe vi fia qualche riljpofia: dirò bens^ che, lervando quello che per più di mille anni è flato lervato, che i beni Ecclefiallici fieno amminiflra- ti in ciateuna Diocefi da’Mintflri proprj, fi fugge ogni difficoltà; e Te gli elempj ci debbono iflruire, laranno meglio, e più fruttuoTamentc diTpenlaci, che ora non Tono. (*) Q U I S T I O N E IV. Nelle tre QuiTlioni (*) prime fi è trattato de' fondi, e beni ftabili Ecclcfiaftici : ora rcfla la quarta, dove fegue il trattare de’ frutti , o delle rendite , ed entrate di quelli. 1 Santi Padri, che hanno Icritto innanzi la divifione de’ beni in quattro parti, tutti concordemente han- no detto, ì beni Ecclcfiaftici efler beni de’ poveri; c il Miniftro Eccle- fiaftico non aver altro potere in quelli, falvo che di governarli , c di- Tpenlarli fecondo i biiogni di quelli; dichiarando non Tolo per ladri, ma anche per lagrileghi quei Miniftri che fc ne vaìeirero per altri ufi , fuo- ri della loro iilituzione. Non maneggiavano tutti gli Ecclefiallici i be- T omo II- N z ni ; c (t> > ftfft M guita la divifione, S. Gregorio, che fu poco piu di 100. anni dopo, e S. Bernardo, che fu quali mille anni dopo, efclamano gravilTimamente centra quelli che fpcndono in mali ufi l’entrate de’ Benefìzi, come con. tra perfone ufurpatrict de'beni comuni, e uccifori de'poveri,i quali do- vrebbero eflcr follcntati da quelli, {a) Cosi fcriflero tutti i Dottori fi- no al 1250., quando s'incominciarono a trattare le cofe piò fotcilmen- te: e tenendo per cofa ferma, come da tutti i Vecchi era fiato detto, ch’era peccato IpendcTC malamente quello che fopra vanza al moderato bifogno del Chcrico, fu ricercato fe i Benefiziaci , non fpendendo ne- gli ufi debiti quello che fopra il bifogno loro avanza, pecchino fola- piente come chi fpcnde male il fuo, o pure fe anche, oltra il pecca- to, fieno obbligati alla refiituzione, come chi malamente confuma quel d’altri: le efii fono padroni de'frutti de’Benefìzj, o, come le leggi dico- no, ulufruttuarj, quantunque pecchino mal amminifirando , però non fanno ingiufiizia contra alcuno, nè fono tenuti a rifarcirc alcuno, poi- ché non hanno mal governato quel d’altri, ma il loro propria / ma fe elfi fono dilpeufatori con fola podefik di ricevere i loro bìiogni, che la legge chiama ufuarj, (^) quando non «U^mioao.rettamente, refiano con ' obbli. ( I ) ijfraia U Ctitf* iivntut» riee» ìm Cafi- tsUi ut fffradB i t i Vtfttvi dijtraiti ialU r«r4 dtlSt ttft f» •rimato dal CaBùlia Caittdantnft , ih* i Vtfttvi ifiitmjtr» a* 2t*nam» , faniò tura dtllt rndiit dtUt laro Ckieft. Quomiin, diet in noBouli» Bccleiiii Eplfcopi abfque Occonora» tnéUfiT rn EtddladKU, pltcuit ooinctn Ecc(«- Jìitn Epiftopum habeotem «x propjio CJero Of. conomum qut!eo ret cius liilfipemur. Se ptubruin, ac dedetuf Cucrdo- tio iniiramr: fi ameni hoc non fecerit , eom di* viob niam Cononibua fiibiict. VideCan.ii*Cnn* ctU Nit^ni u GU £ù traat thiamati Vice* diMnini, tono* fi vtdf dat Caaoiù Volonuii a. & Diaconum J. difi. *9. i ^uali ftnt tavati da $. Grtftria. KircdxMMi dt'nftovi, duo la V*rromia- ma, fi thiamavaaa tmt Stgmari è ituali tra»» Vf- tar) it'Vtfttvt ntUa ttmftraluà àPlara V^tavan , ■M Sknari dtll» ttrra . l*; Vide Nooiocan. rhotti, tit. la cap. i. 8t ibi fialzamon. (a) 0» thiama^afi il CW/ijò if'Prrti, r do' Dlatami. Tatti iFafari p fartavaao a f» C*f>' Uri», affiuilt} fU ijAmmaHf , t fei m jaeifit la [ma Ttlavtnt allaÌ,»afTr^aiMa* giatraU, tUì , a tutta la dt'Ftdtli. ( 4 ) Cuoi BOSf diti S.Gr»i»ri» A4, j. dtUa faa fafi. amm. aa. neced'arU indif^niib”'intnillraiMut, luailUireddiimu, jui'(jirqucp«iiitdd>itum, quatu miièriciRdÙE opta, implemot. Cm^ 94-:.^* mai dtaaté il ntdrimtnt» afmri, nei rrmdiam.* Ura tà dt Uro, i facriama fia tifi» ma' tptra di pmfiitia , fhr ma aftra di «i^r«ri/Ì4 ■ Perciò dietro Cantore dice rbc i Stmefiuau a*» [anma lata Uatefima , frfiamda lor» afifimta, arttfótbi rii ehi donamo »«a > di Itr», ma di Gita Cri- fi» , il rmi fstrimamta aoamiffian» im 9 « 4/ netur Epifcopui duan nuanai ad miniu diftrìbae- re ia pau[ unomembro. fciijcer, Clero, a uli coaununiq^, quia jaai tubet propnas pr»> bendat loro fux poninnii , reminem bona epifio« palla cooimunta reliquia trtbua tu, quod p;itiperi> tma remaneat debita quaru portio, de Eecldùeit- bricc fimiliier lua quatta pórttn . Camamat. a. a. }«. ilf. art, 7. ia raff. ad qaafitanam l. Sì aurem, aU'tgii mila ttf^a alla fttanda faifi. redirua Epifeopi untureti, ut rationabilitcr amareat quod non quali prebenda fibi refpondetr, led quia pa* ter di paupenim, iRÌnit ranta bona lux funi fi. dei romnimt, ut diflribuenda ..... ita quod £pi« (icopui taiU male dirpenfaiu, de illi od quot hxe perveniunt, teivei^tur ad reilituuonem orni urnil. In^m f)ti« puuicnbut, vcl Ectlefij* dcbemur.R*. tiotubiie lUtem videtur quud, fi abuitdanter redi, tut ex eccl«nafiici( dRÌm», aut poflcfitonibuiroR. ftant , «ommilla line Erilcopii, ut pitribut paupe* rum.... PofleSìoaei aurem lepre, aatdonatx Ec. clcfix caibedfìtU in ranu abundanria , proculoubio tTcdendum eli quoti ut patri piupermn Epifcopo treditx fiiDcideo enim Epilcop» datx funr, quia occutara fide perlpjciebiiiif eoi effit pitres uupe. (*) Neepum, dit’tfli, propterea quod Papa ha. bet picnitudincm oorellatit Ecclefiaftir* , ^boe poflit de bonia Ecclefix dirpqnerej quoniam pleni- tudo potcHatit Ecciefiailica; intelliKìmr in ^frinii, libi» uiitum .... Unde ita tcnentur ad reniiutio. nem qui a Papa bona Ectlefix fra lihita fafa ha. buerunt, ut ditcotur, exaltennir , de magnifircn. cur , Cià tarea fUramaatt il Iftfatifmta , ataadaama faraaalaatata la Dattriaa dt'Qaaanifii , i ^mati dira» uà eha il Fafa fai dart i Bemfit) ad nurum, « a. fu. a. dUa tba papa p«c. rat monaliter, fi vult rei Eeclefialticas confiimere in turpe* ufiu, vel dare Contàniuineii , ut eoa dìvttes prz aliit vel ut ipfi con&nuoc p*.* lOZ TRATTATO DELLE Io erodo che lenza una Cottile difputazione fi poITano risolvere tutti I dubbj occorrenti in quclU materia: e primieramente, per parlar a parte di quell’ entrate che per li teflamenti, o altre loro originarie iHi- tuzioni lòno dedicate, e ordinate a qualche opera pia, io credo che fieno cosi obbligate a quella, che lo appropriarle a sè, o ad altri ufi mondani, po0a efier chiamato liberamente ufurpazione di quel di al- tri : e Ce alcuno de'Bcncfiziati Ecclefiallici refia di efeguire le ifiituzio* ni delle quali ha cura, applicando a sè, o ad altri quell’entrare, non credo che pofTa Cotto pretelle " t ,• di non elTcr in pari grado ad a se quello eh’ è laCciato dal il quale non ingannerà sè Ilei altro canto il debito vuole, che chi è Cervito paghi la mercede all’o- pcraio, il quale polla fame quello che a lui piace : nè può efler dub- bio, che il Cantore, l' Organica, e altri uli che fervono la Chiefa» non fieno padroni della mercede che perciò hanno. Non è incovenien- tc dire che anche i Preti, c altri Chcrici, per li fcrvizj che preflano alla ChieCa, debbano avere la loro mercede, della quale fieno padroni: e quando un Benefizio e ifiiruito con un particolar obbligo di lervirc in determinata coCa alla ChieCa, come fono molti Canonicati, manfio- narie, ( 4 ) Prebende Teologali, e altri tali Benefiz; , non è inconve* niente dire che fia mercede di quell’ opera. Sono cos^ antichi i Benefiz), ch’è perduta la memoria della loro ifii* tuzione; e però non fi fa, Ce aveitero obbligo alcuno, ovvero no: ma anche l’uomo di coCcienza Car^ ben certificato, quando confiderei^ la quantità dell’ entrate, e il fcrvizio ch’egli prefta alla ChieCa; perchè, le quelli due fi bilanciano, può credere che il Benefizio fia un luo fa* J.irio; ma Ce l’entrate avanzano di molto, non potrà mai in sè ftcITo fingerfi cosi lemplice, che creda tante entrate cllergli fiate Ufc late per fame quello che vuole; c non Cappia clCer nccclfario che riftituzione portalfe Veco qoftlche obbligo; non elTcndo veriCimile che per lui lolo tanto folTe aflcgnaio. (è) La conirovcrfla tra ì Donori; ch’è difficile, dilputando in univerfale, da riColvcrc; è faciliflìma, e Cenza difficoltà, dilcendendo a particolari; c la coCcienza, a chi non l’ha per propria malizia foffogata, (i) fui panicolare rilolvc facilmente tutte le diffi- coltà ; (e) imperocché Dio non ha lafciato incertezza ad alcuno che voglia camminare fecondo i luoÌ conundamcnci. (d) ì di quaiiivogua icuia , o colia , ictiiam ogni elecutore di tefiamento che applica Tefiatore ad altri : e reputo che ogn uno, [fo. avrà per collante quella verità. Dall* LUI. (f ) Minfjonjnu», Ourfrit HtlU fus imttr- }t*t*u*m* it'nmn titiffimpin , difilli tft orti». * (onterraior acdium EccUfiiftkanim , te»pl^ inni , «c »lf«riuin . l«»n . & domeftì* tu» • mtnfinne . Hodi* in nmltii Etflcnis Mwnt. curitnquf pÉilmodi* , fi «luriuBi hsbene / OmJ* il r»fi*m$[liM m»ii» *1 . ) Iniqua, iùt il cHn In decima* nm in novo TdUuicRto , fi ultra hooorabilc fii* pcndiiun MiniArorum Dei, fuica lenun aEAaeflón uni depueirerur cam ditnno rotiiu populi. aifiae patri poupcnim ■ CMMwu/.a.a. «mr. M uff. »d ». (* ) Ck' > (!• tkt S. rirtmfft l* vrnra nr/rtMjmjfiun , ventoiem Dei in injulUiin detinent. X*». i> (e) Intcllcfiai ben» ocnnibui fi^ientibui eum. P/u/.tio. (d> Deui «nim iUit nuniieiUTÌc IUin.i. Dìgitized by Google MATER. BENEFIC. 105 LUI. Quanto a gli acquifti nuovi , ogni perfona prudente avrebbe penfa. io che foflero al fine, ovvero almeno che poco più, e aflai lentamen- te fi potelic acquiftare. I Cherici, i Monaci, e le Milizie non hanno più petfona che porti loro divozione: i Mendicanti, che gii hanno a- vuta facoltli di acquiftare, non poflbno fperare d'efeguirla dove non 1 ’ hanno potato fare fin ora; e dove hanno acquiftato, fe infieme non hanno perduta la divozione, poflbno fMrar ancora qualche aumento, ma molto leggiero : quegli altri, che fi fono fatti deludere dal privi- legio che il Concilio di Trento ha conceffo a tutti, dell’acquiftare , co- me 1 Cappuccini , coniérvano la buona opinione per caufa della loro povertà: laonde, fubito che mutaflèro in minima parte il loro iftituto, non acquifterebbeto ftabili, e perderebbero le limole. Adunque pare ebe non redi modo d’andar più innanzi. Chi vorrà iftimir Ordine con facoìtb di acquiftare, non avri credito: chi lo fari con vera mendicità, non può fperar acquifto, durante quella; nè 'credito, fe la muterà. Ma con tutto ciò non è mancato anche modo proprio, e fingolare al no- ftro fecolo, c non inferiore a tutti i paflàti; e quefto è fiato l'Iftitutp de’ Gefuiti, il quale, profeflando una miftura di poverrà, e di abbondan- za, colla poverrà acquUla il credito, e la divozione ; .,e ha 1 altra ma- no capace di pofledere, la quale riceve quello che la Compagnia acqui- fta. Hanno iftituite le Cafe Profefle (l) con proibizione di poter pof- federe ftabili; ma i Collegi con facoltà di acquiftare, e pofledere. (z) Dicono , e bene , che neflun governo femplice nel mondo è perfetto , ma che la miftura è utile ad ogni cofa: che lo flato di poverrà Evan- gelica pigliato da' Mendicanti ha quello mancamento, che npn fi pof-. fimo reggere con quello , fe non i giù incamminati il numero ' de quali non può effer grande : ma effi ne’ Collegi ricevono , e iftrui- icono la Gioventù , e la rendono atta , dopo 1’ acquifto delle virtù , a / vivere nella poverrà Vangelica ; pcrlochè U poverrà è bene lo (copo , e il fine loro effenziale , ma accidentalmente ricevono le pofleflloni : con tutto ciò è meglio fermare la credulitì fopra quello che Q ve. de in effetto, che iopra quanto lì predica in parole. Sino al pre- fente fcrivono elfi d’ aver Cafe Profefle zi. c Collegi zpj. dalla proporzione del qual numero ogn' uno potrb conchiudere , quello che ila loro effenziale , e accidentale . Certo è che gli acquifti fat- ti da loro fono grandilfimi, e che camminano ancora verfb l'aumen- to. ( 3 ) Siccome il temporale tutto’, che la Chiefa poflede , viene da limofi- ae, e obblazioni de’ Fedeli, cosi parimente la fàbbrica dell’antico San- • tuaiìo ( I ) NtlU fmali U Cm»- JUmit . ttm éiktv* uG*mtrMlL*ì»*t. (s) Ifmdt fim$i ÌmàM% f«t «MMfwr* wutti fmdmm. l'htM tgtrvm fw MttUtmtélmtntt , tSt* t. tJuU ùdiév» mkt» i Gtfmùi, * e*mt imt» Vt- mftrmtk'i /un ftn» «Mi jf«ri »m*ti » Vmnxi»t $ (tm ft (In il Urt I/Httut , , fi» autmfmtkiìt etti* MUMM . t f» MM itìU firn ftrti r»timù ìIh »U*ii il Ehi* 0 #M/« mI C*ritM»l Jì Git)^0j il yiM/r fMteitsv» il Ur» r 'utrm» um «M ttetfiv» frtmmrs mtir»m»* 1607. « (à eh* U b* fti ffirit* , « dtfitfni. mtMt di tkt fi \»»U I» mm G«v#pm , vt tute* fs tmief! , *d » etti imftrt» per etrt» editai di Stmto, eii* i Ireti, i twtuif » i ftfUi 104 TRATTATO DELLE tuario nel vecchio Tellainento fu fatta di UmoGne , e di obblazioni . All'ora quando fu offerto dal popolo quanto ballava, e tuttavia le ob- blazioni continuavano, i Ibpraflanti alla fabbrica ebbero ricorfo a Mosè, dicendo : il popolo porta troppo per raperà che il Signore ha comandato.- e Mosd fece un bando, che neffuno faccffe pià offerta al Santuario, perchè era flato offerta quanto ballava, e di piùtonde (d) fi vede che Iddio non vuole il fuperduo nel fuo Tempio; e fe nel Tellamenco vecchio , ch'era mondano, non volle tutto per li fuoi Mi- nillri, meno lo vuole nel nuovo. Ma dove hanno da terminare quelli acquilli’ Quando s'ha da dire tra noi; il popolo ha offerto più di quel- lo che balla è Alf ora che i Minillri del Tempio erano la 13. pane del popolo avevano la decima, e non era lecito di paffare 1 (r) adefe lo, che non fono la centefima, hanno forfè più della quarta pane. Non è conveniente che Taumento de' beni Eccfefiallici fia inlìiiito, e lìa ridotto tutto il Mopdo ad effere afiìttuaie. Le leggi umane tra'Crillia. ni non hanno determinata la quantità de'beni ad alcuna , perchè chi oggi acquilla, dimani aliena : £' molto Cngolare uno flato perpetuo di perfone che fempre polfono acquillare fenza mai poter alienare. ( i ) A'Leviti nel Vecchio Tellamento erano date le decime, perchè erano l'eredità di Dio; (d) e per ciò era proibito loro aver altra parte; (e) cofa, che conviene a chi vuol valerli de' privilegi loto, pigliandoli tut- ti , e non quel fo|o che conviene al proprio profitto, (a) LIV. I E' flato abbondantemente detto come fieno flati aoquillati i beni Ec- clefiallici/ a chi foffe commeffa là loro cura; e come foffero difpenfa- ti. Non fi è parlato niente di quello che £ faceffe, quando alla mor- te del Benefiziano fi ritrovano alcuni de' frutti non ancora difpoili, fe egli per tellamenco ne difponeva , 0 fe «è inttfttn pafiàvano in altre - - - ■ ... petto. $ 4vvitif(tn» vhs lUtntié/t , t BiW f rsmtM. (») Obt^tfnint meme prnffip*tffnu «qtte de- vota firimitÌA» Domino, ad facie^idum ofui ial>er. fàacuh ««ftimaiiit t ^ntcquel «id raltom netedi- tttim «rat «tri cun nialieribiif pr»buct/rMa M mifmrs eh* il Ckr* fm\ KtddCsni fui Traicaco della Politica di Trao» eia. id) Ariff , dir* Di* ad Arem , da hù tfuar ànttiàuumir, ét oblau iunt Dotruno .... Ooioia obiniio, & ehi, dk'e^li, m mtdtjumt f*mt U trntft r utm, • U tmm nZlirÀ. It>l. emmf.tm. fw.i. Dìgitized by Google io6 TRATTATO DELLE con fiJcnuQ , lènza che vi folTe alcun ordine , o legge che ci& con- cedcfTe ; ma fempic con qualche mormorio , cosi degli eredi del Pre- te morto , come anche delle altre perfone , per le lèvere eftorTioni che ^cevano i Collettori , e $otiocollettori , i quali mettevano in conio di fpo^tie eziandio gli ornamenti delle Cbiefe, c davano molta molellia a gli eredi, anche fopra i beni acquillati con induftria, oca- vati dal patrimonio; tentando di farli apparire come cavati da’ Bene- 6 zj; e io dubbio di qual qualità foflcro , fentenziando che appartenef- fero alla Camera; e travagliando chi loro fi o^oneva con Icomuni- che, e cenfure. In Francia l’ulb aveva introdotto che le fpoglie de’Vefcovi, e de- gli Abbati lì applicalTero al Papa : ma nell’ anno 1385. (*) Carlo VI. Iq proibì, ordinando che gli eredi fuccedcflèro, cosi in eflè , co- me ne’ beni patrimoniali > ( i J In molte Regioni fa l’ ufo introdot- to , e continuato lino a quello lècolo ; quando per 1 ’ eUorfìoni de’ Col- lettori crebbe cosi la querimonia di molti, che alcuni ebbero ardire di opporfi apertamente, e negate che le fpoglie de’ Chetici morti toc- caflèro alla Camera del Papa : Perlochi nel 1341. Paolo III. fu il ^rìmo che fopra quella maceria fece qpa Bolla, dicendo che al- cum curìoli , ( a ) per ufurparfi 1 ; ragioni della Camera Appollolica , e defraudarla , mettevano in dubbio fe i beni de’ Prelati , e di al- me perfone Ecclelìadiche , chiamati, Sfoglie, appartengano alla Ca- mera , per non eRèrvi alcuna Coflituzione Appollolica che glieli ap- plichi : febben dall’ aver mandati Collettori in diverli luoghi appari- fee chiaramente cOcro fiata mente della Sede Appollolica di rìfervar- li , e appropriarli alla fua Camera : per tanto dichiara , e ordina , e collituilce , che alla Camera Pontincia ( 3 ^ appartengano le 1 ^ glie é. Otltitt.. Ó.) OrJùisuétu > riftriis »IU iifiaf* fart. ). luI.farlun'.TH. ar. tdm fittifm tlU t /«»• fkMms , ft/'t i/h^riu fmtln «• Jl éU4 Jtll* iJltrSni, $ d*lf4 tfif^fertsàUì rW TMifutmtt. ^od iptcwnabik, & ir- rauopabilc exiftit, Ikci deiure.ufa, Accoofuetu- .dine, Ac rommunt obrervantia notorie obferritii. £piln>pÌ5 re^i noftri teftari iicest, Ae in IbU re- ftamentu ft^utore» ordinarv i qnt prediAi ex*- cutorv*> kìtrm ipforuen Epi- dujB (afiu ereniunt, per iudicei i Ac ntEriarioi noilroe cocBpelluBiur, A( cocnpelli con- l^aeruat. Et cam ita Est, zdiÉc» , le poJTclKo- nea didonim adiEcieoim Epiftopaliiun in Qain non dcloniu pennanebuat » onni ruins carvnen. Anatm. bboc> ^un Bpifeopum in recno noltro ab lufc migrare contingir , Cotleaaroi , sut ^bet^ledoret uumni Pontiiina tn provinciù, qui* bui iub&Qt hujnfiaodi Epiiropt , ipuiu fiimmt Pon- riiitie auAonute, bona moWia, tnmobtlit, «x ^ceiTu talium ^iftoponun relìAa, ctiain illaoii* j«r fuiot induQrum quaiìeraK • que aoipliiu ipfbnim EpiEopo un ncquecanfeanir , iéd ad (boa bereder, aiu comcn «aecutota rpcàaói, capiunt. .... Notum i|itur kcimut, Acc. ( a ) Km i ^rfi titt/» emrùfitm , *mmuU fi Lt « fart fM frntnpmi trttfivaf Carta di Sjms à* prattft tamta taft , rie fimsi- mtnta ì fimta tmtfisna dma»darU U /rrrU. X# imtrapTifa da* /«pi kmmffaffa ftfimui trimaipi « pmdar Taratj, r %U UanNor datti m fmndat la ptaaa , far liufiifitart l'armi . Cuoi a aonnuUir nimìum curìofìs, qui |u* *•- OmiiiM Apafiilw uiiarpara , ac Caineium pr«* fiuam illta detraudare vdleni, in dubiom reniga, tur, an rei. Ac bona, nur-ntpata. Prelato- rum, catcraronqoe perióoarum Erclefiadica’ucu , iècuIariiLm, Ac rcgularìum, Mmpore obhua iptò-, rum rananentia, ex to quod Rom. Pontifici , Ac Camere prsteu rciervaii fore, aliqoa gencraJi i^ftolica cooftituriooc fbrfin non caveatur, a4 Camcnin predi Aam jure Iwititno tMftare Aeper- linerc debétne. Noi, età wu evidcatcr conibrc Ac appareat , prsdetsBonun noftronim Romao, ponnneum , Ac nollram indubiaro intentionem Ac voljtuatem faaper fuifle, ut haidaKiiti aa diebun Camerarn CpeAnreocAc ^rrinereiK, Acquod prò eadem Camera eiigcrcntur , Ac mqperaikm cur, mai Pnrrdeeenbm pnciiii divcrCa difiortim fpolioruu, ut ad Csmerapt rpcAanrìum Ac perti- ncimuin, Coltedom, Ac Exa&orci in variu prò- vincili Ac loctt depataverint Ac rooiiituerinc , Ae noe depatavertmut Ac conlbnierinuis t ac (ftnper de tlUs diài PrndeceiTotei per picrai'que liter» , lantnam de rebua adCanMram pemneoribut, dc^ naoM, vel craoilgendodifMAieriu, Ac noe di^o* faerioiga.., . dubrua huiolinodi enucleare, ac ia pt« que qatlitat», de ejaamitam exiftentu, aciaqni* bufrii regionibui, de regnii , ae doenìniù , uni citta, quain oltra montei , de maria coadQeotia^ per quotTÙ Clericet, tam (ècatarei, qoatn tega, larei, dee. ex negonaiioae tlticita, aut aliai con* tra (icrot caooaei quomodoiibetacquifìta, ad eam* dem CaiDcram , de non aliot, etom 10 quiboC vis CathedraJibiu , etiam Metropolicanif, de Col* legiitit, ac aliii EetleGit, Monaftcriii, holpitali* boi, itvìIkì», dee. racceflbret fpeAare, ac fób no. mine rpeliorum veaire, ii!sqae oti ff^s ad Ca- meram pertinentia , perpetuo eolligi potuiffè, poC (tf oc debarc. tft vtm . 1560. iM. taf. mltim. o8 TRAT.DEL.MAT.BENEF do, e pagato quanto fi h convenuto, ogguno dice che del rimanente fia aflbluto, e lo poflà lecitamente tener come fuo, perchè il Papa è, come fi è detto , o padrone , o amminiflratore univeifale / e quello chiamano compo^ colla Camera Appoilolica : il che viene anche lle- fo molto ampiamente, ficchè quelli che o fanno in cofcienza, o dubi- ttno almeno di avere cofa che loro non appartenga, onon fanno a chi reftituirb, fanno la compofizione i 109 DE J U R E ASYLORUM LIBER SINGULARIS RETRI SARPI J. c. AUGERIUS FRIKELBURGIUS I- G. GERARDO MALDECHEMIO S. D. I NcidIt tiuper iti manus neas Itali cnjufiam traSatus De Jure Ajylorum , quo cuuSa qua hoc de re in memem w- nirt pojfum non perpenduntur , «Ir examinantur nodo ; fed & definiuntur ex legum prefcripto clara profe3o -, doSaque^ (y perfacili methodo . Oper^ me pretium faSurum exijlimavi , fi , utcunque pojfem , Latine facercm qua nagnus vir Italice confivi- pfit , tum ut ekgontijjimum opus ab iis etiom , qui Italico nefciunt, legi , dr intelligi pojjit ; tum etiam ut tu ipfi , mi Gerarde , tui- que fimiles, pietate aliquanto plus quam aMSit cogmfiere pi^ tis quid Itali-, nationum omnium religiofijfim -, hoc de re fentiant-, dum Ecclefiarum quidem immunitatem non filum tuentur., atque fartam teSam conjervant; fed au&am, &• ampl'ficatam quam ma- xime volunt . JuJUtian vero qua delilla pleSuntur , ó" publica quies-, eb* tranquillitas maxime fufinetur-, tantum abeft ut oppri- mani , ut etiam ubique adniniftrari , atque exerceri decernant . Quo egregio umperamento non Ecclefia minus , quam Forum , dy Tri- bunalia, fitum jus retinere ptffint . Vale. INSTI. Digitized by Google I IO INSTITUTUM O P E R I S, ET S U M M A. Criptorum in Jurifprudentia gregcs, atque adeo rem quamlibet facilem 8c cxpcdìtam obruunu & abfcondunt, ut per mihi mirum videri non poU iìt, fi EcdeGanim, quam vocanc, immunius,tot Poniificum dccrctis* ftatuiifquc legibus clara, Do- dorum adverfis opinionibus acqua fcntcntils mirum quantum di(ba£la, ac dilaniata, vix fpeciem re- terai fui; fitque fxpius in esula , ut intcr Eccle^ fiaUicos, dcLaicos Magiftratus, muli* & mago*, immo vero inexplicabiles coatcntìoncs oriamur. Quam ob rem frequen- ter in mcntem venit quam re£le, & ex ufu publico faccret is qui rem tanti ponderis ac momenti , dilputationibus qu« vcritatem bue Uluc trahcrc lolcnc omiflìs, fine fpe, Scambitionc, gravitcr, & accurate tra- ftarct. Sed quo niagis id optabam- fieri, eo quoque impenfius a fcriptione abhorrebac animus. Modo vero, cum mas accepi licteras , Prsful fan- {lUIime, quibus me diu repugnantem, & inviium ad fcribendum hac de re lumma qua poUes au^orliate compellis potius, quam invitas, & aU lids; tuo quidem imperio, prout maxime dccet, obtempcrarc decrevi; fcd brevi, ccrtaque methodo, ut 1. Quid leges Principum, Quid EcclcfislHo» iuca. Aatuant primo videamus: 3. Rationes deinde, e quibus tot Scriptorum opiniones incer fe re- pugnames originem traxerunt , afieramus in medium ; ut de- roum 3. Quid in judiciis, 5 c praxi oiimìno Hatuendum fic a quolibet cognofei polTic; nec valeant in pofterum nonnulli e dupon- dio Turifconfulti, aut verius, numeris omnibus abloluti aHentatores, tam preclare imponere, & fucum facere judicantibus» CAP. r. De Princl^ ìegìbas^ EcdeJiaJÌkif(jue eonJlU iutìonihus, T Otis quingentis annis poti Chriilum Jefum natum, nujlus cft Ec- clefialticus Canon qui de hac iromunitate decemat. Imperatorumi tantummodo legibus Gatuitur; quarum fex a JulUniano in Juris Civilis corpus rciat* mnt. Harum primam Arcadius & Honorius, Augufti , anno poli Chriftum natura CCGXCVII. ftatucninc, qui reatu de Ut , qui ad Eccitf. Digiti-etì by Google A S y L O R U M. Ili no» diqm), vel ieihù fotigéti , fimdant fe CImJHau legi vtHt no- jMgi, M, ai Ecclefua (mfiàgientn, evitate fojftnt crimma ^vel paniera ie- bitanm, aneti debire; nec ante fafcipi, quam ieiita varuttfa reiiiieritit^ vel fnerint, innecentia iemoaftrata, purgati. Poli hanc iMem idem Honorius cum Theodofio anno CDXIV. gene- ratiin fanxiCy Netnini licere ai facrefaaSas Ecciejias confugientas abin. cere , ea condjtìone ^ ut ^ Ji quifquam cantra barn legem venire tentajfet ^ fchet fe Majtjiatis ctirnine effe retinenium. At anno CDXXXII. Tbeodofius ipfe una cum Vaientiniano leg«m tuUt, ut ( A ) fermi, fi in Ecclefiatn , altariave armatut trruarit, exinia prMinns abfirabatur , vel caniinuo Damine iniicetur, eUtmque max abflraien. ài capia nan negetnr ; imrao vero, fi armerunt fiducia refifienii anhuum canceperit, abripienJi, extraeniique quibut ii parafi efficert viribut, atqua pugnanda impune accidendi, Eadem lege Domino fàcultatem facic. Mar- lianus vero Imperator anno COLI, edita tege, {c) feditianet amnes , canctamarianei , tumultum, & impetum in facrafanSii Ecclefiit, & aliisve- nerabitibus lacis, in quibut vara campetit celebrati , omnino vetuii ; ultmù fupplicii poena propoliu. Et anno CDLXVI. Leo Imperator (d) lege decrevit per amnia laca valitura, excepta urbe Regia, in qua degem ipfe, quatiet ufiu exigeret , preUntanea eanftituta prafiaret ; nullas penitut de facrafandis Ecclefiit ex- pelli, aut trabi, vel,panabi canfigat, nec pra bis Epifcapas exigi qua ab ipfis debeantur- iis, qui bec maìiri at^s juerint, capitali, & ultimi fuppli- cii animadverjtane pleStendis : fed , ipju Jervata lacis reverentia , vadati paf- fint^ r^uga , (5* Judicum, quibut fuojacent , feneentiit maneri, atque earum arbitria, fiate per fe, five infiruRa felemniter pracuratare, in ejus judicis , cujus pulfatur fententiit, examine refpandere ■. Multis conftitutis tuiflioni- bus, ut credilores folvi pofTint a debitoribus ad Ecclefiam confugicnci* bus : Servar autem, 0* Calanas, ftmiliaret, five libertas, 0* alias amtefii- cat perfanes , vel canditiani fubditas, fi ad faerafanSa fe laca contulerint , uhi remijfiane, venia , & ftcramenti interventiane fecuri fine, ad lacum fia- tumque praprium reverri aebere. ^ Juftinianus deniijue ipfe anno DXXXVI. vcluti non minus jullam & reélam, quam ufu receptam, fanaionem refert, & conftituit; (e) Ne- qua, bamicidis , ncque adulteris , ncque Virginum raptaribus delmquentibui terminaram caueelam cufiadiendam; imma extrabandas, & fupplicium tis in. ferendumt Cum templarum cautela, nan nacentibus, fed detur 4 lege'. ir nata fa pajfibile , utrumque neri cautela facrmum lacarum & 1^- tem, & lafum. Fiuta fune notabilia, qua: ex hifee legibus manifefte conlUnt.' L Ecclefiallicos Prsefules iis tempo^fana ne cogitaffe quidem ad ofii- cium iuum pertinere ut leges, aut conllitutioaes conderent de Eccle. Carum immunitate; immo vero, cum certo Isiceot Principis eflè id (la- tore, ab eo leges accepilTe. Huc accedit quod aiuto CCX^XCIX. Con- cilium, ut vocant, generate Africanum mifit &ugonium , i(. Viocen- ^m, Epifeopos, ad Honoriust Csdàsem, qui i^^liciter petetent ut m qui ad Ecclelias AIricanas confiigecent , licer deli^ pcrpettaOént ab iis non extraberentur. IL De ( a ) Sai. I. rUclH . { b ) Ead. t. Si fcrvut . (c) Eoi. I. Dauaàamai . (.a) Ead. LVrt^l . ( e ) .aut/x Ite nuui frinc. tal/, , Digitizod by Google I IX DE J U R E II. De hac Ecclefìarum immunitatc ne vcrbum quidem faflum fuif- fC) non modo dum Romani Imperatorcs Idolorum culrores fuerunt; fed ctiam centum annos poflquam fibi Chriftianam religionem ìnduerunc , nuUam omnino ejufdem immunitatis mentionem effe fa6lam; cum nul- la hac de re lex repcriatur ConlUntini, aut alionim Imperatorum , ufque ad Arcadmm. Hujus autem rei ccrtilTima caufTa haud longe quz- renda eli. Etcnim, fi Chrifli fideles ea temperare, prouc omnibus con- fpicuum ed) nulla ratione in Ecclefiis admictebant eos qui cujulvis ge- neris deli ab Ecclejie 'Atriit, vel Pomo Epifcopi reos abfirahcre omnmo non liceat; JeUna al- teri coa/lgnare, nifi, ad Evangelia datis facramentis, de morte, p- tlcvili- tate, O- Omni panaram genere fint fecari: ita tamcn »f ri, coi «*/ f"* niinlfttS fiterit, da fatitfaHione conveniat : Servas etiim qai ad Ecriejiam confugerit prò qualibet culpa, fi a B m im. odtnifia colpa facramentim Mcepertt,fiatim ad fervitiam Domini fai rcdirt cogatae. ' Hifce in Conftituiionibus mulu funt animadverCone dignillima." Primo non effe in iuris Canonici corpus redaflas , temporis habita ratinw VTearum primam effe llerdcnfis Concil.i, Anno DVII. ouam Hifpaniz a Romano Imperio le fubtraxerant : qw faaum eft ut Episcopi il, qui certo fciebant quantum lua fe extenderet auilorius , EccleCallicis tantum viris imperarent; citeris non iiem; ut ex iploitiet Canone clariflimum, & cuique obvium eft. (g) Sed cenwm an- nis ut Laicos etiam includerent, Reges rogarunt, ut ad EcclefiM con- fuEientes, ob lacrt loci revercntiam. Regi* lolum committerentur : tandemque anno DCLXXM. in ea Conftitutione qu« decima eff ex iis qu* fupta adduil* fuetunt, omnibus commune dwre- tum fanxemnt; fcd Regis coiffenlu ^hibito : qu^ in tpt Conulu li- bris particularitet expreffum eft hu ipfit verbtsr Confenttcnie glortofijfi. no Domino Nofiro Eringio Rege, hoc fanaam Ceuciliam defintwt ;^ce( (1.) yr.Eod. Co mctuentei . ( b ) ^//. Eoi C- ifxar. ( c ) W/A C. miUui . (d) JX. £-iit,C.fi (e^X.Sod.CoiÌefir.m]to ({) Xo'o £od. Co ccrfiitmmuf o (g) meeo6.caf.tio Dìgitizediby Google — - *r A S Y L O R U M. 115 in corporc Concilionim fcriptum fit folummodo, DcJfjiww C»»- «//e ut, fcilicet, reo avulfo ab Ecclefia, fit Ulico qui eum dirà devotus, & Chrirti-fidclium commumone privatus. Sed lunt O- Mnes. ut vocant, ferendo /e«eW; ut, poftquam reus exiraaus fiie- At (ùbeat Prxlatus monete; & nifi fuerit reftitutus, aut ,ufta det.nen- di caufa aliata, lune demum polfit ad cnemnmnicatmm fententiam le- rendam accedere. . ,, . i- Quatto confiderandum eft, Epiftolam Auguftmi nomine aUatam, ep.l- dero cene non effe; ficut etiam 15. alix qux Sanai Ulius nomine fe- runtnr ad Bonifacium Comitem conlctiptx, «c Bonifacii ad Auguftmum , eujulvis potius, quam eorum, effe poflunt. Id vero cum ipfa rauo latis fuperque demonfttat; tum multo magis verbo illa, SpeH.»f- il & Magnifici, honoris caufa Corniti tributa, abepis tempeftatis con- fuetudine ionge remota, n« ab ipfomet Auguftmo uni^uam adhibita iis in literis quas ad eumdem Comitem ipfe Mrfctipfit ; m quibus etum quammaxima Divus ille vir agit cum modeftia, non autem fuperbe, & arroganter, atque imperiofe, prout Sycophanta, quifquis ille, fcribere voluti . Quod vero multo magis earura falfitatem yel coeco demon- ftrat, Bonifacius Comes nunquam Hipponam incoiali Divi Augiiftini V«*>» Ji- ^ (a)lii.i.tjifl.S. Digilized by Google 1 j'i6 DE J U R E civitaiem; ut fieri omnino nor luti fucfiiJi;, tìullibct eorum , prout fibi, atquc fcgionibiis fuis condu- ccrc vìtuin Canones confijtuit. Cum iiaquc varias rcgion« diverfas ctiaui Icgcs itquirercot, prout homìncs plus, minufve ad dclffla pro- penfì crant,^ uftufquifque proprias leger ad regionis lux nores adapta- vit. Hi vero Canones omnesante annum a Crìilo nato MCC> promuU. gati funf;^ deinceps vero Romanorum Pontificuin Decretales, quas vo- cant, rc. uregorim autem, ejufdem norninis {b) Nonus, Pontifex, declaravìt Ecclejia y in qua divina myjìeria celebrantuTy licet adéuc non extiterit con^ ftcra/My nullo jure priviiegium immxnhatis adhnii ' Idcmque addiditf cum nonnulliy tmpunitatem fuerum exceffman per de- Eccle/U obtinerè f perente^ y bomtcidiay tT mutilationet menu Trm-m fpjU Etcfejih y vai amum atme^eriìs. coipmiteere non veremtm f quey njji fer Ecclcjìamy ad quam refugfunty crederent fe defendi y^ nutìtu tenui fuerent commiffu/fy rales non debere gaudere privilegio quo faehuie fe indfgnos» ^ \ Hifce' Joannes, 'ejus norninis XXII., Pontifex Romanus, adjunxit etiam, (d) Hereticos fefe Ecclejiis tueri non poffe, . Nec alic in medium afierri poflunc ieges quibus Ecclefiarum kÉmu* nitas inniratur. Hz vero omnes adco clarz lunt, adcoque faciles, ut., fi in judiciis, aique Eraxi fincere, & prout verba exprimunt, adhibe* / ^enfur,^^' nihii oranino difficulratis fupereircr. At cum Jurikonfultorum òpinionU)US, & interpretationibus ad diverfa protrahantur, de his etiam, capOrque unde tot Scriptonim fententiz originem duxere , fingillatiiii diccndum eli. CAP. hnmmìtatm . ( d) Exnavag. DigitiztxJ by Googic A S Y L O R U M. 117 C A P. li. De variis Scripeertm epiniomika órca Eniefimm • * mmunitafem^ Ó" tanm caujk, . . T Anta profeto eft fententiamm vxrietas intet Jurìrperitos qui de Ecclefìarum immunitate hai^cnus fcriprenuit, iildemque Ugìbus innituntur, ut line dubio lAirmarì poHlt nullam omnino hac de re quz(tk>ncm proponi, aut Cafum accidere, in quibus in utramque par- tem res terminari non valeat , atque adeo Doélorem aliquem tefiem , & aufìorem laudare. Ex iis tamen non pauci funt qui non modo fx- cufationem promereri, fed commiferationera etiam tommovere debent/ librifque vulgatis, non Auftoribus, nota quzlibct inurcnda . Etenim fi- cuti 'in rebus aHis quz Ecdefiafticam , aut fccuiarcm juriididionem at- tingunt, fic etiam in hac ipla, nov^ims imprefliones cum antiquis non convenHint* led quscnnque Principum jus, & audoriutera {M'onxv verent, ablata fuerunt; & fzpius negativa particula, ut Grammatici lo^ qnuntur, addita, ve! delcta, mifcellos libros, vd invitos, & centra Seri- ptoris mentetn, prò ConTflem arbitrio loqui cocgcrunt . Id vero non modo ex librorum ipforum variis impreflxonibus invicem collarìs mani- fcfto deprehenditur; fed W/cifair folummodo £x/>argarorw infpedis, qui- bus facile fingala quz immutau funt uno afpedu v:deri po^funt. Qiia- te, ut in re tam dubia rc£lam, tutamque viam amplefli iiceac, Ila- tuendum eft ante omnia, quafnam rcjicere dcbeamus,,quarve icqui Do- dorum interpretationes, Id vero fàcillime cognoTci poteri^ , li vcratn illam, 3c germaham caufam, ex qua opinionucn varietas exona c(^, a- nimadvcrtcrimos. Hac vero eft, quia noluerunt Doélorcs intra iegum ipfarum, 3t canonum verba luas opiniones , & dida contincre; immo vero amplifìcationibus, 8n exceptianibus, quas fslkHtiat dicunt, eas ada- ptarunr, prom aquitati convenire exiftimaverunt. Qua de caufa in nuU lam debent reppehenlioném incurrere.* omnes enim nihil anciquius habue- runt, qu.im ut communem iUam, aique difpatatìonibus cundis necefta- riam, Reguiam jurk fervatene, qua ftatuitur.* fi juris ipfm difpofitio be- ne finum alferius^ prsmiumve refpiaat, fififue favorMis^ l^um verba y lì. cet prejfa , atque Jìr 't^a , ampl'tjìejntda , atqut entcndenda ejje } fi vero ptz- naruTrty atque rìaerU rationem babet y fitque invidio fa y quam odio/am appef hm y voces eafdcm quanhìis latmty Ò" uberius loquanfuty prejfe ta- mtn y firi^imquey quatet^us jus patituty expiicattdas effe». • Qj 2 certe regala nanira maxime conlona. coovenienfque apparet.Et enim, ficut rerum hitmanarum fapientes coofìderant,, adiones omnes flint fìngulares; nec ulla ratione fieri poteft ut due qualibet ex parte fine inter fe fimilcs, atque omnino pares.* quo fit ut fingufis propria indiecant regola: lex vero, quz mi segula quxdam univerfalis omoino conftituenda eft, necelario ob id ipfutn, quod untverialis eft» manca quodainmodo fint, & imperfeda, aut comprehendens quas excipere, auc CTcipiens quz comprehendere deberec . Qnamobrem neceflàrìa omnino videcur benigna quzdam interpreutb, quz legem.dirigat, & ad zqui. tatem reducar. Hinc vero prolìcifciiv ut, fi zquius amplior. videtur , quam legis verba, hzc debeanc amplificari quamum «quicas ipTa po- ftulat. Digitizad by Google Ii8 D E y>U R E Enlat. Ae fi lex eadem verbis extra «quluris fines, 8c limites egredia» tur, aequunt maxime eA ut interprecationibus intra eos coerceatur: Ut n lege lata pana impofita fueric iis qui Dei optimi maxiroi nomea yanfiiflìmum maledif^is, probrifque prolcindant, cum res ìpfa de qua decernitur, pietas, fcilicec, in Deum, maxime favorabilis exìAat; juAa intcrpretatione a nomen etiam facratiiTima! Virginis, epis matris, at« que SanBorum omnium extendicur» Quod fi lex altera excipiat , qui motu quodam animi violento percitus, atque ira prsceps furens, ver* ba promleric igoominiolà in^eum ipfum; hoc invidiolum eA, nec de quavis ira intelligendum/ fed juAa interprctafione ad eam tantummodo rcdigendura qua celeri, atque inevitabili impetu fenur , mentifque & ratiunis uium ita impcdit, ut quid homo Abi velit, quidve dicat» aut fadat, omnino nefcire poRit« Quod vero IpeBat ad EccleAarum immunitatem, NonnulIi,cum ani* madverterent eam non alia ratione conAitutam effe, quam ob revereiv riam in locum Deo facrum, & ex co ad ipfius Dei maximi honorem, & cultum pertinere; bu)us przcipue rationem babueruni; idque veluii zquitatis regulam lìatuentes, cui legum verba adaptari debeani , este- ra cunBa fulque, deque daxerunt. Cumque nullus omnino reperiri pof- fic honor quo multo major Deo tribui non debcai, interpretati lunt eamdem pariter rcvcrentiam tribuendam efle non folum Deo l'acris lo- ck,*fed omnibus etiam qus iis adhsreant; iifque cunBif habendam ef- te quantam maximam animus capere poieA, vel jultiùa ipla Aias fibi res habete juAa; atque, ut ajimt , quibulcumque pravorum hominum oppreflionibas tokraiis, ut iramunitatts honos iis omnibus tocis religio- le concedatur qus Ecclefiarum fpecicm aliquam quomodolibet referre poHìnc. Hifce vero, quafi fundamemis, pofìtis, leges , & Canones omnes de Ecclefiis decememes, ad ea cunBa protulemnt qus Coemccefia, Mo- naAeria, Oratoria, Sacella, Holpitalia vocam, feu quovis alio nomine cenfeamur, ea in quibus pictatis opus gliquod peragi videatur« Ubi ve- ro leges i|^x, le Canones Ecclefiis immuniiatcm concdTerunc iis tan- tum in rebus qus vel comimfenMìoaem movere, ve! ^Aa defendi ex- culatione poAint; idque honeAis, ac tolerabilibus conditionibus ; Urdem amplìAcarc, atque dilatare rem totam ita voluerunt, ut cnormia quae. que, & graviffima facinora comprehenderent / quod A, ragione coaBi , aliquid exccperini, jnlHiis tamen, atque judicibus ipAs eas impoluerunc condiriones, ut, iis obiervatis , Aeri nuaquam omnino poAìc ut debi- fum juAitia Anem obtinere, vixque nomen Atum, aut ne vix quidem rctincre poAit : quodque caput eA , non modo perpetrata facinora , at* que 4Bi^, EeeltAaruffl immunitate inulta, impunitaque remanerenr ; Icd novis etiam, iifdemque enormibus criminibus aditus tuiìAimus ape» ritur; ut qui jam oommiAlTcnt, fecuri in utramvis aurem dormire £a» Cile podent; 3t qui admitterc vellent, facilitate aìleBi, & lecurirace in» vitati, nihil prorlus tutum, aut a crimine vacuum relinquerent, Id enini imcr estera DoBores aflìrmarc auA funt, Principes ncque fententia da» fonare, ncque habere ^tisAionem poAecontra eos qui ad EcclcAam con» fugeruAt, ncque dum tnibi pcrmaneanc, nec poAquam ab ca difeefle» hot / quodque rifum nagis, 8c Aomachum moveat, flatoerunt Ecclc» fiam i^m teneri ad alimenta feeleAis homimbus prcAanda, dum ad eam cònfagientes ibi reAdent. Digitized by Google A S Y L O R U M. 119 Alii Do£lores contri ei^inurunt iuflitum , atque deIi£lonitn pce> lum , publicarque tnnquulitatis confcrvationem magis cITc Dea maxi- ma graiam , quam EccIcGarum immunitatem : idque velati zquitatis fundamentum inrpicientes , legum verbis, ut iplà rem quamquc nount, aeceptù, non petmittunt ut leges, & canone: ad alia loca pcrtrahan- tur przter ea quorum rigillatim mentio fa^ fuerity EcclePus, fcilicet, ipfas , quz reapfe , non autem nomine tantum , Ecclefiz funt . His enim temporibus tanta eli ubique locorum frequentia quz piotati alicui mancipata vìdentur , ut , C omnia comprehenderentur , jam quzcumque incolimus Ecclefiallicz immuniutis privilegio donau ef- lent. Et quoniam gravium deli£lorum exceptio , in quibus nulb conceditur imminitas , fpectare jullitiam videtur quam zquitatis regulam llatue- nint , exceptiones illas aut ufdcm rationibus, aut etiam firmioribus , k validioribus ad alia facinorum genera extenderunt quz a legibus , Se canonibus minime nominantur: idque tam ampie, ut nihil immunitas meri polGt, nifi ea quz mifcricordiam merentur , prout etiam anti- quorum fuilTe videtur fitntentia. FaSlum eli etiam ut Doflores aliqui , cum, velati juris. Se zquitatis regulam, modo hanc, modo illam ex iis quz diximus fumpfilTent , varie loquuti fint , atque a femetipfis non femel del'civerint; alii vero, nelcientes cuinam precipue ex iiliem re- giilis adhzreicere debeant, adeo confule. Se obicure pcrfcrlprcrini, ut nihil omnino ex eorum fcriptis elici poflit ; alii vero do^rinam fibi- met repugnanicm habere viC fuerint, ex eo quod ii qui eorum libros, prout ipfis conducere vifum eli, interpolarunr, non mutaverint omnia : quamobrem alibi Cncerz, atque germanz Scriptorum opùiionis vcftigia permanent ; alibi vero eorum verba , Se fenientiz dumtaxat apparent qui Auflomm mentem detorquere prave voluerunt ; ut Dollores fz- pius fibimetipfis contrarii. Se inconflantes, atqde volubilcs aliorum cul- pa exillimentur. Igitur qui velie ex Do£lorum leflione fruSlum colligere, facileque ftatuere quid ipfe judicare debeat , atque adeo in praxi executioni mandare, nccefie eli ut ante omnia certo fcìat quznam ex iis duabus regulis norma effe debeat , qua opinione: examinare , Se afliones inlli- mere, ac dirigere valeat. Id vero cum tanti ponderi:, atque momen- ti exillat , quanti unulijuifque facillime cognolcere pote|l, operz prcr tium eli ut exafle de ipfo trailemus. C A P. III. ^asnam tqmtatis norma in juJicìù, tf prJxi /equendn J!t, XTOmines cunflos ad honorem. Se gloriam Dei Optimi Maximi non orane: modo, fed etiam languinem , Se vium profundere de- bere, adeo notum, naturzquc legibus in omnium animi: infcriptum eli, ut nihil magis; nobis autem Chrillifidelibus ipb quoque fide, ac Religione certiflìmum; ficuti paritcr clarum eli nobii , ac minime ani- bigmim , duo effe honorum genera quz Deo tribuuntur : Alterum eadem ipfii ratione aibuitur quam Deus ipfe nobis conllituit , quam- qu« a Digitized by Google I^o DE J U R E que a nobis fé cxìgere dedaravit : Airerum ^vero ea forma qua nos Ipfi honorem habendum exiftimamus. Scatuit igitur facrofanéla Ecclefìa linumquemque utrifque teneri ; fed primis , Àvinis , fcUicec , praxe* ptis, multo magis : quod fi aliquando evenirec, prout rerum humana> rum conditi© fcrt, ut non poflemus utraque fimul integre praeftare, iis exa6le parere dcbemus quae Deus manda vit, omiiTis iis quz pendent a nofira voiuntate, fi impedimento fint quominus divina prxcepta exe* qui poflìmus . Cum enim divinura przceptum foret Mofaica lege fìr* matum, Parentibus opem ferendam; cumque ex hominum pietate fpon* te induAum fuiflet , Tempio maxima dona elargiri y Chrifius jefus y Deus nofler, reprehcndit acerrime Fharifxos qui tempio munera olfer- re, quam Genitoribus auxilium ferre, atque fubvenire, impenfius lau* dabant : eamque divino ilio, atque fanétilTimo ore caufam adduxit, quod, fcilicet, hoc divinum, illud vero humanum przceptum elTet ; luofque docuit fideles nulla efic ratione laudanda munera quz tempio tribuuntur , fi impedimento fint quominus Parentibus auxiliari pofiì* mus , prout Deus ipfe przcepit . Id vero ad ea quz nunc agimus mirum in modum conducere, atque accommodari pofle manifefio con- fiat. Exploratum fiquidem efi jufiitiam diferte, atque exprefie a Deo przcipi , eaque Deum fummum honorem fibi haberi declarafle: quz fi jufiitia defit , Principibus ipfis , ob id , atque Regibus regna , & imperia auferenda, atque in alios transferenda docce : cujus doflrinz innumeros polTem facrarum litterarum locos tefies laudare. Cercum pa- riter efi Ecclefiarum immunitatem ob innocentium fecuritatem , & eo- rum qui jufiam aliquam erroris excufationem afierre poflent , infiìtu- tam fuiiTe Principum legibus , & Ecclefiafiicis confiitutionibus fanci- tam, ob reverentiam qua profequi decet locum illum Deo lacnim ', non ut Ecclefiz ex orarionis domihusy fcclerum omnium rcceptacula , & Utronum fpclunca fierent. Ex his omnibus confequens efi necefla- rio ut jufiitiz habenda ratio, eaque veluti norma, & regula fpeflan- da fit, qua legum omnium de Écclefiafiica immunitate fententiz, & verba tanquam tratii»» ponderanda fint; legefque omnes, & conftitu- tiones ita interpretentur, ut nulla ratìone Jufiitiz obdTc, aut impe* dimento quomodolibec effe pofiint. Quoniam jufiitia, ut diximus, ho* nor efi in Deum , ab ipfo Deo nobis przcepius , & procul dubio fem- per optimus ; Ecclefiarum vero immunitas honor efi quem homines Iponte, ac fine ulla divina przeeptione , Deo tribuunt ; quique, nifi, prout maxime decet adhibeacur, Ecclefiam ipfam non honore , (ed ignominia quam maxima afficit , la$ronumfuc fpcìuncam reddit , & fee* leftorum homimim infiune Alylum . Hzc vero cun£U clarius often- dit quod ait jeremias Propheta, dum populura reprehcndit, qui ex- ternis hifee revcrentiz fignificatìonibus erga Dei templum plus zqu« fidebat ; eumque monet , ne hac fiducia niteretur , fed in Deo fpem poneret , qui in genus hominum quodlibec jufiitiam exercc- •rct . Quam ob rem rationi maxime confentaneum , tutum, atque optimis innixum fundamentis efi eorum confilium, atque fentenria, qui lacro* rum Jocorum immunitatem tuentur quidem , fed intra ccrtos limi- tes, ne jufiitia pereat, adeo necefiaria ad publicam tranquillitatem con* fervandam , tolleifdafque injurìas , & dethmenu quz prìvatis infih ntntur. Digitized by Google A S ¥ OOIR .17 M. i«« ninnr. X( in quotilxt -«vtiini jiMcrk fanc ««i» fivi,* &ChrttùuHM j» dex, fr ccntrarias jaiit-^nfaliorani a^ioiM* 'àri^crit, M la frót iacMadnm ftaiiien quod Eccldlanim ihioMninwlavnt, n tanna ntio- ne, B« jaftiiiam ap[irimn. • • J Quilitiet auKcn, t]u( aenm actem inwpdeK t ^ la arit, dare cogndcet hanc éfle rationem qua cunda tolii poICnt oftenfiones , 8c mala qtn » riginem craxeruM aa ipia vilrittaia aon opniònant’ laaxn, gnem pri> vatarum rationum . ut qaivis bcitios po8w ' palpicene y aiTeram quid hac in Te Jtirta..€oiaài(i ftatubadan cenloerinc, qaodqua kì opii- niz juTta, atque neceflanlB titilioncm ‘atiqaan »/hrte pofiìa* Ubi^veia ciitiÀi in eamden opiaionem non cdavemcac, AuAarum noauaav qoi lentcntiam ^uioMni’ paobaverìnt « adfcnbam ; 'ta i am qae tantaamuàia rocncìanem. t'aciam qui jhxioria, Bc cclebriarir fait aMoina, fc exiAV marionù : Seplua ' SpH'capuan Covaiùviaai M(le«a kiidaba, nim quia Pnrfbl Hil'pahua eft, qui ThdencàtatCaacilio i an a ^ ; tuia eAam- quia dodrina, probiure, 8i pietaK minime datus ab omnibua, fi ctadpi- cuut habctur : Sapinc Prolpemm Faaaaciiaai, qili diu Rena *nit , Ad- voeatus prima, max Audiioris /.untai m aaiw , ft'Fifoi deniquc PatnHit», etiam iiib hoc ipfo Patito V. Pontifiet. Ad atam-wero cairanaiB It- bri, Bt Do/h Viri Traufetlpini tnlciìt, loca ad n a t a hr i, ur, fiqaia oGÓn- liliariis tuis, 6c Jurii-CatiUiltis inWe^A^are cupiat, Àcilidi cua/Va &i». venire, Se imdtigere pqffit. -Otania autem hac dilqailìtio facilliiaa ad cria capita ledigi potorie : m , . Primum ; Qnzmun fiat ea (acni lata qua ad fr aonfugiema Meati- tur . . • j Seenndum': Qinenaai pcf(ó«aMai toaditia, tt qaodnaoi deliéKi gc- nus loco facro pr»tegi,^aut ma paoxegi pOSit. ' ,■ .1 Teraium ; Quanaan ratioae a (acria locis eatrahi dafaeaat ii qui eiliiA tagi idvctios jullitiam non poflìiat,.. ,'u . ■ ^.i t . • . . ' , ■ . /■ _■ ■ ■ ■ , .r .. Ul CAP. IV. • .1 I - . . ^ . .1 { ftet* Ik 4 td'fi amfiipmm ntmuwr. ’ • . - ~-comprehendi; Ecclcfiamj- fcilieótiQmdEcdefix adhkrent, leu folum fuarit adificiia omnibus vacuum, Mi domibus tedhtm; ^ Xlwpaf- iiium Ipatibm, fi Ecdeha MetropoliiaBa fiicrit ; XXX. vero, fi co tinllo iiifignita Mn fit; Et Epifeopi domum. Nfee alind eli de quo raen-tio iis in legibut, A Canonibtts ftfia fit. * Ecclefix nomine Haiuunt unanimea Dodores omnes Oranriu non cora- prehendi ^ quanv^m in où aliquando rct (aera fiat ; aut ea qnc in privatomm doatibos, & in GoU^iìs hicorum , quas vulgo confntcnii- tates vocant, zdilicantur, quafque domini diruere, atque mutare prò votnntatii arÙtrio fàcile pofTunt. Ncque omini debet , immo attenta cura animadverti, quod EpiTcopus Covaruvias hac de re diflerit, (a) Hifce, videlicet, temporibus occurrendum maxime effe eorum temcriuti qui, Ecdefiarum immunitate confili, quodeunqua ddiflum perpetrare Tom» il. Q audent. • (3) fovaiwiar /. i. var. r. io. by CiOOgk' i I1LA .D ;r joU' H ?E/ WI(Ì 4 M« coin «M! wwtowi» M W f w i h B i itnaiftmum Buciwriaia itcrMMacMi lubcnt. Ubi umen Prxiutcs hac juiU modowioM "ooii Ec ci«(ì«r«M iMfnin* «Mtemir ^«uKuii^e ùim «erto, ac pxe|x:f«w divino «litui dÌMMC-A nen lintiv n . uiPt dM sui «dbatet Eukfia Xt> (tu XXXi pi£>un fp*tio« ajuUnn àmaanitatrm Ecairrisàii 91M1. (dnt Mua Ctviiaiia, vd^Catorun-moe- Olia., iwuil convwirai^actifiiciaa Has enin 4 c.ie-.Ca«on ex- frede-ftamia, D a ft a r ar oanianitcMH nec .atla pottft ho- mi /èaUaatio; iauMi aero noa daiuiu i)ui id oiaat cuoi Urboi oouii- m Mteoi» CIMI diaMK.eàtl«Mdi^jus ni sudtiiani ulu obtiiuUfe, ^ dine amlucBidinv, ik^u» fuac, danagaiuiD dk. Cauta me, cur nei- MiiaierconclitdaM'dnMM ipMMn iUiid niiUana. pradua habere immiui- Miam^ilicH al>rMaM«aM iaafoa- aautem , cum «lio Canone Muntimi il qui tacMÀ hao paecat, eum laatj’-cujaajibeci laca immu- focaia dafopfore ie J«nd pafla,-ridM|. & XI^ fadaun tpatuM focnin afot, ifov-iàciatn aliqnad in co ^mpetrarant, éideai ouliifei, ab Eccla- Earna». {requantiaoi, Jcl» imaH«MaiaMcn pi^r. Sad ^ ea «un- qiie fuerit canfa , parvi rrfert , cune illud cxpfomuini omniao fic in Cdfoan'ihaif & Calw buUmh anpina hujniceMÉdi. ffatiii immuoitaKin concedi, i-Htac- etiaai cafoUftiur, qwid Manfoi)iiiir aadde» , An.-fohcat li- florej polTmt cura qui ad Ba:OViPtm, dura de Ecclefiarara traaiiiniuie apiau-, foe àia ^c||À« tfoinm tvmo cft qux extra Civicirà, & Caltronn* m#. ma poCuit inHOUilitatcìii _adj^ pafUmm ipatium portiguiit^ . Quod qfro atcinet.ad.E^ra^i im>m, non canveniust iatfrtiDo- dfoe«s{ rasici pamqqt. ex aaroni uimmo animadvcrcuni alia Caaont Un- ^iu»>aflà.fo Bpfoopm doraaira hum .£c«lefic ( e > proeimatn, de ad- hxremem hibcat. Quare neceforio intra XC pafitwai t)uiium efltt ■ k .jfto certo «ondiiuuoi Kpdcafo ’domnra , fi loogius ab E«laAi dtjcc, rauiiam qsiniuq iqimumtiiteni obtiaeM. Cura ncro EL. [foruum fo cà- viiaubua, & qaftria qqn babeat kicura, conlaqindls ed ut Jfifdcapi do- mila raiUóra panici Munamcaiera babera potEm . -- , . -c - iV* ... -V De eie- , '.ìu*' - •••'• ‘ tajAx. fi) (pr»f ia. a,*.™’ ^Ux*rat\/,ilr. f*. TW a i«. /. ria K to.' iy# •- *> . ihyCmhmHr.ir.ttem de ìmm- a^e . (c) 0 i./r 4 rf.«*|C yy. Clnf.e. CUnf. jo. DC(Uk. lìb, 6 . e.zy. 5. 14- Farfn. / .jS. fetw. yauUue,ioit:»s» A S Y L O R U M. 1X3 De coemeteriis vero, Hofpiulibus, 8c ConcUvibut, ubi Fiatres doi- miun[,-ae verbum quidem lex ulla fedi. Canoniitz taniummodo, qu« ignoramia f»pe, aut ambitio tranfverlbs rapir, Ecclefiarum nomcn am- plificare, acque ad hJK eiiam pcrtrahcre voluerunt; plurimis tan-.en condiiionibus, iifdemque adeo variis, ac itucr fe repagnaniibus, ut vix duo conventant. Ex corum auiem lenccntiis confuetudo diverfa induda eft, prone iUi plus, minufve audoritatis habuerunt, & hujuicemodi lo- corum,iaal etiam deliftorum numerus exigere videbatur. Quo fit ut, ficuti ddiit locis nihil omnmo legibus làncitum eft, led conliietudine tanium, atque interpretationc eorum immunitas inirodufla , ita ubi con- traria eft confuetudo, eadem a quocumque judice fervati debeat, citta uUam ertandi formidinem . i i - , ‘ C A P. V. Perfbnarum condì fio ^ & quodnam deìi9i genus loco jnero frotegi, mt non • pniregi po£it. E st omnium certilCma fententia, qui in loco facro deliquerit , («) licei leve delidum, nec atrox fadnus fuerit, eum tamen facro eodem loco non defendi; iitimo vero & ibidem, & quocumque alio fa- tto loco fifti a lifloribus, k in carcerem trudi polfe .■ Cum aquum nul- lo modo fit ut Ecclefia eos tueatur qui, in ea peccames, injurias ei- dem intnlcrant; (i) nec Ecclefia: ca:tera! defendant ejufmodi teum, cum omnes unum, ideraque fint, ob earum in Chrilluro . Jefum conjunflio- nem. Quod ita clarum, atque certum eft, ut fupetvacaneum omnino iiierit pluribus confirmare. Hinc etiam illud confequitur, ut eadem Ecclefiarum immunitas nul- lo modo protegat eum qui verità legibus arma in Ecclefiam detulerit,- ea naroque deferre peccatum eft quique ca in Ecclefiam defert , in Ecclefia peccar: quo fit ut in ea a lifloribus vinciti poflit, 8c in quo- libet alio facro loco. Quod ob publicam tranquiilitatem judicarunt Do- aores fingillatim monendum, & animadvertendum effe. Fnres etiam, qui aut in Ecclefia furtum fecerint, aut cum re abla- ta in ipfam confugerint, ex eo quod in Ecclefia peccant, ab eadem divelli queunt. . Poffunt . itidem ii a facris locis abftrahi qui in Ecclefia crimina tra- aare audent, quz fponfionum vocant, aut quodvis aliud negotii genus legibus prohibitum, ex eo quod in ipfa delinquunt. De fponfionibus vero przeipue adeft etiam Xyfti V. Pont. Max. dcclaracio, buie ratio- ni, veluti fundamento, innixa. Nec differt an deliflum totum in Ecclefia perpetratum fit, an quod extra Ecclefiam initium babuerit, in ipfa finem, vel etiam contra . Pa- riter namque Ecclefia nec eum tegit qui , Hans in /acro loco , aut extra cum, bominem in Ecclefia exiftentem interficit.- nec eum qui. Tomo II. Q. * CUOI (a) C.imnuaUotem. De trnmmiìtate . (b) Olìltnf.c.fm. de Inm. Eecì. .Aldus ìbitU TeUf. dec.^is. Faróueap.iS. Jitait. 66. Cler. ept.jo.Coceriev. Fsr.Ub. i. cap.io. p. iS. Iunior. Deciso, i. 6. e. x6. 0.1. HÒflieo.infum. Jo- de Fìf ct.de m.p.6s. Coofer. Con.io.FoUer. prioe.e.mUe iut.jO. feuuc.e.iS. ««. 154 . Cox’ar. Fsr.l.tA.io.f.tS. Digitìzed by Google 1X4 D E J U R E nim Ct ipfe in EccIcRa, auc bellico tomenta, aut fagitta, aut mifli> lìbus aliis alienim inceriicic qui extra lacrum locum fuerit. Hac igitur certa, atque clariflim^t enunciaiione , abllrahendi a qua vis Ecclciia, & iacro loco cu|u(vis generis reos , quamplurimse dubitaciones e medio ablacx videmur. Etenim qui diligentìus attendere voluerit, cogoofeet &• carios omnes, qui ad Ecclefias confugiunc, arma fecum ferre, atque hahere, legibus etiam vetita, ut adverl'us juOitiam iplàm , fi ras ita ferat, fefe tucri podìnt. Quare ii omnes EccIeCarum immuniute uà nequeunt, & in quolibet facro loco prachendi pofTunt, lieet alia ratio- Aes non concurrercnt in id ipfutn. Statutum etiam exprellìs verbis Canonis ed, eot immunitatis privi- legio protegi minime pofle (a) qui delizia commiferint ca fpe, atque confilio, ut facro le loco tueantur. Siquidem Ecclcliarum auxilio uri debemus, ut peccatorum veniam confequamur qua jam admifimus; non ut nova facinora perpetrare turo valeamus: quod etiam nullam habet omnino difficultatem . Verum enim vero, cum hominum mentes, atque co nfilia fint ab ocu- lis omnium remota, atque penitus abdiu, non polTumus, nifi conieéha- ris decernere, an reus deliflum admiferit (i) fpe excitatus ad Eccle- fiam confugiendi. Doflores vero dicunt, qui, llatim ut làcinus perpe- travit, ad Ècclefiam fugit, eumdem eo confilio perpetrallé, ut co con- fugeret, datuendum elle. Et certe qui jam datutum, atque decretum habet ut facinus committat, necelfario ftatuendum videtur, eumdem etiam cogitalfe , non folum quanam ratione ìllud polfit admittere; fed multo magis, quonam fugete debeat, ut lefe tueatur : Skut etiam qui de improvifo in errorem incidii, ficut nunquam antea de fàcinore co- gitavit, ita quoque alfirmandum ed ne de refugio quidem cogitalfe . Quare , quotiefciimque confilium , atque deliberatio deliSum preverterit, & reus ad Ecclelìam confugerit, id coniulto iàdlum; ideoque loci lacri immuniate defendi non pulfe certiflimi juris ed. At quoniam de con* jedluris agitur, uirum impeto quodxm, fc perrarbaiiiMie; an potiuscon- fulto, & cogiato perpetratum delidium fuerit, Judicem ipfum pniden- ter, atque ex animi fententia cognofccre oportebit. Hac autem immuniatis exceptio, qua reum cxcludit, cogitato , & confulto ad Ecclelìas & facra loca confugientem , quodeumque delidit genus ampledlitur gencratim. Quod vero dngillatim ad homicidia pertinet, frequ entius deliAi ge* BUS, eum non tegi ab Ecclelìa qui alfadinium , ut vocant, commifit , ceniflimi juris ed; nec Scriptor ed qui didèntiat. Etenim juda Cano- nis leveriate in (r) Lugduncnfi generali Concilio idiplum fuit diferte decretum. Veritas tamen eli ance CCCLXXVI. circiter annos, cura Canon ille latus fuit, aflaflìnos extitilfe quoldam Mahomecana perlua* Ikmis populos qui fìcarios le ptolicebantur; atque eorum caufa Canoa datutus fuit . Podca vero , cum Dodlorum omnium interpretatioBe, tura etiam ufu, atque adeo communi omnium locorum praxi , Alfaf- Gnorum nomine delignaacuT hodie quicunque , padlo pretio & mer- cede , (a > C. ÌMminiifate. lìe ìmm. EctUf. (b) ./rlWar.prrff. B. i6. Meno. pra/. IO./. iC. jliictf‘Ponf.Ocf.;4.Cltr.4H.io.far.c.r8.f.ti.C>' t. Far, f.io. J. i.j.(c)0/*j'.f'inr.s4. l.i.CjJfM. TrrcI'Salde Jrclì.c.f. de inju$ y ìgncv.$ TiÀoj. Bc«Mlii.'fgHardb>>J«« dclicluia-inpiiàa elfet, aquuBl viikn «•« pottA W £celeCa cat lanMuf qui toM, iSc batta) >Raipuhlic»f cum nulla omniMLilea OivUib, mila •Ca- nonica, Ucaaniin im>ima MBaluaiuM itafcaiH ^uui-^iom laatoKia cUmnavii; led eiK 'iamuBHiraio 9U«ii%julli«a iata|intaur| antc^ttn- Icn- temum fwci Eaal :)«■»■ jam.ilaaMaoB «A, Jn-.d«ÌMa opeta, a«]ue nulki4c'i>i>) v*uiae éuesringradùiKainaMa, praaar ìAcuìib catffa «ai- I» mnlftatm eli, gr i mH cóam ddifliia hunnari vero ad uiraaMi, C.- dh p wn tt.mqBcanapaaber ■pdeAacum iamnnicatt defendi , atque ledcam ad. .paa- Mmpianna ab e« qua. diaiOMa, «aaatfaai 4 >bhmu lb(riat;riS«abru ve- ra non damnans qiudem , •Acd.aoi aaatummodc^ii^ «MliMa itàtem» laiiidum damnati faB, «aecàipofliH «ci«B>A||iwldlmMHà' ad ,iaan- Ara pape («dilicia.-làraiacdMbdMut/ilPadcgibuci, aiyi'tcìinnBibus (id'aiui ad Ecclcfiam confugicnies non polTunc Domini imperiiim excuier«;.Al.di>- tuna-' ibMnanKateni a lu piaa a aijuttaa , vitate ■ladùic.'ad iocviiio,. fau- ci admodom bac de ae-BuflorcK^-diribuot, cmi id cara ,. de «te eiifi nantiiai) in Civitatibuc, qua L&uinicai amiare tgteK, 'accidat.-;«a va- ra (Muadfime liint. m al i tewiua Gramaui naa ialam’ m ca- tioni conteain in mediura attect; (mL Miim ali ufii caed^tuai y dbde- ge^in Luiitania làacitiim, qood.aaaoi prafaat Vinccaduc f'> Multa cctub qiua lìngillatiin baqtMnicr. ialeai accidere, utaB -Juga. neratim colligi pottii laacoraa fa facorura r~r~iif) cardcfàBdte osa putte qui quzvìt alia gravia tc enonaia deliba comai^mf drente , aut iildem, aut mcfarfaiis oiiam dtv eaulis, quu liipra leeenfainiu», quodeunque alind gnve.delttea cotapfafbaitur. Hac autam coaclidip in univerlite prolataraaura , (cilieaf, cupifais atroeis facinacic, A èd facra loca oonfugerit, ULproicgi haud potte| ima» a fattitia liaeMBi- pli violatione extrahi fas «dày probatia a Jacate Ravamts-^ Cyte Piftonenic, Petra Bellapeitica, ) n am « Igneo, Antonio a Buariai,.|facro Ancarano, Alphonlb Aivarea, Petta.Cetgorio Tofatano, Tibatefi^tcit- ' ■» ...lu *■-. néy Ab> ( b ) Cam, dcf.^6, Fratr. ctefai jo. OUra, * (c) ytw./.i.r.* O^/.' /« mr.c.U- ver* Dt Imm. f. iS. yintàr. codem . ^Izdre^ I» thef, t.i j. «. jo. Syittaj. l. j j, c.\ x. De- rÌ4E./. nut mOud omnino EcoMiam Rofliz hu ai» imouinma;* ied .pudica ip4n tÌMuiora rat» a ^iW»« Ecclefi» vi «Mtiahi ) nh cw p ywd a iW tiic«>Manmo perantaenr, ae jalMiia’ priauniwr iJ>«snim diòtac ncUTamiai jndica- luf. fa^-Quacc Pnip«r Faritiacnifran« ulìaa ftcBia recepcuai, afirmat Bcoiofearim ipa uma ii in oai, cun ftaiu- fa inen» ab ddiSs qua' aalto coa61ào,,fcd impaa» quodim fiant. Siti rdugam» milòranim, non dcbei» KccleCas latnauw tpolaaca& c^cK , & «ornai ricapnculaa qui aooaia facàtera pcrpsir«\ c>iac ; aieaqnO talk,’ tap^rqua efloy iì Judkies miinoria >bibl«llii , qui Itvidia 4elii^ juilkant eam ' obloroeiu led OM^roi jndicni in aarooocibai ;ba non le- ncri; prave oiiam Veneti 1 k» logr contUtueiam ilL Noa.> Aprili» Md>CX. ■ Mii . . '•io»l . .W.Ì Qnanam vero dtliAa aeibcianm luxnÌM otnfeaanr, peatar ùlqaeil ipfum delifli gcnui prafefert, k » ic^bn». impafita fack «dtipi poteA; dnbet JtiMck tiomemia oagnoKly baiiiu aaiioBe flatus, comlkio- niique, BM «jus qui inpriam iirfiae, lam «jua ctiam qui cam paflia fuity aVaMniBi ^i^ oanla, ccrapork, qua, fciUctt, de caufa, «by & quando, onaamifluaa fueric delkluni ; roran etiam qua ob id evena> runt, perflirbaeionisi, kfleniionisy tt aliafwn, qas ém majos angeni pct- peinoim làciau», iacmnique ut mugn, inagil^t in odio kabeaur ab oauMbnt. •« ’uU leu i- ribus de eaufis, qa« iingni* fluir pon eflent, in enormu atqueatrocia facHioca evadunt. Cun» ver» iannnlaaabiies rmt.aalas qui flepius accido- IV |Mnva» vas aliquot opiniones habeant, baptiffiiatis tamen chara^ere infigniti , Chrifium Jclum aliqua faltem ratione venerantur, quem infideics aver- fantur, atque execrantur. Teme //. R CAP. « STO- Digitized by Google 137 STORIA DEGLI USCOCCHI SCRITTA DA MINUCIO MINUCCI, ARCIVESCOVO DI ZAKA, Co' progre/Ji di qoelU gty»o, rnirìiauta fino alt anno MDcxri. DAL P. M. PAOLO DE’SERVI» della Serenijpma Rept$bbiica Vènn^a, JON mi pongo a fcriverc la Stona degli Ufcocchi per far celebre il nome di gente tale preiTo a quel* li ebe la leggeranno; nemmeno per foddisfar l'em- plicemcnce alla curiofìt^ di chi fi perfuaderli forfè di aver a vedere in quelli fcritti varj accidenti feguiti in molti anni nelle fcorreric di terra, edi mare, colle quali quella razza di ladroni ha fpo' gliati ì mercanti innocenti, e dilettate le Provin- cie, turbato il commercio, e cimentati in perico- lofe guerre i maggiori -Principi dei Mondo con dubbio di maggior tur- bolenza nella Cridianitk, fe raltrui prudenza, e autoritlt non avelTe fem- pre attefo a divertirle. Non è quello il mio fine, nè per quello vor- rei io perdere il tempo, che polfo, e fono obbligato a fpendere in pili giovevoli eferciz) fecondo lo dato, e la condizione nella qual verfo, con obbligo piuttodo di operare, che di fcrìvere.* ma penfo che fta fervizio di Sua Divina Maed^ , e utile a’ Principi Cridiani, che fi fappia onde fie* no derivate le ragioni, *che in fettanta anni non fi fia mai, potuto ri- mediare alle rubberie degli Ufcocehi; e come fi fia ritrovato il modo di farlo in quedi ultimi tempi, quando Tinfolenza loro era arrivata a ta- le, che non erapih pofiibile il folferìrla; ma dinecelTitk fi aveva a re- primerla, o ad adpettare un'aperta guerra fuor di tempo, colla Cafa d* Audria, e la Repubblica di Venezia. Il difeoprimemo di quede faccende cred* io che tanto pofia fervìre a* buoni Principi, per tener T occhio alla mano, e agrinterefii de* ma- Tomo II, S li Mi- ; Digitized by Google 13 » STORIA li Mipiflri in qaefta, o in altre limili occorrenze^ biffine di non U- fciarG ingannare in pregiudizio della fama, e dello llato proprio, quan fogliano tener celau la verità altrui , preferendo ringiufliOìnio guadagno alla riputazione, e al buon fervizio de’ loro Padroni; ficcome anche una tal notizia far^ atta a far conofce- re al Mphdo (he, quan^p i Principi dicqno,' e fennò daddovero , e fi fervono di flrumChto fecale, c valoròG), non pnffono. aver tempo i la> droni che inquietano, e danneggiano i vicini; e fono fpeiTo cagione di pericolofìflìme guerre. Quefli lono adunque tutti gli (limoli che mi han tevano agli fpetracoli luUe Forche, cominciarono per vendetta, o per rapacità, ad ammazzare, depredare, e ipogliare anche i Valcelli, le Vil- le, c le Terre, e i fudditi Veneti; onde Gnalmente fu coflfetta la Re- pubblica anche di perfeguitarli non folo lui mare , come aveva fatto per innanzi, ma anche nelle Terre, Caflella, c Città ove fi ricovera- vano, fenza mirare a’ padroni de' quali erano; e lenza altro riipecto , che di levar dal mondo gli affailini, che ogni giorno diventavano più fieri, più barbari, c più ianguinarj : il che minacciava una manifeila guerra tra’Principi Cnfliani, le Papa Clemente Vili,, vedendo il peri- colo, non vi aveffe a tempo incerpolla la lua autorità con graviflìmi configli , acciò , mentre fi guerreggiava in Unghcru contra il Tur- co con tante difficoltà, quelli nuovi femi di comefe non rocrceGero i Crifliani in maggior rilchio .* onde ne feguà in fine il defidcrato ac- comodamento, che farà anche il termine al quale ha da arrivare con l’ajuio di Dio quefla delchzione per l’ordine divifaio. ( / Digitized by Google DEGLI USCOCCHI. 139 Gli Ufcocchi fono gente Diltnatinà, dallo Stato di iln Principe, o . per delitti commeni, o per impazienza del giogo tirannico, fuggiti ai Dominj di Principe vicino; e ciò fi dimoftra dall' ilielTa voce fioco, che in latino fi direbbe transfuga . Quello nome , lenza titolo però d’infamia, cominciò ad acquillar grido, non fono ancora cento anni, in quel tempo in cui l’arme Turchelche , eflendofi dillefe per 1 ’ Un- gheria , e per la Grecia , nella Bulghcria , nella Servia , e nella Rafcia, travagliavano i confini della Croazia, e delta Dalmazia; per- chè all' ora molti Uomini valorofi , non potendo viver fotto la tiran- nide Turchefea, ricordandoli di elTer nati nella vera Fede dei Van- gelo , partendo dal paefe gib foggiogato da’ nemici , fi ritiravano a qualche luogo forte de’ Criiliani ; e di Ib, flimolati dal dolore delle cofe perdute , e della patria foggiogau , con molta ferocia ajuuta dalla notizia de i palli, e dalle legrete intelligenze de’ parenti, e de- gli amici , corfeggiavano ogni gbmo , e portavano a’ Turchi molti danni. La prima, e piò faraofa piazza che fi cl^gelTero gli Ufcocclii , co- me piò opportuna a quelli loro furtivi alulti , fu quella di Clilfa , Fortezza polla fopra Spalatro, poco difcolla dalle antiche rovine di Salona , in fito fortillimo , ove fi apre un fenticro flretto , e pel qua- le foto fi cala dalle vicine montagne della Morlacca verfo il mare ; ove portandoli diverfe mercanzie , chi è padrone del luogo ne cava anche dazio importante. Era all’ora Signor di Clilfa Pietro Crofichio, come feudatario della Corona di Ungheria, il quale, fidandoli nella qualitb del fito , che pareva inefpugnabile , dava volentieri nccrto agli Ufcocchi , giudicando incautamente di poter colf opra loro render piò ficure le cole proprie , e forfè dilatare i confini , e arricchire di fpo- glie . Ma gli fucccCfe tutto il contrario; perchè, prov9cati i Turchi da’ continui danni , voltarono il penfiero alla efpugnazione di Clilfa nell’anno 1537. al che forfè non avrebbero afpirato mai per la diffi- coltb dell’ imprefa, fe il Crofichio fi folfe contentato di mantenere le cofe fue lenza fluzzicare il verpajo, come fi dice : il efie può fervi- re di avvenimento ad altri piccloU Signori, di non provocar l’ira del maggiore, confidandofi , 0 in forze, o in appt^gio ^ altri Potentati; per^è Umili fperanze rìelbono per ordinario fallui. Vedendo adunque il Crofichio la rovina che gli veniva addoflb, fu af tempo d’invocare, c ricevere gli ajuti di Papa Paolo 111 . e di Ferdinando Imperadore , co’ quali elfendofi pollo a dillruggere due forti che fi fabbricavano da’ne- mici, a fine di llrignere Clilfa con alfedio lungo, fu con improvrifo af- falto rotto da’Turchi, e uccifo; onde, mollrando la fua tella a’Clilfa- ni, mifero unto Ipavcnto, che tollo rilolfero di arrenderfi , diffidandoli di poterli piò mantenere. Nell’ alfedio di Clilfa, che durò piò di un anno, occorfe un fatto me- morabile, del quale non cifendo (lata fatta menzione da altri, non mi è paruto fuor di propofito il riferirlo in quello luogo : pafiò egli dun- que in quella maniera. Nel campo di fuori fi trovava un Turco nominato Bagora , di na- tura grande , e di forze tremende , il quale , come un nuovo Go- lia, sfidava ogni giorno quei di dentro a fingolar batuglia, rimprove- rando loro la viltb , e la chiufura della muraglia : arroflivano i Crillia- Tomo !!• S z ni di 140 ’ STORIA fii di vergogna; nu ritenuti forfè dalla prudenza del Capitano, e for« fé anche da ragionevol timore, non ulcivano da* ripari : quando un gio- vinetto, nominato Miloflb, il quale ferviva al Crofìchio di paggio, (t fece innanzi al padrone, diman^ndo il combattimento contra Bagora : ma riprefo come troppo audace , e dilugaule à tanto nemico , f^giun* le ch’egli confidava in Dio di doverlo vincere.- c (c pur rimancfle per- ditore, farebbe poco danno, c poco dilonore de’Criftiani, che un Tur- co di tanto creato foire recato fupcriore ad un garzone : in fomma queOo era (laro detto da Dio, come un nuovo David contra Golia, a- domare la luperbU orgogliola di Bagora. Ufei egli adunque accom- pagnato da divote orazioni dc’Fedeti CrifUani, c con un colpo di fei- mitarra, che fu forlc il primo, tagliò netta una gamba al nemico; il quale, f^ermatofi nondimeno falla colcia manca, tutto rabbiofo fi anda- va girando con tanta furia, che l’ardito giovane, febben gli laltellava intorno, per venire a fine della vittoria, non poteva però avvidnarfe- gli per far alcun colpo; ma aveva che fare alTai a fchifar quelli dell* infuriato nimico, il quale nemmeno con tanto empito, che, Icaniando- 10 il CrilUano coll’ agilità della perfona, non potè il Turco reggerfx lui- la gamba tronca, o lulla lana, ma cadde boccone, c nel medeGmo tempo gli cadde di mano la feimitarra; febben altri riferifeono che U gittò via fpontaneameme, con dire a MilolTo, che lo feriva di lonta- no con-fain, che non lo volciTè uccider come cane , ma come Uo- mo di guerra; o ooù colf arma propria gli fu troncata la tefla , la quale fu portata con allegre grida dentro a ClifTa; ma eirendoll ei- 11 poco dappoi perdura*, non potè eifer lunga Taltegrczza di cosi nobil fatto. Venuta* Cliilà> ia mano de' Turchi, rellò loro libero il pafTo, per fare feorrerk in tutta la Dalmazia, e Croazia, lenza impedimento; e lì a- jirirono il primo adito nel Contado di Zara , dfendofi loro io quei me- defìmi gioni renduto anclic per tradimento Nadino, Camello importan- re, poAo nel bellico del medefimo territorio di Zara: ma gli Ufcocchi a^'anzati alla infelice battaglia lì ricovenron» tu Segna, Citch polla in un'intimo rcccflb del icno Flanonico, oggi detto corrotumente Quarna- To, o Carnaro, da’ monti di Gamia che l’inquietano con tempere con- tinue, di rincontro allTlola di Veglia; giudicandola opportuna a’ difegni loro, per; la fortezza del fìto naturale , ajutaio anche aìTai con'arteiper- chè per la via di terra, rilpetto a’bolchi, c monti, non vi fi poteva accoftarc cfcrcito, ne condurvi la cavalleria, non che le vettovaglie , o i arriglieria; e per mare non vi era porto capace , nè anche di poca Armata; c il tenerfi fu quel canale era perìcolofo eziandio in mezzo al- la State, pel vento di ^rea che vi lòffia fpelliflìmo, c che, per co- mune opinione, (febben par favola il dirlo) li può concitare a voglia Perciò gli Ufcocchi tanto piò volentieri fi ridulTcro in quel ricetto , condotti anche con o- norati liipendj militari dalfimperadore, perchè, eflendo ellt uomini fe- roci, e ufi non folo a camminare, ma anche a correre con piedi fal- di per bofehi, e per balze, pensò, mediante l’opera loro, di tener lon- tani t Turchi da tutti quei confini, c far difabicare la Lica , e la Cor- bavia, dalle quali Provincie foprallavano 1 piu vicini pericoli. Nè gli riufe^ all'ora male il difegno, mentre gli Ulcocchì attefero con gaglia- di ftratageromi, e con repentine lòrtite a battere il nimico: ma tolto cominciarono a convertire le onorare imprefe militari in latrocini , e rubbamenti de'Criltiani, onde fi rendettero odiofi a tutti i vicini. Li medefìmo MilolTo, che fottoClilTa nell' ammazzamento di Bagora ave- va acquifiato tanto onore, corrotto in Segna col mal’ ufo delle ingiu- fle depredazioni , dappoiché era diventato Uomo di maravigliofa for- tezza di corpo, contaminò la lua fama, e fìnt poi la vita in Zara con un capefiro. Gli altri, valcndofi della comoditi del Mare, e de'recefll fallaci, ne’ quali difficilmente potevano elTer feguiri, avevano introdotto rcfercizio di alcune Barche vclociffime, colle quali coiteggiavano le marine, e afficuravano le prede che facevano in terra da qualunque improvvifa furia de’Turchi; coftumando di nafconderlc ne’cefpugli, c anche di fommergerlc fotto l’acqua, per cavarle poi negli urgenti bi- fogni. Colle medefime barche affairavano anche! Vaiceli! de’Mercanti, o dentro i poni , o in altri luoghi opportuni con infidie notturne ; profelfando però dapprincipio di non voler toccare nè le robe , nè le pcrlonc dc’Crilliani, ma Iblo de’ Giudei, e de’Turchi; Icbben fpeflb trattavano tutti ugualmente. Onde la navigazione veniva impedita, e il commercio interrotto; c in Coftantinopoli fi facevano lamentazioni, c minacce contra i Veneziani, come quelli, a’quali, per le condizioni^ della pace, toccava di tenere netto il golfo Adriatico, e libera la na- vigazione per i Mercanti, e Sudditi Turchefehi,* onde Solimano fi la-' feiava intendere liberamente di voler mandar l’Armata propria alla eftir- pazione degli Ufcocchi, e afficurazione del Golfo; cfib nei capellri, e nelle catene. In quelli tempi l’Ilole di Veglia, d’Arbc, di Pago, cogli Scogli di ^ara patirono tanti danni, che ne fegui poco meno che la defolazione : molte Ville fi abbandonarono, i greggi, c gli armenti, che erano nu- merofi, fi dilpcricro; c le genri, per difperazione , ftavano per abban- donar il paeie : quelli che erano atti alle arme, e alle fatiche, corfe- ro tanto più prontamente ad alcrivcrfi fu le barche lunghe, che fino al numero di trenta s'andavano armando dalia Repubblica, come piò at- te d’ogni altro Valceilo a Icguitar i ladroni per li ftretti canali, e per le Ipiaggie di poco fondo, colle quali ft veniva anche a metter gli U- fcocchi in maggior, dilperazione, a’ quali in Segna non fi pagavano gli ilipend) dalla Corte Cefarca; anzi di Ib proccuravaoo di addolTar qual- che carico all’ Arciduca di Grata, per eflTcr Segna Frontiera particolare de’ fuoi Stati, lébben apparteneza del Regno d’Ungheria : e dall’ altro canto il pacle non dava comodità alcuna di agricoltura, o di altra in- duftria; le Icorrcrie di terra rilucivano di molto pericolo, c di poco frutto; c quelle di ntare, per le caule accennate , conducevano ben fpef- fo alla forca, e non fempre alla preda: onde di pura rabbia gli Ulcoc- chi, non potendo faziar la fame col cibo, la sfogavano col languc, e colle uccifionì piene di crudeltà. J)a tutte quelle infolenze degli Ufcocchi, oltra il danno che riceve- v.ano i fudditi della ScrcnilTima Repubblica, e le continue lamentazio- ni che portavano a Venezia elli, e 1 Mercanti che fpcflb erano fvali- giati, venivano ad irriiarfi maggiormente (come fi è giU detto) i Tur- chi- onde il gran Signore, c i Batà ne facevano in Collantinopoli con- tinui rifentimcnii con protellazioni che , non provvedendovi la Repub- blica, «fiì vi. provvederebbono da sè llcfli. I Veneziani all’ incontro, procèdendo colla iblita loro propria ^denza, olt^ la iòllecitudine che ufavano fempre maggiore di pcricguitar i ladri, e gafiigarli , facevano anche continui uffizj colf Imperadore', che non tolleraffe né' fuoi Stati una Digitized by Googic DEGLI USCOCCHI. 145 uni tana ingiufiizia; nè permctteOè contri quello che apparteneva al- la dignità fui , e alla perpetua fama dell’ integrità della Cafa d'Au- ftria , che ne gli Stati fuoi fi deOe ricetto ad Uomini fcelleratilfi- mi , e a pubblici corfari congiungevano gli ufhzj a quello medefimo fine i Papi , moOi parte dal pubblico fcrvizio della Crifiianità , e dal peticolo di qualche guerra tra’ Principi fedeli ; vedendofi bene che a lungo andare non avrebbono potuta i Veneziani dar faldi a tan- ta ingiuria ; parte anche fpintì da' proprii intetelC loro , perchè nè anche fi portava rifpetto a' Mercanti d’ Ancona , e di altre Città della Marca , e della Romagna ; e veniva ad impedirli il commer- zio , e il traffico con danno delle gabelle , e con rovina de’ Suddi- ti , Le quali tagioni movevano anche i Re di Spagna a concorre- re nel medeCmo defiderio , e nelle medefime illanze per quello che pativano gli abiranti del Regno di Napoli , foliti a portar vi- ni , grani , mandole , e altre preziofe merci a Venezia ; le quali medefimamente erano mal licure dalla rapacità di quella canaglia : oltra che il Re Rimava fua vergogna grande , che il mondo vedef- fe elTer ricettati , e alTicurati nelli Suti di Cafa d'Audria i pubblj^ ci ladroni , oramai infami per le loro infolenze in tuta Europa, ? luori d’ Europa. Ma un’altro detrimento confiderabile moveva il Papa, come il Re Cattolico , a defiderare che foflc melTo freno a tante rubberie,* per- chè , impiegandoli le Galee Veneziane nella perfecuzione di quelli ribaldi , non potevano elle a'tempi debiti ( come erano folite) feor- rere U marine Pontificie, e Regie, per aflicurarle da’Cotfari, i qua- li , fatti perciò più arditi, volavano ciafeun anno di Barbaria , e di Grecia nella llagione delle Fiere , e ne riportavano fempre ricchif- fime prede con numera grande di Schiavi, quafi a mano falva, non potcndofi tener netti quei mari con altri Vafcclli , parte per non elTere frequentati i porti ; parte anche per antico Dominio fempre lafciato libero a’ Veneziani di tutto il Golfo ; fotto il qual nome fi comptende quello fpazio di mare che fi rinchiude tra Otranto, e la Vallona , feorrendo verfo Ponente fino a Venezia . Tutte (quelle conliderazioni , e inierelli rapprefentati a Cefare con anta autorità della Sede AppoRolica , e della Corona di Spagna , non facevano altro effetto , che di Ipeziofe promeffe , e apparente indignazione , dichiarandofi di volervi provvedere in ogni modo; ma nel fegreto li vedeva che a’ Minillri corrotti piaceva il diflurbo che fi dava a’ Veneziani ; e forfè più la parte che loro perveniva -• delle prede . Si mandarono però alcune volte a quello effetto Com- nicffarj a Segna con ordine di regolare quella milizia , o mafnada di ladroni ; fe n’ impiccò ul vola qualch’ uno , forfè de’ meno col- pevoli ; fi reflituirono alcuni Vafcelli , e alcune merci di minor prezzo ; fi diedero ordini divulgati al Capitano di Segna , di non lafciar ufeire gli Ufeocchi per mare , e di non ricettarli dopo le lubberie : dopo i quali rimedj fi procedeva per alcuni mefi con qualche maggior modellia.- ma indi a poco, come ave llerò a rifar- C del tempo perduto , fi faceva peggio , che prima . E febben , ar- rivando i malandoni con qualche groffii preda, il Capitano, per mo- firarfi efecutore degli ordini, tal volta usò di chiuder loro le porte in fac- Tomo II, T eia, e 146 STORIA eia, e di fparar anche loro ianiglieria contra, (ma fenza danno per&) molìrando di non ammetterli , acciocché di tal Tua rifoluzione nati* dafle ravvilo all’ Ifole Venete, e da quelle poi all’ armata, e a Ve- nezia ; nondimeno di notte s' [introducevano gl' Uomini , e le prede/ la maggior parte delle quali era del Capitano > c i predatori ne riportavano lode , e ciò che badava a trionfare colie loro famiglie per alcuni pochi giorni ; dopo i quali conveniva trionfare alla bu- Ica , o morire di fame ; perché tanto contribuivano i mefehini in faziare l’ ingordigia del loro Capitano , e di qualche altro che co» mandava al Capitano ; c in mantcnerfi i favori d' alcuni Miniftri nella Corte Celarca , c dell’ Arciduca di Gratz, (che dovevano ef- fer di quelli i quali , per mancamento di fede , fi curavano poco delta Bolla in Cccna Domini , o d’ altre cenfure ) che picciola parte ne rimaneva loro , come fi può argomentar facilmente dalia pover- tà , e milcria colla quale fono fempre vifTuti ; né mai fi è intcTo che alcuno fia divenuto ricco .■ anzi fi è fentito dir di un Ulcocco vecchio , fìorpiato , che , dando lèmpre a giacere in Ietto dedituto ^ ogni ajuto , confedava di efrerft ritrovato ne* fuoi d'i a tante pre- ac , che le porzioni toccate a lui per certi conti tenuti cos'i di grof*. fo pafiavano ottanta mila ducaci; nondimeno era miferabilc, e mendi- co, cosi permettendo la divina eiudizia. £ fu detto piu volte, che alcuni mercanti fvaligiati , efifendo ri- corfi alle Corti Audriache, per lamcncarfi, c per ottenere qualche re- integrazione de’ loro danni , avevano riconolciute intorno alle mogli de’ principali Minidri i giojelli , c altre cole prcziolé tolte loro. Co- si i Principi ottimi, e d’ imegriii, e giudizia incomparabile, vengo- no fpelTo ingannaci da’ mali configli, abulando della bontk, c clemen- za loro, con denigrazione » della* fama • c nel mondo fi celebra per gran gloria della Cafa d’ AudrU , che , dominando gìH 300. c più anni , cost lungo Impero , c cosi potenti Regni , abbia però rarif- fime volte , o non mai gadigato per qualunque fallo minidro alcu- no , o nella vita, o nella roba mal acquidata : ma forfè merita- no maggior nome di prudenza quelli che , ficcome fono liberali nel premialo i meritevoli , cosi gadigano .con feverii^ i mancatori : nè farò alcuno che polTa biafimar Rodolfo Imperadore della ientenza che fece contra Giorgio Popel , per nobiliò , c ricchezza tra' principali Cavalieri di Boemia , fc furono vere le colpe fiie , privandolo della libertò , e della facoltò : piò todo fi poteva dedderare che al mc- defimo rigore arrivane la giudizia contra altri due minidri che ul- timamente fi fcacciarono di Corte , i quali forfè predo alla Maedù Cefarea furono autori di piu dannofi configli.' non fi è però anco ra pubblicato , fe edì fieno veramente dati anche fomentatori de* rubbimcnti degli Ulcocchi.* ma fc un giorno fi pubblicheranno i procedi che s* intende eder fiati fatti da’ Generali Veneti , cavando da diverfi cofiituti di rei condannati a morte t nomi de’ loro par> ticolari fautori ; e con quali , e con quanti prclenti le li lenedcro amici ; forfè fi feopriranBo cofe che daranno cagione di arroflire a molli ; e apriranno maggior lume a’ Principi di conolcere le frau- di colle quali è fiata per tanti anni tradita . la fama , e il fervi- zio loro. Con Digilized by Googic DEGLI USCOCCHI. 147 Con qncfti mezzi fi foftenevino adunque gli Ufcocchi ; e reftando fru- ftatori tutti gl’ufliz; che fi facevano, per reprimere le loro infolenze , foddisfacendofi folo agl’ intereflati in parte con certe apparenti dimoftra- zioni nel redo fi adducevano per ilcole l’ordinaria natura de’ confini, che produce lempre uomini di mal’ affare; e che in quello di Segna, tanto importante, che difendeva lunghe frontiere contra il Turco, non fi potevano cos'l vedere tutte le cole per minuto, nè gaftigar con ri- gor di giuftizia ogni misfatto, per non diftruggere gli Uommi forti, Lceffari a quella difefa: fi allegava l’efempio de’Cofachi, i quali, abi- tando alcune ifole forti, e inacceflibili del Borillene; effendo effi colle- gati de’Pollachi, e Mofcoviti, e de’ Tartari, danneggiano per mare , e ìtr terra fpezialmente le Citt'a, e i Vafcelli de Turchi; ne bafta dili- «nza alcuna ad eftirparli: e lebben efft dipendono particolarmente da Pollachi, e da quel Re fono loliti di ricevere il Capitano al quale ub- bidifcono, nondimeno, quando da Coftantinopoli, o dalla T«taria Pre- copenfe vengono querele delle depredazioni, e degli incendjloro, che fanno affai fpeffo verfo Moncaftro, e l’altre marittime terre della Mol- davia che fi tengono con prefidj dal gran Signore, e fono mercati ce- lebri’ il Re di Pollonia luole Tempre Icufarfi, che non è in lua mano di raffrenarli, dando nel rello buone fperanze, e parole. I Colachi, per aggiungere quello, (poiché fiamo venuti in propcn- to delle condizioni loro) abitano, come abbiamo detto di fopra, I ito- le del Boriitene, che, febben’è fiume ncchiffimo d acqua, non fi navi- ga però per effer rapidifiimo, e pieno di Icogli , e di falfi eminenti; ma i Cofachi lo paffano parte con picciole barchette, o d’un fol legno durilfimo Icavato, o di cuojo cotto, acciò, urtando impetuolamente ne- gli fcogli, non fi Ipezzino; pane s’ajutano co ’l nuoto; neaqueUi, che non fono ben pratici, è ficuro accollarfi alle loro tane, dove provvilli che fono di vettovaglie, non temono furia, o potenza di qualunque nemico- neirilole cullodilcono le mogli, e i figliuoli in mal compolle capanne- e quando elfi efeono, lafciano lempre alla guardia qualche pane della milizia. Sogliono effere intorno a 5000. combattenti in ere- dito di tanta virtù militare, e di tanta giullizia nella dillribuzione del- le prede che alcuni nobili Pollacchi hanno quella per buona Icuola , ove n’allevino i figliuoli loro nelle arti della militar difciplina . quelli daMi Scrittori Pollacchi fono chiamati Niforj; perchè il Borillene, che da’vicini popoli è chiamato Nieper, da efli è detto Nis ; e Niforj fi nominano, come abitatori del Borirtene, effendo il nome de’ Cofachi m Pollonia più generale , col quale intendono la cavalleria leggiera . Ora i Cofachi o Nilotj, in tempo di guerra crelcono maravigliolamente di numero, 'perchè molti s’accollano volentieri alle b^e loro, o per la fama del loro valore militare, o per la fperanza della preda; onde fi unifeono anche de’medefimi Sudditi Turchelchi, non lolo Moldavi, e Vallachi, ma anche Tartari; delU qual nazione lono in gran parte gli abitatori delle circonvicine riviere del mar maggiore, fpezialmente di Orzunia, e di Balograd. . - ,, , . « Ma tornando al nollro propofito, Cccome gl Impenah moftravano coll’efempio de’ Cofachi che ne’ luoghi de’ confini era neceflario tollera- re anche le genti rapaci , e predatrici ; e che efli coll opera degli Ufcocchi difendevano queUe importantilfime frontiere, arte qu^, per Tom. II. T a lafprez- , 148 STORIA lUfprezza de’ monti, niun’ altra Torta di gente farebbe ftau egualmente jitta ; così promettevano nondimeno di azi ordine tale al Capitano di &gna, che ptpibifle, e gaftigaflc quelli che danneggiaflTero > confini Ve- neti, o in alerà modo deflero molelHa a’ Cridiani .* ma U Capitano (ì fculava poi di non poterlo fare, per la tardanza, e pel mancamento de gli fUpendj, fenza i quali era impolfibile trattener quei prefìdj, ne* quali ordinariamente fi fpendevano venti mila Ducati all'anno; e niu- no rilblfe di metter qualche fermo aflegnamento per quella poca fom- ma, onde cenfalfero le querele, e le feufe: anzi quando l'Arciduca Car- lo rìfiedeva in Gratz, e poi l’Arciduca Ferdinando, Tuo figliuolo, mof- fi, o dagli interein de'loro Sudditi, o dall'onor della cafa d'Aullria, o dalla propria cofeienza, (come fono itati quei Principi dotati dì una ingoiar virtù, e zelo) facevano iflaoza alla Corte Cefarea che non fi tplieraflero i latrocin) infami, e che fi mandafiero a tempo le paghe, per levar quella feufa a' ladroni, e per metter loro il freno; fi nlpon- deva che elfi, come più vicini, pìglUfTero la cura di pagar detti ih- pendj, e poi regolalTero le cofe a modo loro.* ma gli Arciduchi fi Icu- lavano, che Seg-na non era dello Stato loro, ma appartenenza del Re- gno d'Ungheria; e che a quella Corona toccava la cura,* die elTi pe- rò non potevano addofiarfi quella fpefa di più, avendo da guardar tan- te altre Piazze centra il comun nemico. Con quelli trattaci, e con quelli fviamenii s’andava prolungando il rimedio, che con onore non fi poteva negare; ma, per altri rirpétti, non li penfava di applicare. Sopportavano nondimeno i Veneziani con una prudente pazienza tan- ti aggravi, e tanti pregiudizi, rifoluti di tentare ogni cola primacchè venire ad una manilefla guerra, la quale abborrivano per tre cagioni.* prima perchè vedevano che la rovina cafchercbbc Ibpra grinnoccnti Sud- diti degli Arciduchi, alla maggior parte de’quali lapevano fermamente difpiacerc le fcelleraggini degli Ulcocchi, ormai abl^miuaii da tutto il mondo ; nè fi poteva andar contra Segna, che ì primi a fentire le mi- ferie della guerra non folTcro i vicini Fiumani, quelli di Lovrana , e di Novi, e altri non principali nella colpa. La lècoada caul'a, e più im- portante, era, che, movendofì i Veneziani per mare contra di Segna, i Turchi fi offerivano di movcrfi liibito per terra; nè clTi volevano in quel modo aprire la porta a’ Turchi da penetrare nelle viteere d'Italia, per non effer rei dinanzi a Dio, e nel colpetto degli Uomini, di aver voluto vendicare le private ingiurie con damo uiiiverfale di tutta la Crillianitk . Moveva gli Uomini prudentilTimi una terza ragione piti profonda, fondata nel loro panicolar lervizio; perchè, elTendo loro ri- mafie in Dalmazia, dopo l’ultima guerra de’ Turchi, le fole Citta ma- rittime colle gengive di pochilfimi territori, dubitavano che i Turchi, gih invaghiti della bellezza e fertilità del paele, non s’ annidalTcro con villaggi, e palazzi fin fugU occhi delle lor Cittì»; con che i Sudditi fa- rebbono fiati elclufì da tutto l’efercizio dell’ agricoltura, e le Cittù (à- rebbono fiate fogeettc a continue infidie della gente di quella regione barbara, prelTo alfa quale non viene fiimata ragione alcuna di pace, di patti, o di leggi. Quefie furono adunque le confiderazioni, c le ragio- ni, per le quali s’andò portando innanzi il negozio, e proccurando il rimedio con pazienza, fenza prorompere in una aperta guerra; perchè in fomroa fi defiderava di vedere moderate le feorrerie degli Ulcocchi, ma non Digitized by Googic DEGLI USCOCCHI. 149 ma non di vedere t buoni eftinti ; e fì aveva riguardo di non facilita- re la firada alle maggiori rovine d’ Italia , e della Criflianit^ ; nè It veniva volentieri a partito di far patir a gl’ innocenti la pena de’ falli altrui .* onde da’ Sommi Pontefici, che Capevano U fegreto, fu grande- mente lodata la pieù, e la prudenza del Senato Veneto, colla quale ve> niva anche moderato l’ardir di quelli che avevano Tarme in mano, e reggevano Tarmata; i qu^li', fecondo la loro natura militare, i più im- pazienti non potevano lòpportar tanti oltraggi . Ma era necelTario che tanti peccati di gente ribalda, tanti faccheg- giamenti, e ammazzamenti di poveri, tante lagrime di miferi affUcd movelTero Tira delT eterno Dio, acciò, fé in terra andavano impuniti si gran delitti, ne moflrafTe vendetta il Cielo.* onde venne in penfieroad AfOm Bafsh della Bellina, regno che confina colla Dalmazia , di np> prefentare alla Porta le molefiie, i danni, e le rovine continue che pa- tivano i Sudditi del Gran Signore da quello poco numero di ladroni; e che con grandifilma indegnità d’un si grande Imperio, e di una tal po- tenza era il tollerarlo : che egli, fé gli foflfe data autorità, colle forze del fuo governo avrebbe non folo dillrutti gli Ufcocchi, ma allargati i confini per le reliquie del r^no diCrovazia, e de’ vicini Stati Aullrìaci fino a Segna, e piò innanzi folto i felici aufpicj Ottomani . Era Af- fan per vigore di corpo, e prudenza d’animo affai inclinato alTarte del- la guerra; nè contento degli onori, a’ quali da debole principio cosi ol- irà il corfo di mondana profperic^ era arrivato, che afpirava di farli flrada celle fatiche militari a primi gradi di quel barbaro Imperio: pe- rò difcorlè del negozio in maniera, che eli fu facile il periuaderlo al- la Porta, ove fi defiderava grandemente di galligare la temerità degli Ufcocchi, ed erano inalpriti gli animi dalle continue lamentazioni de' Sudditi, i quali deferivevano in modo la crudeltà dc’iadroni, ei flrazj che pativano i fchiavi i quali capitavano in mano loro, che ormai fi- no in Cbllantinopoli , e nelle vicine provincie Europee , quando fi vo- leva pregare ad alcuno che non cadeffe in cllrema mileria , fe gli di- ceva cosi.* Dìo ti guardi dalle mani de’Segnani. Però furono volentie- ri afcoltaci dai gran Signore, e da i Bafsh i configli, e le proferte di Afian; onde gli fu data commilfione, che rómpelTe la guerra, la quale per tal caufa cominciofii Tanno 15572. e durò fino a quello del 1602, con variati luccelTi, ne’quali hanno avute continue occafioni i Crifiiani di riconofeere la particolare protezione dell’onnipotente Dìo, il quale, febben mollrò dapprincipio di volerli gallìgare, non ha però permeiTo che fin ora fieno affatto caipcflaii da’ nemici del fuo tanto Nome. £ quantunque ad Affan vcniiì'cro profperi i principj della guerra, poi- ché lenza molta difiicoltH s’impadronì di Sifacn, eBichiach, quefio fui fiume Una, e l'altro sò la Cupa, come oggidì lo nominano i paeiani; ambi luoghi opportuni a’fuoi difegni, a’ quali fi credea poterli dilficil- menre far conveniente refiflcnza colle forze dell’Ungheria, che s’ erano debilitate , per eflerfi colla fperanza della lunga guerra che avevano avuta i Turchi in Perfia diimelTo nel regno Tufo dell' arme ; ed erano annichilati i prelidj di cavalleria, e di Isteria, che per djfela delle frontiere fi folevano ne’ confini mamene;*e nuracrofiinmì colle contribu- zioni dclT Imperio; le quali, parendo che gih ceiralfero ì pericoli, fi coo- vertivano in alui ufi. Ma / 150 STORIA Ma quando cominciò la guerra, fi accofTcro tutti quanto farebbe Ila* to utUe l’aver in tal occafione alla mano un corpo di milizia tale , ve^ terana, ed cfercitata; c fi vedeva che lalpctcar foccorfo da’Principi dell* Imperio, o da altri Potentati più lontani, era colà lontana, e incerta; ORoc fi temeva ragionevolmente che non andafie la Crovazia, e TUn- ghcrìa tutta in poter del nimico t però fi maledicevano UÌcocchi,e fi (kfiinavano loro gli ultimi lupplizj, come ad Uomini icelleraiiffimi, c autori di tutte le rovine. Ma ne’ maggiori mancamenti di forze, c di configli, volle la divina miiericordia loccorere i Crifiiani in modo, che tutti conofeefiero efler ugualmente facile a lei il vincer con pochi, o con molti: perchè, circndofi l'anno leguente condotto Afian collcfcr- cito vittoriofo, c invigorito da i profperi luccefiì, vcrioSifach, c paf- fata la Cupa con dilegno di calate poi verfo il fiume ,^e per quella via farli la lirada alia prcla di Segna, c all’ertirpazione degli Ulcoccht, e ad altri più valli progrefii, fu Icopcrto da alcune compagnie di cavai* li, che*^ fi erano meflc infiemc de’ vicini prefidj Audriaci, con fine d’of- fervare gli andamenti del nemico, c di fargli alcun contrado in qual- che anguilia dc’paffi, o d' impedirgli le vettovaglie, più tofto che di far teda, e di combattere a bandiere fpiegate in tanta dtiugiiaglianza di numero, efiendo i Turchi più dÌ40ooo., e iCrilliani intorno 4000. ma edendo quelli tnafpettatamciue avvicinati alla Cupa, e avuto l’av- vilo che il nemico giù cominciava a paiTare, fi leniirono infiammare da un’inlolito ardore, che fi vide poi cnere miracolofo dono del Cielo; perchè , ove alla prima nuova della vicinanza deli’cfcrcito Turchefeo , tutti gli animi fi vedevano volti alla fuga con dubbio che nè anche quella fervide allo Icampo; ad una loia parola pronunziata dal Capi- tano , che meglio era combattere con quella parte che era giù paca- ta il ponte, e che le ne poteva Ipcrare qualche gloriofa vittoria, il gridar di tutti, che fi vciiilfe alla battaglia, e il marciare in dretea or- dinanza arditamente contra il nemico. Tu tutto uno; ove T affalto im- provvilo miie a’ Turchi tanto tpavenco, che, lenza far un colpo di lan- cia, o d’archibufo, fi mifero m una dilperata fuga : c perchè giù era- no padati quali tutti per un pome non molto largo, (edendo il fiume crclciuto d'acque, che non fi lalciava gu^zare ) pei medelimo ponte conveniva ritomariene; il qual non era capace dì più di due cavalli al paro; e perniile Dio, per maggior dragc de’ nemici del Tuo l'auto Nome, che nel mezzo del ponte cadellè un cavallo ferito, che chiule il padb a gli altri; nè riirovandofi in tanta fretta chi fi pigliad'e cura di farlo rilevare, o di farlo cader nel fiume, fu cagione della morte di molti.* perchè inanimiti dalla jnalpetraia fdicitù, attendevano co- archibufi, e colle Ipade a farne drage; onde i Turchi fi i>ittavano prccipirofamente nel fiume. Le rive erano alte; l’acqua groda; il tu- multo grande; la mano di Dio Idegnata; onde di tanto numero po- chidlmi fi lalvarono; poohì morirono di ferite rìlpctto a quelli che fi an- negarono; fi penderono ìt bagaglio tutte, e i cavalli; rimale morto, tra gli altri, Adùn con un fuo Iraicllo; c i Cridiani, allegri d* una si me- morabile vittoria fcAza pur una minima perdita, carichi di preda, ricu- perarono indi a poco Silach, c cominciarono fperar meglio di tutta la guerra, la quale ha portato in quedo fpazio di dieci anni varj avveni- menti certo , mù nondimeno uli , che ciafeuno è tenuto di confelftre , edeili Digilized by Google DEGLI USCOCCHI. 151. «iTer(I manifeftamente fcoperti fegni evidenti della protezione deironoipo- lente Dio verfo i Crìdiani, perchè fono date efpugnatc le Cità xeaii, rotti gli efercìti formati, meifo in fuga il proprio gran Signore : nò fi può che nella pre- là di Cliffa confifleffe la diffruzione de’Turchi; nè credevano altro, fé non che il Papa foffe per pigliarla per sè, e per quella via mandar efercitt Crifliant nella Boffina, e far follevare tutte le Provincie con fperanza di li- berti: ma i difegni del Papa erano quelli che fono llaii accenn.ui di fopra; nè fi giudicava conveniente fcoprìrli per fola Cliffa; nè meno il manìfeflare a gente mal cauta la caufa della tardanza .però s’andavano trattenendo, con induUria afcoltando in tanto le pretenfioni eforbicanti colle quali ogni giorno fi facevano innanzi/ e l'Arcidiacono di Spalatro , fratello di Giovan- ni Alberti, diceva che la nazione Schiavona non voleva mettere mano in quella faccenda, fe non fi faceva un Cardinale della lua lingua ; e penfava che doveffe toccar a lui , o ad un Aio fratello Dottore . Era anche venuto per quello effetto Gaudenzio Canonico; ma più importuno de gli altri era il Cavalier Bertucci, uomo arrogante, e di pochiffima levatura, il quale dimandava il governo perpetuo di Cliffa con groffi Hìpendj; e già fi fa- ceva padrone lolo del negozio; parendogli di meritar molto, (ebbene ne aveva pochiflima parte, perchè nè a lui, nè a gli altri fi rivelava il fegre- tò; ma le generalità del trattato erano in bocca, per la poca avvertenza di coloro, di tutti i Dalmatini che fi trovavano in Roma; onde pareva im- pQfiìbile che non ne arrivaffe il fentore a'Turchi; e che non faceffero le de- bite provvifioni per afllcurar la Piazza. Tutta quella gente negoziava col Segretario Minuzio; il quale, men- tre afpetrava la maturità degli altri più importanti difegni, loffriva que- lle impertinenze al meglio che poteva.* ma infallidito dalie contìnue mo- Icllie del Cavalier Bertucci, come egli era tenuto per natura, per la moltitudine delle occupazioni, e per la poca laniià, collerico, e impa- ziente, fe lo levò dinanzi, accufandolo di prefuniuofo, e dicendogli che forte il governo di Cliffa fi darebbe ad uomo di più merito di uii ., c che non conveniva innanzi tempo pattuire della pelle deU’Orfo non an- cor prefo . Il Bertucci, il cui camino s’empiva di fumo con poco fuo- co, fi voltò fubito verfo il Barone diNorad, all’ora Ambafciadorc dell* Imperadore in Roma, e gli efpofe tutto l’ordine della trattazione, mo- tirando che ella era già matura; ma che il Minuzio, come fuddito del- la Repubblica di Venezia, la impediva co’fuoi configli. L'Ambafciado- re fenz altro predò fede a quello gli fi diceva ; matfime che , per al- tre cagioni, era fofpetta a gli Imperiali la perfona del Minuzio, cosà per effer egli nato fuddito de’ Veneziani , come per effer dipendente da' Duchi ai Baviera, tra i quali, e la Cafa d'Auflria correvano all' ora alcuni difpareri ; onde egli abbracciò il negozio , e fubito fup- plicò il Papa, che fi conccntaffe di lafciar andar il Bertucci alla Cor- te Cefarea , e che 1' imprelà di ClUIà fi tentaffe a nome di fua Tome if. V Maeflà: ,54 STORIA .* il che non fii diflidle da ottenere, eifendo ormai infìilìidict fua, Beatitudine della prefunzione del Bertucci, e delle impertinenze di altri partecipi di quel maneggio. , Il Segretario Minuzio, quando vide dalla pazzia d un'Uomo impedir* fi U pubblico fervizio, e i concerti ben ordinati, cercò di divertire il mal configiio; e trattandone con Tua Santità^ fi sforzò di perfuadere che fi defie il Bertucci al Commendator Pucci, Generale delle galee Ponti* ficie, il quale all'ora fi trovava in Roma, acciò lo cufiodifie lopra la ^alea, ove non potefie metter lòtto fopra materia di tanta importanza : tut* to fu indarno, perchè, follecitando TÀmbafciadore da una banda, e il Ber* tucci daH’altra, egli fu Tpediio fegretanaence in fretu verfo la Corte ; nè fi perde tempo, che indi a poco fu forprela Clifia in nome di Cefare, fen* za aver prima penfato al modo di provvederla di vecovaglie, e di munir- la contrale forze Turchefche. Vi entrò dentro Giovanni Alberti, fecon* Qiiello fucceflb di Clifia elaccrbò gli animi de gli Aullriaci, e de’lo- ro Miniliri contra j Veneziani, verlò i qualli non parevano nè anche ben difpolli, parte per grinierclfi de’ confini, e per lunghi contraili frù dt loro; parte ancora per la mala inclinazione naturale che , portano i Principi alle Repubbliche ; ora pareva loro che i Veneziani avrebbono potuto provvedere CUllà di vettovaglie, o chiuder gli occhi, mentre i ludditi loro , Digilized by Google DEGLI USCOCCHI. 155 loro, affezionati alla cauta, le provvedevano; ma chi fi trovava fuor d'interelfe, ben vedeva, fc era pofiibile farlo: oltracchè , la vicinanza degli Ufcocchi farebbe fiata loro incomparibilmcme più molefia, e pià travagliofa di quella de’Turchi, co quali in tempo di pace fi vivequie* tamente con libero commerzio. Nel medefimo tempo, per la ifteffa cauta, crebbe anche la rabbia*, e il numero degli Ulcocchi : la rabbia, per la tagliata ricevuta folto ClifTa, e per non eficre fiati favoriti, come forte pareva loro di meri- tare, da’ Veneziani : il numero, perchè i fudditi Turchetchi che ave- vano avuto mano nel trattato, alcuni de’ quali erano propriamente di Clifla, altri di Polizza, temendo di gaftigo, fc ne fuggirono a Segna: il che fecero ancora non pochi fudditi della Repubblica, che imprudente- mente fi erano ingeriti in quel negozio , e dubitavano però de’ cafi lo- ro. Le quali faccende la Veneta prudenza non giudicò però doverfi an- dar più Ibttilmentc inveftigando, per non moltiplicar diffidenza, e dif- pcrazioni, e non aumentar di vantaggio il feguito agli Ufcocchi, i qua- li, dopo quefii avvenimenti, parte per isfogar Tedio conceputo, parte per certa opinione di far cofa grata a’ loro Superiori, da’ quali forfè an- che venivano infiigati, fenza alcun riguardo fi diedero a danneggiare i fudditi Veneziani, Ivaligiando i Vafcelli de’proprj Dalmatinì , ove non poteva effer pretefto dei Turchi, o dei Giudei; levando dall’ Itole gli ammali, i vini, e ciò che vi era, e ammazzando anche gli uomini per qualunque minima refifienza, per caprìccio: onde fi vedeva che avreb- iMno in breve dilolata la Dalmazia rutta, fe fi differivano le neceffa- ric provvitioni , la cura delle quali fu comn^effa in Venezia ad Ermolao Ticpolo con titolo di provveditor Generale, e con libera podefi^. Il Tiepolo fino da fanciullo sera efercitato fui mare, e aveva in di- verfi carichi fatte cote maravigtìote contra Cortari, ed era grandemen- te temuto dagli Ufcocchi, perche era folito di fame irremiffibilmente impiccare quanti gli nc capitavano in mano; onde fi giudicava che fof- le ora per far molto peggio. Si tapeva in oltre che era di parere che fi dovelfcro aflalire con aperta guerra i nidi de’ malandrini , e difirug- gerli con ferro, e fuoco, c ne aveva dato principio, battendo Scriffa, terriccivola che gli Auftrfaci chiamavano Carlo Iwgo, porta fui canale della Morlaca, dirimpetto all’ Itola di Pago, la quale poiché ebbe pre- fa a furia di artiglieria, fece lubito impiccare quanti nè trovò dentro, cominciando dal Capitano, e Luogotenente con venti altri di quella ftirpe; e moftrava di dover feguitar nell’ ifteffa maniera in tutti i ri- cetti de’mafnadieri, fe dalla Repubblica non folfcro fiate temperate le ritoluzloni fue troppo ardenti, la qual era moda, dalle ragioni toccate di fopra a non correre ancora , tirata dalla neceffitli, in una manife- jla guerra: ma ora aveva una confiderazione di più, che, effendo gi^ acccla la guerra tt\ T Imperadorc , e il Turco , non pareva convc^ nire alla pietk, e prudenza della Repubblica, fe aveffe nel medefimo tempo moffe le armi contra la cafa d’Aufiria; la quale fe in tanto foffe fiata afirecta da altri rifpetti, come grandemente fi temeva, di con- chiuder la pace co’Turchi, eziandio con patti difavvantaggiofì, la colpa ne farebbe fiata rovefeiata tutta fopra i Veneziani ; onde efll prudentifiima- mente fi aftenevano dalTapcrta guerra, febbene le fpcte, e le forze erano tali , che avrebbono potuto bafiare a farla , mentre i più prudenti volevano Tonu //, V 2 pur Digilized by Google 1^6 STORIA por vedere fe la dilìruzione dt Scrifla pofefta ballare a metter pende' fo kd altri d’ovviare a maggiori pericoli; al che adoperava Papa Cle* mente tutta T autorità de' Tuoi configli; c vi s'impiegava anche il Rè Cattolico per zelo di giulhzia, e per riputazione della Tua cafa. Ma men- tre che i Minillri di Tua Samitk cosi prafifo a Celare > come prelTo agli Arciduchi accufavano le rapine, ed i misfatti degli Ufccochi, efTì, per difcotparfi in qualche parte, avevano mandato a Roma il Padre Cipria- no Guidi, Lucchefe, deU'Ordine di S. Domenico, uomo di qualche dot- trina, ma di più audacia, di molle ciancie, e di gran vaniti, il qua- le e in voce, e con lunghe fcritture pretendeva di giudificar nel Mon- do le azioni degli Ulcocchi, efaltandoli come tanti Maccabei, e actrì- .buendo loro la falute d'Italia, è la difefa di quei conhni .* diceva che le depredazioni dc’Vafcelli di Levante erano idituite per zelo della fe- de, Up meme in «iw.fan»di ladaa fawodo upuione, efapata» vano aaiaanafi l'im falò», ni aliai potevano avanzare alcim di b>M. qnelb ara la fada na’p n bW ir i maneggi, c Belle aaminillcaaiaat del pafa biKO danaro.- ad ok» owlbaRino tempre ebe pili ia^rafie laro l’uiil» dei^ Patria, che le paiefte comodià; e tàiltir vera la doiniaa di IVh cidide, efie era magli» efiàr poveao Cictadiae in rioca Repubblica, eh» rioco Ctnadino i» paàeca Rcpubblica^Médema» gnelli mediocri làaa)- tb, baftami però a fafiamaM onoramaeme le Ifato cndkario da gU An- tca»ei/ e cen «jnelle vivevano modaniamete, fanza aadar con ^ aa> fiatb ocrcaad» quegli avanzamenti di factuaa che ia qaeftì u lt i mi Ma» pi hanno rnarinnitn pah n dafiderarfi in Venezia , per eflére erdeàna pib il lafln', e la pampa aaaoa i lodevolil&iiii coftarai de gli An- tiche. Oia non patendo, per altre ocanaaaiatil, sbrigaifi à «aA» li ■»»»» da Vnnezia,-ad cftD^ d ai m a n di Bembo dalte-fae iadi%ofaiaai a ■- totaarvi fubiaa, fa per deetea» .dal 9bnaa» eommAà ia ttam tuo* 1» cute dèi nagazio ad Anma i o Gii iftin iaaa, Cavaliere, C a p i ta a o dalM* fo, che, dopo eflèrC pebaatfo di iepa anni eootiau» eletcicaia oaaa». lamcat» in diverfi «pNcfci maaMmi falle Galea, fa aa taraava allBP»- tra eoa gialia Iptt ml aa di maggiati aneti. U ^ftiaiajro era gbviaa^ e nvMNio vaduie fn dbaa le pih canuta talk fona agella faerigMìCaao nagaaio degli Ufooaahà, pcoo atl av a .eaa aaolm ai r aalp ea ioae, ma aon ima inifafa- ddigenaa» latpmlagli letvt pai coahere fapta l' Itoli di Ikav» niM*,'pregtnlifa«atc dd bada,, iaeiaat al numero di t^, pofia ia hmgo pabhiioa, diadan gmm daime iMtiaceU a gli oocbi. di gidlli ebe taaaivana ogai giafaoir t*a vidi delle nefande opemzieai di qalblU mala gente nd iè ri 1 11 É mm tTavarna vedute in thrt tempi mma in una \ml(»r‘ onde ibtmata ‘dal Ghifiiniano veniva ia Venenia alnaw fa|>ta le IbcHe; e parmra abdfa Ibn Wioiib poteflè pnrmr anche gunkbe iMg^ bene, pafcbb‘b>ga4 gfarni a' era aperta la (bada a% nranaaiooe d’aaaomodanmmo di tuoa il negotio. - Perebi, avendo i’Aicivtfoovo di Zara ptapofti ab Papa dhreti! modi di Ttrminaelov ^ Santnb.gli c o m m dt chce’abaceaflà oel VdcBvadbSa. gna ' che faa loro vedifaio dt i nri ma pn are H mgnaioa qnalcha via di«oi> Sellane, per poterla praporte a gTfamc eff aii aa« nRipn fandaaiadco. n Vcleovo di Segaa àMitai» daU'Areivetehvo pw n Zatay 1 fii fora fi maaciD dirwle coafarnuc per plbigforni, la gadfLdI maao in maao fi eomumeavano al fopeaddetto Gin fii aiana. Per nadir la facili* della fa» faba y- M fiaa 4 delibati eba II IMòafa anddfc afa Ora di 4fcua, «‘ dì'dPtaga, per panar di fa gaalahe «onuneCaM famm iella rtffai xieac di'partiti, fafamma de’-gadi tra» che ipMHa amltitadiat # aa- afan rapaai non fi dfafadfe tataa-mMa in fiagna, aia fa maggia»-]*». « fi omiddaefie a gaaidia.fa mrnf e -^aal».pacevaaa afiàe pifi alili *1. U fifiefa de’ coafiai , a amna atfa afle ■eabbama fi an fama da emgofa XbtI. par bene de’tlbagulei , i oaif il gnale ricusH 4’andarvi, # fg privato deibilttpcudio: per kicbe lùarrtò a Segua, ove viveva luetavb, «a meidiiinos e carico di. iigli- ualà, fcnia credito, e mezzo fcenip. di ccVvella, Ma tornando ah ptopofiio noAio, à Vaibovo di Sogna , arrivato aGratz, tiDvò in quella Com agni cofa beo ddpoAa, e unedbecra incUnazione all' acoooodamenro,' perchè il Priocipe, ottinio, t gioMfimo, era modo aon lob dalla -diminnzioac delb proprie gabelb, a dal pctimemo de'ludditi, w gl'interrotti con f erai, e per rimpedna vettovagUa; ma moim più palla prapiia caicicnta, e dall' intcìelb datb ripotaziasie della Cala d'Au- . liru, che, onorata nel mondo per «ami imperadori, e tanti Re, veni- va ora htad'xtia di fi>mentare nc'&ioi Stati pubblici Itdroat, crudalUi- aw, miai imbranati di langtie Criiinno : ma perghi aon dipendeva rac- comodamento daU' AicidiKa, il Vebovo 111 canfigliaio da lui di trasfe- rirli olla Corte Celareai c lìi aecoorpagna» a quaU'sBciio con lettere a ' peopolito. Ma in Praga la dtfiicolih ota'era all'ora di veder la bccia delllm- poradofc, eoo che di negoziare Icco, c il mal animo d'alcuni principali Mi- nifiri, i quali godevano di vedere cos'l travagliala la Repubblica di Venezia, o' perchè avevano altra canb di bvorir le rapine degli Ulcocchi , fece perdere il tempo al Vcliavo, chi noe ne e^rh, le non buone parale , c dilcoifi di rmieiici tutta lo biKenda. oli' Arcidnea . In tanto era nllr‘"T'‘‘ Venezia il Genezal Uooato, e datb una occhia- la al pacb y coniidefamfa i ptlTi per. h quali gli Ulcocchi potevano ufeire dal-Caneb di Segnlbforrerc pop I» IMmatia, riloile con pruden;ifli«no «anfiglÌÉ di cisiuderne con Foni oppartnni, e muniii dt geme, e di oriiglie- rin, l'tmqnell'Udla «NVeglb el canafeiefelb MorUgea, ove è I «panguAa hoese ,.per la quale erano tolih-gli Ufeooahi di patfaroìèrequcMe- benu. Qnelli Rccoam erano t più coowdi pofli a chi voleva ulcira, ed ea- iatie.&nmmcnce,-«aai erano piu Acili a temi* per l'anguOia del fieove fehhene rimanevano o'hdrooi alcune altre pocboutcMc kherc, nopdimt- no, quandafi davo fero b caccio nei ritomoy .- D DEGLI USCOCCHI. 163 grantliflinio rifchio : però fi vide daircffetco che quel pmdentiflimo con. figlio mife i ribaldi in efirema difpcrazionc, malTimc che col primo forte di S. Marco s’impedì a’Segnani il commerzio di Fiume, donde erano fo. liti cavare le vettovaglie, e provvederfi de gli altri bifogni : con che fi può dire che fi toglicirero loro gli alimenti; però fi riduflero tofio all’e. flrcma necediih di tut^c le cote.* e come un'impecuofo torrente, a cui fia pollo innanzi un gagliardo riparo, è forza che sbocchi colla fua furia in altra parte; così cofioro, (limolati dalla fame, ne potendo più ufeire per mare fenza manifeilo jsericolo; vedendo che quanti di loro veniva- no alle mani a' Veneziani ( c ne venivano molti ) tutti s’ impiccavano verfo i confini de' Turchi; (dfendo giìt, come fi è detto, dilettata la Licca, e Ja Corbavia) non rcllando loro ipcranza, fc non di mii'eric , e diffìciiilTime prede, fi voltarono temerariamente, e rabbiofillìmameme (non mirando quanto importava tirar una nuova guerra addoflb alla Ca- ia d’Auilria, come ?rano fiati foli autori deli’ altra co’Turchi ) fopra rifiria, e con terrore dì manifefia guerra, non che di rubberic, e lac- comani, entrarono ne'iuoghi murati, e anifièro fiendardi imperiali; iac- cheggiarono le terre, c le Caftclla, c fecero fino de’ prigioni ; onde fu ammirata la difcrczione, c fapien za Veneta, di iaper divorar oltraggi ta- li, e non venire, per le cagioni narrate di fopra, a manifefia rottura., Provvide ella bensì con fubtti foccorfi alla ficurezza de'fuoi fuddici, in- viando quel numero di cavalli, e fanti che pareva necclTario al bifogno.* il governo della qual gente, e di tutto il maneggio deli'imprefa fu dato a Francefeo Cornare, Gentiluomo giovine, ma che nel carico di Prov- veditor della Cavalleria di Dalmazia aveva dati legni chiari di maturo giu- dizio, e di una incorrotta fede nel negozio de' danari pubblici*, le quali virtù l’avevano fenduto maravigliofamcnce grato al General Donato, il quale lo predicava con continue lodi, ovunque occorreva : c inficmc colia commelfionc di provvedere alla ficurezza delie terre dell’ Ififia , e di quei, popoli, gli fu dato il comando di non afialtar però i luoghi dcU’Arciduca iu s^uei confine, ma di gafitgar i malfattori, di vendicar ringiiirie, c di ri- farcire i danni, 0 pubblici, o privati a mifura colma: Il che egli andò efeguendo con tanta vigilanza, c con sì accorta maniera, che, feJgU Ulcocchi trionfavano di qualche preda, tofio ne piangevano i fudditi Arci- ducali, c maledicevano chi n’era caufa*, accorgendofi dì dover in breve (fe non fi accelerava il rimedio) rimaner tutti diftrutti; perchè non in- dovinavano che Tarmi Venete s'aveflcro fempre ad adoperare con quel- la rilcrva, e quella dilcrczione la quale negli fieUì lagrimofi danni ve- niva lodata, c ammirata da chi non s’internava neli’iiìternc caule d’im tal procedere. Quelle faccende fi maneggiavano in Ifiria col configlioj e coir autoriih del Capitano di Ralpo , ch’era ^rnardo Contarini , Sonator gravifilroo d’anni, e di prudenza, folendofi dar quel carico, benché di luogo piccolo, ad uomini tali , e benemeriti della Repub- blica , alfine di rilàrcirli delle fpefe fatte in fervizto della Patria coll' utile importante che fe ne cava*, onde s’ era trovato nei medefimo Magiftraro il Ticpolo, quando egli fu creato Generale contra gli Uf- cocchi: ma il Contarmi, alla fomma degli affari,^ e delle fatiche mon potendo refificre Perù fua, che palTava giù 80. anni, chiamò Giulio, luo figliuolo, che ne lo follevalfe in qualche parte; il quale, elTcndo d’ ottimo giudizio , e molto rifoluto ne gl’ importantidìmi negozj , Tpjw* il X a c con- i 64 storia f congiunrifTiino in amore col Cornaro, ebbe la mira Tempre a portar (juella nuova, e infolita forma di guerra a quei fini che lono flati de- Icritti con maniera molto accorra, e lodata. Ora mentre che in Iflria cos^ s'andavano bilanciando le cofe , c fì temeva che non riufcilTcro finalmente in una manifcfla guerra, il Do- nato aveva gili fatto Taccheggiar da' Tuoi l'oldati la Terriciuola di Lou- rana, non lontana da Fiume, con maniera tale, che ben fi vedeva ef- fer lua intenzione, piuttollo di pizzicare, che di ferire, a finche altri fi rilvcgliaflcro al rimedio, c dopo aver con diligenza finiti i due forti fuddetti, e dopo averli provveduti cos^ di milizia, come d’ogni altra cofa necelTaria, e vedendo andar a lungo raccomodamento, il quale tut- tavia fi trattava, aveva in animo di palTar ^ qualche maggiore progreffo. Nondimeno il Papa, il quale aveva per quello accomodamento già mol- ti mefi 'contuinui in Corte CeTarca Flaminio Delfino, che non cavava rifoluzione alcuna, bens'i Tempre fperanze buone, e promefTe , fui fondamento di quelle continuava a pregare i Veneziani a procedere co’ foliii riguardi, lenza venire a guerra aperta, con rutto che parelTe lo- ro grave la fpda, c ormai foflcro infafliditi dalle lunghe, c vane fpc- ranze; poiché efTì confumavano teforo tale, che avrebbe potuto balla- re per una giufta guerra, ove almeno avrebbono potuto pretendere non folo di render danno per danno, ma di ridorarfi con qualche acquido dc’gravi patimenti. Ma elTendofi in qiieda congiuntura accampato l’c- fercito Ottomano guidato da Abram Bals^, Cognato del gran Signore, fotto CanilTa, Piazza non lontana dalle Frontiere della Crovazia, e dell* Idria, parve piucchè mai necelTaria la pazienza, acciocché, fuccedendo qualche finidro accidente, il Mondo non nc dede la colpa alla Repub- blica, che avede in tempo d’un tanto bifogno tenute occupate altrove le forze Aullriache; onde non farebbe mancato chi 1' avede calunniata d’hueiligenza co’ Turchi. Per quedo il Donato attefe a regolar le mi- lizie, ordinandole in modo, che un numero minore potedè predar il medefimo fervizio, e cosi fi diminuiffero Icfpcfc. Erano neH'armata di- ftribuite parte lopra le Galee, parte fopra le barche lunghe quattro di- vcrle nazioni, unte valorole, c acccfc di una onorata emulazione di virtù, Italiani, Cord, Dalmatini, e Albancfi, co’quali era opinione dì molti Capitani pratici, che s’avrebbe potuto tentare, c condurre a fi- ne ogni ardua imprcià; madimc comandando loro il Donato, che era mirabilmente ubbidito da tutti, perchè, oltracchè li pagava a’tempi de- biti di moneta con vantaggio, ufava di trattenere i Capitani di tutte le dette nazioni, coridlemente ammettendoli di continuo alla fua tavo- la, nella quale, febbene non voleva il ludo, biafimato in quelle d’al- tri, fi vedeva però un’ordinaria fplendidczza; c Tcbbene nel volto, e nelle parole lue fi feorgeva natura inclinata anzi a fcvcric^, che a pia- cevolcza, nondimeno fapeva temperarla in modo, che riufeiva grato z tutti.* ma principalmente i popoli di Dalmazia lo benedivano, per l’in- corotta fua giulìitia; c i Magillraii inferiori lo temevano, per Topinio- ne d' inviolabile integriti. Dilpoflc adunque le cofe nel modo che fi è detto di fopra, il Dona- to con buona licenza del Senato fe ne tornò alla Patria , edendofi in fuo luogo (con un giudizio univcrìale, non di Venezia loia, che lo elede, ma deU’armata inficme, c di tutte le Cittì» marittime , che mol- to pri- Digilized by Googic DEGLI USCOCCHI. 165 ro prima Io prcdifTcro) commclTa la fafHdiofa cura degli Ufcocchi a Fi- lippo Pafqualigp, ch'era all'ora Provveditore dell’ armata, ed era palTa- to, fi può dire, per tutti i carichi che comandano fui mare, nel qua- le aveva menata la maggior parte della Tua vita fìno dal tempo in cui dall' armata CriOiana fu rotta la Turchefca a Curzolari ; ed era flato riputato Capitano valorofo, vigilante, e rifoluto, mafTÌBie contra i Cor- fari, de' quali fi faceva conto, cha avea prefo fìno a quell’ ora gran nu- mero di Vafcelli armati; onde tutti andavano indovinando che per ma- no lua dovefTero anche reflare domati finalmente gli Ufcocchi, contrai quali egli, conforme all' ordine ricevuto, fe n'andò colla Tua Galea vec- chia, e veloce: ove fi vide toflo ch’era per camminar dietro a gli an- tichi configli, col perfeguitar i ladri, e impiccarli ovunque gli avefse colti; e con rifarfì de’ danni de’fuddìti fopra chi gli inferivano , fofsc- ro chi fì voleffero: nella qual imprefa entrò, oltra gli ordini pubblici, con gagliarda rifoluzione propria, con si fatto fpa vento de’ malfatto- ri, e con tanta fperanza dc’popoli afflitti, che la Dalmazia, e Tlflria cominciò fubito a credere che fofTero toflo per finire i loro lunghi tra- vagli. Tenne egli bene cufloditi ì luoghi fortificati dal Donato, e or- dinò le guardie a gli altri paffì di mc^o, che ogni ufeita fo(Te agli U- Icocchi pericolofa; e perchè il porto di S. Pietro di Nembo neH’llola d* Oflcro era ordinario ricetto di molti vafcelli , t quali o dalle oppofle rive d’Italia paffavano in Dalmazia, o di Dalmazia navigando verfo quelle parti, o verfo Venezia, quivi fì fermavano, per afpettare tempo opportuno al loro paflaggio, onde gli Ufcocchi erano ficuri di trovarvi lempre occafìone di preda, quando potevano tirarfi fin 1^; Ì1 che face- vano tal volta cacciati dalla fame, e dalla difperazione ne’ tempi piò fortunevoli di borea, quando nè le galee, nè le barche armate poteva- no reggerfi alla furia del ventosi! Pafqualigo, per toglier a’Iadri quella comoditi, e per aflìcurare a naviganti quella danza, fì fervi prima d’ una Chiefa vecchia, e derelitta, per collocarvi dentro a quello fine un prefidio di foldati; c poi vi fabbricò un forte in fito opportuno , con comoditi anche d’alloggio per qualche pafTcggiero che vi capitafle ; c ridorò la Chidà, provedendola delle cole necelTarie, con ordine che vi rifiedenc fempre un Cappellano, acciò a quei foldati nè anche mancaf- fero le confolazioni fpirituali : il che tutto l’efpericnza fin qui modra clTerfi latto con prudcntifllmo configlio. Con quede diligenze redò, (i può dir, aflicurata tutta la Dalmazia; e i ladri, fuor di qualche ben repentina fortita fopra Tllola di Arbè, e di Pago, ove depredavano qualche animale, poco ardivano di folcare piò i canali di Dalmazia; e per ogni poco danno che facevano a' fudditi Veneti , ne pagavano U ho, o cfli, o altri fudditi Arciducali con ufura; perchè il Pafqualigo faccheggiò primieramente Ledenici, poi Mofehenizze, c Terzato , c Be- lai , tutte Cadella del Contado di àgna : fpogliò altri vicini luoghi di animali, e di abitatori di maniera, che ogni cofa era piena di pianto, e di fpavento, nè alcuno fi teneva ficuro, fe non ben lontano dalle ma- rine, 0 in fortiflìmi ricetti: gfinnocenti maledicevano i malfattori, che erano cagione della rovina loro; e i colpevoli reflavano confufì , confi- derando a quanto incendio avelTero elfi data occafione » In quello mentre co’medefimi paffi camminavano le cofe d’iflria, ove i ladroni, vedendofi ormai chiufe le firade in Dalmazia , cercavano di ri- # \ I Digitized by Google i66 STORIA di rimediare alle loro neceflitìi : ma il Cornar© vigilamiffimo, ficcome roetteva cura di non clTer il primo all’ ingiurie, e a i danni, cosi non era pigro di vendicare ogni minima ini'olenza; e gi^ aveva empiute \ timo quelle frontiere* di terrore, c arricchiti i loldati colle prede, col- le quali s' erano anche rUiorati molti danni de’ poveri ludditi , e quelli di Marc'Anionio Canale, che, mandando le lue bagaglie a Zara, ove era desinato Conte, ne era Oato ipogliato da’ maledetti Uicocchi nel cammino: Onde i ludditi Arciducali di quei contorni, afflitti da si fat- ti danni, e temendo lempre di peggio, dopo il primo ricorfo che fe- cero all’Arciduca Ferdinando, che gli liberafle da tante oppreflioni, c provvedelTe che gli Uicocchi nqn fon'cro cauia delta dillruzionc di tut- to il paefe; nel qual tempo era flato loro rilpoflo con termini gene- rali, che non fi prometteva fc nop tardo rimedio, c incerto; ma fi con- fortava alla pazienza ; rinnovarono poi Tinflanza con concetti piti ve- ementi, moflrando che non era pu'i pofllbilc fofferir tante rovine per colpa di pochi Matpadìeri; e che elfi làrebbpno sforzati a metter alle cofe loro altro compenfo, fc fi differiva la provvifione: c pareva vera- mente che, andando le faccende più in lungo, fc ne potefle temere qualche rivolta; però, eflendofi già per le molnpiiqate iflanze del Pa- pa, c per le replicate propofte dell' Ambafciadorc, deliberato in Corre Celarea di commettere con un'affoluta autorità tutto il negozio all'Ar- ciduca, fpediti furono finalmente i difpacci, dappoiché Celare s'aveva levati d’ attorno quelli che erano creduti ^iflu^hatori di buon confi- glio. L’Arciduca, fenza perdervi più tempo, avendo fempre dcfidcrato di liberar la lua Cala da un tanto obbrobrio, volle fra tutti i Miniflri fnoi Giufeppe Kabatta fuo Configliere, e Vicedomino nel Ducato di Camicia, di cui fi fece menzione di Ibpra; c centra l'iflituto della Ca- fa d’Auftria, lo deputò folo, c unico Commeflario, con libera podeflH all’ accomodamento degl’ invecchiati contraili « ai gafligo degli aflaflìnì; con ordine di dar ioddisfazione tale alla Repubblica di Venezia, che z' ormai fi ccflafl'c da’danni, cos\ nciriflria, come nella Dalmazia; fi le- ' vaffero gli affedj delle Citt'a marittime, e fi rcfliiuiflc il commerzio a’ fudditi con fìciira navigazione. S* induflc f Arciduca a preferir quello foggetto a gli altri, conofccndolo Cavaliere d’ottima fede verlo Dio, e verlò il Principe, come l’aveva efpcrimcntato nell’ eflirpazione dell’ erefie per la C.arniola; nel qual negozio aveva Ipcffo moltrato di flimar poco i pericoli della vita, putehe adempifle compitamente i’iiflìzio fùo: cos'i fi ipcrava ch'egli folle per far anche in quello, il quale importa- va alla buona fama de’ Principi, alla lalure de* ludditi, e alla gloria di Dio, in cui ditonore facevano uomini Icclteraiiffimi patir tanti poveri innocenti, e perir tante povere anime. Il Kabatta era di languc Ita- liano, e i progenitori lùoi con carichi di guerra erano di Tofeana ve- runi al lervizio dell Imperador Carlo V-, lotto il quale colla virtù acqui- flarono onori, e ricchezze.* nè egli degenerava punto dal valore de ’luoi Maggiori: però, volendo corritpondere all'opinione dell’Arciduca, c al giudizio che fi faceva della pcrtona lua, fi mife con tutto lo fpirito al maneggio impoflogli; e prima dogai altra cola deliberò dì abboccarfl col Cornar©; c per allicurar di poter anche levar da quei confini alcu- ni foldaii, c che in tanto non fi avclfc a proceder in quella parte con termi- Digitized by Google DEGLI USGOGCMI. 167 icrmùù d'oAilitì, ove il Coriuro mollrò che, purché non iolTm cUn- neggiati i luddiii della Repubblica, egli Aon fi moverebbe di ui pel- io , eflèlido tali gli ordini fiioi , e avendo caiqoiioWb fin eli’ ore -con qiiella diicmione che i Minifiri Auftriaci dovevano lodare: poiohi, Éeb- benc aveva forze confiderabili foliemue con molu ^la , colle queU avrebbe potuto far infiniti mali in pacié poco (am, e poco prowifto, nundlnneno non s'era mofirato nemico; k neo ^ade l’infialeBxn degli Ulcocchi, e la difela, o follevameiuo de’propr) fàddiii l’ avevano indot- ta! perb provvedeflc pur U Rabatia ^e dal canto fuo non fi rinno- vaifero l'ingiurie, che egli, tenendo le vecchie per ben veadican, a'a- licrrebbe v^eniien da ogni altra oStfa. Il Rabana redi conteonfiinKi della riletta deldCniMio; e fi aaarayi|li& di vedeee un giovine coti valorolo peli' armi, ooai pendente ae’ configli, e caci accorto nelle rifpo- {le; nè dubitò che potowc elTergli maBcato da ijaeila parte, vedendo che fi ptycedeva finceraoMOte : potò, avendo abbaftanaa prawifto che con nuove rubberie non fodero provocate quell' acme , levò ficuramen- te la gente di quella perù «he parve neccllària a' Cuoi fini, e coadfii, e con altra raccolta' in altre pani, fé ne venne verib Segna armato in modo di jntet ilbrzar afi'ubbidieoza quelli che voloncariamence non vi c' inehinailero . Giunto adunque il Commeirano nella tetta di Fiume con ul apparecchio; e fapaado che, per le molte pnwve, i Veneziani. h- vrebbono potalo afpetiare poco ^ttO| della fua commedieoe ; poiché tutti glà.altri venuti in altri tcn^d cbn .fimil calicò avevano avuto po- co penfiero di medicale il male della radice, ma s' erano oonteneati di dame un'apparente loddbfazione , non accomodamanio ; non coaando che poco dopo la partenza loro le facceuda risadpITaaa :oef^adoCau dilbrdi- oi; elferiio nwluta 4 é-drizar la paaunn.alU.via d’un reale, e fodoae- comodamento, il quale conycoiva alMl . dignità db' fiioi Principi, e alla ficurezza de'fuddfti, pensò eder necedàrid di levar primieramenM fot»- bw, e i fofpetti, che potedeio aver, contrarii, e poco iinceri dilegni i Veneziani ; onde procciwò con lenere coufidenia predo at Generale Pa- Iqualigo; che, per piti facilitare la trattazione , fi era trasferito con paiv re dcH'aamaia lopn Pifida di Veglia,, ove db da -Calici- Mufebào mi- ra con p04n anicrvallo le .-vicine riviere de gli Auflriacia i Qpivi dunque fi portò il Vèicnvfli di Segna per oediae del CommU- fario al Generale, per alficuraria-che fi faceva da davero; e par pre- cario a cornfjpoodere dal canto fuo olla buona vnloacb degli Autteqtci,- dove il Vclcovo riferi che i punti dé^ corameflione erano veramciur di galligare i ladroni fecondo i merici;>(a non tutti , almaio i capi ; difcacciar di Segna, e da tacco quel cragta> IduUjpi Veu^i sbandici, fuggitivi, e fallili, dalle Galee con perpetua peoihnMa di ano ricettar- li per r avvenire; e, quplU che piò importa, dà levar gli ilfigocchà da Segna, e da' vicini luoghi marittimi, tralporunduli mdi.ulcuni .CallvUi fn terra, non raeim oppornini ajla difela de' confiìfi^ -eha .-dtaie àcsu- nudati alle rapine del mare;, e in fine. di proibire a quelli che nmt- .nefiÌHo in o in altri luoghi mnrireimi, -ogni ule di bauahat-aa- onare (VàevaMo l'autofitli anche aà Capitnnla.di Segna di far limili Ipe- diniiaàp R I A imi • voiwo rirolvu-e; * f>rii bene, poiché fiams vewKi ia pnipofld), che qui li ne difeorra bravcoienlc la caràne. ’MoAcaThno i MùùAri Imperiali d'aver gran geloCa delia &ctena di Segna, • KrI'uadcvano i Principi, che, levando gli Ulcocchi da quel pnlidio, (quafi che altri non /olièra atti alla difcla) o i Turchi l’oc- cuperebbene, q t Veneziani, che gik podèdevano tutte l'liòle, e le par- ti marittime della Daloizain, fi iatebbono tetto padroni anche di quel pone, e che alla digiiitè della Cala d'Auttria, c della Corona d' Un- gheria , impoKaea rnelto conlcrvaz quelle picciole reliquie di dominio marittimo, si per dipender da quelle la conlcrvazione d'altri Suti, co- me mobe percÀè mi giomo avrehbono potuto eflèr oppoRimc alla ri- cupe-nuimte deU'altre co/e preiqfè; poicÙ cop eA Ièlle fi imaeerrebbe l ' mo della navigaziom per (didnatiao .. Qwttì, erano gli argementi ap- parenti co'quali fi andava divenmdo ogni innmmiione ne gli affitti di Segna , c per coniegnenza lotteuendo’ l’ io^natih da’ delitti i^li Ulcoc- chi: imehè in iàtio non latebbe mancata altra nazione molto pih atta aUa dileià di quella Piazza, la quale in mano- de' ladroni era anzi ma- Ufiimo ficum, 'panc .per la loro inlèdelih, e per elTere la maggior par. te amefii a'iiimiti de'Tnrebi, e qmlla cittadinanza lenza alcun riguar- do; cade facilmeatt avrebbono potuto entrarvi de' traditori ; pane per. che fpeSe volte FaaKir della prùda, e delle rapine /aceva iaiciac vota attimo la Piazza , ulcendo tutti , or per terra , or par mare , alla bn- icaf Bai qual calò rìmaneTa la Eiaaaa c/potta a i repeatini allkiti , e all'ii^die de'aemici.' eitre a che, le mbberic continue degli Ufcocchi anzi acctclcevano i pqticoli, irrimado caci i Turchi, come i Venaai»- ni a tcacaiarli filari .di qaa^ iofimii nidi.- onde più volte avevano i Turchi ièna iftaaea a'VeBeziani, O'cke etti •’ impadioiiilièro di Segna, e permeitclièio kno di venir coU’ armata per mate, e pon> eli mii i di «cin aU'cfiirpiuioBc de gli allèilHii, comuni Bo a n ci. Ma i Ycaevaot , coafideianrio ^ pmiòadamcBte t’ùàaarfaBaa'di tal neg eai b ^ avevaao (emprc aolla toro pradona dtvartM iHilt B*ni|^ , taiaa pammiifi, bob fido alta Cafa d’Aufirià, ma n taro itieiiefimi,.c a tutta /Italia ‘liifie- ma; aè per sè ttcttb potrebbe crcdeie alcun iwmo bivio eh’ alpirattèn mai i Veneziani al daininio di Sopra, jxrchè con etto t'addottèrebboaa una grotta Ipeta, -c ua centhuiO rame di contraili /enza guadagno, o utile otauao , o cantbdiih Verona di roomeato per tempi di guerra , o di pace t nè è venfimilc che » Minittri Aullnaci non fofe» affiti bea note tutte la rag ioni a ma con quei fimi lòlpatii coprivano altre loco imerac pattanr, le qnali in alcuni pochi derivavano da un vii intgrefi le detta pamnpaatataa delle prede; e in miti da ua comune mal-MHa vcrlo il Baine VÒSiano, geneedio dalie amiche guerre , nelle qiuuoa> àcrano in oumo dc'Vcaeziani molte colè che pfi altri pracemkaaiio tt- ièr di loro ragiaae ; d ita Mei naturali ttimuli che rcndoiw fenipre a- diidè le fteanbUiclatini^ £aó tetti da un iolo, e loipcRi i Principi Manarebi a' fa^Fcaai-dr tnplùtudiaè ; fé pure di quelle avverta inclino- aiou non vàgleBaro ^ ta alla divetfitb deUe naaioai , eba, doennfMiaaafiMM èowana, lotto ioliaa a aoo miraifi con basm ocebéa, ara m». lan fcmpae i còKibbì dillihna^d'qgttb. mipànoato- vnimno piglia baabta. o« lag ta naw tai, «prtMÉtéMaU cfitatrtalim^ aiaii, ed attiaaa la voimnb; M che fivpofièbboao adthace tabetai efempj, Digilized by GoogU; DEGLI USCOCCHI. 169 cfempj, cos'i dc’noftri, come di altri tempi.* ma non facendo più che tanto apropofìto, li tralafcieremo . Il Kabatta a quelle ragioni ne ag- giungeva un'altra piena di malvagità, e di fellonia, la quale nondime- no egli teneva per la più reale, dicendo che i Miniftri eretici, Ipezial- mente di Grata, impedivano lo accomodamento cogli Ulcocchi, pcn- landò che per quella via avefle il Principe loro ad intrigarfì in guerra anche co’ Veneziani; e che, immerfo in tante occupazioni, avclTc fi- nalmente a defUIere dalla riforina della religione, nella quale con ve- ro zelo di Principe Crìiliano, e Cattolico egli procedeva, non olUnte i pericoli della guerra Turchefea. Veggafi di qua quanto importi va- lerfi di Miniilri di mala fede verfo Dio, i quali fono anche per ordi- nario infedeli verfo i loro Principi. Ma torniamo ormai alla Storia nodra, per dire come finalmente i Princip i, adretti dalle accennate ncccHitH, e follecitati da’continui uffizj del Papa, c inficme del Re Cattolico, non oiando i Configlieri cattivi contrapporfi alle neceffarie riloliizioni, deliberarono di rimediare leve- ramente alla malvagità degl' Ulcocchi, e di dar ordine il Commilfa- rio Rabatta, che dopo il gadtgo de' capi riformane gli altri alle Ca- dclla fraterra, nè UrcialTe alle marine, fé non quelli da'qujli p')ceire promeiterf» più moderate azioni j c a’ mcdefimi impedifle ogni elcr- cizio di corto, acciò tutto il dellderio, che avdfcro di preda, andadè asfo- garfi fopra 1 Turchi . Col ledimonio di quede commedioni avendo il Com- meffario data fperanza al Generai Veneto che le cofe centra la prima credenza fodero per palfar felicemente , e che egli per la pane fua rincamminerebbe con t^ni finceriih, ottenne all'incontro ficurezza, che in tanto nè in Idria, nè in Dalmazia l’arme Venete ofiènderebbero i fudditi Audriaci, e che a lui, alle genti fue , e alle munizioni, e vettovaglie, che d condiiceflcro in Segna, farebbero liberi i partì lenza alcuna molcdia: e con queda Ambalciata ritornò il Vefeovo di Segna a Fiume, dove tiittavra lì tratteneva il Commeflàrio, actenJijndo a* necertarl apparecchi, e a prender quelle nccelfarie informazioni elio pò- levano ertcrgli di bitogno nel progrelTo del negozio; follecitamio iopra tutto copia di vettovaglie, delle quali fapeva dfer in Segna grandif- ftma penuria; la qitale fi farebbe accrclciura colla gente d'arnie che fi doveva introdurvi, c-di gi^ aveva cominciato ad entrarvi: c con que- fto mezzo fece anche fegretamente trattato 'con fua Eccellenza, che volefi fc con qualche deliro uffizio provvedere che gli Ulcocchi, che fuggif- fero dagli Stati Arciducali per timor de’ iupplizj, non avclTero ricetto prelTo a'I'urchi; parendo che così convcnifse, non tolo acciò non fiiggilsero il meritato galtigo, ma anche acciò i medefimi rifuggili in quella occafio- ne non fcrvificro poi colla pratica de’ fui, c colla notizia tic’ parti a’ me- defimi Turchi nella guerra contra i Cridiani.* il qual uffizio confermò mag- gior opinione che il Commiflario forte per camminare di buon parto. Del qual animo fi videro indi a pochi giorni fegni più certi; perchè non folo a richicrta del Generale fece rertituir un grippo di Licfina che, carico di lardelle, era fiato prefo poco prima da’ ladri, e condotto a Ter- lato; ma avendo il medcftmo Generale fatta ifianza che fc gli dcfl'ero in mano alcuni luddui Veneti, fuggiti' per misfatti, c annidati in Segna; egli, vedendo efler nuovo rclempio, c inlolito tra’Principi, e die a tanto non arrivavano forfè le fuecommirtioni, prefe parcitodi fcrivcrc al General di Tomo il. Y Crova- 170 STORTA Crovazia, mo(\rando che fcnza cjueflo farebbe come imponìbile Tacco* moiiamcnto ; c che perciò egli andava penlando di dar a’ Veneziani una tale foddisfazionC) poiché in ogni modo pareva miglior condglio il darla coTudditi loro, riiparmiando quanto piu potelfe t proprj. Di queAa let- tera mandò anche copia alla Corte di Gratz con penfiero che il filen- zio gli icrvilTe per licenza, per cosi elèguire; lapendo bene che, chieden- dola, mai non l'avrebbe ottenuta; e fu partito di accortilTimo minillro : e quando mafìàme s’ha da far con Principe di carda riioluzione / per- chè cosi dalla tacitumitk fi prefuppone conlènfo, nè fi mette in di- fputa quello che maggiormente importa alla conchiufione depili iunpor- tanci negozj. Dopo quelle preparazioni, il Commeflario rilolle di trasferirli in Se* gna, dove aveva già fatto intimare che tutti gli uomini della Città, c delle milizie dovclTcro ritrovarfi prclcnti alla fua venuta fotto gravi pene; i quali, ricordandoli che gli altri Commillarj ancora avevano dato principio a* loro uliìzj con certa apparenza di terrore, e con molta vet- nicnza; credendo che quefta volta dovclTe fucccdcre il mcJcfimo , e fi- dandofi de’buoni amici che avevano nelle Corti, non cominciavano an* cora a dubitare de* cafi proprj ; e pare che peniafTero che fi avelie ad impiccarne alcuno in («^disfazione degli altri.* onde i meno fccllera- ti fi confòlavano colla fperanza, che fi dovelTe cominciare da’ più ri- baldi: e quelli, avendo coi più grofll bottini avuta comodità di farfi maggiori amici, e di acquiUare più credito, credevano pur di poter fuggire in qualche modo il laccio, almeno colla fedirione , c col tumul- to: pcrlochc ordivano trame di lìar tutti uniti alla comune difefa, e di tenerfi in piedi colle minacce, o d’abbandonar i conhni, o di tra- dirli: colè che in fimili cafi aveva loro altre volte giovato a feanfar pene capitali: con tutto ciò fcntcndofi avvicinare il tempo della venu- ta del CommclTario, e rilèrcndo quelli che avevano trattato feco in Fiume, c altrove, ch’egli era Cavaliere molto rtloluto, c fevcro, al- cuni Himavano miglior partito TeiTcr uccelli di bolco, che di gabbia, e fi aflentarono fino a do. fpcrando di potere, palTate le prime furie, feufar poi in qualche modo la dilubbidienza.* fu creduto che Daniello Barbo, Capitano di Segna, fautor degli Ulcocchi , e poco affezionato al Rabatta, li configliaire ad «feire; almeno è chiara cofa, che, aven- do potuto, e dovuto proibir la loro partenza, non Io fece: onde fi ca- vò certo argomento, come poi fc n’ebbero de’ più chiari, della ina mala volontà.- lebben in quello egli venne a facilitar i difegni del Commiffario . Quelli, elfcndo indi a poco entrato in Segna con 1500, archibuficri, trovò che la partenza di pochi aveva impauriti gli altri, che non era- no più di 300.; i quali maggiormente fi sbigottirono, quando videro perduta ogni fperanza di fuggire dalla Città, per la cudodia llrcttifli- ma delle porte; e udirono i rigorofi bandi che commettevano , lutto pena della vita, che ciafeuno deponefie Tarmi, nè fi laicialTc trovar con eflé nè di giorno, né di notte: che quando alcuno folfe chiamato al Caflello, dovdfc pretcntarfi fubito: che in termine di due giorni dovef- lero tutti unirfì a darfi in nota dinanzi al Commiffario, fc volevano fedelmente, e modeflamente fcrvjre alla Cafa d’Auflria: e che quelli, che fi ritrovavano confape voli di gravi delitti, veniifero fpoouncameme a chie- Digitized by Google DEGLI USGOCCHI. 171 » chiedere pentono de’loro falli, per efperimentar la clemenza, la quale non fi IhKbbc negata a chi con opdre valorofe avefle prima prellaco, o foflo dHpollo di predare nell’ avvenire ntil» fervizio alla Patria: ma chiunque arj^aAé che la giuftizia gli metteflè la mino, indarno griderebbe poi mifericotdia, perchè fi procederebbe concia tutti coneilremo rigore. Quefte cosi gagliarde determinazioni attcrirono gK animi affatto; nè cofa alcuna pareva più «rana, che il depor l’arme, non effendofi quello mai più veduto in Segna. M f-'*pùano della Cictù, che di gih fccmrfva più chiaramente idifegni del Commifiiario, cominciò a' diflUaderlo dall'imprefa con apparen- za di gravi pericoli, e di mille fpaventi ■ dicendo che rederebbono abban- donati i confini ; e che quella gente ardita , e pratica del paefe fi potreb- be unir co’Turchi, e apportar a’ Principi qualche nocabH danno: onde egli non foto biafimava il configlio, ma protedava di non volerne parte in modo aienno. II Commillìirio, come quello chd conofeeva 1’ umore interno, non fi mode però punto dal luo propofito; anzi ve- duto un’Ufcocco in Chiefa con nna accetta in mano, gli fece una gran paura di tagliarlo fubiio -in pezzi, fé non foli: dato il rifpetto del luo- go' facro, onde tutti rimafero sbigottiti , e facevano idanza, che fi lio- minìdrero i delinquenti dedinati al gadigo, acciò gli altri poteflcro ufeir di tema, e viver ficuri. ' Ma dfcndofi quel me^imo giorno cominciato a fiir la deferizione, e dar in nota quelli che fi 4trivano di viver modedamence, e di fervir fe- delmente alla Cafa d’Audria; pel qual effetto comparivano in Cadello difarnlati, e umili; il Commiffario fece ritener prigioni Martino Conce di Poflidaria, che sera' latto capo de gli afiàffini, per l’aviditi delle prede, centra quello che richiedeva la nobiltk dei fuo lingue, e la virtù de'fuoi Maggiori; e iniìeme Marco Marchetich, che era Vaivo. da, o Capitano di Ledenizze, Cadello delle appartenenze di Segna: aveva dUegnato d'imprigionare nel medelimo tempo anche Giorgio Maliarda, Ragufeo, più Icellerato, e facinorofo de gli altri: ma egli nel delcriverfi era pallàto con nome fuppodo; nÒ il Commdfario lo riconofeeva di faccia: ma quando feppe la ftaude, mandò a chiamar- lo , effondo gik intorno a due ore dt notte, oèe egli, che fi l'entiva reo di mille inauditi misfatti ; fpezialmente d' avere dopo lo iValigia- mento della fregata colle fuppellettili delCanale, Conte diZara, confinati i macinai lotto le coperte, e alzando la vela, fpinta la barca in mare lenza governo, e, fenza cudodia/, a difcrezione dell’onde, e deVenti» latto veramente barbaro, e orribile a raccontare; s'apparecchiava colla feimitarra alla refidenza: ma fu prevenuto da Odoardo Locatello, Ca- pitano delle' milizie di Gorizia, ohe gli cacciò uno docco ne’ fianchi col quale lo pafsò da banda' a banda, lafciando poi che i fuoi foldatt lo faceffero in pezzi. Era il Maslarda fra i capi de’ladroni uno de’più Rimati e di maggior fegnito: nè la fua mone farebbe per avventura da- la lenza qualche tumulto del popolo, fe gii non fi foffero trùvau gli animi ingombrati da draordinario fpavento. ° Il che intendendo prudentemente il Commiffario, per acerefeer terrore fopra terrore , fece la medefima notte appiccar alle mura del Odello il Puffidaria, e il Marchetich; il qual fpetiacolo la mattina fini d’atterrire la Citti retta; nè alcuno fi teneva più ficuro della vita, herebè ninno era Twio //. Y a che 17 ?- ‘S ’T O .^R I A I che in propri*, cofùcozz non. Q conotccIT^ reo di loone ; k porte Aavano chiufe, k (Inde goard 4 te d* miìi»k ibrelUcre, oy* niuno aveva ardi- re d( ufcii di cau, ni di dormir ia notte netta propria ftaqea r però il CommilTario, per lakiar ad alcuni quaUlK fpecanza di, vita., fece loro intendere cbq, quando gli fòdero dati in mano alcuni capi, e re- Rituito tutto il bottino che s en ultimamente fatto in alcuni va6cUi dello Stato Eccleftajlico; di che il Papa faceva grandURmo romoit,' atta fi farebbe a tutti chiufa la ftrada del perdono ■ Con tal artifiaio ebbe in mano il Moretto, (araolò*(iapo di ladri, con un fuo compagne,- che furono con inganno prefi' da gl» altri , « prefenuii con certa l'peranza che 1( tcRe loco poteficro Xalyar -da vita a atolli.' nondimeno co' mede- fimi che fi^o f impala fu tifato con tqolu (evecià , lafciaadoH piò toRo t'n dubbio della morte, che ficari della viu; con tanto rigpre fi procedeva al uRigo,. de’ ribaldi, > Aveva il Commìflàrio al Rio piiaio arrivo a S^na ricercato il Ce- nerai Veneto a mandar qualche perfonaggki che rifiedefle preflò iR .iui, conte teRlmonio-, e Ipfttaiore di cjò $he fi faceva fincerameme , e rilb- luiamente, per. àcconodamento RablWv-q reale del, negozio ; .e acciò proppnede ancora ili mano in mano quello che gli par efle opportuno a tal fine. II. Generale deputi a quello .carico Veitor Barbaro , fno Se- gretario , come ben pratico di tali afiàiri, è cosi pet natura, come per elperienza prudente, e atrifiìmo a fimili maneggi.' ma fu in ^i gior- ni, come Ipcflb interveniva in quei canali, dS S^an furia di Becca, che il Segrcurio non. potò accoRarfi cosi predo, come defiderava: onde arrivò quando appunto i era dato cosi notabil principio alla faccenda, e nel medefimo tempo in co», fi conducevano -alU forca il.'Mnrettq, e Niccolò. ivo compagno;.! quali furano gratillimo fpeuacolo a gli Albo- nefi, che- avevano condotta, colle loro Mtche armare il SegRtario; nò poterono contcnerfi, c)^ verio la fera non troncalTero k loro tede ; parte per faziar l'odio particolare della nazione; parte anche per por- tarle con dio loro, affine di JcndCr ad altri tedimonio reale di tal ef- fetto. U Barbato s'abboccò la prima volta col CommilTario alla prefen- za del -Vcrcovo di Segna, che aveva in quei giorni appunto pigliata il poflefTo della fuz Chielà, e col cui configlio s'indirizzavana tutte k co, fa, per efler Furiato ebe nelle Scuok -de' Padri della Compagnia di G*. sò aveva acquidaic feienze profónde, che, accompagnate còli' rio delk cefe del mondo, T avevano reoduio grato a' -Principi Audriaci, e al medefimo Rabatut; ficcome,, per elTer della Fam^ia de Oominis, no- bile d'Arbò; ma piò p» euerfi modrato bene affetto al negozio, ed cfférC per ben pubblico, e della patria fua molta affaticato intorno; e per cOer anche confidente dc'Vcoeziaoi, In quel primo colloquio il Er- bato, paflati i Coliti termini di cortefia, feuiau In la fortuna del mare la tarda venuta, rapprefentò la fpcranza che ^ en conceputa dai Ge- nerai Pafqualigo, c da. altri, di veder ormai gadigate k fceltcratezze degli VHcoccha, poiebf s' en dato cosi buon principio; e , oomiticiando a dire gli afTaffinamenii, k trucidazioni d* uomini innocenri, le crudel- tà di fiir. drazio de'corpi morti, « rii fiere il liuigue, di icorricarli, per far dringhe deUe ,priH, li dnpri,. k rapine di .donzelle, e k infinite rubberk colle. quadi.t' era turfiata la quiete del mare, e della terra , modrò con malta eloquenza^ ed efficacia, eh' era -bidono di rimedia • celere. DiyT'- — 1 -y > 8 ' DEGLI aSCOCCHI. 175 cckfe, e gagliarcki; e eonchiufe, che Tperava di vederlo appiicito op- pertQnameate da mano cosi perita , e valorola . Il Commiflarìo andh nella rilnlb' fcufando in parte gli eccedi aecen- ■ati t come aggranditi dalia paffione de gli uontini, o c^ionati dall ar- mata Veneta , che , quando anche non fi ofièndevano I fini fiid£ti , ara foiia di cercar gb Uicoahi a morte, e di tiior loro le prede fin- te nella giiifta guerra conira i Turchi; « finalmente commelB da altri, e poiqutribuiii a gb Ulcocchi; à quali confiifaiva però degni di gra- viamo gal^, coma turbatori dalia pubblica pace; e che peiciò egli ne aveva 'gib- tolti di via cinque de' principali, che aveva potuto aver nelle nani; lenderido in tanto le rea a gli altri, che ('erano polti al- le Iclwi, 0 davano nafcodi nella Citth : nel che aveva fatto chiaramen- K-conoKerc la fua diligenza. £ qmndi, come Cavaliere'di natura li- bera', e apena, incominciò ad aprir 'il foglio delle Commiffioni; e de' difegai fnoi; dicendo che teneva ordine primieramente di edertninar aflàtto i .capi de'ladri, e i priocipaU mafitadieri avvezzi a corfeggiar nel mare ; foeondariamente difcacciar di Segna tutti t Dalmatini o altri fiiddiii della Repubblica, chiudendo loro per fempre le fperanze di ri- covrarfi in quel alido : poi 'di lafciar Iblo in Segha cento di queib na- zione de' pih quieti , condiicendo tutti gli ahji piò addentro fra terra in altre Piazze di frontieia per difela de' confini; e uliiiqamentc di ridrin- ger r nlb delie barche armate, che non poflàno ufeire lènza clpredà licenza del General di Crdvazia-. - Il precario, al quale erano piaciuti gli altri pttnti, còme quelb da i quaU veramente dipendeva ogni Ccurezza del defidemo componimen- to, ripigliando pih di propofiio l'ultimo delle barche armate, difse che iperava che l’uto loro firirebbe dato proibito affatto, poiché la Repub- blica non era por confentim in modo alcuno che con l^nza del Ge- nerale di.Crovazia, né feaaa, tranriafsero limili valcelli ndte apparte- nenze della bre incera, e invaiata giurifdizione . Il CommilTario replicò che quedo 'era incerelse non folo del Regno d'Ungheria, e di Crova- zia, ma anche della Sede Appofiolica, e del Re di Spagna; però che a lui fob non- toccava di decidere controrcrfia cosi imponame , né di za pubblici larrocin;, e abboipinevoli aflà0ÌMamenti, era hfoluco dì con- tiniiare dctenninatameare il rimedio, i-. . .. Per quello il Barbaro, quaniQ più vcdci^ infervorato il CommiflTario, unto più Io ifqportuqava , nè ^ mai moflrava di conrenurft di quello che fi faccvai aè di vederlo liooiikorcere come fatto in eompiacimento della. Repubblica, ma come a lervizio di necelfaria giuiUzia, e gallico 4e‘ privati delitti; dicendo ^e il Moslarda era fiato facto morire, per opwfto coll'arme a .chi.lp chiamava; il Pofiidaria per concetti fedixiofi iparfi da lui, quando fi ricercava T opera della milita, per ritrovare i colpevoli nalcofii frale cafe^ e il Marchetick perchè aveva abbandonato Ledcmzze, dove egli era Capitano, c aveva data oecafiooe che il luogo foflfè laccheggiato dal General Pafqualigo: ficcome ellèndo* gli fiati confcgnaii ■ nove Iùdditi Veneti, di molti, e molti che erano dimandati, parte nominatamente, c pane con termini Onerali di mrti i Iùdditi, fi doleva che fe gli defiero Iblapienre poveri artigiani, e che a' maUatcori fi laicialse Ipazio di fuggire: febea in vero il Commcira* rio alava ogni diligenza per poterli avere tutti in mano; ma elfi ic PC Ila vano alla montagna, provviftì fcgrctamcnte da’ parenti, amici, e da quei medefimi, che fi mandavano a pcrfeguiiarli, delle cole ncceiTarie; nè era poffibile a rimediare a quello difordine, le non fi voleva difirug-« fiere tutta quella milizia: il che certo farebbe fiato cantra il pubblico lervizio della Cafa d' Auftria, anzi di juiia la Crifiianiti. Dolevafi pe- rò il Commefiario di non poter loJdisfare con tutta la fua lollccitudine; e fi rararharicava principalmente che erano fuggiti dalla^ Citik cinque Dalmatini, de più crifti, c de’ più defiderati dal Generale; onde tene- va che refiafle forpetta la fua fioceriib; c fu per far appiccar due Capi- tani, alla neglkenza, e edeienza da’ quali s' imputava quella foga: nè a- vreb^ lafciato aefiguirjo, fc i parenti non gii aveflcro promcITo di por- targli ovivo, o morto 9 kuno di quelli che fiavano alla montagna; come fobiio fo facto: perchè un fratello d’ uno di quei Capitani, ufeito con altri alla caccia, prefe up famòib de’ richiefii dal PafqtMligo, e lo con- dulTe in Segna ferito d' archjbugiata nel capo,d 9 vefu fobico impiccato lemivivo, egli fu data la teila; come indi a poco gli forqno conlègnati vivi quattro altri, acciò vedefle pure che fi faceva, daddovero. In Venezia quelle operazioni erano intelé con. grandilTmio gufio; e molti Senatori, nc paalavaqo con dolcezza col Rofii Segretario refidepte in queli^ Cictb ^pcr la Maefi^ Cefarea, dando lodi al Commefiario, e gra- zie a’Prmciu, che finalmente avevano leriamente rilolto di gafiigar i ladroni., II Commefiario avvifato dì ciò dal Rofl» lo riferì al Barbaro, Umenìandofi che tutti gli altri mofiraflero d’ efler contemì ideile opera- zioni fue, fuor che egli folo; pregandolo a confidcrare la importanza delU difelà di quei confiti anche per particoiar intcrefie deila Repub- blica di Venezia; onde non conveniva annichilare «mua quella milizia, la quale, ridotta orp^i a difperazione , avrebbe potuto prendere qual- che danoofo configlio^ Giudicando i medefimi>Segiij|iii che per gli ufiì- zj del Segretar io crefccfie il rigore dèi Rabatta ,, A' almeno aìmpedìfie il miiigamento fpcrato, riTolfcro di placarlo con uafcamune ambalcerìa, > faccn- Digitized by Coogic DEGLI USCOCCHI. 175 facendo capo il Vcfcovo medefimOf il quale accomp^nato da* più vecchi entrò nelle fìanze di cHo Segretario, recando gii altri lu la piazza; e quivi con molta umiltà, e lolpiri lo pregarono a contenrarH del fangue fparib, e di tanti condotti alle galee, e d’intercedere per un pcidono generale, riduceodogli alia memoria i Icrvizj che nelle paHatc guerre avevano i medefimi Ulcocchi latti alla Repubblica, e offerendo in altre occafioni di fpendere per T ifleffa cauta le vite che ora fì con* fcrvaflcro loro: in fine del qual ragionamento gli offerirono in dono due tappeti fini, non teffuii gi^ in Segna, nè comperati. 11 Segretario con brevi parole mofirò che egli, come lemplice minifiro, non poteva preterire i termini della fua commellione : nondimeno che averebbe giovato loro in quello che aveffe potuto: fiimò che foife mezzo afiron- to r obblazione de' tappeti ; nè al Velcovo fu di lode T efiere fiato ilfromento; febbene Icusò l'ufo del paefe, che non tollera acceffo dell’ inferiore al fupcriore fenza prelènte: cofiuine appunto da barbari, e che fra’ Turchi rare volte A tralalcia, ma che agli Ufcocchi era forfè fiato inlcgnato altrove. IDopo ciò il Segretario rifolfe però di procedere con qualche più di foaviti, anche perchè in quei tempi fu avvertito da Venezia di dover COSI fare: onde piacevano molto gli andamenti del Commiffario; e fi giudicava che non mettelTe conto tanto aflbitigliamento, per non met> cerfi a rifehio di romperla; e che egli anzi, procedendo cos^ chetamente, meritaffe corrifpondenza di uguale finccrìtli: dall’ altro canto tornavano gli Ulcocchi a liipplicare il Rabatta che li levatfe di fpavento, e fi dichiarane, fc altri di loro erano defiinati alla morte; o lo in fine ave* vano da rimaner tutti efiinci; perchè il vivere con tale angolcia era peggio, che la morte fieffa. Quelli uffizj, e i continui pianti delle donne, molTero a compafiione il CommilTario ; onde rallencandofi dall'al* ero canto, per le caufe accennare , l'ardore del Segretario Veneto, ne fece proclamar venti de’ più colpevoli , lafciando cos'i fperanza di perdono a gli altri, e afiègnando a quelli un 'breve termine; dopo il quale cadef* fero in bando capitale con taglia, e con grazia di poterli aiutare l’uno colla tefia dell’ altro. Poi, per venire al rimedio più fodo, più ficuro, e più atto ad im* pedire i corfeggtamenti, e i lacrocinj di mare, deliberò il CommilTarìo, di tutta quella milizia non lafciare in Segna più di cento fiipendiati, e con loro cento molchettieri Alemanni, e di trasferire il rimanente ad altre Piazze più fra terra , volendo a quefio fine che ufeiflero non foJo gli fiipendiati, ma anche dei proprj Cittadini tutti quelli che foffero conofeiuti aderenti nelle prede, e volonterofi di continuarle: pel Icro oafcere/ ma che avrebbe ben egli colla Tua autorità dato ordine che n iaiciaifero pafTarc liberamente tutte le barche non armate , fen- 21 pih rìconolcerle, o cercar dove andalTero, nè d’onde vcniflero , 0 cib che portaikro: e ciò doveva ballare alia lil^nU della navigazione, e del commerzto amichevole tra 1 luddici dell' una, c dell' altra parte; tra' quali, e ara'Principi raedefimi pareva che doveffe Correre ndiawe* nire migliore intelligenza, perchè V accomodamento epa piaciuto unto ^ a’ Veneziani, quanto agli Arciduchi : di che può addurli quello cerco argomento, che, dopo ravvilo che n'ebbero i Principi AuHriaci; quan- tunque lìa trerifimile che il Barbo avefle rapprcfencaiò gli avvenimen* ti lecondo la Tua propria palTtone; nondimeno fu al CommiiTario rinnova- ta laucoriik.; ^giungendoli alTolucanientc il Capicaniaro di Segna, del qua- le era gih fpogliato il Barbo, acciò tanto piò comodamente egli potef- te perfezionare il negozio, e levar affatto l' infamia di cosh nefandi la- trocinj dadi Stati della Olla d'AuHria. Onde fu chiaro l’error di quel- li che ardivaho d-impucar a Principi così religiofi, gialli, e benigni, il confeqtimtnto di sì fatte iceileracezze, le quali li dovevano piucuillo at- fribuire a gli inganni de’ mali roinilln Eretici, che nò temevano Dio, nè miravano aU’ooor de’padroni, o all'onor prozio; i quali co’loro artiBzj da- vano ad ìmendere che foflè ùnpolhbile rimediare a quef diJbrdìni ; e li dipin- gevano dinanzi a’Prìncipi come trafgrefioniordinarie, e neccBarìcde’conbni. Ma ficcome quelli tali rimafero cqpfufi nella loro malizia, e privi degl’ ingiulli emolumenti che ne folevano cavare i così arfero maggiormente di Idegno^ « invidia contra la virtù del Rabatu, vedendolo in difpregio loro colmo di gloria, e di premj da ogni parte: perchè anche i Venezia- ni , conforme all’ordinario loro collume di corteCa, io avevano facto re- galare d una grolla catena dì cinque, o fei miladucìiti; i quali egli però non volle accettare fenza dame prima conto a’ Padroni, con offerta d’ impie- garla in pubblico fervizio, come aveva fatto di fonitna maggiore de’ fuot proprj danari nella tardanza delle prowifìoni, feufabile, per le più gravi urgenze delia guerra Turchelca: oltra di ciò li fabbricava in Venezia una barca di piacere, e da viaggio, per donarla al medefimo Rabatu, fornica di dtverfe comoditi, che a lui nel governo di Segna farebbe Hata di molto (èrvizio nell’andare innanzi, e indietro per quei canali, e per le vicine Ifo- Ic. Tutte quelle cortefio, benché Ic^icrc, c difuguah a’ meriti di sì buon. Cavaliere, tervivano di materia a gU emoli ftx>i, per lacerarlo, c aecter- lo in dtlgrazia de’ Principi: perchè li Bvtp, irovando nella Corte dìGratz accefi i cuori di molti Miniltri, fpexialmcnk Eretici, illrumenii reali del Demonio, c Rimici della pubblica quiete, cominciò ad acculare l'opero del Eabatta, affermando che egli, corrotto da’Veaeaani, non aveva avuto altro fine, che di lóddisfàrU in pregiudizio di Ctfkte, della Corona d' Ungheria, e della Cala d'Auflria; onde a fola riebiefta loro avevai^'fttio a iccare uomini valorofi, c benemeriti, dandone altri contra ogni onotJtu ime de' Principi in mano loro; e raettendoU in neceffith di volaaifi a fervile- negli «ferciti Turchefehi, con manifello pericnio che, perla noti- zia che elh avevano paele, e delle Piazze, av^ a cader ratto quel confine in mano de' nemici. k n Di i,ueft II- Z intcn- Digìtized by Google 173 s. ’tT or n': T A. ’ intenzione, vero imitatore della vinti di Carlo fuo Padre, c Ferdioan- do Impcradorc ììk) Avo, crede del nome; ma, per Tei^, non ancora cipaxto deile fraudi cortigiaoelche, c degl' intcrefìì de’ mali Miniftri, feb* beo per Datura, e per religione, nemicillìmo de gJi Eretici. Movevafi ffdunqur con tali artifìzj inganneroli Tanitno del Principe, ma più queU io dfif ArciduchelTa Tua madre, la quale più veniva combattuta da quel- li che lapevano come elTa poco prima era rimafla difguflaia , per aver egli cercato d’ impedire il maritaggio dell' Arciduca colla Figliuola del Duca, di baviera, la quale era nipote delia medeOma ArciducheOa; pel quale .iinpcdimcnto fì dice che il Rabatta divulgalTc m Venezia che la luddetia Spola fofle macchiata di lebbra; il che lì trovò poi falfo, c Icguirono le nozze; nè al Rabatta fu facile a purgarfi dell’ imputazio- ne; c gli convenne adoprarvi molti intcrce0bri; lopra la qual cicatri- ce' ieppefo beo dimenar 1* unghie i luci cnuilt : ónde gli accefero con- tra i'aniiTib della Madre, e del, Figliuolo in male maniere^ appoggian- do tutte le loro macchine alle maligne relazioni del Barbo. Fu il Com* mtflario avviìato da gli amici di rezze fi raccordafìfero delle lamentazioni, e de' gemiti dc'Ioro poveri lud* diti deinUria, e della Libnrvia; i quali, per le colpe di pochi ladro* ni, venivano Taccheggiati, e rovinati, ed erano (lati a termine, per pura difperazione, di vacillar nella Fede, perchè i Veneziani avevano gik prefa una riloluta forma intorno a quelle feorrerie, ch’era, di non rompere in mamfella guerra, per non iirarfi addolTo la malà fama nel Mondo d’aver molli) le armi centra i Principi CriJUani, mentre gucr- reggiavano contra i Turchi; ma rifarfi d’ogni oltraggio, o danno che rlccvelTero i loro fudditi fopra i ludditi della Cala d’ Aulirla a buona mìfura : onde il fomentar le rapine de' ribaldi non era altro, che di* llruggcr, c dìfabitarc le proprie terre delle loro Altezze, e neccflltar i Varialli a pigliar altri partiti : che cosi s’ intefe il negozio , quando a lui ne fu data commiflionc; c ch’egli, nell’ averla fapiita efegutre in quella maniera, pretendeva anzi merito, e mercede: che non bilogna* va dar orecchie a gli Eretici, i quali, vedendo procederfi contra con si gagliarde, c pie rifoluzioni, c che i bilo^ni della guerra Turchefea non badavano ad impedir Panimo zelante del Principe per rellcrmina* zioiic loro, volevano anche vederlo intrigato di più in nuova guerra colla Repubblica di Venezia , acciò folTe necelTìtato ad abbandonare V imprcla contra di loro; c ch'era ormai conolciuta per tutta ‘Alcma* gna, e per tutta Europa la malizia fcellerata de’fettarj, i quali, per mantenerli nelle falfe opinioni, non fi guardavano di tradire i proprj Principi, e la Patria; e che di qua era forfè derivata la perdita di Giavarino, c poi di Canilfa .* che le loro Altezze foiTero certe, o che bìTognava reprimere la rapacità degli Ufcocchi per la via comincia- ta, ovvero didruggere, e dcrolare tutti i luoghi di marina, e gli al- tri de’ confini; perchè egli aveva affai bene penetrato che i Venezia- ni erano rifoluti di vendicar in quel modo le ingiurie degli Ufcocchi ; ovvero, fc in fine bifognaffe, pigliar con effo lóro un aperta guerra: \ la qual cofa in niun tempo poteva metter conto alle cofe delle loro Altezze; ma ora meno che mai, per li travagli maggiori ne’ quali (ì trovavano col Turco.* che a quedo fine i Veneziani avevano giudifi- cata la caula preffo al Papa, e predò agli altri Principi Crilllani , a* quali tutti pareva drano che fi voleffero fomentare nc'proprj Stati pub- blici, c infami Corfari a danno de’ vicini.* che in cau> tale non s'a- vrebbe da far fondamento negli ajuti del Re di Spagna, il quale, ol- irà i’effcr occupato in tante altre parti, e altre molte difficolà di pò- ter mandar armata in quelle bande , dimerebbe fua vergogna , per la pict^, e giudizi! fua, il favorire caufa tale .'il che fi poteva anche ar- gomentare dairefiio deir uffìzio che a fuggedione del mcdefimo Rabat- ta fece in Venezia Don Inico di Mendozza, Ambafeiador Cattolico, mi- nacciando le arme del Tuo Re, fe non fi liberava dallo drccto affedio Tricde, c Fiume.- di che fi dimò affrontato il Re; e per fame chia- ra la Repubblica, e il Mondo, levò todo il Mendozza da quell’ Am- bafecria .* che quanto a t pericoli che gli Eretici malignamente met- levano innanzi di perderfi Segna , foffero certe le loro Altezze che Temo II. Z % meglio i i8o STORIA meglio era afiìcurata quella con poche genti quiete, e fedeli, che col numero maggiore di ladri; i quali, olrra il continuo irraiamen* IO de’ncmki, erano loHii rpcffiHimo di abbandonar la Cicih, per atten- der alle rubbcric; onde non vi rimanevano per molti giorni, fé non le donne, e le genti inutili; co’ quali mancamenti s’ èrano a’ Veneziani aperte mille occafioni di lorprcndcrla , le v’ alpiraflcro : ma cfler cofa iroppo notoria tri gli uomini prudenti, che i Veneziani Jafeieranno Icmpre volentieri a fpefe, e carico di altri la difefa di quelle frontiere, eh' e/n mede/ìmi, confinando con loro paciBcamente , ajuterebbono Tempre, pel proprio intcrelTe, almeno fotte mano a difenderle. Onde non potendo i Turchi per terra avvicinarli a Segna, ne condurre artiglie ria; nè clTendo mai i Veneziani per conl'cntire ch’ivi s’ accodino per mare, fi poteva tener fenz' altro la Piazza per ficura , purché gli U- fcocchi colle loro rapine non ncccfiira/Tcro i Veneziani ad accorJarfi per la dillruzione di quel nido co’ Turchi, che oe avevano più volte promoisa la pnitica; o elfi llcffi non la tradi/Tcro in mano de’ Turchi, de' quali lòno per la maggior parte fudditi,e molti hanno fotto di loro i padri, le madri, i fratelli, le foreile, e altri parenti: che in quefto confillcva il pericolo di qualche gran perdita, non nelle vane inven- zioni de gli Eretici. Aggiunte il Kabatia, che, per maggiormente affi- curare quei confini, e per la ipcranza di poterli allargare a danno de' Turchi, larcbbe /lato utilifTimo il compartimento latto da lui di quelle milizie a i luoghi (oprannominaii di Otiolfaz, Brigne, Profor, e Bortog, mediante i quali fi metterebbero in ficuro fpazio di terreni fruttiferi, onde la gente potrebbe con giufie fatiche iofientar la vita lenza illecite rapine; conchiudendo, ch'egli avrebbe poi mofirato il mo- do di ridurre ì detti quattro luoghi in lìcura difcla lenza che fé n'ag- gravaflTero le Oincrc di Sua Maefi^ Cefarea, o delle loro Altezze. Furono alcoltate quelle ragioni, portate con molta eloquenza, e grand’efficacia, attcntiffimameme; e to/lo fi accoriero i Principi che fuor d’ ogni Tuo merito veniva loro mefso in diicredito un tanto Mini- erò, pieno di prudenza, e di fede; onde lo reintegrarono collo nella pri/lina grazia: e per darne fegno in faccia di quelli emuli fuoi, eief- ièro luì medefimo con amplilfinia autoritli che andalse a ricevere a'con- fini Gian Francefeo Aldobrandinì , Nipote di Papa Clemente, che in quei giorni doveva sbarcare alle marine di Tricitc, e di Fiume con dicci mila fanti Italiani pagati da fua Santitli, e D. Gian de’ Medici, che ne conduceva due mila, pagati dal Gran Duca, iuo fratello, in fervizio della guerra contra il Turco; la qual gente della marina do- veva guidarli a Zagabria, defiinara per Piazza della mofira, donde poi per acqua aveva a trasferirfi, come fece felicemente, airafscdio di Onilsa. Amminiflrò quel carico il Rabatta con intera loddisfazione, e de’ Principi, e de' Capi della gente Italiana; e sbrigatofi di III, non vide l’ora di tornar a Segna, per dar compimento a quelle faccende; nelle quali non pareva che rimanelse più difikoltìi alcuna ; poiché da* Principi Aullriaci erano fiate approvate tutte le fue azioni, e tutti i partiti prefi per rimedio del male; e pareva che f autorità Tolse accrc- Iciuta tanto, ch’egli dovcfsc lofio elscr elaltato a più lublimi carichi, defii- nandotegU gib il Generalato di Crovazia. Ma dopo la lua partenza, la malizia diabolica de gli Eretici s' afsor- ligliò Digilized by Google DEGLI USCOCCHI. i8i figliò ranto più a* Janni di Ini, e fi sfoderarono nuove calunnie, le quali, fe pure non erano afcohate da* Principi, almeno non erano ribui> tate con quella fermezza che pareva convenirfi a’ meriti di un tal Ca> valiere. Le cole arrivarono ad un tale lUco, che giù fi mormorava per le Corti che fi formerebbero procefli contro di lui, fpezialmente per dimandargli conto della morte del Conte di Poflidaria / nella quale $* interefiiavano forte con poco onor loro alcuni principali , mofirandofi parziali d' un pubblico alsalUno, indegno d' elsere ufeito di quella nobile famiglia. Sentivano quelle voci, e quelli grandi roraori gli Ulcocchi, che per cauta loro veriavano nelle Corti; ne mancava chi loro feminalfe nell' orecchie che il Rabatta era in difgrazia de'Priiicipi, a* quali non era piaciuto il fangue di tanti foldatt valorofi ipario da lui furiolamente a compiacenza di altri . Qitdli ragionamenti fi rapportavano poi in Segna, c fervivano a dimmuir l’ ubbidenza al Commifsario; il quale, rrovandofi fearfo di danari, era anche llato sforzato a fpogliarfi di quei prefidj che I* avevano fino all’ ora renduto tremendo in Segna. Accadde in quei giorni che da’ Principi ebbe il comando di mandar al campo fotto Oinitsa quel maggior numero di gente che potefse ; col> la qual occafionc pensò anche di Icvarfi dinanzi il retlo de* più inquieti, e più ingordi, per lalciar poi gli afl’ari di Segna meglio regolati/ rac llrema cura le Galee, e le barche armate, lenza impedir però il corto delle vettovaglie a Segna, per non metter la geme in maggior difpe- razionc ma vedendo per alcuni mefi che niuno fi moveva, c che fi olTervavano i patti, e che piU in Segna fi rendeva agli Aufiriaci la fo- lita ubbidienza, e che i Principi erano rifoluti di mantenere gli accor- di, e d’impedir l' ingioile rapine, ottenuu la licenza dal Principe, fe , ne ritornò a Venezist, gloriofo, per aver mcllk T ultima mano a così collol'o travaglio coll’ autorità, e colla prudenza fua; e tutto il Mondo s’avvide che in mano de’Principi Aufiriaci flava il raffrenar quei la- / droni, con tutto che i mali MiniUri gli aveffero per tanti anni dato a credere altrimenti: onde non pareva verifimile che doveflero acconicn- tire mai più ad una tale infamia ; malTime avendo anche imparato i Veneziani il modo di far ad altri celiar caro il danno che fi dii allo- ro fudditi. Cqn tutto ciò molti uomini pratici dubitavano che, llando gli Ufcoc- qIiì in quel luogo fenza altro follentamento, folTe quali impofiìbtle che fi follentalTero fenza danno de’vicini; malTimc cficodo gli llipendj leg- gieri, e difiicilmcnte pagati; nè participando di elTi tutta la gente. Per li quali rifpetti fu prudentemente confidcrato che T unico rimedio con- filleirc nella traslazione di quella gente a’ luoghi dilcofii dalle naarine , come Ibno i foprannominati, opportuni alle tcorreric comra i Turchi, e capaci di qualche agricoltura; ne' quali ancora fi dice elTcre alcune veo# di ferro, nelle quali potrebbono efcrcitarfi, e nodrire le loro fa- miglie con utile induima quelli che eleggedero di preferire un'onello , e legittimo modo di vivere alle maledette, e Icomunicate rapite, cal- le forche, nelle quali, o prefio, o tardi, inciampavano poi tutti . Ma perchè di fopra fi fece menzione d’ un partito propello dal Ra- batta all''Arciduca, fU fortificare alcuni luoghi di Frontiera fenza dì- fpendio delle camera Ai'Ctducali ; e perchè nel punto della traslazione delle milizie Segnine a’Cafielli fra terra, e in quello che fi accenna , gli uomini vertati nel negozio hanno creduto (cnipre che coniìfietTe la certa fperanza di reprimere i latrocin; degli Uicocchi, e ovviare a’ pe- ricoli che ^ l^tteUi venivano minacciati, (àrX bene, prima di metter fine a quefU. anche quella materia fi dichiari qui co* iiioi /o^amentf. .j. ^ •1*"* ^ da fapere che il Vefeovo ^ Segna, Prelato ornato di pro« 'dotjrma, pratico del paele, e pmidenre, propofe che fi facefle un* appalto co’ Veneziani d’alcuni bokhi vicini a Segna, abbondami tanto di per arbori , e antenne di qualunque genere di VafcelU , quanto anebe di faggi, del qual folo legno fi fanno i remi per le galee; e cbn proccuraflc di avere da loro un’anticipato sborlb di 50000. du- cati, i quali fervirebbono abbafianza al difegno di fortificar i luoghi dc^ confini nominati di fopra. Il configlio era molto opportuno, perche i boTchi veramente abbondano di materia attifllma a’ bilogni luddctii , e fono \ Digitized by Coogic DEGLI USCOCCHI. 185 e fono cos'i vicini al mare, che con poca fatica, o fpefa, per fenticri declivi, ufati anche in altri tempi, fi poflbno condurre all’ imbarco; la qual copia , e comoditi efagerandofi un giorno in Segna dal Commiflà- rio col Segretario Barbaro, e dicendo egli che quello era veramente un teforo, l’altro rifpole cos\ eOcr in effetto; ma teloro di metallo, o di moneu tale, che non avrebbe mai fpaccio altrove , che in Venezia; la qual prudente rifpofta fe foffe Hata ben confiderata da gli Auftriaci, non fi farebbono frappoffe nella conchiufione di un utililfimo partito tan- te difficoltà; ma mentre l’Arciduca fu collretto di darne parte alllmpe- radore, primieramente fi dubitò che quel taglio poteffe agevolar la (Ira- da a’ Turchi d’ infeffare i confini: ma chiamato alla Corte Cefàrea, per queffo effetto, il Vefeovo di Segna, con ordine di portar feco ddegni reali di tutto il paefe, egli colla Ina prefeaza, e con vive ragioni levò quel dubbio; onde gl'imperiali cominciarono poi a pretendere piò grof- la fomma, e dimandavano sborfo anticipato di joo. mila feum, lenza penfiero forfè di fpendeme parte alcuna in fortiheaziune di quel conG- ne; non ponderando effi che i Veneziani, febbene poffono ricever qual- che comoditìt da que’ legnami, non hanno però piò che tanta neceffitò , perchi non mancano loro felve che fomminiflrano materia fufficiente per le loro ordinarie, e flraordinarie armate. £’ vero che la condotta de' remi, che ft ugliano principalmente ne’bofchi d’Alpago, e di Can- cerio, fi fa con dil^ndio, e con gravezza de’fudditi, a' quali li aifpar- mierebbe volentieri quel travaglio; nel retto la materia i inefaufla, tanto per remi, quanto per ogni altro bifogno di piò numerofe arma- te: è però verifimile che anche per folo rilpetio della fortificazione de’ luoghi tante volte nominati i Veneziani farebbono condefcefi allo sborfo di qualche mediocre lumma a coojp di detti legnami, per interefle proprio di veder ordinato in que'jconfini piò mimeroft, e gagliardi rite- gni contea i Barbari che penlaffitro mai per quella Brada d’infettar 1’ Italia, come hanno fatto in altri tempi. \Ma il maggiore, e piò certo lérvizip , che fi farebbe cavato da quell’ accordo, conullcva nell’ occupare la gente di quel paefe nei taglio, e nella condotta ; che cosò ella fi lardffie avvezzata a vivere delle lue fa- tiche , nè avrebbe avuta feufa , ohe la fame , e la neceffitò fpingelfe in torlo • perchè que'bolèbi avrebbono data póftetua materia , non fo- lo di foltentarfi , ma anche di arricchirli; perchè, oltra i legnami op- portuni per le armate, fe ne làidlbBno tagliati infiniti per ogni altro bifogno di fàbbriche; la comoditti portar le travi, e le tavole per mare verfo Venezia, o agli oppolti lidi della Romagna , e della Mar- ca, ove fono cariffirae , avrebbe iltituito un traffico di molta ricchez- za; ove ora i bofehi Hanno inutili, e la gente oziolà ; elfendofi , perle caule accennate, dilmeffa già la pratica; ed effendo infieme, come fi diffe di Copra, ritornati gli Ufcocchi alla vecchia tana di Segna . In quelli due punti gli uomini prudenti, e pratici giudicavano c& confi- lleffe la llabilità de gli accordi, e del ripofo. Però è molto da temere che in breve tempo non fi rinnovino le mi- ferie (febben farà Tempre in p oter de’ Principi il rimediarvi) a 'mag- gior danno della Criflianità ; perchè febben anche gli Ufcocchi s’ alle- neffero per Tempre di non toccare le terre, i Vafcelli, o i fudditi de’ Veneziani, nondimeno le continue fortite che fanno verfo Obruazzo, Teme II, Aa ove •V Digiiized by Google i86 STORIA pvt tcrmin* il canale della Morlapa, far^ fina lmente aprir gli occhi a’ Turchi , ^rr provvedere a’ fatti loro con un cpnfiglio non diflkile da cfeguire, che ritornerà in notabii {iregiudizio , e della Cafa d'Aullria , e d’altri; il quale non infegnerò gih io in quella parte, ma egli era ben intcfo dal Rabatta ; che pereti fi mollrava rifoluto di proibite che quel canale con barche armate non fi navigale pib oltre , che da Se- ^a a Scrillà, accib l’ingordigia di picciola preda di pochi animali, o pochi fchiavi, non Tenifié una vola a pagarli con amare lagrime , e colla perdita d’ infinite anime Crifiiane ; il che piaccia a Dio che non fegua, e che i Principi CtiUiani cohofeano a tempo, e attendano a divertite i pericoli, acci^ ad altri non relli campo di fcriveie pih do- lorofe, e lagrimevoli Storie; dove qnella finifee con un’ incera fperan- aa di non ^ fondaa quicw; la quale piaccia a Sua Divina Maeltk di rendere (labile colla Aia lana grazia , p terpreuzionc a cola che li polTa ricever per buona; e fon licuro che, -leggendo quelli fncceffi, ogn'uno fi c#tificheri che nei diiordini civili, noQ aliripemi che nei morbi naturali, i rimqdj lenitivi, lcb|iÀ pare che di pRfen^ giovino, ènafpidlcono nondimepo il male, e lo' rendano a 1 remp feguetlti più fiero, è atroce; e che, quando coH'nfeldc'iwidi e appropriati rimedj, il male è guarito, conviene per lungo tempo aver loipttto di recidiva, e governare il cor^, non meno il civile, che il naturale f non colle regole de’lani, ma con quelle degl'infermi; e Ibprat- tuito appa^rù chiaro, che' il buon'ordine in maceria fluttuante non può elTcr incedono , le avA ì£ cura di proaurarlo thi dal dilofdinc cava profitto , E per bene incamAinare la narrazione, mi i neccirarioriferiFe tutti infieme gl'ntaieoli (iabilici tra il Rabat», -e il Palqnaligo, che'dall’Arci- vclcoto furono commemorati Iporlamcncc, acciò fi vegga in che, e guanto Intono oRervaii, o inìmrediti; d'onde ebbero origine le qaeAte feguite. Conteneva quell' accori»to lei capitoli, »• Che gli Ufcocchi non poteflcro' navigare, fe non nel canale dell» Morlaca, tra Segna, e Serdfa, con altro nome detta Carlobago. Che non poteflono accoftatfi all' Ifole della Repubblica, nè sbarcar fo> pra i territori di quella, Che a gl’ altri luddiii Aollriaci folTe Ubera la navigazione con VafelU difarmati, e il commerzio per tutto aperto, come per l’innanzi. Che non foficro riconofciuii, paflàndo innanzi il Forte di San Marer cuardia, col fcguitarli , 'ioapodi* vano loro f efecoaióné de'dilegni , avevano però trovato un lociit modo di fatvar sé fteflì, e le barche .proprie, ion aver far&> nel fbruio-'di ÉÌaicu^ un forame, il quale 'renevanotucato eoa una grap fpina; e,vedth leo le pcffiÉie, indi , po0ato il pericolo, ricuperavano le barche» Il Denaro, che im quei tempi fu rimandato in Dalmazia Generale per di- veric prowifioni, vedendo ripullulare i troncati inconvenienti, fece trac- rar col Capitano di Segna, e fargli apertamente intendere che, ficco- erte concedeva molto cortefemente il libero t&mfito alle barche per vtag- e mercanzie, cos\ non era per confemire che gli Ulcocchi [tranfi* ralfcro armari, come pareva che s’aveflcro arrogala facoltà dì fare nc*c- gh emergenti che nacquero da quefte occorrenze, e come ebbero fine, non fa hilogno dirne di più; non avendo altra conncflTione colle cofe degli Ulcocchi, fc non che efiì allora, come Cavalli lenza freno, corlcro co- me per gradì & maggiori latrocini, eofi'cfb; fi diedero prima a fvaligia* re le Caravane de’Morlachi, che conducevano vettovaglie, t mercan- zie alle Città della Repubblica. Per miglior Comodo, fi ridncevano col- le barche ne i porti delia Repubblica, opportuni per Icvarfi di là , e andar al bditino ip Narerfta, Obroazzo, c altri luoghi de’ Turchi : irw troduflero di corleft'iar anche nel Canale di Cattare; cofa da loro non più tenrara, fervendoli* altresì per forza dcllè barche de’ luddici Veneri per caricar ^l’animali, -e gli khkvi predati nel parie de’Tuixhi/ fi fer- mavano nelle Ilole Venete a partir le prede, c a dar rifeatto a’ prigio- ni con tanta libertà, e ardire, come le le operazioni loro foflcro di Icr- vizio alla Repubblica, c di benefizio a’iuddiii di lei, c ne ntcritaflero commendazione. Aggianfero a 'ciò il levar le mercanzie, c t dinari agli Ebrei, e à’Turchi naviganti per Venezia, e far prigioni anche le j«crlunc; nè fedivano d’inferir qualche danno ancora lopra le Ilole di Pago, Digitized by GoOgL DEGLI USCOCCHI. 191 Pago, c d' Arbi.’ c acciò non rìmanelTc alcuno de ■ capitoli accordati al quale non contravvcnillero, ricettarono nel loro conlorzio i banditi Dalmatini, e i fuggitivi di Galea ; onde il numero degli Ufcoccht creb- be grandemente; e i nuovi aggiunti, o per dcGderio di vendetta, a per modrarfi non meno fcellerati, lervivano a gl' altri d'incitamento a moltiplicar le olTele. Non racconterò in particolare le rapine, e vio- lenze in quefto tempo occorfe, cosi per effer troppo in eran numero, come per non infallidire chi leggeri colla fimilitudine degl’ accidenti ; il che oflerverò anche all' avvenire , fc non quand o qualche fingolare qualità mi collringerh a farne particolar menzione ; e febben io fo thè le leggi della Storia ricercherebbono che folTero tralafciati molti de i particolari che fono per narrare, e che i narrati anche folTero più fuccintamente riferiti, per non caufare fazieth, e tedio; con tutto ciò fcrivendo io non per la poderitù , ma principalmente per notizia di quei che al prefente defiderano minuta cognizione ancora per altri ri- Ipetti, che pel frutto che fi cava dalla lezione ;delle Storie, ho giudi- cato di dover trapanare i termini dello Storico, e più rodo allargarmi a far T uffizio di chi informa in controverfia giudiziale, affinchè ila pro- nunziata lineerà, e giuda fentenza. Le tante temerità, e cos'i ingiuriofe , codrinfero Andrea Gabrielli , all'ora Provveditor Generale in Dalmazia, a rimandare fuificiente cu- dodia in quelle acque , per levar a'malandrini il comodo di corfeggiarc , con feguitarli dovunque s’ incamminavano, e impedire T alfaltar barche in Mare, e lo sbarcar in qual fi voglia luogo in terra: cofa che all’ ora a i ladri non fu difeara , valendolene per pretedo di prevenire predo l' loro Principi , figurando loro di non effer dati i primi ad’ offendere ; e qiierelandofi che folTero a corco perfeguicati, e mal trattati, mentre andavano per li fatti loro fenza far danno ad' altri, che a’ Turchi; e alcrivendo a necelTaria difefa, ovvero a giuda vendetta gli fpogli, e le altre tngiurie inferite a i naviganti, e fudditi della Repubblica in mare, e in terra. E per le confeffioni d' alcuni di loro, che pofeia capitarono in mano de' Veneziani; fi ebbe per cofa ceru, che defideta- vano, e proccuravano di edere non folo impediti, e feguitaii, ma an- cora provocati con qualche afsalto, per poter con più gindificato colo- re impetrarne da i loro Principi licenza, e darli liberamente a faziare le ingordifiime voglie in qualunque modo. Nè è da tralafciar di dire che alcuni Pugliefi colla iiberth del tranlito incrcdulsero di andar a Segna per comperare la cole predace, c a quedi vendevano i Morlachi, e le Morlache Cridiane, predati nel paefe de'Turchi, accertandoli che non erano battezzatti, de' quali era facu pubblica mercanzia, come fe fofsero dati infedeli . Al principio di quede predazioni non è certo che il Capitana predafse conlenfo efprefso; ma bensù, dappoiché Giovanni Vularco, famofo capo degli Ulcocchi, ritornato da una gro^ preda infieme con Pietro Rofantich , gli donarono 1500. Tolleri , e un Ca- vallo di prezzo, fornito, fi moltiò aperto protettore del corfo. Mandò in qualunque ufeita generale un fuo famigliare infieme con loro alla preda, al ritorno participando la fua porzione del bottino: e pafsò tan- to innanzi, che fi mife egli defso capo nella compagnia loto: la qual cofa anche un giorno gli ebbe a fucceder male; perchè, avendo con- gregati non folo gli Ulcocchi di Segna, ma tutti quelli del Vinadoli, e aven- Digilized by Google I9^ S’ TORI A e avendoli fatti fcorrete nella I.icca, non foto reflò defraudato del di- fegno, ma gli convenne anche fuggire con qualche pericolo,- perchè ■ Turchi, avvifati, lo perfeguitarono; altri coriero ad alTaltar Segna, la- (ciata lenza guardia fuflìcienre, che con difficolih fi difefe. Di tante ingiurie, e inlolenze a’ tempi opportuni furono dall’ Amba- Iciadore della Repubblica fatti lamenti alla Cone Imperiale, e furono riportale fempre gran dimollrazioni dall' Imperadore, e da quei Mini- Uri, di léntirne difpiacere, e promelse di rimedj.- ma efsendo occorfa nel idoj. la prefa di una Fregata della Brezza nel Porto Cigalz , fo- pra la quale erano diverfi Mercanti con alcuni groppi di Zecchini, e altra buona quantità nelle borie, e flati Ivaligiati tutti con mal trattamen- gralirt fmontati alfaltarono Scardona, Città de' Turchi , c riulci loro lenza alcuna difficoltli I’ imprefa , avendovi trovata quella gente lenza nefiuna guardia; e uccifi quelli che, eccita- ti, fi oppolero, depredarono la terra, fecero grolTo bottino di merci , e robe, e prefero 300. Ichiavi, e accelo il fuoco nelle cafe da piò par- ti, partirono, e all'aurora predo arrivarono al Canale,- e quello jiatTa- ro colle barche proprie, e con quelle dc’Sebcnzani, ( le quali poi ado- perate forarono, e milero a fondo) inviati per terra quelli che non ca- pivano nelle barche molto caricate, gli altri per mare fe ne ritornaro- no colla preda. I Turchi imputarono i Sebenzatii per complici , e fecero querele a Collantinopoli; perlochè fu anche mandato un CiTiaus, e con molte dif- ficoltà la cola fi pofe in negozio; c con maggior opera, e fatica, e fon lunghezza di tempo fu fatto conolcere che gli b'cardonefi , per la loro negligenza in guardarfi, furono principaliOima caufa del danno; « che i Sel^Dzani non ebbero alcuna parte. Gl'Ufcocchi, e i Minidri Audriaci difendono queda forte di azioni con dire che i Turchi fono nemici della religione Cridiana, e de’ loro Principi, e giudamente polTono offenderli, nè con ragione da altri pof- fono effere impediti; e fi lamentano che fieno impediti da' Veneziani. Ma elfi dall’altra parte rifpondono, che non appartiene in alcun conto loro attendere, o doleifi, le i Turchi fono danneggiati da' nemici loro: e ficcome non attendono a quello che facciano i Perfiani , ovvero gli Ungheri centra i Turchi, cos'i non attenderebbono a quello che gli U- fcocchi tentaffero dove co' Turchi confinano : ma quello che loro tocca, e che loro importa, è il tranfito pff^li loro territori, o pct le loro acque; non tanto perchè cos'i vieiM jioiata la giurildizione, quanto per- chè i Turchi pretendono di elfer rifatti, come queda volta ; ovvero pi- j;liano di fatto il rifacimento fopra i Ridditi Veneti, come in altri tem- pi è avvenuto; imputando loro che tengano mano, 0 fieno complici, o almeno che fieno tenuti ad ovviare, e nonlo facciano. Se vi e tan- to zelo di religione, c di perfeguitar i nemici della fede , vadano per li loro confini, che fono larghi, e fpazioC, e là efercitino il loro zelo, e va ore. Che, per offendere i nemici della fede, entrar violentemente in ca- la dell'amico, violarla, e metter le cole di quello in pericolo, e in danno, non è uffizio, ma pretcflo di religione, contrario g i fanti precetti di queda. Il Ba- Digitized by Google di Pifino per li» lìcdrciaii, promife con lue lettere al Genera! iRTo che avtehbe ifancenuca la fua roldaéelca in difciplifia , fìcdKc ncf- Ibno avrebbe occafibne di querelarli . Diedè -principifi ili’ informazlonè per mandar alla CArce, e delle cofe predate ricijperb tre mila 'zecchi- ni dc'gropii, perchè quelli erano capitali in ftunò de' priocipali'/ ^r qdellh 'dhe Tbccava la robe',* ficcoma per li tempi palTati 11' mandaf per informazione ilon pdrrorl Inai ahrd efrecn>,~fe non tfllazione', accioccU il rubbaro poteffe eflTer trafugato con comoAj; e TIldfi, per non fSV la rHRtiizione, ne facelTero parte a chi poteflé'prdl^crli; cds’i nelTocc*- finne preftnte refe la ricoperzzSsne impoflibile . Imped'i il Baronè agli Ufebethi Pufeir allS peda; e ^1 tempó'di fei raefi, che dimorò in Se- gòa, le cofe panarono afiài Quiete Parti all’ improwflb pr Spagna, per la ’lffórte di un fuo -fratello , e lalc^ le trfè in cdhMone; e de 1 tre mila ‘zecchini de’groppì Hcòperari non li lepp mai che cofa ivvenilTe . Von Mterono i pdroni'Vitrame parte alcuna, quantunque, ajutati da- gli nmaj de’Minilirr della RepaWiea, JafèlRro continuate iHanze in Se- ^af e aXìratt pef rtlHtuzfShe/ jdeW Ih line, ftanchi , non tor- nardfr piò loro il cifnlò di profeguire, ihbandonarom 1è loro ragioni. Fu un’ arcano ufato in tutti i tefpi da chi comanda agli Ufcoccnl^ di deibdere gli uffizj de" Minillri * della Repubblica, e If private iltanze', llancaido gf in tereffati colle diUèfimi, e nhtrehdo 1 pubblici MiniDri di fpranze d*^tera rèWruzIonc dei tolto, e galligo de’ifelinquenti, fili tanl tq che, fitccedehdo uh altro rubbamento, e dopo Quello un’altro, il par- lare de’liiècelli frefcfii faccia porre prima in lilenzto, e poi in obblivio- ne i primi .■ e fi può ftire generalmente che fempre hanno pollo in fi- knzio, e coperto ogni 'fiìblnmenro con un'altro nuovo. Per la partenza del Barone, gli Ufcocchi, reflati liberi, fi avanzaro- no nelle iniblenze con dtqni di ‘tutti i generi di fopi^ raccontati ; e in- traprefero -di più tih tentativo chO ne'feguenti tempi ogn’anno tentaro- no di metter ih effciro. E’ pollo in ufo che da "Venezia parte una Ga. le,! , che chiamano della mercanzia , per Dalmazia , donde leva le mer- ci che fono portate aquella fotta.’ Gii Ufixcbhi penfanno che, venen- do loro iicto di poterla una volta fpoglldfe, foiebbe (lato un' grofiìlfi- mo boKìno per loro, c gran fervizio a’Ioto Governatori, fe quel com- merziO' foffe ftatn'- imcirotto ; però ile’ tempi dell'andata, e del 'iitomq maraviglia è quante. infidie*s'ingegnarono''di porle; ma non hanno mai potuto colòrir il difegnb, perche h Galea, per fila ficureiza, fempre i fiata da Galee, o barche armate accompagnata ; ma quantunque la mi- andaflè fallace, ^on rdlavano di (jdiptrè in altro, Icbben non di tan- to fratto, perdiè ,- mentre fi attendeva alla cullòdia ’ della Calcai, con- veniva in qualche luogo rallentare l^'guardie; e reftava qualche parte del mare non cullodita , e loto aperto il luogo datwtcr far de'mali pa- ri a i loprannominati.- A queili Igginnferu apprefliptn nuovo , e lira- no ufo di violenza dove era ^nalche figliuola da marito di buon paren- tado neU’Ifole, 0 Terre marittime (tf -Dalmazia; andati improwifamen- te,‘o di notte, o in ^Itfi tempi più opportuni, con inforzar lecafe,Ia rapivano in matrimonio di alcuno di loro; e poi co’congiuuti .(che al male palfato non potevano rimediar^’) iratiando {bee, e feofando il fat- loj pròecuravano d’ indurli a ficonoftérli per. parenti, e favorire le cofe Tomo li. Bb z loto -i :.y CVtJOgU ig6 STORIA loro eoa intelligenze, zvyifi, e zltri zjaii- Pochi ne poteyzno periiia- dcrc, |>er le gran pene cb'cleguiva la giullizia contri chi era trovato aver parte con lofi; ma citi contra qoclli che liculàvano oftilmentc procedendo, valendoli di preteOo della dote della moglie , tenevano in continua venazione le perlbne, c gli averi loro fin tanto che lioflcco eoodotii a mileria efttcma. Alle violenze, arrapine ovviava ,Giam • Battifia Conntii^, Generale Veneto, guanto «jr’foflibile a chi non voleva ulare i mezzi proprj di alidar a i nidi dp’iadroni, per non difpiacer a' Principi confinanti; ma Iblo* difendere le cole proprie: il che riufeiva difficile, avendo a guar* una Riviera di joo. miglia con unte Itole, e fcogli, cooira gente ardita, veloce, e temeraria, che, fingendo andare in un luogo, paflàva ad nn altro, e con ellrema preftezza fi Ipcdiva da quello, c ririravaC in licuro. Occorfe nel (idod. che, ritrovandoli .nel porto di Veftria, rreCò a Rovigno in Ifiria, una Fregata Catearina , la quale portava Icttere del Principe, c. lei mila ducati di danari pubblici, e altra fom- ma ge' privati di circa quatira mila, con mercanzie, e robe di valore, te barche di quelli fccilcraii raffidtarono, e In lQ|p>gÌiorona di tutte le robe, e de' danari j, e, quello che peggio di luitoifu, afponate k pub- hliche Iettare , e partendo di li, con maggior crudeltà Ihccheggiarano altri navilj ritrovati in altri porti della Rcpubhbca, levando a' ^dan- ti, ,o a' Marinai ic camicie, e le fearpe; e 1 capi, dopo aver prefo per sd (Icifi una grofià porzione della preda, il rimanente del botiino divife, IO in i$o., che tanto era il numero. 11 Coniarini , che fin allora fi era contentato di ftar loia alla difela, ed impedire ilenuiivi , cqnofcendo che per tal via era impolfibile conseguirne il fine, vedendo giornalmen. te crefccrc gl’ inconvenienti, coofidcniado il danno per la preti della Fregata, e, quc|ia che più filmava, il pubblico altronio per le lettere interceite , giudicò neceifario lerrar i palli a Fiume, Bttcari, e Segna , e impedire rufdca, e andata di ogni t>ru di valceUb a quei luoghi, acciò quegli abitanti folfero cofiretti a defiftere dal ricettare, e fitvoriK i predoni, ovvero trovar modo di conrenerli m uffizio. la fola perle, dizione de'ladroni nel mzre non può aver rimerò cilctto di reprimer* li; imperocché, riduceqtlofi elfi, per dividere le prede, fono là monta, gna della Morlaca, fito fortifiimo, e molto comodo, per la moUipUci- ib dclté valli, e. de' porci, e per la proffimiib dcircmiiunae, d'onde col- le ^ardie fcuoprono da lontano, ktuvano la maggior parte de' perico- lì . Per tanto i Veneziani , ammaeftrati dall' efpcrìenza , hanno fiabilica una mafiima, che fia di poco frutto, cosi il pcrfeguitarli , come impe- dir loro l'ufcua; ma folo giovi l' impedire il ricetto che hanno |nellc terre, fon gafligarle, levando loro il commerzio. I^r quella caiÀ il Generale pybhlicò un leverò bandAv ohe nefiqno de j fumiti poteffic a- vere commerzio con quelle terre; e neffun Vafcello di qualunque luo- go vi fi potelTe aaA^are; e per aggiunger la forza a' precetti , accreb- oc il numero delle bapchp frmaie ; a&ldaia molta gente Albancfe , chiamò altre Galee, e fece cosi potente annata, ^che fuor della fua in- lenzione diede gelofia agli Arciducali di aver animo di efpugnar le For- tezze, Per quello timore Gian Jacopo de Leo, Vice-capitano (che il Capù rane Francol era allèntc) per, nome proprio, e della Citth, fi purgò con Digitized by Google DEGLI DSCOCCHI. 197 con lettere predò al Ceotarini, mollrando dirpiacere di quello che al- cuni pochi ribaldi centra il voler fuo, e della Ciiih, avevano operato; o&rendo foddisfazinne.- e il Baron di Khisii, Gcncnl di Crovazia, ca- lò a Segna in diligenza , per rimedinte : fubito fece imprigionar quat- tro, i ^ calpevoli, e con léveri bandi & diede a ricuperar quanto po- teva del bottino, fiteendo intendere al Contarini di aver ricuperata gran parte de' danari, e delle robe; e che attenderebbe alla ricuperazione del rimanente ; che darebbe il gaftigo a' colpevoli ; reftituireìdie i danari pubblici a ehi folTe mandato per riceverli; e i privati a' padroni che andalTcro con iuficienii giultificaziooi : léce ìmjMCcare un Albanefe , e uno di Segna, i due più colpevoli de' quattro prigioni. Al Segretario del General Veneto , che a tal efictto fu mandato a Segna , rellitu'i 7500. ducati, e la porzione di robe allora ricuperate, oiTerendoli di ri- cuperare il rimanente; che quanto a' danari non arrivava a 3000. du- cati; rellando però ancora buona quantità di roba ; il che per eSèttua- re', fece intendete a 150. che s' erano ritirati , che perdonerebbe loro , tellicuendo cufcuoo compitainente la parte toccata toro ; avvertendoli che lenza quello non av^bbono trovato perdono ’, e f ece pubblicar un fevero bando da tutti gli Sud di S. M., e di S. A. in pena della vita , e con taglia contea lèi aifentad de' molto colpevoli, ordtnando cheli dif- ferilTe a procedere contea gl’ altri, fe però refiituHTero, Ciò fatto, il Baron ricercò per corrifpondenza la rilaflàzione delle barche trattenute, la livoeazionc de’bAidi pubblicati, e la liberazione del commerzio. Il Contarini, quantunque teneflè per impoflibile, più to- lto che diAcile , che dopo 1' aOédio levato lì dovcBe parlar più di ri- cuperar il rimanente, reputò nondimeno di dover contenmrfi della pro- meflà; foggiuogendo che ferebbe reltato laddisbcto, quando gli foBno coiifesnati i due prigioni intervennti nel mitfatto, che orano ludditi Ve. neti banditi; e folientava la fua dimanda, per efler loro flato dato ri. certo contea i Capimli eoncordad col Rabatta . II Baron non-poteva fen- tir a parlare di quello. Diceva che il ferlo era cola da sbirro ; ohe pre- tendeva r accordo in quella parte nullo ; riprendeva il Rabatta , che in ciò non fi foflè portato da Cfavalicie : e replicando le iflanze il Conta- rmi, ed egli le teufe, i Cittadini, anfiofi per aver il commerzio Klie- ro, fecero iflanze cflìcaciflime, acciocchò per due fcellerati canti aferi noti patilTero ; e quei di Bucati, e di Fiume, intendendo la difficoltà, man- darono i principali de’ loro ad unire le preghiere cogl’ altri. Il Barone, prclQ un partito, di fare la giufliaia, e infieme di loddistàre sè fleflò , clevar il modo al Contarini di far maggiori iflanze, una 'mattina, nella quale fi afpeitava il Segretario Veneto, innanzi la fua venuta fe- ce atuccar amendne ad una forca. Non piacque al Contarini rdfer de- fraudato della fila iflanza, la quale repuuva giufta, e neccITaria , -per contener i fuoi in uffizio; tuttavia, non eflendo alcun rimedio a colà làia, mollrò di contentarli. Fu dì nuovo confermalo da ambe le par- ti che farebbono fermati i Capitoli concordati dol Rabatta ; c promife il Barone che innanzi la fua panenza avrebbe lafciaii ali comanda- menti, e ordini dì procedere col rigor della giuAizia , che più non fi feniirebhono inconvenienti. Quello fuocefib lUede maggior Iperanza di vederi nerpetuau la quipte, che l’opOTto dal Rabatta; perchè, eden- do queffli flato uccdiP, pareva che gli oiduti da lui polli reflaflero fen- za prò- *98 s T O .R' I A zz protettore, e che quell' el'empio dovclTa ipaventar ognuno mandato per p{ov vedere. Ma rcflando m vita, e nel carioo/ lòtto la. fede ad abboccarli eoa loro, conduccndo leco i prigioni; dove, avendo loro dato rilcaiio per quello che poterono avere, fiabilirono una fer«ni0ima amicizia co* Torchi, avendo mangiato, e bevuto con loro, e fatte aliegreize, e fefle lolcnniUime per la riconciliazipneé-il Il Radich alla Corte Cclarea avendo inoltrato, elfcr’ impoffibtle che gli Uioocc|ii^reflairero in Segna lenza le prede, quando loro non' folTc dato ahro.modo di vivere, e mameneiTi; e avendo ritrovato ncllTinpcradore, non maniunientodi volontà^ ma di forza per poter far aflcgnamenio pervie paghe , fu|^licò che gli folTero cence^Ko k eonthbuuoni che da molti Yiikiggi de MorUchi di quel pack tnaù rifeo^ dal Gecerale 41 Crova- m; modrando non eire(e neod&ria la fopraimqntkRza di querGéoem- fcv. le, che Digilized by Google DEGLI USCOCCHI. 199 le, che con quegli alfcgnamenti li faceva ricchiHìnio fenza predar alcun lervizio a Sua Maefth ; ma che quelle con )wca cofa apprcITo làrcbbono badate per pagare la Guarnigione dì Segna , e per mantener un Ca- pitano (opra tutto il paefe : al che fu predato orecchio dal Configlio Cefareo, e trovato buono di alTegnare le contribuzioni al pagamento della milizia : dì che il Radich fu molto contento, fperando di cavare dagli affegnamenti tanto utile, che fi potelTe fodentar il prefidio. E oiienute diverfe efenzioni per tutto quello che portadèro fuori, o den- tro della regione , parti molto foddisfatto , con deliberazione di far ogni sforza, per racquidare la grazia della Repubblica; avendolo per cofa fa- cile, quando fode adìcurata di non fentire moledìc da quella gente; di- fegnando, tralafciato il corfo, e accomodate le didcrenze, far ben i fat- ti Tuoi con mercanzie di legnami, Quedo era certamente un ottimo, e perfetto penderò per benefizia di tutti quegli abitanti, molto più riufctbìle, che l' introdurre negozio di quella mercanzia tra’ Principi ; al quale, per li rifpetti , e fofpetti , è impedibile trovare forma che non abbia infiniti contrarj; che tra pri- vati l'introdurlo non averebbe difficolti alcuna; s’incamminerebbe a po- co a poco ; e da sè dedb per le vie che gl’ accidenti giornalmente fomniinidralfero ; non vi farebbe bifogno di Ipedizione di CommilTarj, n^ di altre lunghezze, e fpefe fuperdue/ ma il mal codume di tjuegli abitanti , e la maggior dolcezza che porta il viver di quello d’ altri più todo, che delle fatiche proprie , non lafciava loro metter in efecu- zione un canto buon penderò. Partito codui dalla Corte, e rifaputafi la deliberazione Imperiale a Gratz, dal Generale di Crovazia fu podo impedimento all’ eiccuzione del deliberato, perchè veniva levato un grand’ emolumento al carico di quel Generalato, che fi dava per rimeritare un l'erviiorc di Sua Al- tezza; nè gli Ufeocchi di ciò fecero rifentimento , attefo che, dfendo interrotta la trattazione delle tregue co’Turchi, per aver clli dato titolo Regio a Valentino Umonaj in Ungheria; e per confeguenza cedata la cauli della proibizione di predare, gli Uicocchi (tanto può la mala inclinazione aggiunta ad una coniuetudìne pcrverfa ) ebbero più cara la liberti de i foliti ladronecci, che 1’ alTegnamcnto delle paghe; onde ri- tornati all’ infame corfo , e ad infedar la navigazione , e le Ilble , co- drinfero i Veneziani a prefeguitarli in mare, e a metter impedimenti all’ufcita loro. Dalle quali provvifioni febben era prevenuta gran parte del male che lenza que’ rimedj (irebbe fucceduta, non erano però luffi.' cienci di fare che i ladroni non pizzicalTero le Ifole, e che qualche Vafcello non capitaffe loro in mano. Il Generale Veneto, per ovviare interamente al male, fi voltò a inidi, dove fi falvavano colla preda, e proibì il commerzio a tutte le terre Audriache dove fi ricoveravano ; onde, riufeendo maggiore il danno de gl’altri abitanti, che de i mede- fimi Uicocchi, concorrevano perciò continuamente in Gratz le querele, e le efclamazioni de’ Citadini contro di loro, eleidanze, che finalmen- te una volta folle daddovero rimediato in modo, che non patilfcro ogn’ anno un’ affedio : e mentre a quella Corte moltipicarono i lamenti dei fudditi, quei Minidri opportunamente ebbero indizio, che i princi- pali Ùfcocchì, 0 difgudati per la proibizione di non ufeir alla preda, - ovvero intimoriti che non folfe rinnovata , rifpetto al trattata di tregua , eh’ erg ■LOO S T ORI A ch’era rimenb in negozio; o per loro maligna, t inquieta natura, ave> vano contratta qualche i'egreca intelligenza coi Turchi , e iemintvano pernizion, e fcdizioG concetti negli Ufcocchi minuti: per le quali cau« le unite inficmc fu deliberato in quel Configlio di mandare CommUTa- rj di tutta la Crovazia Lodovico Baron Diatriliain, e Giorgio Andrea Khazian; i quali, fatta inquifizione de’ colpevoli, c ritrovato vero più Jore di quattro mila ducati, fi ritirarono in Campagna prelTo a Segna, dove divifero la preda; e le loro donne, ufeite di Segna, come per an» «Ur a veder i mariti, e parenti, la portarono in quella Città. Quei di Segna, per timore che il commerzio non folte loro levato, mandarono a far lamenti di quello fatto con Gian* Jacopo Zane, Generale, che poco innanzi era luccelTo al Contarini, e a mofirar d' cirer in quello lenza colpa; poic^^ t malfattori erano banditi, e ribelli. Dallaltra par» te Rimavano i Veneziani quelli tutti artifici; anzi avevano qualche dub* bio che i bamii tufferò finti; poiché permettevano che le donne abitaf* lero io Segna, e i Fuorukiti praiicaficro vicino alla Città, ^ forte an- che dciiiro occultamente; e fe non davano ricetto a’ Predatori, lo da- vano nondimeno alle prede : però giudicò il Generale che l’aver rice- vuto le donne colla preda folse cai^ fuBìciente per rilentirfi centra di loro. Foie l’armata in guardia alle bocche di Segna, che dava loro grand'incomodità; dal che nafeendo mancamento di vettovaglie, grida- rono centra gl’ Ulcocchi, e vennero anche alle mani i Cittadini co' gl* Utcocchi; e tra' SegnaniJ, e Fiumani nacquero grandiilime difeord/e , perche Digitized by Google DEGLI USCOCCHI. xor perché que(K pativano effi ancora , e dicevaao «iiifr de’ Segnani . Il bilbgno fece ulcir furiivamenit in una barca ad. Ufcocchi , i t^uali temen£> il Capitano di Segna che col far nuovi danni foITcro caufa di far rillringere maggiamente la Cittb ; e avendo avute comandamento di guardare che non fofféro fatti danni a i Turchi , acciò non foHe dato impedimenm alla tregua, eh’ era tornata in trattazione ; fece Ca- per alle barche de’ Veneziani che fi guardafleco ; onde gl’Ulcocchi fu- rono perfeguitati , e combattuti, e ne refiarono i(. morti , prigio-' ni , e 3. falvati. Di ciò gli Ufcocchi entrarono in gran contefa col Capitano , il quale fi feusò con dire di aveva avuto ordine dalla Cor- te di coc\ fare ; e che qualunque volta ufeiranno lenza Ina licenza , lo farh intendere o con avvilì, o con tiro d'aniglieria , ficchè non fa- ranno ficuri. Il che fe fofle fiato olTervato , era una via di fnidare i malvagi, 0 contenerli nei debiti termini.- non feguì più efempio tale, o perchè i comandamenti foflero mandati per apparenza; o perchè a i Minifiri bafiaife mofirare di dar loro efecuzione con ofiervarÙ una vol- ta , 0 quanto meno folTe poffibilc ; ' I Segnani, per liberarfi totalmente dagl’ incomodi che fofienet-ario per l’impedito commeizio, vennero in riloluzione di congregar quello che poterono avere del bottino, e far andar a Segna Girolamo Barbo, Cittadino di Fola, per convenire con lui della rellituzione . Il General Veneto fece rifolnzione di fiat a vedere fe quelle dimoftrazioni erano reali, o pur de’foliti artifizj, per addormentare; e l’evento dimolirò che tali erano; perchè al Barbo non fu renduta fe non una poca pane di quello ch’era fiato tolto di fua ragione; quanto al rimanente ricercava- no tante ginftificazioni, che fi vedeva chiaro che non volevano far- al- tro .- il che fece anche dubitare fe aveflero qualche intelligenza con GiurilTa, fe ben bandito, la 1 1 1 . ' Ma fe'i bandi fodero veri, o finti, non fi può affermare.- certo è bene, che innanzi il fine di fei mefi dalla pubblicazione d’eflì, Giurif- fa', e Vulatee con tutta la compagnia furono ricevuti in grazia dal Ge- tKrale di Crovazia, e rimefli le colpe, ritornarono in Segna ; e Giil- rilla fu anche nel medefimo grado di comando. Ma non fi venne gih ad alcun’effetto della rellituzione.- anzi a quei di Fola, alcuno delqoali andò per ricuperar il fuo, rifpondevano di voler relhtuire a perfona pubblica ; fe il Generale diceva di mandare per ricevere, rifpondevano effere neccITarie le giufiificazioni de’ privati; anrochè i poveri Polani , fianchi , celfarono dalle ifianze . . -u Stettero quieti gl’ Ufcocchi alcuni pochi mefi , edendo conchiufe le tregue co’ Turchi, c pubblicate in Segna infierire con una proibizione in r na della vita, che nedu'no andade a’ioro danni , nè ufeide per qual voglia caufa in corfo per Mare, con ammonizione di contentarfi del- le paghe; e a chi non paredero badanti, o non bafiade l’animo di vi- vere fenza predare , fode libertk di portirfi . Non fu alcuno di loro che reftade contento ; perchè , aOiiefetti a vivere con abbondanza di botti- ni, fi conofeevano inabili a poterli foAenure, malfime non feorrendj le paghe; ma, attefa la liberth conceda di partire, utM parte di loto die- de orecchie a perfona capitau a Segna , che trattava di condurli al fcrvizio del Gran Duca di Tofeana. Un’altra parte, ch’era de’ foldati vecchi , a i qbali non piaceva mutar paefe , e ufeire di D.ilmazia , Temo //. Cc tratta- ^o^ STORIA tniMrono di condurfi ^ liprvizÌ9 delU Repubblic*. Mandi rano per ciì Viaccnzo Sp^derich o trattarne per nome loro col Generale, oiièrendo- lì di fervile o nelle barche, 0 nell? tene, o tutti tenuti, odiviC, co- me (’ Principi lòde piaciitto ; ed cflcndo ftau oppolU loro la profeffio- ne del corfo tanto odiato dalla Repubblica, ritpofero cbiaraiDcnte |ch' erano andati in corfo (piando chi loro comandava voleva che così £i- cedèro; e ch'emendo in fervizio d’altro Signote che loro comandaliè il vivere quieto, e ftare ne’ loro termini, ubbidirebbeno puntualmente. Si offerivano che, quando ben abitaflèro divilì, avrebbono fatta licurtb 1’ uno per l'altro, e tutti per cialcuno di qualunque male follé flato com- meffot I-e parole certo erano molto belle, e meriuvano che foffero lo- ro aperte le orecchie,- ma le operazioni di chi le urtava le chiudeva- no aJffatto ; e farebbe flato moltq femplicc chi avelfe creduto che uomi- ni, vifTuti Tempre fcellerati, in un momento potefleio farfi buoni,- pe- rò il Generale non diede loro fperanza alcuna nò meno li lafciò in di- fperazione, che non poteffero ai'pettare colla mutazione delle operazioni qualche grazia, La condotta dal gran Duca fu maneggiata quali un’an- no, della quale qual foffe la conchiufione al fuo luogo fi diÀ afflìtti i fudditi della Repubblica per U frequenza de’dan* ni, c intimoriti per rafpcttazione de’ peggiori, indufTero Marc’ Antonio Veniero, Generale Veneto, ch’era lucceflo al Zane, a farne querimonia col Capitano, che contra le promefTc tante volte replicate, agii Ulcoc> chi foflc permeiTo il dannificarc i vicini ; c che i proprj Governatori delle terre, in luogo di mortificare l’ardire loro, lo fomentaiTero con permetter loro di fabbricar barche contra la promelTa, c l'ordinazione dì Sua Macfl^ . Qiìefli lamenti non riufeendo di alcun giovamento , perchè il Capitano foddisfaceva Tempre colla medefima rilpolla , che non iifcivano con lua laputa, ma contra gl’ ordini di Tua Altezza.* eh* egli non aveva forze per far loro impedimento, ma bensì che a(ipet> riva 500. Alemanni per regolare quella milizia , la quale confcUava ch'era trafcorla troppo, e pih che mai che per lo paflaco. 11 Genera- le, certificato che tutte erano parole, c lufinghc, ricorfe al folito ri- medio dì otturare le bocche di Segna, e di altri luoghi Audriaci. Un calo avvenne, che codrinlc gl’ Arciducali a porgere rimedio; per- chè VuUteo, ufeito di Segna con grofia mano d’ Ulcocchi , alTaltò un Galeoncino partito d’Ancona, per pafTar a Raglili, carico di panni di feta, e lana, di valore dì 15. mila feudi; la maggior parte roba di Crt- diani; la qual tutta depredarono, fatti prigioni quattro Turchi , e quat- tro Ebrei che erano (opra il Valcetlo; al rittiedio della qual cofa, pel f rave lamento del Nunzio di Gracz, da quella Corte furono fpediti raimo Dìatridain, e Feliciano Rogato Commiffar;; i quali, giunti, prefero informazione delle qualiù di cialcuno de capi, e delle male o- perazioni commenb da alcuni anni fino allora, e ritolfcro di tornar a Graiz, per dar conto del tutto, e trasferirii di nusvo a Segna con for- zc, per poter clcguire quello che giudicavano neccllàrio; avendo ordi- nato al Capitano che fino al loro ritorno non latciafTe ufeir alcun U- fcoccho di Segna. Fecero anche ridurre inficme tutte le barche da cor- fo, per mandarle a Fiume; affinchè foffero in quella terra abbruciate. E’ fama, che all’ arrivo di quedi Signori in Segna foHc loro prclcntato in dono una porzione della preda, c che da effi foiìc riculata con mor- morio dc’ladri, che l’alcrivcvano al voler coftringerli, quando ritorna- ti fofTcro, a farne loro parte maggiore; aggiimgcndo effer co%\ avvenu- to ne tempi pafTati ; e qualche volta aver convenuto donare tutto il bottino. Non cosi predo furono i Commiflarj partiti, che gli Ufcocchi, ec- citata fedizione , contra la voiontk dei Capitano ( che dopo l’ aver tenuto le porte tre giorni ferrate, fu codretto, temendo della Tua vita, o fingendo di temere, ad aprirle) ulcirono di Segna, e andati a Fiu- me, levate violentemente le barche ch’erano ridotte in terra, per c0cr abbruciate, c occupatene molte altre dc’Dalmatinì, che fi trovarono in quel porto , fi pofero in mare ; c lenza alcuna didinzione de luo- ghi depredarono nell’ldria il Territorio di Barbana ; c poi rivolti veiv lo le Ifole, e fatti molti danni, in Bue diedero anche fupra il paefe dc’Turchi : non riufeirono però loro profpcramcntc tutti i tentativi, ficchc poceflcro gloriarli d’ aver piò avanzato , che perduto . Incon- trarono a cafo tre delle loro barche ben armate il Capitano di Gol- fo , dal quale lèguiti , furono codretti a combattere , e morti buon numero di loro^ gl’ altri , dati in terra, fi ùtvarono, abbandonare le barche, ^o6 STORIA turche, che furono abbnitiate; e liberati quindici Vafcelli , che da lo- ro erano flati arredati nelle acque di Premoniore: un'altra bacca fu in- contrata dagli Albanefì, c combattuta, dalla quale fu rkuperan buona preda fatta fopra una Fregata de'Padrovicchi, Il ritorno de' Commiffar; fi differì quafi un' anno ; durante l' affenza de'quali, erano frequenti le ufeite degli Ufcocchi alla preda, e in grof- fo numero, fino di 400. Con molte barche faceva dimodrazionc il Ca- pitano, quando era nella Ciitb, 0 il Tuo Vicecapitano , quando egli era fuori, di refidcre : ma non i cola facile da perluadcre che refidclfcro daddovcro all'ufcita di quelli che al ritorno ammettevano nella Cittb fcnxa difficolth alcuna : che le avedéro avuti per contumaci quelli che lontra il loro volere ufeivano, con facilicb avrebbono potuto tenerli fuo- ri al ritorno; o almeno punirli nelle cafe, e nelle robe che lafciavano nella Citib; ovvero far avvUare le guardie Veneziane, e in quella ma- niera vendicare gli fprezzatori dell'ordine del Principe, e dell' autoritli loro. In molte ulcitc di quel tempo non fecero prede di gran momen- to, per gl' impedimenti che l'armata della Repubblica loro attraverià- va,' nè occorfero cafi memorandi, falvo che uno ridicolofo, e due elem- plari . Il primo fu , phe , avendo prefb un valccUo da Lanciano carica per Venezia, penfando d'aver fatto graa bottino, fi ritirarono predo 4 Segna, per dividerlo; e trovarono il carica tutto di mele con molto nu- mero di Icattole di manna, della quale, parte per fdegno di eifer in- gannati dalla Iperanza, e parte per appetito, credendo che folfe con- fezione, ne dtvurarunu quantitli grande : il che inte fo dal loro Medico in Segna , ebbe opinione di doverli avete tutti ammalati di fluflo : re- dò nondimeno l'arte dclufa, e ncOun di loto ebbe pur minimo moto di ventre. Ma degli accidenti confiderabiii uno fu, che, avendo prefa una Fregata, ed effeudo dati lopraggiunti da tre Galee Veneziane, fi die- dero alla fuga, e li ritirarono verlo Buccari, terra del Conte di Sdri- no, dove dalla Fortezza fn tirato un pezzo di ficurczza alle Galee; di che quelle fidandofi, fmoniati, e gli Ufcocchi fuggendo , le Galee an- cora pofero foldati in terra; e non mefcolandofi m conto alcuno quei 'della fortezza, redando folamente alla guardia delle fue mura , furono combattuli, e uccifi parte de'ladri; il redo fi falvb con difordinata fu- ga ne'bolchi; c dalle Galeefu condotta via la Fregata, e la barca de' ladri col bottino, che però non eccedeva il valore di 400. ducati , e fu venduto a' padroni. Se dalia Cittb di Segna, e dalle altre terre do- ve gli Ufcocchi fono dati ricevuti, e lai vati , foffe dato ulaio quello jnedcfimo debito, per edirjMakine de' ladronecci, che fu quella volta u- iato da quei (li Buccari , u male non avrebbe fatto pragreflb , ma fa- rebbe da^ rimedialo nella fu» origine . L'altro accidente fu, che, fatta un' ufciia generale, avendo penetra- to nella Licca, per rubbare, furono adaiiti da'Turchi , c Morlachi in gran numero; e rimanendo uccifi molti di loro de' pih principali, e pili arditi, e numera maggiere feriti, rellarono gl'aliri aldini molto, e con gran penfiero di vendicarfi wr la morte de' compagni . Sarebbono lue- ceffi molti mali edetti, fc u ritorno de'Commilfarj non avelie coftretti i Malandrini di peulare ad altro : i quali Commeflàrj , giunti in Se- gna, avendo fan» impiccare ad un merlo del Caltello Purilfa, uno de’ Capi molto infolonte , pofero tanto leriore , che molti fi ritirarono fuori colle Digitized by Google DEGLI USCOCCHI. xo7 colle bmiglie, pane nelle altre terre del Vinadol, c i più colpevoli alla monugna> Alcuni di cffi entrarono nel Callell o di Malvicino, non guardato, con penfiero di fortificarn dentro, e tenerfi finché paflallé 1' impeto della giullizia; né lo poterono elèguire, perchè in quell' illeflo tempo pallando di Ci la Galea Morofina, gli alEtltò colla miliaia polla in terra; e da mare eoa l'aniglicria, e li cofirioTe a ritirarfi alla mon- tagna, efiendo rellati morti alcuni di loro. Mandarono i Conamifiari oidinii, e bandi per tutte le terre, che ao. nominaci da loto foliero prefi vivi, o morti. Quelli principi diedero fperanza di qualche buona provvifione : ma durò poco, e non ebbe efietti dillimili dagli occoifi altre volte. Imperocché i Commelsarj, lalciaci feverì ordini, e proibi- aùni del coriéggiare, e predare, e latta una compofizione per l e paghe decorfe , con promefsa che in breve làrebbono fiati mandaci i danari , e che per l' avvenire le paghe làrebbono fiate a' loro tempi sborùte , partirono. Ma lenza riTpecto di quelle provvifioni, indi a poco tutti gli Urcoe- chi tornarono in Segna, e a vivere lecondo rufato; c di paghe decor- fe, o correnti non fi parlò più ; ma al coriéggiare fi actefe, coma fe mai non fofse fiata ratta proibizione; non Colo non vietandolo- il Ca- pitano di Segna, ma dando anche molti légni che vi acconfentifse : an- zi la terra di Fiume col Capitano Tuo non prefiava loro minori favo, ri , che Segna , ricettando le prede , e fmaitendole di là per diver- fi luoghi ; e pareva appunto che la provvifione foibe lana momentanea di concerto; poiché , paniti i Commifsar;, le cofe peggiorarono con danni maggiori del folicq a' naviganti, e agli abitatori delle Ifole. MoU tiplicando le ingiurie, non falò 1' armata Veneta accrebbe [la diligen- za , per impedir quanto fi poteva i ladri , c perfeguitarli , quando funivameme ulcivano ', ma il Veniero ancora ebbe in confidenzio. oc che, conforme a quanto da’fiioi Ancecebori era fiato più volte fat- to in fimili occafioni , era necefsario levare il vivere a t luoghi do- ve fi ritrovavano, e che li fomentavano : per lo che pubblicò nn bando, che neiruno de’ fudditi avellé ardire di portar robe, vettovaglie, o mer- ci, né di avere commerzio, trafiìco, o pratica colle terre Arciducali, dw fono da Fianoaa nell' Ifliia fino incontro allo filetto di Gliuba fa- fa il Canale della Moriaca; e ordinò che faflé ritenuto ogni Vafcello che partilTe da quelle rive, o che cranfitaffe da luogo a luogo, ovvero d' alcrondc folTe inviato a quelle terre. Per quelle prowifiom reilavano impediti i ladroni dal fare tutto il male che in animo avevano; ma non era che alcuno de i tentativi non riulcillé loro; imperocché il Maro è come un Bofeo, impofilbile ad elTer cufiodito rotto , mafiime in quel- la tenone abbondate di ante Ifole, . e feogU; né le bocche fono coti angufie, come I difegni le Ggumno. L’ ofcuriià della notte ancora, e i tempi cattivi, c bnrrafcofi, prefiano comodo di fcanlàre le guardie, aaaflime a chi Ila attenta, come gUUfizicchi, ad afpettarli con pazioa- za: nu bei) al certo ne fegui che a molti nuli fu ovviato; c quei, che non fi poterono impedire , furono vendicati, quanto le occafioni comporurono: e chi leggerò, che tante volte fieno fiati i ladri peife- guiuti, e fia fiata loro impedita l'ufcita, e il commerzio alle terre proibite, e infieme vedrà narrato che, con tutto ciò, fàcefléro grandi, c freqoroti danni, pòn dovrò credere che fia eoa lepagnaiiza nda nar- mio- zoS SI T O R I A razk>ne, ma che la condizione di quei tempi, e luoghi pm-taflc che queflir rimcdj baftaflero per fminuire , non per oftirpare gi’ inoove- nienti. Fra gl' incontri in quefto tempo avvenuti uno dee efler narrato, per aver data caula a molti inconvenienti feguiti poi, che al loro tempo faranno narrati. Le barche Albaneh raggtunfero due degli Ufcocchi, e fi azzufTarono infieme; nè potendo gli Ufcocchi Ibflenere il valore, e maggior numero degli Albanefi , di^ero io terra, e abbandonarono le barche, e reftò in queffa zuffa prigione Giorgio Miianficich, Capicanio del Caffeilo di Brigne, uomo fagace, e di teguito; uno de i pih vec* ehi, e meglio apparentati Ufcocchi di Segna; il quale, febtm, per gli innumerabili misfatti commeOì nel corJo, e per le molte ingiurie inferite, era meritevole di mille morti, nondimeno per molti degni ri- fpetti fu rifervato in vita, e lotto cullodia. Da quello uomo fopratcucto dcfiderolò di liberti, e comoditi, ch'era confapevole di tutte le cofe più fcgrcte, s’ebbero informazioni molto importanti per dilucidazione de’ dilegni e palTati, e futuri; e la prigionia lùa fu a glt Ufcocchi ora freno, ora ipronc al far male; imperocché, quando fperavano di poter con trattazione ricuperarla perfbna fua, in buona parte lì contenet^no in uffìzio, e sì allenevano dalle ingiurie; e quando la fperanza fi fee- mava, facevano alla peggio, acceft allo (degno, e alla vendeKa. *■ Ne* quattro anni precedenti non fu parlato degli Ufcocchi alla Corte Cclarea, per caufa delle diffìcoitb che fi maneggiavano tra i Principi della Cala di Aulirla, che non lafciavano dilccrnere con chi convenille trattare; delle quali non è ncceflario al prelente propofito far relazio- ne, poiché non evvt perfona che tanto poco ne fappia, alla quale non fìa notiflìmo che T importanza di quelle non permetteva che colla Maeltà Imperiale, o con alcuno de gl' Arciduchi fi pronaovefle altro ne- gozio : nè merto entrato l’anno del idii. fi aprì congiuntura* di farlo: anzi’ che al contrario, elTendo nel principio d’eflb hiccefib il tranfito a miglior vita deirimperador Rodolfo, per caufa del qoale quei priaci- pi reliaioao molto più occupari nelle occoivcnao che quella Corce^porfh in cOnleguenza ; vi era poca probabilità che per* più mefi avofiero po- tuto prcliar orecchie ad altro negozio : perciò i Veneziani , non el^- dovi Ipcranza di rimedio per via di trattazione, tanto prik giudicarono Dcceisaria quella dell' operazione. £ per la ilelsa caufa prelero anche animo ^KUfcocchi di far H peg- gio, non temendo che potofsero, lecondo il lolito, andar Gommefrar) ad impedir loro le ulcitc, ovvero ad alportar loro, come aitrt volte era luccelso ,' la maggior parte della preda : e per ordinarfi a far im- prefa, e fuperare gl' impedimenti oppolli da’ Veneziani, follecitmnente preparavano materia in Fiume per la firuttura di molte barche; e die- dero principio alla fabbrica di una di grandezza inufitata , divulgando che Sua Altezza era fiata concci» licenza di fabbricarne fei, (btm ^hrt pretefii afsai lontani dalla verifimilitudine. Comunicato il oohfiglio infieme da quelli dr€egna ad altri di Novi, Ledenizxe, e Brì^e , e prefi in compagnia alcuni fiKlditi Turchi, chiamati Garpoti, ovo- lo Carpochéani, che, nuovamente partiti colle famiglie dal loro paefe, invican dalla dolcécfea del vivere di latrocinj , Crino pafsatt ad abimr in quella ^>Marinf; iiomhù allevati dalla fanciuUetza duramente, atti a i** foppor- Digitized by Google DEGLI USCOCCHI. 109 fopportare ogni diiagio ; facili ad efporfi a qualiìvoglia manifeiìo peri- colo, e gran Iprezzatori della vita; fecero divcrfe uicìte. Nè le prov- vilìoni del Generale Veneziano furono badami ad impedir loro in tutto» perchè, eflendo molti ì pa(& da guardare, e t tempi molto contrarj al pocervifi fermar in guardia, e elTi in coù groITo numero, che potevano tentar in un tempo AelTo diverfi palTt, e con riioluzione, maflìme de* Garpoci, di efporfi ad ogni 'pericolo; quello che un giorno loro non riufeiva, fuccedeva T altro; e T impedimento che rifeontravano in im luogo, non lo trovavano nell' altro. Si riducevano ora in uno, ora in un'altro de i porci Veneti, che trovavano non eulloditi, come in quel- le Ifole ve ne fono molti (dlirarj; di Ik partendofi a far li bottini, paf- -fando ora per lo drettodi Novegradi , ora per li territori della Dalma- zia cos'i all* im|>rovviro, che non potevano eflère prevenuti: inferirono molti danni a -1 Turchi, e fudditi loro CriOiani, con rapir loro gli ani- mali; e, aiceli 1’ odinaztone che li conduceva, avrebbono fatte gran cole, fe le nevi, che furono quell'anno altiflime, e gl’ impetuofìfnmi» e continui venti boreali non avelTero combattuto centra di loro. Certa cofa è, che nella feconda ufcica, quantunque fieno corpi atti, e aflue- facti al patire. Tei di loro redarono morti per li dilagi; e nel ritorno quaranta furono condotti cosi dal freddo maltratuti, che poca fperan- za avevano di ric^perarfi. Il maggior bottino fu nell* apertura de* tem« pi, quando, fmomati in terra nella giuhldizione di Selenico, od inter- natili in quella de' Turchi, depredarono la terra di Gracevaz, uccid dieci Turchi, fktti molti prigioni, e carichi di robe, conducendo anco- ra 400. animali grolTi, e aooo. minuti, parte per terra, e parte pel Canale della Morlaca, ritomarono a Segna» Alle rapine aggìunfero in quedo tempo un* altra offefa , che per tut- ti i luoghi dello Stato Veneto, dove tranhtarono, c dovunque in quei de* Turchi fecero preda, lafciarono infieme fama d* aver intelligenza co* Minidri Veneziani a* danni de* Turchi; facendo correr voce che con loro confenfo, anzi convenzione contratta, erano ufeiti a predare: e fomentando, e confermando la voce, modravano patenti falle col no- me loro con fìnti fìgillt, 0 fotiofcrizioni. Il che da* Turchi fu facil* mente creduto, cavandone argomento, per edere alcuni mefì prima, come fuol’ avvenire tra’ confinanti, luccefle divcrfe prede, c rifacimenti fra le parti a quei confini, per li quali anche s’ inlanguinarono gl* uni contra graltri, fenza però che i pubblici Minidri de i Principi ne avef- fero dato conlènfo; i quali, febb^n fecero ogni sforzo, per reprimere ciafeuno de' fudditi loro, e riconciliarli; non rinlcl però fenza diflicoltk, e col rimanere gl’ animi alterati, e pronti ad eccitarfì per ogni minimo foljpetto. £ non tanto t Turchi, quanto anche il numero maggiore degl’ Ulcocchi lo credeva, ingannati da t capi, i quali, congregati nella pub- blica Piazza di Segna in numero di circa mille, affermando loro di ave- re parola da* Veneziani di andar liberamente a* danni de* Turchi per Mare, cforundoli a corrifpondere verfo loro in corcefia; e portato in quel luogo un Crocifìflb, fecero loro predar un folenne giuramento, di non offender in parte alcuna i luoghi, e i fudditi Veneziani; nè meno in Mare i Turchi, e gli Ebrei che fopra vafcellì Veneti tranfitaffero con mercanzie ; e di perfeguitar i contrafìacicori, quantunque foffem congiunti di parentado, e con ogni altro vincolo. £ ^ tutto ciò fecero /A Dd iludio* Z IO S T O R •! A liudioramcntc andar la nuova per la Licca , e per le altre regioni vici- ne in modo, che anche il Baisi di quei confini ne prefe Ibfpetto, e ne fece acerbe querele col Generale Veneto con elprcffionc di concetti mol- to rifentiti; e ne diede conto alla Porta in Collantinopoli. Per le congiunture di quei tempi, quando era incerto dove fofiero per voltarfi quell'anno le arme de'Turchi, a i Veneziani pareva di do- ver tenere grandilTimo conto di quelli tentativi ; (limando la fama dif- feminata, le falle patenti, e il finto giuramento, elfer inviati tutti ad un medefimo fine di provocare farmi dei Turchi contra la Repubbli- ca; e fi perfuadevano che gli Ufcocchi, nè foli, nè principali follerò autori di quei configli, perchè il giuramento pubblico in Piazza, la fab- brica delle barche a Fiume, patrimonio di Sua Altezza, facevano pa- lefe che il primo moto proveniva da chi aveva il governo in mano ; maflime per la fama fparfa, che tra gl' arcani de’ configli de' Miiiillri Aullriaci una maflima folle (labilità, di far ogni cofa, per inviluppare la Repubblica in guerra co’Turchi, per quei fini che ad ogn’ uno pof- lono clser molto ben noti. Ma gli Ufcocchi, fidatili che quelle apparenze ingannafsero i' Dal- maiini, e che da loro non dovefsero aver alcun impedimento, anzi di- verlì favori , fecero come una ferma dazione ne i contorni d' Almilfa , di l!i frequentemente palfando a’ danni dei Turchi. Quelli avendo man- dato prima a protcllarc a gli Almilfani vendetta, e danni fopra le vi- gne, terreni, cale, e anime loro, non tralafciando la prima occafione che fi porfe loro innanzi, prefero per ragione di rapprelàglia nella ter- ra loro di Macarfea do. fudditi Veneti, andati fa per negozj della Braz- za, Lefina, Almilfa, e Pago; laonde in fine avvenne .quello che più volte anche era accaduto nei palTati tempi, che il danno lellò, non a gf infedeli inferito, ma (òpra i Cridiani caduto. Partorì nondimeno que- llo di buono, che, giunti i comandamenti venuti da Codantinopoli , fi compofero interamente le differenze tra' confinanti : e gli Ufcocchi, Ve- dendo di non poter più peniate che i fudditi Veneti li unilfero con lo- ro, nè fi rompelfe la guerra tra la Repubblica, e i Turchi, depofero la jnafchera; e, non odante il folenne giuramento, corfeggiando intorno all' nòie, Ipogliarono una barca che da Venezia conduceva mercanzia per la fiera di Cherfo, e un Grippo Ragufeo carico per Venezia di merci di ragione d' alcuni Armeni Cridiani ; a parte de^quali tagliarono la teda, e fecero altri prigioni; e ridotiifi con 14. barche all'Ifola di Onia, prima che Agodino Canale, luccelfo Generale in luogo del Ve- niero , avvifato , potelTe mandare per ifcacciarli , fpogliarono tutte le bar- che de’ viandanti , eziandio quelle dove non era da fare preda, fef non di vedimemi, e drumenti da navigare, non perdonando a'pefcatori, e Uomini dell'Ifole, che per loro affari tranfitavano. Scacciati di lù , e ora in uno, ora in un’altro luogo ritirati, non celfavano dalle mole- die', le quali lungo, c tediolb larebbe raccontare: ficcomc , per la def- fa caufa, è bene tralafciar di dire come, feguiti, più volte furoiv) co- dretli ad abbandonar la preda, e le barche, e falvarfi ne’ bofehi con difficoltli', e altri ribaldi ancora fono nome loro non mancavano di com- jnetter ogni fona di fcelleraggine. Un certo Giovanni Uibich, nativo di Gliuba, commife in quei giorni in territorio della Repubblica un’impor- tante , e violentinijna latrocinio con diverfe male qualità*,: peclocbè il I&OVVC- Digitized by Coogle DEGLI USCOCCHI. xn Provveditor Generale giudici neccBario di averlo in mano; e intenden- do ch'era nelia viila di Artina, appartenente a Gliuba, mandi a quel- la il Govemator Paolo Gbini con loo. Aibanefi per prenderlo, come gli fuccefle. Ma mentre perfeguitava quello, vedendo un altro fuggire, giudican- do qualche male di lui, lo fece feguire, e fermare. Quelli notifici al Governatore d' eflcre Uicocco, e che con lui erano nella terra llefsa cinque altri Ufcocchi. Il Governatore, avendoli per complici, deliberi di pigliarli; ma elTi, ritiratifi in certe cafe, in iito avvantaggiofo , lì prepararono a combattere. Il Governatore, che poteva o col fuoco far- li ufeire, o alTaltandoli con numero unto maggiore, eollringerli , per- donando ailc abitazioni, e al fangue loro, o per qual fi voglia altra cauta, gli accetti con quella condizione, che non riceverehbono offelà; e fe il Provveditore non avefse approvata la fua promefsa, gli avrebbe ritornati nel luogo ficfso, e nello llefso flato, per combatterli . Il Prov- veditore fece efeguir quello ch’era di giullizia contra il Libieh. Quan- to a i cinque Ulcocchi, nè approvi, ni riprovi la promefsa del Go- vernatore, ma diifer'i la Tifpolla'^ e ordinò che frattanto fufsero cu-, floditi. Per quello ac/'id.itiv .citarono quel tU multo efacerbati / e feb- ben da loro erano fiati ufati per lo innanzi tutti gli artilizj , c fatte promefse, per liberar il Milanficich, e riporuta tempre o poca fpe- ranza, o la negativa; aggiungendo quello alla prefe de’ cinque, manda- rono a far ifianza per la rilalsazione di tutti fei,* e mifero in opera il Vicecapitano di Leo , e i Giudici della Cittb per Intercefsori , a’qtiali non fu nè data, nè levata la f^ranza ; fu folo uu intenzione di dovervi far confiderazione, e gratificare dove fofse fiato conveniente. Ma gli U- fcocchi, non definendo per tanto dalle rapine, e da i latrocinj, fe erano impediti loro i grolTi bottini, non s'allenevano da i leggieri, e dal mol- tiplicare Pofiefe, che, non porundo loro militi confidcrabile , caufava. no fofpctti di difegni piò dd folico pemiziofi. Quelli movevano il Ca- nale a continuare con piò diligenza ne’rimedj, conducendo numero mag- giore di foldati , e accrefeendo l’ armata de' Vafcelii con rinforzo di gen- te ; onde le terre , elsendo ferrate gii piò raefi , fenza commerzio , e con ftrettezza di vivere, allora maggiormente riftrerte, refiarono quali private totalmente. Mandarono perciò aH’Arciduca a rapprefentare i lo- ro patimenti, a far cl'clamazioni, amplificandoli piò del vero, e richie. dendo protezione, e follevamento . Era in quello tempo felicemente fucceduta la nuova elezione di Re de' Romani; onde l’Arciduca, follevato da quel grave penlìero , porfe orecchie ai lamenti de’fuoi piò volte replicati. Pensò prima dimandar- come altre volte, Commifsarj a Segna, che facefsero qualche dimofira- zione , e ponefsero qualche freno , tenendo che , ficcomc per lo pafsa- to, allora fimilmente da’Veneziani gli farebbe corrifpofio . Ma da’ fuoì fu fconfigliato, acciò non parefse che, cofiretto, per timor delle forze loro, facefse la provvifione ; laonde prefe partito di mandar a Venezia Stefano della Rovere, Capitano di Fiume; il quale fpedito, mentre fa- ceva il fuo viaggio, quantunque fofse di mezza fiate, una tempellofa, e grave fortuna apri l’adito agli Ufcocchi di ufeire con i6, barche, e con rifoluzione di cfporfi ad ogni pericolo, non folo per bottinare tan- Tima li. Dd I to, che ila STORIA tP, che fi rifaccfsero del perduto per grirapedimenti pafsati; ma anco, ra per prendere qualche perfona infigne, col rifeatto della quale pocef. fero aver alcuno de’ prigioni. Loro fu dato in ifpia che Girolamo Mo. lino in una Fregata ritornava da Cataro, dove era fiato Rettore di quella Citth. Furono allegri lòprammodo, cosi per l’occafione del bot- tino delle robe, come per la perfona, penfaudo di dovere certamente riavere il Milanficicb, e tutti gl’ altri uol cambio di un Magifirato Ve- neto, Volarono per la via dove furono indrizzati; rifeontrarono la Fre- gata, e l’afialirono , Non vi trovarono altro, che le robe, elfendo il Provveditore per buona fortuna prima fraonuto in terra, NelTuna cofa affligge più l’animo, che il vederfi defraudata d’una fperanza tenuta per certa, Quei ribaldi tanto certamente credevano di dover far prigione quel perfonaggio , che , non avendola travato , pareva loro che piit torto folTe lor fuggito, che non dato loro in mano, E tanto fu l’aido- re d’ aver nelle mani un pubblica Minifiro Veneziano , che eccitatili l’un l’altro come a furore, immediate voltati, palTarono verfo Rovigno ;iell’Iftria, per far prigione il Podefth di quella terra; il quale non po. tendo avere, perchè fi falvè, alTalirono i Valcelli che nel porto fiava- no afptitando vento per Venezia, e li fpogliarono , uccifi i Mercanti, C i Marina] che Inm .wOa— — , rifpetto ad alcu- no, nè a grandi, nè a piccoli.- e più infervorati, perchè anche il fe- condo tentativo f©nè loro riulcìto vano, ritornati con celerità , palTaro* no fopra l’Ilola di Veglia, dove ritrovandofi Girolamo Marcello, Prov. veditore ^ell’lfola iq vifita di Befca, terra deU’Ilola medefima , lo fe- cero prigione infieme co’fuoi miniftri, e l'ervidoti, e lo conduflcro eoa vilipendio, e indigniti grande in certe grotte vicino a Segna, tramu- tandolo fpelTo da una all’ altra , Nè è da tralafciar quella particolare, che la barca , colla qual fu condotto prigione il Provveditore , fu quel- la fabbricata in Fiume, della quale è fiata fatta menzione, Infieme coll’awifo di quello misfatto il Capitano di Fiume arrivi wì Venezia. Non poteva giunger in peggioe congiuntura, attefo che le ot. fole degli incocchi mai non furono cosi frequenti, come in quell’ an. no-, né meno cosi rilevanti, e malTime l’ultima-, la qual, intefa dal Capitano, poi giunto, lo fece reftare molto prerpleffo , fe doveva dar immediate principio alla negoziazione, ovvero alpettare fe da Grata, pel nuovo accidente, gli foflero mutate le iftruzioni; e fe doveva fama menzione eflb, o tralafciare di parlarne. In line, prefa rifoluzione, die- de principio coll’afliftenza dell’ Àmbafciadorc della Maefià Cattolica al fuQ negoziato, incominciando dalla buona mente del Sercnillimo Arci- duca, dall’ottima difpofizionc fua verlò i Principi confinanti, e la Re- pubblica malfime ; loggiungendo che perciò 1’ aveva mandata con am- pliflima autorità, per pigliare fpedientp di foddisfazione di ciafeuno , e tranquillità de’ludditi; e aggiunta un’ affettuofa condoglienza del fuccef- fo di Veglia, con afiicurare che nè l’Arciduca, nè alcuno de'luoi Mi- piftri, nè maggiori, nè inferiori, vi avelTero conlenfo , e participazio- ne ; ma forte fiato motivo di quei di Segna difubbidienti a Sua Altez- za,- dilcefe al fuo negozio, e per nome dell’Arciduca fi dolfe di tre particolari ; Che certi Mercanti , andati alla fiera in Albona fotto la pubblica fede, fortero fiati fpogliati delle merci da loro portate.- Che pofeia fatto in Segna da tutti gli Ufcocchi un giuramento tanto folennf di non Digitized by Google DEGLI USCOCCHI. xij di non offender I* cofe della Repubblica, cinque di loro, fudditidiSui Aueaza, fodero (lati preG, e tenuti prigioni contra la fede loro data : Che un Frate foffe flato porto prigione, e gli foflè flato tolto l’abito per pagamento delle fpefe; c con lunghe ampliflcazioni aeeravati que- fli tre accidenti, ne richiefe foddisfazione. Quella forma di trattare da alcuni fu tenuta prudente/ perchi, quan- tunque dall’atra parte vi folTero da contrapporre non tre querele, ma trecento, nelTuno però è in obbligo di dire, falvo che le ragioni pro- prie. Ad altri pareva che quello non avefle luogo, fe non quando le ragioni di ambe le parti folTero del pari/ ma in quella occorrenza pa- reva, attefe le molte male operazioni degli Ufeocebi, che lo flato del- le cofe - comportalTe più d’ufare feufa per lo paffato, e promelTa di ri- medio per 1 avvenire, paflando poi a richieda di corrifpondenza ne’par- ncolari deliderati , Ma lafciando di ciò il giudizio a gli uomini lavi, per intera cognizione di quella che fi trattava, è necelurio narrare i parti- colari di Albona, e del Frate, che non fono flati raccontati a’ loro tem- pi, come non appartenenti agli Ufcocchi, e in foftanza leggieri. 11 latto in Albona pa6ò in quello modo. Dovendofi fare la fiera in quella terra il penultimo di Giugno, fecondo il confueto, i Mercanti di j I o j ni'’ P'"'“tvi le loro mercanzie licore, ottennero paten- n dal Podelti del luogo,- portate le merci in fiera, i Dazieri preiefero contrabbando, non per ragione deUe perfone de i Meicanti, ma peri» qua ta delle merci, e vi pofero mano fopra. Il Segretario Celareo in ' ®’'Vifato, ne fece querimonia, dimandando la reftimzioiic ; ed ebbe rdpolla , che s avrebl^ fcritto p« , e fatto quello , ncercafle il giullo. Cosi fu efeguito immediate , con aver dato ordino di più, che le mercanzie li confervaflero tutte interamente; e di tanta , Segretario per all'ora, afpettando giullizia , venuu cho foffe r informazione ; nè aluimenti fi doveva procedere in negozio cho non fu tentativo di oflèfa, ma pretenlìone d’ordine dì mercanzìa e fo- lito tra’ confinanti avvenire giornalmente fenza turbazione della 'buona intelligenza; effendo frequentiljime, e cotidiane le differenze fra’ Dazie- ri, e mercanti non folo foggetti a diverfi Principi, ma ancora quando ambe le parti fono del medefimo Suto, c anche delU medelima Cic- ti. Il Segretario avrebbe voluto che, prima di replicare alcuna cofaia quello negozio, fi aveffe afpettato che ferviffe il tempo di venire lari, fpolla.- nondimeno al Capitano, o perchè avelie quello particolare in commiflione, o per proporre maggior numero di querele , o per altra caufa, parve di non afpettare. L’evento mofltò buono il parer del Se- gretario, perchè al fuo tempo la informazione tichiefla venne, e il ne, gozio ebbe fine con intera rertituzione delle mercanzie. Il cafo del Frate fu in quella maniera. Fra Antonio da Fiume , dell* Ordine de i Minori Offervanti, fi pofe fopra una barca d i làrina cari- cata in quella terra per Segna.: quella fq feoperta dal Forte chiamato di San Marco, c arredata, in efecuzione de i bandi del Generale di fopra racomaii. Il Frate diffe la farina effer fua, e portarla al Conven- to di Ipitir Ordine in Segna/ ma i Barcaruoli parlarono dlveriàmente • nominarono il Mercante di cui la farina era, e che il Frate era im- barcato per paffar in paefe de’ Turchi. In quel tempo s’era feoperta cer- ta macchinazione di quelle alle quali viene preflato orecchie folto pre. ii4 STORIA tcfto di pieiV, (he terminano in fine calla morte dc’poveri Criftiani che fi lafciano follevare : perlochè il Frate, non rendendo buon conto del iuo viaggio, trovato in varie contraddizioni, fu filmato fpia, e tratte- nuto in quel Caftello, dove mentre dimorò, leggendo con quei foldati ne i libri fciolti che elfi fono foliti a fiudiare, vi lafciò qualche dana- ro, ed alcune robiccivole che aveva. Non fi trovarono fermi rifeontri per convincerlo, o per la fua fagaciii, o perchè non fofle fpia: fu ri- fafeiato, e condotto da una Fregata in Venezia, yeftito da frate; e co- comparve innanzi al Principe, richiedendo refiituzione del perduto nella Fortezza; allegando che. come Religiofo, non fe gli poteva gua- dagnate. Fu rimefib ad attender alla fua profelfione, e altro non fuc- cene in quello cafo, » . . La querimonia de i prigioni fu ftudiofamente dagli Aufiriact pubbli- cata per tutto, e la foflentavano con quelle ragioni : Che quelli erano fudditi di Sua Altezza, e fotto la protezione fua; ebe non poteva con fua riputazione abbandonare la loro dlfefa: eh’ erano fiati ritenuti con- tra la fede, fiante la quale, fi dovevano lafciare liberi; e fe quel Go. vernatore la diede, non avendo facoltà, eflervi obbligo, fecondo la ra- gione delle genti, di mettere lui in mano di Sua Altezza. Per lo con- trario fi difeorreva, che gii tra il Rabatta, e il Pafqualigo fi era con- venuto che gli U fiocchi ufiiti in corfo non folfero licuri, nè protetti: che Matteo Tomiz, fervitorc di Giurifla, nativo di Zara vecchia, uno de' cinque, fu bandito l'anno innanzi da tutto il dominio per omicidio commeflb nella perfona di Tommafii Malfiifich; però nè come bandito,' tiè come fuddito fuggitivo ooteva capitare nello Stato : che gli altri due èrano di nuovo venuti dal paefe de’ Turchi ad abiur in Segna; gl’altri t>cn nativi di quella Cittì, ma eSi ancora Ufcocchi , ufati al corfo : E quando, neffuna di quelle cofe fofiè, che la fede non fu loro data , fe non di ritornarli neinfielfo luogo, e fiato, e combatterli, fe il Ge- nerale non avefic voluto lafciarli liberi.- adunque non fi poteva per que- lla ragione pretendere che folfero rilafeùti allblutamente, ma ritornati, e combattuti.' E chi può dubitare che, ritornati con t oo. Albanefi at- torno, non folfero refiati motti, anche fenza alcun danno degli alTali- tori coll’ufo del fuoco; e non elfcre però alfolutamente, e univerfal- mente vero, che il Principe fia protettore di tutti i luci fudditi che fi ritrovano nel paefe del vicino, ma filo di quelli che vanno in cafa dell’ amico per negozj, o per altro bene; non gii per far male, o per accompagnar banditi, o dare fofpetto: che in quelli cafi , per ragione de’ delitti, fono foggetti alla giuftizia del luogo; altrimenti per la ra- gione loro i Magillrati Arciducali non potrebbono mai giudicar alcun faddito Veneto colpevole, o indiziato di delitto, fe quelli colpevoli, e indiziati non erano foggetti alla giufiizia Veneta. Altri fi maravigliava- no della nuova forma di trattare, poiché gii molto tempo era divul- gato che negli uffiz) fatti a i tempi palfati, per la refiituzione del com- merzio levato alle terre percaufa degli Ufcocchi, i Principi, e i Mini- ftri Aullriaci erano foliti a colorire la richiefia con dire che, fe la Repubblica era oftefa da quella gente, la facelfe perfeguitare in mare, la prendelfc, e la impiccalfe; ma non delfe molefiia alle terre per loro calila' il che pareva molto repugnantc a querelarli all’ora, perchè fof. feto prefi nelle 'erre deUa Repubblica, Ma ri- Digitized by Google DEGLI USCOCCHI. xx5 ^ Mi ritonundo alla ferie delle cofc, T Arciduca, immediate imefa U prigionia del Provveditore di Veglia, mandò Gian Jacopo Ccfglin Com* midàrio EipreiTo a' Segnani, il quale con un leverò editto, pubblicato in quella Citth, comandò che il Provveditore folTc condotto innanzi, a lui; al quale ubbidirono gli Ufcocchi; c levatolo dalle Grotte, lo con- dulicro in Segna al Commi/Tario; ed egli, ricevutolo co rtefemente, lo liberò immediate, dicendogli che il Scrcniffimo Arciduca, intclà la fua pattivitli, aveva Ipedito immediate lui in pulU lolo per metterlo in li* bertb, e che larebbe feguitaio da altri CommilTarj, che venivano per punire i colpevoli. La preflezza, c prontezza di Sua Altezza a rime* diar immediate alla tralgrclTione de* Tuoi; la diligenza, e rifoluzlone del Commiirario nell’ elecuzione; c l* ubbidienza pronta preiUra da gli Ufcocchi, eziandio ritirati nelle Caverne delle montagne, ad uno che fenza arme, e fenza alcuna forza andò a Segna col folo nome di Com> lniffariQ Arciducale, ficcomc fono indizio della buona mente di quel principe, e che Sua Alrezza ha Minidri che, fe vogliono, fanno efe* guirla; c che gli Ulcocchi, Icbbcn nodriti in tutte le fccllcratczze, non fono però ribelli, c cotumaci alloro Principe, quando cificaccmen* le vuole circr ubbidito, o non modra contcntarfi d* effer difubbidito; cosi dimodrano che colia medcfima faciUù con cui fu provveduto a quel difordine, fi potrebbe, e ft avrebbe potuto provvedere a qualun* que altro, quando gli interedì non avcflcro pr eponderato, c preponde- radcro tuttavia al debito Cridiano, di lafciar ad ognuno il fuo, cd ef> fere buon vicino. Nò da alcun’avvenimento più, che da quedo, fi può meglio penetrare nel fondo del negozio, c veder al chiaro le cau- fc de i mali padati; e conqfccrc con fondamento quale fu il vero, c proprio rimedio di queda pede* Dopo la prigionia del Provveditore, i Minidri Veneti non fì conten- nero, come prima, nella fola difefa delle cofe della Repubblica, e nel- cudodia de f paiTi; ma cercarono per ogni via, e modo il rifacimen* to : ma (eguita la liberazione, fi farebbono contentati di dare fu le lo- ro guardie, come prima facevano, fe le cofc fuccede, mentre quella du- rò, non avedero tirato dietro altri accidenti; accadendo in quede oc- correnze come avviene nel moto delle bilance, che, levate dall’ equili- trio, trapadano pivi volte dall’uno, c dall’ altro canto, prima che pof- {ano ritornarvi. Elfendo ancora il Provveditore ritenuto nelle Grotte, alcuni foldati Veneti Imontarono otto miglia vicino a Segna, e diede- ro il fuoco a certi Mulini di ufo di quella Cittù, per fare danno fpe- ^ialmenie a Giorgio Danicich, padrone di parte di elTi, che fu princi- pale nell’infulto di Veglia, e cuilodiva il Provveditore nelle grotte» Dall’altro canto gli Ulcocchi, non potendo vcndicarft, e far male iti 2 uei contorni, per le grandi, e diligenti guardie, padaco con viaggio i terra il Monte maggiore, ed entrati in Idria nelle Ville di Bergo- dai, e Lanilchie, abbruciarono gran numero di Calali con fieni, e im- jnenti, conducendo via molta preda di robe, animali grodì, e minuti: dal qual accidente eccitate, e irritate le milizie Venete, che in Idria erano, deliberarono di non camminare più per via di ripetizione, te- nendo che dalla fperienza di tanti anni fode abbadanza dichiarata fu- perdua; ma fecero rapprefaglie nel Cadello di Bugliou, e in altri luoghi del Contado di Pidno; e dUendevanQ la loro azione , perché in quedo occor- zi6 STORIA occorrenze la ripetizione caufa pemizie colla interpofizione del tempo, aicefochè, fe poi, quando l'ofTclo fì vede delulo colla lunghezza delne- gozio, viene al rifarcimcnto di rapprel'aglia , valendoli gli offenditori di ogni vantaggio, e come le Toifela folTc dimenticata dal tempo interpo- llo, danno al tifacimento nome di provocazione: la onde, atteft quelli rifpetti, era commendata la celeriA nel rifarcitri, per evitare le mole- Itie di dovere, oltra il danno, far anche una ditela. Ma giunto a Venezia ravvilo della liberazione del Provveditore , co- me le con quella loderò emendati tutti i lalli degli Ulcocchi , e lode- rò cedate tutte le caule de i padati dilpareri, e i rilpetti di dare lul- le guardie, il Capitano di Fiume colla medelima adiuenza dell’Amba- Iciadore Cattolico, magnificata, come meritava, l’azione di Sua Altez- za nel liberarlo , lece illanza che le lode corrilpodo colla liberazione de gli Ulcocchi prigioni, e coll’apertura del commerzio; cosi meritan- do la buona volontfi dell’Arciduca, e le azioni latte gi^ tanti anni in foddislazione della Repubblica. D’Albona, e del Fiate più non parlò. IMon è da tralalciare la narrazione de i concetti ulati da quedo Mini- dro per tre meli che dimorò in Venezia, potendo da quelli prenderli grande idruzione de i penfieri che nodrilcono quelli che hanno il gover- no degli Ulcocchi, e delle mallime colle quali li reggono. Egli diceva di richiedere i prigioni, e la redituzione del commerzio lolo per riputa- zione del luo Signore, figurandolo defiderolo di rimediare alle male ope- razioni degli Ulcocchi; ma impedito dal larlo, per non modrare di el- ferne codretto per la prigionia de i luoi, e pel commerzio levato alle terre; colla rediluzione dc’quali gli larebbe aperta la via, ptomettendo per nome di Sua Altezza, che all’ora fi rimedierebbe si fattamente, che mai più non fi femirebbe moledia alcuna. D^Ii Ulcocchi diceva, che fono gente fiera, e indomita; che non fi podono gadigate ; che, non fi polTono aver in mano, perchè fi ritirano a i Monti; onde elle- re di bil^no con dolcezza mitigarli più, che reggerli con leveritll : chs colla rilaOazione de i compagni, e r^tuaione del commerzio, fi la- reb-bono addolciti ; dove colle durezze fi larcbbono renduti più contuma- ci.- eh’ erano zooo. in numero, nati, allevati, e fortificati in qnei fili; che a sforzarli vi larebbe bilogno di ze. mila foldati; che non larebbe decoro di Sua Altezza, per leggiera caufa, far cos'i gran moto; nè me-i no poterlo fare, non effendo Segna lua, ma del! Imperadore : e quan-^ do folle fui , r avrebbe fpianata , non cllendole le non di Ipela col man- dare fpello Commiflarj, che le codavano dooo. feudi alla volta; e tan-i te volte, che con quel danaro Segna farebbe due volte comperata ; che farebbe la provvifione conveniente aU'autoritk che teneva di Governa- tore.- ma volendo un rimedio totale, e durevole, fi doveva trattare C09 fua Maedù , eh’ era lupremo Signore . Che non però fi poteva cogli V- fcocchi tutto quello die fi voleva; nè conveniva metterli in difperaz io- ne, ellendo buoni Cridiani , e difendendo quella Citth, e quel paele da’ Turchi: che vi era bilogno di tempo, e opportunith; e conveniva fop- portar qualche difetto , e alpettar quella provvifione che Sua Altezza fa- rebbe, tubilo redimiti i prigioni, e il commerzio; e poi negoziar il di più con Sua Maedìi . Colle quali forme di parole dava ceru fperanza d’ intera provvifione ; prometteva gran cofe ; ma infieme inferiva che non ^rebbono cdctcuatc, mettendo al pari la caule , che fitrebbono ulate P" Digitized by Google DEGLI USCOCCHI. xi7 per prerelti ad ifcufarc il ttuncamento delle promeflè : pareva ehe di- inandane un puariglio, e tuttavia dimand-ava quello ch’era il tutto nel negozio, cioè il commerzio; perchè col folo impedimento di quello era pollo qualche freno alle operazioni nefande. Ma, olita il modo di trat- tare luhrico, e in sè delio difeordante, la perfona ancora di quedo Minidro non era ad alcuni molto accetta, per edere cob certa che gran parte de' bottini li fmaltivano in Fiume, andando quei della Ter- ra a pigliarli in Segna, per non lafciare che gli Ufcocchi medefimi vi eompatilTero; e il meglio fi riponeva in Cadello, dove il rafo, e’I da- mafeo era pagato mezzo tallero il braccio. Ed era anche fama, febben non tanto certa, quanto quedo, che i panni alti, de' quali la cab fua era fornita, fodero deUo Ipoglio fatto alb Fregata gb tre anni nel por- to di Torcola, del quale s’ c parbto a fuo luogo. Ma avendo quedo Minidro prefo per ragione di feufare la tolleran- za, per non dir approvazione, di tanto male, il numero grande, e le forze degl’ Ufcocchi, e il pericolo di perdere Segna, privandola delb loro cudodia; argomento ubto altre volte con maggior amplificazione, fino ad adermare che . fono un propugnacolo della CrilUanith ; e che altra milizb non brebbe atta a difendete quei confini, e quella regio- ne da’ Turchi; predicandoli per buoni, e veri Cridiani, partiti dalU loggezione degl’ infedeli folo per blvare 1’ anima, e per educare b Po- derità neUa l^ta religione,* che non è giudo fcaccbrli contra la lede data, con pericolo che rinneghino, c altretuli fciocchezze; quedo luo- go ricerca che da narrata il numero, la qualitli, e k imprefe loro in queda etli; non potendofi trarne cognirione dalla notizia dello dato loro nelle eb (uperiori, edèndo geme che, per b mobiliti, cosi dell’ animo, come del corpo, è foggetta a |varie mutazioni,* nè Colltnte in altro, che in non voler guadagnar il vivere colb fatica, ma col l'an- gue; e da quedo apparirà chiaro che nè per numero, nè per valore fimo da brfi temere^ nè la cofeienza loro meritevole di dfere favorita, ovvero dimata Cridiana; nè il loro fervuto utile alb oonferyaziooe di quelle marine, . : Sono tre forte d' Ufcocchi in Segna, cos'i didimi, e nominati nelb Corte Arciducale.' Stipcndbti, Cafalini , e Venturieri. Caiàlini fon» ? ueUi che, nativi, o gik abituati nella Citb, hanno da pih. fucceSioiu èrmo domicilio in quella; i quali anche fi chiamano Ckadini, e fon» al numero di loo. Altri zoo. fono con titolo, e narae pih rodo, che in realb, di dipendiati, divill in quattro compagnie, a yx per cbfcu- na, con quattro Capitani, da loro chbmati Vaivodi. Ma olm quelli quattro (vi fono altri Capi di Ufcocchi, col qual nome tòno chiamati tutti quelli che hanno ii modo di armar barche, per andar in corfo. A quedi aderifeono, e fono compartiti, come in comitive,! vagabon- di, c quelli che, nuovamente partiti di Turchb, o banditi, di Dalma- zb, 0 di Fuglb, non hanno fermo domicilio in ^na; e tutti li Chia- mano Venturieri , e danno all’ ubbidieaza di quei Capi mentre fon» applicati alle barche codeqaali vanno, oca in poco , oca in maggior numero, rubbando, e predando fopra i vicini. Ix oidiuarie bacche de- gli Ufcoeahi bno capaci di 30. per una- Alb volte ne hanno bbbrica- ta alcuna maggiore, capace lino 50. come quell’anno in Fiume. Fan- no più fiate aie anno, fe non fono impediti, ulciu generab,* ma due Tomo II. E e bno S T O R I A fono piCt ordinarie.- per PaTqua, e per Natale, aggregandoli loro anche ^eUi che fono fparh nelle terre di Vinadol; e all' ora quei di Segna votano cosi la Gitth, che reità culladita d>' pochilTimi vecchi, infermi, dalle donne, e da’ fanciulli. Per le fpefe delle fpedizioni generali contri- buifcono i Vaivodi, i foldati ricchi, anzi le'donnc ricche ancora, le V e- dove, e i Preti, e Frati, facendo la loro parte delle fpefe, c participan- do parimente la parte de' bottini. £' cofa notoria, che in quelli ultimi anni le loro ufcite fono Hate con 15. in 10. barche al pih, in modo che il numero, il quale ora è maggiore, ora è minore, fecondo che i Venturieri più, e meno concorrono ; più; quando il Mare i aperto; me- no quando è chiufo, e ferrato, è di doo. in 700. uomini da fazione : ma volendo metter in conto i vecchi, fanciulli, e donne , fi potrìi dire che afcendano a aooo. Il numero crebbe quando lì congiunfero con lo- ro i Carampotani, altra gente ufcita di Turchia. Crelcerebbono fenza dubbio giornalmente, fe il corfo non fofle loro contefo, e impedite; perchè molti Morlachi, allcttati dalla dolcezza del vivere di quello ed - gli altri, fi adunerebbono con loro; e può, ben ciafcuno penlare, fe, accrefciuti di numero, farebbono darmi maggiori. I Veneziani fono fla- ti coliretti a perfcguitarli , non tanto per li grandi , e frequenti danni inferiti da loro, cosi a'naviganti in mare, come a'fudditi loro in ter- ra; quanto per li maggiori imminenti che avrebbono inferito, quando, tol- lerata quella licenza, folTero crefciuti a numero fpavcnievole, come fareb- bono: c non v’ha dubbio, che, quando la R^bblica non avclTe rimedia-' to giornalmente, come ha fatto, rillringendoli , e incomodandoli, le for- ze loro fi farebbono fatte filmabili; i Turchi; farebbono fiati cofiretti a rimediarvi da dovere , e per femore , come fogliono fare quando ri- folvono : e fccome i ladronecci, eie incurfioni, che quella fona di gente ofava giù 80. anni , abitando in maggior numero nella Licca lotta il Conte Pietro Cmfiob vecchio , firono caofa che la Licca , e la Corbavia follerò occupate da’ Turchi; e quella medeCma caufa fe- ce perdere Clifia al Conte Pietro Crufich giovine; cosi a quell' iflelTa fine farebbono ormai giunti i Contadi di Segna, Vinadol, e Fiumean- cora, fe la Repubblica non fi folte colle forze oppofta al libero corfo degl’ Ulcocchi . 11 che febben da lei è fiato fatto per difefa delle co- te proprie, è nondimeno feguka da quello la confervazione di quei Contadi alla Cala d’ Auftria , che da' Turchi fenza dubbio farebbono fiati occupati. Sa ognuno, che per caula degli Ufcocchi fu mollà da’ Turchi la guerra nel 1593. che durò 14, anni , nella quale , oltre al- la perdita d' innumerabili foldati Crilliani, la CrillianiA con tanto de- trimento refiò privata d’Agria con gran pane dell’Ungheria fuperìo- n , e di Canifla coi meglio della Grovazia ; e quelli tono i bàiefizj che dagli Ufcocchi riceve. Hanno aflài leggiera cognizione di quel paefe, e di quella gente , quelli che dicono eOere vadorola, c tener a freno i Turchi, e cufiodi- re quelle marine, che fenza loro fi perderebbono ; non elìéndo veto che mai dopo il 1540. abbiano tentato di fiu- ineurfione nel paefe Turco , nè depredare le loro Terre, ovvero combattere con loro a i confini del Contado di Segna, dove i Turchi fi guardano; ma contra di loro fono fempte andati paflàndo funivamente per mare , e per li tetritoi) Veneti , a i confini de' quali non compottandofi Icorrerie nè dall’ una. Digiiized by Google DEGLI USCOCCHI. X19 ^runa, nè daU’altra parte, gli abitanti fbmno per rordinario non cnllodici. Se hanno cosi gran defiderio, che fieno predati, e prò* vocati i Turchi, hanno comodo di farlo aMoro proprj confini, e non debbono palare pel paefe del vicino con pericolo, e danno dell' amico contra ogni legge divina, e umana, fervendofi del territorio di quello con detrimento di lui, avendo il proprio, e i proprii con- fini , per dove più da vicino polTono fare lo fteflb . Ma gli U. fcocchi non fono buoni di far imprefa fenza foperchiaria, nè per aU tro fine, che per alTaiTinare; e i Minifiri Arciducali non ricevereb- bono benefizio alcuno, fe combatteflcro a’ loro confini, dove trove« rebbono la refiftenza , e non comodo di rubbare . 11 valore degli Ufcocchi è infidiare i deboli; uccidere, e fpogitare chi non fi d^ fende . Non fi potr^ mofirar mai un* azione fatta in campagna da loro; nè che mai abbiano difefo un luogo afialito: ognun la con qual vigliaccheria voltarono le fpalle neirafialco di Petrina; e qual danno causò neirefercico Crifiiano la lor infame fuga . Non potrh alcun dire che abbiano mai fatto una fcaramuccia ; non fanno che cola fia fcaramucciare ; fe fono molto fiiperiori, danno la caccia; o fe non fuperano di molto , la ricevono : mai non hanno impedita una tncurfione de'Turchi: anzi è cofa meritevole da efiere laputa,' che molt e volte i Turchi hanno fatte delle feorrerie fino a Segna, e fatti de’ prigioni a villa della Cittb; e fempre in tempo, che gli Ufcocchi erano fuori alle prede, avendo i Turchi a bello fiu. dio elette fempre tali occafionì, che avrebbono dovuto indurre i Govematori di quella Citth a ritenere la guardia dentro, c levare r opportunità a* Turchi di feorrere fenza rifpetto , quando loro fofic fiata più cara la difefadel paefe , che la porzione delle nibbe- rìe. Mai loro protettori, quando trattano con perfone non informate, dicono che gl’ Ufcocchi di Segna fono un propugnacolo della Crillia» nit^; che difende la Caxintia, ITllxia, e Vltalia ancora da’Turchi; febben la verith è incontrario, non facendo elfi fe non tirare i Tur* chi in quelle regioni .* i quali molte volte fono corfi fino a Gor- bonich; nè pofiboo eflèr impediti che non corrano anche nella Cla« na, e Piuca, e più oltre ancora, fenza che da Segna pofla efiér loro Jimpedito . reftano i Turchi per li pericoU nel ritirarfi ^ eflendo aflaliti dall’unione che in quelle occafioni fznoo le genti dì Carlillot, e altri Crovacini del paefe; da’ quali alle volte fono fla- ti rotti con grande uccifione: nè gli Ufcocchi fi fono mai trovati a quelU latti, occupati foto nelle rapine, in modo, che fenza gli U- fcocchi il paefe è ben cullodito : e da loro non fi^ha altro , che pro- vocazioni. Ciò è raccontato affine di moflrare che, per difendere quei luoghi a fervizio della Crillianith, non vi è bifogno di loro; anzi dii^ ficulcano efiì la difefa; febbene i fautori loro, come feci racconta A fero favole d’india, dicono ch’efli difertano per fei giornate di paefe Turco; che da quegl’ infedeli non può efler abitato; che, quando effi non fodero, i Turchi abiterebbono quei terreni; e, fatti più vi- cini , fi darebbono alle incurfioni : però il mendacio non è facile da follenure in cofe permanenti , e vicine , che fi pofibno o- gni giorno vedere. La Licca, e la Corbavla , regioni de’ Turchi a quei confini, fono pienC) e abiiaciffime. DaOttoiàz, ultima terra ap- Tttno IL £e 2 parte- lio STORIA parteiiente al Regno d’Ungheria, e lunghi 40. miglia da Segna, ad entrar in Corbavia ncU'abitato da’Turchi fono io. miglia; c quelle poche miglia lòno delle appartenenze d'Ottofaz; e non gl’Ufcocchi le rendono inabitabili a’Turchi, ma i Turchi a' Criftianj, a’ confini de’ quali appartengono; che il proprio de’Turchi è tutto abitato', e pur mai gli Ufcocchi non hanno ardito d’ entrare da quella parte in quel- lo de^Turchi, ovvero far abitare il proprio confine, non che far a’ Turchi danno, falvo che paflando pel territorio Veneto, che non vo- ■ gliono urtare , le non i dilarraati . Viene rapprefentata per cofa prelente quella che una volta avvenne innanzi il 1 540. nel tempo in cui gli Ufcocchi profelTavano la milizia, non i ladronecci, quan- do per tre anni diedero molta raoleftia a’Turchi confinanti; ma con- vertita la virtù in vizio, hanno pofeia foftenuto,e foflengono al pre- lente gli ftefii incomodi da’Turchi eh’ elTt inferivano loro, quando profelTavano di eflcre foldati, e non ladroni. Il corfo da loro è fia- to efercitato con qualche profpcritù, non per valore, ma per la co- moditi di tante Ifole, Icogli, e porti folitarj, de’ quali abbonda quel mare, opportuni a tender infidie; nel che foUmente gli Ulcocchi va- gliono. E il folo confiderare le armi che portano , farà certezza che non fono foldati, nè abili per combattere. NefTuno di loro por- ta fona alcuna di armi difcnfivc/ non mortone, 0 celata, non ar- me in alla: portano folamente lin Archibufo a ruou, ben piccio- lo, debole, e leggiero, come bifogna a chi confida più ne' piedi, ehe nelle mani; c una picciola manna^. Alcuni di loro hanno di più uno fiiletto, tutte armi, ficcome proprie per la profelTione del rubbare, cos'i inette alla milizia, e per difendere nc'prcfidj, e per otfendere in campagna. Quelli particolari fono fiati efplicati cosi diffufamente, per levare la malchera a quelli che feufano colla impoflibilirà del remedio quel male eh' elfi fpontaheamente fomentano a proprio profitto. Se 1 ’ e- feropio del Rabatta non fofle recente, folto gl' occhi di tutti fi po- trebbe fingere, e palliare la verità; ma egli fenza ventimila jwrfo- ne con una guardia di Tedcfchi, fece morire alquanti Capi di lo- ro' diede in mano a i Miniftri Veneti i banditi dal loro dominio; fcacciò molti indifciplinabili ; trafportò ad Ottofaz due terzi de i rimanenti* ed era per mettere fine al tutto. Non fu uccifo quando molti Ufcocchi erano in Segna , ma quando erano ridotti al fud- detto poco numero; e le quei non folfero fiati fomentati da chi non poteva vederfi privato dell’utile, con molta lode del Sereniffimo Ar- ciduca fiabiliva quel negozio in modo, che con quiete de’fudditi la buona intelligenza tra’ Principi non farebbe mai fiata feemata. Ma poiché fono anche lodati gl’ Ufcocchi di buoni Crifiùni, C ha da dire la verità .■ Non fono Luterani ; nè in Segna vi fono altre Chiefe, che della Cattolica religione; ne fi può dire ch’efii fieno miferedenti in alcuno di quegli articoli che fono controverfi co’ Protefianti . Però la purità della nofira Religione non comporta che fi pollano chiamare buoni Crifiiani quelli che non credono il furto , le rapine , i latrocini elfcre peccati ; nè fi ha da dire che lo credano quelli che, non per fragilità, non per ignoranza, non per Digitized by Google DEGLI USCOCCHI. per qualche tempo, ma per tutta la vita loro, e come per pro- fclTionc , c di padre in figliuolo, e con pubblico cortame di tutta h nazione, perle verano nel corfo, e latrocinio, non rertandone al- cuno elclufo; poiché quelli, che non vanno in mare, vedove, vec- chi, c Religiofi , come s’ è detto, fono alla parte; c le maritate fono d* incitamento a gli uomini di provvedere le cafe di quello d’altri a concorrenza: e, quello cb’c notabile, ciò fi efercita piò ordinariamente al tempo delia Fafqua, e del Natale, per diroortra- re ben chiaro, ch'efìfL tengono i iatrocinj, e le rapine nel luogo che i Criftiani tengono le opere di penitenza. Nè fi polTono dir gPUfcocchi più buoni Crirtiani, che i Zingani, che profertano il furto: fe non che gl’Ufcocchi in tanto fono peggiori , che paffano alle rapine, c alle uccifioni, dalle quali i Zingani s’artengono. Ma tornando all’ordine della Storia, da cui il tertimonio della veri- tà mi ha divertito, il Configlio di Gratz, vedendo che col negozio di Venezia non fi poteva ottenere la refiituzìone del commerzio, fe non fatta prima una provvifione durevole, che IcvalTe per fempre le molertic; la quale, o non potevano fare, per mancamento de’danari da pagare la milizia; o non volevano, per le private comoditìi, e for- fè anche per mantenere la prctenfionc di poter corfeggiarc per l’ Adria- tico; deliberò di voliarfi alla Corre Cefarea, e indurre quella Maertk a congiungerfi allo rtclTo fine. Perciò mandarono a Vienna a far quere- la degli aH^cidenti in Ifiria occorfi, e di fopra narrati, come fc i luo- ghi di fua Altezza fofiero fiati non folo i primi, ma anche foli afia- liti; c foli aveffero fortenuto danno; eccitando fua Maefib ad afiirterli, così pel rifacimento, come per liberare i luoghi tuoi patrimoniali, e gli appartenenti alla Corona d’Ungheria, tenuti rirtretti, c privati del commerzio con indigniti di fua Altezza, e di fua Macllk, che n’è fupremo Signore. Ma dall’ altra parte efiènJo fiata fua Maefiì i-iforv mata dell’intiero; ed eflcndolc fiato mofirato Toriginc del male cflcrc provenuta dalla pertinacia del prefidio fuo di Segna, ofiinato a volerli arricchire colle facoliò de’ Mercanti, e popoli; c dalle terre così dcIP Ungheria, come patrimoniali d’Aufiria, c da' Governatori di effe, che fono fiati a parte della colpa; e che la Repubblica, non avendo altre modo d’ovviare a i danni de’fudditi fuoi, operava a necciraria difefa; che la cufiodia tenuta in quelle acque non era per pregiudicare alla dignitìi di lua Macftò, ne di fua Altezza , ma per proteggere le cofe proprie; c quanto alle cofe ultimamente feguite in Ifiria, che gl’ U- Icocchi, non potendo ulcirc per mare a far danni, erano prima pafia- ti in quella Provincia, e avevano abbruciati, faccheggiati , e dclolati molti Calali; onde i foldati Veneti^, dopo i danni ricevuti, erano fiad cofirctti,pcr kidcnniù dc’popoli, a rifarcirli con rapprelaglie; Sua Ma- efPa refiò con loddisfazione, e fn molto bene conolciuto a quella Cor- te che non era poflìbile far cefiare il moto, fe non fermando la pri- ma caufa d’eflb: e fu rifoluio in quel Configlio, che fi trovafiè ri- medio per via di trattazione; c che Cefare pigltafie in sè i’aiTunto di fare le convenienti provvifioni; c che non fi doveva incominciar a par- lare della reiUtuzione delcommerzio , ma folo fare che fi cefiaflc dalle ofiilitk da ambe le parti, defifiendo da nuovi danni. Deliberò Tlmpe- radore di mandar a Segna il Traumefiorf, perfonaggio di valore e ri* puta- STORIA putazione, con danari, per rimediare fui fatto. Quefta deliberazione^ che farebl^ (tata un* ottimo principio, non fi mife in effetto^ perchè, eOendo ciò fìgnificato all* Arciduca, per farlo dì fuo confenfo, non vi alTenti ; ma fi offerì elfo di provvedere di perfona di comando, pra« tica dei paefe, e del governo degli Ufcocchi, che farebbe ogni necef- iaria provvifione.* il che fu appunto il contrario di quello che il buon cfito del negozio ricercava, cioè, che gli Ulcocchi foffero per Tavve- nire governati, non lecondo le pratiche, e i modi fino alfora ulati.* ma ben fece chiaro in poded^ di chi foffe il rimedio; poiché imme- diate dopo la rifpol^a dì lua Altezza, la rifoluzione dì quelb quantunque pubblicata, e lodata, non ebbe luogo; anzi fi raffreddò an- che l'ardore col quale il Configlio Celareo prele penOero di rcmedia^ re; e non fu più parlato che flmperadore affumeffe a sè il carico, ma che l’Arciduca deffe principio all’ora per mezzo di perfona man- dau efpreiramente; e l’ultima mano s’avrebbe applicau, quando fu» Altezza foffe andata alla Corte. Fu in un’iffcffo tempo pubblicato neU'armata Veneta , per comanda- mento del Prìncipe, che, reffando i Vafcelli alle loro guardie, fenza pun- to rallentarle, s’affeneffero da metter in terra, e fare danno ia luogo al- cuno.* e nelle terre Auffriache per nome dcU’Arciduca fu comandato che da'fuoi non folle inferito alcun danno a’fudditi della Repubblica. Deputò anche Tua Altezza due Commidarj, come per lo più nelle occorrenze paf- late s’ era fatto . Non affermerò gii, a quello fine; ma dirò bene, cho dal numero di effi ne feguiva che Tefecuzione, per la varietà delle opi- nioni, era divertirà, o almeno allungata tanto, che idannificatì, Ran- chi , deffiReffero dalle iRanze . Si fpedirono anche i Commiffarj lenta- mente pure, fecondo l'ufo ordinario, dal quale era fempre leguica una pretenfione di tralafciare il mal paffato, come troppo vecchio, e che mcrìtalfe effere poAo-in obblivìone. Ma ne* tre mefi che feorfero, pubblicata la fofpenfione delle offefe,’ fino al line dell' anno, eziandio dappoiché i Commiflarj di fua Altez- za giunfero in paefe, non ceffarono grUfcocchi, per quanto pote- rono, fcanfate le guardie, d’ ufeire di Segna in picciol numero a far danni , riportata fempre la preda nella Citiù; poi paffarono con più groffe incurfioni fopra l’ilola di Pago^ ; e dappoiché fu prov- veduto col ritirar ne i luoghi fìcuri le robe, e gli animali, ritor- narono all’ Ifola d' Arbe , Veglia , molcllando , e rubbando in più volte in divcrfi luoghi quantità d' animali , e di vini . Nel Ma- re ancora preffo a Zara vecchia facheggiarono una Marciliana; e nel Canale della Morlaca fpogliarono un Grippo , e una Fregata con robe, e danari , levando loro anche gli finimenti nautici. £* cofa degna di fpezial relazione , che , ritornando col bottino dt una barca Chiozzou , e feguitati da una Galea, effendofi falvati nel porto della Cittù , non furono ricevuti dentro per la porta del mare, per dove era il folito entrare; ma., lafciate le barche in porto , c circuita la Cittù , entrarono per la porta oppoRa di terra , e poi partita la Galea , con comodo ricevettero b pre- da bfeiata nelle barche, e b porurono nelb Citti, In tante rub- berle ebbero fortuna di non incontrar , (alvo che due volte, nel- le guardie, che li conRrinfero a lafciare la preda e le barche, e falvar- Digitized by Google DEGLI USCOCCHI. iij iilvarlì né’bofchi: e forfè maggiori incontri avrebono avuti, fe, caiifa della infermitìi, e morte del General Canale, non foffe Hata ral- lentata r riatta diligenza da lui ufata. I Commilfarj Arciducali , giunti , fi fermarono in Fiume lungamente^ dove attelero a far procefli, per verificare la quantità de’danni da'fud- diti Aullriaci patiti in Kiria/ i quali, fecondo il loro conto, facevano afcendere a loo. mila feudi. Non farebbe alcuno che non fi molirafle creditore di molto, quando non mettefle in bilancio i debiti fuoi. Se i danni di quelli pochi anni inferiti dagli Ufcocchi, e non rifarciti, fof- fero contrappolli , fi troverebbono afcendere al decuplo di quella fom- mat ma i Comminàrj aggrandirono i danni ricevuti, e degli inferiti ne lafciarono la cura ad altri. Quello fatto, chiamarono a sì il Ca^ tono di Segna, i Vaivodi degli Ufcocchi, e altri principali di quella Città; intimarono loro comandamenti di fua Maellà, e di fua Altez- za, che non doveflèro ufeire a' danni della Repubblica, fono pena del- la vita, con grandi, e feveri minacciamenti : levarono il Capitano dal carico, per aver avuta parte nelle turbazioni; quelle parole appunto tifarono . ferivendo a Venezia al Capitano di Fiume , e dandogli con- to dell'operato, conchiudenda che i capi degf Ufcocchi, e i primi Cittadini avevano promelTo religiofamente di ollervare quei coman- damenti; e ch'elTi Gommiflàrj avrebbono ufau ogni cura, che folTe- ro ubbiditi ; aggiungendo che lellava fola il galtìgare feveramente i malfattori per li delitti pallàti; ma lo differivano a quando folfe- ro compolle le differenze colla Repubblica,- che cosi fua Altezza ave- va loro comandato; e parimente farebbe flato all’ora punita il Ca- pitano; che avevano mandato a richiedere danari per pagar il pre- udio; e le cofe eflere tanto ben ordinate, che fenza dubbio gli Uf- cocchi non farebbono pih danni. Perì la dilazione ad efeguire quel- le deliberazioni fu cosi lunga, che mai fe ne vide effetto e po- Icia fu rifaputo che il Capitano fu levato non fenza fuo confenfo , e pollo ad altro carico. II Capitano di Fiume, fatta quella relazione in Venezia, e ottehuto che Ibfle dato in commiflìone a Filippo Pafqualigo, che doveva andar Generale in Dalmazia, che, quando avelfe veduto chiaramente prov- vifioni che ballalfero per renderla ficuro di non poter ricevere danno, potelfe rallentare le flrettezze delcommerzio, o auolutamente, o quan- to gli parefle potere con ficurezza; e vedendo ch'era irimeflb a Vi- enna il dar perfezione al negozio , fi parti ; e giunto in Fiume , riferì a i Commiliarj eflcrgli flato detto in Venezia nel licenziar- li, che la mente delia Repubblica era, e farebbe fempre, d' eflér buona vicina di fua Altezza , mentre folfe rimediato a gl' inconve- nienti degli Ufcocchi ; cafo che no , avrebbe anche fuperata quells difficoltà, come aveva (atto d'altre maggiori. Ma il Pafqualigo, giunto al fuo carico , pratico del modo , co- me doveva procedete in ul’aSue, volendo ular tutti i termini con- venienti, in una lettera, ferita a i Commiflàr] a Fiume, fece intera narrazione di tatti i danai inferiti cantra la parola daa alla Corte Cefitrea, e in Venezia; e fece efficace ìllanza di provvifione per man- tenimento dell» ripuazione loro. Rifpolero cortefemente i Commiflàr;, aver intele con difpiacarc le male operazioni degl’ Ufcocchi, non fapu- te da ft»4 ' S ’T* O R. I A te ^ Jbrp finp > quel tempo ; p che fr» quattro giorni farébbono m> dati ;> Segna, pee gaftigue i colpevoli, e (arrendere le cole depreda* te; inaOlme ie andalTerip neU’illeflp luogo grinterelTati per dar piiV chia- ra, e minuta informazione. Ma lenza andar a Segna , il Baron Au- fpergct; principal GomraeKario, ritornb alla Corte, dato compimento a quello, perchè era venuto, cioè, di prender informazione de' danni in- icciti, e in luogo fuo fi) mandato Daniello Gallo, il quale colf altro Commeilàtio Ghetlin andarono a Segna accompagnati da t50. (bldati; d’onde alla fama della loro andau erano gdi partiti Viccnzo Craglia- oovich, e Giorgio Danifich con circa altri 40. Fecero i Commel^j pubblicar un bando, che i Fugliefì, Dalmatini, e altri foreSierì, che avevano prelb domicilio in. Segna, dovefero partire in termine di otto giorni colle mogli, c famiglie; e crearono Capitano della Terra Nic- coli Frangipane, Conte di Terlàtz, chiamato dagli Vfeocchi Micleo; Terfatzi, Orppierc diijba Altezza. La mutazione de’Capitani per li tempi addietro non causi fe non peggiori efietii; non avendo portato i nuovi minare difpofizione, che I rimuiS , a pariicipare de’ latrocini di quella gente ; ma bensì . fempre entrati in governo meno (limati dc’preceflbri, e pii avidi di arricchire,' con tutto cii di quella vi fu quiebe buona Ipetanza, clTendo giovane ben nato, c Signore di Novi, Caftello poco da Segna difcofto, che come inierclTato nella giurifdiziooe , faceva credere che dovefle regoU- te il tutto bene; maflìme intendendofi che aveva penfìcri di far bene il fatto iuo con alcuni bofehi; quantunque refler naturale del paefe, e la maniera iua molto limile a quella degl’ altri Ulcucchi , rendelTe il giudizio iorpelo, £ egli )cr la prima fua azione, congregati tutti nel- la' Piazza, lue un pubblico ragionamento, preferivendo i modi del go- verno che voleva ulare; particolarmente afi'ermando di non dover per- mettere .l’andar a bottinare, nè far colà diverfa dall’ obbligo di buoni, Crilliani; giurando di voler ehim ubbidienza, quando ben credefle d’ aver perciò a perdere la tclla; promettendo che all’avvenire farebbo- no pagati ; olfereudufi , che , le non trevalTc danari da follentarli , fi la- memallero folo di |ui. In efecuzione del bando de’CommiUàrj mandò fiuiri di Segna too. Ufeocchi Venturieri colle mogli, e co’ figliuoli, i quali fi riduficro nelle marine di Selze, e Cerquinizza, tra Buccari,e Nuovi; che fu un cavar Colonie di ladroni dalla Metropoli de’ preda- tori, e di ua nido fame molti, c dar maggior comodo al mal ope- rare. Poi egli infieme col Gallo, partito gih il Cheslin, congregati tutti gl’Uloocchi ftipendiati nella Piazza a luono di tamburo, fecero in loro pretensi pubblicare un lungo editto, o più tofto una diceria, con mol- li capitali, che in lolianza proibivano le prede contra i Crifiiani, e comra i 'Turchi, Efclamarono all’ora tumultuariamente, dolendoli co- me avrebbonn potuto colla poca paga, che loro era data, vivere; eh’ «ano coàilaiti colla facoltà di poterli procacciare ; t che quella fofle lo- co mantenuta, ovvero la paga accrefeiuta ad onefta qnantiih, Acquic- uto alquanto il tumulto; rifpofe il Capitano, ehe la paga farebbe ba- dante, c d’avvamaggio, quando s’aSenelIm dal. giuoco, e dall’imbria- pirfi: che Totcndo l&e in Segna, conveniva che fi contentafleio; e chi pon fentiva di poterlo fare, £ n’andaOè, che la porta era aperta. Il turoul- Digitized by Google DEGL USCOCCH . iz^ tumulto fi fece maggiore , dicendo eh’ erano creditori di molte pa- gbe, che i^he volte corrono; e anche quelle poche fono defrauda- te , e diminuite; raccordarono che anche nel idod. fu fatto £mil editto , che non fi andalTe alla preda , con proroeflà , e giuramen- to di dar loro le paghe intere', nè però t'era mai elèguito. Bifo- gnò, per la gran conhjfione, dar 6ne a queU’azione, acciò non ter- minaffe in qualche finidro; e quella difciolta, i tumulmanti furono facilmente acquetaci da iCapi, principalmente da Giorgio Danilìch più volte di fopra nominato, il qual inCeme co’ compagni effendo ritorna- to in S^na, ottenuto generai, perdono di tutti i falli commeflì, a' adoperò più degl’ altri nel dar loro buona fperanza. Compolle le co- fe in quelli termini, parfi anche il Commillàrio Gallo , lafciata fa- ma che altri Commilur) farebbono venuti per raa^iori provvilioni; nè della rellituzione, nè del galligo de i colpevoli ptomeflo in let- tere al Pafqualigo fu detta altra colà . Quello fu il fucceffo della cosi lungamente preparata , e canto bramerà venuta de' Commifl'arj in Segna ; elTendoli tutta l’ opera loro rilblia in proibizioni, e mi- nacce di gaftigo , e cSétti £ perdono ; non avendo efeguito una minima pena centra alcuno ( che pur molti furono , e manifelli ) de’.Concrafacicorì a i loro tanto Teveri bandi; ma folo , col tene- re le porte della Ciiib ferrate tre giorni , tentata d’ aver prigione Andrea Ferletich, famofo Capo, e molto fceleraco , in maniera, che rellò quali chiaro che aveffe avuto lo fcampo da chi ordinò la cat- tura . Quelle cole lafciarono nell' animo delle perfone prudenti dub- bio di vedere ridotto nell’ avvenire il negozio in peggion termini, co- me per li tempi pollàci fecero le altre azioni «’Commillàrj, offen- do il collume de’ malfattori, che innanzi le proibizioni, e prima de' tentativi inefficaci di galligarìi, per timor di quelli, non làpendo i mo- di, come efentarfi traila giullizia, camminano cautamente, e riienu- tamente nel mal fare; ma dopo avere fpecimentato_che la giullizia non può, o non vuole raffrenarli da dovere, rimoffo ogni rifpetto, e certi dell’ impuniti, ardifeono quello a cui prima non avrebbono pen- fato; è tanto più confidentemente, quanto più volte la giullizia tenta fimulaiamente di proibirli, o galligarìi. In quello fiato di cofe nel principio dell’anno idi;, arrivò il Se- reniffimo Arciduca Ferdinando in Vienna alla Corte, accompagnato dal Capitano di Fiume, daU’Echemberg, e da altri luoi C^nli^eri, rifoluti ttb loro di non raffare più innanzi, che quanto fin all’ora era fiato fatto da i Commiuàri in Segna, per dovere poi lafciargli ave- re quel corfo che altre volte ebbe, quando fu ridotto nel termine fteffo; a quello effetto vennero con due propofizioni non più- ptemeffe nelle trattazioni di quell’affare; l’una, CM i danni fatti dalle milizie Venete in Ifiria alle tene Arciducali foffeto pagati, e che degl’infe- riti a i territor) della Repubblica non fi pariafiè; I’ altra , che a’fud- diti loro folle concellà libera la navigazione. Quella feconda era ba- llante, per portare la tratazione, non folo in lunghezza, ma anche in diuturnità; poiché era pretenfione ritrovata dall’Impcradore Fer- dinando, e a fua richiella trattau, e fatta conolcere poco fondata | e poi rinnovata dall’ Arciduca Carlo, e maneggiata alla Corte di Maffimigliano , e di Rodolfo collo fieffo fucceflò , Quanto alla pri- Tanw i/. Ff ma, ax(5 .STORIA ognuno avrebbe per inverifimile che foffe (tata fatta propofla -di hf^imemo per ima parte, elTcndovi parùK di ragioni da amcndue; però non è da tacere qual foiìe la differenza che pretendevano. Di* cevano i danni dati a ludditi della Repubblica effere venuti da priva* te pcribne contri la pubblica volontà; ma gl’ inferiti da loro agl’Ar. cidiicali, eflcrc con confcnlo de’ pubblici Miniffri; però qucfti dover effère rifarci dal Pubblico immediate ; c (opra quelli dovcrfi prima in* tendere le ragioni dcgl’interelTaii, Ma nel Confìglio Imperiale, mafflme negli a/Tunti a quel carico da fua Maeffk, non era riffeflo pcnOero; anzi una gran dilpofìzione dia* (lopcrarG per compito affetramento; perchè, conbderando quante que* relè erano (bee portate a fua Macff^, dappoiché a lua contemplazione fu pubblicato da ambe le pani che fi fofpendeffero le offde, e gli Uf* cocchi mai non ceffarono dalle rapine, e da i latrocinj, facendofi fen* tire moleffiffimi, e infolentiinmi ogni giorno; e raccordandofi quante ne udirono gflroperadori, Padre, e Fratello fuoì, giudicavano effere bene libc* rarla in tutto delle moleffie con un compito affettamento. In quello principio s'applicò fua Macffk, e il £uo Confìglicx per al* curii giorni ad intendere le ragioni di Sua Altezza, querelandufi i Tuoi Configlicri degl’ Ufcocchi ritenuti nella villa d’Arctina , che, pretenden- do offela dagli Ufcocchi , aveffero penfato i Veneziani di rilarcirfì Ibpra altri fudditi fiioi particolari, e aveffero invafi gli Stati proprj d’efla, non appancnemi alla luogotenenza fuprema di Crovati, alla qual ^gna appartiene; che per danni fatti da private peribne folTero tenute afi'ediatc le terre. I^olcvanfi anche molto, che, avendo man- dato a Venezia il Capitano di Fiume , non aveffe ricevuta foJdif- fazione alcuna, con tutto che fua Altezza molte ne aveffe date ^ e tenendo perciò J' onore d’efla intereflàto , conchiudevano non po* ter fare di più, fe la riputazione fua non folTe reintegrata, e per- ciò richiedevano prima quattro cofe: che foffero riialciati i prigio- ni t che foflc liberato il comracrzio alle terre; che a’ luoi ludditi fbffc lafciaia libera la navigazione : che foffero rifarciti de’ danni ; le quali cole elcquire; Sua Altezza avrebbe compito quello che ri- maneva per rimedio totale. Veramente è degna di maraviglia Y aflbluta promeffa di total rimedio, lenza parlar più, che foffe bifo- gno della regia autorità dell’ Imperadore; nè che alcuna parte del rimedio Ibfle rifervata alla Maeft^ fua, come Principe lupremo di Segna; il che tutto l’anno innanzi era flato jl colore, col quale il Capitano di Fiume dt- pinfc le provvifioni fatte da’Commcffarj tutto quello che fua Altezza poteffe fare, effendo rilervato il foprappiù alla Maelb Cclarea , Dopo lunghe confultazioni , fua Maeffù fece intendere aU’Ambaf- ctadorVeneto la buona volonb iua, che tutte le dilBcolb foffero ac- comodate, e la prontezza d'imerporG come mediatore, e amichevole com- poGtore, e metter Gne a tutte le differenze: che le erano flati elpoffi tutti gli aggravj, e le richiede di fua Altezza; però defiderava d'in- tendere anche la volontà della Repubblica. L’ Ambalciadore non voile fare alcuna particolare querela di cofe paflaic , forfè perche, avendole per manifede, la giudicalTe fuperdua; ma G riffrinfe alle richiede. Della navi- gazione diffe, che quello cran^ozio altre volte trattato, del quale la Re- pubblica non avrebbe rkufato di trattare di nuovo; ma non avendo alcuna 5 ■■ ■ • con* Digilized by Google DEGLI USCOCCHI. ^^7 connefTione cogli Ufcocchi, non era giuHo confondere infìeme materie di- verfc ; del rifacimento rifpofe che conveniva fofle reciproco; fi conofce0e chi aveva participato nei danni, e a refHtuire incominciaffe chi pri- ma aveva inferito danno . Dimandò egli in fofianza che di Segna folTero fcacciati affatto tutti i ladri , e la mala gente , che inquieta- vano i vicini; e gli fcacciati non foffero più ricevuti, nè foffe dato ri- capito a' banditi dalla Repubblica, e a* ribaldi; che in Segna folTe po- llo prefidio d'altra nazione, e pagato ordinariamente; che fofle prov- veduta per Governatore di perfona d’onore, e difintereflàta; che fof- fero abbruciate tutte le barche dacorfo, e airavvcnire nè in Segna nè al- trove in quei contorni ne foflero fabbricate , poiché non poflbno averne bifogno perdifefa, non avendo moleflia alcuna in mare; e non fono più utù li, anzi molto meno delle comuni, per portar vettovaglie, e mercanzie. Dopo diverfe conferenze colf una, e coll’altra parte , lafciati i particola- ri che non era opportuno di trattare, parve alla Maelfù Cefarea che le difficoltà poieflero eflere compofie nella forma in cut di fotta fi dirh; e mandò il Vicecancelliere a darne conto all’ Ambafeiadore con dirgli, che r Arciduca aveva accecuci quafi tutti i Capitoli da lui propofli, « aveva data parola a fua Maeflh Cefarea, che la Repubblica non avreb- be più dtflurbo immaginabile, e che Tlmperadore era rifolutiflimo che ciò reflafle efeguÀo; il quale dava parola che rutto paflarebbe con quiete.* che mai non il era parlato cosi chiaramente; e che poteva ilare ficuro che il negozio farebbe ben accomodato; foggiungendo che anche dal canto della Repubblica conveniva corrifpondere con rimovere TafTedio, e con rendere i prigioni. Gli efib^ il Vicecancelliere una fcrit- tura , che conteneva le promefle di fua M. e di fua Altezza flela in lingua Italiana, la forma della quale è qui polla in copia. L'IlUflr. Sig. Vicecancelliere ha detto, per ordine di fua Maeflh Cefarea, che il Sereniflìmo Arciduca Ferdinando si ha dichiarato fopra i punti che cflb Illuflrils. Sig. Vicecancelliere fcrifle nel Configlio di Stato; che fua Altezza promette a fua Maeflà, che il mare reflerh netto, e libero da’ Pirati di Segna, e altri luoghi fotto il fuo coinan* do; e che non nfeiranno di Segna , nè di quei contorni perfone per dan- neggiare la navigazione, ne i vicini fotto pena dellaviu. I ribaldi fa- ranno aflblutamente fcacciati di Segna. II Governatore gib è mutato, cd è perfona di valore, e difintereflata .* che avendo fua Altezza dato prin- cipio a rimettere in Segna prefidio Tedefeo aflbldato, ovvero pagato, conti- nuerb anche ad ampliarlo; e che non lo fa ora puntualmente, perchè non vuole moflrare di efleme affretta. Ma fua Maefli Cefarea procurerb aflblu- tamente che ciò fegua , e che tutte le fopraddette cofe fieno interamente e- feguite, quando la Serenifllma Repubblica rilafcierb i prigioni , e leverb 1' aflraio da lei meffo, dovendo reflare la navigazione de’ commerci nel folito termine, e mantenuta la buona vicinanza. Quanto alla libera navigazione del mare, fua Altezza non meno, che TAmbafeiadore l'ha rimefle ad altra trattazione. La ccnchiufione prefa in Vienna fu fenza alcuna difficoltb ricevuta in Venezia, e attendendo Toitìma volomh di fua Maeflh Cefarea, e la buona rifbluzione alia provvifione, per corrifponder a lei, e al Sere- niflimo Arciduca, e dimoflrare la (lima verfo laCafad’Auflria, fu ordinato al Fafqualigo di ritirare le guardie da Segna, e da Fiume, e altri luoghi, Tèmo II. Ff a c la- STORIA e lafcìar il conmerzio libero a’fuddici Aufbiaci, come era. innanzi gli accidenti occorfi; e di far coniegnare a chi Tua Maeilh comanderebbe i prigioni: fu anche commeflb airAinbafciadore, di darne conto del autto alla Maeflk Imperiale. Arrivò l’ordine al Pafqualigo il fecondo di Marzo, e quell’ iiìelTo giorno fu ei'eguito con molta allegrezza de* fuddiri Arciducali, e rilcontrò, per buon accidente > che il medefi- mo fu fatta Tambafciara alia MaeA^ Cefarea; alla quale rìufc^ tanto più grata, qtiando alla Corte non fi fpctava che doveflero le condizio* ni cilere accettate per iutheienci in Venezia, elTcndo in altre occafioni pm volte Hate oflerte, nè mai vi era (lato acconfemito. Della grati’ rudine ne fece fua MacfUi dimodrazione non folamente con lodare la deliberazione, e i’elècuzionc immediate data, ma con alTicurare fopra la parola Celarea che da quella parte non si avrebbe avuto per l'av- venire difgiido immaginabile. Fece del tutto dare avvifo a fua Altez* za, ch’era già partita di Vienna, con una buona eforcazione all’ of- krvanza delie cole promelTe. Comandò anche la Maefl^ fua al Conte di Sdrin, (otto pena di perdere il feudo, che ne’luoghi fuoì del Vina« dol non folle dato ricetto a’Piratì, o ladroni, e all' Ambaiciàdore fece dire che intorno a’ prigioni s’era fcritto a Gratz, e che sì avrebbe prefo ordine come riceverli, quando fofle venuta la rilpoda* In confeguenza di ciò il Segretario Cefareo in Venezia per ordine efprelìb dell' Arciduca diede conto delle provvifìoni gih fatte ^ e degl’ ordini dati in Segna, per rimediare a’ mali palTaii; e della rifoluzio- ne fua deliberata a dare perfezione al rimanente per. intera oifervazio* ne delie cole promelTe in Vienna; e dell' ottima volontk fua a perfer- vcrarc in buona vicinanza; c del piacere, che fentiva, per clTcrc le palTatc differenze accomodate. Non farebbe facile diilinguere, fe i popoli di Dalmazia, gl’lfolani malTime di quella regione , o pure t fudditi Auflrìacì confinanti fen- tiffero maggior piacere di un’accomodamento così facilmente fucceifo dopo le molte diflìculTa, dalle quali furono ambe le parti per tanti an* ni travagliate, k non che dagli Aullriaci il frutto era goduto in re* alt^, i quali con l’apertura del commerzio recarono liberati delle ìn> comoditk che lentivano/ ma i fudditi Veneti non godevano fc non la loia fperanza di quiete, la quale nè men ardivano di ben abbraccia* re, e tenere per ferm a, afpertando di vedere prima qualche principio di efecuzione che la confcrmalTe, o colTabbruciamento delle barche da corfo; o collo (cacciare gli Ulcocchi Venturieri non folo fuori di Se- lozione di non voler abbandonare il corfo. In Digitized by Google DEGLI USCOCCHI. zss In poco tempo ancora vide pian piano ritornare i fuggitivi a Se- gna, ed elTere ricevuti in modo, che in termine di un mele furono ritornati tutti.- del che non intendendo la vera caufa , ni penetran- do, fe fofle con ordine di fua Altezza per adunarli, e fervirfì di loro in altro luogo , rimafe in molta ambiguità dove il negozio dovefle ter- minare t ma predo redò chiaro a tutti che l' accomodamento -fatto non poteva fortir fine migliore degli altri in altri tempi conchiufi. Im- perocché, avendo gli Ulcocchi la fettimana Tanta fatta deliberazione di far un ufcita generale, e avendo, Iccondo il lolita, contribuito an- che i vecchi, le vedove, e i religiofi, a metter infieme una munizio- ne di polvere , e viveri , e danari per comperarne , quando quella mancafle- ufeirono il di de' fette Aprile, giorno della Santidìma Refur- rezione di nodro Signore, in numero di quattrocento in dieci barche; e avendo navigata per ito. miglia, fmontarono a Crepano , giurifdizio- ne di Sebenico, e per quel territorio padarono nel paefe deTurchi, fa- cendo preda di uomini, animali, e robe;c ritornati pel medefimo ter. ritorio , nelle marine di quello imbarcarono la preda , e la ridulfero in Segna; avendo lafciata fparfa voce, ch’erano accordati co’Veneziani di poter andar a' danni de’Turchi pel territorio Veneto , mentre non oifendedero le perfone, e i luoghi per li quali palfadcro, e ne’ giorni feguenti , palTando piu innanzi , all’ improvvifo fecero molti danni in Macarfea, e Narenta ; e internatili piò oltre per le terre de'Ragu- fei, depredarono la Villa di Trebigne, la migliore, e piò ricca che fia ne’ contorni di Gadel Nuovo , con grodo bottino d’ animali , e prigionia di uomini ; e nelle molto andate , e ritorni , fi ricovera- vano ora in una , ora in un altra delle Ifole Venete dove intende- vano non effervi armata; cosi per ripofare, come per provvedere i viveri; i quali ora pigliavano con violenza, ora pagavano. Durò per alquanti giorni quella imprefa, che tiufcf loro felicemente; perchè la fama All’accordo llabìlìto, e la credenza certa di non avere piò moledie dagli Ufcocchi, fecero redar i Turchi lènza guardarli, c quei dell’ Ifole Venete fenza la diligenza eh’ erano foliti ufare ne’ tempi de' pericoli. Ma i Turchi, podit in arme, e fatta calare moltitudi- ne grande in ajuto, minacciavano di vendicarfi centra le terre del Dominio Veneto confinanti ; e mandarono a protedare a’ Rettori delle terre della Repubblica; e il Bafslt di Bodina, nuovamente venu- to a quel governo, ne fece rifentimento gagliardo col Generale, ufan- do quedo concetto alla Turchefea, che la complicità non fi poteva negare, valendofi gli Ufcocchi della cafa della Repubblica , come della propria ; minacciando di avvifar la Porca in Codantinopoli ; e che fa- rebbe mandata armata; per guardare quelle marine. Nel principio di quelli mfulci il Generale, non con fperanza di provvifione, ma affine che i Minidri Audriaci non poteUcro nega- re di averla faputo, mandò a Segna a dolerfi che centra la parola daa, non elfendo ancora afeiutto finchiodro del decreto Cefareo, e delle promilfioDi Arciducali, fi contravveailT* cosi manifedamente al- le promede tanto confermate , violando le giurifdizioni col tranCto di gente tnnau; provocando con quede azioni, e con falfe didènu- nazioni, la flndctta de’Turchi fopra i fudditi innocenti. A quedi lamenti Gioan Deleo, Vicecapitano di Segna, rifpofe, fentire Tal»» //. Gg gran 154 STORIA graiì difpiacerc di cos'i finlftri avvcnìmemi , c che il vale era pro- venuto da perfone bandite da quella Cittk, alle quali egli non po- teva comandare. Si fdegnò grandemente il Generale della rifpoda, co- me che foffe riputato tanto femplice, che fi potefTe fargli credere, quattrocento banditi eflèr entrati in una Cittlt; e valendoli delle bar- che proprie di quella, elTcr ufeiti dal porto, e ritornati colla preda più volte ; clTere i^aii Tempre ricevuti , e il tutto contra il volere di chi governa* Più fi riputava offelo per le vettovaglie pagate nel- Vlfolc, che per le rubbate, tenendo che foife cos"! latto, per met- terlo alle mani co'Turchi* £ lebbcne in quella occorrenza era più urgente bifogno jl guardarfi di non ricevere danno da'Turchi, che r ovviare all’infolenze degli Ufcocchi , deliberò nondimeno di atten- dere all’uno, e alfaltroy e a quciìo effetto ordinò che dodici bar- che Albancfi fotto il Governatore Giovanni Dobracuich bene rinforza- te di uomini trafeorreflero per tutto, con ordine erpreflb di non offen- dere i luoghi, nè meno i fudditi Aaffriaci che foffero ritrovati in barche da viaggio, o difarmate* irà folo ovviare alle rubberie degli Ufcocchi, e perfcguitarli, ritrovandoli ne’ mari, o altri diff retti del- la Repubblica. Ma gli Ufcocchi, che avevano fatti grpffiffimi botti- ni, tnaffime di fchiavi, fra i quali vi erano anche perfone ricche, e di conto, per cavare il frutto, levarono bandiera di rifeatto in Sabi- oncello, territorio de‘Ragufet,> dove andando i Turchi per contrattare con loro, effi ancora fpeffe volte tranfitavano trh Segna, e Sabioncel- lo per le occorrenze che quella negoziazione portava, Avvenne che la lèra del giorno degli otto Maggio ritrovandofi con dodici barche armate da corfo, incontrarono a S, Giorgio, a capo di Tielina ,'ialtrettante barche di Albanefi , e combatterono feroce- mente inficme, attaccata una fanguinofa fazione, die durò Cnp alla notte, la quale li divife; e in quel combattimento reffarono prete due barche dt Ufcocchi con morte di feflanta perfone; e trh queffi Nic- colò Craglianovich, capo principale di loro, t dal canto degli Alba- nefi reffarono uccifi otto loldati ‘con dicianovc feriti, tra* quali il fi- gliuolo del Governatore/ le altre dicci barche prefero la fuga, fal- vandofi a Segna. Queffo conflitto fu dagli Ufcocchi, e dagl' Albane- fi divetfamenic riferito. Quelli differo di efferc fiati aflìcuraiì dagli Albanefi di poter entrar in porto; e dopo entrata due barche, queU le efferc fiate affalitc, che le altre non potevano focorrerJe, e però fi ritirarono * Quelli affermarono di aver combattuto con tutte le dodici barche da buoni loldati, e di averne a buona guerra prefe due, adduccndo, per confermazione, che fc dodici barche di loro con cin- quecento uomini eh’ erano, aveffero affali to a tradimento due fole, non larebbe refiaro morto, c ferito tanto numero di loro, Ma comunque quello fi foffe, certo è bene che il conflitto non fucceffe in porto, ma nel mare aperto tr^ ITlola diLiefcna, eia terra ferma* Gli Uf- cocchi fuggiti per la vergogna, e per li compagni perduti, refiarono pieni di rabbia, e di appetito di vendicarli; e più di tutti Vincenzo, fi-atello di Niccolò Craglianovich, uccifo nella fazione. La mala ventura s'accoi^ò colla rabbiofa maligniti loro a far fuc- cedcrc un altro accidente di peffima confeguenza. In quel tempo fitf- fo parfi d’Ififia, per andar all’ubbidienza del Generale, la Galea di Criffo* Digitized by Google DEGLI USCOCCHI. 135 Cridoforo Veniero, ilquile, non avendo alcuna notizia del fucceflb occorfo a San Giorgio, lenza alcun Ibrpetto facendo il fuo viaggio, cri giorni dopo quel conflitto, capitò la fera nelportodi Mandre dell’Ifola di Pago. Gli Ufcocchi, avutone l’avvifo da una fpia,in gran numero fmontarono in terra, e fipofero occultamente fopra il monte che circonda il porto, in aguato,- e la mattina fet barche d' elli, entrate in quello , aflaltarono la Galea, e quelli eh' erano in terra, in molto numero con archibufate , e fafli uccidendo , e ferendo dalla parte fuperiore, levarono il modo di pocerfi metter in difefa, fene impadro- nirono; e preti ifoldati, e grUlBziali della Galea, ad unò ad uno, facendo- li palfar alla fcaletta , gli accopparono crudelmente , e gettarono i corpi in mare. Fucofadi gran compaflione, chea fangue freddo folTero cosi barbara- mente uccife quaranta perfone innocenti ; fecero vogare la Galea pel Canale ver- fo Segna , e nel viaggio cagliarono la teda colle mannaje a Lugrezio Gravile , Cavaliere, gentiluomo di Capo d’Idria, e al fratello, e nipote, ch’erano fo. pra la Galea per paflTaggio ; e fpogliarono delle perle, monili, anelli, e ve- di Paola Stralbldo , moglie del Cavaliere , colle fue donne , ch’erano in com- pagnia del marito. Servarono vivo il Veniero folamente- Si conduflero lotto la Morlaca, pocolonunoda Segna, e quivi difcefi in terra, per flgillo della barbarie, fecero fmontare lui ancora, e gli troncarono il capo colla mannaia, c fpogliato il corpo. Io gettarono in mare, e apparecchiato il deCnare, po- terò il capo deir infelice Ibpra la menfa, dove dette mentre durò il convito. Quede cofe tutte furono vedute dalle donne , e da'Galeotti redati fopra il Vaf. cello; alcuni de quali afiermarono ancora che dimandò con molta pieth la con- felUone, e gli fu negata. Altri diOero che gli mangialfero il cuore; altri che folotingeflero il pane nel fangue, per certa fuperdizionetrìi lororadicau, che il gudar inficme del fangue del nemico Ga un'arcano, e una Gretta obbliga- zione di non abbandonarG mai , e correre la medefima fortuna . Finito il de- linars , condulTcro la Galea a Segna , dove divifero le robe , e le munizioni di quella; rilafciarono i Galeotti con minaccia, e obbligazione di non ritornare nello Stato della Repubblica; e didefero l’artiglierìa fopra lemura della Cittk. Andati gli avvifi di cosi atroci fatti a Gratz, da’ fautori degli Ufcocchi fu perl'uafo l'Arciduca che tutto fatto dalarofofle con ragione; e alla provvifio- ne fatta da’ Minidri della Repubblica fu data Anidra interpretazione , incitan- do fua Altezza alla rottum, e guerra; cofa da loro glh molto tempo defidera- ta , per una vecchia Iperanza di facilitò conceputa , che fua Altezza acquide- zebbe, e aggrandirebbe, sò, e loro con quel mezzo : il che fu anche caufa, che fcrilTelua Altezza a tutte le terre fue diconGne, che delTero fopra le guar- die , e A fortìAcadcro , dal qual comandamento nacque che a Segna con gran follecitudine portarono terra, e prepararono legname, per munire laFortez- za. Il Capitano di Fiume ancora fece fpianare gli orti, le vigne, e gli u- liri attorno le mura di quella terra , e in tutte le terre a’ conAni eziandio in iflria A dava qualche fegno di preparazioni militari , il che diede gran fo- fpetto a’ Veneziani che iblfe un’ apertura di guerra ; perchè , non paren- w loro di vedere che, pel conflitto di S. Giorgio, caufato e riufeito in qual modo A iblle , i Miniftri Arciducali avefléro caufa alcuna di dolerA , non putendo, nè dovendo loro importare , fei violatori della giurìAUzione Vene- ta, e contumaci del Principe loro proprio , che centra la volonth, di quella erano andati in corfo , folfero flati ucciA fuori della fua giurifdizione in qual A Aa modo , tenevano d aver ragione di credere che quei preparamenti folfero , non peraflieurarfL, non cflendo preceduta occaGone da generar fofpetto, ma perdilegnodi mettetele cole loro in Acuro, e aflalure Io Stato della Repubblica. Toma 11. Gg ^ Rice- Digitized by Google STORIA Ricevettero un gran difgafto , avendo intefo per la confeDìone d’ un Ufcoeco prefo vivo nel combattimenioa capo S. Giorgio, e di quattro altri prefi dopo in Arbe, chel’urcita fu con partecipazione del Vicecapitano, il quale centribui anche la fua parte; mcfirando chiaro l'evidenza del fatto che non potevano elTere ufciti alla preda in tanto numero fenza Caputa de'Minillri Aullriaci ; e i’alfalto, eia crudeltà commeflà contra la Galea, febben poteva eflère fatu fenza confenfo loro , per rabbia e vendetta propria di que' ìcelerati , nondimeno non fu fenza precedente caula, dau dalla pubbHca Autorità, col permettere l’ufcita al pre- dare contra la promelTa del fuo Principe, tanto recente, e con fuccedente ap- provazione, dimollrata nell'avere ricettati i malfattori , Se gli Ufcocchi , per vendicare la morte de’ compagni , hanno ufata la crudeltà contra i foldati, e padrone della Galea , quando bene ciò valeffe per feufa loro, non farebbe buo- no per ifeufar il governo di Segna dal conceder loro la facoltà di predare; dal riceverli colla Galea; dal portare le robe, e munizioni nella Città; dal difien- dere le artiglierie Culle muraglie . Quelle opere non pofTono aver il primo mo. to dagli Ufcocchi, ma da chi governa Segna; i quali, oltradi ciò, anche nel- la prela della Galea , e morte de’foldati , e del ^praccomito , non fi polTono feufare , di non aver parte , almeno in quanto hanno alficurato , e partecipato con chi hà commelTe le fceleratezze. Ma Niccolò Frangipane, Capitano di Segna, ch'era allora alla Corte, per a- ver danari da pagare i foldati , pafsò immediate a Novi , fua terra, e rac- colti cinquanta buoni uomini, con quelli accompagnato andò a Segna. Chia- mò a fé in Cafiello Cotto la fede i principali intervenuti alla prefit della Galea c da loro pigliò informazione del (ucceffo, e ne formò procelTo, il quale mandò alla Corte di Gratz in diligenza. Vifitò anche l'artiglieria polla Còpra le mu- raglie, non facendo dimofirazione alcuna di approvare, o non approvare il fau to. Il Generale Veneto, per bene certificarli le il Colo Vicecapitano Dcleo trà i Miniftri Coffe in colpa, udito l’arrivo del Frangipane , mandò in Segna per- fona efpreffa con lettere lue , dimandando la refiituzione della Galea , e delle robe , e CfKcialmente delle artiglierie , anela la buona intelligenza , e amicizia tràiFrincipi,eraccordoultimamentcfeguito. Dal Capitano|fii rilpollo pel me- defimo Meffo con lettere , le quali fono ancora in effere , dolcndofi del male fuccef- fo con molte parole di cortefia; e quanto alla refiituzione della Galea rifponden- do che già l’Arciduca fuo Padrone aveva ordinato che la Galea Coffe tenuta cosi; però egli non poteva far altra dilix>fizione;maavrebbeavvifaio fua Altezza del- la riebiefia fattagli, per efeguire ciò che da quella gli foffefiato comandato. Dopo molti giorni il Capitano, per qual caufa fi Coffe, mandò al Generale una caffetta colla tefiadel Venicro inclufa; egli feriffedi mandarla, per mofirare di non cffergli nemico; einfiemefoggiunfe che in materia dalla Galea nonaveva avuta riipofia alcuna; ma però mandò uno de'pczzi dell’ artiglieriadella Galea a Novi , Fortezza propria lua ; dalle quali azioni fi certificò il Pafqualigodell’animo fermoanonrefiituire; e giunto quello indizio alle frequenti ufcite,e a’paffaggi degli Ufcocchi pel Canale della Morlaca con maggior numero di barche forni- te, di fuochiartifiziati,eaItri apprefiamenti, e provvifioni non piò da loro ufate, ebbe dubbio che vi poteffe effere qualche penfiero di fare un’occulu guerra alla Repubblica Cotto nome degli Ufcocchi.- laonde giudicò neceffario aflieurarfidi non ricevere qualche affronto maggiore; congregò le fue forze, per ferrar i palli, je impedirei foccorfi di munizioni, e vettovaglie a Segna, afienendofi però di sbarcare ,o d'inferire alcun danno alla terra ifolo proibii ad ogni Corta di Vafcel- li,chenon ufeiffero, ni entrafTero;e a'fudditi ogni fona di commerzio con Se- gna, ealtre Terre di quel Capitanato. La provvifisnenon fu di quel efficacia, come Digitized by Google DEGLI USCOCCHI. come altre volte era rìufcia ; percbi , eirendò Fiume Ubero , di IV andava per terra vettovaglia , febben v’interveniva pib fpefa. Ma il Generale Veneto non giudicò condecente operaralcuna cofacontra Fiume, perché dopo raccordato di Vienna non l'aveva trovato in alcuna complicitV cogÙ Ufcocchi. Arrivò il Ge- nerale di Crovazia a Fiume, e raunò deToldati in quella Terra con difegno di paflàr a Segna, diceva egli, per dare rimedio a quegl' inconvenienti/ febbene poi non relegut, Mr la urettezza del vivere cbe in quella CittV era, la quale non comportava ette accrefcelTe numerodi gente; mV Tdegnatopel commer- zio impedito, che la teneva in Urettezza , fece correr voce per tutto il paefe che Sua Altezza aveva deliberato di non accommodarle differenze co'Venezia- ni , fe non avendo libera la navigazione del Golfo, per andar a danni de’ Tur- chi: cofa della quale gli Ufcocchi furono molto contenti, e pieni di fperanza di dover vivere in felicitU. Da quello moflb il Ferletich, andò a Fiume, per divilare fopra il modo d'idiluire un corfo formato per l'Adriatico. Ma dopo diverfe trattazioni fu dal Capitano di Fiume, o di legreto ordine del Genera- le, o di proprio moto, pollo prigione. Corfe Tubilo la moglie del carcerato a Fiume ; portò in dono al Generale due pezze di panno d’oro , e un padiglione di prezzo ; donò anche a Volfango Frangipane , fratello del Capitano di Segna, una littiera di valore; i quali prefenti, uniti allalperanza d’averne de'maggio- ri, ebbero forza di conciliar l'animo del Generale in tal maniera, cbe tentava diverfe vie per levarlo di prigione.- al che non conlentendo il Capitano, oper zelo di giuflizia, o perchè gli pareffe Urano che il Generale godclTc il frutto dell’ opera Tua, palfarono uh loro gravi parole, e in 6ne il Capitano condannò il prigione a morte, e il Generale lofpele la fentenza. Scrilfero ambidue alla Corte, e venne rifpolla che foOc giudicato fecondo le leggidi Ungheria/ onde nefeguiva,chc non fi poteva far il giudizio in Fiume, non appartenente a quel Regno; e per non tornar a parlar piò né del prigione, né del Generale, dirò folamente che, elfcndo quelli dimorato in Fiume fino alla partenza dalla Cor- te Cefarea de'Commilfarj, de’ quali fi dirò a Tuo luogo, fenza far altro di piò, che udir piò volte la moglie del prigione, fe ne parti, menandolo leco in Crovazia . Mh nel mcdefimo tempo alla Corte Cclarea, fecondo chei difordini luccef- (èro, furono rapprefentati a Sua Maellh dall’Ambafciadore Veneto con illanza di provvifione ; e fi dolle Cefare degl’ inconvenienti occorfi , e maflìme della morte crudele de’lóldati, eSopraccomiio della Galea con tanta atrocith/ epro- mife di dare fodddUfazione, e rimediare daddovero. Fece dire per nome fuo all’Ambafciadore da principale Minillro, che la Repubblica era in illatodi ra- gione/ e cbe Sua Maellh aveva inclinazione a levar quella gente dalle marine nel tempo delle palfate differenze ; ma incontrò divede opinioni de’Minillri, che non la lafciaronofpuntare: cheDioaveva permeflbpolcia queigrandifean- dali, per porvi quell’ ultima mano cheli doveva porre all'ora. Alle illanze dell’ Ambafeiador Veneto s’aggiunfero quelle del Nunzio Pontificio ,Mrché il P gior amplifìcaztonelc querele contri il commerzio interdetto a Segna, conrap. prefentarlo come una dimunizione di riputazione, e di ofiefa della dignità Im« penale , e di tutta la Cafa d’Aullria , acciò l'uà MaelU fi dichiarane congiunta ne« gl'intereni loro : ealcunide’ConfìglieriCerarei, da quelle propodc molli, entra- Tono in alcuni pareri marziali , per compiacere ai defìderio degli Arciducali. altri di loro ebbero per inverifimile che il Generale Veneto avelTe concedu- ta licenza agli Ulcocchi di ufeire contri iTurchi, acciò elll aveflèrole prede, ei fudditi le rovine; e pareva gran llravaganza, chegliaveire fatti combattere per quelloche gli avclTe ali ora conceduto . Ma quei di loro, che fi raccordavano che per ottanta anni continui i Veneziani s’ erano dichiarati di ricevere ugual dan- no, e offefa, quando gli Ufcocchi paflavano a predar altri per li diUrctci della Repubblica, come quando bottinavano i fudditi loro proprj; Tebberoper un’in- venzione molto fctocca; e non pareva loro conveniente nè alla dignità , nèalla re- ligione di tanto Principe, che movefle una guerra, per mantenimento di ladri in- fami. S. M., alla rapprefentazione del commerzio levato a Segna, H commof- fe alquanto, come che foflc airediata una.fua Terra; ma, certiheato che non iì pretendeva di far offefa alla Citt^, ma folo di afncurarfi che nonfoflcro inferiti nuovidanni, comegrufcocchi giornalmente tentavano, reilòquieta; eavendo colla prudenza fua penetrato il vero, preflo conobbe che tutto il male era na- to per rinolTcrvanza delle cofe prom effe ; e nel ConHglto fu conchìufo di mandare CommifTarlpernomediCefarechc con fuprema autoritli metceflero la mano,eap- plicaflcro il rimedio proporzionato al bifogoo corrente ; e furono nominati il Con- te Altani,il Baron Bech , e il Sig. fiuonomo, a’quali furono date commiifioni molto ampie, e chiare, di levare da Segna gli Ufcocchi, e mettervi prefìdioTedefeo, e- gafligare pofeia i colpevoli degli ecceflì commeflì . Il Sig. Buonomo fu fpedho immediate a Gratz , per conferire la rifoluzione prefa , e ricevere iflruzione anche da fua Altezza. Ma avvenne quello che piò volte eraoccorfo, c regnante ITmp. Rodolfo, che nel Confìglio Cefareo fu prefa rifoluzione, per rimediare al ma- le, la quale in Gratz fu convertita fempre in quella forta di medicina che lo fa peggiorare : cosi occorfe nell’occafìone prefente , che gli Arciducali diflero eflfe- re cofa giuda il gadigare, e rimediare; ma, per farlo in modo che metta fine, efrerneceflarìocheiCommiirarjs'informaffero, cractafleroco’Minidri Veneti, e riferifTero a’ Serenifs. Imperadore , e Arciduca ; e non efeguiffero , fe prima da fua Maed^ eda fua Altez. non foffe deliberato quello che fi dovede mettere in effetto. In Venezia comeladeliberazionedegr Imperiali fu commendata di giudizia e finceriik , cos'i fu immediate intefo dove mir^e f aggiunta degl’ Arciducali , cioè, che, non potendo trovare pretedo di difobbligarfi dall’accordato di Vienna con al- legare eccezione alcuna contra di quello , penlalTero difobbligarfi con idi mire una nuova tratuzione,nella quale obbliquamente fodero introdotte le medcfime cofe, e con qualche maniera , o hdrette , o glofate , fìcchè rimanedero fenza effetto: im- perocché in altra maniera non vedevano pretedo , per dipartirfi dalle cole promef- fc; poiché dall’altra parte era efeguito quello che le toccava, e in quelbche re^ dava far loro non potevano pretendere aggravio; non eflendo cola piò giuda, quanto proibirci! corfo , e nelle guarnigioni tenere mfidio pagato ; ch’era la fo* danza delia promefTa;né avendo probabilità,perinodrare d'edere dati in pane al- cuna gabbati; poiché lafcritturafufonnata,e defa non, come è folito, da am- bo le parti, ma dallaloro folamente , fenza che v'imervcnilfero i Venezia- ni , da’ Digilized by Google DEGLI USCOCCHI. ni, da' quali poi fu accettato. Non fi venne in Senato a delibera* zione di mandare perlona alcuna a trattare con quei Comminar] , 0 per la ragione fopraddeita, o perchè era noto che il motivo non veniva dagl' Imperiali, ma da'medefimi Arciducali; o forfè anche per* chè volellero alpettare di vedere le prime operazioni de'Commifiarj in efecuzioae delle cole promclTe, per regolarfi poi come quelle aveffero infegnato« Mentre i Commiflar) erano in viaggio, occorfe all’ Arciduca, per li Tuoi negozj, vifitare la Maefi^ Imperiale in Lintz, dove, confor- me a quanto prima da Gratz era fiato fcritto, furono replicate le feu- fazioni degli Ulcocclii , e rinnovate le querele pel commerzio ,le- vato alla Giuli; e propofio il progreflb che potrebbono fare le ar- mi Imperiali in Ita^a colla fponda deirefercito che fi trovava am- mafiàto in Milano; e furono anche fatti diverfi ulBzj , acciocché non foife difarmaco prima che fi vedelTc l’efito delle cole di Segna. Ma 1 CommilTarj , giunti a Fiume , chiamarono a sè i Capi degli Ufcocchi da Segna , i quali ricufarono di andarvi fenza falvocon- dotto. Furono i Commiflar] cofiretei a concederlo, parendo loro ciò minore Indignitk , che fe i chiamati foflero refiati contumaci. Col falvocondouo andarono a Terfau , e di 111 mandarono a richieder- ne un piò ampio, diffidando del primo; e ottenutolo, andarono a Fiume, dove furono ricevuti con termini amorevoli, e correli . I Com- fniflàri prefero da loro informazione del conflitto cogli Albanefi a Liefi- na, 6 della prelà della Galea, e delle altre cole occorfe dopo il concor- dato , e fubito li licenziarono , per ritornar a cafa ; o perchè da loro altro non volelTero, o perchè, fiance il faivocondotto, non potelfe- ra efeguire altro difegno. Dopo alcuni giorni mandarono il Segretario loro a Segna a comandare che folfero confcgnaii i Turchi fatti prigio- ni in Trebigne; e il Segretario non folo non fu ubbidito, ma git con- venne partire fenza veder efletio alcuno degli ordini de' Commiflar]: e quantunque ufafie minacce di feveriffimo gafiigo contra i contuma- ci, nè meno gli fu data rifpofia per riportare a' Padroni.* le quali co- fe dimofirarono in fatti quanto ditferente foflè la filma che da quei ribaldi era fatta de Minifiri di Celare fupremo Signore , dal rifpetto, e dalla ubbidienza che fu da' medefimt prefiata un' anno prima al Cheslin Commiffario Arciducale; e diedero materia agli fpecolativi di credere che, quando alcuna cofa da quei di Gratz èrimefla a quel- la Maefià, come eccedente la podefià concefTa, ciò fia per forma di apparenza, e coperta di Icufa* Mentre che furono i Commiflar] in quel luogo, altro non fucceffe di conftderabile , fe non che i Kagufei Ipedirono Achille Pozza a ri- chiedere loro rimedio, per li danni degli Ulcocchi , e per li perìcoli Turchefobi, ne' quali li gettavano , il quale non ottenne provvifione alcuna. Avvenne anche che la Galea, o per fortuna, o per malizia, andò a traverfo, efidifllpò in tal maniera, che fe ne vedevano le par- ti nuotare per la riviera; e finalmente il corpo fi ruppe Cotto la tor- re Saba : c quello eh' è di maggior confiderazione , fu gli oc- chi de medefimi Commiflar] fette barche di Ufcocchi ufeirono di Se- gna , camminando dietro terra lotto la Morlaca , e pizzicandt» le Ifole quanto poterono ; il che fu poco , per la fquifita guardia Ttmù IL Gg g, eh* x3« STORIA ch’era in quelle, rirtirono i Commiflari nn dopo l' altro, mandata a Grata l’ informazione fenea aver fatta altra cofa che ibfle veduta, o faputa; non mancando gli Arciducali in Fiume di luggerire, e impri- mere, eflère paflàto con loro dilbnorc che non fóllè ttato mandato a trattare foco ; e aggravando , con dire che altre volte fi era mandato a trat- tare cogli Commiliari Arciducali tanto inferiori degl'imperiali. Della dimora, e opera infruttuofa di tre perfone infigni fpiccate dalla Corte Im- periale era attribuitala colpa diverfamente . Altri l'afcrivcvano a man- camento del Senato Veneto, che non aveflc mandato alcuno per fu» nome, allegando che, quamfe fi tratta caufa comune, come fono tut- te quelle di (Ubilire una buona vicinanza, conviene che fia per Mi- niftri da ambe le parte maneggiata, acciò riefea con reciproca fodditfazio- ne: che i Cefarei non avellerò fatto colà alcuna, per elTere mandati, non ad operare foli, ma uniumente co' Veneziani : e quando bene a- velièro veduto foli applicare qualche rimedio, non avrebbero potuto lar- k>, per eflèr incerti fe quello folTe poi piaciuto a'Veneziani, e gli a- veflè renduti contenti; e però che con ragione dovevano eflèie feufati gli Aoftriaci di ogni inconveniente che fol^ potuto fuccedere. Altri di- cevano che alfora fi tratta per comuni Minillri, quando vi ò bifogno di concordare diffèrenze; ma per efeguire le cofe concordate, ognuno dee fare la fua parte da fe fteBb: che quando il Generale Veneto re- fiàtul il comerzk), lo fece da sò, lènza alTiflenza di altri; che i prigioni erano fiati liberamente offèrti a chi fua Mael& avelTe comandato fenza tra- tare del modo di darli: che, quelle cofe fatte, i Veneziani non avevano al- tro che fare, fe non afpettare corrifpondenza coll'oirervanza delle cofe prò- meffe ; che il mandare la Repubblica Commiflàri , per trattare accomoda- memo, non farebbe fiato altro, che rinunziare l'accordato di Vienna, nel quale, poiché la parte Arciducale era fiata tanto avvantaggiata, ed era efe- evito interamente tutto il vantaggio di quella, nel nuovo congrelfo non n poteva propone, ni rilbivcre fe non qualche cofa di più per gl’Arv ciducali, e qualche maggiore difavvantagio per la Repubblica.- lenza, che fi poteva con cenezza prevedere che, non avendo avuto luogo qoello che fi era fermato colla Maeftà Imperiale, e coll’Altezza dell’ Arciduca , molto meno fi avrebbe potuto fperare della trattazione de’ Minillri, i quali fe erano andati per efeguire le cofe concorda- te, neflìin impedimento fi può diré che aveflèro ritrovato, il qua- le colla prefenza de’ Veneti poteficro fupetare.- ma fe con altro dife^ gno, che daU’alTenza de’ Veneti, folTe fiato difiurbato, non poteva quello eflère fe non pregiudiziale alla Repubblica. Gl’intendenti del- le cofe di governo dicevano di più, che occorre fpeflb trà i Principi mandare Minillri per negoziare, ni mai quella fi fii altramente, che avendo prima rifoluto l’uno, e l’altro, che il bifogno vi fia, e con- cerrato quello che s’abbia a trattare, il luogo, e bene fpefia anche il modo a tenere. Ma che uno fpedifea Minillri dove, e con quelle com- miflìoni che a lui piace, e fenz’altro dire, afpetri che l’ altro mandi a tratura con quelli, ficcome i cofa non mai ufata, cosi, quando avveniflè, più rollo avrebbe ragràoe di dolerli rinvinro lenza precedente concerto, che l’ invitante a cui non folTe corrifpofio.' non poterfi però aferivere a mancamento di fapienta, e prudenza in Cefare, che non fu autore di ut configlio , ma di chi T inventò, e aggiunfe in Gratz oltra Digitized by Googlc DEGLI USCOCCHI. 137 oltra le commiflìoni Imperiali. Partiti i Commiflkn, refta^oBo i kdfi alTicurati deli'impuiiiik per le cole facte^ e inanimiti a tenere ritafiTa (lile alPavvenire. Non racconterò le pertico lari prede di barche, o re* (celli, e le incurfioni fatte l'opra le Ifole con una, ò due barche, perchè moh te furono; e futbbetedio, perl'uniibrmitb, commemorarle tutte.* nar> retò folo una generai ufeita fatta mentre il rigor del vento doofteinfe rallentar le guardie, nella quale prefero quante barche incontmroRò alle riviere d’illria; e in Dalmazia i due grippi con mercanzie, e da» nari; e alii fcogli di Zara tré marciliane cariche di pannina, renft, c fpczicric; e una Nave che poruva drappi di feta, lana, zuccheri, e altre merci di valore v Paflkrono dopo quelli Ipogii ad offefe non più da loro ternate. Si ritrova in faccia di Zara uno Scoglio, nominato di San Michiele, con un CalUllctto nella lòmmith , dove ne i tempi de’fofpetti 0 tengono guardie, e lentinelle, per ilcoprir il mare; ne i tempi tranquilli reità il luogo , come di leggier momento , lenza guardia 4 Quelli uomini, con molto ardire ivi montaci, e munito il luogo per quello che poterono repentinamente, pofero dentro guardia della loro gente, per ben ifcoprire il mare, e non folo ìnGdiare la navigazione, dando legni accompagni de* Valcelli di viaggio, ma an- cora per awifarli di ichivar Tarmata chetrandea per guardia di quel- le riviere; e ciò fatto, con incredibile audacia fi mifefo ìoGeme in forma digtulla guerra, e in numero dÌ 40 o.con lèi iiilègnc sbarcarono a Ro» iiaoze, vaia della medefìmaCitth, e predato in qirella quanto vi 0 ri» trovò, pailatt innanzi ad Islan, luogode’Turchi, preferoanimali, don- ne, e nnciudt; ritornali per la via Aefla , portarono tutto a Segna, linfbrzata prima la guardia, e la munizione di S. Michele ;donde per dilcac’* ciarli , eflèndo lo fcoglio forte di Geo, fu bifogno di congregare la foldate» ica, e adunare molta gente, per paflare nello fcoglio, e alTaltarii : di che elfi avvedutifi, la notte fuggirono . A tanti inconvenienti avendo con0* dcrazione, il Generale Veneziano riputò neceflàrio ufare più potente ri» medio, che T impedimento del commerzio a Segna, per confolazione dc’fudditi, che, ritrovandofi danneggiati e afflitti, erano vicini alla difperazione, e a gettarfi lotto la volontà degTUfcocchi. Era debole il rimedio ufato contra Segna folamente, poiché quella gente, con ar« rifchìarh ad ogni pericolo, luperava parte delle difficoltà; e col riee» vere per via di terra fbccorfo da altri luoghi Arciducali, rendeva io» fruttuola Topera impiegata nell’ incomodarli. Sino a qucRo tempo i’ era alìenuto di levar il commerzio all’ altre terre, per non diipiacere a fua MaeOà, c a fua Altezza: all' ora, vinto dalla ncccffità, pensò che quei (Principi colla prudenza avrebbono bene conofeimo che, quan* do fi foflè riientico con tutte le terre loro polle a quella marina pel favore preparo a cosà fceleraci ladri , non doveva cflère hcevuco per ofièfa da chi fi difendeva da cosà gravi olt^gi , mà da chi lì cotn* metteva fono T ombra loro; e perciò proibì ad ogni fona di perfone di poter andare cofi vafcelli, .0 barche di mercanzie, vettovaglie, e di ogn’ altra Ibrta diprovvifìoni a qualunque terra polla fopra il Quar. ner, c fopra il Canale della Morfaca dì Bcfezfino a ScriUà. Ancorché 0no al tempo prefente non fia mai (lato applicato rimedio proprio , che abbia potuto ovviare pienamente alle fcorreriedegrufcoccni, que- 00 nondimeno é Rato in tutti i tempi il più efficace ; perché, oltre al x 38 storia al levar a' ladri la comoditi di Ilare rutti uniti in uni uogo , pel mancamento delle vettovaglie , gli altri ludditi Audriaci , che per cauli loro pativano , fi Iòno concitati centra i ladri , ed efcla- mando alle orecchie della Corte Arciducale, hanno collretti quei Mi- niftri a fare qualche provvifione, per cllcre liberati dall’ incomodo per all’ora. Cosi in quella occafionc le querele, e i lamenti de’fudditi an- dati a Grata , giunti cogli lifliz) dall’ altro canto fatti da i Miniflri della Repubblica alla Corte Cclarea, indulTero gl’ Imperiali apenlàr di levare quella molellia a lua Maellb con rimedio perpetuo; e gli Arci- ducali a peniate di portar il tempo innanzi, con dare qualche appa- rente, 0 almeno leggiera loddisfazione : e communicati i configli infieme, rimilèro a trattarne unitamente al leguente Agollo, pei qual tempo avevano i Principi di Cala d’ Aulirla intimato un congrelTo dì tutti loro, e de’ deputati delle Provincie foggette in Lintz, dove l’Impera- dore fi ritrovava, per rilolvere negoz) importanti de’ loro Principati. E per dar ingreflb a quella trattazione, fecero gl’Aullriaci per nome di lua Altezza querela coll’ Ambalciadore della Repubblica, Refidentc prcITo a lua Maellb, che il Generale in Dalmazia avelTe pubblicato un bando, proibendo il commercio alle terre, c a’ ludditi tuoi di quelle riviere; e con effetti avelie trattenuto diverfi valcelli che navigavano a quei luoghi, per fomminillrar vettovaglie ; e ne avelie anche gettati a fondo parte di elfi ; e che ciò folle non tanto con fua offefa , e dan- no dc’fudditi, quanto ( il che piò loto importava ) a pregiudizio del- la libera navigazione che pretendeva nel Mare.- al ch'era flato giullo, e neceflario rimediare; che gib in Vienna fi erano ptomoHe parole di quell’ ìflellà materia, e concordemente era fiata rimeflz ad altra tratta- zione: che quello era il tempo, e luogo opportuniflimo di trattarla, che facilmente non fi prelenterebbe una congiuntura ule, quando fof- fero prefenti in una raunanza tanto frequente tutti i Principi di Cala d’Aullria, e anche i Deputati degli Stati loro; deU’inicrelle de’quali tutti fi trattava: e che, decifo quello capo, infieme fi avrebbe trova- to rimedio alle cofe degli Ulcocchi. A quella propofizione fu dall’ Ambafciadorc rifpollo in follanza.- che in quella materia dì navigazione non era fncceduta novitk alcuna; ma era fiata femjrfe libera ad ogni torta di perlonc lotto le leggi della Repubblica, che fono neccllaric per conlervarla; e tale cllece la men-, te di lei che fia mantenuta tempre. Elfere flato proibito nuovamente^ il commerzio alle terre, dove gli Ulcocchi erano ricettati, foccorfi, e favoriti , appunto per ovviare alle infellazioni loro maritime princi- palmento, e mantenere libera la navigazione, e a’ danni, e alle ollefe che inferifeono in terra.- che mentre gli Ulcocchi avellerò ricetto in quelle terre, nè elfi potrebbono allenerli da’ ladronecci, nè la Repub- blica lafciare di perfeguitarli, e ribattere le offelc. Raccordò le pro- melfe fatte in Vienna con parola di fua Maellk, c di fua Altezza in ifcritto, e replicate molte volte in voce, che il Mare rollerebbe net- to, e liberato da’Pirati di Segna; e che nè di la, nè da quei contor- ni ufeirebbono perfone a danneggiare la navigazione, nè i vicini: e recitate tutte le molcllie, e offelc dagli Ulcocchi inferite dopo il trat- uto di Vienna fino a quel tempo, loggiunfe che per religione, gin- ftizia, e riputazione de i Principi, erano obbligati ad efeguire le pro- melfe; Digitized by Coogle jDEGLI USCOCCHI. 139 melTe, con che anche per corrifpondenz» farebbe retiduto il commer- zio alle terre, ficcome fu renduio l'anno innanzi per rifpetco, e of- fervanza verfo fua Maedb finceramcnte, fenza aver altra fìcurezza, che la fola fua promcfsa, quantunque le ingiurie ricevute dagli Ufcoc- chi fin’ all’ ora folTero da non fcordarfi facilmente; e che gli at;ticoU da fua Maeflli, e da fua Altezza promefli all’ara non conteheiTero, il total rimedio, e folTero flati conglciuti per molte fpertenze paflàte infufficienti ; laonde, per debita corrjfpondenza , fe la ragione, l’one- flb, e roITervanza della fede debbano aver luogo , fi dovrebbe ormai vedere Teffetto delle promelTe: ch’egli afpettava che da quella rau- nanza, fecondo la intenzione datagli, da Configlieli di Cefarc folfc pollo fine a tjucllo fpinolb negozio. E perciò riulcirgli cofa molto in- afpettata l'udire in luogo di qnello, che fi trattafie d’ implicarvi altri negozj di lunga digeflione, che non potevano fervire ad altro, che a portar in lungo Tefecuzione delle cole promelTe; che il negozio degli Ufcocchi gik era in piedi, e fi ritrovava in tale flato, che non fi vedeva adito, nè apertura di ravvilupparlo con pretenfione di libera navigazione, ovvero con alcun’ altra fomigliante; ma bensì, termina- to quella, che non aveva bifogno di trattazione, ma di efecuzione del- la parola, e fede data , la Republica non farebbe fiata aliena di trat- tare ogni altra difficoltb : anzi il metter fine alle moleflie degl’ Ufcoc- chi farebbe flato un facilitare la tratuzione di navigazione; che la Republica aveva fempre ricevute , e incontrate tutte le occafioni, per metter fine a qualunque differenza colla Cala d’Aullria,- e che in Vien- na erano fiate conofeiute le urgenti ragioni, per le quali non fi pote- va trattare, nè di libera navigazione, nè d’altro negozio prima che a quello degl’ Ufcocchi folTe rimediato; e perciò di comune confenlo era Hata rimelTa ad altra occafione: e rellando le caule le medefime, conveniva tener per decifo, che nelTuna opportunità di trattar altro poteva venire, (e non era levato di mezzo quello impedimento, che non concedeva T unire altra cola con lui. I Configlieri di Gratz per quello non fi molTero dalla loro rifoluzione; ma fi fermarono collan- temente in quello, che non occorreva parlare degli Ufcocchi, fe in- fieme non fi parlava di quell’ altro punto; il quale tanto premeva a fua Altezza, che fenza quello non avrebbe potuto afcoltare ragiona- mento di altro; febben gl’imperiali non fecero fopra illanza alcuna. Quelli che fludiano, per indagare i fini delle deliberazioni, credettero lo feopo degli Arciducali non eflcre flato altro, che di fcanfare il par- lare degli Ufcocchi; cofa molto abborrita da loro in ogni tempo; e la mira de’Celarei elTere fiata di vedere prima rifoluto un altro pun- to, che fu propollo, e rellò iniecifo nella raunanza, cioè, fe fi do- veva attender alla guerra, o alla pace co’ Turchi, forfè a fine di ca- var alcuna fomma di danari, quando fofle llau la guerra rifoluta, con negoziare qualche cola d; Segna. Quello che in ciò fólTe di vero non fi può affermare. Ma poiché il negozio della libera navigazione Tanno precedente in Vienna fu difgiumo da quello degli Ufcocchi, e rimelTo ad altra trat- tazione, e a quello tempo in Lintz fu promollb dagli Auflriaci, per riunirlo a quello degli Ufcocchi, e non fu trattato, avendo i Vene- ziani perfeverato m tenerlo difgiunto; quello luogo ricerca un poco di di- X 40 STORIA di digreflione , per efplicarc che cofa fi pretendeva colla richief^a dì libera navigazione, e in che tempo ebbe origine la pretenfione; e qua^ li ragioni aironi ^fTero ufate da ambe le parti. Dopo una lunghiflìma pace trli i progenitori di Mafllmigliano I. Imperadore, e la {Repubblica dì Venezia nel 1508. ebbero principio leggiere perturbazioni, le quali fecero progrclTo a notabili, e memoran- de guerre ; e fu la Repubblica per zz. anni feguenti con quel Prin« cipe, c colla pofteriib lua per varj rifpetriora in guerra, ora in pace, e ora in tregua; nel fine de quali, l'anno 1528. furono compolle tut“ te le differenze, e conchiufa in Bologna una pace, la quale durò oltra tutto quel fecolo con Carlo V. Imperadore, infìeme con Ferdinando fuo fratello, Rè d’ Ungheria > e Arciduca d’AuRria, Perchè nella divì- lìonc tra loro fratelli lette anni hmanzi fatta, tutte le Terre AuRria- che conhnanti co' Veneziani erano toccate al Rè Ferdinando; \ confini delle quali colle Terre della Repubblica erano molto intrigati ; per- lochè molte difHcolt^ erano da decidere, parte per le ragioni pubbli- che de' Principi, e parte per quelle de’fudditi privati, che non pote- rono, per la moltiplicitb, e per la lunghezza della cognizione che ri* cercavano, elTere terminate in quel trattato di pace. Fu aU'ora il tut« to pollo in quiete con un capitolo, che dovefle elfer iRituito un tri. banale arbitrario, per deciderle. II tribunale fu eretto in Tremo, dal quale fu la Icntenza pronunziata nel 1535*) c tutte le differenze ( eh' eccedevano il numero centenario ) difHnitivamente furono terminate. Qui però non ebbero fine le diihcoltky imperocché, neU'eleguìre la Temenza, altre si attraverfarono, e col progrclTo di tempo ebbero origine da ambe le parti nuove querele; pretendendo ciafeuna che dal- Taltra folTcro fatte varie innovazioni. Laonde, per metter fine a tut- te le differenze, fu da Ferdinando, fuccelfo all’ Imperio per la cefllo- ne del fratello , e della Repubblica dì concerto comune iRituiu in Friuli nel 1503. una raunanza di cinque Commìflàri, un Proccurato- rc, c tre Avvocati per parte, i quali trattalTcro le dilhcoltli, cosi an- tiche, come nuove; e da’ Commilfarj folle poRo fine lotto la ratihea- zione de’ Principi. QucRo cosi gran numero di giudici fu dall’ Impera- dorè richieflo, per loddisfare a’fudditi fuoi di varie Provincie intcref- fati in quelle caule . Per la parte Imperiale i Commillàrj furono , An- drea Pcghcl, Barone in AiiRria, MalTimigliano Dorimbergli, EIcngero da Gorizia, Stefano Sourz, Antonio Statemberg ; Procuratore Jacopo Campana Cancellier di Gorizia.* Dottori, Andrea Rapizio, Qervafìo Alberti, Gian-Maria Grazia-Dei « Per la Veneta CommiRàrj furono SebaRian Veniero, Marino de'Cavalli, Pietro Sanudo, Gian BattiRa Centanni, AgoRio Barbarigo: Procuratore Gian Antonio Novellò Se- gretario.* Dottori, Marquardo Sufanna, Francefeo Graziano, Jacopo Chizzola . Nella Radunanza furono da ambe le parti efprefle IcrichieRe; e do- po aver difputato, e parte compoRo, parte decifo le altre differenze pubbliche, fu prefa in mano una richicRa del Procurator AuRriaco in qucRa forma .* Ejufdem Ì/Iajejlatis nomine re^uiritur ut poft bac illm fub- ditisy atque ei'tis in Jìnu Adriatico tuth navigare ^ ac negotiari liceat» Jtem ut damna Tergejìitth Mcrcatoribus , atque aliis illata rejlituantw\ c accompagnò il Rapizio Avvocato la dimanda con dire che quella non era Djgitized by Google DEGLI USCOCCHI. ^4I era caufa da trattare fotttlmente : effer cofa notininia, che la naviga- zione doveva efler libera: con tutto ciò i Navilj de'fudditi di Tua Mae- fìò erano alle volte fatti andar a Venezia, a pagar dazj; che di que- Ao fua MaeA^ A doleva, e faceva idanza, che vi fì rimediafle. A ciò rifpofe il Chizzola, Avvocato della Repubblica, elTer coÌk chiara che la navigazione dee eflfer libera; ma a queAa libertà non eflere ripugnante quello di cui fi dolevano; poiché ne i paefi liberìflU mi chi domina rifcuote dazj, e ordina per qual via debbano tranfita- re le mercanzie; e nelTuno fi può dolere, Tela Repubblica per li fuoi rifpetti ufa quoAa facoltà nel Mare Adriatico, eh’ è fotto il fuo Do- minio: e foggiunfe che, fe intendevano di difputar la loro richieda, gli avvertiva che non poteva elfer introdotta tal caufa in quel giudi- zio, idituito folo per elecuzione delle cofe fentenziate; elTendo cofa no- tidima che la Repubblica, come Signora del Mare Adriatico, efercita- va appunto c^uel dominio che da immemorabile tempo aveva fenza nef- funa interruzione el'erciuto, cos^ nel rilcuoter dazj, come neU’adegnar luogo per la efazione.* e che la protenfione propoda era nuova, e mai piò da nedun antecefsore delflmperadore, nè come Rè d Ungheria, nè come Arciduca d'Audria,e delle Provincie adiacenti, nè da fua Maedà in tanti anni mai per innanzi permefsa. Interrogò ì Cefarei che dicef- fcro quando mai piò era data pretefa tal cofa.* che non fu pretefa in- nanzi la pace di Bologna, perchè la differenza farebbe data terminata all' era, ovvero nmefsa al giudizio arbitrario: che in Trento furono traratte piò di izo. controverfie, e di queda non fu fatta menzione: adun- que fino a quel tempo non fu in piedi una tale pretenGone.* Mà s’era nata all’ora per innovazione fuccefsa dopo la fentenza di Trento, dicef- fero quale, e quando ebbe principio; perchè egli era pronto a modra- re ogni cofa efsere di aniichidimo ufo, fenza una minima novità: però non doveva elser udito chi veniva con dimando non originate , o dalla fentenza, o dall* innovazione. A ciò il Rapizio rifpofe che non intendeva far il fuo principale fondamento fopra quello che a rutti è notiflìmo, cioè, che il Mare è comune, e libero; e che però a nefsuno poteva proibirfi il navi- gare per qualunque luogo gli parelse, e febbene alcuni Dottori di- cono che la Repubblica hà preferitto il Dominio dell’ Adriatico col lungo pofsefso, però non Io provano; e a* Dottori che affermano una cofa di fatto non fì crede lenza pruova ; e perciò non voleva di- morar in quedo, ma venir al principale, cioè, che, quando anche la Repubblica folse padrona del Mare, i fudditi Imperiali potevano navigare Uberamente per le capitolazioni che trà i Principi tono da- bilìre; e però cfser appartenente a quella Radunanza la richieda pro- Mda; alla quale, poiché cosi era da' Veneti richiedo, aggiungeva per fondamento: ^ra libera navigaM mmris Adriatici cum Majejìatis fu€ Cefarex , tur» fttbditorum damno^ Ò" incommodo ab Jllujhijpmi Domi- nii Veneti triremimn PrxfeBis impedita ftmit cantra capttula Vorma^ tixy Bononix^ Andeeaviy & Venetiis inita, £ qui portò U pafso della capitolazione dì ^logna, la quale cosi dice: comune% fuhdito tiberey tutOy & featre pojjjint in utriuftpue StatibuSy & Domi- niis , tam terra , tjuam mari moran , negotimi non bonis fuh ; be- neqke (T umamter tradenìur y ac Ji cjjcnt imoUy tT fnbditi iUius Prit^ Tomo li. Hh X4X STORIA r^ù, X Domlali, m/ui fratrias & imùaia rJihuu; pnvUexur^ ni va , auf alitfua iajuria ulta de caufa iis inferatur > celeriterque fvt adannijintar , Recitò anche i capitoli delle tregue d‘ Afigiers , e de Vomies, e della pace di Venezia, che fu regidrata a’fuoi tetn> pi , benché non folTe bifogno , per elTere dello fteflb tenore . Pon- derò la parola libere , confìderando che libere è aggiunto al verbo navigare ; perlochè fi dee intendere fecondo la legge comune , per cui ognuno può navigar liberamente: e non farebbe libero chi fol- lie corretto andar a Venezia. Aggiunfe di più che la parola libe- re conveniva che non folfe fuperflua , ma bifognava che operalfe alcuna cola di più, che le due parole iati, & fecare ; nè altro poteva importare , falvo che , fenza impedimento , o molellia , o pagamento di dazio : a ciò aggiunfe che vi erano più di 400. ijucrele de’fudditi con vafcelli fatti andar a Venezia, e fatti pa- gar dazj , per elTere capiuti ne i Porti per fortuna , o per altro . Leflc una fentenza d’un Rettore di LieCna, che liberò una Nave ca- pitata a quell' Ifola per fortuna; e narrò che alcune barche di fale erano Rate lafciate andare dall’armata Veneu al loto viaggio fenza mandarle a Venezia. Conchiufe che la fua richicRa fi Rendeva a que- lli tre ponti.- Che i Ridditi AuRriaci poteflero navigare per tutto dove loro piaceva.- Che per andare ne i Porti della Repubblica per tran- Cto non pagaRero; E andando per mercantare in quelli non pagaflcro più, che i ludditi del Dominio. Replicò il Chizzola promettendo di rifolvere chiaramente le obbjezioni dall'altro introdotte, ficchè non rcRcrebbe luogo a replica; e di moRrare con ragioni vere, ed elhca- ci, che quanto veniva operato da’MiniRri della Repubblica nel Gol- fo era fatto con legittima autorith . £ rifervandoR a parlare dei Dominio del mare dopo , ma prcfupponendolo , nel prmcipio inco- mmeiò dalle Capitolazioni, e difse prima che la parola libere non Rava appoggiata, come il Rapizio diceva, al verbo Navigare; ma a' verbi .- marari , tS" negaeiari tàm terra , qudm mari ; e però con- veniva intendere libere come la legge comune intende, quando fi di- mora, o negozia in cala d'altri; ch'è olfervando le leggi, e pagando i diritti del paefe. So^iunfe poi che quelle capitolazioni trh la Cafa d’AuRria e la Repub^ca erano ugualmente reciproche, e che non vi ora convenzione più a favore degli AuRriaci nello Stato di Venezia, che de’ Veneziani nello Stato degli AuRriac^ nè cRer paniita maggio- re liherth nel mare, che nella terra; ed edere chiare le parole colle quali fi dice che i Ridditi di ciafeuna delle due parti poRano (limo, rare , negoziare e mercantare negli Stati dell’ altro , cosi in terra , come in mare, e fieno ben trattati. In modo che i Ridditi Veneti non hanno d’avere minore liberih nelle terre AuRriache, che i Riddi- ti AuRriaci ne’ mari di Venezia; e per virtù di quelle parole, quello che Sua MaelHi vuole avere nello Stato della Repubblica, conviene che lo conceda a lei nel Rio.- e fe Sua MaeRù Cefarea nello Sato Rio di terra non concede a’fudditi della Repubblica fare la Rrada che loro piace , ma li coRringe paRare per quei luoghi dove fono pa- gati i dazj , non può dimandare che i fuoi poflàno andare pel mare della Repubblica per tutto dove l»r» piace, ma ded contentarli ohe vadano dovei rifpetti diRuelU che ne bù il dominio comportano. Digitized by Google DEGLI USCOCCHI. 143 Se Sua Maeft^ fa pagar dazj nella Aia terra , la Repubblica faccia pagar nel Tuo mare. Gl'interrogò, fe pel capitolo volevano che foC» ie levata, 0 riAretta la facoltà all’ Imperadore di efigere dazj? le nò, perchè volevano che folTe levata, 0 rìAretta alla Repubblica per un capitolo che parla di ambi i Potentati colle Aefle parole? MoArò con narrazione particolare , che dalla pace Veneta del 1523. fino allora V Imperaaore aveva crefeiuto dazio con aggravio de’ ludditi Veneti alle vettovaglie , e mercanzie che palTano dall’ uno all* altro Stato in maniera, che ciò che pagava uno era aumentato in alcune a 16. in altre a 20. In particolare narrò che il ferro già a quel tempo aveva libero tranfito,| e non pagava cofa alcuna: che di nuovo Sua Mae Ah aveva impoAo per dazio lire 18. per miglia)o, e aveva ordina- ti i luoghi per dove fi paAalTc a pagarlo; fuori de’quali foAe contrabr bando, dove prima il mercante poteva fare che Arada gli piaceva; che fi pagava un carantano per manzo che fi conduceva per Venezia e l’a- veva accrclciuto ad un ducato con danno delli Beccati di quella Città: e fe Sua Maellà Aima lecito nello Stato Tuo fare quello che le piace, fenza repugnar alle convenzioni, non può penfare che la Repubblica, facendo quello che le torna bene nel proprio, le contravvenga: aggiun- fe che in ogni pace Aabilita trà due Principi dopo una guerra, h con- viene che i fudditi poflano dimorare, e negoziare liberamente, non ad efclufione de’daz), ma bensì sì efcludono le violenze le oAiliià , e im- pedimenti ch’erano ulatt prima, durante la guerra, e non fi leva, o rìArin- ge l’autorità, nè dall’uno nè daU’altro Principe, nè in terra, ne in mare. Alla clùarezza, e forza di queAo dilcorld rcAarono così lotpefi gli AuAriaci mirandofi Tun Taltro, che il Chìzzola giudicando non else- re ncccfsario fermarfi più in ciò, pafsò alla pruova del capo prefuppo- fio che la Repubblica abbia il dominio del mare, e dìise; Efsere verif- fima la propofizione che il mare è comune, e libero, ma non altri- menti di quello che fi dice ie vie pubbliche elsere comuni, e libere: il che s’intende, che non polsono etscr ufurpate da alcuni privati per loro proprio fervizio, ma rcAino alfulo di cialcuno;non però libere sì, che flon fieno lòtto la protezione, e l’ imperio del Principe; che ognuno pof- ià far in quelle liberamente tutto quello che gli piace, a dritto, e a tor- to; che tal licenza, e anarchia è abborrita da Dio, c dalla Natura, così in Mare, come in terra: che la vera libertà del Mare non el'clude la protezio- ne, c fupcriorità di chi lo nunticne in libertà; nè la foggezione alle leggi di chi ne ha l’imperio; anzi ncccAariamenic le include; che tanto U Ma- re, quato la terra è foggetto ad elser divifo trà gl' uomini, e appropriato alle Città , a’ Potentati ; il che, già ordinato da Dio nel principio del ge- nere umano come cola naturale , fu anche molto ben conofciuio da AriAotile quando diAc che alle Città marittime il mare è territorio, perchè da quello cavano l' alimento, e la difcla: cofa che non potrebbe elTere, fe non fofle loro appropriata parte di effo, non altrimcnte che al modo, come fi appropria la terra, la quale è divila trà le Città, non in partì uguali, nè proporzionate alla loro grandezza, ma quanto hanno potuto dominare, e guardare. Berna non è la maggior Città deU’Elvczia, e pure hà tanto territorio, quanto le altre dodici inficme, c la Città di Norimberga, molto grande, appena efee col territorio fuori delle mura. La Città di Venezia molti anni è vifiìuta lènza punto dipofiènìone in T0mo II, Hh 2 terra 144 STORIA lena ferma. In mane parimente alcune Citt^ di molta fona, e vitti hanno occupato molto mare; altre di poche forze fi fono contentate delle proflime acque; nè Inno mancate di quelle che, (ebben maritti- me, avendo alle fpalle terra fertile , fi lono contentate di quella, fenza ulcir in mare; altre che, impedite da pii potenti, fono fiate coftrette ad afienerlene,- per le quali due caule una Cittì, febben marittima, può Aare fenza poOédcr mare. Aggiunfe che Dio ha ifiituiti i Principati per mantenere la giufii- zia ad militi del genere umano : che quelli fono nccelfarj cosi in ter- ra, come in mare. Che San Paolo dille per quella cauta eflère debi- te a’Principi le gabellee contribuzioni.- che larebbc una gran firavat ganza lodare le terre guardate, regolate, e difefe, e biafimaie ciò nei mari. Che fe qualche mare ^r la fua ampiezza, ed ellrema lontanan- za dalla terra, non può eflere protetto, e governato, quella è pena del genere umano, Cccome è anche, che vi fieno difetti cosi grandi in terra, che neflimo pollà proteggerli, come nei fabbioni di Affrica, e in molti luoghi immenfi dell' Atlante . E ficcome è dono di Dio che una terra fia colle leggi, e colla forza pubblica retu, protetta, e go- vernata, cosi il medefimo avviene in mare ; che furono ingannati danna grolla equivocazione quelli che diisero , la terra per la fua llabilià poter elser dominata, ma non il mare, per efser elemento inconllan- te, ficcome nè anche l’aria; imperocché, fe pel mare, e per l’aria intendono tutte le parti di quegli elementi fluidi, certa cofa è che non polsooo eÈere dominate, perxJtè, mentre fi fervono gli uomini di una parte, l’altra fcorre.- ma quello avviene anche a’Fiumi, che non pof- lono elsere ritenuti. Quando fi dice dominar il mare, overo il fiu- me, non s'intende l'elemento, ma il fito dove quelli fono polli . Scor- re ben l’acqua dell’Adriatico, e non può efsere ritenuta tutta,- ma il mare è l’illefso, ficcome il fiume; e quello è quello che flhfoggetto alla proiezione de' Principi. Interrogò gli Aullriaci, fc la pretenlione loro era che il mare fot fe lafciaio fenza protezione , ficchè ognuno potelse lare in elso , e be- ne, e male, corteggiarlo, depredarlo, e renderlo innavigabile? que- llo efser tanto firavagante , ch’egli voleva per loro rifpondere che nò.- adunque conchiufe che per necefsaria confeguenza la Maellh fua voleva che fofse guardato, protetto, e 'governato da quelli a’ quali toccava per dilpofizione divina: ma le cosi era, ricercò, fc loro pa- reva ginfta cofa che quelli tali lo facelsero con fola loro fatica, loro fangue, e loro fpefe; o pure che vi coniribuifsero quelli che ne go- devano frutto? A quello anche rifpofe per loro, eh’ è troppo chiara la dottrina di San Paolo, per non alleare la Gmrifprudcnza , che tutti i governali, e protetti fono obbligati alle contribuzioni, e ga- belle. Adunque conchiufe che, fe la Repubblica è quel Principe a cui appartenga dominare, e prot^ere l’Adriatico, fegue neccefsaria- mcnie che chi le navin debba Ilare foggetto alle fuc leggi, non al- trimenti che a quelle «Ila rcgioiie ttrrellre chi tranCta per quella. Pafsò allora a moflrare che quefio dominio da immemorabil tempo era della Repubblica, e fece leggete da una raccolta i luoghi di tren- ta Giureconfàlti , che dal ijoo. fino all’eth fua parlarono del domi- nio della Repubblica fopia U mare, tome di cofa notilIima,e imme- mora- Digilized by Coogle DEGLI USCOCCHI 145 morabile ne' loro tempi , difcendendo alcuni fino a dire che la Re- pubblica hb dominio di eflb non meno che della Citth di Venezia; dicendo altri che l’Adriatico i il territorio, d il diftretto di quella Cit- tb, facendo menzione della legittima podeltti fua di lUtuire leggi alla navigazione, e d’imporre dazj a’ naviganti; e foggiunlè ch'egli non fi raccordava di aver veduta alcuno che diceflè in contrario; e rivoltoG al Rapizio, dilTe che, s’egli non voleva credere a quegli Scrittori i quali attcllavano, che il mare foOé de' Veneziani, poffeduto da imme- morabile tempo, precedente la loro eth, perche non lo provavano, non però poteva negare di riceverli per telUmonj di quello che nel loro tempo vedevano; e averli per fuperiori ad ogni eccezione, efièn- do uomini famofi, e che, da tanto tempo morti, non fono interelTa- ti nelle cofe prefenti, e per 150. e più anni corrono dal più vecchio degli allegati all'ultimo, teda per l’attellazione. loro provato che giù più di unti anni la Repubblica hh dominato il mare, e per ciò non poterli negare l’immemorabile poflelTo al prefente. Indi rivolto a’ Giudici, li pregù che fopra le autorith allegate afcol- talTera una fua breve coqfiderazione, la quale lafcierebbe Toro com- piutamente impreflà la verith. Ponderò prima, che febbene alcuni de’ recluti luoghi parlano con parole generali, dicendo, il mare de’ Vene- ziani, non efprimendo quale, e quanto quello fia, altri però lo Ijpeci- ficano, ufando il nome di Golfo, e altri con termine più erpreluvo, dicendo l’Adriatico, che fpecifica non loia il fito, ma anche la quan- tità del mare poffeduto; e con quelli che parlano più cfprellàmente modrò doverfi dichiarare quelli che in termini più generali fcrivono, conforme al comune precetto, che co’luoghi chiari conviene illumina- re gli ambigui. Confiderò apprefib che il varùi parlare di quei Dot- tori, facendo derivare il dominio della Repubblica in mare, chi da preferizione, altri da fervitù indotta, e alcuni da privilegio, è nato, perchè, ficcome erano inrormaiiRlmi del poOeflb, ed efercizio di quel- lo che vedevano, e udivano ellèrc dato l’ideflb da tempo immemora- bile; cosi, fcrivendo in quella materia, non ad idanza d’ alcuno, ma di proprio moto, e per forma di dottrina, ciafeuno giudicò erprimcre meglio il titolo, chi con un termine, chi coll’altro, fenza curarli di ufare il foln, vero, e proprio, come avrebbono fatto, dove fofl’ero dati condotti a fcrivcre per interede di alcuno; nel qual cafo i Con- fultori fono fempre conformi, ricevendo daU’intereffato la medefima idruzione. Soggiunfc che però quella varictb non diminuifee punto la fede, anzi faccrefee, come Sant’Agodino dice, parlando della diver- fitli che trù i Santi Vangelidi s’odcrva; perchè dal modo diverfo, ufato da que’ Scrittori, può redare ognuno certificato che nefliino di elfi ha fcritto nè pagato, nè pregato; ne’ quali cafi non lì farebbono partiti dall’tinico modo, dall’ interede loro preferitto.- anzi da chi ben efitmina, vcderfi tiù quei Dottori una mirabile concordia in queda unica, e lineerà veritù; e che dopo la declinazione dell’ Imperio Co- daniinopolitano , ritrovandoli 1 ’ Adriatico per più anni abbandonato ( come anche molte Ifole, e Cittù di quello Stato ) in modo, che redava non cudodito, c lenza protezione, e governo di Principe al- cuno, c fodit la giurifdizione di neduno, fu dalla Repubblica, per ri- cevere il fuo vitto da quello, codretta a mantenerla netto, prelò fot- ta la ^^6 S T ORIA. to* la fua protezione, acquiilatone governo, e dominio nel modo in cui per diritto naturale, e delle genti le terre, i mari, e le altre co> le che non fono lotto il dominio di alcuno, diventano di quello che prima le occupa; colla qual ragione furono fondati i primi Imperj, COSI in terra, come in mare; e alla giornata le ne formano de’nuo> vi, quando alcuno, per la vecchiezza, e per li vizj, indebolito, man> ca di forze, e cade. £ in quella cudodia, e in quel governo del ma- re cos'i acquidato, la Repubblica s"è andata avanzando con potenti e fempre maggiori armate; con fpefa di molti teforì, e con profufìo- ne di molto languc de’ tuoi Cittadini, e fudditi, continuando lenza in- terruzione in colpetto di tutto il Mondo rincominciato domìnio, e cudodia, e fuperando, e rimovendo tutti gl' impedimenti che in prò- grelTo, o da Pirati, o da Potentati, cos\ d’Italia, come dalfoproda riviera, le furono in diverfi tempi eccitati. Soggiunfc che ì Profcflbri del parlare con erquifui termini di gìurifprudcnza non codumano dire acquidato per conluetudine, falvo che il poter valerfi di quello che de jtrrc civili è pubblico ad alcun ufo privato, fenza impedimento dcirunivcrlàle, come di pefcarc nel fiume fenza impedire la naviga- zione; con tuttociò nem impropriamente fi dar^ anche titolo di con- fiietudine, dove lark acquidato, e continuamente tenuto in protezio- ne e dominio, un didretto, o terredre , o marittimo, abbandonato, c da neduno pofleduto, come Bartolo, Baldo, Cadrò, e altri alTegna- no. Ma bensì per virtù di prclcrizionc non poterfi dire propriamente pofTcduto, fé non quello di cui colf ufo fia dato un’altro IpogUato; il qua) titolo non cade in quedo luogo, poiché la Repubblica non hù ipogliato alcun poflcflbre del mare, ma l’ha acquidato, ritrovandolo abbandonato, e lenza Padrone, o podeffore; poterfi però dire in certo modo prefcrizionc, come fe un Falcone, abbandonato dal Padrone, e inlelvatichito, poi da un'altro prefo, fofle addomedicato, e per lungo tempo nodrito; lebbene non propriaaittnce , però non inconvenicntemen- te d*rebbc codui d’ averlo prelcritto. Similmente la proprietà di par- lare non ammettere Tufo della voce, Servitù, fe non quando al pro- prio territorio è acquidato alcun particolar ufo in quello del vicino, il quale però redi Padrone del fuo: in quedo fenfo U Repubblica non ha indotta fervitù nel mare alla lua Cittù, perche non vi ha acqui- dato foio un ufo l'peztale, redando il dominio ad altro Padrone; ma vi ha aflunto l’intero, c totale dominio di quello ch’era abbandonato, nè da alcuno governato, o dominato.* poterfi nondimeno, per certa projxirzionc , chiamare lervitù , in quanto la Repubblica è data codrct- ta ad adlimcrc quel totale dominio, e governo per fervizio della fua Citr\, che nè aveva bifogno. Qiianio a privilegio, ceru cofa edere che qui non può avere luogo alcuno, poiché non vi era all’ ora chi lo potefTe concedere. L’imperador Occidentale in nedun tempo mai vi ha avuta podedk, nè autorità alcuna; nè i Principi in Occidente vi hanno avuta alcuna giurildizionc, o lupcriorith, tanto meno pote- vano darla ad altri. In Oriente queirimperadorc, per non avere for- ze da tenerlo, gii l’aveva abbandonato, e perciò fpogliatofi di ogni forta di podedi, c di quella podèdìone, che avvede potuto ritenere coir animo, ne fece cedione nelle paci, etranfazioni fuccede pofeia tri queir Imperio', c la Repubblica. Con tutto ciò i Giureconfulti Italia- Digilized by Google DEGLI USCOCCHL147 oi, come profeflbrì del jus CefareO) e giurati nelle parok di qudloi dcvotiflìmi della Maedà Imperiale^ come fc ancora regnafle Augudo) overo Antonino, G fono sforzati con ogni eftorGonc di verificar neU* Imperador Occidentale quel detto.* Imperata tft Dimtinm Mtindi^ il quale fino in quel tempo, quando Ga pronunziato, non era vero in , una centefima parte del Mondo, e al prefente non è in alcuna confi* derabile proporzione/ e mentre vogliono far onore alflmpecidore, e dargli con parole quello che nè bk, nè può avere, non fi guardano dalla firavaganza di parlare: e ficcome diflero che neflun Rè pofiede Stato alcuno legittimamente , fé non per concefiione Imperiale, diflero ancora che la Repubblica pofledeva il mare per privilegio deirimpera- dore. Mli ben apparifee in che fcnlb fu da loro detto, poiché neflu* no di elfi vuole che vi fia intervenuta mai conceflìone; ma chi lo fi- gura privilegio prefunto dalla immemorabile pofleflìone; chi interpre- tativo dalla feienza, e pazienza deiflmperadore, che vuol dire tanto, che fe diceflero che i Rè Crifiiani pofleggono i loro Regni, e la Re- pubblica poQ'ede TAdriatico cosi legittimamente pel titolo del loro ac- quifio, come fe que' Regni, e quel mare foflero fiati deirimperadore, e da lui a quei Principi, c ad efla Repubblica conceduto. Cosi fi di- latò il Chizzola rpaziofamence in parlare de'Giureconfulti, per eflèrc campo di Tua proteflione; e conchiufe poter ognuno refiar certificato, che cosi in fatto, come in ragione) coll' autorità di quei Dottori era- no pofii fodi fondamenti alia caufa che difendeva. Indi al tefiimonio de’Giureconfulti aggiunte gli Storici, i quali nar« rano che la Repubblica già più di 300. anni rifcuoceva dazj da’ navi- ganti, e teneva barche armate in guardia con ordine di far andar i NavUj a Venezia; tefiificando che continuamente dopo fino al tempo loro fi fcrvò i’ificflb; ma fopra le loro attefiazioni non fi fermò mol- to, dicendo che ficcome fono buoni tefiimonj de i fucceflì occorrenti , cosi, quando fi tratta di provare le ragioni de'Principi, o de’privatt, convien valerfi di fcritture autentiche, e ufar gli Storici con gran dii- crezione; eflendone alcuni mofli, chi da amore, chi da odio, e da fperanze ancora, che li cofiringono ad ufare adulazione, ovvero iper- Mi, fopra le quali non fi può fare fodo fondamento. Portò ancora l’atto del Concilio generale di Lione nel 1274. dove l’Abbate di Ner- vefa, delegato dal Pontefice in una pretenfione degli Anconiuni, d« avere libera navigazione, fencenziò che la dimanda fofle rigettata, e che i Veneziani non foflèro molefiati nella difefa, e protezione dell* Adriatico da’ Saraceni, e Pirati, ne foflero turbati nella pofleflìone loro d’efigere i diritti delle gabelle, e de’noli. Aggiunfe il Chizzola, non eflervi memoria quando primieramente fbfle fiata creato in Venezia un Capiuno di Golfo, perchè nel 1230. fi abbruciò la Cancellerìa colle memorie di tali elezioni: mà da quel temp
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