Luigi
Speranza – GRICE ITALO!: ossia, Grice e Bovio: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale del linguaggio – l’animale parlante – homo symbolicus – un
tono, una figura – scuola di Trani – filosofia pugliese -- filosofia italiana –
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Trani). Filosofo
pugliese. Filosofo italiano. Barletta-Andria-Trani, Puglia. Grice: “You’ve got
to love Bovio; he has a stamp, I don’t. My favourite is his piece on
‘linguaggio,’ on the implicature (plural of implicatura) of the ‘animale
parlante’ – ‘un tono, una figura, …’ – But he also philosophissed fascinatingly
on ‘La lotta,’ which is a bit like my model of conversation as a competitive
game.” politico italiano, sistematizzatore dell'ideologia repubblicana e
deputato al Parlamento del Regno d'Italia. La casa natale di
Giovanni Bovio a Trani Giovanni Scipione Bovio nasce a Trani da Nicola Bovio di
Altamura, impiegato, e Chiara Pasquini. Autodidatta, pubblica Il Verbo
Novello, un poema filosofico scritto con intonazione enfatica. Fra i suoi
scritti si ricordano la Filosofia del diritto, il Sommario della storia del
diritto in Italia, il Genio, gli Scritti filosofici e politici, la Dottrina dei
partiti in Europa, i Discorsi. Sotto il Ministero Minghetti, ottenne il
pareggiamento della cattedra di Storia del Diritto all'Napoli e, consegui la
libera docenza in Filosofia del diritto. Bovio fu anche deputato alla
Camera: nel 1876, con il subentrare della Sinistra costituzionale alla Destra,
fu eletto nel collegio di Minervino Murge. Il suo atteggiamento, diversamente
da quello dei suoi compagni che condividevano l'idea repubblicana, non fu
incline all'astensionismo. B. sposò a Napoli Bianca Nicosia dalla quale
ebbe due figli, Corso Bovio, così chiamato in onore agli italiani di Corsica
sottomessi al dominio francese e Libero Bovio, poeta ed autore dei testi di
molte celebri canzoni napoletane. Libero Bovio, a sua volta, fu il nonno
dell'avvocato, giornalista e docente Libero Corso Bovio. Napoli fu la sua città
di adozione, dove morì. La città gli ha dedicato una piazza, che i napoletani
continuano però a chiamare con l'antico nome di Piazza Borsa. La città di
Firenze gli ha dedicato una strada. La città di Piombino gli ha intitolato la
piazza sul mare più grande d'Europa, Piazza B.. La città di Teramo gli ha
intitolato un importante viale. La città di Terni gli ha intitolato un intero
quartiere che comprende tutta la zona est chiamato, appunto, Borgo Bovio.
«(Napoli) In questa casa morì povero e incontaminato B. che meditando con animo
libero l'Infinito e consacrando le ragioni dei popoli in pagine adamantine
ravvivò d'alta luce il pensiero italico e precorse veggente la nuova
età.» (Epigrafe di Mario Rapisardi) Il pensiero Targa in memoria di Bovio
nella piazza di Napoli a lui dedicata Passo Corese: targa, con testo
attribuito a B., dedicata a Garibaldi B.
era sostanzialmente contrario alla monarchia. Come ideologo repubblicano, B.
ebbe il motto "definirsi o sparire": palesò insomma ai repubblicani
l'esigenza urgente di un'impostazione non confusa e non settaria, di una chiara
direzione che spinse poi i repubblicani a definirsi in partito di moderno
tenore. B. stabilì per il Partito
repubblicano nessi e prospettive nazionali ed europee. Egli considera la
monarchia come l'attuale realtà italiana. Ne segue che la repubblica è utopia,
e B. si dichiara utopista. Nel suo pensiero la monarchia cadrà, proprio quando
dovrà risolvere il problema della libertà. Serve comunque un lungo periodo
perché la situazione monarchica si deteriori. Colma evidentemente di
determinismo, la sua filosofia si definiva come naturalismo matematico.
Differentemente dalla teoria socialista, B. riteneva che il nuovo Stato a
venire avrebbe avuto una "forma storica", non potendo dimensionarsi
unicamente sulla base di azioni economiche. B. introduceva dunque una
concezione formale dello Stato, che si sforzò di divulgare anche presso i ceti
operai. Fu molto considerato anche a Matera dove non si dimenticava
peraltro che nella locale "scuola detta regia, fondata da Tanucci, libero
pensatore dei tempi suoi, quando era libertà contrastare alle pretensioni
papali, fu insegnante di letteratura e di diritto B., il quale intese queste
dottrine nella libertà e per la libertà. Quell'insegnamento fu seme fecondo, e
dalla sua scuola venne fuori la nobile schiera dei martiri, i cui militi
rispondono ai nomi di Firrao, Torricelli, Mazzei, Cufaro, Santoro, Passarelli,
Malvezzi". A circa un anno dalla sua morte, nella "giornata più
adatta" come "il fatidico XX Settembre", gli intellettuali laici
materani con la loro associazione Torricelli tennero una solenne commemorazione
"per pagare un tributo di affetto e di riverenza al Grande, che ci fu
Maestro e ci amò di quell'amore di cui sono capaci soltanto gli educatori come
Lui" dice un oratore. E un secondo aggiunge che "la titanica figura
di quell'illustre profeticamente ci addita il sole dell'avvenire", per cui
il tributo di affetto al suo carattere fiero ed onesto è tanto più doveroso
"in questi tempi borgiani". Un terzo oratore, rivolgendosi al sindaco
Sarra, e nel consegnargli la lapide, lo invita ad additare "quel nome a
questi onesti operai per indirizzarli sulla via della dea ragione, scuotendo
così il giogo dell'oscurantismo e della superstizione, che li avvince e li
abbruttisce". Promessa che il sindaco Sarra non esita a fare, ritenendo
quel marmo "un severo monito all'indirizzo di tutti coloro i quali nulla
fecero e tuttora nulla fanno per strappare la nostra plebe dalla miseria, dalla
ignoranza, dalla superstizione, dall'abbruttimento secolare". Per la
precisione, la lapide commemorativa, scoperta quel giorno sulla facciata del
palazzo di giustizia, sarà tolta negli anni '30 per iniziativa della sezione
fascista (e gli incauti scalpellatori si riferiranno nell'operazione). B.
ebbe comunque anche l'esigenza di definirsi rispetto agli anarchici. La forma
repubblicana, scrisse, è a metà strada fra la monarchia e l'anarchia, vale a
dire fra l'ipertrofia dello Stato e la sua totale anarchica abolizione. Non a
caso, quando l'anarchico Bresci compì l'attentato contro Umberto I, B. invitò
tutti gli anarchici a desistere dalla violenza. In sostanza, un'esagerazione
utopistica tradotta in atti sanguinari (l'opera degli anarchici) avrebbe
prodotto un rafforzamento reattivo dell'autorità costituita, allontanando
proprio il momento dell'avvento della repubblica. Troviamo in lui un tentativo
di superare l'idealismo della metafisica idealistica e insieme con essa
l'approccio empirico del positivismo. Fondamentalmente B. introdusse in Italia
l'eco delle nuove correnti speculative nella filosofia del diritto. B. —
cittadino di spartana austerità — fra il mercimonio affannoso dei politicanti —
pensatore solitario — fra lo strepito di cozzanti dottrine — artefice possente
di stile — fra la pretenziosa nullaggine dei parolai — traversò impavido — le
torbide correnti del secolo — e ne uscì puro a fronte alta — con l'animo
illuminato — dalla fede confortevole — nell'ascensione perpetua del pensiero
umano.» (Epigrafe di Rapisardi) Bovio e la massoneria Bovio fu un membro
eminente della massoneria (raggiunse il 33º ed ultimo grado del Rito scozzese
antico ed accettato), così come lo erano i suoi familiari (suo padre Nicola,
suo zio Scipione e suo nonno Francesco Bovio). Iniziato nella Loggia Caprera di
Trani B. ne divenne oratore. Su invito della massoneria milanese, tenne a
Milano la commemorazione del centenario della morte di Voltaire. Nominato
membro del Grande Oriente d'Italia, di cui presiedette la Costituente. Eletto
grande oratore, e restò in carica fino alla Costituente. In Campo dei Fiori a
Roma, fu l'oratore ufficiale per l'inaugurazione del monumento a Bruno, voluto
dalla massoneria romana ed eseguito da Ettore Ferrari, che sarà gran maestro
del Grande Oriente d'Italia. Gran Maestro della Loggia Napoletana, candidato all'elezione
di Gran Maestro nazionale. In un'interpellanza rivolta al presidente del
consiglio e ministro dell'interno marchese di Rudinì a proposito dei
provvedimenti che aveva annunciato contro la massoneria, Bovio disse «La
massoneria è un'istituzione universale quanto l'Umanità ed antica quanto la
memoria. Essa ha le sue primavere periodiche, perché da una parte custodisce le
tradizioni ed il rito che la legano ai secoli, dall'altra si mette
all'avanguardia di ogni pensiero e cammina con la giovinezza del mondo»
Il centenario della Rivoluzione di Altamura Celebrazioni per il primo
centenario della Rivoluzione di Altamura (con B.) B. partecipò alle
celebrazioni del centenario della Rivoluzione di Altamura, durante il quale fu
eretto un monumento sulla piazza centrale di Altamura, che ancora oggi è
presente e che fu realizzato da AZocchi. Il padre di B., B., era di Altamura,
così come lo era suo nonno B., il quale insegnò diritto presso l'Università
degli Studi di Altamura. Nel suo discorso, B. esaltò lo spirito degli
altamurani e affermò che il concetto di libertà era stato sempre vivo nei loro
cuori. Anche grazie al fervore di idee dell'antica Altamura, dotti, nobili e
plebei altamurani si erano uniti tutti sotto l'idea di libertà ed erano pronti
a sacrificare le loro ricchezze, i loro titoli e persino la loro vita per la
libertà. Antenati e discendenti di B. Francesco Maria B.) nonno di B. professore
di diritto e lettere presso le Regie Scuole di Matera e l'antica Università
degli Studi di Altamura. Fu anche "giudice interino di pace" e
massone iscritto alla loggia "Oriente di Altamura". Difese inoltre la
Repubblica Napoletana, prendendo parte alla Rivoluzione di Altamura B. padre di
B. carbonaro (iscritto alla vendita "il Pellicano" di Trani) Scipione
Boviozio di B. carbonaro (iscritto alla
vendita "il Pellicano" di Trani) Corso B. figlio di B.- avvocato del
foro di Napoli e successivamente docente Diritto Penale Milano Libero B. figlio
di B. poeta e musicista B. nipote di B. avvocato del foro di Milano Libero Corso B. pronipote di B. avvocato,
giornalista e docente Matera contemporanea Cultura e società, Sacco, Basilicata
editrice Scirocco, B. in Dizionario
biografico degli italiani, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Gran Loggia. Massoneria e i suoi trecento
anni di modernità, una mostra ricorda i massoni protagonisti del Novecento Grande
Oriente d'ItaliaSito Ufficiale, su Grande Oriente d'Italia). Cordova, Massoneria e Politica in Italia,
Carte Scoperte, Milano Biografia di B. (con video GOI radio), su montesion
Gnocchini, L'Italia dei Liberi Muratori, Erasmo ed., Roma, Copia archiviata, su comunedipignataro. Morto
l'avvocato B., "principe" della difesa, in La Stampa, B., Teatro
morale dogmatico-istorico, dottrinale e predicabile, Roma, nella stamparia di
Placho presso a San Marco, B., Teatro morale dogmatico-istorico, dottrinale e
predicabile. Tomo secondo, In Roma, per Filippo Zenobj stampatore, e
intagliatore di n.s. Clemente XII, incontro il Seminario Romano,
Repubblicanesimo Partito Repubblicano Italiano Piazza Giovanni Bovio (Napoli)
Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana,. Opere di Giovanni Bovio, su Liber Liber. Opere di B., su openMLOL, Horizons Unlimited
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Istituto dell'Enciclopedia Italiana, giovanni-bovio. Alfonso Scirocco, B. in
Dizionario biografico degli italiani,
Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Filosofia Politica Politica Categorie: Deputati della XIII
legislatura del Regno d'Italia Deputati della XIV legislatura del Regno
d'ItaliaDeputati della XV legislatura del Regno d'ItaliaDeputati della XVI
legislatura del Regno d'Italia Deputati della XVII legislatura del Regno
d'Italia Deputati della XVIII legislatura del Regno d'Italia Deputati della XIX
legislatura del Regno d'ItaliaDeputati della XX legislatura del Regno d'Italia Deputati
della XXI legislatura del Regno d'Italia
Filosofi italiani del XIX secoloPolitici italiani Professore Trani Napoli Repubblicanesimo
Massoni Mazziniani Politici dell'Estrema sinistra storica Politici del Partito
Repubblicano Italiano Studiosi di diritto penale del XIX secolo. Roma Utopista
non è chi sogna, m a chi pensa, e tanto più profonda è l'Utopia quanto più il
pensiero coglie la relatività dei tempi. Greca è dunque l'origine della utopia
é utopista tipico fu Socrate che osó primo al costume civico contrapporre la
missione individuale:– Io Socrate sono nato a liberamente filosofare e se cento
volte per que sto iofossi morto e rinascessi, tornerei a filosofare. Non pena
dun que mi è dovuta, ma il Pritaneo. Questo tentativo di ribellione
dell'individuo contro il cittadino,del l'individuo che osa pigliarsi un mandato
individuale che non solo valga il mandato civile m a ardisca riformare il
costume, questo è punito e, in quella natura di tempi,era veramente crimine di
Stato.Socrate anch'esso,come atterrito dal colpo ch'ei tira,sente che al
cittadino è dovuta l'espiazione individuale, e rifiuta ausilio, e si
apparecchia all'immolazione di sè non pure perché sente compiuta la sua mis
sione e non gli piace vivere superstite a se medesimo, ma perchè vuole
grecamente spirare:dum patriae legibus obsequimur.Che è quel l'ultimo pensiero
del Gallo,che, rimosso il lenzuolo dalviso, ei vuole sacrificato ad Esculapio?
Vuol finire sul letto del carcere come fosse alle Termopili, e vuol morire con
religione e costume attico come a punizione di alto trascorso individuale.
L'individuo fu Socrate fi losofo; il moribondo è l'atenieserassegnato: ma il piùgrandeèque
sto, che proprio questo ateniese punisce quell'individuo e non gli dà scampo.
Pericle non potè salvare Anassagora; Socrate non vuole sal vare se stesso.
Quando gli Dei patrii percossi dalla riflessione socratica supina rono
sull'Olimpo muto, Epicuro sorridendo gitto sopra di loro un gran panno funereo
e si rallegrò coll'uomo liberato dai divini terrori. Però quel panno che
Epicuro gittava sull'Olimpo copriva tutta la Grecia; giacché quel panno che
soffocava la lotta semi-divina era indizio della missione greca già finita.
Perciò Epicuro la scia i giar dini greci, le dolcezze e i profumi
arcadici, e se ne viene nel Foro romano, e siede e sentenzia e giudica e genera
di sè due uomini diversissimi, ORAZIO e LUCREZIO, o da Orazio poi il tipo di
Munazio Planco e da Lucrezio quello di Papiniano. Sono troppe cose che io dico
insieme, delle quali molte non dette ancora e nondimeno prova bili non pure con
la forma del discorso,ma col testimonio dei fatti, Cicerone, vedendo
Epicuro alle porte di Roma, cerca fulminarlo col medesimo effetto onde Pio IX
fulminava il soldato italiano ve nuto innanzi a porta Pia.Erano saette sine
ictu.Epicuro sorride dei fulmini di Cicerone come di quelli del Giove greco ed
entra in Roma e prende Cicerone per mano e segretamente sel fa suo. Ma, appena
entrato in Roma, Epicuro prende la natura del Giano latino, si fa bifronte, ed
una sua faccia è quella di Orazio, l'altra di Lucrezio. Or come avviene codesto
miracolo? Miracolo no:è la dialet tica del sistema epicureo che ha questi due
lati. L'uno dice cosi: La vita è brede; di là non si continua; dunque godiamola
di pre sente.La morte ci colga quando possiamo gittarle infaccia la scorsa del
pomo della voluttà, tutto premuto. L'altro dice cosi: La vita è breve; di là
non si continua; osiamo dunque eternarla con un'opera degna della immortalità
della fama. Perchè tentare la turpitudine se nel punto di asseguirla la morte
può spegnermi? Ecco le due fronti di Epicuro, che sulla porta di R o m a assume
forma gianesca. L'una è di Orazio: Vitae summa brevis nos detat spem inchoare
longam. Di lá non v'è vita: Non regna vini sortiere talis. La conseguenza ch'ei
porge all'anima tua è sempre una: Carpe diem quam minimum credula postero.
Questa illazione può signifi carsi con un grugnito del porco epicureo. L'altra
è di Lucrezio: Omnia migrant, Omnia commutat natura et dertere cogit. Dalla
quale migrazione eterna dell'essere deriva il summum crede nefas. Importa sol
consegnare integra la lampa della vita alle generazioni sopravvenienti. Da
Orazio nasce Munazio Planco, prima Cesariano, poi Pompeiano, poi repubblicano,
poi di Antonio e di Cleopatra, poi cortigiano di Augusto e sprezzato da tutti:
tipo del galantuomo di Guicciardini; e fini nella sua villa di Tivoli come
Guicciardini nella solitudine di Arcetri. Da Lucrezio nasce il tipo del
giureconsulto, Papiniano, che intese il dritto come bonum aequum, e non volle
in Senato difendere un imperatore fratricida e piuttosto che l'onore volle
lasciare la vita. Morendo,come avea sentenziato,provvide all'immortalità della
fama. Cosi abbiamo dalla medesima scuola il porcus de grege Epicuri, c de
acie Epicuri miles. N è questo doppio tipo fu smarrito nel p e riodo del
risorgimento, quando dopo la scolastica platonica e aristo telica si riaffacció
l'epicureismo: dall'una parte si ebbe il Pontano cantore della voluttà,
dall'altra il Cavalcante cercatore austero, tra i sepolcri, della immortalità
della fama. Da Epicuro il mondo romano prende il senso della positività, ed è
però mondo di prosa non di arte, con missione giuridica, con lingua giuridica,
con monumenti, storia, tradizioni giuridiche. La Grecia ci ha tramandato due
insuperabili documenti, la tragedia epica e la tragedia filosofica, l'Iliade e
il Fedone; Roma il Corpus juris, con due potenti compagni, l'epigrafe e il
responso. Quanto all'epigrafe, specie sintetica di letteratura, nessun altro
popolo nė lingua ha il quarto della maestà e rapidità dell'epigrafe latina, nata
rebus agendis. Onde nazioni nordiche e neolatine e transatlantiche pigliano
ancora, e avverrà per lungo tempo, da Roma antica l'epigrafe e il responso. E
la più bella dell'epigrafi ha contenuto epicurco e giuridico: « Et creditis
esse Deos?» la tomba negata a Catone e a Pompeo è superbamente data ad un mimo!
Se gli Dei sono ingiusti, gli Dei non sono. E le epigrafi più solenni nascondono
certa finezza d'ironia epicurea nel senso giuridico. L'epigrafe latina è
solenne, perché è breve come il responso. Questa rapidità di percezione è dalla
lingua istessa giuridica per eccellenza, imperativa e, se m'è lecito a dire,
dittatoria: onde l'epigrafe è quasi sempre responsiva cioè di senso giuridico,e
il responso è sempre epigrafico. Ed in Roma e possibile il tipo del
giureconsulto, dell'uomo cioè che ha l'intera percezione del dritto, rapidamente
e propriamente la significa e sa comandarla a sè stesso prima che agli altri. È
tipo raro, tutto assorbito dalla meditazione etica, che traduce nella parola e
nel fatto. Roma n'ebbe pochissimi e assai più pochi ne fiorirono in tempi
posteriori. E quando oggi odo chiamare giureconsulti alcuni legisti meno che
mediocri dico che o le parole non s'intendono o sono stravolte dall'adulazione.
Quando la lingua latina canta di amore a me pare, senza esagerazione, udire il
Ciclope favellare a Galatea. Non è qui la sua forza, la sua missione, il suo
contenuto storico. Dica rapidamente il dritto, dica il fatto. Il responso e
l'epigrafe, questo è il gran contenuto della letteratura latina, questo è suo
proprio, è originale, è collatino, oso ied « Quid quid praecifus, esto
brevis, ut cito dicta Percipiant animi) dire: il rimanente é preso di qua o là
e porta il mantello peregrino. Ed ha tre uomini sommi, Lucrezio, Papiniano e
Tacito. Lucrezio non ha cantato un poema, nè si dà al mondo poema didascalico, ma
ha dato l'esposizione epicurea della natura, la cui Venus non viene da Milo ma
dal Foro e può somigliare ad Astrea. Papiniano ha dato il più alto responso,
nel quale è la sintesi della missione latina e lo ha suggellato, come dovea,
con la morte. L'olocausto di Socrate ci mandò la tragedia filosofica che è
greca. L’olocausto di Papiniano citramanda la tragedia giuridica che è latina. Perchè
dopo il Nerone e la Messalina non cantare anche questa che è più solenne? La
storia di Tacito suona sulle rovine imminenti dello stato latino come la
serventesi dell'ultimo degli albigesi. Tacito è fosco come la sera
nebbiosadiuna grande giornata; è riflessivo come chirasenta le rovine; è triste
come chi cerca una virtù ch'ei sa di non trovare. Perciò ei ritrae Tiberio
assai meglio che Tiziano non ritragga Filippo II, ma dove pinge la virtù non è
pittore molto ispirato. E grande col pen nello onde lo Spinelli ritraeva Satana.
Ma se gli dai la tavolozza di Raffaello ei te l’annacqua. Lucrezio, Papiniano e
Tacito sono tre che si somigliano nella forma di concepire e nella rapidità
scolpita della espressione. Tacito, che. segna la decadenza e lavora come il
Sisifo di Lucrezio, qui semper victus tristisque recedit, spesso ti accusa la
maniera e quando è breve, quando è corto; ma è l'ultimo de' grandi romani. Chi cerca
la grandezza del pensiero latino fuori di questi, e vuol trovarlo o nei la
menti di Properzio e di Ovidio, o nel citiso di Virgilio e nelle primavere di
Orazio, o pescarlo nel bicchiere di Catullo, o spiccarlo dagli orli della toga
di Cicerone è come chi cercando l'anima del trecento,invece di volgersi a Dante
e a Boccaccio, la spia negli occhi estatici di Caterina da Siena o nel cipiglio
di Passavanti. In questo teatro giuridico, che è il mondo latino, ilcontenuto
della lotta si trasforma e di semidivino diviene pienamente umano. Qui non han
luogo cause per divinità. Qui Lucrezio può vuotare il Pantheon che accoglie
indifferentemente tutti gl'Iddii per vederli indifferentemente sfatare dal
sistematore della Natura. Lucrezio morrà non per accusa di Melito, di Anito, di
Licone; ma morrá se gli piace, di sua mano, se il destino dell'uomo gli parrà
troppo somigliante a quello di Sisifo. Allora la Venus genutrix gli si muterà
in Venere Libitina, ed egli userà della vita secondo quello che gli parrå suo
diritto. Io non credo all'aconito; credo suicida Lucrezio, e questo suicidio
proprio di forma romana, come quello di Catone, cioè per ius necis etiam
in se. Questa lotta umana, iniziata non compita in Roma, questa che è
tutta e sempre lotta civile dal ritiro della plebe sull'Aventino sino ad
Augusto, qui omnium munia in se trahere coepit; questa epopea tutta latina non
trovabile in Virgilio ma un frammento Ciò significa: Il mondo greco, cominciato
religiosamente, finisce nella irreligione di Epicuro; il mondo romano pieno
della dotta ir religione di Epicuro, finisce nel mistero cristiano. Come sia
avvenuto questo fenomeno chiariremo nella nostra lezione intorno a Cristo.
Questo vien chiaro di presente, che ilcontenuto giuridico in Roma non può
porgersi come ius civile abstractum, ma come primo sentimento di equità, onde
sigenera il Pretore, istituzione profondamente etica, ignota anche questa alla
Grecia, e urbano e peregrino, e il cui fine è sempre l'aequitas, affinchè il summum
ius, non diventasse summa iniuria o summa malitia. Quindi il placito del
giureconsulto nella costituzione delle leggi. In rebus novis constituendis
coidens esse de bet utilitas, ne animus recedat ab eo jure, quod diu AEQUUM
visum est (Fideicom L. IV.). Chiaro è che l'equità costituisca la misura del
dritto; che questa equità lungamente saggiata, traducendosi in dritto, genera
l'utile sincero; e che questo utile debba essere evidente ai popoli nella
costituzione delle leggi. Quindi l'iniquum erat injuria. Quindi l'aequitas appo
i latini non è il concetto volgare che ci viene da Ugone Grozio, è l'assoluta, continua,
ascendente correzione del dritto civile, cioè del dritto greco; e però cosi
coloro che veggono pura medesimezza del dritto greco e romano, quanto quegli
altri che continuano a favoleggiare intorno alla origine greca delle XII tavole
mostrano ignorare la differenza delle due storie, dei due popoli, delle due
lotte, delle due civiltà. E iltesto canta chiaro. Ius praetorium adiuvandi, del
supplendi, vel CORRIGENDI iuris civilis gratia est introductum,propter
utilitatem pubblicam. Che è quel ius civile bisognoso di correzione? È quello
appunto che in Roma patriziato il tribuno per una certa equa partizione
di cose e di ufficii, e genero, ignoto alla Grecia. L'altro tra l'individuo per
una certa equa emancipazione ignoto alla Grecia. dell'individuo il rimanente in
Tacito, ha due periodi principali: l'uno tra plebe e e la comunanza, e genera
Spartaco, Livio e La plebe fu vendicata da Mario e più da Cesare che se
oppresso il tribuno era segno che non v'era più patriziato sovrano ed operoso.
Spartaco, sopraffatto da Crasso e da Pompeo e morto nella pienezza della sua
protesta, trova poco dopo più grande vendicatore, Cristo. comincia
a parere summa injuria, la cui correzione costituisce l'istituto pretorio, che
è tutto romano, il cui programma si assomma nella sentenza. Placuit in omnibus
rebus praecipuam csse iustitiae ac AEQUITATIS quam stricti juris rationem.Quello
stretto dritto è greco, è puramente civile, è quiritario, è aristocratico, e
trasmoda nell'ingiuria, o per violenza o per malizia, aut vi, aut fraude.
Quell'acquitas è la correzione pretoria, è la grandezza dello spirito latino,
che tutto si manifesta e dimora nella giustizia pretoria e urbana e peregrina. E
quell'aequitas deriva dalla lotta umana, cosi della plebe contro il patriziato
come del servo contro il padrone. Il ius civile e il risultamento della lotta
semi-divina. L’aequitas è il prodotto della lotta civile. Quella è greca, questa
è latina. Quella ha il suo fastigio storico da Socrate ad Epicuro, questa da
Mario a Spartaco. Quella è lotta filosofica, questa è giuridica. I canoni di
Epicuro sono l'orazione funebre all'Olimpo e però alla Grecia, la protesta di
Spartaco è il requiem al superbo ciris romanus. Insomma la gloria storica di Roma
non è il dittatore, nè il console, nè il senato, nè il questore, né
l'imperatore, e nemmeno il tribune; è ilPretore. Il suo editto è la sintesi dei
responsi; lo spirito dei responsi è l'equità. L’equità è il prodotto della lotta
umana. Questa lotta è ilcontenuto della civiltà latina. Con questo spirito
di equità torna agevole a Tacito descrivere il tiranno, scolpirlo. Volere
parendo di rifiutare, comandare parendo di subire, far tutto parendo di non
fare, questo è il tipo del tiranno, questo è il Tiberio di Tacito, rispetto al
quale gli altri tiranni venuti di poi sono volgari, ubriachi, troppo scoperti e
però troppo espo sti ad essere tiranneggiati. Tipico è questo Tiberio in
Tacito, come Aiace in Omero, come Ugolino in Dante, come in Otello in Sakespeare,
e non patiscono ritoccamenti di nessuna mano: chi si attenta a ri farli, sotto
qualunque altra forma, disfà. E in Roma fu possibile il ritratto del tiranno, il
pittore di Tiberio, perchè in Roma fu possibile il sentimento dell'equità, non
astratto, ma tradotto in ragione pretoria.Ne Riccardo III, nè Arrigo VIII, nè
Filippo II, nè Alessandro VI o Paolo IV ritrassero Tiberio. Vollero troppo, si
chiarirono troppo, furono troppo tiranneggiati. Ma il tipo, spento
individualmente, risorse collettivamente nella Compagnia di Gesù, che per 333
anni dilargò l'oligarchia nera sulla terra, parendo di non volere, di non
comandare, di non fare. Ma e il gesuitesimo tiberiano, e il cesarismo gesuitico
non possono essere tanto chiusi che il pensiero e la natura non
v'entrino. Fu però equità piena, sincera, spiegata questa di Roma, siche
la si trovi tutta adempita nella ragione pretoria? La lotta umana di Roma diede
per risultamento il dritto umano? In somma il dritto romano si continua a
studiare, a chiosare, ogni giorno in ogni parte civile della terra, perchè
effettualmente è l'ultima parola del dritto? L 'aequitas in omnibus spectanda,
quando non voglia essere un nome ma cosa, non un presentimento ma una idea, non
in somma una esigenza ma un adempimento, bisogna che si manifesti come
connessione ed equazione dei contrarii, ciod del genere coll'individuo, del
cittadino con la persona, affinchè ne risulti l'interezza dell'uomo. Ora questa
equazione torna possibile quando l'individuo si sia affer nato e contrapposto
al cittadino e abbia avuto nella storia tanto va La cosa sta in questi termini:
L'equitàs cientificamente intesa spetta: all'avvenire, che sarà la sintesi del
cittadino coll individuo per costruire tutto l'uomo: l'equità latinamente
intesa fu il transito dal cittadino all'individuo per costruire l'individuo. Il
transito non è la sintesi, è il semplice avviamento dall'uno al l'altro dei
contrarii, dall'azione alla reazione, dal bianco al nero, m a non è il
cenerognolo in cui l'uno e l'altro si fondono. Fu larva dunque di equità: e non
dimento anche come larva quel dritto è rimasto solenne, tipico nella storia,
come presentimento di quello che il dritto è destinato ad essere. Dunque nella
storia il mondo romano è l'esodo, il passaggio dal cittadino greco
all'individuo germanico. E in questo transito dall'uno all'altro dei contrarii
consiste, chi 30 -. ME evoluzione
quanta il cittadino se ne prese. Senza que stazione e reazione, o, come altrove
dicono, senza questa tesi e antitesi nessun'armonia finale e completiva,nessuna
sintesi piena e d u revole, Nessun equilibrio, nessuna equazione in somma è effettualmente
possibile: e se l'equità non è questa equazione, è ancora un sentimento
vuoto.Se ne deduce che Roma non poteva ancora nė ideare nè porgere la vera
equità giuridica, perché l'individuo non avea compiuto la sua reazione storica,
non avea dato tutti gl'istituti che dovevano nascere di sé, dalla sua antitesi
o contrapposizione al cittadino. Dove s'era fatta la storia dell'individuo,
l'autobiografia, per ché il Pretore potesse consapevole contemperare i
contrarii, connetterli, equilibrarli? Vedesi dunque che questa equità è
l'avvenire della storia non il passato; spetta alla giornata travagliosa dei
posteri non alla lotta civile di Roma.Or dunque è stata spuma d'acqua sonante
l'equità romana? Troppo sarebbe stato il rumore! consideri, l'universalità
dell'impero latino. Il quale perde la sua ragione di durare quando Cristo
compie l'emancipazione individuale. Ragioniamo brevemente di Cristo. Abbiamo
nel nostro linguaggio certe parole fulminatorie che vogliono significare una
gran fede e tradiscono l'ipocrisia di chi le dice; vogliono atterrire e
producono invece l'impressione comica delle scomuniche di un certo vescovo
provenzale sull'animo di Guglielmo IX, duca di Aquitania e conte di
Poitiers. questa, dopo la rinascenza, dettò a Galileo la riduzione delle
leggi della mente e della natura sulla pietra Lavagna; anche oggi questa
imponeva al Ferrari la riduzione de' periodi storici nel numero; e sempre
questa tornerà dopo le brevi soste o deviazioni del nostro genio. Anche nella
politica noi vogliamo misurato il nostro passo, e perd la nostra prudenza di
governo e di popolo fu compendiata felicemente non nel cunctari nè nel
festinare, ma in quel festina lente, che è la sintesi più mirabile e perfetta
del nostro carattere. Non è già che ad ora destinata non abbiamo le rivoluzioni
noi come gli altri popoli, m a i tremiti e le oscillazioni non le vogliamo, nè
vogliamo rifare il passo. A rovinare i pensatori alquanto più arditi sino al
1860 avevamo tre terribili parole graduali: protestantismo, panteismo, materialismo.
Oggi sono tre fulmini senza cuspide, e a sprofondare gli scrittori di
parte avversa, abbiamo sostituito a quelle tre altre parole terrifiche con la
stessa sacramentale gradazione: repubblicanismo, socialismo, internazionalismo.
Quelle tre prime parole suonavano una scomunica canonica, le seconde una
scomunica politica. Ma nessun furore biblico traspare dalla faccia rubiconda di
chi fulmina le prime o le seconde. Si voleva sino al 1859 perdere uno
scrittore, un libro, anche un'opera d'arte? Una parola ba stava: è panteista! Il
libro era proibito, l'autore sottoposto ad una o a più delle sette polizie, e
il critico con quella sola parola acquistava autorità e dispensa da ogni altra
confutazione. Oggi no: piùche I beni spirituali della celeste Gerusalemme si ha
paura di perdere le palpabili dolcezze della Babilonia terrestre, ed a scomunicare
un uomo, una dottrina, un pensiero, si grida la parola socialismo! e la
quistione è finita lì, come se tutti oggi, in un certo senso, non fossimo
socialisti, e come se oggi ci fosse al mondo un uomo, un cane, un rospo, una
formica, una molecola dove non sia arrivata a penetrare la quistione sociale.
Io ho udito nella camera un oratore dare del radicale al ministro più mite e
conservatore che, a udire accusa tanto strana, rise forte e tra se colato, come
volesse dire: Io! ... studio le costruzioni ferroviarie per muovere le
vaporiere non gli uomini. Ne rise tutta la Camera. Ma notò sin dove sale
l'ipocrisia del linguaggio. Sono, per contrario, parole privilegiate
estillanti santità queste altre: serietà, galantomismo, moderazione. Queste
parole sono guscio a molte lumache, scudo ad alcuni faccendieri, e bandiera a
non pochi paolotti. La moderazione fu sempre virtù operosa de'fortissimi, non
co stume dei pigri e degli adiposi: conosco in Italia uomini moderati in tutti I
partiti, ma non conosco un partito moderato! Ci sono poi due parole
antitetiche, mi si passi l'aggiunto, nella politica del giorno: piazza ed
impopolarità. La prima di queste due significa l'estremo dell'avvilimento,
l'altra della sublimità. L'equivoco però entra spesso ad alterarne l'uso
corrente e le giuoca secondo i fini di parte. Se la piazza fa dimostrazioni
festive ai sovrani, la chiamano cuore della nazione. Se ragiona e delibera
su’dritti suoi, la chiamano canaglia. Impopolarità poi è parola stranissima, ma
che può sve lare tutto un sistema. Ne' governi rappresentativi è alta prudenza
ilcoraggio dell'impopolarità! E questo governo che e chi vorrà rappresentare?
Sarà rappresentativo dei morti che si lasciano anatomizzare senza lamento, o
dei gnomi che si stanno cheti nel centro della terra? Gli eccessi ai quali, oggis
egnatamente, si lascia andare questo partito, in curante del popolo quanto
sollecito di potere, nuderanno l'essenza delle istituzioni vacillanti. rappresentativo
del popolo o d'una sètta? del popolo o dei fini di un ambizioso? e quando una
Taide, nudandosi dove non conveniva, sfidava il pudore e lo sdegno di un
popolo, mostra il coraggio dell'impopolarità? Eh via! Anche l'ipocrisia del
coraggio ci voleva, e l'impopolarità doveva e s sere lo scudo d'Achille sul
petto di Tersite. Capisco in giorni eccezionali l'impopolarità d'un sapiente,
ma il sistema dell'impopolarità ne governi rappresentativi è una contraddizione
ne’ termini. Continui chi vuole e può altre osservazioni intorno a parole
convenzionali, sulla fraseologia, sul periodo ferma to innanzi al plauso
prestabilito, specialmente in certi giorni, ma osservi pure che se il
linguaggio assai volte è dato a nascondere il pensiero e ci riesce, non può
riuscir mai a nascondere la mente ambigua, l'oscillazione del convincimento, l'ipocrisia,
il carattere. Una più o meno visibile gonfiezza, un certo tono, una certa
struttura e posa, una studiata semplicità, una bonarietà metodica, una figura, una
parola, anche una reticenza ed una linea aprono, a chi non è volgo, tutto
l'intimo dell'ANIMALE PARLANTE. Osservo infine che se i dialetti talvolta fanno
capolino nelle nostre leggi, e specialmente nelle procedure, egli è segno che
le regioni italiane non vogliono essere compres se e ricordano allo stato
nazionale quella parte di autonomia ad essi dovuta. Non un filologo devevenire
a correggere il dialetto nelle leggi, ma I dialetti si levano a correggere
l'accentramento. Come dell'Oriente non si può narrare una vera storia del
pensiero del pensiero come esame di sè e del suo oggetto, del pensiero come
scienza così e per la medesima ragione non si può del diritto. Il diritto sorge
come rivendicazione della persona o individua o collettiva, e la rivendicazione
per virtù del pensiero, cioè del l'esame che comincia col rifermare la
tradizione e finisce col distruggerla. Una vera storia del diritto anteriore
alla storia del pensiero è un sogno, una favola. Nell'Oriente l'immaginazione e
la fantasia tengon luogo del pensiero, e lo simulano in quanto lo prenunziano
l'immaginazione più nella Cina, la fantasia più nell’India l'immaginazione che
riproduce l'unità morta, la fantasia che variat rem prodigialiter unam (nol so
dir meglio); e, mentre prenunziano il pensiero, non arrivano ancora nemmeno
all'arte, nel senso più proprio di questa parola. Fanno e custodiscono,
cristallizzandola, la tradizione; e però sono il basamento psicologico di tutte
le religioni. Il mondo orientale, dunque, è religioso, semplicemente religioso;
è pre i storico, in quanto prenunzia il pensiero, non lo annunzia; non dà la
grande arte che non procede nè dalla immaginazione monotona nė dalla fantasia
irrefrenata. Se in Oriente - 51 Roma je, CO am ia olisi Ca,
he l'inno e l'epopea avessero raggiunto quella eccellenza che vien
sognata, si sarebbero per necessità geminate nelle arti sorelle, rimaste li tra
il bizzarro, il deforme, l'industrioso e il fucato. E lo Stato orientale è
veramente Stato quanto quella scienza è scienza, ed arte quell'arte. La
tradizione è indiscutibile, è immobile: l'esame nè la riferma, nè la modifica,
nè la distrugge, nè la integra. Non il popolo, che si disse e fecesi dire
eletto, pose primo il problema antropologico; lo pose l'egizio, e lo
simboleggiò nella Sfinge, problema irresoluto, perchè senza risposta. Il Greco
risponde, primo, a questo perchè. La Sfinge muore innanzi ad Edipo e gli
rinasce dentro. Edipo sparisce nella notte colonea, come Prometeo che con una favilla
rapita al Sole aveva ani mato la statua l'uomo orientale immobile sconta il
fallo nella notte scitica. La favilla doveva esser presa di dentro, non di
fuori. Nosce te ipsum. Tal'è il destarsi del pensiero, tale il cominciamento
della storia, e la protasi è greca. Quindi dalla preistoria, che è orientale,
alla protostoria, che è greca, il passaggio è il problema egizio posto e non
risoluto. L’Oriente è la fanciulezza che ripete, l'Egitto è l'adolescenza che
interroga, la Grecia è la giovinezza che risponde. Cotesto pensiero consapevole
avventa il dilemma: o greco o barbaro. Più che negli altri antichi questo
dilemma è lucido in Aristotile, dove con la disamina tempera l'arroganza e
pondera le costituzioni secondo il carattere de'popoli. Agli orientali egli da
la scaltrezza, non la scienza (disse meglio del Ferrari sin d'allora), e la
viltà che è degli scaltri; nota la selvatichezza ed il coraggio dei popoli
nordici; e il coraggio e la scienza serba agli Elleni. Agli Elleni il pensiero
e gli ardimenti del pensiero. E insieme con questo primo sorgere del pensiero è
storica mente possibile alla Grecia la prima rivendicazione umana, cioè la
prima determinazione giuridica. L'uomo, infatti, nella Grecia rivendica una
parte di sé, quella che è più comune e fa più possibile la saldezza dello
Stato che sorge come organismo politico insieme con la prima rivendicazione
giuridica: l'uomo in Grecia non è più strumento inconscio di un potere sordo e
in discutibile, ma si fa cittadino: e però la prima determinazione del diritto
è puramente civile. Nè più nè altro poteva essere. O che prevalga
l'aristocrazia come a Sparta, o la democrazia come in Atene, o che un Solone,
per equilibrare le due parti, riesca semplicemente a mutare l'oligarchia
eupatrida in oligar chia plutocratica, o che lo Stato si presenti federale come
nella Tessaglia e nella Etolia, o che egemone come nella Laconia e nell'Attica,
il certo è che alla rivendicazione dell'individuo non si arriva neppure come
sentimento e assai meno come concetto. Né la lirica che in fondo è epica
frammentaria sia gueriera come quella di Tirteo, sia molle come quella di
Mimnermo, o sentenziosa con Teognide, o solenne con Simonide, nė il pensiero —
sia il più largo e più trasmesso — come quello di Platone e di Aristotile
superano questa posizione storica. Il pensiero non smentisce il fatto, e
l'etica di Platone e di Aristotile sono a fondo civile. Quando lo stoico,
superando il cittadino, si eleva sino all'u o m o astratto, e l'epicureo
prefigura l'individuo, la Grecia gloriosa, la Grecia del pensiero, della parola
e delle armi, è passata, e noi siamo innanzi ad altro pensiero, ad altra
parola, ad altre armi. Roma è il campo dello stoico e dell'epicureo. Prima di
toccare Roma e seguirla dalla prima alla *terza*, ei mi par di udire chi mi
ripeta che la storia svolta sin qui sia del pensiero piuttosto che del diritto.
Era storia del pensiero e del diritto, non separabili. I giuristi sogliono
occuparsi men che poco de'filosofi, perchè, in generale, poco li conoscono; ma
il naturalismo che vede la storia derivar dal pensiero in quella medesima guisa
e proporzione onde il pensiero deriva dalla natura, non può procedere in altro
modo. E se, giunto al mondo romano, avrò più ad indugiarmi intorno alle
istituzioni e sulle testimonianze che ce le trasmettono,non è già ch'io non
faccia egual conto delle istituzioni e degli scrittori greci, m a perchè
il mio sommario va tutto raccolto da Roma ad oggi.Della Grecia e dell'Oriente
si è detto quanto strettamente occorreva a lumeggiare il mondo latino e ciò che
gli venne appresso. Due cose, belle a sapere, ma non assolutamente richieste
dal sommario, io lascio del tutto: la storia geologica d'Italia e la storia
etnografica. come intui il Leopardi, e gli sterminati periodi tellurici dal
l'èra protozoica all'antropozoica, legga la geologia d'Italia nello Stoppani e
nel Negri, e la misura del tempo nella geologia, nel Cocchi. Anche le terre
d'Italia testimoniano da ogni regione nell'età archeolitica la presenza
de'cavernicoli o, alla greca, trogloditi. Probabilmente &'incavernarono
nelle montagne subalpine ed appenniniche, contro le spaventose vicissitudini dell'epoca
dilu viale, e parlarono quello strano linguaggio che diè loro Pomponio Mela:
strident magis quam loquuntur. Stridono a guisa di pipistrelli, aveva già detto
Erodoto, che dié lor pasto di ser penti e di lucertole. E di questi non abbiamo
a far parola, perchè sono, come si è notato, diis, arte, jure carentes, o,
secondo Virgilio: gens duro robore nata Queis neque mos, neque cultus
erat. fumassero le Alpi e gli Appennini Dove andrei, se volessi rifar la
storia geologica del mio paese, ed a che pro per il corso di questo anno? Chi
voglia, dunque, conoscere l'una dopo l'altra tutte le epoche di questa terra
italica, dall'eocenica alla pliocenica, e sapere perchè un giorno Come or fuman
Vesuvio e Mongibello, Nè mi occorre far la storia etnografica dell'Italia.
Dovrei correr dietro alle tradizioni d'una Italia popolata dalle immigrazioni
de' Tirreni, degl'Iberici e degli Umbri? E poi investigare se i Tirreni ci sien
venuti dalle falde del Tauro, cioè dal m ezzodi dell’Asia minore,e gl'Iberici
dall'Asia centrale, e se gli Umbri, della gran famiglia de' Celti, sian entrati
ad accasarsi nell'Umbria, partendosi tra Vilumbri ed Olumbri? Troppe le
opinioni de' dotti e troppo disparate, più di cento le congetture, 1 non di
poca importanza il dissenso tra Micali e Niebhur, l'uno risalendo agli
autoctoni e l'altro negandoli,e ad un antropologo italiano fu forza conchiudere
essere ancora oscurissima l’etnologia italiana: oscurità, che imponendo
silenzio al Mommsen circa le altre due o tre immigrazioni, fecegli dire degl’umbri
soltanto che la lor memoria giunge a noi come suon di campane di una città
sprofondata nel mare. Questo a me par certo ed indiscutibile, che più genti si
sieno incontrate e mescolate in Italia più che in ogni altro paese di Europa
cosi ne'tempi preistorici come dopo la caduta dell'impero romano, donde poi la
mirabile varietà non solo del genio ma DEL TIPO ITALIANO, e dell'uno perchè
dell'altro. Quella che ne' tempi preistorici fu nella Italia nostra differenza
tipica tra’ crani brachicefali e i dolicocefali, differenza rimasta alquanto
notevole tra il tipo dell’Italia superiore e quello della inferiore, ne’ tempi
storici divenne differenza di genio, di scuole, di sistemi, di governi, di
dialetti, di tendenze, onde l'Italia è, per eccellenza, il paese più vario di
Europa e più aborrente da qualunque forma e successione di governi
accentratori. E questo fondamento naturale del nostro pensiero e della nostra
storia vuol essere considerato non solo secondo la varietà delle genti che qui
s'incontrarono, si urtarono, s'incrociarono e si fusero, ma secondo la non meno
lieve varietà del suolo, del clima, delle acque e de'prodotti. Senza boria
nazionale si può affermare che la nostra unità è la più ricca, perchè risulta
della più disparata e molteplice varietà. Però, come a traverso i tanti
dialetti suona armoniosa e pieghevole ad ogni sentimento la nostra lingua, come
a traverso le tante scuole artistiche e regionali si scorge a prima vista la
precisione e la contemperanza greco-latina della linea italiana, così a traverso
1, Pe mani TE can lo sperimentalismo dell'Italia superiore e
l'idealismo dell'Italia meridionale si vede la qualità dello ingegno italiano,
che, con temperando la sintesi con l'analisi e il sentimento coll'esame, non
disquilibra le funzioni della psiche, le quali, storicamente, si vanno a
tradurre sempre nella politica del festina lente. Questa unità ricca, questa
unità multiforme costituisce per eccellenza armonico il genio italiano. E quesť
armonia lo fa artista in ogni cosa. E infelicemente riusciamo in quelle cose, nelle
quali non portiamo dell'arte, non portiamo cioè del nostro genio. Allora per
parere tedeschi o inglesi ci facciamo semplicemente bastardi. Fu detto che il
mondo romano così poco artista, cosi strettamente giuridico e praticamente
prosaico, fu non pertanto grandissimo e maestro inimitabile di grandezza. Ed
ora accostiamoci ad osservare se il mondo romano disdica il carattere del genio
italiano. Quando oggi i giuristi e gli storici più pensanti vogliono trovare un
fondamento razionale alle istituzioni ed ai fatti di un popolo, prima salgono
al genio ed al carattere del popolo stesso, in ultimo alle necessità naturali
determinate, cioè al naturale ambiente, in cui sorge e si svolge la vita di
quel dato popolo. Questo processo implica un sistema presupposto appunto il
naturalismo. Donde i fatti e le istituzioni di un popolo? Dal genio e dal
carattere: vuol dire, in fondo, dalpensiero. Donde il genio e il carattere?
Dall'ambiente naturale, di cui primo prodotto è il tipo. E proprio così move il
naturalismo. La natura si svolge e riflette nel pensiero. Il pensiero si svolge
e riflette nella storia. La differenza, nella esposizione, è questa. Il
filosofo move dalla natura e guarda alla storia; lo storiografo move dal fatto
storico e ascende al fatto naturale. Non si è potuto fare altrimenti, quando si
è voluto investi gare la causa dei fatti di Roma nel genio romano, e di questo
genio nell'ambiente naturale di Roma. Anche quando, spostati i fatti, si
riesce a spostare il genio di un popolo, si è costretti a spostare in ultimo il
fondamento naturale. È un errore di fatti, che attesta la verità e la necessità
del metodo.Cosi Mommsen, quando vuol dimostrare che il rapido crescere di Roma
in ricchezza e potenza è dovuto al genio commerciale de’ romani, ricorre come
ad ultima causa, a questo fondamento naturale. Roma è posta sopra un fiume
grande, navigabile e non lontano dal mare. Sbagliata laprima causa – il genio
romano sbaglia la seconda il fondamento naturale, quello che Dante chiama È
costretto, dopo, a sforzare alcuni fatti ed alcuni testi, per sottometterli
alla causa prestabilita. Ma più tardi egli corregge sè stesso, non rispetto al
processo che è vero, si bene rispetto alla più sincera determinazione de'fatti
e delle cause. Egli si accorge che in Roma manca il primo fatto, una classe di
commercianti. Poi, che non poteva essere stato di commercianti il genio di Roma.
In ultimo, che il Tevere, tenuto conto della sponda etrusca, non poteva avere
una grande posizione commerciale. Quando il processo dello storico non va sino
al fondamento naturale, simula le sembianze storiche, ma rimane metafisico. Si
dice, per esempio, per ispiegare alcuni fatti ed istituzioni, che tale è il
genio, tale il grado di coscienza o di pensiero in questo o quel popolo.Va
bene, ma la storia cosi è fatta a mezzo, è fatta con la sola psiche, con lo
spirito astratto, che, evulso dal fondamente naturale, diventa un fenomeno
miracoloso. proprio questo il difetto della cosi detta scuola storica. Savigny,
se voleva fare storia intera, non dovea dire soltanto che un tale o tal altro
dritto è prodotto dalla naturale coscienza giuridica del popolo; ma dove
dimostrare il fondamento naturale di questa naturale coscienza giuridica. Così
non facendo, l'evoluzione rimane astratta, e le parole coscienza, genio,
in - Il fondamento che natura pone. È dole, carattere
diventano altrettante astrazioni, e,a dispetto del l'espressione naturale
coscienza, la dottrina rimane puramente metafisica. Anche Hegel – il metafisico
per antonomasia nire militare il genio di Roma, senti la necessità di salire
sino ad un quasi dato etnografico,e di stimare, secondo le tradizioni, la prima
società romana come una compagnia di ladri. E sopra questo dato giustifica la
colluvies e poi la repentina nobilitas ex virtute di Livio; e la virtus dalla
bravura, non pure personale, ma collettiva, quella appunto che giustifica le
violenze; e dalla violenza la manus, la quale si manifesta dal matrimonio, in
manum conventio, sino alla patria potestas, rispetto alla quale la schiava
condizione del figlio era significata dal mancipium. Quindi, la durezza della famiglia,
dello Stato, delle leggi inRoma; quindi, il cittadino romano da una parte
schiavo, dall'altra despota, perchè della durezza che soffriva nello stato se
ne ripa gaya nella famiglia. E tutta questa durezza compendiata in un assioma
politico di Machiavelli, qui ripetuto da Hegel, cioè che uno stato formato da
sè e adagiato sulla forza conviene che sia sostenuto con la forza Il corollario
poi affatto hegeliano - è che tutto ciò che derivò da tale origine e da tale stato,
non fu un convenio etico e liberale, ma una posizione forzata di subordinazione.
Un carattere romano proprio cosi fatto non ispiegherebbe, io penso, l'origine,
il valore e la diffusione invidiata non raggiunta del dritto romano nello
spazio e nel tempo. Hegel, tenendo conto del dato naturale, non solo lo limita
al puro elemento etnografico, ma impiccolisce anche questo, e non mostra tener
conto del dato geografico, che è più obbiettivo del primo, e sforza il popolo
romano a farsi non solo militare, ma agricolo. Questa indole agricolo-militare,
questa appunto, fa la reli gione romana cotanto diversa dalla greca, e cosi
spiacevole ad Hegel che la chiama la religione prosastica della
limitazione, - per defi della corrispondenza allo scopo, la
religione dell'utile. Ed ecco, troviamo, la seconda volta, negato il genio
artistico a Roma. La prima, perchè è il popolo del diritto. La seconda perchè è
il popolo dell'utile, a cui gli Dei giovano come i servi o come gli strumenti
del campo. Hegel trova che i romani adorano la dea pace (pax, vacuna) e la sua
contraria angeronia; la salute e la peste; trova che in Roma Giunone non è
bianchi-braccia, ma ossipagina, e che Giove è *capitolino* piuttosto che
olimpico. Chiama prosaiche queste divinità, ma nè cerca le divinità campestri,
nè se le spiega, passando dal campo arato allo stato. Nell'arte - continua
Hegel specialmente in Virgilio, creduto il poeta religioso per eccellenza, la
religione è d'imitazione, la quale porta le divinità ex machina, non con la
fantasia e col cuore. I giuochi stessi rimangono qualcosa di esterno, in quanto
il romano è spettatore, non attore, e non ha poeta che di proposito li celebri:
giuochi duri e prosaici come la famiglia, lo stato, la religione, le leggi. La
somma del discorso è E dietro questa somma del discorso si scorgono le
conseguenze, alle quali il filosofo tedesco vuol pervenire: 1° noi dobbiamo
l'origine ed il progresso del diritto positivo all'intelletto non libero, privo
di spirito e di sentimento, proprio del mondo romano; 2o che, se i romani
giunsero a distinguere il diritto dalla morale, ed a liberarlo dalla
variabilità del sentimento, concre co’ romani si ebbe la prosa della
vita, prosa, in ultimo, riflessa sopra Roma proprio dal carattere italico. Che
è l'arte etru egli può conchiudere che sca? Noi troviamo nell'arte etrusca la
massima prosa dello spirito, quanto più perfetta nella tecnica tanto più priva
del l'idealità greca: è la stessa prosa che vediamo nello svolgimento del
diritto romano e della religione romana. Que sto giudizio circa l'arte italica
sarà più tardi esagerato dal Mommsen. tandolo in alcun che di
esterno e di obbiettivo, non arrivarono a conciliarlo con la libertà e con
l'intimo dell'uomo; 3o che però non può essere il dato supremo della sapienza.
Ben'altra parola avrà a dirsi sul diritto, quando si tratterà di connetterlo
con la libertà. Certo, un altro mondo la dirå. E già s'intravvede che questa
gloria il filosofo tedesco vuole serbarla al mondo germanico che succede al
romano. Solo due cose si vedono: che Hegel lavora sopra un dato naturale
incompiuto, e che la parte naturale soppressa è sosti tuita con rapidità magica
dalla costruzione metafisica. Noi osiamo affermare che, se il dato naturale
fosse compiuto cosi dal lato etnografico come dal geografico, il genio ed il carattere
di Roma si mostrerebbero sotto altra forma. E si par rebbe che nè assolutamente
prosaico e tutto pago della esteriorità è il genio italico, nè Roma – la severa
Roma – con la rigidezza della formula giuridica riesce a rinnegare il genio
co [ Egli è davvero cosi? mune. Allora, come oggi, la metafisica mi
pareva vuota, l'avevo definito udenologia, ed il naturalismo mi si presentava
come il successore storico d'ogni metafisica; m a nel farne applicazione, si
volava ancora, ed al volo bastavano poche penne in spazio illimitato, senz'aria
e senza tempo. Oggi non si vola, ma si misura il cammino, e si ha ragione di
dire ai giovani che non facciano sostituzioni estetiche alla storia, le quali
poco servono alla scienza. Espongo, adunque,ciò che intorno al carattere di Roma
pubblicai molti anni addietro, e noto senza indulgenza i miei errori di allora,
perché molti li ripetono e non trovano più scusa. C'è un altro modo, più
metafisico di quello usato da Hegel, di costruire il carattere romano, ed è di
derivarlo non da un mezzo dato naturale, abbandonando l'altro mezzo a
discrezione della metafisica, come vedesi aver fatto il filosofo tedesco, ma di
costruirlo sopra alcuni documenti classici che si prestano alle più contrarie
interpretazioni ed a tutt'i giuochi dell'estetica applicata e della critica
letteraria. Non sarà inutile poiché questo modo, per essere il più comodo, è il
più frequente presentarne un saggio, valevolecome criticasopra me medesimo,
che, nella giovinezza, credei sostituire gli esercizii di estetica alla storia,
ed al naturalismo la subbiettiva critica letteraria. 61 Utopista scrivevo allora-
non è chi sogna, ma chi pensa, e tanto più profonda è l'utopia quanto più
il pensiero coglie la relatività dei tempi. Greca è, dunque, l'origine della
utopia e utopista tipico fu Socrate che osa primo al costume civico con
trapporre alcun che d'individuale: Io Socrate sono nato a liberamente
filosafare, e, se cento volte per questo io fossi morto e rinascessi, tornerei
a filosofare. Non pena dunque mi è do vuta, ma il Pritaneo. Questo tentativo di
ribellione dell'individuo, contro il cittadino, dell'individuo che osa
pigliarsi un mandato individuale che non solo valga il mandato civile, ma
ardisca riformare il costume, questo è punito, e, in quella natura di tempi, era
veramente crimine di Stato. Socrate, anch'esso, come atterrito dal colpo ch'ei
tenta, sente che al cittadino è dovuta l'espiazione individuale, e rifiuta
ausilio, e si apparecchia alla immolazione di sè non pure perchè sente compiuta
la sua missione e non gli piace vivere super stite a sè medesimo, ma perché
vuolegrecamente spirare: Dum patriae legibus obsequimur. Che è quell'ultimo
pensiero del gallo, che, rimosso il lenzuolo dal viso, ei vuole sacrificato ad
Esculapio? Vuol finire sul letto del carcere come fosse ad Anfipoli o a
Potidea, e vuol morire con religione e costume attico, come a punizione di alto
trascorso individuale. L'individuo fu Socrate filosofo; il moribondo è
l'ateniese rassegnato: m a il più grande è questo, che proprio questo ateniese
punisce quell'individuo e non glidà scampo. Pericle non potè salvare
Anassagora; Socrate non vuole salvare se stesso. Come,secondo il mito,la
Sfinge, negata di fuori, rinasce dentro Edipo, cosi, secondo la storia, lo
Stato attico, offeso di fuori, si riafferma dentro di Socrate. O l'esilio di
Colono o la cicuta, è sempre l'immolazione dell'individuo alla comunanza
rappresentata dallo Stato. Quando gli Dei patri i per cossi dalla
riflessione socratica su pinarono nell'Olimpo muto, Epicuro, sorridendo, gitta
sopra di loro un gran panno funereo e si rallegra coll'uomo liberato dai divini
terrori. Diffugiunt animi terrores. Però quel panno che Epicuro gitta
sull'Olimpo, copre tutta la Grecia; giacchè quel panno che soffoca la lotta
semi-divina, era indizio della missione greca già finita. Perciò Epicuro lascia
i giardini greci, le dolcezze e i profumi arcadici, e se ne viene nel foro
romano, e siede e sentenzia e giudica e genera di sè due uomini diversissimi,
Orazio e Lucrezio, e da Orazio poi il tipo di Munazio Planco e da Lucrezio
quello di Papiniano. Sono troppe cose che io dico insieme, delle quali molte
non dette, ma provabili con la forma del discorso e col testimonio dei fatti. Cicerone,
vedendo Epicuro alle porte di Roma, si arma di poma soriane, inserte in forma
di fulmini, e cerca saettarlo con furore iperbolico, proprio nel modo onde il
papato fulmina da Roma la rinascenza. Ma, come la rinascenza, mal grado i
fulmini papali, siaccasava in Roma, invadeva il Vaticano, e faceva poetare e
sermoneggiare i papi con civetteria anacreontica, cosi Epicuro spunta tra due
dita i fulmini di Cicerone, come avea già spuntato quelli del Giove greco, e,
toccata appena la spalla dell'oratore romano, se lo fa suo. Ma, appena entrato
in Roma, Epicuro prende la natura del Giano latino, si fa bifronte, ed una sua
faccia è quella di Orazio, l'altra di Lucrezio.Non èmiracolo, è il sistemaepicureo
che, sotto la dialettica, manifesta queste due fronti. L'una viene a dire cosi:
La vita è breve; di là non si continua; dunque, godiamola di presente. La morte
cicolga, quando possiamo gittarle in faccia la scorza del pomo soave, tutto
premuto. L'altra, cosi: La vita è breve; di là non si continua; osiamo, dunque,
eternarla con un'opera degna della immortalità della fama. Per chè tentare la
gioia stolta, se nel punto di asseguirla la morte può spegnermi? Ecco le due
fronti di Epicuro. L'una di Orazio: Vitae summa brevis nos vetat spem inchoare
longam. Di là non c'è vita: Non regna vini sortiere talis. La conseguenza che
ei porge all'anima tua,è sempre una. Carpe diem quam minimum credula postero.
Illazione esprimibile con un grugnito del porco epicureo. L'altra è di
Lucrezio. Omnia migrant, omnia commutat natura et vertere cogit. Dalla quale
migrazione eterna dell'essere deriva il summum crede nefas. Importa sol
consegnare integra la lampada della vita alle generazioni sopravvenienti: Vitae
lampada tradere. Da Orazio nasce Munazio Planco, prima Cesariano, poi
Pompejano, poi repubblicano, poi di Antonio e di Cleopatra, poi cortigiano di
Augusto e sprezzato da tutti: tipo del galantuomo di Guicciardini; e fini nella
sua villa di Tivoli come Guicciardini, nella solitudine di Arcetri. Da Lucrezio
nasce il tipo del giureconsulto, Papiniano, che intese il diritto come bonum
aequum, e non volle in senato di fendere un imperatore fratricida, e piuttosto
che l'onore volle lasciare la vita. Morendo, come aveva sentenziato, provvide
alla immortalità della fama, et lampada juris tradidit. Da Epicuro il mondo
romano prende il senso della positività, ed è però mondo di prosa, non di arte,
con missione giuridica, con lingua giuridica, con monumenti, storia, tradizioni
giuridiche. La Grecia ci ha tramandato due insuperabili documenti, la tragedia
epica e la tragedia filosofica, l'Iliade e il Fedone; Roma il Corpusjuris, con
due potenti sommarii, l'epigrafe e il responso. Quanto all'epigrafe, specie
suggestiva di letteratura, come direbbesi in Francia, nessun altro popolo nė
lingua ha ilquarto della maestà e rapidità dell'epigrafe latina, nata rebus
agendis: onde nazioni nordiche e neolatine e transatlantiche pigliano ancora, e
avverrà per lungo tempo, da Roma antica l'epigrafe!e il responso. E la più
bella dell'epigrafi ha contenuto epicureo e giuridico: Et creditis esse Deos?
Cosi abbiamo della medesima scuola il porcus de grege Epicuri, e de acie
Epicuri miles. Nè questo doppio tipo fu smarrito nel periodo del risorgimento,
quando dopo la scolastica platonica e aristotelica si riaffaccið l'epicureismo:
dall’una parte si ebbe il Pontano, cantore della voluttà, dall'altra il Cavalcante,
cercatore austero, tra’sepolcri, dell'immortalità della fama. La tomba,
data umile a Catone, negata a Pompeo, ė superbamente elevata ad un mimo! Se gli
Dei sono ingiusti, gli Dei non sono. E le epigrafi più solenni nascondono certa
finezza d'ironia epicurea nel senso giuridico. L'epigrafe latina è solenne,
perché è breve come il responso. Questa rapidità di percezione è dalla lingua
istessa giuridica per eccellenza, imperativa e, se mi è lecito a dire,
dittatoria: onde l'epigrafe è quasi sempre responsiva, cioè di senso giuridico,
e il responso è sempre epigrafico. Ed in Roma fu possibile il tipo del
giureconsulto, dell'uomo cioè che ha intera la percezione del dritto,
rapidamente e pro priamente la significa e sa comandarla a sè stesso prima che
agli altri. È tipo raro, tutto assorbito dalla meditazione etica, che traduce
nella parola e nel fatto. Roma ne ebbe pochissimi che dopo quella Roma furono
comentati, non risatti; e, quando oggi odo chiamare giureconsulti alcuni legisti
che tirano a mestiere il codice, dico che o le parole non s'intendono o sono
stravolte dall'adulazione. Quando la lingua latina canta di amore, a me pare-
libero da preoccupazioni di scuola udire il Ciclope favellare a Galatea. I
romani potean prendere le Sabine meglio con le braccia che col canto: manu, haud
carminibuscaptae. Non ène'carmi la missione di Roma: dica rapidamente il
diritto, dica il fatto; il responso e l'epigrafe, questo è il gran contenuto
della letteratura latina, questo è suo proprio, è originale, è collatino, oso
dire: il rimanente vien di fuori e porta il mantello peregrino. Ed ha tre
uomini massimi, Lucrezio, Papiniano e Tacito. Lucrezio non ha cantato un poema,
nè si dà al mondo poema didascalico, ma ha dato l'esposizione epicurea della
natura, la cui Venus non viene da Milo, ma dal Foro, e può somigliare ad
Astrea. Papiniano ha dato il più alto responso, nel quale è la) Quid quid
praecipiens, esto brevis, ut cito dicta Percipiant animi. 5 UNIVERSITÀ DI
Qurais ROMA CCHIO Lucrezio, Papiniano e Tacito sono tre che si somigliano
nella forma di concepire e nella rapidità scolpita dell'espressione. Tacito,
che segna la decadenza e lavora come il Sisifo di Lucrezio, qui semper victus
tristisque recedit, spesso ti accusa la maniera e quando è breve, quando è
corto; m a è l'ultimo dei grandi romani. Chi cerca la grandezza del pensiero
latino fuori di questi, e vuol trovarlo o nella lirica di Orazio, ambigua,
quanto alla forma, tra Pindaro ed Anacreonte, e ambigua nella sostanza tra lo
stoico e l'epicureo, o trovarlo nell'epica incerta tra Virgilio e Livio, cioè
tra le reminiscenze omeriche e le favole tra dizionali, è come chi, cercando
l'anima del trecento, invece di volgersi a Dante e a Boccaccio, la spia negli
occhi estatici di Caterina da Siena o nel cipiglio di Passavanti. In questo
teatro giuridico, che è il mondo latino, il contenuto della lotta si trasforma
e di semi-divino diviene pienamente umano. Qui non han luogo cause per
divinità. Qui Lucrezio può vuotare il Pantheon che accoglie indifferentemente
tutti gl’Iddii per vederli indifferentemente sfatare dal sistematore della Natura.
Lucrezio morrà non per accusa di Melito, di Anito, di Licone; norrà, se gli
piace, di sua mano, se il destino del l'uomo gli parrà troppo somigliante a
quello di Sisifo. Allora la sintesi della missione latina, e lo ha
suggellato, come dovea, con la morte. L'olocausto di Socrate ci mandò la
tragedia filosofica che è greca; l'olocausto di Papiniano ci tramanda la
tragedia giuridica che è latina. Perchè dopo il Nerone e la Messalina non
tentare anche questa che è più romana? La storia di Ta cito suona sulle rovine
imminenti dello Stato latino come la ser ventese dell'ultimo degli albigesi.
Tacito è fosco come la sera nebbiosa di una splendida giornata; è riflessivo
come chi rasenta le rovine; è triste come chi cerca una virtù che ei sa di non
trovare. Perciò ei ritrae Tiberio assai meglio che Tiziano non ritragga Filippo
II,ma,dove pinge la virtù,non è pittoremolto ispirato. È grande col pennello
onde lo Spinelli ritraeva Satana; m a, se gli dai la tavolozza di Raffaello, ei
te l'annacqua. Venus genctrix gli si muterà in Venere Libitina, ed egli
userà della vita secondo quello che gli parrà suo diritto. Io non credo
all'aconito; credo suicida Lucrezio, e questo suicidio proprio di forma Romana,
come quello di Catone, cioè per jus necis etiam in sc. Questa lotta
umana,iniziata,non compiuta in Roma,questa che è tutta e sempre lotta civile
dal ritiro della plebe sull’Aven tino sino ad Augusto, qui omnium munia in se
trahere coepit; questa epopea lutta latina, più in Livio che in Virgilio, ha
due periodi principali: l'uno'tra plebe e patriziato per una cerla equa
partizione di cose e di ufficii, e generò il tribuno, ignoto alla Grecia;
l'altro tra l'individuo e la comunanza per una certa equa emancipazione
dell'individuo, e generò Spartaco, ignoto alla Grecia. La plebe fu vendicata da
Mario,e più da Cesare,che se op presse il tribuno,era segno che non v'era più
patriziato sovrano ed operoso.Spartaco,sopraffatto da Crasso e da Pompeo e
morto nella pienezza della sua protesta, trovò poco dopo più grande
vendicatore, Cristo. Ciò significa: Il mondo greco, cominciato religiosamente,
fi nisce nellairreligionediEpicuro;ilmondo romano,pienodella dotta irreligione
di Epicuro, finisce nel mistero cristiano. La catastrofe religiosa in Grecia è
spiegabile con la natura del pensiero, che comincia col rifermare le religioni
e finisce col dissolverle; la catastrofe della irreligione in R o m a è spie
gabile con la natura del pensiero istesso, che, se è dommatico, finisce col
divorare se stesso. Chiariremo questo vero, quando saremo innanzi al
cristianesimo. Questo vien chiaro di presente,che il contenuto giuridico in
Roma non pud porgersi come jus civile abstractum, ma come primo sentimento di
equità, onde si genera il Pretore, istitu zione profondamente etica, ignota
anche questa alla Grecia, e urbano e peregrino, e il cui fine è sempre
l'aequitas, affinchè il summum jus non si faccia summa injuria o summa malitia.
Quindi, il placito del giureconsulto nella costituzione delle leggi: In
rebus novis constituendis eviders esse debet utilitas, ne a n i mus recedat ab
eo jure, quod diu AEQUUM visum est (Fideicom. L. IV). Chiaro è che l'equità
costituisca la misura del diritto; che questa equità lungamente saggiata,
traducendosi in diritto, genera l'utile sincero; e che questo utile debba
essere evidente ai popoli nella costituzione delle leggi. Quindi l'iniquum erat
injuria. Quindi l'acquilas appo i latini non è il concetto volgare che ci viene
da Ugone Grozio: è l'assoluta, continua, ascendente correzione del diritto
civile, cioè del diritto greco; e però cosi coloro che veggono pura medesimezza
del diritto greco e ro m a n o, quanto quegli altri che continuano a
favoleggiare intorno alla origine greca delle dodici tavole,mostrano ignorare
la diffe renza delle due storie, dei due popoli, delle due lotte, delle due
civiltà. E il testo canta chiaro: Jus praetorium adiuvandi, vel supplendi, vel
CORRIGENDI iuris civilis gratia est introductum, propter utilitatem publicam...
Che è quel ius civile bisognoso di correzione? È quello appunto che in R o m a
comincia a p a rere s u m m a injuria, la cui correzione costituisce l'istituto
p r e torio,cheètutto romano,ilcuiprogramma siassomma nella sentenza: Placuit
in omnibus rebus praecipuam esse iustitiae ac AEQUITATIS q u a m STRICTI juris
rationem. Quello stretto diritto è greco, è puramente civile, è quiritario, è
aristocratico, e tra smoda nell'ingiuria, o per violenza o per malizia, aut vi,
aut fraude. Quell’aequitas è la correzione pretoria, è la grandezza dello
spirito latino, che tutto si manifesta e dimora nella giu stizia pretoria e
urbana e peregrina. E quell'aequitas deriva dallalottaumana, cosidellaplebecontroil
patriziatocome del servo contro il padrone. Il jus civile è il risultamento
della lotta semi-divina, l'aequitas è il prodotto della lotta civile: quella è
greca, questaèlatina: quellahailsuofastigiostoricoda So crate ad Epicuro,
questa dalle dodici tavole a Spartaco: quella è lotta filosofica, questa è
giuridica: i canoni di Epicuro sono l'orazione funebre all'Olimpo e però
alla Grecia, la protesta di Spartaco è il vale al superbo civis romanus.Insomma
la gloria storicadiRoma nonèildittatore,néilconsole,nèilsenato, nè il magister
equitum e l'imperatore e nemmeno il tribuno, è il Prelore: il suo editto è la
sintesi dei responsi; lo spirito dei responsi è l'equità; l'equità è il
prodotto della lotta umana; questa lotta è il contenuto della civiltà latina.
Hegel che vede si addentro la cagione della rovina della repubblica romana e
con Tacito giudica vana l’uccisione di Cesare, non vede con pari intensità in
quella repubblica l'istituto pretorio e, sfuggi togli, tien conto solo della
ratio strirti juris. Tutto il diritto r o mano gli si stringe nel summum jus.
Non vide che la lotta umana era ed è l'equilà. Con questo spirito di equità
torna agevole a Tacito descri vere il tiranno, scolpirlo. Volere parendo di
rifiutare, c o m a n dare parendo di obbedire,far tuito parendo di non fure,
questo è il tipo del tiranno, questo è il Tiberio di Tacito, rispetto al quale
gli altri tiranni venuti di poi sono volgari, ubriachi,troppo scoperti e però
troppo esposti al essere tiranneggiati. Tipico é questo Tiberio in Tacito, come
Ettore in Omero, come Ugolino in Dante, come Otello in Sakespeare, e non
patiscono ritocca menti di nessuna mano: chi si attenta a rifarli, solto
qualunque altra forma,disfà. In Grecia fu possibile il sentimento del ti ranno,
in Roma il ritratto tipico,perchè in Roma è delineato il concetto dell'equità.
Tiberio non può esser veduto se non dielro il seggio del Pretore. Nè Riccardo
III, nè Arrigo VIII, nè Fi lippo II, nè Alessandro VI o Paolo IV ritrassero
Tiberio: vollero troppo, si chiarirono troppo, furono troppo tiranneggiati: ma
il tipo, spento individualmente, risorse collettivamente nella C o m pagnia di
Gesù, che per 333 anni dilargò l'oligarchia nera sulla terra, parendo di non
volere, di non comandare, di non fare. Ma e il gesuitismo tiberiano e il
cesarismo gesuitico non pos sono essere tanto chiusi,che ilpensiero e la natura
non v'entrino. Fu però equità piena,sincera, spiegata questa di Roma,si
che la si trovi tulta adempita nella ragione pretoria? La lotta umana di
Roma diede per risultamento il diritto umano? In somma il dirittoromano
sicontinua a studiare,a chiosare, ogni giorno in ogni paese civile, perchè
effettualmente è l'ultima parola del diritto? L'acquilas in omnibus spectanda,
quando non voglia essere un nome,ma cosa, non un concetto,ma un sistema, non in
somma un'esigenza,ma un adempimento, bisogna che simani festi come connessione
ed equazione dei contrarii, cioè del ge nere con l'individuo, del cittadino con
la persona, affinchè ne risulti l'interezza dell'uomo.Ora, questa equazione
torna possi bile,quando l'individuo si sia affermato e contrapposto al citta
dino e abbia avuto nella storia tanto valore e tanta evoluzione quanti il
cittadino se ne prese. Senza quest'azione e reazione, o, come altri dicono,
senza questa tesi e antitesi nessun'ar monia finale e completiva, nessuna
sintesi piena e durevole, nessun equilibrio, nessuna equazione insomma è
effettualmente possibile: e, se l'equità non è questa equazione, è ancora un
presentimento Se ne deduce che Roma non poteva ancora sistemare la vera equità
giuridica, perchè l'individuo non aveva dato tutti gl'istituti che dovevano
nascere di se, dalla sua antitesi o c o n trapposizione al cittadino. Dove
s'era fatta la storia dell'indi viduo, l'autobiografia, perchè ilPretore
potesse consapevale con temperare i contrarii, connetterli, equilibrarli?
Vedesi, dunque, che questa equità è l'avvenire dellastoria,non ilpassato;spetta
alla giornata travagliosa dei posteri, non alla lotta civile di Roma.Or,
dunque,è stata spuma d'acqua sonante l'equità ro mana? Troppo sarebbe stato il
rumore ! La cosa sta in questi termini: L'equità scientificamente in tesa
spetta all'avvenire, che sarà la sintesi del cittadino con l'individuo per
costruire tutto l'uomo: l'equità latinamente intesa fu il transilo dal
cittadino all individuo per costruire l'individuo. Il transito non è la
sintesi, è il semplice avviamento dall'uno all'altro dei contrarii, a traverso
i quali si vien costruendo l'uomo chiamato sintesi dell'universo e non divenuto
ancora sintesi di sé medesimo ! Fu larva dunque di equità: e nondimeno anche
come larva quel diritto è rimasto solenne, tipico nella storia, concetto più
che presentimento di quello che il diritto è destinato ad essere.
Dunque,nellastoriailmondo romano èl'esodo,ilpassaggio dal cittadino greco
all'individuo germanico. E in questo transito dall'uno all'altro dei contrarii
consiste, chi consideri, l'universalità dell'impero latino. Il quale perde la
sua ragione di durare, quando Cristo annunzia l'emancipa zione
individuale. Cosi me ladiscorrevo intorno al contenuto storico ed al
carattere di Roma. Alcune delle cose dette, oggi, non ripeterei; m a ne accetto
anche oggi moltissime, principalmente due: che la lotta inRoma èumana e senza
neppur l'ombra del carattere religioso; e che risulta mento precipuo della
lotta umana è l'istituto pretorio. Bastano queste due affermazioni per
determinare tutto il ca rattere della prima Roma, e dal caratlere la sua missione,
la gloria, l'universalità, la decadenza. A queste due affermazioni manca la
giustificanza storica il metodo. Perché in Roma la lotta è del tutto umana? A
questa interrogazione, quando non si voglia dare una ri sposta astratta, come
la darebbe la scuola di Hugo e di Savi gny,cioè tal era la coscienza o ilgenio
di Roma,ci sono due modi di rispondere, l'uno metafisico, l'altro naturale. Il
primo risponde: Alla lotta semidivina dovevo succedere la lotta umana: la
prima, compiuta in Grecia, non si poteva ripetere in Roma. Le due lotte sono
due momenti del pensiero; e però Epicuro passa dalla Grecia a R o m a. Il
secondo dice che questo lavorio del pensiero, affatto in d i sparte dal
fondamento naturale, spiega la storia più che non [Quindi l'evidenza di
lumeggiare la storia col naturalismo che le traccia il metodo. Ora, il
naturalismo storico attraversa tre periodi notevoli: prima è teleologico, poi
empirico, finalmente è scientifico È teleologico, quando presuppone i fini, e i
fini diventano cause, e la natura è in gran faccenda a lavorare i mezzi per
questi fini. In questo primo periodo il naturalismo non si è li berato ancora
dalla metafisica, e, se non è essenzialmente antro pomorfico, è tale
abitualmente. Questo periodo è rappresentato da Herder, il quale è vero che
presume cercare la storia degli uomini nella storia del cielo, della terra e
delle relazioni tra cielo e terra; m a, presupponendo ancora i fini nella
storia dell'uomo e della natura, viene abitual mente a credere divino quel che
dev'essere tutto e semplice mente naturale, e – ciò ch'è ancora più teologico
-- ad esclu dere i popoli fieri e sanguinarii dalla possibilità di adempiere
nella storia un qualche fine provvidenziale. Che cosa sarà per Heder il
cristianesimo? — Il regno della giustizia e della verità ! Ecco la civiltà
tedesca in forma di fine provvidenziale, che non poteva essere adempiuto dal
popolo romano, perché aveva animo tirannico e mani insanguinate.] il genio o il
carattere astratlo, m a in ultimo riesce astratto ed enigmatico anch'esso,
perché il pensiero presuppone qualco saltro, da cui non si può divellere. È
vero che altro è il genio greco, altro il romano; è vero che la lotta fatta in
Grecia non si può rifare a Roma;è vero pure che Epicuro,passando dalla Grecia a
Roma,accenna alla lotta umana che succede alla lotta religiosa: ma non si vede
ancora perchè il pensiero si sia cosi determinato, e piuttosto in Italia che in
Germania, e dell'Italia piuttosto in Roma che nell'Etruria o in altra regione.
Sono, per conseguenza, da tenere in gran conto i momenti del pensiero che nè in
sè nè nella storiasi ripete mai; ma re stano momenti vuoti, astratti ed
inesplicati senza tenere in pri missimo conto il dato naturale.] il genio
giuridico di Roma? e l'universalità del dominio romano? e la successione
storica della civiltà romana alla greca? e l'am biente naturale di R o m a,
rispetto alla terra ed all'aria? Tutto ciò sparisce, e restano un fine
provvidenziale il cristianesimo, e l'odio tedesco contro R o m a, compagnia di
ladri e nel principio e nel mezzo,cosi pel genio naturalista di Herder come per
il genio metafisico di Hegel. Egli è perchè quella natura non è libera ancora
da quella metafisica. È empirico il naturalismo, quando contende ogni investiga
zione intorno agli ultimi fini e alla prima causa, e que'fini e quella causa
respinge da se come contenuto della metafisica e campo Questo periodo è
rappresentato da Comte, il quale respinge l'assoluto con troppo assolute
negazioni,come Stuart Mill negava il sistema, sistemando; e però l'uno si dà a
cercare l'invaria bile attraverso i fenomeni naturali, e l'altro il permanente
attra verso i bisogni umani. Vanno cercando quell'assoluto che hanno
assolutamente negato. Avviene, in questa scuola de'puri senomeni,che le
catastrofi sono sostituite all'evoluzione; che il passato sarebbe assoluta
mente morto, non trasformato; e che, come nell'ordine della successione
filosofica il positivismo annunzia la morte di tutto il contenuto metafisico,
cosi nell'ordine della successione politica ilperiodo
industriale,p.e.,supporrebbeaffattospento ilperiodo legale, come questo supporrebbe
spento del tutto il periodo m i litare.Da che sarebbe indicata la cessazione
del periodo mili tare? Dalla caduta di Roma.Ed ecco che questaRoma,o forza di
ladri o di soldati, non sarebbe stato altro che forza ! E ne il naturalismo
teleologico nė l'empirico arrivano a vedere che in quella R o m a universale la
forza fu universale quanto il diritto. - come reazione mutila il
contenuto scientifico, e non si accorge che quanto sot trae alla scienza tanto
consegna alla religione. sino dal nome metafisica, dell'inconoscibile. In
questo secondo periodo il natura lismo,aborrendo Finalmente il naturalismo
storico esce dallo stato teleologico, dallo stato empirico, e diviene
scientifico sotto queste determi nate condizioni: 1a sottraendo la statica e la
dinamica so ciale all'indeterminato delle analogie e sottomettend le al cal
colo determinato, nel quale sparisce l'uomo individuo e sorge l'uomo medio; 2a
sottraendo il calcolo ai ritmi misteriosi o ca balistici e riducendolo alla
legge di proporzione tra causa ed ef fetto; 3a sottraendo le cause allo
indeterminato del numero e riducendole ad una causa sola, e facendo convergere
tutti gli effetti verso un fine proporzionato alla causa medesima. Allora si
viene a veder chiaro che la statica e la dinamica sociale fanno una fisica
sociale che deriva dalla psico -fisica; che il pensiero si traduce nella storia
con la medesima proporzione, onde procede dalla natura; che il calcolo, al
quale sottostanno le scienze naturali, entra a dominare il mondo della storia;
e che in ultimo l'uomo individuo,il quale sparisce innanzi all'uomo medio, vuol
dire l'arbitrio che sparisce innanzi alla libertà. Più sparisce l'arbitrio come
causa, e più si chiarisce la libertà come fine. A tutto ciò, che è pur grande,
il mondo moderno non può sottrarsi. Ha prodotto tre saggi,che sono saggi
ancora, ma che aspettano con irremovibile certezza la sistemazione scientifica,
e sono la Fisica sociale di Quetelet, la Storia dell'Incivilimento in
Inghilterra di Buckle e i Periodi politiri di Ferrari. Anch'io nel Saggio
Crilico del Dritto Penale e del Fondamento etico avevo cercato dimostrare in
che ra gione si movono nel tempo storico le istituzioni avverse e per chè il
tempo stesse rispetto alla successione del pensiero come lo spazio rispetto
alla successione de'corpi; m a anche quel mio libro, come porta il titolo,
rimane saggio, ed aspetta la sistema zione scientifica che si determina co'
criterii sopra stabiliti, senza de'quali non è possibile un naturalismo
scientifico. E con questo proposito io mi sento libero da qualunque ar bitrio
individuale, da qualunque monomania di originalità so litaria ed astratta,
perchè da una parte veggo di obbedire alla ragion de'tempi e
dall'altra al genio italiano. Questo genio, o che si manifesti nello
sperimentalismo più cauto del Galileo o nel più libero idealismo di Bruno,ha
sempre ultimo fondo delle cose la natura, fuori della quale nulla vede e nulla
spiega. È però genio matematico per eccellenza, perchè ogni legge natu rale si
stringe in numero. Fu, quindi, possibile nella scuola di Galileo un Vincenzo
Viviani che faceva ciò che appena Leibnitz osava desiderare, sommettere cioè
gli atti umani alla misura, l'etica alla matematica. Risalendo i tempi,
incontravasi nella scuola di Metaponto; discendendo, preoccupava i periodi poli
tici di Ferrari. Se è una sistemazione anche questa, perchè afferma l'evo
luzione come processo dall'omogeneo all'eterogeneo, e non con sidera che
l'evoluzione sarebbe impossibile senza la coesistenza dell'omogeneo con
l'eterogeneo? Perchè non considera se quella che appare coesistenza
immediatamente al senso,non si faccia mediatamente connessione? E, se cotesta
connessione è recipro cità, perchè egli non mi lascia vedere le scienze esatte
nelle naturali? Ne deriverebbe che, esclusa la possibilità di ogni ente
metafisico, il suo positivismo farebbesi naturalismo. E tanto m e glio ! Tutte
le perplessità finirebbero, e non si parlerebbe a n Spencer pose gran
cura a distinguere sė da Comte,ciò che oggi vuol dire positivismo inglese dal
francese. Molte sono le differenze notate dallo Spencer, m a fan capo ad una:
che Spencer cre le necessaria l'analisi psicologica, da Comte giudicata
impossibile. E dietro quest'analisi Spencer perviene a quel s a pere unificalo,
sotto il principio universale della evoluzione, che costituisce la sistemazione
del positivismo. Innanzi all'universalità di queste leggi non vi sono per noi i
riserbi, le oscillazioni dell'inconoscibile e del positivismo in glese; vi sono
invece l'universalità e l'ardimento del naturalismo italiano, del quale cosi,
senza taccia di orgoglio nazionale, ra gionavo nella mia conferenza a Torino:
Che cosa manca? Noi abbiamo affermato l'inconciliabilità tra
l'infinità della natura e il vecchio caput mortuum della teologia.Non possiamo
tornare indietro; e le perplessità del positivismo sono sdegnate dal
naturalismo italiano. La parola stessa positivismo per noi è un equivoco:
scientificamente ci suona semplice reazione alla metafisica, e moralmente dice
negazione di ogni elevato ideale. La parola è sciupata. Il naturalismo dura
quanto la natura, ed è proprio nelle nostre tradizioni, nel nostro indirizzo e
nel n o stro genio. Non temo le conseguenze: la Verità e la Libertà sono, in
fondo, una medesima natura. Dietro questi criterii, tenuto conto non di uno o
due, m a dei precipui elementi naturali ch'entrano nella storia primitiva di
Roma e che possono essere determinati come i faltori elemen tari
dell'incivilimento romano, ne risulta che l'indole violenta ed il costume
erratico de'primi congregati devono essere dal vasto campo costretti a farsi
agricoli, e che il prodotto di questi due fattori, la violenza e
l'agricoltura,doveva essere il genio m i litare di R o m a. E militari si
annunziano il primo re, le prime istituzioni,iprimi fatti che aprono lastoria
di Roma,come mi litare la postura della città istessi, ottima delle posizioni
stratc giche in tutlo il Lazio. Or,dato un popolo agricolo e militare,un
popolo,cioè, che [B. Il naturalismo. Torino, Roux e Favale] vora
dell'assolutamente inconoscibile, campo tetro,in cui possono rientrare tutti i
vecchi pregiudizi, tutt'i terrori infantili e tutte le senili speranze sfatate
dal naturalismo italiano. Diritto, ardito, impavido è l'ingegno nostro: è
Colombo che, se ha da guardare verso l'America, non riguarda la Spagna; è
Galileo che, se s'in china, non nega il moto; è Bruno che, se ode la sentenza,
non disdice l'infinità della natura; è Cardano che ha più timore di smentire il
proprio oroscopo, che di morire. Cosi pensa e cosi vuole: italianamente volere
è come il supremo fato storico. stabilisca il mio e il tuo e con la
forza faccia rispettare il li mite,quale sarà la risultante di queste
attitudini,quale lamis sione o il destino di questo popolo? È già evidente:
sarà u n popolo giuridico per eccellenza, il popolo del diritto. Cosi va: la
violenza e l'agricoltura fanno un popolo militare; l'agricoltura e la milizia
fanno un popolo giuridico. La violenza temperata dall'agricoltura diventa
milizia, a c u stodia del proprio campo; la milizia raddolcita dall'agricoltura
diventa forza di equità. Cosi si scoprono i primi naturali fattori del genio
romano: non forza contro il diritto (barbarie); non diritto contro la forza
(decadenza ); m a diritto e sorza (civiltà giuridica ). Non basta dire il m o n
d o greco fu della scienza e dell'arte, ilmondolatinofudeldirittoedelgoverno,ma
bisognasapere perchè fu cosi. Allora occorre vedere non solo la successione
cronologica delle idee e delle civiltà, m a indagare i naturali fattori che
dispongono una nazione,piuttosto che un'altra, ad una deterninata civiltà, e
proprio quella e non altra nazione. E per convincersi che quello fu davvero il
genio di Roma e quelli i fattori dello incivilimento romano,gli studiosi
rivolgano a sè m e desimi alcune domande.Eccole ordinatamente: Qual e fu, in
generale, l'indole de’ popoli italici, e quale tra le genti italiche la postura
di Roina? Quali i rapporti tra gli agricoltori e quale il costume? 4. Perchè fu
tenace il costume e lento in Roma l'accu mularsi della ricchezza? Perchè
gl'idillii greci in Roma diventano georgiche, come le cosmogonie diventano
poemi della natura, ed in qual conto R o m a ebbe gli scrittori de re rustica e
le divinità campestri? 6." Qual'è la forina più latina del pensiero latino?
È vero, in ultimo, che quel pensiero e quella forma. Che cosa più occorre,
quando questi rapporti e questo costume si elevano a missione giuridica?
sostanza e modo di un mondo affatto prosaico alito di arte? - non hanno
Se ciascuna di queste domande non avesse in sè molta im portanza, tutte insieme
parrebbero da fanciullo per la loro di sparatezza, mentre, per la loro intima
connessione, posson fare una sola domanda. E l'ordine delle risposte può far
bastare una pagina, dove occorrerebbe un volume. Le genti italiche – per
quell'armonia di facoltà, della quale abbiamo sopra toccato l'origine portano
in ogni cosa che pensano e che fanno,non solo un senso finissimo di arte,m a g
giore dove meno appare,ma quella che chiamano nota giusta ed è espressione di
senso pratico, che, in fondo, è senso poli tico.E dico senso non per traslato
nè per uso di linguaggio co mune,ma proprio nel sensopiùitalianamente
scientifico, perchè intelletto e volontà sono evoluzioni del senso. Quindi sono
popoli che hanno meglio equilibrati gli ordina menti politici, e più
disciplinati gli ordinamenti giuridici e m i litari. Roma, e per i fattori del
suo genio e perchè posta nel cuore della penisola,veniva naturalmente a
concentrare tutto il genio italico e a dargli quella espansione che può
raggiare da una città nel medesimo tempo giuridica e militare. Il genio di
Roma, insomma, traperl'origine e per la postura è nelle con [Non sarà inutile
ricordare ciò che scrissi nel citato discorso sul naturalism. Il senso era umiliato e depresso da due presupposti:
che lo avevamo comune con le bestie e coi zoofiti; e che la ragione p o teva
far senza di esso, come l'anima senza del corpo. Presupposti, come è chiaro,
della vecchia psicologia metafisica, esagerati dalla scolastica, raffi nati
dall'idealismo più recente. Il senso che si osserva,e che si sente,si alza,si
riabiliti e testimonia e scrive di sè stesso: Il senso avverte il fatto
naturale, il movimento del fatto e in ogni fatto la coesistenza dei contrarii,
per es., identità e differenza, genere ed individuo, comune e proprio. Il senso
avverte sè,ilmovimento da cui deriva e in cui si deriva,ed in sè la connessione
dei contrarii, per es., infinito e finilo, causa ed effetto, necessità e
libertà. Il senso avrerte la dizioni più naturali per concentrare ed
espandere il genio ita liano. E ne'popoli agricoli, più che
ne'commercianti,sorge schietto il sentimento del diritto e poi dell'equità,
perchè più semplici tra gli agricoltori, che non tra'commercianti,sorgono i
rapporti sociali. E, sorti, trovano subito stabilità nel costume e certezza
nelle forme, come stabile e certa è la terra, sulla quale e per la quale
l'agricoltore vive, come certo e stabile il limite del colto. E da questa
medesima stabilità e certezza, la tenacità del costume e la rigidezza avversa
ai subiti e pericolosi guadagni del commercio. Però in Roma fu lento
l'accumularsi della ric chezza e ancora più lento il contagio del lusso. Se poi
questi rapporti e questo costume, ne'quali si accentra il genio di tutto un
paese, sono destinati ad elevarsi a missione giuridica, ciò che più occorre per
tradurla in atto cotesta m i s sione segnatamente in mezzo ad un mondo barbaro
è la forza. Perciò una grande missione giuridica, la quale non sia militare nel
medesimo tempo,è un'astrazione da missionarj,come una gloriosa missione
militare che insieme non sia giuridica e non si ordini a qualche alto fine
civile, è un'astrazione da nar ratori ciclici. Il dominio di Roma è pari alla
forza, e l'uno e l'altra sono pari al concetto ed alla missione giuridica.
Quindi, propria tendenza a trasmutare ilfatto naturale in fatto storico, a insi
nuare nella storia il proprio moto e a determinare il fine del moto sto rico
nell'equilibrio dei contrarii, per es.,persona e Stato, lavoro e pro dotto,
dovere e dritto. Volete questi diversi gradi del sentire chiamarli
senso,intelletto e vo lontà? Ritragga il linguaggio con queste parole questa
distinzione di gradi, ma distinzione di gradi, non separazione di facoltà:
distinzione di gradi nella evoluzione del senso,come ilsenso è dellanatura,non
tante ipostasi di tante facoltà.Come l'evoluzione delle forze chimiche perviene
sino al l'organismo e dell'organismo sino alla vita e della vita sino al
senso,così l'evoluzione del senso sino all'intelletto e alla volontà. Nessuna ragione,
m a il solo pregiudizio può condurci a moltiplicare i principii e le
leggi. col crescere e determinarsi del concetto giuridico si giustifica
l'egemonia di Roma sopra tutto il mondo mediterraneo, e con la coscienza che
Roma desta del medesimo concetto negli altri popoli, si spiega il testamentu di
Augusto in Tacito: Addiderat consilium coercendi intra terminos imperii. Quindi,
si spiega perchè in R o m a,mentre tutto è militare e la procedura giuridica
non si scompagna dalla lancia, tutte le distinzioni civili e politiche sono
derivate dalla terra. È patrizio chi possiede terra ed il segreto de'diritti
inerenti al dominio; sono clienti, colientes,quelli che coltivano il campo del
patrizio; plebei, quelli che coltivano e costumano vivere sul proprio campo;
proletarii, quelli che non hanno campo, fuori del quale non c'è avere. E si
ponga mente a questo, che nel cliente c'è la radice del colono; che ne'
rapporti tra cliente e patrono è adombrata la prima tradizione feudale, che non
si è interrotta mai nella storiadelmondo;cheilclienteècittadino,ma non saclasse
di cittadini; e che in ciò principalmente si distingue dal servo che nè è
persona, nè cittadino, nè fa classe di cittadini. Agraria è principalmente la
lotta tra le parti in R o m a; agraria l'origine del dominio bonitario; agrario
il fondamento del censo; agrarie le leggi provocatrici de'più grandi dissidii e
di radicali riforme negli ordinamenti politici e civili di R o m a.
L'evoluzione dello spirito romano porta sempre questa impronta del principale
fattore del suo genio. Tra la legge licinia e la legge sempronia c'era sempre
sull'agro pubblico tesa una corda, che, tocca, consuonava con l'animo romano.
Campestri da Saturno al Dio Termine sono le deità indigene diRoma; il campo arato
è ara; proarispugnare inanticoè difendere il campo; e da un fanciullo uscito
dall'aratro impara rono l'arte degli aruspici, di gran momento nel cominciare
le imprese civili e militari.Censorino scrive$ 4:Nec non in agro Tarquiniensi
puer dicitur exar atus, nomine Tages, qui disci plinam cecinerit extispicii.–
Anche negati gli aborigeni,restano gl’Iddii autoctoni che si piacevano di riti
e canti campestri e 6 – G. B Vic. Disegno di una Storia del
Diritto,ecc.,ecc. da'campi mandaron voce ad Ercole di preferire le
offerte di lampade accese ai sacrifizj umani. Gli Dei che dal primo anno urbe
condita sino alla prima dittatura perpetua entrano in R o m a insieme co'popoli
vinti, sono costretti ad entrare anch'essi in servigio del vincitore, dal quale
assumono forma e costume. La Giunone di Grecia non è quella de'Latini,nè il
Giove di Atene è quello di Roma. Quando non più assumono il costume del
vincitore, non sono più adorati. Ma nė per numi peregrini nè indigeni c'è mai
guerra tra i popoli latini, né dissidio civile, nè giudizio per divinità. L'aco
nito di Lucrezio - se mai fu provato - non somiglia alla cicuta di Socrate: non
ci fu accusa, da che i dotti di R o m a sentirono che il poema della natura era
l'espressione più vera del senti mento contemporaneo. In Roma gli Dei sono
piuttosto per l'uomo,che l'uomo per gli Dei, i quali più si allontanano come
più si determina il sentimento del diritto, che ha dato alla lotta romana
principalmente l'impronta agraria. — E l'ager romanus da prima determina le
tribù, le quali sono non solo personali, m a locali secondo la partizione
dell'agro. Nell'arte non si smentisce questo elemento precipuo del genio
romano, anzi vi si determina e spiega. Se l'idillio greco entra in R o m a, si
fa georgica, le quali Di patrii, Indigetes det tano ad alto fine: Quid faciat
laetas segetes, quo sidere terram Vertere, ulnisque adjungere vites Conveniat.
Aureus hanc vitam in terris Saturnus agebat. Ma,seèvero,comesentiHegel, chegliDeidiVirgilio
ven gon giù dalla macchina, in queste georgiche la macchina è più visibile:
mostrano abbastanza che vengono dopo il poema della natura, e che secondo leggi
schiettamente naturali la terra vuol essere pulsata. E l'arte romana non ha
nulla di più perfetto di 83 questo poema della natura e di questa
applicazione che delle leggi naturali si fa nelle georgiche, poema agrario.
Celebrati, dopo questi, sono scriptores rei rusticae et Gromatici veteres, per
la tradizionale venerazione della coltivazione e della misura dell'agro:
tra'primi M. Porcio Catone, Varrone e Colunella; tra'secondi Sesto Giulio
Frontino, Aggeno Urbico, Igino. Humana ante oculos foede cum vitajaceret In
terris oppressa gravi sub relligione Primum Grajus homo mortaleis tollere
contra Est oculos ausus,primusque obsistere contra. Ed è chiaro:sarà questo in
Roma il contenuto filosofico:lo stoicismo non sarà che di reminiscenze, e
l'eclettismo, di s c m plice erudizione. Quinto Sestio,stoico più che
eclettico, non saprà parlare di Giove che con un motto sarcastico, tramanda
toci da Seneca: Iovem plus non posse, quam bonum virum; a CICERONE, eclettico
più che stoico, morto otto anni dopo L u crezio, non saprà ammettere
l'esistenza degli Dei che in via di sempliceopinione:Deosessenaturaopinamur.E
idottisinno quanto questo opinatore magno, come Cicerone chiama sè stesso,
confidi nelle sue opinioni teoretiche e teologiche. Intravedesi E la
filosofia? Dove sviluppato è il sentimento del diritto, e per questo appunto la
lotta si fa tutta umana e principalmente agraria, gli Dei, a breve andare,si
allontanano dalla scena.Epi curo occupa Roma è il suo campo naturale e Amafinio
pubblicamente lo insegna in buona prosa latina come Lucrezio lo espone in versi
mormorati a lui dalla natura ch'ei canta: Perchè? Te sequor, o Graiae gentis
decus, inque tuis nunc Fixa pedum pono pressis vestigia signis Lib.1. che
la macchina teurgica non manca a Cicerone che prelude ai politici di RAZZA
LATINA, invocando gli Dei piuttosto a rincalzo dello Stato che a fondamento di
religione. Ma sopra tutt'i poemi e tutte le prose latine l'epigrafe mi parve
sempre la più latina forma del pensiero latino. Versi e prose se ne scrivono in
ogni lingua, più o meno classica,e morta e viva; ma l'epigrafe, che non è nè
prosa nè verso, non mi parve mai vera in altra forma fuor della latina. N'è
prova il fatto costante: sempre che si voglia far vivo un pensiero sopra una
pietra e quasi comandarlo alla memoria degli uomini,lo si fa latinamente. E, perchè
il pensiero trovi equazione con la forma, bisogna che abbia alcun che di
universale e d'importanza umana: una epigrase latina, oggi, sulla tomba di una
giovinetta, di un fanciullo, di un uomo oscuro, accusa gli eleganti ozii di un
pe dante, anche quando egli riesca alla pietosa eleganza di Antonio Epicuro,
che gemeva in latino del cinquecento, e in dotte a n titesi, la sostituzione
della morte alle nozze. Nam tibidumque virum, tedas, thalamumque parabam,
Funera et inferias anxius ecce paro. Anche il nostro Settembrini, che avea
gusto finissimo del bello, si lasciò ingannare dal singulto in antitesi eleganti,
e non seppe distinguere tra l'epigrafe dotta e l'epigrafe latina. È vano
sfatare l'epigrafe: sempre che si voglia dire con ef ficace brevità un pensiero
universale o un fatto d'importanza universale, si dirà epigraficamente e
latinamente.In altra forma e lingua apparirà lo sforzo, anche coperto dalla
maestria del Giordani che sopra Colombo e Machiavelli scrisse le epigrafi meno
incomportevoli. Noterò breve la ragione di questo fenomeno letterario. Quando
si dice la lingua latina, imperatoria, ellittica, essere percið epigrafica, il
discorso rimane all'esterno; e però viene a dire che la lingua latina è
epigrafica, perchè è.– L'intimo è che il pensiero latino —
giuridico. Si dirà, per afferrare transiti dove sfuggono, che l'epigrafe è il
passaggio dal verso alla prosa, dalla fantasia alla riflessione, e tiene però
dell'una e dell'altra. No: l'epigrafe esprime il sommo della riflessione,
perchè determina ciò che in una gene razione c'è di più universale, o come
pensiero o come sentimento, e lo stringe sotto non il numero de' piedi o delle
sillab e, ma delle parole,ed ha però forma egualmente discosta dal metro
poetico e dalla licenza prosastica. Chi consideri come l'universalità del dirittosi
determina nella precisione massima della parola, scopre subito l'equazione tra
il responso e l'epigrafe, e conchiude senza peritanza, che, ri spetto al genio
romano, sono di eguale importanza il corpus iuris e il corpus inscriptionum
latinarum. Tutte le regole di Morcelli de stylo inscriptionum fanno la
rettorica epigrafica, la più fatua melensaggine letteraria. Al g e suita
mancava il pensiero. Intanto questa indole epigrafica di Roma, che riappare da
ogni carta e da ogni pietra,in ogni parola e in ogni lettera latina, questa
appunto per la sua espressione nuda e severa ha fatto dire che il genio di Roma
non ha nulla di artistico. Quel che di fluido e più abbondante s'incontra nella
letteratura latina, è greco. Per gli odiatori del nome romano, Roma è la città
della forza; per i più benevoli, è la città del di ritto; per gli uni e per gli
altri il genio romano è meno estetico del cinese. Conchiudiamo questo capitolo,
esaminando questa affermazione. Che il mondo romano sia stato poetico davvero,
come fu la Grecia, e come la nostra rinascenza greco-latina da Dante in poi,
non si può dire, si perchè nell'arte di R o m a non troviamo l'individuazione
de'caratteri poetici, e si perchè il canto vera è universale, imperatorio,
categorico. Per cosa ingiusta e con parole indecise non c'è forza di
comando.Perciò ripeto che inRoma ilresponso è epigrafico, l'epigrafe è
responsivamente poetico non si leva mai solo in un popolo, ma in un periodo in
cui gli vengono successivamente compagne le altre arti: la pittura, la scultura,
la musica, l'architettura.Non c'èragione, perchè, una volta accesa la fantasia
di un popolo, si debba tutta e solamente stringere ne'metri poetici e non
cercarsi il ritmo nelle altri arti: c'è invece la ragione contraria, che, nato
il canto, si presentano l'una dopo l'altra tutte le altre forme della
individuazione poeticil. I caratteri poetici migrano per le diverse forme
dell'arte, finchè si adagino nella forma più propria, dalla quale sdegnano
essere rimossi. Così il Giove di Omero passa in Fidia,e ilgiudizio di Dante in
Michelangiolo. Ma,se ilmondo romano non è poetico, nel senso estetico della
parola, è nondi meno artistico in grado inimitabile, perché non neglige la
forma dietro la ricerca di un contenuto informe, ma la cerca in equa zione perfetta
col contenuto, anzi dal contenuto si studia deri varla, perchè sente che un
pensiero che si deterinina, facendosi, si crea determinatamente la sua forma.
Il contenuto, la sostanza propria del pensiero latino è il diritto, il quale in
Roma si connatura con la forma romana, come il Giove greco con la forma greca.
La parola del giure consulto latino scolpisce come la subbia di Fidia. Come da
quella subbia esce il sopracciglio cuncta movens, cosi da quella parola erompe
l'imperativo giuridico. Or, questa perfetta equazione tra pensiero e forma, tra
l'im perativo giuridico e il grammaticale, tra l'imperio concitato e la forma
ellittica, quasi tronca, onde Leibnitz, dopo gli assiomi de'geometri, niente
vede più certo de' responsi latini, questa appunto è intensamente artistica. Il
giureconsulto non è il poeta, è l'artista del diritto. E per provare col
fatto, io ben ricordo che la lex XII T a bularum fu chiamata carmen necessarium,
e, cresciuta l'equità, -orrendocarme;chequesto carme fugiudicato un
severopoema, ricco d'immaginazione e a desinenze quasi ritmiche; che fu salto
imparare a coro da'fanciulli; che Cicerone ne parla con
quell'entusiasmo, onde iGreci ricordavano l'Iliade; che i R o mani
derivavano più onore dalle XII tavole,che non dalle guerre puniche; m a so pure
che la voce carmen presso i latini ha si gnificato assai più largo che poesis,
e mi baderò dal definire poema di qualsivoglia natura il carmen necessarium. Ma
ag giungo subito che in queste medesime tavole si manifesta il genio artistico
del legislatore romano, per una mirabile equa zione tra contenuto e forma, la
quale ferma e stabilisce quelle tavole come tipo di tutta la legislazione
romana, e le fa perenni nel culto di quel popolo togato e armato. Al primo
sguardo sulla tavola prima si legge: SI IN IUS VOCAT, NI IT, ANTESTETOR; IGITUR
EM CAPITO. Non un articolo, nè un pronome in caso reito; due impera tivi in
cadenza, e tra'due, come a temperarne la durezza,l'igi tur, che presume parere
la razionalità ed è la semplicità pri mitiva della legge.Ogni legge scritta è
igilur in sè medesima, è il corollario particolareggiato di un principio generale
e di una applicazione sottintesi; e però l'igitur espresso non è trovabile fuor
della semplicità infantile della legge. Basta averlo trovato in prima, e non
pare che vi s'incontri due volte.Hegel direbbe che questa procedura non solo
insita nella legge m a soverchiante, ed a cadenze d'imperativi della specie di
capito, ricorda troppo la manus.Due cose sono da rispondere:l’una,che
laprocedura molta e stabile, diffusa in tutte la dodici tavole, anche nelle due
ultime che Cicerone chiama inique (duadus tabulis iniquarum [Per Livio è fonte;
per Tacito è fine; per entrambi è corpo del diritto: quindi, fons publici
privatique juris in Livio; finis aequi juris in Tacito;corpus omnis romani
juris ne'due storici e ne'giureconsulti. Ma più se n'esalta CICERONE nel De
Oratore: Fremant omnes licet, dicam quod sentio.E dirà,giurando per Ercole, che
ilsolo libretto delle dodici tavole per peso di autorità e di utilità avanza di
assai le biblioteche di tutt'ifilosofi.Questo unus libellus era l'Iliade de’ Romani.
legum additis), svelano l'indole di un popolo agricolo; l'altra, che tutta
questa procedura primitiva, che è o la forza o simbo leggiata dalla forza, in
Roma è sempre in servigio di un diritto che determina un rapporto tra gli
ordini noverati sopra, o tra due del medesimo ordine rispetto ad una medesima
cosa. REM UBI PAGUNT, ORATO, Qui, nelle dodici tavole, é evidente, è propria,
sto per dire, è bella: certo, come legge, questa evidenza epigrafica non è solo
il sommo della brevità, ma dell'arte. Fuori della legge, in Tacito, assai volte
la brevità perde l'evidenza e diventa cortezza, l'arte si svela e si fa sforzo,
e l'oscurità della frase indica l'o scurità de' tempi e l'animo oscuro di chi
si trova solo in mezzo a que' tempi. Bella ancora nelle XII Tavole la seguente
procedura che sta bilisce equazione tra l'esrcizio della legge e del Sole: SOL
OCCASUS SUPREMA TEMPESTAS ESTO. Tutt'i verbi trovansi all'imperativo, e
l'imperativo nel rit mo,ma più di frequente questo verbo essere, come se
l'essere in Roma questo dovesse significare principalmente: l'impera tivo
giuridico. Parrebbe ai meno accorti soverchia la parola rem innanzi a pagunt:
la levino e sarà come levata la parola inducias innanzi al pepigit di Livio. Le
parole in quelle tavole sono numerate 88 Notinsi intanto l'evidenza nella
brevità epigrafica, la rapidità del comando, la risolutezza della procedura.
Non si saprebbe quale parola o monosillabo levare od aggiungere. È il getto di
un pensiero giuridico, nato insieme diritto e procedura, impera tivo nella
essenza e nel modo,ritmico senza esser verso, arti stico senza nulla di
poetico. Notisi in questa ilmaximum della breviloquenza: si come nelle
epigrafi, e risermano, con l'esempio, la dottrina espo sta intorno al genio di
Roma. L'arte della legge,propria dello spirito romano, si annun zia sin da
queste dodici tavole; e i primi ed i,secondi decem viri furono artisti. Coloro
che anche in queste dodici tavole vollero vedere Atene, ed una legazione uscita
romana e tornata attica, ed Ermodoro esule d'Efeso primo glossatore, e dietro
le dodici tavole la statua di Ermodoro, furono confutati da Vico, e la
confutazione fu di quelle che non ammettono replica. Non solo nella essenza
delle dodici tavole c'è lo spirito originario di Roma,ma c'è ilgetto del
pensieronellaforma.Le dodicitavole in greco suonano come l'Iliade in latino:chi
sotto la forma indi gena non sente il pensiero esotico, è sordo ad ogni
risposta di Cirra. Le dodici tavole,come forma,svelano ilgenio diRoma,mi rabile
nella concezione ed espressione della legge, mirabile per quella equazione in
che dimora l'arte di una qualunque disci plina; come fine, svelano un'altra
equazione che è tutto il dise gno di un popolo giuridico:summis infimisque iura
aequare; come origine, svelano la prima equità nella notizia del diritto, la
promulgatio. La promulgatio accenna il transito dal summun ius all'ae quum
bonum in un popolo che ha congenito il sentimento del diritto e lo sente e lo
celebra come sua missione. Il Tribuno, provocando la promulgalio, astringerà il
diritto consuetudinario e il quiritario a fissarsi sulle tavole; il Pretore,
secondo i casi particolari, tradurrà il diritto scritto nell’equità naturale;il
Giureconsultotradurrà l'equità nelle regole uni versali di ragione. Il Tribuno
sorge una generazione dopo ilregifugium ed una generazione prima delle dodici
tavole: e, sorto tra queste due generazioni, significa, con la sua presenza,
che, mutala forma di governo, si è mutato lo spirito di una nazione. Il
Pretore, non quello semplicemente da prae ire, m a quello appellato
urbanus, Considerata l'origine del Tribuno, e i due primi, Giunio Bruto (forse
nipote del primo) e Sicinio Belluto, tra patriziato e plebe; considerati nel
Tribuno il vus auxilii, il ius interces sionis e il veto; considerata
l'inviolabilità, ond’ era sacra la per sona del Tribuno, ed il violatore era
caput Jovi sacrum; fu detto che il Tribuno è un tipo affatio italico, e del
tutto italica l'istituzione del Tribunato. Doveva dirsi invece che il Tribuno,
il Pretore ed il Giureconsulto sono tre grandi momenti dell'equità romana; e
tre risultamenti memorabili della lotta umana ed agraria tra patrizio e plebe
sono la promulgatio, l'editto ed il responso. E qui due considerazioni: la
prima, come risultamento della lotta romana sono il Tribuno, il Pretore ed il
Giureconsulto, tali hanno ad essere le dodici tavole, e tutte le leggi che da
quelle promanano; l'altra, che chi credesse ancora tutto e solo della forza
questo mondo di Roma, dovrebbe correggersi innanzi al Tribunato, al Pretorio ed
al responso. In R o m a, desto il sentimento dell'equità, fondamento p e renne
della lotta umana che si agita in tutti i tempi di Roma, si desta insieme
l'accorgimento politico, onde il patriziato cerca prevenire gli strappi e
capitanare le riforme che non può nè respingere nè fermare:quindi, è possibile
vedere da una parte la lotta agraria, le guerre servili, la guerra sociale e la
guerra gladiatoria, dall'altra Spurio Cassio, patrizio, giustificare col suo
sangue la prima legge agraria, F. Camillo, patrizio, giustificare l'equità pubblica,
presentandosi primo pretore accanto al tempio votato alla Concordia, Emilio Papiniano,
patrizio, portare il re quod in urbe ius redderet,venne tre generazioni
dopo la pro mulgazione delle dodici tavole, perchè dopo tre strappi fu m e
stieri di chi piegasse la legge scritta verso la naturale equità. Il
Giureconsulto accompagna tutti i tempi del diritto, m a domina l'imperatore e
lo Stato, il mondo di allora e i secoli posteriori, quando libera l'equità
dallo editto e la incarna in pronunziati universali.Quindi,più dileguasiil Tribuno,
più scende ilPretore, e più grandeggia il Giureconsulto. Sempre che
gli uomini pronunzieranno questa parola « EQUITÀ », la quale, in fondo, è
libertà, ed è l'alto fine della storia, si ripresenteranno alla memoria di
tutti il Tribuno, il Pretore, il Giureconsulto, il primo a promuoverla, il
secondo a specifi carla, il terzo ad universaleggiarla. Mi occorse rispondere
ad alcune parole del Cancelliere del l'Impero tedesco ripetute nel Senato
italiano, e pubblicai subitamente le parole che seguono per provare che non si
hanno a chiamare concessioni quelli che nella storia sono strappi. Riconosco,
nella calma dello scrittojo, la concitazione di alcune frasi che potrebbero
alterare il senso positivo dellastoria, ma ilfondo rimane
vero,epiùveroancora,chelapoliticafine dell'antico Senato oggi non può trovare
imitatori nè in Germania, nè in Italia,nè in Francia.Ecco,intanto,le parole di
allora: Giova ripetere il senso delle parole di Bismarck, ripetuto già nel
Senato italiano, per mettere sotto gli occhi del principe tedesco e de'
senatori italiani alcune verità storiche, alcune leggi e certi nomi che non
dovreb bero essere mai dimenticati da'prudenti che presumono condurre gli
Stati, lontani dai partiti estremi, e li trascinano fuori delle leggi storiche.
Il Cancelliere ha detto: Da venti anni alla sommità dello Stato, ho potuto
osservare che gli Stati, passando di una in altra concessione, pas sano dalla
forma monarchica alla repubblicana. Il Senato ha detto: Le troppe concessioni
al diritto di suffragio conducono al Senato elettivo. L'uno preoccupavasi della
corona, gli altri della propria istituzione. Hanno ragione e torto. Ragione, perchè,passando
di diritto in diritto,si perviene fatalmente alla sovranità nazionale senza
delegazione, e a tutti gli ufficii per elezione. Torto,perchè non sono
concessioni glistrappi.– Idirittifuronostrappati sempre dai popoli agli Stati,
dalla scienza alla storia, non concessi mai. Si può dire al pensiero: « non
conchiudere »,se la premessa è posta? Si può dire alla storia:« non
gravitare»,se l'impulso è dato? Idivieti dello Stato non fermeranno la storia,
come i divieti del sacerdozio non fermarono ilpensiero. Vo'mettere sotto gli occhi
del cancelliere tedesco edeisenatoriitaliani quattro secoli di storia
dell'antico senato romano, cioè la rapida succes sione democratica di
quattordici generazioni, dal 260 di Roma al 684, af 91. sponso sopra
l'imperatore Caracalla e per il responso lasciare la vita, come già Spuso
Carisio per la legge agraria sulla rupe Tarpea. I Tribuni, i Pretorie i
Giureconsulti, venuti dopo di quelli, arrivarono in ritardo, perchè altro ai
tempi nostri è il contenuto dell'equità, altro il metodo, altri ne sono i rap
presentanti. Ora questo è chiaro: mentre da Papirio a Papiniano si svolge il
tipo del giureconsulto,non appariscono in Roma scrittori po litici. In Tacito
comincia, declinando lo Stato, ad apparire la finchè si accorgano che gli
strappi non sono concessioni e che la gravita zione storica è continua. Sino
all'anno 260 di Roma che è la plebe rispetto al patriziato? II senato, le
cariche religiose e civili, il comando degli eserciti, il dominio ne' comizii
curiati e centuriati, tutto è dei patrizii. Il plebeo che non può campar la
vita dal ricolto o col magro bottino,è destinato a diventar d e bitore del
patrizio, ad essergli venduto per aes et libram, a farglişi nexus o addictus.
Ciònonèlungamentecomportevole. I plebei si ritirano in armi sul l'Aventino e
ottengono due magistrati proprii, i tribuni. Iltribuno nacque come re: sacro e col
dritto diveto.Ilvetofu tri bunizio e destinato a farsi regio, perchè allora
doveva essere limite all'ari stocrazia, oggi alla democrazia. L'attentato alla
vita del tribuno era cri mine capitale.La formula è in Livio:Caput Jovi sacrum.
Il veto e l'inviolabilità del tribuno furono concessioni? I costretti vol lero
parere e chiamarsi provvidenti. Una generazione appresso (anno 292 diRoma)laplebefaintendereche
non vale un magistrato proprio senza una legge comune e spiegata.Quindi, la
mezza generazione che corre dal 292 al 303,è occupata da due decem virati,
destinati alla compilazione delle dodici tavole, ispirate alla triplice necessità:
promulgatio; libertas aequanda; provocatio ad popolum. Ecco, la legge è
scritta, è promulgata, non è più un segreto patrizio che erompe, come
responso,dall'atrium,è aperta la viadelpontificatomassimo ad un plebeo,a
Tiberio Coruncanio. Fu concessione? Tacito accenna neque decemviralis potestas
ultra biennium,e Livio spiega quanta plebe in armi è dietro Virginio e quanta
se ne accampa sul monte Sacro. L’impulso è dato, la gravitazione è in ragion
diretta della massa. Nel medesimo anno in che precipita il decemvirato, la
tegge delle dodici Fu concessione o strappo? 92 93 politica;
ma lo storico prevale anche in Tacito, perchè siamo ancora discosti dalla
catastrofe. tavole è sorpassata dalla legge Valeria Orazia.
Iplebisciti,proclamati ob bligatori per tutti,obbligano ilSenato.La formula è
in Livio: Ut, quod tributim plebesjussisset,populum teneret. La conseguenza è
immediata: una plebe legislatrice può imparentare col patriziato. Ed ecco
Canulejo tribuno, quattro anni dopo, sorpassa la seconda volta le dodici
tavole,spezza iriparitralecaste,pro clama il connubium patrum et plebis,
incrocia, confonde, mescola i ceti. Concessione niente, fu sedizione audace e
flagrante: seditiomatrimo niorum dignitate, ut plebei cum patriciis
jungerentur. Lo strappo è net tamente stabilito nel primo Libro di Floro:
Tumultus in monte Janiculo, duce Canulejo tribuno plebis, exarsit. Il senato
non voleva, m a la plebe exarsit. Potrà, or dunque, il plebeo salire anche al
consolato? Potrà sentirsi il rumore de'fasci in casa plebea? Si chiamino pure
tribuni militari,ma la dignità consolare è divisa.Tacito scrive:Neque
tribunorum militum jus consulare diu valuit;perchè,dopo una lotta quarantenne, ladignitàcon
solare,ripreso il vecchio nome,non si limita ai vecchi uomini. Fattasi
l'eguaglianza negli onori, è tempo che si proclami l'aequanda libertas,
l'eguaglianza anche innanzi al diritto punitivo. Ed ecco,due anni dopo
l'istituzione del tribunato militare, nell'anno di Roma 311, nasce il Censore
che può notare d'infamia il plebeo e il senatore, il console ed il cavaliere,
l'uom privato e il magistrato pubblico. La formula di codesta parità leggesi in
Ascanio, Divinatio in Caecilium. Hi prorsus cives sicnotabant,ut qui Senator
esset, ejiceretursenatu; quiequesromanus, equum publicum perderet; qui
plebeius, in tabulas Ceritum referretur et aerarius fieret ». Livio ammonisce
nel libro sesto che non ci furono concessioni. Dopo le discordiae sedatae per
dictatorem ci dice CONCESSUM ab nobilitate plebi de consule plebeio! Roma, che,
dilargando il diritto, democratizza la repubblica e sale verso l'aequanda
libertas, èinexpugnabile; Roma,chenellospaziodidue ge - E si vien
chiarendo insieme al disegno di questo libro, che, cioè, mentre grandeggia lo
Stato romano, e come re publica e come impero, fiorisce il giureconsulto; e più
il dominio si dilarga, più si fa universale l'intelletto del giu reconsulto, e
più n’esce universale il responso, dal patrizio al plebeo,
all'italiano, all'uomo. È vano cercare lo scrittore politico in questi secoli
di grandezze e di gloria: il politico non sarà mai contemporaneo del
giureconsulto. Mentre la gran politica sarà nel patriziato e sarà pratica di
governo, non sarà scritta. Disfatti gli Stati italiani e nata, di contro ai
grandi stati e u ropei che si formavano,l'esigenza di uno Stato stabile, quale
nerazioni, dal 200 al 311, ha posto di contro al patriziato il tribuno, la
legge decem virale, la legge Valeria Orazia, la legge Canuleja, i tribuni
militari ed i censori, non può, nelle due generazioni dopo l'istituzione
censoria, nel 354, essere distrutta da'Galli Senoni; ma, uccisa nelle vie, esce
rinata dal Campidoglio. Senno patrizio e valore plebeo, concordi, la rifeceru.
Usciti dal Campidoglio, per comun valore, occorre che l'aequanda liberta sabbia
la sua norma certa, temperatrice del certo jus summum, sta bilita nelle dodici
tavole. Ed a tale uopo, una generazione appresso (387), sorge, come speciale
magistratura, il pretore che col quadruplice editto piega, corregge e integra
il diritto stretto nella giustizia pretoria. Ma Roma, un secolo appresso,è già
capitale d'Italia,ed un secolo in punto appresso (488) accanto al pretore
urbano viene a sedere il pretore pere grino: due alte magistrature che si
suppliscono a vicenda e che di patri zie si fanno popolane non per concessioni,
ma per terribili strappi ehe dentro sono discordie civili, e fuori la guerra
sociale, onde Italia, a conto di Vellejo Patercolo, vide sopra campi italiani,
in meno di un anno,uccisi più di trecento mila italiani che seppero,morendo,
tramandare ai super stiti il dominium ex jure Quiritium. Perchè, dunque,
codesto dritto quiritario di patrizio divenisse popolare, e di romano divenisse
italico, quante grazie, quante concessioni di patrizii
sceserospontaneesullapleberomanaesu'popoliitalici?– Ricordisipiut tosto la
storia della Lex Plautia (De civitate), e lascino stare le conces sioni e le
grazie. E quando,superate le discordie civili e la guerra sociale, noi ci tro
viamo tra le armi di Mario e di Silla e vediamo Montesquieu torcere lo sguardo
da queste ire implacabili tra due titani, dobbiamo noi imitare la pietà che
inspirava lo Spirito delle leggi? La critica storica è crudele:passa
tra'cadaveri romani e vuol sapere perchè Silla fu'na di sangue latino. Silla
preoccupa il ten'ativo di Giuliano che si fosse, in Italia, sorgono ed
eccellono, sopra tutti gli altri, gli scrittori politici. Allora il diritto non
istà da sè, m a cade in servigio delle due tristi necessità che hanno a fare lo
Stato: la forza e la frode. I glossatori abbondano, ma il giureconsulto non
verrà cortemporaneo degli scrittori politici.E più gli Stati rovinano, e più la
politica si rifugia ne' libri. l'apostata: l'uno vuol rifare l'aureola attorno
al vecchio senato, come l'altro intorno ai crani de'vecchi Dei. Ma, come
Giuliano, dopo aver cac ciato dalla sua sede S. Attanasio e altri vescovi, non
rialzò l'Olimpo, così Silla,dopo avere abbattuto la plebe, compressi i tribuni,
abbassati i cava lieri e disciolte le assemblee tribute, non potè rialzare il
vecchio senato. Perciò, dopo cinque anni, abbandono la dittatura, cioè
abbandonò Roma alle leggi storiche. Tal significato ha l'abdicazione di Silla,
e tale a m m o nimento ne deriva al Senato, che nè per colpi di Stato, nè per
reazioni si rifà l'antico potere. E pure la generazione che ha combattuto la
guerra sociale, nella quale fu stabilito il dirittoitalico, la guerra civile
non riuscita a rialzare il vec chio senato, è destinata a combattere due guerre
servili e la guerra gla diatoria, ordinata in apparenza a rialzare l'antico
patriziato sul cadavere di Spartaco. M a si guardi che, se la guerra sociale è
per il diritto italico, la guerra servile, che chiude il lavoro della medesima
generazione, è pel jus humanım: si guardi Spartaco morire combattendo, senza
domandare quar tiere o tregua: si pensi s'ei non aspetti qualcuno dietro di
lui, e se egli non senta che il vecchio patriziato non si rialzerà sul suo
cadavere. Il senato non concede mai nulla e non riesce mai ad arrestare la
democrazia; lo strappo rende popolare quel ch' era diritto patrizio, italico il
dirittoromano,umano il diritto italico. Il senato che ha creduto di vincere la
guerra servile, è già servo: At Romae ruere in servitium consules,
patres,equites! - Siamo innanzi ad un mondo nuovo e senza nessuna
concessione del Senato ! Bene o male? Rispondo che fu quel che doveva essere.
Inevitabile era il cammino della plebe sino alla proclamazione, in Roma,
dell'equità umana che doveva dalle nazioni vinte esseretoltacontroRoma
vincitrice. Io doveva dimostrare che tutto fu preso e niente concesso e che la
grande politica del patriziato romano non consisteva soltanto nel cedere,
sembrando concedere, ma nel preoccupare quel ch'era inevitabile nello
svolgimento dell'equità: onde leggi democratiche si trovano più volte sotto
l'auspicio di uomini consolari e di nomi patrizii. Quando lo Stato è in
sul ricomporsi, e la rinascenza ita liana, che in parte ha fatto e in parte
prepara le tre grandi ri voluzioni europee la germanica, l'inglese e la
francese volge al suo compimento,allora abbiamo la sintesi degli accor gimenti
co' responsi, della politica col diritto, e sorgono i giure consulti politici
che sono filosofi della storia. Il giureconsulto è il tipo latino, il politico
è u o m o della rina scenza, il giureconsulto politico è uomo moderno. Il primo
è la pura esigenza dell’equità,m a dell'equità astratta, perchè il mondo romano
era transito dal civismo ellenico all'in dividualismo germanico, e non riusciva
a contemperare i due termini, perché il transito non è la sintesi. Il secondo
simula il diritto, in cui traveste la forza e la fede, perchè meglio che a far
l'uomo mira a rifare lo Stato. Il terzo che vien dopo l'evoluzione intera del
civismo e dell'individualismo, riesce a contemperare i due termini e,rispetto
ai mezzi,a comporre la politica col diritto, secondo la misura dei tempi e dei
luoghi. Questo sentimento dell'equità,che,diffuso da Roma nel mondo faceva la
grandezza di Roma e poi la rovina, questo medesimo ricostruivala centro del
cristianesimo che era una nuova esi genza dell'equità, cioè non tra' cittadini
e tra le nazioni, m a tra gl'individui. Perciò il mondo germanico potė
diffondere il cristianesimo, non accentrarlo. E, quando il concetto dell'equità
avrà superato anche il cri stianesimo, Roma proclamerà la laicità dello Stato.
Ora seguiamo il genio di Rom a attraverso i periodi dei giu reconsulti.
Ferrari vide che il progresso umano è una risul tante del corso e ricorso,
della rivoluzione e reazione, e che questa risultante è significata nella
storia dalla soluzione. La rivoluzione e la reazione hanno per premessa la
preparazione e per corollario la soluzione. Questo è il circolo sillogistico di
Ferrari.– Ma nè questi circoli si concatenano, nè ci lasciano vedere dove
vanno, nè l'autore vuole che si guardi fuori e so pra il circolo, dentro il
quale l'uomo fatalmente si trova. I cir coli di Ferrari, salvo il criterio
della misura, del quale si ha da tenere gran conto, ci lasciano poi innanzi al
destino u m a no ciechi,come i circoli di Machiavelli. Vico, denominando le
epoche e connettendone la successione, ci promette più larga notizia del nostro
cammino, e poi riesce a chiudersi egli stes so dentro i circoli suoi. Ad ogni
modo, noverando i periodi del diritto romano,è im possibile dimenticare Vico
che non può oggi, come allora, vivere straniero e sconosciuto nella sua patria.
Nessun genio compendio più dolorosamente la sua storia. Tutti oggi ripetia m o
a coro gli errori di Vico, e ci pare grandezza perdonargli la sua teologia e le
applicazioni storiche troppo ristretle al mondo romano, e non vogliamo sapere
che la teologia di Vico è quasi di continuo una naturale teologia del genere
umano,la quale va a confondersi con l'antropologia, e che il mondo
romano,apparso universale,potė parere nel tempo un disegno reale di una storia
universale eterna. Io non so se sia più n a turale la teologia di Vico o più
teologica la natura di Herder m a vedo chiaro che, se Herder entra innanzi a
Vico nell'esi genza del naturalismo storico come metodo, resta assai indie tro
rispetto al contenuto. In VICO c'è più sostanza scientifica, perchè i
presupposti teologici e metafisici sono in ciascun libro della scienza nuova
superati dal naturalismo italiano che, oc cupando la filosofia della storia, fa
Vico l'ultimo titano della rinascenza. Vico celebra la teologia ed è fatto
naturalista dal genio italiano;Herder invoca la natura ed è fatto metafisico
dal genio tedesco. Tengasicontodiquesteavvertenze:cheVico,ponendo Ba cone
accanto a Platone ed a Tacito, poneva l'induzione sul contenuto classico; che
l'induzione, prima di apparire teorica in Bacone, era stata teorica e prutica
in Galileo e nella sua scuola;che venir dopo Galileo e Bruno in Italia
significava portare nella storia le leggi della natura, come aveva tentato la
medesima scuola di Galileo; e che in questo compito doveva concludersi lo
spirito della rinascenza. Perciò, sebbene Vico una volta appena tocchi di
campagne, di cielo, di acque, di zone e di mutua influenza di nazioni, pure
mette di natura nel suo li bro quanta ce n'è nell'uomo, dal senso
all'intelletto, guardando in Lucrezio e presentendo Darwin.– Non c'è,dunque,da
per donargli la teologia, m a da intendere pensatamente che cosa sono in lui la
teologia naturale e la teologia civile. Queste due parole sono reminicenze
della scuola privata; ma il contenuto messovi dal Vico è della scuola italiana.
Quanto all'applicazione, VICO e FERRARI furono tirati ad o p postissimi errori,
l'uno dal difetto dell'erudizione contempo ranea, l'altro dalla mancanza di
sistema. Vico neglesse i popoli storici o li trasse tutti dentro Roma, Ferrari
portò i suoi periodi anche ai popoli estrastorici, dove cioè manca la vita e
l'intelletto della storia. Vico noverð tre epoche del diritto e della
procedura e, tro vatele in Roma, conchiuse averle trovate in tutte le nazioni.
Nella prima epoca il diritto è divino e tutto involuto nella ra gione degli
auspicii,che presso i popoli gentili tien lungo del la rivelazione, onde Iddio
privilegið prima gli Ebrei e poi i cristiani. Nella seconda epoca il diritto è
nell'equità civile che è ragion di Stato, della quale il Senato romano fu
custode sa piente e geloso. Nella terza il diritto è nell'equità naturale che è
ragion comune, esercitata dalle repubbliche popolari e dalle monarchie umane. A
questi periodi del diritto rispondono altrettanti della pro cedura. La quale,
mentre il diritto è divino,“si esercita, Dio auspice e testimone, ne' giudizii
divini. Quando il diritto è p o litico, la procedura è nella scrupolosa esattezza
delle formole e delle parole giudiziarie e contrattuali, talchè il diritto paia
più nelle parole,che negli uomini.Quando,in ultimo,ildiritto viene a combaciare
con l'equità naturale, la procedura diviene una logica tutta'intesa al vero de'
fatti, governata dall'intel letto e interpretata dall'equanimità.Quindi,icorpi
jeratici go vernano prima, poi gli eroici, in ultimo gli uomini modesti ed
equanimi. Vico trova questa successione di epoche nella natura u m a na, poi in
Roma, poi, perchè nella natura dell'uomo e nella storia di Roma,nel mondo. Roma,
l'urbs, la città per eccellenza, la città universale, gli è sostrato al disegno
di una storia universale. Ma,sollevata a questo vertice di universalità,
avviene che prima perde Roma 'la sua particolare fisonomia in quella delle
altre nazioni, poi le altre, e senza serbarne traccia,la perdono in Roma.Non ci
si lascia scorgere e neppure intravedere la ragione, onde certe leggi, certi
istituti, e magistrati, e carattere ed imprese, furono romani, affatto romani,
non trovabili fuori e dopo R o m a, ne perchè certi altri uomini e fatti e
leggi non sono trovabili in Roma. È conseguenza di una filosofia della storia,
fondata sulla troppo comune natura delle nazioni, nella quale spariscono
le differenze. Perché il tribuno, perchè il pretore e il giureconsulto v e g
gonsi in Roma e non fuori,perchè nascono dalla lotta romana e non dalla greca e
dalla germanica, perché il responso come ufficio, come valore e forma, permane
latino e non è mai supe rato nè imitato, tutto questo che importa sapere, non
vi si dice da Vico. Non vi poteva esser detlo, perchè Vico investiga la comune natura
delle nazioni e non le differenze, e la investiga nella mente che è comune,non
nel dato etnografico e geogra fico che, modificandola, spiega le leggi della
successione e della varietà. Se vogliamo, dunque, le epoche storiche del
diritto romano, del romano e non di altro, bisogna cercarle nella propria sto
ria di Roma, espressione del genio romano. Non è facile l'esatta partizione de'
periodi del diritto ro mano; non è facile almeno rispetto a tutte le sue
parti:perchè,se il diritto pubblico si muove insieme con lo Stato e si trasmuta
secondo le tre epoche apparenti della costituzione politica di Roma, non si può
dire il medesimo del diritto privato,di cui le divisioni meno apparenti
sembrano assai più lente, più consentanee ad una legge continua di evoluzione.
Nondimeno abbiamo susficienti criterii per ridurre a tre clas si gli storici
che espongono i periodi principali del diritto romano. Gli storici che, secondo
una dottrina di Vico, dividono le età di un popolo come quelle di un uomo,
accettano una divisione fatta con lieve differenza - da Gibbon e da Hugo.
Allora la storia del diritto romano vien divisa secondo i periodi d'infanzia,
di giovinezza, di virilità e di vecchiezza. Gli storici che considerano il
diritto come una funzione dello Stato e veg gono il diritto privato procedere
dal diritto pubblico, dividono i periodi del dritto secondo i momenti della
costituzione politica di Roma. Allora,lastoriadeldirittoromano nella monarchia,
nella repubblica e nell'impero. Questa divisione pare accettata dall'Ortolan
che presume derivare la storia del diritto romano dalla storia del popolo.In
ultimo, gli storici che studiano lo svolgimento del diritto romano nella
missione peculiare che il diritto ha potuto avere nel mondo e nel genio di
Roma, divi dono i periodi del diritto secondo i momenti dell'equità. Allora il
primo periodo lo dicono conchiuso dalla venuta del pretore urbano, il secondo
da Augusto, il terzo da Costantino. Questa partizione, posta da Hulzio, è di
molto valore in sé, m i viziata nell'applicazione dall'autore istesso per
difetto di filosofia e di critica storica. Non mancano alcune divisioni fatte
secondo le condizioni e conomiche e morali di Roma,ma di lieve conto, perchè
sono le più incerle ed arbitrarie. È nostro compito – confutate che avremo le
due prime divisioni – recare a perfezione la terza. La prima divisione de'
periodi pecca di troppa generalità. Anche ammesso che la vita dell'uomo sia
divisibile in quattro periodi isocroni e che tutti e quattro col medesimɔ
isocroni smo siano applicabili alla storia, n'uscirà sempre una curva comune a
tutte le nazioni, nella quale non appare il profilo di ciascuna.Nè questa curva
lascia scurgere il transito dall'un all'altro periodo. Se le date che hanno da
fissare questi pis saggi non sono determinabili con esattezza nell'in lividuo,
chi potrà affermare con certezza, qui finisce l'adolescenza di un p o polo e
comincia la giovinezza? Quindi, vengon fuori quelle di visioni arbitrarie, nate
piuttosto a comodo di una scuola o di una cronologia convenzionale, che delle
intenzioni effettive della storia.Ecco, infatti,come procede questa scuola
dell'isocronismo, che porta nella storia romana l'età dell'uom).Prende tredici
secoli in Roma, dalla fondazione a Giustiniano, e li rompe in quattro parti
quasi uguali, di trecento in trecento anni, e denomina ciascuna parte da una
delle quattro età dell'uom ). L'infanzia del diritto romano dura dalla
fondazione di Roma alle dodici tavole; la giovinezza, dalle dodici tavole a Cesare;
la virilità,dia Cesare ad Alessandro Severo;la vecchiezza, da Alessandro
Severo a Giustiniano. L'infanzia sarebbe la monarchia, i primi
consoli e iprimitribuni; lagiovinezza, tuttala repubblica, dalla promul gatio
sino alla riapparizione di quella che Livio chiama Vetus Regia Lex simul cumur
tenata; la virilità e la vecchiezza sa re h bero tutto l'Impero,da cotesta
tanto contrastata Regia Lex sino al Codex Iustinianeus. M a ciascun vede che i
transiti sono estrin seci ed arbitrarii, e non lascian vedere le necessità
intime che governano la successione de'periodi.Nė appare perchè invano
Giustiniano si sforza, con cinque tentativi, di stringere il cristia nesimo
sotto le leggi romane spirito nuovo in vecchia cor teccia – nè come il
Cristianesimo si vien costruendo la sua più naturale espressione giuridica
nelle leggi germaniche e nel gius canonico. La divisione pui de'periodi
giuridici, fatta sulla successione della costituzione politica,è fatta davvero
grossamente, e non ci lascia vedere né i momenti principali della repubblica,
nè i pe riodi che si succedono nell'istesso impero. È certo che, mutata la
costituzione politica,non è soltanto mutata la forma di go verno,ma dev'esser simutato
insieme il contenuto del diritto pubblico, e, conseguentemente, del privato,
sebbene la conse guenza non si mostri immediatamente; m a nessuno può affer
mare che cotesti trasmutamenti non avvengano durante appa rentemente una
medesima forma politica.Se l'epoca di Alessandro Severo può dividere in due
periodi l'impero, perché la legge Publilia che dichiara popolare la repubblica,
e la legge Petelia che libera la plebe dal diritto feudale rustico del carcere
privato, non varranno, secondo la mente di Vico, a designare tanta di stanza
tra repubblica e re ubblica, quanta forse non se ne trova tra Tarquinio e Bruto?
Ma si faccia questa considerazione che è la più intensa e la meglio
dichiarativa, nella storia, della successione de'fenomeni civili e
politici.Nell'ordine ideale ed effettuale delle cose umane, la successione
de'periodi politici determina e spiega la succes sicne de'periodi giuridici, o,
per contrario, la successione dei periodi del diritto dichiara e prestabilisce
la successione de'pe riodi politici? L'homessa intera la forma della domanda, perchè
la risposta erompa da sè. Sebbene nella storia il diritto e la politica, la
ragione del l'uomo e la ragion di Stato, si presentino come due concetti, due
forze, e - mi sia lecito a dire – due istituti avversi, e la politica sembri
nata per comprimere il diritto, ed il diritto per urtare e trascendere gli
ordinamenti politici, pure, in fondo ed in ultimo, la forma dello Stato finisce
per dischiudersi alla nuova esigenza del diritto. Così sempre: se un nuovo
bisogno vien determinando una nuova idea del diritto, già si sente per l'aria
il fremito di una rivoluzione; e se uno Stato nuovo sorge ad occupare questa
nuova concezione giuridica, appena nato, già tende a cristallizzarla ed a
mozzarne le illazioni. Tutto ciò può esser vero; m a pur si vede e s'intende
che la nuova forma di Stato, quale che sia, s'è venuta organando intorno a quel
nuovo concetto del diritto. Per non far, dunque, irrazionali ed astrologici i
mutamenti politici, noi dobbiamo affermare che l'ordine naturale delle cose
c'impone di non derivare dalle forme successive dello Stato i periodi del
diritto, m a dall'evolu zione della coscienza giuridica i periodi politici.
Perciò scrissi e ripeto che ne'periodi politici del Ferrari ammiro la genialità
del pensiero e i germi dischiusi del natura lismo italiano; ma sono periodi,ai
quali mancano le premesse. Si potrebbe rispondere che per queste ragioni
appunto i mutamenti politici andrebbero intesi come segni esteriori e certi dei
periodi del diritto. No - ripeto per due chiare ragioni: l'una, che per questa
via si viene a rendere equivoco il processo della storia, potendosi assai
facilmente scambiare le cause con gli effetti, e scambiare il diritto che
promuove il muta mento politico, con la legge che ne consegue; e l'altra, che
verrebbero a mancare i criterii per distinguere i veri dagli a p parenti
mutamenti politici e le rivoluzioni politiche dalle sor prese settarie e
da'tumulli più o meno rumorosi e vuoti. Un mutamento politico è reale e
durevole, se determinato da una nuova concezione giuridica;e,quando no, sidilegua,
lasciando tracce di sangue, non d'istituzioni. Occorre, dunque, come si è
detto, seguire lo svolgimento del diritto romano nella missione peculiare che
il diritto ha potuto avere nel mondo e nel genio di Roma,e però dividere i pe riodi
del diritto secondo i momenti dell'equità, onde procedono le successive forme
della costituzione politica di Roma. Facciamo parlare i fatti. Perchè in Roma
si passa dalla m o narchia alla repubblica e poi all'impero? Se rispondesi che
Tarquinio potè estinguere il potere regio come Cesare rifarlo, si viene a
conchiudere che l'origine e la rovina delle istituzioni sono in balia di un
uomo. Una storia cosi fatta non c'è, nè c'è oggi chi torni a narrarla. Se
Tarquinio potè finire il regno, perché l'impero non cessó in Domiziano, quando
praecipua miseriarum pars erat videri et adspici? Altro, dunque, che la ferocia
e la clemenza di un principe, di un sacerdote, di un capitano occorre per
determi nare e spiegare la vita o la morte delle istituzioni politiche.
Lasciamo a Voltaire la facilità di dimenticare le premesse del suo saggio
su'costumi e sullo spirito delle nazioni, per affer mare che il delirio di un
Cucupietre potè iniziare il periodo delle crociate, e gl'insidiosi interessi di
monaci il periodo della riforma. Quanto a Roma, il vero si è che la reazione di
Tarquinio mal poteva resistere ad una nuova esigenza giuridica, adombrata già
dalla favola, che i Commentarii di Servio Tullio erano destinati a passare
nelle mani di Giunio Bruto. Questo mito de'Commentarii era tutta una tradizione
che diceva tra gli scritti di Servio Tullio essersi trovato nientemeno tutto
intero il disegno di una costituzione repubblicana; che questo non era soltanto
un disegno,ma un proposito di Servio; che questo proposito appunto gli era
costata la vita; e che non dimeno disegno e proposito erano passati da Servio
Tullio a Giunio Bruto. C'è, a primo intuito, qualche cosa in questa
tradizione, la quale è assai più scientifica, che non una repubblica esplosa
dalla superbia di Tarquinio, dalla fatuità di Bruto e dal cada vere di
Lucrezia. La tradizione si fonda sopra questi dati di fatto: che la prima
monarchia di Roma non somiglia a nessun'altra delle monar chie antiche e
moderne,ed è,conforme al genio di Roma,una istituzione giuridico-militare; che,
secondo questo carattere ori ginario e primordiale di R o m a, il diritto è una
continua ten denza verso il suo natural fine che è l'equità; e che però i
periodi nella evoluzione dell'equità devono essere i periodi sto rici del
diritto romano. Ora,se il diritto in Roma sorge come istinto o genio di tutti
da una parte, e dall'altra come sapienza privilegiata di un or dine, di quello
cioè che si reputa destinato a conoscere e cu stodire le leggi, quale potrà
essere il vero primo momento del l'equità? Suttrarre la legge al mistero,
sottrarre la sapienza al privilegio, far la legge nota a tutti: promulgatio.
Questa esi genza come diritto crea la repubblica; come legge, succede al
decemvirato. Quindi, il primo momento dell'equità è l'equità formale, la
promulgalio, ma necessaria, perchè dalla forma si passi alla sostanza. L'ignoto
sfugge all’equità. E questa necessità sa liente a traverso il periodo regio
spiega la tradizione de' Commentarii di Servio, la reazione del Superbo, la
fine della m o narchia sotto questa reazione, l'avvenimento della repubblica
col disegno di Servio passato a Bruto, e primo prodotto della repubblica il
Tribuno che a sua volta produce la promulgatio. In fatti, quanto tempo corre
dal regifugium alla promulgatio? Ben sessant'anni vi corrono, e tra queste due
generazioni sorge in mezzo il tribuno. Accanto al cadavere di Gneo Genunzio
sono possibili le rogazioni di Publilio Valerone, di Terentillo Arsa, di Siccio
Dentato, sino alla istituzione de'Decemviri le gibus scribundis.Olitiche er io
udo del gurt zione is ienterne cara 6; di Sem o chen Tulli e Quando si
domanda che è la legge scritta e promulgata, si risponde che è l'eguale notizia
della legge. E codesta egualità è l'equità prima e rudimentale, è il primo
aequum bonum, ė la prima aequitas spectanda, è la prima libertas aequanda, è il
primo poter dire formalmente summis infinisque jura aequare. Formalmente
ancora,anzi appena,ma quanto costa questa prima equità,senza della quale
nessun'altra sarà possibile,quante secessioni della plebe, ed un tribuno ucciso
malgrado il caput Jovi sacrum intimato all'uccisore, e finalmente la figura
tipica di Cincinnato, intervenuto ad equilibrare le parti nella lotta d e
cennale tra l'istituzione del Decemvirato e la promulgazione delle prime dieci tavole!
La promulgazione, primo grado dell'equità formale, appunto perchè tale, può far
tanta ingiuria al fine ed alla natura del l'equità, da rilevare la
contraddizione nella parola istessa. A l lora il patriziato può inventare una
parola nuova, inciderla in una colonna, e la colonna alzare nell'area,
dov'erano le case distrutte di un plebeo ucciso. AEQUIMELIUM:ecco la nuova pa
rola che annunzia in tuono di sfida la contraddizione tra il fatto e la forma.
Questa contraddizione dichiarata tra la legge nota a tutti e favorevole a
pochi, questa spinge al secondo momento dell'e quità formale, all'eguaglianza
di tutti innanzi alla legge. Questa seconda equità sforza a tenere equilibrato
conto delle condi zioni o circostanze che accompagnano i fatti e le persone, gli
effetti e le intenzioni, affinchè la parità innanzi alla legge sia reale. Ecco
il Pretore. L'editto prelorio è da prima l'equità ne'casi particolari, è, ciò
che dev'essere l'eguaglianza innanzi alla legge, l'equità particolareggiata.
Forse l'avvenimento del Pretore è un fenomeno puramente giuridico o giudiziario
in disparte dalla vita politica di Roma? È il prodotto della più
travagliosa politica, determinata dalla più grande evoluzione giuridica della
coscienza romana. II Pretore sorge, quando ai Decemviri legibus scribundis sono
succeduti i Decemviri sacris faciundis, cioè quando il diritto augurale è
passato dal patriviato alla plebe,quando ai tribuni con solari patrizii si
contrappongono le rogazioni licinie, quando la plebe sale ad occupare il consolalo,
la dittatura, il diritto cen sorio ed ogni magistratura curule, quando le
ragioni pubļilie ci avvisano che la republlica di aristocratica è fatta
democratica: eguaglianza di tutti innanzi alla legge. Costituitosi l'istituto
pretorio, si risolve un gran problema sociale e s'inizia un nuovo periodo
politico. Il problema sociale, risolutosi nella quarta secessione della plebe e
per la dittatura di Valerio Corvo, è la liquidazione dei debiti e la divisione
dell'agro pubblico. Il pericdo politico che s'inizia,è l'unificazione d'Italia.
Il periodo unitario è annun ziato dalla prima guerra sannitica. Tra
l'unificazione d'Italia e l'unificazione di tutti sudditi dell'impero
fioriscono tutt'i grandi giureconsulti, onde si onora e perpetua la sapienza
latina, Elio,Catone, Scevola, Servio Sul picio,Labeone, Sabino, Giuliano, Gajo,
Papiniano, Paolo, Ulpiano, Perciò, quando Vico avvisa che con la legge
Publilia e con la Petelia tra gli anni 416 e 419 di Roma si passa dalla libertà
signorile istituita da Giunio Bruto alla repubblica popolare,ebbe presente
Livio: Quum tamen per dictatorem datae discordiae sunt, concessumque ab
nobilitate plebi de con sule plebeio, a plebe nobilitati de proetore uno, qui
jus in urbe diceret, ex Patrilus creando.- Ed ecco l'origine politica del
pretore, la quale dichiara questo processo della storia romana: 1° esigenza
giuridica rogazioni licinie; 2° mutamento poli tico repubblica popolare; 3°
legge conditionibus se Se questo non fosse stato il processo della storia, e la
legge non indicasse il mutamento politico, e questo non indicasse un periodo
compiuto della coscienza giuridica, si continuerebbe a costruire una storia
romana su'fasti femminei, e si direbbe che con Lucrezia cadde la monarchia, con
Virginia il Decemvirato, e con una Fabia la repubblica signorile. editto
pretorio. Sopra ogni altro è celebrato il responso di Papiniano,perchè più
universale, e la cui ultima parola coincide con l'imperiale costituzione della
cittadinanza universale. Il responso di Papirio, venuto prima del periodo
unitario, e quelli di Ermogene, di Gregorio, di Triboniano e di Teofilo,
arrivati con la decadenza, non ritraggono l'ufficio dell'equità romana. Ma
codesta equità che di formale tende a farsi sostanziale, e da Roma si espande
per l'Italia e dall'Italia nel mondo, è veramente l'equità u m ina? ha assunto
l'ultima espressione nel responso di Papiniano? percið vive ancora, interrogata
e cele brata in tutti gli Atenei del mondo? il mondo, insomma,studia il diritto
romano),perchè fu davvero umano? S Modestino. Più si dilata
l'unificazione e più universaleggia il responso; e, come più il responso si fa
universale, più ancora l'equità penetra dalla forma nel contenuto. A noi
conviene esaminare partitamente i tre grandi periodi dell'equità in Roma. N e
rimarrà illustrata la storia della nostra antica grandezza. A me par di
avere con sufficiente chiarezza fermata questa legge storica: che nella
successione delle cose civili il mutamento politico framezza tra una nuova
esigenza giuridica e la legge scritta. A coloro che hanno paura di ogni
formola, cre dendola una minaccia metafisica o una nuova invasione scola stica,
e non sanno che le formole sono o definizioni genetiche o espressione di leggi
naturali, traduco questa legge storica in queste espressioni più analitiche:
prima si determina un nuovo bisogno ed una nuova coscienza giuridica; poi Se
cosi non procedessero le cose civili, mancherebbe l'ar tefice della nuova
legge, mancherebbe la causa de'mutamenti politici. Non parlo delle congiure, delle
sėtte, de'regicidii e di altre cause apparenti de'mutamenti politici per non
creare a me stesso objezioni puerili a pretesto di analisi lunghe e volgari:
tutti sanno che non c'è effettuale mutamento politico,se in fondo non ci sia
una grande e maturata esigenza giuridica, la dichia razione di qualche diritto
comune lungamente contrastato: m a non tutti sanno se ogni nuova esigenza
giuridica basti a cagio nare un mutamento politico.] stenze più o meno
travagliose - un mutamento dopo resi politico;in ul timo, fica e sancisce dal
nuovo potere costituito la nuova esigenza promana giuridica la legge. che
speci causa di mutamento politico ogni dichiarazione di diritto,
che implica una diminuzione di privilegio nell'ordine domi nante. Cotesta
dichiarazione ordinata a diminuzione di preminenze implica sempre,più o meno,
un summis infimisque jura ae qu ire.Ogni periodo dell'equità, dunque, annunzia
un nuovo pe riodo politico. Sono evidenti le due illazioni: non sono mutamenti
politici quelli non giustificati da una nuova dichiarazione di diritti; non
SONO mutamenti durevoli quelli non prodotti da larga e co sciente dichiarazione
di diritti. Quindi, vi può essere molto sangue civile senza rivoluzione, ed una
grande rivoluzione incruenta. N'emerge evidente non potersi fare la storia
giuridica di un popolo senza la storia della costituzione politica: i periodi
sono gli stessi: le fasi della causa si riscontrano nell'effetto. Nel
momento,in che si passa dalla convivenza gentilizia alla costituzione politica,
in Roma comincia lo Stato: il membr o della convivenza era gentilis, il membro
della costituzione era civis. Le genti erano Ramnes, Tities, Luceres, Albani,
Sabini, Romulei; la loro unità civile e militare fece lo Stato. Secondo più o
meno si partecipava della costituzione politica, si era più o meno cittadino:
civis optimo vel non optimo jure; e l'unità fra tutti era personificata dal re,
il quale, come ho detto, era unità giuridico-militare. Come istituzione
giuridica, raccoglieva in sè il potere legislativo e giudiziario;come istitu
zione militare, movea l'esercito e gli agenti esecutivi. Dissi ancora che non
somiglia a nessun altro re antico e m o derno: non era assoluto, perchè la
sovranità era nel popolo;ne costituzionale, perché il suo imperium era
temperato dal genio giuridico di Roma e dagli ordinamenti patrizii, non da un
co stituito potere rappresentativo. Se la sovranità era nel popolo,
l'imperium non si poteva esercitare dal re senza una legge curiata de imperio,
una specie di delegazione di sovranità. Mommsen non crede a questa
legge primitiva de imperio e la dice trasportata per errore dalla ele zione
consolare a quella de're. Ho ragione di credere piuttosto a LIVIO ed a CICERONE,
i quali la deducono dall'istessa natura del potere regio, dall'essenza dello
imperium. Non è lecito dubitare delle tradizioni del giure pubblico, del quale
le for mole si trasmettono letteralmente. Rottosi il potere regio, l'imperium e
conseguentemente la lex de impario, intesa come investitura, di perpetui divennero
annui, cioè passarono dai re ai consoli, che Cicerone chiama potestas annua
jure regia. Le altre magistrature ordinarie che sorgeranno più tardi, come la
censura, l'edilità curule, la pre tura, la questura, saranno diramazioni del
consolato. A voler secondare le tradizioni, niente è più difficile di co testo
passaggio dalla monarchia al consolato. Secondo Tacito il transito sarebbe
stato determinato dalla libertà,cioè dal proposito di più liberi ordinamenti.
LIBERTATEM et consulatum L. Brulus instituit. Vico non consente, perché la
repubblica sopravvenuta fu più signorile del principato,fu rivolta di patrizii
che consen tirono a Bruto l'istituzione del consolato, non della libertà. C'è
più di ragione in Tacito, perché il passaggio dal principato alla repubblica fu
una evoluzione della legge curiata de imperio, la quale implicava la
temporaneità e la responsabilità del potere. E questi due fattori che la
tradizione doveva avere allogato nei Commentarii di Servio Tullio,passarono al
primo Bruto.Non è di picciol valore la parola annua nella definizione data da
Ci cerone alla potestà consolare, e, come più diminuisce la durata
dell'imperium, più cresce la responsabilità. I re potevano allora, come oggi,
rispondere innanzi alle rivoluzioni ed alla guerra; i consoli, compiuto l'anno,
erano esposti, non rei gerundae caussa sed rei gestae, alle accuse de'loro
concittadini. E mi piace di risermare contro M o m m s e n che non la lex de
imperio è una evoluzione della repubblica, ma la repubblica è una evo luzione
della lex dc imperio. E sotto questo rispetto si può ri petere con
Tacito: Libertatem et consulatum L. Brutus in stituit; s'egli è vero che la
temporaneità e la responsabilità dell'imperium sono i primi fattori della
libertà politica. Quando affermo che l'evoluzione della lex curiata de i m
perio mena dalla monarchia alla tepubblica, io rifermo questo alto principio,
che i rivolgimenti politici sono prima periodi nella evoluzione del diritto.
Senza questo processo, tanto è razionale spiegare l'origine della repubblica
romana con una insurrezione di patrizii, intesi a sostituire l'aristocrazia al
monarcato,quanto era possibile alla congiura de'Baroni rovesciare nel reame di
Napoli il principato, per ricostruire,con prelesto popolare, tutt'i vecchi
ordini feudali. Bisogna quindi rifermare che,come Tacito, usando la parola
libertà nel senso spiegato sopra, ha ragione contro Vico, cosi Livio, riserendo
a tutte le otto generazioni passate attraverso i sette re la lex de imperio,ha
pienamente ragione contro M o m m Se si sposta o si tronca questa tradizione,
l'avvenimento della repubblica esplode, non si spiega. Non è facile spostare
certe tradizioni nè confutare alcune parole dei classici. Caduto il monarcato,
contro la mutabilità delle magistrature e l'incertezza delle deliberazioni
popolari rimase, sola istituzione stabile, il senato, già corpo consultivo,
durante il principato, e, nella repubblica, istituto legislativo, politico ed
amministrativo. Il potere amministrativo gli apparteneva intero, cosi sull'agro
pubblico come rispetto ai fondi del pubblico tesoro. Intero gli [Livio e
Dionigi d'Alicarnasso ci tramandano quasi l'identica tradi zione della legge
regia. Cicerone ne'libri della Repubblica cura di ripe tere per ogni elezione
di re le parole dette per l'elezione di Numa Pompilio: Quamquam populus
curiatis cum comitiis regem esse jusserat, tamen ipse de suo imperio curiatam
legem tulit. La costanza delle pa role di Cicerone indica due cose: la tenacità
delle formole del diritto p u b blico e idocumenti pubblici,ai quali Cicerone
aveva dovuto attingere. Ed io,considerando la legge curiata come il fondamento
di tutto ildiritto pubblico romano, non solo stimo il passaggio dalla monarchia
alla repubblica essere stata una evoluzione di questa legge,ma stimo una
evoluzione della - sen. apparteneva il governo della politica
estera, per due ragioni: per la competenza e per il carattere militare dello
Stato romano. È vero che tutti gli Stati sono gelosi e, quando possono, inva
denti,e gli Stati antichi più de'moderni; ma sopra tutti gli antichi e moderni,lo
Stato romano,al quale peregrinus erat hostis, e pax erat pactum, quasi stato di
tregua, non di natura. Quanto alla politica interna ed al potere legislativo,
il S e nato li aveva, partecipe il popolo convocato in comizii, i quali erano
istituzioni giuridico-militari: giuridiche per il fine, mili tari nella forma.
Militarmente il popolo interveniva, quasi exer citus urbanus, e militarmente
non discuteva, ma rispondeva seccamente il suo uti rogas o antiquo. E bene, fu
quest'assenza di discussione dall'assemblee p o polari la grande politica e la
gran forza di Roma, fu il segreto della rapidità nelle deliberazioni,
nell'esecuzione, e, assai volte, il segreto delle vittorie. Si o No. Ferrari,
ricordando dall'Amlet che la discussione tronca il nerbo all'azione, vede
l'inferiorità delle repubbliche quanto alla rapidità dell'azione; ma non vide
di quanto la repubblica romana avanzava per senno politico le repubbliche
elleniche, e per subitezza d'azione tutti gli Stati moderni, compresa
l'Inghilterra. Devo ricordare che questo carattere militare che Roma manifesta
sinanco ne'comizii, questo exercitus urbanus, che ricorda l'exercitus castris,
non si dissocia mai dal genio giuridico di questo popolo agricoltore. Mai da'
Romani fu fatta guerra per medesima il transito dalla repubblica signorile alla
popolare, e dalla repubblica all'impero, quando, per nuove necessità,
l'investitura de'poteri passò dalle magistrature temporanee all'imperatore. Nè
dalla filosofia della storia né da'fonti mi risulta ragione alcuna, per la
quale Mommsen possa affermare che la lex de imperio sia narrazione inventata
evidente mente dagli insegnanti di diritto pubblico ai tempi della repubblica
per loro fini. Per quali fini? Vedo invece che l'eridenza appunto manca alla
sua affermazione, e che,facendo riposare egli stesso lalegge curiatasopra con
suetudine antichissima,risale con Livio, con Dionigi d'Alicarnasso e col suo
ingiustamente deriso Cicerone,sino ai tempi della prima monarchia romana) aggressione,
more latronum; mai guerra non dichiarata o per cause ingiuste, bellum iniquum:
volevano iustum, purumque duellum; e con l'intervento de custodi della fede
pubblica che erano i feciali, volevano pium bellum. Popolo belligero questo di
Roma, perchè una missione giuridica non fu compita mai co'sermoni,ma che per
questo appunto conobbe ed osservò il diritto delle genti più che gli altri
Stati meno bellicosi,special mente con l'osservanza massima del rispetto agli
ambasciatori. Tutte le formule per la dichiarazione di guerra ci sono di
stesamente tramandate da Livio. Coloniale,quello de'cittadini romani trapiantati
in citta vinta. Cosi lo Stato romano, primo efficace colonizzatore del mondo,
asseguiva due fini: dava stabilità alla conquista e sgravavasi, in parte, del
proletariato urbano. I coloni conservavano la piena cittadinanza cum suffragio
et iure honorum. Municipale era il diritto civile di un comune non conqui
stato,ma ridotto ad obbedienza verso Roma,
conqualche obbligo (munus), come o di servizio militare o d'imposizione
tributaria o dell'uno e dell'altra. Municipes erant cives romani sine suf
fragio et iure honorum. Provinciale era proprio il diritto che avanzava ai
vinti.Non più civis né la quasi effigies populi romani, dove troviamo un
populus stipendiarius, un popolo cioè senza cittadinanza, senza territorio
proprio,e spesso senza il commercium.Che è,dunque, che può essere avanzato ai
vinti? Non più di quel che si trova o nella clemenza o nell'ira o nella
convenienza del vincitore. E la convenienza, sotto specie di magnanimità,
prevaleva nel decreto del magistrato delegato ad ordinare la provincia.
Duramente Gaio: Quasi quaedam praedia populi romani sunt vecti galia nostra
atque provinciae. Il Mommsen segue Festo non Niebuhr nell'etimologia della
parola provincia, da vincere, sia) 11'1 Con la guerra il diritto romano
dilargavasi, e risultanze diverse della guerra erano le tre forme che, uscito
di Roma, il diritto assumeva: coloniale, municipale, provinciale.
poi che pro significhi il procedere de'due eserciti consolari, come piace
a Mommsen, sia che ante, come piacque a Festo. Il certo è che dalla diversa
vittoria si traggono le distinzioni ve dute da Cicerone tra la Sicilia e le
altre provincie. M a per giungere a lutte queste diverse gradazioni del dritto,
suori di Roma,le quali sono effetti diversi della guerra, bi sogna aver superato
il periodo della repubblica aristocratica,di quella immediatamente succeduta al
regno, quando i patrizii avevano tre mezzi per deludere é menomare della plebe,
ed essere entrati nel periodo della repubblica p o polare, quando, meglio
equilibrate le parti, comincia l'epoca dell'unificazione italica. I mezzi
de'patrižii erano la convocatio, l'auctoritas patrum e l’ius augurale. I
patrizii potevano convocare le assemblee e cancellare, per vizio formale, le
deliberazioni popolari; e, quando, convocata l'assemblea, il voto accennava ad
un certo indirizzo, potevano troncarlo, spingendo l'augure - a sciogliere il
comizio con la formola: Ali odie: a tempo senza misura! Importa ricordare le
parole di Cicerone, DE DIVINATIONE: Fulmen sinistrum, auspicium optimum habemus
ad omnes res, praeter quam ad comitia: quod quidem institutum reipublicae causa
est, ut comitiorum, vel in judiciis populi, vel in iure legum, vel in creandis
magistratibus, principes civitatis essent interpretes. Ecco, dunque,
gl'interpreti de'comizii,principes civitatis; ed anche il fulmen sinistrum per
frustrare il voto diveniva infau stum omen ! La formola,dunque, di Cicerone in
DE LEGIBUS: Potestas in populo, auctoritas in Senatu sit, traducevasi una
potestà senza potere. Occorrerà, dunque, qualche cosa, perchè questa potestà
sia potere: occorrerà che trovi in sè l'autorità sua. Allora è necessario che
il popolo abbia certa notizia della procedura, abbia certezza delle leggi, e
che l'ignoto della legge le deliberazioni 115 ufficio patrizio
116 non sirisolva nell'arbitrio de'principes civitatis. Ed ecco la ne
cessità della promulgatio, la quale non significa tanto notizia quanto certezza
delle leggi. Non istiamo a ripetere quanta lotta costasse la promulgatio,
perchè le parole di Livio e di Cicerone non superano il vero, quando affermano
che prima della pubblicazione delle dodici tavole il diritto civile era riposto
ne'penetrali de'pontefici: re positum in penetralibus pontificum; m a lo
superano, quando si tirano sino ai tempi posteriori alle dodici tavole. Certo
che lotta fiera si dovette combattere per sottrarre il diritto ai penetrali
de'pontefici, cioè all'ordine, cui i pontefici appartenevano, il quale a sua
posta governava i comizii con la convocazione, con l'autorità e col diritto
sacro. M a senza bisogno di gran lotta venne la pubblicazione delle formole
procedurali, fatta da Gneo Flavio un secolo e mezzo dopo le dodici tavole,
pubblicazione intesa sotto il nome di ius civile Flavianum, con la quale la
plebe liberavasi dal bisogno di ricorrere e consultare i ponte fici. Se le
formole comprensive non saranno mai oziose, si può dire cosi: le dodici tavole
democratizzano la notizia del diritto; l’ius civile Flavianum laicizza la
procedura e la giuri sprudenza. Doveva costar lotta la premessa, con la quale
apri vasi un periodo storico, non la conclusione, con la quale chiu
devasi. 1 Considerando il significato della promulgazione, io non posso
credere agli scrittori che con beata semplicità stimano poco de mocratico e
niente normale l'ufficio del tribuno in Roma. A f fermo invece che le dodici
tavole non si sarebbero potute mai promulgare senza gran lotta contro il
patriziato, cui giovava il mistero delle leggi e segnatamente della procedura,
senza della quale le leggi non si muovono; che questa promulgazione fu
strappata in nome della prima equità,della prima aequanda li bertas, almeno
circa la notizia e certezza delle leggi; e che questa prima equità sarebbe
stata ineffabile ed inconseguibile senza la persona sacra del tribuno. Il
tribuno è il risultamento più normale,più naturale della prima lotta tra
il patriziato e la plebe; e non solo senza il tribuno non s'intenderebbe la pr
o mulgatio, ma questa appunto compendia e spiega la più diretta missione
dell'ufficio tribunizio: onde il popolo per conseguirla sospende nel decennio
decemvirale sinanco la provocatio ad populum. Ora, quel che resta a sapere
circa il valore della promulga zione, si è se quiesta prima equità consista
soltanto nella eguale notizia della legge o, insieme, nella sostanza della
legge istessa. [B.: Saggio critico del diritto penale e del nuovo fondamento
etico. Napoli. Vedi ancora Corso di Scienza del Diritto. Napoli. Scritti
filosofici e politici, Napoli. Cicerone, incerto sempre tra l'aristocrazia e la
democrazia, ma,come tutte le tempre deboli e gli opinatori saliti in fama,
piuttosto blanditore del patriziato, ecco ciò che fa dire contro il tribunato
nel DE LEG.: Nam mihi quidem pestifera videtur (la potestà de'tribuni), quippe
quae in Un occhio alle dodici tavole chiarirà col fatto questo primo
assioma di legislazione positiva: che, quanto più lato in uno statuto od in un
codice è il diritto penale, tanto più stretta è l'equità civile. E questo
spiega da una parte la voce continua dell'equità: Summum jussum mainjuria; ed all'altra,
questa legge storica d'ogni legislazione positiva: il dritto penale e l'e quilà
civile movonsi nella storia in ragione inversa (1). Credo avere largamente
dimostrato in queste opere, che, quando si vo glia tener giusto conto
de'fenomeni storici e considerare il valore degli istituti lungamente durati,
convien dire che,come il naturale risultato della lotta tra la monarchia ed il
popolo fu il consolato, cioè la regia potestà annua e responsabile, così il
risultato naturale della lotta tra patriziato e plebe fu il tribunato, per la
certezza de'diritti della plebe.Non solo nulla di anormale troviamo
nell'istituzione tribunizia, la quale non fu mai un ba stone ferreo tra le
ruote dello Stato romano,ma, fattasi popolare la re pubblica, tutte le
magistrature troviamo come una evoluzione della potestà tribunizia.
Gl'imperatori dovettero entrare in questa forma. Tacito pre senta Augusto
consulem se ferens et ad tuendam plebem TRIBUNITIO IURE contentum, e il primo
editto di Tiberio tribunitiae potestatis praescri ptione.
Esaminiamo. Cicerone vede il Libellus XII Tabularum superare le
biblioteche di tutt'i filosofi per due ragioni: aucto ritatis pondere et
utilitatis ubertate. Cosi, nel De Oratore. Nei libri della Repubblica
l'entusiasmo sbolle, ed ei condanna gli ultimi decemviri: qui, duabus tabulis
iniquarum legum additis, quibus, etiam quae disjunctis populis tribui solent,
connubia, haec illi ut ne plebei cum patricibus essent inhumanissima lege
sanxerunt. Ma è questa la sola ineguaglianza, onde Cicerone, ammiratore delle
tradizioni, si lasci trasportare sino alla parola inumanissima? Furono più
inumani,più patrizii, più aristocra tici i secondi decemviri legibus scribundis
dei primi? Quando nella III Tavola leggiamo contro il debitore: Tertiis
nundinis partis secanto; si plus minusve secuerint, ne fraude eslo; noi non
dobbiamo commentare col relore Quintiliano che alcune cose illaudabili per
natura siano permesse dal diritto, m a dobbiamo fingere di ricorrere ad una
certa sapienza crudel srditione et ad seditionem nata sit: cujus primum ortum
si recordari columus,inter arma civium etoccupatis etobsessisurbislocis,procrea
tum videmus.Deinde quum esset cito letatus, tanquam ex XII Tabulis insigni ad
deformitatem puer, brevi tempore ręcreatus, multoque toe trior etfedior natus
est.IlTribunato,dunque,è venuto fuori come bam bino mostruoso e deforme! Ma
come avviene che si svolge per tre secoli almeno di vita eroica? e v’ha nella
storia un provvisorio di tre secoli? E nato ad seditionem o contra vim auxilium?
Si può perdonare a Cicerone d'avere ignorato, allora, che tutt'i diritti
nascono in seditione, m a non si può ignorare oggi che senza i tribuni nè
icomizii tributi sarebbero mai nati, nè plebisciti si sarebbero mai fatti, né i
plebis scita avrebbero in s e guito acquistato valore di populi scita, nè la
promulgatio sarebbe mai avvenuta,nè mai pubblicate quelle tanto celebrate XII
Tarole, delle quali tanto ammiratore si professa egli proprio,Cicerone,nè la
repub blica di signorile sarebbe passata a popolare,nè,in ultimo,egli,Cicerone,
sarebbe mai stato console, o, eletto, si sarebbe davvero detto di lui quello
che in miglior senso diceva M. Catone: Dii boni, quam ridiculum con su lim
habemus ! Seneca ci dice che ai tempi di Tito Livio disputavasi se fosse stato
meglio per la repubblica che Cesare fosse nato,o no.Era meglio
investigare,iodico,sesenzailtribunovisarebbemaistatarepubblica) mente pietosa
escogitata da Aulo Gellio, che cioè gl'infelici sian fatti salvi dall'istessa
enormità della pena: Eo consilio tanta i m manilas poenae denuntiata est, ne ad
eam unquam perveni retur. La quale sentenza, divulgata ne'tempi dell'autore
delle notti attiche, è respinta erroneamente sino ai tempi abbastanza reali del
primo decemvirato: reali nel senso, che le leggi erano scritte per esser fatte.
Se la carità del tempo ha voluto portar via dalla Tavola IV de jure patrio le
disposizioni durissime circa la patria potestà sconfinata, resta la traduzione
di Dionigi d'Alicarnasso che la riassumecosi: Siveeum (filium)incarcerem
conjicere,sivefla gris caedere, sive vinctum ad rusticum opus detinere, sive
occi dere vellet. Papiniano riassume in tre parole: Vitae necisque potestas.
Forse sino alla virilità del figlio? Toto vitae tempore licet filius jam
rempublicam administraret et inter s u m m o s magistratus censeretur, et
propter suum studium in rempubli cam laudaretur. E si dà cura Dionigi di farci
sapere che i D e cemviri non ebbero a portarla di fuori, come si favoleggiava,
questa legge, m a a dedurla da quella che Papiniano chiamava lex regia, farla
quarta delle dodici e metterla nel foro: Sublato regno, decem viri inter caeteras
retulerunt, extat que in XII Tabularum, ut vocant, quarta, quas tunc in foro
posuere. Ciò che resta di questa tavola, è il più umano, in che modo cioè si possa
affermare: Filiusapatreliberesto;ma ciòcheil tempo ha cancellato, non è tale da
giustificare tutto lo sdegno di Cicerone contro soltanto le ultime due delle
dodici. E che si deve dire, rispetto all'eguaglianza, quando si passa
alla tavola V, per considerare la condizione delle donne, eccet tuate le
Vestali? Anche qui il tempo ha passato la spugna,ma restano le istituzioni di
Gaio per darci notizia di quel che manca: Veteres voluerunt feminas, etiamsi
perfectae aetatis sint, prop ter animi levitatem in tutela esse... Loquimur
autem, exceptis virginibus vestalibus, itaque etiam lege XII. Tabularum cau tum
est. Quando vuolsi davvero spiare dove un corpo privilegiato,
predominante e nel medesimo tempo minacciato, studia l'alto riparo, si dà uno
sguardo alla legislazione penale. L'abbon danza,la ferocia delle pene, la
rapidità della procedura penale, compensano la parvità della ragion civile. Una
tavola delle d o dici,l'ottava, de delictis, ci fa intendere che i
decemviri,già scelti nell'ordine de'senatori,nè tra gli Dei indigeni nè tra'pe
regrini accolgono la Dea Clemenza. Cicerone mostra consolar sene, assermando,
ne'libri della Repubblici, che per pochi m a leficii le XII Tavole stabilirono
la pena capitale. Il vero si è che, oltre il taglione, comune già a quasi tutte
le legislazioni penali primitive, e le verghe che scendono ad illividire anche
l'impu bere, la morte vi spesseggia, tanto che, traboccata dalla tavola ottava,
entra ad occupare due disposizioni della nona, la quale tratta non più di reati
e pene, ma de jure publico. 120 Si noti, a questo proposito, che
l'assenza della morte dalla tavola X (dejure sacro) ricorda che la religione in
Roma, se condo il carattere italico,non è l'elemento predominante, e che, come
ho notato sopra,in Roma piuttosto gli Dei intervengono in servigio dell'uomo,
che l'uomo degli Dei. E il rapido decre scere della giurisdizione pontificale
ne'giudizii penali riserma questo concetto. Non è già che io tenga poco conto
delle testi monianze di Dione, di Livio e di Tacito rispetto all’espiazione
religiosa; ma voglio dire che nell'intervento del principio sa crale in tutte
le legislazioni penali primitive è notevole questa differenza, che, dove presso
gli altri popoli entra come conte nuto, in Roma interviene piuttosto come
forma; altrove cioè gli offesi possono essere gli Dei che costituiscono
espiatrice la pena, e in Roma l'elemento sacrale serve a rendere più temibile
la pena, senza nè sospendere la provocatio ad populum, nè sot trarre ai comizii
centuriati il diritto di sentenziare negli affari capitali per un cittadino
romano. CICERONE ricorda nel De le gibus che le dodici tavole vietano di
deliberare di cosa capitale fuori del comizio massimo: De capite civis rogari,
nisimaximo comitiatu, vetat.-- Non dimentico nemmeno l'etimologia
sacra delle parole supplicium e castigatio; m a ricordo che Festo concorda con
Cicerone, affermando: At homo sacer is est quem POPULUS indicavit ob maleficium.
E quel populus chiarisce la molta differenza dal diritto germanico, secondo il
quale la di vinità direttamente offesa chiede espiazione diretta per mezzo dei
suoi sacerdoti. Avverrà subito, ed anche in seditione, che dall'una egua
glianza si tenti passare all'altra, dalla formale alla sostanziale, dalla
eguale certezza della legge,alla certezza della legge eguale, e che appunto il
matrimonio sarà l'argomento del transito, perchè contro i corollarii, cioè
contro gli effetti visibili, c o m i n ciano le sedizioni popolari; ma questa
sedizione appunto, questa prima sedizione contro le dodici tavole, doveva
avvertire Cice rone che quel divieto di certo connubio era il corollario,
cioè 121 Tolto l'elemento sacro, resta abbastanza di asprezza penale per
fare intendere quanto poco spazio resti alla ragione civile, la quale non può
durare in tanta ineguaglianza, se non mante nendo la distanza tra' due ordini.
Quindi, l’undecima tavola che vieta il matrimonio tra'patrizi e plebei, è
l'espresso corollario delle dieci prime, è l'opera, onde i secondi decemviri
compiono quella de'prini, è la lontananza custode dell'ineguaglianza. Come il
senatore veneto non arrivava a comprendere il con nubio tra il moro Otello e la
bianchissima Desdemona, cosi il senato romano non l'avrebbe compreso tra
patrizii e plebei, due ordini lontani quanto due razze.La pari certezza della
legge si,non la parità di diritti nelle leggi. Or,di che si sdegna Cicerone?
Che il matrimonio, permesso d'ordinario anche co'po poli stranieri, sia interdetto
fra'plebei ed i patrizii con inuma nissima legge. È sdegno rettorico, è,
almeno, poco logico, è troppo postumo, troppo gelido: egli aveva troppo
ammirato le premesse. Le dodici tavole son fatte, perchè tutti abbiano l'e
guale certezza della legge (e fu vittoria della plebe), e tutti la certezza
della legge ineguale (e fu vittoria del patriziato). che quella lontananza
tra gli ordini era designata a custodire l'ineguaglianza tra'sommi e gl'infimi.
È da esaminare, in fatti, donde comincia la reazione della plebe contro le
dodici tavole, affinchè l'equità cominci a p e n e trare nel contenuto della
legge. Non si deve credere che co minci con la legge Valeria Orazia De
plebiscitis due anni dopo la promulgazione delle dodici tavole, per le seguenti
ragioni: 1o perchè questa legge è la semplice soluzione di un diritto con
troverso circa il valore de'plebisciti, non è l'affermazione di un diritto
nuovo e contrastato; 22 che il plebiscito, anche fattosi obbligatorio per tutto
il popolo, non si sottrae all'auctoritas patrum per l'esecuzione; 3a che non
per questa legge arse la terza sedizione, di cui parla Floro, nè avvenne la
secessione sul Gianicolo,della quale parla Plinio; 4a che questa legge non si
intitola da tribuni, ma da consoli. Livio dice che si venne a questa soluzione,
« ut quod tributim plebes jussisset, populum teneret », 0, per dirla con
Plinio, « ut quod plebs jussisset, omnes Quirites teneret », perchè prima cið
era in controverso iure. Ma quando fu che la plebe arse in vera sedizione sul
Gia nicolo? quale e perchè una terza sedizione, dopo le due, l'una sul monte
Sacro e l'altra sull'Aventino? e perchè contro le d o dici tavole, se tanto le
aveva volute, e se la promulgazione di queste era stato il massimo ufficio
tribunizio, e sei anni appena e non interi dopo la promulgazione? Ed, ecco, qui
appare il nome di un tribuno, Caio Caruleio, una rogazione vivamente
contrastata ed una sedizione vera di plebe che assale la legge nelle
conseguenze ed osa divorar la distanza tra sé ed i patrizii per appianare l'ineguaglianza.
La ribellione contro le dodici tavole comincia contro l'ultimo corollario: la
plebe non sillogizza invidiosi veri intorno alle cause, assale l'effetto. Rotto
il primo, tira sulle cause. E quella gene razione che spezza il primo effetto,
è destinata ad atterrare tutta l'istituzione. Tal è il significato della Legge
Canuleia De connubio patrum et plebis. Fatta la breccia, esaminiamo che
cosa in trent'anni resta di tutto l'edificio delle dodici tavole. Per la
generazione che succede, si troverà che la cosa men necessaria è il carmen
necessarium.Averlo fatto imparare e cantare a coro da fanciulli non vuol già
dire che il carme dell'ira non suonerà più alto da coro di uomini armati. La
prima sedizione è contro il supremo corollario delle d o dici tavole, contro il
divieto di matrimonio fra patrizii e plebei; l'ultima sedizione di questa
medesima generazione è contro il console patrizio, vietante la divisione
dell'agro pubblico tra i plebei, i quali per questa via si liberavano di fatto
dalla terza delle dodici tavole, dalla più aristocratica, da quella appunto
che, secondo VICO, doveva sancire il diritto feudale rustico del carcere
privato, che i patrizii avevano sopra i plebei debitori. E, sebbene il Console
fosse vincitore o stesse sopra il terreno vinto, pur vide i Tribuni prevalere
ed i lieti onori trionfali tor nargli ne'tristi lutti dell'esilio. Poche
considerazioni storiche varranno a lumeggiare i fatti esposli in questo
capitolo. 1. La legge agraria, reclamata e non potuta attuare dal l'anno 268 di
Roma sino all'anno 299, cioè reclamata e non potuta attuare da tutta la
generazione che precede alla promul gazione delle dodici tavole, é e doveva
essere la conclusione pratica della generazione che succede alle dodici tavole.
Ciò che erasi cominciato nel sangue patrizio di Spurio Cassio,dove vasi
compiere con l'esilio di Furio Camillo, patrizio vincitore. 2. Questa
generazione succeduta alla promulgazione delle dodici tavole, cominciando la
lotta contro la legge sul matri monio e conchiudendola con la divisione
dell'agro pubblico sopra il territorio de'Vejenti, volle togliere la distanza
tra gli ordini per giungere all'eguaglianza degli ordini. Potè essere detto,
con sentimento del vero, che la divisione dell'agro accen nava finita la
divisione de'ceti. 3. Questa divisione dell'agro dopo la comunanza de'm a
trimonii, per l'eguaglianza degli ordini, dice che l'equità non è più
nella sola notizia della legge, m a dentro la legge. L'anno 363 di Roma
annunzia che le XII tavole, benefiche quanto alla conseguita promulgazione,
sono state superate nel conte nuto: annunzia che l'equità è passata dalla forma
nella sostanza. Dietro il Tribuno verrà il Pretore, e già Caio Canuleio chiama
il figlio di Furio Camillo. Se è vero che la lotta per l'esistenza, la quale è
di tutti gli animali, si faccia lotta per il diritto per diventare umana, è
vero pure che in nessun luogo questa lotta ebbe una espres sione più pura,cioè
più umana,che in Roma,ed in nessun tempo quanto nella generazione che succede
alla promulgazione delle dodici tavole. Posso dire che gli ottant'anni che
corrono tra il tribuno Caio Canuleio ed il primo pretore, figlio del già
espulso patrizio Furio Camillo,comprendono la più alta espres sione della lotta
per il diritto. Si può dire che dentro questo periodo si raccolgono le premesse
eterne della lotta umana. Dico la più pura espressione, non per enfasi, ma
perchè questa lotla si fa tra uomo ed uomo, tra ordine ed ordine di cittadini
per la parità civile, politica e sociale, senza intervento di Numi, senza
pretesti religiosi, senza fini sovraumani.E, se in questo tempo la plebe,
strappando il diritto augurale, fa n a scere i Decemviri sacris faciundis, non
è già per propiziarsi i Numi o per un fine direttamente religioso, ma per un
fine assolutamente ed umanamente giuridico. Questa è la grandezza di Roma, ed
il segreto dello studio non solo continuo, ma crescente, intorno all'indole
tipica del diritto romano. Compiamo questo esame con la ricerca dello istituto
pretorio e del responso. Nella suc cessione delle cose civili il mutamento
politico framezza tra una nuova esigenza giuridica e la legge scritta. Ho
dimostrato, infatti, che,quando l'equità s'impone come eguale certezza della
legge, il tribunato diventa magistratura tipica; e,quando l'equità s'impone
come uguaglianza nella legge, la repubblica signorile si fa popolare. Non solo
tutte le magistrature si aprono alla plebe, m a alcune restano esclusivamente
plebee. Non si deve ricorrere, per vederne la formazione, ai m o menti astratti
del pensiero, cioè ad una successione puramente logica d'idee, ma al pensiero
determinato dal bisogno, cioè dalla natura,considerata sotto il doppio
rispetto, nella compagine della persona e nello ambiente. Cotesto è il
naturalismo storico. Il bisogno insoddisfatto ed assolutamente insuperabile per
le condizioni della natura circostante non lascia sprigionare il pensiero nè
iniziare civiltà veruna. Un bisogno superato, per condizioni benigne dello
ambiente, libera il pensiero, ond'esce la prima favilla di una civiltà e di una
storia. Insieme col pensiero sorgono alcune pretensioni, cioè una certa
coscienza giuridica, proporzionata a quel bisogno, e, poco Ora, ci
sarebbe impossibile aprire questo capitolo e proce dere innanzi senza
investigare come e perchè si formi una nuova esigenza giuridica. dopo, una
determinata forma politica, proporzionata a quell'esi genza giuridica.
Mutato,crescendo,ilbisogno,si dilatailpen siero, si evolve la coscienza
giuridica, si muta la forma politica, si cangia la legislazione del giure
pubblico e privato e delle rispettive procedure. Se il pensiero cresciuto
levasi a superare di tanto il bisogno naturale, quanto il bisogno ha superato i
mezzi e l'ambiente, allora non c'è da aspettare,nè altra forma politica, nè
altra le gislazione che duri: si aspetta la rovina che seppellisce una civiltà
finita, per dare origine ad una civiltà nuova che equilibri le funzioni della
vita, instaurando la proporzione tra il pensiero ed il bisogno, tra il bisogno
e l'ambiente. Ora, è forse un annunzio di rovina la sentenza di Plinio:
Latifundia perdidere Italiam,jam vero etprovincias? Asseguita la divisione
dell'agro pubblico, con la quale si chiude il periodo della forte generazione
che succede alla pro mulgazione delle dodici tavole, abolita di fatto la tavola
III delle dodici, depositaria della preminenza di un ordine di cittadini
sull'altro, si vede nascere un gran numero di piccoli proprie tarii che
comincia a formare come uno stato medio in Roma, il quale meglio de'due estremi
traduce in atto il genio agrario di Roma,e,mentre da una parte serba integro il
maschio costume antico e militare, dall'altra annunzia che l'equità ha fatto
gran cammino: dalla forma è passata nella sostanza delle leggi. Abolita di
fatto la terza delle dodici tavole, le altre undici stanno ritte come mummie
che più tardi arriveranno dall'Egitto, documenti di una civiltà sepolta. Il
carmen necessa rium si canterà come memoria di popolo legislatore che ha
bisogno di ricordarsi per innovarsi. Per estimare quanta parte di vero si
contenga nell'annunzio di rovina,che ci viene da Plinio,bisogna avere in vista
il ca rattere di proprietà in Roma. Dico tirsa o quarta ecc., per seguire
l'ordine più accettato. dilui. No: la lotta tra monarchia e patriziato
prima, e poi, continua, tra patriziato e plebe, è possibile in Roma, in quanto
qui più che prima e fuori è spiccato il sentimento personale: sentimento
proprio, più che ad altri, ad un popolo agricoltore e militare, il cui genio
sarà giu ridico. Chi coltiva il campo specialmente nel modo in tensivo dei
primi nostri e lo disende, sente insieme più intenso il sentimento del mio e
del luo, e, per conseguenza, dell'io e del tu. Intenso è, dunque, nel cittadino
romano il sentimento della proprietà personale, quanto illimitato il sentimento
di disporne: e l'uno e l'altro contenderanno allo Stato romano la facoltà di
un'imposta fondiaria. Nė ci fu contesa: lo Stato non osò esco gitarla: vi si
sarebbe ribellato ilgenio agrario di Roma.Quando dicesi mancipium, si accenna
all'origine romana dellaproprietà; quando mancipatio, alla libera trasmissione;
quando dominium ex jure Quiritum, all'effetto dell'uno e dell'altra; e quando
res mancipi e nec mancipi, si accenna non solo ad una divisione tra le cose,ma
alla prima possibilità di una possessione boni taria accanto al dominio
quiritario. Troviamo, in fatti, un limite nelle dodici tavole alla facoltà di
possedere e di disporre? Rispetto alla prima, non altro limite che quello di
vicinanza, donde quelle servitù o recipro canza di oneri, che sono strettamente
in rerum natura. La ta vola VII è mirabilmente sottile nel determinare i modi,aflinchè
il dominium ex jure Quiritum non ne resti di troppo m e n o mato: neppure le
chiama servitù; m a le fa passare sotto il ti tolo de jure aedium et agrorum. E
rispetta tanto la pietra ter minale, segno di proprietà sovrana, che, per
entrare nel campo vicino a cogliere un frutto caduto dal proprio albero, ha
avuto Bisogna, innanzi tutto,smettere ilpregiudizio,cheloStato di R o m a
ripeta lo Stato greco o di nazioni incivili, durante la civiltà romana: bisogna
rimuovere quest'affermazione di Hegel, che cioè il padre sfogava sulla famiglia
quella durezza che lo Stato sopra gran bisogno di dirlo: Ut glandem
in alienum fundum proci dentem liceret colligere. Cosi fatto dominio, perchè
del tutto quiritario rispetto al l'origine ed al genio, sarà tale anche
rispetto all'estensione ed alvalore:ilforestiero non lo acquisterà innessun
modo,nė per mancipazione, nè per usucapione, nè per cessione innanzi al
magistrato (injure cessio), nè in maniera quale altra si voglia. Tal è il
significato vero ed intero di quella legge della Tavola VI (altri
impropriamente dicono della III): ADVERSUS HOSTEM AETERNA AUCTORITAS. E tutto
questo è cosi assolutamente romano, che,per farlo greco più o meno,si ricorrerà
invano a Solone. Sciendum est, in actione finium regundorum illud observandum
esse,quod ail exemplum quodammodo ejus legis scriptum est, quam Athenis Solonem
dicitur tulisse. Un quodammodo non basta a tramutare la leggenda in istoria. Rispetto
poi alla facoltà di disporre, non altro limite in tutto questo periodo
primitivo che quello della parola pro nunziata. QUUM NEXUM FACIET MAMCIPIUMQUE,
UTI LINGUA NUN CUPASSIT, ITA JUS ESTO. Ne, quanto al testatore,sopravvengono
limiti maggiori: UTI LEGASSIT SUPER PECUNIA TUTELAVE SUAE REI, ITA JUS ESTO. È
facoltà sovrana di cittadino sovrano, di chi possiede ed esercita la lex
curiata de imperio. Quando più tardi verrà una legge Cincia de donis et m u n e
ribus ad annunziarci la necessità di un limite alla facoltà di di sporre,
Questo che ho detto, non mi consente di accostarmi, come fa Mommsen,a Niebuhr
che vuole introdurre qualcosa di do rico e forse di germanico,cioè di
comune,nell'indole della pro prietà prediale romana, la quale fu affatto
personale. Quanto alla mancata persona del figlio, non fu senza senti mento del
vero averla spiegata e per la manus 1 128 è segno che la proprietà è
mutata, è mutato con essa il diritto di proprietà, e che in un altro periodo è entrata
la storia di Roma. espressione del carattere militare la quale il
marito aveva sopra la m o glie, e per l'istinto di padronanza che il civis
optimo jure sen tiva sopra ogni suo prodotto, compreso il figlio. Non si dura
fatica a vedere che la patria potestà nel civis sorge, si deter mina e si
svolge piuttosto come un sentimento di proprietà, che di carità. Erano già, sin
da prima, due modi di possedere separabili, perché, dove mancava la possibilità
della patria p o testas, mancava il dominio ottimo; e l'uno e l'altro comprende
vano facoltà illimitata di disporre. Non parmi aver dimenticato gli argomenti
addotti da Ihering contro l'analogia veduta tra il dominio oltimo e la patria
potestà. Io vado oltre la semplire analogia, trovo poco calzanti le
osservazioni di Ihering,e domando,poichè grave è la quistione, le seguenti cose:
1.9 Fuori del sentimento o, a dir chiaro, fuori del concetto di padronanza sul
prodotto, secondo il dominio ottimo, dove si andrebbe a trovare la ragione
storica, efficiente, della patria potestà,cosi illimitata,cosi personale,cosi
aristocratica in Roma? La si presenterebbe come una esplosione inesplicabile,
della quale poi si andrebbero a cavillare le origini dentro qualche piccolo
istituto tra lo storico ed il mitico e non rispondente alla grande importanza
dello effetto. Le azioni per rivendicare un figlio sottostanno alla procedura
delle azioni reali? Non è il giuoco della dialettica giuridica,che modella le
azioni di famiglia sulle actiones in rem: è invece la costituzione della
famiglia, che crea cotesta proce dura. Ogni procedura è tale, in quanto procede
da un diritto e per un diritto. È un errore ricorrere ai limiti escogitati
intorno alla patria potestà per separarla, o distinguerla almeno, dal dominio,
perchè anche intorno al dominio furono escogitati alcuni limiti e ne'tempi più
rigidi della patria potestà. Il figlio istesso poteva provocare l'interdizione
pretoria contro il padre che dava fondo alla cosa domestica: Moribus per
praetorem interdicitur. B., Disegno di una storia del Diritto, ecc.,ecc. in
Ecco, nel medesimo tempo,un limite alla potestà ed al do minio; m a non crea
differenza. 4. Ed è un errore ricorrere al peculio, acquistabile dal figlio,
per crearla una differenza tra potestà patria e dominio, perchè il peculio non
arriva a distinguere, rispetto al potere paterno, illfigliodal servo.Tre cose, circailpeculio,
dice chiaro VARRONE: chi può possedere il peculio (i minori ed i servi);
chilopuòpermettere(ilpadre ed il padrone);
e che è il peculio la pecudibus dictum). Se un istituto c'è, in cui il
pater ed il dominus si presentano proprio sotto il medesimo aspetto è appunto
il peculio; e, se un luogo che possa riconfermarcelo, è questo di Varrone. Gli
è vero, in ultimo, che, quanto al modo testamen tario di disporre, si vedono in
fascio figli, servi e cose? Nella Tavola V si legge: Uli legassit super pecunia
tutelave suae rei, ita jus esto. Occorrono davvero tempi umani per tradurre
umanamente: sulla tutela de'suoi.Ma legassit implica dominio ed ordine; super
spiega l'obbietto; suae rei dice in che rapporto si trovavano i suoi verso il
testatore. Non ignoro che questo modo d'intendere la patriapotestà ha messo in
mala vista il mondo romano innanzi agl'intelletti miti e pietosi. Ma questi
hanno a considerare che una civiltà vuol essere giudicata da'suoi effetti; che
il sentimento giuri dico, diffuso da Roma nel mondo, deriva dal sentimento
perso nale più forte in Roma che in Grecia ed assai più che in oriente; e che
da questo virile sentimento personale derivano le lotte intestine di Roma, la
proprietà romana e la potestà patria. Vico crede ripetuta questa eroica
barbarie nel diritto feudale, e ripetuta la distinzione tra dominio quiritario
e bonitario nella differenza tra il dominio diretto e l'enfiteusi, le
mancipazioni nelle solennità del diritto feudale, e le stipulazioni nelle
investi ture, come aveva veduto ripetersi le adunanze aristocratiche dei
Quiriti nelle corti armate e ne'parlamenti, che nella rinnovata barbarie
decisero de'nobili e delle loro successioni. Vedremo che nè i tempi
ricorrono, nè le analogie sono fon damento di ricorsi, né il tribuno, il
pretore e il giureconsulto si sono ripresentati alla storia. Diciamo di
presente soltanto questo, che, quando in Roma si giunse a poter dire: « Patria
potestas magis in charitate quam in atrocitate consistere debet » è segno che
il dominio quiritario è mutato. Ed è un gran cri terio di medesimezza tra'due
istituti - il dominio ottimo e la potestà patria - l'isocronismo delle loro
fasi neil'evoluzione. Chi mettesse occhio a cotesto,smetterebbe dal cercare
differenze sottili che non arrivano a distruggere il fondo comune. La
generazione che aboliva la tavola terza, determinante il dominio ottimo,
segnatamente nel creditore, aboliva di fatto anche la quarta, scemando il
soverchio della patria potestà. Può af fermarsi, senza alterare la storia, che
dal giorno,in cui la Legge Petillia Papiria de nexis, secondando i tribuni
Sestio e Licenio, disse inumano e proibì che i debitori potessero darsi per acs
et libram in servitù al creditore, e al dominio ottimo fece un grande strappo,
sottraendo la servitù de'nexi, da quel giorno cominciò ad attenuarsi sopra i
figli la potestà patria, crudele assai volte quanto quella de'creditori e
de'padroni,per l'eterna ragione espressa in ferrea forma dall'Alfieri: « Poter
mal far grand'è al mal fare invito. » Cosi potevano e facevano il padrone, ilcreditore,
il padre, sul medesimo fondamento del dominio ottimo. Seneca, tratlando della
clemenza, accusava Erixo che, senza convocare un consilium, aveva incrudelito
nel figlio, sollevando lo sdegno del popolo che voleva esercitare contro lo
snaturato le stesse forme sommarie che quegli aveva contro il figlio. Ma questa
collera di popolo, della quale parla Seneca, non è una esplosione, è figlia del
maturo sentimento dell'equità e risale sino a que'tempi della repubblica,
ne'quali un malvagio credi tore, L. Papirio, sfogando la sua crudeltà
ne'debitori, provocava una sedizione popolare, un'altra collera, onde nacque la
legge de nexis, che, già svelando la presenza del pretore,
chiarisce l'equità essere passata dalla forma nel contenuto della legge. Tito
Livio, in fatti, ricorda la Legge Petillia Papiria come coro namento della
generazione, nella quale è apparso il pretore. Eo anno plebi romanae, velut
aliud initium libertatis factum est, quod necli desierunt. Mutatum autem jus ob
unius foeneratoris simul libidinem, simul crudelitatem insignem. Tre
osservazioni facciano i pensatori intorno a questo luogo di Livio. La prima,
che quell'aliud inilium libertatis si ha da tradurre un nuovo momento
dell'equità, cioè l'equilà passata dalla forma della legge nella sostanza. La
seconda, la causa o c casionale, la crudeltà falla libidine, che chiarisce e
documenta la sentenza di Alfieri. La terza, nel quale si compie appunto la
generazione che tra le ire civili vide appa rire, componitore equo, il pretore.
Assai prima che Alessandro Severo obbligasse un padre ad accusare il figlio ai
giudici ordinarii, assai prima dico, proprio nel miglior fiorire della
repubblica, scaduto, innanzi a questo aliud initium libertatis, il diritto quiritario,
furonorallorzatiquei consigli domestici che frenarono l'arbitrio paterno. Nella
generazione,in cui apparisce ilpretore,segnacolo del l'equità nella legge, cioè
dell’aliud initium libertatis, la ditta tura può essere plebea, assolutamente
plebeo uno de'censori, i plebisciti, che avevano conseguito già università di
leggi, si li berano dall’auctoritas patrum, si pubblicano i fasti e si pubbli
cano le azioni della legge, e, pubblicati i fasti, un plebeo può E
intorno al medesimo tempo era cominciata a prevalere la sentenza di CICERONE,
negli Ufficii, circa le tutele, le quali non volevano essere considerate tanto
come un diritto privato ed una quasi surrogazione della potestà patria,che le imponeva
incondizionatamente, quantocome un benefico usfizio sociale, ad utilitatem
corum qui commissi sunt, non ad eorum quibus commissa est. E di quest'ordine
delle date è da tenere gran conto per la giusta valutazione delle
istituzioni. salire al pontificato massimo. Cajo Marzio Rutiliano e
Tiberio Coruncanio sono due nomi plebei che significano adempita l'equità
civile e politica nella legge:il primo plebeo dittatore ed il primo plebeo
pontefice massimo. Fermiamoci, per fare poche osservazioni. Che significa
nell'anno 458 di Roma,ottoanni dopo la pub blicazione de'sasti e delle azioni
di legge, trent'anni in punto dopo la Legge Petillia Papiria de nexis, e due
generazioni dopo l'apparizione del pretore, che signisica, domando, la Legge
Ortensia De plebiscilis, quando, prima e dopo del pre tore,c'erano già state la
Legge Valeria-Orazia De plebiscitis e la Legge Publilia, quella ·appunto che,
secondo Vico, dichiarò popolare la repubblica romana? Quando vediamo Livio,
Plinio ed Aulo Gellio ripetersi intorno a questa legge de'plebi scili,e
ripresentarla, riproducendo le meilesime formole,noi vo gliamo sapere se
occorrevano tre leggi, o una medesima legge in tre tempi diversi,per far
entrare i plebisciti tra le sorgenti di diritto pubblico e privato. M 'ė parso
di vedere la critica storica imbarazzata e quasi sospettare della sincerità
delle formole tra mandateci dagli scrittori citati sopra. Or bene,a me par
chiaro che le tre leggi de plebiscilis in tre tempi, che abbracciano un secolo
e mezzo, cio è dalla prim a i m mediata reazione contro le dodici tavole, e
direttamente contro la nona, sino alla dichiarazione ellettuale della
repubblica popo lare, non si ripetono,perchè in nessuna istoria si trovano nè
sono possibili coteste ripetizioni, m a sono tre momenti progressivi del
l'equità nel medesimo obbietto, cioè nei plebisciti, ordinati a d e
mocratizzarela repubblica. Con la prima, cio è con la Valeria Orazia, si viene
a dar valore di universalità ai plebisciti, secondo le tre formole con sone,
l'una di Livio: Ut quod tributim plebes jussisset, populum teneret; l'altra di PLINIO.
Ut quod ea jussisset, omnes Quiriles teneret; e l'altra di Aulo Gellio: Ut eo
jure,quod plebes statuis set, omnes Quirites tenerentur. Con la seconda,
che è la Legge Publilia, che altri mettono sollo la data del 415, altri del
416, alcuni sotto il nome di C. Publilio Filone, tribuno della plebe altri di
Q. Publilio Filone, dittatore (Vico lenne giustamente io credo pel dittatore),
vennesi a fare non solo obbligatoria, ma presta bilita l'auctorilas patrum per
tutti i progetti di legge sottomessi ai comizii centuriati. Livio scrive: Ut
legum quae comitiis centuriatis forrentur, ante inilum suffragium, Patres
auctores ficrent.Ed,ecco, quell'ante initum suffragium siela l'arclorilas di un
caput mortuum, sopra il quale Silla vorrà invano alitare la vita. Con la terza,
che è la Legge Ortensia (458, che Plinio dice essere stata di Q Hortensius
dictator, l'auctoritas è troncata di netto. La formola che abbiamo già detta di
Cicerone: « Potestas in populo, auctoritas in Senatu sit », è già superata. La
potestà trova in sè l'autorità, e la Legge Ortensia è l'espressione radicale
della repubblica popolare.Mi sia lecito dire che la suprema equilii è questa
equazione tra la potestas e l'auctoritas. Mi è parso necessario notare che
l'universalilà de'plebiscili, l'obbligatorietà prestalilita dell'autorizzazione
e, in ultimo, l'a bolizione dell'autorità estrinseca sono non ripetizioni di
una m e desima legge, m a tre leggi plebiscitarie che dinotano dalle dodici
tavole sino alla Legge Ortensia tre gra di progressivi dell'equità nella
legge,tre momenti notevoli, onde la repubblica si democratizza. Chiariamolo
anche meglio con una breve considerazione circa la pubblicazione de'fasti. La
plebe un secolo quasi dopo i Decem virilegibus scrilun dis consegui i Decemviri
sacris faciundis, edunaltro mezzo secolo dopo, democratizzata civilmenie e
politica mente la repubblica, riusci a democratizzarla anche religiosa mente,
occupando le dignità sacerdotali, sicchè di otto nel col legio de'pontefici ne
prese quattro, e cinque de'nove nel col legio degli auguri. È segno che il
giureconsulto è uscito dal l'atrium, che il suo responso non è più un oracolo,
che i fasti sono pubblicali, e che la procedura, nella quale il diritto si
ha per il 416 e da muovere, non è più un segreto di parte, ma
è promulgata come il diritto istesso. L'ius Flavianum ha questo grande
significato: non vi sono piu misteri. E questa espressione tra dotta dalla
lingua religiosa nella lingua politica significa: non vi sono più privilegi.
Questa promulgazione de'fasti, de’misteri giudiziarii e delle formole
sacramentali per via di semplice evoluzione,senza urti, senza rogazioni, nè
sedizioni, nè secessioni,parve alla plebe ro mana un si grande miracolo, che
volle, dentro i tempi storici, creare una favola plebea e contrapporla ad una
favola patrizia, cominciata a diffondersi in questi tempi. La favola patrizia
era quella di Furio Camillo,scoppiato ful mineo sulla bilancia del Gallo, ed
acclamato secondo fondatore di Roma.Cosi potè dirsi,un patrizio, Giunio Bruto,
fondò la repubblica; un patrizio, Furio Camillo, la salvò. La favola ple bea fu
quella del liberto Gneo Flavio che ruba il mistero della procedura al
giureconsulto patrizio Appio Claudio Cieco e butta in pubblico i fasti e le
formule sacramentali. Certo, Polibio e Diodoro Siculo non parlano del miracolo
di Furio Camillo, e il loro silenzio è troppo tardi interrotto dalla narrazione
drammatica di Tito Livio. E, per simile, molte erano ai tempi di Cicerone le
controversie circa l'origine della pro mulgazione laviana, nè CICERONE osa
spiegarsela. Ma ben si vede in quel liberto, profanatore del mistero, la plebe
fatta libera, ed in quell’Appio Claudio Cieco il patriziato ignaro dei tempi.
In Gneo Flavio,di liberto,creato tribuno, senatore ed in magi stratura curule,
è passato l'occhio mancato ad Appio Claudio. Que'che, tormentando anche le
parole, mettono in forse tante narrazioni della storia di Roma, da Romolo a Virxinia,perché
non hanno osato portare la critica storica dove più occorreva, sull'origine
dell'ius Flavianum? Altri, per fare più credibile il racconto, dissero che
Appio Claudio della famiglia claudia, stata sempre nemica alla plebe, e punito
di cecità da’Numi in età adulta per non si sa quale colpa, si fece lui proprio
ispi E, dopo queste brevi considerazioni, possiamo spiegarci intero l'ufficio
del pretore. Tra le sorgenti del diritto pubblico e privato sono entrati i
plebisciti.Sublata auctorilate patrum, la repubblica è democratizzata del
tutto. Le leggi son,ma chi pon mano ad esse? Il Magistrato. Farle è del Senato,
della plebe, del popolo; dirle è del magistrato. Altro è ius condere, altro è
ius dicere: due funzioni distinte e connesse. Condere è la parola potesta tiva
del legislatore; diccre è la parola sacramentale del magistrato. Dicere è la
parola generale dell'applicazione della legge: i modi sono ius dicere, cdicere,
aldicere, interdicere. Il derivato è edictum.L'edictum è la viva vox juris
civilis. Questo è saputo, e con questo, che, quando si pronunzia la parola
edictum assolutamente,ilpensiero non ricorre nè all'edic tum aedilitium, nè
all'edictum provinciale, nè alle forme più o meno secondarie di edicta
perpetua, repentina, tralatitia,ma ri corre direttamente all'cdictum praetoris.
Non è cecità nè arbi bitrio del pensiero moderno, è perchè cosi, prima di noi,
inte sero e dovevano intendere gli antichi. Quando Papiniano parla del diritto
onorario, lo dice cosi nominato ad onore del pretore; quando Gaio parla
dell'editto che emenda le iniquità del diritto, si riserisce all'editto del
prelore; ed al pretore si riserisce Asconio, quando accenna la ragione
dell'editto perpetuo; e del pre tore si duole Cicerone, quando vede l'editto
superare le dodici tavole.La ragione storica è questa:la presenza del pretore
si gnifica che le due parti avverse, nelle quali era divisa R o m a, si sono
equilibrate; il suo editto, in quanto spiccatamente porta ratore a Gneo Flavio,
plebeo e figlio di un liberto, della novità benefica che è l'ius Flavianum,
onde i pontefici furono obbligati a far pubblico il calendario. La versione
pare più mitica del mito. questa impronta di equilibrio, suona l'equità
passata nella legge, l'aliud initium libertatis, la repubblica signorile fatta
popolare; il suo editto è, perciò, la voce viva dell’ius civile, rimasto voce
morta; e però entra innanzi alle dodici tavole che in vano Cice rone lamenta
neglette. Questo aliud initium libertatis è abbastanza commentato dalla
definizione che del diritto pretorio ci manda Papiniano, il giureconsulto massimo:
Juspraetorium est, quod praetores introduxerunt, adiuvandi, vel supplendi, vel
cor rigendi juris civilis gratia, propter utilitatem publicam, quod et
honorarium dicitur, ad honorem praetorum sic nominatum. Se temesi che questa
correzione pretoria sul diritto civile possa tornare precaria ed incerta, la
Legge Cornelia provvede a sostituire l'editto perpetuo al repentino: Ut
praetores ex edictis suis perpetuis jus dicerent.Se Cicerone duolsi del vedere
torpide le dodici tavole innanzi all'editto, e se teme le sedizioni tribu
nicie, dica se abbia trovato, il temperare il summum jus, altro mezzo evolutivo
suori dell'edillo pretorio. Il summum jus a lui era summa injuria, a Terenzio
summa malilia, a Gaio iniqui tates juris. Chi tempera quell'ingiuria, corregge
quella malizia, e all'iniquilà sostituisce l'equilà? La risposta è di Gaio:
Haec juris iniquitates edicto praetoris emendatae sunt. Si dorrà forse anche di
questo Cicerone, di vedere il magistrato sostituito al legislatore, la sentenza
alla legge, la persona allo Stato. E davvero il caso parrebbe strano, se non
fosse spie gabile in questo modo:che il pretore significa l'unità della legge,
dove il legislatore era stato duplice — patriziato e plebe; e si gnifica
l'equilà ristretta ai casi particolari, senza forma impera tiva, la quale è
tutta del legislatore. Dove compiuto è il periodo dell'equilibrio delle parti,
e co mincia il periodo unitario di R o m a nella politica, ivi è segno essere
cominciato il periodo unitario del diritto nel pretore. Ne procede questa
definizione dell'editlo pretorio, la quale compie,non nega la definizione di
Papiniano: L'editio pretorio è l'equilà ne'casi particolari, cioè volta per
volta ed anno per anno, ed indica affermato l'equilibrio delle parli in
Roma, e co minciato il periodo unitario nel diritto e nella politica. La gloria
del tribuno è di aver provocato la promulgazione delle dodici tavole; del
pretore, averle superate con l'editto. La promulgatio chiarisce e denuda la
repubblica aristocratica; S'ignorano davvero due cose: in che tempo la Legge
Aebutia abolisse le legis actiones, e sino a che punto. La disputa è in decisa.
Io credo che la legge Aebutia sia apparsa tra l'uno e l'altro pretore, l'urbano
ed il peregrino, e che abbia abolito gran parte delle legis actiones, quando
già alla procedura del vecchio diritto l'editto pretorio aveva contrapposto una
procedura con suetudinaria. Composto, nella persona del pretore, il dualismo, e
compiuta, nella significazione dell'editto, l'unificazione giuridica, comincia
l'unificazione politica nella generazione immediatamente succe duta al pretore.
Il pretore appare tra il 387 ed 88; tra il 411 e 13 compiesi la prima guerra
per l'unificazione politica. Questa unificazione politica ha due periodi: 1°
l'unificazione d'Italia;2° l'unificazionedelmondo mediterraneo.Ilsecolo quarto
di Roma abbraccia il periodo della unificazione giuridica, e si conchiude col
pretore; il secolo quinto abbraccia il p e riodo della dictum la demolisce
e l'annunzia democratica. l'e Sono da fare due considerazioni. L'una,che gli
editti, non essendo espressione di facoltà legislativa,non portano forma i m
perativa, e non possono averla ne rispetto all'origine che è giu risdizionale,
nè rispetto all'obbietto che non è universale. In tutta la forma dell'editto
appare la faccia benevola dell'interprete, non la severa del legislatore.
L'altra è che l'editto, per suggel lare l'equità, deve aver superato non solo
il vecchio diritto civile, ma la vecchia procedura:e però,se da una parte si
lascia in dietro le dodici tavole e le iniquitates juris, dall'altra supera r a
pidamente le legis actiones, cioè quella vecchia e aristocratica
procedura,dentro la quale si muovevano iprivilegiati della re pubblica
signorile. unificazione politica, e si conchiude col giureconsulto. Tra
l'uno e l'altro periodo della unificazione politica, cioè tra quello della
unificazione ilalica e l'altro dell'unificazione della civiltà mediterranea,
appare il pretore peregrino, che è l'apparizione del diritto delle genti, il
quale viene a fare umana l'equita latina. Il periodo dell'unificazione italica
abbraccia le tre guerre sannitiche. E nel'a generazione immediatamente
succeduta comincia il periodo per l'uni ficazione del mondo mediterraneo, che
abbraccia le tre guerre puniche. Il disegno e l'effetto delle tre puniche non
furono la semplice indipendenza dell'Italia.Come dopo le sunnitiche a Roma fu
facile la guerra tarantina, nella quale meglio che il ferro occorse l'oro per
occupare la città da Milone messa all'incanto, e farsi signora della
regione che dalla Macra e dal Rubicone va sino al capo Spartivento ed alla
punta di Leuca, cosi dopo le puniche le fu facile la guerra corintiaca,onde si
annesse l'Acacia ed alla civiltà ellenica sostitui definitivamente la latina. T:11
era l'effetto, perchè tale il disegno. Mommsen ammira come gran falto nazionale
de'Romani la costruzione della flotta, ed io ripeto che quella impresa fu più
che nazionale, più che italiana, e fu il disegno del gran duello per l'egemonia
sul mondo mediterraneo. Come le guerre san nitiche significavano che l'unità
d'Italia spettava od ai Romani od ai Sanniti, cosi le guerre puniche
significavano che l'unità del mondo mediterraneo speltava o ai Romani od ai
Carta ginesi. Fu crudeltà, ma fu politica. Delenda Carthago è la conse guenza
di un dilemma: la metropoli del mondo mediterraneo o Roma o Carlagine. E Roma
vinse,non perchè Marco Porcio Ca È discutibile se sieno più feroci le
guerre per l'indipendenza o quelle per l'egemonia. Queste io credo: perchè alle
prime b a sta disarmare il nemico; alle seconde occorre sterminarlo: Delenda
Carthago! 140 tone fu inesorabile e l’Affricano secondo più crudele
del primo, m a perchè Roma aveva un ideale, una missione ed un convin cimento
che mancavano a Cartagine. Questa non è la metafisica della storia circa la
predestina zione de'sini, è la rislessione storica sugli effetti determinati.
Roma vinse, e con essa il Diritto romano che si farà umano, salendo,frapoco,dall'edittoalresponso;
ma con Cartagine, se fosse stata vincitrice, non si sa quale alto fine civile
sarebbe slalo vittorioso. Non è già che il popolo romano vinse, perchè aveva e
sentiva astrattamente la missione giuridica; ma aveva questa missione, perché
sin da principio il suo genio si era d e terminato di agricoltori e militari. E
che si fosse cosi m a n t e nuto sino alla guerra corintiaca – malgrado la casa
di Emiliano già aperta a Polibio, a Plauto, a Terenzio ed a Pacuvio si
chiarisce dall'ordine espresso dal console Lucio Mummi o ai romani deputati a
portare a Roma da Corinto le meraviglie del Il pretore urbano prenunzia il
periodo unitario. Espressione di cotesto periodo sono due grandi istituti della
vita romana: il prelore peregrino ed il giureconsulto. Chiamo istituto,
piullosto che ufficio,quello del giureconsulto per ragioni che si parranno
(Giunti al respɔnso, non possiamo trovara nulla di più alto e di più
comprensivo nella storia del diritto romano. Stimiamo utile far conoscere ai
giovani studiosi come si scriveva la storia del diritto romano ai tempi di
Pompinio, mettendo in questa nota sotto il oroocchi il frammento che togliamo
dal primo libro del Digesto, e lasciando a loro la cura di correg gere le
inesattezze che troveranno non solo rispetto ad alcuni fatti e nomi, m a alla
cronologia ed ai criterii. Utile e non difficile lavoro, per la cura che
abbiamo posta nello accennare le date principali ed i criterii storici che
governano gl'istituti giuridici di maggiore importanza. Grozio discute
assainelleVitaejurisconsultorumde'duePomponii.Zimmern- trattando l'arte
greca. tra poco. Il pretore peregrino è l'espressione viva e concreta dell'uni
ficazione italica; il giureconsulto; della unificazione del mondo mediterraneo
Il pretore peregrino compie il pretore urbano, in quanto di larga l’equità,
senza dilungarsi da’casi particolari; ma, en e non dalle Variae lectiones. Ecco
Pomponio: Necessario ci pare il mostrar l'origine propria e il procedimento del
diritto. Al principio della nostra città il popolo cominciò ad operare senza
legge certa, senza stabile diritto, e tutto reggevasi per mano dei re. In
appresso, cresciuta in qualche modo la città,clicesi lo stesso Romolo dividesse
il popolo in trenta parti, che chiamò curie, perciocchè a sen tenza di queste
parti disimpegnava allora le cure del governo. Ond'è che ed egli ed i seguenti
re proposero al popolo alcune leggi curiate, le quali tutte trovansi scritte
nel libro di Sesto Papirio che fu uno dei principali personaggi a'tempi del
Superbo, figlio di Demarato da Corinto.Questo libro è intitolato diritto civile
Papiriano, non perchè Papirio v'abbia aggiunto alcun che di suo,ma perchè egli
raduno in uno le leggi promulgate sen z'ordine. Cacciati quindi i re per legge
tribunizia, tutte quelle leggi andarono in disuso, e il popolo romano cominciò
di nuovo a reggersi con diritto in certo, e più dietro la consuetudine che
secondo alcuna legge emanata; e così continuò per circa venti anni. Dopo
le sannitiche,unitasi a Roma l'Italia, ilgenio dell'urbs si senti tocco, e però
modificato,da due correnti nuove: il commercio e la presenza degli stranieri.
La rustica Dea Pales, in dividuazione mitica del genio originario di Roma,
sentivasi mutar costume, e tollerava, con la presenza degli stranieri,
que'commerci che erano parsi spregevoli al primitivo genio agricolo e militare
di Roma. In nome di questa tolleranza un secolo ed alquanti anni dopo il pretore
urbano sorse il pretore peregrino, qui inter cives et peregrinos, plerumque
inter peregrinos jus dicebat. L'equità estendevasi a quelli che prima del
periodo unitario erano designati con tre nomi: hostes,pere grini, barbari. del
diritto privato romano tiene pe'due. Puchta nel ('orso delle Isti tuzioni–
tiene per un solo.Unasolacosa è certa, che il frammento che noi riportiamo, è
dall'Enchiridion non ricordato dall'indice fiorentino tralo per
tolleranza, gli sottosta, se non in grado di ufficio, in dignità; nè metterà
fuori un editto che contraddica a quello pubblicato dal pretore urbano; nė tra
gli antichi troverà chi voglia commentare il suo editto, privo di originalità.
I giure consulti che vennero di poi, mentre inducevano la regola universale di diritto
dall'editto del pretore urbano, non commen tarono mai l'editto del pretore
peregrino. Anche io credo che il commentario di Labeone non resista alla
critica. Giunto a questo fastigio del diritto romano, dove col pretore
peregrino par nato l’jus gentium, e col responso l'equità ro mana sale a
diritto umano, mi occorre vedere onde la deca denza imputatada Plinio ai
latifondi, e come il giureconsulto, nel vero senso della parola, possa trovarsi
coevo con la rovina della repubblica e compagno della corruzione imperiale.
Onde ciò non avesse a durare più a lungo, piacque allora che fossero nominati
per pubblica autoritàdieci,i quali togliessero le leggi dallegreche società, e
la città munissero di leggi. Incise su tavole d'avorio,le esposero sui rostri,
affinché si potessero le leggi meglio imparare; e fu loro dato in quell'anno il
diritto massimo nella città,di correggere,se facesse bi sogno,e d'interpretare
le leggi, nè vera appello da loro come dagli altri magistrati. Essi medesimi
avvertirono mancar qualche cosa a quelle prime leggi, perciò l'anno seguente viaggiunsero
altre due tavole, eco sìper l'accidente del numero furono chiamate leggi delle
XII Tavole.Narrano alcuni che la composizione di esse fosse stata proposta ai
decemviri da un certo Ermodoro da Efeso, esule in Italia. Promulgate queste
leggi, avvenne,come naturalmente suole,che per l'interpretazione si desiderasse
l'autorità dei prudenti e la necessaria d i sputazione del Foro; questa
disputazione e questo diritto ordinato dai prudenti, senza che venisse scritto,
non ha nome in alcuna parte propria, come vengono distinte tutte le altre con
proprio nome,ma chiamasi con titolo generale diritto civile. Quindi,dietro
queste leggi,quasi contemporaneamente furono composte le azioni, colle quali
gli uomini agitassero i litigi nati tra loro;le quali a zioni,affinchè il
popolo non le facesse a capriccio, vollero che fossero sta bili e legali;
equesta parte del diritto chiamasi azione di legge,cioè le gittima. E così
quasi in un tempo medesimo nacquero questi tre diritti, delle XII Tavole,da
cui scaturi ildiritto civile,e quindi leazioni.Siperò l'interpretazione delle
leggi,si le azioni spettavano al collegio dei ponte fici,dai quali ogni anno
sceglievasi chi dovesse soprantendere ai privati, e per circa cento anni il
popolo segui quest' uso. In appresso, avendo Appio Claudio proposto e ridotto a
forma queste azioni, Gneo Flavio, suo scrivano e figlio di un liberto,
sottratto gli il libro, lo fece di ragione del popolo; il quale servigio fu al
popolo tanto grato, che elesse lui tribuno della plebe e senatore ed edile
curule. Questo libro contenente le azioni chiamasi diritto Flaviano, siccome
quell'altro d i ritto Papiriano; ma neppur Gneo Flavio aggiunse alcun che al suo
li bro. Cresciuta la città e mancando alcune specie di azioni, Sesto Elio non
molto dopo ne istituì altre, e pubblicò il libro che chiamasi diritto Eliano.
Quindi,essendovi nella città la legge delle XII Tavole e ildirittocivile e le
azioni di legge, accadde che, venuta la plebe a discordia coi padri e
separatasene, istituì le leggi che chiamansi plebisciti, cioè decreti della
plebe. Non guari dopo, richiamata la plebe, perchè frequenti discordie n a
scevano intorno a questi plebisciti, per la legge Ortensia fu stabilito che avessero
anche quelli per leggi; e cosi avvenne che i plebisciti e le leggi differissero
pel modo di farle,ma ne fosse eguale l'autorità.
Quindi,perchélaplebeaccordavasi difficilmente, e molto più difficilmente il
popolo in si grande moltitudine di persone,fu d'uopo che si affi dasse al
senato la cura della repubblica. Così cominciò ad intromettersi il senato, ed
osservavasi tutto quello ch'esso avesse decretato, e questo di ritto fu detto
senatoconsulto. A quei tempi anche iMagistrati proferivano giudizi; ed, affinché
i cittadini sapessero qual giudizio intorno ad ogni cosa si proferirebbe e se
ne premunissero, pubblicavano gli editti che costituirono il diritto onorario,
così detto perchè veniva dall'onore, cioè dalla carica di pretore. Da ultimo,
siccome pareva che l'autorità di far leggi fosse, per natu rale effetto delle
cose,passata al minor numero,un po'per voltaavvenne che fu necessario che un
solo provvedesse alla repubblica; poichè il senato non poteva del pari
amministrar bene tutte le provincie. Stabilito quindi il principe, gli fu dato
il diritto, che si avesse per rato checchè egli d e terminasse. Così nella
nostra città o si giudica pel diritto, cioè secondo la legge; o v'è diritto
civile, che consiste solo nell'interpretazione dei prudenti,non iscritta; le
azioni di legge,che contengono le forme da usare; i plebisciti, che furono
emanati senza l'autorità dei padri; gli editti dei magistrati, donde nasce il
diritto onorario; i senatoconsulti, che emanano dal solo senato
costituente senza legge; e le costituzioni del principe, quello cioè che il
principe determinò si osservi come legge. Conosciuta l'origine e il
procedimento del diritto,conseguita che discor riamo i nomi e l'origine dei
magistrati, perchè, come abbiam mostrato,da quelli che presiedono a far leggi,
acquistano gli effetti. Imperocchè, che varrebbe essere nella città, se non vi
fosse quegli che potesse far leggi? Dopo ciò parleremo degli autori che si
succedettero l'un l'altro, giacchè il diritto non può sussistere senza che
siavi qualche giurisperito,dal quale esser possa mano mano migliorato. Quanto
ai magistrati, nei primordi della nostra città i re ebbero tutto il potere. I
tribuni dei celeri comandavano ai cavalieri, ed occupavano quasi ilsecondo
posto dopo ire;del qual numero fuGiunioBruto,autore del discacciamento dei re.
Espulsi i re, furono stabiliti due consoli, ai quali per legge fu concesso il
supremo diritto: così chiamati, perchè bene provvedevano (consulebant) alla
repubblica. Onde pero non si arrogassero regio potere in tutto,fu per legge
stabilito che vi fosse appello da loro, nè potessero punire verun cit tadino
romano senza il consenso del popolo: a loro fu soltanto concesso di obbligare e
di far mettere nelle pubbliche prigioni. In appresso, dovendosi rinnovare il
censo che da ogni tempo non erası fatto, nè bastando i consoli a questo
incarico, furono stabiliti i censori. Aumentando il popolo, e nascendo
frequenti guerre, delle quali alcune assai gravi, mosse dai confinanti, piacque
di eleggere,ogni qualvolta il bi sogno richiedesse, un magistrato con potere
maggiore; furono per tanto istituiti i dittatori, dai quali nessuno poteva
appellarsi, e che avevano a n che podestà di vita e di morte.Questo magistrato,
perchè aveva un po tere sommo,non poteva durare più di sei mesi. A questi
dittatori aggiungevansi i maestri, vale a dire comandanti dei cavalieri, nella
stessa guisa che ai re i tribuni dei celeri, la quale carica equivaleva presso
a poco a quella dei prefetti del pretorio: m a i magistrati erano tenuti per
legittimi. Quando poi, circa diciassette anni dopo la cacciata dei re, la plebe
si separò dai padri, crearonsi sul monte sacro i tribuni, ch'erano magistrati
plebei,e fu loro dato tal nome,perchè una volta ilpopolo era diviso in tre
parti, e da ciascuna se ne sceglieva uno, o perchè venivano nominati per
suffragio della tribù. E parimenti, affinchè fosse chi soprantendesse agli
edifizii, nei quali riferiva tutti decreti la plebe,deputarono a ciò due della
plebe, che fu rono chiamati edili. Avendo poi l'erario del popolo cominciato ad
esser pingue,furono nominati i questori che ne avessero cura; cosi detti,
perché dovevano esigere (quaerere o inquirere) e tenere conto del danaro. E
perché, secondo abbiamo detto, non era concesso ai consoli pronun ciare
sentenza di morte contro un individuo romano senza permissione del
popolo,furono dal popolo nominati iquestori del parricidio,che giudi cassero i
delitti capitali: di essi fa menzione anche la legge delle XII Tavole.
Ed,essendo piaciuto che si facessero ancora altre leggi, fu proposto al popolo
che tutti i magistrati si dimettessero, e furono nominati i decem viri per un
anno. Questi si prorogarono la carica e si condussero ingiu
stamente,nèvolevanoristabiliredinuovo imagistrati,peroccupareglino e il lor
partito il potere; e colla lunga e crudele dominazione loro con dussero le cose
a tale, che l'esercito si ribello alla repubblica. Dicesi che capo di questa
ribellione sia stato un certo Virginio.Questi vide che Appio Claudio, contro il
diritto ch'egli stesso dal diritto antico aveva inserito nelle XII Tavole, gli
aveva tolto il possesso della propria figlia, e giudi cato in favore di colui
che, subornato dallo stesso Appio,laripeteva come sua schiava, perchè,
acciecato dall'anjore per la fanciulla, non aveva più guardato a diritto o a
torto, sdegnato che gli fosse tolto il diritto anti chissimo sulla persona
della figlia, a somiglianza di quel Bruto primo con sole, che aveva dichiarato
libera la persona di Vindice schiavo dei Vitellj, per aver rivelata la congiura;
e, riputando la castità della figlia essere da preferire alla vita, tolto un
coltello dalla bottega di un macellajo, u c cise la figlia per sottrarla colla
morte al disonore dello stupro; e tosto, grondante ancora del sangue della
figlia, corse tra'suoi compagni d'arme. I quali tutti dall'Algido, dove le
legioni trovavansi a cainpo, abbandonati i capi, trasferirono le bandiere
sull'Aventino, e là pure si condusse tutta la plebe della città. Allora altri
dei decemviri furono uccisi in prigione, altri cacciati in esilio, e fu
ristabilito nella repubblica l'ordine di prima. Alcuni anni dopo la
pubblicazione delle XII Tavole, la plebe venne a contesa coi padri, volendo che
i consoli si eleggessero anche dal suo corpo; al che opponendosi i padri,
avvenne che si creassero, parte dalla plebe, parte dai padri, i tribuni
militari con podestà consolare, i quali varia rono di numero,poichè furono ora
venti,ora più,non mai meno. Essendosi quindi convenuto di creare i consoli
anche dalla plebe, si cominciò ad eleggerli dai due corpi. Afinchè però ipadri
avessero qualche cosa più della plebe, piacque allora che si eleggessero dal
loro ordine due edili curuli. E,perchè i consoli erano occupati dalle guerre
coi vicini, nè vi aveva chi nella città potesse amministrar la giustizia,si
creò un pretore,chia mato urbano,perchè amministrava la giustizia nella città.
B., Disegno di una Storia del Diritto, ecc., ecc. Dopo alcuni anni, non
bastando quel pretore, perchè accorreva nella città moltitudine di
forestieri,fu creato un altro pretore, detto peregrino, perchè per lo più
rendeva giustizia ai forestieri (peregrini). Poi,essendo necessario un
magistrato che presiedesse ai pubblici in canti, furono stabiliti i decemviri
per giudicare le liti. A quel tempo furono pure nominati quattro soprantendenti
alle strade, i triumviri monetali che vegliavano alla fabbricazione delle
monete di rame, d'argento e d'oro, ed itriumviri capitali che custodivano le
pri gioni, si che,quando dovevasi punire, facevasi col loro intervento. E,perchè
nelle ore vespertine i magistrati non avevano obbligo di tro varsi in officio,
furono istituiti i quinqueviri di qua e di là dal Tevere, che ne facessero le
veci. Conquistata poi la Sardegna, quindi la Sicilia,la Spagna e la provincia
Narbonese, furono creati tanti pretori quante nuove provincie, i quali so
prantendessero parte alle cose urbane, parte alle provinciali. Quindi Cor nelio
Silla istitui i processi pubblici, come di falso,di parricidio,dei sicarj, ed
aggiunse quattro pretori. In appresso Cajo Giulio Cesare istituì due pretori e
due edili, detti cereali da Cerere, perchè soprantendevano ai grani. Così si
ebbero dodici pretori e sei edili. Poi il divo Augusto portò a sedici il numero
dei pretori, ai quali il divo Claudio altri due ne aggiunse, che giudicassero
intorno ai fedecommessi;ildivo Tito ne soppresse uno,e il divo Nerva ve lo
aggiunse; essi giudicavano le liti fra il fisco e i privati. Per modo che
diciotto pretori amministravano la giustizia della città. Tutto ciò si osserva,
quando i magistrati sono nella città; quando poi ne partono, si lascia uno che
solo rende giustizia e chiamasi prefetto alla città, il quale una volta si
nominava all'occorrenza, dopo fu stabile per le ferie latine,ed eleggesi ogni
anno.Ilprefetto dell'annona e dei vigili,cioè delle guardie notturne, non sono
propriamente magistrati, m a furono stabi liti straordinariamente per comodo:
quelli però che abbiamo detto nomi narsi di qua dal Tevere,per decreto del
senato venivano poi creati edili. Dunque,fra tutti, dieci tribuni della plebe,
due consoli, diciotto pretori, sei edili nella città amministravano il diritto.
Moltissimi e chiarissimi personaggi professavano la scienza del dritto civile,
m a ora ci basta parlare di quelli che in maggiore stima furono presso il
popolo romano, affinchè apparisca da chi e quali leggi ebbero origine e ne
furono tramandate.E prima di Tiberio Coruncanio non ricordasi alcuno che pubblicamente
professasse questa scienza; tutti gli altri fino allora a v e vano creduto di
tenere occulto il diritto civile,o soltanto si prestavano a chi li consultava,
piuttosto che a chi volesse imparare. Tra i primi periti del diritto fu poi
Publio Papirio, che radund in uno le leggi dei re. Dopo questo, Appio
Claudio, uno dei decemviri, il cui senno molto valse nel comporre le XII
Tavole.Appresso viene altro Appio Claudio che ebbe grandissima scienza in
questa parte, e fu detto centimano. Fece egli costruire la via Appia, derivò
l'acqua Claudia, e persuase di non ricevere Pirro nella città. Si disse aver
egli pel primo scritto le azioni in torno alle usurpazioni, il qual libro però
non esiste. Sembra che il medesimo Appio Claudio abbia inventato la lettera R,
onde si disse Valerj in vece di Valesj,e Furj invece di Fusj. Dopo questi, di
grandissima scienza fu Sempronio che ilpopolo romano chiamò coçov (sapiente),
nome che a nessun altro fu dato nè prima nè dopo ali lai.Ma vi fu anche Cajo
Scipione Nasica che dal senato fu chiamato ottimo, al quale fu anche data del
pubblico una casa sulla via Sacra, onde più facilmente si potesse andare a
consultarlo. Appresso fu Quinto Fabio che, mandato ambasciatore ai Cartaginesi,
essendogli poste innanzi due schede,unaperlapace,l'altraperlaguerra,econcesso a
luil'arbitrio di portare a Roma qual delle due gli piacesse, le prese ambedue, e
disse dovere i Cartaginesi chiedere e ricevere qual più volessero. Fu,dopo
questi,Tiberio Coruncanio chepelprimo,come dissi,cominciò a professare il
diritto: di lui,sebbene non restò veruno scritto, si ricordano molte e
memorabili risposte. Quindi Sesto Elio col fratello Publio Attilo ebbero
grandissima scienza nel professare ildiritto,e furono anche consoli. Sesto Elio
è lodato anche da Ennio, e di lui esiste un libro intitolato Tria partita, che
contiene i primi elementi della scienza del diritto:gli fu dato quel nome,
perchè,proposta la legge delle XII Tavole, vi soggiunse l'inter pretazione, e
quindi vi unì l'azione di legge. Dicesi esserci di lui tre altri libri che
alcuni però gli negano.Le pedate di questo calcò Marco Catone, capo della
famiglia Porcia, del quale sussistono alcuni libri, m a più ancora di suo
figlio; da questi vennero tutti gli altri. Tennero dietro a questi Publio
Rutilio Rufo che fu console in Roma e proconsole nell'Asia; Paolo Virginio e
Quinto Tuberone,ilprimo stoico e discepolo di Panezio che fu anche console. Di
quel tempo e pure SESTO POMPEO, zio di Gneo Pompeo, e Celio Antipatro che
scrisse storie, ma at tese più all'eloquenza, che alla scienza del diritto.
Lucio Crasso, fratello di Publio Muzio,e chiamato anche Muciano,da Cicerone è
detto ilpiù facondo dei giureconsulti. Quinto Muzio, figlio di Publio e
pontefice massimo, ordind pel primo il diritto civile, raccogliendolo in
diciotto libri. In appresso Publio Muzio, Bruto e Manilio fondarono il
diritto civile: Muzio lascio dieci libri, Bruto sette, Manilio tre; e di
Manilio sussistono a monumento alcuni volumi scritti, Bruto fu pretore, gli
altri due consoli, e Publio Muzio anche pontefice massimo. Muzio
ebbe più discepoli, tra i quali maggior fama acquistarono Gallo Aquilio, Balbo
Lucilio, Sesto Papirio e Cajo Giuvenzio: Servio dice che Gallo ebbe grande
autorità presso il popolo. Di tutti questi si conserva memoria,perchè Servio
Sulpizio pose nei suoi libri iloro nomi: ma non restano loro scritti che tutti
desiderino ed abbiano tra le mani: pure Servio compi i libri suoi, dai quali si
ha memoria dei predetti. Servio che nel perorare le cause occupò il primo posto
dopo Marco Tullio, si dice essere una volta andato a consultare Quinto Muzio
intorno ad un affare d'un suo amico; e, non avendo compreso quello che Muzio
rispondeva intorno al diritto,gliripeté ladimanda;ma,non avendo meglio compreso
la risposta,Muzio lo rimproverò,dicendo esser vergogna che un patrizio e
nobile, che perorava cause, ignorasse il diritto che pure avea sempre tra le
mani. Tocco da questo affronto, Servio si applicó al diritto civile, e fu
discepolo a molti di quelli che abbiamo nominati: Balbo Lucilio gli diede i
primi rudimenti, e lo perfeziono Gallo Aquilio da Cercina, onde di lui abbiamo
molti scritti in Cercina. Morto in un'ambasceria, il popolo romano gli eresse
una statua che tuttora si vedle sui rostri di Augusto: lasciò forse centottanta
libri, assai dei quali restano ancora. Da
questomoltissimiimpararono;quelliperòchelasciaronolibri,sono Alfeno Varo, Caio
Aulo Otilio, Tito Cesio, Antidio Tucca, Anfidio Namusa, Flavio Prisco, Cajo
Atejo, Placurio Labeone Antistio, padre dell'altro L a beone Antistio, Cinna e
Publio Gellio. Di questi dieci, otto scrissero libri, che da Anfidio Namusa
furon tutti ordinati in cenquaranta libri,ed acqui starono grande celebrità
Alteno Varo ed Aulo Otilio,dei quali il primo di ventò anche console, il
secondo cavaliere soltanto. Fu questi amicissimo di Cesare, e lasciò molti
libri che trattavano ogni parte del diritto civile, scrisse anche pel primo
intorno alle leggi della vigesima ed alla giurisdi zione. Il medesimo pel primo
commentò con grande diligenza l'Editto del pretore, mentre pria di lui Servio
avea intorno a quello scritto soltanto due libri brevissimi, diretti a Bruto.
Di quel tempo furono anche Trebezio, discepolo di Cornelio Massimo, Aulo
Cascellio, Quinto Muzio, discepolo di Volusio che ad onore di quello lascia per
testamento erede il suo nipote Publio Muzio. E questore, n è a c cettar volle
onori maggiori, sebbene Augusto gli offerisse anche il conso lato. Di questi
dicesi che Trebezio su più istrutto di Cascellio, e questi più eloquente del
primo; di ambidue più dotto fu Otilio.Di Cascellio non resta che un libro solo
di bei motti;molti di Trebezio,ma poco ricercati. Quindi v’ebbe Tuberone
discepolo di Ofilio, patrizio, che dal trattar le cause passo ad esercitare il
diritto civile, specialmente dopo ch'ebbe ac cusato Quinto Ligario senza poter
ottenere da Caio Cesare che fosse con 148 dannato.Questo
Ligario, mentre comandava nelle spiagge d'Africa, non vi lasciò approdare
Tuberone malato, nè prender acqua: di ciò accusato, fu difeso da Cicerone, del
quale esiste la bellissima orazione intitolata A favore di Quinto Ligario.
Tuberone fu dottissimo nel diritto pubblico e pri vato, e lasciò molti libri
intorno all'uno e all'altro; affetto per altro lo scrivere antiquato, e perció
i suoi libri piacciono poco. Seguono Atejo Capitone, discepolo di Ofilio, ed
Antistio Labeone che tutti questi udi,ma fu istruito da Trebazio.Atejo fu
console: e Labeone, offerendogli Augusto il consolato per sostituzione, non
volle accettar l'o nore, per non interrompere i suoi studi, giacchè avea cosi
ripartito l'in teroanno,chestavaseimesiinRoma coglistudiosi,glialtriseisene
ritirava per attendere a scriver libri, e lasciò quaranta volumi, molti dei
quali corrono per le mani di tutti. Costoro formarono quasi due sette o p poste:
poichè Capitone seguiva il vecchio che gli era stato insegnato; L a beone, per
natura dell'ingegno suo e per fiducia di sapere, poichè avea atteso anche agli
altri rami della sapienza, intraprese d'innovare moltis sime cose.E così a
Capitone succedette Massimo Sabino,a Labeone Nerva, i quali due accrebbero
quella divisione. Nerva fu amicissimo di Cesare; Massimo fu cavaliere, e pel
primo diede risposte in pubblico, secondo gli fu concesso da Tiberio Cesare. M
a, come tutti sanno,prima di Augusto non dai principi concedevasi il diritto di
dar risposte in pubblico, ma chiunque confidava negli studi fatti, ri spondeva
a quanti lo consultavano. Nè però davansi queste risposte in iscritto,ma per lo
più le scrivevano i giudici stessi, o le attestavano quelli che gli avevano
consultati. Il divo Augusto pel primo, onde in maggiore stima venisse
ildiritto,ordinò che si dimandasse per l'innanzi,come pri vilegio, di poter
dare risposte in pubblico. Poscia Adriano, principe ottimo, avendogli alcuni,
ch'erano stati pretori, domandato di poter essere consultati in pubblico, cosi loro
rescrisse: Non volersi ciò di mandare, ma fare; consolarsi,se vi avesse
qualcuno che,in se confidando, si apprestasse a ri spondere al popolo. Da
Tiberio Cesare, adunque, fu concesso a Sabino che rispondesse al popolo. Questi
entrò nell'ordine equestre nella avanzata età di quasi quarantacinque anni;
ebbe scarse sostanze, ma fu molto aiutato da'suoi ascoltatori. Gli successe
Cajo Cassio Longino, la cui madre era figlia di Tuberone o nipote di Servio
Sulpizio, perciò egli chiama Sulpizio suo proavo. Fu console con Quartino al
tempo di Tiberio,e godette grande stima nella città, fintanto che Cesare non lo
caccio. Andò quindi in Sar degna, e, richiamato da Vespasiano, mori in Roma.A
Nerva succedette Proculo.Diquei tempi fuancheNervafiglio,edun altroLongino,cava
liere, che poi sali fino alla pretura. M a autorità maggiore ebbe Proculo
e i seguaci delle due sette di Capitone e di Labeone; presero allora il
nome di Cassiani e di Proculiani. A Cassio succedette Celio Sabino che molto
potè ai tempi di Vespasiano; a Proculo,Pegaso che sotto lo stesso impe radore
fu prefetto della città;a Celio Sabino,Prisco Giavoleno; a Pegaso, Celso; a
Celso padre,Celso figlio e Prisco Nerazio,iquali furono ambidue consoli, anche
Celso due volte;a Giavoleno finalmente succedettero Aburno Valente, Tusciano e
Salvio Giuliano. Il periodo unitario, per non rovinare nello accentramento, è
equilibrato da quattro contraccolpi che sono le due guerre ser vili, la guerra
sociale, la guerra civile e la guerra gladiatoria. Il Pretore ha annunziato una
parola solenne nel diritto: l'equità. La parola equità non è in Roma una
legislazione, è una correzione, m a intanto col pretore è giunta al suo secondo
periodo, è passata cioè dalla eguale notizia della legge dentro la legge
istessa. Dove il legislatore era stato duplice, ed in dis sidio continuo,
l'equità non poteva entrare che come correzione e in forma di casi particolari.
L'equitå vorrà dire, di certo, che la repubblica signorile è fatta popolare;
che i peblisciti contrappesano i senato-consulti; che le grandi differenze si
livellano; m a dice qualcosaltro: l’e quità è una certa unità giuridica che
preannunzia l'unità po litica. Ho designato i due grandi periodi dell'unità
politica:l'unità italica; l'unità della civiltà mediterranea. Le sannitiche ele
pu niche determinano specialmente questi due periodi. Che cosa furono le due guerre servili e la
guerra gladiato ria, quale valore e significanza ebbero, e furono guerre
davvero, o un impeto disperato senza eco e senza effetto? Gli storici an tichi
non danno ó fingono non dare molta importanza alle due guerre servili, con le
quali si apre e chiude la generazione che 1. 152 va dal 619 al 651. L'alto
rumore di ciò che gli storici latini chiamarono Graccanae, e poi della guerra
giugurtina, e poi della invasione dei Teutoni e dei Cimbri, gli uni sterminati
da Mario nella Gallia transalpina, gli altri nella cisalpina, e poi della
guerra sociale, e,immediatamente dopo,della prima guerra civile tra Mario e
Silla, occasionata da Mitridate VII,tutto questo che non è poco rumore insieme
con la politica sprezzante verso i servi, non arriva a spegnere il furore nè a
soffocare il grido de' servi, che, levatisi a guerra vera contro i padroni, si
batterono, vinsero, e poi caddero uccisi piuttosto che sconfitti. Strana
guerra, m a spiegabile in Roma e dopo il pretore e nella repubblica popolare.
La voce dell’equità pretoria, l'aliud initium libertatis, che equilibra
patrizii e plebei, l'imperio consolare coll'ausilio tri bunizio, creditori e
debitori, padri e figli, romano e peregrino, quella arriva tra servi e padroni.
I servi cominciano a voler essere considerati non romana mente, perché non sono
e non si sentono di Roma,ma umana mente,da che sono venuti a Roma da ogni parte
dell'umanità, ed hanno veduto in Roma la lotta per l'equità. Hanno veduto e
saputo che i diritti si strappano, e la solle vazione comincia dalla Sicilia,
dove maggiore era il numero dei servi condannati alla coltivazione
de'latifondi. Primo ucciso Da mofilo,proprietario di latifondi, in Enna,oggi
Castrogiovanni; poi, disfatti quattro eserciti romani; in ultimo,
de'settantamila servi cinquantamila uccisi in guerra, ventimila in croce. Nella
seconda servile il moto fu più ampio: non si sol levarono i servi soltanto, m a
insieme gli oppressi peggio che servi: proletarii e diseredati. I servi
superstiti alla guerra si scan narono tra loro. Simile guerra non si era veduta
mai, e la lotta per l'equità facevala possibile a Roma.Ed alle servili somiglia
la guerra gla diatoria che può anche passare come terza delle servili, e della
quale gli storici del diritto costumano non toccar motto. Eglino Gli
storici romani lodano Spartaco a denti stretti, chiamano guerra appena le due
servili e la gladiatoria, e non si accor gono che sono le prime guerre,dopo le
quali la sconfitta è toc cata ai vincitori. Da Euno a Spartacoilgridoè
uno,quellodellavecchiaplebe romana: libertas aequanda;summis infinisque jura
aequare. Cið che rispetto a quella plebe sediziosa erano stati i Gnei Genunzio
ed i Publilii Volerone, surono, rispetto ai servi ribelli,ilsiro Euno e il
trace Spartaco: gli uni tribuni della plebe romana, gli altri tibuni
dell'umanità servile: quelli per giungere all'equità latina,questi all’equità
umana. Senza queste prime considerazioni non sarebbe intesa l'uni versalità del
responso. Mentre si acqueta la seconda guerra servile, divampa la guerra
sociale,col proposito di conseguire non l'equità umana, ma l'equità romana e
con effetto immediato. La guerra sociale durd men di due anni, rapida e
violenta, se a conto di Vellejo Patercolo costo all'Italia più di trecentomila
uccisi. E fu detta sociale non già nel senso moderno della parola,ma perchè
mossa contro R o m a da’socii italiani, reclamanti parità di diritti politici e
civili co’romani, dopo aver falio insieme con quelli la potenza di Roma. L'aspettazione
c !e promesse erano state lunghe; il tribuno Livio Druso che ricordavale,
mettendo in una tre rogazio ni, fu morto prima de'Comizii; e con quella morte
fu inteso che i diritti, data l'ora, si strappano, non s'impetrano. non
sanno che possono a lor grado diminuire i nomi di Euno, di Cleone, di Trifone e
di Atenione, condottieri di servi, ma per nessuna via giungeranno a diminuire
il nome di Spartaco che all'altezza del proposito univa l'arte dei mezzi.
Spartaco intese l'ora e il luogo,cioè quando doveva dare il segnale della
rivolta e come uscir d'Italia; intese ancora come gli restava a cadere, quando
l'Italia gli si era fatta terra fatale. I seimila gladiatori, lungo la via
Appia, appesi alle croci, come già i ventimila servi, dicono uno sterminio, non
una sconfitta. Di quindi la confederazione repubblicana, della quale i
socii elessero centro Corfinium, cui posero nome Italica per signifi care il
carattere nazionale della confederazione e della lotta. I centomila combattenti
de'confederati si elessero duce Pompedio Silone, nome di un sannita,che ai
popoli italici dev'esser sacro quanto il tribuno alla plebe romana, quanto
Spartaco ai servi di ogni paese. Fu morto anche lui, uccisi i suoi,dopo la
rovina di quattro eserciti romani,ma questa volta chiaramente i più scon fitti
furono i vincitori. La guerra fu cominciata e mentre durava, il diritto italico
cominciava a farsi romano con la lex Julia, e, finita la guerra, tutta l'Italia
acquistava idiritti di cittadinanza romana con la lex Plautia. Ecco
l'evoluzione di questi diritti di cittadinanza derivati dalla guerra sociale:
1a gl'Italiani furono, per l'esercizio del suffragio, classificati in otto
tribù nuove, aggiunte alle trentacinque pree sistenti; sicché tutta l'Italia
venne a conseguire otto voci,quando Roma ne aveva trentacinque:sproporzione
subito corretta, per chè gl’Italiani riuscirono in breve tempo a farsi
distribuire pro porzionalmente nelle trentacinque tribů romane; 2° il suolo
italico è distinto dal suolo provinciale, è equiparato all’ager romanus e
liberato dal vectigal. L'italiano ha guadagnato il dominium ex jure Quiritium.
Dopo la guerra sociale il diritto romano ė diritto italiano.Tra il romano e
l'italiano sparisce il pretore peregrino. Non si ripeta questo errore,che le
guerre servili furono ster minio senza essetto, e che feconda fu la guerra
sociale. Dicasi invece che gli effetti delle guerre servili sono immediatamente
invisibili e saranno più tardi raccolti dal filosofo e confidati al l'ideale di
un jus hominum, mentre immediati sono gli effetti della guerra sociale,
immediatamente saranno raccolti dal pre tore e dal giureconsulto, e passeranno
nella costituzione politica di Roma. Il genio militare di Roma poteva abbandonareiservi
su'colti, m a non poteva espandersi senza de’socii. Interpretiamo la prima
guerra civile. Da questa Montesquieu torse gli occhi, e dentro
questa bisogna ficcarli, per intendere la decadenza. L'Italia ha conseguito
lacittadinanza romana,quando in Roma la cittadinanza ha perduto d'intensità
quel che ha guadagnato di estensione. L'Italia, contro la vittoria di Silla,
ultimo vindice della ragione quiritaria, ha afferrato il dominio ex jure
Quiritium; m a i Quiriti dove sono? Dove i patrizii ed i plebei? Se tra l'i
taliano ed il romano è sparito il pretore peregrino, si può dire che il pretore
urbano duri per sentenziare tra il patrizio ed il plebeo? La guerra civile è
una funesta rivelazione, non per le proscrizioni, ma pel sinistro lume sparso
sulla rovina morale de'romani. Con la guerra civile si apre la reazione
de'grandi de litti contro le tradizioni dell'eroismo civile. Accenniamo, non
possiamo narrare Quelle facce sinistra mente predesignate di Mario e di Silla
rivelano due diversi tipi di sanguinarii, vuoti d'ideali. Mario agitavasi in
nome di una plebe ch'ei non ama, perchè non trova; Silla reagisce in nome di un
patriziato ch'egli, quando non può rialzare,disprez za.Sapevano guerra e movere
legioni agguerrite; ma caddero sopra sė medlesimi, senza lasciar traccia,
perchè vissuti senza disegno. Mario finisce, non ricordando la plebe, m a
sforzandosi dimenticare sė; Silla, ricordando sè solo, e buttando la ditta tura
che sforzavalo a ricordarsi d'altrui. Grande fu lo stupore del gran rifiuto non
per viltà,ma per disprezzo: Silla non aveva potuto rizzare il vecchio
patriziato, come Giuliano non evocare gli Dei morti. Nulla dicono intanto quei
funerali di Silla,e due mila corone d'oro intorno all'arca marmorea, e lo
scorruccio d'un anno alle matrone? Dicono una sola cosa:che la repub blica è
finita, e che Roma aspetta il principe col motto di Asinio Gallo in Tacito: U n
u m esse reipublicae corpus, atque unius animo regendum. L'assenza delle due
parti che han fatto l'alto dissidio di R o m a, delle parti che han combattuto
la lotta pel diritto, composta nel l'equità, l'assenza di quella plebe indomita
e gelosa della sua maestà, e di quel patriziato che, quando non arriva a
giustificare la preminenza con diversioni eroiche, tramuta in concessioni gli
strappi, è accusata in Roma da due fattiirrefragabili: dalla uni versale viltà
che accompagnò le proscrizioni sillane, e dal soli loquio infecondo dell'ultimo
Gracco,al quale,moriente,addicevasi meglio il motto di Bruto minore. E,dato il
significato delle guerre servili, della gladiatoria,della sociale e della
civile,è tempo di spiegarsi l'assenza delle antiche parti, la quale lascia
intravveder l'Impero. La devastazione bellica, segnatamente dopo laseconda
punica, e l'importazione commerciale sono le due cause precipue,onde i piccioli
fondi cominciano a sparire per formare i latifondi,e però cominciano a
spostarsi le parti, sostituendo alla questione poli tica la sociale: dov'erano
patrizii e plebei cominciasi a vedere ricchi e poveri. Quindi, il potere
pe’ricchi,le frumentationes pe' poveri, l'agricoltura pe’servi.Quindi, mentre
da Silla a Pompeo la facoltà de'giudizii ballottavasi da’senatori a'cavalieri e
viceversa, l'ordine giudiziario corrompevasi, di giuridico facendosi politico,
e, più che politico, personale. Quindi,mentre i Gracchi e Mario cer:ano invano
la vecchia plebe, da che la nuova, secondo Sal lustio, privatis atque publicis
largilionibus excita, urbanum otium ingrato labori praetulerat, Silla cerca invano
il vecchio patriziato,corrotto da'nuovi cavalieri, tra'quali si viene a
reclutare la mala genia de'publicani. Mentre si fa la romanizzazione del (Alcuni,
per trovare qualche cosa di liberale intorno a questo tempo di Roma, hanno
avuto ricorso persino alla congiura di Catilina,celebrando quest'uomo con inni
assai postumi ed assai brevi, e allogandolo quasi tra il socialista e il
nichilista de' nostri tempi. Mala storia non patisce queste violenze e sfata
questi travestimenti insignificanti. Catilina è rientrato s u bito nel posto
destinatogli dalla storia, a documentare due cose: la degra dazione del
patriziato e la reazione dei grandi misfatti contro le tradi zioni dell'eroismo
civile. Ciò ch'egli non poteva trarre dal valore militare, splendido in Mario e
Silla, voleva dalla congiura.E la degradazione morale fu chiarita dalla guerra
combattuta in quel di Pistoia, dove l'esercito m a n dato contro Catilina era
condotto da un complice nella congiura ! mondo, il genio di Roma si
sposta:l'agricoltura ch'era romana, diventa servile; ed il commercio che non
era romano, diventa cavalleresco. Costituiti ilatifondi, l'agricoltura, per
necessità, diventa ser vile e produce meno, giusta la ragione di Plinio: Coli
rura ab ergassulis pessimum est, ut quidquid agitur a desperantibus. Il
commercio diventa deʼricchi, e però assume le forme peggiori, quelle della
soperchianza senza lavoro: le societates publicanorum corrompono leggi,
megistrature, popolo. E da qui, secondo Ta cito, anche le provincie
presentivano Augusto: Suspecto senatus populique imperio,ob certamina potentium
et avaritiam magi stratum: invalido legum auxilio, quae vi, ambitu, postremo pe
cunia turbabantur. Spariti i piccoli possidenti agricoltori, dopo tante lotte
per le leggi agrarie i discendenti della plebe si trovavano più poveri di prima,
m a tristamente paghi di questa povertà, alimentata prima dalle frumentationes,
e poi da'congiaria. Alla plebe plebiscitaria era succeduta la plebs
frumentaria. È certamente una costituzione politica che si sfascia, quella
caduta tra due classi estreme (ric chissimi e proletarii), non equilibrate da
quell'ordine intermedio che è diffusivo di sua natura, e per creare il quale
Roma aveva combattuto tante lotte agrarie. Basti, per ispiegarsi molto,voler
sapere la popolazione d'Italia verso il tempo delle guerre servili. Eccola:
quattordici milioni quasi i servi; quasi sette milioni i liberi, e di questi
almeno sei milioni i proletarii. Era naturale:una ricchezza di cinque milioni
di denari era povertà; e per esse ricco bisognava con Crasso, co'liberti
Lentulo e Narcisso, ed anche con lo stoico Seneca,sa lire a più centinaja di
milioni! Conchiudiamo: dove c'è questa ricchezza di centinaja di milioni, ci
dev'essere a fianco un vasto proletariato; e dov'è finita la plebe romana, è
finito il patriziato. Non c'è più plebe,da che è frumentaria,non più patriziato
da che è pubblicano,non c'è senatus popolusque nè populus plebs
que romana: c'è un volgo immenso o mobile o profano, volgo sempre, diviso tra
ricchi e poveri. E contro questo volgo si av ventano implacabili i classici,
tante volte volgo anch'essi, da che furono corrotti gliscente adulatione. Gli
Augusti ed i loro ministri -- Mecenati o Sejani che sieno sono divi non solo
per i bramosi di pane e giuochi, non solo per i liberti imperanti e per gli
stoici traricchiti, ma per gli scrittori che più simulano sdegno contro
l'adulazione pubblica, quanto meno la possono su perare ne'loro versi e prose.
Nė in tanto scadimento dell'anima civitatis resta la religione come supplementum
civitatis defectui. Il mondo romano ha avuto più o meno di superstizione, e
forse molta,ma religione sempre poca. Assai prima che Lucrezio derivasse nella
cosmologia latina l'atomismo epicureo e creasse un poema ateo senza riscontro
il poema dei dotti romani assai prima Lucio Azzio,il primo tragico nato in Roma,
faceva rappresentare pubblicamente sue tragedie poco riverenti agl’Iddii
patrii. Nè di questa irriverenza gli faceva rimprovero il vecchio Pacuvio, ma
della durezza de' versi, onde per contrario Azzio lodavasi, perchè quella
durezza faceva riscontro alla fierezza delle sentenze.E iversi atei e duri del
poeta tragico, attraversando i secoli più molli, erano letti e recitati al
tempo di Lucrezio, di Silla e di Cicerone. A questi piaceva udire una voce
antica, quasi divinatrice, di poeta: Neque profecto Deùm summus rex omnibus
curat. Cosi trovasi da secoli apparecchiato l'ambiente ad Epicuro, ad Amafinio
che lo esporrà in prosa, ed a Lucrezio, in versi. E, quando lo stoicismo con
simulato sopracciglio verrà a velare la dottrina epicurea, Seneca ripeterà con
gonfiezza stoica sen tenze lucreziane: Mors est non esse. Hoc eritpost me quod
ante fuit. Ed altrove: Cogita illa quae nobis inferos faciunt terribi les,
fabulam esse: nullas imminere mortuis tenebras, nec flu mina flagrantiaigne, nec
oblivionisamnem, nectribunalia. Lu serunt ista poetae, et vanis nos agitavere
terroribus. 158 Jam jam neque Dii regunt, Questo spiega come, mentre
agli auguri è possibile sorridere guardandosi l'un l'altro, a Catilina è lecito
patteggiare co' con giurati sino gli ufficii ed i gradi sacerdotali, dopo
avere, impu nito, stuprato una vestale ! Spiega perchè, in questa decadenza, ai
vincitori di Annibale sia fatto difficile vincere un Giugurta che sin da
Numanzia aveva imparato a chiamare vendereccia R o m a, ed era incatenato da un
peggiore di lui, Mario; come a narrare un Catilina occorreva un più tristo,
Sallustio.— Spiega anche più: dove la religione dechinava senza esservi stata
mai gran fede, e però nessuna lotta religiosa, era imminente, non che
possibile, una religione nuova: i primi cristiani sarebbero stati perseguitati
come rei di Stato,non come religiosi.Sarebbero stati mai, come religiosi,
puniti dai ricordatori di Lucio Azzio, dagli uditori di Amafinio, dagli
ammiratori di Lucrezio e dai ripeti tori di Quinto Sestio? Dov'erano stati
condannati e sbandeggiati gli Dei pel solo sacrifizio d'Ifigenia,sarebbero
stati glorificati nel sangue di migliaia di cristiani? Questo è scadimento, perchè, mentre da una
parte si fa la romanizzazione, come la dicono, del mondo, dall'altra si fa la
degradazione di Roma.Dovrebbe parere che, mentre l'umanità siromanizzava,per
contraccolposiumanizzasseRoma:ma non si può dire cosi, perchè Roma portava al
mondo il diritto, e il Deducta est,non ut,solemni more sacrorum Perfecto,posset
claro comitari Hymenaeo: Sed casta inceste nubendi tempore in ipso Hostia
concideret mactatu moesta parentis, Eritus ut classi felix, faustusque daretur.
Tantum relligio potuit suadere malorum. Empio è detto da Vico questo
epifonema,piaciuto ai vecchi romani che in forma induttiva trovavano raccolto
in esso un sentimento comune,e giudicavano, secondo equità, più empio il rito
che l'epifonema. E pel m e desimo sentimento dell'equità,più intenso del
sentimento religioso, riscontrata la sepoltura di Pompeo e di Catone con quella
di un mimo,poterono domandare: Et creditis esse Deos? Nam sublata virum
manibus tremebundaque ad aras mondo portava a Roma le spoglie che
facerano il lusso, come il lusso faceva la barbarie raffinata che è la
decadenza. Quale umanesimo potevan portare a Roma la Grecia disfatta e le pro
vincie barbare? La romanizzazione si fa più rapidamente nelle provincie bar
bare, che non dov'è la civiltà disfatta: prima si romanizzano la Spagna, le
Gallie, le provincie britanniche e le danubiane, e dopo le greche e le fenicie
che a Roma contrappongono quale le tradizioni e quale la prosunzione. La Grecia
riesce a insinuare la lingua di Omero e di Platone sin nelle ordinanze e
ne'giudizii de'magistrati romani: ma la lingua del diritto finisce col vincere
quella della poesia e della metafisica ed a portare tra il portico ed il liceo,
contro le pe tulanti proteste de'retori, la scuola del giureconsulto.Allora è
che il romano, mentre deplora la decadenza interna, glorifica in ogni forma la
sua vittoria giuridica sopra il mondo. Allora Virgilio dice al greco superbo: T
u parla e scolpisci meglio; noi domineremo te e il mondo con le leggi,
perdonando ai vinti e vincendo i superbi. Allora è che Plinio dice che
l'Italia, romanizzando il mondo,ha dato l'umanità all'uomo ed una pa tria sola
a tutte le genti: Colloquia et umanitatem homini daret, breviter una cunctarum
gentium in toto orbe patria fieret. E sotto questo rispetto fu possibile un
cosmopolitismo più pratico di quello degli stoici, in quanto non negava le
nazioni,ma dava loro unità e colloquio da Roma:concetto raccolto da un impe
ratore in questa sentenza: Patria mei, Antonini, Roma: hominis, mundus. Ciò è
vero ed è grande: ma che portavano a Roma que're Excudent alii (e sono i Greci) spirantia
mollius aera. Credo equidem, vivos ducent de marmore vultus. Orabunt causas
melius, coelique meatus Describent radio, et surgentia sidera dicent. Tu regere
imperio populos, Romane, memento: Hae tibi erunt artes...incatenati, que'servi,
que’gladiatori, que'retori e mercanti? Come uomini gonfiavano la superbia del
vincitore, come vinti lo corrompevano. Ma non bastava ad umanizzare vincitori e
vinti il Diritto che era nella missione di Roma e da Roma dettato al mondo?
Certo, bastava, se il diritto romano fosse stato tutto il diritto
umano,tutto,come oggi lo intendiamo,come oggi la scienza e la storia ce lo han
fatto. M a non dobbiamo preoccuparle questa scienza e questa storia:dobbiamo
vedere come in mezzo a que sta decadenza che abbiamo descritto, sorge e
grandeggia il giu reconsulto. Il giureconsulto è l'espressione più elevata e
più certa di questa romanizzazione del mondo. Più si dilarga la forza uni taria
di Roma, e più il responso del giureconsulto universaleg gia. Il responso vero,
quello che diverrà fondamento d'istitu zione e di legislazione nel medesimo
tempo, spazia tradue leggi de civitate, cioè dalla cittadinanza italica sino
alla cittadinanza universale.Che importa che Roma corrompa sė,romanizzando il
mondo? Certo è che Roma non poteva fare l'unità delle genti senza disfarsi, e
che questa unità doveva avere la sua espres sione giuridica. Ecco il
giureconsulto. Dove la legge de civitate assume l'espressione più ampia e tocca
il fastigio, ivi sorge il giureconsulto massimo che dà il più universale
responso, il più umano,e rifiuta la vita per la santità del medesimo. Fa gene
rosamente per il responso ciò che Catone uticense ostinatamente per la
repubblica. Né le dodici tavole vecchio diritto aristocratico,nè le ro gazioni
tribunizie vindici della ragione plebea, nè l'editto pretorio espressione
limitata dell’equità, potevano esprimere Ja missione giuridica di Roma
nell'unità del mondo. Tribuno e Pretore erano romani; il Giureconsulto
romanizza. Romanizza in tre periodi e modi: 1° elevando l'equità partico lare
ad equità civile; 2° l’equità romana ad equità italica; 3o l'e quità italicaad
equità umana.Ilresponsouniversaleggial'editto. Disegno di una Storia del
Diritto,ecc.,ecc. L'editto ha sempre qualcosa di particolare rispetto
all'obbietto, alle persone, al tempo, alla forma. Di repentino farsi perpetuo
non significa farsi universale: solo comprenderà quanti casi con simili
entreranno nel giro di un anno. Certo, chi legge che l'e ditto pretorio è fatto
jurisdictionis perpetuae causa, non prout res incidit, può credere che quella
perpetuità sia universalità; è invece la perpetuità della giurisdizione
pretoria, la durata di un anno. Perciò non ismette la forma individuale, non
assegue mai nè l'universalità teoretica delle formole razionali, nė l'im
perativo impersonale delle dodici tavole. Tutti gli editti pretorii che oggi
leggiamo,come de jurisdictione, de pactis, de in jus vocando, de edendo, de
postulando, de iis qui notantur infamia, de procuratoribus, de negotiis gestis,
de in integrum restitutionibus, de nautis, cauponibus et stabu lariis recepta
ut restituant, dejurejurando voluntario, de publi ciana in rem actione, de
servo corrupto, de aleatoribus, de his qui effuderint vel dejecerint, tutti
hanno la forma individuale, espressa in ultimo dalle parole jubebo, servabo,
dabo, cogam, animdvertam e simili, o anche dall'espressione più individuale
permissu meo, come in questa de in jus vocando:– Parentum, patronum,patronam,
liberos,parentes patroni, patronae, in jus sine permissu meo ne quis vocel. E
non solo l'edittodel pretore, ma anche l'aedilitium edictum, ma col dabimus,
tenuto conto che due erano gli edili curuli o maggiori, come già due gli
aediles plebeii. Ex his enim cau sis,judicium DABIMUS.Hoc amplius, si quis
adversus ea sciens dolo malo vendidisse dicetur, judicium dabimus. Non è già
che qualche volta non s'incontri la formola più generale, ma o come
dichiarazioni o come illazioni della for mola singolare che distingue
propriamente l'espressione giuri sdizionale dalla legislativa.Per l'utilità di
queste notizie ho riportato in nota il frammento di Pomponio. Ora veniamo
alla sostanza. Come fa il pretore ad insinuare l'equità nell'editto senza
aperta violazione del summum jus? Che sarà questa gratia corrigendi juris
civilis, per non essere negazione del diritto civile e sostituzione
dell'arbitrio indivi duale? Sarà, più che di frequente, una finzione pretoria
che verrà ad alterare il fatto per serbare inalterato il diritto, e a p punto
questa finzione di fatto correggerà la iniquità di diritto. Cosi il pretore
fingerà pazzo il savio, vivo il morto, morto il vivo, e per processo di
finzioni insinuerà da presso ai contratti ed ai delitti i quasi-contratti ed i
quasi-delitti. Que'quasi che degradano all'indefinito, sono indici
dell'alterazione di fatto. La necessità che sia corretta questa contraddizione
che con trappone la fictio facti all'iniquitas juris, indica la necesstà di un
istituto che superi l'editto pretorio. Nell'editto l'equità pre domina,ma
particolare,intrusa sotto la finzione di fatto con trapposta all'iniquità di
diritto. Che è la finzione di fatto? È il prodotto di un mutato criterio di
diritto, è la protesta del fatto contro il vecchio diritto, è l'impotenza del
vecchio diritto a contenere il nuovo fatto e la nuova vita. Quindi, la
necessità che il diritto si alzi a quel criterio presupposto dalla finzione di
fatto.Questo criterio liberato dalla condizione di semplice pre supposto,
questo criterio espresso e messo in grado non di torcere il fatto, ma di
contenerlo tutto, di contenerlo come è nella storia e nel costume, costituisce
il responso del Giurecon sulto. L'editto è costretto a torcere il fatto; il
responso univer saleggia il criterio inventivo che simula e dissimula il fatto.
E con questo l'iniquità di diritto cade non per finzione, m a per natural
ragione. Il responso corregge la correzione del diritto, erchè il diritto
dev'essere il supremo correttore della vita so ciale. Per via di questa
finzione di fatto il mondo non si sarebbe mai romanizzato,non l'avrebbe intesa
nè imitata; ma per via del responso il mondo non si sente debellato, ma vinto
vinto, perche issimilato. A questa universalità non si può giungere se non
per la via delle definizioni, natefatte per universaleggiare, e per la via del
metodo scientifico che mena alle definizioni reali e razionali. E del metodo
vien dato merito a Servio Sulpizio; delle definizioni a Quinto Scevola. I quali
due sono giuristi e letterati per asse guire quel romano nihil tam proprim
legis quam claritas:lode data da CICERONE (si veda) sopra ogni altro allo
Scevola, perchè adjunxit eliam el literarum scientiam. Con che si dice che la
letteratura, la quale per altri è ornamento e pura erudizione, pel giurecon
sulto è scienza. E, giacchè questa scienza e come metodo e come arte qui
comincia, ho potuto affermare che il Giureconsulto grandeggia tra le due leggi
de civitate, cioè dalla cittadinanza italica sino alla cittadinanza universale,
dalla lex Julia sino ai libri quaestionum, responsorum et definitionum di
Emilio Papiniano. E cosi sorge e cosi vien su e sale ampio il responso. Come
Aulo Cascellio non volle mai deviare il responso da'fini dell'editto ed
adattarlo sopra įli ordini emessi da’triumviri, affermando alto che la vittoria
non giustificata non è titolo di comando; cosi P a piniano volle piuttosto
perdere la vita, che giustificare il fratrici dio commesso dall'imperatore, e
adattare ilresponso a difesa del l'assassinio [Tale il tipo del giureconsulto.
Entriamo a considerare il responso prima nella forma e poi nella sostanza.
Venendo il giureconsulto con definizioni e metodo a liberare dalla condizione
di presupposto il criterio che regola le finzioni di fatto contro le iniquità
di diritto, egli universaleggia, innanzi tutto, l'equità, derivandola da una
legge universale, superiore [So che gli storici contemporanei contestano la
verità di questo fatto; m a ricordo che scrivevano sotto gli sguardi imperiali,
e non sanno addurre altra ragione veruna della morte di Papiniano per ordine di
Caracalla,se condo Dione Cassio ed Aurelio Victor. alle dodici tavole,
superiore all'editto del pretore ed a tutti i s e coli della letteratura e
delle tradizioni giuridiche, e la chiama, con Cicerone, lex nata ante saecula,
comunis hominibus et Diis, quibus universus hic mundus quasi una civitas
existimanda. È, dunque, una regola di ragione, alla quale uomini e Dei non
possono sottrarsi e per la quale il mondo è come una città sola.Il concetto
pare stoico, m a risale i tempi sino alle tradizioni itali che,nelle quali è
detto:Idem est ralioni parere ac Deo.La ra gione comincia a prendere il luogo
del vecchio Fato che dalle spalle passa di fronte a Giove. E da codesta
universalità della regola razionale derivasi la definizione della giurisprudenza:
Notitia rerum divinarum atque humanarum, justi atque injusti scientia, ars boni
et aequi. E di qui le tre regole comuni,secondo le quali le leggi hanno a
farsi, ad interpretarsi, ad applicarsi: honeste vivere, neminem laelere,suum
unicuique tribuere. Quanto alla forma, il giureconsulto non fa opera
scolastica, non largheggia nelle definizioni: postane una in principio, piut
tosto genetica che nominale, tira giù rapido alle applicazioni più pratiche,
più vicine all'uso. - Movendosi rapido, usa termini tecnici ed evidenti, non
moltiplica definizioni. Questo fine pratico ed immediato gli sta sempre
innanzi,e fa il suo valore filosofico e letterario. Perciò, in mezzo alle
antitesi ed alle gonfiezze della decadenza, il giureconsulto rimane artefice di
stile e di lingua, epigrafico come ilgenio romano, e come abbiamo veduto
Galileo e la sua scuola scientifica sottrarre il genio italiano agli artificii
letterari del seicento. Quando il giureconsulto divaga dalla definizione
fondamen tale e dal rapido processo dialettico, per qualcuna di quelle
logofobie che sono imposte dal tempo, egli non cade nella reli gione, ma in
qualche superstizione raccolta dalle tradizioni ita liche piuttosto che da
altra parte. Paolo nelle senlenze stima perfetto il feto venuto fuori di sette
mesi, secondo la ragione de'n u meri di Pitagora, dimenticando che
perfettissimo a Pitagora era il nove, quadrato di tre. E, mentre il
giureconsulto ragionava con proprietà e rapidità matematica, cercando un
contenuto quasi matematico all'equità, pure secondo il costume latino sapeva
cosi poco di geometria da supporre la superficie del trian golo
equilatero'eguale alla metà del quadrato eretto sopra uno de'suoi lati. E ciò
che appunto di più notevole trovasi nella forma del giureconsulto, non è
l'imperativo inflessibile delle dodici tavole, nè il futuro personale
dell'editto, ma l'espressione universale de rivata dall'equo buono, inteso come
equità civile piuttosto che penale,e più umana che romana. E questa
universalità sciolta dalle finzioni e definizioni,rapida, evidente,
immediatamente applicabile, sa epigrafico il responso più che l'editto,più che
le formole delle rogazioni tribunizie, e quanto le dodici tavole che restano
sempre tipo formale delle leggi romane.Porciò l'epigrafe monumentale al
Rubicone - già confine di Roma fu, sebbene oggi se ne contesti l'autenticità,
detta una volta - ore digna jurisconsulti. Rispetto alla sostanza, il responso
è da considerare nell'ori gine, nelle scuole e nella conchiusione. Il primo periodo
del responso è un semplice astiarre e ge neralizzare lo spirito degli editti
pretorii, ordinandoli e colle gandoli. Anche questa opera si giova del metodo
scientifico e della definizione, e però nasce con Aulo Ofilio che si assimila,
JUSSU MANDATUVE POPULI ROMANI Cos.IMP.TRIB.MILES TIRO COM MILITO ARMATE
QUISQUIS ES MANIPULARIE CENTURIO TURMARIE LEGIONARIE HIC SISTITO VEXILLUM
SINITO ARMA DEPONITO NEC CITRA HUNC AMNEM RUBI CONEM SIGNA DUCTUM EXERCITUM
COMMEATUMVE TRADUCITO SI QUIS HUJUSVE JUSSIONIS ERGA ADVERSUS. PRÆCEPTA JERIT
FECERITQUE ADJUDICATUS ESTO HOSTIS POPULI ROMANI AC SI CONTRA PATRIAM ARMA
TULERIT PENATESQUE SACRIS PENETRALIBUS ASPORTAVERIT. S. P. Q. R. ULTRA HOS
FINES ARMA AC SIGNA PROFERRE LICEAT NEMINI. Epigrafe legislativa, documento
della missione latina. per ordinare gli editti, l'opera di Servio Sulpizio
e di Quinto Scevola: nasce ai tempi di Cicerone, nella generazione istessa
della Lex Plautia de Civitate, con Aulo Ofilio Caesari familia rissimus, qui
edictum praetoris primus diligentur composuit), e si chiude con Salvio
Giuliano, legum et edicti perpetui subtilis simus conditor, il quale per
disegno di Adriano stabilisce nel vero senso l'editto perpetuo, al quale i
magistrati conforme ranno le loro disposizioni. Il responso assorbe il diritto
onorario e lo supera. Il secondo periodo determina il metodo nel processo
d'astra zione,lascia l'editto, e costituisce la scienza,creando due scuole nel
vero senso della parola, e cosi chiamate dagli antichi:la scuola
deSabiniani,che ebbe duce Attejo Capitone,ela scuola de'Pro culejani, derivata
da Antistio Labeone. È vano dissimulare la dif ferenza: c'è nella qualità
dell'ingegno e del carattere de'due m a e stri, nel contenuto de'responsi e nel
conato posteriore di c o m perre le lue dottrine e le due scuole. In Labeone è
più evidente l'indirizzo filosofico, in Capitone il metodo storico: non già che
l'uno non tenga conto della storia e l'altro della filosofia, e che l'uno e
l'altro non abbiano innanzi un fine immediatamente pratico: ma nell'uno
prevalgono la de finizione e il discorso, nell'altro la tradizione. Sesto
Pomponio nel frammento, da noi recato in nota,della sua storia del Diritto (De
origine jurisetomnium magistratuum et successione prudentium ) dice de'due:
Antistius Labeo, ingenii qualitate et fiducia doctrinae, qui et in caeteris
sapientiae partibus operam dederat, plurima innovare studuit: Atejus Capito in
his quae et tradita erant, perseverabat. Il terzo periodo raccoglie le due
scuole non in un eclettismo di Miscelliones, sognato da Cujacio, ma nella
sintesi di Papi [Va inteso che le controversie storiche saranno da me discusse,
quando potro liberare la storia del diritto dalla strettezza presente e
confidarla a tutta l'espansione del pensiero. È chiaro qui che la perpetuità in
senso di universalità viene dal giureconsulto,non dal pretore.niano che nel
responso raccoglie con mirabile armonia il dop pio indirizzo, e ispira nella
legge ciò ch'è sacro nella ragione e nella storia. Oltre quest'altezza il
diritto romano non poteva salire. L'impero aiuta l'ufficio del giureconsulto
per queste ragioni: gl'imperatori odiavano il vecchio diritto aristocratico che
aveva armato la mano di Bruto e di Cassio e non dimenticava privilegi
impossibili innanzi all'imperatore: astiavano il diritto onorario,di origine
aristocratica, e gareggiante con la potestà del principe nell'emissione
dell'editto: e, scaduta la tribuna, vedevano volen tieri all'eloquenza
giuridica succedere l'investigazione giuridica, all'oratore il giureconsulto.
Potei,dunque,scrivere che,come iltribuno impiccioliva innanzi al pretore, così
il pretore innanzi al giureconsulto. La promul gazione avvia all'editto,
l'editto al responso. Il principio della reciprocita conversazionale.
lavoro o, come dicono, la specifi cazione; nė deve, sino a quando è
semplice uso, alterare la forma in che si presenta la cosa. L'uso prepara
la proprietà, il frutto la determina.- Ciò torna a significare che il prodotto
è del produttore, solo proprietario dell'o pera sua.- In queste poche parole è tutta
la dimostrazione.- Ma non vediamo, si dice, assai volte che la proprietà è di
uno,ilfrutto di un altro? Vediamo anche peggio: vediaino la successione, la
donazione, la prodigalità, l'avarizia, l'usura; m a quello che fu ed è
la proprietà non è quello che può e deve rimanere. L'usufrutto si
presenta come risultamento d'illimitato dominio e nega nel mondo economico il
principio di causalità.Il prodotto essere del produttore vuol dire che il
frutto determina la proprietà. Il frutto la determina, il contratto l'esplica.
Anche l'animale è produttore, può sopra le cose avere uso e frutto, m a il
contratto è dell'uomo, perchè ei solo è onnimodo ed ha biso gno di tutti
imezzi.— Perciò Dante partecipa all'agricoltore la gen tilezza di Francesca,la
fierezza di Farinata, l'austerità di Catone, la salvazione di Manfredi, la
misura della giustizia nell'universo; l'agricoltore partecipa a Dante la misura
del frumento. Senza quella partecipazione superiore, l'agricoltore è animale;
senza la parteci pazione frumentaria Dante è cadavere o inetto. Dirà che sa di
sale ilpane altrui,ma lo mangerà,equel cibo glisitramuterà incanto. Questa è la
circolazione della vita.- In somma ilprodotto è del pro duttore; il contratto
lo fa sociale: il prodotto è individuale; il con tratto lo fa umano. L'umanità
è socialità, e questa è contrattualità. È il solo punto di vista da cui il
filosofo deve considerare il con tratto. L'umanità è socialità,perchè
l'assoluto monos non sarà mai l'uomo non salirà mai all'universalità della
ragione, m a rimarrà chiuso nel l'egoismo,che più trasmoda e più
imbestialisce.La ragione,essendo dialettica, non può attuarsi nell'io e nel tu,
ma nel noi. È dunque intrinsecamente sociale.La società dunque non è
convenzione, ma natura. Non si nega già che l'uomo sia passato dallo stato
troglo ditico al sociale; ci passo di certo, e al passaggio fu aiutato da ter
ribili esplosioni della natura esteriore:ma ilprimo e poi non toglie
naturalezza alle cose. Il volgo crede che le cose più naturali sono le
primitive e sino ad un punto a questo pregiudizio si accomoda l'istesso
linguaggio hegeliano:ma da un punto più sicuro si deve dire che le cose
asseguono la loro sincera natura nel fastigio non inprincipio.Dico che l'uomo è
naturalmente uomo,è tale secondo la natura sua,quando ragiona,non quando
vagisce;ma la ragione Abbiamo varietà di vocazione, di lavoro, di
produttori, di pro dotti, dunque di proprietà. Quindi proprietà agronomica,
industriale, artistica, letteraria: non di ciascuno,m a necessarie tutte a
ciascuno, perchè tuttefanno ilcumulo dei mezzi necessarii al fine umano. Come
dunque passano da produttore a produttore e fanno la comu nità della vita, la
totalità dell'uomo? - Mediante il contratto, che però è definito l'esplicatore
della proprietà. è il fastigio dell'individuo umano e della storia,
è la sui-aequatio, non il saluto di chi arriva.La naturalezza vera di una cosa
è dun que l'equazione della cosa con sè medesima,cioè del soggetto con la
propria essenza. Però l'uomo non è il troglodita, m a il cittadino e non
l'esclusivo cittadino ma l'io-civile, il noi. -La società dun que non è da
convenzione m a da natura: l'umanità è socialità. Ogni istante della vostra
esistenza civile implica un concorso di volontà,un consensus,in somma un
contratto espresso o tacito. Lo stare qui ad udirmi, il rientrare nelle vostre
case, il cibo, il riposo sono atti della vita che implicano un consenso,un
concorso di volontà, un esplicito o implicito contratto. E considerando che la
socialità è contrattualità hanno distinto il contratto in pubblico e privato, e
patto pubblico fondamentale hanno chiamato quello che då forma allo Stato.Forse
non sarà veramente pubblico questo patto fondamentale, m a hanno avuto bisogno
di crederlo e chiamarlo tale. Che cosa manca alla sincera pubblicità del patto
fondamentale? Manca la natura della società presente, la quale, non uscita
dallo individualismo, rende unilaterale e pero artifiziale la più parte dei
contratti che oggi si fanno.La soperchianza dell'individuo sulla col. lettività
si traduce nella soperchianza del più forte dei contraenti. Quando ilbisognoso
corre all'abbiente sa di subire tutte le condizioni imposte dal capitale, il
dieci, il trenta, il cento per cento, la tarda mercede e macra,i fastidii, il
oa e torna che è furto di tempo,ed altro.Nondimeno corre,torna,incalzato dal
carpe diem,avvenga pure che il di appresso debba essere sospeso all'albero
infelice.La prudenza gli dice che domani il capitalista lo spellera; il bisogno
lo persuade a risolvere l'oscurissimo problema dell'oggi.Il bisogno immediato
vince dove affatto precaria è la condizione della vita e il domani si porge
ignoto.Quindi quella forma di contratti che vogliono avere tutta la sembianza
di bilaterali, dialettici, umani, m a in sostanza sono unilaterali e
soverchiatori in maniera blanda e insi diosa. Questi contratti hanno un
consenso apparente, un dissenso In che consiste questa socialità?- In uno
scambio perenne, con tinuo di mezzi con libera necessità cioè in una volontaria
permuta zione continua.Questa volontaria permutazione è il contratto. Dunque
l'umanità è socialità; questa è contrattualità. Il corollario è questo: qual'è
in un tempo la forma della società tal'è del con tratto. Oggi la società è
malthusiana, nel senso detto sopra; m a l thusiano è il contratto.- Valgano i
fatti a dichiarare questa dottrina. Nessun Codice scritto può far riparo a
questi contratti simulati, unilaterali, e di mala fede, a questi bugiardi
consensi di uomini che profondamente dissentono anche quando mostrano di
consentire, a queste soperchierie distillate dalle procedure e da quel summum
ius che fu sempre summa malitia.Infatti che riparo metterebbero i
Codici?-Multe,carceri,sanzione di nullità,questi sarebbero isommi ripari; e
varrebbero ad addoppiare la simulazione del contratti,o ad ammortire il
capitale, a fermare la circolazione economica cioè alla stasi sociale. Altri
ripari occorrono, e di questa forma unilaterale saranno i contratti sino a
quando la forma sociale non sia mutata e il lavoratore, mediante il lavoro associato,
non entri nella possi bilità di far la concorrenza al capitalista.Malthusiana è
la società, tale dev'essere il contratto; il capitale costituisce la
plutocrazia, il contratto la subisce;l'individualismo nummulario si oppone alla
ve nuta dell'uomo,ilcontratto dev'essere unilaterale,una contraddizione ne’
termini. Non i Codici debbono integrare il contratto, ma la società dev'essere
rimutata dal fondo. Non co'Codici direttamente lo Stato presente può integrare
il con tratto:ogni suo intervento sarebbe malefico;ma dovrebbe,pare,per mettere
al lavoro di associarsi. Mostra di farlo, m a la sua natura nol consente:
dall'una parte permette le associazioni,dall'altra crea tanti intoppi di leggi
e balzelli e contatori e pesatori e pretesti di ordine pubblico che il lavoro
rimane estenuato e impotente di qualunque ris par mio. Par facile il dire:
risparmiate l'obolo; ma è difficile risparmiarlo dalla fame. Cosi il lavoro non
potendosi capita lizzare,non può creare la concorrenza al capitale.Quindi la
rivolu zione economica non è possibile senza la rivoluzione politica,e que sta,
alla sua volta, non asseguirà il suo fine, che è la libertà, se non compita la
rivoluzione economica che equilibra la proprietà. Il capitalista e l'operaio
sono nemici; il contratto tra loro non può essere che una simulazione; la sola
guerra è possibile. Lo Stato presente ad evitare la guerra permette
l'associazione e ne soffoca l'effetto; impotente alle riforme civili promettele
riforme penali, scherno a bastanza scoperto e deriso. Se manderanno via il
boia, diceva Langassieres, ho ancora il mio rasoio,ho la mano ben ferma, e la
volontà è lapadronanzadime. Ho ildisprezzodituttoquelloche mi circonda.Ho
capito il significato delle parole Dio, ordine, stato, reale, e per questo
appunto sono unilaterali, e sono nondimeno la massima parte dei contratti
odierni,perché questa è la forma della società,è malthusiana, pontefice e re
ilcapitale. e Codice: parole belle per chi se ne ha da servire. A te!- Or che
ti han fatto grazia della vita,tagliati tranquillamente le canne e di mostra
anco una volta che l'uomo è il solo animale che ha piena si gnoria di sé. O
suicida o rivoluzionario, questo è il solo dilemma che lo Stato presente mette
innanzi all'operaio. Il suicidio,per esteso che sia,non può assumere che forma
ec cezionale;e però la sola rivoluzione oggi si porge come norma. E sarà
politica e sociale insieme, perché sono momenti inseparabili. Pervenuto a
queste necessità, mi fermo un istante e odo le parole che mi si dicono
attorno:-Scrioi un corso di Scienza del Dritto o fai dellapolitica? Rispondo
che obbedisco alla necessità, la quale non può separare la scienza del Dritto
dalla Filosofia della storia, che additando il cammino, dice che i popoli
perverranno dove gli Stati. non vogliono. Il tempo verrà testimone non lontano
delle mie conclusioni. Questa è la sola conseguenza possibile a cui poteva
condurmi la teorica della proprietà. Ora entriamo a ragionare dell'individuo
umano considerate come autonomo. Anatomici. Cripturus ego de Capite, composito
hominis principali,cui merito reliqua corporis membra universa obtemperant, et
subduntur, friteor luf scientia mihi vela non elle, adlulcandum immenlum hoc
pelagus doctrinarum, quas de cognitione interiorum tot Authores
copiofelparferunt, et effuderunt. Nimium elevatus mons eft, ad quem pertingere
pes debilitatus nequit: nec volucrium in paluftribus locis immorandum alar
volatum aquilarum audacium et generofarum exuperare poliunt: luffecerit mihi fi
procul Carlum hoc contemplates fuero, li radices montis hujus circumire, fi
fragili fcapha maris hujus immenii rivos aliquos mihi findere licuerit: ut ne
videlicet in hoc volatu cum Je aro fubmergi, in hac viiione cum Philippo
excarcari et de Ipeciolis hujus montis ruinis cum Polidamente opprimi mihi contingat.
De olle nil referam, licut &c pauca de ollibus in sequenti Anatomia
tradaturus fum, tanquam iis, qua: nec dodrinas hieroglyphicas, nec lymbolicas,
Emblemadcas, Proverbiales, nec hiftorias, nec ritus, obfervationes,
confuetudines, nec alia admittunt (II inde Anatomicas, et myfticas detraxeris)
de quibus non folum, fed et de univerhtate partium humanarum ratiocinari
conftitui. Difcurrant prolibitu luo Audiores de olle cranii, et commilluris
ejus, cur compofido ejus et cralla et rara fit: et ut totius fit corporis quali
caminus aliquis, de duplici tubulato Cranii, ulum praefatarum commillurarum,
Lambdoides, reda; fagittalis, et coronalis exponant: discooperiant
frontilpicium cum Occipite, denudent Calvariam totam, ut vilui reprxfentent
quae Com- milliira: verte lint, qua: impropria: cur ha in modum fquammarum lint
: recenfeant et explicent ufum primum, et fecundum: numerent in ordine
unumquodque olTium cranii, delcribendo ad punctum ulque, figuram illorum, et
fubftantiam, &foflas, et foramina, et Imus; examinent cujusque horum
feparatim, et formas, et litus, et ellentias, et difpolitiones ollium,
Occipitis <k Sincipitis, et temporum: horiun dilparitatem, inaqualitatem,
limilitudinem, proportiones, et qualitates: examinent porro horum eminentias
&procel!us, notent inter calvariam et maxillas diftantiam: ubi os
Iphenoides litum fit, et cum occipite connedatur, et pofthac prolixa ftrudura
fua ollibus temporum conjungatur, quod habitu &: conliftentia sua totum
inaqualeeft. Dicant quod eorum quadam poros fuos habeant, a Galeno Scarlattmi
Hominis Synbolki Hm. I. oblervatos, per quos propagines nervorum et arteriarum
ferantur; Del Cendant hinc ad os Ethmoides, idque exponant perforatum, non
fecus ac cribrum, ejusdemque rationem adducant; cur proinde ex parte una lit
tanquam chrifta galli gallinacei, ex altent rarum, laxatum, fungofum,
fpongiofum, in modum pumicis, quod cavitatem liarium adimplet, undeattrahantur
odores, quod loco fuo memorabitur: Denique perfcrutentur ii Cranium figuTam det
cerebro aut cerebrum Cranio; hasaliasqueqUxftiones, non mediocres, has
indagines, has facultates, in quibus tam pratenti quam prxfentis Esculi
celeberrima ingenia deiudarunt, interim pretereo, tanquam partes inanimas
privatas rationali anima, et ad conlide- randa pretiola earum contenta
accingor. Fadurus niliilominus idiplum cum omi brevitate pollibili, imitando
viam et methodum Andrex Laurentii Inclyti Viri, qui nomen liiumper Illuftriores
Mundi fcholas iniignivit, qui ampliari, et dilatari Lauros suas in quadam prima
Regiarum totius Univerlitatis fecit, Francix nimirum, ubi inter lilia copiosius
viridefcere edodus est, et famam suam, dc xftimationem, et authoritatem
adaugens, utpote qui eoufque clarus lit, brevis, fuccofus, exadus, ut nulla fit
nec minutiflima partium, nullus ibi mufculus, fibra nulla, quantumvis
abditillima, et remotiflima, quam non in lucem produxerit. Hic metam, normam,
et lumen lcriptioni mea: fugge Iturus erit. Hic ergo cum tanto authore Os
Cranii apertum intueor, ubi dux le mihi membrana offerunt ab Arabibus antiquitus
pia: Matres appellata: qua: videlicet non lecus ac fideles genitrices
tenerrimum cerebrum, aliaque his contigua tanquam filios cum cautela et
fedulitate magna compleduntur et tuentur. De his refert Hippocrates, eas
temporis fuccellii converti in tunicas, earumque difcrepantiam, in tenuiori et
craifiori elle materia: continent ha: et fubtus et supra, cerebrum: quarum
exterior dura eft, cralla, et cuticularis, correlpondens figura fua, et
magnitudine proportioni Ollis Calvaria:: dum cranium nec linum, nec cavitatem
habet, qux hac ipla non repleantur; In suprema regione dura: Meningis nomen
habet, qua; durities correfpondet pleura:, et peritoneo: in regionibus
vitalibus, et naturalibus, ex omni parte Duplex eft, unde et Moderni unam earum
internam ftabiliunt, candidam, et humore aqueo alperfam, qua; tunicam tenuem
relpicit, alteram externam Olli Calvaria: contiguam. Verfatillimus Laurentius
non nili unam solam agnofdt, et ait, duram hanc Meningem firmiter adhxrere bali
Calvarix, de superiori nihilominus parte Cranii eatenus latam, quate- A nus
dilatando, vel conftringendo cerebro necelle est, colligatur autem Cranio,
mediantibus villis, qui per commilluras creicendo, ipsum propemodum pericranium
conftituunt: conneclitiir membrana: tenui mediantibus venis, quarum opera
cerebrum firmum redditur. Hac membrana multis foraminibus per via eft, per qua
fe nervi, arteria et vena: tanquam per infundibulum fuum in medullam dorlalem
effundunt: In lummitate capitis reduplicatur, et dextram a fmiftra cerebri
parte difcriminat nec tamen ad bafin pertingit, fed ad cerebi medium usque, ubi
duplicatione liia falcem mellorum reprefentat, unde &c a peritis Anatomicis
tali nomine appellari confuevit, In pofteriori vero parte quadruplex eft, et
illic cerebrum a cerebello, non totum fed ex parte diftinguit. Inter has
plicaturas et duplicitates quatuor (inus confpicui reperiuntur qui tanquam
abundantes rivi, et valoram majorum vicarii undequaque per substantiam cerebri
languinem diffundunt. Intrant in hos iinus vente interna: jugulares: cumque
cerebrum amplidimum fit, nec trunci venarum ad illud usque pertingere poflint,
hos Rivos natura fabricavi r, tanquam aquadudtus, in quos vente copioslflimum
fanguine meffundant, ad nutrimentum cerebri, de generationem spirituum
animalium. Horum finuum primi duo laterales funt, et eorum exitus primus grande
foramen, vicinum occipiti, format; per quod jugulares vente ingrediuntur, qua:
ad principium Sutura: Lambdoidis terminantur, ubi utrteque uniuntur. Nafcitur
de his frnus tertius, qui per longitudinem commillura fagittalis difcurrens, ad
olfa narium conducitur: de his vero vagando multa: venula: ex omni parte per
membranam tenuem dilperla procedunt: extenditur fmus hic ad extremitatem
frontis,unde no immerito docet Hippocrates, percullafronte, caput univerlum
inflammari. Quartus finus cteteris brevior inter cerebrum, et cerebellum
vadens, in extremitatibus convexis cerebri terminatur, nates cerebri ab
Anatomicis appellata: harum ufus admirabilis eft, ficut et venarum ab eo linu,t
anquam a perenni fonte,divaricatio. In aliis corporis partibus vena in tantum
arteriis vicina funt,ut le invicem tangant, et vena arterias libi focias semper
habent: in cerebro autem, varia et diilimilis hac diftributio est, dum orificia
venarum deorfum verfa funt, arteriarum vero furfum fp edant. Irrigant laudabili
fucco cerebrum vena, arteria vero Ipiritum continent,qui per levitatem luam
facile afcendit: Cum ergo vena orificia fua deorlum Ipedantia habeant, primo
illis afcendendum erat, quod nec per cutem externam poterant, nec per ofla, nec
per medullam interiorem cerebri, itaque id fit per duplicaturam dura meningis.
Multiplex ufus est Membrana dura: primus eft cooperire cerebrum, dc medullam
Ipinalem, atque eandem contra injurias quasvis tueri: fecundus eft, difterminare
cerebrum in latus dextrum, et finiftrum, in anticum d: pollicum: Tertius ad
recipiendum venas omnes, qua calvariam nutriunt, fitque tanquam caldarium
cerebro, &c membrana tenui, qua continet: de qua etiam partes fanguinem
fuum pro necessitate recipiunt. Detrada nihilominus et rupta membrana crafla,
confpicuam fe et vilibilem reddit Pia mater, propter tenuitatem et mollitiem
luam fic nominata: qua talem feu compofitionem habet, ut in omnem cerebri linum
fe iniinuare facile polTit, ita ut per gravitatem fuam onerofa cerebro non ht,
iimul ut per totum corpus illius portare vafa poflit, ideo et Secundina
nomenclaturam adepta eft. Hac proprium velum, &c operimentum eft cerebri,
quippe qua non folum fuperficiem externam operit, led ultra tendit, inque
occulta penetralia 8c recellus ingreditur: extendit fe, dc prolongat in
ventriculos usque, nona parte luperiori, ut vulgus opinatur, led inferiori: in
his partibus afcendit, ubi velut catinum quoddam eft, per quam portantur
arteria quadam exigua de iis venis qua carotides, et cervicales nominantur per
latera fphenoidis. Admirabilis hic providentia natura eft in harum membranarum
fitu,iicut cnimCreator,focum tenuiflimum, leviflimum et ratiflimum feparavit a
terra, craila,denfa, gravillima, et opaca, idqueper aeris Ipatia, et aquarum
divortium: ita &c Natura imitatrix et amula divinorum operum, duriflimam
calvariam a mollilHmo cerebro per interpolitionem gemina membrana diftinxit:
quam triftis, quam injucunda hiturafuilletvita noftra, fi tenera d: durafe
invicem lemperline medio ollo colliderent, et concuterent? Hac porro meninge
pia remota. Cerebrum iplum prodit. Hoc illud eft, quod jundum cordi ellentiam
homini miniftrat, de quo videhcet formatur ratio, in-telligentia et
ratiocinatio, unde formantur nutrimenta et ipirituum univerlorum generatio:
animalium prafertim: a quo, et per quod formatum caput eft, contentum
continente luo multo nobilius, quamvis et hoc quaquaverlum Ipedabile fit, cum
caput in omni natione terrarum tanquam lacrum aliquid femper lit in veneratione
fua habitum,&obfervatum, per quod y£gyptii Sacerdotes jurabant : quodlecum
radios majeftatis portat, in quo etiam Iplendores divini perlucent, tanquam
opus, de lublime artificium altimmi Del Hac pars excelfior cateris, de vicinior
ccelo eft: hac fidilhma petra fenfiium eft : altiffimum mentis culmen: hac
Regimen de gubernaculum totius obtinet : cerebrum non tantum fedes eft lenluum
de motuum: fed Artifex vaftiflimam molem membrorum dirigens, licut de pratumida
corpora nervorum, id que per flbras, non fecus ac per mulculos, ad eorum, qui
conftrudionem iftam diligentius, defolertius perveftigaverint,ftuporem de
miraculum: Hoc domicilium fapientia eft, de memoria, de judicii: audacis natura
prodigium. Hoc in formam orbicularem compohtum eft, tum ut capacitas ei major
ellet, tum ut fecurius adverlitad omni, quacunq-, eventura fit,obliftere
valeat, nec quovis modo ab eadem oflenfionem ullam patiatur. Accedat ad hac,
quod huic parti propemodum divina, figura quoque omnium perfedtillima,
nonpromilcua conveniebat: cujus praterea magnitudo, quod vis animalium
caterorum cerebrum facile vincit: ita quidem ut hominis unius cerebrum duorum
boum cerebro aquivaleat, de mole, de quantitate. Hoc ita per ingeniofam natura
providentiam dilpofitum fuit ad varietatem fundtionum animalium exercendam, imo
perfedtionandam. Sentiunt quidem de bruta, fed eorum lenius totus in gratiam
eft appetitus animalis : qua etiam naturali quadam intelligentia condudla, a
noxiis abhorrefeunt, de per inlitam inclinationem ad libi profutura feruntur
Subftantia cerebri mollis eft, candida, de medullaris, de purillima leminis de
Ipirituum portione fabricata, ita libimetiph propria, ut in compolito alio
nunquam eadem ipfa inveniatur : nec enim medulla qua in cateris ollium cavernis
eft, 'huic par eft, illa enim non colliquatur, nec vero inedia, aut febrili
calore diminuitur: continetur autem calvaria fua, ut cranium nutriat: cranium
nutritur, ut continere medullam hanc poflit. Ait Galenus fluidam efle medullam
oflium, fimilemque pinguedini, nec tunica coopertam, nec interfecatam arteriis,
aut venis, nec participationem ullam habere cum mufculis, aut nervis, prout
facit medulla cerebri, qua glutinofa magis quam pinguis eft: quam Hippocrates
idcirco partem glandulofam appellavit, cum iit candida, et friabilis. Hac
capiti has commoditates lubminiftrat. Sedet in fimilitudinem ventofa, atque
ideo inferiorum partium refpirationes omnes abiorbet, quarum exhalationibus li
calvaria ofcitationefua, ut ita dixerim, meatum non daret, et niii tantisper
hiatu Quare fubfe quod;un aperiret, nimio fe calore cerebrum reple-ftantia
cereret. Subftantiacerebri mollis eft, tum ut tanto facibri mollis lius
imaginationes rerum vifarum fe imprimant, tum fit. ut nervi tanto
tractabiliores iint,tum denique ut ponderosa duritie fua non gravet. Candida
eft, quia {permatica: idque ratione finis, ut videlicet animales
fpirituslimpidiflimifint, &: non obfcuri, veltenebrofl: quales
melancholicorum funt. De hac etiam medullari fubftantia, temperamentum frigidum
et humidum colligitur: his qualitatibus excedit, ne forte cogitationum
continuatione fuccendatur, cum fit pars hominis liifce fundionibus deftinata j
tum vero etiam quod fpiritus animales facillime diflipari et evanefeere
pollent. In cerebro calido, motus furibundi eflent,&: temerarii, et
delirantes ienfationes, ficut phreneticorum funt. Jungantur his fomnia
inquieta, qua: li modum fuum teneant, facultatibus animalibus quietem
indulgent: et qiue-fi calidum cerebrum ellet, de limpiditate fua defcifcerent,
cum Ut proprium caloris, fuble vare et perturbare rerum comequentia. Cerebro
reCognovit Peripateticus officium principale in ceffigeratur rebro,nempe ut
inde cor refrigeretur: Galenus nihilcor. ominus ad hunc folum uliim confti
tutum elle intelligi 8. de u fu parnonvult, quin potius ut facultatibus fenfuum
&hotium. rum principiorum exitum pradoeat: tum ut generationi Spirituum
animalium inferviat. Motus ceHabet motum fuum non animalem, autvolunta rebri.
rium, nec violentum, fed naturalem, et hic proprius et peculiaris eft generationi
Ipirituum animalium, temperamento, et purgamento aliarum praeterea rerum,non
fecus ac arteriarum. A femetipfo fe dila tat et contrahit: in diaftole fua cum
admirabili plicatura fpiritum et aerem narium trahit: in fyftole, interiores
finus contrahit, et profundit fpiritum animalemin ventriculos fuperiores,in
tertium, et quartum, ficut et fenfum in organa. Sentit cerebrum, cum fit
fenfuum author, iplum tamen fine lenfli eft, cdm communis fensus fedes fit,
omnium enim horum Ju- dex eft: ficut ergo nec audit,nec videt, fic nec tadum ad
fenfibilia fentienda poflidet. Strudura Quemadmodum praecipuum membrum hoc
dicerebri. verfarum facultatum matricium fenfificarum faber eft, ita et
mirabiliter cum di verfarum partium ftru8.C.9. de ufu (ftura fabricatum eft.
Preefatas partes copiofiflime Anatom defcripferuntjprimum Galenus, tum et
Velalius exana om. 7. obfervator : didas partes cum claritate limpidiflima
exponit audior meus: qua: lingula a me (qui brevitati, quantu poflibile eft,
confulo) an exade reprefentan polfint, nescio. Dicam inprimisomnem eam partem,
qua a nobis calvaria nominatur, cerebrum appellari folitum efle : duo ejus
extrema funt, anterius nimirum, et pofterius: quorum illud primum retinet
totius nomenclaturam, pars pofterior cerebellum appellatur: ha autem partes
invicem dividuntur de medulla quadam crafla, per duplicaturam quandam, non ex
omni parte tamen, fed ex fupeScarUttini Hominis Symboliii Tom. I demotu mufe.
libello de glandtdii. riori folum, namqj in media et inferiori unum alteri
vicinum et contiguum eft. Rurfum anterius cerebrum mediante proprio
diaphragmate in dextram et liniftram partem deferibitur, intercedit autem
portio quadam dura meningis, qua a figura fua,prout memoratum eft, falx
nominatur : idque ob faciliorem motum, et levitatem, et nutritionem medulla
interioris.Hujus fuperficies exterior fubcinericia potius, quam candida
apparet, multos habens anfradus 6c circumvolutiones, quarum non pauca
fubftantia ipfam cerebri introgrediuntur &penetrant,unde et fubftantia
talis varicofa nominata eft. Ridendi funt, qui cumEraliftrato hos linus
formatos idcirco credunt, ut per eos intelligenda formetur, quia tali modo 8c
ipfi afini (ait Laurentius) intelligerent utique. V ult hic cum Galeno, tali
ratione cum tot meandris, et intorfionibus cerebrum formatum elle, ut habere
nutrimentum fuum, et fuftinere tot varia ad fe fpedantia poflit : cum enim
illic moles ejus vaftiflimafit, qu'i heri poteft, ut vena et arteria, qua per
fuperficiem lolam difcurrunt,fufticientes fint, ad nativum calorem illi fubminiftrandum
? Quidam arbitrantur hos gyros fabricatos efle, propter le vitantem, ut nimirum
tanto promptius moveri poflit : alii rurfum ut medulla ejus tanto tortior et
robuftior fit, ita ut molle humidumque, ab hac et illa parte difeurrerec:
dixerunt nonnulli idcirco fadum,ut fpiritus et fanguis levamentum fuum habere,
8c recreari pofllnt, ne videlicet didam cerebrum in diaftole fiia, tempore
plenilunii exceflivo calore fuftbcetur. Concludunt alii propterea factum, ne
continuo motu fuo vafa disrumpantur aut relaxentur. Qui, prout debet,extemam
hanc fuperficiem contemplatus fuerit, fiquidem duobus tribusve digitis hecc
medulla cerebri in profundum fecata fuerit,continuopars altera candida, et
durior, cum venulis quibusdam, &: arteriis parvis, qua: aciem oculorum
prope fubterfugiunt, apparent: connexam habet membranam quandam tenuem, qua:
corpus callofum appellatur, hujus interventu ea: partes, quee prius diferetee
fuerant, in dextra, et finiftra continuantur. Eft corpus callofum
hocinipfopropemodum cerebri medio (hocque inter fupremum &c imum
intelligendumeft) apparet autem duobus ventriculis cavatum, dextr o, inquam, et
finiftro. Hi primi finus cerebri funt, qui a Galeno anteriores nominantur j
melius a nobis fiiperiores dicantur, figura ampliilimi, fi- cut et litu, et
magnitudine et ufu, reliquis omnino fimiles, portant figuram lemicirculi, aut
falcis, aut Lunee falcata: : in medio cerebri lituantur, eodem enim intervallo
a ffonte,quanto ab occipitio diftant, tanto a bafe, quanto a fummitate: propter
quod non rede anteriores dicuntur: fed potius primi vel fiiperiores dicendi
funt. Magnitudinem ^qui valentem habent, cum fecundum proportionem aliarum
partium amphslimi 1 int : nam tales efle oportet, ut fpiritum crasliorem
continere valeant. Duo funt, ut impedito altero, hce fundiones intercepta: non
lint, alterque alterius vicem fiippleat. Multiplex horum vaforum, vel
ventriculorum ufus eft: inprimis ad preeparationem Ipirituum animaliuin, unde
8c inchoatio fpiritus appellantur: deinceps ad infpirationem et relpirationem
cerebri: tertio ad recipiendum, 8c attrahendum odorem. Sunt illic qual 1
labyrinthi quidam exigui, qui per particulam unam membranee tenuis, quee
afeendit, difeurrunt: in quorum medio fpiritus animalis coquitur, attenuatur,
et preeparatur: duo illic procefliis, vel tubercula protenduntur fimillima
papillis mamillarum, parti inferiori horum A 2 finuum Inii teli». limium, aut
vero oflibus nari um propinqua, in modum cribri perforata, cooperta membrai ia
tenui, qux tamen inter nervos non numerantur, cum de cranio non cadant. Per hic
ad cerebrum aer portatur, et ad idipfiimfpecies odorum conducuntur: unde 8c
organa odoratus nominantur: id quod Hippocrates dixit : Olfacit cerebrum h
umidum exiftens aridorum odorem, u?ia cum aei e per corpufcula ipfum trahens.
Diftinguit hos fuperiores ventriculos, certa quidam cerebri particula,
quileptum lucidum, aut petra (pecularis nominatur. Sub hoc illud eft, quod
Arandus a figura vermiculari, et bombicina nominavit. Tertio loco (e corpus
calloium offert, compofitum per modum cameror vel fornicis, idcirco et camerale
didtum, quali tribus quibusdam columnis fiiftentatum &c eredhim :
reprarfentat autem compofitione fua figuram triangularem, conftantem lateribus
inaequalibus, a parte poft eriori quali duplici arcu, ab anteriori uno (olo.
Ulus corporis hujus, idem qui in fabricis fornicum vel archi trabium eft, quod
&teftudo nominatur, qui licut alter Atlas ampliliimam molem cerebri totius
luftentat, ne ventriculum tertium comprimat. Apparet lub camerato hoc, finus
tertius, qui aliud non eft, quam cavitas communis ( &c concurliis duo, qui
le in cavitate pridida explicant) qui cum humillima fedefiia quodammodo cedit.
Hiclinus a Galeno ventriculus medius appellatur, vel quod intra duos
fuperiores, et quartum inferiorem litus eft, vel quod quali centrum cerebri
occupet, dum tantundcm diftat ab occipite, quantum ab olle frontis. In eo
obfervantur meatus vel canales duo, quorum unus ad balem cerebri delcendit,
alter in quartum linum dirigitur: unus eorum &c ftatu, et politione
humiliori ultra tendit, in cujus extremitate oftium quoddam parvum eft membrani
tenuis, primum quidem dilatatum, &: apertum, pofthic anguftius in
fimilitudinem infundibuli, unde &: nomen illius, licut et catini mutuatur;
perhoc tanquam per manicam Hippocratis, percolatur pituita cerebri. Sub hoc
catino extenditur glandula pituitaria di<fta, qui tanquam lpongia, aut caro
vaporo! a, et bibula, attrahit, imbibit excrementa (uperffua cerebri, Sc ea
lenlim per cunei foramen diftillat. Apparent hic a lateribus plexus duo, qui a
Galeno rete nominantur: T res hi particuli, nempe Infimdibulum, glans
pituitaria, et rete monftran non poliunt, nili detradfa, nudata, Sc levata
medulla cerebri uni veri a. Meatus alter aut canalis ventriculi tertii, amplior
primo ad quartum linum dirigitur, de hocq; ad illum via eft, in qua particuli
quidam exigui le offerunt, et primum quidem gl andul a turbinati figun, non
dill imilisnuci pineali; dicunt eam pro fundamento, et firmamento venis dle, et
arteriis in cerebro fparlis, licut et aliis glandulis puris, ut libera via
pateat omni animali Ipiritui, ad tertium et quartum ventriculum. A tergo
canarii corpulcula quidam rotunda funt, et duriora, qui quali nates formant,
fub quibus tubercula quidam apparent,per modum teftiiun: quorum ulus eft, ut
canalem forment, qui de tertio ad quartum ventriculum defeendat, et (ut dici
folet) (alvum condudtiim Ipiritui animali pribeat. Denique (mus quartus
occurrit, communis cerebello, et medulli ipinali: minimus omnium parvitate fua,
led folidior citeris; Hic a principio luo dilatatus, fenfimreftringitur, donec
in acumen terminetur, in modum pennilcriptorii, unde &c hoc nomine a
verfatiflimis Anatomicis appellatur, inter quos Hierophylus eft. Errant autem
qui opinantur, membranam elle tenuem et plenam rugis : necellanum autem erat
hunc in dilatatione cerebri diftendi,& in ejusdem contractione complicari.
Brevis et fuccida eft hic deferiptio cerebri anterioris, <k partium ejus.
Succedit huic cerebrum pofterius, appellatum Cerebellum, quod a natura ad beneficium,
et levamentum prioris formatum videtur: idque ut fpiritus animalis de finubus
cerebri tranlinillus, hujus opeconlervetur, aptetur, et ad medullam fpinalem
ablegetur. Figura ftu largius eft, quam longum fit aut profundum, exprimens
formam fphiri, vel globi comprelli, 8c dilatati : quod iplum quoque membrana
tenui et dura opertum eft, non ex omni parte nihilominus: ab inferiori parte
enim viciniori cerebro contiguum eft, et color ejusftibcinericius, fubftantii
craflioris et durioris anfraCtiis ejus exteriores lunt, 8c ad ulteriorem ufque
medullam pertingunt: decuplo minus eft cerebro. In illa parte calvarii litum
eft, qui duabus foflis occipitis circumi cribitur: totum ex quatuor partibus
formatur, quarum dui laterales funt, et quali binos globos libi invicem
oppolitos conftituunt; dui reliqui in medio confiftunt, et quali procellus
quidam lunt, qui vermium figuram relerunt, undeSc processus vermiformes
vocantur: quarum unus anterior, meatum apertum tenet de tertio ad quartum
linum: alter ad partem poileriorem medulli Ipinali incumbit, et ad quartum
linum refledtitur, qucn> apertum ad motus necessarios tenet. Interim de
substantia unius alteriufque cerebri tanquam de radicibus luis propriis
egredinir ramus, lpmahs, inquam, medulla, a quibuldam cerebrum longum
appellata. Spiritus Sanctus in Eccleliafte, cum eleganti, quamvis oblcura
allegoria hanc medullam funem argenteum nominat, lic et receptaculum ejus
fiftula lacra dicitur: appendix autem et vicaria cerebri reputatur: nec enim
hujus dignitas et officium inferiora funt dignitati cerebri, lic nimirum hujus
et illius natura fe providam confervatricem pribet: et quemadmodum cerebrum
ollibus calvarii munitum, et circumvallatum, duabufq; tunicis opertumeft. lic
altera, circumdata eft et munita vertebris luis, tanquam lepimento fuo, tecta
etiam dura et c tenui meninge, diuturnam opprelflonem non fhflert. Sed veteres
opinati funt integra defludtione quadam, aut vero etiam luxatione lola
vertebrarum liibitaneam evenire polle mortem. Necellaria fuit creatio hujus: line
concurfii etenim ejus per univerfum corpus derivari nervi non poterant:
priierrim qui lexti conjugationis eft, tam minutus, ut ad plantas ulque
prolongari non potuillet:nec vero etiam prididti nervi vaftillimam membrorum
molem commovere. Idcirco altiilimus Deus medullam creavit, cui fecunditatem
generandi nervos contribuit. Nafcitur hic de utroque cerebro, non de inferiore
aut cerebello lolo (prout minus experti judicant) cum mediante illo, tanquam de
communi officina et aquidudtu fpiritus animales diffundere le in nervos
debeant, tanquam in rivos, atque inde in totum corpus defeendere: qui fpiritus
perfectionem fuam in limibus cerebri nacifcuntur. Conveniens itaque erat locare
8c ftabilire principium illius prope illorum Ipirituum officinam : qui etiam in
tertio et quarto ventriculo continentur: &: hi punllimi lunt, omnimodo ab
omni impuritate delicati, 6c mundi. Spinalis medulla ergo de quatuor quali
magnis formatur radicibus, quarum dui majores de una alteraque cerebri parte
nalcuntur: alteri dui minores de cerebello. De his quatuor limul jundtis
medulli (pinalis corpus compingitur. De hoc autem deinceps quali infiniti
quidam iurculi oriuntur, &in plures ramos fru&ificant, qui in partes
corporis univerfas propagantur: de qui a veteribus Anatomicis olim in varias
conjugationes diftindd fuerunt. De Modernis noitris lic medulla hxc dividitur :
pars ejus, inquiunt, calvaris includitur, et illic obferatur, altera foris eft.
De illa qus ab intro eft, leptem nervorum paria nafcuntur : hinc proceilus
mamillares lunt, et principalia odoratus organa. Altera medulla: pars, inunita
de circumvallata vertebris, motum lyftolcs, autdiaftoles non habet, ut nimirum
fiibftanda fe cerebri includeret olfibus, qus motum habent : unde hic
apparebit, qualiter nervi per brachia, per femora, perque alias principales
partes, et inferiores divaricentur. Hic caudex, aut ramus cerebri coopertus
membrana tenui, aliquantum diftat a dura: per teneram autem venuls qusdam
diicurrunt, de arteris minuta:, diveriimode implicats, qus medullam nutriunt,
de per eandem vitales fpiricus diffundunt. Egreditur medulla hsc per foramen
amplum, de rotundum e calvaria: primum amplillima, de cralfiiTima, qus
paulatiin attenuatur, dum de substantia ejus deperit aliquid, nil tamen de
corporea mole, quam ubique eandem retinet : pertingens denique ad dorli finem
in varios ramos coni umitur, qui omnino caudam equi figurant: atque hic
terminum tuum confequitur. Quaiiinfinitus nervorum numerus eft, qui ab eadem
derivantur: hi vero, dum illi, qui quali infiniti lunt, egrediuntur, le uniendo
tanquam corpus unum formant; volueruntque Anatomici tot nervorum elle paria,
quot lunt vertebrarum foramina. Omnis interim nervus a principio ortus lui
multas habet fibras conflatas, dc produdtas de lubftantia medullari, de membrana
tenui: dc hs fibrs defeendendo paulatiin de medulla leparantur, dc dum
foraminibus vertebrarum appropiant, cralla quadam membrana, tanquam tunica
mduuntur,dc in unum le reducendo nervum conftituunt, qui dum per foramen fuum
egrefliiseft, in iisdem foribus rurfiim divellitur. Interim quanto longius
1'pinalis medulla defeendit, tanto altius nervorum fibrs nalcuntur, dc
longinqua habent principia: licut nervi dorfales, delumbares, fi attentius
obiervati fiierint, de cervicali medulla delcendunt. Ab initio lumborum ufique
ad extremum Ollis Sacri multi funiculi cralliores inveniuntur, qui tamen
invicem uniuntur, ea ratione, qua pori vertebrarum, ut dum in anteriora, dc
pofteriora {pinalis medulla incurvatur, non nimium violenter agitata, aut
premeretur, aut rumperetur, necellarium itaque erat eam in inftrumenta
capillaria terminari. De his autem haefenus rationatumlit : quandoquidem
definire fingula cum circumftantiis dc conditionibus fuis, idem eilet, ac
munerare velle arenas maris, dc ftellas firmamenti. Cum autem calamus mihi fit
in prsdi&is dc brevis, dc imperfectus ( prsfertim quod hsc profeilionismes
nonllnt, qua mihi cura animarum non corporum incumbit ) multo potius talem
illum elle conconfiteor, in difeutiendis qusftionibus illis arduis Galeniftarum,
contra Peripateticos, Hippocratis, Avicenns, Ralis, dc intra modernos Velalii :
videlicet an cerebrum principium lit facultatum : quomodo facultas fenfitiva
duplex fit, interna, dc externa: qua ratione fiant imaginatio, dc
intelligentia: de quali temperie cerebri, fedes memoris fiat: de loco majori,
dc litu principali anims rationalis : cum Hierophylus eam in vale cerebri
collocet, Xenocratres in vertice capitis, Eraliftratus in membranis cerebri,
Empedocles, Epicurei, dc Aigyptii in thorace pedfoScarlattim Homini Sjmbohci
Eom. I. ris, Morchius in univerfo corpore, Heraclitus in agitatione extrinleca,
Herodotus inauditu, Blemor Arabicus, dc Sinenfis Medicus Cyprius in oculis,
Strato Phylicus in fuperciliis, Peripatetici dc Stoici facultatem hanc omnem in
corde collocent. Concludam ego cum Vetulo famofo Coi: Cerebro, ait,
intclhgimns, deliramu, in f animus, cum aut calidius fuerit, aut fjcc.us, aut
frigidius, idipfinn dc Galenus ientit. Hifce auream Philonis lentendam adjungo,
Je f fi qui ait: ubicunque fate/litium regium eft, et Rex a fe£Hs. jute ihtio
(liparas fidem habet • fed totum anima fiatellitium, finf/mm quippe organa in
capite fit a funt, bi ergo fedes an ima praepua. Nec vero etiam mentis oculum
ulque adeo p eripi cacem elle reor, ut adimam omnes ledes, dc relidendas
facultatum dignolcere valeat: id folum referam quod Galenus Ientit, qui
arbitratur, earum Ut Placitis, omnium originem in cerebro elle, non in csteris
organis, prout facultas motus eft, dc (enfiis. Arabum univerla Schola harum
diverfas manfiones partita eft in cerebro, dc cuique facultatum fuam propriam
fedem dejlinavit: idipfiim etiam Avicenna dc Averroes voluerunt. Ha: opiniones
validioribus argumentis ftabiliri pollent: fed iis ea remitto, qui hxc tufius
aut tractare, aut indagare ftudendo latagunt. Porro nec modica nec brevis
quxftio eft, fi nimirum faculFen-1 tates praecipua: a temperie cerebri
dependeant, aut de conformatione ejus: hoceft,utrutn actiones fimiticfi ltfi de
lares lint, aut organica-. Obfcurillima quaftio, in memoria. qua fe plura etiam
illuminata ingenia intricarunt. Ad hanc nihilominus obfcuritatem magnam attulit
elucidadonem Plato, tum cum nos monet : Non retlc inTheeteto: f habet anima, in
denfo, aut lutulento, molh nimis, aut duro cerebro : molle enim celeres quidem ad
percipiendum efficit, fed eosdem oblivio fos-^ durum dau memores, fed ineptos
ad percipiendum efficit : denfium fimulacraobficur a continet. Et Galenus:
Melius foret 8 • Ue ufh parexifiimare Imellettum fiequi non varietatem
compof“Hm tioni, fed corporis, quod cogitat, laudabilem temperiem j neque enim
perfeEHo intellcchts quantitati (pir it ustam artribuendaeft, quam qualitati.
Unde ad fuperiora qux aprxfads allata funt, concludit Lau7fi rentius. Ex hi*
fiatis parere arbitrantur quid.am fiacultates Anima non a conformatione, fed k
temperie cerebri exerceri. De ufii cerebri Ariftoteles fentit, idipfiim folhm
ad refrigerandum cor formatum elle, itaque compofitionem ejus humidam elle dc
frigidam: quam lentendam Galenus refutat. Cum cerebrum, inquit, Ue h[h paraffu,
quovis ambiente aere, etiam aftivo calidum fi;} u“mquomodo refrigerabit cor ?
an non ab aeri* infpiratu hauritur? temperabitur potu ?f dicam Peripatetici non
fufficere aerem externum refrigerando cordi, fed requiri aliquod vifcu*
internum : hoc eis obtrudam, cerebrum longi (fimo intervallo a corde diffitum
efie, CE ofiibus calvaria undique obvallatum : debuiffet, mshercule, aut in
thorace locari cerebrum, aut faltem inter jeEia, cervice oblongiore non
diftingui. Hxc Quxftio non de limplici penna: tradbu eft, dum per has undas
experriffima edam navigia naufragarunt: cumque fe in portum evadere polle
delperarent, prout non raro accidit iis, qui margaritas pileantur, cellare ab
indagando coacfti fiint: unde dc ego, dum tales video illuc non potuille piertingere,
iter tam laboriolum, de prxdicftasfyrtes evito: videlicet qualis fit fpintuum
natura, modus, dc locus generationis: erronea de hoc opinio Argenterii,
admirabiliter a ailigcntilTimo Authore meo confutata : utrum prarterea fe
cerebrum moveat violenter, dc vigore connaturali, aut vero per motum arteriarum
: A 3 ardua, longa, et difficilis omnino quxftio, fi ulla alia, an nimirum
(entiat cerebrum, et quomodo: in quo loco rurfiim diverlx fimt Galeni,
Hippocratis, tk Peripatetici lentenda'. Prxtereo hatce do&rinas, tum quod
obfcura fiint et difficiles, tum quod non tam ad Anatomicum ha fpedent, quantum
illa qua fuperius jam relata, et adhuc referenda fiint, podus ad philosophiam
naturalem pertinent. Quapropter in ulrimo loco fe mihi offert dequalitadbus
licut et de cerebri temperamenco ratiocinatio: ubi denuo nonpauca’ fimt a
multis partibus introdudfre opiniones, quas egotame qua polium brevitate
perftringam.Conlentiuntinterimhic et Peripatetici, et Medici, cerebrum in
qualitatibus luis activis frigidum elle, in pafiivis humidum: dillentiunt
nihiloDepartibiu minus Medici ab eo, quod Peripateticus retulit, dum Animal. c.
7. cerebrum frigidum idcirco ftatuit, ut refrigerando J. cordi ferviret:Medici
non minus calidum volunudum illud Galenus quovis atitivo acre calidius elle
docuit. Sunt nonnulli, qui Galenum, et Ariftotelem conciliant, duplex
temperamentum cerebri admittendo, infitum imum, alterum influens. Frigidilfima
eft compolitio medullaris fubftantia: illius, led de influente lubftantia
calefitjdum circumdatum et perfufum eft a Ipiritibus multis, multisquc
Arteriolis interceptum. Si innatam temperiem ejus intuemur eadem eft, qua:
fpinalis medulla? dum filbftantiam cum eadem communem habet: li ad temperiem
influentem refledimusjunum altero calidius dicitur,idque ob arteriarum
copiam,qua: fe vaporofis filis et fumidis exhalationibus lublevant. Quidam
fiiftinent cerebrum ablolute, (impliciter calidum elle, led iola comparatione
frigidum : <$c C. y.lib.ix. Galenus: Cerebrum quamvis calidum, frigi dijfimo
de Tetnper. corde e/l frigidius: propter quod Hippocrates fedem fertincntibtu.
j]jucj frigoris appellat : hanc tamen Laurentius non approbat, dicendo:
liquidem illud frigidius eft cute, qua: videlicet extremitatum medietatem
tenet, potius frigidum quam calidum elle debebit: illud vero cute i'Je tempera
frigidius elle Galenus docet. Contra quidam argument. c.y. mentantur, qui
dicunt, nudato cerebro, continuo ab aere refrigerari, quod ab ambiente non
evenit. Rcfpondetur alterari cerebrum, dum aeris alluetum non eft, prout cutis:
fic Sedentes, non allueti aeris continuo ab ipfo lividi fiunt, ipfinn etiam
cerebrum calidius cute, dum calvaria cooperitur, de arteria etiam et membrana
multos plexus habet. Concluditur ex his: Cerebrum de temperie 1'ua innata
frigidius elle, et de temperie influente, calidius : atque ejusmodi illud elle
oportuit, ne portio dedicata continuis medirationibus accenderetur, ne
evanefcerent fpiritus animales, qui tenuifrimi funt, ne motus temerarii essent,
et fentationes delira;, quales phreneticorum funt. Adverfarii hic novis
argumentis inlurgunt, dum ajunt: fi temperamenti frigidi eft cerebrum, qua
ratione fpiritus animales progignit, &c vitales attenuat, qui effectus
vehementimmi caloris fimt? Relpondetur attenuari (piritumin plexibus parvarum
arteriarum, in illis viarum anguftiis: non minus etiam fpiritum animalem fieri,
non tam per manifeftam qualitatem, quam per infitam quandam et abditam
proprietatem: cum enim fpiritus cordis, quamvis calidiflimi, crafiiores fiant,
quam illi cerebri, qui frigidiflimi fimt, evenit hoc imbecillitate caloris
agentis, fed de dilpoljtione materis patientis generat cor fpiritus vitales de
(anguine per venam cavam porrato. Fabricat animales lpiritus cerebrum de
spiritu vitali tenuillimo, ita &: calor modicus alimentum debile concoquit,
validus id quoderaffius eft. Sit itaque in adtiva quantitate fua frigidiflimum
cerebrum, in pafiivis non eft qui ambigat illud humidum elle, non minus et
inlitafua, influenteque temperatura. Cum hac videlicet temperie creatum a
Natura eft, propter perfectionem qualitatis fenfibilis, fenfatio autem ha’C a
paflione fit, et id quod humidum eft, facilius lpe&ra et imagines recipit:
pari ratione ad ortum et propagationem nervorum, qui fi de duriori fiubftantia
eflent, xgrius utique dederentur, tum proinde ne duritie fua et pondere
aggravarent: denique ne membrum illud ad perpetuum motum, fenfationes, et
cogitationes deftinatum in flammaretur: Sic enimvero qualitate qualitati unita
cerebrum humidum potius quam frigidum eft, et inter partes humidas tertium
ordinem, et inter frigidas quali poftremum obtinet. Occurrit hic alia infuper
non modica, et necellaria admodum quceftio, quanta lmt &£ qualia cerebri
excrementa, per quos etiam canales et condudus expurgetur. Cerebrum ergo cum
temperamenti medullaris, frigidi fit, et humidi, nutritum fanguine pituitofo,
per virtutem libi innatam, et natura: fua: propriam de superfluitatibus
alimentorum copiam grandem excrementorum generat: fed cum (it totius corporis
caminus, in limilitudinem cucurbita: parvae, autcujusdam ventofie, cujus figura
ab amplitudine in anguftum aut acutum terminatur, iniidet trunco corporis,
&d partibus infer ioribus,omnium generum refpirationes attrahit &:
abforbet j tefte Hippocrate. Inde dubitandum non eft, quin vaporibus his
imLibella de pletum, &fine intermifiione imbutum, et quali ingUndulu.
ebriatum, in (emet multa fiiperflua et (iiperabundantia contineat, ita quidem,
ut cum humidum fit, &J frigidum, ratione mamfeftifiimi fitus, excrementis
multis, &. materia crafliori abundet. Ha:c autem, fi Hippocrati et Galeno
fides habetur, duorum generum eft: altera enim tenuis,altera crallaeft: quarum
illa vapori, aut fuligini non dispar, per condudus infenlibiles transpirat:
altera autem per meatus confpicuos, et ex inferiori parte apertos
purgatur.llcut illafiiperior per partem fuperiorem. Excremento tenui et
vaporofo redundat cerebrum ratione (ituationisjhalitus enim adfpartem
lupcriorem alcendunt, et vafa in capite terminantur.in partes vero inferiores
quod craflum eft propter frigidam et humidam temperiem facilius delcendit, unde
plus reliquis vifceribus omnibus hoc humore abundat. Hujus excrementi eradi
pars pituitofa, aquea, de ferofaeft, pars biliofa, pars melancholica: quorum
illud quod aqueum eft,de reliquiis fanguims pituicoli et crudioris producitur :
biliofiim vero de portione melancholica, terrena, allata, &c torrida,
propter caloris excesum, portio videUcet alimenti illius, propter quod&
facile amarefeit. Arbitratur Argenterius aqueum illum et mucofum humorem qui per
nares et palatum (eparatur et emungitur, proprium cerebri excrementum non e(fe
: cum multi nec fpuant,nec emungant hanc pituitam: led humorem quendam elle
generatum in hepate, miftum (anguine in venis detento, qui generationem luam in
cerebronon habeat, led illuc portari, quando per imbecillitatem facultatis
concodr icis,aut vero per intemperiem frigidam aflimilari cerebro nequeat, ita
vero tanquam luperfluum per nares et palatum emitti. Hoc li verum eft, ad quem
ufiim in (ede (phenoidis extenditur glandula carnis poro(ae,& bibulx,prout
didtum eft? hxc ergo ad hoc deftinata non eft, ut hanc eluviem recipiat, et
expurget ? fi humor hic pituitolus in cerebro male temperato generatur, quis
glandula: ufus erit, qux in cerebro quamvis temperato repetitur ? Natura fagax
Sc Libello de llandulu. C. i;. Anis parva. C. 2lib. 2. de locis ctffeclis
Aphor. 2 Seft.i. c. prudens nil fruftra operatur : quod fi vero dodbrina
Argentarii valida eft, fupervacaneum erit infundibulum, et glandula pituitaria:
praeter harc prafatus author inquit, bene temperatos nunquam pituitam hanc
iputo ejicere, contrarium tenet Galenus, itaque excrementa pituitofa et mucola
propria fimt cerebri, et proprios canales fuos habent, ad hoc fabricatos, ut
inde expurgentur. His ftabilitis Sc in ordinem redadtis, fupereft, quibus
itineribus hac expurgatio fiat, difcutere. Excrementum quod tenue eft,
&fuliginofum, cum ex fui levitate fupcriora petat, per Meningem evaporatur,
per cranium deinceps, et per cutem, idque infenlibili tranlpiratione, dum
corpus humanum per modum (pongix, foramina multa in fe continet. Inde eft, quod
cum per olla penetrare hac fuligo nequeat, provida natura commifluras in
cranio, plurelque cavitates ejus diftinxit, et collocavit. Excrementa vero
crafliora, cum ex fui dilpofitione naturali ad partes inferiores ferantur,
canales habent confpicuos, nondum a Medicis ftabilitos. Hippocrates leptem
condudhis agnofcit, per quos de cerebro humor hic defiuat, per aures nimirum,
per nares, per oculos, per palatum, per partes gutturales, per gulam, per venas,
et medullam lpinalem in languine. Galenus eorum quatuor aflignat, hoc eft:
palatum, nares, aures, et oculos: idiplum etiam alibi fentit, <Sc confirmat:
quamvis in Commentariis non nili nares, &c palatum enumeret, dum ait:
declives cerebri meauts tum per palatum in os, tv,m per corpus narium,
conjpicuis ac magnis orificiis craffa cruciam excrementa. In primo lymptomatum
lolum ad id vult idonem elle palatum, dum opportune concoquitur, &: nares
pro odoribus folis compofita fint, &: pro refpiratione lic in variis locis
diverfimode hic Medicorum Antelignanus dilcurrit. Hinc eft, quod do&iflimus
Audior meus, adeoncilanda loca tam diverla, primo fui intuitu libi admodum
diilentientia, per varios condudtus varia cerebri exprementa, pkuitofi nimirum,
biliofa, et melancholica expurgari credit: Horum condudtuum alios natura:
ordinarios elle, multiim familiares, et confuetos : alios extraordinarios, nec
ulque adeo congruos. Ordinarii ad expurgandam pituitam dedicati lunt, ut
palatum, et nares plus tamen illud, quam ha:, cum potiflimum pro odoratu
fabrefabta lint. Ipfa adeo Anatomia docet, condu&um vifibilem, et
conlpicuum de tertio cerebri iinu formari, qui ad anteriorem ejusdem balem
extendatur, in cujus extremitate tenuis quadam membrana: particula, primum larga,
et patula, deinceps anguftior, et ftndior appareat, per modum infundibuli,
quodienfim in palatum, et in os deftillat: et hic eft, ubitanquam per
Hippocratis manicam (prout alibi relatum eft) humor percolatur, et a glandula
pituitaria pofthac recipitur. Quod fi fuperiores cerebri ventriculi quandoque
abundent, et eluviem mucofam diftillent,hanc per tubercula fim illima papillis
et per os Ethmoides vel cribriforme emittunt: ex hinc fubtus materis biliofs
continuo per nares expurgantur. Quidam fic philofophantur materias hafce
biliofas ad aures rejici, ut earum olla calore &c ficcitate fiia defendant
: pituitofas vero per os &r nares evacuari, ut videlicet hi meams aperti
humiditate pradidta a ficcitate prohibeantur. Hi canales ordinarii lunt, per quos
confiieto natura: ordine cerebrum purgatur. Illic rurftim alii lunt,
extraordinarii, per quos cerebrum, humorum copia pragravatum fe nonnunquam
exonerat. Sunt autem oculi, Medulla fpinalis, et Nervi, unde paralylis oritur :
quandoque et per 1 venas, &per arterias id contingit, dum humorum decubitus
in parotides contrahitur. Hac autem excrementa particularia cerebri non fimt,
hoc eft, medullaris fubftantia, aut de ventriculis ejusdem, fed potius de his
vafis, de venis et arteriis videlicet, ex quibus tumores glandularum,
opthalmiae, 3c aurium inflammationes lequuntur. Hac excrementa interim cerebri
temperati, iii fubftantia lua nihilominus, et quantitate qualitate intemperata
fimt. Tempora quo excernuntur fluida funtlubftantiafua, qua: non nimium cralla
eft, nec humida : taliter in quantitate lua funt, nec enim copia abundanti
luxuriant: in qualitate vero nec acrk lunt, necfidla: prafertim fi fuccefiu
temporis a facultate lua concoquantur, Sc feparentur. Reftat breviter videre
per quos condtidus excrementa quarti imus, et de cerebello purgentur. Non abs
re erit nolle, hac excrementa pauca admodum elle, tam propter cerebelli
duritiem, quam quod hujus iinus tenuilfimi fpiritus lint, &c finceri, jam
omnimodo expurgati, ita ut id quod illic facile colligitur, facile etiam
dilTipetur: id quod in cerebro non evenit, cumlithumidum, continens
fuperfluitates nori modicas, atque ideo copiofa expurgatione necelle habet.
Grandis, laboriofa, 8c non minus fuperioribus difficilis indagatio eft, nolle
numerum, ufiim, 8c praftantiam ventriculorum cerebri. Ego vero intuens
meoccurfum difcuilionishujus declinare hon polle: ut inde aliquid etiam
adducam, cum Authore meo, dicendum qualiter ventriculos quatuor Galenus
ftabiliat, fuperiores duos, quos anteriores vocat, unum in medio, quem communem
nominat, ultimum deinceps, qui cavitas eft. Avicenna non nili tres aflignat :
iupremum, medium, depoftremum. Verum quidem eft fub titulo unius priores duos
ab eo mtelligi, cum unius adeo figura: lint, 8c fitus, et magnitudinis, et
ftrudtura. Verlatiflimus alioqui Velalius reprehendit in hoc loco Galenum de
ufu ventriculorum fuperiorum, idcirco quod hosfinus organa odoratus elle
voluit, &c eofdem etiam pituitam in os cribriforme percolare. Author meus
in defenfam Galeni ait, Imus anteriores in tantum organa odoratus appellari,
quod ad eos odores ferantur, de quibus eligunt, rejiciunt, vel judicant, nec
tamen propterea obftare quicquam, quin fi cerebrum eluvie mucofa refertum fit,
in eos finusle fundat: cum pituita non raro quoquo verfum in cerebri corpus fe
difpergat, prout fape in Apoplexia contingit, le diffundendo in nervos, &c
in lpinalem medullam : unde paralylis. Argumentantur in contrarium alii,
dicendo: extingui utique odoratus lenium, fi per hunc pituitola tranfcolatur
materia, prout experientia docet. ReIpondetur ad hac, hoc de fluxione continua
et magna humorum abundantia provenire, qui tum obftrudtionum in proceflibus
caufafunt: non fecus ac in perpetua occlufione pororum qui in offibus fimt.
Quidam Modernorum fuftinent anteriores ventriculos non ad praparandos fpiritus
fadtos elle, cum fint excrementorum receptacula, ipiritumvero animalem cavitate
fenfibili non indigere. His Galenus refpondet, ventriculos fuperiores ad
purgationem Ipirituumminifterium fuum exhibere, et ad expurgationem materia:
fuperflua. Ita per Ethmoidem odores afeendunt, et non minus fuperflua
evacuantur. Sic emmvero de excrementis cerebri dicendum, qua per palatum et
nares Ime intermiflione excernuntur, quod nullum omnino nocumentum nec
odoratui, nec guftui adierant, fiquidem ciun moderamine defluxerint. Quod
priftantiam et dignitatem horum ventriculorum, quifuperiores funt, attinet,
ambigendum non eft; quin citeris ex omni ratione poftponendi lint, non quod
citeri principalis facultatum ledes lint, fedquodin iis generatio (pirimum
animalium fiat. C.3./.7. Totum hoc Galenus doce. Cum interim quatuor ventriculi
fint, quiritar quis eorum potior Iit, et nobilior: vult Galenus Imus luperiores
citeris elle ignobiliores, idque exemplo adolelcentis cujusdam demonftrat, qui
Joniiin Civitate Smymenfi recepto vulnere in his linubus fiiperioribus, vita?
&: ianitati reftitutus eft. Non cum tanta elevatione loquitur de his
citatus Galenus dum de tertio et quarto trade ufu par&ac. inquintoenim
capite ad tertium de locis ajfefUs Uum primatum pofteriori donat : hic verba
ejus funt: Spiaep aatu. rptlts animalis in cerebri ventriculis, maxime in
pofteriori continetur: quamvis non contemnendus fit medius. Ipfe etiam
Hippocrates: poftremi quidem ventriculi vulneratio maxime omnium animal Lcdit,
fecundo loco medii, minima ex anterioribus utrisque noxa contrahitur. Hoc id.em
quod feStiones, collifones quoque faciunt. His omnibus ratio (iiffragatur, dum
ventriculi ignobiliores apparent, qui majorem habent amplitudinem, Quartus Imus
omniii anguflillimus eft,& minimus, Ipiritumque animalem lmcerum,
delicatum, Sc omnimodo expurgatum continet. Reliqui duo pra?parando folum
Ipiritui ferviunt: itaque omnium nobilillimus eft quem dixi. Videtur Galenus
his contrarium lentire, illic ubi 5 .delocuaffe ait: Si aliquando tota anterior
cerebri pars afficiatur, Ftu C 2. cM' ca qua funt circa fupremum ventrem
(liipremum auue locis C. 1, tem eo Joco medium intelligit, nelcio ob quam
rationem) ei conflit ire neceffie efl difeurfivas omnes ailiones vitiari. Si
difcurlus in medio finu, ergo nobilior. Hic ergo prirogativam linui tertio
allignare videtur. Sic in capite ultimo fabulam Vulcani exponens, cmn caput
Jovis bipenni conquallallet, eum inde Minervam Deam Sapientia? traxille ait:
per quod videtur non minus ventriculo tertio prirogativam hanc donare. Hanc
dignitatem ftni&ura memorati ventriculi admirabilis indicat, dum vulnera
occipitis minus periculola funt, quam qui in fyncipite hunt: ita (enti
tHippocrates: Pluresex his, qui pofteriori capitis parte funt vulnerati, mortem
effugiunt, quam qui anteriore. Conciliabitur itaque Galenus, li dixerimus: quod
dum linum quartum priftantiorem elle inquit, Sc digniorem, hoc eum luo
arbitratu dicere, dum autem de tertio ratiocinatur, eum lentendas aliorum
fequi, et in particulari Nicrophyli, prifertimqued facultatibus pricipuis fuas
fedes proprias non adIcriplit liciit alibi memoratum eft. In vulneribus
occipitii raro admodum ventriculus quartus offenditur, dum carojiicut Sc
cralfities, Sc durities ollis ve hementer refiftunt : fed in lyncipite, hoc eft
in ventriculo tertio olla tenuiora lunt: Hinc Author meus ait: non erralle
Galenum in hiftoria prifente cerebri totius, nili in mirabilibus ejusdem
plexibus. Hoc os in homine usque adeo breve et parvum eft, ut pene oculorum
aciem effugiat. Hunc plexum coronalemqui in ventriculis Cerebri luperior eft,
cum Modernis quampluribus Rete mirabile nominat; dum ineo Spiritus vitalis
attenuatur, et animalis certum quoddam rudimentum Sc praeceptum coiifequitur.
Ex tot igitur operationibus, qui de interioribus Capitis proveniunt, nobile,
lingulare, Sc elevatum hoc Compofitum, plus adeo quam quodvis aliud in humano
corpore dicendum eft: Altillima rupes, in qua pricipua vicini civitatis
conftrudba lunt propugnacula : nili malumus cum majori proprietate illud
nominare, Metropolim famofam fubje&arum libi Regionum : vel Primum Mobile,
fub quo reliqui fphiri inferiores moveantur, vel luminofum Solem, qui partes
omnes, tam vicinas, quam longe diflitas, illuminet Sc perluftret vel Officinam
ubi pungenriflima tela, aaitiflimarum cogitationum fabricentur: vel Ditifiimum
Aerarium, de quo tot potentiarum Sc effedtuum thefauri depromantur, vel
Compendium, in quo Univerfitatis totius negotia reftringannir, et epilogentur.
Vel fontem perennem de quo copiofimmi rivi profluant, ad inundanda Sc
fcecundanda prata membrorum tam qui propiora, quam qui longius collocata funt j
Vel Principem abiolutum, qui de partibus libi fubditis homagium fidelitatis
exigat, Caput, inquam, quod jure merito Principium,Dominatorem, Patronum,
Antefignanum,Ducem,& Magiftram dixeris omnium eorum,qui humano corpore
continentur: Mundus eft, propter quem Mundus creatus eft. Sc quidquid in his
lphiris mortalibus Sc immortalibus concluditur: vivum fimulacrum, Sc Imago
Altisfimi, qui in hac prodigium admirabile Omnipotentiae fui manifeftare
voluit. Sed li tot,tamque inexplicabiles dotes in hoc contento includuntur: fi
divina manus in interioribus tot mirabilia Sc ftupenda operata eft, unde ad
dignitatem tantam profecit, nondisfimili gloria fcintillare. Video Continens,
hoc eft Faciem, illam dico, in quam Creator Deus, fpiravit fpiraculum vita, et
fattus efl Homo in animam vi ventem. Facies qui tali nomine infignita eft, quod
univerfa operetur Sc faciat, prout j arn fupra determinatum eft Facies fine qua
imperfefta,in anima line vitalitate, fine fpiritu reliqua membra poftrata
jacerent: line qua tanqua truncus monftruofiis, inutilis, et abominabilLS,
reliquu corpus omne decumberet; Facies qui imprimit, et exprimit objecta tam
interna, quam externa, per quam Homo ab Irrationalibus diftingiiitur : qui fola
radium circumfert Majeftatis, typum Sc copiam Originalis illius fupremi,quod
beatitudinis noftn objedum in coelis eft: perquam folam cogitata interna
producuntur: lola pulchritudo, Sc complementum corpons,per quam folam, et non
per aliud, liti, triftes, fupplices, eredi, aut fubmiffi fumus: Hic prima eft
quiplacet,qui attrahit, qui commovet,qui ampleditur,qui repudiat. Indicat hic
fexum, itatem, decorem, Sc ftirpem: in qua manifeftiflima mortis Sc vici indicia
defignantur. Jam vero quod partes ejus Anatomicas concernit, dehisintradatu de
maxillis abunde ratiocinabimur. Supereft hic videre paucis,ad Encomium potius,
quam Anatomicam ejusdem expolitionem, cur in eadem Facie omnes adeo lenius
collocati, cur eorum quinque lint, Sc non plures: de quibus illud inpvimis
dicendum eft, quod cum anima Hominis formarum 01 nnium prima fit, quotquot
earum fub concavo Luni reperiuntur, eaquenobiliifima, quantumvis individa,
polita in hoc Corporis Ergaftulo, eam nihilominus fine fenfuum adjumento
inteliigere non polle. Cum his ratiocinatur, difeurrit, Sc lpeculatur: inter
phantafmata Sc opiniones verfatur: unde non immerito Philosophus dixit; Nihil
eft m IntelleSiu, quin prius fuerit in sensu. Cum igitur Caput fedes iit facultatum
animalium, tum vero etiam domiciliumRationis, congruum erat ut lenfus omnes
velut fatellitium libi fubditum, Sc tanquam aulifui miniftros principales
imperio fuo obtemperantes, et in Regia cerebri libi allidentes haberet.
Senilium vera numerus quinarius eft, qui numero Facies comparata ftellis. 3. de
Anima. Td&llS et guftus iimpliciter necellarii ad Vitam. humero aliorum tot
fimplicium inmiindo corporum correfpondet, carli, videlicet, &: quatuor
Elementorum. Potentia villis juxta Platonicos elemento ftellari correlpondet,
qute ftellte non minus oculi calorum nominantur: hx inquam facula: quarum
objectum corpus Iplendidun) &c flammigerumeft, quamvis non urens. Odoratus
objedaim igneum eft, omnia Equidem aromata calida funt: Auditus quidquid aereum
eft, Guftus compolita aquea, Tadhis terrena. In univerfitate aurem quidquid
continetur, in quinque objedadiftingui poterit, in colores, in fonos, odores,
sapores. et qualitates omnes tradabiles tam primarias, quam lecundarias.
Arrogant autem libi quod Peripateticus dixit: Media quibus fent imus quinque
tantum modis alterari possunt. Inde profequitur : Medium cfle fenlum vel
internum, vel externum: Externum aerem, vel aquam; Internum membranam et
carnem: quorum illa pruna alterentur rebus externis, vcluti iis qua: luminofa
funt, tunc enimvero objeda funt visus ; aut vero iis qua: rara funt, Sc
mobilia, et tunc auditui ferviunt: aut vero iis qua: humiditatem cum decitate
permifccnt, 6c ad odoratum pertinent, fubjiciendo libi carnem, et membranam ;
aut vero temperiem qualitatum primariarum fequuntur. autmixtionem licci,&
humidi: et tali modo illa quidem objeda tadus dicuntur, ha:c objeda guftus.
Denique quinque folx fenfationes funt: tot enim earum neceflariaPerant, non
plures: alise quidem fimpliciter et abfolute, alia: ad jucunditatem Se
dulcedinem vita: abfolute neceflarii funt tadus, 5c guftus: Tudus fundamentum
animalitatis eft (ita fentit philosophus ) guftus viciffim fundamentum eft
nutritionis. linequa abfolute vivere nemo mortalium poteft: Vifus, Odoratus, Sc
Auditus idcirco data ftint, ut vitam beatiorem, et magis tranquillam degeremus.
Hi ergo quinque, ut ita dixerim, Favoriti funt magna: illius Reginas, anima
nimirum; inter quos vifus/apicntium omnium judiao, propter eximias ejusdem
utilitates et commoda, priorem fibi locum et prorogativam vendicat. Proflantiam
illius &dignitatem quatuor res potilumumindicant.Primum varietas rerum,
qua: repraftentantur: tum deinde modus aftionis inter omnes alias nobihftlmus:
pon o convenientia Sc proprietas cujusq; objecti particularis, quo quafi lux
divina adionum omnium eft: denique horum omnium certitudo. Omnium rerum
vifibilium differentias vifus dcmonftrat, cum omne propemodum objedum coloratum
fit, et visibile: hinc oculus, prseteripfum objedum multa fibi infuperadDicnicas
et fcifcit, hoc eft, figuram, magnitudinem, numerum, motum, nnb,unri, ftaium,
fitum, Se diftantiam: unde apnffimus dicitur ad inventionem difciplinarum.
Intelledus ideas recipit, ab omni imperfedione materia: omnino liberas j oculos
itidem species incorporeas, qua: per barbarifmum Intentionales vocantur-
Intelledus uno eodemque tempore binas res invicem contrarias comprehendit, tum
potiftimum, cuma falfo verum difeernit. sic potentia visus inter nigrum Sc
album dijudicat. Intel. edus liberum mentis luae vigorem Se fortitudinem
confervat, ita ut nulla ei vis hanc libertatem adimat: eandem quoque oculus
praefefertin videndo, qui hbertns nihilominus exteris fenfibus negata eft:
nares enim, et aures nunquam non aperra: funt, nec aliter poflunt; non fic oculi
qui ad libitum clauduntur, Scaperiuntur (ficut in eorum anatomiadicendum eft)
in nollro fiquidem beneplacito eft, videre, vel non videre. Nobiliffimum
denique objedum ocu-lorum eft, lux nimirum, prxftantiflJma, communiffima, et
notiflima qualitatum omnium ; Hac ratione motus Theopbraftus formam hominis ex
vifu definiri ajebat: Anaxagotas ad hoc dixit natum hominem, ut videat. Multo
plura his in Anatomia particulari oculorum dicentur. Debilem nihilominus in his
et imperfedam perfpicacita» tem meam recognofco, unde ne a tanta luce cxcaccari
mihi contingat, ab ulteriori Capitis indagme me retraho, qui opti menovi cum
aquilis nec noduas nec talpas proportionem ullam habere. Tu qui magis oculatus
es, conjice vifium tuum in Anatomicorum lucem, qui tibi ledionibus
difertioribus, et clarioribus in hilce fibras profundius abllrufas, Sercpofitas
uuein, ego interim accingor ad contemplanda )^!d^m“UtmJicMet ^“tumrupra
torehdum nobis promptilTimani) cumabomni tuIt) symbol nos divina tutela vigilet
(tumpnefertim ad fucSenrlmim Hominis Sjmboltoi Tom, I. ' ; T - '-uiiidu
U1I1IUI1U mano auxilio deftituti fumus, lupra id quod antiquitus Marco Valerio
Corvino accidit, cum in lingulari certamine cum hofte confligeret: caput
armatum callide depinxit, cui corvus infidebat, adjungendo Epigraphen:
Infperatum auxilium. Generofus miles, fk intrepidus dimicabat viriliter, fed
fortafte fuperams ellet, nili corvus inopino adventu, et rostro, et unguibus
adverlarium laedendo perterruillet, ut tandem luccubuerit. Hoc divinum liiblidium
a S. Auguftino firnra id quod in nuptiis Cana: Galilaee hb.i.adverf, facftum
eft, inhnuatur, dum redemptor nofter diviH&res. mfTimce matris lua:
precibus qua? commenfalium curam agebat ( vinum, inquit, non habent) annuit,
vocans eam mulierem: et quia in hydriis reliduum aliquid remanferat, evacuantur
vafa, &c rurfum aqua adimplentur, exhinc admirabilis illa et prodigiofa
Argumencranfmutatio apparuit. Ha:c autem ejus propria funt verba: Propter hoc
properante Maria ad admirabile tum opporvini signum, ante tempus nolente
participare comtunum. pe.ndii poculum, repellit dicens: Nondum venit hora mea:
expeSlans eam, qua a patre fuit in opportunum auxilium pracognita. Fortificabat
his le fuosque Philo Hebraus: bono, inquit, animo eflote fratres, ubi enim
humanum cejfat auxilium, divina non deflituemur ope: neminem dereliquit Deus.
ElevatiffimaMusafuaJoannesCiampolusin amaritudine liniftne fortuna; folabatur
animam suam,in paraphrafi super pfalmum: Jf)ui habitat: de verfu illo : quoniam
in me fperavit liberabo eumfic feriptum relinquens: Fiduccia confolata fo pur
fon certo, Se la Reggia m e chiufa, Che fla tra facre mura il Cielo aperto E
che far fordo a i voti il Ciel non s’ufa. it pede pauperum tabernas, regumque
turres : alius i eodem fenfu fcripfit: zJMors nullo varcit honori: sntentia
qua: limiliter a philolopho Pnoclide consirabatur dum ajebat: Communis omnes
locus mait,tum pauperes tum Reges. Si quis le fortuna: totum dedicaflet,
Iperans ab eaem Ubi bonum omne eventurum, lic ab authore uodam reprelentabatur:
Juvenem figurabat, refcilim caput fuum fortuna: immolantem: hxc vero Fortuna in
iolefeentis collo Leonis caput inferebat, tum etiam conftans. iputferpentis, Sc
monftruoli praeterea animalis cu isdain i mentem fuam his verbis,exponens:
Bellua t,ccec 'e Jiat uit, qui credit fe forti. Heec quatuor Caita in quatuor
cyathis a Plutarcho exprella funt: 'ortuna, inquit, nobis cyathos exjiccantibus
prabet : De tranquilf unum bonum infundat, tria mala minijlrat. Hi s ta(e
amm&. iblcripfit Quintilianus cum ait: Cum fortuna ruere Decia. 4. ementia
eft. Et Seneca : Suis contenta viribus in enit pericula fine Authore Nullum
tempus ei ccrtm ef: in ipfs voluptatibus caufe doloris oriuntur. nevitabilis
Idem Paradinus, manum armatam fica reprefenra Dei. tat, quajamjam caput quoddam
perculliira eft: inferipiit autem hanc fententiam : Fcl in ara. volens
indicare, vinditftam divinam ubivis locorum paratam ad caftigandos protervos
efie, ubivis etiam locorum, quantumvis privilegiatalint, crimina fontium
punienda. Id quod inter alios filio Francifci Sforza:, nomine Galeazzo
contigit, qui etiam ante ipfam aram facram ab Andrea Lampuniano interfe&us
eft. Hanc inamilTibilem vindittam verebatur propheta Regius, duminquiebat: 6)uo
ibo djpiritu tuo,& quod facie tua fugiam ? Si ajcendero in c&lum tu
illic es, et ea qua: fequuntur. Magifter ille morum Gabriel Simeon volens
inferre fublimitates Regales, et eminentias per mortem adaquari vilitati
plebejorum (unde et purpura Agefilai cum cineribus Ergafti Paftoris in ^/Iors
o- una eadem lociatur) Calvariam hominis figuravit nnia ada:inter fceptrum, et
Ligonem politam cum hac declaratione : Mors fceptra ligonibus aquat: quod omne
iorat,i.Carab Horatio mutuatus eft, qui ait: Mors aquo pul Sinceritas cordis.
Apud Diogen U-7 Inion, depetit. Confutat. Satira 17. Concordia quam Iit utilis.
Mors& memoria ejusdem. 12. Mor. De vita Refur. Lib. 4. Hexaemeron.
Redtitudo et Sinceritas. Sinceritas &c redbitudo animi potiffimum ex
tranquilitate, et hilaritate vultus cbgnofcitur. Qua de caulajoannes Ferrus
faciem repra? lentavit ridentem et venuftam, absqiie omni ruga, ligni
ficarionem . apponens eum hac Epigraphe: Raro fallit. Hoc ipium Cleantes
indicare voluit, dum ait: Ex Jpccie comprehenduntur mores. Et Euripides : Ad
yultum boni viri ajpicere dulce est. Et Tullius : Inultus, ac frons animi efl
anna, qua fignificant voluptatem abditam, et occultam. Quamvis Juvehalis nos
aliter doceat : Fronti nulla pdes, inquit. Utique enim verificatur non raro :
in vultu rolas apparere, tegi fpinas in corde. Arma gentilia et antiqua
excellentiUima? Domus Trivultii, quae e tribus vultibus compotita lunt,
indicando quantum ad felicitatem vitae, &c ad omnem inimicam poteftatem
profligandam valeat concordia,anfam dederunt Antonio Trivultio, qui Atavus fuit
Magni illius Joannis Jacobi, ut in vexillis militaribus tres lacies has
repraefentarct : adjundbo lemmate : Mens unica. Et ha?ceft laurea illa
tantopere celebratae lentendae Saluftianae: Concord a res parva crefcunt,
difcordia ruunt. Zelantiflinms Calliodorus inter liios vel minimum
indignationis fufurnun ferre non poterat, unde &: cuique iuorumajebat ;
Summopere jurgia fuge, nam contra parem contendere anceps eft, cum Juperiore
fur tofum > cum inferiore fordidum, maxime autem contra fatuum contentionem
inire. Sancbus Gregorius Papa omne tanquam fordidum explodebat, quodcunque manu
datur, vel recipitur, ubi cor maculatum efl: rixis 8c dillenlionibus : Munus,
inquit, non recipiatur, nifi prius difcordia repellatur ab animo. Vere illud
Davidicum experimento certiflimum efl: Ecce quam bonum, et ejuam jucundum
habitare fratres in unum. Hoc ipfumS. Auguftinus innuit, qui tam fratribus
Religiolis regulas, quam et univerfo Mundo praefcripl it, dum ait: Lites nullas
habea-tis, aut quam celerrime finiatis, ne ira crefcat in odium, et trabem faciat
de f e flue a. POtentillimum ffjrnum ad retinendum hominem a fofla praecipitii,
et peccati ruina, memoria efl folia? lepulchralis. Veritas non folum quotidie
in roflris iacris declamata, fed a Reufnero quoque intelletfla, qui depingi
puerum fecit, incumbentem cranio humano: adjungendo 1'ignificationem cum hac
Epigraphe : rive memor Lethi. In eundem lenium verba S. Gregorii incidunt, ubi
inquit : Jfifuiconfiderat cjualis erit in morte, femper pavidus erit in
operatione. atejueinde in oculis fui Conditoris vivit. Magnus ille
Mediolanenfis Ecclelia? Archi-Epifcopus S. Ambrolius iic illud exprellit: Mors
pro remedio nobis data efl. Si primi noftri parentes divinum illud vetitum
obfervaiient : quacunque hora comedentis, morte moriemini, lucceilores luosin
tantum mileriarum barathrum non praecipicalfent : fed tentatorlpirituscumluo:
nequaquam moriemini, promittens ejus vitam, ad excidium conduxit, ex quo
proinde origo decidii fubfecuta efl : iic Balili' us Seleucienlis meditatur :
^fljuarcns Sathan Protoplaflorum perniciem, conatur ab eis memoriam mortis
eripere, nequaquam, inquit, moriemini. JUxta commune Axioma : Cum caput dolet,
c at er a membra languent, quod quidam fapienter dixit : Et ego convenienter
dico Iic mentem humanam elle oportere : defaecatam nimirum, et ab omni
tenebrofo vapore partialitatis, Sc proprii commodi 1'eparatam, utfane et
prudenter a&iones inferiores gubernare et dirigere pollic : liciit caput
cfrm fanum efl, et purgatum, vitalitatem aqualiter in reliqua membra partitur ;
hoc ipium Plutarchus intendit, cum ait : Mens cernit, mens audit, reliqua fur
da, De Alexand cacaque fiunt, et rationis indigo, Pulcherrimum, fortitudine.
arbitratu meo, quamvis compendiofum id, quod Euripides affert, dum Helenam
formbflUimam deferiberet : Mens optima vates efl, ac bonum confiIn Helenk lium:
Hoc idem encomio lingulari Seneca depraedicavit, dum ait : Cogita in te pr ater
animum nihil effi mirabile, cui magno nihil efi magnum. Caput jure merito
Caminus totius corporis appellandiun eft,ad quod exhalationes omnes, et flumina
commeftibiliumalcendunt: dumque his prater modum gravatur, recidunt cum damno,
et totius corporis incommodo. Quis non ex hoc dignitatem PerRedbaPrinfona?
Principis figuratam videat, qui per modum cacipis operapicis tanquam verus
caminus, quidquid exhalatiotionis de fuorum fubdicorum motu extollitur, in le
recipit ? Jam vero li Princeps male ordinatus eft, nimiisque fumis et
caliginibus repletus, non nili popularis perturbatio in membris ejus, in flatu,
et corpore politico expedfcanda eft. Inculcat Socrates hoc Principi luo, ut
mentem ab omni fecum illuVie puram teneat, dum ait : jrcrifjimos ejfe honores
Princeps exide Principe, firmet, non qui in propatulo cum timore fiunt, fed
quando fubditi apsid fe fioli mentern principis potius, quam fortunam
admirantur. Et magnus Pythagoras pra?ex Lzertto. videns nocumenta, quae ex hac
vaporum attradbione lecutura ellent, hcfcriplit : Princeps non ideo creatus
efl, ut Iader ct, fed ut juvaret. Ut ha?c flumina reprimeret, Claudianus
Honorium luumlic hortabatur : t Tunc omnia ‘fur a tenebis, Cum poter is Rex
effc tui proclivior ufus -7 In pejora datur, fundet q3 licentia luxum, Sed
comprime motus. Polb Cordis generationem, prout univerfa Medicorum lchola
docet, in capite cerebrum generatur, quod ex lui natura frigidum &: humidum
excellivo cordis calori opponitur. Proferam ego id, quod jam Protedbio ante me
alius, intelligens nimirum in hoc loco Mariam Virginem gloriolimmam, qua? in
myftico Eccleiia? ginis. Corpore, poftChriftum, quem in corde figuramus, primum
libi locum vendicat : ha?c enim ardores cordis in juftiriaa?ftuantes
contemperat. Conflagrare magnitudine criminum luorum jam Mundum oportuerat :
hoc exprellit S, Anteimus : Dudum calum Sehm. de N*Cf terra rui flent, nifi
Maria precibus fuflvntaffer. tlvQuod S. Bernardus mellifluus Iic expofuit: ut
fiole Serm. dt Affiblato nihil luce fc it, fic fublata Maria, nihil d mfijfima
tenebra relinquuntur: S. Auguftinus cum dulciloquio luo hunc lenium ita dedit :
Autlnx peccati Eva, Auttrix meriti Maria Eva occidendo obfuit, Maria
vivificando pro fuit, illa percufiit, ifia fianaviti De humiditate cerebri
canities nafeitur: hxcvero Pietas eleeSapientum judicio prudentiam indicat,
juxta oracumofyna, tilum divinum: Cani fiunt fenfus hominis : de calore mor.
calvities oritur : Symbolum illud eft, prout fuo loco demonftrabitur,
Eleemolynar: unde optimum eri:, ut homo ad hanc partem refledbendo, in
frigiditate ‘Timorem Domini contempletur, in humidirate Pietatem. His
virtutibus armatur homo rationalis, canquam telo pungenti flimo, cum quo et
tempus, et oblivionem, tk. peccatum ferit. Hoc omne de ra8 1 rioiie. In
Hermath. Imperium. Cuftodia. C.7. Divina myiteria. Tfal. i$o. Chriftus.
adColojf, i. Serm. de Elia, E/>. f 8. in Mxtth. c. Super Mare. 6 rPf59Fervor
devotionis. Cap. II. Defomn. Nabuih. de pro fagu. 1 3 y cif- 4S 7. Errores. -JK
Triftitia.t: r • ii SuperFf. 18. A Suggeftio rione provenic 5 qua: ecerebro
elicitur, <*c in eodem fundatur, unde <Sc Ingenium derivatur. T otun 1
illud Phoclides Philofophus explicuit. Ratio, inquit, hominis telam eft acutius
ferro. Diligens obfervator Goropius feriptum reliquit, in primitiva lingua
pronuntiationem, &c denominationem Capitis Ionum cdidille fimilem hui c:
Heet, quod imperium, 8c dominationem indicat: idque non immerito, dum caput
exteras corporis partes gubernat, et ditioni fuce iubjicit,prout opportunitas,
et necdfitas exigit in unoquoque fuorum fenfuum (e exercens. Prxtcrea caput
quoque cum hoc Nomine Huet exprellum fuit, quod Tutela, et Cuftodia
interpretatur, non abs re, dum fine illius fablidio, extera membra non fecus ac
militaris phalanx interrupto ordine hac illacque palantes habens milites, line
Duce, rnani feftum incurrit periculum. Cum tot ergo tantisque praerogativis
decoramm fit, mirandum noneft, iihoc Nomen Altillimo Deo adferibitur, prout
legitur in Daniele, qui fub figura capitum divinam texit ellentiam, nec ea
videre deteda diledus Apoftolus potuit, per hoc significans quantum
inacceffibilis lit vel minima cognitio myfteriorum ejus, qua tantopere
elevatafunt. Hoc inferre propheta Regius voluit, dum ait: Obumbrafti caput ejus
in die belli: alludens myfterium paffionis, quod omnem intelledum humanum
transfeendit. Infcripturis lacris per nomen Caput Chriftus Redemptor nofter
lapius fignificatur. Paulus hoc inquit:Primum noftrum Caput eft Chriftus, nos
que membra de membro: Sic Eucherius Se Ambrofius, prout S. Bernardus fentit,
divinam ellentiam indicant. Vult S. Auguftinus, cum Maria Magdalena caput
Chrifti lnimgere, idem elle, ac eum cum frudu bona operationis laudare.
Origines conliderando Joannem Baptiftam decapitatum, vult in metaphora Chriftum
intelligi a Judaifino derelidum, et a lege Judaeorum fublatum. Hieronymus Sc
Hilarius idipfum referunt ad Judaeos gloriantes et praetendentes Chriftum a
Prophetis feparatum : fuperhxc, gloriam Legis ab iisdem levatam elle. Caput
aureum in Sacro Cantico memoratum, juxta Richardum de S. Victore, perfedum
flatum charitatis, intentionem devotam, &: fervidum Cadi defiderium
indicat. Supra id, quod in Levitico ordinatum eft. Caput Sacerdotis non
radendum, Philo Hebraeus in lxcu lares illos invehimr, qui le negotiis ingerere
eccleliaftricis non erubefcunL Id quod in Geneli de capite Jacob feriptum
reperitur, quod lapidibus capite luo dormituras incubuerit,lubjungit Beda, intelligi
polle hic principatum Chriltianilmi hmdatum et ftabilitumfupra Petram Chriftum,
cum et ipfe Apoftolus dicat: Petra autem erat Chriftus. De Capitibus decalvatis
filiarum Sion, quorum mentio fit in Ifaia, Jeremia et Ezechiele, Sancti
Hilarius et Ambrofius errores Oratorum Sc Rabularum intelligunt, quorum
infidelis dicacitas decalvatur, 6c denudatur, nihil habens de ornamentis
Chriftianx veritatis et eloquentia?. Per caput opertum, licut in locis pluribus
Regum, Efther &:Job legitur, Lirantis fraudulentiam intelligit, et dolum
larvatum, quandoque velo pietatis religionis involutum. Magnus Mediolanenfis
Eccleliae Archi - Epilcopus Ambrofius, de intrepiditate animi, qua mulier illa
Apocalyptica continuit caput ferpentis, hanc moralitatem eruit, dum ait: lic omnino
caput nafcentis fuggeftionis conterendum elle, ne in cor noftrum ulterius
ferpendo irrepat. Applauferunt Auguftinus et Gregorius adioni Davidis, dum
jadandam illam Goliathgigands truncato capite repreilit, ubi dicunt: intelligi
polle per Goliath Luciferum, cui caput abi aS. Pfal. 1 r, j. tum eft, ut
Chriftus effet caput gentium. Sed ne ultra de i. Reg. ariditate rivorum meorum
guttas quasdam diftillem, fufticit in materiis hisce me de plurimis, qua? dici
poflent,dixille pauca:Liberum relinquens Ledon fedul reftinguere fitim luam, h
lic placuerit,in amoeniffimis verfionum facrarum, &c Glollatorum fontibus,
de quibus fine intermillione dodrinae perennes icaturiunt. PRoverbia originem
fuam vel ab experientia, vel ab ufu, vel etiam abufii, aut de partibus aut de
proprietatibus humanis, vel de didis lapientibus aut vulgaribus traxerunt.
Caput fcabere, ab inferiori- Cogitabunbus multis ad eos refertur, qui fixam
mentem, muldus. tumquein cogitationibus filis abforpeam tenent: per quod
tanquam per clari flimum radium oculus mentis illuftratur, ut homo videre bonum
fuum poffit, et malum evitare. Inter alios id Quintilianus innuit: Cogitatio,
inquit, paucis admodum horis c au fas etiam magnas complectitur. Et Marcus T
ullius : In omnibus negotiis, priusquam aggrediar c, adhibenda eft p reparatio
diligens. Et Euripides : Et qua longe abfunt, £r qua prope funt,confderari
debent. Optimum documentum ad monendum, et corridendum Amicum cum trito illo
adagio infinuatum fuit: Capite admoto: hoc eft, 111 ablentia Arbitram, Judicum,&extrapublicum,iinbcum
iuavitace verborum, fine omni afperitate. Juxta divinum magifterium: St
peccaverit in te frater tuus, corripe eum inter te, et ipfum folum. Quae
veritas et gentilibus non ignota fuit, inter alios Euripides ait: Amor simpliciter
objurgans magis premit. Propter quod Diogenes canis appellatus eft, qui cum
nimia libertate edam in publico importuna reprehenfione mordebat. Pro verborum
dulci moderamine faluberrima dodrina Chryfoftomi eft : Circa vitam tuam eft 0,
aufterus, circa alienam benignus : audiant te homines parva mandantem, et
gravia facientem. Venufta ficies,& alpedus comis, cui nihilominus didamen
rationis delit, et qui judicio privatus fit, hoc dicio figurabatur: Caput
vacuum cerebro. Et hxc eft Alfopicae vulpis fignificatio, qux ftatuarii of-
ficinam ingrefla, atque illic formatum caput inveniens, fed vacuum videns, a fe
projecit, dicendo: O quale caput: fed cerebrum nen habet. His objedis, eorumque
blandimentis fallacibus fidem non habere admonet Lucilium fuum Seneca : Erras,
Inquit, fi i florum, qui tibi occurrunt vultibus credis: hominis effigies
habent, mores autem ferarum. Quafi diceret; Attende tibi, ferpens enim in
viridi prato abfeonditur, illic podllimum, ubi te amoenitas florum arridebit.
Quis credidillet unquam Alcibiadem fub cxlefti vultus decore, nutriville mores
inferni? Amarus pavonum cibus eft, cum cantus nihilominus viventium fit
faftus,& decor. Per Nutrices, qua? quandoque cunas in caput levant, ubi
infantulus quiefeit, tk. de loco in locum transferunt, inferre Plato voluit,
cum quanto affectu amicus amici fui commodis, <3c utilitatibus fervire
debeat: unde et vulgare illud axioma ortum eft: Capite ge flare, hoc eft: omnem
ad id cogitatum fuum applicare. Exadiflimum prxeeptum divinus Ariftoteles nos
docet: didamque legem cum omni perfectione obfervare vult: Amicus fc debet
habere ad amicum tanquam ad feipfum, quia amicus efialter ipfe. Et S.
Auguftinus, amicum dimidium amms> O' medicamentum vita appellabat. Gerion
olim, live propter compofitionem infolilib. 10. /»Hippol. Corredio remoca,
privata. apud? latorum de Amic. Adulator. Facies ab opere diverla. Ep. 2®3-
Cap. 10 de Republ. Vera amicitia. 4. Et hic. 3Confejf. Lib. 6. de Cht. Dei.
Diftradfcio in negotiis. In Pfal. 8. Sur. in Vit. 23. April. Difficultas negotio
rum. 3. Metamorph, Cognitio matura. Ethicorum. Vt ira lib. u, Sententia
pedaria. tam membrorum, infpecie trium corporum figurabatur, five id fadhim
alia decaufa, ut videlicet hominem pluribus negotiis diitradhim repraTentarent,
occafionem autem proverbio dedit: Ertium caput. Similitudine infper a bajulis
fumpta, qui fiepius onera fua ab humeris ad caput transferunt. Vitium hoc
evagationis tantundempemiciofumeft, quantum e it utilis recolledtio, &. tot
curarum depolitio. S. Auguifinus commentando lupra verfum pfalmi: niam tu
Domine fu avts ac mitis, ita eum dilucidat : Nil (lultius, quam fi feipfum
quisquam [educat: attendat ergo, et videat quanta, et qualia aguntur.
Conlimilis huic aphonlmus est: Age quod agis. Inimicus nofter communis, ut nos
a redo virtutis tramite aberrare faciat, non aliis potentioribus armis contra
nos militat, quam diftradione mentis. Dixit hoc B. Aigydius in vita S.
Francifci: Ditem oranti intendit cUmon, tanquam animatus prado. Ad indicandum
hominem fic negociis fuis implicitum, et immerfum, ut non nili argre le inde
eripere et extricare poiTit, ita ut in Labyrintho D.edaleo, vel in Ergallulo,
vel in compedibus cC manicis fe elle credat, fuerunt qui adagium illud
effinxerunt : nec caput, nec pedes. Innuentes usque adeo negocium hoc
intricatum elle, ut principio et fine careat. Non eft vermis tantopere mordax
ad confumenda &c rodenda corpora, quantum animabus alfligendis, &c
mortificandis ejusmodi iunt intricata negocia: Ita fentit Ovidius : Attenuant
vigiles corpus m' fer ab ile cura. Ad hos laqueos dillolvendos, et tales
occupationes allumendas, quibus fuccefius non difficilis fit, hoc confilium
Ariftoteles fuggerit : ln negotiis oportet unum negociari ad unum opus, quia
melior eft cura intenta in unum, quam circa plura. Perfedfa rei cujusdam
notitia fic exprimebatur olim : a capite usque ad calcem: quod his quoque
verbis dici poterit: d capite ad pedes, ab ingreftu ad coronidem, a vertice ad
talos. Quemadmodum autem, prout lupra relatum eft, negotiorum incompolita
turba', in ns, qui veram eorum praxin ignorant, perturbationem animi adducit,
ita et matura prcemeditatio tantundem expeditum iter habet ad eadem feliciter
terminanda, &infecuritatem collocanda, ex quibus optimum judicium, et rerum
quantumvis involutarum diferiminatio oritur. Magnus Peripateticus nofter fic
ait: unusquisque bene judicat, quod cognofcit. In eundem fenfum Seneca,
iracundum hominem vult prius de re quaque diligenter inquirere, qum in iram
erumpat: totum infpice mentis tua adytum : etiamfi nihil mali falli poffit face
fe. Et Quintilianus: Nofcat fe quisque non tam ex communibus praceptis, quam ex
natura fua capiat confilium formanda aIHoms. Stupiditas qmedam, aut mentis
infenfata durities, de ignorantia cralla exordium fuumfumens, in iis, qui pro
cujusque ratiocinantis arbitrio et voluntate, vituperium et laudem fine
diferimine cuique rei attribuunt, hoc adagio figurabatur : Caput fine lingua.
Hoc idem Sententia Pedana infinuatur, qua olim Senatores determinationes fuas,
pedelignificabant, Sc concludebant : unde Sc Senatores pedarii appellati
funt,qui lapiendorum fe judicio conformabant. Talis erat Marci Tullii filius,
qui nunquam os fuurn aperire ad fententiam dandam, vel mutire noverat, procul
degenerando ab intelligentia patris fui. Horum calamitatem deplorabat
Demofthenes, illic nimirum in Olyntho, ubi in ejusmodi plures invehens,
declamabat : Homines focor des prafentia negligunt, futura bene fuccejfura
putant. His adjungatur illud J uvenalis. Inguinis capitis, qua Jint difcrimina
nefeit. Quod idem eft, ac fi dixerim: nefeire eum inter turpe et honeftum,
inter nigrum et album diferimen. Similium converfationem hominum ne in fomnio
quidem, ne dixerim in scholis suis Plato perferre po-de Scienti/ii terat, quos
tanquam infideles rejiciebat: Nfaenti quid laudet, aut quid vituperet, non eft
adbibenda fides. De merda Adienad, qu:e lapientia et fobrietate inftiudta erat,
contra eos qui his finibus non tenebantur, fed de vitio nefando ebrietatis
facrificabant, mufto domiti, Proverbium illud vibratum fuit: Capita quatuor
habens: utpote quibus unicum objedtum, in varia multiplicatum apparet. Nec
mirum eos canta videre, qui tot vitis oculos epotarunt: Hi fumo vini vaporolo
tantopere lui compotes non funt, ut nil eis fubfiftere, fed eunda vacillare
videantur. Enormitatem vitii hujus aureum Chryfoftomios fic super Gtn.
deteftabatur: Ebrietas exc&cat fenfus voluntarius hom 29. efl damon:
Ebriofo Afinus melior : Ebrietas quaSuPer Mntth„ dam Ira, Mater eft
Scortationis j tene pe flas tam in ^om' <‘9' animo, quam in corpore. Natus
eft inter fulmina Xom 1°™' Bacchus ( fic fabula; tradunt) hac prudenti
mydiologia docendo, de abundantia vini fulgura procedere, qua; facile eidem
deditos in cineres redigant. T Am a Primordio Mundi Hieroglyphica nata funt, in
j ea videlicet hominum tetate, qus adhuc balluciens 'dici poterat, nondum
habens characteres alios, quibus mentem fuam, aut fenilium animi exprimeret :
itaque neceflarium eis erat, communibus inltrumentis, et rebus ad ufum, et
utilitatem hominum fadis cogitata fua exponere. Inter alias autem harum
inventionum maxime ferax, populatiflima ./Egyptiorum Regio fuit, ubi in
parietibus interiora animi prodebant. Ha vero obiervationes d viris
fapientibus, tanquam myfterio plens colleds funt, quas ego quoque prout rerum
materies aut occafio exegerit, in medium adducam, ut figuratus homo meus ex
omni adeo parte obfervata utilitate, curioforum oculis legendus proponatur.
Igitur per Caput judicioli progenitores noftri tx Valeriano principium cujusque
rei fignificabant, prout Caput de Capite. verum hominis principium eft. Sic
Varro docet: Bonum Caput corporis eft initium, eo quod ab ipfo capiant
principrincipium fenjiis, et nervi. Sic adagium fonat : pium. pifcem d capite
primum putere. Caput itaque bene collocatum, bonam membrorum conftitutionem, et
complexionem denotat j fic prout qusque res bonum habet principium, ita finem
quoque ilium felicius confequitur : Dimidium finis, qui bene ccepit habet. Sic
Mula poeta; Venulini fonat. Quam id ftudiosc obfervandum, et ledulo huic
invigilandum fit, Peripateticus innuit: Principium quantitate eft Eltnch. 2.
minimum, pote flate maximum, D hoc invento facile eft augere. Volebat Tullius
initia a fuperis fumenda Uh, 2. de legib . elle: A Diis inquit immortalibus
funt nobis capienda initia. Per Caput itidem res principalis figurabatur : Res
princiunde Marcus Tullius ad Appium icribendo, fic ajcpalis, bat: An tibi
obviam non prodirem f Primum Appio Claudio, demde Imperatori, deinde more
majorum j deinde {quod Caput eft) amico ? Omne fibri principium Caput vocatur,
fic nomen illud Berelith in feripturis idem eft, quod vulgariter Caput, aut
vero in principio. Quidam facrorum interpretum per noDivina men Capitis filium
Dei intellexerunt, quandoqui- principia dem per verbum ejus diviniffimiam
mundus produ- incompteduseft. Et Adamantius, per Seraphim, qui binis heniibil
ia, alis Caput Dei velabant, incompreheniibilia eilc mB 3 quit, Divina ientia.
Religio. hb. 1 Parvus mundus. Itb. 4. Caput fup altare. ef_ inquit, nec detegi
polle divina principia. £t cum Iit ellentiadivina omnium rerum tam carieftinm,
quam terreftrium perfedillima, iic ab Eucherio nomine capitis appellatur. Quod
tantopere interTgyptios v?nerationem tk reverentiam auxit (juxta id quod
Hieronymus refert) ut injuriam Divinitati crederent fieri, liquidem qualecunque
caput aut male cibatum, aut male tra&atumfuillet, mortuum uque ac vivum.
Usque adeo Religio ab iis, qui non nili in oblcuro eam noverant, oblervata
fuit: fecundum quod Plinius lenior fcriplit : Religione vita confiat: et in
eundem fenfum Livius : Omnia projpera fequentibus Deos eveniunt, adverfa
(pernentibus. Schola Platonica nobis feripto reliquit. Caput noftrum ad
imilitudinem Mundi compolitum elle, atq, idcirco Microcofmum appellatum. Quis
vero eft, qui hoc non fateatur ? dum illic ik imprelliones, &c Planetae,
&tot negotia exercentur, et generantur? Illic anima? noftru, tanquam
Ipiritiu informanti,duos dederunt circuitus : atque ideo membrum hoc partem
divmillimam,& principium reliquarum partium appellarunt, utpote qua? huic
in iervitium data? lunt. Et quemadmodum Deus iple per potentiam fuam, et
prulentiam mundum replet univerlum, ita et deliciae illius Tunc converlari in
orbe terrarum, prout liber fapientix teftificatur. Quantumvis autem huc
probatione non indigeant, atidiatur nihilominus inter tantos Manlius: An dubiam
cjl habifare Deum fub pectore noflro? In ccelumcjuc redire animam . c.-doque
venire? ia Adhanccapitis lublimemdignitatfem magnam authoritatem tribuit
Helichius Hierofolymitanus: ob Dignitas terrena. Principi reverentia debetur. I/Mi
fervans ritum facrum, in lege veteri celebrem, per quem caput vidtimu lupra
altare collocabatur, nobilius corde uftimatum, cor enimirafeibilis,
&concupifcibilis fons eft, itaque non immerito fe caput a corde feparavit:
pofthuc iubjungit: Non decet autem mentem folum dtvidi, Jcd efl e velati
vinculum, quod ajfeSlus nojlros ad fanam rationem adjungat, at fe devinciat.
Dum de culefli ad principatum terreftrem defeenditur, hunc Aigyptii adumbrare
volendo, caput proponebant vel fiilcia regia vel diademate, vel camauro
cindtum: Porro Artemidori fequaces, 8c fodales, quamvis vana luperltirione,
liquidem ejusmodi caput in lomno cuidam appareret, futurum Dominium 8c
Principatum portendere crediderunt. Cum quanta igitur reverentia caput noftrum
conliderandum et honorandum eft, cum tanta quoque revereri, metuere, &:
honorare Principes oportet, tanquameosqui luminaria lunt mundi: lucerna? politu
lupra candelabrum, civitates fandu fupra montes collocata?. Imo et ipla
omnipotentia divina Principibus prophetas fuos viros lapientillimos ablegavit,
iisdemqueiplis, per figuras et unigmata locuta eft. Curtius etiam, qui tanta de
principatu fcriplit, hoc pruceptum dedit : 0 '0 [equio mitigantur imperia.
Longe quidem a proportione Architebtonica, vicinam nihilominus in contemplatione,
a cceleftibus rebus dependentiam rerum terrenarum elle, ut antiqui ob oculos
ponerent. Imaginem Serapidis Dei repra?fentarunt, per quam moles mundi
intelligebatur, led qua? loco capitis ingentem ca?lo vaftitatem portabat. In
gratiam quoque Nicocreontis, Regis Cypri fequentes verius addiderunt: Sum Deus,
ut difeas, talis, qualem ipfe docebo. Colefiis Mundus Caput efl, Mare venter
opacum, Terra pedes, aures ver famur m athere fummo, Lux oculi, quam Solis
habet jplendentis Imago, Hinc Palladem de Capite Jovis prodeuntem de Contemculo
defcendille fibulati lunt: prudenter nos inftrupiatio Para'ehdo, cogitationes
noftras ad culum lemper dired]ji. ttas elle oportere, ficut diredum eft caput
noftrum. Ad hoc S. Ignarius Loyola refpiciens exclamabat : G)uhm fordei mihi
tellus, dum c silum afl>icio ! et S. Zenon Epifcopus Veronenlis: Jjhiamdiu,
inquit, Ser. de Manytethrum umbra profumunt, quamdiu fumofarum fib. urbium nos
carcer includit? Et S. Cyprianus ? fefiinemus ingredi in illam beatam requiem.
Aliaque iniuper centum millia fidelium. Propter quod et infideles, illi
fiimptuofiflimis delubris prufati Serapidis imaginem decorarunt: Et in
Alexandriavilum fuit ejusdem limulacrum tam procera? magnitudinis, ut ambabus
manibus duos ponderofos luftineret parietes de ligno et metallo conftrudos :
'Ut nihil non complecteretur-, lubj unxit Valerianus, quod terra vel proferat,
vel intra vifcera abditum occultavit. Adus naturalis, quo quisque mortalium,
dum ei Salus vita?, periculum ludionis imminet, objeda manu caput tuetur, a
celebrioribus, tSc notioribus terra? Nationibus pro Hieroglyphico receptus
fuit: unde et Aigiptiis lolemne erat in quocunque ludu vel inopino cafule
capiti devovere, per illud jurare,eidemq-, fe commendare. Hinc Tiberius
Gracchus olim falutem populo devovere volens, hoc fidiilimo figno in Capitolio
comparuit. Sic Ariftophanes ab Anacarnanis poftulabat: Etfi jufla non profatus
fuero, manu fupra caput impofita, quaque univerfus approbet populus. Ipfa adeo
portenta ca?li his fuffragari videntut ; quandoquidem Ca?faris ftatua? in
templo omnes fulmine de culo milio in caput percullu, prufagium deftrudionis Sc
ruina? principatus hujus fuerunt qua? etiam poft Neronis mortem evenit. Usque
adeo Romani olim prudentillimum Alexandri Severi et Antonini pii filii ejus
regimen acceptum et gratum habuerunt, utfimulacra tk piduras cum bino capite,
fimul invicem jundoreprufentaverint. Huc in annulis, tk monilibus
portaProfperita' bantur, huc auro <Sc argento imprimebantur : proImperii.
utGruci et Macedones in figura Alexandri fecerunt: ita ut matronu illuftres pro
ornamento, et mundo muliebri his figuris, tk monilibus uterentur. Huc
fuperftitio a Chryloftomo Magno reprobatur, invehente in illam cum prophetico
dicSto: Mendaces filii hominum in flateris. Huc bina capita dixerim ego elle
oportere, providentiam in bono, 8c prucautioneminmalo, cum axiomate philofophiu
naturalis: Bonum ex integra caufa, malum ex quocunque defieflu. Diodorus volens
Mufarum lignificare impullum, quu videlicet cum fuavi quadam violentia.ad fe pQ^t2.>
Genium attrahunt, Caput Fuminu reprufentavit, quu capillos in fronte contortos,
vel involutos, aut quali per humeros expanfos monftrabat. De his
Sulmoneniisajebat : Efl Deus m nobis, agitante calefcimus illo: Sedibus
othereis (pintus ille venit. Et elevarilllma pcnnaCommendatorisT efti fic
exprimebat: A me di quei lumi IA Infiuen ce cor te fi Genii inflillaro a Cafle
mufeamico: Si lungo i duo gr an fiumi Aufido, et Imeno apprefi Urattar con
‘Tofe a man plettro pudico, Tungi da rei co (lumi Folfi il pie vergognofo,
&dove fiorfi Reqnar virtude, m amor. sto jo cor fi, Inulrimis, vel primis
Corinthi viciniis inveniebatur olim Liba.de Conscierat. ad Eugentum Obftinatio
in peccato, absque pavore peccati. Occultare [e ad ailalcum inimici. In Ef. \n
hifloria S axonum. Sui ipfius cuftodia. In quodam Serm. De arte amandi. olim
caput mulieris usque adeo deforme, et horridum, utipfe terror, fi ad fui
expreffionem, fimulachrum ei vel imago eligenda fuillet, invenire aliud
monftruofius illo non potuillet. Paufanias vir literatus, et Legislator ibidem
nominatifllmus legem promulgavit, per figuram hanc, intelligi oportere
imaginem, terroris. Quidam illud imaginem eile Capitis Medufe voluerunt,
Domitianus ex hinc volens quandoque iis, qui fe non alio oculo, quam exterioris
apparentia: intuebantur, terrorem incutere, &fe formidabilem reddere, caput
hoc in pedore portabat. Hoc eorum obverfandum ellet oculis, qui dum male
operantur, divinam juftitiam poli tergum filum collocant. Sed nimium, pro dolor
! verificatur illud, quodS.Bemardus ait : Cor durum eft, quod nec compunctione
Jcinditur, nec ' pietate mollitur, nec movetur precibus, nec minis cedit,
exemplis non inducitur, beneficiis induratur, flagellis non eruditur, et ut in
brevi cunCti horribilis mali mala compleCtar, ipfumefl quod nec Deum timet, nec
homines reveretur. Obfervarunt Aftronomi intra decem gradus Scorpionis
afcendentis fupra Horizontem Caput quoddam omnino deforme, et cum prominendis
fiuis tortuosum, fiipcr hac cavitates usque adeo male compositas &inamvenas,
ut, fi fieri pollet, hac portentosa deformitas ipfi adeo cceIo terrorem
incuteret. Confiderando peffimam figni hujus qualitatem, et afpedum ejus
horrificum, dixerunt profati Astronomi, ab hoc inftrudionem moralem nos
deducere polle, ut nimirum noverimus ab allaltu inimicorum pra:cavere, qui non
fecus ac lignum illud in medio blanditiarum, et amplexuum, eludunt, decipiunt,
et opprimunt. Pra:ceptum politicum eft Principi contra hujusmodi occultos
hoftes, non minus, quam contra inimicos exercitus praemunitum elle oportere, fi
vel minimum prudentis fenfum pofiideat. Chrytostomus etiam minimos horum
adverlariorum obfervare moms, eloquentia fiua docet: ubi tam in campo verfare
gladium, quam in templo pastorali pedum polle videtur. Nihil, inquit,
perniciofius est, quam hoftem, quamvis imbecillum contemnere. Et Vegetius nos
inftruit: quod adverfaruts reconciliatus etiam vehementer cavendus fit.
Universum hoc etiam de invifibili inimico intelligi poterit, qui, juxta
Apoftolum, tanquam Leo vorax, circuit quarens, quem devoret. Cum per natura:
legem, ad lui tutelam quisque fe pradervare, et defendere poflit, idipfiun
Aigyptii indicarunt, cum bina aut depi&a aut fculpta capita expofuerunt,
virile alterum, quod introrfiun lpedlabat, alterum muliebre, quod circa exteriora
objefta pupillam oculorum circumgyrabat. Horus Appollo figuras et
significationes confimiles, usque adeo perfpicuas elle dixit, ut ulteriori
expofitione, aut externa inferiptione non indigeant. His imaginibus, cum
fuperftitiofa, dixerim. Religione, prophani idolorum cultores Diis infernalibus
defunctorum animas commendabant, adjundtis literis duabus D. et M. Si cum hac
cautela incederent hi, qui paffionibus filis in tranfverfum rapiuntur, et
feducuntur, non tam incaute fspius aperto pedore in telahoftium, in globos
lediales, in gladios et infidias incurrerent. Per commune proverbium S.
Bernardus nos, quantum dodtrina hsc cuique hominum proficua lit, inftruit dum
ait: Solet dici, bonum cafiellum cuftodit, qui feipfum fervat, et obfervat.
Dumque nos amare docet Ponti Incola, fic ait: Non minus eft JAirtus, quam
quarere, parta tueri: Cafus ineft illic: hic erit Artis opus. Corroborat qua:
di&a funt Hieroglyphicum prudentis, quod a fapientibus Romanis in fimulacro
Jani bicipitis figuratum fuit : cujus finis erat ut reJanus, prsfentaretur
memoriam fidelem confer vandam prsteritorum, et futurorum eventum cum
fagacitate prsvidendum. Unde juftiflima eft, et nonabs Prudentia» re, de eodem
fubjeCto Perfii exclamatio : O Janae d tergo quem nulla ciconia pinxit. Inde templum
quod Antevorta, et Poftevorta appellatum, 8c a Romanis cum fingulari judicio
apertum fuit. Sed de his figuris maturius in fecunda parte integri hominis
ratiocinabimur : quod prsfens attinet adhuc illud referendum eft, quod
Demofthenes in Apudstobt* Olyntho ait : Non tam videndum quid in pr&fentia
umblandiatur, quam quid deinceps fit e re futurum. Et Plutarchus: Prudentia non
corporum fed rerum eft injpeElio. Sed hic le&orem meum primitus ad vivum
fontem Ediics Ariftotelics tranftmitto: imo vero advenas perennes gloriolillimi
DoCtoris Angelici Divi Thoms de Aquino denique ad id quodcunque pofteritati
imprellum, 8c latiori deferiptione diffufiim reliquit Comes Emanuel Thefaurus
in Plfilofophia lua morali. Porro ut antiquitus, in uno fimul omne tempus TemporsU
colligatum reprslentarent, prsteritum, prsfens, et futurum, inunobufto terna
capita figurarunt. Sic Hefiodi interpres ratiocinatur. Inventio hsc, prout
refert Paufanias, Alcamenis eft: Et de Luna Virgilius: Luna, Tergeminamque
Hecatera, et l^irginis ora Diana. Uthsc tempora fedulo dilpiciamus,
&prsvideamus. Sapiens nos exhortamr dicendo : Omnia tempus habent: Et hinc:
Tempus plantandi, et tempus evellendi quod plantatum eft. Hic Cardo major eft,
ut in Mundo vivere bene noverimus: Tempori parcere, id eft, opportunitatis
locum expeClare, optimi, et prudentis eft, fic Marcus Tullius inquit. Et Ovid.
Dum licet, et flant venti navis eat. Sic vulgo dicitur: Dum ferrum candet,
cudendum eft. Sed nimium vera funt qus S. Bernardus inquit : N ihil pretio fi
us tempore, fed heu! nihil vilius hodie invenitur QUamvis jam et vulgo
notiffimuin fit, nihilominus ego, ne ab ordine mihi pnelcripto, in Principio
Oftentuum et Prodigiorum difcedam, non polium quin illud tantopere decantatum
commemorem, de quo inprimis mencionem Plinius habet: vilib. 28. c. 2, delicet
tum cum prima Romane Urbis fundamenta Fundamenjacerentur, in ruinis hifce
profundis inventum fuille taRomat. caput, recenti fanguine tindhim, conlperfum,
et quali diftillans, itauta bullo noviter avulfmn credi potuerit : quod futura:
felicitatis huic urbi omen fuerit, pra-iagiens eam non tantum Romani Imperii,
sed totius iniuper orbis Caput futuram. Sic enimvero pluries, qiue nobis
contigille fortuito cafii videri pollimc, divina pratordinatione diriguntur, ut
Mundus his moneatur, et in futurum fibiprofpiciat Variis adeo Altillimus uti
mediis confuevit, quibus hominem adfevocet. Non cafu quodam, fed ad
inftrudlioVocativo nem et difciplinam converfionis olim in afigypto divina,
plaga; Pharaonis contigerunt: in Rubo flamma. Columna nubis, et ignis. Virga
prodigiofa, manus repente leprofe. Mons fumigans, et horum fimilia. Sed cum
ejusmodi portentis non corrigerentur, ecce illud Salomonis experientia
comprobatum elt: Uiro Proverb.c.19, qui corripientem dura cervice contemnit,
repentinus ei fuperveniet interitus, et eum fan itas non sequetur. Propter quo
fagacitate opus eft, ut hac prasfagiapoffint intelligi: ficut nec illud
Amalecits fortuitum fuit, cum fceptrum, Sc Regalem Saulis paludem Regi
Prafagia. lib. x. Hift, Caput in tempeftate delapfum. Mutatio Regiminis.
E[>. ad Bovillum. Unde monstra. 1 6 Regi David, tum quidem adhuc Duci turma:
militaris, ad pedes projecit, iedhic rurium Lectorem meum, li de hac materia
eivifimi fuerit ampliora nolle, ad Davidem meum mu ficum armatum ablego.
Bugattus fcripto reliquit: ante mortem Barnaba Viicontis, qua: paucis pcfthac
fubfecutaeft: in palatio ejusdem incendium occepille, atque inter atra
flammarum volumina comoaruilie Caput. quod ipiiun quoque ardere vilum lit,
idque multo temporis (patio non dilparuille. Sic Anno Domini noltri millelimo
quingentefimo quadragelimo quinto, tum cum Henricus Dux BrunIvicenlis cum Duce
Saxonico belligeraret, in civitate Argelia exotica* magnitudinis grando delapLi
eit, inter hos autem glaciales globos, caput quoddam reterens imaginem Saxonici
Ducis inventum eft, a quo poftea Brunluicum m'bs et Regio debellata fuit.
Seducftor lpiritus, ut animos ad cultum lui quamtumvis prophanum alliceret,
decidentibus calo laxis, jumentis humana voce loquentibus, cumque aliis
diverlorum generum monltris, porro in victimis luis, quas quandoque omnino
inter manus Sacrificantium disparentes reprafentabat, non lolum militares
viros, fed ipfas adeo matronas ad lacrificia, ad Lupercalia, ad Ledlifternia,
ad Saturnalia, 8c ad innumeros ejusmodi ritus gentiles currere, Sc properare
fecit. Unde et in pluribus locis Livius refert, quod majoribus hoftiis placata
ftnt Numina . De tonitru autem 8c fulminibus, qua quali quotidiano eventu
decidebant Poeta inquit : Difc it cjuftitiam moniti, et non temnere divos. lpia
quoque omnipotentia Divina, quamvis inter candelabra aurea, lacerdotali
indumento vel podere veftita, in labiis Iliis nihilominus gladium utraque parte
acutum portat : et hic ille ei! de quo propheta meminit : Si acuero ut fulgur
gluti, um meum, oS arripuerit judicium manus mea. Utque hunc gladium metuamus
Regius Propheta inquit : Nift converf fueritis gladium fuum vibravit, arcum
tetendit, et paravit. Felix qui ex ejusmodi magifterio novit emolumentum fuum
capere. Dum Galba Provinciam Tarraconenfem introiret, et in vicinia publici
fani caput infantis immolaret, idipfum continuo Sc ex improvifo in lenilem
canitiem transmutatum fuit, cum infolito circumdantium ftupore, unde dc
Harufpices de hoc lplo prafagierunt, futuram propediem ftatus et regiminis
mutationem; id quod etiam fublecutum efl. Non minus prodigiofiim fuit Caput
ihud, quod pontificia tiara redimitum compamit non modico tempore in acre,
circa annum Chri(fi quingentelimum odavum. Relationes Cracov lenies recenfent.
in Sarmatia Anno Domini millelimo fexcentelimo vicelimo tertio e flumine
Villula c aquile pilcatores pileem humano capite lpedtabilem. Sagaciflima
inventio, qua: de manu ingeniofiflima Creatoris procedit ! verum enim eft, quod
poeta inquit : l^uait m humanis divina potentia rebus. Sic deledatur Deus
operibus fuis nobiliflimis, &: pulcherrimis, contraria omnino producere.
Eveniunt monftra vel excellii, vel defeclu natura: : dum vel nimium eft quod
operatur, vel dum in toto, aut parte quadam totius deficit j hinc eadem
pulchritudo, juxta fententiam ejus, qui Amator Lama: fuit, eo quod videatur
terminos concinnitatis excedere, intuendo et membrorum proportionem monftruola
appellata fuit. Oh delle Donne altero, e raro moftro ! Hinc cum in domum Xandii
introduceretur > atque in ingrellu luo dElopus, hic Carbo animatus, e
Phrygia usque adeo difformis, <Sc tam prodigio(z turpitudinis appareret,
univerfa familia conturbata obftupuit, da materfamilias ingenti vociferatione
virum liium inclamat: Unde hoc mihi monftrum attulifii? Monftruolum appellari
confueverat ingeniiun D. Thoma: Aquinatis, tanquam quod communes intelligentia
humana limites tranliret, et omnino etiam optimis praftaret: vera aquila, qua
fixis oculorum pupillis intendere poterat in lolem illum, quem tam condigne
portabat in peclore. Nero monftrum crudelitatis nominatus fuit. Hoc etiam
nomine transmutationes vel Metamorphoies nominantur : unde Ovidius de fororibus
Phaetontis in populos arbores transmutatis inquit : Affuit huic monftro proles
fthenclcta Cygnus . Sic Gygantes, et Pygmati, fic qua pracocia et pramatura
linit in homine, vel mixtis, vel animalibus, vel plantis, vel petris, vel in
lignis, quidquid aut excedit, aut deficit in communi natura curfii, monftrum,
aut monftruofum dicitur: Lac praterea nomina fortiens : Oftentum, Portentum,
Prodigium, Miraculum. Inde iis inharendo, &c concludendo qua lupra jam
relata funt, pro coronide hujus capitis vel capituli referam id quod Ilidorus
fcripfit: Monftrum ita nuncupatur, Lj^ 2> or^ quia aliquid futurum
monftrando homines moneat \ quapropter nonnulli hac ratione dubii monftrum
quaJi moneflrum appellarunt, vel quia monendo aliquod myfterium diviru ultionis
pr.tmonftret, vel quia aliquid ftngulare a ftngulis obfervetur, et propter
admirationem digito monftretur. Ipfa adeo Iris in pulchritudine fua prodigiofa
nos exhortatur ut Factori fuo debitas referre gratias de tot benefadtis erga
nos non definamus: quod fi minus fa&um fuerit, intuendo eam ut arcum
incurvatam, utique de irafeente Deo habemus, quod vereamur, cui nunquam deerunt
fagitta, ad feriendos impios, qui vitam luam male degunt. A. PAgani olim
barbaro omnino, fuperftitiofb,\ imo <k nefando ritu Larunda Dea, vel Mania,
qua Deos Lares genuit, humanum Caput litarunt, opinati hoc lacrificio nefando
penates fuos ab omni invaiione hoftili fecuros fore : qua impietas e medio
fublata, dc penitus a Junio Bruto Conlule abolita fuit, qui ftatuit ut in vicem
Capitum humanorum capita papaverum immolarentur et dedicarentur. Hoc cruentum
nihilominus idololatraram facrificium mftru&ionem prafefert maxime utilem
et moralem patribus familias &: quibuscunque aliis, quibus domus cura
concredita eft, ut videlicet fe laribus fuis dedicent, mentem fuam dc cogitata
fua ad domefticorum et domus totius adificationem et gubernaculum dirigant-fui
&: fuorum indefeflam follicitudinem gerant, expenlas cum receptibus fuis
ponderando : tantopere morigerati, et disciplinatifint, ut nemo habeat, quod de
prapoftero agendi modo conqueratur. Ad hunc fcopum collimant Doftrina
Peripatetici noftri, in Ethica: ubi ceconomica, herilis, familiaris, et
monaatica vita &: regimen defcnbuntur. Imo et Apoftolus Pau Regimen domus.
Epift. ad Tim. c.j. jipud.Phaar. Memoria mortis in Conviviis. 24. 12. Moral
Fortitudo contra adverlitates, et passiones. 6. JEneid. De irae. 3. Paulus
definiens Epilcopi boni munera, inter alias virtutes eidem necellarias requirit
: ut fu a domui bene prapofitus Jit, jufta illatione inferendo, fi quis autem
domui fu a praejfe nefeit, quomodo Ecclefut Dei diligentiam habebit? Sic
Prienenfis Bias inquit: Optima illa domus efi, in qua talem fe proflat
Dominiis, qualem foris leges cogunt. Et Cleobolus apud Diogenem: Priusquam domo
quis exeat, quid alturus jit apud fe perrrafiet : rurfus cum redierit, quid
egerit recogitet. Et Pythocles: Oprime conjiituta domus, in qua fuperfuum nihil
abundet, et necessarium nihil defit. In more politum Celti' antiquitus barbara
gens habuit, de hoftium occiforum corporibus amputare capita, atque eadem
evacuata, Sc exiccata, tum deinde auro tedla in conviviis Sc folennitatibus
proponere, iisdenique pro poculis, dc patinis uti. Si tantundem, quantum cum
luorum hoftium calvariis agebant hi barbari, Chriitiani quoque inuniverlum
mortuorum fuorum capita in conviviis exponerent, fi, inquam in his lautis epularum
lolemnitatibus defiindtorum memoria Eepius revivifeeret, et tanquam Ipeculum
convivantium oculis proponeretur, fortallis eorum menfie frugalius plandtu,
quam ebrietate aliisque iniuper indecentiis, rixis, dilcordiis, &:
perturbationibus inordinatis, qui ex ebrietatis vitio derivant replerentur. Sic
Moraliita eos, qui talibus menfis absque omni metu allident, cum lient in ipfo
limine lepulchri, vellicat ? Jfuia incertum e[t, quo loco te mors expellet, tu
omni loco illam expctla. Et Gregorius : confiderat quali s erit in morte,
femper pavidus erit in operatione. Arieti, utpote primo Zodiaci figno, Sc quod
ejusdem caput lit, &: omnem in eo potentiam, fortitudinem, &: vigorem
pollideat, antiquiores Astronomi Caput amgnarunt, dicendo: Eos qui lub hac
conftiturione in trino, aut lextili nati fuerint, optime lituatum caput, bene
fanum, fine doloribus, line fluxionibus habituros. Sed ego potius hoc Caput
optime flabilitum dixerim, quod plenum generofitate, et virili fortitudine,
finiltris tortum calibus, vel palfionum violentiis contrallare noverit.
Obdurandum adverfus urgentia, in luis Emblematibus exclamat moraliflimus
Alciatus. Dicebat Diogenes ad magiftrum Ilium fe percutientem: Non tantum tibi
virium erit ad me feriendum, quantum roboris ell dorfo me6 ad fuftinendum. Et
hoc ell illud unde Aineam fuum animabat Sibylla apud Mantuanum. Du ne cede
malis, fed contra audent ior ito. Quod vero attinet palfionum vidtoriam, et
clavi Herculis, et fcuta Atlantis, et igides Palladis, Ancilia Numi, ipecula
Ubaldi, annuli Melilfi, convenientes ad hoc allegorii funt. De his etiam
Bernardus ait : Major ejt viEloria hominum, quam Angelorum : Angeli fine carne
vivunt homines in carne triumphant. Portentolum erat videre Senecam ( prout
ipfe de feiplo refert, dum de viifroria fenfus, et de hominis irafeibili
loquitur) fufpenfa in acre manu, qui flagellum tenebat, cailigaturumfervum
immorigerum, dumque in hoc a£tu deprehenliis, interrogaretur, quid hoc rei?
relpondit : Exigo poenas ab Iracundo. Ut intentiones, et affedus, et palfiones
humani exprimerentur, a fapientibus llatuarum, 8c Scarlattini Hominis Symbolici
'Tom. I. fimulacrorum ullis, una cum variis corporis et membrorum
dilpolitionibus inventus fuit, quibus vel ftuporem, Vel confidentiam, vel
amorem, vel odium, aliasque in homine pndominantes qualitates figurabant.
Statuariorum, et fymbolici artis peritorum hic gloria eil, e pidlis telis fuis,
et lapidibus Iculptis etiam line voce humana loqui potuille. Cum ergo affedlus,
et commotiones animi ad hominem fpe&ent, non fine lingulari defedtu, 8c
imperfectione propoliti operis hujus foret, de his nil meminiile, fed cum
filentio priteriille. Ut cum facilitate et delectatione duarum nobis Dolor
lihumanarum qualitatum notitia daretur, quarum ncia ima non nego, media ell,
odiofa, 8c noxia, duo Capita Joannes Baptilla Porta, nobis videnda demlibr.de
dit, quorum alterum fixis oculis, et melancholico Fort. lit. notis. intuitu
terram Ipedlabat, alterum hilare et jucundum cilos intuebatur : in horum uno
dejectionem animi notabat, tum cum curarum ahxietate deprimitur, et
languentibus oculis in terram fixus, fe in hafce tenebras praecipitare velle,
alterum ad tranquillitatem illam gloriae alpirare de approximare videtur, quae
ell finis et meta humanae vita: iloltra? In altero horum Synterefis culpae
recognofcitur, qua: Synterefis tanq lam gladius fupra caput Demadis Rei
fufpenfa in Innocen» rr. initatur: alterum per modum Apodis ultra nubes tia. le
volam fuo levans, inferiptionem illam judiciosam confecumm ell: Defpicir ima.
Alterum non fine ratione dici poterit Cain aliquis fratricida, impius,
perfri&ae frontis, et inhumanus, alter econtra manfuetus Abel, plenus
tranquilitate, et amoenitate vultus. Hic velut Democritus femper ridens, prout
eum Poeta loquentem introducit: E vanita, 0 Mortali Brufin, Delie miferie
voflre, Dalle affhte pupille Con infimo dolor gron dare il pianto » Alter velut
Heraclitus femper plorans, in antro Trophonii fepultus, quem nec menfa:
Luculli, nec Panchaia: amoenitas, nec Tempe consolari potient. De uno eorum ajebat
Marcus Tullius: Ego semper hac opinione trattus fui, ut eum, qui nihil commfiJn
rit, sibi nullam poenam timere exiflimdrim: de Altero sapiens ait: fugit impius
nemine perfequente: Quibus S. Bernardus adjungit: Infernus quidam, prov lg et
carcer an ima efi, rea confici entia. Serm. di Porro ad eorum frangendam &:
terrendam impieaijjumpt. tatem, qui non verentur detecto sarcophago, et lapide
lepulchrali amoto, defunCtorum famam sub terra dilacerare, inlculpi talibus
faxis MeduEe caput iacobon in antiqui voluerunt, cujus capilli degenerabant in
coApo/og de lubros. Prudens enim vero inventum, ex eo quod Z’"* i*”*
infamis carnificina eil fevire in corpora mortuo^on mur' rum, quorum anima:
quotidianum implorare fubtimurandum dium non ceilant. Cum Larvis non luttandum,
m°rtuiSi» ait Moralilla Alciatus. Viliffimum pecus leporum ell, qui pedes Leoni
mortuo vellicant, fic recenlet Homerus: Non fianttum efl viris interfettis
infuitare. Ad hujus vitii deformitatem luculentius demonftrandam, ejusmodi
homines Plato canibus aquiparat, quijatfrum in fe lapidem mordent, cujus hxc
verba funt : JJ)uid putas eos, qui ita fe gerunt, tib. $. de differre a
canibus, in jacio s lapides fivienribus, eo Repub. qui jecerit pratermiffo ?
Intellexit ManaflesRex, cur fibi videntium nomen propheta* adlcifcant : Hic
enim Ifaiam prophetam c medio fuflulit, confcindens vivi corpus ferra, C et et
pofthac fe in forma quinque capitum depingi, et fculpi fecit : ftulte ratus, /e
totum Mentem eile, non pravifo pracipitio fuo, et infelici/lima morte, et condemnatione
fua. Solet hoc evenire temerarie pra/umentibus, qui cum fe omnia nolle
arbitrantur, nil omnino norunt. Id palam exprellerunt Mythoiogi in fabulis
Icari, et Phaetontis. Etiam infima fortis hominum hac fententia e : eos qui
alta contemplantur, cadere. Inaqualitatem tam Archite&onicam, quam moralem
6c numericam inter homines fuftulit S. Auguftinus his verbis pulcherrimis: De
Civit . Dei Jatlantiam tolLu, CA erimus pares. Hugo Cardinaeap. a. jis ejusmodi
progeniem hominum fequentibus verLib. de Ani. gls explodit : lnfipcns, quid
tibi prodejl vana gloria memoria, fi ubi es, torqueris, ubi non es, latu daris
? In gratiam vulgi (quamvis id a multo tempore jam periti viri, 6c fapientes
noverint) id quod feCaput Aditquitur apponam: nempe Calvaria montem ( lic tm m
monte Nauclerus opinatur) idcirco appellatum eile, quod Calvar ia. in ea folia,
m quam crux Chrifti collocata, et in qua cruce Redemptor mundi affixus fuit,
calvaria vel caput hominis inventum fuerit, idque volunt protoparentis noftri
Adam fuille. Voluit per hoc lapientia divina et infallibilis indicare, quod
illic ubi caput hoc condemnationis noftra origo fuit, ibi per merita tam
excelli sacrificii pofteritati falus exoriretur; et ubi per lignum mors
vidtorio/a intravit, per lignum delfrueretur. De primo S. PauVita $C Salus
inquit: Aicut m Adam omnes moriuntur, ita his per et inChriflo vivificabuntur:
De lecundo ficEccleChriftura. /ia canit : qui in ligno vincebat, in ligno
quoque vin1« Cor. . ceretur: quod myfterium prafatus Apostolus Paulus optime
concludit: fattus cjl primus hamo Adam in animam viventem, noviffimus Adam m
fpiritum vivificantem. Et paulo infra: Primus homo de terra terrenus, fecundus
homo de calo caleflis. Supra quod Super hunc j]lc{oms ClarusUt cum audimus Adam
illum priorem factum m animam viventem, id eft, ut ft corpus animale, quod nunc
circumferimus, confderemuspoferiorem Adam pr&flantiora allaturum, qua
fprritus appellatione vocanda fint. TTEroicus non minus, quam utilis et
decorofus JL Jl lemper a: Hamatus fuit ullis humanas partesdnonetis imprimendi,
ut per orbem univerfum magnanima gefta, heroicaadtiohes tran/currerent, et
aternitatem quondam confequerentur: ftimulus proinde generoiis pedtoribus
daretur ejuscemodi illuftribus fadtis, unde fama nominis nunquam intermoritura
nalcatur, devovere animum. Pracipue tamen hac gloriola memoria Principibus
refervata eft. Sic videlicet excellentia figurati magnificatur, in hujusmodi
fymbolis virms fimul et adtio connectuntur, ejus, qui in uuoque horum vel
tanquam literatus, vel tanquam Heros de/udavit. In moneClementia C;1 quadam
area Caput Julii Calaris corona civica Principis, decoratum cernitur, quod
clementiam ejus figurat: Principibus enim quam maxime convenit tales erga cives
fiios fe exhibere. Hanc clementiam, tanquam praclari/Iimam Principum dotem
iisdem Vopifcus allignavit : Prima, inquit. Dos Imperatorum Clementia. Et
Diogenes lcriptum reliquit: Contubernales juflitia fient pietas, cP clementia.
His potilfima olim /acrificia Athenis, in altari eisdem deftinato, mactabantur.
In quibusdam praterea nummis humanum caput monftrabatur lauro redimitum, quod
pharetram, aut telum in occipitio luo portabat, fronte ftellam contingens. Per
hac intelligi confervaPier, lib.z 3. toris Apollinis beneficium influxum
volebant, Hieroglyph. (prout Valerianus fentit) ftella autem virtutem radiorum
ejus denotabat. Porro 6c caput aliud spedabatur pelle caprina coopertum, habens
in faucibus luis fulmen, et in occipite arcum: ex altera Vigilantia, moneta
facie imago Pega/i apparebat, et fagitta alata : qua fimulacra mentibus hominum
reprafentabant, non folum Principis, fed omnium etiam eorum, qui regimini
populorum praftituti funt, in rebus agendis, et ad fublevandos fubditos
indefeflam celeritatem,& promptitudinem. Septem petra quas Alti/fimus Zacharia
Pj;opheta monftravit, feptem principams figurabant: ha infuper /eptem oculis
dotata erant, licut et virga quajeremia propheta monftrata ftiit. Non usque
adeo in exercitiis navigationis fua intentus eile potuit Palinurus, tum cum
infortunia calamitofa temporis imminerent, ut non in unico oculi nidhi in
naufragium inopinum incurreret, qui tamen juxta Virgilium : .... Clavumque
adfxus, &hstrus Nunquam amittebat, oculosque fub aflra tenebat. Docti/Iimus
Erizzus oblervav it in monetis Antonini Pii caput matrona plenum majeflatis
idque coronatum, qua corona c multis turribus compofita erat, in limilitudinem
Dea Opis, quam fibula docent. Laodicea, Hac figura fortitudo, &:
propugnacula Laodicea civi&tis reprafentabanmr, qua tot annis impavide
hoftibus fuis reftitit. Ex altera parte caput hominis erat, quod in occipite
caduceum Mercurii monftrabat, per qua promptitudinem obedientia fua, tum et
pacem, et erga principem fuum fubmilfionem denotabat. Talem eile oportet
Vafallum, juxta mentem Pythagora: Subditi non tantum morigeri Principes, fnr,
fed amahtes etiam fuorum magiflratuum. Hac &c fubditi. in fe invicem
correlativa fiunt patris ad filium, imo capitis ad membra: atque idcirco (
prout Ca/Iiodojrus meminit) Membrum fcqui debet caput. Caput arietinis cornibus
inligne, per supra memoratum observatorem Jovis lignum erat apud Amonitas
Gentem ferocem: cum aries apud veteres inflrumenmm bellicum, &c
fortitudinis lymbolum Cornua infuerit. Imo vero cornu infigne honoris erat :
non /igne houno id loco Propheta Regius inquit: Exaltabuntur noris. cornua
fttfii. Exaltetur Deus cornu falutis mea. Sic cum fabula referunt Jovem
Nutricis Amalthaa AbundanComucopia, omnigenis bonis adimplefle,
Mytho-tiadeUrlogis campus apertus eft dicendi : abundantiam probium
fortivenire, liquidem civitates, et regionum limites ficatione cum fumma
vigilantia muniantur, &: cuftodiantur. provenit. Hoc ipfum per Numina
tutelaria intelligitur. Natui. Co Caput hominis venuftum, et juvenile, mediam
Mytkol, inter virihtatem et adolelcentiam praieferens atatem, lnnumifinate
exprelliim, idque corona cin- 6him, unde ramus lauri egrediebatur, Solem
denotabat, qui folus inter planetas coronam portat, cui etiam Laurus dedicata
eft,quod in amoribus Daphnes, qua in Laurum converiaefl:,veteres indicare
voluerunt. Idem ipfe Sol per caput radiatum in medio templi quadrati
exprimebatur, quali lucidillimum fimulacrum hoc, per mundi ambitum idcirco
volvatur, ut in gratiarum adtionem fibi debitam, facrificia ab hominibus, per
hoc mundi templum ornati/limum exigat. Eadem imago Solis per faciem juvenilem,
cui nulla in mento barba erat, figurabatur, tum vero etiam De Sole Hiercglyph.
Gratiarum actio. Philip, i. Victoria pbtenta. Hie rogi Roma Caput Mundi. Lib.
Hieroglyp. Saturnus Agricultura; Inventor. Lib. 1. num. cap. Bonum Sc malum.
Lex contra Adulteros. fparfos habens capillos, duos ab auribus fiiis ferpentes
pendulos reprafentans, prout jam memoratus Audior annotavit: exponens nil elle
in terrarum orbe tam remotum, quo radii folis, (quos difperfi crines referunt )
non pertingant: Sc quia Sol artatis detrimentum &: caducitatem nullam
novit, Adole-fceiltulum eum, et imberbem elle voluerunt. Refert itidem
Valerianus vidifle fe in numilmate, veteri fculptam faciem, coronatam radiis,
balatam infuper manum, qua; in acrem levabatur, indicans prima orientis folis
itinera. Tanta erat huic Datori luminum Sc obfervacio, Sc miniftratio, Sc
adoratio. Interim gratiarum adtio, fpeciofiflfma Sc acceptiflima eft monetarum
omnium, qua donari poilimt ; atque ideo Marcus Tullius ajebat: Cui gratia
referri non potefl, quanta debetur, habenda tamen efl quantam maximam animi
nojlri capere pofjint. Quandoque Capita monetis imprefia, cafus militares cum
felici fuccellu terminatos figurabant. Sic in numismate quodam Imago Claudii
Calaris, juxta mentem prafati Erizzi, vidloriam illam quam Romani adverfus
Barbaros impetrarunt, ligni ficavit. Ad victoriam hanc exprimendam, Valerianus
vir do&ffifiiuus, caput mulieris alatum, cum capillitio retorto
demonftrabat, allerens fe idipfum in quam plurimis monetarum infculptmn
obfervafle. In his ipiis idem Caput muliebre, fed coopertum callide apparebat:
de quo non pauci dixerunt, eiie illud effigiem vel imaginem Urbis Roma, qua;
virtute armorum Iliorum Caput Orbis effecta elt: ex altera parte vultum ilium
infculplit Julius Cadar, fed in figura Martis: alludere volens, debere originem
luam Romanos huic numini belligero. Quidam etiam non irrita cogitatione
prafagierimt, Romam Caput fidei Chriftiana futuram, ubi Caput Apoffolorum
Petrus primariam pontificiam ledem luam collocavit, ubi hac eadem fides
gigantea, Sc gloriola membra fua extendit, Sc non lecus ac Davidica illa vitis,
potius quam illa fabulofa Aftyagis a mari usque ad mare extendit propagines
fitas : atque adeo Petrus Petra nominatus., eft, immobile Capitolii faxum
relpiciente Redemptore noftro. Inventa lunt moneta; quadam, qua; ex una parte
duplicem faciem in cervice una inonft rabant : dum ex altera figura navis
cerneretut. lineas Vicus diligens horum infignium obfervator, per binam faciem
hanc, honores, et facrificia dedicata Saturno vult intelligi, qui videlicet
mortalibus ufum tam agricultura, quam plantandi, putandi, Sc. conlervandi vices
edocuit. Rurluin alii per hoc intelligi volunt lapientem Legislatorem, ante
cujus confpedfcum ftare, inquiunt, oportet faciem boni Sc mali, ad reprimenda
damna unius, Sc. ad commoda alterius procuranda. Commentati funt alii per hoc
utriusque fortuna;, tam profpera, quam adverfantis tanquam fluminis decurfum
figurari, ut quisque noverit, tam per citatos vortices, quam per placatas undas
felici navigatione ad portum funm appellere. De Tenedo Nummus comparuit, qui ex
uno latere duo capita monftravit, ex altero lecurim, cum hac circulari
inlcriptione: fccuns Tenedia: explicatio lemmatis hujus, vel proverbii inde
derivavit. Rex Provincia; illius ieveriffimis legibus, Sc poena capitis
mul&abat adulteros, fadum eft: autem ut genuinus ejusdem filius hujus
criminis reus deprehenderetur: quidquid pro eo plebs intercede-ret, ut in
Yiiceiubusiuis propriis poenam hanc moderari dignaretur, inflexibilis ad hac
pater, coram omnium oculis palam eum pledti capite imperavit: Sc ut hac adtio
leveritatis retinaculum ellet e ftr cenata; liventia: in populo, prafatas
monetas elaborari juflit, cum pramemorata inferiptione: Verum enim est, quod
literatiflimus Vir Camerarius ait: Lib. j. amor urit adulte f Relliquias
Domina, relliquiasque domus. Et juxta lententi am Ambrolii: Adulterium natura
Lib. r. de injuria efl : Hoc enim etiam feris, ac barbaris dete Abram, flabile.
Huic legi fimilis illa fuit, quam Seleucus promulgavit: ut adulteris
excavarentur oculi: deprehenditur filius ejus, ne utrumque oculum amitteret,
Pater pro filio unum perdere maluit. C^Uin quanta devotione proftratum humi non
j oporteret efle hominem, ad referendas Creatori luo grates, qui non folum ei
divinum Ipiritum fuum inlpiravit, dum animam dedit, non folum eum de peccati
iervitute, fundendo fanguinem luum, redemit: propter quem folum cadi fabricati
funt, qui in hunc mundum tot bonorum feracem locatus, divitiis elementorum
gaudet, equorum qualitatibus Oompolitus eft : in hunc mundum, inquam, in tot
mixtis ftecundilm: prater hac nihilominus etiam in herbis, in arboribus, in
frudribus, in foliis, Sc in Eloquentia floribus, quali in tot voluminibus
conftitutionem Arboriinu humanam, conditionem fuam, Sc llatiim, Sc asiones,
demotus, Sc imaginem fuam cognoffiit. Propter quod Sc fagacillimi indagatores,
medicinas, ad reprimenda mala fua, congrua invenerunt. Ditiffi- ma Natura, Sc
provida omnino, qua signatufis etiam externis eos, qui horum scientiam habent
admonet, ut in tempore luo Alexipharmaca Sc Reperculliva remedia adhibere malis
fuis non negligant, quibus utique propter Protoplafti peccamm lat abimdanter
lubjicimur. Quot folia, tot lingua filfit, qua cum eloquentia non verborum fed
fidiorum, nobis utile noftruminfinuant, imo bonum noftrum, felicitatem, Sc
commoda noftra, Sc experientia nos docent, le oratores elle non verbis, fed
fadlis fcecundos. Benefica Creatoris nollri manus, cuique plantarum, Sc
herbarum virtutem luam indidit : Sc in ipfo cortice lignatura fua nobis.
exprellit ea, qua fub eodem continentur. Dixerim ergo ftudium hoc non minus
cateris inperfedlo. .Botanico utiiitafcc plenum elle, ut videlicet in
cognitione lignaturarum, de quibus didtumeft, virtutes herbarum nolle elaboret,
Sc ab externis adinterna penetrare fatagat. Hic ergo, ubi de Capite n-y hi
fermo eft, de harum virtutum nonnullis mccindtam mentionem fadluriis fum: ut
videlicet nec Ledlori meo, nec libro copia rerum earum defit, quasliic deducere
prafiunpfi. Primum libi locum vendicat Nux juxta eorum, qui maxime fenfati
funt, opinionem. Nux arbor fortuna eft, qua quandoque inveteratum illiud axioma
falfiim reddit: Nux cjuafi nex, et nux a riotendo: utpote qua cortice fiio
utilitatem fuam adfert. Hac integram humani capitis figuram hareditavit. In
exteriori Sc herbofo nucis cortice, tota pericranii jqux f]crha forma apparet;
in cortice duro, parte videlicet ejuscura dem folidiore cranium figuramr. In
pellicula irtteqs riore qua nucleum ambit, quis non meningem, aut piam matrem
ut cum vulgo loquar, circumdantem cerebrum, quod in nucleo repraffentatur,
cognofcat? Non igitur mirum, fi decodlio corticis, aut externi involucri
aptiffima tingendis capillis eft. Et quod his potius eft, lal inde extra&us
potentiffimum remedium eft, pro pericranii vulneribus. C 2r Prouti etiam
Phylici docent, fiquideni nucleus contulus fuerit, Sc pulfui applicitus,
Alexipharmacum elle adverlum venena, et cephalalgiis mederi. Nux Indica etiam
cum magnitudine fua limilitudinem capitis refert, atque ipiiim pene caput
adaquat, unde edam fi oleum ex eadem extraxeris, corrigendis capiris vitiis Sc
defedibus, potens medicina eft. Flos pceonia: colledhis, Sc intra folia ejusdem
admodum grandia reftrichis, non folum prolatam jfimilitudinem gerit, fed etiam
in hilaris luis, nili melius dixerim juncturis, qua; eundem reftringunt, vera
quxdam effigies Commiilurarum Lambdoidum, Sc redarum, velfagittalium
reprxfentatur: Hinc etiam pro infirmitatibus cerebri, et radices e jus, et
femina, et flores, 8c folia cum utilitate adhibentur. Serpit Sc in altum
levatur Betonica, Sc Stoechades, quali cum rotunditate foliorum, et floris:
diceres per Iulum quendam imitari velle figuram fupra memoratam : unde nec a
medicamentis excluduntur, qua caput concernunt. Capitatum papaver, tum et poma
Cydonea, ficut Sc cucurbita Sc melopepones eandem portare videntur capitis
imaginem : unde Sc a Medicorum Schola, inter prxfervativa, Sc lenientia
adhibentur, ad capitis dolores mitigandos. Inter alias Anrirrhinonfylveftre,
<Sc quod flore fuo, Sc femine calvariam humanam prxfefert, prxftantiffimum
propulfandis capitis doloribus medicamen elle compertum eft. Sic verum illud,
quod cenfet Ofvaldus Crollius, Magnam illam Matrem Naturam, lemper ad fer
virium noftrum applicatam, lemper beneficam ignaturii elle. Omne, quod occultum
ejl, inquit, et intnnfe u. cum, fert illius extrinficam figuram, tam in
finfibilibus quam infenfibihbus creaturis : tacentibus nobis loquitur vel uti
quibusdam natura, ac ingenium cuj usque et mores revelat. Quas igitur gratiarum
adiones, quam gratimdinem referet homo huic dextera: Dei altiflimx, qua terram
dedit filiis hominum, prout Regius pfalmifta canit? SUblimillimus, utililTimus,
Sc generofiffimus fcopus, ad quem mortalium genus in omni tempore £c in omni
acate potiflimiim colliniavit Religio Religio in est. Sapienter enim de calo
eunda nobis provenire quanta apud le ftatuerunt, propter quod Sc voca diis fuis
voarftimatio-verunt, vidimas immolarunt, Sc facrificia obtulene fit habiriint.
In iplis adeo primordiis feculi hoc Reges Phari ta. demonftrarunt, qui
pyramidibus eredis, in quibus Hieroglyphica fculpta erant, numinibus fuis
memoriam beneficiorum acceptorum infcriplerunt : Sc quamvis illis fupremi
Entis, hoc eft DEI, notitia nulla eilet, in immolandis nihilominus vidimis fuis
veraci pietate quadam non caruerunt, Sc compolitione precum fuarum uli funt.
Elevatillima hxc virtus eft, fienim a fine fuo fpecificantur adiones noftrx,
hxc pro fcopofuo cultum habet alti/limi Dei : Etich. 4 Magnifica fiunt, ficut
et honorabiles, qua deorum caufia fiunt dedicationes, feribebat Philosophus. De
honore illis debito, ipfam pene elevatiflimam sapientiam xmulando, dodilnmc
scripferunt, non inter ultimos, sed primos numerandi philofophi, Linus,
Orpheus, Tales, Mufxus, quos Zoroafter ftellarum omnium indagator inter Deos
adorabiles annumeravit. Ve lfid e et Sic Aigyptii, prout Plutarchus Sc Diodorus
voojuule. lLlnt, res eximias, Sc negocia ponderis magni, monumenta templorum,
icripturarum interpretationes, prxmia, Sc muldas, adferibi facerdotibus, per
eosdem gubernari, tradari, dividi, et concludi voluerunt: Denique, prout M.
Tullius inquit, omnes 6. Aci . in religione moventur, et deos patrios, quos a
majoriVerrem, bus acceperunt, colendos fibi diligenter, et retinendos
arbitrantur. Unde Sc ego in horum confideratione, opus hoc meum, Sc obtufum, Sc
lumine fuo deftitutum arbitrarer, nifi de facriflciis quoque, Sc
dedicationibus, (quamvis eorum milii pauca admodum occurrant) nonnihil etiam
afferam, de iis videlicet, qua: pro cultu numinum de partibus humani corporis
fada funt. Jovi itaque, tanquam Cadorum Capiti, quidam Caput deantiquitus Caput
obtulerunt: arbitrantes, quod ficut dicatum fub illo (de quo Lucretius inquit :
fupner efi quodJovi. cumque vides, quocunque moveris) extera Deorum turba
verfatur, fica Capite extera quoque membra dependere: opinio, quam ita fixam
elle oportet in iis, qui Deum adorant, ficut ei lubftantialeeft, rationalem
elle. Jjfua Dii vocant, eundem, lic vociferantur non Chriftianorum, fed
paganorum lcholx. Ita vero Sc verba Senecx in hunc lenium mordacia Sc pungentia
funt, qux prxterire nequeo, dum de penna gentili volatum Chriftiani adverto.
Prope Deus efi: tecum efi, intus efi : Ita dico Lucili : fiacer inter nos
Seneca ad fur itus fidet, bonorum, malorumque nofborum obLucilium, fervat or,
et cufios : hic prout a nobis tr ablatus efi, ita nos ipfie trabi at. Bonus
vero vir fine Deo nemo efi. Quidam intuendo in circulum folis, dum nubibus fuis
cindtus, fele hominum afpedui videndum prxbet, Sc in eodem fimilitudinem
capiris figurantes (a quo etiam, tanquam a capite, fonte, Sc origine Caput
dequadam omne bonum noftrum derivare non cellet) dicatum habere eum itidem in
generatione hominum partem Soli, principalem, juxta illud: Sol et homo generant
hominem: illi vota fua folverunt, Sc prxfatam majorem partem caput nimirum fub
dominio ipfius collocarunt. Quanto potius igitur, Sc quanto utilius Anima
Chriftiana fe Redemptori fuo devovet: qui Solem Chriftus fiuum oriri facit
fuper bonos et malos: prout inquit Sol. Apoftolus? Hic verus foleft, de quo
propheta MaMalachias. lachias inquit: Orietur vobis timentibus nomen meum Sol
juJhtia: Atque idcirco huic supremo soli nostro plus quam Achxi, plus quam
habitatores Heliopoleos, plus quam Arcades (de quibus Pomponius, Sc Melas, Sc
Suidas, Lactantius, et Macrobius Sc alii meminerunt) oportet ut Chriftiani
laetificemus, dedicemus non tantum caput, sed Sc corda nostra. In hunc modum
Gloriofiflimus inter Sandos Antonius S. Antonius Patavienfis feripto reliquit:
Sol est Chriftus, qui InPatavienfis. cem inhabitat inacccjfibilem: cujus
claritas omnium Sanbtorum radiolos, fi ei comparentur, obfufiat, et In Apocal.
denigrat, fifihua non eft Sanblus, ut efi Dominus. Confiderando virtutem Sc
potentiam Arietis, quippe qux in ejusdem capite lita est; (Etenim fi hanc
partem exceperis, non habet unde le defendat, vel offendere pollit) Cum
prxterea lignorum Zodiaci Caput caput lit: ubi fol, pro communi Mathematicorum
arietis. Sc Aftronomorum lententia, curfum anni novi orditur: fapienter ftatuerunt
hunc parti illi hominum, capiti nimirum patrocinari. Propter quod fub
felicihujus conftellatione natos, immunes a fluxionibus, abfceflibus,
catharris, epilepfiis, et horum limilibus futuros ominantur: ficut contrarium
evenire iis, qui eam male pofitam Sc fituatam, fub orientis porta invenerint.
Hic ego dixerim imitandum Refiftennobis hoc animal elle, ut videlicet
opprefllonibus, Sc dum Inforinfortuniis fortiter refiftamus. Melius enim
Naumnils cleri peritia patet, ubi fludus, Sc ferocitas tempestatis defxviunt.
Spetlaculum fove dignum, in Seneca, quit Seneca, videre hominem in
affiibhonibus pofitum. Reftitit magnanimi ter his fortunx liniftrx cafibus
Propheta Regius, dum inquiebat: Impulfus, everfus fum ut caderem: Dominus autem
fufcepit me. Memoriam immortalem nominis lui pofteritatitransmii erunt,
ambuftamanu, Scavola, Cocles fupra pontem, Curtius in voragine, Gracchi,
Meffalla, 8c Corvini ciun hoftibus conflictati : et Anaxarcus, contufus et
contritus ab Anacreonte Tyranno, tum cum ajebat: tundite Anaxarcum Jidera celfa
petit. Bonum e it limilem eile Lima, de qua fcriptum : Oppojita Clarior : aut
vero flumini, de quo illud refertur : Quanto pia fi rattien, vie pias smgroffa.
Ita lilium inter Ipinas: magis redolet : et rofa odorem fuum fpargir: Oppojitis
fragrant ior. Non minus quoque Palma de leipfa loquens introducitur: adverfum
pondera furgo. Sub lus oppreflionibus vegetiores et firmiores in perlecutione
Algyptiaca apparebant Hebrai : unde in fcripturis divinis relatum eit : Quanto
opprimebat eos, tanto magis multiplicabantur, et crefcebant. Ita Seneca in
Hercule luo furente ait: Seneca. HuSjepuam flygias fertur ad undas Inclita
virtus. yiv ite fortes. Hac JLethaos fitva per amnes Hos Fata trahent. Sed cum
fummas Exiget auras confumpta dies, Iter ad superos gloria pandet.
confcendendum decorofum gloria clivum, et vidorem fele demonftrandum, et ad
jubilandum in excellis honorum faftigiis, in quibus (olis aeternitatem jfiuna
adipilcitur homo, feverifSmi Hiftoria. Duces fuerunt femper viri illuftres
heroicis adionibus fuis inclyti, qui virtutiun, et meritorum fiuorum alis
innixi, illuc nobis iter ftraverunt, et callasapplanarunt: Qui plus quam
Atlantis fcutum,de nebulosis ignorantias tenebris nos expediendo, iicut Dii
Terminii in triviis difficillimarum ambagum redtum nobis tramitem
demonftrarant. Fuerunt hi veraces Ariadnae, qui Theleis in labyrintho dubiofo
difficultatum intricatis felicem exitum edocuerunt. Hoc ipfiim Imperator Leo,
tanquam feveriflimum praJlpud BeiercePami dedit filio fuo. Eu per hiflorias
veteres ire ne linch. Iit, h. recufa ibi reperies [me labore, qua alii cum
labore Utftor. collegerunt. Magna utilitas, magna securitas, nolle viam
ingredi, cujus terminus gloriofus iit, qua nullis fit prasdonibus infefta,
nullis occupata monftris, non anceps, non periculofa, fed direda, amoenitate,
et fecuritate plena. Inter Heroes fiapientiffimi, dum non ignorarent, non minus
Mundo proflituras eilhiftorias, quam ipfa armorum gefta, e Belliducibus fadi
Hiftoriographi, depolito gladio, pennam arripuerunt, et chartas atramento
tinxerunt : atque illic certo quodam modo torrentibus fanguinis inundare campos
fecerunt. Sic vidorias Luas defcripferunt Moyies, Jofue, Gedeon, Neemias,
David, Salomon, Job. Ipfa adeo divina omnipotentia in habitu feriba apparuiile videtur,
tum, cum eum Ezechiel propheta libi Deus in havifumeileteftatuseft: Ve[ itum
lineis, et atramenbitu feriba. tanum ad renes ejus. T entet quantum volet nos
in pulverem redigere edax rerum tempus, coniumat ipia marmora, &c
celiiffimas rupes cum profundiilimis vallibus adasquet, et in nihilum deducat:
Hiftoria nihilominus has moles renovatura eft, 8c rurfum humi ftrata fublimabit
: redintegrabit in memoriis geftorum hominem,quamvis jam corruptum, quamvis
corrofiim, abolitum. Idcirco Sc ego nonpoffum quin hic reiterem verba Tullii,
jam alibi memoVe Orat. rata : nimirum quod : Hiflona ej} tejlis temporum, lux
veritatis, vita memoria, magiflra vita. Hoc ipfiim ego mecum ponderans,
ubicunque ratio poftulaverit, tam in partium hominis, quam in totius delcriptione
capitulum fadurus fiuin proprium: non tamen eousque in longum evagabor, ut qua:
potiorafimt lilentio pratereantun Fuit inter Scythas olim gens, qua’ ficut a
communi Caput lonhominum genere et climate fuo, et vivendi medio gum. do, «Sc
moribus diftabat,ita et fingulare deledamentum habebat, ipfa quoque membrorum
conftitutione et figura corporis dilcrepare. C)b quod etiam ciun inter eos
infans natus eiiet, prehendebat utraq-, manu nutrix tenelli caput, idque
fortiter premendo in longitudinem ludum figurabat; ik ne in pristinum ftatum
luiun feniim dehiberetur, ik rurium fe contraheret, linteaminibus, et falcibus
111 eadem forma conftridum confervabat. Hic ufus Hipp.de Aert pofthac, &hoc
artificium, beneficio temporum, &c Au.toc. statum in naturam degeneravit:
ex hinc proverbium quoddam exortum eft, ut liquando in ejusmodi formato oblongo
capite compareret homo, continuo reperiebantur qui dicerent: oportet hunc
Macrocephalum Scytham efle. Sic enim vero apud hanc gentem, qui produceret,
prolongaretque frontem luam, et majoris animi, &|generoiioris, tum etiam
majoris virtutis credebatur. Subjungit igitur Author ille: Hunc non tam Longis
amplius capitibus najcuntur, quemadmodum prius, lege per incuriam hominum non
amplius durante. Pericles grandis ille Orator, &. Miles, qui virtute
armorum fiiorum, 8c literarum, tam vicinas quam longe dillitas iibi lubjugavit
provincias: qui vibrante gladio luo ejaculari fulmina videbatur, fed non minus
etiam perorando, fulgur jaciebat ex oculis. De hoc memoria eft, eum usqueadeo
oblongum habuilie caput, ut intuitu reliquarum corporis partium lymmetriam
omnes excederet, 8c deformitatatem incurreret : unde etiam fadhim, ut ubicunque
ftatua ejus eredfca ellent, aut pileo quodam, aut callida: tedta viderentur, ne
vitium illud capitis ( lic ajunt ) fpedtantium oculis patefeeret. Hac igitur
corporis torma, otiolis Sc malevolis garriendi caulam luggellit: unde 6c Poeta’
Athenienfes, et reliqui contra eum liniftre aftedti, propter eandem Plutarch,
in capitis amplitudinem per detradbionem latyricam Pertch eum Schinocephalmn
appellabant. T eleclides item faceta quadam ironia illudendo ei (in quo
nihilominus a vero non aberrabat) eum capite gravatum ledere dixit, cum tot
negotiis pra’gravatum lupportare v ix pollet. Detradbor ille interim hoc alio
reberei is, eum 111 opem confilii,& parcum lagacitate intelligi voluit. Sic
enimvero in omni atate critica vafrities fagittas fuas vibravit: in hoc loco
autem pro fcopo fuo fi. Detradtio. bi elegit virum inter heroes, non tantum
fui, led et fecuiorum praueritoruin, aque ac venturorum pralbantillimum.
Videant igitur, qui regimini Reipublica praiunt cum quanta libi cautela agendum
lit, ii ik vitia corporis ik natura iri cenfuram cadunt, ubi nullum nec meritum
nec demeritum eft: quid cum iis luturum erit, qui aut fponCautela tanea mente,
aut incuria quadam, in damnum plepro minibis peccaverint? Lucerna, qua: ad
illuftrandum exftris pubi polita lunt, ventorum datu agitantur: iple adeo cis.
loiincurfu oblervatores habet j Phenomena, qua vitia natura lunt, curiolius
examinantur. Quin &c arundines Midam habere aures afininas loquuntur.
Progreditur hac cenluracnuca adcolum usque, et ad iputa decrepitarum vetularum,
dum fila lua de fuio trahunt. Sonat fchola Magni Stagyrita, quod : C 3 parvus
error m principi eribus c(l prafentia mala in lingua habere, Jnfita ob Thcatr.
viu hum. fit maximus. leilatio mulio lic de cythara fua nos Euripides docet.
Non eft aura peftiientior alia, qua’ totius amicitia campum infectat, et
venuftiffimos Ipei flores marcidos reddit, proVuguftinus ait. Detratlio e(l
venenum amiDicebatTeleclides memoratus decitato Heroe: de hoc capite cndcc
ahno, hoc cft fefquipedali, magnum oriturum efle tumultum. Refert Suidas de
Philocle, Nepote vEfchyli (hic autem nefcio, ii textus mendofus non eft. humicum
ponens, pro Comico) qui caput oblongum habebat, Caput upuet criftauum
infimilitudinem upupa: unde Halmion, uaii falinator, vel acrimonia diCtus fuit:
deduCta 'talle comparatione et Metaphora ab ave illa folitaria& foetente.
Annales Sarracenorum recenlent, Mahomethum Legiflatorem, et primum Turearum
Imperatorem, Caput habui Ile enormiter magnum, et faciem intermixtam colore
rufo, et albo. Indecens tinCtura, ubi anima tantopere nigra erat, qua: tot
animarum ruina et jam antehac fuit, &eft hodiedum, Sc deinceps futura erit:
et in hoc cranio tam fpatiolo, tanquam in aula vacua liberum fuit fpiritui
rebelli pro voluntate fua incedere quippe qui illic habitaculum fuum fixerat:
poterat illic pro libitu luo extendere figuras, et formas iiiiquilTimarum legum
luarum, quas ad Catholica: veritatis exterminium excudere, et promulgare aulus
eft. Verus Goliath corde non corpore, qui ab innocentc paftorculo humi
proftratus eft. Ubi virtus AlciHimi opifex eft, illic c formicibus prodeunt
veri Myrmidones, qui metuendos alioquin orbis domitores defedelua deturbare
norunt. Berlinchius vir doCtiffimus refert: non paucis abhinc annis in Belgia:
urbibus, oftentui publico circumlatum fuille infantem, gracili omnino, et
fubtiliffimo corpore, led capite usque adeo infigniter magno, ut amplitudinem
vafis, ad menfuram modii usque capacis, ada:quaret, vix puer ille aratis fute
annum unum expleverat. Illud ipfum caput ad fimilitudinem fluxus et refluxusm
aris, jam intumefee-bat, jam rurfus comprimebatur: dum ab intro fubtus membranas
humor aqueus dii currere, inflari, 8c elevari videbatur. Monftmm prodigiofum:
Cc quia a coniueto natura: curfu exorbitavit, in detecftu luo Spes vana,
propediem collapfum eft. Sic et vitam ephemerem habent fpes capitis noftri,
quae inconftanti viciffitudine, non fecus ac decrefcens acfuccrelcens Oceanus,
periodis luis nunc extollitur, nunc procidit. Alludebat adipes Capitis noftri
eloquentiillma mula Commendatoris Teftii: VagaSoondo p en f iero Dove v.u, Cr
d’onde torni, e che pretendi? ui fu tale leggiero Ora parti, ora torni,
orpoggi, or fcendi: Et nel tuo moto c terno Sei lijjion dc tamorofo inferno.
Sic illud velificatur, quod: Spes temeraria plerumejue homines fallit. Sicut
Euripides ajebat. Pindarus vigilantium fomma ha:c nominabat. Etiam vicinus eft
naufragio, qui navem luam ad Caput bona fpei dirigit. Non minus curiofa, quam
faceta erat inter antiquos conliietudo, qua Athenienllum quaque domus utebatur
: qua: de Gimcia etiam fuccellu tempor um Romam usque migravit: videlicet tum
cum ad patronos fuos primum ingrederentur mancipia, ierv itura. Ut enim eos vel
ad servitutem animarent, vellit, orumonefubjedtionis, et onerum qua: portanda
ellent, memiraium. mllent,eorum capicadiverli generis et farmentis, et Apud
Stobeum ibi. Caput fer fruCtibus, Sc nucibus, et beta, &c caftaneis, et
leguminibus aliisque inluper rebus onerabant: quos cum poftea lic oneratos per
univerfam domum traduxiflent, Ik in cubile eorum pervenillent, onus illud in
pavimentum cadere linebant, idque catachyfmum nominabant, hoc eft effufionem,
profimdendo id quod in capite gellerant; hocque illis poftea pro mercede
erat,quamdiu in eadem domo morabantur. Unde Demas cum Siro luo rurliim
reconciliatus illic in Terentio ajebat. Huc ad me Sire, ut tibi caput
demulceam: Perfundere unguento frudi ib m. Hxc ceremc^ia pro ligno abundantia:
annualis habebatur. Hujus conluetudinis Theopompus taliter Qe[ c.c.c,, meminit:
Verlificatores, vel poeta: pra’miabantur, antiq, leclion. imo vero delibuti
&c uncti unguentis variis: lic &c ex Suida. matrona: civitatis
Segefta:, tum cum Diana: flmulachrum pro more portaretur, redimire caput iuum
corona de diveriis floribus contexta, variisque unCicero in Arguentis delibuta
confue verant, atque ita exornatae vironecos et compita transibant, idolum fuum
profequentes. Hinc Themiftii pater ut Epicurum, quamvis falso, percelleret,
inculans eum lenluali voluptati datum efle ( de quo ne fomniare quidem ei in
mentem venit, qui voluptatem nullam ftabilemnili intelleCfus, et animi agnovit
) vas ei unguentarium lupra caput effudit, fragranda odoris eum tingens: volens
per h.ec mollitiem ejus vellicare, qui tamen lemper durum ik inflexibilem,
adverfus delectamenta fenluum fe praebuit. De hoc ulu fortalle Novendiales
ceremonia derivata: lunt, in quibus, prout Athenaeus reccnlet ex Gellio, novem
continuatis diebus, patresfamilias fttccindti mantilibus, manicisque
replicatis, accumbere fervos fuos facieb.int, illisque fervidum pra:bebant,
illorum fe imperio iubjicientes. Quid plura ? Pes Pra Spes prtemii
vigorofillimum calcar eft ad quod vis mn* lub jugale ammafetiam tardillimum
incitandum. Id quod ipfe quoque Altiflimus iape in ele&is luis praefluit,
dum iis gloria fua portas referavit: prout patriarcha Jacob, &c Stephano
contigit. Propheta regius vir optimus,per hoc le lingulariter ad bene operandum
pelleCtum elle fatetur: Inclrnavicor meum ad faciendas juftific at iones tuas
propter retributionem. Veritatem hanc inter alios Marcus T ullius agnovit, dum
ajebat: Ncc domus, nec refp. fare De natura poffunt, fi in ea nec rette fadtis
pramia extent ulla, nec ^>eorum. fupplicia peccatis. Nec tantum in uis
fatyris Juvenalis ablorptus fuit, ut non renumerationi locum luum tribueret.
enim, inquit, virtutem amSatyr. io plettitur, ipfa pr&mia fi tollas? Non
veretur carduelis quamvis fubtilillimo pede luo hirfutas cardui fpinas calcare
tk premere, cum Iperet ex ejusdem femine le cibandum. Exponebant fe olim
durilHmis et periculofilEmis confliCtibus viri bellatores, dum ob oculos libi
ponerent, ftmplices lauros, et quercuum frondes: certam enim nominis lui libi
immortalitatem ex viridantibus his, et perennibus foliis Ipondebant. Incertis
fluCtibus maris, Sc infeftationibus piratarum fe committit de litore luo procul
navigans ratis,quia portum fuum libi promittit. Cum fudore vultus lui,
infatigabilis arator glebas kindit, eo quod in tempore fascundam meilem libi de
labore liio futuram augurat: denique lic ait Ponti infelix inP Trt' cola; ftdus
Eleg. ij. Non parvas animo dat gloria vires: Et facunda facit pcdlora laudis
Nmor. Hac fpealleCtus Pallas Spartanus (referente Pau- In pbocitu, fima)
ferociter dimicabat, ik jam corde fixum tenebat, Tarentum urbem tum quidem
ditiilimam, omnique genere abundantia, ii ullla alia illuftrem expugnare: fed
fpe fua delufus e fi;, dum non minori valore et animoiitate exercitus ejus a
loci incolis Civitas aupropulfatus et proftratus eft. Hic aliquando mceftigurio
capta, da et dolore plenus, mfmus uxoris fuce (cui nomen dEthra) caput
inclinaverat, quod illa pedhne mundabat, tum cum ille amarillime fleret,
memoria repetens qure perdidillet: junxit illa lacrymas fuas, quas calidas
deftillabat incumbentis caput. Tumenimvero in memoriam ei rediit, quod ab
oraculo quondam audierat, futurum ut civitatis et campefttium, potiretur,
fiqtiidem ei ab Afthra iiiper caput pluvia decidiilet : fufcepit augurium,
colledisque rurfiim ordinibus, nova vi aggreifus, et extrema aufus, muros et
urbem usque adeo in anguftias compulit, ut paucis eam diebus ditioni fuce
liibjecerit. O fi Chriftiani noftri et mentem, et aures ad oraculum fuurn adverterent,
dum ad corda eorum pulfat, plantarent utique vidoriofum vexillum fuurn in
civitate illa fanda, quce utique dc ipfa vim patitur, Infpirado quam violenti
rapiunt. Hoc pundum tale eft, divina. ut concionem integram mereretur : fed cum
id jam inldtuu mei non fit, nec hic fitfeopus meus preeeipuus, ad paucas
admodum, et fuccindas me reflexiones reftringo. Idfolum referam, quod de Diledo
in Cantico Canticorum recenfetur, qui ad portam anima; fanda; pullando ftabat,
dum illa pigritando veftimenta fua inquirebat; cum vera jam compofita eflet,
prompta voluntate exiit, fed: ille declinaverat. Ruina totius Hierofolyma; qua:
Salvatori noftro lacrymas extorlit, aliunde non contigit, teftante ipfo
Redemptore, quam: quod non cognoverit tempus vifitatioms fua. Homo nonnunquam
iplis infenlibilibus rebus infenlibilior eft. De rofa feribitur: Dejlafi
a/lojpuntar dei, primo raggio: hoc eft: ad primum Solis radium excitatur: et
Claudianus de magnete Claud.: Arcanis trahi tur pemma de conjuge nodis. De
magnete. Ad primum Auftri flatum Laurus germinat: ipsa aftra influentiis filis
loquuntur. Unde laudabiliter ab homine fieret, fi quandoque internis
commotionibus, quibus ad bonum incitatur, locum daret: haenim funt illa
memorata pluvia y£thra. Loquebatui ut Poeta, nihilominus ut Chriftianus
Commendator Teftius, quando Matdiaiun Sacchettum fic affari voluit: puelle,
Matteo, che miri Entro al opaco velo Dela notte brillar faci fuper ne, E che in
perpetui giri Parte fiampan nel Cielo Con lumino fo pie flrade et er ne. Parte
a lialtri Zaffiri Del firmamento immobilmente inferte, Han piuflabde ardor,fedi
piu certe: Otiofe pitture, Stampe in utili d’oro Non fion, qual fe le crede il
volgo in fano, Piove da raggi loro Jfhtagiu. t ’ lnfluffi omnipotente mano.
Denique quam bonum eft imitari exemplum Apoftolorum Andrea et Petri, qui unica
hac Redemptoris et fimplici voce : Venite pofi me, factam vos fieri pifcatores
hominum, relittis retibus fecmi fiunt DoS. Gregominum. Supra quod S. Gregorius
inquit : nulla eum rius. fecijfe miracula viderant, nihil abeo de pr&mio at
er na. retributionis audierant, et tamen ad unum Domini praceptum fecuti fiunt
eum. 2? Salutatio vita' civilis &r politica fundamentum eft: hac omnium
negotiorum, hac commerciorum et tractatuum pofta eft. Hac vitam focialem mfti
tuit, &ioiidat. Cum hoc ligno cor loquitur, ajquc facunde, ac maxime
elaborata eloquentia. Hac tam faciliorum praeteritorum, quam modernorum
confuetudo eft : unde et ad omnem occurliim, et caput fuurn difeoopenebant, et
levabant. Quidam naSalutatio nu, quidam nutu le explicabant: potillima tamen
deteblo capars detecto capite : per quod iecreta iuciina Iliorum pire, cordium
fe palam facere credebaut; lic nos Varro f apud Plinium docet. Quandoque edam
id fanitads lib. zS.eo(.6. intuitu liebat. Multi enim in juvenili atate adliuc
vegeta, detedlum caput contra frigus, et calorem, conducere ianirati
arbitrabantur: Ego idiplum Medicorum fcllola dilcutiendum relinquo. DeAigypdis
refernir, eos femper nudato inceffille capite," et robulboris lanitatis
fuilie,cum c contra Periiani operto capite femper imbecilliores, et infirmiores
corpore viliiint. Illud certum eft de Hannibale, et de Julio Caelare
lingulariter id recenferi, ut aliorum HeImperatoroum non meminerim ( quod
infatigabiles ad ardores& Belliresiolis, adventos, ad grandines, ad gelu,
ad pluducescapite vias, ad omnem temporis injuriam invidi detecto femper
defemper capite in militaribus expeditionibus luis comcedo, paruerint :
demonftrando, fe line caffide ferreum caput, de adamantinum in caftris filis Sc
inter arma animum geftare. De Mallmiila Numidarum Rege, qui RomanoGeniat.
ditrum potentiam fregit, &ad praicipitium ruina: fua: ruml-7-‘-i9pene
propulilfet; recenfet Alexander, nec eumaftu, nec frigoribus, nec temporum
vicifimidine, ncc cali inclementia adduci unquam potuille, ut caput fuurn
operiret. Idem de Adriano refernir, et Severo, principibus tanti vigoris, ut in
graviffimis hyemis cem-peftatibus nunquam caput vel pileo, vel alio tegumento
operuerint. Sed quodialtutationem attinet, recenfet Egnatius, Petrum Laurentii
Celfi, Ducis lib. 9. t.,2. Veneti Pacrem eousque obftinatum fiiiife, ut nunquam
perfuaderi potuerit adoccurfumfilii fui difeo- operire caput filum: unde ut hic
errorpublicus tollerenir, crucem auream in capitis fui tegmine affigi juilit, ut
Patri occafio ellct, fe detegendi occurrente filio Duce, refpiciendo ad lignum
hoc redemptionis noftra. Icaque omnino utihilimafalutatio eft, et ne cellaria,
quippe qua confervat, imo et inftituit, familiaritates, amicitias, societates,
affinitates, contubernia: efficitque ut homo per hac ad cognitionem, et
confortium lui fimilis perducatur. S. Paulus eos C«f. 12. Romanos, qui nunc in
arte magiftri felit, de hoc vehementer admonitos elle volui edum ait: 'honore
invicem f revomentes: fillicimdine non pigri. Bonum enim elfe cenfiiit,
imo&adfalutem animarum proficuum, per hujusmodi reverentiam inclinationem
animi benevolam demonftrare adverfus proximum fuurn ; procul ab afpericate et
duritie morum, et (refluum, qua quandoque rixarum, et querelarum incentivum elfe
folent. A Philofophis moralibus hac reciproca reverentia definitur: quod iit:
honor exhibitus m teflimonium virtutis. Et Aquia. ?«. j,. neniis inquit:
Revererieft adhss timoris, et ut debetur Deo, eft ailm Utris. Ipla adeo
irrationabilia animantia hujus rei nobis prabent exemplum. Admirabile in hoc
examen apum eft: de quibus libri memorant, quod in venefatione &fubmiifione
et»a Duces luos le emutemur obfecjniis: quod cum illo fuperiori convenit:
honore provenientes. Eximia eft Elephanti proprietas, qui ad primum Luna ortum
fe tanquam luminis hujus Adorator profternic. In petit. Conful. Loriacio vana,
ut non dixerim, temeritas eft, JTsquiparanda iis, qua maxime vetantur, de
exterioribus lignis hominis, interna ejus penetrare velle. Qui id pnefumpferit,
ad hoc le praeparet, ut in Veliivii luminolis vorticibus mortem nancifcatur: et
naufragus in abylium maris demergatur et rurium dictum illud redintegret: O
Jbtffe tu me cape, cjuia teipfum non capio. Sapientia Salomonis infinuat: Sicut
aqua profuud.t, Jic cogitationes in corde viri. Quis eft qui fundum fluminis
non tranfuaderefolum, led& prolpicere poflit, cum turbidum eft, Sc
inundatione intumefcens? Quis credidillct in corporetam exiguo Alexandri Magni
domicilium suum collocasse animum, qui capacitate sua mimdum univerfiim
poffidaret? Subinluliis et turpibus membris Faunorum Sc Sylvanorum,
prarftantillimx quandoque virtutum Idea: deprehenfiefunt, Sc cultum
venerationis debita: obtinuerunt? Quoties fub cadefti forma corporis infernale
monftrum vitiorum latuit? Fatui lunt, qui de cortice externo le profunda
qualitatum internarum rimari polle gloriantur. Siquidem ars talis dari pollet,
fruftra Momus in pedboribus hominum feneftrellam deiideraflet, ut& cogitata
Sc corda hominum videri pollent. Hinc Sc Trina illa, Cv Sextilia ab Aftronomis
pra: lignata, fiepius in momento temporis in quadratum, Sc oppolitiones noti
vas convertuntur. Cum eadem facilitate, qua le ludum cadum in obnubilum
commutat, etiam mens hominum involvitur, Sc obnubilatur. Magna voce nos Apoftolus
Joannes exhortatur, ejusmodi ligna corporis forinlecus Ipe&abilia ad
formandas genituras limiles non trahere, nec prafcriptiones inde, aut allerta
producere: Molite, inquit, judicare Jecundum faciem, fedjuflum judicium
judicate. Ha’c mihi adverlum eos Icribere occurrerunt, qui per Phylionomias Sc
fomnia ratiocinari pradumunt de internis hominum, atque inde lignificata quadam
bene lolidata deducere. Negari interim nequit, accidentali quadam dilpolitione
de ftatu, infirmitate, vel fanitate hominis indicia fumi polle. Fultus ac
frons, amm&janua, ejUA fignipcat voluntatem abditam. lic Marcus Tullius icr
ipto reliquit. Motus enim Ira, Sc limi lia externa qua accidunt, antequam loris
promineant, prius fedem fixerant in corde. Dabimus itaque ligna phy lionomica.
Sc lomniorum, qua Sc ante me ab aliis annotata et figurata lunt. Dixerunt
itaque, qui antiquitus jam talibus corporis indiciis le applicarunt: Caput
grande, excedens cateram membrorum proportionem, indicare hominem pigrum, et
mente ftupidum: licut Sc exiguum nimis oc gracile fatuitatem Sc ftultitiam
notare: idquenon Imeratione, illic enim vapores nimii levantur i hic vero
exiguitas Organi, Sc Receptaculi, nutrimentum debitum impedit, ut cognitionis
perfectionem maturare non queat. Scriplerunt quidam, fi vertex capitis
promineat, ita ut in limilitudinem pini terminari videatur, taliter natum,
inverecundum fine fra:no, &: Ime pudore palfionum fiiarum futurum elle: et
ut verum fateamur cum ibidem magna fiat Ipirituum attradtio, qui in lummitate
illa nimium acuta reftringuntur, et uniuntur, fieri non poteft, ut temeritatem,
et inconlideratam proterviam non eliciant. Caput crafliim, Sc in fuperficie fua
planum, &: adaequatum, omnem morum pravitatem Sc licentiam portendit:
tanquam illic in Ipatiofo campo, audacia. arrogantia, Sc affedtuum inaequalitas
vagari, Sc dilatari liberius pofiint. Concavum in anteriore parte
fraudulentiam, dolum, tSc effrontem excandelcentiam notat. Dixerim id rationem
quandam habere phylicam:Ira enim in hoc ventriculo comprefla, sicut ignis
fubtus terram, aut in tormento bellico conclusus, quanto plus obstaculi
invenit, tanto vehementius exploditur, et viam sibi aperit, feriendo. Caput
bonam humorum temperiem Sc constitutionem indicans tale est: proportionatum
videlicet cum reliquo corpore:quamvis lint,qui afferant, fi in longum
protendatur, maturitatem Sc prudentiam designare. Talis erat Pericles,homo
sagacissimus: tales etScytha:, Sc Parthi, prout supra memoratum est. Hac sunt
qua cum vanitate observantur in homine, cum experientia quotidiana in
contrarium militet: cogitta enim mortalium, non fecus ac Maris unda sunt,
inquit Gregorius, quarum nec origo, Morat. nec medium, nec finis reperitur.
Mare mens hominis, (jf cjuafi fiuclus maris cogitationes metitis: jungatur his
educatio, qua plerumque ordinem natura interturbat. et pervertit: adjungantur
Sc fines, qui adtiones hominum fpecificant,Sc tanquam fcopi funt, ad quos
humana’ cogitationes colliniant : quamvis Ovidius dicat: Heu cjtiam difficile e
jl crimen non 2. Metam, prodere vultu! In vultu enim et ego non negaverim Bonus
Sc tanquam in Tribunali accufationes Synterefeos appa- malus ex rere :unde Sc
Cleanthes illic apud Diogenem ait: vultuco- Ex specie comprehenduntur mores.
gnofcunQuod iomnia attinet, cum quanta de his vanitate cor. Cardanus in
Interpretationibus luis Icripfit, tantum- Cleanthes, dem averitate nullatenus
aberravit,cum ait, eos qui alioquin fomniandi conluetudinem non habent,
liquidem repente fomniare coeperint, aut morti, aut faltem longiturna:
infirmitati vicinos elle. Id reor fenfit, ob abundantiam humorum, qui
heterogenei aut mconcodti, in tali corpore detinentur, fomniarunt itaque, aut
in vanum oblervarunt, qui dicunt: fomniare de capite, Principatus eventuri
indicium Caput vielle, autDominii, Honoris, Ingenii, Gubernaculi, {Q1T1 per et
Regiminis domeftici. Huic fententia: Sc ego fub- {omnium fcriplerim: liquidem
per harc dici volunt: omnes hos inchoans Principatus, dcCelfitudines terreftres
oriri Sc evanePnncipafcere ut fomnium, velphantalma. Dixit hoc PfalCUm. mifta
Regius: Dormierunt fomnumfuum, et nihil invenerunt omnes viri divitiarum in
manibus fisis. pfal. 72. Et paulo infra de eadem materia: Felut fomnium ibidem.
Domine in civitate tua imaginem illorum ad nihilum redioes. De hac negociorum
turba, de his dignitatum humanarum faftigiis, de hoc ambitu gloria:, qui
terminum non invenit, S. Balilius Seleucienlis Epifcopus fic inquit: Mox una
febris, aut certe pleuritis abrclib. 4 Hexaeptum hunc e medio hominum coetu
rapuit, et fiplcn dor meron. ille majcflatis et gloria, ad mfomnii
fimilitudinem momento dijp aruit. Et S. Chryloftomus. Fabula qu&Ex Patre
damefi vitanofira. In scena aulao fublato variet aMarttneng. tes dijfolvuntur,
et omnia corufcante luce avolant p0fJilm fomnia. Interrogatus Diogenes tum, cum
in agone piumrchus ' vita: fus conftitutus ellet, Sc quafi fomnoientus inin
Con/olatidormifceret, a Medico luo, qualiter haberet, relpononeadApoldit :
Nullam fentio molefiiam, nam frater fororem ^on' anticipat, forantis mortem:
Recordor Sc me quoque in flerenti adhuc a:tate mea fic cecinille : Vita noftra
fomniis eft. Giaccion Debe, Mumantio, Ilio, e fagunto, E le moli cti alz.o
Memfi fuperba: Fatte fpoglie dei tempo, or copre I Erba Nea le grandez.z.e lor
refla un sol punto. Quanta: utilitatis lint charade rum notce. C. 2f Tai di chi
dorme a /e pupille apunto II finno lufinghier pompe riferba: Ma tolto at dolce
Lnganno, oh come acerba Sparvela gloria, arido i honor confunto! Dorme il
regnante, e d’ alta vite mtanto Dn ramo a quel potente il crin circonda, Che
pia alfigho portende augufio il manto. Si dei fafto mondan fotto ala fronda Chi
fi adagia, rvmira il legno{ oh quanto Di morte alfine al A quilon fis fronda.
C. INgeniosissima (fi ulla unquam inter homines fadta est) inventio charaderum
fuit, tam necessaria (ut reliquorum non meminerim) potidimum Principibus,
utpote quibus negotiorum iumma &c ellentia conficitur literis: dum ubi fua
interdie viderint, celant qua: volunt, promilcuam plebem rurfiim autem quibus
volunt, eadem propalant. His nil tam pernitiofum est, quam ii de pedore fuo
iacrato exeuntes, prophana* plebi fe divulgaverint, atque ita ie malevolorum
oculis expofuerint, fapientillinia, inquam,inventio, manifeftare feipfum, nec
tamen cognofci, iicut Ulylles nube tedus. Sic sapienter Demaratus cum
Lacedamoniis ulus est. Senatus Spartiatarum cum Belliducibus fuis, Hiftieus cum
mancipiis, Bedacum Principibus, Trithemius cum focis aereis: Harpago in ventre
timidi leporis coni ilia magnanimitatis abicondit. Denique his ad compoi
itionem Veteris Teftamenti, per quod novum figuraretur, ipie altiffimus uti
voluit. His a me rite ponderatis, qui univeriitatis utilitati servire intendo,
8c qui a Phyfionomicis inftrudus sum, et praeleram ab ingenioiiilimo viro
Joanne Baptista Porta, qualiter fagaces quidam &c acuti, fe in variis
corporis membris contingendo majores et principaliores Alphabeti literas
exprellerint: unde etiam qua: volebant integra dida concinnare poterant, atque
ita hac quahmuta eloquentia invicem fabulabantur:Ego, inquam,non ad horum
intelligentiam, sed qualiter antiqui notas fuas defignaverint, expoliturus fum:
ne liquando in lapidis cujusdam aut monumenti inferiptionem quis inciderit, nec
propter fenfuscombinationem, Sc interpretationem, prima fronte involutam
&confidam fe expedire pol- fit, vehementius in duritiem obfcuritatis
offendat, quam in laxum ipfum. Propterquod,cum contingendoCaput C. literam
lignificare voluerint: Quidha’clitera fola, quid conj unda cum aliis
indicaverit, paucis expediam. C. itaque folum line copula alterius liter#
lequentia verba denotat: Comitia, centum, Cajus, caufa, condemno. CA. AM. Caufa
amabilis. C. B. Civis bonus: Civis Corynthius. C. C. Calumnia caufa. C. C. E.
Caufa conventa efl. CC. Circum. CCC. DE. Tercentu, Duplex, CCC. Tp. Tercentum
Terra pedes. C. C. F. Cajus, Caji filius. CS. Caufa. CA,velCAM. Camillus. CAE.
Cafar. CJE. AJA. GG. Cafdrea Augufla. CAR. COfV. Carijfima Configi. CARIS.
Cariffimus. CB. Commune bonum, Civis bonus. CC. Ducenti. CCER. Caufam claram
Regi. CR. Contrarius. CC. confilium capit : Cefft calumnia: Caufa contractus.
CS. Cujus. CDC. Quadringenta condemnatur. C D. Condignum : Quadrirtgentum. CEL.
Celeres. CEN PE. vel CEAfS. PP. . Cen for perpetuus. CEN. A. Cen foris
arbitratu. C. E. N. T. Centuria : Centurio. C. E. N. T. JA. Centuriones. C.F.
Cajiflms. C F R. Caufa filice Regis. C H. - Cufios hortorum : Cufios Haredum. C
M. Centum Scarlattim Hominis Symuolici Tom. I. millia. C I C. Cicero C. I. C.
Cajus f alius Cafar. C. T. IN. Cubitos tres invenies. C f. vel C. 1. P. P .
Cippius feu terminus, ut, ad tertium Cippium, feu lapidem. CIJA. Civitas,
Civis. C 1 NCaufa fuffctta. cc.c CCI. P. Cubitos duos invenies plumbum.
C.C.Caju Claudius. C E. JA.Clariffmus JAir. CE. F. Clariffima foemina vel
familia. CE. Claudius. C.E.D.B. E. Caufam Eaudabilem. C. E. CajiEibertus, vel
Eiberorum. CEBCE. Con liber u Clarijfima. C. MAR. P. Caput margine pleno
C.M.Comus. CME. Centum millia. CMS. Comis. CM. Civis malus. CM. vel CA. M.
Caufa mortis. COM. Comitia. CMS. Caufa malt fui. CME. Crementum multum. CME.
XII. Camelos duodecim. CN. Cneus. C. N. Caj/ss nofler. CN.E. Cnei Eibertus.CO.
Conjugi.C.O. Civit as omnis: Controverfa. COM. OB. Comitia obdurata. CON.
Confutaris. CON. SEN. E. OR. P. QfR. Conjenfu Senatus, equeflris ordinis,
populique Komani. CONS. vel CS. Confit liari us. COE. vel CE. Colonia : Coloni
. COEE. Collega : Collegia. COE. Collega : Colonia: Columen. COEE.FABR.
Collpoium Fabrum. C.O. H. Cohors. CONjV.Conjunxit. CONfJA. O.Conjugi
obfequentiffmx. C 0 Nf~U G. M. Conjugii Mercurii CONX. Conjux.CONEIB.
Conlibertus: Con liberta. CONTUB. Contubernalis. COR. Cornelius. COR. Corpus.
CORN. R.F. Cornelia Regis filia. CORN. A VRS. Coronas aure as. COS. Con fui.
COS.QffAR, vel IIII. Conful quarto. COSS. DESSIG. Confules defignati. CSS.
Confulis. Confularis. COS. DES. Conful Dcfignarus. CP. Civis Publicus, C. P.
Caffa publica. CPS. Capfa.CP .Caufa petitionis: Caufa pofuit. CPRSS, Cupreffi.
C. R. Civis Romanus . CR. Creticus : Crifpus : Contraibas. C. R. C. Cujus Rei
Caufa. C. R. C. P. Cujus rei caufapromifit. CS. Communis. CS. A. Cafiar
Auguftus. CS. IP. Cafat Imperator, C. S. S. Cum fuis fervis. C. S. FE. Cum fuis
filiis. C. S. H. Cum fuis Heredibus. C. S. P. E. Cum fua pecunia efl. CTS.
Controverfia. CT. V. O. A. B. Civitas vita omnia aufert bona. C. JA. Centum
viri : Clariffimus vir: Cafii Virginum. CIJA. Civis: Civitas. Civitas, CEE.
Cultores, CVR. Curionum: Curiarum. Cur for. C. X. IN. AR. Cubitos decem
ihvenies argentum. C.XX.1N. ADR. M. Cubitos viginti invenies aurum mirabile.
Quot myfteria difcooperit, quot thelauros effodit, qua abfeondita revelata h#c
admirabilis charaderum inventio, quorum indagatio nec pauca eft, nec brevis,
nec expedita? Scio apud Authores antiquos, te his plura inventurum esse.
Nihilominus haec qua: pradento,parca non sunt, quippe qua: plurium Authorum
leduram, et fatigationem tibi in compendium redigunt. Sequuntur. In materia
Adjundorum vel Epithetorum, documenta multa 8c prafferiptiones, per occasionem
partium, 6c membrorum humanorum tibi occurrent, ex quibus facile videre tibi
liceat, quam neceilana lint, quanerque virtutis pradata Epitheta, tam in
Necessitas, arte poetica, quam oratoria: cum ex his de cor, et pulufus et qua
duritudo omnis formetur. Epithetum enim est, quod litates Epi- propritates
significat, interiora exponit. Illud denithetorum» que est, quod unit, dividit,
separat, incorporat, declarat, et implet didionem, et periodum omnem. In
Hypotypofi potillimum, aut deferiptionibus, pars eilentialis nominari poterit:
per hanc enim objeda quali ante oculos statuuntur. Epithetum est, quod qualitates,
conditiones, etc eiientias rerum reprarientat. Sicut in Terentio, quem citat
famosissimus Co. Emanuel Thesaurus (cujus diffuliori ledtura: te remitto) qui
Phormionem introducit haec dicentem:Nonno- vi hominem: cui Pamphilius
respondet; Faciam ut nofcas: Magnus, rubicundus,cnjpus, craffus, eafus. Qua
circumflantia:, in deferiptionibus evidentiamadjungunt objedtis,dulcedinem
orationi, cognitionem partis de toto. Ut ergo hunc Tractatum tam copiosum cum
omnibus circumstantiis fuis, &per atteflationem autliorum maxime illustrium
concludam,primus mihi obviam procedit Martinus Capella qui caput rutilans
apellat. Jffuod rutilum circum caput gejlabat. Pontanus illud Auricomum vocat:
Praradiat caput Auricomum, rofeusque per auras, it decor. Strozzius illud honestum
appellat: At procera caput cervix fu Ic ibat honestum. Tibullus nitidum: Nec
nitidum tarda compferit arte caput. Purum Ovidius: Eonga probat facies capitis
difcrimma puri. Flavum Virgilius: Summa flavum caput extulit unda. Ro- (eum
Textor:Et rofeumpubens oculis, herba caput. Venale Juvenalis. Et prabere caput
domine venale fub hafla. Idem ipse vacuum appellat: Nacuumque cerebro jam
pridem caput. Invilum denuo Ovidius. Protinus invisum nec petet ajlra caput.
Indeploratum idem. Indeploratum Procere caput. Horatius illud perfidum vocat.
Obligafli persdum votis caput. Ab eodem inlanabile vocatur. Si tribus Antyciris
caput infanabile nunquam Eon fori Eyctno commiferit. Laurigerum a Politiano:
Eaungerum morti subjicere caput. Manto impavidum vocat. Impavidum- r que ultro
caput ad tormenta reportat. Ruinofiun ab eadem nominatur: Fecla rumorum caput
inclinare videbat. Ab eadem funeftum: Funcflum dirumque caput. Adhuc ab eadem
implume: Implume caput Grande a Prudentio: Grande per infirmos caput excifur a
miniflros. Eximium ab eodem: Servajfet caput eximium, sub Ime, beatum. Hostile
a Statio. Spetlat atrox, hoslile caput. Furiale ab eodem. Obnubit furiale
caput. Ab eodem adhuc venerabile. Meritaque caput venerabile quercu. Si heee
tibi forte non luffecerint, copiosius Authores evolvere placeat, ex quibus tibi
major fuppellex luppeditabitur. Solet Convivalis Menla, pofl cibos,
necessarios, et madteas fuccoias, ut commenfialium palatus indulcoretur, inter
bellaria, laporolissimos, et exquifitilfimos fiudeus proponere. Ego itaque
pariter in hocTradtatu meo, in hac menla, non Lotophagorum, aut La-ftrygonum,
quamvis humanis membris inftrudta, in apparatu bellariorum, fi non prout
oportet, laltemin ellentia, hoc est, ad manum fiem-per habens Authores
quibufeum loquor, tibi satisfacere fatagam. Et hi ipli Coci Atheniensies fiunt,
quos omni scientia ad certum quendam terminum inftrudtos volunt, li fides
habenda Magno Maficardio, qui Authores nominat, Athenaeum et Plutarchum. Itaque
ut ego te non fine frudlu quodam dimittam, in cujusque Tradatus fine pro
conclusione tibi Oden quandam poeticam offeram, qua: fi aliunde, et non de
calamo meo prodierit, ficio te fipiritum aut dulcedinem in ea desideraturum non
elle. Sed fi paupercula Mula mea tibi donum hoc dedent, precabor te, ut cum eam
incultam, et infiulfiam adverteris, infirmitati compatiaris: siquidem etiam in
habitu quandoque veteri, aut nimium prolixo, aut in lacerna vili comparuerit,
nolfie oportet me Protheum non elle, qui versicolorem me pnebeam, fiemper idem
lum. Nec in diebus meis histrionem unquam egille memini, ut quotidie glorier,
me indumenta mea, et personam tranfimutare. Invidus fium iis, qui imitantur
funambulones, tam perite fiupra funes choreas ducentes. In tanta autem
vivacitate, cogitationum in tot quorundam conceptibus, et influentiis, quisque
quantum potest, bilancem in a: quipondio teneat: li autem in unam vel alteram
partem inclinaverit, videat ne impingat, &c Ce contubernalium rifioni
exponat. Non ignoro et hic ollam mihi fiat bullientem non efle. Ad omnem
nihilominus greflum pedum meorum intentus fium, ne forte procidam, cum noverim
in terram hic cecidille, mortaleelle, sicut jam videre licuit. Libet mihi
pedibus potius incedere, quam equo effreni, aut refradario me committere: qui
me de lella excutiat, cum ficiam Hippogryphos Atlantis, et Chymreras
Bellerophontis fabulofas elle. Pauci et rari fiunt, qui fiupra dorfium Pegafi
fialtare noverint: et fiquidem ille cum ungvulafiua effodere Caffalium fontem
potuit, quem lateat cuique fialtem licitum elle fontem hunc attingere? Hic cum
perennis fit, pauperi irque jc diviti potum minillrat: qui etiam diun equi
ungvula tactus Fuerit, tam pauca, quam multa luggerit: tam cui datum eft fiolis
ungvulis intralle, quam totum fie immerfille. Fateor parfimoniam pedis mei, qui
non nili intingere ungues potuit. Id totum retuli, ut benigne ledor occafio
tibi detur, qua mihi compati velis, fiquidem ubi de deliciolis Pindi
convallibus meliores irudus non attulero, quam quos tibi in hoc loco obtulille
me vides: Argumentum tale etl. Laus Capitis. Supra sententiam Philonis, ubi
ait: Ubicunque fate/litium Regium efl, ibi Rex fatellitio Jhpatus fedem habet.
Sed totum anima fatcllitium, sensuum nempe organa in capite sta funt. Del
medemo suo Autore eccelsa Imago, A cui pur volle il Creator Sovrano, Ne lia gr
and opra efercitar la mano, Se flejfo in lei d'effgiarfi vago. Sfavilli il
Sole, e folgoreggi il Fago, Futto e creato al beneficio humano: Infufe l’Alma
in lui: celefle arcano: Onde foffe di glorie altero, e pago. Come qualos di chi
mirar s’avenne Sotto al suo Redi purpurati Eroi, Glorioso Senato in Di folenne,
In fmil guisa a miniflri fuo i Principi numerar subditi ottenti e, Se potenz.e
vitali il capo in noi. Giovanni Bovio. Keywords: implicature di ‘animale
parlante’, ‘un tono, una figura’ – homo symbolicus, Aristotele, Grice – i gesti
e suoni degli animali sono signi – i suoni e i gesti dell’uomo sono simbolo.
Non e manifestazione – delo – chiaro – la manifestazione o rivelazione
appertiene all’animale – nell’uomo il simbolo e arbitrario, e ‘ad placitum.’ NB
Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Bovio” – The Swimming-Pool Library.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Bozzelli: la ragione conversazionale e l’mplicatura
conversazionale di Lucano – su Catone il Giovane – Catone in Utica – scuola di
Manfredonia – filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice,
The Swimming-Pool Library (Manfredonia).
Filosofo pugliese. Filosofo italiano. Manfredonia, Foggia, Puglia. Grice: cf.
tragic dialogue – Oreste a Pilade – and Enea’s Niso e Eurialo’ – Grice: “Not to
mention the rape of Lucrezia, and Romolo killing Remo, and the rest of it.” -- Grice:
“You’ve got to love Bozzelli; at Oxford, it would be difficult to find an
English philosopher interested in English tragedy, but Bozzelli’s expertise is
‘tragedia romana’ – Ercole and the rest! Philosophically, Bozzelli speaks
indeed alla Aristotle of the tragic – alla Nietzsche, too – since ‘lo tragico’ is
possibly a philosophical category – On top,
if I have been called a mimetist, so is Bozzelli – ‘lo tragico’ becomes
an adjective, and qualifying ‘imitation’ – Aristotle’s principle for mimesis
and tragedy as meant for catharsis – with Bozzelli, it is ‘imitazione tragica.’
He wisely skips (almost) the Middle Ages and reviews ‘tragedia romana’ and how
it becomes ‘tragedia italiana’!” Noto per essere stato l'estensore della
Costituzione del Regno delle Due Sicilie. Dopo le scuole secondarie dagli Scolopi,
Studia a Napoli. Laureatosi, entra nell'amministrazione statale: uditore
giudiziario presso il Consiglio di Stato. Entra nella sopraintendenza della
Salute, dapprima come ispettore generale e poi come segretario. Nello stesso
tempo si dedica all'attività metafisica. Pubblica "Poesie varie" una
antologia di versi scritti secondo il gusto del XVIII secolo. Di sentimenti
liberali, prese parte ai moti costituzionali che gli costarono dapprima la
prigione e successivamente un esilio che trascorse in Francia. Durante l'esilio
espose in numerosi saggi le sue concezioni politiche di liberale moderato,
fautore di una monarchia costituzionale e avverso al programma
democratico-radicale. Scrisse inoltre saggi filosofici di etica e di estetica.
Rientra in patria. La fama di grande cultura e di integrità morale acquistata
durante l'esilio, lo garante un grande prestigio all'interno del partito
liberale delle Due Sicilie. La sua popolarità divenne ancora più grande dopo un
nuovo periodo di prigionia assieme a Carlo Poerio e a Mariano d'Ayala.
Pertanto, dopo l'inizio dell'insurrezione siciliana e incaricato dal presidente
Serracapriola di preparare il decreto reale che fissa i principi
costituzionali. Nominato ministro degli Interni, in sostituzione di Cianciulli,
con l'incarico di stendere il testo della Costituzione. Dapprima
fautore, con Poerio ed Ayala, dell'idea di ripristinare la Costituzione
napoletana. Tuttavia, poco dopo si convinse della necessità di stendere carta
costituzionale completamente nuova, un compito che porta a termine da solo e in
soli dieci giorni. La costituzione delle Due Sicilie approntata da lui e
composta di 89 articoli. Rcalca di fatto sia la Costituzione francese (eccetto
nei punti in cui si trattavano le autonomie locali) che la Costituzione belga.
La sua Costituzione venne tuttavia criticata immediatamente dai democratici
perché non offer sufficienti garanzie di libertà ai cittadini, limita i diritti
elettorali su base censuale e lascia al Re ampi poteri discrezionali. Venne
escluso dal governo costituzionale di Troya per divergenze sulla politica
estera (e contrario alla guerra contro l'Austria). Partecipa invece, come
ministro degli Interni e dell'Istruzione Pubblica, al governo Spinelli
costituito dopo il colpo di mano di Ferdinando II. Sebbene il suo'intento e
quello di mitigare la reazione regia e affrettare il ritorno alla legalità,
venne accomunato dall'opinione pubblica nel discredito del governo delle Due
Sicilie, nonostante fosse sostituito agli Interni con Vignali per ordine dello
stesso Ferdinando II. Si ritira a vita privata avendo come unica fonte di
reddito la pensione maturata per essere stato consigliere di stato. Con la
conquista del Regno delle Due Sicilie il nuovo Regno d'Italia gli revoca anche
questa. Supremo Magistrato e Soprintendenza Generale di Salute delle Due
Sicilie, Giornale di tutti gli atti, discussioni e determinazioni della
Sopraintendenza Generale e Supremo Magistrato di Sanità del Regno di Napoli. In
occasione del morbo contagioso sviluppato nella città di Nola. Napoli: nella
Stamperia Reale. Poesie varie. Napoli: da' torchi di Giovanni de Bonis. La
strega di Manfredonia. Napoli: Guida. Della imitazione tragica presso gli
antichi e presso i moderni: ricerche del cavalier Bozzelli. Lugano: Ruggia. Dizionario
biografico degli italiani. Per quanto voglia rifrugarsi attentamente
negli annali della filosofia romana, risalendo fino all'epoca in cui la
conquista della Macedonia menò con altri a Roma Panezio, e per mezzo di essi
fe’scintillare i primi raggi di una positiva coltura filosofica tra quei feroci
repubblicani, è difficil cosa il concepire quali sono ivi le origini, quali
segnatamente i progressi del concetto del tragico. – CATONE UTICENSE: tragedia?
TRAGEDIA PRETESTA – INCORONAZIONE DI POPPEA? LA MORTE DI DIDONE? IL FRATRICIDIO
DI REMO? GL’ORAZI E I CURIAZI – MARCO – COROLIANO? L’ASSASSINIO DI GIULIO
CESARE? Non possiamo di rettamente giudicarne da ciò che tentarono in questo
genere Andronico e Gnevio, Ennio e Pacuvio, i quali precedettero il principato
di Ottaviano; perchè le loro opere non sono giunte insino a noi. Lo stesso è a
dirsi relativamente a quelle che furono scritte alquanto più tardi, quali, a
cagion d'esem pio, furono la Medea di Ovidio e il Tieste di Vario, con altre
molte che le ingiurie de' tempi ci hanno ugualmente involate. Questo fatto
notabile ci vien però attestato da Orazio, che alla sua età la moltitudine
interrompea spesso ne' teatri la rappresentazione di una favola tragica, per
chiedere che se le desse invece a spettacolo un combattimento di fiere o una
pugna di accoltellanti: ond' egli stimava che ciò scoraggiasse o distraesse i
poeti dall'intraprendere quella carriera. Ecco i suoi versi all'uopo: Saepe
etiam audacem fugat hoc terretque poetam, Quod numero plures, virtute et honore
minores, Indocti, stolidique, et depugnare parali, Si discordet eques, medio
inter carmina poscunt Aut ursum, aut pugiles: his nam plebecula gaudet. Il
fatto dee tenersi per innegabile. Orazio lo afferma sto ricamente; nè può
supporsi ch' ei si piacesse di mentire in faccia a ' suoi proprii contemporanei,
ed allo stesso Augusto, a cui quei versi erano indirizzati. Ci vorrà intanto
esser per messo di non consentir di leggieri nella induzione ch'egli ne cava,
dando quel disordine, vergognoso invero a un popolo incivilito, a motivo di
scoraggiamento ne' poeti. È certo che una simile plebecula esisteva pur essa in
Atene, quando la tragedia vi nacque; e, gridando d 'impazienza che tal novità
non avea niente a fare con Bacco, ella ben avrebbe gradito di veder piuttosto
satiri, col volto intriso di feccia di vino, avanzarsi giocondi sopra ornate
carrette per divertirla con racconti osceni e con ditirambi da ebbri. Non però
Eschilo ne fu smagato. Forte del sentimento ardito che lo ispirava, e della
profonda conoscenza che acquistato avea del cuore umano, ei seppe con la
occulta seduzione operata da' suoi prodigiosi dipinti, innalzare il popolo
insino a lui; e riem piendolo di maraviglia e di stupore, obbligarlo ad
accoglier le sue opere co ' più straordinarii applausi, per cosi produrre una
rivoluzione istantanea nella maniera di sentire, non già guasta, ma non ancora
educata, del pubblico, in fatto di tragedia. E un simil fenomeno fu osservato
poco tempo dopo, rela tivamente alla commedia greca. Il basso popolo, avvezzo a
udir sulla scena il licenzioso linguaggio Aristofane, e a vedervi rappresentate
sconce o grossolane situazioni, benchè sempre condite di un lepore comico
ammirabile, mal sofferse che Cratino, cangiando sistema per la ingiunzione
delle nuove leggi che miravano a reprimere quello scandalo, gli offrisse a
spettacolo più decenti orditi; e un giorno andò fino a scacciarlo dal teatro
con tutta la comitiva de' suoi attori. Chi non lancerebbe a piena mano i
motteggi e il disprezzo su tanta corruzione di gusto e di costumi? E questo
esempio frattanto non valse a scoraggiar Menandro, il quale, creando la nuova
commedia, la depurò delle antiche sozzure, e ne fu coperto di lodi. Il popolo
adunque s'increbbe non del decoro dell'azione, perchè lo applaudiva in Menandro,
bensi del poco senno e della insipidezza onde Cratino, che era un me
diocrissimo poeta, si avvisò di adombrargliela: ed era natu rale, se non
lodevole, ch' ei preferisse le lascivie che gli te neano sveglio ed ilare il
sentimento, ad una decenza freddis sima che lo facea sbadigliar di noia. Or fu
il citato disordine che impedi ad un Eschilo di apparire, o non piuttosto la
man canza di un Eschilo che suscitò un tal disordine in Roma? Questo problema
non è sfuggito' a' critici moderni: e, benchè tutti lo abbiano riguardato da un
solo aspetto, e non forse il più sicuro, ciascuno ha pur tentato di scioglierlo
a suo modo. Interpretando a capriccio, ed oltre misura esten dendo il frizzo di
Orazio, alcuni hanno attribuito quella penu ria di tragici presso i Latini alla
grande ignoranza del popolo, il quale, avviluppato nelle sole abitudini di una
vita pratica e materiale, non offria stabil presa a' poeti da esaltarlo ad alti
concepimenti con lo spettacolo di azioni drammatiche. Altri ha soggiunto che
ciò inoltre derivasse dall'affluenza de' tanti stranieri ammessi a cittadinanza,
i quali aveano tras formata la città di Roma in un miscuglio informe di nazioni
senza omogeneità nelle maniere di credere, di vivere e di sentire. I più arditi
alfine, risalendo a cagioni ancor più uni versali, han pensato spiegar l'enigma
con la mancanza presso che ivi assoluta di tradizioni eroiche, di abbaglianti
remini scenze, di antichità remote, le quali, ricongiungendo l'ori gine delle
umane razze a quella delle razze celesti, furono si feconde di nazionale
orgoglio e di spontanee ispirazioni presso i popoli della Grecia. Esaminiamo in
breve ciò che può es servi di falso e di vero in queste diverse ipotesi.
Innanzi tutto, allor che gli eruditi con si franco animo attribuiscono il
difetto di tragici ne' Latini alla grande igno ranza del popolo, par ch' essi
non abbiano presente di quella storia se non lo splendido periodo in cui le
vacche di Evandro ivano mugghiando non custodite per le strade ancor de serte
di Roma. Se non che la curiosità dell'osservatore non è suscitata che dal
vedere quel difetto continuarsi nel cosi detto secolo di Augusto, il quale
vantò storici ed oratori e naturalisti e filosofi e giureconsulti di tanta
eccellenza; e pro dusse in breve spazio di anni nobili poesie di ogni genere,
se non di conio eccelsamente originale, ritemprate almeno con felicità
portentosa e con mirabile forza d'immaginazione. Quando dunque con la parola
popolo non voglia significarsi una frazione infinitesima della società, quella
pretesa igno ranza in tanto apogeo di coltura intellettuale rimane incom
prensibile, come l'idea di un vasto incendio che si súpponga scoppiato senza
materie combustibili atte a servirgli di ali mento. Ed a chi volesse limitar
l'accusa ad un solo oggetto, domanderei, onde tanta cecità in quel popolo per
la ' sola poesia tragica, in mezzo a tanto e si dilicato senso di ammi razione
per tutte le altre arti gentili? Noi ignoriamo alle opere drammatiche di qual
poetonzolo il popolo impaziente facesse l ' oltraggio di cui parla ORAZIO. Quel
si discordet eques, che questi non obblia d'indicarne a motivo, può
interpretarsi in tante maniere !.... È certo non esservi memoria che ivi fosse
interrotta del pari la rappresen tazione delle commedie di Plauto e di Terenzio:
ed è sopra tutto nota la lusinghiera accoglienza che il primo eccitava sempre
da parte degli spettatori. Taluno ha preteso che ciò dipendesse dalle troppo
libere immagini onde talvolta questo comico solea rifiorire il suo dialogo: ma,
non essendo questa libertà da imputarsi al nodo de ' suoi orditi, è poco
presumi bile ch'ei fosse unicamente applaudito per l'espressione licenziosa
degl’ornati. Senza che il divulgato aneddoto, che un fre mito di assenso e di
approvazione universale si levò un giorno nel pubblico, udendo dire a un
personaggio teatrale, Homo sum, nihil humani a me alienum puto, prova
interamente il contrario: anzi ci dà a divedere di qual gusto squisito e di
qual diritto senso morale fossero allora dotate le genti latine; poiché quel
motto, riunendo in sė poetica bellezza a filosofica verità, par dettato alle
muse latine nella santa scuola di Ari stide e di Focione. In quanto al concorso
degli stranieri ammessi a cittadi nanza, per effetto del quale si è voluto far
di Roma una Ba bele, in cui per la diversità de' linguaggi l'uno per poco non
intendea più l'altro, mi sia permesso di riguardarlo come una esagerazione di
dati e di conseguenze ugualmente privi di rea lità. Allor che il dritto di
cittadini romani concedevasi a in tere popolazioni, come avvenne a molte del
Lazio e prima e dopo lo stabilimento della repubblica, queste non trasmi
gravano subito, a guisa di mulacchie, per andarsi ad attendare nel recinto
de'sette colli: e allor che si conferiva quel dritto a semplici individui, eran
questi ordinariamente principi e magnati che il senato volea rendere a sè
benevoli, soffre gando loro quel titolo reputato, come avvenne a tanti celebri
Germani, Celti ed Iberi, i quali essi stessi non sempre lascia vano le loro
patrie per dimorare stabilmente in Roma. Nella sola classe de servi, il numero
degli stranieri era immenso per l'abuso delle conquiste: ma nè il teatro era
instituito pe’servi o frequentato da servi, nè la potenza de liberti usciti del
loro seno, che infestarono Roma delle loro turpitudini, appartiene al secolo di
cui qui si tratta. Una massa di veraci e purissime antiche razze romane
esisteva dunque in quel centro di universal dominio, a cui i tragici poteano
indiriz zarsi con buon successo: e l'osservazione che siegue ne dará
evidentemente la prova. I latini scrittori non ebbero tutti la culla alle falde
del Tarpeo; ne vennero dalle diverse regioni d'Italia, e sin dal l'Asia,
dall'Africa dalla Spagna: ' e non dettavano al certo le loro opere ne' dialetti
municipali o nelle straniere favelle 1 CICERONE, VITRUVIO, ORAZIO, OVIDIO
nacquero in quel che oggi chiamasi regno di Napoli: Catullo, LIVIO (si veda),
Cornelio Gallo, VIRGILIO (si veda), in quel che oggi chia masi regno Lombardo -
Veneto: Plauto e Properzio nacquero nell'Umbria, Sal Justio ne' Sabini, Tacito
in Terni, l'ersio in Volterra, Plinio il giovinc in Como: Fedro fu trace,
Terenzio cartaginese; e più tardi Columella, Seneca, Marziale, Lucano, furono
spagnuoli, ec., ch'essi erano stati avvezzi a balbettar nell'infanzia, ma in
quella lingua nobile, purgata, numerosa, che, parlata gene ralmente in Roma,
ogni di s’illeggiadriva e si magnificava nelle strepitose discussioni del fòro
e della tribuna. Or come spiegar questo fenomeno allor che si niega ivi
l'esistenza di un fondo, e di un fondo estesissimo di ingenua romana gente, la
quale avesse quella rigorosa omogeneità nelle maniere di credere, di vivere e
di sentire, senza cui una lingua nè sì forma, nè s'ingrandisce, nè si conserva?
Era dunque per incantar le orecchie de' non Latini, che quegli scrittori avean
cura di esprimersi nel più gentile latino idioma? era con la grammatica
scarmigliata e con la mozza fraseologia de' Germani, de' Celti, degl'Iberi e
de' Britanni di quella età, che si giudicavano meritevoli di elogio le tante
sublimi opere di poesia, di storia e di eloquenza che videro ivi la luce? E può
mai supporsi composta d'ignoranti o barbari quella folla di popolo che, siccome
TACITO narra, uditi un giorno in teatro alcuni versi di VIRGILIO, tutta si levò
in piedi con entusiasmo spontaneo, e fecegli riverenza come se fosse stato
Augusto? Ne’ teatri di Roma erano stabiliti seggi distinti pe'con soli, pe’
senatori, pe' pontefici, pe' tribuni, pe' magistrati d'ogni ordine e d'ogni
specie, e fin anche per le vestali; chè sotto il principato di Tiberio troviamo
un decreto del senato, con cui si conferisce a Livia il privilegio di seder tra
le vestali negli spettacoli. E dee dirsi che i vecchi sopra tutto li fre
quentassero; essendo ivi legge antica, la quale obbligava i giovani, ovunque
nelle sale degli spettacoli un vecchio si pre sentasse, a levarsi
immediatamente in piedi, e cedergli il luogu per venerazione. Di questa massa
principalmente for mavasi colà dunque il pubblico de' teatri: ed a questa massa
dovea senza fallo aver Terenzio la mente, allor che asseriva non esser altro lo
scopo di un poeta drammatico, se non quello di far gradire al popolo spettatore
le favole ch'egli or diva; onde esclamò nel prologo dell’Andriana: Poeta cum
primum animum ad scribendum appulit, Id sibi negoti credidit solum dari Populo
ut placerent quas fecisset fabulas. Or io ripeto: era per lusingare un popolo
di barbari e d'igno ranti che quel Cartaginese mettea tanto studio nel portar
la favella de’ Latini al sommo della grazia e dell'eleganza, era per lusingar
barbari ed ignoranti che Lelio e Scipione, rino mati a quei giorni per saviezza,
per virtù e per credito, con fortavano questo poeta de' loro benevoli aiuti e
de’ loro illu minati consigli? È fuor di dubbio finalmente che ad attingere
svariate ma terie di rappresentazioni tragiche i Romani ebbero anch'essi
dovizia di memorie nazionali ed eroiche; ove guerre di pas sioni, assedi di
città, imprese di vendetta, mutamenti di sta ti, ratti di donne, e fratricidi e
commozioni e rovesci e ma raviglie di ogni specie si succedono e si confondono
ad im prontar di poetica grandezza le più lontane origini di quel popolo. Nè al
mio soggetto fa ostacolo che quelle famose tra dizioni siensi trovate spoglie
di storica certezza dalla nuova scuola in questo genere, che, aperta dal Vico
in Italia, ė stata poi continuata dagli Alemanni. Verità o favole, storie
positive o allegorie inventate per vaghezza di portenti, basta per me il sapere
che eran generalmente divolgate e facean parte delle credenze pubbliche de'
Romani a' tempi della loro intellettuale coltura. Per quanto infatti si tenga
oggi per as surda la venuta di Enea in Italia, è pur vero nondimeno, e TACITO
non isdegna di attestarlo gravemente, che la famiglia de' Giuli, perché
supposta discendere da quel Troiano, si ri guardava di buona fede come del
sangue di Venere. Le menti anzi con tal fervore si pascevano di siffatte
finzioni, che dopo averle vagheggiate in quei vecchi canti rozzissimi che ne
ser barono da prima le oscure reminiscenze, le videro un giorno con applauso
universale rinfrescate di si egregi colori ne' qua dri dell’Eneide, la quale
può da questo lato considerarsi co me un vasto tesoro delle più remote
antichità latine. E se non vi ebbe tra’ Romani quella profusione di celesti
discendenze onde i Greci avean abbellite le origini delle loro più insigni
razze principesche, pur nondimeno una illusione prestigiosa, capace ivi
d'imprimere forte movimento a tutte le facoltà poetiche, preoccupava
tenacemente gli spiriti. E fondavasi nell'immagine di Roma, per memorandi
oracoli riguardata come potenza eterna, invincibile, dominatrice; in nanzi a
cui tutti i popoli della terra doveano tardi o presto piegar la fronte
sommessi; che i numi stessi del cielo non aveano forza di abbattere; che la
religion civile avea riposta finalmente a simbolo d'immensità fra le tenebre
misteriose onde nell’Olimpo era inviluppato lo stesso Destino. Sicché ad un
Romano bastava il tenersi parte integrale di questa città per credersi di
discendenza più che celeste, e trovar nell'esaltazione di cosi nobile
sentimento l'alito animatore di tutte le grandi imprese nelle arti della pace,
come in quelle della guerra. E a far della tragedia una creazione indigena,
oltre all'abbondanza delle loro nazionali antichissime vicen de, oltre a quel
fermento di orgoglio che l'immagine di Roma suscitava in tutti, i Romani ebbero
il medesimo o pri mitivo impulso che per facili associazioni d'idee la fe ’
nascere dalle feste di BACCO ne' Greci; avendo pur essi posseduto in certa
guisa i loro Epigeni e i loro Tespi negli autori di quelle rinomate favole
Atellane, che veniano rappresentate sopra palchi ambulanti nelle pubbliche
solennità. Rimosse adunque come false o mal distinte le spiegazioni addotte
sinora intorno all'oggetto che ci occupa, e sino a quando da’ricercatori
dell'antichità non ne sieno poste innanzi delle meglio fondate, a me non resta
che di attenermi al nudo fatto, quello cioè che grandi e veri tragedi mancarono
assolu tamente a Roma per trasportar l' animo anche de' più ritrosi nella
sublimità di questo genere di produzioni; e non conve nir quindi trattar con
troppo di asprezza il popolo che osò far sene beffe. Nè poi questo fatto è
realmente unico: chè lo veggiamo più volte ripetuto nella storia delle lettere
moder ne. Or domando: trovandoci spiacevolmente arrestati dalla penuria di
siffatte opere presso i Romani della età di OTTAVIANO, scenderemo noi ad
attinger ivi contezza di quest'arte dal solo teatro di Seneca, apparso in tempi
ne'quali, non che annien tata ogni reliquia dell'antica virtù, libertà ed
altezza di so ciali condizioni, la stessa lingua che risonò con si dolce fre
mito ne’versi di Catullo e di Orazio, di Lucrezio e di Virgilio, cra caduta
quasi che pienamente nel fango? In verità, se per avventura il popolo romano
potesse risorgere alcun poco da quel sepolcro che si erge smisurato al par di
lui nella immensità de' secoli, e ricollocarsi gigante qual era nel periodo
della sua letteraria grandezza, non so se oserebbe assumer senz' onta titoli di
gloria per l'arte tragica, indicando unicamente codesto suo retore famoso, che
rubò non saprei donde la maschera di Melpomene per introdursi sconosciuto nella
schiera degli eminenti e benemeriti cultori di lei. Eppure, avendo egli
acquistata una celebrità che nel suo genere assomigliasi di molto a quella di
Erostrato, non è più concesso a' di nostri di tacerne, senza destar maraviglia
ne' più timorati. Ognun rammenta che il Corneille, il Racine e l'Alfieri,
benchè, grazie alla dirittura delle loro menti, uscissero incontaminati dalla
compagnia di questo autore, non però sdegnarono di corteggiarlo: ognun rammenta
che fra quei veterani dell'erudizione classica, i quali dal decimoquinto secolo
in poi attesero con si lunghe vigilie a impinguar di chiose, di comenti e di
elucubrazioni d'ogni specie tutte le opere de' Latini, i più valenti si fecero
suoi campioni. Ma vi è alcun lume a trarre dall'autorità di questi ultimi,
quando noi li veggiamo per troppa carità di patrocinio avvolgere i loro
panegirici in mille ampollose stranezze, e storti giudizi; e contraddizioni
evidentissime? Eccone in breve alcun passeg giero esempio. Giulio Cesare
Scaligero sostiene che le tragedie di Se neca non sono per maestå in nulla
inferiori a quelle di tutti i Greci, e che anzi per ornamenti e per grazia
superano di molto le tragedie di Euripide. Questa bestemmia, uscita francamente
dal labbro autorevole del patriarca de' dotti, non fu combattuta nel suo
general dettato: ma i confratelli di lui della medesima scuola non si
peritarono d'indebolir la, accapigliandosi bizzarramente fra loro per emendarla
ne' particolari. Non si può senza rimanere attoniti percorrere quel che ne
scrissero a vicenda Giusto Lipsio, Daniele Einsio, Giuseppe Scaligero, ed altri
moltissimi che sarebbe infinito il citare. Uno trova la Tebaide si bella da
crederla degna del secolo di Augusto; l'altro prendendo scandalo di questo giu
dizio, la estima indegna della stessa penna di Seneca. Questi antepone la
Troade a quanto sul medesimo argomento ci ha uno, di più alto fra i Greci;
quegli la dichiara bruscamente opera di un poeta da bettola. Qui si esalta come
magnifica l' Ottavia; lå si deprime come la più vil cosa della terra. E avvisi
di tal sorta, non pur diversi, ma del tutto opposti fra loro, baste rebbero da
sè soli a spandere il discredito su quel teatro: pe rocchè il bello è come il
vero; e la natura doto gli uo mini, con più o meno di piezza, ma
indistintamente tutti, della facoltà di scernerlo dovunque splende: sì che
dissen sioni cosi risaltanti non possono altrimenti spiegarsi, che at
tribuendole tutte a un inesplicabile delirio. Noi non vorremo a ogni modo,
usando di un metodo che il buon senso condanna, nè accoglier cieche prevenzioni
con tra il teatro di Seneca, sol perchè i giudizi che se ne fecero da molti
sono fra loro contradittorii; nè cercar troppo innanzi ne'motivi da cui que'
giudizi medesimi derivarono in tempi ne' quali era vastissima l'erudizione, ma
non ancor nata la critica. Astretti a parlarne un po' minutamente, non foss'
altro per indicarlo a' giovani poeti come uno scoglio fu nesto, a cui senza
pericolo di naufragio non è lor permesso di avvicinarsi, il nostro cammino
intorno a questo autore sarà più spedito e più breve. Indagheremo da prima di
qual tempra fossero le potenze costitutive del suo ingegno, le tendenze morali
che il dominavano da presso, le filosofiche dottrine ond’ era inflessibilmente
preoccupato, e qual necessaria in fluenza esercitassero le particolari
circostanze del secolo in cui visse, a rafforzare ed estendere queste
predisposizioni del suo essere. Scendendo in seguito all'esame imparziale de'
fatti, ci avverrà forse di scoprire ch ' ei fu il discepolo ingegnoso nelle cui
mani ebbero sviluppo ed incremento i germi delle innovazioni di cuiEuripide fu
l'inventore; e ch'egli pervenne ad esagerarle ne' più strani modi, a crearne
delle più mo struose ed ardite, ed a svolger cosi l'attenzione pubblica dalle
originarie bellezze ond'Eschilo e Sofocle aveano rivestito que sto ramo
dell'arte. In assai fresca età SENECA era stato condotto di Cordova sua patria
nella capitale del mondo; e correano forse gli ultimi anni del regno di
Augusto. Vi fece i suoi studii sotto la dire zione di quei celebrati retori e
filosofi, i quali prendeanvanto d'insegnare a'loro allievi tutte le scienze
umane e di vine: concutiebant foecunda pectora, ut inde omnigenas cogitationes
exprimerent. Dotato di uno spirito severo, vi goroso, penetrante, abbracciò le
dottrine della setta stoica che ancor predominava in Roma; dedicossi alla
carriera del fòro, ove acquistò riputazione di felice oratore, e mancò poco che
un tal successo non gli riuscisse funesto, perchè suscitò le gelosie del
frenetico Caligola. Fu avido di gloria e di sape re; ma e altresì di onori e di
ricchezze; e a procacciarsi que st' ultimo intento gli era mestieri di un
mecenate. Ne trovo uno efficacissimo in Domizio Enobarbo, rinomato a quei tempi
per credito e per potenza, perchè del sangue de' Cesari: ed è fama che Seneca
gli pervertisse la moglie, quasi a dargli un pronto attestato di riconoscenza
per la protezione ottenutane. Se non che la nerezza di questo attentato pare
attenuarsi nel rammentare che quella moglie fu Agrippina, il cui nome non venne
mai registrato per avventura nel novero delle vestali: tal che non può
determinarsi con sicurezza s'ei fosse il sedut tore o il sedotto. Ne’primi anni
dell'impero di Claudio, accusato da Messalina di aperta complicità nelle
turpitudini di Giulia, nipote di quel principe, fu esiliato duramente in
Corsica, fosse vera o non vera la sua colpa. Ivi compose il suo libro de
Consolatione, in cui adulò bassamente l'imperadore, e lo indirizzò a un costui
favorito liberto, perchè quei servili omaggi non si restassero ignorati e senza
effetto: il che non impedi che più tardi, non avendo più cagioni da temerne,
gli scrivesse contro una velenosissima satira. Non si potrebbe definir net
tamente s'ei mentisse innanzi alla sua coscienza quando pro fuse le lusinghe o
quando scagliò le ingiurie: è certo che, toccando in cosi brusca guisa i due
opposti estremi, non mo strò di avere un culto troppo edificante per
gl'interessi della virtù e della verità. Intanto Agrippina avea lanciato l'inco
modo marito nella eternità; e, divenuta sposa di Claudio suo zio, dopo l '
uccisione di Messalina, sua prima cura fu di ri chiamar Seneca dall'esilio.
Reduce in Roma, ei fu accolto festosamente in corte, decorato delle insegne
pretorie, e dato a precetlor di Nerone, il quale tenne a fortuna il poter
apprendere da tanto maestro le scienze morali, le lettere genti li, e l'arte di
regnare, a cui Agrippina sua madre occulta mente lo destinava. Ignoro quai
progressi facesse quel giovinetto eroe nella pratica della virtù: so che non ne
fece molti nelle lettere, perchè fu pessimo poeta e scrittor da nulla: e si
segnalò solo nella perizia del canto e della musica, che non gli furono cer
tamente insegnati da Seneca. Quindi è che, proclamato impe radore ad esclusione
di Britannico, più prossimo erede del trono, bisognò a Seneca dettargli le
orazioni, le lettere, i re scritti da recitarsi o da inviarsi al senato: e
divenne questa per lui una nuova sorgente di gloria, essendosi divulgato in
Roma che que' lavori eran suoi, e che Nerone parlava imboc cato. La voluttà che
egli traea da questo genere di distrazioni intellettuali, si trasformò subito
per esso in cosi dolce abitu dine, che, avendo quel pietoso principe ucciso
prima il fra tello e poi la madre, ei non seppe resistere al solletico di scri
verne le apologie da comunicarsi a’ Padri, in nome di lui: e non già ch'egli
approvasse quei misfatti, ciò disdicendosi a filosofo; ma per non defraudar
forse il popolo romano di una elegante perorazione in favor del fratricidio e
del matricidio. Si può comprendere quanto ei si rendesse caro al suo augusto
allievo per cotai servigietti, a ' quali aggiugnevansi quelli di essergli
sempre intimo consigliere nelle alte cure dello stato, e talvolta per
indulgenza verso la troppo fragile gioventù, anche mezzano in qualche intrigo
d'amore con le sue liberte. Fu quindi colmato di ricchezze, che Tacito porta
fino a trenta milioni di sesterzii; si fabbricò magnifiche abita zioni in villa
ed in città; tolse in isposa la bella Paolina; e cercò di obbliare
nell'opulenza i dispiaceri che gli cagiona vano i piccoli traviamenti a cui
Nerone lasciava di tanto in tanto trasportarsi per eccesso di zelo in vantaggio
del buon [Fu alla morte di Claudio, che Seneca, immemore de' mendicati favori,
onde questi lo avea ricolmo, gli detto contra, sotto il titolo di
Apocolokintosis, la satira di cui è detto pocanzi. Fa meraviglia che Agrippina
potesse in questo li bello veder con tanta indifferenza smascherate le brutture
di una Corte, di cui essa era l'arbitra. Ma vi si parlava della grand'anima di
Nerone, il quale dovea succedere al defunto principe, come il più degno: e ciò
spiega tutto l'enigma.ordine; traviamenti che Seneca vedea col medesimo occhio
del suo collega Burro, morens et laudans. Non per ciò i suoi principii stoici
cambiarono d'indole; anzi si tennero sempre incontaminati. Nuotando nelle
ricchezze, scrivea su di una tavola d'oro con uno stiletto di diamante massime
nobilissime in lode della innocente povertà: e, ritraendosi dalle stanze di
Nerone, opere della più pura morale sgorgavano dalla sua intelligenza ad
esaltare i preyi- della virtù e dannare il vizio all'obbrobrio de'secoli. Ma
era Seneca veramente stoico? Intendiamoci. La filo sofia stoica fu coltivata in
Atene nella sua parte teorica e nella sua parte pratica. Que' savi che la
professavano, aspirando a un cotal sommo bene di cui si erano formata un'idea
miste riosa, spregiavano gli onori, le ricchezze, le delizie della vi ta, e
viveano intemerati e paghi solo di quell'interno con tento che vien luminoso e
spontaneo da una coscienza in pace con sè medesima. Da gran tempo era stata
introdotta in Ro ma; e, per analogia di abitudini austere, vi fiori pura e
splendida fino alla morte dell'ultimo Romano, il quale bestem miando la virtù
per impeto d'indignazione, parve segnar quasi direi il cominciamento alla
decadenza di quelle famose dottrine. La filosofia pratica di Epicuro, se non
pur forse quella di Aristippo, sottentrava destramente a tenere il cam po: e ad
assicurarle il trionfo concorreano tutte le volontà, quantunque per diversi
motivi: chè quell' efferato Governo aveva interesse di evirar tutti gli animi
con la corruzione, per comprimere gradatamente le forze politiche dello stato,
e cosi dar base alla concentrazione di un poter unico ed assoluto: ed il popolo
avea bisogno di sommergersi in tutta l'ebbrezza de' piaceri sensuali per non
sentir l ' acerbo contrasto fra una servitù divenuta inevitabile, e una libertà,
che, di fresco spenta, non erasi ancor tutta obbliata. Per quanto però la
depravazione de' costumi fosse gene rale e progressiva, le rimembranze della
filosofia stoica non erano poi del tutto cancellate: ne restavano ancora le teorie
astratte, i pomposi dettati e l’esteriore affettazione de’modi: e quei ne
faceva più solenne apparato che più tendeva precipito samente a seppellirsi in
tutte le iniquità della vita domestica e sociale. Pur nondimeno, quando sotto i
successori di Augu sto le persecuzioni inferocivano, e Roma erasi trasformata
in un miserando teatro di stragi e di rapine, lo stoicismo parve risorgere a
metter vigore negli animi per un solo oggetto il disprezzo della morte. Il
suicidio, quest'atto si altamente riprovato dalle più sante leggi della natura
e della religione, rivesti la falsa maschera di una virtù, che per nuove malva
gità di tempi fu abbracciata da moltissimi. Da prima fu ispi rato da tenerezza
paterna. Le condanne per imputazioni poli tiche importavano la confisca de’
beni a vantaggio de’delatori: ma il senato pendeva per la regola che un
individuo non per desse il suo patrimonio, quando preveniva la condanna con
morte volontaria: si che, appena un Romano sentivasi accu sato, si affrettava
subito ad uccidersi, per non gittare i suoi figliuoli nella miseria. E non vi
era da nutrire speranze illu sorie; perché la semplice accusa era in quei tempi
una sen tenza di morte. Tiberio contraddisse; dimostrò al senato esser quella
una regola scandalosa ed assurda; sarebbe mancato co' premii il coraggio a'
sostegni dello stato; e intendea con questo nome indicar le spie e i delatori.
Questa prima cagione di strutta, non però i suicidi diminuirono in numero ed in
fero cia: restava un altro non men potente motivo a renderli po polari ed
onorati: quello cioè di sottrarsi all'infamia di cadere sotto la scure del
carnefice. Accesi da questo sentimento che rammentava i bei giorni della
romana fierezza, vedeansi uo mini, rotti ad ogni perversità, morir da forti
dopo esser vi vuti da vili. Le storie latine son piene di siffatte risoluzioni
che imprimono un particolar carattere di sopraumana costanza a quei popoli, e
di cui non vi ha che pochissimi esempi presso gli altri popoli dell'antichità,
anche de'più famosi e magna nimi. Erano anime maschie, gigantesche nelle virtù
come ne' delitti, che riunivano in sè tutti i contrari: nobili pre cetti,
azioni scelleratissime, vite degradate, morti eroiche e generose. Seneca fu
stoico in questo senso, perchè in que sto solo senso lo furono tutti i suoi
contemporanei. Or cer chiamo di ritornare al nostro proposito con un'altra
general considerazione, che metterå suggello a tutte le precedenti. ne, La
fantasia non può supporsi disgiunta dagli affetti, dalle opinioni, dalle
abitudini dell'uomo: chè anzi questa facoltà non sembra attinger vita se non
dal concorso di tutti i feno meni sensitivi, i quali agiscono in essa per
conferirle tempra e serbianze analoghe, e su i quali essa reagisce dal suo
canto ad estenderne e rafforzarne l'indole: si che, immedesimati in un sol
tutto indivisibile, rivestono in comune caratteri, at titudini e colori
identici. Un essere morale non si forma inol tre da sè solo e indipendentemente
dagli altri esseri di simil natura che lo circondano. Rarissimi sono i casi,
ove pur ve ne abbia di positivi a citarne, in cui un uomo, ergendosi come
gigante isolato sulla terra, ben altro che ricevere la menoma impronta dalle
condizioni de' suoi tempi, sembra de stinato a comunicar loro le sue proprie
fattezze, e a divenirne a un tratto l'arbitro e il modello. Nelle ordinarie
occorrenze della vita, l'uomo, considerato sotto tal rispetto, può dirsi come
il lento prodotto dell'azion progressiva che in esso eser cita il secolo in cui
si trova; onde, ritrattane in sé l'immagi ei lo rappresenta al vivo nelle sue
moltiplici maniere di vivere e di sentire. Seneca, non ostante il suo fortissimo
e riflessivo inge gno, era precisamente di questa tempra; e non avea in se
nulla di straordinario che lo rendesse capace di luttar con le circostanze per
imprimer loro una direzione più alta. Mancava sopra tutto di quel carattere
d'indipendenza che la storia ci mostra come dote inerente a tutti i grandi
poeti. La condotta che ei tenne con Claudio lo prova; e in quella cheadottò con
Nerone, vi è peggio. Non arrossendo in prima di asserire che Nerone col suo
regno lietissimo avea fatto obbliar quello di Augusto, andò poi sino a
chiamarlo amantissimo della veri tà, modello d'innocenza, benevolo e clemente
a'suoi stessi nemici: e non seppe scuotere la polvere de' suoi piedi, e ri
trarsi da quella fogna di nequizie, se non quando la morte violenta di Burro
gli fe' prevedere la sua, e sentir la neces sità insuperabile di rassegnarvisi.
Quindi la sua fantasia, svi luppata e quasi direi nutrita in mezzo a tante
nefandigie, non poteva esser troppo abile a sfangarsene per trasportarsi in
altri elementi, e vagheggiarvi la creazione dal suo lato pill splendido. Egli
stesso par che fosse ingegnoso a spezzarne le ali con quella sua trista
inclinazione ad ammassar tesori: per chè lo veggiamo accusato in Tacito di
rapace, e in Dione di prestatore ad usura. E se queste imputazioni son false,
con vien dire almeno che il suo procedere fosse tale da dar facile presa a
simili calunnie. Basterà dunque collocarlo nella sua propria sfera per
riassumere in brevi detti quali esser potessero le disposizioni del suo spirito
nell ' intraprendere la carriera tragica. Vide i principati di Tiberio, di
Caligola, di Claudio e di Nerone: e questo nobile quadrumvirato non era
certamente fatto per ispi rargli nozioni troppo rallegranti sulla dignità della
natura umana. Ovunque ei volgesse lo sguardo, non iscopriva che orrori; e
profondo indagatore qual erasi delle più occulte pas sioni del cuore, non
ravvisava intorno a sè che depravazione di sentimenti, sete d'oro e di dominio,
tendenze alla ven detta ed alle stragi, tanto da non poter egli rappresentarsi
l'uman genere, se non come una congrega di mostri, bale strati sulla terra dal
genio del male, perchè vi si divorassero a vicenda. Preoccupato quindi come
attore e come spettatore più nella conoscenza degli uomini che in quella
dell'uomo, egli dovea per necessità sentirsi tratto a rigettare in un mondo
d'illusione ogni specie d'infortunio, che, derivante da for tuiti casi, potesse
rannodarsi poeticamente alla segreta in fluenza di una fatalità invisibile: e a
non veder quaggiù di positivo e di reale se non delitti e virtù in contrasto,
carne fici e vittime in azione, e sempre il più debole schiacciato con perfidia
o con violenza dal più forte. Non altrove in fatti che su queste basi egli
attese ad innalzare il suo tra gico edifizio. Determinata cosi l'idea
fondamentale che dovea servir di unico anello agli orditi, era geometricamente
inevitabile che a riempirli con analoga successione di parti, gli fosse pria
d'ogni altro mestieri di spingere ancor più oltre il sistema di conferire
intensità concentrata alle situazioni, a' caratteri ed agli affetti, onde in
tal guisa tutto concorresse ad isolar le im magini per rappresentarle ne' loro
nudi e più rilevati contor ni. Quindi nelle sue sceniche figure vi ha sempre,
se cosi è permesso di esprimersi, un esagerato lusso di anatomia, ed una
secchezza di commessure che colpisce e non incanta: nulla è in esse tracciato
sopra linee ondeggianti, ove l'occhio possa riposarsi con equabile digradazione
di movimenti; nulla è la sciato ad arte nelle ombre da esser supplito dalla
fantasia dello spettatore. La materia de' suoi componimenti, definita per ciò
appunto sin da' suoi primi sviluppi con metriche dimensioni, e le più volte
attinta più da' tesori della scienza che da quelli della poesia, non poteva
allora che rivestire forme rigide, scarne e prive di calore e di vita; perché
non si riferiva ad alcuna flessibile immagine che dominasse da lunge a spander
vaghezza ed armonia di variati colori ne' suoi dipinti. E ciò spiega nettamente
il biasimevole abuso che ei fe'de' monologhi, in cui talvolta si avviene a
comprender l'esposizione intera di una tragedia. Il monologo è certamente in
natura. Quando le passioni fermentano, l'uomo si piace a disvelare a sè stesso
i sentimenti da cui la sua anima è coster nata; e riesce così a comprimerne o a
rinfiammarne l'impe to, secondo che la ragione esercita in esso un impero più
forte o più debole. Ma questa rivelazione ha pur essa le sue leggi rigorose ed
inviolabili. Perché abbia luogo, bisogna che in quel momento gli affetti si
trovino in un certo stato di equi librio e di moderato temperamento che loro
permetta di rive stir forme possibili di linguaggio. Per l'opposto, le passioni
attualmente in tumulto sono mute; perchè aggorgandosi con veemenza per le vie
dell'anima, la rendono incapace di espan dersi di fuori e di manifestarsi con
altra eloquenza che con quella di un convulsivo silenzio: sopra tutto quando
esse son prossime a risolversi in atti esterni, perchè allora si opera e non si
parla; e l'azione scoppia in tanto più spaventevole, in quanto fu meno
preceduta da quella loquacità importuna che l'annunzia più romorosa che
devastatrice. È sol quando mo strasi grave di calma passeggiera e bugiarda, che
la tempe sta minaccia una più desolante rovina. A ciò si aggiunge che la
rivelazione degl ' interni affetti è propria dell'infelice e non del colpevole:
poichè il primo, as sorto ne’dolori che gli vengono da vicissitudini
accidentali ed estranee, sembra ne' suoi solitari lamenti voler interrogare Dio
e l'universo intorno alla cagione de' suoi infortuni; dove il secondo, il quale
opera per impulsioni di volontà consapevo le, apprestasi a compiere il meditato
delitto, ma rifuggendo sempre dal trovarsi troppo in presenza del suo delitto;
altri menti se gli solleverebbe la coscienza, e le più volte sarebbe distolto
dall'iniquo disegno diconsumarlo. Quindi avviene che in questo ultimo caso il
personaggio è tratto sovente a discor rere con sè stesso, non di affezioni, ma
di avvenimenti: e questo in poesia drammatica è un assurdo; perchè gli avve
nimenti sono di loro essenza inalterabili, e, considerati nu damente in sè
medesimi, non ribollono mai nell'anima a segno da indurci a rivelarli
partitamente a noi stessi per alleviarne il peso. Or si osservino da presso i
monologhi di SENECA: sono spessissimo declamazioni fuori natura, det tati da
intemperanza prosuntuosa di far pompa di parole, o di narrar fatti che il poeta
non sa rinvenir mezzi migliori da comunicare al pubblico; e agghiacciano la immagina
zione, perchè interamente privi di convenienza e di verità poetica. Si
richiedea l'occhio penetrante di Aristotile per disco prire che in Euripide i
cori deviavano talvolta dalla loro bel lissima ed originaria istituzione; ma
non vuolsi tanto corredo di sagacità per discernere ne' cori di Seneca un
simile difetto; perchè vi è portato sconciamente all'estremo, e snatura l'in
dole di questa preziosa macchina teatrale per cosi ridurla scientemente ad un
vano frastuono di cantici estranei all'azione rappresentata. Sono ivi
d'ordinario introdotti a tener veci di sinfonie per indicare i trapassi da un
atto all'altro; e quindi senza alcun legittimo scopo in quanto al fondo
dell'arte; se già non fosse per dar pretesti all'autore di sfoggiar la sua
abilità nella lirica. Nè vorrò qui ripetere a lungo quanto dissi nel precedente
capitolo intorno alle cagioni che spogliarono il coro tragico, si efficace ne'
due primi Greci, di ogni specie di drammatico prestigio. Basti aver sempre
innanzi agli occhi, che questo era un danno inevitabile per qualunque poeta, il
quale, pari al tragico latino, tendesse unicamente verso un genere di immagini
esclusivo di ogni conforto di pompa e di espansione. Non potendo io cessar mai
d'insistere sopra un oggetto che reputo importantissimo, mi sia dato di
riassumerne per un'ultima volta il senso. Lo spettacolo delle sventure,
dipendenti da' casi della vi ta, eccita, per l'infelice che ne soffre, una
serie di compas sionevoli simpatie, le quali si prolungano di là da' recinti
del teatro, e si risvegliano con forza tutte le volte che noi ci fer miamo a
riflettere sul nulla della condizione umana: per con seguenza i cori riescono
splendidissimi ed utili a preparare, ad accendere ed a protrarre quelle
tumultuose affezioni che il poeta seppe far nascere in altri. Per l'opposto, lo
spetta colo della distruzione del più debole derivata dalla malvagità del più
forte, eccita meno simpatie di pietà per l'oppresso, che sentimenti di
abbominio per l'oppressore: e queste non son durevoli, perchè richiamano a non
so quale immagine di desolante necessità, la quale concentra l'anima in sè
stessa, e non lascia luogo alla fantasia di svagare in alcuna idea di
possibilità che la vittima avesse potuto sfuggire al carnefice: quindi allora
non vi è alcun partito a trarre dall'intervento de' cori; perchè le passioni
odiose non han nulla di effusivo da esigere imperiosamente che si dispongano
personaggi in termedi per farle passar con rapidità e veemenza nell'animo degli
spettatori. Non vi ha dubbio esser questi propriamente difetti che appartengono
alla sola esecuzione: ma io non mi sono tratte nuto alquanto ad indicarli, se
non perchè li veggo suggeriti dalla stessa particolare idea che l'autore si
elesse a guida, ed a cui si ricongiungono strettamente come necessari effetti
di una cagione aperta ed immutabile. E non da altro fonte derivò pure quello
smisurato lusso di motti, di sentenze e di arguzie, di cui Seneca si piacque
d'ingemmare con tanta pro fusione le sue tragedie, le quali da questo aspetto
rassomi gliano ad una collezione di aforismi spessissimo empi e sto machevoli.
L'asprezza delle situazioni si presta difficilmente ad una calda ed espansiva
magniloquenza; e sembra esigere di siffatti modi saltellanti di linguaggio, che
dieno scolpiti ri salti ad attitudini si rigorosamente stentate. Nè gli era
biso gno di molta tensione di spirito per rinvenirne in abbondan za: bastava
frequentar, come lui, le anticamere de'potenti, per ammassarne de' più
spaventevoli, si veramente che ne' suoi personaggi vien rappresentata piuttosto
la natura de' Latini de' suoi tempi, che la natura umana in generale: e in
cotal guisa perdė fin anche il merito della invenzione. Procuriamo di
somministrarne in breve una prova. Quel suo celebre si recusares, darem, dato
in risposta da un principe malvagio a chi gli chiedea la morte per uscir di
tormenti, non è in sostanza che il feroce motto di Tiberio, il quale osò dir
freddamente a coloro che gli domandavano in grazia di far perire un Romano
ch'ei perseguitava: Adagio; non l'ho ancor perdonato. Quel detto del suo Atreo:
Mise rum videre volo, sed dum fit miser, appartiene di diritto a Caligola, il
quale prendea diletto ad assister personalmente alla tortura delle sue vittime,
per pascere i suoi sguardi nel veder messe in pezzi le loro membra: e
sdegnavasi contra i car nefici che non erano abbastanza lenti nella esecuzione
de' loro nefandi incarichi: e Seneca dovè udirlo più volte dallo stesso Nerone,
il quale non ordinava l ' assassinio di un infelice, se non dicendo à' suoi
satelliti: Fategli sentir la morte; tal che nella congiura di Pisone un suo
sgherro si vantò di aver tronca la testa di un cospiratore con un colpo e
mezzo. Quell'ini quo tratto della sua Medea, Perfectum est scelus — vindicta
nondum, era l'espressione favorita di tutti mostri che da Silla in poi aveano
insanguinato Roma. Se si confrontassero alfine le sentenze di Seneca con quelle
qua e là rapportate da Tacito e da Svetonio, si troverebbe ch'esse in gran
parte sono di origine storica, più che formate dalla sola riflessione del
tragico. Nė la ricca merce che in questo genere gli offrivano i suoi
contemporanei, gli era pur sufficiente: spigolava ne' Greci at tentissimo; e
dovunque scorgea una massima atroce, era in gegnoso ad annerirla più oltre per
appropriarsela. Euripide, a cagion di esempio, fe’ dire ad Eteocle nelle
Fenisse, che se per possedere un trono bisognava violar la giustizia, era pur
bello il divenire ingiusto: massima che il buon Cicerone dolevasi di udir
sempre ripetere da Cesare, come se Cesare avesse potuto aver massime di diversa
specie. Ma Seneca la trovò gretta e leggiera: una semplice violazione della
giustizia avea per lui certo che di vago e d'indeterminato che non rilevava
troppo l'orrore della immagine: gli bisognò quindi ritoccarla per darle maggior
precisione; e fe' dire più netta mente a Polinice: Pro regno velim patriam,
penates, coniu gem flammis dare. Per la patria e i penati s'intende; rap
presentano il capro espiatore di tutte le colpe d'Israele: ma quella povera
Argia che gli avea somministrato un esercito floridissimo, avrebbe mai potuto
credere che il tenero marito fosse disposto in ricompensa a gittarla tutta
vivente nelle fiamme per ottenere un trono? Non per ciò Seneca mancò sempre di
altissimi dettati. Quel Siste ne in matrem incidas, profferito dal cieco Edipo,
allor che dopo la morte di Giocasta ei brancolando cercava una via per uscir di
quella reggia contaminata, esprime un terror profondo di cui è difficile
immaginar l'eguale. Si è tanto ammirato quel Medea superest, imitato in seguito
con tanta felicità dal Corneille: ma ne' frammenti che di lui ci ri mangono
delle Fenisse, vi è un tratto di simil natura che a me sembra non meno poetico
ed eloquente. Antigone, per metter calma nell' esule padre, gli dice affannosa:
nell' uni verso intero che più ti rimane a fuggire? Me stesso, risponde Edipo
con fremito disperato. Ed è immagine bellis sima, perchè disvela come lampo
tutta la tremenda condizione di quell' infelice famoso. Nella stessa tragedia,
Edipo, volendo nell'eccesso del suo delirio uccidersi, sollecita Antigone a
porgergli il ferro col quale ei versò il sangue paterno; ed ac cortosi del
silenzio di lei, esclama con impeto: hai tu quel ferro, o i miei figli lo han
conservato per essi con la mia corona? E questa terribile e veramente tragica
idea riceve lume dagli amari motteggi, ond' ei riversa le sue imprecazioni
sugli empi fratelli, che, dopo averlo bandito del regno, sel contendeano fra
loro con le armi: Me nunc sequuntur: laudo et agnosco lubens..... Exbortor
aliquid ut patre hoc dignum gerant. Agite, o propago clara; generosam indolem
Probate factis..... Frater in fratrem ruat.... Ciò prova senza equivoci che,
almeno nel linguaggio, Seneca non mancò al certo di bei momenti di forza. Ma
che va le? È forza d'un ingegno fantastico ed intemperante, che non conosce
modi, non ammette leggi, e confonde spesso il su blime con lo strano. Perocchè
talora, imbattendosi in un alto concepimento, non gli giova esprimerlo d'un sol
tratto; ei vi ritorna le mille volte, lo stempera in mille diverse guise, ne
amplifica le forme con mille ricercati contorni, ed an nientando gli effetti di
prima impressione, produce sazietà e disgusto: tal altra, per troppa smania di
dire e di ripetere e di girar lungamente intorno ad un medesimo dettato,
inciampa senza far colpo, e va sino a render puerili e ridicoli i più tra gici
caratteri; perchè le immagini di spavento ch' ei cerca di eccitare, si
risolvono allora prestamente in concetti ed in arguzie di spirito, e
da'concetti e dalle arguzie si passa a poco a poco a vere scene di farsa. Nè vi
ha uopo d'indagarne al trove la cagione che in quella perenne boria di
mostrarsi nuovo ad ogni costo, e di prender dagli aridi campi di una prevenuta
intelligenza quel che non sa troppo facilmente rin venire ne' regni
fertilissimi di una spontanea immaginazione. Siemi concesso di trarne un solo
esempio dalle medesime Fenisse. Edipo annunzia di voler morire; ma non per le
ragioni che altri per avventura supporrebbe: ama le tenebre, e desi dera
procurarsene di foltissime nella notte del sepolcro, per chè quelle della sua
cecità non gli sono abbastanza profonde. Antigone piange in udir questa
risoluzione; non si costerni dunque l'amata figlia; non più si muoia; eidecide
di piantarsi ritto sul pendio di una rupe a proporre indovinelli a’ viandanti.
A questo nuovo disegno le lacrime di Antigone si aumenta no, perchè vede allora
nel padre, non più indizi di cordoglio, ma di demenza; si consoli dunque la
infelice, non si rinnovi la storia della sfinge. Si crederà forse ch'egli le
promet tesse di sopportar con dignità e rassegnazione la sua sventu ra? No: per
render la calma a quella sconsolata donzella, e darle ampio attestato della sua
riconoscenza, ei le offre di volere a un cenno di lei traversare a nuoto l’Egeo,
e andare a raccogliere nella sua bocca tutte le fiamme dell'Etna. Hic OEdipus
ægæa tranabit freta, Jubente te; flammasque, quas siculo vomit De monte tellus
igneos volvens globos, Excipiet ore. Or non doveva essere per Antigone un gran
principio di con forto, udendo il cieco padre che per diminuire le angustie di
lei vuol mostrarle di possedere il coraggio di Leandro e i pol moni di Encelado?
Seneca finalmente sentiva in astratto, che non è poesia dove non è pompa
d'immagini; e che la stessa semplicità, piuttosto che nuocere alla pompa,
concorre a renderla più splendida e più evidente. Se non che obbliava che
questo in dispensabile pregio di esecuzione prende la sua prima radice
nell'indole stessa del soggetto, il quale spontaneamente la produce, come fiore
ingenerato dal successivo sviluppo del germe che ne contiene in sè le forme
vaghissime, benchè in visibili all'occhio nudo: ond'è che dove il soggetto non
ne somministri gli elementi, il poeta si studia invano di crearla per sua sola
opera dal nulla; specialmente allor che le dispo sizioni del suo animo lo
traggono ad abbandonar le illusioni della fantasia per tutto concentrarlo nella
sollecitudine di sfog giar dottrine e di annerir la natura. La sua infatti
riesce sem pre pompa di esteriore apparenza, 0, per dir meglio, pompa
sovrapposta e forzata, che, non ricongiungendosi per alcun legame al fondo
dell'idea, degenera sovente in apertissima stravaganza, e vien come clamide
imperiale, che, gittata sulle spalle di un satiro, contribuisce meno ad
abbellirlo, che a farne risaltar più oltre la villana difformità. Ne addurremo
più giù gli argomenti di fatto incontrastabili. Ei tolse tutti i soggetti delle
sue tragedie dalla mitologia greca; nè l'Ottavia fa eccezione, perchè ormai gli
eruditi convengono non esser sua. A raggiugner però quelle situa zioni
richiedeasi il volo dell'aquila; ed il tragico latino avea per avventura un
manto di piombo ancor più grave di quelli che Dante pone addosso a una schiera
di dannati. Per valu tarne il merito in complesso, giovi poter distinguere
anche in lui tre diverse maniere di concepire e di dipingere i suoi qua dri.
Allor che il soggetto era di tal condizione fitta ed invariabile ch'egli non
potea da verun canto cangiarne l'idea pri mitiva, s' industriava di farne
un'amplificazione da collegio, e di acquistare in una specie di morbosa
gonfiezza quel che dovea necessariamente perdere in forza ed in elevazione: e
fu questo particolarmente il caso dell'Edipo. Quando alcuna materia se gli
offriva da esagerare a suo modo l'immagine del delitto, ei sentivasi nel suo
vero elemento a dar libero corso alle sue predilette tendenze: e ne diè prova
nel trattar la Me dlea. Piacendosi alfine di spingere all'estremo la dipintura
delle atrocità meditate, riprodusse il Tieste, quasi a chiuder la strada che
altri confidasse di sorpassarlo in questo mo struoso genere. L'esame analitico
di queste tre sole fra le sue tragedie giustificherà quanto finora si è detto
intorno alla in trinseca tempra di questo autore. Edipo. Se un contagio
sterminatore non si fosse ma nifestato in Tebe, che obbligo di ricorrere agli
oracoli per ap prendere i mezzi di porvi un termine, i casi di Edipo non si
sarebbero mai scoperti. Quindi Sofocle, nella magnifica espo sizione della sua
tragedia su questo soggetto, parla di quel flagello, ma in poche linee: il
sacerdote non ne fa menzione al re che a solo fine di spiegargli il motivo per
cui tutto il popolo è accorso in atto supplice a implorare i consigli e l'aiuto
del savissimo de'principi. Seneca per l'opposto, ob bliando esser quello un
incidente su cui non bisognava molto fermarsi, giudicò necessario d'impiegar
tutto il primo atto del suo tessuto a una minuta descrizione della peste onde
la città è tribolata. Edipo, dopo aver accennata la maledizione che pesa sul
suo capo di divenir parricida e incestuoso, senza che alcun ordine d'idee ancor
lo esigesse, togliesi di raccon tare a Giocasta, che dovea pur supporsene
istruita, i feno meni meteorologici onde quella calamità pubblica era disgra
ziatamente accompagnata: calori eccessivi, calme soffocanti, torrenti
disseccati, campagne isterilite, tenebre profondissi e in mezzo a questo
disordine degli elementi, prodigi straordinari, apparizioni di ombre, spiriti
ululanti la notte sull'alto de' tempii, e simiglianti. Usciti appena di questa
prolusione di fisica sperimentale, l'autore ci introduce in una sala di
clinica, menando il coro con una descrizione patologica della peste a fare una
mala giunta a quella di cui ci gra tificò Edipo. Gli spasimi, le convulsioni,
le febbri, l'abbatti mento delle forze, i gavoccioli, e fin la tosse che
affligge gl' infermi, somministrano materie al suo canto: nė vi man cano pure i
portenti: perchè le fontane versano sangue invece di acqua, forse per alcuna
chimica trasformazione operata dagl'influssi del pestifero contagio. Creonte,
che era stato inviato a consultar l'oracolo, giu gne al secondo atto per dire
al re, che, a cessar que’mali, era volontà de’numi che l' uccisore di Laio
fosse punito: nė tras cura di narrare a lungo le difficoltà incontrate dalla
Pitia per destar lo spirito profetico nel suo seno e dare i responsi analoghi
alle domande. Mentre il re lancia, come in Sofocle, le sue tremende
imprecazioni contra il colpevole, il cieco Tire sia, seguito dalla sua
figliuola Manto, che gli serve di scorta, vien sulla scena, non si sa da chi
chiamato, traendosi dietro altri ministri di tempii con un toro e una giovenca
per fare un sacrifizio nella reggia: e richiesto del nome dell'omi cida,
protesta di non saperlo; ma i numi glielo rivelerebbero mediante
quell'olocausto. La cerimonia è immediatamente disposta; e le particolarità che
l'accompagnano, benchè visi bili a tutti, pur vi sono minutamente notate per
mezzo di lungo dialogo tra l'indovino e la figlia, pieno di mistiche al lusioni
a' futuri casi di Edipo e di Giocasta, e fin di Eteocle e Polinice, che son
personaggi estranei all'azione. La fiamma del rogo scintilla de' più variati
colori, ed è solcata di strisce sanguinose ed insolite, si divide in due da sè
stessa, ed oltre ogni espettazione si spegne prima che le manchi l'alimento. Il
vino offerto in libazione si cangia in lurido sangue, e globi di fumo si
spiccano dall'altare e van rotando intorno al dia dema del re. La giovenca cade
al primo colpo della scure; ma il toro spaventato sembra fuggir la luce del
sole; e men tre stenta a morire, il sangue che gli sgorga dalle ferite,
spandesi a coprirgli gli occhi e la fronte. Le viscere sono aperte alle vittime
per leggervi il gran segreto: ma nulla vi si scorge al suo luogo, cuore, fegato,
polmoni, tutto è in dis ordine: le leggi della natura vi appariscono violate:
la gio venca inoltre ha concepito, e il frutto che porta nel ventre, é
extrauterino; fenomeno di cui Manto pare istruita più che a vergine si convenisse.
Compiuta però questa dimostrazione anatomica, il re crede invano aver tocca la
meta de' suoi desiderii con la sco perta del reo; quel romoroso apparato di
strane investiga zioni fu opera perduta: Tiresia dichiara esser tuttavia al
buio della verità, e quindi bisognargli evocar da' regni della morte l'ombra
stessa di Laio che gliela riveli. Ei parte infatti per adempiere in luoghi
solitari questa specie d'incanto magico: e Creonte, che con altri fu deputato
ad assistervi, ritorna ed apre il terzo atto col racconto di tutto ciò che
quivi era avve nuto. Poco lungi da Tebe è una selvaggia boscaglia: ei ne
descrive la posizione, gli alberi, le acque, e fino i venti che vi dominano.
Tiresia ordina che vi si scavi un ampio fosso, che vi s'innalzi sopra un rogo,
e vi si gittino molti animali in sacrifizio con le consuete libazioni di vino e
di latte, men tr' egli intonando lugubri carmi con voce minacciosa, invoca gli
spiriti ad uscir fuori dell'Erebo. Si odono allora urlare i cani di Ecate; la
terra trema; e sprofondandosi apre le vora gini dell'abisso, in fondo al quale
si veggono le pallide divi nità infernali passeggiar confuse con le ombre; e
con esse le Furie armate di serpi, i fratelli nati da' denti del dragone di
Dirce, la Sfinge che fu flagello di Tebe, e tutti i mostri spa ventevoli che
abitano quel nero soggiorno. A cosi tetro spet tacolo gli astanti sono
inorriditi: ma Tiresia, intrepido sem pre, invoca con maggior forza gli spettri,
che a torme innu merevoli arrivano volando sulla terra, e si spandono con fre
mito, lungo la selva. Ne sono indicati i nomi come in una rassegna di eserciti:
e lo spettro di Laio, che sfigurato dalle ferite è l'ultimo ad apparire,
annunzia infine con voce tre menda, che a rimuovere i disastri di Tebe, doveasi
cacciarne Edipo, ad espiazione di aver egli ucciso il padre, e di essersi
congiunto in matrimonio con la madre. Udita la narrazione di tanto prodigio, il
re costernato esclama esser falsa l'accusa, perchè suo padre Polibo ancor vive,
ed egli è lontano dalla sua madre Merope. Quindi sospetta che sia quella una
calunnia di Tiresia per torgli lo scettro e darlo a Creonte, cui altresi ca
rica di rimproveri e minaccia di morte. Si osservi di passaggio che questo
sospetto è ragionato in Sofocle, perchè l'accusa vien dal labbro di un uomo
qual è Tiresia: ma in Seneca è stolto, perchè quella rivelazione è fatta
dall'ombra stessa di Laio che tutti hanno udita. Intanto Edipo, compreso di
cruccio e di terrore, ricomparisce al quarto atto con Giocasta; e chiesti nuovi
schiarimenti sulle circostanze della morte di Laio, sovviengli di aver egli
ucciso un uomo pria di condursi a Tebe; e mentre alle risposte di lei i suoi
timori si accrescono, un vecchio pastore corintio sopraggiugne a dirgli che
Polibo avea cessato di vivere, e ch'egli era invitato ad occuparne il trono. A
questo annunzio ei si piace che l'oracolo da cui fu minacciato di divenir parri
cida, siesi pienamente smentito; ma, temendo egli tuttavia l'incesto, il
vecchio lo affida, svelandogli che Merope non era sua madre, e ch'ei,
ricevutolo bambino da un pastore di Tebe, lo fe ’ adottare in quella corte.
Quest'ultimo è appellato per dichiarar la nascita di Edipo, e tutto alfine si
scopre come in Sofocle. Al quinto atto un messo accorre a narrare che il re,
dopo aver percorso da furioso la reggia, avea risoluto in prima di uccidersi:
ma poi, avendo meglio e più filosoficamente pe sate le cose, erasi contentato
di strapparsi gli occhi; e che, fatto cieco, ancor levava in alto la testa per
assicurarsi s' ei lo fosse interamente, stracciando una per una le fibre che
nelle cavità nude gli rimaneano, per impedir forse che qual che filamento
muscolare non si trasformasse in nervo ottico a dar passagio alla luce. Edipo
stesso apparisce in questo de plorabile stato; e Giocasta gli è a fianco per
convincerlo che i suoi delitti erano sola opra del fato: se non che alle voci
di lui, che inorridito cerca di allontanarla da sè, delibera an ch'essa di
morire. In qual parte del corpo le conviene intanto ferirsi? Quistione
essenziale in tanta circostanza; ond' ella la esamina con logica rigorosa, e si
colpisce al ventre, che die ricetto a un figlio divenutole marito. A questo
nuovo accidente Edipo riconosce sè stesso doppiamente parricida, avendo la sua
disgrazia provocata la morte anche della ma Nell'Ercole all Eta di Seneca,
Deianira propone presso a poco a sè stessa le medesime quistioni prima di
uccidersi dre: e disperato abbandona la patria, invocando tutti i mali di Tebe
a seguirlo nel suo esilio. Se per una di quelle insensate pratiche, usate nelle
vec chie scuole di rettorica, un giovine studente fosse stato inca ricato dal
suo maestro di fare un'amplificazione a sua guisa della greca tragedia di Edipo,
io non credo che il mal senso delle descrizioni estranee all’azion fondamentale
avesse po tuto esser spinto più oltre. Era serbato a Seneca il sommini strar
compiuti modelli di siffatta specie di mostruosità: nė chiunque ha fior di
gusto e di senno esigerà che io m'impacci a provargli un difetto sì aperto con
appositi commentari; ba stando la nuda esposizione dell'ordito a convincerne
senza più anche i meno veggenti. Un critico francese ha cercato di giu
stificarne l'autore, allegando che quelle opere teatrali non erano destinate
alla rappresentazione; e che in conseguenza il lusso delle descrizioni
eterogenee avea per iscopo di ren derne meno inefficace la lettura in alcun
privato crocchio di conoscitori, ove soleano venir declamate. Se non che la tra
gedia è un particolar genere di poesia che ha le sue leggi sta bili e
determinate: e non mi consente la ragione che queste leggi nella tragedia letta,
possano esser diverse da quelle re putate indispensabili nella tragedia
rappresentata. Quando uno e fisso è il genere, non può esso andar soggetto a
variazioni pel vario ed accidental modo di darne conoscenza altrui. Se il poeta
estimava che le ampollose descrizioni, bene o mal coerenti a un tragico tessuto,
fosser le sole che avesser potuto fare impressione in un'adunanza di ascoltanti
oziosi, potea comporne a suo bell'agio distaccate con titoli convenienti, senza
contaminarne un'arte che non è fatta per accoglierle. Sarebbe cosi divenuto il
precursore di Stazio, lasciando una collezione di Sylvæ, più o meno
sopportabili, in luogo di scene tragiche meravigliosamente insopportabili.
Medea. Sin dalle prime scene, sentendosi tradita e derelitta, Medea non respira
che sangue ed eccidii: ma gli eccidii e il sangue non le sembrano ancora se non
leggeris simo alimento al suo animo inferocito. Vorrebbe ritrovare un' atrocità
nuova, sconosciuta, straordinaria, che facesse parlar di lei nella più lontana
posterità. Nel vederla si libera ne' suoi spaventevoli disegni, la nutrice, che
l'è da presso, non sa immaginare altre vie a calmarla, se non rammentan dole
che per menar tutto a termine sicuro ella dee nasconder la sua collera;
perocchè, ove questa si mostri di fuori troppo apertamente, ricade le più volte
sopra colui che ne e animato, e distrugge i mezzi della vendetta. Massima
infernale, ma vera; e posta leggiadramente in pratica da tutti i contempo ranei
di Seneca. Il re intanto, che teme le arti e le insidie della irritata maga,
vien cruccioso ad ordinarle di sgombrar subito da' suoi stati. Indarno ella fa
lungo racconto di tutto il passato per mettere in risalto la iniqua condotta di
Giasone e la ricompensa infame onde l'ingrato la rimerita de' tanti be nefizii
ricevuti; indarno cerca di muovere in quel principe tutt' i sentimenti capaci
di piegarlo a rivocare quella dura ri soluzione; questi si rimane inflessibile;
e nel ritrarsi dalla scena consente solo a permettere, com' ella ferventemente
chiede, che almeno i due suoi figliuoli continuino a dimorar ivi col padre, e
che diesi a lei un giorno di tempo per ab bracciarli, e disporsi ad abbandonar
per sempre quelle re gioni: favore di cui ella gode nel suo segreto, giudicando
bastarle quello spazio a poter tutta rfversar la sua ira contro i suoi
implacabili persecutori. Giasone offresi allora con bizzarro monologo a far com
prendere che il re minaccia morte a lui ed a' suoi figli, ov'ei nieghi
d'impalmar Creusa: nė vi ha cenno che in parte spie ghi o giustifichi questo
mezzo speditissimo di concludere un matrimonio; se già qualche maligno spirito
non voglia sup porre che Creusa fosse incinta, onde, a salvarle la fama, si
obbligasse il profugo seduttore a scegliere fra il talamo nu ziale e la scure.
Medea, che di lui si accorge, gli va incontro scoppiante rabbia e dolore. A'
veementi rimproveri di lei egli dice che il re l'avrebbe fatta perire, s' ei
non lo avesse in dotto a contentarsi di scacciarla solamente dal regno: la
solle cita quindi a sottrarsi tusto allo sdegno di chi ha il potere di
opprimerla. A fin di scoprire il lato debole del cuore di lui, ella finge di
cedere, ed implora che non le sia vietato di menar seco que’ medesimi figliuoli
che pocanzi pregava il re a lasciare in cura del padre; e compiacendosi
nell'udire esser sulla scena, per lui impossibile di staccarsi da quei
fanciulli, si restringe a chiedergli di poter dar loro l'ultimo addio; grazia
che il re le avea di già conceduta. Rimasta sola, medita il disegno di disfarsi
della rivale, inviandole in dono una veste avvelenata; e corre a farne
confidenza alla sua nutrice. Questa rivien e narra i prodigi operati da Medea
per compiere il suo funesto disegno. Con le sue arti magiche avea nelle sue
stanze attirati il dragone della Colchide, l'idra uccisa da Ercole, e i più
mostruosi rettili della terra; e ne' loro veleni, misti a sangue di uccelli
impuri ed a fiamme divoratrici, avea confuso i succhi di quante erbe narcotiche
allignano sulla faccia del globo. Dopo questa relazione, che è lunga e minuta
più che non bisognerebbe a descrivere anche il laboratorio di un farmacista, la
maga ella stessa riapparisce; e invocando Ecate con orribili scongiuramenti a
discendere dal cielo per assisterla, si ferisce al braccio per far del suo
sangue una libazione alla Dea. Terminato cosi l'incantesimo con un sa lasso,
intinge in quel liquore la veste già preparata, e manda i figliuoli a farne
presente a Creusa. L'effetto è subito prodotto. Un messo viene a raccontar
distintamente che l'incendio si è manifestato nella reggia al solo contatto di
quel dono fatale, e che il re e la figliuola vi sono rimasti amendue spenti.
Medea, che in udir tale annun zio gioisce di aver colto il primo frutto delle
sue trame, si dispone a coronar l'opera, uccidendo i figli, per cosi vendi
carsi delle perfidie del marito. Questi era corso con gente d'arme a
sorprenderla: ma ella erasi rifuggita co ' due fan ciulli e la nutrice
sull'alto della casa. Di là parlando a sè stessa intorno a quel che le conviene
di fare, dice che il de litto è compiuto, ma non ancor la vendetta; trucida
furi bonda uno di quei disgraziati, e ne gitta il cadavere sangui noso a
Giasone che dal basso la mira imprecando e fre mendo: e mentr' egli la
scongiura inorridito a conservare almen l'altro in vita, ella lo trafigge sotto
i proprii occhi; e chiamandosi dolente di non averne avuti che due soli ad
immolare, vuol cercar nel suo seno se vi sia il germe di qualche altro
figliuolo per istrapparselo a brani dal fondo delle viscere. Innalzandosi
alline sul suo carro magico, Ricevi, dice al marito insultando, ricevi i tuoi
nati; io mi slancio al di sopra delle nuvole. Si, quei le risponde, assorto nel
raccapriccio e nella disperazione; và per gli alti spazii dell' acre ad
attestare all' universo che non esiste al cun Dio: Per alta vade spatia sublimi
ætheris Testare nullos esse, qua veheris, deos. Tratto divino !.... esclamava
un critico: veramente, ripigliava un altro scherzando sulle parole, non vi è
nulla che sia men divino ! Sull'indole di questa ributtante favola drammatica
dissi altrove abbastanza: e qual pessimo governo Seneca ne facesse ad ancor più
oltre annerirla ed a gonfiarla di vento, ciascuno può giudicarne da se
medesimo. Non è intanto superfluo il notare una circostanza che sembra sfuggita
costantemente a' dotti illustratori di questo tragico antico. Orazio inculcava
severamente a ' poeti di non mai dare a spettacolo una Medea che trucida i
figli al cospetto del popolo; poichè un simile atto da far fremere sterilmente
la natura, dee riuscir più or rendo che tremendo per chiunque non abbia
rinunziato ad ogni sentimento di umanità. Che Seneca infrangesse un cosi savio
precetto, chi ben conosce la tempra della sua fantasia ne comprenderà
facilmente i motivi. Ma donde Orazio lo trasse? Questo fu per me sempre un enigma.
Un precetto che vieta una difformità in poesia, è come una legge che vieta un
delitto in politica: suppongono amendue che un dis ordine abbia esistito per lo
passato, e mirano ad imporre un freno affinché non si riproduca nell'avvenire:
e non vi ha esempio in cui la giurisprudenza civile fulmini un'azione che non
ha mai avuto luogo nella condotta degli uomini, come non vi ha esempio in cui
la critica letteraria basimi un difetto di gusto del quale non vi è traccia
nella storia delle arti. L'in duzione a trarsi da questo principio è
semplicissima. Orazio non potea certamente aver letta la sconcezza, ch' ei
riprova con si grave dettato intorno a Medea, nè in Euripide il quale avea
saputo evitarla, nè in Seneca il quale fioriva quando egli era già spento. In
conseguenza è a dirsi, ch ' ei la scor caso, gesse in qualcuno de' poeti latini
suoi predecessori o contem poranei, le cui opere sono a noi sconosciute. E in
questo che io lascio agli eruditi di verificare, non possiamo nel precettor di
Nerone ravvisar nè anche l'esistenza di una facoltà, disgraziatamente assai
comune; quella cioè di saper ritrovare da sè stesso una turpitudine. La
predilezione de' Latini per la favola di Medea costi tuisce inoltre un fenomeno
che merita ugualmente di esser notato. In Grecia non imprese a trattarla che il
solo Euri pide; e dopo di lui una tragedia sopra il medesimo soggetto, che non
è pervenuta alla posterità, fu scritta da un tal Neo frone, di cui non ho mai
saputo novella. In Francia non è da citarsi che la Medea del Corneille; poichè
i tentativi di Pe louse, di Longepierre e di Clement sono ormai obbliati. Nella
sola polvere degli archivii se ne additano due in Italia, una del Torelli, l '
altra del Gozzi: e parlo fino al 1820; perchè, se altre ne sieno apparse dopo,
lo ignoro, e non ho mai cu rato d'informarmene. Non ne apparvero, a quanto io
creda, fra gli Alemanni e fra gli Spagnuoli; e può dirsi nè anche fra gl'
Inglesi; poichè quella del Glower non è calcata sulle memorie antiche. Questo
poeta, in ciò di squisito senso, benchè non di alta sfera nel resto, osò con
fermo proposito guastar piuttosto la tradizione ricevuta, che denigrare con una
esagerazione si assurda il prezioso carattere di madre: ei suppose che Medea
uccidesse i figli in un eccesso di frene tico delirio che le impediva di
riconoscerli. E ritornata in sė stessa, la dipinse preda alla disperazione per
l'involontario attentato, anzi che lieta e trionfante di aver dato opera a una
vendetta che innanzi ad ogni essere ben costituito dalla na tura dovea
necessariamente colpir di preferenza il di lei pro prio cuore. In Roma per
l'opposto par che non vi fosse poeta tragico il quale non avesse tentata una
Medea. Vi si segnalarono Ennio, Pacuvio, Accio, Ovidio, Seneca, Materno ed
altri: e Tertulliano parla di un Osidio Geta, che nel primo secolo dell'era
cristiana compose tutta di versi di Virgilio una nuova Medea, di cui lo
Scriverio si è dato l'inutile pena di raccogliere alcuni frammenti. Con queste
tendenze di ferocia ne' drammatici latini, vi è poi tanto a stupire che ivi la
sana tragedia non mai prosperasse con la dignità richiesta? Tieste. La scena è
nella reggia di Micene; e l'azione si apre con l'Ombra di Tantalo, la quale,
tratta sulla terra da una delle Furie infernali, è da essa spinta a metter odio
e furore nell'animo de'due fratelli Tieste ed Atreo, suoi discen denti, onde
seguano fra loro i più orribili misfatti. Al solo aggirarsi dello spettro in
quelle mura fatali, Atreo, che vi tenea scettro, è subitamente invaso da fieri
desiderii di ven detta contra Tieste, che gli ebbe un tempo pervertita la sposa
ed involate le ricchezze, e che állor viveasi profugo in terre straniere nella
più estrema miseria. Memore de' torti rice vuti, ei non più spira che minacce
di esterminio: e trattiensi a parlar con uno schiavo suo conſidente intorno al
modo più sicuro da immolar l'abborrito fratello all'ira che lo investe. Il
ferro per lui è arma di tiranni volgari: ei vuol supplizii e non morte; poichè
nel suo regno la morte debb' esser consi derata come una grazia. Meditando un
eccesso che possa spa ventar gli uomini e la natura, ei risolve di richiamar
Tieste dall'esilio con finte proteste di pace e di obblio del passato; ed
attiratolo cosi nella reggia, trucidargli a tradimento i figli, e
preparargliene pasto neſando in una cena notturna. Ei va gheggia lungamente il
suo infernale disegno; e già ordina i mezzi da eseguirlo. Tieste, sollecitato
da iniqui messaggi, cade nella rete insidiosa; e, costretto dall'indigenza,
presen tasi con tre suoi figli in Micene, non senza terribili presenti menti di
ciò che possa ivi essergli ordito di atroce. Atreo, che ne è subito avvertito,
affrettasi ad incontrarli ebbro di esultanza nella certezza di aver finalmente
le vittime fra i suoi artigli; e coprendo il suo empio pensiero, avanzasi con
benevolo sembiante ad abbracciar Tieste ed a chiedergli il bacio fraterno. A
udirlo, era quello per lui un vero momento di felicità; onde bisognava deporre
gli antichi rancori, e non più ascoltar che la voce della pietà, della
concordia e del sangue. Tieste si precipita a' suoi piedi, implora il suo per
dono, e tra le lagrime della tenerezza e del pentimento lo prega di accogliere
sotto la sua mano protettrice quegl' inno centi giovinetti. Da prima ei ricusa
di accettar la metà del regno che il re gli offre con simulati affetti: si
terrebbe felice di vivere suo suddito, e di poter espiare i suoi falli co' suoi
fedeli servigi: ma cede alfine alle iterate insistenze del per fido Atreo, il
quale, invitandolo a cingere sul suo capo vene rando il diadema reale, annunzia
con espressioni di doppio senso che, a suggellar la pace tra loro, ei va
intanto a disporre un sagrifizio. Questo inviluppo in sè occupa i tre primi
atti della tragedia. Al quarto un messo appare sbigottito, e con le più rac
capriccianti particolarità narra il già consumato eccidio al coro. Innanzi
tutto ei descrive la parte remota del palazzo ove so leano soggiornare i
principi di quella contrada, ed a lungo enumera gli straordinari ed incredibili
portenti di cui quel sito sembra essere il magico ricettacolo. Ivi Atreo erasi
con dotto in segreto con suoi fidati sgherri, trascinandosi dietro i figliuoli
del fratello, ch'egli stesso avea già carichi di catene, ed a foggia di vittime
inghirlandati di fiori e di bende. Or rendi altari vengono al momento eretti,
arde l'incenso, le libazioni versate spumeggiano, la scure tocca il capo di
que' mi seri, e tutte le formalità di un ordinario sacrifizio son diligen
temente osservate. A tal sacrilego apparato, ed a'cupi urli di Atreo, che
pronunciando funebri preghiere intuona l'inno della morte, la vicina selva
trema: la reggia sembra crollar dalle fondamenta, il vino effuso cangiasi tosto
in sangue, il dia dema cade tre volte dal fronte del re, il quale pari a fame
lica tigre avventasi su i tre indifesi nipoti, e l'un dopo l'altro
trafiggendoli, spande il terrore ne' circostanti satelliti. Ciò compiuto, egli
strappa loro le viscere per leggervi entro i presagi del destino; mette
finalmente in pezzi le loro membra ancor palpitanti, ne prepara col fuoco
l'infame cena, e la fa recare a Tieste, che ignaro degli eventi, lo attendea
nelle sale dell'ordinario convito: e cosi quel padre infelice, che in abito
festivo crede per la prima volta gustar la voluttà della con cordia con lo
snaturato fratello, divora le carni de' propri figliuoli. A questa immonda
narrazione, che può star leggia dramente a fianco delle additate nelle due
precedenti trage die, il coro prorompe in esclamazioni analoghe allo spavento
di cui si trova compreso. Il quinto atto ci rappresenta il ritorno di Atreo, il
quale, dopo aver pasciuto i suoi sguardi in quella mensa infernale, vien fuori
gridando con frenetica ed orribile compiacenza: Æqualis astris gradior, et
cunctos super Altum superbo vertice attingens polum, Nunc decora regni teneo,
nunc solium patris. Dimitto superos: summa votorum attigi. e Ma il fatto atroce
non ancora lo appaga: gli bisogna compiere il lutto di un padre, rivelandogli
il tremendo mistero, a fin di saziarsi di vendetta in veder gl' impeti del suo
disperato dolore. All'appressarsi quivi di Tieste, ei da prima si cela per
udirne il solitario linguaggio: indi si mostra; ed invi tando il fratello a
finir seco di celebrar quel giorno di letizia, gli offre una tazza di vino in
cui è misto il sangue de' prin cipi uccisi. Questi, contento in parte della
riacquistata pace, e in parte agitato da oscuri perturbamenti di animo, chiede
affannoso che gli sia concesso di porre il colmo al suo giubilo abbracciando i
figliuoli. Atreo lo tien sospeso con espressioni equivoche, e lo sollecita
sempre più a bere in quella tazza: se non che a quel misero, nel riceverla,
sembra veder fuggire il sole, scuotersi la terra, sconvolgersi gli elementi; e
rinno vando le istanze di rivedere i figliuoli, il mostro si scopre, glie ne
gitta a ' piedi le teste sanguinose, dicendo: gnatos ecquid agnoscis tuos? Qui
Seneca ritrova uno di quei felici motti, per la cui vibrata energia è solamente
notabile: peroc chè Tieste ansante a cosi nero attentato, non richiama in se
gli accenti smarriti, se non per esclamare, agnosco fra trem !.... e cade in
delirio smanioso. Credendoli solamente uccisi, ei domanda con fremito di
poterne almeno seppellire i cadaveri; allor che l'empio gli svela ch ' ei li
avea già divo rati, e gli narra tutto lo scempio che si era studiato di farne.
Le furie di Tieste e le insultanti risposte di Atreo, che gode a quello
spettacolo di orrore, chiudono la scena. Vi ha certa memoria che una tragedia
di Tieste fosse anche stata scritta da Euripide, la quale va fra le tante di
quel teatro che si sono sventuratamente perdute: e Seneca forse l'ebbe
sott'occhio, ad attingerne per lui, non foss' altro, la stomachevole idea.
Quali forme particolari di dramma tica esecuzione il Greco poi avesse adottate
con destrezza per temperar l'orribile del soggetto fondamentale, non vi ha sto
rico indizio da poterne rettamente decidere. Altrove si è però notato, che non
ostanti le tendenze di quel poeta per la di pintura degli eccessi dolosamente
criminosi, tendenze che fra le sue mani pervertirono si bruttamente l'arte, il
popolo di Atene gli era pur tuttavia di costante freno a non lasciarsi
precipitare in troppo aperte mostruosità; ed ei più volte ne avea fatto a suo
danno e scorno il crudele esperimento. Può in conseguenza tenersi ch' ei
procurasse di velare in gran parte le incredibili atrocità onde le vecchie tradizioni
aveano corredato a' posteri quel famoso avvenimento de' tempi eroici della
Grecia; e che Seneca s ' industriasse al suo solito di anne rirlo oltre misura,
frastagliandolo a modo proprio con quella sua fantasia pregna dello spettacolo
reale di tutte le più turpi enormezze. Alcuni han creduto infatti, che la
descrizione di quella parte della reggia di Micene ove si finge che Atreo
spegnesse i nipoti, fosse fedelmente ritratta da quella parte del palazzo de'
Cesari in Roma, che Nerone avea destinata alle sue laide passioni e crudeltà
segrete. È possibile ancora che Seneca traesse altre ispirazioni alla sua opera
dalla tra gedia latina, che, siccome Ovidio narra, Vario e Gracco com posero
insieme su i casi di Tieste, e che probabilmente è la stessa in seguito
divulgata sotto il solo nome di Vario, di cui la storia di quel secolo ci ha
serbata rimembranza. A ogni modo, il fatto vero o non vero su cui si fonda
questo tragico lavoro, non meritava esser cosi rilevato in tutta l'asprezza
delle sue giunture e l'abbominevole nudità delle sue forme, che in un secolo in
cui i più esecrandi at tentati e le più truci e inudite vendette facean parte
integra e special delizia della vita pubblica e privata di ogni uomo. Col
sicuro presentimento che a' suoi contemporanei non ne sarebbe incresciuta la
dipintnra, Seneca lo tratto senza velo: e i suoi sforzi nel dare alcun
contrasto di luce a quelle tene bre infernali, restarono inefficaci. I tre giovinetti
sacrificati all'ira dello scettrato cannibale di Micene, non muovono che una
pietà volgare e ſuggevole, poiché cadono pari a mutoli agnelli che il famelico
lupo divora mugolando nelle sue grotte di sangue. Nè alcuna di più eminente ne
muove pure lo sten tato ritorno di Tieste sulle vie della virtù e della
giustizia, si perchè un tal ritorno può sospettarsi dettato dalla pienezza
delle sue miserie, e si perchè il suo violento e consumato in cesto con la
sposa del germano, è un fatto di sua essenza ir reparabile, e non si cancella o
ripurga per pentimenti per lacrime. L'orror cupo e nefando che spira il
carattere di Atreo, è l'unico affetto che domina e inviluppa ferocemente
l'azione: se non che, soffocando a un tratto tutte le potenze dell'anima, le
addormenta in uno stupor convulsivo, che di strugge ogni vitalità di sentimento
negli spettatori, ed abban dona il personaggio alla sola compagnia di sè
medesimo. E conviene saper grado all'autore di aver nell'ordito messa giù ogni
maschera d'ipocrisia. Conscio che il suo Atreo è un mo stro fuor di natura, ei
lo allontana diligentemente da ogni specie di contatto con la natura. In lui,
niuno di quei palpiti precursori che si associano al concepimento di un grave e
spaventevole delitto; niuno di quei terrori salutari che arre stano
involontariamente la mano armata di un pugnale omi cida; niuno di quei rimorsi
che la rea coscienza genera a un tempo e ritorce contro a sè stessa innanzi
allo spettacolo di una già eseguita scelleratezza. A che infatti porre in mostra
gli ordinari fenomeni del cuore umano per attaccarli a un essere al cui tipo la
tempra dell'umanità rimansi compiuta mente estranea? Ma usciamo alfine di
questo pattume: i comentari sono superflui dove i fatti parlano da sè in guisa,
che ad ogni uomo di mente sana e di cuor non guasto è facil cosa il valu tarli.
Ne mi rimane intorno a questo autore se non a preve nir brevemente qualche
obbiezione che molti per avventura saran tentati di oppormi. Alcuni, per
esempio, col bel romanzo del Diderot alla mano, diranno che io in questo esame
ho troppo annerito il carattere morale di Seneca; ed a costoro, senza inutili
contese, lascio piena libertà di alimentare la loro passione pe' romanzi, e di
farsene un idolo: l’umana viltà sovente ha deificato tanti mostri, che
aggiugnervi anche quello il quale, giusta la grave testimonianza di un Tacito,
diede apertamente opera, se non a concepire, a consumare almeno un matricidio,
non dee poter cagionare alcun nuovo scan dalo. Altri, con l'autorità di
Marziale e di Sidonio Apolli nare, diranno, dall'altro canto, che vi ebbero tre
fratelli conosciuti sotto il nome di Seneca; e che il teatro venne ascritto
sempre, non al primo che fu precettore di Nerone, ma bensì ad Annio Novato,
ch'era il secondo. Potrei rispon dere che uomini dottissimi in fatto di latina
erudizione, quali sono un Giusto Lipsio, Erasmo, Einsio, i due Scaligeri, ed
altri non pochi, attribuirono al filosofo gran parte di quelle trage die, senza
lasciarsi punto illudere dalla circostanza ch'esse fos sero state pubblicate
col nome del fratello: e ch'egli real mente vi abbia cooperato, lo attesta
Quintiliano, il quale net tamente lo addita come autore della Medea. Potrei
soggiu gnere che, ove quelle tragedie si paragonino attentamente con le prose
del filosofo, basta la più leggera critica per rav visar nelle une e nelle
altre le medesime tendenze di spirito, le medesime pretensioni di dottrina,
spesso il medesimo fondo di pensieri, più spesso ancora le medesime stentate
forme di lingua e di stile. Se non che tutte queste discettazioni erudite sono
di niuna importanza per me. Quando anche mi si dimostri con matematica evidenza
che le persone eran diverse, niuno potrà luminosamente provarmi che la tempra
delle anime non fosse la stessa. Nelle mie investigazioni è stato in me
principal di segno di apprendermi, non all'individuo materiale, che in teressa
la storia degli uomini più che la.critica de' tempi, ma bensì all' individuo
astratto, che vien come lucido specchio in cui fedelmente si riflettono le
sembianze di un secolo con tutte le caratteristiche impronte, e tenaci
abitudini, e maniere sue proprie di sentire, di pensare e di vivere. Se infatti
biz zarria taluno volesse attribuir quel teatro ad altro poeta con temporaneo,
a Lucano, per esempio, ch'era figlio del terzo fratello di Seneca il filosofo,
cangerebbe egli mai lo stato della quistione? Il famoso cantore della Farsalia
non fe' onta all' egregio zio: prese parte attiva in una congiura celebre, che
mise Roma tutta in commozione; e, scoperto appena, tentò fuggir morte,
denunziando vilmente i suoi complici, tra per i quali era sua madre: condannato
indi a perire, perchè non era facile il placar Nerone per simil genere di
meriti, affetto eroica fermezza; e ne’momenti supremi declamò versi allu sivi
al suo stato; e del sangue che gli usciva dalle segate vene fe ' generosa
libazione a Giove liberatore. A che andar più oltre mendicando prove, fatti e
ravvicinamenti? Eran tutti cosi: ed il mio scopo essenziale si fu di chiarire,
che ingegni educati disgraziatamente in mezzo a realità prosaiche e ributtanti,
non poteano produrre che opere drammatiche ributtanti e prosaiche. Le ingenue
ispirazioni della natura esigono am piezza di spazii congiunta a splendore di
analoghe circostanze; e le grandi fantasie non si sviluppano al certo nelle
piazze de' patiboli. La morale
di questa filosofia escritta da un altro napoletano esiliato per i moti
politici; che merita anche lui almeno un breve ricordo in questa storia: B.. La
sua vita ha molti punti di contatto con quella dello scrittore del quale
abbiamo ora finito di parlare; e meriterebbe uno studio speciale. B. nacque in
Manfredonia. Era a Napoli a studiar leggi sotto Michele Terracina e Nicola
Valletta. Si laureò avvocato; ma presto abbandonò la car riera forense, essendo
stato nominato per concorso Uditore del Consiglio di Stato. Ispettore generale
della Sopraintendenza generale di salute; e l'anno seguente per lo zelo e
l'operosità dimostrata in occasione della peste di Noia, pro mosso Segretario
generale della stessa Sopraintendenza e nominato cavaliere. Presentato dal
Parlamento in una terna per Consigliere di Stato; ed ebbe infatti questo alto
ufficio nel di cembre di quell'anno. Nel successivo fu nominato Commissa rio
civile per l'approvvigionamento delle truppe in Abruzzo. Ma, caduta la libertà,
dovette anch'egli cadere; e fu imprigionato, quindi proscritto. Si rifugia a
Parigi; donde passò a Londra, per tornarvi. E a Parigi quindi Traggo le notizie
biografiche di lui da un clogio funebre, scritto su informazioni
fornitedalnipoteomonimo di B.: Sulferetrodelcav. B. i, paroledette nella Congrega dei ss. Anna e Luca dei
professori di belle arti, dal l'architetto CASAZZA. Napoli, Cons,;opuscolo di 8
pp.in-4.°posseduto dalla Società napoletana di Storia patria. Diluinon
sidicenulla nell'opuscolo, del resto per tanti rispetti deficientissimo, di FONTANAROSA,
I Parlam.nas. napol. mem.edoc., Roma, Soc.D. Alighieri, nel qual anno gli fu
dato finalmente di ri tornare a Napoli. Dove riprese la carriera forense,e
rimase tutto il resto di sua vita. Per sospetto di cospirazione, e arrestato e
tradotto nel forte di S. Eramo; ma riottenne subito la libertà, anzi acquisto
la fiducia di Ferdinando II. Il quale lo n o mino socio ordinario della R.
Accademia delle scienze morali e più tardi Presidente perpetuo dell'intera
Società Borbonica, ora Reale; e lo chiamò a far parte del Ministero, come
ministro del l'interno. E d egli redasse lo statuto. Si ritirò nell'aprile e fu
n o minato un'altra volta Consigliere di Stato.Ma nel maggio tornò al potere e
condusse la reazione che seguì all'infausto 15 di quel mese. E ministro resto,
da ultimo col portafogli dell'Istruzione. Quindi si ritrasse a vita privata,in
una villa della collina di Posillipo, dove fini i suoi giorni. Come scrittore è
particolarmente noto per le sue ricerche Della imitazione tragica presso gli
antichi e i moderni, dove in tese a combattere la tesi difesa dallo Schlegel
nel suo Corso di lette ratura drammatica.Ma eglifuanche poeta non mediocre, eau
tore di parecchie altre soritture di estetica; fra le quali meritano speciale
menzione le seguenti: De l'esprit de la comédie et de l'in suffisance du
ridicule pour corriger les travers et les caractères, pubblicata a Parigi;
Cenni estetici sulle origini e le vicende della poesia ebraica, nonchè due
memorie lette al l'Accademia di Napoli: Cenni cstetici sulle origini e le doti
del teatro indiano; In quale dei cinque sensi a noi conosciuti è da scorgere il
proprio ed efficace organo della bellezza. Il solo titolo di questa memoria
basta, mi pare,a farci intendere che razza di estetica fosse quella di B.. Annunzia
un trattato di estetica, pubblicandone l'introduzione in una rivista La 1.a
ediz, fu fatta a Lugano. L'edizione corrente è quella del Le Monnier. Ma fral'anael'altracen'
è una seconda corretta e daccresciuta di un capitolo sul teatro, Napoli, Vaglio,
in quella Biblioteca italiana pubblicata per cura di B. Fabbricatore, che
accolso anche la Storia generale della poesia del Rosenkranz, tradotta dal De
Sanctis. E l'editore annunziava che all'Imitazione avrebbe fatto seguire altri
2 voll.contenenti scritti del tutto inediti di B. Sull'Imitazione, v. ULLOA,Vedilesuo
Poesievarie, Napoli, De Bonis; e intorno ad esse ULLOA, e l'articolo di V.
IMBRIANI nel Giorn. napol. della domenica. Milano, Vodi il suo art.
Filosofia dell'estetica nel Progresso ma disgraziatamente il manoscritto gli fu
involato, come ci dice un biografo, nella prigione di S. Eramo. Anonimo uscì un
suo Esquisse politique sur l'action des forces sociales dans les différentes
espèces de gouvernement, che egli aveva mandato m a noscritto da Londra a un
suo amico di Brusselle, e fu da questo pubblicato a sua insaputa. Fu lodato dal
Tracy e il nome dell'autore scoperto in una recensione che ne fece con lode il
Daunou nel Journal des Savans; onde valse a prolungare l'esilio del Boz zelli,
non potendo le idee liberali sostenute in quel libro essere approvate dal
governo di Napoli. E molti brevi scritti inseri in riviste straniere, durante
l'esilio,e negli Atti dell'Accademia a Napoli, che non giova qui ricordare;
essendoci qui proposti soltanto di dare una notizia d'una sua più notevole
opera: Essais sur les rapports primitifs qui lient ensemble la philosophie et
la morale,stampata a Parigi e ristampata col ti tolo più breve De l'union de la
philosophie avec la morale; la quale rappresenta davvero un tentativo
storicamente considerevole. B. si prefigge in essa lo scopo di dare alla
scienza della morale quell'ordine rigoroso, quell'unità sistematica, che erano
stati raggiunti, secondo lui,dalla filosofia speculativa dopo Bacone, ossia da
quando essa cominciò a fondarsi sull'esperienza: di fare perciò della morale,
che si trattava ancora sotto la forma vaga d'una raccolta di osservazioni
staccate, una vera scienza filosofica. Perchè, egli dice,« la philosophie n'est
pas seulement (1) Una sessantina di saggi dice il Casazza, che ne dovette avere
innanzi l'elenco. Ma noi non no conosciamo cho pochi: e menzioneremo solo il
Disegno di una storia delle scienze fllosofiche in Italia dal risorgimento
delle lettere sin oggi (ostr. dagli Atti dell'Ac cademia di sc.mor.e pol.di
Napoli); dove sono alcune considerazioni superfi ciali intorno alle tendenze
spiccatamente filosofiche delle menti del mezzogiorno d'Italia e a quel giusto
mezzo che,quasi per il loro vivo senso artistico, gli Italiani in generale
avrebbero, secondo l'A., mantenuto tra le dottrine estreme del materialismo e
dello spi ritualismo astratto. Noi non conosciamo che questa 2." odiz. di
Paris, Grimbert et Dorez. Anche in questa ediz.,del resto,il titolo ripetuto
dopo un Discours prélimi naire è Essais sur les rapports ecc.E a quest'edizione
si riferiscono le nostre citazioni.Il PICAVET (Lesidéologues, Paris, Alcan), dandouna
brevissimanotiziadellibro, che cita Essaisecc.,dà la data del 1828. Ma
dev'essere una svista. La data è data dal Casazza e dal cenno che su B. si
trova nella Grande encyclopédie. Sul libro, si cita una recensione del
Lanjuinais nella Revue encyclopédique, vol.26.o Il Casazza infine dice che il
nipoto omonimo già ricordato « con rispettosa ossequenza al nomo dello zio,or
ora porrà allo stampe la traduzione dell'opera Saggio sui
rapporti,ecc.>, la clef de la morale,elle en est l'essence même ».Non
disconosco che importanti concezioni rigorose della morale c'erano già state in
Germania après les ramifications de la doctrine de Kant. M a non erano che
concezioni di unitari, com'egli chiama gl'idealisti; di unitari o teisti, o
assoluti. E ormai è chiaro di quale filosofia l'autore intendesse parlare,
volendo filosofica la morale. Egli insomma voleva per questa qualche cosa che
potesse paragonarsi agli scritti concernenti la teorica della conoscenza
(philosophie egli dice) di Locke, di Condillac, di Destutt de Tracy: ces trois
écrivains qui semblent se succéder exprès pour ajouter l'un à l'autre, pour
serrer de plus en plus l'analyse et l'enchaînement des faits, pour que l'erreur
echappée à la pour suite de l'un soit atteinte par l'autre jusque dans ses
derniers retranchemens; ces penseurs enfin qui brillent comme trois points
lumineux dans l'histoire de l'esprit humain, et qui éclairent la route de la
vérité,pour empêcher que personne ne puisse plus s'égarer dans le vague des
hypothèses. Le azioni umane, la cui direzione costituisce l'oggetto della
morale, non sono apprezzabili se non a patto che si riferiscano alle affezioni
che le determinano. La scienza della morale, per tanto, si fonda sulla
conoscenza delle cause per cui tali affezioni si generano, si succedono, si
coordinano: si fonda, oggi si direbbe, sulla psicologia. E come il principio d'ogni
fatto spirituale è nella sensazione, bisogna cominciare da questa. La
sensazione è un fenomeno del nostro essere,che avviene internamente,dentro di
noi. Questa è una verità intuitiva,at testataci dalla coscienza. Il numero
delle sensazioni è infinito; ma esse entrano fra di loro in certi rapporti; il
che non sarebbe possibile senza un sostegno, un centro, un principio generale e
permanente di tutte queste affezioni.È un'induzione questa asso lutamente
necessaria, perchè unica. Noi non conosciamo diret tamente questo qualche cosa
che è la base delle sensazioni; m a lo scopriamo per i suoi effetti, come la
prima condizione di essi, come una potenza particolare,che sipotrà
indifferentemente chia mare essere senziente, anima, spirito, intelligenza,
sensibilità. Ma non pare conoscesse le opero oticho di Kant o de'suoi epigoni. Di
Kant cita solo le Considerazioni sul sentimento del bello e del sublime; e, salvo
errore,nella tradu zionefrancesedol Koratry.L'accennochesifa a p.464eseg. allamorale
disinteressata di Kant non prova una cognizione diretta delle opere
kantiane. Ma la sensazione rappresenta sempre
qualche cosa di estra neo all'essere che sente: non si potrebbe concepire in
noi la pre senza d'una sensazione, spogliata da ogni rapporto con oggetti dif
ferenti da noi.Sicchè bisogna convenire,che vi sono realmente causc esteriori
che noi conosciamo soltanto dai loro effetti su noi, e che sono la seconda
condizione, non meno indispensabile della prima, per lo sviluppo della
sensazione: e il loro insieme si dirà natura, mondo, universo, o, più
semplicemente, esistenze che ci sono estranee. Per ammettere queste esistenze
l'argomento più luminoso, secondo B., è che quando mancano certe date
sensazioni, non accade mai d'imbattersi negli oggetti che possono produrle. Ognun
vede che l'argomento è molto debole, per non dir nullo: ma infine « tous ceux
qui se tiennent dans les bornes d'une espèce de doctrine pratique et de simple
sens commun, en sont pleinement d'accord ». E questo è verissimo.
Contentiamoci, ad ogni modo, per la scienza dell'anima e dell'universo,diqueste
semplici verità d'induzione: e rinunziamo alle ricerche metafisiche
sull'essenza dell'anima e sul principio generatore dell'universo.
L'impossibilità d'una soluzione scienti fica dei problemi metafisici è
dimostrata dal fatto che non ci sono due pensatori che abbiano dato una stessa
soluzione: quot capita totsententiae.Se oggi, dice B., sisaqualche cosa dichiaro
in questa materia, si deve piuttosto ai lumi della religione po sitiva che ha
tagliato i nodi con la sua autorità. La sensazione non importa semplicemente la
rappresentazione di cause esterne,l'appercezione delle qualità dell'oggetto, ma
an che una immancabile alternativa di dolore o di piacere. Una sen sazione che
non s'accompagni con un'emozione gradevole o in cresciosa,è un'astrazione senza
realtà. La sensazione è tutta la sensazione: ossia fatto rappresentativo
oggettivo e fatto emotive. Del resto, B. ammette la oggettività della cosa, ma
non ammette quella dello qualità: « Dans la réalité, une sensation ne
représonte rien en elle-même, parce qu'ellen'estriendesemblableàl'objetquilaproduit
-- chia come fisica; e i positivisti d'oggi e gli altri agnostici non hanno
nessuna la nuova conclusione È la vec de 'critici negativi di ogni m e t a
della sottomissione rità religiosa. È la conseguenza ragione di scandalizzarsi
forze della ragione. di B. logica e fatale all'auto della sfiducia
nellesoggettivo. Donde la vera classificazione delle facoltà dell'anima
inintuitiveeattive;leunestrumento dellaconoscenza,lealtre dell'azione.Le forme
rappresentative sono icaratterifilosoficidella sensazione; i fenomeni di
piacere e di dolore, i caratteri morali. Il piacere e il dolore ci sono noti
immediatamente, perchè li proviamo: m a la ragione del loro accadere è
impenetrabile. In compenso,la loro conoscenza è nettae distintaper modo che a
nessuno è possibile confondere l'uno con l'altro; anzi ognuno sente il piacere
come un'affezione di natura diametralmente op posta al dolore. Ora, l'idea di
sensazione è inseparabile da quella di m o vimento. Già essa, consistendo in
fondo in un cangiamento di stato, ossia in un passaggio da uno stato ad un
altro, non può avvenire senza movimento ! Ma essa stessa poi genera un m o
vimento; e come essa ha un doppio carattere morale, secondo che è piacevole o
dolorosa,è chiaro che determinerà una doppia specie di movimenti. Quei fenomeni
esteriori e visibili che si osservano nell'uomo investito dalla gioia o dalla
tristezza, non sono che una conseguenza organica d'un primo movimento che si
determina per tali sentimenti nell'anima. E per analogia con i movimenti che si
vedono nel corpo, noi possiamo dire,che ilm o vimento correlativo dell'anima
ora è espansivo,ora è coercitivo: espansivo quando si tratta di piacere,
coercitivo quando sitratta di dolore. B. combatte la vecchia dottrina
edonistica epicu rea, rinnovata da VERRI (si veda) nel suo Discorso sull'indole
del piacere e del dolore, che il piacere con sista nella cessazione del
dolore.Che significa che ildolore cessa? Il dolore,come il piacere,è un
carattere della sensazione: sicchè può cessare se cessa la sensazione dolorosa.
E se cessa la sen sazione, non può esserci nè anche il piacere; perchè anche il
piacere è carattere della sensazione, e non può esser prodotto da niente. E poi:
contro la dottrina del Verri sta l'esperienza comune degli oggetti, parte noti
come causa diretta di sensa (1) Ecco perchè e in che senso B. distingue la
scienza della morale dalla filosofia. Vedi LOSACCO, Le dottrine edonistiche
italiane, Napoli, Atti della R. Acc. di Sc. mor. e pol. di Napoli, dove appunto
sarebbe stato opportuno ricordare le osservazioni fatte al Verri da B.
zioni gradevoli, e parte, di sensazioni dolorose: gli uni e gli altri
come forniti di caratteri dipendenti dalle loro qualità par ticolari ed
intrinseche. Se il piacere fosse generato dalla cessa zione del dolore, delle
due l'una: si dovrebbe ammettere cioè, o che in natura non esistono oggetti
piacevoli di nessuna specie, e che tutto l'universo non è che una causa unica e
continua di dolore; o che, se alcun oggetto piacevole esiste, esso dev'essere
considerato come una creazione inutile o come un'aberrazione e una mostruosità
fuori dell'ordine normale delle cose. E in verità non si può concepire niente
di più strano e di più assurdo.Certo, bisogna riconoscere che il piacere
attinge un maggior o minor grado d'intensità secondo che succeda a un dolore
più o meno vivo,o più o meno rapidamente cessato. Ma il piacere è uno stato
positivo, come il dolore. Nè vale ricorrere come fa il Verri a quei dolori
oscuri, equi voci, quasi inconsci, che egli dice dolori innominati, per ren der
ragione di quei piaceri che l'esperienza non ci mostra come successivi a un
dolore. L'affermazione di siffatti dolori è asserzione vaga, dice B., epocodegna
dellaseverità dell'analisi: contraddetta dal fatto delle serie di sensazioni
associate, tutte piacevoli. Ma torniamo ai gradi dello sviluppo dell'anima. Il
primo è dunque quello attestatoci dal sentire:ossia l'attitudine dell’a nima a
sentire, o sensibilità propriamente detta. Questa facoltà, come ogni altra, è
attiva, checchè ne dica il Laromiguière. In fatti, dire facoltà passiva è una
contradictio in adiecto: perchè fa coltà viene da facere, sinonimo di agere; ed
è perciò lo stesso che attività. La sensibilità si dice passiva, perchè le
sensazioni sono necessarie e come imposte: non essendo in poter nostro di evi
tare l'eccitamento degli stimoli esterni, nè, una volta eccitati, di non
provarne le impressioni sensibili. M a il senso non è semplice recettività; ei
non ha niente di simile a un corpo fisico in riposo che riceva un urto
meccanico da un altro corpo che è in movimento. L'anima nell'atto che riceve
quel dato stimolo, risponde all'impressione esterna, facendo nascere la
sensazione, cioè « B. ha ragione di notare al Verri che oltre e meglio di
Platone, Montai gne, Cardano e Magalotti, avrebbe potuto citare tra coloro che
avevano sostenuto la sua dottrina, Epicuro: pel quale il vero piacere era
appunto oneExipeous Tavtos toj a d yoovtos (DIOG. L.). Vediunmio
articolonellarivistaLa Criticadir. da CROCE,In questa facoltà del senso tutte
le altre trovano il prin cipiodellorosvolgimento.Datoilcarattereespansivo
delpiacere, bisogna ammettere nell'anima una specie di attività differente da
quella del senso. L'essere senziente pel piacere « ne sent pas simplement; il
s'élance dans sa propre modification, et s'efforce à tout prix de s'y attacher
». C'è qui uno sdoppiamento d'atti vità:un'attivitàsente, eun'altrasisforzadiconservareuno
stato.. L’una e l'altra sono facoltà elementari;e la seconda dicesi volontà. Di
qui si vede che lo sviluppo della volontà comincia dalla prima sensazione
piacevole; poichè il dolore è coercitivo. M a il dolore ha un'altra funzione. Il
piacere sviluppa la doppia attività dell'anima sensitivo -v o litiva; il dolore
la sola attività sensitiva. Sicchè ilsuccedere del dolore al piacere non può
riuscire indifferente all'anima; la quale non può non raffrontare i due stati,
e sentire la loro diversità. Ora, sentire questa disparità tra isuoi modi di
essere,non è sen tire gli stessi modi di essere separatamente, e ciascuno per
sè. Questo nuovo sentire è quindi l'effetto d'una terza facoltà, ele mentare
anch'essa, dell'anima;è ciò che dicesi propriamente un giudizio. 14. Queste del
senso, del volere e del giudizio sono le tre fa coltàprimitivedellospirito;le leggi,perdirlacon
Dugald Ste art, della nostra costituzione mentale. Esse non sono distinte per
modo che ciascuna di esse sorga a misura che condizioni particolari del suo
sviluppo vengano sucessivamente a verificarsi; perchè l'essere sensitivo è uno;
e fin dalla sua prima risposta
aglistimoliesterni,eglisielevaintuttalapienezzadellesue potenze, come me che
sente, me che vuole, e me che giudica. Pure, come l'esperienza umana non si
occupa affatto delle esistenze in quanto indipendenti da ogni rapporto con noi
(non le afferma, nè nega), cosi per la nostra esperienza non importa che le fa
coltà primitive dell'anima siano tutte e tre originarie: essa non
fenomeno sui generis, che si riferisce all'oggetto esterno, senza però
rassomigliargli e senz'aver nulla di comune con esso » (1).Il
cheèattivitàenonpassività.– Sicché quest'argomento del La romiguière per
togliere la sensazione dal seggio in cui il sensi smo, fino a quella che il
Picavet chiama la seconda generazione di ideologi, l'aveva collocata, come
fonte e base di ogni prodotto dello spirito, non ha alcun valore.) tien conto
nel me che sente,del me che vuole,nè del me che giu dica:questi me non ancora
sirivelano; sono,ma per noi come non fossero. Per tenerne conto,sì da non
ammettere nessuna gra duazione,nessuno sviluppo nella formazione dell'anima, la
filoso fia dovrebbe spingere l'analisi al di là di ciò che si è manifestato
alla nostraanimainun modo positivoereale. Insomma, B. afferma, come sa e come
può,la necessità razionale di conci-. liare il concetto dell’a-priori
dell'anima col concetto dello sviluppo di essa. In questo sviluppo la volontà
ha una parte importantis sima,come s’è visto. Senza la volontà l'anima non
potrebbe che sentire, e non si eleverebbe mai all'altezza del giudizio. E
poichè volontà senza piacere è impossibile, il piacere è il cardine e il centro
della vita dello spirito. Esso è l'unico motivo del volere: e B. non accetta
nulla della dottrina del Locke che il volere sia determinato da un'inquietudine
attuale. Il dolore non cimuove,macimortifica. Il dolore ci muove quandofuoridi
noi ci sia qualche cosa di piacevole il cui acquisto ci prometta un sollievo.
Ma allora non è propriamente il dolore il vero motivo, anzi quella sensazione
piacevole che l'oggetto esterno ci fa pregustare. Il dolore come tale è assolutamente
quietivo: nessuno può volervisi sottrarre senza l'esperienza d'uno stato
diverso, che sarà quindi il reale motivo del voler suo. Non ci sono desiderii
vaghi di liberarsi da dolori attuali senza saper nulla dello stato in cui si
cangerebbero. Si ha sempre un'idea dello stato diverso che si desidera. Condillac
disse bene. Les besoin ne trouble notre repos, ou ne produit l'inquiétude, que
parce qu'il déter mine les facultés du corps et de l'âme sur les objets, dont
la privation nous fait souffrir. Nous nous retraçons le plaisir qu'ils nous ont
fait: la réflexion nous fait juger de celui qu'ils peuvent nous faire encore;
l'imagination l'esagere; et, pour jouir, nous nous donnons tous les mouvemens
dont nous sommes capables. Toutes nos facultés se dirigent donc sur les objets
dont nous sentons le besoin ». Or questo,osserva B., non è che un commento di
Locke; il quale, indicando il dolore come causa delle nostre
determinazioni,esige che v’abbia nello stesso teinpo fuori di noi quel tale
oggetto piacevole che ci promette un sol lievo. Ma in questo modo è un aperto
tradirsi, è ammettere di fatto ciò che con tanta fatica si combatte in
teoria. Si, è « pour jouir, come dice Condillac, que nous nous donnons tous les
m o u vemens dont nous sommes capables ». Il vero motivo dunque delle
determinazioni volitive è quel l'oggetto volibile posto fuori di noi,di cui
parla lo stesso Locke. Ma come s'ha da intendere questo fuori di noi? Non certo
nel senso spaziale: perchè in questo senso l'oggetto resta sempre fuori del
soggetto che lo sente. Qui si tratta invece di posizione nel tempo; vale a
dire, l'oggetto è fuori di noi in quanto non è ancora, può in avvenire esser
posseduto da noi: in quanto rispetto a noi è un oggetto futuro, laddove
l'oggetto goduto può dirsi presente e attuale. Di qui il principio, su cui B. insiste a lungo e difende da ogni
possibile obbiezione, che il motivo di tutte le azioni umane sia la sensazione
piacevole dell'avvenire. Or donde, dato un unico motivo possibile, tanta
varietà nelle azioni umane? Egli è che l'anima, a cominciare dalla sensa
zione,non è,come fu già osservato,uno strumento passivo.Un'af fezione poi,
com'è data dalla sensazione, non resta immobile e inerte nell'anima,che la
elabora e la spiritualizza, decomponen done gli elementi costitutivi (un
oggetto nelle sue varie qualità di cui non è che l'insieme) per distinguere
questi l'uno dall'altro, e d'ognuno farne un centro d'associazione d'altre
affezioni o m o genee che concorrono a fissarvisi. Quindi un intreccio di
vincoli per cui le rappresentazioni sono fra di loro legate; e quindi una
maggiore o minor forza in ognuna a seconda del più o meno stretto
collegamentocon altre;ecorrelativamente,una maggioreominor facilità in ciascuna
di esser ricordata e come d'esser proiettata pel futuro.Ora questa forza
intrinseca dell'anima,elaboratrice dei materiali dell'esperienza sensibile,non
pervenendo a uno stesso grado in tutti gl'individui e in tutte le età, è chiaro
che confe rirà un contenuto diverso al motivo del volere,e produrrà quindi la
varietà delle azioni. Insomma, essendo identica in tutti la natura dell'anima e
identici gli organi esterni che le porgono alimento, si genera ne'diversi
individui un diverso contenuto psi cologico, da cui dipendono le determinazioni
del motivo in so unico dell'umano volere. « Certo, dice con enfasi B., quell'inflessibile
Bruto che condanna a morte i suoi figli, e che con occhio fermo assiste all'ese
cuzione della sua terribile sentenza,sarà un essere inconcepibile ma [Essai
troisième, chap. I e II. fuori del primitivo concetto della
grandezza romana. Egli si slan cia attraverso la notte dell'avvenire, e vede
per quell'esempio di giustizia spiegarsi sotto isuoi occhi,in una successione
magnifica, cinque secoli di gloria e di prosperità; vede la nazione più colos
sale uscirne tutta intera e coprire della sua potenza la faccia della terra; e
concezioni che spaventano le anime comuni, rien trano per le anime
straordinarie nei rapporti immutabili del l'esistenza dell'universo ». Il
principio delle azioni umane, dunque, è la sensazione piacevole di un oggetto
futuro: o con termine più semplice, il piacere. E la storia ce ne fornisce una
conferma evidente. L'ori gine della società non è che l'effetto di tale
principio. Esso conduce il selvaggio dalla caccia alla pastorizia, quando
l'esperienza gl'insegni che le intemperie o le malattie potranno impedirgli un
giorno di procacciarsi la preda necessaria al vitto: ed egli provvede
all'avvenire impadronendosi, quando può, di gran numero di animali pacifici,
per esempio di cervi, e li conserva vivi, per potersene nutrire al bisogno.
Esso fa sorgere accanto alla pastorizia l'agricoltura, quando l'uomo conducendo
gli armenti alla pastura, acquistata la conoscenza degli alberi e delle piante,
comincia a sperimentarne l'uso, e a poco a poco a calco larne ivantaggi che ne
può ricavare con la coltivazione.Esso mena il pastore e l'agricoltore a
scambiarsi i prodotti superflui della loro diversa operosità,segnando quindi la
data della più potente rivo luzione nell'insieme dei loro bisogni e delle loro
facoltà. Quindi, dividendosi sempre più il lavoro e moltiplicandosi gli
scambii, sempre quell'identico motivo aduna insieme ad abitare in un sol luogo
consumatori e produttori, e crea le città. Poscia perfe ziona le arti, regola
le industrie, e fa nascere perfino le scienze. È questa la molla segreta di
tutto l'umano progresso. 18. E che è la proprietà se non un sostegno
dell'avvenire? E a che si ricerca e si stabilisce, se non per assicurarsi il
piacere futuro? La proprietà è necessaria appunto perchè è necessario cotesto
sostegno dell'avvenire. E coloro che declamano contro la proprietà, esaltando
la comunanza dei beni, non sanno che si di cono, e si stenta a credere che
parlino in buona fede. E che? La comunanza dei beni esclude forse la proprietà?
Una massa di mezzi di sussistenza appartenente a una colonia intera senza
appartenere agl'individui che la compongono,è inconcepibile.La proprietà
individuale ci sarà sempre, sebbene ridotta al libero uso che ciascuno può fare
dei beni comuni; perchè in quest'uso è assicurato appunto a ciascuno il
sostegno dell'avvenire; che è la vera sostanza del concetto di proprietà. Ma
cogliendo il frutto, non s'è padroni di tagliare l'albero che lo produce. Ma
l'albero non è per ciò sempre una proprietà,alla quale ognuno ha diritto di
ricorrere, quando vuol soddisfare la fame? Ma questo diritto appartiene
egualmente a tutti gl'individui della colonia. Ma da quando in qua la
solidarietà del possesso ha distrutto il diritto di proprietà, che ciascun
solidale ha sullo stesso fondo? E tanto è vero questo modo di vedere che,quando
questa massa di beni comuni cessi, per dissensi o usurpazioni, di soddisfare ai
bisogni di tutti gli individui della comunanza, cessa anche di essere una
proprietà, pel solo fatto che nessuno più vi riconosce l'appoggio del suo
avvenire;e allora ognuno per sussistere fa assegnamento sul suo lavoro
personale, e si crea una proprietà a sè, di cui gli altri non partecipano punto
il godi mento. Declamare, dunque, conchiude il nostro scrittore, contro la
proprietà è pigliarsela colle affezioni costitutive del n o stro essere.
Pretendere la proprietà con la comunanza dei beni, è giuocar di parole, é
appigliarsi a una differenza, che rispetto alla nostra natura sensitiva è nulla.
E che è la legge se non una garenzia dell'avvenire? Tutte le definizioni
diverse date da CICERONE (si veda), da Montesquieu, da Grozio, da Rousseau
contengono forse ciascuna una verità,ma par ziale e incompleta. La legge non è
una semplice volontà, nè un pensiero generale, nè un'astrazione filosofica: ma
« una potenza sempre attuale, sempre formidabile,che nasce dal bisogno di con
servare inviolabili le affezioni più generose dell'anima. La pro prietà
basterebbe come sostegno dell'avvenire;ma questo soste gno è ad ora ad ora
scosso dalla violenza e della mala fede, con tro le quali urge appunto la
garanzia delle leggi. Certo la legge provvede a un vizio della convivenza
civile; e Tacito ha ragione: corruptissima republica,plurimae leges! 20. E se
si riflette, la stessa religione rispecchia quel fonda mentale motivo di tutte
le umane produzioni. Non è religione quella del selvaggio, che, atterrito dal
rimbombo del tuono nel mezzo della tempesta,si prosterna innanzi al corruccio
d'un Dio che ei si rappresenta posto sulla cima delle nubi; o del
selvaggio che all'apparire del sole vedendo sorridere la natura, adora in
ginocchio l'astro luminoso, ond'egli fa la dimora sacra d'un Dio benefattore:
perchè il vero sentimento religioso è ben altrimenti profondo. Religioso è
l'uomo la cui anima si espande a tutto ciò che v'è di più tenero e di più
simpatico nei rapporti della natura vivente, e sdegnando fieramente i limiti
d'una tomba fredda e silenziosa, innalza le sue più nobili aspirazioni oltre il
confine del tempo e dello spazio: l'uomo virtuoso che l'ingiustizia dei suoi
simili ha gettato nelle tribolazioni dellavita,eche,non vedendo se non nella
morte il termine delle proprie miserie,apre l'anima alle illusioni lusinghiere
d’un'altra vita imperitura,e sospira la calma che si ripromette di
trovarvi.Negli uomini diquesta tem pra conchiude il Bozzelli s'eleva il
santuario della reli gione, dond'essa apparisce raggiante delle speranze più
consola trici. La religione nasce pertanto come l'infinito dell'avvenire(1).
Disse lo Shaftesbury, che il primo ateo dovette essere certamente un uomo
triste e malinconico. Il contrario anzi è vero, secondo il nostro romantico
scrittore. Le reveries seducenti della tristezza malinconica fecero nascere la
religione; e l'ateo è un 21. Tutta l'umanità dell'uomo,dunque,cidice,che ogni
deter minazione dello spirito procede dal bisogno d'un piacevole avve nire. E
in questo bisogno perciò occorre cercare il reale fonda mento di quel fatto
umano,che è a sua volta la morale. L'etica di B. è,come ognun
vede,schiettamente edo nistica. E come ogni edonista, B. concepisce la morale come un fatto naturale,ed
è risoluto avversario del concetto normativo di essa. « L'homme, egli dice, ne
doit être que ce qu'il est: la règle de sa conduite ne répose que sur les lois
de sa constitution fondamentale... Dire que l'homme doit être par choix une
cose tout-à-fait différente,de ce qu'il est par essence, c'estprétendre qu'unarbrefait
pour produiredespommes,pro duise des poulets ou des poissons. E direbbe invero
benissimo se questa concezione realistica della morale egli non riattaccasse
alla veduta metafisica dell'antico edo nista,che honeste vivere est secundum
naturam vivere; e se ricer cui cuore freddo e gretto è incapace di
allargarsi deliziose d'un'anima alle espansioni tenera e gentile. La réligion
et l'irréligion ne constituent en dernière analyse qu'une simple sibilité
question de sen essere il cando nell'uomo stessoilfondamento effettivo
dellamoralità,egli non si mettesse innanzi l'uomo nella sua nudità primitiva. L'uomo
ancor nudo, il bestione di cui parla Vico, non ha ancora moralità, è ancora
natura: e bisogna aspettare, per dir così, che si vesta, perchè diventi
quell'essere nella cui costituzione una concezione realistica della morale
possa trovare il fondamento di fatto di questa.Ad ogni modo,vediamo come
quest'uomo ancor nudo acquisti col solo motivo del piacere la moralità, secondo
B.. 22. La morale non è che una continuazione, o, se si vuole, un'applicazione
dell'analisi fin qui fatta delle forze operanti nello spirito, Si rifletta. Se
tutti gli oggetti circostanti fossero uni formemente piacevoli,per obbedire
alla propria natura, ed essere quindi completamente felice, l'uomo non dovrebbe
che abbando narsi agl'impulsi della sua volontà spontanea. Ma, pur troppo,
questa età dell'oro non è che nell'immaginazione di Esiodo e de gli altri poeti
antichi che la descrissero. Purtroppo, le cose e gli stati sono ora piacevoli e
ora dolorosi; e l'uomo, che non ab bia accumulato una sufficiente esperienza,
spesse volte s'inganna: crede di seguire il piacere, e si trova innanzi il
dolore: e procede sempre nella vita come naviglio in mezzo all'Oceano,ora
favorito dal bel tempo, ora sbattuto dalla tempesta. Ma i disinganni e i dolori
lo rendono riflessivo, distruggono in lui quel naturale abbandono agl’impulsi
ciechi del volere; lo rendono sempre più prudente, e più difficile nelle
determinazioni future. Gli farebbero contrarre l'abito della perplessità e della
irresoluzione, se non soccorresse il giudizio,che solo ha il po tere di leggere
nell'avvenire fondandosi sul passato,ed è in grado perciò di fornire una
garanzia all'anima che vuole, mostrandole il bene verace, incoraggiandola, rassicurandola.
Il giudizio, ricercando sempre i rapporti del mondo esterno con l'uomo a fine
di garentire il volere per il futuro, accumula via via un gran tesoro di fatti
positivi; che non restano patri monio esclusivo dell'individuo che ne fa
esperienza,ma si comu nicano nelle famiglie, e si ereditano di generazione in
genera zione; moltiplicandosi col tempo per l'esperienza degli altri in
dividui;permodo cheinfinel'uomo sitrova riccodituttiimezzi che occorrono ai
suoi vasti bisogni. L'analyse de la pensée a dissipé les romans,a désenchanté
les osprits,a montré l'homme dans sa nudité primitive >Se non che questo
fardello di esperienza che cresce sempre, non può crescere indefinitamente:
perchè finisce con essere in sopportabile alla memoria. E che avviene? Una
parte di esso va lentamente perdendosi nell'oblio.È vero che intanto nuove espe
rienze aggiunge di proprio l'individuo; m a è tutto un versar acqua nella botte
delle Danaidi.almeno sarebbe,se In queste massime, in questi apoftegmi, in
tutte queste gene ralizzazioni è la morale, una morale pratica, che diventa
scienti fica quando tutti i precetti, tutte le massime sono coordinate e messe
d'accordo tra loro,ridotte a sistema e subordinate a un'idea unica e centrale.
La morale, insomma, si riduce a una precet tisticadiprudenza;ogni
imperativo,potremmo direcon Kant,è ipotetico. Come accade che la morale
apparisca qualche cosa di di verso? B. spiega anche la psicogenia del concetto
corrente della morale, come di un insieme di obblighi superiori, imposti alla nostra
natura sensibile e non derivati affatto da questa. Una volta formate le massime
generali, è naturale che, invece di fare ai figli delle lezioni pratiche
richiamando o narrando tutte le singole esperienze, si preferisca d'imprimere
nella loro memoria quelle regole determinate che essi potranno poi applicare
nel loro interesse secondo i casi della vita; giacchè in tal modo siri
sparmierà tempo e fatica,e sarà tanto di guadagnato per l'inse gnamento che si
vuol dare. M a come fare accettare tali regole ai figli? La loro vera
giustificazione sta nell'insieme dei casi par ticolari, da cui sono estratte. E
rifare la storia di quei casi è impossibile; tanto varrebbe continuare nel
vecchio sistema, e la sciar da banda le regole. Si pensa ad imporle incutendo
per esse un rispetto stabile e profondo, col dare ai fanciulli un'idea m i
steriosa della loro natura ed origine. Non si presenta la verità tutta nuda: si
crede anzi di ren CAPITOLO V tervenisse di genio, che, fatta una cernita
non in l'opera degli uomini dotati d'una gran mobilità sieme tutti i catenano e
fondono masse di quelle esperienze simili e quindi generalizzando con finezza e
profondità carico di fatti individuali, in caratteri coloriti e sfumati casi
particolari intere di tali esperienze, e le rendono al pubblico cui
originariamente mero di parole partenevano,secondo lafineosservazione in piccol
n u ap del La Bruyère, coniate, chiare e precise, in apoftegmi per dir cosi, in
massime ed eleganti, in pensieri ingegnosi semplici: con cui si sostituisce e
minuziosi. da tutti il pesante e forza, messi in, in derla più
bella vestendola e abbigliandola in costume da teatro. Si dice che quelle
regole hanno un'origine soprannaturale, che sono innate in noi; che ognuno le
porta impresse nel cuore. E vera mente come figure rettoriche queste
espressioni, dice B., potrebbero correre. Si può dire, infatti, che Dio ci
abbia dato queste regole nel senso che egli ci ha fornito i mezzi di scoprirle
e constatarle; si può dire che siano innate in noi, nel senso che noi siamo
dotati delle facoltà adatte a farcele scoprire. Ma così potrebbe dirsi
egualmente,che Dio ci ha comunicate le leggi del moto,e che esse sono impresse
nelnostrocuore,per ciò solo che ci ha così fatti da apprenderle mercè
l'esperienza e la rifles sione. 24. Non già che le leggi morali sieno
convenzionali e arbi trarie. Esse sono fisse e invariabili nell'ordine eterno
delle cose; dipendono dalla nostra natura sensibile; come le leggi fisiche ap
partengono intrinsecamente ai corpi.Noi non possiamo cangiarle, nè sottrarci ad
esse. Ma l'origine loro nel nostro spirito non è differente in nulla
dall'origine dei concetti che pure abbiamo delle leggi fisiche. Certo, nel
mondo fisico, sarebbe meglio limitarsi a insegnare a un contadino come,
coltivando e curando erbe ed alberi sel vatici,i nostri padri pervennero col
lavoro a sostituire alla fine, per la nutrizione, frutti più dolci e più
succulenti alle ghiande e alle radici. Ma in pratica,è indifferente che gli si
dica al con trario,che tutto si deve al solo dono degli Dei; e che a Minerva
dobbiamo l'ulivo, a Cerere le biade e a Bacco la vite.Il sistema è diventato
falso,perchè si è esagerato; e a forza di voler cavare tutto dai cieli,s'è
finito col farne scendere perfino il delitto e la corruzione. Ma oggimai, pare
a B. che meglio si farebbe dicendo il vero ai giovani; mostrando loro come
quelle regole di morale che, si additano ad essi, non sono altro che la
quintessenza del l'umana esperienza accumulata a prezzo di infiniti dolori; e
che seguirle è fare il proprio interesse, perchè esse insegnano i mezzi di
sfuggire al dolore. La morale di B. è per questo essenzialmente intellet
tualistica come quella di Socrate. Esser virtuoso è sapere: sa (2) Ma la fonte
diretta è HELVELTIUS; il quale già aveva detto che bisogna « décou vrir aux
nations les vrais principes de la morale; leur apprendre qu'insensiblement
en per veramente. E come Hobbes scrisse un libro De computatione
seu logica, bisognerebbe scriverne un altro: De computatione seu ethica: perchè
non si tratta anche in morale che di un calcolo. Ma a questo punto B. prevede
un'obbiezione: la vostra morale è impossibile, perchè, incatenando la volontà
al piacere, voi avete distrutta la libertà che è la condizione sine qua non
della morale. Intendiamoci: bisogna distinguere libertà da libertà. Io ammetto,
egli dice accordandosi pienamente col Borrelli, lalibertà,ma comepotenza d'agiresecondole
determinazioni (lella volontà, senza che alcuna forza estranea Questa libertà
d'agire esiste, ed è assoluta; perchè non vi sono ostacoli estranei di nessuna
natura che le si possano opporre.Non ve ne sono fisici; perchè, p.es., l'impossibilità
di saltare un fiume dipende dalla limitazione naturale delle nostre facoltà
muscolari, ossia da condizioni del nostro essere. Non ve ne sono morali, a
maggior ragione: perchè il non poter derubare, il non poter as sassinare la
gente, è un ostacolo alla determinazione del volere, più che all'azione; del
volere, che trova il proprio interess e nel non determinarsi mai per ciò che
può distruggere la sua felicità.Non ve ne sono,infine,sociali;perchè lostato
sociale,checchè ne dica Rousseau, non importa la menoma limitazione della
libertà natu rale; perchè chi consideri le leggi civili secondo il fine per cui
sono istituite, esse non possono che essere d'accordo coi motivi della volontà
di tutti gl'individui per le quali sono dettate. E se in pratica, scrive il
liberale del '20, si osserva il contrario, la colpa non è del principio:ora si
parla della società, non delle società Qui il Nostro ha un'osservazione
preziosa, che avrebbe vivificata tutta la sua etica, se egli se ne fosse
ricordato a tempo, e che ci fa desiderare il suo Esquisse politique, che non ci
è riu scito di vedere.Il concetto dello stato di natura in cui ogni uomo
èlupoall'altrouomo,pare a B. un romanaffreur;esime raviglia che sia mai potuto
entrare nella testa di un essere ragio traînées vers le bonheur apparent ou
réel la douleur et le plaisir sont les seuls moteurs do l'univers moral; et quo
lo sentiment de l'amour de soi est la seule base sur laquelle on
puissojeterlesfondements d'une moraleutile» (Del'esprit). Anche per Helveltius
la virtù era un calcolo, e il vizio un effetto dell'ignoranza. Senza
opponga ostacoli. questa libertà la felicitàsarebbe impossibile; e sarebbe
quindi anche impossibile la morale) nevole. Il vero stato di natura, egli dice,
non è che lo stato so ciale: e ciò è così semplice, cosi chiaro, così intuitivo
che non è mestieri dimostrarlo. Ma l'osservazione è quasi guastata dal commento:che
sarebbe stata un'inconseguenza quella della natura di aver fatto l'uomo per la
felicità e per la società che ne è la condizione fondamentale, e avergli
conferito insieme tali diritti (ipretesi dirittidinatura,abbandonati,secondo
Rousseau, perla sicurezza di altri diritti acquistata con lo stato sociale) da
esser egli obbligato a disfarsene tosto per compiere il suo vero destino. Tutte
le limitazioni, insomma, sono limitazioni del volere, o del corpo stesso
dell'agente: non sono mai estranee ad esso; e. non si può dire mai, quindi, che
importino una restrizione della libertà di agire. Quanto questo agente,
considerato non solo come volere,ma anche come organismo corporeo,sappia di
crudo m a terialismo, non occorre spiegare. Era la tendenza intrinseca di tutto
il pensiero bozzelliano, che dalla sola sensibilità si proponeva di cavare
anche ciò che ha natura essenzialmente superiore. Dunque, libertà di agire, si:
ma se si pretende anche li bertà di volere, il Nostro non dubita di affermare
che un tal concetto è parto d'immaginazione indelirio. La libertà presup
poneilvolere;enonpuòquindi esser presupposta da essa, perchè, per esser libero,
bisogna prima volere; laddove la libertà del volere importerebbe che si fosse
liberi prima di volere. L'argo mentazione qui è evidentemente viziosa,
avvolgendosi in un cir colo: giacchè si vuol dimostrare che l'unica libertà è
quella di agire, e contro quella di volere si toglie una ragione dalla li bertà
di agire. Giacchè solo rispetto all'agire la volontà precede la libertà. Ma B.
domanda che significhi la frase libertà di vo lere. Se si crede, egli dice, che
si possa volere senza motivi, ciò è assurdo. Si vuole perchè si sente; mancando
la sensazione pia cevole, la facoltà di volere resta inattiva, demeure en
silence.Non si può volere, senza voler qualche cosa, senza un fine: voler nulla
è non volere. E non è possibile nessuna distinzione tra fine e motivo. Se poi
s'intendesse per volere libero un volere non impedito da ostacoli, non si
direbbe nulla di positivo; perchè gli ostacoli possono opporsi ai movimenti
comandati dal volere, non al volere. Il volere è come il pensiero: nessuno e
nulla può comprimere la libertà del pensiero in se stesso, che non è
suscettibile di nessuna opposizione diretta.Impedire si può la mani festazione
del pensiero, con la parola o con gli atti. Il concetto d'una possibile
determinazione contraria a quella effettivamente datasi, è assolutamente arbitrario:
perchè la v o lontà indipendente dalle sue reali ed effettive determinazioni,
qual'è quella cui tale possibilità si riferisce,è un'astrazione senza nessun
fondamento di realtà. La volontà è volta per volta determinata in maniera neces
saria. « L'uomo non può volere che il piacere: non è padrone di volere il
dolore, perchè dolore e volontà s'escludono a vicenda. Questa risposta è
perentoria. Questa necessità del volere però, lungi dal contrastare la morale,
è la sola che possa salvarla. Data la libertà del volere, ogniideadimoralesar ebbeannientata.
E laragioneèovvia. Questa libertà importa che la volontà sia indifferente al
piacere e al dolore; epperò, che quelli che si dicono oggetti piacevoli, e
quelli che si dicono oggetti dolorosi producano di fatto impres sioni analoghe.
In verità, non si potrebbe volere il dolore senza ammettere insieme che questo
possa produrre sull'anima un'im pressione simile a quella prodotta dal piacere.
M a questo sarebbe distruggere ogni differenza, e quindi ogni distinzione di
male e di bene, e ogni ragione di merito o di demerito delle nostre azioni,
ogni fondamento insomma della morale.Importerebbe inoltre, con la possibilità
di scegliere il male, una certa relazione invariabile tra i bisogni umani ed il
male, come ve n'ha di certo tra i bi sogni e il bene: onde non sarebbe una
colpa l'abbandonarsi al male. Ne inganni il fatto che, malgrado la ripugnanza
naturale,il vo lere si determini talvolta pel male; ciò accade perchè il male
si presenta allora sotto l'apparenza di bene, e il dolore riveste non di rado
a'nostri occhi le forme seducenti del piacere. La stessa morte al suicida
stanco di soffrire apparisce come una liberazione o un sollievo,e perciò appunto
un piacere. Rousseau, ostinato libe rista, in un momento di felice ispirazione
esce in un'affermazione importantissima e tanto più preziosa, in quanto è fatta
da lui: « Non, egli dice,je ne suis pas libre de ne pas vouloir mon propre
bien,je ne suis pas libre de vouloir mon mal: mais la liberté con siste en cela
même que je ne puis vouloir que ce qui m'est con venable,ou que j'estime
tel.S'ensuit-ilque je ne suis pas mon maître,parce que je ne suis pas le
maître d'être un autre que moi?» Ora, si può modificare ilpuntodivista:maquestoè
verissimo: che libertà vuol dire e deve voler dire esser se stesso, non già
poter esser altro che sè. B. insiste molto nel combattere tutte le astrazioni,
tutte le creazioni,come direbbe Hegel, dell'intelletto astratto nel campo
dell'etica. Perciò egli richiama l'attenzione sul parallelo sviluppo dei
bisogni e delle conoscenze umane corrispettive, per cui è possibile che i
bisogni sieno soddisfatti, attraverso i secoli. I bisogni crescono sempre e si
complicano; crescono e s'affinano insieme le conoscenze relative; anzi il desiderio
di nuovi piaceri stimola a nuove conoscenze, e le nuove conoscenze suscitano e
creano nuovi desiderii e nuovi bisogni. I bisogni sono oggi infi nitamente di
più e maggiori che una volta; e la loro soddisfazione è certamente più
difficile; e quindi più difficile la felicità. La vita d'una volta era un
navigare su un lago tranquillo,donde si discopra con uno sguardo la ridente e
pittoresca riviera; la vita d'oggi è un traversare un oceano tempestoso e pieno
di scogli,i cui confini si confondano con l'immensità dello spazio. Ma non
pertanto quei moralisti che, per assicurare agli uomini la felicità, vorrebbero
farli risalire, a ritroso degli anni, verso lo stato di semplicità primitiva in
cui li pose la natura, rassomigliano al medico che chiamato a curare
un'indisposizione, visto che è s e m plice effetto di vecchiaia, imputasse al
malato la decadenza da quella prima età in cui questi mali sono ignoti,e gli
consigliasse per tutto rimedio di tornare agli anni fiorenti della giovinezza.
V’ha una successione di età come per l'uomo fisico così pel morale;come per
l'individuo, così per l'umanità.L'uomo col suc cedersi dei secoli passa di
condizione in condizione, si trasforma naturalmente; e tornare indietro è
impossibile; concepire il ritorno è sogno seducente dell'uomo dabbene, che
crede possibile tutto ciò che l'immaginazione gli presenta come desiderabile. Nello
stesso errore cadono stoici ed epicurei,dimezzando l'uomo e creando un essere
fittizio non corrispondente punto alla realtà. Gli uni credono di poter
assicurare la felicità all'uomo, spogliandolo di tutti i bisogni, e facendolo
impassibile a tutti i piaceri, intento unicamente a non so quale virtù
selvaggia, posta non come d'ordinario in un luogo alto e difficile,ma
addirittura in una regione eterea al di là della na ra umana, e appena
accessibile agli slanci d'una immaginazione ardita e malinconica. Gli altri
vorrebbero sottrarre anch'essi l'uomo alla inquietudine dei bisogni
suggerendogli il carpe diem, il partito di appigliarsi ai piaceri più prossimi
per procurarsi la voluttà del corpo e l'in dolenza dell'anima.I Cinici e i
Cirenaici,precorrendo queste dot trine, le avevano di già screditate
esagerandole. L'uomo di Z e none è un'astrazione; perchè l'uomo come essere
sensibile non esiste che pel mondo esterno, al quale deve lo sviluppo della sua
sensibilità; e non può chiudersi in se stesso e rinunciare a tutte
lesensazioni,come dovrebbe,persottrarsiatuttiibisogni.L'uomo segregato
dall'universo e divenuto come una statua, è l'uomo sna turato, l'uomo
distrutto. Così l'uomo di Epicuro, che rinunzia alle più alte soddisfazioni per
pascersi dei piaceri più facili, con trasta con ogni idea di progresso, di
attività umana: è mezzo uomo ancheesso; èsimileall'aquila,che,dotatadialiper
slan ciarsi verso la luce fiammeggiante del sole, preferisse di sbaraz zarsene
per somigliare ad un rettile. M a già queste opposte dottrine ci dicono che
oggetto unico della morale è per tutti il piacere; principio unico da cui
partono e a cui tendono tutte le azioni umane. La virtù selvaggia degli stoici
non è che il pegno simulato d'un piacere infinito; « e il torto di Epicuro non
è.di aver fondato la morale sulla voluttà, per chè la voluttà è certo il
sinonimo del piacere; ma di averne pro stituito l'idea,e tagliato lepiù
splendide ramificazioni. Lo si combatte grossolanamente, laddove si tratta di
rifiutare il senso stretto che egli vi lega: perchè infine la pratica della
virtù è essa stessa una voluttà (4); e come dice con molto acume Montaigne:
pour être plus gaillarde, nerveuse,virile, robuste,elle n'en est que plus
sérieusement voluptueuse. L'uomo,insomma, è tutto l'uomo,e il piacere, motivo
delle sue azioni, non esclude nessuna forma di piacere. Di qui è chiaro che
tante saranno le forme di piaceri, quante sono le attività o gli stati
dell'uomo; perchè altrettanti saranno i suoi bisogni. B.distingue nell'uomo la
sua esi stenza animale e la sua esistenza sociale: le due condizioni, egli Non
occorre qui notare la inesattezza storica di questa interpretazione del
pensiero di Epicuro.E già nell'inesattezza il Bozzelli è in buona compagnia;perchè
anche Kant pensava lo stesso) dice, che lo comprendono e costituiscono tutto
intero. Quindi i piaceri sono classificabili in piaceri animali e piaceri
sociali.La de duzione degli uni risulta dal già detto. Donde gli altri? Anche B.
accetta la teoria della simpatia morale:il piacere degli al tri è nostro
piacere,per l'identità di natura tra noi e i nostri simili. M a questi piaceri
animali e sociali sono in relazione fra loro. Quali naturalmente prevalgono? E
qui il Bozzelli rifà la solita critica dei piaceri egoistici,animali. Questi
piaceri si riferi scono ai bisogni fisici, che non hanno nessuna latitudine, nè
spa ziale nè temporale. Le condizioni della materia ne fissano i limiti.
Portano sempre con sè sazietà e disgusto.Il godimento ne dissipa tutta
l'attrattiva.Non hanno successione,nè continuità:si gene rano e svaniscono come
fenomeni effimeri e staccati. Nascono col bisogno, e finiscono col bisogno:saziata
la fame, la vista sola dei resti del pasto è importuna e sgradevole.Il letto,
sollievo all'uomo stanco,diviene tormentoso a chi vi debba restare a lungo
senza interruzione. Il fasto viene a noia, e dopo averne lungamente goduto,si
cerca la campagna e idisagi.Questi piaceri insomma sono, per dirla con
Plutarco, come aurette di venti graziosi che spirano le une su una estremità,
le altre sull'altra estremità del corpo, e passano e svaniscono incontanente:
così breve ne è la durata; simili alle stelle che si vedono la notte cadere dal
cielo, o traversarlo da un punto all'altro, essi si accendono e si spengono
sulla nostra carne in un istante. Dipingete un quadro con le tinte contrarie; e
avrete la rap presentazione dei piaceri sociali.Di qui ilmaggior pregio (edoni
stico, s'intende) e la naturale prevalenza dei piaceri sociali sugli. Nell'espressione
di piaceri sociali, questa designazione ha però un senso molto largo: altri
direbbe sentimenti spirituali. L'autore infatti li contrappone ai piaceri
animali, dicendo questi jouissances directes du corps, e quelli jouissances
directes de l'ame. Gli o g getti dei primi « consistent dans tout ce qui et rapport
à l'entretien matériel de la vie et auxagrémensimmédiatsdessons»; glioggettideglialtriconsistonoinvecein
«toutce qui a rapport à cette correspondanco, harmonique des sensibilités, en
vertu de laquelle noussympathisonsavec les jouissances aussi bien qu'avec les sauffrances
de nos semblables; etnousnous tentons poussésàaugmenter lesunes, àsoulagerlesautres,ànousréjouir
du bonheur,à nous afsiger du malheur de notre prochain. Il quale, come il Nostro, non s'accorge
combattendo L’ORTO, che ancheL’ORTO cosi critica i piaceri sensuali. Vedi
l'opuscolo di Plutarco, (he non si potrebbe ri vere felicemente secondo la
dotlrina di Epicuro.)animali. Di qui la superiorità della morale sopra le
fisiche incli nazioni ad essa contrarie. 34. Tutti i piaceri sociali si
risolvono in quelli della giustizia e della beneficenza. La giustizia è il
riconoscimento della invio labilità della proprietà, di cui s'è già parlato. La
beneficenza è la sodddisfazione degli altrui bisogni, sentiti come nostri per
effetto della simpatia. I due fatti si suppongono e quindi s'in tegrano a
vicenda. La beneficenza è una conseguenza della giu stizia; che ha luogo quando
uno o più individui dell'aggregato sociale a cui apparteniamo, non abbiano quel
sostegno dell'avve nire, che è la proprietà. E del pari la giustizia è una
conseguenza della beneficenza, poichè se siamo benèfici per non soffrire con
altri, non possiamo violare quella giustizia che è la condizione della
proprietà. Questi due fatti sono la base della società,di ogni ocietà, vuoi
domestica,vuoi civile,vuoi politica: sono la pratica della virtù. Ma che è
propriamente virtù, e che è vizio? Il Bozzelli richiama un principio notissismo
di psicologia: che l'abitudine at tenua la coscienza e quindi il grado di
piacere e di dolore pro dottoci dalle impressioni; e osserva che non si può
perciò fuggire il dolore abbandonandosi al piacere, se non si vuol fare come il
medico che per guarire la malattia uccide l'ammalato. Bisogna lottare contro il
dolore, per disarmarne la violenza, acquistando l'abito di soffrirlo, e quindi
affrontando il dolore, anzi che vol gergli le spalle o accasciarsi sotto il suo
peso: m a occorre i n sieme lottare contro i piaceri per impedire che
l'abitudine digo derne non ne distrugga ilbeneficio,usandone quindi con
prudente moderazione. Epperò occorre dare all'anima tal forza di carattere che
le permetta di padroneggiare la tempesta delle passioni. E quella tempra
acquisita, che rende l'anima capace di soggiogare con successo tutti i dolori,
e restare ferma contro le seduzioni dei piaceri che tentano di snervarla, è
quel che B. dice propriamente virtù; e
il contrario,vizio. Insomma, la virtù è l'arte di godere. Fermezza nei
dolori,moderazione nei piaceri, sono i suoi caratteri; come debolezza nei
dolori, intemperanza nei piaceri,sono i caratteri del vizio. Quindi il grande
uffizio della pedagogia: che imprima alla fibra animale, quand'è ancor tenera e
flessibile, e all'anima, quand'è ancor nuova e accessibile a tutte) le
affezioni, una serie di abitudini che le rendano atte a quella fermezza e
moderazione,che crea insomma la virtù. La quale, secondo il B., è unica e
indivisibile, se si distingue dagli atti virtuosi,in cui può manifestarsi.Per
la povertà naturale del linguaggio o pel desiderio di nobilitare cose ordinarie
e comuni,si decora sovente del nome di virtù ogni qualità ac quisita a forza di
fatica e di studi e perfezionata dall'abitudine di un lavoro continuo e
ostinato. E in questo senso,per esempio, in Italia si dice che un pittore,un
musico,un ricamatore, un fa legname e perfino un muratore ha della virtù; e
qualche volta si aggiunge, ed è un'espressione più felice, che ha questa virtù
nelle mani. M a tale virtù non si può confondere con la virtù morale: la quale
non è indirizzata*a vincere ostacoli che si oppongano alle mani: ma è solamente
quell'energia abituale dell'anima che signoreggia dolori e piaceri,
schermendosi dai primi per non re starne vittima, e tenendosi lontana dai
secondi per serbarne la freschezza. Ogni altra accezione del termine virtù è
falsa, o equi voca,od esagerata. Queste le linee principali della concezione
etica bozzel liana: alla quale non si possono per certo negare ipregi della coe
renza, del rigore e dell'acume filosofico. È vero che l'originalità si riduce a
ben poco, quando si pensi alla dottrina di Adamo Smith (Teoria di sentimenti
morali) e a quella di Helvetius (Trattato dello spirito): delle quali è come
una contaminazione. Dal l'una è tolta di peso la teorica della simpatia;
dall'altra il pretto edonismo e lo spiccato intellettualismo: e questi tre sono
i tre ele menti principali e costitutivi dell'etica che abbiamo esposta.Ma è
innegabile tuttavia,che B. ha saputo fondere insieme que sti elementi e
imprimervi uno stampo proprio, formandone un si stema ben organato e compiuto:
tale che la letteratura contempo ranea francese e italiana non ha nulla da
mettervi accanto.Con ciò, s'intende, non si dice che è tutto vero quello che B.
crede tale.Ma farne la critica sarebbe inutile ormai che quella po sizione è di
lungo tratto oltrepassata. Era stata,anzi,oltrepassata prima che B. pensasse a
scrivere: ma in una parte della storia delle idee, che non entrò nella sua
cultura di ideologo. È noto quale importante parte all'educazione attribuisce
l'Helvetius.Cfr.A Piazzi, Helvetius nel Dizionario illustr, di pedagogia dei
proff. Martinazzoli e Credaro; e l'arti colo dello stesso, Le idee filosofiche
e pedagogiche di U. Adr. Helvetius, nella Rivista di filosofia scientifica. The
grand exception to this generally bleak depiction of characters is CATONE (si
veda), who stands as a Stoic ideal in the face of a world gone mad (he alone,
for example, refuses to consult oracles to know the future). Pompey also seems
transformed after Pharsalus, becoming a kind of stoic martyr; calm in the face
of certain death upon arrival in Egypt, he receives virtual canonization from
Lucan. This elevation of IL PORTICO and Republican principles is in sharp
contrast to the ambitious and imperial Caesar, who becomes an even greater
monster after the decisive battle. Even though Caesar wins in the end, Lucan
makes his sentiments known in the famous line Victrix causa deis placuit sed
Victa Catoni. The victorious cause pleased the gods, but the vanquished [cause]
pleased Cato. CATO A TRAGEDY. ADDISON. IL CATONE TRAGEDIA DEL
SIGNORE ADDISON.Addison. Salvini CATONE: TRAGEDIA ADDISON. CATONE TRAGEDIA.
ADDISON. SALVINI. FIRENZE, Neftenus. Con \UM Stftr. A iattanza di Scaletti. Catoni
autem quum ìncredibilem trihuijjet Na* tura gravitatevi, eamque ipfe
perpetua con* [tanna roboravìjjet, femperquc in propth Jtto
fufceptoqut confili permanfijfet, tnoriutidum potim, quam tyranni
vultus afpiciendui fuit. Cic.de Officlib. x.cap.jn ALL' ILLUSTRISSIMO
SIGNORE &c. Enrico Mylord Colerane. iBajtrifàm
Signore E molte bbbligazioni, che io protetto alla gentilezza di VS.
Illuftriflìma, e la fperienza avuta da' primi Letterati di emetta
Città del suo profondo sapere, già predicato dalla Fama, ed ammirato da
i etti elfi per mezzo della fua dotta con- venzione, mi
fpirano un umile ar- dire di dedicarle la celebre Traduzione della
infìgne Inglese tragedia del Catone, che addio efee di nuovo col fuo
fteflò Originale alla luce; ficuro che Ella 1’accetterà di buon
animo, come fuole, eftimatore giuftiifimo, doverofamente incontrare tutte
le buone e belle opere degl' in- gegni più follevati, e come proveniente
da chi fi pregia d* effere Di VS. Illuftrifsima Ewotiffino e
Obbligai iffmo Servitù?* Scaletti . La presente Tragedia del Catone,
parto felici/fimo del nobile fpirito delSig. Ad- m V di fon,
efendo per comune eftimazione de* dotti de IT Inglefe Idioma, sì per la
fublimita àe % concetti, che per la finiffima leggiadrìa dello ftile, uno
de' più rari poetici componimenti, che in fimil genere abbia mai
riportato il gra- dimento e l’applauso universale ; non e maraviglia, che
f ralle Nazioni più eulte ella abbia incontrato il genio di alcuni
ingegni più folle- vati y i quali di buona voglia abbiano impiega-
to tutte le forze del loro talento per trafportarla ciafeuno nel proprio
nativo linguaggio. llSig.Hul- Un, per foddisfare al dejiderio impaziente
del Pubblico, che bramava di vederla renduta più univerfale per
mezzo di una traduzione Fran- zefe, s' impegno a intraprenderla in ver fi
; ma non ebbe terminata la prima Scena dell’Atto primo, che
modeflamente fe ne ritiro, allegan- do per fua difefa, che egli non fi
ftntiva di forze cosi gagliarde per profeguire una fatica così nfpra e
[pino fa. Ed in fatti, come offerva giudiziofamente Boyer, il quale,
tutta in- ! fera in profa la traduffe „ può il Traduttore 1 „ f*
^ro/à girel*, r he ha detto Addison ; ma non può dirlo in verji, e spezialmente
in lingua Franzefe, ove necef- „ fastamente fa di meflieri il mutare,
iltroncare, e t aggiugnere. La lingua Inglese, come egli dice, Nativo effondo
di Francia, emula della Greca e della latina, non foffre qualunque
benché minima fuggezione, nata per se medesima fertile, calzarne, ed
efprimentifftma nel colorire i caratteri di quei foggetti, de' quali ella
prende ad efprimere i fentimenti ; laddove per lo contrario la lingua
Franzese, raffinata continuamente da nuove regole, e da nuovi coflumignon
ammettendo alcuna di quelle temerità, giuflamente chiamate felici, reputa
come difet* ti le vive immagini delle efpreffioni, e fe figure un
poco gagliarde e fublimi fono appreffo di queU la Nazione in iftima di
ftravaganze e d’errori. Oltre di che il numero e P armonia, per cui
leggiadramente rifuonano gP Inglefi poetici componimenti, non poffono così di
leggieri efere trasportati nel ver/o Franzefe, a cagione della fchiavitù della
rima, da cui non mai fi fan potuti liberar qué* Poeti : e di quel gran
verfo di dodici e di più /illabe % che chiamano Alefandrino: il qual
verfo conviene, particolarmente alla Tragedia sì poco % quanto poco fe le
conviene P Efa- metro, cui Ariftotile in qucfto genere di Poesia
fortemente condanna* Ufano gP Inglefi una spezie di verfi, appellati verfi
bianchi, cioè puri e netti di rima, i quali coflando di cinque
piedi, corrijpondono appunto al verfo Jambico degli Antichi y che
fecondo Ariffotile fembra e fere fia- to dettato dalla natura medefima
per frammi- fchiarfi più facilmente nella conv erf azione y e nel
ragionamento famigliare, che ì il proprio ca- rattere del Dialogo, in cui
fi rapprefentano le Tragedie. Così privo del forte foffegno e della
tfprejftone e del verso > difperando il SigMuUin di poter venire
felicemente a capo nella intra- prefa verfione, lafcio Ubero il campo ad
altro fpirito 9 o più ardito o più attivo del fm > cui più
agevolmente potejfe fot tire quefta nobile impre- fa . Frattanto pero
> perche il Tubblico non reftajfe a fatto privo della lettura di qucfto
inge- gnofiffimo componimento, il fiprannominato Sig. Boyer fi
contento di pubblicare la fua verfione in in profa, impreffa
Londra per Air. Giacomo Toh fon : della quale, quantunque fedele,
perocché priva della sua naturale armonio/a bellezza, poffiamo dir giallamente,
cta e/- /# è mancante del fuo più chiaro spleudore. Quefle d'ufi
citila pero di non esprimere felicemente i [entimemi più vivaci e gagliardi
degli fr ameri liuguàggi, in qualunque maniera fi fieno rapprefentati,
non le pruova certamente il no (irò toscano idioma, il quale > giù a
la f rafie del noftro celebraùjftmo DATI (si veda) di dolcezza e di
eleganza non cede al ftcuro ad alcuna delle lingue vive, e colle morte più
cele- „ tri contende di parità, e forsè aspira alla 5 >
maggioranza: se pure non vogliamo dire affilatamente con SALVI SALVIATI (si
veda) ati$ che siccome la lingua latina ha dolcezza minore che la greca
non ha; così nella nojlra, non ritrovando fi quella pronunzia
difficultofa efpiacevole, che nella greca si trova, accagionatagli dagli
accoppiamenti multiplici delle confonanti, j quali comunemente rendono
a/prezza ; n£ no* Siri vocaboli, come in quella addiviene, quefta
durezza non e che rade volte 0 non mai . Ala non efendo, queffo. luogo
qppropofito per difcorrere difufamente delle lodi del noftro
volgare Idioma, e particolarmente per effere (lata que- fi a
materia trattata con tanta aggiuflatezza, con tanto gufto e di fornimento
non folo dà* fo- pr -accennati chiarirmi autori, ma inoltre cora da
Varchi, da Buorti watt ci, e da altri, che niente più ; mi riftrignerò a
dir brevemente quanto appartiene a quefla prefente Tragedia: cui fe
non ha goduto la bella forte di e fere (la- ta trapiantata felicemente
nel? Idioma Franze- fe> renduto per altro oramai qua fi che
neceffa- rio air wtiverfale letteratura ; la ha ben ritrovata nel no Uro
linguaggio per la fu a maravi- glia efpreffione y fecondità, e dolcezza.
Vin* figne w flro e non mai abbaflanza lodato Salvini, quegli
„ che d' alto fapere il petto pregno „ Scorre a fua voglia il
dotto e bel paefe „ Dell' alma Grecia, e cui fon lievi imprefe
^Spogliarla d' ogni fuo più caro pegno; ( come di lui con aurea Tofana
eloquenza can- to P inclito Segretario della Reale %A ce ad ernia
di Frància, P cibate Regnier Des-31arais, ) tratto dalla fama di queflo
nobiHfimo componi- vi eutO) e dejiderofo di contemplarne neff
Origi+ 1 t naie naie le fue rare bel Uzze, (limo lene
rivoltare tutto il fuo (ìndio a riajjumere P Inglefe Idioma, da
e/lo può a quel tempo traforato : lo che nel breve giro di foli due mefi,
non tanto per la fua pertinace fatica, quanto per lo metodo eti-
mologico, fuo famigli ariffimo e quaft che naturale, in tal maniera gli venne
fatto, che francamente P attività penetrandone, poti con mae* jlofa
franchezza tutte le difficuìta fuperare, che nel tradurre queir Opera
altrui fi erano at* tr aver fate. Vedeva egli, come pratichi/fimo
del tradurre [ avendo arricchito delle fue {limati^ lifjime
traduzioni la noSlra favella di tutte le foavi, leggiadre, fièli mi, ed
eleganti maniere, che negli immenfi tefori de' Greci Toeti fi /lavano
chiufe, e per così dire nafcofe] quanto a tal fatto ella fia capaci fflma
; maneggevole per fe medefima e fendo, e atta qual molle cera a
rapprefentar fedelmente i concetti, le parole, e le ftefe efprefioni ;
anzi, ciò che ì più malagevole, Paria ftejfa, il colore, e 7 carattere di
tutte quelle fembianze, che dagli Autori, che fi prendono a tradurre,
furono impreffe nette loro compofizioni . Contribuigli a queflo inoltre
non poco la finora dolcezza del noftro maggior verfi Tofcanó, il
quale, oltre al non ejfere in fimili componimenti inceppato, per così dire, e
riftretto dalP orpellato vincolo delle rime, rifponde il più delle volte in
certo modo per la fua mi fura a una fpezie degli Jambici degli
Anti- chi, i quali, come fi e detto di [opra, /limati furono tanto
proprj della dramatica, che di niuno altro mai non fi fervirono più
facilmente tutti gli antichi Greci t latini poeti . Impegnatoli adunque
il no/Ir o Salvini nella verfione di quefta eccellente Tragedia: e sì per
la pafto- ftta della lingua y da effo tante volte in fimili
congiunture fperimentata : e sì pel maeflofo con- certo de % ver fi, in
cui la traduceva, a lei pro- priijfimi, quanto altri mai, felicemente
venutone a capo, vemie nelle mani degl’accademici Compatiti della Citta di
Livorno, da' quali nel Carnovale recitata con bella maniera, e con
maeflofo apparato ; per la viva- ce efprejfione, e per la fedeltà
fmcerijftma fu tanto ammirata da i Sig. Inglefi dimoranti in quel
Torto, che (limolarono il medeftmo a per- metterne la pubblicazione, fuc
ceduta /' anno appreso in Firenze per mezzo delle Stampe de 9 Guidacci e
Franchi, con applaufo univerfale de t * gli 3( sii )fr
£/' Intendenti deW uno e dell' altro linguaggio, mot* //* atteflano
i Sig. Giornalifti di Venezia nel loro Tomo XXll.pag.^/^. Ma per non
derogare all’ingenua modeflia del no/Iro chiarij/t- ino Traduttore non
ini pare fuor di propofito il ripetere in queflo luogo, e colle fue
flejje parole, /' obbligazioni che egli profeta ad alcuni nobili
/piriti Inglefi, che non poco gli conferirono a perfezionare quefta
verfione ; primizia, come egli la chiama, del fuo fiudio in queW
Idioma: „ E perche ( dice egli nella Prefazione al Lettore » appo
Sia alla prima edizione ) fecondo il famoso detto di PLINIO (si veda) eft
plenum ingenui pudoris, fateri per quos profeceris ; non debbo „ non
confeflare, molto dovere al già Inviato J9 noftro d Inghilterra, genero
fo ed ornato Ca- yy valsere y Sig. Giovanni Moles-Worth, fitto i „
cui aufpicj quefta mia traduzione nacque, e „ al dotto Sigi Lochart,
ambedue delle finezze „ della noftra Lingua intendentifsimi . Da
quefta Verfione ne efcì toffo in Venezia un altra, ftampata peH Coletti,
della quale non fa di meftieri il parlarne, per effere in efta in
più parti travi fata la prima, troncando mol- to del r e cit amento, sì
per fervire, come dice il fuo Imprefario, al gufto moderno del Teatro
Ita- li ano, ricucendola a foli tre Atti ; dovecch},come fono tutte
le antiche, ella è compofla di cinque: sì ancora per lo continuo
fnervamcnto della for- za e della energia, cagionatole dalla
mutazione delle parole e de' ver fi, folo per piacere all' orecchio
del comun Topolo, che pago e contento di quel femplice titillamento e
prurito, non penetra addentro nel midollo e nella foftanza del- la
materia . Ma per ritornare alla nojlra, appena ella fu e f cita felicemente
alla luce, che divenuta ra- rifjìma non fu poffibile ritrovarne ne pure
m filo efemplare per foddisfare alle continue in- ftanze, che
giornalmente da tutte le parti ne erano fatte ; onde conofcendo io da
gran tempo quanto gli amatori delle lettere fojjero defide- rofi di
vederne una nuova impresone, finalmente mi fon rifoluto di farla comparire di
nuo- vo alla luce, arricchita dello (lejfo fuo Originale lnglefe.
Ne perocché fieno molti filmi quegli, che alla cognizione di quel nobil
linguaggio non fi fono per anco affacciati, giudico io, che fia per
efjere alt univerfale difaggradevole quei/o mio penfamento, potendolo
almeno ciafcuno riputar- *3( xiv )fr /<? utili fsimo a chi
di ejjo procura adornar fene, mentre, m/ /» giw occhi può
contemplare come le maeflofe maniere dell' uno e delP altro linguaggio
maraviglio/amente fi corrifpondano : lo che certamente fenza il
con- fronto o fenza l } oftinata fatica di uno Studio indefejlo non
fi può confeguire giammai . Per lo che fe quefta intr apre fa riftampa
farà accolta benignamente dagli amatori delle lettere y ficco- me
io lo fpero, mi darà animo a dar fuori al* tre cofe di ftmil genere,
dallo (lefjo celebre Tra- duttore [ cui altro non e a cuore che il
giovare e il far cortefia a que* nobili ingegni, che fi ftu- diano
di apprender le lingue, e trame da ejfe il meglio ed il fiore per
arricchirne la propria ] lavorate dico da ejfo con non minor fedeltà e
fe* licita di quefta pr e finte, e le quali per anco non fono
alla luce . ATTORI Del Dramma. CATONE. LUCIO
Senatore . SEMPRONIO Senatore. GIUBA Principe di Numidia .
SIFACE Generale de' Numidi. PORZIO ) r .,. ~ . MARCO ) Fl g lluoh dl
Catone • DECIO Ambafciator di Cefare. MARZIA Figliuola di
Catone. LUCIA Figliuola di Lucio. Ammutinati, e Guardie. La Scena
fi rapprefenta in una gran Sala nel Palazzo del Governatore di Urica
. <3( * )8» p5 0 u>/7^ the So»l by tender
Strokes of Arp y fig| f;i r*//S? /Zrr G*///**, W /<? mendthe Heart
> 7o Mankindtn cotifctous Virtue bold, Liwe oer eacb Scene, and
Be isohat tbey he bold: Tot thts the Tragic>Mnfe firfi trod the
Stage, Commanding Tears to Jlream thro euery Age ; Tyrants no more
the ir Savage Nature kept, And Foes to V trtue monderà how tbey ivcft
. Our Atttbor shunt by *vulgjtr Springs to mwc The Heros Glory, or
the Virgin s Love; In ptytng Love ive but our JVeaknefs show, And
-wild Ambttton isoell deferves tts ÌVoe. Here Tears shall flo-w from a
more genrons Caufe y Sucb Tears as Tatrtots shed f or dying Lawsi
He bidsyour Breafts witb Ancient Ardor rife > And Del Sig.
POPE Alma fvegliar con madri tocchi d'arte, Erger Jo fpirto, ed
emendare il cuore, Far l'uomo in fua virtù franco ed ardito,
Ch'ogni feena fi a norma di Aia vita, E s' ingegni effer ciò eh' ivi fi
mira ì Qucfto, quando da prima entrò in Teatro, Fu di Tragica Mufa
il fin fublime; Per quefto comandò, che in ciafeun tempo Le lagrime
a diluvj ne correderò. I Tiranni, non più fieri e felvaggi : E ;
nimici a virtù ftupiano, come Contra lor voglia disfaceanfi in
pianto. Sdegna V Autor per volgar modi muovere Nelle femmine amor,
gloria negli uomini. In donare all'amor la pietà nottra, Non
facciam che moftrar noftra fiacchezza : E fiera ambizion metta fuoi guai
. Da più nobil cagion qui feorreranno Le lagrime: tai lagrime, quai
fpargono Di Patria amanti fu fpiranti leggi. Rcfpirin voftri petti
antico ardore « Ai E flit And calli forth Roman Drops from
Brtthb Eyet. Vtrtue conferà in human Sbape be drawt, What Plato
Tbougbt, and GodMe Caio Wat: No common Objetl to your Sigbt dtfplayt,
Bnt wbat wttb Pleafure Heavn tt felf furueys > A brame Man ftrttggling
tn the Stormi of Fate y And greatly falltng wttb a falli ng State !
li bile Caio giva bit little Settate Laws, IVbat Bojom beati not in bis
Country i Caufe ? li bo feet btm aft, bnt crrviet enjry Deed t
Wbobeart bim groan y and doei not witb to bleedt E*vn when proud Cafar
'midft triumpbal Cari, The Spaili of Nat ioni, and the Pomp of Wars,
. Ignobly Vain, and impotently Great, Òbowd Rome ber Cato t Figure
drawn in State 5 Ai ber dead Fatbert revrend Image paft y The Pomp
wat darkend, and tbe Day oercaft, The Trinmpb ceatd Teart gmb % d
from enfry Eye ; Tbe M r orl£t great Viclor paft unbeeded by
; Her Latt good Man de] e eie d Rome adord, And bonottrd C&fart
Ufi tban Catat Sword, Britaìnt attend : Be Wortb Itke tbif approdi
d, And ibow yon bave tbe Virine to be mcwd. Wttb bonejl Scorn the
firft favi d Cato miewi Rome £ ftillln Roman
pianto occhi Britanni. In forma umana è qui Virtù ritratta : Quel
che Platon pensò, fu il divin Cato. Non oggetto comun fi fpiega in vifta
; Ma ciò che il Gel con fuo piacer rimira . Un uom prode, che lotta
del dettino Traile temperie, c grandemente cade Mifto a ruine di
cadente Stato. Mentre dà leggi al fuo picciol Senato Catone, e qual
mai fcn non batte allora Nella gran caufa della Patria fua ? Chi
oprar lo mira, e non invidia l'opra? Chi miralo fpirar, nè morir brama
? Pure allora, che Cefarc fuperbo Tra i carri trionfali, e tra le
fpoglie Delle nazioni, e pompa della guerra, Ignobil vano, e
fattamente grande Moftrò a Roma del fuo Caton V imago j Del Padre
fuo la reverenda imago, Mentre ch'ella pattava, era feurata La
pompa, e'1 dì rannuvolato, e bruno: Il Trionfo ceflava :da ciafeuno
Occhio fcn gian le lagrime fgorgando; Ed il sì grande Vincitor del
Mondo Pattava fenza pur etter guardato : L* ultimo fuo prod' uom
Roma adorava Abbattuta, dolente, e più la fpada Di Caton, che di
Cefare onorava. Britanni, a un merto tal donate plaufo, E
moftratevi d'efferne commoffi, Se tanto di valore ancor ci retta .
Con bello sdegno il primo Cato vide ìearning Arti from G ree
ce, wbom $he fubdnd Our Scene frecarionfly fubjtfts too lovg On
Frencb Transattoti y and Italtan Song . Dare to bave Senfe your fehes',
AJfert tbe Stage \ Be jnttly ivartrìd isottb your ow» Native Kage .
Sue b Plays alone sbonld pleafe a Brtttsb Ear, As Catos felf bad not
dtjdaind to bear . CATO Roma da Grecia vinca apparar
l'Arti. Troppo lunga ftagion la noftra Scena Di Francia da i
teatri, e dell 1 Italia Ha mendicato V umil fuo foftegno . Voftre
forze provate, ed al Teatro Voftro la fua ragion ne richiamate.
Accefi fiate del nativo foco. A Britannico orecchio, folo quelle
Opre deggion piacere, che Io (ledo Catone d'afcolcar non
sdegnerebbe. AT. «3C 8 )S» Portius, Marcus.
He Dawn isover-cafl 5 tbe Mornìng ìovSrs\ And bcavily in
Clouds brings on tbe Day Tbe grcatjb* import ant Day\big r witb tbe
Fate Of tato and of Rome. Our Fatbefs Deatb Wouldfill tip ali tbe
Gtuìt ofCivil ÌVar, And clofe tbe Scene of Flood . Already
C&far Has ravaged more tban balf ebe Globe 9 and fees Mankind
grown tbin by bit definiti tue Sbordi Sbottld he go furtber > Humbcrs
isoould be wanting To form new Battelt, and fupport bis Crimet . Te
Gods, wbat Hawock does Ambition make Among your Works ! Marc. Tby
fteddyTemper, Portiate Can look on Guilt, Rebellion, Fraud, and
Gufar, In tbe cairn Ligbts of mild Fbìlofopby ; Tm tortured^
e<vn to Madnefs, we* I tb/nk On tbe prottd Vtchr : evry
i Porzio, e Marco. Scura è V Alba, ed il mattino è fofco, E
lento in nubi fuor fen* efce il giorno, Il grande e forte dì, pregno del
Fato Di Cato e Roma ; la morte del noftro Padre, la reità della
civile Guerra ornai tutta porteria al colmo, E chiuderla la
fanguinofa fcena . Già Cefar più della metà del Mondo Ha
faccheggiato : e fcorge Y uman genere Scemato dalla Tua micidial fpada
. S'egli oltre andafsc, mancheria alle nuove Battaglie gente a
(ottener Tue colpe. Dei ! qual ruina Ambizion cagiona Tra le voftre
opre ! Marc. Porzio, la tua fredda Immobi! tempra a rimirar
pur vale Retà, Ribellione, Frode, e Cefare Di mite fapienza a queto
lume? Crucciato io fon, e mi fmarrifeo, quando Io penfo a quel
fuperbo vincitore. B To- «K io )* ti)
ry ttme bis named Thci*falìa rifcs to my Vttw — / fee Tb Infnlting
Tyrant frane tng oer the Fìelà Stro isSJ-wttb Romcs Cttt^ens,
anddrencb'dinSlangbter, Hts Horfe's Hoofs wet wtth Vatrtctan Blood.
Oh Fortms, // (bere not fome cbofen Curfe y Some btdden Tbunder in the
Stores of Heaifit) lied isotib uncommon Wratb, to blaft tbe Man Wbo
o-wcs bis Greatncfs to bis Country s Rum ? Por. Beli eie me, Marcus,
'/// an tmplous Greatnefs, And mtxt vjttb too mucb Horrour to be enmyd
: How does tbe Lufire of our Fatbers Atltons, Jbwgb tbe dark Cloud
of Ills tbat coDer htm, Break out, and bum witb more triumfbant
Brigbtnefs I His Suff nngs fbtne y and fpread a Glory round htm
> Greatìy unfortunate, he figbts the Caufe Of Honour, Virine,
Liberty, and Rome. Hts Sword nc"er fili but oh tbeGutlty Head}
Oppreffton, Tyranny, and Fowr tifar fi, Draw ali tbe Vengeanee of bis Àrm
mponem . Marc. Wbo kn<rws not tbis ? Bue wbat can Cato do
Agatnfl a World, a bafe degenerate World, Tbat coarti tbe Toke, and bows
tbe Neek to Cafar t Peni up in Ut tea be mainly forms A foor
Epitome of Roman Greatnefs, . And, eowerd wttb Numidìan Guardi, diretti
A fiable Army, and an emfty Senatc, Remnants <(».»>
* Tofto che *J nome luo gìugne al mio orecchio 3
Farfalla al'a mia villa fi prcfenta : Veggio calcar V
infultator tiranno II laitricato campo di Romani
Cadaveri, e inzuppato in civil ftrage, E di fangue patrizio
bagnate Degli orgogliofi fuoi cavalli V unghie. Scelta
maledizion non avvi, o Porzio, Nelle armerie del CicI fulmin
riporto Di non comune ira di Dio vermiglio, Ad
abbattere, a ilruggere queir uomo, Che della Patria fua lui le
ruine, Erge ( oh beati Iddii ! ) la fua grandezza? Por£
Certo, Marco, eh' è quefta empia grandezza, E ha troppo ortor per effere
invidiata. Quanto del noftro Padre i fatti illuftri, De i mali, che
*J circondan, tra le nubi, Spuntan brillanti di più chiara luce/ Di
gloria 1* incorona il Tuo (offrire . Sfortunato, maggior di fua
feiagura, Ei combatte collante per la caufa D 1 Onor, Virtute,
Libertate, e Roma. Sovra rea teda foi cadde fua fpada: L*
oppreffion, la tirannia fol traforo Sopra lor, del fuo braccio la
vendetta. Marc. E chi noi *i fa ? ma che può far Catone
Contr' ad un Mondo, un vile e guado Mondo, Che a Cefar piega il collo, e
corre al giogo? Di Romana grandezza ei forma indarno Pover
compendio in Urica rifpinto: E da guardie Numidiche attorniato Una
ficvol Armata, ed un Senato B 2 Voto Remnants of
mìgbty Battei: fongbt tn matti . By Heavns, /ivi Virtues,jo/nd witb fucb
Sttccefs } Diflratl wy very Soul : Our Fatber s Fontine Wond almoft
tempt ut to renounce bis Frecepts. Por. Remember -wbat our Fatber
oft bas told us : Tbe Ways of Heavn are dark and intricate ^ Fu^led
in Ma^es, and perplext ivttb Errors Our Under si andtv.g traces 'em in wain
y Lofi and brwtlderd in tbe fruttlefs Searcb 5 Nor fees ikutb bow
mucb Art tbe Wtnitngs run, Nor wbere tbe reguìar Confufion ends .
Marc. Tbefe are Suggeftions of a Mind at Eafe: Ob r erti us, dtdft
tbott tafle b«t balf tbe Griefs Tbat wrtng wy Soul, tbou coudfl not talk
tbus coldly . Fajjìon unpttyd, and fuccefslefs Love, Flant Dagpers
tn my Heart, and aggravate My otber Grtefs . Were but wy Lucia hnd! Por.
Tbou feeft not tbat tby Brotber is tby Rivai: Bnt I wufl bidè ìt
.for I know tby Tewper . [ afide Novj, Marcus y »0u>, tby Vtrtues on
tbe Froof: Fut fortb tby tttwofl Strengtb, >work evry Nerve, And
cali up ali thy Fatber tn tby Soul: To quell tbe Tyrant Love, and guard
tby Heart On tbts iveak Side, nvbere moft our Nature fails, Would
he a Conqucft isoortby Catos Son . Marc. Fort ìris, tbe Council
wbicb I cannot taie y Ioftead of beali ng, but npbraids wy Weaknefs
. Btd me for Honour pi unge into a iVar Of tbtchft Foety
and *3( '3 )S» Voto dirige, riraafuglio e
avanzo D'afpre battaglie combattute invano. Oh Ciel !
tali virtù con tai fucceflì Confondon V Alma : la maligna
forte Del noftro Padre, a' begli fuoi precetti Quafi di
rinunziarci tenterebbe. For%. Del noftro Padre ti rammenta quello
Ch' ei ci dicea fovente: che del Cielo Sono feure le vie, ed
intrigate: Noftro intelletto le rintraccia indarno,
Perfo e fmarrito nella vana inchiefta . Nè vede con
quant'arte i giri vanno, Nè dell* ordin confufo il termin feorge
. Marc. Pender fon quefti d' oziofa mente . Porzio, fe la
metà guftato avefli Di quei dolor, che V alma mi trafiggono,
Freddamente così non parlerefti . Paftìon non compatita, amor
fgradito PafTanmi il cuore, e gli altri duoli aggravano . Oh
fe a me fuffe Lucia pietofa ! Tor%. Non vede che '1 fratello è fuo rivale
: Uopo è eh' io il celi : il genio tuo conofeo . a parte
Or, Marco, ora al cimento è tua virtude. Prova tutta tua
forza, opra ogn' ingegno, Spira nell* alma tua tutto il tuo Padre
. Vincer Y amor tiranno, e *1 cuor guardare Da quella
debol parte, ov* uom più manca, Conquida fia da figlio di Catone
. Marc. Porzio, il configlio, eh' io prender non poffò, Non
fana, nò, rinfaccia mia fiacchezza . Fa che Y onor comandi di
cacciarmi In guerra tra foltiflìmi nemici, E
cor- W r*/& ou certa/ n Dcatb } Then fbalt tbou fee that
Marcus is not JIo jj To follali) Glory f and confefs bts Fathcr . Love
is not to he reafond down y or lofi In htpb Amhttton, and a Tbtrfl of
Greatnefs > 'Tss ficond Ltfc, tt grows into the Soni, Warms evry
Vein y and beati in evry Fulfe y I feel it bere : My Refolutton meltt
Por. Beboldyoung ]uba, the Numidi an Vrinceì Wtth bow mucb
Care be forni s bimfelf to Glory, And breaks the Fiercenefs of bts Native
Temper To copy out our Fatber s brigbt Examplt . He loves our
Stfter Marcia, greatly lovet ber, Hts Eyes, bis Looks, bis Acltons ali
betray it : But fidi the fmotherd Fondnefs burns wttbtn bìm y When
moti tt fwells and lahours for a Veni, The Senfe of Honour and Dejire of
Fame Drive the big FaJJìcn back into htt Heart, Wbat ì fball an
Afrtcan, fiali Jubas Ueir Eeproacbgreat CatosSon, and fbo-jj the
World A Virttte voantivg in a Roman Sotti f Ma re. Fortius,
no more ìyonr Words leave Stings befana* em. lVben-e % rc did Juba, or
dtd Fort in s, fhow A V ir tue that bat caji me at a Dtftance, And
tbrown me out in the Furfnitt of Honoar ì Por. Marcus, I know tby
generous Temper weli ; Fling but tV Appe arance of Dtfbonour on it,
Itftrait takes Fire, and mounts iato a Bla^e. Marc. A Brothers Suff
rtngs clatm a Brothers Fity. Por. jitized E correr
frettolofo a certa morte y Vedrefti alior, che Marco non è pigro A
feguir gloria, ed a ritrar dal Padre. Amor non cede, nè a ragion, nè ad
aita Ambizion, nè a fete di grandezza . Alma novella egli è della
ftefs* Alma : Scalda ogni vena, e batte in ciafcun pollo. II Tento
io qui : disfatto è il mio coraggio . for^. Mira il Giovine Giuba,
di Numiviia Il Principe, con quanta cura ci forma Se medefmoalla
gloria, e la natia Fierezza frena, a far vedere in lui Del noftro Padre
il vivo illuftre efempio. La noftra fuora Marzia egli ama, e molto
L* ama : il dicon fuoi fguardi, atti, e fembianti j Ma chiufo il fuoco
pur gli arde nel petto. Quand* ei più crefce, ed a sfogarfi a (pira,
Sentimento d' onor, defio di fama Spingon la fiamma a ritornare al
cuore. Che! un Affricano, ed un di Giuba erede Rinfaccerà del gran
Catone al figlio, E potrà al Mondo tutto ancor moftrare Una Virtù,
che in cuor Romano manca ? Marc. Porzio, non più : voflre parole
lafciano Puntura dietro a lor : quando mai Giuba, O Porzio ancor,
mi trapaflaro tanto Nella virtudc, e dell' onor nel corfo ?
Tor^ Marco, la gencrofa indole tua Io ben ravvifo> che fe pur sù
quella, Di difonor la minima favilla Cada, ella prende fuoco, e
forge in fiamma . Marc. Vuol fraterno foffrir pietà fraterna.
Por^. Il Digitized by Google <8(
><* )& Por. Hfdi; n faows I psty tbee : Beboìd my
Eyes ESn wbilfl I (peak Do t bey not faim in Te ars ?
Il ere bttt my Heart as naked to thy Vieiv y Marcus isùonld fee it
bleed in bis Babai f . Marc. Why tbendcft treat me uriti Rcbukes,
inftead Of k/ud condoliti^ Cares and friendly Sorrow ? Por. 0
Marcus, did I know tbe ÌVay so e afe Tby troubled Heart, and mitigate thy
Tatns, Marcus y belic<ve me 7 / couìd die to do it . Marc.
Tbou beft of Brothers, and tbou befl of Fiìends ! Pardon a weak
diftemperd Soul, tbat fwells JVitb fudden Gufls, and finis as foon in
Cahns, Tbe Sport of Paffions But Sempronitts comes : He
muli not find tbts Softnefs bangi ug on me .
Sempronius folus. COnfpiracies no fooner fboud b: forni d
Tban executed . JVbat means Portius bere ì I IHe not tbat cold Toutb. I
muft dtjìemble, And [peak a Language foreign to my Heart .
Sempronins, Portius. Semp. Good Morroiu Porttus ! Ut us once
embrace, Once more embrace ; "ubtlfl yet we botb are free. To
Morrou) fboud noe tbus exprefs our Fr/endfbip, Eacb mtght recede a Slave
into bis Arms : Tbis Sun perbaps, tbts Morntng Suns tbe lafl Tbat
ere f ball rife on Roman Liberty . Por. My Fasber bas tbts Morntng
calN togetber To Por^. II Gel lo si', s' io n 1 ho pietade.
Mira Or gli occhi miei: non nuotan' effi in pianto? Ah fe il mio
cuor nudo a tua vifta fufle, Marco il vedria in fua metà piagato.
Marc. Or perchè sì trattarmi con rimprocci, Di blande cure, e duol
compagno in vece ? Tor%. O Marco, s' io poteffi V affannato
Tuo cuor calmare, et addolcir le pene, Marco, credilo a me, per ciò
morrei. Marc. Ottimo tu fratello, ottimo amico! A un turbato
perdona e fiacco cuore, Tofto gonfio in tempefta, e tofto in calma,
Delle paflìoni fcherzo... Ah ! vien Sempronio : Che in quefto mal decoro
ei non mi nuove . parte. Sempronio folo* Scmpr. Z*^ Ongiure
non più tofto handa formarO, 1 Che efeguirfi. Che vuol mai qui
Porzio ? Di quello giovan la flemma m' è noja . Diflìmular m' è d'
uopo, e ragionare In (tran linguaggio, e dal mio cuor diverfo.
Sempronio y e Forato. Sempr. Buon giorno, caro Porzio : ora
abbracciamoci : Un' altra volta ancor, mentre fiam liberi: Forfè
avrfa, fe doman noi ci abbracciaffimo, Uno fchiavo ciafeun tra le fue
braccia . Qyeft' Alba forfè, e quefto Sol fia il fezzo, Che forgerà
fu libertà Romana . Tor^ In q 11 ^* hi* povera mio Padre C
Que- To poor Hall bit little Roman Settate, ( T£f Lcanings of
Pharfalta ) to confale Ifyet he can oppofa the migbty Torrent
Tbat bear s down Rome, and ali ber Gods, ècfore />, Or
muti at lengthgvvc up the World to Cafar. Sempr. Noi ali the Pomp
and Majefly of Rome Can rat fa ber Senate more tban Catos f re fame
% Hit Vtrtues render our Affcmbly awful, Tbey ftrike ntsth fometbmg
Itke religioni Fear And make enfn Cafar trcmble at the Head
OfArmies fin fa d witb Conqaeft : 0 my Portiti, Could I but cali tbat
ivondrous Man my Fatber y Woùd but t'by Sifter Marcia he propitiont
To tby Friend / Vowt : I migbt he blefad indeedi Por. Alas !
Sempronio, woud/i tbou talk of home To Marcia, wbitti ber Fatbert Lifes
in Danger ? Tbou migbift at ivell court the pale trembling Veftal,
Wben fbe beboldt the boly Fiume expiring . Sempr. The more Ifae the
Wonders ofthy Race The more Tm charm d . Tbou maft takcòeed y my
Portimi Tbe World bai ali its Eyet on Catos Som. Tby Fatbert Merit
fan tbe* up to View, And fbowt tbee in tbe f aere ft poi ut of Ltgbt,
To make tby Virenti ir tby Fomiti confatemi. Por. Welldoft tbou feem to
check my Lìngring bere On tbit importuni Hour FU Jlruit avuay,
And -nobile tbe Fatbert of the Semate meet
In Quefta mattina il picciol fuo Senato [ Avanzi di Farfalia ]
adunar vuole, A confuicar fe ancora ei puote opporfi Al torrente,
che in giù precipitofo Roma porta e i fuoi Dei : o pure al fine
Cedere il Mondo a Cefare . Sempr. Di Cato La prefenza fol può Roman
Senato Erger non men, che maeftà di Roma . Noltra affemblea fan
reverenda Tue Virtudi, e infpiran un devoto orrore. E fanno ancora
Cefare tremare Alla tefta d' altiere vincitrici Armate: Porzio mio,
oh s' io potetti Padre appellar qucnV uom maravigliofo, E propizia
la tua Sorella Marzia A i voti fu (Te dell* amico tuo ; Veracemente
io mi faria beato . ?or£. Ah Sempronio, vuoi tu parlar d'
amore A Marzia, or che la vita di fuo Padre Sta in periglio ? tu
puoi carezzar anco Una Veftale pallida tremante, Che già miri
fpirar la fanta fiamma . Semfr. Quanto le meraviglie di tua
ftirpe 10 feorgo, tanto più ne fon rapito . Prenditi guardia,
Porzio : il Mondo tutto Tien gli occhi fuoi fui figlio di Catone.
11 merito paterno ponti in vifta, E ti moftra di luce al più
bel punto, A far più chiari tuoi vizj o virtudi . Por%. Incolpi con
ragion la mia lentezza Su queft* ora importante ... Or ora io parto
: E mentre i Padri del Senato fono Ci In clofe Belate, to
iveigb tV Eventi ofJFar, TU ammcte the Soldtcrs drooptng Courage,
Wttb Lowe of Freedom, and Contempt of Life. TU tbunder tn thetr Ears
their Country s Caufe ? And try to rouje up ali tbais "Roman tn
*cm. not tu Mori ah to command Succefs, But veli do more y
Scmprontus noe II deferve it . [ Exit • Sempronius folus .
Cnrfe on the Stripling ! bow be Ape's bis Sire ? Rmbitioufly
fententious ! But I wonder Old Sypbax
comes not j bis Numidtan Genius Is weli dtfpofed to Mtftbtef, were be
prompt And eager on it > but be muft be fpurrd, And ciìry Moment
qutckr.ed to the Courfe. Cato bas ufed me 111 : He bas refufed Hts
Daugbter Marcia to my ardent Vorws. Befides, bis baffled Arms and rutned
Caufe Are Barrs to my Ambition. Cafars Favour, Tbat fboisSrs down
Greatneff on bis Friends, wsll raife me To Kome's firft Honours . If 1
give up Cato, I clatm in my Reward bis Captine Daugbter . Bnt
Sypbax comes ! Syphax, Sempronius. Syph. Q Empronius, ali it ready,
O l v w founded my Numidi ans, Man ly Man, Ami In
ferrato contratto a bilanciare Gli eventi della guerra j V
abbattuto E fcorrente coraggio de* foldati Ergerò coir amor di
lìbertade, Col difprezzo di vita : al loro orecchio Intonerò
lacaufa della Patria, Ciò eh 1 è Romano in lor, dettar tentando .
Non è dell* uomo i) comandar fortuna 3 Ma quel eh* è più, Sempronio, è il
meritarlo, parte Sempronio filo . Maledetto Garzon ! come fuo
Padre Contraf fa egli, c 'I fentenziofo affetta ! Stupifco,
che Siface ancor non viene . Il fuo genio Numidico è ben atto Alla
cattività; fufs* egli pronto; Ma d' uopo a ogni momento egli ha dì fprone
. Meco non ben Caton s* è diportato. Rifiutato ha la fua figliuola
Marzia A gli ardenti miei voti : in oltre V armi Sue abbattute e
rumata caufa Oftacol ranno all' ambizione mia . Il favore di Cefare,
ed il fuo Piover grandezza fu gli amici fuoi Alzerà me di Roma a i
primi onori. S* io tradifeo Caton, la figlia fua Sarà mio premio.
Ma Siface viene. SCENA Ut Siface, e Sempronio*
Sif. Q Empronio, tutto è prefto : ho io tentati O Tutti i Numidi
miei ad uno ad uno : In And fini Vw ripe for a
Remoli : Tbcy ali Complatn aloud of Catos Dtfcipltne,
And watt but the Communi to clange their Majler . Sempr.
Believe me, Sypbax, tberes no Time to wafie $ £<v'« wbilfi uh* [peak,
wr Conqneror comes on y And gatbers Ground upon us evry Moment .
Alasi tbou knowft not Csfars attive Soni y Wttb r what 0 dreadful Courfe
he rufbes on From IVar to War : In vatn has Nasute forni à
Mounsains and Oceans to oppofe bis Pajfage ; He Bornia^ s oer ali,
vittortous in bis March, Tbe Alpes and Pyreneans feuk before bim ;
Tbrottgb JVindSyand IVaves, and Ssorms y be works bis way, Impattentfor
tbe Battei: One Day more Wtllfet tbe Vtttor tbnndring at our Gates.
But teli me y ba/ì tbou yet draivn oer young Juba ? Tbat jltll ivoui
recommend tbee more to C&far y And challenge bette? Terms Siph. Alas
! bes loft, He"s loft, Sempronius ; ali bis Tbougbts are
full Of Catos Vtrtues But TU try once more ( For
e<vry Inflant l expeil bim bere ) Ifyet I can fubdste tbofe ftubborn
Principici Of Faitb, of Honour, and I know not isobat, Tbat bave
corrupted bis Numtdiau Temper, And ftruck tb* Infetti on into ali bis
Sotti. Sempr. Be fure to prefs upon bim evry Motive. Juhas
Surrender, finse bis Fatbcrs Deatb, IVould give up Afrtck into Csfars
Hands, Ani In punto ci fono già d ammutinarti . Dell*
auftera di Caco difciplina Fan tutti alti lamenti : ed a cambiare
Padron, non altro attendono, che il cenno. Scmpr. Siface, tempo quì
non è da perdere. Mentre eh* uom parla > il vincitor s* accoda,
£ campo fopra noi prende a momenti . L* attività di Celar non conofe?,
Che con tremendo corfo Io precipita Di guerra in guerra : invan formò
natura Montagne e mari a opporli a fuo paffaggio : Ei formonca in
Tua marcia, e varca tutto; SpiananG avanti a lui Pirene ed Alpi :
Per entro a i venti, e V onde, e le tempefte La via fi fa bramofo di
battaglia . Un giorno più, porrallo a noftre porte. Ma dimmi; hai
guadagnato il giovin Giuba? A Cefar ciò si ti farà più grato, E ti
farà più vantaggiofo. Stf. Ohimè ! E* perduto, Sempronio, egli è
perduto. Son tutti i fuoi pender delle virtuti Pieni di Caro ... Ma
io vo provare Anco una volta [ perciocch' io V attendo Qui a
momenti ] s' ancor vincer poffo Quelle m aflìme dure ed
infleflibili Di fe, d* onore, e di non so qu ai cofe, Che r indole
Numidica hangli guada, E tutta 1* alma fua tinta ed infetta. Scmpr.
Imprimigli ben ben ciafeun motivo . Se Giuba fi rcndeffe, poicrf è
morto Il Padre fuo ; darebbe nelle mani A Cefar Y Affrica, c
farebbel Sire Della And mah btm Lord of balf
tbe buruing Zone . Syph. Bup is it trae, Sempronius, tbat your
Settate Is calfd togetber ? Gods ! Tbou musi b'e cauttous ! Cato
bas piercing Eyes, andivill dtfcern Oitr Brands, unles (bey re cover d
tbtck isoitb Art . Scmpr. Let me alone, good Sypbax, TU
conceal My Tbougbts in Fajjton ( *$$$ tbefureft *way > ) TU
bello w cut for Rome and f or my Country, And moutb at Cafar ttll I fbake
tbe Settate . Tour cold Hypocrtjjc's a ti ale Dewice y A wotm out
Trick: Wonldsl tbou betbougbt in Farne ftì Cloatb tbyfetgnd Zeal in Rage,
in Ftre, in Fury ! Syph. In trotb y tbotirt ablc to inftrutl Grey
bairs, And teacb tbe wily African Deceit ! Scmpr Once more,
Le fare to try tby Skill on Jnba. Mean *wbi!e FU baslcn to my Roman
Soldiers, Infame tbe Muttny, and under band BlocJ »p tbeir
Dijcontentt, tilt tbey break out Unlocìid for, and dtf ebarge tbemfehes
on Cato. Remembcr, Sypbax, we muft work in Hafle : O thrà wbat
anxious Moment s pafs betwen Tbe Btrtb of Flots 3 and tbeir laft fatai
Periods . Obi *tts a dreadful Internai of Time, Ftltd up isottb
Horror ali, and big witb Deatb ! Deftrutlton bangs on c*vry Word we fpeak,
On evry Tbougbt, *till tbe concludi ng Stroke Determtncs ali, and clofes
our Dcfign . ( Exit • Syphaxfolus TU try ifyst I can
reduce to Reafon Thit «3( Della metà dell'infocata
Zona. Stf. E' egli ver, Sempronio, che 'J Senato Vollro s*
adunerà ? Sii ben guardingo : Cato ha occhi sì acuti e
penetranti, Ch' egli fi accorgerà di noli re frodi, Se
ben non fi ricuoprono con arte. Sempr. Lafciami far, Siface : afeonder
voglio Dentro la paffione i miei penfieri . Quefla è la
via la più ficura : io voglio Aito gridar per Roma e per mia
Patria Contra Cefar, Anch' io fcuota il Senato . Le
fredde ipocrifie fon moda antica, E ufato giuoco . Eflfer tu vuoi
creduto Sincero ? vedi il fimulato zelo E di rabbia, e
di fuoco, e di furore. Stf Inver tu puoi infimi r vecchi anco
fcaltri, E infegnar frode all'Affocano ifteffo . Sempr, A
Giuba guadagnar tue arti impiega, Mentre al Romano efercito m'
affretto A incoraggiar gli ammutinati, e loro Odii
infiammar, foffiando fottomano, Finché impenfati rompan fopra Cato,
Vuolfi, Siface, qui celeritade. Quanto angofeiofi padano i
momenti Fra '1 nafeer di Congiure, e '1 fin fatale ! Oh
qua 1 dubbio intervallo, afpro, e tremendo, Colmo tutto d' orror,
pregno di morte ! Da ogni voce pende la ruina, Da ogni
penfier, finché P ultimo colpo Termine ponga a perigliofa imprefa .
farte . Siface foìo. Tentar vo*, s' anco pofso alla
ragione D Rad- Digitized by Google
TWj beadìlrong Youtb, andmake bìm fpurn at Cato. Tbe Ttme a Jbort,
Csfar comes rufbtng on ut Bnt boldl young Julafeet me y and approdi bes
. . » > Juba, Syphax. Jub. O
Tpbax, / joy to meet tbee thus alone . O ì ha*V* objemed of late
tby Looks are falYn y Cfcrcaft "ysottb gloomy Cares 5 and Dtfcontent
> 77>f » /f // wrf, Sypbax, / coniare tbee, w, Wbat are tbe T
bonghi tbat hit tby Brow in Frownt y And turn tbtne Eye tbus coldly on
tby Prènce ? Syph. Tèi not my Talent to conceal my Tbougbtt,
• Nor carry Smtlet and Sun-fbtne in my Face, Wben Dtfcontent fits
beany at my He art . I baue not yet fo mucb the Roman in me .
Jub. Wby doji tbou caft ont facb ungenrout Termi Againft tbe Lordi
and Swreigm of tbe World ? Doft tbou not fee Mankind fall down he f or e
W, And <rwn tbe Force of tbetr Superior Vtrtue t li tbere a
Nation in tbe Wtldi of Africk, Amtdft our barren Rocki and burning Sandi,
Tbat doet not tremile at tbe Roman Name ì Syph. Codi l uberei tbe
Wortb tbat feti tbit People tip Aboi)e your own Numtdidt tawny Som
! Do tbey noitb tottgber Sinewi bend tbe Bow ? Orfltei tbe Jarveltn
fwtfter to iti Mark, Larvici) d from tbe Vsgour of a Roman Arm ? W
ho Itke our atl/ve African infiruiìt Tbe
Digitized by Google Raddurrc quello giovane
ottinato, E fargli in fine difpregiar Catone. 11 tempo è breve :
Celare ne viene . Ma ferma! Ecco Giuba. Egli s'accoda. Giuba, e
Siface. Giti. Q Iface, io godo d' incontrarti folo . O
Toflervai poco fa turbato in vifta, Di nuvolofe cure ofcuro il volto
. Dimmi, Siface, io ti fcongiuro, dimmi, Quai penfier ti
contristano la fronte, E gir fan freddo fui tuo Prence il guardo ?
Sif. Non fon atto a celare i miei pontieri . Non può fplendere il
rifo in mio fembiante, Quando affifo è nel cuor grave fconforto :
Non ho ancor tanto del Romano apprefo. Gtub. Perchè cai voci
ingiuriofe vibri Contra i Sovrani Signori del Mondo? L'uman gener
non vedi avanti a loro Proftrato confettar l'alto valore ? Evvi
Nazione infra i deferri d'Affrica, Fra no fi re rupi ignude e a r ficee
arene, Che non paventi e tremi a) Roman nome? Sif. O Dei !
qual meno è quel, che quello popolo Solleva fopra i figli di
Numidia? Con maggior forza tendon eflì Parco, O vola più
velocemente al fegno Dardo lanciato da Romano braccio? Chi come
l'agile Affricano, forma «8( )fr B T£<? fiery
Stecdy and tratnt bim to bit Hand ? Or guide s in Troops $V embattled
Elepbant, Loaden ujitb IVar ? Tbefe, tbefe are Arts, my Pance, In
nsAich your Zama does not ftoop to Rome . Jub. Tbeje ali are
Vtrtues of a meaner Rank, Ftrfstttons tbat are flaced tn Bones and Nerva
. A Roman Soni ts bent on bigbet Vtews : To avi li ^e tbe rude
unpoltfb % d World, Ani lay it under tbe Reftratnt of Laws j To
make Man mtld andfoctable to Mani To cultivate tbe wild licenttous
Savage Witb Wtfdom, Dtjapltne, and ItVral Artt ; TV Embelltfiments
of Ltfe : Virtuet Uìe tbefe Make Human Nature fbtne, reform tbe So*l
y And break our fierce Barbarìans tnto Men . Syph.Patieuce
ktndHeavml—Excufe an old Mans wamtb JVbat are tbefe -wond* rous civili
^ing Artt, Tbts Roman Poltfb, and tbis fmootb Behaviour, Tbat
render Man tbus tratlable and tame t Are tbey not only to dtfgmfe our
Pafftons, To fet our Looks at vartance vottb ottr Thougbtt, To deck
tbe Starts and Salita of tbe Sotti, And break off ali itt Commerce wttb
tbe Tongue ; In fhort, to ebange ut into otber Creatura Tbau isohat
our Nature and tbe Gods dejignd ut ì Jub. To Vtrtke tbee Dumb: Turn
up tby Eya to£atoì Tbere mayft thott fee to ivbat a Godltke Heigbt
Tbe Roman Vtrtues lift up mortai Man . Wbile good, and jufi, and anxious
for bis Frìends y He % s fttll feverely bent agatnft bimfelf ;
Renouncing Sleepb, and Refi, and Food, and Eafe, He *3(
>9 )» Il feroce deftriero, e Jo maneggia ? Chi meglio in
truppe guida gli Elefanti A ramaelt rati, carichi di guerra?
Quefte fon, Prence mio, quelle fon Farti, Per cui non cede
Zama vofìra a Roma . Gtnb. Arti d'inferior ordine fon quefte,
Forza e perfezion d' o da e di nervi . Più alto mira un'anima Romana
; A formar rozzo e mal polito Mondo, E fottoporlo al freno delle
leggi, E render l'uomo all'uom mite ed amico; Con fenno e
difciplina e nobili arti Domefticar felvaggi, e ornar la vita. Tali
arti fplender fan natura umana, Riforman l'alma, e i barbari fann'
uomini. S/f. O Cieli, fofferenza / d' un uom vecchio Sia
feufato il calor: quali fon quefte Mirabili arti, e Romana vernice,
E pulito contegno, che cotanto Fan domeftico l'uomo, e civilizzalo?
Buone non fon, che a mafeherar gli affetti, E dal volto feordar fare i
penfieri, E frenar la natia voga dell'alma, E romper Aio commercio
colla lingua, E in altre creature trasformarci Contra il difegno di
Natura e Dio. Ciuk Perchè tu taccia, volgi gli occhi a
Cato. In lui rimira, quanto predo a Dio Virtù Romana innalza un uom
mortale. Per gl’amici follecito, indulgente, A fe fteftb fevero, il sonno
niega, Il riposo, ed il comodo, ed il Col- He
ftriues witb TbnJI and Hungcr, Toil and Heat; And wb:n bts Fortune fets
before btm ali • Tbe Bomps and Bleafures tbat bis Sortì can wifb y
Hts rtgtd Vtrtne wtll accept of none. Syph. Bcltcvc ine, Prtnce, theres
not an African Tbat tra'verfes our wafi Numtdtan Dejarts In qtteft
of Prey, and Iwes upon bis Bow, Brtt better praclifes tbefe boafted
Virtues. Coarje are bts Meals, tbe Fortune of tbe Cbafe, Amtdft tbe
rttnmng Stream be Jlakes bts Tbtrfl, ToiFs ali tbe Day, and at tb'
approacb of Ntgbt On tbe firft friendly Bank be tbrows btm down, Or
rejìs bts Head upon a Boti "ttll Morn: Tben rifes frefb, pttrfues
bis wonted Game, And tf tbe followtng Day be chance to fini A fiew
Repafl y or an untafled Sprtng y Bleffes bts Start y and tbtnks tt Luxury
. Jub. Tby Prejudices, Sypbax, wont dtf certi Wbat Vtrtues
growfrom Ignorance and Cboice y Nor bow tbe Hero dtffers from tbe Brute
. But gtant tbat Otbers coti d witb equal Glcry Look do cjn on
Pleafuret and tbe Batts of Senfe 5 IV bere fiali we find tbe Man tbat
bears Affiitlion, Great and Majefttck in bts Griefs, ìtke Cato ?
Heaiins y wttbwbat Strengtb, wbat Steadtnefs ofMind, He Triumpbs in tbe
mtdft of ali bts Sujferings ì How does be rife againll a Load of Woes,
And tbank tbe Gods tbat tbrow tbe IVetgbt upon btm \ Syph. T## Bnde
y tank Bride y and Havgbttnefs of Soul ; / tbink Colla fete
combatte, e colla famcj Collo ftento, col caldo : e quando ancora
Tutte le pompe ed i piacer del Mondo A contentargli l'alma s' offerì
fsero, Sua rigida virtù rigctterebbegli. S/f. Credimi,
Prence: non ci è Affricano, Che varchi noftre vafte erme contrade
Di preda a inchieda, e di fuo arco viva, Che tai virtù meglio non metta
in opra . Rozzo mangiar ciò che gii da la caccia : Nel corrente
rufcel traflì la fete; Tutto il dì (tenta, e quando vien la notte
Gettali filila prima amica ripa, O fopra rupe la fua tetta pofa
Infino a giorno. Pofcia frefeo ci forge A profeguir fuo giuoco: e fe'l
vegnente Giorno accade eh' ci trovi un nuovo pafto, O fcaturire un
non guftaro fonte, Dio benedice, e crede effer ciò ludo.
Ginb. La tua prevenzion quelle virtudi Da non faper prodotte, da
queir altre, Che figlie fon d' elezione umana, Nè dal bruto
diftinguer fa l'eroe. Ma porto che con egual gloria fprezzi Altri i
piaceri e il lufinghevol fenfo, Dove fi troverà mai un Catone Nel
fuo dolore maeftofo e grande ? Dei ! con qual fermo e valorofo
cuore Nel mezzo a i fuoi fofFriri egli trionfa, Sotto T incarco de*
fuoi guai s’innalza, £ di quel pefo ne ringrazia i Numi / Sif.
Orgoglio è quefto, e Romana alterigia, / ri/ffl the Romani cali tt
Storci/m . Had aot your Royal Fatber tbougbt fi b/ghty
Of Roman Virtù* y and of Catos Caufe y He had not fui In by a
Slave'; Hand inglorious: Nor would bis slangbterd Army now baue
lain On Africk's Sands, dtsfigurd iutth their Wounds, To gorge
the IFohes and Vttltures of Numtdta. Jub. IV by doft tboa cali my Sorrows
np afrejb ? My Fatber s Name brtngs Tears into my Eyes .
Syph. Oh, tbat youd profit by your Fatber s tilt ! Jub. JVbat
ivortd(i tbou baie me do? Syph. Abandon tato . Jub.
Sypbax, / fiori d be more tban twice art Orpban Byfucb a Lofi. Syph.
Ay, tbere's the Tie tbat binds you ! Toh long to cali bim Fatber . Marctas
Cbarms Work in your He art unfeen y and pie ad f or Cato . No
'wonderyou are deafto ali I Jay . Jub. Sypbax,your Zeal becomes
importunate ; httherto permitted it to rame, And talk at large 5
but learn to keep it in, Leaft tt fio» Id take more Freedom tban VII gfae
it. Syph. Sir, your great Fatber newer ujed me tbus . Alas,
he s Dead ì But canyou eer forget The tender Sorrows, and the Pangs of
Nature 3 The foud Embraces, and repeated Blvjjìngs, Wbtch you
dreisofrom bim in your laìt Fareivel ? Sttll muft I chertfb the dear fad
Remembrance, At once to torture and to plcafe my Seul. Tic
Chiamata da lor, credo,- Stoicifmo. Non avtfle il reale padre
voftro Tanto avuto concetto del Romano Valore, e della
caufa di Catone; Non faria fenz'onor così caduto Per
man fervile: nè Tarmata Tua Sconfitta giacerla fu gli arenofì
Campi d'Affrica, caica di ferite A ingraffar gli avoltoi
della Numidia. Giub. Perchè vuoi rinnovar mio cruccio atroce?
Chiamami al pianto di mio padre il nome. Sif. Oh profittale delle
fue fciagure / Gtub. Che vuoi eh' io faccia? S$f. Abbandonar
Catone. Giub. Orfano mi farei più di due volte. Sif. Oh, il vincolo
è quefto che vi lega ! D l'aerare di chiamarlo padre.
Di Marzia i vezzi opran fui voftro cuore * Quelli fon gli avvocati
di Catone, E a tutto quel ch'io dico vi fan fordo. Giub.
Siface, voftro zelo efee importuno. Fin qui di vaneggiare io t' ho
permeffo, E parlar largo; ora a frenarlo impara, Nè
voler franco effer più eh* io non voglio. Sif. Sir; non sì meco usò
voftro gran padre. Laflb/ egli è morto: ed obbliar potete
I teneri dolori, e le trafitte Di natura, ed i cari
abbracciamenti Le replicate benedizioni, Ch'egli vi
diede nelf cftremo addio ? E' d' uopo eh* f accarezzi la
foave Trifta rammemoranza, onde ne fente Tormento in
uno, e compiacenza l'alma. E II . «J(34)ì»> Tbe good
old King, at parting, wrung my Hand 9 ( Hts Eyes brim-full of Tears
) tbeu figbtng cryd, Prttbce be careful of my Som ! hts Grtcf
Swelfd uf fo htgb be coudnot utter more. Jub. Alas, tby Story
mclss away my Soni . Tbat beft of Fatbers ! Ixrw /ball I dtfebarge
Tbe G rat nude and Duty, nsJbteb 1 o*we bim ! Syph. By ìaytng up
bts Counctìs tn your He art . Jub. Hts Counctìs bade me yteld to
tby Dtretltons ; Tben, Sypbax, cbtde me tu jevercjl Terms, Vcnt ali
tby Pajfton, and III fland tts fbock, Cairn and unruffled as a Summer-Sea,
IV ben not a Breatb of IVtnd fltes oer its Sur face . Syph. Alas,
my Prtnce, ld guide you to your Safety . Jub. I do beitele tbou
ivoud/i i but teli me bovu ? Syph, Flyfrom tbe Fate tbat follorws
Cdjars Foes . Jub. My Fatber feornd to dot . Syph. And
tberefore dyd. Jub. Better to die ten tboufand tboufattd Deatbs
y Tban isoound my Honour. Syph. Ratber fay your Lame.
Jub. Sypbax y l ite promtsd to preferve my Temper . Wby wilt tbon
urge me to confefs a Fiume y 1 long bave fitfled, and woud fatn
conceal? Syph. Beitele me, Prtnce > 'tts bard to conquer Love y
But eafie to drvert and break tts Force : Abjence mtgbt cure tt, or a
fecond Mtflrefs Ltpbt up anotber Flame, and fut out tbts . Tbe
glowsng Dames of Zamds Royal Court Have Faces flu[bt -witb more exalted
Cbarms . Tbe Sun, tbat rolls bis Cbariot oer tbeir Headt, Works up
more Ftre ani Colour tn tbetr Cbcckt: WereIl buon vecchio al partir
la man mi ftrinfe [ Gli occhi pieni di pianto ] c fofpirando Di ile
; Deh cura abbi del mio figliuolo . E '1 gonfiato dolor così fe
crollo, Ch* egli più non poteo formar parola. Gtub. Latto ! il
racconto tuo mi ft r ugge 1* Alma. Ottimo Padre / come potre* io
Adempir verfo lui i miei doveri ? Sif. Gli avvifi fuoi nel voftro
cuor ferbaee. Gtub. Quefti tur di feguir gì* indrizzi tuoi.
Co' termin più feveri adunque bravami, Siface : sfoga pur tutto il tuo
sdegno ; AH' impeto di lui ftarommi quieto £ tranquillo, qual mar
di (late, in calma \ Quando nè pure un venticcl 1* increfpa.
Sif. Prence, mia mira è fol voftra falvezza. Gtub. C redolo j
ma qual via ad effer falvo ? Stf. De i nemici di Cefar fuggi il
fato . Gtub. Mio Padre ciò sdegnò . Stf. Perciò morio.
Gtub. Mille volte morrei, che fare oltraggio Al mi* onor .
Stf. Dite pure, al voftro amore . Gtub. Data ho parola già di
(tarmi quieto. Perchè forzarmi a palefar la fiamma Chiufa tenuta, e
eh* io pur vo* celare? Stf. Prence, amor fuperare è forte
cofa; Ma romperlo è leggiera, e divertirlo. Lontananza lo farà, od
altro amore Accende un* altra fiamma, e eftingue quella. Le Dame
alla Real Corte di Zama Splendono accefe d* un più bel vermiglio .
Il Sol, che fu (or tette il cocchio gira, Le guance tinge in più vivace
fuoco. E 2 Quc- Were yon ivìtb tbefe, my Prtnce,youd
foonforget The pale unripend Beauttes of the Nortb . Jub. Tts
not a Sett of Fatture:, or Compie xio» y The Ttnfiure of a Sktn, tbat I
admire . Beauty [oon grows famtltar to the Louer, Fades in h/s Eye
y and palls upon the Senfe . The nìtrtuous Marcia towrs abo*ve ber Sex
: True y [he is fair, [ Ob 3 bow dtutnely fair ì ] But ftìll the
ìcvely Matd improbe s ber Charmi Wilb inward Greatnefs, «naffctled Wtfdom,
And Santltty of Manners . Catos Soul Shtnes out tn enery tbtng (he atls
or fpeakf, Wbtle isoinning Mtldnefs and attrattive Smilcs Dwell in
ber Lookf, and -with becoming Grace Soften the Rigour of ber Fatbers
Vtrtues . Syph. How does yottr Tongtte gro-w u)anton in ber Praife
§ Bnt on my Knees I begyoa isooud confider Enter Marcia, and Lucia .
Jub. Bah ! Sypbax 5 f/V not fbe !
Sbe mowes tbis Way ; And njttb ber Lucia, Lucius s fair Daughter,
My Heart beats tbick • I prttbee Sypbax lea<ve me . Syph. Ten
tboufand Cttrfes f alien on % em botb ! Mow wtll tbts W 'iman VMtb a
fingle dance UadOy wbat fw been laVrtng ali tbis wbile . [ Exit
< Jub», Quefte, fe con lor fofte, o Prence mio,
Farebbonvi obbJiar quelle del Norte Beltà pallide, acerbe, ed
immature. Gtfib. Fattezze o colorito io non ammiro . Saziati
tofto di beltà 1* amante : Appaffita ed intipida gli viene.
La cada Marzia il fedo Aio far monta: E' bella pur,
divinamente bella ; Ma V interna grandezza, e fchietto fenno,
Santi coftumi crefcono i fuoi vezzi. Spicca Catone in fue
parole ed atti, Mentre dolci attrattive, e dolce rifo
Albergan n»l Tuo volto, ed avvenenti Grazie ammollifcono il
rigor paterno. S/f. Come facil ti (doglie voftra lingua Nelle
fue lodi ! Ma protrato a i voftri Piedi vi priego, che contideriate
. . . Entra Marcia, e Lucia. « Cinb.
Siface, oh ! non è lei ? ella quà viene Colla bella di Lucio
figliuola . Palpita forte il cor : Siface, lafciami . Stf
Mille maJedizion vengano loro ! Disfarà tutto quel che ho fabbricato
Con una fola occhiata or quefta femmina, fatte
SCE- Juba, Marcia, Lucia. Jub. T T AH cbarming Maid y
bow does tby Beantby Jmootb X~\ The Face of IV ar, and make ev'n Horror
fmtle ! At Sigbt of tbee my He art jbakes off iu Sorro-wt 3 Ifeel a
Daw» of Joy break tn npon me y And f or a nobile forget tb % Approacb
ofCtfar . Ma r. Ifioud be grteiid,young Prime y to tbtnk my
Prefence Unbent your Tbougbtt y and (lackend Vw to Armt y Wbtle y
warm wttb Slaugbter, onr uttloriont Fot, Tbreatens aloud, and calls you
to tbe Fteld . Jub. 0 Marcia, let me bope tby kind Concerni
Andgentle fVifbes follow me to Battei! The Tbougbt *wtll gìwe new Vigonr
to my Arm y Add Strengtb and Weigbt to my defcendtng S-word y And
drive it in a Tempeft on tbe Foe. Marc. My Prayers and IVtflet
alwayt fiali attend Tbe Friends of Rome, tbe glorious Caufe of Vtrtue,
And Men appronjd of by tbe Gods and Cato . Jub. Tbat Juba may
deferte tby piont Caret, Mgare for c<vcr on tby Godltke Fatber,
Tranfplanttng y one by one, into my Life Hit brigbt Perfecliont, Vi// /
flint like bim . Marc. My Fatber ne<ver at a Ttme like
tbit Woud lai o*t bts grcat Sotti in Wordt, and wafie
Sncb Giuba, Marcia, * Iw/*. G/'^Z-. T 7 Ergin
leggiadra, oh come tua beltade V La faccia della guerra ammorbidifee,
E lieto rende ancor 1' ifteflo orrore ! Dal mio cuore il dolor fugge a
tua villa; Spuntar fento novella alba di gioja, E Ccfare vicino
intanto obblio. Mar%. M' increfeeria il penfar, giovane Prence, Che
de i voftri penfier Rendette 1* arco La mia prefenza, c gli impigrire air
armi; Mente caldo di ftrage il Vincitore Alto minaccia, e sì t*
afpetta al campo. Gtub. O Marzia lafcia, eh* io fperi, che
tue Cure cortefi, e generofe brame M* accompagnino franco alla
battaglia. Quefto pcnfier, nuovo daranne al braccio Vigore e forza,
e pefo al mio fendente, Che cadrà fui nimico in gran tempefta.
Mar%. Miei prieghi e voti gli amici di Roma Seguiran tempre, di
virtù la caufa, E i pregiati da i Dei e da Catone . Gtub. Per
meritar le tue pietofe cure, Sempre fido darà Giuba in tuo Padre,
Le iltuftri doti fue ad una ad una Trapiantando in fe fteffo, finché
giunga A fimile fplcndor. Mar^, Mio Padre mai Non avrebbe in un
tempo come quello, Logorato il fuo fpirito in parole, Sucb precious
Moment* . Jub. Tby Rtprocfs are imfi s T/tf* wrtuous Matd
> *o «yi Troops, «^«(/ /ir* ffo/r langutd Souls witb Catos
Vtrtue ; If e' re I Uad tbem io the Fteld y wben ali The lì ar
Jball ftanà ranged m tts juft Array, And dreadful Fomp : 1 ben wtll I
tbtnk on ti: se l 0 lowely Matd, Tben wtll I tbtnk on Tbee ! And,
in tbe Jbock of cbarging Hcfts, remember U'bat glonous Deeds fboud grate
tbe man, wbo bopes Ter Marcia s Leve . Lue. Marcia, you re
too federe : Hgvd ccud you cbide te young goodnatured Prince,
And drt*vc htm f rem you witb fo ftern an Air, A Prtnce tbat Icves and
dotet on you to Deatb ? Mar. T/x tberefore, Lucia, tbat 1 cbtde htm
front me Hit Air, bts Voice, bis Locks y and bonetl Sotti Speak ali
fo mwingly in bis Bebalf, 1 dare not truft my felfto bear btm talk
. Lue. IV ly ivi II you fighi agatnft fo fweet a Paffton y
And fi rei yeur Heart to fucb a World of Cbarms ? Mar. Hciv,
Lucìa, ivoudft tbou baie me fink away In fleajing Drcams, and lofe my
felf in Leve y Wen enìry moment Catos Ltfes at Stake ? Cafar comes
arnid witb Terror and E^venge, And atms bts Tbunder at my Fatbers Head
: Sboud not tbe fad Occafion fwallow up My otber Cares, and draw
tbem ali tnto it ? Lue. Wby baie not I tbts Conftancy ofMtnd
y Wbo Nè tanti cari momenti
perduto. Giub. Sono giudi i rimproveri, Donzella Valorofa :
nV invio alle mie truppe Col valor di Catone a infiammar V
alme. Se mai ai campo condurrolle, quando La battaglia
fchierata fi preferiti In fiera pompa ; in te terrò il
penfiero, Vaga Donzella, in te terrò il penfiero: £ nel
più forte della dura zuffa Sovverrommi, quai fatti gloriofi
Un amante fregiar deggian, che afpira AH* amore di Marzia.
fané Lue. Sete,o Marzia, Troppo fevera. Come il cuor
fofTrio Di fgridar così buon giovine Prence, E
fcacciarlo con aria così torva, Prence, che v' ama più della fua
vita ? Marifr Per quello, Lucia, da me lo difeaccio. L' aria,
la voce, il guardo, il gentil core Parlan per lui con tal podente
incanto, Che d' udirlo parlare io pur non ofo. Lue. Perchè
combattere un fi dolce affetto? Perchè indurare a tanti vezzi il
core ? Mar^ Come mai, Lucia, vuoi eh* io mi disfaccia In
piacevoli fogni e in folli amori, Orche in cimento èognor vita di
Cato? Vien di vendetta e di terrore armato Cefare, e di
Caton mira alla teda II fulmin fuo : la trifta congiuntura
Impiega tutti quanti i miei penfieri, E sì gli unifee e
rinconcentra in ella. tue. Se tanti ho io così gravofi affanni,
F P<r- <3( 4» )& Wio * fu mavy Grufi to try
its Torce ? Sure y Nature fot md me of ber fof tifi Mould y
Enfeebled ali my Sotti uoitb tender Paffions y And funi me evn below my
own vjeak Sex: Pity and Love, by turns, opprefs my Heart . Mar.
Lucia, d sburtben ali tby Cares on me. And let me [bare tby ma Vi re tir
ed Diftrefs; Teli me ix'bo raifes up tbis Confiicl in tbee ? Lue. /
need not blufb to nawe tbem, isjben I teli tbee T bey re Marcia s
Brotbers, and tbe Sons of Cato . Mar. Tbty betb bebold tbee ^ub tbeir
Sifters Eyes: And often bave reveal d tbeir Vajfion to me. But teli
me, u bofe Addreft thott f amour ft mofl ? Hong to btow, and jet I àrtad
to bear it . Lue. ì'/bicb is it Alarci a ^ijòesfor ? Mar. For nei t
ber — And y et f or botb — Tbe Tcutbs bave equal Sbare In
Marcias Vifbes, and divide tbeir Sifleri But teli meikb'ub of tbtm is
Lucia s Cboicet Lue. Marcia, tbey lotb are bipb in my Efleem,
But in my Love — li'by wilt tbou make menante hìm ? Tbou intrisi ft
it it a blid andfoolfb Paffion y Pleasd at.d difgpfted v'itb it knemos
not vubat . Mar. O Lucia, I m ferplex % d 9 O teli me vobtcb
I mufl bereafter cali my bafpy Brotber ? Lue. Suppofe 'twere
Portins 3 coudyou blame my Cboicet O Tortimi, tbou bafì fioln a^ay my
Soul! IV'ith vi bat a gractfid Tender ne fs be loves ! And breatUs
tbe foftefi, tbe fincerefl Voisos ì Complacency, and Trutb, and manly
Sweetneft Dj.)fll ever on bis Tofane, and fmootb bis TbotfghtS.
Marctts is ovtr-warm > Ih fond Compiami Have
Digitized by Google Perchè una tal fermezza non m' è
data ? Fcmmi natura di più molle parta, Co' più teneri
affetti infievoiimmi, £ caricò Copra il mio debol fedo:
Pietà e Amor dittringommi a vicenda. Mar%. Lucia, le cure tue fopra
me pofa; Mettimi a parte de* tuoi cupi affanni . Dimmi,
chi detta in te quello conflitto? Lue. Non ho da aver rollar di
nominare I tuoi fratelli, e figli di Catone. Mar%- Coli'
occhio di lor fuora ambi ti mirano, E il loro amor fovente hanmi
fvelato . Ma dimmi, qual de i due più favorifei? Bramo
faperlo, c pur temo d* udirlo. Lue. Qual 1 è quegli, che Marzia brameria
? Mar^. Niun de due, - e forfè anco amenduni - Di Marzia
nelle brame hanno egual parte I giovani, e dividon la
forella. Ma dimmi: Lucia qua* di loro elegge? Lue. Marzia,
ambo fon nella mia (lima grandi, Ma nel mi* amor . . . perchè vuoi tu eh'
io '1 nomini Ben tu fai, come è cieco amore e folle, II qual,
ne fa perchè, vuole e difvuole . Mar%. Lucia, io fon perplcffa. O dimmi,
quale Appellar deggia il mio fratel felice. Lue. Se foffe
Porzio, me 'n da re (le biafmo ? O Porzio, m* hai involata Y alma mia
. Con qual leggiadra tenerezza egli ama ! Spira i difii più
fchictti, e più gentili . Verità, cortetla, mafehia dolcezza
Pulifcon le parole ed i penfieri . Fervido è Marco, e impetuofi
troppo F 2 Sono *3( 44 )fr /firw mncb
Farr.ejìnefs and PcJJton in tbem\ 1 bcur bim ivitb a /cerei kind of
Dread y And tremile at bis Vebemence of Temper Mar. Alas
poor Tontb ! low cari fi tbou tbrow bim front the ? Li: :ìa, tbou
knormB not balf tbe Love be bears tbee\ H benecr be jpeaks of ti ce,
bis Hearfs in Flames, lls fendi ottt ali bis Soul in ewry Word,,
'mi tbixks, and talks, and looks like one tranfportcd. Vnbappy
Tontb! boiu v/ill thy CoUnefs raife. i. Francesco
Paolo Bozzelli. Keywords: il tragico, il tragico latino, l’implicatura di
Lucano, l’edonismo di Bozzelli, capitol su Bozzelli nella storia della
filosofia italiana di Gentile – edonismo, morale, etica – costituzione
napoletana. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Bozzelli” – The Swimming-Pool
Library.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Bozzetti: la raione conversazionale e l’implicatura
conversazionale di Bruno contro I matematici – scuola di Borgoratto – filosofia
piemontese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, The Swimming-Pool Library
(Borgoratto). Filosofo piemontese. Filosofo italiano. Borgoratto, Alessandria,
Piemonte. Grice: “If Strawson is a Griceian, Bozzetti is a Rosminian – he
philosophised on substance (‘il concetto di sostanza’ from the point of view of
‘gnoseologia,’ and also on ‘dialogue,’ and ‘piety,’ – he also speaks, like I
do, of construction, and reconstruction, and indeed, ‘metaphysical
reconstruction,’ one of my routines!” – “My favourite has to be his philosophy
of dialogue.” -- Figlio di Romeo (uno dei Mille di Garibaldi, divenne
colonnello e poi generale dell’Esercito Italiano) e da Edvige Griziotti De
Gianani. I genitori erano originari dalla provincia di Cremona. Tutta la
famiglia Bozzetti si sposta a Trapani, poi a Napoli, a Reggio Calabria, ad
Ancona, a Genova e infine a Torino, seguendo le destinazioni del capofamiglia.
Scrive delicate poesie, indirizzate ai suoi familiari. Si laurea a Torino.
Entra nell’ordine dei Rosminiani. Novizio al Convento rosminiano del Sacro
Monte Calvario di Domodossola (dove una sala è oggi a lui dedicata) e ordinato
sacerdote. Si laurea a Roma. Insegna a Domodossola. Nominato Superiore
Provinciale dei Collegi rosminiani e a Roma. Eletto Preposito Generale, cioè
VII successore di Antonio Rosmini. Insegna a Roma. Sostenne e spiegò le tesi di
Rosmini, in particolare quelle esposte nella Filosofia del diritto. Sacro Monte Calvario di Domodossola, Via
Crucis. La persona è soggetto di diritto, cioè cerca liberamente la verità e
aderisce liberamente alla legge morale, su cui forma la propria coscienza e la
consapevolezza di avere una destinazione o metier. Gl’Agiati pubblicano questo
sintetico profilo di lui. Attratto dalla filosofia rosminiana che fa della “persona”
il diritto sussistente ed il fondamento dello stato italiano, ripropose la
metafisica del filosofo roveretano quale unica speculazione che sapesse
inquadrare il problema dell'essere personale in un'organicità ontologica più
comprensiva (il vivente). Filosofo costruttivo, capace di far convergere molteplicità
ed unità, frammentarismo e organicità. Lettera di Rosmini, Risposta a Sciacca,
Domodossola, Antonioli. Centro di studi filosofici di Gallarate. Dizionario
biografico degli italiani. Nacque da Romeo, prima garibaldino poi
ufficiale dell'esercito regolare. B. compì gli studi seguendo il padre nelle
diverse residenze di Trapani, Napoli, Reggio Calabria, Ancona, Genova, Torino.
In quest'ultima città conseguì la laurea in giurisprudenza, rivolgendo però
maggiore interesse alla filosofia, in particolare al pensiero di Rosmini
("Fu una liberazione quando trovai nella Filosofia del diritto di Rosmini
che la persona umana è il diritto sussistente. Notiamo bene: la persona non
solo ha dei diritti ma essa è il diritto": Il valore della persona.
Apparve dunque fondamentale al B. il concetto di persona come diritto
sussistente, che gli rivelò il proprio esistere "come soggetto di tre
esigenze fondamentali, inviolabili e inalienabili: la ricerca e il possesso
della Verità, la libera adesione alla Legge morale con la conseguente
formazione della coscienza, la consapevolezza di una destinazione eterna, oltre
questa vita mortale. Dopo la laurea, entrò all'Istituto della Carità. Novizio
al Calvario di Domodossola e ordinato sacerdote. Si laurea in filosofia a Roma.
Incominciò quindi la sua esperienza educativa come insegnante di filosofia, di
letteratura italiana, di teologia nelle scuole dell'Istituto della Carità. Fu
superiore dei collegi rosminiani. Superiore provinciale, e infine superiore
generale dell'istituto intero. B. pubblicò a Roma Il concetto di sostanza e la
sua attuazione nel reale. Saggio di ontologia e metafisica. B. pubblica un
volume su Rosmini SERBATI nell'aspetto estetico e letterario, Roma, che tratta
della formazione e delle qualità dello stile di Rosmini e del suo merito come
scrittore, e illustra la sua teoria estetica. Pubblica il saggio Rosmini
nell'"Ultima Critica" di Ausonio Franchi, Firenze. B. pubblica La
vita di Serbati. Dopo una serie di scritti minori (Tra noi e Dio, Domodossola;
Nella Chiesa di Cristo; Lineamenti di pietà rosminiana, pubblica a Milano gli
Sviluppi del pensiero rosminiano nella "Teosofia". In questo saggio
il B. affrontava il problema dell'"ente nella sua totalità". Per
Rosmini tutto il sistema del sapere umano ha tre principî: l'idea, l'anima,
l'ente. La filosofia deve cominciare dal principio ideale, quindi procedere
allo studio del principio subiettivo intelligente. Ma per raggiungere il suo
compimento la filosofia deve studiare "ciò che è primo nell'ordine
assoluto degli oggetti conoscibili, per sé, ossia l'ente … Così si arriva
all'Ontologia". Il primo ontologico è chiamato da Rosmini "essenza
dell'essere". Questa, una in se stessa, si trova determinata in una
pluralità di forme: ideale, reale, morale. La conciliazione razionale
dell'unità dell'essere e della molteplicità degli enti si ha "nella natura
dell'essenza dell'essere, cioè nella sua virtualità". Il reale, secondo
B., come già per SERBATI, è sentimento e ha origine per creazione. Il B. si
richiama a questo punto alla dottrina rosminiana del sentimento fondamentale,
che non è soltanto il sentimento fondamentale corporeo, ma è "la realtà
dell'atto con cui noi ci sentiamo come esseri viventi, di una vita che è al
tempo stesso spirituale e sensitivo-corporea". Pubblica a Roma Il problema
ontologico nella filosofia rosminiana, che comprende il corso di filosofia
teoretica tenuto dal B. nell'università di Roma, dove egli era stato nominato
libero docente di filosofia per alti meriti culturali. Pubblica La
persona umana, corso di lezioni di filosofia morale tenuto all'università di
Roma in quell'anno accademico. Il problema della persona era stato, come si è
visto, il problema che aveva costituito il punto di partenza intellettuale del
Bozzetti. Da questo problema iniziale, da cui era partito, il B. percorse la
"traiettoria ontologica". Dalla persona all'essere ideale,
dall'essere ideale a Dio da una parte e alle tre forme dell'essere dall'altra
con tutte le principali implicanze. La "traiettoria sociale", che è
l'altra traiettoria secondo cui si sviluppò il pensiero di B. sulle tracce
della dottrina rosminiana, tornava a implicare il problema della persona,
riconosciuta quale realtà che, per la presenza del divino, deve essere sempre
tenuta presente non come ragione di mezzo, ma come avente ragione di fine.
Tutti i possibili rapporti tra gli uomini - politico, giuridico, economico,
affettivo - debbono fondarsi su questa concezione della persona. B. morì a
Roma. Gli scritti del B. sono stati raccolti in G. B., Opere complete, a cura
di Sciacca, Milano. Esposito, Il gran rifiuto di Rosmini, Rosmini e in Riv.
rosminiana, replica di G. B.; Id., Il "gran rifiuto" di Rosmini; Replica
a B., replica di G. B.; Sciacca, Rosmini e noi. Lettera al p. G. B., Il sec.
XX, Milano Morando, Ricordando un educatore-filosofo: il p. G. B., in Rivista
rosminiana, Riva, P. G. B. Il pensatore e il sacerdote, in Atti della Accademia
roveretana degli Agiati, P. G. B., in Giornale di metafisica, La
"persona" nel pensiero di padre B., in Iustitia, Ricordando p. G. B.,
Domodossola; Enciclopedia filos., G. B. Un giudizio di Siro Contri sulla
filosofia neoscolastica”. Ilia ed Alberto” di Angelo Gatti.. Matematismo” in
Rosmini? Rosmini-Serbati A.”, voce dell’Enciclopedia Cattolica, vol. X, Città
del Vaticano, Ente per l’E.C. e per il libro cattolico. A distanza di un
secolo, Una recente critica del “Nuovo Saggio” da parte di G. Zamboni. A
proposito di idealismo, La “realtà assoluta”. A. Rosmini e Roma, Roma, Istituto
di Studi Romani. Ai margini di un Congresso. Affermazioni e tendenze. Amore e
matrimonio. Angelina Lanz. Antonio Rosmini e l’ora presente. Camillo
Viglino. Cenni biografici di A. Rosmini nel I volume dell’Edizione Nazionale.
Che cos’è l’arte? Che cos’è l’Istituto della Carità. Che cos’è la materia?
L’indagine filosofica. Che cos’è la natura? Parla il filosofo. Cino. Croce,
Gentile e la filosofia dell’arte. Gentili (rec. Bessero Belti). Del rosminianismo
di Manzoni. Fantasma e idea nella percezione ci sono. Fantasma e idea sono
scoperti dalla riflessione nella percezione. Foscolo. Gesuitismo. Giuseppe
Morando. Gregorio XVI e Rosmini, in Gregorio XVI, a cura dei Camaldolesi di S.
Gregorio al Celio, Roma. Il “caso dell’Oregon” e il Tribunale politico di
Rosmini. Il “gran rifiuto” di Rosmini, La vera ragione del rifiuto, Il capitano
Pagani. Il fallimento della vita. Congresso nazionale di Filosofia. Il Papa e ANNUNZIO
(si veda). Il principio unitario della filosofia rosminiana, in “Giornale di
Metafisica” Il valore della persona. Il valore delle cose terrene. Intorno a
Manzoni, La seconda moglie - Ancora sul rosminianismo di Manzoni - Manzoni e il
Giansenismo. L’atteggiamento religioso dell’ottocento. L’economia nel
sintetismo e nell’equilibrio di tutte le forze politiche e sociali. L’eredità
del liberalismo nella mentalità contemporanea. L’Ermengarda di Manzoni. L’etica
del Rosmini e Zamboni. L’opera d’arte e le tre forme dell’essere. L’ossessione
del sesso. La “costante” nelle variazioni della filosofia. La “ragione”, atto
costitutivo dell’uomo. La “religione della libertà”. La “vitalità” della logica
di Rosmini. La concezione rosminiana dell’essere. La marchesa di Canossa e
Rosmini. La moda e il pudore. La nostra realtà e l’altra vita. La pedagogia di
A. Rosmini. La persona umana, Domodossola-Milano, Sodalitas. La Vita di
Rosmini, 1. La giovinezza. Nel silenzio. La vocazione. In montibus sanctis.
Laicismo. Le “difficoltà” dell’essere ideale, Una tentata difesa. Le tre
ascensioni spirituali di Rosmini. Leggende che si perpetuano. Lo Stato e
la religione. Lorenzo Michelangelo Billia. Natura e soprannatura in rapporto
alla realtà storica. Opinioni sul sistema di gnoseologia e di morale di
Zamboni, Astrazione, analisi, trasparenza, Papini nel suo “S. Agostino”. Per
finire. Perché Rosmini non è filosofo cattolico? Perorazione. Quando si parla
di essere, Realtà e trascendenza nel progresso del diritto. Replica a B. C.
Replica al Bonafede, Riassumendo le nostre discussioni gnoseologiche.
Ricordando Capograssi. Risposta a Sciacca. Risposta alla lettera al Direttore.
Rosmini e Hegel. Rosmini e i Gesuiti in un recente articolo della Civiltà
Cattolica, La ricerca storica. Rosmini e i Gesuiti in una biografia di Roothaan.
Rosmini e i Rosminiani nell’Enciclopedia Treccani. Rosmini e Kant, Il
“superamento” di Rosmini. Rosmini e l’Università, Rosmini e Michaelstaedter, A
proposito di un libro di G. Chiavacci. Rosmini ed AQUINO non possono andare
d’accordo? – Interesse scientifico e interesse pratico - Ortodossia e metodo.
Rosmini in un dizionario del Risorgimento italiano. Rosmini monofisita?
Rosmini nel diario di Collegno, Rosmini nell’“Ultima critica” di Ausonio Franchi.S.
Francesco d’Assisi, Bozzetti G., AQUINO (si veda) e Rosmini, in “Coscienza”.
Sempre sulla confusione fra idea dell’essere e idea dell’ente, Per fatto
personale. Sopra una cortese discussione Zamboni-Chiarelli. Stato e Chiesa
secondo C. A. Jemolo. Sul Filottete di Sofocle. Sul problema del male, la volontà
e il male. Sul rosminianismo del Manzoni, L’innatismo nel dialogo
“Dell’invenzione”,Sull’astrazione dell’Idea dal Reale. Sull’infinità dello
spazio, il punto di vista è uno solo. Sull’ontologismo. Sulla moralità di
Machiavelli. Sulla natura della conoscenza, Risposta a G. Rossi. Tolstoi.
Umiltà del critico. Un libro significativo: Il Rosmini di Brunello. Un recente
giudizio sulle “Cinque Piaghe” in Germania. Rosmini: l’asceta, il filosofo,
l’uomo, l’amico, Roma, Studium.
BRUNO,
PARIS: PATER "Jetzo, da ich ausgewachsen, Viel gelesen, viel
gereist, Schwillt mein Herz, und ganz von Herzen, Glaub' ich an den
Heilgen Geist." -- Heine+ . It was on the afternoon of the Feast of
Pentecost that news of the death of Charles the Ninth went abroad
promptly. To his successor the day became a sweet one, to be noted
unmistakably by various pious and other observances; and it was on a Whit-Sunday
afternoon that curious Parisians had the opportunity of listening to one who,
as if with some intentional new version of the sacred event then commemorated,
had a great deal to say concerning the Spirit; above all, of the freedom, the
independence of its operation. The speaker, though understood to be a
brother of the Order of St. Dominic, had not been present at the mass--the
usual university mass, De Spiritu Sancto, said to-day according to the natural
course of the season in the chapel of the Sorbonne, by the Italian Bishop of
Paris. It was the reign of the Italians just then, a doubly refined, somewhat
morbid, somewhat ash-coloured, Italy in France, more Italian still. Men
of Italian birth, "to the great suspicion of simple people," swarmed
in Paris, already "flightier, less constant, than the girouettes on its
steeples," and it was love for Italian fashions that had brought king and
courtiers here to-day, with great eclat, as they said, frizzed and starched, in
the beautiful, minutely considered dress of the moment, pressing the university
into a perhaps not unmerited background; for the promised speaker, about whom
tongues had been busy, not only in the Latin quarter, had come from
Italy. In an age in which all things about which Parisians much cared
must be Italian there might be a hearing for Italian philosophy.
Courtiers at least would understand Italian, and this speaker was rumoured to
possess in perfection all the curious arts of his native language. And of
all the kingly qualities of Henry's youth, the single one that had held by him
was that gift of eloquence, which he was able also to value in
others--inherited perhaps; for in all the contemporary and subsequent historic
gossip about his mother, the two things certain are, that the hands credited
with so much mysterious ill-doing were fine ones, and that she was an admirable
speaker. Bruno himself tells us, long after he had withdrawn himself from
it, that the monastic life promotes the freedom of the intellect by its silence
and self-concentration. The prospect of such freedom sufficiently
explains why a young man who, however well found in worldly and personal
advantages, was conscious above all of great intellectual possessions, and of
fastidious spirit also, with a remarkable distaste for the vulgar, should have
espoused poverty, chastity, obedience, in a Dominican cloister. What
liberty of mind may really come to in such places, what daring new departures
it may suggest to the strictly monastic temper, is exemplified by the dubious
and dangerous mysticism of men like John of Parma and Joachim of Flora, reputed
author of the new "Everlasting Gospel," strange dreamers, in a world
of sanctified rhetoric, of that later dispensation of the spirit, in which all
law must have passed away; or again by a recognised tendency in the great rival
Order of St. Francis, in the so-called "spiritual" Franciscans, to
understand the dogmatic words of faith with a difference. The three
convents in which Bruno lived successively, at Naples, at Citta di Campagna,
and finally the Minerva at Rome, developed freely, we may suppose, all the
mystic qualities of a genius in which, from the first, a heady southern
imagination took the lead. But it was from beyond conventional bounds he
would look for the sustenance, the fuel, of an ardour born or bred within
them. Amid such artificial religious stillness the air itself becomes
generous in undertones. The vain young monk (vain of course!) would feed his
vanity by puzzling the good, sleepy heads of the average sons of Dominic with
his neology, putting new wine into old bottles, teaching them their own business--the
new, higher, truer sense of the most familiar terms, the chapters they read,
the hymns they sang, above all, as it happened, every word that referred to the
Spirit, the reign of the Spirit, its excellent freedom. He would soon
pass beyond the utmost limits of his brethren's sympathy, beyond the largest
and freest interpretation those words would bear, to thoughts and words on an
altogether different plane, of which the full scope was only to be felt in
certain old pagan writers, though approached, perhaps, at first, as having a
kind of natural, preparatory kinship with Scripture itself. The
Dominicans would seem to have had well- stocked, liberally-selected, libraries;
and this curious youth, in that age of restored letters, read eagerly, easily,
and very soon came to the kernel of a difficult old author--Plotinus or Plato;
to the purpose of thinkers older still, surviving by glimpses only in the books
of others—GIRGENTI (si veda), Pythagoras, who had enjoyed the original divine
sense of things, above all, Parmenides, that most ancient assertor of God's
identity with the world. The affinities, the unity, of the visible and
the invisible, of earth and heaven, of all things whatever, with each other,
through the consciousness, the person, of God the Spirit, who was at every
moment of infinite time, in every atom of matter, at every point of infinite
space, ay! was everything in turn: that doctrine--l'antica filosofia Italiana--
was in all its vigour there, a hardy growth out of the very heart of nature,
interpreting itself to congenial minds with all the fulness of primitive
utterance. A big thought! yet suggesting, perhaps, from the first, in
still, small, immediately practical, voice, some possible modification of, a
freer way of taking, certain moral precepts: say! a primitive morality,
congruous with those larger primitive ideas, the larger survey, the earlier,
more liberal air. Returning to this ancient "pantheism," after
so long a reign of a seemingly opposite faith, Bruno unfalteringly asserts
"the vision of all things in God" to be the aim of all metaphysical
speculation, as of all inquiry into nature: the Spirit of God, in countless
variety of forms, neither above, nor, in any way, without, but intimately
within, all things--really present, with equal integrity, in the sunbeam ninety
millions of miles long, and the wandering drop of water as it evaporates
therein. The divine consciousness would have the same relation to the
production of things, as the human intelligence to the production of true
thoughts concerning them. Nay! those thoughts are themselves God in man: a
loan, there, too, of his assisting Spirit, who, in truth, creates all things in
and by his own contemplation of them. For Him, as for man in proportion
as man thinks truly, thought and, being are identical, and things existent only
in so far as they are known. Delighting in itself, in the sense of its
own energy, this sleepless, capacious, fiery intelligence, evokes all the
orders of nature, all the revolutions of history, cycle upon cycle, in ever new
types. And God the Spirit, the soul of the world, being really identical
with his own soul, Bruno, as the universe shapes itself to his reason, his
imagination, ever more and more articulately, shares also the divine joy in
that process of the formation of true ideas, which is really parallel to the
process of creation, to the evolution of things. In a certain mystic
sense, which some in every age of the world have understood, he, too, is
creator, himself actually a participator in the creative function. And by such
a philosophy, he assures us, it was his experience that the soul is greatly
expanded: con questa filosofia l'anima, mi s'aggrandisce: mi se magnifica
l'intelletto! For, with characteristic largeness of mind, Bruno accepted
this theory in the whole range of its consequences. Its more immediate
corollary was the famous axiom of "indifference," of "the
coincidence of contraries." To the eye of God, to the philosophic
vision through which God sees in man, nothing is really alien from Him.
The differences of things, and above all, those distinctions which schoolmen
and priests, old or new, Roman or Reformed, had invented for themselves, would
be lost in the length and breadth of the philosophic survey; nothing, in itself,
either great or small; and matter, certainly, in all its various forms, not
evil but divine. Could one choose or reject this or that? If God the
Spirit had made, nay! was, all things indifferently, then, matter and spirit,
the spirit and the flesh, heaven and earth, freedom and necessity, the first
and the last, good and evil, would be superficial rather than substantial
differences. Only, were joy and sorrow also to be added to the list of
phenomena really coincident or indifferent, as some intellectual kinsmen of
Bruno have claimed they should? The Dominican brother was at no distant
day to break far enough away from the election, the seeming
"vocation" of his youth, yet would remain always, and under all
circumstances, unmistakably a monk in some predominant qualities of
temper. At first it only by way of thought that he asserted his
liberty--delightful, late-found privilege!--traversing, in mental journeys,
that spacious circuit, as it broke away before him at every moment into
ever-new horizons. Kindling thought and imagination at once, the prospect draws
from him cries of joy, a kind of religious joy, as in some new "canticle
of the creatures," a new monkish hymnal or antiphonary.
"Nature" becomes for him a sacred term. "Conform thyself
to Nature"--with what sincerity, what enthusiasm, what religious fervour,
he enounces the precept to others, to himself! Recovering. as he
fancies, a certain primeval sense of Deity broadcast on things, in which
Pythagoras and other inspired theorists of early Greece had abounded, in his
hands philosophy becomes a poem, a sacred poem, as it had been with them.
That Bruno himself, in "the enthusiasm of the idea," drew from his
axiom of the "indifference of contraries" the practical consequence
which is in very deed latent there, that he was ready to sacrifice to the
antinomianism, which is certainly a part of its rigid logic, the purities of
his youth for instance, there is no proof. The service, the sacrifice, he
is ready to bring to the great light that has dawned for him, which occupies
his entire conscience with the sense of his responsibilities to it, is that of
days and nights spent in eager study, of a plenary, disinterested utterance of
the thoughts that arise in him, at any hazard, at the price, say! of martyrdom.
The work of the divine Spirit, as he conceives it, exalts, inebriates him, till
the scientific apprehension seems to take the place of prayer, sacrifice,
communion. It would be a mistake, he holds, to attribute to the human
soul capacities merely passive or receptive. She, too, possesses, not
less than the soul of the world, initiatory power, responding with the free
gift of a light and heat that seem her own. Yet a nature so opulently
endowed can hardly have been lacking in purely physical ardours. His
pantheistic belief that the Spirit of God was in all things, was not
inconsistent with, might encourage, a keen and restless eye for the dramatic
details of life and character for humanity in all its visible attractiveness,
since there, too, in [238] truth, divinity lurks. From those first fair
days of early Greek speculation, love had occupied a large place in the
conception of philosophy; and in after days Bruno was fond of developing, like
Plato, like the Christian platonist, combining something of the peculiar temper
of each, the analogy between intellectual enthusiasm and the flights of
physical love, with an animation which shows clearly enough the reality of his
experience in the latter. The Eroici Furori, his book of books, dedicated
to Philip Sidney, who would be no stranger to such thoughts, presents a
singular blending of verse and prose, after the manner of Dante's Vita
Nuova. The supervening philosophic comment re-considers those earlier
physical impulses which had prompted the sonnet in voluble Italian, entirely to
the advantage of their abstract, incorporeal equivalents. Yet if it is
after all but a prose comment, it betrays no lack of the natural stuff out of
which such mystic transferences must be made. That there is no single name of
preference, no Beatrice or Laura, by no means proves the young man's earlier
desires merely "Platonic;" and if the colours of love inevitably lose
a little of their force and propriety by such deflection, the intellectual
purpose as certainly finds its opportunity thereby, in the matter of borrowed
fire and wings. A kind of old, scholastic pedantry creeping back over the
ardent youth who had thrown it off so defiantly (as if Love himself went in for
a degree at the University) Bruno developes, under the mask of amorous verse,
all the various stages of abstraction, by which, as the last step of a long
ladder, the mind attains actual "union." For, as with the
purely religious mystics, union, the mystic union of souls with each other and
their Lord, nothing less than union between the contemplator and the
contemplated--the reality, or the sense, or at least the name of it-- was
always at hand. Whence that instinctive tendency, if not from the Creator
of things himself, who has doubtless prompted it in the physical universe, as
in man? How familiar the thought that the whole creation longs for God,
the soul as the hart for the water- brooks! To unite oneself to the
infinite by breadth and lucidity of intellect, to enter, by that admirable
faculty, into eternal life-- this was the true vocation of the spouse, of the
rightly amorous soul--"a filosofia e necessario amore." There
would be degrees of progress therein, as of course also of relapse: joys and
sorrows, therefore. And, in interpreting these, the philosopher, whose
intellectual ardours have superseded religion and love, is still a lover and a
monk. All the influences of the convent, the heady, sweet incense, the
pleading sounds, the sophisticated light and air, the exaggerated humour of
gothic carvers, the thick stratum of pagan sentiment beneath ("Santa Maria
sopra Minerva!") are indelible in him. Tears, sympathies, tender
inspirations, attraction, repulsion, dryness, zeal, desire, recollection: he
finds a place for them all: knows them all [239] well in their unaffected
simplicity, while he seeks the secret and secondary, or, as he fancies, the
primary, form and purport of each. A light on actual life, or mere barren
scholastic subtlety, never before had the pantheistic doctrine been developed with
such completeness, never before connected with so large a sense of nature, so
large a promise of the knowledge of it as it really is. The eyes that had
not been wanting to visible humanity turned with equal liveliness on the
natural world in that region of his birth, where all its force and colour is
twofold. Nature is not only a thought in the divine mind; it is also the
perpetual energy of that mind, which, ever identical with itself, puts forth
and absorbs in turn all the successive forms of life, of thought, of language
even. But what seemed like striking transformations of matter were in
truth only a chapter, a clause, in the great volume of the transformations of
the Spirit. To that mystic recognition that all is divine had succeeded a
realisation of the largeness of the field of concrete knowledge, the infinite
extent of all there was actually to know. Winged, fortified, by this
central philosophic faith, the student proceeds to the reading of nature, led
on from point to point by manifold lights, which will surely strike on him, by
the way, from the intelligence in it, speaking directly, sympathetically, to
the intelligence in him. The earth's wonderful animation, as divined by one who
anticipates by a whole generation the "philosophy of experience:" in
that, the bold, flighty, pantheistic speculation became tangible matter of
fact. Here was the needful book for man to read, the full revelation, the
detailed story of that one universal mind, struggling, emerging, through
shadow, substance, manifest spirit, in various orders of being--the veritable
history of God. And nature, together with the true pedigree and evolution
of man also, his gradual issue from it, was still all to learn. The
delightful tangle of things! it would be the delightful task of man's thoughts
to disentangle that. Already Bruno had measured the space which Bacon
would fill, with room perhaps for Darwin also. That Deity is everywhere,
like all such abstract propositions, is a two-edged force, depending for its
practical effect on the mind which admits it, on the peculiar perspective of
that mind. To Dutch Spinosa, in the next century, faint, consumptive,
with a hold on external things naturally faint, the theorem that God was in all
things whatever, annihilating, their differences suggested a somewhat chilly
withdrawal from the contact of all alike. In Bruno, eager and
impassioned, an Italian of the Italians, it awoke a constant, inextinguishable
appetite for every form of experience--a fear, as of the one sin possible, of
limiting, for oneself or another, that great stream flowing for thirsty souls,
that wide pasture set ready for the hungry heart. Considered from the
point of view of a minute observation of nature, the Infinite might figure as
"the infinitely little;" no blade [240] of grass being like another,
as there was no limit to the complexities of an atom of earth, cell, sphere,
within sphere. But the earth itself, hitherto seemingly the privileged
centre of a very limited universe, was, after all, itself but an atom in an
infinite world of starry space, then lately displayed to the ingenuous
intelligence, which the telescope was one day to verify to bodily eyes.
For if Bruno must needs look forward to the future, to Bacon, for adequate
knowledge of the earth--the infinitely little; he looked back, gratefully, to
another daring mind, which had already put the earth into its modest place, and
opened the full view of the heavens. If God is eternal, then, the universe is
infinite and worlds innumerable. Yes! one might well have supposed what
reason now demonstrated, indicating those endless spaces which sidereal science
would gradually occupy, an echo of the creative word of God himself,
"Qui innumero numero innumerorum nomina dicit." That the stars
are suns: that the earth is in motion: that the earth is of like stuff with the
stars: now the familiar knowledge of children, dawning on Bruno as calm
assurance of reason on appeal from the prejudice of the eye, brought to him an
inexpressibly exhilarating sense of enlargement of the intellectual, nay! the
physical atmosphere. And his consciousness of unfailing unity and order
did not desert him in that larger survey, making the utmost one could ever know
of the earth seem but a very little chapter in that endless history of God the
Spirit, rejoicing so greatly in the admirable spectacle that it never ceases to
evolve from matter new conditions. The immovable earth beneath one's
feet! one almost felt the movement, the respiration of God in it. And yet
how greatly even the physical eye, the sensible imagination (so to term it) was
flattered by the theorem. What joy in that motion, the prospect, the
music, the music of the spheres !--he could listen to it in a perfection such
as had never been conceded to Plato, to Pythagoras even. "Veni,
Creator Spiritus, Mentes tuorum visita, Imple superna
gratia, Quae tu creasti pectora!" Yes! the grand old Christian
hymns, perhaps the grandest of them, seemed to blend themselves in the chorus,
to deepen immeasurably under this new intention. It is not always, or
often, that men's abstract ideas penetrate the temperament, touch the animal
spirits, affect conduct. It was what they did with Bruno. The
ghastly spectacle of the endless material universe, infinite dust, in truth,
starry as it may look to our terrestrial eyes--that prospect from which
Pascal's faithful soul recoiled so painfully--induced in Bruno only the
delightful consciousness of an ever-widening kinship and sympathy, since every
one of those infinite worlds must have its sympathetic inhabitants.
Scruples of conscience, if he felt such, might well be pushed aside for the
"excellency" of such knowledge as this. To shut the eyes,
whether of the body or the mind, would be a kind of dark ingratitude; the one
sin, to believe directly or indirectly in any absolutely dead matter anywhere,
because involving denial of the indwelling spirit. A free spirit,
certainly, as of old! Through all his pantheistic flights, from horizon
to horizon, it was still the thought of liberty that presented itself to the
infinite relish of this "prodigal son" of Dominic. God the
Spirit had made all things indifferently, with a largeness, a beneficence,
impiously belied by any theory of restrictions, distinctions, absolute limitations.
Touch, see, listen, eat freely of all the trees of the garden of Paradise with
the voice of the Lord God literally everywhere: here was the final counsel of
perfection. The world was even larger than youthful appetite, youthful
capacity. Let theologian and every other theorist beware how he narrowed
either. The plurality of worlds! how petty in comparison seemed the sins, to
purge which was the chief motive for coming to places like this convent, whence
Bruno, with vows broken, or obsolete for him, presently departed. A
sonnet, expressive of the joy with which he returned to so much more than the
liberty of ordinary men, does not suggest that he was driven from it.
Though he must have seemed to those who surely had loved so lovable a creature
there to be departing, like the prodigal of the Gospel, into the furthest of
possible far countries, there is no proof of harsh treatment, or even of an
effort to detain him. It happens, of course most naturally, that those
who undergo the shock of spiritual or intellectual change sometimes fail to
recognise their debt to the deserted cause: how much of the heroism, or other
high quality, of their rejection has really been the growth of what they
reject? Bruno, the escaped monk, is still a monk: his philosophy, impious
as it might seem to some, a new religion. He came forth well fitted by
conventual influences to play upon men as he was played upon. A
challenge, a war-cry, an alarum; everywhere he seemed to be the creature of
some subtly materialized spiritual force, like that of the old Greek prophets,
like the primitive "enthusiasm" he was inclined to set so high, or
impulsive Pentecostal fire. His hunger to know, fed at first dreamily
enough within the convent walls as he wandered over space and time an
indefatigable reader of books, would be fed physically now by ear and eye, by
large matter-of-fact experience, as he journeys from university to university;
yet still, less as a teacher than a courtier, a citizen of the world, a
knight-errant of intellectual light. The philosophic need to try all
things had given reasonable justification to the stirring desire for travel
common to youth, in which, if in nothing else, that whole age of the [242]
later Renaissance was invincibly young. The theoretic recognition of that
mobile spirit of the world, ever renewing its youth, became, sympathetically,
the motive of a life as mobile, as ardent, as itself; of a continual journey,
the venture and stimulus of which would be the occasion of ever new
discoveries, of renewed conviction. The unity, the spiritual unity, of
the world :--that must involve the alliance, the congruity, of all things with
each other, great reinforcement of sympathy, of the teacher's personality with
the doctrine he had to deliver, the spirit of that doctrine with the fashion of
his utterance. In his own case, certainly, as Bruno confronted his
audience at Paris, himself, his theme, his language, were the fuel of one clear
spiritual flame, which soon had hold of his audience also; alien, strangely
alien, as it might seem from the speaker. It was intimate discourse, in
magnetic touch with every one present, with his special point of
impressibility; the sort of speech which, consolidated into literary form as a
book, would be a dialogue according to the true Attic genius, full of those
diversions, passing irritations, unlooked-for appeals, in which a solicitous
missionary finds his largest range of opportunity, and takes even dull wits
unaware. In Bruno, that abstract theory of the perpetual motion of the world
was a visible person talking with you. And as the runaway Dominican was
still in temper a monk, so he presented himself in the comely Dominican
habit. The eyes which in their last sad protest against stupidity would
mistake, or miss altogether, the image of the Crucified, were to-day, for the
most part, kindly observant eyes, registering every detail of that singular
company, all the physiognomic lights which come by the way on people, and,
through them, on things, the "shadows of ideas" in men's faces (De
Umbris Idearum was the title of his discourse), himself pleasantly animated by
them, in turn. There was "heroic gaiety" there; only, as usual
with gaiety, the passage of a peevish cloud seemed all the chillier. Lit
up, in the agitation of speaking, by many a harsh or scornful beam, yet always
sinking, in moments of repose, to an expression of high-bred melancholy, it was
a face that looked, after all, made for suffering--already half pleading, half
defiant--as of a creature you could hurt, but to the last never shake a hair's
breadth from its estimate of yourself. Like nature, like nature in that
country of his birth, the Nolan, as he delighted to proclaim himself, loved so
well that, born wanderer as he was, he must perforce return thither sooner or
later, at the risk of life, he gave plenis manibus, but without selection, and,
with all his contempt for the "asinine" vulgar, was not fastidious.
His rank, unweeded eloquence, abounding in a play of words, rabbinic
allegories, verses defiant of prosody, in the kind of erudition he professed to
despise, with a shameless image here or there, product not of formal method,
but of Neapolitan improvisation, was akin to [243] the heady wine, the sweet,
coarse odours, of that fiery, volcanic soil, fertile in the irregularities
which manifest power. Helping himself indifferently to all religions for
rhetoric illustration, his preference was still for that of the soil, the old
pagan one, the primitive Italian gods, whose names and legends haunt his
speech, as they do the carved and pictorial work of the age, according to the
fashion of that ornamental paganism which the Renaissance indulged. To
excite, to surprise, to move men's minds, as the volcanic earth is moved, as if
in travail, and, according to the Socratic fancy, bring them to the birth, was
the true function of the teacher, however unusual it might seem in an ancient
university. Fantastic, from first to last that was the descriptive epithet; and
the very word, carrying us to Shakespeare, reminds one how characteristic of
the age such habit was, and that it was pre- eminently due to Italy. A
bookman, yet with so vivid a hold on people and things, the traits and tricks
of the audience seemed to revive in him, to strike from his memory all the
graphic resources of his old readings. He seemed to promise some greater
matter than was then actually exposed; himself to enjoy the fulness of a great
outlook, the vague suggestion of which did but sustain the curiosity of the
listeners. And still, in hearing him speak you seemed to see that subtle
spiritual fire to which he testified kindling from word to word. What
Parisians then heard was, in truth, the first fervid expression of all those
contending apprehensions, out of which his written works would afterwards be
compacted, with much loss of heat in the process. Satiric or hybrid
growths, things due to hybris,+ insolence, insult, all that those fabled satyrs
embodied--the volcanic South is kindly prolific of this, and Bruno abounded in
mockeries: it was by way of protest. So much of a Platonist, for Plato's
genial humour he had nevertheless substituted the harsh laughter of
Aristophanes. Paris, teeming, beneath a very courtly exterior, with
mordent words, in unabashed criticism of all real or suspected evil, provoked his
utmost powers of scorn for the "triumphant beast," the
"constellation of the Ass," shining even there, amid the university
folk, those intellectual bankrupts of the Latin Quarter, who had so long passed
between them gravely a worthless "parchment and paper"
currency. In truth, Aristotle, as the supplanter of Plato, was still in
possession, pretending to determine heaven and earth by precedent, hiding the
proper nature of things from the eyes of men. Habit--the last word of his
practical philosophy--indolent habit! what would this mean in the intellectual
life, but just that sort of dead judgments which are most opposed to the
essential freedom and quickness of the Spirit, because the mind, the eye, were
no longer really at work in them? To Bruno, a true son of the
Renaissance, in the light of those large, antique, pagan ideas, the difference
between Rome and the Reform would figure, of course, as but an insignificant
variation upon [244] some deeper, more radical antagonism between two tendencies
of men's minds. But what about an antagonism deeper still? between Christ
and the world, say! Christ and the flesh?--that so very ancient
antagonism between good and evil? Was there any place for imperfection in
a world wherein the minutest atom, the lightest thought, could not escape from
God's presence? Who should note the crime, the sin, the mistake, in the
operation of that eternal spirit, which could have made no misshapen
births? In proportion as man raised himself to the ampler survey of the
divine work around him, just in that proportion did the very notion of evil
disappear. There were no weeds, no "tares," in the endless
field. The truly illuminated mind, discerning spiritually, might do what
it would. Even under the shadow of monastic walls, that had ever been the
precept, which the larger theory of "inspiration" had bequeathed to
practice. "Of all the trees of the garden thou mayst freely
eat! If you take up any deadly thing, it shall not hurt you! And I
think that I, too, have the spirit of God." Bruno, the citizen of
the world, Bruno at Paris, was careful to warn off the vulgar from applying the
decisions of philosophy beyond its proper speculative limits. But a kind
of secresy, an ambiguous atmosphere, encompassed, from the first, alike the
speaker and the doctrine; and in that world of fluctuating and ambiguous
characters, the alerter mind certainly, pondering on this novel reign of the
spirit--what it might actually be--would hardly fail to find in Bruno's
theories a method of turning poison into food, to live and thrive thereon; an
art, surely, no less opportune in the Paris of that hour, intellectually or
morally, than had it related to physical poisons. If Bruno himself was
cautious not to suggest the ethic or practical equivalent to his theoretic
positions, there was that in his very manner of speech, in his rank, unweeded
eloquence, which seemed naturally to discourage any effort at selection, any
sense of fine difference, of nuances or proportion, in things. The loose
sympathies of his genius were allied to nature, nursing, with equable maternity
of soul, good, bad, and indifferent, rather than to art, distinguishing,
rejecting, refining. Commission and omission; sins of the former surely
had the preference. And how would Paolo and Francesca have read the
lesson? How would this Henry the Third, and Margaret of the
"Memoirs," and other susceptible persona then present, read it,
especially if the opposition between practical good and evil traversed another
distinction, to the "opposed points," the "fenced
opposites" of which many, certainly, then present, in that Paris of the
last of the Valois, could never by any possibility become
"indifferent," between the precious and the base,
aesthetically--between what was right and wrong, as matter of art? The
Fortnightly Review. Gaston de Latour. rom Heine's Aus der Harzreise,
"Bergidylle 2": "Tannenbaum, mit grunen Fingern," Stanza
10. 243. +E-text editor's transliteration: hybris. Liddell and
Scott definition: "wanton violence, arising from the pride of strength,
passion, etc.". Giuseppe
Bozzetti. Keywords: matematismo, monofisismo, interpersonale, implicatura
interpersonale, il dialogo, fine razionale, la ragione come atto costitutivo
dell’uomo, persona, uomo. Uomini, bruno contro I matematici. Morale, il
problema del male, ill-will, liberta, legge morale, kant, Rosmini non e
cattolico, Bruno. Refs.: Luigi Speranza, “Bozzetti e Grice” – The Swimming-Pool
Library. Bozzetti
Luigi Speranza -- Grice e Bozzi:
ragione conversazionale – i visi di Warnock -- scuola di Gorizia – filosofia
friulana – filosofia italiana – Luigi Speranza (Gorizia). Filosofo friuliano. Filosofo italiano. Gorizia,
Friuli-Venezia Giulia. La percettologia. Citato da Ferraris (si veda) B.
psicologo italiano, m. Bolzano. Psicologo italiano. È considerato uno dei
principali studiosi italiani di psicologia della Gestalt, insieme a Metelli e a
Kanizsa, di cui è stato allievo. Autore eclettico di numerosi saggi, ha
approfondito il tema della percezione visiva da diversi punti di vista, come la
percezione dei colori, dei suoni, ma anche del moto pendolare e di quello lungo
i piani inclinati. È stato professore di
metodologia delle scienze del comportamento presso l'Istituto di Psicologia,
divenuta in seguito Facoltà di Psicologia, a Trieste. A Bolzano, insegna aTrento. Nel suo capolavoro, Fisica ingenua, B.
descrive il suo metodo e i risultati delle sue ricerche attraverso uno stile
narrativo che mischia i ricordi della sua vita con i risultati filosofici da
lui ottenuti, facendo aderire lo stile narrativo con le sue teorie secondo le
quali non è possibile rimuovere la percezione sensibile dall'osservazione dei
fenomeni. Dedica la sua attenzione al lavoro sperimentale e a un programma teorico
che contrasta quello psico-fisico. Isieme a Vicario, descrive un fenomeno
acustico noto al giorno d'oggi con il nome “auditory streaming”, che nella
psicologia della percezione musicale è alla base della formazione delle
melodie. Altri saggi: Unità identità causalità. Una introduzione allo studio
della PERCEZIONE, Bologna: Cappelli, Fenomenologia sperimentale, Bologna:
Mulino, Fisica ingenua. Oscillazioni, piani inclinati e altre storie: studi di
psicologia della percezione, Milano: Garzanti. Experimenta in visu. Ricerche
sulla percezione, Milano: Guerini. Lipizer nei miei ricordi, Pordenone-Padova:
Studio Tesi, Vedere come. Commenti ai §§ 1-29 delle Osservazioni sulla
filosofia della psicologia di Wittgenstein, Milano: Guerini. Further
examples are to be found in the area of the philosophy of perception. One is
connected with the notion of "seeing ... as." Wittgenstein observed
that one does not see a knife and fork as a knife and fork.' The idea behind
this remark was not developed in the passage in which it occurred, but
presumably the thought was that, if a pair of objects plainly are a knife and
fork, then while it might be correct to speak of someone as seeing them as
something different (perhaps as a leaf and a flower), it would always (except possibly
in very special circumstances) be incorrect (false, out of or-der, devoid of
sense) to speak of seeing an x as an x, or at least of seeing what is plainly
an x as an x. "Seeing... as," then, is seemingly represented as
involving at least some element of some kind of imaginative construction or
supplementation.Il mondo sotto osservazione. Scritti sul realismo, a cura di
Taddio, Milano: Mimesis, B.: una biografia intellettuale (ed il tema dei saperi
ingenui), su researchgate.net. B.: Note
sulla mia formazione, le mie esperienze scientifiche, le mie attuali posizioni,
su gestalttheory.net. Portale Biografie
Portale Psicologia Ultima modifica 4 anni fa di OrfanizzaBot PAGINE
CORRELATE Franz Brentano filosofo e psicologo tedesco Kurt Lewin psicologo
tedesco Giovanni Bruno Vicario psicologo e scrittore italiano (1932-2020).
Paolo Bozzi. Bozzi. Keywords: psicologia filosofica. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Bozzi,” The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Branciforte:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dei giochi olimpici
– scuola di San Vito – filosofia emiliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza,
pel Gruppo di Gioco di H. P.Grice, The Swimming-Pool Library (San Vito). Filosofo emiliano. Filosofo italiano. San
Vito, Emilia-Romagna. Grice: “You’ve got to love Branciforte: my favourite is
his philosophy of what he calls ‘il messaggio,’ – I do use the term when I
speak of a transmitter, and an addressee, etc. – the fact that he was born
where Ikkos was born help, since one would need to recover Ikkos’s message!
Branciforte sees philosophy as a pilgrimage of love – ‘il peregrine dell’amore’
with his ‘canzionere’ and surely the song needs an addressee!”. trabia: Giuseppe Giovanni Lanza del Vasto (n.
San Vito dei Normanni), filosofo. Esponente della nobile famiglia siciliana dei
Lanza di Trabia. Il suo vero nome è infatti Giuseppe Giovanni Luigi Enrico
Lanza di Trabia-Branciforte. La sua personalità eccezionale riunisce
caratteristiche disparate: filosofo con una forte vena mistica, ma anche
patriarca fondatore di comunità rurali e attivista nonviolento contro la guerra
d'Algeria o gli armamenti nucleari. Trabia nacque in un piccolo
paese salentino, San Vito, nella masseria "Specchia di Mare", da
famiglia antica ed illustre: il padre, Luigi Giuseppe, nato a Ginevra, dottore
in giurisprudenza e titolare di un'azienda agricola-vitivinicola era figlio
illegittimo del principe siciliano Giuseppe III Lanza di Trabia. . Giuseppe
Giovanni aveva due fratelli: Lorenzo Ercole, e Angelo Carlo, cittadino
americano (partecipò allo sbarco in Sicilia). Lanza studiò al Condorcet a
Parigi, poi filosofia a Firenze e Pisa, dove fu allievo di Carlini. «La
guerra di Abissinia già iniziava ed il mio rifiuto a parteciparvi era la cosa
più evidente. E poi questa guerra non era che l’inizio: in seguito forse sarei
stato ad uccidere inglesi, tedeschi e un giorno avrei avuto dinanzi alla mia
baionetta Rainer Maria Rilke. No, la mia risposta era no. “Ma che cosa è che
rende la guerra inevitabile?”, mi domandavo. Benché giovane avevo capito la
puerilità delle risposte ordinarie, quelle che si rifanno alla nostra
cattiveria, al nostro odio e al pregiudizio. Sapevo che la guerra non aveva a
che fare con tutto ciò. “Certo, una dottrina esiste per opporsi alla guerra e
la vedo nel Vangelo”, dicevo, “ma com’è che i cristiani non la vedono? Manca
quindi un metodo, un metodo per difendersi senza offendere. Un modo nuovo,
diverso, umano di risolvere i conflitti umani”. Solo in Gandhi vedevo colui che
avrebbe potuto darmi una risposta ed il metodo.» (Pagni R., Ultimi
dialoghi con Lanza del Vasto) Così B. ricorda la sua decisione di partire per
l'India, autofinanziandosi con la vendita a un'amica facoltosa del manoscritto
della sua prima opera, Giuda. Lanza non partiva alla ricerca di spiritualità,
tanto più che la conversione al cristianesimo gli impegnava pienamente
l'animo: «Ma mi ero, non senza pena, convertito alla mia propria
religione, e avevo il mio da fare per meditare le Scritture ed applicarne i
comandamenti. E se mi si chiedeva “siete cristiano?, rispondevo: Sarebbe ben
prezioso dire di sì. Tento di esserlo".» (L’Arca aveva una vigna per
vela). In India, Lanza conobbe il Mahatma Gandhi, con il quale stette qualche
mese, per poi recarsi in Himalaya. Durante il viaggio «conobbi le inquietudini
sociali dell'India ed il suo metodo di liberazione, la non violenza, che era
molto contraria al mio carattere (come del resto credo sia contraria al carattere
di tutti). Nessuno è non violento per natura: siamo violenti e non proviamo
vergogna a dirlo, anzi lo diciamo con un certo orgoglio. Ma ciò che non diciamo
è che la vigliaccheria e la violenza fanno la forza delle nazioni e degli
eserciti e la non violenza consiste nel superare questi due grandi motivi della
storia umana. In India trova «un'umanità simile alla nostra quanto opposta:
qualche cosa come un altro sesso.l ritorno in Europa Lo scrittore e
studioso in una delle sue comunità rurali (l'ultimo a destra) Tornato
dall'India dopo ulteriori peregrinazioni in Terra Santa, Lanza comprende che la
sua vocazione è di fondare una comunità rurale nonviolenta, sul modello del
gandhiano ashram, la comunità autarchica ed egualitaria che per il Mahatma doveva
essere la cellula della società. Gli ci volle del tempo prima di riuscire a
concretizzarla attraverso la fondazione della comunità dell'Arca. Tra le poche
persone a cui gli riesce di esporre il suo progetto c'è Simone Weil, che
incontra a Marsiglia. Nonostante il suo pacifismo, Weil non nutriva molta
fiducia nella nonviolenza gandhiana. Lanza gliene parlò e lei sembrò
comprendere meglio. Poi parlarono della visione dell'Arca, che allora non si
chiamava ancora così, ed era la prima volta che Lanza ne parlava con qualcuno. Lei
capì subito! “È un diamante bellissimo”, disse. “Sì,” risposi “è vero. Ha solo
un minuscolo difetto: che non esiste”. E lei: “Ma esisterà, esisterà, perché
Dio lo vuole"."Simone aveva ragione. L'ultima sede della comunità è
la Borie Noble, con circa centocinquanta persone che vivono nel modo più
frugale e gioiosamente comunitario. Il nome venne quando si cominciò a parlare
di “lanzismo”. Si comincia a parlare di Lanzisti e Lanzismo, cosa che mi fece
rizzare il pelo. “Amici miei”, annunciai, “noi ci chiameremo l'Arca, quella di
Noè beninteso. E noi gli animali dell'Arca. Negli anni successivi
numerosissime iniziative nonviolente videro protagonista Lanza e i suoi
compagni, che seppero attirare l'attenzione dell'opinione pubblica francese e
non solo. La prima azione pubblica nonviolenta è contro le torture e i massacri
compiuti dai francesi in Algeria, e si svolge a Clichy in una casa dove aveva
vissuto San Vincenzo de Paoli. L'azione fu guardata con relativo favore dalla
stampa, e giunse la solidarietà di personalità come Mauriac o l'Abbé Pierre.
Poi vennero le lotte contro il nucleare. B. con i suoi compagni penetrano nel
cancello di una centrale elettronucleare e vengono poi trascinati via dai
poliziotti. Poi ancora la campagna contro i “campi di assegnazione per
residenza”, sorta di campi di concentramento per gli algerini “sospetti”, e
quella in favore degli obiettori di coscienza. Durante la Quaresima tra due
sessioni del Concilio Vaticano II B. fece un digiuno di quaranta giorni
compiuto nell'attesa di una parola forte sulla pace da parte della Chiesa. Poco
dopo il trentesimo giorno, il Segretario di Stato consegnò a Chanterelle, la
moglie di Lanza, il testo dell'enciclica Pacem in Terris: «Dentro ci sono cose
che non sono mai state dette, pagine che potrebbero essere firmate da suo
marito!». Altre saggi: Le pèlerinage aux sources, Denoël, Parigi, trad.
italiana: Pellegrinaggio alle sorgenti, Jaca Book, Milano; Approches de la vie
intérieure, Denoël, Parigi; traduzione italiana: Introduzione alla vita
interiore, Jaca, Milano; Technique de la non-violence, Denoël, Parigi;
traduzione italiana: Che cos'è la non violenza, Jaca, Milano; Il canzoniere del
peregrin d'amore, Jaca, Milano; Vinôbâ, ou le nouveau pèlerinage, Denoël,
Parigi; traduzione italiana: Vinoba, o il nuovo pellegrinaggio, Jaca, Milano;
L'Arche avait pour voilure une vigne, Denoël, Parigi; trad. italiana: L'Arca
aveva una vigna per vela, Jaca, Milano; Pour éviter la fin du monde, Rocher,
Parigi; traduzione italiana: Per evitare la fine del mondo, Jaca, Milano;
Principes et préceptes du retour à l'évidence, Denoël, Parigi; trad. italiana:
Principi e precetti del ritorno all'evidenza, Gribaudi, Torino; Préface au
Message Retrouvé de Cattiaux, Denoël, Parigi; traduzione italiana: Il Messaggio
Ritrovato, Mediterranee, Roma. Pagni, B., Pellegrinaggio alle sorgenti82 Fiori,
B. e Weil, Prospettiva Persona prospettiva persona/ editoriale// lanza_weil. pdf Pagni,
L'Arca aveva una vigna per vela48
ivi Madaule, Chi è B.; Mareuil, B.
(Seghers) Doumerc, Dialoghi con B.; Roquet, Les Facettes du cristal
(Conversazioni con B., Parigi) Arnaud de Mareuil, B., sa vie, son oeuvre, son
message (Saint-Jean-de-Braye) Anne Fougère, Claude-Henri Rocquet: Lanza del
Vasto. Pellegrino della nonviolenza, patriarca, poeta, (Paoline, Milano)
Antonino Drago, Paolo Trianni, La filosofia di Lanza del Vasto (Jaka Book,
Milano L'Arche di B. su arche-nonviolence.eu. Comunità di St Antoine, su
arche-de-st-antoine.com. Comunità dell'Arca in Italia, su xoomer.virgilio.
Provincia di Brindisi su Lanza del Vasto. Lanza del Vasto et Ramon Llull. Biografie
Biografie Letteratura Letteratura
Filosofo del XX secoloPoeti italiani del XX secoloScrittori italiani Professore
San Vito Non-violenza Lanza. vasto: essential
Italian philosopher. Branciforte: Giuseppe Giovanni Luigi Enrico Lanza di
Trabia-Branciforte -- Vasto: Essential Italian philosopher. Grice: “Note that
he is Lanza del Vasto, but if he wants to keep the Vasto, under Vasto he goes!
Even though Lanza is the aristocratic bit to it!” A • imm. Prf/^ro
.-fcàfZle ^ f.tt. di F -Bei'fy/'J-i' Airy'rvKAT^.wj jyj^ix.ù
*^h:e7J'Atv attLiAI^d DEI ©iierosiHìi
©iLHMiPKsir DELLA GRECIA E DEI CIRCEINSI UN ROMA DELLE
CORSE DI BIGHE E DE’ FANTINI A CAVALLO ED A PIEDI IN PADOVA e
nell’ Anfiteatro dell’Arena in Milano coi Nomi e Cognomi del
Proprietarj dei Cavalli e di quelli dei Yincitori stati premiati
nei diversi Spettacoli M'J. G- A SPESE DELL’AUTORE
Edizione posta sotto la Salvaguardia delle Leggi. Miiako.
Dalla Tipografìa Visa]^ DEI (gailXgSìl I GiuocHl più
famosi della Grecia furono gli Olimpici. Essi instituiti furono non solamente
per avvezzare la gioventù agli esercizj del corpo, e per celebrare
in un determinato tempo la memoria de’più grandi avve- nimenti; ma
eziandio per onorare gli Dei. Distinte ve- nivano cinque maniere
differenti di esercitarsi oltre quella del canto, e della musica; vale a
dire il Corso che si fece in prima a piedi, e poscia sopra de’coccbi; il
Salto; il Disco; la Lotta; finalmente il Cesto o sia la Scherma a
colpi di pugni. I giuochi Olimpici, così chiamati dalla città di
Olim- pia, celebravansi ogni cinque anni; il che nascer poi fece il
costume di contare per via di Olimpiadi. Essi cominciavano con un solenne
sacrificio, e solevasi quivi accorrere da tutte le parti della Grecia: i
vincitori erano pubblicati ad alta voce da un Araldo, e lodati con
dei cantici di vittoria; e si soleva ancora cinger la tevta del
medesimi con una corona trionfale. Ogni città, a cui appartenevano,
faceva a’ medesimi de’ricchi doni, e man- tenuti erano per tutto il
rimanente della vita a pubbli- che spese. Il jiriraoj che riportò il
premio uel corso a piedi chiamavasi Corebo, nativo di Elide.. Cinisca
figliuola del re Archidamo fu la prima del suo sesso, che guadagnò
il premio nel corso de’cocchi, ciocché avvenne nella sesia Olimpiade;
così pure altre femmine ebbero parte in questi giuochi.
Cleostene Epidanio riportò il premio del corso a
cavallo. Polidamante, figlio di Nicia, aveva una statura gigan-
tesca, ed una forza, un coraggio ed una destrezza straordinaria. Essendo ancor
giovane assaltò sul monte Olimpo un gran leone, il quale desolava il
paese, e l’uccise. Esso ancora fermava con una sola mano un cocchio
tirato da quattro cavalli; quindi Dario figlio di Artaserse curioso di esser
testimonio della sua forza, gli pose sul capo tre de’ più forti delle sue
guardie, ed egli li uccise tutti con un colpo di pugno.
Milone Crotoniala il più robusto, e nerboruto di tutti gli atleti
si mise un giorno ne’ giuochi Olimpici un toro di due anni sopra le
spalle, e portollo correndo sino all’estremità dello steccato senza
prender fiato, di poi l’uccise con un colpo di pugno. Teagene Tasiese è
commendabile per la sua destrezza, per la sua agilità, e pel gran numero
di corone dal rnedesimo riportale in diversi torneamenti, che si
fanno ascendere a quattrocento. 1 vincitori di questi giuochi
onorare solevansi con delle corone; la più antica che data venne ai
medesimi era di Ulivo; e poscia date ne furono di Gramigna, di
Salcio, di Lauro, di Mirto, di Quercia, di Palma e di Appio. Gli atleti
vincitori incominciarono a far innalzare le loro statue, che furono dai
medesimi dedicate agli Dei; quindi ancora scolpiti venivano i loro
nomi sopra alcune colonne, poste nella pubblica piazza. Il concorso
a questi giuochi era si grande, che solamente i principali personaggi
delle città Greche vi potevano aver luogo, e si celebravano con molta
pompa e magnificenza. DEI m ^^oma E DEL CIRCO
MASSIMO Cm legge la storia de’principj <31 Roma, avrà
osservato, che questa singolare città prese ne’suoi primordj il governo,
le leggi, la magistratura, la religione, i riti e le arti dagli Etruschi
popoli circonvicini. Di tre specie erano i giuochi: i primi erano
sce- nici, o teatrali e consistevano, come oggi, a rappre- sentare
sul teatro commedie, canti, suoni, balli, e tutti questi alla foggia
toscana. Anfiteatrali erano i secondi; e si riducevano a combattimenti
gladiatori tra uomini ed uomini, o tra uomini e fiei’e. I giuochi
Circensi formavano la terza specie; ed erano, come dice Tertulliano, nel
loro apparato i più ricchi, ed i più pomposi. Consistevano essi in
corse di uomini a piedi ed a cavallo precedute da varj sagrifizi:
concorreva a questo brillante spettacolo tutto il popolo romano, e
special- niente la più elegante gioventù e le più belle fanciulle,
le quali in lunghi stuoli andavano parte per vedere, e parte per esser
vedute. 11 primo Circo chiuso che si ediGcasse in Roma, fu
opera di Tarquinio Prisco principe appassionato per le grandi
costruzioni. Esso edificio fu chiamato Circo Massimo, il quale poscia più
non bastò alla cresciuta popolazione di Roma. Giulio Cesare
credette dover dedicare al popolo romano ed alla religione, di cui era divenuto
capo, un altro ijii’co proporzionalo al bisogno; ma in vece di farlo
nuovo, pensò meglio di accrescere quello eretto da
Tarquinio. Augusto suo successore rifabbricò questo Circo, ornan-
dolo di marmi in occasione, che andava abbellendo la sua capitale.
Dionigi d’Alicarnasso narra che ai suoi tempi il Circo Massimo era
circondato da gran porticato, avente molte scale artificiosamente
distribuite a libero passo di quelli che entravano ed uscivano: esso
conteneva duecento sessanta mila spettatori. Tanta magnificenza non bastò
ai successori d’Augusto; perchè Tiberio, Caligola, Claudio e Nerone vi
fecero anch’essi varj accrescimenti. Quegli però, che più d’ogni
altro lo accrebbe, fu Trajano, perchè a’suoi tempi la popolazione di Roma
era giunta forse al massimo suo aumento. I Romani erano cosi amanti
di queste solennità, che non domandavano al Principe, altro che
abbondanza di pane, e frequenza di giuochi Circensi. Questi gran
giuochi Circensi consistevano poi in una solenne processione terminata da
varj pubblici sacrifizi, che si facevano sulla spina del Circo; e in una
corsa di cento Righe tirate a quattro cavalli di fronte, e di una
numerosa corsa di fantini a cavallo ed a piedi. Queste cento Bighe
erano divise in quattro fazioni, distinte dai colori, coi quali erano
dipinte. V’ erano le bianche, le rosse, le prasiue, o sia verde chiaro e
le ve- nete, o sia ceruleo marino; in modo, che ve n^erano ven-
ticinque per ciascun colore. Ogni Biga portava un nome, e quello
probabilmente del suo agitatore. Finite le corse de’carri,
gli agitatori scendevano nel- l’arena, e correvano a piedi a gara.
Dopo la corsa venivano gli atleti e i lottatori, i quali facevano
anch’ essi i loro esercizj, e con ciò finivasi la giornata.
Questi differenti esercizj erano interrotti da pubblici elogi che
recitavansi in lode dei vincitori, e dalle di- stribuzioni, che ad essi
faceansi delle corone e de’premi. Ecco dato un cenno o un’ idea dei
Giuochi Circensi. VENEZIA COME LA GRECIA E ROMA aveva
aneli’ essa i suoi Spettacoli Consistevano questi in Regate o
corse lungo il Ca- nalazzo che divide in due parti \^enezla, e in caccle
di tori con cani, nelle forze erculee divise in due fazioni di così
detti Nicolottl e Castellani, e in voli dal campanile di san Marco alla
riva della Piazzetta. Furono sempre soggetto di universale
ammirazione la Venezia questi spettacoli, massimamente quello della
così detta regata. Si dava principio allo spettacolo con un
fresco, vale a dire con una corsa di tutte le barche fornite riccamente
in diversi costumi, oltre le Bissone a otto remi, 3Ialgarolte a sei
remi e Peote, barche tutte di una diversa costru- zione: v’ erano quelle,
che rappresentavano le quattro parti del mondo, le quattro stagioni
dell’anno, i quat- tro elementi, non che quelle rappresentanti la Forza,
la Temperanza e la Giustizia. Terminato il corso delle barche
simboleggiate, avevano luogo le così dette regate, la prima delle quali
era di dodici battelletti a un remo, e dodici a due remi, e quella
delle gondole a un remo, e a due remi nel me- desimo
numero. Prendevano il corso dalla Motta di sant’ Antonio; schierate
partita per partita avanti un cordino, davano la mossa con uno sbaro di
raortaletto; percorrevano tutto il Canalazzo sino alla volta del palo
collocato al Corpus Domini, girato questo giungevano alla meta, in
volta del canale a casa del Nob. sig. Foscari, ove era costruita
una macchina a guisa di pulvinare, e dal giudici ri- cevevano i premi
destinati ai vincitori. La lunghezza del Canalazzo rappresentava un
ma- gnifico Anfiteatro: tutti i maestosi palazzi basati anche ih
parte sul legno d’india erano addobbati di ricchissime tappezzerie
orientali, e chiudeva lo spettacolo una marcia trionfale di tutte le suddette
barche. BELLE CORSE AL PRATO DELLA VALLE m ^ac/o
ova Sua Eccellenza proveditore Andrea Metnó ei’esse il gran Prato della
Valle in ampio Circo Olimpico, adorno di statue rappresentanti
uomini illusti'i, di obelischi, e di vasi etruschi, per far le
corse particolari delle bighe, dei fantini a cavallo, dei barberi e
dei fantini a piedi. Era costume in tutte le città dello Stato
Veneto di dare corse di cavalli e di uomini a piedi. Ambivano
i nobili veneti d’avere al loro Servizio i cosi detti Lacchè o Volanti,
che correvano a piedi in tutte quelle corse che si facevano nello Stato,
e queste erano frequentij difatto questi Volanti a piedi correvano
da Mestre a Padova in due ore (spazio di venti miglia
italiane.) Le solenni corse erano di miglia dieci, tra andata
e ritorno, e chi non correva questo spazio meno di un’ora non
prendeva premio. Detti premi erano cinque con le loro bandiere, la prima
rossa, la seconda celeste, la terza verde, la quarta gialla, e la quinta
bianca. Tutti quelli che si distinsero in queste gare sono i
seguenti: IO Nelle Corse parziali dei Lacchè:
Picino Fineo Sellila Badia Palermo Peverin Bernardinelli Martello Costa Baggio Seresa
Morte Nardini Schincaglia Nardini Giustiniani Nelle corse parz Il
N. Alessandro Pepoli. Il N. Giacomo Savorgnani. Il N. Siraone
Contarini. 11 N. Lodovico Priuli. Bologna, Meneghini Bettini Rabaldi
Contenti Menegazzi Poiana Petito Pietro. Coradi Bologna Picino
Faina Bianchini Strajoto Coppa li delle Bighe: Il N. Agostino
Nani. Il N. Antonio Riva, Il N. Zaneto Morosini:
ed altri. J DELLA COSTRUZIONE DEL CIRCO O
ARENA IN MILANO af/fa 3^ùa/z/ta c/ A spese della comune di
Milano fu eretto il gran Circo sulle tracce degli antichi Circhi di
Roma, dietro disegno dell’egregio signor cavaliere Luigi Canonica regio
architetto^ il suo giro esterno è di braccia milanesi i4oo circa^ la sua
lunghezza interna dalle car- ceri alla porta trionfale braccia 4oo; la
sua larghezza dal pulvinare alla porta mortoria braccia aSo. Nell’interno
del pulvinare il cornicione è fregiato di un basso rilievo a chiaroscuro
rappresentante la gran pompa Circense degli antichi Romani, dipinta
dall’esimio signor Monticelli. Dice Dionigi, ed anche OVIDIO, che
avanti di comin- ciare i giuochi Circensi, la pompa, o sia
processione, scendeva dal Campidoglio, e pel foro romano s’incammi-
nava in bell’ordine verso il circo Massimo; la galleria interna di ordine
Corinto, ornata di otto colonne di gra- nito lombardo, come pure tutti i
gradi, e scalari, che discende al podio; e ciò è quanto viene rappresentato
nel suddetto fregio. La porta trionfale è di ordine dorico di
granito; il timpano sopra il cornicione rappresenta la Fama in
basso rilievo, che distribuisce le corone al vincitori. Le car- Il
braccio di Milano corrisponde a metri lineari Oj5g centimetri. 12 deri,
della lunghezza di braccia loo in Uno colla terrazza sopra le medesime, e
le torri deU’oppldo costituiscono un imponente fabbricato tutto di pietra
viva. Nell’AnGteatro dell’ Arena in Milano, ebbe luogo il famoso
spettacolo, non più vedutosi in questa Capitale, della Naumachia, o
regata di barche. Per l’esecuzione di detto spettacolo, si fecero
traspor- tare una quantità di barche di varie dimensioni, prendendole nei
laghi vicini, e facendo venire molti barca- iuoli abitanti i paesi lungo
il lago di Como — Dato il segnale, si distaccarono dal luogo delle
carceri sei barche, ciascuna portando seco quattro barcaiuoli, i quali
fecero la loro corsa col compire tre giri intorno alla Arena.
Successivamente compirono i loro girl altre dodici bar- che a sei a sei,
come si disse delle prime. Le prime due di ciascuna coppia, che prime
poterono arrivare alla meta, dovettero di nuovo cimentarsi nella quarta
corsa per la decisione del premi, e rimasero vincitori gl’ in-
frascritti: e)Loiue 6 ©o^w/oiufi Set
Sverni a 111 cilowtiita ulaX'C'
IH Andrea Gregol .I. 4oo Bianchi. . .
II. 3oo 1 Prada III.
200 i La Lira Laliana equivale ad Aiistr. r.
l4- i3 — Si tenne neirAnfi teatro deU TArena in Milano lo
spettacolo di bighe, e fantini a piedi ed a cavallo. In detto giorno si
diede lo spetta- colo suddetto, essendosi prima esperlmentati
gl’individui ed i cavalli, e riconosciuti aventi ciascuno le
condizioni necessarie prescritte dai politici regolamenti. In
detta giornata i vincitori furono i seguenti. Slfooute e
Co^H-owt'e' ìit, Sei. ©O/caffi cKjoiM'e' 6'
©«^M'ome e> ilei, ( 3 aiitim/ IH/
cHoin-m'OiitoMt'e t)eC ^teiuio la §c. CORSO DELLE
BIGHE. Vignoni Cardinali I. 3 oo Della Tela
Gaet. Barzaghi li.
200 Roelli Radaelli Pietro IH.
100 CORS.A DEI FANTINI A CAVALLO.
Bottini Baldassare Porlesi Angelo I.
200 Ghezzi Daniri II. 100
CORSA DEI FANTINI A PIED I.
Coppa Girolamo I. i 5 o «5 Feroldi
II. 75 Scorpioni III. 5 o
1 Lo Scudo di ItJilano equivale ad Auslr. L. 5 . 29.
1 Si diede nell’Arena di Mi- lano un eguale spettacolo
tenutosi nel i Marzo 1808, cioè, corse di bighe e fantini a piedi ed a
cavallo. Quelli che fortunati ottennero in quel giorno il premio
furono i seguenti descritti nell’infrascitta tabella: Dii/
5*t(5pueba^ Dei/ GnvaKl cTCjouve 6 Go^itoiue
De^fi/ cHau-w^o., e/ Dei/ ^ aw.kwi; j ^MlM/td 111
/ Qiaiòi JWuw/Ou/tocw/e De6 $reiui/0 IH/
cltaE. CORSO DELLE Bl GHE. Fontana
Batt. Cardinali “ I. aooo Caprara S.
E. Carlo Vimercati Carlo II. 0
0 Sevolini Trabattoni III. 1000
CORSA D EI FANTINI A CAVALLO. Saul Conte
Àlorio Porlesi Luigi I. i5oo Besozzi
Filippo . Bucchetti Luigi. IL 1000
CORSA DEI FANTINI A PIED r.
Testoni Antonio I. 1000 Coppa
II. 5oo Feroldi Fr. 3oo i5 NeU’Anfiteatro
dell’Arena in Milano si tenne pubblico divertimento della regata eseguita
con barche fatte tra- sportare dai vicini laghi, e con barcaiuoli
abitanti i paesi lungo i detti laghi. Detto spettacolo ebbe
luogo nel giorno i Giugno i8ri colla distribuzione dei seguenti premi
consegnati ai sin- goli vincitori della medesima regata. Storne e
Go^uoitt/e Jet c/lomiuoM/tooiC'e Se-K
^teutio 11* Garavaglia Paolo I. 4oo
Baroni. . . II. 000 Bianchi Agostino
. Nel giorno i agosto i8ii sì tenne nell’Arena di Mi- lano uno spettacolo
di corse di bighe, e fantini a piedi ed a cavallo, colla distribuzione
dei sottonotati premi dati ai singoli vincitori come appare dall’unita
tabella. dei/ Oa.vafCv Slboni/e 6 Go^it/oiwe
cibu&'.^ix, e dei. lU/ Qtxóói/
lHoUMM/OW/toWe deC 11* 5taK. CORSO DELLE
BIGHE, Vignoni Carlo . Cardinali Gio. B.
I. 2000 Galli Giuseppe. Barzaghi Luigi
II. i5oo Della Tela Gio.B.
Vimercali 1000 CORSA DEI FANTINI A
CANAI LO, Labedojers Pier Giuseppe
. I. i5oo Alari conle Saule Rossi
II. 1000 CORSA DEI
FANTINI A PIEDI. Mandelli Giuseppe
I. 1000 Tesloni Antonio II.
5oo Coppa III. 3oo 17 In
Milano fuori di porta Orieulale nel giorno 17 ago- sto 1812, si tennero
le corse di fantini a piedi ed a cavallo. Detto spettacolo
ebbe il suo principio al ponte di Porta Orientale, ed aglrandosi 1
fantini intorno all’ al- bergo, detto di Loreto nuovo, ritornarono essi
sullo stesso ponte a ricevere gli stabiliti premi ai singoli
vincitori come dall’unita tabella: afLoiiKe e
Q/o^woiwe Jet $^capi/i,eta»j Jo) Oo/vix^G, Dii/
^OÀAhwV ^ veruno IU>
oRoiinM'outow/e ut ^taP, CORSA DEI FANTINI
A CAVALLO. Saul Conte Alario Botta Caprini
Comolli IL 1000 Cordini Agostino Domiri Paol9 I CORSA DEI
FANTINI A PIEDI. Coppa I. 1000
Testoni II. 600 Poutigia Frane.” III.
3oo 2 — i8 Avendo il Consiglio Comunale della regia città di
Mi- lano deliberato di festeggiare con pubbliche dimostra-^ zlonl
di esultanza il fausto arrivo in Milano di S. A. l’Arciduca
Giovanni. La Commissione delegata del predetto Consiglio de-
duce a notizia, che tra gli spettacoli 'pubblici divisati nel giorno i8
maggio i8i5, si faranno le Corse dello bighe e de’fautini a cavallo, e
dei fantini a piedi. 3«/ De» (3Li5iti6 e
©o^ Moitve De^^ii cAsirt'iga e Da ^ antiiu/
^teu*wj ciloii*iuoitbotx« 2ycc&. DÌI.
CORSO DELLE BIGHE. Galli . Cardinali.
I. 100 Galli Gallarati Carlo
'Vimercali Redaelli II. 8o, detto
Cadetto in. 6o CORSA BEI FANTINI
A CAVALLO. Giuseppe Bordoni GiovanniBelloni
I. 8o Gaetano Turcotii l
Giuseppe Bordoni Ferdin. Bergomi II.
6o Picozzi III. So CORSA
DEI FANTINI A PIE! H. Maodelli
I. 5o Frane. Pontigia Antonio Testoni
III. 3o Uno Zecchino corrisponde ad Auslr. L. i3. 6o. i
>9 Spettacoli Circenai diretti da Girolamo Coppa
da eseguirsi La Russia ha le sue slitte,
la Scozia le sue caccie, l’Inghilterra le sue corse, la Spagna le sue
giostre dei tori. La musica, il ballo, la corsa, le militari evoluzio-
ni, le sceniche rappresentazioni sono spettacoli de’quali anche a’giorni
nostra ogni popolo si diletta, e che pa- gano varii ed importanti tributi
all’utilità pubblica. il sistema degli antichi spettacoli ci
dimostra i sommi vantaggi che se ne possono ritrarre. Il vigore de’
corpi, che ha tanta influenza in quello dell’anima, la destrezza,
l’agilità, la forza ed il coraggio, non erano i soli beni che col piacere
combinavano negli esercizii della greca e della romana palestra, e negli
spettacoli a’qnali que- sti servivano. Veniva co’ medesimi mirabilmente
alimentata, estesa, invigorita la passione della gloria. In essi
comparivano i più distinti personaggi^ Socrate si faceva un dovere
d’intervenire, Alcibiade riportò tre premi, e Catone si disponeva nella
sua gioventù a divenire quel che fu nella sua vecchiezza. Le
corone d’ulivo, di lauro, di appio verde o secco che si davano ai
vincitori de’diversi giuochi in Grecia, i premj presso a poco simili che
si davano per Io stesso merito in Roma, preparavano quelli che si
ottenevano quindi dalla virtù e dai talenti del magistrato e del
guerriero nel foro e nel campo; nella palestra e nel circo gli esercizii
erano diversi, ma lo scopo era sempre un solo, quello di alimentare cioè
la passione della gloria. Ma i costumi nostri son diversi da quelli
de’Greci e de- gli antichi Romani, e le nostre leggi non hanno uopo
di un tal mezzo per estendere questa utilissima passione. Si può dire per
altro che noi pure potremmo ritrarre dei rilevanti vantaggi da questi
spettacoli se venissero nella patria nostra adottati, purché si avesse
cura di prevenire gl’incovenieuti che s’introdussero in quelli de’Ro-
^ni, si modificasse l’antica pakstra, e se ne proscrivesse ^ ferocia e
l’indecenza. Somministrando con essi de’piaceri utili agli uomini,
s’impedirebbe che da loro medesimi se ne formassero de'perniciosi.
Quell’ istinto che conduce i giovani all’ azione ed al placei’e
potrebbe in questi spettacoli servir di mezzo per abituarli all’ordine,
alla tolleranza della fatica, al vigore del corpo, all’energia dello
spirito e per garantirli dal- Tozio sempre seguito’ dalla noia, dalla
frivolezza e dal vizio. Con ({ueste idee Coppa Girolamo e
compagni pensarono d’introdurre in questa Capitale alcuni spettacoli,
ch’essi denominano Circensi dal circo od anfiteatro situato sulla piazza d’armi
di questa Città, luogo dove intendono di darli, e a questo oggetto implorarono
ed ottennero la necessaria permissione dall’Imperiale Regio Governo
di Milano. Una corsa di dieciotto fantini a piedi, vestili
alla Romana che sortiranno dalle Carceri, e gireranno in- torno
alla spina, faranno otto corse complete sino alla meta, i primi tre
vincitori otterranno Il primo . . italiane lir. 3 oo 11
secondo « 200 li terzo» 100 Questa verrà seguita da altra
corsa di dodici fautini a cavallo che sortendo dalle carceri, faranno
quattro corse complete sino alla meta Al primo italiane lir,
5 oo Al secondo « 3 oo Al terzo 30 0
Immediatamente alle accennate corse succederà quella di sei bighe, le
quali sortiranno parimenti dalle carceri e faranno quattro corse complete
sino alla meta La prima italiane lir. 700 La seconda >» 4 ®® L.i ter/.a » Lo
spettacolo sarà chiuso con una marcia trionfale e pompa Circense composta
di quattrocento individui vestiti tutti alla Romana. I. Il Prefetto dei giuochi
in cocchio a quattro cavalli di fronte. II. Banda militai^. Insegne
e trofei, varj genj, carro per le vestali ti- rato da otto buoi di
fronte. IV. Centuria o compagnia di 100 militari alla Romana. V. Tutti i
fantini a piedi ed a cavallo e gli auriga vincitori e pi’emiati in
carro trionfale tirato da quattro buoi di fronte. VI. Banda
militare. VII. Altra compagnia di loo militari alla Ro- mana non che
tutti i perdenti delle corse che chiudono la pompa Circense.
Colti e generosi Milanesi! la suddetta società assumo questa utile
e dispendiosa impresa sotto i vostri beni- gni auspicj. Voi che con tanto
ardore proteggete tutte le vantaggiose insti tuzioni, onorerete de’
vostri suffragi pur questa, che al vantaggio unisce il vostro
diletto. La scelta degli spettacoli sarà regolata dalla condizione
de’tempi e del luogo, e dal gran principio di dare al pubblico un utile
trattenimento. Ma a voi s’ appartiene 1 ’ animarla ed il
proteggerla. Incoraggiti da vostri applausi i valorosi atleti che
si presenteranno in questi spettacoli, nascerà nobil gara tra loro,
e siffatti esercizj che da principio potranno essere oggetto di semplice
curiosità, diverranno poscia mercè il vostro generoso eccitamento un
oggetto di pub- blico interesse. 32 1 c}'(3oiwe
E 3«. dei/ 0a(>a£& cT^lWe •
00^U«HM ellotACi^A » ^ autùw $e>eiulo
iM aAouuM'OHtlSM. d.f ^veuM/o IH» ólloE. CORSA
DELLE BIGHE. Gio. Vignoni Cardinali . 700 Galli.
Barzaghi II. 4oo Rossi Radaelli CORSA Uel
FAlVTmi A CAVALLO. Caprini Arrigoni
5oo Villano Gaet. Bazzeri II.
3oo Bianchi Lonati III. aoo
CORSA DEI FANXmi A PIEDI. Gius.
Mandelli I. 3(50 Girolamo Coppa II.
aoo Testoni IH. 100 spettacoli
Circensi diretti da Girolamo Coppa. Mentre si sta preparando un grandioso
spettadolo che deve principalinante corrispondere a quelli che
dagli antichi Romani chiamavansi Gircensijsl è divisato intanto di
dare nel giorno suindicato un trattenimento a questo rispettabile
Pubblico, che* pel suo genere e per il buon ordine ond’esso verrà
eseguito riuscirà di sommo dilello. Consisterà il medesimo in una
corsa di dodici fantini a cavallo nella quale compariranno de’cavalli
forestieri, che sortiranno dalle carceri, faranno sei giri completi
per arrivare alla metà. Indi avrà luogo una porsa di
ventiquattro fantini a piedi che saranno divisi in tre partite, ciascuna
delle quali sarà composta di otto, estratti a sorte. Ognuna di esse
deve fare quattro giri, ed I primi delle singole partite che giungeranno alla
mela, dovranno cimentarsi ad un’altra corsa di quattro giri per la
decisione de’prenij. Sortiranno poscia gli altri ventuno fantini, i
quali dovranno fare unitamente quattro giri, ed il primo di loro
che giungerà alla meta avrà il premio. Succederà a queste un’altra corsa
dilettevole eseguila da ventiquattro nani, che a guisa di satiri degli
antichi greci rallegrerà gli spettatori. Questi sortiranno dalle car-
ceri, e faranno un giro completo sino alla meta, i primi tre riporteranno
il premio. Due bande militari delle più melodiose rallegrerà lo
spirito degli spettatori nel tempo che dureranno queste corse.
Lo spettacolo avrà fine con Una marcia trionfale In cui vedrassi un
superbo cocchio, nel quale vi sarà il Prefetto dei giuochi. Terranno
dietro al medesimo i fan- tini a piedi, ed a cavallo, che non ottennero
il premio, e si chiuderà lo spettacolo con un maestoso carro trionfale,
su cui vi saranno i vincitori accompagnati da numerose comparse, che
colla splendidezza degli abiti loro e colla regolarità de’loro movimenti
renderanno ollre- modo piacevole e dignitosa questa
marcia. Accorrete dunqile, generosi milanesi, che hen degno farà di
voi lo spettacolo che vi si annunzia. Vogliate procurare a voi
stessi un nuovo e grande di- letto, ed all'impresa di questi giuochi
l'onore di aver saputo deliziosamente occupare alcune delle ore da
voi destinate al sollievo dell’animo. cTtoiM'S 8
Go^HOtM'e 3ei/ ^cepueboyc/j SeK Oavo-tCì. e
Oo^M'oiue Dà/ <5 ^ ccMhm Svenino iM.
0fa^Si/ cUsuuu'Ou.tM' e n* CORSA r
tEI FANTINI A CAVALLO. Angelo Curii .
Antonio Giulini I. 4oo Carlo
Galimberti Borsoni . ir. 3oo Ambrogio
Oliva Matteo Sarti .CORSA DEI FANTINI A
PIEI )I. Borghetli I. 3oo
Carlo Pedrelli II. 300 Tadei. III.
100 CORSA D EI 21 FANTII VI A
PI EDI. Coppa Unico 3òo C
:ORSA DEI NA NI. Botta Limonzino
detto Amabile ir. 8o Baldass.
Ducbetti detto Formica in. 6,
1 20 Avendo il Consiglio Comunale deliberato di festeggiare
il fausto avvenimento di S. A. R. il serenissimo arci-duca Ranieri, vice-re del
Regno Lombardo- Veneto; la Commissione delegata del suddetto Consiglio
deduce à pubblica notizia, che tra gli spettacoli divisati nel i6
giugno 1818, si faranno le corse delle bighe e de’ fan- tini a cavallo ed
a piedi, neU’anfìteatro dell’Arena alla Piazza d’Armi. f
Oo^tt'ouve ìei; ^C'OpMclaty Sei/ Gixvixffi-
10^01116 e Go^M'OIìVI’ oADut-i^a. e
Dei» ^veiMio tiK QlaSiii Ili CORSA DELLE
BIGHE. Ant, conte Eallhyany 1 Cardinale
I. too Fontana Carlo Vimercati II.
80 F ra nccScoF rigerio Paolo Trabattoni
III. 60 CORSA I] • EI FANTINI A
CAVALLO. Pizzini Marchesi 1. 8a
Bordoni Filip. Ognibenè II. 6a
Gaetano Bordoni Dionigio FiOrentini ICORSA
DEI FANTINI A PIEDI. Borghetti I.
5 o Pedrelli . IL 4 o
Tadei III. 3o • a6 Fa il seguente
avviso. Ridotti a compimento i difficili apparecchi dello spettacolo
annua* ràato col precedente manifesto del giorno i 5 e vedendo che
r attuale stagione favorisce pure il buon esito del medesirai, ci
affrettiamo di prevenire il rispettabile Pubblico di questa illustre Metropoli,
che oggi giorno die- ciotto avrà luogo un sorprendente fuoco artificiale
com- posto e diretto da Morengbi. Colte e gentili signore milanesi,
l’invito è a voi prin- cipalmente diretto, perchè se voi onorerete in
copioso numero lo spettacolo che vi si annunzia, esso sarà pure
onorato di gran numero di nomini, solendo questi accorrere ove vi siano garbate
e virtuose dopne. Gran Carosello o Giostra diretta dal si- (jnor
Capitano I\ antica IJng arese. Questo grandioso spettacolo del Cai’osello fu
eseguito alla presenza dì S. A. I. R, il serenissimo arciduca
Ranieri vice-re del Regno Lombardo-Veneto; il medesimo era composto
da quattrocento cavalieri ungheresi sotto la direzione de’ loro
comandanti. L’area dell’anfiteatro rappresentava un antico torneo arricchito
nel suo quadro- lungo di colonne, di statue in armatura dei secoli
di mezzo, nel centro torreggiava un magnifico obelisco acforno di
ricchissimi trofei militari, al suono armonioso di quattro bande riunite
succederono le gare fra i cavalieri giostratori, e queste si combinarono in
dilettevoli contraddanze, evoluzioni militari, in quadri
pittoreschi, e chiudeva lo spettacolo una marcia trionfale.
Grandioso spettacolo di corse di fantini a piedi dirette da Girolamo
Coppa, e mac- china di fuochi artificiali, che avrà luogo. Una banda
delle più melodiose rallegrerà gli spetla- loi’i ^ indi si presenteranno
ventiquattro fantini a piedi i quali eseguiranno una ben ordinala corsa^
che sarà di* visa in tre parli, ciascuna delle quali sarà composta di
otto; ognuna di esse deve fare quattro giri, ed i primi delle singole
parti che giungeranno alla meta^ dovranno rimettersi ad altra corsa di
quattro giri per la decisione de’premi. Sortiranno poscia gli
altri ventuno fantini, i quali do- vranno fare unitamente quattro giri,
ed il primo di loro, che giungerà alla meta, verrà unito ai primi tre; i
quali dovranno di nuovo cimentarsi ad una corsa di altri quat- tro
giri, per la decisione degrinfrascritti premi. Oo^it;>(ue
3el ^cetili» iit OfoAòt. ilef ^teuMO
ii« tTTClf. Bardelli Carlo I. 3oo Branca
Tadei. Pedroni Dopo ciò si cominceranno le forze ginnastiche dei
già rinomali Atleti e mentre che il Pubblico anderà applaudendo r
attività, la destrezza, e la forza degl’ individuati atleti, una granata annuncierà,
che nell* Anfi- teatro evvi un magnifico fuoco artificiale composto
« k^lrelto dal professore di pirotecnica, Giambattista Pio-
tiiarla, milanese. Una maccViina rappresentante la reggia di
Minerva, Dea delle scienze, si troverà innalzata nell’anfiteatro.
Gli spettatori potranno conoscere che il disegno di questa è tolto
da uno de’più magnificbi e grandiosi nell’ordine architettònico, avendo
campo di osservarlo partitamente, trientre si eseguiranno le suddette
corse. Diverse qualità di razzi, granate e bombe in N.° di 4
t) 0 ; saranno i forieri dell’incendio della macchina. Una galante
girandola, che mostrerà senza interruzione variate figure e moltipllcl colori,
sarà il primo pezzo de’gluochi fermi. Due grandi tornei
faranno al naturale distinguere il solò e la luna. Due sorprendènti
stelloni contornati da piccole stel- lette tutte illuminate, giuocheranno
unitamente, e formeranno uii fuoco brlllaote. Due girandole con specchio
d’ illuminazione, formeranno un mulino a vento. Due rosoni in continuo
giro, cori specchio a vari colori, si apriranno e si chiuderanno
replicatamente. Una scappata di mille saraSetti, formeranno in
aria un bouquet con batteria. Due casse di 4^0 razzi a
batterla regolata, faranno una continua moschettata. Una sortita di
4^0 palle avvampate; faranno apparire il chiaror del giorno.
La macchina verrà illiiminata a giorrto, riel ciii mezzo'
risplenderà la statua di Minerva. Ventiquattro fontanonl di un
getto tnaraviglloso, forme- r.nnno un intrecciato giùoco. Un
fuoco alla foggia di un grande Vesuvio, si alzerà nell’aria, con
istrepitosa batteria, che annuncierà il ter- mine dello spettacolo,
Colti e generosi Milanesi, voi che con tanto^ 'ardore proteggete le
belle arti, l’artefice Piomarta, ardisce as- Sicurai vi, che non
rimarrete delusi. Nel giorno i 4 maggio 1820, Giambattista Piomarta
professore macchinista di fuochi artificiali^ che nel giorno vent’otto
novembre del decorso anno, incendiò la mac- china da esso costrutta con
pieno aggradimento, ha di- visato anche 3 richiesta di molte persone che
nbn sono allora Intervenute, di ripetere il disegno della stessa
macchina. Due bande militari annuncieranno il divertimento,
che comincerà con una dilettevole corsa di dodici nani elegantemente
vestiti alla spagnupla, i quali sqrtiranno dalle carceri, e gireranna due
volte intorno alTarea del- Tanfiteatro, ed i primi tre che arriveranno
alla meta otterranno i seguenti prepil, S^ovu/e e/ Dei. tenui»
OflX^^lr II* 3 TCif. Roncignolo Poiani . IL
80 Pisina III. 60 La Lira
Milanese equivale ad Auslr. Cent, 87. Spettacolo del professore Giacomo
Garnerin, Esperienze aereo-fisiche che non ebbero effetto, per cui fu
condannalo il Garnerin a dare un altro spetta- colo nel mezzo della
piazza d'armi gfatis, che venne applaudito dal pubblico. Grandioso
spettacolo diretto da Coppa. Uno dei grandi avvenimenti che ci ha lasciato
la storia antica, è certamente la guerra micidiale tra i Greci ed i
Trojani che terminò coll’incendio e distruzione della famosa città di
Priamo, causata dal rapimento della greca Elena fatto da Paride. Questo
punto d’istoria tanto interessante, sebbene involto nelle tenebre dei
se- coli e nel bivio della favola, di cui Omero, e VIRGILIO ce ne
dipingono maestrevolmente la miseranda catastrofe, è l’interessante
trattenimento che Girolamo Coppa, e Socj si propongono di dare nel
suddetto giorno. Troja cinta dalle sue inespugnabili mura, che
Sarà collocata al sito delle carceri, si vedrà rapidamente ardere
dalle Gamme; le grida, il pianto, la disperazione degli infelici abitanti
confusi collo strepito dell’armi; le mine delle più alte moli, la
desolazione dei vinti e il tripu- dio dei vincitori; la partenza del pio
Enea portando sugli omeri il vecchio suo padre Anchise; una sor-
prendente illuminazione del tèmpio di Minerva col simulacro trasparente
della Dea; un fuoco che a guisa di Vesuvio s’innalzerà nell’aria sarà lo
spettacolo tragico-pan- loraimico-pirotecnico che si presenterà a questo
Pubblico rispettabile. Armata greca, guidata dal duci collegati ti-
rati nelle bighe da quattro cavalli di fronte, trombettieri a cavallo,
sacerdoti, auguri, sacriGcatori, vittime e il gran cavallo nel cui cavo
seno vi si nascondono armi, guerrieri, attrezzi, macchine di guerra; armata
trojana, coro di donzelle e fanciulle, bande militari, analogo
vestia- rio, popolo, e tutto ciò che forma il maestoso ed im-
ponente corredo di questo grande avvenimento, che verrà «seguilo da
mille, e più individui, non che con quella indispensabile illusione che
ne costituisce il pregio del- l’azione. Fi a ricbh^ta . generale &l replica il
grandioso spettacolo del famoso incendio e di> sti’Uzione della
celebre città di Troja^ causato dal Ratto d’Elena fatto da Paride.
Quindi è die lo spettacolo verrà eseguito con ujaggior nuineró
d’attori^ di truppe, di bighe, e di tutti quegli importanti accessori che
esige la nobiltà e grandezza deirargomento. Esperienze aereo fisiche
d^eseguirsi soltanto all’altezza delle piante del professore Già'
corno Gnrnerin di Parigi^ nel giorno 10 settembre 1820 alle ore 6
pomei'idiane. Appoggiato il detto Garnerin ai tratti
d’aggradimento dimostrati al suo spettacolo, che ebbe l’onore di
dare nello scorso agosto sulla grande piazza d’armi, egli si
accinge a darne un altro nuovo, di sommo interesse, e di particolare sua
invenzione. Detto spettacolo consisterà nel combattimento delle
Comete preceduto dalla prova del paracadute, eseguita con un animale
vivo, che ritornando a terra, discenderà tranquillamente nella stessa
arena, e da un pallone, col quale il professore, dimostrando la necessità
dell’invenzione del suo paracadute, farà conoscere appieno le tern ribili
catastrofi succedute a Pilatre-des-Roziers, e mada- ma Blanchard ed al
rinomatissimo italiano Zambeccari p*r mancanza del paracadute, c darà
altre espegenze areo-pirojecniche.La conquista di Belgrado. Grandioso
spettacolo, diretto da Girolamo Coppa., Quel Belgrado, che nella storia
della guerra aveva res i illustri i nomi di Corvino, Huniade,
Massimiliano di Baviera, ed Eugenio di Savoja era finalmente
destinato a coronare la gloria di Loudon. SuU’eseiTipio deir
anno scorso penetrarono anche in quest’anno sul piàncipio di agosto i
Turchi nel Banato dalla parte di Schuponeck, si sparsero per tutta la
valle, e volevano avanzare verso Mahadiaj ma li 28 agosto cac-
piolli il generai Cleirfart intieramente dal territorio Austriaco. Loudon
restituissi 3 Seraelicco, si accorsero or ora chiaramente i Turchi, che
si trattava dall’assedio di Belgrado. Il Bascià fece chiedere
istantemente una tregua; Loudon vi condiscese, nello stesso tempo facendo
intendere al Bascià di decidersi se voleva rendere la piazza, ed
accettare la libera sortita. La quale proposta venne ricusata dal Bascià,
e s’ incomincia col bombardamento della fortezza. Al sito delle Carceri
s’innalzerà la fortezza di Belgrado cinta dalle sue inespugnabili mui*a
in istato d’assedio. L’arena del circo rappresenterà un campo di
battaglia, sparso qua e là di tende militari, padiglioni, attrezzi
da guerra, cannoni, mortaj, e di truppe Tedesche ed Un- gheresi. Il
colonnello conte d’ Argentau, parla ai suoi subalterni. Miei signori, noi
siamo stati prescelti dal Maresciallo Loudon, per l’ iutrapresa
dell’attacco della fortezza. Ma tutto dal nostro zelo dipende, spero
quindi che ognuno impiegherà tutte le sue forze per sostenere anche
in quest’occasione l’onore del nome che portiamo, e la gloria che il nostro
Maresciallo si è acquistata. Non vi è bisogno d’ulteriori esortazioni
lusingandomi di po- tere giustamente riporre in loro tutta la mia
fiducia. S’ Incomincia l’ assalto della fórtezza. La soldatesca,
ripartita in quattro colonne, attaccano ad un tempo diverse parti. I volontari
precedono ciascuna colonna, e i granatieri, che fra questi si trovano,
marciano alla testa. Le truppe sono seguite da trecento lavoratori
con fascine, corbelli, sacchi d’arena, ed altri necessari strumenti per
costruire sul momento batterie, ridotti, ed altre fortificazioni. Si
attaccano con coraggio e risolutezza} le paL'zzate vengono superate. Il
cannonamento sostiene l’attacco. 1 Turchi si difendono
disperatamente, vengono con impareggiabile valore respinti, si
gettano nella piazza migliaja di palle, granate e bombe, Il Bascià
fa chiedere un abboccamento al Maresciallo per la capitolazione della
fortezza, sortono da Belgrado tre dei più ragguardevoli fra i Turchi con
il loro seguito, si presentano al padiglione del generale Loudon. 11
Bascià affetta di essere un Mussulmano estremamente zelante, riferisce
essere dal supremo destino determinata fino dall’eternità la resa della
fortezza; e spiegò quindi il desiderio di essere condotto colla sua guarnigione
a Nissa, ma Loudon sceglie in vece la fortezza d’Orsova. L’esercito
Austriaco prende possesso della fortezza entrando trionfalmente con
acclamazione di gio|a; al mo- mento venne basato sulle mura della
fortezza un magnifico arco trionfale guernito di fuochi artificiali;
opera del pirotecnico Giovanni Battista Piomarta. Le cannonate secche u
mazzo di stelle. Dodici piramidi intrecciate di serpenti. Esplosione
di bombe. Otto circoli di fuoco a colori diversi. Gran decorazione
all^arco trionfale. Esplosione di granate. Una sfuggita di due mila razzi
formeranno in aria un bouquet al naturale. Vili. Un fuoco
alla foggia d’un acceso Vesuvio si alzerà con strepitosa batteria che
annuncierà il termine dello spettacolo. Prima discesa col Paracadute
di madami- gella Garnerin areoporista, che avrà luogo, e corse di fantini
a cavallo ed a piedi, eon marcia trionfale, dirette da Girolamo
Coppa. L’apertura delle porte sarà annunciata da alcuni spari
d’artiglieria. Due gran bande di musica militare esegui- ranno dei pezzi
scelti d’armonia durante tutto lo spet- tacolo. Madamigella Garnerin
monterà nell’aerostato per eseguire la sua ascensione, che sarà
immediatamente seguita dalla sua discesa col paracadute, e sarà preceduta
altresì dall’ascensione di un pesce rombo indicatore della
direzione. Ventiquattro fantini a piedi eseguiranno una b^n
r- dinata corsa, che sarà divisa in tre parti, ciascuna composta di
otto fantini, che faranno tre giri, ed i primi delle singole parti, che
giungeranno alla meta, dovranno rimettersi ad altra corsa di tre giri per
la decisione dei premi. Sortiranno poscia altri ventuno fantini pure
a piedi, i quali dovranno fare tre giri, ed il primo di loro che
toccherà la meta, verrà unito a primi tre. 1 quat- tro fantini che primi
furono nell’aringa, dovranno di nuovo cimentarsi ad una corsa di altri
tre giri per la decisione dei controscritti premi. La corsa
dei fantini a cavallo, venne distribuita come segue. Uodici fantini a
cavallo eseguiranno due corse, divisi a sei per sei, compiendo i tre
prefissi giri circolari. I sei fantini a cavallo che nelle suindicate due
corse saranno i primi arrivati alla meta, si disputeranno la palma
con altra corsa, Gssata ugualmente di tre giri, e i tre che rimarranno
vincitori avranno il relativo premio. (0^oiMe et 0o^ao(Me Sfi/
dei/ Sedine e Oo^itoiue deu ^ (XitUitt/
^teuMo ('RsuMuoii/tcOc'e de6 ^texMMO uv .^.
cRou/i. CORSA DEI FANTINI A CAVALLO. Preda Raja
I. 3oo Gioja ‘Pietro . . Ferri
Luigi II. 200 Picozzi Giovanni
Slopani Giuseppe III. 100 CORSA
DEI FANTINI A PIEDI. Pozzi Francesco
I. 100 Tadei Giuseppe II.
80 Bardelli III. 60 Toja
Ambrogio . Seconda discesa col paracadute di madami- gella Garnerin
nel Delta discesa sarà preceduta da due corse, una di fan- tini a
cavallo, la seconda de’barberi, con due premj in- sieme di lìr. 6oo aust.
e bandiere, con estrazione pub- blica di dodici premi o lotti da lire 5 o
a lire 8oo: for- manti insieme una somma di lire 2600 austriache
che andranno a vantaggio degli spettatori i quali avranno preso dei
biglietti d’entrata a questa seconda esperienza e spettacolo, e detti
numeri corrisponderanno a quelli che saranno estratti a sorte.
Madamigella Garnerin ha fatto stampare 26000 bi- glietti di entrata
alla sua esperienza, i quali biglietti porteranno ciascuno un
numerocorrispondente a quello dei. 26000 biglietti che saranno posti
nelle urne, dalle quali ne verranno estratti dodici, pei dodici prenij
pro- messi. Detto spettacolo sarà diviso cqme
segue: Corsa dei fantini a cavallo, i quali dovranno ese- guire tre
corse complete, ed i primi tre che arriveranno alla meta dovranno
cimentarsi in un’altra corsa di tre giri, per disputarsi nuovamente i
premj. II. Corsa dei barberi i quali dovranno eseguire tre
giri dell’arena e i primi due, che ariveranuo alla meta avranno il
premio. III . Seconda corsa dei fantini a cavallo, che
serviranno a determinare Tassegnamento de’premj. iei/ da
OavoEfi. ^VOUllO da autiM/ ut/
ilowiuw utoW'e teuMO JIduS CORSA DEI
BARBERI. Preda Gardiaali I. II.
i5o CORSA DEI FANTINI A CAVALLO. Angiolini Laudoni Ferrario
Frane. Burella Antonio 200 i5o Ascensione di
madamigella Garnerin, die farà un giro intorno aU’arena. Poi s’innalzerà
ad una considere- vole altezza^ indi farà la sua discesa col
paracadute. y. Si darà fine allo spettacolo con l’ estrazione
pub- blica di dodici premi o lotti dalle lire 5 o fino alle
800. Avendo il Consiglio Comunale della regia città di Mi- lano
deliberato di festeggiare con pubbliche dimostra- zioni di esultanza il
fausto avvenimento della presenza in Milano di S. M. 1 . R. Paugustissimo
Monarca Fran- cesco I, la Congregazione Municipale e la Commissione
delegala del predetto Consiglio deducono a notizia, che tra gli
spettacoli pubblici divisati si faranno le corse delle bighe e de’fantini
a cavallo, e dell’esperienza arco- statica col paracadute della signora
Elisa Garnerin, nel- l’anfiteatro dell’Arena 1 6
t'cu Dei/ GrtoafCi/ (S^X^oiu/e e Gogii/oiMe
Dcgfi/ e Dei. ^ «uh 111/ ^celiti 0
111/ cHoilMIl/ 0 nt< 3 t */6 DeC ^telino
III XeceS. 3 TL. CORSO DELLE BIGHE. Anglolini
Trabattoni I. 100 Fontana Gio. B.
Radaelli Santino II. 80 Suddetto
.... Cardinali d. il Pastirolo CORSA DEI FANTINI
A CAVALLO. Formigini Gius. Giuliani
Gius. I. 80 Castellani conte Gaetano
Vaisem II. 60 PezzinI Gioja III.
5 o Spettacolo eseguito da Francesco Orlandi. L’areonauta
Francesco Orlandi eseguirà il suo volo areostatico, sempre che l’
atmosfera si trovi abbastanza tranquilla onde pòssa lo stesso condurre
senza ostacolo il suo naviglio per le difficili ed azzardose vie dei
venti e dimostrare col fatto la verità delle sue teorie. Aggiungerà
la tanto apprezzata corsa de’fantini a ca- vallo vestiti all’inglese,
distribuita come segue; dodici fantini a cavallo eseguiranno due corse,
divisi a sei per sei, facendo i tre prefissi girl intorno
all’arena. I sei fantini a cavallo chd nelle suindicate due
corse saranno arrivali primi alla meta, si disputeranno la palma
con altra corsa, fissata egualmente di tre girl, ed i tre che rimaranno
vincitori avranno il relativo premio. Lo spettacolo sarà reso più
brillante dalla musica eseguita da due bande militari. Dm
QfxvcMi, eJLoiii'e 6 Oo^nom'e- Dei, ^ imtiwi/
^i>edwo ut, Qixiòi Jlowtitwittew'e Def
5*ceiitio 111/ cibitA.' Giuseppe Preda. Brunello
Pietro. I. 4oo Angelo Briani .
Raja Domenico . II. 000 Paolo
Pozzetti, Ferri III. i5o Sg Discesa col paracadute
delV aereoporista francese EHisa Garnerin. Questa discesa preceduta
dalla prima ascensione col pallone ritenuto da funi, della sua giovine
allieva Eu- frasia Bernardi che farà il giro dell’anfiteatro. Detto
spettacolo verrà preceduto dalle corse de’fantiiii a piedi ed a cavallo,
e dei barberi, dirette da Coppa, secondo il costume degli antichi Romani.
Due complete bande militari suoneranno alternativa- mente durante
lo spettacolo. Prima e seconda corsa de’fantini a piedi.
Corsa de’fantini a cavallo. Terza e quarta corsa de’fantiui a
piedi. Corsa de’barberi. Quinta ed ultima corsa
de’fantini a piedi. Marcia trionfale. I . Gran corso di
^musica militare. II. Un cocchio con quattro cavalli di fronte, che
por- terà il Prefetto dei giuochi col suo seguito. IH. La
prima coorte. IV. Otto porta-stendardi e trofei. V.
Seconda coorte armata di brandi e di scudi pe- santi. VI» Un
gran Carro trionfale tirato da otto buoi a quattro a quattro di fronte,
pei vincitori dei giuochi circondato da ventiquattro genj
simboleggiati. Terza coorte armata di giavellotti con scudi.
VHI. Squadrone di tutti i fantini a piedi. IX. Squadrone di
tutti i fantini a cavallo, che chiu- derà la marcia. •
Terminato [l’esperimento, Tareonauta rientrò nel circo in carrozza
scoperta per risalutare il pubblico esultante, che l’acclamava. Le corse
dei fantini a piedi, a cavallo e dei cavalli sciolti riuscirono
animatissime, per cura di Coppa, il quale in tali circostanze è stato
sem- pre chiamato, come quello che per le molte corone rac- colte
in simili solenni disfida, combinava colla pratica e col consiglio la
fiducia di chi si lasciava da esso di- rigere. c)lboiM6
e Gogmsui/e ut cllotwiM'Outowe CORSA DEI
BARBERI. Gardinali Nicola I. 3oo^
Ralli Giuseppe II. 200 Ghiggini IH.
100 CORSA DEI FANTINI A. CAVAL
LO. Conte S. Antonio Passi Gennaro I.
5oo Preda Brunello
II. 3oo Gardinali Nicola Merli
Giuseppe. CORSA DEI FANTINI A
PIEI )I. Rossi Giuseppe. I.
100 Feltrini Eugenio. . IT.
Pozzi III.
6o Gozzini Davide. IV. 4o •
f O . » . Straordinario spettacolo che sarà eseguito dalla
eotnpagnia del eavallerizzo Alessan- dro Guerra Romano^ nelV^ luglio
1S27. La solennità di nn magnifico torneo alla foggia di
quelli ’che ese^uivansi ne^passati tempi, formerà la. spet- tacolosa
festa ^le dal cavallerizzo Alessandro Guerra verrà esposta al Pubblico*
con l’aggiunta di varii eseroizii d’e- quitazione, corse a cavallo ed a
piedi, e colle bighe di- rette da Girolamo Coppa.
Distrihiizipne drllo spellacolò: Al suono della musica di due
corpi di bande mili- tari che alterneranno le loix) sipfonie si
faranno: I. La corsa di veutiqq^ttro fantini a piedi, divisi
in tre schiere di otto per ciascuna, che eseguiranno tre giri, e i
vincitori di ciascuna dovranno cimentarsi in altra simile corsa per il
conseguimento de’rispettivi premi. li. La corsa dì tre della
compagnia Guerra die eseguiranno ciascuno sopra due cavalli* gli esercizii,
cosi detti giuochi di Troja, effettuando a gran corsa tre giri
dell’Arena, e il primo che giungerà alla meta, otterrà una bandiem
d’onore •guernita in oro. Il premiato fu Luigi Guillaume. La
corsa di sei bighe, che gareggieranno a due a due, facendo parimenti tre
giri, ed i vincitori di questa corsa dovranno essi* pure citoentarsi altra volta
in egual numero di gh^i per riportarne il premio. IV.
Comincierà il torneo col maestoso ingresso dei cavalieri giostranti
muniti di armatura di ferro e lan- cia, distinti ciascuno dai colori
de’rispettivi abiti e sciar- pe, ed accompagnati dql loro particolare
corteo^ saranno essi* preceduti dall’araldo e dal corpo dei
trombettieri pure a cavallo, ed eseguiranno il gran torneo* nel
cen- tro dell’Arena in apposito steccato; ornato di trofei ana-
loghi allo spettacolo, colle ins’egne dei giostratori. Dato il segno
colle trombe, si cimenteranno i sei cavalieri a due, e i tre vincitori
dovranno rinnovare tra di loro il combattimento, sinché uno rimanga
superiore a tutti ptu- aver toccato colla punta della lancia l’insegila
degli avversar]. .V. Combattimento dei delti tre vincitori
tra di loro pei* ottenere il premio d’unar sciarpa d’onore ricamata
e "uernita in oro. O l Il vincitore della
sciarpa fu Alessandro Guerra. Grande marcia trionfale; si vedranno i
trombettieri, l’araldo, i cavalieri giostratorr col rispettivp loro
corteggio, le bande militari, la prima coorte 'armata di scudi e lance,
il gran carro trionfale tirató da buoi,* che porterei donzelle abbigliate
alla foggia delle Vestali, so- stenenti corone di alloro, mirto e quercia
pei vincitori; seguiranno littori e genjianaloghi allo spettacolo, i
porta- insegne con vari trofei, i fantini che avranno eseguita la
corsa a piedi e gli auriga premiati, e finalmente al- tra coorte d’armati
che chiuderà la marcia. iDXjoiM/e » Qo^omie Deu
Gapaffi. » io, ^ CU/IÌÒmì/ II* O^aóAi'
cibiMUi'OiitaM 111/ ellou/it. CORSA DELLE
BIGHE. Aless. Guerra .Pifetro Brunello I. 5oo
Leop. Servolini Paolo Trabaltoni II.
3oo Merliui e Preda Gaetano Rovelli
III. 200 CORSA DEI FANTim
A PIEDI. Rossi I. 100 Feltrini
IL 8o Ariibr. Turconi .IStraordinario spettacolo che si darà
dalla compagnia del cavallerizzo jdllessandro Guerra cousistente
nelle corse di dodici giovinetti in un sacco, di dodici nani, esercizj
d’equitazione sopra due destrieri, es’ercizj «seguiti da Faustina Guerra
d’anni tre, giuochi de’Coribanti sopra tre cavalli a dorso iludo, gran
torneo antico, pompa circense, e trionfo del cavallo arabo am-
maestrato in me^zo ad un’ fuoco artificiale; rappresentante un maestoso arco
trionfale nel mezzo dell’Alena. Primo straordinario sorprendente
spettacolo aereo di volatili diretto da Gio, ‘Battista Ferrano
modonese^ Le universali acclamazioni che otteiine Gio. Battista Ferrarlo
per questo genere di spettacolo prodotto a Modena, Parma e Torino, si
lusinga anche di meritare l’aggradimento del generoso pubblico
Milanese. I. \d un colpo di pistola uscirà da una cesta uno
stormo di colombi andando in traccia del loro padrone, e dopo voli vaghi,
e non limitati, caleranno ad un suo cenno al suoi piedi. II.
Sortirà un colombo che al preset’tare di una ban- diera calerà presso la
medesima, e vi si fermerà immo- bile girando sopra la bandiera
stessa. Un colombo chiamato il cannoniere, munito di miccia,
dopo varj voli, sparerà un cannone di bella grandezza. in campo un
colombo dello il sallatore, che farà il sallo dei cerchio a volonlà del
suo padrone con varie configurazioni e movimenti. V.
Usciranno un’altra volta tutti insieme i due stormi muniti di arma
arlifiziale, e combatteranno in aria tra di loro a fuoco vivo; e al
comando dei rispettivi coman- danti andranno alle loro posizioni.
VI. Un colombo chiamato Timpetuoso, passerà un cer- chio.
coperto di carta, e lo tornerà a passare dopo di aver rotto la carta
stessa. Una colomba detta la guerriera, volando a campo aperto in traccia
del suo padrone lo rinverrà ad un colpo di pistola; e nell’atto che
bramerà calare presso il medesimo le sarà presentata altra pistola sulla
quale essa «si fermerà immobile mentre sorte il colpo. Vili.
Altra colomba chiamata la cacclalrice, darà com- pimento alla serie dei
giuochi in mezzo di uno stormo; ad un colpo di fucile si distaccherà
dallo stormo e calerà .sopra il fucile medesimo, dove resterà immobile ad
una seconda scarica. Una banda militare collocata al podio del
pulvinare suonerà varj pezzi di musica. Secondo straordinario
spettacolo arco di volatili diretto dal suddetto Ferrarlo^ Le universali
generose acclamazioni, che ottenne Gio. Battista Ferrarlo da questo
illuminatissimo pubblico JMilanesp, presentando nell’ultima scorsa
domenica II suo .spettacolo dei colombi e la generale cortese
richiesta, perchè nuovamente lo esponga, sosi de.sse stale le ben
accette ragioni per replicare il suddetto spettacolo, con l’aggiunta
d’una corsa di- fantini a cavallo, distribuita come sefrne:
Dodici fantini a cavallo eseguiranno due corse, tlivisi a sei per
sei, corupieiltìo i tre prefissi giri dell’arena. I sei fantini a
cavallo che nelle suindicate due corse saranno arrivati primi alla meta,
si disputeranno il premio con altra corsa, fissata egualmente di tre
giri, e i tre che rimarranno vincitori avranno il relativo premio, con
bandiera d’onore analoga;' si chiuderà lo spet- tacolo con un giro
de’fantini a cavallo vincitori delle corse, al suono della banda
militare. cSl^oiwe 6 Oogw/oiite Dei ^vo^'uetixtj
Dei' SKooiue e Gu^uoiii'e Dir éf
aii'tiu'i vatui} iit a^iiuMa iitoci'f'/ DeE
^cenilo Jlou/Si CouteS. Aotonio Fassi Gennaro r.
3oo Bernareggi Gioja II. 200 1 Foglia
. Borri III. TOO Spettacolo maraviglloso
eseguito da Gastellier di Parigi, macchinista e com- positore di fuochi
artificiali, nel 26 ago- sto 1827 . Esso consisterà nella
Regala o gara delle gondole, ossia battelli nell’arena allagata.
O Dato il segnale, tre battelli si slanceranno alla
corsa montati ciascuno da quattro gondolieri, e compieranno due
giri deU’arena. Altri sei battelli in due riprese si contrasteranno la
vittoria. I primi tre battelli vincitori in ciascuna delle tre corse,
dovranno cimentarsi ad un’ul- tima cor^a, perchè vengano contraddistinti
dalle diverse qualità de’premj. ofiooitie e/
Oognoiiie cibiMmoivb^e iw cHau-òt. Paolo Podoni,
Giovanni Ricci, Pasquale Mari, Luca I. 800
Frizato, Plotli, Drago, Porlesi . . IL 600
Garavaglia, Domiri, Gerosa,
Ghezzi. 0 0 Nulla si è omesso, per quanto
si è potuto, affinchè questa parte del divertimento dilettevole riesca ed
in- teressante. I battelli furono sqelti d’ agile forma, vaga-
mente ornati e con eleganza d’addobbi. Esperti, robusti erano i
gondolieri, alcuni scelti dai paesi lungo i nostri laghi, altri ancora
fra gli esteri. * Poscia sorgeranno dall’onde ai lati dell’edifizio
due amene isolette, ed in -mezzo ad entrambe dominerà l’albero così
detto della cuccagna. Otto per ogni albero saranno quelli che si
sforzeranno di toccarne la cima, genei’oso sarà il bottino, e due
bande militari li accompagneranno sui battelli alla rispettiva isoletta nell’audata,
e nel ritorno. Nel mezzo dell’arena sarà basato un grandioso,
ed ottangolare edifizio, che porta per titolo; Il gran tempio
della Pace illuminato a gloi’no con lance di variati colori.
I. Si darà principio al fuoco con colpi di cannone, razzi, e
tourbillons. Due grandi congegni rappresentanti il sole, la luna e
le stelle del firmamento, che spariranno poscia con strepitose
esplosioni. Razzi a doppio volo, e varj altri bellissimi
fuochi. Avventura di don Chisciotte colle ali, un mulino a vento, e
brillanti vedute. Due risplendentissime bombe a pioggia
d’argemo. VI. Sei girandole prenderanno diverse conformazioni
jjer ben venti volte. VII. Nuovissimo comb£^ltimento di soli, che
cesserà coit grandi scoppj. Vili. Mirabile batteria di
candele egiziane. La gran cascata di Saint-Cloud, presso Parigi, la
quale con quattro straordinarie cadute genererà un pia- cevolissimo
mormorio di una cascata d’acqua. X. Moltiplici fuoclii della più
ricercata invenzione. XI. Si getteranno nell’acqua diversi pezzi di
fuoco d’un genere affatto singolare, i quali sorgeranno di nuovo
dall’acqua, ascenderanno nell’aria e scoppieranno. Lo spettacolo
avrà fine con un strepito di colpi di grandi racchette. Partiranno esse
dalle torri sopra le cosi dette carceri, e‘ in lato opposto della porta
trionfale, per cni incrocicchiandosi, e cadendo nell’onde
produrranno un vivissimo effetto. Spettacolo da eseguirsi da
Francesco Orlandi. f L’areonaula Francesco Orlandi,
Bolognese, spinto da brama soltanto di lasciare anche in questa insigne
Metropoli quel nome, che co’suoi esperimenti egli si è procacciato nelle città,
ed in particolare con quello recentemente eseguito in Genova alla .presenza di
quella sovrana corte, di molti illustri personaggi, e di una
immensa popolazione, ardisce coraggioso di cimentarsi di nuovo in
Milano, colla lusinga di meritarsi anche qui la soddisfazione di un Pubblico
colto ed illuminato, quindi con superiore autorizzazione ha 1’ onore di
prevenirlo, che nei suddetto giorno darà nell’anfiteatro
dell’Arena, tre spettacoli degni della pubblica ammirazione.
In prima l’Orlandi eseguirà il suo volo areostatico, facendo
conoscere che l’uomo può dominare non solo sulla terra e sull’acqua, ma
ancora nefjli aerei spazj. Secondariameule si rappresenterà uno de’più
sorpren- denti fenomeni della natura, quale è il Vesuvio di Napoli
nell’atto di una delle più forti sue eruzioni. Nulla sarà certo
trascurato onde imitare (per quanto permette Tarte e Tingegno) col fuoco
artificiale, questo orribile fenomeno, imponente spettacolo che
richiamerà l’antica memoria degl’infelici Pompejani. Per
terzo cessata l’eruzione, apparirà improvvisamente un teatro,
rappresentante la reggia d’Apollo tutta traspa- rente, cpn l’anfiteatro
^legantemente illuminato; spetta- colo per Milano affatto nuovo, eseguito
soltanto l’anno scorso in Firenze nell’occasione della festa Ji san
Gio- vanni, e replicato colà in quest’anno con eguale felice
esito. La regata Feneziana . Fu sempre soggetto di
universale ammirazione in Ve- nezia lo spettacolo della cosi detta
regata, e venne co- stantemente ritenuto che il medesimo effettuare non
si potesse se non in quella sola città. Dipendentemente dalle
verificazioni di fatto già ese- guite, si è ormai conosciuto, che la
Veneta regata può aver luogo eziandio nell’Arena di Milano non solo,
ma più ancora che l’effetto al Pubblico sarà per riuscire di
maggiore interesse attesa la posizione della località. Per render
più interessante il divertimento, la gara avrà luogo fra i più esperti
gondolieri di Venezia, qui appositamente condotti. Vi sarà molta varietà
di gon- dole e battelli secondo il metodo e costume Veneto.
Si vedranno riccamente fornite in seta le così dette Bissone ad
otto remi. Malgarotte a sei remi e Peote, barche tutte di una diversa
costruzione. Due saranno le orchestre, acciò la musica renda
più animato lo spettacolo. Si darà principio con una marcia
maestosa di tulle le barche appositamente trasportate da Venezia, alla
qual|J seguirà un cosi detto fresco, o corsa di tutte le ridette
barche. Dopo questo, al segnale di una tromba, avrà luogo la gara
de’battelletti ad un remo con premi, cioè pri- mo e secondo premio; e per
ultimo il premio del por- chetto secondo il costume di Venezia.
Seguirà poscia un nuovo fresco, o corsa di barche, fino a tanto che
verrà allestita una seconda gara di gondolette a due remi, sostenuta da
differenti barcaiuoli. In fine verrà chiuso il divertimento con nuova
marcia, dopo della quale il suono delle trombe, annunzierà il
termine dello spettacolo. c)ei/ llt>
Jbiuiii/ijwtat* ^veiwo IH -^t/e cUsttòt.
GONDOLE A DUE RESI!. Musico Giuseppe, e Celega Giuseppe
I. 8co Buranello Natale, e Forti Giovanni
IL 4oo BATTELLETTI AD UN REMO. Calderan
I. o o Papassissa
. 200 Spettacolo della regala Veneziana
eseguitosi nel 24 agosto 1828 . Si darà principio allo
spettacolo con una corsa di tutte le barche di ogni qualità e grandezza,
appositamente trasportate da Venezia riccamente addobbate alla
Turca, Spagnuola, Veneta ec. non che delle gondole, battelli e
barche d’ogni forma. 4 Al primo squillo di tromba avrà luogo la gara
dei piccoli battelletti a due remi eseguita da esperti rema- tori
di Venezia. Finita tale corsa ad uu secondo segnale si
slanceranno nell’acqua dodici esperti nuotatori, i due primi vinci-
tori andranno a prendere i loro premi stabiliti. Dopo tal gara vi
sarà quella delle Bissone ad otto remi dei remiganti Comascbi e del Po, contro
i barca- juoli Veneziani. Avendo avuto luogo una scommessa di
trenta pezzi da venti franchi, verranno questi depositati al momento
presso i giudici che ne disporranno a fa- vore del vincitore. Sarà
vincitrice quella delle Bissone che compirà prima il quarto giro
dell’Arena. Le due Parti interessale in questa scommessa, saranno nelle
ri- spettive Bissone, onde animare vieppiù i remiganti da loro
scelti. dboiue o Oo^u'oiMe' ^teirn^o
cRo/mM'oatat»'» BATTELLETTI A DUE RI
EMI. Calderau Andrea e Tasso Valentino 800
Friselle Bartolomeo e Bagarolto Giuseppe
II. 4oo Tedesclii Antonio e Papassissa III.
ORI. Giuseppe NU0TAT aoo
Clavanzani I. i 5 o Sambo Domenico ..NELLA
PRIMA BISSONA Vendetta, Celego, Gauasselle,
Alberante, Musico, Buranello Natale, Marella Lorenzo, Forti
Govanui. Spettacolo del giorno 19 luglio 1829 . Fra
tutti gli spettacoli, ch’ebbero finora luogo in questo magnifico
anfiteatro, i più aggraditi certamente, ed i più acclamati furono le
corse delle bighe, dei cavalli, e de’fantini a piedi. I Il
concorso straordinario di spettatori, di che in ogni occasione di tali
corse videsi affollato l’anfiteatro, ne fa testimonianza. >
L’anfiteatro, già interamente ristaurato ed abbellito, anche per
cura dell’ iutraprenditore, fu elegantemente disposto per lo spettacolo
succennato. Dall’istante in cui verrà aperto al pubblico
l’anfiteatro sino aH’incominciamento delle corse, e negli
intervalli di queste, due bande militari alterneranno degli scelti
pezzi di musica. Alle ore sei cominceranno le corse col- l’ordine
seguente: Corsa di sei fantini a cavallo, che slanciandosi dalle
carceri al primo squillo di tromba prendendo la via di mezzo alle due
spine, indi la destra, percorreranno tre volte l’anfiteatro compiendo
l’ultimo giro d’avanti al pulvinare, ove è stabilito il palio, e si
troveranno i signori delegati; fra i primi tre vincitori avrà poi
luogo una seconda corsa. Altra corsa di sei fantini a cavallo. Corsa
a piedi, che verrà eseguita da otto giovani dilettanti, che compiranno
tre giri intorno alle spine, ed ognuno dei tre vincitori riceverà una
bandiera d’onore. Ottennero questo premio: I. Davide
Dolnago. II. Giacinto Cipolla. III. Domenico Comasco.
IV. Corsa di sei fantini a cavallo, vincitori nelle pre- cedenti
corse, onde disputarsi i primi premi. Y. Corsa di sei bighe, che
percorreranno esse pure tre volte l’anfiteatro, compiendo parimenti
l’ultimo giro davanti al pulvinare. vr. Altra corsa (li quattro
bighcj 11 vincitore avra una baudiera d’onore e il premio di Lir.
loo. Proprietario Bonella Gennaro. Aurica Santino
Redaelli. VII. Corsa di quindici barberi, che non ebbe li suo
pieno effetto per impreveduto accidente. Vili. Lo spettacolo verrà
chiuso colla marcia trion- fale del vincitori di cadauna corsa
all’intorno dell’anfi- teatro, partendo dalle carceri precedute delle
bande militari. SLoiM/e e Dei' Gix/va-lh
iSffjoute e Gogw/oiite t'enfi/ 6 Da/ ouAÌm/
^ceuM'O lli< cRoilMUiOM-to»
iw/ CORSA DELLE BIGHE. Giuseppe Preda
Paolo Traballoui I. 800 Angelo
Radaelli Gaetano Rovelli II. 600
Carlo Angioliai Luigi Vimercati III.
4oo CORSA DEI EANTINI A GAYAL
LO. Salvatore Passi . Salvatore Passi .
600 Giuseppe Merlini Pietro Brunello. 0
0 Nicola Sangiorglo Prances. Perrario
III. 3 oo / Spettacolo che si da. A
tenore del manifesti già pubblicati avrà luogo il già annunciato
spettacolo di corse, aggiuntivi gli altri divertimenti sotto indicati, il
quinto dell’introito netto è destinalo a sollievo dì alcune famiglie
indigenti. A.n- che per questo titolo non furono risparmiate spese,
onde lo spettacolo riesca più variato e più accetto. I. Corsa
di fantini a cavallo, i primi quattro, die giun- geranno al palio,
dovranno eseguire una seconda corsa fra di essi per disputarsi i
premi. Coi'sa di dodici somarelli montati da gobbi-nani, ciascuno di
questi in diverso abito di carattere carne- valesco, uscendo dalle
carceri, eseguiranno due girl com- piendo Tultlmo davanti al
pulvinare. Il primo del suddetti avrà un premio d’una
bandiera ed un borsellino con denari. III. Seconda corsa dei
quattro fantini a cavallo vin- citori nella prima, per disputarsi i
premi. IV. Corsa di sei bighe che percorreranno tre volte
l’anfiteati’O, compiendo 1* ultimo giro davanti al pulvinare. Le prime quattro,
che giungeranno al palio, eseguiranno una seconda corsa per disputarsi 1
premi. V. Seconda corsa delle quattro bighe vincitrici nella
prima corsa, per disputarsi i premi. VI. Corsa de’ barberi, 1 quali
restando chiusa la via di mezzo alle spine, percorreranno tre volte
l’anfiteatro, compiendo l’ultimo giro davanti al pulvinare. Marcia
trionfale dei vincitori, con corredo di due bande militari che terminerà
il giro davanti al pul- vinare. Vili. Nell’atto, in cui la
marcia trionfale compirà il giro, verranno incendiate sei grandi
piramidi, collocate alle estremità e nel mezzo delle spine, e sormontate
da altrettanti gran vasi. Altri quattro gran vasi collocati pure
sulle spine a diversa distanza, e diverse batterle prenderanno fuoco nel
tempo medesimo. L’anfiteatro ri- marrà illuminato da un sorprendente
fuoco del Bengal. L’artista pirotecnico Antonio Zucchi si lusinga
di pre- sentare in questo breve passatempo un lavoro dell’arte
degno dell’ammirazione dei suoi concittadini. Sei/ Dai
OiWafK/ ’òecSv JìoLVU/acc iJiMUMOiAtave
3, 3 e iex, ^ (xvtùt*/v ecc. "òli
^veuMo COUSA DELLE BIGHE. Preda Giuseppe
Trabattoni Paolo I. Quadr. 7 di
G. Ganavesi Giacomo Rovelli Gaetano
II. 5 Gatti Gaetano . Comisoli
III. 4 Garillio Giuseppe Pomè Giuseppe
IV. 6o lir. A. CORSA DEI FANTINI A
CAVALLO. Passi Salvatore . Passi Salvatore,
Quadr. ^ di G. Merlin) Gius. .
Brunello II. 3 », Castellani.
Brelino Pagani Smid. IV.
3o lir. A. CORSA DEI BARBERI. Castellani Cavalla
Inglese I. 2 1/2 Q. Sperati Cavalla
Transilvana II. 1 1/2 » 1,
Gardinali Cavallo Polacco La Quadrupla
di Genova equivale ad Austr. L.
g5. Grandioso spettacolo d’ equitazione eseguito dalla compagnia del
cavallerizzo Guillaume Coi piacevoli e puerili travagli il piccolo
Davidde Guillaume in aspetto di amorino darà principio al trat-
tenimento. Farà detto fanciullo due volte il giro della vasta Arena sul
cavallo in piedi, ed arditamente mano- vrerà secondo il solito,
producendo quella meraviglia che può destare un adulto coraggio in sì
tenera età. Nuovo spettacolo presenteranno sedici individui
alti ed in foggia di giganti patagoni dell’America, i quali correranno
due volte d’intorno al grande anfiteatro di- sputandosi il palio.
IH. Tre cavallerizzi (ciascuno in piedi su due cavalli) rappresentanti
gli esercizii, e giuochi detti di Troja. IV. Il più e più volte
applaudito volteggiatore Guillaume il figlio, si produrrà ora con sempre
maggiore impegno a dar saggi di sua intrepida perizia, del :nol-
tiforme travaglio su tre cavalli a dorso nudo ed a ra- pidissimo
corso. Gara a celere corsa di varii giovanetti artisti, che vestiti
in costume inglese percorreranno per ben tre volte l’arena a cavallo ad
uso de’ fantini, ed il primo percepirà la bandiera d^onore.
Ricomparirà il predetto Luigi Guillaume guidando in piedi quattro cavalli
a dorso nudo. VII. Marcia trionfale dei vincitori, corredata
d’armoniose bande militari. Alle spine centrali dell’Arena s’innalzeranno
quat- tro archi trionfali sfavillanti con fuoco d’ artifìcio Un
giovine in abito d’antico guerriero, montato sopra veloce corridore oserà
lanciarsi con furiosa corsa in mezzo, e fendere replicate volte l’ una
dietro l’ altra le ignee macchine, offrendo all’occhio stupefatto misto
il diletto collo spavento. In questo punto il grande anfiteatro si
troverà all’istante illuminato dal più brillante splendore d’un fuoco del
Bengal. Spettacolo diesi darà il ÌG maggio 1830 dalla famiglia
Uetz. Una parte dei presenti divertimenti, è affatto nuova
per l’anfiteatro. La famiglia Uetz, a cui ne è appoggiato l’esecuzione, è
nella ferma fiducia, che se le particolari sue fatiche nelle grandi forze
d’Alcide, negli equilibri, e nelle piramidi Greche non riesciranno di
sorpresa. come nei molti teatri in cui furono eseguite; lo saranno
a motivo della grandezza del circo. Essi sono divisi come segue:
Da una corsa di fantini a piedi, e cuccagne, e da un magnifico
fuoco d’artificio. Due ricche ed eleganti cuccagne erette nel mezzo
dell’arena, ed a conveniente distanza l’una dall’altra. I contendenti all’acquisto
saranno contraddistinti con segui particolari. IL Equilibri e
Piramidi Greche della numerosa fa- miglia Uetz, eseguite sovra il gran
palco appositamente innalzato nel mezzo del circo. Corsa di dodici
fantini a piedi, percorreranno l’arena tre volte, ed i primi che
arriveranno al palio percepiranno la bandiera d’onore. Il primo.
Davide Colnago. Il secondo. Giacinto Colnago. Il terzo. Eugenio
Feltrini. Attitudini e posizioni dell’alcide Francesco Uetz e di
quattro fanciulli sovra un gran carro tirato all’in- giro dell’arena da
quattro cavalli riccamente bardati. V. Grandi forze d’Alcide sul
palco posto come sopra. Marcia dei fantini e di tutti quelli che
compone- vano lo spettacolo accompagnati da due bande militari.
\1I. Gran fuoco artificiale diviso come segue; Tre grandi
girasoli, rappresentanti l’iride al naturale. Gran fuoco di
battaglia con duecento colpi di bomba, ed otto esplosioni di palle
lucenti. Tre sorprendenti cascate di fuoco. Esplosione
di ventiquattro grandi miniere. L’aurora. Magnifica
decorazione rappresentante il tempio della Gioja, con diversi ornamenti
di fuoco, e due iscrizioni trasparenti. Illuminazione
generale di tutto l’anfiteatro con fuochi del Bengal, imitanti lo
splendore del sole. Durante la decorazione succennata verrà innalzata una
grande quan- tità di razzi, e verranno tirati moltissimi colpi di
can- none e di bomba. Spettacolo equestre eseqiiito dalla
coinpafjìiìa dì Alessandro Guerra., Alessandro Guerra non
dimenticò nel giro di tre anni i pegni gentilissimi di cortese favore
accordali agli spet- tacoli da lui dati nell’estate 1827 in questo stesso
anfi- teatro ed è appunto questo ricordo che lo incoraggia a
rinnovare in questa per lui propizia circostanza altro
trattenimento. Corsa di cinque cavalli a dorso nudo, ed a gran
carriera del giovinetto Giorgio Cocchi, il quale montato in piedi sopra
due, guiderà gli altri tre in avanti. Corsa dei jokejs inglesi a cavallo
con tre premj. III. Corsa di tre damigelle, percorrendo sul cavallo
che giungerà al palio, otterrà in premio un’elegante sciai
pa. prima Elisa Sciiier. Gara a gran carriera, eseguita fra quattro
gio- vinetti allievi, che dovranno percorrere tre volte
l’arena ad uso de’fanllni. Il primo fra d’essi che arriverà al
palio, avrà in premio trenta fiorini moneta di conven- zione. primo
Giorgio Cocchi. V. Eserclzj delti giuochi di Troja eseguiti da
tre cavallerizzi, in piedi sopra due cavalli contemporanea- mente,
ed a gran carriera percorreranno per tre volte l’ampio circo;
assegnandosi a quello, che arriverà il primo al punto di fermata in
premio una ripetizione d'oro. Il primo Pietro Ghelia. VI. Il
Guerra col mezzo di artisti più scelti di Mi- lano, e di pirotecnici di
Roma si è prefisso di presen- tare uno de più grandi apparati di fuochi
artificiali. Nel mezzo deU’amhuIacro superiore alle carceri
sarà bnsato un grandioso edifizio, che rappresenterà l*e- slenio di
un magnifico tempio di stile greco decorato da otto colonne con figure e
gruppi allusivi a Plutone e Proserpina. Le sottoposte arcate, pure
presenteranno una caverna, dalla quale escirà un carro ornato da
ana- loghi emblemi tirato da quattro cavalli fiancheggiato da furie
che offrirà allo sguardo degli spettatori il Ratto di Proserpina in mezzo
ad una voragine di fuoco. Si darà principio ai fuochi con un
assortimento di razzi con lumi e pioggia d’oro, ed altri con
batteria. Nel centro del circo succederà una moltiplicità di
fuo- chi variati fra loro. Le decorazioni del tempio, in cima
del quale vi sa- ranno Plutone e Proserpina, saranno illuminati a
giorno con lance a diversi colori, candele romane, e pioggia di
fuoco. La caverna sarà pure intrecciata da tourbillons, can-
dele e fuochi in diversi modi, che termineranno con colpi ed
esplosioni. Una moltiplicità di colpi di grandi racchette,
che parteranno delle due torri sopra le carceri, e che incro-
cicchiandosi in aria produrranno un vivissimo effetto. Al termine
dello spettacolo l’anfiteatro presenterà quasi un nuovo emisfero,
restando in un momento illuminato da un sorprendente fuoco di
Bengal. (Sfioom'e e ?ei. Sei/ Owaffi.
Sffjome e Go^weiive M Gfoóòi/ l/W. ..^£,6
elio. Sperati Luigi . Brunelli Pietro
I. 3oo Gallarati Giacomo Gaggia
Bortolo ir. 300 Vignati Giovanni
Cozzio Giuseppe irr. 100 Spettacolo dato dalla
compagnia del caval- lerizzo Guerra li 6 giugno 1830 .
Sensibile il rispettoso cavallerizzo Alessandro Guerra ai generosi
pegni di favore continuamente accordati ai suoi esperimenti, nell’ atto
di sortire da questo suolo felice, studiò di dare ad ultimo pegno di
riconoscenza un nuovo straordinario soggetto di trattenimento al
rispettabile Pubblico. I. Corsa di dodici fantini a piedi, i quali
dovranno eseguire tre intieri giri, per l’ effetto che i tre primi,
che perverranno alia meta abbiano poi a cimentarsi in altra corsa.
il. Corsa di fantini a cavallo, i quali dovranno com- pire per tre
volte l’intero giro dell’Arena, ed i primi tre, che arriveranno alla fermata,
dovranno cimentarsi in altra corsa per decidere de’pi'emj.
III. Corsa di cinque cavalli a dorso nudo, ed a gran carriera del
giovinetto Giorgio Cocchi. IV. Corsa di una seconda schiera di
altri dodici fan- tini a piedi. V. Corsa di tre damigelle. La
prima, che giungerà al luogo fissato, otterrà in premio una collana
d’oro che fu Annetta Dcpcy. VI. Gara a gran carriera
sopra piccoli cavalli eseguita tra i quattro giovinetti allievi, il primo
fra d’essi che arriverà al palio, avrà in premio trenta fiorini in C.
M. che fu Gaetano Ciniselli. VII. Corsa di sei fantini
a piedi, che primi giunsero alla meta nelle due corse precedenti, per
determinare l’as- segnamento loro fissato. Vili. Esercizj
detti giuochi di Troia, eseguiti da tre cavallerizzi assegnandosi a quello,
che arriverà alla meta il premio d’una spilla di brillanti
che fu Giorgio Coccia. IX. Giuochi atletici e ginnastici
eseguiti da quaranta lottatori anfiteatrali. Corsa di Ire fantini a
cavallo risultanti i primi nella corsa precedente per determinare fra
loro i premi. XI. Ad oggetto di render più dilettevole il
tratteni- mento il Guerra procurò due artisti funambuli per opera
de’quali averà luogo il Ratto di Proserpina, e con la replica del fuoco
artificiale, che ebbe luogo il 3i mag- gio i83o. SlLoiive 6
Go^woiive Se)/ Sei/ allÓoi4i« 6 Go^twiu/e
dei ^ cmIÙmui ^veimo IM.
clbiuiivoiitei&e IM/ =^. clbu'iit. CORSA DEI
FANTIINI A CAVALLO. De Micheli Gius.
Galimberti Luigi I. 3oo Manini
Francesco Mazzoli Cipriano li. 200
Vignati Giovanni Palmoto Palma . 100
CORSA DEI FANTINI A PIEDI. Colnago
Davide I. 100 Tralanzi Giuseppe IL
Madera Giovanni Spettacolo. Lo spettacolo sarà de’più variati
e interessanti. Alle corse delle bighe e dei cavalli, che fu sempre il
diver- timento nell’anfiteatro il più aggradito ed acclamato, come
quello che alletta non solo, ma che desta entu- siasmo ed ammirazione,
chiamando lo spettatore a par- tici pare dei generosi sforzi della bravura
e del coraggio, saranno frammischiati dei divertimenti puramente
carnevalesclii, trasporlall dal palco e dalla scena per destare le
risa. Passeggiata mimica in maschera. Il tanto applau- dito
balletto eseguitosi nel p. p. carnevale neU’I. R. Tea- tro della
Scala.' La comitiva si compone di un araldo a cavallo, e di
dodici caricature villereccie a cavallo in diversi brillanti caratteri,
cioè: Paesano Giardiniere Savojardo
Montanaro Savojardo
Maltese Rezio Chinese
Spagnolo Catalano Samuese
Celtico Greco Frascatano Stentarello.
Quadriglia a piedi. Giove
Giunone Minerva Mercurio
Apollo Diana Ercole Marte
Nettuno Plutone Dio
Termine Diavolo Bacco
Satiro Don Chisciotte Sancio Pancia
Uffiziale Svizzero
Spaglinolo Turco Gran Gigante
Spaccamondo Due Chinesi
Donna in caricatura sei
caricature diverse sei
Arlecchini sei Lapouf Pulcinella Italiano Pulcinella Francese Girolamo
Vecchio Bamboccio Piccola
Vecchia Balia. Schiera di sei fantini a cavallo. HI. Altra di
sei fantini a cavallo, i tre primi di ca- dauna corsa, che giungeranno al
palio dovranno cimen- tarsi in una terza corsa per disputarsi i
premi. Schiera di dodici piccoli cavalli montati dalle succennate
caricature. Schiera de’sei fantini a cavallo vincitori nelle pri- me
corse, per disputarsi i premi. Gran carro elegantemente ornato, tirato da
quat- tro cavalli in ricca bardatura, e preceduto dall’Araldo, nel
detto carro Francesco Uetz eseguirà ai quattro an- goli dell’anfiteatro le
forze d’Alcide, ed i sorprendenti equilibri, nei quali fu altre volte
tanto applaudito. Corsa di sei bighe, le prime quattro a giungere al
palio dovranno eseguire un^altra corsa per disputarsi i premi.
Vili. Gran carro come sopra, su cui dalla famiglia Uetz saranno
eseguite piramidi ed attitudini Greche. iX. Seconda corsa delle
quattro bighe vincitrici nella prima, per disputarsi i premi.
X. Schiera de’sei piccoli cavalli vincitori nella prima corsa, che
ne eseguiranno una seconda per disputarsi i premi. Marcia trionfale
dei vincitori nelle corse sopra i l’ispettivi cavalli e bighe, aperta
dall’ Araldo come sopra. Gran bouquet di fiori a fuoco d’artificio e
batteria, lavoro dell’artista pirotecnico Giuseppe Uetz, al- l’usciU
tutte le porte saranno illuminate. Dei» ^tepwetir^
ì)ct/ iDfooitve e i^owc/i<yt 6 Jet/
<5^ aw.tii*i/ liv 0^41 (J^omnuoM/ltvoe Se?
^teuuo iiv oiWi. CORSA DELLE BIGHE. Preda
Giuseppe Trabattoni Paolo I. Galli.
Vimercati II. 5 oo Gattoni Comisoli
III. 4oo Garillio Giuseppe Pomè
Giuseppe IV. 3 ao CORSA DEI FANTINI
A CAVALLO. Fassi Salvatore. Smith. Mreglit Giansi.
II. Creizer Varesi. EOO CORSA DEI PICCOLI
CAVALE Piaggio I. 100
Ronchi. I. Galli . Grandioso c tutto nuovo spettacolo^ che
per opera di Luigi Henry si eseguirà. Gran coro pescareccio alla
siciliana composto dal maestro di musica sig. Panizza, diretto dal sig.
Granatelli td eseguito da cinquantadue dei migliori e più esperti,
coristi di questa capitale coll’accompagnamento d’una numerosa banda
militare, composta di novantadue pro- fessori, durante il quale gli
aspiranti ai premj dei differenti giuochi si presenteranno al
concorso. Corsa dei nuotatori, che sarà di tragitto assai breve, il
premio del vincitoi’e sarà di austriache lir. loo. Premiato
Gixisei’pe N., fabbro-ferrajo in S. Celso. Giuochi d’equilibrio, due dei
concorrenti, che avi’anuo la destrezza di stabilirsi i primi in piedi
sul palo uno alla destra e l’altro alla sinistra delle carceri,
acquisteranno ciascuno una posata d’argento. Premiali. Annibale
Isman. Antonio Fava. Corsa dei selvaggi del mare del sud, nelle
piroghe delle isole di Sandwich, scoperte dal capitano Cook, che
faranno l’intero giro dell’arena. Il premio del vincitore sarà di
austriache lire lOQ. Premiato. Giuseppe Arnaboldi. Giuoco dei
bilancieri, ossia, giostra di mare sospesa innanzi alla porta
libitinaria. Il primo campione, che avrà rovescialo due de’ suoi
avversai] avrà in premio della sua destrezza, una tazza
d’argento. Premiato. Filippo Megname. Corsa di due campioni in piedi a
fior d’acqua, che partiranno dalle carceri ed attraverseranno
l’arena in tutta la sua lunghezza. Il vincitore avrà in premio di
austriache lire loo. Premiato. Gaetano Ricco.ll. Giuoco dei due
alberi di Cipresso, dirimpetto alla porla trionfale, un bicchiere
d’argento collocato alla cima (11 ciascuno del due alberi, sarà 11 premio
del vin- citore. Premiati. Pietro Mur\tori. Domenico
An(;isola. Giuoco delle corde, come si pratica sui vascelli d’alto
bordo, in facciata al pulvinare. Ciascuno del due vincitori avrà il
premio d’un orinolo d’oro. Premiali. .Rossi. Colnago. La
Balena escirà da una specie di chiavica praticata alla porta trionfale,
ed attraverserà più volte il recinto dell’arena coll’andamento suo
naturale, e con tutti gli spontanei suol movimenti, aprendo l’immensa
bocca col maneggio della lingua, girando gli occhi e la testa,
versando grandi getti d’acqua dei vasti spiragli alla sommità del suo
capo, e movendo in lutti i versi la voluminosa sua coda, a segno di dare
una precisa idea della forma e natura di questo gran mostro
marino. Sarà ripetuto il gran coro sul cader della notte. Corsa (11 due
barche illuminate l’una di lanterne gialle, l’altra di lanterne rosse.
Queste faranno il giro di tutta l’arena partendo dal pulvinare, e la
barca vincitrice nella corsa avrà il premio di austriache lire loo.
Premiato. Antonio Gregol. XII. Una generale illuminazione in
parte stabile, in parte galeggiante Quattro fontane di fuoco,
lavoro del signor Uetz, annunzieranno al pubblico il termine dello
spettacolo. Spettacolo che darà Francesco Uetz. Il suddetto si
produrrà con corse di fantini a cavallo unitamente alla compagnia di
Syberlus Vansuest, che eseguirà quanto di più difficile e variato in
equestri eser- cizii presenta la scuola del celebre Franconi di
Parigi. La picciola milanese, d’anni sette, in abito d’amore
percorrerà due volte l’anfiteatro in piedi sul suo cavallo. ed
eseguendo passi ed attitudini superiori alla sua età sarà regalata d’una
bandiera. Corsa di sei fantini a cavallo, che in abito da
mammalucchi, eseguiranno tre giri intorno all’anfiteatro. Corsa di tre
cavallerizzi in piedi sopra due cavalli. La corsa sarà di due giri. Al
vincitore saranno date aust. lir. loo ed una bandiera il
vincitore fu Colombet. Corsa di altri sei mammalucchi a cavallo, che
come i precedenti, eseguiranno tre giri intorno al circo. Corsa a
cavallo di due donne, vestite da Amaz- zoni, ed accompagnate da due
cavallerizzi. Eseguiranno esse tre giri. La vincitrice otterrà una
bandiera d’onore con appesa una ricca sciarpa che fu madama
Bertotto. Corsa dei primi tre mammalucchi vincitori in cadauna delle
precedenti due corse, per disputarsi i premi di N.” 4 doppie di Genova il
primo. N.° 3 il secondo. N. 2 il terzo, e zecchini tre il quartoj i
vincitori furono: Proprietarj de’ cavalli. Passi Salvatori.
IL Ratti Giuseppe. Maninj Vignati. Fantini. Smith Giacomo.
Cattaneo. Mazzoli. Cozzio. Corsa sopra tre cavalli, eseguita in piedi
dal gio- vinetto Tardini, d’anni dieci, vestito alla Romana, farà
due giri. Avrà egli pure una bandiera d’onore. La vincitrice madama percorrerà
il circo, seguita da tutta la comitiva dei vincitori, portanti cia- scuno
la propria bandiera. E per ultimo gran fuoco variato d’artificio, col
quale s’illuminerà il «gran tempio situato innanzi alla porta
principale dell’anfiteatro. Oltre i fuochi del Bengal vi sarà una
continua esplosione di colpi di cannone e di bombe. Straordinario,
equestre, pirotecnico, areostatico spettacolo che darà la compagnia
di Guerra. Il suddetto darà equestri esercizi unitameute a
corse di jockeys a cavallo, esperimenti areostatici e fuochi
artiOciali; detto spettacolo sarà diviso come segue: Grand’entrata
di tutti gli artisti della compagnia, che col corredo di due bande
militari eseguiranno il giro di tutto Tanfiteatro. Gara a gran carriera
sopra piccoli cavalli eseguita da quattro giovinetti allievi, che
dovranno percorrere per tre volte l’intera Arena ad uso de’fantini. II
primo, che ira d’essi arriverà al palio avrà in premio una bandiera
e fu Rodolfo Guerra. Corsa dei jockeys inglesi a cavallo, dovranno
essi compiere tre giri intorno alla spina ovale, ed i primi tre,
che arriveranno alla meta, dovranno cimentarsi in un’ altra corsa pure di
tre giri per disputarsi i premi. Corsa di quattro madamigelle, che
percorreranno tre volte l’Arena: le prime due, che giungeranno alla
meta, dovranno eseguire altri tre giri per ottenere la bandiera
d’onore. Premiata Schier. Verranno innalzati in aria alcuni
palloncini col mezzo del gas idrogene, che non saranno discari agli
spettatori. Corsa di cinque cavalli a dorso nudo, ed a gran carriera
di Cocchi, eseguendo tre giri intorno la spina ovale. Corsa dei tre
jockeys a cavallo risultanti i primi nella corsa precedente per
determinare fra loro i premi, pel primo di ausi. lir. 3oo pel secondo 2oo pel terzo lOo, i vincitori
furono; Proprietarj de’cavalli. Sperati. Mreght. Merlo.
Jockeys. Brunelli. Giansì. Gambarino. Giuochi di Troja di tre
cavallerizzi eseguili in piedi sopra due cavalli, ed a gran carriera
percorreranno tre volte Tampio circo assegnando al primo uUa bandiera
d’onore. Premiato Bartolomeo Volani. Altro esperimento
areostatico coll’ascensione d’un pescatore col pesce rombo. Tenzone
dei due artisti sopra tre cavalli a gran corso, eseguiranno essi tre
giri, ed il primo che arriverà al palio otterrà una bandiera
d’onore. Premiato Bartolomeo Volani. Al termine dello
spettacolo l’anfiteatro presenterà quasi un nuovo orizzonte pel magnifico
fuoco d’artificio opera d’un artista romano, restando in un istante
illuminalo da fuochi di Bengal. Equestre spettaeolo variato cogli
Elefanti, La compagnia del cavallerizzoTourniaire, ottenuta la superiore
permissione di fare nel soprannominato giorno un interessantissimo
trattenimento in questo grande anfiteatro, si propone essa di segnare
cosi fatta avventurosa circostanza col- l’offei-ta d’uno spettacolo
d’Equitazione varialo con divertimenti, che nulla avranno di comune con quanti
altri, se ne sono dati finora. Grande entrata di tntti gli artisti, che
col corredo di banda militare, e di trombettieri militari a
cavallo, eseguiranno il giro di tutto l’anfiteatro. Gara a celere
corsa di quattro giovinetti vestiti di jockeys inglesi, percorreranno tre
volte il circo, ed il primo de’quali arrivato al palio riceverà la
bandiera. Il vincitore Nicolò Moro. Corsa di otto contadini i quali
correranno tre giri, ed i primi quattro, che giungeranno alla meta,
dovranno nuovamente in un’ altra corsa disputarsi tre premj. Tenzone
di due Greci che sopra due cavalli a schiena nuda per due giri,
eseguiranno nel secondo giro il salto di due barriere, ed il vincitore
avrà una bandiera d’onore. Il vincitore fu Luigi
Tourniaire. Esercizi all’Inglese eseguiti da sei cavallerizzi assegnandosi
ai primi due, che arriveranno alla meta due premi; al primo un pajo
speroni d’argento, ed al se- condo un anello d’oro. I vincitori
sono: Primo Luigi Naicase.. Secondo Carlo Reichard. Corsa di
quattro damigelle sul cavallo, col premio d’un braccialetto e un pajo
d’orecchini d’oro. Vincitrici: Prima Adelaide TourniAire. Seconda
Maria Collet. \II. Corsa di quattro artisti ciascuno in piedi
sopra due cavalli col premio d’un pajo speroni d’argento e d’un
anello d’oro. Vincitori: Primo Francesco Lavelliè. Secondo Luigi
Tourniaire, Vili. Corsa dei primi quattro contadini vincitori,
che nuovamente percorreranno con tre giri l’anfiteatro per
disputarsi 1 premj, pel primo aust. lire 200, secondo i 5 o, terzo 100.
Vincitori: I. Pietro Bianchi, lì. Luigi Cattaneo. Felice
Ronchi. Ricomparirà Luigi Tourniaire, stando in piedi sopra due
cavalli a dorso nudo manovrando altri quattro cavalli. Esercizi di
quattro Cosacchi col premio d’itn orologio d'oro, ed uno d’argento.
Vincitori: Primo Francesco Tourniaire. Secondo Carlo
Delneccui. Grande pompa trionfale con due Elefanti magni- ficamente
ornati e montati da madamigella Adelaide Tourniaire, e da Mattias
Steffani. Chiuderà lo spettacolo quattro archi trionlali illuminati
d’un fuoco d’artifizio. Grandioso spettacolo intitolato Vincendio di
Rokeby. Sarà costruito in mezzo dell’arena un magnifico castello d’ordine
gotico-inglese, lungo cinquanta braccia, proporzionatamente largo ed
alto, della forma d’un ottangono oblungo con quattro torri agli angoli. La
parte principale dello spettacolo consisterà in una manovra in grande,
eseguita nel suddetto castello dive- nuto preda delle fiamme, da pompieri
veterani di questa città, cioè quelli che hanno servito in questo corpo,
sotto ottima direzione, la qual manovra sola durerà per lo meno
un’ora ed un quarto, offrendo ad ogni istante i più superbi e variati
colpi d’occhio, finché le quattro torri ed altre parti del castello
cadranno col fragor del tuono, diffondendo una luce vivissima, il che
unita- mente ad un combattimento al di fuori del castello, offrirà
un colpo d’occhio de’più imponenti che si possono immaginare. Gl’incidenti
dello spettacolo consisteranno in un bom- bardamento ed espugnazione del
castello, in diversi combattimenti interni ed esterni, marcie ed altre
azioni mimiche con musica scelta espressamente a tal uopo. Agiranno
in questo straordinario spettacolo oltre il corpo suddetto di pompieri un
corpo di castellani, un corpo di banditi, un corpo di truppe regolari con
artigìieri condotti da diversi capi, un seguito di damigelle di Matilde,
signora del castello di Rokeby, tutti vestiti ed armati
analogamente. Valentissimi artisti gareggieranno, affinchè lo
spetta- colo sia degno del magnifico anfiteatro, nel quale viene
rappresentato, e possa divertire, e fors’anco sorprendere, questo
coltissimo pubblico e quest’inclita guarnigione sempre giusti nel
pronunciare i loro giudizj. Il grande spettacolo, che si doveva dare nell’Arena
di questa città vi attirò molto concorso di spettatori. La
riuscita non avendo corrisposto all’aspettazione, il Pubblico manifestò
la sua disapprovazione con grida, e la parte meno educata ridusse in
pezzi le sedie e le ta- vole di cui erano muniti i sedili. La maggior
parte però degli spettatori si disponeva già tranquillamente alla
partenza, quando apertesi tutte le porte per la sortita, una moltitudine
del basso popolo si presentò al di fuori per entrare nell’anfiteatro,
dove voleva distruggere per vendetta il fiuto castello di Rokeby,
argomento dello spettacolo. Le guardie militari essendo accorse per
Impedire que- sto pericoloso accesso della moltitudine tumultuante,
vennero investite a colpi di pietre per cui alcuni soldati ed impiegati
rimasero feriti. Un distaccamento militare dopo aver resistito per
lungo tempo alla sfrenatezza della plelie, tornati vani i tentativi
per allontanarla, nè potendo più oltre difendersi, incominciò daU’cseguire
esplosioni di fucile in aria, per incutere timore, ed infine non avendo
ottenuto effètto alcuno, ed incalzando sempre più la moltitudine, fece
sca- riche a palla. Un individuo venne così sgraziatamente
colpito amorfe, ed altre dieci più o meno gravemente feriti.
La moltitudine allora si disperse, ogni tumulto, che d’altronde
limitossi alla sola località dell’anfiteatro cessò, e questo disordine
non ebbe altre conseguenze sulla tran- quillità pubblica, la quale era in
tutte le altre parti della città nella medesima sera^ come all’ordinario
perfetta. Spettacolo equestre eseguito da Alessandro
Guerra. Consistente nella corsa delle bìglie nella corsa dei Jockeys a cavallo Corsa
di Cocchi sopra cinque cavalli a dorso nudo
Corsa di quattro damigelle vestite alll’Amazzone col premio
d’uu’elegante sciarpa che l’ottenne Leonilda. Carrara.Forze
da^Gladlatori sopra cavalli, eseguiti da Antonio Brand e Gaetano
Ciniselli Esercizi di Troja, eseguiti da quattro cavallerizzi col premio
d’una ripetizione d’oro ottenuta da Cocchi. Avrà fine lo spettacolo con
un dilettevole fuoco d’artificio terminante collo scoppio d’una
batteria. afonie e GogwoiM'6 ?ei. 5'x'Opwe^oW'j Dei
Oai’idli' elGoiite 6 Gogirowve' De^Pi clbiKti^* e
5ocke^A IH/ ailomiMOute^e De-E ^teiwto iw/
cHauA. CO RSA BELLE BIGHE. Sperati
Rovelli I. 5oo Consoni Yimercati CORSA
DEI JOCR EYS. Guerra Ciniselli
I. 3oo Suddetto Volani Spettacolo equestre del
detto Guer, Consistente nelle corsa delle bighe Corsa dei fan- tini a cavallo Corsa di tre damigelle sopra due ca-
valli pel premio d’tma spilla di diamanti e corona d’al- loro, la
vincitrice fu Leonilda Cariura. Altra corsa di Giorgio
Cocchi dirigendo sette cavalli Esercizi dei Gladiatori Corsa di quattro
dami- gelle a cavallo col premio d’un anello vinto da Luigia
Letard, Avrà fine lo spettacolo con un fuoco artificiale, re-
stando illuminato l’Anfiteatro da fuochi di Bengal. eTCtfiue e
Oo^u/diue Sei/ dei Oa(;ixl^ eHaoitie e
Oo^uoiu'e e del ^ oaitiiu ^vatMO Uh
’^om/movXaK/e deE ^velino IH cllou/A. CORSA
DELLE BIGHE, Sperati Giuseppe Rovelli
Gaetano I. 5oo Consoni Francesco Vimercati Luigi
II. CORSA DEI FANTINI A CAVAILO, De
Micheli Frane. Ciniselli Gaetano I. aSo Guerra
Alessandro Volani Bartolomeo II. i5o Grisetti
Carlo, Cozzi Giuseppe. III. 100 I
t- re spettacolo Consistentt tini a cavalle valli
pel prei loro, la vinci Altra corsa Esercizi d gelle a
cavali Avrà fine ’ stando illumi (Set
^topwela. deir Qrava^ Sperati Giusef Consoni Frane
CORSi De Micheli Fri Guerra Alessat Grisetti
Carlo. Getty. Giovanni Lanza -Branciforte. Branciforte. Keywords: i giochi olimpici, Ikko, Crotone, Taranto. Branciforte. Refs.:
Luigi Speranza, "Grice e del Vasto," per Il Club Anglo-Italiano, The
Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia. Branciforte.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Brandalise: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale del municipio di Firenze –albero fiorito -- immune, comune – scuola
di Pistoia – filosofia toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Pistoia). Filosofo toscano. Filosofo
italiano. Pistoia, Toscana. Grice: “I would say that Brandalise is a Griceian –
his tutees know it! He has philosophised on keywords: communicazione, l’altro,
indeed what he calls the Kantian transcendental necessity of ‘l’altro,’ and the
idea of a ‘collective’ desiderio – or comunita – What is that if not my
philosophy of communication?” Adone Brandalise (Pistoia) è un critico
letterario, letterato e accademico italiano. Si laurea con Branca con una tesi
dal titolo L'opera e la critica. Esperimenti critici su testi narrativi
italiani, in cui vengono sperimentati nuovi metodi critici su testi di Manzoni
e Gadda. Professore di teoria della
letteratura presso l'Padova, la sua attività di ricerca si caratterizza per il
costante intreccio tra riflessione filosofica e psicoanalitica con
l'interpretazione del testo letterario. I luoghi seminali della sua ricerca
vanno individuati nello studio di Spinoza e Plotino, cui si dedica sin dalla
giovinezza, di Hegel e dell'idealismo tedesco, oltre che nell'approfondimento
risalente agli anni Settanta dell'opera di Lacan. Promotore di numerose iniziative
scientifiche, tra cui alcuni progetti di didattica e ricerca legati agli studi
interculturali, ha collaborato a riviste quali "Lettere italiane", "Studi
novecenteschi", "Immagine riflessa", "Il centauro",
"Filosofia politica" o "Trickster". Tra i temi che segnano la sua ricerca vanno
senz'altro segnalati alcuni molto ricorrenti: il problema della singolarità, il
rapporto tra mistica ed evento soggettivo, quello tra pensiero filosofico e
azione politica, quello tra poesia e pensiero. Attentissimo cultore della
musica operistica e del cinema, tra gli autori che maggiormente animano la
scena della sua riflessione, affidata soprattutto all'oralità, sono Platone,
Leopardi, Melville, Nietzsche, Shakespeare, León, Ophüls e Welles. Operaismo Brandalise opera a Padova, dove
anima e partecipa a partire dagli anni settanta alla costituzione di numerosi
seminari e momenti di studio, anche in relazione con i dibattiti
dell'operaismo. Oltre all'attività sindacale, in comunicazione con Bianchini
(Padova), segna questa fase di sua riflessione politica il lavoro svolto
"off air" nella direzione romana di "Il Centauro. Rivista di
Filosofia e teoria politica, nel cui comitato direttivo operavano anche Nicola
Auciello, Adriana Cavarero, Remo Bodei, Massimo Cacciari, Umberto Curi,
Giuseppe Duso, Roberto Esposito, Giacomo Marramao, Giangiorgio Pasqualotto,
Biagio De Giovanni (direttore) e Racinaro.
Il Centauro, rivista pubblicata dall'editore Guida, nasce in una fase
storica segnata dal caso Moro, dal compromesso storico, dal teorema Calogero.
L'idea dei redattori era di avviare un laboratorio politico in cui potessero
intervenire intellettuali legati al PCI, anche se in modi spesso prossimi al
dissenso. Tuttavia non compare nelle rievocazioni più recenti degli anni
dell'operaismo il nome di Brandalise, certo per la relativa assenza di suoi
interventi scritti, ma anche per il coagularsi del suo percorso politico negli
anni Novanta intorno alla "nozione sintomatica" di politica
invisibile e poi, nel decennio successivo, di decostituzionalizzazione. Opere Oltranze. Simboli e concetti in
letteratura, Padova, Categorie e figure. Metafore e scrittura nel pensiero
politico, Padova, Macola, Psicoanálisis y arte de ingenio: de Cervantes a
Zambrano, Malaga, Miguel Gomez, con Macola e Otin, Bestiario lacaniano, Milano,
Mondadori, L'immagine del territorio e i processi migratori, in M. BERTONCIN,
A. PASE, Territorialità, Milano, Angeli. In weiter Ferne so nah. In margine al
sermone Beati Pauperes, in (G. Panno) Il silenzio degli angeli. Il ritrarsi di
Dio nella mistica medievale e nelle riscritture moderne, Padova, Unipress,
Oltre la comparazione. Modi e posizioni del pensiero dopo l'intercultura, in
(G. Pasqualotto), Per una filosofia interculturale, Milano, Mimesis,
Introduzione (con Barbieri), in (Barbieri, Mura, Panno), Le vie del racconto.
Temi antropologici, nuclei mitici e rielaborazione letteraria nella narrazione
medievale germanica e romanza, Padova, Unipress, Il multilinguismo nella
mediazione (con Celli, Rhazzali, Sartori), in (Mantovani) Intercultura e
mediazione, Roma, Carocci, Postfazione, in C. Tenuta, Dal mio esilio non sarei
mai tornato, io. Profili ebraici tra cultura e letteratura nell'Italia del
Novecento, Roma, Aracne, con N. Fazioni, Cosa cambia con Lacan? Saperi,
pratiche, poteri, in International Journal of Žižek Studies, Dentro il confine,
Milano, Mimesis,. Metodi della
singolarità, Milano, Mimesis,. La
necessità dell'Altro: scritti in onore di B., Milano, Mimesis, Gentili, La
crisi del politico. Antologia di "Il Centauro", Guida B. Sito
dedicato all'opera e al pensiero di B. Pod cast degli interventi di B.
Biografie Letteratura Letteratura
Università Università Categorie: Critici
letterari italiani Letterati italiani Accademici italiani Professore Pistoia. B..
camlet bound round the waist with a
girdle, after the ancient fashion, and a mantle lined with minever, with
a hood which they wore over their heads. And the women of the
people were clothed in coarse green cloth of Cambrai, made after
the same fashion. A hundred lire* was an ordinary dower for a wife. A
dower of two or three hundred was in those days considered enormous.
Girls, for the most part had completed their twentieth year before they
were married. Thus rude in dress and customs were the Florentines
of those days ; but they were loyal, and kept good faith, both
among each other and towards the Commonwealth. And with their poverty and
coarse mode of life, they did greater things, and acted more virtuously,
than we do with our greater effeminacy and greater riches. Those were the
manners of the good old times before the building of the second walls
around the increased city. The position of these walls, and the amount of
space thus added to the city, are very accurately known. The line taken
by the new circuit has been minutely recorded by Malispini,f
Villani, J and Coppo Stefani.§ But it will be sufficient for our purpose
to indicate in a more general manner the extent of the increase.
The old city, wholly confined to the northern bank of the river,
stretched along it from a point near the present Ponte Santa Trinita, to
another a little beyond the building of the Uffizi. A line drawn
northward from the foot of the Ponte Santa Trinita, to the corner formed
by the Via de' Rondinelli and the Via de' Cerretani, and thence turning at a
sharp angle westward, proceeding then in a direct line to the
Piazza del Duomo, encircling the Cathedral, and then turning
southwards to rejoin the river by a line nearly correspond- [The Tuscan
lira is now equal to eightpence sterling-. To find its equivalent value
at the time in question it must be multiplied by from ten to fifteen.] ing
with the present Via del Proconsolo, the Piazza di San Firenze, and the
Via de Leoni, would very nearly mark the position of the old wall. The
new one enclosed an area much more than twice as large as the old city.
This new wall extended along the northern bank of the river from the
present Ponte alle Grazie to the Ponte alia Carraia. A direct line drawn
in north-western direction from the foot of the latter, to the sharp
corner made by the Via delle Cantonelle, behind the Church of St.
Lorenzo, turning at that corner to follow in a south-easterly
direction, and nearly in a straight line, the course of the streets
De Gori, C alder ai, De Pucci, De' Cresci, and St. Egidio, to the
corner of the Via del Fosso, and there again turning to the south-west,
and striking towards the river in a direct line by the streets Del
Diluvio and De Benci, to the foot of the Ponte alle Grazie, would form
the new boundary of the city on the northern bank of the river. But
the suburbs which had been gradually formed on the southern bank,
were also now for the first time brought within the walled city. This new
" Oltrarno" quarter, "beyond the Arno," comprising
less than a quarter of the space now occupied by the city on the southern
bank, was bounded by the river from the Ponte Santa Trinitd, nearly to
the Ponte alle Grazie, and by a line of wall which, starting from
the bank at the spot where the former of these bridges now stands,
followed the entire length of the present Via Maggio, and then turning at
an acute angle back again towards the river, crossed the Piazza de Pitti
in an oblique direction, so as to exclude the ground on which the
Pitti Palace now stands, pursued an irregular course along the foot of
the steep hill, which here leaves but a narrow space between it and the
Arno, till it rejoined that river in the immediate neighbourhood of the
Ponte alle Grazie. It will be seen that this notable
enlargement of the city, while more then doubling its former area,
comprised a space less than a fourth of that contained within the
present wall, which third circuit was, in most respects as it still remains,
traced some time ago. Keywords: immune,
comune, rodano, paradosso del reciproco, amare, ligarsi, bestiario griceiano,
bestiarium griceianum, il municipio di Firenze. "To change the image
somewhat, what bothers me about what I am being offered is not that it is bare,
but that it has been systematically and relentlessly undressed. I am also
adversely influenced by a different kind of unattractive feature which some, or
perhaps even all of these bêtes noires seem to possess." Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Brandlise” –
The Swimming-Pool Library.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Breccia: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale della metafisica del dialogo – scuola di Trento – filosofia
trentina -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco d H. P.
Grice, The Swimming-Pool Library (Trento). Filosofo
trentino. Filosofo italiano. Trento, Trentino-Alto Adige. Grice: “I like
Breccia; he is, like Vitruvio, obsessed with the male human body – but also
about the ‘metafisica del dialogo,’ so we can call him a Griceian!” -- Breccia nel suo studio a Roma. Pier Augusto Breccia (Trento ), filosofo. La
pittura di Breccia esplora l’essere umano con un approccio ermeneutico (nel
senso della filosofia ermeneutica moderna di Jaspers, Heidegger, Gadamer) e si
apre su un vasto orizzonte di temi filosofici. L’opera di Breccia include oli
su tela, matite e pasteli su carta, 7 libri e numerosi saggi critici. B. ha
esposto in personali in Europa e USA. La famiglia paterna è originaria di
Porano, un piccolo paese dell’Umbria, dove sua madre, Elsa Faini (di Trento),
si era trasferita nel dopoguerra. I genitori di Pier Augusto lavoravano
entrambi nel settore ospedaliero: infermiera la madre e chirurgo il padre
Angelo. La famiglia si trasferisce a Roma, dove B. trascorrerà la maggior parte
della sua vita. Si iscrive al liceo classico Giulio Cesare di Roma, dove matura
un profondo interesse per gli studi umanistici che lo accompagnerà per il resto
della vita. Scopre la Divina Commedia che studia di sua iniziativa affascinato
dalle allegorie dantesche. Subito dopo, attratto dalla filosofia e dalla
mitologia greca, traduce per l’editore Signorelli l’“Antigone” di Sofocle e il
“Prometeo legato” di Eschilo. Ancora nella fase adolescenziale traduce i
“Dialoghi” di Platone. Completati gli studi liceali si iscrive alla facoltà di medicina
dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e riceve, con il massimo dei voti, la
laurea in medicina. Professione medica Dopo la laurea consegue una
specializzandosi in urologia, in chirurgia generale e successivamente in
chirurgia cardiovascolare mentre comincia a far pratica al Policlinico Agostino
Gemelli di Roma. Sposa Maria Antonietta Vinciguerra, nasce il primo figlio,
Claudio e la figlia Adriana. Si trasferisce a Stoccolma, dove lavora al centro
di chirurgia toracica e cardiovascolarere dell'Istituto Karolinska sotto la
supervisione di Viking Björk (inventore della valvola cardiaca Bjork–Shiley).
Tornato all’università Cattolica di Roma e al connesso ospedale Gemelli,
diviene professore associato. Ppratica interventi a cuore aperto e pubblica
circa cinquanta articoli in riviste mediche. Il punto di svolta: dal
bisturi alla matita È quando B. scopre un inaspettato talento per il disegno,
che nei due anni successivi diverrà il suo hobby. Soltanto dopo la morte di suo
padre e a seguito di una profonda crisi esistenziale, il talento disegnativo
trova la sua espressione creativa. La produzione artistica dei primi due anni e
il pensiero filosofico da questa ispirato confluiscno nel libro
"Oltreomega". Durante un periodo di produzione artistica e di
mostre in Italia e all’estero (‘'Monologo corale’', ‘'Le forme concrete dell
in-esistente’', ‘'La semantica del silenzio’') prende un'aspettativa dalla
professione medica. Nel biennio seguente, lo stile artistico, da lui definito
"ideomorfico", si delinea con maggior chiarezza, così come il
pensiero filosofico, che presenta nel libro “L’Eterno Mortale”. Dà le
dimissioni dalla professione di chirurgo e nello stesso anno porta le sue opere
a New York, presentandole in due mostre consecutive, alla Gucci e all’Arras. La
strada dell’arte, si delinea rapidamente e, appena date le dimissioni, si
trasferisce a New York dove trascorre la maggior parte del tempo. Durante
questo periodo, espone in diverse città degli Stati Uniti (New York, Columbus,
Santa Fe, Miami e Houston). Sin dall’inizio è estremamente prolifico e
l'opera dei primi dieci anni viene raccolta nel libro “Animus-Anima”, che
comprende immagini di sue opere. Torna stabilmente a Roma ed espone in diverse
città italiane ed europee. Pubblica "L’altro Libro", scrive “Il
linguaggio sospeso dell’auto-coscienza”. B. presenta novanta opera in
un’imponente personale al museo Vittoriano e pubblica “Introduzione alla
pittura ermeneutica”, il suo manifesto artistico, al quale collabora il
filosofo Matassi. Negli anni seguenti, malgrado le condizioni di salute, è
impegnato in numerose mostre in musei italiani ed europei. Dopo la
chiusura della sua mostra di Trento, ha un infarto nel suo studio di Roma,
viene portato al Policlinico Gemelli, emuore. Ragione e immaginazione: “lo
spazio pensante” Lo spazio è l’elemento più distintivo delle opere di B., che
egli stesso definisce “denominatore comune della pittura ermeneutica[...]
principio stesso delle nostre facoltà intellettive”. Tuttavia, se nello
spazio paradossale di B. la ragione si sospende e precipita di continuo, il
senso di armonia ed equilibrio, che caratterizza tutta la sua opera permette
all’immaginazione di entrare nello spazio senza alcun tormento. Forme,
colori e luce: dis-oggettivazione Un'altra caratteristica delle tele di B. è la
presenza di “oggetti”, in un equilibrio generato tuttavia da forme e colori
piuttosto che da una oggettiva metrica di spazio. Allo stesso tempo, tali
“oggetti”, ridotti a forme/colori essenziali o addirittura trasformati in
spazio stesso o “altro da sé”, sono privi di una vera oggettività e di
conseguenza sono aperti ad essere letti come linguaggi, segni o, più
propriamente nel senso della filosofia ermeneutica di Karl Jaspers, come
“cifre”, cioè “segni” non ancora interpretati. L’uso della luce e del
chiaroscuro è parallelo a quello dello spazio e della prospettiva nella
molteplicità di paradossi. L’assenza di una fonte di luce all’interno
dello spazio pittorico contribuisce a rimuovere contenuti emozionali. In
ultimo, il rapporto luce-spazio-forma crea l'ennesimo paradosso di B. Se la
luce è spesso associata a ciò che è comprensibile razionalmente (e.g. “luce
della ragione”), nelle opere di B. tutto appare al contempo luminoso e
misterioso. B. usa il termine “pittura ermeneutica” per descrivere la sua
posizione come artista nel suo Manifesto “Introduzione alla pittura
ermeneutica”. Il presupposto di significabilità della cifra pittorica
ermeneutica è la libertà da canoni, convenzioni, dogmi di spazio e tempo, del
qui e dell’ora, che permette una verifica della significabilità dal di dentro.
In tal senso, l’arte può essere un’esperienza di conoscenza, in quanto
“apertura” da “un lato sull’infinita alterità dell’essere o di Dio, e
dall’altro sulla personale coscienza dell’ ‘Io’.”(Introduzione alla pittura
ermeneutica). Moschini e Zitko Zitko Zitko Comunicare, Università
Cattolica del Sacro Cuore,. Unomattina, RAI Unomattina, Gennaio Zitko Moschini
e Zitko, p.38. Steiner Steiner Moschini e Zitko Moschini e Zitko,
p.40. B., Introduzione alla Pittura
Ermeneutica, Vivaldi Moschini Zitko Steiner Moschini e Zitko. Moschini e Zitko Moschini, M. e Zitko(),
"The educational path of Ideomorphism. From theory of knowledge to
philosophy", Journal of Philosophy and Culture supplement,
laNOTTOLAdiMINERVA Zitko, "Il linguaggio della pittura ermeneutica e la
Chiffer di Jaspers", Dipartimento di Letteratura e Filosofia, Universita'
di Pisa Steiner, Profile: B., ART TIMES Steiner, Critique: B. at Arras Gallery,
NYC", ART TIMES Steiner, B.: Another Look, NYC", ART TIMES Matassi,
E. Sur la peinture Hernéutique: B., “le messager d’alterité”.I n: Du Nihilism à
l’hermenéutique libri gratis su itunes The educational path of Ideomorphism La
pittura ermeneutica, su didattica ermeneutica. B.: biografia, su direnzo. Biografie Biografie:
di biografie Categorie: Pittori italiani Filosofi italiani Saggisti
italiani Professore Trento Roma. THE DIALOGUE The universe of
speech is egocentric. At the centre is the speaker (ego) and the listener
is slightly off-centre (tu). The listener becomes a speaker in his turn
and the axis of the universe shifts slightly, but these are the two
persons of speech, and all others are objects to be pointed out. Ego
spreads symbols in front of tu, but tu is the arbiter of intelligibility.
If ego makes unintelligible noises or speaks Greek to the Eskimo tu,
there is no communication and therefore no language. If ego's symbols are
unsatisfactory or unsatisfactorily arranged, tu demands a new set or a
better arrangement. Since speech is a function of action, tu's acts
determine the sense of ego's symbols to the extent that ego must either
acquiesce or come to a new understanding. Soliloquy, meditation, and
‘arranging one’s thoughts’ are imitations of dialogue. They have involved
in past time even movements of lips ; hence the theatrical convention
that the soliloquy and the read letter can be overheard. But ego does not
speak to ego; he has far quicker ways of understanding himself.
He soliloquizes before an imaginary tu and he arranges his thoughts
with a view to addressing later some real tu. The dialogue occurs within a
frame of reference provided by circumstances and concerns some event.
Gardiner 1 describes speech as four-sided, with the IV factors of I speaker, [Gardiner,
Speech and Language, Oxford, io] II listener, III words, and IV things.
The things, however, should be those of a given moment, forming an
external and concrete association which we call circumstance. It is
better to think of them as external and concrete, because so they are in
all languages, including savage ones. Two persons may discuss the square
root of minus one in an oubliette at midnight and so reach an extreme of
abstract speech, but the topic is no more than the last of a long series
of abstractions which began with the sum of two flints or cave-bears or
the Circumstances or Context Event or Phenomenon
Impression Expression impression I H like. A square was once a
pattern on the ground. If one says to another ‘the unexamined life is not
worth living’ there has to be a context of ethical discussion to determine
what is ‘life’, ‘worth* or ‘examination*. An insurance agent might be
puzzled by the phrase and emend it to ‘the medically unexamined life is
not worth insuring*. Even so, though more concrete, his language
represents the end of a complex process of civilized abstraction. That
speech should be possible without visible circumstances is a relatively
late development, and is achieved by the creation of contexts. The
context of a discourse consists of spoken conventions which enable us to
dispense with visible objects, by siting the discourse well enough to
give the supplementary information that would otherwise have been derived
from circumstance. The language even of savages contains some abstraction,
since they speak of some parts of circumstance and neglect others.
Yet the Australian Arunta cannot count or distinguish times or
identify themselves. Basque host ‘five* probably means ‘closed fist’,
and counting in multiples of twenty (Basque ogei) was achieved
by counting fingers and toes. Getting lost in the higher figures, it
might prove simpler to proceed by subtraction (Lat. 19 undeviginti, 18
duodeviginti, Finnish 9 yhdeksan, 8 kahdeksan, cf. 1 yksi, 2 kaksi 9 and
the Indo-European for 10). Chinese characters are singularly illuminating
concerning the relations between concrete and abs- tract. ‘Benevolence*
is ‘man plus two* (a man who thinks of another beside himself),
‘happiness* is ‘one mouth supported by a field*, ‘peace* is ‘a woman
under a roof* (indoors), ‘home* is ‘a pig under a roof* (food and
shelter), ‘spirit* is the skeleton of a great man, a ‘great* man is one
who has not only legs to obey but arms to en- force, ‘father* is a ‘hand
holding a whip*. These written analyses are, no doubt, scholarly and
sometimes whimsical. It is not exactly in that way that abstractions have
been derived from objects and contexts substituted for circumstance, but
the language of savages is astoundingly concrete and only fully
intelligible when spoken in the presence of the objects of discourse.
Communication lies partly in what we say, partly in the circumstances.
The latter fill in so much that actual speaking is elliptical, erratic,
incomplete, and imprecise. Even the elliptical words may be further
curtailed by substituting gestures, 1 which refer one back vaguely to the
circumstances. Thus one may overhear: A. Hullo! How’s tricks? B. So
so ; and the boy ? A . Bursting with energy, thanks. The first is
not a question but a breach of silence, 2 and establishes the conversation
on the basis of casual familiarity. It does not seek or receive an
answer, but an opening is made for A’s principal interest (which is known
from the circumstances), and A, when replying with information,
acknowledges the kindly intention of B. It is possible to say quite
intelligibly ‘Old what*s-his-name is just bringing in the thingummy*, if,
at a Burns dinner, Mr. McLeod is seen piping in the haggis. It is even
better to be imprecise, and to say ‘my heart went pit-a-pat’, ‘the tray
came bang, thump, crash down the stairs’, or ‘whiff, it *s gone*,
because, while the circumstances 1 Gesture-languages seem, however, to be
translations of the spoken word or of set phrases as a whole. The Arunta
are said to have a gesture-language of 250 signs. This seems to be
different from the gestures which refer directly to circum- stance.
2 *To a natural man, another man’s silence is not a reassuring factor,
but, on the contrary, something alarming and dangerous. Malinowski,
Magic, Science and Religion, Boston. would explain either these
sentences or explicit statements, these expressions give an impression of
the immediate event, not generalized as one which might occur elsewhere.
This is the basis of the astonishing development of ideophones in Zulu
and other Bantu languages which will be discussed later. When we
‘speak like a book’ we provide explicit contexts as if circumstances did
not exist visibly to complete our meaning, and this procedure,
neces- sary in writing, is recognized as a defect in conversation.
Grammatical and verbal completeness is thus not required of the
sentence, and there is nothing to be, as older grammarians said,
‘understood’. It was difficult under the old regime to say precisely what
word or words were to be ‘understood* since the phrase could be completed
in various ways, but older grammarians, obsessed by literary contexts,
did not sufficiently allow for the completion by environment. R. Lenz 1
gives the following conversation: A. Where are you off to, Peter? B.
Valparaiso. A . At once ? B. No. Tomorrow, by the slow
train. A What for? B. A matter of business. A. Something
important ? B. Yes; the sale of my land. A. Have you a buyer in
sight? B. It seems so. A . Well, congratulations. B.
Thanks. This is what the linguist must accept. He is not at liberty to
rewrite the sentences so that each should have subject, verb, object,
and other principal parts. They are already complete and fully
intelli- gible in the circumstances. They are even intelligible as parts
of a context. Circumstance, and context eliminate uncertainties
which theoretically exist. Thus of eighty-four words in the fourth tone
of i in Chinese, 2 only ‘thought, will, intention* can exist in the
vicinity of ‘understand*. The same sound may mean ‘a mountain in
Shan- tung*, ‘dress*, ‘I* (in speaking to rulers); ‘licentious*, and
‘hiccup’, Lenz, La Oracion y sus partes, Chinese words are quoted
according to the transliteration adopted in MacGillivray’s Mandarin-Romanized
Dictionary of Chinese, Shanghai. It is according to Wade’s system, which
has no special advantage beyond that of a wide diffusion. See also the
pocket dictionaries by Goodrich and Soothill. but none of these are things
one ‘understands*. Actually, by com- bining synonyms (i+-szu l ‘thought,
will, intention’) modern Chinese gives the hearer more time to identify
the meaning, but these compounds are readily dissolved when no ambiguity
is possible. The written language provides ninety-two different signs for
i A so that the precise meaning identifies itself, without dependence
on visible circumstances or even on context. By way of compensation,
the old literary style was sparing of doublets or other helps to
understanding. Within the frame of circumstance each sentence
refers to an event or phenomenon as it appears to, and interests, us at
the moment of speaking. We distinguish activities and states, but
the distinction is partly an illusion. ‘Rome is the Eternal City’ now
and as things appear to us, though founded traditionally in 753
b.c., and still not so long-lived as Babylon. Damascus and Jerusalem
are older and still exist, but do not appear to us to have the
enduring quality conferred by the succession of the Papacy to the
Caesars. I am content now, but the phrase does not prevent my being
dis- contented in half an hour ; you are a Grand Duke or a soldier,
but a revolution may cancel all titles or you may be demobilized
to- morrow. The event is not known to us in all its cosmic significance
; we can only speak of what appears to us (represented by the wavi-
ness of the line in the diagram). Of what appears, we put into words only
what momentarily interests us, as in the celebrated observation: ‘What a lovely
day! Let’s go and kill something.’ We make a mock of the objective
statement ‘Queen Anne ’s dead’ because we are not accustomed to make
affirmations without immediate inter- est ; though historians have
devised for such statements a measure of interest by the postulate that
all historical dicta are, in some way, worth while. Each event is, of
course, unique. ‘Bear kills man’ and ‘Man kills bear’ are totally
dissimilar events. It is thus not sur- prising that many languages should
have word-sentences which express each event by a unique construction,
and all show a phenomenal residue (the verb) after analysis has gone so
far as to provide names for the parties, their qualities, and their modes
of action and being. The verb continues to show formidable com-
plexities in such a language as French, though the noun has become almost
an invariable unit. The Latin verb offered a complex paradigm which was
simplified by analysis in primitive Romance, but the Romance languages
have used these analytical simplifications to build new synthetic
paradigms. It is clear that the result is not due to analytical failure,
but to an appreciation of the need to dis- criminate between
phenomena. For the s^ke of simplicity we are considering the first
com- munication of a series. Ego's primary impression of the event
may be derived from any of the senses, though it is most likely to
be visual. It will be more agglomerative than any expression, and
probably either total or of selected parts modified by all their minor
characteristics. Infants, like Humpty-Dumpty, endeavour to speak in a
total way, packing their whole meaning into some such phrase as din-din.
One can take din-din as equal to ‘I am thirsty’ or ‘Why don’t you give me
a drink?’ or (in the case I have in mind) ‘I want more fizzy lemonade’.
The situation is unanalysed and the whole of it is expressed, so far as
the infant can, in two syllables and their accompanying intonations. On
the other hand, the agglomerative type of structure is common in
primitive tongues. The primary impression is thus intrinsically unlike
tu's secondary impression, which depends on the co-ordination of a linear
series of symbols. The older linguists spoke of ‘inner speech-form’
and ‘outer speech-form’ as if these had a one-to-one correspondence,
and it is still deemed legitimate to speak of the mental image of a
speech-sound and its actual enunciation. Whether the mind works in that
way a linguist is hardly qualified to know, since his task begins with
the audible sentence . The disconformity between global impressions and a
linear series of symbols seems to be what convinces so many that their
thoughts are too rich for words. There is an act of translation involved.
Impressions are collected at some point of the brain, co-ordinated,
transformed into orders to the speech organs, transmitted as a series of
vibrations, collected by the ear-drum, and retranslated into meaning. The
various mental movements have been identified to some extent by
physiologists. Ego displays his impression to tu in the form of a
linear symbolic expression. Any symbol that tu accepts is valid for
communication with tu y and any that he rejects is invalid. Ego may offer
any one of many gizon y homoy anthropos, czlowieky mard y ember, mies,
jen y hito t insdn, adamy orang, muntu, oquichtli, runa or tree y zugatz,
arbor y Baum, dendron, derevo y car and so on. The relation between
sound and thing is entirely artificial, and according to the language so
is x See, however, Gardiner, Speech and Language, ‘An Act of
Speech*. the convention. Even onomatopoeia is conventional. The
imitations serve, not because they are good, but because they are
conventional. [To a Frenchman one offers subject-verb-object, and to a
Turk subject-object-verb ; to a Chinese attribute-substantive is the
same as substantive-attribute to a Siamese or Malay. Increased
stress has the effect in one language that play on tones has in
another. The symbols are just symbols, valid in any agreed convention,
but without conventional agreement, unintelligible.
Expression is a linear succession of sounds, and the sentence is a
complete expression. It is understood, as we have seen, within the frame
of circumstance or context, and we cannot presume that it has any necessary
grammatical form. A sentence need not have a verb ‘expressed or
understood’, though it must have the quality of phenomenality. It need
not be a judgement. Most sentences consist of parts, and this is true
even of polysynthetic word- sentences. The parts are not necessarily
words, for in primitive languages we find embryonic stems which are not
precisely deter- mined for form or meaning, and in synthetic and
agglutinative languages we find affixes which are significant parts of a
sentence. Tu hears the expression and is the arbiter of its
intelligibility. He collects and retranslates the individual syllables as
soon as they begin to be heard, and combines them for meaning. If he
cannot achieve a meaning he asks for further symbols, whether in
the same language or in another. He reacts either by himself
becoming a speaker or by performing some action. But in either reaction
it becomes plain that tu’s impression is not identical with ego’s.
Their minds are somehow differently constituted (symbolized in the
diagram by the size of the circles). Despite all conventional agree-
ment, there is no perfect understanding between ego and tu . What tu
understands, more or less in agreement with ego, are (1) the reference of
symbols to things, which is the ‘logical’ or grammatical sense of the
sentence, (2) an emotional supercharge represented by agreed stylistic
symbols (which may be zero), and (3), since tu is also an artist in
words, something of the event itself. He under- stands this in his own fashion.
He may, for instance, be specially susceptible to the word torpedoed as
having gone through the experi- ence or as being endowed with a vivid
imagination. In this third aspect of meaning, however, though it is not
expressed in symbols, 1 e.g. the sound of a shot is in English bang
or crack, in Spanish pum or pa$ (the latter perhaps more appropriate to
the slither of the bullet as it lands). there is something on which the
artist in words can reckon; a play of mind on mind, through language but
above convention, which is presumably the secret of great poetry and
oratory. There is here an aspect of language which is beyond exact
measurement but can be intuitively felt. The speaker not merely conveys a
logical mean- ing and an emotion to the hearer, but stirs the hearer to a
secondary act of creation. The reactions to great literature are diverse
and some of them stimulate further reactions, so that works as
funda- mental as the Authorized Bible, Hamlet, and the Aeneid
become encrusted with added meanings, and are hard to reduce to
their original intention. Nor is the original intention, say of the
Aeneid, necessarily the highest value of a poem on which the
imagination of a Dante has operated so profoundly. Pier Augusto
Breccia. Keywords: ego tu -- Erstwiile,
Gardiner, ego et tu, la metafisica del dialogo, noi, ovvero, la metafisica
della conversazione, implicatura ermeneutica. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Breccia” – The Swimming-Pool Library. Breccia.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Brescia: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale della rarità vichiane –rarita griceiana – scuola di Trani –
filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco
di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Trani). Filosofo
italiano. Trani, Barletta-Andria-Trani, Puglia. Si laurea con lode presso la
Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Perugia. Inizia
la sua docenza come professore di Storia dell'Arte presso il Liceo Classico Carlo
Troya di Andria. Consegue la cattedra di Latino presso il Liceo Classico Oriani
di Corato. Consegue la cattedra di Lettere e Storia presso l'Istituto Magistrale
di Terlizzi. Insegna Latino nel Liceo Nuzzi
di Andria. Oottiene il suo primo incarico da preside a seguito del concorso
superato. La prima presidenza è dunque a Trani presso il Liceo Scientifico
Valdemaro Vecchi, intitolato al Vecchi dietro sua proposta. Presiede il Liceo Monticelli
di Brindisi. Presiede il Liceo Nuzzi di Andria. Presiede il Liceo Classico
Carlo Troya di Andria, esteso anche a Liceo Linguistico e Liceo delle Scienze
Sociali durante la sua direzione in seguito alla partecipazione alla Commissione
Brocca. Membro della Società di Storia Patria per la Puglia. Consegue il
Premio della Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Viene
insignito della Medaglia d'Oro del Ministero della Pubblica Istruzione per i
benemeriti della cultura, dell'arte e della ricerca scientifica. Ottiene
l'onorificenza di Cavaliere della Repubblica Italiana. Ottiene il Premio
Pannunzio per la saggistica conferito dal Centro Pannunzio di Torino.
Dopo una lunga e serena vita di studi muore improvvisamente ad Andria. Appresa
la notizia anche il sindaco di Andria Bruno ha espresso il cordoglio personale
e della città alla famiglia. Citando Loris Maria Marchetti su Pannunzio
Magazine: Ispirandosi alla lezione, originalmente aggiornata, di Croce e
di Popper (ai quali ha dedicato importanti studi), elabora un sistema
filosofico in quattro parti (Antropologia, Epistemologia, Cosmologia, Teoria
della Tetrade) dove trovano un punto di incontro storicismo, epistemologia ed
ermeneutica. La sua filosofia investe anche il pensiero politico e
l’àmbito dell’estetica, donde il suo fittissimo esercizio di saggista di
letteratura e arti figurative, interpretate sostanzialmente nel loro risvolto
filosofico-cognitivo. Altre opere: “Il tempo e la libertà”; “Pascal e
l’ermeneutica”; “Croce e il mondo”; “L’oro di Croce, Joyce dopo Joyce, Ipotesi
su Pico, Massa non massa, Radici di libertà, Il vivente originario, Tempo e
idea, I conti con il male, Radici dell’Occidente, Forme della vita e modi della
complessità; saggi su Bassani, Calvino, ecc.
Fedele collaboratore delle iniziative del Centro “Pannunzio”, negli Annali
comparvero suoi saggi su C. L. Ragghianti e su Cervantes in rapporto
all’Ariosto e alla tradizione italiana. Nel pannunziano Magazine pubblica, tra
gli altri, saggi su Accetto, Max Ascoli, Croce, Bosis, Sanctis, Freud, Aldous
Huxley, Jung, Vinci, Mathieu, Moravia, Pasolini, Solgenitsyn,Vico. Alfredo
Parente - L'“opera bella” come impegno morale, “Rivista di studi crociani”, Giovanni
Spadolini - Mazziniani asceti, “La Stampa”, Francesco Compagna - Editoriale, “Nord
e Sud”, Franchini - L'idea di progresso. Teoria e storia, Giannini,Franchini, Trittico
crociano, “Il Tempo”, A. Rosario Assunto, Filosofia del giardino e filosofia
nel giardino. Saggi di teoria e storia dell'estetica, Bulzoni, Roma, Rosario Assunto
- recensione di Brescia, “Non fu sì forte il padre”. Letture e interpreti di Croce,
Salentina, Galatina, in “Rassegna di cultura e vita scolastica”, Vittorio Stella
- recensione di Brescia, “Non fu sì forte il padre”. Letture e interpreti di Croce,
Salentina, Galatina, in “Rivista di studi crociani”, Vittorio Stella - Il
giudizio dell'arte. La critica storico-estetica in Croce e nei crociani,
Quodlibet Studio, Macerata, Boulay - Croce. Trente ans de vie intellectuelle,
Librairie Droz, Ginevra, Nicola Fiorelli - “La Follia di New York”, Sviluppi
filosofici nella più recente “scuola” crociana, Schena, Fasano. Vincenzo
Terenzio, Natura e spirito nel pensiero di B., Adda, Bari, Pietro Addante - La
“fucina del mondo”. Storicismo Epistemologia Ermeneutica, Schena, Fasano, Franco
Bosio -recensioni di I conti con il male, Laterza, Bari, Calvino e Andria,
Andria; Tempo e Idee, Libertates, Milano, Il vivente originario, Libertates,
Milano, in “Rivista Rosminiana”, Bosio - recensione di Le “Guise della
prudenza”. Vita e morte delle nazioni da Vico a noi (Laterza, Bari), “Rivista Rosminiana”,
Dario Antiseri; Croce e l'Anticristo, “Avvenire”, Dario Antiseri, Popper
protagonista del secolo XX, “Biblioteca Austriaca”, Rubbettino, Antiseri - Popper,
Rubbettino, Antiseri, Le ragioni della libertà, Rubbettino,Jannazzo - Il
liberalismo italiano del Novecento. Da Giolitti a Malagodi, “Fondazione Luigi
Einaudi”, Rubbettino, Beniamino Vizzini - Per una discussione intorno al
problema della libertà. Cenni per un colloquio di ermeneutica morale con B.,
Postfazione a Tempo e Idee. 'Sapienza dei secoli' e reinterpretazioni, Libertates,
Milano, Beniamino Vizzini - Vita e dialettica nel pensiero di Giuseppe Brescia
e Pavel Florenskj, “Rivista Rosminiana”, Janovitz - Gli studi su Croce, “Nuova
Antologia”, Janovitz - Quando Croce dialogava con Dio. Religiosità e
cristianesimo di Croce prima e dopo la lettura dell'epistolario con Maria
Curtopassi, “Nuova Antologia”, Janovitz, Il mio Croce. Scritti, Quaderni della “Nuova Antologia”, Firenze, Paolo
Bonetti - Introduzione a Croce, Laterza, Bonetti - recensione di I conti con il
male. Ontologia e gnoseologia del male, Laterza, Bari, in “Nuova Antologia”, Samuele
Govoni – B. celebra il Bassani amante dell'arte, “La Nuova Ferrara” - Cultura, Cosimo
Ceccuti - La Religione della Libertà, “Il Resto del Carlino”, Cultura e
Società, Il caffè. Nico Aurora - Sanctis e l'attualità del 'Discorso di Trani'.
La lezione di B. a distanza, “La Gazzetta del Mezzogiorno”, Vaccara -
Presentazione di Max Ascoli, il filosofo mondiale della libertà, “La Voce di
New York”, Poli - recensione di Le “Guise della prudenza”. Vita e morte delle
nazioni da Vico a noi, Laterza, Bari, in “Risorgimento e Mezzogiorno”, Domenico
Cofano - recensione di B., Giovanni Bovio. La vita e l'opera, Società di Storia
Patria per la Puglia, Andria, etetedizioni, in “Nuova Antologia”, Bovio,
maestro del pensiero, “La Gazzetta del Mezzogiorno”. È scomparso improvvisamente
il preside Brescia "andriaviva.it", Quirinale.it Quirinale.it – Onorificenze, Loris Maria
Marchetti, B., di Loris Maria Marchetti, su Pannunzio Magazine. Nuovo
lavoro editoriale del prof. Giuseppe B. – Società di Storia Patria per la
Puglia, chiamato “Le ‘guise della prudenza’ Vita e morte delle nazioni da Vico
a noi”. Per le edizioniLaterza del libro riportato, la premessa intitolata
“Come fermar il declino delle Nazioni”, Nella “Pratica di questa Scienza Nuova”
Vico, nostro europeo Altvater (come riconobbe Wolfgang Goethe), assegna alla
propria opera un valore “diagnostìco”, dal momento che permette di riconoscere
a quale stadio del suo corso si trovi una nazione, sia in rapporto alla sua
“acmè” sia nella prospettiva dello stadio successivo di dissoluzione del
proprio stato. È a questo punto che “bisogna lottare per restaurare il senso
comune perduto” e riavviare – così- il “ricorso”.Su questa linea si muove la
presente raccolta unitaria, ricomponendo i saggi “Le ‘guise della prudenza’
Vita e morte delle nazioni da Vico a noi”, che dà anche ìl titolo all’intiero
volume, apparso in “Filosofia e nuovi sentieri”; “Pico e Vico” (dalla “Rivista
Rosminiana”); con i percorsi “Teoria dei colori Alchimia Apocalisse in Newton”,
“Le origini dell’Islam la vita di Carafa”, e l’11 Settembre”, “Famiglia vita e
imprese di Carafa”, “La razzia dell’universo”, “Revisioni e conferme delle
‘tesi’ di Henri Pirenne” e “L’orrore delle razzie s’irradia nel mito”,
incentrati sul problema del male nella storia e il rapporto con il
fondamentalismo (preannunciati nelle rubriche “Ternpo e Libertà” di “traninews-infonews”,
e “Noi Credevamo” di Videoandria. Tale complessa ricerca si inserisce
nell’ultima fase del mio pensiero, caratterizzata dai lavori ermeneutici Il
vivente originario e Tempo e Idee. ‘Sapienza dei secoli e reinterpretazioni’
(Libertates Libri, Milano entrambi con prefazione di Bosio); I conti con il
male. Ontologia e gnoseologia del male Laterza, Bari) e Italo Calvino e Andria.
Variazioni sul senso del celeste (Matarrese, Andria), arricchiti spesso di
Iconografia e mappe concettuali. L’ultimo attuale saggio “Rarità vichiane a
Trani” riprende i lineamenti della duplice “Lectio Magistralis”, tenuta nella
Biblioteca “Giovanni Bovio” di Trani, per onorare i duecento anni dalla nascita
di Francesco De Sanctis, nella ricorrenza dell’elevato “Discorso di Trani”, non
ché il capitolo La Nuova Scienza, dedicato soprattutto a Vico dal critico e
maestro d’Italia civile nella sua Storia della letteratura, per conto della
Sezione andriese della Società di Storia Patria per la Puglia. Siamo (come
ognun vede), “alle origini della modemità e a “tenuta della civiltà”
umanistica, di cui l’idealismo storicistico rappresenta la nobile (quanto
sofferta) fioritura”. Il lavoro di B. è incentrato sul tragico nella
storia (incidente ferroviario di Andria;fondamentalismo; 11 settembre e
biografia di Carafa, dettata da Vico; Vico e De Sanctis a Trani. Giuseppe
Brescia. Keywords: rarità vichiane, Croce, implicatura, Croce inedito. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Brescia” – The Swimming-Pool Library. Brescia.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Bressani: la ragione conversazionale e
l’implicatura conversazionale del vo significando – Vendler: have you stopped
meaning it yet? -- intorno alla lingua toscana – filosofia toscana – scuola di
Treviso – filosofia veneta -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo
di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Treviso). Filosofo veneto. Filosofo italiano. Treviso,
Veneto. Grice: “Strawson, being boring, likes Bressani’s arguments – alla Plato
and Aristotle, but mainly Aristotle – againsts what Galileo has the cheek to
call ‘filosofare’! – But I prefer Bressani’s poems, the buccoliche, and
especially his lovely treaise ‘discorso in torno alla lingua,’ his little
ethical treatise is charming especially if you are into what some (not I,
certainly) call ‘developmental conversational pragmatics’!” B. Discorsi sopra
le obbiezioni fatte dal Galileo alla dottrina di Aristotile – B. Si laurea a Padova
interessandosi a letteratura e filosofia. Fu aiutato da Francesco Algarotti,
cui aveva inviato delle proprie opere.
Sostenne uno scolasticismo classico in opposizione alla scienza moderna
di Galileo e Newton. Altri saggi: B., Modo del filosofare introdotto dal
Galilei, ragguagliato al saggio di Platone e di Aristotile, In Padova, nella
Stamperia del Seminario, a B., Discorsi sopra le obbiezioni fatte dal Galileo
alla dottrina di Aristotile, In Padova, Angelo Comino, B., in Dizionario biografico
degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Filosofia Filosofo Professore
Treviso. DISCORSO
INTORNO ALLA LINGUA ITALIANA. B. RECITATO NELLA SALA VERDE DI PADOVA IN UN
ACCADEMICO ESERCIZIO Omparisce per la prima volta a lustrare la nostra miscellanea
B., soggetto di chiaro nome, e di ornamento e splendere alla fra Patria, col
presente ragionamento sopra la lingua italiana, recitato da lui ultimamente più
a cagion di esercizio che per altro fine in una radunanza di filosofi a Padova da
i quali avendosi per noi saputo l’approvazione che ha, speriamo far cosa grata
all'autore, e insieme d'alcun noftro merito, col pubblicarlo -- tanto più, che
potrà egli servir d’ajuto e di lume a quelli che molti sono i quali banno bisogno
di faggia scorta nello ſteam dio, che affettano dell’italiana FAVELLA. B.
Dottor e Accademico Ricovrato; Da eso recitato in un’accademia di esercizio
nella Sala Verde di Padova. A Chiemque fa, eruditi e dotti accademici, quanto
malagevol sia il rintracciare le cause effettrici dell’umane cognizioni, non
parrà cosa strana il sentimento di PLATONE ch’el le fieno provenienti tutte
dalla reminiscenza. Nè io credo che attribuire si possa ad altro, fuorchè alla
reminiscenza il sentire e l’accorgersi del di B.. e 3 dello spirito e del vero
pregio delle belle arti. Imperocchè tale vi ha che nè per tutta l'attenzion sua,
ne per opera degli altri non arriva giammai ad intenderlo. E laſciando di far
parola di quegli, che niun dilet ro pigliano, o nella Archittetura, o nella
Muſica, che ſono moltiſſimi rivolgo la conſiderazion mia a colo ro, che pur
amano d'eſser tenuti di ottimo guſto nella noſtra Lingua nulla fi accorgono, nè
ſono per ven tura atti ad accorgerſi, in che ne con fiſta principalmente la
venuſtà e la grazia. Avvegnacchè adunque ciaſcu na Lingua ſenta molto più
dell'ideas le, che non ſente l'Architettura la Muſica, e fia a lato di quelle
in termini incomparabilmente più ange fti riſtretta; non è per tanto che ella
non abbia le ſue verità in riſpetto a que' pochi, a cui è dato d'intendere non
ſolamente il ſignificato delle vo ci; ma la relazione tra loro meglio
convenevole. Ora come io, ſenza più, approvo iVocabolarj, gli avver timenti di
Gramatica e le Oſsers vazioni, che intorno a queſta Lingua XS o § fo 490
Diſcorſo della Lingua Italiana fonofi facte dalla diligenza d'Uomini valenci;
poco avrò che accennare de' fuoi materiali, ed il mio ragionamen. to ſarà
fpezialmente della forma quanto a me, la migliore, che rice ver ella debba
dalla fantaſía, e dal giudizio degli Scrittori. Ogni Archi tetto adopra i
materiale medeſimi, ed oſserva gli ordini medeſimi della Architettura; e le
loro opere ſono tra di sè varie nella proporzione, e nella leggiadria. Ogni
Compofitore di Muſica adopra le medefime note: 0. gni Scrittore di qualſifia
Lingua ado pra le medeſime parole, e ſegue le regole, che riſpettivamente
ſonogli preſcritte dalla ſua arte. Tuttavia i bei riſultati, che di eſse
procedono, fono, ed eſser debbono tra di sè di. verſi. Ma quanto agevol penſo
che mi farebbe il ridire le regole máte riali, che vi ha, per favellar bene;
tanto io temo di non faper altro che ofcuramente ragionare della varietà, e
perfezione di detti riſultati; ficco me quelli, che appartengono anzi al
giudicio de' noftri fenfi, che della no ftra ragione. Pur nondimeno per le í PO
Del Sig. Gregorio Breſami. 491 poche coſe in genere, che io ſono per accennare,
ſpero che il mio ra gionamento fia di qualche utilità a coloro che non fono
eſtremamente otcufi nel capire la vaghezza della noftra favella; ed a Voi,
Signori Accademici forſe non diſcaro ad udire. ! A noſtra Lingua, ſecondo l'opi
nion mia, da altri chiamaſi Ita liana perchè di tutta Italia' fi fon preſi i
vocaboli, donde è compoſta: da alcuni chiamaGi Volgare, forſe per chè uſata, ed
inteſa volgarmente:E da cercuni chiamaſi Toscana, o perchè il più de' vocaboli
fi fon preſi appun to di Toſcana, o perchè agli Toſca ni, come a padri di detta
lingua, e come a Tutori d'orecchio, e di giu, dicio finiffimo, meritamente è
conce. duto il diritto di giudicar della puri tà, e della barbarie di ciaſcun
voca bolo. E nel vero ad evitare la con fufione, che ne addiverrebbe, ſe cia.
ſcuno a ſuo talento uſaſse di nuove voci; egli è del pari laudevole che
neceſsario, che v'abbia il ſuo Tribunale inappellabile, che altri vocaboli
diſapprova come anticaglie, altri non ammette come barbari, ed altri ritie. ne,
o adotta come neceſsarj, o leg giadri. Il che dà a divedere, che la noſtra
Lingua è un corpo vivo ſog. getto ad alterazione, in quella guila che ſono gli
altri tutti, o naturali o politici. E perchè qualſivoglia cor ро dalla ſteſsa
ſua naturale alterazio ne è minacciato di rovina; faggiamen te fanno i Signori
Accademici della Cruſca, che non adottano per Mae ftro di Lingua ogni
triſtanzuol di Gra matico, che non tiene veruno ſtile e che in luogo di
vocaboli ufitati, e di proprj, ne adopra ſpeſso di affet tati, e di rancidi, di
groſsolani, o di ſtranieri. Benst a gran ragione a dottarono, e quando che ſia,
ſon cere to che adotteranno i vocaboli di que? grand’ Uomini, che per la loro
viva, ed ordinata fantafia, o inventarono, o crebbero alcune belle arti, o
alcu« ne- ſcienze; e fu di neceſſità il trovar nuove voci ad eſprimere i loro
nuovi concetti. Per altro qual biſogno, o qual capriccio egli è mai di ufar vo
cmano un diſcorſo (Nè io giày caboli zotici, e duri d'altre provin cie d'Italia,
o di accattarne degli ſtra nieri; quando ne abbiamo in tanta copia di cosi
proprj, e di così gentili? Ma come egli ſta nel volere di Chiun que l'apparare
i materiali della noſtra Lingua; non così puote ciaſcuno, o ſa farne
quell'accozzamento, onde ri fulti un diſcorſo naturale, ed inſie me leggiadro:
Nelle ricerche più aftrufe di qualche verità di Filica non v'ha paragone tra 'l
faper indo vinare quale non fia la cauſa d'un Fea nomeno e l'indovinare quale
ella fia. All'iſteſso modo confiderando io ciò, che ſi voglia per iſcriver bene
ed elegantemente, ben potrei io an noverare millantà difetti, che disfora
lafcero indietro di moſtrare alimeno le fonti principali, donde derivano ): ma
non così di leggieri potrei additare qual fia la grazia, e l'armonia, che lo
ren de vago, e lodevole. Pare io conſi dero, che benehe:la noſtra Lingua; come
io difli innanzi, quaſi altro non fia, che un Mondo ideale; non oſtan te i
caratteri del fuo bello, poſsono ef 494 Diſcorſo della Lingua Italian essere in
qualche parte paragonabili con quegli, che riſpettivamente fi rav. vifano nel
noſtro Mondo materiale. E certamente in quella guiſa, che a ciaſcuna parte del
noſtro Cielo riſpon. de la produzione di coſe differentiffie me; forſe per
ragioni ſomiglianti-, à ciaſcun paeſe riſponde un linguaggio tutto proprio, e
differente dagli altri. E non fa forza, che nella noſtra me. defima Italia
chiamaſseſi un tempo panis ciò, che noi al preſente chia miamo pane; poichè non
è ſolamente la varia deſinenza di ſuono, che die ftingua l'una Lingua
dall'altra; ben il modo, con che ſeguendo non ſo quale neceſſità,
fi.concepiſcono le coſe, e fi eſprimono. Onde non è maravi glia, che non ogni
Clima produca in gegni atti ad ogni genere di compo, nimenti. In fatti ſiccome
non è il metro, che diſtingua la poeſia dalla prola; ma il modo diconcepire
diver. ſo; cosi io porto opinione, che alme no in gran parte l'indole, e'l
genio della lingua Latina tuttavia fuffifta nel la noſtra Volgaré. La qual coſa
ſem. bra, che abbiale voluto confermare il divino ALIGHERI (si veda), laddove,
fingendo egli di parlare con Virgilio, diſse: Tu fe il mio Maeſtro, e il mio Au
tore, Tuſe folo Colui, da cui io tol. Lo bello Stile che mi ha fatto De nore.
Vero è che l'Armonia dello Stile, la qual naſce ſpezialmente dallo traſpo
nimento delle voci, e chiamaſi coſtru zione, a chi paragona lo ſcriver ret
torico di Cicerone, o 'l robufto di Li vio col noſtro parlar familiare non può
a meno di non parere di gran tratto diverfa: ma ella non parrà già tanto,
paragonando un componimen. to de' Latini con un noftro ſopra un fimile ſoggetto,
e d'una ſpezie mede fima. In fine molto meno ne parreb be diverſa, ove à noi
foffe dato di faa per pronunziare le parole de Latini come facevan elli, cioè
con quegli ac. centi, è con quelle delipenze, che per comune opinione noi
abbiamo -fiera mente alterati, o perduti. Ma nos così interviene, ove noi la
predetta armonia paragoniamo con quella di qualche Lingua ſtraniera; o ci diamo
a credere di poter rimeſcolarne i vo caboli, e forme di dire; che effendo d'un
genio differentiffimo; ficcome non ſi appiccano giammai gli inneſti di quelle
piante, che ſono tra di sè diverſe; così ciaſcuna Lingua mal com pofta tutto
ciò, che fenie d'un Clima diverſo. Io dico adunque, che la no ftra Lingua in
ciaſcuna ſua parte dee ſentire, per dir così, della ſua ſpezie, e della ſua
Nazione. Il che riſponde a quel carattere di bellezza, che nel le coſe create e
corporee chiamaſi u. nità; unità però tale, che da eſſa pro viene, ő piuttoſto
in eſſa ſtà racchiu. ſo un altro carattere, che è la varie ttà; la quale come
rendesi manifesta negl’animali, e nelle piante d'un'in fteila ſpezie, e d'un
iſteffo Clima; così ella dee apparire nello ſtile di cia Icuno Scrittore d'
un'iſteſſa Lingua. Il qual mio ſentimento moſtra in ſem. bianti d'effer il
medeſimo, che quello del celebre Baccone di Verulamio lade dove tocca della
bellezza dello ftile $ 1 dicendo dover'egli eſſere, rivis didu um fuis, imitans
neminem, nemini imitabile. Talchè dovendofi pur togliere d'altrui i vocaboli,
ed i modi di di re; conviene anche in ciò imitar la natura, che non genera cosa,
se non colla corruzione d'un'altra: Voglio significare, che quanto noi togliamo
d'altrui per formare un discorso, dee talmente tritarsi nel noſtro cervello
innanzi ché noi lo vestiamo di nuova forma, che al suo apparire niuno ha da
accorgerſi donde noi l'abbiamo tolto. Ed intorno a ciò comunemente non si dà
nel segno; perchè altri per travolco giudicio indi ſcoſtaſi, quanto più si
affatica di raggiugnerlo. Altri per infingardaggine li riposa nel limi tare del
buon sentiero, senza voler cercare più avanti. E finalmente altri è di sentimento
ottuso e d'intelligenza assai corta a capire la bellezza, e la fecondità, per
dir costi, di quel vero, che egli imprende ad imitare, Se ne fcoſtano i primi,
a' quali per ciocchè troppo ftà a cuore di render fi ſingolari dagli altri e
col penſare e coll'eſprimerſi; mentre ſtudiano di celu ceffare il vizio della
trivialità, offendono nel vizio della affettazione, in comparabilmente più
rincreſcevole. La qual’affettazione consiste in certe parole squarciate, e
lmanioſe, ed in certi accozzamenti di quelle, che volgarmente si chiamano belle
fraſi Iono forme di dire, che fanno notabile diſugguaglianza col restante del
discorſo e pe’quali (che che fi creda no gli ſciocchi) riſulta un tutto of
tremodo ftentato, e deforme. Esempio di ciò noi abbiamo in coloro, che avendo
appreso di molti vocaboli ale la rinfufa e varj modi di favellare da parecchi dicitori,
e tutti pulitif fimi; per la vanità di moſtrarlene do viziofi, in qualunque
racconto ne in trudono quanti mai poſsono il più, e mallimamente gli da loro stimati
me no comuni; tra quali ne intrudono anche di quegli, che non ſolo male fi
convengono colla ſemplicità della Natura; ma talora non ſi convengono colla
Verità del loro ſteſso ſentimento: e meritamente ripiglia coſtoro il noftro
Sovrano Poeta, dicendo: E quale che a gradin’oltre fo metu te? LC Non vede pide
dall uno all'altre filo. e 3 Per tanto niun’altra venufta, niun' altra grazia
ricever puote un discorso dagli vocaboli o forme di dire, fe non quella, che
deriva dal collocare ciascuno al luogo fuo; talmente che appaja eſser i
vocaboli piuttoſto, che abbiano cercato d'elser uſati dove fono; che d'eſser
eglino stati cercari ftudiofamente DAGLI FILOSOFI E perchè tanto altri
allontanafi dal vero coll' aggiungervi ciò, che non gli ſi con viene; quanto
altri coll'ommettere di collocarvi ciò, che gli fi conviene; ne ſeguita che un
diſcorſo rieſce diffetiofo sì ad uſare in eſso vocaboli di fover. chio, e fuori
di propofito, che a ri petere alcuni vocaboli, in vece d'ale tri varj, che fi
vorrebbono, ad eſpri mere propriamente i propri concerti dell'animo, ed a
fervare in un ragio namento quella varietà, che richiede fi a formarlo giuſta
l'eſemplare ſoprac. cennato de' corpi Fiſici. Ma che? Se gli Uomini per una
parte fon moſli da certo naturale deſiderio, o da qual ſivoglia altro ſtimolo
di giugnere nel la loro arte alla perfezione poſſibile i ſono all'incontro (laſciando
ſtare gli altri impedimenti, che ſpeſso ſi attra verſano al lor diſegno )
comunemente refpinti dalla fatica, che loro convien durare, prima che ad eſli
venga fatto di apprendere ad eſercitare qualſifia arte con lode. Ne vi ha
alcuna arte per limitata, o facile che ſia ſopra le altre, che pigliandoſi a
gabbo non rieſca imperfetta. Per la qual coſa, l'arte dello ſcriver bene si
nella no ftra, che in ciafcuna altra Lingua, richiede anch'eſsa di molta fatica,
ed induſtria. E vanno fortemente errati la maggior parte de' noftri Scrittori
che da che ſentonſi forniti di alquan ei vocaboli, e modi, onde groſsamer te
eſprimerſi; ed effi eſtimano di la per iſcrivere quanto baſta laudevol mente. E
come fi ſcontrano in uno ſtile un poco colto, che in un certo modo dovrebbe
eſser di rimprovero al loro difetto; dicono coſto che gli è uno ſtile che ſente
dell'affettato ', © dell'antico, „ dandogli a torto biaſmo, e mala voce. E così,
diſprezzando efli animoſamente ciò che per loro poltroneria non hanno appreſo.
Ferman fua opinione Prima che arte, o ragion per lor ſi ſcopra. Che ſe pur vero
foſse, che uſar non non ſi poteſsero altri vocaboli, o mo di di dire, ſe non
gli uſati da coſto. ro; il groſso Vocabolario della noſtra Lingua ridurrebbefi
ad un libriccivolo di quattro carce;. e laddove la noſtra Lingua ora vanta di
eſsere la ricchilli ma di voci, e di maniere leggiadre diverrebbe la più povera
e ſmozzicata di tutte. Oltrechè in proceſso di tem po gli ottimi Scrittori, c
Padri di no Itra Lingua ne diverrebbono molto oſcuri, e direi per poco in
intelligi gibili ". Vuolli per tanto aver pieria conoſcenza sì de'
vocaboli, che delle forme di dire; acciocchè il noſtro iti le abbia la predetta
varietà, e con ef ſo la ſua unità, per cui egli mantien. fi ſempre fomigliante
a ſe ſteſſo, e per cui ſembra quaſi uſcito di una fo la trafila. E le parole
groſsolane ri meſcolate colle gentili, e le parole adoperate fuor di luogo, o
con fazie vole repetizione, o le parole che non ſono più in uſo; lono come
altrettan te ſcabroſità, che gli impediſcono l' uſcirne. Per notabile che ſia
la varie. tà, o differenza tra gli Uomini nelle parti, che fuori appajono del
corpo, non è mai li grande, quanto ella è nel la capacità, ed aggiuftatezza del
loro ſpirito. Per la qual cola io avviſo di non poter paragonare gli umani inge
gni, che a coſe dello ſteſso genere bensi, ma di ſpezie diverſa. E fiami lecito
il paragonargli a varie piante, alcune delle quali reſtano picciole, perocchè
la ſtruttura primordiale de' loro ftami non comporta che fieno più oltre
ſviluppate, ed eſteſe (e GALILEI (si veda) dimostra, che così gl’animali, come
le piante, ſe foſsero d'altra grandezza, che non ſono vorrebbefi che la
ſimmetria delle lor parti foſse del cutto diverſa ) ed al cune altre non ſi
eſtendono, come eſtender ſi potrebbono per difetto dell' opportuno alimento.
Varia è la eſten, fione, e'l comprendimento de' noſtri ingegni, e varia è la
forte, che gli forniice di ajuti, e di occaſioni fa. vorevoli, onde poſsano
coltivarli. Egli è certo perciò, che quale s'im barazza nel voler' ordire un
ragiona mento, dirò così, di più fila ſopra la comprenſione, o coltura del fuo
in gegno, ovvero contro all'inclinazion lua particolare; il detto ragionamen to
fiaccherà da se medefimo, diffol. vendoli quaſi in brani; ed anche i vocaboli
ftelli, con che vorrà eſpri merlo non avranno nè unità, nè grazia. Nè fi
de'credere che l'Architetto, il quale fia buono da fabbrica. re una camera, fia
fempre buono da faper fabbricare un palagio: Nè che un Compositore d'una breve,
e femplice ſuonata fia fempre buono da con porre una Sinfonia aſſai lunga con
tutte le parti, che in eſſa ſi vou gliono a formare un'armonia perfec ta: Ne in
fine che un Uomo di leto dere, al quale venga fatto di ſaper unire inſieme una
decina di verli > fia per sé, ſia per
queſto buono da fare un Inne go poema; come ſe il palagio, la Sinfonia, ed il
poema altro non foſ. ſero, che un aggregato di più unità minori: Che nè la
Camera, nè la breve Suonata, nè la decina di verfi conſiderate riſpettivamente
nel pala gio, nella Sinfonia, nel poema, non lono già unità, ma parti. E però
non folo deono effer belle ma deono eſſerlo, anche per riſpetto a tutte le
altre parti, che ſono con efle integrali di tutta la fabbrica. Io non niego di
molte opericciuole ef ſere altrettante unità nel loro gene re, come ſono le
grandi; ma molto maggior forza, ed eſtenſione dinge. gno richiedeſi nel
comprendere un Poema (purchè le colę.; che in eſſo fon contenute; nonoſtante
che d'un racconto ſi trayalichi in altro; fien tutte come parti integrali d'una
azion ſola ) nel comprender, difli, un poe ma, che un Sonetto, una lunga Ora
zione, che una picciola riſtoria, ed al fro breve ragionamento: Ed il Boca
caccio medesimo fempre' doviziofiffi. mo che egli è di bei modi di dire,
pure sos che egli pure ſecondo la varia
facilità, e feli cità, con cui egli concepiva le coſe; vario è il diletto, che
egli ne reca ad eſprimerle. Nel breve racconto di qualche Novella non ha pari a
dipi gnerla con vivi colori, e con genti li, con mirabile naturalezza ė lega
giadria; mentre e pare a me, lia anzi increlcevole che nò nel lun. go racconto
del ſuo Filocopo, e della lua Fiammetta, ed altrove. In ſom. ma colui, che
imprende a far coſa ſopra la forza, e diſpoſizion nacura le del ſuo ſpirito,
non potrà giam mai ben riuſcirne. Certa coſa è che un'attenzione indefeffa a
leggere, e conſiderare parte per parte i gran maestri della noſtra Lingua; ed
un ben lungo uſo di ſcrivere, raffinano aſſai il noſtro giudicio, e perfeziona
no il noſtro ſenſo, ma egli è certo ancora, che il viburno con tutto l'
artificio, e la ſollecitudine degli Agri coltori, non giugnerà mai all' altezza
de i Cipreſli, nè il pioppo farà mai fructo: cioè quale non avrà chiara ap
prenſiva, ed eſteſa a veder per sè ſteſ lo ciò, che ſia d'uopo a formare quella
maniera di componimento, ch'ei fi prefigge nell'animo, dalle coſe più materiali
in fuori; nè dalla copia ottimi libri, nè dalla viva voce de'pe riti Maeſtri,
non potrà mai che poco, ed oſcuramente appararlo. E per que fto appunto che gli
Autori cladici del. la noſtra lingua non tenean biſogno di badare neli
eſprimerſi ad altro, che a' proprj fentimenti dell'animo, a chi guarda
ſottilmente, ſono impareggia bili con coloro che eſſendo ordina. riamente
poveriſfimi d'ingegno, ſpen. dono tutto il loro tempo nell'imitar, gli. Ma
comechè gli Uomini ſpeſſo fi Jamentino quando della lor povertà, quando della
poca robuſtezza, o d'al. tro difetto del corpo, quando della loro mala volontà,
o educazione; afſai di rado, o non mai fi dolgono di non effer forniti
d'ingegno, e di giu. dizio atto a qualſifia impreſa, non che a faper iſcrivere,
e favellare, come ſi conviene. Anzi non v'ha coſa più na. turale, e comune,
ficcome è il vede. re gli inertiſſimi del Mondo a preſu mer molto di sè, e
creder di far gran cole coſe; quando col loro poco ſenno non fanno altro, che
infucidare, e guaſta re i penſieri, e le maniere di dire che trovano ſparſe qua
e là nell'altrui opere. Ecco per tutto ciò che appreſ ſo alla cognizione, che
Uom dee ave re de'vocaboli, e d'altro; è da vede. re qual grandezza, e qualità
di com ponimento ſia da eſſo, e qual fia la forza del ſuo ſpirito a concepire
chia ramente più coſe, e'l modo, onde più facilmente, e felicemente le concepi.
fce; perchè altri farà eccellente nella poeſia, che non ſarà appena di mez zano
valore nella prota: ſenzachè al tri ſarà grazioſo in un genere di poe fia, che
in un altro genere non ſarà gran coſa piacevole: Altri farà com. mendabile in
un genere di profe; non così in un altro. Ma qualunque ſia il genere de
componimenti, qualunque ne fia la fpezie, qualunque in fine ſia la abilità del
noſtro fpirito a formare più queſto componimento, che quel.; ſi ha ad ogni ora
in ciaſcuna coſa, grande, o picciola che ella fiafi, da aſcoltar la Natura; che
forſe ſotto no. Y 2 me di Amoreaccennar volle in quei verfi il noſtro non mai
baftevolmente lodato Poeta:. Io mi ſon un, che, quan do Amore ſpira, noto; e a
quel mo do Ch'ei detta dentro., vo fignificando. Ma queſto ſi vuol fare con tal
artificio; che meglio pud eſſer inteſo da molti, che eſpreſſo da pochiſſimi. Ed
io per certo non ſaprei comemeglio a parole eſprimerlo. Ben ſo eſſere i più
minuti, ed eſatti raffinamenti, che fanno quel bello, quel raro in ogni coſa,
per cui ella ſale in gran pregio, ed in eſſo dura coſtantemente appo ogni Etade
futura. Ma la maggior par te degli Uomini, che pur ſi chiamano di profondo
ſapere, non badano a dete ti raffinamenti, perchè amano meglio, come dicon efi,
di raccozzare eſprimere rozzamente molte coſe, che poche con leggiadria. Di
quegli poi, che ſi conoſcono, e ſi dilettano de'leg gra. 7 e di giadri
componimenti, altri'l fanno per averlo ſolamente udito, ed appreſo da' Maeſtri;
ed altri 'l fanno maſſimamen te per propria meditazione, e quaſi per intimo
ſenſo. De'primi molti po. trai udire a giudicare rettamente dell' altrui Opere,
ed a ragionare a mara viglia de' precetti dell'arte; non così però ad
eſeguirgli nelle loro. Oltrechè effendo ne'più perfetti Esemplari di Lingua
quella stessa gradazione di ferie, che ravviſaſi in ciaſcuna ſpezie de' corpi
Filici; coſicchè l'ultimo Icric tore tra gli ottimi venga ad eſsere il primo
tra gli altri inferiori; rare volte avviene, che altri fuorchè i ſecondi, cioè,
gli aventi il ſenſo ac comodato a conoſcere il vero ſpirito d'uno ſtile, che
naſce di una bella fantaſia, correcta bensì, ma non pun to alterata dall'umano
artificio; che ſappiano diſtinguere tra i buoni gli ottimi, e co'migliori
gareggiar di lo de ne' loro componimenti. Benche il Mondo tutto de' Letterati
non ab. bonda, che di ingegni mediocri, o di coltivati mediocremente; come ſi
abbattono a qualche manie. i quali Ý 3. ra di file, o ſtrabocchevolmente fan
taſtico, od in qualunque altro modo corrotto, e fallo; fannol conoſcere ed
isfuggire; per altro facendo un fae fcio, come ſi dice, di tutti gli altri;
hanno la ſtima medeſima di Autori di merito differentiſlimi. E non ef fendo
forſe uſi di meditare ſopra ver runa coſa, per rinvenire da sè la verità; la
credenza dell'uno di coſto ro è ſoſtegno, e ragione baſtante al la credenza
dell'altro. In quanto poi a coloro che con qualche nuovo mo do di ſcrivere,
tuttochè privo della venuftà, e della finezza da me ac cennata, deſtano in
altrui ammira zione, e dilecto ye da i più fonte nuti per valentiffimi
Scrittori; non è gran fatto da ſtupirſene, che il giu dizio della gente groffa,
cioè de i più, in ſomiglianti cole è fallaciffimo. E inveſtigando io la ragione,
onde in tervenga, che una ſtampita rechi al la moltitudine forſe diletto maggio
re, che non reca un'armonia aggiu. ſtata; che un vafto, e bianco pala gio, che
piuttoſto dovrebbe dirſi un gran mucchio di pietre, fia ftimato e di B.. Sil ed
ammirato più, che una picciola caſa fabbricata cơn ottima architet tura; e che
finalmente uno ſtile, ed altra coſa fregolarà piaccia per av ventura più, che
non piacciono le coſe fatte riſpettivamente ſecondo le buone regole dell'arte;
avviſai, che ella non poſſa eſſer alcra, ſe non ſe queſt'una: che concioſiecchè
ricevono gli idioti dentro di sè un'idea di cofa, che non ha nè ordine, nè
proporzione, può ſembrar loro aggiuftara, e gen tile; perciocchè la confiderano
in se ſteſſa ſenza paragonarla colle idee che efli hanno delle coſe veramente
efiftenti; e ſenza paragonarla con que' caratteri di bellezza, che badanie do
ſottilmente, fi ravviſano nelle co ſe tutte, quali elle ſono create e diſpoſte
dall' Artefice fapientiſſimo: i quali caratteri vie più rendonſima nifeſti, e
mirabili, quanto maggiore fi è l'attenzione, e l'intelligenza di chi gli
conſidera. Quindi noi vedrem mo più maniere di ſtile ampolloſo, o d'altra guiſa
falſo aver tenuto per infino a tanto che fonofi dati gli - Uomini a fare il
ſopraccennato pa ragone; che è quanto dire a diſtin. guere l'ideale, che ha
infiniti fimili fuori di se, dal chimerico, che fol tanto dimora nel noſtro
ſregolato giudizio: ed all'incontro lo ſtile che è il vero (vero io intendo di
quella verità, che riſulta dalla con venienza tra l'eſpreſſion noſtra, e la
eſpreſſione la più acconcia, che ima giniamo effer poflibile in chi favel la,
ſecondochè gli detta la Natura ) può eſſere per alcun tempo in poco pregio,
appreſſo coloro, che non fanno altro, che correr dietro a ciò, she ha faccia di
novità, ſenza cere care più oltre. Ma certissima cosa è che opinionum commenta,
come dice CICERONE (si veda), delet dies; nature juedicia confirmat. Ed io da
capo francamente attribuiſcoverità anche al modo di ſcrivere che pazzo è per
opinion mia, qual fi crede, che non abbiavi altrove verità nelle belle arti;
ſalvo che ne' teoremi della Geometria, ovvero ne' calcoli dell'Aritmetica:
quaſichè innumerabili non foſſero i fenomeni in Natura (e tuca ti ſenza dubbio
ſono nel loro gene i re aggiuſtatiſſimi ) a' quali non ſi ponno addattare ne'
calcoli, nè figu re geometriche. Ma effendone noi certi altronde dell'armonia e
della verità delle coſe farce dall'arte, gliam noi dire perciò, che fien men
belle, o men vere di quelle, di cui noi conoſciamo in parte, e geome.
tricamente dimoſtriamo l' artificio? Il perchè io dico eſſerci verità in una
Cantica d’ALIGHIERI (si veda), eſpreſſa co me ha fatto egli; che ella non ci
farebbe altrimenti, ſe l'argomento ſteſso foſse eſpreſso dall' Uomo più
ſcienziato del Mondo, ma ignudo di vocaboli gentili, e di maniere di dire
leggiadre: Che altra verità contiene in sè una ſteſsa immagine delineata con
perfecta ſimmetria, con atteggia mento naturale, con ombreggiamenti, e colori
convenienti; ed altra, ſe det ta immagine tanto quanto ſi diſcoſta
dall'eſemplare di Natura; benchè noi per quella eſsa la ravvilaflimo egual
mente. Ora che altro è il noſtro Icria vere, e'l noſtro favellare, ſe non che
un dipignere le noſtre idee ſopra la immaginativa di chi ci ſtanno ad udire;
onde non dobbiam noi eſser con tenti ſol tanto, che una idea da noi groſsamente,
non ſo ſe io mi debba die re piuttoſto abbozzata, che eſpreſsa, non venga tolta
in iſcambio con un'al tra; ma dobbiamo innoltre porre ogni ftudio per eccitare
in altrui quel vivo ſentimento di quallfia coſa, che ab biam noi medeſimi,
allorchè vivamen te, e chiaramente l'abbiamo apprela. Che avvegnachè l'arte
dello ſcrivere confifta tutta in un aggregato di ſegni, o di modi, ſcelti, ſe
vuoi, ad arbi trio degli Uomini, io tengo non per tanto eſser detti ſegni quaſi
una coſa ſteſsa con ciò, che per eſſi ne viene rape preſentato; o almeno dover
eſser tali, Sì che dalfatto il dir non ſia diverſo Lungo ſarebbe il diſcender
ora á ra. gionar de' particolari, che recano, o tolgono la leggiadria, e la
verità a va rie maniere di componimenti. Ma ancorachè io nol faccia, il poco,
che io ne accennai in comune, ſpero che per avventura defterà in chi che fia la
reminiſcenza di quanto fa di meſtieri ula uſare a voler iſcrivere con lode; per
chè in fine, ſiccome non da altri, che dal proprio ſentimento ſi può appren
dere a modificar variamente l'armonia della Muſica, nè della Architectura; così
non da altri, che da sè veruno non può apprendere il vero modo di addattare la
propria fantaſia a cutte le occaſioni particolari di aver da eſpri merſi, che
ſono ſenza numero. Poco io diffi eſſere ciò, che mi cadde in animo di accennare
verſo il molto che un eſperto dicitore, quello, che io non ſono, avrebbe faputo
e medi tare, ed eſprimere di attinente a così raſto argomento. Con tutto ciò
ten gol per lufficientiffimo; purchè ſia da tanto di deſtare in eſso voi,
umanil ſimi e ſaggi Accademici, la voſtra cu rioſità ad iſcoprire le mie fallacie;
onde a mio utile proprio, io appren da quanto forſe mi trovi lunge dal fe gno '
prefiſso; mentre io delidero di guidare altrui pel retro cammino del la Verità. Gregorio Bressani. Bressani. Keywords: intorno alla lingua
toscana. Refs.: l’implicatura di
Galilei, discorso intorno a nostra lingua – discorso intorno al volgare –
Aligheri – vo significando – “meaning” – I am meaning – Gallileo, forma logica
aristotelica – vo significando -- forma logica galileana – forma logica
platonica – grammatica e geometria – grammatica profonda di Galilei -- Luigi
Speranza, “Grice e Bressani” – The Swimming-Pool Library. Bressani.
Grice e Bria: la setta di Crotone --
Roma – scuola di Crotone – filosofia calabrese -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Crotone). Filosofo italiano. Crotone,
Calabria. According to Giamblico, a Pythagorean. Bria.
Luigi Speranza -- Grice e Bria: la
diaspora di Crotone -- Roma – scuola di Taranto -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Taranto). Filosofo italiano. Taranto,
Puglia. According to Giamblico, a Pythagorean. Bria.
Luigi Speranza -- Grice e Brotino:
la setta di Crotone -- Roma – scuola di Crotone – filosofia calabrese --
filosofia italiana – Luigi Speranza
(Crotone). Filosofo italiano. Crotone, Calabria. Brotino or Brontino of Crotona
or Metaponto. The name crops up more than once in stories about Pythagoras Some
say he was his father in law, others his son in law. He is aldo said to have
been a pupil of Acmaeon o Crotone. Clement of Alexandria says he wrote a book
on the nature of the world. It is possible that a father and son sharing the
same name have been confused with each other.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Bruni: la ragione conversazionale e
l’implicatura conversazionale dell’interpretare – l’interpretazione di Romolo –
scuola d’Arezzo – filosofia aretina – filosofia toscana -- filosofia italiana –
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Arezzo). Filosofo aretino. Filoofo toscano. Filosofo
italiano. Arezzo, Toscana. Grice: “Bruni is a philosopher – and a Griceian one
at that; he reminds me when Strawson and I used to give joint seminars on ‘De
interpretation;’ our tutees found it boring but we would say, ‘lay the blame on
the Stagirite.” Grice: “Boezio was possibly wrong in missing the metaphorical
impicature of ‘hermeneutic,’ and give us a rather boring ‘inter-pretatio’ –
which is the thing Bruni uses when dealing with Cicero – Bruni is unaware if
what he is doing is ‘interpreting’ or ‘volgarizare,’ i. e. render the thing
into the volgare that the volgo may appreciate! His impicature seems to be: let
the classics stay classic!” –Grice: “But there is a little word that Bruni uses
that is crucial, ‘recta’ – interpretation has to be ‘recta,’ as opposed to
incorrect – which leads us to impilcature – is over-interpretation
mis-interpretation? We think it is!” – “But since an implicaturum is
cancellable, we have to be VERY careful here, as Bruni is – especially when he
visited I Tatti!” – Politico, scrittore
e umanista italiano di Toscana, attivo soprattutto a Firenze, della cui
Repubblica ricopre la più alta carica di governo di Cancelliere. Uomo di grande
personalità, arguto e forbito parlatore dotato di grande eloquenza, si insere
nella disputa sulla questione della lingua, discussione apertasi con l'avvento
della lingua volgare all'interno della lingua in uso specie in chiave
letteraria a quell'epoca. Conobbe Filelfo ed ha come maestro Malpaghini. Nei
suoi studi riscontra fenomeni di ‘corruzione’ della lingua latina dall'interno,
rilevando ad esempio in Plauto le forme di assimilazione fonetica“isse” per “ipse”;
oppure “colonna” per “columna”. Teorizza quindi che il latino si fosse evoluto
dal proprio interno, sostenendo l'esistenza di una di-glossia. Oltre al latino antico
classico, aulico, sarebbe esistito un livello inferiore, meno corretto, usato
informalmente nei contesti quotidiani, da cui provengono la lingua romanza o
italiana – toscano, fiorentino. Oppositore di questa teoria e Biondo, il quale
sostiene invece che la causa della “decadenza” o corruzione del latino fosse
stata l'aggressione esterna dei due popoli germanici: gl’ostrogoti e i
longobardi. Gli studi storici hanno mostrato che le due teorie di Biondo e B. non
sono effettivamente incompatibili. Il latino si è evoluto per ragioni, sia “interne”
(e. g. le corruzioni di Plauto), sia “esterne” (le invasion dei barbari
ostrogoti e longobardi). Nella prima metà Professoresi avevano pareri opposti
in merito alla dignità del volgare. Filosofi come Salutati e Valla disprezzano
il volgare perché non dotato di norme grammaticali; Alberti, al contrario, si
adopera molto per far riconoscere il volgare come lingua ricca di dignità nel
panorama filosofico. B. conceve il dialogo “Ad Petrum Paulum Histrum”, nel
quale dava la parola a due esponenti dell'umanesimo del periodo: Salutati,
appunto, e Niccoli. Il primo assere che il volgare sarebbe stato degno solo se
regolamentato da assiomi precisi, e si dispiaceva del fatto che Alighieri non
avesse scritto la sua Commedia nel ben più nobile latino. Niccoli propone una
visione ancora più radicale, arrivando a giudicare tre fra i principali
filosofi italiani Alighieri, Petrarca e Boccaccio poco più che degli ignoranti.
Niccoli difende questi ultimi, riconoscendo la grandezza delle loro opere,
invece di giudicarli in base alla lingua che usarono. È celebre una sua
epistola in cui delinea princìpi fondamentali dell'umanesimo. È sepolto nella
basilica fiorentina di Santa Croce in un monumento opera di Rossellino. Altre
opere: “De primo bello punico” (della prima guerra punica);“Vita Ciceronis o
Cicero novus” (vita di Cicerone, ovvero, CICERONE nuovo); “Aristotele, Ethica
nicomachaea”; “Oratio in hypocritas”; Pseudo-Aristotele, “Libri oeconomici”; “Commentarius
de bello punico, adattamento di Polibio”; “De militia”; “Commentarius rerum
graecarum”; “De interpretatione recta” “Aristotele, Politica”; “Commentarius
rerum suo tempore gestarum”; “De bello italico adversus Gothos”; “Historiae
Florentini populi”, Storie del popolo fiorentino (Storia fiorentina) da Acciaiuoli
ed uscì a stampa a Venezia. Vedi alla voce "letteratura umanistica"
in umanesimo, riferimenti in Carlo Dionisotti, B., in Enciclopedia Dantesca. Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Cesare Vasoli, B., Dizionario Biografico
degli Italiani, Repertorium Brunianum. Lingua volgare. Questione della lingua
Monumento funebre di B. di Rossellino, basilica di Santa Croce, Firenze. Dizionario
biografico degli italiani. Epistole (in latino). Dialogi ad Petrum Paulum Histrum di B. -
di Carlo Zacco Cancelliere fiorentino. B. è originario di Arezzo,
ma Arezzo pochi anni dopo la sua nascita passa sotto il controllo di
Firenze, e lo stesso B. si può definito a pieno titolo acquisito da Firenze ed ottenne
la cittadinanza di Firenze. E’ personaggio molto importante dal punto di vista
letterario ma ebbe una funzione importante sotto il profilo
amministrativo-civile perché fu uno dei più importanti cancellieri della
repubblica fiorentina, successore, non immediatamente, a quello che il più noto
dei cancellieri del 300: Salutati, una grande figura di intellettuale, che si
pose come diretto erede, insieme con il Boccaccio, del Petrarca. Salutati.
Coluccio è un personaggio di questo dialogo. Svolse in Firenze un ruolo molto
importante sia dal punto di vista politico (più politico di B.), e dal punto di
vista amministrativo-civile è uno dei più noti e importanti cancellieri di
firenze: le sue missive sia d’ufficio che private sono moltissime, e lasciò una
forte impronta. Un impronta volta a delineare l’ideologia della città di
Firenze: la difesa stessa della libertà fiorentina, per fare solo un esempio
fra tutti, contro la tirannide viscontea. Salutati ha anche un altro importante
merito che fu quello di portare a Firenze gli studi di greco. Fu per impulso
del salutati, anche se non solo suo, che venne a Firenze il Crisolora: uno dei
più importanti dotti bizantini e proprio tramite lui si instaurò lo studio del
greco a Firenze. Intorno al Crisolora si stabilisce un gruppo di figure, non
soltanto fiorentine, poiché dato che il greco si poteva studiare a Firenze,
vennero anche da altri luoghi giovani per imparare il greco; e tra questi
giovani che vennero a Firenze ad imparare il greco ci sta il dedicatario di questa
opera: Istriano, che è Vergerio, che operava nel contesto carrarese, a Firenze
per studiare il greco, e poi era tornato a Carrara. A sua volta aveva scritto
un trattato pedagogico intitolato “sui nobili costumi”. Trattati pedagogici:
altro aspetto dell’umanesimo, molti scritti sono di carattere pedagogico perché
uno degli aspetti importanti nell’umanesimo è proprio legato alla formazione
dei giovani basata sulle Humanae Litterae. L’umanesimo fiorentino. Questo è il
contesto culturale entro cui nasce questa operetta, interessante perché mette
in evidenza gli elementi di contrasto tra l’umanesimo inteso come un recupero
classicistico di stretta osservanza e la volontà di coniugare ad un
rinnovamento degli studi, quello che era la tradizione: in modo particolare
quella dei tre fiorentini Dante, Petrarca e Boccaccio. Ripresa del
dialogo classico. Questa operetta non è un trattato: è impostata come una
discussione, una disputatio ma è a sua volta, sviluppando alti elementi, è un
altro dei caposaldi di rifondazione del dialogo in latino: sulla scorta dei
classici, più sistematicamente di quanto non avesse fatto il pur importante
esempio petrarchesco. Disputatio in utramque partem. Questo è un dialogo
diegetico, non mimetico, dunque un dialogo dove la cornice è costantemente
presente. E’ un dialogo costruito in due libri, e la discussione è svoltain
utramque partem, da una parte e dall’altra. C’è un personaggio, un letterato e
al tempo stesso un personaggio di un certo peso a Firenze che si chiamava
Niccoli, che sostiene due parti tra loro contrapposte: nel primo libro attacca
violentemente le figure di Dante, Petrarca e Boccaccio, inserendo questo suo
discorso in un attacco relativo alla condizione della cultura contemporanea:
quindi denunciando lo stato di decadenza della cultura contemporanea; nel
successivo libro fa unapalinodia e svolge un discorso opposto: gli elogia di
questi tre personaggi. Oltre al fatto del far vedere che cosa è diventata a
questa altezza cronologica la disputatio, ci sono diversi aspetti in questo
che sono interessanti. C’è un primo problema di carattere cronologico,
qui ridotta ai minimi termini, in una discussione che è ancora in corso: è un
opera su cui si è discusso e scritto molto, e la cui datazione è uno degli
elementi di discussione. Altro elemento di discussione che è collegato a questo
è se questi due libri siano stati concepitiunitariamente o se il secondo sia
stato scritto dopo: cioè se l’autore avesse cambiato idea rispetto a quello che
aveva fatto sostenere a Niccoli e avesse svolto poi nel secondo libro
successivamente una palinodia egli stesso nel celebrare l’elogio dei tre
fiorentini. la datazione Termini ante/post quem. L’opinione più
persuasiva a tal proposito è questa. Innanzitutto c’è un problema di tempo interno:
c’è un indicazione precisa dal punto di vista cronologico, come emerge
all’inizio del dialogo; questo dialogo è collocato in due giorni diversi, uno
successivo all’altro, nei giorni di Pasqua. Il fatto che come tempo interno sia
dato un anno non significa che quello sia il tempo reale di scrittura
naturalmente. Comunque, posto che qui venga messo come data è evidente che B.
non potè scrivere l’opera prima di questa. L’altro termine di riferimento non
dopo il quale fu scritta l’opera, è un anno perché in quella data, in una
lettera, B. stesso direttamente ci parla di questa sua operetta come già
pubblicata (pubblicata ovviamente equivale a «circolante», almeno tra alcuni
dotti). morte di Salutati. Altro aspetto da considerare riguarda le figure dei
personaggi presenti. Tra queste figure c’è quella importante, una sorta di Nume
tutelare, il personaggio anziano, l’intellettuale in età avanzata rispetto al
gruppo dei giovani (c’è questa differenza importante che va considerata) che è Salutati.
Se noi stiamo a guardare ai dati dell’operetta possiamo pensare che sia stata
scritta quando il Salutati era ancora vivo, se consideriamo il Salutati
personaggio, che ci viene presentato in vita. In realtà però c’è tutta
una serie di elementi che fanno propendere a ritenere che sia stata scritta,
almeno per quello che riguarda il secondo libro, dopo la morte del Salutati.
Perché si attribuiscono al salutati posizioni che difficilmente il Salutati
avrebbe sottoscritto (lo sappiamo da altri dati, lettere ecc). l’unitarietà
Unitarietà dell’opera. Altra questione: è unitaria o no questa operetta? Su
questo punto è più difficile rispondere: il primo libro presuppone
indubbiamente un secondo libro che certamente modificasse l’assetto del primo
con il capovolgimento di posizione. Nei termini della disputatio in utramque
partemla tesi più persuasiva è che indubbiamente sotto questo profilo, quello
che è svolto come materia nel secondo libro sia già dato nel primo come
presupposto. Cioè che come testo dal punto di vistaunitario il bruni avesse
pensato all’opera in due libri; certo però è che ci sono alcune piccole
diffrazionidall’uno all’altro. Cambia la casa dove si svolgono i dialoghi;
viene introdotta un’altra figura, cosa possibile anche per alcuni spunti
ciceroniani a dire il vero, ma questo muta alcuni aspetti e alcune parti
dell’impostazione: in altre parole non è da escludere che il progetto
originario, pur prevedendo un secondo libro come è nella logica con cui è stata
scritta l’opera, si sia poi svolto effettivamente in untempo successivo nel
secondo libro. Ciò non toglie che, così come è svolta, l’opera abbia un assetto
contenutistico unitario, anche nell’impianto della disputa in entrambe le
direzioni. Uno degl’aspetti più interessanti dal punto di vista letterario
riguarda la consapevolezza da parte di B. di voler imitare anch’egli CICERONE,
non però il Laelius come fa Petrarca, ma una delle opere più imitate da questo
momento in poi in tutto il dialogo umanistico, e cioè il “De Oratore”. Il “De Oratore” è importante in quanto modello
per eccellenza del cortegiano. Ci sono delle modificazioni nell’impianto
da parte di B. rispetto al modello del “De oratore”: l’aspetto che lega
maggiormente questo testo al “De Oratore” è l’impianto con una cornice di
carattere realistico. Qui abbiamo la Firenze reale di quel tempo, abbiamo
personaggi storicamente individuati, abbiamo una autorità come Salutati. Altro
aspetto interessante sul piano dell’impianto e la palinodia, l’affermare una
cosa e il fare il discorso in opposto rispetto a quello che si è detto nel
primo libro è una modalità attuata nel “de oratore” mediante il personaggio di
Antonio. Antonio sostiene una tesi nel primo libro (nel “De Oratore” sono tre)
e capovolge la tesi nel secondo. Viene mostrato da CICERONE il modo retorico e le ragioni di questo. È stato
anche osservato che si tratta di una palinodia che non nega gl’asserti
precedenti, però sicuramente modifica quello che era stato detto nel libro
precedente. Anche la casa come luogo di raccolta, di discussione dei dialoghi è
un elemento ciceroniano; e lo è anche il tempo di festa: qui siamo a
Pasqua. La differenza che balza più all’occhio è che mentre per CICERONE
non c’è la presenza diretta dell’autore, perché CICERONE dice di aver riportato
dialoghi e discussioni che si erano svolti diversi anni prima, e c’è quindi una
diffrazione di carattere temporale, per cui CICERONE afferma di aver riportato
la testimonianza di chi gl’aveva raccontato quei dialoghi, qui invece c’è la
presenza diretta dell’auctor e c’è una attualizzazione totale nel senso che a
prescindere dalla data specifica i temi trattati sono altrettanto attuali e
attualizzati. Vediamo solo la prima parte, ma senza leggere la seconda non
si capisce l’effettivo svolgimento del discorso. Alcuni moduli che vediamo
riguardano solo questo dialogo, altri riguardano una modalità che nel tempo
viene ad essere ripresa e si evolve, come vedremo nel cortegiano, dove siamo
però in un ambiente diverso: questo cittadino, quello di CASTIGLIONE, della
corte. Questo è ambiente privato: un gruppo di amici che discutono tra di
loro. Queste discussioni non sono invenzione di B. Abbiamo altre tracce e
testimonianze in ambito fiorentino in relazione alle critiche che gruppi di
giovani classicisti di stretta osservanza avevano avanzato criticando
aspramente le cosiddette glorie fiorentine: Dante Petrarca e Boccaccio. Quello
che sta al fondo di questo dialogo è un problema e un tema di discussione
quanto mai attuale nella Firenze del tempo. Se a noi può sembrare strano, visto
che pensando a Dante pensiamo ad un grandissimo poeta e autore, trovare Dante
trattato come un autore di popolo, di farsettai, di pescivendoli eccetera, può
dare adito a qualche stupore. Le stesse accuse sono riferite da altri, non li
introduce solo B.: i problemi di cui si discute sono problemi su cui le
discussioni c’erano nella Firenze del tempo. Abbiamo dunque da un lato si
afferma prima questo aspetto destruens e dall’altro lo stesso che dice di
aver parlato di quelle cose per ragioni di carattere retorico e per fare in
modo che fosse proprio Salutati a fare l’elogio. Quindi li giustifica come una
sorta di esercizio di simulazione retorica. La dedicatoria L’antico
detto. Vediamo i caposaldi di questo discorso. Anche qui abbiamo un proemio che
è una lettera dedicatoria molto breve rivolta al Vergerio. La lettera si apre
con un antico detto di un saggio, e sia apre così a mo’ di omaggio verso il
Vergerio, che con questo detto, attribuito a Francesco il vecchio da carrara,
suo signore, aveva aperto il suo trattato. Questo detto è relativo alla patria:
antico detto di un saggio che l’uomo per essere felice deve innanzitutto avere
una patria illustre e nobile. Elogio di Firenze. La patria di origine del
B. non è più Arezzo nelle condizioni in cui era precedentemente, rovinata e
distrutta ormai dai colpi della fortuna. Ha però B. a sua volta l’opportunità
di vivere in una città eccellente, quest’opera è anche una celebrazione della
grandezza di Firenze. Il fatto che Firenze sia una città eccellente è dimostrato
facilmente perché lo stesso dedicatario era stato con lui a Firenze compagno di
studi presso il Crisolora: c’è stata dunque una comunanza di studi, di vita e
di affetti. Il dono all’amico lontano. Una comune abitudine alla
conversazione e alla discussione, a dato che l’amico è lontano, desiderato e
rimpianto, così come l’amico lontano desidera e rimpiange gli amici fiorentini
gli manda proprio come memoria ed omaggio (B. al Vergerio) la testimonianza di
una delle discussioni da poco avvenute tra loro giovani amici e il Salutati,
come testimonianza che può trasmettere le discussioni di una volta allo
stesso Vergerio. Anticipa, sui contenuti, ciò che riguarda la dignità degli
argomenti e la dignità degli uomini. Cita i due protagonisti-antagonisti: Salutati
e il Niccoli. L’altra dichiarazione che costantemente viene fatta in trattati
di questo genere è la testimonianza –dedica: dice alla fine di questo proemio:
«così io rimando la disputa trascritta in questo libro in modo che tu, benchè
assente, in qualche modo possa godere di quanto godiamo noi, e nel far questo
ho cercato soprattutto di rendere con la massima fedeltà le due posizioni
contrastanti (originale: morem utriusuqe, il costume di entrambi)» e affida
allo stesso Vergerio il compito di giudicare se ci sia riuscito oppure
no. La psicologia del personaggio. Questo è un altro tratto importante:
quello della delineazione del personaggio: non sono solo voci, con personaggi
con una loro individualità. Essendo un dialogo diegetico questa loro personalità
può essere messa in evidenza per alcuni tratti dalla cornice diegetica, ma
soprattutto dal modo in cui ciascuno si esprime, e quindi da quella sorta di
delineazione psicologica che deriva dal discorso. L’abilità è anche quella di
rendere da parte del bruni l’atteggiamento nel dire dei due, e ne è giudice lo
stesso Vergerio che li conosceva entrambi. La rappresentazione dei personaggi
rappresentano anche dunque una prova distile e di bravura da parte
dell’autore. Noi non abbiamo modo di vederlo nel testo latino, ma quest’opera è
letterariamente significativa anche nel movimento stesso delle voci. Il
primo libro Cornice introduttiva Come viene fatta l’introduzione nel
dialogo diegetico? Innanzitutto c’è la cornice introduttiva, che ci dà delle indicazioni
relative alle circostanze del dialogo, al luogo e ai personaggi. Bruni e
Niccoli vanno a casa di Coluccio. In questa nostra cornice noi abbiamo che nel
tempo delle feste, questi giovani personaggi stanno andando a casa di Salutati,
che viene definito «senza dubbio l’uomo più eminente del tempo nostro per
sapere, eloquenza e dirittura morale»: triplice occorrenza che definisce il
carattere del nume tutelare. Viene poi introdotto un novo personaggio: mentre
stanno per andare da Salutati incontrano Rossi, il quale a sua volta è definito
per ciò che è proprio del personaggio stesso in relazione agli studi: «uomo
dedito agli studi liberali». Tutti insieme vanno da Coluccio, e De Rossi si
unisce a loro. La critica di Coluccio. Arrivati a Casa di Coluccio c’è un
momento di Silenzio: Coluccio pensa che quei ragazzi gli vogliono dire
qualcosa, loro non iniziano per far cominciare il maestro e quindi viene
rappresentata questa pausa: un elemento di carattere anche realistico. Alla
fine Coluccio, dato che nessuno parla si decide ed interviene nel discorso.
Quindi la persona più autorevole inizia il suo discorso: che inizia nei termini
di una conversazione, quello che può avvenire quando un gruppo di persone si
trova in casa di uno che è più autorevole di loro, e questo comincia a parlare,
e di fatto esprime il piacere di vederli e poi comincia, li loda per la loro
passione per gli studi, ma esprime poi una critica. • importanza della
disputatio. Critica relativa al fatto che hanno trascurato quello che per
Coluccio invece è importante: la disputatio, l’abitudine alla discussione che
secondo il Salutati è fondamentale proprio per affrontare in pieno sottili
verità, per poterle sceverare compiutamente, per mantenere la mente in
occupazione, e scambiando discorsi in comune per fare una gara esercitando il
proprio intelletto, al fine di ottenere la gloria quando si sia superiori nella
disputa rispetto agli altri, oppure la vergogna quando si è battuti; da qui
verrebbe uno stimolo allo studio per imparare di più., in fondo.Che cosa può lo
sguardo di tutti. Attenzione: qui la traduzione dice questione,che potrebbe far
pensare alla quaestio, nel testo latino si dice invece rem, l’oggetto della
discussione, è diverso il senso da dare alla cosa. E’ importante l’esercizio
perché se non si compie, chi è studioso rimane a parlare con sé stesso e con i
propri libri, ma non si mette a gara e non interviene nel colloquio con gli
altri uomini, e non viene ad essere di giovamento, non ottiene i frutti che
possono essere dati dallo scambio argomentato delle discussioni.
Rievocazione degli studi a Bologna. Evoca gli esordi della sua stessa
educazione quando era a Bologna: dove aveva avuto un insigne maestro ed aveva
appreso l’arte del discutere; poi aveva avuto modo di cimentarsi ulteriormente
in relazione ad un dotto teologo e sapiente a Firenze, e al tempo stesso dotto
in teologia, agostiniano, e insieme amante dei classici: è Luigi Marsili, che
animava un cenacolo presso la chiesa di Santo Spirito, ed è una figura eminente
della Firenze trecentesca, che viene anche nominato dal Petrarca. • l’elemento
cronologico. Ci viene dato attraverso il Marsili l’elemento cronologico che si
diceva all’inizio poiché il Marsili è indicato come morto sette anni prima:
dato che era morto, allora ci porta. L’insegnamento
del Marsili. Il Marsili aveva dimostrato a Coluccio, nei tempi posteriori alla
giovinezza, quando valesse la discussione: era un sapiente conoscitore degli
studi di teologia, ma anche un conoscitore degli antichi; tanto profondamente
legato alla scrittura degli antichi da averle assimilate, anche stilisticamente
tanto da riprodurne le movenze. L’esempio che porta il Salutati di Sé e di
quanto aveva guadagnato da queste discussioni è dato per mostrare attraverso la
propria persona, quanto efficacemente egli ritenga sia proprio della
discussione, cioè: il frutto delle sue opere era stato dato secondo il salutati
proprio attraverso questa via. Dunque l’esercizio è fondamentale. Su questo
punto si intavola tutta la discussione che segue. Salutati, pur sostenendo
di ammirare gli amici per la loro apssione per gli studi, criticava il fatto
che non si dedicassero, come esercizio non solo opportuno e utile, ma
necessario, la disputazione. Coluccio aveva portato il proprio esempio sia
dalle indicazioni che aveva ricevuto dalla scuola di grammatica quando era un
giovane studente a bologna, e sia per quello che aveva ricavato dal
rapporto continuo assiduo e importante con il dotto teologo studioso dei
classici Marsili. Una indicazione del Marsili ci dà l’indicazione del tempo
interno del dialogo. Il discorso di S. si
concludeva con una esortazione ai giovani perché si dedicassero alla disputa e
cercassero di dare maggior frutto ai loro studi. La risposta di Niccolò.
Come personaggio antagonista risponde Niccolò Niccoli: fin dalla presentazione
che nella dedicatoria aveva fatto al Vergerio B. aveva presentato le due figure
di Coluccio e Niccoli proprio in questo senso. In più di un momento pare che
Niccoli dia ragione al Salutati riconoscendo l’importanza della disputa che
potrebbe giovare molto agli studi, e lodando Salutati per l’efficacia sul piano
dell’eloquenza con cui aveva dimostrato questa tesi; e ricorda a sua volta la
figura del Crisolora, chiamato dallo stesso Salutati e da cui questi giovani
avevano imparato il greco. Il salutati invece aveva preso i primi rudimenti ma
non tanto da essere in grado di fare una traduzione dal greco al latino.
Le colpe della generazione precedente. Pare che Niccoli dia ragione al
salutati, ma non è così: egli giustifica se stesso e i suoi amici dicendo
che se non svolgono quella esercitazione non possono essere accusati i ragazzi
stessi ma devono essere accusati i tempi: c’è qui una rappresentazione
estremamente negativa, che riprende alcuni tratti del Bruni scrittore già ben
presenti nelle opere polemiche di Petrarca, e che per alcuni elementi emergono
anche nel De Vita Solitaria, un attacco da parte del Niccoli molto duro nei
confronti della condizione in cui è ridotta la cultura per colpa delle
generazioni precedenti e che dispersero il grande patrimonio della cultura
antica. Di fatto come sappiamo la concezione stessa del medioevo nasce
polemicamente proprio in contrapposizione con quello che riguarda la volontà da
parte degli uomini umanisti in primo luogo di ritornare alle fonti della vera
sapienza degli antichi superando la decadenza; è una notazione polemica questa
che noi non facciamo nostra, ma che riguarda la cultura del tempo.Il Niccoli
spiega che per poter svolgere una disputatio è indispensabile padroneggiare
bene un argomento, e per fare questo bisogna avere una grande mole di
conoscenze; Niccoli si domanda come si possa acquisire una tale mole di
conoscenze in questi tempi oscuri, con tanta penuria di libri. Invita a
considerare poi come sono le discipline umanistiche in passato e come sono oggi.
Parte qui una sorta di rassegna che mostra le radici della FILOSOFIA, mostra
che cosa comporta IL PASSAGGIO A ROMA della FILOSOFIA e mostra come ai tempi
moderni è ridotta la filosofia. Polemica contro gli aristotelici. Qui il
Niccoli si lancia, sulla scorta di considerazioni già petrarchesche (non qui
enunciate come tali, perché non si fa qui il nome di Petrarca) contro i
filosofi e soprattutto contro gli aristotelici. Non contro ARISTOTELE, ma
contro gl’aristotelici che tutto basano sull’autorità di un solo filosofo, e
tutto basano sul cosiddetto ipse dixit, essi d’altra parte fanno questo sulla
base di un'unica autorità, e non soltanto mostrano con ciò di non conoscere
bene ciò di cui parlano, ma mostrano una grande arroganza: la dimostrazione
della loro arroganza e della difficoltà nel padroneggiare gli scritti di
Aristotele, trova una base polemicamente anche con riferimento a una polemica
che a sua volta contro i retori del suo tempo fa CICERONE. • la corruzione del
latino e dei testi. Poi ritorna all’oggi e accusa i filosofi aristotelici di
parlare di cose che in realtà non sanno, e come possono saperle? Se questi non
solo ignorano il greco, ma IGNORANO IN GRAN PARTE ANCHE IL LATINO? E qui è
sotto accusa anche IL LATINO PERVERTITO del medio evo, che non è quello degl’umanisti.
Addirittura Niccoli dice che se tornasse lo stesso Aristotele, non
riconoscerebbe neppure più i suoi testi. Sottolinea un aspetto importante da un
punto di vista filologico, cioè il problema della restituzione critica dei
testi aristotelici, il problema cioè di andare a cercare il maggior numero di
esemplari dei testi di Aristotele e il tentativo di restituirli alla loro
rispettiva lezione, e questo puo essere fatto a partire dal testo greco. La
conoscenza del greco che questo circolo di umanisti possede, e in quei tempi
appannaggio di quei pochi che avevano beneficiato, sulla scorta del
Crisolora. Altro affondo: gl’occamisti. Dopo questo attacco agl’aristotelici
passa ad attaccare I DIALETTICI. Anche questa è una polemica già petrarchesca,
con i cosiddetti barbari britanni, soprattutto DIALETTICI e logici occamisti,
seguaci di Occam. Secondo le accuse che venivano fatte essi si occupano di cose
da poco, di frivolezze, invece che di occuparsi di cose importanti ed
eccellenti. Ciò non vale solo per le due discipline evocate ma dice che
potrebbe dirsi lo stesso di tutte le altre arti: Grammatica, retorica e tutte
le altre arti. Non mancano gl’ingegni, ma mancano i mezzi per imparare in questa
condizione del sapere. Non abbiamo né mezzi ne maestri. L’eccezione di
Salutati. A questo punto è chiaro che occorre fare un eccezione, perché sennò
nel contesto del discorso ciò avrebbe significato attaccare lo stesso Salutati.
Allora Salutati è salvato da Niccoli ed elogiato e rappresenta l’eccezione che
conferma la regola. Perché Salutati ha potuto far frutto con i suoi
studi? In virtù del suo grande ingegno, quasi divino, che gli ha consentito di
fare quel salto di qualità e quindi di essere l’eccezione alla regola.
Ubi sunt. L’ultima parte del Discorso di Niccoli si imposta su quel modello di
elegiaco tema dell’Ubi Sunt, dove sono mai?, tanto presente in ambito
medievale, ma qui piegato a lamentare la mancanza dei grandi libri dei classici;
e fa un elenco di libri di grandi autori che mancano. Il precetto di Pitagora.
Aggiunge poi un aspetto legato alla necessità del silenzio cui sono costretti,
e fa un riferimento ad un precetto dell’antico filosofi Pitagora: Pitagora
aveva invitato i discepoli, prima di parlare, a meditare e restare in silenzio
per cinque anni, e se i discepoli di Pitagora, che pure avevano tale maestro e
tale possibilità stante la cultura del tempo antico, come potranno questi
giovani parlare e mettersi a disputare? Dice il Niccoli: «noi che non
abbiamo né maestri ne insegnamenti né libri: come possiamo fare questo?
Dunque non ti devi arrabbiare con noi se stiamo zitti e non discutiamo, non è
colpa nostra ma dei tempi». Torna la cornice. A questo punto ritorna la
cornice. Al discorso diretto viene reintrodotta la cornice con una sorta di
segno teatrale: una pausa di silenzio che fa si che ci sia anche uno stacco in
relazione alla voce che ora segue; uno degli aspetti efficaci del dialogo è la
messa in scienza dei personaggi e quindi la rappresentazione delle loro voci.
La cornice interviene diegeticamente introdotta dal narratore-autore, che
interrompe il flusso del discorso, segnando appunto una pausa di
silenzio. Disputa intorno a disputare. Interviene Coluccio rilevando la contraddizione,
perché il Niccoli che aveva sostenuto di non poter parlare e discutere a causa
dei tempi, aveva a sua volta dato unabrillante dimostrazione di essere capace
di discutere con le sue stesse parole. Allora Coluccio cerca dichiudere questo
discorso dicendo: «lasciamo dunque se credete questa disputa che è intorno al
disputare». Gli altri chiedono il confronto. Ma il discorso non può
finire qui e c’è l’intervento di un dialogo a più voci, quindi c’è una
variazione nel modo in cui sono introdotte le voci di dialogo ed efficacemente
dal punto di vista letterario il dialogo viene ad essere animato. Interviene
Roberto De Rossi, che non vuole che la discussione rimanga a metà; • Coluccio.
interviene di nuovo Coluccio che dice per teme di aver destato il leone
dormiente e chiede il parere degli altri: chiede innanzitutto a Roberto De
Rossi se sia d’accordo con lui o con Niccoli dichiarando che in relazione a
Leonardo, cioè colui che è al tempo stesso personaggio e autore del dialogo,
non ha dubbi perché ritiene che Leonardo sia d’accordo con Niccolò. Interviene
allora con la voce che dice io lo stesso B. che chiede di essere
considerato un giudice. Non vuole prendere posizione; fermo restando che c’è
una aggiunta, non priva di una certa ambiguità, perché riconosce che la causa è
in gioco non meno di quella di Niccolò. Interviene infine Rossi che a sua volta
dichiara di sospendere il giudizio, e di sospendere il suo parere finché
entrambi non espongono la loro opinione. Dunque Coluccio adesso deve fare una
confutazione di quello che Niccoli ha detto. La confutazione di Coluccio.
Si apre una ulteriore fase del dialogo nell’ottica di una confutazione fatta da
Coluccio in relazione a quello che Niccoli ha detto. In primo luogo fa notare
che è facile confutare che dice che a causa dei tempi non si può disputare
quando egli stesso lo ha dimostrato egli stesso disputando. C’è anche una
schermaglia un poco scherzosa in relazione al Niccoli. Un altro degli aspetti
del dialogo è anche l’introdurre battute per alleggerire il senso delle
discussioni, così come si introduce all’interno del discorso riferendosi
ad un personaggio che inizia a parlare «sorridendo» ecc, così anche da battute.
Viene ad essere interrotto a sua volta il Salutati da Rossi con un'altra obiezione:
allora se tu elogi il Niccoli che ha mostrato di poter disputare, perché dici
che ci si debba esercitare? Se senza esercitarsi Niccoli c’è riuscito così
efficacemente, vuol dire che l’esercizio non è necessario. Risponde con una
contro obiezione il Salutati dicendo che l’esercizio è fondamentale per poter
ottenere un ulteriore eccellenza: se già ci sono delle buone disposizioni
soltanto esercitandosi si può migliorare. Elogio dell’esercizio. Coluccio
si lancia in un elogio dell’esercizio. Questo esercizio e la disputa sono di
nuovo ri-definiti, e questa definizione è importante:, riga 5: perciò io chiamo
disputa: - insisto su questo poiché il modo in cui è definita la disputa
e la discussione delimita i caratteri della discussione stessa, e la distingue
rispetto alla quaestio degli scolastici. Non poi così bui. Salutati
ammette che la situazione in cui versano le arti liberali non è la migliore
possibile. Però in relazione all’atteggiamento assolutamente negativo in Niccoli
tende a minimizzare: sì, un po’ sono decadute, ma non al punto tale che siano
nella condizione che dice Niccoli. E se è vero che molti libri mancano, è ben
vero che altri ce ne sono, e comunque le cose che abbiamo le dobbiamo usare e
non le dobbiamo disprezzare. E dunque ribadisce che il Niccoli sbaglia ad
attribuire la colpa ai tempi, perché così non riconosce quello che deve
imputare a sé stesso; cioè si sottrae di fatto quello che sono le sue
responsabilità. Chiarisce anche che il suo intento è quello di porsi in
opposizione a lui, e non di attaccarlo violentemente, cioè non è il suo un
atteggiamento volutamente polemico in termini distruttivi. La illustre
tradizione fiorentina. D’altra parte introduce, ritenendo che questa parte del
discorso possa essere compiuta, un ulteriore passo, che poi scatenerà il resto
della discussione e la reazione del Niccoli: E dice: «come è possibile
che tu venga a dire che in tempi moderni non ci siano possibilità da
parte degli ingegni di fiorire se tu tralasci tre uomini fioriti da questa nostra
città e nei nostri tempi. Dante, Petrarca e Boccaccio, che sono levati al cielo
da così grande universale consenso. C’è un motivo anche di carattere
patriottico. -c’è una specificazione data in relazione a Dante che è
significativa per come volgerà poi il seguito del dialogo, poiché sembra essere
posta una riserva sul fatto che Dante prescelse il volgare, infatti dice «se
Dante avesse usato altro stile (alio genere scribendi) io non mi contenterei di
porlo insieme a quei nostri padri, ma a loro e ai greci stessi io lo
anteporrei»: cioè da un lato c’è una lode del ruolo di Dante, dall’altro una
riserva del modo di scrivere. E dice che quei tre non vanno dimenticati ma
ricordati perché sono il vanto e la gloria della città. Dante. E qui la
voce di Niccoli esplode. In realtà il verbo non è messo, c’è un ellissi, ma il
traduttore lo sottolinea permettere in evidenza l’esplosione polemica del
Niccoli. C’è un vero e proprio grido del Niccoli. «allora Niccoli insorse
ignorante d’ogni cosa? - e qui comincia un atto d’accusa. Che parte da Dante,
che viene accusato di non capire il latini di Virgilio, citando un passo del
Purgatorio; viene accusato di non aver capito l’età di catone e di averlo
invecchiato rispetto a quello che dice Lucano; viene accusato di aver preso Cesare
che era un tiranno, averlo lodato, ed aver messo l’uccisore di cesare nella
bocca di Lucifero; è accusato anche per la sua cultura basata sulla scolastica,
e per il latino di Dante stesso. E dunque che cosa deve essere Dante? A chi
deve essere lasciato Dante? A quale pubblico? Pagina 99, in fondo: per cio familiare
solo a gente simile». Fiorentini contro Dante. Che a gruppi di
classicisti di stretta osservanza fosse rimproverato un atteggiamento simile lo
sappiamo da altre fonti: che possono anche essere collegate a questo, ma ci
sono anche altre fonti fiorentine che ci trasmettono questo atto d’accusa,
mossa a giovani che invece di guardare alle glorie della patria. Le attaccano.
L’accusa è ancora più dura perché non riguardava solo un giudizio di carattere
letterario che attaccava i numi tutelari della cultura fiorentina e il vanto
della cultura fiorentina, ma perché questi stessi giovani erano accusati di
disinteresse nei confronti delle sorti della patria. Un po’ di tempo prima
della scrittura di questi dialoghi, c’era stato uno scontro violento tra
Firenze contro Visconti, e c’era stato un momento in cui pareva che Firenze
dovesse soccombere, solo la morte di Gian Galeazzo salva Firenze definitivamente, perché gli
ultimi atti di guerra versavano molto negativamente. E si diceva che c’erano
questi gruppi di giovani classicisti che si disinteressavano totalmente, che
non si occupavano delle sorti della patria; e qui viene fatto un collegamento
tra lo spirito civile e le glorie cittadine. Qui il discorso è riportato in
termini letterari, ma c’è sotteso dell’altro. Un riverbero di questo si vede
alla fine del secondo dialogo. Petrarca e Boccaccio. Da dante si passa
Petrarca, e si attacca ciò che Petrarca aveva propagandato a quattro venti in
relazione alla grandezza del suo poema L’Africa in latino, poema non compiuto,
e quindi da questa grande aspettativa, dice Niccoli, (noi diremmo “dalla
montagna”) è saltato fuori «un topolino». Di fronte alle accuse fatte a Dante e
Petrarca, è inutile continuare con Boccaccio, che viene liquidato, poiché se è
inferiore ai primi due, è inutile continuare. D’altra parte non soltanto
questi sono da giudicare nei termini dati, ma ancor più è da giudicare
negativamente la loro singolare arroganza per come si sono dichiarati:
letterati, dotti e poeti. La conclusione liquidatoria del Niccoli è la seguente:
perciò Coluccio mio non hanno sapere alcuno»: una dichiarazione radicale. A
questo punto vediamo come finisce questo primo libro, perché siamo quasi alla
fine. Riprende a parlare Coluccio: c’è un distacco nella cornice
nell’atteggiamento «sorridendo come sua abitudine»: ora teniamo presente che i
personaggi ciceroniani, dei dialoghi ciceroniani, in particolare il De Oratore,
quando prendono la parola, nella cornice diegetica sono mostrati mentre a
prendono «sorridendo». Allora realismo nei confronti del Niccoli: «quanto
vorrei.. non abbia trovato un avversario, e qui cita gliavversari di Virgilio e
Terenzio. Però gli avversari di questi grandi latini del passato erano comunque
più sopportabili. Teniamo presente che questa sembra una nota caratteriale del
Niccoli, questa figura del Niccoli la troviamo al centro di diversi dialoghi di
polemiche e lettere. Ma perché gli avversari erano più sopportabili, perché
loro si opponevano ad una sola persona, e invece il Niccoli si oppone a tutti i
suoi concittadini. Ma il giorno ormai muore, ed occorre differire la risposta,
che necessita molto tempo, data la grandezza dei tre personaggi di cui occorre
fare la lode, per compensare il vituperio di Niccolo. Coluccio rimanderà questa
difesa. E qui Coluccio chiude circolarmente tornando al tema della discussione.
La conclusione del primo libro Necessità di una lode. Il primo libro ci
dice che l’attacco del Niccoli viene rifiutato in Toto dal nume tutelare, con
le parole del quale si era aperto il dialogo del primo libro, e a causa del
quale si erano svolti questi colloqui. Viene rimandato, senza un’indicazione
che dica a quando, viene detto che sarebbe necessario un discorso non breve e
che il tempo lo impedisce. Allora a questo punto, così come è impostato questo
libro, ci fa presupporre che ce ne debba esse un altro che comporti l’elogio di
questi tre, perché rimane in un tempo di attesa. Qui però c’è un problema
relativo al modo di trasmissione dei manoscritti dei nostri dialoghi in
relazione alla fortuna del testo: devo dire che i Dialogi ebbero una notevolissima
fortuna, abbiamo un numero rilevante di manoscritti però c’è anche un dato che
non possiamo eludere: una parte di manoscritti ci trasmette il primo libro
soltanto, quindi sembra di capire che una circolazione di questo primo libro
sia stata precedente o autonoma rispetto alla diffusione dell’opera completa,
cioè dei due libri. Questo non vuol dire che tra il primo e il secondo ci
sia uno iato di composizione, anche se è una delle testi che sono state
avanzate; e non significa soprattutto che il secondo libro sia una aggiunta
esterna, successiva o pensata dopo, perché in realtà la conclusione stessa del
libro anche se non è determinata, è la conclusione che compare spesso nei
dialoghi, anche ciceroniani, quando viene rimandato ad un successivo giorno. Ma
qui non è specificato il quando, questo è vero, quindi c’è qualche
interrogativo che pone la conclusione di questo primo libro. Il secondo
libro si imposta certamente in un rapporto che possiamo definire, considerando
l’opera nel suo insieme un rapporto unitario, un rapporto non senza qualche
diffrazione: cioè noi ci aspetteremmo qualcosa d’altro, e cioè che fosse
Coluccio a riprendere la lode dei tre grandi fiorentini, e soprattutto che si
riagganciasse a quello che è stato detto nel primo libro. Invece il modo in cui
si riaggancia ha qualche diffrazione. La cornice Verso casa De
Rossi. Il secondo libro del dialogo dunque si apre il giorno dopo; si ritrovano
quelli che si erano uniti il giorno precedente, ma si aggiunge un altro
personaggio. Altro interrogativo: questo personaggio è Piero di Ser Mini,
definito «giovane sveglio e sommamente facondo». Come ricorda la nota che
questo Piero di Ser Mini fu successore del Salutati nella cancelleria di
Firenze. Era rappresentato come personaggio familiare e vicino a Coluccio, e
insieme alla sua comparsa cambia anche la sede dei personaggi: si ritrovano i
personaggi del primo dialogo, tranne Roberto de Rossi, che vanno appunto a casa
di Rossi; nel primo Rossi si era aggiunto, ora i tre si aggiungono a lui. •
Oltr’Arno. C’è un passaggio nella dislocazione che non è privo di significato:
vanno oltr’Arno, perché Rossi abitava al di là dell’Arno, oltre Palazzo Pitti;
interessante nella dislocazione perché quando finisce il dialogo ritorneranno
dall’altra parte: è come se uscissero dalla città e tornassero in città una
volta concluso l’elogio e restituita per certi versi la pienezza della
compartecipazione di quella che è l’opinione dominante. Ci sono anche
connotazioni che rimandano a luoghi per eccellenza propri di quelli che sono
dibattiti di natura filosofica, anche se questo non è propriamente filosofico:
si parla del giardino, del portico. Lode di Firenze. A questo punto non
comincia una discussione come avevamo visto essere terminata nel secondo libro,
ma il nostro discorso comincia in un altro modo: comincia con una laudatio di
Firenze. Bisogna ricordare brevemente due cose che devono essere tenute
presenti per capire meglio. B. scrive una laudatio, unencomio, uno scritto il
lode di Firenze; particolarmente interessante in relazione alla tradizione
delle lodi alla città perché cambia l’impostazione: si basa sul Panatenaico di
Elio Aristide, cioè viene magnificata Firenze sul modello dell’elogio di Atene,
e l’elogio viene fatto per tutti gli elementi di Firenze, dall’aspetto fisico e
monumentale della città, alle sue istituzioni, alla città come rappresentativa
al massimo grado come figlia e erede di ROMA, perché i Romani erano stati
fondatori di Firenze ai tempi della repubblica romana secondo l’ipotesi
avanzata in quegli ultimi anni, ed era la depositaria e l’erede della libertà
repubblicana; quest’operetta era stata importante, e qui l’elogio in alto stile
viene fatto proprio da Salutati, che fa l’elogio della città dicendo per
esempio quali magnifici palazzi ci sono (e mostra i palazzi appena oltrepassati
per andare da Rossi) e dice quanto bene ha fatto B. a lodare Firenze e loda a
sua volta, lodando Firenze, quella che B. la fatto della città (esalta la
laudatio di B.). • l’encomio dell’«encomio». Quindi che cosa ottiene il bruni
come autore in questo modo? Mette lapropria opera come lodata dallo
stesso Salutati. Ci sono anche dei nessi con alcune altre opere del Salutati
stesso. Questo elogio viene completato dall’intervento di Pietro di Ser Mini e
poi di altri e viene a toccare in questo modo, come se fosse un discorso che si
svolge naturalmente, viene a toccare proprio il tema in oggetto, e cioè
l’elogio delle glorie della città, le glorie letterarie. b) Per capire altri
punti facciamo presente che viene citata un operetta di Salutati, da Salutati
stesso. È un trattato scritto si intitolava De Tyranno; qui Salutati aveva
difeso la legittimità del potere di Cesare, e soprattutto aveva difeso
ALIGHIERI (si veda) per la posizione assunta nella sua opera. Non è che qui
adesso il Salutati faccia una palinodia di quello che aveva scritto, però qui
ne dà una interpretazione un tantino diversa; e questa è una ragione che ci fa
pensare che Salutati fosse morto a quell’epoca, perché non avrebbe ma
accettato, conoscendo quanto fosse molto fortemente difensore delle proprie
idee e posizioni. Una diffrazione: il parere di De Rossi. Lasciando stare
questo aspetto del problema, passiamo a parlare dei vanti di Firenze, e Roberto
(al quale erano state ricordate le glorie politiche della propria famiglia in
difesa del partito guelfo) diceva che bisognerebbe svolgere le lodi di questi
personaggi, perché questi tre poeti non sono davvero «la minor parte della
nostra gloria». Noi però ci dobbiamo domandare quale fosse la posizione di
Roberto nel libro precedente: aveva detto di non voler dare giudizi, di
aspettare a dare un parere, mentre qui si dichiara finalmente d’accordo. Allora
Coluccio risponde, ed anche questo ci stupisce in quanto non dice che tale
elogio effettivamente vada fatto, infatti Coluccio dice: «sei nel giusto
Roberto, essi sono non solo la minima parte, ma anzi di gran lunga la fonte
maggiore della nostra gloria; ma che debbo fare ancora, non aprii ieri a
sufficienza il mio sentire su quei tre sommi?» ma in realtà non aveva risposto:
aveva solo detto che era contrario al parere del Niccoli, e che per svolgere
l’elogio ci voleva molto tempo: quindi c’è una vera e propria diffrazione,
seppure lieve in questo. Integrazione della laudatio del B. Teniamo presente
che nella laudatio di Firenze il bruni aveva glissato sulle glorie fiorentine
sotto questo aspetto: cioè nella laudatio non sono citati ALIGHIERI (si veda),
Petrarca e Boccaccio; la laudatio si conclude con il vanto degli egregi
fiorentini, ma non ci sono i nomi, è un vanto generale. Questa parte ora, in un
certo senso si riaggancia alla laudatio del bruni e la completa: in un certo
senso questo secondo libro ha indubbiamente anche questo scopo. Tanto più che
il Bruni, quando nelle sue lettere parla di questo testo, lo definisce «i libri
dei nuovi poeti», quindi l’aggancio con la laudatio indubbiamente amplifica e
porta in una direzione questo discorso. Niccoli Smascherato. Come si può
risolvere il problema a questo punto? Niccoli rimane sulla posizione di prima?
No. Vien operata una definizione in chiave retorica della posizione del
Niccoli: di fatto Coluccio afferma di aver ben capito il giorno prima che il
Niccoli aveva fatto questo in modo artificioso: l’aveva fatto non dicendo
quello che pensava lui, ma lo aveva fatto per provocarlo,perché quello che
Niccoli voleva era che lui facesse l’elogio, ma Salutati non ci era caduto, ed
aveva capito bene quali erano idee di Niccoli, il quale, insieme a B., continua
ad insistere che sia lui a fare l’elogio dei tre Grandi: Salutati dice che farà
ben questo, ma solo quando lo vorrà lui! A questo punto c’è una
schermaglia, uno scambio di battute con effetto teatrale, fino a quando c’è una
sorta di rilancio tra le parti: il Salutati vuole che sia B. a fare l’elogio,
mentre B. vuole che sia Coluccio, o quanto meno vuole decidere lui chi debba
farlo (e questo è un passo di tipo meta letterario, in quanto Bruni è anche
scrittore!); alla fine B. viene fatto arbitro e decide che sia Niccoli a fare
l’elogio: il Niccoli li ha attaccati, il Niccoli ora li difenda. Allora Niccoli
prende la parola e ribalta l’accusa che aveva fatto il giorno prima. Il modello
di questo è stato rilevato dagli studiosi nel personaggio di Antonio tra il 1°
e il 2° libro del “De Oratore”. Come Antonio, anche Niccoli, pur facendo una
confutazione di quelle accuse, non si adegua totalmente a quello che pensa
Salutati, così come Antonio, nel 2° libro del “De Oratore” non diviene
totalmente dell’idea dell’altro nume tutelare. C’è una dialettica interna che
rimane. Excusatio. Innanzitutto Niccoli si lancia in una ampia excusatio,
fin troppo ampia: e questo potrebbe fare pensare che il Niccoli storico, una
qualche responsabilità in queste accuse ai tre grandi potesse pure averla.
Insiste dicendo che gli altri non poteva assolutamente credere che egli
attaccasse veramente i tre grandi: è noto a tutti l’amore che ha avuto per
l’opera di Dante, per la memoria di Petrarca, per il quale è andato fino a
Padova per leggere l’Africa, l’amore per Boccaccio ecc. afferma di essere consapevole
di aver fatto quello che dice Coluccio: ha fatto un vituperio dei tre
fiorentini solo per sollecitare Coluccio a fare l’elogio. Dato che a questo
punto tocca a lui, è costretto a farlo, con grande soddisfazione di Coluccio
che lo obbliga. Palinodia, ma non totale. Inizia la palinodia: ciò
che rende grandi Dante, Petrarca e Boccaccio, e risponde alle accuse che egli
stesso aveva fatto prima. Ma c’è una differenza: il Salutati si pone su questa
posizione: il salutati è un innovatore che non rompe con la tradizione, è
l’erede del Petrarca a Firenze, e di Boccaccio. Però il Salutati non vuole
rompere e contrapporsi nello stesso modo in cui altri avevano fatto con la
tradizione precedente; il Niccoli recupera le lodi dei tre, ma alla fine del
suo discorso ritorna a quello che aveva detto prima: come il Salutati è un
eccezione al tempo contemporaneo, così questi tre grandi fiorentini sono delle
eccezioni, perché il loro grandissimo ingegno permise loro di eccellere
nonostante la decadenza degli studi e nonostante la situazione del mondo loro
contemporaneo. Non è quindi propriamente la posizione del salutati, ne una
ritrattazione vera e propria, o una confutazione delle accuse espresse
prima. Petrarca precursore degli umanisti. Ci sono nelle cose dette
diverse cose interessanti, una in particolare riguarda il Petrarca e il
riconoscimento della sua funzione per l’avvio del rinnovamento negli studi
umanistici: riconosce l’importanza di Petrarca come fondatore del movimento
umanistico. Il discorso improvvisato. L’altro aspetto importante per la
struttura del dialogo riguarda la dichiarazione del parlare all’improvviso e
senza preparazione: questo dopo aver fatto la lode di Dante. La caratteristica
peculiare del dialogo è che venga fatto come una CONVERSAZIONE reale. Gl’argomenti
posti in campo, COME IN UNA CONVERSAZIONE e senza un ordine sistematico, senza
una preparazione pre-ordinata: ciò mette in evidenza il carattere di
naturalezza e libertà del discorso, rispetto a quello che sarebbe in termini sistematici
e stringenti di una trattazione filosofica. Questo è un discorso, non un
dialogo informa di trattato. Altro aspetto interessante, per la posizione
dal punto di vista culturale è che, mentre d’ALIGHIERI viene esaltata la
Commedia, per vari motivi, di Petrarca e Boccaccio viene rilevata soprattutto
l’opera IN LINGUA LATINA. Di Petrarca in larghissima misura poi, solo poco si
dice della produzione in volgare. Di Boccaccio il Decàmeron in quanto tale non
è citato! Sono citate le opere IN LINGUA LATINA. Un solo accenno può far
pensare al Decàmeron, ma la centralità è data alla Genealogie. A questo punto,
Dopo che Niccoli ha finito il suo discorso, allora viene pronunciata
l’assoluzione di Niccoli che viene scagionato da quello che aveva fatto il
giorno prima: gli viene data l’assoluzione perché nella perorazione della
causa aveva difeso le sue ragioni e quindi non è responsabile di nulla. D’altra
parte però anche nel modo in cui viene data questa sorta di assoluzione, la
formulazione non è priva di tratti di ambiguità: perché quello che si dice
riguarda non tanto il discorso di Niccoli, quanto ciò che Niccoli aveva
riportato a sé per l’amore che aveva avuto per questi autori; un margine di ambiguità
dunque rimane. In definitiva. Delle Eccezioni. La parte finale del
dialogo risolve e conclude dicendo che da parte di Niccoli si ritiene
abbastanza largamente premiato per tutte le lodi ricevute, e ritorna però ai
principi precedenti affermando che è lontano dal credere di sapere qualcosa, e
proprio ritorna circolarmente la sua tesi fondamentale: «tanto più ciò mi par
difficile, tanto più ammiro i fiorentini in quanto nonostante l’avversità dei
tempi, per una loro sovrabbondanza di ingegno riuscirono ad essere pari o
superiori agli antichi»: delle eccezioni duqnue, illuminanti ma niente altro
che delle eccezioni. Il dialogo si conclude con l’intervento di Roberto e il
ritorno al di là di ponte vecchio. Modelli e fonti La cornice. La
cornice di carattere conviviale è la cornice classicamente ben autorizzata, il
Simposio ed altro, è un’altra delle cornici riusate, non frequentemente, nel
dialogo umanistico-rinascimentale. Il fatto che qui sia stato accennato in
questa forma è indizio di una attenzione da parte di B. verso questa nuova
forma di dialogo. Abbiamo visto quali fossero i modelli, e in particolare come
modello di dialogo diegetico, cioè narrativo in quanto introdotto da
cornice che continua a ritornare, il De Oratore. D’altra parte anche quando di
fatto ci siano anche altri modi e altre forme come quelle miste date da cornice
introduttiva e poi l’elemento di carattere mimetico, sulla scorta del Laelius
de amicitia o come aveva fatto Petrarca nel Secretum, in relazione al dialogo
umanistico, non per B., rimane un punto nodale di riferimento; specie in alcuni
tratti che si riprendono e ricompaiono nei dialoghi quattro-cinquecenteschi: in
particolare per il fatto che ci sia una cornice di carattere realistico (cosa
che non c’è nel Secretum); una cornice di carattere realistico; coordinate
spazio temporali che corrispondono ad aspetti di carattere realistico; e
personaggi che appartengono a figure storiche ben individuate. Altro dato che
rimane costante e comune è la rappresentazione scenica. C’è una dimensione
teatrale largamente riconosciuta, rappresentazione scenica sia in relazione ai
personaggi, sia ai personaggi che si alternano nel dialogo: personaggi che
vengono a recitare un ruolo, come vedremo ancora di più nel Cortegiano. Abbiamo
poi visto la dichiarazione di veridicità: l’autore dice di aver riportato un
reale dialogo, e abbiamo visto come si vuole cercare di rendere evidente al
lettore, di mimare l’andamento di una libera conversazione: una conversazione
non preordinata. Il dialogo Diversi usi del dialogo. Il nostro non
è un trattato, ma la forma del dialogo è una di quelle privilegiate per il
trattato. Naturalmente le possibilità insite possono essere diverse: in quanto
noi ci possiamo trovare di fronte ad un trattato in forma di dialogo in cui si
voglia veicolare unatesi, e si individua una strategia comunicativa dialogica
che fa capire quale sia la sua tesi. Ma ci possono essere altre possibilità: ci
può essere quella propria del confronto di opinioni, con un dialogo che si
compone via via in una ricerca che si completa a vicenda, e d’altra parte ci
sono anche dialoghi che rimangono aperti: sono confronti di opinioni che
non sono riconducibili in unità, e quindi la discordia rimane. Il dialogo per
sua stessa natura presenta problemi di carattere interpretativo in quanto ha un
margine interno di ambiguità, nel senso che ci troviamo di fronte ad
enunciazioni di posizioni diverse da parte dei personaggi: dipende molto dalla
strategia compositiva, che può indirizzare il lettore, ma ci possono essere
delle voci, delle posizioni dei tratti che possono sembrare ambivalenti o
volutamente lasciate con prospettive diverse da parte dell’autore, e questo
comporta evidentemente dei problemi e difficoltà di interpretazione.
Naturalmente ci sono anche dialoghi dove da questo punto di vista viene fatto
intendere in maniera chiara ed evidente e viene orientata in maniera che non ci
siano dubbi quella che è la prospettiva dell’autore. In questo è un notissimo
l’esempio di Galileo, dove le posizioni sono definite in modo chiaro, e la
posizione di Simplicio è quella di chi enuncia testi che devono essere
confutate. Leonardo Bruno. Leonardo Bruni.
Bruni. Keywords: interpretare, implicatura geometrica, Ethica nicomachaea,
Grice, Hardie. “Ad Petrum Paulum
Histrum”, l’interpretazione di Romolo – l’interpretazione di Remolo – I sei aquile
I duodici aquile– primi I sei corvi – il segnato? Refs. Luigi Speranza, “Grice
e Bruni: implicatura geometrica” – The Swimming-Pool Library. Bruni.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Bruno: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale dell’opera – libretto di -- Atteone – la scuola di Nola –
filosofia napoletana – filosofia campanese -- filosofia italiana – Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Nola). Filosofo
nolese. Filosofo napoletano. Filosofo campanese. Filosofo italiano. Nola,
Napoli, Campania. Grice: “It has taken naturally an Italian – Rossi – to
unearth the connection between the chiave universalis and the cabbala!” Grice:
“Italians should concentrate on the few Italian philosophical dialogues by
Bruno in the vernacular, and leave those in ‘the learned’ for those who cannot
deal with the ‘volgare’!” “My favourite has to be the one on Atteone – which
Bruno describes as the ‘furor’ of a ‘heroe’ – Atteone il cacciatore – but the
one on the Fiume at the Campidoglio is also very good!” -- Giordano Bruno – Grice: “A genius”. La sua
filosofia, inquadrabile nel naturalismo rinascimentale d’amare infinitiamente,
fonde le più diverse tradizioni filosofiche — materialismo antico, galileismo, neoplatonismo,
ermetismo, mnemotecnica -- ma ruota intorno a un'unica idea: l'infinito –
“l’immenso” -- inteso come l'universo infinito, effetto di un Dio infinito,
in-figurabile, fatto di infiniti mondi, da amare infinitamente. Non
esistono molti documenti sulla sua gioventù. È lo stesso filosofo, negli
interrogatori cui fu sottoposto durante il processo che segna gli ultimi anni della sua vita, a dare le
informazioni sui suoi primi anni. Io ho nome Giordano Filippo della famiglia di
Bruni, della città de Nola vicina a Napoli dodeci miglia, nato ed allevato in
quella città, e più precisamente nella contrada di san Giovanni del Cesco, ai
piedi del monte Cicala. Figlio dell'alfiere Giovanni e di Fraulissa Savolina per
quanto ho inteso dalli miei. Il Mezzogiorno era allora parte del Regno di
Napoli. Fu battezzato col nome di Filippo in onore dell'erede al trono. La sua
casa - che non esiste più - era modesta, ma nel suo “De immense” ricorda con
commossa simpatia l'ambiente che la circondava, l'amenissimo monte Cicala, le
rovine del castello, gli ulivi, in parte gli stessi di oggi, e di fronte, il
Vesuvio, che, pensando che oltre quella montagna non vi fosse più nulla nel
mondo, esplora ragazzetto. Ne trae l'insegnamento di non basarsi esclusivamente
sul giudizio dei sensi, come fa, a suo dire, il grande Aristotele, imparando
soprattutto che, al di là di ogni apparente limite, vi è sempre qualche cosa
d'altro. Impara a leggere e a scrivere da un prete nolano, Giandomenico de
Iannello e compì gli studi di grammatica nella scuola di Aloia. Prosegue gli
studi superiori a Napoli, che era allora nel cortile del convento di san
Domenico, per apprendere lettere, logica e dialettica da Colle e lezioni
private di logica da un agostiniano, Vairano. Il Sarnese, ossia Colle e un
aristotelico. Per Colle, solo il concetto conta, nessuna importanza avendo la
forma nella quale il concetto e espresso. Scarse le notizie su Vairano, del
quale B. ebbe sempre ammirazione, tanto da farlo protagonista dei suoi dialoghi
cosmologici e da confidare al bibliotecario Cotin che eglio fu «il principale
tutore che abbia avuto in filosofia. Per delineare la sua prima formazione,
basta aggiungere che, introducendo la spiegazione del nono sigillo nella sua “Explicatio
triginta sigillorum”, scrive di essersi dedicato fin da giovanissimo allo
studio dell'arte della memoria, influenzato probabilmente dalla lettura del
trattato Phoenix seu artificiosa memoria di Tommai. In convento Interno
della chiesa di san Domenico Maggiore a Napoli, dove B. seguì il suo noviziato
e fu promosso agli ordini sacri. Rrinuncia al nome di Filippo, come imposto
dalla regola domenicana, assume il nome di Giordano, in onore a Giordano di
Sassonia, successore di Domenico, o forse di Giordano Crispo, suo tutore di
metafisica, e prende quindi l'abito di frate domenicano dal priore del convento
di san Domenico Maggiore a Napoli, Pasca. Fnito l'anno della probatione, e admesso
da lui medesimo alla professione», in realtà fu novizio e professo. Valutando
retrospettivamente, la scelta d'indossare l'abito domenicano può spiegarsi non
già per un interesse alla vita religiosa o agli studi teologici – che mai ebbe,
come affermò anche al processo - ma per potersi dedicare ai suoi studi
prediletti di filosofia con il vantaggio di godere della condizione di
privilegiata sicurezza che l'appartenenza a quell'ordine potente certamente gli
garanta. Che egli non fosse entrato fra i domenicani per tutelare
l'ortodossia della fede cattolica lo rivelò subito l'episodio – narrato da lui
stesso al processo – nel quale nel convento di san Domenico, butta via le
immagini dei santi in suo possesso, conservando solo il crocefisso e invitando
un novizio che legga la Historia delle sette allegrezze della Madonna a gettar
via quel libro, una modesta operetta devozionale, pubblicata a Firenze,
perifrasi di versi in latino di Chiaravalle, sostituendolo magari con lo studio
della Vita de' santi Padri di Cavalca. Episodio che, pur conosciuto dai
superiori, non provoca sanzioni nei suoi confronti, ma che dimostra come fosse
del tutto estraneo alle tematiche devozionali contro-riformistiche. Chiesa
di San Bartolomeo a Campagna, dove celebra la sua prima messa. E andato a Roma
e sia stato presentato a Pio V e al cardinale Rebiba, al quale avrebbe insegnato
qualche elemento di quell'arte mnemonica che tanta parte avrà nella sua speculazione
filosofica. Fu ordinato suddiacono, diacono, e presbitero, celebrando la sua
prima messa nel convento di san Bartolomeo a Campagna, presso Salerno, a
quell'epoca appartenente ai Grimaldi, principi di Monaco, e si laurea con una
tesi su AQUINO e Lombardo. Non bisogna pensare che un convento fosse
esclusivamente un'oasi di pace e di meditazione di spiriti eletti. Nei
confronti dei frati di san Domenico Maggiore furono emesse diciotto sentenze di
condanna per scandali sessuali, furti e perfino omicidi. Non deve pertanto
stupire il disprezzo che ostenta sempre nei confronti dei frati, ai quali
rimprovera in particolare la mancanza di cultura; e non solo, ma, secondo
un'ipotesi di Spampanato comunemente accettata in sede critica, nel protagonista
del suo “Candelaio”, Bonifacio, egli assai probabilmente alluse proprio a un
suo con-fratello, Bonifacio da Napoli, definito nella lettera dedicatoria alla
Signora Morgana B. “candelaio” “in carne ed ossa”, ossia “sodomita”. Tuttavia,
la possibilità di formarsi un'ampia cultura non manca certo nel convento di san
Domenico Maggiore, famoso per la ricchezza della sua biblioteca, anche se, come
negli altri conventi, sono vietati i saggi di Erasmo da Rotterdam che però si procura in parte, leggendoli di nascosto. La
sua esperienza conventuale e in ogni caso decisiva. Vi puo compiere i suoi
studi e formare la sua cultura leggendo di tutto, da Aristotele ad Aquino, da
Gerolamo a Crisostomo, oltre alle opere di Ficino. La sua indipendenza di
pensiero e la sua insofferenza verso l'osservanza dei dogmi si manifestarono inequivocabilmente.
Discutendo di arianesimo con Montalcino, ospite nel convento napoletano,
sostenne che le opinioni di Ario e meno perniciose di quel che si riteneva,
dichiarando che Ario dice che il verbo non era creatore né creatura, ma medio
intra il creatore e la creatura, come il verbo è mezzo intra il dicente
(DICENS, DICTOR, utterer, mittente) ed il detto (il detto, DICTUM, utteratum,
missum) e però essere detto primogenito avanti ogni creatura, non dal quale ma
per il quale è stato creato ogni cosa, non al quale ma per il quale si
refferisce e ritorna ogni cosa all'ultimo fine, che è il Padre, essagerandomi
sopra questo. Per il che fui tolto in suspetto e processato, tra le altre cose,
forsi de questo ancora. E all'inquisitore veneziano espresse il proprio
scetticismo sulla trinità, ammettendo di aver dubitato circa il nome di “persona”
del Figliolo e del Spirito Santo, non intendendo queste due persone distinte
dal Padre, ma considerando il Figlio, neo-platonicamente, l'intelletto e lo spirito,
pitagoricamente, l'amore del padre o l'anima del mondo, non dunque “persone” o
sostanze distinte, ma manifestazioni divine. Denunciato d’Agostino al
padre provincial Vita, costui istituì contro di lui un processo per eresia e,
come racconta lui stesso agli inquisitori veneti, dubitando di non esser messo
in preggione, me partto da Napoli ed ando a Roma. Raggiunse Roma, ospite del
convento domenicano di Santa Maria sopra Minerva, il cui procuratore, Lucca,
divenne pochi anni dopo generale dell'Ordine e
censura i saggi di Montaigne. Sono anni di gravi disordini: a Roma
sembra non farsi altro, scrive il cronista Gualtieri, che rubare e ammazzare:
molti gittati in Tevere, né di popolo solamente, ma i monsignori, i figli di
magnati, messi al tormento del fuoco, e nipoti di cardinali sono levati dal
mondo e ne incolpa il debole Gregorio XIII. è accusato di aver ammazzato e
gettato nel fiume un frate: scrive Cotin, fugge da Roma per un omicidio
commesso da un suo frère, per il quale egli è incolpato e in pericolo di vita,
sia per le calunnie dei suoi inquisitori che, ignoranti come sono, non
concepiscono la sua filosofia e lo accusano di eresia. Oltre all'accusa di
omicidio, ha infatti notizia che nel convento napoletano erano stati trovati,
tra i suoi saggi, saggi di Crisostomo e di Gerolamo annotate da Erasmo e che si
sta istruendo contro di lui un processo per eresia. Così abbandona
l'abito domenicano, riassume il nome di Filippo, lascia Roma e fugge in
Liguria. Portico del Palazzo comunale di Noli, dove soggiorna per un breve
periodo. Sotto il portico una lapide ricorda il soggiorno del filosofo: "B.
Prima d'insegnare all'Europa Le leggi dell'ordine universale fu maestro in Noli
di grammatica e cosmografia. è a Genova e scrive che allora, nella chiesa di
Santa Maria di Castello, si adora come reliquia e si fac baciare ai fedeli la
coda dell'asina che portò Gesù a Gerusalemme. Da qui, va poi a Noli, dove insegna
grammatica ai bambini e cosmografia agli adulti. è a Savona, poi a
Torino, che giudica deliciosa città ma, non trovandovi impiego, per via
fluviale s'indirizza a Venezia, dove alloggia in una locanda nella contrada di
Frezzeria, facendovi stampare il suo primo saggio, “De' segni de' tempi”, per
metter insieme un pocco de danari per potermi sustentar; la qual opera feci
veder prima al reverendo padre maestro Fiorenza, domenicano del convento dei
Santi Giovanni e Paolo. Ma a Venezia e in corso un'epidemia di peste che
ha fatto decine di migliaia di vittime, anche illustri, come Tiziano, così va a
Padova dove, dietro consiglio di alcuni domenicani, riprende il saio, quindi se
ne va a Brescia, dove si ferma nel convento domenicano. Qui un monaco, profeta,
gran teologo e poliglotta, sospettato di stregoneria per essersi messo a
profetizzare, viene da lui guarito, ritornando a essere - scrive ironicamente -
il solito asino. IDa Bergamo decide di andare in Francia: passa per Milano e
Torino, ed entra in Savoia passando l'inverno nel convento domenicano di
Chambéry. Successivamente, è a Ginevra,
città dov'è presente una numerosa colonia di italiani riformati. B. depone
nuovamente il saio e si veste di cappa, cappello e spada, aderisce al
calvinismo e trova lavoro come correttore di bozze, grazie all'interessamento del
marchese Caracciolo il quale, transfuga dall'Italia vi aveva fondato la comunità evangelica italiana. S'iscrive
allo studio di Ginevra come Filippo B. nolano, professore di teologia sacra. Accusa
il professore di filosofia Faye di essere un cattivo insegnante e definisce
pedagoghi i pastori calvinisti. È probabile che volesse farsi notare,
dimostrare l'eccellenza della sua preparazione filosofica e delle sue capacità
didattiche per ottenere un incarico d'insegnante, costante ambizione di tutta
la sua vita. Anche la sua adesione al calvinismo e mirata a questo scopo. E in
realtà indifferente a tutte le confessioni religiose. Nella misura in cui
l'adesione a una religione storica non pregiudicasse le sue convinzioni
filosofiche e la libertà di professarle, sarebbe stato cattolico in Italia,
calvinista in Svizzera, anglicano in Inghilterra e luterano in Germania. Arrestato
per diffamazione, viene processato e scomunicato. Costretto a ritrattare. Lscia
allora Ginevra e si trasferisce brevemente a Lione per passare a Tolosa, città
cattolica, sede di un'importante studio, dove occupa il posto di lettore, insegnandovi,
come Grice, il “De anima”, di Aristotele e componendo un trattato di arte della
memoria: la Clavis magna, che si rifarebbe all'Ars magna. A Tolosa conosce il
filosofo scettico Sanches, che volle dedicargli il suo libro “Quod nihil
scitur”, chiamandolo filosofo acutissimo. Ma
non ricambia la stima, se scrisse di lui di considerare stupefacente che
questo asino si dia il titolo di dottore. A causa della guerra di religione fra
cattolici e ugonotti, lascia Tolosa per Parigi, dove tiene un corso di lezioni
sugli attributi di Dio secondo Aquino. E in seguito al successo di queste
lezioni, come egli stesso racconta agli inquisitori, acquistai nome tale che il
re Enrico terzo mi fece chiamare un giorno, ricercandomi se la memoria che ho e
che professo, e naturale o pur per arte magica; al qual diedi sodisfazione; e
con quello che li dissi e feci provare a lui medesmo, conosce che non era per
arte magica ma per scienzia. E doppo questo fa stampar un libro de memoria,
sotto titolo “De umbris idearum”, il qual dedica a Sua Maestà; e con questa
occasione si fa lettor straordinario e provvisionato. Appoggiando fattivamente
l'operato politico di Enrico III di Valois, a Parigi sarebbe rimasto poco meno
di due anni, occupato nella prestigiosa posizione di lecteur royal. È a Parigi
che dà alle stampe le sue prime opere pervenuteci. Oltre al “De compendiosa
architectura et complemento artis Lullii” vedono la luce il “De umbris idearum”
(“Le ombre delle idee”) e l'Ars memoriae ("L'arte della memoria"), seguiti
dal “Cantus Circaeus”, “Il canto di Circe”, e dalla commedia in volgare intitolata “Candelaio”
(Il sodomita). Nella suai intenzioni, il
saggio di argomento mnemotecnico, è distinto così in una parte di carattere
teorico e in una di carattere pratico. Per lui l'universo è un corpo unico, organicamente
formato, con un preciso ordine che struttura ogni singola cosa e la connette
con tutte le altre. Fondamento di quest'ordine sono le idee, principi eterni e
immutabili presenti totalmente e simultaneamente nella mente divina, ma queste
idee vengono "ombrate" e si separano nell'atto di volerle intendere.
Nel cosmo ogni singolo ente è dunque imitazione, immagine -- "ombra" --
della realtà ideale che la regge. Rispecchiando in sé stessa la struttura
dell'universo, la mente umana, che ha in sé non le idee ma le ombre delle idee
(Shakespeare, l’ombra dell’ombra), può raggiungere la vera conoscenza, ossia la
idea e il nesso che connetta ogni cosa con ogni altre, al di là della
molteplicità degli elementi particolari e del loro mutare nel tempo. Si tratta
allora di cercare di ottenere un metodo conoscitivo che colga la complessità
del reale, fino alla struttura ideale che sostiene il tutto. Tale mezzo
si fonda sull'arte della memoria, il cui compito è di evitare la confusione
generata dalla molteplicità delle immagini e di connettere la immagine della
cosa con il concetto, rappresentando simbolicamente tutto il reale. Nel
pensiero del filosofo, l'arte della memoria opera nel medesimo mondo dell’ombre
delle idea, presentandosi come emulatrice della natura. Se dall’idea prende
forma la cosa del mondo in quanto la idea contiene l’immagine di ogni cosa, e
ai nostri sensi la cosa si manifestano come ombra di quella, allora tramite
l'immaginazione stessa e possibile ripercorrere il cammino inverso, risalire
cioè dall’ombra alle idea, dall'uomo a Dio: l'arte della memoria non è più un
ausilio della retorica, ma un mezzo per ri-creare il mondo (cf. Grice
metaphysical routine: creation of concept, recreation of concept, creation of
thing). È dunque un processo visionario e non un metodo razionale quello che propone.
A similitudine di ogni altra arte, quella della memoria ha bisogno di un
sostrato (i subiecta), cioè "spazi" dell'immaginazione atti ad
accogliere il simbolo adatti (gl’ “adiecta”) tramite uno strumento opportuno.
Con questi presupposti, lcostruisce un “sistema” (cf. Grice, Gentzen), che associa
a ogni segno una immagine proprie della mitologia, in modo da rendere possibile
la codifica di segno e concetto secondo una particolare successione di
immagini. Il segno puo essere visualizzato su un diagramma circolare, o
"ruote mnemoniche", che girando e innestandosi l'una dentro l'altra,
fornisce un strumento via via più potenti. “Il canto di Circe” è composta da
due dialoghi. Protagonista del primo è la maga Circe che risentita dal
constatare che l’uomo si comporta come un animale inferiore, opera un incantesimo
trasformando l’uomo in bestia, mettendo così in luce la loro autentica natura.
Nel secondo dialogo, dando voce a uno dei due protagonisti, Borista, riprende
l'arte della memoria mostrando come memorizzare il dialogo precedente. Al testo
si fa corrispondere uno scenario che viene via via suddiviso in un maggior
numero di spazi e i vari oggetti lì contenuti sono ogni immagine relativa a
ogni concetto espresso nello scritto. Il Cantus resta dunque un trattato di
mnemotecnica nel quale però il filosofo già lascia intravedere una tematica
morale che e ampiamente riprese in opere successive, soprattutto nello “Spaccio
de la bestia trionfante” e ne “De gli eroici furori”. Ancora pubblica infine il
Candelaio, una commedia in cinque atti in cui alla complessità del linguaggio,
un italiano popolaresco che inserisce termini in latino, toscano e napoletano,
corrisponde l'eccentricità della trama, fondata su tre storie parallele. Esterno
della chiesa di Santa Maria Assunta dei Pignatelli, in Largo Corpo di Napoli,
presso il Seggio del Nilo, dove B. ambienta il suo Candelaio. Il nome “Candelaio”
deriva dalla statua del dio Nilo. La commedia è ambientata nella
Napoli-metropoli del secondo Cinquecento, in posti che il filosofo ben conosce
per avervi soggiornato durante il suo noviziato. Il candelaio (sodomita) Bonifacio,
pur sposato con la bella Carubina, corteggia la signora Vittoria ricorrendo a
pratiche magiche. L’avido alchimista Bartolomeo si ostina a voler trasformare i
metalli in oro. Il grammatico Manfurio si esprime in un linguaggio
incomprensibile (deutero-Esperanto). In queste tre storie si inserisce quella
del pittore Gioan Bernardo, voce di lui stesso che con una corte di servi e
malfattori si fa beffe di tutti e conquista Carubina. In questo classico
della letteratura italiana, appare un mondo assurdo, violento e corrotto,
rappresentato con amara comicità, dove gli eventi si succedono in una trasformazione
continua e vivace. La commedia è una feroce condanna della stupidità,
dell'avarizia e della pedanteria. Interessante nell'opera la descrizione
che lui fa di sé stesso. L'autore, si voi lo conoscete, direste ch'ave una
fisionomia smarrita: par che sii in contemplazione delle pene dell'inferno, par
sii stato alla pressa come le barrette: un che ride sol per far come fan gli
altri: per il più lo vedrete fastidito e bizzarro, non si contenta di nulla,
ritroso come un uomo d'ottant'anni, fantastico com'un cane ch'ha ricevute mille
spellicciate, pasciuto di cipolla. Intende venire in Inghilterra il dottor B.,
Nolano, professore di filosofia, la cui religione non posso approvare. Dalla
lettera dell'ambasciatore inglese a Parigi Cobham a Walsingham. Lascia Parigi e
parte per l'Inghilterra dove, a Londra, è ospitato dall'ambasciatore di Francia
Castelnau, che gli affianca il letterato Florio in quanto lui non conosce
l'inglese, accompagnandolo fino al termine del suo soggiorno inglese. Nelle
deposizioni lasciate agli inquisitori veneti egli sorvola sulle motivazioni di
questa partenza, riferendosi genericamente ai disordini là in corso per
questioni religiose. Sulla partenza da Parigi restano però aperte altre
ipotesi: che Bruno fosse partito in missione segreta per conto di Enrico III; che
il clima a Parigi si fosse fatto pericoloso a causa dei suoi insegnamenti. Bisogna
aggiungere anche il fatto che davanti agli inquisitori veneziani, qualche anno
più avanti, esprimer parole di apprezzamento per la regina d'Inghilterra
Elisabetta che egli aveva conosciuto andando spesso a corte con l'ambasciatore.
-- è a Oxford, e alla St. Mary sostenne con uno di quei professori una disputa
pubblica. Tornato a Londra, vi pubblica l'”Ars reminiscendi”, l' “Explicatio
triginta sigillorum” e il “Sigillus sigillorum” nel quale insere una lettera
indirizzata al vice cancelliere di Oxford, scrivendo che là trovea
dispostissimo e prontissimo un uomo col quale saggiare la misura della propria
forza. È una richiesta di poter insegnare nella prestigiosa università. La
proposta viene accolta. Parte per Oxford. Il “Sigillus sigillorum” e
considerato di argomento mnemotecnico. Il sigillus e è una concisa trattazione
teorica nella quale il filosofo introduce tematiche decisive nel suo pensiero,
quali l'unità dei processi cognitivi; l'amore come legame universale; l'unicità
e infinità di una forma universale che si esplica nelle infinite figure della
materia, e il furore nel senso di slancio verso il divino, argomenti che
saranno di lì a poco sviluppati a fondo nei successivi dialoghi italiani. È
presentato inoltre in quest'opera fondamentale un altro dei temi nucleari di
sua filosofia: la magia come guida e strumento di conoscenza e azione,
argomento che egli amplierà nelle cosiddette opere magiche. A Oxford
tiene alcune lezioni sulle teorie copernicane, ma il suo soggiorno presso quella
città dura ben poco. A Oxford non gradirono quelle novità, come testimonia Abbot,
che fu presente alle lezioni di B.. Quell'omiciattolo italiano intraprese il
tentativo, tra moltissime altre cose, di far stare in piedi l'opinione di
Copernico, per cui la terra gira e i cieli stanno fermi; mentre in realtà era
la sua testa che girava e il suo cervello che non stava fermo. Le lezioni
furono quindi interrotte, ufficialmente per un'accusa di plagio al “De vita
coelitus comparanda” di Ficino. Sono anni questi difficili e amari per il
filosofo, come traspare dal tono delle introduzioni alle opere immediatamente
successive, i dialoghi londinesi: le polemiche accese e i rifiuti sono vissuti
lui come una persecuzione, ingiusti oltraggi, e certo la fama che già lo aveva
preceduto da Parigi non lo aiuta. Ritornato a Londra, nonostante il clima
avverso, pubblica presso John Charlewood sei saggi fra le più importanti della
sua produzione: sei opere filosofiche in forma dialogica, i cosiddetti
"dialoghi londinesi", o anche "dialoghi italiani", perché
tutti in lingua italiana: “La cena de le ceneri”; “De la causa, principio et
uno”; “De l'infinito, universo e mondi”; “Spaccio de la bestia trionfante”; “Cabala
del cavallo pegaseo con l'aggiunta dell'Asino cillenico”; “De gli eroici
furori”. “La cena de le ceneri” dedicata a Castelnau, presso il quale era
ospite, è divisa in cinque dialoghi, i protagonisti sono quattro e fra questi
Teofilo può considerarsi il portavoce dell'autore. Immagina che il nobile sir
Fulke Greville, il giorno delle ceneri, inviti a cena Teofilo, lui stesso,
Florio, precettore della figlia dell'ambasciatore, un cavaliere e due
accademici luterani di Oxford: i dottori Torquato e Nundinio. Rispondendo alle
domande degli altri protagonisti, Teofilo racconta gli eventi che hanno portato
all'incontro e lo svolgersi della conversazione avvenuta durante la cena,
esponendo così le teorie del nolano. B. elogia e difende la teoria di Copernico
contro gli attacchi dei conservatori e contro chi, come Osiander, che aveva
scritto una prefazione denigratoria al De revolutionibus orbium coelestium,
considera solo un'ipotesi ingegnosa quella dell'astronomo. Il mondo di
Copernico, però, era ancora finito e delimitato dalla sfera delle stelle fisse.
Nella Cena, non si limita a sostenere il moto della Terra di seguito alla
confutazione della cosmologia tolemaica; egli presenta altresì un universo infinito:
senza centro né confini. Afferma Teofilo (portavoce dell'autore) riguardo
all'universo che sappiamo certo che essendo effetto e principiato da una causa
infinita e principio infinito, deve secondo la capacità sua corporale e modo
suo essere infinitamente infinito. Non è possibile giamai di trovar raggione
semiprobabile per la quale sia margine di questo universo corporale; e per
conseguenza ancora li astri che nel suo spacio si contengono, siino di numero
finito; et oltre essere naturalmente determinato cento e mezzo di quello». L'universo,
che procede da Dio quale Causa infinita, è infinito a sua volta e contiene
mondi innumerabili. Per B. sono principi vani sostenere l'esistenza del
firmamento con le sue stelle fisse, la finitezza dell'universo e che in questo
esista un centro dove ora dovrebbe trovarsi immobile il Sole come prima vi si
immaginava ferma la Terra. Formula esempi che appaiono ad alcuni autori come
antesignani del principio di relatività galileiana. Seguendo la Docta
ignorantia del cardinale e umanista Cusano, sostiene l'infinità dell'universo
in quanto effetto di una causa infinita. -- e ovviamente consapevole che le
Scritture sostengono tutt'altro – finitezza dell'universo e centralità della
Terra – ma, risponde: «Se gli dei si fossero degnati di insegnarci la
teorica delle cose della natura, come ne han fatto favore di proporci la
pratica di cose morali, io più tosto mi accosterei alla fede de le loro
rivelazioni, che muovermi punto della certezza de mie raggioni e proprii
sentimenti. Come occorre distinguere tra dottrine morali e filosofia naturale,
così occorre distinguere tra teologi e filosofi: ai primi spettano le questioni
morali, ai secondi la ricerca della verità. Dunque B. traccia qui un confine
abbastanza netto fra opere di filosofia naturale e Sacre scritture. I
cinque dialoghi del De la causa, principio et uno intendono stabilire i principi
della realtà naturale. Lascia da parte l'aspetto teologico della conoscenza di
Dio, del quale, come causa della natura, non possiamo conoscere nulla
attraverso il «lume naturale», perché esso «ascende sopra la natura» e si può
pertanto aspirare a conoscere Dio solo per fede. Ciò che interessa a B. è
invece la filosofia e la contemplazione della natura, la conoscenza della
realtà naturale nella quale, come già aveva scritto nel De umbris, possiamo
soltanto cogliere le «ombre», il divino «per modo di vestigio. La costellazione
di Orione Riallacciandosi ad antiche tradizioni di pensiero, B. elabora una
concezione animistica della materia, nella quale l'anima del mondo viene a
identificarsi con la sua forma universale, e la cui prima e principale facoltà
è l'intelletto universale. L'intelletto è il «principio formale costitutivo de
l'universo e di ciò che in quello si contiene» e la forma non è altro che il
principio vitale, l'anima delle cose le quali, proprio perché tutte dotate di
anima, non hanno imperfezione. La materia, d'altro canto, non è in sé
stessa indifferenziata, un "nulla", come hanno sostenuto molti
filosofi, una bruta potenza, senza atto e senza perfezione, come direbbe
Aristotele. La materia è allora il secondo principio della natura, della
quale ogni cosa è formata. Essa è «potenza d'esser fatto, prodotto e creato»,
aspetto equivalente al principio formale che è potenza attiva, «potenza di
fare, di produrre, di creare» e non può esserci l'un principio senza l'altro.
Ponendosi quindi in contrasto col dualismo aristotelico, Bruno conclude che
principio formale e principio materiale benché distinti non possono essere
ritenuti separati, perché «il tutto secondo la sostanza è uno».
Discendono da queste considerazioni due elementi fondamentali della filosofia
bruniana: uno, tutta la materia è vita e la vita è nella materia, materia
infinita; due, Dio non può essere al di fuori della materia semplicemente
perché non esiste un "esterno" della materia: Dio è dentro la
materia, dentro di noi. Nel “De l'infinito, universo e mondi” riprende e
arricchisce temi già affrontati nei dialoghi precedenti: la necessità di un
accordo tra filosofi e teologi, perché «la fede si richiede per l'istituzione
di rozzi popoli che denno esser governati»; l'infinità dell'universo e
l'esistenza di mondi infiniti; la mancanza di un centro in un universo
infinito, che comporta un'ulteriore conseguenza: la scomparsa dell'antico,
ipotizzato ordine gerarchico, la «vanissima fantasia» che riteneva che al
centro vi fosse il «corpo più denso e crasso» e si ascendesse ai corpi più fini
e divini. La concezione aristotelica è difesa ancora da quei dottori (i
pedanti) che hanno fede nella «fama de gli autori che gli son stati messi nelle
mani», ma i filosofi moderni, che non hanno interesse a dipendere da quello che
dicono gli altri e pensano con la loro testa, si sbarazzano di queste
anticaglie e con passo più sicuro procedono verso la verità. Chiaramente
un universo eterno, infinitamente esteso, composto di un numero infinito di
sistemi solari simili al nostro e sprovvisto di centro sottrae alla Terra, e di
conseguenza all'uomo, quel ruolo privilegiato che Terra e uomo hanno nelle
religioni giudaico-cristiane all'interno del modello della creazione, creazione
che agli occhi del filosofo non ha più senso, perché come già aveva concluso
nei due dialoghi precedenti, l'universo è assimilabile a un organismo vivente,
dove la vita è insita in una materia infinita che perennemente muta. Il
copernicanesimo, per B, rappresenta la "vera" concezione
dell'universo, meglio, l'effettiva descrizione dei moti celesti. Nel Dialogo
primo del De l'infinito, universo e mondi, il nolano spiega che l'universo è
infinito perché tale è la sua Causa che coincide con Dio. Filoteo, portavoce
dell'autore, afferma: «Qual raggione vuole che vogliamo credere che l'agente
che può fare un buono infinito lo fa finito? e se lo fa finito, perché doviamo
noi credere che possa farlo infinito, essendo in lui il possere et il fare
tutto uno? Perché è inmutabile, non ha contingenzia nell'operazione, né nella
efficacia, ma da determinata e certa efficacia depende determinato e certo
effetto inmutabilmente: onde non può essere altro che quello che è; non può
essere tale quale non è; non può posser altro che quel che può; non può voler
altro che quel che vuole; e necessariamente non può far altro che quel che fa:
atteso che l'aver potenza distinta da l'atto conviene solamente a cose
mutabili». Essendo Dio infinitamente potente, dunque, il suo atto esplicativo
deve esserlo altrettanto. In Dio coincidono libertà e necessità, volontà e
potenza (o capacità); di conseguenza, non è credibile che all'atto della
creazione Egli abbia posto un limite a sé stesso. Bisogna tener presente
che B. opera una netta distinzione tra l'universo e i mondi. Parlare di un
sistema del mondo non vuol dire, nella sua visione del cosmo, parlare di un
sistema dell'universo. L'astronomia è legittima e possibile come scienza del
mondo che cade nell'ambito della nostra percezione sensibile. Ma, al di là di
esso, si estende un universo infinito che contiene quei grandi animali che
chiamiamo astri, che racchiude una pluralità infinita di mondi. Quell'universo
non ha dimensioni né misura, non ha forma né figura. Di esso, che è insieme
uniforme e senza forma, che non è né armonico né ordinato, non può in alcun
modo darsi un sistema. Quando aviene che un poltrone o forfante monta ad esser
principe o ricco, non è per mia colpa, ma per iniquità di voi altri che, per
esser scarsi del lume e splendor vostro, non lo sforfantaste o spoltronaste
prima, o non lo spoltronate e sforfantate al presente, o almeno appresso lo
vegnate a purgar della forfantesca poltronaria, a fine che un tale non
presieda. Non è errore che sia fatto un prencipe, ma che sia fatto prencipe un
forfante.» (Spaccio de la bestia trionfante, Fortuna (Sofia): dialogo II,
parte II) Opera allegorica, lo Spaccio, costituito da tre dialoghi di argomento
morale, si presta a essere interpretato su diversi livelli, tra i quali resta
fondamentale quello dell'intento polemico di Bruno contro la Riforma
protestante, che agli occhi del nolano rappresenta il punto più basso di un
ciclo di decadenza iniziato col cristianesimo. Decadenza non soltanto
religiosa, ma anche civile e filosofica: se B. aveva concluso nei precedenti
dialoghi che la fede è necessaria per il governo dei «rozzi popoli» cercando di
delimitare così i rispettivi campi d'azione di filosofia e religione, qui egli
riapre quel confine. Nella visione di B., il legame fra l'uomo e il
mondo, mondo naturale e mondo civile, è quello fra l'uomo e un Dio che non sta
"nell'alto dei cieli", ma nel mondo, perché la «natura non è altro
che dio nelle cose». Il filosofo, colui che cerca la Verità, deve pertanto
necessariamente operare là dove sono situate le «ombre» del divino. L'uomo non
può fare a meno di interagire con Dio, secondo il linguaggio di una
comunicazione che nel mondo naturale vede l'uomo perseguire la Conoscenza, e
nel mondo civile l'uomo seguire la Legge. Questo legame è proprio quello che
nella storia è stato interrotto, e il mondo tutto è decaduto perché è decaduta
la religione trascinando con sé e la legge e la filosofia, «di sorte che non
siamo più dèi, non siamo più noi. Nello Spaccio, dunque, etica, ontologia e
religione sono strettamente interconnessi. Religione, e questo va evidenziato,
che B. intende come religione civile e naturale, e il modello cui egli si
ispira è quello degli antichi Egizi e Romani, che «non adoravano Giove, come
lui fusse la divinità, ma adoravano la divinità come fusse in Giove. Per
ristabilire il legame col divino occorre però che «prima togliamo dalle nostre
spalli la grieve somma d'errori che ne trattiene.» È lo "spaccio",
cioè l'espulsione di ciò che ha deteriorato quel legame: le "bestie
trionfanti". Le bestie trionfanti sono immaginate nelle
costellazioni celesti, rappresentate da animali: occorre
"spacciarle", cioè cacciarle dal cielo in quanto rappresentanti vizi
che è tempo di sostituire con altre virtù: via dunque la Falsità, l'Ipocrisia,
la Malizia, la «stolta fede», la Stupidità, la Fierezza, la Fiacchezza, la
Viltà, l'Ozio, l'Avarizia, l'Invidia, l'Impostura, l'Adulazione e via
elencando. Occorre tornare alla semplicità, alla verità e all'operosità,
ribaltando le concezioni morali che si sono ormai imposte nel mondo, secondo le
quali le opere e gli affetti eroici sono privi di valore, dove credere senza
riflettere è sapienza, dove le imposture umane sono fatte passare per consigli
divini, la perversione della legge naturale è considerata pietà religiosa,
studiare è follia, l'onore è posto nelle ricchezze, la dignità nell'eleganza,
la prudenza nella malizia, l'accortezza nel tradimento, il saper vivere nella
finzione, la giustizia nella tirannia, il giudizio nella violenza.
Responsabile di questa crisi è il cristianesimo: già Paolo aveva operato il
rovesciamento dei valori naturali e ora Lutero, «macchia del mondo», ha chiuso
il ciclo: la ruota della storia, della vicissitudine del mondo, essendo giunta
al suo punto più basso, può operare un nuovo e positivo rovesciamento dei
valori. Nella nuova gerarchia di valori il primo posto spetta alla
Verità, necessaria guida per non errare. A questa segue la Prudenza, la
caratteristica del saggio che, conosciuta la verità, ne trae le conseguenze con
un comportamento adeguato. Al terzo posto B. inserisce la Sofia, la ricerca
della verità; quindi segue la Legge, che disciplina il comportamento civile
dell'uomo; infine il Giudizio, inteso come aspetto attuatorio della legge. B.
fa quindi discendere la Legge dalla Sapienza, in una visione razionalista nel
cui centro c'è l'uomo che opera cercando la Verità, in netto contrasto col
cristianesimo di Paolo, che vede la legge subordinata alla liberazione dal
peccato, e con la Riforma di Lutero, che vede nella "sola fede" il
faro dell'uomo. Per B. la "gloria di Dio" si rovescia così in «vana
gloria» e il patto fra Dio e gli uomini stabilito nel Nuovo Testamento si
rivela «madre di tutte le forfanterie». La religione deve tornare a essere
"religione civile": legame che favorisca la «communione de gli
uomini», la civile conversazione. Altri valori seguono i primi cinque: la
Fortezza (la forza dell'animo), la Diligenza, la Filantropia, la Magnanimità,
la Semplicità, l'Entusiasmo, lo Studio, l'Operosità, eccetera. E allora
vedremo, conclude beffardo B., «quanto siano atti a guadagnarsi un palmo di
terra questi che sono cossí effuse e prodighi a donar regni de' cieli». È
questa evidentemente un'etica che richiama i valori tradizionali
dell'Umanesimo, cui B. non ha mai dato molta importanza; ma questo schema
rigido è in realtà la premessa per le indicazioni di comportamento che B.
prospetta nell'opera di poco successiva, De gli eroici furori. Cabala del
cavallo pegaseo con l'aggiunta dell'Asino cillenico. «Li nostri divi asini,
privi del proprio sentimento ed affetto vegnono ad intendere non altrimente che
come gli vien soffiato alle orecchie delle rivelazioni o degli dei, o dei
vicarii loro; e per conseguenza a governarsi non secondo altra legge che di
que' medesimi. (Cabala del Cavallo Pegaseo, Saulino: dialogo I) La Cabala del
cavallo pegaseo viene pubblicata insieme a l'Asino cillenico in unico testo. Il
titolo allude a P., il cavallo alato della mitologia greca nato dal sangue di
Medusa decapitata da Perseo. Al termine delle sue imprese, Pegaso volò nel
cielo trasformandosi in costellazione, una delle 48 elencate da Tolomeo nel suo
Almagesto: la costellazione di Pegaso. Cabala si riferisce a una tradizione
mistica originatasi in seno all'ebraismo. Calcografia raffigurante le
stelle della costellazione di Pegaso che delineano la figura del cavallo
mitologico Pegaso L'opera, percorsa da una chiara vena comica, può essere letta
come un divertissement, opera d'intrattenimento senza pretese; oppure
interpretata in chiave allegorica, opera satirica, atto di accusa. Il cavallo
nel cielo sarebbe allora un asino idealizzato, figura celeste che rimanda
all'asinità umana: all'ignoranza, quella dei cabalisti, ma anche quella dei
religiosi in generale. I continui riferimenti ai testi sacri si rivelano
ambigui, perché da un lato suggeriscono interpretazioni, dall'altro confondono
il lettore. Uno dei filoni interpretativi, legato al lavoro critico svolto da
Vincenzo Spampanato, ha individuato nel cristianesimo delle origini e in Paolo di
Tarso il bersaglio polemico di B.. De gli eroici furori. De gli eroici furori.
Nei dieci dialoghi che compongono “De gli eroici furori” a Londra, individua
tre specie di passioni umane: quella per la vita speculativa, volta alla
conoscenza; quella per la vita pratica e attiva, e quella per la vita oziosa.
Le due ultime tendenze rivelano una passione di poco valore, un furore bass. Il
desiderio di una vita volta alla contemplazione, cioè alla ricerca della verità,
è invece espressione di un furore eroico, con il quale l'anima, rapita sopra
l'orizzonte de gli affetti naturali vinta da gli alti pensieri, come morta al
corpo, aspira ad alto. Non si giunge a tale effetto con la preghiera, con atteggiamenti
devozionali, con aprir gli occhi al cielo, alzar alto le mani, ma, al
contrario, con il venir al più intimo di sé, considerando che Dio è vicino, con
sé e dentro di sé più ch'egli medesmo esser non si possa, come quello che è
anima delle anime, vita delle vite, essenza de le essenze». Una ricerca che assimila
a una caccia, non la comune caccia ove il cacciatore ricerca e cattura le
prede, ma quella in cui il cacciatore diviene egli stesso preda, come Atteone
che nel mito ripreso da lui, avendo visto la bellezza di Diana, si trasforma in
cervo ed è fatto preda dei cani, i pensieri de cose divine, che lo divorano facendolo
morto al volgo, alla moltitudine, sciolto dalli nodi de li perturbati sensi, di
sorte che tutto vede come uno, non vede più distinzioni e numeri. La conoscenza
della natura è lo scopo della scienza e quello più alto della nostra vita
stessa, che da questa scelta viene trasformata in un furore eroico assimiliandoci
alla perenne e tormentata vicissitudine in cui si esprime il principio che
anima tutto l'universo. Il filosofo ci dice che per conoscere veramente l'oggetto
della nostra ricerca, Diana ignuda, non dobbiamo essere virtuosi (virtù come
medietà tra gli estremi) ma dobbiamo essere pazzi, furiosi, solo così potremmo
arrivare a capire l'oggetto del nostro studio (Atteone trasformato in cervo). La
ricerca e l'essere fuoriosi, non sono una virtù ma un vizio. Il dialogo è
inoltre un prosimetro, come La vita nuova di Dante, un insieme di prosa e di
poesia (distici, sonetti e una canzone finale). Il precedente periodo oxoniense
inglese è da considerarsi il più creativo di B., periodo nel quale ha prodotto
il maggior numero di opere fino a quando l'ambasciatore Castelnau essendo
richiamato in Francia lo induce a imbarcarsi con lui; ma la nave verrà assalita
dai pirati, che derubano i passeggeri d'ogni avere. A Parigi B. abita
vicino al Collège de Cambrai, e ogni tanto va a prendere in prestito qualche
libro nella biblioteca di Saint-Victor, nella collina di Sainte-Geneviève, il
cui bibliotecario, il monaco Cotin, ha l'abitudine di annotare giornalmente
quanto avveniva nella biblioteca. Entrato in qualche confidenza col filosofo,
da lui sappiamo che B. stava per pubblicare un'opera, l'Arbor philosophorum,
che non ci è pervenuta, e che aveva lasciato l'Italia per «evitare le calunnie
degli inquisitori, che sono ignoranti e che, non concependo la sua filosofia,
lo accuserebbero di eresia». Il monaco annota tra l'altro che era ammiratore
d’Aquino, che disprezzava le sottigliezze degli scolastici, dei sacramenti e
anche dell'eucaristia, ignote a Pietro e a
Paolo, i quali non seppero altro che hoc est corpus meum. Dice che i
torbidi religiosi sarebbero facilmente tolti di mezzo, se fossero spazzate tali
questioni e confida che questa sarà presto la fine della contesa. L'anno
successive pubblica, dedicata a Piero Del Bene, abate di Belleville e membro
della corte francese, la Figuratio Aristotelici physici auditus, un'esposizione
della fisica aristotelica. Conosce il salernitano Mordente, che due anni prima aveva pubblicato
Il Compasso, illustrazione dell'invenzione di un compasso di nuova concezione
e, poiché egli non sa il latino, che ha apprezzato la sua invenzione, pubblica
i “Dialogi duo de Fabricii Mordentis Salernitani prope divina adinventione ad
perfectam cosmimetriae praxim”, dove elogia l'inventore ma gli rimprovera di
non aver compreso tutta la portata della sua invenzione, che dimostrava
l'impossibilità di una divisione infinita delle lunghezze. Offeso da questi
rilievi, il Mordente protestò violentemente, sicché B. finì col replicare con
le feroci satire dell'“Idiota triumphans seu de Mordentio inter geometras Deo
dialogus” e del “Dialogus qui de somnii interpretatione seu geometrica sylva inscribitur. Fa
stampare col nome di Hennequin l'opuscolo antiaristotelico “Centum et viginti
articuli de natura et mundo adversus peripateticos”, partecipando alla
successiva pubblica disputa nel Collège de Cambrai, ribadendo le sue critiche alla
filosofia aristotelica. Contro tali critiche si levò un giovane avvocato
parigino, Callier, che replica con violenza chiamando il filosofo Giordano
"Bruto". Sembra che l'intervento del Callier abbia ricevuto
l'appoggio di quasi tutti gli intervenuti e che si sia scatenato un putiferio
di fronte al quale il filosofo preferì, una volta tanto, allontanarsi, ma le
reazioni negative provocate dal suo intervento contro la filosofia
aristotelica, allora ancora in grande auge alla Sorbona, unitamente alla crisi
politica e religiosa in corso in Francia e alla mancanza di appoggi a corte, lo
indussero a lasciare nuovamente il suolo francese. In Germania La
Piazza del Mercato di Wittenberg Raggiunta in giugno la Germania, B. soggiorna
brevemente a Magonza e a Wiesbaden, passando poi a Marburg, nella cui Università
risulta immatricolato come Theologiae doctor romanensis. Ma non trovando
possibilità di insegnamento, probabilmente per le sue posizioni antiaristoteliche,
s'immatricola a Wittenberg come Doctor italicus, insegnandovi per due anni, due
anni che il filosofo trascorre in tranquilla operosità. “uomo di nessun nome e
autorità fra voi, sfuggito ai tumulti di Francia, non appoggiato da alcuna
raccomandazione principesca, mi avete ritenuto meritevole di cordialissima
accoglienza, mi avete incluso nell'albo della vostra accademia, mi avete
accolto in un consesso di uomini tanto nobili e dotti, da sembrare ai miei
occhi non una scuola privata o una conventicola esoterica, bensì, come si
conviene all'Atene tedesca, una vera università.» (Dedica del De lampade
combinatoria). Pubblica il De lampade combinatoria lulliana, un commento dell'Ars
magna e il “De progressu et lampade venatoria logicorum”, commento ai Topica di
Aristotele. Altri commenti a opere aristoteliche sono i suoi “Libri physicorum
Aristotelis explanati”. Pubblica ancora, a Wittenberg, il “Camoeracensis
Acrotismus”, una riedizione di “Centum et viginti articuli de natura et mundo
adversus peripateticos”. Un suo corso
privato sulla Retorica sarà invece pubblicato col titolo di “Artificium perorandi”
(l’arte della conversazione). Anche le “Animadversiones circa lampadem” e la “Lampas
triginta statuarum” verranno pubblicate. Nel saggio della Yates si fa cenno al
fatto che il Mocenigo aveva riferito all'Inquisizione veneziana l'intenzione di
B., durante il suo periodo tedesco, di creare una nuova setta. Mentre altri
accusatori (il Mocenigo negherà questa affermazione) sostenevano che egli
avrebbe voluto chiamare la nuova setta dei Giordaniti e che essa avrebbe
attirato molto i luterani tedeschi. L'autrice inoltre si pone la domanda se in
questa setta vi fossero stati dei rapporti con i Rosacroce dato che in Germania
emersero all'inizio del XVII secolo presso i circoli luterani. Il nuovo duca
Cristiano I, succeduto al padre morto, decide di rovesciare l'indirizzo degli
insegnamenti universitari che privilegiavano le dottrine del filosofo
calvinista Pietro Ramo a svantaggio delle classiche teorie aristoteliche.
Dovette essere questa svolta a spingere B. a lasciare Wittenberg, non senza la
lettura di una “Oratio valedictoria”, un saluto che è un ringraziamento per
l'ottima accoglienza della quale era stato gratificato: «Sebbene fossi di
nazione forestiero, esule, fuggiasco, zimbello della fortuna, piccolo di corpo,
scarso di beni, privo di favore, premuto dall'odio della folla, quindi
sprezzabile agli stolti e a quegli ignobilissimi che non riconoscono nobiltà se
non dove splende l'oro, tinnisce l'argento, e il favore di persone loro simili
tripudia e applaude, tuttavia voi, dottissimi, gravissimi e morigeratissimi
senatori, non mi disprezzaste, e lo studio mio, non del tutto alieno dallo
studio di tutti i dotti della vostra nazione, non lo riprovaste permettendo che
fosse violata la libertà filosofica e macchiato il concetto della vostra
insigne umanità.» (citato in Opere di B. e CAMPANELLA (si veda)). Ne fu
ricambiato dall'affetto degli allievi, come Hieronymus Besler e Valtin
Havenkenthal, il quale, nel suo saluto, lo chiama «Essere sublime, oggetto di
meraviglia per tutti, dinanzi a cui stupisce la natura stessa, superata
dall'opera sua, fiore d'Ausonia, Titano della splendida Nola, decoro e delizia
dell'uno e l'altro cielo». A Praga e a Helmstedt I sigilli di B.
Amoris I sigilli di B. sono delle incisioni realizzate dallo stesso
e pubblicate all'interno delle sue opere a partire dal periodo praghese. Esse
rappresentano figure geometriche sovrapposte ma anche veri e propri disegni con
presunte decorazioni e lettere. A parte il titolo dei sigilli non abbiamo
alcuna spiegazione in merito al loro significato o al loro reale utilizzo. Fino
a oggi sono state fatte molto congetture dai vari studiosi senza giungere a
nessuna conclusione definitiva. Giunge a Praga, in quegli anni sede del
Sacro Romano Impero, città dove rimane sei mesi. Qui pubblica, in unico testo,
il De lulliano specierum scrutinio e il De lampade combinatoria Lullii,
dedicato all'ambasciatore spagnolo presso la corte imperiale, don Guillem de
Santcliment (il quale vantava Lullo fra i suoi antenati), mentre all'imperatore
Rodolfo II, mecenate e appassionato di alchimia e astrologia, dedica gli
Articuli centum et sexaginta adversus huius tempestatis mathematicos atque
philosophos, che trattano di geometria, e nella dedica rileva come per guarire
i mali del mondo sia necessaria la tolleranza, sia in campo strettamente
religioso – «È questa la religione che io osservo, sia per una convinzione
intima sia per la consuetudine vigente nella mia patria e tra la mia gente: una
religione che esclude ogni disputa e non fomenta alcuna controversia» – sia in
quello filosofico, campo che deve rimanere libero da autorità precostituite e
da tradizioni elevate a prescrizioni normative. Quanto a lui, «alle libere are
della filosofia cercai riparo dai flutti fortunosi, desiderando la sola
compagnia di coloro che comandano non di chiudere gli occhi, ma di aprirli. A
me non piace dissimulare la verità che vedo, né ho timore di professarla
apertamente» Ricompensato con trecento talleri dall'imperatore, in
autunno B., che sperava di essere accolto a corte, decide di lasciare Praga e,
dopo una breve tappa a Tubinga, giunge a Helmstedt, nella cui Università,
chiamata Academia Julia, si registra. Una targa presso il Planetario di
Praga ricorda il passaggio del filosofo in quella città. per la morte del
fondatore dell'Accademia, il duca Julius von Braunschweig, vi legge l'Oratio
consolatoria, ove presenta sé stesso come forestiero ed esule: «spregiai,
abbandonai, perdetti la patria, la casa, la facoltà, gli onori, e ogni altra
cosa amabile, appetibile, desiderabile». In Italia «esposto alla gola e alla
voracità del lupo romano, qui libero. Lì costretto a culto superstizioso e
insanissimo, qui esortato a riti riformati. Lì morto per violenza di tiranni,
qui vivo per l'amabilità e la giustizia di un ottimo principe». Le Muse
dovrebbero essere libere per diritto naturale eppure «sono invece, in Italia e
in Spagna, conculcate dai piedi di vili preti, in Francia patiscono per la
guerra civile rischi gravissimi, in Belgio sono sballottate da frequenti
marosi, e in alcune regioni tedesche languono infelicemente. Poche
settimane dopo viene scomunicato dal sovrintendente della Chiesa luterana della
città, il teologo luterano Boezio per motivi non noti: B. riesce così a
collezionare le scomuniche delle maggiori confessioni europee, cattolica,
calvinista e luterana. Presenta ricorso al prorettore dell'Accademia, Hoffmann,
contro quello che egli definisce un abuso – perché «chi ha deciso qualcosa
senza ascoltare l'altra parte, anche se lo ha fatto giustamente, non è stato
giusto» – e una vendetta privata. Non ricevette però risposta, perché sembra
che fosse stato lo stesso Hoffmann a istigare Boezio. Benché scomunicato, poté
tuttavia rimanere ancora a Helmstedt, dove aveva ritrovato Valtin Acidalius
Havenkenthal e Besler, già suo allievo a Wittenberg, che gli fa da copista e
vedrà ancora brevemente in Italia, a Padova. B. compone diverse opere sulla
magia, tutte pubblicate postume: il “De magia”; le “Theses de magia”, un
compendio del trattato precedente, il “De magia mathematica”, che presenta come
fonti la Steganographia di Tritemio, il De occulta philosophia di Agrippa e lo
pseudo-Alberto Magno; il “De rerum principiis et elementis et causis” e la “Medicina”,
nella quale presume di aver trovato forme di applicazione della magia nella natura. "Mago"
è un termine che si presta a equivoche interpretazioni, ma che per l'autore,
come egli stesso chiarisce sin dall'ìncipit dell'opera, significa innanzitutto
sapiente: sapienti come per esempio erano i magi dello zoroastrismo o simili
depositari della conoscenza presso altre culture del passato. La magia di cui B.
si occupa non è pertanto quella associata alla superstizione o alla
stregoneria, bensì quella che vuole incrementare il sapere e agire
conseguentemente. L'assunto fondamentale da cui il filosofo parte è
l'onnipresenza di un'entità unica, che egli chiama indifferentemente
"spirito divino, cosmico" o "anima del mondo" o anche
"senso interiore", identificabile come quel principio universale che
dà vita, movimento e vicissitudine a ogni cosa o aggregato nell'universo. Il
mago deve tenere presente che come da Dio, attraverso gradi intermedi, tale
spirito si comunica a ogni cosa "animandola", così è altrettanto
possibile tendere a Dio dall'essere animato: questa ascensione dal particolare
a Dio, dal multiforme all'Uno è una possibile definizione della
"magia". Lo spirito divino, che per la sua unicità e infinità
connette ogni cosa a ogni altra, consente parimenti l'azione di un corpo su un
altro. B. chiama «vincula» i singoli nessi fra le cose: "vincolo",
"legatura". La magia altro non è che lo studio di questi legami, di
questa infinita trama "multidimensionale" che esiste nell'universo.
Nel corso dell'opera Bruno distingue e spiega differenti tipi di legami –
legami che possono essere utilizzati positivamente o negativamente,
distinguendo così il mago dallo stregone. Esempi di legami sono la fede; i
riti; i caratteri; i sigilli; le legature che vengono dai sensi, come la vista
o l'udito; quelle che vengono dalla fantasia, eccetera. B. lascia Helmstedt e
in giugno raggiunge Francoforte in compagnia di Besler, che prosegue verso
l'Italia per studiare a Padova. Avrebbe voluto alloggiare dallo stampatore Wechel,
come richiese al Senato di Francoforte ma la richiesta è respinta e allora B.
andò ad abitare nel locale convento dei Carmelitani i quali, per privilegio
concesso da Carlo V, non erano soggetti alla giurisdizione secolare. Vedono
la luce tre opere, i cosiddetti poemi francofortesi, culmine della ricerca filosofica
di B.: il “De triplici minimo et mensura
ad trium speculativarum scientiarum et multarum activarum artium principia
libri V”, in cui vi sono delle immagini simili alla tabula recta di Tritemio; “De
monade, numero et figura liber consequens quinque”; il “De innumerabilibus,
immenso et infigurabili, seu De universo et mundis libri octo”. De minimo. Chi
potrà ritenere che gli strumenti diano misurazioni esatte dal momento che il
fluire delle cose non mantiene un identico ritmo ed un termine non si mantiene
mai alla stessa distanza dall'altro? Da De minimo, in Opere latine, a cura di
Carlo Monti, POMBA). Nei libri del “De minimo” si distinguono tre tipi di
minimo: il minimo fisico, l'atomo, che è alla base della scienza della fisica;
il minimo geometrico, il punto, che è alla base della geometria, e il minimo
metafisico, o monade, che è alla base della metafisica. Essere minimo significa
essere in-divisibile – e dunque Aristotele erra sostenendo la divisibilità
all'infinito della materia – perché, se così fosse, non raggiungendo mai la
minima quantità di una sostanza, il principio e fondamento di ogni sostanza,
non spiegheremmo più la costituzione, mediante aggregazioni di infiniti atomi,
di mondi infiniti, in un processo di formazione altrettanto infinito. I
composti, infatti, «non rimangono identici neppure per un attimo; ciascuno di
essi, per lo scambio vicendevole degli innumerevoli atomi, si muta
continuamente e ovunque in tutte le parti». La materia, come il filosofo
aveva già espresso nei dialoghi italiani, è in perenne mutazione, e ciò che dà
vita a questo divenire è uno «spirito ordinatore», l'anima del mondo, una
nell'universo infinito. Dunque nel divenire eracliteo dell'universo è situato
l'essere parmenideo, uno ed eterno: materia e anima sono inscindibili, l'anima
non agisce dall'esterno, poiché non c'è un esterno della materia. Ne viene che
nell'atomo, la parte più piccola della materia, anch'esso animato dal medesimo
spirito, il minimo e il massimo coincidono: è la coesistenza dei contrari:
minimo-massimo; atomo-Dio; finito-infinito. Contrariamente agli atomisti, quali
ad esempio Democrito e Leucippo, non ammette l'esistenza del vuoto. Il
cosiddetto vuoto non è che un vocabolo col quale si designa il mezzo che
circonda i corpi naturali. Gli atomi hanno un termine in questo mezzo, nel
senso che essi né si toccano né sono separati. Inoltre distingue fra minimi
assoluti e minimi relativi, e così il minimo di un cerchio è un cerchio; il
minimo di un quadrato è un quadrato, eccetera. I matematici dunque errano nella
loro astrazione, considerando la divisibilità all'infinito degli enti
geometrici. Quella che B. espone è, usando con terminologia moderna, una
discretizzazione non solo della materia, ma anche della geometria, una
geometria discreta. Ciò è necessario onde rispettare l'aderenza alla realtà
fisica della descrizione geometrica, indagine in ultima analsi non separabile da
quella metafisica. Nel De monade Bruno si richiama alle tradizioni pitagoriche
attaccando la teoria aristotelica del motore immobile, principio di ogni
movimento: le cose si trasformano per la presenza di principi interni, numerici
e geometrici. De immenso Negli otto libri del De immenso il filosofo
riprende la propria teoria cosmologica, appoggiando la teoria eliocentrica
copernicana ma rifiutando l'esistenza delle sfere cristalline e degli epicicli,
ribadendo la concezione dell'infinità e molteplicità dei mondi. Critica
l'aristotelismo, negando qualunque differenza tra la materia terrestre e
celeste, la circolarità del moto planetario e l'esistenza dell'etere. Il
castello, situato presso Elgg e allora di proprietà di Heinzel von Tägernstein,
l’ospita nel suo breve soggiorno nel cantone di Zurigo. Parte per la Svizzera,
accogliendo l'invito del nobile Heinzel von Tägernstein e del teologo Egli,
entrambi appassionati di alchimia. Così B., ospite di Heinzel, insegna
filosofia presso Zurigo: le sue lezioni, raccolte da Raphael Egli con il titolo
di Summa terminorum metaphysicorum, saranno pubblicate da costui a Zurigo, e
poi, postume, a Marburgo, insieme con la “Praxis descensus seu applicatio entis”,
rimasta incompiuta. La “Summa terminorum metaphysicorum,” Somma dei
termini metafisici, rappresenta un'importante testimonianza dell'attività di B.
insegnante. Si tratta di un compendio di 52 termini fra i più frequenti
nell'opera di Aristotele che B. spiega riassumendo. Nella “Praxis descensus”,
“Prassi del descenso”, il nolano riprende gli stessi termini (con qualche
differenza) questa volta esposti secondo la propria visione. Il testo consente
così di confrontare puntualmente le differenze fra Aristotele e B. La Praxis è
divisa in tre parti, con gli stessi termini esposti secondo la divisione
triadica Dio, intelletto, anima del mondo. Purtroppo l'ultima parte manca del
tutto e anche la rimanente non è completamente curata. Infatti ritorna a
Francoforte per pubblicarvi ancora il De imaginum, signorum et idearum
compositione, dedicato a Heinzel. Ed è questa l'ultima opera la cui
pubblicazione fu curata da B. stesso. È probabile che il filosofo avesse
intenzione di tornare a Zurigo, e ciò spiegherebbe anche perché Egli abbia
atteso prima di pubblicare quella parte della Praxis che aveva trascritto, ma
in ogni caso nella città tedesca gli eventi evolveranno ben diversamente.
Francoforte e sede di un'importante fiera del libro, alla quale partecipavano i
librai di tutta Europa. Era stato così che due editori, il senese Ciotti e il
fiammingo Brittano, entrambi attivi a Venezia, avevano conosciuto B. almeno
stando alla successive dichiarazioni di Ciotti stesso al Tribunale dell'Inquisizione
di Venezia. Il patrizio veneto Mocenigo, che conosce Ciotti e ha comprato nella
sua libreria il “De minimo” del filosofo nolano, affida al libraio una sua
lettera nella quale invitava B. a Venezia affinché gli insegnasse li secreti
della memoria e li altri che egli professa, come si vede in questo suo libro. Appare
quantomeno strano il fatto che, dopo anni di peregrinazioni in Europa decidesse
di tornare in Italia sapendo quanto il rischio di finire sotto le mani
dell'inquisizione fosse concreto. Probabilmente non si considera “anti-cattolico”
ma semmai una sorta di riformatore che spera di avere concrete possibilità di
incidere sulla Chiesa. Oppure il senso di pienezza di sé o della sua "missione"
da compiere altera la reale percezione del pericolo a cui poteva andare
incontro. Inoltre, il clima politico, ossia l'ascesa vittoriosa di Enrico di
Navarra sulla Lega cattolica sembra costituire una valida speranza per l'attuazione
delle sue idee in ambito cattolico. B. e a Venezia. Che egli sia tornato in
Italia spinto dall'offerta di Mocenigo non è affatto sicuro, tant'è che passeranno
diversi mesi prima che accetta l'ospitalità del patrizio. Non era certo un uomo
a cui mancavano i mezzi, anzi, egli era considerato omo universale, pieno di
ingegno e ancora nel pieno del suo momento creativo. A Venezia si trattenne
solo pochi giorni per poi recarsi a Padova e incontrare Besler, il suo copista
di Helmstedt. Qui tenne per qualche mese lezioni agli studenti che frequentano
quello studio e spera invano di ottenervi la cattedra di matematica, uno dei
possibili motivi per cui B. torna in Italia. Compone le “Praelectiones geometricae”,
l'”Ars deformationum”, il “De vinculis in genere”, e il “De sigillis Hermetis
et Ptolomaei et aliorum”. Con il ritorno di Besler in Germania per motivi
familiari, torna a Venezia e si stabilì in casa del patrizio veneziano, che era
interessato alle arti della memoria e alle discipline magiche. Informa il
Mocenigo di voler tornare a Francoforte per stampare delle sue opere. Questi
pensa che cercas un pretesto per abbandonare le lezioni. Il giorno dopo lo fece
sequestrare in casa dai suoi servitori. Il giorno successivo Mocenigo presenta
all'Inquisizione una denuncia scritta, accusandolo di blasfemia, di disprezzare
le religioni, di non credere nella Trinità divina e nella transustanziazione,
di credere nell'eternità del mondo e nell'esistenza di mondi infiniti, di
praticare arti magiche, di credere nella metempsicosi, di negare la verginità di
Maria e le punizioni divine. Quel giorno stesso, e arrestato e tratto
nelle carceri dell'Inquisizione di Venezia, in san Domenico a Castello. Maiori
forsan cum timore sententiam in me fertis quam ego accipiam” (“Forse tremate
più voi nel pronunciare contro di me questa sentenza che io nell'ascoltarla. B.
rivolto ai giudici dell'Inquisizione. Il processo di B., basso-rilievo del
basamento della statua in Campo de' Fiori da Ferrari. Naturalmente sa che la
sua vita è in gioco e si difende abilmente dalle accuse dell'inquisizione
veneziana. Nega quanto può, tace, e mente anche, su alcuni punti delicati della
sua dottrina, confidando che gli inquisitori non possano essere a conoscenza di
tutto quanto egli abbia fatto e scritto, e giustifica le differenze fra le
concezioni da lui espresse e i dogmi cattolici con il fatto che un filosofo,
ragionando secondo il lume naturale, può giungere a conclusioni discordanti con
le materie di fede, senza dover per questo essere considerato un eretico. A
ogni buon conto, dopo aver chiesto perdono per gli errori commessi, si dichiara
disposto a ritrattare quanto si trovi in contrasto con la dottrina della
Chiesa. L'Inquisizione romana chiede però la sua estradizione, che viene
concessa, dopo qualche esitazione, dal Senato veneziano. E rinchiuso nelle
carceri romane del Palazzo del Sant'Uffizio. Nuovi testi, per quanto poco
affidabili, essendo tutti imputati di vari reati dalla stessa Inquisizione,
confermano le accuse e ne aggiungono di nuove. E forse torturato, secondo
la decisione della Congregazione, stando all'ipotesi avanzata da Firpo e
Ciliberto, una circostanza negata invece dallo storico Andrea Del Col. Non
rinnega i fondamenti della sua filosofia. Ribada l'infinità dell'universo, la
molteplicità dei mondi, il moto della terra e la non generazione delle
sostanze. Queste non possono essere altro che quel che sono state, né saranno
altro che quel che sono, né alla loro grandezza o sostanza s'aggionge mai, o
mancarà ponto alcuno, e solamente accade separatione, e congiuntione, o
compositione, o divisione, o translatione da questo luogo a quell'altro. A
questo proposito spiega che il modo e la causa del moto della terra e della
immobilità del firmamento sono da me prodotte con le sue raggioni et autorità e
non pregiudicano all'autorità della divina scrittura. All'obiezione
dell'inquisitore, che gli contesta che nella Bibbia è scritto -- terra stat in
aeternum -- e il sole nasce e tramonta, risponde che vediamo il sole nascere e
tramontare perché la terra se gira circa il proprio centro. Alla contestazione
che la sua posizione contrasta con l'autorità dei Santi Padri, risponde che
quelli sono meno de' filosofi prattichi e meno attenti alle cose della natura.
Il filosofo sostiene che la terra è dotata di un'anima, che le stelle hanno
natura angelica, che l'anima non è forma del corpo, e come unica concessione, è
disposto ad ammettere l'immortalità dell'anima umana. Roma, Piazza di
Campo de' Fiori. E invitato ad abiurare otto proposizioni eretiche, nelle quali
si comprendevano la sua negazione della creazione divina, dell'immortalità
dell'anima, la sua concezione dell'infinità dell'universo e del movimento della
terra, dotata anche di anima, e di concepire gli astri come angeli. La sua
disponibilità ad abiurare, a condizione che le proposizioni siano riconosciute
eretiche non da sempre, ma solo ex nunc, è respinta dalla congregazione dei
cardinali inquisitori, tra i quali Bellarmino. Una successiva applicazione
della tortura, proposta dai consultori della congregazione fu invece respinta
da Clemente VIII. Nell'interrogatorio si dice ancora pronto all'abiura, ma icambia
idea e infine, dopo che il tribunale ha ricevuto una denuncia che accusa Bruno
di aver avuto fama di ateo in Inghilterra e di aver scritto il suo “Spaccio
della bestia trionfante” direttamente contro il papa, rifiuta recisamente ogni
abiura, non avendo, dichiara, nulla di cui doversi pentire. Al cospetto
dei cardinali inquisitori e dei consultori Mandina, Pietrasanta e Millini, è
costretto ad ascoltare in ginocchio la sentenza che lo scaccia dal foro
ecclesiastico e lo consegna al braccio secolare. Terminata la lettura della
sentenza, secondo la testimonianza di choppe, si alza e ai giudici indirizza la
storica frase. Maiori forsan cum timore sententiam in me fertis quam ego
accipiam. Forse tremate più voi nel pronunciare contro di me questa sentenza
che io nell'ascoltarla. Dopo aver rifiutato i conforti religiosi e il crocefisso,
con la lingua in giova – serrata da una mordacchia perché non possa parlare,
viene condotto in campo de’ fiori, denudato, legato a un palo e arso vivo. Le
sue ceneri sono gettate nel Tevere. Volse il viso pieno di disprezzo
quando ormai morente, venne posta innanzi l'immagine di Cristo crocefisso. Così
muore bruciato miseramente, credo per annunciare negli altri mondi che si è
immaginato in che modo i romani sono soliti trattare gli empi e i blasfemi.
Ecco qui, caro Rittershausen, il modo in cui procediamo contro gli uomini, o
meglio contro i mostri di tal specie. Il suo dio è da un lato trascendente, in
quanto supera ineffabilmente la natura, ma nello stesso tempo è immanente, in
quanto anima del mondo: in questo senso, Dio e Natura sono un'unica realtà da
amare alla follia, in un'inscindibile unità panenteistica di pensiero e
materia, in cui dall'infinità di Dio si evince l'infinità del cosmo, e quindi
la pluralità dei mondi, l'unità della sostanza, l'etica degli "eroici
furori". Questi ipostatizza un Dio-Natura sotto le spoglie dell'Infinito,
essendo l'infinitezza la caratteristica fondamentale del divino. Egli fa dire
nel dialogo De l'infinito, universo e mondi a Filoteo. Io dico Dio tutto
Infinito, perché da sé esclude ogni termine ed ogni suo attributo è uno e
infinito; e dico Dio totalmente infinito, perché lui è in tutto il mondo, ed in
ciascuna sua parte infinitamente e totalmente: al contrario dell'infinità de
l'universo, la quale è totalmente in tutto, e non in queste parti (se pur,
referendosi all'infinito, possono esse chiamate parti) che noi possiamo
comprendere in quello. B., De infinito, universo e mondi) Per queste
argomentazioni e per le sue convinzioni sulla Sacra Scrittura, sulla Trinità e
sul Cristianesimo, già scomunicato, fu incarcerato, giudicato eretico e quindi
condannato al rogo dall'Inquisizione della Chiesa cattolica. Fu arso vivo a
piazza Campo de' Fiori durante il pontificato di Clemente VIII. Ma la sua
filosofia sopravvive alla sua morte, portò all'abbattimento delle barriere tolemaiche,
rivelò un universo molteplice e non centralizzato e aprì la strada alla
Rivoluzione scientifica: per il suo pensiero B. è quindi ritenuto un precursore
di alcune idee della cosmologia moderna, come il multiverse. Per la sua morte,
è considerato un martire del libero pensiero. Giovanni Paolo II, tramite una
lettera del segretario di Stato Vaticano Angelo Sodano inviata a un convegno
che si svolse a Napoli, espresse profondo rammarico per la morte atroce di B.,
pur non riabilitandone la dottrina: anche se la morte di B. costituisce oggi un
motivo di profondo rammarico, tuttavia questo triste episodio della storia non
consente la riabilitazione dell'opera del filosofo nolano arso vivo come
eretico, perché "il cammino del suo pensiero lo condusse a scelte
intellettuali che progressivamente si rivelarono, su alcuni punti decisivi,
incompatibili con la dottrina cristiana. D'altronde anche nel saggio di Yates
viene ribadito più volte la completa adesione di B. alla "religione degli
egizi" scaturita dal suo sapere ermetico nonché afferma che "la
religione egiziana ermetica è l'unica religione vera". Il Dizionario di
Bayle Ritratto di Schoppe, opera di Rubens Malgrado la messa all'Indice
dei libri di B. decretata, questi continuarono a essere presenti nelle
biblioteche europee, anche se rimasero equivoci e incomprensioni sulle
posizioni del filosofo nolano, così come volute mistificazioni sulla sua
figura. Già il cattolico Schoppe, ex luterano che assistette alla pronuncia
della sentenza e al rogo di B., pur non condividendo «l'opinione volgare
secondo la quale codesto B. fu bruciato perché luterano» finisce con
l'affermare che «Lutero ha insegnato non solo le stesse cose di B., ma altre
ancora più assurde e terribili», mentre il frate minimo Mersenne individuò nella
cosmologia bruniana la negazione della libertà di Dio, oltre che del libero
arbitrio umano. Mentre gli astronomi Brahe e Keplero criticarono l'ipotesi
dell'infinità dell'universo, non presa in considerazione nemmeno da GALILEI (si
veda), il libertino Naudé, nella sua Apologie pour tous les grands personnages
qui ont testé faussement soupçonnez de magie esalta in B. il libero ricercatore
delle leggi della natura. Bayle, nel suo Dizionario, arrivò a dubitare
della morte per rogo di Bruno e vide in lui il precursore di Spinoza e di tutti
i moderni panteisti, un monista ateo per il quale unica realtà è la natura. Gli
rispose il teologo deista Toland, che conosceva lo Spaccio della bestia
trionfante e lodava in Bruno la serietà scientifica e il coraggio dimostrato
nell'aver eliminato dalla speculazione filosofica ogni riferimento alle
religioni positive; segnala lo Spaccio a Leibniz - che tuttavia considera B. un
mediocre filosofo - e al de La Croze, convinto dell'ateismo di B.. Con
quest'ultimo concorda il Budde, mentre Heumann ritorna erroneamente a
ipotizzare un protestantesimo di B. Con l'Illuminismo, l'interesse e la
notorietà di Bruno aumenta. Weidler conosce il De immenso e lo Spaccio, mentre
Jean Sylvain Bailly lo definisce «ardito e inquieto, amante delle novità e
schernitore delle tradizioni», ma gli rimprovera la sua irreligiosità. In
Italiaè molto apprezzato da Barbieri, autore di una Storia dei matematici e
filosofi del Regno di Napoli, dove afferma che scrisse molte cose sublimi nella
Metafisica, e molte vere nella Fisica e nell'Astronomia e ne fa un precursore
della teoria dell'armonia prestabilita di Leibniz e di tanta parte delle teorie
di Cartesio. Il sistema dei vortici di Cartesio, o quei globuli giranti intorno
i loro centri nell'aere, e tutto il sistema fisico è suo. Il principio di
dubitazione saviamente da Cartesio introdotto nella filosofia a B. si deve, e
molte altre cose nella filosofia di Cartesio sono di lui. Questa tesi è
negata da Niceron, per il quale il razionalista Cartesio nulla può aver preso
da lui, irreligioso e ateo come Spinoza, che ha identificato Dio con la natura,
è rimasto legato alla filosofia del Rinascimento credendo ancora nella magia e,
per quanto ingegnoso, è spesso contorto e oscuro. Brucker concorda con l'incompatibilità
di Cartesio con lui, che considera un filosofo molto complesso, posto tra il
monismo spinoziano e il neo-pitagorismo, la cui concezione dell'universo
consisterebbe nella sua creazione per emanazione da un'unica fonte infinita,
dalla quale la natura creata non cesserebbe di dipendere. Fu Diderot a
scrivere per l'Enciclopedia la voce su B., da lui considerato precursore di
Leibniz - nell'armonia prestabilita, nella teoria della monade, nella ragione
sufficiente - e di Spinoza, il quale, come lui, concepisce Dio come essenza
infinita nella quale libertà e necessità coincidono: rispetto a lui pochi
sarebbero i filosofi paragonabili, se l'impeto della sua immaginazione gli
avesse permesso di ordinare le proprie idee, unendole in un ordine sistematico,
ma era nato poeta. Per Diderot, B., che si è sbarazzato della vecchia filosofia
aristotelica, è con Leibniz e Spinoza il fondatore della filosofia
moderna. Jacobi pubblica per la prima volta ampi estratti del “De la
causa, principio et uno” di «questo oscuro filosofo», che sa però dare un disegno
netto e bello del panteismo. Lo spiritualista non condivide certo il panteismo
ateo di lui e Spinoza, di cui ritiene inevitabili le contraddizioni, ma non
manca di riconoscerne la grande importanza nella storia della filosofia. Da
Jacobi Schelling trae spunto per il suo dialogo su lui, al quale riconosce di
aver colto quello che per lui è il fondamento della filosofia: l'unità del
Tutto, l'assoluto hegeliano, nel quale successivamente si conoscono le singole
cose finite. Hegel lo conosce e nelle sue “Lezioni” presenta la sua filosofia
come l'attività dello spirito che assume dis-ordinatamente» tutte le forme,
realizzandosi nella natura infinita. È un gran punto, per cominciare, quello di
pensare l'unità. L’altro punto fu cercare di comprendere l'universo nel suo
svolgimento, nel sistema delle sue determinazioni, mostrando come l'esteriorità
sia segno delle idee. In Italia, è l'hegeliano Spaventa a vedere in lui il
precursore di Spinoza, anche se il filosofo nolano oscilla nello stabilire un
chiaro rapporto fra la natura e Dio, che appare ora identificarsi con la natura
e ora mantenersi come principio sovra-mondano, osservazioni riprese da Fiorentino,
mentre Tocco mostra come egli, pur dissolvendo dio nella natura, non rinuncia a
una valutazione positiva della religione, concepita come utile educatrice dei
popoli. Nel primo decennio del Novecento si completa l'edizione di tutte
le opere e si accelerano gli studi biografici su lui, con particolare riguardo
al processo. Per GENTILE (si veda), altre a essere un martire della libertà di
pensiero, ha il grande merito di dare un'impronta strettamente razionale alla
sua filosofia, trascurando misticismi medievaleggianti e suggestioni magiche.
Opinione, quest'ultima, discutibile, come recentemente ha inteso mettere in
luce Yates, presentando B. nelle vesti di un autentico ermetico. Mentre Badaloni
ha rilevato come l'ostracismo decretato contro lui abbia contribuito a
emarginare l'Italia dalle innovative correnti della grande filosofia del
Seicento europeo, fra i maggiori e più assidui contributi nella definizione
della filosofia bruniana si contano attualmente quelli portati da Aquilecchia e
Ciliberto. Monumento a B. Medaglia con monumento a Giordano B. in Campo
de' Fiori a Roma, incisione di Broggi. La medaglia, di 60 mm, fu donata a
personaggi illustri e comitati vari. Insieme a questa fu coniata un'altra
medaglia di 64 mm in bronzo, abbastanza simile, a scopo commerciale Gli sono
stati dedicati il cratere lunare B. e due asteroidi della fascia principale:
Giordano e Cenaceneri. IRapisardi gli dedicò un'epigrafe. All'ipocrisia
volpeggiante fra la scuola e la sagrestia, ai conciliatori della scienza col
sillabo, all'imbestiato borghesume, che tutto falsando e trafficando, d'ogni
sacrificio eroico beatamente sogghigna, le coscienze, cui sorride ancora la
fede nel trionfo di tutte le umane libertà, lanciano oggi ad una voce dalle
università italiane una sfida solenne a gloria della tua virtù, a vendetta del tuo
martirio o B.. Numerose scuole sono state intitolate a B. in tutta Italia, in
particolare licei classici: ad esempio ad Arzano, Albenga, Roma, Torino,
Mestre, Budrio e Melzo, mentre a Maddaloni gli sono stati intitolati il
Convitto nazionale e il liceo classico cittadino. In Italia sono numerosi i monumenti
intitolati a Bruno, sono presenti: un monumento in una piazza a Nola, un busto
a Montella, un bassorilievo a Monsampolo del Tronto e un'epigrafe a Teora. Nel
Campo de' Fiori di Roma è presente il più importante monumento a Bruno, eretto
esattamente nel luogo in cui il filosofo fu condannato al rogo. La figura e il
ruolo del mago che Shakespeare presenta con Prospero, ne La tempesta, fosse
influenzata dalla formulazione del ruolo del mago attuata da B.. Sempre in
Shakespeare, è ormai dai più accettata l'identificazione del personaggio di “Berowne”
(Browne, Bruno), in “Pene d'amor perdute” con il filosofo italiano,
considerando il parzialmente documentato e più che plausibile incontro tra i
due durante il suo soggiorno inglese.Un riferimento molto più esplicito si
trova in The Tragical History of Doctor Faustus, Marlowe. Il personaggio “Bruno”,
l'antipapa, riassume molte caratteristiche della vicenda del filosofo: «I
cardinali dormienti si affannano / a punire Bruno, che invece è lontano. Vola.
/ Il suo superbo corsiero, vivo come il pensiero, / Già passa le Alpi.»
(Christopher Marlowe, La triste storia del dottor Faust; citato in Jean Rocchi,
Giordano Bruno davanti all'inquisizione, Stampa Alternativa) La stessa vicenda
del Faust marlowiano richiama alla mente la figura del "furioso"
bruniano in De gli eroici furori. Cinema Interpretato da Volonté. Protagonista
nel film di Montaldo B. nel quale è stato interpretato da Volonté. Compare
anche nel film Galileo di Cavani. Negli anni novanta Rai Uno produce un film
documentario curato da Porta su B.. Interpretato da Vita. Nel film Caravaggio
con Boni c'è una scena in cui è mostrato il rogo di B.. Contrariamente alle fonti
che parlano di B. con la lingua in giova, il filosofo appare legato al palo
mentre poco prima delle fiamme incita la gente a non lasciarsi irretire dai
falsi maestri. “Candelaio” è al centro della fiction Il tredicesimo apostolo -
Il prescelto trasmessa su Canale 5. Il rapper Caparezza ha dedicato a lui una
mini-storia nel brano "Sono il tuo sogno eretico", presente in Il
sogno eretico: «Infine mi chiamo come il fiume che battezzò colui nel cui nome
fui posto in posti bui,/ mica arredati col feng shui. Nella cella reietto
perché tra fede e intelletto ho scelto il suddetto, Dio mi ha dato un cervello,
se non lo usassi gli mancherei di rispetto. E tutto crolla come in borsa, la
favella nella morsa, la mia pelle è bella arsa. Il processo? Bella farsa! Adesso
mi tocca tappare la bocca nel disincanto lì fuori, lasciatemi in vita invece di
farmi una statua in Campo de' Fiori/Mi bruci per ciò che predico è una fine che
non mi merito, mandi in cenere la verità perché sono il tuo sogno
eretico.» (Caparezza, Sono il tuo sogno eretico). La metal band
californiana Avenged Sevenfold lui ha dedicato il brano intitolato Roman Sky
presente nel nuovo album The Stage. L'album tratta infatti temi quali
l'intelligenza artificiale e l'universo. Sono dedicati al filosofo anche il
brano Anima Mundi di Massimiliano Larocca e l'album Numen Lumen del gruppo
neofolk Hautville, che ha nelle liriche brani di B.. Altre saggi: “De
compendiosa architectura et complemento artis Lullii”; “De umbris idearum”;
“Ars memoriae”; “Cantus Circaeus”; “Candelaio”; “Ars reminiscendi, Triginta
sigilli, Triginta sigillorum explicatio, Sigillus sigillorum”; “Cena de le
Ceneri”; “De la causa, principio et uno”; “De l'infinito, universo e mondi” “Spaccio
della bestia trionfante”; “Il cavallo pegaseo”; “De gli eroici furori”; “Centum
et viginti articuli de natura et mundo adversus peripateticos” – “contro i
peripatetici” -- “Figuratio Aristotelici
physici auditus”; “Dialogi duo de Fabricii Mordentis Salernitani prope divina
adinventione”; “Idiota triumphans”; “De somnii interpretation”; “Mordentius”; “De
Mordentii circino”; “Animadversiones circa lampadem” “animadversions in
lampadem”; “Lampas triginta statuarum” – trenta statue -- (Napoli); “Artificium perorandi”; “De lampade combinatoria”;
“De progressu”; “De lampade venatoria logicorum”; “Libri physicorum Aristotelis
explanati, Napoli); “Camoeracensis Acrotismus seu rationes articulorum
physicorum adversus peripateticos”; “Oratio valedictoria”; “De specierum scrutinio”
De lampade combinatoria”; “Articuli centum et sexaginta adversus huius
tempestatis philosophos”; “Oratio consolatoria”; “De magia (Firenze); “De magia
mathematica (Firenze); “De rerum principiis et elementis et causis” (Firenze);
“Medicina” (Firenze); “Theses de magia” (Firenze); “De innumerabilibus, immenso
et in-figurabili”; “De triplici minimo et mensura”; “De monade, numero et
figura”; “De imaginum, signorum et idearum compositione” (sintassi); “De
vinculis in genere” (Firenze); “Summa terminorum metaphysicorum”; “Accessit
eiusdem Praxis descensus seu applicatio entis”. Bruno nota che quantunque
Averroè fosse arabo e perciò ignorante di lingua greca, nella dottrina
peripatetica però intese più che qualsivoglia greco che abbiamo letto; e arebbe
più inteso, se non fusse stato così additto al suo nume Aristotele. Sia dai due
volti. Io ho lodato molti eretici ed anco principi eretici; ma non li ho lodati
come eretici, ma solamente per le virtù morali che loro avevano; né li ho mai
lodati come religiosi e pii, né usato simil sorte di voce di religione. Ed in
particulare nel mio libro Della causa, principio ed uno io lodo la Regina de
Inghilterra e la nomino diva, non per attributo di religione, ma per un certo
epiteto che li antichi ancora solevano dare a principi, ed in Inghilterra, dove
allora io mi ritrovava e composi quel libro, se suole dar questo titolo de diva
alla Regina; e tanto più me indussi a nominarla cusì, perché ella me conosceva,
andando io continuamente con l'Ambasciator in corte. E conosco di aver errato
in lodare questa donna, essendo eretica, e massime attribuendoli la voce de
diva. Degno di nota è che B. pubblica tutti e sei questi saggi indicando luoghi
di stampa non corrispondenti: Venezia. Che Dio sia nella materia non implica che
possa essere conosciuto. Dio è immanente da un punto di vista ontologico,
mentre è trascendente sul piano gnoseologico. In questo universo metto una
providenzia universal, in virtù della quale ogni cosa vive, vegeta e si move e
sta nella sua perfezione; e la intendo in due maniere, l'una nel modo con cui è
presente l'anima nel corpo, tutta in tutto e tutta in qual si voglia parte, e
questo chiamo natura, ombra e vestigio della divinità; l'altra nel modo
ineffabile col quale Iddio per essenzia, presenzia e potenzia è in tutto e
sopra tutto, non come parte, non come anima, ma in modo inesplicabile. Spaventa
fu convinto assertore del ruolo fondamentale della filosofia italiana nel
panorama della filosofia moderna, e in particolare di Bruno e Campanella. L'asinità. La fortuna di B. B. in Shakespeare
e nella cultura inglese. “Il B. di Gentile”. L'Asino Cillenico. Clavis
Magna. Clavis Magna, ovvero, Il Sigillo
dei Sigilli. De signorum compositione. Explicatio. Sigillorum. Sigilli, Sigillus
Sigillorum. Clavis Magna, ovvero, L'arte di inventare. De Compendiosa
Architectura et Complemento Artis. “L'Arte di Comunicare” Artificium
Perorandi”. “Clavis Magna, ovvero, La
logica per immagini”. Il B. degli italiani. ‘B.’ regia di di Montaldo. Dizionario
biografico degl’italiani. CESAR calendaire romaine. Centro di Studi Bruniani. (CA
ui i) e iui Mia ba, VA dai ‘agi LS it Il EGR Ln i
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EMANUELE, Carnevale {Resta sapore PERSONAGGI:
B. SALASSA; LORENZO figlio naturale di B., «dot-tato:da) A.D'ANDRADE ROMANO
DEI LOMBARDI «+. >F. MIGLIARA LEANDRO giovine patrizio. S.ra
ANGIOLETTI LAURA figlia di ROMANO. >» A. Busi IL GRANDE
INQUISITORE . Sig. SALVARANI. ROCCO LILLE DAMIANI ANDREA. Ni agN° UN
GUARDIANO) che nonparlano N. N. UN OsTE .. Ni Ni Giovani e nobili veneziani,
servi di Romano, gondolieri, seguaci di B., soldati, Inquisitori, Si Servi
del S. Uffizio, Frati e Popolo. L'azione del 1.° e 2.° Atto è in
Veni quella del:3.° e 4.° Atto in Re ber a pieni Sofee
bi; pece SUIT ZIA Fitto Primo PIAZZA IN VENEZIA. Un’Osteria
e alcune seggiole. In fondo un canale praticabile, che traversa la scena.
Sul canale un ponte, che mette in un viottolo, sull'angolo del quale
sorge a destra, un magnifico Palazzo illumiminato a festa, prospiciente sul
Canale. .Un in- gresso laterale, illuminato da faci fisse ai muri,
conducedal viottolo nel Palazzo. La porta principale verso . il Canale è
aperta; durante la scena seguente, visi vedono approdare gondole, dalle quali
scendono persone ragguardevoli, che, ricevute dai servi, entrano
nel Palazzo. Sera. GIOVANI e
NOBILI VENEZIANI, parte ‘in abiti fantastici con mezza maschera al volto, e
parte in abiti comuni, vengono da sinistra, traversano il ponte, e
dalla strada entrano nel Palazzo. LEANDRO, ROCCO ed altri Giovani vanno e
vengono fermandosi sulla Piazza, cantando e ridendo, Poi LORENZO e LAURA.
Leandro (accompagnandosi colla ghitarra). A te, Venezia bella,
adorata, A te, mia sposa, la serenata. HEVVPETIAIAMITEREZI LIA VITE
RENTAL rara rr ovinanto sinezineneisevazize vecio sinioneee
IVTIPRErTA:Itr rara rirevenaatos aes szereris cva:i0e vice vi’ veve’
’avurecovio sr 0uIvI vare ri [tti STA Hocco (Volgendosi all’osteria) Leandro,
scuotiti! Le mura adori? Vieni ove brillano Divini
amori, Ove donzelle Cotanto belle Potrai mirar. Coro dei
nobili Al convito n’andiam! alla festa! Leandro Prima di venir
alla gran festa Distruggere io vo’ un'idea funesta! Oste, su via
porgetemi Vino di Cipro; a questo petto ardente Occorre del più
vecchio e più potente. Vivan le belle Danzanti; volano. Gli occhi
fiammeggiano Più che le stelle; Ne’ Joro vortici Mi ruban
Vanima. sui Crudo gioir! Più non mi muovo Suolo dolcissimo, ir belt rrrrrr
n -a-rt-rvreorosoeeriovoe nueva zeranen sonia mise
eeerarmierereriiovnieteacivoteote0ie Nido mio nuovo! Muoio in tue
braccia... Santo delir! | A te, Venezia bella, adorata,
A te, mia sposa, la serenata, Coro AI Convito! n’andiam alla
festa. (S'appressano in una gondola LAURA e LORENZO) Eaurna Sul
mare immenso più non impera
Nè sulla terra che la circonda. Venezia,
è fango la tua bandiera! Lutto e non feste! Pianga e s’ asconda. Core
(con alto di cu iosità) E un amante e la sua Della Che passeggiano
alla luna; Laura sembra la sua stella, Ma egli fa poca
fortuna. Seguiam tutti i vaghi amanti, E vediam, se pur n’ è
dato, In fra i suoni, i balli e i canti Di trovar
l’innamorato. È Lorenzo di Giordano, Che fuggì dal sacro
tempio ; lì Lorenzo... il vil, l’insano Che ne porge un
triste esempio. Lorenzo (con ira). È rivolta a me l’offesa?
L’alma freme, batte il core! Già suonaron l’ultim’ ore; - E voi tutti io
sfiderò. Laura E rivolta a te I’effesa; rato L’alma freme, batte
il core! Già suonaron l'ultim’ ore Io con te li sfiderò. (LORENZO
furente si scaglia contro ROCCO, e gli toglie la spada. Gli altri
NOBILI sguainano. le proprie e si schierano în fondo) ROMANO dei
LOMBARDI entra frettoloso dalla casa di destra, seguito da servi con
torce accese, Bomano Chi grida? Chi chiama? Qual chiasso
villano? Non son cîttadini, ma plebe briaca! Lorenzo, tu? Il ferro
in mano hai snudato? Parla! Che avvenne! Sei pazzo? Ti placa! Laura (atterrita
alla vista del padre) Che mai dirà Al Genitor?... pa Voce non
ha, Non ha più cor. Lorenzo (con timore) Che mai
dirò AI Genitor? Voce non ho, Non ho più cor.Leandro (con
circospezione) Il segno di croce facciamoci... e andiam via! Quel
vecchio è uno sgherro dell’ Inquisizione. Partiamo, fuggiamo... La belva
più ria, E un angelo a petto di questo demòne. Romane (ai
Nobili) Non chiedo ragioni di vostra contesa, Fra tenebre nacque...
in tenebre resti; E calmi la notte col sonno gli. ardori Di giovani
folli, di stolti furori. Partite! Or è cauto lontani restar. Coro di
Nobili (infimoriti da Romano). Fuggiam dal feroce Vegliardo Romano
: Col fiato ne ammorba Il truce, l’insano; nea
Qui tutto è sospetto. Amici, fuggìam. 1 NOBILI, it CORO, LEANDRO e LAURA
sì riti- rano pel ponte ed entrano nel Palazzo. L’OSTE ha chiuso ed
è scomparso durante la rissa, ROMANO fa un cenno ai Servi di
allontanarsi. Romano Vengo, tu il sai, da Roma; e il Santo Re
e Pontefice armava il braccio mio. ‘Or sotto il ferreo terribil
manto Della suprema Città di Dio L’ Inquisizione veneta sta;
E a Roma solo ubbidirà. Dell’ eresia le vampe infeste Soffocherò.
tutte le teste D’ un colpo all’ idra io troncherò. Lorenzo Fu
il Campanella scoperto e preso? Romano Libero ei 8° agita... Ma il
gran sovrano De’ rei, che Italia e il mondo ha acceso Contro la
Chiesa santa, è Giordano. Presso i suoi complici quì ascoso stà!
Lorenzo Odio quel uomo tanto... tel giuro. Romano Non basta
odiarlo: questo io non curo; Tu quì arrestarlo ora dovrai:
(Musica da ballo neil’interno del Palazzo) In fra le maschere lo
scoprirai, Ed il porrat nelle mie man. Lorenzo Si chiede un
atto di traditor? Romano Queste ai novizi prove si dan.
Lorenzo Tradir ricuso; son uom d’onor. Romano (con sdegno) A
me tu, folle, devi? RANA RARA pinete Lorenzo Obbedienza! Romano Ed
alia Chiesa! Trema. Lorenzo (soffocando il furore) Obbedienza!
Romano Dunque ?... Lorenzo (con sottomissione) Giordano io
scoprirò! Eomano (ricomponendosi) Tuci giovanili e schictti
Modi ti gioveran, se manca il senno Di età maggior, Tuo sguardo onestà;
ispira, K assai tua voce ad ascoltarti attira. Per la grand’ opra
non sarai solo, D’altri miei fidi 1’ aiuto avrai; Pronto a miei
cenni sempre sarai, Uno per ‘tutti sia il mio voler. Lorenzo (con
dolore) L’iniqua trama ahi mi colpisce! La terra, il cielo pur
n’ hanno orror! Vile è colui, ch’ altri tradisce, Nè v' ha pietade
pel traditor. ERomano (imperioso) Come voglio, sia fatto. Or d’
altro; è m'’ odi. Dal dì che ardenti e improvidi Sguardi su Laura
hai posti, Travolto dalla subita Cicca passion tu fosti;
N | Una rea febbre 1° agita Tutte le membra o siolto,
E vedo nel tuo volto Il fuoco del delir. Bada! io ti
scruto, o giovine, E leggo il tuo desire; Guai se tal fiamma
ignobile Io non vedrò svanire. Tu sogni; ma chi vigila l'e
per tuo ben consiglia; Dimentica mia figlia, O trema del tuo
ardir. (parte da sinistra mentre sì volge ancora con fiero
sguardo su LORENZO). Lorenzo (con dolore): SO Solo alfin...
solo quì sono. Piangere, impallidir, tremar t’è dato sa Povero cor! Ma
dannate in eterno ei Son mie lacrime in lor foco d'inferno. Ci
i . . 0 cielo, perchè l’aere Fa A Spargi de’ tuoi profumi?
CRT a O terra perchè il giubilo. SA Delle tue stelle
assumi? © nare: A me negata è l'estasi. da D’ ogni
dolcezza umana, No: ae d'ogni gioia lè vana (ale EZIO Larva,
che fugge ognor; TERIOS L’ amor che è riso d’ angioli, 0; Di
Nel povero mio cor. i Strazio divien di dèmone, WA Delirio
agitator. pr | Amar non posso... 0° AARON] eta P, ‘L'odio mi
restag» SS CE ao ag Son stretto a questa to; LR 1 sur aRatalità.
EI : Vò di te vincere. | Con santo zelo, .. Servir vo’ il
Cielo... E questa l’ ultima . «Mia volontà. (parte con fretta
per il ponte). Cala la Vela. arnie, Affo Secondo onere ge
oi SALA NEL PALAZZO LOREDANO Una splendida sala da
Ballo nel Palazzo di Lore- dano a Venezia, con colonnato per modo che si
possa figurare l’accesso in altre sale. Illuminazione
splendidissima. Coro degl’Invitati ($ acc incanto
dell’ebbre sale! Che ballo immenso! Sarà immortale. Quest’ è la
reggia della letizia; Il, paradiso. d’ ogni. delizia. Deh! non
fuggire, tempo; t’ arresta; Bearsi al lungo delir giocondo Della
fatata splendida festa Tutto in. Venezia vorrebbe il mondo.
{Gl’invitati s'allontanano in varie parti)B. entra con cautela e colla maschera
in mano, poi gli amici. drrezadzanzecez anconca n ionici oc. c0100
dna enrici condiizeo tentoro neo dan'onto oarc rroniòolo /Tasossignor cecanzara
anee Giordano Quì ognun danza e delira Spensierato e demente. E
niun ragiona, E senno e cuore ha niuno. x tutto quì è
in periglio, ove il Leone Alato di San Marco Prostrato
dalla Santa Inquisizione Ai piè, scordò il ruggito Di
cui tremò per secoli ogni lito (volgendosi in fondo) Ecco gli amici: ma
assai lenti e scarsi. Alcuni dei Primi Luce! Giordano
Giustizia a tutti! E Primi E verità! Alcuni dei Secondi
[venendo oltre) Luce ! Giordano Giustizia a
tutti E Secondi E libertà! Giordano Grazie
diletti! Sian pochi i detti; Molta l’opra. A ingannar V'astuta
Corio Dei biechi Inquisitori Ho scelto queste sale Di
Loredano. È pronto ognuno ? Coro Ognuno! Giordano L’
ardir pari del vero alla grandezza? Ed uniti? Coro
Siam tuoi, Giordano Bruno! Giordano e Coro Nel popol vero s’
incominci 1’ opra: S° illumini! Bugiarda è la parola Di
Roma e il suo Re, che Dio si noma, Sull’ alma i Papi vogliono l’
impero Per posseder la terra; E coi libri e col
braccio tt Viva facciasi ovunque eterna guerra Allo spirito,
al verbo, a ogni menzogna, Con che farci suoi schiavi Roma
agogna LAURA entra anelante colla maschera in mano. Enura
Signor, fuggite! Giordano Io? no! non fuggo. Coro
(insospettito) Fuggiamo. È pazzo! (fuggono da va»ie aio Giordano
(con ira) Vili! Tu hai fede? (a Laura) ERaunna (sempre
ancelante) Gran Dio! In queste sale Circondavi un estremo ‘
Periglio. Per voi tremo. Fuggite per pietà. IIIEEZZZE RETETTEZI EXIZZELUPPEE
PE CETO CE TI CE CES CECI ICI IA CIT ALIZICI AZIO LETO EI Va besasnza rea
dI gra rirvarai tion Giordano (simulando) Fuggir? Da chi
fuggire? Laura Da tutti! I delatori, Cui fia virtù
tradire, Vi cercano là fuori. Son mille a me ben noti,
Fierissimi e devoti Al sacro Tribunal. Giordano
(sorpreso) Mi conoscete? Eguana A Padova Vi
scorsi il«dì che ardito Nel fiume vi gettaste, E un fanciullin
tornaste Vivo al materno sen. L’ Inquisizion seguiavi Co’
mille sgherri suoi Per arrestarvi; e voi Tra il popolo
festante Poteste in un istante Securo allor fuggir.
Giordano (simulando la calma) Bruno era quegli, che allor
miraste! Io non lo sono!... Mal giudicaste, .i Laura
(sorpresa) Credetti... ho divinato! © ; Voi siete IL GRAN FILOSOFO
[cf. Grice: Treat those who are great and dead as great and living. ]. Giordano
Oh certo s’ è ingannato Il vostro giovin cor. Laura
Perdonate se un lembo alzo del velo, Che a me vasconde... (solleva: dl
velo) Io v' ho scoperto! siete. Celarvi non potete. B. E chi
son io? Laura Giordano Bruno, cittadin di
Nola! (Durante questo colloquio, LORENZO entra da destra, LEANDRO da
sinistra; si fermano in - fondo, e, non veduti funno alto di
attenzione). erimmiberarisisaorizeoeee Mi nisi
bro aravrariszazazezea ripa paio: Lorenza ngi Ho. in mani,
alfin 1, dai i ‘Ch’ ha Italia avvelenato; ‘Salvo da Ini mille:
anime! a Il mondo mi sia. EH 9 Leandro (4. LormNZO | con simulata
ironia) % TAL il salverài, mia “tnamo, È quegli'il gran? ;
Filosofo) di Il celebre Giordanb. VESTA Dal Tribunal del
Dèmoni Ù 1 1 PR. E O ARNO E ‘J RARE.| Baura (| ‘801
‘presa vi ala PISAE) | dia 39 DS IDE Lorenzo! dui GicoL..(a o pi di
te-che mai sarà? F a iI Gietiala (con dolore)
Fui tradito !..-Oh cerudoltà So IV I Santo phrto)
Tana ‘in Cactpnse deg Di palpiti, di ladina, Tempo,non è, mio
cuore; .Salvarlo, fat Miracoli. DERE eo -0t devo ame l'amore. OL
DI Giordano La luce tua mi sfolgora, Fanciulla, nel
pensiero; Se il mio profeta! Libero Trionferà il mio vero.
(poi fissando LORENZO) Quel volto! V° è 1’ immagine Impressa
di Teresa. Misto è quel volto e annunziami La gioia ed il
dolor! (Prendendo per mano LORENZO) Giovane, dimmi: sei tu di
Roma? La tua favella mel dice... Parla! Dimmi: tua madre come
sì noma? Teresa forse? Lorenzo Teresa?... Sì! (In fondo appare ROMANO con SERVI e
SOLDATI poi vengono gl’Invitati). Giordano L’
inquisizione! Oh quale orror! (a Lorenzo) E tu con essa? Ah
traditor! o Io a te la vita diedi e la morte - Tu, iniquo, appresti
al Genitor!... A te l’ inferno schiuda le porte... Sii maledetto,
vil delator.fekresrey=neoan0enen castec pregsone e aosso g@ zor—rorerovrseereeeericrone
cer csvpirtetronert pari o son nen contiene nanenene Lorenzo Tu...
padre mio? Che mai feci io! Padre, perdonami Se pur ancora
‘ Merto pietà. GU INVITATI che riappariscono da destra e
sinistra e detti. GI Envitati e Leandro La festa è
orrenda! Fuggiamo tutti; Qual tradimenti! Keco distrutti Degl’
innocenti Gli almi piacer. Romano Grazie, o Ciel! Nelle mie
mani Or Giordane io vedo tratto! Roma esulti! Il suo desìo
Finalmente è soddisfatto. Lerenzo Orrenda infamia! Tu il. padre mio? Ah
me infelice! Che mai fec? io! Padre, perdonami... O Ciel, pietà! ERA
EeIOrtitiezast:nuvo cene cen vinariesazyaza cc uPONPPA PESSANO MT RI Laura
(a GIORDANO) Delle amarezze il calice Berrò con te,
Giordano; Già in seno il duolo squarciami Il core a brano a
brano; Peno per te, pel figlio Mio primo e solo
amor. Leandro Oh come ovunque penetra La santa
Inquisizione! Come sarà terribile La sua imputazione! In lui
perdiamo un figlio, Che della patria è onor. Giordano (4
LAURA) Ah no! Laura, non piangere... Giordano ha l’alma
forte! Pel Vero è pronto a vincere Il duolo pur di
morte! Dio deh! ritorna il figlio A Laura e al
Genitor, Lorenzo Sento nel seno piovermi D'un aspro
duol le stille!... Il padre... oh! il padre scorgere ab
0); Temon le mie pupille! Com'è infelice un figlio Ribelle al
genitor ! Romano Entro mi serpe un fremito, Che
mi sconvolge il core, Veggendo quest’ eretico Di scismi
banditore, Che, della Chiesa*figlio, Divenne traditor!
Leandro Tu piangi?... Incauto, a Lui {affida Pel suo
perdono; ma l’alma infida Nel suo rimorso gran pena avrà. Coro
(a LORENZO) Che piangi?... Ognuno vile ti grida; Se’ un
traditor; se’ un parricida! Nè Dio, nè il mondo n’avran pietà.
(I SOLDATI circondano GIORDANO e cala la
tela/. IITTTTAAEIAIII RA CORTI IN ROMA
Sala nel palazzo dell’Inquisizione. In
fondo, nel mezzo della parete una cortina nera che chiudela scena,
A sinistra una finestra aperta con ferriata. In fondo un tavolo coperto
con un tappeto nero, a cui siedono il grande INQUISITORE e DUE SCRIVANI;
ai lati siedono gl’INQUISITORI, e, di fronte, GIORDANO, R0MANO e LORENZO,
— Porte a destra e a sinistra. Romano {> iordano! Voi
siete’ D’innanzi ai vostri giudici, al supremo Tribunal della terra!
E qui dovete, Smésso l’antico stile, Risponder vero,
obbediente, umile. “cà ra G. Inquisitore Vostro nome è
Giordan Bruno? Giordano Di Nola. mrantsiorizea nano
(199 AMDI ATTI ANI ANAZANAZA NZ RATTI TIT IATA TERI ri prenpan ianana nananarena
enzana G. Inquisitore Vi conosciamo! Voi correste in terre
D’eretici; lè in Praga, in Francoforte. E predicaste spesso agl’ infedeli
La santissima Chiesa dileggiando Di Roma, tutti i novator
germani Esaltando. D’ Iddio 1’ essenza in false Forme sponeste;
come v’ inspirava Mal talento. D’ Iddio la legge in pubblici
E in segreti convegni commentaste; Le coscienze fùr
guaste. Giordano Mentite! Solo io dissi agli
uomini Il mondo ha una visiera Di antiche, immense tenebre ;
Cerchi la luce vera. Dio vuol che l’uomo spinga L’acuta sua
pupilla Fin dove in cielo brilla L’eterno suo splendor. Coro
d’Inquisitori D’ anime felle Empia utopia! Il tuo,
ribelle, Un Dio non è. Non ha che larve -Tua fantasia; .0 et gi ver disparve ; “Se in eresia ft fo
i AI fuoco, ‘al fuoco: © Sia condannato! 1 “REP carcer. poco,
s ra ! tal OmpIO, egli de (Si apre la cortina’ dalla’ quale
‘escono pina DTA io GRANDE INQUISITORE, quindi ROMANO, poi gli
SCRIVANI, ‘gi ISQUISITORI, ed sea pIoR-SSf DANÒ accompagnato, dalle
GUARDIE.Gala la cortina e solo LORENZO rimane în ‘scend), DÒ
dt e Laura 01,3 LAURA entra dalla' sinisird e presi itasi) di LORENZO in
atto supplichevole). SÉ Roe dia eor ATI v Rat Laura!
moi (HI dÉ tia Koi i È et Loréiizo i «105 si vo MREPSRI
RATA GIL Lorenzo Di ea DO Ur PA Ale 2 i sd Met: la
"I Che vuoi tut ot Raid) fai I n Setdi o SERRA 2
Senti la ToRe.e. un uomo Rico tu soi. “ rE: Lorenzo Tinura!
Da me che brami? Sento straziarmi il cuore. Laura Ah! tu il padre
salvar déi, Se una belva ancor non sei. Lorenzo
Tact Laura! Il ver dicesti È mio padre! Io lo sentìa Quando'.il labbro
suo: terribile. Me colpevole maledia. È mio padre! Ancor lo
sento AI perenne! e fier tormento.‘ ©’ Che m’ opprime e strazia il
cor. Laura Pietà del misero. Tuo genitor. Lorenzo L’accento
tuo terribile E un dardo al traditor. ebic Laura Lorenzo. it i
#1) Ma shananorazi scenza sanacenencacaee cena sane oean coneesccnio naacea
—ea—e@ce0cui0reò’npsQa”ncceinci’’’ ne Agp ipmpasrssssso Lorenzo Nol
posso! Laura Va da me lungi, o perfido, Se nieghi al
genitor Salvar la vita. E sorga il dì terribile
Che ognuno, o traditor, Ti nieghi
aita. Lorenzo Taci! e che far poss’ io? Laura Aiutarmi a
salvarlo; tu lo puoi! ‘Ei fugga da quell’orrida Fossa in serena
terra, Ove su lui degli uomini Taccia sì cruda guerra. Ove un
demén carnefice Non trovi nell’ amico, Nel figlio, un
traditor; Ove il sovran suo spirito Onnipotente e pio
Possa inalzarsi libero Di tutti al Padre, a Dio; E
riabbracciar qui un figlio, Che traviò pentito, Stringendolo al suo
cor.pra, im masasenananasa sesc’poosson costor09 posporooscoesaesose Lorenzo Quell’ardire,
che in volto a te brilla, La speranza, la fede m' ispira: E
una sacra, divina favilla Della fiamma, che tarde nel
cor. Raura e Lorenzo (assieme) Con te nutro la credula speme,
Che a giustizia il trionfo sorrida; Siamo uniti per vincere insieme
Od insieme da forti morir. (partono). Muta la scena. Carcere di B. con
porte in fondo: dentro vedesi un giaciglio di pietra, una seg-
giola ed un tavolo su cuì arde una lampada. A sinistra una scala da cui si
accede agli Uftizii del- l’ Inquisizione. Giordane (seduto sul
giaciglio) Ecco, o Roma, l’eretico In questo tetro carcere
rinchiuso! Del sangue suo dissetinsi I tuoi Inquisitori
Ebbri di gioia in lor ciechi furori! (Gleaso Sul rabido rogo
dall’empio innalzato La fiamma divampa sanguigna e stridente,
Ma in mezzo all'incendio securà possente Del martire invitto
la voce s’ udrà. Il rogo non strugge
la libera idea; Ma, eterna fenice — risorge o sfavilla; Del
vasto creato — nel verbo s'inslilla Te dense tenebre del mondo a
fugar. In mano ai carnefici chi,
miser, mi trasse, Tu fosti, mio figlio;
tu sli maledetto Ma no maledirti, ma no, nol poss’io: La morte è
un trionfo per me, figlio mio! LORENZO apre con furia la porta del fondo
che mette nel carcere; indi entra anche LAURA. Entrambi «$0NO
Raealii in domino nero come i servi dell’Inquisizione. Lorenzo (di piedi
di GIORDANO) Padre mio! Tuo figlio. B. Non sogno! Lorenzo
Si, son io, ch’ hai maledetto; Ma figlio tuo! Ripeti un altra volta
La tua maledizione i Coll’ accento d’ un padre, ed al mio cuore Più
cara suonerà di quel che fora Del sacerdote la benedizione ; Ah!
lasciami morir a pieid tuoi. TIrCItIVISIÀ poorrcens ersantisaazuztt=veSnII=TIERERA
TATE conuaca riv ertaziori (apusa ra rara zar sara ra bist enaneronesane B. Felice
è un tal momento! A me t’ adusse Iddio; Ora tu sei redento!
M’ abbraccia, o figlio mio. Lorenzo Padro' i] mio cuore un
balsamo Nella tua voce trova! Col tuo perdon risorgere
Mi sembra a vita nuova. Laura Redento il figlio,
accoglierlo Ben può il paterno core; Quale inattesa grazia
!.., Disparve ogni terrore. Mutti (inginocchiandosi) Gran Dio,
che fra le angoscie Apri a quest’ alma il riso, E mesci ai
loro spasimi In terra un paradiso. A te, che i santi vincoli
Riannodi di natura, Salga da queste mura L’ inno de’
nostri cor. B. (STO ER Dal fondo del cor mio 2/0 SARA Grazie a te
sien, gran Dio! a Pi E | re k » à, s ER wr:
DETTI, e ROMANO, che presentasi in cima della ° dente. Fissa collo
sguardo LORENZO, indi scende rapidamente. Lo seguono il GUARDIANO
Retles va x carceri e i SERVI del S. UHEIZIO: da si ‘Romano
< È Come tu qui?... La figlia ancor Di vedo, ea Oh mio furore '
eco 3 F : x Laura e Lorenzo 00 o O qual terror! > ua |
Romano È Giiordano. Questa ou fatale a me una figlia nn dio Spa ma a
te la vita. (LEANDRO, il GUARDIANO delle carceri ei SERVI. del S.
UFFIZIO mascherati ed armati si ap- d pressano). Lg i VEL 7
Pi AE Li unisoseorevrespropeosovo ” Romano (B.)
Trencar ti voglio, qual vile stelo ; Delle tue carni la terra e il
Cielo Io colle fiamme consolerò. Lorenzo Ed io fidato
m’ ero a tal jena ? Tutto l’inferno qui si scatena, E cielo e terra
han di te orror. Laura e Leandro Sublime martire! La tua gran
vita Tronca in un lampo tra l’infinita Gioia... Qual strazio sento
nel cor! B. Del mio carnefice sul volto scritto Sta col livore
il suo delitto; Solo dal Cielo giustizia avrò. Romano (a°
Soldati) Innanzi al Tribunal condotto sia. Coro (Servi e
Soldati) S'innalza un turbine Di guai novelli. Su de’ fratelli
— Tratti in error. E l’empio eretico < «N° è
lavcagionez 9:13 <L Maledizione Sul corruttor! Al rogo
ignifico ‘ Condotto Sia. © Chi l’eresia Tra noi portò. Legge
inviolabile Il turbolento A tal tormento Già condannò.
RIC FROCIO RA ATONTAITA Gran sala nel Palazzo dell’Inquisizione in
Roma. Nel fondo una Galleria apertà sostenuta da colonne, fra ile
quali: si, aprono grandi fin:stre che lasciano tra- vedere le cupole e i
colli di Roma. Porta: a de- stra e a sinistra. Nel mazzo un tavolo con
quattro candelabri. Siedono al tavolo il grande INQUISITORE, ROMANO e )
UE SCRIVANI. DUE SERVI «ai. lati, quindi gl’ INQUISITORI, i Coro
d'Inquisitori || |) eo nembo dall’aere piove Lupa ' Di
Giordano su:l’empia cervice! "Non v'ha niun che l’appelli
infelice, Non v'ha cor che si muova a pietà. Pronto è il
rogo, la fiamma divampa. E pur essa la vittima è pronta! AI gran Nome
Cristiano quest’onta. Or. dal fuoco purgata sarà. } B.
(appressandosi). O sommo Inquisitor! Giunta è l'estrema Ora, che me
a gran prova... al rogo.... appella! G. Inquisitore (alle guardie)
Fuor della porta vigilate! (le guardie e i servi partono) O
Bruno Di Nola! Quest’ è 1’ora che vi chiama Alla prova del fuoco....
a morte.... 0 a vita Lieta d'ogni uom nel mondo! E a voi concesso
Ciò e’ ha nessuno fu giammai; la scelta Fra la vita e la morte!
Scegliete. E in, vostre man la vostra sorte! Giordano (Mi
tentan!) Che si vuol da ms? Parlate. G. Inquisitore Qui in faccia a
tutti, dichiararvi figlio Della Romana Chiesa ora e in eterno E vi
doniam la vita; rimarrete Prigion; ma al figlio libertà darete! B.
(Dèmone tentator!) Nol vò.... nol posso! G. Inquisitore (qa
RomaANO)] Perduto! Udiste? La sentenza è data! Parte coi
servi, Le guardie circondano GIORDANO e partono). i Romano, in
preda a soffocato sdegno. Cieco sirumento io sono all’empie voglie
Di costoro! Ubbidir sempre... e frattanto Spezzare di mia figlia il
vergin core, Serbando la mia vita al lutto e al pianto! O Laura, tu
l’adori D’averno il rio Filosofo, Che con l'accento magico
Tuo cuor conquise già. Or ei morrà sul rogo!... Ma temo per mia
figlia... Dal duol trafitta, all’empio Vicina ella cadrà!...
Senza la figlia, il padre Più viver non potrà. To l’adoro! In lei
Tiposi Ogni speme ed ogni alta; La mia luce, la mia vita Con
la sua si spegnerà. Volgi, o Dio su me, su lei Un tuo sguardo protettor,
E la figlia, che perdei Deh! ridona al genitor. (ROMANO parte da sinistra
e nell'uscire si. moontra con LAURA).Laura (apprdssandosi ‘a ROMANO. Ah!
padre caro, mi benedici! Quel divin spirto, che t’empie il core, Io
pur lo sento! Odio i nemici Di quel gran ùomo;-che' giùsto muore. Ma tu,
che. il puoi, deh! tu lo salva; Se Do, «con Lui io morirò. Romano La
rea fiamma, che in cor ti VE Per chi scuote de’ Papi l’impero,
Sulla fronte il delitto’ ti Stampa Che tu svolgi nel cupo pensiero. Salvo
tu vuoi Giordano? Iniqua ! Nol sperar... tu Il chiedi >
invano. iLaura (con disperazione) Più di salvarlo non v' ha
speranza! L’ala nel tempo batte spietata! Ah! la fatale ora 8° avanza.
i Con te Giordano io morirò. ( prende il veleno) A morte
infame traggono. ; L’ apostolo del vero; Ma dal suo rogo. pallida;
| La fiamma sorgerà. Che sovra. il cieco popolo La luce
porterà; COLERE Nè più potrassi spegnere Quel fuoco che
foriero Sarà di libertà. Coro frecta judicate filù
hominum Laura Quai voci ascolto! Lugubre E questo il canto
estremo, ch’ora al supplizio adduce- L’apostolo del
Ver. Coro Recta judicate fili hominum Laura Con
te Giordano! Morir voglio! Al gaudio tuo volar desio. {LORENZO e
LEANDRO col corteo funebre s’inol- trano nella scena. GIORDANO Tifo, le
guardie si fa avanti nel mezzo). B. Gran Dio! la vittima. Tu
vedi pronta Il rogo a scendere \a 1 1 Per la tua, fe; CERRI
TERA ee L'ira de’ perfidi, Ovunque. conta, Oggi
terribile Piombò su di me. Coro Etenim in corde iniquilates
operamini; Injustitias manus vestrae concinnant. Lorenzo Si
squarcino le tenebre Or dell’uman pensiero, E torni vivo a
splendere Il sol di verità, Che strugga alla tirannide
L’atroce maestà, E’ incenerisca i fulmini Del mistico
nocchiero Nella futura età. Giordano e Leandro Da’ rei
carnefici Il rogo ardente Pel nuovo martire E posto là;
Ma la giustizia Di Dio clemente Le braccia schiudere A Lui
vorrà. GIORDANO circondato ddlle guardie parte col corteo. Leandro, Cero. In
terra injustitias manus. vestrae concinnant. LORENZO s’appressa a
LAURA, che si troverd, vicina. a ROMANO), i Lorenzo, con
disperazione. O Padre, addio. Per me l’estrema Ora fatale suonata è
già? Guarda tuo figlio, che più non trema Nel vendicare la
verità. A me di Laura l’amor fu tolto: Perchè un mistero buio
sognai. Ah! padre, credilo, tutto: ignorai; Solo or la luce scorgo del Ver. ER
omamno Lorenzo! Lorenzo [trattosi dall’ abito uu
pugnale, si ferisce) Laura! Laura (riavendosi avvicinasi a
LORENZO) Al gaudio Ei vola. Romane (sorreggendo
LORENZO) Serbate a quanti spasimi E il povero mio cor?
o aaravai -ercerecote e merie—i ve oraconcorsoee «n - peacee
-LilsSTFri= pone rete na dor e. Lorenzo È tardi, o padre, il
piangere. Anche Lorenzo... muor! (gli cadde ai piedi). Romano. Odesi
“una campana a lenti rintocchi; avvicinandosi a LAURA e
sorreggendola/ Orribil pena mi strazia il core... Un
disumano fui genitore! Non v’ha infelice al par di me! Laura
(presso LORENZO) Lieta è quest’ ora... della mia vita. Bel paradiso la
via... m’ addita B. Io volo... In ciel. con tel. Da una finestra vedonsi
le fiamme del rogo, ed un urlo di popolo annunzia la fine dello
spettacolo. Cala la tela. PRESENTAZIONE E SOGGETTO DEL
CANDELAIO IL LIBRO
A GLI ABBEVERATI
NEL FONTE CABALLINO.
Voi che tettate
di muse da
mamma, E che
fiatate su lor
grassa broda Col
musso, r eccellenza vostra
m*oda. Si fed'e
caritad' il cuor
v infiamma. Piango,
chiedo, mendico un
epigramma. Un sonetto,
un encomio, un
inno, un oda
Che mi sii
posta in poppa
over in proda.
Per farmene gir
lieto a tata
e mamma. Eimè
ch'in van d'andar
vestito bramo. Oimè
ch'i* men vo
nudo com'un Eia,
E peggio: converrà
forse a me
gramo Monstrar scuoperto
alla Signora mia
Il zero e
menchia com'il padre
Adamo, Quand'era buono
dentro sua badia.
Una pezzentaria Di
braghe mentre chiedo,
da le valli
Veggio montar gran
furia di cavalli.
6 Parte
prima ALLA SIGNORA
MORGANA B., SUA
SIGNORA SEMPRE ONORANDA.
Ed lo a
chi dedicarrò il
mio Candelaio? a chi, o
gran destino, ti
piace ch'io intitoli
il mio bel
parammfo, il mio
bon corifeo P
a chi invlarrò
quel che dal
sino influsso celeste,
in questi più
cuocenti giorni, ed ore più
lambic- biccanti, che
dicon caniculan, mi
han fatto piovere
nel cervello le
stelle fìsse, le
vaghe lucciole del
firmamento mi han
crivellato sopra, il
decano de' dodici
segni m'ha balestrato
in capo, e
ne l'orecchie interne
m'han soffiato i
sette lumi erranti
P A chi
s'è voltato, — •
dico io, —
a chi riguarda,
a chi prende
la miraP A
Sua Santità P no. A
Sua Maestà Cesarea
P no. A
Sua Serenità P no. A
Sua Altezza, Signoria
illustrissima e reverendissima P non,
non. Per mia
fé, non è
prencipe o cardinale,
re, imperadore o papa che
mi ìevarrà questa
candela di m.ano, in
questo solen- nissimo
offertorio. A voi
tocca, a voi si dona;
e voi o
l'attaccarrete al vostro
cabinetto o la
ficcarrete al vostro
candeliero in superlativo
dotta, saggia, bella
e generosa mia
signora Morgana: voi,
coltivatrice del campo
del- l'animo mio, che,
dopo aver attrite
le glebe della
sua du- rezza e
assottigliatogli il stile,
— acciò che
la polverosa nebbia
sullevata dal vento
della leggerezza non
offendesse gli occhi
di questo e
quello, — con
acqua divina, che
dal fonte del
vostro spirto deriva,
m'abbeveraste l'intelletto. Però,
a tempo che
ne posseamo toccar
la mano, per
la prima vi
indrizzai : Gli
pensier gai; apresso:
11 tronco d'acqua
viva. Adesso che,
tra voi che
godete al seno
d'Abraamo, e me
che, senza aspettar
quel tuo soc-
corso che solea rifrigerarmi
la lingua, desperatamente ardo
e sfavillo, intermezza
un gran caos,
pur troppo invidioso
del mio bene,
per farvi vedere
che non può
far quel mede-
simo caos, che il
mio am.ore, con
qualche proprio ostaggio
e material presente,
non passe al
suo marcio dispetto,
eccovi la candela
che vi vien
porgiuta per questo
Candelaio che da me
si parte, la qual in
questo paese, ove mi trovo,
p otrà chiarir alquanto
certe Ombre dell'idee
le quali in
vero spaventano le
bestie e, come
fussero diavoli dan-
teschi, fan rimanere gli
asmi lungi a dietro, ed
in cotesta patria,
ove voi siete,
potrà far contemplar
l'animo mio a
molti, e fargli
vedere che non
è al tutto
smesso. Salutate da mia parte
quell'altro Candelaio di
carne ed ossa,
delle quali è
detto che «
Regnum Dei non
posside- hunt )';
e ditegli che
non goda tanto
che costì si
dica la mia
memoria esser stata
strapazzata a forza
di pie di
porci e calci
d'asini: perchè a
quest'ora a gli
asini son mozze
l'o- r ecchie,
ed i porci
qualche decembre me
la pagarranno. E
che non goda
tanto con quel
suo detto: «
Abiit in regio-
nem longinquam »;
perchè, si avverrà
giamai ch'i cieli
mi concedano ch'io
effettualmente possi dire:
« Surgam et
ibo », cotesto
vitello saginato senza
dubbio sarrà parte
della nostra festa.
Tra tanto, viva
e si governe,
ed attenda a
farsi più grasso
che non è;
perchè, dall'altro canto,
io spero di
ricovrare il lardo,
dove ha persa
l'erba, si non
sott'un mantello, sotto
un altro, si
non in una,
in un'altra vita.
Ricordatevi, Signora, di
quel che credo
che non bisogna
insegnarvi: — Il
tempo tutto toglie
e tutto dà; ogni cosa si muta, nulla s'annichila; è
un solo che non può mutarsi, un solo è eterno e può perseverare
eternamente uno, simile e medesimo. Con
questa filosofia l'animo mi
s'aggrandisse, e me si magnifica l'intelletto. Però, qualunque sii il
punto di questa sera ch'aspetto, si la mutazione è vera, io che son ne la
notte, aspetto il giorno, e quei che son nel giorno, aspettano la notte: tutto quel ch'è, o è qua o là, o vicino o lungi, o adesso o poi,
o presto o tardi. Godete, dunque, e, si possete, state sana, ed amate chi
v'ama. Son tre materie principali intessute insieme ne la presente comedia:
l'amor di Bonifacio, l'alchimia di Bartolomeo e la pedantaria di Manfuno. Però,
pella cognizion Bruno. distinta
de'suggetti, ragglon dell'ordine ed evidenza dell'artificiosa testura, rapportiamo prima, da per lui, l'insipido
amante, secondo il sordido avaro, terzo il goffo pedante: de'quali l'insipido
non è senza goffaria e sorditezza, il sordido è parimenti insipido e goffo, ed
il goffo non è men sordido ed insipido che goffo. Messer sì, ben considerato,
bene appuntato, bene ordinato. Forse che non ho profetato che questa comedia
non si sarebbe fatta questa sera. Quella
bagassa che è ordinata per rapresentar Vittoria e Carubina, ave non so
che mal di madre. Colui che ha da rappresentar il Bonifacio, è imbnaco che non
vede ciel né terra da mezzodì in qua; e, come non avesse da far nulla, non si
vuol alzar di letto; dice: Lasciatemi, lasciatemi che in tre giorni e mezzo e
sette sere, con quattro dui rimieri, sarrò tra parglioni e pipistregli: sia,
voga; voga, sia >k A me è stato commesso il prologo; e vi
giuro eh 'è tanto intricato ed mdiavolato che son quattro giorni che vi ho
sudato sopra, e dì e notte, che non bastan tutti trombetti e tamburini delle
Muse puttane d'Elicona a ficcarmene una pagliusca dentro la memoria. Or, va' fa
il prologo: su battello di questo barconaccio dismesso, scasciato, rotto,
mal'impeciato, che par che, co crocchi,
rampini ed arpagoni, sii stato per forza tirato dal profondo abisso; da
molti canti gli entra l'acqua dentro, non è punto spalmato; e vuol uscire e
vuol fars' in alto mareP lasciar questo sicuro porto del Mantraccio. far
partita dal Molo del silenzio? L'autore,
si voi lo conosceste, dirreste ch'ave una fisionomia smarrita: par che sempre
sii in contemplazione delle pene dell'inferno, par sii stato alla pressa
ccome le barrette: un che ride sol per far comme fan gl’altri: per il
più, lo vedrete fastidito, restio e bizarro, non si contenta di nulla, ritroso
come un vecchio, fantastico com'un cane ch'ha ricevute mille spellicciate,
pasciuto di cipolla. Al sangue, non voglio dir de chi, lui e tutti quest'altri
filosofi, poeti e pedanti la più gran nemica che abbino è la ricchezza e beni:
de quali mentre col lor cervello fanno
notomia, per tema di non essere da costoro da dovero sbranate, squartate e
dissipate, le fuggono come centomila diavoli, e vanno a ritrovar quelli che le
mantengono sane ed m conserva. Tanto che io, con servir simil canaglia, ho
tanta della fame, tanta della fame,
L’arte supplisce al difetto della natura, Bonifacio. Or, poi ch'a la
mal'ora non posso far che questa
traditora m'ame, o che al meno mi remiri con un simulato amorevole sguardo
d'occhio, chi sa, forse quella che non han mossa le paroli di Bonifacio, l'amor
di Bonifacio, il veder spasmare Bonifacio, potrà esser forzata con questa
occolta filosofìa. Si dice che l'arte magica è di tanta importanza che contra
natura fa ritornar gli fiumi a dietro, fissar il mare, muggire i monti,
intonar l'abisso, proibir il sole,
despiccar la luna, sveller le stelle, toglier il giorno e far fermar la notte:
però l'Academico di nulla academia, in quell'odioso titolo e poema smarrito,
disse: Don a rapidi fiumi in su ritorno. Smuove de Volto del V aurate stelle.
Fa sii giorno la notte, e notfil giorno. E la luna da lorhe proprio svelle E
gli cangia in sinistro il destro corno, E del mar Fonde ingonfia e fissa quelle. Terra, acqua, fuoco ed aria
despiuma, Ed al voler uman fa cangiar piuma. 0 Candelaio, Di tutto si potrebbe
dubitare; ma, circa quel ch'ultimamente dice quanto all'efifetto d'amore, ne
veggiamo l'esperienza d'ogni giorno. Lascio che del magistero di questo
Scaramurè sento dir cose maravlgliose a fatto. Ecco: vedo un di quei che
rubbano la vacca e poi donano le corna per
l'amor di Dio. Veggiamo che porta di bel novo. M. Bonifacio, M.
Bartolomeo ragionano; Pollulo e Sanguino, occoltì, ascoltano. Bart. Crudo
amore, essendo tanto ingiusto e tanto violento il regno tuo, che voi dir che
perpetua tanto P perchè fai che mi fugga quella ch'io stimo e adoro P perchè
non è lei a me, come io son cossi strettissimamente a lei legato P si può
imaginar questo P ed è pur vero. Che
sorte di laccio è questa P di dui fa l'un incatenato all'altro, e l'altro più
che vento libero e sciolto. BoN. Forse ch'io son soloP uh, uh uh. Bart. Che
cosa avete, messer Bonifacio mioP piangete la mia penaP BoN. Ed il mio martire
ancora. Veggo ben che sete percosso, vi veggio cangiato di colore, vi ho udito
adesso lamentare, intendo il vostro male, e, come partecipe di medesma passione e forse peggior, vi
compatisco. Molti sono de'giorni che t’ho visto andar pensoso ed astratto,
attonito, smarrito, come credo eh altri mi veggano, scoppiar profondi suspir
dal petto, cogl’occhi molli, Diavolo! dicevo io a costui non è morto qualche
propinquo, familiare e benefattore; non ha lite in corte; ha tutto il suo
bisogno, non se gli minaccia male, ogni cosa gli va bene; io so che non fa troppo conto di soi
peccati; ed ecco che piange e plora, il cervello par che gli stii in cimhalis
male sonantibus: dunque è inamorato, dunque qualche umore flemmatico o colerico
o sanguigno o melancolico non so qual sii questo umor cupidinesco gli è montato
sulle testa. Adesso ti sento proferir queste dolce parole: conchiudo più
fermamente che di quel tossicoso mele
abbi il stomaco ripieno. L'innamorato e
le arti magiche d'amore Bari. Oimè, ch'io son troppo crudamente preso dai suoi
sguardi! Ma di voi mi maraviglio, messer Bonifacio, non di me che ho per moglie
una sgrignuta: voi avete una bellissima mogliera più bella della quale non è
facile trovar in Napoli; e sete inamoratoP
BoN. Pelle paroli che adesso voi avete detto, credo che sappiate quanto su imbrogliato e spropositato
il regno d'amore. Si volete saper l'ordine, o disordine, di miei amori, ascoltatemi,
vi priego. Bart. Dite, messer Bonifacio,
che non siamo come le bestie ch'hanno il coito servile solamente pell'atto
della generazione, però hanno determinata legge del tempo e loco, come gl’asini
ai quali il sole, particulare o principalemente il maggio, scalda la schena, ed in climi caldi e temperati
generano, e non in freddi, come nel settimo clima ed altre parti più vicine al
polo; noi altri in ogni tempo e loco. BoN. Io ho vissuto al mondo talmente che
con mulieribus non sum coinquinato; gionto che fui quando pell'ordinario suol
infreddarsi l'amore e cominciar a venir meno. Bart. In altri cessa, in altri si
cangia. BoN. suol cominciar a venir meno, com'il caldo al tempo dell'autunno,
allora sono preso dall'amor di Carubina. Questa mi parve tra tutte l'altre
belle bellissima; questa mi scaldò, questa m'accese in fiamma talmente, che mi
bruggiò di sorte, che son dovenuto esca. Or, pella consuetudine ed uso continuo
tra me e lei, quella prima fiamma essendo estinta, il cuor mio è rimasto facile
ad esser acceso da nuovi fuochi. Bart. S'il fuoco fusse stato di meglior
tempra, non t'arrebbe fatto esca ma cenere; e s'io fusse stato in luoco di vostra moglie, arrei
fatto cossi. BoN. Fate ch'io finisca il
mio discorso, e poi dite quel che vi
piace. Bart. Seguite quella bella similitudine. BoN. Or, essendo nel mio cor cessata quella
fiamma che l'ha temprato in esca, facilmente fui questo aprile da un'altra
fiamma acceso. Bart. In questo tempo
s'mamora Petrarca, e gl’asini anch'essi, cominciano a rizzar la coda. BoN. Come avete detto. Bart. Ho detto che in
questo tempo s'inamora Petrarca, e gl’animi, anch'essi, si drizzano alla
contemplazione: perchè i spirti nell'inverno son contratti pel freddo, nell'estade
pel caldo son dispersi, la primavera sono in una mediocre e quieta tempratura
onde l'animo è piij atto, pella
tranquillità della disposizion del corpo che lo lascia libero alle sue proprie
operazioni. BoN. Lasciamo queste
filastroccole, venemo a proposizio.
Allora, essendo io ito a spasso e Pusilipo dagli sguardi della signora Vittoria
fui sì profondamente saettato, e tanto arso da'suoi lumi, e talmente legato da
sue catene, che oimè. Bart. Questo
animale che chiamano amore, pel più
suole assalir colui ch'ha poco da pensare e manco da fare: non eravate
voi andato a spasso? BoN. Or voi fatemi
intendere il versaglio dell'amor vostro, poi che m'avete donata occasion di
discuoprirvi il mio. Penso che voi ancora deviate prendere non poco refrigerio,
confabulando con quelli che patiscono del medesmo male, si pur male si può dir
l'amare. Bart. Nominativo: la
signora Argenteria m'affligge, la
signora Orelia m'accora. BoN. Il mal'anche Dio dia a te, e a lei ed a lei. Bart.
Genitivo: della signora Argenteria ho cura, della signora Orelia tengo
pensiero. BoN. Del cancaro che mange
Bartolomeo, Aurelia ed Argentina. Bart. Dativo: alla signora Argenteria porto
amore, alla signora Orelia suspiro; alla signora Argenteria ed Orelia
comunmente mi raccomando. BoN. Vorrei
saper che diavol ha preso costui. Vocativo: o signora Argenteria, perchè mi lasci? o signore
Orelia, perchè mi fuggi P BoN.
Fuggir ti possano tanto che non possi aver mai bene! va'col diavolo, tu sei
venuto per burlarti di me! Bari. E tu resta con quel dio che t'ha tolto il
cervello, se pur è vero che n'avesti giamai. DISIMPLICATURA Io vo a negociar
pelle mie padrone. BoN. Guarda, guarda con qual tiro, e con quanta facilità,
questo scelerato me si ha fatto dir quello che meglio sarrebbe
stato dirlo a
cinquant'altri. Io dubito con questo amore di aver sin ora raccolte le
primizie della pazzia. Or, alla mal'ora, voglio andar in casa ad ispedir Lucia.
Veggo certi furfanti che ridono: sùspico ch'avranno udito questo diavol de
dialogo, anch'essi. Amor ed ira non si puot'ascondere. ScARAMURÈ, Bonifacio,
Ascanio, ScAR. Ben trovato, messer
Bonifacio. BoN. Siate il molto ben venuto, signor Scaramurè, spe;anza della mia vita
appassionata. ScAR. Signum affecti animi. BoN. Si V. S. non rimedia al mio
male, io son morto. SvAR. Sì come io vedo, voi sete inam.orato. BoN. Cossi è:
non bisogna ch'io vi dica più. ScAR. Come mi fa conoscere la vostra fisionomia,
il computo di vostro nome, di vostri parenti o progenitori, la signora della
vostra natività fu «Venus retrograda in
signo masculino; et hoc f or tasse in G eminibus vigesimo septimo grada: che
significa certa mutazione e conversione nell'età di quarantasei anni, nella
quale al presente vi ritrovate. BoN. A punto, io non mi ricordo quando nacqui; ma,
per quello che da altri ho udito dire, mi trovo da quarantacinque anni in
circa. ScAR. Gli mesi, giorni ed ore computare ben io piìi distintamente,
quando col compasso arò presa la
proporzlone dalla latitudine dell'unghia maggiore alla linea vitale, e
distanza dalla summità dell'annulare a quel termine del centro della mano, ove
è designato il spacio di Marte; ma basta per ora aver fatto giudicio cossi
universale et in communi. Ditemi, quando fùstivo punto dall'amor di colei per
averla guardato, a che sito ti stava
ellaP a destra o a sinistra P BoN. A sinistra. ScAR. Arduo opere
nanciscenda. Verso mezzogiorno o settentrione, oriente o occidente, o altri
luoghi mtra questi P BoN. Verso mezzogiorno. ScAR. Oportet advocare
septentrionales. Basta, basta: qui non bisogna altro; voglio effectuare il tuo
negocio con magia naturale,
lasciando a maggior
opportunità le superstizioni
d'arte più profonda.
BoN. Fate di
sorte ch'io accape
il negocio, e
sii come si
voglia. ScAR. Non
vi date impaccio,
lasciate la cura
a me. La
cosa già fu
per fascinazione P BoN.
Come per fascinazione
P io non
intendo. ScAR. Idest,
per averla guardata,
guardando lei anco
VOI. BoN. Sì,
signor sì, per
fascinazione. ScAR. Fascinazione
si fa per
la virtù di
un spirito lucido
e sottile, dal
calor del core
generato di sangue
più puro, il
quale, a guisa
di raggi, mandato
fuor de gli
occhi aperti, che
con forte imaginazion
guardando, vengono a
ferir la cosa
guardata, toccano il
core e sen
vanno ad afficere
l'altrui corpo e
spirto o di
affetto di amore
o di odio
o di invidia
o di maninconla
o altro simile
geno di passibili
qualità. L'esser fascinato
d'amore adviene, quando,
con frequentissimo over,
benché istantaneo, intenso
sguardo un occhio
con l'altro, e
reciprocamente un raggio
visual con l'altro
si rincontra, e
lume con lume
si accopula. Al-
lora si gionge spirto
a spirto; ed
il lume superiore,
incul- cando l'inferiore, vengono
a scintillar per
gli occhi, cor-
rendo e penetrando el
spirto interno che
sta radicato al cuore;
e cossi commuoveno
amatorio incendio. Però,
chi non vuol
esser fascinato, deve
star massimamente cauto
e far buona
guardia negli occhi,
li quali, in
atto d'amore, principalmente son
fenestre dell'anima: onde
quel detto: «
Averte, averte oculos
tuos ». —
Questo, per il
presente, basti; noi
ci revedremo a
più bell'aggio, provedendo
alle cose necessarie.
BoN. Signor, si
questa cosa farete
venir al butto,
vi ac- corgerete di
non aver fatto
servizio a persona
ingrata. ScAR. Misser
Bonifacio, vi fo
intender questo: che
voglio io prima
esser grato a
voi, e poi
son certo, si
non mi sa-
rete grato, mi doverete
essere. BoN. Comandatemi,
che vi sono
affezionatissimo, ed ho
gran speranza nella
prudenza vostra. AscANio,
ScARAMURÈ, Bonifacio. Asc. Oh,
ecco messer Bonifacio
mio padrone. Misser,
siamo qui con
il Signor eccellentissimo e
dottissimo, il signor
Scaramurè. BoN. Ben
venuti. Avete dato
ordine alla cosaP
è tempo di
far nulla P
ScAR. Come nulla P
ecco qui la
imagine di cera
ver- gine, fatta m
suo nome; ecco
qui le cinque
aguglie che gli
devi piantar in
cinque parti della
persona. Questa par-
ticulare, pili grande
che le altre,
li pungerà la
sinistra mammella: guarda
di profondare troppo
dentro, perchè fareste
morir la paziente.
BoN. Me ne
guardarò bene. ScAR.
Ecco, ve là
dono in mano;
non fate che
da ora avanti
la tenga altro
che voi. Voi,
Ascanio, siate secreto,
non fate che
altra persona sappia
questi negocii. BoN.
Io non dubito
di lui: tra
noi passano negocii
più secreti di
questo. ScAR. Sta
bene. Farete, dunque,
far il fuoco
ad Ascanio di
legne di pigna
o di oliva
o di lauro,
si non possete
farlo di tutte tre
materie insieme. Poi
arrete d'incenso, alcuna-
mente esorcizato o incantato;
co la destra
mano lo getta-
rete al fuoco;
direte tre volte:
«/4urum thus »;
e cossi ver-
rete ad incensare e
fumigare la presente
imagine, la qual
prendendo in mano
direte tre volte:
« Sine quo
nihil »; oscltarete
tre volte co
gli occhii chiusi,
e poi, a
poco a poco,
svoltando verso il
caldo del fuoco
la presente imagine,
— guarda che
non si liquefacela,
perchè morrebbe la
pa- ziente, BoN. Me
ne guardar© bene.
ScAR. ...la farrete
tornare el medesmo
lato tre volte,
insieme insieme tre
volte dicendo: «
Zalarath Zhalaphar nectere
vincula: Caphure, Mìrion,
sarcha Vitloriae »,
come sta notato
in questa cartolina.
Poi, mettendovi al
contrarlo sito del
fuoco verso l'occidente,
svoltando la imagine
con la medesma
forma, quale è
detta, dirrete pian
piano: « Fe-
laphthon disamis festino
barocco daraphti. Celantes
dahitis fapesmo frises
omorum '>K II
che tutto avendo
fatto e detto,
lasciate ch'il fuoco
si estingua da
per lui; e
locarrete la figura
in luoco secreto,
e che non
su sordido, ma
onore- vole ed odorifero.
BoN. Farro cossi
a punto. ScAR.
Sì, ma bisogna
ricordarsi ch'ho spesi
cinque scudi alle
cose che concorreno
al far della
imagine. BoN. Oh,
ecco, li sborso.
Avete speso troppo.
ScAR. E bisogna
ricordarvi di me.
BoN. Eccovi questo
per ora; e
poi farò di ventaggio assai,
si questa cosa
verrà a perfezione.
ScAR. Pazienza !
Avertite, messer Bonifacio,
che, si voi
non la spalmarete
bene, la barca
correrà mala- mente.
BoN. Non intendo.
ScAR. Vuoi dire
che bisogna onger
ben bene la
mano: non sapete
P BoN. In
nome del diavolo,
lo procedo per
via d'in- canti, per
non aver occasione
di pagar troppo!
Incanti e contanti.
ScAR. Non indugglate.
Andate presto a
far quel che vi
è ordinato, perchè
Venere è circa
l'ultimo grado di
Pesci; fate che
non scorra mezza
ora, che son
trenta minuti di
Ariete. BoN. A
Dio, dunque, Andiamo,
Ascanlo. Cancaro a
Venere, e... ScAR.
Presto, a la
buon'ora, caldamente! Bonifacio,
solo. (^> Per
quel che costei
me dice, io
credo di avere
approssi- mata le imagine
tanto presso al
fuoco, che quasi
si sarebbe liquefatta:
penso d'averla troppo
scaldata. Guarda come
la povera donna
viene tormentata dall'amore:
per mia fé,
che non ho
possuto contener le
lacrime. Si messer
Scaramurè, che Dio li dia il bon giorno e la buona sera, che
adesso conosco per
propria esperienza che
è un galantissimo
uomo, — non
mi avesse avertito
con dirmi —
Guarda che non
si liquefaccia; —
io certamente arrei
fatta qualche pazzia
ch'io non ardisco
tra me stesso
dirla. Or, va'
numera l'arte maggica
tra le scienze
vane! Bruno. In tristiUa
hilaris, etc.ARTI E
DEBOLEZZE DI DONNE
Signora VITTORIA, sola. Aspettare e
non venire è
cosa da morire.
Si se farà
troppo tardi, non si potrà
far nulla per
questa volta; e
non so SI se potrà
di bel nuovo
offrirsi tale occasione,
come si presenta
questa sera, di
far che questa
pecoraccia rac- coglia
1 frutti degni
del suo amore.
Quando mi credevo
di guadagnar una
dote co l'amor
di costui, sento
dir che cerca
d'affatturarmi, con l'avermisi
formata in cera.
E potrebbe giamai
l'unita forza, fatta
del profondo inferno,
giunta alla efficacia
che si trova
ne' spirti de
l'aria e l'ac-
qui, far ch'io possa
amar un che
non è soggetto
amoroso? Si fusse
il Dio d'amore
istesso, bello quanto
si voglia, si
sarà egli povero
o ver, che tutto
viene ad uno, avaro,
ecco lui morto
di freddo; e
tutto il mondo
agghiac- ciato per lui.
Certo, quel dir
povero, over avaro,
è un mi-
serabile e svergognatissimo epiteto,
che fa parer
brutti i belli,
ignobili i nobili,
ignoranti i savii,
ed impotenti i
forti. Tra noi
che si può
dir più che
reggi, monarchi ed
imperadon? questi pure,
si non arran
de quibus, si
non farran correre
gli de quibus,
saran come statue
vecchie d'al- tari sparati,
a' quali non
è chi faccia
riverenza. Non pos-
siamo non far differenza
tra il culto
divino e quello
di mortali. Adoriamo
le sculture e le imagini,
ed onoriamo il
nome divino scritto,
drizzando l'intenzione a
quel CandelaioArti e debolezze
di donne che vive.
Adoramo ed onoramo
questi altri Dei,
driz- zando la intenzione
e supplice devozione
alle lor imagini
e sculture, perchè,
mediante queste, premiino
i vir- tuosi, inalzino i
degni, defendano gli
oppressi, dilatino i
lor confini, conservino
i suoi, e
si faccino temere
de- l'aversarie forze:
il re, dunque,
ed imperator di
carne ed ossa,
si non corre
sculpito, non vai
nulla. Or, che
dun- que sarà di
Bonifacio, che, come
non si trovassero
uomini al mondo,
pensa d'essere amato
per gli belli
occhii suoi P
Vedete quanto può la pazzia
! Questa sera
intenderà che possan
far contanti; questa
sera spero che
vedrà l'effetto della
sua incantazione. Marta,
sola, ^i) Meschina
me ! io
lo dico, io
lo so, io
l'esperimento. Ero più
contenta, quando questo
zarrabuino di mio
ma- nto non avea
tanto da spendere,
che non potrei
essere al dì
d'oggi. Allora giocavamo
a gamba a
collo, alla stret-
tola, a infilare, a
spaccafico, al sorecillo,
alla zoppa, alla
sciancata, a retoncunno,
a spacciansieme, a
quattro spinte, quattro
botte, tre pertosa,
ed un buchetto.
Con queste ed
altre devozioni passavamo
la notte e
parte del giorno.
Adesso, perchè ha
scudi di vantaggio
per la eredità
di Puc- ciolo
— che gli
sii maledetta l'anima,
anco si fusse
in seno di
Abrammo! — ecco
lui posto in
pensiero, angosce, travagli,
tema di fallire,
suspicion d'esser rubbato,
ansia di non
essere ingannato da
questo, assassinato da
quello altro; e
va e viene,
e trotta e
discorre, e sbozza
ed imbozza, e
macina e cola,
e soffia vintiquattro
ore del giorno.
Tra tanto, oggi,
gran mercè a
Barra, che, se
lui non fusse,
po- trei giurare, che
più dì sette
mesi sono, che
non me ci
ha piovuto. Ieri,
feci dir la
messa di Sant'Elia
contro la sic-
cità; questa mattina, ho
speso cinque altre
grana de li-
mosina per far celebrar
quella di S.
Gioachimo ed Anna, la
quale è miracolosissima a
riunir il marito
co la moglie.
Si non è
difetto di devozione
dal canto del
prete, io spero
di ricevere la
grazie, benché ne
veggo mala vegilia:
che, in loco
di lasciar la
fornace e venirme
in camera, oggi
è uscito, più
del dover, di
casa, che mi
bisogna a questa
ora di andarlo
cercando. Pure, quando
men la persona
si pensa, le
gracie si adempiscono.
Gio. Bernardo e
Carubina. (') Carubina Olmè, messer
Gio. Bernardo, io
ho ben tenero
il core! Facilmente
credo quel che
dite, benché siino
in proverbio le
lusinghe d'amanti. Però
desidero ogni consolazion
vostra; ma, dal
canto mio, non
é possibile senza
pregiudizio del mio
onore. Gio. B.
Vita della mie
vita, credo ben
che sappiate che
cosa è onore,
e che cosa
anco su disonore.
Onore non é
altro che una
stima, una riputazione;
però sta sempre
intatto l'onore, quando
la stima e
riputazione persevera la
medesma. Onore è
la buona opinione
che altri abbian
di noi: mentre
persevera questa, persevera
Tonore. E non
è quel che
noi siamo e
quel che noi
facciamo, che ne
rendi onorati o
disonorati, ma sì
ben quel che
altri stimano, e
pensano di noi.
CaR. Sii che
si vogli de
gli omini, che
dirrete in con-
spetto de gli angeli
e de' santi,
che vedeno il
tutto, e ne
giudicano P Gio.
B. Questi non vogliono esser
veduti più di quel che si fan vedere; non vogliono esser temuti più di quel che
si fan temere; non vogliono esser conosciuti più di quel che si fan conoscere.
Car. Io non so quel che vogliate dir per questo; queste paroli io non so come
approvarle, né come riprovarle: pur hanno un certo che d'impietà. Gio. B.
Lasciamo le dispute, speranza dell'anim.a
mia. Fate, vi priego, che non in
vano v'abbia prodotta cossi bella il cielo: il quale, benché di tante fattezze
e grazie vi sii stato liberale e largo, è stato però, dall'altro canto, a voi
avaro, con non giongervi ad uomo che fa caso di quelle, ed a me crudele, col
farmi per esse spasimare, e mille volte il giorno morire. Or, mia vita, più
dovete curare di non farmi morire, che temer in punto alcuno che si scemi tantillo del vostro onore. Io
liberamente m’ucciderrò si non sarrà potente il dolore a farmi morire, si, avendovi avuta, come vi ho, comoda e
tanto presso, di quel che mi è pm caro che la vita dalla crudel fortuna rimagno
defraudato. Vita di questa alma afflitta non sarrà possibile che sia in punto
leso il vostro onore, degnandovi di darmi vita; ma si ben necessario ch'io
muoia essendomi voi crudele. Car. Di
grazia, andiamo in luoco più remoto, e non parliamo qui di queste cose. IN
TAVERNA Barra, Marca. Marc. O vedi il mastro Manfurio che
sen va. Bar. Lascialo col diavolo!
Seguite il proposito incominciato: fermamoci qua. Marc. Or dunque, ier sera,
all'osteria del Cerriglio, dopo che ebbemo benissimo mangiato, sin tanto che
non avendo lo tavernaio del bisogno, lo
mandaimo a procacciar altrove per fusticelli, cocozzate, cotugnate, ed altre
bagattelle da passar il tempo. Dopo che non sapevamo che più dimandare, un di
nostri compagni fìnse non so che debilità; e Toste essendo corso coll'aceto, io
dissi: Non ti vergogni, uomo da poco! camina, prendi dell'acqua namfa, di fiori
di cetrangoli, e porta della malvasia di Candia. Allora il tavernaio non so che si rinegasse egli, e poi
comincia a cridare, dicendo: In nome del diavolo, sete voi marchesi o duchi?
sete voi persone di aver speso quel che avete speso? Non so come la farremo al
far del conto. Questo che dimandate, non è cosa d’osteria. Furfante, ladro,
mariolo, dissi io, pensi ad aver a far con pan tuoi? tu sei un becco cornuto,
svergognato. Hai mentito per cento
canne, disse lui. Allora, tutti insieme, per nostro onore, ci alzaimo di
tavola, ed acciaffaimo, ciascuno, un spedo di que'più grandi, lunghi da diece
palmi.. Bar. Buon principio, messere. Marc. li quali ancor aveano la provisione
infilzata; ed il tavernaio corre a prendere un partesanone; e dui di suoi
servitori due spadi rugginenti. Noi, benché fussimo sei con sei spedi più
grandi che non era la partesana, presimo
delle caldaia, per servirne per scudi e rotelle. Bar. Saviamente. Marc. Alcuni
si puosero certi lavezzi di bronzo in testa per elmetto over celata. Bar.
Questa fu certo qualche costellazione che puose in esaltazione i lavezzi,
padelle e le caldaie. Marc. E cossi bene armati, reculando, ne andevamo
defendendo e retirandoci pelle scale in giù, verso la porta, benché facessimo fìnta di farci avanti. Bar. Bel
combattere! un passo avanti e dui a dietro, un passo avanti e dui a dietro:
disse il signor Cesare da Siena. Marc. Il tavernaio quando ci vedde molto più
forti e timidi più del dovero, in loco di gloriarsi, come quel che si porta
valentemente, entra in non so che suspizione: Bar. Ci sarebbe entrato
Scazzolla. Marc. pel che, buttata la partesana in terra, comandò a sua
servitori che si retirassero, che non volea di noi vendetta alcuna. Bar.
Buon'anima da canonizzare. Marc. E
voltato a noi disse: Signori gentiluomini, perdonatime, io non voglio
offendervi de dovero! di grazia, pagatemi ed andiate con Dio! Bar. AUor
sarrebbe stata bene qualche penitenza coll'assoluzione. Marc. Tu ci voi
uccidere, traditore: dissi io; e con questo puosemo i piedi fuor della porta.
Allora l'oste desperato, accorgendosi che non accettavamo la sua cortesia e
devozione, riprese il partesanone, chiamando aggiuto di servi, figli e moglie.
Bel sentire! l'oste cridava: Pagatemi, pagatemi; gli alti stridevano:
A'marioli, a'marioli! ah, ladri traditori! Con tutto ciò, nisciun fu tanto
pazzo che ne corresse a dietro, perché l'oscurità della notte faurlva più noi che altro. Noi, dunque, temendo il sdegno
ostile, idest dell'oste, fuggivimo ad una stanza apresso li Carmini, dove, per
conto fatto, abbiamo ancor da farne le spese per tre giorni. Bar. Far burla ad
osti è far sacrifìcio a nostro Signore; rubbare un tavernaio è far una
limosina; in batterlo bene consiste il merito di cavar un'anima di purgatorio!
Dimmi, avete saputo poi quel che seguitò
nell'ostariaP Marc. Concorsero molti, de quali altri pigliandosi spasso
altri attristandosi, altri piangendo, altri ridendo, questi consigliando,
quelli sperando, altri facendo un viso, altri un altro, altri questo linguaggio
ed altri quello: era veder insieme comedia e tragedia e chi sona a gloria e chi
a mortoro. Di sorte che chi volesse vedere come sta fatto il mondo derebbe
desiderare d'esservi stato presente. Bar. Veramente la fu buona. Ma io che non
so tanto di rettorica, solo soletto, senza compagnia, l'altr'ieri, venendo da
Nola per Pumigliano, dopoi ch'ebbi mangiato, non avendo tropo buona fantasia di
pagare, dissi al tavernaio: Messer osto, vorrei giocare. A qual gioco, disse lui, volemo giocare qua
ho de tarocchi. Risposi: A questo
maldetto gioco non posso vencere, perchè ho una pessima memoria. Disse lui: Ho
di carte ordinarie. Risposi: Saranno forse segnate, che voi le conoscerete.
Avetele che non siino state ancor adoperate? Lui rispose de non. Dunque,
pensiamo ad altro gioco. Ho le tavole, sai. Di queste non so nulla. Ho de scacchi, sai? Questo gioco mi farebbe
rinegar Cristo. Allora, gli venne il senapo in testa: A qual, dunque, diavolo
di gioco vorrai giocar tu? proponi Dico
io: A stracquare a palle maglio. Disse
egli: Come, a pall'e maglio P vedi tu qua tali ordegni P vedi luoco da posservi
giocare? Dissi: A la mirella? Questo è gioco da fachini, bifolchi e
guardaporci. A cinque dadi? Che diavolo
di cinque dadi? mai udivi di tal gioco. Si vuoi, giocamo a tre dadi. Io gli
dissi che a tre dadi non posso aver sorte. Al nome di cinquantamila diavoli, disse lui, si vuoi
giocare, proponi un gioco che possiamo farlo e voi ed io. Gli dissi: Giocamo a
spaccastrommola. Va', disse lui, che tu mi dai la baia: questo è gioco da
putti, non ti vergogni? Or su, dunque, dissi, giocamo a correre. Or, questa è
falsa disse lui. Ed io soggionsi: Al sangue dell'Intemerata, che giocarai! Vuoi
far bene, disse, pagami; e si non vuoi andar con Dio, va'col prior de'diavoli!
Io dissi: Al sangue delle scrofole, che giocarai! E che non gioco? diceva. E
che giochi? dicevo. E che mai mai vi giocai P.
E che vi giocarrai adesso. E che non voglio? E che vorrai? In
conclusione, comincio io a pagarlo colle calcagne, ideste a correre; ed ecco
quel porco chepoco fa dice che non volea giocare, e giurò che non volea
giocare, e giocò lui, e giocorno dui altri suoi guattari: di sorte che, per un
pezzo correndomi a presso m’arrivorno e giunsero colle voci. Poi, ti giuro,
pella tremenda piaga di S. Rocco che né io l'ho più uditi né essi m’hanno più
visto. CASTIGO E BEFFE PLAUDITE Barra,
Marca, Corcovizzo, Manfurio, Sanguino, ASCANIO. Bar. Quell'altro è ispedito.
Che vogliam far di costui, del domino Magister?
Sang. Questo porta sue colpa sulla fronte non vedi c'hè stravestito? non
vedi che quel mantello è stato rubbato a Tiburolo? Non l'hai visto che fugge la
corte? Marc. E vero; m’apporta certe
cause verisimile. Bar. Per ciò non deve dubitare d'andar priggione. Manf.
Verum; ma cascarrò in derisione app>o miei scolastici e di altri per i casi
che me si sono aventati al dorso. Sang. Intendete quel che vuol dir costui? orc. Non l'intenderebbe Sansone. Sang. Or
su, per abbreviarla, vedi, Magister, a che cosa ti vuoi resolvere: si volete
voi venir piggione, over donar la bona mano alla compagnia di que'scudi che ti
son rimasti dentro la giornea, perchè, come dici, il mariolo ti tolse sol
quelli ch'avevi in mano per cambiarli. Mane. Minime, io non ho altrimente
veruno. Quelli che avevo, tutti mi furon tolti, ita, mehercle, per lovem, per
Altitonantem, vos sidera testar. Sang. Intendi quel che ti dico. Si non voi
provar il stretto della Vicaria, e non hai moneta, fa'elezione d una delle
altre due: o prendi diece spalmate con questo ferro di correggia che vedi, o
ver a brache calate arrai un cavallo de cmquanta staffilate: che per ogni modo
tu non ti partirrai da noi, senza
penitenza di tui falli. Manf. Duobus propositis malis minus est tolerandum,
sìcut duobus propositis bonis melius est eligendum: dicit Peripateticorum
princeps, Asc. Maestro, parlate che siate inteso, perchè queste son gente
sospette. Bar. Può esser che dica bene costui, allor che non vuol esser
inteso? Manf. Nil mali vobis imprecar:
io non vi impreco male. Sang. Pregatene ben quanto volete che da noi non
sarrete essaudito. CoRC. Elegetevi presto quel che vi piace, o vi legarremo
meglio e vi menarremo. Manf. Minus pudendum erit palma feriri, quam quod
congerant in veteres flagella nates: id non puerile est. Sang. Che dite voi?
che dite, in vostra mal'ora? Manf. Vi offro la palma. Sang. Tocca Uà,
Corcovizzo, da'fermo. CoRC. Io do. Taf, una.
Manf. Oimmè, lesus, of! Coro.
Apri bene l'altra mano. Taf, e due. Manf. Of, of, lesus Maria. CoRC. Stendi ben
la mano, ti dico; tienla dritta cossi. Taff, e tre. Manf. Oi oi, oimmè, uf, of
of of, per amor della Passion del nostro Signor Jesus. Potius fatemi alzar a
cavallo perchè tanto dolor suffrir non posso nelle mani. Sang. Orsù, dunque.
Barra, prendilo sulle spalli; tu. Marca, tienlo fermo per i piedi, che non si possa movere; tu,
Corcovizzo, spuntagli le brache e tienle calate ben bene, a basso; e lasciatelo
strigliar a me; e tu. Maestro, conta le staffilate, ad una ad una, ch'io
t'intenda, e guarda pritra ben che si farrai errore nel contare che sarrà
bisogno di ricominciare; voi, Ascanio, vedete e giudicate. Mar. Tutto sta bene.
Cominciatelo a spolverare, e guardatevi di far male a i drappi che non han colpa. Sang. Al nome di
Santa Scoppettella, conta: toff. Manf.
Tof, una; tof, oh tre; tof, oh oi, quattro; toff, cime, oimè; tof, oi, oimè;
tof, oh, per amor de Dio, sette! Sang. Cominciamo da principio, un'altra volta.
Vedete si dopo quattro son sette. Dovevi dir cinque. Manf. Oimè, che farro ioP
erano in rei ventate sette. Sang. Dovevi contarle ad una ad una. Or su,
via di novo: toff. Manf. Toff, una;
toff, una; toff, oimè, due; toff, toff, toff, tre, quattro; toff, toff, cinque,
oimè; toff, toff, sei. 0 per l'onor di Dio, toff non piìj, toff, toff, non più,
che vogliamo, toff, toff, veder nella giornea, toff, che vi saran alquanti
scudi. Sang. Bisogna contar da capo, che ne ha lasciate molte che non ha
contate. Bar. Perdonategli, di grazia, signor Capitano, perchè vuol far quell'altra elezione di pagar la strana.
Sang. Lui non ha nulla. Manf. Ita, ita, che adesso mi ricordo aver più di
quattro scudi. Sang. Ponetelo abasso, dunque, vedete che cosa vi è dentro la
giornea. Bar. Sangue di, che vi sono più
di sette de scudi, Sang.Alzatelo, alzatelo di bel novo a cavallo: pella mentita
ch'ha detta, e falsi giuramenti ch'ha fatti, bisogna contarle, fargli contar
settanta. Manf. Misericordia! prendetevi gli scudi, la giornea, e tutto quanto
quel che volete, dimittam vobis. Sang. Or su, pigliate quel che vi dona, e quel
mantello ancora che è giusto che sii restituito al povero padrone. Andiamone
noi tutti: bona notte a voi, Ascanio mio. Asc. Bona notte e mille bon'anni a V.
S., signor Capitanio, e buon prò faccia al Maestro.Manfurio, Ascanio. Manf. Ecquis erit modus. Asc. Olà, mastro Manfurio, mastro
Manfurio. Mane, Chi è, chi mi conosce? chi in questo abito e fortuna mi
distmgue? chi per nome mio proprio m'appella?
Asc. Non ti curar di questo, che t'importa poco o nulla: apri gli occhi,
e guarda dove sei, mira ove ti trovi. Mane. Quo melius videam, per corroborar
l'intuito e fìrm.ar l'acto della potenza visiva, acciò l'acie della
pupilla più efficacemente pella linea
visuale, emittendo il radio all'obiecto visibile, venghi ad introdur la specie
di quello nel senso interiore – GRICE THE CAUSAL THEORY OF PERCEPTION: That
pillar box seems red to me --, idesi,
mediante il senso comone, collocarla nelle cellula della fantastica facultade,
voglio applicarmi gl’oculari al naso. Oh, veggio di molti spectatori la corona.
Asc. Non vi par esser entro una comedia? Mane. Ita sane. Asc. Non credete d'esser in scena? Mane. Omni procul duhio, Asc. A che termine
vorreste che fusse la comedia? Mane. In
calce, in fine: ncque enim et ego risu ilia tendo. Asc. Or dunque, fate e donate il Plaudite. Mane.
Quam male possum plaudere, Tentatus pacientia, Nam plausus per me factus est
lam dudum miserabilis. Et natibus et manibus Et aureorum sonitu. Amen. AVVENTURE LONDINESI
Saulino. Che cosa me dici, Sofìa? Dunque li Dei prendeno qualche volta
Aristotele in mano? Studiano verbigrazia negli filosofi P Sofia. Non ti dirò di vantaggio di quel ch'è
sulla Pippa, la Nanna, l'Antonia, il Burchiello, l'Ancroia, e un altro libro
che non si sa, ma è in questione, s'è di
Ovidio o Virgilio, e io non me ne
ricordo il nome, e altri simili. Saul. E pur adesso trattano cose tanto gravi e
seriose? SoF. E ti par che quelle non
son seriose? Non son gravi? Se tu fussi più filosofo, dico più accorto, crederesti
che non è lezione, non è libro che non sia essaminato da'dei, e che se non è a
fatto senza sale, non sia maneggiato da dei; e che, se non è tutto balordesco,
non sia approvato e messo colle catene nella biblioteca commune; perchè piglian
piacere nella moltiforme representazione di tutte cose e frutti multiformi de
tutti ingegni, perchè loro si compiaceno in tutte le cose che sono, e tutte le
representazioni che si fanno, non meno che essi hanno cura che sieno, e donano
ordine e permissione che si facciano. E pensa ch'il giudicio degli Dei è altro
che il nostro commune, e non tutto quello che è peccato a noi e secondo noi, è
peccato a essi e secondo essi. Quei libri certo cossi, come le teologie, non
denno esser communi agli uomini ignoranti, che medesimi sono scelerati; perchè
ne riceveno mala instituzione. oribd.
La biblioteca degli
Dei Saul. Or non son libri fatti d’uomini di mala fama, disonesti e
dissoluti, e forse a mal fine? SoF. E vero; ma non sono senza la sua
mstituzione e frutti della cognizione de chi scrive, come scrive, perchè e onde
scrive, di che parla, come ne parla, come s'inganna lui, come gli altri
s'ingannano di lui, come si decima, e come s'inclina a uno affetto virtuoso e
vizioso, come si muove il riso, il fastidio, il piacere, la nausea; ed in tutto
è sapienza e providenza, e in ogni cosa è ogni cosa, e massime è l'uno dove è l'altro contrario, e
questo massime si cava da quello. Saul. Or torniamo al proposito donde ne ha
divertiti il nome d'Aristotele e la fama della Pippa. Bruno, In tristitia
hilariz, etc. O sant’asinità, sant’ignoranza. Santa stolticia e pia divozione,
Qual sola puoi far Vanirne sì buone, CWuman ingegno e studio non F avanza; Non gionge faticosa vigilanza D'arte, qualunque sia, o 'nvenzione, Né de
sofossi contemplazione Al del, dove t'edifichi la stanza. Che vi vai, curiosi,
il studiare. Voler saper quel che fa la natura, Se gl’astri son pur terra,
fuoco e mare? La santa asinità di ciò non cura; Ma con man gionte e'n
ginocchion vuol stare. Aspettando da Dio la sua ventura. Nessuna cosa dura.
Eccetto il frutto dell'eterna requie. La qual ne done Dio dopo Fessequie. Dalla Cabala del Cavallo
Pegaseo, A L'ASINO CILLENICO Oh beato quel venir e le mammelle.
Che t'ha portato, en terra ti lattare,
Animalaccio divo, al mondo caro. Che qua fai residenza e tra le stelle!
Mai più preman tuo dorso basti e selle, E contril mondo ingrato e dell’avaro Ti
faccia sort'e natura riparo Con sì felice ingegno e buona pelle. Mostra la
testa tua buon naturale. Come le nari quel giudicio sodo. L'orecchie lunghe un
udito regale. Le dense labbra di gran gusto il modo, Da far invidia a'dei quel
GENITALE; Cervice tal la costanza, ch'io lodo. Sol lodandoti godo: Ma, lasso,
cercan tue condizioni Non un sonetto, ma mille sermoni. Oimè, auditor mio, che
senza focoso suspiro, lubrico pianto e tragica querela, coll’'affetto, con gli occhi e le raggioni
non può rammentar il mio ingegno, intonar la voce e dechiarar gl’argumenti,
quanto sia fallace il senso, turbido il pensiero ed imperito il giudicio, che
con atto di perversa, iniqua e pregiudiciosa sentenza non vede, non considera,
non definisce secondo il debito di natura, verità di ragglone LEIBNIZ GRICE
DOMMA e diritto di giustizia circa la pura bontade, regia sinceritade e magnifica maestade della santa
ignoranza, dotta pecoragme, e divina asinitade! Lasso! a quanto gran torto
d’alcuni è sì fieramente essagitata quest'eccellenza celeste tra gl’uomini
viventi, contro la quale altri con larghe narici si fan censori, altri con
aperte sanne si fan mordaci, altri con comici cachini si rendono beffeggiatori.
Mentre ovunque spreggiano, burlano e vilipendeno qualche cosa, non gl’odi dir
altro che: Costui, è un asino, quest’azione è asinesca, questa è un’asinitade;
stante che ciò absolutamente convegna dire dove son più maturi discorsi, più
saldi proponimenti e più trutinate sentenze. Lasso! perchè con ramarico del mio
core, cordoglio del spirito e aggravio dell'alma mi si presenta agl’occhi
questa imperita, stolta e profana
moltitudine che sì falsamente pensa, sì mordacemente parla, sì
temerariamente scrive per parturir que'scelerati Cabala del
Cavallo Pegaseo. Declamazione al studioso, divoto e pio lettore.
discorsi de'tanti monumenti che vanno pelle stampe, pelle librarle, per tutto,
oltre gl’espressi ludibrli, dlspreggi e biasimi: l'asmo d'oro, le lodi
dell'asmo, l'encomio dell'asino; dove non si pensa altro che con ironiche sentenze prendere la
gloriosa asinitade in gioco, spasso e scherno? Or, chi terrà il mondo che non
pensi ch'io faccia il simile? Chi potrà donar freno alle lingue che non mettano nel medesimo
predicamento, come colui che corre appo gli vestigli degl’altri, che circa
cotal suggetto democriteggiano? Chi potrà contenerli che non credano, affermino
e confermino che io non intendo vera e
seriosamente lodar l'asino e asinitade, ma piuttosto procuro d’aggionger oglio
a quella lucerna la quale è stata dagl’altri accesa? Ma, o miei protervi e
temerarli glodlcl, o neghittosi e ribaldi calunniatori, o foschi e appassionati
detrattori, fermate il passo, voltate gl’occhi, prendete la mira; vedete,
penetrate, considerate se gli concetti semplici, le sentenze enunciative e gli discorsi sillogistici ch'apporto in
favor di questo sacro, impolluto e sarìto animale, son puri, veri e
demostratlvi, o pur son fìnti, impossibili ed apparenti. Se le vedrete in
effetto fondati sulle basi de fondamenti fortissimi, se son belli, se son
buoni; non le schivate, non le fuggite, non le rigettate; m’accettatele,
seguitele, abbracciatele, e non siate oltre legati dalla consuetudine del
credere, vinti dalla sufficienza del pensare, e guidati dalla vanità del dire,
s’altro vi mostra la luce dell'intelletto, altro la voce della dottrina intona
ed altro l'atto dell'esperienza
conferma. L'asino ideale e cabalistico che ne vien proposto nel corpo
delle Sacre Lettere, che credete voi che sia? Che pensate voi essere il cavallo
pegaseo GRICE MYTHOLOGY VACUOUS NAMES che vien trattato in figura degli poetici
fìgmenti? Dell'asino cillenico degno d'esser messo in croceis nelle più onorate
academie che v'imaginate? Or, lasciando il pensier del secondo e terzo da
canto, e dando sul campo del primo, platonico parimente e teologale, voglio che
conosciate che non manca testimonio dalle divine ed umane lettere, dettate da
sacri e profani dottori, che parlano con l'ombra de scienze e lume della fede.
Saprà, dico, ch'io non mentisco colui ch'è anco mediocremente perito in queste
dottrine, quando avien ch'io dica l'asino ideale esser principio prodottivo,
formativo e perfettivo sopranaturalmente della specie asinina; la quale,
quantunque nel capacissimo seno della natura si vede ed è dall'altre specie
distinta, e nelle menti seconde è messa in numero, e con diverso concetto
appresa, e non quel medesimo, con cui l'altre forme s'apprendeno; nulla di meno, quel ch'importa tutto, nella
prima mente è medesima che la idea della specie umana, medesima che la specie
della terra, della luna, del sole, medesima che la specie dell'intelligenze,
degli demoni, degli dei, degli mondi, dell'universo; anzi è quella specie, da
cui non solamente gli asini, ma e
gl’uomini, e le stelle e gli mondi, e gli mondani animali tutti han dependenza:
quella dico, nella quale non è differenza di forma e suggetto, di cosa e cosa;
ma è semplicissima ed una. Vedete, vedete, dunque, d'onde derive la caggione
che senza biasimo alcuno il santo de'santi, or è nominato, non solamente leone,
monocorno, rinoceronte, vento, tempesta, aquila, pellicano CORPUS CHRISTI
GRICE, ma e non uomo, opprobrio degl’uomini, abiezion di plebe, pecora,
agnello, verme, similitudine di colpa, sin ad esser detto peccato e peggio.
Considerate il principio della causa per cui gli cristiani e giudei non
s'adirano, ma più tosto con glorioso trionfo si congratulano insieme, quando
colle metaforiche allusioni nella Santa Scrittura son figurati per titoli
e definizioni asini, son appellati
asini, son definiti per asini: di sorte che, dovunque si tratta di quel
benedetto animale, per moralità di lettera, allegoria di senso, ed anagogia di
proposito, s'intende l'uomo giusto, l'uomo santo, l'uomo de Dio. Pregate,
pregate Dio, o carissimi, se non siete ancora asini, che vi faccia dovenir
asini. Vogliate solamente; perchè certo certo, facilissimamente vi sarà conceduta la grazia: perchè, benché
naturalmente siate asini, e la disciplina commune non sia altro che una
asinitade, dovete avertire e considerar molto bene se siate asini secondo Dio;
dico, se siate quei sfortunati che nmagnono legati avanti la porta, o pur quegli altri felici, li quali entran
dentro. Ricordatevi, o fìdeli, che gli nostri primi parenti a quel tempo
piacquero a Dio, ed erano in sua grazia,
in sua salvaguardia, contenti nel terrestre paradiso nel quale erano asini,
cioè semplici ed ignoranti del bene e male; quando posseano esser titillati dal
desiderio di sapere bene e male; e per consequenza non ne posseano aver notizia
alcuna; quando possean credere una buggia, che gli venesse detta dal serpente;
quando se gli possea donar ad intender sin a questo: che, benché Dio avesse
detto che morrebono, né potesse essere il contrario, in cotal disposizione
erano grati, erano accetti, fuor d'ogni
dolor, cura e molestia. Sovvegnavi ancora ch'amò Dio il popolo ebreo, quando
era afflitto, servo, vile, oppresso, ignorante, onerario, portator de'còfìni,
somarro, che non gli possea mancar altro, che la coda ad esser asino naturale
sotto il dominio dell'Egitto: allora fu detto da Dio suo popolo, sua gente, sua
scelta generazione. Perverso, scelerato, reprobo, adultero, fu detto quando fu
sotto le discipline, le dignitadi, le grandezze e similitudine degli altri
popoli e regni onorati secondo il mondo. Non è chi non loda l'età dell'oro,
quando gl’uomini erano asini, non sapean lavorar la terra, non sapean l'un
dominar all'altro, intender più dell'altro, avean per tetto gl’antri e le
caverne, si donano a dosso come fan le bestie, non eran tante coperte e gelosie
e condimenti de libidine e gola; ogni cosa è commune, il pasto eran le poma, le
castagne, le ghiande in quella forma che son prodotte dalla madre natura. Non é
chi non sappia qualmente non solamente nella specie umana, ma e in tutti gli
geni d'animali la madre ama più, accarezza più mantien contento più e ocioso,
senza sollecitudine e fatica, abbraccia, bacia, stringe, custodisce il figlio
minore, come quello che non sa male e bene, ha dell'agnello, ha della bestia; é
un asino, non sa cossi parlare, non può tanto discorrere; e come gli va
crescendo il senno e la prudenza, sempre a mano a mano se gli va scemando
ramore, la cura, la pia affezione, che gli vien portata dagli suoi parenti. Non
è nemico che non compatisca, abblandisca, favorisca a quella età, a quella
persona, che non ha del virile, non ha
del demonio, non ha dell'uomo, non ha del maschio, non ha dell'accorto, non ha
del barbuto, non ha del sodo, non ha del maturo. Però, quando si vuol mover Dio
a pietà e comiserazione il suo Signore, dice quel profeta: Ah, ah ah. Domine,
quia nescio loqui; dove, col ragghiare e sentenza, mostra esser asino. E in un
altro luogo dice: Quia puer sum. Però, quando si brama la remission della
colpa, molte volte si presenta la causa nelli divini libri, con dire: Quia
stulte egimus, stulte egerunt, quia nesciunt quidfaciant, ignoramus, non
intellexerunt . Quando si vuol impetrar da lui maggior favore, ed acquistar tra
gl’uomini maggior fede, grazia ed autorità si dice in un loco, che l’apostoli
eran stimati imbreachi; in un altro loco, che non sapean quel che dicevano;
perchè non erano essi che parlano: ed un de'più eccellenti, per mostrar quanto
avesse del semplice, dice che era stato rapito al terzo cielo, uditi arcani
ineffabili, e che non sa s'era morto o vivo, s'era in corpo o fuor di quello.
Un altro dice che vedeva gli cieli aperti, e tanti e tanti altri propositi, che
tegnono gli diletti de Dio, alli quali è revelato quello che è occolto alla
sapienza umana, ed è asinità esquisita agl’occhi del DISCORSO RAZIONALE: perchè
queste pazzie, asinitadi e bestialitadi son sapienze, atti eroici e
intelligenze appresso il nostro Dio; il qual chiama li suoi pulcini, il suo
gregge, le sue pecore, li suoi parvuli, li suoi stolti, il suo pulledro, la sua
asina que' tali, che li credeno, l'amano, il sieguono. Non è, non è, dico,
meglior specchio messo avanti gl’occhi umani che l'asinitade e asino; il qual
più esplicatamente secondo tutti gli numeri dimostre qual essere debba colui,
che faticandosi nella vigna del Signore, deve aspettar la retribuzion dei
danaio diurno, il gusto della beatifica cena, il riposo che siegue il corso di
questa transitoria vita. Non è conformità megliore, o simile, che ne amene,
guide e conduca alla salute eterna più
attamente che far possa questa vera sapienza approvata dalla divina voce: come,
pel contrario, non è cosa che ne faccia più efficacememente impiombar al centro
ed al baratro tartareo che le filosofiche e razionali contemplazioni, quali
nascono dagli sensi, crescono nella facultà discorsiva e si maturano
nell'intelletto umano. Forzatevi, forzatevi dunque ad esser asini, o voi, che
siete uomini. E voi, che siete già asini, studiate, procurate, adattatevi a
proceder sempre da bene m meglio, a fin che perveniate a quel termine, a quella
dignità, la quale, non per scienze e opre, quantunque grandi, ma per fede
s'acquista; non per ignoranza e misfatti, quantunque enormi ma pella incredulità,
come dicono, secondo l'Apostolo, si perde. Se cossi vi disporrete,se tali sarete e talmente vi governarete, vi
trovarete scritti nel libro della vita, impetrarete la grazia in questa
militante, ed otterrete la gloria in quella trionfante ecclesia, nella quale
vive e regna Dio per tutti secoli de'secoli. Cossi sia! O Sebasto. è il peggio
che diranno che metti avanti metafore, narri favole, raggioni in parabola,
intessi enigmi, accozzi similitudini, tratti misterii, mastichi tropologie.
SauliNO. Ma io dico la cosa a punto come la passa; e come la è propriamente, la
metto avanti gl’occhi. CoRlBANTE. Id est, sine fuco, plane, candide; ma vorrei
che fusse cossi, come dite, da dovero. Saul. Cossi piace alli dei che fessi tu
altro che fuco con questa tua gestuazione, toga, barba e supercilio: come, anco
quanto all'ingegno, candide, piane et sine fuco, mostri agli occhi nostri l’idea della pedantaria. Cor.
Hactenus haec? Tanto che Sofia loco per loco, sedia per sedia vi conduce? Saul. Sì.
Cabala del Cavallo Pegaseo.
EMalogo primo Sono interlocutori
SeBASTO, Sauuno, Coribante.
Occórrevi de dir altro circa la previsione di queste sedie? Saul. Non
per ora, se voi non siete pronto a donarmi occasione di chiarirvi de più punti
circa esse col dimandarmi e destarmi la memoria, la quale non può avermi
suggerito la terza parte de'notabili propositi degni di considerazione. Seb. Io, a dir il vero rimagno sì suspeso dal
desio de saper qual cosa sia quella ch'il gran padre degli dei ha fatto
succedere in quelle due sedie, l'una Boreale e l'altra Australe che m'ha parso
il tempo de mill'anni per veder il fine del vostro filo, quantunque curioso,
utile e degno: perchè quel proposito tanto più mi vien a spronar il desio
d'esserne fatto capace, quanto voi più l'avete differito a far o udire. Cor.
Spes efenim dilata affligit animum, vel animam, ut melius dicam; haec enim mage
significat naturam passibilem. Saul. Bene. Dunque, perchè non più vi
tormentiate sull'aspettar della risoluzione sappiate che nella sedia prossima
immediata e gionta al luogo, dove ere l'Orsa minore, e nel quale sapete essere
exaitata la Veritade, essendone tolta via l'Orsa maggiore nella forma ch'avete
inteso, per previdenza del prefato consiglio vi ha succeduto l'Asinità in
abstratto: e là, dove ancora vedete in fantasia il fiume Eridano, piace agli
medesimi che vi si trove l'Asinità in concreto, a fine che da tutte tre le
celesti reggioni possiamo contemplare
l'Asinità, la quale in due facelle era come occolta nella vie de'pianeti, dov'è
la coccia del Cancro. Cor. Procul, o procal, este, profanil Questo è un
sacrilegio, un profanismo di voler fingere, poscia che non è possibile che
cossi sie in fatto, vicino all'onorata ed eminente sedia della Verità essere
l'idea di sì immonda e vituperosa specie, la quale è stata dagli sapienti Egizii negli lor geroglifici presa per tipo
dell'ignoranza. Saul. Alla
contemplazione della verità altri si promuoveno per via di dottrina e cognizione
razionale, per forza de rintelletto agente, che s'intrude nell'animo,
excitandovi il lume interiore. E questi son rari; onde dice il poeta: Fauci,
quos ardens evexit ad aethera virtus.
Altri per via d'ignoranza vi si voltano e forzansi di pervenirvi. E di
questi alcuni sono affetti di quella, che è detta ignoranza di semplice negazione:
e costoro né sanno, né presumeno di sapere; altri di quella che é detta
ignoranza di prava disposizione; e tali, quanto men sanno e sono imbibiti de
FALSE INFORMAZIONI GRICE FLORIDI, tanto più pensano di sapere: quali, per
informarsi del vero, richiedeno doppia fatica, cioè de dismettere l'uno abito contrario, e d’apprender l'altro. Altri
di quella, ch'è celebrata come divina acquisizione; e in questa son color, che,
né dicendo, né pensando di sapere, ed
oltre essendo creduti d’altri ignorantissimi, son veramente dotti, per ridursi
a quella gloriosissima asinitade e pazzia. E di questi alcuni sono naturali,
come quei che caminano col lume suo razionale, con CUI negano col lume del senso e della raggione ogni lume di
raggione e senso; alcuni altri caminano, o per dir meglio, si fanno guidare
colla lanterna della fede, cattivando l'intelletto a colui che gli monta sopra,
ed a sua bella posta l'addirizza e guida. E questi veramente son quelli che non
possono essi errare perchè non caminano col proprio fallace intendimento ma con
infallibil lume di superna intelligenza. Questi, questi son veramente atti e
predestinati per arrivare alla Jerusalem della beatitudine e vision aperta
della verità divina – the city of eternal truth -- Grice: perchè gli sopramonta
quello, senza il qual sopramontante non è chi condurvesi vaglia. Seb. Or ecco come si distingueno le specie
dell'ignoranza e asinitade, e come vegno a mano a mano a condescendere per
concedere l'asinitade essere una virtù
necessaria e divina, senza la quale sarrebe perso il mondo, e pella quale il
mondo tutto è salvo. Saul. Odi a questo proposito un principio per un'altra più
particular distinzione. Quello ch'unisce l'intelletto nostro, il qual é nella
sofia, alla verità, la quale è l'oggetto intelligibile, è una specie
d'ignoranza, secondo gli cabalisti e certi mistici teologi; un'altra
specie, secondo gli pirroniani, efettici
della scessi ed altri simili; un'altra, secondo teologi cristiani; tra'quali il
Tarsense la viene tanto più a magnificare, quanto a giudizio di tutt'il mondo è
passata per maggior pazzia. Pella prima specie sempre si niega; onde vien detta
ignoranza negativa, che mai ardisce affirmare. Pella seconda specie sempre si
dubita, e mai ardisce determinare o definire.
Pella terza specie gli principii tutti s'hanno per conosciuti, approvati
e con certo argumento manifesti, senza ogni demostrazione e apparenza. La prima
è denotata pell'asino pullo, fugace ed errabondo; la seconda per un'asina, che
sta fitta tra due vie, dal mezzo di quali mai si parte, non possendosi
risolvere per quale delle due più tosto debba muovere i passi; la terza
pell'asina col suo pulledro, che portano
sulla schena il redentor del mondo: dove Tasina, secondo che gli sacri dottori
insegnano, è tipo del popolo giudaico, e il pullo del popolo gentile, che, come
figlia ecclesia, è parturito dalla madre sinagoga; appartenendo cossi questi
come quelli alla medesima generazione, procedente dal padre de'credenti
Abraamo. Queste tre specie d'ignoranza, come tre rami, si riducono ad un stipe, nel quale
dall'archetipo influisce l'asinità, e che è fermo e piantato sulle radici delli
dieci sephiroth. Cor. O bel senso! Queste non sono retoriche persuasioni,
n’elenchici sofismi, né topiche probabilltadi, m’apodictiche demostrazioni;
pelle quali l'asino non è sì vile animale, come comunmente si crede, ma di
tanto più eroica e divina condizione. Seb. Non è d'uopo ch'oltre t'affatichi, o Saulino, per venir a
conchiudere quel tanto, che io dimando che da te mi fusse definito: sì perchè
avete sodisfatto a Coribante, sì anco perchè da li posti mezzi termini ad ogni
buono intenditore può esser facilmente sodisfatto. Ma, di grazia, fatemi ora
intendere le raggioni della sapienza, che consiste nell'ignoranza ed asinitade
iuxta il secondo modo: cioè, con qual
raggione siano partecipi dell'asinità gli pirronianì, efettici et altri
academici filosofi; perchè non dubito della prima e terza specie, che medesime
sono altissime e remotissime da'sensi, e chiarissime, di sorte che non è occhio
che non le possa conoscere. Saul. Presto verrò al proposito della vostra
dimanda: ma voglio che prima notiate il primo e terzo modo di stoltizia e
asinitade concorrere in certa maniera in
uno; e però medesimamente pendeno da principio incomprensibile ed ineffabile, a
constituir quella cognizione, ch'è disciplina delle discipline, dottrina delle
dottrine e arte dell’arti. Della quale voglio dirvi in che maniera con poco o
nullo studio e senza fatica alcuna ognun che vuole e volse, ne ha possuto e può
esser capace. Veddero e considerorn o que'santi dottori e rabini illuminati, che gli superbi e
presumptuosi sapienti del mondo, quali ebbero fiducia nel proprio ingegno, e
con temeraria e gonfia presunzione hanno avuto ardire d'alzarsi alla scienza
de'secreti divini e que'penetrali della deitade, non altrimente che coloro
ch'edificaro la torre di Babele, son stati confusi e messi in dispersione,
avendosi essi medesimi serrato il passo, onde meno fussero abili alla sapienza divina e visione
della veritade eterna – GRICE CITY OF ETERNAL TRUTH --. Che fero? Qual partito
presero? Fermaro i passi, piegarci o dismesero le braccia, chiusero gl’occhi,
bandirò ogni propria attenzione e studio, riprovarci qualsivoglia uman
pensiero, rmiegaro ogni sentimento naturale; e, in fine, si tennero asini. E
quei, che non erano, si trasformarci in
questo animale: alzarci, disteserci, acuminarci, ingrpssarci e magnificarno l'orecchie; e tutte le potenze
dell'anima riportarno e unirci
nell'udire, con ascoltare solamente e credere: come quello di cui si dice: In auditu auris obedivit mihi. Là, concentrandosi e cattivandisi la vegetativa,
sensitiva e intellettiva facultade, hanno inceppate le cinque dita in
un'unghia, perchè non potessero, come l'Adamo, stender le mani ad apprendere il
frutto vietato dall'arbore della scienza, per cui venessero ad essere privi
de'frutti de rarbore della vita, o come
Prometeo, che è metafora di medesimo
proposito, stender le mani a suffurar il fuoco di Giove, per accendere il lume
della potenza razionale. Cossi li nostri divi asini, privi del proprio
sentimento ed affetto, vegnono ad intendere non altrimente che come gli vien
soffiato all'orecchie dalle revelazioni o degli dei o de'vicarii loro; e per
consequenza a governarsi non secondo altra legge che di que'medesimi. Quindi
non si volgono a destra o a sinistra, se non secondo la lezione e raggione che
gli dona il capestro o freno che le tien pella gola, o pella bocca, non
caminano se non come son toccati. Hanno ingrossate le labbra, insolidate le mascelle, incontennuti
gli denti, a fin che, per duro, spinoso, aspro e forte a digerir che sia il
pasto, che gli vien posto avante, non manche d'essere accomodato al suo palato.
Indi si pascono de'più grossi e materialacci appositorii che altra qualsivoglia
bestia che si pasca sul dorso della terra; e tutto ciò per venire a quella
vilissima bassezza per cui fìano capaci de più
magnifica exaltazione, iuxta quello: Omnis qui se humiliat exaltabitur.
Seb. Ma vorrei intendere, come questa bestiaccia potrà distinguere che colui,
che gli monta sopra, è Dio o diavolo, è un uomo o un'altra bestia non molto
maggiore o minore se la più certa cosa ch'egli deve avere è che lui è un asino
e vuole essere asino, e non può far meglior vita ed aver costumi migliori che
di asino, e non deve aspettar meglior
fine che d’asino, ne è possibile, congruo e condigno ch'abbia altra gloria che
d'asino? Saul. Fidele colui, che non permette che siano tentati sopra quel che
possono: lui conosce li suoi, lui tiene e mantiene gli suoi per suoi, e non gli
possono esser tolti. O santa ignoranza, o divina pazzia, o sopraumana asinità!
Quel rapto, profondo e contemplativo
Areopagita, scrivendo a Caio, afferma che l’ignoranza è una
perfettissima scienza; come pell'equivalente volesse dire che l'asinità è una
divinità. Il dotto Agostino, molto inebriato di questo divino nettare, nelli
suoi Soliloquii testifica che l’ignoranza più tosto che la scienza ne conduce a
Dio, e la scienza più tosto che l’ignoranza ne mette in perdizione. In figura
di ciò vuole ch'il redentor del mondo
colle gambe e piedi degl’asini fusse entrato in Gerusalemme, significando
anagogicamente in questa militante quello che si verifica nella trionfante
cittade; come dice il profeta salmeggiante: Non in fortitudine equi voluntatem
habebit, neque in tibiis viri beneplacitum erit ei. Cor. Supple tu: Sed in
fortitudine et tibiis asinae et pulii fila coniugalis. Saul. Or, per venire
a mostrarvi come non è altro che
l'asinità quello con cui possiamo tendere ad avvicinarci a quell'alta specola,
voglio che comprendiate e sappiate non esser possibile al mondo meglior
contemplazione che quella che niega ogni scienza ed ogni apprension e giudicio
di vero; di maniera che la somma cognizione è certa stima, che non si può saper
nulla e non si sa nulla, e per consequenza di conoscersi di non posser esser
altro che asino e non esser altro che asino; allo qual scopo giunsero gli
socratici, dell’accademia, e della scessi ed altri simili, che non ebbero
l’orecchie tanto piccole, e le labbra tanto delicate, e la coda tanto corta,
che non le potessero lor medesimi
vedere. Seb. Priegoti, Saulino, non procedere oggi ad altro per confirmazion e
dechiarazion di questo: perchè assai pel presente abbiamo inteso; oltre che
vedi esser tempo di cena, e la materia richiede più lungo discorso. Per tanto
piacciavi (se così pare anco al Coribante) di rivederci domani
pell’elucidazione di questo proposito; ed io menarò meco Onorio, il quale si
ricorda d'esser stato asino, e però è a
tutta divozione pitagorico; oltre che ha de'grandi proprii discorsi, con gli
quali forse ne potrà far capaci di qualche proposito METAMFISICOSI one? Onor.
Quella dell'uomo è medesima in essenza specifica e generica con quella delle
mosche, ostreche marine e piante, e di qualsivoglia cosa, che si trove animata,
o abbia anima: come non è corpo, che non abbia o più o meno vivace e perfettamente communicazion di
spirito in se stesso. Or cotal spinto, secondo il fato o providenza, ordine o
fortuna, viene a giongersi or ad una specie di corpo, or ad un'altra; e, secondo la raggione della
diversità di complessioni e membri, viene ad avere diersi gradi e perfezioni
d'ingegno e operazioni. Là onde quel spinto o anima, che era nell'aragna, e vi
avea quell'industria e quell’artigli e membra in tal numero, quantità e forma;
medesimo, gionto alla prolificazione umana, acquista altr’intelligenza, altri
instrumenti, attitudini e atti. Giongo a questo che, se fusse possibile, o in
fatto si trovasse, che d'un serpente il capo si formas e storna in figura d'una
testa umana, e il busto crescesse in tanta quantità, quanta può contenersi nel
periodo di cotal specie, se gl’allarga
la lingua, ampiano le spalli, se gli ramificassero le braccia e mani, e al
luogo, dove è terminata coda, andassero ad ingeminarsi le gambe; intenderebbe,
apparirebbe, spirarebbe, parla, opra e cammerebbe non altrimente che l'uomo;
perchè non sarebbe altro ch’uomo (LOCKE ON MAN GRICE PIROT. Come, pel
contrario, l'uomo non sarebbe altro che serpente, se venisse a contraere, come dentro un ceppo,
le braccia e gambe, e Tossa tutte concorressero alla formazion d'una spina,
s’incolubrasse e prende tutte quelle figure de'membri e abiti de complessioni.
Allora avrebbe più o men vivace Ingegno; In luogo di parlar, sibilarebbe; in
luogo di caminare, serperebbe; in luogo d'edificarsi palaggio, si cavarebbe un
pertuggio; e non gli converrebe la
stanza, ma la buca; e come già era sotto quelle, ora è sotto queste membra,
mstrumenti, potenze e atti; come dal medesimo artefice, diversamente inebriato
dalla contrazion di materia, e da diversi organi armato, appaiono exercizii de
diverso mgegno, e pendeno execuzioni diverse. Quindi possete capire esser
possibile, che molti animali possono aver più ingegno e molto maggior lume d'intelletto che l'uomo – VERY
INTELLIGENT PIROT, GRICE --, come non è burla quel che proferì Mosè del serpe,
che nomina sapientissimo tra tutte l'altre bestie della terra, escluso il
parrot. Onorio. Or essendo io, come ho già detto, nella region celeste in
titolo di cavallo Pegaseo, mi è avvenuto per ordine del fato, che pella
conversione alle cose inferiori, causa di certo
affetto, ch'io indi venevo ad acquistare, la qual molto bene vien
descritta dal platonico Plotino, come inebriato di nettare, venia bandito ad
esser or un filosofo or un poeta, or un pedante, lasciando la mia imagine in
cielo; alla cui sedia a tempi delle trasmigrazioni ritornavo, riportandovi la
memoria delle specie, le quali nell'abitazion corporale avevo acquistate; e
quelle medesime, come in una biblioteca,
lasciavo là, quando accade ch'io dovesse ritornar a qualch'altra terrestre
abitazione. Delle quali specie memorabili l’ultime son quelle, ch'ho cominciate
a imbibire a tempo della vita de Filippo macedone, dopo che fui ingenerato dal
seme de Nicomaco, come si crede. Qua, appresso esser stato discepolo
d'Aristarco, Platone ed altri, è promosso col favor di mio padre, ch'è consegliero di Filippo, ad esser pedante
d'Alexandro Magno; sotto il quale, benché erudito molto bene nelle umanistiche
scienze, nelle quali ero più illustre che tutti li miei predecessori, entrai m
presunzione d'esser filosofo naturale, come è ordinario nelli pedanti d'esser
sempre temerarii e presuntuosi; come Austin e Hare e con Cabala, Dialogo
secondo ciò, per esser estinta la
cognizione della filosofìa, morto Socrate, bandito Platone, e altri in
altre maniere dispersi, rimasi io solo lusco intra gli ciechi; e facilmente
possevi aver riputazion non sol di retorico, politico, logico, ma ancora de
filosofo. Cossi, malamente e scioccamente riportando l’opinioni degl’antiqui, e
de maniera tal sconcia, che né manco gli fanciulli e l’insensate vecchie
parlarebono e intenderebono come io
introduco quelli galantuomini intendere e parlare, mi venni ad intrudere come
riformator di quella disciplina, della quale io non avevo notizia alcuna. Mi
dissi principe de'peripatetici; insegnai in Atene nel sottoportico Liceo LICEO
LIZIO dove, secondo il lume, e per dir il vero, secondo le tenebre, che regnano
in me, intesi e insegnai perversamente circa la natura de li principii e
sustanza delle cose, delirai più che ristessa delirazione circa l'essenza
dell'anima, nulla possevi comprendere per dritto circa la natura del moto e
dell'universo; e, in conclusione, son fatto quello, per cui la scienza naturale
e divina è stinta nel bassissimo della ruota, come in tempo degli Caldei e
Pitagorici è stata in exaltazione. Seb. Ma pur ti veggiamo esser stato
tanto tempo in admirazion del
mondo; e tra l'altre maraviglie è trovato un certo Arabo, ch'ha detto la
natura nella tua produzione aver fatto l'ultimo sforzo, per manifestar quanto
più terso, puro, alto e verace ingegno potesse stampare; e generalmente sei
detto demonio della natura. Onor. Non sarebbono gl’ignoranti se non fusse la
fede; e se non la fusse, non sarebbono le vicissitudini delle scienze e
virtudi, bestialitadi ed inerzie, e altre succedenze de contrarie impressioni,
come son della notte e il giorno, del fervor dell'estate e rigor
dell'inverno. Seb. Or, per venire a quel
ch'appartiene alla notizia dell'anima, mettendo per ora gl’altri propositi da
canto, ho letti e considerati que'tuoi tre libri, nelli quali parli più
balbamente, che possi mai d’altro balbo essere inteso; come ben ti puoi
accorgere di tanti diversi pareri ed estravaganti intenzioni e questionarii,
massime circa il dislac- Aristotele - asino e i suoi seguaci dar e disimbrogliar quel che ti vogli dire in
que confusi e leggieri propositi, gli quali, se pur ascondono qualche cosa, non
può esser altro che pedantesca o peripatetica levitade. Onor. Non è maraviglia,
fratello; atteso che non può in conto alcuno essere che essi loro possano
apprendere il mio intelletto circa quelle cose, nelle quali io non ebbi
intelletto; o che vagliano trovar construtto o argumento circa quel ch'io vi
voglia dire, se io medesimo non sapevo quel che mi volesse dire. Qual
differenza credete voi essere tra costoro e quei, che cercano le corna del
gatto, e gambe dell'anguilla? Nulla, certo. Della qual cosa precavendo ch'altri
non s'accorgesse, ed io con ciò venesse ad perdere la riputazion di
protosofosso, volsi far de maniera, che chiunque mi studiasse nella naturai
filosofia, nella qual fui e mi sentivi a fatto ignorantissimo, per
inconveniente o confusion che vi scorgesse, se non avea qualche lume d'ingegno,
dovesse pensare e credere ciò non essere la mia intenzion profonda, ma più
tosto quel tanto, che lui, secondo la sua capacità, posseva dagli miei sensi
superficialmente comprendere. Laonde feci che venesse publicata quella Lettera
ad Alexandro, dove protestavo gli libri fisicali esser messi in luce, come non
messi in luce. Seb. e per tanto voi mi parete aver isgravata la vostra
conscienza; ed hanno torto questi tanti asinoni a disporsi di lamentarsi di voi
nel giorno del giudicio, come di quel che l'hai ingannati e sedutti, e con
sofistici apparati divertiti dal camino di qualche veritade, che per altri
principii e metodi arrebono possuta racquistarsi. Tu l'hai pure insegnato quel
tanto ch'a diritto doveano pensare: che se tu hai publicato, come non publicato,
essi, dopo averti letto, denno pensare di non averti letto, come tu avevi cossi
scritto, come non avessi scritto: talmente quei cotali, ch'insegnano la tua
dottrina, non altrimente denno essere ascoltati, che un che parla, come non
parlasse. E finalmente né a voi deve più essere atteso che come ad un che
raggiona e getta sentenza di quel che
mai intese. Onor. Slamo dovenutl a tale ch'ogni satiro, fauno, malenconico,
embreaco e Infetto d'atra bile. In contar sogni e dir de pappolate senza construzione e senso
alcuno – HEIDEGER DAS NICHTS NICHTET GRICE , ne vogliono render suspetti de
profezia grande, de recondito misterio, de alti secreti e arcani divini, da
risuscitar morti, da pietre filosofali, ed altre poltronarie da donar volta a
quei ch'han poco cervello, a farli dovenir al tutto pazzi con giocarsi il
tempo, l'intelletto, la fama e la robba, e spendere sì misera e ignobilmente il
corso di sua vita. Seb. La intese bene
un certo mio amico; il quale, avendo non so se un certo libro de profeta enigmatico,
o d'altro, dopo avervisi su lambiccato alquanto dell'umor del capo con una
grazia e bella leggiadria anda e gittarlo nel cesso, dicendogli: Fratello, tu
non vuoi esser inteso; IO non ti voglio intendere; e soggiunse, ch'anda con
cento diavoli, e lo lascia star con fatti suoi in pace. Onor. E quel ch'è degno
di compassione e riso è, che su questi editi libelli e trattati pecoreschi vedi
dovenir attonito Silvio, Ortensio melanconico, smagrito Serafino, impallidito
Cammaroto, invecchiato Ambruogio, impazzito Giorgio, abstratto Reginaldo,
gonfio Bonifacio; ed il molto reverendo Don Cocchiarone pien d' infinita e
nobil maraviglia, sen va pel largo della sua sala, dove, rimosso dal rude ed
ignobil volgo, se la spasseggia; e rimanendo or quinci, or quindi della
litteraria sua toga e fimbrie, rimanendo
or questo, or quell'altro piede, rigettando or vers'il destro, or vers'il
sinistro fianco il petto, col texto commento sotto l'ascella, e con gesto di
voler buttar quel pulce ch'ha tra le due prime dita, in terra, colla rugata
fronte cogitabondo, con erte ciglia ed occhi arrotondati, in gesto d'un uomo
fortamente maravigliato, conchiudendola con un grave ed enfatico susplro, fa
pervenir all'orecchio de'clrconstanti questa sentenza: Huc usque ahi philosophi
non pervenerunt. Se si trova in proposito di lezion di qualche libro composto
da qualche energumeno o inspirato, dove non è espresso e donde non si può
premere più sentimento, che possa V. Aristotele asino e i suoi seguaci ritrovarsi
in un spirito cavallino; allora, per mostrar d’aver dato sul chiodo, exclama: O
magnum mysteriuml Seb. Ma vorrei saper da Saulino che magnifica tanto
l'asmitade, quanto non può esser magnificata la scienza e speculazione,
dottrina e disciplina alcuna se l'asinitade può aver luogo in altri che
negl’asini; come è dire, se alcuno da quel che non era asino, possa doventar
asino per dottrina e disciplina. Perchè bisogna che di questi quel che insegna,
o quel che è insegnato, o cossi l'uno come l'altro, o né l'uno né l'altro,
siano asini. Dico, se sarà asino quello solo che insegna, o quel solo ch'è
insegnato, o né quello né questo, o questo e quello insieme. Perchè qua col
medesimo ordine si può vedere, che in nessun modo si possa inasinire. Dunque, dell'asinitade non
può essere apprension alcuna, come non è d’arti e de scienze. Onor. Di questo
ne raggionaremo a tavola dopo cena. Andiamo, dunque, ch'è ora. Cor. Propere
eamus. L'Asino. Or perchè derrò lo abusar dell'alto, raro e elegrino tuo dono, o folgorante Giove? Perchè
tanto talento, porgiutoml da te, che con sì partlcular occhio me miraste
{indicante fato), sotto la nera e
tenebrosa terra d'un ingratissimo silenzio terrò sepolto? Suffnrò più a
lungo l'esser sollecitato a dire, per non far uscir dalla mia bocca quell'estraordinario ribombo, che
la largita tua, in questo confusissimo secolo, nell'interno mio spirito, perchè
si produce fuora, ha seminato? Aprisi, aprisi, dunque, colla chiave
dell'occasione l'asinin palato, sciolgasi pell'industria del supposito la lingua, raccolgansi per mano dell'attenzione,
drizzata dal braccio dell'intenzione, i frutti degl’arbori e fiori dell'efbe,
che sono nel giardino dell'asinina memoria. Micco. O portento insolito, o
prodigio stupendo, o maraviglia incredibile, o miracoloso successo! Avertano
gli dii qualche sciagura! Parla l'asino P l'asino parla? O Muse, o Apolline, o
Ercule, da cotal testa esceno voci
articulate? Taci, Micco, forse t'inganni; forse sotto questa pelle qualch'uomo
stassi mascherato, per burlarsi di noi. Asino. Pensa pur. Micco, ch'io non sia
sofìstico, ma che son naturalissimo asino, che parlo; e cossi mi ricordo aver
avuti altre volte umani, come ora mi vedi aver bestiali membri. Micco.
Appresso, o demonio incarnato, dimandarotti chi, quale e come sei. Per ora, e
pella prima, vorrei saper che cosa
dimandi da qua? che augurio ne ameni? qual ordine porti dagli Dei? a che si
termina questa scena? a qual fine hai messi gli piedi a partitamente mostrarti
vocale in questo nostro sottoportico? Asino. Pella prima voglio che sappi,
ch'io cerco d’esser membro e dichiararmi dottore di qualche colleggio o
academia, perchè la mia sufficienza sia autenticata, a fin che non siano attesi
gli miei concetti, e ponderate le mie parole, e riputata la mia dottrina con
minor fede, che Micco. O Giove! è possibile, che ab aeterno abbi gìamai
registrato un fatto, un successo, un caso simile a questo? Asino. Lascia le
maraviglie per ora; e rispondetemi presto, o tu, o uno de questi altri, che
attoniti concorreno ad ascoltarmi.O togati, annulati, pileati, didascali, archididascali e della
sapienza eroi e semidei: volete, piacevi, ewi a core d'accettar nel vostro
consorzio, società, contubernio, e sotto la banda e vessillo della vostra
communione questo asino, che vedete e udite? Perchè di voi, altri ridendo si
maravigliano, altri maravigliando si ridono, altri attoniti, che son la maggior
parte, si mordeno le labbia, e nessun risponde? Micco. Vedi che per stupore non
parlano, e tutti con esser volti a me mi FAN SEGNO – SIGNI-FICARE -- ch'io ti
risponda; al qual, come presidente, ancora tocca di donarti risoluzione, e da
cui, come da tutti, devi aspettar l'ispedizione. Asino. Che academia è questa
che tien scritto sopra la porta: Lineam ne pertransito? Micco. La è una cuola de Pitagorici. Asino. Potravisi
entrare? Micco. Per academico non senza difficili e molte condizioni. Asino. Or
quali son queste condizioni? Micco. Son pur assai. Asino. Quali, dimandai, non
quante. Micco. Ti rispondo al meglio, riportando le principali. Prima, che,
offrendosi alcuno per essere ricevuto. avante che sia accettato, debba esser
squadrato nella dlsposlzlon del corpo, fisionomia ed ingegno, pella gran consequenza relativa che conoscemo aver il corpo
dall'anima e coll'anima. Asino. Ab love
principium, Musae, s'egli si vuol maritare. Micco. Secondo, ricevuto ch'egli
è, se gli dona termine di tempo, che non
è men che di doi anni, nel quale deve tacere, e non gli è lecito d'ardire in
punto alcuno de dimandar, anco di cose non intese, non sol che di disputare e
exarninar propositi, e in quel tempo si
chiama acustico. Terzo, passato questo tempo, gli è lecito di parlare,
dimandare, scrivere le cose udite, ed esplicar le proprie opinioni; e in questo
mentre s’appella matematico, o caldeo. Quarto, informato di cose simili, e
ornato di que'studii, si volta alla considerazion dell'opre del mondo e
principii della natura: e qua ferma il passo, chiamandosi fisico. Asino. Non
procede oltre? Micco. Più che fisico non
può essere: perchè delle cosa sopranaturali non si possono aver raggioni,
eccetto in quanto riluceno nelle cose naturali; perciochè non accade ad altro
intelletto che al purgato e superiore di considerarle in sé. Asino. Non si
trova appo voi metafisica? Micco. No; e
quello che gl’altri vantano per metafisica, non è altro che parte di logica. Ma
lasciamo questo, che non fa al
proposito. Tali, in conclusione, son le condizioni e regole di nostra academia.
Asino. Queste? Micco. Messer sì. Asino.
O scola onorata, studio egregio, setta formosa, collegio venerando, gimnasio clarissimo,
ludo invitto, e academia tra le principali principalissima! L asino errante,
come sitibondo cervio, a voi, come a limpidissime e freschissime acqui; l'asino
umile e supplicante, a voi, benignissimi
ricettatori de'peregrini, s'appresenta, bramoso d'essere nel consorzio
vostro ascritto. Micco. Nel consorzio nostro? Asino. Sì, sì,
signor sì, nel consorzio vostro. Micco.
Va per quell'altra porta, messere, perchè da questa son banditi gl’asini.
Asino. Dimmi, fratello, per qual porta entrasti tu? Micco. Può far il cielo che gl’asini parlino,
ma non già ch’entrino in scola
pitagorica. Asino. Non esser
cossi fiero, o Micco, e ricordati, ch'il tuo Pitagora insegna di non spreggiar
cosa che si trova nel seno della natura. Benché io sono in forma d'asino al
presente, posso esser stato e posso esser appresso in forma di grand'uomo; e
benché tu sia un uomo, puoi esser stato e potrai esser appresso un grand'asino,
secondo che parrà ispediente al dispensator degli abiti e luoghi e disponitor dell'anime transmigranti.
Micco. Dimmi, fratello, hai intesi gli capitoli e condizioni
dell'academia? Asino. Molto bene. Micco.
Hai discorso sopra l'esser tuo, se per qualche tuo difetto ti possa essere
impedita l'entrata? Asino. Assai a mio giudicio. Micco. Or fatevi intendere.
Asino. La principal condizione, che m'ha fatto dubitare, é stata la prima. £
pur vero che non ho quella indole,
quelle carni mollecine, quella pelle delicata, tersa e gentile, le quali
tegnono li fìsionotomisti, attissime alla recepzion della dottrina; perchè la
durezza di quelle ripugna all'agilità dell'intelletto. Ma sopra tal condizione
mi par che debba posser dispensar il principe; perchè non deve far rimaner
fuori uno, quando molte altre parzialitadi suppliscono a tal difetto, come la sincerità de’costumi, la prontezza
dell'ingegno, l'efficacia dell'intelligenza, e altre condizioni compagne,
sorelle e figlie di queste. Lascio, che non si deve aver per universale che
l'anime sieguano la complesslon del corpo; perchè può esser, che qualche più
efficace spiritual principio possa vincere e superar l'oltraggio, che dalla
crassezza o altra indisposizion di quello gli vegna fatto. Al qual proposito v'apporto l'esempio
de Socrate, giudicato dal fisognomico Zopiro per uomo stemprato, stupido,
bardo, effeminato, namoraticcio de putti e incostante; il che tutto venne
conceduto dal filosofo, ma non già, che l'atto de tali inclinazioni si
consumasse: stante ch'egli venia temprato dal continuo studio della filosofia,
che gli avea pòrto in mano il fermo temone contra l'empito dell'onde de naturali
indisposizioni, essendo che non è cosa, che pello studio non si vinca. Quanto
poi all'altra parte principale fisiognomica, che consista non nella complession
di temperamenti, ma nell'armonica proporzion de membri, vi notifico non esser
possibile de ritrovar in me defetto alcuno, quando sarà ben giudicato. Sapete
ch'il porco non deve esser bel cavallo, né
l'asino bell'uomo; ma l'asino bell'asino, il porco bel porco, l'uomo
bell'uomo. Che se, straportando il giudicio, il cavallo non par bello al porco,
né il porco par bello al cavallo; se a l'uomo non par bello l'asino, e l'uomo
non s'innamora de l'asino, né per opposito all'asino par bello l'uomo, e l'asmo non s'mnamora dell'uomo.
Micco. Sin al presente costui mostra di saper assai assai. Seguita, messer Asino, e fa pur gagliarde le tue
raggioni quanto ti piace; perché iVe
Fonde solchi e ne Farena semini, e il vago vento speri in rete accogliere, E le
speranze fondi in cuor di femine, se
speri, che dagli signori academici di questa o altra setta ti possa o debbia
esser concessa l'entrata. Ma, se sei dotto, contentati di rimanerti con la tua
dottrina solo. Asino. O insensati, credete ch'io dica le mie raggioni a voi, a ciò che me le
facciate valide? Credete eh io abbia fatto questo per altro fine, che per
accusarvi, e rendervi inexcusabili avanti a Giove? Giove con avermi fatto dotto
mi fé dottore. Aspettavo ben io, che dal
bel giudicio della vostra sufficienza venesse sputata questa sentenz. Non é
convenevole, che gl’asini entrino in Academia insieme con noi altri uomini.
Questo, se studioso di qualsivoglia
altra setta lo può dire, non può essere raggionevolmente detto da voi altri
pitagorici, che con questo, che negate a me l'entrata, struggete gli principii,
fondamenti e corpo della vostra filosofia. Or che differenza trovate voi tra
noi asini e voi altri uomini, non giudicando le cosa dalla superficie, volto ed
apparenza? Oltre di ciò dite, giudici inetti: quanti di voi errano
nell'academia degl’asini? quanti imparano nell'academia degl’asini? quanti
fanno profitto nell'academia degl’asini? quanti s'addottorano, marciscono e
muoiono nell'academia degl’asini? quanti son preferiti, inalzati, magnificati,
canonizati, glorificati e deificati nell'academia degl’asini? che se non
fussero stati e non fussero asini, non so, non so come la cosa sarrebbe passata e passarebbe per essi loro. Non son
tanti studii onoratissimi e splendidissimi, dove si dona lezione di saper
inasinire, per aver non solo il bene della vita temporale, ma e dell'eterna
ancora? Dite, a quante e quali facultadi ed onori s'entra pella porta
dell'asinitade? Dite, quanti son impediti, exclusi, rigettati e messi in
vituperio, per non esser partecipi dell'asinina facultade e perfezione? Or
perchè non sarà lecito, ch'alcuno degl’asini, o pur almeno uno degl’asini entri
nell'academia degl’uomini? Perchè non debbo esser accettato con aver la maggior
parte delle voci e voti in favore in qualsivoglia academia, essendo che, se non
tutti, almeno la maggior e massima parte è scritta e scolpita nell'academia
tanto universale de noi altri? Or se siamo sì larghi ed effusi noi asini in
ricever tutti, perchè dovete voi esser tanto restivi ad accettare un de noi
altri al meno? Micco. Maggior difficultà si fa in cose piìi degne e importanti:
e non si fa tanto caso, e non s'aprono tanto gl’occhi in cose di poco momento.
Però, senza ripugnanza e molto scrupolo di coscienza, si ricevon tutti
nell'academia degl’asini, e non deve esser così nell'academia degl’uomini. Asino. Ma, o messere, sappime dire e
resolvimi un poco, qua! cosa delle due è più degna, che un uomo inasinisca, o
ch’un asino inumanisca? Ma, ecco in veritade il mio Cillenio: il conosco pel
caduceo e l'ali. Ben venga il vago aligero, nuncio di Giove, fido interprete
della voluntà de tutti gli dei, largo donator delle scienze, addirizzator
dell'arti, continuo oracolo de'matematici, computista mirabile, elegante
dicitore, bel volto, leggiadra apparenza, facondo aspetto, personaggio grazioso, uomo tra gl’uomini, tra
le donne donna, desgraziato tra'desgraziati, tra'beati beato, fra tutti tutto;
che godi con chi gode, con chi piange piangi; però per tutto vai e stai, sei
ben visto e accettato. Che cosa de buono apporti? Merc. Perchè, Asino, fai conto di chiamarti
ed essere academico, io, come quel, che t'ho donati altri doni e grazie, al
presente ancora con plenaria autorità
t’ordino, constituisco e confermo accademico
e dommatico generale, acciò che possi entrar e abitar per tutto, senza
ch'alcuno ti possa tener porta o dar qualsivoglia sorte d'oltraggio o
impedimento, quibuscumque in oppositwn non ohstantibus. Entra, dunque, dove ti
pare e piace. Né vogliamo, che sii ubligato per il capitolo del silenzio
biennale, che SI trova nell'ordine
pitagorico, e qualsivogli 'altre leggi ordinane: perchè, novis
intervenientibus causis, novae condendae sunt leges, proque ipsis condita non
intelliguntur iura: interimque ad optimi iudicium iudicis referenda est sententia,
cuius intersit iuxta necessarium atqiie commodum providere. Parla, dunque, tra
gl’acustici; considera e contempla tra'matematici; discuti, dimanda, insegna,
dechiara e determina tra'fisici; trovati con tutti, discorri con tutti,
affratellati, unisciti, identificati con tutti, domina a tutti, sii tutto. Asino. Avetel'inteso? Micco. Non siamo
sordi. DALLE TENEBRE ALLA LUCE
Elitropio. Qual rei nelle tenebre avezzi, che, liberati dal fondo di
qualche oscura torre, escono alla luce, molti degl’esercitati nella volgar
filosofia ed altri paventaranno, adn aranno, e,
non possendo soffrire il nuovo sole de' t; i chiari concetti, si
turbaranno. FlLOTEO. Il dift' o non è di
luce, ma di lumi: quanto m sé sarà più b lo e piìj eccellente il sole: tanto
sarà a'delle notturne strige odioso e discaro di vantaggio. Eli. L’impresa che
hai tolta, o Filoteo, è difficile, rara e singulare, mentre dal cieco cibisso
vuoi cacciarne e amenarne al discoperto, tranquillo e sereno aspetto delle stelle, che con sì bella
varietade veggiamo disseminate pel ceruleo manto del cielo. Benché agli uomini
soli l'aitatrice mano di tuo pietoso zelo soccorra, non saran però meno vani
gl’effetti d’ingrati verso di te, che varii son gl’animali che la benigna terra
genera e nodrisce nel suo materno e capace seno; se gli é vero che la specie
umana, particularmente negl'individui suoi, mostra de tutte l'altre la
varietade per esser in ciascuno più espressamente il tutto, che in quelli
d'altre specie. Onde vedransi questi, che, qual'appannata talpa, non sì tosto
sentiranno l'aria discoperto, che di bel nuovo, risfossicando la terra,
tentaranno agli nativi oscuri penetrali. Quelli, Della Causa, Principio ed Uno.
Dialogo Interlocutori sono; Elitropio,
Filoteo, Armesso. Bruno, In tristitia hilaris, etc. qua! notturni uccelli, non
sì tosto arran veduta spuntar dal lucido oriente la vermiglia ambasciatrice del
sole, che dall’imbecillità degl’occhi suol verranno invitati alla caliginosa
ntretta. Gl’animanti tutti, banditi dallo aspetto delle lampadi celesti e
destinati all'eterne gabbie, bolge ed antri di Plutone, dal spaventoso ed
erlnnico corno d'Alecto richiamati, apriran l'ali, e drizzaranno il veloce corso alle lor stanze.
Ma gl’animanti nati per vedere il sole, gionti al termine dell'odiosa notte,
ringraziando la benignità del cielo, e disponendosi a ricever nel centro del
globoso cristallo degl’occhi suoi gli tanto bramati e aspettati rai, con
dlsutato applauso di cuore, di voce e di mano adoraranno l'oriente; dal cui
dorato balco, avendo cacciati gli focosi destrieri il vago Titane, rotto il
sonnacchioso silenzio dell'umida notte, raggionano gl’uomini, belaranno gli
facili, inermi e semplici lanuti greggi, gli cornuti armenti sotto la cura
de'ruvidi bifolchi muggiranno. Gli cavalli di Sileno, perchè di nuovo in favor
degli smarriti dei, possano dar spavento ai più de lor stupidi gigantoni,
ragghiaranno; versandosi nel suo limoso letto, con importun gruito ne
assordiranno gli sannuti ciacchi. Le tigri, gli’orsi, gli leoni, i lupi e le
fallaci golpi, cacciando da sue spelunche il capo, dalle deserte alture contemplando
il piano campo della caccia, mandaranno dal ferino petto i lor grunniti, ricti,
bruiti, fremiti, ruggiti ed orli. Ne l'aria e sulle frondi di ramose piante,
gli galli, le aquile, li pavoni, le grue, le tortore, i merli, i passari, i
rosignoli, le cornacchie, le piche, gli corvi, gli cuculi e le cicade non
sarran negligenti di replicar e radoppiar gli suoi garriti strepitosi. Dal liquido e instabile campo
ancora, li bianchi cigni, le molticolorate anitre, gli solleciti merghi, gli
paludosi bruzii, l’oche rauche, le querulose rane ne toccaranno l'orecchie col
suo rumore, di sorte ch'il caldo lume di questo sole, diffuso all'aria di
questo più fortunato emisfero, verrà
accompagnato, salutato e forse molestato da tante e tali diversitadi de voci,
quanti e quali son spirti che dal profondo di proprii petti le caccian fuori.
FlL. Non solo è ordinarlo, ma anco naturale e necessario che ogni animale fa la
sua voce; e non è possibile che le bestie formino regolati accenti ed
ARTICULATI suoni come gl’uomini, come contrarie le complessioni, diversi i
gusti, varil gli nutrimenti. Armesso. Di grazia, concedetemi libertà di dir la
parte mia ancora; non circa la luce, ma circa alcune circustanze, pelle quali
non tanto si suol consolare il senso, quanto molestar il sentimento di chi vede
e considera; perchè, per vostra pace e vostra quiete, la quale con fraterna
caritade vi desio, non vorrei che di questi vostri discorsi vegnan formate
comedie, tragedie, lamenti, dialoghi, o come vogliam dire, simili a quelli che poco
tempo fa, per esserno essi usciti in campo a spasso, v’hanno forzato di starvi
rinchiusi e retirati in casa. FlL. Dite
liberamente. Arm. Io non parlo come santo
profeta, come astratto divino, come assumpto apocaliptico, né quale
angelicata asina di Balaamo; non raggiono come inspirato da Bacco, né gonfiato
di vento dalle puttane muse di Parnaso o come una Sibilla impregnata da Febo, o
come una fatidica Cassandra, né qual ingombrato dalle unghie de'piedi sin alla
cima di capegli dell'entusiasmo apollinesco, né qual vate illuminato
nell'oraculo o delfico tripode, né come Edipo esquisito contra gli nodi della
Sfinge, né come un Salomone inver gl’enigmi della regina Sabba, né qual
Calcante, interprete dell’olimpico senato, né come un inspiritato Merlino, o
come uscito dall'antro di Trofonio. Ma parlare pell'ordinano e per volgare,
come uomo che ho avuto altro pensiero che d'andarmi lambiccando il succhio
della grande e picciola nuca, con farmi al fine rimanere in secco la dura e pia
madre; come uomo, dico, che non ho altro cervello ch'il mio; a cui manco gli
dei dell'ultima cotta e da tinello nella corte celestiale, quei dico che non
beveno ambrosia, né gustan nettare, ma si vi tolgon la sete col basso delle
botte e vini rinversati, se non voglion far stima de linfe e ninfe, quei, dico,
che sogliono essere più domestici, familiari e CONVERSABILI con noi, come è
dire né il dio Bacco, né quel imbreaco cavalcator del'asino, né Pane, né
Vertunno, né Fauno, né Priapo, si degnano cacciarmene una pagliusca di più e di
vantaggio dentro, quantunque sogliano far copia de'fatti lor sin ai cavalli.
Eli. Troppo lungo proemio. Arm. Pacienza, che la conclusione è breve. Voglio
dir brevemente che vi farò udir paroli, che non bisogna disciferarle come poste
in distillazione, passate per lambicco, digente dal bagno di maria, e
subblimate in recipe di quinta essenza; ma tale quali m'insaccò nel capo la
nutriccia, la quale era quasi tanto cotennuta, pettoruta, ventruta, fiancuta e
naticuta, quanto può essere quella Londriota, che viddi a Westmester; la quale,
per iscalda É toio del stomaco, ha un paio di tettazze, che
paiono gli borzacchini del gigante san Sparagorio, e che, concie in cuoio,
varrebono sicuramente a far due pive ferrarese. Eli.e questo potrebbe bastare
per un proemio. vili. LA CENA FILOSOFICA
Armesso. Or su, per venire al resto, vorrei intendere da voi, lasciando un poco
da canto le voci e le lingue a proposito del lume e splendor, che possa
apportar la vostra filosofìa) con che voci volete che sia salutato particolarmente
da noi quel lustro di dottrina, che esce dal libro dela Cena delle ceneri? Quali animali son quelli,
che hanno recitata la Cena delle ceneri?
Dimando, se sono acquatici, o aerei, o terrestri, o lunatici? E
lasciando da canto gli propositi di Smitho, Prudenzio e Frulla, desidero di
sapere, se fallano coloro che dicono, che tu fai la voce di un cane rabbioso e
infuriato, oltre che tal volta fai la simia, tal volta il lupo, tal volta la
pica, tal volta il papagallo parrot
pirot Grice, tal volta un animale, tal volta un altro, meschiando propositi
gravi e seriosi, morali e naturali, ignobili e nobili, filosofici e
comici? FlLOTEO. Non vi maravigliate,
fratello, perchè questa non fu altro ch'una cena dove gli cervelli vegnono
governati dagl’affetti, quali gli vegnon porgiuti dall'efficacia di sapori e
fumi delle bevande e cibi. Qual dunque può
essere la cena materiale e corporale, tale conseguentemente succede la
verbale e spirituale; cossi dunque questa DIALOGALE ha le sue parti varie e
diverse, qual varie e diverse quell'altra suole aver le sue; non altnmente
questa ha le proprie condizioni, circonstanze e mezzi, che come le proprie
potrebbe aver quella. Arm. Di grazia, fate ch'io vi intenda. FlL. Ivi, come è
l'ordinario e il dovero, soglion trovarsi cose d’insalata, da pasto; da frutti,
d’ordinarlo; da cocina, da spedarla; da sani, d’amalatl; di freddo, di caldo;
di crudo, di cotto; di’acquatico, di terrestre; di domestico, di salvatico; di
rosto, di lesso; di maturo, d’acerbo; e cose da nutrimento solo e da gusto,
sustanziose e leggieri, salse e insipide, agreste e dolci, amare e suavi. Cossi
quivi, per certa conseguenza, vi sono apparse le sue contrarietadi e
diversitadi, accomodate a contrarie e
diversi stomachi e gusti, a'quali può piacere di farsi presenti al nostro
tipico simposio, a fine che non sia chi
si lamente d’esservi gionto in vano, e a chi non piace di questo, prenda di
quell'altro. Arm. e vero; ma che dirai, s’oltre nel vostro convito, ne la
vostra cena appariranno cose, che non son buone ne per insalata, né pe pasto; né per frutti, né per
ordinario; né fredde, né calde; né crude, né cotte, né vagliano pell'appetito,
né per fame; non son buone per sani, né per ammalati; e conviene che non escano
da mani di cuoco né di speciale? FlL.
Vedrai che né in questo la nostre cena é dissimile a qualunqu'altra esser
possa. Come dunque là, nel più bel del mangiare, o ti scotta qualche troppo caldo boccone; di maniera che bisogna
cacciarlo de bel nuovo fuora, o piangendo e lagnmando mandarlo vagheggiando pel
palato, sin tanto che se gli possa donar quella maFadetta spinta perl
gargazzuolo al basso; o vero ti si stupefa qualche dente; o te s'intercepe la
lingua, che viene ad esser morduta conl pane; o qualche lapillo te si viene a
rompere e incalcinarsi tra gli denti per farti
regittar tutto il boccone; o qualche pelo o capello del cuoco ti
s'inveschia nel palato, per farti presso che vomire; o te s'arresta qualche
aresta di pesce nella canna, a farti suavemente tussire; o qualche ossetto te
s'attraversa nella gola, permetterti in pericolo di suffocare; cossi nella
nostra cena, per nostra e comun disgrazia, vi si son trovate cose corrispondenti e proporzionali a
quelle. Il che tutto avviene pel peccato dell'antico protoplaste Adamo, per cui
la perversa natura umana é condannata ad aver sempre i disgusti gionti ai
gusti. Arm. Pia e santamente. LODE DEL
NOLANO e Teofilo Or che dirò lo del
Nolano? Forse, per essermi tanto
prossimo, quanto io medesmo a me stesso, non mi converrà lodarlo? Certamente,
uomo raggionevole non sarà che mi riprenda
in ciò, atteso che questo talvolta non solamente conviene, ma è anco
necessario, come bene espresse quel terso e colto Tansillo: BencKad un uom, che
preggio ed onor brama, Di sé stesso parlar molto sconvegna. Perchè la lingua,
ov'il cor teme ed ama. Non è nel suo parlar di fede degna; L'esser altrui
precon della sua fama Pur qualche volta par che si convegno. Quando vien a
parlar per un di dui: Per fuggir hiasmo,
o per giovar altrui. Pure, se sarà un
tanto supercilioso, che non voglia a proposito alcuno patir la lode propria, o
come propria, sappia, che quella talvolta non si può dividere da sui presenti e
riportati effetti. Gli Tifi han ritrovato il modo di perturbar la pace altrui,
violar i patrii genii delle reggioni, di confondere quel che la provi da natura
distinse, pel commerzio radoppiar i
difetti, e gionger vizii a vizii dell'una e l'altra generazione, con violenza
propagar nove follie, e piantar l'inaudite pazzie ove non sono, conchludendosi
al fin più saggio quel che più forte; mostrar novi studi, instrumenti ed arte di tirannizar e asassmar l'un
l'altro; per mercè de quai gesti tempo verrà, che, avendono quelli a sue male
spese imparato per forza della
vicissitudme delle cose, sapranno e potranno renderci simili e peggior
frutti de sì perniziose invenzioni.. Il Nolano, per caggionar effetti al tutto
contrarli, ha disciolto l'animo umano e la cognizione, ch'era rinchiusa ne
Partissimo carcere dell'aria turbulento; onde a pena, come per certi buchi, avea
facultà de remirar le lontanissime stelle; e gl’erano mozze l'ali, a fin che
non volasse ad aprir il velame di queste
nuvole, e veder quello, che veramente là su si ritrovasse, e liberarse dalle
chimere di quei, che, essendo usciti dal fango e caverne della terra quasi
Mercuri ed Appollini discesi dal cielo, con moltiforme impostura han ripieno il
mondo tutto d'infinite pazzie, bestialità e vizii, come di tante vertù,
divinità e discipline, smorzando quel lume, che rendea divini ed eroici gl’animi di nostri antichi padri,
approvando e confirmando le tenebre caliginose de'sofisti ed asini. Pel che già
tanto tempo l'umana raggione oppressa, talvolta nel suo lucido intervallo
piangendo la sua sì bassa condizione, alla divina e provida mente, che sempre
nell'interno orecchio li susurra, si rivolge con simili accenti: Chi salirà per
me, madonna, in cielo, A riportarne il mio
perduto ingegno? Or ecco quello,
ch'ha varcato l'aria, penetrato il cielo, discorse le stelle, trapassati gli
margini del mondo, fatte svanir le fantastiche muraglia delle prime, ottave,
none, decime ed altre, che vi s'avesser potuto aggiongere, sfere, per relazione
de vani matematici e cieco veder di filosofi volgari; cossi al cospetto d'ogni
senso e raggione, colla chiave di solertissima
inquisizione aperti que'chiostri
della verità, che da noi aprir si posseano, nudata la ricoperta e velata
natura, ha donati gl’occhi a le talpe, illuminati ì ciechi, che non possean
fissar gl’occhi e mirar l'imagin sua in tanti specchi, che d’ogni lato gh
s'opponeno; sciolta la lingua a'muti,
che non sapeano e non ardivano esplicar gl'intricati sentimenti; nsaldati i
zoppi, che non valean far quel progresso
col spirto, che non può far l'ignobile e dissolubile composto; le rende non men presenti, che se fussero
proprii abitatori del sole, della luna ed altri nomati astri; dimostra, quanto
siino simili o dissimili, maggiori o peggiori quei corpi, che veggiamo lon-tano
a quello, che n'è appresso, ed a cui siamo uniti; e n'apre gl’occhi a veder
questo nume, questa nostra madre, che nel suo
dorso ne alimenta e ne nutrisce,
dopo averne produtti dal suo grembo al qual di nuovo sempre ne riaccoglie, e
non pensar oltre, lei essere un corpo senz’alma e vita, ed anche feccia tra le
sustanze corporali. A questo modo sappiamo, che, si noi fussimo nella luna o in
altre stelle, non sarreimo in loco molto dissimile a questo, e forse in
peggiore; come possono esser altri corpi cossi
buoni, e anco megliori per sé stessi, e pella maggior felicità de
proprii animali. Cossi conoscemo tante stelle, tanti astri, tanti numi, che son
quelle tante centenaia de migliaia, ch'assistono al ministerio e contemplazione
del primo, universale, infinito ed eterno efficiente. Non è più impriggionata
la nostra raggione coi ceppi de'fantastici mobili e motori otto, nove e diece.
Conoscemo, che non è ch'un cielo, una
eterea reggione immensa, dove questi magnifici lumi serbano le proprie
distanze, per comodità della participazione della perpetua vita. Questi
fiammeggianti corpi son que'ambasciatori ch’annunziano l'eccellenza della
gloria e maestà de Dio. Cossi siamo promossi a scuoprire l'infinito effetto
dell'infinita causa, il vero e vivo vestigio dell'infinito vigore; e abbiamo dottrina di non cercare la divinità
rimossa da noi, se l'abbiamo appresso, anzi di dentro, più che noi medesmi
siamo dentro a noi; non meno che gli coltori degli altri mondi non la denno
cercare appresso di noi, l'avendo appresso e dentro di se, atteso che non più
la luna è cielo a noi, che noi alla luna. Cossi si può tirar a certo meglior
proposito quel che disse il Tansillo quasi
per certo gioco: Se non togliete il ben, che ve da presso Come torrete
quel, che ve lontano? Spreggiar il vostro mi par fallo espresso, E bramar quel,
che sta ne l'altrui mano. Voi sete quel,
cK ahandonò se stesso. La sua sembianza desiando in vano: Voi sete il
veltro, che nel rio trabocca. Mentre F ombra desia di quel ch'ha in bocca,
Lasciate l'ombre, ed abbracciate il vero; Non cangiate il presente col futuro. Io d'aver di meglior già
non dispero; Ma, per viver piii lieto e più sicuro. Godo il presente e del
futuro spero: Cossi doppia dolcezza mi procuro. Con ciò un solo, benché solo,
può e potrà vincere, ed al fine ara vinto e trionfa centra l'ignoranza
generale; e non è dubio, se la cosa de'determinarsi non colla moltitudine di
ciechi e sordi testimoni, di convizu e di parole vane, ma colla forza di regolato sentimento,
il qual bisogna che conchiuda al fine; perchè, in fatto, tutti gli orbi non
vagliono per uno che vede, e tutti i stolti non possono servire per un savio.
Presentazione e soggetto del Candelaio A
gli abbeverati nel fonte Caballino Alla signora Morgana Argumento ed ordine
della Comedia Antiprologo Proprologo Bidello L'innamorato e le arti magiche d'amore Arti e debolezze di donne In
taverna Castigo e beffe Plaudite
Avventure londinesi Vili. Bottegari,
Servi, Furfanti Preludii alla Cena
delle Ceneri Cerimonie di
tavola Delle donne Pedanti Dottori
ed Archididascali La vecchiezza
di Giove Gli Dei a consiglio Orazione di Giove La provvidenza di Giove
Uomini e bestie V. Momo e Marte
Ricchezza e Povertà La biblioteca degli Dei La Fortuna Sonno ed Ozio La
Vergine La Bilancia Orione La Tazza Il
Centauro 1l Pesce Epistola
dedicatoria a don Sapatino In lode dell'asino A l'asino cillenico
Dissertazioni sopra l'asinità Metamfisicosi Aristotele Asino e i suoi seguaci L'asino accademico Dalle tenebre
alla luce Vili. La cena
filosofica Lode del Nolano PROFILI Serie
Supino Botticelli Alberti Darwin
Giusto Gaspara Stampa Setti Esiodo ArcaRI
Amiel Loria Malthus Angeli Verdi Labanca
Gesìi Momigliano Porta FavaRO
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Pizzi Firdusi Spaventa Dickens Barbagallo Giuliano (VEDASI) l'Apostata Barbiera Fratelli
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Lavoisier Loria Marx BuoNAiUTi Agostino
LoSINI Turghienief. Almagià Colombo T.
Bruno Orsi Bismark E.BuONAIUTi Girolamo Costa Diocleziano. Belloni Filippi
Tagore.Loria Newton MUONI Flaubert
Marchesi Petronio. Barbagallo
Tiberio. Leggere nei Profili: BRUNO. T. FONDAZIONE
LEONARDO PELLA CULTURA ITALIANA Palazzo Doria ROMA Vicolo Doria. CONSIGLIO DIRETTIVO.
Consiglieri eletti dall'Assemblea dei
Soci: FERDINANDO Martini,
Presid.,- Orso Mario
cordino, V. Pres.;
almagìV e Chic
venda. Consiglieri di
dirillo: // Ministro
degli Esteri Giannini, Delegato);
Il Ministro della
P. I. (Gentile,
Delegato) ; Il Ministro delle
Colonie (Nobili Masìuero, Delegato);
Il Ministro dell'Industria ARNALDI,
Delegato); Il R. Commissario
dell' Emigrazione PERASSI, Delegato;
La Società della
Messaggerie Italiane Calabi,
Delegato); FormigGINI {Socio
fondatore). La fondazione, eretta
in ente morale, mira ad intensificare in Italia e a far nota all'estero la vita
intellettuale italiana valendosi di mezzi
pratici ed efficaci finora
intentati. Soci promotori. Quota libera
non inferiore a L.
1000 Soci perpetui, 250 Soci ANNUALI,
con V Italia che
Scrive Estero Con diritto anche a
3 Guide Estero nomi dei Promotori
e dei Soci perpetui sono costantemìnte ripetuti nelle pubblicazioni della
Leonardo. Le loro quote ne costituiscono il patrimonio intangibile. PQ Bruno In trisbitia hilaris Refs.: Luigi Speranza, Bruniana. Filippo
Bruno. Giordano Bruno. Keywords: paganesimo ario, anti-catolecismo,
anti-papismo, filosofia come anti-religione, ragione, non fede, contra la fede,
fede irrazionale – irrazionalismo della religione, irrazionalismo, ario,
ariano, tradizione aria, religione pagana, filosofia e religione nella Roma
antica – irrazionalismo della religione antica romana – carattere metaforico
della religione pagana della Roma antica, ermetismo, composizione dei signi, de
signorum compositione, compositio signorum, asino,asinita, Spaventa, Giudice,
Cacciatore, Gentile, implicatura e ligatura, relativita, infigurabile,
indeterminabile, Grice, indeterminacy, open, implicature, il Bruno di Marlowe;
il Bruni di Shakespeare (Pene d’amore perdute), Grice e Bruno a Oxford. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Bruno” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Bruzi: la ragione
conversazionale el’implicatura conversazionale dei goti -- scuola di Squillace – filosofia calabrese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Squillace). Filosofo italiano. Squillace,
Catanzaro, Calabria. Grice: “Cassiodoro was possibly a genius; I mean, I wrote
a logic, and so did he – but he was ‘consul’ on top! My favourite – and indeed,
the ONLY tract by him I recommend my tutees is his “Dialettica” – Strawson
prefers his “De anima,” but ‘anima’ is a confused notion, for Wittgenstein
and neo-Wittgensteinians alike – no souly ascription without behaviour that
manifests it! – whereas with ‘dialettica’ you are safe enough!” –Grice: “I
should be pointed out that of the three of the trivial arts – ‘dialettica’ is
the only one that deals with my topic, conversation or dia-logue – grammatical
is almost autistic, and rhetoric is for lawyers, i. e. sharks! Only
‘dialettica’ represents why those in the Lit. Hum. programme chose
‘philosophy’!” Grice: “Dialettica INCORPORATES all that grammatical and
rettorica can teach!”. Cassiodoro Flavio
Cassiodoro Gesta Theodorici Flavius Magnus Aurelius Cassiodorus. Cassiodoro, da
un manoscritto su vellum del XII secolo. Magister officiorum del Regno
Ostrogoto MonarcaTeodorico il Grande Atalarico PredecessoreSeverino Boezio
Prefetto del pretorio d'Italia MonarcaAtalarico SuccessoreVenanzio Opilione
Monarca Teodato Vitige PredecessoreVenanzio Opilione Successore Fidelio Dati
generali Professione filosofo Flavio Magno Aurelio Cassiodoro Senatore (latino:
Flavius Magnus Aurelius Cassiodorus Senator. Vive sotto il regno degli
ostrogoti. Percorse un'importante carriera politica sotto il governo di
Teodorico ricoprendo ruoli tanto vicini al sovrano, da far pensare in passato
ad un effettivo contributo diretto al progetto del re ostrogoto. Successore di
Boezio, oltre che consigliere, fu cancelliere de Teodorico e il compilatore
delle sue lettere ufficiali e dei provvedimenti di legge. Collabora anche con i
successori di Teodorico. Al termine della guerra si stabilì in via
definitiva presso Squillace, dove fondò la biblioteca di Vivario. La fonte principale
che ci permette di conoscere la famiglia di Cassiodoro è data dalla sua più
vasta e importante opera, le “Variae”. Nasce in una delle più stimate famiglie
dei B., facente parte del patriziato. L'origine del nome è da ricercarsi in un
luogo di culto dedicato a Giove. Da una lettera scritta da B. per Teodorico
abbiamo notizie sui suoi genitori, così come su un parente di nome Eliodoro.
Dall'antica origine della famiglia si può comprendere la scelta dei B. come
nuova patria, essendo questa una zona della Magna Grecia. Si hanno notizie
inoltre del suo bonno, definito “vir illustris” e del nonno Senatore.
Quest'ultimo fu tribuno sotto Valentiniano III, e in qualità di ambasciatore
conobbe il re degli Unni Attila. Odoacre e Teodorico ritratti nelle Cronache
di Norimberga. Al padre furono indirizzate alcune lettere delle “Variae”, il
che ci offre più dati su di lui. Ricoprì il ruolo di comes rerum privatarum e
successivamente di comes sacrarum largitionum nel governo di Odoacre. Mantenne
la propria posizione di funzionario d'amministrazione anche sotto Teodorico,
tanto da diventare governatore provinciale. Lo si ritrova governatore della
Sicilia, e dopo essere entrato nelle grazie di Teodorico, governatore della
Calabria, quando si ritirerà alla sua villa. Così come per i suoi
familiari, ricaviamo notizie sulla vita di B. solo dalle sue opere. La nascita
e quella indicata dal Tritemio nel suo “De scriptoribus” (Basilea). Il
menologio lo ricorda. Per quelli che, come Theodor Mommsen, non ritengono
attendibili i dati del Tritemio, le date di nascita e morte di B. rimangono
ipotizzate, principalmente grazie a quelle note dei suoi incarichi
amministrativi; nonostante ciò molte cronache tendono a confondere alcuni dati
della vita di Cassiodoro con eventi vissuti dal padre, attribuendo una grande
longevità al letterato di Squillace. Proprio per quanto riguarda Squillace, non
è certo che vi nacque. Molto più probabilmente vi passò l'infanzia, ricevendo
dalla propria famiglia una prima educazione e seguendo degli studi. Ancora
giovane fu avviato dal padre alla carriera pubblica, per la quale ricopre
anzitutto il ruolo di “consiliarius”, per poi diventare quaestor sacri palatii,
forse perché Teodorico apprezza particolarmente un panegirico che egli aveva
composto. Poco tempo dopo ricevet il governatorato di Lucania e Bruttii,
notizia che si può apprendere da una lettera inviata al cancellarius Vitaliano.
Seguendo differenti interpretazioni storiche, questa congettura è stata però di
recente messa in dubbio. Risale la designazione a console. Nonostante si
trattasse ormai di una carica onorifica manteneva una certa importanza,
permettendolo di ricoprire il ruolo di eponimo. Dei anni successivi non si
conosce salvo la pubblicazione della Chronica. Successivamente, fu nominato magister
officiorum del re, succedendo nella carica a BOEZIO (si veda). Il ruolo e di
grande prestigio, e rappresenta con esso il capo dell'amministrazione pubblica,
degli official e delle scholae
palatinae. Alla morte di Teodorico, si
apre una complessa fase di successione. Divenne ministro della la figlia di
Teodorico, succedutagli sul trono come reggente per il figlio Atalarico.
Presumibilmente perdette parte della sua influenza nei primi anni di tali
mutamenti politici, ma seppe poi riproporsi e, con un lettera di Atalarico,
guadagna il titolo di Prefetto del pretorio per l'Italia. Non ricopre questo
ruolo politico per molto tempo. Atalarico morì e ai consueti problemi di
successione si aggiunse la malvolenza di Giustiniano verso gli ostrogoti,
insofferenza che culminò poi con la guerra gotica. Resse nuovamente la
prefettura, sotto i re Teodato e Vitige, per poi abbandonare definitivamente la
carriera pubblica. Nelle Variae si possono trovare le ultime lettere scritte
per conto di Vitige, anche se non viene detto nulla sul concludersi della sua
funzione politica né si sa alcunché dei suoi successori. Di fronte all'avanzata
bizantina rimase dapprima in ritiro a Ravenna, luogo che offriva ancora una
certa sicurezza. Ravenna e conquistata dalle truppe imperiali, e da quel
momento si perdono le sue tracce. Le alternative vagliate sono una permanenza a
Squillace, dove però avrebbe avuto scarse possibilità di movimento, o una
permanenza più lunga a Ravenna. Lo si ritrova nel seguito di papa VIRGILIO a
Costantinopoli, città nella quale potrebbe anche aver soggiornato, secondo una
terza ipotesi, in un periodo precedente alla data conosciuta. Rientrò nei
Bruttii solo dopo la fine della guerra, ritiratosi definitivamente dalla scena
politica, fondò il monastero di Vivario presso Squillace. Si hanno anche per
questa parte della sua vita pochissime informazioni, non si conoscono quindi le
motivazioni che lo portarono alla creazione di questa comunità monastica né
particolari sulla contemporanea situazione politica della penisola italica; per
quanto riguarda la sua situazione personale, si può ipotizzare che non ebbe
eredi diretti. Al Vivarium trascorse il resto dei suoi anni, dedicandosi allo
studio e alla scrittura di opere filosofiche. Qui istituì uno scriptorium per
la raccolta e la copiatura di manoscritti, che fu il modello a cui
successivamente si ispirarono i studii. Opera, il De ortographia. IL'obiettivo
principale del progetto politico-culturale di B. fu quello di accreditare il
regno teodericiano come una restaurazione del Principato, ossia quella forma di
governo che aveva garantito la collaborazione, formalmente quasi paritaria, tra
l'imperatore e la classe senatoria. Questa autorappresentazione del governo
goto serviva in primo luogo come legittimazione del regno nei confronti
dell'Impero costantinopolitano. Sostanzialmente, essendosi conformato il regime
ostrogoto al modello imperiale, il primato dell'imperatore e fondato
esclusivamente su un piano carismatico (pulcherrimum decus). Al tempo stesso,
tale imitazione da parte di Teoderico poneva l'Amalo in una posizione di
superiorità nei confronti degli altri regni barbarici attraverso un principio
politico-carismatico, basato su una gerarchia di due livelli (l'impero e il
regno di Teoderico, gli altri regni), con un vertice binario e leggermente
asimmetrico. Tra tutti gli altri dominantes, Teoderico era il solo che, per
volontà divina, aveva saputo dare al suo regno gli stessi fondamenti etici e
legali dell’imperium: il suo regno era una replica perfetta del modello imitato
e a sua volta un modello. Giardina. La prospettiva di B., infatti, non è più
l'impero universale, bensì quella nazionale dell'Italia romano-ostrogota,
autonoma ed egemone rispetto agli altri regni occidentali, sebbene siano state
avanzate riserve circa la reale ambizione di Teoderico di assumere l'eredità
del decaduto Impero romano d'Occidente. In particolare, il fondamento
dell'ideologia cassiodoriana ruota intorno al concetto di “civilitas”, che
indica tanto il rispetto delle leggi e dei princìpi della romanità, quanto la
convivenza sociale, giuridica ed economica di romani e stranieri fondata sulle
leggi. Secondo B., il regno goto si sarebbe fatto custode della civilitas,
garantendo così la giustizia e la pace sociale (l’otiosa tranquillitas, cioè
l'obiettivo di ogni buon governo), in accordo con la legge divina e la migliore
tradizione imperiale romana. Il richiamo all'ideologia del Principato da parte
di Teoderico e Atalarico si basa, nella fattispecie, sull'emulazione della
figura di Traiano, così come tratteggiata nel Panegirico di PLINIO (si veda) il
Giovane. Con il regno di Teodato, invece, il principale modello di riferimento
fu quello dell'”imperatore-filosofo” -- un ideale etico-politico ampiamente
imbevuto di caratteri neoplatonici. In seguito, nell'impellenza della guerra
greco-gotica, Vitige si distinse per il recupero di un'ideologia più
specificamente germanica, in cui e messi in risalto le virtù bellica e l'ardore
guerriero. San Benedetto da Norcia.
Inoltre esiste la possibilità che un primo abbozzo di ciò che sarebbe
diventato il monastero esistesse già da tempo, presente nei territori di
Squillace da una data sconosciuta e utilizzato come residenza da C. solo al
ritorno in patria dopo la guerra gotica. Ad ogni modo non aiuta nelle varie
ipotesi il silenzio delle fonti, poiché le Variae erano state già pubblicate e
nessuna delle opere dell'ormai ex politico trattò di questa fondazione; nulla
si conosce sul parto di questo progetto, né quando quest'idea fosse stata
concepita. Nonostante si intuisca dalle ultime opere di B. un avvicinamento
potente alla fede cristiana (si pensi al De anima e all'Expositio Psalmorum, il
monastero di Vivario nacque con uno scopo differente dal celebre Ora et labora:
l'obiettivo principale del nucleo monastico fu infatti la copiatura, la
conservazione, scrittura e studio dei volumi contenenti testi dei classici e
della patristica occidentale. La caratteristica di Vivarium era quindi la sua
forma di scriptorium, con le annesse problematiche di rifornimento materiali,
studio delle tecniche di scrittura e fatiche economiche. I codici e manoscritti
prodotti nel monastero raggiunsero una certa popolarità e furono molto
richiesti. Le forme entro cui si espresse invece l'organizzazione monastica dal
punto di vista religioso sono ben poco chiare, né aiuta l'assenza di
riferimenti alla vicina esperienza di Benedetto da Norcia; forse C. non ne
conobbe neppure l'esistenza, o potrebbe averne parlato in opere non giunteci.
Alcuni storici avanzano l'ipotesi che la Regula magistri, su cui si basa la
Regola benedettina, sia addirittura opera dello stesso B. Questo presunto
rapporto tra i due è però generalmente rigettato dagli studiosi, anche alla
luce di alcune citazioni provenienti dalle Institutiones che chiariscono le
norme monastiche adottate da Vivarium. Voi tutti che vivete rinchiusi entro le
mura del monastero osservate, pertanto, sia le regole dei Padri sia gli ordini
del vostro superiore e portate a compimento volentieri i comandi che vi vengono
dati per la vostra salvezza... Prima di tutto accogliete i pellegrini, fate
l'elemosina, vestite gli ignudi, spezzate il pane agli affamati, poiché si può
dire veramente consolato colui che consola i miseri. B., Institutiones. Ritratto
del profeta Esdra nel quale per molto tempo si riconobbe la figura di C.,
contenuto nel Codex Amiatinus. Questa citazione mostra come Vivarium seguisse
quindi le più comuni regole monastiche contemporanee, mentre altri passaggi
delle Institutiones ci suggeriscono un ruolo laico per C., forse esterno alla
vita monastica e puramente patronale Il vero centro vitale di Vivarium
era, particolare che segna la differenza con ogni altro centro monastico, la
biblioteca. C. distingue inoltre i libri del monastero da quelli personali,
differenza poi scomparsa in un periodo successivo. E la biblioteca, infatti,
come centro di cultura di tutto il monastero, la novità del suo programma, una
biblioteca nata ed accresciuta secondo le intenzioni del fondatore che dei suoi
libri conosceva non solo la sistemazione, perché l'aveva curata personalmente,
ma anche i testi, perché li aveva studiati, annotati, arricchiti di segni
critici, riuniti insieme secondo la materia in essi trattata e persino
abbelliti esteriormente. Il monastero prende nome da una serie di vivai di
pesci fatti preparare dallo stesso B. La loro presenza rappresentava un forte
valore simbolico, legato al concetto di Cristo come Ichthys. Non lontano dal
centro si trovava una zona per anacoreti, riservata a monaci con pregresse
esperienze di vita cenobitica. Vivarium sorgeva, secondo gli studi ad oggi
compiuti, nella contrada San Martino di Copanello, nei pressi del fiume Alessi.
In quella zona fu ritrovato un sarcofago, associato a graffiti devozionali e
subito considerato la sepoltura originale di B.. Per ciò che riguarda la
ripartizione del lavoro, i monaci inadatti a seguire la biblioteca con annessi
oneri intellettuali sono destilla coltivazioni di orti e campi, mentre i
letterati si occupavano dello studio delle sette arti liberali (dialettica,
retorica, grammatica, musica, geometria, aritmetica, astrologia) questi ultimi
erano divisi in notarii, rilegatori e traduttori. Le opere di carità erano
espressamente raccomandate dal fondatore, e legati a queste fiorivano gli studi
di medicina. Cassiodoro fece preparare tre edizioni differenti della Bibbia e
si occupò di copiature e riscritture di molti altri testi della cristianità,
considerando tutto ciò una vera e propria opera di predicazione. Non mancano
però nella biblioteca di Vivarium i testi profani: tra gli altri furono salvati
grazie all'opera di B. le Antiquitates di Giuseppe e l'Historia tripartita. Le
opere di B. del periodo di Teodorico, quelle da noi conosciute, sono tre: le
Laudes, la Chronica e l'Historia Gothorum. Della prima si sono conservati solo
due frammenti, mentre della Gothorum Historia rimane solo un'epitome a opera
dello storico Giordane. La Chronica racconta la saga dei poteri temporali di
tutta la storia, dai sovrani assiri sino ai consoli del tardo Impero, passando
ovviamente per tutta la storia romana. Possediamo un frammento di un'ulteriore
opera, l'Ordo generis Cassiodororum, che ci offre notizie sulla famiglia
dell'autore. Tra la produzione di Cassiodoro occupano un posto speciale le
Variae, raccolta di documenti ufficiali scritti i quali ci offrono quindi
informazioni su differenti periodi della vita dell'autore e sulla storia dei
Goti. A queste si può aggiungere il “De Anima”, opera per la prima volta
lontana da interessi politici e invece basata su temi della filosofia
psicologica. Il terreno religioso è battuto anche dalla successiva Expositio
Psalmorum, commento ai salmi di particolare importanza poiché unico esempio
pervenutoci dal mondo tardo antico. Al periodo di Vivarium appartengono tra le
opere a noi giunte, le Institutiones, le Complexiones in epistolas Beati Pauli
e le Complexiones in epistolas catholicas, le Complexiones actuum apostolorum
et in Apocalypsi e il De ortographia. La prima, senza dubbio l'opera più
importante di B., è datata in un periodo in cui il centro monastico era
sicuramente avviato; rappresenta sostanzialmente una "guida" per gli
studi nel monastero, è ricca di informazioni sulla vita dei monaci e sulle
opere intellettuali da loro compiute. Il De ortographia sarà la sua ultima
opera, scritta attorno ai novant'anni. Uno scritto di chiari intenti
politici è la Chronica, una sorta di storia universale scritta su richiesta per
celebrare il consolato di Eutarico Cillica (diviso con l'Imperatore Giustino),
genero di Teodorico e designato al trono. Il sovrano d'Italia non aveva eredi
maschi mentre Eutarico, sposandone la figlia Amalasunta, era riuscito a
donargli un nipote, Atalarico. Alla luce di questa nuova dinastia, la scelta di
offrire il ruolo di console a Eutarico rappresentava quindi un importante
evento politico: si trattava della celebrata unione tra i romani ed i goti,
progetto che poi fallirà tragicamente. L'opera, che come comprensibile dal
titolo ha chiari fini storici, propone una successione dei grandi poteri
politici succedutisi nella storia, passando da Adamo sino ad approdare con
Eutarico. È basata su numerose fonti che Cassiodoro spesso cita quali Eusebio,
Gerolamo, Livio, Aufidio Basso, Vittorio Aquitano e Prospero d'Aquitania. Per
la trattazione successiva invece l'autore è autonomo. L'elemento dell'opera che
maggiormente colpisce è il suo carattere spiccatamente filo-gotico. B. arriva a
manipolare alcuni eventi storici o a farne addirittura scomparire altri, al
fine di non far apparire i Goti sotto un'oscura luce. Historia Gothorum
Re Davide vincitore in una miniatura dall'Expositio Psalmorum, presente
nell'edizione del B. di Durham. Una delle sue opere più importanti fu il De
origine actibusque Getarum, più noto come Historia Gothorum, nel quale la sua
ideologia filogotica era tracciata e sviluppata in maniera più organica. Si
considera l'opera contemporanea o poco successiva alla Chronica, anche se più studiosi
tendono a ritenerla più recente, forse composta dopo. Certamente la stesura fu
caldeggiata da Teoderico, per essere infine pubblicata sotto Atalarico.
Nonostante ciò essa ci è pervenuta solo nella versione ridotta dello storico
Giordane, i Getica. Prima storia nazionale di un popolo barbarico, la Historia
Gothorum era tesa a glorificare la dinastia degli Amali, la stirpe regnante,
attraverso una ricostruzione della storia dei Goti dalle origini ai tempi
presenti. Il tentativo più ardito dell'opera fucome emerge dal titolo
stessol'identificazione dei Goti con i “geti” -- popolazione già nota a Erodoto
e maggiormente conosciuta dal mondo romano. Il racconto narra eventi storici e
come scopo ha inoltre quello di celebrare l'unione tra goti e romani, qui
comprovata dal matrimonio tra il romano Germano Giustino e l'amala Matasunta.
Il fine ultimo dell'opera lo svelaper bocca di Atalarico Cassiodoro stesso.
Questi B. ha sottratto i re dei Goti al lungo oblio in cui li aveva nascosti
l'antichità. Questi ha ridato agli Amali la gloria della loro stirpe,
dimostrando chiaramente che noi siamo stirpe regale da diciassette generazioni.
L'origine dei goti egli ha reso storia romana, quasi raccogliendo in una corona
fiori prima sparsi qua e là nel campo dei libri. Dell’Ordo generis B. rimane un
solo frammento in più copie. Il l testo, dalla difficile interpretazione,
fu composto negli anni della carriera pubblica di B. ed è dedicato a Rufio
Petronio Nicomaco Cetego. L'opera offre rare notizie sulla famiglia di Cassiodoro,
in particolare sul padre; nelle poche righe centrali vengono nominche BOEZIO e
Simmaco, il che farebbe pensare ad un qualche grado di parentela tra l'autore e
queste due figure, impossibile attualmente da stabilire. La sua attività di
funzionario al servizio del regno goto è testimoniata dalle Variae, una
raccolta di lettere e documenti, redatti in nome dei sovrani o trasmessi a
firma dell'autore stesso in un arco di tempo che va dall’assunzione della
questura al termine della carica di prefetto al pretorio. Il titolo come
l'autore spiega nella prefazione all'opera è dovuto alla “varietà” degli stili
letterari impiegati nei documenti del corpus, il quale divenne successivamente
un riferimento per lo stile cancelleresco e curiale. Espone nella praefatio
dell'opera il fine di questa raccolta di testi, ovvero la necessità di fornire
nozioni utili a chiunque si dovesse in futuro accostare alla carriera pubblica.
Ulteriore obiettivo dichiarato è quello di far conoscere i propri trascorsi
come membro del ceto dirigente.Le Variae sono assai utili per conoscere le
istituzioni, le condizioni politiche, morali e sociali sia dei Goti sia dei
Romani dell'Italia del tempo. Cominciato poco prima della conclusione delle
Variae, il “De anima” è considerato da B. come una sorta di volume per
quest'opera, quasi ne rappresentasse l'appendice. Affronta temi esterni al
mondo della politica, avvicinandosi agli stessi interessi spirituali che poi
toccherà con la Expositio Psalmorum. Il “De anima” si dipana su XII questioni,
tra le quali l'incorporeità e il destino dell'anima, legata alla tradizione di
Tertulliano, Agostino e Claudiano Mamerto. Anche per l’Expositio Psalmorum non
è possibile dare una datazione certa, anche perché la sua composizione sembra
essere stata portata avanti per un periodo abbastanza prolungato. Si tratta di
un commento completo ai salmi, unico esemplare rimastoci da tutta la tarda
antichità. Per mole è certamente l'opera maggiore di Cassiodoro, anche se non
viene considerata la più matura tra le sue produzioni. Una più ampia influenza
nel Medioevo ebbero le sue Istituzioni, “Institutiones divinarum et saecularium
litterarum”, erudita introduzione alle sette arti liberali – dialettica,
retorica, grammatical – musica, geomtrica, aritmetica. Progettata dopo che la
richiesta di Cassiodoro per la fondazione di un'studi ricevette una risposta
negativa da papa Agapito I, l'opera visse un lungo periodo di incubazione:
basti pensare che al suo interno cita il De orthographia, ultima opera
attestata di B.. Il lavoro su questa enciclopedia si suddivide in varie
sezioni: la prima presenta i vari libri della Bibbia, la storia della Chiesa e
degli studi teologici. La II si occupa di quelle arti incluse successivamente
nel trivio e quadrivio, con un occhio rivolto alla cultura pagana e alle norme
atte per trascrivere correttamente gli antichi. Altre opere sono citate
direttamente da B. nel De orthographia. Complexiones in Epistolas et Acta
apostolorum et Apocalypsin; si tratta di un commento ad alcuni passi degli Atti
degli Apostoli e dell'Apocalisse di Giovanni Expositio epistolae ad Romanos
(Commento alla lettera dei Romani). Liber memorialis; breve riassunto del
contenuto della Sacra Scrittura. Historia ecclesiastica tripartita, di cui fu
autore della sola prefazione. De orthographia; trattato destinato a fissare
norme e regole per la trascrizione di scritti antichi e moderni. Senator è
parte integrante del nome e non già designazione della carica pubblica
(Momigliano; Momigliano Le ipotesi che vogliono Cassiodoro organizzatore e
stratega nascosto dietro Teodorico sono ad oggi considerate generalmente
infondate, superate dalla tradizione che vede Cassiodoro estraneo alla politica
del regno; Cardini, Cardini, Abbate, Cardini, Momigliano, In Siria si trovano
attestati i nomi Κασιόδωρος e Κασσιόδωρος. B., Variae. Noto come Mons Cassius, da questo deriva
Kassiodoros, ovvero "Dono del Monte Cassio". Cardini. B.,
Variae, I, 4. B., Variae. Onore guadagnato forse per la difesa della
Calabria dai Vandali di Genserico. Rouche, IV- Il grande scontro, in Attila, I
protagonisti della storia, traduzione di Marianna Matullo, 14, Pioltello (MI), Salerno Editrice, Cardini,
Tuttavia non si conosce né la data in cui ricoprì la carica né il nome della
provincia. Cardini, Il nome stesso di B. viene riportato solo nelle
lettere dei papi Gelasio, Giovanni II e Vigilio. In Cardini, ci si sofferma su dizionari e
prontuari la cui affidabilità è considerata generalmente affidabile; in
particolare si cita l'opera Lessico classico di Federico Lübker. Cardini; scrive ad esempio nel Vivarium un
trattato di ortografia. Franceschini Cardini B., Ordo generis; si tratta di una
carica pubblica con funzioni di consigliere.
Cassiodoro, Variae, B, Variae, Cardini. La congettura si basa su un
passo delle Variae, in cui però B. non afferma esplicitamente di essere stato
governatore dei Bruzi. Questa ipotesi è stata rimessa in discussione da
Giardina e Cardini (Giardina). Cardini, Aveva cioè la possibilità di dare il
proprio nome all'anno, unitamente a quello del collega. Cardini, B.,
Variae, Ghisalberti. Ovvero le segreterie imperiali (officia memoriae,
epistularum, libellorum e admissionum).
Si tratta del corpo militare speciale incaricato di sorvegliare la corte
imperiale. Non si è certi se fosse stato
nominato prefetto del pretorio per la prima o seconda volta. Cardini, B.,
Variae, B., Variae, Momigliano; Cardini. Cardini. Cardini. Cardini. Reydellet,
Giardina. B., Variae, su bsbdmgh.bsb.lrz-muenchen).. Giardina, Teillet, Dietrich Claude, Universale
und partikulare Züge in der Politik Theoderichs, in «Francia», Reydellet,
Wolfram. B., Variae: Gothorum laus est civilitas custodita., su
bsbdmgh.bsb.lrz-muenchen.de B., Variae: regnantis est gloria subiectorum otiosa
tranquillitas., su bsbdmgh.bsb.lrz-muenchen.de). B., Variae, su
bsbdmgh.bsb.lrz-muenchen.de Reydellet, Anonimo Valesiano: a Romanis Traianus
vel Valentinianus, quorum tempora sectatus est, appellaretur. B., Variae. Ecce
Traiani vestri clarum saeculis reparamus exemplum., su bsbdmgh.bsb.lrz-muenchen.de
B., Variae, VIII 13,3-5: Non sunt imparia tempora nostra transactis: habemus
sequaces aemulosque priscorum. Redde nunc Plinium et sume Traianum. Bonus
princeps ille est, cui licet pro iustitia loqui, et contra tyrannicae feritatis
indicium audire nolle constituta veterum sanctionum. Renovamus certe dictum
illud celeberrimum Traiani: sume dictationem, si bonus fuero, pro re publica et
me, si malus, pro re publica in me su bsbdmgh.bsb.lrz-muenchen.de Reydellet, Vitiello,
Reydellet, Vitiello, Cardini, B., Expositio Psalmorum, Cardini, Cardini,
Pellegrini, Cardini, B., Istituzioni, Cardini, B., Istituzioni, Cardini, B.,
Istituzioni, B., Istituzioni, B., Istituzioni, B., Istituzioni. Questo porta gli studiosi a ipotizzare una
maggior partecipazione di B. al progetto.
B., Istituzioni Cardini,Cardini, Cardini, Coloro che preparavano i testi
per la trascrizione. B., Istituzioni, I, B., Istituzioni, Cardini, Cardini,
Cardini, Cardini, Cardini, Cardini, Cardini, Altaner, Ceserani, Cardini,
Cardini. La cronaca è un genere letterario caratterizzato dall'esposizione di
fatti storici in ordine cronologico. Simonetti, Moorhead, B., Variae, De origine actibusque Getarum, in sessanta
capitoli. «La Historia Gothorum occupa
un posto di rilievo nella storia della cultura occidentale perché fu la prima
storia nazionale di un popolo barbarico: in tal senso essa introduce veramente
il medioevo». Simonetti, Simonetti, Germano Giustino faceva parte della Gens
Anicia, mentre Matasunta era nipote di Teodorico. Cardini, originem Gothicam historiam fecit
esse Romanam. B., Variae, Cardini Il frammento è noto anche come Anecdoton
Holderi; edizione critica e traduzione francese in Alain Galonnier,
"Anecdoton Holderi ou Ordo generis Cassiodororum: introduction, édition,
traduction et commentaire", Antiquité tardive, Cardini, B., Variae; B., Variae, XI, 7. Cardini, Momigliano, Istituzioni delle
lettere sacre e profane. Cardini, Cardini, Muse, B., Istituzioni. Opere di B. Expositio Psalmorum, M.A.
Adriaen, Le Cronache, Mirko Rizzotto,
Gerenzano, Runde Taarn, 2007. Le Istituzioni, Antonio Caruso, Roma, Vivere, Le
Istituzioni, Mauro Donnini, Città Nuova, Ordo generis Cassiodororum, Viscido,
M. D'Auria, Variae (traduzione parziale), Lorenzo Viscido, Squillace,
Pellegrini, De Orthographia, Tradizione manoscritta, fortuna, edizione critica
Patrizia Stoppacci, Firenze, Sismel-Edizioni del Galluzzo, (Società per lo studio del Medioevo latino).
Expositio Psalmorum. Volume I, Tradizione manoscritta, fortuna, edizione
critica Patrizia Stoppacci, Firenze, Sismel-Edizioni del Galluzzo, (Società internazionale per lo studio del Medioevo
latino). Roma immaginaria, Danilo Laccetti, Roma, Arbor Sapientiae,. Confido in
te Signore. Commento alle suppliche individuali, Antonio Cantisani, Milano,
Jaca Book,. Autori moderni Samuel J. Barnish, Roman Responses to an Unstable
World: Cassiodorus' Variae in Context, in: Vivarium in Context, Vicenza, Centre
for Medieval Studies Leonard Boyle, Maïeul Cappuyns, Cassiodore, in
Dictionnaire d'histoire et de géographie ecclésiastique, Paris, Cardini, B. il Grande. Roma, i barbari
e il monachesimo, Milano, Jaca, Caruso, B. Nella vertigine dei tempi di ieri e
oggi, Soveria Mannelli, Centonze, Il Lactarius mons e la cura del latte a
Stabiae. Galeno, Simmaco, B., Procopio, Castellammare di Stabia, Bibliotheca
Stabiana, Arne Soby Christinsen, B. Jordanes and the History of the Goths:
Studies in a Migration Myth, Museum Tusculanum, Ruggini, B. and the Practical
Sciences, in: Vivarium in Context, Vicenza, Centre for Medieval Studies Boyle, Galonnier,
Anecdoton Holderi, ou Ordo generis Cassiodorum: éléments pour une étude de
l'authenticité boécienne des Opuscula sacra, Louvain-la-Neuve, Peeters,
Giardina, Cassiodoro politico, Roma, L'Erma di Bretschneider, Momigliano, B.
and Italian Culture of His Time, Oxford, Momigliano, B. in Dizionario
biografico degl’italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana,
Momigliano, B., in Contributo alla storia degli studi classici e del mondo
antico, Roma, Storia e Letteratura, Moorhead,
B. on the Goths in Ostrogothic Italy, in Romano barbarica, O'Donnell, B.,
Berkeley Los Angeles Londra, Alessandro Pergoli Campanelli, Cassiodoro alle
origini dell'idea di restauro, Milano, Jaca, Pergoli Campanelli, Nova
construere, sed amplius vetusta servare: Cassiodoro e la nascita della moderna
idea di restauro, Studi Romani, Ravasi, B. il senatore, Il Sole24 ore, Reydellet, B. et l'idéal du Principat, in Id.,
La royauté dans la littérature latine de Sidoine Apollinaire à Isidore de
Séville (BEFAR), Roma, École française de Rome, Reydellet, Théoderic et la
«civilitas», in Carile, Teoderico e i Goti tra Oriente e Occidente. Congresso, (Ravenna,
Ravenna, Longo, Sirago, I B.. Una famiglia calabrese alla direzione d'Italia,
Soveria Mannelli, Teillet, B. et la formation d'une idéologie romano-gothique,
in Id., Des Goths à la nation gothique. Les origines de l’idée de nation en
Occident du Ve au VIIe siècle, Paris, Les Belles Lettres, Massimiliano
Vitiello, Il principe, il filosofo, il guerriero: lineamenti di pensiero
politico nell'Italia ostrogota, Stuttgart, Steiner, Herwig Wolfram, Die Goten:
Von den Anfängen bis zur Mitte des sechsten Jahrhunderts, München, Beck, Altri
testi Le Muse. Enciclopedia di tutte le
Arti, Novara, Istituto geografico De Agostini. Lezioni di letteratura
calabrese, Pellegrini Editore, Francesco Abbate, Storia dell'arte nell'Italia
meridionale, Donzelli; Berthold Altaner, Patrologia, Marietti; Ceserani e
Federicis, Il materiale e l'immaginario: laboratorio di analisi dei testi e di
lavoro critico, Loescher; Csaki, Contra voluntatem fundatorum: il monasterium
vivariense di B., ACTA Congressus Internationalis Archaeologiae Christianae
(Città del Vaticano-Split) Csaki, Il
monastero vivariense di B.: ricognizione e ricerche, Frühes Christentum
zwischen Rom und Konstantinopel, Akten des Kongresses für Christliche
Archäologie, Wien, hrsg. R. Harreither, Ph. Pergola,Pillinger, A. Pülz (Wien) Franceschini,
Lineamenti di una storia letteraria del Medioevo latino, Milano, I.S.U.
Università Cattolica, Ghisalberti, La filosofia medievale, Firenze, Demetra Giunti,
Ettore Paratore, Storia della Letteratura Latina dell'Età Imperiale, Milano,
BUR); Simonetti, Romani e Barbari. Le lettere latine alle origini dell'Europa,
Roma, Carocci. Opere di B., su digilibLT, Università degli Studi del Piemonte
Orientale Amedeo Avogadro. Opere di B. /
B. (altra versione) / B. (altra versione), su open MLOL, Horizons Unlimited
srl. Opere di B,. Opere di B., su Progetto Gutenberg. B., in Catholic
Encyclopedia, Appleton. Opere di B.
nella Patrologia Latina del Migne Opere di B. nella Bibliotheca Augustana, su
hs-augsburg.de. Monvmenta Germaniae Historica, Societas Aperiendis Fontibvs
Rerum Germanicarvm Medii Aevi, Avctorum Antiqvissorum Tomus XII, Berolini apud
Weidmannos: B. Senatoris Variae, recensvit Mommsen, accedvnt I. Epistvlae
theodericianae variae edidit Mommsen. Acta synhodorvm habitarvm Romae A. edidit Th. Mommsen. III. Cassiodori orationvm
reliqviae edidit Lvd. Travbe. Sito ufficiale del Premio Cassiodoro, su
premiocassiodoro.eu. Aggiornamenti sul sito di Vivarium (fondazioni monastiche
di Cassiodoro), su centreleonardboyle. La fontana di Cassiodoro, su
centreleonardboyle.com). Beatus Cassiodorus e La fama sanctitatis di Cassiodoro
Sulla fama di santità di Cassiodoro nel Medioevo. Vivarium in Context
Archiviato il 4 giugno in.. Scheda libro
con recensioni dei saggi di S.J. Barnish e L. Cracco Ruggini citati nella. Le
dignità de' Consoli e de gl'Imperadori, e i fatti de' Romani, e
dell'accrescimento dell'Imperio, ridotti a compendio da Sesto Ruffo, e
similmente da Cassiodoro, e da M. L. Dolce tradotti et ampliati, appresso
Gabriel Giolito de' Ferrari, Venezia). Storici romani Antica Roma Antica Roma Biografie Biografie Cristianesimo Cristianesimo Letteratura Letteratura Lingua latina Lingua latina Medioevo Medioevo Categorie: Politici romani del VI
secoloLetterati romaniStorici romaniComites rerum privatarumComites sacrarum
largitionumConsoli medievali romaniCorrectores Lucaniae et BruttiorumMagistri
officiorumPrefetti del pretorio d'ItaliaScrittori. Grice: “The English had
taught Italians that it’s not fair to call Cicero an Italian, or Pythagoras,
for that matter, since this all happened before Garibalid! I’m glad the
Italians never learned the lesson!” MAGNI AURELII B. SENATORIS De Artibus ac
Diſciplinis Liberalium Litterarum. vism lectioni 33. titulis Prov. 8.28.
Erionum 7. tartiem titke nec men wa/ > nec 716m2To Liberdivina UPERIOR
liber, Domino præſtan- fuam cubitum unum? Item IſaiasPropheta dicit: 16.40.1:.,
S | licet divinarum continet lectionum manu. Rurſus creatura Dei probatur facta
ſub comprebējus. hic triginta tribu's titulis noſcitur pondere;ſicut ait in
Proverbiis Salomon: Ei li. coinprehenſus. Qui numerus ætati Dominice brabat
fontesaquarum; et paulo poft: Quando probatur accommodus, quando mundo peccatis
appendebar fundamenta terra, cum eo eram. mortuo æternam vitam præſtitit, et præmia
cre- Quapropter opere Dei fingularizato, magnifi Hic liber ſce- dentibus ſine
fine concellit. Nunctempus eſt, cæ res neceſſariâ definitione concluſæ ſuntut;
fi cularium le- ut aliis ſeptein titulis ſæcularium lectionum præcut eum omnia
condidiffe credimus: ita et quem ſentis libritextuin percurrere debeamus; qui
ta- admodun facta ſunt, aliquatenusdiſcerenus. lis abfolue men calculus per
ſeptiinanas fibimet ſuccedentes Unde datur intelligi mala opera diaboli nec
Opera diabolt tur, et cur in ſe continue revolutus, uſque ad totius orbis
pondere, nec menfura, nec numero cortineri: nec pondere, finem ſemper
extenditur. quoniam quicquid agit iniquitas, juſtitie ſein Defeptenario
Sciendum eft plane, quoniam frequenter quic- per adverſum eſt; ſicut et tertius
deciinus Pſalmus continentur. numero, quid continuam atqueperpetuum Scriptura
fan- meminit, dicens: Contritio, ú infelicitas in viis Pfal. quid feript.o. ita
vultintelligi, fub iſto numero comprehendit; corum, á viam pacis non
cognoverunt: non eſt ia Super cum ficut dicit David: Septies in dielaudem
dixitibi; timor Dei anteoculos eorum. Ifaias quoque dicit: intel'iyat. Plal.
118. cùm tamen alibi profiteatur: Benedicam Domi- Dereliquerunt Deuin Sabaoth,
et ambulaverunt 164. numin omni tempore: femper lausejus in ore meo. per vias
diſtortas. Revera mirabilis, et fummè Et Salomon: Sapientia edificavit fibi
domum, ſapiens Deus, qui omnes creaturas ſuas ſingulari excidit columnas feptem.
In Exodo quoque dixit moderatione diſtinxit: ne aliquid eorumfæda fingulari
Doininus ad Moyſen: Facies lucernas ſeptem, et confuſio pollideret. Unde Pater
Auguſtinus in deratione dio Exod. pones easſuper candelabrum, ut luceant ex
adver- libro 4. de Geneli ad litterain minatifinè difpu- ftinxerit? Apocal. 1.4.
fo. Quem numerum Apocalypfis in diverfis re tavit. bus omnino commeinorat; qui
tamen calculus Modd jamſecundi voluminis intremus initia, adillud nos æternum
tempus trahit,quod non po- quæ paulò diligentiùs audiamus; Intentus no- *Hicincipiño teſt habere
defectú. Meritò ergo ibi femper com- bis elt de arte Grammatica, tive Rhetorica,
vel MSS. codd. memoratur, ubi perpetuum tempus oftenditur. de diſciplinis
aliqua breviter velle confcribere; Arithmetita Sic Arithmetica diſciplina
dotata eſt, quando quarum rerum principia neceffe eft nos inchoa dotata,quan
rerum Opifex Deus diſpoſitiones ſuas ſub nume- re; dicenduinque prius eft de
arte Grammatica; Dei ſub nu xi, ponderis, et menfuræ quantitate conſtituits quæ
eft videlicet origo et fundamentuin Libera mern, ponle- ſicut ait Salomon;
Omnia in numero, menfura, lium litterarum. re our menu- c pondere feciſti.
Creatura ſiquidem Dei ſic nu Liber autein dictus eſt à libro, id eſt, arboris
Liber unde ra ft24. micro facta cognoſcitur, quando ipfe in Evange- cortice
dempto atque liberato, ubi ante copiam dictus. Sap. lio ait:Veftri autem et cepilli
capitis omnes nume- chartarum Antiqui carmina deſcribebant. Scire Matth.10 jo
ratifunt. Sic creatura Dei conſtituta eſt in men- autem debemus, ſicut Varro
dicit, utilitatis ali ſura; ficut ipfe in Evangelio teſtatur: Quis an- cujus
caufà omnium artium extitiſie principia. Matth. tem veftrum cogitans poteft
adjicere ad ftaturam Ars verò dicta eft, quòd nos fuis regulisarctet Unie ars
Plal. Prov. Ca Deus on - nes creats n. do creat1471 dieta. Liberalium Litterarum.
559 rints compoſuit. malis voce. our atque conſtringat. Alii dicunt à Græcis
hoc trà- Finis verò elimatæ locutionis vel ſcripturæ, in ctum eſſe vocabuluin,
amo tús agerős, id eſt, à culpabili placere peritia. virtute doctrinæ, quam
diferti yiri uniuſcujul Sed quamvis Auctores ſuperioruin temporum QuideGram que
bonæ rei ſcienriam vocant. de arte Grammatica ordine diverſo tractaverint,
matica orne tiùs ſcriple Secundò de arte Rhetorica, quæ propter nito- fuiſque
ſæculis honoris decushabuerint,ut Palæ rem ac copiain eloquentiæ ſuæ, maxiniè
in civi- mon, Phocas, Probus; et Cenſorinus: nobis ta Libus quæſtionibus,
neceſſaria niinis, et hono- men placet in medium Donatum deducere, qui rabilis
æſtiinatur. et pueris ſpecialiter aprus, et tironibus probatur Tertiò de
Logica, quæ Dialectica nuncupa- accomınodus, Cujus gemina coinmenta reliqui--
Gemina com tur. Hæc, quantùm Magiſtri ſæ. ulares dicunt, mus, ut ſupra quòd
ipfe * planus eſt, fiat clarior menta in ar diſputatdivina UPERIOR liber,
Domino præſtan- fuam cubitum unum? Item IſaiasPropheta dicit: 16.40.1:., S |
licet divinarum continet lectionum manu. Rurſus creatura Dei probatur facta ſub
comprebējus. hic triginta tribu's titulis noſcitur pondere;ſicut ait in
Proverbiis Salomon: Ei li. coinprehenſus. Qui numerus ætati Dominice brabat
fontesaquarum; et paulo poft: Quando probatur accommodus, quando mundo peccatis
appendebar fundamenta terra, cum eo eram. mortuo æternam vitam præſtitit, et præmia
cre- Quapropter opere Dei fingularizato, magnifi Hic liber ſce- dentibus ſine
fine concellit. Nunctempus eſt, cæ res neceſſariâ definitioneconcluſæ ſuntut;
fi cularium le- ut aliis ſeptein titulis ſæcularium lectionum præ- cut eum
omnia condidiffe credimus: ita et quem ſentis libritextuin percurrere debeamus;
qui ta- admodun facta ſunt, aliquatenusdiſcerenus. lis abfolue men calculus per
ſeptiinanas fibimet ſuccedentes Unde datur intelligi mala opera diaboli nec
Opera diabolt tur, et cur in ſe continue revolutus, uſque ad totius orbis
pondere, nec menfura, nec numero cortineri: nec pondere, finem ſemper
extenditur. quoniam quicquid agit iniquitas, juſtitie ſein Defeptenario
Sciendum eft plane, quoniam frequenter quic- per adverſum eſt; ſicut et tertius
deciinus Pſalmus continentur. numero, quid continuam atqueperpetuum Scriptura
fan- meminit, dicens: Contritio, ú infelicitas in viis Pfal. quid feript.o. ita vultintelligi, fub iſto
numero comprehendit; corum, á viam pacis non cognoverunt: non eſt ia Super cum
ficut dicit David: Septies in dielaudem dixitibi; timor Dei anteoculos eorum.
Ifaias quoque dicit: intel'iyat. Plal. cùm tamen alibi profiteatur: Benedicam
Domi- Dereliquerunt Deuin Sabaoth, et ambulaverunt numin omni tempore: femper
lausejus in ore meo. per vias diſtortas. Revera mirabilis, et fummè Et Salomon:
Sapientia edificavit fibi domum, ſapiens Deus, qui omnes creaturas ſuas
ſingulari excidit columnas feptem. In Exodo quoque dixit moderatione diſtinxit:
ne aliquid eorumfæda fingulari Doininus ad Moyſen: Facies lucernas ſeptem, et confuſio
pollideret. Unde Pater Auguſtinus in deratione dio Exod.pones easſuper
candelabrum, ut luceant ex adver- libro 4. de Geneli ad litterain minatifinè
difpu- ftinxerit? Apocal. fo. Quem
numerum Apocalypfis in diverfis re tavit. bus omnino commeinorat; qui tamen
calculus Modd jamſecundi voluminis intremus initia, adillud nos æternum tempus
trahit,quod non po- quæ paulò diligentiùs audiamus; * Intentus no- *Hicincipiño
teſt habere defectú. Meritò ergo ibi femper com- bis elt de arte Grammatica,
tive Rhetorica, vel MSS. codd. memoratur, ubi perpetuum tempus oftenditur. de
diſciplinis aliqua breviter velle confcribere; Arithmetita Sic Arithmetica
diſciplina dotata eſt, quando quarum rerum principia neceffe eft nos inchoa
dotata,quan rerum Opifex Deus diſpoſitiones ſuas ſub nume- re; dicenduinque
prius eft de arte Grammatica; Dei ſub nu xi, ponderis, et menfuræ quantitate
conſtituits quæ eft videlicet origo et fundamentuin Libera mern, ponle- ſicut
ait Salomon; Omnia in numero, menfura, lium litterarum. re our menu- c pondere
feciſti. Creatura ſiquidem Dei ſic nu Liber autein dictus eſt à libro, id eſt,
arboris Liber unde ra ft24. micro facta cognoſcitur, quando ipfe in Evange-
cortice dempto atque liberato, ubi ante copiam dictus. Sap. 11. 21. lio ait:Veftri
autem et cepilli capitis omnes nume- chartarum Antiqui carmina deſcribebant.
Scire Matth.10 jo ratifunt. Sic creatura Dei conſtituta eſt in men- autem
debemus, ſicut Varro dicit, utilitatis ali ſura; ficut ipfe in Evangelio
teſtatur: Quis an- cujus caufà omnium artium extitiſie principia. Matth.tem
veftrum cogitans poteft adjicere ad ftaturam Ars verò dicta eft, quòd nos fuis
regulisarctet Unie ars Plal. Prov. Ca Deus on - nes creatsT45 11. 12. n. do
creat1471 dieta. Liberalium Litterarum.rints compoſuit. malis voce. our atque
conſtringat. Alii dicunt à Græcis hoc trà- Finis verò elimatæ locutionis vel scripturæ,
in ctum esse vocabuluin, amo tús agerős, id est, à culpabili placere peritia.
virtute doctrinæ, quam diferti yiri uniuſcujul Sed quamvis auctores superioruin
temporum QuideGram que bonæ rei scienriam vocant. de arte Grammatica [FILOSOFICA]
ordine diverso tractaverint, matica orne tiùs scriple Secundò DE ARTE RHETORICA,
quæ propter nito- fuisque sæculis honoris decus habuerint, ut Palæ rem ac
copiain ELOQUENTIAE suæ, maxiniè in civi- mon, Phocas, PROBO; et CENSORINOs:
nobis ta Libus quæstionibus, necessaria niinis, et hono- men placet in medium DONATO
deducere, qui rabilis æſtiinatur. et pueris specialiter aprus, et tironibus
probatur Tertiò de Logica, quæ DIALECTICA nuncupa- accomınodus, cuius gemina
coinmenta reliqui-- Gemina com tur. Hæc, quantùm Magistri sæ. ulares dicunt,
mus, u t supra quòd ipfe * planus eſt, fiat clarior menta in ar disputationibus
subtilissimis ac brevibus vera se- dupliciter explanatus. Sed et sanctum
Augufti- tes DONATO queſtrat à fallis. num propter fimplicitatem fratrum
breviter in- B. Quarto de Mathematica, quæ quatuor comstruendain, aliqua de
codem titulo scripsisse re- *MS.Sanger. plectitur diſciplinas, id eſt,
Arithmeticam,Geo- perimus, qux vobis le titanda reliquimus: ne Lasinus.
metricam, Musica in, et Astronomnicain. Qua in quid rudibus deeſſe videatur,
qui ad tantæ ſcien Che Mathe. Mathematicam LATINO ferinone doctrinalem diæ
culmina præparantur. maticado tri possumus appellare; quo nomine licet omnia
doctrinalia dicere valeamus, quæcumque docent: DONATO igitur in secundit purte
ita disceptat. hæc libi tamen commune vocabulum propter suam excellentiam
propriè vindicavit; ut Poeta De Voce Articulata. dictus, intclligitur VIRGILIO:
Orator enuntia De Littera. tus, advertitur CICERONE; quamvis multi et Poëtæ, De
Syllaba. &Oratores IN LINGUA LATINA esse doceantur; quod De Pedibus. etiam
de Homero, atque Demosthene Græcia fa De Accentibus. cunda concelebratı Dc
Pofituris, ſeu Distinctionibus. Quid fit Ma Mathematica verò est scientia, quæ
abſtra Et iterum DE PARTIBVS ORATIONIS P octo thematica? ctam conſiderat
quantitatem. Abstracta eniin De Schematibus. quantitas dicitur, quam intellectu
â materia fe De ETYMOLOGIAE parantes, vel ab aliis accidentibus, solâ ratio De
Orthographia. cinatione tractamus. Sic totius voluminis ordo Ed. ado. quasi
quodam vade promiffus est. VOX ARTICVLATA est aër percuſſus, sensibilis au-
Quid sit VOX Nunc quemadmodum pollicitafunt, per dividitu, quantum in ipso est.
ARTICVLATI. Duplex dif- fiones definitioneſque ſuas, Domino juvante, LITTERA est
pars ininima VOCIS ARTIVCLATAE. Quid Littera. cendi genius. reddamus: quia
duplex quodammodo diſcendi SYLLABA est comprehensio litterarum vel unius Qwid
Syd genus eſt quando et lincalis deſcriptio imbuit vocalis enuntiatio, temporum
capax. Ed. pol. diligenter aſpectum, et per aurium præparatum Pes; eſt syllabarum
et temporum certa dinu- Quid pes. intrat auditum. Nec illud quoque tacebimus,
meratio. quibus auctoribus tain LATINIS, Accentus, est vicio carens vocis
artificiosa pro- Quid Accen quæ dicimus, exposita claruerunt ut; qui studio-
nuntiatio. MSS.Reg. le legere voluerit, quibuſdam compendiis in POSITVRA, ſive
distinctio, est moderatæ pronun- Quid positu Sang. competentiis. tiationis apta
repausatio. troductus, lacidiùs Majorum di& ta percipiat, PARTES autem
ORATIONIS SUNT VIII. I Nomen II Pronomen III Verbuin IV Adverbium V Participium,
tionis funs VI Conjunctio VII Præpofitio VIII Interjectio. Nomen est pars
orationis cum casu, corpus Quid fis non aut rem propriècommuniterve fignificans;
pro- men. Caput. I. De Grammatica: priè, ut Roma, Tiberis: cominuniter, ut
urbs, 2. De Rhetorica. Huvius, 3. De Dialectica; PRONOMEN eſt pars orationis,
quæ pro nomi- Quid Pronta 4. De Arithmetica: ne pofita, tantuindem pene
ſignificat, perſo S. De Muſica, namque interdum recipit. 6. De Geometria.
Verbum, eſt pars orationis cum tempore et Quid verbi. 7. De Aſtronomia: perſona
fine caſu. ADVERBVIVM eft pars orationis, quæ adjecta Quid Adverbo, SIGNIFICATIONEM
EIVS explanat atque iin- bium. pler; ut, jam faciam, vel non fáciam. INSTITUTIO
DE ARTE GRAMMATICA PARTICIPIVM est pars orationis, dicta qudd par- Quid Parti
tem capiat nominis, partemque verbi; recipit cipium. Unde Grama maticanomen
GKRammatica à litteris nomen accepit, ficuè enim ànomine genera et cafus, à
verbo tempo vocabuli ipfius derivatus sonus ostendit; ra et SIGNIFICATIONES, ab
utroque numeros et fi acceperit? quas primus omnium Cadınus ſexdecim tantum
guras. legitur inveniſſe, eaſque Græcis ſtudioſiſſimis CONJUNCTIO est pars orationis
annectens, ordi. Qyid com tradens, reliquas ipsi VIVICITATE ANIMI suppleve-
nanfque sententiam. junctio. De quarum formulis atque virtutibus, PRAEPOSITIO est
pars orationis, quæ præpofira Quid Præpo Helenus, atque Priſcianus ſubtiliter
Attico ſer- aliis partibus orationis, SIGNIFICATIONEM EARUM Juio. Quidfit Gra
mone locuti ſunt. Grammatica verò, est peritia aut inutat, aut complet,
autminuit. * MSS. Au- pulchrè loquendi ex Poëtis illuſtribus, * Orato INTERJECTIO
EST PARS ORATIONIS SIGNIFICANS MENTIS Quid inter Etoribus, ribuſque collecta.
Officium eius est fine vitio affectuin voce incondità. ječtio. dictionem
proſalem metricamque componere: Schemata, sunt transformationes fermonum Quid
Sche ba. ra. Partes ora octo. 5 $ 1 men. runt. marica? mata. B. de Inſtitutione
Quid Ortha les, vel fententiaruin, ornatus causâ policæ; quæ à dis:interdami,
ut folers,iners. quodam Arti grapho nomine Sacerdote collecta, In plurali
quoque, excepto genitivo e accusa fiunt numero nonaginta VIII: ita tamen, ut
qux rivo, omnibuscalibus similiter declinantur.Nam à DONATO inter vitia polita
ſunt, in ipso numero quædam in uin genitivo, accuſativo in es exeunt, collecta
claudantur. Quod et mihi quoque du- ut Mars, ars: quædam in ium -- ut “sapiens”,
“patiens”, ruin videtur vitia dicere, quæ auctorum exemplis, et ob hoc accusativi
eorum in eis excunt. Plera et maxiinè legis divinæ auctoritate firmantur. que
aurein ex his nomina III generibus com Hæc Grammaticis Oratoribusque cominunia
munia funt, et in licreram quam habent, neutra funt: quæ tamen in utraque parte
probabiliter in nominativo plurali dant etiam genitivis reli reperiuntur
aptata. quoruin generuin, cum quibus coinmunia sunt. Addenduin eſt etiam de
Eryinologiis, et Ortho In T littera, NEUTRA tantùm nomina quædam, graphia, de
quibus alius scripsisse certissimum est. pauca finiuntur; ut git, quod non
declinatur; Quid 'Etymo. Etymologia eſt aut vera aut veriſimilis deinon- ut
caput, ſinciput. Quidam cùm lac dicunt, loysa. ftratio, declarans ex qua
origine verba defcen- adjiciunti, propter quod facit lactis: ſed VIRGILIO
dant. Orthographia eſt rectitudo
fcribendi nullo er Lac mihi non æſtate novum, non frigore defit. graphics. rore
vitiata, quæ manum componit et linguam. quippe cùm nulla apud nos nomina in
duas mu Hæc breviter dicta fufficiant. tas exeant, et ideo veteres lacte in
nominativo Cæterùm qui ea voluerit lariùs pleniùſque co dixerant, gnoſceye, cum
præfarione ſua codicem legat, X littera terminat quædam, in quibus omnia quem
noſtra curiolitate formavimus, id eſt, Ar- communia in iuin cxeunt in genitivo
plurali; ob tem DONATO, cui de Orthographia librum, et hoc. accuſativo in i et s.
Plurima verò genitivo alium de Etymologiis inferuimus, quartum quo- in u et in,
non præcurrente i, et ob hoc in e et s que de Schematibus Sacerdotis
adjunximus;qua- accuſativo exeunt; nam in reliquis conſentiunt. tenus diligens
lector in uno codice reperire pof- Ut pote cùın ſingulariter omnia nominativa
et ſit, quodarti Gramınaticæ deputatum effe co vocativa habeant genitivum ini
et s, agant da gnoſcit. tivum in i littera: ablativum in e vel i definiant,
Nomen da Sed quia continentia magis artis Grammaticæ adjectáque m accuſativum
definiant impleánt verbum tant dicta eft, curaviinus aliqua denominis verbique
que: pluraliter verò dativum ablativúmque in partes adje regulis pro parte
ſubjicere, quas rectè tantùm bus fyllaba finiunt. muis Ariſtote. Ariſtoteles
orationis partes adferuit. Nam de cæteris, quibus diſident Veteres, qui dam
atrocum et ferocum, qua ratione omnium x DE NOMINIBUS. littera finitorun una
ſpecies videbitur. Huic x litreræ omnes vocales præferuntur; ut capax, fru
Nominis partes ſunt. tex, pernix, atrox, redux. Ex iis nominibus quædam in
nominativo producuntur, quædain Qualitas, mocomm. corripiuntur: quædam
conſentiunt in noininati Comparatio, ouynpisisa vo, in obliquis diſſentiunr.
Pax enim, et rapax, Genus, item rex et pumex, item nux et lux, etiam pri
Numerus, água uo'so mam poſitionem variant ad nix et nutrix. Item Figura,
oxaudio nox et atrox ſic in prima politioneconſentiunt, Caſus, T @ SIS.
urdiſcrepentper obliquos. Et illud animadvertendum eſt, quædam ex iis x
Pronominis partes: litteram in g, quædam in c per declinationes compellere. Lex
enimlegis, grex gregis facit, Qualitas ut pix picis, nux nucis. Nain in his quæ
non ſunt Genus. monoysllaba, nunquam non “x” littera genitivo i Numerus. “c”
convertitur – ut: “frutex” “fruticis”; “ferox” > “ferocis”. Figura. Supellex
autem, e ſenex, et nix, privilegio quo Persona. dam contra rationem declinantur:
quoniam ſu CASVS. pellex duabus ſyllabis creſcit, quod vetat ratio; et fenex ut
in nominativo itein genitivo diffyllabus Græca nomina, quæ apud nos in us; ut,
manet, cùm omnia x litterâ terminata creſcant. vulgus, pelagus, virus, Lucretius
viri dicit; Et nix nec in cconvertitur, ut pix: nec in gut quamquam rectiùs
inflexum maneat. Secundæ rex: sed in u conſonans, in vocalem tranſire non
ſpecies funt, quæ PER OBLIQVOS CASVS creſcunt, et poſſit. genitivo ſingulari in
is litteras exeunt; ut, genus, In plurali autem genitivo, ablativus singularis
nemus: ex quibus quædam uine mutant; ut olus formas vertit. Nam in a auto
terminatus, in rum oleris, ulcus ulceris: quædam in o, ut nemus exit; e
correpta in um:producta, in rum: iter neinoris, pecus pecoris. In dubitationem
ve- minatus in uin. Dativus et ablativus pluralis a. niunt fænus et ftercus in
e, an in o inutent: in is exeunt et in bus. Quæ præcepra in scholis quoniam quæ
in nus syllabam finiunt, u in e mu- ſunt tritiora: sed quotiens in is exeunt,
longa tant; ut, vulnus, scelus, funus, et funeratos syllaba terminantur:
quotiesin bus, brevi. De dicimus. Fænusenim exemplo non debet noce- curlis
nominum regulis, æquuin eſt confequenter re, cùin inter dubia genera ponatur.
Item vete- adjicere canones verborum primæ conjugatio res ſtercoratos agros
dicebant, non ſterceratos. nis. In S littera finita nomina, præcurrentibus n
vel r, omnia ſunt uniusgeneris: nili quæ ante ſe t habent, interdun d
recipiunt, ut ſocors ſocor DE De Grammatica. 561: Tempus zeovc. DE V ER BIS.
ſyllaba, manente productione terminantur; ut Commeo, commea, commeavi: Lanio,
lania, Partes verbi funt. laniavi: Satio, fatia, fatiavi. Eodem modo, codem
tempore, fpecie inchoativa,adjectâ ad im Qualitas, perativum modum in bam
fyllaba terininantur; CONUUGATIO. ut cominea commeabain, lania laniabam, æſtua
Genus. æſtuabain. Prima conjugatione, codem modo, Numerus. eodem tempore, specie
recordativa, adjectis ad Figura. IMPERATIVM MODVM veram ſyllabis, terminan
Tempus. tur partes: ut Commea commeaveram, lania, la Persona. 'niaveram, æſtua
æſtuaveram. Priina conjuga tione, codem modo, tempore futuro, adjecta Qualitas
Verbi. ad imperatiuum modun bo fyllaba, terminan rur --- ut “cominea” commeabo,
lania laniabo, æſtua Modi, # ſtuabo. Indicativi, ogesich. Quæveròindicativo
modò, tempore præſen Imperativi, προσακτική. tì, ad primam perfonam in o
littera, nulla alia OPTATIVI, ευκτική. præcedente vocali terminantur, ea
indicativo Conjunctivi, útotaxix. modo, tempore præterito, ſpecie abſoluta 80
Infinitivi, atrapéu pet exacta, quatuor modis proferuntur. Et eſt primus, qui
lunilem regulam his babet. Genus Verbre Qui indicativo modo, tempore præſenti,
prima perſona penultiinam vocalem habet: ut Amo, Adiva, švępyutix.. ama, amavi,
amabam, amaveram, amabo, Pafliva, mee.Jotus amare, Communia, rond. Secundus eft,
qui o ini convertit ultimam in præterito perfecto,penultimam in pluſquàm per
fecto e corripit; ut Adjuvo, adjuvi, adjuveram. Tertius, qui fimilem quidem
regulaın habet Præſens, évesa's. primi modi, ſed detracta a littera deliungit;
ut Præteritum; ta zenauges Seco, ſecavi, ſecaveram, ſecabo, ſecare. Facit
Futurun, uitwr. enim ſpecie abſoluta ſecui, et exacta ſecueram. Imperfcerum,
megatinad's. Quartus eſt, qui per geininationein fyllabae Perfectum, Tee XÉCU.
profertur; ut Sto, ſtá, kteci, fteterain, itabo Pluſquain perfectam, impon
TEARO'S. ftare. Huic ſimile Do, da, dedi, dabáin, dede Infinitum; mogises. ram,
dabo, dare, correpta littera a contra re-, gulain, in eo quod eſt, dabam, dabo,
dare. Proferuntur fecunda conjugationis verba, dente vocali terminantur, vel
præcante quæ indicativo modo, teinpore præſenti, perſo vocali qualibet, formas
habet quatuor. na prima, in eo litteris terminantur; ut Video, Secundæ
conjugationis correpræ verba verba,, for- vides vides; monco monc mones.
Secundæ conjugatio mas habent viginti. Sic quæcumque verba indi- nis verba,
indicativomodo, teinpore præſenti, cativo modo, tempore præfenti, perſona
primà, ad ſecundanı perſonam iu e littera producta,ter in o littera
terminantur, forinas habentſex,quæ ininantur; ut Video, vide; moneo, mone. Se
voces forınas habent duas. Quæ nulla præceden- cundæ conjugationis verba,
infinito inodo, ad te vocali in o littera terminantur, formas habent je et ta
ad imperativum modum re fyllaba, manen duodecim. te productione terminantur; ut
Vide, videre; Tertiæ conjugationis productæ verba, qua mone, monere. Secundæ
conjugationis verba, indicativo modo, tempore præſenti, perſona indicativo
modo, tempore præterito, {pecie ab prima in o littera terminantur, formas
habent ſoluta et exacta, ſeptem modis declinantur; et quinque. Quæcumque autem
verba cujuſcum- eft primus, qui forinain regulæ oſtendit.Nam for que
conjugationis indicativo modo, temporė mahæc eſt;cùm fecundæ conjugationis
verbum, præſenti, perfona prima, vel nulla præc dente
indicativomodo,temporepræterito quidem per vocali, vel qualibet alia præcedente,
in o littera fecto, adjecta ad iinpecalivun modum vi fyllaba, *terminantur,
corum declinatio hoc numero for- manente produđione. marum continetur. De
quibus fingulis dicam. Primæ conjugationis verba indicativo modo, tempore
præſenti, perſona prima, aut in o litte: ra nulla alia præcedente vocali
terminantur, ut DE ARTE RHETORICA, Canto io ut lanio,,. Rrium aliæ ſuntpofitæ
in Artes in tres Primæ conjugationis verba iinperativo modo, temporepræſenti ad
ſecundam perſonain in a lit- lis eſt Aſtrologia: nullum exigens actum, ſed ipſo
duntur. tera producta terminantur;ut amo, ama: canto, rei, cujus ſtudium habet,
intellectu contenta, canta: infinito modo ad imperatiuum modum, quæ Geargintzün
vocatur. Alia in agendo, cujus in in re fyllaba,manente productione terminantur;
hoc finis eſt, ut ipſo actu perficiatur, nihilque ut aina, amare: canta,
cantare. Item prima con- poſt actum operisrelinquat, quæ peakmix dici jugatio,
quæindicativo modo, tempore præte- tur, qualis ſaltatio eſt.Alia in effectu,quæ
operis, rito, ſpecie abſoluta, adjectâ ad imperatiuun yi quod oculis fubiicitur
confummatione, finein Bbbb V. ib, uclanio,fatio:autuo,uræſtuo,continuo A
evognizione peltimatione rerum,quas partes divina B. ea 1 tor. Etanda, accipiunt, quam nontoxù
appellamus, qualis eſt cauſam, locum, tempus, inftramentum, occa pictura.
fionemnarratione delibabiinus. Multæ ſæpe in Orationis duo Duo funt Genera
orationis: altera pespetua, una cauſa ſunt narrationes. Non femper co ordi
fuigenera. quæ Rhetorica dicitur: alteraconciſa, quæ Dia- ne narrandum, quo res
geſta eſt. Enthumous fit tectica; quas quidem Zeno adeo conjunxit, ut ad
augmentum vel invidiæ, vel miſerationis, vel hanc compreſlæ in pugnum manus,
illam expli- in adverfis. Initium narrationis à perſona fier, et catæ fimilean
dixerit. ſi noſtra elt, ornetur: fi aliena, infametur. Et Initiam di Initia
dicendidedit natura: initium artis ob- hæc cum ſuis accidentibus ponitur. Finis
narra cendi dedit fervatio. Homines enim ficur in Medicina, cum tionis fit,
cùın eò perducitur expofitio, unde natura,ini- viderent alia falubrià, alia
inſalubria ex obſerva- quæſtio oriatur. sium artis ob. tione eoruin effccerunt
arrein. feruatio. Facultas orandi confunmatur naturâ, arte, De Egreſionibus
Pacultas orandi tribus exercitatione; cui partein quartam adjiciunt qui
cofummatur. dam imitationem, quam nosarti ſubjicimus. Egreſſus eſt, vel
egrelfio, hoc eſt, méx6a95, Tria debet Tria funt quæ præltare debet Orator; ut
do- cum intermiffà parum re propofitâ, quiddain in præftare Ora- ceat, moveat,
delecter. Hæc enim clarior divi- terſeritur delectationis utilitatiſve gratiâ.
Sed fio eft, quàm eorum qui totum opus:in res, et ir hæ ſunt plures, quiæ
pertotam cauſam varios ex affectus partiuntur, curſus habent; ut laus hoininum
locorumque; Invadendo In fuadendo ac diſſuadendo rrja primùm fpe- ut defcriptio
regionum, expoſitio quarundam fodiſficaden- ctanda ſunt; quid ſit de quo
deliberetur: qui lint rerum geſtarum, vel etiam fabulofarum. do triape- qui
deliberent: quis ſit quifuadeat rem, dequa Sed indignatio, miſeratio, invidia,
convi elintpar. deliberatur. Omnisdeliberatio de dubiis fit. Partium, excuſario,
conciliatio, maledictorum re "tes fuadendi. tes ſuadendi ſunt honeftum,
utile, neceſſarium. futatio, et fimilia:omnis amplificatio, minutio, Quidam, ut
Quintilianus, furetor; hoc eſt,pofli- omnis affectus, genusdeluxuria, de
avaritia, re bile, approbat. ligione, officiis cuin ſuis argumentis ſubjecta ſi
milium rerum, quia cohærent, egredi non viden Ware Procemiam à Græcis dicitur.
tur. Areopagitæ damnaverunt puerum, corni cum oculos eruentem; qui putantur
nihil aliud Clarè partem hanc ante ingreffum rei, de qua judicaffe, quàm id
lignum effe pernicioſiflima diccndum fit,oftendunt.Nain livepropterea quod
mentis, multiſque malo futuræ li adoleviſſet. brun cantus elt, et Citharædi
pauca illa, quæ an tequam legitimum certamen inchoent, emerendi De Credibilibus
favoris gratia canunt, Proæmium cognomina runt. Oratores quoque ea, quæ
priuſquam cau Credibilium tria funt genera: ünum Grmiſti- Tria ſunt ore. fain
exordiantur, ad conciliandos libi judicun muni, quia ferè ſemper accidit; ut,
liberos à pa aninospræloquuntur, Procinii appellationc fi- rentibus amari.
gnarunt. Sive quod Græci viam appellant Alterum velut propenſius, eum qui rectè
va id, quod ante ingrekun reiponitur, fic vocari leat, in craſtinum perventurum.
Dikfit Proa- eft inſtituruin. Caufa Proæmii hæc eſt, ut audiro Tertium tantum
non repugnans; ab eo in dong mii carla. rem, quò fit nobis in cæteris
partibusaccommo- furtum factum, qui domui fuit. datior, præparemus. Id fit
tribus modis, li be nevolum, atrencum, docilemque feceris; et in Argumenta unde
ducantur. reliquis partibus haud minus, præcipuè tamen in initiis neceſſe eſt
animos judicum præparare. Ducuntur argumenta à perſonis, cauſis, tem pore;
cujus tres partes ſunt, præcedens, conjun Quid differt Proæmium ab Epilogo.
ctum, inſequens. Si agimus, noſtra confirmana da ſunt priùs; tum ea, quæ
noftris opponuntur, Quidam putarunt quòd inPræmio præterita, refutanda. Si
reſpondemus; ſæpiùs incipiendum in Epilogo fucura dicantur. Quintilianus autem
à refutatione. Locuples et fpeciofa &imperio co quod in ingreffu parciùs et
modeſtiùs præten- ſa vult eſſe Eloquentia. tanda ſit judicis miſericordia: in
Epilogo verò licear toros effundere affectus, et ficam oratio De Concluſione
nem induere perſonis, et defunctos excitare, et pignora reorum perducere, quæ
minus in Concluſio,quæ peroratio dicitur, duplicem has concluſodomen proæmiis
ſunt uſitata. bet rationem; ponitur enim autin rebus, aut in plicem habet
affectibus rerum, repetitio et congregatio, que rationem. De Narratione. Græcè
ávax!IO HAURIS dicitur, à quibufdam La tinorum renumeratio dicitur, et memoriam
au Narratio aut torà pro nobis eſt, aut cora pro ditoris reficit, et totam
ſimul cauſam ponit an adverſariis, aut mixta ex utriſque. Si erit tota te
oculos; ut etiam ſi per ſingulos minus vale pro nobis, contenti ſimus his
tribus partibus, bant, turbâ moveantur: ita tamen ut breviret uc judex
intelligat, meminerit, credat, nec quic eorum capita curlimque tangantur. Sed
tunc fita quan reprehenſione dignum pPomba. ubi inultæ caufæ, vel
quæſtionesinferuntur; nam Notandum, ut quoties exitus rei ſatis oſtendit fi
brevis et fimplex eſt, noneft neceffaria. priora, debemus hoc eſſe contenti,
quò reliqua intelliguntur; fatius eſt narrationi aliquot fuper De Affectibus:
eſſe, quàm deeffe; nain ſupervacua cum rædio dicuntur: neceſſaria cum periculo
ſubtrahuntur. Affectuum duæ funt ſpecies, quas Græci affectuur Quæ probacione
tractaturi ſumus, perſonain, aj mrásos vocant, hoc eit, quafimores et affe- dua
ſung species, dibilium gito nera. 1 1 De Rhetoricà. Te. ventio. tio. tio. 114.
us concitatos } et Teses quidem affectus con- et quæſtionem.Cauſa eft res,quæ
habet in ſe con citatos: " Jos veròmites atque compofiros; in il-
troverſiam in dicendo politam, perſonarum cer lis vehementesmotus, in his
lenes: et resos qui- tarum interpoſitione: quæſtio autem,eft res, quæ
demimperat, its perſuadet; hi ad perturbatio- habet in ſe controverſiam in
dicendo polítam, nem, illi ad benevolentiam prævalent. Et eſt line certarum
perfonarum interpofitione. Frágos temporale, ndos verò perpetuum; utra que ex
eadem natura: fed illud majus, hoc minus, ut amor esos, charitas » Sus; tados
con citat, isos fedat. Partes Rhetoricæ funt quinque. In adverſos plus valet
invidia,quàm convitium: quia invidia adverſarios, convitiuin nos inviſos
Inventio. facit. Nam ſunt quædam, quæfi ab imprudenti Diſpoſitio. bus excidant,
ſtulta ſant; cum ſimulamus, venuſta Elocurio Orator vitio creduntur. Bonus
altercator vitio iracundiæ ca Meinoria, iracundiæ ca- reat; nullus enim rationi
magis obftat affectus, et Pronuntiatio. reat; et qua- fertextra
cauſamplerumque, et defornia convi tia facere ac mereri cogit, et nonnunquam in
ipſos Inventio eft ex cogitatio rerum verarum aut ve. Quid fitta judices
incitatur; quoniam ſententiæ, verba, fi- riſinilium,quæ cauſam probabilem
reddunt. guræ, coloreſque funt occultiores quæſtiones in Difpofitio eft rerum
inventarun in ordinem Quid Diſposa genio, cura, exercitatione. pulchra
diftributio. Conjectura omnis, aut de re eſt, autde animo. Elocutio eft
idoneoruin verborum ad inventio Onid Eloc14 Utriuſque tria teinpora ſunt,
præteritum, pre- nein accommodata perceptio. ſens, &futuruin. De re et generales
quæſtiones Memoria eſt firma aniini rerum ac verborum funt, et definitæ; id
eft, et quæ non continentur, ad inventionem perceptio. Quid Memo perſonis, et quæ
continentúr. De animo quæri Pronuntiatio eſt ex rerun et verborum dignita non
poteſt, niſi ubi perſona eſt; et de facto, cùm te, vocis &corporis decora
moderatio. Quid Proing nuntiatio. de re agitur, aut quid factum ſit in dubium
venit, aut quid fiat, aut quid futurum ſit, et reliqua fi De Generibus caufarum.
unilia, De Amphibologia. Genera cauſarum Rhetoricæ ſunt tria princi- General
Cares palia. Demonſtrativum, Deliberativum, Judi- Jarum Rheto Innsetabia
Amphibologiæ ſpecies ſunt innumerabiles, ciale: Ticefunttrica les lient Am.
adeò ut FILOSOFI quidam putent nullum effé Demonſtrativum et In laude
phibologia verbum, quod non plura ſignificet genera, aut oftentativum species
admodum pauca; aut enim vocibus fingulis ac- Eyxaurasino's In vituperatione
cidiper ópw rupaar aut conjunctis per ainbiguani Emdeuxtixò, conſtructionem,
Quando fiat Vitiofa oratio fit, cùm inter duo nominamè- Deliberativum et ſua In
ſuaſione. vitioſa oratio dium verbum ponitur. forium dicitur De oppofitio
Oppoſitiones et fi contrariæ non ſint, ſed dif- EupBBAEUTIKON In diſſualione
niben. fimiles: verumtamen li fuain figuram ſeryant, ſuntnihilomimus
antitheta.. r In accuſatione, et de Naturalis quæitio eſt, quæ eſt temporalis;fic
Judiciale fenſione cut cúm que ſunt per ordines temporum acta, acercón
marrantur. Nunc ad artis Rhetoricæ diviſiones În præmii penſione, et definitionofque
veniamus; quæ ficut extenſa at negatione que copiofa cft; ita à multis
&claris ſcriptoribus tractata dilatatur, Demonſtrativum genus eſt, cùm
aliquid de- Quid fit De monſtramus, in quo eſt laus et vituperatio,hoc
monftrativi Onidfit Rhetorica eſt, quando per hujuſinodidefcriptionem oſten-
genus. dituraliquis, atque cognoſcirur; ut pſalınús Rhetorica Rhetorica dicitur
à copia deductæ locutio-. et alia vel loca vel pſalmi plurimi,ut:Domine unde
dicta. 'nis influere. Ars autein Rhetorica elt, fi- in calo miſericordia tua,
&uſque adnubesveria cur magiſtri tradunt fæculariuin Litterarum, tas tua.
Iuſtitia tua ficutmontesDei, et reliqua. bene dicendi ſcientia in civilibus
quæſtionibus. Deliberativum genus elt, in quo eſt ſualio de. Quid Delią Quid
fit Ora Orator igitur eſt vir bonus, dicendi peritus, ut diſſualio, hoc eft
quid appetere, quid fugere, berativos. zor, ju offi- dictum eſt in civilibus
quæſtionibus. Oratoris quiddocere, quid prohibere debeamus, citum,erfinis.
autem officium eſt, appolitè dicere ad perſuaden Judiciale genus elt, in quo
eſtaccuſatio et de Quid Fudia ciale. dum. Finis, perſuadere dictione, quatenus
rex fenſio, vel præmii penſio et negatio. ruin et perſonarum conditio videtur
admittere in civilibus quæſtionibus: unde nunc aliqua bre De Statibus. viter
aſſumemus, ut nonnullis partibus indicatis, penè totiusartis ipſius ſumınam
virtutemque in Status Græcè ça'os. Status cauſarum ſunt año Status caufae
telligere debeamus. rationales, aut legales. Status verò dicitur ea bacionales,
rum åut ſuns Civiles quæſtiones ſunt ſecundum Fortuna viles quaftio- tianum
Artigraphum novelluin, quæ in com; a Hæ funt quæſtiones an huic, an cumhoc, an
học Quid fit firas ant legales, nes, et quo modo divi munem animi conceptionem
poffunt cadere; id seinpore, an hac lege,an apud ipſum. Quidquidpræter van
duntur. iſtas quinque partes in oratione dicitur; egreſſio eſt. eſt, quâ
unuſquiſque poteftintelligere, cùm de Hæc nagex aois, quoniam à reco dicendi
itinere defc. æquo quæritur et bono. Dividuntur in cauſam,: &itur quælibet
inſerendo. Bbbb ij Quid fine ci B. Quidfit con Um. res, in qua cauſa conſiſtit.
Fit autem ex intentio ne et depulfione, vel conftitutione. ab alio objicitur,
ab adverſario pernegatur, Statum alii vocant conftitutionem, alii qua 2.
Finitivus ſtatus cſt, cùm id quod objicitur, jocuralis fia. {tionen, alii quod
ex quæſtione appareat. non hoc efle contendimus: fed quid illud lit, ad hibitis
definitionibus approbamus. Quid fam.si Status rationales ſecun Conje et ura. 3.
Qualitas eft, cùm qualis res lit, quæritur; dum generales quæſtio Finis. et quia
de vi et genere negotii controverſia elt, nes ſunt quatuor. Qualitas.
conſtitutio generalis vocatur. Tranſlatio. 1. Conjecturalis ſtatus eft, cùın
factum, quod Imprudentia (Purgatio Caſus. Concellio Juridicialis Absoluta Aut
causæ, Nixologian Remotio Aur facti. 3 criminis Negotialis aitam Cui juftè in
aliocom generalis Relatio mittitur, quia et ifle in GegyueTiku priva criminis
te fæpius commifin Αντίγκλημα.. Deprecatio Necessitas. Qualitas Comparatio
Squando melius id Αντίστασης. factum peragitur. 1 ſunt quinque ! с 12. 1 1 in
Pſal. paz. ratio, Juridicialis eft, in qua æqui &re &ti natura, Questas
Ju. ſ Scriptum& voluntas. riuscialis præmii et pænæ ratio quæritur. Porov
ij dienoido Quid Nego Negotialis eſt, in qua, quid juris ex civili mo Sätus
Legales Leges contrariæ, tizivs. re et æquitate lit, confideratur. Ambiguitas.
Αμφιβολία. Quid Abfo luta. Abſoluta eft, quæ ipfo in ſe continet juris et Collectio,
live Raciocinatio. injuriæ quæſtionem. Συλλογισμός purua Raid Allium.
'Affumptiva eſt, quæ ipfa exſe nihil dat firmi, Definitio Legalisa. aut
recuſationem foris, aut aliquid defenfionis aſſumit. Scriptum et voluntas eſt,
quando verba ipſa quid.fcripti Quid con Conceſſio eſt, cum reus non id quod
factum eſt, videntur cum sententia ſcriptoris dillidere. et voluniss. defendit:
fed, ut ignofcatur, poftulat; quod nos Legis contrariæ ſtatus eſt, quando inter
fe duz Quid legis Comment. ad pænitentes* probavimus pertinere. leges, aut
pluresdiſcrepare videntur. contrarieta Remotio criminis eft, cùm id crimen quod
in Ambiguitas eſt, cùm id quod fcriptum eſt, tus, 169.1.09103. ferrur ab fe
&ab ſua culpa, vi et poteftate in duas auc plures res ſignificare videtur.
Quid Ambi aligin reus dimovere conatur. guitas. Collectio Quid Remo, quæ et Ratiocinatio
nuncupatur, Quid Colle tio criminis. Relatio criminis eſt, cùm ideo jure factum
di- eſt quando ex eo quod fcriptum eſt, invenitur, ft:0. Quid Relatio citur,
quod aliquis ante injuriam laceſſierit., Definitio legalis eſt, cum vis verbi
quaſi de criminis. erid Defini Comparatio eft, cùm aliud aliquod alterius
finitivâ conſtitutione, in qua pofita fit, quz- tio legalis. Quil Compa. factum
honeſtum aut utile contenditur, quod, ricur. ut fieret illud quod arguitur,
dicitur eſſe com Status ergo tam rationales quam legales à Statusà qui iniffum.
quibuſdam decein et octo connumerati ſunt. bullam 18. 2 Quid Purga Purgatio cft,
cùm factum quidem conceditur, Cæterum ſecundum Rhetoricos Tullii decem et Tullio
verò bes partenha- fedculparemovetur. Hæc partes habertres,Im- novem
inveniuntur, propterea qudd Tranſlatio- 19.numeran prudentiam, caſum,
neceſſitatem. Impruden- nem interRationales principaliter adfixit ftatus. tia
eft, cùin fciſfe fe aliquid is qui arguitur,negat. Unde feipfum eciam CICERONE (ſicut
ſuperiùs di Casus eſt, cum demonſtratur aliquam fortune &tum eſt )
reprehendens, Tranſlationem Legalia vim obſtitiffe voluntati. Neceſſitas eſt,
cùm vi bus ftatibus applicavit. quadam reus id quod fecerit, feciſſe ſe
dixerit. Quid ft De precatio. Deprecatio eſt, cùm et peccaffe, et conſultò De
Controverfia. peccaſſe reus conficetur; et tamen, ut ignoſca Quid Trans-
tur,poftulat.Quodgenus perraro poteft accidere. Omnis controverſia, ſicut ait CICERONE,
aut fim- Controverfis ex CICERONE lario. 4. Tranſlatio dicitur, cùm caufa ex eo
pendet, plex eſt, aut juncta, aut ex comparatione. triplex eft. cùm non aut is
agere videtur, quem oportet: aut Simplex eſt, quæabſolutam continet unam Quid
fit com non cum eo, quioportet: aut non apud quos, quo quæſtionem, hoc modo:
Corinthiis bellum indi- jeftura fim tempore, qua lege, quo crimine, qua pæna
cenus, án non. plex. oporteat. Tranſlationi adjicitur Conſtitutio, Juncta, eſt
ex pluribus quæſtionibus, in quòd actio tranſlationis &commutationis indi-
plura quæruntur hocpacto:Carthagodiruatur: Quid juncts. an Carthaginienſibus
reddatur, an eocolonia de Ubi adverſariis omnia conceduntur, et per colas
ducatur. lacrymas lupplices defenditur reus. Ex comparatione, utrum potius, an
quod po- Quid ex com paratione, a Et ſi juncta erit conſiderandum erit, utrum
ex plu ribus quæftionibus juncta fit, an ex aliqua cóparatione. tur. H: gere
videtur. 1 De Rhethorica. 565 > Exorarum. rario, t11.0. tiſſimum quæritur ad
hunc modum: utrum exer Exordium, eft oratio animum auditoris ido Quit fis
cituscontra Philippum in Macedoniam mittatur, neè comparans ad reliquam
dictionem. qui ſociis fit auxilio: an teneatur in Italia; ut Narratio, eft
reruin geftarum, aut at geſta- Quid Nar quàmmaximæ contra Annibalem copiæ fint.
rum expoſitio. Partitio eft, quæ fi re &tè habita fuerit, illu- Quid Per,
ftrem &perfpicaam roram efficit orationem. Confirmatio eft, per quam
argumentando no- Qrid Confir Genera cauſarumfunt quinque. ftræ caufæ fidem, et authoritatem,
et firinamen- mario. tum adjungit oratio. Honeſtum. Reprehenfio eft per quam
argumentando ad- Quid Repre Admirabile. verſariorum confirmatio diluitur, aut
elevarur. henfio. Humile. Concluſio eſt exitus et determinatio totius exid con
Anceps. orationis, ubi interdum et Epilogorum allegatio cnfio. Obſcurum.
flebilis adhibetur. Hæc licer Cicero Latinæ eloquentiæ Lumen Duos libros Quid
honefti Honeſtum caufæ genus eft, cui ſtatim fine ora- eximium, per varia
volumina copiosè ninis et de Rethorica cauſæ genus. tione noftra favet
auditoris aniinus. Admirabile diligenter effuderit, et in arte Rhetorica duobus
compoſuit ci Admirabile, à quo quod eft pre eft alienatus animus eorum, libris
videatur amplexus; quorumCoinmenta à cero, quos M. VITTORINO ter opinio- qui
audituri ſunt. VITTORINO composita, in Bibliotheca mea commentatus num hominü
Humile eft, quod negligitur ab auditore ', et vobis reliquiffecognoſcor. eft.
conftitutum. nonmagnopere attendendum videtur. Quintilianus etiain Doctor
egregius, qui poſt Quintiliansis Quid Admi. rabile. Anceps in quo aut judicatio
dubia eft, aut Auvios Tullianos fingulariter valuit implere quæ Doctor egre
Quid Humile cauſa &honeſtatis et turpitudinis particeps, ut docuit, virum
bonum dicendi peritum à priinâ gius in Rhe. Qivid Anceps benevolentiam pariật,
&offenfionem. ætate fuſcipiens, per cunctas artes, ac diſcipli- sorica
doceka Puid'obfcs Obſcurum, in quo aut tardi auditores funt,aut nas nobiliuin
litterarum erudiendum eſſe mon difficilioribus ad cognoſcendum negotiis cauſam
ftravit. Libros autein duos CICERONE, de arte implicata eft. Rhetorica, et Quintiliani
duodeciin inſtitutio num ! judicavimus eſſe jungendos; ut nec codi
cis'excrefceret magnitudo, et utrique duin ne ceffarii fuerint, parati feinper
occurrant. Partes orationis Rhetoricæ funt fex. Fortunatianum verò Doctorem
novellum, Fortunatik. qui tribusvoluninibus de hac re ſubtiliter minu- nustria
ro Exordium. tèque tractavit; in pugillari codice Rhetorica Narratio.
congruenterquc redegimus; ut &faſtidiuin lecto confecis. Partitio. ri
tollat, &quæ ſuntneceffaria competenter in Confirmatio. ' finuet. Hunc
legat qui brevitatis amator eft, Reprehenfio. nam cum opus ſuum in multos
libros non teten Concluſio, five derit: plurima tamen acutiffimâ ratiocinatione
Peroratio. diſſeruit.Quos codices cum præfatione ſua in uno corpore reperietis
eſſe collectos. da. tim lumina de aptè lorfitan, Rhetorica Argumentatio fit.
Illatio quæ r Propoſitio | Aut per Inductio- ! nem cujusmembra &Affumptio
funt hæc. dicitur. Concluſio ina tayo Rhetorica Argu mentatio tracta tur.
rEvdúcemus.Talo PEYSúumps, eſt commentum, Convincibili. vel commentio ', hoc
eſt | Oſtentabili. mentis conceptio.Sententiabili. Exemplabili. Txer Suunne,
qui eft imper- iCollectitio. fectus fyllogylinus, atque Rethoricus, ficut
Fortuna tianus dicit, in generibus i explicatur. azódseçu eſt cer ta quædam
argu menti concluſio vel ex confe quentibus, vel repugnantibus. Aut
perRatiocina tionem de Argu mentis, in quo no mine complectun Atodict. tur, quæ
Græci di cunt. Emxelamud too s Emreignus, eft fententia cum fatione, Latinè
dicitur Exe čutio, vel Approbatio, vel Argumentum 11.apemrbiem uc verò, qui eſt
Aut Tripertitus. Rhetoricus et latior fyllogyf: 3 AutQuadripercitus. Aut
quinquepertitus. | mus eft. B. Unde Argu titus. ductio. Mem2. cit.
mêtatiodista. Argumentatio dicta eſt quaſi argutæ mentis rici ſyllogiſmi,
latitudinediſtanz& productione oratio. fermonis à dialecticis fyllogiſmis,
propter quod Quidfit Ar Argumentatio eſt enim oratio ipſa, qua inven-
Rhetoribus datur. gumentatio. tum probabiliter exequimur argumentum.
Tripertitus, epichirematicus fyllogiſmus eſt; Quid Triper Quid fit In Inductio
eft oratio,qua rebusnon dubiis capra- qui conſtat inembris tribus: id eft,
propoſitione, mus aſſenſionein ejus, cum quo inſtituta eſt,live aſſumptione,
concluſione. inter FILOSOFI, ſive interRhetores, five inter Quadripertitus eſt,
qui conſtatmembris qua- Quid Quz Seriocinantes. tuor: propoſitione,
affumptione, et una propo- dripernicus. Quid Probo Propoſitio inductionis eſt,quæ
fimilitudines fitionis live afſuinptionis conjuncta probatione, fitio.
concedendæ rei unius inducit, aut plurimaruin. et conclufione. Quid illatio.
Illatioinductioniseft, quæ et affumptio dicitur, Quinquepertitus eſt,qui
conſtat membris quin- Que de Marine quæ rem dequa contenditur, et cujus cauſa
ſimi- que:id eft,propoſitione,& probatione, aſſum- quepertiim, litudines
adhibitæ ſunt introducit. ptione, et ejus probatione, et concluſione. Quid con
Concluſio inductionis eſt, quæ aut conceſſio. Hunc CICERONE ita facit in arte
Rhetorica: Si de clulo. nem illationis confirmat, aut quid ex ea confi-
liberatio et deinonſtratio genera ſunt cauſarum, ciatur, oftendit. non poffunt
rectè partes alicujus generis cauſa Qwid Ratio Ratiocinatio eft oratio, quâid
de quo eft quæ- putari. Eadem enim res, alii genus, alii pars effc cinatio.
ítio comprobamus. poteft: idem genus, et pars effe non poteſt, vel Quid Enthy
Enthymema igitur eſt, quod Latinè interpreta- cætera; quoufque fyllogiſini
hujus meinbra clau cur mentis conceptio, quam imperfectum fyllo- dantur. Sed
videro quantum in aliis partibus giſmum ſolent Artigraphi nuncupare. Nam in
lecter ſuum exercere poſſit ingenium. duabus partibus hæc argumentiforma
conſiſtit: Memoratus aurein Fortunatianus in tertio libro quando id quod ad
fidein pertinet faciendam, meminit de oratoris memoria, de pronuntiatio utitur
fyllogiſmorum lege præterita; ut eſt illud: ne, et voce, unde tainen Monachus
cum aliqua Si tempeſtas vitanda eſt, non eft igitur navigan- utilitate
diſcedit: quando ad ſuas partes non im dum. Exſola enim propoſitione et conclufione
probè videtur attrahere, quod illi ad exercendas conítat effe perfectum: unde
magis oratoribus, controverſias utiliter aptaverunt. Memoriam { i quàm
dialecticis convenire judicatum eſt. De quidem lectionis divinæ re cognita
cautela ſerva dialecticis autem ſyllogiſinisſuo loco dicemus. bit, cùm in
ſupradicto libro ejus vim qualitatém Quid con Convincibile eft,quod evidenti
ratione * con- que cognoverit: artem verò pronuntiationis in*AIS.convin. vincitur;ſicut
fecit CICERONE pro Milone. Ejusigi- divinæ legis effatione concipiet. Vocis
autem di tur mortis ſedetis ultores, cujus vitain, li * pPombais ligentiam in
pſalmodiæ decantatione cuſtodiet. * Ed. poſetis. per vosreſtitui poſſe,
noletis. Sic inſtructus in opere ſancto redditur, quamvis Quid Ofien
Oſtentabile eft, quod certa reidemonſtratione libris ſæcularibus occupetur.
rabile. conſtringit; ſic CICERONE in Catilinam: Hic ramen Nunc ad Logicam, quæ
et DIALECTICA dicitur, vivit, imò etiam in Senatuin venit. ſequenti ordine
veniamus, quam quidam diſci Quid Senten tiabile. Sententiale est, quod SENTENTIA
generalis addi- plinain, quidam artem appellare maluerunt, di cit; ut apud
Terentiun: Obſequium amicos,ve centes: quando apodicticis,id eſt, probabili
ritas odium parit. bus diſputationibus aliquid diſſerit, diſciplina Quid Exem
plabile. Exemplabile elt, quod alicujus exempli com- debeat nuncupari: quando
verò aliquid verilimi M. G. ini. paratione eventum fimilem comminatur; ſicut le
tractat, ut ſunt ſyllogiſini ſophiſtici, nomen Cicero in
Philippicisdicit:Temiror,Antoni,quo- artis accipiat. Ita utrumque vocabulum pro
ar *M.G. per- rum facta * imitere, eoruin exitus, non * per- gumentionis ſuæ
qualitate promeretur. timefcere, horrefcere. Quid Colle Collectivum eſt, cùm in
unum, quæ argumentata funt, colliguntur; ſicut ait CICERONE pro Milone: Quem
igitur cum gratia noluit, hunc voluit De Dialectica cuin aliquorum querela,
quemjure, quem loco, quem temporemoneftaulus: hunc injuria,alie- DIALECTICAM
primi FILOSOFI indi&ionum no cum periculo non dubitavit occidere. runt: non
tamch ad artis redegereperitiam. Post Ed. destris Præterea secundum VITTORINO ENTHYMEMATIS
quos Aristoteles -- ut fuit disciplinarum omniun altera eft definitio. Ex fola
propoſitione, ſicutjam diligens inquiſitor, ad regulas quasdam hujus Aristoseler
dictum est, ita constat ENTHYMEMA -- ut est illud: doctrinæ argumenta perduxit,
quæ priùs ſub cer- DIALECTICE Si tempestas vitanda est, non est navigatio
requitis præceptionibus non fuerunt. Hic libros fa- argumenta ad regulas renda.
Ex fola assumptione s ut est illud: Sunt ciens exquisitos, Græcorum scholam
multiplici quafdamper autem qui munduin dicant fine divina administra- laude
decoravit; quem noftri non perferentes duris. tione discurrere. Ex fola concluſione
-- ut est il- diutiùs alienum, translatum expofitúmque Ro DIALECTICAM lud: Vera
est igitur divina sententia. Ex pro- manæ ELOQUENTIAE contulerunt. DIALECTICAM verò,
*MS. fcick poſitione et assumptione -- ut est illud: Si inimicus
&Rhetoricam VARRONE in nove;n disciplinarú libris canin move est, occidit.
Inimicus autem eſt: et quia illi deelt tali funilitudine definivit. DIALECTICA
et Rhetori- libris Vaira. conclufio, ENTHYMEMA vocatur. Sequitur Epi- ca est,
quod in manu hominis pugnus ad strictus, definivit. chirema. et palma diſtenſa:
illa brevi oratione argumenta Quid Epic EPICHIEREMA est, quod superiùs diximus,
dels concludens, ista facundiæ campos copioso fer chirema. cendens de
ratiocinatione latior excurfio Rheto- mone discurrens: illa verba contrahens, ista
di Itendens. Et ARGVMENTVM est ARGVTAE MENTIS IVDICIA QVOD PER INDAGATIONES
PROBABILES, rei dubiæ perficitfidem, per Rhetorica ad illa, quæ nititur docenda,
facun- pomaleticom DIALECTICA fiquidem ad differendas res acutior: Que fic disse
exempla confirmans -- ut est: Noliæinulari in malignan tibus: quoniam tanquain
fænum, &c. dior. Illa ad scholas non numquam venit, iſta ju. et Rhetori
saris. Zivim. et Rhetoria 64m. DE
DIALECTICA son quenter. girer procedit
in forum: illa requirit rariſſimos et noftræ diſpoſitionis curràtintentio.
Conſue * MSS.fre- ftudiofos, hæc * frequentes populos. Sed priul- tudo iraque
eft doctoribus philoſophiæ, ante quam de fyllogiſmis dicamus, ubi totius Diale-
quam ad Iſagogen veniant exponendam, divis dicæ utilitas et virtusoſtenditur,
oporter de ejus lionem philoſophiše paucis attingere:quam nos initiis, quaſi
quibuſdam elementis, pauca diffe- quoque ſervantes; præſenti tempore non immer
cere; ut ficut eſt à Majoribus diſtinctus ordo, ita ritò credimus intiinandain,
Philofophiæ divifio. In Inſpectivam, TIXMT, hæc dividitur in In Naturalem. |
Doctrinalem, hæc (In Arithmeticam dividitur Muficam. Geometricain. Divinain.
Aftronomicain Diviſt thing Lofophiæ. Philoſophia divi ditur fecundum
Ariftotelem. Moralem. | Sirir. Er Actualeta Ciſpenſativa, Φρακτικών
PorxorowyXXV. hæc dividitur in Civilem. ίπολιτική » ACETA! oixorouexin. weg.Xti
xh. νομοθεπκό., thesxor. Sewertexn.. φυσική. Definitiò Philos fophiæ.
megatoxin. resnio intoxin. 23 Quid 1 3. Dirogoera oroimene Occs Kated to
duratór ávöçóórw. plina quæ curſus cæleftium, fiderumque figuras homophine en
Philoſophia eft divinaruin, humanarùmque re contemplatur omnes,
&habitudines ftellaruni quotuplex. rum, inquantum homini poſſibile eſt,
probabilis circa ſe; et circa terram, indagabili ratione per Ycientia:
Aliter,Philoſophia eſt ars artiuni, et dif- currit. Actualis dicitur, quæ res
propoſitas ope ciplina diſciplinarum.Rucſus, Philoſophia eſtme, rationibus ſuis
explicare contendit. Moralis di ditatio mortis,quod magis convenit Chriſtianis,
citur, per quam mos vivendihoneſtus appetitur; 2.Corint. 16. qui ſæculi
ambitione calcata, converſatione dif- et inſtitura ad virtutem tendentia
præparantur. ciplinabili, fimilitudine futuræ patriæ vivunt; Diſpenſativa
dicitur, domeſticaruin reruin fa Philip. 3. 20. Sícut dicitApoftolus: In carne
enim ambulantes, pienter ordo diſpoſitus. Civilis dicitur, per quàm non
ſecundum carnem militamus; et alibi: Con- totius civitatis adminiſtrarur
utilitas. Philoſo verſatio noftra in calis eft. Philofophia eſt affimi- phiæ
diviſionibus definitionibúſque tractatis, in lari Deo ſecundum quod poflibile
eft homini. quibus generaliter omnia continentur, nunc ad Inſpectiva
dicitur,qua ſupergreſſi vilbilia de di- Porphyrii librum, qui Iſagoge
inſcribitur, acce vinis aliquid et cæleſtibus contemplamur, eáque damus. mente
foluinmodo contuernur, quantum corpo De Iſagoge Porphyrii. reum ſupergrediuntur
aſpectum. Naturalis dici tur,ubiuniuſenjufque rei natura diſcutitur: quia de
Genere. Dávc. nihilcontra'naturain generaturin vita: ſed unun | de Specie.
tidos. quodque hisufibus deputatur, in quibus à Crea- llagoģe Por de
Differentia. Depoeg tore productú eit: nifi fortè cum voluntate divina phyrii
tractat de Proprio. ibor aliquod miraculuin proveniremonſtrerur.Doctii i de
Accidente, συμβεβηκός. *MSS. figni- nalis dicitur ſcientia, quæ abſtractam *
conſiderat ficar. quantitatem. Abſtracta eniin quantitas dicitur, Genus eft ad
fpecies pertinens, quod de diffe- Quid fit Ge quam intellectu àmateria
ſeparantes,vel ab aliis rentibus fpecie, in co quod quid ſit, prædicatur; nun
accidentibus; ut eſt, par, impar: vel alia hujuſce ut animal. Per ſingulas enim
fpecies, id eft, modi in ſola ratiocinatione rractainus. Divinalis hominis,
equi, bovis, et cæterorun,genus anis dicitur, quando aụt ineffabilem naturam
divi- mal prædicarur atque ſignificatur, nam, aut ſpirituales creaturas ex
aliqua parte, Species eſt, quod de pluribus et differentibii's Quid fit Spo
profundifſimâ qualitate differimus. Arithinerican numero, in eo quod quid fit,
prædicatur; nam cies, eſt diſciplina quantitatis numerabilis ſecundum de
Socrate, Platóne, et Cicerone homo prædi ſe. Muſica, eſt diſciplina quæ de
numeris loqui- catur. tur, quiad aliquid ſunt his, qui inveniuntur in
Differentia eſt, quod de plaribus et differen » Quid fit Dif". ſonis. Geometrica,
elt diſciplina magnitudinis tibus ſpecie,in eo quod quale ſit,prædicatur; ſicuc
erensia, immobilis,&formarum. Aftronoinia,eſt diſci- rationale et inortale,in
eoquodquale ſit, dc ho- f mine prædicatur, B. € lcens. men. atque bos. Tulum,
Quid fit Pro Proprium eſt, quod unaquæque ſpecies, vel Hoc opus Ariſtotelis
intentè legendum eſt, cur Carego prium. perſona certo additamento infignitur,
&ab om- quando ficut dictum eſt; quicquid hoino loqui- rie Ariftotelis ni
communione feparatur. tur, inter decem ifta Prædicamenta inevitabili, intentè
les erid fut Ac. gende. Accidens eſt, quod accidit et recedit præter ter
invenitur: proficit etiam ad libros intelligen ſubjecti corruptionem: vel ea
quæ fic accidunt, dos, qui live Rhetoribus, fivc Dialecticis appli ut penitus
non recedant. Hæc qui pleniùs noſſe cantur. deliderant, Introductionem legant
Porphyrii; * £ d.alicujus quilicetad utilitatein * alieni operis ſedicatſcri
Incipitperi hermenias, id eft, de inter bere, non tamen ſine propria laude
viſus eſt talia pretatione. dicta futinafle. Sequitur liber peri hermenias
ſubtiliſimus rii Categorie Ariſtotelis. mis, et per varias formas,
iterationéfque cautif ſimus, de quo dictuin eſt: Ariſtoteles, quando Sequuntur
Categorix Ariſtotelis, ſive Prædi- librum peri herinenias ſcriptitabat, calamum
in camenta: quibus mirum in modum per varias fi- mente tingebat.
gnificantiasomnis fermo concluſuseſt: quorum De nomine. organa ſive
inftruinenta ſunt tria. De verbo. Inftrumenta Organa vel inſtrumenta
Categoriaruin five In libro peri hermenias; De oratione, drogoriarum (rent tria,
/ci Prædicamentorum funtæquivoca, univoca, de- id eft, de interpretatio De
enunciatione. licet. nominativa. ne, prædictus philofo De affirmatione.
Æquivoca. ÆQVIVOCA dicuntur, quorú noinen folùm com- phusdehis tractat. DE
NEGATIONE mune eft, fecundùm nomen verò ſubſtantiæ ratio DE CONTRADICTIONE,
diversa -- ut “animal”, homo, et quod pingitur. Vniyoca, VNIVOCA dicuntur,
quorum et noinen com Nomen, est vVOX SIGNIFICATIVA SECVNDUM PLACITVM - quid
fitmoi mune eſt, et ſecunduin nomen discrepare eadem tum, sine tempore: cuius
nulla pars est significati substantiæ ratio non probatur – ut: “animal”, homo,
va separata – ut: “Socrates”. Verbum, est quod conſignificat tempus: cujus Quid
forver Denominati Dena ninativa, id eſt, derivativa, dicuntur pars nihil extra significat,
et est semper eorum bum, quæcuinque ab aliquo sola differentia casus ſe- quæ de
altero dïcuntur nota – ut: “ille cogitat”, dil cundum noinen habent
appellationem: ut å putat. grammatica gramınaticus, et à fortitudine fortis. ORATIO
est vox fignificativa, cujus partium Quid ſit örä aliquid separatim significativum
est; ut Socrates to Subſtantiaa sola, diſpucat. * MSS.lepa Quantitas, mosotas. ENUNTIATIVA
otàtio eſt vox ſignificativa deeo Quid fit Ad aliquid. ney's Fan quod eft
aliquid, vel non eſt – ut: “Socrates est.” So- Enuntiatid. Ariſtotelis
Ariſtotelis Catego Qualitas. TÓTUS. crates non eſt. Categorie riæ, vel
Prædicamen- į Facere. FOREV. AFFIRMATIO est enuntiatio alicujas de aliquo: quid
fit Af son decem. ra decem ſunt Pati. PeoMHT – ut: “ Socrates est.” formatio.
Situs. ευρώς. NEGATIO, eft alicujus de aliquo NEGATIO: ut: “Socrates non est.” So-
luid fitNe. Quando. done. crates non eſt. gatio. Ubi. CONTRADICTIO, eſt
afficmationis et negationis euid fitcom | Habere. (xar. oppoſitio – ut: “Socrates
disputat, Socrates non disputat.” Subſtantia est, quæ propriè, &t
principaliter Hæc omnia per librum ſuprà memoratum mi. Liber Pero Hermenias et maxiinè
dicitur; quæ neque de ſubjectopræ- nutiſſimè diviſa; et ſubdiviſa tractantur,
quæ BOEZIO feprem dicatur, neque in ſubjecto eſt – ut: “aliquis homo”, breviter
intimnaſſe ſuffciat, quando in ipfo com- libris expoſé vel aliquis equus.
Secundæ autem ſubftantiæ di- petens explanatio reperitur: maximè cùin eum tu.
cuntur, in quibus ſpeciebus, illæ quæ principa- Tex libris à BOEZIO viro
magnifico constet exposi liter substantia primò dicta sunt, insunt atque tum,
qui vobis inter alios codicese strelictus. Clauduntur -- ut in homine, CICERONE.
Nunc ad fyllogiſticas ſpecies formulaſque vea Quantitas Quantitas aur diſcreta
eſt, et habet partes ab nianus, in quibus nobilium Philofophorum ju aplex, aiſ
alterutrodiſcretas,nec eominunicantes, ſecun- giter exercetur ingenium, dum
aliquem communem terminum, velut nu merus, et ſerino quiprofertur; aut continua
eſt, De Formulis ſyllogifmorum. et habet partes quæ ſecundum aliquem coinmu*
nein terininuin adinvicem convertuntur; velut (in priina forinula modi no
linca, ſuperficies, corpus,locus, motus,tempus. Forinulæ Categori Ad aliquid
verò funt, quæcumque hoc ipſo coruin, id eſt, Præ-, In ſecunda formula modi
Formale ca quod ſunt, aliorum eſſe dicuntur; velur majus, dicativorum ſyllo
quatuor. duplum,habitus, difpofitio,ſcientia, ſeriſus, gilmorú ſunttres. | In
tertia formula modi politio. i ſex. Qualitas, eſt, fecundum quam aliqui quales
dicimur; ut bonus, malus. Modiformule prime ſunt novem. Facere eſt, ut ſecare,
vel urere, id eft, ali quid operari. Pati eſt, ut ſecari, vel uri. Primus modus
eſt, quiconcludit, id eft, qui Situs, eft, ut ftat, ſeder, jacet. Quando
colligit ex univerſalibus dedicativis, dedicati eft, ut hefterno, vel crás. vum
univerſale directum; ut, omne juſtum ho Ubi eſt: ut in Aſia, in Europa, in
Lybia. neſtum, omne honeftum bonum, omne igitur Habere eft: ut calccatum,
velarmatum effe. juſtum bonum. Secundus ött. tradictio, nos creta, con sinna,
vem. tegoricum Syllogiſmorum funt tres. DE DIALECTICA Ed, concler dit. per quæ
ſubti Secundus moduscft, qui * conducit ex univer- rivis particulari et univerfali
dedicatvium parti ſalibus dedicativâ et abdicativâ abdicativum uni- culare
directum: ut quoddam juſtam honeſtum, verſale directum: ut oinnejuſtum honeſtum,
nul- omne juſtum bonum, quoddam igitur honeſtuin lum honeſtum turpe, nullum
igitur juſtum bonum. turpe. Tertius modus eſt, quiconducit ex dedicativis
Tertius modus eſt, qui conducir ex dedicativis univerſali et particulari
dedicativum particulare particulari et univerſali,dedicativum particulare
directum: ut, omne juſtum honeftuin, quod directum: ut quoddam juftum eft
honeſtum,om- dam juſtuin bonum, quoddam igitur honeſtum ne honeftuin utile,
quoddam igirur juftumn utile. bonum. IV modus eſt, qui conducitex particulari
Quartus modus eſt, quiconducit ex univerſa dedicativa, &univerſali
abdicativa, abdicativum libusdedicativa et abdicativa abdicativum parti
particulare directum: ut quoddam juſtum hone- culare directum: utomne juſtuin
honeſtuin, nul Itum, nullum honeftunı turpe, quoddam igitur lum juſtum malum,
quoddam igitur honeſtum juſtum non eft turpe. non eſt malum. Quintus modus eſt,
qui conducit ex univerſa Quintus modus eſt, qui conducit ex dedicativa libus
dedicativisparticulare dedicativum per re- particulari et abdicativa univerſali
abdicativum Mexionem: ut omne juftum honeſtum, omne ho- particulare directum:
ut, quoddam juſtum, ho neftum bonum, quoddam igitur bonum juſtum. neſtum, omne
honeſtum bonum,igitur quoddan Sextus modus eft, qui conducit ex univerſali
honeftum non eft malum. dedicativa, et univerſali abdicativa, abdicativum
Sextus modus eſt, qui conducit ex dedicativa univerſale per reflexionem: ut
omne juſtum ho- univerſali et abdicativa particulari abdicativum neltuin,
nulluin honeſtum turpe, nullum igitur particulare directum: ut,omnejuſtum
honeſtum, turpe juftum. quoddam juſtum non eſt malum, quoddam igi Septimusmodus
eſt,quiconducit ex particulari tur honeſtuin non eſt malum. et univerſali
dedicativis dedicativum particulare Has formulas Categoricorum ſyllogiſmorum
reflexionem: ut quoddamn juftum honeſtum, qui plenè nofſe deſiderat, librum
legat, quiin Liber Apa!e omne honeſtum utile,quoddam igitur utile juſtú.
fcribirur -Peri hermenias Apuleii, et qui inſcribi: Odavus modus eft, qui
conducirex univerfa- lias ſunt tractata, cognoſcet. Nec faſtidium no- tur Peri
her libus abdicativa et dedicativa particulare abdica- bis verba repetita
congeminent; diftin &ta enin, menias, le tivum per reflexionein: ut nullum
turpe hone- atque conſiderata, ad magnasintelligentiæ vias, gendus. ftum,
omnehoneſtum juſtum, quoddamn igitur præftante Domino,nosutiliter
introducent.Nunc juſtum non eft turpe. ad hypotheticos fyllogiſinos, ordine
currente, Nonas modus eit, qui conducit ex univerſali veniainus abdicativa,
&particulari dedicativa abdicativum particulareper reflexionem:velut
nullumturpe Modi Syllogiſmorim hypotheticorum, qui fiunt Modifyllogif morum
hyposs honeſtun, quoddam honeſtum juſtum, quoda cum aliqua conjunctione, Jeptem
funt. dam igitur juſtum non eſt turpe. funt feptem. Primus modus eſt, velut: Si
dies elt, lucer; eſt Modi formuleſecunda funt quatuor. autein dies; lucet
igitur. Secundusmodus eft ita: ſi dies eſt, lucet, non Primus modus eſt, qui
conducit ex univerſali- lucet; non eft igitur dies. bus dedicativa et abdicativa
abdicativum univer- Tertius modus eſt ita: non et dies eſt et nonlu fale
directum: velutomne juſtum honeſtum,nul- cet, atqui dies eft, lucèt igitur. lum
turpe honeftum,nullum igitur juſtum turpe. Quartus modus eft ita: aut nox, aut
dies eft, at Secundus modus eſt, quiconducit ex univerſa- qui dieseſt, non
igitur nox eſt. libus abdicativa et dedicativa abdicativum uni Quintus moduseſt
ita: aut dies eſt, aut nox, at-. verſale directuin: velut nullum turpe honeftum,
qui nox non eſt, dies igitur eſt. omne juſtum honeſtum, nullumigitur turpe
Sextus inodus eſt ica: non et dies eſt, et nonlu juftum cet, dies autem eſt,
nox igitur non eſt. Tertius modus eſt, quiconducit ex particulari. Septimus
modus eſt ita:non et djes eft et nox, dedicativa et univerfali abdicativa ab
licativum atqui nox non eſt, dies igitur eſt. particulare directum: veluc
quoddam juftum ho Modos autem hypotheticorum ſyllogiſinorum neſtum, nulluin
turpehoneftum, quoddam igi- fi quis pleniùs noſſe deſiderat, legat librum Marii
Marius Vi tur juſtum non eſt turpe. Victorini, qui inſcribitur de fyllogiſmis
hypo- &torinus librá Quartus r.odus eſt, quiconducit ex particu- thericis.
Sciendum quoque, quoniam Tullius de hypotheti: lari abdicativa et univerfali
dedicativa abdicati- Marcellus Carthaginenſisde categoricis et hy- edidit. vum
particulare directum: velut quoddamn juftum potheticis fyllogiſmis, quodà
diverfis philoſo: Tullius Mar non eſt turpe, omne malum turpe, quoddam
phislatiſſimè dictum eft, feptem libris breviter cellus igitur juſtuin non eft
malum, ſubtilitérque tractavit; ita ut priino libro de re: thag. de Syl gula,
ut ipſe dicit, colligentiarum artis Dialecticæ logiſmis Modi formula tertiæfunt
fex. diſputaret; &quod ab Ariſtotele de categoricis compofuit. ſyllogiſmis
multis libris editum eſt, ab ifto fecun Primus modus eſt, qui conducit 'ex
dedicativis do et tertio libro breviter expleretur; quod aut univerfàlibus
dedicativum particulare, tam dire- tem de hypotheticis ſyllogiſmis à Stoicis
innume Etuin, quàm reflexum: ut omne juſtum hone- ris voluminibus tractatum eſt,
ab iſto quarto et ftum, omne juſtum bonum, quoddam igitur ho- quinto libro
colligeretur. In fexto verò de inix neftum bonum vel quoddamn bonum ho- tis
fyllogiſinis, in ſeptimo autem de compoſitis neftuin. diſpucavit; quem codicem
vobis legendum re-, Secundus modus eſt, qui conducit ex dedica- liqui. cccc
theticorum Car Jeprem libros > Quid
las Depnilio. 1.1 1 longum viaticum: modò ut laudet, ut adolers De
Definitionibus. centia eſt Aos ætatis. Octava ſpecies definitionis eft, quain
Græci Hinc ad pulcherrimas definitionum ſpecies ac- x7 a paistoin rõ Evertix
vocant, Latini per pri Milanius, quæ tantà dignitate præcellunt, ut pof-
vantiam contrarii ejus quod definitur, dicunt; up ſont dici orationun maxiinuin
decus, et quædam bonum eſt, quod malum noneft: juftuin eſt, quod lumina
dictionuin. injuſtum non eft. Et his fimilia: quod fe ita na Definitio verò,
eſt oratio uniuſcujuſque rei turaliter ligat, ut neceſſariam cognitionem fibi
naturam à communione diviſam, propria ſignifi- unius comprehenſione connectat.
Hoc autem catione concludens: hæc multis modis, præce- genere definitionis uti
debemus, cùm contrarium priſque conficitur. notun eſt; nam certa ex incertis
nemo probat. Definitionum prima eſt óvoradcas, Latinè ſub- Sub qua ſpecie ſunt
hæ definitiones. Subſtantia ftantialis, quæ propriè et verè dicitur definitio;
eft, quod neque qualitas eſt, neque quantitas, ne or eſt, homoanimalrationale
mortale, ſenſus dif- que aliqua accidentia: quo genere definitionis ciplinæque
capax;llæc enim definitio per fpecies Deus definiri poteſt; etenim cùm quid fit
Deus, et differentiasdeſcendens, venit ad proprium, et nullo modo comprehendere
valeamus: ſublatio deſignat plenillimè quid ſit homo. omniuin exiſtentium, quæ
Græci örta appellant, Sccunda eſt ſpecies definitionis, quæ Græcè cognitionem
Dei nobis circumciſa et ablata no ŽVYOMMA TIx ) dicitur, Latinè notio
nuncupatur: tarum rerum cognitione ſupponit; ut li dicamus, quam notionem
communi,non proprio nomine Deus eſt, quod neque corpus eſt, neque ullum
poffumus dicere. Hæc iſto modo ſemper effici- elementum, neque animal, neque
mens, neque cur: Homo eſt, quod rationali conceptione et ſenſus, neque
intellectus, neque aliquid, quod exercitio præeſt animalibus cunctis. Non eniin
ex his capipoteſt; his enim ac talibus ſublatis, dixit, quid eſt homo, ſed quid
agat, quaſi quodam quid fit Deus, non poterit definiri. figno in notitiam
denotato. In iſta enim &in re Nona ſpecies definitionis eſt, quain Græci
liquis notio rei profertur: non ſubſtantialis, ut Kåtalnooi, Latini per quamdam
imaginatio in illa primariaexplanatione declaratur; et quia nem dicunt –ut: “ÆNEAS
est Veneris et Anchisæ illa subftantialis est.” -- definitionum omnium obti-
filius. Hæc ſemper in individuis verſatur, qux ner principatum. Græci aqua
appellant. Idem accidie in eo gene Tertia fpecies definitionis eſt, quæ Græcè
redictionis, ubialiquis pudor aut metus elt no Trolótus dicitur, Latinè
qualitativa. Hæc dicendo minare – ut: CICERONE, cùm me videlicet ficarii illi
quid quale lit, id quod fit, evidenter oſtendit. deſcribant. Cujus exemplum
tale eſt: homo eft, qui ingenio Decima fpecies definitionis eft, quam Græci
valet, artibus poller, et cognitione rerum: aut as Tót, Latini, veluti,
appellant; ut fi quæ quæ agere debeat eligit:aut animadverſione quod ratur quid
ſit aniinal, refpondearur, homo: inutile fit contemnit; his enim qualitatibus
ex non enim manifeftè dicitur animal folum effe preſſus ac definitus homo eſt.
hominem, cum fint alia innumerabilia: ſed cuin IV ſpecies definitionis eſt, quæ
Græcè dicitur homo, veluti ipfum hominem animal de soggapixn, Latinè
deſcriptionalis nuncupatur: fignat: cùm tamen huic nomini multa ſubja quæ
adhibitâ circuitione dictorum factorúmque, ceant. Rem enim quæfitam prædictum
declata rem, quid fit deſcriptione declarat;ut ſi lu- vit exemplum. Hoc eſt
autem proprium defini xuriofum volumus definire, dicimus: Luxurio- tionis, quid
fit illud, quod quæritur, declarare. fus, eſt victus non neceffarii et fumptuoli
et one XI ſpecies definitionis eft, quam Græ rofi appetens,in deliciis
affluens,in libidine pron- ci rece tead the matter, Latini per iudigentiain
ptus; hæc et talia definiunt luxuriofum. Que pleni ex eodem genere vocant: ut
ſi quæratur ſpecies definitionis, oratoribus magis apta eſt, quid fit triens,
refpondeatur, cui dodrans deeft, quàm dialecticis, quia latitudines habet; hæc
ut lit aſlis. fimili modo in bonis rebus ponitur, et in XII ſpecies
definitionis eſt, quam Græ malis. ci, Kata imesvov, Latini per laudem dicunt;
ut Quinta ſpecies definitionis eft, quam Græcè Tullius pro Cluentio: Lex eſt
mens, et animus, AT nikov: Latinè ad verbum dicimus: hæc vo- et confilium, et fententia
civitatis. Et aliter pax cem illam, de qua requiritur, alio ſermonedeſi- eſt
tranquilla libertas. Fit et pervituperationem, gnat uno ac ſingulari, et quodammodo
quid il- quam Græci tózer vocant: ſervitus eſt poſtre lud ſit in uno verbo
pofitum, uno verbo alio de- mum malorum omnium, non modò bello, ſed clarat; ut
conticefcere eſt tacere: item cùm ter- morte quoque repellenda. minum dicimus
finem, aut terras populatas inter Tertiadecima eſt ſpecies definitionis, quam
pretemur effe vaſtatas. Greci κατ'αναλογίαν,Latini juxta rationem dicunt: Sexta
ſpecies definitionis eſt, quam Græci x fed hoc contingit, cum majoris ire
nomine, res Thu nepoege, per differentiam dicimus; id eft, definitur inferior:
ur eſt illud, homo ininor mun cùm quæritur, quid interſit inter regem et ty-
dus. Cicero hac definitione ſiculus eſt:Edictum, rannum, adjecta differentia
quid uterque fit, de- legem annuam dicunt eſſe. finitur: id eſt, rex eſt
modeftus et temperans, ty XIV eſt ſpecies definitionis, quam rannus verò impius
et immitis. Græci sess, Latini ad aliquid vocant: ur eſt Septima eft fpecies
definitionis, quam Græci illud, pater eft, cui eſt filius:dominus eſt, cui eft
el ustápoegr. Latini per tranſlationein dicunt: fervus: et CICERONE in
Rhetoricis, genus eſt, quod ut Cicero in Topicis, Lictus eſt, quà Auctus elu-
plures partes amplectitur: item pars eſt, quod lu dit. Hoc variè tractari
poreſt: modò enim ut beſt generi. moveat, ficut illud, caput eſt arx corporis:
modò Quintadecima eſt ſpecies definitionis, quam ut vituperet, ut illud,
divitiæ ſunt brevis vitæ Græci koste BiTiongear, Latini fecundum rei fa ! DE
DIALECTICA tionuom. 5 rationem vocant:
ut dies eſtrol fuprà terras:nox, dicativus atque ſubjectus. Terminos autem voco
elſolſubterris. Scire autem debemus prædictas verba &nonina, quibus propoſitio
nectitur;ut niquifuntper propoſe ſpecies definitionum, Topicis meritò eſſe
ſocia- in ea propoſitione qua dicimus:Homojuſtus eſt: tas, quoniaminter quædam
argumenta funtpoſi- hæc duo nomina, id eſt, homo et juftus, propo tæ, et nonnullis
locis commemoranturin Topi- fitionis partes vocantur. Eoſdem etiam terminos
cis. Nunc ad Topica veniamus, quæ ſunt argu- dicimus: quorum quidem alter
ſubjectuseſt, al mentorum fedes, fontes ſenſuu, origines di- ter verò prædicativus,
Subjectus eſt terminus, &tionum: de quibus breviter aliqua dicenda ſunt,
qui minor eſt: prædicativus verò, qui major: ut ut &dialecticos locos, et rhetoricos,
ſive corum in ea propolitione, qua dicitur, Homo juſtus, differentias agnofcere
debeamus: ac prius dedia- homo quidem minus eſt, quàm juſtus. Non Iceticis
dicendum eft. enim in folo homine juſtitia eſſe poteft, verùm etiam in
corporeis diviníſque ſubſtantiis: atque De Dialecticis locis. ideo major eſt
terminus, juſtus: homo verò, mi nor; quò fit, ut homo quidem ſubjectus fit ter
Quid die Propoſitio, eft oratio verum - falfúmveſignifi- minus, juſtus verò
prædicativus. PROPOSITIO cans, utſiquis dicat, cælum eſſe volubile: hæc Quoniam
verò hujuſmodi (implices propolis enuntiatio et proloquiun nuncupatur: quæſtio
tiones alterum habentprædicativum terminum, verò eft, in dubitationem
ambiguitatémque ad- alterum verò ſubje& um, à majoris privilegio par ducta
propofitio; utſiqui quærant, an fit cælum tis propoſitio prædicativa vocata
eft.Sæpe autem Quid Concli- volubile. Concluſio, eft argumentis approbara
evenit, ut hi termini ſibimet inveniantur æqua 330. propoſitio; ut fi quis
exaliis rebus probetcælum les, hocinodo, homoriſibilis eſt; homo namque effe
volubile.Enuntiatio quippe live ſui tantum et riſibilis uterque ſibi æquus eſt
terminus. Nam caufa dicitur,five ad alios ad ferturad probandum, ncque riſibile
ultra hominem, nec ultra riſibile propofitio eft: cùm de ipſa quæritur,
quæſtio: homo porrigitur: ſed in luis hoc evenire neceſſe lipſa eſt approbáta,
conclufio. Idem igitur pro- eſt, utſi quidam inæquales termini ſunt, major
politio,quæſtio, et conclufio, fed differuntinodo, ſemper de
ſubjectoprædicetur: fi verò æquales Quid fit Ar Argumentum eſt oratio rei dubiæ
faciens fi= utrique, converſa de fe prædicatione dicantur. gumentum. dem. Non
verò idem eſt argumentum, quod et Ut verò minor demajore prædicetur, in nulla
arguinentatio. Nam vis ſententiæ ratióque ea, propoſitione contingit. Fieri
autein poteft, ut quæ clauditur oratione, cùm aliquid probatur propoſitionum
partes, quas terminos dicimus, ambiguum, argumentum vocatur: ipfa verò ar- non
ſolum in nominibus, verum etiain in oratio gumenti elocutio, argulhentatio
dicitur; quò fit, nibus inveniamus. Nam ſæpe oratio deoratione ut argumentum
quidem mens argumentationis prædicatur hoc modo: Socrates cum Placone so Git
atque ſententia: argumentatio verò argument diſcipulis de philoſophiæ ratione
pertractat; hæc per orationem explicatio. quippe oratio, quæ eft, Socratesçum
Platone et Quid fit LOCVS verò eſt argumenti fedes, vel unde ad diſcipulis,
ſubjecta eſt: illa verò, quæ eft, de propoſitain quæſtionein conveniens
trahitur ar- philofophiæ ratione petractat, prædicatur. Rur gumentum. Quæ cùm
ita fint, ſingulorum dili- ſus aliquando nomenſubjectum eſt, oratio præ ='
gentiùs nătura tractanda eſt, eorumque per fpe- dicaruin, hocmodo: Socrates de
philoſophiæ ra-. cies ac membra figuraſque facienda diviſio. cione pertractat;
hic eniin Socrates ſolus ſubje Acpriùsde propoſitione eſt diſſerendum: hanc
ctus eſt:oratio verò, quàm dicimus, de philoſo eſſe diximus orationein,
veritatem, vel menda- phiæratione pertractat,prædicatur.Evenir etiam,
Duæſuntpro- cium continentem. Hujus duæ ſunt ſpecies: una ut fupponatur oratio,
et fimplex vocabulum pofitionum affirmatio, altera verò negatio. Affirmatio
eſt, prædicetur hoc inodo: Similicudo cum ſupernis fpecies ſub,, fi qui ſic
efferat, Caluin volubile eſt:negatio, li diviníſque ſubſtantiis, juſtitia eſt;
hic enim ora quis ita pronuntiet, cælum volubile non eſt. rio per quam
profertur fimilitudo, cum ſupernis alie. Harumverò aliæ ſunt univerſales, aliæ
ſunt par- diviníſque ſubſtantiis fubjicitur:juſtitia verò pre ticulares, aliæ
indefinicæ, aliæ ſingulares. Uni- dicatur. Sed de hujuſmodipropoſitionibusin
his verſales quidem, ut ſi quis ita proponat: Oin- commentariis, quos in Peri
hermenias Ariſtotelis nis homo juftuseft, nullus homo juſtus eft. Par- libros
ſcripſimus, diligentiùs differuimus. ticulares verò, fi quis hoc modo:Quidamn
homo Arguinentum, eft oratio rei dubiæ faciens fi- Quid fit an juftus eft,
quidam homo juſtus non eſt. Inde- dem:hanc femper notiorem quæſtione elſe nez
gumentum, finitæ fic:Homojuſtus eſt, homo juſtusnon eſt. ceſſe eſt. Nain
liignora nobis probantur, argu Singulares verò sunt, quæ de individuo aliquid
mentum verò rem dubiam probat: necesse est, ut singularique proponunt: -- ut: “Cato
iustus est.”, CATONE quod ad fidem quæstionis assertur, sit ipsa notius justus
non est; etenim CATONE individuus est, ac quæstione. Argumentorum verò oinnium
alia Multiplicito fingularis. ſun tprobabilia et neceſſaria:alia veròprobabilia
Juris Argan Harum verò alias prædicativas, alias conditio. quidem, ſed non
neceſſaria: alia neceffaria; ſed nales vocainus. Prædicativæ funt, quæ fimpli-
non probabilia:alia nec probabilia, nec neceffaria. Quid forProm citer
proponuntur, id eſt, quibus nulla vis con- Probabile verò eſt, quod
videturvelomnibus, vel bavile Argu ditionis adjungitur: ut fi quis fimpliciter
dicat, pluribus, velfapientibus, et his vel omnibus, vel mensun. Cælum eſſe
volubile. At, li huic conditio copu- pluribus, vel maximè notis, atque
præcipuis, letur, fit ex duabus propoſitionibus una condi- vel unicuique
artifici fecundum propriam facul tionalis, hocmodo: Cælum (irotundum ſit, efle
càtem; ut de medecinamedico, gubernatori de volubile; hîc enim conditio id
efficit, ut ita de- navibus gubernandis: et præterea quod ei vides mum cælum
volubile eſſe intelligatur, ſit ro- tur cuin quo fermo conſeritur, vel ipſi qui
judi tundum. Quoniam igitur aliæ propofitiones præ- cat. In quo nihil artiner
verum falfùmvelit árgưr dicativæ ſunt, aliæ conditionales: prædicativa- mentum,
fi tantùm veriſimilitudinem tenet. rum partes, terminos appellamus. Hi ſunt præ
Neceffariun vero eft, quod ut dicitar, ita eſt, Quidfor Ne cearium. Сccc ij
Locis. quibus multe mentorum genera. B. rium. atque aliter eſſe non poteft: et probabile
quidein, fpeciebusutiturargumentis, quæfunt probabi ac neceflarium eſt; ut hoc
ſi quid cuilibet rei ſic le ac neceſſarium, neceſſariuin ac non probabile.
additum, totum majus efficitur. Neque enim Patet igitur, in quo philoſophus ab
oratore, ac quifquam ab hąc propoſitione diffentiet, et ita ſe dialectico in
propria confideratione diſſideat; in Quid fit le habere neceſſe eſt. Probabilia
verò acnon ne- co ſcilicet, quod illis probabilitatem, huic veri provabile ac
ceffaria, quibus facilè quidem animus acquief- tatem conſtat elle propofitam.
Quarta yerò fpe non neceffa- cit, fed veritatis non tenet firmitatem; ut cies
argumenti, quain ne arguinentun quiden học, ſi mater eſt, diligit. Neceſſaria
verò funt, rectè dici ſupràmonſtravimus, fophiftis Tola eſt Quid fit ne
cilarium,ac ac non probabilia, quæ ita quidein eſſe, ut dicun- attributa.
Topicorum verò intentio eft, verili non probabile tur ſe habere, necefle eft,
ſed his facilè non con- milium argumentorum copiam demonſtrares de ſentit
auditor:ut ob objectum Lunaris corporis, fignatis enim locis,è quibus
probabilia arguinen bredamſunt Solis evenire defectunt. Neque neceſſaria verd
ta ducuntur, abundans.& copiofa neceſſe fiat nec neceffa- peque probabilia
funt, quæ neque in opinione materia differendi. ria,necpro- hominum, neque in
veritate confiftunt, ut hoc, Sed quoniam, ut fuprà dictum eſt, proba babilia
habere quæ non perdiderit cornua Diogenem, bilium argumentorum alia funt
neceffaria, quoniam habcatid quiſque quod non perdiderit; alia non neceſſaria:
cùm loci probabilium ar quæ quidem nec argumenta dici poſſunt: argu-
guntentorum dicuntur, evenit, ut neceſſario mentaenim rei dubiæ faciunt fidem. Ex
his au- ruin quoque doceantur, quo fit, ut oratoribus tem nulla fides eſt, quæ
neque in opinione, ne- quidem ac dialecticis hæc principaliter facultas que in
veritate ſunt conſtitutą. Dici tamen poo parecur, ſecundo verò loco FILOSOFI.
Nam teſt, ne illa quidem eſſe argumenta, quæ cùm fint in quo probabilia quidem
omnia conquiruntur, neceffaria, minimè tamen audientibus appro- dialectici
atque oratores javanțur: in quibus verò bantur. Nam ſi rei dubiæ fit fides,
cogendus eft probabilia ac neceffaria docentur, philoſophic.e animus auditoris,
per ea quibus ipſe adquieſcit, demonſtrationi miniſtratar ubertas. Non modò u
concluſioni quoque, quam nondum probar, igitur dialecticus atqueorator, verùm
etiam de poſlit accedere. Quod fi quæ tantùm neceffaria monſtrator, ac veræ
argumentationis effector, (unt, ac non probabilia, non probat ille qui ju-
babetquod ex propoſitislocis libi poſſit adſuine dicat,eltneceſſe, utneillud
quidein probet,quod re. Cùm inter argumentorum probabilium focos, ex
hujuſcemodi ratione conficitur. Itaque evenit neceſſariorum quoque principia
traditio mixta ex hujufmodi ratiocinatione, ea, quæ tantùm contineat. Illa verò
argumenta, quæ neceſſaria neceffaria ſunt, ac non probabilia, non efle ar-
quidein ſunt, ſed non probabilia; atque illud gumenta. Sed non ita eſt, atque
hæc interpreta- ultimum genus; fcilicet ilec probabile,nec ne tio non rectæ
probabilitatis intelligentiam tenet. ceſſarium,à propofiti operisconſideratione
fem Ea funt enimprobabilia, quibusſponte, atque jundum eſt. Nili quod interdum
quidam ſophi ultrò conſenſus adjungitur; ſcilicet ut moxaudi- ſtici loci
exercendi gratia lectoris ab hibentura ta fint, approbentur. Quocirca Topicorum
pariterutilitas intencióque de fint ar Quæ verò nec effaria funt, ac non probabilia,aliis
patefacta eft; his enim et dicendi facultas, &in gamenta pro babilia.
probabilibus ac neceſſariis argumentisantea de veſtigatio veritatis augetur.
monſtrátur,cognitáque &credita, ad alterius rei, Nam quid dialecticos atque
Oratores locorum locorum ** de qua dubitatur, fidem trahuntur;ut ſuntfpecu-
juvát agnitio? Orationi per inventionem co micos arque lationes,id
cft,cheoremata, quæ in Geometriacon- piampræftant. Quid verò neceffariorum
doctri- Oratoresmus fiderantut. Nam quæ illic proponuntur, non funt nam locorum
philoſophis tradit? viam quodam- sum juvas. talia, ut in his fponte animus diſçentis
accedar: modo veritatis illuftrat. Quò magis perveſtis ſed quoniam
demonſtrantur aliis argumentis, illa ganda eft rimandâque ulterius diſciplina
ea, quæ quoque ſçita et cognita ad aliarum fpeculatio- cùm cognitione percepra
uſu atque exer pumargumenta ducuntur.Itaque probabilia non citatione firmanda.
Magnum enim aliquid lo Cunt, ſed ſunt neceſſaria his quidem auditoribus, corum
conſideratio pollicetur, fcilicetinvenien quibus nondum demonſtrata funt: ad
aliud ali- di vias; quod quidem hi, qui ſunt hujus rationis quid probandum,
argumenta effe non poffunt; expertes,ſoliprorſus ingenio deputantur: neque hi
autem qui peioribus rationibus eorum, qui- intelligunt, quantun hac
conſiderationequærat bus non adquieſcebant, fidem cceperunt, poffunt, cur, quæ
in artem redigit vim poteſtatemque na cas quæ non ambigunt, ad argumentuin
vocare. turæ. Sed de his hactenus: nunc de reliquis ex Sed quia quatuor
facultatibus differendi omne plicemus. artificium continetur, dicendum eſt qux
quibus uti noverit argumentis; ut, cui potiſſimum diſci De Syllogiſmise plinæ
locorum atque argjinentorum paritur u Diale &tice, bertas,
evidenterappareat. Quatuorigitur fa Syllogiſmorum verò aliiſuntprædicativi,
qut" Syllogiſmialii Oratori, Phi- cultatibus,earúmque
velutopificibus,differendi categorici vocantur,aliiconditionales,quos hy-
predication Dolopho, so omnis ratio ſubjecta eft, id eſt, dialectico, ora,
potheticos dicimus. Et prædicativiquidem funt, males, com phifte dife
rendiomnis tori, philofopho, sophistæ. Quorum quidem qui ex omnibus
prædicativis propoſitionibus quid fins. ratio fobjekta dialecticus atque orator
in communi argumen- connectuntur sur is, quem exempli gratiafupes, torummateria
verſautur; uterque enim,five ne- riùs adnotavi, omnibus enim propoſitionibus
cellaria, kve minimè, probabilia tamen ſequitur prædicativis
texitur.Hypothetici verò funt,quo Quefit diffe ventia inter argumenta. His
igitur illæ duæ fpecies argu- ium propofitiones conditione nituntur, ut hics
Dialecticum, menti famulantur,quæ funt probabile ac non si dies eft, lux eſt
zett autem dies, lux igitur eſte Oratorent et neceffarium: philoſophus vero ac
demonftrator Propofitia enim prima conditionem tenet hanc, Philoſuphum. de ſela
tantum veritate pertractant: Asque ideo quoniam ita demum lux eft, fi dies eft.
Atque ſive liņt probabilia, five non fint, nihil referi,' idea fyllagiſmus hic,
hypochericus, id eſt condi modo duin ſine peceſlaria: bic quoque his duabus
tiopalis vocatur. Inductio verò eft oratio, per i i Onid fais duftio. DE
DIALECTICA Tuniwy. $ niio. 0 10 OS 2712 quam fitàparticularibus ad univerfale
progreflio, plumvocamus:quoniam vero non pluresquibus hoc modo: Siin regendis
navibusnan forte, ſed id efficiat colligit partes, ab inductione diſcedit. arte
legitur gubernator: fi regendis equis auriga Ita igitur duæ quidem ſunt
argumentandiſpecies non fortis eventu, ſed commendatione artis ad- principales:
una, quæ dicitur fyllogiſmus, alte ſumitur: fi in adminiftranda republica non
ſorsra que vocaturinductio; ſub his aurem, &veluc principem facit,ſed
peritía moderandi; et fimi- ex his manantia, enthymema atque exemplum, Ed.
infe- lia, quæ in pluribus conquiruntur, quibus * im- Quæquidem omnia ex syllogiſmo
ducuntur, et pertitur: et in omni quoque re, quam quiſque ex fyllogifino vires
accipiunt: live enim ſit enthy regi atque adminiſtrari gnaviter volet, qui non
'mena, liveinductio, live etiam exemplum, ex forte accommodat, ſed arte,
rectorem, fyllogiſmo quàm maximè fidem capit; quod in Vides igitur quemadmodum
per fingulas res prioribus reſolutoriis, quæ ab Ariſtotele tranftu currat
oratio,ur ad univerſale perveniat.Nam cùm linus, denonſtratumeft. Quocirca
fatis eſt de non forte regi, ſed arte navim, currum, rempubli- fyllogilino
differere, quaſi principali, et cæte cam collegiffet, quali in cæteris ſeſe
quoque ita ras argumentandiſpecies continente. habeat, quod erat univerſale
concluſit: in omni Reſtat nunc quid fit locus, aperiçe. Locus nam- Quid
forlocais bus quoque rebus, non ſorte ductum, fed arte, que eſt, ut* Marco
Tullio placet, argumentife a Dialectico. MSS.Man præcipuum debere præponi. Sæpe
autem multo, des; cujus definitionis quæ fitvis, paucis abſol rum collecta
particularitas aliud quiddam parti- vam, Argunventi enim fedes partin maxinia
culare demonſtrat; ut fi quis fic dicat: Si neque propoſitio intelligi poteft,
partim propofitionis navibus, ncque curribus, neque agris ſorte præ- inaximè
differentia. Nam cùm fint alize propoli ponuntur; nec rebus quidein publicis
rectores tiones, quæ cùin per ſe notæ lint, cùm nihil ul eſſe ſorte ducendi
funt. Quod argumentationis teriùs habeant, quo demonftrentur, atque hæ genus
maxiinè folet eſſe probabile, etſi non maxinæ et principales vocentur, funtque
aliæ æquam ſyllogyſmi habeat firinitatem. Syllogif- quarum fidem primæ ac
maximæ, fuppleant mus namqueabuniverfalibus ad particularia de- propofitiones:
neceffe eft, ut omnium quæ curret. Eftque in eo, fi veris propoſitionibus
dubitantur, illæ antiquiſſimam teneant pro+ contexatur, firma atque immutabilis
veritas. bationein; quæ ira aliis fidem facere poffunt, Ut inductio habet
quidem maximam probabi- ut ipſis nihil queat notius inveniri. Nam li litatem,
ſed interdum veritate deficitur; ut in argumentum eſt, quod rei dubiæ faciat
fidem, hac: Qui fcir canere, cantor eſt: et qui luctari ídque notius ac
probabilius eſſe oportet, quàm luctaror: quique ædificare, ædificator; quibus
illud quodprobatur: neceſſe eſt, utargumentis multis fimili jatione collectis,
inferri poteſt: omnibus illa maximam fidem tribuant, quæ ita Qui fcit igitur
malum,malus eſt, quod non pro- per ſe nota ſunt, at alienâ probationenon
egeant: cedit;mali quippe notitia deeſſe non poteſt bonoš Sed hujulinodi
propoſitio aliquotiens quidem virtusenim ſeſe diligit, aſpernatúrque contraria,
intra argumenti ambitum continetur: aliquotiens nec vitare vitium niſi cognitum
queat. yerò extra polita, argumenti vires ſupplet ac per His igitur duobus
velut principiis, &generibus fices, Duo funt alii argumentandi, duo quidem
alii deprehenduntur Cinnes igitur loci, id eft; maximarum diffe, Omnes loci à
argumentori argumentationis modi: unusquidem fyllogiſmo, rentiæ propoſitionum,
aut ab his ducantur ne quibus ternii modi, Enthy alter verò inductioni
ſuppoſitus. In quibus qui- ceſſe eſt terminis, qui in quæſtione ſunt propo
memaſciet exemplum, ea dempromptumſit conſiderarequod, ille quidem fiti,
prædicato ſcilicețarquefubjeéto: aut extrin qaid (ma à fyllogiſmo, ille verò ab
indu et ione ducat exor- ſecus adfumantur:auc horum medii acque inter dium: non
tamen,aut hicfyllogiſmum, aut ille utrofque verſentur. Eorun verò locoruin, qui
impleat inductionem; hæc autem ſunt enthyine ab hisducuntur terininis, de
quibus in quæſtione ma, atque exemplum, Euthymema quippe eft dubitatur, duplex
modus eſt: unus quidem ab imperfectus fyllogiſmus, id eſt oratio, in qua non
corum fubftantia, aker verò ab his, quæ eoruin omnibus antea propoſitionibus
conftitutis,inter ſubſtantiam conſequuntur shi verò quià ſubftária tur
feſtinata conclufiosut fi quis ſic dicat: homo funt, inſola definitione
conliſtunt.Definitio enim animal eſt, ſubſtantiaigicur eſt; præterınjſic eniin
ſubſtantiammónftrát; et fubſtaạtiæ integra det alteram propofitionem, quâ
proponitur omne monſtratio, definitio eſt. Sed, id quod dicimus, aniinal elle
fubftantiam. Ergo cùm enthymema patefaciamus exemplis;ut omnis vel quæftionum,
ab univerſalibus ad particularia probanda con- vel arguinentationum, vel
locoruin ratio con tendit, quali ſimile Jyllogiſmo eft. Quod vero quieſcat. Age
enim quæratur; an arkores ani non omnibus, qu:e conveniunt fyllogiſmo,propor
malialint, řátque hujuſmodifyllogiſmus: ani+ ſitionibus utitur, à fyllogiſmi
ratione difcet mal eftfubftantia animata ſenſibilis:non eft arbor dit, atque
ideò imperfectus vocatuseft fyllogif- fubftantia animata fenfibilis; igitur
arbor animal mus, non eft. Hic quæſtio de genere eft; utrùm enim Exemplum
quoque inductioni fimili ràtionę arboresfub aniinaliumgenere panendæ fint,qux
et copulatur, et ab ea diſcedit. Eft enim exem- ritur: locus qui in univerſali
propofitione con, plum, quod perparticulare propoſitum,particu- filtit, huic
generis definitio non convenit, id lare quoddam contendit oſtendere, hoc modo;
ejus, cujus ea definitio eft, fpecies non eſt loci Oportet à Tullio consule
necari CATILINA, cum superioris differentia: qui locus nihilominus à Scipione
Gracchus fueritinteremptus; appro, nuncupatur à definitione. batum eſt enim CATILINA
à CICERONE debere pe Vides igitur ut çora dubitatio quæftionis fyllo rimi, quod
â Scipione Gracehus fuerit occiſus: giſmi argumentatione* tracta (it per
convenien: Ed.sracht quæ utraque particularia effe, ac non univerſalià tes et congruas
propoſitiones,quæ vim ſuam ex "4. lingularum deſignat interpoſitio
perſonarum prima &maxima propofitionecuftodiunt; ex ea Quoniamigiturex
parte pars approbatur, quafi {cilicet, quænegat effe fpeciem, cui ñnon conve:
inductionis fimilitudinem tenet id, quodexem- niat generis definitio, Acque
ipſa univerſalis pro nis ducantur: B. ftantia du tem. poſitio à ſubſtantia
tracta eſt unius eorum termi- eſt, hoc modo fæpe quæſtionibus argumenta ni, qui
in quæſtione locati ſunt; ut animalis,id fuppeditat; ut fi fit quæſtio, an
juſtitia utilis fit, eſt, ab ejusdefinitione,quæ eſt ſubſtantia anima- fit
fyllogiſmus: Omnis virtus utilis elt, juſtitia ra ſenſibilis. Igitur in cæteris
quæftionibus ſtri- autem virtus eſt, ergo juſtitia utilis eſt. Quæſtio ctim ac
breviter locorum differentiis coinmemo- de accidenti, id eſt, an accidat
juftitiæ utilitas. fatis, oportet uniuſcujuſque proprietatem vigi- Locus is,
qui in maxima propoſitione conſiſtir. lantis animi alacritate percipere. Quæ
generi adfunt, et fpeciei. Hujus ſuperior Locus ex ſub Hujus aureinloci, qui ex
fuſtſtantia ducitur, locus à toto, id eſt, à genere, virtute ſcilicet, quæ
ftus, duplex duplex modus eſt; partim namquc à definitione, juſtitiæ genus eſt.
Rurſus fit quæſtio, an huma eft. partim à deſcriptione argumenta ducuntur. næ
res providentiâ,regantur. Cùm dicimus, li Differt autem definitio à
deſcriptione, quòd mundus, providentiâ regitur: homines autem Que fit dif-
definitio genus ac differentias affumic: def- pars mundi funt: humanæ igitur
res providen ferentia inter criptio verò ſubjectain intelligentiam - claudit,
tia reguntur. Quæſtio de accidenti, Locus quod defcriptiq quibuſdam vel
accidentibus unam efficientibus toti evenit, id congruit etiam parti. Supremus
proprietatein, vel ſubſtantialibus præter genus locus à toro, id eſt, ab
integro. Quod partibus conveniens aggregatis. Sed definitiones, quæ ab conftat,
id verò eft mundus, qui hominum to accidentibus fiunt, tamen videntur nullo
modo tum eſt. ſubſtantiam demonftrare: tamen quoniam fæpe A partibus etiain
duobus modis argumenta naf- A partibus veræ definitionesita ponuntur, quæ
ſubſtantiam cuntur: aut enim à generis partibus, quæ ſunt, duobus modis
monſtrant: illæ etiam propofitiones,quæ à deſcri- fpecies:aut ab integri, id
eſt, torius; quæ par- azamente ptione fumuntur,à fubftantiæ loco videntur affu-
tes tantum proprio vocabulo nuncupantur. Et Mojcanine. mi. Hujus verò tale fit
exemplum; quæratur de his quidem partibus, quæ ſpecies funt, hoc enim, an
albedo ſubſtantia fit: hic quæritur, an modo fit quæſtio, an virtus mentis benè
conſti albedo ſubftantiæ, velut generi ſupponatur. Di- tutæ fic habitus:
quæſtio de definitione, id eft, cimus igitur: ſubſtantia elt, quod omnibusacci-
an habitus benè conſtitutæmentis,virtutis lit de dentibus poſſit eſſe ſubjectum:
albedo verò nul- finitio. Facieinus itaque ab ſpeciebus argumen dis
accidentibus fubjacet, albedo igitur fubſtan- tationem lic: Si juftitia,
fortitudo, inoderatio, tia non eſt. Locus, id eſt, maxima propoſitio, atque
prudentia, habitus benè conftituræ mentis eadem quæ fuperiùs. Cujus
enimdefinitio vel funt: hæc autem quatuorunivirtuti velut generi deſcriptio
ei,quod dicitur,ſpecies effe non conve- ſubjiciuntur: virtus igitur benè
conſtitutæ men nit, id ejus quod eſſe ſpecies perhibetur, genus tis eſt habitus.
Maxima propoſitio; quod enin noneſt. Deſcriptio verò fubftantiæ albedini non
ſingulis partibus ineſt, id toti inefTe neceffe eft. convenitalbedo: igitur
ſubſtantia non eſt. Argumentum verò à partibus, id eſt, à generis Locus
differentia ſuperior à deſcriptione; quam partibus, quæ ſpecies nuncupantur;
juſtitia enim, duduin locavimus in ratione ſubſtantiæ. Sunt fortitudo, modeſtia
et prudentia, virtutis fpe etiam definitiones, quæ non à rei ſubſtantia, ſed
cies ſunt. à nominis ſignificatione ducuntur, atque itą rei, Item ab his
partibus, quæ integri partes eſſe di de qua quæritur, applicantur; ut ſi ſît
quæicio, cuncur, fit quæſtio, an fit utilismedicina. Hæc utrumne philoſophiæ
ſtudendum fit, erit argu: in accidentis dubitatione conftituta eſt. Dicimus
mentatio talis: Philofophia ſapientiæ amor eſt, igitur, ſi depelli morbos,
ſalurémque fervari, huic ſtudendum nemo dubitat: Itudendum igitut mederique
vulneribus utile eft: igitur medicina eſt philofophiæ. Hic enim non definitio
rei, ſed eſt utilis. Sæpe autem et una quælibet pars valer, nominis
interpretatio argumentum dedit. Quod ut argumentationis firmitas conſtet, hoc
inodo; etiam Tullius in oſtenſione ejuſdem philofophiæ ut fi de aliquo dubitetur,
an fit liber: ficum vel uſus eſt defenfione, et vocatur Græcè quidem cenſu,
velteſtamento, vel vindictâ manumiſ ovouzOtong, Latinè autem nominis definitio.
fum eſſe monſtremus, liber oſtenſus eſt: atque Hæc de his quidem argumentis,
quæ ex ſubſtan- aliæ partes erantdandæ libertatis. Vel rurſus, fi cia
terminorum in quæſtione politorun fumun- dubitetur, an ſir domus quod eminus
conſpici tur, claris,ut arbitror,patefecimus exemplis: nunc tur: dicimus
quoniam non eſt; nam vel rečtun de his dicendum eſt, qui terminorum ſubſtana
ei, vel parietes, vel fundamenta defunt, ab una tiam conſequuntur. rurſus parte
factum eſt arguinentum. Divifio loco Horum verò multifaria diviſio eſt; plura
enim Oportet autem non folùm in ſubſtantiis, ve Tum qui(ubu funt, quæ ſingulis
ſubſtantiis adhæreſcunt: ab růın etiam in modo, temporibus, quantitatibus,
franciam com his igitur, quæcujuſlibet ſubſtantiam comitan- torum, partéfque
reſpicere. Id enim quod dici fequantur. tur, argumenta duci folent, aut ex toto,
aut ex mus aliquando in teinpore, pars': rurſus li fim partibus, aut ex caufis,
vel efficientibus,vel ma- pliciter aliquid proponamus,in modo totum eſt: teria,
vel fine. Er eſt efficiens quidem cauſa, li cum adječtione aliqua, pars fit in
modo. Item quæ inover atque operatur, ut aliquid explice- fi omnia dicamusin
quantitate, tòrum dicimus: tur: materia verò, ex qua fit aliquid,vel in quafit:
fialiquid quantitatisexcerpimus, quantitatis po, propter quod fit. Sunt etiam inter
eos lo- nimus partem. Eodem modo &in loco: quod cos, qui ex his ſumuntur,
quæ ſubſtantiain con- ubique eſt, totum eſt: quod alicubi, pars. How ſequuntur,
aut ab effectibus, aut à corruptioni- ruin autem omnium communiter dentur exem
bus', aut ab uſibus, aut præter hos omnes ex pla. A toto ad partem fecundum
tempus: fi communiter accidentibus. Quæ cùm ita fint, Deus ſemper eſt,
&nunc eſt. A parte ad totum cum priùs locum, qui à toto fumitur, inſpicia-
ſecundum modum:ſi *anima aliquo modo niové» MSS. amie tur, et fimpliciter
movetur; movetur autem cum mal. Totum duobus modis dici folet: aut ut genus,
irafcitur;univerſaliter igitur et fimpliciter mo bus modisdi- aut ut idquod ex
pluribus integrum partibus vetur. Rurfus à toro ad partes in quantitate: fi
conſtat. Er illud quidem quod ut genus, totum finis mus. Totum duo citur. 1 1 DE
DIALECTICA 3 teria, fi jori. TA A. > verus in omnibus Apollo vatės eſt;
verum erit oppoſitis, vel ex tranffuinptione. Et ille quidem Pyrrhum Romanos
ſuperare. Rurſus in loco, fi locus, qui rei judiciuin tenet, hujuſmodi eft; ut
Locus à rei Deus ubique eft, et hîc igitur eſt. id dicamus effe, vel quod omnes
judicant, vel judicio. Locusà came "Sequitur locus, quinuncupaturà cauſis.
Sunt plures, et hivel ſapientes, vel ſecundam unam fis multiplex. verò plures
cauſa, id eft, quæ vel principium quanque artem penitus eruditi.Hujus exempluin
præſtantmotusatque efficiunt: vel ſpecierum for- eft, cælum eſſe volubile: quòd
ita fapientes, atque mas ſubjectæ ſuſcipiunt: vel propter eas aliquid, in
Aſtronoinia do et illimi diſudicaverint. Quæ vel quæ cujuſlibet forma eſt. ſtio
de accidente. Propofitio, quod omnibus,vel Zocus ab effi- Argumentum igitur ab
eficiente cauſa; ut fi pluribus, veldoctis videtur hominibus,ei contra ciense
cauſa. quis juſtitiam naturalemn velit oſtendere, dicat: dici non poſſe. Locus
à rei judicio. congregatio hominum naturalis eſt: juſtitiam A fimilibus verò
hoc modo, fi dubitetur, an verò congregatio hominum fecit: juſtitia igitur
hominis proprium fit eſſe bipedem, dicimus fi naturalis eſt. Quæſtio de
accidente. Maximapro- militer: ineſt equo quadrupes, et homini bipes; poſitio:
quorum effacientescauſæ naturales ſunt, non eft autem equi quadrupes proprium;
non eft apſa quoque ſunt naturalia. Locus ab efficienti igitur hominis
propriuin bipes. Quæſtio de pro bus; quodenim uniuſcujuſque cauſa eſt,id
efficit prio. Maxiina propoſitio. Si quod limiliterineſt, can rem, cujus caufa
eft, non eſt proprium, ne id quidem de quo quæritur, Locus à ma Rurſus, ſi quis
Mauros arima non habere con- eſſe propriuin poteſt. tendat, dicit idcirco eos
minimè armis uti, quia Locus à fimilibus: hic verò in gemina dividitur. Locus
àfomi libus duplex. his ferrum deſit. Maxima propoſitio, ubi materia Hæc enim
fimilitudo, aut in qualitate, aut in deeſt, et quod ex materia efficitur, defit
locus à quantitate conſiſtit: ſed in quantitate paritas mareria: utrumque verò,
ideft, ex efficientibus nuncupatur, id eſtæqualitas. atque materia,uno nomine à
cauſa dicitur. Æquè Rurfus ab eo quod eſt majus, fi an fit animalis Locais à
Ma. enim id quod efficit, atque id quod operantis definitio, quod ex ſe moveri
poffit, dicimus, actum ſuſcipit, ejus rei, quæ efficitur, cauſæ magis oportet
eſſe animalis definitionem, quòd funt. naturaliter vivat, quàm quòd ex ſemoveri
poffit Locais à fine. Rurſus à fine fit propofitum, an juftitia bona Non eft
autem hæc definitio animalis, quòd natu fit, fiet argumenratio talis. Si beatum
eſſe, bo- raliter vivat: ne hæc quidem, quæ minùs vide num eſt, et juſtitia
bona eſt; hic eſt enim juſtitiæ tur effe definitio, quod ex ſe inoveripoſſit,
ani finis, ut qui ſecundum juſtitiam vivit, ad beati- malis definitio eſſe
paranda eſt. Quæſtio de defi rudinem perducatur. Maxima propoſitio, cujus
nitione. Propoſitio maxima. Si id quod magis finis bonus eft, ipſum quoque
bonum eft. Locus videbitur ineſſe non ineſt, ne illud quidem à fine. quod minus
ineffe videtur, inerit. Locus ab eo Loctus a for Ab eo verò, quæcujuſque forma
eſt,ità non po- quod eſt inajus. tuiſſe volare Dædalum, quoniam nullasnaturalis
A minoribus verò converſo modo. Nam fi eft locus à formæ pennas
habuiſſet.Maxima propoſitio, tan- hominis definitio, animal grellibile bipes:
cúm- mori. tìm quemque poffe, quantùın formapermiſerit. que id bipes videatur
effe definitio hominis mi Locus à forma, nus. quàm animal rationale mortalc;
fitque defi Loc tus ab effe, Ab'effectibus verò, et corruptionibus, &uſibus
nitio ea hominis, quæ dicit animal grellibile bi Etibus, corrm- hoc modo: namn
ti bonum eſt,domus, conſtru- pes, erit definitio hominis, animal rationale -
ptionibus, &io bonum eſt, bonum eſt domus. Rurfus fi mortale. Quæſtio de
definitione. Maxima propo ufibus., maluin eſt, deſtructio domus: bona eſt
domus,& ficio: Si id quod minus videtur ineffe, ineſt: et fi bona eſt domus,
mala eſt deſtructio domus. id quod magis videtur inefle, inerit. Multæ au Item
ſi bonum eſt equitare, bonum eſt equus: et tem diverfitates locorum ſunt, ab eo
quod eſſe fi bonum eſt equus, bonum eſt equitare. Eſt au- magis acminùs,
argumenta miniſtrantium: quos tein primum quidem exemplum à generationi- in
expoſitione Topicorum Ariſtotelis diligentius bus, quodidem ab effectibus
vocari poteft. Sea perſequuti fumus. cunduin à corruptionibus, tertium ab
ufibus. Item ex proportione: ut fi quæràtur, an ſorte Lucus ex pro Omnium autem
maximæ propofitiones: cujus fint legendi in civitatibus magiſtratus, dicamus
portione. effectio bonaeſt, ipfum quoque bonum eſt, et è minimè: quia ne in
navibus quidem gubernator converfo: et cujus corruptio mala eſt, ipſum bo-
forte præficitur: eſt eniin proportio, nain ut fele nuin eſt, et è converſo:
&cujus uſus bonuseſt, habet gubernatorad navem, itamagiſtratus adci ipfum
bonum eft, et è converſo. vitatem. Hic autem locus diftat ab eo, quod ex ſi
Locus à com A coinmuniter autem accidentibus argumenta milibus ducitur. Ibi
enim una res quæ cuilibet muniteracci- funt, quotiens ea ſumuntur accidentia,
quæ re- et alii comparatur: in proporcione verò non eſt linquere ſubjectum,vel
non poffunt, vel non ſo. limilitudo rerum, fed quædam habitudinis coin lent;
utſi quis hoc inodo dicat: ſapiens non pa paratio. Quæſtio de accidenti
proportione.Quod nitebit; pænitentia enim malum factum comita- in
quaquereevenit, id in ejus proportionali eve tur: quod quia in ſapiente non
convenit, ne poe- nire neceſſe eſt. Locus à proportione. nitentia
quidein.Quæſtio de accidentibus.Propo Ex oppoſitis verò multiplexlocus eft.
Quatuor Locus ex op fitio maxima: cui non ineft aliquid,ei neillud qui- enim
libimet opponuntur modis; aut enim ut pofo ismulti dein, quod ejus eſt conſequens,
ineffe poteſt. contraria adverfo ſeſe loco conſtituta refpiciunt: plex. Locus à
coinmuniter accidentibus. aut ut privatio, et habitus: aut relatio: aut affir
De lo cis ex Expeditisigitur locis his, qui ab ipſis terminis inatio
&négatio. Quorum diſcretiones in co li srinfecus. in propofitfone poſitis,
affumuntur: nunc de his bro qui de decem prædicamentis fcripruscſt,com dicendum
eft, qui licet extrinfecuspoſiti, argu- meinoratæ ſunt; ab his
hocmodoargumentanaſ menta tamen quæſtionibus fubminiftrant: hi ve ro ſunt vel
ex rei judicio, vel ex ſimilibus, vel à A contrariis fi quæratur, an lit
virtutis pro- Locus à con majore, vel à minore, velà proportione, velex prium
laudari, dicam minimè: quoniam ne vitii trariis.; D cuntur. B. Jocentu. habits.
sione. Locus ex. ne. quidem vituperari. Quæſtio de proprio. Maxi- ſecundum
proprii nominis fimilitudinem corr ma propoſitio: quoniam contrariis contraria
fequuntur. conveniunt. Locus ab oppoſitis, id eft, ex con Mixti verò loci
appellantur: quoniam ſi de ju- Qui mirtilo. ' trario. ſtitia quæritur, et à
caſu, vel à conjugatis argu Locuus à pri Rurſus ſit in quæſtione pofitum: An
ſit pro- menta ducuntui; neque ab ipſa propriè atque vatione prium oculos
habentium videre, dicam miniinè: conjunctè, neque ab his quæ ſunt extrinſecus
eos namque qui vident, aliàs etiam cæcos eſſe polica videntur trahi, fed ex
ipſoruin calibus, id contingit. Nain in quibus eſt habitus,in eiſdem eſt,
quadam ab iplis levi immutatione deductis: poteriteſſe privatio; et quod eſt
proprium, non Jure igitur hi loci medii inter eos, qui ab iplis, poreſt
àſubjecto diſcedere. Etquoniam venien- et eosquiſunt extrinfecus, collocantur.
te cæcitate viſus abfcedit:non effe proprium ocu Reſtat locus à diviſione, qui
tractatur hoc mo- Locus è divi. los habentium videre convincitur. Quæſtio de
de. Omnis diviſio vel negatione fit, vel parti- fione fisvel proprio.
Propofitio, ubi PRIVATIO adetle poteft tione; ut ſi quis ita pronuntiet: omne
animal negatione,vel Partitione et habitus, proprium nonelt. Locus ab oppofi-
aut habet pedes, autnon haber. Partitione verò, tis, ſecunduin habitum ac
privationein. velut ſi quis dividat: omnis hoino aut ſanus, aut Zocus à rela. Rurſus
ſit in quxſtione pofitum, an patris fit æger eft. Fit autem univerfa divifio,
vel, ut ge proprium procreatorem eſſe, dicain rectè videri: neris in ſpecies,
vel.totius in partes, vel vocis in quia filii eſt propriuin procrcatum efle; ut
enim proprias ſignificationes, vel accidentis in ſubje ſeſe habet pater ad
filium, ita procreatus ad pro- cta, velſubjecti in accidentia, vel accidentis
in Creatorem. Quæſtio de proprio. Propofitiomaxi- accidentia. Quorum omnium
rationemin meo ma: ad ſe relatorum propria, et ipſa ad ſe refe- libro
diligentius explicavi, quem de diviſione Libram dedi runtur. Locus à relativis
oppofitis. Locus ab af compoſui:atque idcircoad horuin cognitionem vifione com
pour celſis formatione e Item fit in quæſtione politum, an lit ani- congrua
petantur exempla. Fiunt verò argumen - dow negatione. malis proprium moveri,
negem: quia nec tationes per diviſionem, tun ea ſegregatione, Ed. in ani- inaniinati quidein eſt proprium
non moveri. qux per negationem fit, cum ea quæ per parti mali. Quæſtio de
proprio. Propofitio inaxiina: op- tionem. Sed qui his diviſionibus utuntur, aut
di politorum oppoſitaeſſe propria oportere. Ló- re& tâ ratiocinatione
contendunt: aut in aliquid cus ab ppolitis, ſecundum affirmationem ac
impoſibile atque inconveniens ducunt, atque negationem; moveri enim et non
moveri, ſe- ita id quod reliquerant, rurſus adſumunt. cundum affirmationem
negationémque fibimmer Quæ faciliùs quiſque cognoſcer, li prioribus opponuntur.
Analiticis operam dederit: horum tamen in præ Ex tranſſumptione verò hoc modo
fit: cùm ex fentitalia præftabunt exempla notitiain. Sit in transJumptio.
histerminis in quibus quæſtio conſtituta eft,ad quæſtionepropoſituin, an
ulaorigo fit temporis: aliud quidem notius dubitatio transfertur; atque quod
qui negare volet, id nimirum ratiocinatio ex ejus probationeea, quse in
quæſtione ſunt po- ne firmabit mallo, modo effe ortum:ídque dire ſita,
confirmantur; ut Socrates, cùin quid pof- &tâ ratiocinatione monftrabit,
hocmodo: quo ſet in unoquoque juſtitia, quæreret; omnein niain mundusærernus
eſt (id enim pauliſper ar tractatum ad reipublicæ tranſtulit inagnitudi-
guinenti gratiâ concedatur ) mundus verò fine nem; atque ex co quodilla
efficeret infingulis, tempore effe non potuit, teinpus quoque eſt æter etiani
valere fitinavit. Qui locus à roro forſican num: ſed quod æternum eſt,
carerorigine: tem eſſe videretur: ſed quoniam non inhæret in his, pus igitur
orignem non habet. Atſi per impolli de quibus proponitur terminis, fed extra
poſita bilitatein idem deſideretur oſtendi, dicetur hoc res, hoc tantum
quianotior videtur, affumitur; modo. Sitempus habet origineni,non fuit ſemper
idcirco ex tranſfumptione locus id convenienti teinpus: fuit igitur, quando non
fuit rempus, ſed vocabulo nuncupatus eft. Fit verò hæc tranſlum- fuiffe SIGNIFICATIO
eſt temporis; fuit igitur tein prio &in nomine, quoties ab obfcuro vocabulo
pus, quando non fuittempus: quod fieri non ad notius transfertur argumentatio,
hoc modo; poteft; non igitur eſt ulluin temporisprincipiuin ut ſi quæratur, an
philoſophus invideat, fitque pofitum. Namque, ut ab ullo principio cæpe ignotum
quid philoſophi ſignificet nomen, dice- rit, inconveniens quiddam atque
impoffibile mus ad vocabulum notius transferentes, non in- contingit fuiſſe
teinpus, quando non fuerit videre qui ſapiens ſit; notius enim eſt fapientis
tempus. Reditur igitur ad alterain partein, vocabuluin, quàm philofophi. Ac de
his qui- quod origine careat: fed hæc quæ ex negatio dem locis qui extrinfecus
aſſumuntur, idoncè di- ne diviſio eſt, cùm per eam quælibet argu ctuin eſt:
nunc de mediis diſputabitur. menta ſumuntur, nequit fieri, ut utrumque fit,,
quod affirinatione et negatione dividi De Mediis. tur: itaque ſublato uno, alterum
manet; pofi tóque altero reliquum tollitur: vocaturque hic à Ex quibus Medii
enim loci ſumuntur vel ex calu, vel ex diviſione locus, medius inter eos qui ab
ipfis conjugatis, vel ex diviſione naſcentes. Caſus duci folent, atque eos qui
extrinſecus adſumun Sumantur. Quid fit eſt alicujus nominis principalis
inflexio in adver- tur. Cùm enim quæritur, an ulla temporis lit bium:
uràjuſtitia inflectitur juſtè, cafus igitur origo, ſumit quidem eſſe originem;
et ex eo pet Quid Conju- eſt juſtitia,id quod dicimus juftè, adverbium.
propriamconſequentiam à re ipſa,quæ quæritur, Conjugata verò dicuntur, qux
abeodein diver- htimpoſſibilitatis et mendacii fyllogiſmus;quo fo modo ducta
Auxerunt:ut à juſtitia, juftum; concluſo reditur ad prius, quod verum eſſe ne
hæc igitur inter ſe et cum ipſa juſtitia conjugara ceſſe eſt; fiquidem ad quod
eioppofitum eſt, ad dicuntur, ex quibus omnibus in promptu lunt impoſſibile
aliquid inconvenienſque perducit. argumenta. Namfi id quod juftum eft, bonum
Itaque quoniam ex ipfa re, de qua quæritur, fieri eſt; et id quod juſtè eſt,
benè eſt; et qui juftus fyllogiſmus folet, et quali ab iplis locus eft du eft,
bonus cft, et juftitia bona eſt; hæc igitur cus: quoniam verò non in eo
permanet, fed ad locis Medii Calus. gaid. politum DE DIALECTICA BA tis li 1. nd
20 je 18 19 100. TOR: OK parti 17 10.3. pofitam redit, quafi extrinſecus
fumitur: idcirco Quibus ita popofitis inſpiciatRus nunc cos lo: igitur hic à
diviſione locus inter utrumque me cos', quos duduin extrinfecuspronuntiabamus
Delocis eta dius collocatur. affuini; ea enim, quæ extrinſecus affumuntur,
frempris,, of Loci ex par Ac verò hi qui ex partitione funiuntur, multi- non
ſunt ita ſeparata atquedisjuncta, ut non ali nitione fum- plici funt modo. Aliquotiens
enim quæ divi quandoquali è regione quadam, ca quæ quærun qua dintre
pri,maisiplici duntur, fimul effe poffunt; ut fi vocem in figni- tar,
afpiciant. Nam et funilitudines et oppofita frunt modo. ficationes dividamus,
oinnes fimul eſſe poſſunt: ad ea lme dubio referuntur, quibus ſimilia vel op
veluti cum dicimus amplector, aut actionein li polica funt, licet jure
atqueordine videantur ex gnificat, aut paffionem; utrumque finul lignifi
trinſecus collocata. Sunt autem hæc, ſimilitudo, care poteft. Aliquotiens velut
in negationis mo- oppoſitio, magis,ac minus, rei judicium. In ſimi do, quæ
dividuntur fimul eſſe non poffunt; ut litudine enimcum rei fimilitudo, tum
propor fanus eſt, aut æger. Fitautein raciocinatio in tionis ratio continetur.
Omnia enim fimilitudi priore quidem mododivilionis, tum quia omni- nem tenent.
bus adeſt quodquæritur, vel non eft: tum verò Oppolica verò in concrariis, in
privationibus; idcirco alicui adeſſe, vel non adeffe quod aliis ad in
relationibus, in negationibus conſtant. Com ſit, vel minimè. paratio verò
majoris ad minus quædam quali ſi Nec in his explicandis diutiùs laboramus, fi
miliuin diffimilitudo eft; rerum enim per fe finni prioresReſolutorii, vel
Topica diligentiùs inge- lium in quantitate diſcretio majus fecit ac minus,
nium le& oris inftruxerint. Nam fi quæratur, Quod enim omni qualitate,
omnique ratione utrum canis fubftantia fit, atque hæc divifio fiar: disjunctum
eſt, id nullo modo poterit compara canis vel latrabilis animalis eſt velmasinx
belluæ, ri. Exrei verò judicio quæ ſunt argumenta, quaſi vel cæleftis lideris
nomen e demonftraretque per teſtinionium præbent, et ſunt inartificiales loci
ſingula et canem latrabilem fubftantiam eflc,ma- atque omnino disjuncti; nec
rem potius, quàm rinam quoquebelluam, et cælefte fidus ſubſtantiæ opinionem
judiciúmque fectantes. Tranſſum poffe fupponi,nonftravit canem eſſe fubftantiam.
ptionis verò locus nunc quidem in'æqualitate, Acque hic quidem ex ipfis in
quæſtione propoſi- nunc verò in majoris minoriſve.comparatione tis; videbitur
argumenta traxiſſe. At in talibus conſiſtit; aut enim adid quod eſt finile, aut
ad id syllogiſmis, aut fanus eſt aut æger: ſed fanus eft, quod eſt majus aut
minus, fit arguinentorum raa non eft igitur ager: ſed fanus non eft, rgerigi-
fionumque tranſſumptio. cur eſt; velica: liæger eft, fanus igitur non eſt; Hi
verò loci quos mixtos eſſe prædiximus, aut De locismist velita: fi æger noneft,
fanus igitureſt. Ab his ex caſibus, autex conjugatis, aut ex diviſionenaſ- sis.
* M5$. in- quæ funt* extrinſecusſumptus eſt ſyllogiſmus,id cuntur: in quibus
omnibus conſequentia, et re trinfecu. elt,ab oppoſitis. Idcirco ergo totus hic
àdiviſio- pugnantia cuſtoditur. Sed ea quidem,quæ ex defi ne locus inter
utrofque medius eſſe perhibetur: nitione, vel genere, vel differentia, vel
caufis quia ſi negatione fit conftitutus, aliquo inodo arguinenta ducuntur,
demonftratione maxiinè quidem ex ipfis fumitur, aliquo modo ab exte-
fyllogiſinis vires atque ordinem ſubminiſtrant: tioribus venit. Si verò à
particioneargumenta reliqua verò verifimilibus ex dialecticis. Atque ducuntur;
nunc quidem ab ipfis, nunc verò ab hi loci maximè, qui in corum fubftantia
ſunt, de exterioribus copiam præſtant: quibus in quæſtione dubitatur, ad
prædicativos Etca Græci quidem Themiſtii diligentiſſimi ac fimplices:reliqui
verò ad hypotheticos et con ſcriptoris ac lucidi, et omnia ad facultatem intel-
ditionalesreſpiciuntfyllogiſmos. Partitio locou ligentiæ revocantis, talis
locorum videtur effe Expeditis igitur locis,& diligenter tam defini
partitio. Quæcùm ita fint, breviter mihi loca- tione, quàm exemplorum etiam
luce parefactis, rum divifio coinmemoranda eſt, ut nihil præte- dicendum
videtur, quomodohiloci maximarum rea relictum eſſe monftretur, quod non intra
cam ſint differentiæ propoſitionum, idque brevi; ne probetur effe inclufum. De
quo enim in quali- que enim longå diſputatione res eget. Omnes bet quæſtione
dubitatur, id ita firınabitur argu- enimmaxiinæ propoſaiones,vel definitiones,
in mentis; ut ea vel ex his ipfis fumantur, quæ in eo quòd ſunt maximæ, non
differunt: ſed in ed quæſtione ſunt conſtirura, vel extrinfecus ducan- quòd hæ
quidein à definitione, illæ verò à genere, tur vel quaſi in confinio horum
pofita veſtigen- vel aliæ veniant ab aliis locis, et his jure differre; tur. Ac
præter hanc quidem diviſionein nihil ex- hæque earum differentiæ eſſe dicuntur.
tra inveniri poteſt: ſed ſi ab ipſis fumitur argu mentum, aut ab ipſoruin
neceffe eſt ſubſtantia De Topicis. fumatur, aut ab his quæ ea conſequuntur, aut
abhis quæinſeparabiliter accidunt,veleis adhæ- Topica ſunt argumentorum ſedes,
fontes fen- Quid fire ſubſtantia ſeparari ſejungique fuum, origines dictionum.
Itaque licet definire Topica. vel non poffunt, vel non folent. Quæ verò ab
locum eſſe argumentiſedem: argumentum aucem corum fubftantiaducuntur, ca aut in
deſcriptio- rationem, quæ reidubiæ faciat ħdem. Et funt ar- Quibus ex aut in
definitione ſunt; et præter hæc, à no- gumenta aut in ipfo negotio, dequo
agitur: aut rebus argi minis interpretatione. Quæ verò eavelur ſub- ducuntur
exhis rebus, quæquodanmodoaffectæ menta ernano ftantias continentia
conſequuntur, alia ſunt, vel ſunt ad id,de quo quæritur; et ex rebus aliis tra
ut generis, vel differentiæ, vel integræ formæ, &tæ nofcuntur: aut certè
affumuntur extrinſecus. vel fpecierum, velpartiumloco circaca, quæ in- Ergo
hærentia loca argumentorum in eo ipfone- Ex locis han quirantur, alliſtunt.
Item, vel caufæ, vel fines, gotio funttria,id eſt, à toto, à partibus, à nota.
rentibus et vel effectus, vel corruptiones, vel uſus,vel quan A toto eft
argumentum etiam,cùm definitio ad- ſunt tria. ticas, vel tempus, vel
fubliſtendimodus. Quod hibetur adid, quod quæritur; sicut ait CICERO, * Ed.
exfc. verò propriè inſeparabile, vel adhærens, acci- GLORIA EST LAUS rectè fa
&torum, magnorúmque in dens nuncupatur, id in communiter accidentibus
rempublicam fama meritorum: ecce quia GLORIA numerabitur. Et præter hæc quid
aliud cuiquam totum eſt, per definitionem oſtendis, quid lis inelle pollit, non
poteft invenici. GLORIA. Dddd firs 218 - am Timr. B. tredecim. Argumentum à partibus ſic; utputa,
ſi oculus A repugnantibus arguinentum eſt, quando videt, non ideo totuin corpus
videt. illud quod objicitur,aliqua contrarietate deftrui A nota autem fic
ducitur argumentuin, quod tur -- ut CICERONE dicit: Is igitur non inodò à te
per Græcè Etymologia dicitur: Siconſul eſt,qui con- riculo liberatus, ſed etiam
honore ampliſſimodi ſulit reipublicæ, quid aliud Tullius fecit,cùm ad- tatus,
arguitur domi ſuæ te interficere voluiffe. fecit fupplicio conjuratos? A cauſis
argumentum eſt, quando ex conſuetu Exipfis rebus Gex rebus
Nuncducunturargumenta et ex his rebus, quae dine communi res quæ tractatur,
fieri potuiſſe aliis, e junt quodammodo affectæ ſunr adid, de quo quæri-
convincitur; ut in Terentio: Ego nonnihil veri et ex rebus aliis tra &tæ
nofcuntur: et funt tus ſuin dudum abs te Dave, ne faceres, quod loca tredecim,
id eſt, alia à conjugatis, alia à ge- vulgus fervorum folet, dolis ut ine
deluderes. nere, alia à forma generis, id eft, fpecie, alia à Ab effectibus
ducitur argumentum, cùm ex his Limilitudine, alia à differentia, alia ex
contrario, quæ facta ſunt, aliquid adprobatur; utin VIRGILIO alia à conjunctis,
alia ab antecedentibus, alia à lio: Degeneres animos timor arguit; nam timor
conſequentibus, alia à repugnantibus, alia à cau- eſt caula, ut degener (ic
animus, quod ciinoris fis, alia ab effectibus, alia à comparatione inino-
effectum eſt. rumi, majorum, aut parium. A comparatione argumentuin ducitur,
quando Primò ergo à conjugatis argumentum ducatur. per collationem perfonarum
live caufarum, fen Conjugata dicuntur, cùm declinatur à nomine, tentiæ ratio
confirmatur, et à majori ratione hoe et fit verbun; ut CICERONE Verrem dicit
everriſſe modo, ut in VIRGILIO: Tu potes unanimes arna provinciam: vel nomen à
verbo, cùmlatrocinari rein prælia fratres. Ergo qui hoc in fratribus po dicitur
latro: aut nomen à nomine; ut Terentius: teft, quanto magis in aliis?'A minorum
compa Inceptio eſt amentium, haud amantium, ratione; ſicut Publius Scipio
Pontificem maxi A genere argumentum eſt, quando à re gene- mum Tiberium
Gracchum non mediocriter labe rali ad ſpeciem aliquam deſcendit: ut illud VIRGILIO
- factantem ſtatum reipublicæ privatus interfecit. lii, Varium et mutabile
ſemper fumina: potuit A pariuin comparatione;lic CICERONE, in Piſone et Dido,
quod eſt ſpecies, varia et mutabilis nihil intereſſe, utrum ipſe conſul
improbis con eſſe. Velillud CICERONE, quod fecit argumen- cionibus, perniciofis
legibus rempublicam vexer, tum, deſcendens à genere ad ſpeciem:Nam cùm an alios
vexare pațiatur. omnium provinciarum ſociorúmque rationem Extrinſecus verò
affumentur argumenta hæc, De Argu diligenter habere debeatis, tuin præcipuè
Siciliæ, quæ Græci år give vocant, id eſt, inartificialia, meniis ex judices.
quod teitimonium ab aliqua externa re fumitur frin'ecus afa fumptis. Aſpecie
argumentumducitur, cùmgenerali ad faciendam fidem; et prius. quæſtioni fidem
fpecies facit; ut illud VIRGILIO: A perſona, utnon qualifcuinque lit, ſed illa
An non fic Phrygius penetrat Lacedæmonapa- quæ teitimonii pondus habet
adfaciendam fi ftor? quia Phrygius paſtorſpecies eſt; et fi iftud dem, fed et morum
probitate debet effe lauda ille unusfecis, et alii hoc Trojani generaliter fa-
bilis. tere poffunt. A natura auctoritas eſt, quæ maxima virtute A ſimili
argumentum eft, quando de rebus conſiſtit; et à tempore funt, quæ afferant
aucto aliquibus fimilia proferuntur; ut Virgilius. ritatem; ut ſunt ingenium,
opes, ætas, fortu Suggere tela inihi, nam nullum dextera fruftra na, ars, uſus,
necellitas, concurſio rerum for Torſerit in Rutulos, fteterintque in corporc
tuicaruin. Grajum A dictis fačtíſque majorum petitur fides: cùm Iliacis campis.
priſcorum dicta factáque memorantur. A differentia argumentum ducitur, quando
Et à tormentis fides probatur, poft quæ neme per differentiam aliquæ res
feparantur; VIRGILIO: creditur velle mentiri. Non Diomedis equos, nec curruin
cernis Achil lis. De Syllogiſmis. A contrariis argumentum ſumitur, quando res
diſcrepantes fibimet opponuntur; ut Teren Prima figura modos haber quatuor, qui
uni tius: Nam fi illum objurges, vitæ qui auxilium verfaliter vel
particulariter affirmativam vel ne tulit, quid facies illi qui dederit damnum
aut gativam concludent. malum? Secunda item quatuor modos, qui ab negativa A
conjunctis autem fides petitur argumenti; concludent, five univerſaliter live
particulariter. cùm quæ lingula infirma ſunt, fi conjungantur Tertia figura
haber ſex modos, qui affirmative vim veritatis affumunt; ut, quid accedit ur
tenuis vel negativè, ſed particulares facient copclufio ante fuerit, quid fi ut
avarus, quid fi ut audax, nes. quid fi ut ejus, quiocciſus eſt, inimicus?
Singula Ergo primæ figuræ modus primuseſt, qui con hæc quia non ſufficiunt,
idcirco congregata po- ficitur ex duabus univerſalibus affirmativis, ha nuntur,
ut ex multis junctis res aliqua confir- bens concluſionem univerfaliter
affirmativain, hoc modo. Ab antecedentibus argumentum eft, quando Omne bonumeft
amabile. aliqua ex his quæ priùs gefta funt, comproban Omne juftum eft bonum.
tur; ut CICERONE pro Milone:Cùm non dubitaverit Omne igitur juftum eft amabile.
aperire quid cogitaverit, vos poteſtis dubitare Secundus modus figuræ primæ
conficitur ex quid fecerit? præceſſit enim prædictio,ubi eft ar- univerſali
abnegativa, et univerfali affirmativa, gumentum, et fecutuin eſt factum. habens
concluſionem univerſaliter, hoc modo. A confequentibus verò arguinentum eſt,
quan Nullus rifibilis eft irrationalis. do pofitam rem aliquid inevitabiliter
conſequi Omnis homo eft riGbilis. tur; ut fi mulier peperit, cum viro
concubuit. Nullus igitur homo eſt irrationalise. metur.Tertius modus primæ
figuræ est, qui conficitur gationem particularem concludit, hoc modo. ex
univerſali affirinativa, et particulari affirma Quidam homo non eſt albus. tiva,
particularem affirmativam concludens, hoc Omnis homo eft animal. modo. Quoddam
igitur animal non eſt albumi Omne animal movetur. Sextus modus tertiæ figuræ
eſt, qui ex univer Quidam homo eſt animal. ſali negativa, et particulari
affirmativa particula Quidam igitur homo movetur. rem negativam concludir, hoc
modo. Quartusmodusprimæ figuræ eſt, qui confi Nallus homo eft lapis. citur ex
univerſali abnegativa, et particulari affir Quidain homo eſt albus. mativa,
particularem abnegativam concludens, Quoddam igitur album non eſt lapis. hoc
modo. Demonftrati ſunt omnes modi trium figuraru:n Nullum inſenſibile eſt
animatumi categorici fyllogiſmi, licet quidam primæ figuræ Quidam lapis eft
inſenſibilis. aliosquinque modos addiderint. Quidam igitur lapis non eſt
animatus. Secundæ verò figuræprimus inodus eſt, qui ex De Paralogiſmis.
univerſali abnegativa, et univerſali affirmativa Paralogiſmi verò primäe figuræ
ita fiunt,ex prio concludit hoc modo univerſale abnegativum. ri affirmativa
univerſáli, &fecunda negativa uni Nullum maluin eſt bonum. verfali. Omnis
homo eft animal: nullú animal eſt Omne juſtum eſt bonum. lapis: nullus igitur
homo lapis eſt. Et quiamuta Nullum igitur juftum eſt malum. to termino
&univerfale et particulare concludet Secundæ verò figuræ ſecundus modus eſt,
in et negativaļn et affirmativam: ob hoc eſt inutilis quo ex univerſalipriore
affirmativa, et pofteriore approbatus idem paralogiſmus,quiex duabus ne
univerſali abnegativa conficitur univerfalis abne- gativiş univerſalibus fit
hoc, modo. Nullus lapis gativa concluſio, hoc modo., animal eft: nullum animal
immobile eft: nullus Omne juftum eft æquum. igitur immobilis eft lapis. Nullum
malum eſt æquum, Idem paralogiſmus, qui ex duabus particulari Nullum igitur
malum eſt juſtum. bus affirmativis fit hocmodo: Quidam equus Tertius ſecundæ
figuræ modus, qui ex priore animal eſt: quoddam animal bipes eſt: quidam
univerſali negativa,& pofteriore particulari affir- igiturequusbipes eſt.
Rurſum ex duabus parti inativa, negationem colligit particularem, hoc cularibus
negativis họcmodo: Quidam homo al modo. bus non eft: quoddam album non movetur:
qui Nullus lapis eſt animal. dam igitur homo non movetur. Quædam ſubſtantia eſt
animal. Dein, fi prior affirmativa particularis, et ſecun Quædá igitur
ſubſtantia non eſt lapis. da negativa particularis fuerit, hoc modo: Qui
Quartus moduseſt ſecundæ figuræ, qui ex affir- dam equus animal eſt: quoddam
animal quadru mativa priore univerſali, et pofteriore particu- pesnon eſt:
quidam igitur equus quadrupes non lari negativa, particularem negationem
conclu- elt. dit, hoc modo. Idem,li prior negativa particularis, ſecunda Omne
juſtum eſt rectum. affirmativa fuerit particularis,hoc modo: Quidam Quidam homo
non eft rectus. homo equus non eſt, quidam equus immobilis Quidam igitur homo
non eſt juſtus. eſt; quidam igitur homo immobilis eſt. Primus modus tertiæ
figuræ eſt, qui ex duabus Idem, fi major propofitio affirmativa fuerit uni
univerſalibusaffirmativis, particularem affirmati- verſalis, et minor
propoſitio negativa fuerit par vam concludit: quia univerſalem affirmativam
ticularis, paralogiſmus erit, hoc modo: Omnis licet in particularem
affirmativam converti, hoc homo animal elt, quoddam animal rationabile modo.
non eít, quidam igitur homo rationabilis non eft: Omnis homo eſt animal. At
verò ſi major fuerit propoſitio univerſalis Omnis homo eſt ſubſtantia.
negativa, et minor particularis fuerit negativa; Quædain igitur ſubſtantia eſt
animal. nullus poterit eſſe fyllogiſmus, hocmodo: Nuli Item ſecundus modus
tertiæ figuræ eft, in quo lus lapis animal eſt, quoddam animal pinnatum ex
univerſalinegatione et univerfali affirmacione eft, nullus igitur lapis
pinnatuseſt. fit particularis negativa concluſio. Rurſus, li primafuerit
particularis, ſecunda Nullus hoino eſt equus. verò univerſalis, et utræque
affirmativæ propofi Omnis homo eſt ſubſtantia. tiones, non erit syllogiſmus,
hoc modo: Qui Quædá igitur fubftantia non eft equus. dam lapis corpus eſt, omne
corpus menfurabile Tertius modus člttertiæ figuræ, qui ex particu- eſt, quidam
igitur lapis inenfurabilis eſt. lari et univerſali aftırmativis parcicularem
affir Idem,liprima fuerit particularis propoſitione mativam concludit, hoc
modo. gativa, et fecundauniverſalis negativa, non erit Quidam hoino eſt albus.
fyllogiſmus, hoc modo: Quoddam animal bipes Omnis homo eſt animal. non eft,
nullum bipes hinnibile eſt, quoddam -Quoddam igitur animal eſt album. igitur
animal hinnibile non eſt; Quartus verò modus tertiæ figuræ eft, qui ex Idem, ſi
prior affirmativa particularis, ſecunda univerſali &particulari
affirmativis, particulare negativa univerſalis propolițio fuerit; ſyllogif,
affirmativum concludit, hoc modo. mum non facit; hocmodo: Quidamn lapis inſen
Omnis homo eſt animal. farus eſt, nullum inſenſatuin vivit, quidam igi Quidam
homo eſt albus. tur lapis non vivit. Quoddam igitur album eſt animal. Idem, li
prior negativa particularis propoſitio Quintus verò modus tertiæ figuræ eſt,
qui ex faerit, et fecunda attirnativa univerſalis, para „particulari negativa,
et univerſali affirınativa ne- logiſinus erit, hoc modo: Quoddam nigrunani.
Dddd ij M cha 1 Caffiodorus non cſt. lis eft. anarum non eſt, omne animatum
movetur, quod- Confirmationem, Reprehenſionem, Per oratio dam igitur nigrum non
movetur. Et de finitis nem. Quæ partes inſtrumenta ſunt Rhetoricæ fa
propolitionibus fyllogiſmus non fit, quia parti- cultatis: quoniam Rhetorica in
omnibusſuisſpe culares fimiles ſunt. ciebus ineft, et ſpecies eidem inerunt.
Nec po tiùs inerunt, quàm eiſdem ea, quæ peragunt, ad Omnes propofitiones his
modis conftant. miniſtrabunt. Itaque et inJudiciali genere cau faruin
neceffarius eft ordo Proemii, et Narra Id eſt, Simplices, ita. Contraria.
tionis, atque cæteroru: n; et in Demonſtrativo, Omnis homo juſtuseſt. Nullus
homojuſtus eſt. Deliberativóque neceſſaria ſunt. Opus auté Rhe- o "uis
Rhero Quidam homo juſtus Quidam homo juſtus toricæ facultatis,docere et movere:
quod nihilo- rice of move. eſt. minus iiſdem ferè rex inftrumentis, id eft
oratio- re docere, Contradictoria. nis partibus, adıniniftratur. Partes autem
Rho Omnis homo rationalis Nullus homo rationa- toricæ, quoniam partes ſunt
facultatis, ipfæ quo eſt. que ſunt facultates; quocirca ipfæ quoque ora Quidam
homorationa- Quidam hoino ratio- tionis partibus, quali inſtrumentis utentur.
lis eft. halis non eft. Atque ut his operentur, eiſdem inerunt. Nam Ex utriſque
terminis infinitis. Omnis non in exordiis niſi quinque ſint ſupradictæ Rhetori
homo non rationalis eſt. Nullus non homo non cæ partes; utinveniat, eloquatur,
diſponat, me rationalis eſt. Quidam non hoino non rationa- minerit, pronuntiet,
nihil agit orator. Eoden lis eſt. Quidam non hoino non rationalis non eſt.
quoque modo et reliquæ ferè partes inſtrumenti, Item ex infinito ſubjecto:Omnis
non homo nili habeant omnes Rhetoricæ partes, fruſtra. Tationalis eft. Nullus
non homo rationalis eſt. funt. Hujus autem facultatis effector, orator eſt:
Quidam non homo rationalis eſt. Quidaın non cujus eft officium dicere appoſitè
ad perſuaſio hoino rationalis non cft. nein: finis tum in ipſo quidem bene
dixiſſe, id Item ex infinito prædicato: Omnis homo non eſt, dixiſſe appolitè ad
perſuaſionem: altera rationalis eſt. Nullus hoino non rationalis eft. verò
perſualifie. Neque enim fi qua impediant Quidam homo non rationalis eſt. Quidam
homo oratorem, quominus perfuadear, facto officio, non rationalis non eſt.
finem non elt confequutus:ſed is quidem, qui Item quæ conveniunt: Omnis homo
rationalis officio fuit contiguus et cognatus, conſequitur, eſt. Nullus hoino
non rationaliseſt. Onnis ho- facto officio. Is verò, qui extrà eſt, ſæpe non mo
non rationalis eſt. Nullus homo non ratio- confequitur: neque tamen Rhetoricam
ſuo fine nalis eit. Quidam homorationalis eſt. Quidam contentam,honore
vacuavit. Hæc quidem ita ſunt homo non rationalisnon eſt. Quidam homo non mixta,
ut Rhetorica infit fpeciebus, ſpecies verò rationalis eft. Quidam homo non
rationalis non infint cauſis. eſt. Cauſarum verò partes ſtatus effe dicuntur:
quos Canlari Item. Omne non animal non homo eſt. Nul- 'etia: aliis nominibus
cum conſtitutiones, tum partes flares dicuntár, lum non animal non homo eſt.
Quiddam non quæftiones nominare licet:qui quidem dividun animal non homo eſt.
Quiddam non animalnon tur ita, ut rerum quoque natura diviſa eſt. Sedà fiones.
homo non eſt. principio quæſtionum differentias ordiamur: Item converfæ ex
prædicato infinito. Omne quoniain Rhetoricæ quæſtiones circunſtanciis non
animal homo eſt. Nullum non animal homo involutæ ſunt omnes, aut in fcripti
alicujus con eit. Quoddain non aniinal homo eſt. Quoddamn troverſia verfantur,
aut præter fcriprum ex re ipſa... non animal hoino non eſt. fumunt contentionis
exordium, Item converfæ ex infinitoſubjecto. Omne ani Et illæ quidem
quæſtiones,quæ in ſcripro ſunt, Queflionesia pro quin mal non homo eſt. Nullum
animal non homo quinque inodis fieri poffunt. Unoquidem, cùng eft. Quiddam
animal non homo eſt. Quoddam hic ſcriptoris verba defendit, et ille
ſententiains i polliams. aniinalnonhomo non eft. atque hic appellatur ſcriptum,
et voluntas, Item propoſitiones indefinitæ. Homo juſtus Alio verò, fi inter fe
leges quadain contrarieta eſt. Hoino juſtus non eſt. te diffentiunt, quarum ex
adverſa parte aliæ de Indefinitarum propoſitiones cum ſubje& o in- fendunt,
aliæ faciunt controverſiam; atque hic finito. Non hono juſtus eſt: Non homo
juſtus vocatur ftatus legis contrariæ. non eſt. Tertio, cùin fcriptum, de quo
contenditur, Ex prædicato infinito. Homo juſtus non eſt. fententiam claudit
ambiguam: ambiguitas ex ſuo Homonon juſtus non eft. nomine nuncupatur. Ex
utriſque terminis infinitis. Non homo Quarto verò, cùm in eo quod ſcriptum
eſt,aliud non juſtus eſt. Non homo non juſtus non eſt. non fcriptum
intelligirur; quodquia per ratioci Propoſiriones ſingulares vel individuæ.
Plato nationein et quamdam ſyllogiſmiconſequentiam juſtus eſt. “PLATONE iustus
non est.” veſtigatur, ratiocinativus vel fyllogiſmnus di Ex infinito ſubjecto.
Non Plato juſtus eſt. citur. Non Plaro juſtus non eſt. V, cùm ſermo
ſcriptuseſt, cujus non fa Ex infinito prædicato. Plato non juſtus eſt. cilè vis
ac natura clareſcat,niſidefinitione detecta Platonon juſtus non eſt. lit; hic
vocatur finis in ſcripro; quos omnes à ſe Ex utriſque terminis infinitis. Non
Plato non differre, non eſt noſtri, operiſve rhetorici demon juftus eſt. Non
Plato non juſtus non eſt. ftrare. Hæcautem ſpeculanda doctis, non rudi bus
diſcenda proponiinus: quamvis de eorum De locis Rhetoricis. differentia in
Topicorum commentis per tranſi- Quationes Rhetorice tum differuerimus.
Rhetorica oratio habet partes ſex, Procinium, Earum autem conſtitutionum, quæ
præter fcri- prin masina plices, fex. quod Exordiumcft, Nacrationein,
Partitionem, ptum in ipfaruin rerum contentione lunt politæ, corum dinzi modis
fica præter fcri habet partes 1 ses. riaicialis ita differentiæ ſegregantur,ut
rerum quoque ip- lem partem vergant, defenfionis copiam non mi farum natura
divila lit. In oinni enim Rhetorica niftrant; ex eiſdem enim locis accalatio
defenſió. quæſtione dubitatur, an ſit, quid ſit, quale fit; et que confiftit.
propterhæc,an jure, vel more poſſit exerceri judi Si igitur perſona in judiciam
vocatur, neque ciuin. Sed li factum; velres quæ intenditur ab facta:n, dictúmve
ulluin reprehenditur, cauſa eſte adverſario,negatur, quæſtio eſt utrùm fit ea;
quæ non poteſt. Nec verò factum, dictúinve aliquod conjecturalis conſtirutio
nominatur. Quod fi in judicium proferri poteſt, li perſona non exi factum
quidem eſſe conſtiterit, ſed quidnain ſit id ftet. Itaque in his duobus omnis
judiciorum ra quod factum eſt, ignoretur: quoniam vis ejus tioverſatur, in
perfona ſcilicet, atque negotia definitione monftranda eſt, finitiva dicitur
con- Sed, ut dictum eft, perſona eſt, quæ in judicium ftitutio. Ac fi &effe
conftiterit, et de rei defini- vocatur: negotium, factum, dictúmveperſone,
tione conveniat, fed quale fit inquiratur: tunc propter quod reus ftatuitur.
Perſona igitur et ne quia cui generi ſubjici debet ambigitur, genera- gotiam ſuggerere
arguinenta non poſſunt;de ipſis lis qualitas nuncupatur. In hac verò quæſtione
enim quæſtio eſt: de quibus autem dubitatur, ea et qualitatis, et quantitatis,
et compatationis dubitationi fidem facere nequeunt Argumen ratio verſatur. Sed
quoniam de gènere quæſtio tum verò erit ratio rei dubiæfaciens fidem. Fa, eſt,
ſecundum generis formam in plura neceffe ciunt autem negotio fidem ea, quæ ſunt
perſo eſt hujusconſtitutionis membra diſtribui. nis ac negotiis attributa. Ac
fi quando perſona Omniis quito Omnis eniin quæftio generalis, id eſt, cùm de
'negotio faciat fidem,velutſi credatur contra rem ftio generalis in duas difiri
genere, et qualitate,vel quantitatequæritut facti, publicam fenfifle
Catilinam,quoniam perſona bnisur par in duas tribuitur partes. Nam aut in
præcerito eſt vitiorum turpitudine denotata: tunc non iiz quæritur de qualitate
propoſiti, aut in præſenti, eo quod perſona eſt, et in judicium vocatur, fia
aut in futuro. Si in præterito, juridicialis con dem negorio facit, ſed in eo
quod ex attributis Ititutio nuncupatur: fi præſentis vel futuri tem- perſonæ
quandam ſuſcipit qualitatem. Sed ut re poris teneat quæſtionem,negotialis
dicitur. rúin ordo clariùs colliquefcat, de circumſtantiis Quæftio Fun
Juridicialis verò, cujus inquiſitio præteritum arbitror eſſe dicendum. refpicit,
duabuspartibus fegregatur. Aut enim De Circumftantiis. duabus parti. in ipfo
facto vis defenfionis ineft, et abſolurà Circunſtantiæ ſunt, quæ convenientis
fubftan. Detircnm. buslegrégie qualitas nuncupatur: Aut extrinfecus affumitur,
tiam quæſtionisefficiunt. Nifienim fit qui fece Gancias para et affumptiva
dicitur conſtitutio. rit, et quod fecerit, cauſáque cur fecerit, locus, situr CICERONE.
Sed hæc in partesquatuor derivatur: aut enim tempúſque quo fecerit,modus,
etiain facultas; conceditur criinen, aur removetur, aut refertur, que li
delint,cauſa non ſtabit. Has igitur circum aur, quod eſtultimum, comparatur.
Conceditur ftantias in geinina Cicero partitur, ut eam quæ crinen, cùm nulla
inducitur facti defenſio, ſed eſt, quis, circumſtantiam in attributis perſone
venia poſtulatur. Id fieri duobus modis poreſt, ponat: reliquas verò
circumſtantias in attributis circumftan fi depreceris, aut purges.
Deprecaris,cùm nihil negotio conititaat. Et primùın quidem ex cir excufationis
attuleris. Purgas, cùım facti culpa cumftantiis, eam quæ eft, quis, quam
perfonæ tia titur, Quispada cicina his adſcribitur'; quibus obliſti obviarique
non attribuit, ſecar in undecim partes. Nomen, ut in XI poffit, neque tamen
perſona ſint; id enim in Verres, natura ut barbarus, victus utamicusno- partes.
aliam conſtitutionem cadit. Sunt autem hæc, im- biliuin, perſona ut dives,
ſtudium ut Geometra, prudentia, caſus, atque necellitas. cafus ut exul,
affectio ut amans, habitus ut ſa Removeturverd criinen, cùm ab eo, qui in-
piens, conſilium, facta, et orationes. Eáque cellitur, transfertur in alium.
Sed remotio cri- extra illud factum dictúmque ſunt, quæ nunc minis duobus fieri
modis poteft: fi aur cauſa re- in judicium devocantur. Reliquas verò cir
fertur, aut factum. Caufa refertur, cùm aliena cumſtantias, quæ funt, quid,
cur, quando,ubi, poteftare aliquid factum eſſe contenditur: faćtum quomodo,
quibus auxiliis, in attributis negocio verò, cumalius aut potuiffe, aut
debuiffe facere ponit. Quid, &cur, dicenscontinentia cum ipfo demonſtratur.
Atque hæc in his maximè valent, negotio: cur, in cauſa conſtituens; ea enim
cauſa fi ejus nominis in nos intendatur actio, quòd non eſt uniuſcujuſque fa
&ti, propter quam factaeſt
MSS.pottat fecerimus id, quod oportuit fieri. Refertur cri Quid verò,
ſecat in quatuor partes. În ſum- Quidfeceria men, cuin jultè in aliquem facinus
commiſlum iam tacti, ut parentis occifio. Exhac maximè quatuorpars MSS.com-
effe conceditur: quoniam is, in quem commif- locus fumitur amplificationis ante
factum; ut senditat. fum ſit, injuriofusfæpe fucrit, atque id quod in- concitus
rapuit gladium: duon fit; vehementer tenditur, meruit pati. percuſſit. Poſt
factum; in abdita fepelivit. Quæ Comparatio eft, cùin propter meliorem utilio-
omnia cùın lint facta, tamen quoniain ad geſtum réinve rem factum, quod
adverſarius arguit, negotiuin, de quo quæritur, pertinent, non ſunt commiffum
effe defenditur. Atque hæchactenus: eafacta, quæ in attributis perſonæ numerara
nunc de inventione tractandum eft. ſunt. Illa enim extra negorium, quòd extra
poſi ta perſonam informantia fidem ei negotio præ De Inventione ſtant, de quo
verſatur intentio: hæc verò facta, quæ continentia ſunt cum ipfo negotio,ad
ipſuni Etenim priùs quidem Diale et icos dedimus, negotium; de quo queritur,
pertinent. nunc Rhetoricos promimus locos, quos ex attri Poftreinas verò
quatuor circamftantias Cicero In perſona, butis perſonæ ac negotio venire
neceſſeeſt. Per- ponit in geſtione negotii, quæ eſt ſecunda pars et negotio
fona, quæ in judicium vocatur, cujus dictum ali- attributorum negotiis. Et eam
quidem circuin quod factúmve reprehenditur. Negotium; fa- ſtantiam, quæ eſt
quando, dividit in tempus, ut putCie to Cuando, dia conftitute of. cum
dictumveperfonæ, propter quod in judi- modò fecit; et in occaſionem,ut cunctis
dormien- in tempus, so cium vocatur. Itaque in his duobus omnis lo- tibus. Eam
verò circunftantiam quæ eſt ubi, lo- in occafionč.. MSS.excu- corum ratio
conſtituta eſt; quæ enim habent* re. cum dicit; ut in cubiculo fecir: quomodo
verò, ſarionis. prehenſionis occaſionem, eadem nili ad excuſabi ex
circuinftantiis inoduin ur clain fecit: omnis loco. tum ratio B. 1 mus. fed de vo 1 quibus auxiliis
circumftantiam, facultatem ap- ita adhærebant, ut ſeparari non poſſint;ut
locus, pellat, ut cuin multo exercitu. Quorum qui- tempus, et cætera, quæ
geſtum negotium non dem locorum et fiex circumſtantia rerum, natu- relinquunt.
tulis diſcretio clara eft:nos tarnen benevolentiùs Hæc verò, quæ ſunt adjuncta
negotio, non in faciemus, ſi uberiores ad ſe ditferentias oſtenda- kærent ipſi
negotio, ſed accedunt circuinitantiis, et tunc demum argumenta præſtant, cùm ad
com Nam cùm ex circumſtantiis alia M. Tullius parationem venerint: ſunant verò
argumenta propofuerit effe continentia cum ipfo negotio: non ex contrarietate,
fed ex contrario;& non alia verò in geſtione negorii, atque in continen- ex
ſimilitudine, ſed ex ſimili, ut appareat ex re tibus cuin ipſo negotiv: illum
adnurneraverit lo- latione ſumi arguinenta in adjunctis negotio; et cum quem
appellavit, duin fit sex ipſa prolatio- ea eſſe adjunéta negotio, quæ funt ad
ipſum, de nis SIGNIFICATIONE idem videtur elle locus hic, dum quo agitur,negotium
affccta. fit, cum eo, qui eſt in geſtionenegotii; ſed non Conſecutio verò, quæ
pars quarta eft eorum, ita sft: quia dum fit, illud eft, quod eo tempore quæ
negotiis attributa ſunt, neque in,iplis ſunt açimiſum eſt, dum facinus
perpetratur, ut per- rebus, neque rerum ſubſtantiam relinquunt,ne ouſſit.
Ingetione verò negotii, ca ſunt, quæ et que ex comparatione reperiuntur: ſed
rem geftam ante factum, et dum fit, et poft factum, quod vel antecedunt, vel
etiam conſequuntur. Atque eſtum eſt continent;in omnibus enim tempus, hic locus
extrinſecus eſt. Primum eniin in eo. locus, occafio,modus, facultas inquiritur,
Rur- quæritur id, quod factum eſt, quo nomine ap ſus dum fit, factuin eft, quod
adininiftratur, eft pellari conveniat: in quo non de re, negotium:qux verò funt
in geſtione negotii, non cabulo laboratur. Qui deinde auctores ejus facti ſunt
facta, fed facto adhærent; in illis enim, teni- &inventores, comprobatores,
atque æinuli, id pus, occaſionem, locum, modum, facultatein, totum ex judicio,
et quodam teſtimonio extrin facta eſſe conſenſerit: fed, ur dictum eſt, qux
ſecus políto, ad ſublidium confluit argumenti. cuilibet facto adhærentia fint,
atque in nullo Deinde &quæ ejus rei ſit ex conſueto pactio, ju modo
derelinquant: quia quadam ratione ſubje- dicium, ſcientia, artificium. Deinde
natura cta funt ipſi, quod geſtum eſt, negotio. ejus, quid evenire vulgò
ſoleat: an inſolenter et Item ea quæ funt in geſtione negotii, finchis,
rardhomines id ſuâ auctoritate comprobare, an quæ funtcontinentia cum
ipfoncgotio, eſſe poſ- offendere in his conſueverint; &cætera quæ fas funt.
Poteft eniin et locus, et tempus, &oc- ctum aliquod fimiliter confeftim,
aut intervallo cafio, et modus, et facultas facti cujuſlibet intel- folent
conſequi: quæ neceſſe eſt extrinſecus po ligi, etiamſi nemo faciat, quod illo
loco; vel fita ad opinionein inagis tendere, quam ad ipfam, temporc,
veloccaſione, vel modo, vel facultate rerum naturam. fieri poſſet. Itaque ea
quæfunt in geſtione nego Itaque in hæcquatuor licet negotiis attributa, tii,
line his quæ ſuntcontinentia cum ipfo nego- dividere; ut fint partim
continentia cum ipſo ne tio, effe poffunt. Illa verò line his eſſe non pof-
gotio, quæ facta eſſe ſuperiùs dictum eſt: partim ſunt; facèum enim præter
locum, tempus, occa- in geſtionenegotii, quæ non effe facta, fed factis fionem,
modum, facultatémque efle non pote- adhærentia dudum monſtravimus: partim adjun
rir. Atque hæcfunt, quæ in attribucis perſona eta negotio; hæc, ut dictum eſt,
in relatione ac negotio confiftunt, velut in Dialecticis locis ponuntur: partim
geſtum negotium conſequun ea, quæ in ipfis cohærent, de quibus quæritur: tur;
horum fides extrinſecus fuinitur. Ac de reliqua verò quæ vel funt adjuncta
negotio, vel Rheroricis quidem locis ſatis dictum. negotium geſtuin
conſequuntur, talia ſunt, qua Nunc illud eſt explicandum, quæ ſit his ſimi-.
Quid fat diain Dialecticis locis ca, quæ ſecundum Themi- litudocum Dialecticis,
quæ veròdiverſitas;quod hobertura corean ſtium quidem partim rei ſubſtantiam
conſequun- cùm idoneè, convenientérque monſtravero,pro- Dialecticisfa tur,
partim funt extrinfecus, partim verſantur poſiti operis explicetur intentio.
Primò adeo ut militudo,que in mediis; ſecundum CICERONE verò inter affe- in
Dialecticis locis, ficut Themiſtio placet, alii verè diverfi &a numerara
ſunt, vel extrinſecus polita." funt, qui in ipſis hærent, de quibus
quæritur: tab. Sunt enim adjuncta negotio ipfa etiam quæ fi- alii verò
affumuntur extrinſecus, alii verò inedii quajiilem fa dem faciunt quæſtioni,
affecta quodammodo ad inter utroſque locati ſunt; ſic in Rhetoricis quo cinn
gafiio. id, de quo quæritur, reſpicientia negotium, de que locis, alii in
perſona atque negotio conſi quo agitur, hoc modo. Nam circumſtantix ſtunt, de
quibus ex adverſa parte certatur: alii feprem quæ in attributis perſonæ, vel
negotio, verò extrinfecus, ut hi qui geſtum negotium con numeratæ funt, hæc cum
cæperintcomparari,& fequuntur: alii verò medii. quafi in relationem venire,
fi quid ad ſe conti Quoruin proximi quidem negotio funt hi, qui nens referatur,
vel ad id quod continet, fit aut ex circumſtantiis: reliqui in geſtione negotii
ſpecies, aut genus: fi id referatur,quod ab eo lon- conſiderantur. Illi veròqui
in adjunctis negotio gillime diſtet, contrariun: at ſi ad finem ſuum
collocantur, ipſi quoque intermedios locos pos atque exitum referatur, tum
eventuscft. liti ſunt: quoniam negotium, de quo agitur, qua Eodem quoque modo
ad majora, et minora, dam affectione refpiciunt. Vel fi quis ea quidem et paria
comparantur. Atque omnino tales loci quæ perſonis attributa ſunt, vel quæ
continentia in his quæ funt ad aliquid conſiderantur. Namn ſunt cum ipfo
negotio, vel in geſtione negotii majus,autminus, alit lunile, aut æquèmagnum,
conſiderantur; his lumilia locis dicat, qui ab ipfis aut diſparatum, accedunt
circumſtantüs, quæ in in Dialectica trahuntur, de quibus in quæſtionc
attributis negotio atque perſonæ numeratæ ſunt; dubitatur. CONSEQUENTIA verò
negotio ponat ex ut dum ipfæ circumftantiæ aliis comparantur, fiat trinſecus.
Adjuncta verò inter utrumque conſti ex iis argumentum facti dictive, quod in
judi- tuat. cium trahitur. Diſtat autem à ſuperioribus, quòd Ciceronis verò
diviſioni hoc modo fic fimilis, ſuperiores loci, vel facta continebant, vel
factis Nam ea quæ continentia ſunt cum ipſo negocio, Sunt adjun Eta ucgorio,
ni, 1 De Dialectica. Dialecticus verò non ita velea quæ in geſtione negotii
conſidecantur, in do aliquid ſpecialiter probant, ad Rhetores, Poë ipſis
hærent, de quibus quæritur. Ea verò, quæ tas, Juriſperitóſque pertinent. Quando
verò ge adjuncta ſunt, inter affecta ponuntur. Sed ea quæ neraliter
diſputant,ad Dialecticosattinere manis geitum negotiuin conſequuntur,
extrinfecus feſtum eit. collocata ſunt. Vel Gi quis ea quidem, quæ con Mirabile
planè genusoperis, in unum potuiſſe tinentia ſunt cum ipfonegotio, in ipſis
hærere colligi, quicquid mobilitas ac varietas humanæ arbitretur:affecta verò
effe ea,quæ funt in geſtio- mentis in fenlîbus exquirendis per diverſas cauſas
ne negotii, vel adjuncta negotio: extrinfecus porerat invenire; concludi
liberuin ac volunta verò ea, quæ geftum negotium conſequuntur. riun intellectum.
Nam quocumque ſe verterit, Nam jam illæ perfpicuæ communitates", quod
quaſcumque cogitationes intraverir, in aliquid quidem ipſi penè in utriſque
facultatibus verſan- corum quæ prædicta ſunt, neceſſe eſt ut huma tur loci, ut
genus, ut pars, ut ſimilitudo, ut con- num cadat ingenium. trarium, ut majus,
ac minus. De communicati Illud autem competens judicavimus recapitu bus quidem
ſatis dictum. lare breviter, quorum labore in Latinum elo Differentiæ verò illæ
funt, quòd Dialectici quium res iftæ pervenerint; ut nec auctoribus etiam
thelibus apti funt: Rhetorici tantùm ad gloria ſua pereat, et nobis pleniffimè reiveritas
hypotheſes, id eft, quæftiones informatas circum- innoteſcat. Iſagogen
tranſtulit Patricius BOEZIO, ftantiis affumuntur. Nain ſicut ipfæ facultates à
commenta ejus gernina derelinquens. Cate femetipfis univerſalitate, et particularitate
di- gorias idem tranſtulit Patricius Boëtius, cujus ſtinctæ ſunt: ita earum
loci ambitu, et contra commenta tribus libris ipfe quoque formavit. ctione
diſcreti ſunt. Nam Dialecticorum loco-. Peri herinenias fuprà inemoratus
Patricius tran rum major eſt ainbitus; et quoniam præter cir- ftulit in Latinum:
cujus commenta ipſe duplicia cumſtantias funt quæ fingulares faciunt cauſas,
minutillimâ diſputatione tractavit.Apuleius verò non modò ad theſes utilesſunt,
verumetiam ad Madaurenſis ſyllogiſmos categoricos breviter argumenta, quæ in
hypothesibus polita sunt, eof- enodavit. Suprà memoratus verò Patricius de que
locos qui ex circumftantiis conſtanc,claudunt fyllogiſmis hypotheticis
lucidiflimè pertractavit. atque ambiunt. Itaque fit; ut ſeinper egeat Rhe-
Topica Ariftotelis,uno libro CICERONE tranſtulit in Hæcdefuitin tor Dialecticis
locis? Dialecticus verò fuis poflit Latinum, cujus commentaprofpe et oratque
ama- MSS. effe contentus. tor Latinorum Patricius BOEZIO (si veda) octo libris
expo Semper eget Rherorenim quoniam causas ex circumstantiis fuit. Nam et
prædictus BOEZIO (si veda) Patricius eadem Rhetor D4- tractat, ex iifdem
circumftantiis argumenta præ-Topica LIZIO octo libris in Latinum vertic
lecticislocis, fumit, quæ neceſſe eſt ab univerſalibus, et ſupli- eloquiun.
cioribus confirmari, qui ſunt Dialectici. Diale &ti Confiderandum eft autem,
quòd jam,quia lo cus verò, qui prior eft, polteriore non eget, nifi cus ſe
attulit in Rhetorica parte, libavimus quid aliquando incideritquæftio perfonæ;
ut cuin fit interſit inter artein et diſciplinain, ne ſe diver incidens Dialectico
ad probandam fuam theſim, fitasnominun permixta confundat. Interartem Que fa
diften Cáusam circumſtantiis inclufam, tunc demum et diſciplinai Plato, et
Ariſtoteles, opinabiles artem dif Rhetoricis utatur locis. Itaque in
Dialecticis lo- magiftri fæcularium litterarum, hanc differen- ciplinam ſee '
cis (fi ita contingit) à genere argumenta fumun- tiam eſſe voluerunt, dicentes:
Arrem cflc habitu- cundem Plaa tur,id eft, ab ipſa generis natura: fedin Rheto-
dinem operatricem contingentium, quæ fe et Sonem ricis ab eo generequod illi
genus eſt, de quo agi- aliter habere poffunt: Diſciplina verò elt, quæ Vide
prefer tur; nec ànatura generis, ſed à re fcilicet ipſa,quæ de his agit, quæ
aliter evenire non poffunt tionem Nunc ergo ad Mathematicæ veniamus initium.
Sed ut progrediatur ratio, ex eo pendet, quòd natura generis antè præcognita
eſt; ut fi dubite De Mathematica. tur, an fuerit aliquis ebrius, dicitur, fi
tefellere velimus, non fuifle: quoniam in eo nulla luxu- Mathematica, quam LATINE
poſſumus dicere luid fitMara ries antecefferit. Idcirco nimirum, quia cum ku-
doctrinalem, ſcientia eſt, qux abſtractam con- in quas para xuries ebrietaſis
quaſi quoddam genus fit, cui fiderat quantirarem. Abſtracta enim quantitas tes
dividalun luxuries nulla fuerit, ne ebrietas quidem fuit: dicitur, quâ
intellectus à materia ſeparátur, vel ſed hoc pender ex altero. Cur enim fi
luxuries ab aliis accidentibus; ut eſt par, impar, vel alia non fuit, ebrietas
eſſe non potuit, ex natura ge- hujuſcemodi, quæ in ſola ratiocinatione tracta
neris demonftratur, quod Dialectica ratio ſub- mus, hæc ita dividitur
miniſtrat. Unde enim genus abeft, inde etiain fpecies abelle necefle
eft:quoniam genus fpecics r Arithmeticain, non relinquit. Ec de fimilibus
quidem, et de contràriis, eo Muſicam. Diviſio Matheina dem modo, in quibus
maxima ſimilitudo eft in ticæ in ter Rhetoricos ac Dialecticos locos:
Dialectica Geometriam.. eniin ex ipſis qualitatibus, Rhetorica ex quali 1 tatem
ſuſcipentibus rebus argumentaveſtigat; ut Aſtronomian. Dialecticus ex genere,
id eft, ex ipfa generis na tura: Rhetor ex ea re, quæ genuseft. Dialecti
Arithmetica; eſt diſciplina quantitatis numera Quid fit cus ex ſimilitudine,
Rhetor ex funili, id eft, ex bilis fecuuduin ſe. Aruthinetica. ta re, quæ
fimilitudinem cepit. Eodem modo Mufia eſt diſciplina, quæ de numeris loqui-
QuidMufica. ille ex contrarietate, hic ex contrario. tur, qui ad aliquid ſunt
his, qui inveniuntur in Memoriæ quoque condendum eft, Topica Ora- ſonis.
toribus, Dialecticis, Poëtis, et Juriſperitiscom Gcometria, eſt diſciplina
magnitudinis immo- Quid Geomes muniter quidem argumentapræftare: fed quan-
bilis et fornarum. rentia inter genus eſt, trii B. 1 didit. Inns. Quid fis A.
Aſtronomia, eft diſciplina curſus cæleſtiain (i- tergunt, etad illam
inſpectivain contemplatio fronomia. derum, quæ figuras conteinplatur omnes, et
ha- nem, fi tamen ſanitas mentis arrideat, Domino bitudines ftellaruin circaſe,
et circa terram inda- largiente, perducunt.' gabili ratione percurrit. Quas ſuo
loco paulò la Scire autem debemus Joſephum Hebræorum Abraham ciùs exponemus, ut
commemoratarum rerum doctiſſimum, in libro primo Antiquitatum, ritu- primim
Aris virtus competenter poffit oftendi. Modò de dif- lo nono dicere,Arichinericain,
et Aſtronomiam ihmeticamen ciplinarum nomine differainus. Abrahain primùm
Ægyptiis tradidiffe; unde ſe Aftronomien Diſciplina Diſciplinæ ſunt, qux, licut
jam di et um eft, mina ſuſcipientes (utfunt hoinines acerrimi in Ægypainte
nunquam nunquam opinionibus deceptæ fallunt; et ideo genii) cxcoluiffe ſibi
reliquas latiùs diſciplinas. opinionibus cali nomine nuncupantur,quia
neceffariò ſuas re- Quasmeritò fan eti Patres noftei legendas ſtudio deceptæ
fal gulas ſervant. Hænec intentione creſcunt, nec fillinis perſuadent: quoniam
ex magna parte per Iubductione minuuntur, nec aliis varieratibus eas à
carnalibus rebus appetitus noſter abſtrahi permutantur: ſed in vi propria
permanentes, re- tur, et faciunt deſiderare, quæ, præftante Do gulas ſuas
inconvertibili firmitate cuſtodiunt. mino, ſolo possumus corde reſpicere.
Quocirca Has dum frcquenti meditatione revoluimus, fen- tempus est, ut deeis
ſingillatin ac breviter diſſe Cum noftruin acuunt, limúmque ignorantix de- rere
debeamus. De Arithmetica C49 Arith metica inter Scriptores fæculacium
litterarum interdiccipli- faru efleformata;attamennulla corum,prætet Mathemati
cas diſcipli metiiam eſſe volucrunt:propterea quòd Mufica, Credo trahens hoc
initium, ut multi philoſo mis prima ju. et Geometria, etAſtronomia, quæ
fequuntur, photum fecerunt, ab illa ſententia prophetali, Sam 11. 21. indigent
Arithmetica, ut virtutes ſuas valeant ex- quæ dicit: Omnia Deum menſura, numero,
et plicare. Verbi gratia,ſimplum ad duplum, quod pondere difpofuiſſe habet
Muſica, indiget Arithmetica: Geometria Hæc itaque confiftit ex quantitate
diſcreta, čHY Arish verò, quod habet trigonuin, quadrangulum,vel quæ parit
genera numerorum, nullo fibi com- metice conf his funilia, item indiget
Arithmeticas Aſtrono- munitermino ſociata. V. enim ad x. vi. ad iiii. vii. lidt
ex quar mia etiam, quòd habet in moru liderum nuineros ad iii. per nullam
coinmunein terminuin alteru- titate difcre punctorum, indiget Arithinetica.
Arithmetica trâ fibi focietate nectuntur. Arithmetica vecò di sa. Pithagora
verò, urlit, neque Muſica, neque Geometria, citur, co quòd numeris præeſt
Numerus verò, merica dica Arithmetia neque Aſtronomia egere cognoſcitur.
Propterca cft ex inonadibus multitudo compofita; ut iii. V. tur, et que
camlan.c. hisfons, et måter Arithmetica reperitur; quam X. xx. et cætera.
Intentio Arithmeticæ elt doce- fit ejusinsects diſciplinam Pythagoras fic
laudalle probatur; re nos naturam abſtracti numeri, et que ei acci- tio.
uromnia ſub numero, et menfura à Deo creata dunt; ut verbi gratia, parilitas,
impacilitas, et firatur. fuiſſe incinoret, dicens: Alia in motu, alia in
cætera. Cur Arith vit. Ed. mon s Paritei pat. Pariter impat. Impariter par
Prima diviſio numera Tvel par, qui eſt Numerus, qui congre gatio monaduneſt, ľ
Primuset ſimplex. vel iinper, qui eſt. Secundus et compoſitus. Tertius
mediocris, quiquodam modo primus, et incompoſitus, alio verò modo ſecundus, et (compofitus.
Quid fit Par Par numerus eft, qui in duas partes æquales verbi gratia, in bis
xii: xii, in bisyi:ſexo dividi poteft; ut ii. iii. vi.viii. x. et reliqui. in
bis tres, et ampliùs non procedit. Quid impar. Impar numerus eſt, qui in duas
partes æquales Primus et fimplex numerus eft, qui monadi- Quid primit dividi
nullatenus poteft, ut iii. v. vii. viiii. xi.et c cammenſuram ſolam recipere
poteſt; ut verbi et implex reliqui. gratia iii. v. vii. xis xiii. xvii. et his
finilias Quidpariter Pariter par numerus eſt, cujus diviſio in dua Secundus et
compoſitus numerus eft, qui non Quid fecur par bus æqualibus partibus fieri
poteſtuſque ad mo- folùm monadicam menſuram, ſed etarithmeti doto come nada; ut
verbi gratia lxiüi. dividitur in xxxii; cam recipere poteſt; ut verbi gratia,
viiii. xv. xxi. poftmo xxxii, in xvi: et xvi, in viji: viii in iii:üii, et his
ſimilia. in duo: ïi, verò in i. Mediocris numerus eſt, quiquodam modo fim Quid
pariter Pariter impar numerus eſt, qui fimiliter fo- plex et incompoſitus efle
videtur, alio verò ino- cris impar. lummodo in duas partes dividi poteft
æquales; do fecundus et compoſitus, ut verbi gratia, viiii. utx, in v: xiiii,
in vii: xviii, in viiii.et his fi- ad xxv. dum comparatus fuerit, primus eft et
milia. incompoſitus: quia non habet communem nu Quid impari. Impariter par
nuinerus eſt, qui plures diviſio- merum, niſi ſolum monadicum: ad xv. verò li
nes, ſecundùm æqualitatem partium dividere comparatus fuerit, ſecundus eft et
compofitus: poteft, non tamen uſque ad allem perveniat; ut quoniam ineſt illi
communis numerus præter monadi. Quid Media ter par De Arithmetica. mõnadicum,
id eſt, ternarius'numerus, qui no- fexta pars, duo:quarta pars,tria: tertia
pars,iii: vein menſurat terterni, et xv. ter quini. et duodecima pars unum; qui
oinnes aſſumpti fiunt xvi. Altera divifio, de paribios, do imparibues Indigens
nunerus eſt, qui et ipſe de paribus QuidIndigãs. numeris. deſcendit,
quantitatis fuæ ſummain partiuin in feriorem habet; ut viii. cujus medietas,
iiii: [ aut ſuperfluus. quarta pars, ii: octava pars, i; quæ fimul con gregatæ
partes fiunt vii. aut par eſt. < aut indigens. Perfectus numerus eft, qui
taten et ipfe de QuidPerfe Numerus. paribus deſcendit: is dum par ſit, omnes
partes aut impar. į aut perfectus. Taas ſimul aſſumptas, æquales habet; ut vj.
cu jus medietas, tria: tertia pars, ij: vj. pars únum. Quid Sriper. Superfluus
numerus eſt, qui deſcendit de pari- Qux aſſumptæ partesfaciunt ipſum
ſenariumnus fluis. bus, is dum par ſit, ſuperfluas partes quantitatis merum fuæ
habere videtur; ut xii, habetmedietatem vie. Geti popolazione stanziata nella
regione successivamente nota come Dacia, antica Roma. 1leftarrow blue.svg Voce
principale: Storia della Dacia. Geti era il nome che veniva dato dagli
scrittori pre-Romani alla popolazione stanziata nella regione successivamente
nota come Dacia, a centro nord dell'ultimo tratto del Danubio, dove aveva gli
inizi l’antica Bulgaria. I Geti erano parte del gruppo di genti
indoeuropee, forse parte della famiglia tracica; è possibile che fossero tanto
parte del popolo dei Daci o Tracchi, quanto che da questi siano stati a un
certo punto assorbiti. Per gli autori romani i termini Daci e Gaetierano
considerati in genere equivalenti, anche se Seneca indicava Geti come gli
abitanti delle pianure della Valacchia, mentre Stazio indicava i Daci come gli
abitanti dei territori montuosi e collinari della Transilvania; inoltre
distinguevano i Tyragetae, Geti stanziati vicino al fiume Nistro. Storia
Modifica Secondo Erodoto, i Geti erano "la più nobile e la più giusta di
tutte le tribù traciche". Quando i Persiani, guidati da Dario I, attuarono
una campagna contro gli Sciti, le varie popolazioni dei Balcani si arresero al
sovrano e lo lasciarono passare sui loro territori; solo i Geti opposero
resistenza. I Geti in seguito furono sconfitti da Alessandro Magno sulle rive
del Danubio, nel corso della sua campagna nei Balcani; in quell'occasione,
Alessandro per attraversare il Danubio si servì di zattere e di piccole
imbarcazioni di pescatori, sorprendendo circa 4000 Geti, attaccati alle spalle,
dopo aver attraversato il fiume. Religione Come ci tramanda Erodoto, i
Geti credevano nell'immortalità dell'anima e consideravano la morte un mero
cambio di paese: «Ecco in che consiste la loro fede
nell'immortalità. Essi credono di non morire, e che chi muore vada dal Demone
Salmoxis. Alcuni di essi chiamano questa stessa divinità Gebeleizi. Mandano
ogni cinque anni uno di loro tratto a sorte, come messo a Salmoxis, ogni volta
incaricandolo di recargli le loro richieste. Ed ecco come lo mandano. Alcuni,
che hanno quest'incarico, se ne stanno con tre giavellotti; mentre altri afferrano
le mani e i piedi dell'uomo che inviano, lo fanno ondeggiare, e lo scagliano in
alto verso le punte dei giavellotti. Se viene trafitto e muore, ritengono
propizia la Divinità; e se non muore, la colpa è del messo, che essi dichiarano
malvagio. Gli muovono quest'accusa, e ne mandano un altro, al quale danno,
mentre è ancora in vita, i loro incarichi.» (Erodoto, Storie) Erodoto
aggiunge anche che «Inoltre scagliano, questi stessi Traci, frecce
verso l'alto al cielo, contro il tuono e il fulmine, e minacciano quella
Divinità, perché ritengono che fuori del loro non vi sia alcun altro Dio.
(Erodoto, Storie) Accanto a Zalmoxis, un ruolo di rilievo tra le divinità gete
era attribuito a Gebeleixis. Il primo sacerdote godeva di una posizione
prominente in quanto rappresentante della divinità suprema, Zalmoxis, ed era
anche il consigliere del re. Giordane nella sua Getica, attribuiva a Deceneo il
titolo di sacerdote capo di Burebista. Seneca, Phedra. ^ Stazio, Silvae,
Giordane, Getica X, a cura di Mierow. Voci correlate Daci Dacia (regione
storica) Traci Geti, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc.
Portale Antica Roma: Storia della Dacia Daci popolazione indoeuropea
Dacia (regione storica) regione e regno dell'Europa orientale nel corso
dell'antichità classica. Then Cyrus, king of the Persians, after a long
interval of almost exactly six hundred and thirty years (as Pompeius Trogus
relates), waged an unsuccessful war against Tomyris, Queen of the Getae. Elated
by his victories in Asia, he strove to conquer the Getæ, whose queen, as I have
said, was Tomyris. Though she could have stopped the approach of Cyrus at the
river Araxes, yet she permitted him to cross, preferring to overcome him in
battle rather than to thwart him by advantage of position. And so she did.As
Cyrus approached, fortune at first so favored the Parthians that they slew the
son of Tomyris and most of the army. But when the battle was renewed, the Getae
and their queen defeated, conquered and overwhelmed the Parthians and took rich
plunder from them. There for the first time the race of the Goths saw silken
tents. After achieving this victory and winning so much booty from her enemies,
Queen Tomyris crossed over into that part of Moesia which is now called Lesser
Scythia--a name borrowed from great Scythia,--and built on the Moesian shore of
Pontus the city of Tomi, named after herself. Afterwards Darius, king of
the Persians, the son of Hystaspes, demanded in marriage the daughter of
Antyrus, king of the Goths, asking for her hand and at the same time making
threats in case they did not fulfil his wish. The Goths spurned this alliance
and brought his embassy to naught. Inflamed with anger because his offer had
been rejected, he led an army of seven hundred thousand armed men against them
and sought to avenge his wounded feelings by inflicting a public injury.
Crossing on boats covered with boards and joined like a bridge almost the whole
way from Chalcedon to Byzantium, he started for Thrace and Moesia. Later he
built a bridge over the Danube in like manner, but he was wearied by two brief
months of effort and lost eight thousand armed men among the Tapae. Then,
fearing the bridge over the Danube would be seized by his foes, he marched back
to Thrace in swift retreat, believing the land of Moesia would not be safe for
even a short sojourn there. After his death, his son Xerxes planned to avenge
his father's wrongs and so proceeded to undertake a war against the Goths with
seven hundred thousand of his own men and three hundred thousand armed
auxiliaries, twelve hundred ships of war and three thousand transports. But he
did not venture to try them in battle, being overawed by their unyielding
animosity. So he returned with his force just as he had come, and without
fighting a single battle. Then Philip, the father of Alexander the Great,
made alliance with the Goths and took to wife Medopa, the daughter of King
Gudila, so that he might render the kingdom of Macedon more secure by the help
of this marriage. It was at this time, as the historian Dio relates, that
Philip, suffering from need of money, determined to lead out his forces and
sack Odessus, a city of Moesia, which was then subject to the Goths by reason
of the neighboring city of Tomi. Thereupon those priests of the Goths that are
called the Holy Men suddenly opened the gates of Odessus and came forth to meet
them. They bore harps and were clad in snowy robes, and chanted in suppliant
strains to the gods of their fathers that they might be propitious and repel
the Macedonians. When the Macedonians saw them coming with such confidence to
meet them, they were astonished and, so to speak, the armed were terrified by
the unarmed. Straightway they broke the line they had formed for battle and not
only refrained from destroying the city, but even gave back those whom they had
captured outside by right of war. Then they made a truce and returned to their
own country. After a long time Sitalces, a famous leader of the Goths,
remembering this treacherous attempt, gathered a hundred and fifty thousand men
and made war upon the Athenians, fighting against Perdiccas, King of Macedon.
This Perdiccas had been left by Alexander as his successor to rule Athens by
hereditary right, when he drank his destruction at Babylon through the treachery
of an attendant. The Goths engaged in a great battle with him and proved
themselves to be the stronger. Thus in return for the wrong which the
Macedonians had long before committed in Moesia, the Goths overran Greece and
laid waste the whole of Macedonia.Cassiodoro. Cassiodoro Bruzi. Bruzi.
Keywords: dialettica, Squillace, i geti e i goti – teodorico, eteodorico, virtu
bellica, ardore guerriero, pagenesimo. Cassiodoro’s surname was Bruzi, from
Brutti – he wrote a story of the Goths, but he mistook them for the Bulgarians
(geti, gotti). Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Bruzi” – The Swimming-Pool
Library. Bruzi.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Buonafede: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – scuola di
Comacchio – filosofia emiliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Comacchio). Filosofo emiliano. Filosofo
italiano. Comacchio, Ferrara, Emilia-Romagna. Grice: “You’ve got to love
Buonafede; he is all into the longitudinal unity of philosophy, literally from
Remo – he has chapters on the Ancient Romans, on philosophy from the first
monarchy to the second, a chapter on Cicerone, and one of a lovely phrase, the
Roman equivalent to the century of Pericles, ‘filosofia nel regno di Augusto,’
but also on later developments of Italian philosophy, even a chapter on
Cartesianism in Italy, and how philosophy on the whole was ‘resurrected’ or
‘revitalised’ in Italy --. I once joked that philosophers should never give
much credit to Wollaston – but Buonafede totally proves me wrong!” -- Essential Italian philosopher. Di familia nobile,
studia a Bologna e Roma. Insegna a Napoli.
Saggio, “Ritratti poetici, storici e critici di varj uomini di lettere – Appio
Anneo de Faba Cromaziano” (Simone, Napoli) -- opera accolta favorevolmente negli ambienti
culturali napoletani frequentati da Buonafede, nella quale convivono giudizi
critici su alcuni importanti esponenti della filosofia moderna (quali
Machiavelli e Spinoza), con parziali accoglimenti di altri (Cartesio e Locke),
in uno stile composito tra il barocco e l'arcadico. Insegna a Bergamo e
Rimini. Membro nell'Accademia dell'Arcadia, assumendo il nome di Agatopisto
Cromaziano con il quale diede alle stampe numerosi saggi. Insegna a Sulmona. Saggio
“Della restaurazione di ogni filosofia di Agatopisto Cromaziano” (Graziosi,
Venezia – Societa Tipografica de classici italiani, Milano) -- particolarmente
critica verso la filosofia sensista di Cartesio e Locke. Baretti: ebbe una
violenta polemica con lui. Il “Saggio di commedie filosofiche”, contenente un
testo in endecasillabi, “Il filosofo fanciullo” che, in uno stile comico,
critica celebri filosofi dell'antichità riportando citazioni fuori dal contesto.Venivano
beffeggiati, tra gli altri, Socrate, Democrito e Anassagora. Il saggio trova qualche
apprezzamento. Baretti, scrittore e critico letterario torinese, in un numero
del suo periodico la Frusta letteraria nel quale era solito firmarsi con lo
pseudonimo di Aristarco Scannabue, espresse giudizi negativi sul Saggio del
Buonafede trovandolo irrilevante e privo di comicità. Punto sul vivo, replica
immediatamente con il libello, dai toni assai aspri, “Il bue pedagogo: novella
menippee di Luciano da Fiorenzuola contro una certa Frusta pseudo-epigrafia di
Aristarco Cannabue” (Luca).”. Gli rispose ancora Baretti con una nutrita serie
di articoli, Discorsi fatti dall'autore della Frusta letteraria al
reverendissimo padre don Luciano Firenzuola da Comacchio autore del Bue
pedagogo, pubblicati su diversi numeri della Frusta. La polemica, una delle più aspre e celebri
delle cronache filosofiche italiane prosigue ancora.Fa pressioni verso i responsabili
della Repubblica di Venezia affinché eliminassero gli articoli apparsi sulla
Frusta e perché Baretti fosse poi espulso dallo Stato Pontificio quando si
trasferì ad Ancona. Il critico non fu
lasciato tranquillo neppure quando fuggì in Inghilterra: l'irriducibile
Buonafede lo accua allora di simpatie verso il protestantesimo. Il
giudizio di Croce e piuttosto negativo, scrisse che la sua filosofia e il
risultato di «un ingegno da predicatore e da predicatore mestierante, che ha un
impegno da assolvere, un sentimento da inculcare, un nemico da abbattere» senza
che possano distrarlo dal suo fine «né la ricerca della verità delle cose né
l'ammirazione di quel che è bello». Più positivo il giudizio di Natali nella
voce redatta per l'Enciclopedia Italiana, lo giudica “uomo d'ingegno
acutissimo, filosofo non volgare, spesso arguto e vivace e dotato di dottrina
assai superiore a quella del Baretti. Altre opere: “Delle conquiste celebri
esaminate col naturale diritto delle genti libri due di Agatopisto Cromaziano” (Riccomini,
Lucca, Milano, Fondazione Mansutti); “Saggio di commedie filosofiche con ampie
annotazioni di A. Agatopisto Cromaziano” (Faenza, pel Benedetti impressor
vescovile, e delle insigni Accademie degl'illustrissimi sigg. Remoti e
Filoponi); “Sermone apologetico di Tito Benvenuto Buonafede per la gioventù
italiana contro le accuse contenute in un libro intitolato Della necessità e
verità della religione naturale, e rivelata” (Benedini, Lucca); “Della
malignità istorica: discorsi tre contro Pier Francesco Le Courayer nuovo
interprete della Istoria del Concilio di Trento di Pietro Soave” (Bologna, per
Lelio dalla Volpe impr. dell'Instituto delle Scienze); “Dell'apparizione di
alcune ombre novella letteraria di Tito Benvenuto Buonafede” (Lucca, appresso
Jacopo Giusti nuovo stampatore alla Colonna del Palio); “Istoria critica e
filosofica del suicidio ragionato di Agatopisto Cromaziano” (Lucca, Stamperia
di Vincenzo Giuntini, a spese di Giovanni Riccomini); “Versi liberi di
Agatopisto Cromaziano messi in luce da Timoleonte Corintio con una epistola
della libertà poetica..., Cesena, Società di Pallade per Gregorio Biasini al
Palazzo Dandini); “Della istoria e della indole di ogni filosofia di Agatopisto
Cromaziano” (Lucca, per Giovanni Riccomini); “Il genio borbonico, versi epici
di Agatopisto Cromaziano nelle nozze auguste delle altezze reali di Ferdinando
di Borbone, infante di Spagna e di Maria Amalia, arciduchessa infanta” (Parma,
per Filippo Carmignani, stampatore per privilegio di sua altezza reale); “Della
letteratura comacchiese lezione parenetica in difesa della patria di Agatopisto
Cromaziano giuniore” (Parma, Bodoni). Opere di Agatopisto Cromaziano” (Napoli, Porcelli).
“Epistole tusculane di un solitario ad un uomo di città, Gerapoli); “Storia
critica del moderno diritto di natura e delle genti di Agatopisto Cromaziano,
fa parte della Biblioteca cristiano-filosofica decennio primo, consacrato alla
divinità” (Firenze, nella Stamperia della Carità). Dizionario Biografico degli
Italiani. Soffre di gotta e una caduta in piazza Navona aggrava le sue
condizioni. La storiografia filosofica, Vestigia philosophorum”. Il medioevo e
la storiografia filosofica, Rimini, Maggioli Editore. Fondazione Mansutti,
Quaderni di sicurtà. Documenti di storia dell'assicurazione, M. Bonomelli,
schede bibliografiche di C. Di Battista, note critiche di F. Mansutti. Milano:
Electa. Memorie istoriche di letterati ferraresi, III, Ferrara. Ritratto di Appiano Buonafede.
Assicurazione. Luigi Speranza, "Grice e
Buonafede," per Il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa
Grice, Liguria, Italia. -- I Romani, fin d'allora che hanno le
canne per tetti e un solco in luogo di fosse e di muraglie, esercitano la
divinazione, con la cui guida ordi [Seneca I. c. Plinio Hist. Nat.; Lucrezio
lib. V. (3) Macrobio Saturnal.; Scipione Maffei ap presso G. Lampredi l. c.
Cassiodoro-Bruzi. lVar. Ep. Museo Etrusco narono e nobilitaro noi rudimenti
della loro pira teria. ROMOLO e insieme il fondatore e il primo augure di Roma.
Uomini armati e rubatori conobbero che questa larva di religione e questa
pretesa scienza del futuro puo aver influssi propizi, nelle loro spedizioni,
siccome l'esito comprovo. Ed e veramente cosa ammirabile che una tanta
puerilità, di cui gl’auguri istessi rideano, producesse vantaggi sì grandi alla
fortuna romana. Presero adun que quei primi uomini la disciplina augurale dagli’etruschi,
e non curarono altro. Furon dette as sai novelle della FILOSOFIA degl’aborigeni,
de’ sabini, degl’Ausonj e d’altre genti di quelle contrade. Ma i critici le
numerarono tra le favole. NUMA Pompilio, secondo regolo di quella feroce
masnada, pensa di ammansarla con la religione e con la pace. Finse colloquj con
le Muse, e divulga notturni congressi con la dea Egeria. Istitue sacerdoti
agl’Id dii, e e egli stesso sacerdote. Scolge le vergini a Vesta, le quali
serbasser perpetuo il fuoco nel centro d'un tempio rotondo. Vieta le immagini
delle sostanze divine e i sacrifizi cruenti. Ordina gli auguri, gl’oracoli, le
interpretazioni de' fulmini e di altri prodigj, e le funebri ceremonie e le
placazioni de’ mani. Correno i mesi e l'anno secondo il corso del sole e della
lupa. NUMA scrive libri sacri che furon seppelliti con lui, e niun potè
leggerli. Consacra l'arcano e il silenzio con la istituzione della dea Tacita.
Chiuse il tempio di Giano. Roma guerriera divenne pacifica e religiosa. In
questi regolamenti di Numa sono cercati, e dicono anche ri trovati gl'indizi di
molta filosofia. La finzione de' [CICERONE, De Divinatione; Cicer. I. c. G.
Hornio Hist. Phil.; ; Livio; Plutarco in Numa] prodigi e de’ secreti colloqui
col cielo, e il silenzio è l'arcano e i sacrifici senza sangue, e le
proibizioni di effigiare il divino, sono sembrate dottrine della setta di
CROTONA; e sopra tutto il fuoco del tempio di Vesta è stato creduto un simbolo
del sistema di questa setta, la quale insegna la stabilità del sole nel centro
del nostro mondo. Il perchè corse già opinione che NUMA e stato discepolo di
Pitagora; ma è stato poi osservato che questo filosofo vivea a CROTONA quando
L. Bruto salva Roma dai tiranni. Onde piuttosto Numa ha dovuto ammaestrare
Pitagora. Sebbene io non credo che un filosofo chiuso tra i monti di Calabria ha
mai udito parlare d'un capo di ladroncelli ristretti fra i monti latini. Newton
pensa che Numa prende il suo sistema celeste dagl’egiziani, osservatori
antichissimi delle stelle. Ma io non so persuadermi che un pover uomo sabino
estende il saper suo fino alla penetrazione degli ardui misteri d’Egitto. Reputo
più verisimile che lo studio de gl’etruschi nelle meraviglie de' fuochi
celesti, e la molto diffusa e popolarevenerazione del fuoco gui dassero Nụma
alla istituzione di questo rito. Mime raviglio io bene come coloro che cercano
il panteismo dappertutto, non hanno trovato nel fuoco centrale di Vesta il
simbolo dell'anima del mondo, e di quelle altre del PORTICO e Spinoziane
dottrine che pure si sforzano di trovare altrove con maggiore difficoltà. Forse
si saranno contenuti da questa imputazione, perchè negl’oracoli e nell’altre
divinazioni di Numa, e nelle mortuali placazioni e cerimonie si conoscono
alcuni vestigi non dispregevoli [Plutarco. Livio I. c. CICERONE, Tuscul.
Disput.; Bayle Dict. art, Pythagoras,
e Brucker de Phil. Roman. yet. 3 ) De
Mundi Systemate] d'una libera provvidenza e d'una vera immortalità degl’animi
separati dai corpi. Io ha quasi voglia di aggiunger qui, che per sentenza di VARRONE
gl'Iddii de' Romani e de' Latini prima ancora di Numa e di Romolo sono gl'
Iddii di Frigia portati da Enea, quei di Frigia sono i medesimi di Samotracia
tanto famosa per li suoi misteri che sono gli stessi d'Egitto; e siccome di
questi mostreremo con qualche verisimilitudine che nascondeano la unità del
divino e la immortalità degl’animi, così puo dirsi il medesimo della segreta
dottrina del l'antico Lazio e de' primi Romani. Ma oltre le gravi difficoltà
contro la venuta d'Enea in Italia, i.se veri critici potrebbono opprimermi con
altre dubbiezze assai; onde ho deposto il desiderio di proporre le mie
conghielture. Non è però male alcuno averle accennate.Questa è l'immagine della
PICCOLA FILOSOFIA dei primi tempi di Roma, la quale appena apparita per lo
pacifico genio di Numa, e dissipata dagl'ingegni guerrieri de' suoi successori,
e per più secoli e esclusa ed anche abborrita, come nimica dell'austerità e
della fortezza, da quei valorosi uomini che, intenti alla conquista del mondo,
o non hanno ozio di volgersi alla filosofia, o pensano di non averne bisogno, o
dubitarono che puo opporsi a quell'immenso latrocinio. Ritorneremo su questo
argomento, e avremo copiosa materia di ragionare ovę riguarderemo quei tempi di
Roma che dagli storici e dai politici furon detti molli e corrotti, e dagl’amici
della filosofia sono onorati come. mansueti e sapienti. [Macrobio Saturnal.; Giurieu
Hist. Cri tica Dogmat] Il genio bellicoso di ROMOLO ammansato un poco dalla
pacifica Egeria, che era il genio di Numa, nella signoria dei seguenti regoli
di Roma torna alla primiera ferocità. Nè altramenle potea intervenire in una
città e in un popolo composto di uomini violenti e perturbatori, e per delitti
e per timor delle pene fuggitivi dalle lor terre, e riparati nella nascente città
come nell'asilo delle scelleraggini; i quali assuefatti al sangue e alla rapina,
se fosser mancate guerre esteriori, hanno infero cito contro le viscere della
lor medesima società. Perchè e mestieri esercitarli senza riposo in im prese e
rubamenti perpetui; e questa che parve prima necessità, divenne appresso
costume, e e l'origine primaria della grandezza romana. Un popolo cosi
funestamente educato non puo esser amico di alcuna filosofia: e veramente, come
alcuna volta si offersero le opportunità d'introdurla, con molta ruvidezza la
impedirono per timore che non ammollisse l'austerità militare, e non traviasse i
cittadini dalla usurpazione del mondo. Nel [Brucker] campo d'an uom consolare sono
trovati sotterra alcuni manoscritti di filosofia attribuiti a Numa, e il
pretore comando risolutamente che sono ab bruciati. Un altro pretore per
consultazione del senato, e poco dopo anche i censori dichiarano, non piacere
che soggiornassero nella città certi filosofi, maestri d'un genere di
discipline diverse dalla consuetudine e dal costume de maggiori; per la qual
novità i romani in torpidivano. Questo avvenne nel consolato di C. Fannio
Strabone e di M. Valerio Messala; ed è ben degno di considerazione che quei
grand'uomini avean già messa ad effetto gran parte del lor latrocinio. LA
FILOSOFIA e ancora un genere di disciplina contrario alle loro consuetudini. In
quel torno medesimo, e non so bene se poco prima o poco dopo, accadde una
ambasceria ateniese de tre filosofi Carneade, Diogene e Critolao. Gl’ateniesi
avendo saccheggiata Oropo città della Beozia, furono dai Sicioni con l'autorità
de’ romani condannati in CCCCC talenti. Ma questa multa sembrando soperchia,
spedirono a Roma i prefati filosofi per ottener condizioni più sopportabili.
Nella dimora e nella espettazione di essere ascoltati dal senato, tenneno dotte
assemblee nei cospicui luoghi di Roma, e ostentano dottrina incognita ed
eloquenza inaudita alle orecchie romane. Critolao la usa erudita e rotonda,
Diogene modesta e sobria, Carneade violenta e rapida. Ma comechè ognuno ottenne
gran lode, l'accademico sopra tutti risveglia le meraviglie inu [Plinio; Gellio
Noc. Att.; Bayle (artic. Carneade, not. N ) i litigj in-. torno a quest'epoca.]
-sitate e fino i furori pubblici, massimamente degl’ottimati, che dimentica de'
piaceri e rapita quasi fanatica di questa filosofia. E convien certo che molto
singolar cosa e questa eloquenza di Carneade, mentre e detto che ora a guisa
d'un fiume incitato e rapace sforza e svelle ogni cosa e seco rapiva l'uditore
con grande strepito, e ora dilettando lo imprigiona, e per una parte
manifestamente predando, e per un'altra rubanilo nascostamente, o con la forza
o con la frode vince agl’animi più prepurati a resistere. Ma ciò che
maggiormente rileva, da CICERONE medesimo maestro tanto eccellente di queste
cose, e delto che ha pure desiderato di possedere la divina celerità d'ingegno
e l'incredibil forza di dire e la copia e la varietà di Carneade, il quale in
quelle sue disputazioni niuna sentenza difende che non prova, niuna oppugna che
non mette a compiuta ruina. Consapevole di queste sue viltoriose veemenze,
ardì, stabilita la giustizia in un giorno con molto copiosa orazione,
distruggerla in un altro ALLA PRESENZA DI GALBA E DI CATONE MAGGIORE, in quella
età oratori grandi alla maniera romana. Lattanzio ci serba in poche parole la
sostanza di questa confutazione della giustizia. CARNEADE divide la giustizia
in naturale e civile, e l'una e l'altra mise a niente. La *naturale* è
giustizia, non è prudenza; la civile e prudenza, *non* e giustizia. La prudenza
civile si varia secondo i tempi e i luoghi, e ogni popolo l'attempera a suo
comodo. Questa prudenza è una inclinazione verso l'utilità che la giustizia
della natura infuse in ogni animale, alla quale chi volesse ubbidire
incorrerebbe in mille fro [1 ) Pausania; Plutarco in Catone Majore. A. Gellio; Macrobio
Saturnal.; Numenio presso Eusebio Praep. Ev.; CICERONE, De Oratore] di.
Moltissimi esempi dimostrano cosiffalta essere la condizione degl’uomini, che *volendo*
essere giusti, sono imprudenti e stolti. Volendo essere *prudenti* e avveduti,
sono *ingiusti*. Laonde non può concedersi una “giustizia” che è inseparabile
dalla stoltezza. Nel quale proposito trascorse in queste parole abborrite dai
conquistatori. Se i popoli fiorenti per signoria e i Romani oggimai possessori
del mondo *vuoleno* esser *Giusti* restituendo l'altrui, doveno ritornare alle
capanne e giacere nella miseria. CICERONE, che molto medita queste e più altre
difficoltà di Carneade, le trascorre senza risposta. E altrove avendo statuito
una giustizia naturale e un diritto naturale indipendente dall’istituzioni degl’uomini,
prega l'Accademia e Arcesila e Carneade a volersi tacere, perchè assalendo
queste ragioni, indurrebbono grandi ruine; e desidera ben molto di placar tali
uomini, non ardisce rispingerli. Ma CATONE, censore uom di rigida innocenza e
di antichi costumi e di senatoria e militare austerità, per le quali virtù era
già nata e crescea la grandezza di Roma, udite queste ambigue e scandalose
orazioni, e veduti i furori dell’ottimati romani, e considerate le conseguenze
funeste alla fortuna della repubblica, le quali poteano sorgere da quella molle
e licenziosa filosofia, prestamente e fortemente dimostra nel senato che non e bene
sopportare più a lungo nella città quegl’ambasciatori filosofi che persuadeno
quanto loro piacea, e confondeno il vero col falso, e alienano dalla robusta e
antica istituzione l'ottimati [Lattanzio; Bayle I. c. G, H, et art Porcius, H.;
Cicerone De Repub. presso S. Agostino De Civ. Dei e Lallanzio; Ciceronc De
Legib.] e quindi e mestieri conoscere e risolvere di quella legazione, e tosto
rimandando gl’ambasciatori ad istruire i greci, ricondurre l’ottimati romani ad
ascoltar come dianzi i maestrati e la legge. Di questo modo CATONE parla, e gl’ambasciatori
sono congedati. Non è però che questo CATONE e nimico del sapere, mentre è noto
per la istoria ch'egli militando a Taranto ascolta volentieri da certo suo
ospite pitagorico dottrine contrarie alla voluttà, e crebbe nell'amore della
frugalità e della continenza. Indi e interprete della legge, e difensore e
accusatore instancabile del foro, e filosofo di orazioni e di cose rustiche e
delle origini romane, nelle quali opere mostra copia e gravità di dottrina; e,
in breve, tutta la sua vita distribue tra la milizia e tra le leggi e le
lettere, e tra la più austera pratica della virtù e la persecuzione più
violenta de vizi. Onde e detto che le sue guerre perpetue contro i malvagi
costumi non sono alla repubblica meno utili delle vittorie di SCIPIONE contro i
nimici. Il perchè non credo io già che CATONE per odio di Carneade o per altra
malevolenza abborrisse la filosofia relativistica. Ma piuttosto perchè la
militare e severa indole di Roma ne' suoi dì così domanda, e perchè l'esempio di
questo relativismo ammollita e scaduta in mezzo a tanto lusso di filosofia
forse lo spaventa. E siccome CATONE e per natura inclinato all'eccesso de'
rigori, parla forse più for leinente che non sente; e nella guisa che
esagerando dicea che le adultere sono avvelenatrici ile' loro mariti, e che
tutti i medici sono da 5. [Plinio; Plutarco in Catone; Cicerone de Ci. Or.; Livio;
C. Nie pote Frag. Vitae Catonis.
Plutarco I. c. Seneca Ep.; Quintiliano] fuggirsi,
dacchè aveano giurato di uccidere tutti i romani. Così per avventura ingrande
gl’abborrimenti di tutta la filosofia, e dice a suo figliuolo: Pensa che io
parli da vate: indocile ed iniquissima è la generazione de' elleni. Quando
avverrà che quella gente a noi dia le sue lettere, saremo tutti corrotti e
perduti. Di queste sue amplificazioni, oltre il suo amore per la disciplina
pitagorica, può essere argomento lo studio che CATONE mette negli scrittori e
nelle lettere greche non solamente piu tarde, quando le medita avidamente, come
chi vuole estinguere una lunga sete, ma nella sua pretura di Sardegna, e ancor
prima; poichè, per testimonianza di Plutarco, CATONE parla agl’ateniesi per un
interprete. Potea parlar greco, se avesse volute. Suoi libri sono ornati e
ricchi di opinioni, di esempi e di istorie fonti, e di sentenze morali. Da
questi riscontri io deduco che CATONE disprezzando i Greci in pubblico e
leggendoli in privato, non e tanto nimico loro quanto ostenta; e che meditando
e usando ne' suoi componimenti opinioni filosofichi, è chiaro che vi sono
dunque in Roma i libri di filosofia, e che non sono incognite le opinioni filosofichi
a quella età, e quindi prima della ambasciata de tre filosofi vi era tra i
Romani qualche tintura di filosofia. Frattanto Furio, Lelio, Scipione e altri
di genti patrizie furon del numero di que' l’ottimati accesi nell'amore delle
dottrine filosofiche, i quali venuti a assunti al comando degl’eserciti che
soggiogavan la Grecia, prese da' greci [Plinio; Plinio I. c. Plutarco; Cicerone
De Senectute; Val. Massimo; Plutarco I, c. Aurelio Vittore De Viris Illustr,] e
al governo delle provincie conquistate, hanno agio di veder da vicino e di
ascoltare i valenti uomini di temperamento filosofico, coi quali strinsero
dimestichezza, e vollero finanche averli compagni nelle lor case, nei viaggi
enelle medesime spedizioni militari. Cosi leggiamo che SCIPIONE AFFRICANO vuole
aver seco assidua mente in casa e nella milizia insiem con Polibio, filosofo
singolare e grande uomo di Stato e di guerra, anche Panezio filosofo del
Portico. E questi un Rodiano ingenuo e grave, il quale salito ai primiluoghi
del Portico, oltre alcun altro componimento, scrive i libri lodatissimni degl’uffizi
secondo quella disciplina; ma non gli piacque la divinazione del Portico e
l'apatia, e le spine della disputa e l'asprezza delle parole e l'orror de
costum; e più gentilmente e umanamente fiolsofo, non così legandosi a Zenone e
quegl’altri, che non ama anche Aristotele Senocrate e Teofrasto e Dicearco, e
non ammira Platone come divino e sapientissimo e santissimo e come l'Omero de'
filosofi, sebben quella sua or poetica, or ambigua immortalità degl’animi non
gli tornasse a grado. E dunque PANEZIO uno filosofo del PORTICO modesto e
libero e degno della famigliarità di SCIPIONE, il quale erudito in questa
temperata dottrina del PORTICO e mansuetissimo ed umanissimo; e riparlendo la
sua vita tra la milizia e la filosofia, sali per fama di valore e di lettere
fra i massimi amplificatori della gloria di Roma. Ad illustre ed esimia indole
aggiungendo la ragione e la dottrina, e assiduamente conversando col medesimo
Panezio e con Diogene – del PORTICO -- e
con altri eruditissimi uomini, sono in compagnia di Scipione pre [Cicerone
Acad. Quaest.; De Fin.; De Off.; Tusc. Disp.; De Div.; Or. pro Murena; De Or.;
De Nat.: Deor.; Gellio Noc. At.; Suida v. Panaetius.] clari e singolari per
modestia e per continenza L. Furio e C. Lelio cognominato Sapiente. Si
accostarono a Panezio e a questi medesimi studi L. Filippo e C. Gallo e P.
Rutilio e M. Scauro e Q. Tuberone e Q. Muzio Scevola, e altri soinmi uomini
nella repubblica, e massimamente i giureconsulti; i quali invitati da lanta
luce di esempi e dalla magnificenza e dal metodo della morale del PORTICO,
pensano che niun'altra potesse congiungersi più co modamente alla giureprudenza
romana. In queste narrazioni è facile a vedersi che la filosofia del PORTICO entra
la prima in Roma con molto nobil fortuna. E quantunque Carneade esulta sopra i
compagni suoi, quando non però si ha a prender partito, quei medesimi che lo
ascoltano con tanto furore, si rivolgeno alla disciplina del PORTICO; la quale
benchè non puo mostrar tra i Romani una successione continua di maestri e
grande strepito di scuole e di libri, mostra iudizi cospicui della riverenza in
cui e tenuta e; tra gli altri il grande Pompeo, che approdato a Rodi vuole
ascoltar Possidonio da Apamea – del Portico di primo nome, che ha cattedra in
quella isola, e recatosi alla sua casa, vietà prima che il littore percotesse
la porta, e per somma testificazione d'onore comando che si abbassassero i
fasci. Indi entrato, vide Possidonio giacere gravemente per dolori in tutta la
persona, e salutatolo con onorifiche parole gli dice, molto molesto.essergli
per quella sua malattia non potere ascoltarlo. Ma tu veramente puoi, risponde
Possidonio, nè io concede mai che il dolore fuccia che [Cicerone De Or.; De Fin.;
Or. pro Archia; Cicerone Or. pro Murena; De Or.; in Bruto; Gravina De Or. Juris;
Schiltero Manud. Phil. Moralis ad Jurispr.; Westphal De Stoa Juriscon. Rom.;
Ottone De Stoica Juriscons Philosophia] un tanto uomo sia venuto indarno a
vedermi. E cosi giacendo disputa gravemente e copiosamente, che niente era
buono, salvo l'ONESTO. E intanto ardendo pure come per fiaccole il dolore,
spesso dice. Niente fai, o dolore: sebbene tu sia molesto, io non confesso mai
che tu sia male. Pompeo si congedò richiedendo il filosofo se niente volesse
ordinargli. E Possidonio risponde – “Rem gere praeclare, atque aliis prestare
me mento.” Cicerone poi lo ascoltà come scolare, e M. Marcello si tenne in
grande onore di condurlo a Roma, ove e in altissima estimazione per li suoi libri
della Natura degl'Iddii, degl’uffizi, della divinazione, e per altrenobili
scritture che andarono a male, e poichè e cultor non vulgare dell'astronomia, ha
gran lode nella composizione di quella sua sfera, la quale in ognuna delle sue
conversioni rappresenta nel sole, nella luna e ne' pianeti quello che si fa in
cielo nel giorno e nella notte. Possidonio adunque dopo Panezio e ornamento
grande e propagator sommo della fortuna del Portico tra i Romani. Altri filosofi
di minor nome sostennero la medesima fatica, e accompagnarono e amınaestrarono
altri Romani, che molto si dilettarono di quella disciplina; e tra questi non è
giusto tacere di Q. Lucilio BALBO, divenuto del Portico eguale ai Greci
medesimi, cosicchè Cicerone nei Dialoghi della Natura degļId dii gli diede a
sostenere le parti della teologia del Portico. Ma niuno tra i Romani, nè forse
pure tra i Greci agguaglia la persuasione, la pratica e la costanza del Portico
di CATONE UTICENSE, onde ottenne da Cice [Cicerone Tusc. Disp.; Plinio Juniore
Ep.; De Nat. Deor.; Suida v. Possidonius.Aieveo lo dice famigliare di Scipione
domator di Cartagine; ma è anacronismo; Cicerone De Div.; De Nat. Deor.; ad Att.;
De Off.; Cicerone De Nat. Deor.] rone il
nome di perfetto del Portico, che in tanti uomini di quel genere ricordati e
variamente lodati nelle sue opere non avea saputo ancora concedere a veruno. E
di vero parve che la natura medesima si dilettasse ad organizzare in quest'uomo
uno singolare filosofo del Portico; perciocchè è fama che fino dalla puerizia
con la voce e col volto mostra ingegno se rio, rigido, intrepido, inflessibile
alle lusinghe e alle minacce, e fin d'allora spirante immobilità nell'amor
della patria. Ha famigliari e maestri Antipatro Tirio e Atenodoro Cordilione,
uom solitario e alieno dai rumori e dalle corti; e dappoi tende sempre
dimestichezza con altri filosofi del Portico, e con la forza della istituzione
conferma ed accrebbe la natura già molto propensa, e non per la disputa, ma per
la vita e del Portico. Entrato nei maestrati della repubblica e negli strepiti
del foro e della milizia, usa tal forma di parlare e di vivere, che le
meraviglie sono grandissime di tutti i Romani, massimamente che di quei di
oramai era mutata e corrotta ogni cosa. Con una voce la cui intensione e forza
e inesausta, parla al popolo e al senato non eleganze e novità, ma ragioni
giuste, piane, brevi, severe e degne della disciplina del Portico e di Catone.
Le usanze sue non eran dissimili dalle parole, e con forti esercitazioni si addestra
a sostenere il calore e la neve col capo ignudo, e a viaggiare a piedi in ogni
stagione. Nella guerra civile, in mezzo alla militare licenza, e temperante, e
combatte con fortezza congiunta a prudenza, e ottenne lodi e onori, che rifiuta.
Eletto tribuno de' soldati per la Macedonia, e simile ai soldati nelle fatiche;
ma nella grandezza dell'animo e nella forza dell'eloquenza e maggiore di tutti
i [Cicerone, Parad; Strabone] capitani. Visild l’Asia per conoscer l'indole di
quelle terre e i costumi degli uomini, e per conquistare il solitario Atenodoro
Cordilione, filosofo del Portico, che riputa la più ricca di tutte le prede.
Ritornato a Roma, divide il suo tempo tra Atenodoro e la repubblica. Non cura
di esser questore prima di aver conosciute a fondo tutte le leggi questorie; e
in quel maestrato corrotto pessimamente tante cose muta per la giustizia e per
la salute della repubblica, che nell'amore della giustizia e della temperanza e
tenuto maggiore di tutti i romani. Nel senato e sem pre il primo a venire e
l'ultimo a ritirarsi. Dalla sua solitudine di Lucania, ove si era raccolto per
viver tranquillamente tra i libri e i suoi filosofi, desidera il tribunato
della plebe unicamente per resistere ai magnati prepotenti, e in questa ardua
contenzione dimostra giustizia, fede, candore, magnanimità; a segno che
Cicerone con molta licenza di giuochi agitando la filosofia del Portico di
Catone nella causa di Murena, incorse il biasimo di rettorica dissolutezza; di
che però l'uomo apato non si commosse per niente, e solamente ammonì un poco il
licenzioso giuocatore con quelle brevi ma significanti parole: Buoni Iddii !
Noi abbiam pure il ridicolo Console; e poi nella congiurazione Catilinaria vi
gilanteinente lo soccorse, come amico di lai e delle repubblica. Ma si
accrebbero fuor d'ogni termine le invidie, le emulazioni e le violenze de'
cittadini potenti, e i consigli di perder la patria e la libertà preponderarono
ad ogni virtù. CATONE resistè for temente; e mentre altri erano Pompejani e
altri Cesariani, Catone persevera ad esser repubblicano. Si attenne poi a
Pompeo come a MALE MINORI, e guer reggid e parla da grande soldato e da
filosofo. Dopo la battaglia farsalica, nella successione continua delle
disgrazie e nella ruina di tutte le cose si ripara ad Utica, dice ai suoi che
provvedessero a sè medesimi con la fuga o con altri consigli, entra nel bagno,
e poi cende lietamente e disputa co' suoi filosofi, e sostenne, il solo
sapiente esser libero. Coricatosi lesse due volte il Fedone, dormi ancora, e
svegliato si uccise. Con molta prolissità si è voluto disputare delle cagioni
del suicidio di Catone; il che secondo il pensier mio si è fatto assai
vanamente. Perocchè dalle cose fin qui raccontate si conosce, senza bisogno di
tante disputazioni, che il nimico alle porte, la dignità e la libertà perduta,
la speranza del fine de' mali presenti e del riposo futuro, e il sistema e il
costume del Portico e romano sono le cagioni palesi di quel suicidio. A queste
cagioni e aggiunta la trasfusione degl’animi nell'anima del mondo, ossia il
divino immerso necessariamente e indivisibilmente nella materia; il che fu
raccolto non solamente dalla indole del sistema del Portico, ma da quelle
parole che Lucanio presta a Catone -- Iupiter est quodcumque vides, quocumque
moveris -- per cui il prode Collin alloga Catone tra i panteisti. Maperchè quel
verso può essere più del poeta che di Catone, e perchè posto ancora che sia di
questi, può aver senso che il divino è presente per tutto, e in fine per chè la
teologia del Portico non è così empia come al cuni immaginarono, secondochè
dianzi abbiam detto, perciò non possiamo acconsentire al panteismo di Catone.
Sebben fosse propizia e luminosa, così come si [Cicerone, Orat. pro Murena; Paradox.; Plutarco in M.
Catone Uticensi; Seneca Ep.; De Provid.; Lattanzio; Siollio Hist. Ph. mor.
Gentil.; Brucker De Phil. Romanor.; Phars.;
De la liberté de penser; Buddeo De l’Ath. et de la superst.; Brucker] è
divisato, la fortuna della scuola del Portico tra i romani; tulta volta non è
da pensarsi che ad altre sette mancassero affatto gli amici; che anzi alcuni
furono che indifferentemente estimaron tutte le scuole, e quelle parti preser
da esse, che più sembraron concordi a certe forme di verità, a cui avean
l'animo assuefatto. Così L. Licinio Lucullo nella Grecia e nell'Asia, mentre
sostenea il peso del governo de' popoli e mentre vincea Tigrane e Mitridate,
coltiva le buone lettere e conversa coi filosofi; e dappoichè ebbe trionfato,
mise a guadagno le ricchezze predate, e dai militari peccati raccolse piaceri e
felicità. Si congedd dai turbamenti della guerra e della repubblica, e tutto ri
volto a pensieri di riposo edificò ville e palagi di meraviglioso lavoro e
d'incredibil magnificenza, e intese a pranzi e a cene e ad ogni guisa di
amenità, di eleganza e di delizia; nelle quali mollezze se tra le acclamazioni
degli uomini dilicati incorse ne' biasimi degli animi austeri, certamente
ottenne l'applauso di tutti, allorchè di tanto ama la filosofia che raccolta a
gran costo insigne copia di libri compose una biblioteca di pubblico uso, e
edifica stanze e portici e scuole, e le dedicò in domicilio delle Muse e della
pace e in ospizio dei greci maestri, che fuggendo i tumulti di guerra si
riparavano a Roma. Per questo egregio uso gli sono quasi perdonate e quasi
rivolte a lode le ruberie della guerra. Egli dissimile da que' signori che
prendono per sè il pensiere di comperare le biblioteche, e lasciano alirui il
pensiere di leggerle, pose gran parte delle sue delizie ne' libri e nelle consuetudini
coi dotti e filosofi uomini, e ascolto ed esa minò ogni genere di filosofia, e molto
ebbe in pregio e in continua familiarità Antioco Ascalonita, uom di robusto
parlare e principe in quei giorni dell’Accademia,
il quale si argomenta a mettere in amicizia con lei i filosofi del Portico e
del Lizio. E a LUCULLO piaceano questi pensieri: onde Cicerone, amico e
lodatore magnifico di lui, nel Dialogo intitolato al suo nome gl'impone la
difesa dell’Accademia. Con questa magnificenza e splendore di esempj non solo
la casa di Lucullo, ma Roma istessa e quasi ripiena di filosofi, tra i quali altri
si attennero al genio riconciliatore di Antioco, altri spaziarono nella liberlà
del relativismo di un ‘schiavo’ come Carneade, altri si accostarono ad altri
maestri, e niuno in tanta copia d'ingegni elevati, di cui Roma egregiamente
fiorisce in quella età, seppe aspirare a nuovi principati nella filosofia,
mentre affettavano pure il principato istesso del mondo. Molti han fatto le
meraviglie come i Romani, così nimici di servitù e così avidi di signoria, sono
poi tanto propensi a servire nella filosofia, in cui agli eccelsi animi dee
parer tanto bello il regnare. Ma non è meraviglia niuna che uomini intenti
perpetuamente ad infinito dominio non avesser ozio di componer nuovi sistemi, e
volendo pure esser filosofi seguisser gl’antichi per brevità. M. Giunio BRUTO,
nato verisimilmente dagli amori furtivi di Servilia e di Giulio Cesare, che
percio molto lo ama e lo dicea figliuol suo, venne a massimo nome nella istoria
di Roma non solamente perchè fu tra i sommi repubblicani e tra quei fer rei
uomini che nè per lusinghe di beni nè per terrore di mali si piegano, e all'
onesto, al giusto e al vero sacrificano la gratitudine, i benefattori, i
consanguinei e sestessi. Ma perchè grandemente ama la filosofia, e quasi tutti
i filosofi nella [Cicerone, Acad. Quaest. Lucullus. Plutarco in Lucullo.
Svelopio in Julio] sua età rinomati ascoltò, e tutte le sette conosce, e si
attenne poi alla vecchia Accademia, la mezzana e la nuova non molto approvando,
ed e an miratore di Antioco, e Aristone di lui fratello ha compagno e domestico.
Per questi studj con insigne amore coltivati nella gravità immensa, quasi nella
oppressione continua de' civili e dei militari negozi e delle turbazioni e
degli estreini pericoli, egli adornd la filosofia col sermone latino, talche
non rimase a desiderarsi altro dai Greci; e oltre i componimenti di eloquenza e
d'istoria, scrive i libri della Virtù e degli Uffizi; ed è memoria che desse
opera a cose letterarie fino in mezzo al inaggior émpito di guerra e in quella
gran notte che anda innanzi alla battaglia farsalica. In questa congiunzione
de' gravissimi affari e della filosofia e nel lo studio di tutti i filosofi
Bruto imita Lucill. Ma non vuole già imitarlo nell'abbandonamento della
repubblica e nel termine della dignità e della gloria tra i molli ozj e i
senili piaceri; che anzi amd meglio imitare CATONE UTICENSE, fratello di sua
madre, e a somiglianza di lui filosofò per la vita, ed ha animo grande e libero
dalle cupidigie e dalle vo luttà, e tanto costante ed immobile nella fede e
nell'amor della patria e nella sentenza dell'onesto e del giusto, che per
difesa di questi principj non sentà ribrezzo di mettere il pugnale nelle
viscere di Giulio Cesare suo benefattore e suo padre, e poi nella perdizione
della libertà e di tutte le cose romane metterlo nelle sue viscere istesse. Alcune
belle quistioni sono agitate in questi propositi. E prima [Cicerone, De Cl.
Oraloribus; Acad. Quaesi.; Plutarco in Bruto; Cicerone Acad. Quaest.; Cicerone
Tusc. Disp.; De Fin.; Seneca Consol. ad Helviam e Ep.; Plutarco, gli Storici
Romani.] se Bruto malvagiamente fa cospirando alla morte di Cesare; la quale
investigazione richiedendo un diligente esame dei diritti e dell’obbligazioni
di Cesare e di Roma; e una esatta idea del usurpatore e del tiranno, e dei
doveri e de' limiti del patrizio e del cittadino non può esser nè breve nè
affaccevole al nostro istituto. In secondo luogo, se Bruto puo essere escusato
allorchè nella ruina della buona causa giunto al mal passo di uccidersi con le
sue mani, vitupera la virtù esclamando con gli ultimi fiati: Infélice virtù !
io ti cre dea una realità e sei un nome. Tu vai schiava della fortuna, che è
più forte di te. Bayle presto a Bruto alcune difese che secondo me non posson
molto piacere; e la difesa migliore è che quelle parole non pajon di Bruto; sì
perchè Plutarco, diligente narratore di tutte le avventure della sua vita,
niente racconto di quella esclamazione, sì perchè non è verisimile che un tanto
uomo in così corte parole dicesse assurdità e contraddizioni; chè tale
certamente è negare la realità alla virtù, e poi affermare che ella è meno
forte e che è schiava della fortuna, il che senza stoltezza non può dirsi di
cose che non esistono. In terzo luogo, e quistione se Bruto avesse a numerarsi
tra i filosofi del Portico. È stato detto che il Portico di Bruto è un sogno. E
veramente risguardando l'auto rità delle parole citate di Cicerone e di
Plutarco Bruto abbracciò l’Accademia; ma siccome dai medesimi filosofi è detto
che si dilettò in tutte le dottrine de' filosofi e ammira Antioco famoso
conciliatore del Portico coll'Accademia e col Lizio [ Dione; Floro; Art. Brutus;
Paganido Gaudenzio De Phil. Rom.; Brucker] e perchè d'altronde è noto che parlò
e scrisse gli Uffici in istile del Portico, ed e iinitatore e lodatore di
Catone, e lo imita finanche nel suicidio, che è la più ardua di tutte le
imitazioni. Io credo bene che abbracciasse or l'una, or l'altra sente za, come
gli venne a grado, e il Portico forse più spesso e più fortemente di tutte. VARRONE,
a similitudine di Lucullo e di Bruto, gli studi della filosofia coltiva insieme
coi pensieri e con le opere militari e cittadine. Ma veduto il naufragio della
repubblica, e campato per maraviglia dall'ira di Cesare e dalla proscrizione
de' Triumviri, si ripara di buo n'ora, come in un porto, nell'ozio delle
lettere e della filosofia, e tutto intero s'immerse in questa beata
tranquillità. Cosicchè avvennero gli estremi cangiamenti di Roma e la compiuta
ruina della libertà della dominazione assoluta di OTTAVIANO, ed egli nascosto
nella sua biblioteca, e intento a com [Cicerone ad Att.; Seneca ep.; Plutarco e
i citati dinanzi; Plutarco in Bruto et
in Catone Minore. Val. Massiino porre sempre nuovi libri, che si numerarono
fino a qualtrocentonovanta, appena si avvide di tanti movimenti, e passando la
sua vita in ogni maniera di filosofie divenne il più dotto ed universale uomo,
che non i Latini solamente, ma i Greci ancora avesser mai conosciuto. Ed e detto
di lui che innumerabili cose avendo lette, e meraviglia come gli fosse rimasto
ozio di scrivere, e che pure lante cose avea scritte, quante appena può
credersi che alcuno abbia mai lette. Altre lodi si leggon di lui; e noi ine
desimi in questa gran lontananza di età, come vogliamo esaltare la vastità
della sapienza di alcuno, usiam dirlo “un Varrone”. Ma niuna commendazione
agguaglia quella di Cicerone, il quale amico ed ammiratore essendo del
valentuomo, conoscee e aduna le opere di lui in quel magnifico elogio. I tuoi
libri, o Varrone, noiperegrinie vagabondi nella nostra città, quasi come
forestieri, ridussero a casa, perchè alfine potessimo chi e dove siamo
conoscere. Tu la età della patria, tu le descrizioni de tempi, tu i diritti
delle cose sagre e de' sacerdoti, tu la domestica e la bellica disciplina, tu
la sede delle regioni e de' luoghi, tu delle cose umane e delle divine i nomi,
i generi, gli ufficj, le cagioni ci palesasti, e la luce grandissima spargesti
ne' no stri poeti e nelle latine lettere e nelle parole; e tu istesso un vario
poema ed elegante per ogni maniera componesti, e la filosofia in molti luoghi
in cominciasti assai veramente per iscuoterci, mapoco per ammaestrarci. Nel
medesimo dialogo, in cui [Cicerone Acad. Quaest.; Tusc. Disp.; Seneca Cons. ad
Helviam. Arnobio adv. Gentes; Agostino De Civ. Dei; Popeblount Cens. cel. Aut.;
G. A. Fabrizio Bibl. Lat.; Cicerone Acad. Quaest.; B., Isi. Fil.] Cicerone loda
Lanto nobilmente il suo amico, gli assegna ancora la difesa dell’Accademia, e
lo colloca nelle parti di Antioco e di Bruto. Ove si vede la falsità o almeno
la inesattezza di coloro che lo misero tra il Portico. Perchè sebbene se condo
il sistema di conciliazione Varrone puo amare inolte dottrine del Portico, ne
potea amare ancora di altre scuole, e non dovea dirsi del Portico assolutamente.
Molto meno e poi da numerarsi tra i dubitatori dell’Accademia sul tenue
fondamento d'una sua satira intitolata le “Eumenidi”, in cui gli uomini erano
accusali d'insensatezza; e su quel l'altra dottrina sua, che niuna stranezza
venne mai nell'animo agl'infermi deliranti, la quale non fosse affermata da
qualche filosofo, il che molte volte suol dirsi anche da uomini che certo non
sieguon Carneade e Pirrone. Ma non e giusto per al cun modo condurlo stoltamente
ad accrescere l'ar mento degl’atei, perchè insegna molte favole es servi nella
religione de' suoi di, che offendeano la dignità e la natura degl'Iddii
imınortali. Impe rocchè egli queste cose insegnando, distinse gl'Id dii in
favolosi, civili e filosofici; e parve bene che contro tutti avesse a ridire, e
non senza ragione; ma pure afferma che i primi erano del teatro, secondi della
città, e i terzi del mondo; e mostrò che disputava contro le favole poetiche,
cittadine e filosofiche, non contro gl'Iddii, e parve che avesse gran voglia di
onorare i filosofici, quando fosser purgati dalle fiuzioni, mentre li disse, i
Numi del mondo. Di que' tanti libri di M. Varrone non ri [Cicerone; Cozzando De
Mag. Ant. Phil.; Fabrizio Bibl. Graec.; Uezio De la Forblesse de l'Esprit
humain; Agostino De Civ. Dei] mangono altro che i nomi o alcuni frammenti delle
intichità divine ed umane, e della forma della filosofia, e della lingua latina,
della vita del popolo romano, delle Ebdomade, de' Poeti, e delle Origini
sceniche, e delle Menippee, per le quali fu cognominato Menippeo e cinico
Romano del Cinargo, e delle Cose rustiche, che sole vennero a noi salve dall'
in giuria del tempo. Questi furono i più cospicui Sincretisti romani, ai quali
si potrebbe aggiungere ancor CICERONE, il quale vaga per varie filosofie, e tenta
riconciliazioni di sistemi; ma perchè ama con molta parzialità i metodi dell’Accademia,
lo allogheremo tra que' filosofi romani che si attenneno a certe scuole, e ora
amarono i placiti da CROTONA, ora I LIZIO, ora L’ORTO, ora IL PORTICO, siccome
si è detto, ora altre guise di filosofia. Molta fu veramente la fama della
filosofia di CROTONA; ma fosse colpa sua o d'altrui, sofferse dissipazioni e
disgrazie che la misero ad oscurità. Tutta volta i Romani udirono qualche
novella di Pitagora, al lorchè nella guerra sannitica persuasi dall'oracolo di
Apollo Pizio a dedicare in celebre luogo della città una statua al più forte e
l'altra al più sapiente de Gre ci, l'una innalzarono ad Alcibiade e l'altra a
Pitagora: il che facendo, mostrarono, secondo l'avviso di Plinio, di non sapere
nè la civile nè la filosofica istoria di Grecia. Dopo quella dedicazione non è
meno ria che i Romani tenessero alcun conto di Pitagora, se non quando il
maggior Catone ascolta il Pitago rico Tarantino, e nella medesima età il
Calabrese ENNIO appare alcune dottrine pitagoriche in quella terra ove Pitagora
insegna, e le sparse nel [Cicerone Tusc. Disp.; Agostino De Civ.; Plinio] suo
poema, nel quale ardì sognare che l'anima di Omero era passata in lui. Ma non
persuase di que ste idee nè Catone a cui insegna la filosofia, nè P. Scipione
Africano di cui godè la famigliari tà, nè altri Romani che udirono volentieri i
suoi versi eroici e lo tennero sommo epico senza voler essere pitagorici. Io
però vorrei che meglio si esaminasse se un poeta per alquanti versi che senton
di Pitagorismo possa trasformarsi in filosofo pitagorico. Potrebbe parere che questa
metempsicosi somigliasse quella di Omero in Ennio. P. NIGIDIO Figulo tuttochè e
riputato vicino alla universale dottrina di Varrone, ed e senatore e pretore e
amico intimo e consigliere e compagno nei grand affari di Cicerone, che molto
lo riverì, come acre investigatore de' segreti della patura e uomo dottissimoe
santissimo, e come quello che dopo i nobili Pitagorei polea rinnovare la lor
disciplina quasi estinta, non si sa che persuadesse niuno, e fu stretto a
ridurre la sua grande sapienza fisica e matematica e astrologica alle
indovinazioni de' ladri che talvolta rubavan le borse de' suoi amici, e a
componer gli oroscopj d’OTTAVIANO e del Triumvirato, e a disegnare la rapidità
del cielo con gli avvolgimenti della ruota del vasajo, donde ottenne il so
prannome di “Figulo”. Le quali avventure non so no veramente degne d'un
senatore e d'un pretore pitagorico, ma posson forse mostrare che si pochi [Cicerone
pro Murena; Acad. Quaest.; De Fin.; Persio Sat.; Vossio De Hist. Latinis, e A.
Baillet Jugem.; Cicerone Fragm. de Universitate; Agostino De Civ. Dei; Ep. fam.;
Plutarco in Cicerone; Gellio, Macrobio Saturn.; Apulejo in Apolog. Dione; Svetonio
in Augusto; Lucano Phars.; Bayle art. Nigidius. ICOLER] affari di scuola
esercitaron questo Nigidio, ed ebbe tanto vuoto nella vita, che gli storici amici
della sua gloria pensarono bene a riempierlo di favole. Non è questa la prima
nè l'ultima panegirica istoria colpevole di supplementi favolosi. A
confermazione della tenue fortuna di questo filosofo da CROTONA e scritto, che
avendo egli composti i libri degl’animali, de gl’uomini, delle viscere, delle vittime,
degl’auguri, de' venti, della Sfera grecanica, e di altri moltiplici argomenti,
per la cui abbondanza fu quasi eguale a Varrone, ove però le scritture di
questo si divulgarono e si lessero assai, le Nigidiane per la sottigliezza e
per la oscurità giacquero abbandonate; e l'autore poi avendo seguite le parti
di Pompeo, per timore di Cesare muore in esilio volontario. Poco appresso
Anassilao Larisseo professa la setta di CROTONA, ed esplorando i segreti della
natura per la medicina e per uso di certe sue magiche me raviglie, e con le sue
scoperte armirabili venendo in sospetto di magia e forse uccidendo i malati più
che gli altri medici con meno segreti, e d’OTTAVIANO condannato all'esilio. La
filosofia di CROTONA ebbe adunque assai avversa fortuna tra i Romani in questa
età. Il Lizio ottenne qualche migliore, ma non molto illustre accoglienza;
perchè sebbene Catone e Crasso e Pisone e Cicerone istes so non abborissero i
uomini del Lizio, e nelle memorie di questi tempi sieno ricordati con onore
Andronico Rodiano e Demetrio e Alessandro Antiocheno e Stasea Napoletano e
Cratippo Mitileneo maestro del figlio di Cicerone e di altri nobili romani;
tuttavolta per le narrate disgrazie e depravazioni dei libri del Lizio, o per
quali In: TIK ita pi V Ci I Jedi Eusebio in Chr. Plinio; Irenco; Epifanio Haer.;Vossio
De Idol.; Fabrizio Bibl. Graec.] che fossero altre cagioni, il nome del Lizio
fuori di molto pochi era, per testimonianza di Cicerone, ignoto ai filosofi de'
suoi giorni. Ma L’ORTO quantunque spesso ripresi e più spesso calunniati e
singolarmente flagellati da quella sottile eloquenza di Cicerone, che sapea
persuadere finanche il falso quando volea, pure in onta di tanto travaglio
videro assai Romani di nome e di opere illustri non arrossirsi di essere DALL’ORTO.
Lucio della tanto antica e nobile famiglia Torquata, e G. Vellejo sostenitore
delle ragioni dell’ORTO nel dialogo della Natura degli Iddii di Cicerone, e
principe dell’ORTO che allora erano in Roma, e C. Trebazio, como di somma
scienza nel Diritto civile, a cui Cicerone intitola la Topica, e L. Papirio
Peto, egregio oratore e soldalo, e L. Saufeio e T. Albuzio e C. Amafanio, e più
altri numerati da Gassendo, furono nobilissimi DALL’ORTO (2). Ma C. Cassio e T.
Pomponio “Attico” per singolarità di fama e d'ingegno emerge splendidamente
dalla folla degli altri. Il primo e quel prode assassino di Cesare, che
nell'ardor dell' assalto ad uno de' congiurati che dietro a lui si aslenza dal
ferire, dice: Feriscilo anche per mezzo alle mie viscere. Egli vincitore de'
Parti e soldalo di primo valore e sommo DELL’ORTO, parla secondochè l'émpito
militare e le disperazioni della sua scuola lo animavano, e per gli stessi
principj nella perdita della battaglia e della libertà si fa uccidere, e si
uccise egli medesimo con quello stesso pugnale con cui ferito Cesare, ed e acclamato
e pianto come l'ultimo de' Romani. Alcune avventure filosofiche di que [(Cicerone
Topic.; Bayle art. Cratippus; Brucker De
Phil. Rom.; De Vita et mor. Epicuri; Aurelio Vittore De Vir.; Plutarco in
Caesare, in M. Antonio, in Bruto.] st'uomo domandano qualche riflessione. Bruto
vide uno spettro d'inusitata grandezza, e interrogato chi fosse, risponde – “Io
sono il tuo mal genio, o Bruto: tu mi rivedrai a Filippi; ove lo rivide e fu
vinto.” Di questa apparizione Bruto ha discorso con Cassio, il qual dice, non
esser credibile che vi fossero genii, ed esser nostre immaginazioni; e quando
pure vi fossero, nè aver figure di uomini, nè forza che giun ga a noi. Ma
sarebbe pur bene che fossero, aggiun se, acciocchè noi condottieri di
bellissimi e santissimi fatti andassimo forti non solamente per fanti e cavalli
e navi, ma per la protezion degl' Iddii. Bruto si consolo per questo discorso.
Ma CASSIO medesimo ha la sua visione, e parve che consolatore degli altri non
sapesse consolare sè stesso. Nella giornata di Filippi vide Giulio Cesare in
sembiante sovrumano e minaccioso che a tutta briglia venne a combattere contro
lui, ed egli spaventato disse – “Che ci rimane più oltre, se è stato poco
averlo ucciso?” -- Di lui è anche raccontato che nel giorno della uccisione di
Cesare invoca l'a nima e l'ajuto del grande Pompeo, e che rivedendo insieme con
Bruto le truppe romane, dice loro: “GlIddii, che prendon cura delle guerre
giuste, vi rendan premio di tanta fede. Noi abbiam prese tutte le giuste misure:
il rimanente si aspetta dalla vostra virtù e dagl Iddii favorevoli. Se essi
vorranno, noi vi ricompenseremo della grand'opera di questa vitloria.” Le
siffatte visioni e preghiere divote non parvero proprie d’un filosofo dell’ORTO,
il quale se non affatto rifiutava i fantasiuni, certo non co noscea gli animi
immortali e la provvidenza de [Plutarco in Bruto; Val. Massimo; Plutarco in
Caesare et in Bruto; Appiano Aless. Bell. Civ.] gl'Iddii; onde quelle
apparizioni e invocazioni o voglion tenersi per favole del popolo e degli
storici, o per fanatismi di Cassio, il quale agitato dalla grandezza de' casi
lascia trasportarsi nelle idee e nelle parole comuni, e si scorda di essere DALL’ORTO.
Io non dissento da questi pensieri; maquanto agl'Id dii e alla provvidenza io
desidero ehe i miei leggitori si ricordino di quanto abbiam disputato in questo
argomento esaminando la teologia dell’ORTO con quella diligenza che abbiam
saputo maggiore; e non diffido che le preghiere di Cassio possano porgere alcun
nuovo indizio della provvidenza non affatto distrutta nel sistema dell’ORTO.
Tito Pomponio Attico e il più sincero e il più costante ornamento della scuola dell’ORTO;
e se Cassio ed altri con lui troppo s'immersero nel comore e nel fumo di Roma,
e deviano dal piacere e dalla felicità che sono i fini dell'ORTO, ATTICO
fermamente rivolto a queste mire, già prima nelle turbazioni di Silla si riparò
ad Atene, e ascoltando Fedro e Zenone Sidonio visse tranquillamente negli ozj e
negl’orti d'Epicuro, e con la gravità ed umanità dell'ingegno ottenne tanta
benevolenza, che dai Greci ha statue e dai Romani il bel soprannome di Attico;
indi ritornato alla patria, si allontana dagl’onori offerti e da tutti gli affari
civili, e niuna parte prendendo nelle contese de' potenti, e ser bandosi amico
de litiganti, e usando fede con tutti e liberalità e cortesia, non si sa ben
dire se più e amato o riverito; e vivendo a sè medesimo e non per ostentazione
d'ingegno, ma per governo della vita filosofando, campo dalla proscrizione di
tanti cittadini, e caro ai vincitori menò vita riposata e luminosa; alla quale
però nè il suo genero Agrip [Bayle art. Cassius Longinus (Cajus) Primo.] pa, nè
il progenero Tiberio, nè il pronipote Druso dieder tanto splendore quanto la
intima amicizia di Cicerone, le cui Lettere e i libri della Vecchiezza e delle
Leggi lo consecrarono alla immortalità. In questa beatitudine di vita e preso
dalla dissenteria e dalla febbre. Ubbidì prima ai medici inutilmente, e poi sperimentata
l'ostinazione del male, alla presenza di alcuni amici suoi, Voi siete buoni
testimonj, disse, della cura e diligenza mia nel difendere in questo tempo la
mia sanità. Io ho dunque soddisfatto al debito mio. Ri mane ora che io provveda
a me stesso. Voglio che voi il sappiate. Imperocchè ho statuito di non volere
più oltre alimentare il mio male; perchè in questi giorni truendo innanzi la
vita col cibo, ho accresciuto i dolori miei senza speranza di sanità. Per la
qual cosa io prima vi domando che il mio consiglio approviate; indi che non
vogliate sforzarvi a dissuadermi. Dette queste cose con tale co stanza di voce
e di vollo che parea non uscisse dalla vita, ma da una casa per passare ad
un'altra, gli amici piansero e pregarono, ed egli le lagrime e le preghiere
compresse con un ferino silenzio. Così avendo digiunato due di, la febbre cessa;
inè mutò proposito per questo, ed essendo a mezza via, non volle tornare
indietro e anda oltre digiu nando, e muore ragionatamente secondo i principi dell’ORTO,
e non già come Cassio impetuosamente e a mal tempo. Questo inumano errore di
moda e di scuola e in Attico error di ragione ee di gran d'uomo. Tito LUCREZIO
Caro, inferiore certo ad Attico e a quegli altri nella dignità della vita, ma
nella poe [Cicerone De Fin. e nelle Epistole ad Attico; C. Nipote in Artico.
Seneca Ep.; C. Nipote] lica gloria de componimenti dell’ORTO maggiore di quanti
fiorirono in quella scuola. Nella elà di Cicerone e di Attico vide anch'egli
Atene, e ascolta Fedro e Zenone e visse negl’Orti d’Epicuro, e per mostrare a
Roma i suoi progressi nella guisa più dilettevole, scrive in esametri latini
sei libri della Natura delle Cose, ne' quali fu delto non essere meraviglia che
profondesse tutte le empietà e le pazzie dell’ORTO, perciocchè gli avea
composti ne' corti intervalli di ragione che gli rimaneano al quanto liberi
dalla frenesia contratta per certa be vanda amorosa. Ma noi invitiamo ancora
qui i leggitori nostri a volersi ridurre a memoria le ragioni altrove disputate
contro i malevoli dell’ORTO, le quali secondo la nostra estimazione posson
molto valere contro gli oppressori di Lucrezio. Non sarebbe difficile una
dissertazione, giacchè le dissertazioni sembrano facilissimi affari, ove si
prova che Lucrezio non e il più pazzo de' poeti, e non sarebbe difficile
un'altra in cui si mostrasse che molti filosofi furon più pazzi di questo
poeta. Ma non so se queste dissertazioni con tutta la bizzarria de'loro titoli,
che sogliono pur essere di qual che raccomandazione, potrebbono riuscir
dileltose a chi le componesse e a chi le ascoltasse. Imperoc chè sarebbe
necessità recitar molti di que' versi dell’ORTO che secondo il ruvido carattere
della scuola non sono i più molli e i più eleganti, e non sono poi tanto chiari
da mettervi fondamento sicuro. Noi adunque, senza pretendere in dissertazioni,
direm così per passaggio,come gli fu dato a colpa di vio lata religione ch'egli
attribuisse alla natura degl'Id dii il godimento di somma pace e la divisione
dai [Eusebio in Chr.; Fabrizio Bibl. Lat.; Bayle art. Lucrece.] dolori e dai
pericoli nostri, e che insegna non aver essi bisogno di noi, nè esser presi da
benevolenza o da ira; e che giacendo la vita degli uomini sotto grave
religione, la quale dal cielo mostra il capo con orribil risguardo soprastante
ai mortali, un uom greco fu il primo che ardì levar gli occhi contro di lei e
resistere. Lui nè la fama degl'Iddii, nè i fulmini nè i minacciosi romori del
cielo raffrenarono; che anzi l'acre virtù del suo anino s'irritò, e ruppe le
strette porte della natura, e con la vivida forza della mente vinse e tras
corse oltre i confini del mondo, e misurò tutto l'Immenso; e c'insegnò quello
che può nascere e quello che non può, e quali sieno le potestà e i termini
fermi delle cose. Onde la religione a sua vicenda è calpestata dai nostri
piedi, e la vittoria ci aggua glia al Cielo. Ma si è già detto abbastanza al
irove che le divine tranquillità possono avere nel sistema dell’ORTO sensi non
affatto distrutlori di ogni provvidenza; e veranente lasciando pure stare
Deslandes, che fa una pielosa predica a Lucrezio per questo disprezzo suo della
religione, è ben molto che Bayle non abbia saputo ve dere che la religione,
contro cui Lucrezio usa qui tanto disprezzo, non è altro che quella superstizio
ne che insieme con altre scellerate opere insegna ai Greci le vittime umane;
onde egli dopo la descrizione d'Ifigenia all' altare conchiude: che tanto di
mali potè la religione persuadere. Io certo non ar direi affermare che Lucrezio
insegnasse la Provvidenza ove scrisse, una certa forza nascosta strito lare le
cose umane, e sembrare che conculchi e 1 [Lucrezio De Rer Nat.; Deslandes Hist.
De la Phil.; Bayle] prenda in ludibrio i fasci e le scuri; o dove in voca
V'enere origine e regolatrice di tutta la natura, o dove implora l'ajuto della
governante Fortuna nei disordini e nelle ruine del mondo Ma non ardirei pure
accusarlo d’ateismo, e im porgli più errori di quelli che secondo la sentenza
nostra abbiamo veduti nel suo maestro dell’ORTO, di cui fu seguace tanto rigido,
che permettendosi il suicidio in quella filosofia, egli neusò a suo agio, e si
uccise di propria mano. È stata opinione che C. Giulio Cesare, uomo di
estraordinaria forza d'ingegno e di cuore, sebbene potendo ottener' somma
gloria dalle lettere e dalla filosofia, volesse averla piuttosto dalla politica
e dalle arme, tuttavia non isdegnasse alcuna volta di starsi tra i filosofi, e
gli piacesse di essere dell’ORTO. Im perocchè dicono che parlando al senato non
dubitò di affermare ardimentosamente, di là dalla morte non esservi tormento nè
gaudio; e non ebbe poi timore per voglia e comodo suo di tagliar boschi sacri e
di seguir le sue imprese contro gli avvisi de sacerdoti e della religione. Ma a
dir vero, que sti non sono i caratteri propri dell'Orto: e poi si potrebbe
dubitare se Cesare così parlasse al senato, come Sallustio lo fa parlare; e se
così ta gliasse gli alberi sacri, come Lucano con la poetica licenza racconto;
e date eziandio per vere queste leggende, è molto ben noto che anche Cicerone,
usando della rettorica volubilità, predica talvolta pubblicamente la mortalità
degli animi senza essere [De Rerum Nat.; Rondel Vita Epicuri; De Rer. Nat.; Reimanno
Hist. Ath.; Sallustio De Bello Catilivario; Lucano Phars.; Svetonio in Cesare]
dell’ORTO, anzi senza recarsi ascrupolo di predicarne la immortalità in altre
pubbliche orazioni, ove il bi sogno della causa lo domandasse. Così gli oratori
romani costumavano, e agli stessi metodi Cesare ubbidi; e così pur fece
nell'affare de'presagi e della religione, mentre se è scritto che talora
trasscura le romane superstizioni, è scritto ancora che spesse volte le uso, e
parve che le avesse per ve re. Molto meno io poi ardirei imporre a Cesare l'ORTO,
perchè fu accusato di osceni amori con Nicomede re di Bitinia, e perchè molte
nobili donne romane e alcune reine corruppe, e perchè e detto la moglie di
tutti i mariti e il marito di tutte le mogli, e perchè sostenne assai altre
infauna zioni di lascivo costume; le quali oltrechè possono essere alterate
dalla malevolenza e dalla effrenatezza popolare di Roma, che le lodi e i
trionfi de gran d'uomini solea contaminare con le satiriche licenze, non posson
poi essere argomenti di doltrine dell’ORTO, giacchè nè l’ORTO professa questa
dis solutezza, nè la corruzion de costumi è buon argomento per la corruzione
delle massime; e siccome non sarebbe buon discorso dai regolati costumi di
Cassio e di Attico didurre che non sono dell’ORTO, così non sarebbe pure
conchiuder che Cesare era per la sregolatezza de'suoi. Piuttosto si potrebbe
raccogliere alcun indizio dell’ORTO dalla replicata avversione che Cesare
mostrò verso i costumi di Catone, contro cui scrive due libri intitolati gli “Anti-catoni”
L’ORTO e il giurato nimico del [Cicerone Orat. pro Cluentio et pro Rabirio; Plutarco
e Svetonio in Caesare. Floro; Dione; Bayle art. César; Svetonio in Caesare; Plutarco
in Cicerone; Adriano Baillet, Des Satires personelles, ou des Anti, Entr.]
PORTICO, e Catone e grande del Portico. Pare adun que che Cesare non puo
prorompere a tanta avversità contro tutti i costumi di Catone senza essere dell’ORTO.
Vaglia questo come può il meglio. Ma qualunque fosse la setta di Cesare,
certamente il solo pensiere di correggere il calendario Romano disordinato
dalla negligenza de' sacerdoti, e l'Anno “Giuliano”, che Giulio da a tanta
parte di mondo, mostrano in lui genio filosofico e gusto di astronomia. Quella
versatile eloquenza di cui gli avvocati e i pubblici parlatori di Roma usano
nella varietà e lalora nella contraddizione delle cause, e la origine primaria
dell' applauso in cui venne tra i Romani la filosofia dell’Accademia; la quale
insegnando a disputare per tutte le parti, e colorendo di probabilità il pro e
il contro, e somıninistrando argomenti per tutti i casi, e molto opportuna a
quella eloquenza forense che potea dirsi la grande e forse la prima via delle
soinme fortune. Sembra adunque ben detto che la filosofia del PORTICO per la
gravità degli uffizj e de' principj sociali fu tra i Romani la disciplina de'
giudici, de' legislatori e de' giureprudenti; L’ORTO e lo studio quasi
domestico e privato di uomini desiderosi di vivere Jictamente; CROTONE e il
LIZIO sono la cura di pochi; l’Accademia confusa al Portico si riputa degna de'
sacerdoti, e l'accademica e la delizia de causidici e degli oratori; siccome, a
dir vero, pare che fusse pure in altre terre e in altre età, e che sia ancor
nella nostra. È però mestieri avvertire che parlando di accademica filosofia,
non vuole intendersi un pirronismo effrenato, che forse non ebbe esistenza
salvo ne' capricci di uomini esageratori; ma un temperato genere di filosofare
per cui si esa minano i placiti di tutte le scuole, e si sceglie il buono, e si
cerca il vero, e si crede di trovar solo il probabile,e secondo questo si
governa la vita. Cicerone fu il ipaggior lume di questa filosofia tra i Romani;
il quale con la forza d'una singolare eloquenza e con l'abbondanza della
dottrina e con la varietà de' libri così la nobilitò egli solo, che gli altri
furon dimenticati. Ma egli sarà ben tale da po ter valere per tutti. Mentre io
ora mi accosto a que sto sommo maestro del nobil parlare, e vedo che la
eccellenza della sua lode e la grandezza degli ob bligbi nostri domanderebbono
eloquenza pari alla sua, sento vergogna della mia lontananza da quel sublime
esemplare, e volentieri sfuggirei per ros sore il difficile incontro, se la
vergogna non fosse vinta dalla necessità. Cicerone, arpinate, o che suo padre
fosse purgatore di panni e i suoi avi cultori di ceci, o che la sua gente avesse origine dai
che nascesse onorato dagli oracoli e dai prodigj, o all' uso comune nel
silenzio degl' Iddii e nell'ordine della natura, siccome variamente si racconta.
Niente più e niente meno fu il medesimo uomo non molto cospicuo tra i soldati,
non affatto pic ciolo tra i filosofi, grande tra i maestrati e tra i consoli,
massimo tra gli oratori. Nell'adolescenza e appresso nella età anche matura amò
i poeti e scrisse versi, de' quali rimangon frammenti biasi mati più del dovere,
e coltivò le lettere e [Plutarco in
Ciceroue; Dione; Fabrizio Bibl. Lat.] la eloquenza. Cresciuto. si accostó ai
filosofi. Ascoltỏ gli Epicurei per disprezzarli allora e dap poi, senza averli
forse intesi. Conversò con IL PORTICO e con IL LIZIO, e apprese i luoghi e i
fonti del disputare, e altre loro dottrine non ab borri: ma singolarmente
coltivo gli Accademici per amore di quella versatile e forense eloquenza di cui
abbiam detto. Su questi fondamenti, con quel buon metodo non inteso dai nostri
pedanti, appog. giò e poi confermò viemaggiormente la sua arle oratoria. Presa
la toga virile si attenne ai giore consulti. Militò un poco nella guerra Marsi
cana, e venuta la pace ritornò molto volentieri alle lettere. Vive
dimesticamente con Diodoro stoi co eruditissimo, frequenta Molone oratore Rodia
no, e Ortensio, che era il primo parlatore di Roma: non trascurò fino di
apprender le più gen tili eleganze del dire da Cornelia, da Lelia e da altre
dame romane, colà imparando eloquenza ove altri ora sogliono disimpararla: non
fu giorno che non usasse nuove diligenze erudite, e non decla masse e
disputasse ora con parole latine, ora con greche. Trasse nel vulgare di Roma
alcune scritture di Protagora e di Senofonte e altre di Platone, e
singolarmente il Timeo, di cui ci rimane una parte, per la quale conosciamo che
Platone po trebbe sopportarsi tradotto da Cicerone, laddove non si può nelle
versioni di altri. Ci rimangono [Cicero pro Archia; Plutarco; Svetonio de Cl.
Ret.; Vossio De Poel. Lal.; SCOLLO CICERONE a calumniis VINDICATVS; Cicerone De
Off.; Ep. fam.; Paradox.; De Or. lib.; Tusc. Disp.; in Bruto; De Nat. Deor.; Plutarco;
Cicerone, De Fin.; De Div.; Plutarco; Quintiliano; Agostino De Civ.] pure
alcuni frammenti di sue traduzioni diOmero, le quali non ci nojano come quelle
degl' interpreti nostril. Istruito da tante esercitazioni e animato da questi
presidj, nel suo venticinquesimo anno, che era il seicento settantaunesimo di
Roma non dubitò di mostrarsi nella luce del Foro, e agitd la sua prima causa,
che alcuni dicono esser quella in difesa di Sesto Roscio Amerino, contro la vo
lontà di Silla, e ne uscì vincitore con tanta ammi razione, che niuna altra
causa parve poi superiore al suo patrocinio. Ma poichè Silla raffrenatore di
Mitridate e domatore di Mario era in quei giorni dittatore e quasi signore
assoluto delle vite e delle cose romane, fu voce che Cicerone temendo la ira di
quel fiero autore delle proscrizioni, rifuggisse in Grecia. Altri pensarono che
si desse a viaggiare per ricuperare la sanità afflitta per troppa veemen za
nella declamazione. Comunque fosse, visitò Atene e molto usd col famoso
Sincretista Antioco, e visse congiunto a Pomponio Attico con quella amicizia
che durò tra loro fino alla morte. In que sto viaggio verisimilmente fece
iniziarsi nei misteri Eleusini, de' quali così parld come se la loro so stanza
fosse l'unità d'Iddio e la immortalità degli animi. Tale fu l'avviso nostro
nella esposizione del sistema arcano d'Egitto, e tale è del dotto Warburton e
del Middleton, il che molto consola [Cicerone, De Fin.; De Div.; Plutarco; Quintiliano;
Agostino De Civ. Dei; Middleton Vita Cicer.; Cicerone in Bruto; Middleton; Plutarco;
Cicerone in Bruto; Cicerone De Nat. Deor.; De Leg.; Tusc. Disp.; B., Ist.
Filos.] le nostre conghietture. Da Atene navigò nell'A sia, e conversò cogli
oratori e coi filosofi di quelle terre, e sopra tutti con Possidonio; e declamo
in greco nel mezzo a nobil frequenza con tale fecondità, che i greci oratori
piansero il loro destino, per cui non solamente le fortune, ma le arti e le scienze
dalla Grecia trapassavano a Roma. Silla morì, e Cicerone restaurato nella
sanità ritornò alla patria, ove fu prima negletto come un grecolo scolastico;
ma poi eguagliando e spesso vincendo la gloria di Cotta e di Ortensio oratori
lodatissimi di quella età, rimosse Roma dalla sua negligenza, e ottenne
prestamente la questura ed ebbe in sorte la Sicilia, ove avendo ricevuto lodi e
onori inusitati, s'im maginò che tutta Roma fosse piena della sua glo ria.
Masbarcato a Pozzuolo in tempo che grande era il concorso di molti uomini
romani, ebbe il dispetto di vedersi ignoto, e conchiuse adirato che iRomani
aveano le orecchie sorde e gli occhi acuti. Dopo questa mortificazione, grave
di vero in uomo perduto nella fantasia della gloria, egli deliberò di battere
assiduamente il Foro e i pubblici luoghi, e starsi tuttodì presente a quegli
occhi acuti che dif finivano le sorti de' cittadini ambiziosi. Agitò cause
nobilissime, e fu edile, pretore e console non meno per favore degli ottimati,
che per giudizio del Popolo. Egli ricevè la repubblica piena di sollecitudini,e
non vi erano mali che i buoni non temessero e i ribaldi non aspettassero. I
tribuni e Catilina e i suoi compagni teneano consigli di ruina. Ma Cicerone li
compresse e salvò la repubblica [Warburton
Della divina Legazione di Mosè; Middleton; Plutarco; Div. in Verr.; pro Planco;
Plutarco; Cicerone; Plutarco; Sallustio De Bello Calilinario e gli altri
Storici Romani.] ze Tire! Per la grandezza dell'opera venne a somma grazia de'
patrizi e del popolo, e fu acclamato padre della patria; e poco appresso vinto
dalla invidia e dalla frode di P. Clodio, fu spinto in esilio, e le sue ville
incendiate e le sue case con ogni sostanza arse e saccheggiate. Andò errando
con animo assai abbat tulo per l'Italia e per la Grecia, nel che mostrd di
essere più oratore che filosofo; finanche richia mato per pubblico consenso, e
restaurati i suoi danni per sentenza del senato, ritornò a Roma, incontrato da
tutte le città, e portato, siccom'e gli raccontò, sulle spalle di tutta
l'Italia. Ebbe in provincia la Cilicia, e parve che volesse eser citar nella
guerra le arti della pace. Ma come si accese la discordia civile, egli seguendo
le parti di Pompeo, e pretendendo in valor militare, dopo la sconfitta
farsalica si pentì d'esser soldato e ricuso di guerreggiare più oltre; cosicchè
il giovin Pom peo sdegnato di quella codardia, lo avrebbe uc ciso se Čatone non
lo campava. Venne poi a riconciliazione con Cesare, e nella mutazione della
repubblica, che assai gli gravava nell'animo, si ri volse alle lettere e alla
filosofia, e istruì nobili gio vani romani, e leggendo e scrivendo libri passò
la maggior parte de' suoi giorni nella dolcezza degli studj e nei silenzi della
sua villa Tusculana.Ritorno anche ad Atene per alleggerimento di noja e per la
memoria delle passate esercitazioni. In questo spazio ripudid Terenzia, e mend
in moglie una ricca donzella, e pianse puerilmente la morte di Tullio la, e
ripudid la nuova moglie perchè non volle 702 ber che V. i luoghi di Cicerone
presso Francesco Fabrizio nella Vita di Cicerone. [Plutarco in Caesare; Dione; Vellejo;
Cicerone Or. pro Domo sua ct post Rcd. ad Quir, et post Red. ad Sen.; Plutarco
lic. 1 pianger con lui. elle quali avventure fu accusato di amori sozzi é
ridicoli, e di animo debole per temperamento o per anni. Con tutti questi do
mestici fastidj avrebbe potuto esser felice, se avesse perseverato nell' amore
del letterato ozio e dellafilosofia. Ma dopo l ' assassinamento di Cesare gli
piacque di rientrare nella tempesta civile, e sebbene non fosse tra i
congiurati, si attenne al loro portito, e M. Antonio già suo pernico irritò mag
giormente con le Filippiche. Dopo varie vicende si compose il Triumvirato, e
Cicerone ne fa la vit tima più sacra e più pianta da Roma, già ridotta a pochi,
e da tutta la posterità. Egli poichè ebbe udita la fama della proscrizione,
fuggì prima al mare e s'imbarcò con venti contrarj, onde presa terra a Circejo,
tra molti pensieri niuno piacendogli quanto la morte, disegno di recarsi a Roma
e uccidersi nella casa istessa di Cesare per versare sopra l'in grato la
vendetta del suo sangue. Indi persuaso da nuovi pensieri navigò ancora e prese
pur terra,e nojato del mare e della vita, lo morrò, disse, in quella patria che
spesse volte'ho conservata; e non morendo pur questa volta, si adagi ) e dormà
nella sua villa Formiana. Mentre i suoi domestici spa ventati dal romor de'
soldati lo guidavano a forza verso il mare, apparvero i carnefici, contro cui i
servi si prepararono a combattere. Cicerone co mandd che stessero: guardò con
fermo occhio gli assassini e singolarmente il lor condottiere Popilio Lena, che
reo di parricidio era stato difeso e salvato da lui: sporse dalla letlica il
capo, e, Fale, [Cicerone Tusc. Disp.; De Off.; Lettere ad Attico; Plutarco; Orazione
attibuita a Sallustio; Donato in Eneid. accomoda a Cicerone quel verso
diVirgilio: Hic thalamos invasit Natac velitos que hymeneos; Bayle art. Tullie]
disse, l'opera' vostra, e quello prendelo, di che avete bisogno: l'ingralo
" Popilio con parricidio maggiore del primo gli recise il capo e le mani,
e recò l'iniquo fardello ad Antonio, il quale con gran festa affisse su i
rostri quel capo sublime e onorato e quelle mani benefiche, spettacolo
miserabile e argomento di pianto ai buoni Romani e di trastullo agli schiavi,
ai traditori e ai tiranni. Nell'anno di Roma settecendecimo e di Cicerone
sessanta qualtresimo avvenne questa tragedia, in cui si vide la morte di
Cicerone e della repubblica. Daquesto tenore distudj e di vita non solamente si
può conoscere che Cicerone era pieno d'un de siderio smoderato di gloria, che
lo rendea forte e magnanimo nella buona sorte e timoroso e pian gente nella
disgrazia (onde Cristina di Svezia, con una regia libertà che sarebbe licenza
in uomini pri vati, usava dire, Cicerone essere il solo poltrone che fosse
capace di grandi cose ); ma si pud an cora scorgere facilmente che il sommo
fine poli tico di Cicerone fu l'acquisto delle maggiori for tune nella
repubblica: che due essendo i mezzi per giungervi, la scienza militare e la
oratoria, e co noscendo egli di valer poco nella prima, comechè molto si
tormentasse per giungervi, si attenne vi gorosamente alla seconda; e che egli
avendo sen tenza, niuno essere oratore perfetto il quale non abbiascienza di
tutte le grandi cose, vago per qua Junque facoltà, e sopra tutto per le
opinioni di ogni filosofia, e tutto questo adunamento di dottrine in dirizzo al
suo desiderio di essere oratore perfet to. Questo studio è palese nelle sue
opere, le (Livio Epit.; Plutarco in Cicerone et in Antonio; Svetonio in Augusto;
Vellejo; Dione; Appiano; Seneca Súas.; V. Massiino; Floro PADOV.; Cicerone De
Or.] quali a ragionatori severi appariscono più eloquenti che filosofiche, e
mostrano maggior cura del bel dire che del corretto pensare. Cicerone adunque
sempre intento alla eloquenza e sempre caldo d'una immaginazione vivace e
feconda e d'una voglia ine sausta di meraviglie rettoriche, e sempre frettoloso
per la moltitudine dei gra rissimi affari, trascorse e quasi sfiorò le nozioni
filosofiche, e divenne gran dissimo nel dipingere, nell'adornare e nel persua dere;
ma nel vigore del discorso e del giudizio e nelle sottili distinzioni del vero
e del falso parve che le più volte l'oratore fosse smisuratamente più grande
del filosofo. Gli è però vero che nel silen zio delle lettere forensi e
senatorie, e nell'ingenuo ozio in cui la usurpazione di pochi lasciava i grandi
uomini di Roma, Cicerone ottenne dalla disgrazia questa utilità, che
riposatamente e liberamente me dità e scrisse argomenti filosofici, e massima
mente si esercitò nella parte teologica e morale cui appartengono i libri
notissimi della Natura degl'Id dii, della Divinazione, del Fato, del Sogno di
Sci pione, dei Fini, della Vecchiezza, dell'Amicizia, delle Leggi, degli
Uffizj, le Disputazioni Tuscula ne, i Paradossi Stoici e le Quistioni
Accademiche; nelle quali si argomentd particolarmente a distrug gere i greci
sistemi alla maniera di Carneade, e pa lesò il suo. Coopose ancora l'Ortensio
ossia l'Am monizione alla Filosofia, e i libri della Repubbli ca, che sono
perduti. Ma per quanto ozio egli avesse e per quanto meditasse, non seppe mai
di vezzarsi dall'esagerato linguaggio oratorio, e di lui usd pomposamente nella
esposizione de sistemi e delle ragioni filosofiche; e poi vi aggiunse i suoi [Cicerone
De Off.; Cicerone ne fa memoria, De Fin.; De Div.; Tusc. Disp.; Agostino De
Civ. Dei e Lattanzio] amori e i suoi odj per certe scuole, e questi an cora
rettoricamente amplifico; e per giunta di am biguità gli piacquero le
platoniche forme de' dialo ghi e le accademiche dispute e le confutazioni per
ogni parte e gl'inclinamenti ora ad un lato, ora ad un altro; donde risultarono
equivoci e dubbj e opi nioni diverse intorno alla filosofia. Ma noi pensia mo
di poter mettere alcun ordine in tanto invi luppo ragionando di questa guisa. -
Non fram mezzo alle pompe eloquenti delle orazioni e alle asluzie forensi, e
non tra le epistole di complimen lig di raccomandazioni, di condoglienze, di affari,
nè tra i parlamenti e i dialoghi di uomini ora epi curei, ora stoici, ora
peripatetici passionati, è da cercarsi la filosofia di Cicerone, siccome alcuni
fe cero e fanno incautamente, ma è giusto rintrac ciarla in que' luoghi delle
sue opere filosofiche ove egli parla in persona e sentenza sua propria. —Cio
statuito, ascoltiamo Cicerone medesimo, il quale senza equivocazione e mistero
alcuno ci racconta ch'egli professa la filosofia della nuova Accademia;
perciocchè a coloro che si meravigliavano come egli principalmente approvasse
quellafilosofia che toglie la luce e quasi sparge una nottesopra le co se, e
protegesse impensatamente una disciplina de serta, egli risponde: « Non
imprendiamo già noi « il patrocinio di cose deserte. Questo metodo, per « cui
si disputa di tutto e non si giudica aperta « mente di niente, nato da Socrate,
ripetuto da « Arcesilao, confermato da Carneade, invigorì fino u alla nostra
età; il qual metodo ascolto essere u ora abbandonato in Grecia, il che io credo
av « venuto non per vizio dell'Accademia, ma per pi u grizia degli uomini:
mentre se gran cosa è ap prendere alcuna disciplina, quanto è maggiore u
apprenderle tutte ! la qual cosa è necessario che quelli facciano, i quali
hanno proposto per la investigazione del vero disputare contro tutti i «
filosofi e a favore di tutti; e questa difficile fa « coltà non penso io di
avere acquistata, solamente u penso di averla seguita. Nè già noi a questa gui
u sa filosofando, riputiamo, niente esser vero, ma piuttosto al vero essere
congiunto il falso con « tanta rassomiglianza, che manchi il certo criterio «
di giudicare e di assentire; dalle quali dottrine siegue questo precetto, nolto
essere il probabi le, il quale benchè non sia bene compreso, non pertanto
avendo certo uso insigne ed illustre, « dee governare la vita del savio. E
altro ve: « Io vorrei (egli dice ) non a nome di Attico, di Balbo o di Vellejo,
ma a suo, che fosse ben u conosciuta la nostra sentenza; imperocchè non « siamo
noi vagabondi nell'errore, nè manchiamo « di quello che è da seguirsi; poichè
quale sarebbe « la mente e quale la vita, tolta la regola del di sputare e del
vivere? Ma noi, ove gli altri dicono u alcune cose certe, alcune incerte,
dissentendo da essi, altre diciamo probabili, altre improbabili. « Perchè
adunque non potrò attenermi al proba « bile e riprovare il contrario, e
dechinando dalle « arroganti affermazioni, fuggire la temerità, che « è tanto
lontana dalla sapienza? Ma i nostri Ac « cademici disputano contro ogni
sentenza, peroc « chè questo lor probabile non può risplendere se « non si fa
contesa per l' una parte e per l'al « tra. » Oltreacciò egli c’invita a leggere
le sue Quistioni Accademiche, ove questi propositi erano esaminati più
diligentemente; cosicchè può dirsi che quando egli ne'suoi Dialoghi disputa [Cicerone
DeNat. Deor.; De Off.; Tusc. Disp.; De Div.; Cicerone, Acad. Quaest.] per le
parti accademiche, parla in propria perso na, e quindi par fuori di ogni
dubitazione che egli è nel metodo di quegli Accademici che ogni cri terio
poneano nella probabilità. Di qui s'intende com ' egli ora si attemperava agli
Stoici, ora ai Pla tonici, ora ai Peripatetici, senza abbandonar l'Ac cademia;
perché ove cercava i doveri dell'uomo e le leggi sociali, trovava maggiore
probabilità nelle dottrine del Portico; e dove investigava i principi delle
cose e trattava la psicologia e la teologia, credea forse trovarla maggiore nel
Platonismo e nel Peripato; e dove di queste e di altre filo sofie disputava e
ne bilanciava le vantate eviden ze, sospendea il giudizio ed era Accademico; e
così pure quando persuadeva il popolo e il senato, pas sava a grande suo comodo
nelle sentenze contra rie, e non avea ribrezzo alcuno di contraddirsi ac
cademicamente. La moda del Foro era di potere essere Accademico Probabilista,
ed egli serviva alla scena, e lo era con gli altri. Cicerone adunque così
disposto tratto di tutte le parti della filosofia ove più diligentemente, ove
meno. E certamente egli coltivò la logica e la in segnò con gran cura ne' suoi
Libri Rettorici, ma a sua maniera, vuol dire per servigio della eloquen za e
del Foro. Parve chepensasse con Socrate non essere molta la utilità della
fisica per la probità e beatitudine della vita. Conobbe tuttavia i mag giori
sistemi antichi, e vide nella rimota vecchiaja della filosofia certe nozioni
che si vantano scopri menti di questi ultimi tempi, come il moto della terra,
gli antipodi, la gravitazione o attrazione uni versale, che tiene il mondo
nell'ordine. Ma nella [De Off.; Tusc. Disp.; De Nat. Deor.; Acad.' Quaest.; De
Nat. Deor.; Acad. Quaest.] naturale teologia e nella morale pose ogni sua cu ra.
« È fermissimo argomento della esistenza d'Id « dio (egli dice ) che niuna
gente sia tanto fiera e « niun uomo tanto crudele, che non serbi nell' a. w
nimo la opinion degl'Iddii;e questo consenso di a tutte le genti dee riputarsi
una legge di patu « ra. La bellezza del
mondo e l'ordine delle cose « celesti stringe a confessare una prestante ed
eter a na natura, e un fabbricatore e moderatore della « grand' opera, il quale
è da immaginarsi come « una mente sciolta e libera e segregata da ogni «
componimento mortale, che tutto sente e muo « ve, ed è fornita di moto
sempiterno, e come a un maestro e signore che le celesti e le terrene « ed
umane cose e tutto l'Universo amministra, sen « za la cui provvidenza quale tra
gli uomini sarebbe « pietà, quale santità, qual religione? le quali virtù
tolte, sorgerebbe il disordine e la confusion della u vita, e non rimarrebbe
società alcuna nel genere « umano. Io così mi persuado e così sento, che «
tanta essendo la celerità degli animi e tanta la « memoria delle cose passate e
la prudenza delle future, e tante le arti e le scienze e le scoperte, quella
natura che le contiene non può esser mor « tale; e semplici essendo gli animi e
senza mi « stura, é movendosi per sè medesimi, nè possono « dividersi e
dissiparsi, nè cessare di moversi; ed « essendo celesti e divini e sempre
desiderosi della - immortalità, non possono essere ingannati dachi « li
produsse, e debbono essere eterni (6). E quindi [Cicerone Tusc. Disp.; De Nat.
Deor.; De Div.; Tusc.; Tusc. Disp.; De Fin.; ; Acad. Quaest.; De Nat. Deor.; De
Repub.; De Senectute; De Senect. et Tusc.] gmni su stenza 1: anto fra serbi mi
Consen ne deres ante de erator& ginarsi az ata dan ente en, es e le to
pinista i miniars le quali pfusica ja nelset si senta je tapis denta 1 comechè
Cerbero tricipite e il fremito di Cocito u e il tragitto di Acheronte sieno
favole senili, deb « bon perd rimanere dopo la morte i premj e le pe. ne, e
quelle due socratiche vie per cui gli empj si « dividono e i buoni si
congiungono agl' Iddii. - Su questi grandi principj egli collocò l'edifizio del
naturale diritto e di tutta la morale; e primie ramente dalla eterna ragione e
volontà' di Dio, e dalla comune ragione degli uomini, e dalla natura e relazion
delle cose dedusse la origine e la realità e l'autorità e la obbligazion d'un
naturale e pub blico diritto. - « La legge (egli dice ) è un eterno impero che
governa l'Universo con la sapienza del comandare e del proibire, ed è la mente
di « Dio che costringe e divieta; e non solamente è più antica della età de'
popoli e delle città, ma eguale a quell' Iddio che difende e regge i cieli e «
le terre. La mente divina non può esser senza ra gione, nè la ragione divina
può esser senza la « forza di fermare le cose giuste e le ingiuste. Una legge
sempiterna fu sempre e una ragione appog u giata alla natura delle cose; la
quale non allora che fu scritta, cominciò ad esser legge, ma al « lora che
nacque, e nacque insieme con la mente divina; il perchè la legge vera e
primaria, idonea á a comandare e a proibire, è la diritta ragione del « sommo
Giove; la quale non è legge scritta, « ma nata, e la quale non abbiamo
imparata, non ricevuta, non letta, ma l'abbiamo attinta dalla « medesima natura
e dalla comune intelligenza, per u cui giudichiamo il diritto e il torto, è
l'onesto e il turpe; imperocchè estimar queste cose dalla BST PEN ne par 2017
depositse. Em opinione, non dalla natura, è stoltezza [Tusc.; De Ainic; De Nat.
Deor.; De Leg.; Pro Milone; De Leg. Io non posso astenermi dalla ricordanza di
quelle parole memorabili di Cicerone nel terzo libro della Repubblica, le quali
da Lattanzio ci furono conservate. La retta ragione è certamente la vera legge
consentanea alla natura diffusa in tutti, co « stante, sempiterna, la quale
comandando chiama « al dovere, e ci spaventa dalla frode vielando. « Niente è
lecito toglier da lei, niente cangiare, e « molto meno abborrirla. Nè dal
senato, nè dal popolo possiamo essere sciolti da questa legge, w nè altro
dichiaratore o interprete è da cercarsi; « nè altra legge è ad Atene, altra a
Roma, ma ella « sola ed una, sempiterna ed immutabile governa « in ogni tempo
tutte le genti, e uno è il comune « quasi maestro e comandante di tutti, Iddio.
Egli è di questa legge l'inventore, il disputatore, il pro mulgatore, al quale
chi non obbedisce fugge sè « stesso e disprezza la natura dell'uomo, e per que
« sto istesso paga massime pene, quantunque sfugga « tutti quegli altri eventi
che si riputano supplizj." - Oltre questi nobili conoscimenti della
origine, del fondamento, della realità, della forza, della im mutabilità delle
leggi naturali, Cicerone conobbe la utilità della religione nella società; di
che niuno vorrà dubitare (egli dice ) che intenda come sien molte le cose che
si ferman col giuramento, e quan ta salute apportino le religioni de' patti, e
quanti sieno distolti dalla scelleraggine per timore del di vino supplizio, e
quanto sia santa la società di que' citladini che fra loro interpongon gl'Iddii
come giu dici e testimonj. Egli conobbe ancora la sanzio ne ossia la intimazion
della pena contro i violatori, senza cui le leggi non avrebbon forza di
obbligare, (Lallanzio Div. Inst.; De Leg.] .ma diverrebbono avvisi e consigli;
e non ebbe so lamente quella sanzione come una conseguenza aa turale della
colpa, ma come una vera imposizion di castigo, se non in questa, certo nella
vita av venire, siccome già sopra abbiam divisato. Co nobbe egli non meno
quella così semplice e cosi vera divisione del codice della umanità in doveri
verso Dio, verso noi medesimi e verso la società; e insegnò che la filosofia
dono e ritrovamento di vino ci erudisce nel culto degl'Iddii, e poi nel diritto
degli uomini posto nella società del genere umano: che l'uouo non è nato a sè
solo; che anche parte di lui ne domanda la patria e parte gli amici: che gli
uomini sono prodotti per gli uomini acciocchè si giovino a vicenda; e che
debbono ricevendo e dando permutare gli uffizj, e con le arti, con le le
facoltà stringere la compagnia degli uomini con gli uomini. Questa succinta
immagine della giure prudenza e della morale di Cicerone offre nella sua
medesima brevità una idea molto elevata e molto magnifica e superiore a quante
opere di antichi uo mini giunsero a noi in questo argomento, e forse a quante
mai furono composte prima di lui. Tutta volta non è già vero che la morale
Ciceroniana con tenga una disciplina compiuta, e discenda con per fetto ordine
e verità in tutti i particolari; percioc chè anzi con buon accorgimento fu
avvertito essere diffettuosa in assai parti necessarie, e gli argomenti nella
maggior parte esser trattati leggiermente, e per decisioni assai rigide
palesarsi che il severo giu reprudente non conoscea i verj principj donde po
teano di dursi gli scioglimenti di certi casi. Ma con tutto ciò neppure è vero
che Cicerone ne' suoi opere, con [Ubner Essai sur l'Hist. du Droit Nat.; Tusc.
Dis.; De Oll.; Barbeyrac Pret, à Pufendorf.] 0 trattati di morale fosse un
Pirronista, e nelle sue dispute di naturale teologia un distruttore di tutte le
religioni. La primaimputazione assume per fon damento che Cicerone avendo
statuiti i principi della morale, prega l'Accademia di Arcesila e di Carneade
perturbatrice di tutte queste cose a ta cersi, perchè volendo assalire i
principj che sem bran così bene composti, fara troppe ruine, e desi dera
placarla, e non ardisce rimoverla. La se conda accusazione è dedotta da quello
spirito di dubitazione che domina in tutte le sue opere e sin golarmente nei
libri della Natura degl Iddii, ove mostra gran voglia di confutare e deridere
tutte le antiche dottrine della Divinità, e concede alla fine tutti i trionfi
all'Accademico Cotta. Al che si ag. giunge unagrande incostanza e può dirsi
contrad dizione nell'affare gravissimo della immortalità de gli animi;
perciocchè in molte epistole sue, nelle quali scopertamente parlava co' suoi
amici, o du bita di quella immortalità, o rappresenta la morte come l'ultimo
de' mali e il fine delle sensazioni e di tutte le cose (2). Noi, per quello che
dinanzi si è avvertito, dobbiam consentire che Cicerone fu Accademico, e non
altro conobbe che sole proba bilità; nel che certo errò gravemente, e grande
fra gilità iufuse in tutto il suo sistema teologico e mo rale: tuttavolta
perchè al suo probabile diede la forza e l'autorità che noi diamo al vero e
all' evi dente, riparò un poco il dauno che fin d'allora il Probabilismo
minacciava. Fuori di questo errore, egli molte affermò di quelle medesime
verità che [Ciecrone De Legibus; Barbeyrac; Ep. Fam.; Ad Attic.; Bayle art.
Spinoza, M., e Cont. des Pens.div.; A. Collin De la liberté de penser; Buddeo
De l'Athéisme] noi stessi affermiamo, e nel naturale Diritto molte ne vide di
quelle ancora che furon vantate come scoprimenti del nostro fortunato secolo,
di che po tremmo tenere amplissimi discorsi se qui fosse luo go. Egli veramente
sparse assai dubbi e molte risa sulle teologie antiche, e non era nel torto.
Tenne ancora ragionamenti ipotetici intorno alla immor talità degli animi; e
alcuna volta scrivendo a tali che la negavano, si attemperò alle loro opinioni
per consolarli e persuaderli più speditainente. Per altro, quando fu sciolto da
siffatti riguardi, parlò di que sti argomenti con quella dignità che abbiam rac
contata.Adunque nè Cicerone fu di quegli Ateinè di quei Pirronisti esagerati
che non conoscono Di vinità e moralità nè vera nè probabile. Non si vuol qui
tralasciare che la scuola pirronica o scettica, sia che fosse oscurata dalla
modestia e serietà del l'Accademia, sia che la fama di negligenza, di stra
nezza e di stolidità la mettesse a pubblico disprez zo, non ebbe accoglienza
niuna tra i Romani; di forma che uncerto Enesidemo da Gnosso intorno all'età di
Cicerone avendo tentato in Alessandria di sollevare dalla dimenticanza lo
Scetticismo, e con questo intendimento avendo scritti più libri pirronici, che
intitold a L. Tuberone uoino prima rio tra i Romani, nè gli sforzi dello
scrittore nè l'autorità del Mecenate valsero a far leggere que libri e a
persuadere amore per quella filosofia. Donde si prende un nuovo argomento che
Cicero ne, il quale raccolse tutti gli applausi di Roma, non potè essere
Pirronista. Per questa descrizione della romana filosofia si conosce che tutto
lo splendore di lei si restrinse alla età di Cicerone, e si rinnova. [Menagio
in Laertium; Brucker De Phil. Rom.,
quella meraviglia come i grandi uomini appariseo no insieme ad un tratto, e poi
sopravviene la bar barie che li prevenne. Prima di quei dotti uomini che
vissero in compagnia di Ciceroneo poco prima, i Romani eran tutt'altro che
filosofi. Dappoi dechino la filosofia, come la eloquenza e la latinità. Noi an
cora siccome abbiam ricevuto, così possiamo tras mettere alla posterità gli
esempi vicini e forse pre senti di queste subite mutazioni. Prima che Cicerone,
compiuta la sua questura partisse dalla Sicilia, aind di conoscere le rarità di
quella isola, e visitò singolarmente Siracusa, città per gloria di armi e
dilettere nobilissima. Quivi presso la porta Agrigentina tra i vepri e gli
spineti vide una colonnetta, nella quale era la figura di una sfera e d'un
cilindro, e per tai segni scoperse quello essere il sepolcro diArchimede, e
mostran dolo ai Siracusani che l'ignoravano, molto si ral legrò che se un uomo
Arpinate non avesse disco perto il monumento di quell' acutissimo cittadino,
essi per avventura sarebbon rimasti al bujo. Da questa narrazione prendiamo
opportunità di ono rare Archimede Siracusano, il quale tuttochè av volto in un
silenzio ingrato degli antichi e dei mo derni scrittori e in una negligenza che
move lo sde gno, anche tra i pochi e dispersi frammenti appa. risce il maggiore
di quanti matematici e meccanici avanzino nelle memorie di tutta l'antichità.
Forse Cicerone Tusc. Disp. lib. V, 23.alcuni si meraviglieranno che noi
disordinatamente prendiamo a scrivere di Archimede dopo Cicerone, che fiorì
quasi due secoli dopo di lui. Ma sappiano cotesti autori cronologisti che non
abbiamo finora trovato parte più opportuna ove allogare un uomo che non ebbe
vaghezza di setta alcuna nè greca ne romana, e la ebbe piuttosto di essere
filosofo da sè; e poi sappiano che senza bisogno non vogliamo essere rigoristi
in cronologia, e sappiano in fine che se è pur un errore trasportare la memoria
di Ar chimede a dugento anni dappoi, io credo certo che sia errore molto più
grande trasportarla nel vuoto, siccome gli Stoici della filosofia usaron
finora. Nac que adunque questo divino ingegno, siccome Cicerone lo nomina,
intorno all'anno ccccLvII di Roma; e o ch'egli fosse della regia stirpe di
Gerone re di Siracusa, o che fosse un umile omuncolo fatto chiaro dalla verga e
dalla polvere, vuol dire dalla geometria, o che fosse nudo di ricchezza e
solamente pago di ben intendere i cieli e le ter re, non superbo e non depresso
per niente di quelle varie fortune, cercò nella sapienza la nobiltà e la
grandezza della sua sorte. Le matematiche pure e le applicate all'utile della
patria e alla felicità della vita furono la sua cura perpetua. Nella mi sura
delle grandezze curvilinee, argomento allora nuovo o poco famigliare agli
anteriori matematici, aperse incognite strade e immaginò metodi fecon di, che
appresso germogliarono ampiamente e fu rono i semi e, per testimonianza di
Giovanni Wal lis, i fondamenti di tutte le invenzioni onde si vanta la nostra
età. Sono già note le sue scoperte nelle [Tusc. Disp.; Plutarco in Marcello; Cicerone,
Tusc. Disp.; Silio Italico de Bello Pun.] misure e nelle proporzioni della
sfera e del cilin dro, di cui tanto si compiacque, che volle scolpite nel suo
sepolcro quelle due figure come caratteri di singolar distinzione. Sono ancor
note le sue spe culazioni intorno alla conoide e alla sferoide, e la quadratura
della parabola, e le proprietà delle spi rali; e queste cose, onde si crede che
molto si di latassero i confini dell'antica geoinetria, Archimede Irattò in
libri che tuttavia esistono, quali sono, della Sfera e del Cilindro, della
dimensionedel Cir colo, della Conoide e della Sferoide, del Tetra: 0 nismo,
della Parabola, delle Linee spirali, a cui come opera teoretica si può
aggiungere l'Arenario Ossia del Numero delle arene; nel quale trattato,
supponendo ancora che l'Universo ne fosse pieno, calcolo quel numero contro
l'opinione di tali che lo riputavano infinito. Lode eguale e forse mag giore
ottenne Archimede allorchè le astrazioni geo metriche condusse alla pubblica
utilità; e sebbene io non sappia indurmi a credere ch'egli fosse il creatore
della meccanica, mentre studiò pure in Egitto, ove ognun sa che la meccanica
non potea esser negletta; tuttavolta egli fu certamente assai benemerito di
questa facoltà. Nei due celebri suoi libri che tuttavia esistono, l'uno
intitolato degli Equiponderanti, e l'altro dei Galleggianti, ovvero delle cose
che nuotano o che si traggono per li fluidi, egli stabilì i principj statici ed
idrostatici, ai quali dicono che siamo debitori della presenteesten sione de'
nostri scoprimenti; e aggiungono che Ar chimede istesso dando assai
contrassegni di altis sima penetrazione in questo genere di studj, mo [Claudio
Francesco de Chales in Cursu Math.; de Progressu Maibes.; Giammaria
Mazzucchelli Notizie intorno ad Archimed ”, e Moniucla Ist. delle Malem.; Montucla]
strò che avrebbe potuto pervenire a questa nostra estensione medesima, se non
si fosse rivolto ad al tri pensieri. Il re Gerone avendo affidata ad un
artefice una massa di oro perchè lavorasse una co rona dedicata agl' Iddii,
venne a sospetto che il buon artefice gli avesse fatto furto; onde impose ad
Archimede che studiasse di conoscere la verità. È fama che il matematico
entrato nel bagno si avvide che quanto del corpo suo entrava nell'acqua, tanto
ne usciva; donde preso lo svoglimento della qui stione, uscì fuori tutto ignudo
e correndo gridava per via expriua evprzo, ho trovato ho trovato; e se condo
questo esperimento immerse la corona in un vaso pieno di acqua; indi
successivamente v'immerse due masse di egual peso, l'una di oro, l'altra di ar
gento, ed esaminò quant'acqua spandessero i tre corpi, e quindi conobbe quello
che investigava(3). Ma questo metodo, quando pur fosse possibile, non è
sembrato, e non è veramente degno della elevazione di Archimede; nè egli per
così poco sa rebbe fuggito via ignudo, nè Gerone avrebbe det to che dopo così
gran prova tutto era da credersi ad Archimede. È dunque più verisimile e più de
gno di lui, che avendo già egli nel suo Trattato de' Galleggianti stabilito
questo principio: i corpi immersi in un fluido vi perdono tanto del proprio
peso, quanto è un volume loro eguale del'fluido; di qui raccogliesse che l'oro
siccome più compatto vi perda meno del suo peso e l'argento più, e un misto
dell'uno e dell'altro in ragione del suo com ponimento. Bastava dunque pesare
nell' aria e nel l'acqua la corona e le due masse di oro e di ar gento per
ferinare quanto ciascuna perdeva del [Montucla; VITRUVIO] proprio peso, e dopo
questi passi il problema non avea più difficoltà per un uomo come Archimede.
Questo fecondo principio valse al valentuomo per la scoperta di molte verità
idrostatiche, le quali po trebbono leggersi nel lodato suo libro, se a questi
dì non fossero molto divulgate (1 ). Ben quaranta invenzioni meccaniche si
onorano col nome di Ar chimede (2); ma solamente alcune vanno errando disperse
negli scritti di antichi autori, e non fuor di ragione può credersi che secondo
lo stile usitato molte si abbian volute render mirabili col prestito di un gran
nome. Dicono di Archimede la chioc ciola, strumento ingegnosissimo e
utilissimo, per cui usando la propensione medesima del grave alla caduta si
produce la sua elevazione, e con tale or degno s'innalzano le acque ove
bisogna, e si asciu gano le navi e le terre. Sono però alcuni che lo credon più
antico di Archimede (4). L'organo idraulico portò già il nome di Archimede (5);
ma questo grato arnese benchè dia segno di musica perizia, è piuttosto un gioco
dilettevole che un ri trovamento sublime. Laforza infinita e la moltipli
cazione delle girelle furono poste fra le invenzioni di Archimede; ma altri
affermano, altri negano,? niuno ha migliori argomenti. Dammi fuori di qui ove
io fermi i piedi, e moverò dal suo luogo la terra, disse Archimede a Gerone. E
veramente ap presso ai suoi principj si posson in teoria immagi nar macchine le
quali rendano idonea una potenza minima a sollevare un peso inassimo. Nella pra
[Mazzucchelli e Montucla; Parpo; Pr.; Diodoro; Ateneo; Catrou e Roville Hist.
Rom.; Tertulliano De Animo; Plutarco in Marcello: Dic ubi consistam; caclum
terramque movebo.] tica Archimedle volle dar segno a Gerone che avreb be saputo
mettere ad effetto le sue promesse, e pri mieramente una grandissima nave tutta
carica, la quale non potea moversi senza molta fatica e as sai numero di
uomini, egli solo qutto e sedente, senza sforzo alcuno e coll' ordinario
impulso della mano aggirando l'ordegno suo, mosse e guidd co me gli piacque;
indi per comandamento del me desimo principe avendo disegnata e messa a per
fezione una molto maggiore e inolto meravigliosa nave, nella quale oltre le
parti usitate in siffatti la. vori, e tutte di estraordinaria sontuosità e
grandez za, vi erano giardini e peschiere e cisterne e acque correnti e sale e
bagni e fino una biblioteca, e poi vi sorgeano olto gran torri armate, e ai
loro luo ghi erano baliste e mani ferrate e altri strumenti da guerra per gli
assalti e per le difese, e di smo derato carico e di molto popolo era grave,
Archi mede non ostante la enormità di tanta mole, che tutti i Siracusani
insieme non valsero a smovere, fece per certo ingegno suo che il solo Gerone la
traesse in mare. È stato detto che questi rac conti ridondino di gran favola,
il che pud benesser vero; ma non penso che vi sia fondamento alcuno di
affermarlo. Vedute queste meravigliose opere il Re Siracusano sapientemente
avvisò di esercitare la stupenda fecondità di questo Genio tutelare di Si
racusa, e lo pregò a comporre ogni genere di mi litari strumenti per riparo del
regno e per offesa dell' inimico. Archimede, buon amico del suo Re e della sua
patria, siccome i sapienti sono o debbono essere, ubbidì volentieri. Questi
ritrovamenti bel lici furono inutili, mentre Gerone visse nella pace e
nell'amicizia de' Romani. Ma lui morto, arse una Plutarco in Marcello. Ateneo
lib. V. guerra molto crudele, e Siracusa fu assediata dal console Marco Claudio
MARCELLO, nobile capitano e rinomato per Viridomaro re de' Galli ucciso, e più
per Annibale da lui sconfitto più volte. Egli con oste gravissima e con gran
forza di navi e con macchine e con militari stratagemmi e con la fama di prode
e felice soldato strinse e assalì Siracusa per terra e per mare. In tanta
fierezza di arma mento i Siracusani furono presi da tacita paura e da terrore.
Archimede solo non ismarrì, e vepne con le sue macchine a ricomporre i cuori
dissipati de cittadini, e a sostenere la patria, e a mostrare a Marcello che un
filosofo potea esser maggiore del Re de' Galli e di Annibale, e bilanciarsi con
la forza e con la fortuna istessa di Roma. Per scienza e per avvedutezza di
questo uomo le muraglie di Si racusa erano guernite di copia incredibile di
bale stre, di catapulte e di altri macchinamenti per lan ciar dardi e palle e
sassi di ogni grandezza, e da vi cino e da lontano, secondo tutti i bisogni. Vi
erano ordegni che facendo cadere grossissime travi cari che di pesi immensi
sopra le galee e le navi nimi che, le abissava subitamente nelle acque. Vi
erano ancora certe mani di ferro con le quali si abbran cavano quelle navi e
quelle galee e si levavano per aria, e poi si lasciavancadere tutte subito con
som mersione e ruina, e altre volte si traevano a terra e si aggiravano e si
stritolavano nelle rupi, su cui stavanle mura della città. Dietro queste mura,
che in più luoghi erano pertugiate, stavano scorpioni tesi a cogliere i nemici,
che per isfuggire dai lan ciamenti lontani si avvicinavano, onde non rima nea
luogo sicuro dalle offese; e Marcello colpito da tutti i lati senza saper
d'onde e come, usa va dire: Questo geometra Briareo sorpassa ben molto i
Giganti centimani; tante sono le vibrazioni sue contro di noi. I Romani in
terra e in mare erano anch'essi molto ben provveduti di macchine mi litari, e
singolarmente sopra otto galee levavano certo congegno nominato per
similitudine sambu ca, con cui agguagliavano le mura e poteano in trudersi
nella citlà. Ma il Briareo Siracusano lanciò alcuni sassi gravi oltre a
seicento libbre, e battute quelle sambuche, le rovesciò con grande strepito e
danno.. In somma un solo vecchio geometra rendè Siracusa invincibile, e confuse
il valore di Roma e il miglior capitano che ella avesse in que' giorni. Gli
assalitori furono stretti a rimetter molto della loro baldanza e ridurre ad un
lungo blocco quella tanta vivacità di assalti. Appresso non si parld più di
Archimede, e Siracusa fu pre sa, e il suo invito difensore, quasi dimentico
della patria e di sè stesso e ozioso nella pubblica ruina, si fece ammazzare
per fatua ostinazione nel dise gno d' una figura di geometria. Io non so bene
se sia troppa offesa di gravi narratori gettare tra le fa vole queste
sconnessioni attribuite al più connesso uomodel mondo. Forse per liberare
Archimede da cosiffatte inezie e quasi deserzioni nel maggiore bi sogno della
patria, alcuni pensarono di riempiere questo vuoto col meraviglioso racconto
dell'incen dio delle navi di Marcello con gli specchi ustorj. Un medico
riputato grande (4), un istorico medio cre
e un picciol poeta furono i divulgatori di quel famoso incendio. Ma la
tenue autorità di cosiffatti uomini non vale per niente a fronte del [Livio;
Polibio Excerp.; Plutarco; Folard, Commento sopra Polibio; Polibio e Plutarco; Cicerone
De Fin.; Livio; Galeno De Teinp; Zonara; Tzetze Hist.] silenzio di Livio, di
Polibio e di Plutarco, i quali diligentemente avendo scritto della guerra
siracu non avrebbono mai taciuto unavvenimento tanto stupendo, e insieme di
tanto ammaestramento nell'arte della guerra, così nel guardarsi da quegli
specchi incendiari, come per usarne contro i nimi ci; e certo io credo che se
quel terribil metodo fosse stato veramente messo ad effetto, non sareb bono
mancati imitatori, e l'armata navale di Mar cello non sarebbe stata la sola
incendiata. Noi me. desimi, studiosissimi quanto altri di spopolare il mondo
con le militari invenzioni, non avremmo, io credo, all'economico e facile
artifizio di Archimede anteposti altri dispendiosi e incomodi metodi. Molti
veramente hanno studiato assai nella catottrica per trovar modo di suscitare
quel funesto esperimento, e alcuni son giunti a provare che certo con un solo
specchio di convessità continua o sferica o parabo lica non era possibile
quell' incendio in tanta di stanza, ma era ben possibile con molti specchi pia
ni; e tra altri in questi ultimi giorni il Buffon com pose uno specchio formato
diquattrocento specchi così disposti, che tutti riflettevano i raggi ad un
punto comune; e questo adunamento nella distanza di centoquaranta piedi
liquefaceva il piombo e lo stagno in corto tempo, e in distanza maggiore in
ceneriva il legno, il che parve che mostrasse pos sibile il metodo di Archimede:
ciò non ostante queste pratiche per ostacoli non superabili giaccion neglette,
e le nostre armate navali si distruggono a vicenda con altro, che con raggi di
sole. Non è le cito partire dalla istoria di Archimede senza dire alcuna cosa
de' suoi studj astronomici, e di quella [Kircker Ars magna lucis et umbrae; Buffon
Mém. de l'Acad.; Montucla] tanto celebre sfera e tanto lodata dai poeti, dagli
oratori, dagli stoici e, ciò che più vale, dai filo sofi. Era questa una
macchina o di rame o di bronzo o di vetro, la quale o a forza di aria o di
acqua, o di ruote e di molle e di pesi o di forza magnetica, o di altri ingegni
movendosi, esprimeva tutti i rivolgimenti e i fenomeni celesti, senza eccet
tuarne finanche i tuoni e i fulmini; e secondo alcuni rappresentava questi
movimenti secondo il sistema Copernicano. Le quali cose, se sono vere, come
possono essere, attese le altre grandi opere di quest'uomo, e massiinamente
perchè egli si compiacque assai di questo lavoro e di lui solo volle lasciar
memoria alla posterità con un libro intitolato Spheropeia, che si è poi
smarrito, pos siamo raccogliere con nuovo argomento, se altri pur ne
mancassero, che nelle scienze più utili l'an tichità davvero ne sapea almen
quanto noi(4 ). Mol. te edizioni furono promulgate delle opere di Archi mede, e
illustri uomini o in tutto o in parte le ador narono con somma diligenza, fra i
quali si distin sero assai Borelli, Wallis, Barow, Tacquet e Torricelli. Oltre
le pubblicate vi è memoria di al tre scritture di Archimede, che si dicono
ascose in qualche biblioteca, come della Frazione del cir colo, della
Prospettiva e degli Elementi di Mate matica; o perdute affatto, come de'
Numeri, della Meccanica, degli Specchi comburenti, della Nave [Ovidio Fast.; Claudiano
Epigr.; Cicerone De Nat. Deor.; Tusc.; Sesto Empirico con. Math.; Lattanzio; Franc.
Giunio Cath.'Archit. mechan. ec. Cardano, Vos. sio, Kircker; Mazzucchelli; Cardano
De Subtilitate; Pappo; Fabrizio Bibl. Graec.; Mazzucchelli] di Gerone, della
Archiettura, degli Elementi Co nici, delle Osservazioni celesti. E nel
proposito di questa ultima opera è bene ricordarci che Ma crobio accenna certo
metodo con cui Archimede pensò di avere misurate le distanze della terra dai
pianeti e dalle stelle, e di queste di quelli fra loro. Ma qual fosse quel
metodo non è scritto, che sa rebbe molto grato a sapersi. — In questa breve, ma
non iscorretta nè vana immagine degli studj di Ar chimede noi vediam un uom
serio, che non dise gna sistemi sul vuoto e non fa calcoli inutili, e non va
sempre oltre senza saper dove vada; ma che studia le forze e gli effetti della
natura, e trascura l'ignoto e si ferma sul certo, e di questo usa per utilità
de' suoi cittadini e per accrescimento della pubblica felicità. Invitiamo a
rallegrarsi quei filo sofi e quei matematici che somiglian questo grande
esemplare. E preghiamo a correggersi quegli altri che pensano sempre e non
operan mai, e mentre divagano per sentieri che non riescono a fine al cuno, e
mentre ostentano linguaggi che il più de gli uomini e talvolta essi medesimi
non intendono, non sanno poi levare un peso di alquante libbre,o tenere un po'
d'acqua disordinata senza impoverir le famiglie e le città, e senza amplificare
i mali con la perversità de' rimedj. Dopo la battaglia di Azzio C. Cesare
Ottaviano Augusto divenuto re senza prenderne il nome, chiuse [Fu stamprlo un
libro da Giovanni Gogava degli Specchi Ustorj, da lui tradotto dall'arabo, e un
altro intitolato Lemma ta; ma non sono estimati degni di Archimede. - Montucla
e Mazzucchelli II. cc. il tempio di Giano e arò la pace e le lettere. La sua
età ebbe ed ha tuttavia la lode del più collo e più letterato tempo di Roma; al
qual vanto io so certo che Lucullo e Attico e Cicerone repugnerebbono, e non so
come non repugniamo noi stessi. Impe rocchè gli è ben vero chenon solamente
Roma era già assuefatta alla filosofia e non potea divezzarsi così
d'improvviso, e che Augusto anch'egli secondo la consuetudine romana fu amico
de filosofi ed en trò vincitore in Alessandria tenendo per la mano il filosofo
Areo, per cui amore non distrusse quella città, e poi ebbe assai caro Atenodoro
di Tarso e lo ascolid attentamente, e quindi avvenne che la filosofia seguì a
coltivarsi nella nuova' dominazione, e per costume e per desiderio di applauso
e per cortigianeria fiorirono a quei di molti uomini sapienti: tutta volta io
non so vedere in quella età i gran simulacri che si videro nel fine della repub
blica, e vedo anzi che come tutti i costumi ro mani, così anche la filosofia
piegò a mollezza, e quindii poeti assunser la toga filosofica e otten nero gli
applausi maggiori, a tal che la istoria let teraria della età di Augusto
sarebbe assai tenue senza questi poeti, de' quali adunque sarà mestieri
scrivere in primo e quasiin unico luogo. Publio Virgilio Marone, nato nel
contado man tovano, con estraordinario ingegno poetico studiò di piacere ad
Augusto e a Roma; e conoscendo che a riuscire nel suo desiderio era mestieri
condire le sue poesie con dottrine filosofiche, così fece, e salì alla gloria
di Bucolico e di Georgico eguale ai Greci, e di Epico secondo alcuni riguardi
mag giore di Omero, e quello che è ora nel nostro Svetonio in Augusto et
Claudio. Plutarco in Antonio. Seneca Cons. ad Helviam. Luciano in Macrob. Zosimo;
Baillet Jug. des Scayans, des Poét. Lat. proposito,di poeta filosofo. Mainvestigandosi
poi di quale filosofia si dilettasse, insorser varie sen tenze. Alcuni
lodissero Epicureo, perchè ascolto Si rone maestro di quella scuola, e perchè
un tratto racconto che l'orto Cecropio spirante aure soavi di fiorente sapienza
lo cingea con la verde ombra; e altrove condusse Sileno briaco a cantare come
nel gran vuoto si adunassero i semi delle terre, dell'aria, del mare e del
fuoco; e in altri versi nomninò felice colui che potè conoscere le cagioni
delle cose, e calpestò tutti i timori e il Fato ine sorabile e lo strepito
dellavaro Acheronte: nelle quali parole l'Epicureismo parve evidente ad al
cuni; mentre ad altri l'orto Cecropio e il peda gogo di Bacco e i semi nel
vuoto parvero equivoci e scherzi di poesia, e il Fato e l'Acheronte calpe stati
e comuni ad altre filosofie non sembrarono argomenti di Epicureismo;
massimamente perchè nello stesso tenore di canto il poeta disse anche felice
colui che conosce gl’iddii agresti Pane e il vecchio Silvano e le Ninfe sorelle
(4), che di vero non erano cose epicuree. Per queste difficoltà fu soggiunto
che Virgilio potea esser Platonico là dove insegnò il compimentodella età
vaticinata dalla Si billa Cumana, e il grande ordine de' secoli, e i mesi
dell'anno grande di Platone, e il ritorno di Astrea e di Saturno e degli aurei
giorni; il quale mescolainento io non credo certo che Platone po tesse mai
riconoscer per suo. Si abbandonò adun [Virgilio Ceiris. Servio in Ecl. VI. P.
Gassendo De vita Epicuri; Fabrizio, Bibl. Lat.; Virgilio Ecl.; Georgic.; Georg.;
Ecl.; Servio in h. I.; Paganino Gaudenzio De Phil. Rom.; Brucker De Phil. sub
Imp..] que questo pensiere, e fu estimato che Virgilio era stoico, perchè narrò
che vedute le ingegnose opere delle api, alcuni aveano detto esservi parte
della mente divina in esse, e Dio scorrere per tutte le terre e per li tratti
del mare è per lo cielo pro fondo, e dar vita a tutti i nascenti, e tutti a lui
ritornare e risolversi in lui, e non esser luogo d morte, e tutti vivere nel
numero delle stelle e nel l'alto cielo. Ma se Virgilio ci narra che altri di
ceano queste sentenze, non le dicea dunque egli stesso. Anche nel sesto libro
della Eneide, che è il più magnifico e più profondo di tutto il poema, Virgilio
conduce Anchise a filosofare della origine e natura del mondo e degli uomini; e
questa tro jana filosofia senzamolti discernimenti fu messa a conto del poeta.
Uno spirito dice il Trojano, in ternamente alimenta il cielo, le terre, i mari
e la luna e le stelle, e una mente infusa per le mem bra agita tutta la mole, e
al gran corpo si mesce. Quindi scaturiscon tutti i viventi, in cui è ignea
forza e origine celeste, per quanto i nocenti corpi non li ritardano, e le
terrene e mortali membra non gli affievoliscono; onde avviene che desiderano e
temono e godono e si dolgono, e non mirano al l'alto, chiusi datenebre e in
carcere oscuro. Dopo la morte soffrono i supplicj degli antichi peccati: indi
son ricevuti nell'ampio Eliso,finchè per lungo tempo si tolgan le macchie, e
ritorni puro l'etereo senso e il fuoco del semplice spirito. Compiuto il giro
di mille anni, un İddio convocava gli animi in grandeschiera al fiume Leteo,
perchè dimen tiche rivedano il cielo, e comincino a desiderare i ritornamenti
ne' corpi. Così parld Anchise, e [Georg.; Æneid.] Virgilio fu accusato di
Ateismo stoico da uomini cheinsegnando sempre a non precipitare i giudi zj, li
precipitarono essi medesimimolto più spesso che non può credersi. Ma
primieramente l'A teismo stoico è una falsa supposizione, siccome ab biarno
veduto in suo luogo; e poi le parole spirito e mente she è infusa e che
alimenta le cose, e il foco e l'etereo senso sebben possano avere sentenza
stoica, la possono anche avere di altre scuole che fecero uso di simili
formule. Inoltre quelle parole sono miste agli Elisi e al fiume della
Oblivione, e al millesimo Anno, e all'Iddio evocatore degli animi smemorati, ma
immortali a rigore; le quali giunte non sono stoiche per niente. E in fine
siccome Vir gilio apertamente ammonì, le antecedenti parole della Georgica, che
parvero stoiche, essere dial tri; così dovrà dirsi in queste della Eneide,
quando egli ancora non lo dicesse. Ma disse pure che eran di Anchise, il quale
qualunque uomo si fosse, e fosse ancora una favola, certamente non era
Virgilio. Dopo queste considerazioni, io molto mi sdegno che uo mini non
vulgari citino tutto giorno questidue passi come una tessera dell'Ateismo
stoico e dello Spi nozismo, e mi sdegno ancor più che si producano come un
argomento della empietà di Virgilio. Non essendo adunque plausibile questa
attribuzione, fu immaginato da altri che Virgilio amasse il Pitago rismo, e da
altri, che molto sanamente sentisse delle cose divine; il che io non saprei
come potesse provarsi. Ma un autor celebre prese a mostrare che lo scopo di
quell' incomparabile sesto libro della R. Simon Bibl. crit. P. Bayle Cont. des
Pensécs sur les Co mètes. G.G. Leibnitz Théodicée disc. prél. G. Gundling. Gun
dliogiaol Brucker; Lattanzio; Cudwort
System. intell.; Eneide è la dipintura simbolica del sistema de misterj
Eleusini e della unità di Dio, e de' premj e delle pene nella vita avvenire. A
persuaderci di questo nuovo pensamento il valente autore con molto studiati
riscontri d'antichità e con bell'appa rato di dottrine incomincia ad insegnarci
che la Eneide non è già una favola inutile da raccontarsi ai fanciulli o da
rappresentarsi agli oziosi nelle lun ghe sere d'inverno, ma è un sistema di
politica e di morale e di legislazione, per cui si vuol dilet tarc e istruire
Augusto che è l'Enea e l'eroe del poema, e insieme tutto il mondo romano, e
anche il genere umano intero. Per la qual cosa il poeta assumendo il carattere
di maestro in Etica e di le gislatore, usa i vaticini e i prodigi per
contestazione della Provvidenza, e introduce ilsuo eroe intento ai sacrifici e
agli altari e portatore degl' Iddii nel Lazio, e pieno di tanta religione, che
a taluno, cui piaceva di averne meno, sembrò che Enea fosse più idoneo a
fondareunmonastero,che un regno. L'amicizia, l'umanità e le altre virtù sociali
entrano nel sistema di legislazione, e la Eneide n'è piena. Vi entrano ancora i
premj e le pene dopo la morte, e il poeta ne fa amplissime narrazioni. Orfeo,
Er cole,Teseo celebri legislatori furono iniziati nei mi steri, e le loro
iniziazioni si espressero simbolica mente con le discese loro all'inferno. Cosi
Enea le gislatore del Lazio si fa discendere all' inferno per significare la
sua iniziazione negli arcani Eleusini, ne' quali è noto che Augusto ancora era
iniziato. E veramente è grande la similitudine Ira le ceri monie eleusine ei
riti della discesa di Enea all in ferno. Il Mistagogo o Gerofanta, ora maschio,
ora Warburlou Diss. de l'Initiation aux mystères; Euremond presso il Warburton.
femmina, era il condottiere de proseliti, e la Si billa è la guida di Enea.
Proserpina era la Deità de' misterj, ed è la reina dell' inferno Virgiliano;
negl'iniziati si volea l'entusiasmo, e in Enea lo vuol la Sibilla. Nel ramo
d'oro sono figurati i rami di mirto dorati, che gl'iniziati portavano e di cui
si tessevan corone. L antro, l'oscurità, le visioni, i mostri, gli ululati, le
formole Procul esto, profa ni, si trovan comuni ai misterj e alla Eneide, come
sono ancora comuni il Purgatorio, il Tartaro e gli Elisi e le esecrazioni
contro gli uccisori di sè me desimi, contro gli Atei e contro altri malvagi. Di
cendo queste ineffabili cose, Virgilio domandaprima la permission degl' Iddii:
E voi, egli dice, Numi dominatori degli animi, e voi tacite Ombre,e tu Caos, e
tu Flegetonte, luoghi ampiamente taciturni per tenebre, concedete ch'io parli
le cose ascoltate, e col favor vostro divulghigli arcani sommersi sotto la
profonda terra e la caliginc Questa preghiera dovea ben farsi da chi sapea gli
spaventosi divieti che gl'iniziati sofferivano di non divulgar mai la tremenda
religion dell'arcano. Da quesli, che erano i piccioli misterj, passa Virgilio
ai grandi significati nella beatitudine degli Elisi. Enea si lava con pura
acqua, che era il rito degl' iniziati, allorché dai piccioli erano elevati ai
grandi misterj. Fatta la lu strazione, il pio Trojano e l'antica sacerdotessa
pas sano ai luoghi dell'allegrezza, e alle amene ver dure dei boschi fortunati
e alle sedi beate, ove i campi dal largoaere sono vestiti di purpureo lilme, e
conoscono il loro sole e le loro stelle. I legisla tori, i buoni cittadini, i
sacerdoti casti, gl’inven tori delle arti, e tutti que' prodi che ricordevoli
di sè stessi fecero con le opere egregie che altri si ri Æncid.; cordasser di
loro, quivi coronati di candida benda soggiornano. Queste immagini erano
mostrate ne' grandi misteri, come qui negli Elisi. Adunque le pene e i premj
della vita futura erano ! argo inento della istituzione Eleusinia e del sesto
canto di Virgilio. Finalmente la confutazione del Poli teismo e la unità di Dio
era figurata nello spirito interno alimentatore, e nella mente infusa alle mem
bra di tutta la mole, di che i nostri pii metafisici agguzzaron tanti commenti.
Così disse il dotto Inglese, a cui rendiamo onor grande per la erudi zione e
per l'ingegno, e mediocre per la rigorosa verità. Ma comechè non consentiam
seco in tutta la serie de' confronti, non sappiam discordare che in quel libro
diVirgilio e in tutto il suo poema non sieno palesi gl'insegnamenti delle
sociali virtù, de' premj e delle pene future, e talvolta non apparisca alcun
indizio di sublime dottrina nel sommo argo mento dell' unica Divinità. Ora per
la varietà di queste sentenze intorno alla filosofia di Virgilio, e perchè già
sappiamo che i begli spiriti e gli ora tori di Roma nel torno di questa età
trovavano as sai comoda quella filosofia, nella quale era usanza prendere da
tutte le scuole il verisimile e l'accon cio alle opportunità, e non si metteano
a colpa oggi essere Stoici e domane Epicurei, e talvolta l'uno e l'altro
insieme nel medesimo giorno; perciò noi portiamo sentenza che ancora i poeti (lasciando
stare quegli che strettamente cantarono alcuna par ticolare filosofia, come
Lucrezio e forse Manilio ) usarono le mode istesse de' begli spiriti e degli
ora tori; e servendo alla scena e al gusto dominante e al comodo, e volendo
piacere al genio superficiale di Augusto e della sua corte, filosofarono alla
gior [Encid.] nata e misero nei loro poémi quella filosofia che l'argomento e
il diletto chiedeano, pronti a met terne: un'altra in bisogno diverso. Se noi
vorremo domandare ai nostri poeti, come trattino la filoso fia nei loro
componimenti, risponderanno che gli aspergono di Stoicismo quando parlano ai
nostri Catoni, di Epicureismo quando lusingano i dame rini e le fanciulle, di
Platonismo quando adulano le pinzochere, senza però giurare nelle parole di
quelle scuole, anzi senza aver mai conosciuto a fondo i loro sistemi. A tale
guisa io ho per fermo che poetasse Virgilio, e gli altri poeti della età di
Angusto. Questo genere d' uomini fu sempre uso a fingere molto e a dir quello
che accomoda e piace, piuttosto che quello che sentono. Quanto alla mo rale di
Virgilio, tuttochè sia stata da alcuni solle vata a grandi altezze, e sia
veramente superiore assai alle dissolutezze degli altri poeti di quella età, si
vede in essa talvolta questo genio di scena e di comodo poetico e di pubblico
diletto. Non dispia ceano a Roma le vittime umane; piaceano assai gli amori, e
sommamente le conquiste e il sangue de' nemici. Quindi egli conduce il suo
eroe, chedicono essere il maestro della morale virgiliana, ad inmo lare i
prigionieri, a sedurre e tradire Didone, ad uccider Turno supplichevole, a
turbare e conqui star le altrui terre; e allorchè prese a lodare M. Clau dio
Marcello figlio di Ottavia sorella di Augusto, tutta quella amplissima
laudazione che fece pian gere il zio e svenire la madre e che arricchì il poe
ta, si rivolse finalmente nella cavalleresca e guer riera virtù a cui non so se
la filosofia non af [Lodovico Tommasini Méthode d'étudier chrétiennem. les
Poéles. R. le Bossu Du Poéme Épique; Du Hainel Diss. sur les Poésies de
Brebeuf.Jacopo Peletier Ari Puélique V. A. Baillet Jug. des Savans. Des Poétes
Lalios.] fatto cortigiana vorrà senza molte restrizioni con cedere questo bel
nome.Si potrebbono amplificar molto le querele filosofiche; ma in tanta copia
di ornamenti e di lodi è giusto usar moderazione ue? biasimi. ORAZIO, amico
intimo e am miratore di Virgilio, fu non meno di lui ornamento sommo della età
di Augusto. Parve che questi due incomparabili ingegni dividesser fra loro il
regno poetico, e fedelmente si contenessero nei limiti sta biliti, e l'uno non
entrasse mai nella provincia del l'altro. Orazio adunque ceduta la poesia
bucolica, georgica ed epica a Virgilio, assunse la satirica, la epistolare e la
lirica; e cosi' i due amici potendo essere sommi in tutti questi generi,
amarono me glio esserlo in generi diversi senza emulazione e senza invidia.
Questi, che posson dirsi i Duumviri della poesia latina, ebbero, siccome in
parte si è veduto, campi amplissimni ove seminare le filosofi che doltrine. Ma
Orazio, per lo genio spezialmente della satira e della epistola, gli ebbe anche
mag giori, ed egli usò di questo comodo assai diligen temente per piacere ad
Augusto, a Mecenate e a sè stesso, e alla età sua e alla seguente posterità.
Dappriina educato nelle lettere romane, visitare Atene. Mi avvenne, egli dice,
di essere nu drito a Roma, e quiviimparare quanto nocesse ai Greci l'ira
–Achille. La buona Atene mi condusse ad arte migliore, e a discernere il
diritto dal torto, e a cercare il vero nelle selve di Accademo. Ma i duri tempi
mi rimosser dal dolce luogo, e il ca lore della guerra civile mi spinse a
quelle arme che non furono eguali alle forze di Augusto. Umile par tü da
Filippi con le penne recise e privo della casa volle poi Encicl. VI. furono ag
e del fondo paterno: l'audace povertà mi strinse a far versi. E altrove non ha
ribrezzo di raccon tare che nella sconfitta Filippica militando nelle parti
diBruto, fuggi e gettò lo scudo (a). Così mal concio venne a Roma, e nato ad
altro che a spar gere il sangue degli uomini e il suo, divenne poeta, ed ebbe
parte non infima nell' amicizia di Mecenate e di Augusto, dai quali ottenne
soccorsi alla sua povertà. Da queste avventure fu raccolto che Ora zio erudito
nelle selve di Accademo era dunque Ac cademico. Ma questo sembrando poco,
giunte quelle altre parole di Orazio: La sapienza è il principio e il fonte
dello scrivere rettamente, e le carte socratiche possono dimostrarlo. Ove si
vede l'amor suo grande alle dubitazioni di So crate, che forse somigliavano
quelle di Arcesila e di Carneade. In una bellissima epistola a Mecenate, la
quale è certo scritta nella vecchia età di Orazió o nella prossima alla
vecchiaja, lo sciolgo per ten po, egli dice, il cavallo che invecchia, acciò
non faccia rider le genti ansando e cadendo nella fine del corso. Depongo i
versi e gli altri sollazzi. Le mie cure e le mie preghiere si rivolgono al vero
e all onesto.Adunoe compongo dottrine per usarle in buon tempo. E perchè niun
mi domandi a quale guida e a quale albergo miattenga, io, non istretto a
giurare nelle parole di alcun maestro, vado ove mi menano i venti. Ora sono
agile e m'immerso negli affari civili,ora custode e seguace rigido della vera
virtù, ora furtivamente scorro ne' precetti di Aristippo, e le cose a me
sottopongo, e non voglio io essere sottoposto alle cose. Ove non oscura [Orazio
Epist.; Carm.; Ode; De Arte Poet.; Ep.] diente si vedono i pensamenti d' un
uomo che pren de secondo le occasioni quello che più gli torna a piacere dalle
sette diverse. Fu aggiunto ch'egli acre mente derise gli Stoici in più luoghi,
il che era secondo il costume accademico; e che secondo il medesimo uso affermò
e negò le istesse dottrine sen za eccezione delle più solenni, come la
esistenza degl' Iddii, i prodigj, le cose del mondo avvenire, la provvidenza,
il fine dell' uomo; donde non sola mente dedussero le idee accademiche di
Orazio, ma ancora il suo pirronismo. A queste osservazioni se vorremo
sopraggiungere il genio del secolo e il co. modo dell'Accadernia, e quel di più
che abbiam detto della filosofia di Virgilio, non sembrerà in giusto consentire
alle accademiche propensioni di Orazio; non mai perd ad un pirronismo
esagerato, di cui non possiamo avere alcun fondamento; anzi lo avremo in
opposito guardando a tante risolute sentenze sue, e all'abborrimento di tutti i
più dotti Romani contro quella estremità; e non ha similitu dine di vero che un
uom tanto destro ed elegante volesse esporsi al disprezzo di tutta Roma senza
proposito alcuno. Ma comechè le cose ragionate fin qui sembrino bene congiunte
a verità, alcuni pur sono che vorrebbono Orazio epicureo. Raccolse le altrui
ragioni e aggiunse le sue per convincerlo di Epicureismo teoretico e pratico
Francesco Al garotti in un suo Saggio della vita di quel poeta. Insegna egli
adunque che molti sono i luoghi epi curei ne' versi di Orazio, perciocchè
scrisse in una sua satira di certo strano prodigio che potea ben crederlo un
Giudeo circonciso, non egli, perchè avea [Satyr.; Gassendo De Vita Epicuri; Fabrizio
Bibl. Lat. ; Reimanuo Hist. Alh.; Stollio Hist. Pbil. mor. Geni. J. Brucker] porco
del apparato che gl' Iddii menan giorni sicuri e non mandan gid essi dall'alto
tetto del cielo le meravi. glie della natura. E in una epistola a Tibullo: Come
tu vorrai ridere, guarila me pingue e nitido gregge epicurco. Ma se queste ed
al tre parole epicuree vagliono a fare Orazio epicu reo, varranno adunque le
stoiche, le peripatetiche, le socratiche, le platoniche, lequali sono pur molte
ne' suoi versi, a renderlo scolare di quegli uomini; e queste varietà non
potendo comporsi in uno senza che egli fosse Accademico, o se vogliamo
Eclettico a buona maniera, adunque io non so altro dedurre salvochè quello che
dianzi abbiamo riputato simile al vero. Oltre a questo abbiam poi una molto so
lenne abiurazione dell'Epicureismo in una sua ode, che è di questa sentenza:
Già scarso e rado ado rator degl' Iddii, erudito in sapienza insana errai; ora
mi è forza ritornare indietro. Vedo Iddio che gli umili cangia coi sommi, e
attenua il grande, e mette a luce l'oscuro, e gode toglier l'altezza di colà e
qui collocarla. E abbiano ancora un an tiepicureismo in quelle sue magnifiche
parole: lo non morrò intero, e la massima parte di me evi terà la morte. La maggior
forza però è, siegue a dire il valente Algarotti, che si vede la conformità
grande tra i precetti di Épicuro e le massime e le pratiche di Orazio. L'uno e
l'altro predicarono che de' pubblici affari non dee inframmettersi il sapien
te, che ha da abborrire le laidezze dei Cinici, efug. gire la povertà e
lasciare con qualche opera din gegno memoria dopo sè, e non farmostra delle
cose suc, e dover essere amatore della campagna, e non [Satyr.; Epist.; Od.; Od.]
tenere uguali le peccata, e amare la filosofia, e non temere la morte e non
darsi pensiere della sepol tura. Ma, secondochè io estimo, questa forma di
argomentazione è cosi burlevole, come sarebbe quell altra, che Orazio fosse
epicureo perchè avea il naso e gli occhi come avea Epicuro; senza dir poi che
questo discorso medesimo potrebbe abu sarsi per intrudere Orazio in qualunque
scuola; per chè nel vero molti altri maestri erano in Grecia e fuori, che
insegnavano doversi fuggire i pubblici affari e le lordure ciniche e la povertà,
e amare la campagna e il piacere e la utilità, e non brigarsi della morte e del
sepolcro. Adunque non pud es ser provato che Orazio fosse epicureo, perchè
disse molte parole o usate dagli Epicurei insieme con al tri, o anche
rigorosamente epicuree, nella guisa che non può provarsi che fosse stoico o
peripatetico, perchè disse molte sentenze prese dal Peripato é dal Portico; e
ritorna quello che di sopra fu detto, questa indifferenza per tutte le scuole e
quest'uso appunto di ogni placito che torni a comodo, pro vare solamente la
filosofia accademica di Orazio. Trar poi le frasi oscene ei costumi dissoluti
di Ora zio a prova di Epicureismo, con pace di chiunque io dico che questa
diduzione non è consentanea al vero sistema epicureo, nè all'umano. Abbiam già
veduto altrove che il legittimo orto epicureo non era quella terra immonda che
alcuni si finsero, e possiamo veder facilmente che, riunpetto a molte oscenità
sentenziose di Orazio, moltissime parole sue sono gravi, austere e diritte per
narrazione dei contraddittori medesimi. E vediamo tutto dì che [Laerzio in
Epicuro. Orazio Epist.; Satyr.; Od.; ALGAROTTI, Saggio sopra ORAZIO; Blondel
Comp. de Pindare et d'Horace; Tominasini, Mélode d'étudier ec. A. Baillet] se
la depravazione delle parole e de' costumi fosse argomento di Epicureismo,
oggimai sarebbe epicu. rea tutta la terra. Stabiliamo per compimento di questo
esame, che se vorremo da tutti gli scherzi canori de' poeti raccogliere
inconsideratamente i si stemi e le vite loro, comporremo piuttosto poemi che
istorie. Spargiamo dunque fiori, non spine, so pra il sepolcro del più filosofo
di tutti i poeti. P. Ovidio Nasone Sulmonese fiori alquanti anni dopo Orazio,
nella età anch' egli di Augusto; al quale comunquepotesse piacere per la
fecondità e per la vivezza, dispiacque per la lascivia de' versi, o piuttosto,
siccome alcuni pensarono e come Ovi dio medesimo disse, per aver veduto
imprudente mente una certa colpa che volle tacere, e si para gond ad Atteone
che fu preda a' suoi cani, percioc chè vide senza pensarvi Diana ignuda; e
questa Diana parve a taluno Giulia sorpresa nelle brac cia di Augusto suo padre,
e altri indovinarono altri arcani di oscenità. Ma è molto più giusto ta cere
ove tacque Ovidio medesimo, tuttochè punito ed esigliato alle rive dell'Eusino
fosse pienissimo d'i ra, che fa parlare pur tanto la generazione irrita bile
de' poeti. Questo ingegno, nato per la poesia, amoreggio, e pianse in versi, e
fu antiquario, e se gretario degli eroi e delle eroine anche in versi, e disse
le mutazioni delleforme in nuovi corpi dalla origine del mondo fino a' suoi
tempi; e sempre in versi, perchè s'egli prendea a scriver prose, usci vano
versi spontanei suo malgrado. Nel molto nu mero de' suoi poemi il più reputato
per serietà e per certo condimento filosofico è quello che ha per titolo le
Metamorfosi; delle quali benchè sia stato [Ovidio De Ponto; Tristium; Bayle
art. Ovide, B, K. detto che sentono la decadenza della buona Lati nità e
preparano il mal gusto che poi sopravven ne, e mostrano il fasto giovanile, noi
pensiamo di poter dire che sono certamente menogiovenili delle altre poesie di
Ovidio, e ch' egli medesimo, il qualepotea giudicarne quanto i nostri critici
dili cati, le tenne in gran conto, e poichè l' ebbe com piute, Io, disse, ho
tratta a fine un'opera che nè l'ira di Giove, nè il fuoco, nè il ferro, nè la
vo race vecchiaja potrà abolire. Quel giorno che sul corpo solamente ha
diritto, metta amorte quando vorrà lo spazio diquesta vita incerta. Con la
parte migliore di me volerò sopra le stelle, e il nome no stro sarà indelebile.
Dovunque la romanapotenza nelle terre vinte si estende, sarò letto dalla bocca
del popolo; e se niente hanno di vero i presagi de' vati, viverò per fama nella
eternità de' secoli (2). Senza involgerci ora nell' esame delle virtù poeti che
diquesto componimento, o epico o ciclico ch'ei voglia dirsi, o di una azione o
di mille, o contra rio ad Omero e ad Aristotele, o favorevole ai poe tici
libertinaggi, di che gli scrittori dell'arte sapran no disputare;noi diremo
piuttosto della meraviglia grande che questo poema eccitò con le narrazioni di
tanti mutamenti di forme, i quali non si seppe mai bene che cosa
significassero. Chi dicesse che questi sono delirj d'un poeta infermo per
febbre, direbbe forse lo scioglimento più facile della qui stione, ma non il
più verisimile, nè il più cortese alla fama e all'ingegno di Ovidio. Onde vi
ebbe chi disse, sotto quelle metamorfosi ascondersi la serie Jelle mutazioni
della nostra terra, e un certo siste ma di storia naturale; il che parendo poco
ido [Baillel; Metamorph.; Stooekio Act. Erud.; Fabrizio Bibl. Lat. neo a
spiegare tutte quelle favole, fu soggiunto che le idee di Pitagora, di
Empedocle e di Eraclito e la mitologia e la opinione corrente a quel tempo sono
le chiavi di quello enimma. Il perspicace Warburton immagindche le metamorfosi
sorgono dalla metempsicosi; e che siccome questa è la condotta della
Provvidenza dopo la morte, così quelle lo sono per lo corso della vita: e in
fatti Ovidio dapprima espone le metamorfosi come castighi della scelle raggine,
e poi introduce nell'ultimo libro Pitagora ad insegnare ampiamente la
metempsicosi. Que sto è il più ragionevole aspetto che possa prestarsi a quel
poema; e se per molte gravi difficoltà non è forse affatto vero, meriterebbe di
essere per la bellezza del pensiere e per onore del nostro poe ta. Già altrove
abbiamo parlato con qualche dili genza della famosa cosmogonia e teogonia di
Ovi dio, e della diversità sua dagli altri sistemi de' poeti greci, e del Dio
anteriore al Caos e agl'Iddii sub alterni, il quale è Uno e Anonimo nella
descri zione Ovidiana. Diciamo ora alcuna cosa del l'accennato luogo delle
Metamorfosi ove Pitagora è introdotto ad insegnare il suo sistema della me
tempsicosi, accompagnato coi pensieri di Eraclito e di Empedocle; imperocchè
ivi è scritto che gli uomini attoniti per la paura della morte temono Stige e
le tenebre, ei nomi vani e gli argomenti de' poeti, e i falsi pericoli del
mondo: che le anime non muojono, ma lasciando la prima sede vivono e alloggiano
in nuove case: che tutto si muta, niente finisce: che lo spirito erra, e di
colà viene qui, e di qui altrove, e occupa tutte le membra, e dalle fiere
trascorre ne' corpi umani, e da questi in quel [Warburton Diss.; Metamorp.di
questa Istoria. le, e non si estingue in tempo veruno: che niente è fermo in
tutto il giro, e ogni cosa scorre a so miglianza di fiume, e ogni vagabonda
immagine si forma. Chiunque vorrà legger tutta intera que sta prolissa
narrazione, potrà conoscere che qui ve ramente parla Pitagora; ma poi tanto vi
parla an cora Empedocle ed Eraclito, e tanto Ovidio me desimo, che finalmente
non s'intende chi parli. A dunque il nostro poeta non puddirsi professore di
niuna di queste sette, e pare molto più giusto pen sare ch'egli o era
Accademico, o niente. La serie di questi poeti e il genio di Augusto e del
secolo appresentano un sistema quasi generale di filosofia accademica, e perciò
non si può ameno di ripren dere la franchezza del Deslandes e di altri, che
senza pensare più oltre affasciano insieme Augusto, Me cenate, Agrippa,
Virgilio, Orazio, Ovidio, Tibul lo, Properzio, Livio, e tutti gli altri grandi
uomini di quella età, e li dicono Epicurei. Si vorrebbe separare da questa
general regola M. Manilio, il quale intitold ad Augusto un poema delle Cose
Astronomiche, e si mostro contrario agli Epi. curei e favorevole agli Stoici;
e, Chi vorrà credere, disse, che il mondo e tante moli di opere sieno pro dotte
da corpuscoli minimi e da cieco concorso? Una natura potente per tacito animo e
un Iddio è infuso nel cielo, nella terra e nel muré, e go verna la gran mole, e
il mondo vive per movimento d'una ragione, e lo Spirito Uno abita tutte le par
ti, e inaffia l’orbita intera, la quale si volge per Nume divino, ed è Iddio, e
non siadunò per magisterio di fortuna. Per queste e per altre parole [Metamorp.
Deslandes Hist. cril. de la Philos. Gassendo. Manilio Astronom.] di Manilio fu
immaginato ch'egli non era accademico, ma del Portico e panteista e precursore
dello Spinoza. No irichiamiamo a memoria le cose dette qui degli altri poeti
del tempo d’Ottaviano, e più innanzi del Portico, e affermiamo che un verso o
due che involti in dubbi e in equivoci possono sen tir forse un poco del
Portico, non fanno uno perfetto del Portico, e quando pur lo facessero, uno del
Portico non è un panteista nè uno Spinoziano. Se le ingiurie de' secoli, che
dispersero tanta parte della storia di Livio non avessero affatto distrutti i
suoi dialoghi istorici insieme e filosofici, e i suoi libri in cui scrive
espressamente della filosofia, io credo che noi potremmo conoscere la filosofia
della età d’OTTAVIANO molto più chiaramente che per tutte le immagini poetiche,
e inoltre potremmo vedere a quale sistema si attene Ottaviano stesso. Ma non
rimanendo altro di lui che parte della sua storia, i curiosi ingegni hanno
voluto raccoglier da essa un qualche assaggio della sua filosofia; e alcuni lo
hanno dileggiato come un superstizioso narrator di miracoli assurdi e un uom
credulo e popolare. Ma per le clausole filosofiche apposte a molte narra zioni
di prodigi, e per la fede istorica onde ri putò necessario raccontare le
pubbliche opinioni e i casi scritti negli annali e nelle memorie antiche, fu
molto bene difeso. Toland, vaneggiando di volerlo difendere assai meglio, lo
grava della maggior villania; perocchè lo fa tanto poco superstizioso, che lo
trasforma in ateo, e poi lo com [Collin De la liberté de penser; Toland Orig.
Ju daic; Mosemio ad Cudwort System. int.; Brucker ; Seneca, Ep.; Fabrizio Bibl.
Lat.; Lipiec Gxva] mendo come uomo di buon senno e di esquisito giudizio, e
come un saggio filosofo e un ingegno elevato. Queste arditezze furono confutate
ampiamente. E noi lasciando pure da parte molte altre sentenze di Livio, lo
confuteremo con una sola, ove di certi tempi romani disse. Non ancora era
venuta la negligenza del divino, che ora tiene il nostro secolo, nè ognuno a
forza ďinterpretazioni si forma como di giuramenti e leggi, ma piut tosto ai
giuramenti e alle leggi si accomodavano i costume. Queste parole non sono del catechismo
degli’atei. Agatopisto Cromaziano, di Buonafede.
Appiano Buonafede. Tito Benvenuto Buonafede. Keywords: storiografia filosofica,
criteria – storia neutrale della filosofia – il primo filosofo romano – in
lingua latina – previo all’ambasciata di Carneade – the patronizing tone of
classicist Johnson Murford. Each man is the architect of his own fortunes –
Appio -- -- filosofia antica, filosofia romana antica. Filosofo: addito a
reflessioni generali sulla vita. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Buonafede” –
The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Buonamici: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale -- you scratch my back -- etymologia di muovere -- corpi in movimento – scuola di Firenze –
filosofia fiorentina – filosofia toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza,
pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Firenze). Filosofo
fiorentino. Filosofo toscano. Filosofo italiano. Firenze, Toscana. Grice: There
are many Buonamici (including GALILEO), so you have to be careful – this one is
a genius – he taught at Pisa, in the M. A. programme, both Aristotle’s Poetics
– imitazione, il tragico, -- and his ‘motus’ – Galileo happened to be his
tutee, and the rest is the leaning tower!” Frequenta lo Studio di Firenze, dove
segue il corso del l'umanista Vettori (si conservano alcune lettere scambiate
tra i due). Filosofo naturale e latinista, si ispira molto agli antichi testi
che commenta (Aristotele, Nicomaco…). Tutore di Galilei a Pisa. Altre opere: “De
Motu libri X, quibus generalia naturalis philosophiae principia summo studio
collecta continentur, necnon universae quaestiones ad libros de physico auditu,
de caelo, de ortu et interitu pertinentes explicantur, multa item Aristotelis
loca explanantur et Graecorum, Averrois, aliorumque doctorum sententiae ad
theses peripateticas diriguntur, apud Sermartellium (Firenze); Discorsi poetici
nella accademia fiorentina in difesa d'Aristotile. Appresso Giorgio Marescotti
(Firenze); “De Alimento, Sermartellium juniorem” (Firenze). Galilei, De motu
antiquiora” “Quaestiones de motu elementorum”. Gentiluomo Fiorentino,
e Medico, Lettore di Filosofia con gran concorso di Scolari nell'Università di
Pifa. In detta Università avendo Giulio de' Libri altro Profesfore tacciato il
Buonamici, come quello che citaffe testi falfi, questi una mentita gli diede;
ed effendo state gettate da alcuno in fua scuola certe cor na, il Buonamici
così diffe: Si vede che costui debbe avere in tafa grande a b éondanza di
questa mercanzia, poichè ne porta qua. Egli v insegnò quaranta tre anni » e
letto aveva due volte tutto AQUINO (si veda), e in ultimo gli erano pagate
quattrocento feffanta piastre di provvisione. Il buon gusto nelle belle Lettere
congiunse allo studio delle facoltà più gravi; è Accademico Fiorentino; e
godette della stima de Granduchi di Toscana, da quali, ficco me egli stesso afferma,
findagiovinettofunodritoeornatodigradiono revoli. Morì ad Orticaja vicino a
Dicomano, ove, ficcome anche alle Pancole, aveva un Podere; e lasciò tutto il
fuo ad uno Speziale. Fu recitatada Attilio Corfiinquella Pieveful Cadavereun’Orazionfunera
Вbble, Poccianti, Catal. Script. Florentin. Salvini, Fasti, Buonamici, Dife. orf.
Poetici,Discorso. annoverò fra i principali Peripatetici di quello Studio.
Salvini, Fasti Poccianti, loc. cit. di Firenze Ove Bianchini, Ragionamenti
intorno a' Granduchi, le, e a’ 27. di Maggio nell' Accademia
Fiorentina altra Orazione funerale venne recitata da Tommafo Palmerini. Di lui
hanno parlato con lode diverfi Scrittori citati dall'Autore delle N o tizie
Letter. ed Istoriche dell'Accademia Fiorentina, e dal P. Negri, il qual ultimo
noi fiam di parere che sbaglj, ove fra gli autori che hanno parlato di B. registra
anche il Crescimbeni, il quale non di questo, m a di B. di Prato ha parlato,
ficcome nell' articolo diquest'ultimo diremo. Il nostro Francesco scrive diverfe
Opere, lequali, febbene da alcuni fieno d'ofcurità tacciate, fanno conofcere il
fuo fape re, la fua fingolare dottrina, e la sua cognizione anche della Lingua
Greca. Eccone il Catalogo: - I. Francifci Bonamici Florentini e primo loco
Philosophiam ordinariam in almo Gymnasio Pifano profitentis De Motu Libri X.
quibus generalia naturalis Philoso phie principia fummo studio collećfa
continentur - Nec non universe Questiones ad Libros de Physico Auditu, de Cælo,
de Ortu és Interitu pertinentes, explican tur. Multa item Aristotelis loca
explanantur, či Græcorum Averrois, aliorumque Dostorum Fententie ad Thefes
peripateticas diriguntur ec. Florentiæ apud Bartho lomeum sermartellium infogl.Fu
affailodatoilmetodo diquest' Opera, di cui il Piccolomini era uno de'
principali ammiratori. II. Discorsi Poetici detti nell'Accademia Fiorentina in
difesa d'Aristotile. In Firenze per Giorgio Marescotti, con Dedicatoria a Baccio Valori fegnata dalle
Pancole. In questi Discorsi, che sono VIII. risponde alle oppofizioni fatte dal
Castelvetro ad Aristotile. De alimentis ubi multe Medicorum Tententie
delibantur, ở cum Aristotele conferuntur. Complura etiam Problemata in eodem
argumento notantur, ở quibusdam exGræca Leếtionepriftinusnitor restituitur.Venetiis,
Florentie apud Bartholomeum Fermartellium Juniorem in 4. IV. Una sua Lezione
fatta sopra ilSonetto del Petrarca, che incomincia: Quando 'l Pianeta che
diffingue l'ore, - nell’Accademia Fiorentina sotto il Consolato di Tommaso d el
Nero a fi conserva a penna in Firenze nel Cod.
della Libre ria Strozziana. V. Lećiiones super I. és 11. Meteororum.
Queste Lezioni fopra l’argomento delle meteore (cui affermava il medefimo B.,
per testimonianza di Monfig. Sommai, d' aver per difficilistimo, rispetto alla
difesa d' Aristotile che giudicava effere stato mirabile nelle cofe che
appariscono al fenfo »,ma nell’altre affai ambiguo) efiftevano a penna in
Firenze nella Libreria de Si gnori Gaddi fra Codici mís, paffati, per compera
fattane da Francesco I.I m eradore felicemente regnante, e Granduca di Toscana,
nella Laurenziana al Cod. 8o5. num. Valori scrive che lascia delle fue fatiche
fopra la Metafifi ca, ed altro, la quale Metafifica poffeduta da diverfi, ebbe
in Roma qualche difficoltà a stamparsi per alcune cofe Filosofiche stampate
anche ne Libri De motu, ficcome afferma il suddetto Monfig. Sommai. Il Poccianti
famen Z1OI) Così afferma Salvinine Fasti cit. acar. 355. stentia penna nel Tom.
III.delle nostre Memorie MSS. Non foppiamo Pertanto con qual fondamento Negri
acar.835.fia fferma che al Buonami comancava distin nell’ degli scrittori Fiorent.
acar.188. aflerifcache zione, e chiarezza, e che diventasse fempre più oscuro,
in detta Accademia fu Attilio Corficheinfuamortere- perchè pigliava le fue Lezioni,
e le andava ritoccando, e cita l’Orazione funerale quando il Corfila recitò sulca
ripulendo, e come egli intendeva, e presupponeva il mede davere nella Pieve,
ove fu depositato. fimo degli altri, a poco a poco le ridase inintelligibili, A
car. 214. febbene fette nel fondamento fempre faldoe le fue Lezio (1o) for. Degli
Scrittori Fiorentini. Ol nianti che fono le migliori. tre gli Scrittori citati
dal Negri parla con lode di lui anche Valori ne’ Termini di mezzo rilievo ec, a
Caľ, Si vegga Filippo Valori ne” Termini
cit. a car. 7. In alcune Memorie scritte da mano di Monfig. Girola mo Sommaī,
ed inferite nelle Schede Magliabechiane efi Catalog. della Libreria Capponi,
Lipenio, Bibl. real. Medica, pag. i1.Salvini,Fafficit.pag zoz. in foglio
volante. Loc. cit oservaz, fopra i Sigilli antichi Efistono presso di noi nel
Tom. III. delle nostre - Memorie mfs. a car.
(zo) Descrizione della Provincia del Mugello B. zione de commentar. in Logica
mở Ethicam lasciati dal nostro Autore; il Negri accenna un fuo Tractatus Logice
esistente ms. nella Libreria del Palazzo Ducale de' Medici, il quale è
indirizzato a Lelio Torello Giureconful to, e incomincia: Multa profećio,
variaque_ec; e ilchiariffimo Sig. Domeni co Maria Manni fa ricordanza d'una
Cronica fcritta a mano da Francesco Buonamici esistente nella Libreria Gaddi
pure in Firenze. Dalle schede Magliabechiane comunicateci dal chiariffimo Sig.
Canonico Bandini apprendiamo ch'era opinione che il Cavaliere Aquilani aveffe
molti Scritti e Opere da stamparfi del nostro Autore. D a ciò che abbiamo fin
qui detto ci fembra di poter afferire che il nostro Autore sia diverso da quel
Dottor B. il quale ha il suo deposito nella Chiefa del Piviere di S. Babila
detto anche S. Bavello e S. Bambello nella Provincia del Mugello in Toscana, il
quale di tutta la sua eredità lascia che foffe fatto un fondo per mantenimento
a Pisa di tre giovani parte di S. Gaudenzio, e parte di Dicomano con obbligo di
addottorarfi, del quale fa menzione il Dott. Giuseppe Maria Brocchi, ma
senzaaccennarefefia Scrittore d'Opera alcuna. V” è stato anche un B., di cui fi
ha alle stampe un Elegia, ed un Epigramma in Lingua Latina per la nascita di
Giacomo Augusto Lorenzo Ferdinando Maria figlio d'Amedeo del Pozzo ec. In
Milano.
Francesco Giuseppe Buonamici. Francesco Buonamici. Keywords: corpi in
movimento, Aristotele, filosofia naturale, Galilei, razionalismo, aristotelismo
pisano, de imitazione – aristotele – poetica – mimica – de motu – muggerbrydge
--. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Buonamici” – The Swimming-Pool Library. Buonamici.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Buonsanti:
l’implicatura conversazionale del vettore -- implicatura di ‘animale’ – ‘non
umano’ -- scuola di Ferrandina –
filosofia basilicatese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Ferrandina). Filosofo
basilicatese. Filosofo italiano. Ferrandina, Matera, Basilicata. Grice: “I like
Buonsanti; Strawson calls him a veterinarian, but I call him a philosopher,,
for surely he is a philosophical zoologist – he philosoophised, like Aristotle
did, on the comparative physiology and anatomy of ‘human’ and pre-human.!” Esponente
di spicco della storia della medicina veterinaria italiana ed europea è stato
una delle figure più rappresentative della Scuola veterinaria milanese. Diresse l'Enciclopedia medica italiana edita
da Vallardi e La Clinica veterinaria (di cui fu anche fondatore). Altre opere: Dizionario dei termini antichi e
moderni delle scienze mediche e veterinarie Manuale delle malattie delle
articolazioni Trattato di tecnica e terapeutica chirurgica generale e speciale
La medicina Veterinaria all'Estero, organizzazione dell'insegnamento e del
servizio sanitario. Dizionario Biografico degli Italiani. Nicola Lanzillotti
Buonsanti. Keywords: etimologia di ‘veterinario’ -- animale; filosofia e
medicina nella Roma antica. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Buonsanti” – The
Swimming-Pool Library. Buonsanti.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Buonsanto: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale pratica -- prammatica del discorso – scuola di San Vito dei
Normanni – filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (San Vito dei
Normanni). Filosofo italiano. San Vito dei Normanni, Brindisi, Puglia. Grice:
“Buonsanto is a good one – I call him the Italian Wittgenstein; he talks of a
reasoned grammar (grammatical ragionata) and not of rules but regoletta – and
he like Austin speaks of the genius (il genio) del linguaggio – he speaks of a
‘philosophical approach’ to grammar – of ‘proposizioni’ and the rest – of
etimologia, and sintassi, so he is into implicature!” Filosofo pontaniano italiano. Nato nella
cittadina salentina nell'allora via Vento (oggi via Cesare Battisti), qui compie
i suoi primi studi classici. Fattosi domenicano, non ancora ventenne, entra nel
convento dei Padri predicatori di San Vito dei Normanni, ove si dedica allo
studio della filosofia scolastica.
Diventando educatore, si distingue per le sue idee innovatrici nei
metodi didattici, diventando ben presto un vero luminare del pensiero
pedagogico della cittadina. Diventa anche un attivo sostenitore del movimento
repubblicano, e insieme al notaio Carella, porta dalla vicina Brindisi un
albero di naviglio per piantarlo, in segno di libertà, nella piazza antistante
il Castello. Le sue convinzioni, però, lo costringono a fuggire da San Vito ed
egli ripiega prima a Ostuni e poi a Martina Franca, da cui raggiunge, da
ultimo, il convento di San Domenico a Napoli, dove muore. La città natale ha dedicato al suo nome una
scuola media cittadina. Dizionario
Biografico degli Italiani. Altre opere: “Etica iconologica”; “Il sistema metrico”;
“Geografia” “Storia del Regno di Napoli”; “Antologia Latina”; “Sistema d'istruire
i giovanetti”. By planting the tree, Buonsanti meant that he wanted peace.
Etica iconological: children learn by imitating: ‘sistema per educare i
giovinetti” – If we are looking for a typical Latin root for acting (or not
acting,a s in the prototype of the ‘lazy Latin lover’) we should search for the
‘agire’ root, that gives us action. Qua philosophers, we are interested in that
branch of philosophy that deals with action. Which one is it? Cannot be
‘morals’ because ‘ethos’ or mos is costume, rather than action. Analytic
philosophers speak of ‘philosophy of action’ – Grice: “But not I”. Grice: “In
my ‘Actions and Events’ I elaborate on this. I find that the vernacular English
is ‘do’ – and that we need a special interrogative. Socrates in Athens whatted?
He drank hemlock. Quandum – at what time – ubi – at what place, quia – for what
reason (all from Aryan qw- root) are each examples of such an interrogative. Grice:
“Latin is better equipped than English with the range of interrogatives whose
function is to inquire, with respect to any of the ten categories, which item
WITHIN the category would lend its name to achieve the conversion of an open
sentence into the expression of a alethically or practically satisfactory
utterance. Each of these interrogatives
(‘quando’, ubi, quia) have an INDEFINITE counterpart. Corresponding to ‘ubi’ is
‘unum ubi’. Corresponding to quod ‘unum quod’ – and so on. There is the
occasion when the utterer requires not a pro-NOUN, but a pro-VERB, parallel to
the two kinds of a pro-noun (interrogative and indefinite). A pro-verb is used
or serves to make an inquiry about an indefinite reference to one of ten
categories of items which a PREDICATE (P), qua epi-thet, ascribes to a subject
(S), in a way exactly parallel to the familiar range of a pronoun. Just as the
question, ‘WHERE [Ubi] did Socrates drink the hemlock’ is answered by ‘In
Athens’, consider the yes-no
question, ‘Socrates WHATTED in 399?’.
The question might be answered by ‘Yes’ – And given the principle of
conversational helpfulness, if one is in a position to specify what VERB we
would use to express, we do just that. ‘Drank’. And more specifically, ‘Drank
the hemlock.’ And given that Socrates did drink the hemlock in 399 B. C. as the
answer just reminds us, we say: ‘There! I *knew* that Socrates SOME-WHATTED in
399 B. C.” The Romans lacked our ‘do’ – which was a good thing for them, for
they were able to avoid our constant abuse of ‘do’ – the Roman equivalent would
be ‘agire’ --. By way of a periphrasis – by which we can come close to the
roman way. We ask, for example, WHAT did Socrates DO in 399 B.C.?’ In its
capacity as PART (along with ‘what’) of a make-shift pro-VERB, the very English ‘do’ –not a German thing, even! – can
STAND IN FOR (be replaceable by) ANY English VERB – or phrasal verb or verb
phrase (‘put up’) whatsoever. Cf.
pro-verb – do as proverb. They herd cattle, and raise corn, as we used to do. HereVito
Buonsanti. Vito Buonsanto. Keywords: prammatica del discorso, Peirce, icon,
Grice, iconic, iconologia, eicon, icon: Peirce, icon, Grice, iconic,
iconologia, eicon, icon, pratico e
prasso are cognate praktikos dalla radice per -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Buonsanto” –
The Swimming-Pool Library. Buonsanto.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Burgio: all’isola -- la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale -- the goths in Italy – Romans contra Goths – la guerra gotica
in Italia -- dialettica ostrogota – filosofia ostrogota – scuola di Palermo –
filosofia siciliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco
di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Palermo). Filosofo italiano.
Palermo, Sicilia. Grice: “You gotta love Burgio: my favourite of his
philosophical pieces are his study on the tradition, development and problems
of ‘dialettica’ – from Athenian onwards – and his explorations of
contractualism, since I’ve been called one – a contractualist I mean, as so was
Grice [G. R. Grice].” -- Alberto Burgio
Deputato della Repubblica Italiana LegislatureXV Legislatura Gruppo parlamentareRifondazione
Comunista CoalizioneL'Unione CircoscrizioneLombardia 3 Incarichi parlamentari
giunta per il regolamento; XI Commissione (Lavoro pubblico e privato);
Commissione esaminatrice del premio Lucio Colletti dal 28 luglio Dati generali
Partito politico PRC Titolo di studioLaurea in lettere e filosofia Professionedocente
universitario Alberto Burgio (Palermo),insegna Storia della filosofia presso
l'Bologna. È stato eletto deputato al Parlamento della Repubblica alle elezioni
politiche del legislatura). Si è occupato prevalentemente di storia
della filosofia politica e di filosofia della storia con studi su Rousseau e
l'idealismo classico, la teoria della storia tra Kant e Marx e il marxismo
italiano (Labriola e Gramsci), il razzismo e il nazismo. Altre opere: “Filosofia politica: eguaglianza,
interesse comune, unanimità” (Napoli, Bibliopolis). Rousseau, la politica e la
storia. Tra Montesquieu e Robespierre, Milano, Guerini); “Robespierre” (Napoli,
La Città del Sole); “Italia pre-aria” (Bologna, Clueb); “L'invenzione
dell’ario” Studi su razzismo e revisionismo storico, Roma, manifestolibri);
“Nel nome dell’ario. Il razzismo nella storia d'Italia” (Bologna, Il Mulino); “Modernità
del conflitto. Saggio sulla critica marxiana del socialismo, Roma, DeriveApprodi);
“Struttura e catastrophe” Kant Hegel Marx, Roma, Editori Riuniti); La guerra
dell’ario, Roma, manifestolibri); Gramsci storico. Una lettura dei
"Quaderni del carcere", Roma–Bari, Laterza); “La forza e il diritto.
Sul conflitto tra politica e giustizia” (Roma, DeriveApprodi); Guerra. Scenari
della nuova "grande trasformazione", Roma, DeriveApprodi); “Labriola
nella storia e nella cultura della nuova Italia, a cura di, Macerata, Quodlibet);
Escalation. Anatomia della guerra infinita, (Roma, DeriveApprodi); “Il contrattualismo”
(Napoli, La Scuola di Pitagora); “Dia-lettica, co-loquenza:Tradizioni,
problemi, sviluppi” (Macerata, Quodlibet); “Per Gramsci. Crisi e potenza del
moderno, Roma, DeriveApprodi); “Manifesto per l'università pubblica” (Roma,
DeriveApprodi); “Senza democrazia. Un'analisi della crisi, Roma, DeriveApprodi);
“Nonostante Auschwitz. Il ritorno del razzismo in Europa, Roma, DeriveApprodi);
“Rousseau e gli altri. Teoria e critica della democrazia tra Sette e Novecento,
Roma, DeriveApprodi); “Il razzismo, con Gianluca Gabrielli, Roma, Ediesse); “Identità
del male. La costruzione della violenza perfetta” (Milano, FrancoAngeli); “Gramsci.
Il sistema in movimento, Roma, DeriveApprodi); “Questioni tedesche, a cura di,
Mucchi, Modena, («dianoia»). “Orgoglio e
genocidio. L'etica dello sterminio nella Germania nazista” (Roma, DeriveApprodi);
“Il sogno di una cosa. Per Marx, Roma, DeriveApprodi); “Critica della ragione
razzista, Roma, DeriveApprodi. Any
Oxford philosophy tutor who is accustomed to setting essay topics for his
pupils, for which he prescribes reading which includes both passages from Plato
or Aristotle and articles from current philosophical journals, is only too well
aware that there are many topics which span the centuries; and it is only a
little less obvious that often substantially 66 Paul Grice
similar positions are propounded at vastly differing dates. Those who are in a
position to know assure me that similar correspondences are to some degree
detectable across the barriers which separate one philosophical culture from
another, for example between Western European and Indian philosophy. I GOTI. il l/F) (fa figlili; WT'I tragedia
lirica. INTERDONATO MUSICA DEL MAESTRO Iflfiii lillff! DA
lUPPHftSEINTAHSl, TEATRO NUOVO, PADOVA STAGIONE DI PIERA e MILANO, STABILIMENTO
MUSICALE LUCCA. A Teodorico, fondatore della signoria dei goti in Italia,
succede la figlia Amalasunta. Donna di animo virile, di bellezza
non comune, ed AMANTE DELLA ROMANA CIVILTÀ, e odiata dai principali signori
goti che ligi alle antiche costumanze vedeno di mal occhio la nuova
regina mostrare clemenza verso i vinti e prediligere usi e costumi
che secondo essi avrebbero finito col corrompere i vincitori degl’eruli e dei romani.
Amalasunta, a cui è tolta la tutela del proprio figlio Alarico che poi dopo
alcuni mesi perde miseramente la vita, crede di rassodare la propria
autorità sposando uno dei più potenti signori della sua corte a nome
Teodato, ma questi appena salito sul trono si une ai nemici di lei,
l'accusa di illecite tresche, le tolge ogni autorità e quindi la relega in
un castello sul lago di Perugia dove poi la fa
secretamele uccidere. Così la storia. PERSONAGGI ATTORI AMALASUNTA,
regina de' Goti, Baratiti; TEODATO, signore goto, suo cugino, Pandolpii
SVENO, giovane patrizio romano Sig. Filippo Patierno ftfcw LAUSCO, capo
de' guerrieri. Medini SVARANO, altro capo de' guerrieri
Calcaterra GUALTIERO, guerriero goto, amico di Sveno. Vistarmi
Guerrieri, Araldi, Sacerdoti, Signori goti, Congiurati, Damigelle
della Regina, Uomini e Donne del popolo. Trombettieri, Paggi. La scena è
nei primi tre atti in Pavia. Nel quarto atto sul lago Trasimeno. Il
virgolato si omette. Atrio colonnato nel Castello di Pavia. Ai lati alti e
lunghi por- tici che si perdono nelV oscurità. Un raggio di luna batte
sulle mura del Castello che si vede nel fondo. Il davanti della
scena è interamente immerso nell' ombra. Molli guerrieri goti
dormono sdraiati sul terreno. l«ausco è in piedi appoggiato ad una
colonna, immobile e pensieroso. Dal fondo s'avanzano cautamente Tediato e
Svarano. Teo. Lausco? Lau. ics.) Sì. Teo. Gessò la festa? Lau. Guarda.
dormono costor. Sva. Tutto tace. Teo. L'ora è questa
Che anelava il mio furor! Aborrito, disprezzato, Alla terra e
al ciel nemico. Quando l'astro del mio fato Parve a un tratto
impallidir, Sovra il capo d'Alarico Imprecando la sventura
Solitario in queste mura M'affidai nell'avveniri (o Lausco) Tremi
tu? Lau. Non tremo mai! Teo. Ei mi offese e m'oltraggiò, lo
d'ucciderlo giurai. Sei fedel? Lau. L'ucciderò. Sva.
Quando l'opra tia compita Ci vedrem? Teo. Del trono al
pie. Lau. Tu proteggi la mia vita; Io lo scettro appresto a te.
(entra rapidamente nell'interno del Castello) Teo. (dopo un istante
di silenzio, guardando attorno con terrore e prestando ascolto) Perchè tremo?
nulla sento. Sva. (a bassa voce) S'ei fallisse il colpo? Teo.
Ah no! (si sente un grido) Sva. Parmi un grido. Teo. (con
ansia terribile) Oh qual tormento! (grida confuse nelV interno del
Castello) Sva. Ah! L'uccise! Teo. (con gioia feroce) Io
regnerò! (partono rapidamente, mentre i guerrieri destati dalle
grida balzano in piedi e afferrano le loro armi.) Guerrieri, poi
Sveno. Alcuni guerrieri Qual suono! l'udiste? Altri guerrieri
Confuso lamento Sull'ali del nembo per l'etra echeggiò. Sveno
si precipita sulla scena pallido, coi capelli in disordine, colla spada
sguainata) Tutti Tu, Sveno? Ove corri? Sve. Tremate! Egli è
spento. Dei regi l'erede trafitto spirò! Tutti Trafitto
Alarico! Alcuni guerrieri All'armi! Altri guerrieri
terrore! Ma parla... rispondi! chi fu l'uccisore? Sve. Della
notte nel silenzio Era immersa la natura. Non s' udia fra queste
mura Che del gufo l'ulular. Quando un grido orrendo, atroce M'empie
il core di spavento. Ah, quel grido ancor lo sento Al mio orecchio
risuonar. Tutti Era il grido della morte Che venia fra queste
porte. Sve. Corro al prence... di sangue cosparso, Un pugnale avea
fitto nel petto. Non profferse il suo labbro alcun detto. Sol la mano mi
strinse... e spirò! Guerrieri (brandendo ferocemente le spade)
Morte, morte all'indegno uccisore! Si ricerchi... fuggir non ci
può! (entra Teodato e si confonde fra i guerrieri) Sve. Maledetto
il parricida, D'Alarico l' uccisori Di celarsi invan s'affida,
Di sfuggire al mio furor! Tutti All'armi, guerrieri! s'esplori ogni loco.
Già l'alba nel cielo propizia spuntò. Di ferri recinto -qui tratto fra
poco Fra strazii perisca - chi sangue versò! (partono in varie
direzioni, Sveno va per seguirli) Teoclato e Sveno.
Teo. Sveno, t'arresta. Sve. Da me che vuoi? Teo.
Giovane, ascolta; parlar ti vo'. D'ira sfavillano gli sguardi tuoi
Ma in core leggerti ben io lo so. (con sarcasmo) Tu Romano,
tu figlio d'Italia Ch'ora è serva e che un di fu regina, /
Goti 2 Puoi dei Goti temer la rovina, D'Alarico alla morte
tremar? Folle! Invano celare presumi L'empia gioia che tutto
t'invade, Tu che privo di patria e di numi Qui un asilo venisti a
cercar! Svfi. {con alterigia) E che vuoi dire? Tr0
D'Alarico estinto Or chi sul trono ascenderà, noi sai? D'imbelle
donna sulla chioma cinto Il diadema fatale or tu vedrai.
SvE.D'Amalasunta? Mai più degna mano Trattò lo scettro! Tfo.
(sogghignando) Ne più bella! v Insano! SvE. Solo ed
orfano reietto Sull'avel del padre estinto, Senza pane, senza
tetto, Io vivea di ceppi avvinto- Quando un angiolo di Dio
Quasi in sogno m'appari... E pietoso al dolor mio I miei ceppi
infranse un di. Or che cinto di perigli Sovra il trono assiso egli
e. Sfido l'uom che mi consigli Di tradire onore e fé! Teo Una
minaccia suonano Questi tuoi detti, o Sveno? So che per me
terribile Odio tu nutri in seno! Sve. Odio?... t'inganni. -
Sprezzo Mi desta un traditor. Teo. Ne avrai condegno prezzo
(raffrenandosi) Della regina il cor! Sve. Trema. ah trema!
Potrebbe a un mio detto Il tuo capo cadere al mio pie. -Finché l'ira
raffreno nel petto, Va, t'invola lontano da me! Teo. (Egli
l'ama ! Ogni sguardo, ogni detto (da sé) Il suo amore disvela per
lei. Vendicarmi fin d'ora potrei, Ma la sorte matura
non è!) Sve. Altro a dirmi t'avanza? Teo. E l'odio mio
Dunque, $veno, non temi? Sve, Io? Lo desio (partono da opposti
lati) Steca sala nel Castello di Pavia; in fondo un gran
verone dal quale si vede la pianura e in lontananza l'Appennino;
due porte laterali. Amalasunta sola. Ama. (guardando dal
verone) Ecco la luce... Coi suoi raggi il sole Le tenebre
disperde; e tu svanisci Fatai notte che a me toglievi il figlio,
Unica speme del mio core! Oh, come Sulla fronte mi pesa questa
triste Aurea corona! Alcune giovinette che passano sulla via, cantano in
lontananza) Cono esterno (Un giorno in quest'ora Per via m'incontrò.
Spuntava l'aurora Quand' ei mi baciò. È bello il suo viso, Mi
piace il suo cor, Mi piace quel riso Che parla d'amor!) Ama.
(prestando ascolto) Air opra usata allegre Quelle fanciulle avviansi
cantando. - Come sfavilla in quelle voci tutto Il contento
dell'anima! Io qui soffro! Un abisso ritrovo in ogni loco, In ogni
sguardo un tradimento... Ahi lassa! Coro esterno (come sopra) (Di
gemme e castelli » Se il ciel mi privò, «Degli anni più belli
» La fé mi lasciò. E tu, o giovinezza, Che allieti il mio cor, Mi
doni l'ebbrezza, Mi doni l'amor!) (il canto si perde in
lontananza) Ama. Eppure un dì di rosee Sembianze
rivestita Dono del cielo agli uomini Mi si pingea la vita: Quando
tra feste e gaudii Col nero crin gemmato I giorni miei
trascorrere Potea del padre allato. Or fra le tristi tenebre
Presso all'aitar di Dio Con disperati aneliti La morte invoco
anch'io. «Or che svanir le liete «Larve di pace e amor, Or che
si pasce l'anima Di lutto e di dolor. Lausco e Svarano entrano cautamente. Sva.
La vedesti? Lau. Piangeva; e quel pianto Un inferno nel petto
mi desta. Sva. E che pensi? Lau. Che a compier ci resta
Di Teodato il volere. Sva. Frattanto Simulare ne giova. Il mistero,
Della mente nasconda il pensiero. Lau. Per lei scampo più in terra non
v'ha;- S’essa cede, perduta sarà. LA GENTE ROMANA prostrata ed
inulta che un tempo sui mondo superba regnò caduta nel fango ci sprezza c'insulta
al giogo ribelle piegarsi non può. Ma IL FERRO DEL BARBARO forier di
sventura al suolo atterrando DI ROMA LE MURA L’ITALICA TERRA di sangue
inondò. Costei che di SENSI ROMANI è nutrita il brando dei padri vorrebbe
spezzar clemente redimer la schiatta aborrita sul trono con essa chiamarla a
regnar. Ma IL FERRO DEL BARBARO ancor non è infranto foriero per gl’empii di
lutto e di pianto più splendido al sole s’'appresta a brillar. A ina
lasunta, Lansco e Svarano~ Lai. (inchinandosi in umile
atteggiamento) Alla regina messaggier m'invia li consesso dei
prenci e dei guerrier. Ama. Parla, signor. Lau. Nella parola
mia De' tuoi fedeli udrai franco il pensier! Una nemica
parricida mano A noi il re, a te toglieva il figlio. A che celarlo?
Il tradimento insano Cinge il trono di lutto e di periglio.
(marcato) Di questo scettro che ora stringi puoi L'immane pondo
sostener tu sola? il Ama. Mal t'intendo, guerrier... Da me che
vuoi? Oscura giunge a me la tua parola. Lau. Su quel trono a
te d'accanto Cinga un prence la corona. Se fìnor la madre ha
pianto, La regina or dee regnar. Ama. (quasi parlando a sé stessa. Dunque,
o schiava, tergi il pianto! Su, di fiori t'incorona! Pronta è 1' ara;
non di pianto, Questa è l'ora d'esultar! Di mio figlio dal letto di
morte Voi volete condurmi all'aitar? Sceglier dunque
m?è forza un consorte, Queste bende funèree squarciar? Sva. E
possente adorata re ina Sovra i Goti regnar tu potrai; Poiché
salva da certa rovina In tal guisa l'Italia sarà. Lau. Del sangue
dei regi Prescelto dal fato, Vi ha un prence che al
trono Sol puote aspirar. Ama. Chi è desso? rispondi!
Lau. S'appella Teodato. Ama. Teodato dicesti? (da sé) Mi sento
mancar! Lau. Neil' ombra e nel silenzio, Solo col suo
pensiero, Visse del mondo immemore, Fido alla patria e al
re. Non è guerrier, ma a reggere Il contrastato impero, l
fidi tuoi ten pregano, Devi innalzarlo a te! Ama. Non fia mai
! Sva. Che parli, o regina? Ama. Io noi deggio. Lau. Da
certa rovina Puoi tu sola la patria salvar! Sva. Bada, o
donna ! Secreta, possente Dei Romani l'astuzia congiura. Se sul
trono regnar vuoi secura, No, mei credi, non devi esitar. Lau. Che
risolvi? Ama. Noi deggio. Lau. (deposto l'umile atteggiamento e
minaccioso) Al comun voto Amalasunta ceda! -A te pon mente!
Ama. E tanto ardisci ? Parti! Lau. Ancor m'udrai ! Avvi un romano in questa
corte: -ha nome Svenoe tu 1' ami! Ama. (da sé) (Cielo!)
Lau. (afferrandola per la mano) Incauta, trema! Se esiti o nieghi,
in questo istesso istante Sarà Sveno dannato a orrendo scempio.
Della morte del figlio a tutti innanzi 10 qui l'accuserò. Ama. (con
impeto) Menzogna infame! Egli è innocente... e tu lo sai '
Lau. Che importa? Sva. EGLI È ROMANO qui ciascun l’aborre il popolo
è a noi ligio e speri invano. Ama. Ahimè! Sva. Risolvi. Ama. (dopo un
istante d'esitazione) Ebbene... ei fìa salvato. A me consorte, sarà
re Teodato. a 5 Sva. Dell'impero dei Goti la stella S'
oscurava nell' italo cielo. Ma fra breve più fulgida e bella La
vedranno i nemici brillar, E nel fango dovranno gli ignavi, Sempre
schiavi, servire e tremar! Lau. (Io trionfo! Più fulgida e bella (da
sé) La mia stella risplende nel cielo. La perduta possanza che
anelo Sol Teodato a me puote ridar. E nei fango dovranno gli
ignavi, Sempre schiavi, servire e tremar !) Ama. Ahi, s'oscura,
tramonta mia stella (da sé) Che finora brillò senza velo.
Signor, tu che regni nel cielo 1 miei passi tu devi
guidar, E redenti dovranno gli ignavi, Non più schiavi,
al mio nome acclamar! (alle ultime parole Sveno compare in fondo alla
scena. Lausco e Svarano escono gettando su Sveno uno sguardo di
trionfo) Aniala«uiita e Sveno. Sve. Grida di gioia
risuonar qui sento. Ama. (Ah, tutto ignora.) [da sé) Sve. Eppure d'
Alarico L' inulta salma nell' ave! non scese. Ama. Chi del
figlio a me parla?... In queste soglie Sanguigna luce spanderan fra
breve A sacrileghe nozze le votive Faci d'Imene. - A che mi guardi
? Il fato A me 1' impone ; sarà re Teodato. Sve. (arretrando con
grido di dolore) Ah! Ama. Tu piangi? Io asciutto ho il
ciglio. Mai non piange una regina. Della patria nel periglio
Ogni affetto tacer de. Quel poter che mi trascina D'altro amore è
in me più forte, Affrontar saprei la morte. Se la patria il chiede a
me. Sve. »Tu spezzasti mie catene, «Vita, onori a te degg'
io. Ogni avere ed ogni bene »Che beasse il pensier mio. Tutto
è sciolto. - Un dì saprai Se t'amò quest'infelice, Ma quel giorno,
o traditrice, Io vederlo non potrò. Alla tomba or mi trascina
Questo amor di me più forte, Sotto i colpi della sorte L'alma
affranta si spezzò! (si ode il suono di una marcia funebre) Coro
esterno (Neil' avello dei padri discendi Dormi in pace,
figliuolo dei re. Prega il ciel che i presagi tremendi Sian dai
Goti sviati per te. La tua vita ha troncato il destino, Sulla
reggia or si libra il dolor. Piombi almeno lo sdegno divino Sovra
il capo all'infame uccisori) Ama. (con voce straziante) Ah... quelle
voci!... Son le preci estreme. Sovra la tomba di mio figlio... Io manco. (lasciandosi
cadere quasi svenuta sopra una sedia) Sve. (con disperata ironia)
In te ritorna. Le funeree faci Alle tue nozze pronube, domani
Risplenderanno! In te ritorna! Esulta! CORO esterno (allontanandosi
gradatamente) (Nell'avello dei padri discendi, Dormi in pace,
figliuolo dei re. Prega il ciel che i presagi tremendi Sian dai
Goti sviati per te. La tua vita ha troncato il destino, Sulla
reggia or si libra il dolor. Piombi almeno lo sdegno divino Sovra
il capo all' infame uccisori) Ama (quasi in delirio) Dove sono? Ah,
già fissato, Scritto in cielo è il fato mio! Non dagli uomini, da
Dio, La pietà sperar si de! Sve. Tu dagli uomini, da Dio,
Maledetta sei da me! Una sala nel Castello di Pavia. Una porta in
fondo. Teodato solo. Teo. E ancor non riede... Inebbriante meta
Cui da tanti anni ascosamente anelo, Splendida larva di mie notti,
alfine Io ti raggiungo! Pur mi costi! A mezzo Volgea la notte, ed
io sognava... ahi, truce Terribil sogno! - Mi cingea la chioma La
corona regale, e sovra il trono D'Amalasunta al fianco io m'era
assiso Al sinistro chiaror delle pallenti Faci di morte... e
innanzi a me sorgea Dell'ucciso Alarico insanguinato L'orrido
spettro, e mi guardava come Quando nei petto il suo pugnai gli
infisse Lausco!... e con la man parea dal soglio Strapparmi a
forza!... ed io tremava. - Oh vile Debolezza dei core!... D'un
delitto A me che monta, se ciascun l'ignora? No, più non tremo. -
Già la notte sparve E con essa svanir fantasmi e larve! Nei cupo
orrore di notte bruna Quando la luce nel ciel fuggì, Fosca sibilla
fin dalla cuna A me lo scettro predisse un dì. E da quel giorno
speme funesta Per anni ed anni rinchiusi in cor; E nel silenzio
d'aspra foresta Solo, spregiato, vissi fìnor. Sangue mi costa quel
serto, è vero: Ma la mia sorte compir si de. Colpe e delitti sprezza
il pensiero Se ad essi è premio poter di re. Se al soglio stendere
la man poss'io Che a me il destino - vaticinò, Sui vinti popoli -
lo scettro mio Dall'Alpi al Brennero distende. Laureo, £ varano e
Teodato. Lau. Possente è quest'oro che tutto conquide! Teo.
Che rechi? Sva. Trionfi ; - la sorte ci arride. L\u. La
credula plebe venduta esultò. Il trono or t'aspetta. Teo. Calcarlo
saprò. Lau. «Ma pria che tu cinga la chioma del serto, »0 prence,
rammenta chi un trono t'ha offerto. «Dell'opra tremenda qual premio
sperai, «Teodato, scordarlo potresti? Teo. Giammai. Sva. Non
scordar quella notte e il pugnale che nell'ombra celato ferì. Lau. Non
scordar che un destino fatale nello stesso delitto ci unì. Teo. Io la
mente, le braccia voi siete in quest'opra di sangue e d'orror; Se
compirla, o guerrieri, saprete A voi dono possanza e tesor! Cadde
Alarico. Ma quel sangue è poco, Altri deve saziar l'ira del seno. Lau. Altri?...
t'intendo. Teo. Amalasunta e Sveno. Nella pianura di Pavia, commosse
S'adunano le turbe.Amalasunta Oggi il serto mi cinge! Sva. I miei
guerrieri io stesso condurrò. l jA u. Popolo e prenci A1 tuo
trionfo acclameranno. Sva. Quando L'ora fìa giunta, la fatale
accusa Profferisca il tuo labbro! AU - A noi la cura Lascia del
resto. Teo. La superba donna Ed il suo drudo, d'uno stesso
colpo Atterrati cadranno. - mia vendetta! Ad essi morte...
^AU. Il soglio a te s'aspetta. Teo., Lau. e Sva. (a tre)
Sol d'Italia, di luce funesta Splendi in questo bel giorno
sereno. L'atra gioia che m'arde nel seno, La mia sorte rischiara
così. Potrò alfine, a me intorno prostrata, Calpestarti, empia
turba di schiavi. Vili e ignavi! Già l'ora è sonata, Di vendetta
già corrono i dì. (partono per opposti lati) La gran pianura di
Pavia: si scorge a grande lontananza la città presso a cui scorre il
Ticino, e più lontano ancora la ca- tena degli Appenini. Da un lato
s'innalzerà un trono for- mato di trofei d'armi. Sveno, indi
Gualtiero. GuA.Chi veggio? Sveno in questo loco? stolto!
Fuggi! t'invola ai colpi della sorte! Altro scampo non hai...
Taci? Sve. Io t'ascolto. Non ti comprendo. Oua. E che
mai speri? Sve. Morte! Agli infelici altro non resta in
terra. Così tradirmi!... Iniqua donna! Gua. E sei
Uomo... e guerriero! Sve. Un dì lo fui! - M'atterra Or
la sventura. - Ahimè!... perchè vivrei?... (con 'profonda
tristezza) Della sua fede immemore E dell'amor giurato, Essa
i legami infrangere Volle del mio passato. Ma nel troncar quei
vincoli Ch'eterni io pur credea, Senza pietà la rea Anche il
mio cor spezzò. Fonte d'amare lagrime È l'avvenir, lo
sento. Verranno per la misera I dì del pentimento. Ma di quel
giorno infausto, Forse lontano ancora, La sanguinosa aurora,
Gualtiero, io non vedrò! [squilli di trombe; sì comincia a sentire in
lontananza il suono di una marcia trionfale che si va sempre più
avvicinando) Gua. Odi? Sve. {con rabbia) Ei trionfa! Folgori Non
ha per gli empi il cielo! Or gli omicida ammantansi Della virtù col
velo. Gua. Che parli? Sve. Un fero dubbio Mi
tormentava il petto. Ora in certezza cangiasi L' orribile sospetto.
Gua. Che far vorresti? Sve. Nulla. Io spettator - qui
resto. Gua. Ti uccidi! Sve. Il voto è questo Più
ardente del mio cor! Al suono di marcia trionfale si avanzano i guerrieri,
i principi, i sacerdoti, i congiurati, il popolo.Indi preceduti da
una schiera di guardie Amalasunta e Teodato rivestiti delle insegne
reali; poi Lausco, Starano ed altri guer- rieri. Sveno e Gualtiero si
confondono tra la folla; il popolo manda grida festive. Coro
generale Giunta è l'ora - dei Goti la stella S'oscurava
nell'italo cielo; Ma fra breve più fulgida e bella La vedranno
i nemici brillar. E nel fango dovranno gli ignavi Sempre
schiavi - servire e tremar! Lau., Sva. e Congiurati (a bassa voce tra di
loro) (Nel silenzio, nell'ombra celati Già a piombare la
folgore è presta... Dee quel serto di luce funesta Di Teodalo
sul capo brillar. Pronti all'opra; già l'ora è suonata; Gli
empi schiavi dovranno tremar!) Ama. Popolo e prenci, udite il mio
pensiero Or tutti voi che a me giuraste fé, Del mio
talamo a parte e dell'impero Ognun saluti in Teodato il Re! Tutti
Viva, viva Teodato! Rintroni TUTTA ITALIA DI CANTI E DI SUONI E dei Rardi
l'accento ispirato dica al mondo i dettami del fato. Teo. (in piedi sul
trono) Su, mescete in colmi nappi! La mia gioia ognun
divida. Ogni volto qui sorrida Del contento del suo
re! Lau. Sva. e Coro Su, libiamo e repente rintroni
Tutta Italia di canti e di suoni ; E dei Bardi l'accento ispirato
Narri al mondo i dettami del fato! Sve. (slanciandosi di mezzo alle
turbe Or tutti ascoltatemi: Vo' bevere anch'io! Le tazze
spumeggiano, Esulta il cor mio. Qui dove è sepolta La salma
tradita, Unirò, i sacrileghi, La morte alla vita! Ama.
Sciagurato! Teo. Quai detti! Che sento! Tutti Vanne,
fuggi: raffrena il tuo accento! Sve. Di cantici e suoni (con
impeto) Rintroni la reggia, Il vin che rosseggia È
sangue d'un re! Su, datemi un calice, Lo vuole il destino; Al
prence assassino (additando Teodato) Bevete con me!... Teo.
(alzandosi furibondo) Ah... è troppo! - Guerrieri! Addotto in
ceppi Ei venga, e tosto sia dannato a morte! Ama. (gettandosi ai
piedi di Teodato) Deh, pietade, pietà della sua sorte! Ei
delira, infelice. Guerrieri e Popolo A morte! A morte! Teo. (con
voce terribile respingendo Amalasunta) Per lui preghi? Invan lo
speri. Temi or tu lo sdegno mio. Tutti io leggo i tuoi
pensieri, E tuo sposo e re son io! (* guerrieri si slanciano contro
Sveno) Ama. Deh, fermate, o ciel. Teo. Popolo! Sve.
indegno! Teo. L'ultima ora per gli empi suonò! donna, io t'accuso!
(ad Amalasunta) (al popolo) Per sete di regno Del sangue del
figlio costei si macchiò ! Ama. cielo, e tu il soffri!? Lau., Sva.
e Congiurati (tumultuando) Discenda dal trono! Di cingere il
serto più degna non è! Sve. Ah, l'empio trionfa! Tutti Non speri
perdono! Discenda dal trono! Congiurati Teodato fia
re! Ama. (strappandosi la corona e calpestandola) M'uccidete! il
patibolo è presto. Ecco il serto... ai miei pie lo calpesto! Ma tu,
vile che esulti, paventa! Già la folgore piomba su te! Sve. Sì,
m'uccidi ! Ma larva cruenta (a Teodato) Me nei sogni, alle veglie
vedrai! Sì, m'uccidi, ma ovunqne ne andrai Ombra irata verronne con
te! Teo., Lau., Sva., Congiurati e Coro Traditori, tremate!
Egual sorte Vi riserba al supplizio, alla morte! Empii entrambi!
Tremendo, funesto, Vi colpisce lo sdegno del re! (Amalasunta e
Sveno sono trascinati dai guerrieri, mentre il popolo ed i Congiurati
acclamano Teodato.) Sala semidiroccata di un castello sul lago Trasimeno.
In fondo a destra una scalinata conduce alla terrazza di una
vecchia torre da cui traspare un lembo di cielo, solcato da neri
nu- voloni. - A sinistra pure sul fondo due porte le quali apren-
dosi lasciano vedere il lago. - È notte tempestosa. Una lam- pada
rischiara debolmente la scena. Amalasunta seduta, immersa in un cupo
silenzio: alcune Damigelle le stanno intorno. Dam. (parlando
fra loro) Oh, come rugge la tempesta. Udite? Con sinistro fragor,
del lago i flutti Solleva il vento sibilando, e l'etra La folgore
rischiara... Ama. Ahi... triste idea! Dam. Favella seco stessa... Ah, la
ragione L'infelice smarriva, il dì fatale Che qui all' esiglio la
dannar. Ama. Lo sento... Me chiama il figlio... e, nel
lenzuol funebre Avvolto, un uomo gli è d'accanto..: oh il veggio!
Sveno... Sveno tu sei! Che parli? E puoi Maledirmi così? Ah no, non fìa! Troppo
il vivere è grave all'alma mia! Dam. Geme e soffre... l'atroce sventura [fra
loro) Di sua mente il sereno offuscò. Così buona, sì candida e
pura Già tremendi dolori provò, (le Dam. partono) Ama.
(inginocchiandosi) Signor, che col sangue hai redento Dei
mortali feroci il destino, D'una misera ascolta il lamento, Su lei
volgi lo sguardo divino. Figlio, amici, corona
perdei!... Deh, mi togli, o Signor, questa vita. Tu che padre pei
miseri sei, Deh, perdona alla donna tradita! (si sente un fragore
d'armi che va sempre -più avvicinandosi) Sveno seguito da alcuni
guerrieri romani ed Amalasuitta. SvE. (accorrendo ad Amalasunta)
Ti riveggo... oh gioia! Ama. (indietreggiando con terrore)
Ognora La sua larva appar così. Sve. Di salvarti è tempo ancora. Per
salvarti io venni qui! Oh quante montagne stanotte ho varcato, Per
aspri sentieri, dei lampi al chiarori Tra gli ermi dirupi la mano del
fato »I passi guidava del mio corridori Coll'oro corruppi gli
sgherri inumani; Dell'empio i disegni svelarono a me... Fra poco a
svenarti verranno gli insani. Qui corsi a salvarti o morire con te.
Ama. Deh, taci! Vaneggi che parli di morte? Quest' oggi serena ci
arride la sorte. Sve. (con affetto e rapidamente) Vieni... fuggiam!
Propizia É la tempesta a noi. Vieni... i miei fidi attendono,
Salvare ancor ti puoi! In altre terre profughi Scampo securo
avremo. Là, ignoti al cielo e agli uomini, Vivere ancor
potremo! (dal fondo entra Gualtiero) Ama. (sempre delirando e
sorridente) Taci... che l'onda aspetta. Azzurro è il ciel sereno. Sull'agile
barchetta, Vieni, ci culli il mar' Vedi, soave e placido
Tramonta il sole, o Sveno. Della mia vita il tramite Voglio così
troncar! Sve. (disperatamente) Infelice!... non m'ode... o
sventura! Ah, ritorna in te stessa!... Gua. (che in quel frattempo
avrà spiato dalla porta in capo allo scalone, accorrendo
rapidamente) V affretta! Già d'armati risuona il
fragor! Sve. (tentando trascinare Àmalasunta) Vieni, ah vieni. Ama. La
lieve barchetta. Sovra il mare ci culli. Gua. Oh terror! Sve. A
forza si tragga! Alcuni Romani (accorrendo da una porta laterale) È
tardi! t'arresta! Già cinto è il castello. Sve. La morte ci
resta! Coro di Goti (interno) S'atterrin le
porte! Gua. Più speme non v'è! Sve. (sguainando la
spada) Guerrieri, a pugnare venite con me! {Sveno getta un
ultimo sguardo sopra Àmalasunta quasi assopita, e parte con Gualtiero ed
i guerrieri) Si ode il lontano cozzo delle armi ed il fragore della
pugna. Damigelle accorrendo atterrite. Dam. Regina, regina.
Deh, sorgi... ti desta; Non odi dell'armi la furia funesta?
Ama. Voi piangete?... sul mio ciglio Ora il pianto inaridì...
(t7 rumore si va sempre più avvicinando) Non sapete? Aveva un
figlio. Era bello... eppur morì. Molti ROMANI attraversano la scena fuggendo
nella mas- sima confusione e gridando) Guerrieri romani
Fuggite! I nemici già infranser le porte!... Fuggite! v' attende
terribile morte. (partono; le donne fuggono anch'esse; la scena resta
deserta) Ama. (sempre immobile e sorridente) Dalla madre
l'han diviso; Poca terra il ricoprì. E la madre dell'
ucciso Più non piange da quel dì!... (il fragore della mischia è al
colmo. Sveno mortalmente ferito si precipita sulla scena, e va a cadere
ai piedi di Amalasunta.Sul limitare della porta in fondo compare
Teodato colla spada sguainata, seguito da Lausco e Svarano.)
Amalasunta, Sveno» Teodato, Lausco, Svarano. La scena è rischiarata
dai lampi. Ama. (nel vedere Sveno moribondo, quasi destandosi da
un sogno) Tu Sveno!... che miro?... Sve. (con voce morente)
Salvarti. voli' io. L'estremo sospiro... tu accogli del cor. Ama. (alzando le
mani al cielo disperatamente) morte, a che tardi? Teo. (con
feroce ironia, avanzandosi) Fia pago il desio!... La morte
che chiedi, io t'arreco! Sve. (tentando sollevarsi) Oh furor !
Teo. Col tuo drudo ai danni miei Qui tessevi inganni
ancora. In mia possa alfine or sei... Di tua morte è giunta
l'ora!... (sguainando il pugnale) Questo ferro, ah tu
noi sai, Il tuo figlio uccise un dì! [Sveno con supremo sforzo
a/ferrando la spada si solleva per slanciarsi su Teodalo, ma fatti alcuni
passi ricade al suolo e muore, - La tempesta rumoreggia colla mas-
sima violenza) TEp. {gettando il suo pugnale ai piedi di
Amalasunta) Or lo prendi. - A te il serbai, Or che il fato si compi
! Ama. (afferrando il pugnale e sollevandosi in tuono profetico e
solenne) Godi!... ma ascoltami: Vicina a morte, Io la
tua sorte Predico a le! Ancora un anno... Poscia al
cospetto Del cielo - giudice T aspetto - o Re! (si uccide e
va a cadere presso il cadavere di Sveno.) Lau., Sva. Un
anno! Teo. (tremante) I delitti han forse un confine Che il
piede dell'uomo varcare non può?.Guerrieri Goti (prorompendo sulla scena con
faci ed armi insanguinate) Del sangue degli empi-rosseggian le
sale; Già cadder svenali -dal nostro pugnale, E il popol di schiavi
- che Italia rinserra Fra i re della terra - Teodato acclamò! Alberto Burgio.
Keywords: dialettica ostrogota, filosofia ostrogota, filosofia aria, filosofia
occidentale – Grice: the east and west --. “Those in a position to know” ostrogoto,
longobardo, ario, ariano, mistica, scuola di mistica, lingua, religione,
l’italia longobarda, l’italia ostrogota -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Burgio” – The
Swimming-Pool Library. Burgio.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Burtiglione.
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