Tuesday, June 10, 2025

GRICE ITALO A-Z B

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!: ossia, Grice e Bovio: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del linguaggio – l’animale parlante – homo symbolicus – un tono, una figura – scuola di Trani – filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Trani). Filosofo pugliese. Filosofo italiano. Barletta-Andria-Trani, Puglia. Grice: “You’ve got to love Bovio; he has a stamp, I don’t. My favourite is his piece on ‘linguaggio,’ on the implicature (plural of implicatura) of the ‘animale parlante’ – ‘un tono, una figura, …’ – But he also philosophissed fascinatingly on ‘La lotta,’ which is a bit like my model of conversation as a competitive game.” politico italiano, sistematizzatore dell'ideologia repubblicana e deputato al Parlamento del Regno d'Italia.   La casa natale di Giovanni Bovio a Trani Giovanni Scipione Bovio nasce a Trani da Nicola Bovio di Altamura, impiegato, e Chiara Pasquini.  Autodidatta, pubblica Il Verbo Novello, un poema filosofico scritto con intonazione enfatica. Fra i suoi scritti si ricordano la Filosofia del diritto, il Sommario della storia del diritto in Italia, il Genio, gli Scritti filosofici e politici, la Dottrina dei partiti in Europa, i Discorsi. Sotto il Ministero Minghetti, ottenne il pareggiamento della cattedra di Storia del Diritto all'Napoli e, consegui la libera docenza in Filosofia del diritto.  Bovio fu anche deputato alla Camera: nel 1876, con il subentrare della Sinistra costituzionale alla Destra, fu eletto nel collegio di Minervino Murge. Il suo atteggiamento, diversamente da quello dei suoi compagni che condividevano l'idea repubblicana, non fu incline all'astensionismo. B. sposò a Napoli Bianca Nicosia dalla quale ebbe due figli, Corso Bovio, così chiamato in onore agli italiani di Corsica sottomessi al dominio francese e Libero Bovio, poeta ed autore dei testi di molte celebri canzoni napoletane. Libero Bovio, a sua volta, fu il nonno dell'avvocato, giornalista e docente Libero Corso Bovio. Napoli fu la sua città di adozione, dove morì. La città gli ha dedicato una piazza, che i napoletani continuano però a chiamare con l'antico nome di Piazza Borsa. La città di Firenze gli ha dedicato una strada. La città di Piombino gli ha intitolato la piazza sul mare più grande d'Europa, Piazza B.. La città di Teramo gli ha intitolato un importante viale. La città di Terni gli ha intitolato un intero quartiere che comprende tutta la zona est chiamato, appunto, Borgo Bovio.  «(Napoli) In questa casa morì povero e incontaminato B. che meditando con animo libero l'Infinito e consacrando le ragioni dei popoli in pagine adamantine ravvivò d'alta luce il pensiero italico e precorse veggente la nuova età.»  (Epigrafe di Mario Rapisardi) Il pensiero Targa in memoria di Bovio nella piazza di Napoli a lui dedicata  Passo Corese: targa, con testo attribuito a B., dedicata a Garibaldi  B. era sostanzialmente contrario alla monarchia. Come ideologo repubblicano, B. ebbe il motto "definirsi o sparire": palesò insomma ai repubblicani l'esigenza urgente di un'impostazione non confusa e non settaria, di una chiara direzione che spinse poi i repubblicani a definirsi in partito di moderno tenore.  B.  stabilì per il Partito repubblicano nessi e prospettive nazionali ed europee.  Egli considera la monarchia come l'attuale realtà italiana. Ne segue che la repubblica è utopia, e B. si dichiara utopista. Nel suo pensiero la monarchia cadrà, proprio quando dovrà risolvere il problema della libertà. Serve comunque un lungo periodo perché la situazione monarchica si deteriori. Colma evidentemente di determinismo, la sua filosofia si definiva come naturalismo matematico.  Differentemente dalla teoria socialista, B. riteneva che il nuovo Stato a venire avrebbe avuto una "forma storica", non potendo dimensionarsi unicamente sulla base di azioni economiche. B. introduceva dunque una concezione formale dello Stato, che si sforzò di divulgare anche presso i ceti operai.  Fu molto considerato anche a Matera dove non si dimenticava peraltro che nella locale "scuola detta regia, fondata da Tanucci, libero pensatore dei tempi suoi, quando era libertà contrastare alle pretensioni papali, fu insegnante di letteratura e di diritto B., il quale intese queste dottrine nella libertà e per la libertà. Quell'insegnamento fu seme fecondo, e dalla sua scuola venne fuori la nobile schiera dei martiri, i cui militi rispondono ai nomi di Firrao, Torricelli, Mazzei, Cufaro, Santoro, Passarelli, Malvezzi". A circa un anno dalla sua morte, nella "giornata più adatta" come "il fatidico XX Settembre", gli intellettuali laici materani con la loro associazione Torricelli tennero una solenne commemorazione "per pagare un tributo di affetto e di riverenza al Grande, che ci fu Maestro e ci amò di quell'amore di cui sono capaci soltanto gli educatori come Lui" dice un oratore. E un secondo aggiunge che "la titanica figura di quell'illustre profeticamente ci addita il sole dell'avvenire", per cui il tributo di affetto al suo carattere fiero ed onesto è tanto più doveroso "in questi tempi borgiani". Un terzo oratore, rivolgendosi al sindaco Sarra, e nel consegnargli la lapide, lo invita ad additare "quel nome a questi onesti operai per indirizzarli sulla via della dea ragione, scuotendo così il giogo dell'oscurantismo e della superstizione, che li avvince e li abbruttisce". Promessa che il sindaco Sarra non esita a fare, ritenendo quel marmo "un severo monito all'indirizzo di tutti coloro i quali nulla fecero e tuttora nulla fanno per strappare la nostra plebe dalla miseria, dalla ignoranza, dalla superstizione, dall'abbruttimento secolare". Per la precisione, la lapide commemorativa, scoperta quel giorno sulla facciata del palazzo di giustizia, sarà tolta negli anni '30 per iniziativa della sezione fascista (e gli incauti scalpellatori si riferiranno nell'operazione).  B. ebbe comunque anche l'esigenza di definirsi rispetto agli anarchici. La forma repubblicana, scrisse, è a metà strada fra la monarchia e l'anarchia, vale a dire fra l'ipertrofia dello Stato e la sua totale anarchica abolizione. Non a caso, quando l'anarchico Bresci compì l'attentato contro Umberto I, B. invitò tutti gli anarchici a desistere dalla violenza. In sostanza, un'esagerazione utopistica tradotta in atti sanguinari (l'opera degli anarchici) avrebbe prodotto un rafforzamento reattivo dell'autorità costituita, allontanando proprio il momento dell'avvento della repubblica. Troviamo in lui un tentativo di superare l'idealismo della metafisica idealistica e insieme con essa l'approccio empirico del positivismo. Fondamentalmente B. introdusse in Italia l'eco delle nuove correnti speculative nella filosofia del diritto.  B. — cittadino di spartana austerità — fra il mercimonio affannoso dei politicanti — pensatore solitario — fra lo strepito di cozzanti dottrine — artefice possente di stile — fra la pretenziosa nullaggine dei parolai — traversò impavido — le torbide correnti del secolo — e ne uscì puro a fronte alta — con l'animo illuminato — dalla fede confortevole — nell'ascensione perpetua del pensiero umano.»  (Epigrafe di Rapisardi) Bovio e la massoneria Bovio fu un membro eminente della massoneria (raggiunse il 33º ed ultimo grado del Rito scozzese antico ed accettato), così come lo erano i suoi familiari (suo padre Nicola, suo zio Scipione e suo nonno Francesco Bovio). Iniziato nella Loggia Caprera di Trani B. ne divenne oratore. Su invito della massoneria milanese, tenne a Milano la commemorazione del centenario della morte di Voltaire. Nominato membro del Grande Oriente d'Italia, di cui presiedette la Costituente. Eletto grande oratore, e restò in carica fino alla Costituente. In Campo dei Fiori a Roma, fu l'oratore ufficiale per l'inaugurazione del monumento a Bruno, voluto dalla massoneria romana ed eseguito da Ettore Ferrari, che sarà gran maestro del Grande Oriente d'Italia. Gran Maestro della Loggia Napoletana, candidato all'elezione di Gran Maestro nazionale. In un'interpellanza rivolta al presidente del consiglio e ministro dell'interno marchese di Rudinì a proposito dei provvedimenti che aveva annunciato contro la massoneria, Bovio disse «La massoneria è un'istituzione universale quanto l'Umanità ed antica quanto la memoria. Essa ha le sue primavere periodiche, perché da una parte custodisce le tradizioni ed il rito che la legano ai secoli, dall'altra si mette all'avanguardia di ogni pensiero e cammina con la giovinezza del mondo»  Il centenario della Rivoluzione di Altamura  Celebrazioni per il primo centenario della Rivoluzione di Altamura (con B.) B. partecipò alle celebrazioni del centenario della Rivoluzione di Altamura, durante il quale fu eretto un monumento sulla piazza centrale di Altamura, che ancora oggi è presente e che fu realizzato da AZocchi. Il padre di B., B., era di Altamura, così come lo era suo nonno B., il quale insegnò diritto presso l'Università degli Studi di Altamura.  Nel suo discorso, B. esaltò lo spirito degli altamurani e affermò che il concetto di libertà era stato sempre vivo nei loro cuori. Anche grazie al fervore di idee dell'antica Altamura, dotti, nobili e plebei altamurani si erano uniti tutti sotto l'idea di libertà ed erano pronti a sacrificare le loro ricchezze, i loro titoli e persino la loro vita per la libertà.  Antenati e discendenti di B. Francesco Maria B.) nonno di B. professore di diritto e lettere presso le Regie Scuole di Matera e l'antica Università degli Studi di Altamura. Fu anche "giudice interino di pace" e massone iscritto alla loggia "Oriente di Altamura". Difese inoltre la Repubblica Napoletana, prendendo parte alla Rivoluzione di Altamura B. padre di B. carbonaro (iscritto alla vendita "il Pellicano" di Trani) Scipione Boviozio di  B. carbonaro (iscritto alla vendita "il Pellicano" di Trani) Corso B. figlio di B.- avvocato del foro di Napoli e successivamente docente Diritto Penale Milano Libero B. figlio di B. poeta e musicista B. nipote di B. avvocato del foro di Milano  Libero Corso B. pronipote di B. avvocato, giornalista e docente Matera contemporanea Cultura e società, Sacco, Basilicata editrice  Scirocco, B. in Dizionario biografico degli italiani,  Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Gran Loggia. Massoneria e i suoi trecento anni di modernità, una mostra ricorda i massoni protagonisti del Novecento Grande Oriente d'ItaliaSito Ufficiale, su Grande Oriente d'Italia).  Cordova, Massoneria e Politica in Italia, Carte Scoperte, Milano Biografia di B. (con video GOI radio), su montesion Gnocchini, L'Italia dei Liberi Muratori, Erasmo ed., Roma,  Copia archiviata, su comunedipignataro. Morto l'avvocato B., "principe" della difesa, in La Stampa, B., Teatro morale dogmatico-istorico, dottrinale e predicabile, Roma, nella stamparia di Placho presso a San Marco, B., Teatro morale dogmatico-istorico, dottrinale e predicabile. Tomo secondo, In Roma, per Filippo Zenobj stampatore, e intagliatore di n.s. Clemente XII, incontro il Seminario Romano, Repubblicanesimo Partito Repubblicano Italiano Piazza Giovanni Bovio (Napoli) Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana,.  Opere di Giovanni Bovio, su Liber Liber.  Opere di B., su openMLOL, Horizons Unlimited srl. Opere di B.,. B. su storia.camera, Camera dei deputati.  Carlini, B. in Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, giovanni-bovio. Alfonso Scirocco, B. in Dizionario biografico degli italiani,  Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Filosofia Politica  Politica Categorie: Deputati della XIII legislatura del Regno d'Italia Deputati della XIV legislatura del Regno d'ItaliaDeputati della XV legislatura del Regno d'ItaliaDeputati della XVI legislatura del Regno d'Italia Deputati della XVII legislatura del Regno d'Italia Deputati della XVIII legislatura del Regno d'Italia Deputati della XIX legislatura del Regno d'ItaliaDeputati della XX legislatura del Regno d'Italia Deputati della  XXI legislatura del Regno d'Italia Filosofi italiani del XIX secoloPolitici italiani Professore Trani Napoli Repubblicanesimo Massoni Mazziniani Politici dell'Estrema sinistra storica Politici del Partito Repubblicano Italiano Studiosi di diritto penale del XIX secolo. Roma Utopista non è chi sogna, m a chi pensa, e tanto più profonda è l'Utopia quanto più il pensiero coglie la relatività dei tempi. Greca è dunque l'origine della utopia é utopista tipico fu Socrate che osó primo al costume civico contrapporre la missione individuale:– Io Socrate sono nato a liberamente filosofare e se cento volte per que sto iofossi morto e rinascessi, tornerei a filosofare. Non pena dun que mi è dovuta, ma il Pritaneo. Questo tentativo di ribellione dell'individuo contro il cittadino,del l'individuo che osa pigliarsi un mandato individuale che non solo valga il mandato civile m a ardisca riformare il costume, questo è punito e, in quella natura di tempi,era veramente crimine di Stato.Socrate anch'esso,come atterrito dal colpo ch'ei tira,sente che al cittadino è dovuta l'espiazione individuale, e rifiuta ausilio, e si apparecchia all'immolazione di sè non pure perché sente compiuta la sua mis sione e non gli piace vivere superstite a se medesimo, ma perchè vuole grecamente spirare:dum patriae legibus obsequimur.Che è quel l'ultimo pensiero del Gallo,che, rimosso il lenzuolo dalviso, ei vuole sacrificato ad Esculapio? Vuol finire sul letto del carcere come fosse alle Termopili, e vuol morire con religione e costume attico come a punizione di alto trascorso individuale. L'individuo fu Socrate fi losofo; il moribondo è l'atenieserassegnato: ma il piùgrandeèque sto, che proprio questo ateniese punisce quell'individuo e non gli dà scampo. Pericle non potè salvare Anassagora; Socrate non vuole sal vare se stesso. Quando gli Dei patrii percossi dalla riflessione socratica supina rono sull'Olimpo muto, Epicuro sorridendo gitto sopra di loro un gran panno funereo e si rallegrò coll'uomo liberato dai divini terrori. Però quel panno che Epicuro gittava sull'Olimpo copriva tutta la Grecia; giacché quel panno che soffocava la lotta semi-divina era indizio della missione greca già finita. Perciò Epicuro la scia i giar dini greci, le dolcezze e i profumi arcadici, e se ne viene nel Foro romano, e siede e sentenzia e giudica e genera di sè due uomini diversissimi, ORAZIO e LUCREZIO, o da Orazio poi il tipo di Munazio Planco e da Lucrezio quello di Papiniano. Sono troppe cose che io dico insieme, delle quali molte non dette ancora e nondimeno prova bili non pure con la forma del discorso,ma col testimonio dei fatti, Cicerone, vedendo Epicuro alle porte di Roma, cerca fulminarlo col medesimo effetto onde Pio IX fulminava il soldato italiano ve nuto innanzi a porta Pia.Erano saette sine ictu.Epicuro sorride dei fulmini di Cicerone come di quelli del Giove greco ed entra in Roma e prende Cicerone per mano e segretamente sel fa suo. Ma, appena entrato in Roma, Epicuro prende la natura del Giano latino, si fa bifronte, ed una sua faccia è quella di Orazio, l'altra di Lucrezio. Or come avviene codesto miracolo? Miracolo no:è la dialet tica del sistema epicureo che ha questi due lati. L'uno dice cosi: La vita è brede; di là non si continua; dunque godiamola di pre sente.La morte ci colga quando possiamo gittarle infaccia la scorsa del pomo della voluttà, tutto premuto. L'altro dice cosi: La vita è breve; di là non si continua; osiamo dunque eternarla con un'opera degna della immortalità della fama. Perchè tentare la turpitudine se nel punto di asseguirla la morte può spegnermi? Ecco le due fronti di Epicuro, che sulla porta di R o m a assume forma gianesca. L'una è di Orazio: Vitae summa brevis nos detat spem inchoare longam. Di lá non v'è vita: Non regna vini sortiere talis. La conseguenza ch'ei porge all'anima tua è sempre una: Carpe diem quam minimum credula postero. Questa illazione può signifi carsi con un grugnito del porco epicureo. L'altra è di Lucrezio: Omnia migrant, Omnia commutat natura et dertere cogit. Dalla quale migrazione eterna dell'essere deriva il summum crede nefas. Importa sol consegnare integra la lampa della vita alle generazioni sopravvenienti. Da Orazio nasce Munazio Planco, prima Cesariano, poi Pompeiano, poi repubblicano, poi di Antonio e di Cleopatra, poi cortigiano di Augusto e sprezzato da tutti: tipo del galantuomo di Guicciardini; e fini nella sua villa di Tivoli come Guicciardini nella solitudine di Arcetri. Da Lucrezio nasce il tipo del giureconsulto, Papiniano, che intese il dritto come bonum aequum, e non volle in Senato difendere un imperatore fratricida e piuttosto che l'onore volle lasciare la vita. Morendo,come avea sentenziato,provvide all'immortalità della fama. Cosi abbiamo dalla medesima scuola il porcus de grege Epicuri, c de acie Epicuri miles. N è questo doppio tipo fu smarrito nel p e riodo del risorgimento, quando dopo la scolastica platonica e aristo telica si riaffacció l'epicureismo: dall'una parte si ebbe il Pontano cantore della voluttà, dall'altra il Cavalcante cercatore austero, tra i sepolcri, della immortalità della fama. Da Epicuro il mondo romano prende il senso della positività, ed è però mondo di prosa non di arte, con missione giuridica, con lingua giuridica, con monumenti, storia, tradizioni giuridiche. La Grecia ci ha tramandato due insuperabili documenti, la tragedia epica e la tragedia filosofica, l'Iliade e il Fedone; Roma il Corpus juris, con due potenti compagni, l'epigrafe e il responso. Quanto all'epigrafe, specie sintetica di letteratura, nessun altro popolo nė lingua ha il quarto della maestà e rapidità dell'epigrafe latina, nata rebus agendis. Onde nazioni nordiche e neolatine e transatlantiche pigliano ancora, e avverrà per lungo tempo, da Roma antica l'epigrafe e il responso. E la più bella dell'epigrafi ha contenuto epicurco e giuridico: « Et creditis esse Deos?» la tomba negata a Catone e a Pompeo è superbamente data ad un mimo! Se gli Dei sono ingiusti, gli Dei non sono. E le epigrafi più solenni nascondono certa finezza d'ironia epicurea nel senso giuridico. L'epigrafe latina è solenne, perché è breve come il responso. Questa rapidità di percezione è dalla lingua istessa giuridica per eccellenza, imperativa e, se m'è lecito a dire, dittatoria: onde l'epigrafe è quasi sempre responsiva cioè di senso giuridico,e il responso è sempre epigrafico. Ed in Roma e possibile il tipo del giureconsulto, dell'uomo cioè che ha l'intera percezione del dritto, rapidamente e propriamente la significa e sa comandarla a sè stesso prima che agli altri. È tipo raro, tutto assorbito dalla meditazione etica, che traduce nella parola e nel fatto. Roma n'ebbe pochissimi e assai più pochi ne fiorirono in tempi posteriori. E quando oggi odo chiamare giureconsulti alcuni legisti meno che mediocri dico che o le parole non s'intendono o sono stravolte dall'adulazione. Quando la lingua latina canta di amore a me pare, senza esagerazione, udire il Ciclope favellare a Galatea. Non è qui la sua forza, la sua missione, il suo contenuto storico. Dica rapidamente il dritto, dica il fatto. Il responso e l'epigrafe, questo è il gran contenuto della letteratura latina, questo è suo proprio, è originale, è collatino, oso  ied « Quid quid praecifus, esto brevis, ut cito dicta Percipiant animi) dire: il rimanente é preso di qua o là e porta il mantello peregrino. Ed ha tre uomini sommi, Lucrezio, Papiniano e Tacito. Lucrezio non ha cantato un poema, nè si dà al mondo poema didascalico, ma ha dato l'esposizione epicurea della natura, la cui Venus non viene da Milo ma dal Foro e può somigliare ad Astrea. Papiniano ha dato il più alto responso, nel quale è la sintesi della missione latina e lo ha suggellato, come dovea, con la morte. L'olocausto di Socrate ci mandò la tragedia filosofica che è greca. L’olocausto di Papiniano citramanda la tragedia giuridica che è latina. Perchè dopo il Nerone e la Messalina non cantare anche questa che è più solenne? La storia di Tacito suona sulle rovine imminenti dello stato latino come la serventesi dell'ultimo degli albigesi. Tacito è fosco come la sera nebbiosadiuna grande giornata; è riflessivo come chirasenta le rovine; è triste come chi cerca una virtù ch'ei sa di non trovare. Perciò ei ritrae Tiberio assai meglio che Tiziano non ritragga Filippo II, ma dove pinge la virtù non è pittore molto ispirato. E grande col pen nello onde lo Spinelli ritraeva Satana. Ma se gli dai la tavolozza di Raffaello ei te l’annacqua. Lucrezio, Papiniano e Tacito sono tre che si somigliano nella forma di concepire e nella rapidità scolpita della espressione. Tacito, che. segna la decadenza e lavora come il Sisifo di Lucrezio, qui semper victus tristisque recedit, spesso ti accusa la maniera e quando è breve, quando è corto; ma è l'ultimo de' grandi romani. Chi cerca la grandezza del pensiero latino fuori di questi, e vuol trovarlo o nei la menti di Properzio e di Ovidio, o nel citiso di Virgilio e nelle primavere di Orazio, o pescarlo nel bicchiere di Catullo, o spiccarlo dagli orli della toga di Cicerone è come chi cercando l'anima del trecento,invece di volgersi a Dante e a Boccaccio, la spia negli occhi estatici di Caterina da Siena o nel cipiglio di Passavanti. In questo teatro giuridico, che è il mondo latino, ilcontenuto della lotta si trasforma e di semidivino diviene pienamente umano. Qui non han luogo cause per divinità. Qui Lucrezio può vuotare il Pantheon che accoglie indifferentemente tutti gl'Iddii per vederli indifferentemente sfatare dal sistematore della Natura. Lucrezio morrà non per accusa di Melito, di Anito, di Licone; ma morrá se gli piace, di sua mano, se il destino dell'uomo gli parrà troppo somigliante a quello di Sisifo. Allora la Venus genutrix gli si muterà in Venere Libitina, ed egli userà della vita secondo quello che gli parrå suo diritto. Io non credo all'aconito; credo suicida Lucrezio, e questo suicidio proprio di forma romana, come quello di Catone, cioè per  ius necis etiam in se. Questa lotta umana, iniziata non compita in Roma, questa che è tutta e sempre lotta civile dal ritiro della plebe sull'Aventino sino ad Augusto, qui omnium munia in se trahere coepit; questa epopea tutta latina non trovabile in Virgilio ma un frammento Ciò significa: Il mondo greco, cominciato religiosamente, finisce nella irreligione di Epicuro; il mondo romano pieno della dotta ir religione di Epicuro, finisce nel mistero cristiano. Come sia avvenuto questo fenomeno chiariremo nella nostra lezione intorno a Cristo. Questo vien chiaro di presente, che ilcontenuto giuridico in Roma non può porgersi come ius civile abstractum, ma come primo sentimento di equità, onde sigenera il Pretore, istituzione profondamente etica, ignota anche questa alla Grecia, e urbano e peregrino, e il cui fine è sempre l'aequitas, affinchè il summum ius, non diventasse summa iniuria o summa malitia. Quindi il placito del giureconsulto nella costituzione delle leggi. In rebus novis constituendis coidens esse de bet utilitas, ne animus recedat ab eo jure, quod diu AEQUUM visum est (Fideicom L. IV.). Chiaro è che l'equità costituisca la misura del dritto; che questa equità lungamente saggiata, traducendosi in dritto, genera l'utile sincero; e che questo utile debba essere evidente ai popoli nella costituzione delle leggi. Quindi l'iniquum erat injuria. Quindi l'aequitas appo i latini non è il concetto volgare che ci viene da Ugone Grozio, è l'assoluta, continua, ascendente correzione del dritto civile, cioè del dritto greco; e però cosi coloro che veggono pura medesimezza del dritto greco e romano, quanto quegli altri che continuano a favoleggiare intorno alla origine greca delle XII tavole mostrano ignorare la differenza delle due storie, dei due popoli, delle due lotte, delle due civiltà. E iltesto canta chiaro. Ius praetorium adiuvandi, del supplendi, vel CORRIGENDI iuris civilis gratia est introductum,propter utilitatem pubblicam. Che è quel ius civile bisognoso di correzione? È quello appunto che in Roma  patriziato il tribuno per una certa equa partizione di cose e di ufficii, e genero, ignoto alla Grecia. L'altro tra l'individuo per una certa equa emancipazione ignoto alla Grecia. dell'individuo il rimanente in Tacito, ha due periodi principali: l'uno tra plebe e e la comunanza, e genera Spartaco, Livio e La plebe fu vendicata da Mario e più da Cesare che se oppresso il tribuno era segno che non v'era più patriziato sovrano ed operoso. Spartaco, sopraffatto da Crasso e da Pompeo e morto nella pienezza della sua protesta, trova poco dopo più grande vendicatore, Cristo.   comincia a parere summa injuria, la cui correzione costituisce l'istituto pretorio, che è tutto romano, il cui programma si assomma nella sentenza. Placuit in omnibus rebus praecipuam csse iustitiae ac AEQUITATIS quam stricti juris rationem.Quello stretto dritto è greco, è puramente civile, è quiritario, è aristocratico, e trasmoda nell'ingiuria, o per violenza o per malizia, aut vi, aut fraude. Quell'acquitas è la correzione pretoria, è la grandezza dello spirito latino, che tutto si manifesta e dimora nella giustizia pretoria e urbana e peregrina. E quell'aequitas deriva dalla lotta umana, cosi della plebe contro il patriziato come del servo contro il padrone. Il ius civile e il risultamento della lotta semi-divina. L’aequitas è il prodotto della lotta civile. Quella è greca, questa è latina. Quella ha il suo fastigio storico da Socrate ad Epicuro, questa da Mario a Spartaco. Quella è lotta filosofica, questa è giuridica. I canoni di Epicuro sono l'orazione funebre all'Olimpo e però alla Grecia, la protesta di Spartaco è il requiem al superbo ciris romanus. Insomma la gloria storica di Roma non è il dittatore, nè il console, nè il senato, nè il questore, né l'imperatore, e nemmeno il tribune; è ilPretore. Il suo editto è la sintesi dei responsi; lo spirito dei responsi è l'equità. L’equità è il prodotto della lotta umana. Questa lotta è ilcontenuto della civiltà latina. Con questo spirito di equità torna agevole a Tacito descrivere il tiranno, scolpirlo. Volere parendo di rifiutare, comandare parendo di subire, far tutto parendo di non fare, questo è il tipo del tiranno, questo è il Tiberio di Tacito, rispetto al quale gli altri tiranni venuti di poi sono volgari, ubriachi, troppo scoperti e però troppo espo sti ad essere tiranneggiati. Tipico è questo Tiberio in Tacito, come Aiace in Omero, come Ugolino in Dante, come in Otello in Sakespeare, e non patiscono ritoccamenti di nessuna mano: chi si attenta a ri farli, sotto qualunque altra forma, disfà. E in Roma fu possibile il ritratto del tiranno, il pittore di Tiberio, perchè in Roma fu possibile il sentimento dell'equità, non astratto, ma tradotto in ragione pretoria.Ne Riccardo III, nè Arrigo VIII, nè Filippo II, nè Alessandro VI o Paolo IV ritrassero Tiberio. Vollero troppo, si chiarirono troppo, furono troppo tiranneggiati. Ma il tipo, spento individualmente, risorse collettivamente nella Compagnia di Gesù, che per 333 anni dilargò l'oligarchia nera sulla terra, parendo di non volere, di non comandare, di non fare. Ma e il gesuitesimo tiberiano, e il cesarismo gesuitico non possono essere tanto chiusi che il pensiero e la natura non v'entrino. Fu però equità piena, sincera, spiegata questa di Roma, siche la si trovi tutta adempita nella ragione pretoria? La lotta umana di Roma diede per risultamento il dritto umano? In somma il dritto romano si continua a studiare, a chiosare, ogni giorno in ogni parte civile della terra, perchè effettualmente è l'ultima parola del dritto? L 'aequitas in omnibus spectanda, quando non voglia essere un nome ma cosa, non un presentimento ma una idea, non in somma una esigenza ma un adempimento, bisogna che si manifesti come connessione ed equazione dei contrarii, ciod del genere coll'individuo, del cittadino con la persona, affinchè ne risulti l'interezza dell'uomo. Ora questa equazione torna possibile quando l'individuo si sia affer nato e contrapposto al cittadino e abbia avuto nella storia tanto va La cosa sta in questi termini: L'equitàs cientificamente intesa spetta: all'avvenire, che sarà la sintesi del cittadino coll individuo per costruire tutto l'uomo: l'equità latinamente intesa fu il transito dal cittadino all'individuo per costruire l'individuo. Il transito non è la sintesi, è il semplice avviamento dall'uno al l'altro dei contrarii, dall'azione alla reazione, dal bianco al nero, m a non è il cenerognolo in cui l'uno e l'altro si fondono. Fu larva dunque di equità: e non dimento anche come larva quel dritto è rimasto solenne, tipico nella storia, come presentimento di quello che il dritto è destinato ad essere. Dunque nella storia il mondo romano è l'esodo, il passaggio dal cittadino greco all'individuo germanico. E in questo transito dall'uno all'altro dei contrarii consiste, chi  30 -. ME  evoluzione quanta il cittadino se ne prese. Senza que stazione e reazione, o, come altrove dicono, senza questa tesi e antitesi nessun'armonia finale e completiva,nessuna sintesi piena e d u revole, Nessun equilibrio, nessuna equazione in somma è effettualmente possibile: e se l'equità non è questa equazione, è ancora un sentimento vuoto.Se ne deduce che Roma non poteva ancora nė ideare nè porgere la vera equità giuridica, perché l'individuo non avea compiuto la sua reazione storica, non avea dato tutti gl'istituti che dovevano nascere di sé, dalla sua antitesi o contrapposizione al cittadino. Dove s'era fatta la storia dell'individuo, l'autobiografia, per ché il Pretore potesse consapevole contemperare i contrarii, connetterli, equilibrarli? Vedesi dunque che questa equità è l'avvenire della storia non il passato; spetta alla giornata travagliosa dei posteri non alla lotta civile di Roma.Or dunque è stata spuma d'acqua sonante l'equità romana? Troppo sarebbe stato il rumore! consideri, l'universalità dell'impero latino. Il quale perde la sua ragione di durare quando Cristo compie l'emancipazione individuale. Ragioniamo brevemente di Cristo. Abbiamo nel nostro linguaggio certe parole fulminatorie che vogliono significare una gran fede e tradiscono l'ipocrisia di chi le dice; vogliono atterrire e producono invece l'impressione comica delle scomuniche di un certo vescovo provenzale sull'animo di Guglielmo IX, duca di Aquitania e conte di Poitiers.  questa, dopo la rinascenza, dettò a Galileo la riduzione delle leggi della mente e della natura sulla pietra Lavagna; anche oggi questa imponeva al Ferrari la riduzione de' periodi storici nel numero; e sempre questa tornerà dopo le brevi soste o deviazioni del nostro genio. Anche nella politica noi vogliamo misurato il nostro passo, e perd la nostra prudenza di governo e di popolo fu compendiata felicemente non nel cunctari nè nel festinare, ma in quel festina lente, che è la sintesi più mirabile e perfetta del nostro carattere. Non è già che ad ora destinata non abbiamo le rivoluzioni noi come gli altri popoli, m a i tremiti e le oscillazioni non le vogliamo, nè vogliamo rifare il passo. A rovinare i pensatori alquanto più arditi sino al 1860 avevamo tre terribili parole graduali: protestantismo, panteismo, materialismo. Oggi sono tre fulmini senza cuspide,   e a sprofondare gli scrittori di parte avversa, abbiamo sostituito a quelle tre altre parole terrifiche con la stessa sacramentale gradazione: repubblicanismo, socialismo, internazionalismo. Quelle tre prime parole suonavano una scomunica canonica, le seconde una scomunica politica. Ma nessun furore biblico traspare dalla faccia rubiconda di chi fulmina le prime o le seconde. Si voleva sino al 1859 perdere uno scrittore, un libro, anche un'opera d'arte? Una parola ba stava: è panteista! Il libro era proibito, l'autore sottoposto ad una o a più delle sette polizie, e il critico con quella sola parola acquistava autorità e dispensa da ogni altra confutazione. Oggi no: piùche I beni spirituali della celeste Gerusalemme si ha paura di perdere le palpabili dolcezze della Babilonia terrestre, ed a scomunicare un uomo, una dottrina, un pensiero, si grida la parola socialismo! e la quistione è finita lì, come se tutti oggi, in un certo senso, non fossimo socialisti, e come se oggi ci fosse al mondo un uomo, un cane, un rospo, una formica, una molecola dove non sia arrivata a penetrare la quistione sociale. Io ho udito nella camera un oratore dare del radicale al ministro più mite e conservatore che, a udire accusa tanto strana, rise forte e tra se colato, come volesse dire: Io! ... studio le costruzioni ferroviarie per muovere le vaporiere non gli uomini. Ne rise tutta la Camera. Ma notò sin dove sale l'ipocrisia del linguaggio. Sono, per contrario, parole privilegiate estillanti santità queste altre: serietà, galantomismo, moderazione. Queste parole sono guscio a molte lumache, scudo ad alcuni faccendieri, e bandiera a non pochi paolotti. La moderazione fu sempre virtù operosa de'fortissimi, non co stume dei pigri e degli adiposi: conosco in Italia uomini moderati in tutti I partiti, ma non conosco un partito moderato! Ci sono poi due parole antitetiche, mi si passi l'aggiunto, nella politica del giorno: piazza ed impopolarità. La prima di queste due significa l'estremo dell'avvilimento, l'altra della sublimità. L'equivoco però entra spesso ad alterarne l'uso corrente e le giuoca secondo i fini di parte. Se la piazza fa dimostrazioni festive ai sovrani, la chiamano cuore della nazione. Se ragiona e delibera su’dritti suoi, la chiamano canaglia. Impopolarità poi è parola stranissima, ma che può sve lare tutto un sistema. Ne' governi rappresentativi è alta prudenza ilcoraggio dell'impopolarità! E questo governo che e chi vorrà rappresentare? Sarà rappresentativo dei morti che si lasciano anatomizzare senza lamento, o dei gnomi che si stanno cheti nel centro della terra? Gli eccessi ai quali, oggis egnatamente, si lascia andare questo partito, in curante del popolo quanto sollecito di potere, nuderanno l'essenza delle istituzioni vacillanti. rappresentativo del popolo o d'una sètta? del popolo o dei fini di un ambizioso? e quando una Taide, nudandosi dove non conveniva, sfidava il pudore e lo sdegno di un popolo, mostra il coraggio dell'impopolarità? Eh via! Anche l'ipocrisia del coraggio ci voleva, e l'impopolarità doveva e s sere lo scudo d'Achille sul petto di Tersite. Capisco in giorni eccezionali l'impopolarità d'un sapiente, ma il sistema dell'impopolarità ne governi rappresentativi è una contraddizione ne’ termini. Continui chi vuole e può altre osservazioni intorno a parole convenzionali, sulla fraseologia, sul periodo ferma to innanzi al plauso prestabilito, specialmente in certi giorni, ma osservi pure che se il linguaggio assai volte è dato a nascondere il pensiero e ci riesce, non può riuscir mai a nascondere la mente ambigua, l'oscillazione del convincimento, l'ipocrisia, il carattere. Una più o meno visibile gonfiezza, un certo tono, una certa struttura e posa, una studiata semplicità, una bonarietà metodica, una figura, una parola, anche una reticenza ed una linea aprono, a chi non è volgo, tutto l'intimo dell'ANIMALE PARLANTE. Osservo infine che se i dialetti talvolta fanno capolino nelle nostre leggi, e specialmente nelle procedure, egli è segno che le regioni italiane non vogliono essere compres se e ricordano allo stato nazionale quella parte di autonomia ad essi dovuta. Non un filologo devevenire a correggere il dialetto nelle leggi, ma I dialetti si levano a correggere l'accentramento. Come dell'Oriente non si può narrare una vera storia del pensiero del pensiero come esame di sè e del suo oggetto, del pensiero come scienza così e per la medesima ragione non si può del diritto. Il diritto sorge come rivendicazione della persona o individua o collettiva, e la rivendicazione per virtù del pensiero, cioè del l'esame che comincia col rifermare la tradizione e finisce col distruggerla. Una vera storia del diritto anteriore alla storia del pensiero è un sogno, una favola. Nell'Oriente l'immaginazione e la fantasia tengon luogo del pensiero, e lo simulano in quanto lo prenunziano l'immaginazione più nella Cina, la fantasia più nell’India l'immaginazione che riproduce l'unità morta, la fantasia che variat rem prodigialiter unam (nol so dir meglio); e, mentre prenunziano il pensiero, non arrivano ancora nemmeno all'arte, nel senso più proprio di questa parola. Fanno e custodiscono, cristallizzandola, la tradizione; e però sono il basamento psicologico di tutte le religioni. Il mondo orientale, dunque, è religioso, semplicemente religioso; è pre i storico, in quanto prenunzia il pensiero, non lo annunzia; non dà la grande arte che non procede nè dalla immaginazione monotona nė dalla fantasia irrefrenata. Se in Oriente  - 51 Roma je, CO am ia olisi Ca, he l'inno e l'epopea avessero raggiunto quella eccellenza che vien sognata, si sarebbero per necessità geminate nelle arti sorelle, rimaste li tra il bizzarro, il deforme, l'industrioso e il fucato. E lo Stato orientale è veramente Stato quanto quella scienza è scienza, ed arte quell'arte. La tradizione è indiscutibile, è immobile: l'esame nè la riferma, nè la modifica, nè la distrugge, nè la integra. Non il popolo, che si disse e fecesi dire eletto, pose primo il problema antropologico; lo pose l'egizio, e lo simboleggiò nella Sfinge, problema irresoluto, perchè senza risposta. Il Greco risponde, primo, a questo perchè. La Sfinge muore innanzi ad Edipo e gli rinasce dentro. Edipo sparisce nella notte colonea, come Prometeo che con una favilla rapita al Sole aveva ani mato la statua l'uomo orientale immobile sconta il fallo nella notte scitica. La favilla doveva esser presa di dentro, non di fuori. Nosce te ipsum. Tal'è il destarsi del pensiero, tale il cominciamento della storia, e la protasi è greca. Quindi dalla preistoria, che è orientale, alla protostoria, che è greca, il passaggio è il problema egizio posto e non risoluto. L’Oriente è la fanciulezza che ripete, l'Egitto è l'adolescenza che interroga, la Grecia è la giovinezza che risponde. Cotesto pensiero consapevole avventa il dilemma: o greco o barbaro. Più che negli altri antichi questo dilemma è lucido in Aristotile, dove con la disamina tempera l'arroganza e pondera le costituzioni secondo il carattere de'popoli. Agli orientali egli da la scaltrezza, non la scienza (disse meglio del Ferrari sin d'allora), e la viltà che è degli scaltri; nota la selvatichezza ed il coraggio dei popoli nordici; e il coraggio e la scienza serba agli Elleni. Agli Elleni il pensiero e gli ardimenti del pensiero. E insieme con questo primo sorgere del pensiero è storica mente possibile alla Grecia la prima rivendicazione umana, cioè la prima determinazione giuridica. L'uomo, infatti, nella Grecia rivendica una parte di sé, quella che è più comune e fa più possibile la saldezza dello Stato che sorge come organismo politico insieme con la prima rivendicazione giuridica: l'uomo in Grecia non è più strumento inconscio di un potere sordo e in discutibile, ma si fa cittadino: e però la prima determinazione del diritto è puramente civile. Nè più nè altro poteva essere. O che prevalga l'aristocrazia come a Sparta, o la democrazia come in Atene, o che un Solone, per equilibrare le due parti, riesca semplicemente a mutare l'oligarchia eupatrida in oligar chia plutocratica, o che lo Stato si presenti federale come nella Tessaglia e nella Etolia, o che egemone come nella Laconia e nell'Attica, il certo è che alla rivendicazione dell'individuo non si arriva neppure come sentimento e assai meno come concetto. Né la lirica che in fondo è epica frammentaria sia gueriera come quella di Tirteo, sia molle come quella di Mimnermo, o sentenziosa con Teognide, o solenne con Simonide, nė il pensiero — sia il più largo e più trasmesso — come quello di Platone e di Aristotile superano questa posizione storica. Il pensiero non smentisce il fatto, e l'etica di Platone e di Aristotile sono a fondo civile. Quando lo stoico, superando il cittadino, si eleva sino all'u o m o astratto, e l'epicureo prefigura l'individuo, la Grecia gloriosa, la Grecia del pensiero, della parola e delle armi, è passata, e noi siamo innanzi ad altro pensiero, ad altra parola, ad altre armi. Roma è il campo dello stoico e dell'epicureo. Prima di toccare Roma e seguirla dalla prima alla *terza*, ei mi par di udire chi mi ripeta che la storia svolta sin qui sia del pensiero piuttosto che del diritto. Era storia del pensiero e del diritto, non separabili. I giuristi sogliono occuparsi men che poco de'filosofi, perchè, in generale, poco li conoscono; ma il naturalismo che vede la storia derivar dal pensiero in quella medesima guisa e proporzione onde il pensiero deriva dalla natura, non può procedere in altro modo. E se, giunto al mondo romano, avrò più ad indugiarmi intorno alle istituzioni e sulle testimonianze che ce le trasmettono,non è già ch'io non faccia egual conto delle istituzioni e degli scrittori greci, m a perchè il mio sommario va tutto raccolto da Roma ad oggi.Della Grecia e dell'Oriente si è detto quanto strettamente occorreva a lumeggiare il mondo latino e ciò che gli venne appresso. Due cose, belle a sapere, ma non assolutamente richieste dal sommario, io lascio del tutto: la storia geologica d'Italia e la storia etnografica. come intui il Leopardi, e gli sterminati periodi tellurici dal l'èra protozoica all'antropozoica, legga la geologia d'Italia nello Stoppani e nel Negri, e la misura del tempo nella geologia, nel Cocchi. Anche le terre d'Italia testimoniano da ogni regione nell'età archeolitica la presenza de'cavernicoli o, alla greca, trogloditi. Probabilmente &'incavernarono nelle montagne subalpine ed appenniniche, contro le spaventose vicissitudini dell'epoca dilu viale, e parlarono quello strano linguaggio che diè loro Pomponio Mela: strident magis quam loquuntur. Stridono a guisa di pipistrelli, aveva già detto Erodoto, che dié lor pasto di ser penti e di lucertole. E di questi non abbiamo a far parola, perchè sono, come si è notato, diis, arte, jure carentes, o, secondo Virgilio: gens duro robore nata Queis neque mos, neque cultus erat.  fumassero le Alpi e gli Appennini Dove andrei, se volessi rifar la storia geologica del mio paese, ed a che pro per il corso di questo anno? Chi voglia, dunque, conoscere l'una dopo l'altra tutte le epoche di questa terra italica, dall'eocenica alla pliocenica, e sapere perchè un giorno Come or fuman Vesuvio e Mongibello, Nè mi occorre far la storia etnografica dell'Italia. Dovrei correr dietro alle tradizioni d'una Italia popolata dalle immigrazioni de' Tirreni, degl'Iberici e degli Umbri? E poi investigare se i Tirreni ci sien venuti dalle falde del Tauro, cioè dal m ezzodi dell’Asia minore,e gl'Iberici dall'Asia centrale, e se gli Umbri, della gran famiglia de' Celti, sian entrati ad accasarsi nell'Umbria, partendosi tra Vilumbri ed Olumbri? Troppe le opinioni de' dotti e troppo disparate, più di cento le congetture, 1 non di poca importanza il dissenso tra Micali e Niebhur, l'uno risalendo agli autoctoni e l'altro negandoli,e ad un antropologo italiano fu forza conchiudere essere ancora oscurissima l’etnologia italiana: oscurità, che imponendo silenzio al Mommsen circa le altre due o tre immigrazioni, fecegli dire degl’umbri soltanto che la lor memoria giunge a noi come suon di campane di una città sprofondata nel mare. Questo a me par certo ed indiscutibile, che più genti si sieno incontrate e mescolate in Italia più che in ogni altro paese di Europa cosi ne'tempi preistorici come dopo la caduta dell'impero romano, donde poi la mirabile varietà non solo del genio ma DEL TIPO ITALIANO, e dell'uno perchè dell'altro. Quella che ne' tempi preistorici fu nella Italia nostra differenza tipica tra’ crani brachicefali e i dolicocefali, differenza rimasta alquanto notevole tra il tipo dell’Italia superiore e quello della inferiore, ne’ tempi storici divenne differenza di genio, di scuole, di sistemi, di governi, di dialetti, di tendenze, onde l'Italia è, per eccellenza, il paese più vario di Europa e più aborrente da qualunque forma e successione di governi accentratori. E questo fondamento naturale del nostro pensiero e della nostra storia vuol essere considerato non solo secondo la varietà delle genti che qui s'incontrarono, si urtarono, s'incrociarono e si fusero, ma secondo la non meno lieve varietà del suolo, del clima, delle acque e de'prodotti. Senza boria nazionale si può affermare che la nostra unità è la più ricca, perchè risulta della più disparata e molteplice varietà. Però, come a traverso i tanti dialetti suona armoniosa e pieghevole ad ogni sentimento la nostra lingua, come a traverso le tante scuole artistiche e regionali si scorge a prima vista la precisione e la contemperanza greco-latina della linea italiana, così a traverso  1, Pe mani TE can   lo sperimentalismo dell'Italia superiore e l'idealismo dell'Italia meridionale si vede la qualità dello ingegno italiano, che, con temperando la sintesi con l'analisi e il sentimento coll'esame, non disquilibra le funzioni della psiche, le quali, storicamente, si vanno a tradurre sempre nella politica del festina lente. Questa unità ricca, questa unità multiforme costituisce per eccellenza armonico il genio italiano. E quesť armonia lo fa artista in ogni cosa. E infelicemente riusciamo in quelle cose, nelle quali non portiamo dell'arte, non portiamo cioè del nostro genio. Allora per parere tedeschi o inglesi ci facciamo semplicemente bastardi. Fu detto che il mondo romano così poco artista, cosi strettamente giuridico e praticamente prosaico, fu non pertanto grandissimo e maestro inimitabile di grandezza. Ed ora accostiamoci ad osservare se il mondo romano disdica il carattere del genio italiano. Quando oggi i giuristi e gli storici più pensanti vogliono trovare un fondamento razionale alle istituzioni ed ai fatti di un popolo, prima salgono al genio ed al carattere del popolo stesso, in ultimo alle necessità naturali determinate, cioè al naturale ambiente, in cui sorge e si svolge la vita di quel dato popolo. Questo processo implica un sistema presupposto appunto il naturalismo. Donde i fatti e le istituzioni di un popolo? Dal genio e dal carattere: vuol dire, in fondo, dalpensiero. Donde il genio e il carattere? Dall'ambiente naturale, di cui primo prodotto è il tipo. E proprio così move il naturalismo. La natura si svolge e riflette nel pensiero. Il pensiero si svolge e riflette nella storia. La differenza, nella esposizione, è questa. Il filosofo move dalla natura e guarda alla storia; lo storiografo move dal fatto storico e ascende al fatto naturale. Non si è potuto fare altrimenti, quando si è voluto investi gare la causa dei fatti di Roma nel genio romano, e di questo genio nell'ambiente naturale di Roma. Anche quando, spostati i fatti, si riesce a spostare il genio di un popolo, si è costretti a spostare in ultimo il fondamento naturale. È un errore di fatti, che attesta la verità e la necessità del metodo.Cosi Mommsen, quando vuol dimostrare che il rapido crescere di Roma in ricchezza e potenza è dovuto al genio commerciale de’ romani, ricorre come ad ultima causa, a questo fondamento naturale. Roma è posta sopra un fiume grande, navigabile e non lontano dal mare. Sbagliata laprima causa – il genio romano sbaglia la seconda il fondamento naturale, quello che Dante chiama È costretto, dopo, a sforzare alcuni fatti ed alcuni testi, per sottometterli alla causa prestabilita. Ma più tardi egli corregge sè stesso, non rispetto al processo che è vero, si bene rispetto alla più sincera determinazione de'fatti e delle cause. Egli si accorge che in Roma manca il primo fatto, una classe di commercianti. Poi, che non poteva essere stato di commercianti il genio di Roma. In ultimo, che il Tevere, tenuto conto della sponda etrusca, non poteva avere una grande posizione commerciale. Quando il processo dello storico non va sino al fondamento naturale, simula le sembianze storiche, ma rimane metafisico. Si dice, per esempio, per ispiegare alcuni fatti ed istituzioni, che tale è il genio, tale il grado di coscienza o di pensiero in questo o quel popolo.Va bene, ma la storia cosi è fatta a mezzo, è fatta con la sola psiche, con lo spirito astratto, che, evulso dal fondamente naturale, diventa un fenomeno miracoloso. proprio questo il difetto della cosi detta scuola storica. Savigny, se voleva fare storia intera, non dovea dire soltanto che un tale o tal altro dritto è prodotto dalla naturale coscienza giuridica del popolo; ma dove dimostrare il fondamento naturale di questa naturale coscienza giuridica. Così non facendo, l'evoluzione rimane astratta, e le parole coscienza, genio, in  - Il fondamento che natura pone. È   dole, carattere diventano altrettante astrazioni, e,a dispetto del l'espressione naturale coscienza, la dottrina rimane puramente metafisica. Anche Hegel – il metafisico per antonomasia nire militare il genio di Roma, senti la necessità di salire sino ad un quasi dato etnografico,e di stimare, secondo le tradizioni, la prima società romana come una compagnia di ladri. E sopra questo dato giustifica la colluvies e poi la repentina nobilitas ex virtute di Livio; e la virtus dalla bravura, non pure personale, ma collettiva, quella appunto che giustifica le violenze; e dalla violenza la manus, la quale si manifesta dal matrimonio, in manum conventio, sino alla patria potestas, rispetto alla quale la schiava condizione del figlio era significata dal mancipium. Quindi, la durezza della famiglia, dello Stato, delle leggi inRoma; quindi, il cittadino romano da una parte schiavo, dall'altra despota, perchè della durezza che soffriva nello stato se ne ripa gaya nella famiglia. E tutta questa durezza compendiata in un assioma politico di Machiavelli, qui ripetuto da Hegel, cioè che uno stato formato da sè e adagiato sulla forza conviene che sia sostenuto con la forza Il corollario poi affatto hegeliano - è che tutto ciò che derivò da tale origine e da tale stato, non fu un convenio etico e liberale, ma una posizione forzata di subordinazione. Un carattere romano proprio cosi fatto non ispiegherebbe, io penso, l'origine, il valore e la diffusione invidiata non raggiunta del dritto romano nello spazio e nel tempo. Hegel, tenendo conto del dato naturale, non solo lo limita al puro elemento etnografico, ma impiccolisce anche questo, e non mostra tener conto del dato geografico, che è più obbiettivo del primo, e sforza il popolo romano a farsi non solo militare, ma agricolo. Questa indole agricolo-militare, questa appunto, fa la reli gione romana cotanto diversa dalla greca, e cosi spiacevole ad Hegel che la chiama la religione prosastica della limitazione,  - per defi   della corrispondenza allo scopo, la religione dell'utile. Ed ecco, troviamo, la seconda volta, negato il genio artistico a Roma. La prima, perchè è il popolo del diritto. La seconda perchè è il popolo dell'utile, a cui gli Dei giovano come i servi o come gli strumenti del campo. Hegel trova che i romani adorano la dea pace (pax, vacuna) e la sua contraria angeronia; la salute e la peste; trova che in Roma Giunone non è bianchi-braccia, ma ossipagina, e che Giove è *capitolino* piuttosto che olimpico. Chiama prosaiche queste divinità, ma nè cerca le divinità campestri, nè se le spiega, passando dal campo arato allo stato. Nell'arte - continua Hegel specialmente in Virgilio, creduto il poeta religioso per eccellenza, la religione è d'imitazione, la quale porta le divinità ex machina, non con la fantasia e col cuore. I giuochi stessi rimangono qualcosa di esterno, in quanto il romano è spettatore, non attore, e non ha poeta che di proposito li celebri: giuochi duri e prosaici come la famiglia, lo stato, la religione, le leggi. La somma del discorso è E dietro questa somma del discorso si scorgono le conseguenze, alle quali il filosofo tedesco vuol pervenire: 1° noi dobbiamo l'origine ed il progresso del diritto positivo all'intelletto non libero, privo di spirito e di sentimento, proprio del mondo romano; 2o che, se i romani giunsero a distinguere il diritto dalla morale, ed a liberarlo dalla variabilità del sentimento, concre  co’ romani si ebbe la prosa della vita, prosa, in ultimo, riflessa sopra Roma proprio dal carattere italico. Che è l'arte etru egli può conchiudere che sca? Noi troviamo nell'arte etrusca la massima prosa dello spirito, quanto più perfetta nella tecnica tanto più priva del l'idealità greca: è la stessa prosa che vediamo nello svolgimento del diritto romano e della religione romana. Que sto giudizio circa l'arte italica sarà più tardi esagerato dal Mommsen.   tandolo in alcun che di esterno e di obbiettivo, non arrivarono a conciliarlo con la libertà e con l'intimo dell'uomo; 3o che però non può essere il dato supremo della sapienza. Ben'altra parola avrà a dirsi sul diritto, quando si tratterà di connetterlo con la libertà. Certo, un altro mondo la dirå. E già s'intravvede che questa gloria il filosofo tedesco vuole serbarla al mondo germanico che succede al romano. Solo due cose si vedono: che Hegel lavora sopra un dato naturale incompiuto, e che la parte naturale soppressa è sosti tuita con rapidità magica dalla costruzione metafisica. Noi osiamo affermare che, se il dato naturale fosse compiuto cosi dal lato etnografico come dal geografico, il genio ed il carattere di Roma si mostrerebbero sotto altra forma. E si par rebbe che nè assolutamente prosaico e tutto pago della esteriorità è il genio italico, nè Roma – la severa Roma – con la rigidezza della formula giuridica riesce a rinnegare il genio co  [ Egli è davvero cosi? mune.  Allora, come oggi, la metafisica mi pareva vuota, l'avevo definito udenologia, ed il naturalismo mi si presentava come il successore storico d'ogni metafisica; m a nel farne applicazione, si volava ancora, ed al volo bastavano poche penne in spazio illimitato, senz'aria e senza tempo. Oggi non si vola, ma si misura il cammino, e si ha ragione di dire ai giovani che non facciano sostituzioni estetiche alla storia, le quali poco servono alla scienza. Espongo, adunque,ciò che intorno al carattere di Roma pubblicai molti anni addietro, e noto senza indulgenza i miei errori di allora, perché molti li ripetono e non trovano più scusa.  C'è un altro modo, più metafisico di quello usato da Hegel, di costruire il carattere romano, ed è di derivarlo non da un mezzo dato naturale, abbandonando l'altro mezzo a discrezione della metafisica, come vedesi aver fatto il filosofo tedesco, ma di costruirlo sopra alcuni documenti classici che si prestano alle più contrarie interpretazioni ed a tutt'i giuochi dell'estetica applicata e della critica letteraria. Non sarà inutile poiché questo modo, per essere il più comodo, è il più frequente presentarne un saggio, valevolecome criticasopra me medesimo, che, nella giovinezza, credei sostituire gli esercizii di estetica alla storia, ed al naturalismo la subbiettiva critica letteraria. 61 Utopista scrivevo allora- non è chi sogna, ma chi pensa,  e tanto più profonda è l'utopia quanto più il pensiero coglie la relatività dei tempi. Greca è, dunque, l'origine della utopia e utopista tipico fu Socrate che osa primo al costume civico con trapporre alcun che d'individuale: Io Socrate sono nato a liberamente filosafare, e, se cento volte per questo io fossi morto e rinascessi, tornerei a filosofare. Non pena dunque mi è do vuta, ma il Pritaneo. Questo tentativo di ribellione dell'individuo, contro il cittadino, dell'individuo che osa pigliarsi un mandato individuale che non solo valga il mandato civile, ma ardisca riformare il costume, questo è punito, e, in quella natura di tempi, era veramente crimine di Stato. Socrate, anch'esso, come atterrito dal colpo ch'ei tenta, sente che al cittadino è dovuta l'espiazione individuale, e rifiuta ausilio, e si apparecchia alla immolazione di sè non pure perchè sente compiuta la sua missione e non gli piace vivere super stite a sè medesimo, ma perché vuolegrecamente spirare: Dum patriae legibus obsequimur. Che è quell'ultimo pensiero del gallo, che, rimosso il lenzuolo dal viso, ei vuole sacrificato ad Esculapio? Vuol finire sul letto del carcere come fosse ad Anfipoli o a Potidea, e vuol morire con religione e costume attico, come a punizione di alto trascorso individuale. L'individuo fu Socrate filosofo; il moribondo è l'ateniese rassegnato: m a il più grande è questo, che proprio questo ateniese punisce quell'individuo e non glidà scampo. Pericle non potè salvare Anassagora; Socrate non vuole salvare se stesso. Come,secondo il mito,la Sfinge, negata di fuori, rinasce dentro Edipo, cosi, secondo la storia, lo Stato attico, offeso di fuori, si riafferma dentro di Socrate. O l'esilio di Colono o la cicuta, è sempre l'immolazione dell'individuo alla comunanza rappresentata dallo Stato. Quando gli Dei patri i per cossi dalla riflessione socratica su pinarono nell'Olimpo muto, Epicuro, sorridendo, gitta sopra di loro un gran panno funereo e si rallegra coll'uomo liberato dai divini terrori. Diffugiunt animi terrores. Però quel panno che Epicuro gitta sull'Olimpo, copre tutta la Grecia; giacchè quel panno che soffoca la lotta semi-divina, era indizio della missione greca già finita. Perciò Epicuro lascia i giardini greci, le dolcezze e i profumi arcadici, e se ne viene nel foro romano, e siede e sentenzia e giudica e genera di sè due uomini diversissimi, Orazio e Lucrezio, e da Orazio poi il tipo di Munazio Planco e da Lucrezio quello di Papiniano. Sono troppe cose che io dico insieme, delle quali molte non dette, ma provabili con la forma del discorso e col testimonio dei fatti. Cicerone, vedendo Epicuro alle porte di Roma, si arma di poma soriane, inserte in forma di fulmini, e cerca saettarlo con furore iperbolico, proprio nel modo onde il papato fulmina da Roma la rinascenza. Ma, come la rinascenza, mal grado i fulmini papali, siaccasava in Roma, invadeva il Vaticano, e faceva poetare e sermoneggiare i papi con civetteria anacreontica, cosi Epicuro spunta tra due dita i fulmini di Cicerone, come avea già spuntato quelli del Giove greco, e, toccata appena la spalla dell'oratore romano, se lo fa suo. Ma, appena entrato in Roma, Epicuro prende la natura del Giano latino, si fa bifronte, ed una sua faccia è quella di Orazio, l'altra di Lucrezio.Non èmiracolo, è il sistemaepicureo che, sotto la dialettica, manifesta queste due fronti. L'una viene a dire cosi: La vita è breve; di là non si continua; dunque, godiamola di presente. La morte cicolga, quando possiamo gittarle in faccia la scorza del pomo soave, tutto premuto. L'altra, cosi: La vita è breve; di là non si continua; osiamo, dunque, eternarla con un'opera degna della immortalità della fama. Per chè tentare la gioia stolta, se nel punto di asseguirla la morte può spegnermi? Ecco le due fronti di Epicuro. L'una di Orazio: Vitae summa brevis nos vetat spem inchoare longam. Di là non c'è vita: Non regna vini sortiere talis. La conseguenza che ei porge all'anima tua,è sempre una. Carpe diem quam minimum credula postero. Illazione esprimibile con un grugnito del porco epicureo. L'altra è di Lucrezio. Omnia migrant, omnia commutat natura et vertere cogit. Dalla quale migrazione eterna dell'essere deriva il summum crede nefas. Importa sol consegnare integra la lampada della vita alle generazioni sopravvenienti: Vitae lampada tradere. Da Orazio nasce Munazio Planco, prima Cesariano, poi Pompejano, poi repubblicano, poi di Antonio e di Cleopatra, poi cortigiano di Augusto e sprezzato da tutti: tipo del galantuomo di Guicciardini; e fini nella sua villa di Tivoli come Guicciardini, nella solitudine di Arcetri. Da Lucrezio nasce il tipo del giureconsulto, Papiniano, che intese il diritto come bonum aequum, e non volle in senato di fendere un imperatore fratricida, e piuttosto che l'onore volle lasciare la vita. Morendo, come aveva sentenziato, provvide alla immortalità della fama, et lampada juris tradidit. Da Epicuro il mondo romano prende il senso della positività, ed è però mondo di prosa, non di arte, con missione giuridica, con lingua giuridica, con monumenti, storia, tradizioni giuridiche. La Grecia ci ha tramandato due insuperabili documenti, la tragedia epica e la tragedia filosofica, l'Iliade e il Fedone; Roma il Corpusjuris, con due potenti sommarii, l'epigrafe e il responso. Quanto all'epigrafe, specie suggestiva di letteratura, come direbbesi in Francia, nessun altro popolo nė lingua ha ilquarto della maestà e rapidità dell'epigrafe latina, nata rebus agendis: onde nazioni nordiche e neolatine e transatlantiche pigliano ancora, e avverrà per lungo tempo, da Roma antica l'epigrafe!e il responso. E la più bella dell'epigrafi ha contenuto epicureo e giuridico: Et creditis esse Deos?  Cosi abbiamo della medesima scuola il porcus de grege Epicuri, e de acie Epicuri miles. Nè questo doppio tipo fu smarrito nel periodo del risorgimento, quando dopo la scolastica platonica e aristotelica si riaffaccið l'epicureismo: dall’una parte si ebbe il Pontano, cantore della voluttà, dall'altra il Cavalcante, cercatore austero, tra’sepolcri, dell'immortalità della fama.  La tomba, data umile a Catone, negata a Pompeo, ė superbamente elevata ad un mimo! Se gli Dei sono ingiusti, gli Dei non sono. E le epigrafi più solenni nascondono certa finezza d'ironia epicurea nel senso giuridico. L'epigrafe latina è solenne, perché è breve come il responso. Questa rapidità di percezione è dalla lingua istessa giuridica per eccellenza, imperativa e, se mi è lecito a dire, dittatoria: onde l'epigrafe è quasi sempre responsiva, cioè di senso giuridico, e il responso è sempre epigrafico. Ed in Roma fu possibile il tipo del giureconsulto, dell'uomo cioè che ha intera la percezione del dritto, rapidamente e pro priamente la significa e sa comandarla a sè stesso prima che agli altri. È tipo raro, tutto assorbito dalla meditazione etica, che traduce nella parola e nel fatto. Roma ne ebbe pochissimi che dopo quella Roma furono comentati, non risatti; e, quando oggi odo chiamare giureconsulti alcuni legisti che tirano a mestiere il codice, dico che o le parole non s'intendono o sono stravolte dall'adulazione. Quando la lingua latina canta di amore, a me pare- libero da preoccupazioni di scuola udire il Ciclope favellare a Galatea. I romani potean prendere le Sabine meglio con le braccia che col canto: manu, haud carminibuscaptae. Non ène'carmi la missione di Roma: dica rapidamente il diritto, dica il fatto; il responso e l'epigrafe, questo è il gran contenuto della letteratura latina, questo è suo proprio, è originale, è collatino, oso dire: il rimanente vien di fuori e porta il mantello peregrino. Ed ha tre uomini massimi, Lucrezio, Papiniano e Tacito. Lucrezio non ha cantato un poema, nè si dà al mondo poema didascalico, ma ha dato l'esposizione epicurea della natura, la cui Venus non viene da Milo, ma dal Foro, e può somigliare ad Astrea. Papiniano ha dato il più alto responso, nel quale è la) Quid quid praecipiens, esto brevis, ut cito dicta Percipiant animi. 5 UNIVERSITÀ DI Qurais ROMA CCHIO Lucrezio, Papiniano e Tacito sono tre che si somigliano nella forma di concepire e nella rapidità scolpita dell'espressione. Tacito, che segna la decadenza e lavora come il Sisifo di Lucrezio, qui semper victus tristisque recedit, spesso ti accusa la maniera e quando è breve, quando è corto; m a è l'ultimo dei grandi romani. Chi cerca la grandezza del pensiero latino fuori di questi, e vuol trovarlo o nella lirica di Orazio, ambigua, quanto alla forma, tra Pindaro ed Anacreonte, e ambigua nella sostanza tra lo stoico e l'epicureo, o trovarlo nell'epica incerta tra Virgilio e Livio, cioè tra le reminiscenze omeriche e le favole tra dizionali, è come chi, cercando l'anima del trecento, invece di volgersi a Dante e a Boccaccio, la spia negli occhi estatici di Caterina da Siena o nel cipiglio di Passavanti. In questo teatro giuridico, che è il mondo latino, il contenuto della lotta si trasforma e di semi-divino diviene pienamente umano. Qui non han luogo cause per divinità. Qui Lucrezio può vuotare il Pantheon che accoglie indifferentemente tutti gl’Iddii per vederli indifferentemente sfatare dal sistematore della Natura. Lucrezio morrà non per accusa di Melito, di Anito, di Licone; norrà, se gli piace, di sua mano, se il destino del l'uomo gli parrà troppo somigliante a quello di Sisifo. Allora la sintesi della missione latina, e lo ha suggellato, come dovea, con la morte. L'olocausto di Socrate ci mandò la tragedia filosofica che è greca; l'olocausto di Papiniano ci tramanda la tragedia giuridica che è latina. Perchè dopo il Nerone e la Messalina non tentare anche questa che è più romana? La storia di Ta cito suona sulle rovine imminenti dello Stato latino come la ser ventese dell'ultimo degli albigesi. Tacito è fosco come la sera nebbiosa di una splendida giornata; è riflessivo come chi rasenta le rovine; è triste come chi cerca una virtù che ei sa di non trovare. Perciò ei ritrae Tiberio assai meglio che Tiziano non ritragga Filippo II,ma,dove pinge la virtù,non è pittoremolto ispirato. È grande col pennello onde lo Spinelli ritraeva Satana; m a, se gli dai la tavolozza di Raffaello, ei te l'annacqua. Venus genctrix gli si muterà in Venere Libitina, ed egli userà della vita secondo quello che gli parrà suo diritto. Io non credo all'aconito; credo suicida Lucrezio, e questo suicidio proprio di forma Romana, come quello di Catone, cioè per jus necis etiam in sc. Questa lotta umana,iniziata,non compiuta in Roma,questa che è tutta e sempre lotta civile dal ritiro della plebe sull’Aven tino sino ad Augusto, qui omnium munia in se trahere coepit; questa epopea lutta latina, più in Livio che in Virgilio, ha due periodi principali: l'uno'tra plebe e patriziato per una cerla equa partizione di cose e di ufficii, e generò il tribuno, ignoto alla Grecia; l'altro tra l'individuo e la comunanza per una certa equa emancipazione dell'individuo, e generò Spartaco, ignoto alla Grecia. La plebe fu vendicata da Mario,e più da Cesare,che se op presse il tribuno,era segno che non v'era più patriziato sovrano ed operoso.Spartaco,sopraffatto da Crasso e da Pompeo e morto nella pienezza della sua protesta, trovò poco dopo più grande vendicatore, Cristo. Ciò significa: Il mondo greco, cominciato religiosamente, fi nisce nellairreligionediEpicuro;ilmondo romano,pienodella dotta irreligione di Epicuro, finisce nel mistero cristiano. La catastrofe religiosa in Grecia è spiegabile con la natura del pensiero, che comincia col rifermare le religioni e finisce col dissolverle; la catastrofe della irreligione in R o m a è spie gabile con la natura del pensiero istesso, che, se è dommatico, finisce col divorare se stesso. Chiariremo questo vero, quando saremo innanzi al cristianesimo. Questo vien chiaro di presente,che il contenuto giuridico in Roma non pud porgersi come jus civile abstractum, ma come primo sentimento di equità, onde si genera il Pretore, istitu zione profondamente etica, ignota anche questa alla Grecia, e urbano e peregrino, e il cui fine è sempre l'aequitas, affinchè il summum jus non si faccia summa injuria o summa malitia.    Quindi, il placito del giureconsulto nella costituzione delle leggi: In rebus novis constituendis eviders esse debet utilitas, ne a n i mus recedat ab eo jure, quod diu AEQUUM visum est (Fideicom. L. IV). Chiaro è che l'equità costituisca la misura del diritto; che questa equità lungamente saggiata, traducendosi in diritto, genera l'utile sincero; e che questo utile debba essere evidente ai popoli nella costituzione delle leggi. Quindi l'iniquum erat injuria. Quindi l'acquilas appo i latini non è il concetto volgare che ci viene da Ugone Grozio: è l'assoluta, continua, ascendente correzione del diritto civile, cioè del diritto greco; e però cosi coloro che veggono pura medesimezza del diritto greco e ro m a n o, quanto quegli altri che continuano a favoleggiare intorno alla origine greca delle dodici tavole,mostrano ignorare la diffe renza delle due storie, dei due popoli, delle due lotte, delle due civiltà. E il testo canta chiaro: Jus praetorium adiuvandi, vel supplendi, vel CORRIGENDI iuris civilis gratia est introductum, propter utilitatem publicam... Che è quel ius civile bisognoso di correzione? È quello appunto che in R o m a comincia a p a rere s u m m a injuria, la cui correzione costituisce l'istituto p r e torio,cheètutto romano,ilcuiprogramma siassomma nella sentenza: Placuit in omnibus rebus praecipuam esse iustitiae ac AEQUITATIS q u a m STRICTI juris rationem. Quello stretto diritto è greco, è puramente civile, è quiritario, è aristocratico, e tra smoda nell'ingiuria, o per violenza o per malizia, aut vi, aut fraude. Quell’aequitas è la correzione pretoria, è la grandezza dello spirito latino, che tutto si manifesta e dimora nella giu stizia pretoria e urbana e peregrina. E quell'aequitas deriva dallalottaumana, cosidellaplebecontroil patriziatocome del servo contro il padrone. Il jus civile è il risultamento della lotta semi-divina, l'aequitas è il prodotto della lotta civile: quella è greca, questaèlatina: quellahailsuofastigiostoricoda So crate ad Epicuro, questa dalle dodici tavole a Spartaco: quella è lotta filosofica, questa è giuridica: i canoni di Epicuro sono l'orazione funebre all'Olimpo e però alla Grecia, la protesta di Spartaco è il vale al superbo civis romanus.Insomma la gloria storicadiRoma nonèildittatore,néilconsole,nèilsenato, nè il magister equitum e l'imperatore e nemmeno il tribuno, è il Prelore: il suo editto è la sintesi dei responsi; lo spirito dei responsi è l'equità; l'equità è il prodotto della lotta umana; questa lotta è il contenuto della civiltà latina. Hegel che vede si addentro la cagione della rovina della repubblica romana e con Tacito giudica vana l’uccisione di Cesare, non vede con pari intensità in quella repubblica l'istituto pretorio e, sfuggi togli, tien conto solo della ratio strirti juris. Tutto il diritto r o mano gli si stringe nel summum jus. Non vide che la lotta umana era ed è l'equilà. Con questo spirito di equità torna agevole a Tacito descri vere il tiranno, scolpirlo. Volere parendo di rifiutare, c o m a n dare parendo di obbedire,far tuito parendo di non fure, questo è il tipo del tiranno, questo è il Tiberio di Tacito, rispetto al quale gli altri tiranni venuti di poi sono volgari, ubriachi,troppo scoperti e però troppo esposti al essere tiranneggiati. Tipico é questo Tiberio in Tacito, come Ettore in Omero, come Ugolino in Dante, come Otello in Sakespeare, e non patiscono ritocca menti di nessuna mano: chi si attenta a rifarli, solto qualunque altra forma,disfà. In Grecia fu possibile il sentimento del ti ranno, in Roma il ritratto tipico,perchè in Roma è delineato il concetto dell'equità. Tiberio non può esser veduto se non dielro il seggio del Pretore. Nè Riccardo III, nè Arrigo VIII, nè Fi lippo II, nè Alessandro VI o Paolo IV ritrassero Tiberio: vollero troppo, si chiarirono troppo, furono troppo tiranneggiati: ma il tipo, spento individualmente, risorse collettivamente nella C o m pagnia di Gesù, che per 333 anni dilargò l'oligarchia nera sulla terra, parendo di non volere, di non comandare, di non fare. Ma e il gesuitismo tiberiano e il cesarismo gesuitico non pos sono essere tanto chiusi,che ilpensiero e la natura non v'entrino. Fu però equità piena,sincera, spiegata questa di Roma,si    che la si trovi tulta adempita nella ragione pretoria? La lotta umana di Roma diede per risultamento il diritto umano? In somma il dirittoromano sicontinua a studiare,a chiosare, ogni giorno in ogni paese civile, perchè effettualmente è l'ultima parola del diritto? L'acquilas in omnibus spectanda, quando non voglia essere un nome,ma cosa, non un concetto,ma un sistema, non in somma un'esigenza,ma un adempimento, bisogna che simani festi come connessione ed equazione dei contrarii, cioè del ge nere con l'individuo, del cittadino con la persona, affinchè ne risulti l'interezza dell'uomo.Ora, questa equazione torna possi bile,quando l'individuo si sia affermato e contrapposto al citta dino e abbia avuto nella storia tanto valore e tanta evoluzione quanti il cittadino se ne prese. Senza quest'azione e reazione, o, come altri dicono, senza questa tesi e antitesi nessun'ar monia finale e completiva, nessuna sintesi piena e durevole, nessun equilibrio, nessuna equazione insomma è effettualmente possibile: e, se l'equità non è questa equazione, è ancora un presentimento Se ne deduce che Roma non poteva ancora sistemare la vera equità giuridica, perchè l'individuo non aveva dato tutti gl'istituti che dovevano nascere di se, dalla sua antitesi o c o n trapposizione al cittadino. Dove s'era fatta la storia dell'indi viduo, l'autobiografia, perchè ilPretore potesse consapevale con temperare i contrarii, connetterli, equilibrarli? Vedesi, dunque, che questa equità è l'avvenire dellastoria,non ilpassato;spetta alla giornata travagliosa dei posteri, non alla lotta civile di Roma.Or, dunque,è stata spuma d'acqua sonante l'equità ro mana? Troppo sarebbe stato il rumore ! La cosa sta in questi termini: L'equità scientificamente in tesa spetta all'avvenire, che sarà la sintesi del cittadino con l'individuo per costruire tutto l'uomo: l'equità latinamente intesa fu il transilo dal cittadino all individuo per costruire l'individuo. Il transito non è la sintesi, è il semplice avviamento dall'uno all'altro dei contrarii, a traverso i quali si vien costruendo l'uomo chiamato sintesi dell'universo e non divenuto ancora sintesi di sé medesimo ! Fu larva dunque di equità: e nondimeno anche come larva quel diritto è rimasto solenne, tipico nella storia, concetto più che presentimento di quello che il diritto è destinato ad essere. Dunque,nellastoriailmondo romano èl'esodo,ilpassaggio dal cittadino greco all'individuo germanico. E in questo transito dall'uno all'altro dei contrarii consiste, chi consideri, l'universalità dell'impero latino. Il quale perde la sua ragione di durare, quando Cristo annunzia l'emancipa zione individuale. Cosi me ladiscorrevo intorno al contenuto storico ed al carattere di Roma. Alcune delle cose dette, oggi, non ripeterei; m a ne accetto anche oggi moltissime, principalmente due: che la lotta inRoma èumana e senza neppur l'ombra del carattere religioso; e che risulta mento precipuo della lotta umana è l'istituto pretorio. Bastano queste due affermazioni per determinare tutto il ca rattere della prima Roma, e dal caratlere la sua missione, la gloria, l'universalità, la decadenza. A queste due affermazioni manca la giustificanza storica il metodo. Perché in Roma la lotta è del tutto umana? A questa interrogazione, quando non si voglia dare una ri sposta astratta, come la darebbe la scuola di Hugo e di Savi gny,cioè tal era la coscienza o ilgenio di Roma,ci sono due modi di rispondere, l'uno metafisico, l'altro naturale. Il primo risponde: Alla lotta semidivina dovevo succedere la lotta umana: la prima, compiuta in Grecia, non si poteva ripetere in Roma. Le due lotte sono due momenti del pensiero; e però Epicuro passa dalla Grecia a R o m a. Il secondo dice che questo lavorio del pensiero, affatto in d i sparte dal fondamento naturale, spiega la storia più che non [Quindi l'evidenza di lumeggiare la storia col naturalismo che le traccia il metodo. Ora, il naturalismo storico attraversa tre periodi notevoli: prima è teleologico, poi empirico, finalmente è scientifico È teleologico, quando presuppone i fini, e i fini diventano cause, e la natura è in gran faccenda a lavorare i mezzi per questi fini. In questo primo periodo il naturalismo non si è li berato ancora dalla metafisica, e, se non è essenzialmente antro pomorfico, è tale abitualmente. Questo periodo è rappresentato da Herder, il quale è vero che presume cercare la storia degli uomini nella storia del cielo, della terra e delle relazioni tra cielo e terra; m a, presupponendo ancora i fini nella storia dell'uomo e della natura, viene abitual mente a credere divino quel che dev'essere tutto e semplice mente naturale, e – ciò ch'è ancora più teologico -- ad esclu dere i popoli fieri e sanguinarii dalla possibilità di adempiere nella storia un qualche fine provvidenziale. Che cosa sarà per Heder il cristianesimo? — Il regno della giustizia e della verità ! Ecco la civiltà tedesca in forma di fine provvidenziale, che non poteva essere adempiuto dal popolo romano, perché aveva animo tirannico e mani insanguinate.] il genio o il carattere astratlo, m a in ultimo riesce astratto ed enigmatico anch'esso, perché il pensiero presuppone qualco saltro, da cui non si può divellere. È vero che altro è il genio greco, altro il romano; è vero che la lotta fatta in Grecia non si può rifare a Roma;è vero pure che Epicuro,passando dalla Grecia a Roma,accenna alla lotta umana che succede alla lotta religiosa: ma non si vede ancora perchè il pensiero si sia cosi determinato, e piuttosto in Italia che in Germania, e dell'Italia piuttosto in Roma che nell'Etruria o in altra regione. Sono, per conseguenza, da tenere in gran conto i momenti del pensiero che nè in sè nè nella storiasi ripete mai; ma re stano momenti vuoti, astratti ed inesplicati senza tenere in pri missimo conto il dato naturale.] il genio giuridico di Roma? e l'universalità del dominio romano? e la successione storica della civiltà romana alla greca? e l'am biente naturale di R o m a, rispetto alla terra ed all'aria? Tutto ciò sparisce, e restano un fine provvidenziale il cristianesimo, e l'odio tedesco contro R o m a, compagnia di ladri e nel principio e nel mezzo,cosi pel genio naturalista di Herder come per il genio metafisico di Hegel. Egli è perchè quella natura non è libera ancora da quella metafisica. È empirico il naturalismo, quando contende ogni investiga zione intorno agli ultimi fini e alla prima causa, e que'fini e quella causa respinge da se come contenuto della metafisica e campo Questo periodo è rappresentato da Comte, il quale respinge l'assoluto con troppo assolute negazioni,come Stuart Mill negava il sistema, sistemando; e però l'uno si dà a cercare l'invaria bile attraverso i fenomeni naturali, e l'altro il permanente attra verso i bisogni umani. Vanno cercando quell'assoluto che hanno assolutamente negato. Avviene, in questa scuola de'puri senomeni,che le catastrofi sono sostituite all'evoluzione; che il passato sarebbe assoluta mente morto, non trasformato; e che, come nell'ordine della successione filosofica il positivismo annunzia la morte di tutto il contenuto metafisico, cosi nell'ordine della successione politica ilperiodo industriale,p.e.,supporrebbeaffattospento ilperiodo legale, come questo supporrebbe spento del tutto il periodo m i litare.Da che sarebbe indicata la cessazione del periodo mili tare? Dalla caduta di Roma.Ed ecco che questaRoma,o forza di ladri o di soldati, non sarebbe stato altro che forza ! E ne il naturalismo teleologico nė l'empirico arrivano a vedere che in quella R o m a universale la forza fu universale quanto il diritto.  - come reazione mutila il contenuto scientifico, e non si accorge che quanto sot trae alla scienza tanto consegna alla religione. sino dal nome metafisica, dell'inconoscibile. In questo secondo periodo il natura lismo,aborrendo Finalmente il naturalismo storico esce dallo stato teleologico, dallo stato empirico, e diviene scientifico sotto queste determi nate condizioni: 1a sottraendo la statica e la dinamica so ciale all'indeterminato delle analogie e sottomettend le al cal colo determinato, nel quale sparisce l'uomo individuo e sorge l'uomo medio; 2a sottraendo il calcolo ai ritmi misteriosi o ca balistici e riducendolo alla legge di proporzione tra causa ed ef fetto; 3a sottraendo le cause allo indeterminato del numero e riducendole ad una causa sola, e facendo convergere tutti gli effetti verso un fine proporzionato alla causa medesima. Allora si viene a veder chiaro che la statica e la dinamica sociale fanno una fisica sociale che deriva dalla psico -fisica; che il pensiero si traduce nella storia con la medesima proporzione, onde procede dalla natura; che il calcolo, al quale sottostanno le scienze naturali, entra a dominare il mondo della storia; e che in ultimo l'uomo individuo,il quale sparisce innanzi all'uomo medio, vuol dire l'arbitrio che sparisce innanzi alla libertà. Più sparisce l'arbitrio come causa, e più si chiarisce la libertà come fine. A tutto ciò, che è pur grande, il mondo moderno non può sottrarsi. Ha prodotto tre saggi,che sono saggi ancora, ma che aspettano con irremovibile certezza la sistemazione scientifica, e sono la Fisica sociale di Quetelet, la Storia dell'Incivilimento in Inghilterra di Buckle e i Periodi politiri di Ferrari. Anch'io nel Saggio Crilico del Dritto Penale e del Fondamento etico avevo cercato dimostrare in che ra gione si movono nel tempo storico le istituzioni avverse e per chè il tempo stesse rispetto alla successione del pensiero come lo spazio rispetto alla successione de'corpi; m a anche quel mio libro, come porta il titolo, rimane saggio, ed aspetta la sistema zione scientifica che si determina co' criterii sopra stabiliti, senza de'quali non è possibile un naturalismo scientifico. E con questo proposito io mi sento libero da qualunque ar bitrio individuale, da qualunque monomania di originalità so litaria ed astratta, perchè da una parte veggo di obbedire alla    ragion de'tempi e dall'altra al genio italiano. Questo genio, o che si manifesti nello sperimentalismo più cauto del Galileo o nel più libero idealismo di Bruno,ha sempre ultimo fondo delle cose la natura, fuori della quale nulla vede e nulla spiega. È però genio matematico per eccellenza, perchè ogni legge natu rale si stringe in numero. Fu, quindi, possibile nella scuola di Galileo un Vincenzo Viviani che faceva ciò che appena Leibnitz osava desiderare, sommettere cioè gli atti umani alla misura, l'etica alla matematica. Risalendo i tempi, incontravasi nella scuola di Metaponto; discendendo, preoccupava i periodi poli tici di Ferrari. Se è una sistemazione anche questa, perchè afferma l'evo luzione come processo dall'omogeneo all'eterogeneo, e non con sidera che l'evoluzione sarebbe impossibile senza la coesistenza dell'omogeneo con l'eterogeneo? Perchè non considera se quella che appare coesistenza immediatamente al senso,non si faccia mediatamente connessione? E, se cotesta connessione è recipro cità, perchè egli non mi lascia vedere le scienze esatte nelle naturali? Ne deriverebbe che, esclusa la possibilità di ogni ente metafisico, il suo positivismo farebbesi naturalismo. E tanto m e glio ! Tutte le perplessità finirebbero, e non si parlerebbe a n  Spencer pose gran cura a distinguere sė da Comte,ciò che oggi vuol dire positivismo inglese dal francese. Molte sono le differenze notate dallo Spencer, m a fan capo ad una: che Spencer cre le necessaria l'analisi psicologica, da Comte giudicata impossibile. E dietro quest'analisi Spencer perviene a quel s a pere unificalo, sotto il principio universale della evoluzione, che costituisce la sistemazione del positivismo. Innanzi all'universalità di queste leggi non vi sono per noi i riserbi, le oscillazioni dell'inconoscibile e del positivismo in glese; vi sono invece l'universalità e l'ardimento del naturalismo italiano, del quale cosi, senza taccia di orgoglio nazionale, ra gionavo nella mia conferenza a Torino: Che cosa manca?   Noi abbiamo affermato l'inconciliabilità tra l'infinità della natura e il vecchio caput mortuum della teologia.Non possiamo tornare indietro; e le perplessità del positivismo sono sdegnate dal naturalismo italiano. La parola stessa positivismo per noi è un equivoco: scientificamente ci suona semplice reazione alla metafisica, e moralmente dice negazione di ogni elevato ideale. La parola è sciupata. Il naturalismo dura quanto la natura, ed è proprio nelle nostre tradizioni, nel nostro indirizzo e nel n o stro genio. Non temo le conseguenze: la Verità e la Libertà sono, in fondo, una medesima natura. Dietro questi criterii, tenuto conto non di uno o due, m a dei precipui elementi naturali ch'entrano nella storia primitiva di Roma e che possono essere determinati come i faltori elemen tari dell'incivilimento romano, ne risulta che l'indole violenta ed il costume erratico de'primi congregati devono essere dal vasto campo costretti a farsi agricoli, e che il prodotto di questi due fattori, la violenza e l'agricoltura,doveva essere il genio m i litare di R o m a. E militari si annunziano il primo re, le prime istituzioni,iprimi fatti che aprono lastoria di Roma,come mi litare la postura della città istessi, ottima delle posizioni stratc giche in tutlo il Lazio. Or,dato un popolo agricolo e militare,un popolo,cioè, che [B. Il naturalismo. Torino, Roux e Favale] vora dell'assolutamente inconoscibile, campo tetro,in cui possono rientrare tutti i vecchi pregiudizi, tutt'i terrori infantili e tutte le senili speranze sfatate dal naturalismo italiano. Diritto, ardito, impavido è l'ingegno nostro: è Colombo che, se ha da guardare verso l'America, non riguarda la Spagna; è Galileo che, se s'in china, non nega il moto; è Bruno che, se ode la sentenza, non disdice l'infinità della natura; è Cardano che ha più timore di smentire il proprio oroscopo, che di morire. Cosi pensa e cosi vuole: italianamente volere è come il supremo fato storico.   stabilisca il mio e il tuo e con la forza faccia rispettare il li mite,quale sarà la risultante di queste attitudini,quale lamis sione o il destino di questo popolo? È già evidente: sarà u n popolo giuridico per eccellenza, il popolo del diritto. Cosi va: la violenza e l'agricoltura fanno un popolo militare; l'agricoltura e la milizia fanno un popolo giuridico. La violenza temperata dall'agricoltura diventa milizia, a c u stodia del proprio campo; la milizia raddolcita dall'agricoltura diventa forza di equità. Cosi si scoprono i primi naturali fattori del genio romano: non forza contro il diritto (barbarie); non diritto contro la forza (decadenza ); m a diritto e sorza (civiltà giuridica ). Non basta dire il m o n d o greco fu della scienza e dell'arte, ilmondolatinofudeldirittoedelgoverno,ma bisognasapere perchè fu cosi. Allora occorre vedere non solo la successione cronologica delle idee e delle civiltà, m a indagare i naturali fattori che dispongono una nazione,piuttosto che un'altra, ad una deterninata civiltà, e proprio quella e non altra nazione. E per convincersi che quello fu davvero il genio di Roma e quelli i fattori dello incivilimento romano,gli studiosi rivolgano a sè m e desimi alcune domande.Eccole ordinatamente: Qual e fu, in generale, l'indole de’ popoli italici, e quale tra le genti italiche la postura di Roina? Quali i rapporti tra gli agricoltori e quale il costume? 4. Perchè fu tenace il costume e lento in Roma l'accu mularsi della ricchezza? Perchè gl'idillii greci in Roma diventano georgiche, come le cosmogonie diventano poemi della natura, ed in qual conto R o m a ebbe gli scrittori de re rustica e le divinità campestri? 6." Qual'è la forina più latina del pensiero latino? È vero, in ultimo, che quel pensiero e quella forma. Che cosa più occorre, quando questi rapporti e questo costume si elevano a missione giuridica?   sostanza e modo di un mondo affatto prosaico alito di arte? - non hanno Se ciascuna di queste domande non avesse in sè molta im portanza, tutte insieme parrebbero da fanciullo per la loro di sparatezza, mentre, per la loro intima connessione, posson fare una sola domanda. E l'ordine delle risposte può far bastare una pagina, dove occorrerebbe un volume. Le genti italiche – per quell'armonia di facoltà, della quale abbiamo sopra toccato l'origine portano in ogni cosa che pensano e che fanno,non solo un senso finissimo di arte,m a g giore dove meno appare,ma quella che chiamano nota giusta ed è espressione di senso pratico, che, in fondo, è senso poli tico.E dico senso non per traslato nè per uso di linguaggio co mune,ma proprio nel sensopiùitalianamente scientifico, perchè intelletto e volontà sono evoluzioni del senso. Quindi sono popoli che hanno meglio equilibrati gli ordina menti politici, e più disciplinati gli ordinamenti giuridici e m i litari. Roma, e per i fattori del suo genio e perchè posta nel cuore della penisola,veniva naturalmente a concentrare tutto il genio italico e a dargli quella espansione che può raggiare da una città nel medesimo tempo giuridica e militare. Il genio di Roma, insomma, traperl'origine e per la postura è nelle con [Non sarà inutile ricordare ciò che scrissi nel citato discorso sul naturalism.  Il senso era umiliato e depresso da due presupposti: che lo avevamo comune con le bestie e coi zoofiti; e che la ragione p o teva far senza di esso, come l'anima senza del corpo. Presupposti, come è chiaro, della vecchia psicologia metafisica, esagerati dalla scolastica, raffi nati dall'idealismo più recente. Il senso che si osserva,e che si sente,si alza,si riabiliti e testimonia e scrive di sè stesso: Il senso avverte il fatto naturale, il movimento del fatto e in ogni fatto la coesistenza dei contrarii, per es., identità e differenza, genere ed individuo, comune e proprio. Il senso avverte sè,ilmovimento da cui deriva e in cui si deriva,ed in sè la connessione dei contrarii, per es., infinito e finilo, causa ed effetto, necessità e libertà. Il senso avrerte la  dizioni più naturali per concentrare ed espandere il genio ita liano. E ne'popoli agricoli, più che ne'commercianti,sorge schietto il sentimento del diritto e poi dell'equità, perchè più semplici tra gli agricoltori, che non tra'commercianti,sorgono i rapporti sociali. E, sorti, trovano subito stabilità nel costume e certezza nelle forme, come stabile e certa è la terra, sulla quale e per la quale l'agricoltore vive, come certo e stabile il limite del colto. E da questa medesima stabilità e certezza, la tenacità del costume e la rigidezza avversa ai subiti e pericolosi guadagni del commercio. Però in Roma fu lento l'accumularsi della ric chezza e ancora più lento il contagio del lusso. Se poi questi rapporti e questo costume, ne'quali si accentra il genio di tutto un paese, sono destinati ad elevarsi a missione giuridica, ciò che più occorre per tradurla in atto cotesta m i s sione segnatamente in mezzo ad un mondo barbaro è la forza. Perciò una grande missione giuridica, la quale non sia militare nel medesimo tempo,è un'astrazione da missionarj,come una gloriosa missione militare che insieme non sia giuridica e non si ordini a qualche alto fine civile, è un'astrazione da nar ratori ciclici. Il dominio di Roma è pari alla forza, e l'uno e l'altra sono pari al concetto ed alla missione giuridica. Quindi, propria tendenza a trasmutare ilfatto naturale in fatto storico, a insi nuare nella storia il proprio moto e a determinare il fine del moto sto rico nell'equilibrio dei contrarii, per es.,persona e Stato, lavoro e pro dotto, dovere e dritto. Volete questi diversi gradi del sentire chiamarli senso,intelletto e vo lontà? Ritragga il linguaggio con queste parole questa distinzione di gradi, ma distinzione di gradi, non separazione di facoltà: distinzione di gradi nella evoluzione del senso,come ilsenso è dellanatura,non tante ipostasi di tante facoltà.Come l'evoluzione delle forze chimiche perviene sino al l'organismo e dell'organismo sino alla vita e della vita sino al senso,così l'evoluzione del senso sino all'intelletto e alla volontà. Nessuna ragione, m a il solo pregiudizio può condurci a moltiplicare i principii e le leggi.  col crescere e determinarsi del concetto giuridico si giustifica l'egemonia di Roma sopra tutto il mondo mediterraneo, e con la coscienza che Roma desta del medesimo concetto negli altri popoli, si spiega il testamentu di Augusto in Tacito: Addiderat consilium coercendi intra terminos imperii. Quindi, si spiega perchè in R o m a,mentre tutto è militare e la procedura giuridica non si scompagna dalla lancia, tutte le distinzioni civili e politiche sono derivate dalla terra. È patrizio chi possiede terra ed il segreto de'diritti inerenti al dominio; sono clienti, colientes,quelli che coltivano il campo del patrizio; plebei, quelli che coltivano e costumano vivere sul proprio campo; proletarii, quelli che non hanno campo, fuori del quale non c'è avere. E si ponga mente a questo, che nel cliente c'è la radice del colono; che ne' rapporti tra cliente e patrono è adombrata la prima tradizione feudale, che non si è interrotta mai nella storiadelmondo;cheilclienteècittadino,ma non saclasse di cittadini; e che in ciò principalmente si distingue dal servo che nè è persona, nè cittadino, nè fa classe di cittadini. Agraria è principalmente la lotta tra le parti in R o m a; agraria l'origine del dominio bonitario; agrario il fondamento del censo; agrarie le leggi provocatrici de'più grandi dissidii e di radicali riforme negli ordinamenti politici e civili di R o m a. L'evoluzione dello spirito romano porta sempre questa impronta del principale fattore del suo genio. Tra la legge licinia e la legge sempronia c'era sempre sull'agro pubblico tesa una corda, che, tocca, consuonava con l'animo romano. Campestri da Saturno al Dio Termine sono le deità indigene diRoma; il campo arato è ara; proarispugnare inanticoè difendere il campo; e da un fanciullo uscito dall'aratro impara rono l'arte degli aruspici, di gran momento nel cominciare le imprese civili e militari.Censorino scrive$ 4:Nec non in agro Tarquiniensi puer dicitur exar atus, nomine Tages, qui disci plinam cecinerit extispicii.– Anche negati gli aborigeni,restano gl’Iddii autoctoni che si piacevano di riti e canti campestri e 6 – G. B Vic. Disegno di una Storia del Diritto,ecc.,ecc.  da'campi mandaron voce ad Ercole di preferire le offerte di lampade accese ai sacrifizj umani. Gli Dei che dal primo anno urbe condita sino alla prima dittatura perpetua entrano in R o m a insieme co'popoli vinti, sono costretti ad entrare anch'essi in servigio del vincitore, dal quale assumono forma e costume. La Giunone di Grecia non è quella de'Latini,nè il Giove di Atene è quello di Roma. Quando non più assumono il costume del vincitore, non sono più adorati. Ma nė per numi peregrini nè indigeni c'è mai guerra tra i popoli latini, né dissidio civile, nè giudizio per divinità. L'aco nito di Lucrezio - se mai fu provato - non somiglia alla cicuta di Socrate: non ci fu accusa, da che i dotti di R o m a sentirono che il poema della natura era l'espressione più vera del senti mento contemporaneo. In Roma gli Dei sono piuttosto per l'uomo,che l'uomo per gli Dei, i quali più si allontanano come più si determina il sentimento del diritto, che ha dato alla lotta romana principalmente l'impronta agraria. — E l'ager romanus da prima determina le tribù, le quali sono non solo personali, m a locali secondo la partizione dell'agro. Nell'arte non si smentisce questo elemento precipuo del genio romano, anzi vi si determina e spiega. Se l'idillio greco entra in R o m a, si fa georgica, le quali Di patrii, Indigetes det tano ad alto fine: Quid faciat laetas segetes, quo sidere terram Vertere, ulnisque adjungere vites Conveniat. Aureus hanc vitam in terris Saturnus agebat. Ma,seèvero,comesentiHegel, chegliDeidiVirgilio ven gon giù dalla macchina, in queste georgiche la macchina è più visibile: mostrano abbastanza che vengono dopo il poema della natura, e che secondo leggi schiettamente naturali la terra vuol essere pulsata. E l'arte romana non ha nulla di più perfetto di    83 questo poema della natura e di questa applicazione che delle leggi naturali si fa nelle georgiche, poema agrario. Celebrati, dopo questi, sono scriptores rei rusticae et Gromatici veteres, per la tradizionale venerazione della coltivazione e della misura dell'agro: tra'primi M. Porcio Catone, Varrone e Colunella; tra'secondi Sesto Giulio Frontino, Aggeno Urbico, Igino. Humana ante oculos foede cum vitajaceret In terris oppressa gravi sub relligione Primum Grajus homo mortaleis tollere contra Est oculos ausus,primusque obsistere contra. Ed è chiaro:sarà questo in Roma il contenuto filosofico:lo stoicismo non sarà che di reminiscenze, e l'eclettismo, di s c m plice erudizione. Quinto Sestio,stoico più che eclettico, non saprà parlare di Giove che con un motto sarcastico, tramanda toci da Seneca: Iovem plus non posse, quam bonum virum; a CICERONE, eclettico più che stoico, morto otto anni dopo L u crezio, non saprà ammettere l'esistenza degli Dei che in via di sempliceopinione:Deosessenaturaopinamur.E idottisinno quanto questo opinatore magno, come Cicerone chiama sè stesso, confidi nelle sue opinioni teoretiche e teologiche. Intravedesi  E la filosofia? Dove sviluppato è il sentimento del diritto, e per questo appunto la lotta si fa tutta umana e principalmente agraria, gli Dei, a breve andare,si allontanano dalla scena.Epi curo occupa Roma è il suo campo naturale e Amafinio pubblicamente lo insegna in buona prosa latina come Lucrezio lo espone in versi mormorati a lui dalla natura ch'ei canta: Perchè? Te sequor, o Graiae gentis decus, inque tuis nunc Fixa pedum pono pressis vestigia signis Lib.1. che la macchina teurgica non manca a Cicerone che prelude ai politici di RAZZA LATINA, invocando gli Dei piuttosto a rincalzo dello Stato che a fondamento di religione. Ma sopra tutt'i poemi e tutte le prose latine l'epigrafe mi parve sempre la più latina forma del pensiero latino. Versi e prose se ne scrivono in ogni lingua, più o meno classica,e morta e viva; ma l'epigrafe, che non è nè prosa nè verso, non mi parve mai vera in altra forma fuor della latina. N'è prova il fatto costante: sempre che si voglia far vivo un pensiero sopra una pietra e quasi comandarlo alla memoria degli uomini,lo si fa latinamente. E, perchè il pensiero trovi equazione con la forma, bisogna che abbia alcun che di universale e d'importanza umana: una epigrase latina, oggi, sulla tomba di una giovinetta, di un fanciullo, di un uomo oscuro, accusa gli eleganti ozii di un pe dante, anche quando egli riesca alla pietosa eleganza di Antonio Epicuro, che gemeva in latino del cinquecento, e in dotte a n titesi, la sostituzione della morte alle nozze. Nam tibidumque virum, tedas, thalamumque parabam, Funera et inferias anxius ecce paro. Anche il nostro Settembrini, che avea gusto finissimo del bello, si lasciò ingannare dal singulto in antitesi eleganti, e non seppe distinguere tra l'epigrafe dotta e l'epigrafe latina. È vano sfatare l'epigrafe: sempre che si voglia dire con ef ficace brevità un pensiero universale o un fatto d'importanza universale, si dirà epigraficamente e latinamente.In altra forma e lingua apparirà lo sforzo, anche coperto dalla maestria del Giordani che sopra Colombo e Machiavelli scrisse le epigrafi meno incomportevoli. Noterò breve la ragione di questo fenomeno letterario. Quando si dice la lingua latina, imperatoria, ellittica, essere percið epigrafica, il discorso rimane all'esterno; e però viene a dire che la lingua latina è epigrafica, perchè è.– L'intimo è    che il pensiero latino — giuridico. Si dirà, per afferrare transiti dove sfuggono, che l'epigrafe è il passaggio dal verso alla prosa, dalla fantasia alla riflessione, e tiene però dell'una e dell'altra. No: l'epigrafe esprime il sommo della riflessione, perchè determina ciò che in una gene razione c'è di più universale, o come pensiero o come sentimento, e lo stringe sotto non il numero de' piedi o delle sillab e, ma delle parole,ed ha però forma egualmente discosta dal metro poetico e dalla licenza prosastica. Chi consideri come l'universalità del dirittosi determina nella precisione massima della parola, scopre subito l'equazione tra il responso e l'epigrafe, e conchiude senza peritanza, che, ri spetto al genio romano, sono di eguale importanza il corpus iuris e il corpus inscriptionum latinarum. Tutte le regole di Morcelli de stylo inscriptionum fanno la rettorica epigrafica, la più fatua melensaggine letteraria. Al g e suita mancava il pensiero. Intanto questa indole epigrafica di Roma, che riappare da ogni carta e da ogni pietra,in ogni parola e in ogni lettera latina, questa appunto per la sua espressione nuda e severa ha fatto dire che il genio di Roma non ha nulla di artistico. Quel che di fluido e più abbondante s'incontra nella letteratura latina, è greco. Per gli odiatori del nome romano, Roma è la città della forza; per i più benevoli, è la città del di ritto; per gli uni e per gli altri il genio romano è meno estetico del cinese. Conchiudiamo questo capitolo, esaminando questa affermazione. Che il mondo romano sia stato poetico davvero, come fu la Grecia, e come la nostra rinascenza greco-latina da Dante in poi, non si può dire, si perchè nell'arte di R o m a non troviamo l'individuazione de'caratteri poetici, e si perchè il canto vera è universale, imperatorio, categorico. Per cosa ingiusta e con parole indecise non c'è forza di comando.Perciò ripeto che inRoma ilresponso è epigrafico, l'epigrafe è responsivamente poetico non si leva mai solo in un popolo, ma in un periodo in cui gli vengono successivamente compagne le altre arti: la pittura, la scultura, la musica, l'architettura.Non c'èragione, perchè, una volta accesa la fantasia di un popolo, si debba tutta e solamente stringere ne'metri poetici e non cercarsi il ritmo nelle altri arti: c'è invece la ragione contraria, che, nato il canto, si presentano l'una dopo l'altra tutte le altre forme della individuazione poeticil. I caratteri poetici migrano per le diverse forme dell'arte, finchè si adagino nella forma più propria, dalla quale sdegnano essere rimossi. Così il Giove di Omero passa in Fidia,e ilgiudizio di Dante in Michelangiolo. Ma,se ilmondo romano non è poetico, nel senso estetico della parola, è nondi meno artistico in grado inimitabile, perché non neglige la forma dietro la ricerca di un contenuto informe, ma la cerca in equa zione perfetta col contenuto, anzi dal contenuto si studia deri varla, perchè sente che un pensiero che si deterinina, facendosi, si crea determinatamente la sua forma. Il contenuto, la sostanza propria del pensiero latino è il diritto, il quale in Roma si connatura con la forma romana, come il Giove greco con la forma greca. La parola del giure consulto latino scolpisce come la subbia di Fidia. Come da quella subbia esce il sopracciglio cuncta movens, cosi da quella parola erompe l'imperativo giuridico. Or, questa perfetta equazione tra pensiero e forma, tra l'im perativo giuridico e il grammaticale, tra l'imperio concitato e la forma ellittica, quasi tronca, onde Leibnitz, dopo gli assiomi de'geometri, niente vede più certo de' responsi latini, questa appunto è intensamente artistica. Il giureconsulto non è il poeta, è l'artista del diritto.  E per provare col fatto, io ben ricordo che la lex XII T a bularum fu chiamata carmen necessarium, e, cresciuta l'equità, -orrendocarme;chequesto carme fugiudicato un severopoema, ricco d'immaginazione e a desinenze quasi ritmiche; che fu salto imparare a coro da'fanciulli; che Cicerone ne parla con   quell'entusiasmo, onde iGreci ricordavano l'Iliade; che i R o mani derivavano più onore dalle XII tavole,che non dalle guerre puniche; m a so pure che la voce carmen presso i latini ha si gnificato assai più largo che poesis, e mi baderò dal definire poema di qualsivoglia natura il carmen necessarium. Ma ag giungo subito che in queste medesime tavole si manifesta il genio artistico del legislatore romano, per una mirabile equa zione tra contenuto e forma, la quale ferma e stabilisce quelle tavole come tipo di tutta la legislazione romana, e le fa perenni nel culto di quel popolo togato e armato. Al primo sguardo sulla tavola prima si legge: SI IN IUS VOCAT, NI IT, ANTESTETOR; IGITUR EM CAPITO. Non un articolo, nè un pronome in caso reito; due impera tivi in cadenza, e tra'due, come a temperarne la durezza,l'igi tur, che presume parere la razionalità ed è la semplicità pri mitiva della legge.Ogni legge scritta è igilur in sè medesima, è il corollario particolareggiato di un principio generale e di una applicazione sottintesi; e però l'igitur espresso non è trovabile fuor della semplicità infantile della legge. Basta averlo trovato in prima, e non pare che vi s'incontri due volte.Hegel direbbe che questa procedura non solo insita nella legge m a soverchiante, ed a cadenze d'imperativi della specie di capito, ricorda troppo la manus.Due cose sono da rispondere:l’una,che laprocedura molta e stabile, diffusa in tutte la dodici tavole, anche nelle due ultime che Cicerone chiama inique (duadus tabulis iniquarum [Per Livio è fonte; per Tacito è fine; per entrambi è corpo del diritto: quindi, fons publici privatique juris in Livio; finis aequi juris in Tacito;corpus omnis romani juris ne'due storici e ne'giureconsulti. Ma più se n'esalta CICERONE nel De Oratore: Fremant omnes licet, dicam quod sentio.E dirà,giurando per Ercole, che ilsolo libretto delle dodici tavole per peso di autorità e di utilità avanza di assai le biblioteche di tutt'ifilosofi.Questo unus libellus era l'Iliade de’ Romani.  legum additis), svelano l'indole di un popolo agricolo; l'altra, che tutta questa procedura primitiva, che è o la forza o simbo leggiata dalla forza, in Roma è sempre in servigio di un diritto che determina un rapporto tra gli ordini noverati sopra, o tra due del medesimo ordine rispetto ad una medesima cosa. REM UBI PAGUNT, ORATO, Qui, nelle dodici tavole, é evidente, è propria, sto per dire, è bella: certo, come legge, questa evidenza epigrafica non è solo il sommo della brevità, ma dell'arte. Fuori della legge, in Tacito, assai volte la brevità perde l'evidenza e diventa cortezza, l'arte si svela e si fa sforzo, e l'oscurità della frase indica l'o scurità de' tempi e l'animo oscuro di chi si trova solo in mezzo a que' tempi. Bella ancora nelle XII Tavole la seguente procedura che sta bilisce equazione tra l'esrcizio della legge e del Sole: SOL OCCASUS SUPREMA TEMPESTAS ESTO. Tutt'i verbi trovansi all'imperativo, e l'imperativo nel rit mo,ma più di frequente questo verbo essere, come se l'essere in Roma questo dovesse significare principalmente: l'impera tivo giuridico. Parrebbe ai meno accorti soverchia la parola rem innanzi a pagunt: la levino e sarà come levata la parola inducias innanzi al pepigit di Livio. Le parole in quelle tavole sono numerate  88 Notinsi intanto l'evidenza nella brevità epigrafica, la rapidità del comando, la risolutezza della procedura. Non si saprebbe quale parola o monosillabo levare od aggiungere. È il getto di un pensiero giuridico, nato insieme diritto e procedura, impera tivo nella essenza e nel modo,ritmico senza esser verso, arti stico senza nulla di poetico. Notisi in questa ilmaximum della breviloquenza: si come nelle epigrafi, e risermano, con l'esempio, la dottrina espo sta intorno al genio di Roma. L'arte della legge,propria dello spirito romano, si annun zia sin da queste dodici tavole; e i primi ed i,secondi decem viri furono artisti. Coloro che anche in queste dodici tavole vollero vedere Atene, ed una legazione uscita romana e tornata attica, ed Ermodoro esule d'Efeso primo glossatore, e dietro le dodici tavole la statua di Ermodoro, furono confutati da Vico, e la confutazione fu di quelle che non ammettono replica. Non solo nella essenza delle dodici tavole c'è lo spirito originario di Roma,ma c'è ilgetto del pensieronellaforma.Le dodicitavole in greco suonano come l'Iliade in latino:chi sotto la forma indi gena non sente il pensiero esotico, è sordo ad ogni risposta di Cirra. Le dodici tavole,come forma,svelano ilgenio diRoma,mi rabile nella concezione ed espressione della legge, mirabile per quella equazione in che dimora l'arte di una qualunque disci plina; come fine, svelano un'altra equazione che è tutto il dise gno di un popolo giuridico:summis infimisque iura aequare; come origine, svelano la prima equità nella notizia del diritto, la promulgatio. La promulgatio accenna il transito dal summun ius all'ae quum bonum in un popolo che ha congenito il sentimento del diritto e lo sente e lo celebra come sua missione. Il Tribuno, provocando la promulgalio, astringerà il diritto consuetudinario e il quiritario a fissarsi sulle tavole; il Pretore, secondo i casi particolari, tradurrà il diritto scritto nell’equità naturale;il Giureconsultotradurrà l'equità nelle regole uni versali di ragione. Il Tribuno sorge una generazione dopo ilregifugium ed una generazione prima delle dodici tavole: e, sorto tra queste due generazioni, significa, con la sua presenza, che, mutala forma di governo, si è mutato lo spirito di una nazione. Il Pretore, non quello semplicemente da prae ire, m a quello appellato urbanus,  Considerata l'origine del Tribuno, e i due primi, Giunio Bruto (forse nipote del primo) e Sicinio Belluto, tra patriziato e plebe; considerati nel Tribuno il vus auxilii, il ius interces sionis e il veto; considerata l'inviolabilità, ond’ era sacra la per sona del Tribuno, ed il violatore era caput Jovi sacrum; fu detto che il Tribuno è un tipo affatio italico, e del tutto italica l'istituzione del Tribunato. Doveva dirsi invece che il Tribuno, il Pretore ed il Giureconsulto sono tre grandi momenti dell'equità romana; e tre risultamenti memorabili della lotta umana ed agraria tra patrizio e plebe sono la promulgatio, l'editto ed il responso. E qui due considerazioni: la prima, come risultamento della lotta romana sono il Tribuno, il Pretore ed il Giureconsulto, tali hanno ad essere le dodici tavole, e tutte le leggi che da quelle promanano; l'altra, che chi credesse ancora tutto e solo della forza questo mondo di Roma, dovrebbe correggersi innanzi al Tribunato, al Pretorio ed al responso. In R o m a, desto il sentimento dell'equità, fondamento p e renne della lotta umana che si agita in tutti i tempi di Roma, si desta insieme l'accorgimento politico, onde il patriziato cerca prevenire gli strappi e capitanare le riforme che non può nè respingere nè fermare:quindi, è possibile vedere da una parte la lotta agraria, le guerre servili, la guerra sociale e la guerra gladiatoria, dall'altra Spurio Cassio, patrizio, giustificare col suo sangue la prima legge agraria, F. Camillo, patrizio, giustificare l'equità pubblica, presentandosi primo pretore accanto al tempio votato alla Concordia, Emilio Papiniano, patrizio, portare il re quod in urbe ius redderet,venne tre generazioni dopo la pro mulgazione delle dodici tavole, perchè dopo tre strappi fu m e stieri di chi piegasse la legge scritta verso la naturale equità. Il Giureconsulto accompagna tutti i tempi del diritto, m a domina l'imperatore e lo Stato, il mondo di allora e i secoli posteriori, quando libera l'equità dallo editto e la incarna in pronunziati universali.Quindi,più dileguasiil Tribuno, più scende ilPretore, e più grandeggia il Giureconsulto.   Sempre che gli uomini pronunzieranno questa parola « EQUITÀ », la quale, in fondo, è libertà, ed è l'alto fine della storia, si ripresenteranno alla memoria di tutti il Tribuno, il Pretore, il Giureconsulto, il primo a promuoverla, il secondo a specifi carla, il terzo ad universaleggiarla. Mi occorse rispondere ad alcune parole del Cancelliere del l'Impero tedesco ripetute nel Senato italiano, e pubblicai subitamente le parole che seguono per provare che non si hanno a chiamare concessioni quelli che nella storia sono strappi. Riconosco, nella calma dello scrittojo, la concitazione di alcune frasi che potrebbero alterare il senso positivo dellastoria, ma ilfondo rimane vero,epiùveroancora,chelapoliticafine dell'antico Senato oggi non può trovare imitatori nè in Germania, nè in Italia,nè in Francia.Ecco,intanto,le parole di allora: Giova ripetere il senso delle parole di Bismarck, ripetuto già nel Senato italiano, per mettere sotto gli occhi del principe tedesco e de' senatori italiani alcune verità storiche, alcune leggi e certi nomi che non dovreb bero essere mai dimenticati da'prudenti che presumono condurre gli Stati, lontani dai partiti estremi, e li trascinano fuori delle leggi storiche. Il Cancelliere ha detto: Da venti anni alla sommità dello Stato, ho potuto osservare che gli Stati, passando di una in altra concessione, pas sano dalla forma monarchica alla repubblicana. Il Senato ha detto: Le troppe concessioni al diritto di suffragio conducono al Senato elettivo. L'uno preoccupavasi della corona, gli altri della propria istituzione. Hanno ragione e torto. Ragione, perchè,passando di diritto in diritto,si perviene fatalmente alla sovranità nazionale senza delegazione, e a tutti gli ufficii per elezione. Torto,perchè non sono concessioni glistrappi.– Idirittifuronostrappati sempre dai popoli agli Stati, dalla scienza alla storia, non concessi mai. Si può dire al pensiero: « non conchiudere »,se la premessa è posta? Si può dire alla storia:« non gravitare»,se l'impulso è dato? Idivieti dello Stato non fermeranno la storia, come i divieti del sacerdozio non fermarono ilpensiero. Vo'mettere sotto gli occhi del cancelliere tedesco edeisenatoriitaliani quattro secoli di storia dell'antico senato romano, cioè la rapida succes sione democratica di quattordici generazioni, dal 260 di Roma al 684, af  91. sponso sopra l'imperatore Caracalla e per il responso lasciare la vita, come già Spuso Carisio per la legge agraria sulla rupe Tarpea. I Tribuni, i Pretorie i Giureconsulti, venuti dopo di quelli, arrivarono in ritardo, perchè altro ai tempi nostri è il contenuto dell'equità, altro il metodo, altri ne sono i rap presentanti. Ora questo è chiaro: mentre da Papirio a Papiniano si svolge il tipo del giureconsulto,non appariscono in Roma scrittori po litici. In Tacito comincia, declinando lo Stato, ad apparire la finchè si accorgano che gli strappi non sono concessioni e che la gravita zione storica è continua. Sino all'anno 260 di Roma che è la plebe rispetto al patriziato? II senato, le cariche religiose e civili, il comando degli eserciti, il dominio ne' comizii curiati e centuriati, tutto è dei patrizii. Il plebeo che non può campar la vita dal ricolto o col magro bottino,è destinato a diventar d e bitore del patrizio, ad essergli venduto per aes et libram, a farglişi nexus o addictus. Ciònonèlungamentecomportevole. I plebei si ritirano in armi sul l'Aventino e ottengono due magistrati proprii, i tribuni. Iltribuno nacque come re: sacro e col dritto diveto.Ilvetofu tri bunizio e destinato a farsi regio, perchè allora doveva essere limite all'ari stocrazia, oggi alla democrazia. L'attentato alla vita del tribuno era cri mine capitale.La formula è in Livio:Caput Jovi sacrum. Il veto e l'inviolabilità del tribuno furono concessioni? I costretti vol lero parere e chiamarsi provvidenti. Una generazione appresso (anno 292 diRoma)laplebefaintendereche non vale un magistrato proprio senza una legge comune e spiegata.Quindi, la mezza generazione che corre dal 292 al 303,è occupata da due decem virati, destinati alla compilazione delle dodici tavole, ispirate alla triplice necessità: promulgatio; libertas aequanda; provocatio ad popolum. Ecco, la legge è scritta, è promulgata, non è più un segreto patrizio che erompe, come responso,dall'atrium,è aperta la viadelpontificatomassimo ad un plebeo,a Tiberio Coruncanio. Fu concessione? Tacito accenna neque decemviralis potestas ultra biennium,e Livio spiega quanta plebe in armi è dietro Virginio e quanta se ne accampa sul monte Sacro. L’impulso è dato, la gravitazione è in ragion diretta della massa. Nel medesimo anno in che precipita il decemvirato, la tegge delle dodici  Fu concessione o strappo? 92   93 politica; ma lo storico prevale anche in Tacito, perchè siamo ancora discosti dalla catastrofe. tavole è sorpassata dalla legge Valeria Orazia. Iplebisciti,proclamati ob bligatori per tutti,obbligano ilSenato.La formula è in Livio: Ut, quod tributim plebesjussisset,populum teneret. La conseguenza è immediata: una plebe legislatrice può imparentare col patriziato. Ed ecco Canulejo tribuno, quattro anni dopo, sorpassa la seconda volta le dodici tavole,spezza iriparitralecaste,pro clama il connubium patrum et plebis, incrocia, confonde, mescola i ceti. Concessione niente, fu sedizione audace e flagrante: seditiomatrimo niorum dignitate, ut plebei cum patriciis jungerentur. Lo strappo è net tamente stabilito nel primo Libro di Floro: Tumultus in monte Janiculo, duce Canulejo tribuno plebis, exarsit. Il senato non voleva, m a la plebe exarsit. Potrà, or dunque, il plebeo salire anche al consolato? Potrà sentirsi il rumore de'fasci in casa plebea? Si chiamino pure tribuni militari,ma la dignità consolare è divisa.Tacito scrive:Neque tribunorum militum jus consulare diu valuit;perchè,dopo una lotta quarantenne, ladignitàcon solare,ripreso il vecchio nome,non si limita ai vecchi uomini. Fattasi l'eguaglianza negli onori, è tempo che si proclami l'aequanda libertas, l'eguaglianza anche innanzi al diritto punitivo. Ed ecco,due anni dopo l'istituzione del tribunato militare, nell'anno di Roma 311, nasce il Censore che può notare d'infamia il plebeo e il senatore, il console ed il cavaliere, l'uom privato e il magistrato pubblico. La formula di codesta parità leggesi in Ascanio, Divinatio in Caecilium. Hi prorsus cives sicnotabant,ut qui Senator esset, ejiceretursenatu; quiequesromanus, equum publicum perderet; qui plebeius, in tabulas Ceritum referretur et aerarius fieret ». Livio ammonisce nel libro sesto che non ci furono concessioni. Dopo le discordiae sedatae per dictatorem ci dice CONCESSUM ab nobilitate plebi de consule plebeio! Roma, che, dilargando il diritto, democratizza la repubblica e sale verso l'aequanda libertas, èinexpugnabile; Roma,chenellospaziodidue ge -  E si vien chiarendo insieme al disegno di questo libro, che, cioè, mentre grandeggia lo Stato romano, e come re publica e come impero, fiorisce il giureconsulto; e più il dominio si dilarga, più si fa universale l'intelletto del giu reconsulto, e più n’esce universale il responso, dal patrizio   al plebeo, all'italiano, all'uomo. È vano cercare lo scrittore politico in questi secoli di grandezze e di gloria: il politico non sarà mai contemporaneo del giureconsulto. Mentre la gran politica sarà nel patriziato e sarà pratica di governo, non sarà scritta. Disfatti gli Stati italiani e nata, di contro ai grandi stati e u ropei che si formavano,l'esigenza di uno Stato stabile, quale nerazioni, dal 200 al 311, ha posto di contro al patriziato il tribuno, la legge decem virale, la legge Valeria Orazia, la legge Canuleja, i tribuni militari ed i censori, non può, nelle due generazioni dopo l'istituzione censoria, nel 354, essere distrutta da'Galli Senoni; ma, uccisa nelle vie, esce rinata dal Campidoglio. Senno patrizio e valore plebeo, concordi, la rifeceru. Usciti dal Campidoglio, per comun valore, occorre che l'aequanda liberta sabbia la sua norma certa, temperatrice del certo jus summum, sta bilita nelle dodici tavole. Ed a tale uopo, una generazione appresso (387), sorge, come speciale magistratura, il pretore che col quadruplice editto piega, corregge e integra il diritto stretto nella giustizia pretoria. Ma Roma, un secolo appresso,è già capitale d'Italia,ed un secolo in punto appresso (488) accanto al pretore urbano viene a sedere il pretore pere grino: due alte magistrature che si suppliscono a vicenda e che di patri zie si fanno popolane non per concessioni, ma per terribili strappi ehe dentro sono discordie civili, e fuori la guerra sociale, onde Italia, a conto di Vellejo Patercolo, vide sopra campi italiani, in meno di un anno,uccisi più di trecento mila italiani che seppero,morendo, tramandare ai super stiti il dominium ex jure Quiritium. Perchè, dunque, codesto dritto quiritario di patrizio divenisse popolare, e di romano divenisse italico, quante grazie, quante concessioni di patrizii sceserospontaneesullapleberomanaesu'popoliitalici?– Ricordisipiut tosto la storia della Lex Plautia (De civitate), e lascino stare le conces sioni e le grazie. E quando,superate le discordie civili e la guerra sociale, noi ci tro viamo tra le armi di Mario e di Silla e vediamo Montesquieu torcere lo sguardo da queste ire implacabili tra due titani, dobbiamo noi imitare la pietà che inspirava lo Spirito delle leggi? La critica storica è crudele:passa tra'cadaveri romani e vuol sapere perchè Silla fu'na di sangue latino. Silla preoccupa il ten'ativo di Giuliano che si fosse, in Italia, sorgono ed eccellono, sopra tutti gli altri, gli scrittori politici. Allora il diritto non istà da sè, m a cade in servigio delle due tristi necessità che hanno a fare lo Stato: la forza e la frode. I glossatori abbondano, ma il giureconsulto non verrà cortemporaneo degli scrittori politici.E più gli Stati rovinano, e più la politica si rifugia ne' libri. l'apostata: l'uno vuol rifare l'aureola attorno al vecchio senato, come l'altro intorno ai crani de'vecchi Dei. Ma, come Giuliano, dopo aver cac ciato dalla sua sede S. Attanasio e altri vescovi, non rialzò l'Olimpo, così Silla,dopo avere abbattuto la plebe, compressi i tribuni, abbassati i cava lieri e disciolte le assemblee tribute, non potè rialzare il vecchio senato. Perciò, dopo cinque anni, abbandono la dittatura, cioè abbandonò Roma alle leggi storiche. Tal significato ha l'abdicazione di Silla, e tale a m m o nimento ne deriva al Senato, che nè per colpi di Stato, nè per reazioni si rifà l'antico potere. E pure la generazione che ha combattuto la guerra sociale, nella quale fu stabilito il dirittoitalico, la guerra civile non riuscita a rialzare il vec chio senato, è destinata a combattere due guerre servili e la guerra gla diatoria, ordinata in apparenza a rialzare l'antico patriziato sul cadavere di Spartaco. M a si guardi che, se la guerra sociale è per il diritto italico, la guerra servile, che chiude il lavoro della medesima generazione, è pel jus humanım: si guardi Spartaco morire combattendo, senza domandare quar tiere o tregua: si pensi s'ei non aspetti qualcuno dietro di lui, e se egli non senta che il vecchio patriziato non si rialzerà sul suo cadavere. Il senato non concede mai nulla e non riesce mai ad arrestare la democrazia; lo strappo rende popolare quel ch' era diritto patrizio, italico il dirittoromano,umano il diritto italico. Il senato che ha creduto di vincere la guerra servile, è già servo: At Romae ruere in servitium consules, patres,equites!  - Siamo innanzi ad un mondo nuovo e senza nessuna concessione del Senato ! Bene o male? Rispondo che fu quel che doveva essere. Inevitabile era il cammino della plebe sino alla proclamazione, in Roma, dell'equità umana che doveva dalle nazioni vinte esseretoltacontroRoma vincitrice. Io doveva dimostrare che tutto fu preso e niente concesso e che la grande politica del patriziato romano non consisteva soltanto nel cedere, sembrando concedere, ma nel preoccupare quel ch'era inevitabile nello svolgimento dell'equità: onde leggi democratiche si trovano più volte sotto l'auspicio di uomini consolari e di nomi patrizii. Quando lo Stato è in sul ricomporsi, e la rinascenza ita liana, che in parte ha fatto e in parte prepara le tre grandi ri voluzioni europee la germanica, l'inglese e la francese volge al suo compimento,allora abbiamo la sintesi degli accor gimenti co' responsi, della politica col diritto, e sorgono i giure consulti politici che sono filosofi della storia. Il giureconsulto è il tipo latino, il politico è u o m o della rina scenza, il giureconsulto politico è uomo moderno. Il primo è la pura esigenza dell’equità,m a dell'equità astratta, perchè il mondo romano era transito dal civismo ellenico all'in dividualismo germanico, e non riusciva a contemperare i due termini, perché il transito non è la sintesi. Il secondo simula il diritto, in cui traveste la forza e la fede, perchè meglio che a far l'uomo mira a rifare lo Stato. Il terzo che vien dopo l'evoluzione intera del civismo e dell'individualismo, riesce a contemperare i due termini e,rispetto ai mezzi,a comporre la politica col diritto, secondo la misura dei tempi e dei luoghi. Questo sentimento dell'equità,che,diffuso da Roma nel mondo faceva la grandezza di Roma e poi la rovina, questo medesimo ricostruivala centro del cristianesimo che era una nuova esi genza dell'equità, cioè non tra' cittadini e tra le nazioni, m a tra gl'individui. Perciò il mondo germanico potė diffondere il cristianesimo, non accentrarlo. E, quando il concetto dell'equità avrà superato anche il cri stianesimo, Roma proclamerà la laicità dello Stato. Ora seguiamo il genio di Rom a attraverso i periodi dei giu reconsulti.  Ferrari vide che il progresso umano è una risul tante del corso e ricorso, della rivoluzione e reazione, e che questa risultante è significata nella storia dalla soluzione. La rivoluzione e la reazione hanno per premessa la preparazione e per corollario la soluzione. Questo è il circolo sillogistico di Ferrari.– Ma nè questi circoli si concatenano, nè ci lasciano vedere dove vanno, nè l'autore vuole che si guardi fuori e so pra il circolo, dentro il quale l'uomo fatalmente si trova. I cir coli di Ferrari, salvo il criterio della misura, del quale si ha da tenere gran conto, ci lasciano poi innanzi al destino u m a no ciechi,come i circoli di Machiavelli. Vico, denominando le epoche e connettendone la successione, ci promette più larga notizia del nostro cammino, e poi riesce a chiudersi egli stes so dentro i circoli suoi. Ad ogni modo, noverando i periodi del diritto romano,è im possibile dimenticare Vico che non può oggi, come allora, vivere straniero e sconosciuto nella sua patria. Nessun genio compendio più dolorosamente la sua storia. Tutti oggi ripetia m o a coro gli errori di Vico, e ci pare grandezza perdonargli la sua teologia e le applicazioni storiche troppo ristretle al mondo romano, e non vogliamo sapere che la teologia di Vico è quasi di continuo una naturale teologia del genere umano,la quale va a confondersi con l'antropologia, e che il mondo romano,apparso universale,potė parere nel tempo un disegno reale di una storia universale eterna. Io non so se sia più n a turale la teologia di Vico o più teologica la natura di Herder m a vedo chiaro che, se Herder entra innanzi a Vico nell'esi genza del naturalismo storico come metodo, resta assai indie tro rispetto al contenuto. In VICO c'è più sostanza scientifica, perchè i presupposti teologici e metafisici sono in ciascun libro della scienza nuova superati dal naturalismo italiano che, oc cupando la filosofia della storia, fa Vico l'ultimo titano della rinascenza. Vico celebra la teologia ed è fatto naturalista dal genio italiano;Herder invoca la natura ed è fatto metafisico dal genio tedesco. Tengasicontodiquesteavvertenze:cheVico,ponendo Ba cone accanto a Platone ed a Tacito, poneva l'induzione sul contenuto classico; che l'induzione, prima di apparire teorica in Bacone, era stata teorica e prutica in Galileo e nella sua scuola;che venir dopo Galileo e Bruno in Italia significava portare nella storia le leggi della natura, come aveva tentato la medesima scuola di Galileo; e che in questo compito doveva concludersi lo spirito della rinascenza. Perciò, sebbene Vico una volta appena tocchi di campagne, di cielo, di acque, di zone e di mutua influenza di nazioni, pure mette di natura nel suo li bro quanta ce n'è nell'uomo, dal senso all'intelletto, guardando in Lucrezio e presentendo Darwin.– Non c'è,dunque,da per donargli la teologia, m a da intendere pensatamente che cosa sono in lui la teologia naturale e la teologia civile. Queste due parole sono reminicenze della scuola privata; ma il contenuto messovi dal Vico è della scuola italiana. Quanto all'applicazione, VICO e FERRARI furono tirati ad o p postissimi errori, l'uno dal difetto dell'erudizione contempo ranea, l'altro dalla mancanza di sistema. Vico neglesse i popoli storici o li trasse tutti dentro Roma, Ferrari portò i suoi periodi anche ai popoli estrastorici, dove cioè manca la vita e l'intelletto della storia. Vico noverð tre epoche del diritto e della procedura e, tro vatele in Roma, conchiuse averle trovate in tutte le nazioni. Nella prima epoca il diritto è divino e tutto involuto nella ra gione degli auspicii,che presso i popoli gentili tien lungo del la rivelazione, onde Iddio privilegið prima gli Ebrei e poi i cristiani. Nella seconda epoca il diritto è nell'equità civile che è ragion di Stato, della quale il Senato romano fu custode sa piente e geloso. Nella terza il diritto è nell'equità naturale che è ragion comune, esercitata dalle repubbliche popolari e dalle monarchie umane. A questi periodi del diritto rispondono altrettanti della pro cedura. La quale, mentre il diritto è divino,“si esercita, Dio auspice e testimone, ne' giudizii divini. Quando il diritto è p o litico, la procedura è nella scrupolosa esattezza delle formole e delle parole giudiziarie e contrattuali, talchè il diritto paia più nelle parole,che negli uomini.Quando,in ultimo,ildiritto viene a combaciare con l'equità naturale, la procedura diviene una logica tutta'intesa al vero de' fatti, governata dall'intel letto e interpretata dall'equanimità.Quindi,icorpi jeratici go vernano prima, poi gli eroici, in ultimo gli uomini modesti ed equanimi. Vico trova questa successione di epoche nella natura u m a na, poi in Roma, poi, perchè nella natura dell'uomo e nella storia di Roma,nel mondo. Roma, l'urbs, la città per eccellenza, la città universale, gli è sostrato al disegno di una storia universale. Ma,sollevata a questo vertice di universalità, avviene che prima perde Roma 'la sua particolare fisonomia in quella delle altre nazioni, poi le altre, e senza serbarne traccia,la perdono in Roma.Non ci si lascia scorgere e neppure intravedere la ragione, onde certe leggi, certi istituti, e magistrati, e carattere ed imprese, furono romani, affatto romani, non trovabili fuori e dopo R o m a, ne perchè certi altri uomini e fatti e leggi non sono trovabili in Roma. È conseguenza di una filosofia della storia, fondata sulla troppo comune natura delle nazioni, nella quale spariscono le differenze. Perché il tribuno, perchè il pretore e il giureconsulto v e g gonsi in Roma e non fuori,perchè nascono dalla lotta romana e non dalla greca e dalla germanica, perché il responso come ufficio, come valore e forma, permane latino e non è mai supe rato nè imitato, tutto questo che importa sapere, non vi si dice da Vico. Non vi poteva esser detlo, perchè Vico investiga la comune natura delle nazioni e non le differenze, e la investiga nella mente che è comune,non nel dato etnografico e geogra fico che, modificandola, spiega le leggi della successione e della varietà. Se vogliamo, dunque, le epoche storiche del diritto romano, del romano e non di altro, bisogna cercarle nella propria sto ria di Roma, espressione del genio romano. Non è facile l'esatta partizione de' periodi del diritto ro mano; non è facile almeno rispetto a tutte le sue parti:perchè,se il diritto pubblico si muove insieme con lo Stato e si trasmuta secondo le tre epoche apparenti della costituzione politica di Roma, non si può dire il medesimo del diritto privato,di cui le divisioni meno apparenti sembrano assai più lente, più consentanee ad una legge continua di evoluzione. Nondimeno abbiamo susficienti criterii per ridurre a tre clas si gli storici che espongono i periodi principali del diritto romano. Gli storici che, secondo una dottrina di Vico, dividono le età di un popolo come quelle di un uomo, accettano una divisione fatta con lieve differenza - da Gibbon e da Hugo. Allora la storia del diritto romano vien divisa secondo i periodi d'infanzia, di giovinezza, di virilità e di vecchiezza. Gli storici che considerano il diritto come una funzione dello Stato e veg gono il diritto privato procedere dal diritto pubblico, dividono i periodi del dritto secondo i momenti della costituzione politica di Roma. Allora,lastoriadeldirittoromano nella monarchia, nella repubblica e nell'impero. Questa divisione pare accettata dall'Ortolan che presume derivare la storia del diritto romano dalla storia del popolo.In ultimo, gli storici che studiano lo svolgimento del diritto romano nella missione peculiare che il diritto ha potuto avere nel mondo e nel genio di Roma, divi dono i periodi del diritto secondo i momenti dell'equità. Allora il primo periodo lo dicono conchiuso dalla venuta del pretore urbano, il secondo da Augusto, il terzo da Costantino. Questa partizione, posta da Hulzio, è di molto valore in sé, m i viziata nell'applicazione dall'autore istesso per difetto di filosofia e di critica storica. Non mancano alcune divisioni fatte secondo le condizioni e conomiche e morali di Roma,ma di lieve conto, perchè sono le più incerle ed arbitrarie. È nostro compito – confutate che avremo le due prime divisioni – recare a perfezione la terza. La prima divisione de' periodi pecca di troppa generalità. Anche ammesso che la vita dell'uomo sia divisibile in quattro periodi isocroni e che tutti e quattro col medesimɔ isocroni smo siano applicabili alla storia, n'uscirà sempre una curva comune a tutte le nazioni, nella quale non appare il profilo di ciascuna.Nè questa curva lascia scurgere il transito dall'un all'altro periodo. Se le date che hanno da fissare questi pis saggi non sono determinabili con esattezza nell'in lividuo, chi potrà affermare con certezza, qui finisce l'adolescenza di un p o polo e comincia la giovinezza? Quindi, vengon fuori quelle di visioni arbitrarie, nate piuttosto a comodo di una scuola o di una cronologia convenzionale, che delle intenzioni effettive della storia.Ecco, infatti,come procede questa scuola dell'isocronismo, che porta nella storia romana l'età dell'uom).Prende tredici secoli in Roma, dalla fondazione a Giustiniano, e li rompe in quattro parti quasi uguali, di trecento in trecento anni, e denomina ciascuna parte da una delle quattro età dell'uom ). L'infanzia del diritto romano dura dalla fondazione di Roma alle dodici tavole; la giovinezza, dalle dodici tavole a Cesare; la virilità,dia Cesare ad Alessandro Severo;la vecchiezza, da Alessandro Severo   a Giustiniano. L'infanzia sarebbe la monarchia, i primi consoli e iprimitribuni; lagiovinezza, tuttala repubblica, dalla promul gatio sino alla riapparizione di quella che Livio chiama Vetus Regia Lex simul cumur tenata; la virilità e la vecchiezza sa re h bero tutto l'Impero,da cotesta tanto contrastata Regia Lex sino al Codex Iustinianeus. M a ciascun vede che i transiti sono estrin seci ed arbitrarii, e non lascian vedere le necessità intime che governano la successione de'periodi.Nė appare perchè invano Giustiniano si sforza, con cinque tentativi, di stringere il cristia nesimo sotto le leggi romane spirito nuovo in vecchia cor teccia – nè come il Cristianesimo si vien costruendo la sua più naturale espressione giuridica nelle leggi germaniche e nel gius canonico. La divisione pui de'periodi giuridici, fatta sulla successione della costituzione politica,è fatta davvero grossamente, e non ci lascia vedere né i momenti principali della repubblica, nè i pe riodi che si succedono nell'istesso impero. È certo che, mutata la costituzione politica,non è soltanto mutata la forma di go verno,ma dev'esser simutato insieme il contenuto del diritto pubblico, e, conseguentemente, del privato, sebbene la conse guenza non si mostri immediatamente; m a nessuno può affer mare che cotesti trasmutamenti non avvengano durante appa rentemente una medesima forma politica.Se l'epoca di Alessandro Severo può dividere in due periodi l'impero, perché la legge Publilia che dichiara popolare la repubblica, e la legge Petelia che libera la plebe dal diritto feudale rustico del carcere privato, non varranno, secondo la mente di Vico, a designare tanta di stanza tra repubblica e re ubblica, quanta forse non se ne trova tra Tarquinio e Bruto? Ma si faccia questa considerazione che è la più intensa e la meglio dichiarativa, nella storia, della successione de'fenomeni civili e politici.Nell'ordine ideale ed effettuale delle cose umane, la successione de'periodi politici determina e spiega la succes sicne de'periodi giuridici, o, per contrario, la successione dei periodi del diritto dichiara e prestabilisce la successione de'pe riodi politici? L'homessa intera la forma della domanda, perchè la risposta erompa da sè. Sebbene nella storia il diritto e la politica, la ragione del l'uomo e la ragion di Stato, si presentino come due concetti, due forze, e - mi sia lecito a dire – due istituti avversi, e la politica sembri nata per comprimere il diritto, ed il diritto per urtare e trascendere gli ordinamenti politici, pure, in fondo ed in ultimo, la forma dello Stato finisce per dischiudersi alla nuova esigenza del diritto. Così sempre: se un nuovo bisogno vien determinando una nuova idea del diritto, già si sente per l'aria il fremito di una rivoluzione; e se uno Stato nuovo sorge ad occupare questa nuova concezione giuridica, appena nato, già tende a cristallizzarla ed a mozzarne le illazioni. Tutto ciò può esser vero; m a pur si vede e s'intende che la nuova forma di Stato, quale che sia, s'è venuta organando intorno a quel nuovo concetto del diritto. Per non far, dunque, irrazionali ed astrologici i mutamenti politici, noi dobbiamo affermare che l'ordine naturale delle cose c'impone di non derivare dalle forme successive dello Stato i periodi del diritto, m a dall'evolu zione della coscienza giuridica i periodi politici. Perciò scrissi e ripeto che ne'periodi politici del Ferrari ammiro la genialità del pensiero e i germi dischiusi del natura lismo italiano; ma sono periodi,ai quali mancano le premesse. Si potrebbe rispondere che per queste ragioni appunto i mutamenti politici andrebbero intesi come segni esteriori e certi dei periodi del diritto. No - ripeto per due chiare ragioni: l'una, che per questa via si viene a rendere equivoco il processo della storia, potendosi assai facilmente scambiare le cause con gli effetti, e scambiare il diritto che promuove il muta mento politico, con la legge che ne consegue; e l'altra, che verrebbero a mancare i criterii per distinguere i veri dagli a p parenti mutamenti politici e le rivoluzioni politiche dalle sor prese settarie e da'tumulli più o meno rumorosi e vuoti. Un mutamento politico è reale e durevole, se determinato da una nuova concezione giuridica;e,quando no, sidilegua, lasciando tracce di sangue, non d'istituzioni. Occorre, dunque, come si è detto, seguire lo svolgimento del diritto romano nella missione peculiare che il diritto ha potuto avere nel mondo e nel genio di Roma,e però dividere i pe riodi del diritto secondo i momenti dell'equità, onde procedono le successive forme della costituzione politica di Roma. Facciamo parlare i fatti. Perchè in Roma si passa dalla m o narchia alla repubblica e poi all'impero? Se rispondesi che Tarquinio potè estinguere il potere regio come Cesare rifarlo, si viene a conchiudere che l'origine e la rovina delle istituzioni sono in balia di un uomo. Una storia cosi fatta non c'è, nè c'è oggi chi torni a narrarla. Se Tarquinio potè finire il regno, perché l'impero non cessó in Domiziano, quando praecipua miseriarum pars erat videri et adspici? Altro, dunque, che la ferocia e la clemenza di un principe, di un sacerdote, di un capitano occorre per determi nare e spiegare la vita o la morte delle istituzioni politiche. Lasciamo a Voltaire la facilità di dimenticare le premesse del suo saggio su'costumi e sullo spirito delle nazioni, per affer mare che il delirio di un Cucupietre potè iniziare il periodo delle crociate, e gl'insidiosi interessi di monaci il periodo della riforma. Quanto a Roma, il vero si è che la reazione di Tarquinio mal poteva resistere ad una nuova esigenza giuridica, adombrata già dalla favola, che i Commentarii di Servio Tullio erano destinati a passare nelle mani di Giunio Bruto. Questo mito de'Commentarii era tutta una tradizione che diceva tra gli scritti di Servio Tullio essersi trovato nientemeno tutto intero il disegno di una costituzione repubblicana; che questo non era soltanto un disegno,ma un proposito di Servio; che questo proposito appunto gli era costata la vita; e che non dimeno disegno e proposito erano passati da Servio Tullio a Giunio Bruto. C'è, a primo intuito, qualche cosa in questa tradizione, la quale è assai più scientifica, che non una repubblica esplosa dalla superbia di Tarquinio, dalla fatuità di Bruto e dal cada vere di Lucrezia. La tradizione si fonda sopra questi dati di fatto: che la prima monarchia di Roma non somiglia a nessun'altra delle monar chie antiche e moderne,ed è,conforme al genio di Roma,una istituzione giuridico-militare; che, secondo questo carattere ori ginario e primordiale di R o m a, il diritto è una continua ten denza verso il suo natural fine che è l'equità; e che però i periodi nella evoluzione dell'equità devono essere i periodi sto rici del diritto romano. Ora,se il diritto in Roma sorge come istinto o genio di tutti da una parte, e dall'altra come sapienza privilegiata di un or dine, di quello cioè che si reputa destinato a conoscere e cu stodire le leggi, quale potrà essere il vero primo momento del l'equità? Suttrarre la legge al mistero, sottrarre la sapienza al privilegio, far la legge nota a tutti: promulgatio. Questa esi genza come diritto crea la repubblica; come legge, succede al decemvirato. Quindi, il primo momento dell'equità è l'equità formale, la promulgalio, ma necessaria, perchè dalla forma si passi alla sostanza. L'ignoto sfugge all’equità. E questa necessità sa liente a traverso il periodo regio spiega la tradizione de' Commentarii di Servio, la reazione del Superbo, la fine della m o narchia sotto questa reazione, l'avvenimento della repubblica col disegno di Servio passato a Bruto, e primo prodotto della repubblica il Tribuno che a sua volta produce la promulgatio. In fatti, quanto tempo corre dal regifugium alla promulgatio? Ben sessant'anni vi corrono, e tra queste due generazioni sorge in mezzo il tribuno. Accanto al cadavere di Gneo Genunzio sono possibili le rogazioni di Publilio Valerone, di Terentillo Arsa, di Siccio Dentato, sino alla istituzione de'Decemviri le gibus scribundis.Olitiche er io udo del gurt zione is ienterne cara 6; di Sem o chen Tulli e  Quando si domanda che è la legge scritta e promulgata, si risponde che è l'eguale notizia della legge. E codesta egualità è l'equità prima e rudimentale, è il primo aequum bonum, ė la prima aequitas spectanda, è la prima libertas aequanda, è il primo poter dire formalmente summis infinisque jura aequare. Formalmente ancora,anzi appena,ma quanto costa questa prima equità,senza della quale nessun'altra sarà possibile,quante secessioni della plebe, ed un tribuno ucciso malgrado il caput Jovi sacrum intimato all'uccisore, e finalmente la figura tipica di Cincinnato, intervenuto ad equilibrare le parti nella lotta d e cennale tra l'istituzione del Decemvirato e la promulgazione delle prime dieci tavole! La promulgazione, primo grado dell'equità formale, appunto perchè tale, può far tanta ingiuria al fine ed alla natura del l'equità, da rilevare la contraddizione nella parola istessa. A l lora il patriziato può inventare una parola nuova, inciderla in una colonna, e la colonna alzare nell'area, dov'erano le case distrutte di un plebeo ucciso. AEQUIMELIUM:ecco la nuova pa rola che annunzia in tuono di sfida la contraddizione tra il fatto e la forma. Questa contraddizione dichiarata tra la legge nota a tutti e favorevole a pochi, questa spinge al secondo momento dell'e quità formale, all'eguaglianza di tutti innanzi alla legge. Questa seconda equità sforza a tenere equilibrato conto delle condi zioni o circostanze che accompagnano i fatti e le persone, gli effetti e le intenzioni, affinchè la parità innanzi alla legge sia reale. Ecco il Pretore. L'editto prelorio è da prima l'equità ne'casi particolari, è, ciò che dev'essere l'eguaglianza innanzi alla legge, l'equità particolareggiata. Forse l'avvenimento del Pretore è un fenomeno puramente giuridico o giudiziario in disparte dalla vita politica di Roma?  È il prodotto della più travagliosa politica, determinata dalla più grande evoluzione giuridica della coscienza romana. II Pretore sorge, quando ai Decemviri legibus scribundis sono succeduti i Decemviri sacris faciundis, cioè quando il diritto augurale è passato dal patriviato alla plebe,quando ai tribuni con solari patrizii si contrappongono le rogazioni licinie, quando la plebe sale ad occupare il consolalo, la dittatura, il diritto cen sorio ed ogni magistratura curule, quando le ragioni pubļilie ci avvisano che la republlica di aristocratica è fatta democratica: eguaglianza di tutti innanzi alla legge. Costituitosi l'istituto pretorio, si risolve un gran problema sociale e s'inizia un nuovo periodo politico. Il problema sociale, risolutosi nella quarta secessione della plebe e per la dittatura di Valerio Corvo, è la liquidazione dei debiti e la divisione dell'agro pubblico. Il pericdo politico che s'inizia,è l'unificazione d'Italia. Il periodo unitario è annun ziato dalla prima guerra sannitica. Tra l'unificazione d'Italia e l'unificazione di tutti sudditi dell'impero fioriscono tutt'i grandi giureconsulti, onde si onora e perpetua la sapienza latina, Elio,Catone, Scevola, Servio Sul picio,Labeone, Sabino, Giuliano, Gajo, Papiniano, Paolo, Ulpiano,  Perciò, quando Vico avvisa che con la legge Publilia e con la Petelia tra gli anni 416 e 419 di Roma si passa dalla libertà signorile istituita da Giunio Bruto alla repubblica popolare,ebbe presente Livio: Quum tamen per dictatorem datae discordiae sunt, concessumque ab nobilitate plebi de con sule plebeio, a plebe nobilitati de proetore uno, qui jus in urbe diceret, ex Patrilus creando.- Ed ecco l'origine politica del pretore, la quale dichiara questo processo della storia romana: 1° esigenza giuridica rogazioni licinie; 2° mutamento poli tico repubblica popolare; 3° legge conditionibus se Se questo non fosse stato il processo della storia, e la legge non indicasse il mutamento politico, e questo non indicasse un periodo compiuto della coscienza giuridica, si continuerebbe a costruire una storia romana su'fasti femminei, e si direbbe che con Lucrezia cadde la monarchia, con Virginia il Decemvirato, e con una Fabia la repubblica signorile. editto pretorio. Sopra ogni altro è celebrato il responso di Papiniano,perchè più universale, e la cui ultima parola coincide con l'imperiale costituzione della cittadinanza universale. Il responso di Papirio, venuto prima del periodo unitario, e quelli di Ermogene, di Gregorio, di Triboniano e di Teofilo, arrivati con la decadenza, non ritraggono l'ufficio dell'equità romana. Ma codesta equità che di formale tende a farsi sostanziale, e da Roma si espande per l'Italia e dall'Italia nel mondo, è veramente l'equità u m ina? ha assunto l'ultima espressione nel responso di Papiniano? percið vive ancora, interrogata e cele brata in tutti gli Atenei del mondo? il mondo, insomma,studia il diritto romano),perchè fu davvero umano? S  Modestino. Più si dilata l'unificazione e più universaleggia il responso; e, come più il responso si fa universale, più ancora l'equità penetra dalla forma nel contenuto. A noi conviene esaminare partitamente i tre grandi periodi dell'equità in Roma. N e rimarrà illustrata la storia della nostra antica grandezza.  A me par di avere con sufficiente chiarezza fermata questa legge storica: che nella successione delle cose civili il mutamento politico framezza tra una nuova esigenza giuridica e la legge scritta. A coloro che hanno paura di ogni formola, cre dendola una minaccia metafisica o una nuova invasione scola stica, e non sanno che le formole sono o definizioni genetiche o espressione di leggi naturali, traduco questa legge storica in queste espressioni più analitiche: prima si determina un nuovo bisogno ed una nuova coscienza giuridica; poi Se cosi non procedessero le cose civili, mancherebbe l'ar tefice della nuova legge, mancherebbe la causa de'mutamenti politici. Non parlo delle congiure, delle sėtte, de'regicidii e di altre cause apparenti de'mutamenti politici per non creare a me stesso objezioni puerili a pretesto di analisi lunghe e volgari: tutti sanno che non c'è effettuale mutamento politico,se in fondo non ci sia una grande e maturata esigenza giuridica, la dichia razione di qualche diritto comune lungamente contrastato: m a non tutti sanno se ogni nuova esigenza giuridica basti a cagio nare un mutamento politico.] stenze più o meno travagliose - un mutamento dopo resi politico;in ul timo, fica e sancisce dal nuovo potere costituito la nuova esigenza promana giuridica la legge. che speci   causa di mutamento politico ogni dichiarazione di diritto, che implica una diminuzione di privilegio nell'ordine domi nante. Cotesta dichiarazione ordinata a diminuzione di preminenze implica sempre,più o meno, un summis infimisque jura ae qu ire.Ogni periodo dell'equità, dunque, annunzia un nuovo pe riodo politico. Sono evidenti le due illazioni: non sono mutamenti politici quelli non giustificati da una nuova dichiarazione di diritti; non SONO mutamenti durevoli quelli non prodotti da larga e co sciente dichiarazione di diritti. Quindi, vi può essere molto sangue civile senza rivoluzione, ed una grande rivoluzione incruenta. N'emerge evidente non potersi fare la storia giuridica di un popolo senza la storia della costituzione politica: i periodi sono gli stessi: le fasi della causa si riscontrano nell'effetto. Nel momento,in che si passa dalla convivenza gentilizia alla costituzione politica, in Roma comincia lo Stato: il membr o della convivenza era gentilis, il membro della costituzione era civis. Le genti erano Ramnes, Tities, Luceres, Albani, Sabini, Romulei; la loro unità civile e militare fece lo Stato. Secondo più o meno si partecipava della costituzione politica, si era più o meno cittadino: civis optimo vel non optimo jure; e l'unità fra tutti era personificata dal re, il quale, come ho detto, era unità giuridico-militare. Come istituzione giuridica, raccoglieva in sè il potere legislativo e giudiziario;come istitu zione militare, movea l'esercito e gli agenti esecutivi. Dissi ancora che non somiglia a nessun altro re antico e m o derno: non era assoluto, perchè la sovranità era nel popolo;ne costituzionale, perché il suo imperium era temperato dal genio giuridico di Roma e dagli ordinamenti patrizii, non da un co stituito potere rappresentativo.  Se la sovranità era nel popolo, l'imperium non si poteva esercitare dal re senza una legge curiata de imperio, una specie   di delegazione di sovranità. Mommsen non crede a questa legge primitiva de imperio e la dice trasportata per errore dalla ele zione consolare a quella de're. Ho ragione di credere piuttosto a LIVIO ed a CICERONE, i quali la deducono dall'istessa natura del potere regio, dall'essenza dello imperium. Non è lecito dubitare delle tradizioni del giure pubblico, del quale le for mole si trasmettono letteralmente. Rottosi il potere regio, l'imperium e conseguentemente la lex de impario, intesa come investitura, di perpetui divennero annui, cioè passarono dai re ai consoli, che Cicerone chiama potestas annua jure regia. Le altre magistrature ordinarie che sorgeranno più tardi, come la censura, l'edilità curule, la pre tura, la questura, saranno diramazioni del consolato. A voler secondare le tradizioni, niente è più difficile di co testo passaggio dalla monarchia al consolato. Secondo Tacito il transito sarebbe stato determinato dalla libertà,cioè dal proposito di più liberi ordinamenti. LIBERTATEM et consulatum L. Brulus instituit. Vico non consente, perché la repubblica sopravvenuta fu più signorile del principato,fu rivolta di patrizii che consen tirono a Bruto l'istituzione del consolato, non della libertà. C'è più di ragione in Tacito, perché il passaggio dal principato alla repubblica fu una evoluzione della legge curiata de imperio, la quale implicava la temporaneità e la responsabilità del potere. E questi due fattori che la tradizione doveva avere allogato nei Commentarii di Servio Tullio,passarono al primo Bruto.Non è di picciol valore la parola annua nella definizione data da Ci cerone alla potestà consolare, e, come più diminuisce la durata dell'imperium, più cresce la responsabilità. I re potevano allora, come oggi, rispondere innanzi alle rivoluzioni ed alla guerra; i consoli, compiuto l'anno, erano esposti, non rei gerundae caussa sed rei gestae, alle accuse de'loro concittadini. E mi piace di risermare contro M o m m s e n che non la lex de imperio è una evoluzione della repubblica, ma la repubblica è una evo luzione della lex dc imperio. E sotto questo rispetto si può ri   petere con Tacito: Libertatem et consulatum L. Brutus in stituit; s'egli è vero che la temporaneità e la responsabilità dell'imperium sono i primi fattori della libertà politica. Quando affermo che l'evoluzione della lex curiata de i m perio mena dalla monarchia alla tepubblica, io rifermo questo alto principio, che i rivolgimenti politici sono prima periodi nella evoluzione del diritto. Senza questo processo, tanto è razionale spiegare l'origine della repubblica romana con una insurrezione di patrizii, intesi a sostituire l'aristocrazia al monarcato,quanto era possibile alla congiura de'Baroni rovesciare nel reame di Napoli il principato, per ricostruire,con prelesto popolare, tutt'i vecchi ordini feudali. Bisogna quindi rifermare che,come Tacito, usando la parola libertà nel senso spiegato sopra, ha ragione contro Vico, cosi Livio, riserendo a tutte le otto generazioni passate attraverso i sette re la lex de imperio,ha pienamente ragione contro M o m m Se si sposta o si tronca questa tradizione, l'avvenimento della repubblica esplode, non si spiega. Non è facile spostare certe tradizioni nè confutare alcune parole dei classici. Caduto il monarcato, contro la mutabilità delle magistrature e l'incertezza delle deliberazioni popolari rimase, sola istituzione stabile, il senato, già corpo consultivo, durante il principato, e, nella repubblica, istituto legislativo, politico ed amministrativo. Il potere amministrativo gli apparteneva intero, cosi sull'agro pubblico come rispetto ai fondi del pubblico tesoro. Intero gli [Livio e Dionigi d'Alicarnasso ci tramandano quasi l'identica tradi zione della legge regia. Cicerone ne'libri della Repubblica cura di ripe tere per ogni elezione di re le parole dette per l'elezione di Numa Pompilio: Quamquam populus curiatis cum comitiis regem esse jusserat, tamen ipse de suo imperio curiatam legem tulit. La costanza delle pa role di Cicerone indica due cose: la tenacità delle formole del diritto p u b blico e idocumenti pubblici,ai quali Cicerone aveva dovuto attingere. Ed io,considerando la legge curiata come il fondamento di tutto ildiritto pubblico romano, non solo stimo il passaggio dalla monarchia alla repubblica essere stata una evoluzione di questa legge,ma stimo una evoluzione della  - sen.   apparteneva il governo della politica estera, per due ragioni: per la competenza e per il carattere militare dello Stato romano. È vero che tutti gli Stati sono gelosi e, quando possono, inva denti,e gli Stati antichi più de'moderni; ma sopra tutti gli antichi e moderni,lo Stato romano,al quale peregrinus erat hostis, e pax erat pactum, quasi stato di tregua, non di natura. Quanto alla politica interna ed al potere legislativo, il S e nato li aveva, partecipe il popolo convocato in comizii, i quali erano istituzioni giuridico-militari: giuridiche per il fine, mili tari nella forma. Militarmente il popolo interveniva, quasi exer citus urbanus, e militarmente non discuteva, ma rispondeva seccamente il suo uti rogas o antiquo. E bene, fu quest'assenza di discussione dall'assemblee p o polari la grande politica e la gran forza di Roma, fu il segreto della rapidità nelle deliberazioni, nell'esecuzione, e, assai volte, il segreto delle vittorie. Si o No. Ferrari, ricordando dall'Amlet che la discussione tronca il nerbo all'azione, vede l'inferiorità delle repubbliche quanto alla rapidità dell'azione; ma non vide di quanto la repubblica romana avanzava per senno politico le repubbliche elleniche, e per subitezza d'azione tutti gli Stati moderni, compresa l'Inghilterra. Devo ricordare che questo carattere militare che Roma manifesta sinanco ne'comizii, questo exercitus urbanus, che ricorda l'exercitus castris, non si dissocia mai dal genio giuridico di questo popolo agricoltore. Mai da' Romani fu fatta guerra per medesima il transito dalla repubblica signorile alla popolare, e dalla repubblica all'impero, quando, per nuove necessità, l'investitura de'poteri passò dalle magistrature temporanee all'imperatore. Nè dalla filosofia della storia né da'fonti mi risulta ragione alcuna, per la quale Mommsen possa affermare che la lex de imperio sia narrazione inventata evidente mente dagli insegnanti di diritto pubblico ai tempi della repubblica per loro fini. Per quali fini? Vedo invece che l'eridenza appunto manca alla sua affermazione, e che,facendo riposare egli stesso lalegge curiatasopra con suetudine antichissima,risale con Livio, con Dionigi d'Alicarnasso e col suo ingiustamente deriso Cicerone,sino ai tempi della prima monarchia romana) aggressione, more latronum; mai guerra non dichiarata o per cause ingiuste, bellum iniquum: volevano iustum, purumque duellum; e con l'intervento de custodi della fede pubblica che erano i feciali, volevano pium bellum. Popolo belligero questo di Roma, perchè una missione giuridica non fu compita mai co'sermoni,ma che per questo appunto conobbe ed osservò il diritto delle genti più che gli altri Stati meno bellicosi,special mente con l'osservanza massima del rispetto agli ambasciatori. Tutte le formule per la dichiarazione di guerra ci sono di stesamente tramandate da Livio. Coloniale,quello de'cittadini romani trapiantati in citta vinta. Cosi lo Stato romano, primo efficace colonizzatore del mondo, asseguiva due fini: dava stabilità alla conquista e sgravavasi, in parte, del proletariato urbano. I coloni conservavano la piena cittadinanza cum suffragio et iure honorum. Municipale era il diritto civile di un comune non conqui stato,ma ridotto ad obbedienza verso Roma,  conqualche obbligo (munus), come o di servizio militare o d'imposizione tributaria o dell'uno e dell'altra. Municipes erant cives romani sine suf fragio et iure honorum. Provinciale era proprio il diritto che avanzava ai vinti.Non più civis né la quasi effigies populi romani, dove troviamo un populus stipendiarius, un popolo cioè senza cittadinanza, senza territorio proprio,e spesso senza il commercium.Che è,dunque, che può essere avanzato ai vinti? Non più di quel che si trova o nella clemenza o nell'ira o nella convenienza del vincitore. E la convenienza, sotto specie di magnanimità, prevaleva nel decreto del magistrato delegato ad ordinare la provincia. Duramente Gaio: Quasi quaedam praedia populi romani sunt vecti galia nostra atque provinciae. Il Mommsen segue Festo non Niebuhr nell'etimologia della parola provincia, da vincere, sia) 11'1 Con la guerra il diritto romano dilargavasi, e risultanze diverse della guerra erano le tre forme che, uscito di Roma, il diritto assumeva: coloniale, municipale, provinciale.   poi che pro significhi il procedere de'due eserciti consolari, come piace a Mommsen, sia che ante, come piacque a Festo. Il certo è che dalla diversa vittoria si traggono le distinzioni ve dute da Cicerone tra la Sicilia e le altre provincie. M a per giungere a lutte queste diverse gradazioni del dritto, suori di Roma,le quali sono effetti diversi della guerra, bi sogna aver superato il periodo della repubblica aristocratica,di quella immediatamente succeduta al regno, quando i patrizii avevano tre mezzi per deludere é menomare della plebe, ed essere entrati nel periodo della repubblica p o polare, quando, meglio equilibrate le parti, comincia l'epoca dell'unificazione italica. I mezzi de'patrižii erano la convocatio, l'auctoritas patrum e l’ius augurale. I patrizii potevano convocare le assemblee e cancellare, per vizio formale, le deliberazioni popolari; e, quando, convocata l'assemblea, il voto accennava ad un certo indirizzo, potevano troncarlo, spingendo l'augure - a sciogliere il comizio con la formola: Ali odie: a tempo senza misura! Importa ricordare le parole di Cicerone, DE DIVINATIONE: Fulmen sinistrum, auspicium optimum habemus ad omnes res, praeter quam ad comitia: quod quidem institutum reipublicae causa est, ut comitiorum, vel in judiciis populi, vel in iure legum, vel in creandis magistratibus, principes civitatis essent interpretes. Ecco, dunque, gl'interpreti de'comizii,principes civitatis; ed anche il fulmen sinistrum per frustrare il voto diveniva infau stum omen ! La formola,dunque, di Cicerone in DE LEGIBUS: Potestas in populo, auctoritas in Senatu sit, traducevasi una potestà senza potere. Occorrerà, dunque, qualche cosa, perchè questa potestà sia potere: occorrerà che trovi in sè l'autorità sua. Allora è necessario che il popolo abbia certa notizia della procedura, abbia certezza delle leggi, e che l'ignoto della legge le deliberazioni  115 ufficio patrizio   116 non sirisolva nell'arbitrio de'principes civitatis. Ed ecco la ne cessità della promulgatio, la quale non significa tanto notizia quanto certezza delle leggi. Non istiamo a ripetere quanta lotta costasse la promulgatio, perchè le parole di Livio e di Cicerone non superano il vero, quando affermano che prima della pubblicazione delle dodici tavole il diritto civile era riposto ne'penetrali de'pontefici: re positum in penetralibus pontificum; m a lo superano, quando si tirano sino ai tempi posteriori alle dodici tavole. Certo che lotta fiera si dovette combattere per sottrarre il diritto ai penetrali de'pontefici, cioè all'ordine, cui i pontefici appartenevano, il quale a sua posta governava i comizii con la convocazione, con l'autorità e col diritto sacro. M a senza bisogno di gran lotta venne la pubblicazione delle formole procedurali, fatta da Gneo Flavio un secolo e mezzo dopo le dodici tavole, pubblicazione intesa sotto il nome di ius civile Flavianum, con la quale la plebe liberavasi dal bisogno di ricorrere e consultare i ponte fici. Se le formole comprensive non saranno mai oziose, si può dire cosi: le dodici tavole democratizzano la notizia del diritto; l’ius civile Flavianum laicizza la procedura e la giuri sprudenza. Doveva costar lotta la premessa, con la quale apri vasi un periodo storico, non la conclusione, con la quale chiu devasi.  1 Considerando il significato della promulgazione, io non posso credere agli scrittori che con beata semplicità stimano poco de mocratico e niente normale l'ufficio del tribuno in Roma. A f fermo invece che le dodici tavole non si sarebbero potute mai promulgare senza gran lotta contro il patriziato, cui giovava il mistero delle leggi e segnatamente della procedura, senza della quale le leggi non si muovono; che questa promulgazione fu strappata in nome della prima equità,della prima aequanda li bertas, almeno circa la notizia e certezza delle leggi; e che questa prima equità sarebbe stata ineffabile ed inconseguibile senza la persona sacra del tribuno. Il tribuno è il risultamento più normale,più naturale della prima lotta tra il patriziato e la plebe; e non solo senza il tribuno non s'intenderebbe la pr o mulgatio, ma questa appunto compendia e spiega la più diretta missione dell'ufficio tribunizio: onde il popolo per conseguirla sospende nel decennio decemvirale sinanco la provocatio ad populum. Ora, quel che resta a sapere circa il valore della promulga zione, si è se quiesta prima equità consista soltanto nella eguale notizia della legge o, insieme, nella sostanza della legge istessa. [B.: Saggio critico del diritto penale e del nuovo fondamento etico. Napoli. Vedi ancora Corso di Scienza del Diritto. Napoli. Scritti filosofici e politici, Napoli. Cicerone, incerto sempre tra l'aristocrazia e la democrazia, ma,come tutte le tempre deboli e gli opinatori saliti in fama, piuttosto blanditore del patriziato, ecco ciò che fa dire contro il tribunato nel DE LEG.: Nam mihi quidem pestifera videtur (la potestà de'tribuni), quippe quae in  Un occhio alle dodici tavole chiarirà col fatto questo primo assioma di legislazione positiva: che, quanto più lato in uno statuto od in un codice è il diritto penale, tanto più stretta è l'equità civile. E questo spiega da una parte la voce continua dell'equità: Summum jussum mainjuria; ed all'altra, questa legge storica d'ogni legislazione positiva: il dritto penale e l'e quilà civile movonsi nella storia in ragione inversa (1). Credo avere largamente dimostrato in queste opere, che, quando si vo glia tener giusto conto de'fenomeni storici e considerare il valore degli istituti lungamente durati, convien dire che,come il naturale risultato della lotta tra la monarchia ed il popolo fu il consolato, cioè la regia potestà annua e responsabile, così il risultato naturale della lotta tra patriziato e plebe fu il tribunato, per la certezza de'diritti della plebe.Non solo nulla di anormale troviamo nell'istituzione tribunizia, la quale non fu mai un ba stone ferreo tra le ruote dello Stato romano,ma, fattasi popolare la re pubblica, tutte le magistrature troviamo come una evoluzione della potestà tribunizia. Gl'imperatori dovettero entrare in questa forma. Tacito pre senta Augusto consulem se ferens et ad tuendam plebem TRIBUNITIO IURE contentum, e il primo editto di Tiberio tribunitiae potestatis praescri ptione.   Esaminiamo. Cicerone vede il Libellus XII Tabularum superare le biblioteche di tutt'i filosofi per due ragioni: aucto ritatis pondere et utilitatis ubertate. Cosi, nel De Oratore. Nei libri della Repubblica l'entusiasmo sbolle, ed ei condanna gli ultimi decemviri: qui, duabus tabulis iniquarum legum additis, quibus, etiam quae disjunctis populis tribui solent, connubia, haec illi ut ne plebei cum patricibus essent inhumanissima lege sanxerunt. Ma è questa la sola ineguaglianza, onde Cicerone, ammiratore delle tradizioni, si lasci trasportare sino alla parola inumanissima? Furono più inumani,più patrizii, più aristocra tici i secondi decemviri legibus scribundis dei primi? Quando nella III Tavola leggiamo contro il debitore: Tertiis nundinis partis secanto; si plus minusve secuerint, ne fraude eslo; noi non dobbiamo commentare col relore Quintiliano che alcune cose illaudabili per natura siano permesse dal diritto, m a dobbiamo fingere di ricorrere ad una certa sapienza crudel srditione et ad seditionem nata sit: cujus primum ortum si recordari columus,inter arma civium etoccupatis etobsessisurbislocis,procrea tum videmus.Deinde quum esset cito letatus, tanquam ex XII Tabulis insigni ad deformitatem puer, brevi tempore ręcreatus, multoque toe trior etfedior natus est.IlTribunato,dunque,è venuto fuori come bam bino mostruoso e deforme! Ma come avviene che si svolge per tre secoli almeno di vita eroica? e v’ha nella storia un provvisorio di tre secoli? E nato ad seditionem o contra vim auxilium? Si può perdonare a Cicerone d'avere ignorato, allora, che tutt'i diritti nascono in seditione, m a non si può ignorare oggi che senza i tribuni nè icomizii tributi sarebbero mai nati, nè plebisciti si sarebbero mai fatti, né i plebis scita avrebbero in s e guito acquistato valore di populi scita, nè la promulgatio sarebbe mai avvenuta,nè mai pubblicate quelle tanto celebrate XII Tarole, delle quali tanto ammiratore si professa egli proprio,Cicerone,nè la repub blica di signorile sarebbe passata a popolare,nè,in ultimo,egli,Cicerone, sarebbe mai stato console, o, eletto, si sarebbe davvero detto di lui quello che in miglior senso diceva M. Catone: Dii boni, quam ridiculum con su lim habemus ! Seneca ci dice che ai tempi di Tito Livio disputavasi se fosse stato meglio per la repubblica che Cesare fosse nato,o no.Era meglio investigare,iodico,sesenzailtribunovisarebbemaistatarepubblica) mente pietosa escogitata da Aulo Gellio, che cioè gl'infelici sian fatti salvi dall'istessa enormità della pena: Eo consilio tanta i m manilas poenae denuntiata est, ne ad eam unquam perveni retur. La quale sentenza, divulgata ne'tempi dell'autore delle notti attiche, è respinta erroneamente sino ai tempi abbastanza reali del primo decemvirato: reali nel senso, che le leggi erano scritte per esser fatte. Se la carità del tempo ha voluto portar via dalla Tavola IV de jure patrio le disposizioni durissime circa la patria potestà sconfinata, resta la traduzione di Dionigi d'Alicarnasso che la riassumecosi: Siveeum (filium)incarcerem conjicere,sivefla gris caedere, sive vinctum ad rusticum opus detinere, sive occi dere vellet. Papiniano riassume in tre parole: Vitae necisque potestas. Forse sino alla virilità del figlio? Toto vitae tempore licet filius jam rempublicam administraret et inter s u m m o s magistratus censeretur, et propter suum studium in rempubli cam laudaretur. E si dà cura Dionigi di farci sapere che i D e cemviri non ebbero a portarla di fuori, come si favoleggiava, questa legge, m a a dedurla da quella che Papiniano chiamava lex regia, farla quarta delle dodici e metterla nel foro: Sublato regno, decem viri inter caeteras retulerunt, extat que in XII Tabularum, ut vocant, quarta, quas tunc in foro posuere. Ciò che resta di questa tavola, è il più umano, in che modo cioè si possa affermare: Filiusapatreliberesto;ma ciòcheil tempo ha cancellato, non è tale da giustificare tutto lo sdegno di Cicerone contro soltanto le ultime due delle dodici.  E che si deve dire, rispetto all'eguaglianza, quando si passa alla tavola V, per considerare la condizione delle donne, eccet tuate le Vestali? Anche qui il tempo ha passato la spugna,ma restano le istituzioni di Gaio per darci notizia di quel che manca: Veteres voluerunt feminas, etiamsi perfectae aetatis sint, prop ter animi levitatem in tutela esse... Loquimur autem, exceptis virginibus vestalibus, itaque etiam lege XII. Tabularum cau tum est.   Quando vuolsi davvero spiare dove un corpo privilegiato, predominante e nel medesimo tempo minacciato, studia l'alto riparo, si dà uno sguardo alla legislazione penale. L'abbon danza,la ferocia delle pene, la rapidità della procedura penale, compensano la parvità della ragion civile. Una tavola delle d o dici,l'ottava, de delictis, ci fa intendere che i decemviri,già scelti nell'ordine de'senatori,nè tra gli Dei indigeni nè tra'pe regrini accolgono la Dea Clemenza. Cicerone mostra consolar sene, assermando, ne'libri della Repubblici, che per pochi m a leficii le XII Tavole stabilirono la pena capitale. Il vero si è che, oltre il taglione, comune già a quasi tutte le legislazioni penali primitive, e le verghe che scendono ad illividire anche l'impu bere, la morte vi spesseggia, tanto che, traboccata dalla tavola ottava, entra ad occupare due disposizioni della nona, la quale tratta non più di reati e pene, ma de jure publico.  120 Si noti, a questo proposito, che l'assenza della morte dalla tavola X (dejure sacro) ricorda che la religione in Roma, se condo il carattere italico,non è l'elemento predominante, e che, come ho notato sopra,in Roma piuttosto gli Dei intervengono in servigio dell'uomo, che l'uomo degli Dei. E il rapido decre scere della giurisdizione pontificale ne'giudizii penali riserma questo concetto. Non è già che io tenga poco conto delle testi monianze di Dione, di Livio e di Tacito rispetto all’espiazione religiosa; ma voglio dire che nell'intervento del principio sa crale in tutte le legislazioni penali primitive è notevole questa differenza, che, dove presso gli altri popoli entra come conte nuto, in Roma interviene piuttosto come forma; altrove cioè gli offesi possono essere gli Dei che costituiscono espiatrice la pena, e in Roma l'elemento sacrale serve a rendere più temibile la pena, senza nè sospendere la provocatio ad populum, nè sot trarre ai comizii centuriati il diritto di sentenziare negli affari capitali per un cittadino romano. CICERONE ricorda nel De le gibus che le dodici tavole vietano di deliberare di cosa capitale fuori del comizio massimo: De capite civis rogari, nisimaximo   comitiatu, vetat.-- Non dimentico nemmeno l'etimologia sacra delle parole supplicium e castigatio; m a ricordo che Festo concorda con Cicerone, affermando: At homo sacer is est quem POPULUS indicavit ob maleficium. E quel populus chiarisce la molta differenza dal diritto germanico, secondo il quale la di vinità direttamente offesa chiede espiazione diretta per mezzo dei suoi sacerdoti. Avverrà subito, ed anche in seditione, che dall'una egua glianza si tenti passare all'altra, dalla formale alla sostanziale, dalla eguale certezza della legge,alla certezza della legge eguale, e che appunto il matrimonio sarà l'argomento del transito, perchè contro i corollarii, cioè contro gli effetti visibili, c o m i n ciano le sedizioni popolari; ma questa sedizione appunto, questa prima sedizione contro le dodici tavole, doveva avvertire Cice rone che quel divieto di certo connubio era il corollario, cioè  121 Tolto l'elemento sacro, resta abbastanza di asprezza penale per fare intendere quanto poco spazio resti alla ragione civile, la quale non può durare in tanta ineguaglianza, se non mante nendo la distanza tra' due ordini. Quindi, l’undecima tavola che vieta il matrimonio tra'patrizi e plebei, è l'espresso corollario delle dieci prime, è l'opera, onde i secondi decemviri compiono quella de'prini, è la lontananza custode dell'ineguaglianza. Come il senatore veneto non arrivava a comprendere il con nubio tra il moro Otello e la bianchissima Desdemona, cosi il senato romano non l'avrebbe compreso tra patrizii e plebei, due ordini lontani quanto due razze.La pari certezza della legge si,non la parità di diritti nelle leggi. Or,di che si sdegna Cicerone? Che il matrimonio, permesso d'ordinario anche co'po poli stranieri, sia interdetto fra'plebei ed i patrizii con inuma nissima legge. È sdegno rettorico, è, almeno, poco logico, è troppo postumo, troppo gelido: egli aveva troppo ammirato le premesse. Le dodici tavole son fatte, perchè tutti abbiano l'e guale certezza della legge (e fu vittoria della plebe), e tutti la certezza della legge ineguale (e fu vittoria del patriziato). che quella lontananza tra gli ordini era designata a custodire l'ineguaglianza tra'sommi e gl'infimi. È da esaminare, in fatti, donde comincia la reazione della plebe contro le dodici tavole, affinchè l'equità cominci a p e n e trare nel contenuto della legge. Non si deve credere che co minci con la legge Valeria Orazia De plebiscitis due anni dopo la promulgazione delle dodici tavole, per le seguenti ragioni: 1o perchè questa legge è la semplice soluzione di un diritto con troverso circa il valore de'plebisciti, non è l'affermazione di un diritto nuovo e contrastato; 22 che il plebiscito, anche fattosi obbligatorio per tutto il popolo, non si sottrae all'auctoritas patrum per l'esecuzione; 3a che non per questa legge arse la terza sedizione, di cui parla Floro, nè avvenne la secessione sul Gianicolo,della quale parla Plinio; 4a che questa legge non si intitola da tribuni, ma da consoli. Livio dice che si venne a questa soluzione, « ut quod tributim plebes jussisset, populum teneret », 0, per dirla con Plinio, « ut quod plebs jussisset, omnes Quirites teneret », perchè prima cið era in controverso iure. Ma quando fu che la plebe arse in vera sedizione sul Gia nicolo? quale e perchè una terza sedizione, dopo le due, l'una sul monte Sacro e l'altra sull'Aventino? e perchè contro le d o dici tavole, se tanto le aveva volute, e se la promulgazione di queste era stato il massimo ufficio tribunizio, e sei anni appena e non interi dopo la promulgazione? Ed, ecco, qui appare il nome di un tribuno, Caio Caruleio, una rogazione vivamente contrastata ed una sedizione vera di plebe che assale la legge nelle conseguenze ed osa divorar la distanza tra sé ed i patrizii per appianare l'ineguaglianza. La ribellione contro le dodici tavole comincia contro l'ultimo corollario: la plebe non sillogizza invidiosi veri intorno alle cause, assale l'effetto. Rotto il primo, tira sulle cause. E quella gene razione che spezza il primo effetto, è destinata ad atterrare tutta l'istituzione. Tal è il significato della Legge Canuleia De connubio patrum et plebis. Fatta la breccia, esaminiamo che cosa in trent'anni resta di tutto l'edificio delle dodici tavole. Per la generazione che succede, si troverà che la cosa men necessaria è il carmen necessarium.Averlo fatto imparare e cantare a coro da fanciulli non vuol già dire che il carme dell'ira non suonerà più alto da coro di uomini armati. La prima sedizione è contro il supremo corollario delle d o dici tavole, contro il divieto di matrimonio fra patrizii e plebei; l'ultima sedizione di questa medesima generazione è contro il console patrizio, vietante la divisione dell'agro pubblico tra i plebei, i quali per questa via si liberavano di fatto dalla terza delle dodici tavole, dalla più aristocratica, da quella appunto che, secondo VICO, doveva sancire il diritto feudale rustico del carcere privato, che i patrizii avevano sopra i plebei debitori. E, sebbene il Console fosse vincitore o stesse sopra il terreno vinto, pur vide i Tribuni prevalere ed i lieti onori trionfali tor nargli ne'tristi lutti dell'esilio. Poche considerazioni storiche varranno a lumeggiare i fatti esposli in questo capitolo. 1. La legge agraria, reclamata e non potuta attuare dal l'anno 268 di Roma sino all'anno 299, cioè reclamata e non potuta attuare da tutta la generazione che precede alla promul gazione delle dodici tavole, é e doveva essere la conclusione pratica della generazione che succede alle dodici tavole. Ciò che erasi cominciato nel sangue patrizio di Spurio Cassio,dove vasi compiere con l'esilio di Furio Camillo, patrizio vincitore. 2. Questa generazione succeduta alla promulgazione delle dodici tavole, cominciando la lotta contro la legge sul matri monio e conchiudendola con la divisione dell'agro pubblico sopra il territorio de'Vejenti, volle togliere la distanza tra gli ordini per giungere all'eguaglianza degli ordini. Potè essere detto, con sentimento del vero, che la divisione dell'agro accen nava finita la divisione de'ceti. 3. Questa divisione dell'agro dopo la comunanza de'm a trimonii, per l'eguaglianza degli ordini, dice che l'equità non  è più nella sola notizia della legge, m a dentro la legge. L'anno 363 di Roma annunzia che le XII tavole, benefiche quanto alla conseguita promulgazione, sono state superate nel conte nuto: annunzia che l'equità è passata dalla forma nella sostanza. Dietro il Tribuno verrà il Pretore, e già Caio Canuleio chiama il figlio di Furio Camillo. Se è vero che la lotta per l'esistenza, la quale è di tutti gli animali, si faccia lotta per il diritto per diventare umana, è vero pure che in nessun luogo questa lotta ebbe una espres sione più pura,cioè più umana,che in Roma,ed in nessun tempo quanto nella generazione che succede alla promulgazione delle dodici tavole. Posso dire che gli ottant'anni che corrono tra il tribuno Caio Canuleio ed il primo pretore, figlio del già espulso patrizio Furio Camillo,comprendono la più alta espres sione della lotta per il diritto. Si può dire che dentro questo periodo si raccolgono le premesse eterne della lotta umana. Dico la più pura espressione, non per enfasi, ma perchè questa lotla si fa tra uomo ed uomo, tra ordine ed ordine di cittadini per la parità civile, politica e sociale, senza intervento di Numi, senza pretesti religiosi, senza fini sovraumani.E, se in questo tempo la plebe, strappando il diritto augurale, fa n a scere i Decemviri sacris faciundis, non è già per propiziarsi i Numi o per un fine direttamente religioso, ma per un fine assolutamente ed umanamente giuridico. Questa è la grandezza di Roma, ed il segreto dello studio non solo continuo, ma crescente, intorno all'indole tipica del diritto romano. Compiamo questo esame con la ricerca dello istituto pretorio e del responso. Nella suc cessione delle cose civili il mutamento politico framezza tra una nuova esigenza giuridica e la legge scritta. Ho dimostrato, infatti, che,quando l'equità s'impone come eguale certezza della legge, il tribunato diventa magistratura tipica; e,quando l'equità s'impone come uguaglianza nella legge, la repubblica signorile si fa popolare. Non solo tutte le magistrature si aprono alla plebe, m a alcune restano esclusivamente plebee. Non si deve ricorrere, per vederne la formazione, ai m o menti astratti del pensiero, cioè ad una successione puramente logica d'idee, ma al pensiero determinato dal bisogno, cioè dalla natura,considerata sotto il doppio rispetto, nella compagine della persona e nello ambiente. Cotesto è il naturalismo storico. Il bisogno insoddisfatto ed assolutamente insuperabile per le condizioni della natura circostante non lascia sprigionare il pensiero nè iniziare civiltà veruna. Un bisogno superato, per condizioni benigne dello ambiente, libera il pensiero, ond'esce la prima favilla di una civiltà e di una storia. Insieme col pensiero sorgono alcune pretensioni, cioè una certa coscienza giuridica, proporzionata a quel bisogno, e, poco  Ora, ci sarebbe impossibile aprire questo capitolo e proce dere innanzi senza investigare come e perchè si formi una nuova esigenza giuridica. dopo, una determinata forma politica, proporzionata a quell'esi genza giuridica. Mutato,crescendo,ilbisogno,si dilatailpen siero, si evolve la coscienza giuridica, si muta la forma politica, si cangia la legislazione del giure pubblico e privato e delle rispettive procedure. Se il pensiero cresciuto levasi a superare di tanto il bisogno naturale, quanto il bisogno ha superato i mezzi e l'ambiente, allora non c'è da aspettare,nè altra forma politica, nè altra le gislazione che duri: si aspetta la rovina che seppellisce una civiltà finita, per dare origine ad una civiltà nuova che equilibri le funzioni della vita, instaurando la proporzione tra il pensiero ed il bisogno, tra il bisogno e l'ambiente. Ora, è forse un annunzio di rovina la sentenza di Plinio: Latifundia perdidere Italiam,jam vero etprovincias? Asseguita la divisione dell'agro pubblico, con la quale si chiude il periodo della forte generazione che succede alla pro mulgazione delle dodici tavole, abolita di fatto la tavola III delle dodici, depositaria della preminenza di un ordine di cittadini sull'altro, si vede nascere un gran numero di piccoli proprie tarii che comincia a formare come uno stato medio in Roma, il quale meglio de'due estremi traduce in atto il genio agrario di Roma,e,mentre da una parte serba integro il maschio costume antico e militare, dall'altra annunzia che l'equità ha fatto gran cammino: dalla forma è passata nella sostanza delle leggi. Abolita di fatto la terza delle dodici tavole, le altre undici stanno ritte come mummie che più tardi arriveranno dall'Egitto, documenti di una civiltà sepolta. Il carmen necessa rium si canterà come memoria di popolo legislatore che ha bisogno di ricordarsi per innovarsi. Per estimare quanta parte di vero si contenga nell'annunzio di rovina,che ci viene da Plinio,bisogna avere in vista il ca rattere di proprietà in Roma. Dico tirsa o quarta ecc., per seguire l'ordine più accettato. dilui. No: la lotta tra monarchia e patriziato prima, e poi, continua, tra patriziato e plebe, è possibile in Roma, in quanto qui più che prima e fuori è spiccato il sentimento personale: sentimento proprio, più che ad altri, ad un popolo agricoltore e militare, il cui genio sarà giu ridico. Chi coltiva il campo specialmente nel modo in tensivo dei primi nostri e lo disende, sente insieme più intenso il sentimento del mio e del luo, e, per conseguenza, dell'io e del tu. Intenso è, dunque, nel cittadino romano il sentimento della proprietà personale, quanto illimitato il sentimento di disporne: e l'uno e l'altro contenderanno allo Stato romano la facoltà di un'imposta fondiaria. Nė ci fu contesa: lo Stato non osò esco gitarla: vi si sarebbe ribellato ilgenio agrario di Roma.Quando dicesi mancipium, si accenna all'origine romana dellaproprietà; quando mancipatio, alla libera trasmissione; quando dominium ex jure Quiritum, all'effetto dell'uno e dell'altra; e quando res mancipi e nec mancipi, si accenna non solo ad una divisione tra le cose,ma alla prima possibilità di una possessione boni taria accanto al dominio quiritario. Troviamo, in fatti, un limite nelle dodici tavole alla facoltà di possedere e di disporre? Rispetto alla prima, non altro limite che quello di vicinanza, donde quelle servitù o recipro canza di oneri, che sono strettamente in rerum natura. La ta vola VII è mirabilmente sottile nel determinare i modi,aflinchè il dominium ex jure Quiritum non ne resti di troppo m e n o mato: neppure le chiama servitù; m a le fa passare sotto il ti tolo de jure aedium et agrorum. E rispetta tanto la pietra ter minale, segno di proprietà sovrana, che, per entrare nel campo vicino a cogliere un frutto caduto dal proprio albero, ha avuto  Bisogna, innanzi tutto,smettere ilpregiudizio,cheloStato di R o m a ripeta lo Stato greco o di nazioni incivili, durante la civiltà romana: bisogna rimuovere quest'affermazione di Hegel, che cioè il padre sfogava sulla famiglia quella durezza che lo Stato sopra   gran bisogno di dirlo: Ut glandem in alienum fundum proci dentem liceret colligere. Cosi fatto dominio, perchè del tutto quiritario rispetto al l'origine ed al genio, sarà tale anche rispetto all'estensione ed alvalore:ilforestiero non lo acquisterà innessun modo,nė per mancipazione, nè per usucapione, nè per cessione innanzi al magistrato (injure cessio), nè in maniera quale altra si voglia. Tal è il significato vero ed intero di quella legge della Tavola VI (altri impropriamente dicono della III): ADVERSUS HOSTEM AETERNA AUCTORITAS. E tutto questo è cosi assolutamente romano, che,per farlo greco più o meno,si ricorrerà invano a Solone. Sciendum est, in actione finium regundorum illud observandum esse,quod ail exemplum quodammodo ejus legis scriptum est, quam Athenis Solonem dicitur tulisse. Un quodammodo non basta a tramutare la leggenda in istoria. Rispetto poi alla facoltà di disporre, non altro limite in tutto questo periodo primitivo che quello della parola pro nunziata. QUUM NEXUM FACIET MAMCIPIUMQUE, UTI LINGUA NUN CUPASSIT, ITA JUS ESTO. Ne, quanto al testatore,sopravvengono limiti maggiori: UTI LEGASSIT SUPER PECUNIA TUTELAVE SUAE REI, ITA JUS ESTO. È facoltà sovrana di cittadino sovrano, di chi possiede ed esercita la lex curiata de imperio. Quando più tardi verrà una legge Cincia de donis et m u n e ribus ad annunziarci la necessità di un limite alla facoltà di di sporre, Questo che ho detto, non mi consente di accostarmi, come fa Mommsen,a Niebuhr che vuole introdurre qualcosa di do rico e forse di germanico,cioè di comune,nell'indole della pro prietà prediale romana, la quale fu affatto personale. Quanto alla mancata persona del figlio, non fu senza senti mento del vero averla spiegata e per la manus  1 128 è segno che la proprietà è mutata, è mutato con essa il diritto di proprietà, e che in un altro periodo è entrata la storia di Roma. espressione   del carattere militare la quale il marito aveva sopra la m o glie, e per l'istinto di padronanza che il civis optimo jure sen tiva sopra ogni suo prodotto, compreso il figlio. Non si dura fatica a vedere che la patria potestà nel civis sorge, si deter mina e si svolge piuttosto come un sentimento di proprietà, che di carità. Erano già, sin da prima, due modi di possedere separabili, perché, dove mancava la possibilità della patria p o testas, mancava il dominio ottimo; e l'uno e l'altro comprende vano facoltà illimitata di disporre. Non parmi aver dimenticato gli argomenti addotti da Ihering contro l'analogia veduta tra il dominio oltimo e la patria potestà. Io vado oltre la semplire analogia, trovo poco calzanti le osservazioni di Ihering,e domando,poichè grave è la quistione, le seguenti cose: 1.9 Fuori del sentimento o, a dir chiaro, fuori del concetto di padronanza sul prodotto, secondo il dominio ottimo, dove si andrebbe a trovare la ragione storica, efficiente, della patria potestà,cosi illimitata,cosi personale,cosi aristocratica in Roma? La si presenterebbe come una esplosione inesplicabile, della quale poi si andrebbero a cavillare le origini dentro qualche piccolo istituto tra lo storico ed il mitico e non rispondente alla grande importanza dello effetto. Le azioni per rivendicare un figlio sottostanno alla procedura delle azioni reali? Non è il giuoco della dialettica giuridica,che modella le azioni di famiglia sulle actiones in rem: è invece la costituzione della famiglia, che crea cotesta proce dura. Ogni procedura è tale, in quanto procede da un diritto e per un diritto. È un errore ricorrere ai limiti escogitati intorno alla patria potestà per separarla, o distinguerla almeno, dal dominio, perchè anche intorno al dominio furono escogitati alcuni limiti e ne'tempi più rigidi della patria potestà. Il figlio istesso poteva provocare l'interdizione pretoria contro il padre che dava fondo alla cosa domestica: Moribus per praetorem interdicitur. B., Disegno di una storia del Diritto, ecc.,ecc. in  Ecco, nel medesimo tempo,un limite alla potestà ed al do minio; m a non crea differenza. 4. Ed è un errore ricorrere al peculio, acquistabile dal figlio, per crearla una differenza tra potestà patria e dominio, perchè il peculio non arriva a distinguere, rispetto al potere paterno, illfigliodal servo.Tre cose, circailpeculio, dice chiaro VARRONE: chi può possedere il peculio (i minori ed i servi); chilopuòpermettere(ilpadre ed il padrone);  e che è il peculio la pecudibus dictum). Se un istituto c'è, in cui il pater ed il dominus si presentano proprio sotto il medesimo aspetto è appunto il peculio; e, se un luogo che possa riconfermarcelo, è questo di Varrone. Gli è vero, in ultimo, che, quanto al modo testamen tario di disporre, si vedono in fascio figli, servi e cose? Nella Tavola V si legge: Uli legassit super pecunia tutelave suae rei, ita jus esto. Occorrono davvero tempi umani per tradurre umanamente: sulla tutela de'suoi.Ma legassit implica dominio ed ordine; super spiega l'obbietto; suae rei dice in che rapporto si trovavano i suoi verso il testatore. Non ignoro che questo modo d'intendere la patriapotestà ha messo in mala vista il mondo romano innanzi agl'intelletti miti e pietosi. Ma questi hanno a considerare che una civiltà vuol essere giudicata da'suoi effetti; che il sentimento giuri dico, diffuso da Roma nel mondo, deriva dal sentimento perso nale più forte in Roma che in Grecia ed assai più che in oriente; e che da questo virile sentimento personale derivano le lotte intestine di Roma, la proprietà romana e la potestà patria. Vico crede ripetuta questa eroica barbarie nel diritto feudale, e ripetuta la distinzione tra dominio quiritario e bonitario nella differenza tra il dominio diretto e l'enfiteusi, le mancipazioni nelle solennità del diritto feudale, e le stipulazioni nelle investi ture, come aveva veduto ripetersi le adunanze aristocratiche dei Quiriti nelle corti armate e ne'parlamenti, che nella rinnovata barbarie decisero de'nobili e delle loro successioni.  Vedremo che nè i tempi ricorrono, nè le analogie sono fon damento di ricorsi, né il tribuno, il pretore e il giureconsulto si sono ripresentati alla storia. Diciamo di presente soltanto questo, che, quando in Roma si giunse a poter dire: « Patria potestas magis in charitate quam in atrocitate consistere debet » è segno che il dominio quiritario è mutato. Ed è un gran cri terio di medesimezza tra'due istituti - il dominio ottimo e la potestà patria - l'isocronismo delle loro fasi neil'evoluzione. Chi mettesse occhio a cotesto,smetterebbe dal cercare differenze sottili che non arrivano a distruggere il fondo comune. La generazione che aboliva la tavola terza, determinante il dominio ottimo, segnatamente nel creditore, aboliva di fatto anche la quarta, scemando il soverchio della patria potestà. Può af fermarsi, senza alterare la storia, che dal giorno,in cui la Legge Petillia Papiria de nexis, secondando i tribuni Sestio e Licenio, disse inumano e proibì che i debitori potessero darsi per acs et libram in servitù al creditore, e al dominio ottimo fece un grande strappo, sottraendo la servitù de'nexi, da quel giorno cominciò ad attenuarsi sopra i figli la potestà patria, crudele assai volte quanto quella de'creditori e de'padroni,per l'eterna ragione espressa in ferrea forma dall'Alfieri: « Poter mal far grand'è al mal fare invito. » Cosi potevano e facevano il padrone, ilcreditore, il padre, sul medesimo fondamento del dominio ottimo. Seneca, tratlando della clemenza, accusava Erixo che, senza convocare un consilium, aveva incrudelito nel figlio, sollevando lo sdegno del popolo che voleva esercitare contro lo snaturato le stesse forme sommarie che quegli aveva contro il figlio. Ma questa collera di popolo, della quale parla Seneca, non è una esplosione, è figlia del maturo sentimento dell'equità e risale sino a que'tempi della repubblica, ne'quali un malvagio credi tore, L. Papirio, sfogando la sua crudeltà ne'debitori, provocava una sedizione popolare, un'altra collera, onde nacque la legge    de nexis, che, già svelando la presenza del pretore, chiarisce l'equità essere passata dalla forma nel contenuto della legge. Tito Livio, in fatti, ricorda la Legge Petillia Papiria come coro namento della generazione, nella quale è apparso il pretore. Eo anno plebi romanae, velut aliud initium libertatis factum est, quod necli desierunt. Mutatum autem jus ob unius foeneratoris simul libidinem, simul crudelitatem insignem. Tre osservazioni facciano i pensatori intorno a questo luogo di Livio. La prima, che quell'aliud inilium libertatis si ha da tradurre un nuovo momento dell'equità, cioè l'equilà passata dalla forma della legge nella sostanza. La seconda, la causa o c casionale, la crudeltà falla libidine, che chiarisce e documenta la sentenza di Alfieri. La terza, nel quale si compie appunto la generazione che tra le ire civili vide appa rire, componitore equo, il pretore. Assai prima che Alessandro Severo obbligasse un padre ad accusare il figlio ai giudici ordinarii, assai prima dico, proprio nel miglior fiorire della repubblica, scaduto, innanzi a questo aliud initium libertatis, il diritto quiritario, furonorallorzatiquei consigli domestici che frenarono l'arbitrio paterno. Nella generazione,in cui apparisce ilpretore,segnacolo del l'equità nella legge, cioè dell’aliud initium libertatis, la ditta tura può essere plebea, assolutamente plebeo uno de'censori, i plebisciti, che avevano conseguito già università di leggi, si li berano dall’auctoritas patrum, si pubblicano i fasti e si pubbli cano le azioni della legge, e, pubblicati i fasti, un plebeo può  E intorno al medesimo tempo era cominciata a prevalere la sentenza di CICERONE, negli Ufficii, circa le tutele, le quali non volevano essere considerate tanto come un diritto privato ed una quasi surrogazione della potestà patria,che le imponeva incondizionatamente, quantocome un benefico usfizio sociale, ad utilitatem corum qui commissi sunt, non ad eorum quibus commissa est. E di quest'ordine delle date è da tenere gran conto per la giusta valutazione delle istituzioni.   salire al pontificato massimo. Cajo Marzio Rutiliano e Tiberio Coruncanio sono due nomi plebei che significano adempita l'equità civile e politica nella legge:il primo plebeo dittatore ed il primo plebeo pontefice massimo. Fermiamoci, per fare poche osservazioni. Che significa nell'anno 458 di Roma,ottoanni dopo la pub blicazione de'sasti e delle azioni di legge, trent'anni in punto dopo la Legge Petillia Papiria de nexis, e due generazioni dopo l'apparizione del pretore, che signisica, domando, la Legge Ortensia De plebiscilis, quando, prima e dopo del pre tore,c'erano già state la Legge Valeria-Orazia De plebiscitis e la Legge Publilia, quella ·appunto che, secondo Vico, dichiarò popolare la repubblica romana? Quando vediamo Livio, Plinio ed Aulo Gellio ripetersi intorno a questa legge de'plebi scili,e ripresentarla, riproducendo le meilesime formole,noi vo gliamo sapere se occorrevano tre leggi, o una medesima legge in tre tempi diversi,per far entrare i plebisciti tra le sorgenti di diritto pubblico e privato. M 'ė parso di vedere la critica storica imbarazzata e quasi sospettare della sincerità delle formole tra mandateci dagli scrittori citati sopra. Or bene,a me par chiaro che le tre leggi de plebiscilis in tre tempi, che abbracciano un secolo e mezzo, cio è dalla prim a i m mediata reazione contro le dodici tavole, e direttamente contro la nona, sino alla dichiarazione ellettuale della repubblica popo lare, non si ripetono,perchè in nessuna istoria si trovano nè sono possibili coteste ripetizioni, m a sono tre momenti progressivi del l'equità nel medesimo obbietto, cioè nei plebisciti, ordinati a d e mocratizzarela repubblica. Con la prima, cio è con la Valeria Orazia, si viene a dar valore di universalità ai plebisciti, secondo le tre formole con sone, l'una di Livio: Ut quod tributim plebes jussisset, populum teneret; l'altra di PLINIO. Ut quod ea jussisset, omnes Quiriles teneret; e l'altra di Aulo Gellio: Ut eo jure,quod plebes statuis set, omnes Quirites tenerentur. Con la seconda, che è la Legge Publilia, che altri mettono sollo la data del 415, altri del 416, alcuni sotto il nome di C. Publilio Filone, tribuno della plebe altri di Q. Publilio Filone, dittatore (Vico lenne giustamente io credo pel dittatore), vennesi a fare non solo obbligatoria, ma presta bilita l'auctorilas patrum per tutti i progetti di legge sottomessi ai comizii centuriati. Livio scrive: Ut legum quae comitiis centuriatis forrentur, ante inilum suffragium, Patres auctores ficrent.Ed,ecco, quell'ante initum suffragium siela l'arclorilas di un caput mortuum, sopra il quale Silla vorrà invano alitare la vita. Con la terza, che è la Legge Ortensia (458, che Plinio dice essere stata di Q Hortensius dictator, l'auctoritas è troncata di netto. La formola che abbiamo già detta di Cicerone: « Potestas in populo, auctoritas in Senatu sit », è già superata. La potestà trova in sè l'autorità, e la Legge Ortensia è l'espressione radicale della repubblica popolare.Mi sia lecito dire che la suprema equilii è questa equazione tra la potestas e l'auctoritas. Mi è parso necessario notare che l'universalilà de'plebiscili, l'obbligatorietà prestalilita dell'autorizzazione e, in ultimo, l'a bolizione dell'autorità estrinseca sono non ripetizioni di una m e desima legge, m a tre leggi plebiscitarie che dinotano dalle dodici tavole sino alla Legge Ortensia tre gra di progressivi dell'equità nella legge,tre momenti notevoli, onde la repubblica si democratizza. Chiariamolo anche meglio con una breve considerazione circa la pubblicazione de'fasti. La plebe un secolo quasi dopo i Decem virilegibus scrilun dis consegui i Decemviri sacris faciundis, edunaltro mezzo secolo dopo, democratizzata civilmenie e politica mente la repubblica, riusci a democratizzarla anche religiosa mente, occupando le dignità sacerdotali, sicchè di otto nel col legio de'pontefici ne prese quattro, e cinque de'nove nel col legio degli auguri. È segno che il giureconsulto è uscito dal l'atrium, che il suo responso non è più un oracolo, che i fasti sono pubblicali, e che la procedura, nella quale il diritto si ha  per il 416 e   da muovere, non è più un segreto di parte, ma è promulgata come il diritto istesso. L'ius Flavianum ha questo grande significato: non vi sono piu misteri. E questa espressione tra dotta dalla lingua religiosa nella lingua politica significa: non vi sono più privilegi. Questa promulgazione de'fasti, de’misteri giudiziarii e delle formole sacramentali per via di semplice evoluzione,senza urti, senza rogazioni, nè sedizioni, nè secessioni,parve alla plebe ro mana un si grande miracolo, che volle, dentro i tempi storici, creare una favola plebea e contrapporla ad una favola patrizia, cominciata a diffondersi in questi tempi. La favola patrizia era quella di Furio Camillo,scoppiato ful mineo sulla bilancia del Gallo, ed acclamato secondo fondatore di Roma.Cosi potè dirsi,un patrizio, Giunio Bruto, fondò la repubblica; un patrizio, Furio Camillo, la salvò. La favola ple bea fu quella del liberto Gneo Flavio che ruba il mistero della procedura al giureconsulto patrizio Appio Claudio Cieco e butta in pubblico i fasti e le formule sacramentali. Certo, Polibio e Diodoro Siculo non parlano del miracolo di Furio Camillo, e il loro silenzio è troppo tardi interrotto dalla narrazione drammatica di Tito Livio. E, per simile, molte erano ai tempi di Cicerone le controversie circa l'origine della pro mulgazione laviana, nè CICERONE osa spiegarsela. Ma ben si vede in quel liberto, profanatore del mistero, la plebe fatta libera, ed in quell’Appio Claudio Cieco il patriziato ignaro dei tempi. In Gneo Flavio,di liberto,creato tribuno, senatore ed in magi stratura curule, è passato l'occhio mancato ad Appio Claudio. Que'che, tormentando anche le parole, mettono in forse tante narrazioni della storia di Roma, da Romolo a Virxinia,perché non hanno osato portare la critica storica dove più occorreva, sull'origine dell'ius Flavianum? Altri, per fare più credibile il racconto, dissero che Appio Claudio della famiglia claudia, stata sempre nemica alla plebe, e punito di cecità da’Numi in età adulta per non si sa quale colpa, si fece lui proprio ispi E, dopo queste brevi considerazioni, possiamo spiegarci intero l'ufficio del pretore. Tra le sorgenti del diritto pubblico e privato sono entrati i plebisciti.Sublata auctorilate patrum, la repubblica è democratizzata del tutto. Le leggi son,ma chi pon mano ad esse? Il Magistrato. Farle è del Senato, della plebe, del popolo; dirle è del magistrato. Altro è ius condere, altro è ius dicere: due funzioni distinte e connesse. Condere è la parola potesta tiva del legislatore; diccre è la parola sacramentale del magistrato. Dicere è la parola generale dell'applicazione della legge: i modi sono ius dicere, cdicere, aldicere, interdicere. Il derivato è edictum.L'edictum è la viva vox juris civilis. Questo è saputo, e con questo, che, quando si pronunzia la parola edictum assolutamente,ilpensiero non ricorre nè all'edic tum aedilitium, nè all'edictum provinciale, nè alle forme più o meno secondarie di edicta perpetua, repentina, tralatitia,ma ri corre direttamente all'cdictum praetoris. Non è cecità nè arbi bitrio del pensiero moderno, è perchè cosi, prima di noi, inte sero e dovevano intendere gli antichi. Quando Papiniano parla del diritto onorario, lo dice cosi nominato ad onore del pretore; quando Gaio parla dell'editto che emenda le iniquità del diritto, si riserisce all'editto del prelore; ed al pretore si riserisce Asconio, quando accenna la ragione dell'editto perpetuo; e del pre tore si duole Cicerone, quando vede l'editto superare le dodici tavole.La ragione storica è questa:la presenza del pretore si gnifica che le due parti avverse, nelle quali era divisa R o m a, si sono equilibrate; il suo editto, in quanto spiccatamente porta ratore a Gneo Flavio, plebeo e figlio di un liberto, della novità benefica che è l'ius Flavianum, onde i pontefici furono obbligati a far pubblico il calendario. La versione pare più mitica del mito. questa impronta di equilibrio, suona l'equità passata nella legge, l'aliud initium libertatis, la repubblica signorile fatta popolare; il suo editto è, perciò, la voce viva dell’ius civile, rimasto voce morta; e però entra innanzi alle dodici tavole che in vano Cice rone lamenta neglette. Questo aliud initium libertatis è abbastanza commentato dalla definizione che del diritto pretorio ci manda Papiniano, il giureconsulto massimo: Juspraetorium est, quod praetores introduxerunt, adiuvandi, vel supplendi, vel cor rigendi juris civilis gratia, propter utilitatem publicam, quod et honorarium dicitur, ad honorem praetorum sic nominatum. Se temesi che questa correzione pretoria sul diritto civile possa tornare precaria ed incerta, la Legge Cornelia provvede a sostituire l'editto perpetuo al repentino: Ut praetores ex edictis suis perpetuis jus dicerent.Se Cicerone duolsi del vedere torpide le dodici tavole innanzi all'editto, e se teme le sedizioni tribu nicie, dica se abbia trovato, il temperare il summum jus, altro mezzo evolutivo suori dell'edillo pretorio. Il summum jus a lui era summa injuria, a Terenzio summa malilia, a Gaio iniqui tates juris. Chi tempera quell'ingiuria, corregge quella malizia, e all'iniquilà sostituisce l'equilà? La risposta è di Gaio: Haec juris iniquitates edicto praetoris emendatae sunt. Si dorrà forse anche di questo Cicerone, di vedere il magistrato sostituito al legislatore, la sentenza alla legge, la persona allo Stato. E davvero il caso parrebbe strano, se non fosse spie gabile in questo modo:che il pretore significa l'unità della legge, dove il legislatore era stato duplice — patriziato e plebe; e si gnifica l'equilà ristretta ai casi particolari, senza forma impera tiva, la quale è tutta del legislatore. Dove compiuto è il periodo dell'equilibrio delle parti, e co mincia il periodo unitario di R o m a nella politica, ivi è segno essere cominciato il periodo unitario del diritto nel pretore. Ne procede questa definizione dell'editlo pretorio, la quale compie,non nega la definizione di Papiniano: L'editio pretorio è l'equilà ne'casi particolari, cioè volta per volta ed anno per anno, ed indica affermato l'equilibrio delle parli in Roma, e co minciato il periodo unitario nel diritto e nella politica. La gloria del tribuno è di aver provocato la promulgazione delle dodici tavole; del pretore, averle superate con l'editto. La promulgatio chiarisce e denuda la repubblica aristocratica; S'ignorano davvero due cose: in che tempo la Legge Aebutia abolisse le legis actiones, e sino a che punto. La disputa è in decisa. Io credo che la legge Aebutia sia apparsa tra l'uno e l'altro pretore, l'urbano ed il peregrino, e che abbia abolito gran parte delle legis actiones, quando già alla procedura del vecchio diritto l'editto pretorio aveva contrapposto una procedura con suetudinaria. Composto, nella persona del pretore, il dualismo, e compiuta, nella significazione dell'editto, l'unificazione giuridica, comincia l'unificazione politica nella generazione immediatamente succe duta al pretore. Il pretore appare tra il 387 ed 88; tra il 411 e 13 compiesi la prima guerra per l'unificazione politica. Questa unificazione politica ha due periodi: 1° l'unificazione d'Italia;2° l'unificazionedelmondo mediterraneo.Ilsecolo quarto di Roma abbraccia il periodo della unificazione giuridica, e si conchiude col pretore; il secolo quinto abbraccia il p e riodo della dictum la demolisce e l'annunzia democratica. l'e Sono da fare due considerazioni. L'una,che gli editti, non essendo espressione di facoltà legislativa,non portano forma i m perativa, e non possono averla ne rispetto all'origine che è giu risdizionale, nè rispetto all'obbietto che non è universale. In tutta la forma dell'editto appare la faccia benevola dell'interprete, non la severa del legislatore. L'altra è che l'editto, per suggel lare l'equità, deve aver superato non solo il vecchio diritto civile, ma la vecchia procedura:e però,se da una parte si lascia in dietro le dodici tavole e le iniquitates juris, dall'altra supera r a pidamente le legis actiones, cioè quella vecchia e aristocratica procedura,dentro la quale si muovevano iprivilegiati della re pubblica signorile.  unificazione politica, e si conchiude col giureconsulto. Tra l'uno e l'altro periodo della unificazione politica, cioè tra quello della unificazione ilalica e l'altro dell'unificazione della civiltà mediterranea, appare il pretore peregrino, che è l'apparizione del diritto delle genti, il quale viene a fare umana l'equita latina. Il periodo dell'unificazione italica abbraccia le tre guerre sannitiche. E nel'a generazione immediatamente succeduta comincia il periodo per l'uni ficazione del mondo mediterraneo, che abbraccia le tre guerre puniche. Il disegno e l'effetto delle tre puniche non furono la semplice indipendenza dell'Italia.Come dopo le sunnitiche a Roma fu facile la guerra tarantina, nella quale meglio che il ferro occorse l'oro per occupare la città da Milone messa all'incanto, e farsi signora della regione che dalla Macra e dal Rubicone va sino al capo Spartivento ed alla punta di Leuca, cosi dopo le puniche le fu facile la guerra corintiaca,onde si annesse l'Acacia ed alla civiltà ellenica sostitui definitivamente la latina. T:11 era l'effetto, perchè tale il disegno. Mommsen ammira come gran falto nazionale de'Romani la costruzione della flotta, ed io ripeto che quella impresa fu più che nazionale, più che italiana, e fu il disegno del gran duello per l'egemonia sul mondo mediterraneo. Come le guerre san nitiche significavano che l'unità d'Italia spettava od ai Romani od ai Sanniti, cosi le guerre puniche significavano che l'unità del mondo mediterraneo speltava o ai Romani od ai Carta ginesi. Fu crudeltà, ma fu politica. Delenda Carthago è la conse guenza di un dilemma: la metropoli del mondo mediterraneo o Roma o Carlagine. E Roma vinse,non perchè Marco Porcio Ca  È discutibile se sieno più feroci le guerre per l'indipendenza o quelle per l'egemonia. Queste io credo: perchè alle prime b a sta disarmare il nemico; alle seconde occorre sterminarlo: Delenda Carthago!  140 tone fu inesorabile e l’Affricano secondo più crudele del primo, m a perchè Roma aveva un ideale, una missione ed un convin cimento che mancavano a Cartagine. Questa non è la metafisica della storia circa la predestina zione de'sini, è la rislessione storica sugli effetti determinati. Roma vinse, e con essa il Diritto romano che si farà umano, salendo,frapoco,dall'edittoalresponso; ma con Cartagine, se fosse stata vincitrice, non si sa quale alto fine civile sarebbe slalo vittorioso. Non è già che il popolo romano vinse, perchè aveva e sentiva astrattamente la missione giuridica; ma aveva questa missione, perché sin da principio il suo genio si era d e terminato di agricoltori e militari. E che si fosse cosi m a n t e nuto sino alla guerra corintiaca – malgrado la casa di Emiliano già aperta a Polibio, a Plauto, a Terenzio ed a Pacuvio si chiarisce dall'ordine espresso dal console Lucio Mummi o ai romani deputati a portare a Roma da Corinto le meraviglie del Il pretore urbano prenunzia il periodo unitario. Espressione di cotesto periodo sono due grandi istituti della vita romana: il prelore peregrino ed il giureconsulto. Chiamo istituto, piullosto che ufficio,quello del giureconsulto per ragioni che si parranno (Giunti al respɔnso, non possiamo trovara nulla di più alto e di più comprensivo nella storia del diritto romano. Stimiamo utile far conoscere ai giovani studiosi come si scriveva la storia del diritto romano ai tempi di Pompinio, mettendo in questa nota sotto il oroocchi il frammento che togliamo dal primo libro del Digesto, e lasciando a loro la cura di correg gere le inesattezze che troveranno non solo rispetto ad alcuni fatti e nomi, m a alla cronologia ed ai criterii. Utile e non difficile lavoro, per la cura che abbiamo posta nello accennare le date principali ed i criterii storici che governano gl'istituti giuridici di maggiore importanza. Grozio discute assainelleVitaejurisconsultorumde'duePomponii.Zimmern- trattando  l'arte greca. tra poco. Il pretore peregrino è l'espressione viva e concreta dell'uni ficazione italica; il giureconsulto; della unificazione del mondo mediterraneo Il pretore peregrino compie il pretore urbano, in quanto di larga l’equità, senza dilungarsi da’casi particolari; ma, en e non dalle Variae lectiones. Ecco Pomponio: Necessario ci pare il mostrar l'origine propria e il procedimento del diritto. Al principio della nostra città il popolo cominciò ad operare senza legge certa, senza stabile diritto, e tutto reggevasi per mano dei re. In appresso, cresciuta in qualche modo la città,clicesi lo stesso Romolo dividesse il popolo in trenta parti, che chiamò curie, perciocchè a sen tenza di queste parti disimpegnava allora le cure del governo. Ond'è che ed egli ed i seguenti re proposero al popolo alcune leggi curiate, le quali tutte trovansi scritte nel libro di Sesto Papirio che fu uno dei principali personaggi a'tempi del Superbo, figlio di Demarato da Corinto.Questo libro è intitolato diritto civile Papiriano, non perchè Papirio v'abbia aggiunto alcun che di suo,ma perchè egli raduno in uno le leggi promulgate sen z'ordine. Cacciati quindi i re per legge tribunizia, tutte quelle leggi andarono in disuso, e il popolo romano cominciò di nuovo a reggersi con diritto in certo, e più dietro la consuetudine che secondo alcuna legge emanata; e così continuò per circa venti anni. Dopo le sannitiche,unitasi a Roma l'Italia, ilgenio dell'urbs si senti tocco, e però modificato,da due correnti nuove: il commercio e la presenza degli stranieri. La rustica Dea Pales, in dividuazione mitica del genio originario di Roma, sentivasi mutar costume, e tollerava, con la presenza degli stranieri, que'commerci che erano parsi spregevoli al primitivo genio agricolo e militare di Roma. In nome di questa tolleranza un secolo ed alquanti anni dopo il pretore urbano sorse il pretore peregrino, qui inter cives et peregrinos, plerumque inter peregrinos jus dicebat. L'equità estendevasi a quelli che prima del periodo unitario erano designati con tre nomi: hostes,pere grini, barbari. del diritto privato romano tiene pe'due. Puchta nel ('orso delle Isti tuzioni– tiene per un solo.Unasolacosa è certa, che il frammento che noi riportiamo, è dall'Enchiridion non ricordato dall'indice fiorentino   tralo per tolleranza, gli sottosta, se non in grado di ufficio, in dignità; nè metterà fuori un editto che contraddica a quello pubblicato dal pretore urbano; nė tra gli antichi troverà chi voglia commentare il suo editto, privo di originalità. I giure consulti che vennero di poi, mentre inducevano la regola universale di diritto dall'editto del pretore urbano, non commen tarono mai l'editto del pretore peregrino. Anche io credo che il commentario di Labeone non resista alla critica. Giunto a questo fastigio del diritto romano, dove col pretore peregrino par nato l’jus gentium, e col responso l'equità ro mana sale a diritto umano, mi occorre vedere onde la deca denza imputatada Plinio ai latifondi, e come il giureconsulto, nel vero senso della parola, possa trovarsi coevo con la rovina della repubblica e compagno della corruzione imperiale. Onde ciò non avesse a durare più a lungo, piacque allora che fossero nominati per pubblica autoritàdieci,i quali togliessero le leggi dallegreche società, e la città munissero di leggi. Incise su tavole d'avorio,le esposero sui rostri, affinché si potessero le leggi meglio imparare; e fu loro dato in quell'anno il diritto massimo nella città,di correggere,se facesse bi sogno,e d'interpretare le leggi, nè vera appello da loro come dagli altri magistrati. Essi medesimi avvertirono mancar qualche cosa a quelle prime leggi, perciò l'anno seguente viaggiunsero altre due tavole, eco sìper l'accidente del numero furono chiamate leggi delle XII Tavole.Narrano alcuni che la composizione di esse fosse stata proposta ai decemviri da un certo Ermodoro da Efeso, esule in Italia. Promulgate queste leggi, avvenne,come naturalmente suole,che per l'interpretazione si desiderasse l'autorità dei prudenti e la necessaria d i sputazione del Foro; questa disputazione e questo diritto ordinato dai prudenti, senza che venisse scritto, non ha nome in alcuna parte propria, come vengono distinte tutte le altre con proprio nome,ma chiamasi con titolo generale diritto civile. Quindi,dietro queste leggi,quasi contemporaneamente furono composte le azioni, colle quali gli uomini agitassero i litigi nati tra loro;le quali a zioni,affinchè il popolo non le facesse a capriccio, vollero che fossero sta bili e legali; equesta parte del diritto chiamasi azione di legge,cioè le gittima. E così quasi in un tempo medesimo nacquero questi tre diritti,  delle XII Tavole,da cui scaturi ildiritto civile,e quindi leazioni.Siperò l'interpretazione delle leggi,si le azioni spettavano al collegio dei ponte fici,dai quali ogni anno sceglievasi chi dovesse soprantendere ai privati, e per circa cento anni il popolo segui quest' uso. In appresso, avendo Appio Claudio proposto e ridotto a forma queste azioni, Gneo Flavio, suo scrivano e figlio di un liberto, sottratto gli il libro, lo fece di ragione del popolo; il quale servigio fu al popolo tanto grato, che elesse lui tribuno della plebe e senatore ed edile curule. Questo libro contenente le azioni chiamasi diritto Flaviano, siccome quell'altro d i ritto Papiriano; ma neppur Gneo Flavio aggiunse alcun che al suo li bro. Cresciuta la città e mancando alcune specie di azioni, Sesto Elio non molto dopo ne istituì altre, e pubblicò il libro che chiamasi diritto Eliano. Quindi,essendovi nella città la legge delle XII Tavole e ildirittocivile e le azioni di legge, accadde che, venuta la plebe a discordia coi padri e separatasene, istituì le leggi che chiamansi plebisciti, cioè decreti della plebe. Non guari dopo, richiamata la plebe, perchè frequenti discordie n a scevano intorno a questi plebisciti, per la legge Ortensia fu stabilito che avessero anche quelli per leggi; e cosi avvenne che i plebisciti e le leggi differissero pel modo di farle,ma ne fosse eguale l'autorità. Quindi,perchélaplebeaccordavasi difficilmente, e molto più difficilmente il popolo in si grande moltitudine di persone,fu d'uopo che si affi dasse al senato la cura della repubblica. Così cominciò ad intromettersi il senato, ed osservavasi tutto quello ch'esso avesse decretato, e questo di ritto fu detto senatoconsulto. A quei tempi anche iMagistrati proferivano giudizi; ed, affinché i cittadini sapessero qual giudizio intorno ad ogni cosa si proferirebbe e se ne premunissero, pubblicavano gli editti che costituirono il diritto onorario, così detto perchè veniva dall'onore, cioè dalla carica di pretore. Da ultimo, siccome pareva che l'autorità di far leggi fosse, per natu rale effetto delle cose,passata al minor numero,un po'per voltaavvenne che fu necessario che un solo provvedesse alla repubblica; poichè il senato non poteva del pari amministrar bene tutte le provincie. Stabilito quindi il principe, gli fu dato il diritto, che si avesse per rato checchè egli d e terminasse. Così nella nostra città o si giudica pel diritto, cioè secondo la legge; o v'è diritto civile, che consiste solo nell'interpretazione dei prudenti,non iscritta; le azioni di legge,che contengono le forme da usare; i plebisciti, che furono emanati senza l'autorità dei padri; gli editti dei magistrati, donde nasce il diritto onorario; i senatoconsulti, che emanano dal solo    senato costituente senza legge; e le costituzioni del principe, quello cioè che il principe determinò si osservi come legge. Conosciuta l'origine e il procedimento del diritto,conseguita che discor riamo i nomi e l'origine dei magistrati, perchè, come abbiam mostrato,da quelli che presiedono a far leggi, acquistano gli effetti. Imperocchè, che varrebbe essere nella città, se non vi fosse quegli che potesse far leggi? Dopo ciò parleremo degli autori che si succedettero l'un l'altro, giacchè il diritto non può sussistere senza che siavi qualche giurisperito,dal quale esser possa mano mano migliorato. Quanto ai magistrati, nei primordi della nostra città i re ebbero tutto il potere. I tribuni dei celeri comandavano ai cavalieri, ed occupavano quasi ilsecondo posto dopo ire;del qual numero fuGiunioBruto,autore del discacciamento dei re. Espulsi i re, furono stabiliti due consoli, ai quali per legge fu concesso il supremo diritto: così chiamati, perchè bene provvedevano (consulebant) alla repubblica. Onde pero non si arrogassero regio potere in tutto,fu per legge stabilito che vi fosse appello da loro, nè potessero punire verun cit tadino romano senza il consenso del popolo: a loro fu soltanto concesso di obbligare e di far mettere nelle pubbliche prigioni. In appresso, dovendosi rinnovare il censo che da ogni tempo non erası fatto, nè bastando i consoli a questo incarico, furono stabiliti i censori. Aumentando il popolo, e nascendo frequenti guerre, delle quali alcune assai gravi, mosse dai confinanti, piacque di eleggere,ogni qualvolta il bi sogno richiedesse, un magistrato con potere maggiore; furono per tanto istituiti i dittatori, dai quali nessuno poteva appellarsi, e che avevano a n che podestà di vita e di morte.Questo magistrato, perchè aveva un po tere sommo,non poteva durare più di sei mesi. A questi dittatori aggiungevansi i maestri, vale a dire comandanti dei cavalieri, nella stessa guisa che ai re i tribuni dei celeri, la quale carica equivaleva presso a poco a quella dei prefetti del pretorio: m a i magistrati erano tenuti per legittimi. Quando poi, circa diciassette anni dopo la cacciata dei re, la plebe si separò dai padri, crearonsi sul monte sacro i tribuni, ch'erano magistrati plebei,e fu loro dato tal nome,perchè una volta ilpopolo era diviso in tre parti, e da ciascuna se ne sceglieva uno, o perchè venivano nominati per suffragio della tribù. E parimenti, affinchè fosse chi soprantendesse agli edifizii, nei quali riferiva tutti decreti la plebe,deputarono a ciò due della plebe, che fu rono chiamati edili. Avendo poi l'erario del popolo cominciato ad esser pingue,furono nominati i questori che ne avessero cura; cosi detti, perché dovevano esigere (quaerere o inquirere) e tenere conto del danaro. E perché, secondo abbiamo detto, non era concesso ai consoli pronun ciare sentenza di morte contro un individuo romano senza permissione del popolo,furono dal popolo nominati iquestori del parricidio,che giudi cassero i delitti capitali: di essi fa menzione anche la legge delle XII Tavole. Ed,essendo piaciuto che si facessero ancora altre leggi, fu proposto al popolo che tutti i magistrati si dimettessero, e furono nominati i decem viri per un anno. Questi si prorogarono la carica e si condussero ingiu stamente,nèvolevanoristabiliredinuovo imagistrati,peroccupareglino e il lor partito il potere; e colla lunga e crudele dominazione loro con dussero le cose a tale, che l'esercito si ribello alla repubblica. Dicesi che capo di questa ribellione sia stato un certo Virginio.Questi vide che Appio Claudio, contro il diritto ch'egli stesso dal diritto antico aveva inserito nelle XII Tavole, gli aveva tolto il possesso della propria figlia, e giudi cato in favore di colui che, subornato dallo stesso Appio,laripeteva come sua schiava, perchè, acciecato dall'anjore per la fanciulla, non aveva più guardato a diritto o a torto, sdegnato che gli fosse tolto il diritto anti chissimo sulla persona della figlia, a somiglianza di quel Bruto primo con sole, che aveva dichiarato libera la persona di Vindice schiavo dei Vitellj, per aver rivelata la congiura; e, riputando la castità della figlia essere da preferire alla vita, tolto un coltello dalla bottega di un macellajo, u c cise la figlia per sottrarla colla morte al disonore dello stupro; e tosto, grondante ancora del sangue della figlia, corse tra'suoi compagni d'arme. I quali tutti dall'Algido, dove le legioni trovavansi a cainpo, abbandonati i capi, trasferirono le bandiere sull'Aventino, e là pure si condusse tutta la plebe della città. Allora altri dei decemviri furono uccisi in prigione, altri cacciati in esilio, e fu ristabilito nella repubblica l'ordine di prima. Alcuni anni dopo la pubblicazione delle XII Tavole, la plebe venne a contesa coi padri, volendo che i consoli si eleggessero anche dal suo corpo; al che opponendosi i padri, avvenne che si creassero, parte dalla plebe, parte dai padri, i tribuni militari con podestà consolare, i quali varia rono di numero,poichè furono ora venti,ora più,non mai meno. Essendosi quindi convenuto di creare i consoli anche dalla plebe, si cominciò ad eleggerli dai due corpi. Afinchè però ipadri avessero qualche cosa più della plebe, piacque allora che si eleggessero dal loro ordine due edili curuli. E,perchè i consoli erano occupati dalle guerre coi vicini, nè vi aveva chi nella città potesse amministrar la giustizia,si creò un pretore,chia mato urbano,perchè amministrava la giustizia nella città. B., Disegno di una Storia del Diritto, ecc., ecc. Dopo alcuni anni, non bastando quel pretore, perchè accorreva nella città moltitudine di forestieri,fu creato un altro pretore, detto peregrino, perchè per lo più rendeva giustizia ai forestieri (peregrini). Poi,essendo necessario un magistrato che presiedesse ai pubblici in canti, furono stabiliti i decemviri per giudicare le liti. A quel tempo furono pure nominati quattro soprantendenti alle strade, i triumviri monetali che vegliavano alla fabbricazione delle monete di rame, d'argento e d'oro, ed itriumviri capitali che custodivano le pri gioni, si che,quando dovevasi punire, facevasi col loro intervento. E,perchè nelle ore vespertine i magistrati non avevano obbligo di tro varsi in officio, furono istituiti i quinqueviri di qua e di là dal Tevere, che ne facessero le veci. Conquistata poi la Sardegna, quindi la Sicilia,la Spagna e la provincia Narbonese, furono creati tanti pretori quante nuove provincie, i quali so prantendessero parte alle cose urbane, parte alle provinciali. Quindi Cor nelio Silla istitui i processi pubblici, come di falso,di parricidio,dei sicarj, ed aggiunse quattro pretori. In appresso Cajo Giulio Cesare istituì due pretori e due edili, detti cereali da Cerere, perchè soprantendevano ai grani. Così si ebbero dodici pretori e sei edili. Poi il divo Augusto portò a sedici il numero dei pretori, ai quali il divo Claudio altri due ne aggiunse, che giudicassero intorno ai fedecommessi;ildivo Tito ne soppresse uno,e il divo Nerva ve lo aggiunse; essi giudicavano le liti fra il fisco e i privati. Per modo che diciotto pretori amministravano la giustizia della città. Tutto ciò si osserva, quando i magistrati sono nella città; quando poi ne partono, si lascia uno che solo rende giustizia e chiamasi prefetto alla città, il quale una volta si nominava all'occorrenza, dopo fu stabile per le ferie latine,ed eleggesi ogni anno.Ilprefetto dell'annona e dei vigili,cioè delle guardie notturne, non sono propriamente magistrati, m a furono stabi liti straordinariamente per comodo: quelli però che abbiamo detto nomi narsi di qua dal Tevere,per decreto del senato venivano poi creati edili. Dunque,fra tutti, dieci tribuni della plebe, due consoli, diciotto pretori, sei edili nella città amministravano il diritto. Moltissimi e chiarissimi personaggi professavano la scienza del dritto civile, m a ora ci basta parlare di quelli che in maggiore stima furono presso il popolo romano, affinchè apparisca da chi e quali leggi ebbero origine e ne furono tramandate.E prima di Tiberio Coruncanio non ricordasi alcuno che pubblicamente professasse questa scienza; tutti gli altri fino allora a v e vano creduto di tenere occulto il diritto civile,o soltanto si prestavano a chi li consultava, piuttosto che a chi volesse imparare. Tra i primi periti del diritto fu poi Publio Papirio, che radund in uno  le leggi dei re. Dopo questo, Appio Claudio, uno dei decemviri, il cui senno molto valse nel comporre le XII Tavole.Appresso viene altro Appio Claudio che ebbe grandissima scienza in questa parte, e fu detto centimano. Fece egli costruire la via Appia, derivò l'acqua Claudia, e persuase di non ricevere Pirro nella città. Si disse aver egli pel primo scritto le azioni in torno alle usurpazioni, il qual libro però non esiste. Sembra che il medesimo Appio Claudio abbia inventato la lettera R, onde si disse Valerj in vece di Valesj,e Furj invece di Fusj. Dopo questi, di grandissima scienza fu Sempronio che ilpopolo romano chiamò coçov (sapiente), nome che a nessun altro fu dato nè prima nè dopo ali lai.Ma vi fu anche Cajo Scipione Nasica che dal senato fu chiamato ottimo, al quale fu anche data del pubblico una casa sulla via Sacra, onde più facilmente si potesse andare a consultarlo. Appresso fu Quinto Fabio che, mandato ambasciatore ai Cartaginesi, essendogli poste innanzi due schede,unaperlapace,l'altraperlaguerra,econcesso a luil'arbitrio di portare a Roma qual delle due gli piacesse, le prese ambedue, e disse dovere i Cartaginesi chiedere e ricevere qual più volessero. Fu,dopo questi,Tiberio Coruncanio chepelprimo,come dissi,cominciò a professare il diritto: di lui,sebbene non restò veruno scritto, si ricordano molte e memorabili risposte. Quindi Sesto Elio col fratello Publio Attilo ebbero grandissima scienza nel professare ildiritto,e furono anche consoli. Sesto Elio è lodato anche da Ennio, e di lui esiste un libro intitolato Tria partita, che contiene i primi elementi della scienza del diritto:gli fu dato quel nome, perchè,proposta la legge delle XII Tavole, vi soggiunse l'inter pretazione, e quindi vi unì l'azione di legge. Dicesi esserci di lui tre altri libri che alcuni però gli negano.Le pedate di questo calcò Marco Catone, capo della famiglia Porcia, del quale sussistono alcuni libri, m a più ancora di suo figlio; da questi vennero tutti gli altri. Tennero dietro a questi Publio Rutilio Rufo che fu console in Roma e proconsole nell'Asia; Paolo Virginio e Quinto Tuberone,ilprimo stoico e discepolo di Panezio che fu anche console. Di quel tempo e pure SESTO POMPEO, zio di Gneo Pompeo, e Celio Antipatro che scrisse storie, ma at tese più all'eloquenza, che alla scienza del diritto. Lucio Crasso, fratello di Publio Muzio,e chiamato anche Muciano,da Cicerone è detto ilpiù facondo dei giureconsulti. Quinto Muzio, figlio di Publio e pontefice massimo, ordind pel primo il diritto civile, raccogliendolo in diciotto libri.  In appresso Publio Muzio, Bruto e Manilio fondarono il diritto civile: Muzio lascio dieci libri, Bruto sette, Manilio tre; e di Manilio sussistono a monumento alcuni volumi scritti, Bruto fu pretore, gli altri due consoli, e Publio Muzio anche pontefice massimo.   Muzio ebbe più discepoli, tra i quali maggior fama acquistarono Gallo Aquilio, Balbo Lucilio, Sesto Papirio e Cajo Giuvenzio: Servio dice che Gallo ebbe grande autorità presso il popolo. Di tutti questi si conserva memoria,perchè Servio Sulpizio pose nei suoi libri iloro nomi: ma non restano loro scritti che tutti desiderino ed abbiano tra le mani: pure Servio compi i libri suoi, dai quali si ha memoria dei predetti. Servio che nel perorare le cause occupò il primo posto dopo Marco Tullio, si dice essere una volta andato a consultare Quinto Muzio intorno ad un affare d'un suo amico; e, non avendo compreso quello che Muzio rispondeva intorno al diritto,gliripeté ladimanda;ma,non avendo meglio compreso la risposta,Muzio lo rimproverò,dicendo esser vergogna che un patrizio e nobile, che perorava cause, ignorasse il diritto che pure avea sempre tra le mani. Tocco da questo affronto, Servio si applicó al diritto civile, e fu discepolo a molti di quelli che abbiamo nominati: Balbo Lucilio gli diede i primi rudimenti, e lo perfeziono Gallo Aquilio da Cercina, onde di lui abbiamo molti scritti in Cercina. Morto in un'ambasceria, il popolo romano gli eresse una statua che tuttora si vedle sui rostri di Augusto: lasciò forse centottanta libri, assai dei quali restano ancora. Da questomoltissimiimpararono;quelliperòchelasciaronolibri,sono Alfeno Varo, Caio Aulo Otilio, Tito Cesio, Antidio Tucca, Anfidio Namusa, Flavio Prisco, Cajo Atejo, Placurio Labeone Antistio, padre dell'altro L a beone Antistio, Cinna e Publio Gellio. Di questi dieci, otto scrissero libri, che da Anfidio Namusa furon tutti ordinati in cenquaranta libri,ed acqui starono grande celebrità Alteno Varo ed Aulo Otilio,dei quali il primo di ventò anche console, il secondo cavaliere soltanto. Fu questi amicissimo di Cesare, e lasciò molti libri che trattavano ogni parte del diritto civile, scrisse anche pel primo intorno alle leggi della vigesima ed alla giurisdi zione. Il medesimo pel primo commentò con grande diligenza l'Editto del pretore, mentre pria di lui Servio avea intorno a quello scritto soltanto due libri brevissimi, diretti a Bruto. Di quel tempo furono anche Trebezio, discepolo di Cornelio Massimo, Aulo Cascellio, Quinto Muzio, discepolo di Volusio che ad onore di quello lascia per testamento erede il suo nipote Publio Muzio. E questore, n è a c cettar volle onori maggiori, sebbene Augusto gli offerisse anche il conso lato. Di questi dicesi che Trebezio su più istrutto di Cascellio, e questi più eloquente del primo; di ambidue più dotto fu Otilio.Di Cascellio non resta che un libro solo di bei motti;molti di Trebezio,ma poco ricercati. Quindi v’ebbe Tuberone discepolo di Ofilio, patrizio, che dal trattar le cause passo ad esercitare il diritto civile, specialmente dopo ch'ebbe ac cusato Quinto Ligario senza poter ottenere da Caio Cesare che fosse con  148   dannato.Questo Ligario, mentre comandava nelle spiagge d'Africa, non vi lasciò approdare Tuberone malato, nè prender acqua: di ciò accusato, fu difeso da Cicerone, del quale esiste la bellissima orazione intitolata A favore di Quinto Ligario. Tuberone fu dottissimo nel diritto pubblico e pri vato, e lasciò molti libri intorno all'uno e all'altro; affetto per altro lo scrivere antiquato, e perció i suoi libri piacciono poco. Seguono Atejo Capitone, discepolo di Ofilio, ed Antistio Labeone che tutti questi udi,ma fu istruito da Trebazio.Atejo fu console: e Labeone, offerendogli Augusto il consolato per sostituzione, non volle accettar l'o nore, per non interrompere i suoi studi, giacchè avea cosi ripartito l'in teroanno,chestavaseimesiinRoma coglistudiosi,glialtriseisene ritirava per attendere a scriver libri, e lasciò quaranta volumi, molti dei quali corrono per le mani di tutti. Costoro formarono quasi due sette o p poste: poichè Capitone seguiva il vecchio che gli era stato insegnato; L a beone, per natura dell'ingegno suo e per fiducia di sapere, poichè avea atteso anche agli altri rami della sapienza, intraprese d'innovare moltis sime cose.E così a Capitone succedette Massimo Sabino,a Labeone Nerva, i quali due accrebbero quella divisione. Nerva fu amicissimo di Cesare; Massimo fu cavaliere, e pel primo diede risposte in pubblico, secondo gli fu concesso da Tiberio Cesare. M a, come tutti sanno,prima di Augusto non dai principi concedevasi il diritto di dar risposte in pubblico, ma chiunque confidava negli studi fatti, ri spondeva a quanti lo consultavano. Nè però davansi queste risposte in iscritto,ma per lo più le scrivevano i giudici stessi, o le attestavano quelli che gli avevano consultati. Il divo Augusto pel primo, onde in maggiore stima venisse ildiritto,ordinò che si dimandasse per l'innanzi,come pri vilegio, di poter dare risposte in pubblico. Poscia Adriano, principe ottimo, avendogli alcuni, ch'erano stati pretori, domandato di poter essere consultati in pubblico, cosi loro rescrisse: Non volersi ciò di mandare, ma fare; consolarsi,se vi avesse qualcuno che,in se confidando, si apprestasse a ri spondere al popolo. Da Tiberio Cesare, adunque, fu concesso a Sabino che rispondesse al popolo. Questi entrò nell'ordine equestre nella avanzata età di quasi quarantacinque anni; ebbe scarse sostanze, ma fu molto aiutato da'suoi ascoltatori. Gli successe Cajo Cassio Longino, la cui madre era figlia di Tuberone o nipote di Servio Sulpizio, perciò egli chiama Sulpizio suo proavo. Fu console con Quartino al tempo di Tiberio,e godette grande stima nella città, fintanto che Cesare non lo caccio. Andò quindi in Sar degna, e, richiamato da Vespasiano, mori in Roma.A Nerva succedette Proculo.Diquei tempi fuancheNervafiglio,edun altroLongino,cava liere, che poi sali fino alla pretura. M a autorità maggiore ebbe Proculo e  i seguaci delle due sette di Capitone e di Labeone; presero allora il nome di Cassiani e di Proculiani. A Cassio succedette Celio Sabino che molto potè ai tempi di Vespasiano; a Proculo,Pegaso che sotto lo stesso impe radore fu prefetto della città;a Celio Sabino,Prisco Giavoleno; a Pegaso, Celso; a Celso padre,Celso figlio e Prisco Nerazio,iquali furono ambidue consoli, anche Celso due volte;a Giavoleno finalmente succedettero Aburno Valente, Tusciano e Salvio Giuliano. Il periodo unitario, per non rovinare nello accentramento, è equilibrato da quattro contraccolpi che sono le due guerre ser vili, la guerra sociale, la guerra civile e la guerra gladiatoria. Il Pretore ha annunziato una parola solenne nel diritto: l'equità. La parola equità non è in Roma una legislazione, è una correzione, m a intanto col pretore è giunta al suo secondo periodo, è passata cioè dalla eguale notizia della legge dentro la legge istessa. Dove il legislatore era stato duplice, ed in dis sidio continuo, l'equità non poteva entrare che come correzione e in forma di casi particolari. L'equitå vorrà dire, di certo, che la repubblica signorile è fatta popolare; che i peblisciti contrappesano i senato-consulti; che le grandi differenze si livellano; m a dice qualcosaltro: l’e quità è una certa unità giuridica che preannunzia l'unità po litica. Ho designato i due grandi periodi dell'unità politica:l'unità italica; l'unità della civiltà mediterranea. Le sannitiche ele pu niche determinano specialmente questi due periodi.   Che cosa furono le due guerre servili e la guerra gladiato ria, quale valore e significanza ebbero, e furono guerre davvero, o un impeto disperato senza eco e senza effetto? Gli storici an tichi non danno ó fingono non dare molta importanza alle due guerre servili, con le quali si apre e chiude la generazione che 1. 152 va dal 619 al 651. L'alto rumore di ciò che gli storici latini chiamarono Graccanae, e poi della guerra giugurtina, e poi della invasione dei Teutoni e dei Cimbri, gli uni sterminati da Mario nella Gallia transalpina, gli altri nella cisalpina, e poi della guerra sociale, e,immediatamente dopo,della prima guerra civile tra Mario e Silla, occasionata da Mitridate VII,tutto questo che non è poco rumore insieme con la politica sprezzante verso i servi, non arriva a spegnere il furore nè a soffocare il grido de' servi, che, levatisi a guerra vera contro i padroni, si batterono, vinsero, e poi caddero uccisi piuttosto che sconfitti. Strana guerra, m a spiegabile in Roma e dopo il pretore e nella repubblica popolare. La voce dell’equità pretoria, l'aliud initium libertatis, che equilibra patrizii e plebei, l'imperio consolare coll'ausilio tri bunizio, creditori e debitori, padri e figli, romano e peregrino, quella arriva tra servi e padroni. I servi cominciano a voler essere considerati non romana mente, perché non sono e non si sentono di Roma,ma umana mente,da che sono venuti a Roma da ogni parte dell'umanità, ed hanno veduto in Roma la lotta per l'equità. Hanno veduto e saputo che i diritti si strappano, e la solle vazione comincia dalla Sicilia, dove maggiore era il numero dei servi condannati alla coltivazione de'latifondi. Primo ucciso Da mofilo,proprietario di latifondi, in Enna,oggi Castrogiovanni; poi, disfatti quattro eserciti romani; in ultimo, de'settantamila servi cinquantamila uccisi in guerra, ventimila in croce. Nella seconda servile il moto fu più ampio: non si sol levarono i servi soltanto, m a insieme gli oppressi peggio che servi: proletarii e diseredati. I servi superstiti alla guerra si scan narono tra loro. Simile guerra non si era veduta mai, e la lotta per l'equità facevala possibile a Roma.Ed alle servili somiglia la guerra gla diatoria che può anche passare come terza delle servili, e della quale gli storici del diritto costumano non toccar motto. Eglino Gli storici romani lodano Spartaco a denti stretti, chiamano guerra appena le due servili e la gladiatoria, e non si accor gono che sono le prime guerre,dopo le quali la sconfitta è toc cata ai vincitori. Da Euno a Spartacoilgridoè uno,quellodellavecchiaplebe romana: libertas aequanda;summis infinisque jura aequare. Cið che rispetto a quella plebe sediziosa erano stati i Gnei Genunzio ed i Publilii Volerone, surono, rispetto ai servi ribelli,ilsiro Euno e il trace Spartaco: gli uni tribuni della plebe romana, gli altri tibuni dell'umanità servile: quelli per giungere all'equità latina,questi all’equità umana. Senza queste prime considerazioni non sarebbe intesa l'uni versalità del responso. Mentre si acqueta la seconda guerra servile, divampa la guerra sociale,col proposito di conseguire non l'equità umana, ma l'equità romana e con effetto immediato. La guerra sociale durd men di due anni, rapida e violenta, se a conto di Vellejo Patercolo costo all'Italia più di trecentomila uccisi. E fu detta sociale non già nel senso moderno della parola,ma perchè mossa contro R o m a da’socii italiani, reclamanti parità di diritti politici e civili co’romani, dopo aver falio insieme con quelli la potenza di Roma. L'aspettazione c !e promesse erano state lunghe; il tribuno Livio Druso che ricordavale, mettendo in una tre rogazio ni, fu morto prima de'Comizii; e con quella morte fu inteso che i diritti, data l'ora, si strappano, non s'impetrano.  non sanno che possono a lor grado diminuire i nomi di Euno, di Cleone, di Trifone e di Atenione, condottieri di servi, ma per nessuna via giungeranno a diminuire il nome di Spartaco che all'altezza del proposito univa l'arte dei mezzi. Spartaco intese l'ora e il luogo,cioè quando doveva dare il segnale della rivolta e come uscir d'Italia; intese ancora come gli restava a cadere, quando l'Italia gli si era fatta terra fatale. I seimila gladiatori, lungo la via Appia, appesi alle croci, come già i ventimila servi, dicono uno sterminio, non una sconfitta. Di quindi la confederazione repubblicana, della quale i socii elessero centro Corfinium, cui posero nome Italica per signifi care il carattere nazionale della confederazione e della lotta. I centomila combattenti de'confederati si elessero duce Pompedio Silone, nome di un sannita,che ai popoli italici dev'esser sacro quanto il tribuno alla plebe romana, quanto Spartaco ai servi di ogni paese. Fu morto anche lui, uccisi i suoi,dopo la rovina di quattro eserciti romani,ma questa volta chiaramente i più scon fitti furono i vincitori. La guerra fu cominciata e mentre durava, il diritto italico cominciava a farsi romano con la lex Julia, e, finita la guerra, tutta l'Italia acquistava idiritti di cittadinanza romana con la lex Plautia. Ecco l'evoluzione di questi diritti di cittadinanza derivati dalla guerra sociale: 1a gl'Italiani furono, per l'esercizio del suffragio, classificati in otto tribù nuove, aggiunte alle trentacinque pree sistenti; sicché tutta l'Italia venne a conseguire otto voci,quando Roma ne aveva trentacinque:sproporzione subito corretta, per chè gl’Italiani riuscirono in breve tempo a farsi distribuire pro porzionalmente nelle trentacinque tribů romane; 2° il suolo italico è distinto dal suolo provinciale, è equiparato all’ager romanus e liberato dal vectigal. L'italiano ha guadagnato il dominium ex jure Quiritium. Dopo la guerra sociale il diritto romano ė diritto italiano.Tra il romano e l'italiano sparisce il pretore peregrino. Non si ripeta questo errore,che le guerre servili furono ster minio senza essetto, e che feconda fu la guerra sociale. Dicasi invece che gli effetti delle guerre servili sono immediatamente invisibili e saranno più tardi raccolti dal filosofo e confidati al l'ideale di un jus hominum, mentre immediati sono gli effetti della guerra sociale, immediatamente saranno raccolti dal pre tore e dal giureconsulto, e passeranno nella costituzione politica di Roma. Il genio militare di Roma poteva abbandonareiservi su'colti, m a non poteva espandersi senza de’socii. Interpretiamo la prima guerra civile. Da questa Montesquieu    torse gli occhi, e dentro questa bisogna ficcarli, per intendere la decadenza. L'Italia ha conseguito lacittadinanza romana,quando in Roma la cittadinanza ha perduto d'intensità quel che ha guadagnato di estensione. L'Italia, contro la vittoria di Silla, ultimo vindice della ragione quiritaria, ha afferrato il dominio ex jure Quiritium; m a i Quiriti dove sono? Dove i patrizii ed i plebei? Se tra l'i taliano ed il romano è sparito il pretore peregrino, si può dire che il pretore urbano duri per sentenziare tra il patrizio ed il plebeo? La guerra civile è una funesta rivelazione, non per le proscrizioni, ma pel sinistro lume sparso sulla rovina morale de'romani. Con la guerra civile si apre la reazione de'grandi de litti contro le tradizioni dell'eroismo civile. Accenniamo, non possiamo narrare Quelle facce sinistra mente predesignate di Mario e di Silla rivelano due diversi tipi di sanguinarii, vuoti d'ideali. Mario agitavasi in nome di una plebe ch'ei non ama, perchè non trova; Silla reagisce in nome di un patriziato ch'egli, quando non può rialzare,disprez za.Sapevano guerra e movere legioni agguerrite; ma caddero sopra sė medlesimi, senza lasciar traccia, perchè vissuti senza disegno. Mario finisce, non ricordando la plebe, m a sforzandosi dimenticare sė; Silla, ricordando sè solo, e buttando la ditta tura che sforzavalo a ricordarsi d'altrui. Grande fu lo stupore del gran rifiuto non per viltà,ma per disprezzo: Silla non aveva potuto rizzare il vecchio patriziato, come Giuliano non evocare gli Dei morti. Nulla dicono intanto quei funerali di Silla,e due mila corone d'oro intorno all'arca marmorea, e lo scorruccio d'un anno alle matrone? Dicono una sola cosa:che la repub blica è finita, e che Roma aspetta il principe col motto di Asinio Gallo in Tacito: U n u m esse reipublicae corpus, atque unius animo regendum. L'assenza delle due parti che han fatto l'alto dissidio di R o m a, delle parti che han combattuto la lotta pel diritto, composta nel l'equità, l'assenza di quella plebe indomita e gelosa della sua maestà, e di quel patriziato che, quando non arriva a giustificare la preminenza con diversioni eroiche, tramuta in concessioni gli strappi, è accusata in Roma da due fattiirrefragabili: dalla uni versale viltà che accompagnò le proscrizioni sillane, e dal soli loquio infecondo dell'ultimo Gracco,al quale,moriente,addicevasi meglio il motto di Bruto minore. E,dato il significato delle guerre servili, della gladiatoria,della sociale e della civile,è tempo di spiegarsi l'assenza delle antiche parti, la quale lascia intravveder l'Impero. La devastazione bellica, segnatamente dopo laseconda punica, e l'importazione commerciale sono le due cause precipue,onde i piccioli fondi cominciano a sparire per formare i latifondi,e però cominciano a spostarsi le parti, sostituendo alla questione poli tica la sociale: dov'erano patrizii e plebei cominciasi a vedere ricchi e poveri. Quindi, il potere pe’ricchi,le frumentationes pe' poveri, l'agricoltura pe’servi.Quindi, mentre da Silla a Pompeo la facoltà de'giudizii ballottavasi da’senatori a'cavalieri e viceversa, l'ordine giudiziario corrompevasi, di giuridico facendosi politico, e, più che politico, personale. Quindi,mentre i Gracchi e Mario cer:ano invano la vecchia plebe, da che la nuova, secondo Sal lustio, privatis atque publicis largilionibus excita, urbanum otium ingrato labori praetulerat, Silla cerca invano il vecchio patriziato,corrotto da'nuovi cavalieri, tra'quali si viene a reclutare la mala genia de'publicani. Mentre si fa la romanizzazione del (Alcuni, per trovare qualche cosa di liberale intorno a questo tempo di Roma, hanno avuto ricorso persino alla congiura di Catilina,celebrando quest'uomo con inni assai postumi ed assai brevi, e allogandolo quasi tra il socialista e il nichilista de' nostri tempi. Mala storia non patisce queste violenze e sfata questi travestimenti insignificanti. Catilina è rientrato s u bito nel posto destinatogli dalla storia, a documentare due cose: la degra dazione del patriziato e la reazione dei grandi misfatti contro le tradi zioni dell'eroismo civile. Ciò ch'egli non poteva trarre dal valore militare, splendido in Mario e Silla, voleva dalla congiura.E la degradazione morale fu chiarita dalla guerra combattuta in quel di Pistoia, dove l'esercito m a n dato contro Catilina era condotto da un complice nella congiura ! mondo, il genio di Roma si sposta:l'agricoltura ch'era romana, diventa servile; ed il commercio che non era romano, diventa cavalleresco. Costituiti ilatifondi, l'agricoltura, per necessità, diventa ser vile e produce meno, giusta la ragione di Plinio: Coli rura ab ergassulis pessimum est, ut quidquid agitur a desperantibus. Il commercio diventa deʼricchi, e però assume le forme peggiori, quelle della soperchianza senza lavoro: le societates publicanorum corrompono leggi, megistrature, popolo. E da qui, secondo Ta cito, anche le provincie presentivano Augusto: Suspecto senatus populique imperio,ob certamina potentium et avaritiam magi stratum: invalido legum auxilio, quae vi, ambitu, postremo pe cunia turbabantur. Spariti i piccoli possidenti agricoltori, dopo tante lotte per le leggi agrarie i discendenti della plebe si trovavano più poveri di prima, m a tristamente paghi di questa povertà, alimentata prima dalle frumentationes, e poi da'congiaria. Alla plebe plebiscitaria era succeduta la plebs frumentaria. È certamente una costituzione politica che si sfascia, quella caduta tra due classi estreme (ric chissimi e proletarii), non equilibrate da quell'ordine intermedio che è diffusivo di sua natura, e per creare il quale Roma aveva combattuto tante lotte agrarie. Basti, per ispiegarsi molto,voler sapere la popolazione d'Italia verso il tempo delle guerre servili. Eccola: quattordici milioni quasi i servi; quasi sette milioni i liberi, e di questi almeno sei milioni i proletarii. Era naturale:una ricchezza di cinque milioni di denari era povertà; e per esse ricco bisognava con Crasso, co'liberti Lentulo e Narcisso, ed anche con lo stoico Seneca,sa lire a più centinaja di milioni! Conchiudiamo: dove c'è questa ricchezza di centinaja di milioni, ci dev'essere a fianco un vasto proletariato; e dov'è finita la plebe romana, è finito il patriziato. Non c'è più plebe,da che è frumentaria,non più patriziato da che è pubblicano,non c'è senatus popolusque nè populus plebs    que romana: c'è un volgo immenso o mobile o profano, volgo sempre, diviso tra ricchi e poveri. E contro questo volgo si av ventano implacabili i classici, tante volte volgo anch'essi, da che furono corrotti gliscente adulatione. Gli Augusti ed i loro ministri -- Mecenati o Sejani che sieno sono divi non solo per i bramosi di pane e giuochi, non solo per i liberti imperanti e per gli stoici traricchiti, ma per gli scrittori che più simulano sdegno contro l'adulazione pubblica, quanto meno la possono su perare ne'loro versi e prose. Nė in tanto scadimento dell'anima civitatis resta la religione come supplementum civitatis defectui. Il mondo romano ha avuto più o meno di superstizione, e forse molta,ma religione sempre poca. Assai prima che Lucrezio derivasse nella cosmologia latina l'atomismo epicureo e creasse un poema ateo senza riscontro il poema dei dotti romani assai prima Lucio Azzio,il primo tragico nato in Roma, faceva rappresentare pubblicamente sue tragedie poco riverenti agl’Iddii patrii. Nè di questa irriverenza gli faceva rimprovero il vecchio Pacuvio, ma della durezza de' versi, onde per contrario Azzio lodavasi, perchè quella durezza faceva riscontro alla fierezza delle sentenze.E iversi atei e duri del poeta tragico, attraversando i secoli più molli, erano letti e recitati al tempo di Lucrezio, di Silla e di Cicerone. A questi piaceva udire una voce antica, quasi divinatrice, di poeta: Neque profecto Deùm summus rex omnibus curat. Cosi trovasi da secoli apparecchiato l'ambiente ad Epicuro, ad Amafinio che lo esporrà in prosa, ed a Lucrezio, in versi. E, quando lo stoicismo con simulato sopracciglio verrà a velare la dottrina epicurea, Seneca ripeterà con gonfiezza stoica sen tenze lucreziane: Mors est non esse. Hoc eritpost me quod ante fuit. Ed altrove: Cogita illa quae nobis inferos faciunt terribi les, fabulam esse: nullas imminere mortuis tenebras, nec flu mina flagrantiaigne, nec oblivionisamnem, nectribunalia. Lu serunt ista poetae, et vanis nos agitavere terroribus.  158 Jam jam neque Dii regunt, Questo spiega come, mentre agli auguri è possibile sorridere guardandosi l'un l'altro, a Catilina è lecito patteggiare co' con giurati sino gli ufficii ed i gradi sacerdotali, dopo avere, impu nito, stuprato una vestale ! Spiega perchè, in questa decadenza, ai vincitori di Annibale sia fatto difficile vincere un Giugurta che sin da Numanzia aveva imparato a chiamare vendereccia R o m a, ed era incatenato da un peggiore di lui, Mario; come a narrare un Catilina occorreva un più tristo, Sallustio.— Spiega anche più: dove la religione dechinava senza esservi stata mai gran fede, e però nessuna lotta religiosa, era imminente, non che possibile, una religione nuova: i primi cristiani sarebbero stati perseguitati come rei di Stato,non come religiosi.Sarebbero stati mai, come religiosi, puniti dai ricordatori di Lucio Azzio, dagli uditori di Amafinio, dagli ammiratori di Lucrezio e dai ripeti tori di Quinto Sestio? Dov'erano stati condannati e sbandeggiati gli Dei pel solo sacrifizio d'Ifigenia,sarebbero stati glorificati nel sangue di migliaia di cristiani?  Questo è scadimento, perchè, mentre da una parte si fa la romanizzazione, come la dicono, del mondo, dall'altra si fa la degradazione di Roma.Dovrebbe parere che, mentre l'umanità siromanizzava,per contraccolposiumanizzasseRoma:ma non si può dire cosi, perchè Roma portava al mondo il diritto, e il Deducta est,non ut,solemni more sacrorum Perfecto,posset claro comitari Hymenaeo: Sed casta inceste nubendi tempore in ipso Hostia concideret mactatu moesta parentis, Eritus ut classi felix, faustusque daretur. Tantum relligio potuit suadere malorum. Empio è detto da Vico questo epifonema,piaciuto ai vecchi romani che in forma induttiva trovavano raccolto in esso un sentimento comune,e giudicavano, secondo equità, più empio il rito che l'epifonema. E pel m e desimo sentimento dell'equità,più intenso del sentimento religioso, riscontrata la sepoltura di Pompeo e di Catone con quella di un mimo,poterono domandare: Et creditis esse Deos?  Nam sublata virum manibus tremebundaque ad aras   mondo portava a Roma le spoglie che facerano il lusso, come il lusso faceva la barbarie raffinata che è la decadenza. Quale umanesimo potevan portare a Roma la Grecia disfatta e le pro vincie barbare? La romanizzazione si fa più rapidamente nelle provincie bar bare, che non dov'è la civiltà disfatta: prima si romanizzano la Spagna, le Gallie, le provincie britanniche e le danubiane, e dopo le greche e le fenicie che a Roma contrappongono quale le tradizioni e quale la prosunzione. La Grecia riesce a insinuare la lingua di Omero e di Platone sin nelle ordinanze e ne'giudizii de'magistrati romani: ma la lingua del diritto finisce col vincere quella della poesia e della metafisica ed a portare tra il portico ed il liceo, contro le pe tulanti proteste de'retori, la scuola del giureconsulto.Allora è che il romano, mentre deplora la decadenza interna, glorifica in ogni forma la sua vittoria giuridica sopra il mondo. Allora Virgilio dice al greco superbo: T u parla e scolpisci meglio; noi domineremo te e il mondo con le leggi, perdonando ai vinti e vincendo i superbi. Allora è che Plinio dice che l'Italia, romanizzando il mondo,ha dato l'umanità all'uomo ed una pa tria sola a tutte le genti: Colloquia et umanitatem homini daret, breviter una cunctarum gentium in toto orbe patria fieret. E sotto questo rispetto fu possibile un cosmopolitismo più pratico di quello degli stoici, in quanto non negava le nazioni,ma dava loro unità e colloquio da Roma:concetto raccolto da un impe ratore in questa sentenza: Patria mei, Antonini, Roma: hominis, mundus. Ciò è vero ed è grande: ma che portavano a Roma que're  Excudent alii (e sono i Greci) spirantia mollius aera. Credo equidem, vivos ducent de marmore vultus. Orabunt causas melius, coelique meatus Describent radio, et surgentia sidera dicent. Tu regere imperio populos, Romane, memento: Hae tibi erunt artes...incatenati, que'servi, que’gladiatori, que'retori e mercanti? Come uomini gonfiavano la superbia del vincitore, come vinti lo corrompevano. Ma non bastava ad umanizzare vincitori e vinti il Diritto che era nella missione di Roma e da Roma dettato al mondo? Certo, bastava, se il diritto romano fosse stato tutto il diritto umano,tutto,come oggi lo intendiamo,come oggi la scienza e la storia ce lo han fatto. M a non dobbiamo preoccuparle questa scienza e questa storia:dobbiamo vedere come in mezzo a que sta decadenza che abbiamo descritto, sorge e grandeggia il giu reconsulto. Il giureconsulto è l'espressione più elevata e più certa di questa romanizzazione del mondo. Più si dilarga la forza uni taria di Roma, e più il responso del giureconsulto universaleg gia. Il responso vero, quello che diverrà fondamento d'istitu zione e di legislazione nel medesimo tempo, spazia tradue leggi de civitate, cioè dalla cittadinanza italica sino alla cittadinanza universale.Che importa che Roma corrompa sė,romanizzando il mondo? Certo è che Roma non poteva fare l'unità delle genti senza disfarsi, e che questa unità doveva avere la sua espres sione giuridica. Ecco il giureconsulto. Dove la legge de civitate assume l'espressione più ampia e tocca il fastigio, ivi sorge il giureconsulto massimo che dà il più universale responso, il più umano,e rifiuta la vita per la santità del medesimo. Fa gene rosamente per il responso ciò che Catone uticense ostinatamente per la repubblica. Né le dodici tavole vecchio diritto aristocratico,nè le ro gazioni tribunizie vindici della ragione plebea, nè l'editto pretorio espressione limitata dell’equità, potevano esprimere Ja missione giuridica di Roma nell'unità del mondo. Tribuno e Pretore erano romani; il Giureconsulto romanizza. Romanizza in tre periodi e modi: 1° elevando l'equità partico lare ad equità civile; 2° l’equità romana ad equità italica; 3o l'e quità italicaad equità umana.Ilresponsouniversaleggial'editto. Disegno di una Storia del Diritto,ecc.,ecc.  L'editto ha sempre qualcosa di particolare rispetto all'obbietto, alle persone, al tempo, alla forma. Di repentino farsi perpetuo non significa farsi universale: solo comprenderà quanti casi con simili entreranno nel giro di un anno. Certo, chi legge che l'e ditto pretorio è fatto jurisdictionis perpetuae causa, non prout res incidit, può credere che quella perpetuità sia universalità; è invece la perpetuità della giurisdizione pretoria, la durata di un anno. Perciò non ismette la forma individuale, non assegue mai nè l'universalità teoretica delle formole razionali, nė l'im perativo impersonale delle dodici tavole. Tutti gli editti pretorii che oggi leggiamo,come de jurisdictione, de pactis, de in jus vocando, de edendo, de postulando, de iis qui notantur infamia, de procuratoribus, de negotiis gestis, de in integrum restitutionibus, de nautis, cauponibus et stabu lariis recepta ut restituant, dejurejurando voluntario, de publi ciana in rem actione, de servo corrupto, de aleatoribus, de his qui effuderint vel dejecerint, tutti hanno la forma individuale, espressa in ultimo dalle parole jubebo, servabo, dabo, cogam, animdvertam e simili, o anche dall'espressione più individuale permissu meo, come in questa de in jus vocando:– Parentum, patronum,patronam, liberos,parentes patroni, patronae, in jus sine permissu meo ne quis vocel. E non solo l'edittodel pretore, ma anche l'aedilitium edictum, ma col dabimus, tenuto conto che due erano gli edili curuli o maggiori, come già due gli aediles plebeii. Ex his enim cau sis,judicium DABIMUS.Hoc amplius, si quis adversus ea sciens dolo malo vendidisse dicetur, judicium dabimus. Non è già che qualche volta non s'incontri la formola più generale, ma o come dichiarazioni o come illazioni della for mola singolare che distingue propriamente l'espressione giuri sdizionale dalla legislativa.Per l'utilità di queste notizie ho riportato in nota il frammento di Pomponio. Ora veniamo alla sostanza. Come fa il pretore ad insinuare l'equità nell'editto senza aperta violazione del summum jus? Che sarà questa gratia corrigendi juris civilis, per non essere negazione del diritto civile e sostituzione dell'arbitrio indivi duale? Sarà, più che di frequente, una finzione pretoria che verrà ad alterare il fatto per serbare inalterato il diritto, e a p punto questa finzione di fatto correggerà la iniquità di diritto. Cosi il pretore fingerà pazzo il savio, vivo il morto, morto il vivo, e per processo di finzioni insinuerà da presso ai contratti ed ai delitti i quasi-contratti ed i quasi-delitti. Que'quasi che degradano all'indefinito, sono indici dell'alterazione di fatto. La necessità che sia corretta questa contraddizione che con trappone la fictio facti all'iniquitas juris, indica la necesstà di un istituto che superi l'editto pretorio. Nell'editto l'equità pre domina,ma particolare,intrusa sotto la finzione di fatto con trapposta all'iniquità di diritto. Che è la finzione di fatto? È il prodotto di un mutato criterio di diritto, è la protesta del fatto contro il vecchio diritto, è l'impotenza del vecchio diritto a contenere il nuovo fatto e la nuova vita. Quindi, la necessità che il diritto si alzi a quel criterio presupposto dalla finzione di fatto.Questo criterio liberato dalla condizione di semplice pre supposto, questo criterio espresso e messo in grado non di torcere il fatto, ma di contenerlo tutto, di contenerlo come è nella storia e nel costume, costituisce il responso del Giurecon sulto. L'editto è costretto a torcere il fatto; il responso univer saleggia il criterio inventivo che simula e dissimula il fatto. E con questo l'iniquità di diritto cade non per finzione, m a per natural ragione. Il responso corregge la correzione del diritto, erchè il diritto dev'essere il supremo correttore della vita so ciale. Per via di questa finzione di fatto il mondo non si sarebbe mai romanizzato,non l'avrebbe intesa nè imitata; ma per via del responso il mondo non si sente debellato, ma vinto vinto, perche issimilato. A questa universalità non si può giungere se non per la via delle definizioni, natefatte per universaleggiare, e per la via del metodo scientifico che mena alle definizioni reali e razionali. E del metodo vien dato merito a Servio Sulpizio; delle definizioni a Quinto Scevola. I quali due sono giuristi e letterati per asse guire quel romano nihil tam proprim legis quam claritas:lode data da CICERONE (si veda) sopra ogni altro allo Scevola, perchè adjunxit eliam el literarum scientiam. Con che si dice che la letteratura, la quale per altri è ornamento e pura erudizione, pel giurecon sulto è scienza. E, giacchè questa scienza e come metodo e come arte qui comincia, ho potuto affermare che il Giureconsulto grandeggia tra le due leggi de civitate, cioè dalla cittadinanza italica sino alla cittadinanza universale, dalla lex Julia sino ai libri quaestionum, responsorum et definitionum di Emilio Papiniano. E cosi sorge e cosi vien su e sale ampio il responso. Come Aulo Cascellio non volle mai deviare il responso da'fini dell'editto ed adattarlo sopra įli ordini emessi da’triumviri, affermando alto che la vittoria non giustificata non è titolo di comando; cosi P a piniano volle piuttosto perdere la vita, che giustificare il fratrici dio commesso dall'imperatore, e adattare ilresponso a difesa del l'assassinio [Tale il tipo del giureconsulto. Entriamo a considerare il responso prima nella forma e poi nella sostanza. Venendo il giureconsulto con definizioni e metodo a liberare dalla condizione di presupposto il criterio che regola le finzioni di fatto contro le iniquità di diritto, egli universaleggia, innanzi tutto, l'equità, derivandola da una legge universale, superiore [So che gli storici contemporanei contestano la verità di questo fatto; m a ricordo che scrivevano sotto gli sguardi imperiali, e non sanno addurre altra ragione veruna della morte di Papiniano per ordine di Caracalla,se condo Dione Cassio ed Aurelio Victor. alle dodici tavole, superiore all'editto del pretore ed a tutti i s e coli della letteratura e delle tradizioni giuridiche, e la chiama, con Cicerone, lex nata ante saecula, comunis hominibus et Diis, quibus universus hic mundus quasi una civitas existimanda. È, dunque, una regola di ragione, alla quale uomini e Dei non possono sottrarsi e per la quale il mondo è come una città sola.Il concetto pare stoico, m a risale i tempi sino alle tradizioni itali che,nelle quali è detto:Idem est ralioni parere ac Deo.La ra gione comincia a prendere il luogo del vecchio Fato che dalle spalle passa di fronte a Giove. E da codesta universalità della regola razionale derivasi la definizione della giurisprudenza: Notitia rerum divinarum atque humanarum, justi atque injusti scientia, ars boni et aequi. E di qui le tre regole comuni,secondo le quali le leggi hanno a farsi, ad interpretarsi, ad applicarsi: honeste vivere, neminem laelere,suum unicuique tribuere. Quanto alla forma, il giureconsulto non fa opera scolastica, non largheggia nelle definizioni: postane una in principio, piut tosto genetica che nominale, tira giù rapido alle applicazioni più pratiche, più vicine all'uso. - Movendosi rapido, usa termini tecnici ed evidenti, non moltiplica definizioni. Questo fine pratico ed immediato gli sta sempre innanzi,e fa il suo valore filosofico e letterario. Perciò, in mezzo alle antitesi ed alle gonfiezze della decadenza, il giureconsulto rimane artefice di stile e di lingua, epigrafico come ilgenio romano, e come abbiamo veduto Galileo e la sua scuola scientifica sottrarre il genio italiano agli artificii letterari del seicento. Quando il giureconsulto divaga dalla definizione fondamen tale e dal rapido processo dialettico, per qualcuna di quelle logofobie che sono imposte dal tempo, egli non cade nella reli gione, ma in qualche superstizione raccolta dalle tradizioni ita liche piuttosto che da altra parte. Paolo nelle senlenze stima perfetto il feto venuto fuori di sette mesi, secondo la ragione de'n u meri di Pitagora, dimenticando che perfettissimo a Pitagora era  il nove, quadrato di tre. E, mentre il giureconsulto ragionava con proprietà e rapidità matematica, cercando un contenuto quasi matematico all'equità, pure secondo il costume latino sapeva cosi poco di geometria da supporre la superficie del trian golo equilatero'eguale alla metà del quadrato eretto sopra uno de'suoi lati. E ciò che appunto di più notevole trovasi nella forma del giureconsulto, non è l'imperativo inflessibile delle dodici tavole, nè il futuro personale dell'editto, ma l'espressione universale de rivata dall'equo buono, inteso come equità civile piuttosto che penale,e più umana che romana. E questa universalità sciolta dalle finzioni e definizioni,rapida, evidente, immediatamente applicabile, sa epigrafico il responso più che l'editto,più che le formole delle rogazioni tribunizie, e quanto le dodici tavole che restano sempre tipo formale delle leggi romane.Porciò l'epigrafe monumentale al Rubicone - già confine di Roma fu, sebbene oggi se ne contesti l'autenticità, detta una volta - ore digna jurisconsulti. Rispetto alla sostanza, il responso è da considerare nell'ori gine, nelle scuole e nella conchiusione. Il primo periodo del responso è un semplice astiarre e ge neralizzare lo spirito degli editti pretorii, ordinandoli e colle gandoli. Anche questa opera si giova del metodo scientifico e della definizione, e però nasce con Aulo Ofilio che si assimila, JUSSU MANDATUVE POPULI ROMANI Cos.IMP.TRIB.MILES TIRO COM MILITO ARMATE QUISQUIS ES MANIPULARIE CENTURIO TURMARIE LEGIONARIE HIC SISTITO VEXILLUM SINITO ARMA DEPONITO NEC CITRA HUNC AMNEM RUBI CONEM SIGNA DUCTUM EXERCITUM COMMEATUMVE TRADUCITO SI QUIS HUJUSVE JUSSIONIS ERGA ADVERSUS. PRÆCEPTA JERIT FECERITQUE ADJUDICATUS ESTO HOSTIS POPULI ROMANI AC SI CONTRA PATRIAM ARMA TULERIT PENATESQUE SACRIS PENETRALIBUS ASPORTAVERIT. S. P. Q. R. ULTRA HOS FINES ARMA AC SIGNA PROFERRE LICEAT NEMINI.  Epigrafe legislativa, documento della missione latina. per ordinare gli editti, l'opera di Servio Sulpizio e di Quinto Scevola: nasce ai tempi di Cicerone, nella generazione istessa della Lex Plautia de Civitate, con Aulo Ofilio Caesari familia rissimus, qui edictum praetoris primus diligentur composuit), e si chiude con Salvio Giuliano, legum et edicti perpetui subtilis simus conditor, il quale per disegno di Adriano stabilisce nel vero senso l'editto perpetuo, al quale i magistrati conforme ranno le loro disposizioni. Il responso assorbe il diritto onorario e lo supera. Il secondo periodo determina il metodo nel processo d'astra zione,lascia l'editto, e costituisce la scienza,creando due scuole nel vero senso della parola, e cosi chiamate dagli antichi:la scuola deSabiniani,che ebbe duce Attejo Capitone,ela scuola de'Pro culejani, derivata da Antistio Labeone. È vano dissimulare la dif ferenza: c'è nella qualità dell'ingegno e del carattere de'due m a e stri, nel contenuto de'responsi e nel conato posteriore di c o m perre le lue dottrine e le due scuole. In Labeone è più evidente l'indirizzo filosofico, in Capitone il metodo storico: non già che l'uno non tenga conto della storia e l'altro della filosofia, e che l'uno e l'altro non abbiano innanzi un fine immediatamente pratico: ma nell'uno prevalgono la de finizione e il discorso, nell'altro la tradizione. Sesto Pomponio nel frammento, da noi recato in nota,della sua storia del Diritto (De origine jurisetomnium magistratuum et successione prudentium ) dice de'due: Antistius Labeo, ingenii qualitate et fiducia doctrinae, qui et in caeteris sapientiae partibus operam dederat, plurima innovare studuit: Atejus Capito in his quae et tradita erant, perseverabat. Il terzo periodo raccoglie le due scuole non in un eclettismo di Miscelliones, sognato da Cujacio, ma nella sintesi di Papi [Va inteso che le controversie storiche saranno da me discusse, quando potro liberare la storia del diritto dalla strettezza presente e confidarla a tutta l'espansione del pensiero. È chiaro qui che la perpetuità in senso di universalità viene dal giureconsulto,non dal pretore.niano che nel responso raccoglie con mirabile armonia il dop pio indirizzo, e ispira nella legge ciò ch'è sacro nella ragione e nella storia. Oltre quest'altezza il diritto romano non poteva salire. L'impero aiuta l'ufficio del giureconsulto per queste ragioni: gl'imperatori odiavano il vecchio diritto aristocratico che aveva armato la mano di Bruto e di Cassio e non dimenticava privilegi impossibili innanzi all'imperatore: astiavano il diritto onorario,di origine aristocratica, e gareggiante con la potestà del principe nell'emissione dell'editto: e, scaduta la tribuna, vedevano volen tieri all'eloquenza giuridica succedere l'investigazione giuridica, all'oratore il giureconsulto. Potei,dunque,scrivere che,come iltribuno impiccioliva innanzi al pretore, così il pretore innanzi al giureconsulto. La promul gazione avvia all'editto, l'editto al responso. Il principio della reciprocita conversazionale.  lavoro o, come dicono, la specifi cazione; nė deve, sino a quando è semplice uso, alterare la forma in che si presenta la cosa. L'uso prepara la proprietà, il frutto la determina.- Ciò torna a significare che il prodotto è del produttore, solo proprietario dell'o pera sua.- In queste poche parole è tutta la dimostrazione.- Ma non vediamo, si dice, assai volte che la proprietà è di uno,ilfrutto di un altro? Vediamo anche peggio: vediaino la successione, la donazione, la prodigalità, l'avarizia, l'usura; m a quello che fu ed è   la proprietà non è quello che può e deve rimanere. L'usufrutto si presenta come risultamento d'illimitato dominio e nega nel mondo economico il principio di causalità.Il prodotto essere del produttore vuol dire che il frutto determina la proprietà. Il frutto la determina, il contratto l'esplica. Anche l'animale è produttore, può sopra le cose avere uso e frutto, m a il contratto è dell'uomo, perchè ei solo è onnimodo ed ha biso gno di tutti imezzi.— Perciò Dante partecipa all'agricoltore la gen tilezza di Francesca,la fierezza di Farinata, l'austerità di Catone, la salvazione di Manfredi, la misura della giustizia nell'universo; l'agricoltore partecipa a Dante la misura del frumento. Senza quella partecipazione superiore, l'agricoltore è animale; senza la parteci pazione frumentaria Dante è cadavere o inetto. Dirà che sa di sale ilpane altrui,ma lo mangerà,equel cibo glisitramuterà incanto. Questa è la circolazione della vita.- In somma ilprodotto è del pro duttore; il contratto lo fa sociale: il prodotto è individuale; il con tratto lo fa umano. L'umanità è socialità, e questa è contrattualità. È il solo punto di vista da cui il filosofo deve considerare il con tratto. L'umanità è socialità,perchè l'assoluto monos non sarà mai l'uomo non salirà mai all'universalità della ragione, m a rimarrà chiuso nel l'egoismo,che più trasmoda e più imbestialisce.La ragione,essendo dialettica, non può attuarsi nell'io e nel tu, ma nel noi. È dunque intrinsecamente sociale.La società dunque non è convenzione, ma natura. Non si nega già che l'uomo sia passato dallo stato troglo ditico al sociale; ci passo di certo, e al passaggio fu aiutato da ter ribili esplosioni della natura esteriore:ma ilprimo e poi non toglie naturalezza alle cose. Il volgo crede che le cose più naturali sono le primitive e sino ad un punto a questo pregiudizio si accomoda l'istesso linguaggio hegeliano:ma da un punto più sicuro si deve dire che le cose asseguono la loro sincera natura nel fastigio non inprincipio.Dico che l'uomo è naturalmente uomo,è tale secondo la natura sua,quando ragiona,non quando vagisce;ma la ragione  Abbiamo varietà di vocazione, di lavoro, di produttori, di pro dotti, dunque di proprietà. Quindi proprietà agronomica, industriale, artistica, letteraria: non di ciascuno,m a necessarie tutte a ciascuno, perchè tuttefanno ilcumulo dei mezzi necessarii al fine umano. Come dunque passano da produttore a produttore e fanno la comu nità della vita, la totalità dell'uomo? - Mediante il contratto, che però è definito l'esplicatore della proprietà.   è il fastigio dell'individuo umano e della storia, è la sui-aequatio, non il saluto di chi arriva.La naturalezza vera di una cosa è dun que l'equazione della cosa con sè medesima,cioè del soggetto con la propria essenza. Però l'uomo non è il troglodita, m a il cittadino e non l'esclusivo cittadino ma l'io-civile, il noi. -La società dun que non è da convenzione m a da natura: l'umanità è socialità. Ogni istante della vostra esistenza civile implica un concorso di volontà,un consensus,in somma un contratto espresso o tacito. Lo stare qui ad udirmi, il rientrare nelle vostre case, il cibo, il riposo sono atti della vita che implicano un consenso,un concorso di volontà, un esplicito o implicito contratto. E considerando che la socialità è contrattualità hanno distinto il contratto in pubblico e privato, e patto pubblico fondamentale hanno chiamato quello che då forma allo Stato.Forse non sarà veramente pubblico questo patto fondamentale, m a hanno avuto bisogno di crederlo e chiamarlo tale. Che cosa manca alla sincera pubblicità del patto fondamentale? Manca la natura della società presente, la quale, non uscita dallo individualismo, rende unilaterale e pero artifiziale la più parte dei contratti che oggi si fanno.La soperchianza dell'individuo sulla col. lettività si traduce nella soperchianza del più forte dei contraenti. Quando ilbisognoso corre all'abbiente sa di subire tutte le condizioni imposte dal capitale, il dieci, il trenta, il cento per cento, la tarda mercede e macra,i fastidii, il oa e torna che è furto di tempo,ed altro.Nondimeno corre,torna,incalzato dal carpe diem,avvenga pure che il di appresso debba essere sospeso all'albero infelice.La prudenza gli dice che domani il capitalista lo spellera; il bisogno lo persuade a risolvere l'oscurissimo problema dell'oggi.Il bisogno immediato vince dove affatto precaria è la condizione della vita e il domani si porge ignoto.Quindi quella forma di contratti che vogliono avere tutta la sembianza di bilaterali, dialettici, umani, m a in sostanza sono unilaterali e soverchiatori in maniera blanda e insi diosa. Questi contratti hanno un consenso apparente, un dissenso In che consiste questa socialità?- In uno scambio perenne, con tinuo di mezzi con libera necessità cioè in una volontaria permuta zione continua.Questa volontaria permutazione è il contratto. Dunque l'umanità è socialità; questa è contrattualità. Il corollario è questo: qual'è in un tempo la forma della società tal'è del con tratto. Oggi la società è malthusiana, nel senso detto sopra; m a l thusiano è il contratto.- Valgano i fatti a dichiarare questa dottrina. Nessun Codice scritto può far riparo a questi contratti simulati, unilaterali, e di mala fede, a questi bugiardi consensi di uomini che profondamente dissentono anche quando mostrano di consentire, a queste soperchierie distillate dalle procedure e da quel summum ius che fu sempre summa malitia.Infatti che riparo metterebbero i Codici?-Multe,carceri,sanzione di nullità,questi sarebbero isommi ripari; e varrebbero ad addoppiare la simulazione del contratti,o ad ammortire il capitale, a fermare la circolazione economica cioè alla stasi sociale. Altri ripari occorrono, e di questa forma unilaterale saranno i contratti sino a quando la forma sociale non sia mutata e il lavoratore, mediante il lavoro associato, non entri nella possi bilità di far la concorrenza al capitalista.Malthusiana è la società, tale dev'essere il contratto; il capitale costituisce la plutocrazia, il contratto la subisce;l'individualismo nummulario si oppone alla ve nuta dell'uomo,ilcontratto dev'essere unilaterale,una contraddizione ne’ termini. Non i Codici debbono integrare il contratto, ma la società dev'essere rimutata dal fondo. Non co'Codici direttamente lo Stato presente può integrare il con tratto:ogni suo intervento sarebbe malefico;ma dovrebbe,pare,per mettere al lavoro di associarsi. Mostra di farlo, m a la sua natura nol consente: dall'una parte permette le associazioni,dall'altra crea tanti intoppi di leggi e balzelli e contatori e pesatori e pretesti di ordine pubblico che il lavoro rimane estenuato e impotente di qualunque ris par mio. Par facile il dire: risparmiate l'obolo; ma è difficile risparmiarlo dalla fame. Cosi il lavoro non potendosi capita lizzare,non può creare la concorrenza al capitale.Quindi la rivolu zione economica non è possibile senza la rivoluzione politica,e que sta, alla sua volta, non asseguirà il suo fine, che è la libertà, se non compita la rivoluzione economica che equilibra la proprietà. Il capitalista e l'operaio sono nemici; il contratto tra loro non può essere che una simulazione; la sola guerra è possibile. Lo Stato presente ad evitare la guerra permette l'associazione e ne soffoca l'effetto; impotente alle riforme civili promettele riforme penali, scherno a bastanza scoperto e deriso. Se manderanno via il boia, diceva Langassieres, ho ancora il mio rasoio,ho la mano ben ferma, e la volontà è lapadronanzadime. Ho ildisprezzodituttoquelloche mi circonda.Ho capito il significato delle parole Dio, ordine, stato, reale, e per questo appunto sono unilaterali, e sono nondimeno la massima parte dei contratti odierni,perché questa è la forma della società,è malthusiana, pontefice e re ilcapitale. e Codice: parole belle per chi se ne ha da servire. A te!- Or che ti han fatto grazia della vita,tagliati tranquillamente le canne e di mostra anco una volta che l'uomo è il solo animale che ha piena si gnoria di sé. O suicida o rivoluzionario, questo è il solo dilemma che lo Stato presente mette innanzi all'operaio. Il suicidio,per esteso che sia,non può assumere che forma ec cezionale;e però la sola rivoluzione oggi si porge come norma. E sarà politica e sociale insieme, perché sono momenti inseparabili. Pervenuto a queste necessità, mi fermo un istante e odo le parole che mi si dicono attorno:-Scrioi un corso di Scienza del Dritto o fai dellapolitica? Rispondo che obbedisco alla necessità, la quale non può separare la scienza del Dritto dalla Filosofia della storia, che additando il cammino, dice che i popoli perverranno dove gli Stati. non vogliono. Il tempo verrà testimone non lontano delle mie conclusioni. Questa è la sola conseguenza possibile a cui poteva condurmi la teorica della proprietà. Ora entriamo a ragionare dell'individuo umano considerate come autonomo. Anatomici. Cripturus ego de Capite, composito hominis principali,cui merito reliqua corporis membra universa obtemperant, et subduntur, friteor luf scientia mihi vela non elle, adlulcandum immenlum hoc pelagus doctrinarum, quas de cognitione interiorum tot Authores copiofelparferunt, et effuderunt. Nimium elevatus mons eft, ad quem pertingere pes debilitatus nequit: nec volucrium in paluftribus locis immorandum alar volatum aquilarum audacium et generofarum exuperare poliunt: luffecerit mihi fi procul Carlum hoc contemplates fuero, li radices montis hujus circumire, fi fragili fcapha maris hujus immenii rivos aliquos mihi findere licuerit: ut ne videlicet in hoc volatu cum Je aro fubmergi, in hac viiione cum Philippo excarcari et de Ipeciolis hujus montis ruinis cum Polidamente opprimi mihi contingat. De olle nil referam, licut &c pauca de ollibus in sequenti Anatomia tradaturus fum, tanquam iis, qua: nec dodrinas hieroglyphicas, nec lymbolicas, Emblemadcas, Proverbiales, nec hiftorias, nec ritus, obfervationes, confuetudines, nec alia admittunt (II inde Anatomicas, et myfticas detraxeris) de quibus non folum, fed et de univerhtate partium humanarum ratiocinari conftitui. Difcurrant prolibitu luo Audiores de olle cranii, et commilluris ejus, cur compofido ejus et cralla et rara fit: et ut totius fit corporis quali caminus aliquis, de duplici tubulato Cranii, ulum praefatarum commillurarum, Lambdoides, reda; fagittalis, et coronalis exponant: discooperiant frontilpicium cum Occipite, denudent Calvariam totam, ut vilui reprxfentent quae Com- milliira: verte lint, qua: impropria: cur ha in modum fquammarum lint : recenfeant et explicent ufum primum, et fecundum: numerent in ordine unumquodque olTium cranii, delcribendo ad punctum ulque, figuram illorum, et fubftantiam, &foflas, et foramina, et Imus; examinent cujusque horum feparatim, et formas, et litus, et ellentias, et difpolitiones ollium, Occipitis <k Sincipitis, et temporum: horiun dilparitatem, inaqualitatem, limilitudinem, proportiones, et qualitates: examinent porro horum eminentias &procel!us, notent inter calvariam et maxillas diftantiam: ubi os Iphenoides litum fit, et cum occipite connedatur, et pofthac prolixa ftrudura fua ollibus temporum conjungatur, quod habitu &: conliftentia sua totum inaqualeeft. Dicant quod eorum quadam poros fuos habeant, a Galeno Scarlattmi Hominis Synbolki Hm. I. oblervatos, per quos propagines nervorum et arteriarum ferantur; Del Cendant hinc ad os Ethmoides, idque exponant perforatum, non fecus ac cribrum, ejusdemque rationem adducant; cur proinde ex parte una lit tanquam chrifta galli gallinacei, ex altent rarum, laxatum, fungofum, fpongiofum, in modum pumicis, quod cavitatem liarium adimplet, undeattrahantur odores, quod loco fuo memorabitur: Denique perfcrutentur ii Cranium figuTam det cerebro aut cerebrum Cranio; hasaliasqueqUxftiones, non mediocres, has indagines, has facultates, in quibus tam pratenti quam prxfentis Esculi celeberrima ingenia deiudarunt, interim pretereo, tanquam partes inanimas privatas rationali anima, et ad conlide- randa pretiola earum contenta accingor. Fadurus niliilominus idiplum cum omi brevitate pollibili, imitando viam et methodum Andrex Laurentii Inclyti Viri, qui nomen liiumper Illuftriores Mundi fcholas iniignivit, qui ampliari, et dilatari Lauros suas in quadam prima Regiarum totius Univerlitatis fecit, Francix nimirum, ubi inter lilia copiosius viridefcere edodus est, et famam suam, dc xftimationem, et authoritatem adaugens, utpote qui eoufque clarus lit, brevis, fuccofus, exadus, ut nulla fit nec minutiflima partium, nullus ibi mufculus, fibra nulla, quantumvis abditillima, et remotiflima, quam non in lucem produxerit. Hic metam, normam, et lumen lcriptioni mea: fugge Iturus erit. Hic ergo cum tanto authore Os Cranii apertum intueor, ubi dux le mihi membrana offerunt ab Arabibus antiquitus pia: Matres appellata: qua: videlicet non lecus ac fideles genitrices tenerrimum cerebrum, aliaque his contigua tanquam filios cum cautela et fedulitate magna compleduntur et tuentur. De his refert Hippocrates, eas temporis fuccellii converti in tunicas, earumque difcrepantiam, in tenuiori et craifiori elle materia: continent ha: et fubtus et supra, cerebrum: quarum exterior dura eft, cralla, et cuticularis, correlpondens figura fua, et magnitudine proportioni Ollis Calvaria:: dum cranium nec linum, nec cavitatem habet, qux hac ipla non repleantur; In suprema regione dura: Meningis nomen habet, qua; durities correfpondet pleura:, et peritoneo: in regionibus vitalibus, et naturalibus, ex omni parte Duplex eft, unde et Moderni unam earum internam ftabiliunt, candidam, et humore aqueo alperfam, qua; tunicam tenuem relpicit, alteram externam Olli Calvaria: contiguam. Verfatillimus Laurentius non nili unam solam agnofdt, et ait, duram hanc Meningem firmiter adhxrere bali Calvarix, de superiori nihilominus parte Cranii eatenus latam, quate- A nus dilatando, vel conftringendo cerebro necelle est, colligatur autem Cranio, mediantibus villis, qui per commilluras creicendo, ipsum propemodum pericranium conftituunt: conneclitiir membrana: tenui mediantibus venis, quarum opera cerebrum firmum redditur. Hac membrana multis foraminibus per via eft, per qua fe nervi, arteria et vena: tanquam per infundibulum fuum in medullam dorlalem effundunt: In lummitate capitis reduplicatur, et dextram a fmiftra cerebri parte difcriminat nec tamen ad bafin pertingit, fed ad cerebi medium usque, ubi duplicatione liia falcem mellorum reprefentat, unde &c a peritis Anatomicis tali nomine appellari confuevit, In pofteriori vero parte quadruplex eft, et illic cerebrum a cerebello, non totum fed ex parte diftinguit. Inter has plicaturas et duplicitates quatuor (inus confpicui reperiuntur qui tanquam abundantes rivi, et valoram majorum vicarii undequaque per substantiam cerebri languinem diffundunt. Intrant in hos iinus vente interna: jugulares: cumque cerebrum amplidimum fit, nec trunci venarum ad illud usque pertingere poflint, hos Rivos natura fabricavi r, tanquam aquadudtus, in quos vente copioslflimum fanguine meffundant, ad nutrimentum cerebri, de generationem spirituum animalium. Horum finuum primi duo laterales funt, et eorum exitus primus grande foramen, vicinum occipiti, format; per quod jugulares vente ingrediuntur, qua: ad principium Sutura: Lambdoidis terminantur, ubi utrteque uniuntur. Nafcitur de his frnus tertius, qui per longitudinem commillura fagittalis difcurrens, ad olfa narium conducitur: de his vero vagando multa: venula: ex omni parte per membranam tenuem dilperla procedunt: extenditur fmus hic ad extremitatem frontis,unde no immerito docet Hippocrates, percullafronte, caput univerlum inflammari. Quartus finus cteteris brevior inter cerebrum, et cerebellum vadens, in extremitatibus convexis cerebri terminatur, nates cerebri ab Anatomicis appellata: harum ufus admirabilis eft, ficut et venarum ab eo linu,t anquam a perenni fonte,divaricatio. In aliis corporis partibus vena in tantum arteriis vicina funt,ut le invicem tangant, et vena arterias libi focias semper habent: in cerebro autem, varia et diilimilis hac diftributio est, dum orificia venarum deorfum verfa funt, arteriarum vero furfum fp edant. Irrigant laudabili fucco cerebrum vena, arteria vero Ipiritum continent,qui per levitatem luam facile afcendit: Cum ergo vena orificia fua deorlum Ipedantia habeant, primo illis afcendendum erat, quod nec per cutem externam poterant, nec per ofla, nec per medullam interiorem cerebri, itaque id fit per duplicaturam dura meningis. Multiplex ufus est Membrana dura: primus eft cooperire cerebrum, dc medullam Ipinalem, atque eandem contra injurias quasvis tueri: fecundus eft, difterminare cerebrum in latus dextrum, et finiftrum, in anticum d: pollicum: Tertius ad recipiendum venas omnes, qua calvariam nutriunt, fitque tanquam caldarium cerebro, &c membrana tenui, qua continet: de qua etiam partes fanguinem fuum pro necessitate recipiunt. Detrada nihilominus et rupta membrana crafla, confpicuam fe et vilibilem reddit Pia mater, propter tenuitatem et mollitiem luam fic nominata: qua talem feu compofitionem habet, ut in omnem cerebri linum fe iniinuare facile polTit, ita ut per gravitatem fuam onerofa cerebro non ht, iimul ut per totum corpus illius portare vafa poflit, ideo et Secundina nomenclaturam adepta eft. Hac proprium velum, &c operimentum eft cerebri, quippe qua non folum fuperficiem externam operit, led ultra tendit, inque occulta penetralia 8c recellus ingreditur: extendit fe, dc prolongat in ventriculos usque, nona parte luperiori, ut vulgus opinatur, led inferiori: in his partibus afcendit, ubi velut catinum quoddam eft, per quam portantur arteria quadam exigua de iis venis qua carotides, et cervicales nominantur per latera fphenoidis. Admirabilis hic providentia natura eft in harum membranarum fitu,iicut cnimCreator,focum tenuiflimum, leviflimum et ratiflimum feparavit a terra, craila,denfa, gravillima, et opaca, idqueper aeris Ipatia, et aquarum divortium: ita &c Natura imitatrix et amula divinorum operum, duriflimam calvariam a mollilHmo cerebro per interpolitionem gemina membrana diftinxit: quam triftis, quam injucunda hiturafuilletvita noftra, fi tenera d: durafe invicem lemperline medio ollo colliderent, et concuterent? Hac porro meninge pia remota. Cerebrum iplum prodit. Hoc illud eft, quod jundum cordi ellentiam homini miniftrat, de quo videhcet formatur ratio, in-telligentia et ratiocinatio, unde formantur nutrimenta et ipirituum univerlorum generatio: animalium prafertim: a quo, et per quod formatum caput eft, contentum continente luo multo nobilius, quamvis et hoc quaquaverlum Ipedabile fit, cum caput in omni natione terrarum tanquam lacrum aliquid femper lit in veneratione fua habitum,&obfervatum, per quod y£gyptii Sacerdotes jurabant : quodlecum radios majeftatis portat, in quo etiam Iplendores divini perlucent, tanquam opus, de lublime artificium altimmi Del Hac pars excelfior cateris, de vicinior ccelo eft: hac fidilhma petra fenfiium eft : altiffimum mentis culmen: hac Regimen de gubernaculum totius obtinet : cerebrum non tantum fedes eft lenluum de motuum: fed Artifex vaftiflimam molem membrorum dirigens, licut de pratumida corpora nervorum, id que per flbras, non fecus ac per mulculos, ad eorum, qui conftrudionem iftam diligentius, defolertius perveftigaverint,ftuporem de miraculum: Hoc domicilium fapientia eft, de memoria, de judicii: audacis natura prodigium. Hoc in formam orbicularem compohtum eft, tum ut capacitas ei major ellet, tum ut fecurius adverlitad omni, quacunq-, eventura fit,obliftere valeat, nec quovis modo ab eadem oflenfionem ullam patiatur. Accedat ad hac, quod huic parti propemodum divina, figura quoque omnium perfedtillima, nonpromilcua conveniebat: cujus praterea magnitudo, quod vis animalium caterorum cerebrum facile vincit: ita quidem ut hominis unius cerebrum duorum boum cerebro aquivaleat, de mole, de quantitate. Hoc ita per ingeniofam natura providentiam dilpofitum fuit ad varietatem fundtionum animalium exercendam, imo perfedtionandam. Sentiunt quidem de bruta, fed eorum lenius totus in gratiam eft appetitus animalis : qua etiam naturali quadam intelligentia condudla, a noxiis abhorrefeunt, de per inlitam inclinationem ad libi profutura feruntur Subftantia cerebri mollis eft, candida, de medullaris, de purillima leminis de Ipirituum portione fabricata, ita libimetiph propria, ut in compolito alio nunquam eadem ipfa inveniatur : nec enim medulla qua in cateris ollium cavernis eft, 'huic par eft, illa enim non colliquatur, nec vero inedia, aut febrili calore diminuitur: continetur autem calvaria fua, ut cranium nutriat: cranium nutritur, ut continere medullam hanc poflit. Ait Galenus fluidam efle medullam oflium, fimilemque pinguedini, nec tunica coopertam, nec interfecatam arteriis, aut venis, nec participationem ullam habere cum mufculis, aut nervis, prout facit medulla cerebri, qua glutinofa magis quam pinguis eft: quam Hippocrates idcirco partem glandulofam appellavit, cum iit candida, et friabilis. Hac capiti has commoditates lubminiftrat. Sedet in fimilitudinem ventofa, atque ideo inferiorum partium refpirationes omnes abiorbet, quarum exhalationibus li calvaria ofcitationefua, ut ita dixerim, meatum non daret, et niii tantisper hiatu Quare fubfe quod;un aperiret, nimio fe calore cerebrum reple-ftantia cereret. Subftantiacerebri mollis eft, tum ut tanto facibri mollis lius imaginationes rerum vifarum fe imprimant, tum fit. ut nervi tanto tractabiliores iint,tum denique ut ponderosa duritie fua non gravet. Candida eft, quia {permatica: idque ratione finis, ut videlicet animales fpirituslimpidiflimifint, &: non obfcuri, veltenebrofl: quales melancholicorum funt. De hac etiam medullari fubftantia, temperamentum frigidum et humidum colligitur: his qualitatibus excedit, ne forte cogitationum continuatione fuccendatur, cum fit pars hominis liifce fundionibus deftinata j tum vero etiam quod fpiritus animales facillime diflipari et evanefeere pollent. In cerebro calido, motus furibundi eflent,&: temerarii, et delirantes ienfationes, ficut phreneticorum funt. Jungantur his fomnia inquieta, qua: li modum fuum teneant, facultatibus animalibus quietem indulgent: et qiue-fi calidum cerebrum ellet, de limpiditate fua defcifcerent, cum Ut proprium caloris, fuble vare et perturbare rerum comequentia. Cerebro reCognovit Peripateticus officium principale in ceffigeratur rebro,nempe ut inde cor refrigeretur: Galenus nihilcor. ominus ad hunc folum uliim confti tutum elle intelligi 8. de u fu parnonvult, quin potius ut facultatibus fenfuum &hotium. rum principiorum exitum pradoeat: tum ut generationi Spirituum animalium inferviat. Motus ceHabet motum fuum non animalem, autvolunta rebri. rium, nec violentum, fed naturalem, et hic proprius et peculiaris eft generationi Ipirituum animalium, temperamento, et purgamento aliarum praeterea rerum,non fecus ac arteriarum. A femetipfo fe dila tat et contrahit: in diaftole fua cum admirabili plicatura fpiritum et aerem narium trahit: in fyftole, interiores finus contrahit, et profundit fpiritum animalemin ventriculos fuperiores,in tertium, et quartum, ficut et fenfum in organa. Sentit cerebrum, cum fit fenfuum author, iplum tamen fine lenfli eft, cdm communis fensus fedes fit, omnium enim horum Ju- dex eft: ficut ergo nec audit,nec videt, fic nec tadum ad fenfibilia fentienda poflidet. Strudura Quemadmodum praecipuum membrum hoc dicerebri. verfarum facultatum matricium fenfificarum faber eft, ita et mirabiliter cum di verfarum partium ftru8.C.9. de ufu (ftura fabricatum eft. Preefatas partes copiofiflime Anatom defcripferuntjprimum Galenus, tum et Velalius exana om. 7. obfervator : didas partes cum claritate limpidiflima exponit audior meus: qua: lingula a me (qui brevitati, quantu poflibile eft, confulo) an exade reprefentan polfint, nescio. Dicam inprimisomnem eam partem, qua a nobis calvaria nominatur, cerebrum appellari folitum efle : duo ejus extrema funt, anterius nimirum, et pofterius: quorum illud primum retinet totius nomenclaturam, pars pofterior cerebellum appellatur: ha autem partes invicem dividuntur de medulla quadam crafla, per duplicaturam quandam, non ex omni parte tamen, fed ex fupeScarUttini Hominis Symboliii Tom. I demotu mufe. libello de glandtdii. riori folum, namqj in media et inferiori unum alteri vicinum et contiguum eft. Rurfum anterius cerebrum mediante proprio diaphragmate in dextram et liniftram partem deferibitur, intercedit autem portio quadam dura meningis, qua a figura fua,prout memoratum eft, falx nominatur : idque ob faciliorem motum, et levitatem, et nutritionem medulla interioris.Hujus fuperficies exterior fubcinericia potius, quam candida apparet, multos habens anfradus 6c circumvolutiones, quarum non pauca fubftantia ipfam cerebri introgrediuntur &penetrant,unde et fubftantia talis varicofa nominata eft. Ridendi funt, qui cumEraliftrato hos linus formatos idcirco credunt, ut per eos intelligenda formetur, quia tali modo 8c ipfi afini (ait Laurentius) intelligerent utique. V ult hic cum Galeno, tali ratione cum tot meandris, et intorfionibus cerebrum formatum elle, ut habere nutrimentum fuum, et fuftinere tot varia ad fe fpedantia poflit : cum enim illic moles ejus vaftiflimafit, qu'i heri poteft, ut vena et arteria, qua per fuperficiem lolam difcurrunt,fufticientes fint, ad nativum calorem illi fubminiftrandum ? Quidam arbitrantur hos gyros fabricatos efle, propter le vitantem, ut nimirum tanto promptius moveri poflit : alii rurfum ut medulla ejus tanto tortior et robuftior fit, ita ut molle humidumque, ab hac et illa parte difeurrerec: dixerunt nonnulli idcirco fadum,ut fpiritus et fanguis levamentum fuum habere, 8c recreari pofllnt, ne videlicet didam cerebrum in diaftole fiia, tempore plenilunii exceflivo calore fuftbcetur. Concludunt alii propterea factum, ne continuo motu fuo vafa disrumpantur aut relaxentur. Qui, prout debet,extemam hanc fuperficiem contemplatus fuerit, fiquidem duobus tribusve digitis hecc medulla cerebri in profundum fecata fuerit,continuopars altera candida, et durior, cum venulis quibusdam, &: arteriis parvis, qua: aciem oculorum prope fubterfugiunt, apparent: connexam habet membranam quandam tenuem, qua: corpus callofum appellatur, hujus interventu ea: partes, quee prius diferetee fuerant, in dextra, et finiftra continuantur. Eft corpus callofum hocinipfopropemodum cerebri medio (hocque inter fupremum &c imum intelligendumeft) apparet autem duobus ventriculis cavatum, dextr o, inquam, et finiftro. Hi primi finus cerebri funt, qui a Galeno anteriores nominantur j melius a nobis fiiperiores dicantur, figura ampliilimi, fi- cut et litu, et magnitudine et ufu, reliquis omnino fimiles, portant figuram lemicirculi, aut falcis, aut Lunee falcata: : in medio cerebri lituantur, eodem enim intervallo a ffonte,quanto ab occipitio diftant, tanto a bafe, quanto a fummitate: propter quod non rede anteriores dicuntur: fed potius primi vel fiiperiores dicendi funt. Magnitudinem ^qui valentem habent, cum fecundum proportionem aliarum partium amphslimi 1 int : nam tales efle oportet, ut fpiritum crasliorem continere valeant. Duo funt, ut impedito altero, hce fundiones intercepta: non lint, alterque alterius vicem fiippleat. Multiplex horum vaforum, vel ventriculorum ufus eft: inprimis ad preeparationem Ipirituum animaliuin, unde 8c inchoatio fpiritus appellantur: deinceps ad infpirationem et relpirationem cerebri: tertio ad recipiendum, 8c attrahendum odorem. Sunt illic qual 1 labyrinthi quidam exigui, qui per particulam unam membranee tenuis, quee afeendit, difeurrunt: in quorum medio fpiritus animalis coquitur, attenuatur, et preeparatur: duo illic procefliis, vel tubercula protenduntur fimillima papillis mamillarum, parti inferiori horum A 2 finuum Inii teli». limium, aut vero oflibus nari um propinqua, in modum cribri perforata, cooperta membrai ia tenui, qux tamen inter nervos non numerantur, cum de cranio non cadant. Per hic ad cerebrum aer portatur, et ad idipfiimfpecies odorum conducuntur: unde 8c organa odoratus nominantur: id quod Hippocrates dixit : Olfacit cerebrum h umidum exiftens aridorum odorem, u?ia cum aei e per corpufcula ipfum trahens. Diftinguit hos fuperiores ventriculos, certa quidam cerebri particula, quileptum lucidum, aut petra (pecularis nominatur. Sub hoc illud eft, quod Arandus a figura vermiculari, et bombicina nominavit. Tertio loco (e corpus calloium offert, compofitum per modum cameror vel fornicis, idcirco et camerale didtum, quali tribus quibusdam columnis fiiftentatum &c eredhim : reprarfentat autem compofitione fua figuram triangularem, conftantem lateribus inaequalibus, a parte poft eriori quali duplici arcu, ab anteriori uno (olo. Ulus corporis hujus, idem qui in fabricis fornicum vel archi trabium eft, quod &teftudo nominatur, qui licut alter Atlas ampliliimam molem cerebri totius luftentat, ne ventriculum tertium comprimat. Apparet lub camerato hoc, finus tertius, qui aliud non eft, quam cavitas communis ( &c concurliis duo, qui le in cavitate pridida explicant) qui cum humillima fedefiia quodammodo cedit. Hiclinus a Galeno ventriculus medius appellatur, vel quod intra duos fuperiores, et quartum inferiorem litus eft, vel quod quali centrum cerebri occupet, dum tantundcm diftat ab occipite, quantum ab olle frontis. In eo obfervantur meatus vel canales duo, quorum unus ad balem cerebri delcendit, alter in quartum linum dirigitur: unus eorum &c ftatu, et politione humiliori ultra tendit, in cujus extremitate oftium quoddam parvum eft membrani tenuis, primum quidem dilatatum, &: apertum, pofthic anguftius in fimilitudinem infundibuli, unde &: nomen illius, licut et catini mutuatur; perhoc tanquam per manicam Hippocratis, percolatur pituita cerebri. Sub hoc catino extenditur glandula pituitaria di<fta, qui tanquam lpongia, aut caro vaporo! a, et bibula, attrahit, imbibit excrementa (uperffua cerebri, Sc ea lenlim per cunei foramen diftillat. Apparent hic a lateribus plexus duo, qui a Galeno rete nominantur: T res hi particuli, nempe Infimdibulum, glans pituitaria, et rete monftran non poliunt, nili detradfa, nudata, Sc levata medulla cerebri uni veri a. Meatus alter aut canalis ventriculi tertii, amplior primo ad quartum linum dirigitur, de hocq; ad illum via eft, in qua particuli quidam exigui le offerunt, et primum quidem gl andul a turbinati figun, non dill imilisnuci pineali; dicunt eam pro fundamento, et firmamento venis dle, et arteriis in cerebro fparlis, licut et aliis glandulis puris, ut libera via pateat omni animali Ipiritui, ad tertium et quartum ventriculum. A tergo canarii corpulcula quidam rotunda funt, et duriora, qui quali nates formant, fub quibus tubercula quidam apparent,per modum teftiiun: quorum ulus eft, ut canalem forment, qui de tertio ad quartum ventriculum defeendat, et (ut dici folet) (alvum condudtiim Ipiritui animali pribeat. Denique (mus quartus occurrit, communis cerebello, et medulli ipinali: minimus omnium parvitate fua, led folidior citeris; Hic a principio luo dilatatus, fenfimreftringitur, donec in acumen terminetur, in modum pennilcriptorii, unde &c hoc nomine a verfatiflimis Anatomicis appellatur, inter quos Hierophylus eft. Errant autem qui opinantur, membranam elle tenuem et plenam rugis : necellanum autem erat hunc in dilatatione cerebri diftendi,& in ejusdem contractione complicari. Brevis et fuccida eft hic deferiptio cerebri anterioris, <k partium ejus. Succedit huic cerebrum pofterius, appellatum Cerebellum, quod a natura ad beneficium, et levamentum prioris formatum videtur: idque ut fpiritus animalis de finubus cerebri tranlinillus, hujus opeconlervetur, aptetur, et ad medullam fpinalem ablegetur. Figura ftu largius eft, quam longum fit aut profundum, exprimens formam fphiri, vel globi comprelli, 8c dilatati : quod iplum quoque membrana tenui et dura opertum eft, non ex omni parte nihilominus: ab inferiori parte enim viciniori cerebro contiguum eft, et color ejusftibcinericius, fubftantii craflioris et durioris anfraCtiis ejus exteriores lunt, 8c ad ulteriorem ufque medullam pertingunt: decuplo minus eft cerebro. In illa parte calvarii litum eft, qui duabus foflis occipitis circumi cribitur: totum ex quatuor partibus formatur, quarum dui laterales funt, et quali binos globos libi invicem oppolitos conftituunt; dui reliqui in medio confiftunt, et quali procellus quidam lunt, qui vermium figuram relerunt, undeSc processus vermiformes vocantur: quarum unus anterior, meatum apertum tenet de tertio ad quartum linum: alter ad partem poileriorem medulli Ipinali incumbit, et ad quartum linum refledtitur, qucn> apertum ad motus necessarios tenet. Interim de substantia unius alteriufque cerebri tanquam de radicibus luis propriis egredinir ramus, lpmahs, inquam, medulla, a quibuldam cerebrum longum appellata. Spiritus Sanctus in Eccleliafte, cum eleganti, quamvis oblcura allegoria hanc medullam funem argenteum nominat, lic et receptaculum ejus fiftula lacra dicitur: appendix autem et vicaria cerebri reputatur: nec enim hujus dignitas et officium inferiora funt dignitati cerebri, lic nimirum hujus et illius natura fe providam confervatricem pribet: et quemadmodum cerebrum ollibus calvarii munitum, et circumvallatum, duabufq; tunicis opertumeft. lic altera, circumdata eft et munita vertebris luis, tanquam lepimento fuo, tecta etiam dura et c tenui meninge, diuturnam opprelflonem non fhflert. Sed veteres opinati funt integra defludtione quadam, aut vero etiam luxatione lola vertebrarum liibitaneam evenire polle mortem. Necellaria fuit creatio hujus: line concurfii etenim ejus per univerfum corpus derivari nervi non poterant: priierrim qui lexti conjugationis eft, tam minutus, ut ad plantas ulque prolongari non potuillet:nec vero etiam prididti nervi vaftillimam membrorum molem commovere. Idcirco altiilimus Deus medullam creavit, cui fecunditatem generandi nervos contribuit. Nafcitur hic de utroque cerebro, non de inferiore aut cerebello lolo (prout minus experti judicant) cum mediante illo, tanquam de communi officina et aquidudtu fpiritus animales diffundere le in nervos debeant, tanquam in rivos, atque inde in totum corpus defeendere: qui fpiritus perfectionem fuam in limibus cerebri nacifcuntur. Conveniens itaque erat locare 8c ftabilire principium illius prope illorum Ipirituum officinam : qui etiam in tertio et quarto ventriculo continentur: &: hi punllimi lunt, omnimodo ab omni impuritate delicati, 6c mundi. Spinalis medulla ergo de quatuor quali magnis formatur radicibus, quarum dui majores de una alteraque cerebri parte nalcuntur: alteri dui minores de cerebello. De his quatuor limul jundtis medulli (pinalis corpus compingitur. De hoc autem deinceps quali infiniti quidam iurculi oriuntur, &in plures ramos fru&ificant, qui in partes corporis univerfas propagantur: de qui a veteribus Anatomicis olim in varias conjugationes diftindd fuerunt. De Modernis noitris lic medulla hxc dividitur : pars ejus, inquiunt, calvaris includitur, et illic obferatur, altera foris eft. De illa qus ab intro eft, leptem nervorum paria nafcuntur : hinc proceilus mamillares lunt, et principalia odoratus organa. Altera medulla: pars, inunita de circumvallata vertebris, motum lyftolcs, autdiaftoles non habet, ut nimirum fiibftanda fe cerebri includeret olfibus, qus motum habent : unde hic apparebit, qualiter nervi per brachia, per femora, perque alias principales partes, et inferiores divaricentur. Hic caudex, aut ramus cerebri coopertus membrana tenui, aliquantum diftat a dura: per teneram autem venuls qusdam diicurrunt, de arteris minuta:, diveriimode implicats, qus medullam nutriunt, de per eandem vitales fpiricus diffundunt. Egreditur medulla hsc per foramen amplum, de rotundum e calvaria: primum amplillima, de cralfiiTima, qus paulatiin attenuatur, dum de substantia ejus deperit aliquid, nil tamen de corporea mole, quam ubique eandem retinet : pertingens denique ad dorli finem in varios ramos coni umitur, qui omnino caudam equi figurant: atque hic terminum tuum confequitur. Quaiiinfinitus nervorum numerus eft, qui ab eadem derivantur: hi vero, dum illi, qui quali infiniti lunt, egrediuntur, le uniendo tanquam corpus unum formant; volueruntque Anatomici tot nervorum elle paria, quot lunt vertebrarum foramina. Omnis interim nervus a principio ortus lui multas habet fibras conflatas, dc produdtas de lubftantia medullari, de membrana tenui: dc hs fibrs defeendendo paulatiin de medulla leparantur, dc dum foraminibus vertebrarum appropiant, cralla quadam membrana, tanquam tunica mduuntur,dc in unum le reducendo nervum conftituunt, qui dum per foramen fuum egrefliiseft, in iisdem foribus rurfiim divellitur. Interim quanto longius 1'pinalis medulla defeendit, tanto altius nervorum fibrs nalcuntur, dc longinqua habent principia: licut nervi dorfales, delumbares, fi attentius obiervati fiierint, de cervicali medulla delcendunt. Ab initio lumborum ufique ad extremum Ollis Sacri multi funiculi cralliores inveniuntur, qui tamen invicem uniuntur, ea ratione, qua pori vertebrarum, ut dum in anteriora, dc pofteriora {pinalis medulla incurvatur, non nimium violenter agitata, aut premeretur, aut rumperetur, necellarium itaque erat eam in inftrumenta capillaria terminari. De his autem haefenus rationatumlit : quandoquidem definire fingula cum circumftantiis dc conditionibus fuis, idem eilet, ac munerare velle arenas maris, dc ftellas firmamenti. Cum autem calamus mihi fit in prsdi&is dc brevis, dc imperfectus ( prsfertim quod hsc profeilionismes nonllnt, qua mihi cura animarum non corporum incumbit ) multo potius talem illum elle conconfiteor, in difeutiendis qusftionibus illis arduis Galeniftarum, contra Peripateticos, Hippocratis, Avicenns, Ralis, dc intra modernos Velalii : videlicet an cerebrum principium lit facultatum : quomodo facultas fenfitiva duplex fit, interna, dc externa: qua ratione fiant imaginatio, dc intelligentia: de quali temperie cerebri, fedes memoris fiat: de loco majori, dc litu principali anims rationalis : cum Hierophylus eam in vale cerebri collocet, Xenocratres in vertice capitis, Eraliftratus in membranis cerebri, Empedocles, Epicurei, dc Aigyptii in thorace pedfoScarlattim Homini Sjmbohci Eom. I. ris, Morchius in univerfo corpore, Heraclitus in agitatione extrinleca, Herodotus inauditu, Blemor Arabicus, dc Sinenfis Medicus Cyprius in oculis, Strato Phylicus in fuperciliis, Peripatetici dc Stoici facultatem hanc omnem in corde collocent. Concludam ego cum Vetulo famofo Coi: Cerebro, ait, intclhgimns, deliramu, in f animus, cum aut calidius fuerit, aut fjcc.us, aut frigidius, idipfinn dc Galenus ientit. Hifce auream Philonis lentendam adjungo, Je f fi qui ait: ubicunque fate/litium regium eft, et Rex a fe£Hs. jute ihtio (liparas fidem habet • fed totum anima fiatellitium, finf/mm quippe organa in capite fit a funt, bi ergo fedes an ima praepua. Nec vero etiam mentis oculum ulque adeo p eripi cacem elle reor, ut adimam omnes ledes, dc relidendas facultatum dignolcere valeat: id folum referam quod Galenus Ientit, qui arbitratur, earum Ut Placitis, omnium originem in cerebro elle, non in csteris organis, prout facultas motus eft, dc (enfiis. Arabum univerla Schola harum diverfas manfiones partita eft in cerebro, dc cuique facultatum fuam propriam fedem dejlinavit: idipfiim etiam Avicenna dc Averroes voluerunt. Ha: opiniones validioribus argumentis ftabiliri pollent: fed iis ea remitto, qui hxc tufius aut tractare, aut indagare ftudendo latagunt. Porro nec modica nec brevis quxftio eft, fi nimirum faculFen-1 tates praecipua: a temperie cerebri dependeant, aut de conformatione ejus: hoceft,utrutn actiones fimiticfi ltfi de lares lint, aut organica-. Obfcurillima quaftio, in memoria. qua fe plura etiam illuminata ingenia intricarunt. Ad hanc nihilominus obfcuritatem magnam attulit elucidadonem Plato, tum cum nos monet : Non retlc inTheeteto: f habet anima, in denfo, aut lutulento, molh nimis, aut duro cerebro : molle enim celeres quidem ad percipiendum efficit, fed eosdem oblivio fos-^ durum dau memores, fed ineptos ad percipiendum efficit : denfium fimulacraobficur a continet. Et Galenus: Melius foret 8 • Ue ufh parexifiimare Imellettum fiequi non varietatem compof“Hm tioni, fed corporis, quod cogitat, laudabilem temperiem j neque enim perfeEHo intellcchts quantitati (pir it ustam artribuendaeft, quam qualitati. Unde ad fuperiora qux aprxfads allata funt, concludit Lau7fi rentius. Ex hi* fiatis parere arbitrantur quid.am fiacultates Anima non a conformatione, fed k temperie cerebri exerceri. De ufii cerebri Ariftoteles fentit, idipfiim folhm ad refrigerandum cor formatum elle, itaque compofitionem ejus humidam elle dc frigidam: quam lentendam Galenus refutat. Cum cerebrum, inquit, Ue h[h paraffu, quovis ambiente aere, etiam aftivo calidum fi;} u“mquomodo refrigerabit cor ? an non ab aeri* infpiratu hauritur? temperabitur potu ?f dicam Peripatetici non fufficere aerem externum refrigerando cordi, fed requiri aliquod vifcu* internum : hoc eis obtrudam, cerebrum longi (fimo intervallo a corde diffitum efie, CE ofiibus calvaria undique obvallatum : debuiffet, mshercule, aut in thorace locari cerebrum, aut faltem inter jeEia, cervice oblongiore non diftingui. Hxc Quxftio non de limplici penna: tradbu eft, dum per has undas experriffima edam navigia naufragarunt: cumque fe in portum evadere polle delperarent, prout non raro accidit iis, qui margaritas pileantur, cellare ab indagando coacfti fiint: unde dc ego, dum tales video illuc non potuille piertingere, iter tam laboriolum, de prxdicftasfyrtes evito: videlicet qualis fit fpintuum natura, modus, dc locus generationis: erronea de hoc opinio Argenterii, admirabiliter a ailigcntilTimo Authore meo confutata : utrum prarterea fe cerebrum moveat violenter, dc vigore connaturali, aut vero per motum arteriarum : A 3 ardua, longa, et difficilis omnino quxftio, fi ulla alia, an nimirum (entiat cerebrum, et quomodo: in quo loco rurfiim diverlx fimt Galeni, Hippocratis, tk Peripatetici lentenda'. Prxtereo hatce do&rinas, tum quod obfcura fiint et difficiles, tum quod non tam ad Anatomicum ha fpedent, quantum illa qua fuperius jam relata, et adhuc referenda fiint, podus ad philosophiam naturalem pertinent. Quapropter in ulrimo loco fe mihi offert dequalitadbus licut et de cerebri temperamenco ratiocinatio: ubi denuo nonpauca’ fimt a multis partibus introdudfre opiniones, quas egotame qua polium brevitate perftringam.Conlentiuntinterimhic et Peripatetici, et Medici, cerebrum in qualitatibus luis activis frigidum elle, in pafiivis humidum: dillentiunt nihiloDepartibiu minus Medici ab eo, quod Peripateticus retulit, dum Animal. c. 7. cerebrum frigidum idcirco ftatuit, ut refrigerando J. cordi ferviret:Medici non minus calidum volunudum illud Galenus quovis atitivo acre calidius elle docuit. Sunt nonnulli, qui Galenum, et Ariftotelem conciliant, duplex temperamentum cerebri admittendo, infitum imum, alterum influens. Frigidilfima eft compolitio medullaris fubftantia: illius, led de influente lubftantia calefitjdum circumdatum et perfufum eft a Ipiritibus multis, multisquc Arteriolis interceptum. Si innatam temperiem ejus intuemur eadem eft, qua: fpinalis medulla? dum filbftantiam cum eadem communem habet: li ad temperiem influentem refledimusjunum altero calidius dicitur,idque ob arteriarum copiam,qua: fe vaporofis filis et fumidis exhalationibus lublevant. Quidam fiiftinent cerebrum ablolute, (impliciter calidum elle, led iola comparatione frigidum : <$c C. y.lib.ix. Galenus: Cerebrum quamvis calidum, frigi dijfimo de Tetnper. corde e/l frigidius: propter quod Hippocrates fedem fertincntibtu. j]jucj frigoris appellat : hanc tamen Laurentius non approbat, dicendo: liquidem illud frigidius eft cute, qua: videlicet extremitatum medietatem tenet, potius frigidum quam calidum elle debebit: illud vero cute i'Je tempera frigidius elle Galenus docet. Contra quidam argument. c.y. mentantur, qui dicunt, nudato cerebro, continuo ab aere refrigerari, quod ab ambiente non evenit. Rcfpondetur alterari cerebrum, dum aeris alluetum non eft, prout cutis: fic Sedentes, non allueti aeris continuo ab ipfo lividi fiunt, ipfinn etiam cerebrum calidius cute, dum calvaria cooperitur, de arteria etiam et membrana multos plexus habet. Concluditur ex his: Cerebrum de temperie 1'ua innata frigidius elle, et de temperie influente, calidius : atque ejusmodi illud elle oportuit, ne portio dedicata continuis medirationibus accenderetur, ne evanefcerent fpiritus animales, qui tenuifrimi funt, ne motus temerarii essent, et fentationes delira;, quales phreneticorum funt. Adverfarii hic novis argumentis inlurgunt, dum ajunt: fi temperamenti frigidi eft cerebrum, qua ratione fpiritus animales progignit, &c vitales attenuat, qui effectus vehementimmi caloris fimt? Relpondetur attenuari (piritumin plexibus parvarum arteriarum, in illis viarum anguftiis: non minus etiam fpiritum animalem fieri, non tam per manifeftam qualitatem, quam per infitam quandam et abditam proprietatem: cum enim fpiritus cordis, quamvis calidiflimi, crafiiores fiant, quam illi cerebri, qui frigidiflimi fimt, evenit hoc imbecillitate caloris agentis, fed de dilpoljtione materis patientis generat cor fpiritus vitales de (anguine per venam cavam porrato. Fabricat animales lpiritus cerebrum de spiritu vitali tenuillimo, ita &: calor modicus alimentum debile concoquit, validus id quoderaffius eft. Sit itaque in adtiva quantitate fua frigidiflimum cerebrum, in pafiivis non eft qui ambigat illud humidum elle, non minus et inlitafua, influenteque temperatura. Cum hac videlicet temperie creatum a Natura eft, propter perfectionem qualitatis fenfibilis, fenfatio autem ha’C a paflione fit, et id quod humidum eft, facilius lpe&ra et imagines recipit: pari ratione ad ortum et propagationem nervorum, qui fi de duriori fiubftantia eflent, xgrius utique dederentur, tum proinde ne duritie fua et pondere aggravarent: denique ne membrum illud ad perpetuum motum, fenfationes, et cogitationes deftinatum in flammaretur: Sic enimvero qualitate qualitati unita cerebrum humidum potius quam frigidum eft, et inter partes humidas tertium ordinem, et inter frigidas quali poftremum obtinet. Occurrit hic alia infuper non modica, et necellaria admodum quceftio, quanta lmt &£ qualia cerebri excrementa, per quos etiam canales et condudus expurgetur. Cerebrum ergo cum temperamenti medullaris, frigidi fit, et humidi, nutritum fanguine pituitofo, per virtutem libi innatam, et natura: fua: propriam de superfluitatibus alimentorum copiam grandem excrementorum generat: fed cum (it totius corporis caminus, in limilitudinem cucurbita: parvae, autcujusdam ventofie, cujus figura ab amplitudine in anguftum aut acutum terminatur, iniidet trunco corporis, &d partibus infer ioribus,omnium generum refpirationes attrahit &: abforbet j tefte Hippocrate. Inde dubitandum non eft, quin vaporibus his imLibella de pletum, &fine intermifiione imbutum, et quali ingUndulu. ebriatum, in (emet multa fiiperflua et (iiperabundantia contineat, ita quidem, ut cum humidum fit, &J frigidum, ratione mamfeftifiimi fitus, excrementis multis, &. materia crafliori abundet. Ha:c autem, fi Hippocrati et Galeno fides habetur, duorum generum eft: altera enim tenuis,altera crallaeft: quarum illa vapori, aut fuligini non dispar, per condudus infenlibiles transpirat: altera autem per meatus confpicuos, et ex inferiori parte apertos purgatur.llcut illafiiperior per partem fuperiorem. Excremento tenui et vaporofo redundat cerebrum ratione (ituationisjhalitus enim adfpartem lupcriorem alcendunt, et vafa in capite terminantur.in partes vero inferiores quod craflum eft propter frigidam et humidam temperiem facilius delcendit, unde plus reliquis vifceribus omnibus hoc humore abundat. Hujus excrementi eradi pars pituitofa, aquea, de ferofaeft, pars biliofa, pars melancholica: quorum illud quod aqueum eft,de reliquiis fanguims pituicoli et crudioris producitur : biliofiim vero de portione melancholica, terrena, allata, &c torrida, propter caloris excesum, portio videUcet alimenti illius, propter quod& facile amarefeit. Arbitratur Argenterius aqueum illum et mucofum humorem qui per nares et palatum (eparatur et emungitur, proprium cerebri excrementum non e(fe : cum multi nec fpuant,nec emungant hanc pituitam: led humorem quendam elle generatum in hepate, miftum (anguine in venis detento, qui generationem luam in cerebronon habeat, led illuc portari, quando per imbecillitatem facultatis concodr icis,aut vero per intemperiem frigidam aflimilari cerebro nequeat, ita vero tanquam luperfluum per nares et palatum emitti. Hoc li verum eft, ad quem ufiim in (ede (phenoidis extenditur glandula carnis poro(ae,& bibulx,prout didtum eft? hxc ergo ad hoc deftinata non eft, ut hanc eluviem recipiat, et expurget ? fi humor hic pituitolus in cerebro male temperato generatur, quis glandula: ufus erit, qux in cerebro quamvis temperato repetitur ? Natura fagax Sc Libello de llandulu. C. i;. Anis parva. C. 2lib. 2. de locis ctffeclis Aphor. 2 Seft.i. c. prudens nil fruftra operatur : quod fi vero dodbrina Argentarii valida eft, fupervacaneum erit infundibulum, et glandula pituitaria: praeter harc prafatus author inquit, bene temperatos nunquam pituitam hanc iputo ejicere, contrarium tenet Galenus, itaque excrementa pituitofa et mucola propria fimt cerebri, et proprios canales fuos habent, ad hoc fabricatos, ut inde expurgentur. His ftabilitis Sc in ordinem redadtis, fupereft, quibus itineribus hac expurgatio fiat, difcutere. Excrementum quod tenue eft, &fuliginofum, cum ex fui levitate fupcriora petat, per Meningem evaporatur, per cranium deinceps, et per cutem, idque infenlibili tranlpiratione, dum corpus humanum per modum (pongix, foramina multa in fe continet. Inde eft, quod cum per olla penetrare hac fuligo nequeat, provida natura commifluras in cranio, plurelque cavitates ejus diftinxit, et collocavit. Excrementa vero crafliora, cum ex fui dilpofitione naturali ad partes inferiores ferantur, canales habent confpicuos, nondum a Medicis ftabilitos. Hippocrates leptem condudhis agnofcit, per quos de cerebro humor hic defiuat, per aures nimirum, per nares, per oculos, per palatum, per partes gutturales, per gulam, per venas, et medullam lpinalem in languine. Galenus eorum quatuor aflignat, hoc eft: palatum, nares, aures, et oculos: idiplum etiam alibi fentit, <Sc confirmat: quamvis in Commentariis non nili nares, &c palatum enumeret, dum ait: declives cerebri meauts tum per palatum in os, tv,m per corpus narium, conjpicuis ac magnis orificiis craffa cruciam excrementa. In primo lymptomatum lolum ad id vult idonem elle palatum, dum opportune concoquitur, &: nares pro odoribus folis compofita fint, &: pro refpiratione lic in variis locis diverfimode hic Medicorum Antelignanus dilcurrit. Hinc eft, quod do&iflimus Audior meus, adeoncilanda loca tam diverla, primo fui intuitu libi admodum diilentientia, per varios condudtus varia cerebri exprementa, pkuitofi nimirum, biliofa, et melancholica expurgari credit: Horum condudtuum alios natura: ordinarios elle, multiim familiares, et confuetos : alios extraordinarios, nec ulque adeo congruos. Ordinarii ad expurgandam pituitam dedicati lunt, ut palatum, et nares plus tamen illud, quam ha:, cum potiflimum pro odoratu fabrefabta lint. Ipfa adeo Anatomia docet, condu&um vifibilem, et conlpicuum de tertio cerebri iinu formari, qui ad anteriorem ejusdem balem extendatur, in cujus extremitate tenuis quadam membrana: particula, primum larga, et patula, deinceps anguftior, et ftndior appareat, per modum infundibuli, quodienfim in palatum, et in os deftillat: et hic eft, ubitanquam per Hippocratis manicam (prout alibi relatum eft) humor percolatur, et a glandula pituitaria pofthac recipitur. Quod fi fuperiores cerebri ventriculi quandoque abundent, et eluviem mucofam diftillent,hanc per tubercula fim illima papillis et per os Ethmoides vel cribriforme emittunt: ex hinc fubtus materis biliofs continuo per nares expurgantur. Quidam fic philofophantur materias hafce biliofas ad aures rejici, ut earum olla calore &c ficcitate fiia defendant : pituitofas vero per os &r nares evacuari, ut videlicet hi meams aperti humiditate pradidta a ficcitate prohibeantur. Hi canales ordinarii lunt, per quos confiieto natura: ordine cerebrum purgatur. Illic rurftim alii lunt, extraordinarii, per quos cerebrum, humorum copia pragravatum fe nonnunquam exonerat. Sunt autem oculi, Medulla fpinalis, et Nervi, unde paralylis oritur : quandoque et per 1 venas, &per arterias id contingit, dum humorum decubitus in parotides contrahitur. Hac autem excrementa particularia cerebri non fimt, hoc eft, medullaris fubftantia, aut de ventriculis ejusdem, fed potius de his vafis, de venis et arteriis videlicet, ex quibus tumores glandularum, opthalmiae, 3c aurium inflammationes lequuntur. Hac excrementa interim cerebri temperati, iii fubftantia lua nihilominus, et quantitate qualitate intemperata fimt. Tempora quo excernuntur fluida funtlubftantiafua, qua: non nimium cralla eft, nec humida : taliter in quantitate lua funt, nec enim copia abundanti luxuriant: in qualitate vero nec acrk lunt, necfidla: prafertim fi fuccefiu temporis a facultate lua concoquantur, Sc feparentur. Reftat breviter videre per quos condtidus excrementa quarti imus, et de cerebello purgentur. Non abs re erit nolle, hac excrementa pauca admodum elle, tam propter cerebelli duritiem, quam quod hujus iinus tenuilfimi fpiritus lint, &c finceri, jam omnimodo expurgati, ita ut id quod illic facile colligitur, facile etiam dilTipetur: id quod in cerebro non evenit, cumlithumidum, continens fuperfluitates nori modicas, atque ideo copiofa expurgatione necelle habet. Grandis, laboriofa, 8c non minus fuperioribus difficilis indagatio eft, nolle numerum, ufiim, 8c praftantiam ventriculorum cerebri. Ego vero intuens meoccurfum difcuilionishujus declinare hon polle: ut inde aliquid etiam adducam, cum Authore meo, dicendum qualiter ventriculos quatuor Galenus ftabiliat, fuperiores duos, quos anteriores vocat, unum in medio, quem communem nominat, ultimum deinceps, qui cavitas eft. Avicenna non nili tres aflignat : iupremum, medium, depoftremum. Verum quidem eft fub titulo unius priores duos ab eo mtelligi, cum unius adeo figura: lint, 8c fitus, et magnitudinis, et ftrudtura. Verlatiflimus alioqui Velalius reprehendit in hoc loco Galenum de ufu ventriculorum fuperiorum, idcirco quod hosfinus organa odoratus elle voluit, &c eofdem etiam pituitam in os cribriforme percolare. Author meus in defenfam Galeni ait, Imus anteriores in tantum organa odoratus appellari, quod ad eos odores ferantur, de quibus eligunt, rejiciunt, vel judicant, nec tamen propterea obftare quicquam, quin fi cerebrum eluvie mucofa refertum fit, in eos finusle fundat: cum pituita non raro quoquo verfum in cerebri corpus fe difpergat, prout fape in Apoplexia contingit, le diffundendo in nervos, &c in lpinalem medullam : unde paralylis. Argumentantur in contrarium alii, dicendo: extingui utique odoratus lenium, fi per hunc pituitola tranfcolatur materia, prout experientia docet. ReIpondetur ad hac, hoc de fluxione continua et magna humorum abundantia provenire, qui tum obftrudtionum in proceflibus caufafunt: non fecus ac in perpetua occlufione pororum qui in offibus fimt. Quidam Modernorum fuftinent anteriores ventriculos non ad praparandos fpiritus fadtos elle, cum fint excrementorum receptacula, ipiritumvero animalem cavitate fenfibili non indigere. His Galenus refpondet, ventriculos fuperiores ad purgationem Ipirituumminifterium fuum exhibere, et ad expurgationem materia: fuperflua. Ita per Ethmoidem odores afeendunt, et non minus fuperflua evacuantur. Sic emmvero de excrementis cerebri dicendum, qua per palatum et nares Ime intermiflione excernuntur, quod nullum omnino nocumentum nec odoratui, nec guftui adierant, fiquidem ciun moderamine defluxerint. Quod priftantiam et dignitatem horum ventriculorum, quifuperiores funt, attinet, ambigendum non eft; quin citeris ex omni ratione poftponendi lint, non quod citeri principalis facultatum ledes lint, fedquodin iis generatio (pirimum animalium fiat. C.3./.7. Totum hoc Galenus doce. Cum interim quatuor ventriculi fint, quiritar quis eorum potior Iit, et nobilior: vult Galenus Imus luperiores citeris elle ignobiliores, idque exemplo adolelcentis cujusdam demonftrat, qui Joniiin Civitate Smymenfi recepto vulnere in his linubus fiiperioribus, vita? &: ianitati reftitutus eft. Non cum tanta elevatione loquitur de his citatus Galenus dum de tertio et quarto trade ufu par&ac. inquintoenim capite ad tertium de locis ajfefUs Uum primatum pofteriori donat : hic verba ejus funt: Spiaep aatu. rptlts animalis in cerebri ventriculis, maxime in pofteriori continetur: quamvis non contemnendus fit medius. Ipfe etiam Hippocrates: poftremi quidem ventriculi vulneratio maxime omnium animal Lcdit, fecundo loco medii, minima ex anterioribus utrisque noxa contrahitur. Hoc id.em quod feStiones, collifones quoque faciunt. His omnibus ratio (iiffragatur, dum ventriculi ignobiliores apparent, qui majorem habent amplitudinem, Quartus Imus omniii anguflillimus eft,& minimus, Ipiritumque animalem lmcerum, delicatum, Sc omnimodo expurgatum continet. Reliqui duo pra?parando folum Ipiritui ferviunt: itaque omnium nobilillimus eft quem dixi. Videtur Galenus his contrarium lentire, illic ubi 5 .delocuaffe ait: Si aliquando tota anterior cerebri pars afficiatur, Ftu C 2. cM' ca qua funt circa fupremum ventrem (liipremum auue locis C. 1, tem eo Joco medium intelligit, nelcio ob quam rationem) ei conflit ire neceffie efl difeurfivas omnes ailiones vitiari. Si difcurlus in medio finu, ergo nobilior. Hic ergo prirogativam linui tertio allignare videtur. Sic in capite ultimo fabulam Vulcani exponens, cmn caput Jovis bipenni conquallallet, eum inde Minervam Deam Sapientia? traxille ait: per quod videtur non minus ventriculo tertio prirogativam hanc donare. Hanc dignitatem ftni&ura memorati ventriculi admirabilis indicat, dum vulnera occipitis minus periculola funt, quam qui in fyncipite hunt: ita (enti tHippocrates: Pluresex his, qui pofteriori capitis parte funt vulnerati, mortem effugiunt, quam qui anteriore. Conciliabitur itaque Galenus, li dixerimus: quod dum linum quartum priftantiorem elle inquit, Sc digniorem, hoc eum luo arbitratu dicere, dum autem de tertio ratiocinatur, eum lentendas aliorum fequi, et in particulari Nicrophyli, prifertimqued facultatibus pricipuis fuas fedes proprias non adIcriplit liciit alibi memoratum eft. In vulneribus occipitii raro admodum ventriculus quartus offenditur, dum carojiicut Sc cralfities, Sc durities ollis ve hementer refiftunt : fed in lyncipite, hoc eft in ventriculo tertio olla tenuiora lunt: Hinc Author meus ait: non erralle Galenum in hiftoria prifente cerebri totius, nili in mirabilibus ejusdem plexibus. Hoc os in homine usque adeo breve et parvum eft, ut pene oculorum aciem effugiat. Hunc plexum coronalemqui in ventriculis Cerebri luperior eft, cum Modernis quampluribus Rete mirabile nominat; dum ineo Spiritus vitalis attenuatur, et animalis certum quoddam rudimentum Sc praeceptum coiifequitur. Ex tot igitur operationibus, qui de interioribus Capitis proveniunt, nobile, lingulare, Sc elevatum hoc Compofitum, plus adeo quam quodvis aliud in humano corpore dicendum eft: Altillima rupes, in qua pricipua vicini civitatis conftrudba lunt propugnacula : nili malumus cum majori proprietate illud nominare, Metropolim famofam fubje&arum libi Regionum : vel Primum Mobile, fub quo reliqui fphiri inferiores moveantur, vel luminofum Solem, qui partes omnes, tam vicinas, quam longe diflitas, illuminet Sc perluftret vel Officinam ubi pungenriflima tela, aaitiflimarum cogitationum fabricentur: vel Ditifiimum Aerarium, de quo tot potentiarum Sc effedtuum thefauri depromantur, vel Compendium, in quo Univerfitatis totius negotia reftringannir, et epilogentur. Vel fontem perennem de quo copiofimmi rivi profluant, ad inundanda Sc fcecundanda prata membrorum tam qui propiora, quam qui longius collocata funt j Vel Principem abiolutum, qui de partibus libi fubditis homagium fidelitatis exigat, Caput, inquam, quod jure merito Principium,Dominatorem, Patronum, Antefignanum,Ducem,& Magiftram dixeris omnium eorum,qui humano corpore continentur: Mundus eft, propter quem Mundus creatus eft. Sc quidquid in his lphiris mortalibus Sc immortalibus concluditur: vivum fimulacrum, Sc Imago Altisfimi, qui in hac prodigium admirabile Omnipotentiae fui manifeftare voluit. Sed li tot,tamque inexplicabiles dotes in hoc contento includuntur: fi divina manus in interioribus tot mirabilia Sc ftupenda operata eft, unde ad dignitatem tantam profecit, nondisfimili gloria fcintillare. Video Continens, hoc eft Faciem, illam dico, in quam Creator Deus, fpiravit fpiraculum vita, et fattus efl Homo in animam vi ventem. Facies qui tali nomine infignita eft, quod univerfa operetur Sc faciat, prout j arn fupra determinatum eft Facies fine qua imperfefta,in anima line vitalitate, fine fpiritu reliqua membra poftrata jacerent: line qua tanqua truncus monftruofiis, inutilis, et abominabilLS, reliquu corpus omne decumberet; Facies qui imprimit, et exprimit objecta tam interna, quam externa, per quam Homo ab Irrationalibus diftingiiitur : qui fola radium circumfert Majeftatis, typum Sc copiam Originalis illius fupremi,quod beatitudinis noftn objedum in coelis eft: perquam folam cogitata interna producuntur: lola pulchritudo, Sc complementum corpons,per quam folam, et non per aliud, liti, triftes, fupplices, eredi, aut fubmiffi fumus: Hic prima eft quiplacet,qui attrahit, qui commovet,qui ampleditur,qui repudiat. Indicat hic fexum, itatem, decorem, Sc ftirpem: in qua manifeftiflima mortis Sc vici indicia defignantur. Jam vero quod partes ejus Anatomicas concernit, dehisintradatu de maxillis abunde ratiocinabimur. Supereft hic videre paucis,ad Encomium potius, quam Anatomicam ejusdem expolitionem, cur in eadem Facie omnes adeo lenius collocati, cur eorum quinque lint, Sc non plures: de quibus illud inpvimis dicendum eft, quod cum anima Hominis formarum 01 nnium prima fit, quotquot earum fub concavo Luni reperiuntur, eaquenobiliifima, quantumvis individa, polita in hoc Corporis Ergaftulo, eam nihilominus fine fenfuum adjumento inteliigere non polle. Cum his ratiocinatur, difeurrit, Sc lpeculatur: inter phantafmata Sc opiniones verfatur: unde non immerito Philosophus dixit; Nihil eft m IntelleSiu, quin prius fuerit in sensu. Cum igitur Caput fedes iit facultatum animalium, tum vero etiam domiciliumRationis, congruum erat ut lenfus omnes velut fatellitium libi fubditum, Sc tanquam aulifui miniftros principales imperio fuo obtemperantes, et in Regia cerebri libi allidentes haberet. Senilium vera numerus quinarius eft, qui numero Facies comparata ftellis. 3. de Anima. Td&llS et guftus iimpliciter necellarii ad Vitam. humero aliorum tot fimplicium inmiindo corporum correfpondet, carli, videlicet, &: quatuor Elementorum. Potentia villis juxta Platonicos elemento ftellari correlpondet, qute ftellte non minus oculi calorum nominantur: hx inquam facula: quarum objectum corpus Iplendidun) &c flammigerumeft, quamvis non urens. Odoratus objedaim igneum eft, omnia Equidem aromata calida funt: Auditus quidquid aereum eft, Guftus compolita aquea, Tadhis terrena. In univerfitate aurem quidquid continetur, in quinque objedadiftingui poterit, in colores, in fonos, odores, sapores. et qualitates omnes tradabiles tam primarias, quam lecundarias. Arrogant autem libi quod Peripateticus dixit: Media quibus fent imus quinque tantum modis alterari possunt. Inde profequitur : Medium cfle fenlum vel internum, vel externum: Externum aerem, vel aquam; Internum membranam et carnem: quorum illa pruna alterentur rebus externis, vcluti iis qua: luminofa funt, tunc enimvero objeda funt visus ; aut vero iis qua: rara funt, Sc mobilia, et tunc auditui ferviunt: aut vero iis qua: humiditatem cum decitate permifccnt, 6c ad odoratum pertinent, fubjiciendo libi carnem, et membranam ; aut vero temperiem qualitatum primariarum fequuntur. autmixtionem licci,& humidi: et tali modo illa quidem objeda tadus dicuntur, ha:c objeda guftus. Denique quinque folx fenfationes funt: tot enim earum neceflariaPerant, non plures: alise quidem fimpliciter et abfolute, alia: ad jucunditatem Se dulcedinem vita: abfolute neceflarii funt tadus, 5c guftus: Tudus fundamentum animalitatis eft (ita fentit philosophus ) guftus viciffim fundamentum eft nutritionis. linequa abfolute vivere nemo mortalium poteft: Vifus, Odoratus, Sc Auditus idcirco data ftint, ut vitam beatiorem, et magis tranquillam degeremus. Hi ergo quinque, ut ita dixerim, Favoriti funt magna: illius Reginas, anima nimirum; inter quos vifus/apicntium omnium judiao, propter eximias ejusdem utilitates et commoda, priorem fibi locum et prorogativam vendicat. Proflantiam illius &dignitatem quatuor res potilumumindicant.Primum varietas rerum, qua: repraftentantur: tum deinde modus aftionis inter omnes alias nobihftlmus: pon o convenientia Sc proprietas cujusq; objecti particularis, quo quafi lux divina adionum omnium eft: denique horum omnium certitudo. Omnium rerum vifibilium differentias vifus dcmonftrat, cum omne propemodum objedum coloratum fit, et visibile: hinc oculus, prseteripfum objedum multa fibi infuperadDicnicas et fcifcit, hoc eft, figuram, magnitudinem, numerum, motum, nnb,unri, ftaium, fitum, Se diftantiam: unde apnffimus dicitur ad inventionem difciplinarum. Intelledus ideas recipit, ab omni imperfedione materia: omnino liberas j oculos itidem species incorporeas, qua: per barbarifmum Intentionales vocantur- Intelledus uno eodemque tempore binas res invicem contrarias comprehendit, tum potiftimum, cuma falfo verum difeernit. sic potentia visus inter nigrum Sc album dijudicat. Intel. edus liberum mentis luae vigorem Se fortitudinem confervat, ita ut nulla ei vis hanc libertatem adimat: eandem quoque oculus praefefertin videndo, qui hbertns nihilominus exteris fenfibus negata eft: nares enim, et aures nunquam non aperra: funt, nec aliter poflunt; non fic oculi qui ad libitum clauduntur, Scaperiuntur (ficut in eorum anatomiadicendum eft) in nollro fiquidem beneplacito eft, videre, vel non videre. Nobiliffimum denique objedum ocu-lorum eft, lux nimirum, prxftantiflJma, communiffima, et notiflima qualitatum omnium ; Hac ratione motus Theopbraftus formam hominis ex vifu definiri ajebat: Anaxagotas ad hoc dixit natum hominem, ut videat. Multo plura his in Anatomia particulari oculorum dicentur. Debilem nihilominus in his et imperfedam perfpicacita» tem meam recognofco, unde ne a tanta luce cxcaccari mihi contingat, ab ulteriori Capitis indagme me retraho, qui opti menovi cum aquilis nec noduas nec talpas proportionem ullam habere. Tu qui magis oculatus es, conjice vifium tuum in Anatomicorum lucem, qui tibi ledionibus difertioribus, et clarioribus in hilce fibras profundius abllrufas, Sercpofitas uuein, ego interim accingor ad contemplanda )^!d^m“UtmJicMet ^“tumrupra torehdum nobis promptilTimani) cumabomni tuIt) symbol nos divina tutela vigilet (tumpnefertim ad fucSenrlmim Hominis Sjmboltoi Tom, I. ' ; T - '-uiiidu U1I1IUI1U mano auxilio deftituti fumus, lupra id quod antiquitus Marco Valerio Corvino accidit, cum in lingulari certamine cum hofte confligeret: caput armatum callide depinxit, cui corvus infidebat, adjungendo Epigraphen: Infperatum auxilium. Generofus miles, fk intrepidus dimicabat viriliter, fed fortafte fuperams ellet, nili corvus inopino adventu, et rostro, et unguibus adverlarium laedendo perterruillet, ut tandem luccubuerit. Hoc divinum liiblidium a S. Auguftino firnra id quod in nuptiis Cana: Galilaee hb.i.adverf, facftum eft, inhnuatur, dum redemptor nofter diviH&res. mfTimce matris lua: precibus qua? commenfalium curam agebat ( vinum, inquit, non habent) annuit, vocans eam mulierem: et quia in hydriis reliduum aliquid remanferat, evacuantur vafa, &c rurfum aqua adimplentur, exhinc admirabilis illa et prodigiofa Argumencranfmutatio apparuit. Ha:c autem ejus propria funt verba: Propter hoc properante Maria ad admirabile tum opporvini signum, ante tempus nolente participare comtunum. pe.ndii poculum, repellit dicens: Nondum venit hora mea: expeSlans eam, qua a patre fuit in opportunum auxilium pracognita. Fortificabat his le fuosque Philo Hebraus: bono, inquit, animo eflote fratres, ubi enim humanum cejfat auxilium, divina non deflituemur ope: neminem dereliquit Deus. ElevatiffimaMusafuaJoannesCiampolusin amaritudine liniftne fortuna; folabatur animam suam,in paraphrafi super pfalmum: Jf)ui habitat: de verfu illo : quoniam in me fperavit liberabo eumfic feriptum relinquens: Fiduccia confolata fo pur fon certo, Se la Reggia m e chiufa, Che fla tra facre mura il Cielo aperto E che far fordo a i voti il Ciel non s’ufa. it pede pauperum tabernas, regumque turres : alius i eodem fenfu fcripfit: zJMors nullo varcit honori: sntentia qua: limiliter a philolopho Pnoclide consirabatur dum ajebat: Communis omnes locus mait,tum pauperes tum Reges. Si quis le fortuna: totum dedicaflet, Iperans ab eaem Ubi bonum omne eventurum, lic ab authore uodam reprelentabatur: Juvenem figurabat, refcilim caput fuum fortuna: immolantem: hxc vero Fortuna in iolefeentis collo Leonis caput inferebat, tum etiam conftans. iputferpentis, Sc monftruoli praeterea animalis cu isdain i mentem fuam his verbis,exponens: Bellua t,ccec 'e Jiat uit, qui credit fe forti. Heec quatuor Caita in quatuor cyathis a Plutarcho exprella funt: 'ortuna, inquit, nobis cyathos exjiccantibus prabet : De tranquilf unum bonum infundat, tria mala minijlrat. Hi s ta(e amm&. iblcripfit Quintilianus cum ait: Cum fortuna ruere Decia. 4. ementia eft. Et Seneca : Suis contenta viribus in enit pericula fine Authore Nullum tempus ei ccrtm ef: in ipfs voluptatibus caufe doloris oriuntur. nevitabilis Idem Paradinus, manum armatam fica reprefenra Dei. tat, quajamjam caput quoddam perculliira eft: inferipiit autem hanc fententiam : Fcl in ara. volens indicare, vinditftam divinam ubivis locorum paratam ad caftigandos protervos efie, ubivis etiam locorum, quantumvis privilegiatalint, crimina fontium punienda. Id quod inter alios filio Francifci Sforza:, nomine Galeazzo contigit, qui etiam ante ipfam aram facram ab Andrea Lampuniano interfe&us eft. Hanc inamilTibilem vindittam verebatur propheta Regius, duminquiebat: 6)uo ibo djpiritu tuo,& quod facie tua fugiam ? Si ajcendero in c&lum tu illic es, et ea qua: fequuntur. Magifter ille morum Gabriel Simeon volens inferre fublimitates Regales, et eminentias per mortem adaquari vilitati plebejorum (unde et purpura Agefilai cum cineribus Ergafti Paftoris in ^/Iors o- una eadem lociatur) Calvariam hominis figuravit nnia ada:inter fceptrum, et Ligonem politam cum hac declaratione : Mors fceptra ligonibus aquat: quod omne iorat,i.Carab Horatio mutuatus eft, qui ait: Mors aquo pul Sinceritas cordis. Apud Diogen U-7 Inion, depetit. Confutat. Satira 17. Concordia quam Iit utilis. Mors& memoria ejusdem. 12. Mor. De vita Refur. Lib. 4. Hexaemeron. Redtitudo et Sinceritas. Sinceritas &c redbitudo animi potiffimum ex tranquilitate, et hilaritate vultus cbgnofcitur. Qua de caulajoannes Ferrus faciem repra? lentavit ridentem et venuftam, absqiie omni ruga, ligni ficarionem . apponens eum hac Epigraphe: Raro fallit. Hoc ipium Cleantes indicare voluit, dum ait: Ex Jpccie comprehenduntur mores. Et Euripides : Ad yultum boni viri ajpicere dulce est. Et Tullius : Inultus, ac frons animi efl anna, qua fignificant voluptatem abditam, et occultam. Quamvis Juvehalis nos aliter doceat : Fronti nulla pdes, inquit. Utique enim verificatur non raro : in vultu rolas apparere, tegi fpinas in corde. Arma gentilia et antiqua excellentiUima? Domus Trivultii, quae e tribus vultibus compotita lunt, indicando quantum ad felicitatem vitae, &c ad omnem inimicam poteftatem profligandam valeat concordia,anfam dederunt Antonio Trivultio, qui Atavus fuit Magni illius Joannis Jacobi, ut in vexillis militaribus tres lacies has repraefentarct : adjundbo lemmate : Mens unica. Et ha?ceft laurea illa tantopere celebratae lentendae Saluftianae: Concord a res parva crefcunt, difcordia ruunt. Zelantiflinms Calliodorus inter liios vel minimum indignationis fufurnun ferre non poterat, unde &: cuique iuorumajebat ; Summopere jurgia fuge, nam contra parem contendere anceps eft, cum Juperiore fur tofum > cum inferiore fordidum, maxime autem contra fatuum contentionem inire. Sancbus Gregorius Papa omne tanquam fordidum explodebat, quodcunque manu datur, vel recipitur, ubi cor maculatum efl: rixis 8c dillenlionibus : Munus, inquit, non recipiatur, nifi prius difcordia repellatur ab animo. Vere illud Davidicum experimento certiflimum efl: Ecce quam bonum, et ejuam jucundum habitare fratres in unum. Hoc ipfumS. Auguftinus innuit, qui tam fratribus Religiolis regulas, quam et univerfo Mundo praefcripl it, dum ait: Lites nullas habea-tis, aut quam celerrime finiatis, ne ira crefcat in odium, et trabem faciat de f e flue a. POtentillimum ffjrnum ad retinendum hominem a fofla praecipitii, et peccati ruina, memoria efl folia? lepulchralis. Veritas non folum quotidie in roflris iacris declamata, fed a Reufnero quoque intelletfla, qui depingi puerum fecit, incumbentem cranio humano: adjungendo 1'ignificationem cum hac Epigraphe : rive memor Lethi. In eundem lenium verba S. Gregorii incidunt, ubi inquit : Jfifuiconfiderat cjualis erit in morte, femper pavidus erit in operatione. atejueinde in oculis fui Conditoris vivit. Magnus ille Mediolanenfis Ecclelia? Archi-Epifcopus S. Ambrolius iic illud exprellit: Mors pro remedio nobis data efl. Si primi noftri parentes divinum illud vetitum obfervaiient : quacunque hora comedentis, morte moriemini, lucceilores luosin tantum mileriarum barathrum non praecipicalfent : fed tentatorlpirituscumluo: nequaquam moriemini, promittens ejus vitam, ad excidium conduxit, ex quo proinde origo decidii fubfecuta efl : iic Balili' us Seleucienlis meditatur : ^fljuarcns Sathan Protoplaflorum perniciem, conatur ab eis memoriam mortis eripere, nequaquam, inquit, moriemini. JUxta commune Axioma : Cum caput dolet, c at er a membra languent, quod quidam fapienter dixit : Et ego convenienter dico Iic mentem humanam elle oportere : defaecatam nimirum, et ab omni tenebrofo vapore partialitatis, Sc proprii commodi 1'eparatam, utfane et prudenter a&iones inferiores gubernare et dirigere pollic : liciit caput cfrm fanum efl, et purgatum, vitalitatem aqualiter in reliqua membra partitur ; hoc ipium Plutarchus intendit, cum ait : Mens cernit, mens audit, reliqua fur da, De Alexand cacaque fiunt, et rationis indigo, Pulcherrimum, fortitudine. arbitratu meo, quamvis compendiofum id, quod Euripides affert, dum Helenam formbflUimam deferiberet : Mens optima vates efl, ac bonum confiIn Helenk lium: Hoc idem encomio lingulari Seneca depraedicavit, dum ait : Cogita in te pr ater animum nihil effi mirabile, cui magno nihil efi magnum. Caput jure merito Caminus totius corporis appellandiun eft,ad quod exhalationes omnes, et flumina commeftibiliumalcendunt: dumque his prater modum gravatur, recidunt cum damno, et totius corporis incommodo. Quis non ex hoc dignitatem PerRedbaPrinfona? Principis figuratam videat, qui per modum cacipis operapicis tanquam verus caminus, quidquid exhalatiotionis de fuorum fubdicorum motu extollitur, in le recipit ? Jam vero li Princeps male ordinatus eft, nimiisque fumis et caliginibus repletus, non nili popularis perturbatio in membris ejus, in flatu, et corpore politico expedfcanda eft. Inculcat Socrates hoc Principi luo, ut mentem ab omni fecum illuVie puram teneat, dum ait : jrcrifjimos ejfe honores Princeps exide Principe, firmet, non qui in propatulo cum timore fiunt, fed quando fubditi apsid fe fioli mentern principis potius, quam fortunam admirantur. Et magnus Pythagoras pra?ex Lzertto. videns nocumenta, quae ex hac vaporum attradbione lecutura ellent, hcfcriplit : Princeps non ideo creatus efl, ut Iader ct, fed ut juvaret. Ut ha?c flumina reprimeret, Claudianus Honorium luumlic hortabatur : t Tunc omnia ‘fur a tenebis, Cum poter is Rex effc tui proclivior ufus -7 In pejora datur, fundet q3 licentia luxum, Sed comprime motus. Polb Cordis generationem, prout univerfa Medicorum lchola docet, in capite cerebrum generatur, quod ex lui natura frigidum &: humidum excellivo cordis calori opponitur. Proferam ego id, quod jam Protedbio ante me alius, intelligens nimirum in hoc loco Mariam Virginem gloriolimmam, qua? in myftico Eccleiia? ginis. Corpore, poftChriftum, quem in corde figuramus, primum libi locum vendicat : ha?c enim ardores cordis in juftiriaa?ftuantes contemperat. Conflagrare magnitudine criminum luorum jam Mundum oportuerat : hoc exprellit S, Anteimus : Dudum calum Sehm. de N*Cf terra rui flent, nifi Maria precibus fuflvntaffer. tlvQuod S. Bernardus mellifluus Iic expofuit: ut fiole Serm. dt Affiblato nihil luce fc it, fic fublata Maria, nihil d mfijfima tenebra relinquuntur: S. Auguftinus cum dulciloquio luo hunc lenium ita dedit : Autlnx peccati Eva, Auttrix meriti Maria Eva occidendo obfuit, Maria vivificando pro fuit, illa percufiit, ifia fianaviti De humiditate cerebri canities nafeitur: hxcvero Pietas eleeSapientum judicio prudentiam indicat, juxta oracumofyna, tilum divinum: Cani fiunt fenfus hominis : de calore mor. calvities oritur : Symbolum illud eft, prout fuo loco demonftrabitur, Eleemolynar: unde optimum eri:, ut homo ad hanc partem refledbendo, in frigiditate ‘Timorem Domini contempletur, in humidirate Pietatem. His virtutibus armatur homo rationalis, canquam telo pungenti flimo, cum quo et tempus, et oblivionem, tk. peccatum ferit. Hoc omne de ra8 1 rioiie. In Hermath. Imperium. Cuftodia. C.7. Divina myiteria. Tfal. i$o. Chriftus. adColojf, i. Serm. de Elia, E/>. f 8. in Mxtth. c. Super Mare. 6 rPf59Fervor devotionis. Cap. II. Defomn. Nabuih. de pro fagu. 1 3 y cif- 4S 7. Errores. -JK Triftitia.t: r • ii SuperFf. 18. A Suggeftio rione provenic 5 qua: ecerebro elicitur, <*c in eodem fundatur, unde <Sc Ingenium derivatur. T otun 1 illud Phoclides Philofophus explicuit. Ratio, inquit, hominis telam eft acutius ferro. Diligens obfervator Goropius feriptum reliquit, in primitiva lingua pronuntiationem, &c denominationem Capitis Ionum cdidille fimilem hui c: Heet, quod imperium, 8c dominationem indicat: idque non immerito, dum caput exteras corporis partes gubernat, et ditioni fuce iubjicit,prout opportunitas, et necdfitas exigit in unoquoque fuorum fenfuum (e exercens. Prxtcrea caput quoque cum hoc Nomine Huet exprellum fuit, quod Tutela, et Cuftodia interpretatur, non abs re, dum fine illius fablidio, extera membra non fecus ac militaris phalanx interrupto ordine hac illacque palantes habens milites, line Duce, rnani feftum incurrit periculum. Cum tot ergo tantisque praerogativis decoramm fit, mirandum noneft, iihoc Nomen Altillimo Deo adferibitur, prout legitur in Daniele, qui fub figura capitum divinam texit ellentiam, nec ea videre deteda diledus Apoftolus potuit, per hoc significans quantum inacceffibilis lit vel minima cognitio myfteriorum ejus, qua tantopere elevatafunt. Hoc inferre propheta Regius voluit, dum ait: Obumbrafti caput ejus in die belli: alludens myfterium paffionis, quod omnem intelledum humanum transfeendit. Infcripturis lacris per nomen Caput Chriftus Redemptor nofter lapius fignificatur. Paulus hoc inquit:Primum noftrum Caput eft Chriftus, nos que membra de membro: Sic Eucherius Se Ambrofius, prout S. Bernardus fentit, divinam ellentiam indicant. Vult S. Auguftinus, cum Maria Magdalena caput Chrifti lnimgere, idem elle, ac eum cum frudu bona operationis laudare. Origines conliderando Joannem Baptiftam decapitatum, vult in metaphora Chriftum intelligi a Judaifino derelidum, et a lege Judaeorum fublatum. Hieronymus Sc Hilarius idipfum referunt ad Judaeos gloriantes et praetendentes Chriftum a Prophetis feparatum : fuperhxc, gloriam Legis ab iisdem levatam elle. Caput aureum in Sacro Cantico memoratum, juxta Richardum de S. Victore, perfedum flatum charitatis, intentionem devotam, &: fervidum Cadi defiderium indicat. Supra id, quod in Levitico ordinatum eft. Caput Sacerdotis non radendum, Philo Hebraeus in lxcu lares illos invehimr, qui le negotiis ingerere eccleliaftricis non erubefcunL Id quod in Geneli de capite Jacob feriptum reperitur, quod lapidibus capite luo dormituras incubuerit,lubjungit Beda, intelligi polle hic principatum Chriltianilmi hmdatum et ftabilitumfupra Petram Chriftum, cum et ipfe Apoftolus dicat: Petra autem erat Chriftus. De Capitibus decalvatis filiarum Sion, quorum mentio fit in Ifaia, Jeremia et Ezechiele, Sancti Hilarius et Ambrofius errores Oratorum Sc Rabularum intelligunt, quorum infidelis dicacitas decalvatur, 6c denudatur, nihil habens de ornamentis Chriftianx veritatis et eloquentia?. Per caput opertum, licut in locis pluribus Regum, Efther &:Job legitur, Lirantis fraudulentiam intelligit, et dolum larvatum, quandoque velo pietatis religionis involutum. Magnus Mediolanenfis Eccleliae Archi - Epilcopus Ambrofius, de intrepiditate animi, qua mulier illa Apocalyptica continuit caput ferpentis, hanc moralitatem eruit, dum ait: lic omnino caput nafcentis fuggeftionis conterendum elle, ne in cor noftrum ulterius ferpendo irrepat. Applauferunt Auguftinus et Gregorius adioni Davidis, dum jadandam illam Goliathgigands truncato capite repreilit, ubi dicunt: intelligi polle per Goliath Luciferum, cui caput abi aS. Pfal. 1 r, j. tum eft, ut Chriftus effet caput gentium. Sed ne ultra de i. Reg. ariditate rivorum meorum guttas quasdam diftillem, fufticit in materiis hisce me de plurimis, qua? dici poflent,dixille pauca:Liberum relinquens Ledon fedul reftinguere fitim luam, h lic placuerit,in amoeniffimis verfionum facrarum, &c Glollatorum fontibus, de quibus fine intermillione dodrinae perennes icaturiunt. PRoverbia originem fuam vel ab experientia, vel ab ufu, vel etiam abufii, aut de partibus aut de proprietatibus humanis, vel de didis lapientibus aut vulgaribus traxerunt. Caput fcabere, ab inferiori- Cogitabunbus multis ad eos refertur, qui fixam mentem, muldus. tumquein cogitationibus filis abforpeam tenent: per quod tanquam per clari flimum radium oculus mentis illuftratur, ut homo videre bonum fuum poffit, et malum evitare. Inter alios id Quintilianus innuit: Cogitatio, inquit, paucis admodum horis c au fas etiam magnas complectitur. Et Marcus T ullius : In omnibus negotiis, priusquam aggrediar c, adhibenda eft p reparatio diligens. Et Euripides : Et qua longe abfunt, £r qua prope funt,confderari debent. Optimum documentum ad monendum, et corridendum Amicum cum trito illo adagio infinuatum fuit: Capite admoto: hoc eft, 111 ablentia Arbitram, Judicum,&extrapublicum,iinbcum iuavitace verborum, fine omni afperitate. Juxta divinum magifterium: St peccaverit in te frater tuus, corripe eum inter te, et ipfum folum. Quae veritas et gentilibus non ignota fuit, inter alios Euripides ait: Amor simpliciter objurgans magis premit. Propter quod Diogenes canis appellatus eft, qui cum nimia libertate edam in publico importuna reprehenfione mordebat. Pro verborum dulci moderamine faluberrima dodrina Chryfoftomi eft : Circa vitam tuam eft 0, aufterus, circa alienam benignus : audiant te homines parva mandantem, et gravia facientem. Venufta ficies,& alpedus comis, cui nihilominus didamen rationis delit, et qui judicio privatus fit, hoc dicio figurabatur: Caput vacuum cerebro. Et hxc eft Alfopicae vulpis fignificatio, qux ftatuarii of- ficinam ingrefla, atque illic formatum caput inveniens, fed vacuum videns, a fe projecit, dicendo: O quale caput: fed cerebrum nen habet. His objedis, eorumque blandimentis fallacibus fidem non habere admonet Lucilium fuum Seneca : Erras, Inquit, fi i florum, qui tibi occurrunt vultibus credis: hominis effigies habent, mores autem ferarum. Quafi diceret; Attende tibi, ferpens enim in viridi prato abfeonditur, illic podllimum, ubi te amoenitas florum arridebit. Quis credidillet unquam Alcibiadem fub cxlefti vultus decore, nutriville mores inferni? Amarus pavonum cibus eft, cum cantus nihilominus viventium fit faftus,& decor. Per Nutrices, qua? quandoque cunas in caput levant, ubi infantulus quiefeit, tk. de loco in locum transferunt, inferre Plato voluit, cum quanto affectu amicus amici fui commodis, <3c utilitatibus fervire debeat: unde et vulgare illud axioma ortum eft: Capite ge flare, hoc eft: omnem ad id cogitatum fuum applicare. Exadiflimum prxeeptum divinus Ariftoteles nos docet: didamque legem cum omni perfectione obfervare vult: Amicus fc debet habere ad amicum tanquam ad feipfum, quia amicus efialter ipfe. Et S. Auguftinus, amicum dimidium amms> O' medicamentum vita appellabat. Gerion olim, live propter compofitionem infolilib. 10. /»Hippol. Corredio remoca, privata. apud? latorum de Amic. Adulator. Facies ab opere diverla. Ep. 2®3- Cap. 10 de Republ. Vera amicitia. 4. Et hic. 3Confejf. Lib. 6. de Cht. Dei. Diftradfcio in negotiis. In Pfal. 8. Sur. in Vit. 23. April. Difficultas negotio rum. 3. Metamorph, Cognitio matura. Ethicorum. Vt ira lib. u, Sententia pedaria. tam membrorum, infpecie trium corporum figurabatur, five id fadhim alia decaufa, ut videlicet hominem pluribus negotiis diitradhim repraTentarent, occafionem autem proverbio dedit: Ertium caput. Similitudine infper a bajulis fumpta, qui fiepius onera fua ab humeris ad caput transferunt. Vitium hoc evagationis tantundempemiciofumeft, quantum e it utilis recolledtio, &. tot curarum depolitio. S. Auguifinus commentando lupra verfum pfalmi: niam tu Domine fu avts ac mitis, ita eum dilucidat : Nil (lultius, quam fi feipfum quisquam [educat: attendat ergo, et videat quanta, et qualia aguntur. Conlimilis huic aphonlmus est: Age quod agis. Inimicus nofter communis, ut nos a redo virtutis tramite aberrare faciat, non aliis potentioribus armis contra nos militat, quam diftradione mentis. Dixit hoc B. Aigydius in vita S. Francifci: Ditem oranti intendit cUmon, tanquam animatus prado. Ad indicandum hominem fic negociis fuis implicitum, et immerfum, ut non nili argre le inde eripere et extricare poiTit, ita ut in Labyrintho D.edaleo, vel in Ergallulo, vel in compedibus cC manicis fe elle credat, fuerunt qui adagium illud effinxerunt : nec caput, nec pedes. Innuentes usque adeo negocium hoc intricatum elle, ut principio et fine careat. Non eft vermis tantopere mordax ad confumenda &c rodenda corpora, quantum animabus alfligendis, &c mortificandis ejusmodi iunt intricata negocia: Ita fentit Ovidius : Attenuant vigiles corpus m' fer ab ile cura. Ad hos laqueos dillolvendos, et tales occupationes allumendas, quibus fuccefius non difficilis fit, hoc confilium Ariftoteles fuggerit : ln negotiis oportet unum negociari ad unum opus, quia melior eft cura intenta in unum, quam circa plura. Perfedfa rei cujusdam notitia fic exprimebatur olim : a capite usque ad calcem: quod his quoque verbis dici poterit: d capite ad pedes, ab ingreftu ad coronidem, a vertice ad talos. Quemadmodum autem, prout lupra relatum eft, negotiorum incompolita turba', in ns, qui veram eorum praxin ignorant, perturbationem animi adducit, ita et matura prcemeditatio tantundem expeditum iter habet ad eadem feliciter terminanda, &infecuritatem collocanda, ex quibus optimum judicium, et rerum quantumvis involutarum diferiminatio oritur. Magnus Peripateticus nofter fic ait: unusquisque bene judicat, quod cognofcit. In eundem fenfum Seneca, iracundum hominem vult prius de re quaque diligenter inquirere, qum in iram erumpat: totum infpice mentis tua adytum : etiamfi nihil mali falli poffit face fe. Et Quintilianus: Nofcat fe quisque non tam ex communibus praceptis, quam ex natura fua capiat confilium formanda aIHoms. Stupiditas qmedam, aut mentis infenfata durities, de ignorantia cralla exordium fuumfumens, in iis, qui pro cujusque ratiocinantis arbitrio et voluntate, vituperium et laudem fine diferimine cuique rei attribuunt, hoc adagio figurabatur : Caput fine lingua. Hoc idem Sententia Pedana infinuatur, qua olim Senatores determinationes fuas, pedelignificabant, Sc concludebant : unde Sc Senatores pedarii appellati funt,qui lapiendorum fe judicio conformabant. Talis erat Marci Tullii filius, qui nunquam os fuurn aperire ad fententiam dandam, vel mutire noverat, procul degenerando ab intelligentia patris fui. Horum calamitatem deplorabat Demofthenes, illic nimirum in Olyntho, ubi in ejusmodi plures invehens, declamabat : Homines focor des prafentia negligunt, futura bene fuccejfura putant. His adjungatur illud J uvenalis. Inguinis capitis, qua Jint difcrimina nefeit. Quod idem eft, ac fi dixerim: nefeire eum inter turpe et honeftum, inter nigrum et album diferimen. Similium converfationem hominum ne in fomnio quidem, ne dixerim in scholis suis Plato perferre po-de Scienti/ii terat, quos tanquam infideles rejiciebat: Nfaenti quid laudet, aut quid vituperet, non eft adbibenda fides. De merda Adienad, qu:e lapientia et fobrietate inftiudta erat, contra eos qui his finibus non tenebantur, fed de vitio nefando ebrietatis facrificabant, mufto domiti, Proverbium illud vibratum fuit: Capita quatuor habens: utpote quibus unicum objedtum, in varia multiplicatum apparet. Nec mirum eos canta videre, qui tot vitis oculos epotarunt: Hi fumo vini vaporolo tantopere lui compotes non funt, ut nil eis fubfiftere, fed eunda vacillare videantur. Enormitatem vitii hujus aureum Chryfoftomios fic super Gtn. deteftabatur: Ebrietas exc&cat fenfus voluntarius hom 29. efl damon: Ebriofo Afinus melior : Ebrietas quaSuPer Mntth„ dam Ira, Mater eft Scortationis j tene pe flas tam in ^om' <‘9' animo, quam in corpore. Natus eft inter fulmina Xom 1°™' Bacchus ( fic fabula; tradunt) hac prudenti mydiologia docendo, de abundantia vini fulgura procedere, qua; facile eidem deditos in cineres redigant. T Am a Primordio Mundi Hieroglyphica nata funt, in j ea videlicet hominum tetate, qus adhuc balluciens 'dici poterat, nondum habens characteres alios, quibus mentem fuam, aut fenilium animi exprimeret : itaque neceflarium eis erat, communibus inltrumentis, et rebus ad ufum, et utilitatem hominum fadis cogitata fua exponere. Inter alias autem harum inventionum maxime ferax, populatiflima ./Egyptiorum Regio fuit, ubi in parietibus interiora animi prodebant. Ha vero obiervationes d viris fapientibus, tanquam myfterio plens colleds funt, quas ego quoque prout rerum materies aut occafio exegerit, in medium adducam, ut figuratus homo meus ex omni adeo parte obfervata utilitate, curioforum oculis legendus proponatur. Igitur per Caput judicioli progenitores noftri tx Valeriano principium cujusque rei fignificabant, prout Caput de Capite. verum hominis principium eft. Sic Varro docet: Bonum Caput corporis eft initium, eo quod ab ipfo capiant principrincipium fenjiis, et nervi. Sic adagium fonat : pium. pifcem d capite primum putere. Caput itaque bene collocatum, bonam membrorum conftitutionem, et complexionem denotat j fic prout qusque res bonum habet principium, ita finem quoque ilium felicius confequitur : Dimidium finis, qui bene ccepit habet. Sic Mula poeta; Venulini fonat. Quam id ftudiosc obfervandum, et ledulo huic invigilandum fit, Peripateticus innuit: Principium quantitate eft Eltnch. 2. minimum, pote flate maximum, D hoc invento facile eft augere. Volebat Tullius initia a fuperis fumenda Uh, 2. de legib . elle: A Diis inquit immortalibus funt nobis capienda initia. Per Caput itidem res principalis figurabatur : Res princiunde Marcus Tullius ad Appium icribendo, fic ajcpalis, bat: An tibi obviam non prodirem f Primum Appio Claudio, demde Imperatori, deinde more majorum j deinde {quod Caput eft) amico ? Omne fibri principium Caput vocatur, fic nomen illud Berelith in feripturis idem eft, quod vulgariter Caput, aut vero in principio. Quidam facrorum interpretum per noDivina men Capitis filium Dei intellexerunt, quandoqui- principia dem per verbum ejus diviniffimiam mundus produ- incompteduseft. Et Adamantius, per Seraphim, qui binis heniibil ia, alis Caput Dei velabant, incompreheniibilia eilc mB 3 quit, Divina ientia. Religio. hb. 1 Parvus mundus. Itb. 4. Caput fup altare. ef_ inquit, nec detegi polle divina principia. £t cum Iit ellentiadivina omnium rerum tam carieftinm, quam terreftrium perfedillima, iic ab Eucherio nomine capitis appellatur. Quod tantopere interTgyptios v?nerationem tk reverentiam auxit (juxta id quod Hieronymus refert) ut injuriam Divinitati crederent fieri, liquidem qualecunque caput aut male cibatum, aut male tra&atumfuillet, mortuum uque ac vivum. Usque adeo Religio ab iis, qui non nili in oblcuro eam noverant, oblervata fuit: fecundum quod Plinius lenior fcriplit : Religione vita confiat: et in eundem fenfum Livius : Omnia projpera fequentibus Deos eveniunt, adverfa (pernentibus. Schola Platonica nobis feripto reliquit. Caput noftrum ad imilitudinem Mundi compolitum elle, atq, idcirco Microcofmum appellatum. Quis vero eft, qui hoc non fateatur ? dum illic ik imprelliones, &c Planetae, &tot negotia exercentur, et generantur? Illic anima? noftru, tanquam Ipiritiu informanti,duos dederunt circuitus : atque ideo membrum hoc partem divmillimam,& principium reliquarum partium appellarunt, utpote qua? huic in iervitium data? lunt. Et quemadmodum Deus iple per potentiam fuam, et prulentiam mundum replet univerlum, ita et deliciae illius Tunc converlari in orbe terrarum, prout liber fapientix teftificatur. Quantumvis autem huc probatione non indigeant, atidiatur nihilominus inter tantos Manlius: An dubiam cjl habifare Deum fub pectore noflro? In ccelumcjuc redire animam . c.-doque venire? ia Adhanccapitis lublimemdignitatfem magnam authoritatem tribuit Helichius Hierofolymitanus: ob Dignitas terrena. Principi reverentia debetur. I/Mi fervans ritum facrum, in lege veteri celebrem, per quem caput vidtimu lupra altare collocabatur, nobilius corde uftimatum, cor enimirafeibilis, &concupifcibilis fons eft, itaque non immerito fe caput a corde feparavit: pofthuc iubjungit: Non decet autem mentem folum dtvidi, Jcd efl e velati vinculum, quod ajfeSlus nojlros ad fanam rationem adjungat, at fe devinciat. Dum de culefli ad principatum terreftrem defeenditur, hunc Aigyptii adumbrare volendo, caput proponebant vel fiilcia regia vel diademate, vel camauro cindtum: Porro Artemidori fequaces, 8c fodales, quamvis vana luperltirione, liquidem ejusmodi caput in lomno cuidam appareret, futurum Dominium 8c Principatum portendere crediderunt. Cum quanta igitur reverentia caput noftrum conliderandum et honorandum eft, cum tanta quoque revereri, metuere, &: honorare Principes oportet, tanquameosqui luminaria lunt mundi: lucerna? politu lupra candelabrum, civitates fandu fupra montes collocata?. Imo et ipla omnipotentia divina Principibus prophetas fuos viros lapientillimos ablegavit, iisdemqueiplis, per figuras et unigmata locuta eft. Curtius etiam, qui tanta de principatu fcriplit, hoc pruceptum dedit : 0 '0 [equio mitigantur imperia. Longe quidem a proportione Architebtonica, vicinam nihilominus in contemplatione, a cceleftibus rebus dependentiam rerum terrenarum elle, ut antiqui ob oculos ponerent. Imaginem Serapidis Dei repra?fentarunt, per quam moles mundi intelligebatur, led qua? loco capitis ingentem ca?lo vaftitatem portabat. In gratiam quoque Nicocreontis, Regis Cypri fequentes verius addiderunt: Sum Deus, ut difeas, talis, qualem ipfe docebo. Colefiis Mundus Caput efl, Mare venter opacum, Terra pedes, aures ver famur m athere fummo, Lux oculi, quam Solis habet jplendentis Imago, Hinc Palladem de Capite Jovis prodeuntem de Contemculo defcendille fibulati lunt: prudenter nos inftrupiatio Para'ehdo, cogitationes noftras ad culum lemper dired]ji. ttas elle oportere, ficut diredum eft caput noftrum. Ad hoc S. Ignarius Loyola refpiciens exclamabat : G)uhm fordei mihi tellus, dum c silum afl>icio ! et S. Zenon Epifcopus Veronenlis: Jjhiamdiu, inquit, Ser. de Manytethrum umbra profumunt, quamdiu fumofarum fib. urbium nos carcer includit? Et S. Cyprianus ? fefiinemus ingredi in illam beatam requiem. Aliaque iniuper centum millia fidelium. Propter quod et infideles, illi fiimptuofiflimis delubris prufati Serapidis imaginem decorarunt: Et in Alexandriavilum fuit ejusdem limulacrum tam procera? magnitudinis, ut ambabus manibus duos ponderofos luftineret parietes de ligno et metallo conftrudos : 'Ut nihil non complecteretur-, lubj unxit Valerianus, quod terra vel proferat, vel intra vifcera abditum occultavit. Adus naturalis, quo quisque mortalium, dum ei Salus vita?, periculum ludionis imminet, objeda manu caput tuetur, a celebrioribus, tSc notioribus terra? Nationibus pro Hieroglyphico receptus fuit: unde et Aigiptiis lolemne erat in quocunque ludu vel inopino cafule capiti devovere, per illud jurare,eidemq-, fe commendare. Hinc Tiberius Gracchus olim falutem populo devovere volens, hoc fidiilimo figno in Capitolio comparuit. Sic Ariftophanes ab Anacarnanis poftulabat: Etfi jufla non profatus fuero, manu fupra caput impofita, quaque univerfus approbet populus. Ipfa adeo portenta ca?li his fuffragari videntut ; quandoquidem Ca?faris ftatua? in templo omnes fulmine de culo milio in caput percullu, prufagium deftrudionis Sc ruina? principatus hujus fuerunt qua? etiam poft Neronis mortem evenit. Usque adeo Romani olim prudentillimum Alexandri Severi et Antonini pii filii ejus regimen acceptum et gratum habuerunt, utfimulacra tk piduras cum bino capite, fimul invicem jundoreprufentaverint. Huc in annulis, tk monilibus portaProfperita' bantur, huc auro <Sc argento imprimebantur : proImperii. utGruci et Macedones in figura Alexandri fecerunt: ita ut matronu illuftres pro ornamento, et mundo muliebri his figuris, tk monilibus uterentur. Huc fuperftitio a Chryloftomo Magno reprobatur, invehente in illam cum prophetico dicSto: Mendaces filii hominum in flateris. Huc bina capita dixerim ego elle oportere, providentiam in bono, 8c prucautioneminmalo, cum axiomate philofophiu naturalis: Bonum ex integra caufa, malum ex quocunque defieflu. Diodorus volens Mufarum lignificare impullum, quu videlicet cum fuavi quadam violentia.ad fe pQ^t2.> Genium attrahunt, Caput Fuminu reprufentavit, quu capillos in fronte contortos, vel involutos, aut quali per humeros expanfos monftrabat. De his Sulmoneniisajebat : Efl Deus m nobis, agitante calefcimus illo: Sedibus othereis (pintus ille venit. Et elevarilllma pcnnaCommendatorisT efti fic exprimebat: A me di quei lumi IA Infiuen ce cor te fi Genii inflillaro a Cafle mufeamico: Si lungo i duo gr an fiumi Aufido, et Imeno apprefi Urattar con ‘Tofe a man plettro pudico, Tungi da rei co (lumi Folfi il pie vergognofo, &dove fiorfi Reqnar virtude, m amor. sto jo cor fi, Inulrimis, vel primis Corinthi viciniis inveniebatur olim Liba.de Conscierat. ad Eugentum Obftinatio in peccato, absque pavore peccati. Occultare [e ad ailalcum inimici. In Ef. \n hifloria S axonum. Sui ipfius cuftodia. In quodam Serm. De arte amandi. olim caput mulieris usque adeo deforme, et horridum, utipfe terror, fi ad fui expreffionem, fimulachrum ei vel imago eligenda fuillet, invenire aliud monftruofius illo non potuillet. Paufanias vir literatus, et Legislator ibidem nominatifllmus legem promulgavit, per figuram hanc, intelligi oportere imaginem, terroris. Quidam illud imaginem eile Capitis Medufe voluerunt, Domitianus ex hinc volens quandoque iis, qui fe non alio oculo, quam exterioris apparentia: intuebantur, terrorem incutere, &fe formidabilem reddere, caput hoc in pedore portabat. Hoc eorum obverfandum ellet oculis, qui dum male operantur, divinam juftitiam poli tergum filum collocant. Sed nimium, pro dolor ! verificatur illud, quodS.Bemardus ait : Cor durum eft, quod nec compunctione Jcinditur, nec ' pietate mollitur, nec movetur precibus, nec minis cedit, exemplis non inducitur, beneficiis induratur, flagellis non eruditur, et ut in brevi cunCti horribilis mali mala compleCtar, ipfumefl quod nec Deum timet, nec homines reveretur. Obfervarunt Aftronomi intra decem gradus Scorpionis afcendentis fupra Horizontem Caput quoddam omnino deforme, et cum prominendis fiuis tortuosum, fiipcr hac cavitates usque adeo male compositas &inamvenas, ut, fi fieri pollet, hac portentosa deformitas ipfi adeo cceIo terrorem incuteret. Confiderando peffimam figni hujus qualitatem, et afpedum ejus horrificum, dixerunt profati Astronomi, ab hoc inftrudionem moralem nos deducere polle, ut nimirum noverimus ab allaltu inimicorum pra:cavere, qui non fecus ac lignum illud in medio blanditiarum, et amplexuum, eludunt, decipiunt, et opprimunt. Pra:ceptum politicum eft Principi contra hujusmodi occultos hoftes, non minus, quam contra inimicos exercitus praemunitum elle oportere, fi vel minimum prudentis fenfum pofiideat. Chrytostomus etiam minimos horum adverlariorum obfervare moms, eloquentia fiua docet: ubi tam in campo verfare gladium, quam in templo pastorali pedum polle videtur. Nihil, inquit, perniciofius est, quam hoftem, quamvis imbecillum contemnere. Et Vegetius nos inftruit: quod adverfaruts reconciliatus etiam vehementer cavendus fit. Universum hoc etiam de invifibili inimico intelligi poterit, qui, juxta Apoftolum, tanquam Leo vorax, circuit quarens, quem devoret. Cum per natura: legem, ad lui tutelam quisque fe pradervare, et defendere poflit, idipfiun Aigyptii indicarunt, cum bina aut depi&a aut fculpta capita expofuerunt, virile alterum, quod introrfiun lpedlabat, alterum muliebre, quod circa exteriora objefta pupillam oculorum circumgyrabat. Horus Appollo figuras et significationes confimiles, usque adeo perfpicuas elle dixit, ut ulteriori expofitione, aut externa inferiptione non indigeant. His imaginibus, cum fuperftitiofa, dixerim. Religione, prophani idolorum cultores Diis infernalibus defunctorum animas commendabant, adjundtis literis duabus D. et M. Si cum hac cautela incederent hi, qui paffionibus filis in tranfverfum rapiuntur, et feducuntur, non tam incaute fspius aperto pedore in telahoftium, in globos lediales, in gladios et infidias incurrerent. Per commune proverbium S. Bernardus nos, quantum dodtrina hsc cuique hominum proficua lit, inftruit dum ait: Solet dici, bonum cafiellum cuftodit, qui feipfum fervat, et obfervat. Dumque nos amare docet Ponti Incola, fic ait: Non minus eft JAirtus, quam quarere, parta tueri: Cafus ineft illic: hic erit Artis opus. Corroborat qua: di&a funt Hieroglyphicum prudentis, quod a fapientibus Romanis in fimulacro Jani bicipitis figuratum fuit : cujus finis erat ut reJanus, prsfentaretur memoriam fidelem confer vandam prsteritorum, et futurorum eventum cum fagacitate prsvidendum. Unde juftiflima eft, et nonabs Prudentia» re, de eodem fubjeCto Perfii exclamatio : O Janae d tergo quem nulla ciconia pinxit. Inde templum quod Antevorta, et Poftevorta appellatum, 8c a Romanis cum fingulari judicio apertum fuit. Sed de his figuris maturius in fecunda parte integri hominis ratiocinabimur : quod prsfens attinet adhuc illud referendum eft, quod Demofthenes in Apudstobt* Olyntho ait : Non tam videndum quid in pr&fentia umblandiatur, quam quid deinceps fit e re futurum. Et Plutarchus: Prudentia non corporum fed rerum eft injpeElio. Sed hic le&orem meum primitus ad vivum fontem Ediics Ariftotelics tranftmitto: imo vero advenas perennes gloriolillimi DoCtoris Angelici Divi Thoms de Aquino denique ad id quodcunque pofteritati imprellum, 8c latiori deferiptione diffufiim reliquit Comes Emanuel Thefaurus in Plfilofophia lua morali. Porro ut antiquitus, in uno fimul omne tempus TemporsU colligatum reprslentarent, prsteritum, prsfens, et futurum, inunobufto terna capita figurarunt. Sic Hefiodi interpres ratiocinatur. Inventio hsc, prout refert Paufanias, Alcamenis eft: Et de Luna Virgilius: Luna, Tergeminamque Hecatera, et l^irginis ora Diana. Uthsc tempora fedulo dilpiciamus, &prsvideamus. Sapiens nos exhortamr dicendo : Omnia tempus habent: Et hinc: Tempus plantandi, et tempus evellendi quod plantatum eft. Hic Cardo major eft, ut in Mundo vivere bene noverimus: Tempori parcere, id eft, opportunitatis locum expeClare, optimi, et prudentis eft, fic Marcus Tullius inquit. Et Ovid. Dum licet, et flant venti navis eat. Sic vulgo dicitur: Dum ferrum candet, cudendum eft. Sed nimium vera funt qus S. Bernardus inquit : N ihil pretio fi us tempore, fed heu! nihil vilius hodie invenitur QUamvis jam et vulgo notiffimuin fit, nihilominus ego, ne ab ordine mihi pnelcripto, in Principio Oftentuum et Prodigiorum difcedam, non polium quin illud tantopere decantatum commemorem, de quo inprimis mencionem Plinius habet: vilib. 28. c. 2, delicet tum cum prima Romane Urbis fundamenta Fundamenjacerentur, in ruinis hifce profundis inventum fuille taRomat. caput, recenti fanguine tindhim, conlperfum, et quali diftillans, itauta bullo noviter avulfmn credi potuerit : quod futura: felicitatis huic urbi omen fuerit, pra-iagiens eam non tantum Romani Imperii, sed totius iniuper orbis Caput futuram. Sic enimvero pluries, qiue nobis contigille fortuito cafii videri pollimc, divina pratordinatione diriguntur, ut Mundus his moneatur, et in futurum fibiprofpiciat Variis adeo Altillimus uti mediis confuevit, quibus hominem adfevocet. Non cafu quodam, fed ad inftrudlioVocativo nem et difciplinam converfionis olim in afigypto divina, plaga; Pharaonis contigerunt: in Rubo flamma. Columna nubis, et ignis. Virga prodigiofa, manus repente leprofe. Mons fumigans, et horum fimilia. Sed cum ejusmodi portentis non corrigerentur, ecce illud Salomonis experientia comprobatum elt: Uiro Proverb.c.19, qui corripientem dura cervice contemnit, repentinus ei fuperveniet interitus, et eum fan itas non sequetur. Propter quo fagacitate opus eft, ut hac prasfagiapoffint intelligi: ficut nec illud Amalecits fortuitum fuit, cum fceptrum, Sc Regalem Saulis paludem Regi Prafagia. lib. x. Hift, Caput in tempeftate delapfum. Mutatio Regiminis. E[>. ad Bovillum. Unde monstra. 1 6 Regi David, tum quidem adhuc Duci turma: militaris, ad pedes projecit, iedhic rurium Lectorem meum, li de hac materia eivifimi fuerit ampliora nolle, ad Davidem meum mu ficum armatum ablego. Bugattus fcripto reliquit: ante mortem Barnaba Viicontis, qua: paucis pcfthac fubfecutaeft: in palatio ejusdem incendium occepille, atque inter atra flammarum volumina comoaruilie Caput. quod ipiiun quoque ardere vilum lit, idque multo temporis (patio non dilparuille. Sic Anno Domini noltri millelimo quingentefimo quadragelimo quinto, tum cum Henricus Dux BrunIvicenlis cum Duce Saxonico belligeraret, in civitate Argelia exotica* magnitudinis grando delapLi eit, inter hos autem glaciales globos, caput quoddam reterens imaginem Saxonici Ducis inventum eft, a quo poftea Brunluicum m'bs et Regio debellata fuit. Seducftor lpiritus, ut animos ad cultum lui quamtumvis prophanum alliceret, decidentibus calo laxis, jumentis humana voce loquentibus, cumque aliis diverlorum generum monltris, porro in victimis luis, quas quandoque omnino inter manus Sacrificantium disparentes reprafentabat, non lolum militares viros, fed ipfas adeo matronas ad lacrificia, ad Lupercalia, ad Ledlifternia, ad Saturnalia, 8c ad innumeros ejusmodi ritus gentiles currere, Sc properare fecit. Unde et in pluribus locis Livius refert, quod majoribus hoftiis placata ftnt Numina . De tonitru autem 8c fulminibus, qua quali quotidiano eventu decidebant Poeta inquit : Difc it cjuftitiam moniti, et non temnere divos. lpia quoque omnipotentia Divina, quamvis inter candelabra aurea, lacerdotali indumento vel podere veftita, in labiis Iliis nihilominus gladium utraque parte acutum portat : et hic ille ei! de quo propheta meminit : Si acuero ut fulgur gluti, um meum, oS arripuerit judicium manus mea. Utque hunc gladium metuamus Regius Propheta inquit : Nift converf fueritis gladium fuum vibravit, arcum tetendit, et paravit. Felix qui ex ejusmodi magifterio novit emolumentum fuum capere. Dum Galba Provinciam Tarraconenfem introiret, et in vicinia publici fani caput infantis immolaret, idipfum continuo Sc ex improvifo in lenilem canitiem transmutatum fuit, cum infolito circumdantium ftupore, unde dc Harufpices de hoc lplo prafagierunt, futuram propediem ftatus et regiminis mutationem; id quod etiam fublecutum efl. Non minus prodigiofiim fuit Caput ihud, quod pontificia tiara redimitum compamit non modico tempore in acre, circa annum Chri(fi quingentelimum odavum. Relationes Cracov lenies recenfent. in Sarmatia Anno Domini millelimo fexcentelimo vicelimo tertio e flumine Villula c aquile pilcatores pileem humano capite lpedtabilem. Sagaciflima inventio, qua: de manu ingeniofiflima Creatoris procedit ! verum enim eft, quod poeta inquit : l^uait m humanis divina potentia rebus. Sic deledatur Deus operibus fuis nobiliflimis, &: pulcherrimis, contraria omnino producere. Eveniunt monftra vel excellii, vel defeclu natura: : dum vel nimium eft quod operatur, vel dum in toto, aut parte quadam totius deficit j hinc eadem pulchritudo, juxta fententiam ejus, qui Amator Lama: fuit, eo quod videatur terminos concinnitatis excedere, intuendo et membrorum proportionem monftruola appellata fuit. Oh delle Donne altero, e raro moftro ! Hinc cum in domum Xandii introduceretur > atque in ingrellu luo dElopus, hic Carbo animatus, e Phrygia usque adeo difformis, <Sc tam prodigio(z turpitudinis appareret, univerfa familia conturbata obftupuit, da materfamilias ingenti vociferatione virum liium inclamat: Unde hoc mihi monftrum attulifii? Monftruolum appellari confueverat ingeniiun D. Thoma: Aquinatis, tanquam quod communes intelligentia humana limites tranliret, et omnino etiam optimis praftaret: vera aquila, qua fixis oculorum pupillis intendere poterat in lolem illum, quem tam condigne portabat in peclore. Nero monftrum crudelitatis nominatus fuit. Hoc etiam nomine transmutationes vel Metamorphoies nominantur : unde Ovidius de fororibus Phaetontis in populos arbores transmutatis inquit : Affuit huic monftro proles fthenclcta Cygnus . Sic Gygantes, et Pygmati, fic qua pracocia et pramatura linit in homine, vel mixtis, vel animalibus, vel plantis, vel petris, vel in lignis, quidquid aut excedit, aut deficit in communi natura curfii, monftrum, aut monftruofum dicitur: Lac praterea nomina fortiens : Oftentum, Portentum, Prodigium, Miraculum. Inde iis inharendo, &c concludendo qua lupra jam relata funt, pro coronide hujus capitis vel capituli referam id quod Ilidorus fcripfit: Monftrum ita nuncupatur, Lj^ 2> or^ quia aliquid futurum monftrando homines moneat \ quapropter nonnulli hac ratione dubii monftrum quaJi moneflrum appellarunt, vel quia monendo aliquod myfterium diviru ultionis pr.tmonftret, vel quia aliquid ftngulare a ftngulis obfervetur, et propter admirationem digito monftretur. Ipfa adeo Iris in pulchritudine fua prodigiofa nos exhortatur ut Factori fuo debitas referre gratias de tot benefadtis erga nos non definamus: quod fi minus fa&um fuerit, intuendo eam ut arcum incurvatam, utique de irafeente Deo habemus, quod vereamur, cui nunquam deerunt fagitta, ad feriendos impios, qui vitam luam male degunt. A. PAgani olim barbaro omnino, fuperftitiofb,\ imo <k nefando ritu Larunda Dea, vel Mania, qua Deos Lares genuit, humanum Caput litarunt, opinati hoc lacrificio nefando penates fuos ab omni invaiione hoftili fecuros fore : qua impietas e medio fublata, dc penitus a Junio Bruto Conlule abolita fuit, qui ftatuit ut in vicem Capitum humanorum capita papaverum immolarentur et dedicarentur. Hoc cruentum nihilominus idololatraram facrificium mftru&ionem prafefert maxime utilem et moralem patribus familias &: quibuscunque aliis, quibus domus cura concredita eft, ut videlicet fe laribus fuis dedicent, mentem fuam dc cogitata fua ad domefticorum et domus totius adificationem et gubernaculum dirigant-fui &: fuorum indefeflam follicitudinem gerant, expenlas cum receptibus fuis ponderando : tantopere morigerati, et disciplinatifint, ut nemo habeat, quod de prapoftero agendi modo conqueratur. Ad hunc fcopum collimant Doftrina Peripatetici noftri, in Ethica: ubi ceconomica, herilis, familiaris, et monaatica vita &: regimen defcnbuntur. Imo et Apoftolus Pau Regimen domus. Epift. ad Tim. c.j. jipud.Phaar. Memoria mortis in Conviviis. 24. 12. Moral Fortitudo contra adverlitates, et passiones. 6. JEneid. De irae. 3. Paulus definiens Epilcopi boni munera, inter alias virtutes eidem necellarias requirit : ut fu a domui bene prapofitus Jit, jufta illatione inferendo, fi quis autem domui fu a praejfe nefeit, quomodo Ecclefut Dei diligentiam habebit? Sic Prienenfis Bias inquit: Optima illa domus efi, in qua talem fe proflat Dominiis, qualem foris leges cogunt. Et Cleobolus apud Diogenem: Priusquam domo quis exeat, quid alturus jit apud fe perrrafiet : rurfus cum redierit, quid egerit recogitet. Et Pythocles: Oprime conjiituta domus, in qua fuperfuum nihil abundet, et necessarium nihil defit. In more politum Celti' antiquitus barbara gens habuit, de hoftium occiforum corporibus amputare capita, atque eadem evacuata, Sc exiccata, tum deinde auro tedla in conviviis Sc folennitatibus proponere, iisdenique pro poculis, dc patinis uti. Si tantundem, quantum cum luorum hoftium calvariis agebant hi barbari, Chriitiani quoque inuniverlum mortuorum fuorum capita in conviviis exponerent, fi, inquam in his lautis epularum lolemnitatibus defiindtorum memoria Eepius revivifeeret, et tanquam Ipeculum convivantium oculis proponeretur, fortallis eorum menfie frugalius plandtu, quam ebrietate aliisque iniuper indecentiis, rixis, dilcordiis, &: perturbationibus inordinatis, qui ex ebrietatis vitio derivant replerentur. Sic Moraliita eos, qui talibus menfis absque omni metu allident, cum lient in ipfo limine lepulchri, vellicat ? Jfuia incertum e[t, quo loco te mors expellet, tu omni loco illam expctla. Et Gregorius : confiderat quali s erit in morte, femper pavidus erit in operatione. Arieti, utpote primo Zodiaci figno, Sc quod ejusdem caput lit, &: omnem in eo potentiam, fortitudinem, &: vigorem pollideat, antiquiores Astronomi Caput amgnarunt, dicendo: Eos qui lub hac conftiturione in trino, aut lextili nati fuerint, optime lituatum caput, bene fanum, fine doloribus, line fluxionibus habituros. Sed ego potius hoc Caput optime flabilitum dixerim, quod plenum generofitate, et virili fortitudine, finiltris tortum calibus, vel palfionum violentiis contrallare noverit. Obdurandum adverfus urgentia, in luis Emblematibus exclamat moraliflimus Alciatus. Dicebat Diogenes ad magiftrum Ilium fe percutientem: Non tantum tibi virium erit ad me feriendum, quantum roboris ell dorfo me6 ad fuftinendum. Et hoc ell illud unde Aineam fuum animabat Sibylla apud Mantuanum. Du ne cede malis, fed contra audent ior ito. Quod vero attinet palfionum vidtoriam, et clavi Herculis, et fcuta Atlantis, et igides Palladis, Ancilia Numi, ipecula Ubaldi, annuli Melilfi, convenientes ad hoc allegorii funt. De his etiam Bernardus ait : Major ejt viEloria hominum, quam Angelorum : Angeli fine carne vivunt homines in carne triumphant. Portentolum erat videre Senecam ( prout ipfe de feiplo refert, dum de viifroria fenfus, et de hominis irafeibili loquitur) fufpenfa in acre manu, qui flagellum tenebat, cailigaturumfervum immorigerum, dumque in hoc a£tu deprehenliis, interrogaretur, quid hoc rei? relpondit : Exigo poenas ab Iracundo. Ut intentiones, et affedus, et palfiones humani exprimerentur, a fapientibus llatuarum, 8c Scarlattini Hominis Symbolici 'Tom. I. fimulacrorum ullis, una cum variis corporis et membrorum dilpolitionibus inventus fuit, quibus vel ftuporem, Vel confidentiam, vel amorem, vel odium, aliasque in homine pndominantes qualitates figurabant. Statuariorum, et fymbolici artis peritorum hic gloria eil, e pidlis telis fuis, et lapidibus Iculptis etiam line voce humana loqui potuille. Cum ergo affedlus, et commotiones animi ad hominem fpe&ent, non fine lingulari defedtu, 8c imperfectione propoliti operis hujus foret, de his nil meminiile, fed cum filentio priteriille. Ut cum facilitate et delectatione duarum nobis Dolor lihumanarum qualitatum notitia daretur, quarum ncia ima non nego, media ell, odiofa, 8c noxia, duo Capita Joannes Baptilla Porta, nobis videnda demlibr.de dit, quorum alterum fixis oculis, et melancholico Fort. lit. notis. intuitu terram Ipedlabat, alterum hilare et jucundum cilos intuebatur : in horum uno dejectionem animi notabat, tum cum curarum ahxietate deprimitur, et languentibus oculis in terram fixus, fe in hafce tenebras praecipitare velle, alterum ad tranquillitatem illam gloriae alpirare de approximare videtur, quae ell finis et meta humanae vita: iloltra? In altero horum Synterefis culpae recognofcitur, qua: Synterefis tanq lam gladius fupra caput Demadis Rei fufpenfa in Innocen» rr. initatur: alterum per modum Apodis ultra nubes tia. le volam fuo levans, inferiptionem illam judiciosam confecumm ell: Defpicir ima. Alterum non fine ratione dici poterit Cain aliquis fratricida, impius, perfri&ae frontis, et inhumanus, alter econtra manfuetus Abel, plenus tranquilitate, et amoenitate vultus. Hic velut Democritus femper ridens, prout eum Poeta loquentem introducit: E vanita, 0 Mortali Brufin, Delie miferie voflre, Dalle affhte pupille Con infimo dolor gron dare il pianto » Alter velut Heraclitus femper plorans, in antro Trophonii fepultus, quem nec menfa: Luculli, nec Panchaia: amoenitas, nec Tempe consolari potient. De uno eorum ajebat Marcus Tullius: Ego semper hac opinione trattus fui, ut eum, qui nihil commfiJn rit, sibi nullam poenam timere exiflimdrim: de Altero sapiens ait: fugit impius nemine perfequente: Quibus S. Bernardus adjungit: Infernus quidam, prov lg et carcer an ima efi, rea confici entia. Serm. di Porro ad eorum frangendam &: terrendam impieaijjumpt. tatem, qui non verentur detecto sarcophago, et lapide lepulchrali amoto, defunCtorum famam sub terra dilacerare, inlculpi talibus faxis MeduEe caput iacobon in antiqui voluerunt, cujus capilli degenerabant in coApo/og de lubros. Prudens enim vero inventum, ex eo quod Z’"* i*”* infamis carnificina eil fevire in corpora mortuo^on mur' rum, quorum anima: quotidianum implorare fubtimurandum dium non ceilant. Cum Larvis non luttandum, m°rtuiSi» ait Moralilla Alciatus. Viliffimum pecus leporum ell, qui pedes Leoni mortuo vellicant, fic recenlet Homerus: Non fianttum efl viris interfettis infuitare. Ad hujus vitii deformitatem luculentius demonftrandam, ejusmodi homines Plato canibus aquiparat, quijatfrum in fe lapidem mordent, cujus hxc verba funt : JJ)uid putas eos, qui ita fe gerunt, tib. $. de differre a canibus, in jacio s lapides fivienribus, eo Repub. qui jecerit pratermiffo ? Intellexit ManaflesRex, cur fibi videntium nomen propheta* adlcifcant : Hic enim Ifaiam prophetam c medio fuflulit, confcindens vivi corpus ferra, C et et pofthac fe in forma quinque capitum depingi, et fculpi fecit : ftulte ratus, /e totum Mentem eile, non pravifo pracipitio fuo, et infelici/lima morte, et condemnatione fua. Solet hoc evenire temerarie pra/umentibus, qui cum fe omnia nolle arbitrantur, nil omnino norunt. Id palam exprellerunt Mythoiogi in fabulis Icari, et Phaetontis. Etiam infima fortis hominum hac fententia e : eos qui alta contemplantur, cadere. Inaqualitatem tam Archite&onicam, quam moralem 6c numericam inter homines fuftulit S. Auguftinus his verbis pulcherrimis: De Civit . Dei Jatlantiam tolLu, CA erimus pares. Hugo Cardinaeap. a. jis ejusmodi progeniem hominum fequentibus verLib. de Ani. gls explodit : lnfipcns, quid tibi prodejl vana gloria memoria, fi ubi es, torqueris, ubi non es, latu daris ? In gratiam vulgi (quamvis id a multo tempore jam periti viri, 6c fapientes noverint) id quod feCaput Aditquitur apponam: nempe Calvaria montem ( lic tm m monte Nauclerus opinatur) idcirco appellatum eile, quod Calvar ia. in ea folia, m quam crux Chrifti collocata, et in qua cruce Redemptor mundi affixus fuit, calvaria vel caput hominis inventum fuerit, idque volunt protoparentis noftri Adam fuille. Voluit per hoc lapientia divina et infallibilis indicare, quod illic ubi caput hoc condemnationis noftra origo fuit, ibi per merita tam excelli sacrificii pofteritati falus exoriretur; et ubi per lignum mors vidtorio/a intravit, per lignum delfrueretur. De primo S. PauVita $C Salus inquit: Aicut m Adam omnes moriuntur, ita his per et inChriflo vivificabuntur: De lecundo ficEccleChriftura. /ia canit : qui in ligno vincebat, in ligno quoque vin1« Cor. . ceretur: quod myfterium prafatus Apostolus Paulus optime concludit: fattus cjl primus hamo Adam in animam viventem, noviffimus Adam m fpiritum vivificantem. Et paulo infra: Primus homo de terra terrenus, fecundus homo de calo caleflis. Supra quod Super hunc j]lc{oms ClarusUt cum audimus Adam illum priorem factum m animam viventem, id eft, ut ft corpus animale, quod nunc circumferimus, confderemuspoferiorem Adam pr&flantiora allaturum, qua fprritus appellatione vocanda fint. TTEroicus non minus, quam utilis et decorofus JL Jl lemper a: Hamatus fuit ullis humanas partesdnonetis imprimendi, ut per orbem univerfum magnanima gefta, heroicaadtiohes tran/currerent, et aternitatem quondam confequerentur: ftimulus proinde generoiis pedtoribus daretur ejuscemodi illuftribus fadtis, unde fama nominis nunquam intermoritura nalcatur, devovere animum. Pracipue tamen hac gloriola memoria Principibus refervata eft. Sic videlicet excellentia figurati magnificatur, in hujusmodi fymbolis virms fimul et adtio connectuntur, ejus, qui in uuoque horum vel tanquam literatus, vel tanquam Heros de/udavit. In moneClementia C;1 quadam area Caput Julii Calaris corona civica Principis, decoratum cernitur, quod clementiam ejus figurat: Principibus enim quam maxime convenit tales erga cives fiios fe exhibere. Hanc clementiam, tanquam praclari/Iimam Principum dotem iisdem Vopifcus allignavit : Prima, inquit. Dos Imperatorum Clementia. Et Diogenes lcriptum reliquit: Contubernales juflitia fient pietas, cP clementia. His potilfima olim /acrificia Athenis, in altari eisdem deftinato, mactabantur. In quibusdam praterea nummis humanum caput monftrabatur lauro redimitum, quod pharetram, aut telum in occipitio luo portabat, fronte ftellam contingens. Per hac intelligi confervaPier, lib.z 3. toris Apollinis beneficium influxum volebant, Hieroglyph. (prout Valerianus fentit) ftella autem virtutem radiorum ejus denotabat. Porro 6c caput aliud spedabatur pelle caprina coopertum, habens in faucibus luis fulmen, et in occipite arcum: ex altera Vigilantia, moneta facie imago Pega/i apparebat, et fagitta alata : qua fimulacra mentibus hominum reprafentabant, non folum Principis, fed omnium etiam eorum, qui regimini populorum praftituti funt, in rebus agendis, et ad fublevandos fubditos indefeflam celeritatem,& promptitudinem. Septem petra quas Alti/fimus Zacharia Pj;opheta monftravit, feptem principams figurabant: ha infuper /eptem oculis dotata erant, licut et virga quajeremia propheta monftrata ftiit. Non usque adeo in exercitiis navigationis fua intentus eile potuit Palinurus, tum cum infortunia calamitofa temporis imminerent, ut non in unico oculi nidhi in naufragium inopinum incurreret, qui tamen juxta Virgilium : .... Clavumque adfxus, &hstrus Nunquam amittebat, oculosque fub aflra tenebat. Docti/Iimus Erizzus oblervav it in monetis Antonini Pii caput matrona plenum majeflatis idque coronatum, qua corona c multis turribus compofita erat, in limilitudinem Dea Opis, quam fibula docent. Laodicea, Hac figura fortitudo, &: propugnacula Laodicea civi&tis reprafentabanmr, qua tot annis impavide hoftibus fuis reftitit. Ex altera parte caput hominis erat, quod in occipite caduceum Mercurii monftrabat, per qua promptitudinem obedientia fua, tum et pacem, et erga principem fuum fubmilfionem denotabat. Talem eile oportet Vafallum, juxta mentem Pythagora: Subditi non tantum morigeri Principes, fnr, fed amahtes etiam fuorum magiflratuum. Hac &c fubditi. in fe invicem correlativa fiunt patris ad filium, imo capitis ad membra: atque idcirco ( prout Ca/Iiodojrus meminit) Membrum fcqui debet caput. Caput arietinis cornibus inligne, per supra memoratum observatorem Jovis lignum erat apud Amonitas Gentem ferocem: cum aries apud veteres inflrumenmm bellicum, &c fortitudinis lymbolum Cornua infuerit. Imo vero cornu infigne honoris erat : non /igne houno id loco Propheta Regius inquit: Exaltabuntur noris. cornua fttfii. Exaltetur Deus cornu falutis mea. Sic cum fabula referunt Jovem Nutricis Amalthaa AbundanComucopia, omnigenis bonis adimplefle, Mytho-tiadeUrlogis campus apertus eft dicendi : abundantiam probium fortivenire, liquidem civitates, et regionum limites ficatione cum fumma vigilantia muniantur, &: cuftodiantur. provenit. Hoc ipfum per Numina tutelaria intelligitur. Natui. Co Caput hominis venuftum, et juvenile, mediam Mytkol, inter virihtatem et adolelcentiam praieferens atatem, lnnumifinate exprelliim, idque corona cin- 6him, unde ramus lauri egrediebatur, Solem denotabat, qui folus inter planetas coronam portat, cui etiam Laurus dedicata eft,quod in amoribus Daphnes, qua in Laurum converiaefl:,veteres indicare voluerunt. Idem ipfe Sol per caput radiatum in medio templi quadrati exprimebatur, quali lucidillimum fimulacrum hoc, per mundi ambitum idcirco volvatur, ut in gratiarum adtionem fibi debitam, facrificia ab hominibus, per hoc mundi templum ornati/limum exigat. Eadem imago Solis per faciem juvenilem, cui nulla in mento barba erat, figurabatur, tum vero etiam De Sole Hiercglyph. Gratiarum actio. Philip, i. Victoria pbtenta. Hie rogi Roma Caput Mundi. Lib. Hieroglyp. Saturnus Agricultura; Inventor. Lib. 1. num. cap. Bonum Sc malum. Lex contra Adulteros. fparfos habens capillos, duos ab auribus fiiis ferpentes pendulos reprafentans, prout jam memoratus Audior annotavit: exponens nil elle in terrarum orbe tam remotum, quo radii folis, (quos difperfi crines referunt ) non pertingant: Sc quia Sol artatis detrimentum &: caducitatem nullam novit, Adole-fceiltulum eum, et imberbem elle voluerunt. Refert itidem Valerianus vidifle fe in numilmate, veteri fculptam faciem, coronatam radiis, balatam infuper manum, qua; in acrem levabatur, indicans prima orientis folis itinera. Tanta erat huic Datori luminum Sc obfervacio, Sc miniftratio, Sc adoratio. Interim gratiarum adtio, fpeciofiflfma Sc acceptiflima eft monetarum omnium, qua donari poilimt ; atque ideo Marcus Tullius ajebat: Cui gratia referri non potefl, quanta debetur, habenda tamen efl quantam maximam animi nojlri capere pofjint. Quandoque Capita monetis imprefia, cafus militares cum felici fuccellu terminatos figurabant. Sic in numismate quodam Imago Claudii Calaris, juxta mentem prafati Erizzi, vidloriam illam quam Romani adverfus Barbaros impetrarunt, ligni ficavit. Ad victoriam hanc exprimendam, Valerianus vir do&ffifiiuus, caput mulieris alatum, cum capillitio retorto demonftrabat, allerens fe idipfum in quam plurimis monetarum infculptmn obfervafle. In his ipiis idem Caput muliebre, fed coopertum callide apparebat: de quo non pauci dixerunt, eiie illud effigiem vel imaginem Urbis Roma, qua; virtute armorum Iliorum Caput Orbis effecta elt: ex altera parte vultum ilium infculplit Julius Cadar, fed in figura Martis: alludere volens, debere originem luam Romanos huic numini belligero. Quidam etiam non irrita cogitatione prafagierimt, Romam Caput fidei Chriftiana futuram, ubi Caput Apoffolorum Petrus primariam pontificiam ledem luam collocavit, ubi hac eadem fides gigantea, Sc gloriola membra fua extendit, Sc non lecus ac Davidica illa vitis, potius quam illa fabulofa Aftyagis a mari usque ad mare extendit propagines fitas : atque adeo Petrus Petra nominatus., eft, immobile Capitolii faxum relpiciente Redemptore noftro. Inventa lunt moneta; quadam, qua; ex una parte duplicem faciem in cervice una inonft rabant : dum ex altera figura navis cerneretut. lineas Vicus diligens horum infignium obfervator, per binam faciem hanc, honores, et facrificia dedicata Saturno vult intelligi, qui videlicet mortalibus ufum tam agricultura, quam plantandi, putandi, Sc. conlervandi vices edocuit. Rurluin alii per hoc intelligi volunt lapientem Legislatorem, ante cujus confpedfcum ftare, inquiunt, oportet faciem boni Sc mali, ad reprimenda damna unius, Sc. ad commoda alterius procuranda. Commentati funt alii per hoc utriusque fortuna;, tam profpera, quam adverfantis tanquam fluminis decurfum figurari, ut quisque noverit, tam per citatos vortices, quam per placatas undas felici navigatione ad portum funm appellere. De Tenedo Nummus comparuit, qui ex uno latere duo capita monftravit, ex altero lecurim, cum hac circulari inlcriptione: fccuns Tenedia: explicatio lemmatis hujus, vel proverbii inde derivavit. Rex Provincia; illius ieveriffimis legibus, Sc poena capitis mul&abat adulteros, fadum eft: autem ut genuinus ejusdem filius hujus criminis reus deprehenderetur: quidquid pro eo plebs intercede-ret, ut in Yiiceiubusiuis propriis poenam hanc moderari dignaretur, inflexibilis ad hac pater, coram omnium oculis palam eum pledti capite imperavit: Sc ut hac adtio leveritatis retinaculum ellet e ftr cenata; liventia: in populo, prafatas monetas elaborari juflit, cum pramemorata inferiptione: Verum enim est, quod literatiflimus Vir Camerarius ait: Lib. j. amor urit adulte f Relliquias Domina, relliquiasque domus. Et juxta lententi am Ambrolii: Adulterium natura Lib. r. de injuria efl : Hoc enim etiam feris, ac barbaris dete Abram, flabile. Huic legi fimilis illa fuit, quam Seleucus promulgavit: ut adulteris excavarentur oculi: deprehenditur filius ejus, ne utrumque oculum amitteret, Pater pro filio unum perdere maluit. C^Uin quanta devotione proftratum humi non j oporteret efle hominem, ad referendas Creatori luo grates, qui non folum ei divinum Ipiritum fuum inlpiravit, dum animam dedit, non folum eum de peccati iervitute, fundendo fanguinem luum, redemit: propter quem folum cadi fabricati funt, qui in hunc mundum tot bonorum feracem locatus, divitiis elementorum gaudet, equorum qualitatibus Oompolitus eft : in hunc mundum, inquam, in tot mixtis ftecundilm: prater hac nihilominus etiam in herbis, in arboribus, in frudribus, in foliis, Sc in Eloquentia floribus, quali in tot voluminibus conftitutionem Arboriinu humanam, conditionem fuam, Sc llatiim, Sc asiones, demotus, Sc imaginem fuam cognoffiit. Propter quod Sc fagacillimi indagatores, medicinas, ad reprimenda mala fua, congrua invenerunt. Ditiffi- ma Natura, Sc provida omnino, qua signatufis etiam externis eos, qui horum scientiam habent admonet, ut in tempore luo Alexipharmaca Sc Reperculliva remedia adhibere malis fuis non negligant, quibus utique propter Protoplafti peccamm lat abimdanter lubjicimur. Quot folia, tot lingua filfit, qua cum eloquentia non verborum fed fidiorum, nobis utile noftruminfinuant, imo bonum noftrum, felicitatem, Sc commoda noftra, Sc experientia nos docent, le oratores elle non verbis, fed fadlis fcecundos. Benefica Creatoris nollri manus, cuique plantarum, Sc herbarum virtutem luam indidit : Sc in ipfo cortice lignatura fua nobis. exprellit ea, qua fub eodem continentur. Dixerim ergo ftudium hoc non minus cateris inperfedlo. .Botanico utiiitafcc plenum elle, ut videlicet in cognitione lignaturarum, de quibus didtumeft, virtutes herbarum nolle elaboret, Sc ab externis adinterna penetrare fatagat. Hic ergo, ubi de Capite n-y hi fermo eft, de harum virtutum nonnullis mccindtam mentionem fadluriis fum: ut videlicet nec Ledlori meo, nec libro copia rerum earum defit, quasliic deducere prafiunpfi. Primum libi locum vendicat Nux juxta eorum, qui maxime fenfati funt, opinionem. Nux arbor fortuna eft, qua quandoque inveteratum illiud axioma falfiim reddit: Nux cjuafi nex, et nux a riotendo: utpote qua cortice fiio utilitatem fuam adfert. Hac integram humani capitis figuram hareditavit. In exteriori Sc herbofo nucis cortice, tota pericranii jqux f]crha forma apparet; in cortice duro, parte videlicet ejuscura dem folidiore cranium figuramr. In pellicula irtteqs riore qua nucleum ambit, quis non meningem, aut piam matrem ut cum vulgo loquar, circumdantem cerebrum, quod in nucleo repraffentatur, cognofcat? Non igitur mirum, fi decodlio corticis, aut externi involucri aptiffima tingendis capillis eft. Et quod his potius eft, lal inde extra&us potentiffimum remedium eft, pro pericranii vulneribus. C 2r Prouti etiam Phylici docent, fiquideni nucleus contulus fuerit, Sc pulfui applicitus, Alexipharmacum elle adverlum venena, et cephalalgiis mederi. Nux Indica etiam cum magnitudine fua limilitudinem capitis refert, atque ipiiim pene caput adaquat, unde edam fi oleum ex eadem extraxeris, corrigendis capiris vitiis Sc defedibus, potens medicina eft. Flos pceonia: colledhis, Sc intra folia ejusdem admodum grandia reftrichis, non folum prolatam jfimilitudinem gerit, fed etiam in hilaris luis, nili melius dixerim juncturis, qua; eundem reftringunt, vera quxdam effigies Commiilurarum Lambdoidum, Sc redarum, velfagittalium reprxfentatur: Hinc etiam pro infirmitatibus cerebri, et radices e jus, et femina, et flores, 8c folia cum utilitate adhibentur. Serpit Sc in altum levatur Betonica, Sc Stoechades, quali cum rotunditate foliorum, et floris: diceres per Iulum quendam imitari velle figuram fupra memoratam : unde nec a medicamentis excluduntur, qua caput concernunt. Capitatum papaver, tum et poma Cydonea, ficut Sc cucurbita Sc melopepones eandem portare videntur capitis imaginem : unde Sc a Medicorum Schola, inter prxfervativa, Sc lenientia adhibentur, ad capitis dolores mitigandos. Inter alias Anrirrhinonfylveftre, <Sc quod flore fuo, Sc femine calvariam humanam prxfefert, prxftantiffimum propulfandis capitis doloribus medicamen elle compertum eft. Sic verum illud, quod cenfet Ofvaldus Crollius, Magnam illam Matrem Naturam, lemper ad fer virium noftrum applicatam, lemper beneficam ignaturii elle. Omne, quod occultum ejl, inquit, et intnnfe u. cum, fert illius extrinficam figuram, tam in finfibilibus quam infenfibihbus creaturis : tacentibus nobis loquitur vel uti quibusdam natura, ac ingenium cuj usque et mores revelat. Quas igitur gratiarum adiones, quam gratimdinem referet homo huic dextera: Dei altiflimx, qua terram dedit filiis hominum, prout Regius pfalmifta canit? SUblimillimus, utililTimus, Sc generofiffimus fcopus, ad quem mortalium genus in omni tempore £c in omni acate potiflimiim colliniavit Religio Religio in est. Sapienter enim de calo eunda nobis provenire quanta apud le ftatuerunt, propter quod Sc voca diis fuis voarftimatio-verunt, vidimas immolarunt, Sc facrificia obtulene fit habiriint. In iplis adeo primordiis feculi hoc Reges Phari ta. demonftrarunt, qui pyramidibus eredis, in quibus Hieroglyphica fculpta erant, numinibus fuis memoriam beneficiorum acceptorum infcriplerunt : Sc quamvis illis fupremi Entis, hoc eft DEI, notitia nulla eilet, in immolandis nihilominus vidimis fuis veraci pietate quadam non caruerunt, Sc compolitione precum fuarum uli funt. Elevatillima hxc virtus eft, fienim a fine fuo fpecificantur adiones noftrx, hxc pro fcopofuo cultum habet alti/limi Dei : Etich. 4 Magnifica fiunt, ficut et honorabiles, qua deorum caufia fiunt dedicationes, feribebat Philosophus. De honore illis debito, ipfam pene elevatiflimam sapientiam xmulando, dodilnmc scripferunt, non inter ultimos, sed primos numerandi philofophi, Linus, Orpheus, Tales, Mufxus, quos Zoroafter ftellarum omnium indagator inter Deos adorabiles annumeravit. Ve lfid e et Sic Aigyptii, prout Plutarchus Sc Diodorus voojuule. lLlnt, res eximias, Sc negocia ponderis magni, monumenta templorum, icripturarum interpretationes, prxmia, Sc muldas, adferibi facerdotibus, per eosdem gubernari, tradari, dividi, et concludi voluerunt: Denique, prout M. Tullius inquit, omnes 6. Aci . in religione moventur, et deos patrios, quos a majoriVerrem, bus acceperunt, colendos fibi diligenter, et retinendos arbitrantur. Unde Sc ego in horum confideratione, opus hoc meum, Sc obtufum, Sc lumine fuo deftitutum arbitrarer, nifi de facriflciis quoque, Sc dedicationibus, (quamvis eorum milii pauca admodum occurrant) nonnihil etiam afferam, de iis videlicet, qua: pro cultu numinum de partibus humani corporis fada funt. Jovi itaque, tanquam Cadorum Capiti, quidam Caput deantiquitus Caput obtulerunt: arbitrantes, quod ficut dicatum fub illo (de quo Lucretius inquit : fupner efi quodJovi. cumque vides, quocunque moveris) extera Deorum turba verfatur, fica Capite extera quoque membra dependere: opinio, quam ita fixam elle oportet in iis, qui Deum adorant, ficut ei lubftantialeeft, rationalem elle. Jjfua Dii vocant, eundem, lic vociferantur non Chriftianorum, fed paganorum lcholx. Ita vero Sc verba Senecx in hunc lenium mordacia Sc pungentia funt, qux prxterire nequeo, dum de penna gentili volatum Chriftiani adverto. Prope Deus efi: tecum efi, intus efi : Ita dico Lucili : fiacer inter nos Seneca ad fur itus fidet, bonorum, malorumque nofborum obLucilium, fervat or, et cufios : hic prout a nobis tr ablatus efi, ita nos ipfie trabi at. Bonus vero vir fine Deo nemo efi. Quidam intuendo in circulum folis, dum nubibus fuis cindtus, fele hominum afpedui videndum prxbet, Sc in eodem fimilitudinem capiris figurantes (a quo etiam, tanquam a capite, fonte, Sc origine Caput dequadam omne bonum noftrum derivare non cellet) dicatum habere eum itidem in generatione hominum partem Soli, principalem, juxta illud: Sol et homo generant hominem: illi vota fua folverunt, Sc prxfatam majorem partem caput nimirum fub dominio ipfius collocarunt. Quanto potius igitur, Sc quanto utilius Anima Chriftiana fe Redemptori fuo devovet: qui Solem Chriftus fiuum oriri facit fuper bonos et malos: prout inquit Sol. Apoftolus? Hic verus foleft, de quo propheta MaMalachias. lachias inquit: Orietur vobis timentibus nomen meum Sol juJhtia: Atque idcirco huic supremo soli nostro plus quam Achxi, plus quam habitatores Heliopoleos, plus quam Arcades (de quibus Pomponius, Sc Melas, Sc Suidas, Lactantius, et Macrobius Sc alii meminerunt) oportet ut Chriftiani laetificemus, dedicemus non tantum caput, sed Sc corda nostra. In hunc modum Gloriofiflimus inter Sandos Antonius S. Antonius Patavienfis feripto reliquit: Sol est Chriftus, qui InPatavienfis. cem inhabitat inacccjfibilem: cujus claritas omnium Sanbtorum radiolos, fi ei comparentur, obfufiat, et In Apocal. denigrat, fifihua non eft Sanblus, ut efi Dominus. Confiderando virtutem Sc potentiam Arietis, quippe qux in ejusdem capite lita est; (Etenim fi hanc partem exceperis, non habet unde le defendat, vel offendere pollit) Cum prxterea lignorum Zodiaci Caput caput lit: ubi fol, pro communi Mathematicorum arietis. Sc Aftronomorum lententia, curfum anni novi orditur: fapienter ftatuerunt hunc parti illi hominum, capiti nimirum patrocinari. Propter quod fub felicihujus conftellatione natos, immunes a fluxionibus, abfceflibus, catharris, epilepfiis, et horum limilibus futuros ominantur: ficut contrarium evenire iis, qui eam male pofitam Sc fituatam, fub orientis porta invenerint. Hic ego dixerim imitandum Refiftennobis hoc animal elle, ut videlicet opprefllonibus, Sc dum Inforinfortuniis fortiter refiftamus. Melius enim Naumnils cleri peritia patet, ubi fludus, Sc ferocitas tempestatis defxviunt. Spetlaculum fove dignum, in Seneca, quit Seneca, videre hominem in affiibhonibus pofitum. Reftitit magnanimi ter his fortunx liniftrx cafibus Propheta Regius, dum inquiebat: Impulfus, everfus fum ut caderem: Dominus autem fufcepit me. Memoriam immortalem nominis lui pofteritatitransmii erunt, ambuftamanu, Scavola, Cocles fupra pontem, Curtius in voragine, Gracchi, Meffalla, 8c Corvini ciun hoftibus conflictati : et Anaxarcus, contufus et contritus ab Anacreonte Tyranno, tum cum ajebat: tundite Anaxarcum Jidera celfa petit. Bonum e it limilem eile Lima, de qua fcriptum : Oppojita Clarior : aut vero flumini, de quo illud refertur : Quanto pia fi rattien, vie pias smgroffa. Ita lilium inter Ipinas: magis redolet : et rofa odorem fuum fpargir: Oppojitis fragrant ior. Non minus quoque Palma de leipfa loquens introducitur: adverfum pondera furgo. Sub lus oppreflionibus vegetiores et firmiores in perlecutione Algyptiaca apparebant Hebrai : unde in fcripturis divinis relatum eit : Quanto opprimebat eos, tanto magis multiplicabantur, et crefcebant. Ita Seneca in Hercule luo furente ait: Seneca. HuSjepuam flygias fertur ad undas Inclita virtus. yiv ite fortes. Hac JLethaos fitva per amnes Hos Fata trahent. Sed cum fummas Exiget auras confumpta dies, Iter ad superos gloria pandet. confcendendum decorofum gloria clivum, et vidorem fele demonftrandum, et ad jubilandum in excellis honorum faftigiis, in quibus (olis aeternitatem jfiuna adipilcitur homo, feverifSmi Hiftoria. Duces fuerunt femper viri illuftres heroicis adionibus fuis inclyti, qui virtutiun, et meritorum fiuorum alis innixi, illuc nobis iter ftraverunt, et callasapplanarunt: Qui plus quam Atlantis fcutum,de nebulosis ignorantias tenebris nos expediendo, iicut Dii Terminii in triviis difficillimarum ambagum redtum nobis tramitem demonftrarant. Fuerunt hi veraces Ariadnae, qui Theleis in labyrintho dubiofo difficultatum intricatis felicem exitum edocuerunt. Hoc ipfiim Imperator Leo, tanquam feveriflimum praJlpud BeiercePami dedit filio fuo. Eu per hiflorias veteres ire ne linch. Iit, h. recufa ibi reperies [me labore, qua alii cum labore Utftor. collegerunt. Magna utilitas, magna securitas, nolle viam ingredi, cujus terminus gloriofus iit, qua nullis fit prasdonibus infefta, nullis occupata monftris, non anceps, non periculofa, fed direda, amoenitate, et fecuritate plena. Inter Heroes fiapientiffimi, dum non ignorarent, non minus Mundo proflituras eilhiftorias, quam ipfa armorum gefta, e Belliducibus fadi Hiftoriographi, depolito gladio, pennam arripuerunt, et chartas atramento tinxerunt : atque illic certo quodam modo torrentibus fanguinis inundare campos fecerunt. Sic vidorias Luas defcripferunt Moyies, Jofue, Gedeon, Neemias, David, Salomon, Job. Ipfa adeo divina omnipotentia in habitu feriba apparuiile videtur, tum, cum eum Ezechiel propheta libi Deus in havifumeileteftatuseft: Ve[ itum lineis, et atramenbitu feriba. tanum ad renes ejus. T entet quantum volet nos in pulverem redigere edax rerum tempus, coniumat ipia marmora, &c celiiffimas rupes cum profundiilimis vallibus adasquet, et in nihilum deducat: Hiftoria nihilominus has moles renovatura eft, 8c rurfum humi ftrata fublimabit : redintegrabit in memoriis geftorum hominem,quamvis jam corruptum, quamvis corrofiim, abolitum. Idcirco Sc ego nonpoffum quin hic reiterem verba Tullii, jam alibi memoVe Orat. rata : nimirum quod : Hiflona ej} tejlis temporum, lux veritatis, vita memoria, magiflra vita. Hoc ipfiim ego mecum ponderans, ubicunque ratio poftulaverit, tam in partium hominis, quam in totius delcriptione capitulum fadurus fiuin proprium: non tamen eousque in longum evagabor, ut qua: potiorafimt lilentio pratereantun Fuit inter Scythas olim gens, qua’ ficut a communi Caput lonhominum genere et climate fuo, et vivendi medio gum. do, «Sc moribus diftabat,ita et fingulare deledamentum habebat, ipfa quoque membrorum conftitutione et figura corporis dilcrepare. C)b quod etiam ciun inter eos infans natus eiiet, prehendebat utraq-, manu nutrix tenelli caput, idque fortiter premendo in longitudinem ludum figurabat; ik ne in pristinum ftatum luiun feniim dehiberetur, ik rurium fe contraheret, linteaminibus, et falcibus 111 eadem forma conftridum confervabat. Hic ufus Hipp.de Aert pofthac, &hoc artificium, beneficio temporum, &c Au.toc. statum in naturam degeneravit: ex hinc proverbium quoddam exortum eft, ut liquando in ejusmodi formato oblongo capite compareret homo, continuo reperiebantur qui dicerent: oportet hunc Macrocephalum Scytham efle. Sic enim vero apud hanc gentem, qui produceret, prolongaretque frontem luam, et majoris animi, &|generoiioris, tum etiam majoris virtutis credebatur. Subjungit igitur Author ille: Hunc non tam Longis amplius capitibus najcuntur, quemadmodum prius, lege per incuriam hominum non amplius durante. Pericles grandis ille Orator, &. Miles, qui virtute armorum fiiorum, 8c literarum, tam vicinas quam longe dillitas iibi lubjugavit provincias: qui vibrante gladio luo ejaculari fulmina videbatur, fed non minus etiam perorando, fulgur jaciebat ex oculis. De hoc memoria eft, eum usqueadeo oblongum habuilie caput, ut intuitu reliquarum corporis partium lymmetriam omnes excederet, 8c deformitatatem incurreret : unde etiam fadhim, ut ubicunque ftatua ejus eredfca ellent, aut pileo quodam, aut callida: tedta viderentur, ne vitium illud capitis ( lic ajunt ) fpedtantium oculis patefeeret. Hac igitur corporis torma, otiolis Sc malevolis garriendi caulam luggellit: unde 6c Poeta’ Athenienfes, et reliqui contra eum liniftre aftedti, propter eandem Plutarch, in capitis amplitudinem per detradbionem latyricam Pertch eum Schinocephalmn appellabant. T eleclides item faceta quadam ironia illudendo ei (in quo nihilominus a vero non aberrabat) eum capite gravatum ledere dixit, cum tot negotiis pra’gravatum lupportare v ix pollet. Detradbor ille interim hoc alio reberei is, eum 111 opem confilii,& parcum lagacitate intelligi voluit. Sic enimvero in omni atate critica vafrities fagittas fuas vibravit: in hoc loco autem pro fcopo fuo fi. Detradtio. bi elegit virum inter heroes, non tantum fui, led et fecuiorum praueritoruin, aque ac venturorum pralbantillimum. Videant igitur, qui regimini Reipublica praiunt cum quanta libi cautela agendum lit, ii ik vitia corporis ik natura iri cenfuram cadunt, ubi nullum nec meritum nec demeritum eft: quid cum iis luturum erit, qui aut fponCautela tanea mente, aut incuria quadam, in damnum plepro minibis peccaverint? Lucerna, qua: ad illuftrandum exftris pubi polita lunt, ventorum datu agitantur: iple adeo cis. loiincurfu oblervatores habet j Phenomena, qua vitia natura lunt, curiolius examinantur. Quin &c arundines Midam habere aures afininas loquuntur. Progreditur hac cenluracnuca adcolum usque, et ad iputa decrepitarum vetularum, dum fila lua de fuio trahunt. Sonat fchola Magni Stagyrita, quod : C 3 parvus error m principi eribus c(l prafentia mala in lingua habere, Jnfita ob Thcatr. viu hum. fit maximus. leilatio mulio lic de cythara fua nos Euripides docet. Non eft aura peftiientior alia, qua’ totius amicitia campum infectat, et venuftiffimos Ipei flores marcidos reddit, proVuguftinus ait. Detratlio e(l venenum amiDicebatTeleclides memoratus decitato Heroe: de hoc capite cndcc ahno, hoc cft fefquipedali, magnum oriturum efle tumultum. Refert Suidas de Philocle, Nepote vEfchyli (hic autem nefcio, ii textus mendofus non eft. humicum ponens, pro Comico) qui caput oblongum habebat, Caput upuet criftauum infimilitudinem upupa: unde Halmion, uaii falinator, vel acrimonia diCtus fuit: deduCta 'talle comparatione et Metaphora ab ave illa folitaria& foetente. Annales Sarracenorum recenlent, Mahomethum Legiflatorem, et primum Turearum Imperatorem, Caput habui Ile enormiter magnum, et faciem intermixtam colore rufo, et albo. Indecens tinCtura, ubi anima tantopere nigra erat, qua: tot animarum ruina et jam antehac fuit, &eft hodiedum, Sc deinceps futura erit: et in hoc cranio tam fpatiolo, tanquam in aula vacua liberum fuit fpiritui rebelli pro voluntate fua incedere quippe qui illic habitaculum fuum fixerat: poterat illic pro libitu luo extendere figuras, et formas iiiiquilTimarum legum luarum, quas ad Catholica: veritatis exterminium excudere, et promulgare aulus eft. Verus Goliath corde non corpore, qui ab innocentc paftorculo humi proftratus eft. Ubi virtus AlciHimi opifex eft, illic c formicibus prodeunt veri Myrmidones, qui metuendos alioquin orbis domitores defedelua deturbare norunt. Berlinchius vir doCtiffimus refert: non paucis abhinc annis in Belgia: urbibus, oftentui publico circumlatum fuille infantem, gracili omnino, et fubtiliffimo corpore, led capite usque adeo infigniter magno, ut amplitudinem vafis, ad menfuram modii usque capacis, ada:quaret, vix puer ille aratis fute annum unum expleverat. Illud ipfum caput ad fimilitudinem fluxus et refluxusm aris, jam intumefee-bat, jam rurfus comprimebatur: dum ab intro fubtus membranas humor aqueus dii currere, inflari, 8c elevari videbatur. Monftmm prodigiofum: Cc quia a coniueto natura: curfu exorbitavit, in detecftu luo Spes vana, propediem collapfum eft. Sic et vitam ephemerem habent fpes capitis noftri, quae inconftanti viciffitudine, non fecus ac decrefcens acfuccrelcens Oceanus, periodis luis nunc extollitur, nunc procidit. Alludebat adipes Capitis noftri eloquentiillma mula Commendatoris Teftii: VagaSoondo p en f iero Dove v.u, Cr d’onde torni, e che pretendi? ui fu tale leggiero Ora parti, ora torni, orpoggi, or fcendi: Et nel tuo moto c terno Sei lijjion dc tamorofo inferno. Sic illud velificatur, quod: Spes temeraria plerumejue homines fallit. Sicut Euripides ajebat. Pindarus vigilantium fomma ha:c nominabat. Etiam vicinus eft naufragio, qui navem luam ad Caput bona fpei dirigit. Non minus curiofa, quam faceta erat inter antiquos conliietudo, qua Athenienllum quaque domus utebatur : qua: de Gimcia etiam fuccellu tempor um Romam usque migravit: videlicet tum cum ad patronos fuos primum ingrederentur mancipia, ierv itura. Ut enim eos vel ad servitutem animarent, vellit, orumonefubjedtionis, et onerum qua: portanda ellent, memiraium. mllent,eorum capicadiverli generis et farmentis, et Apud Stobeum ibi. Caput fer fruCtibus, Sc nucibus, et beta, &c caftaneis, et leguminibus aliisque inluper rebus onerabant: quos cum poftea lic oneratos per univerfam domum traduxiflent, Ik in cubile eorum pervenillent, onus illud in pavimentum cadere linebant, idque catachyfmum nominabant, hoc eft effufionem, profimdendo id quod in capite gellerant; hocque illis poftea pro mercede erat,quamdiu in eadem domo morabantur. Unde Demas cum Siro luo rurliim reconciliatus illic in Terentio ajebat. Huc ad me Sire, ut tibi caput demulceam: Perfundere unguento frudi ib m. Hxc ceremc^ia pro ligno abundantia: annualis habebatur. Hujus conluetudinis Theopompus taliter Qe[ c.c.c,, meminit: Verlificatores, vel poeta: pra’miabantur, antiq, leclion. imo vero delibuti &c uncti unguentis variis: lic &c ex Suida. matrona: civitatis Segefta:, tum cum Diana: flmulachrum pro more portaretur, redimire caput iuum corona de diveriis floribus contexta, variisque unCicero in Arguentis delibuta confue verant, atque ita exornatae vironecos et compita transibant, idolum fuum profequentes. Hinc Themiftii pater ut Epicurum, quamvis falso, percelleret, inculans eum lenluali voluptati datum efle ( de quo ne fomniare quidem ei in mentem venit, qui voluptatem nullam ftabilemnili intelleCfus, et animi agnovit ) vas ei unguentarium lupra caput effudit, fragranda odoris eum tingens: volens per h.ec mollitiem ejus vellicare, qui tamen lemper durum ik inflexibilem, adverfus delectamenta fenluum fe praebuit. De hoc ulu fortalle Novendiales ceremonia derivata: lunt, in quibus, prout Athenaeus reccnlet ex Gellio, novem continuatis diebus, patresfamilias fttccindti mantilibus, manicisque replicatis, accumbere fervos fuos facieb.int, illisque fervidum pra:bebant, illorum fe imperio iubjicientes. Quid plura ? Pes Pra Spes prtemii vigorofillimum calcar eft ad quod vis mn* lub jugale ammafetiam tardillimum incitandum. Id quod ipfe quoque Altiflimus iape in ele&is luis praefluit, dum iis gloria fua portas referavit: prout patriarcha Jacob, &c Stephano contigit. Propheta regius vir optimus,per hoc le lingulariter ad bene operandum pelleCtum elle fatetur: Inclrnavicor meum ad faciendas juftific at iones tuas propter retributionem. Veritatem hanc inter alios Marcus T ullius agnovit, dum ajebat: Ncc domus, nec refp. fare De natura poffunt, fi in ea nec rette fadtis pramia extent ulla, nec ^>eorum. fupplicia peccatis. Nec tantum in uis fatyris Juvenalis ablorptus fuit, ut non renumerationi locum luum tribueret. enim, inquit, virtutem amSatyr. io plettitur, ipfa pr&mia fi tollas? Non veretur carduelis quamvis fubtilillimo pede luo hirfutas cardui fpinas calcare tk premere, cum Iperet ex ejusdem femine le cibandum. Exponebant fe olim durilHmis et periculofilEmis confliCtibus viri bellatores, dum ob oculos libi ponerent, ftmplices lauros, et quercuum frondes: certam enim nominis lui libi immortalitatem ex viridantibus his, et perennibus foliis Ipondebant. Incertis fluCtibus maris, Sc infeftationibus piratarum fe committit de litore luo procul navigans ratis,quia portum fuum libi promittit. Cum fudore vultus lui, infatigabilis arator glebas kindit, eo quod in tempore fascundam meilem libi de labore liio futuram augurat: denique lic ait Ponti infelix inP Trt' cola; ftdus Eleg. ij. Non parvas animo dat gloria vires: Et facunda facit pcdlora laudis Nmor. Hac fpealleCtus Pallas Spartanus (referente Pau- In pbocitu, fima) ferociter dimicabat, ik jam corde fixum tenebat, Tarentum urbem tum quidem ditiilimam, omnique genere abundantia, ii ullla alia illuftrem expugnare: fed fpe fua delufus e fi;, dum non minori valore et animoiitate exercitus ejus a loci incolis Civitas aupropulfatus et proftratus eft. Hic aliquando mceftigurio capta, da et dolore plenus, mfmus uxoris fuce (cui nomen dEthra) caput inclinaverat, quod illa pedhne mundabat, tum cum ille amarillime fleret, memoria repetens qure perdidillet: junxit illa lacrymas fuas, quas calidas deftillabat incumbentis caput. Tumenimvero in memoriam ei rediit, quod ab oraculo quondam audierat, futurum ut civitatis et campefttium, potiretur, fiqtiidem ei ab Afthra iiiper caput pluvia decidiilet : fufcepit augurium, colledisque rurfiim ordinibus, nova vi aggreifus, et extrema aufus, muros et urbem usque adeo in anguftias compulit, ut paucis eam diebus ditioni fuce liibjecerit. O fi Chriftiani noftri et mentem, et aures ad oraculum fuurn adverterent, dum ad corda eorum pulfat, plantarent utique vidoriofum vexillum fuurn in civitate illa fanda, quce utique dc ipfa vim patitur, Infpirado quam violenti rapiunt. Hoc pundum tale eft, divina. ut concionem integram mereretur : fed cum id jam inldtuu mei non fit, nec hic fitfeopus meus preeeipuus, ad paucas admodum, et fuccindas me reflexiones reftringo. Idfolum referam, quod de Diledo in Cantico Canticorum recenfetur, qui ad portam anima; fanda; pullando ftabat, dum illa pigritando veftimenta fua inquirebat; cum vera jam compofita eflet, prompta voluntate exiit, fed: ille declinaverat. Ruina totius Hierofolyma; qua: Salvatori noftro lacrymas extorlit, aliunde non contigit, teftante ipfo Redemptore, quam: quod non cognoverit tempus vifitatioms fua. Homo nonnunquam iplis infenlibilibus rebus infenlibilior eft. De rofa feribitur: Dejlafi a/lojpuntar dei, primo raggio: hoc eft: ad primum Solis radium excitatur: et Claudianus de magnete Claud.: Arcanis trahi tur pemma de conjuge nodis. De magnete. Ad primum Auftri flatum Laurus germinat: ipsa aftra influentiis filis loquuntur. Unde laudabiliter ab homine fieret, fi quandoque internis commotionibus, quibus ad bonum incitatur, locum daret: haenim funt illa memorata pluvia y£thra. Loquebatui ut Poeta, nihilominus ut Chriftianus Commendator Teftius, quando Matdiaiun Sacchettum fic affari voluit: puelle, Matteo, che miri Entro al opaco velo Dela notte brillar faci fuper ne, E che in perpetui giri Parte fiampan nel Cielo Con lumino fo pie flrade et er ne. Parte a lialtri Zaffiri Del firmamento immobilmente inferte, Han piuflabde ardor,fedi piu certe: Otiofe pitture, Stampe in utili d’oro Non fion, qual fe le crede il volgo in fano, Piove da raggi loro Jfhtagiu. t ’ lnfluffi omnipotente mano. Denique quam bonum eft imitari exemplum Apoftolorum Andrea et Petri, qui unica hac Redemptoris et fimplici voce : Venite pofi me, factam vos fieri pifcatores hominum, relittis retibus fecmi fiunt DoS. Gregominum. Supra quod S. Gregorius inquit : nulla eum rius. fecijfe miracula viderant, nihil abeo de pr&mio at er na. retributionis audierant, et tamen ad unum Domini praceptum fecuti fiunt eum. 2? Salutatio vita' civilis &r politica fundamentum eft: hac omnium negotiorum, hac commerciorum et tractatuum pofta eft. Hac vitam focialem mfti tuit, &ioiidat. Cum hoc ligno cor loquitur, ajquc facunde, ac maxime elaborata eloquentia. Hac tam faciliorum praeteritorum, quam modernorum confuetudo eft : unde et ad omnem occurliim, et caput fuurn difeoopenebant, et levabant. Quidam naSalutatio nu, quidam nutu le explicabant: potillima tamen deteblo capars detecto capite : per quod iecreta iuciina Iliorum pire, cordium fe palam facere credebaut; lic nos Varro f apud Plinium docet. Quandoque edam id fanitads lib. zS.eo(.6. intuitu liebat. Multi enim in juvenili atate adliuc vegeta, detedlum caput contra frigus, et calorem, conducere ianirati arbitrabantur: Ego idiplum Medicorum fcllola dilcutiendum relinquo. DeAigypdis refernir, eos femper nudato inceffille capite," et robulboris lanitatis fuilie,cum c contra Periiani operto capite femper imbecilliores, et infirmiores corpore viliiint. Illud certum eft de Hannibale, et de Julio Caelare lingulariter id recenferi, ut aliorum HeImperatoroum non meminerim ( quod infatigabiles ad ardores& Belliresiolis, adventos, ad grandines, ad gelu, ad pluducescapite vias, ad omnem temporis injuriam invidi detecto femper defemper capite in militaribus expeditionibus luis comcedo, paruerint : demonftrando, fe line caffide ferreum caput, de adamantinum in caftris filis Sc inter arma animum geftare. De Mallmiila Numidarum Rege, qui RomanoGeniat. ditrum potentiam fregit, &ad praicipitium ruina: fua: ruml-7-‘-i9pene propulilfet; recenfet Alexander, nec eumaftu, nec frigoribus, nec temporum vicifimidine, ncc cali inclementia adduci unquam potuille, ut caput fuurn operiret. Idem de Adriano refernir, et Severo, principibus tanti vigoris, ut in graviffimis hyemis cem-peftatibus nunquam caput vel pileo, vel alio tegumento operuerint. Sed quodialtutationem attinet, recenfet Egnatius, Petrum Laurentii Celfi, Ducis lib. 9. t.,2. Veneti Pacrem eousque obftinatum fiiiife, ut nunquam perfuaderi potuerit adoccurfumfilii fui difeo- operire caput filum: unde ut hic errorpublicus tollerenir, crucem auream in capitis fui tegmine affigi juilit, ut Patri occafio ellct, fe detegendi occurrente filio Duce, refpiciendo ad lignum hoc redemptionis noftra. Icaque omnino utihilimafalutatio eft, et ne cellaria, quippe qua confervat, imo et inftituit, familiaritates, amicitias, societates, affinitates, contubernia: efficitque ut homo per hac ad cognitionem, et confortium lui fimilis perducatur. S. Paulus eos C«f. 12. Romanos, qui nunc in arte magiftri felit, de hoc vehementer admonitos elle volui edum ait: 'honore invicem f revomentes: fillicimdine non pigri. Bonum enim elfe cenfiiit, imo&adfalutem animarum proficuum, per hujusmodi reverentiam inclinationem animi benevolam demonftrare adverfus proximum fuurn ; procul ab afpericate et duritie morum, et (refluum, qua quandoque rixarum, et querelarum incentivum elfe folent. A Philofophis moralibus hac reciproca reverentia definitur: quod iit: honor exhibitus m teflimonium virtutis. Et Aquia. ?«. j,. neniis inquit: Revererieft adhss timoris, et ut debetur Deo, eft ailm Utris. Ipla adeo irrationabilia animantia hujus rei nobis prabent exemplum. Admirabile in hoc examen apum eft: de quibus libri memorant, quod in venefatione &fubmiifione et»a Duces luos le emutemur obfecjniis: quod cum illo fuperiori convenit: honore provenientes. Eximia eft Elephanti proprietas, qui ad primum Luna ortum fe tanquam luminis hujus Adorator profternic. In petit. Conful. Loriacio vana, ut non dixerim, temeritas eft, JTsquiparanda iis, qua maxime vetantur, de exterioribus lignis hominis, interna ejus penetrare velle. Qui id pnefumpferit, ad hoc le praeparet, ut in Veliivii luminolis vorticibus mortem nancifcatur: et naufragus in abylium maris demergatur et rurium dictum illud redintegret: O Jbtffe tu me cape, cjuia teipfum non capio. Sapientia Salomonis infinuat: Sicut aqua profuud.t, Jic cogitationes in corde viri. Quis eft qui fundum fluminis non tranfuaderefolum, led& prolpicere poflit, cum turbidum eft, Sc inundatione intumefcens? Quis credidillct in corporetam exiguo Alexandri Magni domicilium suum collocasse animum, qui capacitate sua mimdum univerfiim poffidaret? Subinluliis et turpibus membris Faunorum Sc Sylvanorum, prarftantillimx quandoque virtutum Idea: deprehenfiefunt, Sc cultum venerationis debita: obtinuerunt? Quoties fub cadefti forma corporis infernale monftrum vitiorum latuit? Fatui lunt, qui de cortice externo le profunda qualitatum internarum rimari polle gloriantur. Siquidem ars talis dari pollet, fruftra Momus in pedboribus hominum feneftrellam deiideraflet, ut& cogitata Sc corda hominum videri pollent. Hinc Sc Trina illa, Cv Sextilia ab Aftronomis pra: lignata, fiepius in momento temporis in quadratum, Sc oppolitiones noti vas convertuntur. Cum eadem facilitate, qua le ludum cadum in obnubilum commutat, etiam mens hominum involvitur, Sc obnubilatur. Magna voce nos Apoftolus Joannes exhortatur, ejusmodi ligna corporis forinlecus Ipe&abilia ad formandas genituras limiles non trahere, nec prafcriptiones inde, aut allerta producere: Molite, inquit, judicare Jecundum faciem, fedjuflum judicium judicate. Ha’c mihi adverlum eos Icribere occurrerunt, qui per Phylionomias Sc fomnia ratiocinari pradumunt de internis hominum, atque inde lignificata quadam bene lolidata deducere. Negari interim nequit, accidentali quadam dilpolitione de ftatu, infirmitate, vel fanitate hominis indicia fumi polle. Fultus ac frons, amm&janua, ejUA fignipcat voluntatem abditam. lic Marcus Tullius icr ipto reliquit. Motus enim Ira, Sc limi lia externa qua accidunt, antequam loris promineant, prius fedem fixerant in corde. Dabimus itaque ligna phy lionomica. Sc lomniorum, qua Sc ante me ab aliis annotata et figurata lunt. Dixerunt itaque, qui antiquitus jam talibus corporis indiciis le applicarunt: Caput grande, excedens cateram membrorum proportionem, indicare hominem pigrum, et mente ftupidum: licut Sc exiguum nimis oc gracile fatuitatem Sc ftultitiam notare: idquenon Imeratione, illic enim vapores nimii levantur i hic vero exiguitas Organi, Sc Receptaculi, nutrimentum debitum impedit, ut cognitionis perfectionem maturare non queat. Scriplerunt quidam, fi vertex capitis promineat, ita ut in limilitudinem pini terminari videatur, taliter natum, inverecundum fine fra:no, &: Ime pudore palfionum fiiarum futurum elle: et ut verum fateamur cum ibidem magna fiat Ipirituum attradtio, qui in lummitate illa nimium acuta reftringuntur, et uniuntur, fieri non poteft, ut temeritatem, et inconlideratam proterviam non eliciant. Caput crafliim, Sc in fuperficie fua planum, &: adaequatum, omnem morum pravitatem Sc licentiam portendit: tanquam illic in Ipatiofo campo, audacia. arrogantia, Sc affedtuum inaequalitas vagari, Sc dilatari liberius pofiint. Concavum in anteriore parte fraudulentiam, dolum, tSc effrontem excandelcentiam notat. Dixerim id rationem quandam habere phylicam:Ira enim in hoc ventriculo comprefla, sicut ignis fubtus terram, aut in tormento bellico conclusus, quanto plus obstaculi invenit, tanto vehementius exploditur, et viam sibi aperit, feriendo. Caput bonam humorum temperiem Sc constitutionem indicans tale est: proportionatum videlicet cum reliquo corpore:quamvis lint,qui afferant, fi in longum protendatur, maturitatem Sc prudentiam designare. Talis erat Pericles,homo sagacissimus: tales etScytha:, Sc Parthi, prout supra memoratum est. Hac sunt qua cum vanitate observantur in homine, cum experientia quotidiana in contrarium militet: cogitta enim mortalium, non fecus ac Maris unda sunt, inquit Gregorius, quarum nec origo, Morat. nec medium, nec finis reperitur. Mare mens hominis, (jf cjuafi fiuclus maris cogitationes metitis: jungatur his educatio, qua plerumque ordinem natura interturbat. et pervertit: adjungantur Sc fines, qui adtiones hominum fpecificant,Sc tanquam fcopi funt, ad quos humana’ cogitationes colliniant : quamvis Ovidius dicat: Heu cjtiam difficile e jl crimen non 2. Metam, prodere vultu! In vultu enim et ego non negaverim Bonus Sc tanquam in Tribunali accufationes Synterefeos appa- malus ex rere :unde Sc Cleanthes illic apud Diogenem ait: vultuco- Ex specie comprehenduntur mores. gnofcunQuod iomnia attinet, cum quanta de his vanitate cor. Cardanus in Interpretationibus luis Icripfit, tantum- Cleanthes, dem averitate nullatenus aberravit,cum ait, eos qui alioquin fomniandi conluetudinem non habent, liquidem repente fomniare coeperint, aut morti, aut faltem longiturna: infirmitati vicinos elle. Id reor fenfit, ob abundantiam humorum, qui heterogenei aut mconcodti, in tali corpore detinentur, fomniarunt itaque, aut in vanum oblervarunt, qui dicunt: fomniare de capite, Principatus eventuri indicium Caput vielle, autDominii, Honoris, Ingenii, Gubernaculi, {Q1T1 per et Regiminis domeftici. Huic fententia: Sc ego fub- {omnium fcriplerim: liquidem per harc dici volunt: omnes hos inchoans Principatus, dcCelfitudines terreftres oriri Sc evanePnncipafcere ut fomnium, velphantalma. Dixit hoc PfalCUm. mifta Regius: Dormierunt fomnumfuum, et nihil invenerunt omnes viri divitiarum in manibus fisis. pfal. 72. Et paulo infra de eadem materia: Felut fomnium ibidem. Domine in civitate tua imaginem illorum ad nihilum redioes. De hac negociorum turba, de his dignitatum humanarum faftigiis, de hoc ambitu gloria:, qui terminum non invenit, S. Balilius Seleucienlis Epifcopus fic inquit: Mox una febris, aut certe pleuritis abrclib. 4 Hexaeptum hunc e medio hominum coetu rapuit, et fiplcn dor meron. ille majcflatis et gloria, ad mfomnii fimilitudinem momento dijp aruit. Et S. Chryloftomus. Fabula qu&Ex Patre damefi vitanofira. In scena aulao fublato variet aMarttneng. tes dijfolvuntur, et omnia corufcante luce avolant p0fJilm fomnia. Interrogatus Diogenes tum, cum in agone piumrchus ' vita: fus conftitutus ellet, Sc quafi fomnoientus inin Con/olatidormifceret, a Medico luo, qualiter haberet, relpononeadApoldit : Nullam fentio molefiiam, nam frater fororem ^on' anticipat, forantis mortem: Recordor Sc me quoque in flerenti adhuc a:tate mea fic cecinille : Vita noftra fomniis eft. Giaccion Debe, Mumantio, Ilio, e fagunto, E le moli cti alz.o Memfi fuperba: Fatte fpoglie dei tempo, or copre I Erba Nea le grandez.z.e lor refla un sol punto. Quanta: utilitatis lint charade rum notce. C. 2f Tai di chi dorme a /e pupille apunto II finno lufinghier pompe riferba: Ma tolto at dolce Lnganno, oh come acerba Sparvela gloria, arido i honor confunto! Dorme il regnante, e d’ alta vite mtanto Dn ramo a quel potente il crin circonda, Che pia alfigho portende augufio il manto. Si dei fafto mondan fotto ala fronda Chi fi adagia, rvmira il legno{ oh quanto Di morte alfine al A quilon fis fronda. C. INgeniosissima (fi ulla unquam inter homines fadta est) inventio charaderum fuit, tam necessaria (ut reliquorum non meminerim) potidimum Principibus, utpote quibus negotiorum iumma &c ellentia conficitur literis: dum ubi fua interdie viderint, celant qua: volunt, promilcuam plebem rurfiim autem quibus volunt, eadem propalant. His nil tam pernitiofum est, quam ii de pedore fuo iacrato exeuntes, prophana* plebi fe divulgaverint, atque ita ie malevolorum oculis expofuerint, fapientillinia, inquam,inventio, manifeftare feipfum, nec tamen cognofci, iicut Ulylles nube tedus. Sic sapienter Demaratus cum Lacedamoniis ulus est. Senatus Spartiatarum cum Belliducibus fuis, Hiftieus cum mancipiis, Bedacum Principibus, Trithemius cum focis aereis: Harpago in ventre timidi leporis coni ilia magnanimitatis abicondit. Denique his ad compoi itionem Veteris Teftamenti, per quod novum figuraretur, ipie altiffimus uti voluit. His a me rite ponderatis, qui univeriitatis utilitati servire intendo, 8c qui a Phyfionomicis inftrudus sum, et praeleram ab ingenioiiilimo viro Joanne Baptista Porta, qualiter fagaces quidam &c acuti, fe in variis corporis membris contingendo majores et principaliores Alphabeti literas exprellerint: unde etiam qua: volebant integra dida concinnare poterant, atque ita hac quahmuta eloquentia invicem fabulabantur:Ego, inquam,non ad horum intelligentiam, sed qualiter antiqui notas fuas defignaverint, expoliturus fum: ne liquando in lapidis cujusdam aut monumenti inferiptionem quis inciderit, nec propter fenfuscombinationem, Sc interpretationem, prima fronte involutam &confidam fe expedire pol- fit, vehementius in duritiem obfcuritatis offendat, quam in laxum ipfum. Propterquod,cum contingendoCaput C. literam lignificare voluerint: Quidha’clitera fola, quid conj unda cum aliis indicaverit, paucis expediam. C. itaque folum line copula alterius liter# lequentia verba denotat: Comitia, centum, Cajus, caufa, condemno. CA. AM. Caufa amabilis. C. B. Civis bonus: Civis Corynthius. C. C. Calumnia caufa. C. C. E. Caufa conventa efl. CC. Circum. CCC. DE. Tercentu, Duplex, CCC. Tp. Tercentum Terra pedes. C. C. F. Cajus, Caji filius. CS. Caufa. CA,velCAM. Camillus. CAE. Cafar. CJE. AJA. GG. Cafdrea Augufla. CAR. COfV. Carijfima Configi. CARIS. Cariffimus. CB. Commune bonum, Civis bonus. CC. Ducenti. CCER. Caufam claram Regi. CR. Contrarius. CC. confilium capit : Cefft calumnia: Caufa contractus. CS. Cujus. CDC. Quadringenta condemnatur. C D. Condignum : Quadrirtgentum. CEL. Celeres. CEN PE. vel CEAfS. PP. . Cen for perpetuus. CEN. A. Cen foris arbitratu. C. E. N. T. Centuria : Centurio. C. E. N. T. JA. Centuriones. C.F. Cajiflms. C F R. Caufa filice Regis. C H. - Cufios hortorum : Cufios Haredum. C M. Centum Scarlattim Hominis Symuolici Tom. I. millia. C I C. Cicero C. I. C. Cajus f alius Cafar. C. T. IN. Cubitos tres invenies. C f. vel C. 1. P. P . Cippius feu terminus, ut, ad tertium Cippium, feu lapidem. CIJA. Civitas, Civis. C 1 NCaufa fuffctta. cc.c CCI. P. Cubitos duos invenies plumbum. C.C.Caju Claudius. C E. JA.Clariffmus JAir. CE. F. Clariffima foemina vel familia. CE. Claudius. C.E.D.B. E. Caufam Eaudabilem. C. E. CajiEibertus, vel Eiberorum. CEBCE. Con liber u Clarijfima. C. MAR. P. Caput margine pleno C.M.Comus. CME. Centum millia. CMS. Comis. CM. Civis malus. CM. vel CA. M. Caufa mortis. COM. Comitia. CMS. Caufa malt fui. CME. Crementum multum. CME. XII. Camelos duodecim. CN. Cneus. C. N. Caj/ss nofler. CN.E. Cnei Eibertus.CO. Conjugi.C.O. Civit as omnis: Controverfa. COM. OB. Comitia obdurata. CON. Confutaris. CON. SEN. E. OR. P. QfR. Conjenfu Senatus, equeflris ordinis, populique Komani. CONS. vel CS. Confit liari us. COE. vel CE. Colonia : Coloni . COEE. Collega : Collegia. COE. Collega : Colonia: Columen. COEE.FABR. Collpoium Fabrum. C.O. H. Cohors. CONjV.Conjunxit. CONfJA. O.Conjugi obfequentiffmx. C 0 Nf~U G. M. Conjugii Mercurii CONX. Conjux.CONEIB. Conlibertus: Con liberta. CONTUB. Contubernalis. COR. Cornelius. COR. Corpus. CORN. R.F. Cornelia Regis filia. CORN. A VRS. Coronas aure as. COS. Con fui. COS.QffAR, vel IIII. Conful quarto. COSS. DESSIG. Confules defignati. CSS. Confulis. Confularis. COS. DES. Conful Dcfignarus. CP. Civis Publicus, C. P. Caffa publica. CPS. Capfa.CP .Caufa petitionis: Caufa pofuit. CPRSS, Cupreffi. C. R. Civis Romanus . CR. Creticus : Crifpus : Contraibas. C. R. C. Cujus Rei Caufa. C. R. C. P. Cujus rei caufapromifit. CS. Communis. CS. A. Cafiar Auguftus. CS. IP. Cafat Imperator, C. S. S. Cum fuis fervis. C. S. FE. Cum fuis filiis. C. S. H. Cum fuis Heredibus. C. S. P. E. Cum fua pecunia efl. CTS. Controverfia. CT. V. O. A. B. Civitas vita omnia aufert bona. C. JA. Centum viri : Clariffimus vir: Cafii Virginum. CIJA. Civis: Civitas. Civitas, CEE. Cultores, CVR. Curionum: Curiarum. Cur for. C. X. IN. AR. Cubitos decem ihvenies argentum. C.XX.1N. ADR. M. Cubitos viginti invenies aurum mirabile. Quot myfteria difcooperit, quot thelauros effodit, qua abfeondita revelata h#c admirabilis charaderum inventio, quorum indagatio nec pauca eft, nec brevis, nec expedita? Scio apud Authores antiquos, te his plura inventurum esse. Nihilominus haec qua: pradento,parca non sunt, quippe qua: plurium Authorum leduram, et fatigationem tibi in compendium redigunt. Sequuntur. In materia Adjundorum vel Epithetorum, documenta multa 8c prafferiptiones, per occasionem partium, 6c membrorum humanorum tibi occurrent, ex quibus facile videre tibi liceat, quam neceilana lint, quanerque virtutis pradata Epitheta, tam in Necessitas, arte poetica, quam oratoria: cum ex his de cor, et pulufus et qua duritudo omnis formetur. Epithetum enim est, quod litates Epi- propritates significat, interiora exponit. Illud denithetorum» que est, quod unit, dividit, separat, incorporat, declarat, et implet didionem, et periodum omnem. In Hypotypofi potillimum, aut deferiptionibus, pars eilentialis nominari poterit: per hanc enim objeda quali ante oculos statuuntur. Epithetum est, quod qualitates, conditiones, etc eiientias rerum reprarientat. Sicut in Terentio, quem citat famosissimus Co. Emanuel Thesaurus (cujus diffuliori ledtura: te remitto) qui Phormionem introducit haec dicentem:Nonno- vi hominem: cui Pamphilius respondet; Faciam ut nofcas: Magnus, rubicundus,cnjpus, craffus, eafus. Qua circumflantia:, in deferiptionibus evidentiamadjungunt objedtis,dulcedinem orationi, cognitionem partis de toto. Ut ergo hunc Tractatum tam copiosum cum omnibus circumstantiis fuis, &per atteflationem autliorum maxime illustrium concludam,primus mihi obviam procedit Martinus Capella qui caput rutilans apellat. Jffuod rutilum circum caput gejlabat. Pontanus illud Auricomum vocat: Praradiat caput Auricomum, rofeusque per auras, it decor. Strozzius illud honestum appellat: At procera caput cervix fu Ic ibat honestum. Tibullus nitidum: Nec nitidum tarda compferit arte caput. Purum Ovidius: Eonga probat facies capitis difcrimma puri. Flavum Virgilius: Summa flavum caput extulit unda. Ro- (eum Textor:Et rofeumpubens oculis, herba caput. Venale Juvenalis. Et prabere caput domine venale fub hafla. Idem ipse vacuum appellat: Nacuumque cerebro jam pridem caput. Invilum denuo Ovidius. Protinus invisum nec petet ajlra caput. Indeploratum idem. Indeploratum Procere caput. Horatius illud perfidum vocat. Obligafli persdum votis caput. Ab eodem inlanabile vocatur. Si tribus Antyciris caput infanabile nunquam Eon fori Eyctno commiferit. Laurigerum a Politiano: Eaungerum morti subjicere caput. Manto impavidum vocat. Impavidum- r que ultro caput ad tormenta reportat. Ruinofiun ab eadem nominatur: Fecla rumorum caput inclinare videbat. Ab eadem funeftum: Funcflum dirumque caput. Adhuc ab eadem implume: Implume caput Grande a Prudentio: Grande per infirmos caput excifur a miniflros. Eximium ab eodem: Servajfet caput eximium, sub Ime, beatum. Hostile a Statio. Spetlat atrox, hoslile caput. Furiale ab eodem. Obnubit furiale caput. Ab eodem adhuc venerabile. Meritaque caput venerabile quercu. Si heee tibi forte non luffecerint, copiosius Authores evolvere placeat, ex quibus tibi major fuppellex luppeditabitur. Solet Convivalis Menla, pofl cibos, necessarios, et madteas fuccoias, ut commenfialium palatus indulcoretur, inter bellaria, laporolissimos, et exquifitilfimos fiudeus proponere. Ego itaque pariter in hocTradtatu meo, in hac menla, non Lotophagorum, aut La-ftrygonum, quamvis humanis membris inftrudta, in apparatu bellariorum, fi non prout oportet, laltemin ellentia, hoc est, ad manum fiem-per habens Authores quibufeum loquor, tibi satisfacere fatagam. Et hi ipli Coci Atheniensies fiunt, quos omni scientia ad certum quendam terminum inftrudtos volunt, li fides habenda Magno Maficardio, qui Authores nominat, Athenaeum et Plutarchum. Itaque ut ego te non fine frudlu quodam dimittam, in cujusque Tradatus fine pro conclusione tibi Oden quandam poeticam offeram, qua: fi aliunde, et non de calamo meo prodierit, ficio te fipiritum aut dulcedinem in ea desideraturum non elle. Sed fi paupercula Mula mea tibi donum hoc dedent, precabor te, ut cum eam incultam, et infiulfiam adverteris, infirmitati compatiaris: siquidem etiam in habitu quandoque veteri, aut nimium prolixo, aut in lacerna vili comparuerit, nolfie oportet me Protheum non elle, qui versicolorem me pnebeam, fiemper idem lum. Nec in diebus meis histrionem unquam egille memini, ut quotidie glorier, me indumenta mea, et personam tranfimutare. Invidus fium iis, qui imitantur funambulones, tam perite fiupra funes choreas ducentes. In tanta autem vivacitate, cogitationum in tot quorundam conceptibus, et influentiis, quisque quantum potest, bilancem in a: quipondio teneat: li autem in unam vel alteram partem inclinaverit, videat ne impingat, &c Ce contubernalium rifioni exponat. Non ignoro et hic ollam mihi fiat bullientem non efle. Ad omnem nihilominus greflum pedum meorum intentus fium, ne forte procidam, cum noverim in terram hic cecidille, mortaleelle, sicut jam videre licuit. Libet mihi pedibus potius incedere, quam equo effreni, aut refradario me committere: qui me de lella excutiat, cum ficiam Hippogryphos Atlantis, et Chymreras Bellerophontis fabulofas elle. Pauci et rari fiunt, qui fiupra dorfium Pegafi fialtare noverint: et fiquidem ille cum ungvulafiua effodere Caffalium fontem potuit, quem lateat cuique fialtem licitum elle fontem hunc attingere? Hic cum perennis fit, pauperi irque jc diviti potum minillrat: qui etiam diun equi ungvula tactus Fuerit, tam pauca, quam multa luggerit: tam cui datum eft fiolis ungvulis intralle, quam totum fie immerfille. Fateor parfimoniam pedis mei, qui non nili intingere ungues potuit. Id totum retuli, ut benigne ledor occafio tibi detur, qua mihi compati velis, fiquidem ubi de deliciolis Pindi convallibus meliores irudus non attulero, quam quos tibi in hoc loco obtulille me vides: Argumentum tale etl. Laus Capitis. Supra sententiam Philonis, ubi ait: Ubicunque fate/litium Regium efl, ibi Rex fatellitio Jhpatus fedem habet. Sed totum anima fatcllitium, sensuum nempe organa in capite sta funt. Del medemo suo Autore eccelsa Imago, A cui pur volle il Creator Sovrano, Ne lia gr and opra efercitar la mano, Se flejfo in lei d'effgiarfi vago. Sfavilli il Sole, e folgoreggi il Fago, Futto e creato al beneficio humano: Infufe l’Alma in lui: celefle arcano: Onde foffe di glorie altero, e pago. Come qualos di chi mirar s’avenne Sotto al suo Redi purpurati Eroi, Glorioso Senato in Di folenne, In fmil guisa a miniflri fuo i Principi numerar subditi ottenti e, Se potenz.e vitali il capo in noi. Giovanni Bovio. Keywords: implicature di ‘animale parlante’, ‘un tono, una figura’ – homo symbolicus, Aristotele, Grice – i gesti e suoni degli animali sono signi – i suoni e i gesti dell’uomo sono simbolo. Non e manifestazione – delo – chiaro – la manifestazione o rivelazione appertiene all’animale – nell’uomo il simbolo e arbitrario, e ‘ad placitum.’ NB Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Bovio” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Bozzelli: la ragione conversazionale e l’mplicatura conversazionale di Lucano – su Catone il Giovane – Catone in Utica – scuola di Manfredonia – filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi  Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Manfredonia). Filosofo pugliese. Filosofo italiano. Manfredonia, Foggia, Puglia. Grice: cf. tragic dialogue – Oreste a Pilade – and Enea’s Niso e Eurialo’ – Grice: “Not to mention the rape of Lucrezia, and Romolo killing Remo, and the rest of it.” -- Grice: “You’ve got to love Bozzelli; at Oxford, it would be difficult to find an English philosopher interested in English tragedy, but Bozzelli’s expertise is ‘tragedia romana’ – Ercole and the rest! Philosophically, Bozzelli speaks indeed alla Aristotle of the tragic – alla Nietzsche, too – since ‘lo tragico’ is possibly a philosophical category – On top,  if I have been called a mimetist, so is Bozzelli – ‘lo tragico’ becomes an adjective, and qualifying ‘imitation’ – Aristotle’s principle for mimesis and tragedy as meant for catharsis – with Bozzelli, it is ‘imitazione tragica.’ He wisely skips (almost) the Middle Ages and reviews ‘tragedia romana’ and how it becomes ‘tragedia italiana’!” Noto per essere stato l'estensore della Costituzione del Regno delle Due Sicilie. Dopo le scuole secondarie dagli Scolopi, Studia a Napoli. Laureatosi, entra nell'amministrazione statale: uditore giudiziario presso il Consiglio di Stato. Entra nella sopraintendenza della Salute, dapprima come ispettore generale e poi come segretario. Nello stesso tempo si dedica all'attività metafisica. Pubblica "Poesie varie" una antologia di versi scritti secondo il gusto del XVIII secolo. Di sentimenti liberali, prese parte ai moti costituzionali che gli costarono dapprima la prigione e successivamente un esilio che trascorse in Francia. Durante l'esilio espose in numerosi saggi le sue concezioni politiche di liberale moderato, fautore di una monarchia costituzionale e avverso al programma democratico-radicale. Scrisse inoltre saggi filosofici di etica e di estetica. Rientra in patria. La fama di grande cultura e di integrità morale acquistata durante l'esilio, lo garante un grande prestigio all'interno del partito liberale delle Due Sicilie. La sua popolarità divenne ancora più grande dopo un nuovo periodo di prigionia assieme a Carlo Poerio e a Mariano d'Ayala. Pertanto, dopo l'inizio dell'insurrezione siciliana e incaricato dal presidente Serracapriola di preparare il decreto reale che fissa i principi costituzionali. Nominato ministro degli Interni, in sostituzione di Cianciulli, con l'incarico di stendere il testo della Costituzione.  Dapprima  fautore, con Poerio ed Ayala, dell'idea di ripristinare la Costituzione napoletana. Tuttavia, poco dopo si convinse della necessità di stendere carta costituzionale completamente nuova, un compito che porta a termine da solo e in soli dieci giorni. La costituzione delle Due Sicilie approntata da lui e composta di 89 articoli. Rcalca di fatto sia la Costituzione francese (eccetto nei punti in cui si trattavano le autonomie locali) che la Costituzione belga. La sua Costituzione venne tuttavia criticata immediatamente dai democratici perché non offer sufficienti garanzie di libertà ai cittadini, limita i diritti elettorali su base censuale e lascia al Re ampi poteri discrezionali. Venne escluso dal governo costituzionale di Troya per divergenze sulla politica estera (e contrario alla guerra contro l'Austria). Partecipa invece, come ministro degli Interni e dell'Istruzione Pubblica, al governo Spinelli costituito dopo il colpo di mano di Ferdinando II. Sebbene il suo'intento e quello di mitigare la reazione regia e affrettare il ritorno alla legalità, venne accomunato dall'opinione pubblica nel discredito del governo delle Due Sicilie, nonostante fosse sostituito agli Interni con Vignali per ordine dello stesso Ferdinando II. Si ritira a vita privata avendo come unica fonte di reddito la pensione maturata per essere stato consigliere di stato. Con la conquista del Regno delle Due Sicilie il nuovo Regno d'Italia gli revoca anche questa. Supremo Magistrato e Soprintendenza Generale di Salute delle Due Sicilie, Giornale di tutti gli atti, discussioni e determinazioni della Sopraintendenza Generale e Supremo Magistrato di Sanità del Regno di Napoli. In occasione del morbo contagioso sviluppato nella città di Nola. Napoli: nella Stamperia Reale. Poesie varie. Napoli: da' torchi di Giovanni de Bonis. La strega di Manfredonia. Napoli: Guida. Della imitazione tragica presso gli antichi e presso i moderni: ricerche del cavalier Bozzelli. Lugano: Ruggia. Dizionario biografico degli italiani. Per quanto voglia rifrugarsi attentamente negli annali della filosofia romana, risalendo fino all'epoca in cui la conquista della Macedonia menò con altri a Roma Panezio, e per mezzo di essi fe’scintillare i primi raggi di una positiva coltura filosofica tra quei feroci repubblicani, è difficil cosa il concepire quali sono ivi le origini, quali segnatamente i progressi del concetto del tragico. – CATONE UTICENSE: tragedia? TRAGEDIA PRETESTA – INCORONAZIONE DI POPPEA? LA MORTE DI DIDONE? IL FRATRICIDIO DI REMO? GL’ORAZI E I CURIAZI – MARCO – COROLIANO? L’ASSASSINIO DI GIULIO CESARE? Non possiamo di rettamente giudicarne da ciò che tentarono in questo genere Andronico e Gnevio, Ennio e Pacuvio, i quali precedettero il principato di Ottaviano; perchè le loro opere non sono giunte insino a noi. Lo stesso è a dirsi relativamente a quelle che furono scritte alquanto più tardi, quali, a cagion d'esem pio, furono la Medea di Ovidio e il Tieste di Vario, con altre molte che le ingiurie de' tempi ci hanno ugualmente involate. Questo fatto notabile ci vien però attestato da Orazio, che alla sua età la moltitudine interrompea spesso ne' teatri la rappresentazione di una favola tragica, per chiedere che se le desse invece a spettacolo un combattimento di fiere o una pugna di accoltellanti: ond' egli stimava che ciò scoraggiasse o distraesse i poeti dall'intraprendere quella carriera. Ecco i suoi versi all'uopo: Saepe etiam audacem fugat hoc terretque poetam, Quod numero plures, virtute et honore minores, Indocti, stolidique, et depugnare parali, Si discordet eques, medio inter carmina poscunt Aut ursum, aut pugiles: his nam plebecula gaudet. Il fatto dee tenersi per innegabile. Orazio lo afferma sto ricamente; nè può supporsi ch' ei si piacesse di mentire in faccia a ' suoi proprii contemporanei, ed allo stesso Augusto, a cui quei versi erano indirizzati. Ci vorrà intanto esser per messo di non consentir di leggieri nella induzione ch'egli ne cava, dando quel disordine, vergognoso invero a un popolo incivilito, a motivo di scoraggiamento ne' poeti. È certo che una simile plebecula esisteva pur essa in Atene, quando la tragedia vi nacque; e, gridando d 'impazienza che tal novità non avea niente a fare con Bacco, ella ben avrebbe gradito di veder piuttosto satiri, col volto intriso di feccia di vino, avanzarsi giocondi sopra ornate carrette per divertirla con racconti osceni e con ditirambi da ebbri. Non però Eschilo ne fu smagato. Forte del sentimento ardito che lo ispirava, e della profonda conoscenza che acquistato avea del cuore umano, ei seppe con la occulta seduzione operata da' suoi prodigiosi dipinti, innalzare il popolo insino a lui; e riem piendolo di maraviglia e di stupore, obbligarlo ad accoglier le sue opere co ' più straordinarii applausi, per cosi produrre una rivoluzione istantanea nella maniera di sentire, non già guasta, ma non ancora educata, del pubblico, in fatto di tragedia. E un simil fenomeno fu osservato poco tempo dopo, rela tivamente alla commedia greca. Il basso popolo, avvezzo a udir sulla scena il licenzioso linguaggio Aristofane, e a vedervi rappresentate sconce o grossolane situazioni, benchè sempre condite di un lepore comico ammirabile, mal sofferse che Cratino, cangiando sistema per la ingiunzione delle nuove leggi che miravano a reprimere quello scandalo, gli offrisse a spettacolo più decenti orditi; e un giorno andò fino a scacciarlo dal teatro con tutta la comitiva de' suoi attori. Chi non lancerebbe a piena mano i motteggi e il disprezzo su tanta corruzione di gusto e di costumi? E questo esempio frattanto non valse a scoraggiar Menandro, il quale, creando la nuova commedia, la depurò delle antiche sozzure, e ne fu coperto di lodi. Il popolo adunque s'increbbe non del decoro dell'azione, perchè lo applaudiva in Menandro, bensi del poco senno e della insipidezza onde Cratino, che era un me diocrissimo poeta, si avvisò di adombrargliela: ed era natu rale, se non lodevole, ch' ei preferisse le lascivie che gli te neano sveglio ed ilare il sentimento, ad una decenza freddis sima che lo facea sbadigliar di noia. Or fu il citato disordine che impedi ad un Eschilo di apparire, o non piuttosto la man canza di un Eschilo che suscitò un tal disordine in Roma? Questo problema non è sfuggito' a' critici moderni: e, benchè tutti lo abbiano riguardato da un solo aspetto, e non forse il più sicuro, ciascuno ha pur tentato di scioglierlo a suo modo. Interpretando a capriccio, ed oltre misura esten dendo il frizzo di Orazio, alcuni hanno attribuito quella penu ria di tragici presso i Latini alla grande ignoranza del popolo, il quale, avviluppato nelle sole abitudini di una vita pratica e materiale, non offria stabil presa a' poeti da esaltarlo ad alti concepimenti con lo spettacolo di azioni drammatiche. Altri ha soggiunto che ciò inoltre derivasse dall'affluenza de' tanti stranieri ammessi a cittadinanza, i quali aveano tras formata la città di Roma in un miscuglio informe di nazioni senza omogeneità nelle maniere di credere, di vivere e di sentire. I più arditi alfine, risalendo a cagioni ancor più uni versali, han pensato spiegar l'enigma con la mancanza presso che ivi assoluta di tradizioni eroiche, di abbaglianti remini scenze, di antichità remote, le quali, ricongiungendo l'ori gine delle umane razze a quella delle razze celesti, furono si feconde di nazionale orgoglio e di spontanee ispirazioni presso i popoli della Grecia. Esaminiamo in breve ciò che può es servi di falso e di vero in queste diverse ipotesi. Innanzi tutto, allor che gli eruditi con si franco animo attribuiscono il difetto di tragici ne' Latini alla grande igno ranza del popolo, par ch' essi non abbiano presente di quella storia se non lo splendido periodo in cui le vacche di Evandro ivano mugghiando non custodite per le strade ancor de serte di Roma. Se non che la curiosità dell'osservatore non è suscitata che dal vedere quel difetto continuarsi nel cosi detto secolo di Augusto, il quale vantò storici ed oratori e naturalisti e filosofi e giureconsulti di tanta eccellenza; e pro dusse in breve spazio di anni nobili poesie di ogni genere, se non di conio eccelsamente originale, ritemprate almeno con felicità portentosa e con mirabile forza d'immaginazione. Quando dunque con la parola popolo non voglia significarsi una frazione infinitesima della società, quella pretesa igno ranza in tanto apogeo di coltura intellettuale rimane incom prensibile, come l'idea di un vasto incendio che si súpponga scoppiato senza materie combustibili atte a servirgli di ali mento. Ed a chi volesse limitar l'accusa ad un solo oggetto, domanderei, onde tanta cecità in quel popolo per la ' sola poesia tragica, in mezzo a tanto e si dilicato senso di ammi razione per tutte le altre arti gentili? Noi ignoriamo alle opere drammatiche di qual poetonzolo il popolo impaziente facesse l ' oltraggio di cui parla ORAZIO. Quel si discordet eques, che questi non obblia d'indicarne a motivo, può interpretarsi in tante maniere !.... È certo non esservi memoria che ivi fosse interrotta del pari la rappresen tazione delle commedie di Plauto e di Terenzio: ed è sopra tutto nota la lusinghiera accoglienza che il primo eccitava sempre da parte degli spettatori. Taluno ha preteso che ciò dipendesse dalle troppo libere immagini onde talvolta questo comico solea rifiorire il suo dialogo: ma, non essendo questa libertà da imputarsi al nodo de ' suoi orditi, è poco presumi bile ch'ei fosse unicamente applaudito per l'espressione licenziosa degl’ornati. Senza che il divulgato aneddoto, che un fre mito di assenso e di approvazione universale si levò un giorno nel pubblico, udendo dire a un personaggio teatrale, Homo sum, nihil humani a me alienum puto, prova interamente il contrario: anzi ci dà a divedere di qual gusto squisito e di qual diritto senso morale fossero allora dotate le genti latine; poiché quel motto, riunendo in sė poetica bellezza a filosofica verità, par dettato alle muse latine nella santa scuola di Ari stide e di Focione. In quanto al concorso degli stranieri ammessi a cittadi nanza, per effetto del quale si è voluto far di Roma una Ba bele, in cui per la diversità de' linguaggi l'uno per poco non intendea più l'altro, mi sia permesso di riguardarlo come una esagerazione di dati e di conseguenze ugualmente privi di rea lità. Allor che il dritto di cittadini romani concedevasi a in tere popolazioni, come avvenne a molte del Lazio e prima e dopo lo stabilimento della repubblica, queste non trasmi gravano subito, a guisa di mulacchie, per andarsi ad attendare nel recinto de'sette colli: e allor che si conferiva quel dritto a semplici individui, eran questi ordinariamente principi e magnati che il senato volea rendere a sè benevoli, soffre gando loro quel titolo reputato, come avvenne a tanti celebri Germani, Celti ed Iberi, i quali essi stessi non sempre lascia vano le loro patrie per dimorare stabilmente in Roma. Nella sola classe de servi, il numero degli stranieri era immenso per l'abuso delle conquiste: ma nè il teatro era instituito pe’servi o frequentato da servi, nè la potenza de liberti usciti del loro seno, che infestarono Roma delle loro turpitudini, appartiene al secolo di cui qui si tratta. Una massa di veraci e purissime antiche razze romane esisteva dunque in quel centro di universal dominio, a cui i tragici poteano indiriz zarsi con buon successo: e l'osservazione che siegue ne dará evidentemente la prova. I latini scrittori non ebbero tutti la culla alle falde del Tarpeo; ne vennero dalle diverse regioni d'Italia, e sin dal l'Asia, dall'Africa dalla Spagna: ' e non dettavano al certo le loro opere ne' dialetti municipali o nelle straniere favelle 1 CICERONE, VITRUVIO, ORAZIO, OVIDIO nacquero in quel che oggi chiamasi regno di Napoli: Catullo, LIVIO (si veda), Cornelio Gallo, VIRGILIO (si veda), in quel che oggi chia masi regno Lombardo - Veneto: Plauto e Properzio nacquero nell'Umbria, Sal Justio ne' Sabini, Tacito in Terni, l'ersio in Volterra, Plinio il giovinc in Como: Fedro fu trace, Terenzio cartaginese; e più tardi Columella, Seneca, Marziale, Lucano, furono spagnuoli, ec., ch'essi erano stati avvezzi a balbettar nell'infanzia, ma in quella lingua nobile, purgata, numerosa, che, parlata gene ralmente in Roma, ogni di s’illeggiadriva e si magnificava nelle strepitose discussioni del fòro e della tribuna. Or come spiegar questo fenomeno allor che si niega ivi l'esistenza di un fondo, e di un fondo estesissimo di ingenua romana gente, la quale avesse quella rigorosa omogeneità nelle maniere di credere, di vivere e di sentire, senza cui una lingua nè sì forma, nè s'ingrandisce, nè si conserva? Era dunque per incantar le orecchie de' non Latini, che quegli scrittori avean cura di esprimersi nel più gentile latino idioma? era con la grammatica scarmigliata e con la mozza fraseologia de' Germani, de' Celti, degl'Iberi e de' Britanni di quella età, che si giudicavano meritevoli di elogio le tante sublimi opere di poesia, di storia e di eloquenza che videro ivi la luce? E può mai supporsi composta d'ignoranti o barbari quella folla di popolo che, siccome TACITO narra, uditi un giorno in teatro alcuni versi di VIRGILIO, tutta si levò in piedi con entusiasmo spontaneo, e fecegli riverenza come se fosse stato Augusto? Ne’ teatri di Roma erano stabiliti seggi distinti pe'con soli, pe’ senatori, pe' pontefici, pe' tribuni, pe' magistrati d'ogni ordine e d'ogni specie, e fin anche per le vestali; chè sotto il principato di Tiberio troviamo un decreto del senato, con cui si conferisce a Livia il privilegio di seder tra le vestali negli spettacoli. E dee dirsi che i vecchi sopra tutto li fre quentassero; essendo ivi legge antica, la quale obbligava i giovani, ovunque nelle sale degli spettacoli un vecchio si pre sentasse, a levarsi immediatamente in piedi, e cedergli il luogu per venerazione. Di questa massa principalmente for mavasi colà dunque il pubblico de' teatri: ed a questa massa dovea senza fallo aver Terenzio la mente, allor che asseriva non esser altro lo scopo di un poeta drammatico, se non quello di far gradire al popolo spettatore le favole ch'egli or diva; onde esclamò nel prologo dell’Andriana: Poeta cum primum animum ad scribendum appulit, Id sibi negoti credidit solum dari Populo ut placerent quas fecisset fabulas. Or io ripeto: era per lusingare un popolo di barbari e d'igno ranti che quel Cartaginese mettea tanto studio nel portar la favella de’ Latini al sommo della grazia e dell'eleganza, era per lusingar barbari ed ignoranti che Lelio e Scipione, rino mati a quei giorni per saviezza, per virtù e per credito, con fortavano questo poeta de' loro benevoli aiuti e de’ loro illu minati consigli? È fuor di dubbio finalmente che ad attingere svariate ma terie di rappresentazioni tragiche i Romani ebbero anch'essi dovizia di memorie nazionali ed eroiche; ove guerre di pas sioni, assedi di città, imprese di vendetta, mutamenti di sta ti, ratti di donne, e fratricidi e commozioni e rovesci e ma raviglie di ogni specie si succedono e si confondono ad im prontar di poetica grandezza le più lontane origini di quel popolo. Nè al mio soggetto fa ostacolo che quelle famose tra dizioni siensi trovate spoglie di storica certezza dalla nuova scuola in questo genere, che, aperta dal Vico in Italia, ė stata poi continuata dagli Alemanni. Verità o favole, storie positive o allegorie inventate per vaghezza di portenti, basta per me il sapere che eran generalmente divolgate e facean parte delle credenze pubbliche de' Romani a' tempi della loro intellettuale coltura. Per quanto infatti si tenga oggi per as surda la venuta di Enea in Italia, è pur vero nondimeno, e TACITO non isdegna di attestarlo gravemente, che la famiglia de' Giuli, perché supposta discendere da quel Troiano, si ri guardava di buona fede come del sangue di Venere. Le menti anzi con tal fervore si pascevano di siffatte finzioni, che dopo averle vagheggiate in quei vecchi canti rozzissimi che ne ser barono da prima le oscure reminiscenze, le videro un giorno con applauso universale rinfrescate di si egregi colori ne' qua dri dell’Eneide, la quale può da questo lato considerarsi co me un vasto tesoro delle più remote antichità latine. E se non vi ebbe tra’ Romani quella profusione di celesti discendenze onde i Greci avean abbellite le origini delle loro più insigni razze principesche, pur nondimeno una illusione prestigiosa, capace ivi d'imprimere forte movimento a tutte le facoltà poetiche, preoccupava tenacemente gli spiriti. E fondavasi nell'immagine di Roma, per memorandi oracoli riguardata come potenza eterna, invincibile, dominatrice; in nanzi a cui tutti i popoli della terra doveano tardi o presto piegar la fronte sommessi; che i numi stessi del cielo non aveano forza di abbattere; che la religion civile avea riposta finalmente a simbolo d'immensità fra le tenebre misteriose onde nell’Olimpo era inviluppato lo stesso Destino. Sicché ad un Romano bastava il tenersi parte integrale di questa città per credersi di discendenza più che celeste, e trovar nell'esaltazione di cosi nobile sentimento l'alito animatore di tutte le grandi imprese nelle arti della pace, come in quelle della guerra. E a far della tragedia una creazione indigena, oltre all'abbondanza delle loro nazionali antichissime vicen de, oltre a quel fermento di orgoglio che l'immagine di Roma suscitava in tutti, i Romani ebbero il medesimo o pri mitivo impulso che per facili associazioni d'idee la fe ’ nascere dalle feste di BACCO ne' Greci; avendo pur essi posseduto in certa guisa i loro Epigeni e i loro Tespi negli autori di quelle rinomate favole Atellane, che veniano rappresentate sopra palchi ambulanti nelle pubbliche solennità. Rimosse adunque come false o mal distinte le spiegazioni addotte sinora intorno all'oggetto che ci occupa, e sino a quando da’ricercatori dell'antichità non ne sieno poste innanzi delle meglio fondate, a me non resta che di attenermi al nudo fatto, quello cioè che grandi e veri tragedi mancarono assolu tamente a Roma per trasportar l' animo anche de' più ritrosi nella sublimità di questo genere di produzioni; e non conve nir quindi trattar con troppo di asprezza il popolo che osò far sene beffe. Nè poi questo fatto è realmente unico: chè lo veggiamo più volte ripetuto nella storia delle lettere moder ne. Or domando: trovandoci spiacevolmente arrestati dalla penuria di siffatte opere presso i Romani della età di OTTAVIANO, scenderemo noi ad attinger ivi contezza di quest'arte dal solo teatro di Seneca, apparso in tempi ne'quali, non che annien tata ogni reliquia dell'antica virtù, libertà ed altezza di so ciali condizioni, la stessa lingua che risonò con si dolce fre mito ne’versi di Catullo e di Orazio, di Lucrezio e di Virgilio, cra caduta quasi che pienamente nel fango? In verità, se per avventura il popolo romano potesse risorgere alcun poco da quel sepolcro che si erge smisurato al par di lui nella immensità de' secoli, e ricollocarsi gigante qual era nel periodo della sua letteraria grandezza, non so se oserebbe assumer senz' onta titoli di gloria per l'arte tragica, indicando unicamente codesto suo retore famoso, che rubò non saprei donde la maschera di Melpomene per introdursi sconosciuto nella schiera degli eminenti e benemeriti cultori di lei. Eppure, avendo egli acquistata una celebrità che nel suo genere assomigliasi di molto a quella di Erostrato, non è più concesso a' di nostri di tacerne, senza destar maraviglia ne' più timorati. Ognun rammenta che il Corneille, il Racine e l'Alfieri, benchè, grazie alla dirittura delle loro menti, uscissero incontaminati dalla compagnia di questo autore, non però sdegnarono di corteggiarlo: ognun rammenta che fra quei veterani dell'erudizione classica, i quali dal decimoquinto secolo in poi attesero con si lunghe vigilie a impinguar di chiose, di comenti e di elucubrazioni d'ogni specie tutte le opere de' Latini, i più valenti si fecero suoi campioni. Ma vi è alcun lume a trarre dall'autorità di questi ultimi, quando noi li veggiamo per troppa carità di patrocinio avvolgere i loro panegirici in mille ampollose stranezze, e storti giudizi; e contraddizioni evidentissime? Eccone in breve alcun passeg giero esempio. Giulio Cesare Scaligero sostiene che le tragedie di Se neca non sono per maestå in nulla inferiori a quelle di tutti i Greci, e che anzi per ornamenti e per grazia superano di molto le tragedie di Euripide. Questa bestemmia, uscita francamente dal labbro autorevole del patriarca de' dotti, non fu combattuta nel suo general dettato: ma i confratelli di lui della medesima scuola non si peritarono d'indebolir la, accapigliandosi bizzarramente fra loro per emendarla ne' particolari. Non si può senza rimanere attoniti percorrere quel che ne scrissero a vicenda Giusto Lipsio, Daniele Einsio, Giuseppe Scaligero, ed altri moltissimi che sarebbe infinito il citare. Uno trova la Tebaide si bella da crederla degna del secolo di Augusto; l'altro prendendo scandalo di questo giu dizio, la estima indegna della stessa penna di Seneca. Questi antepone la Troade a quanto sul medesimo argomento ci ha uno, di più alto fra i Greci; quegli la dichiara bruscamente opera di un poeta da bettola. Qui si esalta come magnifica l' Ottavia; lå si deprime come la più vil cosa della terra. E avvisi di tal sorta, non pur diversi, ma del tutto opposti fra loro, baste rebbero da sè soli a spandere il discredito su quel teatro: pe rocchè il bello è come il vero; e la natura doto gli uo mini, con più o meno di piezza, ma indistintamente tutti, della facoltà di scernerlo dovunque splende: sì che dissen sioni cosi risaltanti non possono altrimenti spiegarsi, che at tribuendole tutte a un inesplicabile delirio. Noi non vorremo a ogni modo, usando di un metodo che il buon senso condanna, nè accoglier cieche prevenzioni con tra il teatro di Seneca, sol perchè i giudizi che se ne fecero da molti sono fra loro contradittorii; nè cercar troppo innanzi ne'motivi da cui que' giudizi medesimi derivarono in tempi ne' quali era vastissima l'erudizione, ma non ancor nata la critica. Astretti a parlarne un po' minutamente, non foss' altro per indicarlo a' giovani poeti come uno scoglio fu nesto, a cui senza pericolo di naufragio non è lor permesso di avvicinarsi, il nostro cammino intorno a questo autore sarà più spedito e più breve. Indagheremo da prima di qual tempra fossero le potenze costitutive del suo ingegno, le tendenze morali che il dominavano da presso, le filosofiche dottrine ond’ era inflessibilmente preoccupato, e qual necessaria in fluenza esercitassero le particolari circostanze del secolo in cui visse, a rafforzare ed estendere queste predisposizioni del suo essere. Scendendo in seguito all'esame imparziale de' fatti, ci avverrà forse di scoprire ch ' ei fu il discepolo ingegnoso nelle cui mani ebbero sviluppo ed incremento i germi delle innovazioni di cuiEuripide fu l'inventore; e ch'egli pervenne ad esagerarle ne' più strani modi, a crearne delle più mo struose ed ardite, ed a svolger cosi l'attenzione pubblica dalle originarie bellezze ond'Eschilo e Sofocle aveano rivestito que sto ramo dell'arte. In assai fresca età SENECA era stato condotto di Cordova sua patria nella capitale del mondo; e correano forse gli ultimi anni del regno di Augusto. Vi fece i suoi studii sotto la dire zione di quei celebrati retori e filosofi, i quali prendeanvanto d'insegnare a'loro allievi tutte le scienze umane e di vine: concutiebant foecunda pectora, ut inde omnigenas cogitationes exprimerent. Dotato di uno spirito severo, vi goroso, penetrante, abbracciò le dottrine della setta stoica che ancor predominava in Roma; dedicossi alla carriera del fòro, ove acquistò riputazione di felice oratore, e mancò poco che un tal successo non gli riuscisse funesto, perchè suscitò le gelosie del frenetico Caligola. Fu avido di gloria e di sape re; ma e altresì di onori e di ricchezze; e a procacciarsi que st' ultimo intento gli era mestieri di un mecenate. Ne trovo uno efficacissimo in Domizio Enobarbo, rinomato a quei tempi per credito e per potenza, perchè del sangue de' Cesari: ed è fama che Seneca gli pervertisse la moglie, quasi a dargli un pronto attestato di riconoscenza per la protezione ottenutane. Se non che la nerezza di questo attentato pare attenuarsi nel rammentare che quella moglie fu Agrippina, il cui nome non venne mai registrato per avventura nel novero delle vestali: tal che non può determinarsi con sicurezza s'ei fosse il sedut tore o il sedotto. Ne’primi anni dell'impero di Claudio, accusato da Messalina di aperta complicità nelle turpitudini di Giulia, nipote di quel principe, fu esiliato duramente in Corsica, fosse vera o non vera la sua colpa. Ivi compose il suo libro de Consolatione, in cui adulò bassamente l'imperadore, e lo indirizzò a un costui favorito liberto, perchè quei servili omaggi non si restassero ignorati e senza effetto: il che non impedi che più tardi, non avendo più cagioni da temerne, gli scrivesse contro una velenosissima satira. Non si potrebbe definir net tamente s'ei mentisse innanzi alla sua coscienza quando pro fuse le lusinghe o quando scagliò le ingiurie: è certo che, toccando in cosi brusca guisa i due opposti estremi, non mo strò di avere un culto troppo edificante per gl'interessi della virtù e della verità. Intanto Agrippina avea lanciato l'inco modo marito nella eternità; e, divenuta sposa di Claudio suo zio, dopo l ' uccisione di Messalina, sua prima cura fu di ri chiamar Seneca dall'esilio. Reduce in Roma, ei fu accolto festosamente in corte, decorato delle insegne pretorie, e dato a precetlor di Nerone, il quale tenne a fortuna il poter apprendere da tanto maestro le scienze morali, le lettere genti li, e l'arte di regnare, a cui Agrippina sua madre occulta mente lo destinava. Ignoro quai progressi facesse quel giovinetto eroe nella pratica della virtù: so che non ne fece molti nelle lettere, perchè fu pessimo poeta e scrittor da nulla: e si segnalò solo nella perizia del canto e della musica, che non gli furono cer tamente insegnati da Seneca. Quindi è che, proclamato impe radore ad esclusione di Britannico, più prossimo erede del trono, bisognò a Seneca dettargli le orazioni, le lettere, i re scritti da recitarsi o da inviarsi al senato: e divenne questa per lui una nuova sorgente di gloria, essendosi divulgato in Roma che que' lavori eran suoi, e che Nerone parlava imboc cato. La voluttà che egli traea da questo genere di distrazioni intellettuali, si trasformò subito per esso in cosi dolce abitu dine, che, avendo quel pietoso principe ucciso prima il fra tello e poi la madre, ei non seppe resistere al solletico di scri verne le apologie da comunicarsi a’ Padri, in nome di lui: e non già ch'egli approvasse quei misfatti, ciò disdicendosi a filosofo; ma per non defraudar forse il popolo romano di una elegante perorazione in favor del fratricidio e del matricidio. Si può comprendere quanto ei si rendesse caro al suo augusto allievo per cotai servigietti, a ' quali aggiugnevansi quelli di essergli sempre intimo consigliere nelle alte cure dello stato, e talvolta per indulgenza verso la troppo fragile gioventù, anche mezzano in qualche intrigo d'amore con le sue liberte. Fu quindi colmato di ricchezze, che Tacito porta fino a trenta milioni di sesterzii; si fabbricò magnifiche abita zioni in villa ed in città; tolse in isposa la bella Paolina; e cercò di obbliare nell'opulenza i dispiaceri che gli cagiona vano i piccoli traviamenti a cui Nerone lasciava di tanto in tanto trasportarsi per eccesso di zelo in vantaggio del buon [Fu alla morte di Claudio, che Seneca, immemore de' mendicati favori, onde questi lo avea ricolmo, gli detto contra, sotto il titolo di Apocolokintosis, la satira di cui è detto pocanzi. Fa meraviglia che Agrippina potesse in questo li bello veder con tanta indifferenza smascherate le brutture di una Corte, di cui essa era l'arbitra. Ma vi si parlava della grand'anima di Nerone, il quale dovea succedere al defunto principe, come il più degno: e ciò spiega tutto l'enigma.ordine; traviamenti che Seneca vedea col medesimo occhio del suo collega Burro, morens et laudans. Non per ciò i suoi principii stoici cambiarono d'indole; anzi si tennero sempre incontaminati. Nuotando nelle ricchezze, scrivea su di una tavola d'oro con uno stiletto di diamante massime nobilissime in lode della innocente povertà: e, ritraendosi dalle stanze di Nerone, opere della più pura morale sgorgavano dalla sua intelligenza ad esaltare i preyi- della virtù e dannare il vizio all'obbrobrio de'secoli. Ma era Seneca veramente stoico? Intendiamoci. La filo sofia stoica fu coltivata in Atene nella sua parte teorica e nella sua parte pratica. Que' savi che la professavano, aspirando a un cotal sommo bene di cui si erano formata un'idea miste riosa, spregiavano gli onori, le ricchezze, le delizie della vi ta, e viveano intemerati e paghi solo di quell'interno con tento che vien luminoso e spontaneo da una coscienza in pace con sè medesima. Da gran tempo era stata introdotta in Ro ma; e, per analogia di abitudini austere, vi fiori pura e splendida fino alla morte dell'ultimo Romano, il quale bestem miando la virtù per impeto d'indignazione, parve segnar quasi direi il cominciamento alla decadenza di quelle famose dottrine. La filosofia pratica di Epicuro, se non pur forse quella di Aristippo, sottentrava destramente a tenere il cam po: e ad assicurarle il trionfo concorreano tutte le volontà, quantunque per diversi motivi: chè quell' efferato Governo aveva interesse di evirar tutti gli animi con la corruzione, per comprimere gradatamente le forze politiche dello stato, e cosi dar base alla concentrazione di un poter unico ed assoluto: ed il popolo avea bisogno di sommergersi in tutta l'ebbrezza de' piaceri sensuali per non sentir l ' acerbo contrasto fra una servitù divenuta inevitabile, e una libertà, che, di fresco spenta, non erasi ancor tutta obbliata. Per quanto però la depravazione de' costumi fosse gene rale e progressiva, le rimembranze della filosofia stoica non erano poi del tutto cancellate: ne restavano ancora le teorie astratte, i pomposi dettati e l’esteriore affettazione de’modi: e quei ne faceva più solenne apparato che più tendeva precipito samente a seppellirsi in tutte le iniquità della vita domestica e sociale. Pur nondimeno, quando sotto i successori di Augu sto le persecuzioni inferocivano, e Roma erasi trasformata in un miserando teatro di stragi e di rapine, lo stoicismo parve risorgere a metter vigore negli animi per un solo oggetto il disprezzo della morte. Il suicidio, quest'atto si altamente riprovato dalle più sante leggi della natura e della religione, rivesti la falsa maschera di una virtù, che per nuove malva gità di tempi fu abbracciata da moltissimi. Da prima fu ispi rato da tenerezza paterna. Le condanne per imputazioni poli tiche importavano la confisca de’ beni a vantaggio de’delatori: ma il senato pendeva per la regola che un individuo non per desse il suo patrimonio, quando preveniva la condanna con morte volontaria: si che, appena un Romano sentivasi accu sato, si affrettava subito ad uccidersi, per non gittare i suoi figliuoli nella miseria. E non vi era da nutrire speranze illu sorie; perché la semplice accusa era in quei tempi una sen tenza di morte. Tiberio contraddisse; dimostrò al senato esser quella una regola scandalosa ed assurda; sarebbe mancato co' premii il coraggio a' sostegni dello stato; e intendea con questo nome indicar le spie e i delatori. Questa prima cagione di strutta, non però i suicidi diminuirono in numero ed in fero cia: restava un altro non men potente motivo a renderli po polari ed onorati: quello cioè di sottrarsi all'infamia di cadere sotto la scure del carnefice. Accesi da questo sentimento che rammentava i bei giorni della romana fierezza, vedeansi uo mini, rotti ad ogni perversità, morir da forti dopo esser vi vuti da vili. Le storie latine son piene di siffatte risoluzioni che imprimono un particolar carattere di sopraumana costanza a quei popoli, e di cui non vi ha che pochissimi esempi presso gli altri popoli dell'antichità, anche de'più famosi e magna nimi. Erano anime maschie, gigantesche nelle virtù come ne' delitti, che riunivano in sè tutti i contrari: nobili pre cetti, azioni scelleratissime, vite degradate, morti eroiche e generose. Seneca fu stoico in questo senso, perchè in que sto solo senso lo furono tutti i suoi contemporanei. Or cer chiamo di ritornare al nostro proposito con un'altra general considerazione, che metterå suggello a tutte le precedenti. ne, La fantasia non può supporsi disgiunta dagli affetti, dalle opinioni, dalle abitudini dell'uomo: chè anzi questa facoltà non sembra attinger vita se non dal concorso di tutti i feno meni sensitivi, i quali agiscono in essa per conferirle tempra e serbianze analoghe, e su i quali essa reagisce dal suo canto ad estenderne e rafforzarne l'indole: si che, immedesimati in un sol tutto indivisibile, rivestono in comune caratteri, at titudini e colori identici. Un essere morale non si forma inol tre da sè solo e indipendentemente dagli altri esseri di simil natura che lo circondano. Rarissimi sono i casi, ove pur ve ne abbia di positivi a citarne, in cui un uomo, ergendosi come gigante isolato sulla terra, ben altro che ricevere la menoma impronta dalle condizioni de' suoi tempi, sembra de stinato a comunicar loro le sue proprie fattezze, e a divenirne a un tratto l'arbitro e il modello. Nelle ordinarie occorrenze della vita, l'uomo, considerato sotto tal rispetto, può dirsi come il lento prodotto dell'azion progressiva che in esso eser cita il secolo in cui si trova; onde, ritrattane in sé l'immagi ei lo rappresenta al vivo nelle sue moltiplici maniere di vivere e di sentire. Seneca, non ostante il suo fortissimo e riflessivo inge gno, era precisamente di questa tempra; e non avea in se nulla di straordinario che lo rendesse capace di luttar con le circostanze per imprimer loro una direzione più alta. Mancava sopra tutto di quel carattere d'indipendenza che la storia ci mostra come dote inerente a tutti i grandi poeti. La condotta che ei tenne con Claudio lo prova; e in quella cheadottò con Nerone, vi è peggio. Non arrossendo in prima di asserire che Nerone col suo regno lietissimo avea fatto obbliar quello di Augusto, andò poi sino a chiamarlo amantissimo della veri tà, modello d'innocenza, benevolo e clemente a'suoi stessi nemici: e non seppe scuotere la polvere de' suoi piedi, e ri trarsi da quella fogna di nequizie, se non quando la morte violenta di Burro gli fe' prevedere la sua, e sentir la neces sità insuperabile di rassegnarvisi. Quindi la sua fantasia, svi luppata e quasi direi nutrita in mezzo a tante nefandigie, non poteva esser troppo abile a sfangarsene per trasportarsi in altri elementi, e vagheggiarvi la creazione dal suo lato pill splendido. Egli stesso par che fosse ingegnoso a spezzarne le ali con quella sua trista inclinazione ad ammassar tesori: per chè lo veggiamo accusato in Tacito di rapace, e in Dione di prestatore ad usura. E se queste imputazioni son false, con vien dire almeno che il suo procedere fosse tale da dar facile presa a simili calunnie. Basterà dunque collocarlo nella sua propria sfera per riassumere in brevi detti quali esser potessero le disposizioni del suo spirito nell ' intraprendere la carriera tragica. Vide i principati di Tiberio, di Caligola, di Claudio e di Nerone: e questo nobile quadrumvirato non era certamente fatto per ispi rargli nozioni troppo rallegranti sulla dignità della natura umana. Ovunque ei volgesse lo sguardo, non iscopriva che orrori; e profondo indagatore qual erasi delle più occulte pas sioni del cuore, non ravvisava intorno a sè che depravazione di sentimenti, sete d'oro e di dominio, tendenze alla ven detta ed alle stragi, tanto da non poter egli rappresentarsi l'uman genere, se non come una congrega di mostri, bale strati sulla terra dal genio del male, perchè vi si divorassero a vicenda. Preoccupato quindi come attore e come spettatore più nella conoscenza degli uomini che in quella dell'uomo, egli dovea per necessità sentirsi tratto a rigettare in un mondo d'illusione ogni specie d'infortunio, che, derivante da for tuiti casi, potesse rannodarsi poeticamente alla segreta in fluenza di una fatalità invisibile: e a non veder quaggiù di positivo e di reale se non delitti e virtù in contrasto, carne fici e vittime in azione, e sempre il più debole schiacciato con perfidia o con violenza dal più forte. Non altrove in fatti che su queste basi egli attese ad innalzare il suo tra gico edifizio. Determinata cosi l'idea fondamentale che dovea servir di unico anello agli orditi, era geometricamente inevitabile che a riempirli con analoga successione di parti, gli fosse pria d'ogni altro mestieri di spingere ancor più oltre il sistema di conferire intensità concentrata alle situazioni, a' caratteri ed agli affetti, onde in tal guisa tutto concorresse ad isolar le im magini per rappresentarle ne' loro nudi e più rilevati contor ni. Quindi nelle sue sceniche figure vi ha sempre, se cosi è permesso di esprimersi, un esagerato lusso di anatomia, ed una secchezza di commessure che colpisce e non incanta: nulla è in esse tracciato sopra linee ondeggianti, ove l'occhio possa riposarsi con equabile digradazione di movimenti; nulla è la sciato ad arte nelle ombre da esser supplito dalla fantasia dello spettatore. La materia de' suoi componimenti, definita per ciò appunto sin da' suoi primi sviluppi con metriche dimensioni, e le più volte attinta più da' tesori della scienza che da quelli della poesia, non poteva allora che rivestire forme rigide, scarne e prive di calore e di vita; perché non si riferiva ad alcuna flessibile immagine che dominasse da lunge a spander vaghezza ed armonia di variati colori ne' suoi dipinti. E ciò spiega nettamente il biasimevole abuso che ei fe'de' monologhi, in cui talvolta si avviene a comprender l'esposizione intera di una tragedia. Il monologo è certamente in natura. Quando le passioni fermentano, l'uomo si piace a disvelare a sè stesso i sentimenti da cui la sua anima è coster nata; e riesce così a comprimerne o a rinfiammarne l'impe to, secondo che la ragione esercita in esso un impero più forte o più debole. Ma questa rivelazione ha pur essa le sue leggi rigorose ed inviolabili. Perché abbia luogo, bisogna che in quel momento gli affetti si trovino in un certo stato di equi librio e di moderato temperamento che loro permetta di rive stir forme possibili di linguaggio. Per l'opposto, le passioni attualmente in tumulto sono mute; perchè aggorgandosi con veemenza per le vie dell'anima, la rendono incapace di espan dersi di fuori e di manifestarsi con altra eloquenza che con quella di un convulsivo silenzio: sopra tutto quando esse son prossime a risolversi in atti esterni, perchè allora si opera e non si parla; e l'azione scoppia in tanto più spaventevole, in quanto fu meno preceduta da quella loquacità importuna che l'annunzia più romorosa che devastatrice. È sol quando mo strasi grave di calma passeggiera e bugiarda, che la tempe sta minaccia una più desolante rovina. A ciò si aggiunge che la rivelazione degl ' interni affetti è propria dell'infelice e non del colpevole: poichè il primo, as sorto ne’dolori che gli vengono da vicissitudini accidentali ed estranee, sembra ne' suoi solitari lamenti voler interrogare Dio e l'universo intorno alla cagione de' suoi infortuni; dove il secondo, il quale opera per impulsioni di volontà consapevo le, apprestasi a compiere il meditato delitto, ma rifuggendo sempre dal trovarsi troppo in presenza del suo delitto; altri menti se gli solleverebbe la coscienza, e le più volte sarebbe distolto dall'iniquo disegno diconsumarlo. Quindi avviene che in questo ultimo caso il personaggio è tratto sovente a discor rere con sè stesso, non di affezioni, ma di avvenimenti: e questo in poesia drammatica è un assurdo; perchè gli avve nimenti sono di loro essenza inalterabili, e, considerati nu damente in sè medesimi, non ribollono mai nell'anima a segno da indurci a rivelarli partitamente a noi stessi per alleviarne il peso. Or si osservino da presso i monologhi di SENECA: sono spessissimo declamazioni fuori natura, det tati da intemperanza prosuntuosa di far pompa di parole, o di narrar fatti che il poeta non sa rinvenir mezzi migliori da comunicare al pubblico; e agghiacciano la immagina zione, perchè interamente privi di convenienza e di verità poetica. Si richiedea l'occhio penetrante di Aristotile per disco prire che in Euripide i cori deviavano talvolta dalla loro bel lissima ed originaria istituzione; ma non vuolsi tanto corredo di sagacità per discernere ne' cori di Seneca un simile difetto; perchè vi è portato sconciamente all'estremo, e snatura l'in dole di questa preziosa macchina teatrale per cosi ridurla scientemente ad un vano frastuono di cantici estranei all'azione rappresentata. Sono ivi d'ordinario introdotti a tener veci di sinfonie per indicare i trapassi da un atto all'altro; e quindi senza alcun legittimo scopo in quanto al fondo dell'arte; se già non fosse per dar pretesti all'autore di sfoggiar la sua abilità nella lirica. Nè vorrò qui ripetere a lungo quanto dissi nel precedente capitolo intorno alle cagioni che spogliarono il coro tragico, si efficace ne' due primi Greci, di ogni specie di drammatico prestigio. Basti aver sempre innanzi agli occhi, che questo era un danno inevitabile per qualunque poeta, il quale, pari al tragico latino, tendesse unicamente verso un genere di immagini esclusivo di ogni conforto di pompa e di espansione. Non potendo io cessar mai d'insistere sopra un oggetto che reputo importantissimo, mi sia dato di riassumerne per un'ultima volta il senso. Lo spettacolo delle sventure, dipendenti da' casi della vi ta, eccita, per l'infelice che ne soffre, una serie di compas sionevoli simpatie, le quali si prolungano di là da' recinti del teatro, e si risvegliano con forza tutte le volte che noi ci fer miamo a riflettere sul nulla della condizione umana: per con seguenza i cori riescono splendidissimi ed utili a preparare, ad accendere ed a protrarre quelle tumultuose affezioni che il poeta seppe far nascere in altri. Per l'opposto, lo spetta colo della distruzione del più debole derivata dalla malvagità del più forte, eccita meno simpatie di pietà per l'oppresso, che sentimenti di abbominio per l'oppressore: e queste non son durevoli, perchè richiamano a non so quale immagine di desolante necessità, la quale concentra l'anima in sè stessa, e non lascia luogo alla fantasia di svagare in alcuna idea di possibilità che la vittima avesse potuto sfuggire al carnefice: quindi allora non vi è alcun partito a trarre dall'intervento de' cori; perchè le passioni odiose non han nulla di effusivo da esigere imperiosamente che si dispongano personaggi in termedi per farle passar con rapidità e veemenza nell'animo degli spettatori. Non vi ha dubbio esser questi propriamente difetti che appartengono alla sola esecuzione: ma io non mi sono tratte nuto alquanto ad indicarli, se non perchè li veggo suggeriti dalla stessa particolare idea che l'autore si elesse a guida, ed a cui si ricongiungono strettamente come necessari effetti di una cagione aperta ed immutabile. E non da altro fonte derivò pure quello smisurato lusso di motti, di sentenze e di arguzie, di cui Seneca si piacque d'ingemmare con tanta pro fusione le sue tragedie, le quali da questo aspetto rassomi gliano ad una collezione di aforismi spessissimo empi e sto machevoli. L'asprezza delle situazioni si presta difficilmente ad una calda ed espansiva magniloquenza; e sembra esigere di siffatti modi saltellanti di linguaggio, che dieno scolpiti ri salti ad attitudini si rigorosamente stentate. Nè gli era biso gno di molta tensione di spirito per rinvenirne in abbondan za: bastava frequentar, come lui, le anticamere de'potenti, per ammassarne de' più spaventevoli, si veramente che ne' suoi personaggi vien rappresentata piuttosto la natura de' Latini de' suoi tempi, che la natura umana in generale: e in cotal guisa perdė fin anche il merito della invenzione. Procuriamo di somministrarne in breve una prova. Quel suo celebre si recusares, darem, dato in risposta da un principe malvagio a chi gli chiedea la morte per uscir di tormenti, non è in sostanza che il feroce motto di Tiberio, il quale osò dir freddamente a coloro che gli domandavano in grazia di far perire un Romano ch'ei perseguitava: Adagio; non l'ho ancor perdonato. Quel detto del suo Atreo: Mise rum videre volo, sed dum fit miser, appartiene di diritto a Caligola, il quale prendea diletto ad assister personalmente alla tortura delle sue vittime, per pascere i suoi sguardi nel veder messe in pezzi le loro membra: e sdegnavasi contra i car nefici che non erano abbastanza lenti nella esecuzione de' loro nefandi incarichi: e Seneca dovè udirlo più volte dallo stesso Nerone, il quale non ordinava l ' assassinio di un infelice, se non dicendo à' suoi satelliti: Fategli sentir la morte; tal che nella congiura di Pisone un suo sgherro si vantò di aver tronca la testa di un cospiratore con un colpo e mezzo. Quell'ini quo tratto della sua Medea, Perfectum est scelus — vindicta nondum, era l'espressione favorita di tutti mostri che da Silla in poi aveano insanguinato Roma. Se si confrontassero alfine le sentenze di Seneca con quelle qua e là rapportate da Tacito e da Svetonio, si troverebbe ch'esse in gran parte sono di origine storica, più che formate dalla sola riflessione del tragico. Nė la ricca merce che in questo genere gli offrivano i suoi contemporanei, gli era pur sufficiente: spigolava ne' Greci at tentissimo; e dovunque scorgea una massima atroce, era in gegnoso ad annerirla più oltre per appropriarsela. Euripide, a cagion di esempio, fe’ dire ad Eteocle nelle Fenisse, che se per possedere un trono bisognava violar la giustizia, era pur bello il divenire ingiusto: massima che il buon Cicerone dolevasi di udir sempre ripetere da Cesare, come se Cesare avesse potuto aver massime di diversa specie. Ma Seneca la trovò gretta e leggiera: una semplice violazione della giustizia avea per lui certo che di vago e d'indeterminato che non rilevava troppo l'orrore della immagine: gli bisognò quindi ritoccarla per darle maggior precisione; e fe' dire più netta mente a Polinice: Pro regno velim patriam, penates, coniu gem flammis dare. Per la patria e i penati s'intende; rap presentano il capro espiatore di tutte le colpe d'Israele: ma quella povera Argia che gli avea somministrato un esercito floridissimo, avrebbe mai potuto credere che il tenero marito fosse disposto in ricompensa a gittarla tutta vivente nelle fiamme per ottenere un trono? Non per ciò Seneca mancò sempre di altissimi dettati. Quel Siste ne in matrem incidas, profferito dal cieco Edipo, allor che dopo la morte di Giocasta ei brancolando cercava una via per uscir di quella reggia contaminata, esprime un terror profondo di cui è difficile immaginar l'eguale. Si è tanto ammirato quel Medea superest, imitato in seguito con tanta felicità dal Corneille: ma ne' frammenti che di lui ci ri mangono delle Fenisse, vi è un tratto di simil natura che a me sembra non meno poetico ed eloquente. Antigone, per metter calma nell' esule padre, gli dice affannosa: nell' uni verso intero che più ti rimane a fuggire? Me stesso, risponde Edipo con fremito disperato. Ed è immagine bellis sima, perchè disvela come lampo tutta la tremenda condizione di quell' infelice famoso. Nella stessa tragedia, Edipo, volendo nell'eccesso del suo delirio uccidersi, sollecita Antigone a porgergli il ferro col quale ei versò il sangue paterno; ed ac cortosi del silenzio di lei, esclama con impeto: hai tu quel ferro, o i miei figli lo han conservato per essi con la mia corona? E questa terribile e veramente tragica idea riceve lume dagli amari motteggi, ond' ei riversa le sue imprecazioni sugli empi fratelli, che, dopo averlo bandito del regno, sel contendeano fra loro con le armi: Me nunc sequuntur: laudo et agnosco lubens..... Exbortor aliquid ut patre hoc dignum gerant. Agite, o propago clara; generosam indolem Probate factis..... Frater in fratrem ruat.... Ciò prova senza equivoci che, almeno nel linguaggio, Seneca non mancò al certo di bei momenti di forza. Ma che va le? È forza d'un ingegno fantastico ed intemperante, che non conosce modi, non ammette leggi, e confonde spesso il su blime con lo strano. Perocchè talora, imbattendosi in un alto concepimento, non gli giova esprimerlo d'un sol tratto; ei vi ritorna le mille volte, lo stempera in mille diverse guise, ne amplifica le forme con mille ricercati contorni, ed an nientando gli effetti di prima impressione, produce sazietà e disgusto: tal altra, per troppa smania di dire e di ripetere e di girar lungamente intorno ad un medesimo dettato, inciampa senza far colpo, e va sino a render puerili e ridicoli i più tra gici caratteri; perchè le immagini di spavento ch' ei cerca di eccitare, si risolvono allora prestamente in concetti ed in arguzie di spirito, e da'concetti e dalle arguzie si passa a poco a poco a vere scene di farsa. Nè vi ha uopo d'indagarne al trove la cagione che in quella perenne boria di mostrarsi nuovo ad ogni costo, e di prender dagli aridi campi di una prevenuta intelligenza quel che non sa troppo facilmente rin venire ne' regni fertilissimi di una spontanea immaginazione. Siemi concesso di trarne un solo esempio dalle medesime Fenisse. Edipo annunzia di voler morire; ma non per le ragioni che altri per avventura supporrebbe: ama le tenebre, e desi dera procurarsene di foltissime nella notte del sepolcro, per chè quelle della sua cecità non gli sono abbastanza profonde. Antigone piange in udir questa risoluzione; non si costerni dunque l'amata figlia; non più si muoia; eidecide di piantarsi ritto sul pendio di una rupe a proporre indovinelli a’ viandanti. A questo nuovo disegno le lacrime di Antigone si aumenta no, perchè vede allora nel padre, non più indizi di cordoglio, ma di demenza; si consoli dunque la infelice, non si rinnovi la storia della sfinge. Si crederà forse ch'egli le promet tesse di sopportar con dignità e rassegnazione la sua sventu ra? No: per render la calma a quella sconsolata donzella, e darle ampio attestato della sua riconoscenza, ei le offre di volere a un cenno di lei traversare a nuoto l’Egeo, e andare a raccogliere nella sua bocca tutte le fiamme dell'Etna. Hic OEdipus ægæa tranabit freta, Jubente te; flammasque, quas siculo vomit De monte tellus igneos volvens globos, Excipiet ore. Or non doveva essere per Antigone un gran principio di con forto, udendo il cieco padre che per diminuire le angustie di lei vuol mostrarle di possedere il coraggio di Leandro e i pol moni di Encelado? Seneca finalmente sentiva in astratto, che non è poesia dove non è pompa d'immagini; e che la stessa semplicità, piuttosto che nuocere alla pompa, concorre a renderla più splendida e più evidente. Se non che obbliava che questo in dispensabile pregio di esecuzione prende la sua prima radice nell'indole stessa del soggetto, il quale spontaneamente la produce, come fiore ingenerato dal successivo sviluppo del germe che ne contiene in sè le forme vaghissime, benchè in visibili all'occhio nudo: ond'è che dove il soggetto non ne somministri gli elementi, il poeta si studia invano di crearla per sua sola opera dal nulla; specialmente allor che le dispo sizioni del suo animo lo traggono ad abbandonar le illusioni della fantasia per tutto concentrarlo nella sollecitudine di sfog giar dottrine e di annerir la natura. La sua infatti riesce sem pre pompa di esteriore apparenza, 0, per dir meglio, pompa sovrapposta e forzata, che, non ricongiungendosi per alcun legame al fondo dell'idea, degenera sovente in apertissima stravaganza, e vien come clamide imperiale, che, gittata sulle spalle di un satiro, contribuisce meno ad abbellirlo, che a farne risaltar più oltre la villana difformità. Ne addurremo più giù gli argomenti di fatto incontrastabili. Ei tolse tutti i soggetti delle sue tragedie dalla mitologia greca; nè l'Ottavia fa eccezione, perchè ormai gli eruditi convengono non esser sua. A raggiugner però quelle situa zioni richiedeasi il volo dell'aquila; ed il tragico latino avea per avventura un manto di piombo ancor più grave di quelli che Dante pone addosso a una schiera di dannati. Per valu tarne il merito in complesso, giovi poter distinguere anche in lui tre diverse maniere di concepire e di dipingere i suoi qua dri. Allor che il soggetto era di tal condizione fitta ed invariabile ch'egli non potea da verun canto cangiarne l'idea pri mitiva, s' industriava di farne un'amplificazione da collegio, e di acquistare in una specie di morbosa gonfiezza quel che dovea necessariamente perdere in forza ed in elevazione: e fu questo particolarmente il caso dell'Edipo. Quando alcuna materia se gli offriva da esagerare a suo modo l'immagine del delitto, ei sentivasi nel suo vero elemento a dar libero corso alle sue predilette tendenze: e ne diè prova nel trattar la Me dlea. Piacendosi alfine di spingere all'estremo la dipintura delle atrocità meditate, riprodusse il Tieste, quasi a chiuder la strada che altri confidasse di sorpassarlo in questo mo struoso genere. L'esame analitico di queste tre sole fra le sue tragedie giustificherà quanto finora si è detto intorno alla in trinseca tempra di questo autore. Edipo. Se un contagio sterminatore non si fosse ma nifestato in Tebe, che obbligo di ricorrere agli oracoli per ap prendere i mezzi di porvi un termine, i casi di Edipo non si sarebbero mai scoperti. Quindi Sofocle, nella magnifica espo sizione della sua tragedia su questo soggetto, parla di quel flagello, ma in poche linee: il sacerdote non ne fa menzione al re che a solo fine di spiegargli il motivo per cui tutto il popolo è accorso in atto supplice a implorare i consigli e l'aiuto del savissimo de'principi. Seneca per l'opposto, ob bliando esser quello un incidente su cui non bisognava molto fermarsi, giudicò necessario d'impiegar tutto il primo atto del suo tessuto a una minuta descrizione della peste onde la città è tribolata. Edipo, dopo aver accennata la maledizione che pesa sul suo capo di divenir parricida e incestuoso, senza che alcun ordine d'idee ancor lo esigesse, togliesi di raccon tare a Giocasta, che dovea pur supporsene istruita, i feno meni meteorologici onde quella calamità pubblica era disgra ziatamente accompagnata: calori eccessivi, calme soffocanti, torrenti disseccati, campagne isterilite, tenebre profondissi e in mezzo a questo disordine degli elementi, prodigi straordinari, apparizioni di ombre, spiriti ululanti la notte sull'alto de' tempii, e simiglianti. Usciti appena di questa prolusione di fisica sperimentale, l'autore ci introduce in una sala di clinica, menando il coro con una descrizione patologica della peste a fare una mala giunta a quella di cui ci gra tificò Edipo. Gli spasimi, le convulsioni, le febbri, l'abbatti mento delle forze, i gavoccioli, e fin la tosse che affligge gl' infermi, somministrano materie al suo canto: nė vi man cano pure i portenti: perchè le fontane versano sangue invece di acqua, forse per alcuna chimica trasformazione operata dagl'influssi del pestifero contagio. Creonte, che era stato inviato a consultar l'oracolo, giu gne al secondo atto per dire al re, che, a cessar que’mali, era volontà de’numi che l' uccisore di Laio fosse punito: nė tras cura di narrare a lungo le difficoltà incontrate dalla Pitia per destar lo spirito profetico nel suo seno e dare i responsi analoghi alle domande. Mentre il re lancia, come in Sofocle, le sue tremende imprecazioni contra il colpevole, il cieco Tire sia, seguito dalla sua figliuola Manto, che gli serve di scorta, vien sulla scena, non si sa da chi chiamato, traendosi dietro altri ministri di tempii con un toro e una giovenca per fare un sacrifizio nella reggia: e richiesto del nome dell'omi cida, protesta di non saperlo; ma i numi glielo rivelerebbero mediante quell'olocausto. La cerimonia è immediatamente disposta; e le particolarità che l'accompagnano, benchè visi bili a tutti, pur vi sono minutamente notate per mezzo di lungo dialogo tra l'indovino e la figlia, pieno di mistiche al lusioni a' futuri casi di Edipo e di Giocasta, e fin di Eteocle e Polinice, che son personaggi estranei all'azione. La fiamma del rogo scintilla de' più variati colori, ed è solcata di strisce sanguinose ed insolite, si divide in due da sè stessa, ed oltre ogni espettazione si spegne prima che le manchi l'alimento. Il vino offerto in libazione si cangia in lurido sangue, e globi di fumo si spiccano dall'altare e van rotando intorno al dia dema del re. La giovenca cade al primo colpo della scure; ma il toro spaventato sembra fuggir la luce del sole; e men tre stenta a morire, il sangue che gli sgorga dalle ferite, spandesi a coprirgli gli occhi e la fronte. Le viscere sono aperte alle vittime per leggervi il gran segreto: ma nulla vi si scorge al suo luogo, cuore, fegato, polmoni, tutto è in dis ordine: le leggi della natura vi appariscono violate: la gio venca inoltre ha concepito, e il frutto che porta nel ventre, é extrauterino; fenomeno di cui Manto pare istruita più che a vergine si convenisse. Compiuta però questa dimostrazione anatomica, il re crede invano aver tocca la meta de' suoi desiderii con la sco perta del reo; quel romoroso apparato di strane investiga zioni fu opera perduta: Tiresia dichiara esser tuttavia al buio della verità, e quindi bisognargli evocar da' regni della morte l'ombra stessa di Laio che gliela riveli. Ei parte infatti per adempiere in luoghi solitari questa specie d'incanto magico: e Creonte, che con altri fu deputato ad assistervi, ritorna ed apre il terzo atto col racconto di tutto ciò che quivi era avve nuto. Poco lungi da Tebe è una selvaggia boscaglia: ei ne descrive la posizione, gli alberi, le acque, e fino i venti che vi dominano. Tiresia ordina che vi si scavi un ampio fosso, che vi s'innalzi sopra un rogo, e vi si gittino molti animali in sacrifizio con le consuete libazioni di vino e di latte, men tr' egli intonando lugubri carmi con voce minacciosa, invoca gli spiriti ad uscir fuori dell'Erebo. Si odono allora urlare i cani di Ecate; la terra trema; e sprofondandosi apre le vora gini dell'abisso, in fondo al quale si veggono le pallide divi nità infernali passeggiar confuse con le ombre; e con esse le Furie armate di serpi, i fratelli nati da' denti del dragone di Dirce, la Sfinge che fu flagello di Tebe, e tutti i mostri spa ventevoli che abitano quel nero soggiorno. A cosi tetro spet tacolo gli astanti sono inorriditi: ma Tiresia, intrepido sem pre, invoca con maggior forza gli spettri, che a torme innu merevoli arrivano volando sulla terra, e si spandono con fre mito, lungo la selva. Ne sono indicati i nomi come in una rassegna di eserciti: e lo spettro di Laio, che sfigurato dalle ferite è l'ultimo ad apparire, annunzia infine con voce tre menda, che a rimuovere i disastri di Tebe, doveasi cacciarne Edipo, ad espiazione di aver egli ucciso il padre, e di essersi congiunto in matrimonio con la madre. Udita la narrazione di tanto prodigio, il re costernato esclama esser falsa l'accusa, perchè suo padre Polibo ancor vive, ed egli è lontano dalla sua madre Merope. Quindi sospetta che sia quella una calunnia di Tiresia per torgli lo scettro e darlo a Creonte, cui altresi ca rica di rimproveri e minaccia di morte. Si osservi di passaggio che questo sospetto è ragionato in Sofocle, perchè l'accusa vien dal labbro di un uomo qual è Tiresia: ma in Seneca è stolto, perchè quella rivelazione è fatta dall'ombra stessa di Laio che tutti hanno udita. Intanto Edipo, compreso di cruccio e di terrore, ricomparisce al quarto atto con Giocasta; e chiesti nuovi schiarimenti sulle circostanze della morte di Laio, sovviengli di aver egli ucciso un uomo pria di condursi a Tebe; e mentre alle risposte di lei i suoi timori si accrescono, un vecchio pastore corintio sopraggiugne a dirgli che Polibo avea cessato di vivere, e ch'egli era invitato ad occuparne il trono. A questo annunzio ei si piace che l'oracolo da cui fu minacciato di divenir parri cida, siesi pienamente smentito; ma, temendo egli tuttavia l'incesto, il vecchio lo affida, svelandogli che Merope non era sua madre, e ch'ei, ricevutolo bambino da un pastore di Tebe, lo fe ’ adottare in quella corte. Quest'ultimo è appellato per dichiarar la nascita di Edipo, e tutto alfine si scopre come in Sofocle. Al quinto atto un messo accorre a narrare che il re, dopo aver percorso da furioso la reggia, avea risoluto in prima di uccidersi: ma poi, avendo meglio e più filosoficamente pe sate le cose, erasi contentato di strapparsi gli occhi; e che, fatto cieco, ancor levava in alto la testa per assicurarsi s' ei lo fosse interamente, stracciando una per una le fibre che nelle cavità nude gli rimaneano, per impedir forse che qual che filamento muscolare non si trasformasse in nervo ottico a dar passagio alla luce. Edipo stesso apparisce in questo de plorabile stato; e Giocasta gli è a fianco per convincerlo che i suoi delitti erano sola opra del fato: se non che alle voci di lui, che inorridito cerca di allontanarla da sè, delibera an ch'essa di morire. In qual parte del corpo le conviene intanto ferirsi? Quistione essenziale in tanta circostanza; ond' ella la esamina con logica rigorosa, e si colpisce al ventre, che die ricetto a un figlio divenutole marito. A questo nuovo accidente Edipo riconosce sè stesso doppiamente parricida, avendo la sua disgrazia provocata la morte anche della ma Nell'Ercole all Eta di Seneca, Deianira propone presso a poco a sè stessa le medesime quistioni prima di uccidersi dre: e disperato abbandona la patria, invocando tutti i mali di Tebe a seguirlo nel suo esilio. Se per una di quelle insensate pratiche, usate nelle vec chie scuole di rettorica, un giovine studente fosse stato inca ricato dal suo maestro di fare un'amplificazione a sua guisa della greca tragedia di Edipo, io non credo che il mal senso delle descrizioni estranee all’azion fondamentale avesse po tuto esser spinto più oltre. Era serbato a Seneca il sommini strar compiuti modelli di siffatta specie di mostruosità: nė chiunque ha fior di gusto e di senno esigerà che io m'impacci a provargli un difetto sì aperto con appositi commentari; ba stando la nuda esposizione dell'ordito a convincerne senza più anche i meno veggenti. Un critico francese ha cercato di giu stificarne l'autore, allegando che quelle opere teatrali non erano destinate alla rappresentazione; e che in conseguenza il lusso delle descrizioni eterogenee avea per iscopo di ren derne meno inefficace la lettura in alcun privato crocchio di conoscitori, ove soleano venir declamate. Se non che la tra gedia è un particolar genere di poesia che ha le sue leggi sta bili e determinate: e non mi consente la ragione che queste leggi nella tragedia letta, possano esser diverse da quelle re putate indispensabili nella tragedia rappresentata. Quando uno e fisso è il genere, non può esso andar soggetto a variazioni pel vario ed accidental modo di darne conoscenza altrui. Se il poeta estimava che le ampollose descrizioni, bene o mal coerenti a un tragico tessuto, fosser le sole che avesser potuto fare impressione in un'adunanza di ascoltanti oziosi, potea comporne a suo bell'agio distaccate con titoli convenienti, senza contaminarne un'arte che non è fatta per accoglierle. Sarebbe cosi divenuto il precursore di Stazio, lasciando una collezione di Sylvæ, più o meno sopportabili, in luogo di scene tragiche meravigliosamente insopportabili. Medea. Sin dalle prime scene, sentendosi tradita e derelitta, Medea non respira che sangue ed eccidii: ma gli eccidii e il sangue non le sembrano ancora se non leggeris simo alimento al suo animo inferocito. Vorrebbe ritrovare un' atrocità nuova, sconosciuta, straordinaria, che facesse parlar di lei nella più lontana posterità. Nel vederla si libera ne' suoi spaventevoli disegni, la nutrice, che l'è da presso, non sa immaginare altre vie a calmarla, se non rammentan dole che per menar tutto a termine sicuro ella dee nasconder la sua collera; perocchè, ove questa si mostri di fuori troppo apertamente, ricade le più volte sopra colui che ne e animato, e distrugge i mezzi della vendetta. Massima infernale, ma vera; e posta leggiadramente in pratica da tutti i contempo ranei di Seneca. Il re intanto, che teme le arti e le insidie della irritata maga, vien cruccioso ad ordinarle di sgombrar subito da' suoi stati. Indarno ella fa lungo racconto di tutto il passato per mettere in risalto la iniqua condotta di Giasone e la ricompensa infame onde l'ingrato la rimerita de' tanti be nefizii ricevuti; indarno cerca di muovere in quel principe tutt' i sentimenti capaci di piegarlo a rivocare quella dura ri soluzione; questi si rimane inflessibile; e nel ritrarsi dalla scena consente solo a permettere, com' ella ferventemente chiede, che almeno i due suoi figliuoli continuino a dimorar ivi col padre, e che diesi a lei un giorno di tempo per ab bracciarli, e disporsi ad abbandonar per sempre quelle re gioni: favore di cui ella gode nel suo segreto, giudicando bastarle quello spazio a poter tutta rfversar la sua ira contro i suoi implacabili persecutori. Giasone offresi allora con bizzarro monologo a far com prendere che il re minaccia morte a lui ed a' suoi figli, ov'ei nieghi d'impalmar Creusa: nė vi ha cenno che in parte spie ghi o giustifichi questo mezzo speditissimo di concludere un matrimonio; se già qualche maligno spirito non voglia sup porre che Creusa fosse incinta, onde, a salvarle la fama, si obbligasse il profugo seduttore a scegliere fra il talamo nu ziale e la scure. Medea, che di lui si accorge, gli va incontro scoppiante rabbia e dolore. A' veementi rimproveri di lei egli dice che il re l'avrebbe fatta perire, s' ei non lo avesse in dotto a contentarsi di scacciarla solamente dal regno: la solle cita quindi a sottrarsi tusto allo sdegno di chi ha il potere di opprimerla. A fin di scoprire il lato debole del cuore di lui, ella finge di cedere, ed implora che non le sia vietato di menar seco que’ medesimi figliuoli che pocanzi pregava il re a lasciare in cura del padre; e compiacendosi nell'udire esser sulla scena, per lui impossibile di staccarsi da quei fanciulli, si restringe a chiedergli di poter dar loro l'ultimo addio; grazia che il re le avea di già conceduta. Rimasta sola, medita il disegno di disfarsi della rivale, inviandole in dono una veste avvelenata; e corre a farne confidenza alla sua nutrice. Questa rivien e narra i prodigi operati da Medea per compiere il suo funesto disegno. Con le sue arti magiche avea nelle sue stanze attirati il dragone della Colchide, l'idra uccisa da Ercole, e i più mostruosi rettili della terra; e ne' loro veleni, misti a sangue di uccelli impuri ed a fiamme divoratrici, avea confuso i succhi di quante erbe narcotiche allignano sulla faccia del globo. Dopo questa relazione, che è lunga e minuta più che non bisognerebbe a descrivere anche il laboratorio di un farmacista, la maga ella stessa riapparisce; e invocando Ecate con orribili scongiuramenti a discendere dal cielo per assisterla, si ferisce al braccio per far del suo sangue una libazione alla Dea. Terminato cosi l'incantesimo con un sa lasso, intinge in quel liquore la veste già preparata, e manda i figliuoli a farne presente a Creusa. L'effetto è subito prodotto. Un messo viene a raccontar distintamente che l'incendio si è manifestato nella reggia al solo contatto di quel dono fatale, e che il re e la figliuola vi sono rimasti amendue spenti. Medea, che in udir tale annun zio gioisce di aver colto il primo frutto delle sue trame, si dispone a coronar l'opera, uccidendo i figli, per cosi vendi carsi delle perfidie del marito. Questi era corso con gente d'arme a sorprenderla: ma ella erasi rifuggita co ' due fan ciulli e la nutrice sull'alto della casa. Di là parlando a sè stessa intorno a quel che le conviene di fare, dice che il de litto è compiuto, ma non ancor la vendetta; trucida furi bonda uno di quei disgraziati, e ne gitta il cadavere sangui noso a Giasone che dal basso la mira imprecando e fre mendo: e mentr' egli la scongiura inorridito a conservare almen l'altro in vita, ella lo trafigge sotto i proprii occhi; e chiamandosi dolente di non averne avuti che due soli ad immolare, vuol cercar nel suo seno se vi sia il germe di qualche altro figliuolo per istrapparselo a brani dal fondo delle viscere. Innalzandosi alline sul suo carro magico, Ricevi, dice al marito insultando, ricevi i tuoi nati; io mi slancio al di sopra delle nuvole. Si, quei le risponde, assorto nel raccapriccio e nella disperazione; và per gli alti spazii dell' acre ad attestare all' universo che non esiste al cun Dio: Per alta vade spatia sublimi ætheris Testare nullos esse, qua veheris, deos. Tratto divino !.... esclamava un critico: veramente, ripigliava un altro scherzando sulle parole, non vi è nulla che sia men divino ! Sull'indole di questa ributtante favola drammatica dissi altrove abbastanza: e qual pessimo governo Seneca ne facesse ad ancor più oltre annerirla ed a gonfiarla di vento, ciascuno può giudicarne da se medesimo. Non è intanto superfluo il notare una circostanza che sembra sfuggita costantemente a' dotti illustratori di questo tragico antico. Orazio inculcava severamente a ' poeti di non mai dare a spettacolo una Medea che trucida i figli al cospetto del popolo; poichè un simile atto da far fremere sterilmente la natura, dee riuscir più or rendo che tremendo per chiunque non abbia rinunziato ad ogni sentimento di umanità. Che Seneca infrangesse un cosi savio precetto, chi ben conosce la tempra della sua fantasia ne comprenderà facilmente i motivi. Ma donde Orazio lo trasse? Questo fu per me sempre un enigma. Un precetto che vieta una difformità in poesia, è come una legge che vieta un delitto in politica: suppongono amendue che un dis ordine abbia esistito per lo passato, e mirano ad imporre un freno affinché non si riproduca nell'avvenire: e non vi ha esempio in cui la giurisprudenza civile fulmini un'azione che non ha mai avuto luogo nella condotta degli uomini, come non vi ha esempio in cui la critica letteraria basimi un difetto di gusto del quale non vi è traccia nella storia delle arti. L'in duzione a trarsi da questo principio è semplicissima. Orazio non potea certamente aver letta la sconcezza, ch' ei riprova con si grave dettato intorno a Medea, nè in Euripide il quale avea saputo evitarla, nè in Seneca il quale fioriva quando egli era già spento. In conseguenza è a dirsi, ch ' ei la scor caso, gesse in qualcuno de' poeti latini suoi predecessori o contem poranei, le cui opere sono a noi sconosciute. E in questo che io lascio agli eruditi di verificare, non possiamo nel precettor di Nerone ravvisar nè anche l'esistenza di una facoltà, disgraziatamente assai comune; quella cioè di saper ritrovare da sè stesso una turpitudine. La predilezione de' Latini per la favola di Medea costi tuisce inoltre un fenomeno che merita ugualmente di esser notato. In Grecia non imprese a trattarla che il solo Euri pide; e dopo di lui una tragedia sopra il medesimo soggetto, che non è pervenuta alla posterità, fu scritta da un tal Neo frone, di cui non ho mai saputo novella. In Francia non è da citarsi che la Medea del Corneille; poichè i tentativi di Pe louse, di Longepierre e di Clement sono ormai obbliati. Nella sola polvere degli archivii se ne additano due in Italia, una del Torelli, l ' altra del Gozzi: e parlo fino al 1820; perchè, se altre ne sieno apparse dopo, lo ignoro, e non ho mai cu rato d'informarmene. Non ne apparvero, a quanto io creda, fra gli Alemanni e fra gli Spagnuoli; e può dirsi nè anche fra gl' Inglesi; poichè quella del Glower non è calcata sulle memorie antiche. Questo poeta, in ciò di squisito senso, benchè non di alta sfera nel resto, osò con fermo proposito guastar piuttosto la tradizione ricevuta, che denigrare con una esagerazione si assurda il prezioso carattere di madre: ei suppose che Medea uccidesse i figli in un eccesso di frene tico delirio che le impediva di riconoscerli. E ritornata in sė stessa, la dipinse preda alla disperazione per l'involontario attentato, anzi che lieta e trionfante di aver dato opera a una vendetta che innanzi ad ogni essere ben costituito dalla na tura dovea necessariamente colpir di preferenza il di lei pro prio cuore. In Roma per l'opposto par che non vi fosse poeta tragico il quale non avesse tentata una Medea. Vi si segnalarono Ennio, Pacuvio, Accio, Ovidio, Seneca, Materno ed altri: e Tertulliano parla di un Osidio Geta, che nel primo secolo dell'era cristiana compose tutta di versi di Virgilio una nuova Medea, di cui lo Scriverio si è dato l'inutile pena di raccogliere alcuni frammenti. Con queste tendenze di ferocia ne' drammatici latini, vi è poi tanto a stupire che ivi la sana tragedia non mai prosperasse con la dignità richiesta? Tieste. La scena è nella reggia di Micene; e l'azione si apre con l'Ombra di Tantalo, la quale, tratta sulla terra da una delle Furie infernali, è da essa spinta a metter odio e furore nell'animo de'due fratelli Tieste ed Atreo, suoi discen denti, onde seguano fra loro i più orribili misfatti. Al solo aggirarsi dello spettro in quelle mura fatali, Atreo, che vi tenea scettro, è subitamente invaso da fieri desiderii di ven detta contra Tieste, che gli ebbe un tempo pervertita la sposa ed involate le ricchezze, e che állor viveasi profugo in terre straniere nella più estrema miseria. Memore de' torti rice vuti, ei non più spira che minacce di esterminio: e trattiensi a parlar con uno schiavo suo conſidente intorno al modo più sicuro da immolar l'abborrito fratello all'ira che lo investe. Il ferro per lui è arma di tiranni volgari: ei vuol supplizii e non morte; poichè nel suo regno la morte debb' esser consi derata come una grazia. Meditando un eccesso che possa spa ventar gli uomini e la natura, ei risolve di richiamar Tieste dall'esilio con finte proteste di pace e di obblio del passato; ed attiratolo cosi nella reggia, trucidargli a tradimento i figli, e preparargliene pasto neſando in una cena notturna. Ei va gheggia lungamente il suo infernale disegno; e già ordina i mezzi da eseguirlo. Tieste, sollecitato da iniqui messaggi, cade nella rete insidiosa; e, costretto dall'indigenza, presen tasi con tre suoi figli in Micene, non senza terribili presenti menti di ciò che possa ivi essergli ordito di atroce. Atreo, che ne è subito avvertito, affrettasi ad incontrarli ebbro di esultanza nella certezza di aver finalmente le vittime fra i suoi artigli; e coprendo il suo empio pensiero, avanzasi con benevolo sembiante ad abbracciar Tieste ed a chiedergli il bacio fraterno. A udirlo, era quello per lui un vero momento di felicità; onde bisognava deporre gli antichi rancori, e non più ascoltar che la voce della pietà, della concordia e del sangue. Tieste si precipita a' suoi piedi, implora il suo per dono, e tra le lagrime della tenerezza e del pentimento lo prega di accogliere sotto la sua mano protettrice quegl' inno centi giovinetti. Da prima ei ricusa di accettar la metà del regno che il re gli offre con simulati affetti: si terrebbe felice di vivere suo suddito, e di poter espiare i suoi falli co' suoi fedeli servigi: ma cede alfine alle iterate insistenze del per fido Atreo, il quale, invitandolo a cingere sul suo capo vene rando il diadema reale, annunzia con espressioni di doppio senso che, a suggellar la pace tra loro, ei va intanto a disporre un sagrifizio. Questo inviluppo in sè occupa i tre primi atti della tragedia. Al quarto un messo appare sbigottito, e con le più rac capriccianti particolarità narra il già consumato eccidio al coro. Innanzi tutto ei descrive la parte remota del palazzo ove so leano soggiornare i principi di quella contrada, ed a lungo enumera gli straordinari ed incredibili portenti di cui quel sito sembra essere il magico ricettacolo. Ivi Atreo erasi con dotto in segreto con suoi fidati sgherri, trascinandosi dietro i figliuoli del fratello, ch'egli stesso avea già carichi di catene, ed a foggia di vittime inghirlandati di fiori e di bende. Or rendi altari vengono al momento eretti, arde l'incenso, le libazioni versate spumeggiano, la scure tocca il capo di que' mi seri, e tutte le formalità di un ordinario sacrifizio son diligen temente osservate. A tal sacrilego apparato, ed a'cupi urli di Atreo, che pronunciando funebri preghiere intuona l'inno della morte, la vicina selva trema: la reggia sembra crollar dalle fondamenta, il vino effuso cangiasi tosto in sangue, il dia dema cade tre volte dal fronte del re, il quale pari a fame lica tigre avventasi su i tre indifesi nipoti, e l'un dopo l'altro trafiggendoli, spande il terrore ne' circostanti satelliti. Ciò compiuto, egli strappa loro le viscere per leggervi entro i presagi del destino; mette finalmente in pezzi le loro membra ancor palpitanti, ne prepara col fuoco l'infame cena, e la fa recare a Tieste, che ignaro degli eventi, lo attendea nelle sale dell'ordinario convito: e cosi quel padre infelice, che in abito festivo crede per la prima volta gustar la voluttà della con cordia con lo snaturato fratello, divora le carni de' propri figliuoli. A questa immonda narrazione, che può star leggia dramente a fianco delle additate nelle due precedenti trage die, il coro prorompe in esclamazioni analoghe allo spavento di cui si trova compreso. Il quinto atto ci rappresenta il ritorno di Atreo, il quale, dopo aver pasciuto i suoi sguardi in quella mensa infernale, vien fuori gridando con frenetica ed orribile compiacenza: Æqualis astris gradior, et cunctos super Altum superbo vertice attingens polum, Nunc decora regni teneo, nunc solium patris. Dimitto superos: summa votorum attigi. e Ma il fatto atroce non ancora lo appaga: gli bisogna compiere il lutto di un padre, rivelandogli il tremendo mistero, a fin di saziarsi di vendetta in veder gl' impeti del suo disperato dolore. All'appressarsi quivi di Tieste, ei da prima si cela per udirne il solitario linguaggio: indi si mostra; ed invi tando il fratello a finir seco di celebrar quel giorno di letizia, gli offre una tazza di vino in cui è misto il sangue de' prin cipi uccisi. Questi, contento in parte della riacquistata pace, e in parte agitato da oscuri perturbamenti di animo, chiede affannoso che gli sia concesso di porre il colmo al suo giubilo abbracciando i figliuoli. Atreo lo tien sospeso con espressioni equivoche, e lo sollecita sempre più a bere in quella tazza: se non che a quel misero, nel riceverla, sembra veder fuggire il sole, scuotersi la terra, sconvolgersi gli elementi; e rinno vando le istanze di rivedere i figliuoli, il mostro si scopre, glie ne gitta a ' piedi le teste sanguinose, dicendo: gnatos ecquid agnoscis tuos? Qui Seneca ritrova uno di quei felici motti, per la cui vibrata energia è solamente notabile: peroc chè Tieste ansante a cosi nero attentato, non richiama in se gli accenti smarriti, se non per esclamare, agnosco fra trem !.... e cade in delirio smanioso. Credendoli solamente uccisi, ei domanda con fremito di poterne almeno seppellire i cadaveri; allor che l'empio gli svela ch ' ei li avea già divo rati, e gli narra tutto lo scempio che si era studiato di farne. Le furie di Tieste e le insultanti risposte di Atreo, che gode a quello spettacolo di orrore, chiudono la scena. Vi ha certa memoria che una tragedia di Tieste fosse anche stata scritta da Euripide, la quale va fra le tante di quel teatro che si sono sventuratamente perdute: e Seneca forse l'ebbe sott'occhio, ad attingerne per lui, non foss' altro, la stomachevole idea. Quali forme particolari di dramma tica esecuzione il Greco poi avesse adottate con destrezza per temperar l'orribile del soggetto fondamentale, non vi ha sto rico indizio da poterne rettamente decidere. Altrove si è però notato, che non ostanti le tendenze di quel poeta per la di pintura degli eccessi dolosamente criminosi, tendenze che fra le sue mani pervertirono si bruttamente l'arte, il popolo di Atene gli era pur tuttavia di costante freno a non lasciarsi precipitare in troppo aperte mostruosità; ed ei più volte ne avea fatto a suo danno e scorno il crudele esperimento. Può in conseguenza tenersi ch' ei procurasse di velare in gran parte le incredibili atrocità onde le vecchie tradizioni aveano corredato a' posteri quel famoso avvenimento de' tempi eroici della Grecia; e che Seneca s ' industriasse al suo solito di anne rirlo oltre misura, frastagliandolo a modo proprio con quella sua fantasia pregna dello spettacolo reale di tutte le più turpi enormezze. Alcuni han creduto infatti, che la descrizione di quella parte della reggia di Micene ove si finge che Atreo spegnesse i nipoti, fosse fedelmente ritratta da quella parte del palazzo de' Cesari in Roma, che Nerone avea destinata alle sue laide passioni e crudeltà segrete. È possibile ancora che Seneca traesse altre ispirazioni alla sua opera dalla tra gedia latina, che, siccome Ovidio narra, Vario e Gracco com posero insieme su i casi di Tieste, e che probabilmente è la stessa in seguito divulgata sotto il solo nome di Vario, di cui la storia di quel secolo ci ha serbata rimembranza. A ogni modo, il fatto vero o non vero su cui si fonda questo tragico lavoro, non meritava esser cosi rilevato in tutta l'asprezza delle sue giunture e l'abbominevole nudità delle sue forme, che in un secolo in cui i più esecrandi at tentati e le più truci e inudite vendette facean parte integra e special delizia della vita pubblica e privata di ogni uomo. Col sicuro presentimento che a' suoi contemporanei non ne sarebbe incresciuta la dipintnra, Seneca lo tratto senza velo: e i suoi sforzi nel dare alcun contrasto di luce a quelle tene bre infernali, restarono inefficaci. I tre giovinetti sacrificati all'ira dello scettrato cannibale di Micene, non muovono che una pietà volgare e ſuggevole, poiché cadono pari a mutoli agnelli che il famelico lupo divora mugolando nelle sue grotte di sangue. Nè alcuna di più eminente ne muove pure lo sten tato ritorno di Tieste sulle vie della virtù e della giustizia, si perchè un tal ritorno può sospettarsi dettato dalla pienezza delle sue miserie, e si perchè il suo violento e consumato in cesto con la sposa del germano, è un fatto di sua essenza ir reparabile, e non si cancella o ripurga per pentimenti per lacrime. L'orror cupo e nefando che spira il carattere di Atreo, è l'unico affetto che domina e inviluppa ferocemente l'azione: se non che, soffocando a un tratto tutte le potenze dell'anima, le addormenta in uno stupor convulsivo, che di strugge ogni vitalità di sentimento negli spettatori, ed abban dona il personaggio alla sola compagnia di sè medesimo. E conviene saper grado all'autore di aver nell'ordito messa giù ogni maschera d'ipocrisia. Conscio che il suo Atreo è un mo stro fuor di natura, ei lo allontana diligentemente da ogni specie di contatto con la natura. In lui, niuno di quei palpiti precursori che si associano al concepimento di un grave e spaventevole delitto; niuno di quei terrori salutari che arre stano involontariamente la mano armata di un pugnale omi cida; niuno di quei rimorsi che la rea coscienza genera a un tempo e ritorce contro a sè stessa innanzi allo spettacolo di una già eseguita scelleratezza. A che infatti porre in mostra gli ordinari fenomeni del cuore umano per attaccarli a un essere al cui tipo la tempra dell'umanità rimansi compiuta mente estranea? Ma usciamo alfine di questo pattume: i comentari sono superflui dove i fatti parlano da sè in guisa, che ad ogni uomo di mente sana e di cuor non guasto è facil cosa il valu tarli. Ne mi rimane intorno a questo autore se non a preve nir brevemente qualche obbiezione che molti per avventura saran tentati di oppormi. Alcuni, per esempio, col bel romanzo del Diderot alla mano, diranno che io in questo esame ho troppo annerito il carattere morale di Seneca; ed a costoro, senza inutili contese, lascio piena libertà di alimentare la loro passione pe' romanzi, e di farsene un idolo: l’umana viltà sovente ha deificato tanti mostri, che aggiugnervi anche quello il quale, giusta la grave testimonianza di un Tacito, diede apertamente opera, se non a concepire, a consumare almeno un matricidio, non dee poter cagionare alcun nuovo scan dalo. Altri, con l'autorità di Marziale e di Sidonio Apolli nare, diranno, dall'altro canto, che vi ebbero tre fratelli conosciuti sotto il nome di Seneca; e che il teatro venne ascritto sempre, non al primo che fu precettore di Nerone, ma bensì ad Annio Novato, ch'era il secondo. Potrei rispon dere che uomini dottissimi in fatto di latina erudizione, quali sono un Giusto Lipsio, Erasmo, Einsio, i due Scaligeri, ed altri non pochi, attribuirono al filosofo gran parte di quelle trage die, senza lasciarsi punto illudere dalla circostanza ch'esse fos sero state pubblicate col nome del fratello: e ch'egli real mente vi abbia cooperato, lo attesta Quintiliano, il quale net tamente lo addita come autore della Medea. Potrei soggiu gnere che, ove quelle tragedie si paragonino attentamente con le prose del filosofo, basta la più leggera critica per rav visar nelle une e nelle altre le medesime tendenze di spirito, le medesime pretensioni di dottrina, spesso il medesimo fondo di pensieri, più spesso ancora le medesime stentate forme di lingua e di stile. Se non che tutte queste discettazioni erudite sono di niuna importanza per me. Quando anche mi si dimostri con matematica evidenza che le persone eran diverse, niuno potrà luminosamente provarmi che la tempra delle anime non fosse la stessa. Nelle mie investigazioni è stato in me principal di segno di apprendermi, non all'individuo materiale, che in teressa la storia degli uomini più che la.critica de' tempi, ma bensì all' individuo astratto, che vien come lucido specchio in cui fedelmente si riflettono le sembianze di un secolo con tutte le caratteristiche impronte, e tenaci abitudini, e maniere sue proprie di sentire, di pensare e di vivere. Se infatti biz zarria taluno volesse attribuir quel teatro ad altro poeta con temporaneo, a Lucano, per esempio, ch'era figlio del terzo fratello di Seneca il filosofo, cangerebbe egli mai lo stato della quistione? Il famoso cantore della Farsalia non fe' onta all' egregio zio: prese parte attiva in una congiura celebre, che mise Roma tutta in commozione; e, scoperto appena, tentò fuggir morte, denunziando vilmente i suoi complici, tra per i quali era sua madre: condannato indi a perire, perchè non era facile il placar Nerone per simil genere di meriti, affetto eroica fermezza; e ne’momenti supremi declamò versi allu sivi al suo stato; e del sangue che gli usciva dalle segate vene fe ' generosa libazione a Giove liberatore. A che andar più oltre mendicando prove, fatti e ravvicinamenti? Eran tutti cosi: ed il mio scopo essenziale si fu di chiarire, che ingegni educati disgraziatamente in mezzo a realità prosaiche e ributtanti, non poteano produrre che opere drammatiche ributtanti e prosaiche. Le ingenue ispirazioni della natura esigono am piezza di spazii congiunta a splendore di analoghe circostanze; e le grandi fantasie non si sviluppano al certo nelle piazze de' patiboli. La morale di questa filosofia escritta da un altro napoletano esiliato per i moti politici; che merita anche lui almeno un breve ricordo in questa storia: B.. La sua vita ha molti punti di contatto con quella dello scrittore del quale abbiamo ora finito di parlare; e meriterebbe uno studio speciale. B. nacque in Manfredonia. Era a Napoli a studiar leggi sotto Michele Terracina e Nicola Valletta. Si laureò avvocato; ma presto abbandonò la car riera forense, essendo stato nominato per concorso Uditore del Consiglio di Stato. Ispettore generale della Sopraintendenza generale di salute; e l'anno seguente per lo zelo e l'operosità dimostrata in occasione della peste di Noia, pro mosso Segretario generale della stessa Sopraintendenza e nominato cavaliere. Presentato dal Parlamento in una terna per Consigliere di Stato; ed ebbe infatti questo alto ufficio nel di cembre di quell'anno. Nel successivo fu nominato Commissa rio civile per l'approvvigionamento delle truppe in Abruzzo. Ma, caduta la libertà, dovette anch'egli cadere; e fu imprigionato, quindi proscritto. Si rifugia a Parigi; donde passò a Londra, per tornarvi. E a Parigi quindi Traggo le notizie biografiche di lui da un clogio funebre, scritto su informazioni fornitedalnipoteomonimo di B.: Sulferetrodelcav. B. i, paroledette  nella Congrega dei ss. Anna e Luca dei professori di belle arti, dal l'architetto CASAZZA. Napoli, Cons,;opuscolo di 8 pp.in-4.°posseduto dalla Società napoletana di Storia patria. Diluinon sidicenulla nell'opuscolo, del resto per tanti rispetti deficientissimo, di FONTANAROSA, I Parlam.nas. napol. mem.edoc., Roma, Soc.D. Alighieri, nel qual anno gli fu dato finalmente di ri tornare a Napoli. Dove riprese la carriera forense,e rimase tutto il resto di sua vita. Per sospetto di cospirazione, e arrestato e tradotto nel forte di S. Eramo; ma riottenne subito la libertà, anzi acquisto la fiducia di Ferdinando II. Il quale lo n o mino socio ordinario della R. Accademia delle scienze morali e più tardi Presidente perpetuo dell'intera Società Borbonica, ora Reale; e lo chiamò a far parte del Ministero, come ministro del l'interno. E d egli redasse lo statuto. Si ritirò nell'aprile e fu n o minato un'altra volta Consigliere di Stato.Ma nel maggio tornò al potere e condusse la reazione che seguì all'infausto 15 di quel mese. E ministro resto, da ultimo col portafogli dell'Istruzione. Quindi si ritrasse a vita privata,in una villa della collina di Posillipo, dove fini i suoi giorni. Come scrittore è particolarmente noto per le sue ricerche Della imitazione tragica presso gli antichi e i moderni, dove in tese a combattere la tesi difesa dallo Schlegel nel suo Corso di lette ratura drammatica.Ma eglifuanche poeta non mediocre, eau tore di parecchie altre soritture di estetica; fra le quali meritano speciale menzione le seguenti: De l'esprit de la comédie et de l'in suffisance du ridicule pour corriger les travers et les caractères, pubblicata a Parigi; Cenni estetici sulle origini e le vicende della poesia ebraica, nonchè due memorie lette al l'Accademia di Napoli: Cenni cstetici sulle origini e le doti del teatro indiano; In quale dei cinque sensi a noi conosciuti è da scorgere il proprio ed efficace organo della bellezza. Il solo titolo di questa memoria basta, mi pare,a farci intendere che razza di estetica fosse quella di B.. Annunzia un trattato di estetica, pubblicandone l'introduzione in una rivista La 1.a ediz, fu fatta a Lugano. L'edizione corrente è quella del Le Monnier. Ma fral'anael'altracen' è una seconda corretta e daccresciuta di un capitolo sul teatro, Napoli, Vaglio, in quella Biblioteca italiana pubblicata per cura di B. Fabbricatore, che accolso anche la Storia generale della poesia del Rosenkranz, tradotta dal De Sanctis. E l'editore annunziava che all'Imitazione avrebbe fatto seguire altri 2 voll.contenenti scritti del tutto inediti di B. Sull'Imitazione, v. ULLOA,Vedilesuo Poesievarie, Napoli, De Bonis; e intorno ad esse ULLOA, e l'articolo di V. IMBRIANI nel Giorn. napol. della domenica.  Milano, Vodi il suo art. Filosofia dell'estetica nel Progresso ma disgraziatamente il manoscritto gli fu involato, come ci dice un biografo, nella prigione di S. Eramo. Anonimo uscì un suo Esquisse politique sur l'action des forces sociales dans les différentes espèces de gouvernement, che egli aveva mandato m a noscritto da Londra a un suo amico di Brusselle, e fu da questo pubblicato a sua insaputa. Fu lodato dal Tracy e il nome dell'autore scoperto in una recensione che ne fece con lode il Daunou nel Journal des Savans; onde valse a prolungare l'esilio del Boz zelli, non potendo le idee liberali sostenute in quel libro essere approvate dal governo di Napoli. E molti brevi scritti inseri in riviste straniere, durante l'esilio,e negli Atti dell'Accademia a Napoli, che non giova qui ricordare; essendoci qui proposti soltanto di dare una notizia d'una sua più notevole opera: Essais sur les rapports primitifs qui lient ensemble la philosophie et la morale,stampata a Parigi e ristampata col ti tolo più breve De l'union de la philosophie avec la morale; la quale rappresenta davvero un tentativo storicamente considerevole. B. si prefigge in essa lo scopo di dare alla scienza della morale quell'ordine rigoroso, quell'unità sistematica, che erano stati raggiunti, secondo lui,dalla filosofia speculativa dopo Bacone, ossia da quando essa cominciò a fondarsi sull'esperienza: di fare perciò della morale, che si trattava ancora sotto la forma vaga d'una raccolta di osservazioni staccate, una vera scienza filosofica. Perchè, egli dice,« la philosophie n'est pas seulement (1) Una sessantina di saggi dice il Casazza, che ne dovette avere innanzi l'elenco. Ma noi non no conosciamo cho pochi: e menzioneremo solo il Disegno di una storia delle scienze fllosofiche in Italia dal risorgimento delle lettere sin oggi (ostr. dagli Atti dell'Ac cademia di sc.mor.e pol.di Napoli); dove sono alcune considerazioni superfi ciali intorno alle tendenze spiccatamente filosofiche delle menti del mezzogiorno d'Italia e a quel giusto mezzo che,quasi per il loro vivo senso artistico, gli Italiani in generale avrebbero, secondo l'A., mantenuto tra le dottrine estreme del materialismo e dello spi ritualismo astratto. Noi non conosciamo che questa 2." odiz. di Paris, Grimbert et Dorez. Anche in questa ediz.,del resto,il titolo ripetuto dopo un Discours prélimi naire è Essais sur les rapports ecc.E a quest'edizione si riferiscono le nostre citazioni.Il PICAVET (Lesidéologues, Paris, Alcan), dandouna brevissimanotiziadellibro, che cita Essaisecc.,dà la data del 1828. Ma dev'essere una svista. La data è data dal Casazza e dal cenno che su B. si trova nella Grande encyclopédie. Sul libro, si cita una recensione del Lanjuinais nella Revue encyclopédique, vol.26.o Il Casazza infine dice che il nipoto omonimo già ricordato « con rispettosa ossequenza al nomo dello zio,or ora porrà allo stampe la traduzione dell'opera Saggio sui rapporti,ecc.>, la clef de la morale,elle en est l'essence même ».Non disconosco che importanti concezioni rigorose della morale c'erano già state in Germania après les ramifications de la doctrine de Kant. M a non erano che concezioni di unitari, com'egli chiama gl'idealisti; di unitari o teisti, o assoluti. E ormai è chiaro di quale filosofia l'autore intendesse parlare, volendo filosofica la morale. Egli insomma voleva per questa qualche cosa che potesse paragonarsi agli scritti concernenti la teorica della conoscenza (philosophie egli dice) di Locke, di Condillac, di Destutt de Tracy: ces trois écrivains qui semblent se succéder exprès pour ajouter l'un à l'autre, pour serrer de plus en plus l'analyse et l'enchaînement des faits, pour que l'erreur echappée à la pour suite de l'un soit atteinte par l'autre jusque dans ses derniers retranchemens; ces penseurs enfin qui brillent comme trois points lumineux dans l'histoire de l'esprit humain, et qui éclairent la route de la vérité,pour empêcher que personne ne puisse plus s'égarer dans le vague des hypothèses. Le azioni umane, la cui direzione costituisce l'oggetto della morale, non sono apprezzabili se non a patto che si riferiscano alle affezioni che le determinano. La scienza della morale, per tanto, si fonda sulla conoscenza delle cause per cui tali affezioni si generano, si succedono, si coordinano: si fonda, oggi si direbbe, sulla psicologia. E come il principio d'ogni fatto spirituale è nella sensazione, bisogna cominciare da questa. La sensazione è un fenomeno del nostro essere,che avviene internamente,dentro di noi. Questa è una verità intuitiva,at testataci dalla coscienza. Il numero delle sensazioni è infinito; ma esse entrano fra di loro in certi rapporti; il che non sarebbe possibile senza un sostegno, un centro, un principio generale e permanente di tutte queste affezioni.È un'induzione questa asso lutamente necessaria, perchè unica. Noi non conosciamo diret tamente questo qualche cosa che è la base delle sensazioni; m a lo scopriamo per i suoi effetti, come la prima condizione di essi, come una potenza particolare,che sipotrà indifferentemente chia mare essere senziente, anima, spirito, intelligenza, sensibilità. Ma non pare conoscesse le opero oticho di Kant o de'suoi epigoni. Di Kant cita solo le Considerazioni sul sentimento del bello e del sublime; e, salvo errore,nella tradu zionefrancesedol Koratry.L'accennochesifa a p.464eseg. allamorale disinteressata di Kant non prova una cognizione diretta delle opere kantiane.  Ma la sensazione rappresenta sempre qualche cosa di estra neo all'essere che sente: non si potrebbe concepire in noi la pre senza d'una sensazione, spogliata da ogni rapporto con oggetti dif ferenti da noi.Sicchè bisogna convenire,che vi sono realmente causc esteriori che noi conosciamo soltanto dai loro effetti su noi, e che sono la seconda condizione, non meno indispensabile della prima, per lo sviluppo della sensazione: e il loro insieme si dirà natura, mondo, universo, o, più semplicemente, esistenze che ci sono estranee. Per ammettere queste esistenze l'argomento più luminoso, secondo B., è che quando mancano certe date sensazioni, non accade mai d'imbattersi negli oggetti che possono produrle. Ognun vede che l'argomento è molto debole, per non dir nullo: ma infine « tous ceux qui se tiennent dans les bornes d'une espèce de doctrine pratique et de simple sens commun, en sont pleinement d'accord ». E questo è verissimo. Contentiamoci, ad ogni modo, per la scienza dell'anima e dell'universo,diqueste semplici verità d'induzione: e rinunziamo alle ricerche metafisiche sull'essenza dell'anima e sul principio generatore dell'universo. L'impossibilità d'una soluzione scienti fica dei problemi metafisici è dimostrata dal fatto che non ci sono due pensatori che abbiano dato una stessa soluzione: quot capita totsententiae.Se oggi, dice B., sisaqualche cosa dichiaro in questa materia, si deve piuttosto ai lumi della religione po sitiva che ha tagliato i nodi con la sua autorità. La sensazione non importa semplicemente la rappresentazione di cause esterne,l'appercezione delle qualità dell'oggetto, ma an che una immancabile alternativa di dolore o di piacere. Una sen sazione che non s'accompagni con un'emozione gradevole o in cresciosa,è un'astrazione senza realtà. La sensazione è tutta la sensazione: ossia fatto rappresentativo oggettivo e fatto emotive. Del resto, B. ammette la oggettività della cosa, ma non ammette quella dello qualità: « Dans la réalité, une sensation ne représonte rien en elle-même, parce qu'ellen'estriendesemblableàl'objetquilaproduit -- chia come fisica; e i positivisti d'oggi e gli altri agnostici non hanno nessuna la nuova conclusione È la vec de 'critici negativi di ogni m e t a della sottomissione rità religiosa. È la conseguenza ragione di scandalizzarsi forze della ragione. di B. logica e fatale all'auto della sfiducia nellesoggettivo. Donde la vera classificazione delle facoltà dell'anima inintuitiveeattive;leunestrumento dellaconoscenza,lealtre dell'azione.Le forme rappresentative sono icaratterifilosoficidella sensazione; i fenomeni di piacere e di dolore, i caratteri morali. Il piacere e il dolore ci sono noti immediatamente, perchè li proviamo: m a la ragione del loro accadere è impenetrabile. In compenso,la loro conoscenza è nettae distintaper modo che a nessuno è possibile confondere l'uno con l'altro; anzi ognuno sente il piacere come un'affezione di natura diametralmente op posta al dolore. Ora, l'idea di sensazione è inseparabile da quella di m o vimento. Già essa, consistendo in fondo in un cangiamento di stato, ossia in un passaggio da uno stato ad un altro, non può avvenire senza movimento ! Ma essa stessa poi genera un m o vimento; e come essa ha un doppio carattere morale, secondo che è piacevole o dolorosa,è chiaro che determinerà una doppia specie di movimenti. Quei fenomeni esteriori e visibili che si osservano nell'uomo investito dalla gioia o dalla tristezza, non sono che una conseguenza organica d'un primo movimento che si determina per tali sentimenti nell'anima. E per analogia con i movimenti che si vedono nel corpo, noi possiamo dire,che ilm o vimento correlativo dell'anima ora è espansivo,ora è coercitivo: espansivo quando si tratta di piacere, coercitivo quando sitratta di dolore. B. combatte la vecchia dottrina edonistica epicu rea, rinnovata da VERRI (si veda) nel suo Discorso sull'indole del piacere e del dolore, che il piacere con sista nella cessazione del dolore.Che significa che ildolore cessa? Il dolore,come il piacere,è un carattere della sensazione: sicchè può cessare se cessa la sensazione dolorosa. E se cessa la sen sazione, non può esserci nè anche il piacere; perchè anche il piacere è carattere della sensazione, e non può esser prodotto da niente. E poi: contro la dottrina del Verri sta l'esperienza comune degli oggetti, parte noti come causa diretta di sensa (1) Ecco perchè e in che senso B. distingue la scienza della morale dalla filosofia. Vedi LOSACCO, Le dottrine edonistiche italiane, Napoli, Atti della R. Acc. di Sc. mor. e pol. di Napoli, dove appunto sarebbe stato opportuno ricordare le osservazioni fatte al Verri da B.    zioni gradevoli, e parte, di sensazioni dolorose: gli uni e gli altri come forniti di caratteri dipendenti dalle loro qualità par ticolari ed intrinseche. Se il piacere fosse generato dalla cessa zione del dolore, delle due l'una: si dovrebbe ammettere cioè, o che in natura non esistono oggetti piacevoli di nessuna specie, e che tutto l'universo non è che una causa unica e continua di dolore; o che, se alcun oggetto piacevole esiste, esso dev'essere considerato come una creazione inutile o come un'aberrazione e una mostruosità fuori dell'ordine normale delle cose. E in verità non si può concepire niente di più strano e di più assurdo.Certo, bisogna riconoscere che il piacere attinge un maggior o minor grado d'intensità secondo che succeda a un dolore più o meno vivo,o più o meno rapidamente cessato. Ma il piacere è uno stato positivo, come il dolore. Nè vale ricorrere come fa il Verri a quei dolori oscuri, equi voci, quasi inconsci, che egli dice dolori innominati, per ren der ragione di quei piaceri che l'esperienza non ci mostra come successivi a un dolore. L'affermazione di siffatti dolori è asserzione vaga, dice B., epocodegna dellaseverità dell'analisi: contraddetta dal fatto delle serie di sensazioni associate, tutte piacevoli. Ma torniamo ai gradi dello sviluppo dell'anima. Il primo è dunque quello attestatoci dal sentire:ossia l'attitudine dell’a nima a sentire, o sensibilità propriamente detta. Questa facoltà, come ogni altra, è attiva, checchè ne dica il Laromiguière. In fatti, dire facoltà passiva è una contradictio in adiecto: perchè fa coltà viene da facere, sinonimo di agere; ed è perciò lo stesso che attività. La sensibilità si dice passiva, perchè le sensazioni sono necessarie e come imposte: non essendo in poter nostro di evi tare l'eccitamento degli stimoli esterni, nè, una volta eccitati, di non provarne le impressioni sensibili. M a il senso non è semplice recettività; ei non ha niente di simile a un corpo fisico in riposo che riceva un urto meccanico da un altro corpo che è in movimento. L'anima nell'atto che riceve quel dato stimolo, risponde all'impressione esterna, facendo nascere la sensazione, cioè « B. ha ragione di notare al Verri che oltre e meglio di Platone, Montai gne, Cardano e Magalotti, avrebbe potuto citare tra coloro che avevano sostenuto la sua dottrina, Epicuro: pel quale il vero piacere era appunto oneExipeous Tavtos toj a d yoovtos (DIOG. L.). Vediunmio articolonellarivistaLa Criticadir. da CROCE,In questa facoltà del senso tutte le altre trovano il prin cipiodellorosvolgimento.Datoilcarattereespansivo delpiacere, bisogna ammettere nell'anima una specie di attività differente da quella del senso. L'essere senziente pel piacere « ne sent pas simplement; il s'élance dans sa propre modification, et s'efforce à tout prix de s'y attacher ». C'è qui uno sdoppiamento d'atti vità:un'attivitàsente, eun'altrasisforzadiconservareuno stato.. L’una e l'altra sono facoltà elementari;e la seconda dicesi volontà. Di qui si vede che lo sviluppo della volontà comincia dalla prima sensazione piacevole; poichè il dolore è coercitivo. M a il dolore ha un'altra funzione. Il piacere sviluppa la doppia attività dell'anima sensitivo -v o litiva; il dolore la sola attività sensitiva. Sicchè ilsuccedere del dolore al piacere non può riuscire indifferente all'anima; la quale non può non raffrontare i due stati, e sentire la loro diversità. Ora, sentire questa disparità tra isuoi modi di essere,non è sen tire gli stessi modi di essere separatamente, e ciascuno per sè. Questo nuovo sentire è quindi l'effetto d'una terza facoltà, ele mentare anch'essa, dell'anima;è ciò che dicesi propriamente un giudizio. 14. Queste del senso, del volere e del giudizio sono le tre fa coltàprimitivedellospirito;le leggi,perdirlacon Dugald Ste art, della nostra costituzione mentale. Esse non sono distinte per modo che ciascuna di esse sorga a misura che condizioni particolari del suo sviluppo vengano sucessivamente a verificarsi; perchè l'essere sensitivo è uno; e fin dalla sua prima risposta aglistimoliesterni,eglisielevaintuttalapienezzadellesue potenze, come me che sente, me che vuole, e me che giudica. Pure, come l'esperienza umana non si occupa affatto delle esistenze in quanto indipendenti da ogni rapporto con noi (non le afferma, nè nega), cosi per la nostra esperienza non importa che le fa coltà primitive dell'anima siano tutte e tre originarie: essa non  fenomeno sui generis, che si riferisce all'oggetto esterno, senza però rassomigliargli e senz'aver nulla di comune con esso » (1).Il cheèattivitàenonpassività.– Sicché quest'argomento del La romiguière per togliere la sensazione dal seggio in cui il sensi smo, fino a quella che il Picavet chiama la seconda generazione di ideologi, l'aveva collocata, come fonte e base di ogni prodotto dello spirito, non ha alcun valore.) tien conto nel me che sente,del me che vuole,nè del me che giu dica:questi me non ancora sirivelano; sono,ma per noi come non fossero. Per tenerne conto,sì da non ammettere nessuna gra duazione,nessuno sviluppo nella formazione dell'anima, la filoso fia dovrebbe spingere l'analisi al di là di ciò che si è manifestato alla nostraanimainun modo positivoereale. Insomma, B. afferma, come sa e come può,la necessità razionale di conci-. liare il concetto dell’a-priori dell'anima col concetto dello sviluppo di essa. In questo sviluppo la volontà ha una parte importantis sima,come s’è visto. Senza la volontà l'anima non potrebbe che sentire, e non si eleverebbe mai all'altezza del giudizio. E poichè volontà senza piacere è impossibile, il piacere è il cardine e il centro della vita dello spirito. Esso è l'unico motivo del volere: e B. non accetta nulla della dottrina del Locke che il volere sia determinato da un'inquietudine attuale. Il dolore non cimuove,macimortifica. Il dolore ci muove quandofuoridi noi ci sia qualche cosa di piacevole il cui acquisto ci prometta un sollievo. Ma allora non è propriamente il dolore il vero motivo, anzi quella sensazione piacevole che l'oggetto esterno ci fa pregustare. Il dolore come tale è assolutamente quietivo: nessuno può volervisi sottrarre senza l'esperienza d'uno stato diverso, che sarà quindi il reale motivo del voler suo. Non ci sono desiderii vaghi di liberarsi da dolori attuali senza saper nulla dello stato in cui si cangerebbero. Si ha sempre un'idea dello stato diverso che si desidera. Condillac disse bene. Les besoin ne trouble notre repos, ou ne produit l'inquiétude, que parce qu'il déter mine les facultés du corps et de l'âme sur les objets, dont la privation nous fait souffrir. Nous nous retraçons le plaisir qu'ils nous ont fait: la réflexion nous fait juger de celui qu'ils peuvent nous faire encore; l'imagination l'esagere; et, pour jouir, nous nous donnons tous les mouvemens dont nous sommes capables. Toutes nos facultés se dirigent donc sur les objets dont nous sentons le besoin ». Or questo,osserva B., non è che un commento di Locke; il quale, indicando il dolore come causa delle nostre determinazioni,esige che v’abbia nello stesso teinpo fuori di noi quel tale oggetto piacevole che ci promette un sol lievo. Ma in questo modo è un aperto tradirsi, è ammettere di fatto ciò che con tanta fatica si combatte in teoria. Si, è « pour jouir, come dice Condillac, que nous nous donnons tous les m o u vemens dont nous sommes capables ». Il vero motivo dunque delle determinazioni volitive è quel l'oggetto volibile posto fuori di noi,di cui parla lo stesso Locke. Ma come s'ha da intendere questo fuori di noi? Non certo nel senso spaziale: perchè in questo senso l'oggetto resta sempre fuori del soggetto che lo sente. Qui si tratta invece di posizione nel tempo; vale a dire, l'oggetto è fuori di noi in quanto non è ancora, può in avvenire esser posseduto da noi: in quanto rispetto a noi è un oggetto futuro, laddove l'oggetto goduto può dirsi presente e attuale. Di qui il principio, su cui  B. insiste a lungo e difende da ogni possibile obbiezione, che il motivo di tutte le azioni umane sia la sensazione piacevole dell'avvenire. Or donde, dato un unico motivo possibile, tanta varietà nelle azioni umane? Egli è che l'anima, a cominciare dalla sensa zione,non è,come fu già osservato,uno strumento passivo.Un'af fezione poi, com'è data dalla sensazione, non resta immobile e inerte nell'anima,che la elabora e la spiritualizza, decomponen done gli elementi costitutivi (un oggetto nelle sue varie qualità di cui non è che l'insieme) per distinguere questi l'uno dall'altro, e d'ognuno farne un centro d'associazione d'altre affezioni o m o genee che concorrono a fissarvisi. Quindi un intreccio di vincoli per cui le rappresentazioni sono fra di loro legate; e quindi una maggiore o minor forza in ognuna a seconda del più o meno stretto collegamentocon altre;ecorrelativamente,una maggioreominor facilità in ciascuna di esser ricordata e come d'esser proiettata pel futuro.Ora questa forza intrinseca dell'anima,elaboratrice dei materiali dell'esperienza sensibile,non pervenendo a uno stesso grado in tutti gl'individui e in tutte le età, è chiaro che confe rirà un contenuto diverso al motivo del volere,e produrrà quindi la varietà delle azioni. Insomma, essendo identica in tutti la natura dell'anima e identici gli organi esterni che le porgono alimento, si genera ne'diversi individui un diverso contenuto psi cologico, da cui dipendono le determinazioni del motivo in so unico dell'umano volere. « Certo, dice con enfasi B., quell'inflessibile Bruto che condanna a morte i suoi figli, e che con occhio fermo assiste all'ese cuzione della sua terribile sentenza,sarà un essere inconcepibile  ma [Essai troisième, chap. I e II.   fuori del primitivo concetto della grandezza romana. Egli si slan cia attraverso la notte dell'avvenire, e vede per quell'esempio di giustizia spiegarsi sotto isuoi occhi,in una successione magnifica, cinque secoli di gloria e di prosperità; vede la nazione più colos sale uscirne tutta intera e coprire della sua potenza la faccia della terra; e concezioni che spaventano le anime comuni, rien trano per le anime straordinarie nei rapporti immutabili del l'esistenza dell'universo ». Il principio delle azioni umane, dunque, è la sensazione piacevole di un oggetto futuro: o con termine più semplice, il piacere. E la storia ce ne fornisce una conferma evidente. L'ori gine della società non è che l'effetto di tale principio. Esso conduce il selvaggio dalla caccia alla pastorizia, quando l'esperienza gl'insegni che le intemperie o le malattie potranno impedirgli un giorno di procacciarsi la preda necessaria al vitto: ed egli provvede all'avvenire impadronendosi, quando può, di gran numero di animali pacifici, per esempio di cervi, e li conserva vivi, per potersene nutrire al bisogno. Esso fa sorgere accanto alla pastorizia l'agricoltura, quando l'uomo conducendo gli armenti alla pastura, acquistata la conoscenza degli alberi e delle piante, comincia a sperimentarne l'uso, e a poco a poco a calco larne ivantaggi che ne può ricavare con la coltivazione.Esso mena il pastore e l'agricoltore a scambiarsi i prodotti superflui della loro diversa operosità,segnando quindi la data della più potente rivo luzione nell'insieme dei loro bisogni e delle loro facoltà. Quindi, dividendosi sempre più il lavoro e moltiplicandosi gli scambii, sempre quell'identico motivo aduna insieme ad abitare in un sol luogo consumatori e produttori, e crea le città. Poscia perfe ziona le arti, regola le industrie, e fa nascere perfino le scienze. È questa la molla segreta di tutto l'umano progresso. 18. E che è la proprietà se non un sostegno dell'avvenire? E a che si ricerca e si stabilisce, se non per assicurarsi il piacere futuro? La proprietà è necessaria appunto perchè è necessario cotesto sostegno dell'avvenire. E coloro che declamano contro la proprietà, esaltando la comunanza dei beni, non sanno che si di cono, e si stenta a credere che parlino in buona fede. E che? La comunanza dei beni esclude forse la proprietà? Una massa di mezzi di sussistenza appartenente a una colonia intera senza appartenere agl'individui che la compongono,è inconcepibile.La  proprietà individuale ci sarà sempre, sebbene ridotta al libero uso che ciascuno può fare dei beni comuni; perchè in quest'uso è assicurato appunto a ciascuno il sostegno dell'avvenire; che è la vera sostanza del concetto di proprietà. Ma cogliendo il frutto, non s'è padroni di tagliare l'albero che lo produce. Ma l'albero non è per ciò sempre una proprietà,alla quale ognuno ha diritto di ricorrere, quando vuol soddisfare la fame? Ma questo diritto appartiene egualmente a tutti gl'individui della colonia. Ma da quando in qua la solidarietà del possesso ha distrutto il diritto di proprietà, che ciascun solidale ha sullo stesso fondo? E tanto è vero questo modo di vedere che,quando questa massa di beni comuni cessi, per dissensi o usurpazioni, di soddisfare ai bisogni di tutti gli individui della comunanza, cessa anche di essere una proprietà, pel solo fatto che nessuno più vi riconosce l'appoggio del suo avvenire;e allora ognuno per sussistere fa assegnamento sul suo lavoro personale, e si crea una proprietà a sè, di cui gli altri non partecipano punto il godi mento. Declamare, dunque, conchiude il nostro scrittore, contro la proprietà è pigliarsela colle affezioni costitutive del n o stro essere. Pretendere la proprietà con la comunanza dei beni, è giuocar di parole, é appigliarsi a una differenza, che rispetto alla nostra natura sensitiva è nulla. E che è la legge se non una garenzia dell'avvenire? Tutte le definizioni diverse date da CICERONE (si veda), da Montesquieu, da Grozio, da Rousseau contengono forse ciascuna una verità,ma par ziale e incompleta. La legge non è una semplice volontà, nè un pensiero generale, nè un'astrazione filosofica: ma « una potenza sempre attuale, sempre formidabile,che nasce dal bisogno di con servare inviolabili le affezioni più generose dell'anima. La pro prietà basterebbe come sostegno dell'avvenire;ma questo soste gno è ad ora ad ora scosso dalla violenza e della mala fede, con tro le quali urge appunto la garanzia delle leggi. Certo la legge provvede a un vizio della convivenza civile; e Tacito ha ragione: corruptissima republica,plurimae leges! 20. E se si riflette, la stessa religione rispecchia quel fonda mentale motivo di tutte le umane produzioni. Non è religione quella del selvaggio, che, atterrito dal rimbombo del tuono nel mezzo della tempesta,si prosterna innanzi al corruccio d'un Dio che ei si rappresenta posto sulla cima delle nubi; o del selvaggio  che all'apparire del sole vedendo sorridere la natura, adora in ginocchio l'astro luminoso, ond'egli fa la dimora sacra d'un Dio benefattore: perchè il vero sentimento religioso è ben altrimenti profondo. Religioso è l'uomo la cui anima si espande a tutto ciò che v'è di più tenero e di più simpatico nei rapporti della natura vivente, e sdegnando fieramente i limiti d'una tomba fredda e silenziosa, innalza le sue più nobili aspirazioni oltre il confine del tempo e dello spazio: l'uomo virtuoso che l'ingiustizia dei suoi simili ha gettato nelle tribolazioni dellavita,eche,non vedendo se non nella morte il termine delle proprie miserie,apre l'anima alle illusioni lusinghiere d’un'altra vita imperitura,e sospira la calma che si ripromette di trovarvi.Negli uomini diquesta tem pra conchiude il Bozzelli s'eleva il santuario della reli gione, dond'essa apparisce raggiante delle speranze più consola trici. La religione nasce pertanto come l'infinito dell'avvenire(1). Disse lo Shaftesbury, che il primo ateo dovette essere certamente un uomo triste e malinconico. Il contrario anzi è vero, secondo il nostro romantico scrittore. Le reveries seducenti della tristezza malinconica fecero nascere la religione; e l'ateo è un 21. Tutta l'umanità dell'uomo,dunque,cidice,che ogni deter minazione dello spirito procede dal bisogno d'un piacevole avve nire. E in questo bisogno perciò occorre cercare il reale fonda mento di quel fatto umano,che è a sua volta la morale. L'etica di B. è,come ognun vede,schiettamente edo nistica. E come ogni edonista, B.  concepisce la morale come un fatto naturale,ed è risoluto avversario del concetto normativo di essa. « L'homme, egli dice, ne doit être que ce qu'il est: la règle de sa conduite ne répose que sur les lois de sa constitution fondamentale... Dire que l'homme doit être par choix une cose tout-à-fait différente,de ce qu'il est par essence, c'estprétendre qu'unarbrefait pour produiredespommes,pro duise des poulets ou des poissons. E direbbe invero benissimo se questa concezione realistica della morale egli non riattaccasse alla veduta metafisica dell'antico edo nista,che honeste vivere est secundum naturam vivere; e se ricer  cui cuore freddo e gretto è incapace di allargarsi deliziose d'un'anima alle espansioni tenera e gentile. La réligion et l'irréligion ne constituent en dernière analyse qu'une simple sibilité question de sen essere il cando nell'uomo stessoilfondamento effettivo dellamoralità,egli non si mettesse innanzi l'uomo nella sua nudità primitiva. L'uomo ancor nudo, il bestione di cui parla Vico, non ha ancora moralità, è ancora natura: e bisogna aspettare, per dir così, che si vesta, perchè diventi quell'essere nella cui costituzione una concezione realistica della morale possa trovare il fondamento di fatto di questa.Ad ogni modo,vediamo come quest'uomo ancor nudo acquisti col solo motivo del piacere la moralità, secondo B.. 22. La morale non è che una continuazione, o, se si vuole, un'applicazione dell'analisi fin qui fatta delle forze operanti nello spirito, Si rifletta. Se tutti gli oggetti circostanti fossero uni formemente piacevoli,per obbedire alla propria natura, ed essere quindi completamente felice, l'uomo non dovrebbe che abbando narsi agl'impulsi della sua volontà spontanea. Ma, pur troppo, questa età dell'oro non è che nell'immaginazione di Esiodo e de gli altri poeti antichi che la descrissero. Purtroppo, le cose e gli stati sono ora piacevoli e ora dolorosi; e l'uomo, che non ab bia accumulato una sufficiente esperienza, spesse volte s'inganna: crede di seguire il piacere, e si trova innanzi il dolore: e procede sempre nella vita come naviglio in mezzo all'Oceano,ora favorito dal bel tempo, ora sbattuto dalla tempesta. Ma i disinganni e i dolori lo rendono riflessivo, distruggono in lui quel naturale abbandono agl’impulsi ciechi del volere; lo rendono sempre più prudente, e più difficile nelle determinazioni future. Gli farebbero contrarre l'abito della perplessità e della irresoluzione, se non soccorresse il giudizio,che solo ha il po tere di leggere nell'avvenire fondandosi sul passato,ed è in grado perciò di fornire una garanzia all'anima che vuole, mostrandole il bene verace, incoraggiandola, rassicurandola. Il giudizio, ricercando sempre i rapporti del mondo esterno con l'uomo a fine di garentire il volere per il futuro, accumula via via un gran tesoro di fatti positivi; che non restano patri monio esclusivo dell'individuo che ne fa esperienza,ma si comu nicano nelle famiglie, e si ereditano di generazione in genera zione; moltiplicandosi col tempo per l'esperienza degli altri in dividui;permodo cheinfinel'uomo sitrova riccodituttiimezzi che occorrono ai suoi vasti bisogni. L'analyse de la pensée a dissipé les romans,a désenchanté les osprits,a montré l'homme dans sa nudité primitive >Se non che questo fardello di esperienza che cresce sempre, non può crescere indefinitamente: perchè finisce con essere in sopportabile alla memoria. E che avviene? Una parte di esso va lentamente perdendosi nell'oblio.È vero che intanto nuove espe rienze aggiunge di proprio l'individuo; m a è tutto un versar acqua nella botte delle Danaidi.almeno sarebbe,se In queste massime, in questi apoftegmi, in tutte queste gene ralizzazioni è la morale, una morale pratica, che diventa scienti fica quando tutti i precetti, tutte le massime sono coordinate e messe d'accordo tra loro,ridotte a sistema e subordinate a un'idea unica e centrale. La morale, insomma, si riduce a una precet tisticadiprudenza;ogni imperativo,potremmo direcon Kant,è ipotetico. Come accade che la morale apparisca qualche cosa di di verso? B. spiega anche la psicogenia del concetto corrente della morale, come di un insieme di obblighi superiori, imposti alla nostra natura sensibile e non derivati affatto da questa. Una volta formate le massime generali, è naturale che, invece di fare ai figli delle lezioni pratiche richiamando o narrando tutte le singole esperienze, si preferisca d'imprimere nella loro memoria quelle regole determinate che essi potranno poi applicare nel loro interesse secondo i casi della vita; giacchè in tal modo siri sparmierà tempo e fatica,e sarà tanto di guadagnato per l'inse gnamento che si vuol dare. M a come fare accettare tali regole ai figli? La loro vera giustificazione sta nell'insieme dei casi par ticolari, da cui sono estratte. E rifare la storia di quei casi è impossibile; tanto varrebbe continuare nel vecchio sistema, e la sciar da banda le regole. Si pensa ad imporle incutendo per esse un rispetto stabile e profondo, col dare ai fanciulli un'idea m i steriosa della loro natura ed origine. Non si presenta la verità tutta nuda: si crede anzi di ren  CAPITOLO V tervenisse di genio, che, fatta una cernita non in l'opera degli uomini dotati d'una gran mobilità sieme tutti i catenano e fondono masse di quelle esperienze simili e quindi generalizzando con finezza e profondità carico di fatti individuali, in caratteri coloriti e sfumati casi particolari intere di tali esperienze, e le rendono al pubblico cui originariamente mero di parole partenevano,secondo lafineosservazione in piccol n u ap del La Bruyère, coniate, chiare e precise, in apoftegmi per dir cosi, in massime ed eleganti, in pensieri ingegnosi semplici: con cui si sostituisce e minuziosi. da tutti il pesante e forza, messi in, in   derla più bella vestendola e abbigliandola in costume da teatro. Si dice che quelle regole hanno un'origine soprannaturale, che sono innate in noi; che ognuno le porta impresse nel cuore. E vera mente come figure rettoriche queste espressioni, dice B., potrebbero correre. Si può dire, infatti, che Dio ci abbia dato queste regole nel senso che egli ci ha fornito i mezzi di scoprirle e constatarle; si può dire che siano innate in noi, nel senso che noi siamo dotati delle facoltà adatte a farcele scoprire. Ma così potrebbe dirsi egualmente,che Dio ci ha comunicate le leggi del moto,e che esse sono impresse nelnostrocuore,per ciò solo che ci ha così fatti da apprenderle mercè l'esperienza e la rifles sione. 24. Non già che le leggi morali sieno convenzionali e arbi trarie. Esse sono fisse e invariabili nell'ordine eterno delle cose; dipendono dalla nostra natura sensibile; come le leggi fisiche ap partengono intrinsecamente ai corpi.Noi non possiamo cangiarle, nè sottrarci ad esse. Ma l'origine loro nel nostro spirito non è differente in nulla dall'origine dei concetti che pure abbiamo delle leggi fisiche. Certo, nel mondo fisico, sarebbe meglio limitarsi a insegnare a un contadino come, coltivando e curando erbe ed alberi sel vatici,i nostri padri pervennero col lavoro a sostituire alla fine, per la nutrizione, frutti più dolci e più succulenti alle ghiande e alle radici. Ma in pratica,è indifferente che gli si dica al con trario,che tutto si deve al solo dono degli Dei; e che a Minerva dobbiamo l'ulivo, a Cerere le biade e a Bacco la vite.Il sistema è diventato falso,perchè si è esagerato; e a forza di voler cavare tutto dai cieli,s'è finito col farne scendere perfino il delitto e la corruzione. Ma oggimai, pare a B. che meglio si farebbe dicendo il vero ai giovani; mostrando loro come quelle regole di morale che, si additano ad essi, non sono altro che la quintessenza del l'umana esperienza accumulata a prezzo di infiniti dolori; e che seguirle è fare il proprio interesse, perchè esse insegnano i mezzi di sfuggire al dolore. La morale di B. è per questo essenzialmente intellet tualistica come quella di Socrate. Esser virtuoso è sapere: sa (2) Ma la fonte diretta è HELVELTIUS; il quale già aveva detto che bisogna « décou vrir aux nations les vrais principes de la morale; leur apprendre qu'insensiblement en   per veramente. E come Hobbes scrisse un libro De computatione seu logica, bisognerebbe scriverne un altro: De computatione seu ethica: perchè non si tratta anche in morale che di un calcolo. Ma a questo punto B. prevede un'obbiezione: la vostra morale è impossibile, perchè, incatenando la volontà al piacere, voi avete distrutta la libertà che è la condizione sine qua non della morale. Intendiamoci: bisogna distinguere libertà da libertà. Io ammetto, egli dice accordandosi pienamente col Borrelli, lalibertà,ma comepotenza d'agiresecondole determinazioni (lella volontà, senza che alcuna forza estranea Questa libertà d'agire esiste, ed è assoluta; perchè non vi sono ostacoli estranei di nessuna natura che le si possano opporre.Non ve ne sono fisici; perchè, p.es., l'impossibilità di saltare un fiume dipende dalla limitazione naturale delle nostre facoltà muscolari, ossia da condizioni del nostro essere. Non ve ne sono morali, a maggior ragione: perchè il non poter derubare, il non poter as sassinare la gente, è un ostacolo alla determinazione del volere, più che all'azione; del volere, che trova il proprio interess e nel non determinarsi mai per ciò che può distruggere la sua felicità.Non ve ne sono,infine,sociali;perchè lostato sociale,checchè ne dica Rousseau, non importa la menoma limitazione della libertà natu rale; perchè chi consideri le leggi civili secondo il fine per cui sono istituite, esse non possono che essere d'accordo coi motivi della volontà di tutti gl'individui per le quali sono dettate. E se in pratica, scrive il liberale del '20, si osserva il contrario, la colpa non è del principio:ora si parla della società, non delle società Qui il Nostro ha un'osservazione preziosa, che avrebbe vivificata tutta la sua etica, se egli se ne fosse ricordato a tempo, e che ci fa desiderare il suo Esquisse politique, che non ci è riu scito di vedere.Il concetto dello stato di natura in cui ogni uomo èlupoall'altrouomo,pare a B. un romanaffreur;esime raviglia che sia mai potuto entrare nella testa di un essere ragio traînées vers le bonheur apparent ou réel la douleur et le plaisir sont les seuls moteurs do l'univers moral; et quo lo sentiment de l'amour de soi est la seule base sur laquelle on puissojeterlesfondements d'une moraleutile» (Del'esprit). Anche per Helveltius la virtù era un calcolo, e il vizio un effetto dell'ignoranza. Senza opponga ostacoli. questa libertà la felicitàsarebbe impossibile; e sarebbe quindi anche impossibile la morale) nevole. Il vero stato di natura, egli dice, non è che lo stato so ciale: e ciò è così semplice, cosi chiaro, così intuitivo che non è mestieri dimostrarlo. Ma l'osservazione è quasi guastata dal commento:che sarebbe stata un'inconseguenza quella della natura di aver fatto l'uomo per la felicità e per la società che ne è la condizione fondamentale, e avergli conferito insieme tali diritti (ipretesi dirittidinatura,abbandonati,secondo Rousseau, perla sicurezza di altri diritti acquistata con lo stato sociale) da esser egli obbligato a disfarsene tosto per compiere il suo vero destino. Tutte le limitazioni, insomma, sono limitazioni del volere, o del corpo stesso dell'agente: non sono mai estranee ad esso; e. non si può dire mai, quindi, che importino una restrizione della libertà di agire. Quanto questo agente, considerato non solo come volere,ma anche come organismo corporeo,sappia di crudo m a terialismo, non occorre spiegare. Era la tendenza intrinseca di tutto il pensiero bozzelliano, che dalla sola sensibilità si proponeva di cavare anche ciò che ha natura essenzialmente superiore. Dunque, libertà di agire, si: ma se si pretende anche li bertà di volere, il Nostro non dubita di affermare che un tal concetto è parto d'immaginazione indelirio. La libertà presup poneilvolere;enonpuòquindi esser presupposta da essa, perchè, per esser libero, bisogna prima volere; laddove la libertà del volere importerebbe che si fosse liberi prima di volere. L'argo mentazione qui è evidentemente viziosa, avvolgendosi in un cir colo: giacchè si vuol dimostrare che l'unica libertà è quella di agire, e contro quella di volere si toglie una ragione dalla li bertà di agire. Giacchè solo rispetto all'agire la volontà precede la libertà. Ma B. domanda che significhi la frase libertà di vo lere. Se si crede, egli dice, che si possa volere senza motivi, ciò è assurdo. Si vuole perchè si sente; mancando la sensazione pia cevole, la facoltà di volere resta inattiva, demeure en silence.Non si può volere, senza voler qualche cosa, senza un fine: voler nulla è non volere. E non è possibile nessuna distinzione tra fine e motivo. Se poi s'intendesse per volere libero un volere non impedito da ostacoli, non si direbbe nulla di positivo; perchè gli ostacoli possono opporsi ai movimenti comandati dal volere, non al volere. Il volere è come il pensiero: nessuno e nulla può comprimere la libertà del pensiero in se stesso, che non è suscettibile di nessuna opposizione diretta.Impedire si può la mani festazione del pensiero, con la parola o con gli atti. Il concetto d'una possibile determinazione contraria a quella effettivamente datasi, è assolutamente arbitrario: perchè la v o lontà indipendente dalle sue reali ed effettive determinazioni, qual'è quella cui tale possibilità si riferisce,è un'astrazione senza nessun fondamento di realtà. La volontà è volta per volta determinata in maniera neces saria. « L'uomo non può volere che il piacere: non è padrone di volere il dolore, perchè dolore e volontà s'escludono a vicenda. Questa risposta è perentoria. Questa necessità del volere però, lungi dal contrastare la morale, è la sola che possa salvarla. Data la libertà del volere, ogniideadimoralesar ebbeannientata. E laragioneèovvia. Questa libertà importa che la volontà sia indifferente al piacere e al dolore; epperò, che quelli che si dicono oggetti piacevoli, e quelli che si dicono oggetti dolorosi producano di fatto impres sioni analoghe. In verità, non si potrebbe volere il dolore senza ammettere insieme che questo possa produrre sull'anima un'im pressione simile a quella prodotta dal piacere. M a questo sarebbe distruggere ogni differenza, e quindi ogni distinzione di male e di bene, e ogni ragione di merito o di demerito delle nostre azioni, ogni fondamento insomma della morale.Importerebbe inoltre, con la possibilità di scegliere il male, una certa relazione invariabile tra i bisogni umani ed il male, come ve n'ha di certo tra i bi sogni e il bene: onde non sarebbe una colpa l'abbandonarsi al male. Ne inganni il fatto che, malgrado la ripugnanza naturale,il vo lere si determini talvolta pel male; ciò accade perchè il male si presenta allora sotto l'apparenza di bene, e il dolore riveste non di rado a'nostri occhi le forme seducenti del piacere. La stessa morte al suicida stanco di soffrire apparisce come una liberazione o un sollievo,e perciò appunto un piacere. Rousseau, ostinato libe rista, in un momento di felice ispirazione esce in un'affermazione importantissima e tanto più preziosa, in quanto è fatta da lui: « Non, egli dice,je ne suis pas libre de ne pas vouloir mon propre bien,je ne suis pas libre de vouloir mon mal: mais la liberté con siste en cela même que je ne puis vouloir que ce qui m'est con venable,ou que j'estime tel.S'ensuit-ilque je ne suis pas mon maître,parce que je ne suis pas le maître d'être un autre que moi?» Ora, si può modificare ilpuntodivista:maquestoè verissimo: che libertà vuol dire e deve voler dire esser se stesso, non già poter esser altro che sè. B. insiste molto nel combattere tutte le astrazioni, tutte le creazioni,come direbbe Hegel, dell'intelletto astratto nel campo dell'etica. Perciò egli richiama l'attenzione sul parallelo sviluppo dei bisogni e delle conoscenze umane corrispettive, per cui è possibile che i bisogni sieno soddisfatti, attraverso i secoli. I bisogni crescono sempre e si complicano; crescono e s'affinano insieme le conoscenze relative; anzi il desiderio di nuovi piaceri stimola a nuove conoscenze, e le nuove conoscenze suscitano e creano nuovi desiderii e nuovi bisogni. I bisogni sono oggi infi nitamente di più e maggiori che una volta; e la loro soddisfazione è certamente più difficile; e quindi più difficile la felicità. La vita d'una volta era un navigare su un lago tranquillo,donde si discopra con uno sguardo la ridente e pittoresca riviera; la vita d'oggi è un traversare un oceano tempestoso e pieno di scogli,i cui confini si confondano con l'immensità dello spazio. Ma non pertanto quei moralisti che, per assicurare agli uomini la felicità, vorrebbero farli risalire, a ritroso degli anni, verso lo stato di semplicità primitiva in cui li pose la natura, rassomigliano al medico che chiamato a curare un'indisposizione, visto che è s e m plice effetto di vecchiaia, imputasse al malato la decadenza da quella prima età in cui questi mali sono ignoti,e gli consigliasse per tutto rimedio di tornare agli anni fiorenti della giovinezza. V’ha una successione di età come per l'uomo fisico così pel morale;come per l'individuo, così per l'umanità.L'uomo col suc cedersi dei secoli passa di condizione in condizione, si trasforma naturalmente; e tornare indietro è impossibile; concepire il ritorno è sogno seducente dell'uomo dabbene, che crede possibile tutto ciò che l'immaginazione gli presenta come desiderabile. Nello stesso errore cadono stoici ed epicurei,dimezzando l'uomo e creando un essere fittizio non corrispondente punto alla realtà. Gli uni credono di poter assicurare la felicità all'uomo, spogliandolo di tutti i bisogni, e facendolo impassibile a tutti i piaceri, intento unicamente a non so quale virtù selvaggia, posta non come d'ordinario in un luogo alto e difficile,ma addirittura in una regione eterea al di là della na ra umana, e appena accessibile agli slanci d'una immaginazione ardita e malinconica. Gli altri vorrebbero sottrarre anch'essi l'uomo alla inquietudine dei bisogni suggerendogli il carpe diem, il partito di appigliarsi ai piaceri più prossimi per procurarsi la voluttà del corpo e l'in dolenza dell'anima.I Cinici e i Cirenaici,precorrendo queste dot trine, le avevano di già screditate esagerandole. L'uomo di Z e none è un'astrazione; perchè l'uomo come essere sensibile non esiste che pel mondo esterno, al quale deve lo sviluppo della sua sensibilità; e non può chiudersi in se stesso e rinunciare a tutte lesensazioni,come dovrebbe,persottrarsiatuttiibisogni.L'uomo segregato dall'universo e divenuto come una statua, è l'uomo sna turato, l'uomo distrutto. Così l'uomo di Epicuro, che rinunzia alle più alte soddisfazioni per pascersi dei piaceri più facili, con trasta con ogni idea di progresso, di attività umana: è mezzo uomo ancheesso; èsimileall'aquila,che,dotatadialiper slan ciarsi verso la luce fiammeggiante del sole, preferisse di sbaraz zarsene per somigliare ad un rettile. M a già queste opposte dottrine ci dicono che oggetto unico della morale è per tutti il piacere; principio unico da cui partono e a cui tendono tutte le azioni umane. La virtù selvaggia degli stoici non è che il pegno simulato d'un piacere infinito; « e il torto di Epicuro non è.di aver fondato la morale sulla voluttà, per chè la voluttà è certo il sinonimo del piacere; ma di averne pro stituito l'idea,e tagliato lepiù splendide ramificazioni. Lo si combatte grossolanamente, laddove si tratta di rifiutare il senso stretto che egli vi lega: perchè infine la pratica della virtù è essa stessa una voluttà (4); e come dice con molto acume Montaigne: pour être plus gaillarde, nerveuse,virile, robuste,elle n'en est que plus sérieusement voluptueuse. L'uomo,insomma, è tutto l'uomo,e il piacere, motivo delle sue azioni, non esclude nessuna forma di piacere. Di qui è chiaro che tante saranno le forme di piaceri, quante sono le attività o gli stati dell'uomo; perchè altrettanti saranno i suoi bisogni. B.distingue nell'uomo la sua esi stenza animale e la sua esistenza sociale: le due condizioni, egli Non occorre qui notare la inesattezza storica di questa interpretazione del pensiero di Epicuro.E già nell'inesattezza il Bozzelli è in buona compagnia;perchè anche Kant pensava lo stesso) dice, che lo comprendono e costituiscono tutto intero. Quindi i piaceri sono classificabili in piaceri animali e piaceri sociali.La de duzione degli uni risulta dal già detto. Donde gli altri? Anche B. accetta la teoria della simpatia morale:il piacere degli al tri è nostro piacere,per l'identità di natura tra noi e i nostri simili. M a questi piaceri animali e sociali sono in relazione fra loro. Quali naturalmente prevalgono? E qui il Bozzelli rifà la solita critica dei piaceri egoistici,animali. Questi piaceri si riferi scono ai bisogni fisici, che non hanno nessuna latitudine, nè spa ziale nè temporale. Le condizioni della materia ne fissano i limiti. Portano sempre con sè sazietà e disgusto.Il godimento ne dissipa tutta l'attrattiva.Non hanno successione,nè continuità:si gene rano e svaniscono come fenomeni effimeri e staccati. Nascono col bisogno, e finiscono col bisogno:saziata la fame, la vista sola dei resti del pasto è importuna e sgradevole.Il letto, sollievo all'uomo stanco,diviene tormentoso a chi vi debba restare a lungo senza interruzione. Il fasto viene a noia, e dopo averne lungamente goduto,si cerca la campagna e idisagi.Questi piaceri insomma sono, per dirla con Plutarco, come aurette di venti graziosi che spirano le une su una estremità, le altre sull'altra estremità del corpo, e passano e svaniscono incontanente: così breve ne è la durata; simili alle stelle che si vedono la notte cadere dal cielo, o traversarlo da un punto all'altro, essi si accendono e si spengono sulla nostra carne in un istante. Dipingete un quadro con le tinte contrarie; e avrete la rap presentazione dei piaceri sociali.Di qui ilmaggior pregio (edoni stico, s'intende) e la naturale prevalenza dei piaceri sociali sugli. Nell'espressione di piaceri sociali, questa designazione ha però un senso molto largo: altri direbbe sentimenti spirituali. L'autore infatti li contrappone ai piaceri animali, dicendo questi jouissances directes du corps, e quelli jouissances directes de l'ame. Gli o g getti dei primi « consistent dans tout ce qui et rapport à l'entretien matériel de la vie et auxagrémensimmédiatsdessons»; glioggettideglialtriconsistonoinvecein «toutce qui a rapport à cette correspondanco, harmonique des sensibilités, en vertu de laquelle noussympathisonsavec les jouissances aussi bien qu'avec les sauffrances de nos semblables; etnousnous tentons poussésàaugmenter lesunes, àsoulagerlesautres,ànousréjouir du bonheur,à nous afsiger du malheur de notre prochain.  Il quale, come il Nostro, non s'accorge combattendo L’ORTO, che ancheL’ORTO cosi critica i piaceri sensuali. Vedi l'opuscolo di Plutarco, (he non si potrebbe ri vere felicemente secondo la dotlrina di Epicuro.)animali. Di qui la superiorità della morale sopra le fisiche incli nazioni ad essa contrarie. 34. Tutti i piaceri sociali si risolvono in quelli della giustizia e della beneficenza. La giustizia è il riconoscimento della invio labilità della proprietà, di cui s'è già parlato. La beneficenza è la sodddisfazione degli altrui bisogni, sentiti come nostri per effetto della simpatia. I due fatti si suppongono e quindi s'in tegrano a vicenda. La beneficenza è una conseguenza della giu stizia; che ha luogo quando uno o più individui dell'aggregato sociale a cui apparteniamo, non abbiano quel sostegno dell'avve nire, che è la proprietà. E del pari la giustizia è una conseguenza della beneficenza, poichè se siamo benèfici per non soffrire con altri, non possiamo violare quella giustizia che è la condizione della proprietà. Questi due fatti sono la base della società,di ogni ocietà, vuoi domestica,vuoi civile,vuoi politica: sono la pratica della virtù. Ma che è propriamente virtù, e che è vizio? Il Bozzelli richiama un principio notissismo di psicologia: che l'abitudine at tenua la coscienza e quindi il grado di piacere e di dolore pro dottoci dalle impressioni; e osserva che non si può perciò fuggire il dolore abbandonandosi al piacere, se non si vuol fare come il medico che per guarire la malattia uccide l'ammalato. Bisogna lottare contro il dolore, per disarmarne la violenza, acquistando l'abito di soffrirlo, e quindi affrontando il dolore, anzi che vol gergli le spalle o accasciarsi sotto il suo peso: m a occorre i n sieme lottare contro i piaceri per impedire che l'abitudine digo derne non ne distrugga ilbeneficio,usandone quindi con prudente moderazione. Epperò occorre dare all'anima tal forza di carattere che le permetta di padroneggiare la tempesta delle passioni. E quella tempra acquisita, che rende l'anima capace di soggiogare con successo tutti i dolori, e restare ferma contro le seduzioni dei piaceri che tentano di snervarla, è quel che  B. dice propriamente virtù; e il contrario,vizio. Insomma, la virtù è l'arte di godere. Fermezza nei dolori,moderazione nei piaceri, sono i suoi caratteri; come debolezza nei dolori, intemperanza nei piaceri,sono i caratteri del vizio. Quindi il grande uffizio della pedagogia: che imprima alla fibra animale, quand'è ancor tenera e flessibile, e all'anima, quand'è ancor nuova e accessibile a tutte) le affezioni, una serie di abitudini che le rendano atte a quella fermezza e moderazione,che crea insomma la virtù. La quale, secondo il B., è unica e indivisibile, se si distingue dagli atti virtuosi,in cui può manifestarsi.Per la povertà naturale del linguaggio o pel desiderio di nobilitare cose ordinarie e comuni,si decora sovente del nome di virtù ogni qualità ac quisita a forza di fatica e di studi e perfezionata dall'abitudine di un lavoro continuo e ostinato. E in questo senso,per esempio, in Italia si dice che un pittore,un musico,un ricamatore, un fa legname e perfino un muratore ha della virtù; e qualche volta si aggiunge, ed è un'espressione più felice, che ha questa virtù nelle mani. M a tale virtù non si può confondere con la virtù morale: la quale non è indirizzata*a vincere ostacoli che si oppongano alle mani: ma è solamente quell'energia abituale dell'anima che signoreggia dolori e piaceri, schermendosi dai primi per non re starne vittima, e tenendosi lontana dai secondi per serbarne la freschezza. Ogni altra accezione del termine virtù è falsa, o equi voca,od esagerata. Queste le linee principali della concezione etica bozzel liana: alla quale non si possono per certo negare ipregi della coe renza, del rigore e dell'acume filosofico. È vero che l'originalità si riduce a ben poco, quando si pensi alla dottrina di Adamo Smith (Teoria di sentimenti morali) e a quella di Helvetius (Trattato dello spirito): delle quali è come una contaminazione. Dal l'una è tolta di peso la teorica della simpatia; dall'altra il pretto edonismo e lo spiccato intellettualismo: e questi tre sono i tre ele menti principali e costitutivi dell'etica che abbiamo esposta.Ma è innegabile tuttavia,che B. ha saputo fondere insieme que sti elementi e imprimervi uno stampo proprio, formandone un si stema ben organato e compiuto: tale che la letteratura contempo ranea francese e italiana non ha nulla da mettervi accanto.Con ciò, s'intende, non si dice che è tutto vero quello che B. crede tale.Ma farne la critica sarebbe inutile ormai che quella po sizione è di lungo tratto oltrepassata. Era stata,anzi,oltrepassata prima che B. pensasse a scrivere: ma in una parte della storia delle idee, che non entrò nella sua cultura di ideologo. È noto quale importante parte all'educazione attribuisce l'Helvetius.Cfr.A Piazzi, Helvetius nel Dizionario illustr, di pedagogia dei proff. Martinazzoli e Credaro; e l'arti colo dello stesso, Le idee filosofiche e pedagogiche di U. Adr. Helvetius, nella Rivista di filosofia scientifica. The grand exception to this generally bleak depiction of characters is CATONE (si veda), who stands as a Stoic ideal in the face of a world gone mad (he alone, for example, refuses to consult oracles to know the future). Pompey also seems transformed after Pharsalus, becoming a kind of stoic martyr; calm in the face of certain death upon arrival in Egypt, he receives virtual canonization from Lucan. This elevation of IL PORTICO and Republican principles is in sharp contrast to the ambitious and imperial Caesar, who becomes an even greater monster after the decisive battle. Even though Caesar wins in the end, Lucan makes his sentiments known in the famous line Victrix causa deis placuit sed Victa Catoni. The victorious cause pleased the gods, but the vanquished [cause] pleased Cato. CATO A TRAGEDY. ADDISON. IL  CATONE TRAGEDIA  DEL SIGNORE ADDISON.Addison. Salvini  CATONE: TRAGEDIA ADDISON. CATONE TRAGEDIA. ADDISON. SALVINI. FIRENZE, Neftenus. Con \UM Stftr.  A iattanza di Scaletti. Catoni autem quum ìncredibilem trihuijjet Na*  tura gravitatevi, eamque ipfe perpetua con*  [tanna roboravìjjet, femperquc in propth  Jtto fufceptoqut confili permanfijfet,  tnoriutidum potim, quam tyranni  vultus afpiciendui fuit. Cic.de Officlib. x.cap.jn ALL' ILLUSTRISSIMO SIGNORE &c.  Enrico Mylord Colerane.  iBajtrifàm Signore E molte bbbligazioni, che  io protetto alla gentilezza di VS. Illuftriflìma, e la fperienza  avuta da' primi Letterati di emetta  Città del suo profondo sapere, già predicato dalla Fama, ed ammirato da   i etti elfi per mezzo della fua dotta con-  venzione, mi fpirano un umile ar-  dire di dedicarle la celebre Traduzione della infìgne Inglese tragedia  del Catone, che addio efee di nuovo col fuo fteflò Originale alla luce;  ficuro che Ella 1’accetterà di buon  animo, come fuole, eftimatore giuftiifimo, doverofamente incontrare  tutte le buone e belle opere degl' in-  gegni più follevati, e come proveniente da chi fi pregia d* effere   Di VS. Illuftrifsima  Ewotiffino e Obbligai iffmo Servitù?* Scaletti . La presente Tragedia del Catone, parto felici/fimo del nobile fpirito delSig. Ad-  m V di fon, efendo per comune eftimazione  de* dotti de IT Inglefe Idioma, sì per la fublimita  àe % concetti, che per la finiffima leggiadrìa dello ftile, uno de' più rari poetici componimenti,  che in fimil genere abbia mai riportato il gra-  dimento e l’applauso universale ; non e maraviglia, che f ralle Nazioni più eulte ella abbia  incontrato il genio di alcuni ingegni più folle-  vati y i quali di buona voglia abbiano impiega-  to tutte le forze del loro talento per trafportarla  ciafeuno nel proprio nativo linguaggio. llSig.Hul-  Un, per foddisfare al dejiderio impaziente del  Pubblico, che bramava di vederla renduta più  univerfale per mezzo di una traduzione Fran-  zefe, s' impegno a intraprenderla in ver fi ; ma  non ebbe terminata la prima Scena dell’Atto primo, che modeflamente fe ne ritiro, allegan-  do per fua difefa, che egli non fi ftntiva di forze cosi gagliarde per profeguire una fatica così nfpra e [pino fa. Ed in fatti, come offerva  giudiziofamente Boyer, il quale, tutta in- !  fera in profa la traduffe „ può il Traduttore 1  „ f* ^ro/à girel*, r he ha detto Addison ; ma non può dirlo in verji, e  spezialmente in lingua Franzefe, ove necef-  „ fastamente fa di meflieri il mutare, iltroncare, e t aggiugnere. La lingua Inglese, come egli dice, Nativo effondo di Francia, emula  della Greca e della latina, non foffre qualunque  benché minima fuggezione, nata per se medesima fertile, calzarne, ed efprimentifftma nel colorire i caratteri di quei foggetti, de' quali ella  prende ad efprimere i fentimenti ; laddove per  lo contrario la lingua Franzese, raffinata continuamente da nuove regole, e da nuovi coflumignon ammettendo alcuna di quelle temerità,  giuflamente chiamate felici, reputa come difet*  ti le vive immagini delle efpreffioni, e fe figure  un poco gagliarde e fublimi fono appreffo di queU  la Nazione in iftima di ftravaganze e d’errori.  Oltre di che il numero e P armonia, per cui leggiadramente rifuonano gP Inglefi poetici componimenti, non poffono così di leggieri efere trasportati nel ver/o Franzefe, a cagione della fchiavitù della rima, da cui non mai fi fan potuti  liberar qué* Poeti : e di quel gran verfo di dodici e di più /illabe % che chiamano Alefandrino:  il qual verfo conviene, particolarmente alla Tragedia sì poco % quanto poco fe le conviene P Efa-  metro, cui Ariftotile in qucfto genere di Poesia  fortemente condanna* Ufano gP Inglefi una spezie di verfi, appellati verfi bianchi, cioè puri e  netti di rima, i quali coflando di cinque piedi,  corrijpondono appunto al verfo Jambico degli  Antichi y che fecondo Ariffotile fembra e fere fia-  to dettato dalla natura medefima per frammi-  fchiarfi più facilmente nella conv erf azione y e nel  ragionamento famigliare, che ì il proprio ca-  rattere del Dialogo, in cui fi rapprefentano le  Tragedie. Così privo del forte foffegno e della  tfprejftone e del verso > difperando il SigMuUin  di poter venire felicemente a capo nella intra-  prefa verfione, lafcio Ubero il campo ad altro  fpirito 9 o più ardito o più attivo del fm > cui più  agevolmente potejfe fot tire quefta nobile impre-  fa . Frattanto pero > perche il Tubblico non reftajfe a fatto privo della lettura di qucfto inge-  gnofiffimo componimento, il fiprannominato Sig.  Boyer fi contento di pubblicare la fua verfione   in in profa, impreffa Londra per  Air. Giacomo Toh fon : della quale, quantunque fedele, perocché priva della sua naturale armonio/a bellezza, poffiamo dir giallamente, cta e/-  /# è mancante del fuo più chiaro spleudore. Quefle d'ufi citila pero di non esprimere felicemente i [entimemi più vivaci e gagliardi degli  fr ameri liuguàggi, in qualunque maniera fi fieno rapprefentati, non le pruova certamente il  no (irò toscano idioma, il quale > giù a la f rafie  del noftro celebraùjftmo DATI (si veda) di dolcezza e di eleganza non cede al ftcuro ad alcuna delle lingue vive, e colle morte più cele-  „ tri contende di parità, e forsè aspira alla  5 > maggioranza: se pure non vogliamo dire affilatamente con SALVI SALVIATI (si veda) ati$  che siccome la lingua latina ha dolcezza minore che la greca non ha; così nella nojlra, non  ritrovando fi quella pronunzia difficultofa efpiacevole, che nella greca si trova, accagionatagli  dagli accoppiamenti multiplici delle confonanti,  j quali comunemente rendono a/prezza ; n£ no*  Siri vocaboli, come in quella addiviene, quefta  durezza non e che rade volte 0 non mai . Ala  non efendo, queffo. luogo qppropofito per difcorrere  difufamente delle lodi del noftro volgare  Idioma, e particolarmente per effere (lata que-  fi a materia trattata con tanta aggiuflatezza,  con tanto gufto e di fornimento non folo dà* fo-  pr -accennati chiarirmi autori, ma inoltre  cora da Varchi, da Buorti watt ci, e da altri,  che niente più ; mi riftrignerò a dir brevemente  quanto appartiene a quefla prefente Tragedia:  cui fe non ha goduto la bella forte di e fere (la-  ta trapiantata felicemente nel? Idioma Franze-  fe> renduto per altro oramai qua fi che neceffa-  rio air wtiverfale letteratura ; la ha ben ritrovata nel no Uro linguaggio per la fu a maravi-  glia efpreffione y fecondità, e dolcezza. Vin*  figne w flro e non mai abbaflanza lodato Salvini, quegli   „ che d' alto fapere il petto pregno   „ Scorre a fua voglia il dotto e bel paefe  „ Dell' alma Grecia, e cui fon lievi imprefe  ^Spogliarla d' ogni fuo più caro pegno;  ( come di lui con aurea Tofana eloquenza can-  to P inclito Segretario della Reale %A ce ad ernia  di Frància, P cibate Regnier Des-31arais, )  tratto dalla fama di queflo nobiHfimo componi-  vi eutO) e dejiderofo di contemplarne neff Origi+  1 t naie naie le fue rare bel Uzze, (limo lene rivoltare  tutto il fuo (ìndio a riajjumere P Inglefe Idioma,  da e/lo può a quel tempo traforato : lo che nel  breve giro di foli due mefi, non tanto per la  fua pertinace fatica, quanto per lo metodo eti-  mologico, fuo famigli ariffimo e quaft che naturale, in tal maniera gli venne fatto, che francamente P attività penetrandone, poti con mae*  jlofa franchezza tutte le difficuìta fuperare,  che nel tradurre queir Opera altrui fi erano at*  tr aver fate. Vedeva egli, come pratichi/fimo del  tradurre [ avendo arricchito delle fue {limati^  lifjime traduzioni la noSlra favella di tutte le  foavi, leggiadre, fièli mi, ed eleganti maniere,  che negli immenfi tefori de' Greci Toeti fi /lavano chiufe, e per così dire nafcofe] quanto a  tal fatto ella fia capaci fflma ; maneggevole per  fe medefima e fendo, e atta qual molle cera a  rapprefentar fedelmente i concetti, le parole, e  le ftefe efprefioni ; anzi, ciò che ì più malagevole, Paria ftejfa, il colore, e 7 carattere di  tutte quelle fembianze, che dagli Autori, che fi  prendono a tradurre, furono impreffe nette loro  compofizioni . Contribuigli a queflo inoltre non  poco la finora dolcezza del noftro maggior verfi Tofcanó, il quale, oltre al non ejfere in fimili componimenti inceppato, per così dire, e riftretto dalP orpellato vincolo delle rime, rifponde il più delle volte in certo modo per la fua  mi fura a una fpezie degli Jambici degli Anti-  chi, i quali, come fi e detto di [opra, /limati  furono tanto proprj della dramatica, che di  niuno altro mai non fi fervirono più facilmente  tutti gli antichi Greci t latini poeti . Impegnatoli adunque il no/Ir o Salvini nella verfione  di quefta eccellente Tragedia: e sì per la pafto-  ftta della lingua y da effo tante volte in fimili  congiunture fperimentata : e sì pel maeflofo con-  certo de % ver fi, in cui la traduceva, a lei pro-  priijfimi, quanto altri mai, felicemente venutone a capo, vemie nelle mani degl’accademici Compatiti della Citta di Livorno, da' quali nel Carnovale recitata con bella  maniera, e con maeflofo apparato ; per la viva-  ce efprejfione, e per la fedeltà fmcerijftma fu  tanto ammirata da i Sig. Inglefi dimoranti in  quel Torto, che (limolarono il medeftmo a per-  metterne la pubblicazione, fuc ceduta /' anno appreso in Firenze per mezzo delle Stampe de 9  Guidacci e Franchi, con applaufo univerfale de   t * gli 3( sii )fr   £/' Intendenti deW uno e dell' altro linguaggio,  mot* //* atteflano i Sig. Giornalifti di Venezia  nel loro Tomo XXll.pag.^/^. Ma per non derogare all’ingenua modeflia del no/Iro chiarij/t-  ino Traduttore non ini pare fuor di propofito il  ripetere in queflo luogo, e colle fue flejje parole,  /' obbligazioni che egli profeta ad alcuni nobili  /piriti Inglefi, che non poco gli conferirono a  perfezionare quefta verfione ; primizia, come  egli la chiama, del fuo fiudio in queW Idioma:  „ E perche ( dice egli nella Prefazione al Lettore  » appo Sia alla prima edizione ) fecondo il famoso detto di PLINIO (si veda) eft plenum ingenui pudoris, fateri per quos profeceris ; non debbo  „ non confeflare, molto dovere al già Inviato  J9 noftro d Inghilterra, genero fo ed ornato Ca-  yy valsere y Sig. Giovanni Moles-Worth, fitto i  „ cui aufpicj quefta mia traduzione nacque, e  „ al dotto Sigi Lochart, ambedue delle finezze „ della noftra Lingua intendentifsimi .  Da quefta Verfione ne efcì toffo in Venezia  un altra, ftampata peH Coletti, della quale  non fa di meftieri il parlarne, per effere in efta  in più parti travi fata la prima, troncando mol-  to del r e cit amento, sì per fervire, come dice il fuo Imprefario, al gufto moderno del Teatro Ita-  li ano, ricucendola a foli tre Atti ; dovecch},come  fono tutte le antiche, ella è compofla di cinque:  sì ancora per lo continuo fnervamcnto della for-  za e della energia, cagionatole dalla mutazione  delle parole e de' ver fi, folo per piacere all'  orecchio del comun Topolo, che pago e contento  di quel femplice titillamento e prurito, non penetra addentro nel midollo e nella foftanza del-  la materia . Ma per ritornare alla nojlra, appena ella  fu e f cita felicemente alla luce, che divenuta ra-  rifjìma non fu poffibile ritrovarne ne pure m  filo efemplare per foddisfare alle continue in-  ftanze, che giornalmente da tutte le parti ne  erano fatte ; onde conofcendo io da gran tempo  quanto gli amatori delle lettere fojjero defide-  rofi di vederne una nuova impresone, finalmente mi fon rifoluto di farla comparire di nuo-  vo alla luce, arricchita dello (lejfo fuo Originale  lnglefe. Ne perocché fieno molti filmi quegli, che  alla cognizione di quel nobil linguaggio non fi  fono per anco affacciati, giudico io, che fia per  efjere alt univerfale difaggradevole quei/o mio  penfamento, potendolo almeno ciafcuno riputar- *3( xiv )fr   /<? utili fsimo a chi di ejjo procura adornar fene,  mentre, m/ /» giw occhi può  contemplare come le maeflofe maniere dell' uno  e delP altro linguaggio maraviglio/amente fi  corrifpondano : lo che certamente fenza il con-  fronto o fenza l } oftinata fatica di uno Studio  indefejlo non fi può confeguire giammai . Per lo  che fe quefta intr apre fa riftampa farà accolta  benignamente dagli amatori delle lettere y ficco-  me io lo fpero, mi darà animo a dar fuori al*  tre cofe di ftmil genere, dallo (lefjo celebre Tra-  duttore [ cui altro non e a cuore che il giovare  e il far cortefia a que* nobili ingegni, che fi ftu-  diano di apprender le lingue, e trame da ejfe  il meglio ed il fiore per arricchirne la propria ]  lavorate dico da ejfo con non minor fedeltà e fe*  licita di quefta pr e finte, e le quali per anco non   fono alla luce . ATTORI   Del Dramma. CATONE.  LUCIO Senatore .  SEMPRONIO Senatore.  GIUBA Principe di Numidia .  SIFACE Generale de' Numidi.  PORZIO ) r .,. ~ . MARCO ) Fl g lluoh dl Catone •   DECIO Ambafciator di Cefare.  MARZIA Figliuola di Catone.  LUCIA Figliuola di Lucio.  Ammutinati, e Guardie. La Scena fi rapprefenta in una gran Sala nel  Palazzo del Governatore di Urica .   <3( * )8»    p5 0 u>/7^ the So»l by tender Strokes of Arp y  fig| f;i r*//S? /Zrr G*///**, W /<? mendthe Heart >  7o Mankindtn cotifctous Virtue bold,  Liwe oer eacb Scene, and Be isohat tbey he bold:  Tot thts the Tragic>Mnfe firfi trod the Stage,  Commanding Tears to Jlream thro euery Age ;  Tyrants no more the ir Savage Nature kept,  And Foes to V trtue monderà how tbey ivcft .  Our Atttbor shunt by *vulgjtr Springs to mwc  The Heros Glory, or the Virgin s Love;  In ptytng Love ive but our JVeaknefs show,  And -wild Ambttton isoell deferves tts ÌVoe.  Here Tears shall flo-w from a more genrons Caufe y  Sucb Tears as Tatrtots shed f or dying Lawsi  He bidsyour Breafts witb Ancient Ardor rife > And Del Sig. POPE  Alma fvegliar con madri tocchi d'arte,  Erger Jo fpirto, ed emendare il cuore,  Far l'uomo in fua virtù franco ed ardito,  Ch'ogni feena fi a norma di Aia vita,  E s' ingegni effer ciò eh' ivi fi mira ì  Qucfto, quando da prima entrò in Teatro,  Fu di Tragica Mufa il fin fublime;  Per quefto comandò, che in ciafeun tempo  Le lagrime a diluvj ne correderò.  I Tiranni, non più fieri e felvaggi :  E ; nimici a virtù ftupiano, come  Contra lor voglia disfaceanfi in pianto.  Sdegna V Autor per volgar modi muovere  Nelle femmine amor, gloria negli uomini.  In donare all'amor la pietà nottra,  Non facciam che moftrar noftra fiacchezza :  E fiera ambizion metta fuoi guai .  Da più nobil cagion qui feorreranno  Le lagrime: tai lagrime, quai fpargono  Di Patria amanti fu fpiranti leggi.  Rcfpirin voftri petti antico ardore «   Ai E flit  And calli forth Roman Drops from Brtthb Eyet.  Vtrtue conferà in human Sbape be drawt,  What Plato Tbougbt, and GodMe Caio Wat:  No common Objetl to your Sigbt dtfplayt,  Bnt wbat wttb Pleafure Heavn tt felf furueys >  A brame Man ftrttggling tn the Stormi of Fate y  And greatly falltng wttb a falli ng State !  li bile Caio giva bit little Settate Laws,  IVbat Bojom beati not in bis Country i Caufe ?  li bo feet btm aft, bnt crrviet enjry Deed t  Wbobeart bim groan y and doei not witb to bleedt  E*vn when proud Cafar 'midft triumpbal Cari,  The Spaili of Nat ioni, and the Pomp of Wars, .  Ignobly Vain, and impotently Great,  Òbowd Rome ber Cato t Figure drawn in State 5  Ai ber dead Fatbert revrend Image paft y  The Pomp wat darkend, and tbe Day oercaft,   The Trinmpb ceatd Teart gmb % d from enfry Eye ;   Tbe M r orl£t great Viclor paft unbeeded by ;  Her Latt good Man de] e eie d Rome adord,  And bonottrd C&fart Ufi tban Catat Sword,   Britaìnt attend : Be Wortb Itke tbif approdi d,  And ibow yon bave tbe Virine to be mcwd.  Wttb bonejl Scorn the firft favi d Cato miewi     Rome  £ ftillln Roman pianto occhi Britanni.  In forma umana è qui Virtù ritratta :  Quel che Platon pensò, fu il divin Cato.  Non oggetto comun fi fpiega in vifta ;  Ma ciò che il Gel con fuo piacer rimira .  Un uom prode, che lotta del dettino  Traile temperie, c grandemente cade  Mifto a ruine di cadente Stato.  Mentre dà leggi al fuo picciol Senato  Catone, e qual mai fcn non batte allora  Nella gran caufa della Patria fua ?  Chi oprar lo mira, e non invidia l'opra?  Chi miralo fpirar, nè morir brama ?  Pure allora, che Cefarc fuperbo  Tra i carri trionfali, e tra le fpoglie  Delle nazioni, e pompa della guerra,  Ignobil vano, e fattamente grande  Moftrò a Roma del fuo Caton V imago j  Del Padre fuo la reverenda imago,  Mentre ch'ella pattava, era feurata  La pompa, e'1 dì rannuvolato, e bruno:  Il Trionfo ceflava :da ciafeuno  Occhio fcn gian le lagrime fgorgando;  Ed il sì grande Vincitor del Mondo  Pattava fenza pur etter guardato :  L* ultimo fuo prod' uom Roma adorava  Abbattuta, dolente, e più la fpada  Di Caton, che di Cefare onorava.   Britanni, a un merto tal donate plaufo,  E moftratevi d'efferne commoffi,  Se tanto di valore ancor ci retta .  Con bello sdegno il primo Cato vide     ìearning Arti from G ree ce, wbom $he fubdnd  Our Scene frecarionfly fubjtfts too lovg  On Frencb Transattoti y and Italtan Song .  Dare to bave Senfe your fehes', AJfert tbe Stage \  Be jnttly ivartrìd isottb your ow» Native Kage .  Sue b Plays alone sbonld pleafe a Brtttsb Ear,  As Catos felf bad not dtjdaind to bear .  CATO  Roma da Grecia vinca apparar l'Arti.  Troppo lunga ftagion la noftra Scena  Di Francia da i teatri, e dell 1 Italia  Ha mendicato V umil fuo foftegno .  Voftre forze provate, ed al Teatro  Voftro la fua ragion ne richiamate.  Accefi fiate del nativo foco.  A Britannico orecchio, folo quelle  Opre deggion piacere, che Io (ledo  Catone d'afcolcar non sdegnerebbe. AT.    «3C 8 )S»  Portius, Marcus.     He Dawn isover-cafl 5 tbe Mornìng ìovSrs\  And bcavily in Clouds brings on tbe Day  Tbe grcatjb* import ant Day\big r witb tbe Fate  Of tato and of Rome. Our Fatbefs Deatb  Wouldfill tip ali tbe Gtuìt ofCivil ÌVar,  And clofe tbe Scene of Flood . Already C&far  Has ravaged more tban balf ebe Globe 9 and fees  Mankind grown tbin by bit definiti tue Sbordi  Sbottld he go furtber > Humbcrs isoould be wanting  To form new Battelt, and fupport bis Crimet .  Te Gods, wbat Hawock does Ambition make  Among your Works !  Marc. Tby fteddyTemper, Portiate   Can look on Guilt, Rebellion, Fraud, and Gufar,  In tbe cairn Ligbts of mild Fbìlofopby ;  Tm tortured^ e<vn to Madnefs, we* I tb/nk  On tbe prottd Vtchr :  evry  i Porzio, e Marco. Scura è V Alba, ed il mattino è fofco,  E lento in nubi fuor fen* efce il giorno,  Il grande e forte dì, pregno del Fato  Di Cato e Roma ; la morte del noftro  Padre, la reità della civile  Guerra ornai tutta porteria al colmo,  E chiuderla la fanguinofa fcena .  Già Cefar più della metà del Mondo  Ha faccheggiato : e fcorge Y uman genere  Scemato dalla Tua micidial fpada .  S'egli oltre andafsc, mancheria alle nuove  Battaglie gente a (ottener Tue colpe.  Dei ! qual ruina Ambizion cagiona  Tra le voftre opre !  Marc. Porzio, la tua fredda   Immobi! tempra a rimirar pur vale  Retà, Ribellione, Frode, e Cefare  Di mite fapienza a queto lume?  Crucciato io fon, e mi fmarrifeo, quando  Io penfo a quel fuperbo vincitore.   B To-    «K io )*   ti) ry ttme bis named  Thci*falìa rifcs to my Vttw — / fee  Tb Infnlting Tyrant frane tng oer the Fìelà  Stro isSJ-wttb Romcs Cttt^ens, anddrencb'dinSlangbter,  Hts Horfe's Hoofs wet wtth Vatrtctan Blood.  Oh Fortms, // (bere not fome cbofen Curfe y  Some btdden Tbunder in the Stores of Heaifit)  lied isotib uncommon Wratb, to blaft tbe Man  Wbo o-wcs bis Greatncfs to bis Country s Rum ?   Por. Beli eie me, Marcus, '/// an tmplous Greatnefs,  And mtxt vjttb too mucb Horrour to be enmyd :  How does tbe Lufire of our Fatbers Atltons,  Jbwgb tbe dark Cloud of Ills tbat coDer htm,  Break out, and bum witb more triumfbant Brigbtnefs I  His Suff nngs fbtne y and fpread a Glory round htm >  Greatìy unfortunate, he figbts the Caufe  Of Honour, Virine, Liberty, and Rome.  Hts Sword nc"er fili but oh tbeGutlty Head}  Oppreffton, Tyranny, and Fowr tifar fi,  Draw ali tbe Vengeanee of bis Àrm mponem .   Marc. Wbo kn<rws not tbis ? Bue wbat can Cato do  Agatnfl a World, a bafe degenerate World,  Tbat coarti tbe Toke, and bows tbe Neek to Cafar t  Peni up in Ut tea be mainly forms  A foor Epitome of Roman Greatnefs, .  And, eowerd wttb Numidìan Guardi, diretti  A fiable Army, and an emfty Senatc,  Remnants  <(».»> *   Tofto che *J nome luo gìugne al mio orecchio 3   Farfalla al'a mia villa fi prcfenta :   Veggio calcar V infultator tiranno   II laitricato campo di Romani   Cadaveri, e inzuppato in civil ftrage,   E di fangue patrizio bagnate   Degli orgogliofi fuoi cavalli V unghie.   Scelta maledizion non avvi, o Porzio,   Nelle armerie del CicI fulmin riporto   Di non comune ira di Dio vermiglio,   Ad abbattere, a ilruggere queir uomo,   Che della Patria fua lui le ruine,   Erge ( oh beati Iddii ! ) la fua grandezza?   Por£ Certo, Marco, eh' è quefta empia grandezza,  E ha troppo ortor per effere invidiata.  Quanto del noftro Padre i fatti illuftri,  De i mali, che *J circondan, tra le nubi,  Spuntan brillanti di più chiara luce/  Di gloria 1* incorona il Tuo (offrire .  Sfortunato, maggior di fua feiagura,  Ei combatte collante per la caufa  D 1 Onor, Virtute, Libertate, e Roma.  Sovra rea teda foi cadde fua fpada:  L* oppreffion, la tirannia fol traforo  Sopra lor, del fuo braccio la vendetta.   Marc. E chi noi *i fa ? ma che può far Catone  Contr' ad un Mondo, un vile e guado Mondo,  Che a Cefar piega il collo, e corre al giogo?  Di Romana grandezza ei forma indarno  Pover compendio in Urica rifpinto:  E da guardie Numidiche attorniato  Una ficvol Armata, ed un Senato   B 2 Voto     Remnants of mìgbty Battei: fongbt tn matti .  By Heavns, /ivi Virtues,jo/nd witb fucb Sttccefs }  Diflratl wy very Soul : Our Fatber s Fontine  Wond almoft tempt ut to renounce bis Frecepts.   Por. Remember -wbat our Fatber oft bas told us :  Tbe Ways of Heavn are dark and intricate ^  Fu^led in Ma^es, and perplext ivttb Errors Our Under si andtv.g traces 'em in wain y  Lofi and brwtlderd in tbe fruttlefs Searcb 5  Nor fees ikutb bow mucb Art tbe Wtnitngs run,  Nor wbere tbe reguìar Confufion ends .   Marc. Tbefe are Suggeftions of a Mind at Eafe:  Ob r erti us, dtdft tbott tafle b«t balf tbe Griefs  Tbat wrtng wy Soul, tbou coudfl not talk tbus coldly .  Fajjìon unpttyd, and fuccefslefs Love,  Flant Dagpers tn my Heart, and aggravate  My otber Grtefs . Were but wy Lucia hnd! Por. Tbou feeft not tbat tby Brotber is tby Rivai:   Bnt I wufl bidè ìt .for I know tby Tewper . [ afide  Novj, Marcus y »0u>, tby Vtrtues on tbe Froof:  Fut fortb tby tttwofl Strengtb, >work evry Nerve,  And cali up ali thy Fatber tn tby Soul:  To quell tbe Tyrant Love, and guard tby Heart  On tbts iveak Side, nvbere moft our Nature fails,  Would he a Conqucft isoortby Catos Son .   Marc. Fort ìris, tbe Council wbicb I cannot taie y  Ioftead of beali ng, but npbraids wy Weaknefs .  Btd me for Honour pi unge into a iVar  Of tbtchft Foety     and *3( '3 )S»   Voto dirige, riraafuglio e avanzo   D'afpre battaglie combattute invano.   Oh Ciel ! tali virtù con tai fucceflì   Confondon V Alma : la maligna forte   Del noftro Padre, a' begli fuoi precetti   Quafi di rinunziarci tenterebbe.  For%. Del noftro Padre ti rammenta quello   Ch' ei ci dicea fovente: che del Cielo   Sono feure le vie, ed intrigate:   Noftro intelletto le rintraccia indarno,   Perfo e fmarrito nella vana inchiefta .   Nè vede con quant'arte i giri vanno,   Nè dell* ordin confufo il termin feorge .  Marc. Pender fon quefti d' oziofa mente .   Porzio, fe la metà guftato avefli   Di quei dolor, che V alma mi trafiggono,   Freddamente così non parlerefti .   Paftìon non compatita, amor fgradito   PafTanmi il cuore, e gli altri duoli aggravano .   Oh fe a me fuffe Lucia pietofa !  Tor%. Non vede che '1 fratello è fuo rivale :   Uopo è eh' io il celi : il genio tuo conofeo . a parte   Or, Marco, ora al cimento è tua virtude.   Prova tutta tua forza, opra ogn' ingegno,   Spira nell* alma tua tutto il tuo Padre .   Vincer Y amor tiranno, e *1 cuor guardare   Da quella debol parte, ov* uom più manca,   Conquida fia da figlio di Catone .  Marc. Porzio, il configlio, eh' io prender non poffò,   Non fana, nò, rinfaccia mia fiacchezza .   Fa che Y onor comandi di cacciarmi   In guerra tra foltiflìmi nemici,   E cor-  W r*/& ou certa/ n Dcatb }  Then fbalt tbou fee that Marcus is not JIo jj  To follali) Glory f and confefs bts Fathcr .  Love is not to he reafond down y or lofi  In htpb Amhttton, and a Tbtrfl of Greatnefs >  'Tss ficond Ltfc, tt grows into the Soni,  Warms evry Vein y and beati in evry Fulfe y  I feel it bere : My Refolutton meltt    Por. Beboldyoung ]uba, the Numidi an Vrinceì  Wtth bow mucb Care be forni s bimfelf to Glory,  And breaks the Fiercenefs of bts Native Temper  To copy out our Fatber s brigbt Examplt .  He loves our Stfter Marcia, greatly lovet ber,  Hts Eyes, bis Looks, bis Acltons ali betray it :  But fidi the fmotherd Fondnefs burns wttbtn bìm y  When moti tt fwells and lahours for a Veni,  The Senfe of Honour and Dejire of Fame  Drive the big FaJJìcn back into htt Heart,  Wbat ì fball an Afrtcan, fiali Jubas Ueir  Eeproacbgreat CatosSon, and fbo-jj the World  A Virttte voantivg in a Roman Sotti f   Ma re. Fortius, no more ìyonr Words leave Stings befana* em.  lVben-e % rc did Juba, or dtd Fort in s, fhow  A V ir tue that bat caji me at a Dtftance,  And tbrown me out in the Furfnitt of Honoar ì   Por. Marcus, I know tby generous Temper weli ;  Fling but tV Appe arance of Dtfbonour on it,  Itftrait takes Fire, and mounts iato a Bla^e.   Marc. A Brothers Suff rtngs clatm a Brothers Fity. Por. jitized     E correr frettolofo a certa morte y  Vedrefti alior, che Marco non è pigro  A feguir gloria, ed a ritrar dal Padre.  Amor non cede, nè a ragion, nè ad aita  Ambizion, nè a fete di grandezza .  Alma novella egli è della ftefs* Alma :  Scalda ogni vena, e batte in ciafcun pollo.  II Tento io qui : disfatto è il mio coraggio .   for^. Mira il Giovine Giuba, di Numiviia  Il Principe, con quanta cura ci forma  Se medefmoalla gloria, e la natia  Fierezza frena, a far vedere in lui  Del noftro Padre il vivo illuftre efempio.  La noftra fuora Marzia egli ama, e molto  L* ama : il dicon fuoi fguardi, atti, e fembianti j  Ma chiufo il fuoco pur gli arde nel petto.  Quand* ei più crefce, ed a sfogarfi a (pira,  Sentimento d' onor, defio di fama  Spingon la fiamma a ritornare al cuore.  Che! un Affricano, ed un di Giuba erede  Rinfaccerà del gran Catone al figlio,  E potrà al Mondo tutto ancor moftrare  Una Virtù, che in cuor Romano manca ?   Marc. Porzio, non più : voflre parole lafciano  Puntura dietro a lor : quando mai Giuba,  O Porzio ancor, mi trapaflaro tanto  Nella virtudc, e dell' onor nel corfo ?   Tor^ Marco, la gencrofa indole tua  Io ben ravvifo> che fe pur sù quella,  Di difonor la minima favilla  Cada, ella prende fuoco, e forge in fiamma .   Marc. Vuol fraterno foffrir pietà fraterna.   Por^. Il     Digitized by Google     <8( ><* )&   Por. Hfdi; n faows I psty tbee : Beboìd my Eyes   ESn wbilfl I (peak Do t bey not faim in Te ars ?   Il ere bttt my Heart as naked to thy Vieiv y  Marcus isùonld fee it bleed in bis Babai f .  Marc. Why tbendcft treat me uriti Rcbukes, inftead  Of k/ud condoliti^ Cares and friendly Sorrow ?   Por. 0 Marcus, did I know tbe ÌVay so e afe  Tby troubled Heart, and mitigate thy Tatns,  Marcus y belic<ve me 7 / couìd die to do it .   Marc. Tbou beft of Brothers, and tbou befl of Fiìends !  Pardon a weak diftemperd Soul, tbat fwells  JVitb fudden Gufls, and finis as foon in Cahns,   Tbe Sport of Paffions But Sempronitts comes :   He muli not find tbts Softnefs bangi ug on me .  Sempronius folus.   COnfpiracies no fooner fboud b: forni d  Tban executed . JVbat means Portius bere ì  I IHe not tbat cold Toutb. I muft dtjìemble,  And [peak a Language foreign to my Heart .   Sempronins, Portius.   Semp. Good Morroiu Porttus ! Ut us once embrace,  Once more embrace ; "ubtlfl yet we botb are free.  To Morrou) fboud noe tbus exprefs our Fr/endfbip,  Eacb mtght recede a Slave into bis Arms :  Tbis Sun perbaps, tbts Morntng Suns tbe lafl  Tbat ere f ball rife on Roman Liberty .   Por. My Fasber bas tbts Morntng calN togetber   To Por^. II Gel lo si', s' io n 1 ho pietade. Mira  Or gli occhi miei: non nuotan' effi in pianto?  Ah fe il mio cuor nudo a tua vifta fufle,  Marco il vedria in fua metà piagato.   Marc. Or perchè sì trattarmi con rimprocci,  Di blande cure, e duol compagno in vece ?   Tor%. O Marco, s' io poteffi V affannato  Tuo cuor calmare, et addolcir le pene,  Marco, credilo a me, per ciò morrei.   Marc. Ottimo tu fratello, ottimo amico!  A un turbato perdona e fiacco cuore,  Tofto gonfio in tempefta, e tofto in calma,  Delle paflìoni fcherzo... Ah ! vien Sempronio :  Che in quefto mal decoro ei non mi nuove . parte. Sempronio folo*   Scmpr. Z*^ Ongiure non più tofto handa formarO, 1   Che efeguirfi. Che vuol mai qui Porzio ?  Di quello giovan la flemma m' è noja .  Diflìmular m' è d' uopo, e ragionare  In (tran linguaggio, e dal mio cuor diverfo.   Sempronio y e Forato.  Sempr. Buon giorno, caro Porzio : ora abbracciamoci :  Un' altra volta ancor, mentre fiam liberi:  Forfè avrfa, fe doman noi ci abbracciaffimo,  Uno fchiavo ciafeun tra le fue braccia .  Qyeft' Alba forfè, e quefto Sol fia il fezzo,  Che forgerà fu libertà Romana .  Tor^ In q 11 ^* hi* povera mio Padre   C Que- To poor Hall bit little Roman Settate,   ( T£f Lcanings of Pharfalta ) to confale   Ifyet he can oppofa the migbty Torrent   Tbat bear s down Rome, and ali ber Gods, ècfore />,   Or muti at lengthgvvc up the World to Cafar.   Sempr. Noi ali the Pomp and Majefly of Rome  Can rat fa ber Senate more tban Catos f re fame %  Hit Vtrtues render our Affcmbly awful,  Tbey ftrike ntsth fometbmg Itke religioni Fear  And make enfn Cafar trcmble at the Head  OfArmies fin fa d witb Conqaeft : 0 my Portiti,  Could I but cali tbat ivondrous Man my Fatber y  Woùd but t'by Sifter Marcia he propitiont  To tby Friend / Vowt : I migbt he blefad indeedi   Por. Alas ! Sempronio, woud/i tbou talk of home  To Marcia, wbitti ber Fatbert Lifes in Danger ?  Tbou migbift at ivell court the pale trembling Veftal,  Wben fbe beboldt the boly Fiume expiring .   Sempr. The more Ifae the Wonders ofthy Race   The more Tm charm d . Tbou maft takcòeed y my Portimi  Tbe World bai ali its Eyet on Catos Som.  Tby Fatbert Merit fan tbe* up to View,  And fbowt tbee in tbe f aere ft poi ut of Ltgbt,  To make tby Virenti ir tby Fomiti confatemi. Por. Welldoft tbou feem to check my Lìngring bere   On tbit importuni Hour FU Jlruit avuay,   And -nobile tbe Fatbert of the Semate meet     In Quefta mattina il picciol fuo Senato  [ Avanzi di Farfalia ] adunar vuole,  A confuicar fe ancora ei puote opporfi  Al torrente, che in giù precipitofo  Roma porta e i fuoi Dei : o pure al fine  Cedere il Mondo a Cefare . Sempr. Di Cato  La prefenza fol può Roman Senato  Erger non men, che maeftà di Roma .  Noltra affemblea fan reverenda Tue  Virtudi, e infpiran un devoto orrore.  E fanno ancora Cefare tremare  Alla tefta d' altiere vincitrici  Armate: Porzio mio, oh s' io potetti  Padre appellar qucnV uom maravigliofo,  E propizia la tua Sorella Marzia  A i voti fu (Te dell* amico tuo ;  Veracemente io mi faria beato .   ?or£. Ah Sempronio, vuoi tu parlar d' amore  A Marzia, or che la vita di fuo Padre  Sta in periglio ? tu puoi carezzar anco  Una Veftale pallida tremante,  Che già miri fpirar la fanta fiamma .   Semfr. Quanto le meraviglie di tua ftirpe   10 feorgo, tanto più ne fon rapito .  Prenditi guardia, Porzio : il Mondo tutto  Tien gli occhi fuoi fui figlio di Catone.   11 merito paterno ponti in vifta,   E ti moftra di luce al più bel punto,  A far più chiari tuoi vizj o virtudi .  Por%. Incolpi con ragion la mia lentezza  Su queft* ora importante ... Or ora io parto :  E mentre i Padri del Senato fono   Ci In clofe Belate, to iveigb tV Eventi ofJFar,  TU ammcte the Soldtcrs drooptng Courage,  Wttb Lowe of Freedom, and Contempt of Life.  TU tbunder tn thetr Ears their Country s Caufe ?  And try to rouje up ali tbais "Roman tn *cm.   not tu Mori ah to command Succefs,  But veli do more y Scmprontus noe II deferve it . [ Exit •   Sempronius folus .   Cnrfe on the Stripling ! bow be Ape's bis Sire ?  Rmbitioufly fententious !  But I wonder  Old Sypbax comes not j bis Numidtan Genius  Is weli dtfpofed to Mtftbtef, were be prompt  And eager on it > but be muft be fpurrd,  And ciìry Moment qutckr.ed to the Courfe.  Cato bas ufed me 111 : He bas refufed  Hts Daugbter Marcia to my ardent Vorws.  Befides, bis baffled Arms and rutned Caufe  Are Barrs to my Ambition. Cafars Favour,  Tbat fboisSrs down Greatneff on bis Friends, wsll raife me  To Kome's firft Honours . If 1 give up Cato,  I clatm in my Reward bis Captine Daugbter .  Bnt Sypbax comes ! Syphax, Sempronius. Syph. Q Empronius, ali it ready,   O l v w founded my Numidi ans, Man ly Man,   Ami In ferrato contratto a bilanciare  Gli eventi della guerra j V abbattuto  E fcorrente coraggio de* foldati  Ergerò coir amor di lìbertade,  Col difprezzo di vita : al loro orecchio  Intonerò lacaufa della Patria,  Ciò eh 1 è Romano in lor, dettar tentando .  Non è dell* uomo i) comandar fortuna 3  Ma quel eh* è più, Sempronio, è il meritarlo, parte   Sempronio filo .  Maledetto Garzon ! come fuo Padre  Contraf fa egli, c 'I fentenziofo affetta !  Stupifco, che Siface ancor non viene .  Il fuo genio Numidico è ben atto  Alla cattività; fufs* egli pronto;  Ma d' uopo a ogni momento egli ha dì fprone .  Meco non ben Caton s* è diportato.  Rifiutato ha la fua figliuola Marzia  A gli ardenti miei voti : in oltre V armi  Sue abbattute e rumata caufa  Oftacol ranno all' ambizione mia .  Il favore di Cefare, ed il fuo  Piover grandezza fu gli amici fuoi  Alzerà me di Roma a i primi onori.  S* io tradifeo Caton, la figlia fua  Sarà mio premio. Ma Siface viene.   SCENA Ut   Siface, e Sempronio*   Sif. Q Empronio, tutto è prefto : ho io tentati  O Tutti i Numidi miei ad uno ad uno :   In     And fini Vw ripe for a Remoli : Tbcy ali   Complatn aloud of Catos Dtfcipltne,   And watt but the Communi to clange their Majler .   Sempr. Believe me, Sypbax, tberes no Time to wafie $  £<v'« wbilfi uh* [peak, wr Conqneror comes on y  And gatbers Ground upon us evry Moment .  Alasi tbou knowft not Csfars attive Soni y  Wttb r what 0 dreadful Courfe he rufbes on  From IVar to War : In vatn has Nasute forni à  Mounsains and Oceans to oppofe bis Pajfage ;  He Bornia^ s oer ali, vittortous in bis March,  Tbe Alpes and Pyreneans feuk before bim ;  Tbrottgb JVindSyand IVaves, and Ssorms y be works bis way,  Impattentfor tbe Battei: One Day more  Wtllfet tbe Vtttor tbnndring at our Gates.  But teli me y ba/ì tbou yet draivn oer young Juba ?  Tbat jltll ivoui recommend tbee more to C&far y  And challenge bette? Terms Siph. Alas ! bes loft,   He"s loft, Sempronius ; ali bis Tbougbts are full   Of Catos Vtrtues But TU try once more   ( For e<vry Inflant l expeil bim bere )  Ifyet I can fubdste tbofe ftubborn Principici  Of Faitb, of Honour, and I know not isobat,  Tbat bave corrupted bis Numtdiau Temper,  And ftruck tb* Infetti on into ali bis Sotti.   Sempr. Be fure to prefs upon bim evry Motive.  Juhas Surrender, finse bis Fatbcrs Deatb,  IVould give up Afrtck into Csfars Hands, Ani     In punto ci fono già d ammutinarti .  Dell* auftera di Caco difciplina  Fan tutti alti lamenti : ed a cambiare  Padron, non altro attendono, che il cenno.   Scmpr. Siface, tempo quì non è da perdere.  Mentre eh* uom parla > il vincitor s* accoda,  £ campo fopra noi prende a momenti .  L* attività di Celar non conofe?,  Che con tremendo corfo Io precipita  Di guerra in guerra : invan formò natura  Montagne e mari a opporli a fuo paffaggio :  Ei formonca in Tua marcia, e varca tutto;  SpiananG avanti a lui Pirene ed Alpi :  Per entro a i venti, e V onde, e le tempefte  La via fi fa bramofo di battaglia .  Un giorno più, porrallo a noftre porte.  Ma dimmi; hai guadagnato il giovin Giuba?  A Cefar ciò si ti farà più grato,  E ti farà più vantaggiofo. Stf. Ohimè !  E* perduto, Sempronio, egli è perduto.  Son tutti i fuoi pender delle virtuti  Pieni di Caro ... Ma io vo provare  Anco una volta [ perciocch' io V attendo  Qui a momenti ] s' ancor vincer poffo  Quelle m aflìme dure ed infleflibili  Di fe, d* onore, e di non so qu ai cofe,  Che r indole Numidica hangli guada,  E tutta 1* alma fua tinta ed infetta. Scmpr. Imprimigli ben ben ciafeun motivo .  Se Giuba fi rcndeffe, poicrf è morto  Il Padre fuo ; darebbe nelle mani  A Cefar Y Affrica, c farebbel Sire   Della      And mah btm Lord of balf tbe buruing Zone .   Syph. Bup is it trae, Sempronius, tbat your Settate  Is calfd togetber ? Gods ! Tbou musi b'e cauttous !  Cato bas piercing Eyes, andivill dtfcern  Oitr Brands, unles (bey re cover d tbtck isoitb Art .   Scmpr. Let me alone, good Sypbax, TU conceal  My Tbougbts in Fajjton ( *$$$ tbefureft *way > )  TU bello w cut for Rome and f or my Country,  And moutb at Cafar ttll I fbake tbe Settate .  Tour cold Hypocrtjjc's a ti ale Dewice y  A wotm out Trick: Wonldsl tbou betbougbt in Farne ftì  Cloatb tbyfetgnd Zeal in Rage, in Ftre, in Fury !   Syph. In trotb y tbotirt ablc to inftrutl Grey bairs,  And teacb tbe wily African Deceit !   Scmpr Once more, Le fare to try tby Skill on Jnba.  Mean *wbi!e FU baslcn to my Roman Soldiers,  Infame tbe Muttny, and under band  BlocJ »p tbeir Dijcontentt, tilt tbey break out  Unlocìid for, and dtf ebarge tbemfehes on Cato.  Remembcr, Sypbax, we muft work in Hafle :  O thrà wbat anxious Moment s pafs betwen  Tbe Btrtb of Flots 3 and tbeir laft fatai Periods .  Obi *tts a dreadful Internai of Time,  Ftltd up isottb Horror ali, and big witb Deatb !  Deftrutlton bangs on c*vry Word we fpeak,  On evry Tbougbt, *till tbe concludi ng Stroke  Determtncs ali, and clofes our Dcfign . ( Exit •   Syphaxfolus   TU try ifyst I can reduce to Reafon   Thit «3(   Della metà dell'infocata Zona.  Stf. E' egli ver, Sempronio, che 'J Senato   Vollro s* adunerà ? Sii ben guardingo :   Cato ha occhi sì acuti e penetranti,   Ch' egli fi accorgerà di noli re frodi,   Se ben non fi ricuoprono con arte.  Sempr. Lafciami far, Siface : afeonder voglio   Dentro la paffione i miei penfieri .   Quefla è la via la più ficura : io voglio   Aito gridar per Roma e per mia Patria   Contra Cefar, Anch' io fcuota il Senato .   Le fredde ipocrifie fon moda antica,   E ufato giuoco . Eflfer tu vuoi creduto   Sincero ? vedi il fimulato zelo   E di rabbia, e di fuoco, e di furore.  Stf Inver tu puoi infimi r vecchi anco fcaltri,   E infegnar frode all'Affocano ifteffo .  Sempr, A Giuba guadagnar tue arti impiega,   Mentre al Romano efercito m' affretto   A incoraggiar gli ammutinati, e loro   Odii infiammar, foffiando fottomano,   Finché impenfati rompan fopra Cato,   Vuolfi, Siface, qui celeritade.   Quanto angofeiofi padano i momenti   Fra '1 nafeer di Congiure, e '1 fin fatale !   Oh qua 1 dubbio intervallo, afpro, e tremendo,   Colmo tutto d' orror, pregno di morte !   Da ogni voce pende la ruina,   Da ogni penfier, finché P ultimo colpo   Termine ponga a perigliofa imprefa . farte .   Siface foìo.   Tentar vo*, s' anco pofso alla ragione   D Rad-     Digitized by Google     TWj beadìlrong Youtb, andmake bìm fpurn at Cato.  Tbe Ttme a Jbort, Csfar comes rufbtng on ut   Bnt boldl young Julafeet me y and approdi bes .   .   » >   Juba, Syphax.   Jub. O Tpbax, / joy to meet tbee thus alone .   O ì ha*V* objemed of late tby Looks are falYn y  Cfcrcaft "ysottb gloomy Cares 5 and Dtfcontent >  77>f » /f // wrf, Sypbax, / coniare tbee, w,  Wbat are tbe T bonghi tbat hit tby Brow in Frownt y  And turn tbtne Eye tbus coldly on tby Prènce ?   Syph. Tèi not my Talent to conceal my Tbougbtt,   • Nor carry Smtlet and Sun-fbtne in my Face,  Wben Dtfcontent fits beany at my He art .  I baue not yet fo mucb the Roman in me .   Jub. Wby doji tbou caft ont facb ungenrout Termi  Againft tbe Lordi and Swreigm of tbe World ?  Doft tbou not fee Mankind fall down he f or e W,  And <rwn tbe Force of tbetr Superior Vtrtue t  li tbere a Nation in tbe Wtldi of Africk,  Amtdft our barren Rocki and burning Sandi,  Tbat doet not tremile at tbe Roman Name ì   Syph. Codi l uberei tbe Wortb tbat feti tbit People tip  Aboi)e your own Numtdidt tawny Som !  Do tbey noitb tottgber Sinewi bend tbe Bow ?  Orfltei tbe Jarveltn fwtfter to iti Mark,  Larvici) d from tbe Vsgour of a Roman Arm ?  W ho Itke our atl/ve African infiruiìt   Tbe     Digitized by Google     Raddurrc quello giovane ottinato,  E fargli in fine difpregiar Catone.  11 tempo è breve : Celare ne viene .  Ma ferma! Ecco Giuba. Egli s'accoda.  Giuba, e Siface.   Giti. Q Iface, io godo d' incontrarti folo .  O Toflervai poco fa turbato in vifta,  Di nuvolofe cure ofcuro il volto .  Dimmi, Siface, io ti fcongiuro, dimmi,  Quai penfier ti contristano la fronte,  E gir fan freddo fui tuo Prence il guardo ?   Sif. Non fon atto a celare i miei pontieri .  Non può fplendere il rifo in mio fembiante,  Quando affifo è nel cuor grave fconforto :  Non ho ancor tanto del Romano apprefo.   Gtub. Perchè cai voci ingiuriofe vibri  Contra i Sovrani Signori del Mondo?  L'uman gener non vedi avanti a loro  Proftrato confettar l'alto valore ?  Evvi Nazione infra i deferri d'Affrica,  Fra no fi re rupi ignude e a r ficee arene,  Che non paventi e tremi a) Roman nome?   Sif. O Dei ! qual meno è quel, che quello popolo  Solleva fopra i figli di Numidia?  Con maggior forza tendon eflì Parco,  O vola più velocemente al fegno  Dardo lanciato da Romano braccio?  Chi come l'agile Affricano, forma     «8( )fr B   T£<? fiery Stecdy and tratnt bim to bit Hand ?  Or guide s in Troops $V embattled Elepbant,  Loaden ujitb IVar ? Tbefe, tbefe are Arts, my Pance,  In nsAich your Zama does not ftoop to Rome .   Jub. Tbeje ali are Vtrtues of a meaner Rank,  Ftrfstttons tbat are flaced tn Bones and Nerva .  A Roman Soni ts bent on bigbet Vtews :  To avi li ^e tbe rude unpoltfb % d World,  Ani lay it under tbe Reftratnt of Laws j  To make Man mtld andfoctable to Mani  To cultivate tbe wild licenttous Savage  Witb Wtfdom, Dtjapltne, and ItVral Artt ;  TV Embelltfiments of Ltfe : Virtuet Uìe tbefe  Make Human Nature fbtne, reform tbe So*l y  And break our fierce Barbarìans tnto Men . Syph.Patieuce ktndHeavml—Excufe an old Mans wamtb  JVbat are tbefe -wond* rous civili ^ing Artt,  Tbts Roman Poltfb, and tbis fmootb Behaviour,  Tbat render Man tbus tratlable and tame t  Are tbey not only to dtfgmfe our Pafftons,  To fet our Looks at vartance vottb ottr Thougbtt,  To deck tbe Starts and Salita of tbe Sotti,  And break off ali itt Commerce wttb tbe Tongue ;  In fhort, to ebange ut into otber Creatura  Tbau isohat our Nature and tbe Gods dejignd ut ì   Jub. To Vtrtke tbee Dumb: Turn up tby Eya to£atoì  Tbere mayft thott fee to ivbat a Godltke Heigbt  Tbe Roman Vtrtues lift up mortai Man .  Wbile good, and jufi, and anxious for bis Frìends y  He % s fttll feverely bent agatnft bimfelf ;   Renouncing Sleepb, and Refi, and Food, and Eafe,   He *3( >9 )»  Il feroce deftriero, e Jo maneggia ?   Chi meglio in truppe guida gli Elefanti   A ramaelt rati, carichi di guerra?   Quefte fon, Prence mio, quelle fon Farti,   Per cui non cede Zama vofìra a Roma .   Gtnb. Arti d'inferior ordine fon quefte,  Forza e perfezion d' o da e di nervi .  Più alto mira un'anima Romana ;  A formar rozzo e mal polito Mondo,  E fottoporlo al freno delle leggi,  E render l'uomo all'uom mite ed amico;  Con fenno e difciplina e nobili arti  Domefticar felvaggi, e ornar la vita.  Tali arti fplender fan natura umana,  Riforman l'alma, e i barbari fann' uomini.   S/f. O Cieli, fofferenza / d' un uom vecchio  Sia feufato il calor: quali fon quefte  Mirabili arti, e Romana vernice,  E pulito contegno, che cotanto  Fan domeftico l'uomo, e civilizzalo?  Buone non fon, che a mafeherar gli affetti,  E dal volto feordar fare i penfieri,  E frenar la natia voga dell'alma,  E romper Aio commercio colla lingua,  E in altre creature trasformarci  Contra il difegno di Natura e Dio.   Ciuk Perchè tu taccia, volgi gli occhi a Cato. In lui rimira, quanto predo a Dio Virtù Romana innalza un uom mortale. Per gl’amici follecito, indulgente, A fe fteftb fevero, il sonno niega, Il riposo, ed il comodo, ed il     Col- He ftriues witb TbnJI and Hungcr, Toil and Heat;  And wb:n bts Fortune fets before btm ali •  Tbe Bomps and Bleafures tbat bis Sortì can wifb y  Hts rtgtd Vtrtne wtll accept of none. Syph. Bcltcvc ine, Prtnce, theres not an African  Tbat tra'verfes our wafi Numtdtan Dejarts  In qtteft of Prey, and Iwes upon bis Bow,  Brtt better praclifes tbefe boafted Virtues.  Coarje are bts Meals, tbe Fortune of tbe Cbafe,  Amtdft tbe rttnmng Stream be Jlakes bts Tbtrfl,  ToiFs ali tbe Day, and at tb' approacb of Ntgbt  On tbe firft friendly Bank be tbrows btm down,  Or rejìs bts Head upon a Boti "ttll Morn:  Tben rifes frefb, pttrfues bis wonted Game,  And tf tbe followtng Day be chance to fini  A fiew Repafl y or an untafled Sprtng y  Bleffes bts Start y and tbtnks tt Luxury .   Jub. Tby Prejudices, Sypbax, wont dtf certi  Wbat Vtrtues growfrom Ignorance and Cboice y  Nor bow tbe Hero dtffers from tbe Brute .  But gtant tbat Otbers coti d witb equal Glcry  Look do cjn on Pleafuret and tbe Batts of Senfe 5  IV bere fiali we find tbe Man tbat bears Affiitlion,  Great and Majefttck in bts Griefs, ìtke Cato ?  Heaiins y wttbwbat Strengtb, wbat Steadtnefs ofMind,  He Triumpbs in tbe mtdft of ali bts Sujferings ì  How does be rife againll a Load of Woes,  And tbank tbe Gods tbat tbrow tbe IVetgbt upon btm \   Syph. T## Bnde y tank Bride y and Havgbttnefs of Soul ;  / tbink Colla fete combatte, e colla famcj  Collo ftento, col caldo : e quando ancora  Tutte le pompe ed i piacer del Mondo  A contentargli l'alma s' offerì fsero,  Sua rigida virtù rigctterebbegli.   S/f. Credimi, Prence: non ci è Affricano,  Che varchi noftre vafte erme contrade  Di preda a inchieda, e di fuo arco viva,  Che tai virtù meglio non metta in opra .  Rozzo mangiar ciò che gii da la caccia :  Nel corrente rufcel traflì la fete;  Tutto il dì (tenta, e quando vien la notte  Gettali filila prima amica ripa,  O fopra rupe la fua tetta pofa  Infino a giorno. Pofcia frefeo ci forge  A profeguir fuo giuoco: e fe'l vegnente  Giorno accade eh' ci trovi un nuovo pafto,  O fcaturire un non guftaro fonte,  Dio benedice, e crede effer ciò ludo.   Ginb. La tua prevenzion quelle virtudi  Da non faper prodotte, da queir altre, Che figlie fon d' elezione umana,  Nè dal bruto diftinguer fa l'eroe.  Ma porto che con egual gloria fprezzi  Altri i piaceri e il lufinghevol fenfo,  Dove fi troverà mai un Catone  Nel fuo dolore maeftofo e grande ?  Dei ! con qual fermo e valorofo cuore  Nel mezzo a i fuoi fofFriri egli trionfa,  Sotto T incarco de* fuoi guai s’innalza,  £ di quel pefo ne ringrazia i Numi / Sif. Orgoglio è quefto, e Romana alterigia, / ri/ffl the Romani cali tt Storci/m .   Had aot your Royal Fatber tbougbt fi b/ghty   Of Roman Virtù* y and of Catos Caufe y   He had not fui In by a Slave'; Hand inglorious:   Nor would bis slangbterd Army now baue lain   On Africk's Sands, dtsfigurd iutth their Wounds, To gorge the IFohes and Vttltures of Numtdta. Jub. IV by doft tboa cali my Sorrows np afrejb ?  My Fatber s Name brtngs Tears into my Eyes .   Syph. Oh, tbat youd profit by your Fatber s tilt !   Jub. JVbat ivortd(i tbou baie me do?   Syph. Abandon tato .   Jub. Sypbax, / fiori d be more tban twice art Orpban  Byfucb a Lofi. Syph. Ay, tbere's the Tie tbat binds you ! Toh long to cali bim Fatber . Marctas Cbarms  Work in your He art unfeen y and pie ad f or Cato .  No 'wonderyou are deafto ali I Jay .   Jub. Sypbax,your Zeal becomes importunate ;  httherto permitted it to rame,  And talk at large 5 but learn to keep it in,  Leaft tt fio» Id take more Freedom tban VII gfae it.   Syph. Sir, your great Fatber newer ujed me tbus .  Alas, he s Dead ì But canyou eer forget  The tender Sorrows, and the Pangs of Nature 3  The foud Embraces, and repeated Blvjjìngs,  Wbtch you dreisofrom bim in your laìt Fareivel ?  Sttll muft I chertfb the dear fad Remembrance,  At once to torture and to plcafe my Seul. Tic  Chiamata da lor, credo,- Stoicifmo.   Non avtfle il reale padre voftro   Tanto avuto concetto del Romano   Valore, e della caufa di Catone;   Non faria fenz'onor così caduto   Per man fervile: nè Tarmata Tua   Sconfitta giacerla fu gli arenofì   Campi d'Affrica, caica di ferite   A ingraffar gli avoltoi della Numidia.  Giub. Perchè vuoi rinnovar mio cruccio atroce?   Chiamami al pianto di mio padre il nome.  Sif. Oh profittale delle fue fciagure /  Gtub. Che vuoi eh' io faccia? S$f. Abbandonar Catone.  Giub. Orfano mi farei più di due volte.  Sif. Oh, il vincolo è quefto che vi lega !   D l'aerare di chiamarlo padre.   Di Marzia i vezzi opran fui voftro cuore * Quelli fon gli avvocati di Catone,   E a tutto quel ch'io dico vi fan fordo.  Giub. Siface, voftro zelo efee importuno. Fin qui di vaneggiare io t' ho permeffo,   E parlar largo; ora a frenarlo impara,   Nè voler franco effer più eh* io non voglio.  Sif. Sir; non sì meco usò voftro gran padre.   Laflb/ egli è morto: ed obbliar potete   I teneri dolori, e le trafitte   Di natura, ed i cari abbracciamenti   Le replicate benedizioni,   Ch'egli vi diede nelf cftremo addio ?   E' d' uopo eh* f accarezzi la foave   Trifta rammemoranza, onde ne fente   Tormento in uno, e compiacenza l'alma.   E II  . «J(34)ì»>  Tbe good old King, at parting, wrung my Hand 9   ( Hts Eyes brim-full of Tears ) tbeu figbtng cryd,   Prttbce be careful of my Som ! hts Grtcf   Swelfd uf fo htgb be coudnot utter more.   Jub. Alas, tby Story mclss away my Soni .  Tbat beft of Fatbers ! Ixrw /ball I dtfebarge  Tbe G rat nude and Duty, nsJbteb 1 o*we bim !   Syph. By ìaytng up bts Counctìs tn your He art .   Jub. Hts Counctìs bade me yteld to tby Dtretltons ;  Tben, Sypbax, cbtde me tu jevercjl Terms,  Vcnt ali tby Pajfton, and III fland tts fbock,  Cairn and unruffled as a Summer-Sea,  IV ben not a Breatb of IVtnd fltes oer its Sur face .   Syph. Alas, my Prtnce, ld guide you to your Safety .   Jub. I do beitele tbou ivoud/i i but teli me bovu ?   Syph, Flyfrom tbe Fate tbat follorws Cdjars Foes .   Jub. My Fatber feornd to dot .   Syph. And tberefore dyd.   Jub. Better to die ten tboufand tboufattd Deatbs y  Tban isoound my Honour.   Syph. Ratber fay your Lame.   Jub. Sypbax y l ite promtsd to preferve my Temper .  Wby wilt tbon urge me to confefs a Fiume y  1 long bave fitfled, and woud fatn conceal? Syph. Beitele me, Prtnce > 'tts bard to conquer Love y  But eafie to drvert and break tts Force :  Abjence mtgbt cure tt, or a fecond Mtflrefs  Ltpbt up anotber Flame, and fut out tbts .  Tbe glowsng Dames of Zamds Royal Court  Have Faces flu[bt -witb more exalted Cbarms .  Tbe Sun, tbat rolls bis Cbariot oer tbeir Headt,  Works up more Ftre ani Colour tn tbetr Cbcckt:   WereIl buon vecchio al partir la man mi ftrinfe  [ Gli occhi pieni di pianto ] c fofpirando  Di ile ; Deh cura abbi del mio figliuolo .  E '1 gonfiato dolor così fe crollo,  Ch* egli più non poteo formar parola.  Gtub. Latto ! il racconto tuo mi ft r ugge 1* Alma.  Ottimo Padre / come potre* io  Adempir verfo lui i miei doveri ?   Sif. Gli avvifi fuoi nel voftro cuor ferbaee.   Gtub. Quefti tur di feguir gì* indrizzi tuoi.  Co' termin più feveri adunque bravami,  Siface : sfoga pur tutto il tuo sdegno ;  AH' impeto di lui ftarommi quieto  £ tranquillo, qual mar di (late, in calma \  Quando nè pure un venticcl 1* increfpa.   Sif. Prence, mia mira è fol voftra falvezza.   Gtub. C redolo j ma qual via ad effer falvo ?   Stf. De i nemici di Cefar fuggi il fato .   Gtub. Mio Padre ciò sdegnò . Stf. Perciò morio.   Gtub. Mille volte morrei, che fare oltraggio   Al mi* onor . Stf. Dite pure, al voftro amore .   Gtub. Data ho parola già di (tarmi quieto.  Perchè forzarmi a palefar la fiamma  Chiufa tenuta, e eh* io pur vo* celare?   Stf. Prence, amor fuperare è forte cofa;  Ma romperlo è leggiera, e divertirlo.  Lontananza lo farà, od altro amore  Accende un* altra fiamma, e eftingue quella.  Le Dame alla Real Corte di Zama  Splendono accefe d* un più bel vermiglio .  Il Sol, che fu (or tette il cocchio gira,  Le guance tinge in più vivace fuoco.   E 2 Quc-  Were yon ivìtb tbefe, my Prtnce,youd foonforget  The pale unripend Beauttes of the Nortb .   Jub. Tts not a Sett of Fatture:, or Compie xio» y  The Ttnfiure of a Sktn, tbat I admire .  Beauty [oon grows famtltar to the Louer,  Fades in h/s Eye y and palls upon the Senfe .  The nìtrtuous Marcia towrs abo*ve ber Sex :  True y [he is fair, [ Ob 3 bow dtutnely fair ì ]  But ftìll the ìcvely Matd improbe s ber Charmi  Wilb inward Greatnefs, «naffctled Wtfdom,  And Santltty of Manners . Catos Soul  Shtnes out tn enery tbtng (he atls or fpeakf,  Wbtle isoinning Mtldnefs and attrattive Smilcs  Dwell in ber Lookf, and -with becoming Grace  Soften the Rigour of ber Fatbers Vtrtues .   Syph. How does yottr Tongtte gro-w u)anton in ber Praife §  Bnt on my Knees I begyoa isooud confider     Enter Marcia, and Lucia .   Jub. Bah ! Sypbax 5 f/V not fbe !  Sbe mowes tbis Way ;  And njttb ber Lucia, Lucius s fair Daughter,  My Heart beats tbick • I prttbee Sypbax lea<ve me .   Syph. Ten tboufand Cttrfes f alien on % em botb !  Mow wtll tbts W 'iman VMtb a fingle dance  UadOy wbat fw been laVrtng ali tbis wbile . [ Exit <  Jub»,  Quefte, fe con lor fofte, o Prence mio,   Farebbonvi obbJiar quelle del Norte   Beltà pallide, acerbe, ed immature.  Gtfib. Fattezze o colorito io non ammiro .   Saziati tofto di beltà 1* amante :   Appaffita ed intipida gli viene.   La cada Marzia il fedo Aio far monta:   E' bella pur, divinamente bella ;   Ma V interna grandezza, e fchietto fenno,   Santi coftumi crefcono i fuoi vezzi.   Spicca Catone in fue parole ed atti,   Mentre dolci attrattive, e dolce rifo   Albergan n»l Tuo volto, ed avvenenti   Grazie ammollifcono il rigor paterno.  S/f. Come facil ti (doglie voftra lingua   Nelle fue lodi ! Ma protrato a i voftri   Piedi vi priego, che contideriate . . .   Entra Marcia, e Lucia.   «   Cinb. Siface, oh ! non è lei ? ella quà viene   Colla bella di Lucio figliuola .   Palpita forte il cor : Siface, lafciami .  Stf Mille maJedizion vengano loro ! Disfarà tutto quel che ho fabbricato   Con una fola occhiata or quefta femmina, fatte      SCE-      Juba, Marcia, Lucia. Jub. T T AH cbarming Maid y bow does tby Beantby Jmootb  X~\ The Face of IV ar, and make ev'n Horror fmtle !  At Sigbt of tbee my He art jbakes off iu Sorro-wt 3  Ifeel a Daw» of Joy break tn npon me y  And f or a nobile forget tb % Approacb ofCtfar .   Ma r. Ifioud be grteiid,young Prime y to tbtnk my Prefence  Unbent your Tbougbtt y and (lackend Vw to Armt y  Wbtle y warm wttb Slaugbter, onr uttloriont Fot,  Tbreatens aloud, and calls you to tbe Fteld .   Jub. 0 Marcia, let me bope tby kind Concerni  Andgentle fVifbes follow me to Battei!  The Tbougbt *wtll gìwe new Vigonr to my Arm y  Add Strengtb and Weigbt to my defcendtng S-word y  And drive it in a Tempeft on tbe Foe.   Marc. My Prayers and IVtflet alwayt fiali attend  Tbe Friends of Rome, tbe glorious Caufe of Vtrtue,  And Men appronjd of by tbe Gods and Cato .   Jub. Tbat Juba may deferte tby piont Caret,  Mgare for c<vcr on tby Godltke Fatber,  Tranfplanttng y one by one, into my Life  Hit brigbt Perfecliont, Vi// / flint like bim .   Marc. My Fatber ne<ver at a Ttme like tbit   Woud lai o*t bts grcat Sotti in Wordt, and wafie     Sncb   Giuba, Marcia, * Iw/*.   G/'^Z-. T 7 Ergin leggiadra, oh come tua beltade  V La faccia della guerra ammorbidifee,  E lieto rende ancor 1' ifteflo orrore !  Dal mio cuore il dolor fugge a tua villa;  Spuntar fento novella alba di gioja,  E Ccfare vicino intanto obblio. Mar%. M' increfeeria il penfar, giovane Prence,  Che de i voftri penfier Rendette 1* arco  La mia prefenza, c gli impigrire air armi;  Mente caldo di ftrage il Vincitore  Alto minaccia, e sì t* afpetta al campo.   Gtub. O Marzia lafcia, eh* io fperi, che tue  Cure cortefi, e generofe brame  M* accompagnino franco alla battaglia.  Quefto pcnfier, nuovo daranne al braccio  Vigore e forza, e pefo al mio fendente,  Che cadrà fui nimico in gran tempefta.   Mar%. Miei prieghi e voti gli amici di Roma  Seguiran tempre, di virtù la caufa,  E i pregiati da i Dei e da Catone .   Gtub. Per meritar le tue pietofe cure,  Sempre fido darà Giuba in tuo Padre,  Le iltuftri doti fue ad una ad una  Trapiantando in fe fteffo, finché giunga  A fimile fplcndor. Mar^, Mio Padre mai  Non avrebbe in un tempo come quello,  Logorato il fuo fpirito in parole, Sucb precious Moment* .  Jub. Tby Rtprocfs are imfi s   T/tf* wrtuous Matd > *o «yi Troops,   «^«(/ /ir* ffo/r langutd Souls witb Catos Vtrtue ;  If e' re I Uad tbem io the Fteld y wben ali  The lì ar Jball ftanà ranged m tts juft Array,  And dreadful Fomp : 1 ben wtll I tbtnk on ti: se l   0 lowely Matd, Tben wtll I tbtnk on Tbee !  And, in tbe Jbock of cbarging Hcfts, remember  U'bat glonous Deeds fboud grate tbe man, wbo bopes  Ter Marcia s Leve .   Lue. Marcia, you re too federe :   Hgvd ccud you cbide te young goodnatured Prince,  And drt*vc htm f rem you witb fo ftern an Air,  A Prtnce tbat Icves and dotet on you to Deatb ?   Mar. T/x tberefore, Lucia, tbat 1 cbtde htm front me  Hit Air, bts Voice, bis Locks y and bonetl Sotti  Speak ali fo mwingly in bis Bebalf,   1 dare not truft my felfto bear btm talk .  Lue. IV ly ivi II you fighi agatnft fo fweet a Paffton y   And fi rei yeur Heart to fucb a World of Cbarms ?   Mar. Hciv, Lucìa, ivoudft tbou baie me fink away  In fleajing Drcams, and lofe my felf in Leve y  Wen enìry moment Catos Ltfes at Stake ?  Cafar comes arnid witb Terror and E^venge,  And atms bts Tbunder at my Fatbers Head :  Sboud not tbe fad Occafion fwallow up  My otber Cares, and draw tbem ali tnto it ?   Lue. Wby baie not I tbts Conftancy ofMtnd y     Wbo     Nè tanti cari momenti perduto.  Giub. Sono giudi i rimproveri, Donzella   Valorofa : nV invio alle mie truppe   Col valor di Catone a infiammar V alme.   Se mai ai campo condurrolle, quando   La battaglia fchierata fi preferiti   In fiera pompa ; in te terrò il penfiero,   Vaga Donzella, in te terrò il penfiero:   £ nel più forte della dura zuffa   Sovverrommi, quai fatti gloriofi   Un amante fregiar deggian, che afpira   AH* amore di Marzia. fané  Lue. Sete,o Marzia,   Troppo fevera. Come il cuor fofTrio   Di fgridar così buon giovine Prence,   E fcacciarlo con aria così torva,   Prence, che v' ama più della fua vita ?  Marifr Per quello, Lucia, da me lo difeaccio.   L' aria, la voce, il guardo, il gentil core   Parlan per lui con tal podente incanto,   Che d' udirlo parlare io pur non ofo.  Lue. Perchè combattere un fi dolce affetto?   Perchè indurare a tanti vezzi il core ?  Mar^ Come mai, Lucia, vuoi eh* io mi disfaccia   In piacevoli fogni e in folli amori,   Orche in cimento èognor vita di Cato?   Vien di vendetta e di terrore armato   Cefare, e di Caton mira alla teda   II fulmin fuo : la trifta congiuntura   Impiega tutti quanti i miei penfieri,   E sì gli unifee e rinconcentra in ella.  tue. Se tanti ho io così gravofi affanni,   F P<r- <3( 4» )&   Wio * fu mavy Grufi to try its Torce ?   Sure y Nature fot md me of ber fof tifi Mould y  Enfeebled ali my Sotti uoitb tender Paffions y  And funi me evn below my own vjeak Sex:  Pity and Love, by turns, opprefs my Heart .  Mar. Lucia, d sburtben ali tby Cares on me.  And let me [bare tby ma Vi re tir ed Diftrefs;  Teli me ix'bo raifes up tbis Confiicl in tbee ?  Lue. / need not blufb to nawe tbem, isjben I teli tbee   T bey re Marcia s Brotbers, and tbe Sons of Cato .  Mar. Tbty betb bebold tbee ^ub tbeir Sifters Eyes:  And often bave reveal d tbeir Vajfion to me.  But teli me, u bofe Addreft thott f amour ft mofl ?  Hong to btow, and jet I àrtad to bear it .  Lue. ì'/bicb is it Alarci a ^ijòesfor ?  Mar. For nei t ber —   And y et f or botb — Tbe Tcutbs bave equal Sbare  In Marcias Vifbes, and divide tbeir Sifleri  But teli meikb'ub of tbtm is Lucia s Cboicet  Lue. Marcia, tbey lotb are bipb in my Efleem,   But in my Love — li'by wilt tbou make menante hìm ?  Tbou intrisi ft it it a blid andfoolfb Paffion y  Pleasd at.d difgpfted v'itb it knemos not vubat .  Mar. O Lucia, I m ferplex % d 9 O teli me vobtcb   I mufl bereafter cali my bafpy Brotber ?  Lue. Suppofe 'twere Portins 3 coudyou blame my Cboicet  O Tortimi, tbou bafì fioln a^ay my Soul!  IV'ith vi bat a gractfid Tender ne fs be loves !  And breatUs tbe foftefi, tbe fincerefl Voisos ì  Complacency, and Trutb, and manly Sweetneft  Dj.)fll ever on bis Tofane, and fmootb bis TbotfghtS.  Marctts is ovtr-warm > Ih fond Compiami   Have     Digitized by Google     Perchè una tal fermezza non m' è data ?   Fcmmi natura di più molle parta,   Co' più teneri affetti infievoiimmi,   £ caricò Copra il mio debol fedo:   Pietà e Amor dittringommi a vicenda.  Mar%. Lucia, le cure tue fopra me pofa;   Mettimi a parte de* tuoi cupi affanni .   Dimmi, chi detta in te quello conflitto?  Lue. Non ho da aver rollar di nominare   I tuoi fratelli, e figli di Catone.  Mar%- Coli' occhio di lor fuora ambi ti mirano,   E il loro amor fovente hanmi fvelato .   Ma dimmi, qual de i due più favorifei?   Bramo faperlo, c pur temo d* udirlo.  Lue. Qual 1 è quegli, che Marzia brameria ?  Mar^. Niun de due, - e forfè anco amenduni -   Di Marzia nelle brame hanno egual parte   I giovani, e dividon la forella.   Ma dimmi: Lucia qua* di loro elegge?  Lue. Marzia, ambo fon nella mia (lima grandi,  Ma nel mi* amor . . . perchè vuoi tu eh' io '1 nomini  Ben tu fai, come è cieco amore e folle,   II qual, ne fa perchè, vuole e difvuole .  Mar%. Lucia, io fon perplcffa. O dimmi, quale   Appellar deggia il mio fratel felice.  Lue. Se foffe Porzio, me 'n da re (le biafmo ?  O Porzio, m* hai involata Y alma mia .  Con qual leggiadra tenerezza egli ama !  Spira i difii più fchictti, e più gentili .  Verità, cortetla, mafehia dolcezza  Pulifcon le parole ed i penfieri .  Fervido è Marco, e impetuofi troppo   F 2 Sono     *3( 44 )fr  /firw mncb Farr.ejìnefs and PcJJton in tbem\   1 bcur bim ivitb a /cerei kind of Dread y   And tremile at bis Vebemence of Temper   Mar. Alas poor Tontb ! low cari fi tbou tbrow bim front the ?   Li: :ìa, tbou knormB not balf tbe Love be bears tbee\   H benecr be jpeaks of ti ce, bis Hearfs in Flames,   lls fendi ottt ali bis Soul in ewry Word,, 'mi tbixks, and talks, and looks like one tranfportcd.   Vnbappy Tontb! boiu v/ill thy CoUnefs raife. i. Francesco Paolo Bozzelli. Keywords: il tragico, il tragico latino, l’implicatura di Lucano, l’edonismo di Bozzelli, capitol su Bozzelli nella storia della filosofia italiana di Gentile – edonismo, morale, etica – costituzione napoletana. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Bozzelli” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Bozzetti: la raione conversazionale e l’implicatura conversazionale di Bruno contro I matematici – scuola di Borgoratto – filosofia piemontese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Borgoratto). Filosofo piemontese. Filosofo italiano. Borgoratto, Alessandria, Piemonte. Grice: “If Strawson is a Griceian, Bozzetti is a Rosminian – he philosophised on substance (‘il concetto di sostanza’ from the point of view of ‘gnoseologia,’ and also on ‘dialogue,’ and ‘piety,’ – he also speaks, like I do, of construction, and reconstruction, and indeed, ‘metaphysical reconstruction,’ one of my routines!” – “My favourite has to be his philosophy of dialogue.” -- Figlio di Romeo (uno dei Mille di Garibaldi, divenne colonnello e poi generale dell’Esercito Italiano) e da Edvige Griziotti De Gianani. I genitori erano originari dalla provincia di Cremona. Tutta la famiglia Bozzetti si sposta a Trapani, poi a Napoli, a Reggio Calabria, ad Ancona, a Genova e infine a Torino, seguendo le destinazioni del capofamiglia. Scrive delicate poesie, indirizzate ai suoi familiari. Si laurea a Torino. Entra nell’ordine dei Rosminiani. Novizio al Convento rosminiano del Sacro Monte Calvario di Domodossola (dove una sala è oggi a lui dedicata) e ordinato sacerdote. Si laurea a Roma. Insegna a Domodossola. Nominato Superiore Provinciale dei Collegi rosminiani e a Roma. Eletto Preposito Generale, cioè VII successore di Antonio Rosmini. Insegna a Roma. Sostenne e spiegò le tesi di Rosmini, in particolare quelle esposte nella Filosofia del diritto.   Sacro Monte Calvario di Domodossola, Via Crucis. La persona è soggetto di diritto, cioè cerca liberamente la verità e aderisce liberamente alla legge morale, su cui forma la propria coscienza e la consapevolezza di avere una destinazione o metier. Gl’Agiati pubblicano questo sintetico profilo di lui. Attratto dalla filosofia rosminiana che fa della “persona” il diritto sussistente ed il fondamento dello stato italiano, ripropose la metafisica del filosofo roveretano quale unica speculazione che sapesse inquadrare il problema dell'essere personale in un'organicità ontologica più comprensiva (il vivente). Filosofo costruttivo, capace di far convergere molteplicità ed unità, frammentarismo e organicità. Lettera di Rosmini, Risposta a Sciacca, Domodossola, Antonioli. Centro di studi filosofici di Gallarate. Dizionario biografico degli italiani. Nacque da Romeo, prima garibaldino poi ufficiale dell'esercito regolare. B. compì gli studi seguendo il padre nelle diverse residenze di Trapani, Napoli, Reggio Calabria, Ancona, Genova, Torino. In quest'ultima città conseguì la laurea in giurisprudenza, rivolgendo però maggiore interesse alla filosofia, in particolare al pensiero di Rosmini ("Fu una liberazione quando trovai nella Filosofia del diritto di Rosmini che la persona umana è il diritto sussistente. Notiamo bene: la persona non solo ha dei diritti ma essa è il diritto": Il valore della persona. Apparve dunque fondamentale al B. il concetto di persona come diritto sussistente, che gli rivelò il proprio esistere "come soggetto di tre esigenze fondamentali, inviolabili e inalienabili: la ricerca e il possesso della Verità, la libera adesione alla Legge morale con la conseguente formazione della coscienza, la consapevolezza di una destinazione eterna, oltre questa vita mortale. Dopo la laurea, entrò all'Istituto della Carità. Novizio al Calvario di Domodossola e ordinato sacerdote. Si laurea in filosofia a Roma. Incominciò quindi la sua esperienza educativa come insegnante di filosofia, di letteratura italiana, di teologia nelle scuole dell'Istituto della Carità. Fu superiore dei collegi rosminiani. Superiore provinciale, e infine superiore generale dell'istituto intero. B. pubblicò a Roma Il concetto di sostanza e la sua attuazione nel reale. Saggio di ontologia e metafisica. B. pubblica un volume su Rosmini SERBATI nell'aspetto estetico e letterario, Roma, che tratta della formazione e delle qualità dello stile di Rosmini e del suo merito come scrittore, e illustra la sua teoria estetica. Pubblica il saggio Rosmini nell'"Ultima Critica" di Ausonio Franchi, Firenze. B. pubblica La vita di Serbati. Dopo una serie di scritti minori (Tra noi e Dio, Domodossola; Nella Chiesa di Cristo; Lineamenti di pietà rosminiana, pubblica a Milano gli Sviluppi del pensiero rosminiano nella "Teosofia". In questo saggio il B. affrontava il problema dell'"ente nella sua totalità". Per Rosmini tutto il sistema del sapere umano ha tre principî: l'idea, l'anima, l'ente. La filosofia deve cominciare dal principio ideale, quindi procedere allo studio del principio subiettivo intelligente. Ma per raggiungere il suo compimento la filosofia deve studiare "ciò che è primo nell'ordine assoluto degli oggetti conoscibili, per sé, ossia l'ente … Così si arriva all'Ontologia". Il primo ontologico è chiamato da Rosmini "essenza dell'essere". Questa, una in se stessa, si trova determinata in una pluralità di forme: ideale, reale, morale. La conciliazione razionale dell'unità dell'essere e della molteplicità degli enti si ha "nella natura dell'essenza dell'essere, cioè nella sua virtualità". Il reale, secondo B., come già per SERBATI, è sentimento e ha origine per creazione. Il B. si richiama a questo punto alla dottrina rosminiana del sentimento fondamentale, che non è soltanto il sentimento fondamentale corporeo, ma è "la realtà dell'atto con cui noi ci sentiamo come esseri viventi, di una vita che è al tempo stesso spirituale e sensitivo-corporea". Pubblica a Roma Il problema ontologico nella filosofia rosminiana, che comprende il corso di filosofia teoretica tenuto dal B. nell'università di Roma, dove egli era stato nominato libero docente di filosofia per alti meriti culturali.  Pubblica La persona umana, corso di lezioni di filosofia morale tenuto all'università di Roma in quell'anno accademico. Il problema della persona era stato, come si è visto, il problema che aveva costituito il punto di partenza intellettuale del Bozzetti. Da questo problema iniziale, da cui era partito, il B. percorse la "traiettoria ontologica". Dalla persona all'essere ideale, dall'essere ideale a Dio da una parte e alle tre forme dell'essere dall'altra con tutte le principali implicanze. La "traiettoria sociale", che è l'altra traiettoria secondo cui si sviluppò il pensiero di B. sulle tracce della dottrina rosminiana, tornava a implicare il problema della persona, riconosciuta quale realtà che, per la presenza del divino, deve essere sempre tenuta presente non come ragione di mezzo, ma come avente ragione di fine. Tutti i possibili rapporti tra gli uomini - politico, giuridico, economico, affettivo - debbono fondarsi su questa concezione della persona. B. morì a Roma. Gli scritti del B. sono stati raccolti in G. B., Opere complete, a cura di Sciacca, Milano. Esposito, Il gran rifiuto di Rosmini, Rosmini e in Riv. rosminiana, replica di G. B.; Id., Il "gran rifiuto" di Rosmini; Replica a B., replica di G. B.; Sciacca, Rosmini e noi. Lettera al p. G. B., Il sec. XX, Milano Morando, Ricordando un educatore-filosofo: il p. G. B., in Rivista rosminiana, Riva, P. G. B. Il pensatore e il sacerdote, in Atti della Accademia roveretana degli Agiati, P. G. B., in Giornale di metafisica, La "persona" nel pensiero di padre B., in Iustitia, Ricordando p. G. B., Domodossola; Enciclopedia filos., G. B. Un giudizio di Siro Contri sulla filosofia neoscolastica”. Ilia ed Alberto” di Angelo Gatti.. Matematismo” in Rosmini? Rosmini-Serbati A.”, voce dell’Enciclopedia Cattolica, vol. X, Città del Vaticano, Ente per l’E.C. e per il libro cattolico. A distanza di un secolo, Una recente critica del “Nuovo Saggio” da parte di G. Zamboni. A proposito di idealismo, La “realtà assoluta”. A. Rosmini e Roma, Roma, Istituto di Studi Romani. Ai margini di un Congresso. Affermazioni e tendenze. Amore e matrimonio. Angelina Lanz. Antonio Rosmini e l’ora presente. Camillo Viglino. Cenni biografici di A. Rosmini nel I volume dell’Edizione Nazionale. Che cos’è l’arte? Che cos’è l’Istituto della Carità. Che cos’è la materia? L’indagine filosofica. Che cos’è la natura? Parla il filosofo. Cino. Croce, Gentile e la filosofia dell’arte. Gentili (rec. Bessero Belti). Del rosminianismo di Manzoni. Fantasma e idea nella percezione ci sono. Fantasma e idea sono scoperti dalla riflessione nella percezione. Foscolo. Gesuitismo. Giuseppe Morando. Gregorio XVI e Rosmini, in Gregorio XVI, a cura dei Camaldolesi di S. Gregorio al Celio, Roma. Il “caso dell’Oregon” e il Tribunale politico di Rosmini. Il “gran rifiuto” di Rosmini, La vera ragione del rifiuto, Il capitano Pagani. Il fallimento della vita. Congresso nazionale di Filosofia. Il Papa e ANNUNZIO (si veda). Il principio unitario della filosofia rosminiana, in “Giornale di Metafisica” Il valore della persona. Il valore delle cose terrene. Intorno a Manzoni, La seconda moglie - Ancora sul rosminianismo di Manzoni - Manzoni e il Giansenismo. L’atteggiamento religioso dell’ottocento. L’economia nel sintetismo e nell’equilibrio di tutte le forze politiche e sociali. L’eredità del liberalismo nella mentalità contemporanea. L’Ermengarda di Manzoni. L’etica del Rosmini e Zamboni. L’opera d’arte e le tre forme dell’essere. L’ossessione del sesso. La “costante” nelle variazioni della filosofia. La “ragione”, atto costitutivo dell’uomo. La “religione della libertà”. La “vitalità” della logica di Rosmini. La concezione rosminiana dell’essere. La marchesa di Canossa e Rosmini. La moda e il pudore. La nostra realtà e l’altra vita. La pedagogia di A. Rosmini. La persona umana, Domodossola-Milano, Sodalitas. La Vita di Rosmini, 1. La giovinezza. Nel silenzio. La vocazione. In montibus sanctis. Laicismo. Le “difficoltà” dell’essere ideale, Una tentata difesa. Le tre ascensioni spirituali di Rosmini.  Leggende che si perpetuano. Lo Stato e la religione. Lorenzo Michelangelo Billia. Natura e soprannatura in rapporto alla realtà storica. Opinioni sul sistema di gnoseologia e di morale di Zamboni, Astrazione, analisi, trasparenza, Papini nel suo “S. Agostino”. Per finire. Perché Rosmini non è filosofo cattolico? Perorazione. Quando si parla di essere, Realtà e trascendenza nel progresso del diritto. Replica a B. C. Replica al Bonafede, Riassumendo le nostre discussioni gnoseologiche. Ricordando Capograssi. Risposta a Sciacca. Risposta alla lettera al Direttore. Rosmini e Hegel. Rosmini e i Gesuiti in un recente articolo della Civiltà Cattolica, La ricerca storica. Rosmini e i Gesuiti in una biografia di Roothaan. Rosmini e i Rosminiani nell’Enciclopedia Treccani. Rosmini e Kant, Il “superamento” di Rosmini. Rosmini e l’Università, Rosmini e Michaelstaedter, A proposito di un libro di G. Chiavacci. Rosmini ed AQUINO non possono andare d’accordo? – Interesse scientifico e interesse pratico - Ortodossia e metodo. Rosmini in un dizionario del Risorgimento italiano. Rosmini monofisita?  Rosmini nel diario di Collegno, Rosmini nell’“Ultima critica” di Ausonio Franchi.S. Francesco d’Assisi, Bozzetti G., AQUINO (si veda) e Rosmini, in “Coscienza”. Sempre sulla confusione fra idea dell’essere e idea dell’ente, Per fatto personale. Sopra una cortese discussione Zamboni-Chiarelli. Stato e Chiesa secondo C. A. Jemolo. Sul Filottete di Sofocle. Sul problema del male, la volontà e il male. Sul rosminianismo del Manzoni, L’innatismo nel dialogo “Dell’invenzione”,Sull’astrazione dell’Idea dal Reale. Sull’infinità dello spazio, il punto di vista è uno solo. Sull’ontologismo. Sulla moralità di Machiavelli. Sulla natura della conoscenza, Risposta a G. Rossi. Tolstoi. Umiltà del critico. Un libro significativo: Il Rosmini di Brunello. Un recente giudizio sulle “Cinque Piaghe” in Germania. Rosmini: l’asceta, il filosofo, l’uomo, l’amico, Roma, Studium. BRUNO, PARIS: PATER "Jetzo, da ich ausgewachsen,  Viel gelesen, viel gereist, Schwillt mein Herz, und ganz von Herzen,  Glaub' ich an den Heilgen Geist." -- Heine+  . It was on the afternoon of the Feast of Pentecost that news of the death of Charles the Ninth went abroad promptly.  To his successor the day became a sweet one, to be noted unmistakably by various pious and other observances; and it was on a Whit-Sunday afternoon that curious Parisians had the opportunity of listening to one who, as if with some intentional new version of the sacred event then commemorated, had a great deal to say concerning the Spirit; above all, of the freedom, the independence of its operation.  The speaker, though understood to be a brother of the Order of St. Dominic, had not been present at the mass--the usual university mass, De Spiritu Sancto, said to-day according to the natural course of the season in the chapel of the Sorbonne, by the Italian Bishop of Paris. It was the reign of the Italians just then, a doubly refined, somewhat morbid, somewhat ash-coloured, Italy in France, more Italian still.  Men of Italian birth, "to the great suspicion of simple people," swarmed in Paris, already "flightier, less constant, than the girouettes on its steeples," and it was love for Italian fashions that had brought king and courtiers here to-day, with great eclat, as they said, frizzed and starched, in the beautiful, minutely considered dress of the moment, pressing the university into a perhaps not unmerited background; for the promised speaker, about whom tongues had been busy, not only in the Latin quarter, had come from Italy.  In an age in which all things about which Parisians much cared must be Italian there might be a hearing for Italian philosophy.  Courtiers at least would understand Italian, and this speaker was rumoured to possess in perfection all the curious arts of his native language.  And of all the kingly qualities of Henry's youth, the single one that had held by him was that gift of eloquence, which he was able also to value in others--inherited perhaps; for in all the contemporary and subsequent historic gossip about his mother, the two things certain are, that the hands credited with so much mysterious ill-doing were fine ones, and that she was an admirable speaker.  Bruno himself tells us, long after he had withdrawn himself from it, that the monastic life promotes the freedom of the intellect by its silence and self-concentration.  The prospect of such freedom sufficiently explains why a young man who, however well found in worldly and personal advantages, was conscious above all of great intellectual possessions, and of fastidious spirit also, with a remarkable distaste for the vulgar, should have espoused poverty, chastity, obedience, in a Dominican cloister. What liberty of mind may really come to in such places, what daring new departures it may suggest to the strictly monastic temper, is exemplified by the dubious and dangerous mysticism of men like John of Parma and Joachim of Flora, reputed author of the new "Everlasting Gospel," strange dreamers, in a world of sanctified rhetoric, of that later dispensation of the spirit, in which all law must have passed away; or again by a recognised tendency in the great rival Order of St. Francis, in the so-called "spiritual" Franciscans, to understand the dogmatic words of faith with a difference.  The three convents in which Bruno lived successively, at Naples, at Citta di Campagna, and finally the Minerva at Rome, developed freely, we may suppose, all the mystic qualities of a genius in which, from the first, a heady southern imagination took the lead.  But it was from beyond conventional bounds he would look for the sustenance, the fuel, of an ardour born or bred within them.  Amid such artificial religious stillness the air itself becomes generous in undertones. The vain young monk (vain of course!) would feed his vanity by puzzling the good, sleepy heads of the average sons of Dominic with his neology, putting new wine into old bottles, teaching them their own business--the new, higher, truer sense of the most familiar terms, the chapters they read, the hymns they sang, above all, as it happened, every word that referred to the Spirit, the reign of the Spirit, its excellent freedom.  He would soon pass beyond the utmost limits of his brethren's sympathy, beyond the largest and freest interpretation those words would bear, to thoughts and words on an altogether different plane, of which the full scope was only to be felt in certain old pagan writers, though approached, perhaps, at first, as having a kind of natural, preparatory kinship with Scripture itself.  The Dominicans would seem to have had well- stocked, liberally-selected, libraries; and this curious youth, in that age of restored letters, read eagerly, easily, and very soon came to the kernel of a difficult old author--Plotinus or Plato; to the purpose of thinkers older still, surviving by glimpses only in the books of others—GIRGENTI (si veda), Pythagoras, who had enjoyed the original divine sense of things, above all, Parmenides, that most ancient assertor of God's identity with the world.  The affinities, the unity, of the visible and the invisible, of earth and heaven, of all things whatever, with each other, through the consciousness, the person, of God the Spirit, who was at every moment of infinite time, in every atom of matter, at every point of infinite space, ay! was everything in turn: that doctrine--l'antica filosofia Italiana-- was in all its vigour there, a hardy growth out of the very heart of nature, interpreting itself to congenial minds with all the fulness of primitive utterance.  A big thought! yet suggesting, perhaps, from the first, in still, small, immediately practical, voice, some possible modification of, a freer way of taking, certain moral precepts: say! a primitive morality, congruous with those larger primitive ideas, the larger survey, the earlier, more liberal air.  Returning to this ancient "pantheism," after so long a reign of a seemingly opposite faith, Bruno unfalteringly asserts "the vision of all things in God" to be the aim of all metaphysical speculation, as of all inquiry into nature: the Spirit of God, in countless variety of forms, neither above, nor, in any way, without, but intimately within, all things--really present, with equal integrity, in the sunbeam ninety millions of miles long, and the wandering drop of water as it evaporates therein.  The divine consciousness would have the same relation to the production of things, as the human intelligence to the production of true thoughts concerning them. Nay! those thoughts are themselves God in man: a loan, there, too, of his assisting Spirit, who, in truth, creates all things in and by his own contemplation of them.  For Him, as for man in proportion as man thinks truly, thought and, being are identical, and things existent only in so far as they are known.  Delighting in itself, in the sense of its own energy, this sleepless, capacious, fiery intelligence, evokes all the orders of nature, all the revolutions of history, cycle upon cycle, in ever new types.  And God the Spirit, the soul of the world, being really identical with his own soul, Bruno, as the universe shapes itself to his reason, his imagination, ever more and more articulately, shares also the divine joy in that process of the formation of true ideas, which is really parallel to the process of creation, to the evolution of things.  In a certain mystic sense, which some in every age of the world have understood, he, too, is creator, himself actually a participator in the creative function. And by such a philosophy, he assures us, it was his experience that the soul is greatly expanded: con questa filosofia l'anima, mi s'aggrandisce: mi se magnifica l'intelletto!  For, with characteristic largeness of mind, Bruno accepted this theory in the whole range of its consequences.  Its more immediate corollary was the famous axiom of "indifference," of "the coincidence of contraries."  To the eye of God, to the philosophic vision through which God sees in man, nothing is really alien from Him.  The differences of things, and above all, those distinctions which schoolmen and priests, old or new, Roman or Reformed, had invented for themselves, would be lost in the length and breadth of the philosophic survey; nothing, in itself, either great or small; and matter, certainly, in all its various forms, not evil but divine.  Could one choose or reject this or that? If God the Spirit had made, nay! was, all things indifferently, then, matter and spirit, the spirit and the flesh, heaven and earth, freedom and necessity, the first and the last, good and evil, would be superficial rather than substantial differences.  Only, were joy and sorrow also to be added to the list of phenomena really coincident or indifferent, as some intellectual kinsmen of Bruno have claimed they should?  The Dominican brother was at no distant day to break far enough away from the election, the seeming "vocation" of his youth, yet would remain always, and under all circumstances, unmistakably a monk in some predominant qualities of temper.  At first it only by way of thought that he asserted his liberty--delightful, late-found privilege!--traversing, in mental journeys, that spacious circuit, as it broke away before him at every moment into ever-new horizons. Kindling thought and imagination at once, the prospect draws from him cries of joy, a kind of religious joy, as in some new "canticle of the creatures," a new monkish hymnal or antiphonary.  "Nature" becomes for him a sacred term.  "Conform thyself to Nature"--with what sincerity, what enthusiasm, what religious fervour, he enounces the precept to others, to himself!  Recovering.  as he fancies, a certain primeval sense of Deity broadcast on things, in which Pythagoras and other inspired theorists of early Greece had abounded, in his hands philosophy becomes a poem, a sacred poem, as it had been with them.  That Bruno himself, in "the enthusiasm of the idea," drew from his axiom of the "indifference of contraries" the practical consequence which is in very deed latent there, that he was ready to sacrifice to the antinomianism, which is certainly a part of its rigid logic, the purities of his youth for instance, there is no proof.  The service, the sacrifice, he is ready to bring to the great light that has dawned for him, which occupies his entire conscience with the sense of his responsibilities to it, is that of days and nights spent in eager study, of a plenary, disinterested utterance of the thoughts that arise in him, at any hazard, at the price, say! of martyrdom.  The work of the divine Spirit, as he conceives it, exalts, inebriates him, till the scientific apprehension seems to take the place of prayer, sacrifice, communion.  It would be a mistake, he holds, to attribute to the human soul capacities merely passive or receptive.  She, too, possesses, not less than the soul of the world, initiatory power, responding with the free gift of a light and heat that seem her own.  Yet a nature so opulently endowed can hardly have been lacking in purely physical ardours.  His pantheistic belief that the Spirit of God was in all things, was not inconsistent with, might encourage, a keen and restless eye for the dramatic details of life and character for humanity in all its visible attractiveness, since there, too, in [238] truth, divinity lurks.  From those first fair days of early Greek speculation, love had occupied a large place in the conception of philosophy; and in after days Bruno was fond of developing, like Plato, like the Christian platonist, combining something of the peculiar temper of each, the analogy between intellectual enthusiasm and the flights of physical love, with an animation which shows clearly enough the reality of his experience in the latter.  The Eroici Furori, his book of books, dedicated to Philip Sidney, who would be no stranger to such thoughts, presents a singular blending of verse and prose, after the manner of Dante's Vita Nuova.  The supervening philosophic comment re-considers those earlier physical impulses which had prompted the sonnet in voluble Italian, entirely to the advantage of their abstract, incorporeal equivalents.  Yet if it is after all but a prose comment, it betrays no lack of the natural stuff out of which such mystic transferences must be made. That there is no single name of preference, no Beatrice or Laura, by no means proves the young man's earlier desires merely "Platonic;" and if the colours of love inevitably lose a little of their force and propriety by such deflection, the intellectual purpose as certainly finds its opportunity thereby, in the matter of borrowed fire and wings.  A kind of old, scholastic pedantry creeping back over the ardent youth who had thrown it off so defiantly (as if Love himself went in for a degree at the University) Bruno developes, under the mask of amorous verse, all the various stages of abstraction, by which, as the last step of a long ladder, the mind attains actual "union."  For, as with the purely religious mystics, union, the mystic union of souls with each other and their Lord, nothing less than union between the contemplator and the contemplated--the reality, or the sense, or at least the name of it-- was always at hand.  Whence that instinctive tendency, if not from the Creator of things himself, who has doubtless prompted it in the physical universe, as in man?  How familiar the thought that the whole creation longs for God, the soul as the hart for the water- brooks!  To unite oneself to the infinite by breadth and lucidity of intellect, to enter, by that admirable faculty, into eternal life-- this was the true vocation of the spouse, of the rightly amorous soul--"a filosofia e necessario amore."  There would be degrees of progress therein, as of course also of relapse: joys and sorrows, therefore.  And, in interpreting these, the philosopher, whose intellectual ardours have superseded religion and love, is still a lover and a monk.  All the influences of the convent, the heady, sweet incense, the pleading sounds, the sophisticated light and air, the exaggerated humour of gothic carvers, the thick stratum of pagan sentiment beneath ("Santa Maria sopra Minerva!") are indelible in him.  Tears, sympathies, tender inspirations, attraction, repulsion, dryness, zeal, desire, recollection: he finds a place for them all: knows them all [239] well in their unaffected simplicity, while he seeks the secret and secondary, or, as he fancies, the primary, form and purport of each.  A light on actual life, or mere barren scholastic subtlety, never before had the pantheistic doctrine been developed with such completeness, never before connected with so large a sense of nature, so large a promise of the knowledge of it as it really is.  The eyes that had not been wanting to visible humanity turned with equal liveliness on the natural world in that region of his birth, where all its force and colour is twofold.  Nature is not only a thought in the divine mind; it is also the perpetual energy of that mind, which, ever identical with itself, puts forth and absorbs in turn all the successive forms of life, of thought, of language even.  But what seemed like striking transformations of matter were in truth only a chapter, a clause, in the great volume of the transformations of the Spirit.  To that mystic recognition that all is divine had succeeded a realisation of the largeness of the field of concrete knowledge, the infinite extent of all there was actually to know.  Winged, fortified, by this central philosophic faith, the student proceeds to the reading of nature, led on from point to point by manifold lights, which will surely strike on him, by the way, from the intelligence in it, speaking directly, sympathetically, to the intelligence in him. The earth's wonderful animation, as divined by one who anticipates by a whole generation the "philosophy of experience:" in that, the bold, flighty, pantheistic speculation became tangible matter of fact. Here was the needful book for man to read, the full revelation, the detailed story of that one universal mind, struggling, emerging, through shadow, substance, manifest spirit, in various orders of being--the veritable history of God.  And nature, together with the true pedigree and evolution of man also, his gradual issue from it, was still all to learn.  The delightful tangle of things! it would be the delightful task of man's thoughts to disentangle that.  Already Bruno had measured the space which Bacon would fill, with room perhaps for Darwin also.  That Deity is everywhere, like all such abstract propositions, is a two-edged force, depending for its practical effect on the mind which admits it, on the peculiar perspective of that mind.  To Dutch Spinosa, in the next century, faint, consumptive, with a hold on external things naturally faint, the theorem that God was in all things whatever, annihilating, their differences suggested a somewhat chilly withdrawal from the contact of all alike.  In Bruno, eager and impassioned, an Italian of the Italians, it awoke a constant, inextinguishable appetite for every form of experience--a fear, as of the one sin possible, of limiting, for oneself or another, that great stream flowing for thirsty souls, that wide pasture set ready for the hungry heart.  Considered from the point of view of a minute observation of nature, the Infinite might figure as "the infinitely little;" no blade [240] of grass being like another, as there was no limit to the complexities of an atom of earth, cell, sphere, within sphere.  But the earth itself, hitherto seemingly the privileged centre of a very limited universe, was, after all, itself but an atom in an infinite world of starry space, then lately displayed to the ingenuous intelligence, which the telescope was one day to verify to bodily eyes.  For if Bruno must needs look forward to the future, to Bacon, for adequate knowledge of the earth--the infinitely little; he looked back, gratefully, to another daring mind, which had already put the earth into its modest place, and opened the full view of the heavens. If God is eternal, then, the universe is infinite and worlds innumerable.  Yes! one might well have supposed what reason now demonstrated, indicating those endless spaces which sidereal science would gradually occupy, an echo of the creative word of God himself,  "Qui innumero numero innumerorum nomina dicit."  That the stars are suns: that the earth is in motion: that the earth is of like stuff with the stars: now the familiar knowledge of children, dawning on Bruno as calm assurance of reason on appeal from the prejudice of the eye, brought to him an inexpressibly exhilarating sense of enlargement of the intellectual, nay! the physical atmosphere.  And his consciousness of unfailing unity and order did not desert him in that larger survey, making the utmost one could ever know of the earth seem but a very little chapter in that endless history of God the Spirit, rejoicing so greatly in the admirable spectacle that it never ceases to evolve from matter new conditions.  The immovable earth beneath one's feet! one almost felt the movement, the respiration of God in it.  And yet how greatly even the physical eye, the sensible imagination (so to term it) was flattered by the theorem.  What joy in that motion, the prospect, the music, the music of the spheres !--he could listen to it in a perfection such as had never been conceded to Plato, to Pythagoras even. "Veni, Creator Spiritus, Mentes tuorum visita, Imple superna gratia, Quae tu creasti pectora!"  Yes! the grand old Christian hymns, perhaps the grandest of them, seemed to blend themselves in the chorus, to deepen immeasurably under this new intention.  It is not always, or often, that men's abstract ideas penetrate the temperament, touch the animal spirits, affect conduct.  It was what they did with Bruno.  The ghastly spectacle of the endless material universe, infinite dust, in truth, starry as it may look to our terrestrial eyes--that prospect from which Pascal's faithful soul recoiled so painfully--induced in Bruno only the delightful consciousness of an ever-widening kinship and sympathy, since every one of those infinite worlds must have its sympathetic inhabitants.  Scruples of conscience, if he felt such, might well be pushed aside for the "excellency" of such knowledge as this.  To shut the eyes, whether of the body or the mind, would be a kind of dark ingratitude; the one sin, to believe directly or indirectly in any absolutely dead matter anywhere, because involving denial of the indwelling spirit.  A free spirit, certainly, as of old!  Through all his pantheistic flights, from horizon to horizon, it was still the thought of liberty that presented itself to the infinite relish of this "prodigal son" of Dominic.  God the Spirit had made all things indifferently, with a largeness, a beneficence, impiously belied by any theory of restrictions, distinctions, absolute limitations.  Touch, see, listen, eat freely of all the trees of the garden of Paradise with the voice of the Lord God literally everywhere: here was the final counsel of perfection.  The world was even larger than youthful appetite, youthful capacity.  Let theologian and every other theorist beware how he narrowed either. The plurality of worlds! how petty in comparison seemed the sins, to purge which was the chief motive for coming to places like this convent, whence Bruno, with vows broken, or obsolete for him, presently departed.  A sonnet, expressive of the joy with which he returned to so much more than the liberty of ordinary men, does not suggest that he was driven from it.  Though he must have seemed to those who surely had loved so lovable a creature there to be departing, like the prodigal of the Gospel, into the furthest of possible far countries, there is no proof of harsh treatment, or even of an effort to detain him.  It happens, of course most naturally, that those who undergo the shock of spiritual or intellectual change sometimes fail to recognise their debt to the deserted cause: how much of the heroism, or other high quality, of their rejection has really been the growth of what they reject?  Bruno, the escaped monk, is still a monk: his philosophy, impious as it might seem to some, a new religion.  He came forth well fitted by conventual influences to play upon men as he was played upon.  A challenge, a war-cry, an alarum; everywhere he seemed to be the creature of some subtly materialized spiritual force, like that of the old Greek prophets, like the primitive "enthusiasm" he was inclined to set so high, or impulsive Pentecostal fire.  His hunger to know, fed at first dreamily enough within the convent walls as he wandered over space and time an indefatigable reader of books, would be fed physically now by ear and eye, by large matter-of-fact experience, as he journeys from university to university; yet still, less as a teacher than a courtier, a citizen of the world, a knight-errant of intellectual light.  The philosophic need to try all things had given reasonable justification to the stirring desire for travel common to youth, in which, if in nothing else, that whole age of the [242] later Renaissance was invincibly young.  The theoretic recognition of that mobile spirit of the world, ever renewing its youth, became, sympathetically, the motive of a life as mobile, as ardent, as itself; of a continual journey, the venture and stimulus of which would be the occasion of ever new discoveries, of renewed conviction.  The unity, the spiritual unity, of the world :--that must involve the alliance, the congruity, of all things with each other, great reinforcement of sympathy, of the teacher's personality with the doctrine he had to deliver, the spirit of that doctrine with the fashion of his utterance.  In his own case, certainly, as Bruno confronted his audience at Paris, himself, his theme, his language, were the fuel of one clear spiritual flame, which soon had hold of his audience also; alien, strangely alien, as it might seem from the speaker.  It was intimate discourse, in magnetic touch with every one present, with his special point of impressibility; the sort of speech which, consolidated into literary form as a book, would be a dialogue according to the true Attic genius, full of those diversions, passing irritations, unlooked-for appeals, in which a solicitous missionary finds his largest range of opportunity, and takes even dull wits unaware.  In Bruno, that abstract theory of the perpetual motion of the world was a visible person talking with you.  And as the runaway Dominican was still in temper a monk, so he presented himself in the comely Dominican habit.  The eyes which in their last sad protest against stupidity would mistake, or miss altogether, the image of the Crucified, were to-day, for the most part, kindly observant eyes, registering every detail of that singular company, all the physiognomic lights which come by the way on people, and, through them, on things, the "shadows of ideas" in men's faces (De Umbris Idearum was the title of his discourse), himself pleasantly animated by them, in turn.  There was "heroic gaiety" there; only, as usual with gaiety, the passage of a peevish cloud seemed all the chillier.  Lit up, in the agitation of speaking, by many a harsh or scornful beam, yet always sinking, in moments of repose, to an expression of high-bred melancholy, it was a face that looked, after all, made for suffering--already half pleading, half defiant--as of a creature you could hurt, but to the last never shake a hair's breadth from its estimate of yourself.  Like nature, like nature in that country of his birth, the Nolan, as he delighted to proclaim himself, loved so well that, born wanderer as he was, he must perforce return thither sooner or later, at the risk of life, he gave plenis manibus, but without selection, and, with all his contempt for the "asinine" vulgar, was not fastidious. His rank, unweeded eloquence, abounding in a play of words, rabbinic allegories, verses defiant of prosody, in the kind of erudition he professed to despise, with a shameless image here or there, product not of formal method, but of Neapolitan improvisation, was akin to [243] the heady wine, the sweet, coarse odours, of that fiery, volcanic soil, fertile in the irregularities which manifest power. Helping himself indifferently to all religions for rhetoric illustration, his preference was still for that of the soil, the old pagan one, the primitive Italian gods, whose names and legends haunt his speech, as they do the carved and pictorial work of the age, according to the fashion of that ornamental paganism which the Renaissance indulged.  To excite, to surprise, to move men's minds, as the volcanic earth is moved, as if in travail, and, according to the Socratic fancy, bring them to the birth, was the true function of the teacher, however unusual it might seem in an ancient university. Fantastic, from first to last that was the descriptive epithet; and the very word, carrying us to Shakespeare, reminds one how characteristic of the age such habit was, and that it was pre- eminently due to Italy.  A bookman, yet with so vivid a hold on people and things, the traits and tricks of the audience seemed to revive in him, to strike from his memory all the graphic resources of his old readings.  He seemed to promise some greater matter than was then actually exposed; himself to enjoy the fulness of a great outlook, the vague suggestion of which did but sustain the curiosity of the listeners.  And still, in hearing him speak you seemed to see that subtle spiritual fire to which he testified kindling from word to word.  What Parisians then heard was, in truth, the first fervid expression of all those contending apprehensions, out of which his written works would afterwards be compacted, with much loss of heat in the process.  Satiric or hybrid growths, things due to hybris,+ insolence, insult, all that those fabled satyrs embodied--the volcanic South is kindly prolific of this, and Bruno abounded in mockeries: it was by way of protest.  So much of a Platonist, for Plato's genial humour he had nevertheless substituted the harsh laughter of Aristophanes.  Paris, teeming, beneath a very courtly exterior, with mordent words, in unabashed criticism of all real or suspected evil, provoked his utmost powers of scorn for the "triumphant beast," the "constellation of the Ass," shining even there, amid the university folk, those intellectual bankrupts of the Latin Quarter, who had so long passed between them gravely a worthless "parchment and paper" currency.  In truth, Aristotle, as the supplanter of Plato, was still in possession, pretending to determine heaven and earth by precedent, hiding the proper nature of things from the eyes of men.  Habit--the last word of his practical philosophy--indolent habit! what would this mean in the intellectual life, but just that sort of dead judgments which are most opposed to the essential freedom and quickness of the Spirit, because the mind, the eye, were no longer really at work in them?  To Bruno, a true son of the Renaissance, in the light of those large, antique, pagan ideas, the difference between Rome and the Reform would figure, of course, as but an insignificant variation upon [244] some deeper, more radical antagonism between two tendencies of men's minds.  But what about an antagonism deeper still? between Christ and the world, say!  Christ and the flesh?--that so very ancient antagonism between good and evil?  Was there any place for imperfection in a world wherein the minutest atom, the lightest thought, could not escape from God's presence?  Who should note the crime, the sin, the mistake, in the operation of that eternal spirit, which could have made no misshapen births?  In proportion as man raised himself to the ampler survey of the divine work around him, just in that proportion did the very notion of evil disappear.  There were no weeds, no "tares," in the endless field.  The truly illuminated mind, discerning spiritually, might do what it would. Even under the shadow of monastic walls, that had ever been the precept, which the larger theory of "inspiration" had bequeathed to practice.  "Of all the trees of the garden thou mayst freely eat!  If you take up any deadly thing, it shall not hurt you!  And I think that I, too, have the spirit of God."  Bruno, the citizen of the world, Bruno at Paris, was careful to warn off the vulgar from applying the decisions of philosophy beyond its proper speculative limits.  But a kind of secresy, an ambiguous atmosphere, encompassed, from the first, alike the speaker and the doctrine; and in that world of fluctuating and ambiguous characters, the alerter mind certainly, pondering on this novel reign of the spirit--what it might actually be--would hardly fail to find in Bruno's theories a method of turning poison into food, to live and thrive thereon; an art, surely, no less opportune in the Paris of that hour, intellectually or morally, than had it related to physical poisons.  If Bruno himself was cautious not to suggest the ethic or practical equivalent to his theoretic positions, there was that in his very manner of speech, in his rank, unweeded eloquence, which seemed naturally to discourage any effort at selection, any sense of fine difference, of nuances or proportion, in things.  The loose sympathies of his genius were allied to nature, nursing, with equable maternity of soul, good, bad, and indifferent, rather than to art, distinguishing, rejecting, refining.  Commission and omission; sins of the former surely had the preference.  And how would Paolo and Francesca have read the lesson?  How would this Henry the Third, and Margaret of the "Memoirs," and other susceptible persona then present, read it, especially if the opposition between practical good and evil traversed another distinction, to the "opposed points," the "fenced opposites" of which many, certainly, then present, in that Paris of the last of the Valois, could never by any possibility become "indifferent," between the precious and the base, aesthetically--between what was right and wrong, as matter of art?  The Fortnightly Review. Gaston de Latour.  rom Heine's Aus der Harzreise, "Bergidylle 2": "Tannenbaum, mit grunen Fingern," Stanza 10.  243. +E-text editor's transliteration: hybris.  Liddell and Scott definition: "wanton violence, arising from the pride of strength, passion, etc.". Giuseppe Bozzetti. Keywords: matematismo, monofisismo, interpersonale, implicatura interpersonale, il dialogo, fine razionale, la ragione come atto costitutivo dell’uomo, persona, uomo. Uomini, bruno contro I matematici. Morale, il problema del male, ill-will, liberta, legge morale, kant, Rosmini non e cattolico, Bruno. Refs.: Luigi Speranza, “Bozzetti e Grice” – The Swimming-Pool Library. Bozzetti

 

Luigi Speranza -- Grice e Bozzi: ragione conversazionale – i visi di Warnock -- scuola di Gorizia – filosofia friulana – filosofia italiana – Luigi Speranza (Gorizia). Filosofo friuliano. Filosofo italiano. Gorizia, Friuli-Venezia Giulia. La percettologia. Citato da Ferraris (si veda) B. psicologo italiano, m. Bolzano. Psicologo italiano. È considerato uno dei principali studiosi italiani di psicologia della Gestalt, insieme a Metelli e a Kanizsa, di cui è stato allievo. Autore eclettico di numerosi saggi, ha approfondito il tema della percezione visiva da diversi punti di vista, come la percezione dei colori, dei suoni, ma anche del moto pendolare e di quello lungo i piani inclinati.  È stato professore di metodologia delle scienze del comportamento presso l'Istituto di Psicologia, divenuta in seguito Facoltà di Psicologia, a Trieste. A Bolzano, insegna aTrento.  Nel suo capolavoro, Fisica ingenua, B. descrive il suo metodo e i risultati delle sue ricerche attraverso uno stile narrativo che mischia i ricordi della sua vita con i risultati filosofici da lui ottenuti, facendo aderire lo stile narrativo con le sue teorie secondo le quali non è possibile rimuovere la percezione sensibile dall'osservazione dei fenomeni. Dedica la sua attenzione al lavoro sperimentale e a un programma teorico che contrasta quello psico-fisico. Isieme a Vicario, descrive un fenomeno acustico noto al giorno d'oggi con il nome “auditory streaming”, che nella psicologia della percezione musicale è alla base della formazione delle melodie. Altri saggi: Unità identità causalità. Una introduzione allo studio della PERCEZIONE, Bologna: Cappelli, Fenomenologia sperimentale, Bologna: Mulino, Fisica ingenua. Oscillazioni, piani inclinati e altre storie: studi di psicologia della percezione, Milano: Garzanti. Experimenta in visu. Ricerche sulla percezione, Milano: Guerini. Lipizer nei miei ricordi, Pordenone-Padova: Studio Tesi, Vedere come. Commenti ai §§ 1-29 delle Osservazioni sulla filosofia della psicologia di Wittgenstein, Milano: Guerini.  Further examples are to be found in the area of the philosophy of perception. One is connected with the notion of "seeing ... as." Wittgenstein observed that one does not see a knife and fork as a knife and fork.' The idea behind this remark was not developed in the passage in which it occurred, but presumably the thought was that, if a pair of objects plainly are a knife and fork, then while it might be correct to speak of someone as seeing them as something different (perhaps as a leaf and a flower), it would always (except possibly in very special circumstances) be incorrect (false, out of or-der, devoid of sense) to speak of seeing an x as an x, or at least of seeing what is plainly an x as an x. "Seeing... as," then, is seemingly represented as involving at least some element of some kind of imaginative construction or supplementation.Il mondo sotto osservazione. Scritti sul realismo, a cura di Taddio, Milano: Mimesis, B.: una biografia intellettuale (ed il tema dei saperi ingenui), su researchgate.net.  B.: Note sulla mia formazione, le mie esperienze scientifiche, le mie attuali posizioni, su gestalttheory.net. Portale Biografie  Portale Psicologia Ultima modifica 4 anni fa di OrfanizzaBot PAGINE CORRELATE Franz Brentano filosofo e psicologo tedesco Kurt Lewin psicologo tedesco Giovanni Bruno Vicario psicologo e scrittore italiano (1932-2020). Paolo Bozzi. Bozzi. Keywords: psicologia filosofica. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Bozzi,” The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Branciforte: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dei giochi olimpici – scuola di San Vito – filosofia emiliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.Grice, The Swimming-Pool Library (San Vito). Filosofo emiliano. Filosofo italiano. San Vito, Emilia-Romagna. Grice: “You’ve got to love Branciforte: my favourite is his philosophy of what he calls ‘il messaggio,’ – I do use the term when I speak of a transmitter, and an addressee, etc. – the fact that he was born where Ikkos was born help, since one would need to recover Ikkos’s message! Branciforte sees philosophy as a pilgrimage of love – ‘il peregrine dell’amore’ with his ‘canzionere’ and surely the song needs an addressee!”. trabia: Giuseppe Giovanni Lanza del Vasto (n. San Vito dei Normanni), filosofo. Esponente della nobile famiglia siciliana dei Lanza di Trabia. Il suo vero nome è infatti Giuseppe Giovanni Luigi Enrico Lanza di Trabia-Branciforte. La sua personalità eccezionale riunisce caratteristiche disparate: filosofo con una forte vena mistica, ma anche patriarca fondatore di comunità rurali e attivista nonviolento contro la guerra d'Algeria o gli armamenti nucleari.   Trabia nacque in un piccolo paese salentino, San Vito, nella masseria "Specchia di Mare", da famiglia antica ed illustre: il padre, Luigi Giuseppe, nato a Ginevra, dottore in giurisprudenza e titolare di un'azienda agricola-vitivinicola era figlio illegittimo del principe siciliano Giuseppe III Lanza di Trabia. . Giuseppe Giovanni aveva due fratelli: Lorenzo Ercole, e Angelo Carlo, cittadino americano (partecipò allo sbarco in Sicilia). Lanza studiò al Condorcet a Parigi, poi filosofia a Firenze e Pisa, dove fu allievo di Carlini.  «La guerra di Abissinia già iniziava ed il mio rifiuto a parteciparvi era la cosa più evidente. E poi questa guerra non era che l’inizio: in seguito forse sarei stato ad uccidere inglesi, tedeschi e un giorno avrei avuto dinanzi alla mia baionetta Rainer Maria Rilke. No, la mia risposta era no. “Ma che cosa è che rende la guerra inevitabile?”, mi domandavo. Benché giovane avevo capito la puerilità delle risposte ordinarie, quelle che si rifanno alla nostra cattiveria, al nostro odio e al pregiudizio. Sapevo che la guerra non aveva a che fare con tutto ciò. “Certo, una dottrina esiste per opporsi alla guerra e la vedo nel Vangelo”, dicevo, “ma com’è che i cristiani non la vedono? Manca quindi un metodo, un metodo per difendersi senza offendere. Un modo nuovo, diverso, umano di risolvere i conflitti umani”. Solo in Gandhi vedevo colui che avrebbe potuto darmi una risposta ed il metodo.»  (Pagni R., Ultimi dialoghi con Lanza del Vasto) Così B. ricorda la sua decisione di partire per l'India, autofinanziandosi con la vendita a un'amica facoltosa del manoscritto della sua prima opera, Giuda. Lanza non partiva alla ricerca di spiritualità, tanto più che la conversione al cristianesimo gli impegnava pienamente l'animo:  «Ma mi ero, non senza pena, convertito alla mia propria religione, e avevo il mio da fare per meditare le Scritture ed applicarne i comandamenti. E se mi si chiedeva “siete cristiano?, rispondevo: Sarebbe ben prezioso dire di sì. Tento di esserlo".»  (L’Arca aveva una vigna per vela). In India, Lanza conobbe il Mahatma Gandhi, con il quale stette qualche mese, per poi recarsi in Himalaya. Durante il viaggio «conobbi le inquietudini sociali dell'India ed il suo metodo di liberazione, la non violenza, che era molto contraria al mio carattere (come del resto credo sia contraria al carattere di tutti). Nessuno è non violento per natura: siamo violenti e non proviamo vergogna a dirlo, anzi lo diciamo con un certo orgoglio. Ma ciò che non diciamo è che la vigliaccheria e la violenza fanno la forza delle nazioni e degli eserciti e la non violenza consiste nel superare questi due grandi motivi della storia umana. In India trova «un'umanità simile alla nostra quanto opposta: qualche cosa come un altro sesso.l ritorno in Europa  Lo scrittore e studioso in una delle sue comunità rurali (l'ultimo a destra) Tornato dall'India dopo ulteriori peregrinazioni in Terra Santa, Lanza comprende che la sua vocazione è di fondare una comunità rurale nonviolenta, sul modello del gandhiano ashram, la comunità autarchica ed egualitaria che per il Mahatma doveva essere la cellula della società. Gli ci volle del tempo prima di riuscire a concretizzarla attraverso la fondazione della comunità dell'Arca. Tra le poche persone a cui gli riesce di esporre il suo progetto c'è Simone Weil, che incontra a Marsiglia. Nonostante il suo pacifismo, Weil non nutriva molta fiducia nella nonviolenza gandhiana. Lanza gliene parlò e lei sembrò comprendere meglio. Poi parlarono della visione dell'Arca, che allora non si chiamava ancora così, ed era la prima volta che Lanza ne parlava con qualcuno. Lei capì subito! “È un diamante bellissimo”, disse. “Sì,” risposi “è vero. Ha solo un minuscolo difetto: che non esiste”. E lei: “Ma esisterà, esisterà, perché Dio lo vuole"."Simone aveva ragione. L'ultima sede della comunità è la Borie Noble, con circa centocinquanta persone che vivono nel modo più frugale e gioiosamente comunitario. Il nome venne quando si cominciò a parlare di “lanzismo”. Si comincia a parlare di Lanzisti e Lanzismo, cosa che mi fece rizzare il pelo. “Amici miei”, annunciai, “noi ci chiameremo l'Arca, quella di Noè beninteso. E noi gli animali dell'Arca.  Negli anni successivi numerosissime iniziative nonviolente videro protagonista Lanza e i suoi compagni, che seppero attirare l'attenzione dell'opinione pubblica francese e non solo. La prima azione pubblica nonviolenta è contro le torture e i massacri compiuti dai francesi in Algeria, e si svolge a Clichy in una casa dove aveva vissuto San Vincenzo de Paoli. L'azione fu guardata con relativo favore dalla stampa, e giunse la solidarietà di personalità come Mauriac o l'Abbé Pierre. Poi vennero le lotte contro il nucleare. B. con i suoi compagni penetrano nel cancello di una centrale elettronucleare e vengono poi trascinati via dai poliziotti. Poi ancora la campagna contro i “campi di assegnazione per residenza”, sorta di campi di concentramento per gli algerini “sospetti”, e quella in favore degli obiettori di coscienza. Durante la Quaresima tra due sessioni del Concilio Vaticano II B. fece un digiuno di quaranta giorni compiuto nell'attesa di una parola forte sulla pace da parte della Chiesa. Poco dopo il trentesimo giorno, il Segretario di Stato consegnò a Chanterelle, la moglie di Lanza, il testo dell'enciclica Pacem in Terris: «Dentro ci sono cose che non sono mai state dette, pagine che potrebbero essere firmate da suo marito!».  Altre saggi: Le pèlerinage aux sources, Denoël, Parigi, trad. italiana: Pellegrinaggio alle sorgenti, Jaca Book, Milano; Approches de la vie intérieure, Denoël, Parigi; traduzione italiana: Introduzione alla vita interiore, Jaca, Milano; Technique de la non-violence, Denoël, Parigi; traduzione italiana: Che cos'è la non violenza, Jaca, Milano; Il canzoniere del peregrin d'amore, Jaca, Milano; Vinôbâ, ou le nouveau pèlerinage, Denoël, Parigi; traduzione italiana: Vinoba, o il nuovo pellegrinaggio, Jaca, Milano; L'Arche avait pour voilure une vigne, Denoël, Parigi; trad. italiana: L'Arca aveva una vigna per vela, Jaca, Milano; Pour éviter la fin du monde, Rocher, Parigi; traduzione italiana: Per evitare la fine del mondo, Jaca, Milano; Principes et préceptes du retour à l'évidence, Denoël, Parigi; trad. italiana: Principi e precetti del ritorno all'evidenza, Gribaudi, Torino; Préface au Message Retrouvé de Cattiaux, Denoël, Parigi; traduzione italiana: Il Messaggio Ritrovato, Mediterranee, Roma. Pagni, B., Pellegrinaggio alle sorgenti82 Fiori, B. e Weil, Prospettiva Persona prospettiva persona/ editoriale// lanza_weil. pdf  Pagni,  L'Arca aveva una vigna per vela48  ivi  Madaule, Chi è B.; Mareuil, B. (Seghers) Doumerc, Dialoghi con B.; Roquet, Les Facettes du cristal (Conversazioni con B., Parigi) Arnaud de Mareuil, B., sa vie, son oeuvre, son message (Saint-Jean-de-Braye) Anne Fougère, Claude-Henri Rocquet: Lanza del Vasto. Pellegrino della nonviolenza, patriarca, poeta, (Paoline, Milano) Antonino Drago, Paolo Trianni, La filosofia di Lanza del Vasto (Jaka Book, Milano L'Arche di B. su arche-nonviolence.eu. Comunità di St Antoine, su arche-de-st-antoine.com. Comunità dell'Arca in Italia, su xoomer.virgilio. Provincia di Brindisi su Lanza del Vasto. Lanza del Vasto et Ramon Llull.  Biografie  Biografie Letteratura  Letteratura Filosofo del XX secoloPoeti italiani del XX secoloScrittori italiani Professore San Vito Non-violenza Lanza. vasto: essential Italian philosopher. Branciforte: Giuseppe Giovanni Luigi Enrico Lanza di Trabia-Branciforte -- Vasto: Essential Italian philosopher. Grice: “Note that he is Lanza del Vasto, but if he wants to keep the Vasto, under Vasto he goes! Even though Lanza is the aristocratic bit to it!” A • imm. Prf/^ro .-fcàfZle ^ f.tt. di F -Bei'fy/'J-i'   Airy'rvKAT^.wj jyj^ix.ù *^h:e7J'Atv attLiAI^d    DEI    ©iierosiHìi ©iLHMiPKsir    DELLA GRECIA  E DEI CIRCEINSI UN ROMA  DELLE CORSE DI BIGHE E DE’ FANTINI  A CAVALLO ED A PIEDI IN PADOVA  e  nell’ Anfiteatro dell’Arena in Milano   coi Nomi e Cognomi del Proprietarj  dei Cavalli e di quelli dei Yincitori  stati premiati nei diversi Spettacoli    M'J. G- A SPESE DELL’AUTORE  Edizione posta sotto la Salvaguardia  delle Leggi.    Miiako. Dalla Tipografìa Visa]^  DEI   (gailXgSìl  I GiuocHl più famosi della Grecia furono gli Olimpici. Essi instituiti furono non solamente per avvezzare  la gioventù agli esercizj del corpo, e per celebrare in  un determinato tempo la memoria de’più grandi avve-  nimenti; ma eziandio per onorare gli Dei. Distinte ve-  nivano cinque maniere differenti di esercitarsi oltre quella  del canto, e della musica; vale a dire il Corso che si  fece in prima a piedi, e poscia sopra de’coccbi; il Salto;  il Disco; la Lotta; finalmente il Cesto o sia la Scherma  a colpi di pugni.  I giuochi Olimpici, così chiamati dalla città di Olim-  pia, celebravansi ogni cinque anni; il che nascer poi  fece il costume di contare per via di Olimpiadi. Essi  cominciavano con un solenne sacrificio, e solevasi quivi  accorrere da tutte le parti della Grecia: i vincitori erano  pubblicati ad alta voce da un Araldo, e lodati con dei  cantici di vittoria; e si soleva ancora cinger la tevta del  medesimi con una corona trionfale. Ogni città, a cui  appartenevano, faceva a’ medesimi de’ricchi doni, e man-  tenuti erano per tutto il rimanente della vita a pubbli-  che spese. Il jiriraoj che riportò il premio uel corso a piedi  chiamavasi Corebo, nativo di Elide.. Cinisca figliuola del  re Archidamo fu la prima del suo sesso, che guadagnò  il premio nel corso de’cocchi, ciocché avvenne nella sesia  Olimpiade; così pure altre femmine ebbero parte in questi  giuochi.   Cleostene Epidanio riportò il premio del corso a cavallo. Polidamante, figlio di Nicia, aveva una statura gigan-  tesca, ed una forza, un coraggio ed una destrezza straordinaria. Essendo ancor giovane assaltò sul monte Olimpo  un gran leone, il quale desolava il paese, e l’uccise. Esso ancora fermava con una sola mano un cocchio  tirato da quattro cavalli; quindi Dario figlio di Artaserse curioso di esser testimonio della sua forza, gli pose  sul capo tre de’ più forti delle sue guardie, ed egli li  uccise tutti con un colpo di pugno.   Milone Crotoniala il più robusto, e nerboruto di tutti  gli atleti si mise un giorno ne’ giuochi Olimpici un  toro di due anni sopra le spalle, e portollo correndo  sino all’estremità dello steccato senza prender fiato, di poi  l’uccise con un colpo di pugno. Teagene Tasiese è commendabile per la sua destrezza,  per la sua agilità, e pel gran numero di corone dal  rnedesimo riportale in diversi torneamenti, che si fanno  ascendere a quattrocento.   1 vincitori di questi giuochi onorare solevansi con  delle corone; la più antica che data venne ai medesimi  era di Ulivo; e poscia date ne furono di Gramigna, di  Salcio, di Lauro, di Mirto, di Quercia, di Palma e di  Appio. Gli atleti vincitori incominciarono a far innalzare le loro statue, che furono dai medesimi dedicate  agli Dei; quindi ancora scolpiti venivano i loro nomi  sopra alcune colonne, poste nella pubblica piazza. Il  concorso a questi giuochi era si grande, che solamente  i principali personaggi delle città Greche vi potevano  aver luogo, e si celebravano con molta pompa e magnificenza. DEI m ^^oma   E DEL CIRCO MASSIMO    Cm legge la storia de’principj <31 Roma, avrà osservato, che questa singolare città prese ne’suoi primordj  il governo, le leggi, la magistratura, la religione, i riti  e le arti dagli Etruschi popoli circonvicini. Di tre specie erano i giuochi: i primi erano sce-  nici, o teatrali e consistevano, come oggi, a rappre-  sentare sul teatro commedie, canti, suoni, balli, e tutti  questi alla foggia toscana. Anfiteatrali erano i secondi;  e si riducevano a combattimenti gladiatori tra uomini  ed uomini, o tra uomini e fiei’e. I giuochi Circensi  formavano la terza specie; ed erano, come dice Tertulliano, nel loro apparato i più ricchi, ed i più pomposi.   Consistevano essi in corse di uomini a piedi ed a  cavallo precedute da varj sagrifizi: concorreva a questo  brillante spettacolo tutto il popolo romano, e special-  niente la più elegante gioventù e le più belle fanciulle,  le quali in lunghi stuoli andavano parte per vedere, e  parte per esser vedute.   11 primo Circo chiuso che si ediGcasse in Roma, fu opera  di Tarquinio Prisco principe appassionato per le grandi  costruzioni. Esso edificio fu chiamato Circo Massimo,  il quale poscia più non bastò alla cresciuta popolazione  di Roma.   Giulio Cesare credette dover dedicare al popolo romano ed alla religione, di cui era divenuto capo, un altro  ijii’co proporzionalo al bisogno; ma in vece di farlo nuovo,  pensò meglio di accrescere quello eretto da Tarquinio. Augusto suo successore rifabbricò questo Circo, ornan-  dolo di marmi in occasione, che andava abbellendo la  sua capitale.   Dionigi d’Alicarnasso narra che ai suoi tempi il Circo  Massimo era circondato da gran porticato, avente molte  scale artificiosamente distribuite a libero passo di quelli  che entravano ed uscivano: esso conteneva duecento sessanta mila spettatori. Tanta magnificenza non bastò ai successori d’Augusto;  perchè Tiberio, Caligola, Claudio e Nerone vi fecero anch’essi varj accrescimenti.   Quegli però, che più d’ogni altro lo accrebbe, fu Trajano, perchè a’suoi tempi la popolazione di Roma era  giunta forse al massimo suo aumento. I Romani erano cosi amanti di queste solennità, che  non domandavano al Principe, altro che abbondanza di  pane, e frequenza di giuochi Circensi. Questi gran giuochi Circensi consistevano poi in una  solenne processione terminata da varj pubblici sacrifizi,  che si facevano sulla spina del Circo; e in una corsa di  cento Righe tirate a quattro cavalli di fronte, e di una  numerosa corsa di fantini a cavallo ed a piedi.   Queste cento Bighe erano divise in quattro fazioni,  distinte dai colori, coi quali erano dipinte. V’ erano le  bianche, le rosse, le prasiue, o sia verde chiaro e le ve-  nete, o sia ceruleo marino; in modo, che ve n^erano ven-  ticinque per ciascun colore.   Ogni Biga portava un nome, e quello probabilmente  del suo agitatore.   Finite le corse de’carri, gli agitatori scendevano nel-  l’arena, e correvano a piedi a gara.   Dopo la corsa venivano gli atleti e i lottatori, i quali  facevano anch’ essi i loro esercizj, e con ciò finivasi la  giornata.   Questi differenti esercizj erano interrotti da pubblici  elogi che recitavansi in lode dei vincitori, e dalle di-  stribuzioni, che ad essi faceansi delle corone e de’premi.   Ecco dato un cenno o un’ idea dei Giuochi Circensi. VENEZIA COME LA GRECIA E ROMA   aveva aneli’ essa i suoi Spettacoli    Consistevano questi in Regate o corse lungo il Ca-  nalazzo che divide in due parti \^enezla, e in caccle di  tori con cani, nelle forze erculee divise in due fazioni di  così detti Nicolottl e Castellani, e in voli dal campanile  di san Marco alla riva della Piazzetta.   Furono sempre soggetto di universale ammirazione la  Venezia questi spettacoli, massimamente quello della così  detta regata.   Si dava principio allo spettacolo con un fresco, vale a  dire con una corsa di tutte le barche fornite riccamente in  diversi costumi, oltre le Bissone a otto remi, 3Ialgarolte  a sei remi e Peote, barche tutte di una diversa costru-  zione: v’ erano quelle, che rappresentavano le quattro  parti del mondo, le quattro stagioni dell’anno, i quat-  tro elementi, non che quelle rappresentanti la Forza, la  Temperanza e la Giustizia. Terminato il corso delle barche simboleggiate, avevano  luogo le così dette regate, la prima delle quali era di  dodici battelletti a un remo, e dodici a due remi, e  quella delle gondole a un remo, e a due remi nel me-  desimo numero. Prendevano il corso dalla Motta di sant’ Antonio;  schierate partita per partita avanti un cordino, davano  la mossa con uno sbaro di raortaletto; percorrevano tutto  il Canalazzo sino alla volta del palo collocato al Corpus  Domini, girato questo giungevano alla meta, in volta  del canale a casa del Nob. sig. Foscari, ove era costruita  una macchina a guisa di pulvinare, e dal giudici ri-  cevevano i premi destinati ai vincitori.   La lunghezza del Canalazzo rappresentava un ma-  gnifico Anfiteatro: tutti i maestosi palazzi basati anche ih  parte sul legno d’india erano addobbati di ricchissime  tappezzerie orientali, e chiudeva lo spettacolo una marcia trionfale di tutte le suddette barche. BELLE CORSE AL PRATO DELLA VALLE  m ^ac/o    ova Sua Eccellenza proveditore Andrea Metnó ei’esse il gran Prato della Valle in ampio  Circo Olimpico, adorno di statue rappresentanti uomini  illusti'i, di obelischi, e di vasi etruschi, per far le corse  particolari delle bighe, dei fantini a cavallo, dei barberi  e dei fantini a piedi.   Era costume in tutte le città dello Stato Veneto di dare  corse di cavalli e di uomini a piedi.   Ambivano i nobili veneti d’avere al loro Servizio i cosi  detti Lacchè o Volanti, che correvano a piedi in tutte  quelle corse che si facevano nello Stato, e queste erano  frequentij difatto questi Volanti a piedi correvano da  Mestre a Padova in due ore (spazio di venti miglia  italiane.)   Le solenni corse erano di miglia dieci, tra andata e  ritorno, e chi non correva questo spazio meno di un’ora  non prendeva premio. Detti premi erano cinque con le  loro bandiere, la prima rossa, la seconda celeste, la terza  verde, la quarta gialla, e la quinta bianca.   Tutti quelli che si distinsero in queste gare sono i  seguenti: IO    Nelle Corse parziali dei Lacchè:    Picino Fineo Sellila Badia Palermo Peverin Bernardinelli Martello Costa Baggio Seresa Morte Nardini Schincaglia Nardini Giustiniani Nelle corse parz   Il N. Alessandro Pepoli.   Il N. Giacomo Savorgnani. Il N. Siraone Contarini. 11 N. Lodovico Priuli. Bologna,  Meneghini Bettini Rabaldi Contenti Menegazzi Poiana Petito Pietro.   Coradi Bologna Picino Faina Bianchini Strajoto Coppa  li delle Bighe:  Il N. Agostino Nani.   Il N. Antonio Riva,   Il N. Zaneto Morosini:  ed altri. J    DELLA COSTRUZIONE DEL CIRCO   O ARENA IN MILANO   af/fa 3^ùa/z/ta c/  A spese della comune di Milano fu  eretto il gran Circo sulle tracce degli antichi Circhi di  Roma, dietro disegno dell’egregio signor cavaliere Luigi  Canonica regio architetto^ il suo giro esterno è di braccia  milanesi i4oo circa^ la sua lunghezza interna dalle car-  ceri alla porta trionfale braccia 4oo; la sua larghezza  dal pulvinare alla porta mortoria braccia aSo. Nell’interno del pulvinare il cornicione è fregiato di  un basso rilievo a chiaroscuro rappresentante la gran  pompa Circense degli antichi Romani, dipinta dall’esimio  signor Monticelli.  Dice Dionigi, ed anche OVIDIO, che avanti di comin-  ciare i giuochi Circensi, la pompa, o sia processione,  scendeva dal Campidoglio, e pel foro romano s’incammi-  nava in bell’ordine verso il circo Massimo; la galleria  interna di ordine Corinto, ornata di otto colonne di gra-  nito lombardo, come pure tutti i gradi, e scalari, che  discende al podio; e ciò è quanto viene rappresentato  nel suddetto fregio.   La porta trionfale è di ordine dorico di granito; il  timpano sopra il cornicione rappresenta la Fama in basso  rilievo, che distribuisce le corone al vincitori. Le car-  Il braccio di Milano corrisponde a metri lineari Oj5g  centimetri. 12 deri, della lunghezza di braccia loo in Uno colla terrazza  sopra le medesime, e le torri deU’oppldo costituiscono  un imponente fabbricato tutto di pietra viva. Nell’AnGteatro dell’ Arena in Milano, ebbe luogo il famoso spettacolo, non  più vedutosi in questa Capitale, della Naumachia, o regata di barche.   Per l’esecuzione di detto spettacolo, si fecero traspor-  tare una quantità di barche di varie dimensioni, prendendole nei laghi vicini, e facendo venire molti barca-  iuoli abitanti i paesi lungo il lago di Como — Dato il  segnale, si distaccarono dal luogo delle carceri sei barche,  ciascuna portando seco quattro barcaiuoli, i quali fecero  la loro corsa col compire tre giri intorno alla Arena.  Successivamente compirono i loro girl altre dodici bar-  che a sei a sei, come si disse delle prime. Le prime due  di ciascuna coppia, che prime poterono arrivare alla  meta, dovettero di nuovo cimentarsi nella quarta corsa  per la decisione del premi, e rimasero vincitori gl’ in-  frascritti:    e)Loiue 6 ©o^w/oiufi   Set   Sverni a   111   cilowtiita ulaX'C'   IH   Andrea Gregol .I.   4oo  Bianchi. . .   II.   3oo   1 Prada    III.   200   i La Lira Laliana equivale ad Aiistr. r.   l4-  i3 — Si tenne neirAnfi teatro deU  TArena in Milano lo spettacolo di bighe, e fantini a  piedi ed a cavallo. In detto giorno si diede lo spetta-  colo suddetto, essendosi prima esperlmentati gl’individui  ed i cavalli, e riconosciuti aventi ciascuno le condizioni  necessarie prescritte dai politici regolamenti.   In detta giornata i vincitori furono i seguenti.    Slfooute e Co^H-owt'e'   ìit,   Sei. ©O/caffi   cKjoiM'e' 6' ©«^M'ome   e> ilei, ( 3 aiitim/   IH/   cHoin-m'OiitoMt'e  t)eC ^teiuio  la §c.   CORSO DELLE BIGHE. Vignoni Cardinali   I.   3 oo   Della Tela Gaet.   Barzaghi   li.   200   Roelli   Radaelli Pietro   IH.   100   CORS.A DEI FANTINI A   CAVALLO.   Bottini Baldassare   Porlesi Angelo   I.   200   Ghezzi  Daniri  II.   100   CORSA   DEI FANTINI   A PIED   I.    Coppa Girolamo   I. i 5 o «5   Feroldi  II.   75    Scorpioni  III.   5 o 1   Lo Scudo di ItJilano equivale ad Auslr. L.   5 . 29. 1    Si diede nell’Arena di Mi-  lano un eguale spettacolo tenutosi nel i Marzo 1808,  cioè, corse di bighe e fantini a piedi ed a cavallo. Quelli  che fortunati ottennero in quel giorno il premio furono  i seguenti descritti nell’infrascitta tabella:    Dii/ 5*t(5pueba^   Dei/ GnvaKl   cTCjouve 6 Go^itoiue  De^fi/ cHau-w^o.,  e/ Dei/ ^ aw.kwi; j   ^MlM/td   111 / Qiaiòi   JWuw/Ou/tocw/e  De6 $reiui/0   IH/ cltaE.   CORSO DELLE Bl   GHE.    Fontana Batt.   Cardinali “   I.   aooo Caprara S. E. Carlo   Vimercati Carlo   II.   0   0   Sevolini Trabattoni III.   1000   CORSA D EI FANTINI A  CAVALLO.   Saul Conte Àlorio   Porlesi Luigi  I.   i5oo   Besozzi Filippo .   Bucchetti Luigi.   IL   1000   CORSA   DEI FANTINI   A PIED   r.    Testoni Antonio   I. 1000    Coppa  II.   5oo    Feroldi Fr.  3oo i5 NeU’Anfiteatro dell’Arena in Milano si tenne pubblico  divertimento della regata eseguita con barche fatte tra-  sportare dai vicini laghi, e con barcaiuoli abitanti i paesi  lungo i detti laghi.   Detto spettacolo ebbe luogo nel giorno i Giugno i8ri  colla distribuzione dei seguenti premi consegnati ai sin-  goli vincitori della medesima regata.  Storne e Go^uoitt/e   Jet    c/lomiuoM/tooiC'e   Se-K ^teutio   11*   Garavaglia Paolo I.   4oo   Baroni. . .   II.   000   Bianchi Agostino . Nel giorno i agosto i8ii sì tenne nell’Arena di Mi-  lano uno spettacolo di corse di bighe, e fantini a piedi  ed a cavallo, colla distribuzione dei sottonotati premi dati  ai singoli vincitori come appare dall’unita tabella. dei/ Oa.vafCv   Slboni/e 6 Go^it/oiwe  cibu&'.^ix,  e dei.   lU/ Qtxóói/   lHoUMM/OW/toWe   deC   11* 5taK. CORSO DELLE BIGHE,    Vignoni Carlo .   Cardinali Gio. B.   I. 2000   Galli Giuseppe.   Barzaghi Luigi II.   i5oo   Della Tela Gio.B.   Vimercali 1000   CORSA DEI FANTINI A   CANAI   LO,   Labedojers    Pier Giuseppe . I.   i5oo   Alari conle Saule   Rossi    II.   1000   CORSA   DEI FANTINI   A PIEDI.    Mandelli Giuseppe   I. 1000    Tesloni Antonio   II.   5oo    Coppa  III.   3oo    17 In Milano fuori di porta Orieulale nel giorno 17 ago-  sto 1812, si tennero le corse di fantini a piedi ed a  cavallo.   Detto spettacolo ebbe il suo principio al ponte di  Porta Orientale, ed aglrandosi 1 fantini intorno all’ al-  bergo, detto di Loreto nuovo, ritornarono essi sullo stesso  ponte a ricevere gli stabiliti premi ai singoli vincitori  come dall’unita tabella:    afLoiiKe e Q/o^woiwe  Jet $^capi/i,eta»j   Jo) Oo/vix^G,   Dii/ ^OÀAhwV   ^ veruno   IU>   oRoiinM'outow/e   ut ^taP,   CORSA DEI FANTINI A  CAVALLO.   Saul Conte Alario   Botta Caprini Comolli IL   1000   Cordini Agostino Domiri Paol9  I CORSA DEI FANTINI A PIEDI. Coppa I.  1000  Testoni II. 600 Poutigia Frane.”   III.   3oo 2 — i8 Avendo il Consiglio Comunale della regia città di Mi-  lano deliberato di festeggiare con pubbliche dimostra-^  zlonl di esultanza il fausto arrivo in Milano di S. A.  l’Arciduca Giovanni.   La Commissione delegata del predetto Consiglio de-  duce a notizia, che tra gli spettacoli 'pubblici divisati  nel giorno i8 maggio i8i5, si faranno le Corse dello  bighe e de’fautini a cavallo, e dei fantini a piedi.    3«/   De»   (3Li5iti6 e ©o^ Moitve  De^^ii cAsirt'iga  e Da ^ antiiu/   ^teu*wj   ciloii*iuoitbotx«   2ycc&. DÌI.   CORSO DELLE BIGHE. Galli .   Cardinali.   I.   100   Galli Gallarati   Carlo 'Vimercali  Redaelli   II.   8o,  detto Cadetto   in.   6o   CORSA BEI FANTINI A CAVALLO.   Giuseppe Bordoni   GiovanniBelloni   I.   8o   Gaetano Turcotii  l   Giuseppe Bordoni   Ferdin. Bergomi   II.   6o  Picozzi   III.   So   CORSA   DEI FANTINI   A PIE!   H.  Maodelli   I.   5o  Frane. Pontigia   Antonio Testoni   III.  3o Uno Zecchino corrisponde ad Auslr. L. i3. 6o. i    >9    Spettacoli Circenai diretti da Girolamo Coppa  da eseguirsi  La Russia ha le sue slitte, la Scozia le sue caccie,  l’Inghilterra le sue corse, la Spagna le sue giostre dei  tori. La musica, il ballo, la corsa, le militari evoluzio-  ni, le sceniche rappresentazioni sono spettacoli de’quali  anche a’giorni nostra ogni popolo si diletta, e che pa-  gano varii ed importanti tributi all’utilità pubblica.   il sistema degli antichi spettacoli ci dimostra i sommi  vantaggi che se ne possono ritrarre. Il vigore de’ corpi,  che ha tanta influenza in quello dell’anima, la destrezza,  l’agilità, la forza ed il coraggio, non erano i soli beni  che col piacere combinavano negli esercizii della greca  e della romana palestra, e negli spettacoli a’qnali que-  sti servivano. Veniva co’ medesimi mirabilmente alimentata, estesa, invigorita la passione della gloria. In essi  comparivano i più distinti personaggi^ Socrate si faceva  un dovere d’intervenire, Alcibiade riportò tre premi, e  Catone si disponeva nella sua gioventù a divenire quel  che fu nella sua vecchiezza.   Le corone d’ulivo, di lauro, di appio verde o secco  che si davano ai vincitori de’diversi giuochi in Grecia,  i premj presso a poco simili che si davano per Io stesso  merito in Roma, preparavano quelli che si ottenevano  quindi dalla virtù e dai talenti del magistrato e del  guerriero nel foro e nel campo; nella palestra e nel circo  gli esercizii erano diversi, ma lo scopo era sempre un  solo, quello di alimentare cioè la passione della gloria.  Ma i costumi nostri son diversi da quelli de’Greci e de-  gli antichi Romani, e le nostre leggi non hanno uopo  di un tal mezzo per estendere questa utilissima passione.  Si può dire per altro che noi pure potremmo ritrarre  dei rilevanti vantaggi da questi spettacoli se venissero  nella patria nostra adottati, purché si avesse cura di prevenire gl’incovenieuti che s’introdussero in quelli de’Ro-  ^ni, si modificasse l’antica pakstra, e se ne proscrivesse  ^ ferocia e l’indecenza.  Somministrando con essi de’piaceri utili agli uomini,  s’impedirebbe che da loro medesimi se ne formassero  de'perniciosi.   Quell’ istinto che conduce i giovani all’ azione ed al  placei’e potrebbe in questi spettacoli servir di mezzo per  abituarli all’ordine, alla tolleranza della fatica, al vigore  del corpo, all’energia dello spirito e per garantirli dal-  Tozio sempre seguito’ dalla noia, dalla frivolezza e dal  vizio.   Con ({ueste idee Coppa Girolamo e compagni pensarono d’introdurre in questa Capitale alcuni spettacoli,  ch’essi denominano Circensi dal circo od anfiteatro situato sulla piazza d’armi di questa Città, luogo dove intendono di darli, e a questo oggetto implorarono ed  ottennero la necessaria permissione dall’Imperiale Regio  Governo di Milano.   Una corsa di dieciotto fantini a piedi, vestili alla  Romana che sortiranno dalle Carceri, e gireranno in-  torno alla spina, faranno otto corse complete sino alla  meta, i primi tre vincitori otterranno   Il primo . . italiane lir. 3 oo   11 secondo « 200   li terzo» 100  Questa verrà seguita da altra corsa di dodici fautini  a cavallo che sortendo dalle carceri, faranno quattro  corse complete sino alla meta   Al primo italiane lir, 5 oo   Al secondo « 3 oo   Al terzo 30 0    Immediatamente alle accennate corse succederà quella  di sei bighe, le quali sortiranno parimenti dalle carceri  e faranno quattro corse complete sino alla meta La prima italiane lir. 700   La seconda  >» 4 ®®   L.i ter/.a » Lo spettacolo sarà chiuso con una marcia trionfale e  pompa Circense composta di quattrocento individui vestiti tutti alla Romana. I. Il Prefetto dei giuochi in  cocchio a quattro cavalli di fronte. II. Banda militai^.  Insegne e trofei, varj genj, carro per le vestali ti-  rato da otto buoi di fronte. IV. Centuria o compagnia  di 100 militari alla Romana. V. Tutti i fantini a piedi  ed a cavallo e gli auriga vincitori e pi’emiati in carro  trionfale tirato da quattro buoi di fronte. VI. Banda  militare. VII. Altra compagnia di loo militari alla Ro-  mana non che tutti i perdenti delle corse che chiudono  la pompa Circense.   Colti e generosi Milanesi! la suddetta società assumo  questa utile e dispendiosa impresa sotto i vostri beni-  gni auspicj. Voi che con tanto ardore proteggete tutte  le vantaggiose insti tuzioni, onorerete de’ vostri suffragi  pur questa, che al vantaggio unisce il vostro diletto.  La scelta degli spettacoli sarà regolata dalla condizione  de’tempi e del luogo, e dal gran principio di dare al  pubblico un utile trattenimento.   Ma a voi s’ appartiene 1 ’ animarla ed il proteggerla.  Incoraggiti da vostri applausi i valorosi atleti che si  presenteranno in questi spettacoli, nascerà nobil gara  tra loro, e siffatti esercizj che da principio potranno  essere oggetto di semplice curiosità, diverranno poscia  mercè il vostro generoso eccitamento un oggetto di pub-  blico interesse.    32  1 c}'(3oiwe E   3«.   dei/ 0a(>a£&   cT^lWe • 00^U«HM  ellotACi^A  » ^ autùw   $e>eiulo   iM   aAouuM'OHtlSM.  d.f ^veuM/o   IH» ólloE. CORSA DELLE BIGHE. Gio. Vignoni Cardinali .  700   Galli.  Barzaghi   II.   4oo   Rossi Radaelli CORSA Uel FAlVTmi A CAVALLO.  Caprini Arrigoni   5oo Villano   Gaet. Bazzeri   II.   3oo  Bianchi Lonati III.   aoo   CORSA   DEI FANXmi   A PIEDI.    Gius. Mandelli  I. 3(50    Girolamo Coppa   II.   aoo Testoni   IH.   100   spettacoli Circensi diretti da Girolamo Coppa. Mentre si sta preparando un grandioso spettadolo che  deve principalinante corrispondere a quelli che dagli  antichi Romani chiamavansi Gircensijsl è divisato intanto  di dare nel giorno suindicato un trattenimento a questo  rispettabile Pubblico, che* pel suo genere e per il buon  ordine ond’esso verrà eseguito riuscirà di sommo dilello.   Consisterà il medesimo in una corsa di dodici fantini a  cavallo nella quale compariranno de’cavalli forestieri, che  sortiranno dalle carceri, faranno sei giri completi per  arrivare alla metà.   Indi avrà luogo una porsa di ventiquattro fantini a  piedi che saranno divisi in tre partite, ciascuna delle  quali sarà composta di otto, estratti a sorte. Ognuna di  esse deve fare quattro giri, ed I primi delle singole partite che giungeranno alla mela, dovranno cimentarsi ad  un’altra corsa di quattro giri per la decisione de’prenij.   Sortiranno poscia gli altri ventuno fantini, i quali  dovranno fare unitamente quattro giri, ed il primo di  loro che giungerà alla meta avrà il premio. Succederà a queste un’altra corsa dilettevole eseguila  da ventiquattro nani, che a guisa di satiri degli antichi  greci rallegrerà gli spettatori. Questi sortiranno dalle car-  ceri, e faranno un giro completo sino alla meta, i primi  tre riporteranno il premio. Due bande militari delle più melodiose rallegrerà  lo spirito degli spettatori nel tempo che dureranno  queste corse.   Lo spettacolo avrà fine con Una marcia trionfale In  cui vedrassi un superbo cocchio, nel quale vi sarà il  Prefetto dei giuochi. Terranno dietro al medesimo i fan-  tini a piedi, ed a cavallo, che non ottennero il premio,  e si chiuderà lo spettacolo con un maestoso carro trionfale, su cui vi saranno i vincitori accompagnati da  numerose comparse, che colla splendidezza degli abiti loro  e colla regolarità de’loro movimenti renderanno ollre-  modo piacevole e dignitosa questa marcia. Accorrete dunqile, generosi milanesi, che hen degno  farà di voi lo spettacolo che vi si annunzia.   Vogliate procurare a voi stessi un nuovo e grande di-  letto, ed all'impresa di questi giuochi l'onore di aver  saputo deliziosamente occupare alcune delle ore da voi  destinate al sollievo dell’animo.    cTtoiM'S 8 Go^HOtM'e  3ei/ ^cepueboyc/j   SeK Oavo-tCì.   e Oo^M'oiue   Dà/ <5 ^ ccMhm   Svenino  iM. 0fa^Si/   cUsuuu'Ou.tM' e   n*   CORSA r   tEI FANTINI A   CAVALLO.   Angelo Curii .   Antonio Giulini   I.   4oo   Carlo Galimberti Borsoni .   ir.   3oo   Ambrogio Oliva   Matteo Sarti .CORSA   DEI FANTINI   A PIEI   )I.  Borghetli   I.   3oo    Carlo Pedrelli II.   300 Tadei.   III.   100   CORSA D   EI 21 FANTII   VI A PI   EDI. Coppa   Unico   3òo   C   :ORSA DEI NA   NI. Botta Limonzino      detto Amabile   ir.   8o    Baldass. Ducbetti      detto Formica   in.   6, 1  20  Avendo il Consiglio Comunale deliberato di festeggiare  il fausto avvenimento di S. A. R. il serenissimo arci-duca Ranieri, vice-re del Regno Lombardo- Veneto; la  Commissione delegata del suddetto Consiglio deduce à  pubblica notizia, che tra gli spettacoli divisati nel i6  giugno 1818, si faranno le corse delle bighe e de’ fan-  tini a cavallo ed a piedi, neU’anfìteatro dell’Arena alla  Piazza d’Armi.    f Oo^tt'ouve  ìei; ^C'OpMclaty   Sei/ Gixvixffi-   10^01116 e Go^M'OIìVI’  oADut-i^a.   e Dei» ^veiMio  tiK QlaSiii   Ili   CORSA DELLE BIGHE. Ant,  conte Eallhyany   1   Cardinale  I.  too Fontana Carlo Vimercati   II.   80   F ra nccScoF rigerio   Paolo Trabattoni   III.   60   CORSA I]   • EI FANTINI A   CAVALLO.  Pizzini Marchesi 1.   8a  Bordoni   Filip. Ognibenè   II.   6a   Gaetano Bordoni   Dionigio FiOrentini   ICORSA   DEI FANTINI   A PIEDI.  Borghetti   I.   5 o   Pedrelli .   IL   4 o   Tadei   III.   3o    • a6 Fa il seguente avviso. Ridotti  a compimento i difficili apparecchi dello spettacolo annua*  ràato col precedente manifesto del giorno i 5 e vedendo  che r attuale stagione favorisce pure il buon esito del  medesirai, ci affrettiamo di prevenire il rispettabile Pubblico di questa illustre Metropoli, che oggi giorno die-  ciotto avrà luogo un sorprendente fuoco artificiale com-  posto e diretto da Morengbi. Colte e gentili signore milanesi, l’invito è a voi prin-  cipalmente diretto, perchè se voi onorerete in copioso  numero lo spettacolo che vi si annunzia, esso sarà pure  onorato di gran numero di nomini, solendo questi accorrere ove vi siano garbate e virtuose dopne. Gran Carosello o Giostra diretta dal si-  (jnor Capitano I\ antica IJng arese. Questo grandioso spettacolo del Cai’osello fu eseguito alla  presenza dì S. A. I. R, il serenissimo arciduca Ranieri  vice-re del Regno Lombardo-Veneto; il medesimo era  composto da quattrocento cavalieri ungheresi sotto la  direzione de’ loro comandanti. L’area dell’anfiteatro rappresentava un antico torneo arricchito nel suo quadro-  lungo di colonne, di statue in armatura dei secoli di  mezzo, nel centro torreggiava un magnifico obelisco  acforno di ricchissimi trofei militari, al suono armonioso  di quattro bande riunite succederono le gare fra i cavalieri giostratori, e queste si combinarono in dilettevoli  contraddanze, evoluzioni militari, in quadri pittoreschi,  e chiudeva lo spettacolo una marcia trionfale.  Grandioso spettacolo di corse di fantini a  piedi dirette da Girolamo Coppa, e mac-  china di fuochi artificiali, che avrà luogo. Una banda delle più melodiose rallegrerà gli spetla-  loi’i ^ indi si presenteranno ventiquattro fantini a piedi  i quali eseguiranno una ben ordinala corsa^ che sarà di*  visa in tre parli, ciascuna delle quali sarà composta di  otto; ognuna di esse deve fare quattro giri, ed i primi  delle singole parti che giungeranno alla meta^ dovranno  rimettersi ad altra corsa di quattro giri per la decisione  de’premi.   Sortiranno poscia gli altri ventuno fantini, i quali do-  vranno fare unitamente quattro giri, ed il primo di loro,  che giungerà alla meta, verrà unito ai primi tre; i quali  dovranno di nuovo cimentarsi ad una corsa di altri quat-  tro giri, per la decisione degrinfrascritti premi. Oo^it;>(ue   3el   ^cetili»  iit OfoAòt.   ilef ^teuMO  ii« tTTClf.   Bardelli Carlo I.   3oo   Branca Tadei. Pedroni  Dopo ciò si cominceranno le forze ginnastiche dei già  rinomali Atleti e mentre che il Pubblico anderà applaudendo r attività, la destrezza, e la forza degl’ individuati atleti, una granata annuncierà, che nell* Anfi-  teatro evvi un magnifico fuoco artificiale composto «    k^lrelto dal professore di pirotecnica, Giambattista Pio-  tiiarla, milanese.   Una maccViina rappresentante la reggia di Minerva,  Dea delle scienze, si troverà innalzata nell’anfiteatro. Gli  spettatori potranno conoscere che il disegno di questa  è tolto da uno de’più magnificbi e grandiosi nell’ordine  architettònico, avendo campo di osservarlo partitamente,  trientre si eseguiranno le suddette corse.   Diverse qualità di razzi, granate e bombe in N.° di  4 t) 0 ; saranno i forieri dell’incendio della macchina. Una galante girandola, che mostrerà senza interruzione variate figure e moltipllcl colori, sarà il primo  pezzo de’gluochi fermi.   Due grandi tornei faranno al naturale distinguere il  solò e la luna. Due sorprendènti stelloni contornati da piccole stel-  lette tutte illuminate, giuocheranno unitamente, e formeranno uii fuoco brlllaote. Due girandole con specchio d’ illuminazione, formeranno un mulino a vento. Due rosoni in continuo giro, cori specchio a vari colori, si apriranno e si chiuderanno replicatamente.   Una scappata di mille saraSetti, formeranno in aria  un bouquet con batteria.   Due casse di 4^0 razzi a batterla regolata, faranno  una continua moschettata. Una sortita di 4^0 palle avvampate; faranno apparire  il chiaror del giorno.   La macchina verrà illiiminata a giorrto, riel ciii mezzo'  risplenderà la statua di Minerva.   Ventiquattro fontanonl di un getto tnaraviglloso, forme-  r.nnno un intrecciato giùoco.   Un fuoco alla foggia di un grande Vesuvio, si alzerà  nell’aria, con istrepitosa batteria, che annuncierà il ter-  mine dello spettacolo,   Colti e generosi Milanesi, voi che con tanto^ 'ardore  proteggete le belle arti, l’artefice Piomarta, ardisce as-  Sicurai vi, che non rimarrete delusi. Nel giorno i 4 maggio 1820, Giambattista Piomarta  professore macchinista di fuochi artificiali^ che nel giorno  vent’otto novembre del decorso anno, incendiò la mac-  china da esso costrutta con pieno aggradimento, ha di-  visato anche 3 richiesta di molte persone che nbn sono  allora Intervenute, di ripetere il disegno della stessa macchina.   Due bande militari annuncieranno il divertimento,  che comincerà con una dilettevole corsa di dodici nani  elegantemente vestiti alla spagnupla, i quali sqrtiranno  dalle carceri, e gireranna due volte intorno alTarea del-  Tanfiteatro, ed i primi tre che arriveranno alla meta  otterranno i seguenti prepil, S^ovu/e e/   Dei. tenui»   OflX^^lr   II* 3 TCif. Roncignolo Poiani . IL   80  Pisina   III.   60   La Lira Milanese equivale ad Auslr. Cent, 87.    Spettacolo del professore Giacomo Garnerin, Esperienze aereo-fisiche che non ebbero effetto, per  cui fu condannalo il Garnerin a dare un altro spetta-  colo nel mezzo della piazza d'armi gfatis, che venne  applaudito dal pubblico.  Grandioso spettacolo diretto da Coppa. Uno dei grandi avvenimenti che ci ha lasciato la  storia antica, è certamente la guerra micidiale tra i  Greci ed i Trojani che terminò coll’incendio e distruzione  della famosa città di Priamo, causata dal rapimento  della greca Elena fatto da Paride. Questo punto d’istoria  tanto interessante, sebbene involto nelle tenebre dei se-  coli e nel bivio della favola, di cui Omero, e VIRGILIO ce ne dipingono maestrevolmente la miseranda catastrofe,  è l’interessante trattenimento che Girolamo Coppa, e  Socj si propongono di dare nel suddetto giorno.   Troja cinta dalle sue inespugnabili mura, che Sarà  collocata al sito delle carceri, si vedrà rapidamente ardere  dalle Gamme; le grida, il pianto, la disperazione degli  infelici abitanti confusi collo strepito dell’armi; le mine  delle più alte moli, la desolazione dei vinti e il tripu-  dio dei vincitori; la partenza del pio Enea portando  sugli omeri il vecchio suo padre Anchise; una sor-  prendente illuminazione del tèmpio di Minerva col  simulacro trasparente della Dea; un fuoco che a guisa di  Vesuvio s’innalzerà nell’aria sarà lo spettacolo tragico-pan-  loraimico-pirotecnico che si presenterà a questo Pubblico  rispettabile. Armata greca, guidata dal duci collegati ti-  rati nelle bighe da quattro cavalli di fronte, trombettieri  a cavallo, sacerdoti, auguri, sacriGcatori, vittime e il gran  cavallo nel cui cavo seno vi si nascondono armi, guerrieri, attrezzi, macchine di guerra; armata trojana, coro  di donzelle e fanciulle, bande militari, analogo vestia-  rio, popolo, e tutto ciò che forma il maestoso ed im-  ponente corredo di questo grande avvenimento, che verrà  «seguilo da mille, e più individui, non che con quella  indispensabile illusione che ne costituisce il pregio del-  l’azione.   Fi  a ricbh^ta . generale &l  replica il grandioso spettacolo del famoso incendio e di>  sti’Uzione della celebre città di Troja^ causato dal Ratto  d’Elena fatto da Paride.   Quindi è die lo spettacolo verrà eseguito con ujaggior  nuineró d’attori^ di truppe, di bighe, e di tutti quegli  importanti accessori che esige la nobiltà e grandezza  deirargomento. Esperienze aereo fisiche d^eseguirsi soltanto  all’altezza delle piante del professore Già'  corno Gnrnerin di Parigi^ nel giorno 10  settembre 1820 alle ore 6 pomei'idiane.   Appoggiato il detto Garnerin ai tratti d’aggradimento  dimostrati al suo spettacolo, che ebbe l’onore di dare  nello scorso agosto sulla grande piazza d’armi, egli si  accinge a darne un altro nuovo, di sommo interesse, e  di particolare sua invenzione.   Detto spettacolo consisterà nel combattimento delle Comete preceduto dalla prova del paracadute, eseguita con  un animale vivo, che ritornando a terra, discenderà  tranquillamente nella stessa arena, e da un pallone, col  quale il professore, dimostrando la necessità dell’invenzione del suo paracadute, farà conoscere appieno le tern  ribili catastrofi succedute a Pilatre-des-Roziers, e mada-  ma Blanchard ed al rinomatissimo italiano Zambeccari  p*r mancanza del paracadute, c darà altre espegenze  areo-pirojecniche.La conquista di Belgrado. Grandioso spettacolo, diretto da Girolamo Coppa.,  Quel Belgrado, che nella storia della guerra aveva res i  illustri i nomi di Corvino, Huniade, Massimiliano di  Baviera, ed Eugenio di Savoja era finalmente destinato  a coronare la gloria di Loudon.   SuU’eseiTipio deir anno scorso penetrarono anche in  quest’anno sul piàncipio di agosto i Turchi nel Banato  dalla parte di Schuponeck, si sparsero per tutta la valle,  e volevano avanzare verso Mahadiaj ma li 28 agosto cac-  piolli il generai Cleirfart intieramente dal territorio Austriaco. Loudon restituissi 3 Seraelicco, si accorsero or  ora chiaramente i Turchi, che si trattava dall’assedio di  Belgrado. Il Bascià fece chiedere istantemente una tregua; Loudon vi condiscese, nello stesso tempo facendo  intendere al Bascià di decidersi se voleva rendere la  piazza, ed accettare la libera sortita. La quale proposta  venne ricusata dal Bascià, e s’ incomincia col bombardamento della fortezza. Al sito delle Carceri s’innalzerà la fortezza di Belgrado  cinta dalle sue inespugnabili mui*a in istato d’assedio.  L’arena del circo rappresenterà un campo di battaglia,  sparso qua e là di tende militari, padiglioni, attrezzi da  guerra, cannoni, mortaj, e di truppe Tedesche ed Un-  gheresi. Il colonnello conte d’ Argentau, parla ai suoi  subalterni. Miei signori, noi siamo stati prescelti dal  Maresciallo Loudon, per l’ iutrapresa dell’attacco della  fortezza. Ma tutto dal nostro zelo dipende, spero quindi  che ognuno impiegherà tutte le sue forze per sostenere  anche in quest’occasione l’onore del nome che portiamo,  e la gloria che il nostro Maresciallo si è acquistata. Non  vi è bisogno d’ulteriori esortazioni lusingandomi di po-  tere giustamente riporre in loro tutta la mia fiducia.  S’ Incomincia l’ assalto della fórtezza. La soldatesca,  ripartita in quattro colonne, attaccano ad un tempo diverse parti. I volontari precedono ciascuna colonna, e i granatieri, che fra questi si trovano, marciano  alla testa. Le truppe sono seguite da trecento lavoratori  con fascine, corbelli, sacchi d’arena, ed altri necessari  strumenti per costruire sul momento batterie, ridotti,  ed altre fortificazioni. Si attaccano con coraggio e risolutezza} le paL'zzate vengono superate. Il cannonamento  sostiene l’attacco. 1 Turchi si difendono disperatamente,  vengono con impareggiabile valore respinti, si gettano  nella piazza migliaja di palle, granate e bombe,  Il Bascià fa chiedere un abboccamento al Maresciallo  per la capitolazione della fortezza, sortono da Belgrado  tre dei più ragguardevoli fra i Turchi con il loro seguito, si presentano al padiglione del generale Loudon.  11 Bascià affetta di essere un Mussulmano estremamente  zelante, riferisce essere dal supremo destino determinata  fino dall’eternità la resa della fortezza; e spiegò quindi il  desiderio di essere condotto colla sua guarnigione a Nissa,  ma Loudon sceglie in vece la fortezza d’Orsova.  L’esercito Austriaco prende possesso della fortezza entrando trionfalmente con acclamazione di gio|a; al mo-  mento venne basato sulle mura della fortezza un magnifico arco trionfale guernito di fuochi artificiali; opera  del pirotecnico Giovanni Battista Piomarta. Le cannonate secche u mazzo di stelle. Dodici piramidi intrecciate di serpenti. Esplosione di bombe. Otto circoli di fuoco a colori diversi. Gran decorazione all^arco trionfale. Esplosione di granate. Una sfuggita di due mila razzi formeranno in aria  un bouquet al naturale.   Vili. Un fuoco alla foggia d’un acceso Vesuvio si alzerà  con strepitosa batteria che annuncierà il termine dello  spettacolo. Prima discesa col Paracadute di madami-  gella Garnerin areoporista, che avrà luogo, e corse di fantini a  cavallo ed a piedi, eon marcia trionfale,  dirette da Girolamo Coppa. L’apertura delle porte sarà annunciata da alcuni spari  d’artiglieria. Due gran bande di musica militare esegui-  ranno dei pezzi scelti d’armonia durante tutto lo spet-  tacolo. Madamigella Garnerin monterà nell’aerostato per  eseguire la sua ascensione, che sarà immediatamente seguita dalla sua discesa col paracadute, e sarà preceduta  altresì dall’ascensione di un pesce rombo indicatore della  direzione.   Ventiquattro fantini a piedi eseguiranno una b^n  r-  dinata corsa, che sarà divisa in tre parti, ciascuna composta di otto fantini, che faranno tre giri, ed i primi  delle singole parti, che giungeranno alla meta, dovranno  rimettersi ad altra corsa di tre giri per la decisione dei  premi. Sortiranno poscia altri ventuno fantini pure a  piedi, i quali dovranno fare tre giri, ed il primo di loro  che toccherà la meta, verrà unito a primi tre. 1 quat-  tro fantini che primi furono nell’aringa, dovranno di  nuovo cimentarsi ad una corsa di altri tre giri per la  decisione dei controscritti premi.   La corsa dei fantini a cavallo, venne distribuita come  segue. Uodici fantini a cavallo eseguiranno due corse,  divisi a sei per sei, compiendo i tre prefissi giri circolari. I sei fantini a cavallo che nelle suindicate due corse  saranno i primi arrivati alla meta, si disputeranno la  palma con altra corsa, Gssata ugualmente di tre giri, e  i tre che rimarranno vincitori avranno il relativo premio. (0^oiMe et 0o^ao(Me  Sfi/   dei/   Sedine e Oo^itoiue  deu ^ (XitUitt/   ^teuMo   ('RsuMuoii/tcOc'e  de6 ^texMMO  uv .^. cRou/i.   CORSA DEI FANTINI A   CAVALLO.   Preda  Raja  I.  3oo   Gioja ‘Pietro . .   Ferri Luigi   II.   200   Picozzi Giovanni   Slopani Giuseppe   III.   100  CORSA   DEI FANTINI   A PIEDI.    Pozzi Francesco   I.   100    Tadei Giuseppe   II.   80    Bardelli III.   60    Toja Ambrogio . Seconda discesa col paracadute di madami-  gella Garnerin nel Delta discesa sarà preceduta da due corse, una di fan-  tini a cavallo, la seconda de’barberi, con due premj in-  sieme di lìr. 6oo aust. e bandiere, con estrazione pub-  blica di dodici premi o lotti da lire 5 o a lire 8oo: for-  manti insieme una somma di lire 2600 austriache che  andranno a vantaggio degli spettatori i quali avranno  preso dei biglietti d’entrata a questa seconda esperienza  e spettacolo, e detti numeri corrisponderanno a quelli  che saranno estratti a sorte.   Madamigella Garnerin ha fatto stampare 26000 bi-  glietti di entrata alla sua esperienza, i quali biglietti  porteranno ciascuno un numerocorrispondente a quello  dei. 26000 biglietti che saranno posti nelle urne, dalle  quali ne verranno estratti dodici, pei dodici prenij pro-  messi.   Detto spettacolo sarà diviso cqme segue: Corsa dei fantini a cavallo, i quali dovranno ese-  guire tre corse complete, ed i primi tre che arriveranno  alla meta dovranno cimentarsi in un’altra corsa di tre  giri, per disputarsi nuovamente i premj.   II. Corsa dei barberi i quali dovranno eseguire tre  giri dell’arena e i primi due, che ariveranuo alla meta  avranno il premio.   III . Seconda corsa dei fantini a cavallo, che serviranno  a determinare Tassegnamento de’premj. iei/   da OavoEfi.  ^VOUllO   da autiM/   ut/   ilowiuw utoW'e   teuMO   JIduS    CORSA DEI BARBERI.    Preda Gardiaali  I.   II.    i5o  CORSA DEI FANTINI A CAVALLO. Angiolini Laudoni Ferrario Frane.  Burella Antonio 200   i5o Ascensione di madamigella Garnerin, die farà un  giro intorno aU’arena. Poi s’innalzerà ad una considere-  vole altezza^ indi farà la sua discesa col paracadute.   y. Si darà fine allo spettacolo con l’ estrazione pub-  blica di dodici premi o lotti dalle lire 5 o fino alle 800. Avendo il Consiglio Comunale della regia città di Mi-  lano deliberato di festeggiare con pubbliche dimostra-  zioni di esultanza il fausto avvenimento della presenza  in Milano di S. M. 1 . R. Paugustissimo Monarca Fran-  cesco I, la Congregazione Municipale e la Commissione  delegala del predetto Consiglio deducono a notizia, che  tra gli spettacoli pubblici divisati si faranno le corse  delle bighe e de’fantini a cavallo, e dell’esperienza arco-  statica col paracadute della signora Elisa Garnerin, nel-  l’anfiteatro dell’Arena   1 6   t'cu   Dei/ GrtoafCi/   (S^X^oiu/e e Gogii/oiMe   Dcgfi/   e Dei. ^ «uh 111/   ^celiti 0   111/   cHoilMIl/ 0 nt< 3 t */6   DeC ^telino III  XeceS. 3 TL.   CORSO DELLE BIGHE.    Anglolini Trabattoni  I.   100   Fontana Gio. B.   Radaelli Santino   II.   80   Suddetto ....   Cardinali d. il Pastirolo   CORSA DEI FANTINI A   CAVALLO.   Formigini Gius.   Giuliani Gius.   I.   80   Castellani conte  Gaetano Vaisem  II.   60   PezzinI Gioja  III.   5 o    Spettacolo eseguito da Francesco Orlandi. L’areonauta Francesco Orlandi eseguirà il suo volo  areostatico, sempre che l’ atmosfera si trovi abbastanza  tranquilla onde pòssa lo stesso condurre senza ostacolo  il suo naviglio per le difficili ed azzardose vie dei venti  e dimostrare col fatto la verità delle sue teorie. Aggiungerà la tanto apprezzata corsa de’fantini a ca-  vallo vestiti all’inglese, distribuita come segue; dodici  fantini a cavallo eseguiranno due corse, divisi a sei per  sei, facendo i tre prefissi girl intorno all’arena.   I sei fantini a cavallo chd nelle suindicate due corse  saranno arrivali primi alla meta, si disputeranno la palma  con altra corsa, fissata egualmente di tre girl, ed i tre  che rimaranno vincitori avranno il relativo premio.   Lo spettacolo sarà reso più brillante dalla musica  eseguita da due bande militari. Dm QfxvcMi,   eJLoiii'e 6 Oo^nom'e-  Dei, ^ imtiwi/   ^i>edwo  ut, Qixiòi   Jlowtitwittew'e  Def 5*ceiitio  111/ cibitA.'   Giuseppe Preda.   Brunello Pietro.   I.   4oo   Angelo Briani .   Raja Domenico .   II.   000   Paolo Pozzetti,   Ferri III.   i5o Sg Discesa col paracadute delV aereoporista  francese EHisa Garnerin.  Questa discesa preceduta dalla prima ascensione col  pallone ritenuto da funi, della sua giovine allieva Eu-  frasia Bernardi che farà il giro dell’anfiteatro. Detto spettacolo verrà preceduto dalle corse de’fantiiii  a piedi ed a cavallo, e dei barberi, dirette da Coppa, secondo il costume degli antichi Romani.   Due complete bande militari suoneranno alternativa-  mente durante lo spettacolo.   Prima e seconda corsa de’fantini a piedi.   Corsa de’fantini a cavallo.   Terza e quarta corsa de’fantiui a piedi.   Corsa de’barberi.   Quinta ed ultima corsa de’fantini a piedi.   Marcia trionfale.   I . Gran corso di ^musica militare.   II. Un cocchio con quattro cavalli di fronte, che por-  terà il Prefetto dei giuochi col suo seguito.   IH. La prima coorte.   IV. Otto porta-stendardi e trofei.   V. Seconda coorte armata di brandi e di scudi pe-  santi.   VI» Un gran Carro trionfale tirato da otto buoi a  quattro a quattro di fronte, pei vincitori dei giuochi  circondato da ventiquattro genj simboleggiati. Terza coorte armata di giavellotti con scudi.   VHI. Squadrone di tutti i fantini a piedi.   IX. Squadrone di tutti i fantini a cavallo, che chiu-  derà la marcia.   •   Terminato [l’esperimento, Tareonauta rientrò nel circo  in carrozza scoperta per risalutare il pubblico esultante,  che l’acclamava. Le corse dei fantini a piedi, a cavallo  e dei cavalli sciolti riuscirono animatissime, per cura di Coppa, il quale in tali circostanze è stato sem-  pre chiamato, come quello che per le molte corone rac-  colte in simili solenni disfida, combinava colla pratica  e col consiglio la fiducia di chi si lasciava da esso di-  rigere.     c)lboiM6 e Gogmsui/e   ut   cllotwiM'Outowe   CORSA DEI BARBERI.    Gardinali Nicola    I.   3oo^   Ralli Giuseppe II.   200   Ghiggini   IH.   100   CORSA DEI FANTINI A.   CAVAL   LO.   Conte S. Antonio   Passi Gennaro I.   5oo   Preda Brunello   II.   3oo   Gardinali Nicola   Merli Giuseppe.    CORSA   DEI FANTINI   A PIEI   )I.    Rossi Giuseppe.   I.   100    Feltrini Eugenio.   . IT.    Pozzi   III.   6o Gozzini Davide.   IV.   4o    • f  O . » . Straordinario spettacolo che sarà eseguito  dalla eotnpagnia del eavallerizzo Alessan-  dro Guerra Romano^ nelV^ luglio 1S27.   La solennità di nn magnifico torneo alla foggia di  quelli ’che ese^uivansi ne^passati tempi, formerà la. spet-  tacolosa festa ^le dal cavallerizzo Alessandro Guerra verrà  esposta al Pubblico* con l’aggiunta di varii eseroizii d’e-  quitazione, corse a cavallo ed a piedi, e colle bighe di-  rette da Girolamo Coppa.   Distrihiizipne drllo spellacolò:   Al suono della musica di due corpi di bande mili-  tari che alterneranno le loix) sipfonie si faranno:   I. La corsa di veutiqq^ttro fantini a piedi, divisi in  tre schiere di otto per ciascuna, che eseguiranno tre  giri, e i vincitori di ciascuna dovranno cimentarsi in  altra simile corsa per il conseguimento de’rispettivi premi.   li. La corsa dì tre della compagnia Guerra die eseguiranno ciascuno sopra due cavalli* gli esercizii, cosi  detti giuochi di Troja, effettuando a gran corsa tre giri  dell’Arena, e il primo che giungerà alla meta, otterrà  una bandiem d’onore •guernita in oro.   Il premiato fu Luigi Guillaume. La corsa di sei bighe, che gareggieranno a due  a due, facendo parimenti tre giri, ed i vincitori di questa corsa dovranno essi* pure citoentarsi altra volta in  egual numero di gh^i per riportarne il premio.   IV. Comincierà il torneo col maestoso ingresso dei  cavalieri giostranti muniti di armatura di ferro e lan-  cia, distinti ciascuno dai colori de’rispettivi abiti e sciar-  pe, ed accompagnati dql loro particolare corteo^ saranno  essi* preceduti dall’araldo e dal corpo dei trombettieri  pure a cavallo, ed eseguiranno il gran torneo* nel cen-  tro dell’Arena in apposito steccato; ornato di trofei ana-  loghi allo spettacolo, colle ins’egne dei giostratori. Dato  il segno colle trombe, si cimenteranno i sei cavalieri a  due, e i tre vincitori dovranno rinnovare tra di loro  il combattimento, sinché uno rimanga superiore a tutti ptu- aver toccato colla punta della lancia l’insegila degli  avversar].   .V. Combattimento dei delti tre vincitori tra di loro  pei* ottenere il premio d’unar sciarpa d’onore ricamata e  "uernita in oro.   O l   Il vincitore della sciarpa fu Alessandro Guerra. Grande marcia trionfale; si vedranno i trombettieri, l’araldo, i cavalieri giostratorr col rispettivp loro  corteggio, le bande militari, la prima coorte 'armata di  scudi e lance, il gran carro trionfale tirató da buoi,* che  porterei donzelle abbigliate alla foggia delle Vestali, so-  stenenti corone di alloro, mirto e quercia pei vincitori;  seguiranno littori e genjianaloghi allo spettacolo, i porta-  insegne con vari trofei, i fantini che avranno eseguita  la corsa a piedi e gli auriga premiati, e finalmente al-  tra coorte d’armati che chiuderà la marcia.    iDXjoiM/e » Qo^omie   Deu Gapaffi.   » io, ^ CU/IÌÒmì/  II* O^aóAi'   cibiMUi'OiitaM   111/ ellou/it.   CORSA DELLE BIGHE. Aless. Guerra .Pifetro Brunello   I. 5oo   Leop. Servolini   Paolo Trabaltoni   II.   3oo   Merliui e Preda   Gaetano Rovelli   III.   200   CORSA   DEI FANTim   A PIEDI. Rossi   I.   100  Feltrini   IL 8o Ariibr. Turconi .IStraordinario spettacolo che si darà dalla  compagnia del cavallerizzo jdllessandro   Guerra cousistente nelle corse di dodici giovinetti in un sacco,  di dodici nani, esercizj d’equitazione sopra due destrieri,  es’ercizj «seguiti da Faustina Guerra d’anni tre, giuochi  de’Coribanti sopra tre cavalli a dorso iludo, gran torneo  antico, pompa circense, e trionfo del cavallo arabo am-  maestrato in me^zo ad un’ fuoco artificiale; rappresentante un maestoso arco trionfale nel mezzo dell’Alena.    Primo straordinario sorprendente spettacolo  aereo di volatili diretto da Gio, ‘Battista  Ferrano modonese^ Le universali acclamazioni che otteiine Gio. Battista  Ferrarlo per questo genere di spettacolo prodotto a  Modena, Parma e Torino, si lusinga anche di meritare  l’aggradimento del generoso pubblico Milanese.   I. \d un colpo di pistola uscirà da una cesta uno  stormo di colombi andando in traccia del loro padrone,  e dopo voli vaghi, e non limitati, caleranno ad un suo  cenno al suoi piedi.   II. Sortirà un colombo che al preset’tare di una ban-  diera calerà presso la medesima, e vi si fermerà immo-  bile girando sopra la bandiera stessa.   Un colombo chiamato il cannoniere, munito di  miccia, dopo varj voli, sparerà un cannone di bella  grandezza.  in campo un colombo dello il sallatore,  che farà il sallo dei cerchio a volonlà del suo padrone  con varie configurazioni e movimenti.   V. Usciranno un’altra volta tutti insieme i due stormi  muniti di arma arlifiziale, e combatteranno in aria tra  di loro a fuoco vivo; e al comando dei rispettivi coman-  danti andranno alle loro posizioni.   VI. Un colombo chiamato Timpetuoso, passerà un cer-   chio. coperto di carta, e lo tornerà a passare dopo di  aver rotto la carta stessa. Una colomba detta la guerriera, volando a campo  aperto in traccia del suo padrone lo rinverrà ad un  colpo di pistola; e nell’atto che bramerà calare presso  il medesimo le sarà presentata altra pistola sulla quale  essa «si fermerà immobile mentre sorte il colpo.   Vili. Altra colomba chiamata la cacclalrice, darà com-  pimento alla serie dei giuochi in mezzo di uno stormo;  ad un colpo di fucile si distaccherà dallo stormo e calerà  .sopra il fucile medesimo, dove resterà immobile ad una  seconda scarica. Una banda militare collocata al podio  del pulvinare suonerà varj pezzi di musica.    Secondo straordinario spettacolo arco di volatili diretto dal suddetto Ferrarlo^ Le universali generose acclamazioni, che ottenne Gio.  Battista Ferrarlo da questo illuminatissimo pubblico  JMilanesp, presentando nell’ultima scorsa domenica II suo  .spettacolo dei colombi e la generale cortese richiesta,  perchè nuovamente lo esponga, sosi de.sse stale le ben  accette ragioni per replicare il suddetto spettacolo, con  l’aggiunta d’una corsa di- fantini a cavallo, distribuita  come sefrne:   Dodici fantini a cavallo eseguiranno due corse, tlivisi  a sei per sei, corupieiltìo i tre prefissi giri dell’arena.   I sei fantini a cavallo che nelle suindicate due  corse saranno arrivati primi alla meta, si disputeranno  il premio con altra corsa, fissata egualmente di tre giri,  e i tre che rimarranno vincitori avranno il relativo premio, con bandiera d’onore analoga;' si chiuderà lo spet-  tacolo con un giro de’fantini a cavallo vincitori delle  corse, al suono della banda militare.    cSl^oiwe 6 Oogw/oiite  Dei ^vo^'uetixtj   Dei'   SKooiue e Gu^uoiii'e   Dir éf aii'tiu'i vatui}   iit   a^iiuMa iitoci'f'/   DeE ^cenilo  Jlou/Si   CouteS. Aotonio   Fassi Gennaro r.   3oo   Bernareggi Gioja II.   200   1 Foglia .   Borri III.   TOO    Spettacolo maraviglloso eseguito da Gastellier di Parigi, macchinista e com-  positore di fuochi artificiali, nel 26 ago-  sto 1827 .   Esso consisterà nella Regala o gara delle gondole,  ossia battelli nell’arena allagata.   O   Dato il segnale, tre battelli si slanceranno alla corsa  montati ciascuno da quattro gondolieri, e compieranno  due giri deU’arena. Altri sei battelli in due riprese si  contrasteranno la vittoria. I primi tre battelli vincitori  in ciascuna delle tre corse, dovranno cimentarsi ad un’ul-  tima cor^a, perchè vengano contraddistinti dalle diverse  qualità de’premj. ofiooitie e/ Oognoiiie cibiMmoivb^e   iw cHau-òt.   Paolo Podoni, Giovanni Ricci,  Pasquale Mari, Luca   I.   800  Frizato, Plotli,  Drago, Porlesi . .   IL   600   Garavaglia,  Domiri,  Gerosa, Ghezzi.   0   0    Nulla si è omesso, per quanto si è potuto, affinchè  questa parte del divertimento dilettevole riesca ed in-  teressante. I battelli furono sqelti d’ agile forma, vaga-  mente ornati e con eleganza d’addobbi. Esperti, robusti  erano i gondolieri, alcuni scelti dai paesi lungo i nostri  laghi, altri ancora fra gli esteri. *   Poscia sorgeranno dall’onde ai lati dell’edifizio due  amene isolette, ed in -mezzo ad entrambe dominerà  l’albero così detto della cuccagna. Otto per ogni albero saranno quelli che si sforzeranno  di toccarne la cima, genei’oso sarà il bottino, e due  bande militari li accompagneranno sui battelli alla rispettiva isoletta nell’audata, e nel ritorno.   Nel mezzo dell’arena sarà basato un grandioso, ed  ottangolare edifizio, che porta per titolo;   Il gran tempio della Pace illuminato a gloi’no con  lance di variati colori.   I. Si darà principio al fuoco con colpi di cannone,  razzi, e tourbillons. Due grandi congegni rappresentanti il sole, la luna  e le stelle del firmamento, che spariranno poscia con  strepitose esplosioni.  Razzi a doppio volo, e varj altri bellissimi fuochi. Avventura di don Chisciotte colle ali, un mulino  a vento, e brillanti vedute.   Due risplendentissime bombe a pioggia d’argemo.   VI. Sei girandole prenderanno diverse conformazioni  jjer ben venti volte.   VII. Nuovissimo comb£^ltimento di soli, che cesserà  coit grandi scoppj.   Vili. Mirabile batteria di candele egiziane.  La gran cascata di Saint-Cloud, presso Parigi, la  quale con quattro straordinarie cadute genererà un pia-  cevolissimo mormorio di una cascata d’acqua.   X. Moltiplici fuoclii della più ricercata invenzione.   XI. Si getteranno nell’acqua diversi pezzi di fuoco  d’un genere affatto singolare, i quali sorgeranno di nuovo  dall’acqua, ascenderanno nell’aria e scoppieranno.   Lo spettacolo avrà fine con un strepito di colpi di  grandi racchette. Partiranno esse dalle torri sopra le cosi  dette carceri, e‘ in lato opposto della porta trionfale, per  cni incrocicchiandosi, e cadendo nell’onde produrranno  un vivissimo effetto.    Spettacolo da eseguirsi da Francesco Orlandi.   f   L’areonaula Francesco Orlandi, Bolognese, spinto da  brama soltanto di lasciare anche in questa insigne Metropoli quel nome, che co’suoi esperimenti egli si è procacciato nelle città, ed in particolare con quello recentemente eseguito in Genova alla .presenza di quella sovrana  corte, di molti illustri personaggi, e di una immensa  popolazione, ardisce coraggioso di cimentarsi di nuovo  in Milano, colla lusinga di meritarsi anche qui la soddisfazione di un Pubblico colto ed illuminato, quindi  con superiore autorizzazione ha 1’ onore di prevenirlo,  che nei suddetto giorno darà nell’anfiteatro dell’Arena,  tre spettacoli degni della pubblica ammirazione.   In prima l’Orlandi eseguirà il suo volo areostatico,  facendo conoscere che l’uomo può dominare non solo  sulla terra e sull’acqua, ma ancora nefjli aerei spazj. Secondariameule si rappresenterà uno de’più sorpren-  denti fenomeni della natura, quale è il Vesuvio di Napoli nell’atto di una delle più forti sue eruzioni. Nulla  sarà certo trascurato onde imitare (per quanto permette  Tarte e Tingegno) col fuoco artificiale, questo orribile  fenomeno, imponente spettacolo che richiamerà l’antica  memoria degl’infelici Pompejani.   Per terzo cessata l’eruzione, apparirà improvvisamente  un teatro, rappresentante la reggia d’Apollo tutta traspa-  rente, cpn l’anfiteatro ^legantemente illuminato; spetta-  colo per Milano affatto nuovo, eseguito soltanto l’anno  scorso in Firenze nell’occasione della festa Ji san Gio-  vanni, e replicato colà in quest’anno con eguale felice  esito.    La regata Feneziana .   Fu sempre soggetto di universale ammirazione in Ve-  nezia lo spettacolo della cosi detta regata, e venne co-  stantemente ritenuto che il medesimo effettuare non si  potesse se non in quella sola città.   Dipendentemente dalle verificazioni di fatto già ese-  guite, si è ormai conosciuto, che la Veneta regata può  aver luogo eziandio nell’Arena di Milano non solo, ma  più ancora che l’effetto al Pubblico sarà per riuscire di  maggiore interesse attesa la posizione della località.   Per render più interessante il divertimento, la gara  avrà luogo fra i più esperti gondolieri di Venezia, qui  appositamente condotti. Vi sarà molta varietà di gon-  dole e battelli secondo il metodo e costume Veneto.   Si vedranno riccamente fornite in seta le così dette  Bissone ad otto remi. Malgarotte a sei remi e Peote,  barche tutte di una diversa costruzione.   Due saranno le orchestre, acciò la musica renda più  animato lo spettacolo.   Si darà principio con una marcia maestosa di tulle  le barche appositamente trasportate da Venezia, alla qual|J seguirà un cosi detto fresco, o corsa di tutte le ridette  barche. Dopo questo, al segnale di una tromba, avrà luogo  la gara de’battelletti ad un remo con premi, cioè pri-  mo e secondo premio; e per ultimo il premio del por-  chetto secondo il costume di Venezia.   Seguirà poscia un nuovo fresco, o corsa di barche,  fino a tanto che verrà allestita una seconda gara di  gondolette a due remi, sostenuta da differenti barcaiuoli.  In fine verrà chiuso il divertimento con nuova marcia, dopo della quale il suono delle trombe, annunzierà il  termine dello spettacolo. c)ei/   llt>   Jbiuiii/ijwtat*   ^veiwo   IH -^t/e cUsttòt.   GONDOLE A DUE RESI!.   Musico Giuseppe, e Celega Giuseppe   I.   8co   Buranello Natale, e Forti Giovanni   IL   4oo   BATTELLETTI AD UN REMO.   Calderan I.  o  o   Papassissa  .   200    Spettacolo della regala Veneziana eseguitosi  nel 24 agosto 1828 .   Si darà principio allo spettacolo con una corsa di tutte  le barche di ogni qualità e grandezza, appositamente  trasportate da Venezia riccamente addobbate alla Turca,  Spagnuola, Veneta ec. non che delle gondole, battelli e  barche d’ogni forma. 4  Al primo squillo di tromba avrà luogo la gara dei  piccoli battelletti a due remi eseguita da esperti rema-  tori di Venezia.   Finita tale corsa ad uu secondo segnale si slanceranno  nell’acqua dodici esperti nuotatori, i due primi vinci-  tori andranno a prendere i loro premi stabiliti.   Dopo tal gara vi sarà quella delle Bissone ad otto  remi dei remiganti Comascbi e del Po, contro i barca-  juoli Veneziani. Avendo avuto luogo una scommessa di  trenta pezzi da venti franchi, verranno questi depositati  al momento presso i giudici che ne disporranno a fa-  vore del vincitore. Sarà vincitrice quella delle Bissone  che compirà prima il quarto giro dell’Arena. Le due  Parti interessale in questa scommessa, saranno nelle ri-  spettive Bissone, onde animare vieppiù i remiganti da  loro scelti.    dboiue o Oo^u'oiMe'   ^teirn^o   cRo/mM'oatat»'»   BATTELLETTI A   DUE RI   EMI.   Calderau Andrea e Tasso Valentino  800   Friselle Bartolomeo e Bagarolto     Giuseppe   II.   4oo   Tedesclii Antonio e Papassissa   III. ORI.    Giuseppe   NU0TAT   aoo   Clavanzani  I.   i 5 o   Sambo Domenico ..NELLA PRIMA   BISSONA  Vendetta, Celego, Gauasselle,   Alberante, Musico, Buranello Natale,  Marella Lorenzo, Forti Govanui.   Spettacolo del giorno 19 luglio 1829 .   Fra tutti gli spettacoli, ch’ebbero finora luogo in  questo magnifico anfiteatro, i più aggraditi certamente,  ed i più acclamati furono le corse delle bighe, dei  cavalli, e de’fantini a piedi. I   Il concorso straordinario di spettatori, di che in ogni  occasione di tali corse videsi affollato l’anfiteatro, ne fa  testimonianza. >   L’anfiteatro, già interamente ristaurato ed abbellito,  anche per cura dell’ iutraprenditore, fu elegantemente  disposto per lo spettacolo succennato.   Dall’istante in cui verrà aperto al pubblico l’anfiteatro  sino aH’incominciamento delle corse, e negli intervalli  di queste, due bande militari alterneranno degli scelti  pezzi di musica. Alle ore sei cominceranno le corse col-  l’ordine seguente: Corsa di sei fantini a cavallo, che slanciandosi  dalle carceri al primo squillo di tromba prendendo la  via di mezzo alle due spine, indi la destra, percorreranno  tre volte l’anfiteatro compiendo l’ultimo giro d’avanti  al pulvinare, ove è stabilito il palio, e si troveranno  i signori delegati; fra i primi tre vincitori avrà poi  luogo una seconda corsa. Altra corsa di sei fantini a cavallo. Corsa a piedi, che verrà eseguita da otto giovani  dilettanti, che compiranno tre giri intorno alle spine, ed  ognuno dei tre vincitori riceverà una bandiera d’onore.   Ottennero questo premio:   I. Davide Dolnago. II. Giacinto Cipolla.   III. Domenico Comasco.   IV. Corsa di sei fantini a cavallo, vincitori nelle pre-  cedenti corse, onde disputarsi i primi premi.   Y. Corsa di sei bighe, che percorreranno esse pure  tre volte l’anfiteatro, compiendo parimenti l’ultimo giro  davanti al pulvinare.  vr. Altra corsa (li quattro bighcj 11 vincitore avra  una baudiera d’onore e il premio di Lir. loo.   Proprietario Bonella Gennaro.   Aurica Santino Redaelli.   VII. Corsa di quindici barberi, che non ebbe li suo  pieno effetto per impreveduto accidente.   Vili. Lo spettacolo verrà chiuso colla marcia trion-  fale del vincitori di cadauna corsa all’intorno dell’anfi-  teatro, partendo dalle carceri precedute delle bande  militari.    SLoiM/e e   Dei' Gix/va-lh   iSffjoute e Gogw/oiite  t'enfi/   6 Da/ ouAÌm/   ^ceuM'O   lli<   cRoilMUiOM-to»   iw/   CORSA DELLE BIGHE.    Giuseppe Preda   Paolo Traballoui   I.   800   Angelo Radaelli   Gaetano Rovelli   II.   600   Carlo Angioliai   Luigi Vimercati   III.   4oo   CORSA DEI EANTINI A   GAYAL   LO.   Salvatore Passi .   Salvatore Passi .  600   Giuseppe Merlini   Pietro Brunello.  0   0   Nicola Sangiorglo   Prances. Perrario   III.   3 oo   /    Spettacolo che si da. A tenore del manifesti già pubblicati avrà luogo il  già annunciato spettacolo di corse, aggiuntivi gli altri  divertimenti sotto indicati, il quinto dell’introito netto è destinalo a sollievo dì alcune famiglie indigenti. A.n-  che per questo titolo non furono risparmiate spese, onde  lo spettacolo riesca più variato e più accetto.   I. Corsa di fantini a cavallo, i primi quattro, die giun-  geranno al palio, dovranno eseguire una seconda corsa  fra di essi per disputarsi i premi. Coi'sa di dodici somarelli montati da gobbi-nani,  ciascuno di questi in diverso abito di carattere carne-  valesco, uscendo dalle carceri, eseguiranno due girl com-  piendo Tultlmo davanti al pulvinare.   Il primo del suddetti avrà un premio d’una bandiera  ed un borsellino con denari.   III. Seconda corsa dei quattro fantini a cavallo vin-  citori nella prima, per disputarsi i premi.   IV. Corsa di sei bighe che percorreranno tre volte  l’anfiteati’O, compiendo 1* ultimo giro davanti al pulvinare. Le prime quattro, che giungeranno al palio,  eseguiranno una seconda corsa per disputarsi 1 premi.   V. Seconda corsa delle quattro bighe vincitrici nella  prima corsa, per disputarsi i premi.   VI. Corsa de’ barberi, 1 quali restando chiusa la via  di mezzo alle spine, percorreranno tre volte l’anfiteatro,  compiendo l’ultimo giro davanti al pulvinare. Marcia trionfale dei vincitori, con corredo di  due bande militari che terminerà il giro davanti al pul-  vinare.   Vili. Nell’atto, in cui la marcia trionfale compirà il  giro, verranno incendiate sei grandi piramidi, collocate  alle estremità e nel mezzo delle spine, e sormontate da  altrettanti gran vasi. Altri quattro gran vasi collocati  pure sulle spine a diversa distanza, e diverse batterle  prenderanno fuoco nel tempo medesimo. L’anfiteatro ri-  marrà illuminato da un sorprendente fuoco del Bengal.   L’artista pirotecnico Antonio Zucchi si lusinga di pre-  sentare in questo breve passatempo un lavoro dell’arte  degno dell’ammirazione dei suoi concittadini.    Sei/   Dai OiWafK/   ’òecSv JìoLVU/acc      iJiMUMOiAtave   3, 3   e iex, ^ (xvtùt*/v ecc.    "òli ^veuMo   COUSA DELLE BIGHE.    Preda Giuseppe   Trabattoni Paolo   I.   Quadr.   7 di G.   Ganavesi Giacomo   Rovelli Gaetano   II.   5   Gatti Gaetano .   Comisoli III.   4 Garillio Giuseppe   Pomè Giuseppe   IV.   6o lir. A.   CORSA DEI FANTINI A   CAVALLO.   Passi Salvatore .   Passi Salvatore, Quadr.   ^ di G.   Merlin) Gius. .   Brunello   II.   3 »,   Castellani.   Brelino   Pagani   Smid.   IV.   3o lir. A.   CORSA DEI BARBERI. Castellani Cavalla Inglese   I.   2 1/2 Q.   Sperati Cavalla Transilvana   II.   1 1/2 »   1,   Gardinali   Cavallo Polacco   La Quadrupla   di Genova equivale   ad Austr.   L. g5. Grandioso spettacolo d’ equitazione eseguito  dalla compagnia del cavallerizzo Guillaume Coi piacevoli e puerili travagli il piccolo Davidde  Guillaume in aspetto di amorino darà principio al trat-  tenimento. Farà detto fanciullo due volte il giro della  vasta Arena sul cavallo in piedi, ed arditamente mano-  vrerà secondo il solito, producendo quella meraviglia  che può destare un adulto coraggio in sì tenera età.   Nuovo spettacolo presenteranno sedici individui  alti ed in foggia di giganti patagoni dell’America, i quali  correranno due volte d’intorno al grande anfiteatro di-  sputandosi il palio.   IH. Tre cavallerizzi (ciascuno in piedi su due cavalli)  rappresentanti gli esercizii, e giuochi detti di Troja.   IV. Il più e più volte applaudito volteggiatore Guillaume il figlio, si produrrà ora con sempre maggiore  impegno a dar saggi di sua intrepida perizia, del :nol-  tiforme travaglio su tre cavalli a dorso nudo ed a ra-  pidissimo corso. Gara a celere corsa di varii giovanetti artisti, che  vestiti in costume inglese percorreranno per ben tre  volte l’arena a cavallo ad uso de’ fantini, ed il primo  percepirà la bandiera d^onore.  Ricomparirà il predetto Luigi Guillaume guidando  in piedi quattro cavalli a dorso nudo.   VII. Marcia trionfale dei vincitori, corredata d’armoniose bande militari.  Alle spine centrali dell’Arena s’innalzeranno quat-  tro archi trionfali sfavillanti con fuoco d’ artifìcio  Un giovine in abito d’antico guerriero, montato sopra  veloce corridore oserà lanciarsi con furiosa corsa in mezzo,  e fendere replicate volte l’ una dietro l’ altra le ignee  macchine, offrendo all’occhio stupefatto misto il diletto  collo spavento. In questo punto il grande anfiteatro si  troverà all’istante illuminato dal più brillante splendore  d’un fuoco del Bengal. Spettacolo diesi darà il ÌG maggio 1830  dalla famiglia Uetz.   Una parte dei presenti divertimenti, è affatto nuova  per l’anfiteatro. La famiglia Uetz, a cui ne è appoggiato  l’esecuzione, è nella ferma fiducia, che se le particolari  sue fatiche nelle grandi forze d’Alcide, negli equilibri,  e nelle piramidi Greche non riesciranno di sorpresa.   come nei molti teatri in cui furono eseguite; lo saranno  a motivo della grandezza del circo. Essi sono divisi come  segue:   Da una corsa di fantini a piedi, e cuccagne, e da  un magnifico fuoco d’artificio. Due ricche ed eleganti cuccagne erette nel mezzo  dell’arena, ed a conveniente distanza l’una dall’altra. I  contendenti all’acquisto saranno contraddistinti con segui  particolari.   IL Equilibri e Piramidi Greche della numerosa fa-  miglia Uetz, eseguite sovra il gran palco appositamente  innalzato nel mezzo del circo. Corsa di dodici fantini a piedi, percorreranno  l’arena tre volte, ed i primi che arriveranno al palio percepiranno la bandiera d’onore. Il primo. Davide Colnago. Il secondo. Giacinto Colnago. Il terzo. Eugenio Feltrini.  Attitudini e posizioni dell’alcide Francesco Uetz  e di quattro fanciulli sovra un gran carro tirato all’in-  giro dell’arena da quattro cavalli riccamente bardati.   V. Grandi forze d’Alcide sul palco posto come sopra. Marcia dei fantini e di tutti quelli che compone-  vano lo spettacolo accompagnati da due bande militari.   \1I. Gran fuoco artificiale diviso come segue;   Tre grandi girasoli, rappresentanti l’iride al naturale.   Gran fuoco di battaglia con duecento colpi di bomba,  ed otto esplosioni di palle lucenti.   Tre sorprendenti cascate di fuoco.   Esplosione di ventiquattro grandi miniere.   L’aurora.   Magnifica decorazione rappresentante il tempio della  Gioja, con diversi ornamenti di fuoco, e due iscrizioni  trasparenti.   Illuminazione generale di tutto l’anfiteatro con fuochi  del Bengal, imitanti lo splendore del sole. Durante la  decorazione succennata verrà innalzata una grande quan-  tità di razzi, e verranno tirati moltissimi colpi di can-  none e di bomba. Spettacolo equestre eseqiiito dalla coinpafjìiìa    dì Alessandro Guerra., Alessandro Guerra non dimenticò nel giro di tre anni  i pegni gentilissimi di cortese favore accordali agli spet-  tacoli da lui dati nell’estate 1827 in questo stesso anfi-  teatro ed è appunto questo ricordo che lo incoraggia  a rinnovare in questa per lui propizia circostanza altro  trattenimento. Corsa di cinque cavalli a dorso nudo, ed a gran  carriera del giovinetto Giorgio Cocchi, il quale montato  in piedi sopra due, guiderà gli altri tre in avanti.  Corsa dei jokejs inglesi a cavallo con tre premj.   III. Corsa di tre damigelle, percorrendo sul cavallo     che giungerà al palio, otterrà in premio un’elegante  sciai pa. prima Elisa Sciiier.  Gara a gran carriera, eseguita fra quattro gio-   vinetti allievi, che dovranno percorrere tre volte l’arena  ad uso de’fanllni. Il primo fra d’essi che arriverà al  palio, avrà in premio trenta fiorini moneta di conven-  zione. primo Giorgio Cocchi.   V. Eserclzj delti giuochi di Troja eseguiti da tre  cavallerizzi, in piedi sopra due cavalli contemporanea-  mente, ed a gran carriera percorreranno per tre volte  l’ampio circo; assegnandosi a quello, che arriverà il primo  al punto di fermata in premio una ripetizione d'oro. Il primo Pietro Ghelia.   VI. Il Guerra col mezzo di artisti più scelti di Mi-  lano, e di pirotecnici di Roma si è prefisso di presen-  tare uno de più grandi apparati di fuochi artificiali.   Nel mezzo deU’amhuIacro superiore alle carceri sarà bnsato un grandioso edifizio, che rappresenterà l*e-  slenio di un magnifico tempio di stile greco decorato  da otto colonne con figure e gruppi allusivi a Plutone  e Proserpina. Le sottoposte arcate, pure presenteranno  una caverna, dalla quale escirà un carro ornato da ana-  loghi emblemi tirato da quattro cavalli fiancheggiato da  furie che offrirà allo sguardo degli spettatori il Ratto  di Proserpina in mezzo ad una voragine di fuoco.   Si darà principio ai fuochi con un assortimento di  razzi con lumi e pioggia d’oro, ed altri con batteria.   Nel centro del circo succederà una moltiplicità di fuo-  chi variati fra loro.   Le decorazioni del tempio, in cima del quale vi sa-  ranno Plutone e Proserpina, saranno illuminati a giorno  con lance a diversi colori, candele romane, e pioggia di  fuoco.   La caverna sarà pure intrecciata da tourbillons, can-  dele e fuochi in diversi modi, che termineranno con  colpi ed esplosioni.   Una moltiplicità di colpi di grandi racchette, che  parteranno delle due torri sopra le carceri, e che incro-  cicchiandosi in aria produrranno un vivissimo effetto.   Al termine dello spettacolo l’anfiteatro presenterà quasi  un nuovo emisfero, restando in un momento illuminato  da un sorprendente fuoco di Bengal. (Sfioom'e e   ?ei.   Sei/ Owaffi.   Sffjome e Go^weiive   M Gfoóòi/   l/W. ..^£,6 elio.   Sperati Luigi .   Brunelli Pietro   I.   3oo   Gallarati Giacomo   Gaggia Bortolo   ir. 300   Vignati Giovanni   Cozzio Giuseppe   irr. 100 Spettacolo dato dalla compagnia del caval-  lerizzo Guerra li 6 giugno 1830 .   Sensibile il rispettoso cavallerizzo Alessandro Guerra  ai generosi pegni di favore continuamente accordati ai  suoi esperimenti, nell’ atto di sortire da questo suolo  felice, studiò di dare ad ultimo pegno di riconoscenza  un nuovo straordinario soggetto di trattenimento al rispettabile Pubblico.   I. Corsa di dodici fantini a piedi, i quali dovranno  eseguire tre intieri giri, per l’ effetto che i tre primi,  che perverranno alia meta abbiano poi a cimentarsi in  altra corsa.   il. Corsa di fantini a cavallo, i quali dovranno com-  pire per tre volte l’intero giro dell’Arena, ed i primi  tre, che arriveranno alla fermata, dovranno cimentarsi  in altra corsa per decidere de’pi'emj.   III. Corsa di cinque cavalli a dorso nudo, ed a gran  carriera del giovinetto Giorgio Cocchi.   IV. Corsa di una seconda schiera di altri dodici fan-  tini a piedi.   V. Corsa di tre damigelle. La prima, che giungerà  al luogo fissato, otterrà in premio una collana d’oro   che fu Annetta Dcpcy.   VI. Gara a gran carriera sopra piccoli cavalli eseguita  tra i quattro giovinetti allievi, il primo fra d’essi che  arriverà al palio, avrà in premio trenta fiorini in C. M.   che fu Gaetano Ciniselli.   VII. Corsa di sei fantini a piedi, che primi giunsero  alla meta nelle due corse precedenti, per determinare l’as-  segnamento loro fissato.   Vili. Esercizj detti giuochi di Troia, eseguiti da tre  cavallerizzi assegnandosi a quello, che arriverà alla meta  il premio d’una spilla di brillanti   che fu Giorgio Coccia.   IX. Giuochi atletici e ginnastici eseguiti da quaranta  lottatori anfiteatrali.  Corsa di Ire fantini a cavallo risultanti i primi  nella corsa precedente per determinare fra loro i premi.   XI. Ad oggetto di render più dilettevole il tratteni-  mento il Guerra procurò due artisti funambuli per opera  de’quali averà luogo il Ratto di Proserpina, e con la  replica del fuoco artificiale, che ebbe luogo il 3i mag-  gio i83o.    SlLoiive 6 Go^woiive  Se)/   Sei/   allÓoi4i« 6 Go^twiu/e  dei ^ cmIÙmui   ^veimo   IM.   clbiuiivoiitei&e   IM/ =^. clbu'iit.   CORSA DEI FANTIINI A   CAVALLO.   De Micheli Gius.   Galimberti Luigi   I.   3oo   Manini Francesco   Mazzoli Cipriano   li.   200   Vignati Giovanni   Palmoto Palma .  100   CORSA   DEI FANTINI   A PIEDI.    Colnago Davide   I. 100 Tralanzi Giuseppe   IL  Madera Giovanni  Spettacolo.   Lo spettacolo sarà de’più variati e interessanti. Alle  corse delle bighe e dei cavalli, che fu sempre il diver-  timento nell’anfiteatro il più aggradito ed acclamato,  come quello che alletta non solo, ma che desta entu-  siasmo ed ammirazione, chiamando lo spettatore a par-  tici pare dei generosi sforzi della bravura e del coraggio,  saranno frammischiati dei divertimenti puramente carnevalesclii, trasporlall dal palco e dalla scena per destare le risa. Passeggiata mimica in maschera. Il tanto applau-   dito balletto eseguitosi nel p. p. carnevale neU’I. R. Tea-  tro della Scala.'   La comitiva si compone di un araldo a cavallo, e di  dodici caricature villereccie a cavallo in diversi brillanti  caratteri, cioè:   Paesano Giardiniere Savojardo  Montanaro Savojardo   Maltese  Rezio  Chinese  Spagnolo  Catalano  Samuese  Celtico  Greco  Frascatano   Stentarello.   Quadriglia a piedi.   Giove  Giunone  Minerva  Mercurio  Apollo   Diana  Ercole  Marte  Nettuno  Plutone   Dio Termine  Diavolo  Bacco  Satiro  Don  Chisciotte  Sancio Pancia  Uffiziale Svizzero  Spaglinolo  Turco  Gran Gigante  Spaccamondo   Due Chinesi  Donna in caricatura  sei caricature  diverse  sei Arlecchini  sei Lapouf  Pulcinella  Italiano  Pulcinella Francese  Girolamo  Vecchio  Bamboccio  Piccola Vecchia Balia.  Schiera di sei fantini a cavallo.   HI. Altra di sei fantini a cavallo, i tre primi di ca-  dauna corsa, che giungeranno al palio dovranno cimen-  tarsi in una terza corsa per disputarsi i premi.  Schiera di dodici piccoli cavalli montati dalle  succennate caricature. Schiera de’sei fantini a cavallo vincitori nelle pri-  me corse, per disputarsi i premi.  Gran carro elegantemente ornato, tirato da quat-  tro cavalli in ricca bardatura, e preceduto dall’Araldo,  nel detto carro Francesco Uetz eseguirà ai quattro an-  goli dell’anfiteatro le forze d’Alcide, ed i sorprendenti  equilibri, nei quali fu altre volte tanto applaudito. Corsa di sei bighe, le prime quattro a giungere  al palio dovranno eseguire un^altra corsa per disputarsi  i premi.   Vili. Gran carro come sopra, su cui dalla famiglia  Uetz saranno eseguite piramidi ed attitudini Greche.    iX. Seconda corsa delle quattro bighe vincitrici nella  prima, per disputarsi i premi.   X. Schiera de’sei piccoli cavalli vincitori nella prima  corsa, che ne eseguiranno una seconda per disputarsi i  premi. Marcia trionfale dei vincitori nelle corse sopra i  l’ispettivi cavalli e bighe, aperta dall’ Araldo come sopra. Gran bouquet di fiori a fuoco d’artificio e batteria, lavoro dell’artista pirotecnico Giuseppe Uetz, al-  l’usciU tutte le porte saranno illuminate.    Dei» ^tepwetir^  ì)ct/   iDfooitve e   i^owc/i<yt   6 Jet/ <5^ aw.tii*i/   liv 0^41   (J^omnuoM/ltvoe  Se? ^teuuo  iiv oiWi.   CORSA DELLE BIGHE.    Preda Giuseppe   Trabattoni Paolo   I. Galli.   Vimercati II.   5 oo   Gattoni   Comisoli III.   4oo   Garillio Giuseppe   Pomè Giuseppe   IV.   3 ao   CORSA DEI FANTINI A CAVALLO. Fassi Salvatore. Smith. Mreglit Giansi.  II. Creizer Varesi. EOO   CORSA   DEI PICCOLI   CAVALE   Piaggio   I.   100    Ronchi.   I. Galli . Grandioso c tutto nuovo spettacolo^ che per  opera di Luigi Henry si eseguirà. Gran coro pescareccio alla siciliana composto dal  maestro di musica sig. Panizza, diretto dal sig. Granatelli  td eseguito da cinquantadue dei migliori e più esperti,  coristi di questa capitale coll’accompagnamento d’una  numerosa banda militare, composta di novantadue pro-  fessori, durante il quale gli aspiranti ai premj dei differenti giuochi si presenteranno al concorso. Corsa dei nuotatori, che sarà di tragitto assai breve,  il premio del vincitoi’e sarà di austriache lir. loo.   Premiato Gixisei’pe N., fabbro-ferrajo in S. Celso.  Giuochi d’equilibrio, due dei concorrenti, che  avi’anuo la destrezza di stabilirsi i primi in piedi sul  palo uno alla destra e l’altro alla sinistra delle carceri,  acquisteranno ciascuno una posata d’argento.   Premiali. Annibale Isman. Antonio Fava. Corsa dei selvaggi del mare del sud, nelle piroghe  delle isole di Sandwich, scoperte dal capitano Cook, che  faranno l’intero giro dell’arena. Il premio del vincitore  sarà di austriache lire lOQ. Premiato. Giuseppe Arnaboldi. Giuoco dei bilancieri, ossia, giostra di mare sospesa  innanzi alla porta libitinaria. Il primo campione, che  avrà rovescialo due de’ suoi avversai] avrà in premio  della sua destrezza, una tazza d’argento. Premiato. Filippo Megname. Corsa di due campioni in piedi a fior d’acqua,  che partiranno dalle carceri ed attraverseranno l’arena  in tutta la sua lunghezza. Il vincitore avrà in premio  di austriache lire loo.   Premiato. Gaetano Ricco.ll. Giuoco dei due alberi di Cipresso, dirimpetto  alla porla trionfale, un bicchiere d’argento collocato alla cima (11 ciascuno del due alberi, sarà 11 premio del vin-  citore.   Premiati. Pietro Mur\tori. Domenico An(;isola. Giuoco delle corde, come si pratica sui vascelli  d’alto bordo, in facciata al pulvinare. Ciascuno del due  vincitori avrà il premio d’un orinolo d’oro.   Premiali. .Rossi. Colnago. La Balena escirà da una specie di chiavica praticata  alla porta trionfale, ed attraverserà più volte il recinto  dell’arena coll’andamento suo naturale, e con tutti gli  spontanei suol movimenti, aprendo l’immensa bocca col  maneggio della lingua, girando gli occhi e la testa,  versando grandi getti d’acqua dei vasti spiragli alla  sommità del suo capo, e movendo in lutti i versi la  voluminosa sua coda, a segno di dare una precisa idea  della forma e natura di questo gran mostro marino. Sarà ripetuto il gran coro sul cader della notte. Corsa (11 due barche illuminate l’una di lanterne  gialle, l’altra di lanterne rosse. Queste faranno il giro di  tutta l’arena partendo dal pulvinare, e la barca vincitrice nella corsa avrà il premio di austriache lire loo.   Premiato. Antonio Gregol.   XII. Una generale illuminazione in parte stabile, in  parte galeggiante   Quattro fontane di fuoco, lavoro del signor Uetz,  annunzieranno al pubblico il termine dello spettacolo. Spettacolo che darà Francesco Uetz. Il suddetto si produrrà con corse di fantini a cavallo  unitamente alla compagnia di Syberlus Vansuest, che  eseguirà quanto di più difficile e variato in equestri eser-  cizii presenta la scuola del celebre Franconi di Parigi. La picciola milanese, d’anni sette, in abito d’amore  percorrerà due volte l’anfiteatro in piedi sul suo cavallo.  ed eseguendo passi ed attitudini superiori alla sua età  sarà regalata d’una bandiera. Corsa di sei fantini a cavallo, che in abito da  mammalucchi, eseguiranno tre giri intorno all’anfiteatro. Corsa di tre cavallerizzi in piedi sopra due cavalli. La corsa sarà di due giri. Al vincitore saranno  date aust. lir. loo ed una bandiera   il vincitore fu Colombet. Corsa di altri sei mammalucchi a cavallo, che come  i precedenti, eseguiranno tre giri intorno al circo. Corsa a cavallo di due donne, vestite da Amaz-  zoni, ed accompagnate da due cavallerizzi. Eseguiranno  esse tre giri. La vincitrice otterrà una bandiera d’onore  con appesa una ricca sciarpa   che fu madama Bertotto. Corsa dei primi tre mammalucchi vincitori in  cadauna delle precedenti due corse, per disputarsi i premi  di N.” 4 doppie di Genova il primo. N.° 3 il secondo.  N. 2 il terzo, e zecchini tre il quartoj i vincitori furono:   Proprietarj de’ cavalli.  Passi Salvatori. IL Ratti Giuseppe. Maninj  Vignati. Fantini. Smith Giacomo. Cattaneo. Mazzoli. Cozzio. Corsa sopra tre cavalli, eseguita in piedi dal gio-  vinetto Tardini, d’anni dieci, vestito alla Romana, farà  due giri. Avrà egli pure una bandiera d’onore. La vincitrice madama percorrerà il circo, seguita da tutta la comitiva dei vincitori, portanti cia-  scuno la propria bandiera. E per ultimo gran fuoco variato d’artificio, col quale  s’illuminerà il «gran tempio situato innanzi alla porta  principale dell’anfiteatro. Oltre i fuochi del Bengal vi  sarà una continua esplosione di colpi di cannone e di  bombe. Straordinario, equestre, pirotecnico, areostatico spettacolo che darà la compagnia di Guerra.   Il suddetto darà equestri esercizi unitameute a corse  di jockeys a cavallo, esperimenti areostatici e fuochi  artiOciali; detto spettacolo sarà diviso come segue:   Grand’entrata di tutti gli artisti della compagnia, che  col corredo di due bande militari eseguiranno il giro di  tutto Tanfiteatro. Gara a gran carriera sopra piccoli cavalli eseguita  da quattro giovinetti allievi, che dovranno percorrere  per tre volte l’intera Arena ad uso de’fantini. II primo,  che ira d’essi arriverà al palio avrà in premio una bandiera   e fu Rodolfo Guerra. Corsa dei jockeys inglesi a cavallo, dovranno essi  compiere tre giri intorno alla spina ovale, ed i primi  tre, che arriveranno alla meta, dovranno cimentarsi in  un’ altra corsa pure di tre giri per disputarsi i premi. Corsa di quattro madamigelle, che percorreranno  tre volte l’Arena: le prime due, che giungeranno alla  meta, dovranno eseguire altri tre giri per ottenere la  bandiera d’onore. Premiata Schier. Verranno innalzati in aria alcuni palloncini col  mezzo del gas idrogene, che non saranno discari agli  spettatori. Corsa di cinque cavalli a dorso nudo, ed a gran  carriera di Cocchi, eseguendo tre giri  intorno la spina ovale. Corsa dei tre jockeys a cavallo risultanti i primi  nella corsa precedente per determinare fra loro i premi, pel primo di ausi. lir. 3oo  pel secondo 2oo  pel  terzo lOo, i vincitori furono;   Proprietarj de’cavalli. Sperati. Mreght. Merlo.  Jockeys.   Brunelli. Giansì. Gambarino. Giuochi di Troja di tre cavallerizzi eseguili in  piedi sopra due cavalli, ed a gran carriera percorreranno  tre volte Tampio circo assegnando al primo uUa bandiera d’onore.   Premiato Bartolomeo Volani. Altro esperimento areostatico coll’ascensione d’un  pescatore col pesce rombo. Tenzone dei due artisti sopra tre cavalli a gran  corso, eseguiranno essi tre giri, ed il primo che arriverà  al palio otterrà una bandiera d’onore. Premiato Bartolomeo Volani.   Al termine dello spettacolo l’anfiteatro presenterà quasi  un nuovo orizzonte pel magnifico fuoco d’artificio opera  d’un artista romano, restando in un istante illuminalo  da fuochi di Bengal. Equestre spettaeolo variato cogli Elefanti,   La compagnia del cavallerizzoTourniaire, ottenuta la superiore permissione  di fare nel soprannominato giorno un interessantissimo  trattenimento in questo grande anfiteatro, si propone  essa di segnare cosi fatta avventurosa circostanza col-  l’offei-ta d’uno spettacolo d’Equitazione varialo con divertimenti, che nulla avranno di comune con quanti altri, se ne sono dati finora. Grande entrata di tntti gli artisti, che col corredo  di banda militare, e di trombettieri militari a cavallo,  eseguiranno il giro di tutto l’anfiteatro.  Gara a celere corsa di quattro giovinetti vestiti di  jockeys inglesi, percorreranno tre volte il circo, ed il  primo de’quali arrivato al palio riceverà la bandiera.   Il vincitore Nicolò Moro. Corsa di otto contadini i quali correranno tre  giri, ed i primi quattro, che giungeranno alla meta,  dovranno nuovamente in un’ altra corsa disputarsi tre  premj. Tenzone di due Greci che sopra due cavalli a  schiena nuda per due giri, eseguiranno nel secondo giro  il salto di due barriere, ed il vincitore avrà una bandiera  d’onore.   Il vincitore fu Luigi Tourniaire. Esercizi all’Inglese eseguiti da sei cavallerizzi assegnandosi ai primi due, che arriveranno alla meta due  premi; al primo un pajo speroni d’argento, ed al se-  condo un anello d’oro. I vincitori sono:   Primo Luigi Naicase.. Secondo Carlo Reichard. Corsa di quattro damigelle sul cavallo, col premio d’un braccialetto e un pajo d’orecchini d’oro. Vincitrici:   Prima Adelaide TourniAire. Seconda Maria Collet.   \II. Corsa di quattro artisti ciascuno in piedi sopra  due cavalli col premio d’un pajo speroni d’argento e  d’un anello d’oro. Vincitori:   Primo Francesco Lavelliè. Secondo Luigi Tourniaire,   Vili. Corsa dei primi quattro contadini vincitori, che  nuovamente percorreranno con tre giri l’anfiteatro per  disputarsi 1 premj, pel primo aust. lire 200, secondo  i 5 o, terzo 100. Vincitori:   I. Pietro Bianchi, lì. Luigi Cattaneo. Felice Ronchi. Ricomparirà Luigi Tourniaire, stando in piedi  sopra due cavalli a dorso nudo manovrando altri quattro  cavalli. Esercizi di quattro Cosacchi col premio d’itn orologio d'oro, ed uno d’argento. Vincitori:   Primo Francesco Tourniaire. Secondo Carlo Delneccui. Grande pompa trionfale con due Elefanti magni-  ficamente ornati e montati da madamigella Adelaide  Tourniaire, e da Mattias Steffani. Chiuderà lo spettacolo quattro archi trionlali  illuminati d’un fuoco d’artifizio. Grandioso spettacolo intitolato Vincendio di  Rokeby. Sarà costruito in mezzo dell’arena un magnifico castello d’ordine gotico-inglese, lungo cinquanta braccia,  proporzionatamente largo ed alto, della forma d’un ottangono oblungo con quattro torri agli angoli. La parte principale dello spettacolo consisterà in una  manovra in grande, eseguita nel suddetto castello dive-  nuto preda delle fiamme, da pompieri veterani di questa  città, cioè quelli che hanno servito in questo corpo, sotto  ottima direzione, la qual manovra sola durerà per lo  meno un’ora ed un quarto, offrendo ad ogni istante i  più superbi e variati colpi d’occhio, finché le quattro  torri ed altre parti del castello cadranno col fragor del  tuono, diffondendo una luce vivissima, il che unita-  mente ad un combattimento al di fuori del castello,  offrirà un colpo d’occhio de’più imponenti che si possono immaginare. Gl’incidenti dello spettacolo consisteranno in un bom-  bardamento ed espugnazione del castello, in diversi  combattimenti interni ed esterni, marcie ed altre azioni  mimiche con musica scelta espressamente a tal uopo. Agiranno in questo straordinario spettacolo oltre il  corpo suddetto di pompieri un corpo di castellani, un  corpo di banditi, un corpo di truppe regolari con artigìieri condotti da diversi capi, un seguito di damigelle  di Matilde, signora del castello di Rokeby, tutti vestiti  ed armati analogamente. Valentissimi artisti gareggieranno, affinchè lo spetta-  colo sia degno del magnifico anfiteatro, nel quale viene  rappresentato, e possa divertire, e fors’anco sorprendere,  questo coltissimo pubblico e quest’inclita guarnigione  sempre giusti nel pronunciare i loro giudizj. Il grande spettacolo, che si doveva dare nell’Arena di questa città vi attirò molto concorso  di spettatori.   La riuscita non avendo corrisposto all’aspettazione, il  Pubblico manifestò la sua disapprovazione con grida, e  la parte meno educata ridusse in pezzi le sedie e le ta-  vole di cui erano muniti i sedili. La maggior parte però  degli spettatori si disponeva già tranquillamente alla  partenza, quando apertesi tutte le porte per la sortita,  una moltitudine del basso popolo si presentò al di fuori  per entrare nell’anfiteatro, dove voleva distruggere per  vendetta il fiuto castello di Rokeby, argomento dello spettacolo. Le guardie militari essendo accorse per Impedire que-  sto pericoloso accesso della moltitudine tumultuante, vennero investite a colpi di pietre per cui alcuni soldati  ed impiegati rimasero feriti.   Un distaccamento militare dopo aver resistito per lungo  tempo alla sfrenatezza della plelie, tornati vani i tentativi  per allontanarla, nè potendo più oltre difendersi, incominciò daU’cseguire esplosioni di fucile in aria, per incutere timore, ed infine non avendo ottenuto effètto alcuno, ed incalzando sempre più la moltitudine, fece sca-  riche a palla.   Un individuo venne così sgraziatamente colpito amorfe,  ed altre dieci più o meno gravemente feriti.   La moltitudine allora si disperse, ogni tumulto, che  d’altronde limitossi alla sola località dell’anfiteatro cessò,  e questo disordine non ebbe altre conseguenze sulla tran-  quillità pubblica, la quale era in tutte le altre parti  della città nella medesima sera^ come all’ordinario perfetta.   Spettacolo equestre eseguito da Alessandro  Guerra. Consistente nella corsa delle bìglie  nella corsa dei  Jockeys a cavallo Corsa di Cocchi sopra cinque cavalli a dorso nudo  Corsa di quattro damigelle vestite alll’Amazzone col premio d’uu’elegante sciarpa  che l’ottenne   Leonilda. Carrara.Forze da^Gladlatori sopra cavalli, eseguiti da Antonio  Brand e Gaetano Ciniselli Esercizi di Troja, eseguiti  da quattro cavallerizzi col premio d’una ripetizione d’oro  ottenuta da Cocchi. Avrà fine lo spettacolo con un dilettevole fuoco d’artificio terminante collo scoppio d’una batteria. afonie e GogwoiM'6  ?ei. 5'x'Opwe^oW'j   Dei Oai’idli'   elGoiite 6 Gogirowve'  De^Pi clbiKti^*  e 5ocke^A   IH/   ailomiMOute^e  De-E ^teiwto  iw/ cHauA.   CO   RSA BELLE BIGHE. Sperati   Rovelli I. 5oo Consoni   Yimercati CORSA DEI JOCR   EYS. Guerra   Ciniselli   I.   3oo   Suddetto Volani Spettacolo equestre del detto Guer,   Consistente nelle corsa delle bighe  Corsa dei fan-  tini a cavallo  Corsa di tre damigelle sopra due ca-  valli pel premio d’tma spilla di diamanti e corona d’al-  loro, la vincitrice fu   Leonilda Cariura.   Altra corsa di Giorgio Cocchi dirigendo sette cavalli  Esercizi dei Gladiatori Corsa di quattro dami-  gelle a cavallo col premio d’un anello vinto da   Luigia Letard,   Avrà fine lo spettacolo con un fuoco artificiale, re-  stando illuminato l’Anfiteatro da fuochi di Bengal. eTCtfiue e Oo^u/diue  Sei/   dei Oa(;ixl^   eHaoitie e Oo^uoiu'e   e del ^ oaitiiu   ^vatMO   Uh   ’^om/movXaK/e  deE ^velino   IH cllou/A.   CORSA DELLE BIGHE,    Sperati Giuseppe   Rovelli Gaetano I. 5oo Consoni Francesco   Vimercati Luigi   II.   CORSA DEI FANTINI A   CAVAILO,   De Micheli Frane. Ciniselli Gaetano   I. aSo Guerra Alessandro Volani Bartolomeo II.   i5o   Grisetti Carlo,   Cozzi Giuseppe.  III. 100 I   t-  re spettacolo Consistentt  tini a cavalle  valli pel prei  loro, la vinci   Altra corsa Esercizi d  gelle a cavali   Avrà fine ’  stando illumi    (Set ^topwela.  deir Qrava^ Sperati Giusef  Consoni Frane   CORSi   De Micheli Fri  Guerra Alessat  Grisetti Carlo. Getty. Giovanni Lanza -Branciforte. Branciforte. Keywords: i giochi olimpici, Ikko, Crotone, Taranto. Branciforte. Refs.: Luigi Speranza, "Grice e del Vasto," per Il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia. Branciforte.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Brandalise: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del municipio di Firenze –albero fiorito -- immune, comune – scuola di Pistoia – filosofia toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Pistoia). Filosofo toscano. Filosofo italiano. Pistoia, Toscana. Grice: “I would say that Brandalise is a Griceian – his tutees know it! He has philosophised on keywords: communicazione, l’altro, indeed what he calls the Kantian transcendental necessity of ‘l’altro,’ and the idea of a ‘collective’ desiderio – or comunita – What is that if not my philosophy of communication?” Adone Brandalise (Pistoia) è un critico letterario, letterato e accademico italiano. Si laurea con Branca con una tesi dal titolo L'opera e la critica. Esperimenti critici su testi narrativi italiani, in cui vengono sperimentati nuovi metodi critici su testi di Manzoni e Gadda.  Professore di teoria della letteratura presso l'Padova, la sua attività di ricerca si caratterizza per il costante intreccio tra riflessione filosofica e psicoanalitica con l'interpretazione del testo letterario. I luoghi seminali della sua ricerca vanno individuati nello studio di Spinoza e Plotino, cui si dedica sin dalla giovinezza, di Hegel e dell'idealismo tedesco, oltre che nell'approfondimento risalente agli anni Settanta dell'opera di Lacan.  Promotore di numerose iniziative scientifiche, tra cui alcuni progetti di didattica e ricerca legati agli studi interculturali, ha collaborato a riviste quali "Lettere italiane", "Studi novecenteschi", "Immagine riflessa", "Il centauro", "Filosofia politica" o "Trickster".  Tra i temi che segnano la sua ricerca vanno senz'altro segnalati alcuni molto ricorrenti: il problema della singolarità, il rapporto tra mistica ed evento soggettivo, quello tra pensiero filosofico e azione politica, quello tra poesia e pensiero. Attentissimo cultore della musica operistica e del cinema, tra gli autori che maggiormente animano la scena della sua riflessione, affidata soprattutto all'oralità, sono Platone, Leopardi, Melville, Nietzsche, Shakespeare, León, Ophüls e Welles.  Operaismo Brandalise opera a Padova, dove anima e partecipa a partire dagli anni settanta alla costituzione di numerosi seminari e momenti di studio, anche in relazione con i dibattiti dell'operaismo. Oltre all'attività sindacale, in comunicazione con Bianchini (Padova), segna questa fase di sua riflessione politica il lavoro svolto "off air" nella direzione romana di "Il Centauro. Rivista di Filosofia e teoria politica, nel cui comitato direttivo operavano anche Nicola Auciello, Adriana Cavarero, Remo Bodei, Massimo Cacciari, Umberto Curi, Giuseppe Duso, Roberto Esposito, Giacomo Marramao, Giangiorgio Pasqualotto, Biagio De Giovanni (direttore) e Racinaro.  Il Centauro, rivista pubblicata dall'editore Guida, nasce in una fase storica segnata dal caso Moro, dal compromesso storico, dal teorema Calogero. L'idea dei redattori era di avviare un laboratorio politico in cui potessero intervenire intellettuali legati al PCI, anche se in modi spesso prossimi al dissenso. Tuttavia non compare nelle rievocazioni più recenti degli anni dell'operaismo il nome di Brandalise, certo per la relativa assenza di suoi interventi scritti, ma anche per il coagularsi del suo percorso politico negli anni Novanta intorno alla "nozione sintomatica" di politica invisibile e poi, nel decennio successivo, di decostituzionalizzazione.  Opere Oltranze. Simboli e concetti in letteratura, Padova, Categorie e figure. Metafore e scrittura nel pensiero politico, Padova, Macola, Psicoanálisis y arte de ingenio: de Cervantes a Zambrano, Malaga, Miguel Gomez, con Macola e Otin, Bestiario lacaniano, Milano, Mondadori, L'immagine del territorio e i processi migratori, in M. BERTONCIN, A. PASE, Territorialità, Milano, Angeli. In weiter Ferne so nah. In margine al sermone Beati Pauperes, in (G. Panno) Il silenzio degli angeli. Il ritrarsi di Dio nella mistica medievale e nelle riscritture moderne, Padova, Unipress, Oltre la comparazione. Modi e posizioni del pensiero dopo l'intercultura, in (G. Pasqualotto), Per una filosofia interculturale, Milano, Mimesis, Introduzione (con Barbieri), in (Barbieri, Mura, Panno), Le vie del racconto. Temi antropologici, nuclei mitici e rielaborazione letteraria nella narrazione medievale germanica e romanza, Padova, Unipress, Il multilinguismo nella mediazione (con Celli, Rhazzali, Sartori), in (Mantovani) Intercultura e mediazione, Roma, Carocci, Postfazione, in C. Tenuta, Dal mio esilio non sarei mai tornato, io. Profili ebraici tra cultura e letteratura nell'Italia del Novecento, Roma, Aracne, con N. Fazioni, Cosa cambia con Lacan? Saperi, pratiche, poteri, in International Journal of Žižek Studies, Dentro il confine, Milano, Mimesis,.  Metodi della singolarità, Milano, Mimesis,.  La necessità dell'Altro: scritti in onore di B., Milano, Mimesis, Gentili, La crisi del politico. Antologia di "Il Centauro", Guida B. Sito dedicato all'opera e al pensiero di B. Pod cast degli interventi di B. Biografie Letteratura  Letteratura Università  Università Categorie: Critici letterari italiani Letterati italiani Accademici italiani Professore Pistoia. B.. camlet bound round the waist with a girdle, after the ancient  fashion, and a mantle lined with minever, with a hood which  they wore over their heads. And the women of the people  were clothed in coarse green cloth of Cambrai, made after  the same fashion. A hundred lire* was an ordinary dower  for a wife. A dower of two or three hundred was in those  days considered enormous. Girls, for the most part had  completed their twentieth year before they were married.  Thus rude in dress and customs were the Florentines of  those days ; but they were loyal, and kept good faith, both  among each other and towards the Commonwealth. And  with their poverty and coarse mode of life, they did greater  things, and acted more virtuously, than we do with our  greater effeminacy and greater riches. Those were the manners of the good old times before the  building of the second walls around the increased city. The  position of these walls, and the amount of space thus added  to the city, are very accurately known. The line taken by  the new circuit has been minutely recorded by Malispini,f  Villani, J and Coppo Stefani.§ But it will be sufficient for  our purpose to indicate in a more general manner the  extent of the increase.   The old city, wholly confined to the northern bank of the  river, stretched along it from a point near the present Ponte  Santa Trinita, to another a little beyond the building of the  Uffizi. A line drawn northward from the foot of the Ponte  Santa Trinita, to the corner formed by the Via de' Rondinelli and the Via de' Cerretani, and thence turning at a sharp  angle westward, proceeding then in a direct line to the Piazza  del Duomo, encircling the Cathedral, and then turning  southwards to rejoin the river by a line nearly correspond-  [The Tuscan lira is now equal to eightpence sterling-. To find its  equivalent value at the time in question it must be multiplied by from ten  to fifteen.] ing with the present Via del Proconsolo, the Piazza di San  Firenze, and the Via de Leoni, would very nearly mark  the position of the old wall. The new one enclosed an area much more than twice as large as the old  city. This new wall extended along the northern bank of  the river from the present Ponte alle Grazie to the Ponte  alia Carraia. A direct line drawn in north-western direction  from the foot of the latter, to the sharp corner made by the  Via delle Cantonelle, behind the Church of St. Lorenzo,  turning at that corner to follow in a south-easterly direction,  and nearly in a straight line, the course of the streets De  Gori, C alder ai, De Pucci, De' Cresci, and St. Egidio, to  the corner of the Via del Fosso, and there again turning to  the south-west, and striking towards the river in a direct  line by the streets Del Diluvio and De Benci, to the foot  of the Ponte alle Grazie, would form the new boundary of  the city on the northern bank of the river. But the  suburbs which had been gradually formed on the southern  bank, were also now for the first time brought within the  walled city. This new " Oltrarno" quarter, "beyond the  Arno," comprising less than a quarter of the space now  occupied by the city on the southern bank, was bounded  by the river from the Ponte Santa Trinitd, nearly to the  Ponte alle Grazie, and by a line of wall which, starting  from the bank at the spot where the former of these  bridges now stands, followed the entire length of the  present Via Maggio, and then turning at an acute angle  back again towards the river, crossed the Piazza de Pitti in  an oblique direction, so as to exclude the ground on which  the Pitti Palace now stands, pursued an irregular course  along the foot of the steep hill, which here leaves but a  narrow space between it and the Arno, till it rejoined that  river in the immediate neighbourhood of the Ponte alle  Grazie.   It will be seen that this notable enlargement of the city, while more then doubling its former area, comprised a  space less than a fourth of that contained within the  present wall, which third circuit was, in most respects as  it still remains, traced some time ago.  Keywords: immune, comune, rodano, paradosso del reciproco, amare, ligarsi, bestiario griceiano, bestiarium griceianum, il municipio di Firenze. "To change the image somewhat, what bothers me about what I am being offered is not that it is bare, but that it has been systematically and relentlessly undressed. I am also adversely influenced by a different kind of unattractive feature which some, or perhaps even all of these bêtes noires seem to possess."  Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Brandlise” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Breccia: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della metafisica del dialogo – scuola di Trento – filosofia trentina -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco d H. P. Grice, The Swimming-Pool Library  (Trento). Filosofo trentino. Filosofo italiano. Trento, Trentino-Alto Adige. Grice: “I like Breccia; he is, like Vitruvio, obsessed with the male human body – but also about the ‘metafisica del dialogo,’ so we can call him a Griceian!” --  Breccia nel suo studio a Roma.  Pier Augusto Breccia (Trento ), filosofo. La pittura di Breccia esplora l’essere umano con un approccio ermeneutico (nel senso della filosofia ermeneutica moderna di Jaspers, Heidegger, Gadamer) e si apre su un vasto orizzonte di temi filosofici. L’opera di Breccia include oli su tela, matite e pasteli su carta, 7 libri e numerosi saggi critici. B. ha esposto in personali in Europa e USA.  La famiglia paterna è originaria di Porano, un piccolo paese dell’Umbria, dove sua madre, Elsa Faini (di Trento), si era trasferita nel dopoguerra. I genitori di Pier Augusto lavoravano entrambi nel settore ospedaliero: infermiera la madre e chirurgo il padre Angelo. La famiglia si trasferisce a Roma, dove B. trascorrerà la maggior parte della sua vita. Si iscrive al liceo classico Giulio Cesare di Roma, dove matura un profondo interesse per gli studi umanistici che lo accompagnerà per il resto della vita. Scopre la Divina Commedia che studia di sua iniziativa affascinato dalle allegorie dantesche. Subito dopo, attratto dalla filosofia e dalla mitologia greca, traduce per l’editore Signorelli l’“Antigone” di Sofocle e il “Prometeo legato” di Eschilo. Ancora nella fase adolescenziale traduce i “Dialoghi” di Platone.  Completati gli studi liceali  si iscrive alla facoltà di medicina dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e riceve, con il massimo dei voti, la laurea in medicina.  Professione medica Dopo la laurea consegue una specializzandosi in urologia, in chirurgia generale e successivamente in chirurgia cardiovascolare mentre comincia a far pratica al Policlinico Agostino Gemelli di Roma. Sposa Maria Antonietta Vinciguerra, nasce il primo figlio, Claudio e la figlia Adriana. Si trasferisce a Stoccolma, dove lavora al centro di chirurgia toracica e cardiovascolarere dell'Istituto Karolinska sotto la supervisione di Viking Björk (inventore della valvola cardiaca Bjork–Shiley). Tornato all’università Cattolica di Roma e al connesso ospedale Gemelli, diviene professore associato. Ppratica interventi a cuore aperto e pubblica circa cinquanta articoli in riviste mediche.  Il punto di svolta: dal bisturi alla matita È quando B. scopre un inaspettato talento per il disegno, che nei due anni successivi diverrà il suo hobby. Soltanto dopo la morte di suo padre e a seguito di una profonda crisi esistenziale, il talento disegnativo trova la sua espressione creativa. La produzione artistica dei primi due anni e il pensiero filosofico da questa ispirato confluiscno nel libro "Oltreomega".  Durante un periodo di produzione artistica e di mostre in Italia e all’estero (‘'Monologo corale’', ‘'Le forme concrete dell in-esistente’', ‘'La semantica del silenzio’') prende un'aspettativa dalla professione medica. Nel biennio seguente, lo stile artistico, da lui definito "ideomorfico", si delinea con maggior chiarezza, così come il pensiero filosofico, che presenta nel libro “L’Eterno Mortale”. Dà le dimissioni dalla professione di chirurgo e nello stesso anno porta le sue opere a New York, presentandole in due mostre consecutive, alla Gucci e all’Arras. La strada dell’arte, si delinea rapidamente e, appena date le dimissioni, si trasferisce a New York dove trascorre la maggior parte del tempo. Durante questo periodo, espone in diverse città degli Stati Uniti (New York, Columbus, Santa Fe, Miami e Houston).  Sin dall’inizio è estremamente prolifico e l'opera dei primi dieci anni viene raccolta nel libro “Animus-Anima”, che comprende immagini di sue opere. Torna stabilmente a Roma ed espone in diverse città italiane ed europee. Pubblica "L’altro Libro", scrive “Il linguaggio sospeso dell’auto-coscienza”. B. presenta novanta opera in un’imponente personale al museo Vittoriano e pubblica “Introduzione alla pittura ermeneutica”, il suo manifesto artistico, al quale collabora il filosofo Matassi. Negli anni seguenti, malgrado le condizioni di salute, è impegnato in numerose mostre in musei italiani ed europei.  Dopo la chiusura della sua mostra di Trento, ha un infarto nel suo studio di Roma, viene portato al Policlinico Gemelli, emuore. Ragione e immaginazione: “lo spazio pensante” Lo spazio è l’elemento più distintivo delle opere di B., che egli stesso definisce “denominatore comune della pittura ermeneutica[...] principio stesso delle nostre facoltà intellettive”.  Tuttavia, se nello spazio paradossale di B. la ragione si sospende e precipita di continuo, il senso di armonia ed equilibrio, che caratterizza tutta la sua opera permette all’immaginazione di entrare nello spazio senza alcun tormento.  Forme, colori e luce: dis-oggettivazione Un'altra caratteristica delle tele di B. è la presenza di “oggetti”, in un equilibrio generato tuttavia da forme e colori piuttosto che da una oggettiva metrica di spazio. Allo stesso tempo, tali “oggetti”, ridotti a forme/colori essenziali o addirittura trasformati in spazio stesso o “altro da sé”, sono privi di una vera oggettività e di conseguenza sono aperti ad essere letti come linguaggi, segni o, più propriamente nel senso della filosofia ermeneutica di Karl Jaspers, come “cifre”, cioè “segni” non ancora interpretati.  L’uso della luce e del chiaroscuro è parallelo a quello dello spazio e della prospettiva nella molteplicità di paradossi.  L’assenza di una fonte di luce all’interno dello spazio pittorico contribuisce a rimuovere contenuti emozionali.  In ultimo, il rapporto luce-spazio-forma crea l'ennesimo paradosso di B. Se la luce è spesso associata a ciò che è comprensibile razionalmente (e.g. “luce della ragione”), nelle opere di B. tutto appare al contempo luminoso e misterioso.  B. usa il termine “pittura ermeneutica” per descrivere la sua posizione come artista nel suo Manifesto “Introduzione alla pittura ermeneutica”. Il presupposto di significabilità della cifra pittorica ermeneutica è la libertà da canoni, convenzioni, dogmi di spazio e tempo, del qui e dell’ora, che permette una verifica della significabilità dal di dentro. In tal senso, l’arte può essere un’esperienza di conoscenza, in quanto “apertura” da “un lato sull’infinita alterità dell’essere o di Dio, e dall’altro sulla personale coscienza dell’ ‘Io’.”(Introduzione alla pittura ermeneutica). Moschini e Zitko Zitko Zitko Comunicare, Università Cattolica del Sacro Cuore,.  Unomattina, RAI Unomattina, Gennaio Zitko Moschini e Zitko, p.38.  Steiner Steiner Moschini e Zitko Moschini e Zitko, p.40.  B., Introduzione alla Pittura Ermeneutica, Vivaldi Moschini Zitko Steiner Moschini e Zitko.  Moschini e Zitko Moschini, M. e Zitko(), "The educational path of Ideomorphism. From theory of knowledge to philosophy", Journal of Philosophy and Culture supplement, laNOTTOLAdiMINERVA Zitko, "Il linguaggio della pittura ermeneutica e la Chiffer di Jaspers", Dipartimento di Letteratura e Filosofia, Universita' di Pisa Steiner, Profile: B., ART TIMES Steiner, Critique: B. at Arras Gallery, NYC", ART TIMES Steiner, B.: Another Look, NYC", ART TIMES Matassi, E. Sur la peinture Hernéutique: B., “le messager d’alterité”.I n: Du Nihilism à l’hermenéutique libri gratis su itunes The educational path of Ideomorphism La pittura ermeneutica, su didattica ermeneutica. B.: biografia, su direnzo. Biografie  Biografie:  di biografie Categorie: Pittori italiani Filosofi italiani Saggisti italiani Professore Trento Roma. THE DIALOGUE   The universe of speech is egocentric. At the centre is the speaker  (ego) and the listener is slightly off-centre (tu). The listener becomes  a speaker in his turn and the axis of the universe shifts slightly, but  these are the two persons of speech, and all others are objects to be  pointed out. Ego spreads symbols in front of tu, but tu is the arbiter  of intelligibility. If ego makes unintelligible noises or speaks Greek  to the Eskimo tu, there is no communication and therefore no language. If ego's symbols are unsatisfactory or unsatisfactorily  arranged, tu demands a new set or a better arrangement. Since  speech is a function of action, tu's acts determine the sense of  ego's symbols to the extent that ego must either acquiesce or come  to a new understanding. Soliloquy, meditation, and ‘arranging one’s thoughts’ are imitations of dialogue. They have involved in past time even  movements of lips ; hence the theatrical convention that the soliloquy and the read letter can be overheard. But ego does not speak  to ego; he has far quicker ways of understanding himself. He soliloquizes before an imaginary tu and he arranges his thoughts  with a view to addressing later some real tu. The dialogue occurs within a frame of reference provided by  circumstances and concerns some event. Gardiner 1 describes speech as four-sided, with the IV factors of I speaker, [Gardiner, Speech and Language, Oxford, io] II listener, III words, and IV things. The things, however, should be those  of a given moment, forming an external and concrete association  which we call circumstance. It is better to think of them as external  and concrete, because so they are in all languages, including savage  ones. Two persons may discuss the square root of minus one in an  oubliette at midnight and so reach an extreme of abstract speech,  but the topic is no more than the last of a long series of abstractions  which began with the sum of two flints or cave-bears or the Circumstances or Context Event or  Phenomenon  Impression Expression impression  I H  like. A square was once a pattern on the ground. If one says to  another ‘the unexamined life is not worth living’ there has to be a  context of ethical discussion to determine what is ‘life’, ‘worth* or  ‘examination*. An insurance agent might be puzzled by the phrase  and emend it to ‘the medically unexamined life is not worth  insuring*. Even so, though more concrete, his language represents  the end of a complex process of civilized abstraction. That speech  should be possible without visible circumstances is a relatively late  development, and is achieved by the creation of contexts. The context of a discourse consists of spoken conventions which enable us  to dispense with visible objects, by siting the discourse well enough  to give the supplementary information that would otherwise have  been derived from circumstance. The language even of savages contains some abstraction, since  they speak of some parts of circumstance and neglect others. Yet  the Australian Arunta cannot count or distinguish times or identify  themselves. Basque host ‘five* probably means ‘closed fist’, and  counting in multiples of twenty (Basque ogei) was achieved by counting fingers and toes. Getting lost in the higher figures, it  might prove simpler to proceed by subtraction (Lat. 19 undeviginti,  18 duodeviginti, Finnish 9 yhdeksan, 8 kahdeksan, cf. 1 yksi, 2 kaksi 9  and the Indo-European for 10). Chinese characters are singularly  illuminating concerning the relations between concrete and abs-  tract. ‘Benevolence* is ‘man plus two* (a man who thinks of another  beside himself), ‘happiness* is ‘one mouth supported by a field*,  ‘peace* is ‘a woman under a roof* (indoors), ‘home* is ‘a pig under  a roof* (food and shelter), ‘spirit* is the skeleton of a great man, a  ‘great* man is one who has not only legs to obey but arms to en-  force, ‘father* is a ‘hand holding a whip*. These written analyses are,  no doubt, scholarly and sometimes whimsical. It is not exactly  in that way that abstractions have been derived from objects and  contexts substituted for circumstance, but the language of savages  is astoundingly concrete and only fully intelligible when spoken in  the presence of the objects of discourse.   Communication lies partly in what we say, partly in the circumstances. The latter fill in so much that actual speaking is elliptical,  erratic, incomplete, and imprecise. Even the elliptical words may  be further curtailed by substituting gestures, 1 which refer one back  vaguely to the circumstances. Thus one may overhear:   A. Hullo! How’s tricks? B. So so ; and the boy ?  A . Bursting with energy, thanks. The first is not a question but a breach of silence, 2 and establishes  the conversation on the basis of casual familiarity. It does not seek  or receive an answer, but an opening is made for A’s principal  interest (which is known from the circumstances), and A, when  replying with information, acknowledges the kindly intention of B. It is possible to say quite intelligibly ‘Old what*s-his-name is just  bringing in the thingummy*, if, at a Burns dinner, Mr. McLeod is  seen piping in the haggis. It is even better to be imprecise, and to say  ‘my heart went pit-a-pat’, ‘the tray came bang, thump, crash down  the stairs’, or ‘whiff, it *s gone*, because, while the circumstances 1 Gesture-languages seem, however, to be translations of the spoken word or  of set phrases as a whole. The Arunta are said to have a gesture-language of 250  signs. This seems to be different from the gestures which refer directly to circum-  stance.   2 *To a natural man, another man’s silence is not a reassuring factor, but, on  the contrary, something alarming and dangerous. Malinowski, Magic, Science  and Religion, Boston.  would explain either these sentences or explicit statements, these  expressions give an impression of the immediate event, not  generalized as one which might occur elsewhere. This is the basis  of the astonishing development of ideophones in Zulu and other  Bantu languages which will be discussed later. When we ‘speak  like a book’ we provide explicit contexts as if circumstances did not  exist visibly to complete our meaning, and this procedure, neces-  sary in writing, is recognized as a defect in conversation.   Grammatical and verbal completeness is thus not required of the  sentence, and there is nothing to be, as older grammarians said,  ‘understood’. It was difficult under the old regime to say precisely  what word or words were to be ‘understood* since the phrase could  be completed in various ways, but older grammarians, obsessed by  literary contexts, did not sufficiently allow for the completion by  environment. R. Lenz 1 gives the following conversation: A. Where are you off to, Peter?   B. Valparaiso. A . At once ?   B. No. Tomorrow, by the slow train. A What for?  B. A matter of business.  A. Something important ?  B. Yes; the sale of my land. A. Have you a buyer in sight?  B. It seems so. A . Well, congratulations.  B. Thanks. This is what the linguist must accept. He is not at liberty to rewrite  the sentences so that each should have subject, verb, object, and  other principal parts. They are already complete and fully intelli-  gible in the circumstances. They are even intelligible as parts of a  context. Circumstance, and context eliminate uncertainties which  theoretically exist. Thus of eighty-four words in the fourth tone of  i in Chinese, 2 only ‘thought, will, intention* can exist in the vicinity  of ‘understand*. The same sound may mean ‘a mountain in Shan-  tung*, ‘dress*, ‘I* (in speaking to rulers); ‘licentious*, and ‘hiccup’, Lenz, La Oracion y sus partes, Chinese words are quoted according to the transliteration adopted in MacGillivray’s Mandarin-Romanized Dictionary of Chinese, Shanghai. It  is according to Wade’s system, which has no special advantage beyond that of a  wide diffusion. See also the pocket dictionaries by Goodrich and Soothill. but none of these are things one ‘understands*. Actually, by com-  bining synonyms (i+-szu l ‘thought, will, intention’) modern Chinese gives the hearer more time to identify the meaning, but these  compounds are readily dissolved when no ambiguity is possible.  The written language provides ninety-two different signs for i A so that the precise meaning identifies itself, without dependence on visible circumstances or even on context. By way of compensation,  the old literary style was sparing of doublets or other helps to  understanding.   Within the frame of circumstance each sentence refers to an  event or phenomenon as it appears to, and interests, us at the  moment of speaking. We distinguish activities and states, but the  distinction is partly an illusion. ‘Rome is the Eternal City’ now and  as things appear to us, though founded traditionally in 753 b.c.,  and still not so long-lived as Babylon. Damascus and Jerusalem are  older and still exist, but do not appear to us to have the enduring  quality conferred by the succession of the Papacy to the Caesars.  I am content now, but the phrase does not prevent my being dis-  contented in half an hour ; you are a Grand Duke or a soldier, but  a revolution may cancel all titles or you may be demobilized to-  morrow. The event is not known to us in all its cosmic significance ;  we can only speak of what appears to us (represented by the wavi-  ness of the line in the diagram). Of what appears, we put into words  only what momentarily interests us, as in the celebrated observation: ‘What a lovely day! Let’s go and kill something.’ We make  a mock of the objective statement ‘Queen Anne ’s dead’ because we  are not accustomed to make affirmations without immediate inter-  est ; though historians have devised for such statements a measure  of interest by the postulate that all historical dicta are, in some way,  worth while. Each event is, of course, unique. ‘Bear kills man’ and  ‘Man kills bear’ are totally dissimilar events. It is thus not sur-  prising that many languages should have word-sentences which  express each event by a unique construction, and all show a  phenomenal residue (the verb) after analysis has gone so far as to  provide names for the parties, their qualities, and their modes of  action and being. The verb continues to show formidable com-  plexities in such a language as French, though the noun has become  almost an invariable unit. The Latin verb offered a complex paradigm which was simplified by analysis in primitive Romance, but  the Romance languages have used these analytical simplifications  to build new synthetic paradigms. It is clear that the result is not  due to analytical failure, but to an appreciation of the need to dis-  criminate between phenomena.   For the s^ke of simplicity we are considering the first com-  munication of a series. Ego's primary impression of the event may  be derived from any of the senses, though it is most likely to be  visual. It will be more agglomerative than any expression, and  probably either total or of selected parts modified by all their  minor characteristics. Infants, like Humpty-Dumpty, endeavour  to speak in a total way, packing their whole meaning into some  such phrase as din-din. One can take din-din as equal to ‘I am  thirsty’ or ‘Why don’t you give me a drink?’ or (in the case I have  in mind) ‘I want more fizzy lemonade’. The situation is unanalysed  and the whole of it is expressed, so far as the infant can, in two  syllables and their accompanying intonations. On the other hand,  the agglomerative type of structure is common in primitive tongues.  The primary impression is thus intrinsically unlike tu's secondary  impression, which depends on the co-ordination of a linear series  of symbols. The older linguists spoke of ‘inner speech-form’ and  ‘outer speech-form’ as if these had a one-to-one correspondence,  and it is still deemed legitimate to speak of the mental image of a  speech-sound and its actual enunciation. Whether the mind works  in that way a linguist is hardly qualified to know, since his task  begins with the audible sentence . The disconformity between  global impressions and a linear series of symbols seems to be what  convinces so many that their thoughts are too rich for words. There  is an act of translation involved. Impressions are collected at some  point of the brain, co-ordinated, transformed into orders to the  speech organs, transmitted as a series of vibrations, collected by  the ear-drum, and retranslated into meaning. The various mental  movements have been identified to some extent by physiologists.   Ego displays his impression to tu in the form of a linear symbolic  expression. Any symbol that tu accepts is valid for communication  with tu y and any that he rejects is invalid. Ego may offer any one of  many gizon y homoy anthropos, czlowieky mard y ember, mies, jen y hito t  insdn, adamy orang, muntu, oquichtli, runa or tree y zugatz, arbor y  Baum, dendron, derevo y car and so on. The relation between sound  and thing is entirely artificial, and according to the language so is   x See, however, Gardiner, Speech and Language, ‘An Act of  Speech*.  the convention. Even onomatopoeia is conventional. The imitations  serve, not because they are good, but because they are conventional. [To a Frenchman one offers subject-verb-object, and to a Turk  subject-object-verb ; to a Chinese attribute-substantive is the same  as substantive-attribute to a Siamese or Malay. Increased stress  has the effect in one language that play on tones has in another. The symbols are just symbols, valid in any agreed convention, but  without conventional agreement, unintelligible.   Expression is a linear succession of sounds, and the sentence is  a complete expression. It is understood, as we have seen, within  the frame of circumstance or context, and we cannot presume that  it has any necessary grammatical form. A sentence need not have  a verb ‘expressed or understood’, though it must have the quality  of phenomenality. It need not be a judgement. Most sentences  consist of parts, and this is true even of polysynthetic word-  sentences. The parts are not necessarily words, for in primitive  languages we find embryonic stems which are not precisely deter-  mined for form or meaning, and in synthetic and agglutinative  languages we find affixes which are significant parts of a sentence. Tu hears the expression and is the arbiter of its intelligibility.  He collects and retranslates the individual syllables as soon as they  begin to be heard, and combines them for meaning. If he cannot  achieve a meaning he asks for further symbols, whether in the  same language or in another. He reacts either by himself becoming  a speaker or by performing some action. But in either reaction it  becomes plain that tu’s impression is not identical with ego’s. Their  minds are somehow differently constituted (symbolized in the  diagram by the size of the circles). Despite all conventional agree-  ment, there is no perfect understanding between ego and tu . What  tu understands, more or less in agreement with ego, are (1) the  reference of symbols to things, which is the ‘logical’ or grammatical  sense of the sentence, (2) an emotional supercharge represented by  agreed stylistic symbols (which may be zero), and (3), since tu is  also an artist in words, something of the event itself. He under-  stands this in his own fashion. He may, for instance, be specially  susceptible to the word torpedoed as having gone through the experi-  ence or as being endowed with a vivid imagination. In this third  aspect of meaning, however, though it is not expressed in symbols,   1 e.g. the sound of a shot is in English bang or crack, in Spanish pum or pa$  (the latter perhaps more appropriate to the slither of the bullet as it lands). there is something on which the artist in words can reckon; a play  of mind on mind, through language but above convention, which  is presumably the secret of great poetry and oratory. There is here  an aspect of language which is beyond exact measurement but can  be intuitively felt. The speaker not merely conveys a logical mean-  ing and an emotion to the hearer, but stirs the hearer to a secondary  act of creation. The reactions to great literature are diverse and  some of them stimulate further reactions, so that works as funda-  mental as the Authorized Bible, Hamlet, and the Aeneid become  encrusted with added meanings, and are hard to reduce to their  original intention. Nor is the original intention, say of the Aeneid,  necessarily the highest value of a poem on which the imagination  of a Dante has operated so profoundly. Pier Augusto Breccia. Keywords: ego tu --  Erstwiile, Gardiner, ego et tu, la metafisica del dialogo, noi, ovvero, la metafisica della conversazione, implicatura ermeneutica. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Breccia” – The Swimming-Pool Library. Breccia.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Brescia: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della rarità vichiane –rarita griceiana – scuola di Trani – filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Trani). Filosofo italiano. Trani, Barletta-Andria-Trani, Puglia. Si laurea con lode presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Perugia. Inizia la sua docenza come professore di Storia dell'Arte presso il Liceo Classico Carlo Troya di Andria. Consegue la cattedra di Latino presso il Liceo Classico Oriani di Corato. Consegue la cattedra di Lettere e Storia presso l'Istituto Magistrale di Terlizzi. Insegna  Latino nel Liceo Nuzzi di Andria. Oottiene il suo primo incarico da preside a seguito del concorso superato. La prima presidenza è dunque a Trani presso il Liceo Scientifico Valdemaro Vecchi, intitolato al Vecchi dietro sua proposta. Presiede il Liceo Monticelli di Brindisi. Presiede il Liceo Nuzzi di Andria. Presiede il Liceo Classico Carlo Troya di Andria, esteso anche a Liceo Linguistico e Liceo delle Scienze Sociali durante la sua direzione in seguito alla partecipazione alla Commissione Brocca. Membro della Società di Storia Patria per la Puglia. Consegue il Premio della Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Viene insignito della Medaglia d'Oro del Ministero della Pubblica Istruzione per i benemeriti della cultura, dell'arte e della ricerca scientifica. Ottiene l'onorificenza di Cavaliere della Repubblica Italiana. Ottiene il Premio Pannunzio per la saggistica conferito dal Centro Pannunzio di Torino.  Dopo una lunga e serena vita di studi muore improvvisamente ad Andria. Appresa la notizia anche il sindaco di Andria Bruno ha espresso il cordoglio personale e della città alla famiglia. Citando Loris Maria Marchetti su Pannunzio Magazine:  Ispirandosi alla lezione, originalmente aggiornata, di Croce e di Popper (ai quali ha dedicato importanti studi), elabora un sistema filosofico in quattro parti (Antropologia, Epistemologia, Cosmologia, Teoria della Tetrade) dove trovano un punto di incontro storicismo, epistemologia ed ermeneutica.  La sua filosofia investe anche il pensiero politico e l’àmbito dell’estetica, donde il suo fittissimo esercizio di saggista di letteratura e arti figurative, interpretate sostanzialmente nel loro risvolto filosofico-cognitivo. Altre opere: “Il tempo e la libertà”; “Pascal e l’ermeneutica”; “Croce e il mondo”; “L’oro di Croce, Joyce dopo Joyce, Ipotesi su Pico, Massa non massa, Radici di libertà, Il vivente originario, Tempo e idea, I conti con il male, Radici dell’Occidente, Forme della vita e modi della complessità; saggi su Bassani,  Calvino, ecc.  Fedele collaboratore delle iniziative del Centro “Pannunzio”, negli Annali comparvero suoi saggi su C. L. Ragghianti e su Cervantes in rapporto all’Ariosto e alla tradizione italiana. Nel pannunziano Magazine pubblica, tra gli altri, saggi su Accetto, Max Ascoli, Croce, Bosis, Sanctis, Freud, Aldous Huxley, Jung, Vinci, Mathieu, Moravia, Pasolini, Solgenitsyn,Vico. Alfredo Parente - L'“opera bella” come impegno morale, “Rivista di studi crociani”, Giovanni Spadolini - Mazziniani asceti, “La Stampa”, Francesco Compagna - Editoriale, “Nord e Sud”, Franchini - L'idea di progresso. Teoria e storia, Giannini,Franchini, Trittico crociano, “Il Tempo”, A. Rosario Assunto, Filosofia del giardino e filosofia nel giardino. Saggi di teoria e storia dell'estetica, Bulzoni, Roma, Rosario Assunto - recensione di Brescia, “Non fu sì forte il padre”. Letture e interpreti di Croce, Salentina, Galatina, in “Rassegna di cultura e vita scolastica”, Vittorio Stella - recensione di Brescia, “Non fu sì forte il padre”. Letture e interpreti di Croce, Salentina, Galatina, in “Rivista di studi crociani”, Vittorio Stella - Il giudizio dell'arte. La critica storico-estetica in Croce e nei crociani, Quodlibet Studio, Macerata, Boulay - Croce. Trente ans de vie intellectuelle, Librairie Droz, Ginevra, Nicola Fiorelli - “La Follia di New York”, Sviluppi filosofici nella più recente “scuola” crociana, Schena, Fasano. Vincenzo Terenzio, Natura e spirito nel pensiero di B., Adda, Bari, Pietro Addante - La “fucina del mondo”. Storicismo Epistemologia Ermeneutica, Schena, Fasano, Franco Bosio -recensioni di I conti con il male, Laterza, Bari, Calvino e Andria, Andria; Tempo e Idee, Libertates, Milano, Il vivente originario, Libertates, Milano, in “Rivista Rosminiana”, Bosio - recensione di Le “Guise della prudenza”. Vita e morte delle nazioni da Vico a noi (Laterza, Bari), “Rivista Rosminiana”, Dario Antiseri; Croce e l'Anticristo, “Avvenire”, Dario Antiseri, Popper protagonista del secolo XX, “Biblioteca Austriaca”, Rubbettino, Antiseri - Popper, Rubbettino, Antiseri, Le ragioni della libertà, Rubbettino,Jannazzo - Il liberalismo italiano del Novecento. Da Giolitti a Malagodi, “Fondazione Luigi Einaudi”, Rubbettino, Beniamino Vizzini - Per una discussione intorno al problema della libertà. Cenni per un colloquio di ermeneutica morale con B., Postfazione a Tempo e Idee. 'Sapienza dei secoli' e reinterpretazioni, Libertates, Milano, Beniamino Vizzini - Vita e dialettica nel pensiero di Giuseppe Brescia e Pavel Florenskj, “Rivista Rosminiana”, Janovitz - Gli studi su Croce, “Nuova Antologia”, Janovitz - Quando Croce dialogava con Dio. Religiosità e cristianesimo di Croce prima e dopo la lettura dell'epistolario con Maria Curtopassi, “Nuova Antologia”, Janovitz, Il mio Croce. Scritti,  Quaderni della “Nuova Antologia”, Firenze, Paolo Bonetti - Introduzione a Croce, Laterza, Bonetti - recensione di I conti con il male. Ontologia e gnoseologia del male, Laterza, Bari, in “Nuova Antologia”, Samuele Govoni – B. celebra il Bassani amante dell'arte, “La Nuova Ferrara” - Cultura, Cosimo Ceccuti - La Religione della Libertà, “Il Resto del Carlino”, Cultura e Società, Il caffè. Nico Aurora - Sanctis e l'attualità del 'Discorso di Trani'. La lezione di B. a distanza, “La Gazzetta del Mezzogiorno”, Vaccara - Presentazione di Max Ascoli, il filosofo mondiale della libertà, “La Voce di New York”, Poli - recensione di Le “Guise della prudenza”. Vita e morte delle nazioni da Vico a noi, Laterza, Bari, in “Risorgimento e Mezzogiorno”, Domenico Cofano - recensione di B., Giovanni Bovio. La vita e l'opera, Società di Storia Patria per la Puglia, Andria, etetedizioni, in “Nuova Antologia”, Bovio, maestro del pensiero, “La Gazzetta del Mezzogiorno”. È scomparso improvvisamente il preside Brescia "andriaviva.it", Quirinale.it  Quirinale.it – Onorificenze, Loris Maria Marchetti, B., di Loris Maria Marchetti, su Pannunzio Magazine.  Nuovo lavoro editoriale del prof. Giuseppe B. – Società di Storia Patria per la Puglia, chiamato “Le ‘guise della prudenza’ Vita e morte delle nazioni da Vico a noi”. Per le edizioniLaterza del libro riportato, la premessa intitolata “Come fermar il declino delle Nazioni”, Nella “Pratica di questa Scienza Nuova” Vico, nostro europeo Altvater (come riconobbe Wolfgang Goethe), assegna alla propria opera un valore “diagnostìco”, dal momento che permette di riconoscere a quale stadio del suo corso si trovi una nazione, sia in rapporto alla sua “acmè” sia nella prospettiva dello stadio successivo di dissoluzione del proprio stato. È a questo punto che “bisogna lottare per restaurare il senso comune perduto” e riavviare – così- il “ricorso”.Su questa linea si muove la presente raccolta unitaria, ricomponendo i saggi “Le ‘guise della prudenza’ Vita e morte delle nazioni da Vico a noi”, che dà anche ìl titolo all’intiero volume, apparso in “Filosofia e nuovi sentieri”; “Pico e Vico” (dalla “Rivista Rosminiana”); con i percorsi “Teoria dei colori Alchimia Apocalisse in Newton”, “Le origini dell’Islam la vita di Carafa”, e l’11 Settembre”, “Famiglia vita e imprese di Carafa”, “La razzia dell’universo”, “Revisioni e conferme delle ‘tesi’ di Henri Pirenne” e “L’orrore delle razzie s’irradia nel mito”, incentrati sul problema del male nella storia e il rapporto con il fondamentalismo (preannunciati nelle rubriche “Ternpo e Libertà” di “traninews-infonews”, e “Noi Credevamo” di Videoandria.  Tale complessa ricerca si inserisce nell’ultima fase del mio pensiero, caratterizzata dai lavori ermeneutici Il vivente originario e Tempo e Idee. ‘Sapienza dei secoli e reinterpretazioni’ (Libertates Libri, Milano entrambi con prefazione di Bosio); I conti con il male. Ontologia e gnoseologia del male Laterza, Bari) e Italo Calvino e Andria. Variazioni sul senso del celeste (Matarrese, Andria), arricchiti spesso di Iconografia e mappe concettuali. L’ultimo attuale saggio “Rarità vichiane a Trani” riprende i lineamenti della duplice “Lectio Magistralis”, tenuta nella Biblioteca “Giovanni Bovio” di Trani, per onorare i duecento anni dalla nascita di Francesco De Sanctis, nella ricorrenza dell’elevato “Discorso di Trani”, non ché il capitolo La Nuova Scienza, dedicato soprattutto a Vico dal critico e maestro d’Italia civile nella sua Storia della letteratura, per conto della Sezione andriese della Società di Storia Patria per la Puglia. Siamo (come ognun vede), “alle origini della modemità e a “tenuta della civiltà” umanistica, di cui l’idealismo storicistico rappresenta la nobile (quanto sofferta) fioritura”.  Il lavoro di B. è incentrato sul tragico nella storia (incidente ferroviario di Andria;fondamentalismo; 11 settembre e biografia di Carafa, dettata da Vico; Vico e De Sanctis a Trani. Giuseppe Brescia. Keywords: rarità vichiane, Croce, implicatura, Croce inedito. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Brescia” – The Swimming-Pool Library. Brescia.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Bressani: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del vo significando – Vendler: have you stopped meaning it yet? -- intorno alla lingua toscana – filosofia toscana – scuola di Treviso – filosofia veneta -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Treviso). Filosofo veneto. Filosofo italiano. Treviso, Veneto. Grice: “Strawson, being boring, likes Bressani’s arguments – alla Plato and Aristotle, but mainly Aristotle – againsts what Galileo has the cheek to call ‘filosofare’! – But I prefer Bressani’s poems, the buccoliche, and especially his lovely treaise ‘discorso in torno alla lingua,’ his little ethical treatise is charming especially if you are into what some (not I, certainly) call ‘developmental conversational pragmatics’!” B. Discorsi sopra le obbiezioni fatte dal Galileo alla dottrina di Aristotile – B. Si laurea a Padova interessandosi a letteratura e filosofia. Fu aiutato da Francesco Algarotti, cui aveva inviato delle proprie opere.  Sostenne uno scolasticismo classico in opposizione alla scienza moderna di Galileo e Newton. Altri saggi: B., Modo del filosofare introdotto dal Galilei, ragguagliato al saggio di Platone e di Aristotile, In Padova, nella Stamperia del Seminario, a B., Discorsi sopra le obbiezioni fatte dal Galileo alla dottrina di Aristotile, In Padova, Angelo Comino, B., in Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Filosofia Filosofo Professore Treviso. DISCORSO INTORNO ALLA LINGUA ITALIANA. B. RECITATO NELLA SALA VERDE DI PADOVA IN UN ACCADEMICO ESERCIZIO Omparisce per la prima volta a lustrare la nostra miscellanea B., soggetto di chiaro nome, e di ornamento e splendere alla fra Patria, col presente ragionamento sopra la lingua italiana, recitato da lui ultimamente più a cagion di esercizio che per altro fine in una radunanza di filosofi a Padova da i quali avendosi per noi saputo l’approvazione che ha, speriamo far cosa grata all'autore, e insieme d'alcun noftro merito, col pubblicarlo -- tanto più, che potrà egli servir d’ajuto e di lume a quelli che molti sono i quali banno bisogno di faggia scorta nello ſteam dio, che affettano dell’italiana FAVELLA. B. Dottor e Accademico Ricovrato; Da eso recitato in un’accademia di esercizio nella Sala Verde di Padova. A Chiemque fa, eruditi e dotti accademici, quanto malagevol sia il rintracciare le cause effettrici dell’umane cognizioni, non parrà cosa strana il sentimento di PLATONE ch’el le fieno provenienti tutte dalla reminiscenza. Nè io credo che attribuire si possa ad altro, fuorchè alla reminiscenza il sentire e l’accorgersi del di B.. e 3 dello spirito e del vero pregio delle belle arti. Imperocchè tale vi ha che nè per tutta l'attenzion sua, ne per opera degli altri non arriva giammai ad intenderlo. E laſciando di far parola di quegli, che niun dilet ro pigliano, o nella Archittetura, o nella Muſica, che ſono moltiſſimi rivolgo la conſiderazion mia a colo ro, che pur amano d'eſser tenuti di ottimo guſto nella noſtra Lingua nulla fi accorgono, nè ſono per ven tura atti ad accorgerſi, in che ne con fiſta principalmente la venuſtà e la grazia. Avvegnacchè adunque ciaſcu na Lingua ſenta molto più dell'ideas le, che non ſente l'Architettura la Muſica, e fia a lato di quelle in termini incomparabilmente più ange fti riſtretta; non è per tanto che ella non abbia le ſue verità in riſpetto a que' pochi, a cui è dato d'intendere non ſolamente il ſignificato delle vo ci; ma la relazione tra loro meglio convenevole. Ora come io, ſenza più, approvo iVocabolarj, gli avver timenti di Gramatica e le Oſsers vazioni, che intorno a queſta Lingua XS o § fo 490 Diſcorſo della Lingua Italiana fonofi facte dalla diligenza d'Uomini valenci; poco avrò che accennare de' fuoi materiali, ed il mio ragionamen. to ſarà fpezialmente della forma quanto a me, la migliore, che rice ver ella debba dalla fantaſía, e dal giudizio degli Scrittori. Ogni Archi tetto adopra i materiale medeſimi, ed oſserva gli ordini medeſimi della Architettura; e le loro opere ſono tra di sè varie nella proporzione, e nella leggiadria. Ogni Compofitore di Muſica adopra le medefime note: 0. gni Scrittore di qualſifia Lingua ado pra le medeſime parole, e ſegue le regole, che riſpettivamente ſonogli preſcritte dalla ſua arte. Tuttavia i bei riſultati, che di eſse procedono, fono, ed eſser debbono tra di sè di. verſi. Ma quanto agevol penſo che mi farebbe il ridire le regole máte riali, che vi ha, per favellar bene; tanto io temo di non faper altro che ofcuramente ragionare della varietà, e perfezione di detti riſultati; ficco me quelli, che appartengono anzi al giudicio de' noftri fenfi, che della no ftra ragione. Pur nondimeno per le í PO Del Sig. Gregorio Breſami. 491 poche coſe in genere, che io ſono per accennare, ſpero che il mio ra gionamento fia di qualche utilità a coloro che non fono eſtremamente otcufi nel capire la vaghezza della noftra favella; ed a Voi, Signori Accademici forſe non diſcaro ad udire. ! A noſtra Lingua, ſecondo l'opi nion mia, da altri chiamaſi Ita liana perchè di tutta Italia' fi fon preſi i vocaboli, donde è compoſta: da alcuni chiamaGi Volgare, forſe per chè uſata, ed inteſa volgarmente:E da cercuni chiamaſi Toscana, o perchè il più de' vocaboli fi fon preſi appun to di Toſcana, o perchè agli Toſca ni, come a padri di detta lingua, e come a Tutori d'orecchio, e di giu, dicio finiffimo, meritamente è conce. duto il diritto di giudicar della puri tà, e della barbarie di ciaſcun voca bolo. E nel vero ad evitare la con fufione, che ne addiverrebbe, ſe cia. ſcuno a ſuo talento uſaſse di nuove voci; egli è del pari laudevole che neceſsario, che v'abbia il ſuo Tribunale inappellabile, che altri vocaboli diſapprova come anticaglie, altri non ammette come barbari, ed altri ritie. ne, o adotta come neceſsarj, o leg giadri. Il che dà a divedere, che la noſtra Lingua è un corpo vivo ſog. getto ad alterazione, in quella guila che ſono gli altri tutti, o naturali o politici. E perchè qualſivoglia cor ро dalla ſteſsa ſua naturale alterazio ne è minacciato di rovina; faggiamen te fanno i Signori Accademici della Cruſca, che non adottano per Mae ftro di Lingua ogni triſtanzuol di Gra matico, che non tiene veruno ſtile e che in luogo di vocaboli ufitati, e di proprj, ne adopra ſpeſso di affet tati, e di rancidi, di groſsolani, o di ſtranieri. Benst a gran ragione a dottarono, e quando che ſia, ſon cere to che adotteranno i vocaboli di que? grand’ Uomini, che per la loro viva, ed ordinata fantafia, o inventarono, o crebbero alcune belle arti, o alcu« ne- ſcienze; e fu di neceſſità il trovar nuove voci ad eſprimere i loro nuovi concetti. Per altro qual biſogno, o qual capriccio egli è mai di ufar vo cmano un diſcorſo (Nè io giày caboli zotici, e duri d'altre provin cie d'Italia, o di accattarne degli ſtra nieri; quando ne abbiamo in tanta copia di cosi proprj, e di così gentili? Ma come egli ſta nel volere di Chiun que l'apparare i materiali della noſtra Lingua; non così puote ciaſcuno, o ſa farne quell'accozzamento, onde ri fulti un diſcorſo naturale, ed inſie me leggiadro: Nelle ricerche più aftrufe di qualche verità di Filica non v'ha paragone tra 'l faper indo vinare quale non fia la cauſa d'un Fea nomeno e l'indovinare quale ella fia. All'iſteſso modo confiderando io ciò, che ſi voglia per iſcriver bene ed elegantemente, ben potrei io an noverare millantà difetti, che disfora lafcero indietro di moſtrare alimeno le fonti principali, donde derivano ): ma non così di leggieri potrei additare qual fia la grazia, e l'armonia, che lo ren de vago, e lodevole. Pare io conſi dero, che benehe:la noſtra Lingua; come io difli innanzi, quaſi altro non fia, che un Mondo ideale; non oſtan te i caratteri del fuo bello, poſsono ef 494 Diſcorſo della Lingua Italian essere in qualche parte paragonabili con quegli, che riſpettivamente fi rav. vifano nel noſtro Mondo materiale. E certamente in quella guiſa, che a ciaſcuna parte del noſtro Cielo riſpon. de la produzione di coſe differentiffie me; forſe per ragioni ſomiglianti-, à ciaſcun paeſe riſponde un linguaggio tutto proprio, e differente dagli altri. E non fa forza, che nella noſtra me. defima Italia chiamaſseſi un tempo panis ciò, che noi al preſente chia miamo pane; poichè non è ſolamente la varia deſinenza di ſuono, che die ftingua l'una Lingua dall'altra; ben il modo, con che ſeguendo non ſo quale neceſſità, fi.concepiſcono le coſe, e fi eſprimono. Onde non è maravi glia, che non ogni Clima produca in gegni atti ad ogni genere di compo, nimenti. In fatti ſiccome non è il metro, che diſtingua la poeſia dalla prola; ma il modo diconcepire diver. ſo; cosi io porto opinione, che alme no in gran parte l'indole, e'l genio della lingua Latina tuttavia fuffifta nel la noſtra Volgaré. La qual coſa ſem. bra, che abbiale voluto confermare il divino ALIGHERI (si veda), laddove, fingendo egli di parlare con Virgilio, diſse: Tu fe il mio Maeſtro, e il mio Au tore, Tuſe folo Colui, da cui io tol. Lo bello Stile che mi ha fatto De nore. Vero è che l'Armonia dello Stile, la qual naſce ſpezialmente dallo traſpo nimento delle voci, e chiamaſi coſtru zione, a chi paragona lo ſcriver ret torico di Cicerone, o 'l robufto di Li vio col noſtro parlar familiare non può a meno di non parere di gran tratto diverfa: ma ella non parrà già tanto, paragonando un componimen. to de' Latini con un noftro ſopra un fimile ſoggetto, e d'una ſpezie mede fima. In fine molto meno ne parreb be diverſa, ove à noi foffe dato di faa per pronunziare le parole de Latini come facevan elli, cioè con quegli ac. centi, è con quelle delipenze, che per comune opinione noi abbiamo -fiera mente alterati, o perduti. Ma nos così interviene, ove noi la predetta armonia paragoniamo con quella di qualche Lingua ſtraniera; o ci diamo a credere di poter rimeſcolarne i vo caboli, e forme di dire; che effendo d'un genio differentiffimo; ficcome non ſi appiccano giammai gli inneſti di quelle piante, che ſono tra di sè diverſe; così ciaſcuna Lingua mal com pofta tutto ciò, che fenie d'un Clima diverſo. Io dico adunque, che la no ftra Lingua in ciaſcuna ſua parte dee ſentire, per dir così, della ſua ſpezie, e della ſua Nazione. Il che riſponde a quel carattere di bellezza, che nel le coſe create e corporee chiamaſi u. nità; unità però tale, che da eſſa pro viene, ő piuttoſto in eſſa ſtà racchiu. ſo un altro carattere, che è la varie ttà; la quale come rendesi manifesta negl’animali, e nelle piante d'un'in fteila ſpezie, e d'un iſteffo Clima; così ella dee apparire nello ſtile di cia Icuno Scrittore d' un'iſteſſa Lingua. Il qual mio ſentimento moſtra in ſem. bianti d'effer il medeſimo, che quello del celebre Baccone di Verulamio lade dove tocca della bellezza dello ftile $ 1 dicendo dover'egli eſſere, rivis didu um fuis, imitans neminem, nemini imitabile. Talchè dovendofi pur togliere d'altrui i vocaboli, ed i modi di di re; conviene anche in ciò imitar la natura, che non genera cosa, se non colla corruzione d'un'altra: Voglio significare, che quanto noi togliamo d'altrui per formare un discorso, dee talmente tritarsi nel noſtro cervello innanzi ché noi lo vestiamo di nuova forma, che al suo apparire niuno ha da accorgerſi donde noi l'abbiamo tolto. Ed intorno a ciò comunemente non si dà nel segno; perchè altri per travolco giudicio indi ſcoſtaſi, quanto più si affatica di raggiugnerlo. Altri per infingardaggine li riposa nel limi tare del buon sentiero, senza voler cercare più avanti. E finalmente altri è di sentimento ottuso e d'intelligenza assai corta a capire la bellezza, e la fecondità, per dir costi, di quel vero, che egli imprende ad imitare, Se ne fcoſtano i primi, a' quali per ciocchè troppo ftà a cuore di render fi ſingolari dagli altri e col penſare e coll'eſprimerſi; mentre ſtudiano di celu ceffare il vizio della trivialità, offendono nel vizio della affettazione, in comparabilmente più rincreſcevole. La qual’affettazione consiste in certe parole squarciate, e lmanioſe, ed in certi accozzamenti di quelle, che volgarmente si chiamano belle fraſi Iono forme di dire, che fanno notabile diſugguaglianza col restante del discorſo e pe’quali (che che fi creda no gli ſciocchi) riſulta un tutto of tremodo ftentato, e deforme. Esempio di ciò noi abbiamo in coloro, che avendo appreso di molti vocaboli ale la rinfufa e varj modi di favellare da parecchi dicitori, e tutti pulitif fimi; per la vanità di moſtrarlene do viziofi, in qualunque racconto ne in trudono quanti mai poſsono il più, e mallimamente gli da loro stimati me no comuni; tra quali ne intrudono anche di quegli, che non ſolo male fi convengono colla ſemplicità della Natura; ma talora non ſi convengono colla Verità del loro ſteſso ſentimento: e meritamente ripiglia coſtoro il noftro Sovrano Poeta, dicendo: E quale che a gradin’oltre fo metu te? LC Non vede pide dall uno all'altre filo. e 3 Per tanto niun’altra venufta, niun' altra grazia ricever puote un discorso dagli vocaboli o forme di dire, fe non quella, che deriva dal collocare ciascuno al luogo fuo; talmente che appaja eſser i vocaboli piuttoſto, che abbiano cercato d'elser uſati dove fono; che d'eſser eglino stati cercari ftudiofamente DAGLI FILOSOFI E perchè tanto altri allontanafi dal vero coll' aggiungervi ciò, che non gli ſi con viene; quanto altri coll'ommettere di collocarvi ciò, che gli fi conviene; ne ſeguita che un diſcorſo rieſce diffetiofo sì ad uſare in eſso vocaboli di fover. chio, e fuori di propofito, che a ri petere alcuni vocaboli, in vece d'ale tri varj, che fi vorrebbono, ad eſpri mere propriamente i propri concerti dell'animo, ed a fervare in un ragio namento quella varietà, che richiede fi a formarlo giuſta l'eſemplare ſoprac. cennato de' corpi Fiſici. Ma che? Se gli Uomini per una parte fon moſli da certo naturale deſiderio, o da qual ſivoglia altro ſtimolo di giugnere nel la loro arte alla perfezione poſſibile i ſono all'incontro (laſciando ſtare gli altri impedimenti, che ſpeſso ſi attra verſano al lor diſegno ) comunemente refpinti dalla fatica, che loro convien durare, prima che ad eſli venga fatto di apprendere ad eſercitare qualſifia arte con lode. Ne vi ha alcuna arte per limitata, o facile che ſia ſopra le altre, che pigliandoſi a gabbo non rieſca imperfetta. Per la qual coſa, l'arte dello ſcriver bene si nella no ftra, che in ciafcuna altra Lingua, richiede anch'eſsa di molta fatica, ed induſtria. E vanno fortemente errati la maggior parte de' noftri Scrittori che da che ſentonſi forniti di alquan ei vocaboli, e modi, onde groſsamer te eſprimerſi; ed effi eſtimano di la per iſcrivere quanto baſta laudevol mente. E come fi ſcontrano in uno ſtile un poco colto, che in un certo modo dovrebbe eſser di rimprovero al loro difetto; dicono coſto che gli è uno ſtile che ſente dell'affettato ', © dell'antico, „ dandogli a torto biaſmo, e mala voce. E così, diſprezzando efli animoſamente ciò che per loro poltroneria non hanno appreſo. Ferman fua opinione Prima che arte, o ragion per lor ſi ſcopra. Che ſe pur vero foſse, che uſar non non ſi poteſsero altri vocaboli, o mo di di dire, ſe non gli uſati da coſto. ro; il groſso Vocabolario della noſtra Lingua ridurrebbefi ad un libriccivolo di quattro carce;. e laddove la noſtra Lingua ora vanta di eſsere la ricchilli ma di voci, e di maniere leggiadre diverrebbe la più povera e ſmozzicata di tutte. Oltrechè in proceſso di tem po gli ottimi Scrittori, c Padri di no Itra Lingua ne diverrebbono molto oſcuri, e direi per poco in intelligi gibili ". Vuolli per tanto aver pieria conoſcenza sì de' vocaboli, che delle forme di dire; acciocchè il noſtro iti le abbia la predetta varietà, e con ef ſo la ſua unità, per cui egli mantien. fi ſempre fomigliante a ſe ſteſſo, e per cui ſembra quaſi uſcito di una fo la trafila. E le parole groſsolane ri meſcolate colle gentili, e le parole adoperate fuor di luogo, o con fazie vole repetizione, o le parole che non ſono più in uſo; lono come altrettan te ſcabroſità, che gli impediſcono l' uſcirne. Per notabile che ſia la varie. tà, o differenza tra gli Uomini nelle parti, che fuori appajono del corpo, non è mai li grande, quanto ella è nel la capacità, ed aggiuftatezza del loro ſpirito. Per la qual cola io avviſo di non poter paragonare gli umani inge gni, che a coſe dello ſteſso genere bensi, ma di ſpezie diverſa. E fiami lecito il paragonargli a varie piante, alcune delle quali reſtano picciole, perocchè la ſtruttura primordiale de' loro ftami non comporta che fieno più oltre ſviluppate, ed eſteſe (e GALILEI (si veda) dimostra, che così gl’animali, come le piante, ſe foſsero d'altra grandezza, che non ſono vorrebbefi che la ſimmetria delle lor parti foſse del cutto diverſa ) ed al cune altre non ſi eſtendono, come eſtender ſi potrebbono per difetto dell' opportuno alimento. Varia è la eſten, fione, e'l comprendimento de' noſtri ingegni, e varia è la forte, che gli forniice di ajuti, e di occaſioni fa. vorevoli, onde poſsano coltivarli. Egli è certo perciò, che quale s'im barazza nel voler' ordire un ragiona mento, dirò così, di più fila ſopra la comprenſione, o coltura del fuo in gegno, ovvero contro all'inclinazion lua particolare; il detto ragionamen to fiaccherà da se medefimo, diffol. vendoli quaſi in brani; ed anche i vocaboli ftelli, con che vorrà eſpri merlo non avranno nè unità, nè grazia. Nè fi de'credere che l'Architetto, il quale fia buono da fabbrica. re una camera, fia fempre buono da faper fabbricare un palagio: Nè che un Compositore d'una breve, e femplice ſuonata fia fempre buono da con porre una Sinfonia aſſai lunga con tutte le parti, che in eſſa ſi vou gliono a formare un'armonia perfec ta: Ne in fine che un Uomo di leto dere, al quale venga fatto di ſaper unire inſieme una decina di verli > fia  per sé, ſia per queſto buono da fare un Inne go poema; come ſe il palagio, la Sinfonia, ed il poema altro non foſ. ſero, che un aggregato di più unità minori: Che nè la Camera, nè la breve Suonata, nè la decina di verfi conſiderate riſpettivamente nel pala gio, nella Sinfonia, nel poema, non lono già unità, ma parti. E però non folo deono effer belle ma deono eſſerlo, anche per riſpetto a tutte le altre parti, che ſono con efle integrali di tutta la fabbrica. Io non niego di molte opericciuole ef ſere altrettante unità nel loro gene re, come ſono le grandi; ma molto maggior forza, ed eſtenſione dinge. gno richiedeſi nel comprendere un Poema (purchè le colę.; che in eſſo fon contenute; nonoſtante che d'un racconto ſi trayalichi in altro; fien tutte come parti integrali d'una azion ſola ) nel comprender, difli, un poe ma, che un Sonetto, una lunga Ora zione, che una picciola riſtoria, ed al fro breve ragionamento: Ed il Boca caccio medesimo fempre' doviziofiffi. mo che egli è di bei modi di dire, pure  sos che egli pure ſecondo la varia facilità, e feli cità, con cui egli concepiva le coſe; vario è il diletto, che egli ne reca ad eſprimerle. Nel breve racconto di qualche Novella non ha pari a dipi gnerla con vivi colori, e con genti li, con mirabile naturalezza ė lega giadria; mentre e pare a me, lia anzi increlcevole che nò nel lun. go racconto del ſuo Filocopo, e della lua Fiammetta, ed altrove. In ſom. ma colui, che imprende a far coſa ſopra la forza, e diſpoſizion nacura le del ſuo ſpirito, non potrà giam mai ben riuſcirne. Certa coſa è che un'attenzione indefeffa a leggere, e conſiderare parte per parte i gran maestri della noſtra Lingua; ed un ben lungo uſo di ſcrivere, raffinano aſſai il noſtro giudicio, e perfeziona no il noſtro ſenſo, ma egli è certo ancora, che il viburno con tutto l' artificio, e la ſollecitudine degli Agri coltori, non giugnerà mai all' altezza de i Cipreſli, nè il pioppo farà mai fructo: cioè quale non avrà chiara ap prenſiva, ed eſteſa a veder per sè ſteſ lo ciò, che ſia d'uopo a formare quella maniera di componimento, ch'ei fi prefigge nell'animo, dalle coſe più materiali in fuori; nè dalla copia ottimi libri, nè dalla viva voce de'pe riti Maeſtri, non potrà mai che poco, ed oſcuramente appararlo. E per que fto appunto che gli Autori cladici del. la noſtra lingua non tenean biſogno di badare neli eſprimerſi ad altro, che a' proprj fentimenti dell'animo, a chi guarda ſottilmente, ſono impareggia bili con coloro che eſſendo ordina. riamente poveriſfimi d'ingegno, ſpen. dono tutto il loro tempo nell'imitar, gli. Ma comechè gli Uomini ſpeſſo fi Jamentino quando della lor povertà, quando della poca robuſtezza, o d'al. tro difetto del corpo, quando della loro mala volontà, o educazione; afſai di rado, o non mai fi dolgono di non effer forniti d'ingegno, e di giu. dizio atto a qualſifia impreſa, non che a faper iſcrivere, e favellare, come ſi conviene. Anzi non v'ha coſa più na. turale, e comune, ficcome è il vede. re gli inertiſſimi del Mondo a preſu mer molto di sè, e creder di far gran cole coſe; quando col loro poco ſenno non fanno altro, che infucidare, e guaſta re i penſieri, e le maniere di dire che trovano ſparſe qua e là nell'altrui opere. Ecco per tutto ciò che appreſ ſo alla cognizione, che Uom dee ave re de'vocaboli, e d'altro; è da vede. re qual grandezza, e qualità di com ponimento ſia da eſſo, e qual fia la forza del ſuo ſpirito a concepire chia ramente più coſe, e'l modo, onde più facilmente, e felicemente le concepi. fce; perchè altri farà eccellente nella poeſia, che non ſarà appena di mez zano valore nella prota: ſenzachè al tri ſarà grazioſo in un genere di poe fia, che in un altro genere non ſarà gran coſa piacevole: Altri farà com. mendabile in un genere di profe; non così in un altro. Ma qualunque ſia il genere de componimenti, qualunque ne fia la fpezie, qualunque in fine ſia la abilità del noſtro fpirito a formare più queſto componimento, che quel.; ſi ha ad ogni ora in ciaſcuna coſa, grande, o picciola che ella fiafi, da aſcoltar la Natura; che forſe ſotto no. Y 2 me di Amoreaccennar volle in quei verfi il noſtro non mai baftevolmente lodato Poeta:. Io mi ſon un, che, quan do Amore ſpira, noto; e a quel mo do Ch'ei detta dentro., vo fignificando. Ma queſto ſi vuol fare con tal artificio; che meglio pud eſſer inteſo da molti, che eſpreſſo da pochiſſimi. Ed io per certo non ſaprei comemeglio a parole eſprimerlo. Ben ſo eſſere i più minuti, ed eſatti raffinamenti, che fanno quel bello, quel raro in ogni coſa, per cui ella ſale in gran pregio, ed in eſſo dura coſtantemente appo ogni Etade futura. Ma la maggior par te degli Uomini, che pur ſi chiamano di profondo ſapere, non badano a dete ti raffinamenti, perchè amano meglio, come dicon efi, di raccozzare eſprimere rozzamente molte coſe, che poche con leggiadria. Di quegli poi, che ſi conoſcono, e ſi dilettano de'leg gra. 7 e di giadri componimenti, altri'l fanno per averlo ſolamente udito, ed appreſo da' Maeſtri; ed altri 'l fanno maſſimamen te per propria meditazione, e quaſi per intimo ſenſo. De'primi molti po. trai udire a giudicare rettamente dell' altrui Opere, ed a ragionare a mara viglia de' precetti dell'arte; non così però ad eſeguirgli nelle loro. Oltrechè effendo ne'più perfetti Esemplari di Lingua quella stessa gradazione di ferie, che ravviſaſi in ciaſcuna ſpezie de' corpi Filici; coſicchè l'ultimo Icric tore tra gli ottimi venga ad eſsere il primo tra gli altri inferiori; rare volte avviene, che altri fuorchè i ſecondi, cioè, gli aventi il ſenſo ac comodato a conoſcere il vero ſpirito d'uno ſtile, che naſce di una bella fantaſia, correcta bensì, ma non pun to alterata dall'umano artificio; che ſappiano diſtinguere tra i buoni gli ottimi, e co'migliori gareggiar di lo de ne' loro componimenti. Benche il Mondo tutto de' Letterati non ab. bonda, che di ingegni mediocri, o di coltivati mediocremente; come ſi abbattono a qualche manie. i quali Ý 3. ra di file, o ſtrabocchevolmente fan taſtico, od in qualunque altro modo corrotto, e fallo; fannol conoſcere ed isfuggire; per altro facendo un fae fcio, come ſi dice, di tutti gli altri; hanno la ſtima medeſima di Autori di merito differentiſlimi. E non ef fendo forſe uſi di meditare ſopra ver runa coſa, per rinvenire da sè la verità; la credenza dell'uno di coſto ro è ſoſtegno, e ragione baſtante al la credenza dell'altro. In quanto poi a coloro che con qualche nuovo mo do di ſcrivere, tuttochè privo della venuftà, e della finezza da me ac cennata, deſtano in altrui ammira zione, e dilecto ye da i più fonte nuti per valentiffimi Scrittori; non è gran fatto da ſtupirſene, che il giu dizio della gente groffa, cioè de i più, in ſomiglianti cole è fallaciffimo. E inveſtigando io la ragione, onde in tervenga, che una ſtampita rechi al la moltitudine forſe diletto maggio re, che non reca un'armonia aggiu. ſtata; che un vafto, e bianco pala gio, che piuttoſto dovrebbe dirſi un gran mucchio di pietre, fia ftimato e di B.. Sil ed ammirato più, che una picciola caſa fabbricata cơn ottima architet tura; e che finalmente uno ſtile, ed altra coſa fregolarà piaccia per av ventura più, che non piacciono le coſe fatte riſpettivamente ſecondo le buone regole dell'arte; avviſai, che ella non poſſa eſſer alcra, ſe non ſe queſt'una: che concioſiecchè ricevono gli idioti dentro di sè un'idea di cofa, che non ha nè ordine, nè proporzione, può ſembrar loro aggiuftara, e gen tile; perciocchè la confiderano in se ſteſſa ſenza paragonarla colle idee che efli hanno delle coſe veramente efiftenti; e ſenza paragonarla con que' caratteri di bellezza, che badanie do ſottilmente, fi ravviſano nelle co ſe tutte, quali elle ſono create e diſpoſte dall' Artefice fapientiſſimo: i quali caratteri vie più rendonſima nifeſti, e mirabili, quanto maggiore fi è l'attenzione, e l'intelligenza di chi gli conſidera. Quindi noi vedrem mo più maniere di ſtile ampolloſo, o d'altra guiſa falſo aver tenuto per infino a tanto che fonofi dati gli - Uomini a fare il ſopraccennato pa ragone; che è quanto dire a diſtin. guere l'ideale, che ha infiniti fimili fuori di se, dal chimerico, che fol tanto dimora nel noſtro ſregolato giudizio: ed all'incontro lo ſtile che è il vero (vero io intendo di quella verità, che riſulta dalla con venienza tra l'eſpreſſion noſtra, e la eſpreſſione la più acconcia, che ima giniamo effer poflibile in chi favel la, ſecondochè gli detta la Natura ) può eſſere per alcun tempo in poco pregio, appreſſo coloro, che non fanno altro, che correr dietro a ciò, she ha faccia di novità, ſenza cere care più oltre. Ma certissima cosa è che opinionum commenta, come dice CICERONE (si veda), delet dies; nature juedicia confirmat. Ed io da capo francamente attribuiſcoverità anche al modo di ſcrivere che pazzo è per opinion mia, qual fi crede, che non abbiavi altrove verità nelle belle arti; ſalvo che ne' teoremi della Geometria, ovvero ne' calcoli dell'Aritmetica: quaſichè innumerabili non foſſero i fenomeni in Natura (e tuca ti ſenza dubbio ſono nel loro gene i re aggiuſtatiſſimi ) a' quali non ſi ponno addattare ne' calcoli, nè figu re geometriche. Ma effendone noi certi altronde dell'armonia e della verità delle coſe farce dall'arte, gliam noi dire perciò, che fien men belle, o men vere di quelle, di cui noi conoſciamo in parte, e geome. tricamente dimoſtriamo l' artificio? Il perchè io dico eſſerci verità in una Cantica d’ALIGHIERI (si veda), eſpreſſa co me ha fatto egli; che ella non ci farebbe altrimenti, ſe l'argomento ſteſso foſse eſpreſso dall' Uomo più ſcienziato del Mondo, ma ignudo di vocaboli gentili, e di maniere di dire leggiadre: Che altra verità contiene in sè una ſteſsa immagine delineata con perfecta ſimmetria, con atteggia mento naturale, con ombreggiamenti, e colori convenienti; ed altra, ſe det ta immagine tanto quanto ſi diſcoſta dall'eſemplare di Natura; benchè noi per quella eſsa la ravvilaflimo egual mente. Ora che altro è il noſtro Icria vere, e'l noſtro favellare, ſe non che un dipignere le noſtre idee ſopra la immaginativa di chi ci ſtanno ad udire; onde non dobbiam noi eſser con tenti ſol tanto, che una idea da noi groſsamente, non ſo ſe io mi debba die re piuttoſto abbozzata, che eſpreſsa, non venga tolta in iſcambio con un'al tra; ma dobbiamo innoltre porre ogni ftudio per eccitare in altrui quel vivo ſentimento di quallfia coſa, che ab biam noi medeſimi, allorchè vivamen te, e chiaramente l'abbiamo apprela. Che avvegnachè l'arte dello ſcrivere confifta tutta in un aggregato di ſegni, o di modi, ſcelti, ſe vuoi, ad arbi trio degli Uomini, io tengo non per tanto eſser detti ſegni quaſi una coſa ſteſsa con ciò, che per eſſi ne viene rape preſentato; o almeno dover eſser tali, Sì che dalfatto il dir non ſia diverſo Lungo ſarebbe il diſcender ora á ra. gionar de' particolari, che recano, o tolgono la leggiadria, e la verità a va rie maniere di componimenti. Ma ancorachè io nol faccia, il poco, che io ne accennai in comune, ſpero che per avventura defterà in chi che fia la reminiſcenza di quanto fa di meſtieri ula uſare a voler iſcrivere con lode; per chè in fine, ſiccome non da altri, che dal proprio ſentimento ſi può appren dere a modificar variamente l'armonia della Muſica, nè della Architectura; così non da altri, che da sè veruno non può apprendere il vero modo di addattare la propria fantaſia a cutte le occaſioni particolari di aver da eſpri merſi, che ſono ſenza numero. Poco io diffi eſſere ciò, che mi cadde in animo di accennare verſo il molto che un eſperto dicitore, quello, che io non ſono, avrebbe faputo e medi tare, ed eſprimere di attinente a così raſto argomento. Con tutto ciò ten gol per lufficientiffimo; purchè ſia da tanto di deſtare in eſso voi, umanil ſimi e ſaggi Accademici, la voſtra cu rioſità ad iſcoprire le mie fallacie; onde a mio utile proprio, io appren da quanto forſe mi trovi lunge dal fe gno ' prefiſso; mentre io delidero di guidare altrui pel retro cammino del la Verità. Gregorio Bressani. Bressani. Keywords: intorno alla lingua toscana.  Refs.: l’implicatura di Galilei, discorso intorno a nostra lingua – discorso intorno al volgare – Aligheri – vo significando – “meaning” – I am meaning – Gallileo, forma logica aristotelica – vo significando -- forma logica galileana – forma logica platonica – grammatica e geometria – grammatica profonda di Galilei -- Luigi Speranza, “Grice e Bressani” – The Swimming-Pool Library. Bressani.

 

Grice e Bria: la setta di Crotone -- Roma – scuola di Crotone – filosofia calabrese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Crotone). Filosofo italiano. Crotone, Calabria. According to Giamblico, a Pythagorean. Bria.

 

Luigi Speranza -- Grice e Bria: la diaspora di Crotone -- Roma – scuola di Taranto -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Taranto). Filosofo italiano. Taranto, Puglia. According to Giamblico, a Pythagorean. Bria.

 

Luigi Speranza -- Grice e Brotino: la setta di Crotone -- Roma – scuola di Crotone – filosofia calabrese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Crotone). Filosofo italiano. Crotone, Calabria. Brotino or Brontino of Crotona or Metaponto. The name crops up more than once in stories about Pythagoras Some say he was his father in law, others his son in law. He is aldo said to have been a pupil of Acmaeon o Crotone. Clement of Alexandria says he wrote a book on the nature of the world. It is possible that a father and son sharing the same name have been confused with each other.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Bruni: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’interpretare – l’interpretazione di Romolo – scuola d’Arezzo – filosofia aretina – filosofia toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Arezzo). Filosofo aretino. Filoofo toscano. Filosofo italiano. Arezzo, Toscana. Grice: “Bruni is a philosopher – and a Griceian one at that; he reminds me when Strawson and I used to give joint seminars on ‘De interpretation;’ our tutees found it boring but we would say, ‘lay the blame on the Stagirite.” Grice: “Boezio was possibly wrong in missing the metaphorical impicature of ‘hermeneutic,’ and give us a rather boring ‘inter-pretatio’ – which is the thing Bruni uses when dealing with Cicero – Bruni is unaware if what he is doing is ‘interpreting’ or ‘volgarizare,’ i. e. render the thing into the volgare that the volgo may appreciate! His impicature seems to be: let the classics stay classic!” –Grice: “But there is a little word that Bruni uses that is crucial, ‘recta’ – interpretation has to be ‘recta,’ as opposed to incorrect – which leads us to impilcature – is over-interpretation mis-interpretation? We think it is!” – “But since an implicaturum is cancellable, we have to be VERY careful here, as Bruni is – especially when he visited I Tatti!” –  Politico, scrittore e umanista italiano di Toscana, attivo soprattutto a Firenze, della cui Repubblica ricopre la più alta carica di governo di Cancelliere. Uomo di grande personalità, arguto e forbito parlatore dotato di grande eloquenza, si insere nella disputa sulla questione della lingua, discussione apertasi con l'avvento della lingua volgare all'interno della lingua in uso specie in chiave letteraria a quell'epoca. Conobbe Filelfo ed ha come maestro Malpaghini. Nei suoi studi riscontra fenomeni di ‘corruzione’ della lingua latina dall'interno, rilevando ad esempio in Plauto le forme di assimilazione fonetica“isse” per “ipse”; oppure “colonna” per “columna”. Teorizza quindi che il latino si fosse evoluto dal proprio interno, sostenendo l'esistenza di una di-glossia. Oltre al latino antico classico, aulico, sarebbe esistito un livello inferiore, meno corretto, usato informalmente nei contesti quotidiani, da cui provengono la lingua romanza o italiana – toscano, fiorentino. Oppositore di questa teoria e Biondo, il quale sostiene invece che la causa della “decadenza” o corruzione del latino fosse stata l'aggressione esterna dei due popoli germanici: gl’ostrogoti e i longobardi. Gli studi storici hanno mostrato che le due teorie di Biondo e B. non sono effettivamente incompatibili. Il latino si è evoluto per ragioni, sia “interne” (e. g. le corruzioni di Plauto), sia “esterne” (le invasion dei barbari ostrogoti e longobardi). Nella prima metà Professoresi avevano pareri opposti in merito alla dignità del volgare. Filosofi come Salutati e Valla disprezzano il volgare perché non dotato di norme grammaticali; Alberti, al contrario, si adopera molto per far riconoscere il volgare come lingua ricca di dignità nel panorama filosofico. B. conceve il dialogo “Ad Petrum Paulum Histrum”, nel quale dava la parola a due esponenti dell'umanesimo del periodo: Salutati, appunto, e Niccoli. Il primo assere che il volgare sarebbe stato degno solo se regolamentato da assiomi precisi, e si dispiaceva del fatto che Alighieri non avesse scritto la sua Commedia nel ben più nobile latino. Niccoli propone una visione ancora più radicale, arrivando a giudicare tre fra i principali filosofi italiani Alighieri, Petrarca e Boccaccio poco più che degli ignoranti. Niccoli difende questi ultimi, riconoscendo la grandezza delle loro opere, invece di giudicarli in base alla lingua che usarono. È celebre una sua epistola in cui delinea princìpi fondamentali dell'umanesimo. È sepolto nella basilica fiorentina di Santa Croce in un monumento opera di Rossellino. Altre opere: “De primo bello punico” (della prima guerra punica);“Vita Ciceronis o Cicero novus” (vita di Cicerone, ovvero, CICERONE nuovo); “Aristotele, Ethica nicomachaea”; “Oratio in hypocritas”; Pseudo-Aristotele, “Libri oeconomici”; “Commentarius de bello punico, adattamento di Polibio”; “De militia”; “Commentarius rerum graecarum”; “De interpretatione recta” “Aristotele, Politica”; “Commentarius rerum suo tempore gestarum”; “De bello italico adversus Gothos”; “Historiae Florentini populi”, Storie del popolo fiorentino (Storia fiorentina) da Acciaiuoli ed uscì a stampa a Venezia. Vedi alla voce "letteratura umanistica" in umanesimo, riferimenti in Carlo Dionisotti, B., in Enciclopedia Dantesca. Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Cesare Vasoli, B., Dizionario Biografico degli Italiani, Repertorium Brunianum. Lingua volgare. Questione della lingua Monumento funebre di B. di Rossellino, basilica di Santa Croce, Firenze. Dizionario biografico degli italiani. Epistole (in latino).  Dialogi ad Petrum Paulum Histrum di B. - di Carlo Zacco   Cancelliere fiorentino. B. è originario di Arezzo, ma Arezzo pochi anni dopo la sua  nascita passa sotto il controllo di Firenze, e lo stesso B. si può definito a pieno titolo acquisito da Firenze ed ottenne la cittadinanza di Firenze. E’ personaggio molto importante dal punto di vista letterario ma ebbe una funzione importante sotto il profilo amministrativo-civile perché fu uno dei più importanti cancellieri della repubblica fiorentina, successore, non immediatamente, a quello che il più noto dei cancellieri del 300: Salutati, una grande figura di intellettuale, che si pose come diretto erede, insieme con il Boccaccio, del Petrarca. Salutati. Coluccio è un personaggio di questo dialogo. Svolse in Firenze un ruolo molto importante sia dal punto di vista politico (più politico di B.), e dal punto di vista amministrativo-civile è uno dei più noti e importanti cancellieri di firenze: le sue missive sia d’ufficio che private sono moltissime, e lasciò una forte impronta. Un impronta volta a delineare l’ideologia della città di Firenze: la difesa stessa della libertà fiorentina, per fare solo un esempio fra tutti, contro la tirannide viscontea. Salutati ha anche un altro importante merito che fu quello di portare a Firenze gli studi di greco. Fu per impulso del salutati, anche se non solo suo, che venne a Firenze il Crisolora: uno dei più importanti dotti bizantini e proprio tramite lui si instaurò lo studio del greco a Firenze. Intorno al Crisolora si stabilisce un gruppo di figure, non soltanto fiorentine, poiché dato che il greco si poteva studiare a Firenze, vennero anche da altri luoghi giovani per imparare il greco; e tra questi giovani che vennero a Firenze ad imparare il greco ci sta il dedicatario di questa opera: Istriano, che è Vergerio, che operava nel contesto carrarese, a Firenze per studiare il greco, e poi era tornato a Carrara. A sua volta aveva scritto un trattato pedagogico intitolato “sui nobili costumi”. Trattati pedagogici: altro aspetto dell’umanesimo, molti scritti sono di carattere pedagogico perché uno degli aspetti importanti nell’umanesimo è proprio legato alla formazione dei giovani basata sulle Humanae Litterae. L’umanesimo fiorentino. Questo è il contesto culturale entro cui nasce questa operetta, interessante perché mette in evidenza gli elementi di contrasto tra l’umanesimo inteso come un recupero classicistico di stretta osservanza e la volontà di coniugare ad un rinnovamento degli studi, quello che era la tradizione: in modo particolare quella dei tre fiorentini Dante, Petrarca e Boccaccio.  Ripresa del dialogo classico. Questa operetta non è un trattato: è impostata come una discussione, una disputatio ma è a sua volta, sviluppando alti elementi, è un altro dei caposaldi di rifondazione del dialogo in latino: sulla scorta dei classici, più sistematicamente di quanto non avesse fatto il pur importante esempio petrarchesco. Disputatio in utramque partem. Questo è un dialogo diegetico, non mimetico, dunque un dialogo dove la cornice è costantemente presente. E’ un dialogo costruito in due libri, e la discussione è svoltain utramque partem, da una parte e dall’altra. C’è un personaggio, un letterato e al tempo stesso un personaggio di un certo peso a Firenze che si chiamava Niccoli, che sostiene due parti tra loro contrapposte: nel primo libro attacca violentemente le figure di Dante, Petrarca e Boccaccio, inserendo questo suo discorso in un attacco relativo alla condizione della cultura contemporanea: quindi denunciando lo stato di decadenza della cultura contemporanea; nel successivo libro fa unapalinodia e svolge un discorso opposto: gli elogia di questi tre personaggi. Oltre al fatto del far vedere che cosa è diventata a questa altezza cronologica la disputatio, ci sono diversi aspetti in questo che  sono interessanti. C’è un primo problema di carattere cronologico, qui ridotta ai minimi termini, in una discussione che è ancora in corso: è un opera su cui si è discusso e scritto molto, e la cui datazione è uno degli elementi di discussione. Altro elemento di discussione che è collegato a questo è se questi due libri siano stati concepitiunitariamente o se il secondo sia stato scritto dopo: cioè se l’autore avesse cambiato idea rispetto a quello che aveva fatto sostenere a Niccoli e avesse svolto poi nel secondo libro successivamente una palinodia egli stesso nel celebrare l’elogio dei tre fiorentini.  la datazione Termini ante/post quem. L’opinione più persuasiva a tal proposito è questa. Innanzitutto c’è un problema di tempo interno: c’è un indicazione precisa dal punto di vista cronologico, come emerge all’inizio del dialogo; questo dialogo è collocato in due giorni diversi, uno successivo all’altro, nei giorni di Pasqua. Il fatto che come tempo interno sia dato un anno non significa che quello sia il tempo reale di scrittura naturalmente. Comunque, posto che qui venga messo come data è evidente che B. non potè scrivere l’opera prima di questa. L’altro termine di riferimento non dopo il quale fu scritta l’opera, è un anno perché in quella data, in una lettera, B. stesso direttamente ci parla di questa sua operetta come già pubblicata (pubblicata ovviamente equivale a «circolante», almeno tra alcuni dotti). morte di Salutati. Altro aspetto da considerare riguarda le figure dei personaggi presenti. Tra queste figure c’è quella importante, una sorta di Nume tutelare, il personaggio anziano, l’intellettuale in età avanzata rispetto al gruppo dei giovani (c’è questa differenza importante che va considerata) che è Salutati. Se noi stiamo a guardare ai dati dell’operetta possiamo pensare che sia stata scritta quando il Salutati era ancora vivo, se consideriamo il Salutati personaggio, che ci viene presentato in vita. In  realtà però c’è tutta una serie di elementi che fanno propendere a ritenere che sia stata scritta, almeno per quello che riguarda il secondo libro, dopo la morte del Salutati. Perché si attribuiscono al salutati posizioni che difficilmente il Salutati avrebbe sottoscritto (lo sappiamo da altri dati, lettere ecc). l’unitarietà Unitarietà dell’opera. Altra questione: è unitaria o no questa operetta? Su questo punto è più difficile rispondere: il primo libro presuppone indubbiamente un secondo libro che certamente modificasse l’assetto del primo con il capovolgimento di posizione. Nei termini della disputatio in utramque partemla tesi più persuasiva è che indubbiamente sotto questo profilo, quello che è svolto come materia nel secondo libro sia già dato nel primo come presupposto. Cioè che come testo dal punto di vistaunitario il bruni avesse pensato all’opera in due libri; certo però è che ci sono alcune piccole diffrazionidall’uno all’altro. Cambia la casa dove si svolgono i dialoghi; viene introdotta un’altra figura, cosa possibile anche per alcuni spunti ciceroniani a dire il vero, ma questo muta alcuni aspetti e alcune parti dell’impostazione: in altre parole non è da escludere che il progetto originario, pur prevedendo un secondo libro come è nella logica con cui è stata scritta l’opera, si sia poi svolto effettivamente in untempo successivo nel secondo libro. Ciò non toglie che, così come è svolta, l’opera abbia un assetto contenutistico unitario, anche nell’impianto della disputa in entrambe le direzioni. Uno degl’aspetti più interessanti dal punto di vista letterario riguarda la consapevolezza da parte di B. di voler imitare anch’egli CICERONE, non però il Laelius come fa Petrarca, ma una delle opere più imitate da questo momento in poi in tutto il dialogo umanistico, e cioè il “De Oratore”.  Il “De Oratore” è importante in quanto modello per eccellenza del cortegiano. Ci sono delle modificazioni nell’impianto da parte di B. rispetto al modello del “De oratore”: l’aspetto che lega maggiormente questo testo al “De Oratore” è l’impianto con una cornice di carattere realistico. Qui abbiamo la Firenze reale di quel tempo, abbiamo personaggi storicamente individuati, abbiamo una autorità come Salutati. Altro aspetto interessante sul piano dell’impianto e la palinodia, l’affermare una cosa e il fare il discorso in opposto rispetto a quello che si è detto nel primo libro è una modalità attuata nel “de oratore” mediante il personaggio di Antonio. Antonio sostiene una tesi nel primo libro (nel “De Oratore” sono tre) e capovolge la tesi nel secondo. Viene  mostrato da CICERONE  il modo retorico e le ragioni di questo. È stato anche osservato che si tratta di una palinodia che non nega gl’asserti precedenti, però sicuramente modifica quello che era stato detto nel libro precedente. Anche la casa come luogo di raccolta, di discussione dei dialoghi è un elemento ciceroniano; e lo è anche  il tempo di festa: qui siamo a Pasqua. La differenza che balza più all’occhio è che mentre per CICERONE non c’è la presenza diretta dell’autore, perché CICERONE dice di aver riportato dialoghi e discussioni che si erano svolti diversi anni prima, e c’è quindi una diffrazione di carattere temporale, per cui CICERONE afferma di aver riportato la testimonianza di chi gl’aveva raccontato quei dialoghi, qui invece c’è la presenza diretta dell’auctor e c’è una attualizzazione totale nel senso che a prescindere dalla data specifica i temi trattati sono altrettanto attuali e attualizzati. Vediamo solo la prima parte, ma senza leggere la seconda non si capisce l’effettivo svolgimento del discorso. Alcuni moduli che vediamo riguardano solo questo dialogo, altri riguardano una modalità che nel tempo viene ad essere ripresa e si evolve, come vedremo nel cortegiano, dove siamo però in un ambiente diverso: questo cittadino, quello di CASTIGLIONE, della corte. Questo è  ambiente privato: un gruppo di amici che discutono tra di loro. Queste discussioni non sono invenzione di B. Abbiamo altre tracce e testimonianze in ambito fiorentino in relazione alle critiche che gruppi di giovani classicisti di stretta osservanza avevano avanzato criticando aspramente le cosiddette glorie fiorentine: Dante Petrarca e Boccaccio. Quello che sta al fondo di questo dialogo è un problema e un tema di discussione quanto mai attuale nella Firenze del tempo. Se a noi può sembrare strano, visto che pensando a Dante pensiamo ad un grandissimo poeta e autore, trovare Dante trattato come un autore di popolo, di farsettai, di pescivendoli eccetera, può dare adito a qualche stupore. Le stesse accuse sono riferite da altri, non li introduce solo B.: i problemi di cui si discute sono problemi su cui le discussioni c’erano nella Firenze del tempo. Abbiamo dunque da un lato si afferma prima questo aspetto destruens  e dall’altro lo stesso che dice di aver parlato di quelle cose per ragioni di carattere retorico e per fare in modo che fosse proprio Salutati a fare l’elogio. Quindi li giustifica come una sorta di esercizio di simulazione retorica.  La dedicatoria  L’antico detto. Vediamo i caposaldi di questo discorso. Anche qui abbiamo un proemio che è una lettera dedicatoria molto breve rivolta al Vergerio. La lettera si apre con un antico detto di un saggio, e sia apre così a mo’ di omaggio verso il Vergerio, che con questo detto, attribuito a Francesco il vecchio da carrara, suo signore, aveva aperto il suo trattato. Questo detto è relativo alla patria: antico detto di un saggio che l’uomo per essere felice deve innanzitutto avere una patria illustre e nobile.  Elogio di Firenze. La patria di origine del B. non è più Arezzo nelle condizioni in cui era precedentemente, rovinata e distrutta ormai dai colpi della fortuna. Ha però B. a sua volta l’opportunità di vivere in una città eccellente, quest’opera è anche una celebrazione della grandezza di Firenze. Il fatto che Firenze sia una città eccellente è dimostrato facilmente perché lo stesso dedicatario era stato con lui a Firenze compagno di studi presso il Crisolora: c’è stata dunque una comunanza di studi, di vita e di affetti.  Il dono all’amico lontano. Una comune abitudine alla conversazione e alla discussione, a dato che l’amico è lontano, desiderato e rimpianto, così come l’amico lontano desidera e rimpiange gli amici fiorentini gli manda proprio come memoria ed omaggio (B. al Vergerio) la testimonianza di una delle discussioni da poco avvenute tra loro giovani amici e il Salutati, come testimonianza che  può trasmettere le discussioni di una volta allo stesso Vergerio. Anticipa, sui contenuti, ciò che riguarda la dignità degli argomenti e la dignità degli uomini. Cita i due protagonisti-antagonisti: Salutati e il Niccoli. L’altra dichiarazione che costantemente viene fatta in trattati di questo genere è la testimonianza –dedica: dice alla fine di questo proemio: «così io rimando la disputa trascritta in questo libro in modo che tu, benchè assente, in qualche modo possa godere di quanto godiamo noi, e nel far questo ho cercato soprattutto di rendere con la massima fedeltà le due posizioni contrastanti (originale: morem utriusuqe, il costume di entrambi)» e affida allo stesso Vergerio il compito di giudicare se ci sia riuscito oppure no.  La psicologia del personaggio. Questo è un altro tratto importante: quello della delineazione del personaggio: non sono solo voci, con personaggi con una loro individualità. Essendo un dialogo diegetico questa loro personalità può essere messa in evidenza per alcuni tratti dalla cornice diegetica, ma soprattutto dal modo in cui ciascuno si esprime, e quindi da quella sorta di delineazione psicologica che deriva dal discorso. L’abilità è anche quella di rendere da parte del bruni l’atteggiamento nel dire dei due, e ne è giudice lo stesso Vergerio che li conosceva entrambi. La rappresentazione dei personaggi rappresentano anche dunque una prova distile e di bravura da  parte dell’autore. Noi non abbiamo modo di vederlo nel testo latino, ma quest’opera è letterariamente significativa anche nel movimento stesso delle voci.  Il primo libro  Cornice introduttiva Come viene fatta l’introduzione nel dialogo diegetico? Innanzitutto c’è la cornice introduttiva, che ci dà delle indicazioni relative alle circostanze del dialogo, al luogo e ai personaggi.  Bruni e Niccoli vanno a casa di Coluccio. In questa nostra cornice noi abbiamo che nel tempo delle feste, questi giovani personaggi stanno andando a casa di Salutati, che viene definito «senza dubbio l’uomo più eminente del tempo nostro per sapere, eloquenza e dirittura morale»: triplice occorrenza che definisce il carattere del nume tutelare. Viene poi introdotto un novo personaggio: mentre stanno per andare da Salutati incontrano Rossi, il quale a sua volta è definito per ciò che è proprio del personaggio stesso in relazione agli studi: «uomo dedito agli studi liberali». Tutti insieme vanno da Coluccio, e De Rossi si unisce a loro.  La critica di Coluccio. Arrivati a Casa di Coluccio c’è un momento di Silenzio: Coluccio pensa che quei ragazzi gli vogliono dire qualcosa, loro non iniziano per far cominciare il maestro e quindi viene rappresentata questa pausa: un elemento di carattere anche realistico. Alla fine Coluccio, dato che nessuno parla si decide ed interviene nel discorso. Quindi la persona più autorevole inizia il suo discorso: che inizia nei termini di una conversazione, quello che può avvenire quando un gruppo di persone si trova in casa di uno che è più autorevole di loro, e questo comincia a parlare, e di fatto esprime il piacere di vederli e poi comincia, li loda per la loro passione per gli studi, ma esprime poi una critica. • importanza della disputatio. Critica relativa al fatto che hanno trascurato quello che per Coluccio invece è importante: la disputatio, l’abitudine alla discussione che secondo il Salutati è fondamentale proprio per affrontare in pieno sottili verità, per poterle sceverare compiutamente, per mantenere la mente in occupazione, e scambiando discorsi in comune per fare una gara esercitando il proprio intelletto, al fine di ottenere la gloria quando si sia superiori nella disputa rispetto agli altri, oppure la vergogna quando si è battuti; da qui verrebbe uno stimolo allo studio per imparare di più., in fondo.Che cosa può lo sguardo di tutti. Attenzione: qui la traduzione dice questione,che potrebbe far pensare alla quaestio, nel testo latino si dice invece rem, l’oggetto della discussione, è diverso il senso da dare alla cosa. E’ importante l’esercizio perché se non si compie, chi è studioso rimane a parlare con sé stesso e con i propri libri, ma non si mette a gara e non interviene nel colloquio con gli altri uomini, e non viene ad essere di giovamento, non ottiene i frutti che possono essere dati dallo scambio argomentato delle discussioni.  Rievocazione degli studi a Bologna. Evoca gli esordi della sua stessa educazione quando era a Bologna: dove aveva avuto un insigne maestro ed aveva appreso l’arte del discutere; poi aveva avuto modo di cimentarsi ulteriormente in relazione ad un dotto teologo e sapiente a Firenze, e al tempo stesso dotto in teologia, agostiniano, e insieme amante dei classici: è Luigi Marsili, che animava un cenacolo presso la chiesa di Santo Spirito, ed è una figura eminente della Firenze trecentesca, che viene anche nominato dal Petrarca. • l’elemento cronologico. Ci viene dato attraverso il Marsili l’elemento cronologico che si diceva all’inizio poiché il Marsili è indicato come morto sette anni prima: dato che era morto, allora ci porta.  L’insegnamento del Marsili. Il Marsili aveva dimostrato a Coluccio, nei tempi posteriori alla giovinezza, quando valesse la discussione: era un sapiente conoscitore degli studi di teologia, ma anche un conoscitore degli antichi; tanto profondamente legato alla scrittura degli antichi da averle assimilate, anche stilisticamente tanto da riprodurne le movenze. L’esempio che porta il Salutati di Sé e di quanto aveva guadagnato da queste discussioni è dato per mostrare attraverso la propria persona, quanto efficacemente egli ritenga sia proprio della discussione, cioè: il frutto delle sue opere era stato dato secondo il salutati proprio attraverso questa via. Dunque l’esercizio è fondamentale. Su questo punto si intavola tutta la discussione che segue. Salutati, pur sostenendo di ammirare gli amici per la loro apssione per gli studi, criticava il fatto che non si dedicassero, come esercizio non solo opportuno e utile, ma necessario, la disputazione. Coluccio aveva portato il proprio esempio sia dalle indicazioni che aveva ricevuto dalla scuola di grammatica quando era un giovane studente a bologna, e sia per quello che aveva  ricavato dal rapporto continuo assiduo e importante con il dotto teologo studioso dei classici Marsili. Una indicazione del Marsili ci dà l’indicazione del tempo interno del dialogo.  Il discorso di S. si concludeva con una esortazione ai giovani perché si dedicassero alla disputa e cercassero di dare maggior frutto ai loro studi.  La risposta di Niccolò. Come personaggio antagonista risponde Niccolò Niccoli: fin dalla presentazione che nella dedicatoria aveva fatto al Vergerio B. aveva presentato le due figure di Coluccio e Niccoli proprio in questo senso. In più di un momento pare che Niccoli dia ragione al Salutati riconoscendo l’importanza della disputa che potrebbe giovare molto agli studi, e lodando Salutati per l’efficacia sul piano dell’eloquenza con cui aveva dimostrato questa tesi; e ricorda a sua volta la figura del Crisolora, chiamato dallo stesso Salutati e da cui questi giovani avevano imparato il greco. Il salutati invece aveva preso i primi rudimenti ma non tanto da essere in grado di fare una traduzione dal greco al latino.  Le colpe della generazione precedente. Pare che Niccoli dia ragione al salutati, ma  non è così: egli giustifica se stesso e i suoi amici dicendo che se non svolgono quella esercitazione non possono essere accusati i ragazzi stessi ma devono essere accusati i tempi: c’è qui una rappresentazione estremamente negativa, che riprende alcuni tratti del Bruni scrittore già ben presenti nelle opere polemiche di Petrarca, e che per alcuni elementi emergono anche nel De Vita Solitaria, un attacco da parte del Niccoli molto duro nei confronti della condizione in cui è ridotta la cultura per colpa delle generazioni precedenti e che dispersero il grande patrimonio della cultura antica. Di fatto come sappiamo la concezione stessa del medioevo nasce polemicamente proprio in contrapposizione con quello che riguarda la volontà da parte degli uomini umanisti in primo luogo di ritornare alle fonti della vera sapienza degli antichi superando la decadenza; è una notazione polemica questa che noi non facciamo nostra, ma che riguarda la cultura del tempo.Il Niccoli spiega che per poter svolgere una disputatio è indispensabile padroneggiare bene  un argomento, e per fare questo bisogna avere una grande mole di conoscenze; Niccoli si domanda come si possa acquisire una tale mole di conoscenze in questi tempi oscuri, con tanta penuria di libri. Invita a considerare poi come sono le discipline umanistiche in passato e come sono oggi. Parte qui una sorta di rassegna che mostra le radici della FILOSOFIA, mostra che cosa comporta IL PASSAGGIO A ROMA della FILOSOFIA e mostra come ai tempi moderni è ridotta la filosofia.  Polemica contro gli aristotelici. Qui il Niccoli si lancia, sulla scorta di considerazioni già petrarchesche (non qui enunciate come tali, perché non si fa qui il  nome di Petrarca) contro i filosofi e soprattutto contro gli aristotelici. Non contro ARISTOTELE, ma contro gl’aristotelici che tutto basano sull’autorità di un solo filosofo, e tutto basano sul cosiddetto ipse dixit, essi d’altra parte fanno questo sulla base di un'unica autorità, e non soltanto mostrano con ciò di non conoscere bene ciò di cui parlano, ma mostrano una grande arroganza: la dimostrazione della loro arroganza e della difficoltà nel padroneggiare gli scritti di Aristotele, trova una base polemicamente anche con riferimento a una polemica che a sua volta contro i retori del suo tempo fa CICERONE. • la corruzione del latino e dei testi. Poi ritorna all’oggi e accusa i filosofi aristotelici di parlare di cose che in realtà non sanno, e come possono saperle? Se questi non solo ignorano il greco, ma IGNORANO IN GRAN PARTE ANCHE IL LATINO? E qui è sotto accusa anche IL LATINO PERVERTITO del medio evo, che non è quello degl’umanisti. Addirittura Niccoli dice che se tornasse lo stesso Aristotele, non riconoscerebbe neppure più i suoi testi. Sottolinea un aspetto importante da un punto di vista filologico, cioè il problema della restituzione critica dei testi aristotelici, il problema cioè di andare a cercare il maggior numero di esemplari dei testi di Aristotele e il tentativo di restituirli alla loro rispettiva lezione, e questo puo essere fatto a partire dal testo greco. La conoscenza del greco che questo circolo di umanisti possede, e in quei tempi appannaggio di quei pochi che avevano beneficiato, sulla scorta del Crisolora.  Altro affondo: gl’occamisti. Dopo questo attacco agl’aristotelici passa ad attaccare I DIALETTICI. Anche questa è una polemica già petrarchesca, con i cosiddetti barbari britanni, soprattutto DIALETTICI e logici occamisti, seguaci di Occam. Secondo le accuse che venivano fatte essi si occupano di cose da poco, di frivolezze, invece che di occuparsi di cose importanti ed eccellenti. Ciò non vale solo per le due discipline evocate ma dice che potrebbe dirsi lo stesso di tutte le altre arti: Grammatica, retorica e tutte le altre arti. Non mancano gl’ingegni, ma mancano i mezzi per imparare in questa condizione del sapere. Non abbiamo né mezzi ne maestri.  L’eccezione di Salutati. A questo punto è chiaro che occorre fare un eccezione, perché sennò nel contesto del discorso ciò avrebbe significato attaccare lo stesso Salutati. Allora Salutati è salvato da Niccoli ed elogiato e rappresenta l’eccezione che conferma la regola. Perché Salutati ha  potuto far frutto con i suoi studi? In virtù del suo grande ingegno, quasi divino, che gli ha consentito di fare quel salto di qualità e quindi di essere l’eccezione alla regola.  Ubi sunt. L’ultima parte del Discorso di Niccoli si imposta su quel modello di elegiaco tema dell’Ubi Sunt, dove sono mai?, tanto presente in ambito medievale, ma qui piegato a lamentare la mancanza dei grandi libri dei classici; e fa un elenco di libri di grandi autori che mancano. Il precetto di Pitagora. Aggiunge poi un aspetto legato alla necessità del silenzio cui sono costretti, e fa un riferimento ad un precetto dell’antico filosofi Pitagora: Pitagora aveva invitato i discepoli, prima di parlare, a meditare e restare in silenzio per cinque anni, e se i discepoli di Pitagora, che pure avevano tale maestro e tale possibilità stante la cultura del tempo antico, come potranno questi giovani parlare e mettersi a disputare? Dice il Niccoli:  «noi che non abbiamo  né maestri ne insegnamenti né libri: come possiamo fare questo? Dunque non ti devi arrabbiare con noi se stiamo zitti e non discutiamo, non è colpa nostra ma dei tempi».  Torna la cornice. A questo punto ritorna la cornice. Al discorso diretto viene reintrodotta la cornice con una sorta di segno teatrale: una pausa di silenzio che fa si che ci sia anche uno stacco in relazione alla voce che ora segue; uno degli aspetti efficaci del dialogo è la messa in scienza dei personaggi e quindi la rappresentazione delle loro voci. La cornice interviene diegeticamente introdotta dal narratore-autore, che interrompe il flusso del discorso, segnando appunto una pausa di silenzio. Disputa intorno a disputare. Interviene Coluccio rilevando la contraddizione, perché il Niccoli che aveva sostenuto di non poter parlare e discutere a causa dei tempi, aveva a sua volta dato unabrillante dimostrazione di essere capace di discutere con le sue stesse parole. Allora Coluccio cerca dichiudere questo discorso dicendo: «lasciamo dunque se credete questa disputa che è intorno al disputare».  Gli altri chiedono il confronto. Ma il discorso non può finire qui e c’è l’intervento di un dialogo a più voci, quindi c’è una variazione nel modo in cui sono introdotte le voci di dialogo ed efficacemente dal punto di vista letterario il dialogo viene ad essere animato. Interviene Roberto De Rossi, che non vuole che la discussione rimanga a metà; • Coluccio. interviene di nuovo Coluccio che dice per teme di aver destato il leone dormiente e chiede il parere degli altri: chiede innanzitutto a Roberto De Rossi se sia d’accordo con lui o con Niccoli dichiarando che in relazione a Leonardo, cioè colui che è al tempo stesso personaggio e autore del dialogo, non ha dubbi perché ritiene che Leonardo sia d’accordo con Niccolò. Interviene allora con la voce che dice io  lo stesso B. che chiede di essere considerato un giudice. Non vuole prendere posizione; fermo restando che c’è una aggiunta, non priva di una certa ambiguità, perché riconosce che la causa è in gioco non meno di quella di Niccolò. Interviene infine Rossi che a sua volta dichiara di sospendere il giudizio, e di sospendere il suo parere finché entrambi non espongono la loro opinione. Dunque Coluccio adesso deve fare una confutazione di quello che Niccoli ha detto.  La confutazione di Coluccio. Si apre una ulteriore fase del dialogo nell’ottica di una confutazione fatta da Coluccio in relazione a quello che Niccoli ha detto. In primo luogo fa notare che è facile confutare che dice che a causa dei tempi non si può disputare quando egli stesso lo ha dimostrato egli stesso disputando. C’è anche una schermaglia un poco scherzosa in relazione al Niccoli. Un altro degli aspetti del dialogo è anche l’introdurre battute per alleggerire il senso delle discussioni, così come si introduce all’interno del discorso riferendosi  ad un personaggio che inizia a parlare «sorridendo» ecc, così anche da battute. Viene ad essere interrotto a sua volta il Salutati da Rossi con un'altra obiezione: allora se tu elogi il Niccoli che ha mostrato di poter disputare, perché dici che ci si debba esercitare? Se senza esercitarsi Niccoli c’è riuscito così efficacemente, vuol dire che l’esercizio non è necessario. Risponde con una contro obiezione il Salutati dicendo che l’esercizio è fondamentale per poter ottenere un ulteriore eccellenza: se già ci sono delle buone disposizioni soltanto esercitandosi si può migliorare.  Elogio dell’esercizio. Coluccio si lancia in un elogio dell’esercizio. Questo esercizio e la disputa sono di nuovo ri-definiti, e questa definizione è importante:, riga 5: perciò io chiamo disputa:  - insisto su questo poiché il modo in cui è definita la disputa e la discussione delimita i caratteri della discussione stessa, e la distingue rispetto alla quaestio degli scolastici.  Non poi così bui. Salutati ammette che la situazione in cui versano le arti liberali non è la migliore possibile. Però in relazione all’atteggiamento assolutamente negativo in Niccoli tende a minimizzare: sì, un po’ sono decadute, ma non al punto tale che siano nella condizione che dice Niccoli. E se è vero che molti libri mancano, è ben vero che altri ce ne sono, e comunque le cose che abbiamo le dobbiamo usare e non le dobbiamo disprezzare. E dunque ribadisce che il Niccoli sbaglia ad attribuire la colpa ai tempi, perché così non riconosce quello che deve imputare a sé stesso; cioè si sottrae di fatto quello che sono le sue responsabilità. Chiarisce anche che il suo intento è quello di porsi in opposizione a lui, e non di attaccarlo violentemente, cioè non è il suo un atteggiamento volutamente polemico in termini distruttivi. La illustre tradizione fiorentina. D’altra parte introduce, ritenendo che questa parte del discorso possa essere compiuta, un ulteriore passo, che poi scatenerà il resto della discussione e la reazione del Niccoli: E dice: «come è possibile che  tu venga a dire che in tempi moderni non ci siano possibilità da parte degli ingegni di fiorire se tu tralasci tre uomini fioriti da questa nostra città e nei nostri tempi. Dante, Petrarca e Boccaccio, che sono levati al cielo da così grande universale consenso.  C’è un motivo anche di carattere patriottico. -c’è una specificazione data in relazione a Dante che è significativa per come volgerà poi il seguito del dialogo, poiché sembra essere posta una riserva sul fatto che Dante prescelse il volgare, infatti dice «se Dante avesse usato altro stile (alio genere scribendi) io non mi contenterei di porlo insieme a quei nostri padri, ma a loro e ai greci stessi io lo anteporrei»: cioè da un lato c’è una lode del ruolo di Dante, dall’altro una riserva del modo di scrivere. E dice che quei tre non vanno dimenticati ma ricordati perché sono il vanto e la gloria della città.  Dante. E qui la voce di Niccoli esplode. In realtà il verbo non è messo, c’è un ellissi, ma il traduttore lo sottolinea permettere in evidenza l’esplosione polemica del Niccoli. C’è un vero e proprio grido del Niccoli. «allora Niccoli insorse ignorante d’ogni cosa? - e qui comincia un atto d’accusa. Che parte da Dante, che viene accusato di non capire il latini di Virgilio, citando un passo del Purgatorio; viene accusato di non aver capito l’età di catone e di averlo invecchiato rispetto a quello che dice Lucano; viene accusato di aver preso Cesare che era un tiranno, averlo lodato, ed aver messo l’uccisore di cesare nella bocca di Lucifero; è accusato anche per la sua cultura basata sulla scolastica, e per il latino di Dante stesso. E dunque che cosa deve essere Dante? A chi deve essere lasciato Dante? A quale pubblico? Pagina 99, in fondo: per cio familiare solo a gente simile».  Fiorentini contro Dante. Che a gruppi di classicisti di stretta osservanza fosse rimproverato un atteggiamento simile lo sappiamo da altre fonti: che possono anche essere collegate a questo, ma ci sono anche altre fonti fiorentine che ci trasmettono questo atto d’accusa, mossa a giovani che invece di guardare alle glorie della patria. Le attaccano. L’accusa è ancora più dura perché non riguardava solo un giudizio di carattere letterario che attaccava i numi tutelari della cultura fiorentina e il vanto della cultura fiorentina, ma perché questi stessi giovani erano accusati di disinteresse nei confronti delle sorti della patria. Un po’ di tempo prima della scrittura di questi dialoghi, c’era stato uno scontro violento tra Firenze contro Visconti, e c’era stato un momento in cui pareva che Firenze dovesse soccombere, solo la morte di Gian Galeazzo  salva Firenze definitivamente, perché gli ultimi atti di guerra versavano molto negativamente. E si diceva che c’erano questi gruppi di giovani classicisti che si disinteressavano totalmente, che non si occupavano delle sorti della patria; e qui viene fatto un collegamento tra lo spirito civile e le glorie cittadine. Qui il discorso è riportato in termini letterari, ma c’è sotteso dell’altro. Un riverbero di questo si vede alla fine del secondo dialogo.  Petrarca e Boccaccio. Da dante si passa Petrarca, e si attacca ciò che Petrarca aveva propagandato a quattro venti in relazione alla grandezza del suo poema L’Africa in latino, poema non compiuto, e quindi da questa grande aspettativa, dice Niccoli, (noi diremmo “dalla montagna”) è saltato fuori «un topolino». Di fronte alle accuse fatte a Dante e Petrarca, è inutile continuare con Boccaccio, che viene liquidato, poiché se è inferiore ai primi due, è inutile continuare. D’altra parte non soltanto questi sono da giudicare nei termini dati, ma ancor più è da giudicare negativamente la loro singolare arroganza per come si sono dichiarati: letterati, dotti e poeti. La conclusione liquidatoria del Niccoli è la seguente: perciò Coluccio mio non hanno sapere alcuno»: una dichiarazione radicale. A questo punto vediamo come finisce questo primo libro, perché siamo quasi alla fine. Riprende a parlare Coluccio: c’è un distacco nella cornice nell’atteggiamento «sorridendo come sua abitudine»: ora teniamo presente che i personaggi ciceroniani, dei dialoghi ciceroniani, in particolare il De Oratore, quando prendono la parola, nella cornice diegetica sono mostrati mentre a prendono «sorridendo». Allora realismo nei confronti del Niccoli: «quanto vorrei.. non abbia trovato un avversario, e qui cita gliavversari di Virgilio e Terenzio. Però gli avversari di questi grandi latini del passato erano comunque più sopportabili. Teniamo presente che questa sembra una nota caratteriale del Niccoli, questa figura del Niccoli la troviamo al centro di diversi dialoghi di polemiche e lettere. Ma perché gli avversari erano più sopportabili, perché loro si opponevano ad una sola persona, e invece il Niccoli si oppone a tutti i suoi concittadini. Ma il giorno ormai muore, ed occorre differire la risposta, che necessita molto tempo, data la grandezza dei tre personaggi di cui occorre fare la lode, per compensare il vituperio di Niccolo. Coluccio rimanderà questa difesa. E qui Coluccio chiude circolarmente tornando al tema della discussione. La conclusione del primo libro  Necessità di una lode. Il primo libro ci dice che l’attacco del Niccoli viene rifiutato in Toto dal nume tutelare, con le parole del quale si era aperto il dialogo del primo libro, e a causa del quale si erano svolti questi colloqui. Viene rimandato, senza un’indicazione che dica a quando, viene detto che sarebbe necessario un discorso non breve e che il tempo lo impedisce. Allora a questo punto, così come è impostato questo libro, ci fa presupporre che ce ne debba esse un altro che comporti l’elogio di questi tre, perché rimane in un tempo di attesa.  Qui però c’è un problema relativo al modo di trasmissione dei manoscritti dei nostri dialoghi in relazione alla fortuna del testo: devo dire che i Dialogi ebbero una notevolissima fortuna, abbiamo un numero rilevante di manoscritti però c’è anche un dato che non possiamo eludere: una parte di manoscritti ci trasmette il primo libro soltanto, quindi sembra di capire che una circolazione di questo primo libro sia stata precedente o autonoma rispetto alla diffusione dell’opera completa, cioè dei due libri. Questo non vuol dire che tra il primo e il secondo  ci sia uno iato di composizione, anche se è una delle testi che sono state avanzate; e non significa soprattutto che il secondo libro sia una aggiunta esterna, successiva o pensata dopo, perché in realtà la conclusione stessa del libro anche se non è determinata, è la conclusione che compare spesso nei dialoghi, anche ciceroniani, quando viene rimandato ad un successivo giorno. Ma qui non è specificato il quando, questo è vero, quindi c’è qualche interrogativo che pone la conclusione di questo primo libro. Il secondo libro si imposta certamente in un rapporto che possiamo definire, considerando l’opera nel suo insieme un rapporto unitario, un rapporto non senza qualche diffrazione: cioè noi ci aspetteremmo qualcosa d’altro, e cioè che fosse Coluccio a riprendere la lode dei tre grandi fiorentini, e soprattutto che si riagganciasse a quello che è stato detto nel primo libro. Invece il modo in cui si riaggancia ha qualche diffrazione. La cornice  Verso casa De Rossi. Il secondo libro del dialogo dunque si apre il giorno dopo; si ritrovano quelli che si erano uniti il giorno precedente, ma si aggiunge un altro personaggio. Altro interrogativo: questo personaggio è Piero di Ser Mini, definito «giovane sveglio e sommamente facondo». Come ricorda la nota che questo Piero di Ser Mini fu successore del Salutati nella cancelleria di Firenze. Era rappresentato come personaggio familiare e vicino a Coluccio, e insieme alla sua comparsa cambia anche la sede dei personaggi: si ritrovano i personaggi del primo dialogo, tranne Roberto de Rossi, che vanno appunto a casa di Rossi; nel primo Rossi si era aggiunto, ora i tre si aggiungono a lui. • Oltr’Arno. C’è un passaggio nella dislocazione che non è privo di significato: vanno oltr’Arno, perché Rossi abitava al di là dell’Arno, oltre Palazzo Pitti; interessante nella dislocazione perché quando finisce il dialogo ritorneranno dall’altra parte: è come se uscissero dalla città e tornassero in città una volta concluso l’elogio e restituita per certi versi la pienezza della compartecipazione di quella che è l’opinione dominante. Ci sono anche connotazioni che rimandano a luoghi per eccellenza propri di quelli che sono dibattiti di natura filosofica, anche se questo non è propriamente filosofico: si parla del giardino, del portico.  Lode di Firenze. A questo punto non comincia una discussione come avevamo visto essere terminata nel secondo libro, ma il nostro discorso comincia in un altro modo: comincia con una laudatio di Firenze. Bisogna ricordare brevemente due cose che devono essere tenute presenti per capire meglio. B. scrive una laudatio, unencomio, uno scritto il lode di Firenze; particolarmente interessante in relazione alla tradizione delle lodi alla città perché cambia l’impostazione: si basa sul Panatenaico di Elio Aristide, cioè viene magnificata Firenze sul modello dell’elogio di Atene, e l’elogio viene fatto per tutti gli elementi di Firenze, dall’aspetto fisico e monumentale della città, alle sue istituzioni, alla città come rappresentativa al massimo grado come figlia e erede di ROMA, perché i Romani erano stati fondatori di Firenze ai tempi della repubblica romana secondo l’ipotesi avanzata in quegli ultimi anni, ed era la depositaria e l’erede della libertà repubblicana; quest’operetta era stata importante, e qui l’elogio in alto stile viene fatto proprio da Salutati, che fa l’elogio della città dicendo per esempio quali magnifici palazzi ci sono (e mostra i palazzi appena oltrepassati per andare da Rossi) e dice quanto bene ha fatto B. a lodare Firenze e loda a sua volta, lodando Firenze, quella che B. la fatto della città (esalta la laudatio di B.). • l’encomio dell’«encomio». Quindi che cosa ottiene il bruni come autore in questo modo?  Mette lapropria opera come lodata dallo stesso Salutati. Ci sono anche dei nessi con alcune altre opere del Salutati stesso. Questo elogio viene completato dall’intervento di Pietro di Ser Mini e poi di altri e viene a toccare in questo modo, come se fosse un discorso che si svolge naturalmente, viene a toccare proprio il tema in oggetto, e cioè l’elogio delle glorie della città, le glorie letterarie. b) Per capire altri punti facciamo presente che viene citata un operetta di Salutati, da Salutati stesso. È un trattato scritto si intitolava De Tyranno; qui Salutati aveva difeso la legittimità del potere di Cesare, e soprattutto aveva difeso ALIGHIERI (si veda) per la posizione assunta nella sua opera. Non è che qui adesso il Salutati faccia una palinodia di quello che aveva scritto, però qui ne dà una interpretazione un tantino diversa; e questa è una ragione che ci fa pensare che Salutati fosse morto a quell’epoca, perché non avrebbe ma accettato, conoscendo quanto fosse molto fortemente difensore delle proprie idee e posizioni.  Una diffrazione: il parere di De Rossi. Lasciando stare questo aspetto del problema, passiamo a parlare dei vanti di Firenze, e Roberto (al quale erano state ricordate le glorie politiche della propria famiglia in difesa del partito guelfo) diceva che bisognerebbe svolgere le lodi di questi personaggi, perché questi tre poeti non sono davvero «la minor parte della nostra gloria». Noi però ci dobbiamo domandare quale fosse la posizione di Roberto nel libro precedente: aveva detto di non voler dare giudizi, di aspettare a dare un parere, mentre qui si dichiara finalmente d’accordo. Allora Coluccio risponde, ed anche questo ci stupisce in quanto non dice che tale elogio effettivamente vada fatto, infatti Coluccio dice: «sei nel giusto Roberto, essi sono non solo la minima parte, ma anzi di gran lunga la fonte maggiore della nostra gloria; ma che debbo fare ancora, non aprii ieri a sufficienza il mio sentire su quei tre sommi?» ma in realtà non aveva risposto: aveva solo detto che era contrario al parere del Niccoli, e che per svolgere l’elogio ci voleva molto tempo: quindi c’è una vera e propria diffrazione, seppure lieve in questo. Integrazione della laudatio del B. Teniamo presente che nella laudatio di Firenze il bruni aveva glissato sulle glorie fiorentine sotto questo aspetto: cioè nella laudatio non sono citati ALIGHIERI (si veda), Petrarca e Boccaccio; la laudatio si conclude con il vanto degli egregi fiorentini, ma non ci sono i nomi, è un vanto generale. Questa parte ora, in un certo senso si riaggancia alla laudatio del bruni e la completa: in un certo senso questo secondo libro ha indubbiamente anche questo scopo. Tanto più che il Bruni, quando nelle sue lettere parla di questo testo, lo definisce «i libri dei nuovi poeti», quindi l’aggancio con la laudatio indubbiamente amplifica e porta in una direzione questo discorso.  Niccoli Smascherato. Come si può risolvere il problema a questo punto? Niccoli rimane sulla posizione di prima? No. Vien operata una definizione in chiave retorica della posizione del Niccoli: di fatto Coluccio afferma di aver ben capito il giorno prima che il Niccoli aveva fatto questo in modo artificioso: l’aveva fatto non dicendo quello che pensava lui, ma lo aveva fatto per provocarlo,perché quello che Niccoli voleva era che lui facesse l’elogio, ma Salutati non ci era caduto, ed aveva capito bene quali erano idee di Niccoli, il quale, insieme a B., continua ad insistere che sia lui a fare l’elogio dei tre Grandi: Salutati dice che farà ben questo, ma solo quando lo vorrà lui!  A questo punto c’è una schermaglia, uno scambio di battute con effetto teatrale, fino a quando c’è una sorta di rilancio tra le parti: il Salutati vuole che sia B. a fare l’elogio, mentre B. vuole che sia Coluccio, o quanto meno vuole decidere lui chi debba farlo (e questo è un passo di tipo meta letterario, in quanto Bruni è anche scrittore!); alla fine B. viene fatto arbitro e decide che sia Niccoli a fare l’elogio: il Niccoli li ha attaccati, il Niccoli ora li difenda. Allora Niccoli prende la parola e ribalta l’accusa che aveva fatto il giorno prima. Il modello di questo è stato rilevato dagli studiosi nel personaggio di Antonio tra il 1° e il 2° libro del “De Oratore”. Come Antonio, anche Niccoli, pur facendo una confutazione di quelle accuse, non si adegua totalmente a quello che pensa Salutati, così come Antonio, nel 2° libro del “De Oratore” non diviene totalmente dell’idea dell’altro nume tutelare. C’è una dialettica interna che rimane.  Excusatio. Innanzitutto Niccoli si lancia in una ampia excusatio, fin troppo ampia: e questo potrebbe fare pensare che il Niccoli storico, una qualche responsabilità in queste accuse ai tre grandi potesse pure averla. Insiste dicendo che gli altri non poteva assolutamente credere che egli attaccasse veramente i tre grandi: è noto a tutti l’amore che ha avuto per l’opera di Dante, per la memoria di Petrarca, per il quale è andato fino a Padova per leggere l’Africa, l’amore per Boccaccio ecc. afferma di essere consapevole di aver fatto quello che dice Coluccio: ha fatto un vituperio dei tre fiorentini solo per sollecitare Coluccio a fare l’elogio. Dato che a questo punto tocca a lui, è costretto a farlo, con grande soddisfazione di Coluccio che lo obbliga.  Palinodia, ma  non totale. Inizia la palinodia: ciò che rende grandi Dante, Petrarca e Boccaccio, e risponde alle accuse che egli stesso aveva fatto prima. Ma c’è una differenza: il Salutati si pone su questa posizione: il salutati è un innovatore che non rompe con la tradizione, è l’erede del Petrarca a Firenze, e di Boccaccio. Però il Salutati non vuole rompere e contrapporsi nello stesso modo in cui altri avevano fatto con la tradizione precedente; il Niccoli recupera le lodi dei tre, ma alla fine del suo discorso ritorna a quello che aveva detto prima: come il Salutati è un eccezione al tempo contemporaneo, così questi tre grandi fiorentini sono delle eccezioni, perché il loro grandissimo ingegno permise loro di eccellere nonostante la decadenza degli studi e nonostante la situazione del mondo loro contemporaneo. Non è quindi propriamente la posizione del salutati, ne una ritrattazione vera e propria, o una confutazione delle accuse espresse prima.  Petrarca precursore degli umanisti. Ci sono nelle cose dette diverse cose interessanti, una in particolare riguarda il Petrarca e il riconoscimento della sua funzione per l’avvio del rinnovamento negli studi umanistici: riconosce l’importanza di Petrarca come fondatore del movimento umanistico.  Il discorso improvvisato. L’altro aspetto importante per la struttura del dialogo riguarda la dichiarazione del parlare all’improvviso e senza preparazione: questo dopo aver fatto la lode di Dante. La caratteristica peculiare del dialogo è che venga fatto come una CONVERSAZIONE reale. Gl’argomenti posti in campo, COME IN UNA CONVERSAZIONE e senza un ordine sistematico, senza una preparazione pre-ordinata: ciò mette in evidenza il carattere di naturalezza e libertà del discorso, rispetto a quello che sarebbe in termini sistematici e stringenti di una trattazione filosofica. Questo è un discorso, non un dialogo informa di trattato.  Altro aspetto interessante, per la posizione dal punto di vista culturale è che, mentre d’ALIGHIERI viene esaltata la Commedia, per vari motivi, di Petrarca e Boccaccio viene rilevata soprattutto l’opera IN LINGUA LATINA. Di Petrarca in larghissima misura poi, solo poco si dice della produzione in volgare. Di Boccaccio il Decàmeron in quanto tale non è citato! Sono citate le opere IN LINGUA LATINA. Un solo accenno può far pensare al Decàmeron, ma la centralità è data alla Genealogie. A questo punto, Dopo che Niccoli ha finito il suo discorso, allora viene pronunciata l’assoluzione di Niccoli che viene scagionato da quello che aveva fatto il giorno prima:  gli viene data l’assoluzione perché nella perorazione della causa aveva difeso le sue ragioni e quindi non è responsabile di nulla. D’altra parte però anche nel modo in cui viene data questa sorta di assoluzione, la formulazione non è priva di tratti di ambiguità: perché quello che si dice riguarda non tanto il discorso di Niccoli, quanto ciò che Niccoli aveva riportato a sé per l’amore che aveva avuto per questi autori; un margine di ambiguità dunque rimane.  In definitiva. Delle Eccezioni. La parte finale del dialogo risolve e conclude dicendo che da parte di Niccoli si ritiene abbastanza largamente premiato per tutte le lodi ricevute, e ritorna però ai principi precedenti affermando che è lontano dal credere di sapere qualcosa, e proprio ritorna circolarmente la sua tesi fondamentale: «tanto più ciò mi par difficile, tanto più ammiro i fiorentini in quanto nonostante l’avversità dei tempi, per una loro sovrabbondanza di ingegno riuscirono ad essere pari o superiori agli antichi»: delle eccezioni duqnue, illuminanti ma niente altro che delle eccezioni. Il dialogo si conclude con l’intervento di Roberto e il ritorno al di là di ponte vecchio.  Modelli e fonti  La cornice. La cornice di carattere conviviale è la cornice classicamente ben autorizzata, il Simposio ed altro, è un’altra delle cornici riusate, non frequentemente, nel dialogo umanistico-rinascimentale. Il fatto che qui sia stato accennato in questa forma è indizio di una attenzione da parte di B. verso questa nuova forma di dialogo. Abbiamo visto quali fossero i modelli, e in particolare come modello di dialogo diegetico, cioè narrativo in quanto  introdotto da cornice che continua a ritornare, il De Oratore. D’altra parte anche quando di fatto ci siano anche altri modi e altre forme come quelle miste date da cornice introduttiva e poi l’elemento di carattere mimetico, sulla scorta del Laelius de amicitia o come aveva fatto Petrarca nel Secretum, in relazione al dialogo umanistico, non per B., rimane un punto nodale di riferimento; specie in alcuni tratti che si riprendono e ricompaiono nei dialoghi quattro-cinquecenteschi: in particolare per il fatto che ci sia una cornice di carattere realistico (cosa che non c’è nel Secretum); una cornice di carattere realistico; coordinate spazio temporali che corrispondono ad aspetti di carattere realistico; e personaggi che appartengono a figure storiche ben individuate. Altro dato che rimane costante e comune è la rappresentazione scenica. C’è una dimensione teatrale largamente riconosciuta, rappresentazione scenica sia in relazione ai personaggi, sia ai personaggi che si alternano nel dialogo: personaggi che vengono a recitare un ruolo, come vedremo ancora di più nel Cortegiano. Abbiamo poi visto la dichiarazione di veridicità: l’autore dice di aver riportato un reale dialogo, e abbiamo visto come si vuole cercare di rendere evidente al lettore, di mimare l’andamento di una libera conversazione: una conversazione non preordinata.  Il dialogo  Diversi usi del dialogo. Il nostro non è un trattato, ma la forma del dialogo è una di quelle privilegiate per il trattato. Naturalmente le possibilità insite possono essere diverse: in quanto noi ci possiamo trovare di fronte ad un trattato in forma di dialogo in cui si voglia veicolare unatesi, e si individua una strategia comunicativa dialogica che fa capire quale sia la sua tesi. Ma ci possono essere altre possibilità: ci può essere quella propria del confronto di opinioni, con un dialogo che si compone via via in una ricerca che si completa a vicenda, e d’altra parte ci sono anche dialoghi che rimangono aperti: sono confronti di opinioni che  non sono riconducibili in unità, e quindi la discordia rimane. Il dialogo per sua stessa natura presenta problemi di carattere interpretativo in quanto ha un margine interno di ambiguità, nel senso che ci troviamo di fronte ad enunciazioni di posizioni diverse da parte dei personaggi: dipende molto dalla strategia compositiva, che può indirizzare il lettore, ma ci possono essere delle voci, delle posizioni dei tratti che possono sembrare ambivalenti o volutamente lasciate con prospettive diverse da parte dell’autore, e questo comporta evidentemente dei problemi e difficoltà di interpretazione. Naturalmente ci sono anche dialoghi dove da questo punto di vista viene fatto intendere in maniera chiara ed evidente e viene orientata in maniera che non ci siano dubbi quella che è la prospettiva dell’autore. In questo è un notissimo l’esempio di Galileo, dove le posizioni sono definite in modo chiaro, e la posizione di Simplicio è quella di chi enuncia testi che devono essere confutate. Leonardo Bruno. Leonardo Bruni. Bruni. Keywords: interpretare, implicatura geometrica, Ethica nicomachaea, Grice, Hardie.  “Ad Petrum Paulum Histrum”, l’interpretazione di Romolo – l’interpretazione di Remolo – I sei aquile I duodici aquile– primi I sei corvi – il segnato? Refs. Luigi Speranza, “Grice e Bruni: implicatura geometrica” – The Swimming-Pool Library. Bruni.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Bruno: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’opera – libretto di -- Atteone – la scuola di Nola – filosofia napoletana – filosofia campanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Nola). Filosofo nolese. Filosofo napoletano. Filosofo campanese. Filosofo italiano. Nola, Napoli, Campania. Grice: “It has taken naturally an Italian – Rossi – to unearth the connection between the chiave universalis and the cabbala!” Grice: “Italians should concentrate on the few Italian philosophical dialogues by Bruno in the vernacular, and leave those in ‘the learned’ for those who cannot deal with the ‘volgare’!” “My favourite has to be the one on Atteone – which Bruno describes as the ‘furor’ of a ‘heroe’ – Atteone il cacciatore – but the one on the Fiume at the Campidoglio is also very good!” --  Giordano Bruno – Grice: “A genius”. La sua filosofia, inquadrabile nel naturalismo rinascimentale d’amare infinitiamente, fonde le più diverse tradizioni filosofiche — materialismo antico, galileismo, neoplatonismo, ermetismo, mnemotecnica -- ma ruota intorno a un'unica idea: l'infinito – “l’immenso” -- inteso come l'universo infinito, effetto di un Dio infinito, in-figurabile, fatto di infiniti mondi, da amare infinitamente. Non esistono molti documenti sulla sua gioventù. È lo stesso filosofo, negli interrogatori cui fu sottoposto durante il processo che segna  gli ultimi anni della sua vita, a dare le informazioni sui suoi primi anni. Io ho nome Giordano Filippo della famiglia di Bruni, della città de Nola vicina a Napoli dodeci miglia, nato ed allevato in quella città, e più precisamente nella contrada di san Giovanni del Cesco, ai piedi del monte Cicala. Figlio dell'alfiere Giovanni e di Fraulissa Savolina per quanto ho inteso dalli miei. Il Mezzogiorno era allora parte del Regno di Napoli. Fu battezzato col nome di Filippo in onore dell'erede al trono. La sua casa - che non esiste più - era modesta, ma nel suo “De immense” ricorda con commossa simpatia l'ambiente che la circondava, l'amenissimo monte Cicala, le rovine del castello, gli ulivi, in parte gli stessi di oggi, e di fronte, il Vesuvio, che, pensando che oltre quella montagna non vi fosse più nulla nel mondo, esplora ragazzetto. Ne trae l'insegnamento di non basarsi esclusivamente sul giudizio dei sensi, come fa, a suo dire, il grande Aristotele, imparando soprattutto che, al di là di ogni apparente limite, vi è sempre qualche cosa d'altro. Impara a leggere e a scrivere da un prete nolano, Giandomenico de Iannello e compì gli studi di grammatica nella scuola di Aloia. Prosegue gli studi superiori a Napoli, che era allora nel cortile del convento di san Domenico, per apprendere lettere, logica e dialettica da Colle e lezioni private di logica da un agostiniano, Vairano.  Il Sarnese, ossia Colle e un aristotelico. Per Colle, solo il concetto conta, nessuna importanza avendo la forma nella quale il concetto e espresso. Scarse le notizie su Vairano, del quale B. ebbe sempre ammirazione, tanto da farlo protagonista dei suoi dialoghi cosmologici e da confidare al bibliotecario Cotin che eglio fu «il principale tutore che abbia avuto in filosofia. Per delineare la sua prima formazione, basta aggiungere che, introducendo la spiegazione del nono sigillo nella sua “Explicatio triginta sigillorum”, scrive di essersi dedicato fin da giovanissimo allo studio dell'arte della memoria, influenzato probabilmente dalla lettura del trattato Phoenix seu artificiosa memoria di Tommai. In convento  Interno della chiesa di san Domenico Maggiore a Napoli, dove B. seguì il suo noviziato e fu promosso agli ordini sacri. Rrinuncia al nome di Filippo, come imposto dalla regola domenicana, assume il nome di Giordano, in onore a Giordano di Sassonia, successore di Domenico, o forse di Giordano Crispo, suo tutore di metafisica, e prende quindi l'abito di frate domenicano dal priore del convento di san Domenico Maggiore a Napoli, Pasca. Fnito l'anno della probatione, e admesso da lui medesimo alla professione», in realtà fu novizio e professo. Valutando retrospettivamente, la scelta d'indossare l'abito domenicano può spiegarsi non già per un interesse alla vita religiosa o agli studi teologici – che mai ebbe, come affermò anche al processo - ma per potersi dedicare ai suoi studi prediletti di filosofia con il vantaggio di godere della condizione di privilegiata sicurezza che l'appartenenza a quell'ordine potente certamente gli garanta.  Che egli non fosse entrato fra i domenicani per tutelare l'ortodossia della fede cattolica lo rivelò subito l'episodio – narrato da lui stesso al processo – nel quale nel convento di san Domenico, butta via le immagini dei santi in suo possesso, conservando solo il crocefisso e invitando un novizio che legga la Historia delle sette allegrezze della Madonna a gettar via quel libro, una modesta operetta devozionale, pubblicata a Firenze, perifrasi di versi in latino di Chiaravalle, sostituendolo magari con lo studio della Vita de' santi Padri di Cavalca. Episodio che, pur conosciuto dai superiori, non provoca sanzioni nei suoi confronti, ma che dimostra come fosse del tutto estraneo alle tematiche devozionali contro-riformistiche. Chiesa di San Bartolomeo a Campagna, dove celebra la sua prima messa. E andato a Roma e sia stato presentato a Pio V e al cardinale Rebiba, al quale avrebbe insegnato qualche elemento di quell'arte mnemonica che tanta parte avrà nella sua speculazione filosofica. Fu ordinato suddiacono, diacono, e presbitero, celebrando la sua prima messa nel convento di san Bartolomeo a Campagna, presso Salerno, a quell'epoca appartenente ai Grimaldi, principi di Monaco, e si laurea con una tesi su AQUINO e Lombardo. Non bisogna pensare che un convento fosse esclusivamente un'oasi di pace e di meditazione di spiriti eletti. Nei confronti dei frati di san Domenico Maggiore furono emesse diciotto sentenze di condanna per scandali sessuali, furti e perfino omicidi. Non deve pertanto stupire il disprezzo che ostenta sempre nei confronti dei frati, ai quali rimprovera in particolare la mancanza di cultura; e non solo, ma, secondo un'ipotesi di Spampanato comunemente accettata in sede critica, nel protagonista del suo “Candelaio”, Bonifacio, egli assai probabilmente alluse proprio a un suo con-fratello, Bonifacio da Napoli, definito nella lettera dedicatoria alla Signora Morgana B. “candelaio” “in carne ed ossa”, ossia “sodomita”. Tuttavia, la possibilità di formarsi un'ampia cultura non manca certo nel convento di san Domenico Maggiore, famoso per la ricchezza della sua biblioteca, anche se, come negli altri conventi, sono vietati i saggi di Erasmo da Rotterdam che però  si procura in parte, leggendoli di nascosto. La sua esperienza conventuale e in ogni caso decisiva. Vi puo compiere i suoi studi e formare la sua cultura leggendo di tutto, da Aristotele ad Aquino, da Gerolamo a Crisostomo, oltre alle opere di Ficino. La sua indipendenza di pensiero e la sua insofferenza verso l'osservanza dei dogmi si manifestarono inequivocabilmente. Discutendo di arianesimo con Montalcino, ospite nel convento napoletano, sostenne che le opinioni di Ario e meno perniciose di quel che si riteneva, dichiarando che Ario dice che il verbo non era creatore né creatura, ma medio intra il creatore e la creatura, come il verbo è mezzo intra il dicente (DICENS, DICTOR, utterer, mittente) ed il detto (il detto, DICTUM, utteratum, missum) e però essere detto primogenito avanti ogni creatura, non dal quale ma per il quale è stato creato ogni cosa, non al quale ma per il quale si refferisce e ritorna ogni cosa all'ultimo fine, che è il Padre, essagerandomi sopra questo. Per il che fui tolto in suspetto e processato, tra le altre cose, forsi de questo ancora. E all'inquisitore veneziano espresse il proprio scetticismo sulla trinità, ammettendo di aver dubitato circa il nome di “persona” del Figliolo e del Spirito Santo, non intendendo queste due persone distinte dal Padre, ma considerando il Figlio, neo-platonicamente, l'intelletto e lo spirito, pitagoricamente, l'amore del padre o l'anima del mondo, non dunque “persone” o sostanze distinte, ma manifestazioni divine. Denunciato d’Agostino al padre provincial Vita, costui istituì contro di lui un processo per eresia e, come racconta lui stesso agli inquisitori veneti, dubitando di non esser messo in preggione, me partto da Napoli ed ando a Roma. Raggiunse Roma, ospite del convento domenicano di Santa Maria sopra Minerva, il cui procuratore, Lucca, divenne pochi anni dopo generale dell'Ordine e  censura i saggi di Montaigne.  Sono anni di gravi disordini: a Roma sembra non farsi altro, scrive il cronista Gualtieri, che rubare e ammazzare: molti gittati in Tevere, né di popolo solamente, ma i monsignori, i figli di magnati, messi al tormento del fuoco, e nipoti di cardinali sono levati dal mondo e ne incolpa il debole Gregorio XIII. è accusato di aver ammazzato e gettato nel fiume un frate: scrive Cotin, fugge da Roma per un omicidio commesso da un suo frère, per il quale egli è incolpato e in pericolo di vita, sia per le calunnie dei suoi inquisitori che, ignoranti come sono, non concepiscono la sua filosofia e lo accusano di eresia. Oltre all'accusa di omicidio, ha infatti notizia che nel convento napoletano erano stati trovati, tra i suoi saggi, saggi di Crisostomo e di Gerolamo annotate da Erasmo e che si sta istruendo contro di lui un processo per eresia.  Così abbandona l'abito domenicano, riassume il nome di Filippo, lascia Roma e fugge in Liguria. Portico del Palazzo comunale di Noli, dove soggiorna per un breve periodo. Sotto il portico una lapide ricorda il soggiorno del filosofo: "B. Prima d'insegnare all'Europa Le leggi dell'ordine universale fu maestro in Noli di grammatica e cosmografia. è a Genova e scrive che allora, nella chiesa di Santa Maria di Castello, si adora come reliquia e si fac baciare ai fedeli la coda dell'asina che portò Gesù a Gerusalemme. Da qui, va poi a Noli, dove insegna grammatica ai bambini e cosmografia agli adulti.  è a Savona, poi a Torino, che giudica deliciosa città ma, non trovandovi impiego, per via fluviale s'indirizza a Venezia, dove alloggia in una locanda nella contrada di Frezzeria, facendovi stampare il suo primo saggio, “De' segni de' tempi”, per metter insieme un pocco de danari per potermi sustentar; la qual opera feci veder prima al reverendo padre maestro Fiorenza, domenicano del convento dei Santi Giovanni e Paolo.  Ma a Venezia e in corso un'epidemia di peste che ha fatto decine di migliaia di vittime, anche illustri, come Tiziano, così va a Padova dove, dietro consiglio di alcuni domenicani, riprende il saio, quindi se ne va a Brescia, dove si ferma nel convento domenicano. Qui un monaco, profeta, gran teologo e poliglotta, sospettato di stregoneria per essersi messo a profetizzare, viene da lui guarito, ritornando a essere - scrive ironicamente - il solito asino. IDa Bergamo decide di andare in Francia: passa per Milano e Torino, ed entra in Savoia passando l'inverno nel convento domenicano di Chambéry. Successivamente,  è a Ginevra, città dov'è presente una numerosa colonia di italiani riformati. B. depone nuovamente il saio e si veste di cappa, cappello e spada, aderisce al calvinismo e trova lavoro come correttore di bozze, grazie all'interessamento del marchese Caracciolo il quale, transfuga dall'Italia  vi aveva fondato la comunità evangelica italiana. S'iscrive allo studio di Ginevra come Filippo B. nolano, professore di teologia sacra. Accusa il professore di filosofia Faye di essere un cattivo insegnante e definisce pedagoghi i pastori calvinisti. È probabile che volesse farsi notare, dimostrare l'eccellenza della sua preparazione filosofica e delle sue capacità didattiche per ottenere un incarico d'insegnante, costante ambizione di tutta la sua vita. Anche la sua adesione al calvinismo e mirata a questo scopo. E in realtà indifferente a tutte le confessioni religiose. Nella misura in cui l'adesione a una religione storica non pregiudicasse le sue convinzioni filosofiche e la libertà di professarle, sarebbe stato cattolico in Italia, calvinista in Svizzera, anglicano in Inghilterra e luterano in Germania. Arrestato per diffamazione, viene processato e scomunicato. Costretto a ritrattare. Lscia allora Ginevra e si trasferisce brevemente a Lione per passare a Tolosa, città cattolica, sede di un'importante studio, dove occupa il posto di lettore, insegnandovi, come Grice, il “De anima”, di Aristotele e componendo un trattato di arte della memoria: la Clavis magna, che si rifarebbe all'Ars magna. A Tolosa conosce il filosofo scettico Sanches, che volle dedicargli il suo libro “Quod nihil scitur”, chiamandolo filosofo acutissimo. Ma  non ricambia la stima, se scrisse di lui di considerare stupefacente che questo asino si dia il titolo di dottore. A causa della guerra di religione fra cattolici e ugonotti, lascia Tolosa per Parigi, dove tiene un corso di lezioni sugli attributi di Dio secondo Aquino. E in seguito al successo di queste lezioni, come egli stesso racconta agli inquisitori, acquistai nome tale che il re Enrico terzo mi fece chiamare un giorno, ricercandomi se la memoria che ho e che professo, e naturale o pur per arte magica; al qual diedi sodisfazione; e con quello che li dissi e feci provare a lui medesmo, conosce che non era per arte magica ma per scienzia. E doppo questo fa stampar un libro de memoria, sotto titolo “De umbris idearum”, il qual dedica a Sua Maestà; e con questa occasione si fa lettor straordinario e provvisionato. Appoggiando fattivamente l'operato politico di Enrico III di Valois, a Parigi sarebbe rimasto poco meno di due anni, occupato nella prestigiosa posizione di lecteur royal. È a Parigi che dà alle stampe le sue prime opere pervenuteci. Oltre al “De compendiosa architectura et complemento artis Lullii” vedono la luce il “De umbris idearum” (“Le ombre delle idee”) e l'Ars memoriae ("L'arte della memoria"), seguiti dal “Cantus Circaeus”, “Il canto di Circe”,  e dalla commedia in volgare intitolata “Candelaio” (Il sodomita).  Nella suai intenzioni, il saggio di argomento mnemotecnico, è distinto così in una parte di carattere teorico e in una di carattere pratico. Per lui  l'universo è un corpo unico, organicamente formato, con un preciso ordine che struttura ogni singola cosa e la connette con tutte le altre. Fondamento di quest'ordine sono le idee, principi eterni e immutabili presenti totalmente e simultaneamente nella mente divina, ma queste idee vengono "ombrate" e si separano nell'atto di volerle intendere. Nel cosmo ogni singolo ente è dunque imitazione, immagine -- "ombra" -- della realtà ideale che la regge. Rispecchiando in sé stessa la struttura dell'universo, la mente umana, che ha in sé non le idee ma le ombre delle idee (Shakespeare, l’ombra dell’ombra), può raggiungere la vera conoscenza, ossia la idea e il nesso che connetta ogni cosa con ogni altre, al di là della molteplicità degli elementi particolari e del loro mutare nel tempo. Si tratta allora di cercare di ottenere un metodo conoscitivo che colga la complessità del reale, fino alla struttura ideale che sostiene il tutto.  Tale mezzo si fonda sull'arte della memoria, il cui compito è di evitare la confusione generata dalla molteplicità delle immagini e di connettere la immagine della cosa con il concetto, rappresentando simbolicamente tutto il reale. Nel pensiero del filosofo, l'arte della memoria opera nel medesimo mondo dell’ombre delle idea, presentandosi come emulatrice della natura. Se dall’idea prende forma la cosa del mondo in quanto la idea contiene l’immagine di ogni cosa, e ai nostri sensi la cosa si manifestano come ombra di quella, allora tramite l'immaginazione stessa e possibile ripercorrere il cammino inverso, risalire cioè dall’ombra alle idea, dall'uomo a Dio: l'arte della memoria non è più un ausilio della retorica, ma un mezzo per ri-creare il mondo (cf. Grice metaphysical routine: creation of concept, recreation of concept, creation of thing). È dunque un processo visionario e non un metodo razionale quello che propone. A similitudine di ogni altra arte, quella della memoria ha bisogno di un sostrato (i subiecta), cioè "spazi" dell'immaginazione atti ad accogliere il simbolo adatti (gl’ “adiecta”) tramite uno strumento opportuno. Con questi presupposti, lcostruisce un “sistema” (cf. Grice, Gentzen), che associa a ogni segno una immagine proprie della mitologia, in modo da rendere possibile la codifica di segno e concetto secondo una particolare successione di immagini. Il segno puo essere visualizzato su un diagramma circolare, o "ruote mnemoniche", che girando e innestandosi l'una dentro l'altra, fornisce un strumento via via più potenti. “Il canto di Circe” è composta da due dialoghi. Protagonista del primo è la maga Circe che risentita dal constatare che l’uomo si comporta come un animale inferiore, opera un incantesimo trasformando l’uomo in bestia, mettendo così in luce la loro autentica natura. Nel secondo dialogo, dando voce a uno dei due protagonisti, Borista, riprende l'arte della memoria mostrando come memorizzare il dialogo precedente. Al testo si fa corrispondere uno scenario che viene via via suddiviso in un maggior numero di spazi e i vari oggetti lì contenuti sono ogni immagine relativa a ogni concetto espresso nello scritto. Il Cantus resta dunque un trattato di mnemotecnica nel quale però il filosofo già lascia intravedere una tematica morale che e ampiamente riprese in opere successive, soprattutto nello “Spaccio de la bestia trionfante” e ne “De gli eroici furori”. Ancora pubblica infine il Candelaio, una commedia in cinque atti in cui alla complessità del linguaggio, un italiano popolaresco che inserisce termini in latino, toscano e napoletano, corrisponde l'eccentricità della trama, fondata su tre storie parallele.  Esterno della chiesa di Santa Maria Assunta dei Pignatelli, in Largo Corpo di Napoli, presso il Seggio del Nilo, dove B. ambienta il suo Candelaio. Il nome “Candelaio” deriva dalla statua del dio Nilo. La commedia è ambientata nella Napoli-metropoli del secondo Cinquecento, in posti che il filosofo ben conosce per avervi soggiornato durante il suo noviziato. Il candelaio (sodomita) Bonifacio, pur sposato con la bella Carubina, corteggia la signora Vittoria ricorrendo a pratiche magiche. L’avido alchimista Bartolomeo si ostina a voler trasformare i metalli in oro. Il grammatico Manfurio si esprime in un linguaggio incomprensibile (deutero-Esperanto). In queste tre storie si inserisce quella del pittore Gioan Bernardo, voce di lui stesso che con una corte di servi e malfattori si fa beffe di tutti e conquista Carubina.  In questo classico della letteratura italiana, appare un mondo assurdo, violento e corrotto, rappresentato con amara comicità, dove gli eventi si succedono in una trasformazione continua e vivace. La commedia è una feroce condanna della stupidità, dell'avarizia e della pedanteria.  Interessante nell'opera la descrizione che lui fa di sé stesso. L'autore, si voi lo conoscete, direste ch'ave una fisionomia smarrita: par che sii in contemplazione delle pene dell'inferno, par sii stato alla pressa come le barrette: un che ride sol per far come fan gli altri: per il più lo vedrete fastidito e bizzarro, non si contenta di nulla, ritroso come un uomo d'ottant'anni, fantastico com'un cane ch'ha ricevute mille spellicciate, pasciuto di cipolla. Intende venire in Inghilterra il dottor B., Nolano, professore di filosofia, la cui religione non posso approvare. Dalla lettera dell'ambasciatore inglese a Parigi Cobham a Walsingham. Lascia Parigi e parte per l'Inghilterra dove, a Londra, è ospitato dall'ambasciatore di Francia Castelnau, che gli affianca il letterato Florio in quanto lui non conosce l'inglese, accompagnandolo fino al termine del suo soggiorno inglese. Nelle deposizioni lasciate agli inquisitori veneti egli sorvola sulle motivazioni di questa partenza, riferendosi genericamente ai disordini là in corso per questioni religiose. Sulla partenza da Parigi restano però aperte altre ipotesi: che Bruno fosse partito in missione segreta per conto di Enrico III; che il clima a Parigi si fosse fatto pericoloso a causa dei suoi insegnamenti. Bisogna aggiungere anche il fatto che davanti agli inquisitori veneziani, qualche anno più avanti, esprimer parole di apprezzamento per la regina d'Inghilterra Elisabetta che egli aveva conosciuto andando spesso a corte con l'ambasciatore. -- è a Oxford, e alla St. Mary sostenne con uno di quei professori una disputa pubblica. Tornato a Londra, vi pubblica l'”Ars reminiscendi”, l' “Explicatio triginta sigillorum” e il “Sigillus sigillorum” nel quale insere una lettera indirizzata al vice cancelliere di Oxford, scrivendo che là trovea dispostissimo e prontissimo un uomo col quale saggiare la misura della propria forza. È una richiesta di poter insegnare nella prestigiosa università. La proposta viene accolta. Parte per Oxford. Il “Sigillus sigillorum” e considerato di argomento mnemotecnico. Il sigillus e è una concisa trattazione teorica nella quale il filosofo introduce tematiche decisive nel suo pensiero, quali l'unità dei processi cognitivi; l'amore come legame universale; l'unicità e infinità di una forma universale che si esplica nelle infinite figure della materia, e il furore nel senso di slancio verso il divino, argomenti che saranno di lì a poco sviluppati a fondo nei successivi dialoghi italiani. È presentato inoltre in quest'opera fondamentale un altro dei temi nucleari di sua filosofia: la magia come guida e strumento di conoscenza e azione, argomento che egli amplierà nelle cosiddette opere magiche.  A Oxford tiene alcune lezioni sulle teorie copernicane, ma il suo soggiorno presso quella città dura ben poco. A Oxford non gradirono quelle novità, come testimonia Abbot, che fu presente alle lezioni di B.. Quell'omiciattolo italiano intraprese il tentativo, tra moltissime altre cose, di far stare in piedi l'opinione di Copernico, per cui la terra gira e i cieli stanno fermi; mentre in realtà era la sua testa che girava e il suo cervello che non stava fermo. Le lezioni furono quindi interrotte, ufficialmente per un'accusa di plagio al “De vita coelitus comparanda” di Ficino. Sono anni questi difficili e amari per il filosofo, come traspare dal tono delle introduzioni alle opere immediatamente successive, i dialoghi londinesi: le polemiche accese e i rifiuti sono vissuti lui come una persecuzione, ingiusti oltraggi, e certo la fama che già lo aveva preceduto da Parigi non lo aiuta. Ritornato a Londra, nonostante il clima avverso, pubblica presso John Charlewood sei saggi fra le più importanti della sua produzione: sei opere filosofiche in forma dialogica, i cosiddetti "dialoghi londinesi", o anche "dialoghi italiani", perché tutti in lingua italiana: “La cena de le ceneri”; “De la causa, principio et uno”; “De l'infinito, universo e mondi”; “Spaccio de la bestia trionfante”; “Cabala del cavallo pegaseo con l'aggiunta dell'Asino cillenico”; “De gli eroici furori”. “La cena de le ceneri” dedicata a Castelnau, presso il quale era ospite, è divisa in cinque dialoghi, i protagonisti sono quattro e fra questi Teofilo può considerarsi il portavoce dell'autore. Immagina che il nobile sir Fulke Greville, il giorno delle ceneri, inviti a cena Teofilo, lui stesso, Florio, precettore della figlia dell'ambasciatore, un cavaliere e due accademici luterani di Oxford: i dottori Torquato e Nundinio. Rispondendo alle domande degli altri protagonisti, Teofilo racconta gli eventi che hanno portato all'incontro e lo svolgersi della conversazione avvenuta durante la cena, esponendo così le teorie del nolano. B. elogia e difende la teoria di Copernico contro gli attacchi dei conservatori e contro chi, come Osiander, che aveva scritto una prefazione denigratoria al De revolutionibus orbium coelestium, considera solo un'ipotesi ingegnosa quella dell'astronomo. Il mondo di Copernico, però, era ancora finito e delimitato dalla sfera delle stelle fisse. Nella Cena, non si limita a sostenere il moto della Terra di seguito alla confutazione della cosmologia tolemaica; egli presenta altresì un universo infinito: senza centro né confini. Afferma Teofilo (portavoce dell'autore) riguardo all'universo che sappiamo certo che essendo effetto e principiato da una causa infinita e principio infinito, deve secondo la capacità sua corporale e modo suo essere infinitamente infinito. Non è possibile giamai di trovar raggione semiprobabile per la quale sia margine di questo universo corporale; e per conseguenza ancora li astri che nel suo spacio si contengono, siino di numero finito; et oltre essere naturalmente determinato cento e mezzo di quello». L'universo, che procede da Dio quale Causa infinita, è infinito a sua volta e contiene mondi innumerabili.  Per B. sono principi vani sostenere l'esistenza del firmamento con le sue stelle fisse, la finitezza dell'universo e che in questo esista un centro dove ora dovrebbe trovarsi immobile il Sole come prima vi si immaginava ferma la Terra. Formula esempi che appaiono ad alcuni autori come antesignani del principio di relatività galileiana. Seguendo la Docta ignorantia del cardinale e umanista Cusano, sostiene l'infinità dell'universo in quanto effetto di una causa infinita. -- e ovviamente consapevole che le Scritture sostengono tutt'altro – finitezza dell'universo e centralità della Terra – ma, risponde:  «Se gli dei si fossero degnati di insegnarci la teorica delle cose della natura, come ne han fatto favore di proporci la pratica di cose morali, io più tosto mi accosterei alla fede de le loro rivelazioni, che muovermi punto della certezza de mie raggioni e proprii sentimenti. Come occorre distinguere tra dottrine morali e filosofia naturale, così occorre distinguere tra teologi e filosofi: ai primi spettano le questioni morali, ai secondi la ricerca della verità. Dunque B. traccia qui un confine abbastanza netto fra opere di filosofia naturale e Sacre scritture. I cinque dialoghi del De la causa, principio et uno intendono stabilire i principi della realtà naturale. Lascia da parte l'aspetto teologico della conoscenza di Dio, del quale, come causa della natura, non possiamo conoscere nulla attraverso il «lume naturale», perché esso «ascende sopra la natura» e si può pertanto aspirare a conoscere Dio solo per fede. Ciò che interessa a B. è invece la filosofia e la contemplazione della natura, la conoscenza della realtà naturale nella quale, come già aveva scritto nel De umbris, possiamo soltanto cogliere le «ombre», il divino «per modo di vestigio. La costellazione di Orione Riallacciandosi ad antiche tradizioni di pensiero, B. elabora una concezione animistica della materia, nella quale l'anima del mondo viene a identificarsi con la sua forma universale, e la cui prima e principale facoltà è l'intelletto universale. L'intelletto è il «principio formale costitutivo de l'universo e di ciò che in quello si contiene» e la forma non è altro che il principio vitale, l'anima delle cose le quali, proprio perché tutte dotate di anima, non hanno imperfezione.  La materia, d'altro canto, non è in sé stessa indifferenziata, un "nulla", come hanno sostenuto molti filosofi, una bruta potenza, senza atto e senza perfezione, come direbbe Aristotele.  La materia è allora il secondo principio della natura, della quale ogni cosa è formata. Essa è «potenza d'esser fatto, prodotto e creato», aspetto equivalente al principio formale che è potenza attiva, «potenza di fare, di produrre, di creare» e non può esserci l'un principio senza l'altro. Ponendosi quindi in contrasto col dualismo aristotelico, Bruno conclude che principio formale e principio materiale benché distinti non possono essere ritenuti separati, perché «il tutto secondo la sostanza è uno».  Discendono da queste considerazioni due elementi fondamentali della filosofia bruniana: uno, tutta la materia è vita e la vita è nella materia, materia infinita; due, Dio non può essere al di fuori della materia semplicemente perché non esiste un "esterno" della materia: Dio è dentro la materia, dentro di noi. Nel “De l'infinito, universo e mondi” riprende e arricchisce temi già affrontati nei dialoghi precedenti: la necessità di un accordo tra filosofi e teologi, perché «la fede si richiede per l'istituzione di rozzi popoli che denno esser governati»; l'infinità dell'universo e l'esistenza di mondi infiniti; la mancanza di un centro in un universo infinito, che comporta un'ulteriore conseguenza: la scomparsa dell'antico, ipotizzato ordine gerarchico, la «vanissima fantasia» che riteneva che al centro vi fosse il «corpo più denso e crasso» e si ascendesse ai corpi più fini e divini. La concezione aristotelica è difesa ancora da quei dottori (i pedanti) che hanno fede nella «fama de gli autori che gli son stati messi nelle mani», ma i filosofi moderni, che non hanno interesse a dipendere da quello che dicono gli altri e pensano con la loro testa, si sbarazzano di queste anticaglie e con passo più sicuro procedono verso la verità.  Chiaramente un universo eterno, infinitamente esteso, composto di un numero infinito di sistemi solari simili al nostro e sprovvisto di centro sottrae alla Terra, e di conseguenza all'uomo, quel ruolo privilegiato che Terra e uomo hanno nelle religioni giudaico-cristiane all'interno del modello della creazione, creazione che agli occhi del filosofo non ha più senso, perché come già aveva concluso nei due dialoghi precedenti, l'universo è assimilabile a un organismo vivente, dove la vita è insita in una materia infinita che perennemente muta.  Il copernicanesimo, per B, rappresenta la "vera" concezione dell'universo, meglio, l'effettiva descrizione dei moti celesti. Nel Dialogo primo del De l'infinito, universo e mondi, il nolano spiega che l'universo è infinito perché tale è la sua Causa che coincide con Dio. Filoteo, portavoce dell'autore, afferma: «Qual raggione vuole che vogliamo credere che l'agente che può fare un buono infinito lo fa finito? e se lo fa finito, perché doviamo noi credere che possa farlo infinito, essendo in lui il possere et il fare tutto uno? Perché è inmutabile, non ha contingenzia nell'operazione, né nella efficacia, ma da determinata e certa efficacia depende determinato e certo effetto inmutabilmente: onde non può essere altro che quello che è; non può essere tale quale non è; non può posser altro che quel che può; non può voler altro che quel che vuole; e necessariamente non può far altro che quel che fa: atteso che l'aver potenza distinta da l'atto conviene solamente a cose mutabili». Essendo Dio infinitamente potente, dunque, il suo atto esplicativo deve esserlo altrettanto. In Dio coincidono libertà e necessità, volontà e potenza (o capacità); di conseguenza, non è credibile che all'atto della creazione Egli abbia posto un limite a sé stesso.  Bisogna tener presente che B. opera una netta distinzione tra l'universo e i mondi. Parlare di un sistema del mondo non vuol dire, nella sua visione del cosmo, parlare di un sistema dell'universo. L'astronomia è legittima e possibile come scienza del mondo che cade nell'ambito della nostra percezione sensibile. Ma, al di là di esso, si estende un universo infinito che contiene quei grandi animali che chiamiamo astri, che racchiude una pluralità infinita di mondi. Quell'universo non ha dimensioni né misura, non ha forma né figura. Di esso, che è insieme uniforme e senza forma, che non è né armonico né ordinato, non può in alcun modo darsi un sistema. Quando aviene che un poltrone o forfante monta ad esser principe o ricco, non è per mia colpa, ma per iniquità di voi altri che, per esser scarsi del lume e splendor vostro, non lo sforfantaste o spoltronaste prima, o non lo spoltronate e sforfantate al presente, o almeno appresso lo vegnate a purgar della forfantesca poltronaria, a fine che un tale non presieda. Non è errore che sia fatto un prencipe, ma che sia fatto prencipe un forfante.»  (Spaccio de la bestia trionfante, Fortuna (Sofia): dialogo II, parte II) Opera allegorica, lo Spaccio, costituito da tre dialoghi di argomento morale, si presta a essere interpretato su diversi livelli, tra i quali resta fondamentale quello dell'intento polemico di Bruno contro la Riforma protestante, che agli occhi del nolano rappresenta il punto più basso di un ciclo di decadenza iniziato col cristianesimo. Decadenza non soltanto religiosa, ma anche civile e filosofica: se B. aveva concluso nei precedenti dialoghi che la fede è necessaria per il governo dei «rozzi popoli» cercando di delimitare così i rispettivi campi d'azione di filosofia e religione, qui egli riapre quel confine.  Nella visione di B., il legame fra l'uomo e il mondo, mondo naturale e mondo civile, è quello fra l'uomo e un Dio che non sta "nell'alto dei cieli", ma nel mondo, perché la «natura non è altro che dio nelle cose». Il filosofo, colui che cerca la Verità, deve pertanto necessariamente operare là dove sono situate le «ombre» del divino. L'uomo non può fare a meno di interagire con Dio, secondo il linguaggio di una comunicazione che nel mondo naturale vede l'uomo perseguire la Conoscenza, e nel mondo civile l'uomo seguire la Legge. Questo legame è proprio quello che nella storia è stato interrotto, e il mondo tutto è decaduto perché è decaduta la religione trascinando con sé e la legge e la filosofia, «di sorte che non siamo più dèi, non siamo più noi. Nello Spaccio, dunque, etica, ontologia e religione sono strettamente interconnessi. Religione, e questo va evidenziato, che B. intende come religione civile e naturale, e il modello cui egli si ispira è quello degli antichi Egizi e Romani, che «non adoravano Giove, come lui fusse la divinità, ma adoravano la divinità come fusse in Giove. Per ristabilire il legame col divino occorre però che «prima togliamo dalle nostre spalli la grieve somma d'errori che ne trattiene.» È lo "spaccio", cioè l'espulsione di ciò che ha deteriorato quel legame: le "bestie trionfanti".  Le bestie trionfanti sono immaginate nelle costellazioni celesti, rappresentate da animali: occorre "spacciarle", cioè cacciarle dal cielo in quanto rappresentanti vizi che è tempo di sostituire con altre virtù: via dunque la Falsità, l'Ipocrisia, la Malizia, la «stolta fede», la Stupidità, la Fierezza, la Fiacchezza, la Viltà, l'Ozio, l'Avarizia, l'Invidia, l'Impostura, l'Adulazione e via elencando. Occorre tornare alla semplicità, alla verità e all'operosità, ribaltando le concezioni morali che si sono ormai imposte nel mondo, secondo le quali le opere e gli affetti eroici sono privi di valore, dove credere senza riflettere è sapienza, dove le imposture umane sono fatte passare per consigli divini, la perversione della legge naturale è considerata pietà religiosa, studiare è follia, l'onore è posto nelle ricchezze, la dignità nell'eleganza, la prudenza nella malizia, l'accortezza nel tradimento, il saper vivere nella finzione, la giustizia nella tirannia, il giudizio nella violenza.  Responsabile di questa crisi è il cristianesimo: già Paolo aveva operato il rovesciamento dei valori naturali e ora Lutero, «macchia del mondo», ha chiuso il ciclo: la ruota della storia, della vicissitudine del mondo, essendo giunta al suo punto più basso, può operare un nuovo e positivo rovesciamento dei valori.  Nella nuova gerarchia di valori il primo posto spetta alla Verità, necessaria guida per non errare. A questa segue la Prudenza, la caratteristica del saggio che, conosciuta la verità, ne trae le conseguenze con un comportamento adeguato. Al terzo posto B. inserisce la Sofia, la ricerca della verità; quindi segue la Legge, che disciplina il comportamento civile dell'uomo; infine il Giudizio, inteso come aspetto attuatorio della legge. B. fa quindi discendere la Legge dalla Sapienza, in una visione razionalista nel cui centro c'è l'uomo che opera cercando la Verità, in netto contrasto col cristianesimo di Paolo, che vede la legge subordinata alla liberazione dal peccato, e con la Riforma di Lutero, che vede nella "sola fede" il faro dell'uomo. Per B. la "gloria di Dio" si rovescia così in «vana gloria» e il patto fra Dio e gli uomini stabilito nel Nuovo Testamento si rivela «madre di tutte le forfanterie». La religione deve tornare a essere "religione civile": legame che favorisca la «communione de gli uomini», la civile conversazione. Altri valori seguono i primi cinque: la Fortezza (la forza dell'animo), la Diligenza, la Filantropia, la Magnanimità, la Semplicità, l'Entusiasmo, lo Studio, l'Operosità, eccetera. E allora vedremo, conclude beffardo B., «quanto siano atti a guadagnarsi un palmo di terra questi che sono cossí effuse e prodighi a donar regni de' cieli».  È questa evidentemente un'etica che richiama i valori tradizionali dell'Umanesimo, cui B. non ha mai dato molta importanza; ma questo schema rigido è in realtà la premessa per le indicazioni di comportamento che B. prospetta nell'opera di poco successiva, De gli eroici furori.  Cabala del cavallo pegaseo con l'aggiunta dell'Asino cillenico. «Li nostri divi asini, privi del proprio sentimento ed affetto vegnono ad intendere non altrimente che come gli vien soffiato alle orecchie delle rivelazioni o degli dei, o dei vicarii loro; e per conseguenza a governarsi non secondo altra legge che di que' medesimi. (Cabala del Cavallo Pegaseo, Saulino: dialogo I) La Cabala del cavallo pegaseo viene pubblicata insieme a l'Asino cillenico in unico testo. Il titolo allude a P., il cavallo alato della mitologia greca nato dal sangue di Medusa decapitata da Perseo. Al termine delle sue imprese, Pegaso volò nel cielo trasformandosi in costellazione, una delle 48 elencate da Tolomeo nel suo Almagesto: la costellazione di Pegaso. Cabala si riferisce a una tradizione mistica originatasi in seno all'ebraismo. Calcografia raffigurante le stelle della costellazione di Pegaso che delineano la figura del cavallo mitologico Pegaso L'opera, percorsa da una chiara vena comica, può essere letta come un divertissement, opera d'intrattenimento senza pretese; oppure interpretata in chiave allegorica, opera satirica, atto di accusa. Il cavallo nel cielo sarebbe allora un asino idealizzato, figura celeste che rimanda all'asinità umana: all'ignoranza, quella dei cabalisti, ma anche quella dei religiosi in generale. I continui riferimenti ai testi sacri si rivelano ambigui, perché da un lato suggeriscono interpretazioni, dall'altro confondono il lettore. Uno dei filoni interpretativi, legato al lavoro critico svolto da Vincenzo Spampanato, ha individuato nel cristianesimo delle origini e in Paolo di Tarso il bersaglio polemico di B.. De gli eroici furori. De gli eroici furori. Nei dieci dialoghi che compongono “De gli eroici furori” a Londra, individua tre specie di passioni umane: quella per la vita speculativa, volta alla conoscenza; quella per la vita pratica e attiva, e quella per la vita oziosa. Le due ultime tendenze rivelano una passione di poco valore, un furore bass. Il desiderio di una vita volta alla contemplazione, cioè alla ricerca della verità, è invece espressione di un furore eroico, con il quale l'anima, rapita sopra l'orizzonte de gli affetti naturali vinta da gli alti pensieri, come morta al corpo, aspira ad alto. Non si giunge a tale effetto con la preghiera, con atteggiamenti devozionali, con aprir gli occhi al cielo, alzar alto le mani, ma, al contrario, con il venir al più intimo di sé, considerando che Dio è vicino, con sé e dentro di sé più ch'egli medesmo esser non si possa, come quello che è anima delle anime, vita delle vite, essenza de le essenze». Una ricerca che assimila a una caccia, non la comune caccia ove il cacciatore ricerca e cattura le prede, ma quella in cui il cacciatore diviene egli stesso preda, come Atteone che nel mito ripreso da lui, avendo visto la bellezza di Diana, si trasforma in cervo ed è fatto preda dei cani, i pensieri de cose divine, che lo divorano facendolo morto al volgo, alla moltitudine, sciolto dalli nodi de li perturbati sensi, di sorte che tutto vede come uno, non vede più distinzioni e numeri. La conoscenza della natura è lo scopo della scienza e quello più alto della nostra vita stessa, che da questa scelta viene trasformata in un furore eroico assimiliandoci alla perenne e tormentata vicissitudine in cui si esprime il principio che anima tutto l'universo. Il filosofo ci dice che per conoscere veramente l'oggetto della nostra ricerca, Diana ignuda, non dobbiamo essere virtuosi (virtù come medietà tra gli estremi) ma dobbiamo essere pazzi, furiosi, solo così potremmo arrivare a capire l'oggetto del nostro studio (Atteone trasformato in cervo). La ricerca e l'essere fuoriosi, non sono una virtù ma un vizio. Il dialogo è inoltre un prosimetro, come La vita nuova di Dante, un insieme di prosa e di poesia (distici, sonetti e una canzone finale).  Il precedente periodo oxoniense inglese è da considerarsi il più creativo di B., periodo nel quale ha prodotto il maggior numero di opere fino a quando l'ambasciatore Castelnau essendo richiamato in Francia lo induce a imbarcarsi con lui; ma la nave verrà assalita dai pirati, che derubano i passeggeri d'ogni avere.  A Parigi B. abita vicino al Collège de Cambrai, e ogni tanto va a prendere in prestito qualche libro nella biblioteca di Saint-Victor, nella collina di Sainte-Geneviève, il cui bibliotecario, il monaco Cotin, ha l'abitudine di annotare giornalmente quanto avveniva nella biblioteca. Entrato in qualche confidenza col filosofo, da lui sappiamo che B. stava per pubblicare un'opera, l'Arbor philosophorum, che non ci è pervenuta, e che aveva lasciato l'Italia per «evitare le calunnie degli inquisitori, che sono ignoranti e che, non concependo la sua filosofia, lo accuserebbero di eresia». Il monaco annota tra l'altro che era ammiratore d’Aquino, che disprezzava le sottigliezze degli scolastici, dei sacramenti e anche dell'eucaristia, ignote a Pietro e a  Paolo, i quali non seppero altro che hoc est corpus meum. Dice che i torbidi religiosi sarebbero facilmente tolti di mezzo, se fossero spazzate tali questioni e confida che questa sarà presto la fine della contesa. L'anno successive pubblica, dedicata a Piero Del Bene, abate di Belleville e membro della corte francese, la Figuratio Aristotelici physici auditus, un'esposizione della fisica aristotelica. Conosce il salernitano  Mordente, che due anni prima aveva pubblicato Il Compasso, illustrazione dell'invenzione di un compasso di nuova concezione e, poiché egli non sa il latino, che ha apprezzato la sua invenzione, pubblica i “Dialogi duo de Fabricii Mordentis Salernitani prope divina adinventione ad perfectam cosmimetriae praxim”, dove elogia l'inventore ma gli rimprovera di non aver compreso tutta la portata della sua invenzione, che dimostrava l'impossibilità di una divisione infinita delle lunghezze. Offeso da questi rilievi, il Mordente protestò violentemente, sicché B. finì col replicare con le feroci satire dell'“Idiota triumphans seu de Mordentio inter geometras Deo dialogus” e del “Dialogus qui de somnii interpretatione seu geometrica sylva inscribitur. Fa stampare col nome di Hennequin l'opuscolo antiaristotelico “Centum et viginti articuli de natura et mundo adversus peripateticos”, partecipando alla successiva pubblica disputa nel Collège de Cambrai, ribadendo le sue critiche alla filosofia aristotelica. Contro tali critiche si levò un giovane avvocato parigino, Callier, che replica con violenza chiamando il filosofo Giordano "Bruto". Sembra che l'intervento del Callier abbia ricevuto l'appoggio di quasi tutti gli intervenuti e che si sia scatenato un putiferio di fronte al quale il filosofo preferì, una volta tanto, allontanarsi, ma le reazioni negative provocate dal suo intervento contro la filosofia aristotelica, allora ancora in grande auge alla Sorbona, unitamente alla crisi politica e religiosa in corso in Francia e alla mancanza di appoggi a corte, lo indussero a lasciare nuovamente il suolo francese.  In Germania  La Piazza del Mercato di Wittenberg Raggiunta in giugno la Germania, B. soggiorna brevemente a Magonza e a Wiesbaden, passando poi a Marburg, nella cui Università risulta immatricolato come Theologiae doctor romanensis. Ma non trovando possibilità di insegnamento, probabilmente per le sue posizioni antiaristoteliche, s'immatricola a Wittenberg come Doctor italicus, insegnandovi per due anni, due anni che il filosofo trascorre in tranquilla operosità. “uomo di nessun nome e autorità fra voi, sfuggito ai tumulti di Francia, non appoggiato da alcuna raccomandazione principesca, mi avete ritenuto meritevole di cordialissima accoglienza, mi avete incluso nell'albo della vostra accademia, mi avete accolto in un consesso di uomini tanto nobili e dotti, da sembrare ai miei occhi non una scuola privata o una conventicola esoterica, bensì, come si conviene all'Atene tedesca, una vera università.»  (Dedica del De lampade combinatoria). Pubblica il De lampade combinatoria lulliana, un commento dell'Ars magna e il “De progressu et lampade venatoria logicorum”, commento ai Topica di Aristotele. Altri commenti a opere aristoteliche sono i suoi “Libri physicorum Aristotelis explanati”. Pubblica ancora, a Wittenberg, il “Camoeracensis Acrotismus”, una riedizione di “Centum et viginti articuli de natura et mundo adversus peripateticos”.  Un suo corso privato sulla Retorica sarà invece pubblicato col titolo di “Artificium perorandi” (l’arte della conversazione). Anche le “Animadversiones circa lampadem” e la “Lampas triginta statuarum” verranno pubblicate. Nel saggio della Yates si fa cenno al fatto che il Mocenigo aveva riferito all'Inquisizione veneziana l'intenzione di B., durante il suo periodo tedesco, di creare una nuova setta. Mentre altri accusatori (il Mocenigo negherà questa affermazione) sostenevano che egli avrebbe voluto chiamare la nuova setta dei Giordaniti e che essa avrebbe attirato molto i luterani tedeschi. L'autrice inoltre si pone la domanda se in questa setta vi fossero stati dei rapporti con i Rosacroce dato che in Germania emersero all'inizio del XVII secolo presso i circoli luterani. Il nuovo duca Cristiano I, succeduto al padre morto, decide di rovesciare l'indirizzo degli insegnamenti universitari che privilegiavano le dottrine del filosofo calvinista Pietro Ramo a svantaggio delle classiche teorie aristoteliche. Dovette essere questa svolta a spingere B. a lasciare Wittenberg, non senza la lettura di una “Oratio valedictoria”, un saluto che è un ringraziamento per l'ottima accoglienza della quale era stato gratificato:  «Sebbene fossi di nazione forestiero, esule, fuggiasco, zimbello della fortuna, piccolo di corpo, scarso di beni, privo di favore, premuto dall'odio della folla, quindi sprezzabile agli stolti e a quegli ignobilissimi che non riconoscono nobiltà se non dove splende l'oro, tinnisce l'argento, e il favore di persone loro simili tripudia e applaude, tuttavia voi, dottissimi, gravissimi e morigeratissimi senatori, non mi disprezzaste, e lo studio mio, non del tutto alieno dallo studio di tutti i dotti della vostra nazione, non lo riprovaste permettendo che fosse violata la libertà filosofica e macchiato il concetto della vostra insigne umanità.»  (citato in Opere di B. e CAMPANELLA (si veda)). Ne fu ricambiato dall'affetto degli allievi, come Hieronymus Besler e Valtin Havenkenthal, il quale, nel suo saluto, lo chiama «Essere sublime, oggetto di meraviglia per tutti, dinanzi a cui stupisce la natura stessa, superata dall'opera sua, fiore d'Ausonia, Titano della splendida Nola, decoro e delizia dell'uno e l'altro cielo».  A Praga e a Helmstedt I sigilli di B.  Amoris   I sigilli di B. sono delle incisioni realizzate dallo stesso e pubblicate all'interno delle sue opere a partire dal periodo praghese. Esse rappresentano figure geometriche sovrapposte ma anche veri e propri disegni con presunte decorazioni e lettere. A parte il titolo dei sigilli non abbiamo alcuna spiegazione in merito al loro significato o al loro reale utilizzo. Fino a oggi sono state fatte molto congetture dai vari studiosi senza giungere a nessuna conclusione definitiva. Giunge a Praga, in quegli anni sede del Sacro Romano Impero, città dove rimane sei mesi. Qui pubblica, in unico testo, il De lulliano specierum scrutinio e il De lampade combinatoria Lullii, dedicato all'ambasciatore spagnolo presso la corte imperiale, don Guillem de Santcliment (il quale vantava Lullo fra i suoi antenati), mentre all'imperatore Rodolfo II, mecenate e appassionato di alchimia e astrologia, dedica gli Articuli centum et sexaginta adversus huius tempestatis mathematicos atque philosophos, che trattano di geometria, e nella dedica rileva come per guarire i mali del mondo sia necessaria la tolleranza, sia in campo strettamente religioso – «È questa la religione che io osservo, sia per una convinzione intima sia per la consuetudine vigente nella mia patria e tra la mia gente: una religione che esclude ogni disputa e non fomenta alcuna controversia» – sia in quello filosofico, campo che deve rimanere libero da autorità precostituite e da tradizioni elevate a prescrizioni normative. Quanto a lui, «alle libere are della filosofia cercai riparo dai flutti fortunosi, desiderando la sola compagnia di coloro che comandano non di chiudere gli occhi, ma di aprirli. A me non piace dissimulare la verità che vedo, né ho timore di professarla apertamente»  Ricompensato con trecento talleri dall'imperatore, in autunno B., che sperava di essere accolto a corte, decide di lasciare Praga e, dopo una breve tappa a Tubinga, giunge a Helmstedt, nella cui Università, chiamata Academia Julia, si registra.  Una targa presso il Planetario di Praga ricorda il passaggio del filosofo in quella città. per la morte del fondatore dell'Accademia, il duca Julius von Braunschweig, vi legge l'Oratio consolatoria, ove presenta sé stesso come forestiero ed esule: «spregiai, abbandonai, perdetti la patria, la casa, la facoltà, gli onori, e ogni altra cosa amabile, appetibile, desiderabile». In Italia «esposto alla gola e alla voracità del lupo romano, qui libero. Lì costretto a culto superstizioso e insanissimo, qui esortato a riti riformati. Lì morto per violenza di tiranni, qui vivo per l'amabilità e la giustizia di un ottimo principe». Le Muse dovrebbero essere libere per diritto naturale eppure «sono invece, in Italia e in Spagna, conculcate dai piedi di vili preti, in Francia patiscono per la guerra civile rischi gravissimi, in Belgio sono sballottate da frequenti marosi, e in alcune regioni tedesche languono infelicemente.  Poche settimane dopo viene scomunicato dal sovrintendente della Chiesa luterana della città, il teologo luterano Boezio per motivi non noti: B. riesce così a collezionare le scomuniche delle maggiori confessioni europee, cattolica, calvinista e luterana. Presenta ricorso al prorettore dell'Accademia, Hoffmann, contro quello che egli definisce un abuso – perché «chi ha deciso qualcosa senza ascoltare l'altra parte, anche se lo ha fatto giustamente, non è stato giusto» – e una vendetta privata. Non ricevette però risposta, perché sembra che fosse stato lo stesso Hoffmann a istigare Boezio. Benché scomunicato, poté tuttavia rimanere ancora a Helmstedt, dove aveva ritrovato Valtin Acidalius Havenkenthal e Besler, già suo allievo a Wittenberg, che gli fa da copista e vedrà ancora brevemente in Italia, a Padova. B. compone diverse opere sulla magia, tutte pubblicate postume: il “De magia”; le “Theses de magia”, un compendio del trattato precedente, il “De magia mathematica”, che presenta come fonti la Steganographia di Tritemio, il De occulta philosophia di Agrippa e lo pseudo-Alberto Magno; il “De rerum principiis et elementis et causis” e la “Medicina”, nella quale presume di aver trovato forme di applicazione della magia nella natura. "Mago" è un termine che si presta a equivoche interpretazioni, ma che per l'autore, come egli stesso chiarisce sin dall'ìncipit dell'opera, significa innanzitutto sapiente: sapienti come per esempio erano i magi dello zoroastrismo o simili depositari della conoscenza presso altre culture del passato. La magia di cui B. si occupa non è pertanto quella associata alla superstizione o alla stregoneria, bensì quella che vuole incrementare il sapere e agire conseguentemente.  L'assunto fondamentale da cui il filosofo parte è l'onnipresenza di un'entità unica, che egli chiama indifferentemente "spirito divino, cosmico" o "anima del mondo" o anche "senso interiore", identificabile come quel principio universale che dà vita, movimento e vicissitudine a ogni cosa o aggregato nell'universo. Il mago deve tenere presente che come da Dio, attraverso gradi intermedi, tale spirito si comunica a ogni cosa "animandola", così è altrettanto possibile tendere a Dio dall'essere animato: questa ascensione dal particolare a Dio, dal multiforme all'Uno è una possibile definizione della "magia". Lo spirito divino, che per la sua unicità e infinità connette ogni cosa a ogni altra, consente parimenti l'azione di un corpo su un altro. B. chiama «vincula» i singoli nessi fra le cose: "vincolo", "legatura". La magia altro non è che lo studio di questi legami, di questa infinita trama "multidimensionale" che esiste nell'universo. Nel corso dell'opera Bruno distingue e spiega differenti tipi di legami – legami che possono essere utilizzati positivamente o negativamente, distinguendo così il mago dallo stregone. Esempi di legami sono la fede; i riti; i caratteri; i sigilli; le legature che vengono dai sensi, come la vista o l'udito; quelle che vengono dalla fantasia, eccetera. B. lascia Helmstedt e in giugno raggiunge Francoforte in compagnia di Besler, che prosegue verso l'Italia per studiare a Padova. Avrebbe voluto alloggiare dallo stampatore Wechel, come richiese al Senato di Francoforte ma la richiesta è respinta e allora B. andò ad abitare nel locale convento dei Carmelitani i quali, per privilegio concesso da Carlo V, non erano soggetti alla giurisdizione secolare.  Vedono la luce tre opere, i cosiddetti poemi francofortesi, culmine della ricerca filosofica di B.:  il “De triplici minimo et mensura ad trium speculativarum scientiarum et multarum activarum artium principia libri V”, in cui vi sono delle immagini simili alla tabula recta di Tritemio; “De monade, numero et figura liber consequens quinque”; il “De innumerabilibus, immenso et infigurabili, seu De universo et mundis libri octo”. De minimo. Chi potrà ritenere che gli strumenti diano misurazioni esatte dal momento che il fluire delle cose non mantiene un identico ritmo ed un termine non si mantiene mai alla stessa distanza dall'altro? Da De minimo, in Opere latine, a cura di Carlo Monti, POMBA). Nei libri del “De minimo” si distinguono tre tipi di minimo: il minimo fisico, l'atomo, che è alla base della scienza della fisica; il minimo geometrico, il punto, che è alla base della geometria, e il minimo metafisico, o monade, che è alla base della metafisica. Essere minimo significa essere in-divisibile – e dunque Aristotele erra sostenendo la divisibilità all'infinito della materia – perché, se così fosse, non raggiungendo mai la minima quantità di una sostanza, il principio e fondamento di ogni sostanza, non spiegheremmo più la costituzione, mediante aggregazioni di infiniti atomi, di mondi infiniti, in un processo di formazione altrettanto infinito. I composti, infatti, «non rimangono identici neppure per un attimo; ciascuno di essi, per lo scambio vicendevole degli innumerevoli atomi, si muta continuamente e ovunque in tutte le parti».  La materia, come il filosofo aveva già espresso nei dialoghi italiani, è in perenne mutazione, e ciò che dà vita a questo divenire è uno «spirito ordinatore», l'anima del mondo, una nell'universo infinito. Dunque nel divenire eracliteo dell'universo è situato l'essere parmenideo, uno ed eterno: materia e anima sono inscindibili, l'anima non agisce dall'esterno, poiché non c'è un esterno della materia. Ne viene che nell'atomo, la parte più piccola della materia, anch'esso animato dal medesimo spirito, il minimo e il massimo coincidono: è la coesistenza dei contrari: minimo-massimo; atomo-Dio; finito-infinito. Contrariamente agli atomisti, quali ad esempio Democrito e Leucippo, non ammette l'esistenza del vuoto. Il cosiddetto vuoto non è che un vocabolo col quale si designa il mezzo che circonda i corpi naturali. Gli atomi hanno un termine in questo mezzo, nel senso che essi né si toccano né sono separati. Inoltre distingue fra minimi assoluti e minimi relativi, e così il minimo di un cerchio è un cerchio; il minimo di un quadrato è un quadrato, eccetera. I matematici dunque errano nella loro astrazione, considerando la divisibilità all'infinito degli enti geometrici. Quella che B. espone è, usando con terminologia moderna, una discretizzazione non solo della materia, ma anche della geometria, una geometria discreta. Ciò è necessario onde rispettare l'aderenza alla realtà fisica della descrizione geometrica, indagine in ultima analsi non separabile da quella metafisica. Nel De monade Bruno si richiama alle tradizioni pitagoriche attaccando la teoria aristotelica del motore immobile, principio di ogni movimento: le cose si trasformano per la presenza di principi interni, numerici e geometrici.  De immenso Negli otto libri del De immenso il filosofo riprende la propria teoria cosmologica, appoggiando la teoria eliocentrica copernicana ma rifiutando l'esistenza delle sfere cristalline e degli epicicli, ribadendo la concezione dell'infinità e molteplicità dei mondi. Critica l'aristotelismo, negando qualunque differenza tra la materia terrestre e celeste, la circolarità del moto planetario e l'esistenza dell'etere.  Il castello, situato presso Elgg e allora di proprietà di Heinzel von Tägernstein, l’ospita nel suo breve soggiorno nel cantone di Zurigo. Parte per la Svizzera, accogliendo l'invito del nobile Heinzel von Tägernstein e del teologo Egli, entrambi appassionati di alchimia. Così B., ospite di Heinzel, insegna filosofia presso Zurigo: le sue lezioni, raccolte da Raphael Egli con il titolo di Summa terminorum metaphysicorum, saranno pubblicate da costui a Zurigo, e poi, postume, a Marburgo, insieme con la “Praxis descensus seu applicatio entis”, rimasta incompiuta.  La “Summa terminorum metaphysicorum,” Somma dei termini metafisici, rappresenta un'importante testimonianza dell'attività di B. insegnante. Si tratta di un compendio di 52 termini fra i più frequenti nell'opera di Aristotele che B. spiega riassumendo. Nella “Praxis descensus”, “Prassi del descenso”, il nolano riprende gli stessi termini (con qualche differenza) questa volta esposti secondo la propria visione. Il testo consente così di confrontare puntualmente le differenze fra Aristotele e B. La Praxis è divisa in tre parti, con gli stessi termini esposti secondo la divisione triadica Dio, intelletto, anima del mondo. Purtroppo l'ultima parte manca del tutto e anche la rimanente non è completamente curata. Infatti ritorna a Francoforte per pubblicarvi ancora il De imaginum, signorum et idearum compositione, dedicato a Heinzel. Ed è questa l'ultima opera la cui pubblicazione fu curata da B. stesso. È probabile che il filosofo avesse intenzione di tornare a Zurigo, e ciò spiegherebbe anche perché Egli abbia atteso prima di pubblicare quella parte della Praxis che aveva trascritto, ma in ogni caso nella città tedesca gli eventi evolveranno ben diversamente. Francoforte e sede di un'importante fiera del libro, alla quale partecipavano i librai di tutta Europa. Era stato così che due editori, il senese Ciotti e il fiammingo Brittano, entrambi attivi a Venezia, avevano conosciuto B. almeno stando alla successive dichiarazioni di Ciotti stesso al Tribunale dell'Inquisizione di Venezia. Il patrizio veneto Mocenigo, che conosce Ciotti e ha comprato nella sua libreria il “De minimo” del filosofo nolano, affida al libraio una sua lettera nella quale invitava B. a Venezia affinché gli insegnasse li secreti della memoria e li altri che egli professa, come si vede in questo suo libro. Appare quantomeno strano il fatto che, dopo anni di peregrinazioni in Europa decidesse di tornare in Italia sapendo quanto il rischio di finire sotto le mani dell'inquisizione fosse concreto. Probabilmente non si considera “anti-cattolico” ma semmai una sorta di riformatore che spera di avere concrete possibilità di incidere sulla Chiesa. Oppure il senso di pienezza di sé o della sua "missione" da compiere altera la reale percezione del pericolo a cui poteva andare incontro. Inoltre, il clima politico, ossia l'ascesa vittoriosa di Enrico di Navarra sulla Lega cattolica sembra costituire una valida speranza per l'attuazione delle sue idee in ambito cattolico. B. e a Venezia. Che egli sia tornato in Italia spinto dall'offerta di Mocenigo non è affatto sicuro, tant'è che passeranno diversi mesi prima che accetta l'ospitalità del patrizio. Non era certo un uomo a cui mancavano i mezzi, anzi, egli era considerato omo universale, pieno di ingegno e ancora nel pieno del suo momento creativo. A Venezia si trattenne solo pochi giorni per poi recarsi a Padova e incontrare Besler, il suo copista di Helmstedt. Qui tenne per qualche mese lezioni agli studenti che frequentano quello studio e spera invano di ottenervi la cattedra di matematica, uno dei possibili motivi per cui B. torna in Italia. Compone le “Praelectiones geometricae”, l'”Ars deformationum”, il “De vinculis in genere”, e il “De sigillis Hermetis et Ptolomaei et aliorum”. Con il ritorno di Besler in Germania per motivi familiari, torna a Venezia e si stabilì in casa del patrizio veneziano, che era interessato alle arti della memoria e alle discipline magiche. Informa il Mocenigo di voler tornare a Francoforte per stampare delle sue opere. Questi pensa che cercas un pretesto per abbandonare le lezioni. Il giorno dopo lo fece sequestrare in casa dai suoi servitori. Il giorno successivo Mocenigo presenta all'Inquisizione una denuncia scritta, accusandolo di blasfemia, di disprezzare le religioni, di non credere nella Trinità divina e nella transustanziazione, di credere nell'eternità del mondo e nell'esistenza di mondi infiniti, di praticare arti magiche, di credere nella metempsicosi, di negare la verginità di Maria e le punizioni divine. Quel giorno stesso, e arrestato e tratto nelle carceri dell'Inquisizione di Venezia, in san Domenico a Castello. Maiori forsan cum timore sententiam in me fertis quam ego accipiam” (“Forse tremate più voi nel pronunciare contro di me questa sentenza che io nell'ascoltarla. B. rivolto ai giudici dell'Inquisizione. Il processo di B., basso-rilievo del basamento della statua in Campo de' Fiori da Ferrari. Naturalmente sa che la sua vita è in gioco e si difende abilmente dalle accuse dell'inquisizione veneziana. Nega quanto può, tace, e mente anche, su alcuni punti delicati della sua dottrina, confidando che gli inquisitori non possano essere a conoscenza di tutto quanto egli abbia fatto e scritto, e giustifica le differenze fra le concezioni da lui espresse e i dogmi cattolici con il fatto che un filosofo, ragionando secondo il lume naturale, può giungere a conclusioni discordanti con le materie di fede, senza dover per questo essere considerato un eretico. A ogni buon conto, dopo aver chiesto perdono per gli errori commessi, si dichiara disposto a ritrattare quanto si trovi in contrasto con la dottrina della Chiesa. L'Inquisizione romana chiede però la sua estradizione, che viene concessa, dopo qualche esitazione, dal Senato veneziano. E rinchiuso nelle carceri romane del Palazzo del Sant'Uffizio. Nuovi testi, per quanto poco affidabili, essendo tutti imputati di vari reati dalla stessa Inquisizione, confermano le accuse e ne aggiungono di nuove. E forse torturato, secondo la decisione della Congregazione, stando all'ipotesi avanzata da Firpo e Ciliberto, una circostanza negata invece dallo storico Andrea Del Col. Non rinnega i fondamenti della sua filosofia. Ribada l'infinità dell'universo, la molteplicità dei mondi, il moto della terra e la non generazione delle sostanze. Queste non possono essere altro che quel che sono state, né saranno altro che quel che sono, né alla loro grandezza o sostanza s'aggionge mai, o mancarà ponto alcuno, e solamente accade separatione, e congiuntione, o compositione, o divisione, o translatione da questo luogo a quell'altro. A questo proposito spiega che il modo e la causa del moto della terra e della immobilità del firmamento sono da me prodotte con le sue raggioni et autorità e non pregiudicano all'autorità della divina scrittura. All'obiezione dell'inquisitore, che gli contesta che nella Bibbia è scritto -- terra stat in aeternum -- e il sole nasce e tramonta, risponde che vediamo il sole nascere e tramontare perché la terra se gira circa il proprio centro. Alla contestazione che la sua posizione contrasta con l'autorità dei Santi Padri, risponde che quelli sono meno de' filosofi prattichi e meno attenti alle cose della natura. Il filosofo sostiene che la terra è dotata di un'anima, che le stelle hanno natura angelica, che l'anima non è forma del corpo, e come unica concessione, è disposto ad ammettere l'immortalità dell'anima umana.  Roma, Piazza di Campo de' Fiori. E invitato ad abiurare otto proposizioni eretiche, nelle quali si comprendevano la sua negazione della creazione divina, dell'immortalità dell'anima, la sua concezione dell'infinità dell'universo e del movimento della terra, dotata anche di anima, e di concepire gli astri come angeli. La sua disponibilità ad abiurare, a condizione che le proposizioni siano riconosciute eretiche non da sempre, ma solo ex nunc, è respinta dalla congregazione dei cardinali inquisitori, tra i quali Bellarmino. Una successiva applicazione della tortura, proposta dai consultori della congregazione fu invece respinta da Clemente VIII. Nell'interrogatorio si dice ancora pronto all'abiura, ma icambia idea e infine, dopo che il tribunale ha ricevuto una denuncia che accusa Bruno di aver avuto fama di ateo in Inghilterra e di aver scritto il suo “Spaccio della bestia trionfante” direttamente contro il papa, rifiuta recisamente ogni abiura, non avendo, dichiara, nulla di cui doversi pentire. Al cospetto dei cardinali inquisitori e dei consultori Mandina, Pietrasanta e Millini, è costretto ad ascoltare in ginocchio la sentenza che lo scaccia dal foro ecclesiastico e lo consegna al braccio secolare. Terminata la lettura della sentenza, secondo la testimonianza di choppe, si alza e ai giudici indirizza la storica frase. Maiori forsan cum timore sententiam in me fertis quam ego accipiam. Forse tremate più voi nel pronunciare contro di me questa sentenza che io nell'ascoltarla. Dopo aver rifiutato i conforti religiosi e il crocefisso, con la lingua in giova – serrata da una mordacchia perché non possa parlare, viene condotto in campo de’ fiori, denudato, legato a un palo e arso vivo. Le sue ceneri sono gettate nel Tevere. Volse il viso pieno di disprezzo quando ormai morente, venne posta innanzi l'immagine di Cristo crocefisso. Così muore bruciato miseramente, credo per annunciare negli altri mondi che si è immaginato in che modo i romani sono soliti trattare gli empi e i blasfemi. Ecco qui, caro Rittershausen, il modo in cui procediamo contro gli uomini, o meglio contro i mostri di tal specie. Il suo dio è da un lato trascendente, in quanto supera ineffabilmente la natura, ma nello stesso tempo è immanente, in quanto anima del mondo: in questo senso, Dio e Natura sono un'unica realtà da amare alla follia, in un'inscindibile unità panenteistica di pensiero e materia, in cui dall'infinità di Dio si evince l'infinità del cosmo, e quindi la pluralità dei mondi, l'unità della sostanza, l'etica degli "eroici furori". Questi ipostatizza un Dio-Natura sotto le spoglie dell'Infinito, essendo l'infinitezza la caratteristica fondamentale del divino. Egli fa dire nel dialogo De l'infinito, universo e mondi a Filoteo. Io dico Dio tutto Infinito, perché da sé esclude ogni termine ed ogni suo attributo è uno e infinito; e dico Dio totalmente infinito, perché lui è in tutto il mondo, ed in ciascuna sua parte infinitamente e totalmente: al contrario dell'infinità de l'universo, la quale è totalmente in tutto, e non in queste parti (se pur, referendosi all'infinito, possono esse chiamate parti) che noi possiamo comprendere in quello. B., De infinito, universo e mondi) Per queste argomentazioni e per le sue convinzioni sulla Sacra Scrittura, sulla Trinità e sul Cristianesimo, già scomunicato, fu incarcerato, giudicato eretico e quindi condannato al rogo dall'Inquisizione della Chiesa cattolica. Fu arso vivo a piazza Campo de' Fiori durante il pontificato di Clemente VIII.  Ma la sua filosofia sopravvive alla sua morte, portò all'abbattimento delle barriere tolemaiche, rivelò un universo molteplice e non centralizzato e aprì la strada alla Rivoluzione scientifica: per il suo pensiero B. è quindi ritenuto un precursore di alcune idee della cosmologia moderna, come il multiverse. Per la sua morte, è considerato un martire del libero pensiero. Giovanni Paolo II, tramite una lettera del segretario di Stato Vaticano Angelo Sodano inviata a un convegno che si svolse a Napoli, espresse profondo rammarico per la morte atroce di B., pur non riabilitandone la dottrina: anche se la morte di B. costituisce oggi un motivo di profondo rammarico, tuttavia questo triste episodio della storia non consente la riabilitazione dell'opera del filosofo nolano arso vivo come eretico, perché "il cammino del suo pensiero lo condusse a scelte intellettuali che progressivamente si rivelarono, su alcuni punti decisivi, incompatibili con la dottrina cristiana. D'altronde anche nel saggio di Yates viene ribadito più volte la completa adesione di B. alla "religione degli egizi" scaturita dal suo sapere ermetico nonché afferma che "la religione egiziana ermetica è l'unica religione vera". Il Dizionario di Bayle  Ritratto di Schoppe, opera di Rubens Malgrado la messa all'Indice dei libri di B. decretata, questi continuarono a essere presenti nelle biblioteche europee, anche se rimasero equivoci e incomprensioni sulle posizioni del filosofo nolano, così come volute mistificazioni sulla sua figura. Già il cattolico Schoppe, ex luterano che assistette alla pronuncia della sentenza e al rogo di B., pur non condividendo «l'opinione volgare secondo la quale codesto B. fu bruciato perché luterano» finisce con l'affermare che «Lutero ha insegnato non solo le stesse cose di B., ma altre ancora più assurde e terribili», mentre il frate minimo Mersenne individuò nella cosmologia bruniana la negazione della libertà di Dio, oltre che del libero arbitrio umano.  Mentre gli astronomi Brahe e Keplero criticarono l'ipotesi dell'infinità dell'universo, non presa in considerazione nemmeno da GALILEI (si veda), il libertino Naudé, nella sua Apologie pour tous les grands personnages qui ont testé faussement soupçonnez de magie esalta in B. il libero ricercatore delle leggi della natura. Bayle, nel suo Dizionario, arrivò a dubitare della morte per rogo di Bruno e vide in lui il precursore di Spinoza e di tutti i moderni panteisti, un monista ateo per il quale unica realtà è la natura. Gli rispose il teologo deista Toland, che conosceva lo Spaccio della bestia trionfante e lodava in Bruno la serietà scientifica e il coraggio dimostrato nell'aver eliminato dalla speculazione filosofica ogni riferimento alle religioni positive; segnala lo Spaccio a Leibniz - che tuttavia considera B. un mediocre filosofo - e al de La Croze, convinto dell'ateismo di B.. Con quest'ultimo concorda il Budde, mentre Heumann ritorna erroneamente a ipotizzare un protestantesimo di B.  Con l'Illuminismo, l'interesse e la notorietà di Bruno aumenta. Weidler conosce il De immenso e lo Spaccio, mentre Jean Sylvain Bailly lo definisce «ardito e inquieto, amante delle novità e schernitore delle tradizioni», ma gli rimprovera la sua irreligiosità. In Italiaè molto apprezzato da Barbieri, autore di una Storia dei matematici e filosofi del Regno di Napoli, dove afferma che scrisse molte cose sublimi nella Metafisica, e molte vere nella Fisica e nell'Astronomia e ne fa un precursore della teoria dell'armonia prestabilita di Leibniz e di tanta parte delle teorie di Cartesio. Il sistema dei vortici di Cartesio, o quei globuli giranti intorno i loro centri nell'aere, e tutto il sistema fisico è suo. Il principio di dubitazione saviamente da Cartesio introdotto nella filosofia a B. si deve, e molte altre cose nella filosofia di Cartesio sono di lui.  Questa tesi è negata da Niceron, per il quale il razionalista Cartesio nulla può aver preso da lui, irreligioso e ateo come Spinoza, che ha identificato Dio con la natura, è rimasto legato alla filosofia del Rinascimento credendo ancora nella magia e, per quanto ingegnoso, è spesso contorto e oscuro. Brucker concorda con l'incompatibilità di Cartesio con lui, che considera un filosofo molto complesso, posto tra il monismo spinoziano e il neo-pitagorismo, la cui concezione dell'universo consisterebbe nella sua creazione per emanazione da un'unica fonte infinita, dalla quale la natura creata non cesserebbe di dipendere.  Fu Diderot a scrivere per l'Enciclopedia la voce su B., da lui considerato precursore di Leibniz - nell'armonia prestabilita, nella teoria della monade, nella ragione sufficiente - e di Spinoza, il quale, come lui, concepisce Dio come essenza infinita nella quale libertà e necessità coincidono: rispetto a lui pochi sarebbero i filosofi paragonabili, se l'impeto della sua immaginazione gli avesse permesso di ordinare le proprie idee, unendole in un ordine sistematico, ma era nato poeta. Per Diderot, B., che si è sbarazzato della vecchia filosofia aristotelica, è con Leibniz e Spinoza il fondatore della filosofia moderna. Jacobi pubblica per la prima volta ampi estratti del “De la causa, principio et uno” di «questo oscuro filosofo», che sa però dare un disegno netto e bello del panteismo. Lo spiritualista non condivide certo il panteismo ateo di lui e Spinoza, di cui ritiene inevitabili le contraddizioni, ma non manca di riconoscerne la grande importanza nella storia della filosofia. Da Jacobi Schelling trae spunto per il suo dialogo su lui, al quale riconosce di aver colto quello che per lui è il fondamento della filosofia: l'unità del Tutto, l'assoluto hegeliano, nel quale successivamente si conoscono le singole cose finite. Hegel lo conosce e nelle sue “Lezioni” presenta la sua filosofia come l'attività dello spirito che assume dis-ordinatamente» tutte le forme, realizzandosi nella natura infinita. È un gran punto, per cominciare, quello di pensare l'unità. L’altro punto fu cercare di comprendere l'universo nel suo svolgimento, nel sistema delle sue determinazioni, mostrando come l'esteriorità sia segno delle idee. In Italia, è l'hegeliano Spaventa a vedere in lui il precursore di Spinoza, anche se il filosofo nolano oscilla nello stabilire un chiaro rapporto fra la natura e Dio, che appare ora identificarsi con la natura e ora mantenersi come principio sovra-mondano, osservazioni riprese da Fiorentino, mentre Tocco mostra come egli, pur dissolvendo dio nella natura, non rinuncia a una valutazione positiva della religione, concepita come utile educatrice dei popoli. Nel primo decennio del Novecento si completa l'edizione di tutte le opere e si accelerano gli studi biografici su lui, con particolare riguardo al processo. Per GENTILE (si veda), altre a essere un martire della libertà di pensiero, ha il grande merito di dare un'impronta strettamente razionale alla sua filosofia, trascurando misticismi medievaleggianti e suggestioni magiche. Opinione, quest'ultima, discutibile, come recentemente ha inteso mettere in luce Yates, presentando B. nelle vesti di un autentico ermetico.  Mentre Badaloni ha rilevato come l'ostracismo decretato contro lui abbia contribuito a emarginare l'Italia dalle innovative correnti della grande filosofia del Seicento europeo, fra i maggiori e più assidui contributi nella definizione della filosofia bruniana si contano attualmente quelli portati da Aquilecchia e Ciliberto. Monumento a B.  Medaglia con monumento a Giordano B. in Campo de' Fiori a Roma, incisione di Broggi. La medaglia, di 60 mm, fu donata a personaggi illustri e comitati vari. Insieme a questa fu coniata un'altra medaglia di 64 mm in bronzo, abbastanza simile, a scopo commerciale Gli sono stati dedicati il cratere lunare B. e due asteroidi della fascia principale: Giordano e Cenaceneri. IRapisardi gli dedicò un'epigrafe. All'ipocrisia volpeggiante fra la scuola e la sagrestia, ai conciliatori della scienza col sillabo, all'imbestiato borghesume, che tutto falsando e trafficando, d'ogni sacrificio eroico beatamente sogghigna, le coscienze, cui sorride ancora la fede nel trionfo di tutte le umane libertà, lanciano oggi ad una voce dalle università italiane una sfida solenne a gloria della tua virtù, a vendetta del tuo martirio o B.. Numerose scuole sono state intitolate a B. in tutta Italia, in particolare licei classici: ad esempio ad Arzano, Albenga, Roma, Torino, Mestre, Budrio e Melzo, mentre a Maddaloni gli sono stati intitolati il Convitto nazionale e il liceo classico cittadino. In Italia sono numerosi i monumenti intitolati a Bruno, sono presenti: un monumento in una piazza a Nola, un busto a Montella, un bassorilievo a Monsampolo del Tronto e un'epigrafe a Teora. Nel Campo de' Fiori di Roma è presente il più importante monumento a Bruno, eretto esattamente nel luogo in cui il filosofo fu condannato al rogo. La figura e il ruolo del mago che Shakespeare presenta con Prospero, ne La tempesta, fosse influenzata dalla formulazione del ruolo del mago attuata da B.. Sempre in Shakespeare, è ormai dai più accettata l'identificazione del personaggio di “Berowne” (Browne, Bruno), in “Pene d'amor perdute” con il filosofo italiano, considerando il parzialmente documentato e più che plausibile incontro tra i due durante il suo soggiorno inglese.Un riferimento molto più esplicito si trova in The Tragical History of Doctor Faustus, Marlowe. Il personaggio “Bruno”, l'antipapa, riassume molte caratteristiche della vicenda del filosofo:  «I cardinali dormienti si affannano / a punire Bruno, che invece è lontano. Vola. / Il suo superbo corsiero, vivo come il pensiero, / Già passa le Alpi.»  (Christopher Marlowe, La triste storia del dottor Faust; citato in Jean Rocchi, Giordano Bruno davanti all'inquisizione, Stampa Alternativa) La stessa vicenda del Faust marlowiano richiama alla mente la figura del "furioso" bruniano in De gli eroici furori. Cinema  Interpretato da Volonté. Protagonista nel film di Montaldo B. nel quale è stato interpretato da Volonté. Compare anche nel film Galileo di Cavani. Negli anni novanta Rai Uno produce un film documentario curato da Porta su B.. Interpretato da Vita. Nel film Caravaggio con Boni c'è una scena in cui è mostrato il rogo di B.. Contrariamente alle fonti che parlano di B. con la lingua in giova, il filosofo appare legato al palo mentre poco prima delle fiamme incita la gente a non lasciarsi irretire dai falsi maestri. “Candelaio” è al centro della fiction Il tredicesimo apostolo - Il prescelto trasmessa su Canale 5. Il rapper Caparezza ha dedicato a lui una mini-storia nel brano "Sono il tuo sogno eretico", presente in Il sogno eretico: «Infine mi chiamo come il fiume che battezzò colui nel cui nome fui posto in posti bui,/ mica arredati col feng shui. Nella cella reietto perché tra fede e intelletto ho scelto il suddetto, Dio mi ha dato un cervello, se non lo usassi gli mancherei di rispetto. E tutto crolla come in borsa, la favella nella morsa, la mia pelle è bella arsa. Il processo? Bella farsa! Adesso mi tocca tappare la bocca nel disincanto lì fuori, lasciatemi in vita invece di farmi una statua in Campo de' Fiori/Mi bruci per ciò che predico è una fine che non mi merito, mandi in cenere la verità perché sono il tuo sogno eretico.»  (Caparezza, Sono il tuo sogno eretico). La metal band californiana Avenged Sevenfold lui ha dedicato il brano intitolato Roman Sky presente nel nuovo album The Stage. L'album tratta infatti temi quali l'intelligenza artificiale e l'universo. Sono dedicati al filosofo anche il brano Anima Mundi di Massimiliano Larocca e l'album Numen Lumen del gruppo neofolk Hautville, che ha nelle liriche brani di B.. Altre saggi: “De compendiosa architectura et complemento artis Lullii”; “De umbris idearum”; “Ars memoriae”; “Cantus Circaeus”; “Candelaio”; “Ars reminiscendi, Triginta sigilli, Triginta sigillorum explicatio, Sigillus sigillorum”; “Cena de le Ceneri”; “De la causa, principio et uno”; “De l'infinito, universo e mondi” “Spaccio della bestia trionfante”; “Il cavallo pegaseo”; “De gli eroici furori”; “Centum et viginti articuli de natura et mundo adversus peripateticos” – “contro i peripatetici” --  “Figuratio Aristotelici physici auditus”; “Dialogi duo de Fabricii Mordentis Salernitani prope divina adinventione”; “Idiota triumphans”; “De somnii interpretation”; “Mordentius”; “De Mordentii circino”; “Animadversiones circa lampadem” “animadversions in lampadem”; “Lampas triginta statuarum” – trenta statue --  (Napoli); “Artificium perorandi”; “De lampade combinatoria”; “De progressu”; “De lampade venatoria logicorum”; “Libri physicorum Aristotelis explanati, Napoli); “Camoeracensis Acrotismus seu rationes articulorum physicorum adversus peripateticos”; “Oratio valedictoria”; “De specierum scrutinio” De lampade combinatoria”; “Articuli centum et sexaginta adversus huius tempestatis philosophos”; “Oratio consolatoria”; “De magia (Firenze); “De magia mathematica (Firenze); “De rerum principiis et elementis et causis” (Firenze); “Medicina” (Firenze); “Theses de magia” (Firenze); “De innumerabilibus, immenso et in-figurabili”; “De triplici minimo et mensura”; “De monade, numero et figura”; “De imaginum, signorum et idearum compositione” (sintassi); “De vinculis in genere” (Firenze); “Summa terminorum metaphysicorum”; “Accessit eiusdem Praxis descensus seu applicatio entis”. Bruno nota che quantunque Averroè fosse arabo e perciò ignorante di lingua greca, nella dottrina peripatetica però intese più che qualsivoglia greco che abbiamo letto; e arebbe più inteso, se non fusse stato così additto al suo nume Aristotele. Sia dai due volti. Io ho lodato molti eretici ed anco principi eretici; ma non li ho lodati come eretici, ma solamente per le virtù morali che loro avevano; né li ho mai lodati come religiosi e pii, né usato simil sorte di voce di religione. Ed in particulare nel mio libro Della causa, principio ed uno io lodo la Regina de Inghilterra e la nomino diva, non per attributo di religione, ma per un certo epiteto che li antichi ancora solevano dare a principi, ed in Inghilterra, dove allora io mi ritrovava e composi quel libro, se suole dar questo titolo de diva alla Regina; e tanto più me indussi a nominarla cusì, perché ella me conosceva, andando io continuamente con l'Ambasciator in corte. E conosco di aver errato in lodare questa donna, essendo eretica, e massime attribuendoli la voce de diva. Degno di nota è che B. pubblica tutti e sei questi saggi indicando luoghi di stampa non corrispondenti: Venezia. Che Dio sia nella materia non implica che possa essere conosciuto. Dio è immanente da un punto di vista ontologico, mentre è trascendente sul piano gnoseologico. In questo universo metto una providenzia universal, in virtù della quale ogni cosa vive, vegeta e si move e sta nella sua perfezione; e la intendo in due maniere, l'una nel modo con cui è presente l'anima nel corpo, tutta in tutto e tutta in qual si voglia parte, e questo chiamo natura, ombra e vestigio della divinità; l'altra nel modo ineffabile col quale Iddio per essenzia, presenzia e potenzia è in tutto e sopra tutto, non come parte, non come anima, ma in modo inesplicabile. Spaventa fu convinto assertore del ruolo fondamentale della filosofia italiana nel panorama della filosofia moderna, e in particolare di Bruno e Campanella.  L'asinità. La fortuna di B. B. in Shakespeare e nella cultura inglese. “Il B. di Gentile”. L'Asino Cillenico. Clavis Magna.  Clavis Magna, ovvero, Il Sigillo dei Sigilli. De signorum compositione. Explicatio. Sigillorum. Sigilli, Sigillus Sigillorum. Clavis Magna, ovvero, L'arte di inventare. De Compendiosa Architectura et Complemento Artis. “L'Arte di Comunicare” Artificium Perorandi”.  “Clavis Magna, ovvero, La logica per immagini”. Il B. degli italiani. ‘B.’ regia di di Montaldo. Dizionario biografico degl’italiani. CESAR calendaire romaine. Centro di Studi Bruniani. (CA  ui  i) e iui Mia ba, VA  dai ‘agi LS  it Il  EGR Ln  i \ LA va Di =  | Pome Rm Te  ti n. i Li  I e Aa Kt Hlirpogt] lb pi  n 9 ha So Rif [a E Ji a  ILLE di pe  LIS   ia  B. DRAMMA MILANO  Tipografiaals  dtt, TORIO EMANUELE, Carnevale  {Resta sapore PERSONAGGI: B. SALASSA; LORENZO figlio naturale di  B., «dot-tato:da) A.D'ANDRADE ROMANO DEI LOMBARDI «+. >F. MIGLIARA    LEANDRO giovine patrizio. S.ra ANGIOLETTI  LAURA figlia di ROMANO. >» A. Busi IL GRANDE INQUISITORE . Sig. SALVARANI. ROCCO LILLE DAMIANI ANDREA. Ni agN°  UN GUARDIANO) che nonparlano N. N.  UN OsTE .. Ni Ni  Giovani e nobili veneziani, servi di Romano, gondolieri, seguaci di B., soldati, Inquisitori, Si Servi del S. Uffizio,  Frati e Popolo. L'azione del 1.° e 2.° Atto è in Veni  quella del:3.° e 4.° Atto in Re   ber a  pieni  Sofee  bi; pece  SUIT ZIA Fitto Primo PIAZZA IN VENEZIA. Un’Osteria e alcune seggiole. In fondo un canale  praticabile, che traversa la scena. Sul canale un  ponte, che mette in un viottolo, sull'angolo del  quale sorge a destra, un magnifico Palazzo illumiminato a festa, prospiciente sul Canale. .Un in-  gresso laterale, illuminato da faci fisse ai muri, conducedal viottolo nel Palazzo. La porta principale verso .  il Canale è aperta; durante la scena seguente, visi vedono approdare gondole, dalle quali scendono persone  ragguardevoli, che, ricevute dai servi, entrano nel  Palazzo. Sera.  GIOVANI e NOBILI VENEZIANI, parte ‘in abiti fantastici con mezza maschera al volto, e parte in abiti  comuni, vengono da sinistra, traversano il ponte,  e dalla strada entrano nel Palazzo. LEANDRO,  ROCCO ed altri Giovani vanno e vengono fermandosi sulla Piazza, cantando e ridendo, Poi LORENZO e LAURA.  Leandro  (accompagnandosi colla ghitarra). A te, Venezia bella, adorata,  A te, mia sposa, la serenata. HEVVPETIAIAMITEREZI LIA VITE RENTAL rara rr ovinanto sinezineneisevazize vecio sinioneee  IVTIPRErTA:Itr rara rirevenaatos aes szereris cva:i0e vice vi’ veve’ ’avurecovio sr 0uIvI vare ri [tti STA Hocco  (Volgendosi all’osteria) Leandro, scuotiti!  Le mura adori?  Vieni ove brillano  Divini amori, Ove donzelle Cotanto belle  Potrai mirar. Coro dei nobili  Al convito n’andiam! alla festa! Leandro  Prima di venir alla gran festa  Distruggere io vo’ un'idea funesta!  Oste, su via porgetemi  Vino di Cipro; a questo petto ardente  Occorre del più vecchio e più potente.  Vivan le belle  Danzanti; volano. Gli occhi fiammeggiano  Più che le stelle;  Ne’ Joro vortici  Mi ruban Vanima. sui Crudo gioir! Più non mi muovo Suolo dolcissimo, ir  belt rrrrrr n  -a-rt-rvreorosoeeriovoe nueva zeranen sonia mise eeerarmierereriiovnieteacivoteote0ie    Nido mio nuovo! Muoio in tue braccia...  Santo delir! | A te, Venezia bella, adorata,   A te, mia sposa, la serenata, Coro  AI Convito! n’andiam alla festa.  (S'appressano in una gondola LAURA e LORENZO) Eaurna Sul mare immenso  più non impera   Nè sulla terra  che la circonda. Venezia, è fango la tua bandiera! Lutto e non feste! Pianga e s’ asconda.  Core (con alto di cu iosità) E un amante e la sua Della  Che passeggiano alla luna;  Laura sembra la sua stella,  Ma egli fa poca fortuna.  Seguiam tutti i vaghi amanti,  E vediam, se pur n’ è dato,  In fra i suoni, i balli e i canti  Di trovar l’innamorato. È Lorenzo di Giordano,   Che fuggì dal sacro tempio ;   lì Lorenzo... il vil, l’insano  Che ne porge un triste esempio. Lorenzo (con ira). È rivolta a me l’offesa?  L’alma freme, batte il core! Già suonaron l’ultim’ ore; -  E voi tutti io sfiderò. Laura E rivolta a te I’effesa; rato  L’alma freme, batte il core! Già suonaron l'ultim’ ore  Io con te li sfiderò.  (LORENZO furente si scaglia contro ROCCO, e gli    toglie la spada. Gli altri NOBILI sguainano. le  proprie e si schierano în fondo) ROMANO dei LOMBARDI entra frettoloso dalla  casa di destra, seguito da servi con torce accese, Bomano Chi grida? Chi chiama? Qual chiasso villano?  Non son cîttadini, ma plebe briaca! Lorenzo, tu? Il ferro in mano hai snudato? Parla! Che avvenne! Sei pazzo? Ti placa! Laura (atterrita alla vista del padre) Che mai dirà  Al Genitor?... pa  Voce non ha,  Non ha più cor. Lorenzo (con timore)    Che mai dirò  AI Genitor?  Voce non ho,  Non ho più cor.Leandro (con circospezione) Il segno di croce facciamoci... e andiam via!  Quel vecchio è uno sgherro dell’ Inquisizione.  Partiamo, fuggiamo... La belva più ria,  E un angelo a petto di questo demòne. Romane (ai Nobili)  Non chiedo ragioni di vostra contesa,  Fra tenebre nacque... in tenebre resti;  E calmi la notte col sonno gli. ardori  Di giovani folli, di stolti furori.  Partite! Or è cauto lontani restar. Coro di Nobili (infimoriti da Romano). Fuggiam dal feroce  Vegliardo Romano :  Col fiato ne ammorba  Il truce, l’insano; nea    Qui tutto è sospetto. Amici, fuggìam.  1 NOBILI, it CORO, LEANDRO e LAURA sì riti-  rano pel ponte ed entrano nel Palazzo. L’OSTE  ha chiuso ed è scomparso durante la rissa, ROMANO  fa un cenno ai Servi di allontanarsi.  Romano Vengo, tu il sai, da Roma; e il Santo  Re e Pontefice armava il braccio mio.  ‘Or sotto il ferreo terribil manto  Della suprema Città di Dio  L’ Inquisizione veneta sta;  E a Roma solo ubbidirà.  Dell’ eresia le vampe infeste  Soffocherò. tutte le teste  D’ un colpo all’ idra io troncherò. Lorenzo  Fu il Campanella scoperto e preso?  Romano Libero ei 8° agita... Ma il gran sovrano  De’ rei, che Italia e il mondo ha acceso Contro la Chiesa santa, è Giordano.  Presso i suoi complici quì ascoso stà!  Lorenzo  Odio quel uomo tanto... tel giuro. Romano Non basta odiarlo: questo io non curo;  Tu quì arrestarlo ora dovrai:    (Musica da ballo neil’interno del Palazzo) In fra le maschere lo scoprirai,  Ed il porrat nelle mie man. Lorenzo  Si chiede un atto di traditor?  Romano  Queste ai novizi prove si dan.  Lorenzo  Tradir ricuso; son uom d’onor.  Romano (con sdegno)  A me tu, folle, devi? RANA RARA pinete Lorenzo  Obbedienza! Romano Ed alia Chiesa! Trema. Lorenzo (soffocando il furore)  Obbedienza!  Romano  Dunque ?...  Lorenzo (con sottomissione)  Giordano io scoprirò!  Eomano (ricomponendosi)  Tuci giovanili e schictti  Modi ti gioveran, se manca il senno  Di età maggior, Tuo sguardo onestà; ispira,  K assai tua voce ad ascoltarti attira.  Per la grand’ opra non sarai solo,  D’altri miei fidi 1’ aiuto avrai; Pronto a miei cenni sempre sarai,  Uno per ‘tutti sia il mio voler.  Lorenzo (con dolore) L’iniqua trama ahi mi colpisce!   La terra, il cielo pur n’ hanno orror!  Vile è colui, ch’ altri tradisce, Nè v' ha pietade pel traditor. ERomano (imperioso) Come voglio, sia fatto. Or d’ altro; è m'’ odi.  Dal dì che ardenti e improvidi  Sguardi su Laura hai posti,  Travolto dalla subita  Cicca passion tu fosti;   N | Una rea febbre 1° agita   Tutte le membra o siolto,   E vedo nel tuo volto   Il fuoco del delir.  Bada! io ti scruto, o giovine,  E leggo il tuo desire;  Guai se tal fiamma ignobile  Io non vedrò svanire.  Tu sogni; ma chi vigila  l'e per tuo ben consiglia;  Dimentica mia figlia,  O trema del tuo ardir.    (parte da sinistra mentre  sì volge ancora con fiero sguardo su LORENZO).    Lorenzo (con dolore): SO Solo alfin... solo quì sono.  Piangere, impallidir, tremar t’è dato sa Povero cor! Ma dannate in eterno  ei Son mie lacrime in lor foco d'inferno. Ci   i . . 0 cielo, perchè l’aere Fa A  Spargi de’ tuoi profumi? CRT   a O terra perchè il giubilo.   SA Delle tue stelle assumi? ©   nare: A me negata è l'estasi.   da D’ ogni dolcezza umana,   No: ae d'ogni gioia lè vana (ale  EZIO Larva, che fugge ognor;  TERIOS L’ amor che è riso d’ angioli,   0; Di Nel povero mio cor.  i Strazio divien di dèmone,  WA Delirio agitator. pr  | Amar non posso... 0° AARON]  eta P, ‘L'odio mi restag» SS  CE ao ag Son stretto a questa to;  LR 1 sur aRatalità. EI : Vò di te vincere. |  Con santo zelo,  .. Servir vo’ il Cielo...  E questa l’ ultima .  «Mia volontà.  (parte con fretta per il ponte). Cala la Vela. arnie, Affo Secondo onere ge oi    SALA NEL PALAZZO LOREDANO    Una splendida sala da Ballo nel Palazzo di Lore-  dano a Venezia, con colonnato per modo che si possa  figurare l’accesso in altre sale. Illuminazione splendidissima. Coro degl’Invitati    ($   acc incanto dell’ebbre sale!  Che ballo immenso! Sarà immortale.  Quest’ è la reggia della letizia;  Il, paradiso. d’ ogni. delizia.  Deh! non fuggire, tempo; t’ arresta;  Bearsi al lungo delir giocondo  Della fatata splendida festa  Tutto in. Venezia vorrebbe il mondo.  {Gl’invitati s'allontanano in varie parti)B. entra con cautela e colla maschera in  mano, poi gli amici. drrezadzanzecez anconca n ionici oc. c0100 dna enrici condiizeo tentoro neo dan'onto oarc rroniòolo /Tasossignor cecanzara anee    Giordano  Quì ognun danza e  delira   Spensierato e demente. E niun ragiona,   E senno e cuore ha niuno.   x tutto quì è in periglio, ove il Leone   Alato di San Marco   Prostrato dalla Santa Inquisizione   Ai piè, scordò il ruggito   Di cui tremò per secoli ogni lito  (volgendosi in fondo) Ecco gli amici: ma assai lenti e scarsi.  Alcuni dei Primi  Luce!  Giordano  Giustizia a tutti!  E Primi  E verità! Alcuni dei Secondi    [venendo oltre)  Luce !  Giordano  Giustizia a tutti E Secondi  E libertà!  Giordano Grazie diletti! Sian pochi i detti;  Molta l’opra. A ingannar V'astuta Corio  Dei biechi Inquisitori  Ho scelto queste sale  Di Loredano. È pronto ognuno ? Coro  Ognuno!  Giordano L’ ardir pari del vero alla grandezza?  Ed uniti?    Coro  Siam tuoi, Giordano Bruno!  Giordano e Coro Nel popol vero s’ incominci 1’ opra:   S° illumini! Bugiarda è la parola   Di Roma e il suo Re, che Dio si noma,  Sull’ alma i Papi vogliono l’ impero   Per posseder la terra;   E coi libri e col braccio tt  Viva facciasi ovunque eterna guerra  Allo spirito, al verbo, a ogni menzogna,  Con che farci suoi schiavi Roma agogna LAURA entra anelante colla maschera in mano.  Enura  Signor, fuggite!  Giordano  Io? no! non fuggo.  Coro (insospettito)  Fuggiamo. È pazzo! (fuggono da va»ie aio  Giordano (con ira)  Vili! Tu hai fede? (a Laura) ERaunna (sempre ancelante) Gran Dio! In queste sale  Circondavi un estremo  ‘ Periglio. Per voi tremo.  Fuggite per pietà. IIIEEZZZE RETETTEZI EXIZZELUPPEE PE CETO CE TI CE CES CECI ICI IA CIT ALIZICI AZIO LETO EI  Va besasnza rea dI gra rirvarai tion    Giordano (simulando)  Fuggir? Da chi fuggire? Laura Da tutti! I delatori, Cui fia virtù tradire, Vi cercano là fuori.  Son mille a me ben noti,  Fierissimi e devoti   Al sacro Tribunal.    Giordano (sorpreso)  Mi conoscete?  Eguana    A Padova  Vi scorsi il«dì che ardito  Nel fiume vi gettaste,  E un fanciullin tornaste  Vivo al materno sen.  L’ Inquisizion seguiavi  Co’ mille sgherri suoi  Per arrestarvi; e voi  Tra il popolo festante  Poteste in un istante  Securo allor fuggir.    Giordano (simulando la calma)    Bruno era quegli, che allor miraste!  Io non lo sono!... Mal giudicaste, .i Laura (sorpresa)    Credetti... ho divinato! © ;  Voi siete IL GRAN FILOSOFO [cf. Grice: Treat those who are great and dead as great and living. ]. Giordano    Oh certo s’ è ingannato  Il vostro giovin cor. Laura  Perdonate se un lembo alzo del velo,  Che a me vasconde... (solleva: dl velo)  Io v' ho scoperto! siete.  Celarvi non potete. B.  E chi son io?    Laura    Giordano Bruno, cittadin di Nola! (Durante questo colloquio, LORENZO entra da  destra, LEANDRO da sinistra; si fermano in -  fondo, e, non veduti funno alto di attenzione).   erimmiberarisisaorizeoeee Mi nisi bro aravrariszazazezea ripa paio: Lorenza ngi    Ho. in mani, alfin 1, dai i  ‘Ch’ ha Italia avvelenato;  ‘Salvo da Ini mille: anime! a  Il mondo mi sia. EH 9 Leandro (4. LormNZO | con simulata ironia)    % TAL il salverài, mia “tnamo,   È quegli'il gran? ; Filosofo) di  Il celebre Giordanb. VESTA  Dal Tribunal del Dèmoni    Ù 1  1 PR. E O ARNO E ‘J RARE.| Baura (| ‘801 ‘presa vi ala  PISAE) | dia 39 DS IDE Lorenzo! dui GicoL..(a o pi di te-che mai sarà?    F  a iI Gietiala (con dolore)    Fui tradito !..-Oh cerudoltà    So IV I Santo phrto)  Tana ‘in Cactpnse deg   Di palpiti, di ladina, Tempo,non è, mio cuore; .Salvarlo, fat Miracoli. DERE eo   -0t devo ame l'amore. OL DI    Giordano La luce tua mi sfolgora, Fanciulla, nel pensiero;  Se il mio profeta! Libero  Trionferà il mio vero.    (poi fissando LORENZO) Quel volto! V° è 1’ immagine  Impressa di Teresa. Misto è quel volto e annunziami  La gioia ed il dolor! (Prendendo per mano LORENZO)  Giovane, dimmi: sei tu di Roma?  La tua favella mel dice... Parla!   Dimmi: tua madre come sì noma?  Teresa forse?  Lorenzo  Teresa?... Sì!   (In fondo appare ROMANO con SERVI e SOLDATI  poi vengono gl’Invitati).    Giordano L’ inquisizione! Oh quale orror!  (a Lorenzo) E tu con essa? Ah traditor!  o Io a te la vita diedi e la morte -  Tu, iniquo, appresti al Genitor!...  A te l’ inferno schiuda le porte...  Sii maledetto, vil delator.fekresrey=neoan0enen castec pregsone e aosso g@ zor—rorerovrseereeeericrone cer csvpirtetronert pari o son nen contiene nanenene Lorenzo Tu... padre mio? Che mai feci io! Padre, perdonami  Se pur ancora   ‘ Merto pietà.   GU INVITATI che riappariscono da destra e sinistra  e detti. GI Envitati e Leandro La festa è orrenda! Fuggiamo tutti;  Qual tradimenti! Keco distrutti Degl’ innocenti Gli almi piacer. Romano Grazie, o Ciel! Nelle mie mani  Or Giordane io vedo tratto!  Roma esulti! Il suo desìo  Finalmente è soddisfatto. Lerenzo Orrenda infamia! Tu il. padre mio? Ah me infelice! Che mai fec? io!  Padre, perdonami... O Ciel, pietà! ERA EeIOrtitiezast:nuvo cene cen vinariesazyaza cc uPONPPA PESSANO MT RI Laura (a GIORDANO) Delle amarezze il calice   Berrò con te, Giordano;   Già in seno il duolo squarciami  Il core a brano a brano;   Peno per te, pel figlio   Mio primo e solo amor. Leandro Oh come ovunque penetra  La santa Inquisizione!  Come sarà terribile La sua imputazione! In lui perdiamo un figlio,  Che della patria è onor.    Giordano (4 LAURA)    Ah no! Laura, non piangere...  Giordano ha l’alma forte!   Pel Vero è pronto a vincere  Il duolo pur di morte!   Dio deh! ritorna il figlio   A Laura e al Genitor, Lorenzo    Sento nel seno piovermi  D'un aspro duol le stille!...  Il padre... oh! il padre scorgere ab 0); Temon le mie pupille!  Com'è infelice un figlio  Ribelle al genitor !    Romano    Entro mi serpe un fremito,  Che mi sconvolge il core,  Veggendo quest’ eretico   Di scismi banditore, Che, della Chiesa*figlio,  Divenne traditor!    Leandro   Tu piangi?... Incauto, a Lui {affida   Pel suo perdono; ma l’alma infida   Nel suo rimorso gran pena avrà. Coro (a LORENZO)   Che piangi?... Ognuno vile ti grida;  Se’ un traditor; se’ un parricida!  Nè Dio, nè il mondo n’avran pietà.    (I SOLDATI circondano GIORDANO e cala la tela/. IITTTTAAEIAIII    RA CORTI  IN ROMA    Sala nel palazzo dell’Inquisizione.  In fondo, nel mezzo  della parete una cortina nera che chiudela scena,   A sinistra una finestra aperta con ferriata. In fondo  un tavolo coperto con un tappeto nero, a cui siedono  il grande INQUISITORE e DUE SCRIVANI; ai lati  siedono gl’INQUISITORI, e, di fronte, GIORDANO, R0MANO e LORENZO, — Porte a destra e a sinistra. Romano {> iordano! Voi siete’ D’innanzi ai vostri giudici, al supremo  Tribunal della terra! E qui dovete,  Smésso l’antico stile,   Risponder vero, obbediente, umile. “cà ra    G. Inquisitore  Vostro nome è Giordan Bruno?    Giordano  Di Nola.  mrantsiorizea nano (199 AMDI ATTI ANI ANAZANAZA NZ RATTI TIT IATA TERI ri prenpan ianana nananarena enzana G. Inquisitore Vi conosciamo! Voi correste in terre  D’eretici; lè in Praga, in Francoforte. E predicaste spesso agl’ infedeli   La santissima Chiesa dileggiando   Di Roma, tutti i novator germani  Esaltando. D’ Iddio 1’ essenza in false  Forme sponeste; come v’ inspirava   Mal talento. D’ Iddio la legge in pubblici  E in segreti convegni commentaste; Le coscienze fùr guaste. Giordano    Mentite!  Solo io dissi agli uomini  Il mondo ha una visiera  Di antiche, immense tenebre ;  Cerchi la luce vera.  Dio vuol che l’uomo spinga  L’acuta sua pupilla  Fin dove in cielo brilla  L’eterno suo splendor. Coro d’Inquisitori D’ anime felle  Empia utopia!  Il tuo, ribelle,  Un Dio non è.  Non ha che larve -Tua fantasia; .0 et  gi ver disparve ;  “Se in eresia ft fo i  AI fuoco, ‘al fuoco: ©  Sia condannato! 1  “REP carcer. poco, s  ra ! tal OmpIO, egli de    (Si apre la cortina’ dalla’ quale ‘escono pina DTA  io GRANDE INQUISITORE, quindi ROMANO, poi  gli SCRIVANI, ‘gi ISQUISITORI, ed sea pIoR-SSf  DANÒ accompagnato, dalle GUARDIE.Gala la  cortina e solo LORENZO rimane în ‘scend), DÒ  dt e Laura 01,3 LAURA entra dalla' sinisird e presi itasi) di LORENZO in atto supplichevole). SÉ Roe    dia eor ATI  v Rat Laura! moi  (HI dÉ tia Koi i  È et    Loréiizo i «105 si vo MREPSRI RATA GIL Lorenzo  Di ea DO Ur  PA Ale 2 i sd Met: la "I Che vuoi tut ot Raid) fai  I n Setdi o SERRA  2 Senti la ToRe.e. un uomo Rico tu soi. “ rE: Lorenzo    Tinura! Da me che brami?  Sento straziarmi il cuore. Laura Ah! tu il padre salvar déi,  Se una belva ancor non sei.    Lorenzo    Tact Laura! Il ver dicesti È mio padre! Io lo sentìa Quando'.il labbro suo: terribile.  Me colpevole maledia.   È mio padre! Ancor lo sento  AI perenne! e fier tormento.‘ ©’  Che m’ opprime e strazia il cor. Laura Pietà del misero.  Tuo genitor. Lorenzo  L’accento tuo terribile  E un dardo al traditor. ebic Laura Lorenzo. it i #1) Ma shananorazi scenza sanacenencacaee cena sane oean coneesccnio naacea —ea—e@ce0cui0reò’npsQa”ncceinci’’’ ne Agp ipmpasrssssso Lorenzo  Nol posso! Laura Va da me lungi, o perfido,   Se nieghi al genitor   Salvar la vita.   E sorga il dì terribile   Che ognuno, o traditor,   Ti nieghi aita. Lorenzo Taci! e che far poss’ io? Laura Aiutarmi a salvarlo; tu lo puoi!  ‘Ei fugga da quell’orrida Fossa in serena terra, Ove su lui degli uomini  Taccia sì cruda guerra.  Ove un demén carnefice  Non trovi nell’ amico,  Nel figlio, un traditor;  Ove il sovran suo spirito  Onnipotente e pio   Possa inalzarsi libero Di tutti al Padre, a Dio;  E riabbracciar qui un figlio,  Che traviò pentito,  Stringendolo al suo cor.pra, im masasenananasa sesc’poosson costor09 posporooscoesaesose Lorenzo Quell’ardire, che in volto a te brilla,  La speranza, la fede m' ispira:   E una sacra, divina favilla   Della fiamma, che tarde nel cor. Raura e Lorenzo (assieme)    Con te nutro la credula speme,  Che a giustizia il trionfo sorrida;  Siamo uniti per vincere insieme  Od insieme da forti morir. (partono).  Muta la scena. Carcere di B. con porte in  fondo: dentro vedesi un giaciglio di pietra, una seg-  giola ed un tavolo su cuì arde una lampada. A sinistra una scala da cui si accede agli Uftizii del-  l’ Inquisizione. Giordane (seduto sul giaciglio) Ecco, o Roma, l’eretico   In questo tetro carcere rinchiuso! Del sangue suo dissetinsi   I tuoi Inquisitori   Ebbri di gioia in lor ciechi furori! (Gleaso   Sul rabido rogo dall’empio innalzato   La fiamma divampa sanguigna e stridente,   Ma in mezzo all'incendio securà possente   Del martire invitto la voce s’ udrà.  Il rogo non strugge  la libera idea;  Ma, eterna fenice — risorge o sfavilla;  Del vasto creato — nel verbo s'inslilla   Te dense tenebre del mondo a fugar.  In mano ai carnefici  chi, miser, mi trasse,  Tu fosti, mio figlio;  tu sli maledetto Ma no maledirti, ma no, nol poss’io:  La morte è un trionfo per me, figlio mio! LORENZO apre con furia la porta del fondo che mette  nel carcere; indi entra anche LAURA. Entrambi  «$0NO Raealii in domino nero come i servi dell’Inquisizione. Lorenzo (di piedi di GIORDANO)  Padre mio! Tuo figlio. B.  Non sogno!  Lorenzo  Si, son io, ch’ hai maledetto;  Ma figlio tuo! Ripeti un altra volta  La tua maledizione i  Coll’ accento d’ un padre, ed al mio cuore  Più cara suonerà di quel che fora Del sacerdote la benedizione ;  Ah! lasciami morir a pieid tuoi. TIrCItIVISIÀ poorrcens ersantisaazuztt=veSnII=TIERERA TATE conuaca riv ertaziori (apusa ra rara zar sara ra bist enaneronesane  B. Felice è un tal momento!  A me t’ adusse Iddio;  Ora tu sei redento!   M’ abbraccia, o figlio mio. Lorenzo Padro' i] mio cuore un balsamo  Nella tua voce trova!   Col tuo perdon risorgere   Mi sembra a vita nuova. Laura Redento il figlio, accoglierlo  Ben può il paterno core;  Quale inattesa grazia !..,  Disparve ogni terrore. Mutti (inginocchiandosi) Gran Dio, che fra le angoscie  Apri a quest’ alma il riso,   E mesci ai loro spasimi In terra un paradiso. A te, che i santi vincoli  Riannodi di natura,   Salga da queste mura   L’ inno de’ nostri cor. B. (STO ER Dal fondo del cor mio 2/0  SARA Grazie a te sien, gran Dio! a Pi    E | re k » à,  s ER  wr: DETTI, e ROMANO, che presentasi in cima della  ° dente. Fissa collo sguardo LORENZO, indi scende  rapidamente. Lo seguono il GUARDIANO Retles    va x carceri e i SERVI del S. UHEIZIO: da  si ‘Romano <  È Come tu qui?... La figlia ancor Di vedo, ea  Oh mio furore ' eco 3 F : x  Laura e Lorenzo 00 o  O qual terror! > ua |  Romano È Giiordano. Questa ou fatale a me una figlia  nn dio Spa ma a te la vita.  (LEANDRO, il GUARDIANO delle carceri ei SERVI. del S. UFFIZIO mascherati ed armati si ap- d  pressano). Lg i VEL 7    Pi AE Li    unisoseorevrespropeosovo ” Romano (B.)  Trencar ti voglio, qual vile stelo ;  Delle tue carni la terra e il Cielo  Io colle fiamme consolerò.   Lorenzo  Ed io fidato m’ ero a tal jena ?  Tutto l’inferno qui si scatena,  E cielo e terra han di te orror. Laura e Leandro   Sublime martire! La tua gran vita  Tronca in un lampo tra l’infinita  Gioia... Qual strazio sento nel cor! B.  Del mio carnefice sul volto scritto  Sta col livore il suo delitto;   Solo dal Cielo giustizia avrò.  Romano (a° Soldati)  Innanzi al Tribunal condotto sia.  Coro (Servi e Soldati)  S'innalza un turbine Di guai novelli.  Su de’ fratelli —  Tratti in error.  E l’empio eretico <   «N° è lavcagionez 9:13 <L  Maledizione  Sul corruttor!  Al rogo ignifico  ‘ Condotto Sia. ©  Chi l’eresia  Tra noi portò. Legge inviolabile  Il turbolento  A tal tormento  Già condannò.  RIC FROCIO RA ATONTAITA Gran sala nel Palazzo dell’Inquisizione in Roma. Nel  fondo una Galleria apertà sostenuta da colonne, fra  ile quali: si, aprono grandi fin:stre che lasciano tra-  vedere le cupole e i colli di Roma. Porta: a de-  stra e a sinistra. Nel mazzo un tavolo con quattro  candelabri. Siedono al tavolo il grande INQUISITORE, ROMANO e ) UE SCRIVANI. DUE SERVI  «ai. lati, quindi gl’ INQUISITORI, i Coro d'Inquisitori || |)   eo nembo dall’aere piove Lupa  ' Di Giordano su:l’empia cervice!  "Non v'ha niun che l’appelli infelice,   Non v'ha cor che si muova a pietà.  Pronto è il rogo, la fiamma divampa. E pur essa la vittima è pronta! AI gran Nome Cristiano quest’onta.  Or. dal fuoco purgata sarà. } B. (appressandosi).  O sommo Inquisitor! Giunta è l'estrema Ora, che me a gran prova... al rogo.... appella!  G. Inquisitore (alle guardie)    Fuor della porta vigilate! (le guardie e i servi partono) O Bruno Di Nola! Quest’ è 1’ora che vi chiama  Alla prova del fuoco.... a morte.... 0 a vita  Lieta d'ogni uom nel mondo! E a voi concesso  Ciò e’ ha nessuno fu giammai; la scelta  Fra la vita e la morte!  Scegliete. E in, vostre man la vostra sorte!    Giordano  (Mi tentan!) Che si vuol da ms? Parlate.  G. Inquisitore Qui in faccia a tutti, dichiararvi figlio  Della Romana Chiesa ora e in eterno  E vi doniam la vita; rimarrete  Prigion; ma al figlio libertà darete!  B.  (Dèmone tentator!) Nol vò.... nol posso!  G. Inquisitore (qa RomaANO)]    Perduto! Udiste? La sentenza è data! Parte coi servi, Le guardie circondano GIORDANO  e partono). i  Romano, in preda a soffocato sdegno. Cieco sirumento io sono all’empie voglie  Di costoro! Ubbidir sempre... e frattanto  Spezzare di mia figlia il vergin core,  Serbando la mia vita al lutto e al pianto!  O Laura, tu l’adori  D’averno il rio Filosofo,  Che con l'accento magico  Tuo cuor conquise già.  Or ei morrà sul rogo!...  Ma temo per mia figlia...  Dal duol trafitta, all’empio  Vicina ella cadrà!...  Senza la figlia, il padre  Più viver non potrà.  To l’adoro! In lei Tiposi  Ogni speme ed ogni alta;  La mia luce, la mia vita  Con la sua si spegnerà.  Volgi, o Dio su me, su lei  Un tuo sguardo protettor,  E la figlia, che perdei  Deh! ridona al genitor. (ROMANO parte da sinistra e nell'uscire si. moontra  con LAURA).Laura (apprdssandosi ‘a ROMANO. Ah! padre caro, mi benedici!  Quel divin spirto, che t’empie il core,  Io pur lo sento! Odio i nemici  Di quel gran ùomo;-che' giùsto muore. Ma tu, che. il puoi, deh! tu lo salva;  Se Do, «con Lui io morirò. Romano La rea fiamma, che in cor ti VE  Per chi scuote de’ Papi l’impero,  Sulla fronte il delitto’ ti Stampa  Che tu svolgi nel cupo pensiero. Salvo tu vuoi Giordano? Iniqua ! Nol sperar... tu Il chiedi > invano. iLaura (con disperazione)    Più di salvarlo non v' ha speranza! L’ala nel tempo batte spietata! Ah! la fatale ora 8° avanza. i   Con te Giordano io morirò. ( prende il veleno) A morte infame traggono. ;  L’ apostolo del vero;  Ma dal suo rogo. pallida; |  La fiamma sorgerà.  Che sovra. il cieco popolo  La luce porterà; COLERE Nè più potrassi spegnere  Quel fuoco che foriero  Sarà di libertà. Coro  frecta judicate filù hominum  Laura  Quai voci ascolto! Lugubre  E questo il canto estremo, ch’ora al supplizio adduce- L’apostolo del Ver. Coro  Recta judicate fili hominum  Laura    Con te Giordano! Morir voglio!  Al gaudio tuo volar desio. {LORENZO e LEANDRO col corteo funebre s’inol-  trano nella scena. GIORDANO Tifo, le guardie si  fa avanti nel mezzo).  B. Gran Dio! la vittima. Tu vedi pronta  Il rogo a scendere \a 1 1 Per la tua, fe;  CERRI TERA ee L'ira de’ perfidi,  Ovunque. conta, Oggi terribile Piombò su di me. Coro Etenim in corde iniquilates operamini;  Injustitias manus vestrae concinnant. Lorenzo Si squarcino le tenebre  Or dell’uman pensiero,  E torni vivo a splendere  Il sol di verità,  Che strugga alla tirannide  L’atroce maestà, E’ incenerisca i fulmini Del mistico nocchiero Nella futura età. Giordano e Leandro  Da’ rei carnefici  Il rogo ardente  Pel nuovo martire  E posto là;  Ma la giustizia  Di Dio clemente  Le braccia schiudere  A Lui vorrà. GIORDANO circondato ddlle guardie parte col corteo. Leandro, Cero. In terra injustitias manus. vestrae concinnant.   LORENZO s’appressa a LAURA, che si troverd, vicina.  a ROMANO), i Lorenzo, con disperazione. O Padre, addio. Per me l’estrema  Ora fatale suonata è già?   Guarda tuo figlio, che più non trema  Nel vendicare la verità.   A me di Laura l’amor fu tolto: Perchè un mistero buio sognai. Ah! padre, credilo, tutto: ignorai; Solo or la luce scorgo del Ver. ER omamno  Lorenzo!   Lorenzo  [trattosi dall’ abito uu pugnale, si ferisce)   Laura!  Laura (riavendosi avvicinasi a LORENZO)  Al gaudio Ei vola.   Romane (sorreggendo LORENZO)    Serbate a quanti spasimi  E il povero mio cor?    o aaravai  -ercerecote e merie—i ve oraconcorsoee «n - peacee -LilsSTFri= pone rete na dor e. Lorenzo È tardi, o padre, il piangere. Anche Lorenzo... muor! (gli cadde ai piedi). Romano. Odesi “una campana a lenti rintocchi; avvicinandosi  a LAURA e sorreggendola/    Orribil pena mi strazia il core...  Un disumano fui genitore! Non v’ha infelice al par di me!    Laura (presso LORENZO) Lieta è quest’ ora... della mia vita. Bel paradiso la via... m’ addita B. Io volo... In ciel. con tel. Da una finestra vedonsi le fiamme del rogo, ed un urlo di popolo annunzia la fine dello spettacolo.  Cala la tela. PRESENTAZIONE E SOGGETTO  DEL  CANDELAIO    IL  LIBRO   A  GLI  ABBEVERATI  NEL  FONTE  CABALLINO.   Voi  che  tettate  di  muse  da  mamma,  E  che  fiatate  su  lor  grassa  broda  Col  musso,  r eccellenza  vostra  m*oda.  Si  fed'e  caritad'  il  cuor  v  infiamma.   Piango,  chiedo,  mendico  un  epigramma.  Un  sonetto,  un  encomio,  un  inno,  un  oda  Che  mi  sii  posta  in  poppa  over  in  proda.  Per  farmene  gir  lieto  a  tata  e   mamma.  Eimè  ch'in  van  d'andar  vestito  bramo.  Oimè  ch'i*  men  vo  nudo  com'un  Eia,  E  peggio:  converrà  forse  a  me  gramo   Monstrar  scuoperto  alla  Signora  mia  Il  zero  e  menchia  com'il  padre  Adamo,  Quand'era  buono  dentro  sua  badia.   Una  pezzentaria  Di  braghe  mentre  chiedo,  da  le  valli  Veggio  montar  gran  furia  di  cavalli.    6  Parte  prima   ALLA  SIGNORA  MORGANA  B.,   SUA  SIGNORA  SEMPRE    ONORANDA.   Ed  lo  a  chi  dedicarrò  il  mio  Candelaio?  a  chi,  o  gran  destino,  ti  piace  ch'io  intitoli  il  mio  bel  parammfo,  il  mio  bon  corifeo  P  a  chi  invlarrò  quel  che  dal  sino  influsso  celeste,  in  questi  più  cuocenti  giorni,  ed  ore  più  lambic-  biccanti,  che  dicon  caniculan,  mi  han  fatto  piovere  nel  cervello  le  stelle  fìsse,  le  vaghe  lucciole  del  firmamento  mi  han  crivellato  sopra,  il  decano  de'  dodici  segni  m'ha  balestrato  in  capo,  e  ne  l'orecchie  interne  m'han  soffiato  i  sette  lumi  erranti  P  A  chi  s'è  voltato,  — •  dico  io,    a  chi  riguarda,  a  chi  prende  la  miraP  A  Sua  Santità  P  no.  A  Sua  Maestà  Cesarea  P  no.  A  Sua  Serenità  P  no.  A  Sua  Altezza,  Signoria  illustrissima  e  reverendissima P  non,  non.  Per  mia  fé,  non  è  prencipe  o  cardinale,  re,  imperadore  o  papa  che  mi  ìevarrà  questa  candela  di  m.ano,  in  questo  solen-  nissimo  offertorio.  A  voi  tocca,  a  voi  si  dona;  e  voi  o  l'attaccarrete  al  vostro  cabinetto  o  la  ficcarrete  al  vostro  candeliero  in  superlativo  dotta,  saggia,  bella  e  generosa  mia  signora  Morgana:  voi,  coltivatrice  del  campo  del-  l'animo mio,  che,  dopo  aver  attrite  le  glebe  della  sua  du-  rezza e  assottigliatogli  il  stile,    acciò  che  la  polverosa  nebbia  sullevata  dal  vento  della  leggerezza  non  offendesse  gli  occhi  di  questo  e  quello,    con  acqua  divina,  che  dal  fonte  del  vostro  spirto  deriva,  m'abbeveraste  l'intelletto.  Però,  a  tempo  che  ne  posseamo  toccar  la  mano,  per  la  prima  vi  indrizzai  :  Gli  pensier  gai;  apresso:  11  tronco  d'acqua  viva.  Adesso  che,  tra  voi  che  godete  al  seno  d'Abraamo,  e  me  che,  senza  aspettar  quel  tuo  soc-  corso che  solea  rifrigerarmi  la  lingua,  desperatamente  ardo  e  sfavillo,  intermezza  un  gran  caos,  pur  troppo  invidioso  del  mio  bene,  per  farvi  vedere  che  non  può  far  quel  mede-  simo caos,  che  il  mio  am.ore,  con  qualche  proprio  ostaggio  e  material  presente,  non  passe  al  suo  marcio  dispetto,  eccovi  la  candela  che  vi  vien  porgiuta  per  questo  Candelaio che  da  me  si  parte,  la  qual  in  questo  paese,  ove  mi  trovo,  p otrà  chiarir  alquanto  certe  Ombre  dell'idee  le  quali  in  vero  spaventano  le  bestie  e,  come  fussero  diavoli  dan-  teschi, fan  rimanere  gli  asmi  lungi  a  dietro,  ed  in  cotesta  patria,  ove  voi  siete,  potrà  far  contemplar  l'animo  mio  a  molti,  e  fargli  vedere  che  non  è  al  tutto  smesso.   Salutate  da  mia  parte  quell'altro  Candelaio  di  carne  ed  ossa,  delle  quali  è  detto  che  «  Regnum  Dei  non  posside-  hunt  )';  e  ditegli  che  non  goda  tanto  che  costì  si  dica  la  mia  memoria  esser  stata  strapazzata  a  forza  di  pie  di  porci  e  calci  d'asini:  perchè  a  quest'ora  a  gli  asini  son  mozze  l'o-  r  ecchie,  ed  i  porci  qualche  decembre  me  la  pagarranno.  E  che  non  goda  tanto  con  quel  suo  detto:  «  Abiit  in  regio-  nem  longinquam  »;  perchè,  si  avverrà  giamai  ch'i  cieli  mi  concedano  ch'io  effettualmente  possi  dire:  «  Surgam  et  ibo  »,  cotesto  vitello  saginato  senza  dubbio  sarrà  parte  della  nostra  festa.  Tra  tanto,  viva  e  si  governe,  ed  attenda  a  farsi  più  grasso  che  non  è;  perchè,  dall'altro  canto,  io  spero  di  ricovrare  il  lardo,  dove  ha  persa  l'erba,  si  non  sott'un  mantello,  sotto  un  altro,  si  non  in  una,  in  un'altra  vita.  Ricordatevi,  Signora,  di  quel  che  credo  che  non  bisogna  insegnarvi:    Il  tempo  tutto  toglie  e  tutto  dà; ogni cosa si muta, nulla s'annichila; è un solo che non può mutarsi, un solo è eterno e può perseverare eternamente  uno, simile e medesimo. Con questa filosofia l'animo mi  s'aggrandisse, e me si magnifica l'intelletto. Però, qualunque sii il punto di questa sera ch'aspetto, si la mutazione è vera, io che son ne la notte, aspetto il giorno, e quei che son nel giorno, aspettano la notte:  tutto quel ch'è, o  è qua o là, o vicino o lungi, o adesso o poi, o presto o tardi. Godete, dunque, e, si possete, state sana, ed amate chi v'ama. Son tre materie principali intessute insieme ne la presente comedia: l'amor di Bonifacio, l'alchimia di Bartolomeo e la pedantaria di Manfuno. Però, pella cognizion  Bruno. distinta de'suggetti, ragglon dell'ordine ed evidenza dell'artificiosa testura,  rapportiamo prima, da per lui, l'insipido amante, secondo il sordido avaro, terzo il goffo pedante: de'quali l'insipido non è senza goffaria e sorditezza, il sordido è parimenti insipido e goffo, ed il goffo non è men sordido ed insipido che goffo. Messer sì, ben considerato, bene appuntato, bene ordinato. Forse che non ho profetato che questa comedia non si sarebbe fatta questa sera. Quella  bagassa che è ordinata per rapresentar Vittoria e Carubina, ave non so che mal di madre. Colui che ha da rappresentar il Bonifacio, è imbnaco che non vede ciel né terra da mezzodì in qua; e, come non avesse da far nulla, non si vuol alzar di letto; dice: Lasciatemi, lasciatemi che in tre giorni e mezzo e sette sere, con quattro dui rimieri, sarrò tra parglioni e pipistregli: sia, voga; voga,  sia  >k A me è stato commesso il prologo; e vi giuro eh 'è tanto intricato ed mdiavolato che son quattro giorni che vi ho sudato sopra, e dì e notte, che non bastan tutti trombetti e tamburini delle Muse puttane d'Elicona a ficcarmene una pagliusca dentro la memoria. Or, va' fa il prologo: su battello di questo barconaccio dismesso, scasciato, rotto, mal'impeciato, che par che, co crocchi,  rampini ed arpagoni, sii stato per forza tirato dal profondo abisso; da molti canti gli entra l'acqua dentro, non è punto spalmato; e vuol uscire e vuol fars' in alto mareP lasciar questo sicuro porto del Mantraccio. far partita dal Molo del silenzio?  L'autore, si voi lo conosceste, dirreste ch'ave una fisionomia smarrita: par che sempre sii in contemplazione delle pene dell'inferno, par sii stato  alla pressa  ccome le barrette: un che ride sol per far comme fan gl’altri: per il più, lo vedrete fastidito, restio e bizarro, non si contenta di nulla, ritroso come un vecchio, fantastico com'un cane ch'ha ricevute mille spellicciate, pasciuto di cipolla. Al sangue, non voglio dir de chi, lui e tutti quest'altri filosofi, poeti e pedanti la più gran nemica che abbino è la ricchezza e beni: de quali  mentre col lor cervello fanno notomia, per tema di non essere da costoro da dovero sbranate, squartate e dissipate, le fuggono come centomila diavoli, e vanno a ritrovar quelli che le mantengono sane ed m conserva. Tanto che io, con servir simil canaglia, ho tanta della fame, tanta  della  fame,  L’arte supplisce al difetto della natura, Bonifacio. Or, poi ch'a la mal'ora non posso far che  questa traditora m'ame, o che al meno mi remiri con un simulato amorevole sguardo d'occhio, chi sa, forse quella che non han mossa le paroli di Bonifacio, l'amor di Bonifacio, il veder spasmare Bonifacio, potrà esser forzata con questa occolta filosofìa. Si dice che l'arte magica è di tanta importanza che contra natura fa ritornar gli fiumi a dietro, fissar il mare, muggire i monti, intonar  l'abisso, proibir il sole, despiccar la luna, sveller le stelle, toglier il giorno e far fermar la notte: però l'Academico di nulla academia, in quell'odioso titolo e poema smarrito, disse: Don a rapidi fiumi in su ritorno. Smuove de Volto del V aurate stelle. Fa sii giorno la notte, e notfil giorno. E la luna da lorhe proprio svelle E gli cangia in sinistro il destro corno, E del mar Fonde ingonfia e  fissa quelle. Terra, acqua, fuoco ed aria despiuma, Ed al voler uman fa cangiar piuma. 0 Candelaio, Di tutto si potrebbe dubitare; ma, circa quel ch'ultimamente dice quanto all'efifetto d'amore, ne veggiamo l'esperienza d'ogni giorno. Lascio che del magistero di questo Scaramurè sento dir cose maravlgliose a fatto. Ecco: vedo un di quei che rubbano la vacca e poi donano le corna per  l'amor di Dio. Veggiamo che porta di bel novo. M. Bonifacio, M. Bartolomeo ragionano; Pollulo e Sanguino, occoltì, ascoltano. Bart. Crudo amore, essendo tanto ingiusto e tanto violento il regno tuo, che voi dir che perpetua tanto P perchè fai che mi fugga quella ch'io stimo e adoro P perchè non è lei a me, come io son cossi strettissimamente a lei legato P si può imaginar questo P ed  è pur vero. Che sorte di laccio è questa P di dui fa l'un incatenato all'altro, e l'altro più che vento libero e sciolto. BoN. Forse ch'io son soloP uh, uh uh. Bart. Che cosa avete, messer Bonifacio mioP piangete la mia penaP BoN. Ed il mio martire ancora. Veggo ben che sete percosso, vi veggio cangiato di colore, vi ho udito adesso lamentare, intendo il vostro male, e, come partecipe di  medesma passione e forse peggior, vi compatisco. Molti sono de'giorni che t’ho visto andar pensoso ed astratto, attonito, smarrito, come credo eh altri mi veggano, scoppiar profondi suspir dal petto, cogl’occhi molli, Diavolo! dicevo io a costui non è morto qualche propinquo, familiare e benefattore; non ha lite in corte; ha tutto il suo bisogno, non se gli minaccia male, ogni cosa gli va  bene; io so che non fa troppo conto di soi peccati; ed ecco che piange e plora, il cervello par che gli stii in cimhalis male sonantibus: dunque è inamorato, dunque qualche umore flemmatico o colerico o sanguigno o melancolico non so qual sii questo umor cupidinesco gli è montato sulle testa. Adesso ti sento proferir queste dolce parole: conchiudo più fermamente che di quel tossicoso  mele abbi il stomaco ripieno.  L'innamorato e le arti magiche d'amore Bari. Oimè, ch'io son troppo crudamente preso dai suoi sguardi! Ma di voi mi maraviglio, messer Bonifacio, non di me che ho per moglie una sgrignuta: voi avete una bellissima mogliera più bella della quale non è facile trovar in Napoli; e sete inamoratoP  BoN. Pelle paroli che adesso voi avete detto, credo che  sappiate quanto su imbrogliato e spropositato il regno d'amore. Si volete saper l'ordine, o disordine, di miei amori, ascoltatemi, vi priego.  Bart. Dite, messer Bonifacio, che non siamo come le bestie ch'hanno il coito servile solamente pell'atto della generazione, però hanno determinata legge del tempo e loco, come gl’asini ai quali il sole, particulare o principalemente il maggio, scalda  la schena, ed in climi caldi e temperati generano, e non in freddi, come nel settimo clima ed altre parti più vicine al polo; noi altri in ogni tempo e loco. BoN. Io ho vissuto al mondo talmente che con mulieribus non sum coinquinato; gionto che fui quando pell'ordinario suol infreddarsi l'amore e cominciar a venir meno. Bart. In altri cessa, in altri si cangia. BoN.  suol cominciar a venir  meno, com'il caldo al tempo dell'autunno, allora sono preso dall'amor di Carubina. Questa mi parve tra tutte l'altre belle bellissima; questa mi scaldò, questa m'accese in fiamma talmente, che mi bruggiò di sorte, che son dovenuto esca. Or, pella consuetudine ed uso continuo tra me e lei, quella prima fiamma essendo estinta, il cuor mio è rimasto facile ad esser acceso da nuovi fuochi. Bart. S'il fuoco fusse stato di meglior tempra, non t'arrebbe fatto esca ma cenere; e s'io  fusse stato in luoco di vostra moglie, arrei fatto cossi.  BoN. Fate ch'io finisca il mio discorso, e poi dite quel che vi  piace. Bart. Seguite quella bella similitudine.  BoN. Or, essendo nel mio cor cessata quella fiamma che l'ha temprato in esca, facilmente fui questo aprile da un'altra fiamma acceso.   Bart. In questo tempo s'mamora Petrarca, e gl’asini anch'essi, cominciano a rizzar la coda.  BoN. Come avete detto. Bart. Ho detto che in questo tempo s'inamora Petrarca, e gl’animi, anch'essi, si drizzano alla contemplazione: perchè i spirti nell'inverno son contratti pel freddo, nell'estade pel caldo son dispersi, la primavera sono in una mediocre e quieta tempratura onde l'animo è piij  atto, pella tranquillità della disposizion del corpo che lo lascia libero alle sue proprie operazioni.  BoN. Lasciamo queste filastroccole, venemo a  proposizio. Allora, essendo io ito a spasso e Pusilipo dagli sguardi della signora Vittoria fui sì profondamente saettato, e tanto arso da'suoi lumi, e talmente legato da sue catene, che  oimè. Bart. Questo animale che chiamano amore, pel più  suole assalir colui ch'ha poco da pensare e manco da fare: non eravate voi andato a spasso?  BoN. Or voi fatemi intendere il versaglio dell'amor vostro, poi che m'avete donata occasion di discuoprirvi il mio. Penso che voi ancora deviate prendere non poco refrigerio, confabulando con quelli che patiscono del medesmo male, si pur male si può dir l'amare.  Bart. Nominativo: la signora  Argenteria m'affligge, la signora Orelia m'accora. BoN. Il mal'anche Dio dia a te, e a lei ed a lei. Bart. Genitivo: della signora Argenteria ho cura, della signora Orelia tengo pensiero.  BoN. Del cancaro che mange Bartolomeo, Aurelia ed Argentina. Bart. Dativo: alla signora Argenteria porto amore, alla signora Orelia suspiro; alla signora Argenteria ed Orelia comunmente mi raccomando.   BoN. Vorrei saper che diavol ha preso costui. Vocativo: o signora  Argenteria, perchè mi lasci? o signore Orelia, perchè mi  fuggi  P  BoN. Fuggir ti possano tanto che non possi aver mai bene! va'col diavolo, tu sei venuto per burlarti di me! Bari. E tu resta con quel dio che t'ha tolto il cervello, se pur è vero che n'avesti giamai. DISIMPLICATURA Io vo a negociar pelle mie padrone. BoN. Guarda, guarda con qual tiro, e con quanta facilità, questo scelerato me si ha fatto dir quello che meglio  sarrebbe  stato  dirlo  a  cinquant'altri. Io dubito con questo amore di aver sin ora raccolte le primizie della pazzia. Or, alla mal'ora, voglio andar in casa ad ispedir Lucia. Veggo certi furfanti che ridono: sùspico ch'avranno udito questo diavol de dialogo, anch'essi. Amor ed ira non si puot'ascondere. ScARAMURÈ, Bonifacio, Ascanio, ScAR. Ben trovato, messer  Bonifacio. BoN. Siate il molto ben venuto,  signor Scaramurè, spe;anza della mia vita appassionata. ScAR. Signum affecti animi. BoN. Si V. S. non rimedia al mio male, io son morto. SvAR. Sì come io vedo, voi sete inam.orato. BoN. Cossi è: non bisogna ch'io vi dica più. ScAR. Come mi fa conoscere la vostra fisionomia, il computo di vostro nome, di vostri parenti o progenitori, la signora della vostra natività fu «Venus  retrograda in signo masculino; et hoc f or tasse in G eminibus vigesimo septimo grada: che significa certa mutazione e conversione nell'età di quarantasei anni, nella quale al presente vi ritrovate. BoN. A punto, io non mi ricordo quando nacqui; ma, per quello che da altri ho udito dire, mi trovo da quarantacinque anni in circa. ScAR. Gli mesi, giorni ed ore computare ben io piìi distintamente, quando col compasso arò presa la  proporzlone dalla latitudine dell'unghia maggiore alla linea vitale, e distanza dalla summità dell'annulare a quel termine del centro della mano, ove è designato il spacio di Marte; ma basta per ora aver fatto giudicio cossi universale et in communi. Ditemi, quando fùstivo punto dall'amor di colei per averla guardato, a che sito ti stava  ellaP a destra o a sinistra P BoN. A sinistra. ScAR. Arduo opere nanciscenda. Verso mezzogiorno o settentrione, oriente o occidente, o altri luoghi mtra questi P BoN. Verso mezzogiorno. ScAR. Oportet advocare septentrionales. Basta, basta: qui non bisogna altro; voglio effectuare il tuo negocio con  magia  naturale,  lasciando  a  maggior  opportunità  le  superstizioni  d'arte  più  profonda.   BoN.  Fate  di  sorte  ch'io  accape  il  negocio,  e  sii  come  si  voglia.   ScAR.  Non  vi  date  impaccio,  lasciate  la  cura  a  me.  La  cosa  già  fu  per  fascinazione P   BoN.  Come  per  fascinazione  P  io  non  intendo.   ScAR.  Idest,  per  averla  guardata,  guardando  lei  anco   VOI.   BoN.  Sì,  signor  sì,  per  fascinazione.   ScAR.  Fascinazione  si  fa  per  la  virtù  di  un  spirito  lucido  e  sottile,  dal  calor  del  core  generato  di  sangue  più  puro,  il  quale,  a  guisa  di  raggi,  mandato  fuor  de  gli  occhi  aperti,  che  con  forte  imaginazion  guardando,  vengono  a  ferir  la  cosa  guardata,  toccano  il  core  e  sen  vanno  ad  afficere  l'altrui  corpo  e  spirto  o  di  affetto  di  amore  o  di  odio  o  di  invidia  o  di  maninconla  o  altro  simile  geno  di  passibili  qualità.  L'esser  fascinato  d'amore  adviene,  quando,  con  frequentissimo  over,  benché  istantaneo,  intenso  sguardo  un  occhio  con  l'altro,  e  reciprocamente  un  raggio  visual  con  l'altro  si  rincontra,  e  lume  con  lume  si  accopula.  Al-  lora si  gionge  spirto  a  spirto;  ed  il  lume  superiore,  incul-  cando l'inferiore,  vengono  a  scintillar  per  gli  occhi,  cor-  rendo e  penetrando  el  spirto  interno  che  sta  radicato  al cuore;  e  cossi  commuoveno  amatorio  incendio.  Però,  chi  non  vuol  esser  fascinato,  deve  star  massimamente  cauto  e  far  buona  guardia  negli  occhi,  li  quali,  in  atto  d'amore,  principalmente  son  fenestre  dell'anima:  onde  quel  detto:  «  Averte,  averte  oculos  tuos  ».    Questo,  per  il  presente,  basti;  noi  ci  revedremo  a  più  bell'aggio,  provedendo  alle  cose  necessarie.   BoN.  Signor,  si  questa  cosa  farete  venir  al  butto,  vi  ac-  corgerete di  non  aver  fatto  servizio  a  persona  ingrata.   ScAR.  Misser  Bonifacio,  vi  fo  intender  questo:  che  voglio  io  prima  esser  grato  a  voi,  e  poi  son  certo,  si  non  mi  sa-  rete grato,  mi  doverete  essere.   BoN.  Comandatemi,  che  vi  sono  affezionatissimo,  ed  ho  gran  speranza  nella  prudenza  vostra.   AscANio,  ScARAMURÈ,  Bonifacio. Asc.  Oh,  ecco  messer  Bonifacio  mio  padrone.  Misser,  siamo  qui  con  il  Signor  eccellentissimo  e  dottissimo,  il  signor  Scaramurè.   BoN.  Ben  venuti.  Avete  dato  ordine  alla  cosaP  è  tempo  di  far  nulla  P   ScAR.  Come  nulla P  ecco  qui  la  imagine  di  cera  ver-  gine, fatta  m  suo  nome;  ecco  qui  le  cinque  aguglie  che  gli  devi  piantar  in  cinque  parti  della  persona.  Questa  par-  ticulare,  pili  grande  che  le  altre,  li  pungerà  la  sinistra  mammella:  guarda  di  profondare  troppo  dentro,  perchè  fareste  morir  la  paziente.   BoN.  Me  ne  guardarò  bene.   ScAR.  Ecco,  ve    dono  in  mano;  non  fate  che  da  ora  avanti  la  tenga  altro  che  voi.  Voi,  Ascanio,  siate  secreto,  non  fate  che  altra  persona  sappia  questi  negocii.   BoN.  Io  non  dubito  di  lui:  tra  noi  passano  negocii  più  secreti  di  questo.   ScAR.  Sta  bene.  Farete,  dunque,  far  il  fuoco  ad  Ascanio  di  legne  di  pigna  o  di  oliva  o  di  lauro,  si  non  possete  farlo di  tutte  tre  materie  insieme.  Poi  arrete  d'incenso,  alcuna-  mente esorcizato  o  incantato;  co  la  destra  mano  lo  getta-  rete  al  fuoco;  direte  tre  volte:  «/4urum  thus  »;  e  cossi  ver-  rete ad  incensare  e  fumigare  la  presente  imagine,  la  qual  prendendo  in  mano  direte  tre  volte:  «  Sine  quo  nihil  »;  oscltarete  tre  volte  co  gli  occhii  chiusi,  e  poi,  a  poco  a  poco,  svoltando  verso  il  caldo  del  fuoco  la  presente  imagine,    guarda  che  non  si  liquefacela,  perchè  morrebbe  la  pa-  ziente, BoN.  Me  ne  guardar©  bene.   ScAR.  ...la  farrete  tornare  el  medesmo  lato  tre  volte,  insieme  insieme  tre  volte  dicendo:  «  Zalarath  Zhalaphar  nectere  vincula:  Caphure,  Mìrion,  sarcha  Vitloriae  »,  come  sta  notato  in  questa  cartolina.  Poi,  mettendovi  al  contrarlo  sito  del  fuoco  verso  l'occidente,  svoltando  la  imagine  con  la  medesma  forma,  quale  è  detta,  dirrete  pian  piano:  «  Fe-  laphthon  disamis  festino  barocco  daraphti.  Celantes  dahitis  fapesmo  frises  omorum  '>K  II  che  tutto  avendo  fatto  e  detto,  lasciate  ch'il  fuoco  si  estingua  da  per  lui;  e  locarrete  la  figura  in  luoco  secreto,  e  che  non  su  sordido,  ma  onore-  vole ed  odorifero.   BoN.   Farro  cossi  a  punto.   ScAR.  Sì,  ma  bisogna  ricordarsi  ch'ho  spesi  cinque  scudi  alle  cose  che  concorreno  al  far  della  imagine.   BoN.  Oh,  ecco,  li  sborso.  Avete  speso  troppo.   ScAR.  E  bisogna  ricordarvi  di  me.   BoN.  Eccovi  questo  per  ora;  e  poi  farò  di  ventaggio  assai,  si  questa  cosa  verrà  a  perfezione.   ScAR.  Pazienza  !  Avertite,  messer  Bonifacio,  che,  si  voi  non  la  spalmarete  bene,  la  barca  correrà  mala-  mente.   BoN.  Non  intendo.   ScAR.  Vuoi  dire  che  bisogna  onger  ben  bene  la  mano:  non  sapete  P   BoN.  In  nome  del  diavolo,  lo  procedo  per  via  d'in-  canti, per  non  aver  occasione  di  pagar  troppo!  Incanti  e  contanti.   ScAR.  Non  indugglate.  Andate  presto  a  far  quel  che  vi è  ordinato,  perchè  Venere  è  circa  l'ultimo  grado  di  Pesci;  fate  che  non  scorra  mezza  ora,  che  son  trenta  minuti  di  Ariete.   BoN.  A  Dio,  dunque,  Andiamo,  Ascanlo.  Cancaro  a  Venere,  e...   ScAR.  Presto,  a  la  buon'ora,  caldamente!   Bonifacio,  solo.  (^>   Per  quel  che  costei  me  dice,  io  credo  di  avere  approssi-  mata le  imagine  tanto  presso  al  fuoco,  che  quasi  si  sarebbe  liquefatta:  penso  d'averla  troppo  scaldata.  Guarda  come  la  povera  donna  viene  tormentata  dall'amore:  per  mia  fé,  che  non  ho  possuto  contener  le  lacrime.  Si  messer  Scaramurè, che Dio li dia il bon giorno e la buona sera,  che  adesso  conosco  per  propria  esperienza  che  è  un  galantissimo  uomo,    non  mi  avesse  avertito  con  dirmi    Guarda  che  non  si  liquefaccia;    io  certamente  arrei  fatta  qualche  pazzia  ch'io  non  ardisco  tra  me  stesso  dirla.  Or,  va'  numera  l'arte  maggica  tra  le  scienze  vane! Bruno.  In  tristiUa  hilaris,  etc.ARTI  E  DEBOLEZZE  DI  DONNE    Signora  VITTORIA,  sola. Aspettare  e  non  venire  è  cosa  da  morire.  Si  se  farà  troppo  tardi,  non  si  potrà  far  nulla  per  questa  volta;  e  non  so  SI  se  potrà  di  bel  nuovo  offrirsi  tale  occasione,  come  si  presenta  questa  sera,  di  far  che  questa  pecoraccia  rac-  coglia  1  frutti  degni  del  suo  amore.  Quando  mi  credevo  di  guadagnar  una  dote  co  l'amor  di  costui,  sento  dir  che  cerca  d'affatturarmi,  con  l'avermisi  formata  in  cera.  E  potrebbe  giamai  l'unita  forza,  fatta  del  profondo  inferno,  giunta  alla  efficacia  che  si  trova  ne'  spirti  de  l'aria  e  l'ac-  qui, far  ch'io  possa  amar  un  che  non  è  soggetto  amoroso?  Si  fusse  il  Dio  d'amore  istesso,  bello  quanto  si  voglia,  si  sarà  egli  povero  o  ver, che  tutto  viene  ad  uno, avaro,  ecco  lui  morto  di  freddo;  e  tutto  il  mondo  agghiac-  ciato per  lui.  Certo,  quel  dir  povero,  over  avaro,  è  un  mi-  serabile e  svergognatissimo  epiteto,  che  fa  parer  brutti  i  belli,  ignobili  i  nobili,  ignoranti  i  savii,  ed  impotenti  i  forti.  Tra  noi  che  si  può  dir  più  che  reggi,  monarchi  ed  imperadon?  questi  pure,  si  non  arran  de  quibus,  si  non  farran  correre  gli  de  quibus,  saran  come  statue  vecchie  d'al-  tari sparati,  a'  quali  non  è  chi  faccia  riverenza.  Non  pos-  siamo non  far  differenza  tra  il  culto  divino  e  quello  di  mortali.  Adoriamo  le  sculture  e  le  imagini,  ed  onoriamo  il    nome   divino    scritto,    drizzando   l'intenzione    a    quel CandelaioArti  e  debolezze  di  donne che  vive.  Adoramo  ed  onoramo  questi  altri  Dei,  driz-  zando la  intenzione  e  supplice  devozione  alle  lor  imagini  e  sculture,  perchè,  mediante  queste,  premiino  i  vir-  tuosi, inalzino  i  degni,  defendano  gli  oppressi,  dilatino  i  lor  confini,  conservino  i  suoi,  e  si  faccino  temere  de-  l'aversarie  forze:  il  re,  dunque,  ed  imperator  di  carne  ed  ossa,  si  non  corre  sculpito,  non  vai  nulla.  Or,  che  dun-  que sarà  di  Bonifacio,  che,  come  non  si  trovassero  uomini  al  mondo,  pensa  d'essere  amato  per  gli  belli  occhii  suoi  P  Vedete  quanto  può  la  pazzia  !  Questa  sera  intenderà  che  possan  far  contanti;  questa  sera  spero  che  vedrà  l'effetto  della  sua  incantazione.   Marta,  sola,  ^i)   Meschina  me  !  io  lo  dico,  io  lo  so,  io  l'esperimento.   Ero  più  contenta,  quando  questo  zarrabuino  di  mio  ma-  nto non  avea  tanto  da  spendere,  che  non  potrei  essere  al    d'oggi.  Allora  giocavamo  a  gamba  a  collo,  alla  stret-  tola, a  infilare,  a  spaccafico,  al  sorecillo,  alla  zoppa,  alla  sciancata,  a  retoncunno,  a  spacciansieme,  a  quattro  spinte,  quattro  botte,  tre  pertosa,  ed  un  buchetto.  Con  queste  ed  altre  devozioni  passavamo  la  notte  e  parte  del  giorno.  Adesso,  perchè  ha  scudi  di  vantaggio  per  la  eredità  di  Puc-  ciolo    che  gli  sii  maledetta  l'anima,  anco  si  fusse  in  seno  di  Abrammo!    ecco  lui  posto  in  pensiero,  angosce,  travagli,  tema  di  fallire,  suspicion  d'esser  rubbato,  ansia  di  non  essere  ingannato  da  questo,  assassinato  da  quello  altro;  e  va  e  viene,  e  trotta  e  discorre,  e  sbozza  ed  imbozza,  e  macina  e  cola,  e  soffia  vintiquattro  ore  del  giorno.  Tra  tanto,  oggi,  gran  mercè  a  Barra,  che,  se  lui  non  fusse,  po-  trei giurare,  che  più    sette  mesi  sono,  che  non  me  ci  ha  piovuto.  Ieri,  feci  dir  la  messa  di  Sant'Elia  contro  la  sic-  cità; questa  mattina,  ho  speso  cinque  altre  grana  de  li-  mosina per  far  celebrar  quella  di  S.  Gioachimo  ed  Anna, la  quale  è  miracolosissima  a  riunir  il  marito  co  la  moglie.  Si  non  è  difetto  di  devozione  dal  canto  del  prete,  io  spero  di  ricevere  la  grazie,  benché  ne  veggo  mala  vegilia:  che,  in  loco  di  lasciar  la  fornace  e  venirme  in  camera,  oggi  è  uscito,  più  del  dover,  di  casa,  che  mi  bisogna  a  questa  ora  di  andarlo  cercando.  Pure,  quando  men  la  persona  si  pensa,  le  gracie  si  adempiscono.   Gio.  Bernardo  e  Carubina.  (')   Carubina Olmè,  messer  Gio.  Bernardo,  io  ho  ben   tenero  il  core!  Facilmente  credo  quel  che  dite,  benché  siino  in  proverbio  le  lusinghe  d'amanti.  Però  desidero  ogni  consolazion  vostra;  ma,  dal  canto  mio,  non  é  possibile  senza  pregiudizio  del  mio  onore.   Gio.  B.  Vita  della  mie  vita,  credo  ben  che  sappiate  che  cosa  è  onore,  e  che  cosa  anco  su  disonore.  Onore  non  é  altro  che  una  stima,  una  riputazione;  però  sta  sempre  intatto  l'onore,  quando  la  stima  e  riputazione  persevera  la  medesma.  Onore  è  la  buona  opinione  che  altri  abbian  di  noi:  mentre  persevera  questa,  persevera  Tonore.  E  non  è  quel  che  noi  siamo  e  quel  che  noi  facciamo,  che  ne  rendi  onorati  o  disonorati,  ma    ben  quel  che  altri  stimano,  e  pensano  di  noi.   CaR.  Sii  che  si  vogli  de  gli  omini,  che  dirrete  in  con-  spetto de  gli  angeli  e  de'  santi,  che  vedeno  il  tutto,  e  ne  giudicano  P   Gio.  B.  Questi non vogliono esser veduti più di quel che si fan vedere; non vogliono esser temuti più di quel che si fan temere; non vogliono esser conosciuti più di quel che si fan conoscere. Car. Io non so quel che vogliate dir per questo; queste paroli io non so come approvarle, né come riprovarle: pur hanno un certo che d'impietà. Gio. B. Lasciamo le dispute, speranza dell'anim.a  mia. Fate,  vi priego, che non in vano v'abbia prodotta cossi bella il cielo: il quale, benché di tante fattezze e grazie vi sii stato liberale e largo, è stato però, dall'altro canto, a voi avaro, con non giongervi ad uomo che fa caso di quelle, ed a me crudele, col farmi per esse spasimare, e mille volte il giorno morire. Or, mia vita, più dovete curare di non farmi morire, che temer in punto alcuno che si  scemi tantillo del vostro onore. Io liberamente m’ucciderrò si non sarrà potente il dolore a farmi morire,  si, avendovi avuta, come vi ho, comoda e tanto presso, di quel che mi è pm caro che la vita dalla crudel fortuna rimagno defraudato. Vita di questa alma afflitta non sarrà possibile che sia in punto leso il vostro onore, degnandovi di darmi vita; ma si ben necessario ch'io muoia  essendomi voi crudele. Car. Di grazia, andiamo in luoco più remoto, e non parliamo qui di queste cose.  IN  TAVERNA  Barra,  Marca. Marc. O vedi il mastro Manfurio che sen va.  Bar. Lascialo col diavolo! Seguite il proposito incominciato: fermamoci qua. Marc. Or dunque, ier sera, all'osteria del Cerriglio, dopo che ebbemo benissimo mangiato, sin tanto che non avendo lo tavernaio  del bisogno, lo mandaimo a procacciar altrove per fusticelli, cocozzate, cotugnate, ed altre bagattelle da passar il tempo. Dopo che non sapevamo che più dimandare, un di nostri compagni fìnse non so che debilità; e Toste essendo corso coll'aceto, io dissi: Non ti vergogni, uomo da poco! camina, prendi dell'acqua namfa, di fiori di cetrangoli, e porta della malvasia di Candia. Allora il  tavernaio non so che si rinegasse egli, e poi comincia a cridare, dicendo: In nome del diavolo, sete voi marchesi o duchi? sete voi persone di aver speso quel che avete speso? Non so come la farremo al far del conto. Questo che dimandate, non è cosa d’osteria. Furfante, ladro, mariolo, dissi io, pensi ad aver a far con pan tuoi? tu sei un becco cornuto, svergognato. Hai mentito per cento  canne, disse lui. Allora, tutti insieme, per nostro onore, ci alzaimo di tavola, ed acciaffaimo, ciascuno, un spedo di que'più grandi, lunghi da diece palmi.. Bar. Buon principio, messere. Marc. li quali ancor aveano la provisione infilzata; ed il tavernaio corre a prendere un partesanone; e dui di suoi servitori due spadi rugginenti. Noi, benché fussimo sei con sei spedi più grandi che non  era la partesana, presimo delle caldaia, per servirne per scudi e rotelle. Bar. Saviamente. Marc. Alcuni si puosero certi lavezzi di bronzo in testa per elmetto over celata. Bar. Questa fu certo qualche costellazione che puose in esaltazione i lavezzi, padelle e le caldaie. Marc. E cossi bene armati, reculando, ne andevamo defendendo e retirandoci pelle scale in giù, verso la porta, benché  facessimo fìnta di farci avanti. Bar. Bel combattere! un passo avanti e dui a dietro, un passo avanti e dui a dietro: disse il signor Cesare da Siena. Marc. Il tavernaio quando ci vedde molto più forti e timidi più del dovero, in loco di gloriarsi, come quel che si porta valentemente, entra in non so che suspizione: Bar. Ci sarebbe entrato Scazzolla. Marc. pel che, buttata la partesana in terra, comandò a sua servitori che si retirassero, che non volea di noi vendetta alcuna. Bar. Buon'anima da canonizzare.  Marc. E voltato a noi disse: Signori gentiluomini, perdonatime, io non voglio offendervi de dovero! di grazia, pagatemi ed andiate con Dio! Bar. AUor sarrebbe stata bene qualche penitenza coll'assoluzione. Marc. Tu ci voi uccidere, traditore: dissi io; e con questo puosemo i piedi fuor della porta. Allora l'oste desperato, accorgendosi che non accettavamo la sua cortesia e devozione, riprese il partesanone, chiamando aggiuto di servi, figli e moglie. Bel sentire! l'oste cridava: Pagatemi, pagatemi; gli alti stridevano: A'marioli, a'marioli! ah, ladri traditori! Con tutto ciò, nisciun fu tanto pazzo che ne corresse a dietro, perché l'oscurità della notte faurlva più  noi che altro. Noi, dunque, temendo il sdegno ostile, idest dell'oste, fuggivimo ad una stanza apresso li Carmini, dove, per conto fatto, abbiamo ancor da farne le spese per tre giorni. Bar. Far burla ad osti è far sacrifìcio a nostro Signore; rubbare un tavernaio è far una limosina; in batterlo bene consiste il merito di cavar un'anima di purgatorio! Dimmi, avete saputo poi quel che seguitò  nell'ostariaP Marc. Concorsero molti, de quali altri pigliandosi spasso altri attristandosi, altri piangendo, altri ridendo, questi consigliando, quelli sperando, altri facendo un viso, altri un altro, altri questo linguaggio ed altri quello: era veder insieme comedia e tragedia e chi sona a gloria e chi a mortoro. Di sorte che chi volesse vedere come sta fatto il mondo derebbe desiderare d'esservi stato presente. Bar. Veramente la fu buona. Ma io che non so tanto di rettorica, solo soletto, senza compagnia, l'altr'ieri, venendo da Nola per Pumigliano, dopoi ch'ebbi mangiato, non avendo tropo buona fantasia di pagare, dissi al tavernaio: Messer osto, vorrei giocare.  A qual gioco, disse lui, volemo giocare qua ho de tarocchi. Risposi: A  questo maldetto gioco non posso vencere, perchè ho una pessima memoria. Disse lui: Ho di carte ordinarie. Risposi: Saranno forse segnate, che voi le conoscerete. Avetele che non siino state ancor adoperate? Lui rispose de non. Dunque, pensiamo ad altro gioco. Ho le tavole, sai. Di queste non so nulla.  Ho de scacchi, sai? Questo gioco mi farebbe rinegar Cristo. Allora, gli venne il senapo in testa: A qual, dunque, diavolo di gioco vorrai giocar tu? proponi  Dico io:  A stracquare a palle maglio. Disse egli: Come, a pall'e maglio P vedi tu qua tali ordegni P vedi luoco da posservi giocare? Dissi: A la mirella? Questo è gioco da fachini, bifolchi e guardaporci. A cinque dadi?  Che diavolo di cinque dadi? mai udivi di tal gioco. Si vuoi, giocamo a tre dadi. Io gli dissi che a tre dadi non posso aver sorte. Al nome  di cinquantamila diavoli, disse lui, si vuoi giocare, proponi un gioco che possiamo farlo e voi ed io. Gli dissi: Giocamo a spaccastrommola. Va', disse lui, che tu mi dai la baia: questo è gioco da putti, non ti vergogni? Or su, dunque, dissi, giocamo a correre. Or, questa è falsa disse lui. Ed io soggionsi: Al sangue dell'Intemerata, che giocarai! Vuoi far bene, disse, pagami; e si non vuoi andar con Dio, va'col prior de'diavoli! Io dissi: Al sangue delle scrofole, che giocarai! E che non gioco? diceva. E che giochi? dicevo. E che mai mai vi giocai P.  E che vi giocarrai adesso. E che non voglio? E che vorrai? In conclusione, comincio io a pagarlo colle calcagne, ideste a correre; ed ecco quel porco chepoco fa dice che non volea giocare, e giurò che non volea giocare, e giocò lui, e giocorno dui altri suoi guattari: di sorte che, per un pezzo correndomi a presso m’arrivorno e giunsero colle voci. Poi, ti giuro, pella tremenda piaga di S. Rocco che né io l'ho più uditi né essi m’hanno più visto. CASTIGO E BEFFE PLAUDITE  Barra, Marca, Corcovizzo, Manfurio, Sanguino, ASCANIO. Bar. Quell'altro è ispedito. Che vogliam far di costui, del domino Magister?  Sang. Questo porta sue colpa sulla fronte non vedi c'hè stravestito? non vedi che quel mantello è stato rubbato a Tiburolo? Non l'hai visto che fugge la corte?  Marc. E vero; m’apporta certe cause verisimile. Bar. Per ciò non deve dubitare d'andar priggione. Manf. Verum; ma cascarrò in derisione app>o miei scolastici e di altri per i casi che me si sono aventati al dorso. Sang. Intendete quel che vuol dir costui?   orc. Non l'intenderebbe Sansone. Sang. Or su, per abbreviarla, vedi, Magister, a che cosa ti vuoi resolvere: si volete voi venir piggione, over donar la bona mano alla compagnia di que'scudi che ti son rimasti dentro la giornea, perchè, come dici, il mariolo ti tolse sol quelli ch'avevi in mano per cambiarli. Mane. Minime, io non ho altrimente veruno. Quelli che avevo, tutti mi furon tolti, ita, mehercle, per lovem, per Altitonantem, vos sidera testar. Sang. Intendi quel che ti dico. Si non voi provar il stretto della Vicaria, e non hai moneta, fa'elezione d una delle altre due: o prendi diece spalmate con questo ferro di correggia che vedi, o ver a brache calate arrai un cavallo de cmquanta staffilate: che per ogni modo tu non ti partirrai da  noi, senza penitenza di tui falli. Manf. Duobus propositis malis minus est tolerandum, sìcut duobus propositis bonis melius est eligendum: dicit Peripateticorum princeps, Asc. Maestro, parlate che siate inteso, perchè queste son gente sospette. Bar. Può esser che dica bene costui, allor che non vuol esser inteso?  Manf. Nil mali vobis imprecar: io non vi impreco male. Sang. Pregatene ben quanto volete che da noi non sarrete essaudito. CoRC. Elegetevi presto quel che vi piace, o vi legarremo meglio e vi menarremo. Manf. Minus pudendum erit palma feriri, quam quod congerant in veteres flagella nates: id non puerile est. Sang. Che dite voi? che dite, in vostra mal'ora? Manf. Vi offro la palma. Sang. Tocca Uà, Corcovizzo, da'fermo. CoRC. Io do. Taf, una.  Manf. Oimmè, lesus, of!  Coro. Apri bene l'altra mano. Taf, e due. Manf. Of, of, lesus Maria. CoRC. Stendi ben la mano, ti dico; tienla dritta cossi. Taff, e tre. Manf. Oi oi, oimmè, uf, of of of, per amor della Passion del nostro Signor Jesus. Potius fatemi alzar a cavallo perchè tanto dolor suffrir non posso nelle mani. Sang. Orsù, dunque. Barra, prendilo sulle spalli; tu. Marca, tienlo fermo per  i piedi, che non si possa movere; tu, Corcovizzo, spuntagli le brache e tienle calate ben bene, a basso; e lasciatelo strigliar a me; e tu. Maestro, conta le staffilate, ad una ad una, ch'io t'intenda, e guarda pritra ben che si farrai errore nel contare che sarrà bisogno di ricominciare; voi, Ascanio, vedete e giudicate. Mar. Tutto sta bene. Cominciatelo a spolverare, e guardatevi di far male a i  drappi che non han colpa. Sang. Al nome di Santa Scoppettella, conta: toff.  Manf. Tof, una; tof, oh tre; tof, oh oi, quattro; toff, cime, oimè; tof, oi, oimè; tof, oh, per amor de Dio, sette! Sang. Cominciamo da principio, un'altra volta. Vedete si dopo quattro son sette. Dovevi dir cinque. Manf. Oimè, che farro ioP erano in rei ventate sette. Sang. Dovevi contarle ad una ad una. Or su, via  di novo: toff. Manf. Toff, una; toff, una; toff, oimè, due; toff, toff, toff, tre, quattro; toff, toff, cinque, oimè; toff, toff, sei. 0 per l'onor di Dio, toff non piìj, toff, toff, non più, che vogliamo, toff, toff, veder nella giornea, toff, che vi saran alquanti scudi. Sang. Bisogna contar da capo, che ne ha lasciate molte che non ha contate. Bar. Perdonategli, di grazia, signor Capitano, perchè vuol  far quell'altra elezione di pagar la strana. Sang. Lui non ha nulla. Manf. Ita, ita, che adesso mi ricordo aver più di quattro scudi. Sang. Ponetelo abasso, dunque, vedete che cosa vi è dentro la giornea.  Bar. Sangue di, che vi sono più di sette de scudi, Sang.Alzatelo, alzatelo di bel novo a cavallo: pella mentita ch'ha detta, e falsi giuramenti ch'ha fatti, bisogna contarle, fargli contar settanta. Manf. Misericordia! prendetevi gli scudi, la giornea, e tutto quanto quel che volete, dimittam vobis. Sang. Or su, pigliate quel che vi dona, e quel mantello ancora che è giusto che sii restituito al povero padrone. Andiamone noi tutti: bona notte a voi, Ascanio mio. Asc. Bona notte e mille bon'anni a V. S., signor Capitanio, e buon prò faccia al Maestro.Manfurio, Ascanio. Manf. Ecquis  erit modus. Asc. Olà, mastro Manfurio, mastro Manfurio. Mane, Chi è, chi mi conosce? chi in questo abito e fortuna mi distmgue? chi per nome mio proprio m'appella?  Asc. Non ti curar di questo, che t'importa poco o nulla: apri gli occhi, e guarda dove sei, mira ove ti trovi. Mane. Quo melius videam, per corroborar l'intuito e fìrm.ar l'acto della potenza visiva, acciò l'acie della pupilla  più efficacemente pella linea visuale, emittendo il radio all'obiecto visibile, venghi ad introdur la specie di quello nel senso interiore – GRICE THE CAUSAL THEORY OF PERCEPTION: That pillar box seems red to me --,  idesi, mediante il senso comone, collocarla nelle cellula della fantastica facultade, voglio applicarmi gl’oculari al naso. Oh, veggio di molti spectatori la corona. Asc. Non vi par esser entro una comedia? Mane. Ita sane.  Asc. Non credete d'esser in scena?  Mane. Omni procul duhio, Asc. A che termine vorreste che fusse la comedia?  Mane. In calce, in fine: ncque enim et ego risu ilia tendo.  Asc. Or dunque, fate e donate il Plaudite. Mane. Quam male possum plaudere, Tentatus pacientia, Nam plausus per me factus est lam dudum miserabilis. Et natibus et manibus Et aureorum  sonitu. Amen. AVVENTURE  LONDINESI  Saulino. Che cosa me dici, Sofìa? Dunque li Dei prendeno qualche volta Aristotele in mano? Studiano verbigrazia negli filosofi P  Sofia. Non ti dirò di vantaggio di quel ch'è sulla Pippa, la Nanna, l'Antonia, il Burchiello, l'Ancroia, e un altro libro che non si sa, ma è in questione, s'è  di Ovidio o Virgilio,  e io non me ne ricordo il nome, e altri simili. Saul. E pur adesso trattano cose tanto gravi e seriose? SoF.  E ti par che quelle non son seriose? Non son gravi? Se tu fussi più filosofo, dico più accorto, crederesti che non è lezione, non è libro che non sia essaminato da'dei, e che se non è a fatto senza sale, non sia maneggiato da dei; e che, se non è tutto balordesco, non sia approvato e messo colle catene nella biblioteca commune; perchè piglian piacere nella moltiforme representazione di tutte cose e frutti multiformi de tutti ingegni, perchè loro si compiaceno in tutte le cose che sono, e tutte le representazioni che si fanno, non meno che essi hanno cura che sieno, e donano ordine e permissione che si facciano. E pensa ch'il giudicio degli Dei è altro che il nostro commune, e non tutto quello che è peccato a noi e secondo noi, è peccato a essi e secondo essi. Quei libri certo cossi, come le teologie, non denno esser communi agli uomini ignoranti, che medesimi sono scelerati; perchè ne riceveno mala instituzione.  oribd. La  biblioteca  degli  Dei Saul. Or non son libri fatti d’uomini di mala fama, disonesti e dissoluti, e forse a mal fine? SoF. E vero; ma non sono senza la sua mstituzione e frutti della cognizione de chi scrive, come scrive, perchè e onde scrive, di che parla, come ne parla, come s'inganna lui, come gli altri s'ingannano di lui, come si decima, e come s'inclina a uno affetto virtuoso e vizioso, come si muove il riso, il fastidio, il piacere, la nausea; ed in tutto è sapienza e providenza, e in ogni cosa è ogni cosa, e  massime è l'uno dove è l'altro contrario, e questo massime si cava da quello. Saul. Or torniamo al proposito donde ne ha divertiti il nome d'Aristotele e la fama della Pippa. Bruno, In tristitia hilariz, etc. O sant’asinità, sant’ignoranza. Santa stolticia e pia divozione, Qual sola puoi far Vanirne sì buone, CWuman ingegno e studio non F avanza;  Non gionge faticosa vigilanza  D'arte, qualunque sia, o 'nvenzione, Né de sofossi contemplazione Al del, dove t'edifichi la stanza. Che vi vai, curiosi, il studiare. Voler saper quel che fa la natura, Se gl’astri son pur terra, fuoco e mare? La santa asinità di ciò non cura; Ma con man gionte e'n ginocchion vuol stare. Aspettando da Dio la sua ventura. Nessuna cosa dura. Eccetto il frutto dell'eterna requie. La qual ne done  Dio dopo Fessequie. Dalla Cabala del Cavallo Pegaseo,  A L'ASINO  CILLENICO Oh beato quel venir e le mammelle. Che t'ha portato, en terra ti lattare,  Animalaccio divo, al mondo caro. Che qua fai residenza e tra le stelle! Mai più preman tuo dorso basti e selle, E contril mondo ingrato e dell’avaro Ti faccia sort'e natura riparo Con sì felice ingegno e buona pelle. Mostra la testa tua buon naturale. Come le nari quel giudicio sodo. L'orecchie lunghe un udito regale. Le dense labbra di gran gusto il modo, Da far invidia a'dei quel GENITALE; Cervice tal la costanza, ch'io lodo. Sol lodandoti godo: Ma, lasso, cercan tue condizioni Non un sonetto, ma mille sermoni. Oimè, auditor mio, che senza focoso suspiro, lubrico pianto e tragica querela,  coll’'affetto, con gli occhi e le raggioni non può rammentar il mio ingegno, intonar la voce e dechiarar gl’argumenti, quanto sia fallace il senso, turbido il pensiero ed imperito il giudicio, che con atto di perversa, iniqua e pregiudiciosa sentenza non vede, non considera, non definisce secondo il debito di natura, verità di ragglone LEIBNIZ GRICE DOMMA e diritto di giustizia circa la pura bontade, regia  sinceritade e magnifica maestade della santa ignoranza, dotta pecoragme, e divina asinitade! Lasso! a quanto gran torto d’alcuni è sì fieramente essagitata quest'eccellenza celeste tra gl’uomini viventi, contro la quale altri con larghe narici si fan censori, altri con aperte sanne si fan mordaci, altri con comici cachini si rendono beffeggiatori. Mentre ovunque spreggiano, burlano e vilipendeno qualche cosa, non gl’odi dir altro che: Costui, è un asino, quest’azione è asinesca, questa è un’asinitade; stante che ciò absolutamente convegna dire dove son più maturi discorsi, più saldi proponimenti e più trutinate sentenze. Lasso! perchè con ramarico del mio core, cordoglio del spirito e aggravio dell'alma mi si presenta agl’occhi questa imperita, stolta e profana  moltitudine che sì falsamente pensa, sì mordacemente parla, sì temerariamente scrive per parturir que'scelerati Cabala  del  Cavallo Pegaseo. Declamazione al studioso, divoto e pio lettore. discorsi de'tanti monumenti che vanno pelle stampe, pelle librarle, per tutto, oltre gl’espressi ludibrli, dlspreggi e biasimi: l'asmo d'oro, le lodi dell'asmo, l'encomio dell'asino; dove non si pensa altro  che con ironiche sentenze prendere la gloriosa asinitade in gioco, spasso e scherno? Or, chi terrà il mondo che non pensi ch'io faccia il simile? Chi potrà donar freno alle  lingue che non mettano nel medesimo predicamento, come colui che corre appo gli vestigli degl’altri, che circa cotal suggetto democriteggiano? Chi potrà contenerli che non credano, affermino e confermino che io  non intendo vera e seriosamente lodar l'asino e asinitade, ma piuttosto procuro d’aggionger oglio a quella lucerna la quale è stata dagl’altri accesa? Ma, o miei protervi e temerarli glodlcl, o neghittosi e ribaldi calunniatori, o foschi e appassionati detrattori, fermate il passo, voltate gl’occhi, prendete la mira; vedete, penetrate, considerate se gli concetti semplici, le sentenze enunciative  e gli discorsi sillogistici ch'apporto in favor di questo sacro, impolluto e sarìto animale, son puri, veri e demostratlvi, o pur son fìnti, impossibili ed apparenti. Se le vedrete in effetto fondati sulle basi de fondamenti fortissimi, se son belli, se son buoni; non le schivate, non le fuggite, non le rigettate; m’accettatele, seguitele, abbracciatele, e non siate oltre legati dalla consuetudine del credere, vinti dalla sufficienza del pensare, e guidati dalla vanità del dire, s’altro vi mostra la luce dell'intelletto, altro la voce della dottrina intona ed altro l'atto dell'esperienza  conferma. L'asino ideale e cabalistico che ne vien proposto nel corpo delle Sacre Lettere, che credete voi che sia? Che pensate voi essere il cavallo pegaseo GRICE MYTHOLOGY VACUOUS NAMES che vien trattato in figura degli poetici fìgmenti? Dell'asino cillenico degno d'esser messo in croceis nelle più onorate academie che v'imaginate? Or, lasciando il pensier del secondo e terzo da canto, e dando sul campo del primo, platonico parimente e teologale, voglio che conosciate che non manca testimonio dalle divine ed umane lettere, dettate da sacri e profani dottori, che parlano con l'ombra de scienze e lume della fede. Saprà, dico, ch'io non mentisco colui ch'è anco mediocremente perito in queste dottrine, quando avien ch'io dica l'asino ideale esser principio prodottivo, formativo e perfettivo sopranaturalmente della specie asinina; la quale, quantunque nel capacissimo seno della natura si vede ed è dall'altre specie distinta, e nelle menti seconde è messa in numero, e con diverso concetto appresa, e non quel medesimo, con cui l'altre forme s'apprendeno;  nulla di meno, quel ch'importa tutto, nella prima mente è medesima che la idea della specie umana, medesima che la specie della terra, della luna, del sole, medesima che la specie dell'intelligenze, degli demoni, degli dei, degli mondi, dell'universo; anzi è quella specie, da cui non solamente gli  asini, ma e gl’uomini, e le stelle e gli mondi, e gli mondani animali tutti han dependenza: quella dico, nella quale non è differenza di forma e suggetto, di cosa e cosa; ma è semplicissima ed una. Vedete, vedete, dunque, d'onde derive la caggione che senza biasimo alcuno il santo de'santi, or è nominato, non solamente leone, monocorno, rinoceronte, vento, tempesta, aquila, pellicano CORPUS CHRISTI GRICE, ma e non uomo, opprobrio degl’uomini, abiezion di plebe, pecora, agnello, verme, similitudine di colpa, sin ad esser detto peccato e peggio. Considerate il principio della causa per cui gli cristiani e giudei non s'adirano, ma più tosto con glorioso trionfo si congratulano insieme, quando colle metaforiche allusioni nella Santa Scrittura son figurati per titoli e  definizioni asini, son appellati asini, son definiti per asini: di sorte che, dovunque si tratta di quel benedetto animale, per moralità di lettera, allegoria di senso, ed anagogia di proposito, s'intende l'uomo giusto, l'uomo santo, l'uomo de Dio. Pregate, pregate Dio, o carissimi, se non siete ancora asini, che vi faccia dovenir asini. Vogliate solamente; perchè certo certo, facilissimamente vi  sarà conceduta la grazia: perchè, benché naturalmente siate asini, e la disciplina commune non sia altro che una asinitade, dovete avertire e considerar molto bene se siate asini secondo Dio; dico, se siate quei sfortunati che nmagnono legati avanti la porta, o  pur quegli altri felici, li quali entran dentro. Ricordatevi, o fìdeli, che gli nostri primi parenti a quel tempo piacquero a Dio, ed  erano in sua grazia, in sua salvaguardia, contenti nel terrestre paradiso nel quale erano asini, cioè semplici ed ignoranti del bene e male; quando posseano esser titillati dal desiderio di sapere bene e male; e per consequenza non ne posseano aver notizia alcuna; quando possean credere una buggia, che gli venesse detta dal serpente; quando se gli possea donar ad intender sin a questo: che, benché Dio avesse detto che morrebono, né potesse essere il contrario, in cotal disposizione erano grati,  erano accetti, fuor d'ogni dolor, cura e molestia. Sovvegnavi ancora ch'amò Dio il popolo ebreo, quando era afflitto, servo, vile, oppresso, ignorante, onerario, portator de'còfìni, somarro, che non gli possea mancar altro, che la coda ad esser asino naturale sotto il dominio dell'Egitto: allora fu detto da Dio suo popolo, sua gente, sua scelta generazione. Perverso, scelerato, reprobo, adultero, fu detto quando fu sotto le discipline, le dignitadi, le grandezze e similitudine degli altri popoli e regni onorati secondo il mondo. Non è chi non loda l'età dell'oro, quando gl’uomini erano asini, non sapean lavorar la terra, non sapean l'un dominar all'altro, intender più dell'altro, avean per tetto gl’antri e le caverne, si donano a dosso come fan le bestie, non eran tante coperte e gelosie e condimenti de libidine e gola; ogni cosa è commune, il pasto eran le poma, le castagne, le ghiande in quella forma che son prodotte dalla madre natura. Non é chi non sappia qualmente non solamente nella specie umana, ma e in tutti gli geni d'animali la madre ama più, accarezza più mantien contento più e ocioso, senza sollecitudine e fatica, abbraccia, bacia, stringe, custodisce il figlio minore, come quello che non sa male e bene, ha dell'agnello, ha della bestia; é un asino, non sa cossi parlare, non può tanto discorrere; e come gli va crescendo il senno e la prudenza, sempre a mano a mano se gli va scemando ramore, la cura, la pia affezione, che gli vien portata dagli suoi parenti. Non è nemico che non compatisca, abblandisca, favorisca a quella età, a quella persona,  che non ha del virile, non ha del demonio, non ha dell'uomo, non ha del maschio, non ha dell'accorto, non ha del barbuto, non ha del sodo, non ha del maturo. Però, quando si vuol mover Dio a pietà e comiserazione il suo Signore, dice quel profeta: Ah, ah ah. Domine, quia nescio loqui; dove, col ragghiare e sentenza, mostra esser asino. E in un altro luogo dice: Quia puer sum. Però, quando si brama la remission della colpa, molte volte si presenta la causa nelli divini libri, con dire: Quia stulte egimus, stulte egerunt, quia nesciunt quidfaciant, ignoramus, non intellexerunt . Quando si vuol impetrar da lui maggior favore, ed acquistar tra gl’uomini maggior fede, grazia ed autorità si dice in un loco, che l’apostoli eran stimati imbreachi; in un altro loco, che non sapean quel che dicevano; perchè non erano essi che parlano: ed un de'più eccellenti, per mostrar quanto avesse del semplice, dice che era stato rapito al terzo cielo, uditi arcani ineffabili, e che non sa s'era morto o vivo, s'era in corpo o fuor di quello. Un altro dice che vedeva gli cieli aperti, e tanti e tanti altri propositi, che tegnono gli diletti de Dio, alli quali è revelato quello che è occolto alla sapienza umana, ed è asinità esquisita agl’occhi del DISCORSO RAZIONALE: perchè queste pazzie, asinitadi e bestialitadi son sapienze, atti eroici e intelligenze appresso il nostro Dio; il qual chiama li suoi pulcini, il suo gregge, le sue pecore, li suoi parvuli, li suoi stolti, il suo pulledro, la sua asina que' tali, che li credeno, l'amano, il sieguono. Non è, non è, dico, meglior specchio messo avanti gl’occhi umani che l'asinitade e asino; il qual più esplicatamente secondo tutti gli numeri dimostre qual essere debba colui, che faticandosi nella vigna del Signore, deve aspettar la retribuzion dei danaio diurno, il gusto della beatifica cena, il riposo che siegue il corso di questa transitoria vita. Non è conformità megliore, o simile, che ne amene, guide e conduca alla salute  eterna più attamente che far possa questa vera sapienza approvata dalla divina voce: come, pel contrario, non è cosa che ne faccia più efficacememente impiombar al centro ed al baratro tartareo che le filosofiche e razionali contemplazioni, quali nascono dagli sensi, crescono nella facultà discorsiva e si maturano nell'intelletto umano. Forzatevi, forzatevi dunque ad esser asini, o voi, che siete uomini. E voi, che siete già asini, studiate, procurate, adattatevi a proceder sempre da bene m meglio, a fin che perveniate a quel termine, a quella dignità, la quale, non per scienze e opre, quantunque grandi, ma per fede s'acquista; non per ignoranza e misfatti, quantunque enormi ma pella incredulità, come dicono, secondo l'Apostolo, si perde. Se cossi vi disporrete,se tali  sarete e talmente vi governarete, vi trovarete scritti nel libro della vita, impetrarete la grazia in questa militante, ed otterrete la gloria in quella trionfante ecclesia, nella quale vive e regna Dio per tutti secoli de'secoli. Cossi sia! O Sebasto. è il peggio che diranno che metti avanti metafore, narri favole, raggioni in parabola, intessi enigmi, accozzi similitudini, tratti misterii, mastichi tropologie. SauliNO. Ma io dico la cosa a punto come la passa; e come la è propriamente, la metto avanti gl’occhi. CoRlBANTE. Id est, sine fuco, plane, candide; ma vorrei che fusse cossi, come dite, da dovero. Saul. Cossi piace alli dei che fessi tu altro che fuco con questa tua gestuazione, toga, barba e supercilio: come, anco quanto all'ingegno, candide, piane et sine fuco, mostri agli  occhi nostri l’idea della pedantaria. Cor. Hactenus haec? Tanto che Sofia loco per loco, sedia per sedia vi conduce?  Saul. Sì.  Cabala  del Cavallo Pegaseo. EMalogo primo Sono interlocutori  SeBASTO, Sauuno, Coribante.  Occórrevi de dir altro circa la previsione di queste sedie? Saul. Non per ora, se voi non siete pronto a donarmi occasione di chiarirvi de più punti circa esse col dimandarmi e destarmi la memoria, la quale non può avermi suggerito la terza parte de'notabili propositi degni di considerazione.  Seb. Io, a dir il vero rimagno sì suspeso dal desio de saper qual cosa sia quella ch'il gran padre degli dei ha fatto succedere in quelle due sedie, l'una Boreale e l'altra Australe che m'ha parso il tempo de mill'anni per veder il fine del vostro filo, quantunque curioso, utile e degno: perchè quel proposito tanto più mi vien a spronar il desio d'esserne fatto capace, quanto voi più l'avete differito a far o udire. Cor. Spes efenim dilata affligit animum, vel animam, ut melius dicam; haec enim mage significat naturam passibilem. Saul. Bene. Dunque, perchè non più vi tormentiate sull'aspettar della risoluzione sappiate che nella sedia prossima immediata e gionta al luogo, dove ere l'Orsa minore, e nel quale sapete essere exaitata la Veritade, essendone tolta via l'Orsa maggiore nella forma ch'avete inteso, per previdenza del prefato consiglio vi ha succeduto l'Asinità in abstratto: e là, dove ancora vedete in fantasia il fiume Eridano, piace agli medesimi che vi si trove l'Asinità in concreto, a fine che da tutte tre le celesti reggioni  possiamo contemplare l'Asinità, la quale in due facelle era come occolta nella vie de'pianeti, dov'è la coccia del Cancro. Cor. Procul, o procal, este, profanil Questo è un sacrilegio, un profanismo di voler fingere, poscia che non è possibile che cossi sie in fatto, vicino all'onorata ed eminente sedia della Verità essere l'idea di sì immonda e vituperosa specie, la quale è stata dagli sapienti  Egizii negli lor geroglifici presa per tipo dell'ignoranza.  Saul. Alla contemplazione della verità altri si promuoveno per via di dottrina e cognizione razionale, per forza de rintelletto agente, che s'intrude nell'animo, excitandovi il lume interiore. E questi son rari; onde dice il poeta: Fauci, quos ardens evexit ad aethera virtus.  Altri per via d'ignoranza vi si voltano e forzansi di pervenirvi. E di questi alcuni sono affetti di quella, che è detta ignoranza di semplice negazione: e costoro né sanno, né presumeno di sapere; altri di quella che é detta ignoranza di prava disposizione; e tali, quanto men sanno e sono imbibiti de FALSE INFORMAZIONI GRICE FLORIDI, tanto più pensano di sapere: quali, per informarsi del vero, richiedeno doppia fatica, cioè de dismettere l'uno  abito contrario, e d’apprender l'altro. Altri di quella, ch'è celebrata come divina acquisizione; e in questa son color, che, né dicendo, né pensando di sapere,  ed oltre essendo creduti d’altri ignorantissimi, son veramente dotti, per ridursi a quella gloriosissima asinitade e pazzia. E di questi alcuni sono naturali, come quei che caminano col lume suo razionale, con CUI negano col lume  del senso e della raggione ogni lume di raggione e senso; alcuni altri caminano, o per dir meglio, si fanno guidare colla lanterna della fede, cattivando l'intelletto a colui che gli monta sopra, ed a sua bella posta l'addirizza e guida. E questi veramente son quelli che non possono essi errare perchè non caminano col proprio fallace intendimento ma con infallibil lume di superna intelligenza. Questi, questi son veramente atti e predestinati per arrivare alla Jerusalem della beatitudine e vision aperta della verità divina – the city of eternal truth -- Grice: perchè gli sopramonta quello, senza il qual sopramontante non è chi condurvesi vaglia.  Seb. Or ecco come si distingueno le specie dell'ignoranza e asinitade, e come vegno a mano a mano a condescendere per concedere  l'asinitade essere una virtù necessaria e divina, senza la quale sarrebe perso il mondo, e pella quale il mondo tutto è salvo. Saul. Odi a questo proposito un principio per un'altra più particular distinzione. Quello ch'unisce l'intelletto nostro, il qual é nella sofia, alla verità, la quale è l'oggetto intelligibile, è una specie d'ignoranza, secondo gli cabalisti e certi mistici teologi; un'altra specie,  secondo gli pirroniani, efettici della scessi ed altri simili; un'altra, secondo teologi cristiani; tra'quali il Tarsense la viene tanto più a magnificare, quanto a giudizio di tutt'il mondo è passata per maggior pazzia. Pella prima specie sempre si niega; onde vien detta ignoranza negativa, che mai ardisce affirmare. Pella seconda specie sempre si dubita, e mai ardisce determinare o definire.  Pella terza specie gli principii tutti s'hanno per conosciuti, approvati e con certo argumento manifesti, senza ogni demostrazione e apparenza. La prima è denotata pell'asino pullo, fugace ed errabondo; la seconda per un'asina, che sta fitta tra due vie, dal mezzo di quali mai si parte, non possendosi risolvere per quale delle due più tosto debba muovere i passi; la terza pell'asina col suo  pulledro, che portano sulla schena il redentor del mondo: dove Tasina, secondo che gli sacri dottori insegnano, è tipo del popolo giudaico, e il pullo del popolo gentile, che, come figlia ecclesia, è parturito dalla madre sinagoga; appartenendo cossi questi come quelli alla medesima generazione, procedente dal padre de'credenti Abraamo. Queste tre specie d'ignoranza, come tre rami, si  riducono ad un stipe, nel quale dall'archetipo influisce l'asinità, e che è fermo e piantato sulle radici delli dieci sephiroth. Cor. O bel senso! Queste non sono retoriche persuasioni, n’elenchici sofismi, né topiche probabilltadi, m’apodictiche demostrazioni; pelle quali l'asino non è sì vile animale, come comunmente si crede, ma di tanto più eroica e divina condizione. Seb. Non è d'uopo  ch'oltre t'affatichi, o Saulino, per venir a conchiudere quel tanto, che io dimando che da te mi fusse definito: sì perchè avete sodisfatto a Coribante, sì anco perchè da li posti mezzi termini ad ogni buono intenditore può esser facilmente sodisfatto. Ma, di grazia, fatemi ora intendere le raggioni della sapienza, che consiste nell'ignoranza ed asinitade iuxta il secondo modo: cioè, con qual  raggione siano partecipi dell'asinità gli pirronianì, efettici et altri academici filosofi; perchè non dubito della prima e terza specie, che medesime sono altissime e remotissime da'sensi, e chiarissime, di sorte che non è occhio che non le possa conoscere. Saul. Presto verrò al proposito della vostra dimanda: ma voglio che prima notiate il primo e terzo modo di stoltizia e asinitade concorrere  in certa maniera in uno; e però medesimamente pendeno da principio incomprensibile ed ineffabile, a constituir quella cognizione, ch'è disciplina delle discipline, dottrina delle dottrine e arte dell’arti. Della quale voglio dirvi in che maniera con poco o nullo studio e senza fatica alcuna ognun che vuole e volse, ne ha possuto e può esser capace. Veddero e considerorn o que'santi dottori  e rabini illuminati, che gli superbi e presumptuosi sapienti del mondo, quali ebbero fiducia nel proprio ingegno, e con temeraria e gonfia presunzione hanno avuto ardire d'alzarsi alla scienza de'secreti divini e que'penetrali della deitade, non altrimente che coloro ch'edificaro la torre di Babele, son stati confusi e messi in dispersione, avendosi essi medesimi serrato il passo, onde meno  fussero abili alla sapienza divina e visione della veritade eterna – GRICE CITY OF ETERNAL TRUTH --. Che fero? Qual partito presero? Fermaro i passi, piegarci o dismesero le braccia, chiusero gl’occhi, bandirò ogni propria attenzione e studio, riprovarci qualsivoglia uman pensiero, rmiegaro ogni sentimento naturale; e, in fine, si tennero asini. E quei, che  non erano, si trasformarci in questo animale: alzarci, disteserci, acuminarci, ingrpssarci  e magnificarno l'orecchie; e tutte le potenze dell'anima riportarno  e unirci nell'udire, con ascoltare solamente e credere: come quello di cui si  dice: In auditu auris obedivit mihi. Là,  concentrandosi e cattivandisi la vegetativa, sensitiva e intellettiva facultade, hanno inceppate le cinque dita in un'unghia, perchè non potessero, come l'Adamo, stender le mani ad apprendere il frutto vietato dall'arbore della scienza, per cui venessero ad essere privi de'frutti de rarbore della vita,  o come Prometeo, che è  metafora di medesimo proposito, stender le mani a suffurar il fuoco di Giove, per accendere il lume della potenza razionale. Cossi li nostri divi asini, privi del proprio sentimento ed affetto, vegnono ad intendere non altrimente che come gli vien soffiato all'orecchie dalle revelazioni o degli dei o de'vicarii loro; e per consequenza a governarsi non secondo altra legge che di que'medesimi. Quindi non si volgono a destra o a sinistra, se non secondo la lezione e raggione che gli dona il capestro o freno che le tien pella gola, o pella bocca, non caminano se non come son toccati. Hanno ingrossate le  labbra, insolidate le mascelle, incontennuti gli denti, a fin che, per duro, spinoso, aspro e forte a digerir che sia il pasto, che gli vien posto avante, non manche d'essere accomodato al suo palato. Indi si pascono de'più grossi e materialacci appositorii che altra qualsivoglia bestia che si pasca sul dorso della terra; e tutto ciò per venire a quella vilissima bassezza per cui fìano capaci de più  magnifica exaltazione, iuxta quello: Omnis qui se humiliat exaltabitur. Seb. Ma vorrei intendere, come questa bestiaccia potrà distinguere che colui, che gli monta sopra, è Dio o diavolo, è un uomo o un'altra bestia non molto maggiore o minore se la più certa cosa ch'egli deve avere è che lui è un asino e vuole essere asino, e non può far meglior vita ed aver costumi migliori che di  asino, e non deve aspettar meglior fine che d’asino, ne è possibile, congruo e condigno ch'abbia altra gloria che d'asino? Saul. Fidele colui, che non permette che siano tentati sopra quel che possono: lui conosce li suoi, lui tiene e mantiene gli suoi per suoi, e non gli possono esser tolti. O santa ignoranza, o divina pazzia, o sopraumana asinità! Quel rapto, profondo e contemplativo  Areopagita, scrivendo a Caio, afferma che l’ignoranza è una perfettissima scienza; come pell'equivalente volesse dire che l'asinità è una divinità. Il dotto Agostino, molto inebriato di questo divino nettare, nelli suoi Soliloquii testifica che l’ignoranza più tosto che la scienza ne conduce a Dio, e la scienza più tosto che l’ignoranza ne mette in perdizione. In figura di ciò vuole ch'il redentor  del mondo colle gambe e piedi degl’asini fusse entrato in Gerusalemme, significando anagogicamente in questa militante quello che si verifica nella trionfante cittade; come dice il profeta salmeggiante: Non in fortitudine equi voluntatem habebit, neque in tibiis viri beneplacitum erit ei. Cor. Supple tu: Sed in fortitudine et tibiis asinae et pulii fila coniugalis. Saul. Or, per venire a  mostrarvi come non è altro che l'asinità quello con cui possiamo tendere ad avvicinarci a quell'alta specola, voglio che comprendiate e sappiate non esser possibile al mondo meglior contemplazione che quella che niega ogni scienza ed ogni apprension e giudicio di vero; di maniera che la somma cognizione è certa stima, che non si può saper nulla e non si sa nulla, e per consequenza di conoscersi di non posser esser altro che asino e non esser altro che asino; allo qual scopo giunsero gli socratici, dell’accademia, e della scessi ed altri simili, che non ebbero l’orecchie tanto piccole, e le labbra tanto delicate, e la coda tanto corta, che non  le potessero lor medesimi vedere. Seb. Priegoti, Saulino, non procedere oggi ad altro per confirmazion e dechiarazion di questo: perchè assai pel presente abbiamo inteso; oltre che vedi esser tempo di cena, e la materia richiede più lungo discorso. Per tanto piacciavi (se così pare anco al Coribante) di rivederci domani pell’elucidazione di questo proposito; ed io menarò meco Onorio, il quale si ricorda d'esser stato  asino, e però è a tutta divozione pitagorico; oltre che ha de'grandi proprii discorsi, con gli quali forse ne potrà far capaci di qualche proposito METAMFISICOSI one? Onor. Quella dell'uomo è medesima in essenza specifica e generica con quella delle mosche, ostreche marine e piante, e di qualsivoglia cosa, che si trove animata, o abbia anima: come non è corpo, che non abbia o più o  meno vivace e perfettamente communicazion di spirito in se stesso. Or cotal spinto, secondo il fato o providenza, ordine o fortuna, viene a giongersi or ad una specie di corpo,  or ad un'altra; e, secondo la raggione della diversità di complessioni e membri, viene ad avere diersi gradi e perfezioni d'ingegno e operazioni. Là onde quel spinto o anima, che era nell'aragna, e vi avea quell'industria e quell’artigli e membra in tal numero, quantità e forma; medesimo, gionto alla prolificazione umana, acquista altr’intelligenza, altri instrumenti, attitudini e atti. Giongo a questo che, se fusse possibile, o in fatto si trovasse, che d'un serpente il capo si formas e storna in figura d'una testa umana, e il busto crescesse in tanta quantità, quanta può contenersi nel periodo di  cotal specie, se gl’allarga la lingua, ampiano le spalli, se gli ramificassero le braccia e mani, e al luogo, dove è terminata coda, andassero ad ingeminarsi le gambe; intenderebbe, apparirebbe, spirarebbe, parla, opra e cammerebbe non altrimente che l'uomo; perchè non sarebbe altro ch’uomo (LOCKE ON MAN GRICE PIROT. Come, pel contrario, l'uomo non sarebbe altro che serpente,  se venisse a contraere, come dentro un ceppo, le braccia e gambe, e Tossa tutte concorressero alla formazion d'una spina, s’incolubrasse e prende tutte quelle figure de'membri e abiti de complessioni. Allora avrebbe più o men vivace Ingegno; In luogo di parlar, sibilarebbe; in luogo di caminare, serperebbe; in luogo d'edificarsi palaggio, si cavarebbe un pertuggio; e non gli converrebe  la stanza, ma la buca; e come già era sotto quelle, ora è sotto queste membra, mstrumenti, potenze e atti; come dal medesimo artefice, diversamente inebriato dalla contrazion di materia, e da diversi organi armato, appaiono exercizii de diverso mgegno, e pendeno execuzioni diverse. Quindi possete capire esser possibile, che molti animali possono aver più ingegno e molto maggior  lume d'intelletto che l'uomo – VERY INTELLIGENT PIROT, GRICE --, come non è burla quel che proferì Mosè del serpe, che nomina sapientissimo tra tutte l'altre bestie della terra, escluso il parrot. Onorio. Or essendo io, come ho già detto, nella region celeste in titolo di cavallo Pegaseo, mi è avvenuto per ordine del fato, che pella conversione alle cose inferiori, causa di certo  affetto, ch'io indi venevo ad acquistare, la qual molto bene vien descritta dal platonico Plotino, come inebriato di nettare, venia bandito ad esser or un filosofo or un poeta, or un pedante, lasciando la mia imagine in cielo; alla cui sedia a tempi delle trasmigrazioni ritornavo, riportandovi la memoria delle specie, le quali nell'abitazion corporale avevo acquistate; e quelle medesime, come  in una biblioteca, lasciavo là, quando accade ch'io dovesse ritornar a qualch'altra terrestre abitazione. Delle quali specie memorabili l’ultime son quelle, ch'ho cominciate a imbibire a tempo della vita de Filippo macedone, dopo che fui ingenerato dal seme de Nicomaco, come si crede. Qua, appresso esser stato discepolo d'Aristarco, Platone ed altri, è promosso col favor di mio padre,  ch'è consegliero di Filippo, ad esser pedante d'Alexandro Magno; sotto il quale, benché erudito molto bene nelle umanistiche scienze, nelle quali ero più illustre che tutti li miei predecessori, entrai m presunzione d'esser filosofo naturale, come è ordinario nelli pedanti d'esser sempre temerarii e presuntuosi; come Austin e Hare e con Cabala, Dialogo secondo ciò, per esser estinta la  cognizione della filosofìa, morto Socrate, bandito Platone, e altri in altre maniere dispersi, rimasi io solo lusco intra gli ciechi; e facilmente possevi aver riputazion non sol di retorico, politico, logico, ma ancora de filosofo. Cossi, malamente e scioccamente riportando l’opinioni degl’antiqui, e de maniera tal sconcia, che né manco gli fanciulli e l’insensate vecchie parlarebono e  intenderebono come io introduco quelli galantuomini intendere e parlare, mi venni ad intrudere come riformator di quella disciplina, della quale io non avevo notizia alcuna. Mi dissi principe de'peripatetici; insegnai in Atene nel sottoportico Liceo LICEO LIZIO dove, secondo il lume, e per dir il vero, secondo le tenebre, che regnano in me, intesi e insegnai perversamente circa la natura de li principii e sustanza delle cose, delirai più che ristessa delirazione circa l'essenza dell'anima, nulla possevi comprendere per dritto circa la natura del moto e dell'universo; e, in conclusione, son fatto quello, per cui la scienza naturale e divina è stinta nel bassissimo della ruota, come in tempo degli Caldei e Pitagorici è stata in exaltazione. Seb. Ma pur ti veggiamo esser stato tanto  tempo in admirazion  del  mondo; e tra l'altre maraviglie è trovato un certo Arabo, ch'ha detto la natura nella tua produzione aver fatto l'ultimo sforzo, per manifestar quanto più terso, puro, alto e verace ingegno potesse stampare; e generalmente sei detto demonio della natura. Onor. Non sarebbono gl’ignoranti se non fusse la fede; e se non la fusse, non sarebbono le vicissitudini delle scienze e virtudi, bestialitadi ed inerzie, e altre succedenze de contrarie impressioni, come son della notte e il giorno, del fervor dell'estate e rigor dell'inverno.  Seb. Or, per venire a quel ch'appartiene alla notizia dell'anima, mettendo per ora gl’altri propositi da canto, ho letti e considerati que'tuoi tre libri, nelli quali parli più balbamente, che possi mai d’altro balbo essere inteso; come ben ti puoi accorgere di tanti diversi pareri ed estravaganti intenzioni e questionarii, massime circa il dislac- Aristotele - asino e i suoi seguaci  dar e disimbrogliar quel che ti vogli dire in que confusi e leggieri propositi, gli quali, se pur ascondono qualche cosa, non può esser altro che pedantesca o peripatetica levitade. Onor. Non è maraviglia, fratello; atteso che non può in conto alcuno essere che essi loro possano apprendere il mio intelletto circa quelle cose, nelle quali io non ebbi intelletto; o che vagliano trovar construtto o argumento circa quel ch'io vi voglia dire, se io medesimo non sapevo quel che mi volesse dire. Qual differenza credete voi essere tra costoro e quei, che cercano le corna del gatto, e gambe dell'anguilla? Nulla, certo. Della qual cosa precavendo ch'altri non s'accorgesse, ed io con ciò venesse ad perdere la riputazion di protosofosso, volsi far de maniera, che chiunque mi studiasse nella naturai filosofia, nella qual fui e mi sentivi a fatto ignorantissimo, per inconveniente o confusion che vi scorgesse, se non avea qualche lume d'ingegno, dovesse pensare e credere ciò non essere la mia intenzion profonda, ma più tosto quel tanto, che lui, secondo la sua capacità, posseva dagli miei sensi superficialmente comprendere. Laonde feci che venesse publicata quella Lettera ad Alexandro, dove protestavo gli libri fisicali esser messi in luce, come non messi in luce. Seb. e per tanto voi mi parete aver isgravata la vostra conscienza; ed hanno torto questi tanti asinoni a disporsi di lamentarsi di voi nel giorno del giudicio, come di quel che l'hai ingannati e sedutti, e con sofistici apparati divertiti dal camino di qualche veritade, che per altri principii e metodi arrebono possuta racquistarsi. Tu l'hai pure insegnato quel tanto ch'a diritto doveano pensare: che se tu hai publicato, come non publicato, essi, dopo averti letto, denno pensare di non averti letto, come tu avevi cossi scritto, come non avessi scritto: talmente quei cotali, ch'insegnano la tua dottrina, non altrimente denno essere ascoltati, che un che parla, come non parlasse. E finalmente né a voi deve più essere atteso che come ad un che raggiona e getta  sentenza di quel che mai intese. Onor. Slamo dovenutl a tale ch'ogni satiro, fauno, malenconico, embreaco e Infetto d'atra bile. In contar sogni e  dir de pappolate senza construzione e senso alcuno – HEIDEGER DAS NICHTS NICHTET GRICE , ne vogliono render suspetti de profezia grande, de recondito misterio, de alti secreti e arcani divini, da risuscitar morti, da pietre filosofali, ed altre poltronarie da donar volta a quei ch'han poco cervello, a farli dovenir al tutto pazzi con giocarsi il tempo, l'intelletto, la fama e la robba, e spendere sì misera e ignobilmente il corso di sua vita.  Seb. La intese bene un certo mio amico; il quale, avendo non so se un certo libro de profeta enigmatico, o d'altro, dopo avervisi su lambiccato alquanto dell'umor del capo con una grazia e bella leggiadria anda e gittarlo nel cesso, dicendogli: Fratello, tu non vuoi esser inteso; IO non ti voglio intendere; e soggiunse, ch'anda con cento diavoli, e lo lascia star con fatti suoi in pace. Onor. E quel ch'è degno di compassione e riso è, che su questi editi libelli e trattati pecoreschi vedi dovenir attonito Silvio, Ortensio melanconico, smagrito Serafino, impallidito Cammaroto, invecchiato Ambruogio, impazzito Giorgio, abstratto Reginaldo, gonfio Bonifacio; ed il molto reverendo Don Cocchiarone pien d' infinita e nobil maraviglia, sen va pel largo della sua sala, dove, rimosso dal rude ed ignobil volgo, se la spasseggia; e rimanendo or quinci, or quindi della litteraria sua toga  e fimbrie, rimanendo or questo, or quell'altro piede, rigettando or vers'il destro, or vers'il sinistro fianco il petto, col texto commento sotto l'ascella, e con gesto di voler buttar quel pulce ch'ha tra le due prime dita, in terra, colla rugata fronte cogitabondo, con erte ciglia ed occhi arrotondati, in gesto d'un uomo fortamente maravigliato, conchiudendola con un grave ed enfatico susplro, fa pervenir all'orecchio de'clrconstanti questa sentenza: Huc usque ahi philosophi non pervenerunt. Se si trova in proposito di lezion di qualche libro composto da qualche energumeno o inspirato, dove non è espresso e donde non si può premere più sentimento, che possa  V.  Aristotele asino e i suoi seguaci ritrovarsi in un spirito cavallino; allora, per mostrar d’aver dato sul chiodo, exclama: O magnum mysteriuml Seb. Ma vorrei saper da Saulino che magnifica tanto l'asmitade, quanto non può esser magnificata la scienza e speculazione, dottrina e disciplina alcuna se l'asinitade può aver luogo in altri che negl’asini; come è dire, se alcuno da quel che non era asino, possa doventar asino per dottrina e disciplina. Perchè bisogna che di questi quel che insegna, o quel che è insegnato, o cossi l'uno come l'altro, o né l'uno né l'altro, siano asini. Dico, se sarà asino quello solo che insegna, o quel solo ch'è insegnato, o né quello né questo, o questo e quello insieme. Perchè qua col medesimo ordine si può vedere, che in nessun modo si  possa inasinire. Dunque, dell'asinitade non può essere apprension alcuna, come non è d’arti e de scienze. Onor. Di questo ne raggionaremo a tavola dopo cena. Andiamo, dunque, ch'è ora. Cor. Propere eamus. L'Asino. Or perchè derrò lo abusar dell'alto, raro e  elegrino tuo dono, o folgorante Giove? Perchè tanto talento, porgiutoml da te, che con sì partlcular occhio me miraste {indicante fato), sotto la nera e  tenebrosa terra d'un ingratissimo silenzio terrò sepolto? Suffnrò più a lungo l'esser sollecitato a dire, per non far uscir dalla  mia bocca quell'estraordinario ribombo, che la largita tua, in questo confusissimo secolo, nell'interno mio spirito, perchè si produce fuora, ha seminato? Aprisi, aprisi, dunque, colla chiave dell'occasione l'asinin palato, sciolgasi pell'industria  del supposito la  lingua, raccolgansi per mano dell'attenzione, drizzata dal braccio dell'intenzione, i frutti degl’arbori e fiori dell'efbe, che sono nel giardino dell'asinina memoria. Micco. O portento insolito, o prodigio stupendo, o maraviglia incredibile, o miracoloso successo! Avertano gli dii qualche sciagura! Parla l'asino P l'asino parla? O Muse, o Apolline, o Ercule, da cotal testa  esceno voci articulate? Taci, Micco, forse t'inganni; forse sotto questa pelle qualch'uomo stassi mascherato, per burlarsi di noi. Asino. Pensa pur. Micco, ch'io non sia sofìstico, ma che son naturalissimo asino, che parlo; e cossi mi ricordo aver avuti altre volte umani, come ora mi vedi aver bestiali membri. Micco. Appresso, o demonio incarnato, dimandarotti chi, quale e come sei. Per ora, e pella prima, vorrei  saper che cosa dimandi da qua? che augurio ne ameni? qual ordine porti dagli Dei? a che si termina questa scena? a qual fine hai messi gli piedi a partitamente mostrarti vocale in questo nostro sottoportico? Asino. Pella prima voglio che sappi, ch'io cerco d’esser membro e dichiararmi dottore di qualche colleggio o academia, perchè la mia sufficienza sia autenticata, a fin che non siano attesi gli miei concetti, e ponderate le mie parole, e riputata la mia dottrina con minor fede, che Micco. O Giove! è possibile, che ab aeterno abbi gìamai registrato un fatto, un successo, un caso simile a questo? Asino. Lascia le maraviglie per ora; e rispondetemi presto, o tu, o uno de questi altri, che attoniti concorreno ad ascoltarmi.O togati, annulati,  pileati, didascali, archididascali e della sapienza eroi e semidei: volete, piacevi, ewi a core d'accettar nel vostro consorzio, società, contubernio, e sotto la banda e vessillo della vostra communione questo asino, che vedete e udite? Perchè di voi, altri ridendo si maravigliano, altri maravigliando si ridono, altri attoniti, che son la maggior parte, si mordeno le labbia, e nessun risponde? Micco. Vedi che per stupore non parlano, e tutti con esser volti a me mi FAN SEGNO – SIGNI-FICARE -- ch'io ti risponda; al qual, come presidente, ancora tocca di donarti risoluzione, e da cui, come da tutti, devi aspettar l'ispedizione. Asino. Che academia è questa che tien scritto sopra la porta: Lineam ne pertransito?  Micco. La è una  cuola de Pitagorici. Asino. Potravisi entrare? Micco. Per academico non senza difficili e molte condizioni. Asino. Or quali son queste condizioni? Micco. Son pur assai. Asino. Quali, dimandai, non quante. Micco. Ti rispondo al meglio, riportando le principali. Prima, che, offrendosi alcuno per essere ricevuto. avante che sia accettato, debba esser squadrato nella dlsposlzlon del corpo, fisionomia ed ingegno, pella  gran consequenza  relativa che conoscemo aver il corpo dall'anima e coll'anima.  Asino. Ab love principium, Musae, s'egli si vuol maritare. Micco. Secondo, ricevuto ch'egli è,  se gli dona termine di tempo, che non è men che di doi anni, nel quale deve tacere, e non gli è lecito d'ardire in punto alcuno de dimandar, anco di cose non intese, non sol che di disputare e exarninar propositi, e in quel tempo si  chiama acustico. Terzo, passato questo tempo, gli è lecito di parlare, dimandare, scrivere le cose udite, ed esplicar le proprie opinioni; e in questo mentre s’appella matematico, o caldeo. Quarto, informato di cose simili, e ornato di que'studii, si volta alla considerazion dell'opre del mondo e principii della natura: e qua ferma il passo, chiamandosi fisico. Asino. Non procede oltre?  Micco. Più che fisico non può essere: perchè delle cosa sopranaturali non si possono aver raggioni, eccetto in quanto riluceno nelle cose naturali; perciochè non accade ad altro intelletto che al purgato e superiore di considerarle in sé. Asino. Non si trova appo voi metafisica?  Micco. No; e quello che gl’altri vantano per metafisica, non è altro che parte di logica. Ma lasciamo questo, che non  fa al proposito. Tali, in conclusione, son le condizioni e regole di nostra academia. Asino. Queste?  Micco. Messer sì. Asino. O scola onorata, studio egregio, setta formosa, collegio venerando, gimnasio clarissimo, ludo invitto, e academia tra le principali principalissima! L asino errante, come sitibondo cervio, a voi, come a limpidissime e freschissime acqui; l'asino umile e supplicante,  a voi, benignissimi ricettatori de'peregrini, s'appresenta, bramoso d'essere nel consorzio vostro  ascritto.  Micco. Nel consorzio nostro? Asino. Sì, sì, signor sì, nel consorzio vostro.  Micco. Va per quell'altra porta, messere, perchè da questa son banditi gl’asini. Asino. Dimmi, fratello, per qual porta entrasti tu?  Micco. Può far il cielo che gl’asini parlino, ma non già ch’entrino in scola  pitagorica.  Asino. Non esser cossi fiero, o Micco, e ricordati, ch'il tuo Pitagora insegna di non spreggiar cosa che si trova nel seno della natura. Benché io sono in forma d'asino al presente, posso esser stato e posso esser appresso in forma di grand'uomo; e benché tu sia un uomo, puoi esser stato e potrai esser appresso un grand'asino, secondo che parrà ispediente al dispensator degli  abiti e luoghi e disponitor dell'anime transmigranti. Micco. Dimmi, fratello, hai intesi gli capitoli e condizioni dell'academia?  Asino. Molto bene. Micco. Hai discorso sopra l'esser tuo, se per qualche tuo difetto ti possa essere impedita l'entrata? Asino. Assai a mio giudicio. Micco. Or fatevi intendere. Asino. La principal condizione, che m'ha fatto dubitare, é stata la prima. £ pur vero  che non ho quella indole, quelle carni mollecine, quella pelle delicata, tersa e gentile, le quali tegnono li fìsionotomisti, attissime alla recepzion della dottrina; perchè la durezza di quelle ripugna all'agilità dell'intelletto. Ma sopra tal condizione mi par che debba posser dispensar il principe; perchè non deve far rimaner fuori uno, quando molte altre parzialitadi suppliscono a tal difetto,  come la sincerità de’costumi, la prontezza dell'ingegno, l'efficacia dell'intelligenza, e altre condizioni compagne, sorelle e figlie di queste. Lascio, che non si deve aver per universale che l'anime sieguano la complesslon del corpo; perchè può esser, che qualche più efficace spiritual principio possa vincere e superar l'oltraggio, che dalla crassezza o altra indisposizion di quello gli vegna  fatto. Al qual proposito v'apporto l'esempio de Socrate, giudicato dal fisognomico Zopiro per uomo stemprato, stupido, bardo, effeminato, namoraticcio de putti e incostante; il che tutto venne conceduto dal filosofo, ma non già, che l'atto de tali inclinazioni si consumasse: stante ch'egli venia temprato dal continuo studio della filosofia, che gli avea pòrto in mano il fermo temone contra  l'empito dell'onde de naturali indisposizioni, essendo che non è cosa, che pello studio non si vinca. Quanto poi all'altra parte principale fisiognomica, che consista non nella complession di temperamenti, ma nell'armonica proporzion de membri, vi notifico non esser possibile de ritrovar in me defetto alcuno, quando sarà ben giudicato. Sapete ch'il porco non deve esser bel cavallo, né  l'asino bell'uomo; ma l'asino bell'asino, il porco bel porco, l'uomo bell'uomo. Che se, straportando il giudicio, il cavallo non par bello al porco, né il porco par bello al cavallo; se a l'uomo non par bello l'asino, e l'uomo non s'innamora de l'asino, né per opposito all'asino par bello  l'uomo, e l'asmo non s'mnamora dell'uomo. Micco. Sin al presente costui mostra di saper assai assai. Seguita,  messer Asino, e fa pur gagliarde le tue raggioni quanto ti piace; perché  iVe Fonde solchi e ne Farena semini, e il vago vento speri in rete accogliere, E le speranze fondi in cuor di femine,  se speri, che dagli signori academici di questa o altra setta ti possa o debbia esser concessa l'entrata. Ma, se sei dotto, contentati di rimanerti con la tua dottrina solo. Asino. O insensati, credete ch'io  dica le mie raggioni a voi, a ciò che me le facciate valide? Credete eh io abbia fatto questo per altro fine, che per accusarvi, e rendervi inexcusabili avanti a Giove? Giove con avermi fatto dotto mi  fé dottore. Aspettavo ben io, che dal bel giudicio della vostra sufficienza venesse sputata questa sentenz. Non é convenevole, che gl’asini entrino in Academia insieme con noi altri uomini. Questo, se  studioso di qualsivoglia altra setta lo può dire, non può essere raggionevolmente detto da voi altri pitagorici, che con questo, che negate a me l'entrata, struggete gli principii, fondamenti e corpo della vostra filosofia. Or che differenza trovate voi tra noi asini e voi altri uomini, non giudicando le cosa dalla superficie, volto ed apparenza? Oltre di ciò dite, giudici inetti: quanti di voi errano nell'academia degl’asini? quanti imparano nell'academia degl’asini? quanti fanno profitto nell'academia degl’asini? quanti s'addottorano, marciscono e muoiono nell'academia degl’asini? quanti son preferiti, inalzati, magnificati, canonizati, glorificati e deificati nell'academia degl’asini? che se non fussero stati e non fussero asini, non so, non so come la cosa sarrebbe  passata e passarebbe per essi loro. Non son tanti studii onoratissimi e splendidissimi, dove si dona lezione di saper inasinire, per aver non solo il bene della vita temporale, ma e dell'eterna ancora? Dite, a quante e quali facultadi ed onori s'entra pella porta dell'asinitade? Dite, quanti son impediti, exclusi, rigettati e messi in vituperio, per non esser partecipi dell'asinina facultade e perfezione? Or perchè non sarà lecito, ch'alcuno degl’asini, o pur almeno uno degl’asini entri nell'academia degl’uomini? Perchè non debbo esser accettato con aver la maggior parte delle voci e voti in favore in qualsivoglia academia, essendo che, se non tutti, almeno la maggior e massima parte è scritta e scolpita nell'academia tanto universale de noi altri? Or se siamo sì larghi ed effusi noi asini in ricever tutti, perchè dovete voi esser tanto restivi ad accettare un de noi altri al meno? Micco. Maggior difficultà si fa in cose piìi degne e importanti: e non si fa tanto caso, e non s'aprono tanto gl’occhi in cose di poco momento. Però, senza ripugnanza e molto scrupolo di coscienza, si ricevon tutti nell'academia degl’asini, e non deve esser così nell'academia degl’uomini.   Asino. Ma, o messere, sappime dire e resolvimi un poco, qua! cosa delle due è più degna, che un uomo inasinisca, o ch’un asino inumanisca? Ma, ecco in veritade il mio Cillenio: il conosco pel caduceo e l'ali. Ben venga il vago aligero, nuncio di Giove, fido interprete della voluntà de tutti gli dei, largo donator delle scienze, addirizzator dell'arti, continuo oracolo de'matematici, computista mirabile, elegante dicitore, bel volto, leggiadra apparenza, facondo aspetto,  personaggio grazioso, uomo tra gl’uomini, tra le donne donna, desgraziato tra'desgraziati, tra'beati beato, fra tutti tutto; che godi con chi gode, con chi piange piangi; però per tutto vai e stai, sei ben visto e accettato. Che cosa de buono apporti?  Merc. Perchè, Asino, fai conto di chiamarti ed essere academico, io, come quel, che t'ho donati altri doni e grazie, al presente ancora con  plenaria autorità t’ordino, constituisco e confermo accademico  e dommatico generale, acciò che possi entrar e abitar per tutto, senza ch'alcuno ti possa tener porta o dar qualsivoglia sorte d'oltraggio o impedimento, quibuscumque in oppositwn non ohstantibus. Entra, dunque, dove ti pare e piace. Né vogliamo, che sii ubligato per il capitolo del silenzio biennale, che SI trova nell'ordine  pitagorico, e qualsivogli 'altre leggi ordinane: perchè, novis intervenientibus causis, novae condendae sunt leges, proque ipsis condita non intelliguntur iura: interimque ad optimi iudicium iudicis referenda est sententia, cuius intersit iuxta necessarium atqiie commodum providere. Parla, dunque, tra gl’acustici; considera e contempla tra'matematici; discuti, dimanda, insegna, dechiara e determina tra'fisici; trovati con tutti, discorri con tutti, affratellati, unisciti, identificati con tutti, domina a tutti, sii  tutto. Asino. Avetel'inteso? Micco. Non siamo sordi. DALLE TENEBRE ALLA LUCE  Elitropio. Qual rei nelle tenebre avezzi, che, liberati dal fondo di qualche oscura torre, escono alla luce, molti degl’esercitati nella volgar filosofia ed altri paventaranno, adn aranno, e,  non possendo soffrire il nuovo sole de' t; i chiari concetti, si turbaranno. FlLOTEO. Il  dift' o non è di luce, ma di lumi: quanto m sé sarà più b lo e piìj eccellente il sole: tanto sarà a'delle notturne strige odioso e discaro di vantaggio. Eli. L’impresa che hai tolta, o Filoteo, è difficile, rara e singulare, mentre dal cieco cibisso vuoi cacciarne e amenarne al discoperto, tranquillo e sereno  aspetto delle stelle, che con sì bella varietade veggiamo disseminate pel ceruleo manto del cielo. Benché agli uomini soli l'aitatrice mano di tuo pietoso zelo soccorra, non saran però meno vani gl’effetti d’ingrati verso di te, che varii son gl’animali che la benigna terra genera e nodrisce nel suo materno e capace seno; se gli é vero che la specie umana, particularmente negl'individui suoi, mostra de tutte l'altre la varietade per esser in ciascuno più espressamente il tutto, che in quelli d'altre specie. Onde vedransi questi, che, qual'appannata talpa, non sì tosto sentiranno l'aria discoperto, che di bel nuovo, risfossicando la terra, tentaranno agli nativi oscuri penetrali. Quelli, Della Causa, Principio ed Uno. Dialogo  Interlocutori sono; Elitropio, Filoteo, Armesso. Bruno, In tristitia hilaris, etc. qua! notturni uccelli, non sì tosto arran veduta spuntar dal lucido oriente la vermiglia ambasciatrice del sole, che dall’imbecillità degl’occhi suol verranno invitati alla caliginosa ntretta. Gl’animanti tutti, banditi dallo aspetto delle lampadi celesti e destinati all'eterne gabbie, bolge ed antri di Plutone, dal spaventoso ed erlnnico corno d'Alecto richiamati, apriran l'ali, e  drizzaranno il veloce corso alle lor stanze. Ma gl’animanti nati per vedere il sole, gionti al termine dell'odiosa notte, ringraziando la benignità del cielo, e disponendosi a ricever nel centro del globoso cristallo degl’occhi suoi gli tanto bramati e aspettati rai, con dlsutato applauso di cuore, di voce e di mano adoraranno l'oriente; dal cui dorato balco, avendo cacciati gli focosi destrieri il vago Titane, rotto il sonnacchioso silenzio dell'umida notte, raggionano gl’uomini, belaranno gli facili, inermi e semplici lanuti greggi, gli cornuti armenti sotto la cura de'ruvidi bifolchi muggiranno. Gli cavalli di Sileno, perchè di nuovo in favor degli smarriti dei, possano dar spavento ai più de lor stupidi gigantoni, ragghiaranno; versandosi nel suo limoso letto, con importun gruito ne assordiranno gli sannuti ciacchi. Le tigri, gli’orsi, gli leoni, i lupi e le fallaci golpi, cacciando da sue spelunche il capo, dalle deserte alture contemplando il piano campo della caccia, mandaranno dal ferino petto i lor grunniti, ricti, bruiti, fremiti, ruggiti ed orli. Ne l'aria e sulle frondi di ramose piante, gli galli, le aquile, li pavoni, le grue, le tortore, i merli, i passari, i rosignoli, le cornacchie, le piche, gli corvi, gli cuculi e le cicade non sarran negligenti di replicar e radoppiar gli suoi garriti  strepitosi. Dal liquido e instabile campo ancora, li bianchi cigni, le molticolorate anitre, gli solleciti merghi, gli paludosi bruzii, l’oche rauche, le querulose rane ne toccaranno l'orecchie col suo rumore, di sorte ch'il caldo lume di questo sole, diffuso all'aria di questo più  fortunato emisfero, verrà accompagnato, salutato e forse molestato da tante e tali diversitadi de voci, quanti e quali son spirti che dal profondo di proprii petti le caccian fuori. FlL. Non solo è ordinarlo, ma anco naturale e necessario che ogni animale fa la sua voce; e non è possibile che le bestie formino regolati accenti ed ARTICULATI suoni come gl’uomini, come contrarie le complessioni, diversi i gusti, varil gli nutrimenti. Armesso. Di grazia, concedetemi libertà di dir la parte mia ancora; non circa la luce, ma circa alcune circustanze, pelle quali non tanto si suol consolare il senso, quanto molestar il sentimento di chi vede e considera; perchè, per vostra pace e vostra quiete, la quale con fraterna caritade vi desio, non vorrei che di questi vostri discorsi vegnan formate comedie, tragedie, lamenti, dialoghi, o come vogliam dire, simili a quelli che poco tempo fa, per esserno essi usciti in campo a spasso, v’hanno forzato di starvi rinchiusi e retirati in casa.  FlL. Dite liberamente. Arm. Io non parlo come santo  profeta, come astratto divino, come assumpto apocaliptico, né quale angelicata asina di Balaamo; non raggiono come inspirato da Bacco, né gonfiato di vento dalle puttane muse di Parnaso o come una Sibilla impregnata da Febo, o come una fatidica Cassandra, né qual ingombrato dalle unghie de'piedi sin alla cima di capegli dell'entusiasmo apollinesco, né qual vate illuminato nell'oraculo o delfico tripode, né come Edipo esquisito contra gli nodi della Sfinge, né come un Salomone inver gl’enigmi della regina Sabba, né qual Calcante, interprete dell’olimpico senato, né come un inspiritato Merlino, o come uscito dall'antro di Trofonio. Ma parlare pell'ordinano e per volgare, come uomo che ho avuto altro pensiero che d'andarmi lambiccando il succhio della grande e picciola nuca, con farmi al fine rimanere in secco la dura e pia madre; come uomo, dico, che non ho altro cervello ch'il mio; a cui manco gli dei dell'ultima cotta e da tinello nella corte celestiale, quei dico che non beveno ambrosia, né gustan nettare, ma si vi tolgon la sete col basso delle botte e vini rinversati, se non voglion far stima de linfe e ninfe, quei, dico, che sogliono essere più domestici, familiari e CONVERSABILI con noi, come è dire né il dio Bacco, né quel imbreaco cavalcator del'asino, né Pane, né Vertunno, né Fauno, né Priapo, si degnano cacciarmene una pagliusca di più e di vantaggio dentro, quantunque sogliano far copia de'fatti lor sin ai cavalli. Eli. Troppo lungo proemio. Arm. Pacienza, che la conclusione è breve. Voglio dir brevemente che vi farò udir paroli, che non bisogna disciferarle come poste in distillazione, passate per lambicco, digente dal bagno di maria, e subblimate in recipe di quinta essenza; ma tale quali m'insaccò nel capo la nutriccia, la quale era quasi tanto cotennuta, pettoruta, ventruta, fiancuta e naticuta, quanto può essere quella Londriota, che viddi a Westmester; la quale, per iscalda  É  toio del stomaco, ha un paio di tettazze, che paiono gli borzacchini del gigante san Sparagorio, e che, concie in cuoio, varrebono sicuramente a far due pive ferrarese. Eli.e questo potrebbe bastare per un proemio. vili. LA CENA  FILOSOFICA Armesso. Or su, per venire al resto, vorrei intendere da voi, lasciando un poco da canto le voci e le lingue a proposito del lume e splendor, che possa apportar la vostra filosofìa) con che voci volete che sia salutato particolarmente da noi quel lustro di dottrina, che esce dal libro dela  Cena delle ceneri? Quali animali son quelli, che hanno recitata la Cena delle ceneri?  Dimando, se sono acquatici, o aerei, o terrestri, o lunatici? E lasciando da canto gli propositi di Smitho, Prudenzio e Frulla, desidero di sapere, se fallano coloro che dicono, che tu fai la voce di un cane rabbioso e infuriato, oltre che tal volta fai la simia, tal volta il lupo, tal volta la pica, tal volta il  papagallo parrot pirot Grice, tal volta un animale, tal volta un altro, meschiando propositi gravi e seriosi, morali e naturali, ignobili e nobili, filosofici e comici?  FlLOTEO. Non vi maravigliate, fratello, perchè questa non fu altro ch'una cena dove gli cervelli vegnono governati dagl’affetti, quali gli vegnon porgiuti dall'efficacia di sapori e fumi delle bevande e cibi. Qual dunque può  essere la cena materiale e corporale, tale conseguentemente succede la verbale e spirituale; cossi dunque questa DIALOGALE ha le sue parti varie e diverse, qual varie e diverse quell'altra suole aver le sue; non altnmente questa ha le proprie condizioni, circonstanze e mezzi, che come le proprie potrebbe aver quella. Arm. Di grazia, fate ch'io vi intenda. FlL. Ivi, come è l'ordinario e il dovero, soglion trovarsi cose d’insalata, da pasto; da frutti, d’ordinarlo; da cocina, da spedarla; da sani, d’amalatl; di freddo, di caldo; di crudo, di cotto; di’acquatico, di terrestre; di domestico, di salvatico; di rosto, di lesso; di maturo, d’acerbo; e cose da nutrimento solo e da gusto, sustanziose e leggieri, salse e insipide, agreste e dolci, amare e suavi. Cossi quivi, per certa conseguenza, vi sono apparse le sue contrarietadi e diversitadi, accomodate a contrarie  e diversi stomachi e gusti, a'quali può piacere di farsi presenti al nostro tipico simposio, a fine che non sia  chi si lamente d’esservi gionto in vano, e a chi non piace di questo, prenda di quell'altro. Arm. e vero; ma che dirai, s’oltre nel vostro convito, ne la vostra cena appariranno cose, che non son buone ne per  insalata, né pe pasto; né per frutti, né per ordinario; né fredde, né calde; né crude, né cotte, né vagliano pell'appetito, né per fame; non son buone per sani, né per ammalati; e conviene che non escano da mani di cuoco né di speciale?  FlL. Vedrai che né in questo la nostre cena é dissimile a qualunqu'altra esser possa. Come dunque là, nel più bel del mangiare, o ti scotta qualche troppo  caldo boccone; di maniera che bisogna cacciarlo de bel nuovo fuora, o piangendo e lagnmando mandarlo vagheggiando pel palato, sin tanto che se gli possa donar quella maFadetta spinta perl gargazzuolo al basso; o vero ti si stupefa qualche dente; o te s'intercepe la lingua, che viene ad esser morduta conl pane; o qualche lapillo te si viene a rompere e incalcinarsi tra gli denti per farti  regittar tutto il boccone; o qualche pelo o capello del cuoco ti s'inveschia nel palato, per farti presso che vomire; o te s'arresta qualche aresta di pesce nella canna, a farti suavemente tussire; o qualche ossetto te s'attraversa nella gola, permetterti in pericolo di suffocare; cossi nella nostra cena, per nostra e comun disgrazia, vi si son  trovate cose corrispondenti e proporzionali a quelle. Il che tutto avviene pel peccato dell'antico protoplaste Adamo, per cui la perversa natura umana é condannata ad aver sempre i disgusti gionti ai gusti.  Arm. Pia e santamente. LODE DEL NOLANO e  Teofilo Or che dirò lo del Nolano?  Forse, per essermi tanto prossimo, quanto io medesmo a me stesso, non mi converrà lodarlo? Certamente, uomo raggionevole non sarà che mi riprenda  in ciò, atteso che questo talvolta non solamente conviene, ma è anco necessario, come bene espresse quel terso e colto Tansillo: BencKad un uom, che preggio ed onor brama, Di sé stesso parlar molto sconvegna. Perchè la lingua, ov'il cor teme ed ama. Non è nel suo parlar di fede degna; L'esser altrui precon della sua fama Pur qualche volta par che si convegno. Quando vien a parlar  per un di dui: Per fuggir hiasmo, o per giovar altrui.  Pure, se sarà un tanto supercilioso, che non voglia a proposito alcuno patir la lode propria, o come propria, sappia, che quella talvolta non si può dividere da sui presenti e riportati effetti. Gli Tifi han ritrovato il modo di perturbar la pace altrui, violar i patrii genii delle reggioni, di confondere quel che la provi da natura distinse, pel  commerzio radoppiar i difetti, e gionger vizii a vizii dell'una e l'altra generazione, con violenza propagar nove follie, e piantar l'inaudite pazzie ove non sono, conchludendosi al fin più saggio quel che più forte; mostrar novi studi, instrumenti  ed arte di tirannizar e asassmar l'un l'altro; per mercè de quai gesti tempo verrà, che, avendono quelli a sue male spese imparato per forza della  vicissitudme delle cose, sapranno e potranno renderci simili e peggior frutti de sì perniziose invenzioni.. Il Nolano, per caggionar effetti al tutto contrarli, ha disciolto l'animo umano e la cognizione, ch'era rinchiusa ne Partissimo carcere dell'aria turbulento; onde a pena, come per certi buchi, avea facultà de remirar le lontanissime stelle; e gl’erano mozze l'ali, a fin che non volasse ad  aprir il velame di queste nuvole, e veder quello, che veramente là su si ritrovasse, e liberarse dalle chimere di quei, che, essendo usciti dal fango e caverne della terra quasi Mercuri ed Appollini discesi dal cielo, con moltiforme impostura han ripieno il mondo tutto d'infinite pazzie, bestialità e vizii, come di tante vertù, divinità e discipline, smorzando quel lume, che rendea divini ed  eroici gl’animi di nostri antichi padri, approvando e confirmando le tenebre caliginose de'sofisti ed asini. Pel che già tanto tempo l'umana raggione oppressa, talvolta nel suo lucido intervallo piangendo la sua sì bassa condizione, alla divina e provida mente, che sempre nell'interno orecchio li susurra, si rivolge con simili accenti: Chi salirà per me, madonna, in cielo, A riportarne il mio  perduto ingegno?  Or ecco quello, ch'ha varcato l'aria, penetrato il cielo, discorse le stelle, trapassati gli margini del mondo, fatte svanir le fantastiche muraglia delle prime, ottave, none, decime ed altre, che vi s'avesser potuto aggiongere, sfere, per relazione de vani matematici e cieco veder di filosofi volgari; cossi al cospetto d'ogni senso e raggione, colla chiave di solertissima  inquisizione  aperti que'chiostri della verità, che da noi aprir si posseano, nudata la ricoperta e velata natura, ha donati gl’occhi a le talpe, illuminati ì ciechi, che non possean fissar gl’occhi e mirar l'imagin sua in tanti specchi, che d’ogni lato gh s'opponeno;  sciolta la lingua a'muti, che non sapeano e non ardivano esplicar gl'intricati sentimenti; nsaldati i zoppi, che non valean far quel  progresso col spirto, che non può far l'ignobile e dissolubile composto;  le rende non men presenti, che se fussero proprii abitatori del sole, della luna ed altri nomati astri; dimostra, quanto siino simili o dissimili, maggiori o peggiori quei corpi, che veggiamo lon-tano a quello, che n'è appresso, ed a cui siamo uniti; e n'apre gl’occhi a veder questo nume, questa nostra madre, che nel suo  dorso ne alimenta e ne  nutrisce, dopo averne produtti dal suo grembo al qual di nuovo sempre ne riaccoglie, e non pensar oltre, lei essere un corpo senz’alma e vita, ed anche feccia tra le sustanze corporali. A questo modo sappiamo, che, si noi fussimo nella luna o in altre stelle, non sarreimo in loco molto dissimile a questo, e forse in peggiore; come possono esser altri corpi cossi  buoni, e anco megliori per sé stessi, e pella maggior felicità de proprii animali. Cossi conoscemo tante stelle, tanti astri, tanti numi, che son quelle tante centenaia de migliaia, ch'assistono al ministerio e contemplazione del primo, universale, infinito ed eterno efficiente. Non è più impriggionata la nostra raggione coi ceppi de'fantastici mobili e motori otto, nove e diece. Conoscemo,  che non è ch'un cielo, una eterea reggione immensa, dove questi magnifici lumi serbano le proprie distanze, per comodità della participazione della perpetua vita. Questi fiammeggianti corpi son que'ambasciatori ch’annunziano l'eccellenza della gloria e maestà de Dio. Cossi siamo promossi a scuoprire l'infinito effetto dell'infinita causa, il vero e vivo vestigio dell'infinito vigore; e  abbiamo dottrina di non cercare la divinità rimossa da noi, se l'abbiamo appresso, anzi di dentro, più che noi medesmi siamo dentro a noi; non meno che gli coltori degli altri mondi non la denno cercare appresso di noi, l'avendo appresso e dentro di se, atteso che non più la luna è cielo a noi, che noi alla luna. Cossi si può tirar a certo meglior proposito quel che disse il Tansillo quasi  per certo gioco: Se non togliete il ben, che ve da presso Come torrete quel, che ve lontano? Spreggiar il vostro mi par fallo espresso, E bramar quel, che sta ne l'altrui mano. Voi sete quel,  cK ahandonò se stesso. La sua sembianza desiando in vano: Voi sete il veltro, che nel rio trabocca. Mentre F ombra desia di quel ch'ha in bocca, Lasciate l'ombre, ed abbracciate il vero; Non cangiate  il presente col futuro. Io d'aver di meglior già non dispero; Ma, per viver piii lieto e più sicuro. Godo il presente e del futuro spero: Cossi doppia dolcezza mi procuro. Con ciò un solo, benché solo, può e potrà vincere, ed al fine ara vinto e trionfa centra l'ignoranza generale; e non è dubio, se la cosa de'determinarsi non colla moltitudine di ciechi e sordi testimoni, di convizu e di parole  vane, ma colla forza di regolato sentimento, il qual bisogna che conchiuda al fine; perchè, in fatto, tutti gli orbi non vagliono per uno che vede, e tutti i stolti non possono servire per un savio. Presentazione e soggetto del Candelaio  A gli abbeverati nel fonte Caballino Alla signora Morgana Argumento ed ordine della Comedia Antiprologo Proprologo Bidello L'innamorato e le arti  magiche d'amore Arti e debolezze di donne In taverna Castigo e beffe  Plaudite Avventure  londinesi Vili.  Bottegari,  Servi,  Furfanti Preludii  alla Cena  delle  Ceneri Cerimonie  di  tavola Delle   donne Pedanti  Dottori  ed  Archididascali La  vecchiezza  di Giove Gli Dei a consiglio Orazione di Giove La provvidenza di Giove Uomini e bestie V. Momo e Marte  Ricchezza e Povertà La biblioteca degli Dei La Fortuna Sonno ed Ozio La Vergine La  Bilancia Orione La  Tazza Il  Centauro 1l Pesce Epistola  dedicatoria a don Sapatino In lode dell'asino A l'asino cillenico Dissertazioni sopra l'asinità Metamfisicosi Aristotele Asino e i suoi  seguaci L'asino  accademico Dalle  tenebre  alla  luce Vili. La  cena  filosofica Lode  del  Nolano PROFILI  Serie  Supino Botticelli Alberti Darwin  Giusto Gaspara  Stampa Setti  Esiodo ArcaRI  Amiel Loria Malthus Angeli Verdi Labanca  Gesìi  Momigliano  Porta FavaRO  Galilei T. TELESIO Telesio RiBERA Cavalcanti  A.  BUONAVENTURA A'i-  colv  Paganini Momigliano Tolstoi Albertazzi Tasso Pizzi Firdusi Spaventa Dickens Barbagallo Giuliano (VEDASI)  l'Apostata Barbiera  Fratelli  Bandiera ZerBOGLIO Lombroso Favaro Archimede Galletti Savonarola SecrÉTANT Alessandro PoerioMesseri Enzo ReAgresti Lincoln Balzani  -  Sisto Bertoni  -Dante Barbèra -G.S.  Bodoni MichielI Stanleu- Gigli Castromediano Rabizzani  Sterne Tarozzi-  Rousseau.   Nascimbeni  -  Wagner.   (Esaurito).   Bontempelli  Bernardino. MuONl  Baudelaire. Marchesi  Marziale G.RadicI0TTI  Rossini.Mantovani Gluck Chini  Mistral.Massa - G.C.Abba. Murri Cavour.Mieli Lavoisier Loria Marx BuoNAiUTi  Agostino LoSINI Turghienief. Almagià  Colombo T. Bruno Orsi Bismark  E.BuONAIUTi  Girolamo Costa  Diocleziano. Belloni Filippi Tagore.Loria  Newton MUONI  Flaubert  Marchesi  Petronio. Barbagallo Tiberio. Leggere  nei  Profili: BRUNO. T.  FONDAZIONE    LEONARDO PELLA  CULTURA ITALIANA  Palazzo Doria ROMA Vicolo  Doria. CONSIGLIO  DIRETTIVO.  Consiglieri  eletti  dall'Assemblea  dei  Soci:  FERDINANDO  Martini,  Presid.,-  Orso Mario cordino,  V.  Pres.;  almagìV  e  Chic  venda.  Consiglieri  di  dirillo:  //  Ministro  degli  Esteri Giannini,  Delegato);  Il  Ministro  della  P.  I.  (Gentile,  Delegato) ; Il Ministro  delle Colonie (Nobili  Masìuero,  Delegato);  Il Ministro dell'Industria ARNALDI,  Delegato); Il  R.  Commissario  dell'  Emigrazione PERASSI,  Delegato;  La  Società  della  Messaggerie Italiane Calabi,  Delegato);  FormigGINI  {Socio  fondatore).  La fondazione, eretta in ente morale, mira ad intensificare in Italia e a far nota all'estero la vita intellettuale italiana valendosi di mezzi  pratici ed efficaci finora  intentati.  Soci  promotori. Quota  libera  non  inferiore  a  L. 1000   Soci perpetui, 250 Soci  ANNUALI,  con  V Italia  che  Scrive Estero Con diritto anche a  3  Guide Estero nomi dei Promotori e dei Soci perpetui sono costantemìnte ripetuti nelle pubblicazioni della Leonardo. Le loro quote ne costituiscono il patrimonio intangibile. PQ  Bruno In trisbitia  hilaris Refs.: Luigi Speranza, Bruniana. Filippo Bruno. Giordano Bruno. Keywords: paganesimo ario, anti-catolecismo, anti-papismo, filosofia come anti-religione, ragione, non fede, contra la fede, fede irrazionale – irrazionalismo della religione, irrazionalismo, ario, ariano, tradizione aria, religione pagana, filosofia e religione nella Roma antica – irrazionalismo della religione antica romana – carattere metaforico della religione pagana della Roma antica, ermetismo, composizione dei signi, de signorum compositione, compositio signorum, asino,asinita, Spaventa, Giudice, Cacciatore, Gentile, implicatura e ligatura, relativita, infigurabile, indeterminabile, Grice, indeterminacy, open, implicature, il Bruno di Marlowe; il Bruni di Shakespeare (Pene d’amore perdute), Grice e Bruno a Oxford. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Bruno” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Bruzi:  la ragione conversazionale el’implicatura conversazionale dei goti --  scuola di Squillace – filosofia calabrese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Squillace). Filosofo italiano. Squillace, Catanzaro, Calabria. Grice: “Cassiodoro was possibly a genius; I mean, I wrote a logic, and so did he – but he was ‘consul’ on top! My favourite – and indeed, the ONLY tract by him I recommend my tutees is his “Dialettica” – Strawson prefers his “De anima,” but ‘anima’ is a confused notion, for Wittgenstein and neo-Wittgensteinians alike – no souly ascription without behaviour that manifests it! – whereas with ‘dialettica’ you are safe enough!” –Grice: “I should be pointed out that of the three of the trivial arts – ‘dialettica’ is the only one that deals with my topic, conversation or dia-logue – grammatical is almost autistic, and rhetoric is for lawyers, i. e. sharks! Only ‘dialettica’ represents why those in the Lit. Hum. programme chose ‘philosophy’!” Grice: “Dialettica INCORPORATES all that grammatical and rettorica can teach!”. Cassiodoro  Flavio Cassiodoro Gesta Theodorici Flavius Magnus Aurelius Cassiodorus. Cassiodoro, da un manoscritto su vellum del XII secolo. Magister officiorum del Regno Ostrogoto MonarcaTeodorico il Grande Atalarico PredecessoreSeverino Boezio Prefetto del pretorio d'Italia MonarcaAtalarico SuccessoreVenanzio Opilione Monarca Teodato Vitige PredecessoreVenanzio Opilione Successore Fidelio Dati generali Professione filosofo Flavio Magno Aurelio Cassiodoro Senatore (latino: Flavius Magnus Aurelius Cassiodorus Senator. Vive sotto il regno degli ostrogoti. Percorse un'importante carriera politica sotto il governo di Teodorico ricoprendo ruoli tanto vicini al sovrano, da far pensare in passato ad un effettivo contributo diretto al progetto del re ostrogoto. Successore di Boezio, oltre che consigliere, fu cancelliere de Teodorico e il compilatore delle sue lettere ufficiali e dei provvedimenti di legge. Collabora anche con i successori di Teodorico.  Al termine della guerra si stabilì in via definitiva presso Squillace, dove fondò la biblioteca di Vivario. La fonte principale che ci permette di conoscere la famiglia di Cassiodoro è data dalla sua più vasta e importante opera, le “Variae”. Nasce in una delle più stimate famiglie dei B., facente parte del patriziato. L'origine del nome è da ricercarsi in un luogo di culto dedicato a Giove. Da una lettera scritta da B. per Teodorico abbiamo notizie sui suoi genitori, così come su un parente di nome Eliodoro. Dall'antica origine della famiglia si può comprendere la scelta dei B. come nuova patria, essendo questa una zona della Magna Grecia. Si hanno notizie inoltre del suo bonno, definito “vir illustris” e del nonno Senatore. Quest'ultimo fu tribuno sotto Valentiniano III, e in qualità di ambasciatore conobbe il re degli Unni Attila.  Odoacre e Teodorico ritratti nelle Cronache di Norimberga. Al padre furono indirizzate alcune lettere delle “Variae”, il che ci offre più dati su di lui. Ricoprì il ruolo di comes rerum privatarum e successivamente di comes sacrarum largitionum nel governo di Odoacre. Mantenne la propria posizione di funzionario d'amministrazione anche sotto Teodorico, tanto da diventare governatore provinciale. Lo si ritrova governatore della Sicilia, e dopo essere entrato nelle grazie di Teodorico, governatore della Calabria, quando si ritirerà alla sua villa.  Così come per i suoi familiari, ricaviamo notizie sulla vita di B. solo dalle sue opere. La nascita e quella indicata dal Tritemio nel suo “De scriptoribus” (Basilea). Il menologio lo ricorda. Per quelli che, come Theodor Mommsen, non ritengono attendibili i dati del Tritemio, le date di nascita e morte di B. rimangono ipotizzate, principalmente grazie a quelle note dei suoi incarichi amministrativi; nonostante ciò molte cronache tendono a confondere alcuni dati della vita di Cassiodoro con eventi vissuti dal padre, attribuendo una grande longevità al letterato di Squillace. Proprio per quanto riguarda Squillace, non è certo che vi nacque. Molto più probabilmente vi passò l'infanzia, ricevendo dalla propria famiglia una prima educazione e seguendo degli studi. Ancora giovane fu avviato dal padre alla carriera pubblica, per la quale ricopre anzitutto il ruolo di “consiliarius”, per poi diventare quaestor sacri palatii, forse perché Teodorico apprezza particolarmente un panegirico che egli aveva composto.  Poco tempo dopo ricevet il governatorato di Lucania e Bruttii, notizia che si può apprendere da una lettera inviata al cancellarius Vitaliano. Seguendo differenti interpretazioni storiche, questa congettura è stata però di recente messa in dubbio. Risale la designazione a console. Nonostante si trattasse ormai di una carica onorifica manteneva una certa importanza, permettendolo di ricoprire il ruolo di eponimo. Dei anni successivi non si conosce salvo la pubblicazione della Chronica. Successivamente, fu nominato magister officiorum del re, succedendo nella carica a BOEZIO (si veda). Il ruolo e di grande prestigio, e rappresenta con esso il capo dell'amministrazione pubblica, degli official  e delle scholae palatinae. Alla morte di Teodorico,  si apre una complessa fase di successione. Divenne ministro della la figlia di Teodorico, succedutagli sul trono come reggente per il figlio Atalarico. Presumibilmente perdette parte della sua influenza nei primi anni di tali mutamenti politici, ma seppe poi riproporsi e, con un lettera di Atalarico, guadagna il titolo di Prefetto del pretorio per l'Italia. Non ricopre questo ruolo politico per molto tempo. Atalarico morì e ai consueti problemi di successione si aggiunse la malvolenza di Giustiniano verso gli ostrogoti, insofferenza che culminò poi con la guerra gotica. Resse nuovamente la prefettura, sotto i re Teodato e Vitige, per poi abbandonare definitivamente la carriera pubblica. Nelle Variae si possono trovare le ultime lettere scritte per conto di Vitige, anche se non viene detto nulla sul concludersi della sua funzione politica né si sa alcunché dei suoi successori. Di fronte all'avanzata bizantina rimase dapprima in ritiro a Ravenna, luogo che offriva ancora una certa sicurezza. Ravenna e conquistata dalle truppe imperiali, e da quel momento si perdono le sue tracce. Le alternative vagliate sono una permanenza a Squillace, dove però avrebbe avuto scarse possibilità di movimento, o una permanenza più lunga a Ravenna. Lo si ritrova nel seguito di papa VIRGILIO a Costantinopoli, città nella quale potrebbe anche aver soggiornato, secondo una terza ipotesi, in un periodo precedente alla data conosciuta. Rientrò nei Bruttii solo dopo la fine della guerra, ritiratosi definitivamente dalla scena politica, fondò il monastero di Vivario presso Squillace. Si hanno anche per questa parte della sua vita pochissime informazioni, non si conoscono quindi le motivazioni che lo portarono alla creazione di questa comunità monastica né particolari sulla contemporanea situazione politica della penisola italica; per quanto riguarda la sua situazione personale, si può ipotizzare che non ebbe eredi diretti. Al Vivarium trascorse il resto dei suoi anni, dedicandosi allo studio e alla scrittura di opere filosofiche. Qui istituì uno scriptorium per la raccolta e la copiatura di manoscritti, che fu il modello a cui successivamente si ispirarono i studii. Opera, il De ortographia. IL'obiettivo principale del progetto politico-culturale di B. fu quello di accreditare il regno teodericiano come una restaurazione del Principato, ossia quella forma di governo che aveva garantito la collaborazione, formalmente quasi paritaria, tra l'imperatore e la classe senatoria. Questa autorappresentazione del governo goto serviva in primo luogo come legittimazione del regno nei confronti dell'Impero costantinopolitano. Sostanzialmente, essendosi conformato il regime ostrogoto al modello imperiale, il primato dell'imperatore e fondato esclusivamente su un piano carismatico (pulcherrimum decus). Al tempo stesso, tale imitazione da parte di Teoderico poneva l'Amalo in una posizione di superiorità nei confronti degli altri regni barbarici attraverso un principio politico-carismatico, basato su una gerarchia di due livelli (l'impero e il regno di Teoderico, gli altri regni), con un vertice binario e leggermente asimmetrico. Tra tutti gli altri dominantes, Teoderico era il solo che, per volontà divina, aveva saputo dare al suo regno gli stessi fondamenti etici e legali dell’imperium: il suo regno era una replica perfetta del modello imitato e a sua volta un modello. Giardina. La prospettiva di B., infatti, non è più l'impero universale, bensì quella nazionale dell'Italia romano-ostrogota, autonoma ed egemone rispetto agli altri regni occidentali, sebbene siano state avanzate riserve circa la reale ambizione di Teoderico di assumere l'eredità del decaduto Impero romano d'Occidente. In particolare, il fondamento dell'ideologia cassiodoriana ruota intorno al concetto di “civilitas”, che indica tanto il rispetto delle leggi e dei princìpi della romanità, quanto la convivenza sociale, giuridica ed economica di romani e stranieri fondata sulle leggi. Secondo B., il regno goto si sarebbe fatto custode della civilitas, garantendo così la giustizia e la pace sociale (l’otiosa tranquillitas, cioè l'obiettivo di ogni buon governo), in accordo con la legge divina e la migliore tradizione imperiale romana. Il richiamo all'ideologia del Principato da parte di Teoderico e Atalarico si basa, nella fattispecie, sull'emulazione della figura di Traiano, così come tratteggiata nel Panegirico di PLINIO (si veda) il Giovane. Con il regno di Teodato, invece, il principale modello di riferimento fu quello dell'”imperatore-filosofo” -- un ideale etico-politico ampiamente imbevuto di caratteri neoplatonici. In seguito, nell'impellenza della guerra greco-gotica, Vitige si distinse per il recupero di un'ideologia più specificamente germanica, in cui e messi in risalto le virtù bellica e l'ardore guerriero.  San Benedetto da Norcia.  Inoltre esiste la possibilità che un primo abbozzo di ciò che sarebbe diventato il monastero esistesse già da tempo, presente nei territori di Squillace da una data sconosciuta e utilizzato come residenza da C. solo al ritorno in patria dopo la guerra gotica. Ad ogni modo non aiuta nelle varie ipotesi il silenzio delle fonti, poiché le Variae erano state già pubblicate e nessuna delle opere dell'ormai ex politico trattò di questa fondazione; nulla si conosce sul parto di questo progetto, né quando quest'idea fosse stata concepita. Nonostante si intuisca dalle ultime opere di B. un avvicinamento potente alla fede cristiana (si pensi al De anima e all'Expositio Psalmorum, il monastero di Vivario nacque con uno scopo differente dal celebre Ora et labora: l'obiettivo principale del nucleo monastico fu infatti la copiatura, la conservazione, scrittura e studio dei volumi contenenti testi dei classici e della patristica occidentale. La caratteristica di Vivarium era quindi la sua forma di scriptorium, con le annesse problematiche di rifornimento materiali, studio delle tecniche di scrittura e fatiche economiche. I codici e manoscritti prodotti nel monastero raggiunsero una certa popolarità e furono molto richiesti. Le forme entro cui si espresse invece l'organizzazione monastica dal punto di vista religioso sono ben poco chiare, né aiuta l'assenza di riferimenti alla vicina esperienza di Benedetto da Norcia; forse C. non ne conobbe neppure l'esistenza, o potrebbe averne parlato in opere non giunteci. Alcuni storici avanzano l'ipotesi che la Regula magistri, su cui si basa la Regola benedettina, sia addirittura opera dello stesso B. Questo presunto rapporto tra i due è però generalmente rigettato dagli studiosi, anche alla luce di alcune citazioni provenienti dalle Institutiones che chiariscono le norme monastiche adottate da Vivarium. Voi tutti che vivete rinchiusi entro le mura del monastero osservate, pertanto, sia le regole dei Padri sia gli ordini del vostro superiore e portate a compimento volentieri i comandi che vi vengono dati per la vostra salvezza... Prima di tutto accogliete i pellegrini, fate l'elemosina, vestite gli ignudi, spezzate il pane agli affamati, poiché si può dire veramente consolato colui che consola i miseri. B., Institutiones. Ritratto del profeta Esdra nel quale per molto tempo si riconobbe la figura di C., contenuto nel Codex Amiatinus. Questa citazione mostra come Vivarium seguisse quindi le più comuni regole monastiche contemporanee, mentre altri passaggi delle Institutiones ci suggeriscono un ruolo laico per C., forse esterno alla vita monastica e puramente patronale Il vero centro vitale di Vivarium era, particolare che segna la differenza con ogni altro centro monastico, la biblioteca. C. distingue inoltre i libri del monastero da quelli personali, differenza poi scomparsa in un periodo successivo. E la biblioteca, infatti, come centro di cultura di tutto il monastero, la novità del suo programma, una biblioteca nata ed accresciuta secondo le intenzioni del fondatore che dei suoi libri conosceva non solo la sistemazione, perché l'aveva curata personalmente, ma anche i testi, perché li aveva studiati, annotati, arricchiti di segni critici, riuniti insieme secondo la materia in essi trattata e persino abbelliti esteriormente. Il monastero prende nome da una serie di vivai di pesci fatti preparare dallo stesso B. La loro presenza rappresentava un forte valore simbolico, legato al concetto di Cristo come Ichthys. Non lontano dal centro si trovava una zona per anacoreti, riservata a monaci con pregresse esperienze di vita cenobitica. Vivarium sorgeva, secondo gli studi ad oggi compiuti, nella contrada San Martino di Copanello, nei pressi del fiume Alessi. In quella zona fu ritrovato un sarcofago, associato a graffiti devozionali e subito considerato la sepoltura originale di B.. Per ciò che riguarda la ripartizione del lavoro, i monaci inadatti a seguire la biblioteca con annessi oneri intellettuali sono destilla coltivazioni di orti e campi, mentre i letterati si occupavano dello studio delle sette arti liberali (dialettica, retorica, grammatica, musica, geometria, aritmetica, astrologia) questi ultimi erano divisi in notarii, rilegatori e traduttori. Le opere di carità erano espressamente raccomandate dal fondatore, e legati a queste fiorivano gli studi di medicina. Cassiodoro fece preparare tre edizioni differenti della Bibbia e si occupò di copiature e riscritture di molti altri testi della cristianità, considerando tutto ciò una vera e propria opera di predicazione. Non mancano però nella biblioteca di Vivarium i testi profani: tra gli altri furono salvati grazie all'opera di B. le Antiquitates di Giuseppe e l'Historia tripartita. Le opere di B. del periodo di Teodorico, quelle da noi conosciute, sono tre: le Laudes, la Chronica e l'Historia Gothorum. Della prima si sono conservati solo due frammenti, mentre della Gothorum Historia rimane solo un'epitome a opera dello storico Giordane. La Chronica racconta la saga dei poteri temporali di tutta la storia, dai sovrani assiri sino ai consoli del tardo Impero, passando ovviamente per tutta la storia romana. Possediamo un frammento di un'ulteriore opera, l'Ordo generis Cassiodororum, che ci offre notizie sulla famiglia dell'autore. Tra la produzione di Cassiodoro occupano un posto speciale le Variae, raccolta di documenti ufficiali scritti i quali ci offrono quindi informazioni su differenti periodi della vita dell'autore e sulla storia dei Goti. A queste si può aggiungere il “De Anima”, opera per la prima volta lontana da interessi politici e invece basata su temi della filosofia psicologica. Il terreno religioso è battuto anche dalla successiva Expositio Psalmorum, commento ai salmi di particolare importanza poiché unico esempio pervenutoci dal mondo tardo antico. Al periodo di Vivarium appartengono tra le opere a noi giunte, le Institutiones, le Complexiones in epistolas Beati Pauli e le Complexiones in epistolas catholicas, le Complexiones actuum apostolorum et in Apocalypsi e il De ortographia. La prima, senza dubbio l'opera più importante di B., è datata in un periodo in cui il centro monastico era sicuramente avviato; rappresenta sostanzialmente una "guida" per gli studi nel monastero, è ricca di informazioni sulla vita dei monaci e sulle opere intellettuali da loro compiute. Il De ortographia sarà la sua ultima opera, scritta attorno ai novant'anni. Uno scritto di chiari intenti politici è la Chronica, una sorta di storia universale scritta su richiesta per celebrare il consolato di Eutarico Cillica (diviso con l'Imperatore Giustino), genero di Teodorico e designato al trono. Il sovrano d'Italia non aveva eredi maschi mentre Eutarico, sposandone la figlia Amalasunta, era riuscito a donargli un nipote, Atalarico. Alla luce di questa nuova dinastia, la scelta di offrire il ruolo di console a Eutarico rappresentava quindi un importante evento politico: si trattava della celebrata unione tra i romani ed i goti, progetto che poi fallirà tragicamente. L'opera, che come comprensibile dal titolo ha chiari fini storici, propone una successione dei grandi poteri politici succedutisi nella storia, passando da Adamo sino ad approdare con Eutarico. È basata su numerose fonti che Cassiodoro spesso cita quali Eusebio, Gerolamo, Livio, Aufidio Basso, Vittorio Aquitano e Prospero d'Aquitania. Per la trattazione successiva invece l'autore è autonomo. L'elemento dell'opera che maggiormente colpisce è il suo carattere spiccatamente filo-gotico. B. arriva a manipolare alcuni eventi storici o a farne addirittura scomparire altri, al fine di non far apparire i Goti sotto un'oscura luce. Historia Gothorum  Re Davide vincitore in una miniatura dall'Expositio Psalmorum, presente nell'edizione del B. di Durham. Una delle sue opere più importanti fu il De origine actibusque Getarum, più noto come Historia Gothorum, nel quale la sua ideologia filogotica era tracciata e sviluppata in maniera più organica. Si considera l'opera contemporanea o poco successiva alla Chronica, anche se più studiosi tendono a ritenerla più recente, forse composta dopo. Certamente la stesura fu caldeggiata da Teoderico, per essere infine pubblicata sotto Atalarico. Nonostante ciò essa ci è pervenuta solo nella versione ridotta dello storico Giordane, i Getica. Prima storia nazionale di un popolo barbarico, la Historia Gothorum era tesa a glorificare la dinastia degli Amali, la stirpe regnante, attraverso una ricostruzione della storia dei Goti dalle origini ai tempi presenti. Il tentativo più ardito dell'opera fucome emerge dal titolo stessol'identificazione dei Goti con i “geti” -- popolazione già nota a Erodoto e maggiormente conosciuta dal mondo romano. Il racconto narra eventi storici e come scopo ha inoltre quello di celebrare l'unione tra goti e romani, qui comprovata dal matrimonio tra il romano Germano Giustino e l'amala Matasunta. Il fine ultimo dell'opera lo svelaper bocca di Atalarico Cassiodoro stesso. Questi B. ha sottratto i re dei Goti al lungo oblio in cui li aveva nascosti l'antichità. Questi ha ridato agli Amali la gloria della loro stirpe, dimostrando chiaramente che noi siamo stirpe regale da diciassette generazioni. L'origine dei goti egli ha reso storia romana, quasi raccogliendo in una corona fiori prima sparsi qua e là nel campo dei libri. Dell’Ordo generis B. rimane un solo frammento in più copie. Il l testo, dalla difficile interpretazione, fu composto negli anni della carriera pubblica di B. ed è dedicato a Rufio Petronio Nicomaco Cetego. L'opera offre rare notizie sulla famiglia di Cassiodoro, in particolare sul padre; nelle poche righe centrali vengono nominche BOEZIO e Simmaco, il che farebbe pensare ad un qualche grado di parentela tra l'autore e queste due figure, impossibile attualmente da stabilire. La sua attività di funzionario al servizio del regno goto è testimoniata dalle Variae, una raccolta di lettere e documenti, redatti in nome dei sovrani o trasmessi a firma dell'autore stesso in un arco di tempo che va dall’assunzione della questura al termine della carica di prefetto al pretorio. Il titolo come l'autore spiega nella prefazione all'opera è dovuto alla “varietà” degli stili letterari impiegati nei documenti del corpus, il quale divenne successivamente un riferimento per lo stile cancelleresco e curiale. Espone nella praefatio dell'opera il fine di questa raccolta di testi, ovvero la necessità di fornire nozioni utili a chiunque si dovesse in futuro accostare alla carriera pubblica. Ulteriore obiettivo dichiarato è quello di far conoscere i propri trascorsi come membro del ceto dirigente.Le Variae sono assai utili per conoscere le istituzioni, le condizioni politiche, morali e sociali sia dei Goti sia dei Romani dell'Italia del tempo. Cominciato poco prima della conclusione delle Variae, il “De anima” è considerato da B. come una sorta di volume per quest'opera, quasi ne rappresentasse l'appendice. Affronta temi esterni al mondo della politica, avvicinandosi agli stessi interessi spirituali che poi toccherà con la Expositio Psalmorum. Il “De anima” si dipana su XII questioni, tra le quali l'incorporeità e il destino dell'anima, legata alla tradizione di Tertulliano, Agostino e Claudiano Mamerto. Anche per l’Expositio Psalmorum non è possibile dare una datazione certa, anche perché la sua composizione sembra essere stata portata avanti per un periodo abbastanza prolungato. Si tratta di un commento completo ai salmi, unico esemplare rimastoci da tutta la tarda antichità. Per mole è certamente l'opera maggiore di Cassiodoro, anche se non viene considerata la più matura tra le sue produzioni. Una più ampia influenza nel Medioevo ebbero le sue Istituzioni, “Institutiones divinarum et saecularium litterarum”, erudita introduzione alle sette arti liberali – dialettica, retorica, grammatical – musica, geomtrica, aritmetica. Progettata dopo che la richiesta di Cassiodoro per la fondazione di un'studi ricevette una risposta negativa da papa Agapito I, l'opera visse un lungo periodo di incubazione: basti pensare che al suo interno cita il De orthographia, ultima opera attestata di B.. Il lavoro su questa enciclopedia si suddivide in varie sezioni: la prima presenta i vari libri della Bibbia, la storia della Chiesa e degli studi teologici. La II si occupa di quelle arti incluse successivamente nel trivio e quadrivio, con un occhio rivolto alla cultura pagana e alle norme atte per trascrivere correttamente gli antichi. Altre opere sono citate direttamente da B. nel De orthographia. Complexiones in Epistolas et Acta apostolorum et Apocalypsin; si tratta di un commento ad alcuni passi degli Atti degli Apostoli e dell'Apocalisse di Giovanni Expositio epistolae ad Romanos (Commento alla lettera dei Romani). Liber memorialis; breve riassunto del contenuto della Sacra Scrittura. Historia ecclesiastica tripartita, di cui fu autore della sola prefazione. De orthographia; trattato destinato a fissare norme e regole per la trascrizione di scritti antichi e moderni. Senator è parte integrante del nome e non già designazione della carica pubblica (Momigliano; Momigliano Le ipotesi che vogliono Cassiodoro organizzatore e stratega nascosto dietro Teodorico sono ad oggi considerate generalmente infondate, superate dalla tradizione che vede Cassiodoro estraneo alla politica del regno; Cardini, Cardini, Abbate, Cardini, Momigliano, In Siria si trovano attestati i nomi Κασιόδωρος e Κασσιόδωρος.  B., Variae.  Noto come Mons Cassius, da questo deriva Kassiodoros, ovvero "Dono del Monte Cassio".  Cardini. B., Variae, I, 4.  B., Variae.  Onore guadagnato forse per la difesa della Calabria dai Vandali di Genserico. Rouche, IV- Il grande scontro, in Attila, I protagonisti della storia, traduzione di Marianna Matullo,  14, Pioltello (MI), Salerno Editrice, Cardini, Tuttavia non si conosce né la data in cui ricoprì la carica né il nome della provincia.  Cardini, Il nome stesso di B. viene riportato solo nelle lettere dei papi Gelasio, Giovanni II e Vigilio.  In Cardini, ci si sofferma su dizionari e prontuari la cui affidabilità è considerata generalmente affidabile; in particolare si cita l'opera Lessico classico di Federico Lübker.  Cardini; scrive ad esempio nel Vivarium un trattato di ortografia. Franceschini  Cardini B., Ordo generis; si tratta di una carica pubblica con funzioni di consigliere.  Cassiodoro, Variae, B, Variae, Cardini. La congettura si basa su un passo delle Variae, in cui però B. non afferma esplicitamente di essere stato governatore dei Bruzi. Questa ipotesi è stata rimessa in discussione da Giardina e Cardini (Giardina). Cardini, Aveva cioè la possibilità di dare il proprio nome all'anno, unitamente a quello del collega.  Cardini, B., Variae, Ghisalberti. Ovvero le segreterie imperiali (officia memoriae, epistularum, libellorum e admissionum).  Si tratta del corpo militare speciale incaricato di sorvegliare la corte imperiale.  Non si è certi se fosse stato nominato prefetto del pretorio per la prima o seconda volta.  Cardini, B., Variae, B., Variae, Momigliano; Cardini. Cardini. Cardini. Cardini. Reydellet, Giardina. B., Variae, su bsbdmgh.bsb.lrz-muenchen)..  Giardina, Teillet, Dietrich Claude, Universale und partikulare Züge in der Politik Theoderichs, in «Francia», Reydellet, Wolfram. B., Variae: Gothorum laus est civilitas custodita., su bsbdmgh.bsb.lrz-muenchen.de B., Variae: regnantis est gloria subiectorum otiosa tranquillitas., su bsbdmgh.bsb.lrz-muenchen.de). B., Variae, su bsbdmgh.bsb.lrz-muenchen.de Reydellet, Anonimo Valesiano: a Romanis Traianus vel Valentinianus, quorum tempora sectatus est, appellaretur. B., Variae. Ecce Traiani vestri clarum saeculis reparamus exemplum., su bsbdmgh.bsb.lrz-muenchen.de B., Variae, VIII 13,3-5: Non sunt imparia tempora nostra transactis: habemus sequaces aemulosque priscorum. Redde nunc Plinium et sume Traianum. Bonus princeps ille est, cui licet pro iustitia loqui, et contra tyrannicae feritatis indicium audire nolle constituta veterum sanctionum. Renovamus certe dictum illud celeberrimum Traiani: sume dictationem, si bonus fuero, pro re publica et me, si malus, pro re publica in me su bsbdmgh.bsb.lrz-muenchen.de Reydellet, Vitiello, Reydellet, Vitiello, Cardini, B., Expositio Psalmorum, Cardini, Cardini, Pellegrini, Cardini, B., Istituzioni, Cardini, B., Istituzioni, Cardini, B., Istituzioni, B., Istituzioni, B., Istituzioni, B., Istituzioni.  Questo porta gli studiosi a ipotizzare una maggior partecipazione di B. al progetto.  B., Istituzioni Cardini,Cardini, Cardini, Coloro che preparavano i testi per la trascrizione. B., Istituzioni, I, B., Istituzioni, Cardini, Cardini, Cardini, Cardini, Cardini, Cardini, Cardini, Altaner, Ceserani, Cardini, Cardini. La cronaca è un genere letterario caratterizzato dall'esposizione di fatti storici in ordine cronologico. Simonetti, Moorhead, B., Variae,  De origine actibusque Getarum, in sessanta capitoli.  «La Historia Gothorum occupa un posto di rilievo nella storia della cultura occidentale perché fu la prima storia nazionale di un popolo barbarico: in tal senso essa introduce veramente il medioevo». Simonetti, Simonetti, Germano Giustino faceva parte della Gens Anicia, mentre Matasunta era nipote di Teodorico.  Cardini, originem Gothicam historiam fecit esse Romanam. B., Variae, Cardini Il frammento è noto anche come Anecdoton Holderi; edizione critica e traduzione francese in Alain Galonnier, "Anecdoton Holderi ou Ordo generis Cassiodororum: introduction, édition, traduction et commentaire", Antiquité tardive, Cardini,  B., Variae; B., Variae, XI, 7.  Cardini, Momigliano, Istituzioni delle lettere sacre e profane. Cardini, Cardini, Muse, B., Istituzioni.  Opere di B. Expositio Psalmorum, M.A. Adriaen,  Le Cronache, Mirko Rizzotto, Gerenzano, Runde Taarn, 2007. Le Istituzioni, Antonio Caruso, Roma, Vivere, Le Istituzioni, Mauro Donnini, Città Nuova, Ordo generis Cassiodororum, Viscido, M. D'Auria, Variae (traduzione parziale), Lorenzo Viscido, Squillace, Pellegrini, De Orthographia, Tradizione manoscritta, fortuna, edizione critica Patrizia Stoppacci, Firenze, Sismel-Edizioni del Galluzzo,  (Società per lo studio del Medioevo latino). Expositio Psalmorum. Volume I, Tradizione manoscritta, fortuna, edizione critica Patrizia Stoppacci, Firenze, Sismel-Edizioni del Galluzzo,  (Società internazionale per lo studio del Medioevo latino). Roma immaginaria, Danilo Laccetti, Roma, Arbor Sapientiae,. Confido in te Signore. Commento alle suppliche individuali, Antonio Cantisani, Milano, Jaca Book,. Autori moderni Samuel J. Barnish, Roman Responses to an Unstable World: Cassiodorus' Variae in Context, in: Vivarium in Context, Vicenza, Centre for Medieval Studies Leonard Boyle, Maïeul Cappuyns, Cassiodore, in Dictionnaire d'histoire et de géographie ecclésiastique,  Paris, Cardini, B. il Grande. Roma, i barbari e il monachesimo, Milano, Jaca, Caruso, B. Nella vertigine dei tempi di ieri e oggi, Soveria Mannelli, Centonze, Il Lactarius mons e la cura del latte a Stabiae. Galeno, Simmaco, B., Procopio, Castellammare di Stabia, Bibliotheca Stabiana, Arne Soby Christinsen, B. 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Lezioni di letteratura calabrese, Pellegrini Editore, Francesco Abbate, Storia dell'arte nell'Italia meridionale, Donzelli; Berthold Altaner, Patrologia, Marietti; Ceserani e Federicis, Il materiale e l'immaginario: laboratorio di analisi dei testi e di lavoro critico, Loescher; Csaki, Contra voluntatem fundatorum: il monasterium vivariense di B., ACTA Congressus Internationalis Archaeologiae Christianae (Città del Vaticano-Split)  Csaki, Il monastero vivariense di B.: ricognizione e ricerche, Frühes Christentum zwischen Rom und Konstantinopel, Akten des Kongresses für Christliche Archäologie, Wien, hrsg. R. Harreither, Ph. Pergola,Pillinger, A. Pülz (Wien) Franceschini, Lineamenti di una storia letteraria del Medioevo latino, Milano, I.S.U. Università Cattolica, Ghisalberti, La filosofia medievale, Firenze, Demetra Giunti, Ettore Paratore, Storia della Letteratura Latina dell'Età Imperiale, Milano, BUR); Simonetti, Romani e Barbari. 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La fontana di Cassiodoro, su centreleonardboyle.com). Beatus Cassiodorus e La fama sanctitatis di Cassiodoro Sulla fama di santità di Cassiodoro nel Medioevo. Vivarium in Context Archiviato il 4 giugno  in.. Scheda libro con recensioni dei saggi di S.J. Barnish e L. Cracco Ruggini citati nella. Le dignità de' Consoli e de gl'Imperadori, e i fatti de' Romani, e dell'accrescimento dell'Imperio, ridotti a compendio da Sesto Ruffo, e similmente da Cassiodoro, e da M. L. Dolce tradotti et ampliati, appresso Gabriel Giolito de' Ferrari, Venezia). Storici romani Antica Roma  Antica Roma Biografie  Biografie Cristianesimo  Cristianesimo Letteratura  Letteratura Lingua latina  Lingua latina Medioevo  Medioevo Categorie: Politici romani del VI secoloLetterati romaniStorici romaniComites rerum privatarumComites sacrarum largitionumConsoli medievali romaniCorrectores Lucaniae et BruttiorumMagistri officiorumPrefetti del pretorio d'ItaliaScrittori. Grice: “The English had taught Italians that it’s not fair to call Cicero an Italian, or Pythagoras, for that matter, since this all happened before Garibalid! I’m glad the Italians never learned the lesson!” MAGNI AURELII B. SENATORIS De Artibus ac Diſciplinis Liberalium Litterarum. vism lectioni 33. titulis Prov. 8.28. Erionum 7. tartiem titke nec men wa/ > nec 716m2To Liberdivina UPERIOR liber, Domino præſtan- fuam cubitum unum? Item IſaiasPropheta dicit: 16.40.1:., S | licet divinarum continet lectionum manu. Rurſus creatura Dei probatur facta ſub comprebējus. hic triginta tribu's titulis noſcitur pondere;ſicut ait in Proverbiis Salomon: Ei li. coinprehenſus. Qui numerus ætati Dominice brabat fontesaquarum; et paulo poft: Quando probatur accommodus, quando mundo peccatis appendebar fundamenta terra, cum eo eram. mortuo æternam vitam præſtitit, et præmia cre- Quapropter opere Dei fingularizato, magnifi Hic liber ſce- dentibus ſine fine concellit. Nunctempus eſt, cæ res neceſſariâ definitione concluſæ ſuntut; fi cularium le- ut aliis ſeptein titulis ſæcularium lectionum præcut eum omnia condidiffe credimus: ita et quem ſentis libritextuin percurrere debeamus; qui ta- admodun facta ſunt, aliquatenusdiſcerenus. lis abfolue men calculus per ſeptiinanas fibimet ſuccedentes Unde datur intelligi mala opera diaboli nec Opera diabolt tur, et cur in ſe continue revolutus, uſque ad totius orbis pondere, nec menfura, nec numero cortineri: nec pondere, finem ſemper extenditur. quoniam quicquid agit iniquitas, juſtitie ſein Defeptenario Sciendum eft plane, quoniam frequenter quic- per adverſum eſt; ſicut et tertius deciinus Pſalmus continentur. numero, quid continuam atqueperpetuum Scriptura fan- meminit, dicens: Contritio, ú infelicitas in viis Pfal. quid feript.o. ita vultintelligi, fub iſto numero comprehendit; corum, á viam pacis non cognoverunt: non eſt ia Super cum ficut dicit David: Septies in dielaudem dixitibi; timor Dei anteoculos eorum. Ifaias quoque dicit: intel'iyat. Plal. 118. cùm tamen alibi profiteatur: Benedicam Domi- Dereliquerunt Deuin Sabaoth, et ambulaverunt 164. numin omni tempore: femper lausejus in ore meo. per vias diſtortas. Revera mirabilis, et fummè Et Salomon: Sapientia edificavit fibi domum, ſapiens Deus, qui omnes creaturas ſuas ſingulari excidit columnas feptem. In Exodo quoque dixit moderatione diſtinxit: ne aliquid eorumfæda fingulari Doininus ad Moyſen: Facies lucernas ſeptem, et confuſio pollideret. Unde Pater Auguſtinus in deratione dio Exod. pones easſuper candelabrum, ut luceant ex adver- libro 4. de Geneli ad litterain minatifinè difpu- ftinxerit? Apocal. 1.4. fo. Quem numerum Apocalypfis in diverfis re tavit. bus omnino commeinorat; qui tamen calculus Modd jamſecundi voluminis intremus initia, adillud nos æternum tempus trahit,quod non po- quæ paulò diligentiùs audiamus;  Intentus no- *Hicincipiño teſt habere defectú. Meritò ergo ibi femper com- bis elt de arte Grammatica, tive Rhetorica, vel MSS. codd. memoratur, ubi perpetuum tempus oftenditur. de diſciplinis aliqua breviter velle confcribere; Arithmetita Sic Arithmetica diſciplina dotata eſt, quando quarum rerum principia neceffe eft nos inchoa dotata,quan rerum Opifex Deus diſpoſitiones ſuas ſub nume- re; dicenduinque prius eft de arte Grammatica; Dei ſub nu xi, ponderis, et menfuræ quantitate conſtituits quæ eft videlicet origo et fundamentuin Libera mern, ponle- ſicut ait Salomon; Omnia in numero, menfura, lium litterarum. re our menu- c pondere feciſti. Creatura ſiquidem Dei ſic nu Liber autein dictus eſt à libro, id eſt, arboris Liber unde ra ft24. micro facta cognoſcitur, quando ipfe in Evange- cortice dempto atque liberato, ubi ante copiam dictus. Sap. lio ait:Veftri autem et cepilli capitis omnes nume- chartarum Antiqui carmina deſcribebant. Scire Matth.10 jo ratifunt. Sic creatura Dei conſtituta eſt in men- autem debemus, ſicut Varro dicit, utilitatis ali ſura; ficut ipfe in Evangelio teſtatur: Quis an- cujus caufà omnium artium extitiſie principia. Matth. tem veftrum cogitans poteft adjicere ad ftaturam Ars verò dicta eft, quòd nos fuis regulisarctet Unie ars Plal. Prov.  Ca Deus on - nes creats  n. do creat1471 dieta. Liberalium Litterarum. 559 rints compoſuit. malis voce. our atque conſtringat. Alii dicunt à Græcis hoc trà- Finis verò elimatæ locutionis vel ſcripturæ, in ctum eſſe vocabuluin, amo tús agerős, id eſt, à culpabili placere peritia. virtute doctrinæ, quam diferti yiri uniuſcujul Sed quamvis Auctores ſuperioruin temporum QuideGram que bonæ rei ſcienriam vocant. de arte Grammatica ordine diverſo tractaverint, matica orne tiùs ſcriple Secundò de arte Rhetorica, quæ propter nito- fuiſque ſæculis honoris decushabuerint,ut Palæ rem ac copiain eloquentiæ ſuæ, maxiniè in civi- mon, Phocas, Probus; et Cenſorinus: nobis ta Libus quæſtionibus, neceſſaria niinis, et hono- men placet in medium Donatum deducere, qui rabilis æſtiinatur. et pueris ſpecialiter aprus, et tironibus probatur Tertiò de Logica, quæ Dialectica nuncupa- accomınodus, Cujus gemina coinmenta reliqui-- Gemina com tur. Hæc, quantùm Magiſtri ſæ. ulares dicunt, mus, ut ſupra quòd ipfe * planus eſt, fiat clarior menta in ar diſputatdivina UPERIOR liber, Domino præſtan- fuam cubitum unum? Item IſaiasPropheta dicit: 16.40.1:., S | licet divinarum continet lectionum manu. Rurſus creatura Dei probatur facta ſub comprebējus. hic triginta tribu's titulis noſcitur pondere;ſicut ait in Proverbiis Salomon: Ei li. coinprehenſus. Qui numerus ætati Dominice brabat fontesaquarum; et paulo poft: Quando probatur accommodus, quando mundo peccatis appendebar fundamenta terra, cum eo eram. mortuo æternam vitam præſtitit, et præmia cre- Quapropter opere Dei fingularizato, magnifi Hic liber ſce- dentibus ſine fine concellit. Nunctempus eſt, cæ res neceſſariâ definitioneconcluſæ ſuntut; fi cularium le- ut aliis ſeptein titulis ſæcularium lectionum præ- cut eum omnia condidiffe credimus: ita et quem ſentis libritextuin percurrere debeamus; qui ta- admodun facta ſunt, aliquatenusdiſcerenus. lis abfolue men calculus per ſeptiinanas fibimet ſuccedentes Unde datur intelligi mala opera diaboli nec Opera diabolt tur, et cur in ſe continue revolutus, uſque ad totius orbis pondere, nec menfura, nec numero cortineri: nec pondere, finem ſemper extenditur. quoniam quicquid agit iniquitas, juſtitie ſein Defeptenario Sciendum eft plane, quoniam frequenter quic- per adverſum eſt; ſicut et tertius deciinus Pſalmus continentur. numero, quid continuam atqueperpetuum Scriptura fan- meminit, dicens: Contritio, ú infelicitas in viis Pfal.  quid feript.o. ita vultintelligi, fub iſto numero comprehendit; corum, á viam pacis non cognoverunt: non eſt ia Super cum ficut dicit David: Septies in dielaudem dixitibi; timor Dei anteoculos eorum. Ifaias quoque dicit: intel'iyat. Plal. cùm tamen alibi profiteatur: Benedicam Domi- Dereliquerunt Deuin Sabaoth, et ambulaverunt numin omni tempore: femper lausejus in ore meo. per vias diſtortas. Revera mirabilis, et fummè Et Salomon: Sapientia edificavit fibi domum, ſapiens Deus, qui omnes creaturas ſuas ſingulari excidit columnas feptem. In Exodo quoque dixit moderatione diſtinxit: ne aliquid eorumfæda fingulari Doininus ad Moyſen: Facies lucernas ſeptem, et confuſio pollideret. Unde Pater Auguſtinus in deratione dio Exod.pones easſuper candelabrum, ut luceant ex adver- libro 4. de Geneli ad litterain minatifinè difpu- ftinxerit? Apocal.  fo. Quem numerum Apocalypfis in diverfis re tavit. bus omnino commeinorat; qui tamen calculus Modd jamſecundi voluminis intremus initia, adillud nos æternum tempus trahit,quod non po- quæ paulò diligentiùs audiamus; * Intentus no- *Hicincipiño teſt habere defectú. Meritò ergo ibi femper com- bis elt de arte Grammatica, tive Rhetorica, vel MSS. codd. memoratur, ubi perpetuum tempus oftenditur. de diſciplinis aliqua breviter velle confcribere; Arithmetita Sic Arithmetica diſciplina dotata eſt, quando quarum rerum principia neceffe eft nos inchoa dotata,quan rerum Opifex Deus diſpoſitiones ſuas ſub nume- re; dicenduinque prius eft de arte Grammatica; Dei ſub nu xi, ponderis, et menfuræ quantitate conſtituits quæ eft videlicet origo et fundamentuin Libera mern, ponle- ſicut ait Salomon; Omnia in numero, menfura, lium litterarum. re our menu- c pondere feciſti. Creatura ſiquidem Dei ſic nu Liber autein dictus eſt à libro, id eſt, arboris Liber unde ra ft24. micro facta cognoſcitur, quando ipfe in Evange- cortice dempto atque liberato, ubi ante copiam dictus. Sap. 11. 21. lio ait:Veftri autem et cepilli capitis omnes nume- chartarum Antiqui carmina deſcribebant. Scire Matth.10 jo ratifunt. Sic creatura Dei conſtituta eſt in men- autem debemus, ſicut Varro dicit, utilitatis ali ſura; ficut ipfe in Evangelio teſtatur: Quis an- cujus caufà omnium artium extitiſie principia. Matth.tem veftrum cogitans poteft adjicere ad ftaturam Ars verò dicta eft, quòd nos fuis regulisarctet Unie ars Plal. Prov. Ca Deus on - nes creatsT45 11. 12. n. do creat1471 dieta. Liberalium Litterarum.rints compoſuit. malis voce. our atque conſtringat. Alii dicunt à Græcis hoc trà- Finis verò elimatæ locutionis vel scripturæ, in ctum esse vocabuluin, amo tús agerős, id est, à culpabili placere peritia. virtute doctrinæ, quam diferti yiri uniuſcujul Sed quamvis auctores superioruin temporum QuideGram que bonæ rei scienriam vocant. de arte Grammatica [FILOSOFICA] ordine diverso tractaverint, matica orne tiùs scriple Secundò DE ARTE RHETORICA, quæ propter nito- fuisque sæculis honoris decus habuerint, ut Palæ rem ac copiain ELOQUENTIAE suæ, maxiniè in civi- mon, Phocas, PROBO; et CENSORINOs: nobis ta Libus quæstionibus, necessaria niinis, et hono- men placet in medium DONATO deducere, qui rabilis æſtiinatur. et pueris specialiter aprus, et tironibus probatur Tertiò de Logica, quæ DIALECTICA nuncupa- accomınodus, cuius gemina coinmenta reliqui-- Gemina com tur. Hæc, quantùm Magistri sæ. ulares dicunt, mus, u t supra quòd ipfe * planus eſt, fiat clarior menta in ar disputationibus subtilissimis ac brevibus vera se- dupliciter explanatus. Sed et sanctum Augufti- tes DONATO queſtrat à fallis. num propter fimplicitatem fratrum breviter in- B. Quarto de Mathematica, quæ quatuor comstruendain, aliqua de codem titulo scripsisse re- *MS.Sanger. plectitur diſciplinas, id eſt, Arithmeticam,Geo- perimus, qux vobis le titanda reliquimus: ne Lasinus. metricam, Musica in, et Astronomnicain. Qua in quid rudibus deeſſe videatur, qui ad tantæ ſcien Che Mathe. Mathematicam LATINO ferinone doctrinalem diæ culmina præparantur. maticado tri possumus appellare; quo nomine licet omnia doctrinalia dicere valeamus, quæcumque docent: DONATO igitur in secundit purte ita disceptat. hæc libi tamen commune vocabulum propter suam excellentiam propriè vindicavit; ut Poeta De Voce Articulata. dictus, intclligitur VIRGILIO: Orator enuntia De Littera. tus, advertitur CICERONE; quamvis multi et Poëtæ, De Syllaba. &Oratores IN LINGUA LATINA esse doceantur; quod De Pedibus. etiam de Homero, atque Demosthene Græcia fa De Accentibus. cunda concelebratı Dc Pofituris, ſeu Distinctionibus. Quid fit Ma Mathematica verò est scientia, quæ abſtra Et iterum DE PARTIBVS ORATIONIS P octo thematica? ctam conſiderat quantitatem. Abstracta eniin De Schematibus. quantitas dicitur, quam intellectu â materia fe De ETYMOLOGIAE parantes, vel ab aliis accidentibus, solâ ratio De Orthographia. cinatione tractamus. Sic totius voluminis ordo Ed. ado. quasi quodam vade promiffus est. VOX ARTICVLATA est aër percuſſus, sensibilis au- Quid sit VOX Nunc quemadmodum pollicitafunt, per dividitu, quantum in ipso est. ARTICVLATI. Duplex dif- fiones definitioneſque ſuas, Domino juvante, LITTERA est pars ininima VOCIS ARTIVCLATAE. Quid Littera. cendi genius. reddamus: quia duplex quodammodo diſcendi SYLLABA est comprehensio litterarum vel unius Qwid Syd genus eſt quando et lincalis deſcriptio imbuit vocalis enuntiatio, temporum capax. Ed. pol. diligenter aſpectum, et per aurium præparatum Pes; eſt syllabarum et temporum certa dinu- Quid pes. intrat auditum. Nec illud quoque tacebimus, meratio. quibus auctoribus tain LATINIS, Accentus, est vicio carens vocis artificiosa pro- Quid Accen quæ dicimus, exposita claruerunt ut; qui studio- nuntiatio. MSS.Reg. le legere voluerit, quibuſdam compendiis in POSITVRA, ſive distinctio, est moderatæ pronun- Quid positu Sang. competentiis. tiationis apta repausatio. troductus, lacidiùs Majorum di& ta percipiat, PARTES autem ORATIONIS SUNT VIII. I Nomen II Pronomen III Verbuin IV Adverbium V Participium, tionis funs VI Conjunctio VII Præpofitio VIII Interjectio. Nomen est pars orationis cum casu, corpus Quid fis non aut rem propriècommuniterve fignificans; pro- men. Caput. I. De Grammatica: priè, ut Roma, Tiberis: cominuniter, ut urbs, 2. De Rhetorica. Huvius, 3. De Dialectica; PRONOMEN eſt pars orationis, quæ pro nomi- Quid Pronta 4. De Arithmetica: ne pofita, tantuindem pene ſignificat, perſo S. De Muſica, namque interdum recipit. 6. De Geometria. Verbum, eſt pars orationis cum tempore et Quid verbi. 7. De Aſtronomia: perſona fine caſu. ADVERBVIVM eft pars orationis, quæ adjecta Quid Adverbo, SIGNIFICATIONEM EIVS explanat atque iin- bium. pler; ut, jam faciam, vel non fáciam. INSTITUTIO DE ARTE GRAMMATICA PARTICIPIVM est pars orationis, dicta qudd par- Quid Parti tem capiat nominis, partemque verbi; recipit cipium. Unde Grama maticanomen GKRammatica à litteris nomen accepit, ficuè enim ànomine genera et cafus, à verbo tempo vocabuli ipfius derivatus sonus ostendit; ra et SIGNIFICATIONES, ab utroque numeros et fi acceperit? quas primus omnium Cadınus ſexdecim tantum guras. legitur inveniſſe, eaſque Græcis ſtudioſiſſimis CONJUNCTIO est pars orationis annectens, ordi. Qyid com tradens, reliquas ipsi VIVICITATE ANIMI suppleve- nanfque sententiam. junctio. De quarum formulis atque virtutibus, PRAEPOSITIO est pars orationis, quæ præpofira Quid Præpo Helenus, atque Priſcianus ſubtiliter Attico ſer- aliis partibus orationis, SIGNIFICATIONEM EARUM Juio. Quidfit Gra mone locuti ſunt. Grammatica verò, est peritia aut inutat, aut complet, autminuit. * MSS. Au- pulchrè loquendi ex Poëtis illuſtribus, * Orato INTERJECTIO EST PARS ORATIONIS SIGNIFICANS MENTIS Quid inter Etoribus, ribuſque collecta. Officium eius est fine vitio affectuin voce incondità. ječtio. dictionem proſalem metricamque componere: Schemata, sunt transformationes fermonum Quid Sche ba. ra. Partes ora octo. 5 $ 1 men. runt. marica? mata. B. de Inſtitutione Quid Ortha les, vel fententiaruin, ornatus causâ policæ; quæ à dis:interdami, ut folers,iners. quodam Arti grapho nomine Sacerdote collecta, In plurali quoque, excepto genitivo e accusa fiunt numero nonaginta VIII: ita tamen, ut qux rivo, omnibuscalibus similiter declinantur.Nam à DONATO inter vitia polita ſunt, in ipso numero quædam in uin genitivo, accuſativo in es exeunt, collecta claudantur. Quod et mihi quoque du- ut Mars, ars: quædam in ium -- ut “sapiens”, “patiens”, ruin videtur vitia dicere, quæ auctorum exemplis, et ob hoc accusativi eorum in eis excunt. Plera et maxiinè legis divinæ auctoritate firmantur. que aurein ex his nomina III generibus com Hæc Grammaticis Oratoribusque cominunia munia funt, et in licreram quam habent, neutra funt: quæ tamen in utraque parte probabiliter in nominativo plurali dant etiam genitivis reli reperiuntur aptata. quoruin generuin, cum quibus coinmunia sunt. Addenduin eſt etiam de Eryinologiis, et Ortho In T littera, NEUTRA tantùm nomina quædam, graphia, de quibus alius scripsisse certissimum est. pauca finiuntur; ut git, quod non declinatur; Quid 'Etymo. Etymologia eſt aut vera aut veriſimilis deinon- ut caput, ſinciput. Quidam cùm lac dicunt, loysa. ftratio, declarans ex qua origine verba defcen- adjiciunti, propter quod facit lactis: ſed VIRGILIO dant.  Orthographia eſt rectitudo fcribendi nullo er Lac mihi non æſtate novum, non frigore defit. graphics. rore vitiata, quæ manum componit et linguam. quippe cùm nulla apud nos nomina in duas mu Hæc breviter dicta fufficiant. tas exeant, et ideo veteres lacte in nominativo Cæterùm qui ea voluerit lariùs pleniùſque co dixerant, gnoſceye, cum præfarione ſua codicem legat, X littera terminat quædam, in quibus omnia quem noſtra curiolitate formavimus, id eſt, Ar- communia in iuin cxeunt in genitivo plurali; ob tem DONATO, cui de Orthographia librum, et hoc. accuſativo in i et s. Plurima verò genitivo alium de Etymologiis inferuimus, quartum quo- in u et in, non præcurrente i, et ob hoc in e et s que de Schematibus Sacerdotis adjunximus;qua- accuſativo exeunt; nam in reliquis conſentiunt. tenus diligens lector in uno codice reperire pof- Ut pote cùın ſingulariter omnia nominativa et ſit, quodarti Gramınaticæ deputatum effe co vocativa habeant genitivum ini et s, agant da gnoſcit. tivum in i littera: ablativum in e vel i definiant, Nomen da Sed quia continentia magis artis Grammaticæ adjectáque m accuſativum definiant impleánt verbum tant dicta eft, curaviinus aliqua denominis verbique que: pluraliter verò dativum ablativúmque in partes adje regulis pro parte ſubjicere, quas rectè tantùm bus fyllaba finiunt. muis Ariſtote. Ariſtoteles orationis partes adferuit. Nam de cæteris, quibus diſident Veteres, qui dam atrocum et ferocum, qua ratione omnium x DE NOMINIBUS. littera finitorun una ſpecies videbitur. Huic x litreræ omnes vocales præferuntur; ut capax, fru Nominis partes ſunt. tex, pernix, atrox, redux. Ex iis nominibus quædam in nominativo producuntur, quædain Qualitas, mocomm. corripiuntur: quædam conſentiunt in noininati Comparatio, ouynpisisa vo, in obliquis diſſentiunr. Pax enim, et rapax, Genus, item rex et pumex, item nux et lux, etiam pri Numerus, água uo'so mam poſitionem variant ad nix et nutrix. Item Figura, oxaudio nox et atrox ſic in prima politioneconſentiunt, Caſus, T @ SIS. urdiſcrepentper obliquos. Et illud animadvertendum eſt, quædam ex iis x Pronominis partes: litteram in g, quædam in c per declinationes compellere. Lex enimlegis, grex gregis facit, Qualitas ut pix picis, nux nucis. Nain in his quæ non ſunt Genus. monoysllaba, nunquam non “x” littera genitivo i Numerus. “c” convertitur – ut: “frutex” “fruticis”; “ferox” > “ferocis”. Figura. Supellex autem, e ſenex, et nix, privilegio quo Persona. dam contra rationem declinantur: quoniam ſu CASVS. pellex duabus ſyllabis creſcit, quod vetat ratio; et fenex ut in nominativo itein genitivo diffyllabus Græca nomina, quæ apud nos in us; ut, manet, cùm omnia x litterâ terminata creſcant. vulgus, pelagus, virus, Lucretius viri dicit; Et nix nec in cconvertitur, ut pix: nec in gut quamquam rectiùs inflexum maneat. Secundæ rex: sed in u conſonans, in vocalem tranſire non ſpecies funt, quæ PER OBLIQVOS CASVS creſcunt, et poſſit. genitivo ſingulari in is litteras exeunt; ut, genus, In plurali autem genitivo, ablativus singularis nemus: ex quibus quædam uine mutant; ut olus formas vertit. Nam in a auto terminatus, in rum oleris, ulcus ulceris: quædam in o, ut nemus exit; e correpta in um:producta, in rum: iter neinoris, pecus pecoris. In dubitationem ve- minatus in uin. Dativus et ablativus pluralis a. niunt fænus et ftercus in e, an in o inutent: in is exeunt et in bus. Quæ præcepra in scholis quoniam quæ in nus syllabam finiunt, u in e mu- ſunt tritiora: sed quotiens in is exeunt, longa tant; ut, vulnus, scelus, funus, et funeratos syllaba terminantur: quotiesin bus, brevi. De dicimus. Fænusenim exemplo non debet noce- curlis nominum regulis, æquuin eſt confequenter re, cùin inter dubia genera ponatur. Item vete- adjicere canones verborum primæ conjugatio res ſtercoratos agros dicebant, non ſterceratos. nis. In S littera finita nomina, præcurrentibus n vel r, omnia ſunt uniusgeneris: nili quæ ante ſe t habent, interdun d recipiunt, ut ſocors ſocor DE De Grammatica. 561: Tempus zeovc. DE V ER BIS. ſyllaba, manente productione terminantur; ut Commeo, commea, commeavi: Lanio, lania, Partes verbi funt. laniavi: Satio, fatia, fatiavi. Eodem modo, codem tempore, fpecie inchoativa,adjectâ ad im Qualitas, perativum modum in bam fyllaba terininantur; CONUUGATIO. ut cominea commeabain, lania laniabam, æſtua Genus. æſtuabain. Prima conjugatione, codem modo, Numerus. eodem tempore, specie recordativa, adjectis ad Figura. IMPERATIVM MODVM veram ſyllabis, terminan Tempus. tur partes: ut Commea commeaveram, lania, la Persona. 'niaveram, æſtua æſtuaveram. Priina conjuga tione, codem modo, tempore futuro, adjecta Qualitas Verbi. ad imperatiuum modun bo fyllaba, terminan rur --- ut “cominea” commeabo, lania laniabo, æſtua Modi, # ſtuabo. Indicativi, ogesich. Quæveròindicativo modò, tempore præſen Imperativi, προσακτική. tì, ad primam perfonam in o littera, nulla alia OPTATIVI, ευκτική. præcedente vocali terminantur, ea indicativo Conjunctivi, útotaxix. modo, tempore præterito, ſpecie abſoluta 80 Infinitivi, atrapéu pet exacta, quatuor modis proferuntur. Et eſt primus, qui lunilem regulam his babet. Genus Verbre Qui indicativo modo, tempore præſenti, prima perſona penultiinam vocalem habet: ut Amo, Adiva, švępyutix.. ama, amavi, amabam, amaveram, amabo, Pafliva, mee.Jotus amare, Communia, rond. Secundus eft, qui o ini convertit ultimam in præterito perfecto,penultimam in pluſquàm per fecto e corripit; ut Adjuvo, adjuvi, adjuveram. Tertius, qui fimilem quidem regulaın habet Præſens, évesa's. primi modi, ſed detracta a littera deliungit; ut Præteritum; ta zenauges Seco, ſecavi, ſecaveram, ſecabo, ſecare. Facit Futurun, uitwr. enim ſpecie abſoluta ſecui, et exacta ſecueram. Imperfcerum, megatinad's. Quartus eſt, qui per geininationein fyllabae Perfectum, Tee XÉCU. profertur; ut Sto, ſtá, kteci, fteterain, itabo Pluſquain perfectam, impon TEARO'S. ftare. Huic ſimile Do, da, dedi, dabáin, dede Infinitum; mogises. ram, dabo, dare, correpta littera a contra re-, gulain, in eo quod eſt, dabam, dabo, dare. Proferuntur fecunda conjugationis verba, dente vocali terminantur, vel præcante quæ indicativo modo, teinpore præſenti, perſo vocali qualibet, formas habet quatuor. na prima, in eo litteris terminantur; ut Video, Secundæ conjugationis correpræ verba verba,, for- vides vides; monco monc mones. Secundæ conjugatio mas habent viginti. Sic quæcumque verba indi- nis verba, indicativomodo, teinpore præſenti, cativo modo, tempore præfenti, perſona primà, ad ſecundanı perſonam iu e littera producta,ter in o littera terminantur, forinas habentſex,quæ ininantur; ut Video, vide; moneo, mone. Se voces forınas habent duas. Quæ nulla præceden- cundæ conjugationis verba, infinito inodo, ad te vocali in o littera terminantur, formas habent je et ta ad imperativum modum re fyllaba, manen duodecim. te productione terminantur; ut Vide, videre; Tertiæ conjugationis productæ verba, qua mone, monere. Secundæ conjugationis verba, indicativo modo, tempore præſenti, perſona indicativo modo, tempore præterito, {pecie ab prima in o littera terminantur, formas habent ſoluta et exacta, ſeptem modis declinantur; et quinque. Quæcumque autem verba cujuſcum- eft primus, qui forinain regulæ oſtendit.Nam for que conjugationis indicativo modo, temporė mahæc eſt;cùm fecundæ conjugationis verbum, præſenti, perfona prima, vel nulla præc dente indicativomodo,temporepræterito quidem per vocali, vel qualibet alia præcedente, in o littera fecto, adjecta ad iinpecalivun modum vi fyllaba, *terminantur, corum declinatio hoc numero for- manente produđione. marum continetur. De quibus fingulis dicam. Primæ conjugationis verba indicativo modo, tempore præſenti, perſona prima, aut in o litte: ra nulla alia præcedente vocali terminantur, ut DE ARTE RHETORICA, Canto io ut lanio,,. Rrium aliæ ſuntpofitæ in Artes in tres Primæ conjugationis verba iinperativo modo, temporepræſenti ad ſecundam perſonain in a lit- lis eſt Aſtrologia: nullum exigens actum, ſed ipſo duntur. tera producta terminantur;ut amo, ama: canto, rei, cujus ſtudium habet, intellectu contenta, canta: infinito modo ad imperatiuum modum, quæ Geargintzün vocatur. Alia in agendo, cujus in in re fyllaba,manente productione terminantur; hoc finis eſt, ut ipſo actu perficiatur, nihilque ut aina, amare: canta, cantare. Item prima con- poſt actum operisrelinquat, quæ peakmix dici jugatio, quæindicativo modo, tempore præte- tur, qualis ſaltatio eſt.Alia in effectu,quæ operis, rito, ſpecie abſoluta, adjectâ ad imperatiuun yi quod oculis fubiicitur confummatione, finein Bbbb V. ib, uclanio,fatio:autuo,uræſtuo,continuo A evognizione peltimatione rerum,quas partes divina B.  ea 1 tor. Etanda, accipiunt, quam nontoxù appellamus, qualis eſt cauſam, locum, tempus, inftramentum, occa pictura. fionemnarratione delibabiinus. Multæ ſæpe in Orationis duo Duo funt Genera orationis: altera pespetua, una cauſa ſunt narrationes. Non femper co ordi fuigenera. quæ Rhetorica dicitur: alteraconciſa, quæ Dia- ne narrandum, quo res geſta eſt. Enthumous fit tectica; quas quidem Zeno adeo conjunxit, ut ad augmentum vel invidiæ, vel miſerationis, vel hanc compreſlæ in pugnum manus, illam expli- in adverfis. Initium narrationis à perſona fier, et catæ fimilean dixerit. ſi noſtra elt, ornetur: fi aliena, infametur. Et Initiam di Initia dicendidedit natura: initium artis ob- hæc cum ſuis accidentibus ponitur. Finis narra cendi dedit fervatio. Homines enim ficur in Medicina, cum tionis fit, cùın eò perducitur expofitio, unde natura,ini- viderent alia falubrià, alia inſalubria ex obſerva- quæſtio oriatur. sium artis ob. tione eoruin effccerunt arrein. feruatio. Facultas orandi confunmatur naturâ, arte, De Egreſionibus Pacultas orandi tribus exercitatione; cui partein quartam adjiciunt qui cofummatur. dam imitationem, quam nosarti ſubjicimus. Egreſſus eſt, vel egrelfio, hoc eſt, méx6a95, Tria debet Tria funt quæ præltare debet Orator; ut do- cum intermiffà parum re propofitâ, quiddain in præftare Ora- ceat, moveat, delecter. Hæc enim clarior divi- terſeritur delectationis utilitatiſve gratiâ. Sed fio eft, quàm eorum qui totum opus:in res, et ir hæ ſunt plures, quiæ pertotam cauſam varios ex affectus partiuntur, curſus habent; ut laus hoininum locorumque; Invadendo In fuadendo ac diſſuadendo rrja primùm fpe- ut defcriptio regionum, expoſitio quarundam fodiſficaden- ctanda ſunt; quid ſit de quo deliberetur: qui lint rerum geſtarum, vel etiam fabulofarum. do triape- qui deliberent: quis ſit quifuadeat rem, dequa Sed indignatio, miſeratio, invidia, convi elintpar. deliberatur. Omnisdeliberatio de dubiis fit. Partium, excuſario, conciliatio, maledictorum re "tes fuadendi. tes ſuadendi ſunt honeftum, utile, neceſſarium. futatio, et fimilia:omnis amplificatio, minutio, Quidam, ut Quintilianus, furetor; hoc eſt,pofli- omnis affectus, genusdeluxuria, de avaritia, re bile, approbat. ligione, officiis cuin ſuis argumentis ſubjecta ſi milium rerum, quia cohærent, egredi non viden Ware Procemiam à Græcis dicitur. tur. Areopagitæ damnaverunt puerum, corni cum oculos eruentem; qui putantur nihil aliud Clarè partem hanc ante ingreffum rei, de qua judicaffe, quàm id lignum effe pernicioſiflima diccndum fit,oftendunt.Nain livepropterea quod mentis, multiſque malo futuræ li adoleviſſet. brun cantus elt, et Citharædi pauca illa, quæ an tequam legitimum certamen inchoent, emerendi De Credibilibus favoris gratia canunt, Proæmium cognomina runt. Oratores quoque ea, quæ priuſquam cau Credibilium tria funt genera: ünum Grmiſti- Tria ſunt ore. fain exordiantur, ad conciliandos libi judicun muni, quia ferè ſemper accidit; ut, liberos à pa aninospræloquuntur, Procinii appellationc fi- rentibus amari. gnarunt. Sive quod Græci viam appellant Alterum velut propenſius, eum qui rectè va id, quod ante ingrekun reiponitur, fic vocari leat, in craſtinum perventurum. Dikfit Proa- eft inſtituruin. Caufa Proæmii hæc eſt, ut audiro Tertium tantum non repugnans; ab eo in dong mii carla. rem, quò fit nobis in cæteris partibusaccommo- furtum factum, qui domui fuit. datior, præparemus. Id fit tribus modis, li be nevolum, atrencum, docilemque feceris; et in Argumenta unde ducantur. reliquis partibus haud minus, præcipuè tamen in initiis neceſſe eſt animos judicum præparare. Ducuntur argumenta à perſonis, cauſis, tem pore; cujus tres partes ſunt, præcedens, conjun Quid differt Proæmium ab Epilogo. ctum, inſequens. Si agimus, noſtra confirmana da ſunt priùs; tum ea, quæ noftris opponuntur, Quidam putarunt quòd inPræmio præterita, refutanda. Si reſpondemus; ſæpiùs incipiendum in Epilogo fucura dicantur. Quintilianus autem à refutatione. Locuples et fpeciofa &imperio co quod in ingreffu parciùs et modeſtiùs præten- ſa vult eſſe Eloquentia. tanda ſit judicis miſericordia: in Epilogo verò licear toros effundere affectus, et ficam oratio De Concluſione nem induere perſonis, et defunctos excitare, et pignora reorum perducere, quæ minus in Concluſio,quæ peroratio dicitur, duplicem has concluſodomen proæmiis ſunt uſitata. bet rationem; ponitur enim autin rebus, aut in plicem habet affectibus rerum, repetitio et congregatio, que rationem. De Narratione. Græcè ávax!IO HAURIS dicitur, à quibufdam La tinorum renumeratio dicitur, et memoriam au Narratio aut torà pro nobis eſt, aut cora pro ditoris reficit, et totam ſimul cauſam ponit an adverſariis, aut mixta ex utriſque. Si erit tota te oculos; ut etiam ſi per ſingulos minus vale pro nobis, contenti ſimus his tribus partibus, bant, turbâ moveantur: ita tamen ut breviret uc judex intelligat, meminerit, credat, nec quic eorum capita curlimque tangantur. Sed tunc fita quan reprehenſione dignum pPomba. ubi inultæ caufæ, vel quæſtionesinferuntur; nam Notandum, ut quoties exitus rei ſatis oſtendit fi brevis et fimplex eſt, noneft neceffaria. priora, debemus hoc eſſe contenti, quò reliqua intelliguntur; fatius eſt narrationi aliquot fuper De Affectibus: eſſe, quàm deeffe; nain ſupervacua cum rædio dicuntur: neceſſaria cum periculo ſubtrahuntur. Affectuum duæ funt ſpecies, quas Græci affectuur Quæ probacione tractaturi ſumus, perſonain, aj mrásos vocant, hoc eit, quafimores et affe- dua ſung species, dibilium gito nera. 1 1 De Rhetoricà. Te. ventio. tio. tio. 114. us concitatos } et Teses quidem affectus con- et quæſtionem.Cauſa eft res,quæ habet in ſe con citatos: " Jos veròmites atque compofiros; in il- troverſiam in dicendo politam, perſonarum cer lis vehementesmotus, in his lenes: et resos qui- tarum interpoſitione: quæſtio autem,eft res, quæ demimperat, its perſuadet; hi ad perturbatio- habet in ſe controverſiam in dicendo polítam, nem, illi ad benevolentiam prævalent. Et eſt line certarum perfonarum interpofitione. Frágos temporale, ndos verò perpetuum; utra que ex eadem natura: fed illud majus, hoc minus, ut amor esos, charitas » Sus; tados con citat, isos fedat. Partes Rhetoricæ funt quinque. In adverſos plus valet invidia,quàm convitium: quia invidia adverſarios, convitiuin nos inviſos Inventio. facit. Nam ſunt quædam, quæfi ab imprudenti Diſpoſitio. bus excidant, ſtulta ſant; cum ſimulamus, venuſta Elocurio Orator vitio creduntur. Bonus altercator vitio iracundiæ ca Meinoria, iracundiæ ca- reat; nullus enim rationi magis obftat affectus, et Pronuntiatio. reat; et qua- fertextra cauſamplerumque, et defornia convi tia facere ac mereri cogit, et nonnunquam in ipſos Inventio eft ex cogitatio rerum verarum aut ve. Quid fitta judices incitatur; quoniam ſententiæ, verba, fi- riſinilium,quæ cauſam probabilem reddunt. guræ, coloreſque funt occultiores quæſtiones in Difpofitio eft rerum inventarun in ordinem Quid Diſposa genio, cura, exercitatione. pulchra diftributio. Conjectura omnis, aut de re eſt, autde animo. Elocutio eft idoneoruin verborum ad inventio Onid Eloc14 Utriuſque tria teinpora ſunt, præteritum, pre- nein accommodata perceptio. ſens, &futuruin. De re et generales quæſtiones Memoria eſt firma aniini rerum ac verborum funt, et definitæ; id eft, et quæ non continentur, ad inventionem perceptio. Quid Memo perſonis, et quæ continentúr. De animo quæri Pronuntiatio eſt ex rerun et verborum dignita non poteſt, niſi ubi perſona eſt; et de facto, cùm te, vocis &corporis decora moderatio. Quid Proing nuntiatio. de re agitur, aut quid factum ſit in dubium venit, aut quid fiat, aut quid futurum ſit, et reliqua fi De Generibus caufarum. unilia, De Amphibologia. Genera cauſarum Rhetoricæ ſunt tria princi- General Cares palia. Demonſtrativum, Deliberativum, Judi- Jarum Rheto Innsetabia Amphibologiæ ſpecies ſunt innumerabiles, ciale: Ticefunttrica les lient Am. adeò ut FILOSOFI quidam putent nullum effé Demonſtrativum et In laude phibologia verbum, quod non plura ſignificet genera, aut oftentativum species admodum pauca; aut enim vocibus fingulis ac- Eyxaurasino's In vituperatione cidiper ópw rupaar aut conjunctis per ainbiguani Emdeuxtixò, conſtructionem, Quando fiat Vitiofa oratio fit, cùm inter duo nominamè- Deliberativum et ſua In ſuaſione. vitioſa oratio dium verbum ponitur. forium dicitur De oppofitio Oppoſitiones et fi contrariæ non ſint, ſed dif- EupBBAEUTIKON In diſſualione niben. fimiles: verumtamen li fuain figuram ſeryant, ſuntnihilomimus antitheta.. r In accuſatione, et de Naturalis quæitio eſt, quæ eſt temporalis;fic Judiciale fenſione cut cúm que ſunt per ordines temporum acta, acercón marrantur. Nunc ad artis Rhetoricæ diviſiones În præmii penſione, et definitionofque veniamus; quæ ficut extenſa at negatione que copiofa cft; ita à multis &claris ſcriptoribus tractata dilatatur, Demonſtrativum genus eſt, cùm aliquid de- Quid fit De monſtramus, in quo eſt laus et vituperatio,hoc monftrativi Onidfit Rhetorica eſt, quando per hujuſinodidefcriptionem oſten- genus. dituraliquis, atque cognoſcirur; ut pſalınús Rhetorica Rhetorica dicitur à copia deductæ locutio-. et alia vel loca vel pſalmi plurimi,ut:Domine unde dicta. 'nis influere. Ars autein Rhetorica elt, fi- in calo miſericordia tua, &uſque adnubesveria cur magiſtri tradunt fæculariuin Litterarum, tas tua. Iuſtitia tua ficutmontesDei, et reliqua. bene dicendi ſcientia in civilibus quæſtionibus. Deliberativum genus elt, in quo eſt ſualio de. Quid Delią Quid fit Ora Orator igitur eſt vir bonus, dicendi peritus, ut diſſualio, hoc eft quid appetere, quid fugere, berativos. zor, ju offi- dictum eſt in civilibus quæſtionibus. Oratoris quiddocere, quid prohibere debeamus, citum,erfinis. autem officium eſt, appolitè dicere ad perſuaden Judiciale genus elt, in quo eſtaccuſatio et de Quid Fudia ciale. dum. Finis, perſuadere dictione, quatenus rex fenſio, vel præmii penſio et negatio. ruin et perſonarum conditio videtur admittere in civilibus quæſtionibus: unde nunc aliqua bre De Statibus. viter aſſumemus, ut nonnullis partibus indicatis, penè totiusartis ipſius ſumınam virtutemque in Status Græcè ça'os. Status cauſarum ſunt año Status caufae telligere debeamus. rationales, aut legales. Status verò dicitur ea bacionales, rum åut ſuns Civiles quæſtiones ſunt ſecundum Fortuna viles quaftio- tianum Artigraphum novelluin, quæ in com; a Hæ funt quæſtiones an huic, an cumhoc, an học Quid fit firas ant legales, nes, et quo modo divi munem animi conceptionem poffunt cadere; id seinpore, an hac lege,an apud ipſum. Quidquidpræter van duntur. iſtas quinque partes in oratione dicitur; egreſſio eſt. eſt, quâ unuſquiſque poteftintelligere, cùm de Hæc nagex aois, quoniam à reco dicendi itinere defc. æquo quæritur et bono. Dividuntur in cauſam,: &itur quælibet inſerendo. Bbbb ij Quid fine ci B. Quidfit con Um. res, in qua cauſa conſiſtit. Fit autem ex intentio ne et depulfione, vel conftitutione. ab alio objicitur, ab adverſario pernegatur, Statum alii vocant conftitutionem, alii qua 2. Finitivus ſtatus cſt, cùm id quod objicitur, jocuralis fia. {tionen, alii quod ex quæſtione appareat. non hoc efle contendimus: fed quid illud lit, ad hibitis definitionibus approbamus. Quid fam.si Status rationales ſecun Conje et ura. 3. Qualitas eft, cùm qualis res lit, quæritur; dum generales quæſtio Finis. et quia de vi et genere negotii controverſia elt, nes ſunt quatuor. Qualitas. conſtitutio generalis vocatur. Tranſlatio. 1. Conjecturalis ſtatus eft, cùın factum, quod Imprudentia (Purgatio Caſus. Concellio Juridicialis Absoluta Aut causæ, Nixologian Remotio Aur facti. 3 criminis Negotialis aitam Cui juftè in aliocom generalis Relatio mittitur, quia et ifle in GegyueTiku priva criminis te fæpius commifin Αντίγκλημα.. Deprecatio Necessitas. Qualitas Comparatio Squando melius id Αντίστασης. factum peragitur. 1 ſunt quinque ! с 12. 1 1 in Pſal. paz. ratio, Juridicialis eft, in qua æqui &re &ti natura, Questas Ju. ſ Scriptum& voluntas. riuscialis præmii et pænæ ratio quæritur. Porov ij dienoido Quid Nego Negotialis eſt, in qua, quid juris ex civili mo Sätus Legales Leges contrariæ, tizivs. re et æquitate lit, confideratur. Ambiguitas. Αμφιβολία. Quid Abfo luta. Abſoluta eft, quæ ipfo in ſe continet juris et Collectio, live Raciocinatio. injuriæ quæſtionem. Συλλογισμός purua Raid Allium. 'Affumptiva eſt, quæ ipfa exſe nihil dat firmi, Definitio Legalisa. aut recuſationem foris, aut aliquid defenfionis aſſumit. Scriptum et voluntas eſt, quando verba ipſa quid.fcripti Quid con Conceſſio eſt, cum reus non id quod factum eſt, videntur cum sententia ſcriptoris dillidere. et voluniss. defendit: fed, ut ignofcatur, poftulat; quod nos Legis contrariæ ſtatus eſt, quando inter fe duz Quid legis Comment. ad pænitentes* probavimus pertinere. leges, aut pluresdiſcrepare videntur. contrarieta Remotio criminis eft, cùm id crimen quod in Ambiguitas eſt, cùm id quod fcriptum eſt, tus, 169.1.09103. ferrur ab fe &ab ſua culpa, vi et poteftate in duas auc plures res ſignificare videtur. Quid Ambi aligin reus dimovere conatur. guitas. Collectio Quid Remo, quæ et Ratiocinatio nuncupatur, Quid Colle tio criminis. Relatio criminis eſt, cùm ideo jure factum di- eſt quando ex eo quod fcriptum eſt, invenitur, ft:0. Quid Relatio citur, quod aliquis ante injuriam laceſſierit., Definitio legalis eſt, cum vis verbi quaſi de criminis. erid Defini Comparatio eft, cùm aliud aliquod alterius finitivâ conſtitutione, in qua pofita fit, quz- tio legalis. Quil Compa. factum honeſtum aut utile contenditur, quod, ricur. ut fieret illud quod arguitur, dicitur eſſe com Status ergo tam rationales quam legales à Statusà qui iniffum. quibuſdam decein et octo connumerati ſunt. bullam 18. 2 Quid Purga Purgatio cft, cùm factum quidem conceditur, Cæterum ſecundum Rhetoricos Tullii decem et Tullio verò bes partenha- fedculparemovetur. Hæc partes habertres,Im- novem inveniuntur, propterea qudd Tranſlatio- 19.numeran prudentiam, caſum, neceſſitatem. Impruden- nem interRationales principaliter adfixit ftatus. tia eft, cùin fciſfe fe aliquid is qui arguitur,negat. Unde feipfum eciam CICERONE (ſicut ſuperiùs di Casus eſt, cum demonſtratur aliquam fortune &tum eſt ) reprehendens, Tranſlationem Legalia vim obſtitiffe voluntati. Neceſſitas eſt, cùm vi bus ftatibus applicavit. quadam reus id quod fecerit, feciſſe ſe dixerit. Quid ft De precatio. Deprecatio eſt, cùm et peccaffe, et conſultò De Controverfia. peccaſſe reus conficetur; et tamen, ut ignoſca Quid Trans- tur,poftulat.Quodgenus perraro poteft accidere. Omnis controverſia, ſicut ait CICERONE, aut fim- Controverfis ex CICERONE lario. 4. Tranſlatio dicitur, cùm caufa ex eo pendet, plex eſt, aut juncta, aut ex comparatione. triplex eft. cùm non aut is agere videtur, quem oportet: aut Simplex eſt, quæabſolutam continet unam Quid fit com non cum eo, quioportet: aut non apud quos, quo quæſtionem, hoc modo: Corinthiis bellum indi- jeftura fim tempore, qua lege, quo crimine, qua pæna cenus, án non. plex. oporteat. Tranſlationi adjicitur Conſtitutio, Juncta, eſt ex pluribus quæſtionibus, in quòd actio tranſlationis &commutationis indi- plura quæruntur hocpacto:Carthagodiruatur: Quid juncts. an Carthaginienſibus reddatur, an eocolonia de Ubi adverſariis omnia conceduntur, et per colas ducatur. lacrymas lupplices defenditur reus. Ex comparatione, utrum potius, an quod po- Quid ex com paratione, a Et ſi juncta erit conſiderandum erit, utrum ex plu ribus quæftionibus juncta fit, an ex aliqua cóparatione. tur. H: gere videtur. 1 De Rhethorica. 565 > Exorarum. rario, t11.0. tiſſimum quæritur ad hunc modum: utrum exer Exordium, eft oratio animum auditoris ido Quit fis cituscontra Philippum in Macedoniam mittatur, neè comparans ad reliquam dictionem. qui ſociis fit auxilio: an teneatur in Italia; ut Narratio, eft reruin geftarum, aut at geſta- Quid Nar quàmmaximæ contra Annibalem copiæ fint. rum expoſitio. Partitio eft, quæ fi re &tè habita fuerit, illu- Quid Per, ftrem &perfpicaam roram efficit orationem. Confirmatio eft, per quam argumentando no- Qrid Confir Genera cauſarumfunt quinque. ftræ caufæ fidem, et authoritatem, et firinamen- mario. tum adjungit oratio. Honeſtum. Reprehenfio eft per quam argumentando ad- Quid Repre Admirabile. verſariorum confirmatio diluitur, aut elevarur. henfio. Humile. Concluſio eſt exitus et determinatio totius exid con Anceps. orationis, ubi interdum et Epilogorum allegatio cnfio. Obſcurum. flebilis adhibetur. Hæc licer Cicero Latinæ eloquentiæ Lumen Duos libros Quid honefti Honeſtum caufæ genus eft, cui ſtatim fine ora- eximium, per varia volumina copiosè ninis et de Rethorica cauſæ genus. tione noftra favet auditoris aniinus. Admirabile diligenter effuderit, et in arte Rhetorica duobus compoſuit ci Admirabile, à quo quod eft pre eft alienatus animus eorum, libris videatur amplexus; quorumCoinmenta à cero, quos M. VITTORINO ter opinio- qui audituri ſunt. VITTORINO composita, in Bibliotheca mea commentatus num hominü Humile eft, quod negligitur ab auditore ', et vobis reliquiffecognoſcor. eft. conftitutum. nonmagnopere attendendum videtur. Quintilianus etiain Doctor egregius, qui poſt Quintiliansis Quid Admi. rabile. Anceps in quo aut judicatio dubia eft, aut Auvios Tullianos fingulariter valuit implere quæ Doctor egre Quid Humile cauſa &honeſtatis et turpitudinis particeps, ut docuit, virum bonum dicendi peritum à priinâ gius in Rhe. Qivid Anceps benevolentiam pariật, &offenfionem. ætate fuſcipiens, per cunctas artes, ac diſcipli- sorica doceka Puid'obfcs Obſcurum, in quo aut tardi auditores funt,aut nas nobiliuin litterarum erudiendum eſſe mon difficilioribus ad cognoſcendum negotiis cauſam ftravit. Libros autein duos CICERONE, de arte implicata eft. Rhetorica, et Quintiliani duodeciin inſtitutio num ! judicavimus eſſe jungendos; ut nec codi cis'excrefceret magnitudo, et utrique duin ne ceffarii fuerint, parati feinper occurrant. Partes orationis Rhetoricæ funt fex. Fortunatianum verò Doctorem novellum, Fortunatik. qui tribusvoluninibus de hac re ſubtiliter minu- nustria ro Exordium. tèque tractavit; in pugillari codice Rhetorica Narratio. congruenterquc redegimus; ut &faſtidiuin lecto confecis. Partitio. ri tollat, &quæ ſuntneceffaria competenter in Confirmatio. ' finuet. Hunc legat qui brevitatis amator eft, Reprehenfio. nam cum opus ſuum in multos libros non teten Concluſio, five derit: plurima tamen acutiffimâ ratiocinatione Peroratio. diſſeruit.Quos codices cum præfatione ſua in uno corpore reperietis eſſe collectos. da. tim lumina de aptè lorfitan, Rhetorica Argumentatio fit. Illatio quæ r Propoſitio | Aut per Inductio- ! nem cujusmembra &Affumptio funt hæc. dicitur. Concluſio ina tayo Rhetorica Argu mentatio tracta tur. rEvdúcemus.Talo PEYSúumps, eſt commentum, Convincibili. vel commentio ', hoc eſt | Oſtentabili. mentis conceptio.Sententiabili. Exemplabili. Txer Suunne, qui eft imper- iCollectitio. fectus fyllogylinus, atque Rethoricus, ficut Fortuna tianus dicit, in generibus i explicatur. azódseçu eſt cer ta quædam argu menti concluſio vel ex confe quentibus, vel repugnantibus. Aut perRatiocina tionem de Argu mentis, in quo no mine complectun Atodict. tur, quæ Græci di cunt. Emxelamud too s Emreignus, eft fententia cum fatione, Latinè dicitur Exe čutio, vel Approbatio, vel Argumentum 11.apemrbiem uc verò, qui eſt Aut Tripertitus. Rhetoricus et latior fyllogyf: 3 AutQuadripercitus. Aut quinquepertitus. | mus eft. B. Unde Argu titus. ductio. Mem2. cit. mêtatiodista. Argumentatio dicta eſt quaſi argutæ mentis rici ſyllogiſmi, latitudinediſtanz& productione oratio. fermonis à dialecticis fyllogiſmis, propter quod Quidfit Ar Argumentatio eſt enim oratio ipſa, qua inven- Rhetoribus datur. gumentatio. tum probabiliter exequimur argumentum. Tripertitus, epichirematicus fyllogiſmus eſt; Quid Triper Quid fit In Inductio eft oratio,qua rebusnon dubiis capra- qui conſtat inembris tribus: id eft, propoſitione, mus aſſenſionein ejus, cum quo inſtituta eſt,live aſſumptione, concluſione. inter FILOSOFI, ſive interRhetores, five inter Quadripertitus eſt, qui conſtatmembris qua- Quid Quz Seriocinantes. tuor: propoſitione, affumptione, et una propo- dripernicus. Quid Probo Propoſitio inductionis eſt,quæ fimilitudines fitionis live afſuinptionis conjuncta probatione, fitio. concedendæ rei unius inducit, aut plurimaruin. et conclufione. Quid illatio. Illatioinductioniseft, quæ et affumptio dicitur, Quinquepertitus eſt,qui conſtat membris quin- Que de Marine quæ rem dequa contenditur, et cujus cauſa ſimi- que:id eft,propoſitione,& probatione, aſſum- quepertiim, litudines adhibitæ ſunt introducit. ptione, et ejus probatione, et concluſione. Quid con Concluſio inductionis eſt, quæ aut conceſſio. Hunc CICERONE ita facit in arte Rhetorica: Si de clulo. nem illationis confirmat, aut quid ex ea confi- liberatio et deinonſtratio genera ſunt cauſarum, ciatur, oftendit. non poffunt rectè partes alicujus generis cauſa Qwid Ratio Ratiocinatio eft oratio, quâid de quo eft quæ- putari. Eadem enim res, alii genus, alii pars effc cinatio. ítio comprobamus. poteft: idem genus, et pars effe non poteſt, vel Quid Enthy Enthymema igitur eſt, quod Latinè interpreta- cætera; quoufque fyllogiſini hujus meinbra clau cur mentis conceptio, quam imperfectum fyllo- dantur. Sed videro quantum in aliis partibus giſmum ſolent Artigraphi nuncupare. Nam in lecter ſuum exercere poſſit ingenium. duabus partibus hæc argumentiforma conſiſtit: Memoratus aurein Fortunatianus in tertio libro quando id quod ad fidein pertinet faciendam, meminit de oratoris memoria, de pronuntiatio utitur fyllogiſmorum lege præterita; ut eſt illud: ne, et voce, unde tainen Monachus cum aliqua Si tempeſtas vitanda eſt, non eft igitur navigan- utilitate diſcedit: quando ad ſuas partes non im dum. Exſola enim propoſitione et conclufione probè videtur attrahere, quod illi ad exercendas conítat effe perfectum: unde magis oratoribus, controverſias utiliter aptaverunt. Memoriam { i quàm dialecticis convenire judicatum eſt. De quidem lectionis divinæ re cognita cautela ſerva dialecticis autem ſyllogiſinisſuo loco dicemus. bit, cùm in ſupradicto libro ejus vim qualitatém Quid con Convincibile eft,quod evidenti ratione * con- que cognoverit: artem verò pronuntiationis in*AIS.convin. vincitur;ſicut fecit CICERONE pro Milone. Ejusigi- divinæ legis effatione concipiet. Vocis autem di tur mortis ſedetis ultores, cujus vitain, li * pPombais ligentiam in pſalmodiæ decantatione cuſtodiet. * Ed. poſetis. per vosreſtitui poſſe, noletis. Sic inſtructus in opere ſancto redditur, quamvis Quid Ofien Oſtentabile eft, quod certa reidemonſtratione libris ſæcularibus occupetur. rabile. conſtringit; ſic CICERONE in Catilinam: Hic ramen Nunc ad Logicam, quæ et DIALECTICA dicitur, vivit, imò etiam in Senatuin venit. ſequenti ordine veniamus, quam quidam diſci Quid Senten tiabile. Sententiale est, quod SENTENTIA generalis addi- plinain, quidam artem appellare maluerunt, di cit; ut apud Terentiun: Obſequium amicos,ve centes: quando apodicticis,id eſt, probabili ritas odium parit. bus diſputationibus aliquid diſſerit, diſciplina Quid Exem plabile. Exemplabile elt, quod alicujus exempli com- debeat nuncupari: quando verò aliquid verilimi M. G. ini. paratione eventum fimilem comminatur; ſicut le tractat, ut ſunt ſyllogiſini ſophiſtici, nomen Cicero in Philippicisdicit:Temiror,Antoni,quo- artis accipiat. Ita utrumque vocabulum pro ar *M.G. per- rum facta * imitere, eoruin exitus, non * per- gumentionis ſuæ qualitate promeretur. timefcere, horrefcere. Quid Colle Collectivum eſt, cùm in unum, quæ argumentata funt, colliguntur; ſicut ait CICERONE pro Milone: Quem igitur cum gratia noluit, hunc voluit De Dialectica cuin aliquorum querela, quemjure, quem loco, quem temporemoneftaulus: hunc injuria,alie- DIALECTICAM primi FILOSOFI indi&ionum no cum periculo non dubitavit occidere. runt: non tamch ad artis redegereperitiam. Post Ed. destris Præterea secundum VITTORINO ENTHYMEMATIS quos Aristoteles -- ut fuit disciplinarum omniun altera eft definitio. Ex fola propoſitione, ſicutjam diligens inquiſitor, ad regulas quasdam hujus Aristoseler dictum est, ita constat ENTHYMEMA -- ut est illud: doctrinæ argumenta perduxit, quæ priùs ſub cer- DIALECTICE Si tempestas vitanda est, non est navigatio requitis præceptionibus non fuerunt. Hic libros fa- argumenta ad regulas renda. Ex fola assumptione s ut est illud: Sunt ciens exquisitos, Græcorum scholam multiplici quafdamper autem qui munduin dicant fine divina administra- laude decoravit; quem noftri non perferentes duris. tione discurrere. Ex fola concluſione -- ut est il- diutiùs alienum, translatum expofitúmque Ro DIALECTICAM lud: Vera est igitur divina sententia. Ex pro- manæ ELOQUENTIAE contulerunt. DIALECTICAM verò, *MS. fcick poſitione et assumptione -- ut est illud: Si inimicus &Rhetoricam VARRONE in nove;n disciplinarú libris canin move est, occidit. Inimicus autem eſt: et quia illi deelt tali funilitudine definivit. DIALECTICA et Rhetori- libris Vaira. conclufio, ENTHYMEMA vocatur. Sequitur Epi- ca est, quod in manu hominis pugnus ad strictus, definivit. chirema. et palma diſtenſa: illa brevi oratione argumenta Quid Epic EPICHIEREMA est, quod superiùs diximus, dels concludens, ista facundiæ campos copioso fer chirema. cendens de ratiocinatione latior excurfio Rheto- mone discurrens: illa verba contrahens, ista di Itendens. Et ARGVMENTVM est ARGVTAE MENTIS IVDICIA QVOD PER INDAGATIONES PROBABILES, rei dubiæ perficitfidem, per Rhetorica ad illa, quæ nititur docenda, facun- pomaleticom DIALECTICA fiquidem ad differendas res acutior: Que fic disse exempla confirmans -- ut est: Noliæinulari in malignan tibus: quoniam tanquain fænum, &c. dior. Illa ad scholas non numquam venit, iſta ju. et Rhetori saris. Zivim.  et Rhetoria 64m. DE DIALECTICA  son quenter. girer procedit in forum: illa requirit rariſſimos et noftræ diſpoſitionis curràtintentio. Conſue * MSS.fre- ftudiofos, hæc * frequentes populos. Sed priul- tudo iraque eft doctoribus philoſophiæ, ante quam de fyllogiſmis dicamus, ubi totius Diale- quam ad Iſagogen veniant exponendam, divis dicæ utilitas et virtusoſtenditur, oporter de ejus lionem philoſophiše paucis attingere:quam nos initiis, quaſi quibuſdam elementis, pauca diffe- quoque ſervantes; præſenti tempore non immer cere; ut ficut eſt à Majoribus diſtinctus ordo, ita ritò credimus intiinandain, Philofophiæ divifio. In Inſpectivam, TIXMT, hæc dividitur in In Naturalem. | Doctrinalem, hæc (In Arithmeticam dividitur Muficam. Geometricain. Divinain. Aftronomicain Diviſt thing Lofophiæ. Philoſophia divi ditur fecundum Ariftotelem. Moralem. | Sirir. Er Actualeta Ciſpenſativa, Φρακτικών PorxorowyXXV. hæc dividitur in Civilem. ίπολιτική » ACETA! oixorouexin. weg.Xti xh. νομοθεπκό., thesxor. Sewertexn.. φυσική. Definitiò Philos fophiæ. megatoxin. resnio intoxin. 23 Quid 1 3. Dirogoera oroimene Occs Kated to duratór ávöçóórw. plina quæ curſus cæleftium, fiderumque figuras homophine en Philoſophia eft divinaruin, humanarùmque re contemplatur omnes, &habitudines ftellaruni quotuplex. rum, inquantum homini poſſibile eſt, probabilis circa ſe; et circa terram, indagabili ratione per Ycientia: Aliter,Philoſophia eſt ars artiuni, et dif- currit. Actualis dicitur, quæ res propoſitas ope ciplina diſciplinarum.Rucſus, Philoſophia eſtme, rationibus ſuis explicare contendit. Moralis di ditatio mortis,quod magis convenit Chriſtianis, citur, per quam mos vivendihoneſtus appetitur; 2.Corint. 16. qui ſæculi ambitione calcata, converſatione dif- et inſtitura ad virtutem tendentia præparantur. ciplinabili, fimilitudine futuræ patriæ vivunt; Diſpenſativa dicitur, domeſticaruin reruin fa Philip. 3. 20. Sícut dicitApoftolus: In carne enim ambulantes, pienter ordo diſpoſitus. Civilis dicitur, per quàm non ſecundum carnem militamus; et alibi: Con- totius civitatis adminiſtrarur utilitas. Philoſo verſatio noftra in calis eft. Philofophia eſt affimi- phiæ diviſionibus definitionibúſque tractatis, in lari Deo ſecundum quod poflibile eft homini. quibus generaliter omnia continentur, nunc ad Inſpectiva dicitur,qua ſupergreſſi vilbilia de di- Porphyrii librum, qui Iſagoge inſcribitur, acce vinis aliquid et cæleſtibus contemplamur, eáque damus. mente foluinmodo contuernur, quantum corpo De Iſagoge Porphyrii. reum ſupergrediuntur aſpectum. Naturalis dici tur,ubiuniuſenjufque rei natura diſcutitur: quia de Genere. Dávc. nihilcontra'naturain generaturin vita: ſed unun | de Specie. tidos. quodque hisufibus deputatur, in quibus à Crea- llagoģe Por de Differentia. Depoeg tore productú eit: nifi fortè cum voluntate divina phyrii tractat de Proprio. ibor aliquod miraculuin proveniremonſtrerur.Doctii i de Accidente, συμβεβηκός. *MSS. figni- nalis dicitur ſcientia, quæ abſtractam * conſiderat ficar. quantitatem. Abſtracta eniin quantitas dicitur, Genus eft ad fpecies pertinens, quod de diffe- Quid fit Ge quam intellectu àmateria ſeparantes,vel ab aliis rentibus fpecie, in co quod quid ſit, prædicatur; nun accidentibus; ut eſt, par, impar: vel alia hujuſce ut animal. Per ſingulas enim fpecies, id eft, modi in ſola ratiocinatione rractainus. Divinalis hominis, equi, bovis, et cæterorun,genus anis dicitur, quando aụt ineffabilem naturam divi- mal prædicarur atque ſignificatur, nam, aut ſpirituales creaturas ex aliqua parte, Species eſt, quod de pluribus et differentibii's Quid fit Spo profundifſimâ qualitate differimus. Arithinerican numero, in eo quod quid fit, prædicatur; nam cies, eſt diſciplina quantitatis numerabilis ſecundum de Socrate, Platóne, et Cicerone homo prædi ſe. Muſica, eſt diſciplina quæ de numeris loqui- catur. tur, quiad aliquid ſunt his, qui inveniuntur in Differentia eſt, quod de plaribus et differen » Quid fit Dif". ſonis. Geometrica, elt diſciplina magnitudinis tibus ſpecie,in eo quod quale ſit,prædicatur; ſicuc erensia, immobilis,&formarum. Aftronoinia,eſt diſci- rationale et inortale,in eoquodquale ſit, dc ho- f mine prædicatur, B. € lcens. men. atque bos. Tulum, Quid fit Pro Proprium eſt, quod unaquæque ſpecies, vel Hoc opus Ariſtotelis intentè legendum eſt, cur Carego prium. perſona certo additamento infignitur, &ab om- quando ficut dictum eſt; quicquid hoino loqui- rie Ariftotelis ni communione feparatur. tur, inter decem ifta Prædicamenta inevitabili, intentè les erid fut Ac. gende. Accidens eſt, quod accidit et recedit præter ter invenitur: proficit etiam ad libros intelligen ſubjecti corruptionem: vel ea quæ fic accidunt, dos, qui live Rhetoribus, fivc Dialecticis appli ut penitus non recedant. Hæc qui pleniùs noſſe cantur. deliderant, Introductionem legant Porphyrii; * £ d.alicujus quilicetad utilitatein * alieni operis ſedicatſcri Incipitperi hermenias, id eft, de inter bere, non tamen ſine propria laude viſus eſt talia pretatione. dicta futinafle. Sequitur liber peri hermenias ſubtiliſimus rii Categorie Ariſtotelis. mis, et per varias formas, iterationéfque cautif ſimus, de quo dictuin eſt: Ariſtoteles, quando Sequuntur Categorix Ariſtotelis, ſive Prædi- librum peri herinenias ſcriptitabat, calamum in camenta: quibus mirum in modum per varias fi- mente tingebat. gnificantiasomnis fermo concluſuseſt: quorum De nomine. organa ſive inftruinenta ſunt tria. De verbo. Inftrumenta Organa vel inſtrumenta Categoriaruin five In libro peri hermenias; De oratione, drogoriarum (rent tria, /ci Prædicamentorum funtæquivoca, univoca, de- id eft, de interpretatio De enunciatione. licet. nominativa. ne, prædictus philofo De affirmatione. Æquivoca. ÆQVIVOCA dicuntur, quorú noinen folùm com- phusdehis tractat. DE NEGATIONE mune eft, fecundùm nomen verò ſubſtantiæ ratio DE CONTRADICTIONE, diversa -- ut “animal”, homo, et quod pingitur. Vniyoca, VNIVOCA dicuntur, quorum et noinen com Nomen, est vVOX SIGNIFICATIVA SECVNDUM PLACITVM - quid fitmoi mune eſt, et ſecunduin nomen discrepare eadem tum, sine tempore: cuius nulla pars est significati substantiæ ratio non probatur – ut: “animal”, homo, va separata – ut: “Socrates”. Verbum, est quod conſignificat tempus: cujus Quid forver Denominati Dena ninativa, id eſt, derivativa, dicuntur pars nihil extra significat, et est semper eorum bum, quæcuinque ab aliquo sola differentia casus ſe- quæ de altero dïcuntur nota – ut: “ille cogitat”, dil cundum noinen habent appellationem: ut å putat. grammatica gramınaticus, et à fortitudine fortis. ORATIO est vox fignificativa, cujus partium Quid ſit örä aliquid separatim significativum est; ut Socrates to Subſtantiaa sola, diſpucat. * MSS.lepa Quantitas, mosotas. ENUNTIATIVA otàtio eſt vox ſignificativa deeo Quid fit Ad aliquid. ney's Fan quod eft aliquid, vel non eſt – ut: “Socrates est.” So- Enuntiatid. Ariſtotelis Ariſtotelis Catego Qualitas. TÓTUS. crates non eſt. Categorie riæ, vel Prædicamen- į Facere. FOREV. AFFIRMATIO est enuntiatio alicujas de aliquo: quid fit Af son decem. ra decem ſunt Pati. PeoMHT – ut: “ Socrates est.” formatio. Situs. ευρώς. NEGATIO, eft alicujus de aliquo NEGATIO: ut: “Socrates non est.” So- luid fitNe. Quando. done. crates non eſt. gatio. Ubi. CONTRADICTIO, eſt afficmationis et negationis euid fitcom | Habere. (xar. oppoſitio – ut: “Socrates disputat, Socrates non disputat.” Subſtantia est, quæ propriè, &t principaliter Hæc omnia per librum ſuprà memoratum mi. Liber Pero Hermenias et maxiinè dicitur; quæ neque de ſubjectopræ- nutiſſimè diviſa; et ſubdiviſa tractantur, quæ BOEZIO feprem dicatur, neque in ſubjecto eſt – ut: “aliquis homo”, breviter intimnaſſe ſuffciat, quando in ipfo com- libris expoſé vel aliquis equus. Secundæ autem ſubftantiæ di- petens explanatio reperitur: maximè cùin eum tu. cuntur, in quibus ſpeciebus, illæ quæ principa- Tex libris à BOEZIO viro magnifico constet exposi liter substantia primò dicta sunt, insunt atque tum, qui vobis inter alios codicese strelictus. Clauduntur -- ut in homine, CICERONE. Nunc ad fyllogiſticas ſpecies formulaſque vea Quantitas Quantitas aur diſcreta eſt, et habet partes ab nianus, in quibus nobilium Philofophorum ju aplex, aiſ alterutrodiſcretas,nec eominunicantes, ſecun- giter exercetur ingenium, dum aliquem communem terminum, velut nu merus, et ſerino quiprofertur; aut continua eſt, De Formulis ſyllogifmorum. et habet partes quæ ſecundum aliquem coinmu* nein terininuin adinvicem convertuntur; velut (in priina forinula modi no linca, ſuperficies, corpus,locus, motus,tempus. Forinulæ Categori Ad aliquid verò funt, quæcumque hoc ipſo coruin, id eſt, Præ-, In ſecunda formula modi Formale ca quod ſunt, aliorum eſſe dicuntur; velur majus, dicativorum ſyllo quatuor. duplum,habitus, difpofitio,ſcientia, ſeriſus, gilmorú ſunttres. | In tertia formula modi politio. i ſex. Qualitas, eſt, fecundum quam aliqui quales dicimur; ut bonus, malus. Modiformule prime ſunt novem. Facere eſt, ut ſecare, vel urere, id eft, ali quid operari. Pati eſt, ut ſecari, vel uri. Primus modus eſt, quiconcludit, id eft, qui Situs, eft, ut ftat, ſeder, jacet. Quando colligit ex univerſalibus dedicativis, dedicati eft, ut hefterno, vel crás. vum univerſale directum; ut, omne juſtum ho Ubi eſt: ut in Aſia, in Europa, in Lybia. neſtum, omne honeftum bonum, omne igitur Habere eft: ut calccatum, velarmatum effe. juſtum bonum. Secundus ött. tradictio, nos creta, con sinna, vem. tegoricum Syllogiſmorum funt tres. DE DIALECTICA Ed, concler dit. per quæ ſubti Secundus moduscft, qui * conducit ex univer- rivis particulari et univerfali dedicatvium parti ſalibus dedicativâ et abdicativâ abdicativum uni- culare directum: ut quoddam juſtam honeſtum, verſale directum: ut oinnejuſtum honeſtum, nul- omne juſtum bonum, quoddam igitur honeſtuin lum honeſtum turpe, nullum igitur juſtum bonum. turpe. Tertius modus eſt, quiconducit ex dedicativis Tertius modus eſt, qui conducir ex dedicativis univerſali et particulari dedicativum particulare particulari et univerſali,dedicativum particulare directum: ut, omne juſtum honeftuin, quod directum: ut quoddam juftum eft honeſtum,om- dam juſtuin bonum, quoddam igitur honeſtum ne honeftuin utile, quoddam igirur juftumn utile. bonum. IV modus eſt, qui conducitex particulari Quartus modus eſt, quiconducit ex univerſa dedicativa, &univerſali abdicativa, abdicativum libusdedicativa et abdicativa abdicativum parti particulare directum: ut quoddam juſtum hone- culare directum: utomne juſtuin honeſtuin, nul Itum, nullum honeftunı turpe, quoddam igitur lum juſtum malum, quoddam igitur honeſtum juſtum non eft turpe. non eſt malum. Quintus modus eſt, qui conducit ex univerſa Quintus modus eſt, qui conducit ex dedicativa libus dedicativisparticulare dedicativum per re- particulari et abdicativa univerſali abdicativum Mexionem: ut omne juftum honeſtum, omne ho- particulare directum: ut, quoddam juſtum, ho neftum bonum, quoddam igitur bonum juſtum. neſtum, omne honeſtum bonum,igitur quoddan Sextus modus eft, qui conducit ex univerſali honeftum non eft malum. dedicativa, et univerſali abdicativa, abdicativum Sextus modus eſt, qui conducit ex dedicativa univerſale per reflexionem: ut omne juſtum ho- univerſali et abdicativa particulari abdicativum neltuin, nulluin honeſtum turpe, nullum igitur particulare directum: ut,omnejuſtum honeſtum, turpe juftum. quoddam juſtum non eſt malum, quoddam igi Septimusmodus eſt,quiconducit ex particulari tur honeſtuin non eſt malum. et univerſali dedicativis dedicativum particulare Has formulas Categoricorum ſyllogiſmorum reflexionem: ut quoddamn juftum honeſtum, qui plenè nofſe deſiderat, librum legat, quiin Liber Apa!e omne honeſtum utile,quoddam igitur utile juſtú. fcribirur -Peri hermenias Apuleii, et qui inſcribi: Odavus modus eft, qui conducirex univerfa- lias ſunt tractata, cognoſcet. Nec faſtidium no- tur Peri her libus abdicativa et dedicativa particulare abdica- bis verba repetita congeminent; diftin &ta enin, menias, le tivum per reflexionein: ut nullum turpe hone- atque conſiderata, ad magnasintelligentiæ vias, gendus. ftum, omnehoneſtum juſtum, quoddamn igitur præftante Domino,nosutiliter introducent.Nunc juſtum non eft turpe. ad hypotheticos fyllogiſinos, ordine currente, Nonas modus eit, qui conducit ex univerſali veniainus abdicativa, &particulari dedicativa abdicativum particulareper reflexionem:velut nullumturpe Modi Syllogiſmorim hypotheticorum, qui fiunt Modifyllogif morum hyposs honeſtun, quoddam honeſtum juſtum, quoda cum aliqua conjunctione, Jeptem funt. dam igitur juſtum non eſt turpe. funt feptem. Primus modus eſt, velut: Si dies elt, lucer; eſt Modi formuleſecunda funt quatuor. autein dies; lucet igitur. Secundusmodus eft ita: ſi dies eſt, lucet, non Primus modus eſt, qui conducit ex univerſali- lucet; non eft igitur dies. bus dedicativa et abdicativa abdicativum univer- Tertius modus eſt ita: non et dies eſt et nonlu fale directum: velutomne juſtum honeſtum,nul- cet, atqui dies eft, lucèt igitur. lum turpe honeftum,nullum igitur juſtum turpe. Quartus modus eft ita: aut nox, aut dies eft, at Secundus modus eſt, quiconducit ex univerſa- qui dieseſt, non igitur nox eſt. libus abdicativa et dedicativa abdicativum uni Quintus moduseſt ita: aut dies eſt, aut nox, at-. verſale directuin: velut nullum turpe honeftum, qui nox non eſt, dies igitur eſt. omne juſtum honeſtum, nullumigitur turpe Sextus inodus eſt ica: non et dies eſt, et nonlu juftum cet, dies autem eſt, nox igitur non eſt. Tertius modus eſt, quiconducit ex particulari. Septimus modus eſt ita:non et djes eft et nox, dedicativa et univerfali abdicativa ab licativum atqui nox non eſt, dies igitur eſt. particulare directum: veluc quoddam juftum ho Modos autem hypotheticorum ſyllogiſinorum neſtum, nulluin turpehoneftum, quoddam igi- fi quis pleniùs noſſe deſiderat, legat librum Marii Marius Vi tur juſtum non eſt turpe. Victorini, qui inſcribitur de fyllogiſmis hypo- &torinus librá Quartus r.odus eſt, quiconducit ex particu- thericis. Sciendum quoque, quoniam Tullius de hypotheti: lari abdicativa et univerfali dedicativa abdicati- Marcellus Carthaginenſisde categoricis et hy- edidit. vum particulare directum: velut quoddamn juftum potheticis fyllogiſmis, quodà diverfis philoſo: Tullius Mar non eſt turpe, omne malum turpe, quoddam phislatiſſimè dictum eft, feptem libris breviter cellus igitur juſtuin non eft malum, ſubtilitérque tractavit; ita ut priino libro de re: thag. de Syl gula, ut ipſe dicit, colligentiarum artis Dialecticæ logiſmis Modi formula tertiæfunt fex. diſputaret; &quod ab Ariſtotele de categoricis compofuit. ſyllogiſmis multis libris editum eſt, ab ifto fecun Primus modus eſt, qui conducit 'ex dedicativis do et tertio libro breviter expleretur; quod aut univerfàlibus dedicativum particulare, tam dire- tem de hypotheticis ſyllogiſmis à Stoicis innume Etuin, quàm reflexum: ut omne juſtum hone- ris voluminibus tractatum eſt, ab iſto quarto et ftum, omne juſtum bonum, quoddam igitur ho- quinto libro colligeretur. In fexto verò de inix neftum bonum vel quoddamn bonum ho- tis fyllogiſinis, in ſeptimo autem de compoſitis neftuin. diſpucavit; quem codicem vobis legendum re-, Secundus modus eſt, qui conducit ex dedica- liqui. cccc theticorum Car Jeprem libros >  Quid las Depnilio. 1.1 1 longum viaticum: modò ut laudet, ut adolers De Definitionibus. centia eſt Aos ætatis. Octava ſpecies definitionis eft, quain Græci Hinc ad pulcherrimas definitionum ſpecies ac- x7 a paistoin rõ Evertix vocant, Latini per pri Milanius, quæ tantà dignitate præcellunt, ut pof- vantiam contrarii ejus quod definitur, dicunt; up ſont dici orationun maxiinuin decus, et quædam bonum eſt, quod malum noneft: juftuin eſt, quod lumina dictionuin. injuſtum non eft. Et his fimilia: quod fe ita na Definitio verò, eſt oratio uniuſcujuſque rei turaliter ligat, ut neceſſariam cognitionem fibi naturam à communione diviſam, propria ſignifi- unius comprehenſione connectat. Hoc autem catione concludens: hæc multis modis, præce- genere definitionis uti debemus, cùm contrarium priſque conficitur. notun eſt; nam certa ex incertis nemo probat. Definitionum prima eſt óvoradcas, Latinè ſub- Sub qua ſpecie ſunt hæ definitiones. Subſtantia ftantialis, quæ propriè et verè dicitur definitio; eft, quod neque qualitas eſt, neque quantitas, ne or eſt, homoanimalrationale mortale, ſenſus dif- que aliqua accidentia: quo genere definitionis ciplinæque capax;llæc enim definitio per fpecies Deus definiri poteſt; etenim cùm quid fit Deus, et differentiasdeſcendens, venit ad proprium, et nullo modo comprehendere valeamus: ſublatio deſignat plenillimè quid ſit homo. omniuin exiſtentium, quæ Græci örta appellant, Sccunda eſt ſpecies definitionis, quæ Græcè cognitionem Dei nobis circumciſa et ablata no ŽVYOMMA TIx ) dicitur, Latinè notio nuncupatur: tarum rerum cognitione ſupponit; ut li dicamus, quam notionem communi,non proprio nomine Deus eſt, quod neque corpus eſt, neque ullum poffumus dicere. Hæc iſto modo ſemper effici- elementum, neque animal, neque mens, neque cur: Homo eſt, quod rationali conceptione et ſenſus, neque intellectus, neque aliquid, quod exercitio præeſt animalibus cunctis. Non eniin ex his capipoteſt; his enim ac talibus ſublatis, dixit, quid eſt homo, ſed quid agat, quaſi quodam quid fit Deus, non poterit definiri. figno in notitiam denotato. In iſta enim &in re Nona ſpecies definitionis eſt, quain Græci liquis notio rei profertur: non ſubſtantialis, ut Kåtalnooi, Latini per quamdam imaginatio in illa primariaexplanatione declaratur; et quia nem dicunt –ut: “ÆNEAS est Veneris et Anchisæ illa subftantialis est.” -- definitionum omnium obti- filius. Hæc ſemper in individuis verſatur, qux ner principatum. Græci aqua appellant. Idem accidie in eo gene Tertia fpecies definitionis eſt, quæ Græcè redictionis, ubialiquis pudor aut metus elt no Trolótus dicitur, Latinè qualitativa. Hæc dicendo minare – ut: CICERONE, cùm me videlicet ficarii illi quid quale lit, id quod fit, evidenter oſtendit. deſcribant. Cujus exemplum tale eſt: homo eft, qui ingenio Decima fpecies definitionis eft, quam Græci valet, artibus poller, et cognitione rerum: aut as Tót, Latini, veluti, appellant; ut fi quæ quæ agere debeat eligit:aut animadverſione quod ratur quid ſit aniinal, refpondearur, homo: inutile fit contemnit; his enim qualitatibus ex non enim manifeftè dicitur animal folum effe preſſus ac definitus homo eſt. hominem, cum fint alia innumerabilia: ſed cuin IV ſpecies definitionis eſt, quæ Græcè dicitur homo, veluti ipfum hominem animal de soggapixn, Latinè deſcriptionalis nuncupatur: fignat: cùm tamen huic nomini multa ſubja quæ adhibitâ circuitione dictorum factorúmque, ceant. Rem enim quæfitam prædictum declata rem, quid fit deſcriptione declarat;ut ſi lu- vit exemplum. Hoc eſt autem proprium defini xuriofum volumus definire, dicimus: Luxurio- tionis, quid fit illud, quod quæritur, declarare. fus, eſt victus non neceffarii et fumptuoli et one XI ſpecies definitionis eft, quam Græ rofi appetens,in deliciis affluens,in libidine pron- ci rece tead the matter, Latini per iudigentiain ptus; hæc et talia definiunt luxuriofum. Que pleni ex eodem genere vocant: ut ſi quæratur ſpecies definitionis, oratoribus magis apta eſt, quid fit triens, refpondeatur, cui dodrans deeft, quàm dialecticis, quia latitudines habet; hæc ut lit aſlis. fimili modo in bonis rebus ponitur, et in XII ſpecies definitionis eſt, quam Græ malis. ci, Kata imesvov, Latini per laudem dicunt; ut Quinta ſpecies definitionis eft, quam Græcè Tullius pro Cluentio: Lex eſt mens, et animus, AT nikov: Latinè ad verbum dicimus: hæc vo- et confilium, et fententia civitatis. Et aliter pax cem illam, de qua requiritur, alio ſermonedeſi- eſt tranquilla libertas. Fit et pervituperationem, gnat uno ac ſingulari, et quodammodo quid il- quam Græci tózer vocant: ſervitus eſt poſtre lud ſit in uno verbo pofitum, uno verbo alio de- mum malorum omnium, non modò bello, ſed clarat; ut conticefcere eſt tacere: item cùm ter- morte quoque repellenda. minum dicimus finem, aut terras populatas inter Tertiadecima eſt ſpecies definitionis, quam pretemur effe vaſtatas. Greci κατ'αναλογίαν,Latini juxta rationem dicunt: Sexta ſpecies definitionis eſt, quam Græci x fed hoc contingit, cum majoris ire nomine, res Thu nepoege, per differentiam dicimus; id eft, definitur inferior: ur eſt illud, homo ininor mun cùm quæritur, quid interſit inter regem et ty- dus. Cicero hac definitione ſiculus eſt:Edictum, rannum, adjecta differentia quid uterque fit, de- legem annuam dicunt eſſe. finitur: id eſt, rex eſt modeftus et temperans, ty XIV eſt ſpecies definitionis, quam rannus verò impius et immitis. Græci sess, Latini ad aliquid vocant: ur eſt Septima eft fpecies definitionis, quam Græci illud, pater eft, cui eſt filius:dominus eſt, cui eft el ustápoegr. Latini per tranſlationein dicunt: fervus: et CICERONE in Rhetoricis, genus eſt, quod ut Cicero in Topicis, Lictus eſt, quà Auctus elu- plures partes amplectitur: item pars eſt, quod lu dit. Hoc variè tractari poreſt: modò enim ut beſt generi. moveat, ficut illud, caput eſt arx corporis: modò Quintadecima eſt ſpecies definitionis, quam ut vituperet, ut illud, divitiæ ſunt brevis vitæ Græci koste BiTiongear, Latini fecundum rei fa ! DE DIALECTICA  tionuom. 5 rationem vocant: ut dies eſtrol fuprà terras:nox, dicativus atque ſubjectus. Terminos autem voco elſolſubterris. Scire autem debemus prædictas verba &nonina, quibus propoſitio nectitur;ut niquifuntper propoſe ſpecies definitionum, Topicis meritò eſſe ſocia- in ea propoſitione qua dicimus:Homojuſtus eſt: tas, quoniaminter quædam argumenta funtpoſi- hæc duo nomina, id eſt, homo et juftus, propo tæ, et nonnullis locis commemoranturin Topi- fitionis partes vocantur. Eoſdem etiam terminos cis. Nunc ad Topica veniamus, quæ ſunt argu- dicimus: quorum quidem alter ſubjectuseſt, al mentorum fedes, fontes ſenſuu, origines di- ter verò prædicativus, Subjectus eſt terminus, &tionum: de quibus breviter aliqua dicenda ſunt, qui minor eſt: prædicativus verò, qui major: ut ut &dialecticos locos, et rhetoricos, ſive corum in ea propolitione, qua dicitur, Homo juſtus, differentias agnofcere debeamus: ac prius dedia- homo quidem minus eſt, quàm juſtus. Non Iceticis dicendum eft. enim in folo homine juſtitia eſſe poteft, verùm etiam in corporeis diviníſque ſubſtantiis: atque De Dialecticis locis. ideo major eſt terminus, juſtus: homo verò, mi nor; quò fit, ut homo quidem ſubjectus fit ter Quid die Propoſitio, eft oratio verum - falfúmveſignifi- minus, juſtus verò prædicativus. PROPOSITIO cans, utſiquis dicat, cælum eſſe volubile: hæc Quoniam verò hujuſmodi (implices propolis enuntiatio et proloquiun nuncupatur: quæſtio tiones alterum habentprædicativum terminum, verò eft, in dubitationem ambiguitatémque ad- alterum verò ſubje& um, à majoris privilegio par ducta propofitio; utſiqui quærant, an fit cælum tis propoſitio prædicativa vocata eft.Sæpe autem Quid Concli- volubile. Concluſio, eft argumentis approbara evenit, ut hi termini ſibimet inveniantur æqua 330. propoſitio; ut fi quis exaliis rebus probetcælum les, hocinodo, homoriſibilis eſt; homo namque effe volubile.Enuntiatio quippe live ſui tantum et riſibilis uterque ſibi æquus eſt terminus. Nam caufa dicitur,five ad alios ad ferturad probandum, ncque riſibile ultra hominem, nec ultra riſibile propofitio eft: cùm de ipſa quæritur, quæſtio: homo porrigitur: ſed in luis hoc evenire neceſſe lipſa eſt approbáta, conclufio. Idem igitur pro- eſt, utſi quidam inæquales termini ſunt, major politio,quæſtio, et conclufio, fed differuntinodo, ſemper de ſubjectoprædicetur: fi verò æquales Quid fit Ar Argumentum eſt oratio rei dubiæ faciens fi= utrique, converſa de fe prædicatione dicantur. gumentum. dem. Non verò idem eſt argumentum, quod et Ut verò minor demajore prædicetur, in nulla arguinentatio. Nam vis ſententiæ ratióque ea, propoſitione contingit. Fieri autein poteft, ut quæ clauditur oratione, cùm aliquid probatur propoſitionum partes, quas terminos dicimus, ambiguum, argumentum vocatur: ipfa verò ar- non ſolum in nominibus, verum etiain in oratio gumenti elocutio, argulhentatio dicitur; quò fit, nibus inveniamus. Nam ſæpe oratio deoratione ut argumentum quidem mens argumentationis prædicatur hoc modo: Socrates cum Placone so Git atque ſententia: argumentatio verò argument diſcipulis de philoſophiæ ratione pertractat; hæc per orationem explicatio. quippe oratio, quæ eft, Socratesçum Platone et Quid fit LOCVS verò eſt argumenti fedes, vel unde ad diſcipulis, ſubjecta eſt: illa verò, quæ eft, de propoſitain quæſtionein conveniens trahitur ar- philofophiæ ratione petractat, prædicatur. Rur gumentum. Quæ cùm ita fint, ſingulorum dili- ſus aliquando nomenſubjectum eſt, oratio præ =' gentiùs nătura tractanda eſt, eorumque per fpe- dicaruin, hocmodo: Socrates de philoſophiæ ra-. cies ac membra figuraſque facienda diviſio. cione pertractat; hic eniin Socrates ſolus ſubje Acpriùsde propoſitione eſt diſſerendum: hanc ctus eſt:oratio verò, quàm dicimus, de philoſo eſſe diximus orationein, veritatem, vel menda- phiæratione pertractat,prædicatur.Evenir etiam, Duæſuntpro- cium continentem. Hujus duæ ſunt ſpecies: una ut fupponatur oratio, et fimplex vocabulum pofitionum affirmatio, altera verò negatio. Affirmatio eſt, prædicetur hoc inodo: Similicudo cum ſupernis fpecies ſub,, fi qui ſic efferat, Caluin volubile eſt:negatio, li diviníſque ſubſtantiis, juſtitia eſt; hic enim ora quis ita pronuntiet, cælum volubile non eſt. rio per quam profertur fimilitudo, cum ſupernis alie. Harumverò aliæ ſunt univerſales, aliæ ſunt par- diviníſque ſubſtantiis fubjicitur:juſtitia verò pre ticulares, aliæ indefinicæ, aliæ ſingulares. Uni- dicatur. Sed de hujuſmodipropoſitionibusin his verſales quidem, ut ſi quis ita proponat: Oin- commentariis, quos in Peri hermenias Ariſtotelis nis homo juftuseft, nullus homo juſtus eft. Par- libros ſcripſimus, diligentiùs differuimus. ticulares verò, fi quis hoc modo:Quidamn homo Arguinentum, eft oratio rei dubiæ faciens fi- Quid fit an juftus eft, quidam homo juſtus non eſt. Inde- dem:hanc femper notiorem quæſtione elſe nez gumentum, finitæ fic:Homojuſtus eſt, homo juſtusnon eſt. ceſſe eſt. Nain liignora nobis probantur, argu Singulares verò sunt, quæ de individuo aliquid mentum verò rem dubiam probat: necesse est, ut singularique proponunt: -- ut: “Cato iustus est.”, CATONE quod ad fidem quæstionis assertur, sit ipsa notius justus non est; etenim CATONE individuus est, ac quæstione. Argumentorum verò oinnium alia Multiplicito fingularis. ſun tprobabilia et neceſſaria:alia veròprobabilia Juris Argan Harum verò alias prædicativas, alias conditio. quidem, ſed non neceſſaria: alia neceffaria; ſed nales vocainus. Prædicativæ funt, quæ fimpli- non probabilia:alia nec probabilia, nec neceffaria. Quid forProm citer proponuntur, id eſt, quibus nulla vis con- Probabile verò eſt, quod videturvelomnibus, vel bavile Argu ditionis adjungitur: ut fi quis fimpliciter dicat, pluribus, velfapientibus, et his vel omnibus, vel mensun. Cælum eſſe volubile. At, li huic conditio copu- pluribus, vel maximè notis, atque præcipuis, letur, fit ex duabus propoſitionibus una condi- vel unicuique artifici fecundum propriam facul tionalis, hocmodo: Cælum (irotundum ſit, efle càtem; ut de medecinamedico, gubernatori de volubile; hîc enim conditio id efficit, ut ita de- navibus gubernandis: et præterea quod ei vides mum cælum volubile eſſe intelligatur, ſit ro- tur cuin quo fermo conſeritur, vel ipſi qui judi tundum. Quoniam igitur aliæ propofitiones præ- cat. In quo nihil artiner verum falfùmvelit árgưr dicativæ ſunt, aliæ conditionales: prædicativa- mentum, fi tantùm veriſimilitudinem tenet. rum partes, terminos appellamus. Hi ſunt præ Neceffariun vero eft, quod ut dicitar, ita eſt, Quidfor Ne cearium. Сccc ij Locis. quibus multe mentorum genera. B. rium. atque aliter eſſe non poteft: et probabile quidein, fpeciebusutiturargumentis, quæfunt probabi ac neceflarium eſt; ut hoc ſi quid cuilibet rei ſic le ac neceſſarium, neceſſariuin ac non probabile. additum, totum majus efficitur. Neque enim Patet igitur, in quo philoſophus ab oratore, ac quifquam ab hąc propoſitione diffentiet, et ita ſe dialectico in propria confideratione diſſideat; in Quid fit le habere neceſſe eſt. Probabilia verò acnon ne- co ſcilicet, quod illis probabilitatem, huic veri provabile ac ceffaria, quibus facilè quidem animus acquief- tatem conſtat elle propofitam. Quarta yerò fpe non neceffa- cit, fed veritatis non tenet firmitatem; ut cies argumenti, quain ne arguinentun quiden học, ſi mater eſt, diligit. Neceſſaria verò funt, rectè dici ſupràmonſtravimus, fophiftis Tola eſt Quid fit ne cilarium,ac ac non probabilia, quæ ita quidein eſſe, ut dicun- attributa. Topicorum verò intentio eft, verili non probabile tur ſe habere, necefle eft, ſed his facilè non con- milium argumentorum copiam demonſtrares de ſentit auditor:ut ob objectum Lunaris corporis, fignatis enim locis,è quibus probabilia arguinen bredamſunt Solis evenire defectunt. Neque neceſſaria verd ta ducuntur, abundans.& copiofa neceſſe fiat nec neceffa- peque probabilia funt, quæ neque in opinione materia differendi. ria,necpro- hominum, neque in veritate confiftunt, ut hoc, Sed quoniam, ut fuprà dictum eſt, proba babilia habere quæ non perdiderit cornua Diogenem, bilium argumentorum alia funt neceffaria, quoniam habcatid quiſque quod non perdiderit; alia non neceſſaria: cùm loci probabilium ar quæ quidem nec argumenta dici poſſunt: argu- guntentorum dicuntur, evenit, ut neceſſario mentaenim rei dubiæ faciunt fidem. Ex his au- ruin quoque doceantur, quo fit, ut oratoribus tem nulla fides eſt, quæ neque in opinione, ne- quidem ac dialecticis hæc principaliter facultas que in veritate ſunt conſtitutą. Dici tamen poo parecur, ſecundo verò loco FILOSOFI. Nam teſt, ne illa quidem eſſe argumenta, quæ cùm fint in quo probabilia quidem omnia conquiruntur, neceffaria, minimè tamen audientibus appro- dialectici atque oratores javanțur: in quibus verò bantur. Nam ſi rei dubiæ fit fides, cogendus eft probabilia ac neceffaria docentur, philoſophic.e animus auditoris, per ea quibus ipſe adquieſcit, demonſtrationi miniſtratar ubertas. Non modò u concluſioni quoque, quam nondum probar, igitur dialecticus atqueorator, verùm etiam de poſlit accedere. Quod fi quæ tantùm neceffaria monſtrator, ac veræ argumentationis effector, (unt, ac non probabilia, non probat ille qui ju- babetquod ex propoſitislocis libi poſſit adſuine dicat,eltneceſſe, utneillud quidein probet,quod re. Cùm inter argumentorum probabilium focos, ex hujuſcemodi ratione conficitur. Itaque evenit neceſſariorum quoque principia traditio mixta ex hujufmodi ratiocinatione, ea, quæ tantùm contineat. Illa verò argumenta, quæ neceſſaria neceffaria ſunt, ac non probabilia, non efle ar- quidein ſunt, ſed non probabilia; atque illud gumenta. Sed non ita eſt, atque hæc interpreta- ultimum genus; fcilicet ilec probabile,nec ne tio non rectæ probabilitatis intelligentiam tenet. ceſſarium,à propofiti operisconſideratione fem Ea funt enimprobabilia, quibusſponte, atque jundum eſt. Nili quod interdum quidam ſophi ultrò conſenſus adjungitur; ſcilicet ut moxaudi- ſtici loci exercendi gratia lectoris ab hibentura ta fint, approbentur. Quocirca Topicorum pariterutilitas intencióque de fint ar Quæ verò nec effaria funt, ac non probabilia,aliis patefacta eft; his enim et dicendi facultas, &in gamenta pro babilia. probabilibus ac neceſſariis argumentisantea de veſtigatio veritatis augetur. monſtrátur,cognitáque &credita, ad alterius rei, Nam quid dialecticos atque Oratores locorum locorum ** de qua dubitatur, fidem trahuntur;ut ſuntfpecu- juvát agnitio? Orationi per inventionem co micos arque lationes,id cft,cheoremata, quæ in Geometriacon- piampræftant. Quid verò neceffariorum doctri- Oratoresmus fiderantut. Nam quæ illic proponuntur, non funt nam locorum philoſophis tradit? viam quodam- sum juvas. talia, ut in his fponte animus diſçentis accedar: modo veritatis illuftrat. Quò magis perveſtis ſed quoniam demonſtrantur aliis argumentis, illa ganda eft rimandâque ulterius diſciplina ea, quæ quoque ſçita et cognita ad aliarum fpeculatio- cùm cognitione percepra uſu atque exer pumargumenta ducuntur.Itaque probabilia non citatione firmanda. Magnum enim aliquid lo Cunt, ſed ſunt neceſſaria his quidem auditoribus, corum conſideratio pollicetur, fcilicetinvenien quibus nondum demonſtrata funt: ad aliud ali- di vias; quod quidem hi, qui ſunt hujus rationis quid probandum, argumenta effe non poffunt; expertes,ſoliprorſus ingenio deputantur: neque hi autem qui peioribus rationibus eorum, qui- intelligunt, quantun hac conſiderationequærat bus non adquieſcebant, fidem cceperunt, poffunt, cur, quæ in artem redigit vim poteſtatemque na cas quæ non ambigunt, ad argumentuin vocare. turæ. Sed de his hactenus: nunc de reliquis ex Sed quia quatuor facultatibus differendi omne plicemus. artificium continetur, dicendum eſt qux quibus uti noverit argumentis; ut, cui potiſſimum diſci De Syllogiſmise plinæ locorum atque argjinentorum paritur u Diale &tice, bertas, evidenterappareat. Quatuorigitur fa Syllogiſmorum verò aliiſuntprædicativi, qut" Syllogiſmialii Oratori, Phi- cultatibus,earúmque velutopificibus,differendi categorici vocantur,aliiconditionales,quos hy- predication Dolopho, so omnis ratio ſubjecta eft, id eſt, dialectico, ora, potheticos dicimus. Et prædicativiquidem funt, males, com phifte dife rendiomnis tori, philofopho, sophistæ. Quorum quidem qui ex omnibus prædicativis propoſitionibus quid fins. ratio fobjekta dialecticus atque orator in communi argumen- connectuntur sur is, quem exempli gratiafupes, torummateria verſautur; uterque enim,five ne- riùs adnotavi, omnibus enim propoſitionibus cellaria, kve minimè, probabilia tamen ſequitur prædicativis texitur.Hypothetici verò funt,quo Quefit diffe ventia inter argumenta. His igitur illæ duæ fpecies argu- ium propofitiones conditione nituntur, ut hics Dialecticum, menti famulantur,quæ funt probabile ac non si dies eft, lux eſt zett autem dies, lux igitur eſte Oratorent et neceffarium: philoſophus vero ac demonftrator Propofitia enim prima conditionem tenet hanc, Philoſuphum. de ſela tantum veritate pertractant: Asque ideo quoniam ita demum lux eft, fi dies eft. Atque ſive liņt probabilia, five non fint, nihil referi,' idea fyllagiſmus hic, hypochericus, id eſt condi modo duin ſine peceſlaria: bic quoque his duabus tiopalis vocatur. Inductio verò eft oratio, per i i Onid fais duftio. DE DIALECTICA Tuniwy. $ niio. 0 10 OS 2712 quam fitàparticularibus ad univerfale progreflio, plumvocamus:quoniam vero non pluresquibus hoc modo: Siin regendis navibusnan forte, ſed id efficiat colligit partes, ab inductione diſcedit. arte legitur gubernator: fi regendis equis auriga Ita igitur duæ quidem ſunt argumentandiſpecies non fortis eventu, ſed commendatione artis ad- principales: una, quæ dicitur fyllogiſmus, alte ſumitur: fi in adminiftranda republica non ſorsra que vocaturinductio; ſub his aurem, &veluc principem facit,ſed peritía moderandi; et fimi- ex his manantia, enthymema atque exemplum, Ed. infe- lia, quæ in pluribus conquiruntur, quibus * im- Quæquidem omnia ex syllogiſmo ducuntur, et pertitur: et in omni quoque re, quam quiſque ex fyllogifino vires accipiunt: live enim ſit enthy regi atque adminiſtrari gnaviter volet, qui non 'mena, liveinductio, live etiam exemplum, ex forte accommodat, ſed arte, rectorem, fyllogiſmo quàm maximè fidem capit; quod in Vides igitur quemadmodum per fingulas res prioribus reſolutoriis, quæ ab Ariſtotele tranftu currat oratio,ur ad univerſale perveniat.Nam cùm linus, denonſtratumeft. Quocirca fatis eſt de non forte regi, ſed arte navim, currum, rempubli- fyllogilino differere, quaſi principali, et cæte cam collegiffet, quali in cæteris ſeſe quoque ita ras argumentandiſpecies continente. habeat, quod erat univerſale concluſit: in omni Reſtat nunc quid fit locus, aperiçe. Locus nam- Quid forlocais bus quoque rebus, non ſorte ductum, fed arte, que eſt, ut* Marco Tullio placet, argumentife a Dialectico. MSS.Man præcipuum debere præponi. Sæpe autem multo, des; cujus definitionis quæ fitvis, paucis abſol rum collecta particularitas aliud quiddam parti- vam, Argunventi enim fedes partin maxinia culare demonſtrat; ut fi quis fic dicat: Si neque propoſitio intelligi poteft, partim propofitionis navibus, ncque curribus, neque agris ſorte præ- inaximè differentia. Nam cùm fint alize propoli ponuntur; nec rebus quidein publicis rectores tiones, quæ cùin per ſe notæ lint, cùm nihil ul eſſe ſorte ducendi funt. Quod argumentationis teriùs habeant, quo demonftrentur, atque hæ genus maxiinè folet eſſe probabile, etſi non maxinæ et principales vocentur, funtque aliæ æquam ſyllogyſmi habeat firinitatem. Syllogif- quarum fidem primæ ac maximæ, fuppleant mus namqueabuniverfalibus ad particularia de- propofitiones: neceffe eft, ut omnium quæ curret. Eftque in eo, fi veris propoſitionibus dubitantur, illæ antiquiſſimam teneant pro+ contexatur, firma atque immutabilis veritas. bationein; quæ ira aliis fidem facere poffunt, Ut inductio habet quidem maximam probabi- ut ipſis nihil queat notius inveniri. Nam li litatem, ſed interdum veritate deficitur; ut in argumentum eſt, quod rei dubiæ faciat fidem, hac: Qui fcir canere, cantor eſt: et qui luctari ídque notius ac probabilius eſſe oportet, quàm luctaror: quique ædificare, ædificator; quibus illud quodprobatur: neceſſe eſt, utargumentis multis fimili jatione collectis, inferri poteſt: omnibus illa maximam fidem tribuant, quæ ita Qui fcit igitur malum,malus eſt, quod non pro- per ſe nota ſunt, at alienâ probationenon egeant: cedit;mali quippe notitia deeſſe non poteſt bonoš Sed hujulinodi propoſitio aliquotiens quidem virtusenim ſeſe diligit, aſpernatúrque contraria, intra argumenti ambitum continetur: aliquotiens nec vitare vitium niſi cognitum queat. yerò extra polita, argumenti vires ſupplet ac per His igitur duobus velut principiis, &generibus fices, Duo funt alii argumentandi, duo quidem alii deprehenduntur Cinnes igitur loci, id eft; maximarum diffe, Omnes loci à argumentori argumentationis modi: unusquidem fyllogiſmo, rentiæ propoſitionum, aut ab his ducantur ne quibus ternii modi, Enthy alter verò inductioni ſuppoſitus. In quibus qui- ceſſe eſt terminis, qui in quæſtione ſunt propo memaſciet exemplum, ea dempromptumſit conſiderarequod, ille quidem fiti, prædicato ſcilicețarquefubjeéto: aut extrin qaid (ma à fyllogiſmo, ille verò ab indu et ione ducat exor- ſecus adfumantur:auc horum medii acque inter dium: non tamen,aut hicfyllogiſmum, aut ille utrofque verſentur. Eorun verò locoruin, qui impleat inductionem; hæc autem ſunt enthyine ab hisducuntur terininis, de quibus in quæſtione ma, atque exemplum, Euthymema quippe eft dubitatur, duplex modus eſt: unus quidem ab imperfectus fyllogiſmus, id eſt oratio, in qua non corum fubftantia, aker verò ab his, quæ eoruin omnibus antea propoſitionibus conftitutis,inter ſubſtantiam conſequuntur shi verò quià ſubftária tur feſtinata conclufiosut fi quis ſic dicat: homo funt, inſola definitione conliſtunt.Definitio enim animal eſt, ſubſtantiaigicur eſt; præterınjſic eniin ſubſtantiammónftrát; et fubſtaạtiæ integra det alteram propofitionem, quâ proponitur omne monſtratio, definitio eſt. Sed, id quod dicimus, aniinal elle fubftantiam. Ergo cùm enthymema patefaciamus exemplis;ut omnis vel quæftionum, ab univerſalibus ad particularia probanda con- vel arguinentationum, vel locoruin ratio con tendit, quali ſimile Jyllogiſmo eft. Quod vero quieſcat. Age enim quæratur; an arkores ani non omnibus, qu:e conveniunt fyllogiſmo,propor malialint, řátque hujuſmodifyllogiſmus: ani+ ſitionibus utitur, à fyllogiſmi ratione difcet mal eftfubftantia animata ſenſibilis:non eft arbor dit, atque ideò imperfectus vocatuseft fyllogif- fubftantia animata fenfibilis; igitur arbor animal mus, non eft. Hic quæſtio de genere eft; utrùm enim Exemplum quoque inductioni fimili ràtionę arboresfub aniinaliumgenere panendæ fint,qux et copulatur, et ab ea diſcedit. Eft enim exem- ritur: locus qui in univerſali propofitione con, plum, quod perparticulare propoſitum,particu- filtit, huic generis definitio non convenit, id lare quoddam contendit oſtendere, hoc modo; ejus, cujus ea definitio eft, fpecies non eſt loci Oportet à Tullio consule necari CATILINA, cum superioris differentia: qui locus nihilominus à Scipione Gracchus fueritinteremptus; appro, nuncupatur à definitione. batum eſt enim CATILINA à CICERONE debere pe Vides igitur ut çora dubitatio quæftionis fyllo rimi, quod â Scipione Gracehus fuerit occiſus: giſmi argumentatione* tracta (it per convenien: Ed.sracht quæ utraque particularia effe, ac non univerſalià tes et congruas propoſitiones,quæ vim ſuam ex "4. lingularum deſignat interpoſitio perſonarum prima &maxima propofitionecuftodiunt; ex ea Quoniamigiturex parte pars approbatur, quafi {cilicet, quænegat effe fpeciem, cui ñnon conve: inductionis fimilitudinem tenet id, quodexem- niat generis definitio, Acque ipſa univerſalis pro nis ducantur: B. ftantia du tem. poſitio à ſubſtantia tracta eſt unius eorum termi- eſt, hoc modo fæpe quæſtionibus argumenta ni, qui in quæſtione locati ſunt; ut animalis,id fuppeditat; ut fi fit quæſtio, an juſtitia utilis fit, eſt, ab ejusdefinitione,quæ eſt ſubſtantia anima- fit fyllogiſmus: Omnis virtus utilis elt, juſtitia ra ſenſibilis. Igitur in cæteris quæftionibus ſtri- autem virtus eſt, ergo juſtitia utilis eſt. Quæſtio ctim ac breviter locorum differentiis coinmemo- de accidenti, id eſt, an accidat juftitiæ utilitas. fatis, oportet uniuſcujuſque proprietatem vigi- Locus is, qui in maxima propoſitione conſiſtir. lantis animi alacritate percipere. Quæ generi adfunt, et fpeciei. Hujus ſuperior Locus ex ſub Hujus aureinloci, qui ex fuſtſtantia ducitur, locus à toto, id eſt, à genere, virtute ſcilicet, quæ ftus, duplex duplex modus eſt; partim namquc à definitione, juſtitiæ genus eſt. Rurſus fit quæſtio, an huma eft. partim à deſcriptione argumenta ducuntur. næ res providentiâ,regantur. Cùm dicimus, li Differt autem definitio à deſcriptione, quòd mundus, providentiâ regitur: homines autem Que fit dif- definitio genus ac differentias affumic: def- pars mundi funt: humanæ igitur res providen ferentia inter criptio verò ſubjectain intelligentiam - claudit, tia reguntur. Quæſtio de accidenti, Locus quod defcriptiq quibuſdam vel accidentibus unam efficientibus toti evenit, id congruit etiam parti. Supremus proprietatein, vel ſubſtantialibus præter genus locus à toro, id eſt, ab integro. Quod partibus conveniens aggregatis. Sed definitiones, quæ ab conftat, id verò eft mundus, qui hominum to accidentibus fiunt, tamen videntur nullo modo tum eſt. ſubſtantiam demonftrare: tamen quoniam fæpe A partibus etiain duobus modis argumenta naf- A partibus veræ definitionesita ponuntur, quæ ſubſtantiam cuntur: aut enim à generis partibus, quæ ſunt, duobus modis monſtrant: illæ etiam propofitiones,quæ à deſcri- fpecies:aut ab integri, id eſt, torius; quæ par- azamente ptione fumuntur,à fubftantiæ loco videntur affu- tes tantum proprio vocabulo nuncupantur. Et Mojcanine. mi. Hujus verò tale fit exemplum; quæratur de his quidem partibus, quæ ſpecies funt, hoc enim, an albedo ſubſtantia fit: hic quæritur, an modo fit quæſtio, an virtus mentis benè conſti albedo ſubftantiæ, velut generi ſupponatur. Di- tutæ fic habitus: quæſtio de definitione, id eft, cimus igitur: ſubſtantia elt, quod omnibusacci- an habitus benè conſtitutæmentis,virtutis lit de dentibus poſſit eſſe ſubjectum: albedo verò nul- finitio. Facieinus itaque ab ſpeciebus argumen dis accidentibus fubjacet, albedo igitur fubſtan- tationem lic: Si juftitia, fortitudo, inoderatio, tia non eſt. Locus, id eſt, maxima propoſitio, atque prudentia, habitus benè conftituræ mentis eadem quæ fuperiùs. Cujus enimdefinitio vel funt: hæc autem quatuorunivirtuti velut generi deſcriptio ei,quod dicitur,ſpecies effe non conve- ſubjiciuntur: virtus igitur benè conſtitutæ men nit, id ejus quod eſſe ſpecies perhibetur, genus tis eſt habitus. Maxima propoſitio; quod enin noneſt. Deſcriptio verò fubftantiæ albedini non ſingulis partibus ineſt, id toti inefTe neceffe eft. convenitalbedo: igitur ſubſtantia non eſt. Argumentum verò à partibus, id eſt, à generis Locus differentia ſuperior à deſcriptione; quam partibus, quæ ſpecies nuncupantur; juſtitia enim, duduin locavimus in ratione ſubſtantiæ. Sunt fortitudo, modeſtia et prudentia, virtutis fpe etiam definitiones, quæ non à rei ſubſtantia, ſed cies ſunt. à nominis ſignificatione ducuntur, atque itą rei, Item ab his partibus, quæ integri partes eſſe di de qua quæritur, applicantur; ut ſi ſît quæicio, cuncur, fit quæſtio, an fit utilismedicina. Hæc utrumne philoſophiæ ſtudendum fit, erit argu: in accidentis dubitatione conftituta eſt. Dicimus mentatio talis: Philofophia ſapientiæ amor eſt, igitur, ſi depelli morbos, ſalurémque fervari, huic ſtudendum nemo dubitat: Itudendum igitut mederique vulneribus utile eft: igitur medicina eſt philofophiæ. Hic enim non definitio rei, ſed eſt utilis. Sæpe autem et una quælibet pars valer, nominis interpretatio argumentum dedit. Quod ut argumentationis firmitas conſtet, hoc inodo; etiam Tullius in oſtenſione ejuſdem philofophiæ ut fi de aliquo dubitetur, an fit liber: ficum vel uſus eſt defenfione, et vocatur Græcè quidem cenſu, velteſtamento, vel vindictâ manumiſ ovouzOtong, Latinè autem nominis definitio. fum eſſe monſtremus, liber oſtenſus eſt: atque Hæc de his quidem argumentis, quæ ex ſubſtan- aliæ partes erantdandæ libertatis. Vel rurſus, fi cia terminorum in quæſtione politorun fumun- dubitetur, an ſir domus quod eminus conſpici tur, claris,ut arbitror,patefecimus exemplis: nunc tur: dicimus quoniam non eſt; nam vel rečtun de his dicendum eſt, qui terminorum ſubſtana ei, vel parietes, vel fundamenta defunt, ab una tiam conſequuntur. rurſus parte factum eſt arguinentum. Divifio loco Horum verò multifaria diviſio eſt; plura enim Oportet autem non folùm in ſubſtantiis, ve Tum qui(ubu funt, quæ ſingulis ſubſtantiis adhæreſcunt: ab růın etiam in modo, temporibus, quantitatibus, franciam com his igitur, quæcujuſlibet ſubſtantiam comitan- torum, partéfque reſpicere. Id enim quod dici fequantur. tur, argumenta duci folent, aut ex toto, aut ex mus aliquando in teinpore, pars': rurſus li fim partibus, aut ex caufis, vel efficientibus,vel ma- pliciter aliquid proponamus,in modo totum eſt: teria, vel fine. Er eſt efficiens quidem cauſa, li cum adječtione aliqua, pars fit in modo. Item quæ inover atque operatur, ut aliquid explice- fi omnia dicamusin quantitate, tòrum dicimus: tur: materia verò, ex qua fit aliquid,vel in quafit: fialiquid quantitatisexcerpimus, quantitatis po, propter quod fit. Sunt etiam inter eos lo- nimus partem. Eodem modo &in loco: quod cos, qui ex his ſumuntur, quæ ſubſtantiain con- ubique eſt, totum eſt: quod alicubi, pars. How ſequuntur, aut ab effectibus, aut à corruptioni- ruin autem omnium communiter dentur exem bus', aut ab uſibus, aut præter hos omnes ex pla. A toto ad partem fecundum tempus: fi communiter accidentibus. Quæ cùm ita fint, Deus ſemper eſt, &nunc eſt. A parte ad totum cum priùs locum, qui à toto fumitur, inſpicia- ſecundum modum:ſi *anima aliquo modo niové» MSS. amie tur, et fimpliciter movetur; movetur autem cum mal. Totum duobus modis dici folet: aut ut genus, irafcitur;univerſaliter igitur et fimpliciter mo bus modisdi- aut ut idquod ex pluribus integrum partibus vetur. Rurfus à toro ad partes in quantitate: fi conſtat. Er illud quidem quod ut genus, totum finis mus. Totum duo citur. 1 1 DE DIALECTICA 3 teria, fi jori. TA A. > verus in omnibus Apollo vatės eſt; verum erit oppoſitis, vel ex tranffuinptione. Et ille quidem Pyrrhum Romanos ſuperare. Rurſus in loco, fi locus, qui rei judiciuin tenet, hujuſmodi eft; ut Locus à rei Deus ubique eft, et hîc igitur eſt. id dicamus effe, vel quod omnes judicant, vel judicio. Locusà came "Sequitur locus, quinuncupaturà cauſis. Sunt plures, et hivel ſapientes, vel ſecundam unam fis multiplex. verò plures cauſa, id eft, quæ vel principium quanque artem penitus eruditi.Hujus exempluin præſtantmotusatque efficiunt: vel ſpecierum for- eft, cælum eſſe volubile: quòd ita fapientes, atque mas ſubjectæ ſuſcipiunt: vel propter eas aliquid, in Aſtronoinia do et illimi diſudicaverint. Quæ vel quæ cujuſlibet forma eſt. ſtio de accidente. Propofitio, quod omnibus,vel Zocus ab effi- Argumentum igitur ab eficiente cauſa; ut fi pluribus, veldoctis videtur hominibus,ei contra ciense cauſa. quis juſtitiam naturalemn velit oſtendere, dicat: dici non poſſe. Locus à rei judicio. congregatio hominum naturalis eſt: juſtitiam A fimilibus verò hoc modo, fi dubitetur, an verò congregatio hominum fecit: juſtitia igitur hominis proprium fit eſſe bipedem, dicimus fi naturalis eſt. Quæſtio de accidente. Maximapro- militer: ineſt equo quadrupes, et homini bipes; poſitio: quorum effacientescauſæ naturales ſunt, non eft autem equi quadrupes proprium; non eft apſa quoque ſunt naturalia. Locus ab efficienti igitur hominis propriuin bipes. Quæſtio de pro bus; quodenim uniuſcujuſque cauſa eſt,id efficit prio. Maxiina propoſitio. Si quod limiliterineſt, can rem, cujus caufa eft, non eſt proprium, ne id quidem de quo quæritur, Locus à ma Rurſus, ſi quis Mauros arima non habere con- eſſe propriuin poteſt. tendat, dicit idcirco eos minimè armis uti, quia Locus à fimilibus: hic verò in gemina dividitur. Locus àfomi libus duplex. his ferrum deſit. Maxima propoſitio, ubi materia Hæc enim fimilitudo, aut in qualitate, aut in deeſt, et quod ex materia efficitur, defit locus à quantitate conſiſtit: ſed in quantitate paritas mareria: utrumque verò, ideft, ex efficientibus nuncupatur, id eſtæqualitas. atque materia,uno nomine à cauſa dicitur. Æquè Rurfus ab eo quod eſt majus, fi an fit animalis Locais à Ma. enim id quod efficit, atque id quod operantis definitio, quod ex ſe moveri poffit, dicimus, actum ſuſcipit, ejus rei, quæ efficitur, cauſæ magis oportet eſſe animalis definitionem, quòd funt. naturaliter vivat, quàm quòd ex ſemoveri poffit Locais à fine. Rurſus à fine fit propofitum, an juftitia bona Non eft autem hæc definitio animalis, quòd natu fit, fiet argumenratio talis. Si beatum eſſe, bo- raliter vivat: ne hæc quidem, quæ minùs vide num eſt, et juſtitia bona eſt; hic eſt enim juſtitiæ tur effe definitio, quod ex ſe inoveripoſſit, ani finis, ut qui ſecundum juſtitiam vivit, ad beati- malis definitio eſſe paranda eſt. Quæſtio de defi rudinem perducatur. Maxima propoſitio, cujus nitione. Propoſitio maxima. Si id quod magis finis bonus eft, ipſum quoque bonum eft. Locus videbitur ineſſe non ineſt, ne illud quidem à fine. quod minus ineffe videtur, inerit. Locus ab eo Loctus a for Ab eo verò, quæcujuſque forma eſt,ità non po- quod eſt inajus. tuiſſe volare Dædalum, quoniam nullasnaturalis A minoribus verò converſo modo. Nam fi eft locus à formæ pennas habuiſſet.Maxima propoſitio, tan- hominis definitio, animal grellibile bipes: cúm- mori. tìm quemque poffe, quantùın formapermiſerit. que id bipes videatur effe definitio hominis mi Locus à forma, nus. quàm animal rationale mortalc; fitque defi Loc tus ab effe, Ab'effectibus verò, et corruptionibus, &uſibus nitio ea hominis, quæ dicit animal grellibile bi Etibus, corrm- hoc modo: namn ti bonum eſt,domus, conſtru- pes, erit definitio hominis, animal rationale - ptionibus, &io bonum eſt, bonum eſt domus. Rurfus fi mortale. Quæſtio de definitione. Maxima propo ufibus., maluin eſt, deſtructio domus: bona eſt domus,& ficio: Si id quod minus videtur ineffe, ineſt: et fi bona eſt domus, mala eſt deſtructio domus. id quod magis videtur inefle, inerit. Multæ au Item ſi bonum eſt equitare, bonum eſt equus: et tem diverfitates locorum ſunt, ab eo quod eſſe fi bonum eſt equus, bonum eſt equitare. Eſt au- magis acminùs, argumenta miniſtrantium: quos tein primum quidem exemplum à generationi- in expoſitione Topicorum Ariſtotelis diligentius bus, quodidem ab effectibus vocari poteft. Sea perſequuti fumus. cunduin à corruptionibus, tertium ab ufibus. Item ex proportione: ut fi quæràtur, an ſorte Lucus ex pro Omnium autem maximæ propofitiones: cujus fint legendi in civitatibus magiſtratus, dicamus portione. effectio bonaeſt, ipfum quoque bonum eſt, et è minimè: quia ne in navibus quidem gubernator converfo: et cujus corruptio mala eſt, ipſum bo- forte præficitur: eſt eniin proportio, nain ut fele nuin eſt, et è converſo: &cujus uſus bonuseſt, habet gubernatorad navem, itamagiſtratus adci ipfum bonum eft, et è converſo. vitatem. Hic autem locus diftat ab eo, quod ex ſi Locus à com A coinmuniter autem accidentibus argumenta milibus ducitur. Ibi enim una res quæ cuilibet muniteracci- funt, quotiens ea ſumuntur accidentia, quæ re- et alii comparatur: in proporcione verò non eſt linquere ſubjectum,vel non poffunt, vel non ſo. limilitudo rerum, fed quædam habitudinis coin lent; utſi quis hoc inodo dicat: ſapiens non pa paratio. Quæſtio de accidenti proportione.Quod nitebit; pænitentia enim malum factum comita- in quaquereevenit, id in ejus proportionali eve tur: quod quia in ſapiente non convenit, ne poe- nire neceſſe eſt. Locus à proportione. nitentia quidein.Quæſtio de accidentibus.Propo Ex oppoſitis verò multiplexlocus eft. Quatuor Locus ex op fitio maxima: cui non ineft aliquid,ei neillud qui- enim libimet opponuntur modis; aut enim ut pofo ismulti dein, quod ejus eſt conſequens, ineffe poteſt. contraria adverfo ſeſe loco conſtituta refpiciunt: plex. Locus à coinmuniter accidentibus. aut ut privatio, et habitus: aut relatio: aut affir De lo cis ex Expeditisigitur locis his, qui ab ipſis terminis inatio &négatio. Quorum diſcretiones in co li srinfecus. in propofitfone poſitis, affumuntur: nunc de his bro qui de decem prædicamentis fcripruscſt,com dicendum eft, qui licet extrinfecuspoſiti, argu- meinoratæ ſunt; ab his hocmodoargumentanaſ menta tamen quæſtionibus fubminiftrant: hi ve ro ſunt vel ex rei judicio, vel ex ſimilibus, vel à A contrariis fi quæratur, an lit virtutis pro- Locus à con majore, vel à minore, velà proportione, velex prium laudari, dicam minimè: quoniam ne vitii trariis.; D cuntur. B. Jocentu. habits. sione. Locus ex. ne. quidem vituperari. Quæſtio de proprio. Maxi- ſecundum proprii nominis fimilitudinem corr ma propoſitio: quoniam contrariis contraria fequuntur. conveniunt. Locus ab oppoſitis, id eft, ex con Mixti verò loci appellantur: quoniam ſi de ju- Qui mirtilo. ' trario. ſtitia quæritur, et à caſu, vel à conjugatis argu Locuus à pri Rurſus ſit in quæſtione pofitum: An ſit pro- menta ducuntui; neque ab ipſa propriè atque vatione prium oculos habentium videre, dicam miniinè: conjunctè, neque ab his quæ ſunt extrinſecus eos namque qui vident, aliàs etiam cæcos eſſe polica videntur trahi, fed ex ipſoruin calibus, id contingit. Nain in quibus eſt habitus,in eiſdem eſt, quadam ab iplis levi immutatione deductis: poteriteſſe privatio; et quod eſt proprium, non Jure igitur hi loci medii inter eos, qui ab iplis, poreſt àſubjecto diſcedere. Etquoniam venien- et eosquiſunt extrinfecus, collocantur. te cæcitate viſus abfcedit:non effe proprium ocu Reſtat locus à diviſione, qui tractatur hoc mo- Locus è divi. los habentium videre convincitur. Quæſtio de de. Omnis diviſio vel negatione fit, vel parti- fione fisvel proprio. Propofitio, ubi PRIVATIO adetle poteft tione; ut ſi quis ita pronuntiet: omne animal negatione,vel Partitione et habitus, proprium nonelt. Locus ab oppofi- aut habet pedes, autnon haber. Partitione verò, tis, ſecunduin habitum ac privationein. velut ſi quis dividat: omnis hoino aut ſanus, aut Zocus à rela. Rurſus ſit in quxſtione pofitum, an patris fit æger eft. Fit autem univerfa divifio, vel, ut ge proprium procreatorem eſſe, dicain rectè videri: neris in ſpecies, vel.totius in partes, vel vocis in quia filii eſt propriuin procrcatum efle; ut enim proprias ſignificationes, vel accidentis in ſubje ſeſe habet pater ad filium, ita procreatus ad pro- cta, velſubjecti in accidentia, vel accidentis in Creatorem. Quæſtio de proprio. Propofitiomaxi- accidentia. Quorum omnium rationemin meo ma: ad ſe relatorum propria, et ipſa ad ſe refe- libro diligentius explicavi, quem de diviſione Libram dedi runtur. Locus à relativis oppofitis. Locus ab af compoſui:atque idcircoad horuin cognitionem vifione com pour celſis formatione e Item fit in quæſtione politum, an lit ani- congrua petantur exempla. Fiunt verò argumen - dow negatione. malis proprium moveri, negem: quia nec tationes per diviſionem, tun ea ſegregatione,  Ed. in ani- inaniinati quidein eſt proprium non moveri. qux per negationem fit, cum ea quæ per parti mali. Quæſtio de proprio. Propofitio inaxiina: op- tionem. Sed qui his diviſionibus utuntur, aut di politorum oppoſitaeſſe propria oportere. Ló- re& tâ ratiocinatione contendunt: aut in aliquid cus ab ppolitis, ſecundum affirmationem ac impoſibile atque inconveniens ducunt, atque negationem; moveri enim et non moveri, ſe- ita id quod reliquerant, rurſus adſumunt. cundum affirmationem negationémque fibimmer Quæ faciliùs quiſque cognoſcer, li prioribus opponuntur. Analiticis operam dederit: horum tamen in præ Ex tranſſumptione verò hoc modo fit: cùm ex fentitalia præftabunt exempla notitiain. Sit in transJumptio. histerminis in quibus quæſtio conſtituta eft,ad quæſtionepropoſituin, an ulaorigo fit temporis: aliud quidem notius dubitatio transfertur; atque quod qui negare volet, id nimirum ratiocinatio ex ejus probationeea, quse in quæſtione ſunt po- ne firmabit mallo, modo effe ortum:ídque dire ſita, confirmantur; ut Socrates, cùin quid pof- &tâ ratiocinatione monftrabit, hocmodo: quo ſet in unoquoque juſtitia, quæreret; omnein niain mundusærernus eſt (id enim pauliſper ar tractatum ad reipublicæ tranſtulit inagnitudi- guinenti gratiâ concedatur ) mundus verò fine nem; atque ex co quodilla efficeret infingulis, tempore effe non potuit, teinpus quoque eſt æter etiani valere fitinavit. Qui locus à roro forſican num: ſed quod æternum eſt, carerorigine: tem eſſe videretur: ſed quoniam non inhæret in his, pus igitur orignem non habet. Atſi per impolli de quibus proponitur terminis, fed extra poſita bilitatein idem deſideretur oſtendi, dicetur hoc res, hoc tantum quianotior videtur, affumitur; modo. Sitempus habet origineni,non fuit ſemper idcirco ex tranſfumptione locus id convenienti teinpus: fuit igitur, quando non fuit rempus, ſed vocabulo nuncupatus eft. Fit verò hæc tranſlum- fuiffe SIGNIFICATIO eſt temporis; fuit igitur tein prio &in nomine, quoties ab obfcuro vocabulo pus, quando non fuittempus: quod fieri non ad notius transfertur argumentatio, hoc modo; poteft; non igitur eſt ulluin temporisprincipiuin ut ſi quæratur, an philoſophus invideat, fitque pofitum. Namque, ut ab ullo principio cæpe ignotum quid philoſophi ſignificet nomen, dice- rit, inconveniens quiddam atque impoffibile mus ad vocabulum notius transferentes, non in- contingit fuiſſe teinpus, quando non fuerit videre qui ſapiens ſit; notius enim eſt fapientis tempus. Reditur igitur ad alterain partein, vocabuluin, quàm philofophi. Ac de his qui- quod origine careat: fed hæc quæ ex negatio dem locis qui extrinfecus aſſumuntur, idoncè di- ne diviſio eſt, cùm per eam quælibet argu ctuin eſt: nunc de mediis diſputabitur. menta ſumuntur, nequit fieri, ut utrumque fit,, quod affirinatione et negatione dividi De Mediis. tur: itaque ſublato uno, alterum manet; pofi tóque altero reliquum tollitur: vocaturque hic à Ex quibus Medii enim loci ſumuntur vel ex calu, vel ex diviſione locus, medius inter eos qui ab ipfis conjugatis, vel ex diviſione naſcentes. Caſus duci folent, atque eos qui extrinſecus adſumun Sumantur. Quid fit eſt alicujus nominis principalis inflexio in adver- tur. Cùm enim quæritur, an ulla temporis lit bium: uràjuſtitia inflectitur juſtè, cafus igitur origo, ſumit quidem eſſe originem; et ex eo pet Quid Conju- eſt juſtitia,id quod dicimus juftè, adverbium. propriamconſequentiam à re ipſa,quæ quæritur, Conjugata verò dicuntur, qux abeodein diver- htimpoſſibilitatis et mendacii fyllogiſmus;quo fo modo ducta Auxerunt:ut à juſtitia, juftum; concluſo reditur ad prius, quod verum eſſe ne hæc igitur inter ſe et cum ipſa juſtitia conjugara ceſſe eſt; fiquidem ad quod eioppofitum eſt, ad dicuntur, ex quibus omnibus in promptu lunt impoſſibile aliquid inconvenienſque perducit. argumenta. Namfi id quod juftum eft, bonum Itaque quoniam ex ipfa re, de qua quæritur, fieri eſt; et id quod juſtè eſt, benè eſt; et qui juftus fyllogiſmus folet, et quali ab iplis locus eft du eft, bonus cft, et juftitia bona eſt; hæc igitur cus: quoniam verò non in eo permanet, fed ad locis Medii Calus. gaid. politum DE DIALECTICA BA tis li 1. nd 20 je 18 19 100. TOR: OK parti 17 10.3. pofitam redit, quafi extrinſecus fumitur: idcirco Quibus ita popofitis inſpiciatRus nunc cos lo: igitur hic à diviſione locus inter utrumque me cos', quos duduin extrinfecuspronuntiabamus Delocis eta dius collocatur. affuini; ea enim, quæ extrinſecus affumuntur, frempris,, of Loci ex par Ac verò hi qui ex partitione funiuntur, multi- non ſunt ita ſeparata atquedisjuncta, ut non ali nitione fum- plici funt modo. Aliquotiens enim quæ divi quandoquali è regione quadam, ca quæ quærun qua dintre pri,maisiplici duntur, fimul effe poffunt; ut fi vocem in figni- tar, afpiciant. Nam et funilitudines et oppofita frunt modo. ficationes dividamus, oinnes fimul eſſe poſſunt: ad ea lme dubio referuntur, quibus ſimilia vel op veluti cum dicimus amplector, aut actionein li polica funt, licet jure atqueordine videantur ex gnificat, aut paffionem; utrumque finul lignifi trinſecus collocata. Sunt autem hæc, ſimilitudo, care poteft. Aliquotiens velut in negationis mo- oppoſitio, magis,ac minus, rei judicium. In ſimi do, quæ dividuntur fimul eſſe non poffunt; ut litudine enimcum rei fimilitudo, tum propor fanus eſt, aut æger. Fitautein raciocinatio in tionis ratio continetur. Omnia enim fimilitudi priore quidem mododivilionis, tum quia omni- nem tenent. bus adeſt quodquæritur, vel non eft: tum verò Oppolica verò in concrariis, in privationibus; idcirco alicui adeſſe, vel non adeffe quod aliis ad in relationibus, in negationibus conſtant. Com ſit, vel minimè. paratio verò majoris ad minus quædam quali ſi Nec in his explicandis diutiùs laboramus, fi miliuin diffimilitudo eft; rerum enim per fe finni prioresReſolutorii, vel Topica diligentiùs inge- lium in quantitate diſcretio majus fecit ac minus, nium le& oris inftruxerint. Nam fi quæratur, Quod enim omni qualitate, omnique ratione utrum canis fubftantia fit, atque hæc divifio fiar: disjunctum eſt, id nullo modo poterit compara canis vel latrabilis animalis eſt velmasinx belluæ, ri. Exrei verò judicio quæ ſunt argumenta, quaſi vel cæleftis lideris nomen e demonftraretque per teſtinionium præbent, et ſunt inartificiales loci ſingula et canem latrabilem fubftantiam eflc,ma- atque omnino disjuncti; nec rem potius, quàm rinam quoquebelluam, et cælefte fidus ſubſtantiæ opinionem judiciúmque fectantes. Tranſſum poffe fupponi,nonftravit canem eſſe fubftantiam. ptionis verò locus nunc quidem in'æqualitate, Acque hic quidem ex ipfis in quæſtione propoſi- nunc verò in majoris minoriſve.comparatione tis; videbitur argumenta traxiſſe. At in talibus conſiſtit; aut enim adid quod eſt finile, aut ad id syllogiſmis, aut fanus eſt aut æger: ſed fanus eft, quod eſt majus aut minus, fit arguinentorum raa non eft igitur ager: ſed fanus non eft, rgerigi- fionumque tranſſumptio. cur eſt; velica: liæger eft, fanus igitur non eſt; Hi verò loci quos mixtos eſſe prædiximus, aut De locismist velita: fi æger noneft, fanus igitureſt. Ab his ex caſibus, autex conjugatis, aut ex diviſionenaſ- sis. * M5$. in- quæ funt* extrinſecusſumptus eſt ſyllogiſmus,id cuntur: in quibus omnibus conſequentia, et re trinfecu. elt,ab oppoſitis. Idcirco ergo totus hic àdiviſio- pugnantia cuſtoditur. Sed ea quidem,quæ ex defi ne locus inter utrofque medius eſſe perhibetur: nitione, vel genere, vel differentia, vel caufis quia ſi negatione fit conftitutus, aliquo inodo arguinenta ducuntur, demonftratione maxiinè quidem ex ipfis fumitur, aliquo modo ab exte- fyllogiſinis vires atque ordinem ſubminiſtrant: tioribus venit. Si verò à particioneargumenta reliqua verò verifimilibus ex dialecticis. Atque ducuntur; nunc quidem ab ipfis, nunc verò ab hi loci maximè, qui in corum fubftantia ſunt, de exterioribus copiam præſtant: quibus in quæſtione dubitatur, ad prædicativos Etca Græci quidem Themiſtii diligentiſſimi ac fimplices:reliqui verò ad hypotheticos et con ſcriptoris ac lucidi, et omnia ad facultatem intel- ditionalesreſpiciuntfyllogiſmos. Partitio locou ligentiæ revocantis, talis locorum videtur effe Expeditis igitur locis,& diligenter tam defini partitio. Quæcùm ita fint, breviter mihi loca- tione, quàm exemplorum etiam luce parefactis, rum divifio coinmemoranda eſt, ut nihil præte- dicendum videtur, quomodohiloci maximarum rea relictum eſſe monftretur, quod non intra cam ſint differentiæ propoſitionum, idque brevi; ne probetur effe inclufum. De quo enim in quali- que enim longå diſputatione res eget. Omnes bet quæſtione dubitatur, id ita firınabitur argu- enimmaxiinæ propoſaiones,vel definitiones, in mentis; ut ea vel ex his ipfis fumantur, quæ in eo quòd ſunt maximæ, non differunt: ſed in ed quæſtione ſunt conſtirura, vel extrinfecus ducan- quòd hæ quidein à definitione, illæ verò à genere, tur vel quaſi in confinio horum pofita veſtigen- vel aliæ veniant ab aliis locis, et his jure differre; tur. Ac præter hanc quidem diviſionein nihil ex- hæque earum differentiæ eſſe dicuntur. tra inveniri poteſt: ſed ſi ab ipſis fumitur argu mentum, aut ab ipſoruin neceffe eſt ſubſtantia De Topicis. fumatur, aut ab his quæ ea conſequuntur, aut abhis quæinſeparabiliter accidunt,veleis adhæ- Topica ſunt argumentorum ſedes, fontes fen- Quid fire ſubſtantia ſeparari ſejungique fuum, origines dictionum. Itaque licet definire Topica. vel non poffunt, vel non folent. Quæ verò ab locum eſſe argumentiſedem: argumentum aucem corum fubftantiaducuntur, ca aut in deſcriptio- rationem, quæ reidubiæ faciat ħdem. Et funt ar- Quibus ex aut in definitione ſunt; et præter hæc, à no- gumenta aut in ipfo negotio, dequo agitur: aut rebus argi minis interpretatione. Quæ verò eavelur ſub- ducuntur exhis rebus, quæquodanmodoaffectæ menta ernano ftantias continentia conſequuntur, alia ſunt, vel ſunt ad id,de quo quæritur; et ex rebus aliis tra ut generis, vel differentiæ, vel integræ formæ, &tæ nofcuntur: aut certè affumuntur extrinſecus. vel fpecierum, velpartiumloco circaca, quæ in- Ergo hærentia loca argumentorum in eo ipfone- Ex locis han quirantur, alliſtunt. Item, vel caufæ, vel fines, gotio funttria,id eſt, à toto, à partibus, à nota. rentibus et vel effectus, vel corruptiones, vel uſus,vel quan A toto eft argumentum etiam,cùm definitio ad- ſunt tria. ticas, vel tempus, vel fubliſtendimodus. Quod hibetur adid, quod quæritur; sicut ait CICERO, * Ed. exfc. verò propriè inſeparabile, vel adhærens, acci- GLORIA EST LAUS rectè fa &torum, magnorúmque in dens nuncupatur, id in communiter accidentibus rempublicam fama meritorum: ecce quia GLORIA numerabitur. Et præter hæc quid aliud cuiquam totum eſt, per definitionem oſtendis, quid lis inelle pollit, non poteft invenici. GLORIA. Dddd firs 218 - am Timr. B.  tredecim. Argumentum à partibus ſic; utputa, ſi oculus A repugnantibus arguinentum eſt, quando videt, non ideo totuin corpus videt. illud quod objicitur,aliqua contrarietate deftrui A nota autem fic ducitur argumentuin, quod tur -- ut CICERONE dicit: Is igitur non inodò à te per Græcè Etymologia dicitur: Siconſul eſt,qui con- riculo liberatus, ſed etiam honore ampliſſimodi ſulit reipublicæ, quid aliud Tullius fecit,cùm ad- tatus, arguitur domi ſuæ te interficere voluiffe. fecit fupplicio conjuratos? A cauſis argumentum eſt, quando ex conſuetu Exipfis rebus Gex rebus Nuncducunturargumenta et ex his rebus, quae dine communi res quæ tractatur, fieri potuiſſe aliis, e junt quodammodo affectæ ſunr adid, de quo quæri- convincitur; ut in Terentio: Ego nonnihil veri et ex rebus aliis tra &tæ nofcuntur: et funt tus ſuin dudum abs te Dave, ne faceres, quod loca tredecim, id eſt, alia à conjugatis, alia à ge- vulgus fervorum folet, dolis ut ine deluderes. nere, alia à forma generis, id eft, fpecie, alia à Ab effectibus ducitur argumentum, cùm ex his Limilitudine, alia à differentia, alia ex contrario, quæ facta ſunt, aliquid adprobatur; utin VIRGILIO alia à conjunctis, alia ab antecedentibus, alia à lio: Degeneres animos timor arguit; nam timor conſequentibus, alia à repugnantibus, alia à cau- eſt caula, ut degener (ic animus, quod ciinoris fis, alia ab effectibus, alia à comparatione inino- effectum eſt. rumi, majorum, aut parium. A comparatione argumentuin ducitur, quando Primò ergo à conjugatis argumentum ducatur. per collationem perfonarum live caufarum, fen Conjugata dicuntur, cùm declinatur à nomine, tentiæ ratio confirmatur, et à majori ratione hoe et fit verbun; ut CICERONE Verrem dicit everriſſe modo, ut in VIRGILIO: Tu potes unanimes arna provinciam: vel nomen à verbo, cùmlatrocinari rein prælia fratres. Ergo qui hoc in fratribus po dicitur latro: aut nomen à nomine; ut Terentius: teft, quanto magis in aliis?'A minorum compa Inceptio eſt amentium, haud amantium, ratione; ſicut Publius Scipio Pontificem maxi A genere argumentum eſt, quando à re gene- mum Tiberium Gracchum non mediocriter labe rali ad ſpeciem aliquam deſcendit: ut illud VIRGILIO - factantem ſtatum reipublicæ privatus interfecit. lii, Varium et mutabile ſemper fumina: potuit A pariuin comparatione;lic CICERONE, in Piſone et Dido, quod eſt ſpecies, varia et mutabilis nihil intereſſe, utrum ipſe conſul improbis con eſſe. Velillud CICERONE, quod fecit argumen- cionibus, perniciofis legibus rempublicam vexer, tum, deſcendens à genere ad ſpeciem:Nam cùm an alios vexare pațiatur. omnium provinciarum ſociorúmque rationem Extrinſecus verò affumentur argumenta hæc, De Argu diligenter habere debeatis, tuin præcipuè Siciliæ, quæ Græci år give vocant, id eſt, inartificialia, meniis ex judices. quod teitimonium ab aliqua externa re fumitur frin'ecus afa fumptis. Aſpecie argumentumducitur, cùmgenerali ad faciendam fidem; et prius. quæſtioni fidem fpecies facit; ut illud VIRGILIO: A perſona, utnon qualifcuinque lit, ſed illa An non fic Phrygius penetrat Lacedæmonapa- quæ teitimonii pondus habet adfaciendam fi ftor? quia Phrygius paſtorſpecies eſt; et fi iftud dem, fed et morum probitate debet effe lauda ille unusfecis, et alii hoc Trojani generaliter fa- bilis. tere poffunt. A natura auctoritas eſt, quæ maxima virtute A ſimili argumentum eft, quando de rebus conſiſtit; et à tempore funt, quæ afferant aucto aliquibus fimilia proferuntur; ut Virgilius. ritatem; ut ſunt ingenium, opes, ætas, fortu Suggere tela inihi, nam nullum dextera fruftra na, ars, uſus, necellitas, concurſio rerum for Torſerit in Rutulos, fteterintque in corporc tuicaruin. Grajum A dictis fačtíſque majorum petitur fides: cùm Iliacis campis. priſcorum dicta factáque memorantur. A differentia argumentum ducitur, quando Et à tormentis fides probatur, poft quæ neme per differentiam aliquæ res feparantur; VIRGILIO: creditur velle mentiri. Non Diomedis equos, nec curruin cernis Achil lis. De Syllogiſmis. A contrariis argumentum ſumitur, quando res diſcrepantes fibimet opponuntur; ut Teren Prima figura modos haber quatuor, qui uni tius: Nam fi illum objurges, vitæ qui auxilium verfaliter vel particulariter affirmativam vel ne tulit, quid facies illi qui dederit damnum aut gativam concludent. malum? Secunda item quatuor modos, qui ab negativa A conjunctis autem fides petitur argumenti; concludent, five univerſaliter live particulariter. cùm quæ lingula infirma ſunt, fi conjungantur Tertia figura haber ſex modos, qui affirmative vim veritatis affumunt; ut, quid accedit ur tenuis vel negativè, ſed particulares facient copclufio ante fuerit, quid fi ut avarus, quid fi ut audax, nes. quid fi ut ejus, quiocciſus eſt, inimicus? Singula Ergo primæ figuræ modus primuseſt, qui con hæc quia non ſufficiunt, idcirco congregata po- ficitur ex duabus univerſalibus affirmativis, ha nuntur, ut ex multis junctis res aliqua confir- bens concluſionem univerfaliter affirmativain, hoc modo. Ab antecedentibus argumentum eft, quando Omne bonumeft amabile. aliqua ex his quæ priùs gefta funt, comproban Omne juftum eft bonum. tur; ut CICERONE pro Milone:Cùm non dubitaverit Omne igitur juftum eft amabile. aperire quid cogitaverit, vos poteſtis dubitare Secundus modus figuræ primæ conficitur ex quid fecerit? præceſſit enim prædictio,ubi eft ar- univerſali abnegativa, et univerfali affirmativa, gumentum, et fecutuin eſt factum. habens concluſionem univerſaliter, hoc modo. A confequentibus verò arguinentum eſt, quan Nullus rifibilis eft irrationalis. do pofitam rem aliquid inevitabiliter conſequi Omnis homo eft riGbilis. tur; ut fi mulier peperit, cum viro concubuit. Nullus igitur homo eſt irrationalise. metur.Tertius modus primæ figuræ est, qui conficitur gationem particularem concludit, hoc modo. ex univerſali affirinativa, et particulari affirma Quidam homo non eſt albus. tiva, particularem affirmativam concludens, hoc Omnis homo eft animal. modo. Quoddam igitur animal non eſt albumi Omne animal movetur. Sextus modus tertiæ figuræ eſt, qui ex univer Quidam homo eſt animal. ſali negativa, et particulari affirmativa particula Quidam igitur homo movetur. rem negativam concludir, hoc modo. Quartusmodusprimæ figuræ eſt, qui confi Nallus homo eft lapis. citur ex univerſali abnegativa, et particulari affir Quidain homo eſt albus. mativa, particularem abnegativam concludens, Quoddam igitur album non eſt lapis. hoc modo. Demonftrati ſunt omnes modi trium figuraru:n Nullum inſenſibile eſt animatumi categorici fyllogiſmi, licet quidam primæ figuræ Quidam lapis eft inſenſibilis. aliosquinque modos addiderint. Quidam igitur lapis non eſt animatus. Secundæ verò figuræprimus inodus eſt, qui ex De Paralogiſmis. univerſali abnegativa, et univerſali affirmativa Paralogiſmi verò primäe figuræ ita fiunt,ex prio concludit hoc modo univerſale abnegativum. ri affirmativa univerſáli, &fecunda negativa uni Nullum maluin eſt bonum. verfali. Omnis homo eft animal: nullú animal eſt Omne juſtum eſt bonum. lapis: nullus igitur homo lapis eſt. Et quiamuta Nullum igitur juftum eſt malum. to termino &univerfale et particulare concludet Secundæ verò figuræ ſecundus modus eſt, in et negativaļn et affirmativam: ob hoc eſt inutilis quo ex univerſalipriore affirmativa, et pofteriore approbatus idem paralogiſmus,quiex duabus ne univerſali abnegativa conficitur univerfalis abne- gativiş univerſalibus fit hoc, modo. Nullus lapis gativa concluſio, hoc modo., animal eft: nullum animal immobile eft: nullus Omne juftum eft æquum. igitur immobilis eft lapis. Nullum malum eſt æquum, Idem paralogiſmus, qui ex duabus particulari Nullum igitur malum eſt juſtum. bus affirmativis fit hocmodo: Quidam equus Tertius ſecundæ figuræ modus, qui ex priore animal eſt: quoddam animal bipes eſt: quidam univerſali negativa,& pofteriore particulari affir- igiturequusbipes eſt. Rurſum ex duabus parti inativa, negationem colligit particularem, hoc cularibus negativis họcmodo: Quidam homo al modo. bus non eft: quoddam album non movetur: qui Nullus lapis eſt animal. dam igitur homo non movetur. Quædam ſubſtantia eſt animal. Dein, fi prior affirmativa particularis, et ſecun Quædá igitur ſubſtantia non eſt lapis. da negativa particularis fuerit, hoc modo: Qui Quartus moduseſt ſecundæ figuræ, qui ex affir- dam equus animal eſt: quoddam animal quadru mativa priore univerſali, et pofteriore particu- pesnon eſt: quidam igitur equus quadrupes non lari negativa, particularem negationem conclu- elt. dit, hoc modo. Idem,li prior negativa particularis, ſecunda Omne juſtum eſt rectum. affirmativa fuerit particularis,hoc modo: Quidam Quidam homo non eft rectus. homo equus non eſt, quidam equus immobilis Quidam igitur homo non eſt juſtus. eſt; quidam igitur homo immobilis eſt. Primus modus tertiæ figuræ eſt, qui ex duabus Idem, fi major propofitio affirmativa fuerit uni univerſalibusaffirmativis, particularem affirmati- verſalis, et minor propoſitio negativa fuerit par vam concludit: quia univerſalem affirmativam ticularis, paralogiſmus erit, hoc modo: Omnis licet in particularem affirmativam converti, hoc homo animal elt, quoddam animal rationabile modo. non eít, quidam igitur homo rationabilis non eft: Omnis homo eſt animal. At verò ſi major fuerit propoſitio univerſalis Omnis homo eſt ſubſtantia. negativa, et minor particularis fuerit negativa; Quædain igitur ſubſtantia eſt animal. nullus poterit eſſe fyllogiſmus, hocmodo: Nuli Item ſecundus modus tertiæ figuræ eft, in quo lus lapis animal eſt, quoddam animal pinnatum ex univerſalinegatione et univerfali affirmacione eft, nullus igitur lapis pinnatuseſt. fit particularis negativa concluſio. Rurſus, li primafuerit particularis, ſecunda Nullus hoino eſt equus. verò univerſalis, et utræque affirmativæ propofi Omnis homo eſt ſubſtantia. tiones, non erit syllogiſmus, hoc modo: Qui Quædá igitur fubftantia non eft equus. dam lapis corpus eſt, omne corpus menfurabile Tertius modus člttertiæ figuræ, qui ex particu- eſt, quidam igitur lapis inenfurabilis eſt. lari et univerſali aftırmativis parcicularem affir Idem,liprima fuerit particularis propoſitione mativam concludit, hoc modo. gativa, et fecundauniverſalis negativa, non erit Quidam hoino eſt albus. fyllogiſmus, hoc modo: Quoddam animal bipes Omnis homo eſt animal. non eft, nullum bipes hinnibile eſt, quoddam -Quoddam igitur animal eſt album. igitur animal hinnibile non eſt; Quartus verò modus tertiæ figuræ eft, qui ex Idem, ſi prior affirmativa particularis, ſecunda univerſali &particulari affirmativis, particulare negativa univerſalis propolițio fuerit; ſyllogif, affirmativum concludit, hoc modo. mum non facit; hocmodo: Quidamn lapis inſen Omnis homo eſt animal. farus eſt, nullum inſenſatuin vivit, quidam igi Quidam homo eſt albus. tur lapis non vivit. Quoddam igitur album eſt animal. Idem, li prior negativa particularis propoſitio Quintus verò modus tertiæ figuræ eſt, qui ex faerit, et fecunda attirnativa univerſalis, para „particulari negativa, et univerſali affirınativa ne- logiſinus erit, hoc modo: Quoddam nigrunani. Dddd ij M cha 1 Caffiodorus non cſt. lis eft. anarum non eſt, omne animatum movetur, quod- Confirmationem, Reprehenſionem, Per oratio dam igitur nigrum non movetur. Et de finitis nem. Quæ partes inſtrumenta ſunt Rhetoricæ fa propolitionibus fyllogiſmus non fit, quia parti- cultatis: quoniam Rhetorica in omnibusſuisſpe culares fimiles ſunt. ciebus ineft, et ſpecies eidem inerunt. Nec po tiùs inerunt, quàm eiſdem ea, quæ peragunt, ad Omnes propofitiones his modis conftant. miniſtrabunt. Itaque et inJudiciali genere cau faruin neceffarius eft ordo Proemii, et Narra Id eſt, Simplices, ita. Contraria. tionis, atque cæteroru: n; et in Demonſtrativo, Omnis homo juſtuseſt. Nullus homojuſtus eſt. Deliberativóque neceſſaria ſunt. Opus auté Rhe- o "uis Rhero Quidam homo juſtus Quidam homo juſtus toricæ facultatis,docere et movere: quod nihilo- rice of move. eſt. minus iiſdem ferè rex inftrumentis, id eft oratio- re docere, Contradictoria. nis partibus, adıniniftratur. Partes autem Rho Omnis homo rationalis Nullus homo rationa- toricæ, quoniam partes ſunt facultatis, ipfæ quo eſt. que ſunt facultates; quocirca ipfæ quoque ora Quidam homorationa- Quidam hoino ratio- tionis partibus, quali inſtrumentis utentur. lis eft. halis non eft. Atque ut his operentur, eiſdem inerunt. Nam Ex utriſque terminis infinitis. Omnis non in exordiis niſi quinque ſint ſupradictæ Rhetori homo non rationalis eſt. Nullus non homo non cæ partes; utinveniat, eloquatur, diſponat, me rationalis eſt. Quidam non hoino non rationa- minerit, pronuntiet, nihil agit orator. Eoden lis eſt. Quidam non hoino non rationalis non eſt. quoque modo et reliquæ ferè partes inſtrumenti, Item ex infinito ſubjecto:Omnis non homo nili habeant omnes Rhetoricæ partes, fruſtra. Tationalis eft. Nullus non homo rationalis eſt. funt. Hujus autem facultatis effector, orator eſt: Quidam non homo rationalis eſt. Quidaın non cujus eft officium dicere appoſitè ad perſuaſio hoino rationalis non cft. nein: finis tum in ipſo quidem bene dixiſſe, id Item ex infinito prædicato: Omnis homo non eſt, dixiſſe appolitè ad perſuaſionem: altera rationalis eſt. Nullus hoino non rationalis eft. verò perſualifie. Neque enim fi qua impediant Quidam homo non rationalis eſt. Quidam homo oratorem, quominus perfuadear, facto officio, non rationalis non eſt. finem non elt confequutus:ſed is quidem, qui Item quæ conveniunt: Omnis homo rationalis officio fuit contiguus et cognatus, conſequitur, eſt. Nullus hoino non rationaliseſt. Onnis ho- facto officio. Is verò, qui extrà eſt, ſæpe non mo non rationalis eſt. Nullus homo non ratio- confequitur: neque tamen Rhetoricam ſuo fine nalis eit. Quidam homorationalis eſt. Quidam contentam,honore vacuavit. Hæc quidem ita ſunt homo non rationalisnon eſt. Quidam homo non mixta, ut Rhetorica infit fpeciebus, ſpecies verò rationalis eft. Quidam homo non rationalis non infint cauſis. eſt. Cauſarum verò partes ſtatus effe dicuntur: quos Canlari Item. Omne non animal non homo eſt. Nul- 'etia: aliis nominibus cum conſtitutiones, tum partes flares dicuntár, lum non animal non homo eſt. Quiddam non quæftiones nominare licet:qui quidem dividun animal non homo eſt. Quiddam non animalnon tur ita, ut rerum quoque natura diviſa eſt. Sedà fiones. homo non eſt. principio quæſtionum differentias ordiamur: Item converfæ ex prædicato infinito. Omne quoniain Rhetoricæ quæſtiones circunſtanciis non animal homo eſt. Nullum non animal homo involutæ ſunt omnes, aut in fcripti alicujus con eit. Quoddain non aniinal homo eſt. Quoddamn troverſia verfantur, aut præter fcriprum ex re ipſa... non animal hoino non eſt. fumunt contentionis exordium, Item converfæ ex infinitoſubjecto. Omne ani Et illæ quidem quæſtiones,quæ in ſcripro ſunt, Queflionesia pro quin mal non homo eſt. Nullum animal non homo quinque inodis fieri poffunt. Unoquidem, cùng eft. Quiddam animal non homo eſt. Quoddam hic ſcriptoris verba defendit, et ille ſententiains i polliams. aniinalnonhomo non eft. atque hic appellatur ſcriptum, et voluntas, Item propoſitiones indefinitæ. Homo juſtus Alio verò, fi inter fe leges quadain contrarieta eſt. Hoino juſtus non eſt. te diffentiunt, quarum ex adverſa parte aliæ de Indefinitarum propoſitiones cum ſubje& o in- fendunt, aliæ faciunt controverſiam; atque hic finito. Non hono juſtus eſt: Non homo juſtus vocatur ftatus legis contrariæ. non eſt. Tertio, cùin fcriptum, de quo contenditur, Ex prædicato infinito. Homo juſtus non eſt. fententiam claudit ambiguam: ambiguitas ex ſuo Homonon juſtus non eft. nomine nuncupatur. Ex utriſque terminis infinitis. Non homo Quarto verò, cùm in eo quod ſcriptum eſt,aliud non juſtus eſt. Non homo non juſtus non eſt. non fcriptum intelligirur; quodquia per ratioci Propoſiriones ſingulares vel individuæ. Plato nationein et quamdam ſyllogiſmiconſequentiam juſtus eſt. “PLATONE iustus non est.” veſtigatur, ratiocinativus vel fyllogiſmnus di Ex infinito ſubjecto. Non Plato juſtus eſt. citur. Non Plaro juſtus non eſt. V, cùm ſermo ſcriptuseſt, cujus non fa Ex infinito prædicato. Plato non juſtus eſt. cilè vis ac natura clareſcat,niſidefinitione detecta Platonon juſtus non eſt. lit; hic vocatur finis in ſcripro; quos omnes à ſe Ex utriſque terminis infinitis. Non Plato non differre, non eſt noſtri, operiſve rhetorici demon juftus eſt. Non Plato non juſtus non eſt. ftrare. Hæcautem ſpeculanda doctis, non rudi bus diſcenda proponiinus: quamvis de eorum De locis Rhetoricis. differentia in Topicorum commentis per tranſi- Quationes Rhetorice tum differuerimus. Rhetorica oratio habet partes ſex, Procinium, Earum autem conſtitutionum, quæ præter fcri- prin masina plices, fex. quod Exordiumcft, Nacrationein, Partitionem, ptum in ipfaruin rerum contentione lunt politæ, corum dinzi modis fica præter fcri habet partes 1 ses. riaicialis ita differentiæ ſegregantur,ut rerum quoque ip- lem partem vergant, defenfionis copiam non mi farum natura divila lit. In oinni enim Rhetorica niftrant; ex eiſdem enim locis accalatio defenſió. quæſtione dubitatur, an ſit, quid ſit, quale fit; et que confiftit. propterhæc,an jure, vel more poſſit exerceri judi Si igitur perſona in judiciam vocatur, neque ciuin. Sed li factum; velres quæ intenditur ab facta:n, dictúmve ulluin reprehenditur, cauſa eſte adverſario,negatur, quæſtio eſt utrùm fit ea; quæ non poteſt. Nec verò factum, dictúinve aliquod conjecturalis conſtirutio nominatur. Quod fi in judicium proferri poteſt, li perſona non exi factum quidem eſſe conſtiterit, ſed quidnain ſit id ftet. Itaque in his duobus omnis judiciorum ra quod factum eſt, ignoretur: quoniam vis ejus tioverſatur, in perfona ſcilicet, atque negotia definitione monftranda eſt, finitiva dicitur con- Sed, ut dictum eft, perſona eſt, quæ in judicium ftitutio. Ac fi &effe conftiterit, et de rei defini- vocatur: negotium, factum, dictúmveperſone, tione conveniat, fed quale fit inquiratur: tunc propter quod reus ftatuitur. Perſona igitur et ne quia cui generi ſubjici debet ambigitur, genera- gotiam ſuggerere arguinenta non poſſunt;de ipſis lis qualitas nuncupatur. In hac verò quæſtione enim quæſtio eſt: de quibus autem dubitatur, ea et qualitatis, et quantitatis, et compatationis dubitationi fidem facere nequeunt Argumen ratio verſatur. Sed quoniam de gènere quæſtio tum verò erit ratio rei dubiæfaciens fidem. Fa, eſt, ſecundum generis formam in plura neceffe ciunt autem negotio fidem ea, quæ ſunt perſo eſt hujusconſtitutionis membra diſtribui. nis ac negotiis attributa. Ac fi quando perſona Omniis quito Omnis eniin quæftio generalis, id eſt, cùm de 'negotio faciat fidem,velutſi credatur contra rem ftio generalis in duas difiri genere, et qualitate,vel quantitatequæritut facti, publicam fenfifle Catilinam,quoniam perſona bnisur par in duas tribuitur partes. Nam aut in præcerito eſt vitiorum turpitudine denotata: tunc non iiz quæritur de qualitate propoſiti, aut in præſenti, eo quod perſona eſt, et in judicium vocatur, fia aut in futuro. Si in præterito, juridicialis con dem negorio facit, ſed in eo quod ex attributis Ititutio nuncupatur: fi præſentis vel futuri tem- perſonæ quandam ſuſcipit qualitatem. Sed ut re poris teneat quæſtionem,negotialis dicitur. rúin ordo clariùs colliquefcat, de circumſtantiis Quæftio Fun Juridicialis verò, cujus inquiſitio præteritum arbitror eſſe dicendum. refpicit, duabuspartibus fegregatur. Aut enim De Circumftantiis. duabus parti. in ipfo facto vis defenfionis ineft, et abſolurà Circunſtantiæ ſunt, quæ convenientis fubftan. Detircnm. buslegrégie qualitas nuncupatur: Aut extrinfecus affumitur, tiam quæſtionisefficiunt. Nifienim fit qui fece Gancias para et affumptiva dicitur conſtitutio. rit, et quod fecerit, cauſáque cur fecerit, locus, situr CICERONE. Sed hæc in partesquatuor derivatur: aut enim tempúſque quo fecerit,modus, etiain facultas; conceditur criinen, aur removetur, aut refertur, que li delint,cauſa non ſtabit. Has igitur circum aur, quod eſtultimum, comparatur. Conceditur ftantias in geinina Cicero partitur, ut eam quæ crinen, cùm nulla inducitur facti defenſio, ſed eſt, quis, circumſtantiam in attributis perſone venia poſtulatur. Id fieri duobus modis poreſt, ponat: reliquas verò circumſtantias in attributis circumftan fi depreceris, aut purges. Deprecaris,cùm nihil negotio conititaat. Et primùın quidem ex cir excufationis attuleris. Purgas, cùım facti culpa cumftantiis, eam quæ eft, quis, quam perfonæ tia titur, Quispada cicina his adſcribitur'; quibus obliſti obviarique non attribuit, ſecar in undecim partes. Nomen, ut in XI poffit, neque tamen perſona ſint; id enim in Verres, natura ut barbarus, victus utamicusno- partes. aliam conſtitutionem cadit. Sunt autem hæc, im- biliuin, perſona ut dives, ſtudium ut Geometra, prudentia, caſus, atque necellitas. cafus ut exul, affectio ut amans, habitus ut ſa Removeturverd criinen, cùm ab eo, qui in- piens, conſilium, facta, et orationes. Eáque cellitur, transfertur in alium. Sed remotio cri- extra illud factum dictúmque ſunt, quæ nunc minis duobus fieri modis poteft: fi aur cauſa re- in judicium devocantur. Reliquas verò cir fertur, aut factum. Caufa refertur, cùm aliena cumſtantias, quæ funt, quid, cur, quando,ubi, poteftare aliquid factum eſſe contenditur: faćtum quomodo, quibus auxiliis, in attributis negocio verò, cumalius aut potuiffe, aut debuiffe facere ponit. Quid, &cur, dicenscontinentia cum ipfo demonſtratur. Atque hæc in his maximè valent, negotio: cur, in cauſa conſtituens; ea enim cauſa fi ejus nominis in nos intendatur actio, quòd non eſt uniuſcujuſque fa &ti, propter quam factaeſt  MSS.pottat fecerimus id, quod oportuit fieri. Refertur cri Quid verò, ſecat in quatuor partes. În ſum- Quidfeceria men, cuin jultè in aliquem facinus commiſlum iam tacti, ut parentis occifio. Exhac maximè quatuorpars MSS.com- effe conceditur: quoniam is, in quem commif- locus fumitur amplificationis ante factum; ut senditat. fum ſit, injuriofusfæpe fucrit, atque id quod in- concitus rapuit gladium: duon fit; vehementer tenditur, meruit pati. percuſſit. Poſt factum; in abdita fepelivit. Quæ Comparatio eft, cùin propter meliorem utilio- omnia cùın lint facta, tamen quoniain ad geſtum réinve rem factum, quod adverſarius arguit, negotiuin, de quo quæritur, pertinent, non ſunt commiffum effe defenditur. Atque hæchactenus: eafacta, quæ in attributis perſonæ numerara nunc de inventione tractandum eft. ſunt. Illa enim extra negorium, quòd extra poſi ta perſonam informantia fidem ei negotio præ De Inventione ſtant, de quo verſatur intentio: hæc verò facta, quæ continentia ſunt cum ipfo negotio,ad ipſuni Etenim priùs quidem Diale et icos dedimus, negotium; de quo queritur, pertinent. nunc Rhetoricos promimus locos, quos ex attri Poftreinas verò quatuor circamftantias Cicero In perſona, butis perſonæ ac negotio venire neceſſeeſt. Per- ponit in geſtione negotii, quæ eſt ſecunda pars et negotio fona, quæ in judicium vocatur, cujus dictum ali- attributorum negotiis. Et eam quidem circuin quod factúmve reprehenditur. Negotium; fa- ſtantiam, quæ eſt quando, dividit in tempus, ut putCie to Cuando, dia conftitute of. cum dictumveperfonæ, propter quod in judi- modò fecit; et in occaſionem,ut cunctis dormien- in tempus, so cium vocatur. Itaque in his duobus omnis lo- tibus. Eam verò circunftantiam quæ eſt ubi, lo- in occafionč.. MSS.excu- corum ratio conſtituta eſt; quæ enim habent* re. cum dicit; ut in cubiculo fecir: quomodo verò, ſarionis. prehenſionis occaſionem, eadem nili ad excuſabi ex circuinftantiis inoduin ur clain fecit: omnis loco. tum ratio B.  1 mus. fed de vo 1 quibus auxiliis circumftantiam, facultatem ap- ita adhærebant, ut ſeparari non poſſint;ut locus, pellat, ut cuin multo exercitu. Quorum qui- tempus, et cætera, quæ geſtum negotium non dem locorum et fiex circumſtantia rerum, natu- relinquunt. tulis diſcretio clara eft:nos tarnen benevolentiùs Hæc verò, quæ ſunt adjuncta negotio, non in faciemus, ſi uberiores ad ſe ditferentias oſtenda- kærent ipſi negotio, ſed accedunt circuinitantiis, et tunc demum argumenta præſtant, cùm ad com Nam cùm ex circumſtantiis alia M. Tullius parationem venerint: ſunant verò argumenta propofuerit effe continentia cum ipfo negotio: non ex contrarietate, fed ex contrario;& non alia verò in geſtione negorii, atque in continen- ex ſimilitudine, ſed ex ſimili, ut appareat ex re tibus cuin ipſo negotiv: illum adnurneraverit lo- latione ſumi arguinenta in adjunctis negotio; et cum quem appellavit, duin fit sex ipſa prolatio- ea eſſe adjunéta negotio, quæ funt ad ipſum, de nis SIGNIFICATIONE idem videtur elle locus hic, dum quo agitur,negotium affccta. fit, cum eo, qui eſt in geſtionenegotii; ſed non Conſecutio verò, quæ pars quarta eft eorum, ita sft: quia dum fit, illud eft, quod eo tempore quæ negotiis attributa ſunt, neque in,iplis ſunt açimiſum eſt, dum facinus perpetratur, ut per- rebus, neque rerum ſubſtantiam relinquunt,ne ouſſit. Ingetione verò negotii, ca ſunt, quæ et que ex comparatione reperiuntur: ſed rem geftam ante factum, et dum fit, et poft factum, quod vel antecedunt, vel etiam conſequuntur. Atque eſtum eſt continent;in omnibus enim tempus, hic locus extrinſecus eſt. Primum eniin in eo. locus, occafio,modus, facultas inquiritur, Rur- quæritur id, quod factum eſt, quo nomine ap ſus dum fit, factuin eft, quod adininiftratur, eft pellari conveniat: in quo non de re, negotium:qux verò funt in geſtione negotii, non cabulo laboratur. Qui deinde auctores ejus facti ſunt facta, fed facto adhærent; in illis enim, teni- &inventores, comprobatores, atque æinuli, id pus, occaſionem, locum, modum, facultatein, totum ex judicio, et quodam teſtimonio extrin facta eſſe conſenſerit: fed, ur dictum eſt, qux ſecus políto, ad ſublidium confluit argumenti. cuilibet facto adhærentia fint, atque in nullo Deinde &quæ ejus rei ſit ex conſueto pactio, ju modo derelinquant: quia quadam ratione ſubje- dicium, ſcientia, artificium. Deinde natura cta funt ipſi, quod geſtum eſt, negotio. ejus, quid evenire vulgò ſoleat: an inſolenter et Item ea quæ funt in geſtione negotii, finchis, rardhomines id ſuâ auctoritate comprobare, an quæ funtcontinentia cum ipfoncgotio, eſſe poſ- offendere in his conſueverint; &cætera quæ fas funt. Poteft eniin et locus, et tempus, &oc- ctum aliquod fimiliter confeftim, aut intervallo cafio, et modus, et facultas facti cujuſlibet intel- folent conſequi: quæ neceſſe eſt extrinſecus po ligi, etiamſi nemo faciat, quod illo loco; vel fita ad opinionein inagis tendere, quam ad ipfam, temporc, veloccaſione, vel modo, vel facultate rerum naturam. fieri poſſet. Itaque ea quæfunt in geſtione nego Itaque in hæcquatuor licet negotiis attributa, tii, line his quæ ſuntcontinentia cum ipfo nego- dividere; ut fint partim continentia cum ipſo ne tio, effe poffunt. Illa verò line his eſſe non pof- gotio, quæ facta eſſe ſuperiùs dictum eſt: partim ſunt; facèum enim præter locum, tempus, occa- in geſtionenegotii, quæ non effe facta, fed factis fionem, modum, facultatémque efle non pote- adhærentia dudum monſtravimus: partim adjun rir. Atque hæcfunt, quæ in attribucis perſona eta negotio; hæc, ut dictum eſt, in relatione ac negotio confiftunt, velut in Dialecticis locis ponuntur: partim geſtum negotium conſequun ea, quæ in ipfis cohærent, de quibus quæritur: tur; horum fides extrinſecus fuinitur. Ac de reliqua verò quæ vel funt adjuncta negotio, vel Rheroricis quidem locis ſatis dictum. negotium geſtuin conſequuntur, talia ſunt, qua Nunc illud eſt explicandum, quæ ſit his ſimi-. Quid fat diain Dialecticis locis ca, quæ ſecundum Themi- litudocum Dialecticis, quæ veròdiverſitas;quod hobertura corean ſtium quidem partim rei ſubſtantiam conſequun- cùm idoneè, convenientérque monſtravero,pro- Dialecticisfa tur, partim funt extrinfecus, partim verſantur poſiti operis explicetur intentio. Primò adeo ut militudo,que in mediis; ſecundum CICERONE verò inter affe- in Dialecticis locis, ficut Themiſtio placet, alii verè diverfi &a numerara ſunt, vel extrinſecus polita." funt, qui in ipſis hærent, de quibus quæritur: tab. Sunt enim adjuncta negotio ipfa etiam quæ fi- alii verò affumuntur extrinſecus, alii verò inedii quajiilem fa dem faciunt quæſtioni, affecta quodammodo ad inter utroſque locati ſunt; ſic in Rhetoricis quo cinn gafiio. id, de quo quæritur, reſpicientia negotium, de que locis, alii in perſona atque negotio conſi quo agitur, hoc modo. Nam circumſtantix ſtunt, de quibus ex adverſa parte certatur: alii feprem quæ in attributis perſonæ, vel negotio, verò extrinfecus, ut hi qui geſtum negotium con numeratæ funt, hæc cum cæperintcomparari,& fequuntur: alii verò medii. quafi in relationem venire, fi quid ad ſe conti Quoruin proximi quidem negotio funt hi, qui nens referatur, vel ad id quod continet, fit aut ex circumſtantiis: reliqui in geſtione negotii ſpecies, aut genus: fi id referatur,quod ab eo lon- conſiderantur. Illi veròqui in adjunctis negotio gillime diſtet, contrariun: at ſi ad finem ſuum collocantur, ipſi quoque intermedios locos pos atque exitum referatur, tum eventuscft. liti ſunt: quoniam negotium, de quo agitur, qua Eodem quoque modo ad majora, et minora, dam affectione refpiciunt. Vel fi quis ea quidem et paria comparantur. Atque omnino tales loci quæ perſonis attributa ſunt, vel quæ continentia in his quæ funt ad aliquid conſiderantur. Namn ſunt cum ipfo negotio, vel in geſtione negotii majus,autminus, alit lunile, aut æquèmagnum, conſiderantur; his lumilia locis dicat, qui ab ipfis aut diſparatum, accedunt circumſtantüs, quæ in in Dialectica trahuntur, de quibus in quæſtionc attributis negotio atque perſonæ numeratæ ſunt; dubitatur. CONSEQUENTIA verò negotio ponat ex ut dum ipfæ circumftantiæ aliis comparantur, fiat trinſecus. Adjuncta verò inter utrumque conſti ex iis argumentum facti dictive, quod in judi- tuat. cium trahitur. Diſtat autem à ſuperioribus, quòd Ciceronis verò diviſioni hoc modo fic fimilis, ſuperiores loci, vel facta continebant, vel factis Nam ea quæ continentia ſunt cum ipſo negocio, Sunt adjun Eta ucgorio, ni, 1 De Dialectica. Dialecticus verò non ita velea quæ in geſtione negotii conſidecantur, in do aliquid ſpecialiter probant, ad Rhetores, Poë ipſis hærent, de quibus quæritur. Ea verò, quæ tas, Juriſperitóſque pertinent. Quando verò ge adjuncta ſunt, inter affecta ponuntur. Sed ea quæ neraliter diſputant,ad Dialecticosattinere manis geitum negotiuin conſequuntur, extrinfecus feſtum eit. collocata ſunt. Vel Gi quis ea quidem, quæ con Mirabile planè genusoperis, in unum potuiſſe tinentia ſunt cum ipfonegotio, in ipſis hærere colligi, quicquid mobilitas ac varietas humanæ arbitretur:affecta verò effe ea,quæ funt in geſtio- mentis in fenlîbus exquirendis per diverſas cauſas ne negotii, vel adjuncta negotio: extrinfecus porerat invenire; concludi liberuin ac volunta verò ea, quæ geftum negotium conſequuntur. riun intellectum. Nam quocumque ſe verterit, Nam jam illæ perfpicuæ communitates", quod quaſcumque cogitationes intraverir, in aliquid quidem ipſi penè in utriſque facultatibus verſan- corum quæ prædicta ſunt, neceſſe eſt ut huma tur loci, ut genus, ut pars, ut ſimilitudo, ut con- num cadat ingenium. trarium, ut majus, ac minus. De communicati Illud autem competens judicavimus recapitu bus quidem ſatis dictum. lare breviter, quorum labore in Latinum elo Differentiæ verò illæ funt, quòd Dialectici quium res iftæ pervenerint; ut nec auctoribus etiam thelibus apti funt: Rhetorici tantùm ad gloria ſua pereat, et nobis pleniffimè reiveritas hypotheſes, id eft, quæftiones informatas circum- innoteſcat. Iſagogen tranſtulit Patricius BOEZIO, ftantiis affumuntur. Nain ſicut ipfæ facultates à commenta ejus gernina derelinquens. Cate femetipfis univerſalitate, et particularitate di- gorias idem tranſtulit Patricius Boëtius, cujus ſtinctæ ſunt: ita earum loci ambitu, et contra commenta tribus libris ipfe quoque formavit. ctione diſcreti ſunt. Nam Dialecticorum loco-. Peri herinenias fuprà inemoratus Patricius tran rum major eſt ainbitus; et quoniam præter cir- ftulit in Latinum: cujus commenta ipſe duplicia cumſtantias funt quæ fingulares faciunt cauſas, minutillimâ diſputatione tractavit.Apuleius verò non modò ad theſes utilesſunt, verumetiam ad Madaurenſis ſyllogiſmos categoricos breviter argumenta, quæ in hypothesibus polita sunt, eof- enodavit. Suprà memoratus verò Patricius de que locos qui ex circumftantiis conſtanc,claudunt fyllogiſmis hypotheticis lucidiflimè pertractavit. atque ambiunt. Itaque fit; ut ſeinper egeat Rhe- Topica Ariftotelis,uno libro CICERONE tranſtulit in Hæcdefuitin tor Dialecticis locis? Dialecticus verò fuis poflit Latinum, cujus commentaprofpe et oratque ama- MSS. effe contentus. tor Latinorum Patricius BOEZIO (si veda) octo libris expo Semper eget Rherorenim quoniam causas ex circumstantiis fuit. Nam et prædictus BOEZIO (si veda) Patricius eadem Rhetor D4- tractat, ex iifdem circumftantiis argumenta præ-Topica LIZIO octo libris in Latinum vertic lecticislocis, fumit, quæ neceſſe eſt ab univerſalibus, et ſupli- eloquiun. cioribus confirmari, qui ſunt Dialectici. Diale &ti Confiderandum eft autem, quòd jam,quia lo cus verò, qui prior eft, polteriore non eget, nifi cus ſe attulit in Rhetorica parte, libavimus quid aliquando incideritquæftio perfonæ; ut cuin fit interſit inter artein et diſciplinain, ne ſe diver incidens Dialectico ad probandam fuam theſim, fitasnominun permixta confundat. Interartem Que fa diften Cáusam circumſtantiis inclufam, tunc demum et diſciplinai Plato, et Ariſtoteles, opinabiles artem dif Rhetoricis utatur locis. Itaque in Dialecticis lo- magiftri fæcularium litterarum, hanc differen- ciplinam ſee ' cis (fi ita contingit) à genere argumenta fumun- tiam eſſe voluerunt, dicentes: Arrem cflc habitu- cundem Plaa tur,id eft, ab ipſa generis natura: fedin Rheto- dinem operatricem contingentium, quæ fe et Sonem ricis ab eo generequod illi genus eſt, de quo agi- aliter habere poffunt: Diſciplina verò elt, quæ Vide prefer tur; nec ànatura generis, ſed à re fcilicet ipſa,quæ de his agit, quæ aliter evenire non poffunt tionem Nunc ergo ad Mathematicæ veniamus initium. Sed ut progrediatur ratio, ex eo pendet, quòd natura generis antè præcognita eſt; ut fi dubite De Mathematica. tur, an fuerit aliquis ebrius, dicitur, fi tefellere velimus, non fuifle: quoniam in eo nulla luxu- Mathematica, quam LATINE poſſumus dicere luid fitMara ries antecefferit. Idcirco nimirum, quia cum ku- doctrinalem, ſcientia eſt, qux abſtractam con- in quas para xuries ebrietaſis quaſi quoddam genus fit, cui fiderat quantirarem. Abſtracta enim quantitas tes dividalun luxuries nulla fuerit, ne ebrietas quidem fuit: dicitur, quâ intellectus à materia ſeparátur, vel ſed hoc pender ex altero. Cur enim fi luxuries ab aliis accidentibus; ut eſt par, impar, vel alia non fuit, ebrietas eſſe non potuit, ex natura ge- hujuſcemodi, quæ in ſola ratiocinatione tracta neris demonftratur, quod Dialectica ratio ſub- mus, hæc ita dividitur miniſtrat. Unde enim genus abeft, inde etiain fpecies abelle necefle eft:quoniam genus fpecics r Arithmeticain, non relinquit. Ec de fimilibus quidem, et de contràriis, eo Muſicam. Diviſio Matheina dem modo, in quibus maxima ſimilitudo eft in ticæ in ter Rhetoricos ac Dialecticos locos: Dialectica Geometriam.. eniin ex ipſis qualitatibus, Rhetorica ex quali 1 tatem ſuſcipentibus rebus argumentaveſtigat; ut Aſtronomian. Dialecticus ex genere, id eft, ex ipfa generis na tura: Rhetor ex ea re, quæ genuseft. Dialecti Arithmetica; eſt diſciplina quantitatis numera Quid fit cus ex ſimilitudine, Rhetor ex funili, id eft, ex bilis fecuuduin ſe. Aruthinetica. ta re, quæ fimilitudinem cepit. Eodem modo Mufia eſt diſciplina, quæ de numeris loqui- QuidMufica. ille ex contrarietate, hic ex contrario. tur, qui ad aliquid ſunt his, qui inveniuntur in Memoriæ quoque condendum eft, Topica Ora- ſonis. toribus, Dialecticis, Poëtis, et Juriſperitiscom Gcometria, eſt diſciplina magnitudinis immo- Quid Geomes muniter quidem argumentapræftare: fed quan- bilis et fornarum. rentia inter genus eſt, trii B. 1 didit. Inns. Quid fis A. Aſtronomia, eft diſciplina curſus cæleſtiain (i- tergunt, etad illam inſpectivain contemplatio fronomia. derum, quæ figuras conteinplatur omnes, et ha- nem, fi tamen ſanitas mentis arrideat, Domino bitudines ftellaruin circaſe, et circa terram inda- largiente, perducunt.' gabili ratione percurrit. Quas ſuo loco paulò la Scire autem debemus Joſephum Hebræorum Abraham ciùs exponemus, ut commemoratarum rerum doctiſſimum, in libro primo Antiquitatum, ritu- primim Aris virtus competenter poffit oftendi. Modò de dif- lo nono dicere,Arichinericain, et Aſtronomiam ihmeticamen ciplinarum nomine differainus. Abrahain primùm Ægyptiis tradidiffe; unde ſe Aftronomien Diſciplina Diſciplinæ ſunt, qux, licut jam di et um eft, mina ſuſcipientes (utfunt hoinines acerrimi in Ægypainte nunquam nunquam opinionibus deceptæ fallunt; et ideo genii) cxcoluiffe ſibi reliquas latiùs diſciplinas. opinionibus cali nomine nuncupantur,quia neceffariò ſuas re- Quasmeritò fan eti Patres noftei legendas ſtudio deceptæ fal gulas ſervant. Hænec intentione creſcunt, nec fillinis perſuadent: quoniam ex magna parte per Iubductione minuuntur, nec aliis varieratibus eas à carnalibus rebus appetitus noſter abſtrahi permutantur: ſed in vi propria permanentes, re- tur, et faciunt deſiderare, quæ, præftante Do gulas ſuas inconvertibili firmitate cuſtodiunt. mino, ſolo possumus corde reſpicere. Quocirca Has dum frcquenti meditatione revoluimus, fen- tempus est, ut deeis ſingillatin ac breviter diſſe Cum noftruin acuunt, limúmque ignorantix de- rere debeamus. De Arithmetica C49 Arith metica inter Scriptores fæculacium litterarum interdiccipli- faru efleformata;attamennulla corum,prætet Mathemati cas diſcipli metiiam eſſe volucrunt:propterea quòd Mufica, Credo trahens hoc initium, ut multi philoſo mis prima ju. et Geometria, etAſtronomia, quæ fequuntur, photum fecerunt, ab illa ſententia prophetali, Sam 11. 21. indigent Arithmetica, ut virtutes ſuas valeant ex- quæ dicit: Omnia Deum menſura, numero, et plicare. Verbi gratia,ſimplum ad duplum, quod pondere difpofuiſſe habet Muſica, indiget Arithmetica: Geometria Hæc itaque confiftit ex quantitate diſcreta, čHY Arish verò, quod habet trigonuin, quadrangulum,vel quæ parit genera numerorum, nullo fibi com- metice conf his funilia, item indiget Arithmeticas Aſtrono- munitermino ſociata. V. enim ad x. vi. ad iiii. vii. lidt ex quar mia etiam, quòd habet in moru liderum nuineros ad iii. per nullam coinmunein terminuin alteru- titate difcre punctorum, indiget Arithinetica. Arithmetica trâ fibi focietate nectuntur. Arithmetica vecò di sa. Pithagora verò, urlit, neque Muſica, neque Geometria, citur, co quòd numeris præeſt Numerus verò, merica dica Arithmetia neque Aſtronomia egere cognoſcitur. Propterca cft ex inonadibus multitudo compofita; ut iii. V. tur, et que camlan.c. hisfons, et måter Arithmetica reperitur; quam X. xx. et cætera. Intentio Arithmeticæ elt doce- fit ejusinsects diſciplinam Pythagoras fic laudalle probatur; re nos naturam abſtracti numeri, et que ei acci- tio. uromnia ſub numero, et menfura à Deo creata dunt; ut verbi gratia, parilitas, impacilitas, et firatur. fuiſſe incinoret, dicens: Alia in motu, alia in cætera. Cur Arith vit. Ed. mon s Paritei pat. Pariter impat. Impariter par Prima diviſio numera Tvel par, qui eſt Numerus, qui congre gatio monaduneſt, ľ Primuset ſimplex. vel iinper, qui eſt. Secundus et compoſitus. Tertius mediocris, quiquodam modo primus, et incompoſitus, alio verò modo ſecundus, et (compofitus. Quid fit Par Par numerus eft, qui in duas partes æquales verbi gratia, in bis xii: xii, in bisyi:ſexo dividi poteft; ut ii. iii. vi.viii. x. et reliqui. in bis tres, et ampliùs non procedit. Quid impar. Impar numerus eſt, qui in duas partes æquales Primus et fimplex numerus eft, qui monadi- Quid primit dividi nullatenus poteft, ut iii. v. vii. viiii. xi.et c cammenſuram ſolam recipere poteſt; ut verbi et implex reliqui. gratia iii. v. vii. xis xiii. xvii. et his finilias Quidpariter Pariter par numerus eſt, cujus diviſio in dua Secundus et compoſitus numerus eft, qui non Quid fecur par bus æqualibus partibus fieri poteſtuſque ad mo- folùm monadicam menſuram, ſed etarithmeti doto come nada; ut verbi gratia lxiüi. dividitur in xxxii; cam recipere poteſt; ut verbi gratia, viiii. xv. xxi. poftmo xxxii, in xvi: et xvi, in viji: viii in iii:üii, et his ſimilia. in duo: ïi, verò in i. Mediocris numerus eſt, quiquodam modo fim Quid pariter Pariter impar numerus eſt, qui fimiliter fo- plex et incompoſitus efle videtur, alio verò ino- cris impar. lummodo in duas partes dividi poteft æquales; do fecundus et compoſitus, ut verbi gratia, viiii. utx, in v: xiiii, in vii: xviii, in viiii.et his fi- ad xxv. dum comparatus fuerit, primus eft et milia. incompoſitus: quia non habet communem nu Quid impari. Impariter par nuinerus eſt, qui plures diviſio- merum, niſi ſolum monadicum: ad xv. verò li nes, ſecundùm æqualitatem partium dividere comparatus fuerit, ſecundus eft et compofitus: poteft, non tamen uſque ad allem perveniat; ut quoniam ineſt illi communis numerus præter monadi. Quid Media ter par De Arithmetica. mõnadicum, id eſt, ternarius'numerus, qui no- fexta pars, duo:quarta pars,tria: tertia pars,iii: vein menſurat terterni, et xv. ter quini. et duodecima pars unum; qui oinnes aſſumpti fiunt xvi. Altera divifio, de paribios, do imparibues Indigens nunerus eſt, qui et ipſe de paribus QuidIndigãs. numeris. deſcendit, quantitatis fuæ ſummain partiuin in feriorem habet; ut viii. cujus medietas, iiii: [ aut ſuperfluus. quarta pars, ii: octava pars, i; quæ fimul con gregatæ partes fiunt vii. aut par eſt. < aut indigens. Perfectus numerus eft, qui taten et ipfe de QuidPerfe Numerus. paribus deſcendit: is dum par ſit, omnes partes aut impar. į aut perfectus. Taas ſimul aſſumptas, æquales habet; ut vj. cu jus medietas, tria: tertia pars, ij: vj. pars únum. Quid Sriper. Superfluus numerus eſt, qui deſcendit de pari- Qux aſſumptæ partesfaciunt ipſum ſenariumnus fluis. bus, is dum par ſit, ſuperfluas partes quantitatis merum fuæ habere videtur; ut xii, habetmedietatem vie. Geti popolazione stanziata nella regione successivamente nota come Dacia, antica Roma. 1leftarrow blue.svg Voce principale: Storia della Dacia.  Geti era il nome che veniva dato dagli scrittori pre-Romani alla popolazione stanziata nella regione successivamente nota come Dacia, a centro nord dell'ultimo tratto del Danubio, dove aveva gli inizi l’antica Bulgaria.  I Geti erano parte del gruppo di genti indoeuropee, forse parte della famiglia tracica; è possibile che fossero tanto parte del popolo dei Daci o Tracchi, quanto che da questi siano stati a un certo punto assorbiti. Per gli autori romani i termini Daci e Gaetierano considerati in genere equivalenti, anche se Seneca indicava Geti come gli abitanti delle pianure della Valacchia, mentre Stazio indicava i Daci come gli abitanti dei territori montuosi e collinari della Transilvania; inoltre distinguevano i Tyragetae, Geti stanziati vicino al fiume Nistro.  Storia Modifica Secondo Erodoto, i Geti erano "la più nobile e la più giusta di tutte le tribù traciche". Quando i Persiani, guidati da Dario I, attuarono una campagna contro gli Sciti, le varie popolazioni dei Balcani si arresero al sovrano e lo lasciarono passare sui loro territori; solo i Geti opposero resistenza. I Geti in seguito furono sconfitti da Alessandro Magno sulle rive del Danubio, nel corso della sua campagna nei Balcani; in quell'occasione, Alessandro per attraversare il Danubio si servì di zattere e di piccole imbarcazioni di pescatori, sorprendendo circa 4000 Geti, attaccati alle spalle, dopo aver attraversato il fiume.  Religione Come ci tramanda Erodoto, i Geti credevano nell'immortalità dell'anima e consideravano la morte un mero cambio di paese:   «Ecco in che consiste la loro fede nell'immortalità. Essi credono di non morire, e che chi muore vada dal Demone Salmoxis. Alcuni di essi chiamano questa stessa divinità Gebeleizi. Mandano ogni cinque anni uno di loro tratto a sorte, come messo a Salmoxis, ogni volta incaricandolo di recargli le loro richieste. Ed ecco come lo mandano. Alcuni, che hanno quest'incarico, se ne stanno con tre giavellotti; mentre altri afferrano le mani e i piedi dell'uomo che inviano, lo fanno ondeggiare, e lo scagliano in alto verso le punte dei giavellotti. Se viene trafitto e muore, ritengono propizia la Divinità; e se non muore, la colpa è del messo, che essi dichiarano malvagio. Gli muovono quest'accusa, e ne mandano un altro, al quale danno, mentre è ancora in vita, i loro incarichi.»  (Erodoto, Storie) Erodoto aggiunge anche che   «Inoltre scagliano, questi stessi Traci, frecce verso l'alto al cielo, contro il tuono e il fulmine, e minacciano quella Divinità, perché ritengono che fuori del loro non vi sia alcun altro Dio. (Erodoto, Storie) Accanto a Zalmoxis, un ruolo di rilievo tra le divinità gete era attribuito a Gebeleixis. Il primo sacerdote godeva di una posizione prominente in quanto rappresentante della divinità suprema, Zalmoxis, ed era anche il consigliere del re. Giordane nella sua Getica, attribuiva a Deceneo il titolo di sacerdote capo di Burebista. Seneca, Phedra. ^ Stazio, Silvae, Giordane, Getica X, a cura di Mierow. Voci correlate Daci Dacia (regione storica) Traci Geti, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Portale Antica Roma: Storia della Dacia Daci popolazione indoeuropea  Dacia (regione storica) regione e regno dell'Europa orientale nel corso dell'antichità classica. Then Cyrus, king of the Persians, after a long interval of almost exactly six hundred and thirty years (as Pompeius Trogus relates), waged an unsuccessful war against Tomyris, Queen of the Getae. Elated by his victories in Asia, he strove to conquer the Getæ, whose queen, as I have said, was Tomyris. Though she could have stopped the approach of Cyrus at the river Araxes, yet she permitted him to cross, preferring to overcome him in battle rather than to thwart him by advantage of position. And so she did.As Cyrus approached, fortune at first so favored the Parthians that they slew the son of Tomyris and most of the army. But when the battle was renewed, the Getae and their queen defeated, conquered and overwhelmed the Parthians and took rich plunder from them. There for the first time the race of the Goths saw silken tents. After achieving this victory and winning so much booty from her enemies, Queen Tomyris crossed over into that part of Moesia which is now called Lesser Scythia--a name borrowed from great Scythia,--and built on the Moesian shore of Pontus the city of Tomi, named after herself.  Afterwards Darius, king of the Persians, the son of Hystaspes, demanded in marriage the daughter of Antyrus, king of the Goths, asking for her hand and at the same time making threats in case they did not fulfil his wish. The Goths spurned this alliance and brought his embassy to naught. Inflamed with anger because his offer had been rejected, he led an army of seven hundred thousand armed men against them and sought to avenge his wounded feelings by inflicting a public injury. Crossing on boats covered with boards and joined like a bridge almost the whole way from Chalcedon to Byzantium, he started for Thrace and Moesia. Later he built a bridge over the Danube in like manner, but he was wearied by two brief months of effort and lost eight thousand armed men among the Tapae. Then, fearing the bridge over the Danube would be seized by his foes, he marched back to Thrace in swift retreat, believing the land of Moesia would not be safe for even a short sojourn there. After his death, his son Xerxes planned to avenge his father's wrongs and so proceeded to undertake a war against the Goths with seven hundred thousand of his own men and three hundred thousand armed auxiliaries, twelve hundred ships of war and three thousand transports. But he did not venture to try them in battle, being overawed by their unyielding animosity. So he returned with his force just as he had come, and without fighting a single battle. Then Philip, the father of Alexander the Great, made alliance with the Goths and took to wife Medopa, the daughter of King Gudila, so that he might render the kingdom of Macedon more secure by the help of this marriage. It was at this time, as the historian Dio relates, that Philip, suffering from need of money, determined to lead out his forces and sack Odessus, a city of Moesia, which was then subject to the Goths by reason of the neighboring city of Tomi. Thereupon those priests of the Goths that are called the Holy Men suddenly opened the gates of Odessus and came forth to meet them. They bore harps and were clad in snowy robes, and chanted in suppliant strains to the gods of their fathers that they might be propitious and repel the Macedonians. When the Macedonians saw them coming with such confidence to meet them, they were astonished and, so to speak, the armed were terrified by the unarmed. Straightway they broke the line they had formed for battle and not only refrained from destroying the city, but even gave back those whom they had captured outside by right of war. Then they made a truce and returned to their own country. After a long time Sitalces, a famous leader of the Goths, remembering this treacherous attempt, gathered a hundred and fifty thousand men and made war upon the Athenians, fighting against Perdiccas, King of Macedon. This Perdiccas had been left by Alexander as his successor to rule Athens by hereditary right, when he drank his destruction at Babylon through the treachery of an attendant. The Goths engaged in a great battle with him and proved themselves to be the stronger. Thus in return for the wrong which the Macedonians had long before committed in Moesia, the Goths overran Greece and laid waste the whole of Macedonia.Cassiodoro. Cassiodoro Bruzi. Bruzi. Keywords: dialettica, Squillace, i geti e i goti – teodorico, eteodorico, virtu bellica, ardore guerriero, pagenesimo. Cassiodoro’s surname was Bruzi, from Brutti – he wrote a story of the Goths, but he mistook them for the Bulgarians (geti, gotti). Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Bruzi” – The Swimming-Pool Library. Bruzi.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Buonafede: la ragione conversazionale e  l’implicatura conversazionale – scuola di Comacchio – filosofia emiliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Comacchio). Filosofo emiliano. Filosofo italiano. Comacchio, Ferrara, Emilia-Romagna. Grice: “You’ve got to love Buonafede; he is all into the longitudinal unity of philosophy, literally from Remo – he has chapters on the Ancient Romans, on philosophy from the first monarchy to the second, a chapter on Cicerone, and one of a lovely phrase, the Roman equivalent to the century of Pericles, ‘filosofia nel regno di Augusto,’ but also on later developments of Italian philosophy, even a chapter on Cartesianism in Italy, and how philosophy on the whole was ‘resurrected’ or ‘revitalised’ in Italy --. I once joked that philosophers should never give much credit to Wollaston – but Buonafede totally proves me wrong!” --  Essential Italian philosopher. Di familia nobile, studia a Bologna e Roma. Insegna a Napoli. Saggio, “Ritratti poetici, storici e critici di varj uomini di lettere – Appio Anneo de Faba Cromaziano” (Simone, Napoli)  -- opera accolta favorevolmente negli ambienti culturali napoletani frequentati da Buonafede, nella quale convivono giudizi critici su alcuni importanti esponenti della filosofia moderna (quali Machiavelli e Spinoza), con parziali accoglimenti di altri (Cartesio e Locke), in uno stile composito tra il barocco e l'arcadico. Insegna a Bergamo e Rimini. Membro nell'Accademia dell'Arcadia, assumendo il nome di Agatopisto Cromaziano con il quale diede alle stampe numerosi saggi. Insegna a Sulmona. Saggio “Della restaurazione di ogni filosofia di Agatopisto Cromaziano” (Graziosi, Venezia – Societa Tipografica de classici italiani, Milano) -- particolarmente critica verso la filosofia sensista di Cartesio e Locke. Baretti: ebbe una violenta polemica con lui. Il “Saggio di commedie filosofiche”, contenente un testo in endecasillabi, “Il filosofo fanciullo” che, in uno stile comico, critica celebri filosofi dell'antichità riportando citazioni fuori dal contesto.Venivano beffeggiati, tra gli altri, Socrate, Democrito e Anassagora. Il saggio trova qualche apprezzamento. Baretti, scrittore e critico letterario torinese, in un numero del suo periodico la Frusta letteraria nel quale era solito firmarsi con lo pseudonimo di Aristarco Scannabue, espresse giudizi negativi sul Saggio del Buonafede trovandolo irrilevante e privo di comicità. Punto sul vivo, replica immediatamente con il libello, dai toni assai aspri, “Il bue pedagogo: novella menippee di Luciano da Fiorenzuola contro una certa Frusta pseudo-epigrafia di Aristarco Cannabue” (Luca).”. Gli rispose ancora Baretti con una nutrita serie di articoli, Discorsi fatti dall'autore della Frusta letteraria al reverendissimo padre don Luciano Firenzuola da Comacchio autore del Bue pedagogo, pubblicati su diversi numeri della Frusta.  La polemica, una delle più aspre e celebri delle cronache filosofiche italiane prosigue ancora.Fa pressioni verso i responsabili della Repubblica di Venezia affinché eliminassero gli articoli apparsi sulla Frusta e perché Baretti fosse poi espulso dallo Stato Pontificio quando si trasferì ad Ancona.  Il critico non fu lasciato tranquillo neppure quando fuggì in Inghilterra: l'irriducibile Buonafede lo accua allora di simpatie verso il protestantesimo. Il giudizio di Croce e piuttosto negativo, scrisse che la sua filosofia e il risultato di «un ingegno da predicatore e da predicatore mestierante, che ha un impegno da assolvere, un sentimento da inculcare, un nemico da abbattere» senza che possano distrarlo dal suo fine «né la ricerca della verità delle cose né l'ammirazione di quel che è bello».  Più positivo il giudizio di Natali nella voce redatta per l'Enciclopedia Italiana, lo giudica “uomo d'ingegno acutissimo, filosofo non volgare, spesso arguto e vivace e dotato di dottrina assai superiore a quella del Baretti. Altre opere: “Delle conquiste celebri esaminate col naturale diritto delle genti libri due di Agatopisto Cromaziano” (Riccomini, Lucca, Milano, Fondazione Mansutti); “Saggio di commedie filosofiche con ampie annotazioni di A. Agatopisto Cromaziano” (Faenza, pel Benedetti impressor vescovile, e delle insigni Accademie degl'illustrissimi sigg. Remoti e Filoponi); “Sermone apologetico di Tito Benvenuto Buonafede per la gioventù italiana contro le accuse contenute in un libro intitolato Della necessità e verità della religione naturale, e rivelata” (Benedini, Lucca); “Della malignità istorica: discorsi tre contro Pier Francesco Le Courayer nuovo interprete della Istoria del Concilio di Trento di Pietro Soave” (Bologna, per Lelio dalla Volpe impr. dell'Instituto delle Scienze); “Dell'apparizione di alcune ombre novella letteraria di Tito Benvenuto Buonafede” (Lucca, appresso Jacopo Giusti nuovo stampatore alla Colonna del Palio); “Istoria critica e filosofica del suicidio ragionato di Agatopisto Cromaziano” (Lucca, Stamperia di Vincenzo Giuntini, a spese di Giovanni Riccomini); “Versi liberi di Agatopisto Cromaziano messi in luce da Timoleonte Corintio con una epistola della libertà poetica..., Cesena, Società di Pallade per Gregorio Biasini al Palazzo Dandini); “Della istoria e della indole di ogni filosofia di Agatopisto Cromaziano” (Lucca, per Giovanni Riccomini); “Il genio borbonico, versi epici di Agatopisto Cromaziano nelle nozze auguste delle altezze reali di Ferdinando di Borbone, infante di Spagna e di Maria Amalia, arciduchessa infanta” (Parma, per Filippo Carmignani, stampatore per privilegio di sua altezza reale); “Della letteratura comacchiese lezione parenetica in difesa della patria di Agatopisto Cromaziano giuniore” (Parma, Bodoni). Opere di Agatopisto Cromaziano” (Napoli, Porcelli). “Epistole tusculane di un solitario ad un uomo di città, Gerapoli); “Storia critica del moderno diritto di natura e delle genti di Agatopisto Cromaziano, fa parte della Biblioteca cristiano-filosofica decennio primo, consacrato alla divinità” (Firenze, nella Stamperia della Carità). Dizionario Biografico degli Italiani. Soffre di gotta e una caduta in piazza Navona aggrava le sue condizioni. La storiografia filosofica, Vestigia philosophorum”. Il medioevo e la storiografia filosofica, Rimini, Maggioli Editore. Fondazione Mansutti, Quaderni di sicurtà. Documenti di storia dell'assicurazione, M. Bonomelli, schede bibliografiche di C. Di Battista, note critiche di F. Mansutti. Milano: Electa. Memorie istoriche di letterati ferraresi,  III, Ferrara. Ritratto di Appiano Buonafede. Assicurazione. Luigi Speranza, "Grice e Buonafede," per Il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia.  -- I Romani, fin d'allora che hanno le canne per tetti e un solco in luogo di fosse e di muraglie, esercitano la divinazione, con la cui guida ordi [Seneca I. c. Plinio Hist. Nat.; Lucrezio lib. V. (3) Macrobio Saturnal.; Scipione Maffei ap presso G. Lampredi l. c. Cassiodoro-Bruzi. lVar. Ep. Museo Etrusco narono e nobilitaro noi rudimenti della loro pira teria. ROMOLO e insieme il fondatore e il primo augure di Roma. Uomini armati e rubatori conobbero che questa larva di religione e questa pretesa scienza del futuro puo aver influssi propizi, nelle loro spedizioni, siccome l'esito comprovo. Ed e veramente cosa ammirabile che una tanta puerilità, di cui gl’auguri istessi rideano, producesse vantaggi sì grandi alla fortuna romana. Presero adun que quei primi uomini la disciplina augurale dagli’etruschi, e non curarono altro. Furon dette as sai novelle della FILOSOFIA degl’aborigeni, de’ sabini, degl’Ausonj e d’altre genti di quelle contrade. Ma i critici le numerarono tra le favole. NUMA Pompilio, secondo regolo di quella feroce masnada, pensa di ammansarla con la religione e con la pace. Finse colloquj con le Muse, e divulga notturni congressi con la dea Egeria. Istitue sacerdoti agl’Id dii, e e egli stesso sacerdote. Scolge le vergini a Vesta, le quali serbasser perpetuo il fuoco nel centro d'un tempio rotondo. Vieta le immagini delle sostanze divine e i sacrifizi cruenti. Ordina gli auguri, gl’oracoli, le interpretazioni de' fulmini e di altri prodigj, e le funebri ceremonie e le placazioni de’ mani. Correno i mesi e l'anno secondo il corso del sole e della lupa. NUMA scrive libri sacri che furon seppelliti con lui, e niun potè leggerli. Consacra l'arcano e il silenzio con la istituzione della dea Tacita. Chiuse il tempio di Giano. Roma guerriera divenne pacifica e religiosa. In questi regolamenti di Numa sono cercati, e dicono anche ri trovati gl'indizi di molta filosofia. La finzione de' [CICERONE, De Divinatione; Cicer. I. c. G. Hornio Hist. Phil.; ; Livio; Plutarco in Numa] prodigi e de’ secreti colloqui col cielo, e il silenzio è l'arcano e i sacrifici senza sangue, e le proibizioni di effigiare il divino, sono sembrate dottrine della setta di CROTONA; e sopra tutto il fuoco del tempio di Vesta è stato creduto un simbolo del sistema di questa setta, la quale insegna la stabilità del sole nel centro del nostro mondo. Il perchè corse già opinione che NUMA e stato discepolo di Pitagora; ma è stato poi osservato che questo filosofo vivea a CROTONA quando L. Bruto salva Roma dai tiranni. Onde piuttosto Numa ha dovuto ammaestrare Pitagora. Sebbene io non credo che un filosofo chiuso tra i monti di Calabria ha mai udito parlare d'un capo di ladroncelli ristretti fra i monti latini. Newton pensa che Numa prende il suo sistema celeste dagl’egiziani, osservatori antichissimi delle stelle. Ma io non so persuadermi che un pover uomo sabino estende il saper suo fino alla penetrazione degli ardui misteri d’Egitto. Reputo più verisimile che lo studio de gl’etruschi nelle meraviglie de' fuochi celesti, e la molto diffusa e popolarevenerazione del fuoco gui dassero Nụma alla istituzione di questo rito. Mime raviglio io bene come coloro che cercano il panteismo dappertutto, non hanno trovato nel fuoco centrale di Vesta il simbolo dell'anima del mondo, e di quelle altre del PORTICO e Spinoziane dottrine che pure si sforzano di trovare altrove con maggiore difficoltà. Forse si saranno contenuti da questa imputazione, perchè negl’oracoli e nell’altre divinazioni di Numa, e nelle mortuali placazioni e cerimonie si conoscono alcuni vestigi non dispregevoli [Plutarco. Livio I. c. CICERONE, Tuscul. Disput.;  Bayle Dict. art, Pythagoras, e  Brucker de Phil. Roman. yet. 3 ) De Mundi Systemate] d'una libera provvidenza e d'una vera immortalità degl’animi separati dai corpi. Io ha quasi voglia di aggiunger qui, che per sentenza di VARRONE gl'Iddii de' Romani e de' Latini prima ancora di Numa e di Romolo sono gl' Iddii di Frigia portati da Enea, quei di Frigia sono i medesimi di Samotracia tanto famosa per li suoi misteri che sono gli stessi d'Egitto; e siccome di questi mostreremo con qualche verisimilitudine che nascondeano la unità del divino e la immortalità degl’animi, così puo dirsi il medesimo della segreta dottrina del l'antico Lazio e de' primi Romani. Ma oltre le gravi difficoltà contro la venuta d'Enea in Italia, i.se veri critici potrebbono opprimermi con altre dubbiezze assai; onde ho deposto il desiderio di proporre le mie conghielture. Non è però male alcuno averle accennate.Questa è l'immagine della PICCOLA FILOSOFIA dei primi tempi di Roma, la quale appena apparita per lo pacifico genio di Numa, e dissipata dagl'ingegni guerrieri de' suoi successori, e per più secoli e esclusa ed anche abborrita, come nimica dell'austerità e della fortezza, da quei valorosi uomini che, intenti alla conquista del mondo, o non hanno ozio di volgersi alla filosofia, o pensano di non averne bisogno, o dubitarono che puo opporsi a quell'immenso latrocinio. Ritorneremo su questo argomento, e avremo copiosa materia di ragionare ovę riguarderemo quei tempi di Roma che dagli storici e dai politici furon detti molli e corrotti, e dagl’amici della filosofia sono onorati come. mansueti e sapienti. [Macrobio Saturnal.; Giurieu Hist. Cri tica Dogmat] Il genio bellicoso di ROMOLO ammansato un poco dalla pacifica Egeria, che era il genio di Numa, nella signoria dei seguenti regoli di Roma torna alla primiera ferocità. Nè altramenle potea intervenire in una città e in un popolo composto di uomini violenti e perturbatori, e per delitti e per timor delle pene fuggitivi dalle lor terre, e riparati nella nascente città come nell'asilo delle scelleraggini; i quali assuefatti al sangue e alla rapina, se fosser mancate guerre esteriori, hanno infero cito contro le viscere della lor medesima società. Perchè e mestieri esercitarli senza riposo in im prese e rubamenti perpetui; e questa che parve prima necessità, divenne appresso costume, e e l'origine primaria della grandezza romana. Un popolo cosi funestamente educato non puo esser amico di alcuna filosofia: e veramente, come alcuna volta si offersero le opportunità d'introdurla, con molta ruvidezza la impedirono per timore che non ammollisse l'austerità militare, e non traviasse i cittadini dalla usurpazione del mondo. Nel [Brucker] campo d'an uom consolare sono trovati sotterra alcuni manoscritti di filosofia attribuiti a Numa, e il pretore comando risolutamente che sono ab bruciati. Un altro pretore per consultazione del senato, e poco dopo anche i censori dichiarano, non piacere che soggiornassero nella città certi filosofi, maestri d'un genere di discipline diverse dalla consuetudine e dal costume de maggiori; per la qual novità i romani in torpidivano. Questo avvenne nel consolato di C. Fannio Strabone e di M. Valerio Messala; ed è ben degno di considerazione che quei grand'uomini avean già messa ad effetto gran parte del lor latrocinio. LA FILOSOFIA e ancora un genere di disciplina contrario alle loro consuetudini. In quel torno medesimo, e non so bene se poco prima o poco dopo, accadde una ambasceria ateniese de tre filosofi Carneade, Diogene e Critolao. Gl’ateniesi avendo saccheggiata Oropo città della Beozia, furono dai Sicioni con l'autorità de’ romani condannati in CCCCC talenti. Ma questa multa sembrando soperchia, spedirono a Roma i prefati filosofi per ottener condizioni più sopportabili. Nella dimora e nella espettazione di essere ascoltati dal senato, tenneno dotte assemblee nei cospicui luoghi di Roma, e ostentano dottrina incognita ed eloquenza inaudita alle orecchie romane. Critolao la usa erudita e rotonda, Diogene modesta e sobria, Carneade violenta e rapida. Ma comechè ognuno ottenne gran lode, l'accademico sopra tutti risveglia le meraviglie inu [Plinio; Gellio Noc. Att.; Bayle (artic. Carneade, not. N ) i litigj in-. torno a quest'epoca.] -sitate e fino i furori pubblici, massimamente degl’ottimati, che dimentica de' piaceri e rapita quasi fanatica di questa filosofia. E convien certo che molto singolar cosa e questa eloquenza di Carneade, mentre e detto che ora a guisa d'un fiume incitato e rapace sforza e svelle ogni cosa e seco rapiva l'uditore con grande strepito, e ora dilettando lo imprigiona, e per una parte manifestamente predando, e per un'altra rubanilo nascostamente, o con la forza o con la frode vince agl’animi più prepurati a resistere. Ma ciò che maggiormente rileva, da CICERONE medesimo maestro tanto eccellente di queste cose, e delto che ha pure desiderato di possedere la divina celerità d'ingegno e l'incredibil forza di dire e la copia e la varietà di Carneade, il quale in quelle sue disputazioni niuna sentenza difende che non prova, niuna oppugna che non mette a compiuta ruina. Consapevole di queste sue viltoriose veemenze, ardì, stabilita la giustizia in un giorno con molto copiosa orazione, distruggerla in un altro ALLA PRESENZA DI GALBA E DI CATONE MAGGIORE, in quella età oratori grandi alla maniera romana. Lattanzio ci serba in poche parole la sostanza di questa confutazione della giustizia. CARNEADE divide la giustizia in naturale e civile, e l'una e l'altra mise a niente. La *naturale* è giustizia, non è prudenza; la civile e prudenza, *non* e giustizia. La prudenza civile si varia secondo i tempi e i luoghi, e ogni popolo l'attempera a suo comodo. Questa prudenza è una inclinazione verso l'utilità che la giustizia della natura infuse in ogni animale, alla quale chi volesse ubbidire incorrerebbe in mille fro [1 ) Pausania; Plutarco in Catone Majore. A. Gellio; Macrobio Saturnal.; Numenio presso Eusebio Praep. Ev.; CICERONE, De Oratore] di. Moltissimi esempi dimostrano cosiffalta essere la condizione degl’uomini, che *volendo* essere giusti, sono imprudenti e stolti. Volendo essere *prudenti* e avveduti, sono *ingiusti*. Laonde non può concedersi una “giustizia” che è inseparabile dalla stoltezza. Nel quale proposito trascorse in queste parole abborrite dai conquistatori. Se i popoli fiorenti per signoria e i Romani oggimai possessori del mondo *vuoleno* esser *Giusti* restituendo l'altrui, doveno ritornare alle capanne e giacere nella miseria. CICERONE, che molto medita queste e più altre difficoltà di Carneade, le trascorre senza risposta. E altrove avendo statuito una giustizia naturale e un diritto naturale indipendente dall’istituzioni degl’uomini, prega l'Accademia e Arcesila e Carneade a volersi tacere, perchè assalendo queste ragioni, indurrebbono grandi ruine; e desidera ben molto di placar tali uomini, non ardisce rispingerli. Ma CATONE, censore uom di rigida innocenza e di antichi costumi e di senatoria e militare austerità, per le quali virtù era già nata e crescea la grandezza di Roma, udite queste ambigue e scandalose orazioni, e veduti i furori dell’ottimati romani, e considerate le conseguenze funeste alla fortuna della repubblica, le quali poteano sorgere da quella molle e licenziosa filosofia, prestamente e fortemente dimostra nel senato che non e bene sopportare più a lungo nella città quegl’ambasciatori filosofi che persuadeno quanto loro piacea, e confondeno il vero col falso, e alienano dalla robusta e antica istituzione l'ottimati [Lattanzio; Bayle I. c. G, H, et art Porcius, H.; Cicerone De Repub. presso S. Agostino De Civ. Dei e Lallanzio; Ciceronc De Legib.] e quindi e mestieri conoscere e risolvere di quella legazione, e tosto rimandando gl’ambasciatori ad istruire i greci, ricondurre l’ottimati romani ad ascoltar come dianzi i maestrati e la legge. Di questo modo CATONE parla, e gl’ambasciatori sono congedati. Non è però che questo CATONE e nimico del sapere, mentre è noto per la istoria ch'egli militando a Taranto ascolta volentieri da certo suo ospite pitagorico dottrine contrarie alla voluttà, e crebbe nell'amore della frugalità e della continenza. Indi e interprete della legge, e difensore e accusatore instancabile del foro, e filosofo di orazioni e di cose rustiche e delle origini romane, nelle quali opere mostra copia e gravità di dottrina; e, in breve, tutta la sua vita distribue tra la milizia e tra le leggi e le lettere, e tra la più austera pratica della virtù e la persecuzione più violenta de vizi. Onde e detto che le sue guerre perpetue contro i malvagi costumi non sono alla repubblica meno utili delle vittorie di SCIPIONE contro i nimici. Il perchè non credo io già che CATONE per odio di Carneade o per altra malevolenza abborrisse la filosofia relativistica. Ma piuttosto perchè la militare e severa indole di Roma ne' suoi dì così domanda, e perchè l'esempio di questo relativismo ammollita e scaduta in mezzo a tanto lusso di filosofia forse lo spaventa. E siccome CATONE e per natura inclinato all'eccesso de' rigori, parla forse più for leinente che non sente; e nella guisa che esagerando dicea che le adultere sono avvelenatrici ile' loro mariti, e che tutti i medici sono da 5. [Plinio; Plutarco in Catone; Cicerone de Ci. Or.; Livio;  C. Nie pote Frag. Vitae Catonis. Plutarco I. c.  Seneca Ep.; Quintiliano] fuggirsi, dacchè aveano giurato di uccidere tutti i romani. Così per avventura ingrande gl’abborrimenti di tutta la filosofia, e dice a suo figliuolo: Pensa che io parli da vate: indocile ed iniquissima è la generazione de' elleni. Quando avverrà che quella gente a noi dia le sue lettere, saremo tutti corrotti e perduti. Di queste sue amplificazioni, oltre il suo amore per la disciplina pitagorica, può essere argomento lo studio che CATONE mette negli scrittori e nelle lettere greche non solamente piu tarde, quando le medita avidamente, come chi vuole estinguere una lunga sete, ma nella sua pretura di Sardegna, e ancor prima; poichè, per testimonianza di Plutarco, CATONE parla agl’ateniesi per un interprete. Potea parlar greco, se avesse volute. Suoi libri sono ornati e ricchi di opinioni, di esempi e di istorie fonti, e di sentenze morali. Da questi riscontri io deduco che CATONE disprezzando i Greci in pubblico e leggendoli in privato, non e tanto nimico loro quanto ostenta; e che meditando e usando ne' suoi componimenti opinioni filosofichi, è chiaro che vi sono dunque in Roma i libri di filosofia, e che non sono incognite le opinioni filosofichi a quella età, e quindi prima della ambasciata de tre filosofi vi era tra i Romani qualche tintura di filosofia. Frattanto Furio, Lelio, Scipione e altri di genti patrizie furon del numero di que' l’ottimati accesi nell'amore delle dottrine filosofiche, i quali venuti a assunti al comando degl’eserciti che soggiogavan la Grecia, prese da' greci [Plinio; Plinio I. c. Plutarco; Cicerone De Senectute; Val. Massimo; Plutarco I, c. Aurelio Vittore De Viris Illustr,] e al governo delle provincie conquistate, hanno agio di veder da vicino e di ascoltare i valenti uomini di temperamento filosofico, coi quali strinsero dimestichezza, e vollero finanche averli compagni nelle lor case, nei viaggi enelle medesime spedizioni militari. Cosi leggiamo che SCIPIONE AFFRICANO vuole aver seco assidua mente in casa e nella milizia insiem con Polibio, filosofo singolare e grande uomo di Stato e di guerra, anche Panezio filosofo del Portico. E questi un Rodiano ingenuo e grave, il quale salito ai primiluoghi del Portico, oltre alcun altro componimento, scrive i libri lodatissimni degl’uffizi secondo quella disciplina; ma non gli piacque la divinazione del Portico e l'apatia, e le spine della disputa e l'asprezza delle parole e l'orror de costum; e più gentilmente e umanamente fiolsofo, non così legandosi a Zenone e quegl’altri, che non ama anche Aristotele Senocrate e Teofrasto e Dicearco, e non ammira Platone come divino e sapientissimo e santissimo e come l'Omero de' filosofi, sebben quella sua or poetica, or ambigua immortalità degl’animi non gli tornasse a grado. E dunque PANEZIO uno filosofo del PORTICO modesto e libero e degno della famigliarità di SCIPIONE, il quale erudito in questa temperata dottrina del PORTICO e mansuetissimo ed umanissimo; e riparlendo la sua vita tra la milizia e la filosofia, sali per fama di valore e di lettere fra i massimi amplificatori della gloria di Roma. Ad illustre ed esimia indole aggiungendo la ragione e la dottrina, e assiduamente conversando col medesimo Panezio e con Diogene – del PORTICO --  e con altri eruditissimi uomini, sono in compagnia di Scipione pre [Cicerone Acad. Quaest.; De Fin.; De Off.; Tusc. Disp.; De Div.; Or. pro Murena; De Or.; De Nat.: Deor.; Gellio Noc. At.; Suida v. Panaetius.] clari e singolari per modestia e per continenza L. Furio e C. Lelio cognominato Sapiente. Si accostarono a Panezio e a questi medesimi studi L. Filippo e C. Gallo e P. Rutilio e M. Scauro e Q. Tuberone e Q. Muzio Scevola, e altri soinmi uomini nella repubblica, e massimamente i giureconsulti; i quali invitati da lanta luce di esempi e dalla magnificenza e dal metodo della morale del PORTICO, pensano che niun'altra potesse congiungersi più co modamente alla giureprudenza romana. In queste narrazioni è facile a vedersi che la filosofia del PORTICO entra la prima in Roma con molto nobil fortuna. E quantunque Carneade esulta sopra i compagni suoi, quando non però si ha a prender partito, quei medesimi che lo ascoltano con tanto furore, si rivolgeno alla disciplina del PORTICO; la quale benchè non puo mostrar tra i Romani una successione continua di maestri e grande strepito di scuole e di libri, mostra iudizi cospicui della riverenza in cui e tenuta e; tra gli altri il grande Pompeo, che approdato a Rodi vuole ascoltar Possidonio da Apamea – del Portico di primo nome, che ha cattedra in quella isola, e recatosi alla sua casa, vietà prima che il littore percotesse la porta, e per somma testificazione d'onore comando che si abbassassero i fasci. Indi entrato, vide Possidonio giacere gravemente per dolori in tutta la persona, e salutatolo con onorifiche parole gli dice, molto molesto.essergli per quella sua malattia non potere ascoltarlo. Ma tu veramente puoi, risponde Possidonio, nè io concede mai che il dolore fuccia che [Cicerone De Or.; De Fin.; Or. pro Archia; Cicerone Or. pro Murena; De Or.; in Bruto; Gravina De Or. Juris; Schiltero Manud. Phil. Moralis ad Jurispr.; Westphal De Stoa Juriscon. Rom.; Ottone De Stoica Juriscons Philosophia] un tanto uomo sia venuto indarno a vedermi. E cosi giacendo disputa gravemente e copiosamente, che niente era buono, salvo l'ONESTO. E intanto ardendo pure come per fiaccole il dolore, spesso dice. Niente fai, o dolore: sebbene tu sia molesto, io non confesso mai che tu sia male. Pompeo si congedò richiedendo il filosofo se niente volesse ordinargli. E Possidonio risponde – “Rem gere praeclare, atque aliis prestare me mento.” Cicerone poi lo ascoltà come scolare, e M. Marcello si tenne in grande onore di condurlo a Roma, ove e in altissima estimazione per li suoi libri della Natura degl'Iddii, degl’uffizi, della divinazione, e per altrenobili scritture che andarono a male, e poichè e cultor non vulgare dell'astronomia, ha gran lode nella composizione di quella sua sfera, la quale in ognuna delle sue conversioni rappresenta nel sole, nella luna e ne' pianeti quello che si fa in cielo nel giorno e nella notte. Possidonio adunque dopo Panezio e ornamento grande e propagator sommo della fortuna del Portico tra i Romani. Altri filosofi di minor nome sostennero la medesima fatica, e accompagnarono e amınaestrarono altri Romani, che molto si dilettarono di quella disciplina; e tra questi non è giusto tacere di Q. Lucilio BALBO, divenuto del Portico eguale ai Greci medesimi, cosicchè Cicerone nei Dialoghi della Natura degļId dii gli diede a sostenere le parti della teologia del Portico. Ma niuno tra i Romani, nè forse pure tra i Greci agguaglia la persuasione, la pratica e la costanza del Portico di CATONE UTICENSE, onde ottenne da Cice [Cicerone Tusc. Disp.; Plinio Juniore Ep.; De Nat. Deor.; Suida v. Possidonius.Aieveo lo dice famigliare di Scipione domator di Cartagine; ma è anacronismo; Cicerone De Div.; De Nat. Deor.; ad Att.; De Off.; Cicerone De Nat. Deor.]  rone il nome di perfetto del Portico, che in tanti uomini di quel genere ricordati e variamente lodati nelle sue opere non avea saputo ancora concedere a veruno. E di vero parve che la natura medesima si dilettasse ad organizzare in quest'uomo uno singolare filosofo del Portico; perciocchè è fama che fino dalla puerizia con la voce e col volto mostra ingegno se rio, rigido, intrepido, inflessibile alle lusinghe e alle minacce, e fin d'allora spirante immobilità nell'amor della patria. Ha famigliari e maestri Antipatro Tirio e Atenodoro Cordilione, uom solitario e alieno dai rumori e dalle corti; e dappoi tende sempre dimestichezza con altri filosofi del Portico, e con la forza della istituzione conferma ed accrebbe la natura già molto propensa, e non per la disputa, ma per la vita e del Portico. Entrato nei maestrati della repubblica e negli strepiti del foro e della milizia, usa tal forma di parlare e di vivere, che le meraviglie sono grandissime di tutti i Romani, massimamente che di quei di oramai era mutata e corrotta ogni cosa. Con una voce la cui intensione e forza e inesausta, parla al popolo e al senato non eleganze e novità, ma ragioni giuste, piane, brevi, severe e degne della disciplina del Portico e di Catone. Le usanze sue non eran dissimili dalle parole, e con forti esercitazioni si addestra a sostenere il calore e la neve col capo ignudo, e a viaggiare a piedi in ogni stagione. Nella guerra civile, in mezzo alla militare licenza, e temperante, e combatte con fortezza congiunta a prudenza, e ottenne lodi e onori, che rifiuta. Eletto tribuno de' soldati per la Macedonia, e simile ai soldati nelle fatiche; ma nella grandezza dell'animo e nella forza dell'eloquenza e maggiore di tutti i [Cicerone, Parad; Strabone] capitani. Visild l’Asia per conoscer l'indole di quelle terre e i costumi degli uomini, e per conquistare il solitario Atenodoro Cordilione, filosofo del Portico, che riputa la più ricca di tutte le prede. Ritornato a Roma, divide il suo tempo tra Atenodoro e la repubblica. Non cura di esser questore prima di aver conosciute a fondo tutte le leggi questorie; e in quel maestrato corrotto pessimamente tante cose muta per la giustizia e per la salute della repubblica, che nell'amore della giustizia e della temperanza e tenuto maggiore di tutti i romani. Nel senato e sem pre il primo a venire e l'ultimo a ritirarsi. Dalla sua solitudine di Lucania, ove si era raccolto per viver tranquillamente tra i libri e i suoi filosofi, desidera il tribunato della plebe unicamente per resistere ai magnati prepotenti, e in questa ardua contenzione dimostra giustizia, fede, candore, magnanimità; a segno che Cicerone con molta licenza di giuochi agitando la filosofia del Portico di Catone nella causa di Murena, incorse il biasimo di rettorica dissolutezza; di che però l'uomo apato non si commosse per niente, e solamente ammonì un poco il licenzioso giuocatore con quelle brevi ma significanti parole: Buoni Iddii ! Noi abbiam pure il ridicolo Console; e poi nella congiurazione Catilinaria vi gilanteinente lo soccorse, come amico di lai e delle repubblica. Ma si accrebbero fuor d'ogni termine le invidie, le emulazioni e le violenze de' cittadini potenti, e i consigli di perder la patria e la libertà preponderarono ad ogni virtù. CATONE resistè for temente; e mentre altri erano Pompejani e altri Cesariani, Catone persevera ad esser repubblicano. Si attenne poi a Pompeo come a MALE MINORI, e guer reggid e parla da grande soldato e da filosofo. Dopo la battaglia farsalica, nella successione continua delle disgrazie e nella ruina di tutte le cose si ripara ad Utica, dice ai suoi che provvedessero a sè medesimi con la fuga o con altri consigli, entra nel bagno, e poi cende lietamente e disputa co' suoi filosofi, e sostenne, il solo sapiente esser libero. Coricatosi lesse due volte il Fedone, dormi ancora, e svegliato si uccise. Con molta prolissità si è voluto disputare delle cagioni del suicidio di Catone; il che secondo il pensier mio si è fatto assai vanamente. Perocchè dalle cose fin qui raccontate si conosce, senza bisogno di tante disputazioni, che il nimico alle porte, la dignità e la libertà perduta, la speranza del fine de' mali presenti e del riposo futuro, e il sistema e il costume del Portico e romano sono le cagioni palesi di quel suicidio. A queste cagioni e aggiunta la trasfusione degl’animi nell'anima del mondo, ossia il divino immerso necessariamente e indivisibilmente nella materia; il che fu raccolto non solamente dalla indole del sistema del Portico, ma da quelle parole che Lucanio presta a Catone -- Iupiter est quodcumque vides, quocumque moveris -- per cui il prode Collin alloga Catone tra i panteisti. Maperchè quel verso può essere più del poeta che di Catone, e perchè posto ancora che sia di questi, può aver senso che il divino è presente per tutto, e in fine per chè la teologia del Portico non è così empia come al cuni immaginarono, secondochè dianzi abbiam detto, perciò non possiamo acconsentire al panteismo di Catone. Sebben fosse propizia e luminosa, così come si [Cicerone,   Orat. pro Murena; Paradox.; Plutarco in M. Catone Uticensi; Seneca Ep.; De Provid.; Lattanzio; Siollio Hist. Ph. mor. Gentil.;  Brucker De Phil. Romanor.; Phars.; De la liberté de penser; Buddeo De l’Ath. et de la superst.; Brucker] è divisato, la fortuna della scuola del Portico tra i romani; tulta volta non è da pensarsi che ad altre sette mancassero affatto gli amici; che anzi alcuni furono che indifferentemente estimaron tutte le scuole, e quelle parti preser da esse, che più sembraron concordi a certe forme di verità, a cui avean l'animo assuefatto. Così L. Licinio Lucullo nella Grecia e nell'Asia, mentre sostenea il peso del governo de' popoli e mentre vincea Tigrane e Mitridate, coltiva le buone lettere e conversa coi filosofi; e dappoichè ebbe trionfato, mise a guadagno le ricchezze predate, e dai militari peccati raccolse piaceri e felicità. Si congedd dai turbamenti della guerra e della repubblica, e tutto ri volto a pensieri di riposo edificò ville e palagi di meraviglioso lavoro e d'incredibil magnificenza, e intese a pranzi e a cene e ad ogni guisa di amenità, di eleganza e di delizia; nelle quali mollezze se tra le acclamazioni degli uomini dilicati incorse ne' biasimi degli animi austeri, certamente ottenne l'applauso di tutti, allorchè di tanto ama la filosofia che raccolta a gran costo insigne copia di libri compose una biblioteca di pubblico uso, e edifica stanze e portici e scuole, e le dedicò in domicilio delle Muse e della pace e in ospizio dei greci maestri, che fuggendo i tumulti di guerra si riparavano a Roma. Per questo egregio uso gli sono quasi perdonate e quasi rivolte a lode le ruberie della guerra. Egli dissimile da que' signori che prendono per sè il pensiere di comperare le biblioteche, e lasciano alirui il pensiere di leggerle, pose gran parte delle sue delizie ne' libri e nelle consuetudini coi dotti e filosofi uomini, e ascolto ed esa minò ogni genere di filosofia, e molto ebbe in pregio e in continua familiarità Antioco Ascalonita, uom di robusto parlare e principe in quei giorni  dell’Accademia, il quale si argomenta a mettere in amicizia con lei i filosofi del Portico e del Lizio. E a LUCULLO piaceano questi pensieri: onde Cicerone, amico e lodatore magnifico di lui, nel Dialogo intitolato al suo nome gl'impone la difesa dell’Accademia. Con questa magnificenza e splendore di esempj non solo la casa di Lucullo, ma Roma istessa e quasi ripiena di filosofi, tra i quali altri si attennero al genio riconciliatore di Antioco, altri spaziarono nella liberlà del relativismo di un ‘schiavo’ come Carneade, altri si accostarono ad altri maestri, e niuno in tanta copia d'ingegni elevati, di cui Roma egregiamente fiorisce in quella età, seppe aspirare a nuovi principati nella filosofia, mentre affettavano pure il principato istesso del mondo. Molti han fatto le meraviglie come i Romani, così nimici di servitù e così avidi di signoria, sono poi tanto propensi a servire nella filosofia, in cui agli eccelsi animi dee parer tanto bello il regnare. Ma non è meraviglia niuna che uomini intenti perpetuamente ad infinito dominio non avesser ozio di componer nuovi sistemi, e volendo pure esser filosofi seguisser gl’antichi per brevità. M. Giunio BRUTO, nato verisimilmente dagli amori furtivi di Servilia e di Giulio Cesare, che percio molto lo ama e lo dicea figliuol suo, venne a massimo nome nella istoria di Roma non solamente perchè fu tra i sommi repubblicani e tra quei fer rei uomini che nè per lusinghe di beni nè per terrore di mali si piegano, e all' onesto, al giusto e al vero sacrificano la gratitudine, i benefattori, i consanguinei e sestessi. Ma perchè grandemente ama la filosofia, e quasi tutti i filosofi nella [Cicerone, Acad. Quaest. Lucullus. Plutarco in Lucullo. Svelopio in Julio] sua età rinomati ascoltò, e tutte le sette conosce, e si attenne poi alla vecchia Accademia, la mezzana e la nuova non molto approvando, ed e an miratore di Antioco, e Aristone di lui fratello ha compagno e domestico. Per questi studj con insigne amore coltivati nella gravità immensa, quasi nella oppressione continua de' civili e dei militari negozi e delle turbazioni e degli estreini pericoli, egli adornd la filosofia col sermone latino, talche non rimase a desiderarsi altro dai Greci; e oltre i componimenti di eloquenza e d'istoria, scrive i libri della Virtù e degli Uffizi; ed è memoria che desse opera a cose letterarie fino in mezzo al inaggior émpito di guerra e in quella gran notte che anda innanzi alla battaglia farsalica. In questa congiunzione de' gravissimi affari e della filosofia e nel lo studio di tutti i filosofi Bruto imita Lucill. Ma non vuole già imitarlo nell'abbandonamento della repubblica e nel termine della dignità e della gloria tra i molli ozj e i senili piaceri; che anzi amd meglio imitare CATONE UTICENSE, fratello di sua madre, e a somiglianza di lui filosofò per la vita, ed ha animo grande e libero dalle cupidigie e dalle vo luttà, e tanto costante ed immobile nella fede e nell'amor della patria e nella sentenza dell'onesto e del giusto, che per difesa di questi principj non sentà ribrezzo di mettere il pugnale nelle viscere di Giulio Cesare suo benefattore e suo padre, e poi nella perdizione della libertà e di tutte le cose romane metterlo nelle sue viscere istesse. Alcune belle quistioni sono agitate in questi propositi. E prima [Cicerone, De Cl. Oraloribus; Acad. Quaesi.; Plutarco in Bruto; Cicerone Acad. Quaest.; Cicerone Tusc. Disp.; De Fin.; Seneca Consol. ad Helviam e Ep.; Plutarco, gli Storici Romani.] se Bruto malvagiamente fa cospirando alla morte di Cesare; la quale investigazione richiedendo un diligente esame dei diritti e dell’obbligazioni di Cesare e di Roma; e una esatta idea del usurpatore e del tiranno, e dei doveri e de' limiti del patrizio e del cittadino non può esser nè breve nè affaccevole al nostro istituto. In secondo luogo, se Bruto puo essere escusato allorchè nella ruina della buona causa giunto al mal passo di uccidersi con le sue mani, vitupera la virtù esclamando con gli ultimi fiati: Infélice virtù ! io ti cre dea una realità e sei un nome. Tu vai schiava della fortuna, che è più forte di te. Bayle presto a Bruto alcune difese che secondo me non posson molto piacere; e la difesa migliore è che quelle parole non pajon di Bruto; sì perchè Plutarco, diligente narratore di tutte le avventure della sua vita, niente racconto di quella esclamazione, sì perchè non è verisimile che un tanto uomo in così corte parole dicesse assurdità e contraddizioni; chè tale certamente è negare la realità alla virtù, e poi affermare che ella è meno forte e che è schiava della fortuna, il che senza stoltezza non può dirsi di cose che non esistono. In terzo luogo, e quistione se Bruto avesse a numerarsi tra i filosofi del Portico. È stato detto che il Portico di Bruto è un sogno. E veramente risguardando l'auto rità delle parole citate di Cicerone e di Plutarco Bruto abbracciò l’Accademia; ma siccome dai medesimi filosofi è detto che si dilettò in tutte le dottrine de' filosofi e ammira Antioco famoso conciliatore del Portico coll'Accademia e col Lizio [ Dione; Floro; Art. Brutus; Paganido Gaudenzio De Phil. Rom.; Brucker] e perchè d'altronde è noto che parlò e scrisse gli Uffici in istile del Portico, ed e iinitatore e lodatore di Catone, e lo imita finanche nel suicidio, che è la più ardua di tutte le imitazioni. Io credo bene che abbracciasse or l'una, or l'altra sente za, come gli venne a grado, e il Portico forse più spesso e più fortemente di tutte. VARRONE, a similitudine di Lucullo e di Bruto, gli studi della filosofia coltiva insieme coi pensieri e con le opere militari e cittadine. Ma veduto il naufragio della repubblica, e campato per maraviglia dall'ira di Cesare e dalla proscrizione de' Triumviri, si ripara di buo n'ora, come in un porto, nell'ozio delle lettere e della filosofia, e tutto intero s'immerse in questa beata tranquillità. Cosicchè avvennero gli estremi cangiamenti di Roma e la compiuta ruina della libertà della dominazione assoluta di OTTAVIANO, ed egli nascosto nella sua biblioteca, e intento a com [Cicerone ad Att.; Seneca ep.; Plutarco e i citati dinanzi;  Plutarco in Bruto et in Catone Minore. Val. Massiino porre sempre nuovi libri, che si numerarono fino a qualtrocentonovanta, appena si avvide di tanti movimenti, e passando la sua vita in ogni maniera di filosofie divenne il più dotto ed universale uomo, che non i Latini solamente, ma i Greci ancora avesser mai conosciuto. Ed e detto di lui che innumerabili cose avendo lette, e meraviglia come gli fosse rimasto ozio di scrivere, e che pure lante cose avea scritte, quante appena può credersi che alcuno abbia mai lette. Altre lodi si leggon di lui; e noi ine desimi in questa gran lontananza di età, come vogliamo esaltare la vastità della sapienza di alcuno, usiam dirlo “un Varrone”. Ma niuna commendazione agguaglia quella di Cicerone, il quale amico ed ammiratore essendo del valentuomo, conoscee e aduna le opere di lui in quel magnifico elogio. I tuoi libri, o Varrone, noiperegrinie vagabondi nella nostra città, quasi come forestieri, ridussero a casa, perchè alfine potessimo chi e dove siamo conoscere. Tu la età della patria, tu le descrizioni de tempi, tu i diritti delle cose sagre e de' sacerdoti, tu la domestica e la bellica disciplina, tu la sede delle regioni e de' luoghi, tu delle cose umane e delle divine i nomi, i generi, gli ufficj, le cagioni ci palesasti, e la luce grandissima spargesti ne' no stri poeti e nelle latine lettere e nelle parole; e tu istesso un vario poema ed elegante per ogni maniera componesti, e la filosofia in molti luoghi in cominciasti assai veramente per iscuoterci, mapoco per ammaestrarci. Nel medesimo dialogo, in cui [Cicerone Acad. Quaest.; Tusc. Disp.; Seneca Cons. ad Helviam. Arnobio adv. Gentes; Agostino De Civ. Dei; Popeblount Cens. cel. Aut.; G. A. Fabrizio Bibl. Lat.; Cicerone Acad. Quaest.; B., Isi. Fil.] Cicerone loda Lanto nobilmente il suo amico, gli assegna ancora la difesa dell’Accademia, e lo colloca nelle parti di Antioco e di Bruto. Ove si vede la falsità o almeno la inesattezza di coloro che lo misero tra il Portico. Perchè sebbene se condo il sistema di conciliazione Varrone puo amare inolte dottrine del Portico, ne potea amare ancora di altre scuole, e non dovea dirsi del Portico assolutamente. Molto meno e poi da numerarsi tra i dubitatori dell’Accademia sul tenue fondamento d'una sua satira intitolata le “Eumenidi”, in cui gli uomini erano accusali d'insensatezza; e su quel l'altra dottrina sua, che niuna stranezza venne mai nell'animo agl'infermi deliranti, la quale non fosse affermata da qualche filosofo, il che molte volte suol dirsi anche da uomini che certo non sieguon Carneade e Pirrone. Ma non e giusto per al cun modo condurlo stoltamente ad accrescere l'ar mento degl’atei, perchè insegna molte favole es servi nella religione de' suoi di, che offendeano la dignità e la natura degl'Iddii imınortali. Impe rocchè egli queste cose insegnando, distinse gl'Id dii in favolosi, civili e filosofici; e parve bene che contro tutti avesse a ridire, e non senza ragione; ma pure afferma che i primi erano del teatro, secondi della città, e i terzi del mondo; e mostrò che disputava contro le favole poetiche, cittadine e filosofiche, non contro gl'Iddii, e parve che avesse gran voglia di onorare i filosofici, quando fosser purgati dalle fiuzioni, mentre li disse, i Numi del mondo. Di que' tanti libri di M. Varrone non ri [Cicerone; Cozzando De Mag. Ant. Phil.; Fabrizio Bibl. Graec.; Uezio De la Forblesse de l'Esprit humain; Agostino De Civ. Dei] mangono altro che i nomi o alcuni frammenti delle intichità divine ed umane, e della forma della filosofia, e della lingua latina, della vita del popolo romano, delle Ebdomade, de' Poeti, e delle Origini sceniche, e delle Menippee, per le quali fu cognominato Menippeo e cinico Romano del Cinargo, e delle Cose rustiche, che sole vennero a noi salve dall' in giuria del tempo. Questi furono i più cospicui Sincretisti romani, ai quali si potrebbe aggiungere ancor CICERONE, il quale vaga per varie filosofie, e tenta riconciliazioni di sistemi; ma perchè ama con molta parzialità i metodi dell’Accademia, lo allogheremo tra que' filosofi romani che si attenneno a certe scuole, e ora amarono i placiti da CROTONA, ora I LIZIO, ora L’ORTO, ora IL PORTICO, siccome si è detto, ora altre guise di filosofia. Molta fu veramente la fama della filosofia di CROTONA; ma fosse colpa sua o d'altrui, sofferse dissipazioni e disgrazie che la misero ad oscurità. Tutta volta i Romani udirono qualche novella di Pitagora, al lorchè nella guerra sannitica persuasi dall'oracolo di Apollo Pizio a dedicare in celebre luogo della città una statua al più forte e l'altra al più sapiente de Gre ci, l'una innalzarono ad Alcibiade e l'altra a Pitagora: il che facendo, mostrarono, secondo l'avviso di Plinio, di non sapere nè la civile nè la filosofica istoria di Grecia. Dopo quella dedicazione non è meno ria che i Romani tenessero alcun conto di Pitagora, se non quando il maggior Catone ascolta il Pitago rico Tarantino, e nella medesima età il Calabrese ENNIO appare alcune dottrine pitagoriche in quella terra ove Pitagora insegna, e le sparse nel [Cicerone Tusc. Disp.; Agostino De Civ.; Plinio] suo poema, nel quale ardì sognare che l'anima di Omero era passata in lui. Ma non persuase di que ste idee nè Catone a cui insegna la filosofia, nè P. Scipione Africano di cui godè la famigliari tà, nè altri Romani che udirono volentieri i suoi versi eroici e lo tennero sommo epico senza voler essere pitagorici. Io però vorrei che meglio si esaminasse se un poeta per alquanti versi che senton di Pitagorismo possa trasformarsi in filosofo pitagorico. Potrebbe parere che questa metempsicosi somigliasse quella di Omero in Ennio. P. NIGIDIO Figulo tuttochè e riputato vicino alla universale dottrina di Varrone, ed e senatore e pretore e amico intimo e consigliere e compagno nei grand affari di Cicerone, che molto lo riverì, come acre investigatore de' segreti della patura e uomo dottissimoe santissimo, e come quello che dopo i nobili Pitagorei polea rinnovare la lor disciplina quasi estinta, non si sa che persuadesse niuno, e fu stretto a ridurre la sua grande sapienza fisica e matematica e astrologica alle indovinazioni de' ladri che talvolta rubavan le borse de' suoi amici, e a componer gli oroscopj d’OTTAVIANO e del Triumvirato, e a disegnare la rapidità del cielo con gli avvolgimenti della ruota del vasajo, donde ottenne il so prannome di “Figulo”. Le quali avventure non so no veramente degne d'un senatore e d'un pretore pitagorico, ma posson forse mostrare che si pochi [Cicerone pro Murena; Acad. Quaest.; De Fin.; Persio Sat.; Vossio De Hist. Latinis, e A. Baillet Jugem.; Cicerone Fragm. de Universitate; Agostino De Civ. Dei; Ep. fam.; Plutarco in Cicerone; Gellio, Macrobio Saturn.; Apulejo in Apolog. Dione; Svetonio in Augusto; Lucano Phars.; Bayle art. Nigidius. ICOLER] affari di scuola esercitaron questo Nigidio, ed ebbe tanto vuoto nella vita, che gli storici amici della sua gloria pensarono bene a riempierlo di favole. Non è questa la prima nè l'ultima panegirica istoria colpevole di supplementi favolosi. A confermazione della tenue fortuna di questo filosofo da CROTONA e scritto, che avendo egli composti i libri degl’animali, de gl’uomini, delle viscere, delle vittime, degl’auguri, de' venti, della Sfera grecanica, e di altri moltiplici argomenti, per la cui abbondanza fu quasi eguale a Varrone, ove però le scritture di questo si divulgarono e si lessero assai, le Nigidiane per la sottigliezza e per la oscurità giacquero abbandonate; e l'autore poi avendo seguite le parti di Pompeo, per timore di Cesare muore in esilio volontario. Poco appresso Anassilao Larisseo professa la setta di CROTONA, ed esplorando i segreti della natura per la medicina e per uso di certe sue magiche me raviglie, e con le sue scoperte armirabili venendo in sospetto di magia e forse uccidendo i malati più che gli altri medici con meno segreti, e d’OTTAVIANO condannato all'esilio. La filosofia di CROTONA ebbe adunque assai avversa fortuna tra i Romani in questa età. Il Lizio ottenne qualche migliore, ma non molto illustre accoglienza; perchè sebbene Catone e Crasso e Pisone e Cicerone istes so non abborissero i uomini del Lizio, e nelle memorie di questi tempi sieno ricordati con onore Andronico Rodiano e Demetrio e Alessandro Antiocheno e Stasea Napoletano e Cratippo Mitileneo maestro del figlio di Cicerone e di altri nobili romani; tuttavolta per le narrate disgrazie e depravazioni dei libri del Lizio, o per quali In: TIK ita pi V Ci I Jedi Eusebio in Chr. Plinio; Irenco; Epifanio Haer.;Vossio De Idol.; Fabrizio Bibl. Graec.] che fossero altre cagioni, il nome del Lizio fuori di molto pochi era, per testimonianza di Cicerone, ignoto ai filosofi de' suoi giorni. Ma L’ORTO quantunque spesso ripresi e più spesso calunniati e singolarmente flagellati da quella sottile eloquenza di Cicerone, che sapea persuadere finanche il falso quando volea, pure in onta di tanto travaglio videro assai Romani di nome e di opere illustri non arrossirsi di essere DALL’ORTO. Lucio della tanto antica e nobile famiglia Torquata, e G. Vellejo sostenitore delle ragioni dell’ORTO nel dialogo della Natura degli Iddii di Cicerone, e principe dell’ORTO che allora erano in Roma, e C. Trebazio, como di somma scienza nel Diritto civile, a cui Cicerone intitola la Topica, e L. Papirio Peto, egregio oratore e soldalo, e L. Saufeio e T. Albuzio e C. Amafanio, e più altri numerati da Gassendo, furono nobilissimi DALL’ORTO (2). Ma C. Cassio e T. Pomponio “Attico” per singolarità di fama e d'ingegno emerge splendidamente dalla folla degli altri. Il primo e quel prode assassino di Cesare, che nell'ardor dell' assalto ad uno de' congiurati che dietro a lui si aslenza dal ferire, dice: Feriscilo anche per mezzo alle mie viscere. Egli vincitore de' Parti e soldalo di primo valore e sommo DELL’ORTO, parla secondochè l'émpito militare e le disperazioni della sua scuola lo animavano, e per gli stessi principj nella perdita della battaglia e della libertà si fa uccidere, e si uccise egli medesimo con quello stesso pugnale con cui ferito Cesare, ed e acclamato e pianto come l'ultimo de' Romani. Alcune avventure filosofiche di que [(Cicerone Topic.; Bayle art. Cratippus;  Brucker De Phil. Rom.; De Vita et mor. Epicuri; Aurelio Vittore De Vir.; Plutarco in Caesare, in M. Antonio, in Bruto.] st'uomo domandano qualche riflessione. Bruto vide uno spettro d'inusitata grandezza, e interrogato chi fosse, risponde – “Io sono il tuo mal genio, o Bruto: tu mi rivedrai a Filippi; ove lo rivide e fu vinto.” Di questa apparizione Bruto ha discorso con Cassio, il qual dice, non esser credibile che vi fossero genii, ed esser nostre immaginazioni; e quando pure vi fossero, nè aver figure di uomini, nè forza che giun ga a noi. Ma sarebbe pur bene che fossero, aggiun se, acciocchè noi condottieri di bellissimi e santissimi fatti andassimo forti non solamente per fanti e cavalli e navi, ma per la protezion degl' Iddii. Bruto si consolo per questo discorso. Ma CASSIO medesimo ha la sua visione, e parve che consolatore degli altri non sapesse consolare sè stesso. Nella giornata di Filippi vide Giulio Cesare in sembiante sovrumano e minaccioso che a tutta briglia venne a combattere contro lui, ed egli spaventato disse – “Che ci rimane più oltre, se è stato poco averlo ucciso?” -- Di lui è anche raccontato che nel giorno della uccisione di Cesare invoca l'a nima e l'ajuto del grande Pompeo, e che rivedendo insieme con Bruto le truppe romane, dice loro: “GlIddii, che prendon cura delle guerre giuste, vi rendan premio di tanta fede. Noi abbiam prese tutte le giuste misure: il rimanente si aspetta dalla vostra virtù e dagl Iddii favorevoli. Se essi vorranno, noi vi ricompenseremo della grand'opera di questa vitloria.” Le siffatte visioni e preghiere divote non parvero proprie d’un filosofo dell’ORTO, il quale se non affatto rifiutava i fantasiuni, certo non co noscea gli animi immortali e la provvidenza de [Plutarco in Bruto; Val. Massimo; Plutarco in Caesare et in Bruto; Appiano Aless. Bell. Civ.] gl'Iddii; onde quelle apparizioni e invocazioni o voglion tenersi per favole del popolo e degli storici, o per fanatismi di Cassio, il quale agitato dalla grandezza de' casi lascia trasportarsi nelle idee e nelle parole comuni, e si scorda di essere DALL’ORTO. Io non dissento da questi pensieri; maquanto agl'Id dii e alla provvidenza io desidero ehe i miei leggitori si ricordino di quanto abbiam disputato in questo argomento esaminando la teologia dell’ORTO con quella diligenza che abbiam saputo maggiore; e non diffido che le preghiere di Cassio possano porgere alcun nuovo indizio della provvidenza non affatto distrutta nel sistema dell’ORTO. Tito Pomponio Attico e il più sincero e il più costante ornamento della scuola dell’ORTO; e se Cassio ed altri con lui troppo s'immersero nel comore e nel fumo di Roma, e deviano dal piacere e dalla felicità che sono i fini dell'ORTO, ATTICO fermamente rivolto a queste mire, già prima nelle turbazioni di Silla si riparò ad Atene, e ascoltando Fedro e Zenone Sidonio visse tranquillamente negli ozj e negl’orti d'Epicuro, e con la gravità ed umanità dell'ingegno ottenne tanta benevolenza, che dai Greci ha statue e dai Romani il bel soprannome di Attico; indi ritornato alla patria, si allontana dagl’onori offerti e da tutti gli affari civili, e niuna parte prendendo nelle contese de' potenti, e ser bandosi amico de litiganti, e usando fede con tutti e liberalità e cortesia, non si sa ben dire se più e amato o riverito; e vivendo a sè medesimo e non per ostentazione d'ingegno, ma per governo della vita filosofando, campo dalla proscrizione di tanti cittadini, e caro ai vincitori menò vita riposata e luminosa; alla quale però nè il suo genero Agrip [Bayle art. Cassius Longinus (Cajus) Primo.] pa, nè il progenero Tiberio, nè il pronipote Druso dieder tanto splendore quanto la intima amicizia di Cicerone, le cui Lettere e i libri della Vecchiezza e delle Leggi lo consecrarono alla immortalità. In questa beatitudine di vita e preso dalla dissenteria e dalla febbre. Ubbidì prima ai medici inutilmente, e poi sperimentata l'ostinazione del male, alla presenza di alcuni amici suoi, Voi siete buoni testimonj, disse, della cura e diligenza mia nel difendere in questo tempo la mia sanità. Io ho dunque soddisfatto al debito mio. Ri mane ora che io provveda a me stesso. Voglio che voi il sappiate. Imperocchè ho statuito di non volere più oltre alimentare il mio male; perchè in questi giorni truendo innanzi la vita col cibo, ho accresciuto i dolori miei senza speranza di sanità. Per la qual cosa io prima vi domando che il mio consiglio approviate; indi che non vogliate sforzarvi a dissuadermi. Dette queste cose con tale co stanza di voce e di vollo che parea non uscisse dalla vita, ma da una casa per passare ad un'altra, gli amici piansero e pregarono, ed egli le lagrime e le preghiere compresse con un ferino silenzio. Così avendo digiunato due di, la febbre cessa; inè mutò proposito per questo, ed essendo a mezza via, non volle tornare indietro e anda oltre digiu nando, e muore ragionatamente secondo i principi dell’ORTO, e non già come Cassio impetuosamente e a mal tempo. Questo inumano errore di moda e di scuola e in Attico error di ragione ee di gran d'uomo. Tito LUCREZIO Caro, inferiore certo ad Attico e a quegli altri nella dignità della vita, ma nella poe [Cicerone De Fin. e nelle Epistole ad Attico; C. Nipote in Artico. Seneca Ep.; C. Nipote] lica gloria de componimenti dell’ORTO maggiore di quanti fiorirono in quella scuola. Nella elà di Cicerone e di Attico vide anch'egli Atene, e ascolta Fedro e Zenone e visse negl’Orti d’Epicuro, e per mostrare a Roma i suoi progressi nella guisa più dilettevole, scrive in esametri latini sei libri della Natura delle Cose, ne' quali fu delto non essere meraviglia che profondesse tutte le empietà e le pazzie dell’ORTO, perciocchè gli avea composti ne' corti intervalli di ragione che gli rimaneano al quanto liberi dalla frenesia contratta per certa be vanda amorosa. Ma noi invitiamo ancora qui i leggitori nostri a volersi ridurre a memoria le ragioni altrove disputate contro i malevoli dell’ORTO, le quali secondo la nostra estimazione posson molto valere contro gli oppressori di Lucrezio. Non sarebbe difficile una dissertazione, giacchè le dissertazioni sembrano facilissimi affari, ove si prova che Lucrezio non e il più pazzo de' poeti, e non sarebbe difficile un'altra in cui si mostrasse che molti filosofi furon più pazzi di questo poeta. Ma non so se queste dissertazioni con tutta la bizzarria de'loro titoli, che sogliono pur essere di qual che raccomandazione, potrebbono riuscir dileltose a chi le componesse e a chi le ascoltasse. Imperoc chè sarebbe necessità recitar molti di que' versi dell’ORTO che secondo il ruvido carattere della scuola non sono i più molli e i più eleganti, e non sono poi tanto chiari da mettervi fondamento sicuro. Noi adunque, senza pretendere in dissertazioni, direm così per passaggio,come gli fu dato a colpa di vio lata religione ch'egli attribuisse alla natura degl'Id dii il godimento di somma pace e la divisione dai [Eusebio in Chr.; Fabrizio Bibl. Lat.; Bayle art. Lucrece.] dolori e dai pericoli nostri, e che insegna non aver essi bisogno di noi, nè esser presi da benevolenza o da ira; e che giacendo la vita degli uomini sotto grave religione, la quale dal cielo mostra il capo con orribil risguardo soprastante ai mortali, un uom greco fu il primo che ardì levar gli occhi contro di lei e resistere. Lui nè la fama degl'Iddii, nè i fulmini nè i minacciosi romori del cielo raffrenarono; che anzi l'acre virtù del suo anino s'irritò, e ruppe le strette porte della natura, e con la vivida forza della mente vinse e tras corse oltre i confini del mondo, e misurò tutto l'Immenso; e c'insegnò quello che può nascere e quello che non può, e quali sieno le potestà e i termini fermi delle cose. Onde la religione a sua vicenda è calpestata dai nostri piedi, e la vittoria ci aggua glia al Cielo. Ma si è già detto abbastanza al irove che le divine tranquillità possono avere nel sistema dell’ORTO sensi non affatto distrutlori di ogni provvidenza; e veranente lasciando pure stare Deslandes, che fa una pielosa predica a Lucrezio per questo disprezzo suo della religione, è ben molto che Bayle non abbia saputo ve dere che la religione, contro cui Lucrezio usa qui tanto disprezzo, non è altro che quella superstizio ne che insieme con altre scellerate opere insegna ai Greci le vittime umane; onde egli dopo la descrizione d'Ifigenia all' altare conchiude: che tanto di mali potè la religione persuadere. Io certo non ar direi affermare che Lucrezio insegnasse la Provvidenza ove scrisse, una certa forza nascosta strito lare le cose umane, e sembrare che conculchi e 1 [Lucrezio De Rer Nat.; Deslandes Hist. De la Phil.; Bayle] prenda in ludibrio i fasci e le scuri; o dove in voca V'enere origine e regolatrice di tutta la natura, o dove implora l'ajuto della governante Fortuna nei disordini e nelle ruine del mondo Ma non ardirei pure accusarlo d’ateismo, e im porgli più errori di quelli che secondo la sentenza nostra abbiamo veduti nel suo maestro dell’ORTO, di cui fu seguace tanto rigido, che permettendosi il suicidio in quella filosofia, egli neusò a suo agio, e si uccise di propria mano. È stata opinione che C. Giulio Cesare, uomo di estraordinaria forza d'ingegno e di cuore, sebbene potendo ottener' somma gloria dalle lettere e dalla filosofia, volesse averla piuttosto dalla politica e dalle arme, tuttavia non isdegnasse alcuna volta di starsi tra i filosofi, e gli piacesse di essere dell’ORTO. Im perocchè dicono che parlando al senato non dubitò di affermare ardimentosamente, di là dalla morte non esservi tormento nè gaudio; e non ebbe poi timore per voglia e comodo suo di tagliar boschi sacri e di seguir le sue imprese contro gli avvisi de sacerdoti e della religione. Ma a dir vero, que sti non sono i caratteri propri dell'Orto: e poi si potrebbe dubitare se Cesare così parlasse al senato, come Sallustio lo fa parlare; e se così ta gliasse gli alberi sacri, come Lucano con la poetica licenza racconto; e date eziandio per vere queste leggende, è molto ben noto che anche Cicerone, usando della rettorica volubilità, predica talvolta pubblicamente la mortalità degli animi senza essere [De Rerum Nat.; Rondel Vita Epicuri; De Rer. Nat.; Reimanno Hist. Ath.; Sallustio De Bello Catilivario; Lucano Phars.; Svetonio in Cesare] dell’ORTO, anzi senza recarsi ascrupolo di predicarne la immortalità in altre pubbliche orazioni, ove il bi sogno della causa lo domandasse. Così gli oratori romani costumavano, e agli stessi metodi Cesare ubbidi; e così pur fece nell'affare de'presagi e della religione, mentre se è scritto che talora trasscura le romane superstizioni, è scritto ancora che spesse volte le uso, e parve che le avesse per ve re. Molto meno io poi ardirei imporre a Cesare l'ORTO, perchè fu accusato di osceni amori con Nicomede re di Bitinia, e perchè molte nobili donne romane e alcune reine corruppe, e perchè e detto la moglie di tutti i mariti e il marito di tutte le mogli, e perchè sostenne assai altre infauna zioni di lascivo costume; le quali oltrechè possono essere alterate dalla malevolenza e dalla effrenatezza popolare di Roma, che le lodi e i trionfi de gran d'uomini solea contaminare con le satiriche licenze, non posson poi essere argomenti di doltrine dell’ORTO, giacchè nè l’ORTO professa questa dis solutezza, nè la corruzion de costumi è buon argomento per la corruzione delle massime; e siccome non sarebbe buon discorso dai regolati costumi di Cassio e di Attico didurre che non sono dell’ORTO, così non sarebbe pure conchiuder che Cesare era per la sregolatezza de'suoi. Piuttosto si potrebbe raccogliere alcun indizio dell’ORTO dalla replicata avversione che Cesare mostrò verso i costumi di Catone, contro cui scrive due libri intitolati gli “Anti-catoni” L’ORTO e il giurato nimico del [Cicerone Orat. pro Cluentio et pro Rabirio; Plutarco e Svetonio in Caesare. Floro; Dione; Bayle art. César; Svetonio in Caesare; Plutarco in Cicerone; Adriano Baillet, Des Satires personelles, ou des Anti, Entr.] PORTICO, e Catone e grande del Portico. Pare adun que che Cesare non puo prorompere a tanta avversità contro tutti i costumi di Catone senza essere dell’ORTO. Vaglia questo come può il meglio. Ma qualunque fosse la setta di Cesare, certamente il solo pensiere di correggere il calendario Romano disordinato dalla negligenza de' sacerdoti, e l'Anno “Giuliano”, che Giulio da a tanta parte di mondo, mostrano in lui genio filosofico e gusto di astronomia. Quella versatile eloquenza di cui gli avvocati e i pubblici parlatori di Roma usano nella varietà e lalora nella contraddizione delle cause, e la origine primaria dell' applauso in cui venne tra i Romani la filosofia dell’Accademia; la quale insegnando a disputare per tutte le parti, e colorendo di probabilità il pro e il contro, e somıninistrando argomenti per tutti i casi, e molto opportuna a quella eloquenza forense che potea dirsi la grande e forse la prima via delle soinme fortune. Sembra adunque ben detto che la filosofia del PORTICO per la gravità degli uffizj e de' principj sociali fu tra i Romani la disciplina de' giudici, de' legislatori e de' giureprudenti; L’ORTO e lo studio quasi domestico e privato di uomini desiderosi di vivere Jictamente; CROTONE e il LIZIO sono la cura di pochi; l’Accademia confusa al Portico si riputa degna de' sacerdoti, e l'accademica e la delizia de causidici e degli oratori; siccome, a dir vero, pare che fusse pure in altre terre e in altre età, e che sia ancor nella nostra. È però mestieri avvertire che parlando di accademica filosofia, non vuole intendersi un pirronismo effrenato, che forse non ebbe esistenza salvo ne' capricci di uomini esageratori; ma un temperato genere di filosofare per cui si esa minano i placiti di tutte le scuole, e si sceglie il buono, e si cerca il vero, e si crede di trovar solo il probabile,e secondo questo si governa la vita. Cicerone fu il ipaggior lume di questa filosofia tra i Romani; il quale con la forza d'una singolare eloquenza e con l'abbondanza della dottrina e con la varietà de' libri così la nobilitò egli solo, che gli altri furon dimenticati. Ma egli sarà ben tale da po ter valere per tutti. Mentre io ora mi accosto a que sto sommo maestro del nobil parlare, e vedo che la eccellenza della sua lode e la grandezza degli ob bligbi nostri domanderebbono eloquenza pari alla sua, sento vergogna della mia lontananza da quel sublime esemplare, e volentieri sfuggirei per ros sore il difficile incontro, se la vergogna non fosse vinta dalla necessità. Cicerone, arpinate, o che suo padre fosse purgatore di panni e i suoi avi cultori  di ceci, o che la sua gente avesse origine dai che nascesse onorato dagli oracoli e dai prodigj, o all' uso comune nel silenzio degl' Iddii e nell'ordine della natura, siccome variamente si racconta. Niente più e niente meno fu il medesimo uomo non molto cospicuo tra i soldati, non affatto pic ciolo tra i filosofi, grande tra i maestrati e tra i consoli, massimo tra gli oratori. Nell'adolescenza e appresso nella età anche matura amò i poeti e scrisse versi, de' quali rimangon frammenti biasi mati più del dovere, e coltivò le lettere  e [Plutarco in Ciceroue; Dione; Fabrizio Bibl. Lat.] la eloquenza. Cresciuto. si accostó ai filosofi. Ascoltỏ gli Epicurei per disprezzarli allora e dap poi, senza averli forse intesi. Conversò con IL PORTICO e con IL LIZIO, e apprese i luoghi e i fonti del disputare, e altre loro dottrine non ab borri: ma singolarmente coltivo gli Accademici per amore di quella versatile e forense eloquenza di cui abbiam detto. Su questi fondamenti, con quel buon metodo non inteso dai nostri pedanti, appog. giò e poi confermò viemaggiormente la sua arle oratoria. Presa la toga virile si attenne ai giore consulti. Militò un poco nella guerra Marsi cana, e venuta la pace ritornò molto volentieri alle lettere. Vive dimesticamente con Diodoro stoi co eruditissimo, frequenta Molone oratore Rodia no, e Ortensio, che era il primo parlatore di Roma: non trascurò fino di apprender le più gen tili eleganze del dire da Cornelia, da Lelia e da altre dame romane, colà imparando eloquenza ove altri ora sogliono disimpararla: non fu giorno che non usasse nuove diligenze erudite, e non decla masse e disputasse ora con parole latine, ora con greche. Trasse nel vulgare di Roma alcune scritture di Protagora e di Senofonte e altre di Platone, e singolarmente il Timeo, di cui ci rimane una parte, per la quale conosciamo che Platone po trebbe sopportarsi tradotto da Cicerone, laddove non si può nelle versioni di altri. Ci rimangono [Cicero pro Archia; Plutarco; Svetonio de Cl. Ret.; Vossio De Poel. Lal.; SCOLLO CICERONE a calumniis VINDICATVS; Cicerone De Off.; Ep. fam.; Paradox.; De Or. lib.; Tusc. Disp.; in Bruto; De Nat. Deor.; Plutarco; Cicerone, De Fin.; De Div.; Plutarco; Quintiliano; Agostino De Civ.] pure alcuni frammenti di sue traduzioni diOmero, le quali non ci nojano come quelle degl' interpreti nostril. Istruito da tante esercitazioni e animato da questi presidj, nel suo venticinquesimo anno, che era il seicento settantaunesimo di Roma non dubitò di mostrarsi nella luce del Foro, e agitd la sua prima causa, che alcuni dicono esser quella in difesa di Sesto Roscio Amerino, contro la vo lontà di Silla, e ne uscì vincitore con tanta ammi razione, che niuna altra causa parve poi superiore al suo patrocinio. Ma poichè Silla raffrenatore di Mitridate e domatore di Mario era in quei giorni dittatore e quasi signore assoluto delle vite e delle cose romane, fu voce che Cicerone temendo la ira di quel fiero autore delle proscrizioni, rifuggisse in Grecia. Altri pensarono che si desse a viaggiare per ricuperare la sanità afflitta per troppa veemen za nella declamazione. Comunque fosse, visitò Atene e molto usd col famoso Sincretista Antioco, e visse congiunto a Pomponio Attico con quella amicizia che durò tra loro fino alla morte. In que sto viaggio verisimilmente fece iniziarsi nei misteri Eleusini, de' quali così parld come se la loro so stanza fosse l'unità d'Iddio e la immortalità degli animi. Tale fu l'avviso nostro nella esposizione del sistema arcano d'Egitto, e tale è del dotto Warburton e del Middleton, il che molto consola [Cicerone, De Fin.; De Div.; Plutarco; Quintiliano; Agostino De Civ. Dei; Middleton Vita Cicer.; Cicerone in Bruto; Middleton; Plutarco; Cicerone in Bruto; Cicerone De Nat. Deor.; De Leg.; Tusc. Disp.; B., Ist. Filos.] le nostre conghietture. Da Atene navigò nell'A sia, e conversò cogli oratori e coi filosofi di quelle terre, e sopra tutti con Possidonio; e declamo in greco nel mezzo a nobil frequenza con tale fecondità, che i greci oratori piansero il loro destino, per cui non solamente le fortune, ma le arti e le scienze dalla Grecia trapassavano a Roma. Silla morì, e Cicerone restaurato nella sanità ritornò alla patria, ove fu prima negletto come un grecolo scolastico; ma poi eguagliando e spesso vincendo la gloria di Cotta e di Ortensio oratori lodatissimi di quella età, rimosse Roma dalla sua negligenza, e ottenne prestamente la questura ed ebbe in sorte la Sicilia, ove avendo ricevuto lodi e onori inusitati, s'im maginò che tutta Roma fosse piena della sua glo ria. Masbarcato a Pozzuolo in tempo che grande era il concorso di molti uomini romani, ebbe il dispetto di vedersi ignoto, e conchiuse adirato che iRomani aveano le orecchie sorde e gli occhi acuti. Dopo questa mortificazione, grave di vero in uomo perduto nella fantasia della gloria, egli deliberò di battere assiduamente il Foro e i pubblici luoghi, e starsi tuttodì presente a quegli occhi acuti che dif finivano le sorti de' cittadini ambiziosi. Agitò cause nobilissime, e fu edile, pretore e console non meno per favore degli ottimati, che per giudizio del Popolo. Egli ricevè la repubblica piena di sollecitudini,e non vi erano mali che i buoni non temessero e i ribaldi non aspettassero. I tribuni e Catilina e i suoi compagni teneano consigli di ruina. Ma Cicerone li compresse e salvò la repubblica  [Warburton Della divina Legazione di Mosè; Middleton; Plutarco; Div. in Verr.; pro Planco; Plutarco; Cicerone; Plutarco; Sallustio De Bello Calilinario e gli altri Storici Romani.] ze Tire! Per la grandezza dell'opera venne a somma grazia de' patrizi e del popolo, e fu acclamato padre della patria; e poco appresso vinto dalla invidia e dalla frode di P. Clodio, fu spinto in esilio, e le sue ville incendiate e le sue case con ogni sostanza arse e saccheggiate. Andò errando con animo assai abbat tulo per l'Italia e per la Grecia, nel che mostrd di essere più oratore che filosofo; finanche richia mato per pubblico consenso, e restaurati i suoi danni per sentenza del senato, ritornò a Roma, incontrato da tutte le città, e portato, siccom'e gli raccontò, sulle spalle di tutta l'Italia. Ebbe in provincia la Cilicia, e parve che volesse eser citar nella guerra le arti della pace. Ma come si accese la discordia civile, egli seguendo le parti di Pompeo, e pretendendo in valor militare, dopo la sconfitta farsalica si pentì d'esser soldato e ricuso di guerreggiare più oltre; cosicchè il giovin Pom peo sdegnato di quella codardia, lo avrebbe uc ciso se Čatone non lo campava. Venne poi a riconciliazione con Cesare, e nella mutazione della repubblica, che assai gli gravava nell'animo, si ri volse alle lettere e alla filosofia, e istruì nobili gio vani romani, e leggendo e scrivendo libri passò la maggior parte de' suoi giorni nella dolcezza degli studj e nei silenzi della sua villa Tusculana.Ritorno anche ad Atene per alleggerimento di noja e per la memoria delle passate esercitazioni. In questo spazio ripudid Terenzia, e mend in moglie una ricca donzella, e pianse puerilmente la morte di Tullio la, e ripudid la nuova moglie perchè non volle 702 ber che V. i luoghi di Cicerone presso Francesco Fabrizio nella Vita di Cicerone. [Plutarco in Caesare; Dione; Vellejo; Cicerone Or. pro Domo sua ct post Rcd. ad Quir, et post Red. ad Sen.; Plutarco lic. 1 pianger con lui. elle quali avventure fu accusato di amori sozzi é ridicoli, e di animo debole per temperamento o per anni. Con tutti questi do mestici fastidj avrebbe potuto esser felice, se avesse perseverato nell' amore del letterato ozio e dellafilosofia. Ma dopo l ' assassinamento di Cesare gli piacque di rientrare nella tempesta civile, e sebbene non fosse tra i congiurati, si attenne al loro portito, e M. Antonio già suo pernico irritò mag giormente con le Filippiche. Dopo varie vicende si compose il Triumvirato, e Cicerone ne fa la vit tima più sacra e più pianta da Roma, già ridotta a pochi, e da tutta la posterità. Egli poichè ebbe udita la fama della proscrizione, fuggì prima al mare e s'imbarcò con venti contrarj, onde presa terra a Circejo, tra molti pensieri niuno piacendogli quanto la morte, disegno di recarsi a Roma e uccidersi nella casa istessa di Cesare per versare sopra l'in grato la vendetta del suo sangue. Indi persuaso da nuovi pensieri navigò ancora e prese pur terra,e nojato del mare e della vita, lo morrò, disse, in quella patria che spesse volte'ho conservata; e non morendo pur questa volta, si adagi ) e dormà nella sua villa Formiana. Mentre i suoi domestici spa ventati dal romor de' soldati lo guidavano a forza verso il mare, apparvero i carnefici, contro cui i servi si prepararono a combattere. Cicerone co mandd che stessero: guardò con fermo occhio gli assassini e singolarmente il lor condottiere Popilio Lena, che reo di parricidio era stato difeso e salvato da lui: sporse dalla letlica il capo, e, Fale, [Cicerone Tusc. Disp.; De Off.; Lettere ad Attico; Plutarco; Orazione attibuita a Sallustio; Donato in Eneid. accomoda a Cicerone quel verso diVirgilio: Hic thalamos invasit Natac velitos que hymeneos; Bayle art. Tullie] disse, l'opera' vostra, e quello prendelo, di che avete bisogno: l'ingralo " Popilio con parricidio maggiore del primo gli recise il capo e le mani, e recò l'iniquo fardello ad Antonio, il quale con gran festa affisse su i rostri quel capo sublime e onorato e quelle mani benefiche, spettacolo miserabile e argomento di pianto ai buoni Romani e di trastullo agli schiavi, ai traditori e ai tiranni. Nell'anno di Roma settecendecimo e di Cicerone sessanta qualtresimo avvenne questa tragedia, in cui si vide la morte di Cicerone e della repubblica. Daquesto tenore distudj e di vita non solamente si può conoscere che Cicerone era pieno d'un de siderio smoderato di gloria, che lo rendea forte e magnanimo nella buona sorte e timoroso e pian gente nella disgrazia (onde Cristina di Svezia, con una regia libertà che sarebbe licenza in uomini pri vati, usava dire, Cicerone essere il solo poltrone che fosse capace di grandi cose ); ma si pud an cora scorgere facilmente che il sommo fine poli tico di Cicerone fu l'acquisto delle maggiori for tune nella repubblica: che due essendo i mezzi per giungervi, la scienza militare e la oratoria, e co noscendo egli di valer poco nella prima, comechè molto si tormentasse per giungervi, si attenne vi gorosamente alla seconda; e che egli avendo sen tenza, niuno essere oratore perfetto il quale non abbiascienza di tutte le grandi cose, vago per qua Junque facoltà, e sopra tutto per le opinioni di ogni filosofia, e tutto questo adunamento di dottrine in dirizzo al suo desiderio di essere oratore perfet to. Questo studio è palese nelle sue opere, le (Livio Epit.; Plutarco in Cicerone et in Antonio; Svetonio in Augusto; Vellejo; Dione; Appiano; Seneca Súas.; V. Massiino; Floro PADOV.; Cicerone De Or.] quali a ragionatori severi appariscono più eloquenti che filosofiche, e mostrano maggior cura del bel dire che del corretto pensare. Cicerone adunque sempre intento alla eloquenza e sempre caldo d'una immaginazione vivace e feconda e d'una voglia ine sausta di meraviglie rettoriche, e sempre frettoloso per la moltitudine dei gra rissimi affari, trascorse e quasi sfiorò le nozioni filosofiche, e divenne gran dissimo nel dipingere, nell'adornare e nel persua dere; ma nel vigore del discorso e del giudizio e nelle sottili distinzioni del vero e del falso parve che le più volte l'oratore fosse smisuratamente più grande del filosofo. Gli è però vero che nel silen zio delle lettere forensi e senatorie, e nell'ingenuo ozio in cui la usurpazione di pochi lasciava i grandi uomini di Roma, Cicerone ottenne dalla disgrazia questa utilità, che riposatamente e liberamente me dità e scrisse argomenti filosofici, e massima mente si esercitò nella parte teologica e morale cui appartengono i libri notissimi della Natura degl'Id dii, della Divinazione, del Fato, del Sogno di Sci pione, dei Fini, della Vecchiezza, dell'Amicizia, delle Leggi, degli Uffizj, le Disputazioni Tuscula ne, i Paradossi Stoici e le Quistioni Accademiche; nelle quali si argomentd particolarmente a distrug gere i greci sistemi alla maniera di Carneade, e pa lesò il suo. Coopose ancora l'Ortensio ossia l'Am monizione alla Filosofia, e i libri della Repubbli ca, che sono perduti. Ma per quanto ozio egli avesse e per quanto meditasse, non seppe mai di vezzarsi dall'esagerato linguaggio oratorio, e di lui usd pomposamente nella esposizione de sistemi e delle ragioni filosofiche; e poi vi aggiunse i suoi [Cicerone De Off.; Cicerone ne fa memoria, De Fin.; De Div.; Tusc. Disp.; Agostino De Civ. Dei e Lattanzio] amori e i suoi odj per certe scuole, e questi an cora rettoricamente amplifico; e per giunta di am biguità gli piacquero le platoniche forme de' dialo ghi e le accademiche dispute e le confutazioni per ogni parte e gl'inclinamenti ora ad un lato, ora ad un altro; donde risultarono equivoci e dubbj e opi nioni diverse intorno alla filosofia. Ma noi pensia mo di poter mettere alcun ordine in tanto invi luppo ragionando di questa guisa. - Non fram mezzo alle pompe eloquenti delle orazioni e alle asluzie forensi, e non tra le epistole di complimen lig di raccomandazioni, di condoglienze, di affari, nè tra i parlamenti e i dialoghi di uomini ora epi curei, ora stoici, ora peripatetici passionati, è da cercarsi la filosofia di Cicerone, siccome alcuni fe cero e fanno incautamente, ma è giusto rintrac ciarla in que' luoghi delle sue opere filosofiche ove egli parla in persona e sentenza sua propria. —Cio statuito, ascoltiamo Cicerone medesimo, il quale senza equivocazione e mistero alcuno ci racconta ch'egli professa la filosofia della nuova Accademia; perciocchè a coloro che si meravigliavano come egli principalmente approvasse quellafilosofia che toglie la luce e quasi sparge una nottesopra le co se, e protegesse impensatamente una disciplina de serta, egli risponde: « Non imprendiamo già noi « il patrocinio di cose deserte. Questo metodo, per « cui si disputa di tutto e non si giudica aperta « mente di niente, nato da Socrate, ripetuto da « Arcesilao, confermato da Carneade, invigorì fino u alla nostra età; il qual metodo ascolto essere u ora abbandonato in Grecia, il che io credo av « venuto non per vizio dell'Accademia, ma per pi u grizia degli uomini: mentre se gran cosa è ap prendere alcuna disciplina, quanto è maggiore u apprenderle tutte ! la qual cosa è necessario che quelli facciano, i quali hanno proposto per la investigazione del vero disputare contro tutti i « filosofi e a favore di tutti; e questa difficile fa « coltà non penso io di avere acquistata, solamente u penso di averla seguita. Nè già noi a questa gui u sa filosofando, riputiamo, niente esser vero, ma piuttosto al vero essere congiunto il falso con « tanta rassomiglianza, che manchi il certo criterio « di giudicare e di assentire; dalle quali dottrine siegue questo precetto, nolto essere il probabi le, il quale benchè non sia bene compreso, non pertanto avendo certo uso insigne ed illustre, « dee governare la vita del savio. E altro ve: « Io vorrei (egli dice ) non a nome di Attico, di Balbo o di Vellejo, ma a suo, che fosse ben u conosciuta la nostra sentenza; imperocchè non « siamo noi vagabondi nell'errore, nè manchiamo « di quello che è da seguirsi; poichè quale sarebbe « la mente e quale la vita, tolta la regola del di sputare e del vivere? Ma noi, ove gli altri dicono u alcune cose certe, alcune incerte, dissentendo da essi, altre diciamo probabili, altre improbabili. « Perchè adunque non potrò attenermi al proba « bile e riprovare il contrario, e dechinando dalle « arroganti affermazioni, fuggire la temerità, che « è tanto lontana dalla sapienza? Ma i nostri Ac « cademici disputano contro ogni sentenza, peroc « chè questo lor probabile non può risplendere se « non si fa contesa per l' una parte e per l'al « tra. » Oltreacciò egli c’invita a leggere le sue Quistioni Accademiche, ove questi propositi erano esaminati più diligentemente; cosicchè può dirsi che quando egli ne'suoi Dialoghi disputa [Cicerone DeNat. Deor.; De Off.; Tusc. Disp.; De Div.; Cicerone, Acad. Quaest.] per le parti accademiche, parla in propria perso na, e quindi par fuori di ogni dubitazione che egli è nel metodo di quegli Accademici che ogni cri terio poneano nella probabilità. Di qui s'intende com ' egli ora si attemperava agli Stoici, ora ai Pla tonici, ora ai Peripatetici, senza abbandonar l'Ac cademia; perché ove cercava i doveri dell'uomo e le leggi sociali, trovava maggiore probabilità nelle dottrine del Portico; e dove investigava i principi delle cose e trattava la psicologia e la teologia, credea forse trovarla maggiore nel Platonismo e nel Peripato; e dove di queste e di altre filo sofie disputava e ne bilanciava le vantate eviden ze, sospendea il giudizio ed era Accademico; e così pure quando persuadeva il popolo e il senato, pas sava a grande suo comodo nelle sentenze contra rie, e non avea ribrezzo alcuno di contraddirsi ac cademicamente. La moda del Foro era di potere essere Accademico Probabilista, ed egli serviva alla scena, e lo era con gli altri. Cicerone adunque così disposto tratto di tutte le parti della filosofia ove più diligentemente, ove meno. E certamente egli coltivò la logica e la in segnò con gran cura ne' suoi Libri Rettorici, ma a sua maniera, vuol dire per servigio della eloquen za e del Foro. Parve chepensasse con Socrate non essere molta la utilità della fisica per la probità e beatitudine della vita. Conobbe tuttavia i mag giori sistemi antichi, e vide nella rimota vecchiaja della filosofia certe nozioni che si vantano scopri menti di questi ultimi tempi, come il moto della terra, gli antipodi, la gravitazione o attrazione uni versale, che tiene il mondo nell'ordine. Ma nella [De Off.; Tusc. Disp.; De Nat. Deor.; Acad.' Quaest.; De Nat. Deor.; Acad. Quaest.] naturale teologia e nella morale pose ogni sua cu ra. « È fermissimo argomento della esistenza d'Id « dio (egli dice ) che niuna gente sia tanto fiera e « niun uomo tanto crudele, che non serbi nell' a. w nimo la opinion degl'Iddii;e questo consenso di a tutte le genti dee riputarsi una legge di patu « ra.  La bellezza del mondo e l'ordine delle cose « celesti stringe a confessare una prestante ed eter a na natura, e un fabbricatore e moderatore della « grand' opera, il quale è da immaginarsi come « una mente sciolta e libera e segregata da ogni « componimento mortale, che tutto sente e muo « ve, ed è fornita di moto sempiterno, e come a un maestro e signore che le celesti e le terrene « ed umane cose e tutto l'Universo amministra, sen « za la cui provvidenza quale tra gli uomini sarebbe « pietà, quale santità, qual religione? le quali virtù tolte, sorgerebbe il disordine e la confusion della u vita, e non rimarrebbe società alcuna nel genere « umano. Io così mi persuado e così sento, che « tanta essendo la celerità degli animi e tanta la « memoria delle cose passate e la prudenza delle future, e tante le arti e le scienze e le scoperte, quella natura che le contiene non può esser mor « tale; e semplici essendo gli animi e senza mi « stura, é movendosi per sè medesimi, nè possono « dividersi e dissiparsi, nè cessare di moversi; ed « essendo celesti e divini e sempre desiderosi della - immortalità, non possono essere ingannati dachi « li produsse, e debbono essere eterni (6). E quindi [Cicerone Tusc. Disp.; De Nat. Deor.; De Div.; Tusc.; Tusc. Disp.; De Fin.; ; Acad. Quaest.; De Nat. Deor.; De Repub.; De Senectute; De Senect. et Tusc.] gmni su stenza 1: anto fra serbi mi Consen ne deres ante de erator& ginarsi az ata dan ente en, es e le to pinista i miniars le quali pfusica ja nelset si senta je tapis denta 1 comechè Cerbero tricipite e il fremito di Cocito u e il tragitto di Acheronte sieno favole senili, deb « bon perd rimanere dopo la morte i premj e le pe. ne, e quelle due socratiche vie per cui gli empj si « dividono e i buoni si congiungono agl' Iddii. - Su questi grandi principj egli collocò l'edifizio del naturale diritto e di tutta la morale; e primie ramente dalla eterna ragione e volontà' di Dio, e dalla comune ragione degli uomini, e dalla natura e relazion delle cose dedusse la origine e la realità e l'autorità e la obbligazion d'un naturale e pub blico diritto. - « La legge (egli dice ) è un eterno impero che governa l'Universo con la sapienza del comandare e del proibire, ed è la mente di « Dio che costringe e divieta; e non solamente è più antica della età de' popoli e delle città, ma eguale a quell' Iddio che difende e regge i cieli e « le terre. La mente divina non può esser senza ra gione, nè la ragione divina può esser senza la « forza di fermare le cose giuste e le ingiuste. Una legge sempiterna fu sempre e una ragione appog u giata alla natura delle cose; la quale non allora che fu scritta, cominciò ad esser legge, ma al « lora che nacque, e nacque insieme con la mente divina; il perchè la legge vera e primaria, idonea á a comandare e a proibire, è la diritta ragione del « sommo Giove; la quale non è legge scritta, « ma nata, e la quale non abbiamo imparata, non ricevuta, non letta, ma l'abbiamo attinta dalla « medesima natura e dalla comune intelligenza, per u cui giudichiamo il diritto e il torto, è l'onesto e il turpe; imperocchè estimar queste cose dalla BST PEN ne par 2017 depositse. Em opinione, non dalla natura, è stoltezza [Tusc.; De Ainic; De Nat. Deor.; De Leg.; Pro Milone; De Leg. Io non posso astenermi dalla ricordanza di quelle parole memorabili di Cicerone nel terzo libro della Repubblica, le quali da Lattanzio ci furono conservate. La retta ragione è certamente la vera legge consentanea alla natura diffusa in tutti, co « stante, sempiterna, la quale comandando chiama « al dovere, e ci spaventa dalla frode vielando. « Niente è lecito toglier da lei, niente cangiare, e « molto meno abborrirla. Nè dal senato, nè dal popolo possiamo essere sciolti da questa legge, w nè altro dichiaratore o interprete è da cercarsi; « nè altra legge è ad Atene, altra a Roma, ma ella « sola ed una, sempiterna ed immutabile governa « in ogni tempo tutte le genti, e uno è il comune « quasi maestro e comandante di tutti, Iddio. Egli è di questa legge l'inventore, il disputatore, il pro mulgatore, al quale chi non obbedisce fugge sè « stesso e disprezza la natura dell'uomo, e per que « sto istesso paga massime pene, quantunque sfugga « tutti quegli altri eventi che si riputano supplizj." - Oltre questi nobili conoscimenti della origine, del fondamento, della realità, della forza, della im mutabilità delle leggi naturali, Cicerone conobbe la utilità della religione nella società; di che niuno vorrà dubitare (egli dice ) che intenda come sien molte le cose che si ferman col giuramento, e quan ta salute apportino le religioni de' patti, e quanti sieno distolti dalla scelleraggine per timore del di vino supplizio, e quanto sia santa la società di que' citladini che fra loro interpongon gl'Iddii come giu dici e testimonj. Egli conobbe ancora la sanzio ne ossia la intimazion della pena contro i violatori, senza cui le leggi non avrebbon forza di obbligare, (Lallanzio Div. Inst.; De Leg.] .ma diverrebbono avvisi e consigli; e non ebbe so lamente quella sanzione come una conseguenza aa turale della colpa, ma come una vera imposizion di castigo, se non in questa, certo nella vita av venire, siccome già sopra abbiam divisato. Co nobbe egli non meno quella così semplice e cosi vera divisione del codice della umanità in doveri verso Dio, verso noi medesimi e verso la società; e insegnò che la filosofia dono e ritrovamento di vino ci erudisce nel culto degl'Iddii, e poi nel diritto degli uomini posto nella società del genere umano: che l'uouo non è nato a sè solo; che anche parte di lui ne domanda la patria e parte gli amici: che gli uomini sono prodotti per gli uomini acciocchè si giovino a vicenda; e che debbono ricevendo e dando permutare gli uffizj, e con le arti, con le le facoltà stringere la compagnia degli uomini con gli uomini. Questa succinta immagine della giure prudenza e della morale di Cicerone offre nella sua medesima brevità una idea molto elevata e molto magnifica e superiore a quante opere di antichi uo mini giunsero a noi in questo argomento, e forse a quante mai furono composte prima di lui. Tutta volta non è già vero che la morale Ciceroniana con tenga una disciplina compiuta, e discenda con per fetto ordine e verità in tutti i particolari; percioc chè anzi con buon accorgimento fu avvertito essere diffettuosa in assai parti necessarie, e gli argomenti nella maggior parte esser trattati leggiermente, e per decisioni assai rigide palesarsi che il severo giu reprudente non conoscea i verj principj donde po teano di dursi gli scioglimenti di certi casi. Ma con tutto ciò neppure è vero che Cicerone ne' suoi opere, con [Ubner Essai sur l'Hist. du Droit Nat.; Tusc. Dis.; De Oll.; Barbeyrac Pret, à Pufendorf.] 0 trattati di morale fosse un Pirronista, e nelle sue dispute di naturale teologia un distruttore di tutte le religioni. La primaimputazione assume per fon damento che Cicerone avendo statuiti i principi della morale, prega l'Accademia di Arcesila e di Carneade perturbatrice di tutte queste cose a ta cersi, perchè volendo assalire i principj che sem bran così bene composti, fara troppe ruine, e desi dera placarla, e non ardisce rimoverla. La se conda accusazione è dedotta da quello spirito di dubitazione che domina in tutte le sue opere e sin golarmente nei libri della Natura degl Iddii, ove mostra gran voglia di confutare e deridere tutte le antiche dottrine della Divinità, e concede alla fine tutti i trionfi all'Accademico Cotta. Al che si ag. giunge unagrande incostanza e può dirsi contrad dizione nell'affare gravissimo della immortalità de gli animi; perciocchè in molte epistole sue, nelle quali scopertamente parlava co' suoi amici, o du bita di quella immortalità, o rappresenta la morte come l'ultimo de' mali e il fine delle sensazioni e di tutte le cose (2). Noi, per quello che dinanzi si è avvertito, dobbiam consentire che Cicerone fu Accademico, e non altro conobbe che sole proba bilità; nel che certo errò gravemente, e grande fra gilità iufuse in tutto il suo sistema teologico e mo rale: tuttavolta perchè al suo probabile diede la forza e l'autorità che noi diamo al vero e all' evi dente, riparò un poco il dauno che fin d'allora il Probabilismo minacciava. Fuori di questo errore, egli molte affermò di quelle medesime verità che [Ciecrone De Legibus; Barbeyrac; Ep. Fam.; Ad Attic.; Bayle art. Spinoza, M., e Cont. des Pens.div.; A. Collin De la liberté de penser; Buddeo De l'Athéisme] noi stessi affermiamo, e nel naturale Diritto molte ne vide di quelle ancora che furon vantate come scoprimenti del nostro fortunato secolo, di che po tremmo tenere amplissimi discorsi se qui fosse luo go. Egli veramente sparse assai dubbi e molte risa sulle teologie antiche, e non era nel torto. Tenne ancora ragionamenti ipotetici intorno alla immor talità degli animi; e alcuna volta scrivendo a tali che la negavano, si attemperò alle loro opinioni per consolarli e persuaderli più speditainente. Per altro, quando fu sciolto da siffatti riguardi, parlò di que sti argomenti con quella dignità che abbiam rac contata.Adunque nè Cicerone fu di quegli Ateinè di quei Pirronisti esagerati che non conoscono Di vinità e moralità nè vera nè probabile. Non si vuol qui tralasciare che la scuola pirronica o scettica, sia che fosse oscurata dalla modestia e serietà del l'Accademia, sia che la fama di negligenza, di stra nezza e di stolidità la mettesse a pubblico disprez zo, non ebbe accoglienza niuna tra i Romani; di forma che uncerto Enesidemo da Gnosso intorno all'età di Cicerone avendo tentato in Alessandria di sollevare dalla dimenticanza lo Scetticismo, e con questo intendimento avendo scritti più libri pirronici, che intitold a L. Tuberone uoino prima rio tra i Romani, nè gli sforzi dello scrittore nè l'autorità del Mecenate valsero a far leggere que libri e a persuadere amore per quella filosofia. Donde si prende un nuovo argomento che Cicero ne, il quale raccolse tutti gli applausi di Roma, non potè essere Pirronista. Per questa descrizione della romana filosofia si conosce che tutto lo splendore di lei si restrinse alla età di Cicerone, e si rinnova. [Menagio in Laertium;  Brucker De Phil. Rom., quella meraviglia come i grandi uomini appariseo no insieme ad un tratto, e poi sopravviene la bar barie che li prevenne. Prima di quei dotti uomini che vissero in compagnia di Ciceroneo poco prima, i Romani eran tutt'altro che filosofi. Dappoi dechino la filosofia, come la eloquenza e la latinità. Noi an cora siccome abbiam ricevuto, così possiamo tras mettere alla posterità gli esempi vicini e forse pre senti di queste subite mutazioni. Prima che Cicerone, compiuta la sua questura partisse dalla Sicilia, aind di conoscere le rarità di quella isola, e visitò singolarmente Siracusa, città per gloria di armi e dilettere nobilissima. Quivi presso la porta Agrigentina tra i vepri e gli spineti vide una colonnetta, nella quale era la figura di una sfera e d'un cilindro, e per tai segni scoperse quello essere il sepolcro diArchimede, e mostran dolo ai Siracusani che l'ignoravano, molto si ral legrò che se un uomo Arpinate non avesse disco perto il monumento di quell' acutissimo cittadino, essi per avventura sarebbon rimasti al bujo. Da questa narrazione prendiamo opportunità di ono rare Archimede Siracusano, il quale tuttochè av volto in un silenzio ingrato degli antichi e dei mo derni scrittori e in una negligenza che move lo sde gno, anche tra i pochi e dispersi frammenti appa. risce il maggiore di quanti matematici e meccanici avanzino nelle memorie di tutta l'antichità. Forse Cicerone Tusc. Disp. lib. V, 23.alcuni si meraviglieranno che noi disordinatamente prendiamo a scrivere di Archimede dopo Cicerone, che fiorì quasi due secoli dopo di lui. Ma sappiano cotesti autori cronologisti che non abbiamo finora trovato parte più opportuna ove allogare un uomo che non ebbe vaghezza di setta alcuna nè greca ne romana, e la ebbe piuttosto di essere filosofo da sè; e poi sappiano che senza bisogno non vogliamo essere rigoristi in cronologia, e sappiano in fine che se è pur un errore trasportare la memoria di Ar chimede a dugento anni dappoi, io credo certo che sia errore molto più grande trasportarla nel vuoto, siccome gli Stoici della filosofia usaron finora. Nac que adunque questo divino ingegno, siccome Cicerone lo nomina, intorno all'anno ccccLvII di Roma; e o ch'egli fosse della regia stirpe di Gerone re di Siracusa, o che fosse un umile omuncolo fatto chiaro dalla verga e dalla polvere, vuol dire dalla geometria, o che fosse nudo di ricchezza e solamente pago di ben intendere i cieli e le ter re, non superbo e non depresso per niente di quelle varie fortune, cercò nella sapienza la nobiltà e la grandezza della sua sorte. Le matematiche pure e le applicate all'utile della patria e alla felicità della vita furono la sua cura perpetua. Nella mi sura delle grandezze curvilinee, argomento allora nuovo o poco famigliare agli anteriori matematici, aperse incognite strade e immaginò metodi fecon di, che appresso germogliarono ampiamente e fu rono i semi e, per testimonianza di Giovanni Wal lis, i fondamenti di tutte le invenzioni onde si vanta la nostra età. Sono già note le sue scoperte nelle [Tusc. Disp.; Plutarco in Marcello; Cicerone, Tusc. Disp.; Silio Italico de Bello Pun.] misure e nelle proporzioni della sfera e del cilin dro, di cui tanto si compiacque, che volle scolpite nel suo sepolcro quelle due figure come caratteri di singolar distinzione. Sono ancor note le sue spe culazioni intorno alla conoide e alla sferoide, e la quadratura della parabola, e le proprietà delle spi rali; e queste cose, onde si crede che molto si di latassero i confini dell'antica geoinetria, Archimede Irattò in libri che tuttavia esistono, quali sono, della Sfera e del Cilindro, della dimensionedel Cir colo, della Conoide e della Sferoide, del Tetra: 0 nismo, della Parabola, delle Linee spirali, a cui come opera teoretica si può aggiungere l'Arenario Ossia del Numero delle arene; nel quale trattato, supponendo ancora che l'Universo ne fosse pieno, calcolo quel numero contro l'opinione di tali che lo riputavano infinito. Lode eguale e forse mag giore ottenne Archimede allorchè le astrazioni geo metriche condusse alla pubblica utilità; e sebbene io non sappia indurmi a credere ch'egli fosse il creatore della meccanica, mentre studiò pure in Egitto, ove ognun sa che la meccanica non potea esser negletta; tuttavolta egli fu certamente assai benemerito di questa facoltà. Nei due celebri suoi libri che tuttavia esistono, l'uno intitolato degli Equiponderanti, e l'altro dei Galleggianti, ovvero delle cose che nuotano o che si traggono per li fluidi, egli stabilì i principj statici ed idrostatici, ai quali dicono che siamo debitori della presenteesten sione de' nostri scoprimenti; e aggiungono che Ar chimede istesso dando assai contrassegni di altis sima penetrazione in questo genere di studj, mo [Claudio Francesco de Chales in Cursu Math.; de Progressu Maibes.; Giammaria Mazzucchelli Notizie intorno ad Archimed ”, e Moniucla Ist. delle Malem.; Montucla] strò che avrebbe potuto pervenire a questa nostra estensione medesima, se non si fosse rivolto ad al tri pensieri. Il re Gerone avendo affidata ad un artefice una massa di oro perchè lavorasse una co rona dedicata agl' Iddii, venne a sospetto che il buon artefice gli avesse fatto furto; onde impose ad Archimede che studiasse di conoscere la verità. È fama che il matematico entrato nel bagno si avvide che quanto del corpo suo entrava nell'acqua, tanto ne usciva; donde preso lo svoglimento della qui stione, uscì fuori tutto ignudo e correndo gridava per via expriua evprzo, ho trovato ho trovato; e se condo questo esperimento immerse la corona in un vaso pieno di acqua; indi successivamente v'immerse due masse di egual peso, l'una di oro, l'altra di ar gento, ed esaminò quant'acqua spandessero i tre corpi, e quindi conobbe quello che investigava(3). Ma questo metodo, quando pur fosse possibile, non è sembrato, e non è veramente degno della elevazione di Archimede; nè egli per così poco sa rebbe fuggito via ignudo, nè Gerone avrebbe det to che dopo così gran prova tutto era da credersi ad Archimede. È dunque più verisimile e più de gno di lui, che avendo già egli nel suo Trattato de' Galleggianti stabilito questo principio: i corpi immersi in un fluido vi perdono tanto del proprio peso, quanto è un volume loro eguale del'fluido; di qui raccogliesse che l'oro siccome più compatto vi perda meno del suo peso e l'argento più, e un misto dell'uno e dell'altro in ragione del suo com ponimento. Bastava dunque pesare nell' aria e nel l'acqua la corona e le due masse di oro e di ar gento per ferinare quanto ciascuna perdeva del [Montucla; VITRUVIO] proprio peso, e dopo questi passi il problema non avea più difficoltà per un uomo come Archimede. Questo fecondo principio valse al valentuomo per la scoperta di molte verità idrostatiche, le quali po trebbono leggersi nel lodato suo libro, se a questi dì non fossero molto divulgate (1 ). Ben quaranta invenzioni meccaniche si onorano col nome di Ar chimede (2); ma solamente alcune vanno errando disperse negli scritti di antichi autori, e non fuor di ragione può credersi che secondo lo stile usitato molte si abbian volute render mirabili col prestito di un gran nome. Dicono di Archimede la chioc ciola, strumento ingegnosissimo e utilissimo, per cui usando la propensione medesima del grave alla caduta si produce la sua elevazione, e con tale or degno s'innalzano le acque ove bisogna, e si asciu gano le navi e le terre. Sono però alcuni che lo credon più antico di Archimede (4). L'organo idraulico portò già il nome di Archimede (5); ma questo grato arnese benchè dia segno di musica perizia, è piuttosto un gioco dilettevole che un ri trovamento sublime. Laforza infinita e la moltipli cazione delle girelle furono poste fra le invenzioni di Archimede; ma altri affermano, altri negano,? niuno ha migliori argomenti. Dammi fuori di qui ove io fermi i piedi, e moverò dal suo luogo la terra, disse Archimede a Gerone. E veramente ap presso ai suoi principj si posson in teoria immagi nar macchine le quali rendano idonea una potenza minima a sollevare un peso inassimo. Nella pra [Mazzucchelli e Montucla; Parpo; Pr.; Diodoro; Ateneo; Catrou e Roville Hist. Rom.; Tertulliano De Animo; Plutarco in Marcello: Dic ubi consistam; caclum terramque movebo.] tica Archimedle volle dar segno a Gerone che avreb be saputo mettere ad effetto le sue promesse, e pri mieramente una grandissima nave tutta carica, la quale non potea moversi senza molta fatica e as sai numero di uomini, egli solo qutto e sedente, senza sforzo alcuno e coll' ordinario impulso della mano aggirando l'ordegno suo, mosse e guidd co me gli piacque; indi per comandamento del me desimo principe avendo disegnata e messa a per fezione una molto maggiore e inolto meravigliosa nave, nella quale oltre le parti usitate in siffatti la. vori, e tutte di estraordinaria sontuosità e grandez za, vi erano giardini e peschiere e cisterne e acque correnti e sale e bagni e fino una biblioteca, e poi vi sorgeano olto gran torri armate, e ai loro luo ghi erano baliste e mani ferrate e altri strumenti da guerra per gli assalti e per le difese, e di smo derato carico e di molto popolo era grave, Archi mede non ostante la enormità di tanta mole, che tutti i Siracusani insieme non valsero a smovere, fece per certo ingegno suo che il solo Gerone la traesse in mare. È stato detto che questi rac conti ridondino di gran favola, il che pud benesser vero; ma non penso che vi sia fondamento alcuno di affermarlo. Vedute queste meravigliose opere il Re Siracusano sapientemente avvisò di esercitare la stupenda fecondità di questo Genio tutelare di Si racusa, e lo pregò a comporre ogni genere di mi litari strumenti per riparo del regno e per offesa dell' inimico. Archimede, buon amico del suo Re e della sua patria, siccome i sapienti sono o debbono essere, ubbidì volentieri. Questi ritrovamenti bel lici furono inutili, mentre Gerone visse nella pace e nell'amicizia de' Romani. Ma lui morto, arse una Plutarco in Marcello. Ateneo lib. V. guerra molto crudele, e Siracusa fu assediata dal console Marco Claudio MARCELLO, nobile capitano e rinomato per Viridomaro re de' Galli ucciso, e più per Annibale da lui sconfitto più volte. Egli con oste gravissima e con gran forza di navi e con macchine e con militari stratagemmi e con la fama di prode e felice soldato strinse e assalì Siracusa per terra e per mare. In tanta fierezza di arma mento i Siracusani furono presi da tacita paura e da terrore. Archimede solo non ismarrì, e vepne con le sue macchine a ricomporre i cuori dissipati de cittadini, e a sostenere la patria, e a mostrare a Marcello che un filosofo potea esser maggiore del Re de' Galli e di Annibale, e bilanciarsi con la forza e con la fortuna istessa di Roma. Per scienza e per avvedutezza di questo uomo le muraglie di Si racusa erano guernite di copia incredibile di bale stre, di catapulte e di altri macchinamenti per lan ciar dardi e palle e sassi di ogni grandezza, e da vi cino e da lontano, secondo tutti i bisogni. Vi erano ordegni che facendo cadere grossissime travi cari che di pesi immensi sopra le galee e le navi nimi che, le abissava subitamente nelle acque. Vi erano ancora certe mani di ferro con le quali si abbran cavano quelle navi e quelle galee e si levavano per aria, e poi si lasciavancadere tutte subito con som mersione e ruina, e altre volte si traevano a terra e si aggiravano e si stritolavano nelle rupi, su cui stavanle mura della città. Dietro queste mura, che in più luoghi erano pertugiate, stavano scorpioni tesi a cogliere i nemici, che per isfuggire dai lan ciamenti lontani si avvicinavano, onde non rima nea luogo sicuro dalle offese; e Marcello colpito da tutti i lati senza saper d'onde e come, usa va dire: Questo geometra Briareo sorpassa ben molto i Giganti centimani; tante sono le vibrazioni sue contro di noi. I Romani in terra e in mare erano anch'essi molto ben provveduti di macchine mi litari, e singolarmente sopra otto galee levavano certo congegno nominato per similitudine sambu ca, con cui agguagliavano le mura e poteano in trudersi nella citlà. Ma il Briareo Siracusano lanciò alcuni sassi gravi oltre a seicento libbre, e battute quelle sambuche, le rovesciò con grande strepito e danno.. In somma un solo vecchio geometra rendè Siracusa invincibile, e confuse il valore di Roma e il miglior capitano che ella avesse in que' giorni. Gli assalitori furono stretti a rimetter molto della loro baldanza e ridurre ad un lungo blocco quella tanta vivacità di assalti. Appresso non si parld più di Archimede, e Siracusa fu pre sa, e il suo invito difensore, quasi dimentico della patria e di sè stesso e ozioso nella pubblica ruina, si fece ammazzare per fatua ostinazione nel dise gno d' una figura di geometria. Io non so bene se sia troppa offesa di gravi narratori gettare tra le fa vole queste sconnessioni attribuite al più connesso uomodel mondo. Forse per liberare Archimede da cosiffatte inezie e quasi deserzioni nel maggiore bi sogno della patria, alcuni pensarono di riempiere questo vuoto col meraviglioso racconto dell'incen dio delle navi di Marcello con gli specchi ustorj. Un medico riputato grande (4), un istorico medio cre  e un picciol poeta furono i divulgatori di quel famoso incendio. Ma la tenue autorità di cosiffatti uomini non vale per niente a fronte del [Livio; Polibio Excerp.; Plutarco; Folard, Commento sopra Polibio; Polibio e Plutarco; Cicerone De Fin.; Livio; Galeno De Teinp; Zonara; Tzetze Hist.] silenzio di Livio, di Polibio e di Plutarco, i quali diligentemente avendo scritto della guerra siracu non avrebbono mai taciuto unavvenimento tanto stupendo, e insieme di tanto ammaestramento nell'arte della guerra, così nel guardarsi da quegli specchi incendiari, come per usarne contro i nimi ci; e certo io credo che se quel terribil metodo fosse stato veramente messo ad effetto, non sareb bono mancati imitatori, e l'armata navale di Mar cello non sarebbe stata la sola incendiata. Noi me. desimi, studiosissimi quanto altri di spopolare il mondo con le militari invenzioni, non avremmo, io credo, all'economico e facile artifizio di Archimede anteposti altri dispendiosi e incomodi metodi. Molti veramente hanno studiato assai nella catottrica per trovar modo di suscitare quel funesto esperimento, e alcuni son giunti a provare che certo con un solo specchio di convessità continua o sferica o parabo lica non era possibile quell' incendio in tanta di stanza, ma era ben possibile con molti specchi pia ni; e tra altri in questi ultimi giorni il Buffon com pose uno specchio formato diquattrocento specchi così disposti, che tutti riflettevano i raggi ad un punto comune; e questo adunamento nella distanza di centoquaranta piedi liquefaceva il piombo e lo stagno in corto tempo, e in distanza maggiore in ceneriva il legno, il che parve che mostrasse pos sibile il metodo di Archimede: ciò non ostante queste pratiche per ostacoli non superabili giaccion neglette, e le nostre armate navali si distruggono a vicenda con altro, che con raggi di sole. Non è le cito partire dalla istoria di Archimede senza dire alcuna cosa de' suoi studj astronomici, e di quella [Kircker Ars magna lucis et umbrae; Buffon Mém. de l'Acad.; Montucla] tanto celebre sfera e tanto lodata dai poeti, dagli oratori, dagli stoici e, ciò che più vale, dai filo sofi. Era questa una macchina o di rame o di bronzo o di vetro, la quale o a forza di aria o di acqua, o di ruote e di molle e di pesi o di forza magnetica, o di altri ingegni movendosi, esprimeva tutti i rivolgimenti e i fenomeni celesti, senza eccet tuarne finanche i tuoni e i fulmini; e secondo alcuni rappresentava questi movimenti secondo il sistema Copernicano. Le quali cose, se sono vere, come possono essere, attese le altre grandi opere di quest'uomo, e massiinamente perchè egli si compiacque assai di questo lavoro e di lui solo volle lasciar memoria alla posterità con un libro intitolato Spheropeia, che si è poi smarrito, pos siamo raccogliere con nuovo argomento, se altri pur ne mancassero, che nelle scienze più utili l'an tichità davvero ne sapea almen quanto noi(4 ). Mol. te edizioni furono promulgate delle opere di Archi mede, e illustri uomini o in tutto o in parte le ador narono con somma diligenza, fra i quali si distin sero assai Borelli, Wallis, Barow, Tacquet e Torricelli. Oltre le pubblicate vi è memoria di al tre scritture di Archimede, che si dicono ascose in qualche biblioteca, come della Frazione del cir colo, della Prospettiva e degli Elementi di Mate matica; o perdute affatto, come de' Numeri, della Meccanica, degli Specchi comburenti, della Nave [Ovidio Fast.; Claudiano Epigr.; Cicerone De Nat. Deor.; Tusc.; Sesto Empirico con. Math.; Lattanzio; Franc. Giunio Cath.'Archit. mechan. ec. Cardano, Vos. sio, Kircker; Mazzucchelli; Cardano De Subtilitate; Pappo; Fabrizio Bibl. Graec.; Mazzucchelli] di Gerone, della Archiettura, degli Elementi Co nici, delle Osservazioni celesti. E nel proposito di questa ultima opera è bene ricordarci che Ma crobio accenna certo metodo con cui Archimede pensò di avere misurate le distanze della terra dai pianeti e dalle stelle, e di queste di quelli fra loro. Ma qual fosse quel metodo non è scritto, che sa rebbe molto grato a sapersi. — In questa breve, ma non iscorretta nè vana immagine degli studj di Ar chimede noi vediam un uom serio, che non dise gna sistemi sul vuoto e non fa calcoli inutili, e non va sempre oltre senza saper dove vada; ma che studia le forze e gli effetti della natura, e trascura l'ignoto e si ferma sul certo, e di questo usa per utilità de' suoi cittadini e per accrescimento della pubblica felicità. Invitiamo a rallegrarsi quei filo sofi e quei matematici che somiglian questo grande esemplare. E preghiamo a correggersi quegli altri che pensano sempre e non operan mai, e mentre divagano per sentieri che non riescono a fine al cuno, e mentre ostentano linguaggi che il più de gli uomini e talvolta essi medesimi non intendono, non sanno poi levare un peso di alquante libbre,o tenere un po' d'acqua disordinata senza impoverir le famiglie e le città, e senza amplificare i mali con la perversità de' rimedj. Dopo la battaglia di Azzio C. Cesare Ottaviano Augusto divenuto re senza prenderne il nome, chiuse [Fu stamprlo un libro da Giovanni Gogava degli Specchi Ustorj, da lui tradotto dall'arabo, e un altro intitolato Lemma ta; ma non sono estimati degni di Archimede. - Montucla e Mazzucchelli II. cc. il tempio di Giano e arò la pace e le lettere. La sua età ebbe ed ha tuttavia la lode del più collo e più letterato tempo di Roma; al qual vanto io so certo che Lucullo e Attico e Cicerone repugnerebbono, e non so come non repugniamo noi stessi. Impe rocchè gli è ben vero chenon solamente Roma era già assuefatta alla filosofia e non potea divezzarsi così d'improvviso, e che Augusto anch'egli secondo la consuetudine romana fu amico de filosofi ed en trò vincitore in Alessandria tenendo per la mano il filosofo Areo, per cui amore non distrusse quella città, e poi ebbe assai caro Atenodoro di Tarso e lo ascolid attentamente, e quindi avvenne che la filosofia seguì a coltivarsi nella nuova' dominazione, e per costume e per desiderio di applauso e per cortigianeria fiorirono a quei di molti uomini sapienti: tutta volta io non so vedere in quella età i gran simulacri che si videro nel fine della repub blica, e vedo anzi che come tutti i costumi ro mani, così anche la filosofia piegò a mollezza, e quindii poeti assunser la toga filosofica e otten nero gli applausi maggiori, a tal che la istoria let teraria della età di Augusto sarebbe assai tenue senza questi poeti, de' quali adunque sarà mestieri scrivere in primo e quasiin unico luogo. Publio Virgilio Marone, nato nel contado man tovano, con estraordinario ingegno poetico studiò di piacere ad Augusto e a Roma; e conoscendo che a riuscire nel suo desiderio era mestieri condire le sue poesie con dottrine filosofiche, così fece, e salì alla gloria di Bucolico e di Georgico eguale ai Greci, e di Epico secondo alcuni riguardi mag giore di Omero, e quello che è ora nel nostro Svetonio in Augusto et Claudio. Plutarco in Antonio. Seneca Cons. ad Helviam. Luciano in Macrob. Zosimo; Baillet Jug. des Scayans, des Poét. Lat. proposito,di poeta filosofo. Mainvestigandosi poi di quale filosofia si dilettasse, insorser varie sen tenze. Alcuni lodissero Epicureo, perchè ascolto Si rone maestro di quella scuola, e perchè un tratto racconto che l'orto Cecropio spirante aure soavi di fiorente sapienza lo cingea con la verde ombra; e altrove condusse Sileno briaco a cantare come nel gran vuoto si adunassero i semi delle terre, dell'aria, del mare e del fuoco; e in altri versi nomninò felice colui che potè conoscere le cagioni delle cose, e calpestò tutti i timori e il Fato ine sorabile e lo strepito dellavaro Acheronte: nelle quali parole l'Epicureismo parve evidente ad al cuni; mentre ad altri l'orto Cecropio e il peda gogo di Bacco e i semi nel vuoto parvero equivoci e scherzi di poesia, e il Fato e l'Acheronte calpe stati e comuni ad altre filosofie non sembrarono argomenti di Epicureismo; massimamente perchè nello stesso tenore di canto il poeta disse anche felice colui che conosce gl’iddii agresti Pane e il vecchio Silvano e le Ninfe sorelle (4), che di vero non erano cose epicuree. Per queste difficoltà fu soggiunto che Virgilio potea esser Platonico là dove insegnò il compimentodella età vaticinata dalla Si billa Cumana, e il grande ordine de' secoli, e i mesi dell'anno grande di Platone, e il ritorno di Astrea e di Saturno e degli aurei giorni; il quale mescolainento io non credo certo che Platone po tesse mai riconoscer per suo. Si abbandonò adun [Virgilio Ceiris. Servio in Ecl. VI. P. Gassendo De vita Epicuri; Fabrizio, Bibl. Lat.; Virgilio Ecl.; Georgic.; Georg.; Ecl.; Servio in h. I.; Paganino Gaudenzio De Phil. Rom.; Brucker De Phil. sub Imp..] que questo pensiere, e fu estimato che Virgilio era stoico, perchè narrò che vedute le ingegnose opere delle api, alcuni aveano detto esservi parte della mente divina in esse, e Dio scorrere per tutte le terre e per li tratti del mare è per lo cielo pro fondo, e dar vita a tutti i nascenti, e tutti a lui ritornare e risolversi in lui, e non esser luogo d morte, e tutti vivere nel numero delle stelle e nel l'alto cielo. Ma se Virgilio ci narra che altri di ceano queste sentenze, non le dicea dunque egli stesso. Anche nel sesto libro della Eneide, che è il più magnifico e più profondo di tutto il poema, Virgilio conduce Anchise a filosofare della origine e natura del mondo e degli uomini; e questa tro jana filosofia senzamolti discernimenti fu messa a conto del poeta. Uno spirito dice il Trojano, in ternamente alimenta il cielo, le terre, i mari e la luna e le stelle, e una mente infusa per le mem bra agita tutta la mole, e al gran corpo si mesce. Quindi scaturiscon tutti i viventi, in cui è ignea forza e origine celeste, per quanto i nocenti corpi non li ritardano, e le terrene e mortali membra non gli affievoliscono; onde avviene che desiderano e temono e godono e si dolgono, e non mirano al l'alto, chiusi datenebre e in carcere oscuro. Dopo la morte soffrono i supplicj degli antichi peccati: indi son ricevuti nell'ampio Eliso,finchè per lungo tempo si tolgan le macchie, e ritorni puro l'etereo senso e il fuoco del semplice spirito. Compiuto il giro di mille anni, un İddio convocava gli animi in grandeschiera al fiume Leteo, perchè dimen tiche rivedano il cielo, e comincino a desiderare i ritornamenti ne' corpi. Così parld Anchise, e [Georg.; Æneid.] Virgilio fu accusato di Ateismo stoico da uomini cheinsegnando sempre a non precipitare i giudi zj, li precipitarono essi medesimimolto più spesso che non può credersi. Ma primieramente l'A teismo stoico è una falsa supposizione, siccome ab biarno veduto in suo luogo; e poi le parole spirito e mente she è infusa e che alimenta le cose, e il foco e l'etereo senso sebben possano avere sentenza stoica, la possono anche avere di altre scuole che fecero uso di simili formule. Inoltre quelle parole sono miste agli Elisi e al fiume della Oblivione, e al millesimo Anno, e all'Iddio evocatore degli animi smemorati, ma immortali a rigore; le quali giunte non sono stoiche per niente. E in fine siccome Vir gilio apertamente ammonì, le antecedenti parole della Georgica, che parvero stoiche, essere dial tri; così dovrà dirsi in queste della Eneide, quando egli ancora non lo dicesse. Ma disse pure che eran di Anchise, il quale qualunque uomo si fosse, e fosse ancora una favola, certamente non era Virgilio. Dopo queste considerazioni, io molto mi sdegno che uo mini non vulgari citino tutto giorno questidue passi come una tessera dell'Ateismo stoico e dello Spi nozismo, e mi sdegno ancor più che si producano come un argomento della empietà di Virgilio. Non essendo adunque plausibile questa attribuzione, fu immaginato da altri che Virgilio amasse il Pitago rismo, e da altri, che molto sanamente sentisse delle cose divine; il che io non saprei come potesse provarsi. Ma un autor celebre prese a mostrare che lo scopo di quell' incomparabile sesto libro della R. Simon Bibl. crit. P. Bayle Cont. des Pensécs sur les Co mètes. G.G. Leibnitz Théodicée disc. prél. G. Gundling. Gun dliogiaol  Brucker; Lattanzio; Cudwort System. intell.; Eneide è la dipintura simbolica del sistema de misterj Eleusini e della unità di Dio, e de' premj e delle pene nella vita avvenire. A persuaderci di questo nuovo pensamento il valente autore con molto studiati riscontri d'antichità e con bell'appa rato di dottrine incomincia ad insegnarci che la Eneide non è già una favola inutile da raccontarsi ai fanciulli o da rappresentarsi agli oziosi nelle lun ghe sere d'inverno, ma è un sistema di politica e di morale e di legislazione, per cui si vuol dilet tarc e istruire Augusto che è l'Enea e l'eroe del poema, e insieme tutto il mondo romano, e anche il genere umano intero. Per la qual cosa il poeta assumendo il carattere di maestro in Etica e di le gislatore, usa i vaticini e i prodigi per contestazione della Provvidenza, e introduce ilsuo eroe intento ai sacrifici e agli altari e portatore degl' Iddii nel Lazio, e pieno di tanta religione, che a taluno, cui piaceva di averne meno, sembrò che Enea fosse più idoneo a fondareunmonastero,che un regno.  L'amicizia, l'umanità e le altre virtù sociali entrano nel sistema di legislazione, e la Eneide n'è piena. Vi entrano ancora i premj e le pene dopo la morte, e il poeta ne fa amplissime narrazioni. Orfeo, Er cole,Teseo celebri legislatori furono iniziati nei mi steri, e le loro iniziazioni si espressero simbolica mente con le discese loro all'inferno. Cosi Enea le gislatore del Lazio si fa discendere all' inferno per significare la sua iniziazione negli arcani Eleusini, ne' quali è noto che Augusto ancora era iniziato. E veramente è grande la similitudine Ira le ceri monie eleusine ei riti della discesa di Enea all in ferno. Il Mistagogo o Gerofanta, ora maschio, ora Warburlou Diss. de l'Initiation aux mystères; Euremond presso il Warburton. femmina, era il condottiere de proseliti, e la Si billa è la guida di Enea. Proserpina era la Deità de' misterj, ed è la reina dell' inferno Virgiliano; negl'iniziati si volea l'entusiasmo, e in Enea lo vuol la Sibilla. Nel ramo d'oro sono figurati i rami di mirto dorati, che gl'iniziati portavano e di cui si tessevan corone. L antro, l'oscurità, le visioni, i mostri, gli ululati, le formole Procul esto, profa ni, si trovan comuni ai misterj e alla Eneide, come sono ancora comuni il Purgatorio, il Tartaro e gli Elisi e le esecrazioni contro gli uccisori di sè me desimi, contro gli Atei e contro altri malvagi. Di cendo queste ineffabili cose, Virgilio domandaprima la permission degl' Iddii: E voi, egli dice, Numi dominatori degli animi, e voi tacite Ombre,e tu Caos, e tu Flegetonte, luoghi ampiamente taciturni per tenebre, concedete ch'io parli le cose ascoltate, e col favor vostro divulghigli arcani sommersi sotto la profonda terra e la caliginc Questa preghiera dovea ben farsi da chi sapea gli spaventosi divieti che gl'iniziati sofferivano di non divulgar mai la tremenda religion dell'arcano. Da quesli, che erano i piccioli misterj, passa Virgilio ai grandi significati nella beatitudine degli Elisi. Enea si lava con pura acqua, che era il rito degl' iniziati, allorché dai piccioli erano elevati ai grandi misterj. Fatta la lu strazione, il pio Trojano e l'antica sacerdotessa pas sano ai luoghi dell'allegrezza, e alle amene ver dure dei boschi fortunati e alle sedi beate, ove i campi dal largoaere sono vestiti di purpureo lilme, e conoscono il loro sole e le loro stelle. I legisla tori, i buoni cittadini, i sacerdoti casti, gl’inven tori delle arti, e tutti que' prodi che ricordevoli di sè stessi fecero con le opere egregie che altri si ri Æncid.; cordasser di loro, quivi coronati di candida benda soggiornano. Queste immagini erano mostrate ne' grandi misteri, come qui negli Elisi. Adunque le pene e i premj della vita futura erano ! argo inento della istituzione Eleusinia e del sesto canto di Virgilio. Finalmente la confutazione del Poli teismo e la unità di Dio era figurata nello spirito interno alimentatore, e nella mente infusa alle mem bra di tutta la mole, di che i nostri pii metafisici agguzzaron tanti commenti. Così disse il dotto Inglese, a cui rendiamo onor grande per la erudi zione e per l'ingegno, e mediocre per la rigorosa verità. Ma comechè non consentiam seco in tutta la serie de' confronti, non sappiam discordare che in quel libro diVirgilio e in tutto il suo poema non sieno palesi gl'insegnamenti delle sociali virtù, de' premj e delle pene future, e talvolta non apparisca alcun indizio di sublime dottrina nel sommo argo mento dell' unica Divinità. Ora per la varietà di queste sentenze intorno alla filosofia di Virgilio, e perchè già sappiamo che i begli spiriti e gli ora tori di Roma nel torno di questa età trovavano as sai comoda quella filosofia, nella quale era usanza prendere da tutte le scuole il verisimile e l'accon cio alle opportunità, e non si metteano a colpa oggi essere Stoici e domane Epicurei, e talvolta l'uno e l'altro insieme nel medesimo giorno; perciò noi portiamo sentenza che ancora i poeti (lasciando stare quegli che strettamente cantarono alcuna par ticolare filosofia, come Lucrezio e forse Manilio ) usarono le mode istesse de' begli spiriti e degli ora tori; e servendo alla scena e al gusto dominante e al comodo, e volendo piacere al genio superficiale di Augusto e della sua corte, filosofarono alla gior [Encid.] nata e misero nei loro poémi quella filosofia che l'argomento e il diletto chiedeano, pronti a met terne: un'altra in bisogno diverso. Se noi vorremo domandare ai nostri poeti, come trattino la filoso fia nei loro componimenti, risponderanno che gli aspergono di Stoicismo quando parlano ai nostri Catoni, di Epicureismo quando lusingano i dame rini e le fanciulle, di Platonismo quando adulano le pinzochere, senza però giurare nelle parole di quelle scuole, anzi senza aver mai conosciuto a fondo i loro sistemi. A tale guisa io ho per fermo che poetasse Virgilio, e gli altri poeti della età di Angusto. Questo genere d' uomini fu sempre uso a fingere molto e a dir quello che accomoda e piace, piuttosto che quello che sentono. Quanto alla mo rale di Virgilio, tuttochè sia stata da alcuni solle vata a grandi altezze, e sia veramente superiore assai alle dissolutezze degli altri poeti di quella età, si vede in essa talvolta questo genio di scena e di comodo poetico e di pubblico diletto. Non dispia ceano a Roma le vittime umane; piaceano assai gli amori, e sommamente le conquiste e il sangue de' nemici. Quindi egli conduce il suo eroe, chedicono essere il maestro della morale virgiliana, ad inmo lare i prigionieri, a sedurre e tradire Didone, ad uccider Turno supplichevole, a turbare e conqui star le altrui terre; e allorchè prese a lodare M. Clau dio Marcello figlio di Ottavia sorella di Augusto, tutta quella amplissima laudazione che fece pian gere il zio e svenire la madre e che arricchì il poe ta, si rivolse finalmente nella cavalleresca e guer riera virtù a cui non so se la filosofia non af [Lodovico Tommasini Méthode d'étudier chrétiennem. les Poéles. R. le Bossu Du Poéme Épique; Du Hainel Diss. sur les Poésies de Brebeuf.Jacopo Peletier Ari Puélique V. A. Baillet Jug. des Savans. Des Poétes Lalios.] fatto cortigiana vorrà senza molte restrizioni con cedere questo bel nome.Si potrebbono amplificar molto le querele filosofiche; ma in tanta copia di ornamenti e di lodi è giusto usar moderazione ue? biasimi. ORAZIO, amico intimo e am miratore di Virgilio, fu non meno di lui ornamento sommo della età di Augusto. Parve che questi due incomparabili ingegni dividesser fra loro il regno poetico, e fedelmente si contenessero nei limiti sta biliti, e l'uno non entrasse mai nella provincia del l'altro. Orazio adunque ceduta la poesia bucolica, georgica ed epica a Virgilio, assunse la satirica, la epistolare e la lirica; e cosi' i due amici potendo essere sommi in tutti questi generi, amarono me glio esserlo in generi diversi senza emulazione e senza invidia. Questi, che posson dirsi i Duumviri della poesia latina, ebbero, siccome in parte si è veduto, campi amplissimni ove seminare le filosofi che doltrine. Ma Orazio, per lo genio spezialmente della satira e della epistola, gli ebbe anche mag giori, ed egli usò di questo comodo assai diligen temente per piacere ad Augusto, a Mecenate e a sè stesso, e alla età sua e alla seguente posterità. Dappriina educato nelle lettere romane, visitare Atene. Mi avvenne, egli dice, di essere nu drito a Roma, e quiviimparare quanto nocesse ai Greci l'ira –Achille. La buona Atene mi condusse ad arte migliore, e a discernere il diritto dal torto, e a cercare il vero nelle selve di Accademo. Ma i duri tempi mi rimosser dal dolce luogo, e il ca lore della guerra civile mi spinse a quelle arme che non furono eguali alle forze di Augusto. Umile par tü da Filippi con le penne recise e privo della casa volle poi Encicl. VI. furono ag e del fondo paterno: l'audace povertà mi strinse a far versi. E altrove non ha ribrezzo di raccon tare che nella sconfitta Filippica militando nelle parti diBruto, fuggi e gettò lo scudo (a). Così mal concio venne a Roma, e nato ad altro che a spar gere il sangue degli uomini e il suo, divenne poeta, ed ebbe parte non infima nell' amicizia di Mecenate e di Augusto, dai quali ottenne soccorsi alla sua povertà. Da queste avventure fu raccolto che Ora zio erudito nelle selve di Accademo era dunque Ac cademico. Ma questo sembrando poco, giunte quelle altre parole di Orazio: La sapienza è il principio e il fonte dello scrivere rettamente, e le carte socratiche possono dimostrarlo. Ove si vede l'amor suo grande alle dubitazioni di So crate, che forse somigliavano quelle di Arcesila e di Carneade. In una bellissima epistola a Mecenate, la quale è certo scritta nella vecchia età di Orazió o nella prossima alla vecchiaja, lo sciolgo per ten po, egli dice, il cavallo che invecchia, acciò non faccia rider le genti ansando e cadendo nella fine del corso. Depongo i versi e gli altri sollazzi. Le mie cure e le mie preghiere si rivolgono al vero e all onesto.Adunoe compongo dottrine per usarle in buon tempo. E perchè niun mi domandi a quale guida e a quale albergo miattenga, io, non istretto a giurare nelle parole di alcun maestro, vado ove mi menano i venti. Ora sono agile e m'immerso negli affari civili,ora custode e seguace rigido della vera virtù, ora furtivamente scorro ne' precetti di Aristippo, e le cose a me sottopongo, e non voglio io essere sottoposto alle cose. Ove non oscura [Orazio Epist.; Carm.; Ode; De Arte Poet.; Ep.] diente si vedono i pensamenti d' un uomo che pren de secondo le occasioni quello che più gli torna a piacere dalle sette diverse. Fu aggiunto ch'egli acre mente derise gli Stoici in più luoghi, il che era secondo il costume accademico; e che secondo il medesimo uso affermò e negò le istesse dottrine sen za eccezione delle più solenni, come la esistenza degl' Iddii, i prodigj, le cose del mondo avvenire, la provvidenza, il fine dell' uomo; donde non sola mente dedussero le idee accademiche di Orazio, ma ancora il suo pirronismo. A queste osservazioni se vorremo sopraggiungere il genio del secolo e il co. modo dell'Accadernia, e quel di più che abbiam detto della filosofia di Virgilio, non sembrerà in giusto consentire alle accademiche propensioni di Orazio; non mai perd ad un pirronismo esagerato, di cui non possiamo avere alcun fondamento; anzi lo avremo in opposito guardando a tante risolute sentenze sue, e all'abborrimento di tutti i più dotti Romani contro quella estremità; e non ha similitu dine di vero che un uom tanto destro ed elegante volesse esporsi al disprezzo di tutta Roma senza proposito alcuno. Ma comechè le cose ragionate fin qui sembrino bene congiunte a verità, alcuni pur sono che vorrebbono Orazio epicureo. Raccolse le altrui ragioni e aggiunse le sue per convincerlo di Epicureismo teoretico e pratico Francesco Al garotti in un suo Saggio della vita di quel poeta. Insegna egli adunque che molti sono i luoghi epi curei ne' versi di Orazio, perciocchè scrisse in una sua satira di certo strano prodigio che potea ben crederlo un Giudeo circonciso, non egli, perchè avea [Satyr.; Gassendo De Vita Epicuri; Fabrizio Bibl. Lat. ; Reimanuo Hist. Alh.; Stollio Hist. Pbil. mor. Geni. J. Brucker] porco del apparato che gl' Iddii menan giorni sicuri e non mandan gid essi dall'alto tetto del cielo le meravi. glie della natura. E in una epistola a Tibullo: Come tu vorrai ridere, guarila me pingue e nitido gregge epicurco. Ma se queste ed al tre parole epicuree vagliono a fare Orazio epicu reo, varranno adunque le stoiche, le peripatetiche, le socratiche, le platoniche, lequali sono pur molte ne' suoi versi, a renderlo scolare di quegli uomini; e queste varietà non potendo comporsi in uno senza che egli fosse Accademico, o se vogliamo Eclettico a buona maniera, adunque io non so altro dedurre salvochè quello che dianzi abbiamo riputato simile al vero. Oltre a questo abbiam poi una molto so lenne abiurazione dell'Epicureismo in una sua ode, che è di questa sentenza: Già scarso e rado ado rator degl' Iddii, erudito in sapienza insana errai; ora mi è forza ritornare indietro. Vedo Iddio che gli umili cangia coi sommi, e attenua il grande, e mette a luce l'oscuro, e gode toglier l'altezza di colà e qui collocarla. E abbiano ancora un an tiepicureismo in quelle sue magnifiche parole: lo non morrò intero, e la massima parte di me evi terà la morte. La maggior forza però è, siegue a dire il valente Algarotti, che si vede la conformità grande tra i precetti di Épicuro e le massime e le pratiche di Orazio. L'uno e l'altro predicarono che de' pubblici affari non dee inframmettersi il sapien te, che ha da abborrire le laidezze dei Cinici, efug. gire la povertà e lasciare con qualche opera din gegno memoria dopo sè, e non farmostra delle cose suc, e dover essere amatore della campagna, e non [Satyr.; Epist.; Od.; Od.] tenere uguali le peccata, e amare la filosofia, e non temere la morte e non darsi pensiere della sepol tura. Ma, secondochè io estimo, questa forma di argomentazione è cosi burlevole, come sarebbe quell altra, che Orazio fosse epicureo perchè avea il naso e gli occhi come avea Epicuro; senza dir poi che questo discorso medesimo potrebbe abu sarsi per intrudere Orazio in qualunque scuola; per chè nel vero molti altri maestri erano in Grecia e fuori, che insegnavano doversi fuggire i pubblici affari e le lordure ciniche e la povertà, e amare la campagna e il piacere e la utilità, e non brigarsi della morte e del sepolcro. Adunque non pud es ser provato che Orazio fosse epicureo, perchè disse molte parole o usate dagli Epicurei insieme con al tri, o anche rigorosamente epicuree, nella guisa che non può provarsi che fosse stoico o peripatetico, perchè disse molte sentenze prese dal Peripato é dal Portico; e ritorna quello che di sopra fu detto, questa indifferenza per tutte le scuole e quest'uso appunto di ogni placito che torni a comodo, pro vare solamente la filosofia accademica di Orazio. Trar poi le frasi oscene ei costumi dissoluti di Ora zio a prova di Epicureismo, con pace di chiunque io dico che questa diduzione non è consentanea al vero sistema epicureo, nè all'umano. Abbiam già veduto altrove che il legittimo orto epicureo non era quella terra immonda che alcuni si finsero, e possiamo veder facilmente che, riunpetto a molte oscenità sentenziose di Orazio, moltissime parole sue sono gravi, austere e diritte per narrazione dei contraddittori medesimi. E vediamo tutto dì che [Laerzio in Epicuro. Orazio Epist.; Satyr.; Od.; ALGAROTTI, Saggio sopra ORAZIO; Blondel Comp. de Pindare et d'Horace; Tominasini, Mélode d'étudier ec. A. Baillet] se la depravazione delle parole e de' costumi fosse argomento di Epicureismo, oggimai sarebbe epicu. rea tutta la terra. Stabiliamo per compimento di questo esame, che se vorremo da tutti gli scherzi canori de' poeti raccogliere inconsideratamente i si stemi e le vite loro, comporremo piuttosto poemi che istorie. Spargiamo dunque fiori, non spine, so pra il sepolcro del più filosofo di tutti i poeti. P. Ovidio Nasone Sulmonese fiori alquanti anni dopo Orazio, nella età anch' egli di Augusto; al quale comunquepotesse piacere per la fecondità e per la vivezza, dispiacque per la lascivia de' versi, o piuttosto, siccome alcuni pensarono e come Ovi dio medesimo disse, per aver veduto imprudente mente una certa colpa che volle tacere, e si para gond ad Atteone che fu preda a' suoi cani, percioc chè vide senza pensarvi Diana ignuda; e questa Diana parve a taluno Giulia sorpresa nelle brac cia di Augusto suo padre, e altri indovinarono altri arcani di oscenità. Ma è molto più giusto ta cere ove tacque Ovidio medesimo, tuttochè punito ed esigliato alle rive dell'Eusino fosse pienissimo d'i ra, che fa parlare pur tanto la generazione irrita bile de' poeti. Questo ingegno, nato per la poesia, amoreggio, e pianse in versi, e fu antiquario, e se gretario degli eroi e delle eroine anche in versi, e disse le mutazioni delleforme in nuovi corpi dalla origine del mondo fino a' suoi tempi; e sempre in versi, perchè s'egli prendea a scriver prose, usci vano versi spontanei suo malgrado. Nel molto nu mero de' suoi poemi il più reputato per serietà e per certo condimento filosofico è quello che ha per titolo le Metamorfosi; delle quali benchè sia stato [Ovidio De Ponto; Tristium; Bayle art. Ovide, B, K. detto che sentono la decadenza della buona Lati nità e preparano il mal gusto che poi sopravven ne, e mostrano il fasto giovanile, noi pensiamo di poter dire che sono certamente menogiovenili delle altre poesie di Ovidio, e ch' egli medesimo, il qualepotea giudicarne quanto i nostri critici dili cati, le tenne in gran conto, e poichè l' ebbe com piute, Io, disse, ho tratta a fine un'opera che nè l'ira di Giove, nè il fuoco, nè il ferro, nè la vo race vecchiaja potrà abolire. Quel giorno che sul corpo solamente ha diritto, metta amorte quando vorrà lo spazio diquesta vita incerta. Con la parte migliore di me volerò sopra le stelle, e il nome no stro sarà indelebile. Dovunque la romanapotenza nelle terre vinte si estende, sarò letto dalla bocca del popolo; e se niente hanno di vero i presagi de' vati, viverò per fama nella eternità de' secoli (2). Senza involgerci ora nell' esame delle virtù poeti che diquesto componimento, o epico o ciclico ch'ei voglia dirsi, o di una azione o di mille, o contra rio ad Omero e ad Aristotele, o favorevole ai poe tici libertinaggi, di che gli scrittori dell'arte sapran no disputare;noi diremo piuttosto della meraviglia grande che questo poema eccitò con le narrazioni di tanti mutamenti di forme, i quali non si seppe mai bene che cosa significassero. Chi dicesse che questi sono delirj d'un poeta infermo per febbre, direbbe forse lo scioglimento più facile della qui stione, ma non il più verisimile, nè il più cortese alla fama e all'ingegno di Ovidio. Onde vi ebbe chi disse, sotto quelle metamorfosi ascondersi la serie Jelle mutazioni della nostra terra, e un certo siste ma di storia naturale; il che parendo poco ido [Baillel; Metamorph.; Stooekio Act. Erud.; Fabrizio Bibl. Lat. neo a spiegare tutte quelle favole, fu soggiunto che le idee di Pitagora, di Empedocle e di Eraclito e la mitologia e la opinione corrente a quel tempo sono le chiavi di quello enimma. Il perspicace Warburton immagindche le metamorfosi sorgono dalla metempsicosi; e che siccome questa è la condotta della Provvidenza dopo la morte, così quelle lo sono per lo corso della vita: e in fatti Ovidio dapprima espone le metamorfosi come castighi della scelle raggine, e poi introduce nell'ultimo libro Pitagora ad insegnare ampiamente la metempsicosi. Que sto è il più ragionevole aspetto che possa prestarsi a quel poema; e se per molte gravi difficoltà non è forse affatto vero, meriterebbe di essere per la bellezza del pensiere e per onore del nostro poe ta. Già altrove abbiamo parlato con qualche dili genza della famosa cosmogonia e teogonia di Ovi dio, e della diversità sua dagli altri sistemi de' poeti greci, e del Dio anteriore al Caos e agl'Iddii sub alterni, il quale è Uno e Anonimo nella descri zione Ovidiana. Diciamo ora alcuna cosa del l'accennato luogo delle Metamorfosi ove Pitagora è introdotto ad insegnare il suo sistema della me tempsicosi, accompagnato coi pensieri di Eraclito e di Empedocle; imperocchè ivi è scritto che gli uomini attoniti per la paura della morte temono Stige e le tenebre, ei nomi vani e gli argomenti de' poeti, e i falsi pericoli del mondo: che le anime non muojono, ma lasciando la prima sede vivono e alloggiano in nuove case: che tutto si muta, niente finisce: che lo spirito erra, e di colà viene qui, e di qui altrove, e occupa tutte le membra, e dalle fiere trascorre ne' corpi umani, e da questi in quel [Warburton Diss.; Metamorp.di questa Istoria. le, e non si estingue in tempo veruno: che niente è fermo in tutto il giro, e ogni cosa scorre a so miglianza di fiume, e ogni vagabonda immagine si forma. Chiunque vorrà legger tutta intera que sta prolissa narrazione, potrà conoscere che qui ve ramente parla Pitagora; ma poi tanto vi parla an cora Empedocle ed Eraclito, e tanto Ovidio me desimo, che finalmente non s'intende chi parli. A dunque il nostro poeta non puddirsi professore di niuna di queste sette, e pare molto più giusto pen sare ch'egli o era Accademico, o niente. La serie di questi poeti e il genio di Augusto e del secolo appresentano un sistema quasi generale di filosofia accademica, e perciò non si può ameno di ripren dere la franchezza del Deslandes e di altri, che senza pensare più oltre affasciano insieme Augusto, Me cenate, Agrippa, Virgilio, Orazio, Ovidio, Tibul lo, Properzio, Livio, e tutti gli altri grandi uomini di quella età, e li dicono Epicurei. Si vorrebbe separare da questa general regola M. Manilio, il quale intitold ad Augusto un poema delle Cose Astronomiche, e si mostro contrario agli Epi. curei e favorevole agli Stoici; e, Chi vorrà credere, disse, che il mondo e tante moli di opere sieno pro dotte da corpuscoli minimi e da cieco concorso? Una natura potente per tacito animo e un Iddio è infuso nel cielo, nella terra e nel muré, e go verna la gran mole, e il mondo vive per movimento d'una ragione, e lo Spirito Uno abita tutte le par ti, e inaffia l’orbita intera, la quale si volge per Nume divino, ed è Iddio, e non siadunò per magisterio di fortuna. Per queste e per altre parole [Metamorp. Deslandes Hist. cril. de la Philos. Gassendo. Manilio Astronom.] di Manilio fu immaginato ch'egli non era accademico, ma del Portico e panteista e precursore dello Spinoza. No irichiamiamo a memoria le cose dette qui degli altri poeti del tempo d’Ottaviano, e più innanzi del Portico, e affermiamo che un verso o due che involti in dubbi e in equivoci possono sen tir forse un poco del Portico, non fanno uno perfetto del Portico, e quando pur lo facessero, uno del Portico non è un panteista nè uno Spinoziano. Se le ingiurie de' secoli, che dispersero tanta parte della storia di Livio non avessero affatto distrutti i suoi dialoghi istorici insieme e filosofici, e i suoi libri in cui scrive espressamente della filosofia, io credo che noi potremmo conoscere la filosofia della età d’OTTAVIANO molto più chiaramente che per tutte le immagini poetiche, e inoltre potremmo vedere a quale sistema si attene Ottaviano stesso. Ma non rimanendo altro di lui che parte della sua storia, i curiosi ingegni hanno voluto raccoglier da essa un qualche assaggio della sua filosofia; e alcuni lo hanno dileggiato come un superstizioso narrator di miracoli assurdi e un uom credulo e popolare. Ma per le clausole filosofiche apposte a molte narra zioni di prodigi, e per la fede istorica onde ri putò necessario raccontare le pubbliche opinioni e i casi scritti negli annali e nelle memorie antiche, fu molto bene difeso. Toland, vaneggiando di volerlo difendere assai meglio, lo grava della maggior villania; perocchè lo fa tanto poco superstizioso, che lo trasforma in ateo, e poi lo com [Collin De la liberté de penser; Toland Orig. Ju daic; Mosemio ad Cudwort System. int.; Brucker ; Seneca, Ep.; Fabrizio Bibl. Lat.; Lipiec Gxva] mendo come uomo di buon senno e di esquisito giudizio, e come un saggio filosofo e un ingegno elevato. Queste arditezze furono confutate ampiamente. E noi lasciando pure da parte molte altre sentenze di Livio, lo confuteremo con una sola, ove di certi tempi romani disse. Non ancora era venuta la negligenza del divino, che ora tiene il nostro secolo, nè ognuno a forza ďinterpretazioni si forma como di giuramenti e leggi, ma piut tosto ai giuramenti e alle leggi si accomodavano i costume. Queste parole non sono del catechismo degli’atei. Agatopisto Cromaziano, di Buonafede. Appiano Buonafede. Tito Benvenuto Buonafede. Keywords: storiografia filosofica, criteria – storia neutrale della filosofia – il primo filosofo romano – in lingua latina – previo all’ambasciata di Carneade – the patronizing tone of classicist Johnson Murford. Each man is the architect of his own fortunes – Appio -- -- filosofia antica, filosofia romana antica. Filosofo: addito a reflessioni generali sulla vita. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Buonafede” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Buonamici: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- you scratch my back -- etymologia di muovere --  corpi in movimento – scuola di Firenze – filosofia fiorentina – filosofia toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Firenze). Filosofo fiorentino. Filosofo toscano. Filosofo italiano. Firenze, Toscana. Grice: There are many Buonamici (including GALILEO), so you have to be careful – this one is a genius – he taught at Pisa, in the M. A. programme, both Aristotle’s Poetics – imitazione, il tragico, -- and his ‘motus’ – Galileo happened to be his tutee, and the rest is the leaning tower!” Frequenta lo Studio di Firenze, dove segue il corso del l'umanista Vettori (si conservano alcune lettere scambiate tra i due). Filosofo naturale e latinista, si ispira molto agli antichi testi che commenta (Aristotele, Nicomaco…). Tutore di Galilei a Pisa. Altre opere: “De Motu libri X, quibus generalia naturalis philosophiae principia summo studio collecta continentur, necnon universae quaestiones ad libros de physico auditu, de caelo, de ortu et interitu pertinentes explicantur, multa item Aristotelis loca explanantur et Graecorum, Averrois, aliorumque doctorum sententiae ad theses peripateticas diriguntur, apud Sermartellium (Firenze); Discorsi poetici nella accademia fiorentina in difesa d'Aristotile. Appresso Giorgio Marescotti (Firenze); “De Alimento, Sermartellium juniorem” (Firenze). Galilei, De motu antiquiora” “Quaestiones de motu elementorum”.  Gentiluomo Fiorentino, e Medico, Lettore di Filosofia con gran concorso di Scolari nell'Università di Pifa. In detta Università avendo Giulio de' Libri altro Profesfore tacciato il Buonamici, come quello che citaffe testi falfi, questi una mentita gli diede; ed effendo state gettate da alcuno in fua scuola certe cor na, il Buonamici così diffe: Si vede che costui debbe avere in tafa grande a b éondanza di questa mercanzia, poichè ne porta qua. Egli v insegnò quaranta tre anni » e letto aveva due volte tutto AQUINO (si veda), e in ultimo gli erano pagate quattrocento feffanta piastre di provvisione. Il buon gusto nelle belle Lettere congiunse allo studio delle facoltà più gravi; è Accademico Fiorentino; e godette della stima de Granduchi di Toscana, da quali, ficco me egli stesso afferma, findagiovinettofunodritoeornatodigradiono revoli. Morì ad Orticaja vicino a Dicomano, ove, ficcome anche alle Pancole, aveva un Podere; e lasciò tutto il fuo ad uno Speziale. Fu recitatada Attilio Corfiinquella Pieveful Cadavereun’Orazionfunera Вbble, Poccianti, Catal. Script. Florentin. Salvini, Fasti, Buonamici, Dife. orf. Poetici,Discorso. annoverò fra i principali Peripatetici di quello Studio. Salvini, Fasti Poccianti, loc. cit. di Firenze Ove Bianchini, Ragionamenti intorno a' Granduchi,   le, e a’ 27. di Maggio nell' Accademia Fiorentina altra Orazione funerale venne recitata da Tommafo Palmerini. Di lui hanno parlato con lode diverfi Scrittori citati dall'Autore delle N o tizie Letter. ed Istoriche dell'Accademia Fiorentina, e dal P. Negri, il qual ultimo noi fiam di parere che sbaglj, ove fra gli autori che hanno parlato di B. registra anche il Crescimbeni, il quale non di questo, m a di B. di Prato ha parlato, ficcome nell' articolo diquest'ultimo diremo. Il nostro Francesco scrive diverfe Opere, lequali, febbene da alcuni fieno d'ofcurità tacciate, fanno conofcere il fuo fape re, la fua fingolare dottrina, e la sua cognizione anche della Lingua Greca. Eccone il Catalogo: - I. Francifci Bonamici Florentini e primo loco Philosophiam ordinariam in almo Gymnasio Pifano profitentis De Motu Libri X. quibus generalia naturalis Philoso phie principia fummo studio collećfa continentur - Nec non universe Questiones ad Libros de Physico Auditu, de Cælo, de Ortu és Interitu pertinentes, explican tur. Multa item Aristotelis loca explanantur, či Græcorum Averrois, aliorumque Dostorum Fententie ad Thefes peripateticas diriguntur ec. Florentiæ apud Bartho lomeum sermartellium infogl.Fu affailodatoilmetodo diquest' Opera, di cui il Piccolomini era uno de' principali ammiratori. II. Discorsi Poetici detti nell'Accademia Fiorentina in difesa d'Aristotile. In Firenze per Giorgio Marescotti,  con Dedicatoria a Baccio Valori fegnata dalle Pancole. In questi Discorsi, che sono VIII. risponde alle oppofizioni fatte dal Castelvetro ad Aristotile. De alimentis ubi multe Medicorum Tententie delibantur, ở cum Aristotele conferuntur. Complura etiam Problemata in eodem argumento notantur, ở quibusdam exGræca Leếtionepriftinusnitor restituitur.Venetiis, Florentie apud Bartholomeum Fermartellium Juniorem in 4. IV. Una sua Lezione fatta sopra ilSonetto del Petrarca, che incomincia: Quando 'l Pianeta che diffingue l'ore, - nell’Accademia Fiorentina sotto il Consolato di Tommaso d el Nero a fi conserva a penna in Firenze nel Cod.  della Libre ria Strozziana. V. Lećiiones super I. és 11. Meteororum. Queste Lezioni fopra l’argomento delle meteore (cui affermava il medefimo B., per testimonianza di Monfig. Sommai, d' aver per difficilistimo, rispetto alla difesa d' Aristotile che giudicava effere stato mirabile nelle cofe che appariscono al fenfo »,ma nell’altre affai ambiguo) efiftevano a penna in Firenze nella Libreria de Si gnori Gaddi fra Codici mís, paffati, per compera fattane da Francesco I.I m eradore felicemente regnante, e Granduca di Toscana, nella Laurenziana al Cod. 8o5. num. Valori scrive che lascia delle fue fatiche fopra la Metafifi ca, ed altro, la quale Metafifica poffeduta da diverfi, ebbe in Roma qualche difficoltà a stamparsi per alcune cofe Filosofiche stampate anche ne Libri De motu, ficcome afferma il suddetto Monfig. Sommai. Il Poccianti famen Z1OI) Così afferma Salvinine Fasti cit. acar. 355. stentia penna nel Tom. III.delle nostre Memorie MSS. Non foppiamo Pertanto con qual fondamento Negri acar.835.fia fferma che al Buonami comancava distin nell’ degli scrittori Fiorent. acar.188. aflerifcache zione, e chiarezza, e che diventasse fempre più oscuro, in detta Accademia fu Attilio Corficheinfuamortere- perchè pigliava le fue Lezioni, e le andava ritoccando, e cita l’Orazione funerale quando il Corfila recitò sulca ripulendo, e come egli intendeva, e presupponeva il mede davere nella Pieve, ove fu depositato. fimo degli altri, a poco a poco le ridase inintelligibili, A car. 214. febbene fette nel fondamento fempre faldoe le fue Lezio (1o) for. Degli Scrittori Fiorentini. Ol nianti che fono le migliori. tre gli Scrittori citati dal Negri parla con lode di lui anche Valori ne’ Termini di mezzo rilievo ec, a Caľ,  Si vegga Filippo Valori ne” Termini cit. a car. 7. In alcune Memorie scritte da mano di Monfig. Girola mo Sommaī, ed inferite nelle Schede Magliabechiane efi Catalog. della Libreria Capponi, Lipenio, Bibl. real. Medica, pag. i1.Salvini,Fafficit.pag zoz. in foglio volante. Loc. cit oservaz, fopra i Sigilli antichi Efistono presso di noi nel Tom. III. delle nostre - Memorie mfs. a car.  (zo) Descrizione della Provincia del Mugello B. zione de commentar. in Logica mở Ethicam lasciati dal nostro Autore; il Negri accenna un fuo Tractatus Logice esistente ms. nella Libreria del Palazzo Ducale de' Medici, il quale è indirizzato a Lelio Torello Giureconful to, e incomincia: Multa profećio, variaque_ec; e ilchiariffimo Sig. Domeni co Maria Manni fa ricordanza d'una Cronica fcritta a mano da Francesco Buonamici esistente nella Libreria Gaddi pure in Firenze. Dalle schede Magliabechiane comunicateci dal chiariffimo Sig. Canonico Bandini apprendiamo ch'era opinione che il Cavaliere Aquilani aveffe molti Scritti e Opere da stamparfi del nostro Autore. D a ciò che abbiamo fin qui detto ci fembra di poter afferire che il nostro Autore sia diverso da quel Dottor B. il quale ha il suo deposito nella Chiefa del Piviere di S. Babila detto anche S. Bavello e S. Bambello nella Provincia del Mugello in Toscana, il quale di tutta la sua eredità lascia che foffe fatto un fondo per mantenimento a Pisa di tre giovani parte di S. Gaudenzio, e parte di Dicomano con obbligo di addottorarfi, del quale fa menzione il Dott. Giuseppe Maria Brocchi, ma senzaaccennarefefia Scrittore d'Opera alcuna. V” è stato anche un B., di cui fi ha alle stampe un Elegia, ed un Epigramma in Lingua Latina per la nascita di Giacomo Augusto Lorenzo Ferdinando Maria figlio d'Amedeo del Pozzo ec. In Milano. Francesco Giuseppe Buonamici. Francesco Buonamici. Keywords: corpi in movimento, Aristotele, filosofia naturale, Galilei, razionalismo, aristotelismo pisano, de imitazione – aristotele – poetica – mimica – de motu – muggerbrydge --.  Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Buonamici” – The Swimming-Pool Library. Buonamici.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Buonsanti: l’implicatura conversazionale del vettore -- implicatura di ‘animale’ – ‘non umano’ --  scuola di Ferrandina – filosofia basilicatese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Ferrandina). Filosofo basilicatese. Filosofo italiano. Ferrandina, Matera, Basilicata. Grice: “I like Buonsanti; Strawson calls him a veterinarian, but I call him a philosopher,, for surely he is a philosophical zoologist – he philosoophised, like Aristotle did, on the comparative physiology and anatomy of ‘human’ and pre-human.!” Esponente di spicco della storia della medicina veterinaria italiana ed europea è stato una delle figure più rappresentative della Scuola veterinaria milanese.  Diresse l'Enciclopedia medica italiana edita da Vallardi e La Clinica veterinaria (di cui fu anche fondatore).  Altre opere: Dizionario dei termini antichi e moderni delle scienze mediche e veterinarie Manuale delle malattie delle articolazioni Trattato di tecnica e terapeutica chirurgica generale e speciale La medicina Veterinaria all'Estero, organizzazione dell'insegnamento e del servizio sanitario. Dizionario Biografico degli Italiani. Nicola Lanzillotti Buonsanti. Keywords: etimologia di ‘veterinario’ -- animale; filosofia e medicina nella Roma antica. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Buonsanti” – The Swimming-Pool Library. Buonsanti.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Buonsanto: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale pratica -- prammatica del discorso – scuola di San Vito dei Normanni – filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (San Vito dei Normanni). Filosofo italiano. San Vito dei Normanni, Brindisi, Puglia. Grice: “Buonsanto is a good one – I call him the Italian Wittgenstein; he talks of a reasoned grammar (grammatical ragionata) and not of rules but regoletta – and he like Austin speaks of the genius (il genio) del linguaggio – he speaks of a ‘philosophical approach’ to grammar – of ‘proposizioni’ and the rest – of etimologia, and sintassi, so he is into implicature!”  Filosofo pontaniano italiano. Nato nella cittadina salentina nell'allora via Vento (oggi via Cesare Battisti), qui compie i suoi primi studi classici. Fattosi domenicano, non ancora ventenne, entra nel convento dei Padri predicatori di San Vito dei Normanni, ove si dedica allo studio della filosofia scolastica.  Diventando educatore, si distingue per le sue idee innovatrici nei metodi didattici, diventando ben presto un vero luminare del pensiero pedagogico della cittadina. Diventa anche un attivo sostenitore del movimento repubblicano, e insieme al notaio Carella, porta dalla vicina Brindisi un albero di naviglio per piantarlo, in segno di libertà, nella piazza antistante il Castello. Le sue convinzioni, però, lo costringono a fuggire da San Vito ed egli ripiega prima a Ostuni e poi a Martina Franca, da cui raggiunge, da ultimo, il convento di San Domenico a Napoli, dove muore.  La città natale ha dedicato al suo nome una scuola media cittadina.  Dizionario Biografico degli Italiani. Altre opere: “Etica iconologica”; “Il sistema metrico”; “Geografia” “Storia del Regno di Napoli”; “Antologia Latina”; “Sistema d'istruire i giovanetti”. By planting the tree, Buonsanti meant that he wanted peace. Etica iconological: children learn by imitating: ‘sistema per educare i giovinetti” – If we are looking for a typical Latin root for acting (or not acting,a s in the prototype of the ‘lazy Latin lover’) we should search for the ‘agire’ root, that gives us action. Qua philosophers, we are interested in that branch of philosophy that deals with action. Which one is it? Cannot be ‘morals’ because ‘ethos’ or mos is costume, rather than action. Analytic philosophers speak of ‘philosophy of action’ – Grice: “But not I”. Grice: “In my ‘Actions and Events’ I elaborate on this. I find that the vernacular English is ‘do’ – and that we need a special interrogative. Socrates in Athens whatted? He drank hemlock. Quandum – at what time – ubi – at what place, quia – for what reason (all from Aryan qw- root) are each examples of such an interrogative. Grice: “Latin is better equipped than English with the range of interrogatives whose function is to inquire, with respect to any of the ten categories, which item WITHIN the category would lend its name to achieve the conversion of an open sentence into the expression of a alethically or practically satisfactory utterance.  Each of these interrogatives (‘quando’, ubi, quia) have an INDEFINITE counterpart. Corresponding to ‘ubi’ is ‘unum ubi’. Corresponding to quod ‘unum quod’ – and so on. There is the occasion when the utterer requires not a pro-NOUN, but a pro-VERB, parallel to the two kinds of a pro-noun (interrogative and indefinite). A pro-verb is used or serves to make an inquiry about an indefinite reference to one of ten categories of items which a PREDICATE (P), qua epi-thet, ascribes to a subject (S), in a way exactly parallel to the familiar range of a pronoun. Just as the question, ‘WHERE [Ubi] did Socrates drink the hemlock’ is answered by ‘In Athens’,  consider the yes-no question,  ‘Socrates WHATTED in 399?’. The question might be answered by ‘Yes’ – And given the principle of conversational helpfulness, if one is in a position to specify what VERB we would use to express, we do just that. ‘Drank’. And more specifically, ‘Drank the hemlock.’ And given that Socrates did drink the hemlock in 399 B. C. as the answer just reminds us, we say: ‘There! I *knew* that Socrates SOME-WHATTED in 399 B. C.” The Romans lacked our ‘do’ – which was a good thing for them, for they were able to avoid our constant abuse of ‘do’ – the Roman equivalent would be ‘agire’ --. By way of a periphrasis – by which we can come close to the roman way. We ask, for example, WHAT did Socrates DO in 399 B.C.?’ In its capacity as PART (along with ‘what’) of a make-shift pro-VERB, the very  English ‘do’ –not a German thing, even! – can STAND IN FOR (be replaceable by) ANY English VERB – or phrasal verb or verb phrase (‘put up’)  whatsoever. Cf. pro-verb – do as proverb. They herd cattle, and raise corn, as we used to do. HereVito Buonsanti. Vito Buonsanto. Keywords: prammatica del discorso, Peirce, icon, Grice, iconic, iconologia, eicon, icon: Peirce, icon, Grice, iconic, iconologia, eicon, icon,  pratico e prasso are cognate praktikos dalla radice per --  Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Buonsanto” – The Swimming-Pool Library. Buonsanto.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Burgio: all’isola -- la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- the goths in Italy – Romans contra Goths – la guerra gotica in Italia -- dialettica ostrogota – filosofia ostrogota – scuola di Palermo – filosofia siciliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Palermo). Filosofo italiano. Palermo, Sicilia. Grice: “You gotta love Burgio: my favourite of his philosophical pieces are his study on the tradition, development and problems of ‘dialettica’ – from Athenian onwards – and his explorations of contractualism, since I’ve been called one – a contractualist I mean, as so was Grice [G. R. Grice].” --  Alberto Burgio Deputato della Repubblica Italiana LegislatureXV Legislatura Gruppo parlamentareRifondazione Comunista CoalizioneL'Unione CircoscrizioneLombardia 3 Incarichi parlamentari giunta per il regolamento; XI Commissione (Lavoro pubblico e privato); Commissione esaminatrice del premio Lucio Colletti dal 28 luglio Dati generali Partito politico PRC Titolo di studioLaurea in lettere e filosofia Professionedocente universitario Alberto Burgio (Palermo),insegna Storia della filosofia presso l'Bologna. È stato eletto deputato al Parlamento della Repubblica alle elezioni politiche del  legislatura).   Si è occupato prevalentemente di storia della filosofia politica e di filosofia della storia con studi su Rousseau e l'idealismo classico, la teoria della storia tra Kant e Marx e il marxismo italiano (Labriola e Gramsci), il razzismo e il nazismo.  Altre opere: “Filosofia politica: eguaglianza, interesse comune, unanimità” (Napoli, Bibliopolis). Rousseau, la politica e la storia. Tra Montesquieu e Robespierre, Milano, Guerini); “Robespierre” (Napoli, La Città del Sole); “Italia pre-aria” (Bologna, Clueb); “L'invenzione dell’ario” Studi su razzismo e revisionismo storico, Roma, manifestolibri); “Nel nome dell’ario. Il razzismo nella storia d'Italia” (Bologna, Il Mulino); “Modernità del conflitto. Saggio sulla critica marxiana del socialismo, Roma, DeriveApprodi); “Struttura e catastrophe” Kant Hegel Marx, Roma, Editori Riuniti); La guerra dell’ario, Roma, manifestolibri); Gramsci storico. Una lettura dei "Quaderni del carcere", Roma–Bari, Laterza); “La forza e il diritto. Sul conflitto tra politica e giustizia” (Roma, DeriveApprodi); Guerra. Scenari della nuova "grande trasformazione", Roma, DeriveApprodi); “Labriola nella storia e nella cultura della nuova Italia, a cura di, Macerata, Quodlibet); Escalation. Anatomia della guerra infinita, (Roma, DeriveApprodi); “Il contrattualismo” (Napoli, La Scuola di Pitagora); “Dia-lettica, co-loquenza:Tradizioni, problemi, sviluppi” (Macerata, Quodlibet); “Per Gramsci. Crisi e potenza del moderno, Roma, DeriveApprodi); “Manifesto per l'università pubblica” (Roma, DeriveApprodi); “Senza democrazia. Un'analisi della crisi, Roma, DeriveApprodi); “Nonostante Auschwitz. Il ritorno del razzismo in Europa, Roma, DeriveApprodi); “Rousseau e gli altri. Teoria e critica della democrazia tra Sette e Novecento, Roma, DeriveApprodi); “Il razzismo, con Gianluca Gabrielli, Roma, Ediesse); “Identità del male. La costruzione della violenza perfetta” (Milano, FrancoAngeli); “Gramsci. Il sistema in movimento, Roma, DeriveApprodi); “Questioni tedesche, a cura di, Mucchi, Modena,  («dianoia»). “Orgoglio e genocidio. L'etica dello sterminio nella Germania nazista” (Roma, DeriveApprodi); “Il sogno di una cosa. Per Marx, Roma, DeriveApprodi); “Critica della ragione razzista, Roma, DeriveApprodi. Any Oxford philosophy tutor who is accustomed to setting essay topics for his pupils, for which he prescribes reading which includes both passages from Plato or Aristotle and articles from current philosophical journals, is only too well aware that there are many topics which span the centuries; and it is only a little less obvious that often substantially  66  Paul Grice  similar positions are propounded at vastly differing dates. Those who are in a position to know assure me that similar correspondences are to some degree detectable across the barriers which separate one philosophical culture from another, for example between Western European and Indian philosophy. I GOTI.  il l/F) (fa  figlili;  WT'I tragedia lirica. INTERDONATO   MUSICA DEL MAESTRO Iflfiii lillff! DA lUPPHftSEINTAHSl, TEATRO NUOVO, PADOVA STAGIONE DI PIERA e MILANO, STABILIMENTO MUSICALE LUCCA. A Teodorico, fondatore della signoria dei goti in  Italia, succede la figlia Amalasunta. Donna di animo virile, di bellezza non comune, ed AMANTE DELLA ROMANA CIVILTÀ, e odiata  dai principali signori goti che ligi alle antiche costumanze vedeno di mal occhio la nuova regina mostrare clemenza verso i vinti e prediligere usi e costumi che secondo essi avrebbero finito col corrompere i vincitori degl’eruli e dei romani. Amalasunta, a cui è tolta la tutela del proprio figlio Alarico che poi dopo alcuni mesi perde miseramente la vita, crede di rassodare la propria autorità sposando uno dei più potenti signori della sua corte a  nome Teodato, ma questi appena salito sul trono si une ai nemici di lei, l'accusa di illecite tresche, le tolge ogni autorità e quindi la relega in un castello sul lago di Perugia dove poi la fa secretamele uccidere. Così la storia. PERSONAGGI ATTORI AMALASUNTA, regina de' Goti, Baratiti; TEODATO, signore goto, suo cugino, Pandolpii   SVENO, giovane patrizio romano Sig. Filippo Patierno ftfcw LAUSCO, capo de' guerrieri. Medini   SVARANO, altro capo de' guerrieri Calcaterra   GUALTIERO, guerriero goto, amico di Sveno. Vistarmi  Guerrieri, Araldi, Sacerdoti, Signori goti, Congiurati,   Damigelle della Regina, Uomini e Donne del popolo. Trombettieri, Paggi. La scena è nei primi tre atti in Pavia.  Nel quarto atto sul lago Trasimeno. Il virgolato si omette. Atrio colonnato nel Castello di Pavia. Ai lati alti e lunghi por-  tici che si perdono nelV oscurità. Un raggio di luna batte sulle  mura del Castello che si vede nel fondo. Il davanti della  scena è interamente immerso nell' ombra.   Molli guerrieri goti dormono sdraiati sul terreno. l«ausco è  in piedi appoggiato ad una colonna, immobile e pensieroso. Dal fondo s'avanzano cautamente Tediato e Svarano. Teo. Lausco? Lau. ics.) Sì. Teo. Gessò la festa? Lau. Guarda. dormono costor.  Sva. Tutto tace.   Teo. L'ora è questa   Che anelava il mio furor!  Aborrito, disprezzato, Alla terra e al ciel nemico.  Quando l'astro del mio fato  Parve a un tratto impallidir,  Sovra il capo d'Alarico  Imprecando la sventura  Solitario in queste mura  M'affidai nell'avveniri  (o Lausco) Tremi tu? Lau. Non tremo mai! Teo. Ei mi offese e m'oltraggiò, lo d'ucciderlo giurai.  Sei fedel?  Lau. L'ucciderò.   Sva. Quando l'opra tia compita   Ci vedrem? Teo. Del trono al pie. Lau. Tu proteggi la mia vita; Io lo scettro appresto a te.   (entra rapidamente nell'interno del Castello) Teo. (dopo un istante di silenzio, guardando attorno con terrore e prestando ascolto) Perchè tremo? nulla sento. Sva. (a bassa voce)  S'ei fallisse il colpo?  Teo. Ah no! (si sente un grido)   Sva. Parmi un grido. Teo. (con ansia terribile) Oh qual tormento!   (grida confuse nelV interno del Castello)  Sva. Ah! L'uccise!   Teo. (con gioia feroce) Io regnerò! (partono rapidamente, mentre i guerrieri destati dalle grida  balzano in piedi e afferrano le loro armi.)  Guerrieri, poi Sveno. Alcuni guerrieri   Qual suono! l'udiste? Altri guerrieri Confuso lamento   Sull'ali del nembo per l'etra echeggiò. Sveno si precipita sulla scena pallido, coi capelli in disordine, colla spada sguainata) Tutti Tu, Sveno? Ove corri?  Sve. Tremate! Egli è spento. Dei regi l'erede trafitto spirò!  Tutti Trafitto Alarico!  Alcuni guerrieri All'armi!   Altri guerrieri terrore!   Ma parla... rispondi! chi fu l'uccisore?  Sve. Della notte nel silenzio   Era immersa la natura. Non s' udia fra queste mura  Che del gufo l'ulular. Quando un grido orrendo, atroce  M'empie il core di spavento. Ah, quel grido ancor lo sento  Al mio orecchio risuonar.  Tutti Era il grido della morte   Che venia fra queste porte.  Sve. Corro al prence... di sangue cosparso, Un pugnale avea fitto nel petto. Non profferse il suo labbro alcun detto. Sol la mano mi strinse... e spirò!  Guerrieri (brandendo ferocemente le spade)  Morte, morte all'indegno uccisore!  Si ricerchi... fuggir non ci può!  (entra Teodato e si confonde fra i guerrieri)  Sve. Maledetto il parricida, D'Alarico l' uccisori  Di celarsi invan s'affida,  Di sfuggire al mio furor!  Tutti All'armi, guerrieri! s'esplori ogni loco. Già l'alba nel cielo propizia spuntò.  Di ferri recinto -qui tratto fra poco  Fra strazii perisca - chi sangue versò!  (partono in varie direzioni, Sveno va per seguirli)   Teoclato e Sveno.   Teo. Sveno, t'arresta.   Sve. Da me che vuoi? Teo. Giovane, ascolta; parlar ti vo'.  D'ira sfavillano gli sguardi tuoi  Ma in core leggerti ben io lo so.   (con sarcasmo)  Tu Romano, tu figlio d'Italia   Ch'ora è serva e che un di fu regina,  / Goti 2 Puoi dei Goti temer la rovina,  D'Alarico alla morte tremar?  Folle! Invano celare presumi  L'empia gioia che tutto t'invade,  Tu che privo di patria e di numi  Qui un asilo venisti a cercar!  Svfi. {con alterigia)   E che vuoi dire?  Tr0 D'Alarico estinto Or chi sul trono ascenderà, noi sai?  D'imbelle donna sulla chioma cinto  Il diadema fatale or tu vedrai.  SvE.D'Amalasunta? Mai più degna mano   Trattò lo scettro! Tfo. (sogghignando) Ne più bella!  v Insano!   SvE. Solo ed orfano reietto  Sull'avel del padre estinto,  Senza pane, senza tetto,  Io vivea di ceppi avvinto-  Quando un angiolo di Dio  Quasi in sogno m'appari...  E pietoso al dolor mio  I miei ceppi infranse un di.  Or che cinto di perigli  Sovra il trono assiso egli e.  Sfido l'uom che mi consigli  Di tradire onore e fé!  Teo Una minaccia suonano   Questi tuoi detti, o Sveno?  So che per me terribile  Odio tu nutri in seno!  Sve. Odio?... t'inganni. - Sprezzo   Mi desta un traditor. Teo. Ne avrai condegno prezzo (raffrenandosi)   Della regina il cor!  Sve. Trema. ah trema! Potrebbe a un mio detto  Il tuo capo cadere al mio pie. -Finché l'ira raffreno nel petto,   Va, t'invola lontano da me!  Teo. (Egli l'ama ! Ogni sguardo, ogni detto (da sé)   Il suo amore disvela per lei.   Vendicarmi fin d'ora potrei,   Ma la sorte matura non è!)  Sve. Altro a dirmi t'avanza?  Teo. E l'odio mio   Dunque, $veno, non temi?  Sve, Io? Lo desio (partono da opposti lati)   Steca sala nel Castello di Pavia; in fondo un gran verone  dal quale si vede la pianura e in lontananza l'Appennino;  due porte laterali. Amalasunta sola. Ama. (guardando dal verone)   Ecco la luce... Coi suoi raggi il sole  Le tenebre disperde; e tu svanisci  Fatai notte che a me toglievi il figlio,  Unica speme del mio core! Oh, come  Sulla fronte mi pesa questa triste  Aurea corona! Alcune giovinette che passano sulla via, cantano in lontananza)  Cono esterno (Un giorno in quest'ora  Per via m'incontrò.  Spuntava l'aurora  Quand' ei mi baciò.  È bello il suo viso,  Mi piace il suo cor,  Mi piace quel riso  Che parla d'amor!)  Ama. (prestando ascolto) Air opra usata allegre  Quelle fanciulle avviansi cantando. -  Come sfavilla in quelle voci tutto  Il contento dell'anima! Io qui soffro!  Un abisso ritrovo in ogni loco,  In ogni sguardo un tradimento... Ahi lassa!  Coro esterno (come sopra) (Di gemme e castelli  » Se il ciel mi privò,  «Degli anni più belli  » La fé mi lasciò. E tu, o giovinezza,  Che allieti il mio cor,  Mi doni l'ebbrezza,  Mi doni l'amor!)  (il canto si perde in lontananza)  Ama. Eppure un dì di rosee   Sembianze rivestita  Dono del cielo agli uomini  Mi si pingea la vita: Quando tra feste e gaudii  Col nero crin gemmato  I giorni miei trascorrere  Potea del padre allato.  Or fra le tristi tenebre  Presso all'aitar di Dio  Con disperati aneliti  La morte invoco anch'io.  «Or che svanir le liete  «Larve di pace e amor, Or che si pasce l'anima Di lutto e di dolor. Lausco e Svarano entrano cautamente. Sva. La vedesti? Lau. Piangeva; e quel pianto   Un inferno nel petto mi desta.  Sva. E che pensi?  Lau. Che a compier ci resta   Di Teodato il volere. Sva. Frattanto   Simulare ne giova. Il mistero,  Della mente nasconda il pensiero. Lau. Per lei scampo più in terra non v'ha;-   S’essa cede, perduta sarà. LA GENTE ROMANA prostrata ed inulta che un tempo sui mondo superba regnò caduta nel fango ci sprezza c'insulta al giogo ribelle piegarsi non può. Ma IL FERRO DEL BARBARO forier di sventura al suolo atterrando DI ROMA LE MURA L’ITALICA TERRA di sangue inondò. Costei che di SENSI ROMANI è nutrita  il brando dei padri vorrebbe spezzar clemente redimer la schiatta aborrita sul trono con essa chiamarla a regnar. Ma IL FERRO DEL BARBARO ancor non è infranto foriero per gl’empii di lutto e di pianto più splendido al sole s’'appresta a brillar. A ina lasunta, Lansco e Svarano~   Lai. (inchinandosi in umile atteggiamento)  Alla regina messaggier m'invia  li consesso dei prenci e dei guerrier. Ama. Parla, signor.   Lau. Nella parola mia   De' tuoi fedeli udrai franco il pensier!  Una nemica parricida mano  A noi il re, a te toglieva il figlio.  A che celarlo? Il tradimento insano  Cinge il trono di lutto e di periglio.  (marcato) Di questo scettro che ora stringi puoi  L'immane pondo sostener tu sola?  il  Ama. Mal t'intendo, guerrier... Da me che vuoi?   Oscura giunge a me la tua parola.  Lau. Su quel trono a te d'accanto Cinga un prence la corona. Se fìnor la madre ha pianto, La regina or dee regnar.  Ama. (quasi parlando a sé stessa. Dunque, o schiava, tergi il pianto! Su, di fiori t'incorona! Pronta è 1' ara; non di pianto,   Questa è l'ora d'esultar! Di mio figlio dal letto di morte   Voi volete condurmi all'aitar?   Sceglier dunque m?è forza un consorte,   Queste bende funèree squarciar?  Sva. E possente adorata re ina   Sovra i Goti regnar tu potrai; Poiché salva da certa rovina In tal guisa l'Italia sarà.  Lau. Del sangue dei regi   Prescelto dal fato, Vi ha un prence che al trono   Sol puote aspirar.  Ama. Chi è desso? rispondi!  Lau. S'appella Teodato.   Ama. Teodato dicesti? (da sé) Mi sento mancar! Lau. Neil' ombra e nel silenzio,   Solo col suo pensiero,   Visse del mondo immemore, Fido alla patria e al re. Non è guerrier, ma a reggere   Il contrastato impero, l fidi tuoi ten pregano, Devi innalzarlo a te! Ama. Non fia mai ! Sva. Che parli, o regina?   Ama. Io noi deggio.  Lau. Da certa rovina   Puoi tu sola la patria salvar!  Sva. Bada, o donna ! Secreta, possente  Dei Romani l'astuzia congiura.  Se sul trono regnar vuoi secura,  No, mei credi, non devi esitar.  Lau. Che risolvi?  Ama. Noi deggio. Lau. (deposto l'umile atteggiamento e minaccioso)  Al comun voto  Amalasunta ceda! -A te pon mente!  Ama. E tanto ardisci ? Parti! Lau. Ancor m'udrai ! Avvi un romano in questa corte: -ha nome  Svenoe tu 1' ami!  Ama. (da sé) (Cielo!)   Lau. (afferrandola per la mano) Incauta, trema!  Se esiti o nieghi, in questo istesso istante  Sarà Sveno dannato a orrendo scempio.  Della morte del figlio a tutti innanzi   10 qui l'accuserò. Ama. (con impeto) Menzogna infame!   Egli è innocente... e tu lo sai '  Lau. Che importa?   Sva. EGLI È ROMANO qui ciascun l’aborre il popolo è a noi ligio e speri invano. Ama. Ahimè! Sva. Risolvi. Ama. (dopo un istante d'esitazione) Ebbene... ei fìa salvato.  A me consorte, sarà re Teodato.  a 5  Sva. Dell'impero dei Goti la stella  S' oscurava nell' italo cielo.  Ma fra breve più fulgida e bella  La vedranno i nemici brillar,  E nel fango dovranno gli ignavi,  Sempre schiavi, servire e tremar! Lau. (Io trionfo! Più fulgida e bella (da sé)  La mia stella risplende nel cielo.  La perduta possanza che anelo  Sol Teodato a me puote ridar.  E nei fango dovranno gli ignavi,  Sempre schiavi, servire e tremar !)  Ama. Ahi, s'oscura, tramonta mia stella (da sé)  Che finora brillò senza velo.   Signor, tu che regni nel cielo   1 miei passi tu devi guidar,   E redenti dovranno gli ignavi,   Non più schiavi, al mio nome acclamar! (alle ultime parole Sveno compare in fondo alla scena. Lausco e Svarano escono gettando su Sveno uno sguardo  di trionfo)    Aniala«uiita e Sveno. Sve. Grida di gioia risuonar qui sento.  Ama. (Ah, tutto ignora.) [da sé)  Sve. Eppure d' Alarico   L' inulta salma nell' ave! non scese.  Ama. Chi del figlio a me parla?... In queste soglie  Sanguigna luce spanderan fra breve  A sacrileghe nozze le votive  Faci d'Imene. - A che mi guardi ? Il fato  A me 1' impone ; sarà re Teodato.  Sve. (arretrando con grido di dolore) Ah!   Ama. Tu piangi? Io asciutto ho il ciglio.  Mai non piange una regina.  Della patria nel periglio  Ogni affetto tacer de.  Quel poter che mi trascina  D'altro amore è in me più forte,  Affrontar saprei la morte. Se la patria il chiede a me.  Sve. »Tu spezzasti mie catene,  «Vita, onori a te degg' io. Ogni avere ed ogni bene  »Che beasse il pensier mio.  Tutto è sciolto. - Un dì saprai  Se t'amò quest'infelice,  Ma quel giorno, o traditrice,  Io vederlo non potrò.  Alla tomba or mi trascina  Questo amor di me più forte,  Sotto i colpi della sorte  L'alma affranta si spezzò! (si ode il suono di una marcia funebre)   Coro esterno   (Neil' avello dei padri discendi  Dormi in pace, figliuolo dei re.  Prega il ciel che i presagi tremendi  Sian dai Goti sviati per te.  La tua vita ha troncato il destino,  Sulla reggia or si libra il dolor.  Piombi almeno lo sdegno divino  Sovra il capo all'infame uccisori)  Ama. (con voce straziante) Ah... quelle voci!... Son le preci estreme.  Sovra la tomba di mio figlio... Io manco. (lasciandosi cadere quasi svenuta sopra una sedia)  Sve. (con disperata ironia)   In te ritorna. Le funeree faci  Alle tue nozze pronube, domani  Risplenderanno! In te ritorna! Esulta!  CORO esterno (allontanandosi gradatamente)  (Nell'avello dei padri discendi,  Dormi in pace, figliuolo dei re.  Prega il ciel che i presagi tremendi  Sian dai Goti sviati per te.  La tua vita ha troncato il destino,  Sulla reggia or si libra il dolor.  Piombi almeno lo sdegno divino  Sovra il capo all' infame uccisori)  Ama (quasi in delirio) Dove sono? Ah, già fissato,  Scritto in cielo è il fato mio! Non dagli uomini, da Dio,  La pietà sperar si de!  Sve. Tu dagli uomini, da Dio,  Maledetta sei da me! Una sala nel Castello di Pavia. Una porta in fondo.  Teodato solo. Teo. E ancor non riede... Inebbriante meta  Cui da tanti anni ascosamente anelo,  Splendida larva di mie notti, alfine  Io ti raggiungo! Pur mi costi! A mezzo  Volgea la notte, ed io sognava... ahi, truce  Terribil sogno! - Mi cingea la chioma  La corona regale, e sovra il trono  D'Amalasunta al fianco io m'era assiso  Al sinistro chiaror delle pallenti  Faci di morte... e innanzi a me sorgea  Dell'ucciso Alarico insanguinato  L'orrido spettro, e mi guardava come  Quando nei petto il suo pugnai gli infisse  Lausco!... e con la man parea dal soglio  Strapparmi a forza!... ed io tremava. - Oh vile  Debolezza dei core!... D'un delitto  A me che monta, se ciascun l'ignora?  No, più non tremo. - Già la notte sparve  E con essa svanir fantasmi e larve!  Nei cupo orrore di notte bruna  Quando la luce nel ciel fuggì,  Fosca sibilla fin dalla cuna  A me lo scettro predisse un dì.  E da quel giorno speme funesta  Per anni ed anni rinchiusi in cor;  E nel silenzio d'aspra foresta  Solo, spregiato, vissi fìnor.  Sangue mi costa quel serto, è vero:  Ma la mia sorte compir si de. Colpe e delitti sprezza il pensiero  Se ad essi è premio poter di re.  Se al soglio stendere la man poss'io  Che a me il destino - vaticinò,  Sui vinti popoli - lo scettro mio  Dall'Alpi al Brennero distende. Laureo, £ varano e Teodato.   Lau. Possente è quest'oro che tutto conquide!  Teo. Che rechi?   Sva. Trionfi ; - la sorte ci arride.   L\u. La credula plebe venduta esultò.   Il trono or t'aspetta.  Teo. Calcarlo saprò. Lau. «Ma pria che tu cinga la chioma del serto,  »0 prence, rammenta chi un trono t'ha offerto.  «Dell'opra tremenda qual premio sperai,  «Teodato, scordarlo potresti? Teo. Giammai. Sva. Non scordar quella notte e il pugnale che nell'ombra celato ferì. Lau. Non scordar che un destino fatale nello stesso delitto ci unì. Teo. Io la mente, le braccia voi siete in quest'opra di sangue e d'orror;  Se compirla, o guerrieri, saprete  A voi dono possanza e tesor! Cadde Alarico. Ma quel sangue è poco, Altri deve saziar l'ira del seno. Lau. Altri?... t'intendo. Teo. Amalasunta e Sveno. Nella pianura di Pavia, commosse  S'adunano le turbe.Amalasunta Oggi il serto mi cinge! Sva. I miei guerrieri io stesso condurrò. l jA u. Popolo e prenci A1 tuo trionfo acclameranno.  Sva. Quando   L'ora fìa giunta, la fatale accusa  Profferisca il tuo labbro! AU - A noi la cura Lascia del resto.  Teo. La superba donna   Ed il suo drudo, d'uno stesso colpo  Atterrati cadranno. - mia vendetta! Ad essi morte...  ^AU. Il soglio a te s'aspetta.   Teo., Lau. e Sva. (a tre)   Sol d'Italia, di luce funesta  Splendi in questo bel giorno sereno.  L'atra gioia che m'arde nel seno,  La mia sorte rischiara così.  Potrò alfine, a me intorno prostrata,  Calpestarti, empia turba di schiavi.  Vili e ignavi! Già l'ora è sonata,  Di vendetta già corrono i dì.  (partono per opposti lati) La gran pianura di Pavia: si scorge a grande lontananza la città  presso a cui scorre il Ticino, e più lontano ancora la ca-  tena degli Appenini. Da un lato s'innalzerà un trono for-  mato di trofei d'armi.   Sveno, indi Gualtiero. GuA.Chi veggio? Sveno in questo loco? stolto!   Fuggi! t'invola ai colpi della sorte! Altro scampo non hai... Taci?  Sve. Io t'ascolto.   Non ti comprendo.  Oua. E che mai speri?   Sve. Morte!   Agli infelici altro non resta in terra.   Così tradirmi!... Iniqua donna! Gua. E sei   Uomo... e guerriero!  Sve. Un dì lo fui! - M'atterra   Or la sventura. - Ahimè!... perchè vivrei?...  (con 'profonda tristezza)  Della sua fede immemore  E dell'amor giurato,  Essa i legami infrangere  Volle del mio passato.  Ma nel troncar quei vincoli  Ch'eterni io pur credea,  Senza pietà la rea  Anche il mio cor spezzò.  Fonte d'amare lagrime  È l'avvenir, lo sento. Verranno per la misera  I dì del pentimento.  Ma di quel giorno infausto,  Forse lontano ancora, La sanguinosa aurora,  Gualtiero, io non vedrò!  [squilli di trombe; sì comincia a sentire in lontananza il suono   di una marcia trionfale che si va sempre più avvicinando)  Gua. Odi?  Sve. {con rabbia) Ei trionfa! Folgori Non ha per gli empi il cielo!  Or gli omicida ammantansi  Della virtù col velo.  Gua. Che parli?   Sve. Un fero dubbio   Mi tormentava il petto.  Ora in certezza cangiasi  L' orribile sospetto.  Gua. Che far vorresti?   Sve. Nulla.   Io spettator - qui resto.  Gua. Ti uccidi!   Sve. Il voto è questo   Più ardente del mio cor! Al suono di marcia trionfale si avanzano i guerrieri, i principi,  i sacerdoti, i congiurati, il popolo.Indi preceduti da una  schiera di guardie Amalasunta e Teodato rivestiti  delle insegne reali; poi Lausco, Starano ed altri guer-  rieri. Sveno e Gualtiero si confondono tra la folla; il  popolo manda grida festive.   Coro generale   Giunta è l'ora - dei Goti la stella   S'oscurava nell'italo cielo;   Ma fra breve più fulgida e bella La vedranno i nemici brillar. E nel fango dovranno gli ignavi   Sempre schiavi - servire e tremar!  Lau., Sva. e Congiurati (a bassa voce tra di loro)  (Nel silenzio, nell'ombra celati   Già a piombare la folgore è presta...   Dee quel serto di luce funesta Di Teodalo sul capo brillar. Pronti all'opra; già l'ora è suonata;   Gli empi schiavi dovranno tremar!)  Ama. Popolo e prenci, udite il mio pensiero   Or tutti voi che a me giuraste fé,   Del mio talamo a parte e dell'impero Ognun saluti in Teodato il Re!  Tutti Viva, viva Teodato! Rintroni TUTTA ITALIA DI CANTI E DI SUONI E dei Rardi l'accento ispirato dica al mondo i dettami del fato. Teo. (in piedi sul trono)   Su, mescete in colmi nappi! La mia gioia ognun divida.   Ogni volto qui sorrida   Del contento del suo re! Lau. Sva. e Coro   Su, libiamo e repente rintroni  Tutta Italia di canti e di suoni ;  E dei Bardi l'accento ispirato  Narri al mondo i dettami del fato!  Sve. (slanciandosi di mezzo alle turbe Or tutti ascoltatemi:  Vo' bevere anch'io! Le tazze spumeggiano,  Esulta il cor mio.  Qui dove è sepolta  La salma tradita,  Unirò, i sacrileghi,  La morte alla vita!  Ama. Sciagurato!   Teo. Quai detti! Che sento!   Tutti Vanne, fuggi: raffrena il tuo accento!  Sve. Di cantici e suoni (con impeto)   Rintroni la reggia,  Il vin che rosseggia  È sangue d'un re!  Su, datemi un calice,  Lo vuole il destino;  Al prence assassino (additando Teodato)  Bevete con me!...  Teo. (alzandosi furibondo)   Ah... è troppo! - Guerrieri! Addotto in ceppi  Ei venga, e tosto sia dannato a morte!  Ama. (gettandosi ai piedi di Teodato)   Deh, pietade, pietà della sua sorte!  Ei delira, infelice.  Guerrieri e Popolo A morte! A morte!  Teo. (con voce terribile respingendo Amalasunta)  Per lui preghi? Invan lo speri.  Temi or tu lo sdegno mio.  Tutti io leggo i tuoi pensieri,  E tuo sposo e re son io!  (* guerrieri si slanciano contro Sveno)  Ama. Deh, fermate, o ciel. Teo. Popolo!   Sve. indegno! Teo. L'ultima ora per gli empi suonò! donna, io t'accuso! (ad Amalasunta)   (al popolo) Per sete di regno  Del sangue del figlio costei si macchiò !  Ama. cielo, e tu il soffri!?  Lau., Sva. e Congiurati (tumultuando)   Discenda dal trono!  Di cingere il serto più degna non è!  Sve. Ah, l'empio trionfa!  Tutti Non speri perdono!   Discenda dal trono!  Congiurati Teodato fia re! Ama. (strappandosi la corona e calpestandola)  M'uccidete! il patibolo è presto.  Ecco il serto... ai miei pie lo calpesto!  Ma tu, vile che esulti, paventa!  Già la folgore piomba su te!  Sve. Sì, m'uccidi ! Ma larva cruenta (a Teodato)  Me nei sogni, alle veglie vedrai!  Sì, m'uccidi, ma ovunqne ne andrai  Ombra irata verronne con te!  Teo., Lau., Sva., Congiurati e Coro   Traditori, tremate! Egual sorte  Vi riserba al supplizio, alla morte!  Empii entrambi! Tremendo, funesto,  Vi colpisce lo sdegno del re!  (Amalasunta e Sveno sono trascinati dai guerrieri, mentre  il popolo ed i Congiurati acclamano Teodato.)  Sala semidiroccata di un castello sul lago Trasimeno. In fondo  a destra una scalinata conduce alla terrazza di una vecchia  torre da cui traspare un lembo di cielo, solcato da neri nu-  voloni. - A sinistra pure sul fondo due porte le quali apren-  dosi lasciano vedere il lago. - È notte tempestosa. Una lam-  pada rischiara debolmente la scena. Amalasunta seduta, immersa in un cupo silenzio:  alcune Damigelle le stanno intorno.   Dam. (parlando fra loro)   Oh, come rugge la tempesta. Udite? Con sinistro fragor, del lago i flutti  Solleva il vento sibilando, e l'etra  La folgore rischiara...  Ama. Ahi... triste idea! Dam. Favella seco stessa... Ah, la ragione  L'infelice smarriva, il dì fatale  Che qui all' esiglio la dannar.  Ama. Lo sento...   Me chiama il figlio... e, nel lenzuol funebre  Avvolto, un uomo gli è d'accanto..: oh il veggio!  Sveno... Sveno tu sei! Che parli? E puoi  Maledirmi così? Ah no, non fìa! Troppo il vivere è grave all'alma mia! Dam. Geme e soffre... l'atroce sventura [fra loro)  Di sua mente il sereno offuscò.  Così buona, sì candida e pura  Già tremendi dolori provò, (le Dam. partono)  Ama. (inginocchiandosi)   Signor, che col sangue hai redento  Dei mortali feroci il destino,  D'una misera ascolta il lamento,  Su lei volgi lo sguardo divino.     Figlio, amici, corona perdei!...  Deh, mi togli, o Signor, questa vita.  Tu che padre pei miseri sei,  Deh, perdona alla donna tradita!  (si sente un fragore d'armi che va sempre -più avvicinandosi)   Sveno seguito da alcuni guerrieri romani ed Amalasuitta.  SvE. (accorrendo ad Amalasunta)   Ti riveggo... oh gioia!  Ama. (indietreggiando con terrore) Ognora  La sua larva appar così. Sve. Di salvarti è tempo ancora. Per salvarti io venni qui!  Oh quante montagne stanotte ho varcato,  Per aspri sentieri, dei lampi al chiarori Tra gli ermi dirupi la mano del fato  »I passi guidava del mio corridori  Coll'oro corruppi gli sgherri inumani;  Dell'empio i disegni svelarono a me...  Fra poco a svenarti verranno gli insani.  Qui corsi a salvarti o morire con te.  Ama. Deh, taci! Vaneggi che parli di morte?   Quest' oggi serena ci arride la sorte.  Sve. (con affetto e rapidamente)   Vieni... fuggiam! Propizia  É la tempesta a noi.  Vieni... i miei fidi attendono,  Salvare ancor ti puoi!  In altre terre profughi  Scampo securo avremo.  Là, ignoti al cielo e agli uomini,  Vivere ancor potremo!  (dal fondo entra Gualtiero)  Ama. (sempre delirando e sorridente)   Taci... che l'onda aspetta. Azzurro è il ciel sereno. Sull'agile barchetta, Vieni, ci culli il mar' Vedi, soave e placido  Tramonta il sole, o Sveno. Della mia vita il tramite  Voglio così troncar!  Sve. (disperatamente)   Infelice!... non m'ode... o sventura!  Ah, ritorna in te stessa!...  Gua. (che in quel frattempo avrà spiato dalla porta in capo  allo scalone, accorrendo rapidamente)   V affretta!  Già d'armati risuona il fragor!  Sve. (tentando trascinare Àmalasunta) Vieni, ah vieni. Ama. La lieve barchetta. Sovra il mare ci culli. Gua. Oh terror!   Sve. A forza si tragga! Alcuni Romani (accorrendo da una porta laterale)  È tardi! t'arresta!  Già cinto è il castello.  Sve. La morte ci resta!   Coro di Goti (interno)   S'atterrin le porte!  Gua. Più speme non v'è!   Sve. (sguainando la spada)   Guerrieri, a pugnare venite con me!  {Sveno getta un ultimo sguardo sopra Àmalasunta quasi  assopita, e parte con Gualtiero ed i guerrieri)   Si ode il lontano cozzo delle armi ed il fragore della pugna.  Damigelle accorrendo atterrite.   Dam. Regina, regina. Deh, sorgi... ti desta;   Non odi dell'armi la furia funesta?  Ama. Voi piangete?... sul mio ciglio   Ora il pianto inaridì...   (t7 rumore si va sempre più avvicinando)  Non sapete? Aveva un figlio. Era bello... eppur morì. Molti ROMANI attraversano la scena fuggendo nella mas-  sima confusione e gridando)  Guerrieri romani   Fuggite! I nemici già infranser le porte!...  Fuggite! v' attende terribile morte.  (partono; le donne fuggono anch'esse; la scena resta deserta)  Ama. (sempre immobile e sorridente)   Dalla madre l'han diviso;   Poca terra il ricoprì.  E la madre dell' ucciso  Più non piange da quel dì!...  (il fragore della mischia è al colmo. Sveno mortalmente  ferito si precipita sulla scena, e va a cadere ai piedi  di Amalasunta.Sul limitare della porta in fondo  compare Teodato colla spada sguainata, seguito da  Lausco e Svarano.)  Amalasunta, Sveno» Teodato, Lausco, Svarano.   La scena è rischiarata dai lampi.   Ama. (nel vedere Sveno moribondo, quasi destandosi da un  sogno)  Tu Sveno!... che miro?...  Sve. (con voce morente) Salvarti. voli' io. L'estremo sospiro... tu accogli del cor. Ama. (alzando le mani al cielo disperatamente)   morte, a che tardi?  Teo. (con feroce ironia, avanzandosi)   Fia pago il desio!...  La morte che chiedi, io t'arreco!  Sve. (tentando sollevarsi) Oh furor !   Teo. Col tuo drudo ai danni miei  Qui tessevi inganni ancora. In mia possa alfine or sei...  Di tua morte è giunta l'ora!...   (sguainando il pugnale)   Questo ferro, ah tu noi sai,  Il tuo figlio uccise un dì!  [Sveno con supremo sforzo a/ferrando la spada si solleva  per slanciarsi su Teodalo, ma fatti alcuni passi ricade  al suolo e muore, - La tempesta rumoreggia colla mas-  sima violenza)  TEp. {gettando il suo pugnale ai piedi di Amalasunta)  Or lo prendi. - A te il serbai,  Or che il fato si compi !  Ama. (afferrando il pugnale e sollevandosi in tuono profetico  e solenne)   Godi!... ma ascoltami:  Vicina a morte,  Io la tua sorte  Predico a le!  Ancora un anno...  Poscia al cospetto  Del cielo - giudice  T aspetto - o Re!  (si uccide e va a cadere presso il cadavere di Sveno.)  Lau., Sva.   Un anno!  Teo. (tremante) I delitti han forse un confine   Che il piede dell'uomo varcare non può?.Guerrieri Goti (prorompendo sulla scena con faci ed armi  insanguinate)  Del sangue degli empi-rosseggian le sale;  Già cadder svenali -dal nostro pugnale,  E il popol di schiavi - che Italia rinserra  Fra i re della terra - Teodato acclamò! Alberto Burgio. Keywords: dialettica ostrogota, filosofia ostrogota, filosofia aria, filosofia occidentale – Grice: the east and west --. “Those in a position to know” ostrogoto, longobardo, ario, ariano, mistica, scuola di mistica, lingua, religione, l’italia longobarda, l’italia ostrogota --  Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Burgio” – The Swimming-Pool Library. Burgio.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Burtiglione.

 

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