Luigi Speranza – GRICE ITALO!:
ossia, Grice e Ceretti: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale del PASŒLOGICES SPECIMEN – scuola d’Inra – filosofia piemontese
-- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Intra). Filosofo piemontese. Filosofo
italiano. Intra, Verbania, Verbano-Cusio-Ossola, Piemonte. Grice: “I love
Ceretti; and I wish Strawson would, too! Ceretti distinguishes three stages in
the development of a communication system. The first is very primitive,
obviously, and avoids the reference to ‘io’ and ‘tu’ as metaphysical – ‘hic’
and ‘nunc’ will do. The second stage he says may be all that some societies
need – ‘green’ for this plant – The third stage involves the general concept of
‘plant’ and this is where a soul-endowed entity (animal) can refer to a plant
or to an animal like himself or his companion – at this last stage, Ceretti
speaks of ‘soul’ (anima), and the affectations of the mind being what is
communicated – if that’s not Griceian, I do not know what is!” -- I suoi
genitori, Pietro e da Caterina Rabbaglietti, di condizioni agiate, lo
affidarono all'insegnamento privato di ecclesiastici e successivamente ai
docenti del seminario di Arona dove si distinse per il suo carattere
refrattario ai vecchi metodi didattici e ribelle alle rigide regole di
disciplina. Quasi al termine degli studi si appassiona all'approfondimento
della lingua latina e alla composizione di poesie che lo fecero conoscere come
poeta a braccio. Frequenta come alunno esterno un collegio di gesuiti a Novara
dove risulta primo in retorica tanto che il suo maestro lo spinse a comporre la
tragedia “Il duca di Guisa” sulla base della Storia delle guerre civili di Francia
di Davila. Soggiorna successivamente a Firenze dove ebbe modo di frequentare i
membri del gabinetto Vieusseux.
Dedicatosi agli studi scientifici e storico-filologici e soprattutto a
quelli filosofici, scrisse il poemetto incompiuto Eleonora da Toledo dove dà
prova di penetrazione psicologica dei personaggi e di abile descrizione
ambientale. Nello stesso periodo compose poesia a contenuto filosofico, il
romanzo “Ultime lettere di un profugo” sul modello foscoliano, e infine le
riflessioni “Pellegrinaggio in Italia”, nate a seguito di numerosi viaggi
avventurosi per l'Europa in compagnia di zingari e vagabondi, che gli permisero
di apprendere diverse lingue. Opere queste che mostrano la singolarità del suo
mondo spirituale profondamente diverso e in contrasto con quello degli
altri. Soggiorna nella villetta "La
Chaumière", presso Chambéry, dove lavora alla “Pellegrinaggio in Italia” dato
alla stampe a Intra con lo pseudonimo d’Goreni. Trasferitosi alle Cascine a
Firenze, pubblica “La idea circa la genesi e la natura della Forza”. Adere
all'hegelismo, di cui tenta una revisione in senso soggettivistico in una
grande opera in latino, “Pasaelogices Specimen”, che non riscosse alcun
successo di pubblico. Decide quindi non pubblicare più nulla. Tuttavia continua
a comporre una grande varietà di saggi filosofici. Si dedica esclusivamente
alle meditazioni filosofiche espresse in numerose opere tra le quali i “Sogni e
favole” (Torino), le Grullerie poetiche (Torino) e le Massime e dialoghi
(Torino). La sua opera è stata pressoché
sconosciuta. Solo Gentile gli ha assegnato un ruolo di rilievo in “Le origini
della filosofia contemporanea in Italia” (‘C. e la corruzione dell'hegelismo’).
A lui oggi viene riconosciuta una certa influenza sul pensiero filosofico della
scuola torinese. e sulla formazione della filosofia di Martinetti. A lui è
dedicata la Biblioteca di Verbania. Dizionario Biografico degli Italianim Martinetti
C. “La natura logica di tutte le cose” e pubblicata presso la POMBA di Torino. Gentile.
Cfr. G. Colombo, La filosofia come soteriologia, Milano, Vigorelli. Dizionario biografico degli italiani, Opera Omnia D'Ercole, Torino, Vittore
Alemanni, C.. L'uomo, il poeta, il filosofo, Hoepli, Pasquale D'Ercole, La
filosofia della natura di C., POMBA, Giuseppe Colombo, La filosofia come
soteriologia, Vita e Pensiero, Fiorenzo Ferrari, Il filosofo di Intra.
L'idealismo di Ceretti, in Verbanus, Vigorelli, Martinetti. La metafisica
civile di un filosofo dimenticato, Milano, Bruno Mondadori. L'uomo vuol essere
considerato come l’ultimo frutto, ossia il massimo sviluppo psichico
dell'animalità. Questo massimo sviluppo presuppone necessariamente i prossimi
animali dello sviluppo minore, e cosi via discorrendo. L'uomo vuol essere,
inoltre, considerato come il frutto più recente dell'albero zoologico. E qui
nasce oggidi rispetto all’uomo una contestazione circa la sua produzione
immediata o derivata da’ più prossimi animali inferiori. Questa contestazione
non può ammettersi dalla speculazione, e neppure dalle discipline naturali
empirico-induttive; ma la si agita sopra un terreno affatto estraneo a quello
della speculazione, e della scibilità empirico-induttiva, fomentata da ogni
sorta di passioni, partigiana di religiosità, di moralità, e così via. È
assurdo supporre che una specie si tramuti in una nuova specie come tale; perocchè
le specie sono mere distinzioni teoriche del nostro intelletto. La natura, come
disse un sommo naturalista, non facit saltum; e conseguentemente la distinzione
caratteristica che costituisce le specie “Homo sapiens” non risulta se non in
quanto si prendono in considerazione termini sufficientemente lontani e si trascurano
i termini intermedii. Infatti, se noi consideriamo gli animali superiori
dell'albero zoologico, nei quali le differenze ci sono più sensibilmente manifeste,
troveremo che le specie si suddividono in razze differenti fra loro sotto varii
rapporti, e che le razze si suddividono in varietà differenti, e che dette
varietà si suddividono in varii individui pur differenti fra loro. Inoltre,
troveremo che queste differenze sono a noi tanto più evidentemente manifeste
quanto più si salga alto nell'albero zoologico, ed a noi più vicina sia la
specie che si prende a considerare. La vera trasformazione della specie perciò
non si deve investigare nelle specie come tali, ma piuttosto nei minimi termini
della specie, ossia nella variazione individuale del specimen. Questa
variazione, tuttochè lentissima, modifica col volgere dei secoli le specie,
così come la conchiglia microscopica, variando la propria natura, varia il
terreno che ne risulta. Gli agenti che effettuano la suddetta progressiva variazione
sono di tre ordini, vale a dire: planetarii, psichici, e spirituali. Questi
agenti sono progressivamente tanto più efficaci quanto più si concretano nella
efficacia spirituale. L’agenti del primo ordine planetario modifica
semplicemente il corpo e l’organismo, e indirettamente, ma assai lentamente, la
facoltà istintuale. E un agente puramente planetarii, p. es., la natura del
suolo e dell'aria, ossia generalmente il clima, la condizione geografica e
topografica, e cosi via. L’agente planetario si possono chiamare elementare,
perocchè opera su tutta l'animalità senza distinzione veruna, e sono
presupposti dagli altri agenti succennati. Si può dire in tesi generale che gli
animali inferiori non subiscono modificazione se non lentissima, e molte specie
degli animali inferiori si sono spente, appunto perchè non hanno potuto subire
le modificazioni necessitate dalle progressive variazioni dell'aria e del suolo.
L’istinto delle specie animali inferiori e rigido e difficilmente modificabile,
appunto perchè e un istinti poco variato, che non puo neutralizzarsi fra se in
una ricca varietà di modificazione. L’agente del secondo ordine e psichico (e
no ‘psicologico’ ma veramente psichico), epperciò più intimo nell’organismo,
ossia più essenziale. Un agente psichico modifica l'animale nella sua intima facoltà,
ossia una attitudine, assai più facilmente e più profondamente che non gli agenti
naturali succennali. Questo secondo agente e nella sua essenzialità un maggiore
sviluppo del primo agente naturale plantario, epperciò si manifesta nella
generazione susseguente come una profonda modificazione dell’organismo e
dell’sstintualità. Questa modificazione non e più mera variazione giusta una
astratta affinità, per le quale, p. es., una facoltà diventa minore di altra
facoltà, vale a dire, si manifesta come una pura variazione quantitativa
dell’istintualità. E una modificazione profonda che diventa la proprietà
caratteristica dell'animale (un tigre che tigrizza) e qualche volta e affatto
estranea e contra-dittoria o opposta, o contraria, alla facoltà della
generazione pre-esistente. Allora si dice che una nuove specie (Homo sapiens) e
venuta all'esistenza, e la vecchia si e spenta. La facoltà psichica si modifica
sulla base di un istinto più svariato, il quale si neutralizza appunto fra loro
tanto più facilmente quanto più svariati. L’istinto dell’animali inferiore e
tanto più fermo e rigido quanto meno
molteplice e svariato. Questa modificazione causata da un fattore psichico
modifica il sistema anatomico e fisiologico, perocchè non e possibile una
modificazione psichica sulla base d'una invariabilità anatomico-fisiologica. E
una modificazione profonde, la quale, se qualche volta poco modifica l'ordine
anatomico-fisiologico sensibilmente manifesto, e però effettuata piuttosto
nell’elementi anatomico, nel così detto ordine istologico. La modificazione
psichica non spetta, come quelle generali, ad una specie o ad una razza, ma
sono più profonde modificazioni dell’organismo e della corrispettiva
istintualità. Essa rifletta piuttosto la mera individualità animale, epperciò e
variabile indefinitamente. La condizione causale di questa modificazione e data
dalla ciscostanza nella quale versa un certo individuo animale. Cosi non è solo
la varia natura geografica e topografica del suolo e dell'aria in che vive, ma anche
i varii vegetabili e animali con che vive; perocchè dette varia condizione e
sufficiente a modificare l'anima (la psiche) dell'animale. Le delle varia
circostanza costringe un certo individuo a esercitare preferibilmente una certa
facoltà psichica, e per conseguenza a svilupparle preferibilmente. Data la ricca
molteplicità e varietà della facoltà istintuale proprie della specie di “Homo
sapiens”, questa facoltà variamente si combina e si neutralizza. L’istinto cosi
neutralizzato, ossia radicalmente variato, si trasmette alla generazione
veniente; e cosi le condizioni succennate, variando l’atttudini dell’anima
individuale, preparano il terreno alla più ricca e più profonda azione del fattore
veramente spirituale. Il fattore spirituale modifica quell’attitudine che
appartene non alla specie, ma all'individuo animale, ed e un fattore che non
più modifica l'anima senziente, ma lo spirito (animus, psiche, sofflo) ideante
dell’animale. Tuttochè questo fattore, nel su concreto sviluppo, appartene allo
spirito umano, pure gli animali superiori (p. es., una scimia antropomorfa)
possegge un certo quale esercizio equivoco e parziale del suddetto fattore.
Cosi la scimia impara dalla propria osservazione, epperciò gl’individui più
vecchi sono assai più scaltri e periti dei più giovani. È questa la ragione per
la quale l’animale non solamente si aggrega ma si organizza gerarchicamente
giusta un certi statuto di un sentimento comune. È importante che un individuo
animale possa profittare della proprie osservazione; perocchè dello profitto
provoca una maggiore perizia pratica, la quale dal più vecchio è partecipata al
più giovane e trasmessa alla generazione vegnente come una dialettica della
categoria istintuale che più tardi si sviluppe in una vera mentalità. La
categoria spirituale (spiritus, animus) funziona qui come sviluppata categoria
psichica (psiche), epperciò la lingua, il linguaggio e la communicazione, nel
suo amplo uso, vera sintesi e genesi manifesta della categoria spirituale,
arriva all’esistenza come linguaggio no planetario o naturale, ma puramente
psichico; o come linguaggio equivoco o misto, ossia psichico-spirituale; o come
linguaggio assolutamente o puramente spirituale o oggettivato (communicazione
proposizionale – la logica di tutte e cose). Qui non occorre accennare al terzo
ed ultimo stadio, ossia al linguaggio puramente o assolutamente spirituale,
proprietà *esclusiva* (alla Grice) dell'uomo o Homo sapiens sapiens, ma
solamente al primo stadio (psichico) e al secondo stadio (misto) del linguaggio
che nasce e si sviluppa nell’animalità sub-umana, pre-razionale. Il fattore
caratteristico di questa crisi, ossia lo sviluppo dell’anima senziente inter-soggetiva
nella spiritualità pensante proposizionale, è manifesto piuttosto dal
linguaggio ‘muto’ o il gesto di una emozione del corpo e principalmente di
quell’emozione della fisio-nomia. Quest’emozione formula un sistema
comunicativo, in quantochè manifesta una definita emozione intima con una certa
categoria, che, non essendo destinate alla mera soprevivenza o conservazione
dello specimen o della specie, non si puo chiamare semplicemente psichica,
ovverosia istintuale. L’animale sub-umano, p. es., lussureggia per una mera
sensualità erotica – omo-erotica, come Socrate ed Alcibiade --, la quale non
può essere destinata in verun modo alla propagazione della specie dei Grecci!
Così pure due specimen giovani di animale giocano (la lotta greco-romana) colla
vivacità propria dell’età loro, la qualcosa può giovare, ma indirettamente,
all’educazione e destrezza corporale dell’individualità. Così il padre non solo
alimenta il suo figlio, ma l’educa e disciplina ad una pratica operazione
requisita dalla propria specie, locchè dimostra che l’ingenita istintualità non
puo bastare, ed abbisogna dell’ammaestramento dell’osservazione data a lui che
ha già vissuto praticamente nella vita. Il linguaggio misto, o equivoco, ossia
psichico-spirituale, è quel tale sistema di comunicazione che non consta semplicemente
di questo o quello gesto, il quale segna non solo una definita emozione
dell’animo, ma una certa anfi-bologica determinazione della ‘mente’ (mentatio,
mentare, mentire). Così, per es., il cane, alla presentazione d'una cosa che
altre volte fu nocivo, puo involuntariamente fuggire guaiolando. Il gesto segna
naturalmente la paura. Qui certo v’ha una psichica emozione provocata da una
simile cosa, ma quest’emozione del cane dev'essere legata alla *memoria* della *sensazione*
originaria, la quale memoria appunto costituisce una determinazione *equivoca*,
mista, psichica o mentale-spirituale. L’animale superiore possesse una facoltà che
incluse un svariatissimo repertorio di questo o quello segno o gesto, mediante
una modulazione combinatorial di questa equivoca determinazione. Quando l’animale
arriva definitivamente alla soggettivazione della propria coscienza, ossia al
suo “lo” distinto categoricamente dal “non-lo” (cfr. Grice, “Privazione e
negazione), entra categoricamente nella coscienza spirituale – del spirito
oggetivo. Questo passaggio costituisce la creazione o mutazione o trasmutazione
o trassustanzazione (metaeousia) dell’uomo, Homo sapiens sapiens, e solamente
questo passaggio colla propria manifestazione può segnare un soggetto umano che
puo attuare in inter-soggetivita con un altro soggeto umano. Qui l’”umanismo” si
manifesta categoricamente nel proprio caratteristico (la definita soggettivazione
del ‘ego’ come ‘ego’ e del ‘tu’ come ‘tu’), e si manifesta colla parola (parabola)
non certo col documento anatomico-fisiologico, che non puo bastare se non a
certa ampla generalità della distinzione o del genus animale. Prima di entrare
a caratterizzare questa crisi importantissima, ossia lo sviluppo dell’anima
nello spirito, dobbiamo assumere la speculazione retro-spettiva della coscienza
da un ordine uranico nel ordine planetario e nel ordine vegeto-animale. In un
ordine uranico, la coscienza procede verso un’individuazione dalla nebulosa al
cometa, al sole ed al pianeta. Il solo caratteristico essenziale dell'umanismo,
assai più caratteristico di quell’antichissima vaga definizione dell'uomo ragionevole,
animale rationale homo est, è senza dubbio la soggettivazione, e la manifestazione
di questa soggettivazione è fatta con l’inezzo spiritualmente formolato. Conformemente
a ciò, più innanzi, l’uomo (Homo sapiens sapiens) è designato anzi definito
come coscienza inter-soggettivata. Quest’individuazione, qualunque la si voglia
supporre, non può essere una soggettivazione; perocchè l'individuo (Erberto) non
si distingue dalla specie (Homo sapiens sapiens), e le varie specie dei corpi
celesti si confondono colle varie età di un solo individuo. Cosi pure,
speculando in un ordine generalissimo, una specie animale e una età
dell’animalità. Nella specie animale piu infima, l'individuo si distingue dalla
specie (una rosa piu bella dall’altra). Nella specie animale superiore, non solo lo specimen si distingue dalla
specie, ma anche il soggetto dallo specimen ė progressivamente distinto. Cosi,
p. es., il corpo di un animale consta d'innumerevoli individualità viventi aggregate
ed organizzate fra loro, le quali, svolgendosi dall’una in altra fase,
costituiscono l’organo (dell’organismo), l’apparecchio, e la funzione vitale
dell’animale. Ma la coscienza resuntiva di questo individuo vivente è
nell’organismo dell’animale concreto, e non negli animalcoli gregarii che lo
costituiscono. L'animale resuntivo della propria soggettività costituisce lo
svolgimento del senso del pensiero. Qui dobbiamo definire la distinzione del
senso e del pensiero. Il senso non può supporsi astratto dalla coscienza;
perocchè in questo caso sarebbe un senso che non sente (il senso non sente,
l’animale sente), ma può supporsi astratto dalla *co-scienza* del senso;
perocchè la co-scienza e il senso funzionano indistintamente. Finchè la co-scienza
non si distingue categoricamente dal proprio oggetto. E una co-scienza identica
alla sua forma esteriore, la quale è una sensibile esistenza. Quando però la co-scienza
si distingue categoricamente dal proprio oggetto, allora dice: “Io sono e
l'oggetto è” – “Io sono quello che sono, e l’oggetto quello che è, cioè l’ “lo”
e il “non-lo” (p. es., il tu) *siamo* due termini distinti in relazione
d’intersoggetivita. Quest’idea fondamentale che si percepisce un “lo”
(pirothood) è la soggettività; ossia, la nascita dello spirito. Nascita dello
spirito e nascita del pensiero, facendo consistere la spiritualità specialmente
in questo. A conferma di ciò, si noti, primamente, che in questo paragrafo ei
vuole fare appunto la distinzione di senso e pensiero; secondamente, che nel
susseguente paragrafo, parlando dei momenti dello spirito, vi accoglie il
principio sensitivo non come pura e semplice *sensazione*, ma come *sentimento*.
Sulla predetta distinzione, del resto, ritorno nei paragrafi susseguenti. Lo
spirito consta di tre fasi: il sentimento (aisthetikon), l’intelletto (noetikon)
ed il concetto – il A e B – concetto soggetto, concetto predicato). Lo spirito
nel sentimento è uno spirito immediato che poco si distingue dall’anima
senziente. Ma quest’anima senziente appartiene allo spirito, perocchè si *percepisce*
soggetto (un ‘lo’). Il sentimento consta di tre termini: l’attenzione (la
risposta ad un stimolo), la memoria (il riflesso condizionato), e l’imaginazione
(la risposta ipotetica o condizionale). La funzione più o meno complessa di
questi tre termini crea la *soggettività*, che lentamente si svolge dal
sensibile nel cogitabile (co-gitatum, cogito; ergo sum). L’attenzione deve funzionare
nello spirito esordiente, e cosi lo spirito deve *sentire* *che* il senso della
natura – ossia, l’istinto -- più non gli basta. Questo sentimento dell’insufficienza
del proprio istinto l’avverte *che* necessita osservare ed imparare la pratica
della vita. E la prima funzione della mentalità. Epperciò la lingua ariana
conserva più la traccia della parentela del concetto di “manere” e “mens” -- quasichè
pensare e fermarsi, ossia il soggeto ferma l’attenzione sopra un oggetto – che
puo essere un altro soggetto --, siano due operazioni molto affini. Veramente,
tuttochè sommamente dissomiglino queste operazioni, nella loro sensibile inanifestazione
esteriore s’identificano in un fatto comune, quello dell’arrestarsi – la
risposta ad un stimolo. La co-scienza che fissa l’attenzione sopra un oggetto
(che puo essere un altro soggetto), cerca nell’oggetto qualcosa *oltre* il sensibile
immediato, quando esso oggetto non sia la funzione di una mera sensazione immanente,
ma la funzione di una sensazione trascendente. Una seconda funzione del
sentimento è la memoria. Mediante la memoria, una sensazione o attenzione
presente si può risuscitare quando non sia più presente. La co-scienza
attentiva all'oggetto studia un oggetto esteriore ed abbisogna della presenza
di esso oggetto per osservarlo. Ma la memoria contiene e conserva in sè stessa
l’oggetto osservato (che puo essere il ‘lo’ – l’identita personale come
memoria), epperciò si costituisce in-dipendente dalla presenza del medesimo
oggetto. Una terza funzione del sentimento è la imaginazione. L'imaginazione
non solo conserva l’oggetto osservato, ma *crea* l'oggetto possibile che non ha
osservato. Questa funzione emancipa o libera la co-scienza, non solo, come la memoria,
dalla presenza dell’oggetto (s’ricorda o imagina un oggetto assente), ma anche
dalla sensibile esteriore realtà del medesimo oggetto, epperciò l’imaginazione
può liberamente crearsi una propria oggettività, alla Meinong. Questa facoltà
crea non solo l’oggetto composto (compesso combinato) di due oggetti (obble 1 e
obble 2) osservati, ossia non crea solo la mera composizione, addizione o
combinazione, ma puo creare un oggetto che non consta di questo o quello
elemento osservato, ma un oggetto radicalmente imaginario (un circolo quadrato,
un numero imaginario), tuttochè le semplici categorie dello spirito e della
natura debbano necessariamente fornire all’imaginazione se stesse per possibilitare
questa creazione imaginativa o predittiva. Il passaggio dalla coscienza
senziente alla cogitante, ossia dalla bestia all’uomo, è pure una progressiva
distinzione della co-scienza in soggettiva ed intersoggetiva. Qui la distinzione
de soggetivita e intersoggetivita è una mera distinzione generale dell'”io” dal
“non-io” (il ‘tu’). L’ “io” si suppone vivente e pensante *altro* dal non-io
(il tu, in combinazione, il noi), in sè stesso parimenti vivente e pensante. La
natura si rivela come un *popolo*, popolazione, aggreggato, organismo sociale,
di piroti viventi e di pensanti, non si suppone ancora l'altro dal vivente-pensante,
ossia il non-vivente e il non-pensante. Si suppone semplicemente l’altro dal
moio lo vivente e pensante. Perciò la natura uranica, la terrestre,
stochiologica e minerale, la vegetabile o l’animale si suppone distinta dal mio
io, non però distinta dall’io generalmente parlando, ossia si suppone possedere
un loro io analogo a quello della mia co-scienza. Esaminate la radice, ossia gli
antichissimi elementi della comunicazione e troverete ogni dove segnata
l'universa natura (physis) come vivente e pensante analogicamente alla mia co-scienza.
Non vi troverete mai la natura morta colla sua forza cieca, governata da
necessità parimenti cieca, vale a dire, la natura della riflessione. Il
sentimento esplicito dalla mia co-scienza soggettiva può essere comunicato
dall'uno all'altro individuo. È questa comunicazione (o conversazione, nel
senso biblico) la prima proprietà per cui una idea cogitabile è distinta da una
mera sensazione per definizione non-condivisibile. Nessun sistema di
comunicazione puo fornire una sensazione, se questa non sia stata data dal
senso (il ‘dato del senso) come tale – nihil est in communicatione quo prius
non fuerit in sensu). Potrò, p. es., parlare in qualsivoglia modo di un oggetti
visibile. Ma un cieco nato non puo mai ne sentire ne comprendere che sia la
visibilità. Se un soggetto abbia un tempo posseduta la facoltà visiva puo,
parlando di un oggetto veduto, richiamarli alla memoria quasi visibilmente
presente, ma non puo mai fare che tale visione sostituisca la concreta visibile
realtà colla semplice imaginazione. La prima conseguenza della co-scienza
senziente che si sviluppa nella cogitante è che, siccome l’idea o concetto come
tale, ossia nella forma della co-scienza cogitante, può essere *trasmessa* (il
trasmesso) dal l'uno soggeto all'altro soggetto, non può essere trasmesso il
senso come tale, ossia nella forma della co-scienza senziente. Cosi un soggetto
è abilitato a sapere quello che non egli, ma l’altro soggetto ha percepito col
senso (“Una serpe!”), oppure quello che egli in altro tempo ha percepito col
senso, oppure indurre un’idea da quello che presentemente percepisce col senso.
Cosi, p. es., la pecora condotta al macello *vede* macellare la sua simile e fortunatamente
non solo *non* induce che sarà ella stessa macellala, ma anche non percepisce
che questa presente operazione segna un'uccisione; perocchè non possiede l'idea
o il concetto della morte. Cosi il soggetto pensante o intellettivo può sapere
quello che il senziente non può sapere, e questo sapere nasce dalla facoltà
cogitativa o concettuale, per la quale da una sensazione si astrae un’idea
generale o un concetto. Cosi, per es., il soggetto pensante vive nel passato
colla memoria, e nell'avvenire (possibile o reale) coll'imaginazione; il
soggetto senziente, o bestia, vive astrattamente nella sua sensazione presente.
In virtù della sensazione che non può essere indotta in un’idea, egli non
possiede, come il pensante, la distinzione di una natura predominante ed
insubordinabile al soggetto e di una natura subordinabile e passibile del
soggetto. Quest’idea prototipa della forza è un’idea cardinale dello spirito, è
stata il primo germe del sacro. Osservate il sacro e lo troverete Dio, non
perchè sommamente ragionevole, ma perchè onnipotente. Nella religione
spiritualmente più adulta rimane tultavia l'idea dell'onnipotenza, piuttosto
che quella della ragionevolezza, l’attributo eminentissimo del sacro. Mediante
questa passibilità il soggetto può sapere la prima volta di essere nato, di
essere stato lattante, di essere stato partorito, e cosi pure può sapere che
OGNI soggetto, nessuno eccettuato, non vissi oltre una certa mnassima età, ma
morirono in quella o prima di quella. Conseguentemente egli sa *che* il soggetto
non solo nasce (si genera) e muore (corruption), ma può nascere in varie
condizioni e morire in qualsivoglia momento della sua vita. La nozione della
nascita e della morte del soggetto è un fenomeno della co-scienza realizzato la
prima volta che la co-scienza senzienle si svolge nella pensante; perciò
sapientemente nella “Genesi” è detto che l’uomo (Adamo) prima di peccare, ossia
di gustare il frutto del bene e del male, non moriva, ed avendolo gustato dovrà
morire. Veramente la co-scienza senziente non può sapere di nascere e di
morire; perocchè questo sapere non si sa se non sia una nozione *trasmessa* (il
trasmesso) da un soggeto ad altro soggetto, ovvero un'idea indotta dal fatto
costante della morte. Questa crisi della co-scienza, ci manifesta che la co-scienza,
dalla sensazione svolgendosi nella mentalità, procede in un sistema di
distinzioni ideali o possibile o concettuali e astratte che non sono possibili
nella mera sensazione. La mentalità, che nasce dalla sensazione, è prototipicamente
*imitatrice* o inconica della sensazione, e porta seco nel suo sviluppo la *forma
logica* della sensazione stessa, che progressivamente si trasforma in quella
del pensiero. La mentalità è prototipicamente sentiment e funziona in tre caratteristiche
funzioni -- attenzione, memoria, ed imaginazione. Da queste tre prototipiche
funzioni del sentimento nascono tre forme rudimentali della mentalità. La
mentalità non più vive nell’immediata sensazione ma crea il conflato
temporaneo, e vive nella retrospettiva del passato, e nella prospettiva
dell'avvenire. Questo conflato temporaneo possibilita un'esistenza ideale oltre
l’immediato sensibile presente, e conseguentemente un'idealità inducibile
dall'osservazione. Da quest’osservazione nasce una seconda idea elementare
della mentalità, cioè d'una forza naturale che domina la nostra, e d'una forza
subordinabile alla nostra. Di qui la mentalità si esercita per subordinare le
forze predominanti, e da questa generale osservazione si percepisce come un
fatto costante che l’uomo nasce e muore, e finalmente che *io*, come uomo, ma
no come persona, sono nato e devo morire. L'idea della morte come necessità,
tuttochè sembri un’idea comunissima, è lungi dall'essere tale. La co-scienza
primitiva, come quella di certi selvaggi oggidi viventi, percepisce la morte
come un fatto costante. Ma, come la riſlessione, non arguisce punto che questo
fatto, tuttochè costante, sia necessario. Suppongono questi selvaggi che la
natura umana o sovrumana abbia sempre ucciso l’uomo. Ma suppongono parimenti
che quest'uccisione non sia una necessità, ma una sfortunata accidentalità. La
co-scienza che dalla sensazione si svolge nella mentalità si sistematizza in un
sentimento pressochè comune alla umanità. Il soggetto possiede la sua propria
determinazione individuale. Ma proprie determinazioni non affettano un sistema
generale della co-scienza umana, che perciò ſu chiamato senso comune. Mentre
questo sistema generale della co-scienza è pienamente uniforme al senso comune,
il soggetto è un soggetto comune e spiritualmente normale. Ma quando questo sistema
si aliena dal senso comune in on sistema d'idealità più misteriosa, e trascende
con un giudizio prestigioso i giudizi comuni degli uomini, allora si dice, che
questo soggetto è inspirato, ossia profetico, taumaturgico, e così via.
Generalmente parlando, questa co-scienza trascendente subordina la comune, come
provano i varii sacerdoti della primitiva religiosità romana ed etrusca. Quando il soggetto si
aliena dal senso comune senza trascendere in un'idealità prestigiosa, ed
esercita una pratica contradittoria o contraria o opposta a sè stessa, ovvero
incompatibile colle esigenze generali della pratica oggettività, allora si dice
che il soggetto è spiritualmente ammalato, ovverosia demente. L'alienazione
vuol essere accuratamente distinta, se cioè sia alienazione dal mero senso
comune (in questo senso si può dire, che tutti gli uomini grandi furono
alienati), ovvero se sia una alienazione dalle generali esigenze pratiche
dell'oggettività naturale e spirituale (in questo senso gli alienati sono
coloro che comunemente si chiamano pazzi). La co-scienza trascendentale, ossia
la co-scienza dominata dall'idealismo, co-scienza essenzialmente poetica, è il
polo opposto della co-scienza dominata dalla sensazione, co-scienza essenzialmente
prosaica. A quella si devono tutte le organizza zioni primitive dell'umanità, a
questa si deve preferibilmente la tecnica industrialità e la mercatura
primitiva. Vedremo più oltre, che la Coscienza umana progredisce sulla base di
quest'opposizione archetipica della sua storia. La funzione più essenziale e
più generale della mentalità è la comunicazione (il trasmesso). Il primo stadio
del trasmesso è l'uso di una radice designativa – de-segna – segna. Qui io non
segno che una presentazione o un modo di una presentazione, e sempre si riduce
alle semplici categorie dello spazio e del tempo. Il pronome personali non fu
primitivamente io e tu, e così via, categorie troppo metafisiche, per servire a
questo primo stadio della lingua, ma, “qui”, “là” (Bradley, this, that, and
th’other, thatness, thisness), ecc., categorie dello spazio. Un sistema di
comunicazione che consta di radici semplicemente per la che io de-segno non può
soddisfare alle esigenze più generali della mentalità, epperciò da questo primo
stadio si sviluppa, per l'implicita esigenza della mentalità, il secondo stadio.
Il secondo stadio consta della combinazione di una radice con la che de-segno
con una radice pre-dicativa, ma tuttavia legate a una sensibile determinazione;
cosi, p. es., per designare un oggetto, si sceglie l'attributo sensibile più
esplicito in quel l'oggetto, p.es., il verde per designar la pianta, il bianco
per designer la neve. Quest’attributo sensibile, sendo necessariamente variabile
o contingente nell'oggetto, non può costituire una specie. In questo secondo
stadio si trovano molte lingue dei selvaggi o barbari, i quali scelgono un
attributo sensibile dell'oggetto per designarlo, e conseguentemente non possono
arrivare a formolare le specie o il genus o l’universale, ma semplicemente
oggetti in certe sensibili condizioni. Il terzo stadio usa la categoria propria
della mentalità esplicita, la categoria metafisica, per designare l'oggelto;
come, p. es., define la pianta non l'individuo verde, ma l’individuo polare, i
cui poli cospirano alla luce ed all'acqua. Questa proprietà generica comprende
ogni pianta; perocchè la detta polarità è l'attributo cogitabile generale della
pianta. Il gesto è posseduto da ogni animale come inezzo psichico di movimenti
o di formalità; ma il gesto che caratterizza la soggettività è appunto il
trasmesso psichico che si svolse nella spirituale. La prima radice segna una
mera affezioni dell'anima e più tardi si svolse in un segnato meta-forico, per
rispondere all'esigenze della progressiva mentalità. Il rapporto fra il canale
fisico *espresso* dall'anima e l'anima esprimente (segnante) è quello stesso
rapporto, ma più complesso, per il quale un animale segna con un certo definite
gesto certa definite affezione della sua anima. L'uomo, sviluppando in sè
stesso la propria mentalità e l’inezzo per segnarla, si conobbe come specie
comune. Il primo sistema di comunicazione quasi naturale deve essere stato
pressochè identico in ogni umano, come ogni pecora bela, ogni cani abbaia ed
urla. Dovette essere un inezzo nato con lui e trasmesso senza il minimo bisogno
di convenzionalismo e di pratica convivenza per essere capita. La
communicazione è stata realmente uno degli argomenti più favoriti e più frequentemente
trattati dal filosofo, il quale la conosceva, ed a fondo, in molte forme
antiche ed in un numero ancora maggiore di forme moderne. Egli ne ha trattato,
infatti, in molte sue opere. Ne ha accennato nel primo volume della sua grande
opera, cioè Saggio circa la ragione
logica di tutte le cose “Prolegomeni,, Torino. Ne ha accennato anche nelle
seguenti opere già pubblicale in Torino, e cioè nella Proposta di riforma
sociale; nella Introduzione alla cultura generale (facente parte del predetto
vol.), pag. 120 e seguenti. Ne parla poi in parecchie altre opere ancora
inedite. L'uomo che possedette questo sistema di communicazione visse nelle
foreste in una aggregazione o società piuttosto fortuita, poco dissimili da
quelle dei quadrumani, ma si armò per esercire la caccia e la pesca. La sua
nudità lo facea più fragile degli altri animali, epperciò ha dovuto sopperire a
questa nudità e debolezza colle armi artificiali, e sopratutto colla propria
scaltrezza. Questo primo stato dell'uomo vuol essere qui accennato come quello
dell'astratta soggettività abbandonata a sè stessa; perocchè l'uomo, cacciatore
o vivente dei prodotti naturali della terra e del mare, può vivere solitario.
Le aggregazioni o società di questi uomini sono mera accidentalità non necessità
dello stato proprio. In questo primo stato la soggettività nascente è caratteristicamente
manifestata dalla perversione di certi istinti essenzialissimi alla
conservazione del soggetto e della specie. Così, p. es., nessuna specie animale
s'alimenta del proprio simile, ma certi selvaggi mangiano indifferentemente i
loro nemici, amici, consanguinei, figliuoli, ed alimentano le donne, affinchè
ingrassino e siano buone a essere mangiate quando partoriscono più figliuoli da
mangiare. Quest’enorme perversione d’un istinto cosi radicale (l’affezione alla
progenitura) segna quanto sia profonda la crisi che svolge l'istintualità nella
mentalità. Sono certo che la quasi totalità de’ filosofi non sarà d'accordo su
questo puntoe riterrà l’associazione umana come una necessità e non già come
un'accidentalità. Ma l'autore, per la vita solitaria e un po' misantropica da
lui fatta, è stato come involontariamente tirato a generalizzare questo suo
particolare carattere. E una mentalita che si manifesta come un'orribile
perversione dell'istinto, ma è una mentalità volente, non un mero modo
d'ingenita istintualità. Questo titolo è quello, che nonostante la massima
perversione, può nobilitare l’uomo antropofago sopra la bestia istintualmente
tutrice della prole. Cosi pure, relativamente al soggetto individuo, l'uomo selvaggio
o barbaro in procinto di essere cattivato dai suoi nemici, può suicidarsi, la
bestia non mai (penguino?). L'istinto della propria conservazione individuale è
un istinto comune a tutti i viventi nella natura, come pure quello della
conservazione della propria specie non offre eccezione veruna nel regno della
natura. Le sole eccezioni a questo fenomeno generalissimo della vita si trovano
fra gli animali pensanti come il penguino. Tuttochè qui dobbiamo parlare del
soggetto della natura, astratto da qualsivoglia organizzazione necessitata
dalla sua condizione, abbiamo parlato di tre stadii caratteristici della
comunicazione, come quella che può essere comunicata da soggetto a soggett, senza
convenzione, indipendentemente dall'organizzazione sociale fra soggetti o dalla
nessuna organizzazione. La comunicazione appartiene cosi al soggetto solitario
(il Deutero-Esperanto di Grice ch’inventa al bagno) come al soggetto socievole,
e generalmente al soggetto solitario che profitta segnatamente delle occasioni
dell’amore. L’uomo solitario pratica qualche volta questo rapporto colla
femmina come un mero rapporto erotico occasionale. Abbandona la femmina alle
conseguenze della fecondità, non conosce i suoi figliuoli che sono allattati,
nudriti ed educati dalla madre. Ma la comunicazione, che persuase la copula
dell'amore, è la medesima colla quale la madre educa i suoi figliuoli. Cosi la
comunicazione può dirsi radicalmente una creazione della specie ed assume
dignità ed ha il suo svolgimento nella storia universa della spiritualità. Si
può dire in tesi generale che la comunicazione genera la storia nella sua più
semplice elementarità; e dallo svolgimento della lingua si conosce lo svolgimento
dell'umana mentalità e conseguentemente, delle gesta che ne sono conseguite. Mi
furono mandati a casa, in Torino, dal benemerito libraio Loescher tre
grossissimi volumi intitolati Paselogices Specimen Theoo editum. Intri, etc. Un
filosofo di nome Teofilo Eleutero è a tutti ignoto; e non fu poca la mia mera
viglia nel vedere come un'opera filosofica così voluminosa, scritta e stampata
in latino, avesse potuto sfuggirmi; giacchè, come adesso ancora nella mia tarda
età, specialmente allora ho sempre seguito con vivo interesse il movimento
filosofico. La curiosità quindi di sapere chi egli fosse, e qual valore avesse,
mi fe' tosto gittare gli occhi sul primo volume che portava la designazione di
Prolegomena, e che, come subito vidi, era una Introduzione, o Propedeutica che
voglia dirsi, a tutta l'opera. La mia meraviglia crebbe dopo la lettura delle
prime pagine del volume, tanto più che ad essa si congiunse il sentimento del
l'ammirazione: sentimento che col proseguimento della lettura di venne un vero
entusiasmo. Io mi trovava dinanzi ad un hegeliano, e, per giunta, un hegeliano
di alto ingegno e di larghi propo siti: i quali propositi erano nientemeno che
quelli di una Riforma dell'hegelianismo mediante principii dell'hegelianismo
stesso. Comunicai la mia impressione e il mio entusiasmo al signor Loescher, il
quale m'informò che l'autore dell'opera era un intrese, di nome C., dalla cui
figlia aveva ricevuto l'esemplare dell'opera che mandò a me per prenderne
conoscenza. L'impres sione e l'entusiamo potettero ancora, per mezzo della
figlia, essere comunicati al filosofo, che era già assai infermo e che poco di
poi morì della malattia che da parecchi anni lo travagliava, la paralisi
progressiva. Io continuai, naturalmente, a leggere e stu diare la preziosa
opera, ed è di essa che accennerò maggiormente in questo ricordo del filosofo,
essendo essa indubbiamente il maggior titolo del valore e della posizione
filosofica del medesimo. Senonchè, a render meno incompiuto il ricordo, mi si
conceda che rilevi alcuni altri particolari della sua complessa personalità.
Per cio che concerne biografia e bibliografia mi limiterò alle poche notizie
seguenti. Assolti bene o male, anzi piuttosto male che bene, i primi elementi
della sua istruzione, comincia a trarre qualche profitto in un collegio di gesuiti
a Novara. È una singolare circostanza questa, che un uomo che ebbe sempre uno
spirito non solo diverso, ma anche opposto a quello de' gesuiti, avesse proprio
da questi avuto il primo impulso e il primo profitto agli studi Ma un profitto
maggiore e un vero inizio di studi serii sono da lui fatti a Firenze, ove si
reca subito dopo, mettendosi in relazione cogli uomini del famoso Gabinetto
Viessieux e consacrandosi tutto agli studî' di lingue, lettere e scienze.
Quanto a lingue, tra il tempo che e a Firenze e gli anni che immediatamente
seguirono, ne apprese parecchie tra antiche e moderne, allo scopo non solo di
legger la filosofia negli idiomi originali, ma anche di viaggiare, per prender
diretta notizia di uomini e cose. Infatti, comincia subito a viaggiare
percorrendo in lungo e in largo non solo l'Italia, ma anche la Svizzera, la
Francia, la Germania, l'Olanda e l'Inghilterra. Gli studî che fa nella prima
giovinezza si allargano e diveneno più intensi, quando dopo i viaggi si ritira
nella nativa Intra, nella quale accanto agli studi comincia anche a scrivere
opere di vario genere, segnatamente filosofiche. Nella sua carriera di filosofo
passa per varie fasi, che io (nella mia opera intitolata Notizia degli scritti
e del pensiero filosofico di Ceretti) designo e describo come fase poetica,
fase filosofica in genere ed hegeliana in ispecie, fase di transizione, fase
utopistica e riformativa della società civile, e fase ultima del pensiero
cerettiano, la quale è quella del cosìdetto sistema contemplativo. Ad ognuna di
queste fasi corrispondono opere, e non poche, che si muovono nell’orbita del
pensiero cerettiano gradatamente svolgentesi ed esprimentesi in essa. Le quali
opere, se si considera il complesso di esse tutte, costituiscono una massa addirittura
ingente, che versa su tutte le parti dello scibile. E, infatti, un filosofo universale.
Tanto per dare una idea della predetta massa di saggi, ricordo innanzi tutto
quelli che si riferiscono alla fase poetica, la quale gli scalda tanto la mente
ed il cuore, che gli fe ' dire: Cari poeti, voi dell'alma mia foste il primo
verissimo Messia. Ad essa appartengono le opere poetiche di genere romantico: Eleonora
di Toledo; il Prometeo; il Pellegrinaggio in Italia; le Poesie liriche:
inoltre, queste altre di genere giocoso, satirico e filosofico e scritte anche
in tempo posteriore alla giovinezza: le Avventure di Cecchino, e le Grullerie
poetiche. A queste opere scritte in versi se ne potrebbe aggiungere un'altra
scritta in prosa e pur facente parte di questa prima fase, cioè quella
intitolata Ultime Lettere d'un profugo e costituente un romanzo sul genere del
Werther di Goethe e del Jacopo Ortis di FOSCOLO (si veda). Questa prima fase
nella quale la sua mente è ancora incomposta ed in via di formazione – è
caratterizzata dall'aspirazione di lui ad incarnare in sè stesso i pensieri e i
sentimenti de' grandi uomini del suo tempo e di quello che immediatamente lo
precede (Cenobium). Il che egli stesso riepiloga ed esprime dicendo. In
giovinezza io fui innamorato e delirante alla Werther, patriota furibondo alla
Ortis, stravagante alla Byron, dolorante alla Leopardi, misantropico alla
Rousseau, satanico alla Voltaire, ateo materialista alla La Mettrie, e
finalmente miserabile alla mia propria maniera. Alla seconda fase, che contiene
la sua filosofia più eminente e più compiuta, appartiene -- oltre ad un primo
abbozzo di opera intitolata Idea circa la genesi e la natura della forza la grande opera latina predetta “Pasælogices
Specimen”. La filosofia di questa fase ha il fondo hegeliano, ma però da lui
riformato. Le ultime fasi costituiscono poi una ulteriore deviazione tanto dal
pensiero hegeliano in genere, quanto dall'istesso pensiero hegeliano da lui
riformato ed esposto in que st'ultima. Come prima deviazione e ad un tempo come
transizione alle fasi susseguenti si possono considerare la “Sinossi del
l'Enciclopedia speculative”, le “Considerazioni sul sistema della natura e
dello spirito; l'Insegnamento filosofico: le quali saggi hanno ancora
spiccatamente il carattere di filosofia teoretica ed enciclopedica. La nota
principale della suddetta deviazione è che al logo assoluto, il quale nella
grande opera latina diviene il principio cerettiano riformativo dell'Idea
hegeliana, viene più de terminatamente e accentuatamente sostituito il
principio della coscienza assoluta, Coscienza, che, a dir vero, e già apparsa
nella stessa opera latina. Quale ulteriore deviazione, ma specificamente
appartenenti alla fase utopistica riformativa della società civile, si ricordano
le opere intitolate “Sogni e favole” e “Proposta di una riforma civile”. Oltre
ad esse, vanno ricordate anche queste altre, le quali però sono scritte in
forma di romanzi, cioè, i Viaggi utopistici; l'Inconcludente; Don Simplicio;
Don Gregorio; il Protagonista, e qualche altra. La deviazione massima è in
quegli altri saggi, che rappresentano più spiccatamente l'ultima fase, nella
quale perviene ad una specie di subbiettivismo nullistico, da lui designato,
come è detto, col nome di sistema contemplativo. I pensieri di quest'ultima
fase appaiono in parecchi altri scritti dell'ultimo tempo di sua vita, come per
esempio, per nominarne alcuni, nella Vita di Caramella e nelle Memorie postume.
Ma gli scritti mentovati delle diverse fasi, benchè già numerosi, non
costituiscono neppur gli scritti tutti del filosofo d'Intra, essendovene una
quantità ancora notevole, che possono esser nominati scritti varii ed ai quali
appartengono: Biografie, Autobiografie (tra queste, notevolissima, La mia
Celebrità), Commedie, Novelle morali, ecc. e persino un Trattato d'Astronomia e
un Trattato di Medicina. Come vede il lettore, quella che io chiamava una
ingente massa di scritti, e versante sulla universalità dello scibile, non è
una denominazione esagerata, ma interamente reale. E ciò basti a dare una idea
sommaria degli scritti del filosofo intrese. Per cio che concerne il filosofo
propriamente detto, va considerato rispetto al corso della filosofia in genere
ed al periodo filosofico idealistico tedesco in ispecie, nel qual periodo si
riattacca alla maggiore manifestazione speculativa del medesimo, che è la
hegeliana. Si apparecchiò a pigliare il suo posto in quest'ultima, con uno
studio e conoscenza non comune, primamente delle varie discipline dello
scibile, sopratutto di quelle concernenti la Storia universale e le Scienze
positive e naturali d'ogni specie; secondamente, di quelle attinenti alla
filosofia propriamente detta. Rispetto a quest'ultima, è veramente ammirabile
l'opera del nostro filosofo, che – dopo i suoi profondi studi sui filosofi
delle diverse età (non esclusa quella stessa della filosofia indiana) e in
genere ne' testi originali de' medesimi ne ha dato un saggio notevolissimo egli
stesso nel primo volume della sua opera latina, cioè ne' mentovati Prolegomeni.
Ma nella Storia della filosofia uno de' periodi che più studia e conosciuto è
il predetto periodo filosofico tedesco sì ne' filosofi massimi di essa, come
Kant, Fichte, Schelling ed Hegel, si ne' secondarii e pur importanti del
medesimo, come Herbart, Schopenhauer ed altri. In questo periodo e naturale che
quello che massimamente attraesse e legasse il suo spirito fosse Hegel, siccome
quello che compendia in sè, primamente la Storia filosofica generale e, in
secondo luogo, lo stesso speciale periodo tedesco. Hegel, in fatti, è da lui
considerato come quello che ha raggiunta la più alta forma di speculazione
nella scienza filosofica, sopratutto nella disciplina logica. Considerando il
filosofo tedesco in tal modo, è naturale che nel complesso ne accogliesse le
idee e si riattaccasse a lui. Senonchè, pur accogliendole, non le riteneva
scevre di vizii o errori che voglian dirsi. In conseguenza di ciò si propose da
una parte, di additare questi vizii, dall'altra, di correggerli. E la
correzione, che costituiva per lui una riformazione dell'hegelianismo, non è
poi altro che la filosofia cerettiana stessa, quale è concepita ed esposta
nella predetta grande opera latina. Ciò posto, seguiamo ora tal pensiero
filosofico cerettiano ne suoi tratti fondamentali. Primamente, accogliendo
l'hegelianismo come la predetta suprema manifestazione della coscienza
filosofica, ei l'accoglie nel general fondo e pensiero del medesimo, fondo e
pensiere, che vengono da lui riassunti ne' seguenti principii generali. Primo, L'assoluto
è l'Idea. Secondo, l'Idea concreta è lo spirito. Terzo, l'essenza concreta ed assoluta
dello Spirito è l'Idea logica. Inoltre, l'evoluzione dialettica del l'Idea,
nella quale evoluzione consiste il processo metodico di quest'ultima, avviene e
deve avvenire secondo la Nozione, ossia secondo il Concetto, come dice Hegel
(dem Begriffe nach). Rispetto a tali principii designati come hegeliani non che
come veri e inoppugnabili, e quindi da lui stesso accolti, va però osservato,
che di essi non può essere ritenuto come schiettamente e veramente hegeliano il
terzo; giacchè, secondo Hegel, l'essenza concreta ed assoluta dello Spirito non
è l'Idea logica. Questa è per Hegel l’Idea pura e semplice soltanto, e però
immediata ed astratta, non ancora dialetticamente esplicata e, mediante
l'esplicazione, fatta concreta. L'essenza assoluta e concreta dello Spirito è
per lui invece l’Idea che da puramente e semplicemente logica (da Idea logica )
si è estrinsecata nella Natura (cioè si è fatta Idea naturale o Natura), e,
attraverso di questa, è giunta a coscienza di sè, ossia è divenuta spirituale,
o, che vale lo stesso, è divenuta Spirito. In altri termini, l'essenza concreta
assoluta dello spirito è la coscienza dell'idea, ovvero è l'idea conscia di sé,
mentre l'idea logica hegeliana è ancora inconscia. Per cio che concerne i
mancamenti e vizii della dottrina hegeliana, essi, secondo C. concernono
l'evoluzione dialettica dell’idea, o, che vale lo stesso, concernono l'idea nel
suo processo (esplicazione) dialettico. Un primo vizio generale in tale
evoluzione è per lui quello che nella logica hegeliana concerne il prius e il risultato
dell'idea. Notoriamente per Hegel, benchè l'idea sia, da una parte, il
principio universale assoluto, e, dall'altra il principio iniziale
dell'evoluzione dialettica assoluta, principio iniziale che farebbe come il prius
ideale dialettico, pur non di meno pel filosofo tedesco il vero prius dell'idea
non è questo iniziale, ma quello finale a cui l'idea perviene come risultato
del processo dialettico, risultato finale che è propriamente lo spirito, ossia
l'idea pervenuta a coscienza di sè. È per questo che Hegel sostiene che il vero
prius non è l'idea logica, ossia l'idea pura ed estratta, ma lo spirito, che è
l'idea che col processo dialettico si è fatta veramente reale e concreta. Or
questo prius che Hegel pensa e pone come vero è invece da C. ritenuto falso,
perchè pensato ed ottenuto secondo un procedimento dialettico prestigioso e
sconforme al vero ordine logico, che deve avere e seguire il logo (logo che,
come tosto si vedrà, è il principio specifico assoluto cerettiano sostituito
all’idea hegeliana). Accanto a questo vizio generale, trova e addita vizii
particolari affettanti l'idea come logica naturale e spirituale. I vizii
spettanti all'idea logica e al corrispondente processo dialettico sono tre. Il
primo vizio è che nell'esplicazione dialettica dell'idea logica la genesi di
questa sia una genesi della nozione dalla non-nozione. Il secondo vizio è che
l'esplicazione dialettica dell'idea logica è piuttosto un'astratta esplicazione
delle categorie, anzichè un concreto un rimmanente processo di esplicazione ed IMPLICAZIONE.
Il terzo vizio è che il processo dialettico dell'idea logica hegeliana è
piuttosto un logo astratto astrattamente esplicantesi e riassumentesi insultato,
anzichè la sanzione (o affermazione) di sè stesso nella concreta immanente ed
assoluta verificazione della propria posizione, dialettica e riassunzione. Il
primo de' tre vizii indicati, riproducendo il mentovato general vizio del prius,
ei lo determina meglio designandolo come processo inconscio dell'idea logica,
processo che Hegel pensa appunto come inconscio ed C. pensa e vuole invece come
conscio. E può dirsi che su tal coscienza dell'idea logica poggia il punto
cardinale della differenza dell'idea hegeliana dal logo cerettiano. Quanto al
vizio concernente l'idea naturale, esso è in grosso quello stesso
dell'astrattezza, testè rilevato, o, che vale lo stesso, della non raggiunta
realtà dell'idea nel farsi naturale. Infatti, l'idea logica, estrinsecandosi e
divenendo natura, rimane in quello stato astratto e puramente e semplicemente
ideale che ha come idea logica, e non giunge a veramente naturarsi, com'ei dice,
cioè a farsi vera realtà naturale. E finalmente, quanto allo spirito, od idea
hegeliana spirituale, il filosofo intrese vi trova il vizio di quella stessa
prestigiosità speculativa (speculativa prestigiositas), che ha trovata e
rilevata per la logica. Ed osserva, per giunta, che il general vizio innanzi
mentovato dell'idea hegeliana, che cioè essa sia un risultato, diviene più
specifico nello spirito, in quanto questo, concepito da Hegel come l'idea che
dal suo esser-altro (cioè dalla sua esistenza naturale ) ritorna a sè stessa,
ha appunto il carattere speciale di essere un risultato e non una realtà, a dir
cosi, originaria. Accanto ai predetti vizii fondamentali concernenti l'idea
nelle sue varie forme, logica, naturale e spirituale, ne rileva alcuni altri
secondarii; ma noi, limitandoci alla indicazione de ' fondamentali, passiamo ad
indicare le corrispondenti emendazioni di essi. Preposto che all’idea hegeliana
egli in genere sostituisce il logo, principio universale ed assoluto anch'esso,
la prima generale emendazione, concernente il prius ed il risultato dell'idea
innanzi esposti, è fatta da C. nel senso che il logo è oiginariamente conscio e
non già tale per risultato. Rispetto ai tre vizii dell'idea logica propone come
emendazione (Mi piace di riferire colle stesse parole latine di C. il predetto
triplice vizio. Hegelianæ logicæ tractationis defectuositas, in exitu prolegome
norum designata, est primo, quatenus notionis a non-notione progenesis;
secundo, quatenus categoriarum abstracta explicativ, potiusquam concreta
explicationis et IMPLICATIONIS immanens contraprocessu osilas; tertio, quatenus
abstractus er plicativce dialectica LOGUS in abstracta resumptione, potiusquam
in concreta positionis, dialectica et remsumptionis immanente absoluta
verificatione suun ipsum sanciens. Pasael. Spec., CENOBIUM) e però
riformazione, che il primo venga emendato mediante il principio della generale
coscienza logica della nozione od idea hegeliana: il che importa che il logo
sia una nozione (idea) che si genera dalla nozione stessa e non già dalla non-nozione
(nozione inconscia). La emendazione di questo primo vizio coincide in grosso
anche colla generale emendazione predetta del prius e del risultato. La
emendazione del secondo vizio è dal nostro filosofo ottenuta col propugnare ed
effettuare che la genesi delle categorie logiche non avvenga secondo un
processo astratto di sola esplicazione, ma secondo un processo concreto di
esplicazione ED IMPLICAZIONE insieme: nel qual processo concreto i momenti
astratti di esplicazione si negano come astrattamente tali ed affermano perciò
la loro unità. Il terzo finalmente viene emendato, pensando e determinando il logo
assoluto in guisa che esso non rimanga un momento astratto di riassunzione (risultato),
ma che divenga assoluta ed immanente affermazione (sanzione) di tutto il corso
esplicativo, costituendo così un processo e contro-processo, in cui ogni
momento è unità dell'astratto e del concreto. Quanto ai vizi relativi all'idea
naturale hegeliana, la emendazione (stata già implicitamente accennata nella
critica fatta di essi ) consiste in quella che C. appella la NATURAZIONE del logo.
E cioè, mentre Hegel concepisce la natura siccome l'idea ritornante a sè stessa
dal suo esser-altro (dalla sua esternazione ed alterazione), il Ceretti invece
pensa che la natura non è sol tanto ciò, ma è e dev'essere reale naturazione
del logo, ossia reale incarnazione ed obbiettivazione del medesimo. E da
ultimo, quanto all'emendazione del vizio dell'idea spirituale, essa nel
complesso è quella già rilevata nella critica fatta del vizio, e consiste nel
concepir la medesima, ossia lo spirito, siccome logo originariamente conscio e
non divenente tale per risultato d'un processo. Le predette generali e
fondamentali emendazioni, accanto ad altre subordinate e secondarie, son quelle
che nella esposizione ed esecuzione delle idee filosofiche costituiscono la
filosofia cerettiana riformativa della hegeliana, e filosofia riformativa che
forma il contenuto della più volte mentovata grande opera di C., intitolata “Saggio
di Panlogica.” Questo Saggio è un'opera veramente colossale ed è l'enciclopedia
filosofica cerettiana, modellata sulla nota corrispondente Enciclopedia
hegeliana (Encyclopädie der philosophischen duissen schaften) in tre volumi. Concepì
la propria enciclopedia vasto disegno da assolversi in otto volume. Il primo (i
prolegomeni) come propedeutica a tutta l'opera, propedeutica che ad un tempo
contenesse in germe il pensiere della stessa Enciclopedia. Il secondo
contenente (col nome di “ESO-LOGIA”) l'esposizione della logica e metafisica.
Il terzo, il quarto, ed il una con un quinto (col nome di ‘ESSO-LOGIA’)
costituenti la trattazione ed esposizione della filosofia della natura nelle
sue tre parti della Meccanica, della Fisica e della Biologia (od Organica). Il sesto,
il settimo e l'ottavo (col nome di “SINAUTOLOGIA”) designati a trattare la filosofia
dello spirito, distinta anch'essa in tre parti denomi nate Antropologia,
Antropo-pedeutica ed Antropo-sofia. Di questa vasta concezione ed esecuzione il
principio fondamentale ed assoluto è il Logo, che il lettore vede essere in
fondo alla Esologia, Essologia e Sinautologia: Logo che, come si è detto, in
Ceretti piglia il posto e la generale significazione del l'idea di Hegel. Il logo
Cerettiano, come quest'ultima, è l'universa ed assoluta realtà, e realtà con
preminente carattere ideale, comprendente in sè la realtà logica, la naturale e
la spirituale. Per tal carattere anche la filosofia cerettiana è idealismo;
tanto più veramente assoluto, in quanto, non meno e forse ancor più
dell'hegeliano, abbraccia in sè in complessiva unità tutte le forme di
Idealismo apparse nel corso storico della filosofia, si in generale le
antecedenti all'Idealismo tedesco, si in modo più speciale quelle di
quest'ultimo, cioè gli Idealismi subbiettivi Kantiano e Fichtiano, l'Idealismo
obbiettivo Schellinghiano, non che lo stesso Idealismo assoluto Hegeliano.
Questo carattere di universalità ed assolutezza dell'Idealismo cerettiano è una
delle cose più spiccanti, più notevoli ed anche più rilevate dell'Enciclopedia
filosofica del filosofo intrese. Quanto al principio assoluto del Logo, va
parimenti rilevato, che, per la natura conscia del medesimo innanzi additata,
esso vien da C. designato anche come puramente e semplicemente coscienza: per
modo che coscienza e logo ricorrono quasi pro miscuamente nell’enciclopedia
cerettiana ed anche in altre opere posteriori) come espressive e determinative
del principio assoluto. È bene, inoltre, rilevare che tal principio assoluto e
dal nostro filosofo anche puramente e semplicemente detto l'assoluto, il quale
corrisponde in tutto e per tutto al logo e alla coscienza consi derati come
assoluti. Ciò fa intendere come per C. l'elemento conscio costituisce il
carattere essenziale del suo principio assoluto, ossia del suo Logo in tutto il
suo ambito, mentre per Hegel l'elemento conscio è caratteristico e specifico
dello spirito propriamente detto, ossia dell'idea giunta a coscienza di sé. Ciò
farà, d'altra parte, pari menti intendere come il filosofo intrese ponga come
riformativa dell'hegelianismo la proposizione: L'assoluto è la coscienza. Per
cio che concerne la designazione del principio assoluto, rilevo ancora che, ad
esprimere il predetto principio assoluto, egli adopera tante altre volte anche
le parole idea, nozione, persin Pensiere, come Hegel. Ma, se le espressioni son
varie, il senso e valore fondamentale del suo principio è quello del logo
pensato come Logo conscio o coscienza assoluta. Conformemente a ciò (e in
grosso conformemente all'hegelianismo) il Logo vien pensato nella sua IN-TRINSECA
natura e nel suo processo dialettico. Nella sua natura il Logo vien considerato
in tre diverse forme di esistenza, cioè: quale è IN sè, quale è PER sè, e quale
è IN sè E PER sè. La considerazione del Logo IN sè stesso costituisce la
predetta “ESO-LOGIA”, da sis, és, dentro e logos, ossia la dottrina
logico-metafisica del logo. Quella del Logo FUORI DI sè costituisce la “ESSO-LOGIA” (da few, fuori,
in latino, “Exologia”), ossia la dottrina filosofica della Natura. Quella del
Logo IN sè E PER sė, o come il Ceretti la dice, del Logo IN sè e SON sè,
costituisce la “SIN-AUTO-LOGIA”, da “syn” e “autos”, con stesso ), ossia la
dottrina dello spirito. Degno di rilievo è inoltre che il logo IN sè è il logo
nella sua subbiettività. Il logo FUORI DI sè è il logo nella sua obbiettività.
Il logo IN sè e sè e il logo nella unità della sua subbiettività e della sua obbiettività,
ossia è il logo subbiettivo-obiettivo, che è poi il logo assoluto. È bene
parimenti rilevare che come il logo è per eccellenza il logo conscio, il quale
è poi lo spirito o la coscienza, così si designano egualmente lo spirito e la coscienza
nella loro subbiettività, nella loro obbiettività, e nell'unità della subbiettività
e dell'obbiettività. Il predetto triplice modo di essere della natura del logo
soggiace ad un processo esplicativo, che costituisce il processo dialettico,
appellato anche metodo dialettico. Questo processo metodico ha, tanto per Hegel
quanto per Ceretti, tre momenti anch'esso. Questi momenti, che il filosofo
tedesco appella comunemente dell'IN sè, del PER sè e dell'IN sè e del PER sè,
dando loro il valore e significato di momento immediato o intellettivo (della
speculazione dell'idea ), di momento mediato o razionale negativo, e di momento
immediato e mediato insieme, o razionale positivo, vengono invece dal Ceretti
appellati (nel complesso però con valore e significato simili a quelli di
Hegel) momenti della posizione (thesis, positio), ri-flessione e con-cezione.
La posizione, come la parola stessa indica, ha il valore e significato di
quella che comunemente (in Fichte, Schelling ed Hegel), ricorre come “tesi”, mentre
la ri-flessione ha significato e valore di contraddizione (opposizione, ob-positio,
contra-posizione, antitesi ) e la concezione significato e valore di
conciliazione (com-posizione, sintesi) degli opposti, sintesi della tesi e
dall'antitesi. La triplicità delle forme di esistenza del logo (quelle di Eso-Logo,
posizione; Esso-Logo; contra-posizione; e Sinauto-Logo, com-posizione, con le
corrispondenti dottrine d’esologia, essologia e sinantologia, costituisce per C.
i tre Cicli di quest'ultimo. Cicli che, mentre son tre, pur ne costitui solo
sotto triplice forma: costituiscono cioè il logo assoluto uni-trino. Un altro
punto pur degno di rilievo e caratteristico è il modo come determina la
considerazione filosofica o speculativa de tre cicli. La considerazione del
primo, ossia dell'Esologia (posizione) per lui il pensiero del Pensiero (“cogitatio
cogitationis”, l’implicazione o impiegazione dell’impiegazione) quella del
scono un ma secondo o dell'Essologia è il Pensiero del Pensato (“cogitatio cogitatis”
– implicazione dell’implicato, o impiegazione dell’impiegato, e quella del
terzo, o della Sinautologia, è il Pensiero del Pensante (“cogitatio cogitantis,”
implicazione dell’implicante, impiegazione dell’impiegante). Anche
nell'hegelianismo il Pensiero assoluto è identificato col l'idea assoluta, in
quella guisa che il C. identifica parimenti il Pensiero assoluto col Logo
assoluto. Però nella espressione e determinazione cerettiana la cosa ha un
significato più specifico, e propriamente questo, che cioè l'Esologia (posizione)
è la considerazione del Pensiero in sè stesso, del pensiero puro hegeliano e
potrei anche soggiungere, della ragion pura kantiana. L’Essologia (contra-posizione,
impiegato) è la considerazione del Pensiero del Pensato, cioè del Pensiero non
più in sè, puro ed astratto, del Pensiero estrinsecato (fatto per sè),
obbiettivato. La Sinautologia (com-posizione) la considerazione del Pensiero
del Pensante (impiegante: implicazione come relazione tra il implicante e
l’implicato) cioè del pensiero come esistente ed esercitantesi nel subbietto
pensante. Potrei dire che la predetta triplice considerazione è quella del
Pensiero puro e semplice, quella del Pensiero come obbietto di sè medesimo (estrinsecatosi
fuori di sè nella natura), e quella del pensiero astratto ed operante come
proprio subbietto (nella coscienza del pensiero stesso o nello Spirito ). Dopo
le antecedenti generalità, passiamo a considerare parte per parte il logo nelle
sue tre forme di esistenza nella logico metafisica (Esogia, posizione), nella
naturale (Essologia, contra-posizione) e nella spirituale (Sinautologia, composizione).
La dottrina logico-metafisica, conformemente alla hegeliana, è pur distinta in
tre parti che anche per lui, come per Hegel, son quelle dell'Essere,
dell’Essenza e del Concetto: solo che queste nel filosofo tedesco si susseguono
nel modo indicato e nel filosofo intrese mutan posto, diventando primo il
Concetto, secondo l'Essere e terzo l’Essenza. Questo mutamento diposto nella
serie porta poi naturalmente con sè un corrispondente mutamento nel processo
dialettico. Le dottrine di queste tre parti così spostate hanno in Ceretti i
nomi speciali di “PRO-LOGIA” (concetto); “DIA-LOGIA” (essere); e “AUTO-LOGIA”
(essenza). La PRO-LOGIA con sidera il Logo esologico (ESO-LOGO) o
logico-metafisico, nella astratta identità del Pensiero (impiegazione). La
DIA-LOGIA (CONTRA-POSIZIONE) considera il logo nella differenza (IMPIEGATO) di
esso. La AUTO-LOGIA (COM-POSIZIONE) considera il logo nella unità sintetica (IMPIEGANTE)
dell'identità E della differenza del Pensiero stesso. Non credo che il nostro
filosofo abbia avuto giusta ragione d'invertire l'ordine de' tre principii
fondamentali predetti. Ma, checchè sia di ciò, è bene di allegare la ragione
dell'invertimento da lui ritenuto razionale e necessario. La quale, a suo
credere, è che per il logo conscio, o che vale lo stesso, per la Coscienza il
primo (prius) PRO-LOGICO (cioè il primo con cui deve cominciar la logica) non
dev'essere nè indeterminato, come sono l'essere di Hegel e di Rosmini-Serbati,
nè determinato (impiegato), come sono l'Io di Fichte e la predetta Ragione di
Schelling, ma dev'essere lo stesso prius, nel quale sieno implicitamente
contenute tanto la indeterminazione quanto la determinazione. E un sì fatto prius
è la PRO-POSIZIONE, che è il primo ed iniziale momento della sua Pro-logia, il
quale è più primitivo e più semplice del giudizio (A e B) che ne costituisce il
secondo, al quale poi segue il terzo unitivo de' due primi, che è il Sillogismo
(CONIUNCTIO, CO-RAZIONALE). Quanto alla natura de suddetti momenti della Pro-logia,
la Pro-posizione è la immediata ed indistinta coscienza logica, la quale,
appunto per la sua indistinzione, non è nè subbiettiva nè obbiettiva. Il
Giudizio (la proposizione pensata) invece è la coscienza logica, che dalla
indistinzione od indifferenza si esplica e passa nella subbiettività ed
obbiettività di sè medesima. E da ultimo il Sillogismo (coniuctio,
co-razionale) è la subbiettività della coscienza logica, la cui attività
consiste nell'esplicare se stessa, esplicazione di sè stessa, che in fondo è
poi una obbiettivazione della subbiettività. Dato tal concetto generale de'
momenti della pro-logia, il nostro autore passa a considerare e determinar
ciascuno in se medesimo, ed inoltre secondo il predetto processo metodico
tricotomico della Posizione (Proposizione, impiegazione), della Riflessione (contra-posizione,
impiegato) e della Concezione (com-posizione, impiegante). Conformemente a ciò,
distingue la Pro-posizione in “posta”, ri-flessa e concepita; e in posto,
riflesso e concepito, distingue e determina parimenti sì il giudizio (proposizione
pensato) che il Sillogismo (impiegante, composizione). La trattazione ed
esposizione di ciò è amplissima, specialmente quella del Sillogismo; ed è non
solo amplissima, ma anche note volissima per le molteplici determinazioni
logiche ed ontologiche non che illustrazioni ed applicazioni d'ogni genere alle
diverse parti dello scibile e della stessa realtà. La trattazione è di tanto
interesse che è degnissima di esser presa da ognuno in considerazione anche
oggi alla distanza di una sessantina d'anni, dacchè fu pensata ed esposta. Non
potendo entrare nelle particolarità a far intendere il pensiero cerettiano sì
nella concezione de' momenti della predetta pro-logia sì nel passaggio da
questa alla Dia-logia, allegherò un luogo nel quale l'autore lo ri-epiloga, e
che è questo. Il pensiero pro-logico, uscito e passato dalla sua generalità
formale (cioè, dalla pro-posizione) colla particolarità formale della sua
generalità (cioè, col giudizio, impiegato) nell'unità formale della sua
generalità e della sua particolarità (cioè, nel sillogismo, la com-posizione,
impiegante), si concepisce come sistema metodico della RAZIONALITÀ, ossia come
forma assoluta delle forme. La forma sillogistica delle forme pensabili insegna
che il pensiero è essenzialmente il sistema di sè, e non v'è sistema all'in
fuori del sistema del pensiero, poichè l'altro del pensiero non può essere
fatto (posto) da altro che dal pensiero. Inoltre, insegna che il sistema
assoluto del pensiero è il sillogismo giudicativo della proposizione, perciò l'assoluto
non può esser concepito altrimenti. Cosi a pag. 125 della Ragione Logica di
tutte le cose. Esologia, nella versione dal latino (Torino, Baldini)) che nella
forma sillogistica. Questa concezione porta con sè la necessità logica di sè,
poichè è la nozione della nozione. Il sillogismo assoluto, come pro-logico, non
è più che la formalità (la forma assoluta del logo, la quale invoca
l'essenzialità assoluta di sè da esplicare in sè da sè stesso. Quindi il
sillogismo passa dalla sua subbiettività assoluta ad esplicare la sua
obbiettività IMPLICITA assoluta. Questa obbiettività è la verità della
subbiettività sillogistica assoluta. Ciò posto, quella che ora effettua il
passaggio e progresso dalla forma e dalla subbiettività del Pensiero alla
essenzialità ed obbiettività del medesimo è la Dia-logia, che per eccellenza è
la dottrina delle categorie logiche del Pensiero. Corrispondendo la dottrina
dialogica cerettiana alle dottrine logiche hegeliane dell'Essere e dell'Essenza
prese insieme, ne segue che le categorie, onde qui è parola, sono in grosso
quelle che ricorrono nelle predette due dottrine hegeliane. Quanto al concetto
della categoria e alla funzione logica della categorizzazione, sono importanti
queste parole del filosofo intrese. La categoria (predicamento) è propriamente
la predicazione del Pensiere fondata dallo stesso pensiere come necessaria; e
la categorizzazione del Pensiere è l'atto più nobile della speculazione
filosofica e la più alta concezione dal Pensiere umano. Nè meno importanti in
proposito sono gli additamenti che fa intorno alla evoluzione storica delle
categorie presso i diversi filosofi e corrispondenti scuole che spiccano
intorno ad esse. Percio che concerne le categorie trattate e sviluppate nella
Dialogia, le fondamentali son quelle dell'Essere, dell’Essenza, e del
l'Esistenza, come costituenti la triplicità dialogica per eccellenza; e da
queste fondamentali se ne sviluppano altre costituenti momenti subordinati, ma
non meno importanti. L'Essere, infatti, è da prima il Logo generale ed
indeterminato (est logus conscentiæ generalis), ma esso si particolarizza e de
termina in sè medesimo in ulteriori principii categorici. Per esempio, si
distingue e particolarizza come QUALITATIVO, QUANTITATIVO, E MODALE, sorgendo
così LE TRE CATEGORIE DELLA QUALITÀ, della QUANTITÀ e della MODALITÀ (misura).
Ed inoltre l'Essere nella sua stessa generità (innanzi alla predetta
particolarizzazione dunque) è essere (pro-posizione), non-essere (opposizione o
contraposizione) e divenire (composizione): (esse, non-esse, latino FIERI,
perduto nel volgare). Come, d'altra parte, le TRE CATEGORIE della QUALITÀ, QUANTITÀ
e MODALITÀ alla lor volta si distinguono e particolarizzano in altre. Chi
conosce la logica di Hegel vede subito nelle predette categorie cerettiane la
simiglianza con le corrispondenti hegeliane. Ed è forse questa la parte, nella
quale si tiene più da vicino a quello, mentre in altre parti vi sono non poche
dissimiglianze. Nel predetto citato volume della Esologia, ecc. Dall'essere il
processo dia-logico conduce alla seconda categoria fondamentale predetta, cioè
alla Essenza la quale non è altro che la particolarizzazione dello stesso
Essere (Esse suam absolutam particolaritatem adeptum est Essentia). Ciò che si
è detto avvenire per la categoria fondamentale del l'essere avviene anche per
l’essenza, che cioè anche questa, alla sua volta distinguendosi e
particolarizzandosi in sè medesima, ne produce di ulteriori, come quelle del
fondamento, della sostanza, della materia, ecc. E quanto alla terza categoria
fondamentale, cioè l'esistenza, essa è l'unità dell'essere e dell'essenza
(INSISTENZA, ESISTENZA, CONSISTENZA). Ognuno nella “Ex-istentia” riconosce
l'Esse come particolarizzato. Ma d'altra parte, nella particolarizzazione
dell'Essere si specifica e manifesta anche l'elemento dell'Essenza, per forma
che l'esistenza risulta siccome una manifestazione dell'essenza (“EX-SISTENTIA
est essentia manifesta ). E da ultimo l'Esistenza (E-SISTENZA, EX-SISTENZA) dà
anch'essa origine ad altre categorie subordinate, come realtà, necessità, La
terza parte della Logica (o della Eso-logia ) cerettiana, cioè l'Auto-logia, si
fonda, sviluppa e sistematizza in tre categorie fondamentali, che son quelle di
Sapere, Volere, Agire (Scire, Velle, Agere ), le quali sono in corrispondenza
di quelle che ricorrono nella terza parte della Logica hegeliana, e che sono l'idea
del conoscere (die idee des erkennens ), l'idea del bene (die idee des guten) e
l'idea assoluta (die absolute idee). Va però osservato che il volere e l'agire
che in Hegel si congiungono nell’idea del bene, e costituiscono l’idea pratica,
in C. appariscono, al contrario, come momenti e categorie distinte. Questa
terza parte della Logica del Ceretti è una delle più belle e ad un tempo una di
quelle in cui il Ceretti è come più originale e più indipendente da Hegel. Il
modo come vede la distinzione, la relazione e la unificazione del sapere, del
Volere e dell'Agire è qualche cosa di profondo, di stupendo e di vero, e lo si
vede più chiaramente e più determinatamente di quel che possa vedersi nel, pure
grandissimo, filosofo tedesco. Ciò viene dal perchè i tre momenti, che in Hegel
sono come ancora implicati e inviluppati, in C. ricorrono come più sviluppati e
ad un tempo più sistemati. Il pensiero cerettiano dell'auto-logia è (secondo
che lo espressi nella mia Notizia degli scritti del pensiere filosofico del
Ceretti) che l'assoluto è la coscienza logica che si sistematizza in se stessa,
per quindi sistemarsi fuori di sè allo scopo finale di sistemarsi in sè e per
sè come assoluta unità di sè stessa. L'Auto-logia costituisce un sillogismo
assoluto (cioè una connessa triplicità assoluta), i cui termini sono i predetti
di Sapere, Volere, Agire. Nella Coscienza assoluta il Sapere è l'essere del
Volere. Nel Volere c'è, infatti, esterîorazione del Saputo. Il volere è
l'essenza del Sapere. L’agire è l'esistenza del Volere. Tutti e tre insieme
costituiscono l'unitrinità della Coscienza. Anche le tre predette categorie si
distinguono e particolarizzano in altre. Il Sapere si svolge ne ' momenti
subordinati (i quali son tre sotto-categorie anch'essi) la prima sottocategoria
di sapere immediato, la seconda sottocategoria di sapere mediato, e la terza
sottocategoria di sapere assoluto. Il Volere si distingue e particolarizza alla
sua volta nelle tre forme sottocategoriche. Prima sottocategoria del Volere
subbiettivo. Seconda categoria del volere obbiettivo. Terza categoria del
volere assoluto. La categoria auto-logica dell’Agire si particolarizza nelle
sue corrispondenti tre sottocategorie. Prima sottocategoria di “agire attuoso”,
aagire come atto puro e semplice. Una seconda sottocategoria come Agire
volonteroso. Terza sottocategoria come Agire concettuale.Queste tre azioni o
funzioni categoriche dell’Agire le designa come Agere actum, Agere voluntatem e
Agere notionem. Questo è in breve il concetto e disegno della prima parte della
grande opera enciclopedica del nostro filosofo. La seconda parte, quella del
Logo FUORI sè (EXO-LOGO, esso-logo) o del Logo nella sua obbiettivazione, cioè
la Filosofia della Natura, ha avuta una estesissima trattazione; e trattazione
in cui il nostro filosofo si mostra non poco originale ed indipendente rispetto
alla corrispondente parte della Enciclopedia hegeliana. Essa è PER NOI ITALIANI
TANTO più importante, in quanto non vi è in Italia, neppure presso i nostri
filosofi maggiori moderni, una sola opera che, prima di questa di C., meriti il
nome di filosofia della Natura nel senso ampio, vero e moderno della parola. Io
ho scritto su questa parte della grande opera cerettiana tre lunghissime
Introduzioni ai tre volumi che vi si riferiscono, le quali, riunite insieme e
pubblicate sotto il titolo di “Filosofia della Natura” formano un'opera di ben
487 pagine; e in questa ho ampiamente chiarita e dimostrata la verità di tutto
ciò. Quanto al cenno che posso farne qui, specialmente a cagione della vastità
di trattazione che ha in C., esso non può consistere in altro se non nella pura
e semplice indicazione del disegno, della materia e dell'andamento della
trattazione stessa. Premessa la determinazione della posizione e del concetto
della filosofia della Natura nel Sistema pan-logico, passa alla considerazione
di un punto importantissimo, quello cioè della evoluzione storica della
concezione filosofica della natura, evoluzione che, secondo lui, passa per tre
gradi e corrispondenti forme della coscienza filosofica, la forma estetico-teologica
(o sentimentale) la forma empirico -matematica (o intellettiva e riflessiva ) e
la forma speculativa propriamente detta (o concetturale). E fa in propo sito
una stupenda rassegna storica di queste forme, giungendo all'ultima, ossia alla
hegeliana, alla quale egli si riattacca, ulteriormente sviluppandola e
riformandola in ciò che ha di difettivo. Procede quindi alla partizione della
Filosofia della Natura, dividendola come abbiam detto in Meccanica, Fisica e
Biologia, conformemente alla Natura distinta in sè stessa in meccanica, fisica,
e biotica (vivente). Carattere costitutivo della Natura meccanica è la QUANTITà,
della fisica la qualità, e della vivente l'UNITà (composizione) della quantità
e della qualità, la quale unità è poi la MODALITà o la misura della medesima.
Quanto all'unità inscindibile delle tre parti distinte e de' corrispondenti
tre' caratteri della natura, sono notevoli e riassuntive queste parole del
filosofo intrese. Cioè: Il meccanismo é ove è la fisica (la natura fisica), e
la fisica é ove è il meccanismo; e se vi sono il meccanismo e la fisica, vi è
anche la natura vivente. Ad intendere meglio il rapporto ed il corrispondente
concetto filosofico delle predette tre parti e de' tre predetti corrispondenti
caratteri, arreca un esempio illustrativo, che è bene di riprodurre anche qui.
Il meccanismo suppone necessariamente l'esteriorità reciproca dei suoi termini.
Quando questa esteriorità, passata nella sua interiorità, nella sua unità
inseparabile, trascenda sé a sè esteriore, non versa più in un piano o campo meccanico,
il quale ammetta per sè alcuna intrinsecazione qualitativa della esteriorità
meccanica, ma versa propriamente nella natura fisica del meccanismo (in
mechanismi physi), la quale è la à passatQUANTITa nella sua QUALITà che deve
esplicarsi. Così, ad esempio, in qualunque modo supponiamo il ferro, diviso,
figurato, posto in movimento, ecc., esso non cessa di essere ferro. E quando
per azioni esterne, come ad esempio, per l'ossidazione, cessi di essere ferro,
non consideriamo tali azioni come meccaniche, perchè due modi della materia
(l'ossigeno e il ferro) sono divenuti un solo modo (neutrale), il quale non
ammette più alcuna co-alteriorità esterna di fattori (essenzialissima al
meccanismo, ma è in sè l'unità qualificata de' quanti, la natura fisica del
meccanismo. La quale unità è poi LA VITA, ossia, quel principio grazie al quale
l'alteriorità meccanica si neutralizza fisicamente, e la neutralità fisica si
alteriora (si fa altra ) meccanicamente: il che, in quanto è nella
circoscrizione essologica (naturale), è la vita. Ciò posto, concependo la
natura meccanica o il meccanismo come il sistema della quantità, passa alla
reale considerazione e corrispondente sistemazione filosofica di tutti i
principii (detti anche categorie naturali) della medesima come spazio, tempo,
moto, ecc. Conformemente a ciò, concependo la natura fisica parimenti come il
sistema della qualità, svolge i principii o categorie naturali di essa, come
etere (o materia eterea), luce calore, magnetismo, elettricità ecc. E s'intende
che ciò che è detto della natura meccanica e della fisica, va detto anche della
NATURA VIVENTE, della quale, come unità concreta delle due antecedenti, si
vvolgono, determinano e sistematizzano i corrispondenti principii e momenti.
Questi principii, coi relativi sistemi vitali, sono nella loro generalità e
progressività evolutiva la vita cosmica od URANICA, la vita geologica e la vita
fito-zoologica. Per questa intende la predetta reciproca esteriorità de'
termini. La vastità di conoscenza delle discipline naturali non che la forza
speculativa ch'ei mostra nell'intenderne e collocarne i principii nel suo vasto
disegno del sistema panto-logico sono tali da fare de C. una delle menti
filosofiche più vaste e più profonde del nostro paese. Col terzo volume della
Filosofia della Natura, che è il quinto della grande opera pan-logica, questa
rimase interrotta; però se rimase interrotta, la iattura non è stata nè intera
nè irreparabile. Giacchè i cenni e relativi concetti riformativi anche della
terza parte del sistema pan-logico già delineati primamente ne' Prolegomeni,
poscia qua e là considerati negli stessi quattro susseguenti volumi, son tali e
tanti da potersi fare un concetto chiaro e de terminato anche di esso. Ma, per
giunta ed ulteriore integrazione di questa, lascia due saggi che concernono
proprio questa terza parte, cioè le due già mentovate intitolate, l'una,
Considerazioni sopra il sistema generale dello spirito ecc. (Torino), l'altra,
Sinossi del l'enciclopedia speculativa (Torino). Un brevissimo cenno anche di
questa terza parte è il seguente. Quanto al concetto, obbietto e partizione di
essa, rappresen tando la prima parte la subbiettività del logo o della coscienza
assoluta, e la seconda la obbiettività, questa terza rappresenta l'assoluta
unità delle medesime: assoluta unità, che vien cosi ad essere la Coscienza
subbiettiva obbiettivata e ad un tempo la Coscienza obbiettiva subbiettivata.
Or questa Coscienza risultata tale è ciò che C. (conformemente ad Hegel)
appella comune mente anche spirito, il quale è appunto l'obbietto di questa
parte da lui denominata sin-auto-logia. Intanto, siccome lo Spirito, benchè già
sorgente nella stessa animalità, pur non giunge alla sua reale manifestazione,
esistenza e verità se non nella umanità, così divien questa lo speciale
obbietto della sin-auto-logia. La quale perciò è dal nostro filosofo, designata
come speculante l'Uomo, primamente nella Subbiettività secondamente nella
Obbiettività, e in terzo luogo nella Assolutezza del medesimo: Assolutezza, che
è l'unità della subbiettività e dell'obbiettività. Di questa triplice
considerazione, o meglio speculazione, la prima costituisce ciò che egli chiama
l'Antropo-logia, la seconda l'Antropo-pedeutica, la terza, l'Antropo-sofia. I
lettori che conoscono la dottrina hegeliana vedranno tosto la simiglianza della
dottrina cerettiana colla dottrina hegeliana dello Spirito, distinta in quella
di Spirito subbiettivo, spirito obbiettivo e Spirito assoluto. Senonché, se c'è
simiglianza nella generale concezione, c'è anche una notevole differenza nella portico.
L'uomo è la concreta verità dello Spirito (Homo est spiritus concreta veritas).
lare trattazione della medesima. Per dire ancora qualche cosa della concezione
e partizione cerettiana della predetta Sin-auto-logia rilevo che l'Antropo-logia
considera l'Uomo come Subbietto generale. E come tal Subbietto consiste
dell'elemento fisico o corporeo e dell'elemento meta-fisico ossia animico, così
essa è primamente Psico-fisio-logia. Indi considera nel generale subbietto
umano l'elemento, dirò così specificamente umano, ossia la mente, ed è Noo-logia;
in terzo luogo, la mente, o l'attività teoretica, si realizza come attività
pratica e allora l’Antropo-logia nel suo terzo momento è Prasseo-logia o
dottrina del l'azione spirituale. La Psico-fisio-logia, la Noo-logia e la
Prasseo-logia hanno alla lor volta principii, ossia momenti subordinati, e
vengono anche questi considerati, accolti e sistemati nella Antropo-logia
L'Antropo-pedeutica, all'opposto della Antro-pologia che consi sidera l'Uomo
subbiettivo, considera l'Uomo obbiettivo, ossia l'uomo nella obbiettivazione
della propria subbiettività: la quale obbiettivazione costituisce, primamente,
la dialettica mondiale umana e produce ciocchè si appella la storia; è in
secondo luogo il logo sistematico della dialettica obbiettiva, che in senso
lato è ciocchè si appella la didattica; e in terzo luogo è la stessa
obbiettività sistemata nel Subbietto, che è quella che si designa col nome di DIRITTO.
Che anche queste tre parti dell'Antropo-pedeutica (Storia, Didattica, Diritto),
si sviluppino, particolarizzino e sistematizzino in ulteriori sfere, attività,
principii, ecc., lo s'intende da sè. E cosi viene assolta anche questa parte
della Sinautologia. E finalmente vien considerata e trattata l'ultima sfera di
questa, cioè l'Antropo-sofia, la quale ha che fare coll'uomo considerato nella
sua assolutezza, ovvero nella sua Coscienza assoluta, e com prende la sua
attività artistica, religiosa e filosofica. L'Arte è la contemplazione e
produzione del bello, del buono e del vero mediante l'ispirazione estetica: la
Religione e l'apprensione, rivelazione e culto del divino, e tramezza la
manifestazione estetica e la concezione filosofica; la FILO-SOFIA sviluppa la
immediata apprensione religiosa nella mediata concezione del pensiero assoluto.
La triplice ed assoluta attività dello spirito, artistica, religiosa e
filosofica costituisce l'ultimo e supremo sillogismo del Logo assoluto o della
Coscienza assoluta, e con esso si chiude il Sistema pan-logico. Tale è in nuce
il vasto pensiere filosofico cerettiano e la vasta esecuzione del medesimo. Per
ciò che è riferito in queste poche pagine rimando il lettore ai miei molteplici
lavori intorno al Ceretti, specialmente alla Notizia degli scritti e del
pensiere filosofico non che alla Filosofia della Natura » del medesimo. E
soggiungo e annunzio qui volentieri che intorno a quest'uomo, che ha occupato
due decenni di studi della mia vita, son presso a finire l'ultima mia opera:
opera che consiste in una estesa e particolareggiata esposizione di tutto
intero il suo sistema panlogico, compresa la sinautologia. Ho forse speso
intorno a lui più tempo di quel che conveniva per i miei propri studî e lavori.
Ma non me nepento, non solo perchè è stato di giovamento a questi stessi, ma
specialmente perchè ho contribuito a far conoscere un uomo, che fa onore
grandissimo alla filosofia in genere e alla filosofia italiana in ispecie. Grazie!
Diamo a giustificazione un elenco, che pur non si può dire ancora com pleto,
delle opere postume di C.: Traduzioni
varie dal latino, francese, tedesco, inglese. (VIRGILIO, ORAZIO, Lamartine,
Kozbue, Schiller, Shakespeare, Byron e Thompson). Orig. Leonora di
Toledo. Poemetto in tre canti, versi sciolti con liriche intercalate,
varie liriche. Ulttime lettere di un Profugo. Romanzo in prosa.
Pellegrinaggio in Italia. Canti. Poesie Uriche.
Prometeo. Poema. Storia del
diritto Canonico. Avventure di Cecchino. Poema. Miscellanee filosofiche.
Scienze naturali e considerazioni storiche.
Scritti. Salùi. Sogni e Favole (umorismo trascendente), Apocalypsis
(misticismo allegòrico) greco con versione latina (imitazione del greco e
latino della Chiesa primitiva). Opuscolo. Grullerie Poetiche (umorismo
parodiaco) Massime e Dialoghi. I Conferenti. Commedia nebulosa. Ormuzd. Dramma
mistico. Synùp s i dell' Enciclopédia Siwr.idatirn -TSimplizio. Romanzo. Idee
radicali delle discipline finite e delle matematiche empirico-induttive.
Cavalier Sriovannino. Romanzo. Manuale
di medicina pratica. L'Inconcludente.
Romanzo. Lo Zio Giuseppe. Commedia. Considerazioni sopra il anatema
generale dello spirito entro i limiti della riflessione.
Considerazion i circa il sustema della natura entro i limiti della riflessione.
Viaggi utopistici. Il Protagonista. Proposta di una riforma sociale.
Considerazioni generali circa la caratteristica spiritualità
dell'Italia. Insegnamento filosofico.Gregorio. Romanzo. Novellette morali Itinerario
d'un Inqualificabile. Trattato di Astronomia. Introduzione alla coltura
generale. La Divina Commedia. Vita di Giustino Caramella scritta da se stesso.
Vita di due Comici. 1 volume, ld. Vita di Virginia Bonaventura.
Sonnambulo. La mia celebrità. Inventario delle mie vicissitudini mondane.
Memorie Posthume. Stramberie philosophiche. La pubblicazione, che si inizia con
questo primo volume, è un monumento che una figlia pia innalza alla
memoria di un amatissimo padre, non per adempiere ad una espressa o
tacita di lui volontà, ma piuttosto in contrasto a questa, e perchè
gli studiosi conoscano, almeno dopo la di lui morte, la profondità
del sapere che egli aveva potuto condensare nella propria mente, e le
diuturne e dotte speculazioni da lui compiute nella sua non lunga
vita. E affinchè niuna meraviglia possa solére .dalla pubblicazione
stessa, e dalle opere che ne sono l'oggetto, in quanto che e l'una, e le
altre, si differenziano alquanto dal comune, parve opportuno e
conveniente di premettere una breve notizia, che dica al lettore chi sia
stalo, e come abbia vissuto fautore, e con quali intendi menti, e con quali
criteri si diano alla luce i suoi scritti, che egli non ha creduto di
diffondere. C. ha i suoi natali in Intra, la città più popolosa tra quelle
che si adagiano sulle amenissime rive del Lago Maggiore, e meritamente
celebrata per le sue potenti industrie, dal cav. Pietro. Il padre suo,
uomo di chiaro ingegno, tutto compreso della necessità dell'istruzione e
della educazione, prerogativa abbastanza mia in quei tempi, e fervei ile pi
opugualure di ugni istituzione, che ha per iscopo di promuovere quelle due
fonti di civile e materiale benessere, provvide tosto a coltivare
la mente del figliuolo. Seguendo però l'inveterala consuetudine
avita, dapprima l'affida alle cure di questo e quell'abate, che non
riuscirono ad illuminare gran che il di lui intelletto irrequieto, come
egli stesso ha poi umoristicamente narrato in interessantissime pagine. Di
poi lo alloga nel seminario di Arona e nel Collegio di Novara. Ma il
giovanetto, vivace di animo, e la mente precocemente inlesa ad altri
ideali, poco o nulla approdilo di quei primi studi; e liberatosi alfine
dalle pastoie degli insegnanti e del vivere collegiale, tolse a maestro se
medesimo, sorretto solo dalla terrea tenacità del suo volere, e
dall'imperioso ed irresistibile bisogno di sapere. In breve, il diremo
con frase che nel caso nostro non è punlo rellorica, da fondo
all'universo scibile; apprese a parlare ben selle delle moderne lingue, e
delle morte, al latino insegnatogli dai precettori, aggiunse profonde
cognizioni del greco, dell'ebraico e del sanscrito. Si reca a
Firenze, dove soggiorna qualche anno, stringendo amicizia coi primari
ingegni di quel tempo, specie con Capponi, Niccolini, e con quella
chiara pleiade di filosofi che frequentarono il gabinetto del
Vieusseux. Più tardi, desioso di vedere paesi e persone, e fidente nel
suo temperamento robusto e nella florida salute, si da a lunghi e
singolari viaggi. Percorse in vero, più volle, e quasi sempre a piedi,
l'Italia peninsulare, la Sicilia, la Germania, la Francia, e l'Inghilterra,
in cui fece lunga dimora. Ed è tanto in lui il desi ci) 1 suoi
concittadini venerano ancora in lui il fondatore di un Asilo infantile, die è
Ira i pili antichi, eil b modello a Inlla Italia, e lo zelante Sovra
Jtiteiifh'iitf, per più di 'ìi) unni, delle scuole elementari
riviene. derio di penetrare nei più ascosi recessi e della natura, e
dell'animo umano, che attraversa i più malagevoli passaggi dei Pirenei,
accompagnandosi colle frotte di zingari e malviventi, clie abbondavano in
quei paraggi. Nulla lascia in quelle sue peregrinazioni di intentato, o
inesplorato, che può servirgli nello studio dei suoi simili, e dell’abitudini e
costumi dei diversi ordini sociali; e dalle più alle società, dai primari
alberghi, scese alle più umili taverne, mescolandosi colle infime classi, per
indagarne i sentimenti e le tendenze. Dopo siffatto giro per l'Europa
ritornò in patria, ove si compone nella pace famigliare, e si da tutto a viaggi
di altro genere, vogliamo dire a spedizioni lunghe e laboriose nel
campo immenso del sapere, leggendo, e più meditando, le opere dei
massimi filosofi e pensatori d'Italia, ed arricchendo la mente di un
incommensurabile tesoro di cognizioni, di osservazioni e di pensieri
È notabile questo periodo della sua vita, in cui il nostro autore
condensa, per cosi dire, tutta l'umana sapienza nel suo intelletto; chè
dopo d'allora, e in ispecie negli ultimi anni del viver suo, nei quali fu pur
massima la fecondità dello scrivere, ben poco legge, ed anzi si può
asserire che più non consulta nel
dettare libro alcuno, ma lutto quanto gli occorresse, evocasse dalla sua
tenacissima memoria, dallo sterminalo accumulamento di cognizioni, che ha
in mente. Leniti e progressiva paralisi lo ha quasi immobilizzato; egli
dove ricorrere quindi all'alimi aiuto per ugni «no movimento, e i suoi
Lunigliari asseriscono che da anni ed anni non ha mai ad ordinare di
recargli libro alcuno da consultale, mentre detta continuamente per molte
ore del giorno. Era d'altronde ima delle massime da lui predicate, che
l'ingegno vero approfitta poco del materiale altrui, bensì moltissimo
dell'abitudine del coiu-etttrantento e della riflessione; e solpva dirr
fhp gran parte delle sue cognizioni non le (Tivca acqui state eolla lettura, ma
colla meditazione e quasi per una catena di messori' derivazioni. Infatti
la maggior quantità dui suoi scritti data dall'epoca che cessa di
leggere. Manda ai torcili un primo saggio del buu ingegno, un'opera
letteraria, intitolata: II Pellegrinaggio in Italia di Alessandro Goreni, poema
in ottava rima, ove con poesia profondamente inlima, sostanzialmente nuova ed
originale, da sfogo ai molti pensieri ed affetti, di cui aveva ripieno
l'animo. E poco dopo pubblica, coll'allro pseudonimo di Tkeophilo
Eleutero, un secondo e ben diverso saggio della profondità del suo
sapere, e dell'acume del suo intelletto, mandando alla luce Ire grossi
volumi di un'opera filosofica, che intitola “Pasaelogices Specimen”, e fa
stampare in latino – saggio che per modestia volle fosse edito in pochi
esemplari, ma che in Germania da argomento a serie critiche nella Rivista
filosofica Zcitschrift (Halle) ed in altri periodici scientifici. Ma qui
pur troppo s'arrestano i lavori edili del nostro Autore; chè all'infuori di
qualche scritto di minore importanza, apparso su giornali locali, nulla
ei più permise che si da alle stampe di quanto anda scrivendo fino alle
sue ultime ore. Racchiudendosi modestamente, e un poco anche
egoisticamente, nelle soddisfazioni intime delle sue elucubrazioni, più
non volle che alle sue gioie mentali, alle sue indagini filosofiche,
ai suoi profondi ed originali pensieri partecipassero i lettori; e
studia e scrive per sè solo, per esercizio e ginnastica della sua [Pasaelogices
specimen, Tiikophilo Eleutero editimi. Voltimeli pr imitili. Prolegomena. Volumen
secundum. Esologia. Volumen tertium. Natura Medianica — Intra Torino e
Firenze, lilucria di Loeschef. Ve ne sonu altri due volumi inedili.
Ecco come ne parla, fra gl’altri, il Foglio Centrale Letterario di Lipsia
in un lungo articolo sull'opera stessa, di cui noi riportiamo solo un brano. E
sorto un anonimo italiano. Egli parla nella lingua ecumenica del passato il suo
è un lavoro che ò il risultato di un'escogitazione indefessa di
tanti anni, forse di tutta la sua vita con un'estensione di due mila
pagine, e che tratta di tutte le cose del cielo e della terra, e per di
più della logica dello spirito assoluto; è una continuazione della
speculazione di Hegel, dalla quale perù vuole assolutamente distinguere
la propria dottrina] inenLe elevatissima, del poderoso suo intelletto, per
appagare la sua smania del vero. Medita e scrive, al pari di Gioberti, dodici e più ore al giorno. I
suoi concittadini il ritrovavano spesso solitario per le campagne e i
dolci declivi delle amene montagne che stanno a cavaliere d'Intra, sotto
al vitale raggio del sole, o seduto alle ombre amiclie dei l'aggi e dei
castani, colle lasche zeppe di libri, sempre speculando ed annotando
colla matita sopra la carta i suoi pensieri.Al pari dei peripatetici si
diletta di filosofare camminando nell'aer puro, nella serena festività
della natura, alla luce gaia del sole, o nella tepida ed affascinante
quiete dei boschi. Dal ponderoso lavorio mentale del filosofare egli
trova sollievo nelle arti belle e nelle belle lettere; ed allora detta
quelle innumerevoli poesie, che stanno raccolte sotto il
caratteristico titolo di Grullerie Poetiche, e nelle quali con vena
originalissima, non leziosa o ricercatrice di supposti e romantici
ideali, e con spirito satirico il più fine, spesse volte non facilmente
apprezzabile, egli fìssa l'impressione del momento, o deride le costumanze
strane delle mode, o celebra i fasti cittadini, che giungono col rumore
dell'eco all'orecchio suo, lontano ornai dal consorzio umano, e non
abituato che alle voci dei suoi inlimi; ed allora traeva dal prediletto
flauto dolci suoni, o sull'arpa antica traduce la soave ispirazione dell'animo
suo, o sul pianoforte combina le armonie musicali, consuonanti colle armonie
delle idee sue, della natura, e della verità, che a lui si disvelavano
nelle profonde sue speculazioni. Cosi vive C., tanto grande per
intelletto, quanto semplice di modi e di costumi. L'altezza della sua
mente pareggiava la nobiltà affettuosa del suo cuore. Austero per indole,
tollerante delle fatiche, intrepido nei pericoli, alieno dagl’agi, benché
a lui permessi dai beni della fortuna, schivo del mondano frastuono (non
desiderò die una cosa: vivere sconosciuto), chiuse in petto un'anima
temprala a rettitudine, a purezza quasi primitiva, che lo rese incapace di odio
e di avversioni contro chicchessia, e di qualunque simulazione o maldicenza.
Naturale, aborrente da leziosaggini, si riprodusse, quasi in specchio
fedele, nel suo stile semplice e rigido, tendente ad essere chiaro più
che seducente. Affabile, unitissimo, nel conversare parve un
fanciullo; lo si sarebbe detto, anche per la modestia del vestire e del
vivere, un uomo taglialo alia grossa, e di rozzi sensi; ed invece di
quanto allo sentire, di quanta soavità d'animo era egli dotato! Un
cullo affettuoso ei professa per la consorte, troppo presto
rapitagli; un'inarrivabile tenerezza per l'unica sua figlia, che ne
consola la precoce inferma vecchiaia. Colpito invero a cinquantanni
da lento, ma inesorabile morbo, che gli impedi l'uso delle gambe, per
quasi due lustri non si mosse dalle sue stanze, che volle in uno spazioso
lenimento, sull'alto della città, affine di poter distendere lo sguardo vivo
e sereno sul più ampio tratto possibile di quella natura, in cui
egli ha tanto liberamente voluto vivere fino allora. Il suo temperamento,
pur tanto desioso di moto e di novità, si compone con ammiranda
rassegnazione alla quiete, a spaziare in pochi metri quadrali di
superficie. Con una forza d'animo, che solo può venire o da angelico spirito, o
dal conforto della filosofia, sopporta i dolori fisici e morali della
lunga infermità; e mai un lamento, mai un lagno uscì dalla bocca sua,
neppur quando venne da ultimo costretto al letto, e vi rimane fermo per
gli ultimi diciotlo mesi di vita. Che anzi consola e ravviva lo spirito
afflitto della figliuola; e l'anda preparando con filosofici pensieri
alla sua dipartila da questo mondo, che con spirito antiveggente e
quasi profetico, calcola prossima di mesi e di giorni. Era solito di dire: morire non è, ni un bene,
uè un mule, mn soltanto naturai rosa come il nascere. Siate perciò calmi come
sono io. patimenti fisici non gli tolsero, estrema consolazione
della travagliosa vita, la lucidità e la fecondità del pensiero; e
continua le sue meditazioni e i suoi sludi lavoriti, dettando incessantemente
alla diligente sua lettrice. Fin negli estremi momenti, allorché l'ansia
affannosa del respiro rese inintelligibili i suoi accenti, tenta più volte
di esporre l'ultimo suo pensiero sull'opera che aveva in corso. Tale
in breve la vita del nostro autore, nella quale tu non trovi da celebrare
avventure o fatti straordinari, poiché fu tutta dedicata, e modestamente
dedicala, ad una faticosa, ma tranquilla e serena lotta mentale, ad
umbratili sludi, ad inlime soddisfazioni, originate dalla scoperta di nuovi
veri, al cullo delle arti belle e delle scienze; ma per compenso in essa
ti si rivela un inimitabile esempio di indefesso amore del sapere, di
privale eminentissime virtù, di sublime rassegnazione ai mali
fisici. É in memoria adunque di quell'affettuoso padre, di quell'alta
e modestissima intelligenza, di quello squisito animo, che la figlia sua,
signora Argia Franzosim C., intraprende la pubblicazione delle numerose opere
filosofiche, scientifiche e letterarie, che egli lascia manoscritte ed
inedite. L'abbiamo già detto, e convien ripeterlo, con questo nè
interpreta un desiderio del padre, nè fa un pietoso sfregio alla volontà
di lui. Imperocché, come egli non ha pensato a proibirlo, cosi non ha
imposto nè esplicitamente, né implicitamente, per una postuma vanità, che
le sue opere vedessero la luce. Egli non brama mai in vila sua di curarne
la stampa. Lo sperimento fallo del Pellegrinaggio in Italia e dello
Specimen Pasaelogices gli prova quante
noie e quanti fastidi arreca il sorvegliare l'edizione di poderosi
manoscritti; e, ciò che a lui maggiormente dispiacque, gli ruba
soverchiamente di quel tempo, che egli ha sempre prezioso. Anda d'altronde
convinto che i suoi concetti si discostassero tanto dal modo volgare di
pensare, da sembrare meri paradossi; e più volle invero nelle opere sue
ripete essere a lui consentila la maggior libertà di pensare e di
scrivere, appunto perchè non teme di disgustare i suoi non-lettori. Questo
però non è il parere di chi attende alla presente pubblicazione; è vero che
negli scrini, che vedranno la luce, vi è una originalità di pensiero, la
quale può parer strana ai poco colti, ed impressionare anche i doni; ma è
vero altresì che, anzi che provocare censure, vi è piuttosto a credere
che gli stessi desteranno l'ammirazione per la novità, la potenza, l'altezza
dei concetti che vi si affermano dal nostro filosofo; è piuttosto a
sperare che i lettori andranno lieti di poter rinvenire, in tanta serie
di scrittori o plagiari o volgari, una intelligenza, che esprime idee
tutte proprie, e forti, e vere, meritevoli insomma della più grande
considerazione. La quale originalità, che è riproduzione fedele del
carattere dell'Autore, è con suprema e scrupolosa cura conservata
intatta. Più che ad adornargli la veste in modo, che gli accaparrasse
a primo acchito la simpatia, più che a fornirlo di allettatici attrattive,
si è mirato a presentarlo al pubblico nella fedele e polente impronta del
suo genio. Sicché, ad onla che sarebbe tornato facile di rimediare ad alcune
mende del suo stile, piuttosto tendente a chiarezza che ad eleganza, e di
ammodernare la sua specialissima ortografia, nulla si volle
sostanzialmente immutare, e gli scritti si pubblicano quali si trovarono
dettali, ad eccezione di qualche correzione di forma, necessaria e solila
di farsi anche dagli autori stessi, allorché i loro manoscritti stanno
per essere consegnali al tipografo. Un'altra dichiarazione occorre
porre avanli; ed è che la pubblicazione viene cominciata colle due opere
conlciiute nel presente [Egli stesso, parlando rìrlle sue open 1, così si
esprime. Miei scritti potrebbero aen&rare a molti ti» ainmaxsn ili
rontrailiziotii, o anche l'eccesso della trivialità.] volume, pel solo
motivo che esse sono quelle che, fra le poche potute finora disaminare,
parvero a preferenza scritte in modo piano, ordinato e quasi melodico, e
perciò facile ad essere compreso dall'universalità dei lettori; e quelle
altresì, che, trattando di una materia generale, si prestano a fare in
modo riassuntivo rilevare quale fosse la mente dell'autore e quali le sue
dottrine, quali le sue idee su gran parte delle cose umane. Nell'una
invero si discorre dello spirito umano, e si descrivono e criticano i
vari sistemi, che si vennero formando dalla sua nozione; nell'altra
si tratta di tutti i principi cardinali, dei quali è la natura
costrutta, e si analizzano coi criteri forniti dall'intelligenza
riflessa. Ben si sarebbe potuto seguire o un ordine cronologico, man
dando alle stampe le opere nella stessa successione nella quale l'Autore
le scrisse, oppure un ordine razionale, prefiggendosi un punto di
partenza, come dal generale al particolare, o dalle opere letterarie alle
filosofiche, e cosi via. Ma da un lato l'ordine cronologico non ha alcuna
base in ragione, dipendendo da pura casualità materiale che un'opera
sia stata scritta prima dell'altra; dall'altro il razionale, che
certo sarebbe stato più logico e preferibile, richiedeva per essere at tuato
una previa disamina, anche solo sommaria, delle opere tutte, che si hanno
manoscritte; il che avrebbe cagionato un in gente lavorio da compiersi, per
l'unicità dei criteri, da una sola persona, e di conseguenza avrebbe
ritardato chissà di quanto tempo l'inizio di questa pubblicazione, che
considerazioni morali di non minor peso delle razionali consigliavano di
intraprendere tosto. Diamo a
giustificazione un elenco, che pur non si può dire ancora completo, delle opere
postum e di C. Traduzioni varie dal latino, francese, tedesco, inglese (VIRGILIO,
ORAZIO, Lamartine, Kozbue, Schiller, Shakespeare, Byron e Thompson).
Orig. Leonora di Toledo. Poemetto in tre canti, versi sciolti con liriche
intercalate, varie liriche. Tale in succinto lo scopo cui mira, il modo in
cui vien falla, e la ragione per cui si inlraprende in una guisa
piullosto che nell'altra, l'edizione delle Opere di C. Le quali ben
si prevede non abbiano a riscuotere popolari ap plausi, altrettanto fragorosi
quanto facili e poco duraturi; ma si spera in compenso che abbiano a
fermare l'attenzione dei lettori colti, studiosi, meditativi.
Noi neppure ci allentiamo di darne un riassunto analitico, o di
sintetizzare il sistema filosofico dello scrittore, o di esporre quali
furono i suoi ideali, e con quali mezzi assorse alle cognizioni del
buono, del bello, del giusto; poiché, oltrecchè, non essendoci bastato il
tempo a leggere i molti manoscritli da lui lasciati, da remmo giudizio
incompleto ed immaturo, preferiamo che su di essi si esprima liberamente
la pubblica critica. Per Colei poi, che promuove questa
pubblicazione, sarà in Ultime lettere di un Profugo. Romanzo in
prosa, Pellegrinaggio in Italia. Canti, Poesie
Uriche. 1 volume (edito) con alcune liriche. Prometeo. Poema. Storia del
diritto Canonico. Avventure di Cecchino. Poema. Miscellanee filosofiche.
Scienze naturali e considerazioni storiche. Salùi (inedili). # Sogni e
Favole (umorismo trascendente), Apocalypsis (misticismo allegòrico) greco con
versione latina (imitazione del greco e latino della Chiesa primitiva).
Opuscolo. Grullerie Poetiche (umorismo parodiaco) Massime e Dialoghi. I
Conferenti. Commedia nebulosa. Ormuzd. Dramma mistico. Synùp s i dell'
Enciclopédia Siwr.idatirn - Sffnpltcìo. homaiizo. Idee radicali delle
discipline finite e delle matematiche empirico-indut tive. Cavalier
(riovannino. Romanzo. Manuale di medicina pratica. L'Inconcludente. Romanzo. Lo
Zio Giuseppe. Commedia. ogni caso di
sufficiente conforto l'aver dimostrato con essa come il padre suo, nella
sua apparente inoperosità, abbia invece compiuto un lavoro immenso, quasi
incredibile potersi compiere da una mente umana in sessantanni di vita;
come, tuttoché da oltre ventanni se ne stesse segregato dal mondo, tanto
che lo si ritenne sdegnoso dell'umano consorzio, egli abbia seguilo e
ritenuto con diligenza, memoria, affetto ed acume sorprendenti tutto
il corso dei moderni avvenimenti, e si sia interessato alle vicende
anche più minute della vita umana, la quale egli, trattosene fuori, contemplò
e giudicò dall'alto e spassionatamente; ed infine con quanta forza
d'animo e vigoria di mente abbia, anche ammala to, continualo l'aspra,
diuturna e faticosa ricerca della verità e della luce spirituale.
Che se poi le opere sue potranno servire ad accrescere le
cognizioni odierne, e disvelare nuovi orizzonti, a precisare sistemi. Considerazioni
sopra il anatema generale dello spirito entro i limiti ' della
riflessione. Considerazion i circa il sustema della natura entro i limiti
della riflessione. Viaggi utopistici. Il
Protagonista. Proposta di una riforma sociale.Considerazioni generali circa la
caratteristica spiritualità dell'Italia. Insegnamento filosofico.
Gregorio. Romanzo. Novellette morali. Itinerario d'un Inqualificabile. Trattato
di Astronomia. Introduzione alla coltura generale. La Divina Commedia. Vita di
Giustino Caramella scritta da se stesso.Vita di due Comici. Vita di Virginia
Bonaventura. Sonnambulo. La mia celebrità.
Inventario delle mie vicissitudini mondane. Memorie Posthume.
IStramberie philosophiche. filosofici e speculativi oggidì ancora incerti ed
indefiniti, essa avrà nei contempo raggiunto un altro intento, quello
cioè di far contribuire all'aumento del patrimonio intellettuale scritti
che erano dal loro Autore destinati a rimanere sepolti. E ciò la
conforterà maggiormente nell'adempimento dell'intrapreso assunto, che è
per lei il più sacro e il più caro dei doveri. L'arte della parola è per noi
assai più spirituale che non le arti del disegno e della musica. La medesima
contiene idee definite come nell'arte del disegno, e medesimamente una
successione temporanea come nella musica-, ma queste idee definite non
sono più astrattamente naturali come nell'arte del disegno (apparizione), nèuna
successione temporanea di spirituali emozioni, corno nella musica, ma
piuttosto idee concrete (physiche e metaphysiche) colle loro successicni
definite di idee pensale non astrattamente sentite. Si crede
comunemente che l'arte della parola sia la vera resumzione del disegno e della
musica; certamente essa può esprimere idee proprie, quali non potrebbero essere
espresse da vermi disegno e da veruna musica, ma questa proprietà non
costituisce una vera preminenza nel significato che a lei comunemente
si attribuisce. L'arte poetica riassume in se stessa ed esprime a
proprio modo certe idee, quali non potrebbero essere espresse da quelle
altre due arti, ma non potrebbe in verun modo essere sostituita alle prefate
singole arti. La stessa può esprimere una successione di pensieri, ma non una
successione temporanea di emozioni spirituali col prestigio proprio della
musica; così pure può esprimere definite rappresentazioni come le arti
del disegno, ma non può presentarle immediatamente e sensibilmente, al
pari di quella, la quale ripete il suo prestigio appunto da questa
immediala sensibile rappresentazione. Cosi generalmente parlando l'arie
poetica da una parte può essere considerala come resumliva unità delle
idee divorziale nella musica e nel disegno, dall'altra però può essere considerala
come il germe inesplicito delle suddette arti, che esplicandosi nelle
loro astrazioni generano il disegno e la musica. Infatti se l'arte
poetica da una parte accompagna il massimo svolgimento della civiltà,
dall'altra parte è stata un'arte assai primitiva e forse cosi primitiva
come il disegno ed assai più che la musica; le idee l'arte della
parola contenute in queste possono considerarsi come generate da una
astrazione ideale, che costituisce le suddette arti. L'arte della parola
si divide in tre periodi capitali: l'arte poetica come esiste nella
letteratura propriamente delta; l'arte prosaica, come esiste nelle
discipline finite empirico-matematiche; l’'arte speculativa, come esiste in
tulle le cosi delle p/iilosophie, non arrivale alla necessità logica del
pensiero, cppcrciò a quelle philosophie che devono persuadere o
dimostrare in qualche modo la propria verità. Questi tre periodi costituiscono
la concreta arie della parola, ossia quella che si svolge come
manifestazione della Coscienza pensante. Noi tratteremo brevemente, ma
categoricamente questi tre periodi della parola, che realmente sono anche
i periodi dello spirilo parlante, prima del quale è l'esistenza meramente
psychica e istintiva delle bestie, e oltre il quale il pensiero va in un
altro systema che non è più quello che possa interessare lo spirito stesso. Intendiamo
arte della parola quell'arte che si svolge nel pensiero concreto, epperciò si
manifesta sotto le forme concrete del medesimo, non in qualche sua
astrazione, come quelle del disegno e della musica, le quali si
manifestano nell'astratta forma del senso intimo o del senso esteriore.
Denominiamo arte della parola quella che si svolge mediante una lingua
letteraria, non quell'idioma popolare che nasce e si sviluppa islinlivamenle
nel popolo, ed appartiene alla natura piuttosto che allo spirilo
pensante. Quest'arte fu considerala astrattamente come lingua
eslhelica, ovvero poesia; ma essa prosegue il suo svolgimento anche nella
lingua prosaica (come nelle discipline finite), e nella lingua speculativa,
ossia in quella che si chiama comunemente phìlosophia. Questo svolgimento
appartiene all'arie della parola, e comprende lo spirilo assoluto (lo
spirilo, non la Coscienza assoluta). ZNello spirilo giova osservare che
le categorie devono essere gerarchicamente coordinate, e non si potrebbe
concepire un'esistenza spirituale che non possedesse vizi e virtù, buono e
male, e cosi via. Perciò abbiamo dello che quella pura speculazione (dai theologanli
meritamente chiamata abuso della speculazione) non appartiene allo spirito come
tale, ma piuttosto è l'atto caratteristico, col quale lo spirito si
svolge dal pensiero in altro systema. Questa speculazione pura è
manifesta dalla parola, ma è il suo esilo finale, epperciò nella parola
che va via dallo spirilo. Così pure quel pensiero che nasce e si svolge
istintivamente nel popolo non appartiene all'arte in discorso, ma piuttosto
alla natura creatrice. L'arte della parola suppone uno spirito positivamente
formulalo e muore colla morie dello slesso, epperciò la medesima
appartiene essenzialmente allo spirilo, non generalmente alla Coscienza.
Lo spirilo nasce dal non spirilo e muore nel non spirito, ossia è un momento
storico nello svolgimento della Coscienza; epperciò consideriamo come un
prodotto della natura (ossia di un systema non ancora positivamente
spirituale) quella lingua e quel pensiero che nasce e si svolge istintivamente
nel popolo. È una lingua psychica, che progressivamente e lentamente si
svolge in una spirituale; perciò troviamo nelle lingue esordienti
la parola determinala col semplice elemento delle intonazioni, ed
inoltre che le nostre idee metaphysiche ebbero tutte nelle lingue
primitive un significalo di phenomeno sensibile, e anche oggidì si
trovano negli uomini naturali lingue che possono significare individui,
non generi e specie, caratteristico di quelle spirituali. Nell'infimo
popolo le idee metaphysiche sono ancora mollo equivoche; cosi per es. suppongono
lo spirito non solo in un tempo ed in un luogo (vale a dire nella
natura), ma anche con un possesso caratteristico del pensiero humano; questo
non può risultare che da uno spirilo in una forma necessariamente humana.
Così quest'arie della parola comprende la totalità dello spirito
(Coscienza pensante), ma esclude ogni altro systema della Coscienza, che
non sia quello dello spirilo. È questa la ragione per la quale coll'arle
medesima una verità si deve persuadere o dimostrare; e quelle verità
logicamente necessarie, che riescono indifferenti a qualunque negazione o
affermazione o dubitazione, vale a dire si confermano con qualunque
determinazione del pensiero, non appartengono allo spirito, ma sono
l'alto caratle[ i/arte poetica] - rìstico per il quale la
Coscienza si svolge dallo spirilo in un altro syslema. Perciò nell'arie
della parola non comprendiamo la speculazione pura nelle sue verità logicamente
necessarie. Lo spirito è contenuto entro i limili della Coscienza
pensante; olire questi limiti non è spirito veruno, ma semplicemente
un qualche altro syslema della Coscienza slessa. Perciò l'arie
della parola è quella che si svolge: colle categorie del sentimento,
verbigrazia colla persuasione, colla fede, coli' ispirazione, e cosi via; colle
categorie dell' intelletto, verbigrazia colla dimostrazione assiomatica o
empirica; colle categorie di una facoltà concettiva infantile, verbigrazia con
quelle forme equivoche della pìdlosophia comune. Una speculazione pura, che
introduca le verità logicamente necessarie (le quali differiscono
essenzialmente dalle verità suecennate), è il risultalo d'una facoltà
concettiva adulta, la quale conduce la Coscienza fuori dallo spirilo in
un systema più hornogeneo, perocché quello non potrebbe vivere con siffatte
verità. L'arte poetica è l'esordio dell'arte della parola, e lo
spirilo poetò assai prima di parlare prosaicamente, perchè la
poesia appartiene al sentimento ed all'imaginazione, e la prosa
all'intellettualità riflessa. Si dice che gli uomini primitivi sono
essenzialmente poeti, ed il loro linguaggio non esprime mai un' idea
esalta, ma una forma piuttosto oscillante nel sentimento e
nell'imaginazione. È vero che gli stessi parlavano un linguaggio non
menomamente formulato dalla riflessione, ma semplicemente dal sentimento
c dall'imaginazione, che sono però ben altro da quell'intimità
melaphysica che noi possediamo, ed è piuttosto il risultalo dell'opposizione
d'una mente prosaica con una mente poetica. La loro l'orma poetica è
tuttavia profondamente immersa in un elemento immediatamente sensibile,
che noi potremmo difficilmente imaginare. È questa la somma difficoltà che noi
proviamo nel concepire chiaramente le antichissime forme della
poesia, come per es. quella dei Vedi ed anche della nostra
Bibbia. Originariamente si scrive ogni cosa in una lingua poetica,
se qualche volta non rigorosamente metrica, almeno tale da suonare all'orecchio
con una qualche misura. Troviamo per es. i salmi della nostra Bibbia
scritti in una forma non esattamente metrica, ma nullameno misurala. E
ciò accadde perocché il pensiero era allora essenzialmente poetico; Hegel notò
mollo assennatamente che il primo prosatore nel lernpo è il LIZIO, si scrissero
bensì prima di lui molli pensieri in una lingua perfettamente non metrica,
ma essi, nonostante quest'apparenza prosaica, etano tuttavia poetici; per
es. gli scritti dell’ACCADEMIA sono più poetici che prosaici. Gl’argomenti,
che oggidì consideriamo come necessariamente prosaici, erano trattali in
poesia. Così presso gì' indiani troviamo arylhmetiche, astronomie,
vocabolari etc. distesi in una lingua metrica, e si può dire generalmente
che i primi popoli civili non sapevano pensare e parlare se non
poeticamente. Alcuni popoli, come gli as ia tici, ve rsano tuttavia in ques
t'elemento poetico che loro impossibilitò una sto ria. La
poesia, come esordio dell'arte della parola, si distingue in tre momenti.
È poesia epica, ossia immersa in un elemento oggettivo, in un'unità religiosa o
elhnica; Poesia lirica, ossia la soggellività che nasce e si svolge
da questa generalità; La drammatica, ossia la poesia che oppone i vari
sentimenti e le varie convinzioni, giusta le varie soggellività e le varie
oggettività cosliluile. La poesia didattica veramente non è poesia, ma
piuttosto una riflessione legala nelle forme poetiche e misurale; è
piuttosto una vera dissonanza della riflessione colla sua forma, vale a
dire, con una forma che non è quella propria di lei, essenzialmente
prosaica. Generalmente parlando è poesia la forma del pensiero
poetico, il quale perciò reclama tale forma; e sluona lanlo una
forma l'arte POE l ICA metrica con un pensiero prosaico, quanto un
pensiero poetico con una prosa libera, vale a dire, colla forma della
riflessione; il linguaggi o ed il pe nsiero devono con sonare in una sola
forma, non in d ue diverse e contra rie. Chiamo poesia epica
quell'essenzialità ideale generalmente immersa in qualche astrazione
objettiva di costituzione religiosa o di nazionalità, non quell'astratto
formalismo di un'epopea o di p una lyrica. Cosi per es. gli inni di
Pyndaro e quelli di Tirteo J^ appartengono all'epica, pero cché i lo ro
soggetti non sono con - y^'^ wfs» ' centrati nella loro propria
soggettività^ ma piuttosto immersi i n y* un'obiettiva astrazione
religiosa e nazionale. Possiamo dire clic all'epopea appartengono tutte le
co mposizioni in ossequio d'una qualche costituzione religiosa, o d'una
qualche nazionalità.. Cosi per es. il Malia- bahrata è una splendida
epopea, tuttoché non contenga veruna idealità nazionale, il Shah-Nameh
dei persiani lo è pure, tuttoché differisca essenzialmente dal
Maha-bahrata. La Theogonia d’Esiodo è pure un'epopea religiosa, e così la
Divina Commedia d’ALIGHIERI (si veda), ed il Paradiso perduto di Milton.
Le epopee prettamente nazionali sono l’lliade d'IIomero, l’Eneide
di VIRGILIO (si veda), i Lusiadi di Camoens, e altre simili
composizioni. Generalmente nell'epopea si realizza una somma
grandiosità poetica, ma l'uomo sj^om nare, per cosi dire, ne l l'unità
religiosa o nazional e, a celebrare le quali è destinato. All'epopea
appartengono pure certe formule satyriche, come per es. il Don Quijolte
di Cervantes, e la Verdine d'Orleans s critta da Voltaire, le quali
veramente non sono destinale a celebrare il sentimento religioso e
l'heroismo nazionale, ma il loro argomento, tuttoché salyrico, è pur
sempre religioso e nazionale. Si deve avvertire che l'epopea appartiene
sempre ad u n'astrazione objetliva di costituzione religiosa o nazionale, ma
differisce sommamente per i vari gradi della civiltà, nella quale è nata.
Il secondo momento della poesia è la lyrica propriamente detta.
Chiamiamo lyrica quella poesia del soggetto raccolto in se stesso, o per
lo meno, nella sua vita privata. Gli asiatici generalmente sono troppo
immersi nell'objellivilà costituita religiosa o politica per conoscere
una vera lyrica; si uebetti, Canaidcr. sul list, rftiier. JeUu
spirilo. I:MI oim:iu5 postumi-: ni hktro ceretti può diro
che essa nacque la prima volla in Grecia ed in Roma quando il soggetto
principiava a sentire l'insufficienza di una costituzione oggettiva ed i
bisogni della sua propria soggettività. Cosi non quelle forme che si
chiamano comunemente lyriche, come l’odi di Pyndaro, gl'inni religiosi
eie, appartengono a una vera lyrica, ma piuttosto quelle dedicate alla
soggettività; per es. appartiene alla vera lyrica l'antica poesia di
Museo litolata Eri e Leandr o, le erotiche di Anacreonle, alcune di
Horazio, come anche quelle di Catullo nei suoi rapporti colla Jjilage
scherzosa. Oggidi la poesia lyrica è tuttavia persìstente, ma l'epica
è perfettamente abolita/yA questo genere, come nell' epopea, può
appartenere una poesia piuttosto umoristica, ironica e parodiaca,
perocché la lyrica non è menomamente vincolata alla serietà, ma
semplicemente alla soggettivazione. Il soggetto può poetare delle varie
cose seriamente o ironicamente, purché in essa varia o salyrica composizione
lasci trapelare una qualche propria convinzione. La transizione da questo
genere alla drammatica è caratterizzala da una poesia alquanto equivoca, nella
quale il soggetto tratta le varie cose ironicamente, parodiacamente eie,
ma non lascia trapelare veruna propria convinzione, così che le
delle poesie non contengono un'idea conclusionale; sono
astrattamente negative e non affermano cosa veruna. Queste poesie si
realizzano in un lempo mollo civile, e sostanzialmente vogliono dire che
il poeta rimane semplicemente spettatore, non attore delle cose
ironicamente ricordate. Comunemente si chiamano queste manifeslazioni quelle di
un genio spossato e di una certa decadenza della civiltà; la storia, come
abbiamo detto, per proseguire la sua vita ha bisogno di principii serii;
la forma dei principii può variarsi quanto si vuole, ma è necessario che
la si fissi, vale a dire, che si fìssi un qualche systema nel quale si
svolga la storia stessa. Ecco la ragione per la quale una rilassatezza di
principii è sempre giudicata un syntomo di .slorica decadenza; non
si avverte però che la rilassatezza di principii conosciuti è sem
pre la nascila vigoros a di principii nuovi e sconosciuti. Il
terzo momento della poesia abbiamo detto è la dramma tica. Qui sono
anlagoni o più soggetti di principii contrari, che si con- [l'arte poetica]
tendono Ira loro, e appurilo in questa conlesa le antagonc convinzioni si
neutralizzano, vale a dire, risulta la loro reciproca insufficienza. L'
un soggetto contende centra l' altro soggetto
avversario, e cosi amendue difendono la propria convinzione, Questa
difesa si effettua mediante le ragioni che tornano favorevoli a esse
convinzioni, m a, siccome esse sono due o giù contr arie, ciascheduna
difendendo se stessa combatte la propria avversaria. Non è certo una
parte che preferisce un negativo un positivo ( la quale preferenza
sarebbe assurda), ma amendue ^che preferiscono un po sitivo a un
negativo, cosi che in ultima analysi amendue vogliono la stessa idea,
ossia che il positivo pre( domini sul neg ativo. C o ntestano semplicemente se
questo sia il (positivo e quello il negativo, o viceversa, epperciò
disputan o, circa una cosa phenomenale, non circa un oggetto o un'
idea concreta. Tulli i soggetti reclamano il positivo ed avversano
il negativo (sono due termini dell'opposizione), ma tale soggetto
vuole a come un positivo, ed avversa b come un negativo; tal alito
soggetto vuole ed avversa inversamente. Giova osservare che l chiamandosi
a positivo e b negativo, quando siano invertiti si devono chiamare
inversamente: a, che phenomenalmentc hora funziona come positivo ed hora
come negativo, è un mero giuoco di parole; perocché sono appunto quei
rapporti essenziali che sono stali mutali i quali cosliluiscono
l'oggetto. Cosi la contesa della drammatica, esaminala con un logico
criticismo perderebbe ogni drammatico interesse, perocché non è contesa
seria, ma semplicemente logomachia. Nella drammatica però queste idee si
contendono profondamente involute nella for ma de jjsent imenlo e_d
eH'imaginazione, e appunto da questa profonda involuzione risulla ogni
drammatico prestigio. A vero dire in essa non si contendono mai le idee
puramente riflesse, ma piullosto quelle che possono grandeggiare nel
conflato del sentimento e dell'imaginazione. Infatti un interesse
drammatico non si potrebbe conseguire colla fredda e prosaica f v< -7 ^
t.'R'i dimostrazione di un theorema matematico; questo vuol dire, m * m
.% mm *40~X*l L che l e verità della riflessione non sono le verità^ del
sentimento, K> H — cru l'una è impolentissima a surrogare il posto dell'altra.
Cosi pure na bella verità poetica, come sarebbe il conflato di
un'azione lieroica, non potrebbe interessare menomamente un
Iheorema malliemiitico e non potrebbe sostituirsi come
dimostrazione. La drammatica non insegna solamente che ogni ordine
dello spirilo ha le proprie verità, e la verità di un ordine non
può JCT*»**^**» essere q ue |] a di un altro, ma insegna altresì che
certe convin-4 »>u^»*w^l« tìom sono così profondamente radicate
nel soggetto, che non f si lasciano sradicare da veruna eloquenza.
Non consideriamo in * quest'ordine i soggetti che persistono nelle
proprie convinzioni ^semplicemente perchè non le capiscono, nè possono
capire altre Sconvinzioni contrarie; que sj/opposizione non è spirit
uale, e può \ compararsi a quella della forza bruta la qual e dice;
parlate come volet e, via i o faccio co sì. I varii soggetti nella
drammatica posseggono le proprie convinzioni e le oppongono alle contrarie;
da quest'opposizione risulla una reciproca soppressione di verità,
ossia la prova drammatica (nel sentimento e nell'imaginazione) che tali
non sono verità, ma gravi errori. Da questa reciproca soppressione di
verità astratte risulla una verità neutralizzala ed assai più concreta,
che se non persuade i contendenti della scena persuade l'uditorio.
Ma un'arle_(ìnissim a di far prevalere nella dispula una prò- i
pria idea preconcetta è quella che, nonostante la manifestazione di tulle
le ragioni favorevoli a una certa idea, lascia fortemente trasparire il
lato debole della medesima. L'avversario traila questo lato debole con
molla generosità, ma appunto con quesla generosità vince una causa che si 6
mostrata troppo impotente. I personaggi delle scene molto incivilite non
si trattano con colleriche invettive, ma piuttosto colla massima cortesia; è il
diplomatico che accarezzando il proprio avversario gentilmente lo
strozza. L'arte soprafma non è quella di combattere viltoriosamente le ragio ni
dell'avversario, ma piuttosto di cond urre passo passo l'avversario al
proprio traviamento, cos icché sembri cadere per_un suo proprio fallo,
vale a dire, comballa contro se sless o. Era questa l'arie finissima d'un
antico philosopho, il quale non contrariava mai le ragioni
dell'avversario, ma lo raggirava cosi che in ultima analysi questi
contrariava se slesso. [l'arte prosaica] Questa drammatica nasce da una
profonda riflessio ne, ma può vestire forme del sentimento e
dell'imaginazione, e risulia assai più polente di quella nata da una mera
imaginazione e da un mero sentimento. Credete voi che Dante, Shakespeare
e Goethe fossero semplicemente poeti inspirali, piuttosto che rob usti
pensatori? Se fossero slati semplicemente poeti non avrebbero potuto
imaginare le composizioni così pregne di pensieri profondi, lo non
dico_clie i profondi pensatori, se si dedicano all'arte poetica, debbano
riuscire necessariamente drammaturgi, ma dico semplicemente che questa forma si
presta maggiorm en te ad un larg o svolgimento dell'idea . Goethe fu
certamente un profondo pensatore e nullameno trattò non solo la drammatica, ma
anche Pepopea, la lyrica e d il romanzo. Questo vuol dire, che il
pensiero, il quale abbia subito un largo svolgimento, a qualunque forma
si dedichi, partorisce capolavori. Varie prosaica è un secondo periodo
nell'arie della parola, il quale differisce essenzialmente dal primo
periodo, ossia dall'arte poetica, perocché quella si volge al sentimento ed
all'imaginazione, ma quesla si volge più particolarmente alla
ri/h'ssint>i'. Quest'arte si distingue pure essenzialmente da
qualsivoglia philosophica eloquenza, perocché quella è dimostrativa o
persuasiva secondo l'opportunità e comprende la totalità dello spirilo;
quesla è astrattamente prosaica e dimostrativa, epperció non può mai
riuscire come philosophia, nè acquistare un drammatico interesse. Essa è
destinala a creare piuttosto quelle tali verità che si chiamano
scientifiche, non a creare veruna concreta verilà dello
spirito. L'arte prosaica esordisce come un mero opinalismo c nasce
dire ttamente dalla religiosità; i primi medici per es., i primi
astronomi, ed i primi chimici furono semplicemente sacerdoti, e
possedevano non una nozione di siffatte cose, ma semplicemente un'inlima
convinzione od un fallo esteriore Le discipline Lulle, che bora versano
nella riilessione, originariamente versavano in una mera convinzione
religiosa di un fallo intimo o esteriore. Perciò noi vediamo che esse
originariamente erano semplici professioni, o più propriamente, semplici
operazioni sacerdotali, le quali riposavano sopra una fede dogmatica, non
sopra veruna empirica od assiomatica dimostrazione. Tulli sanno che la
prima medicina fu nei tempii, e che la malattia originariamente si
considerava come uno spirito maligno che invadesse l'ammalalo, vale a
dire, gli ammalali erano considerali come ossessi; tulli sanno che
originariamente si curava con semplici pratiche religiose, il cui
risultalo era dovuto alla fede. La reclamazione dell'intelligenza
riflessa non era nata, epperciò una simile medicina non conteneva veruna
nozione analomica e physiologica, ma riposa semplicemente sulla pubblica
credenza e sulla pubblica ignoranza. Nella civile babilonia gli ammalali
si sponevano pubicamente affinchè ciascheduno dicesse il proprio parere
circa la loro malattia ed i medicamenti requisiti. Il sacerdote, come
religioso, dove sempre curare con medicamenti prestabiliti e s'egli
forviasse dalla cura prestabilita era castigalo colla morie, precisamente come
un herelico il quale non riconoscesse cerle verità della fede. Allora non
si conosceva cosa veruna e non era naia veruna facoltà di dubilare,
perocché tale facoltà appartiene al criticismo della riflessione. Tutto
era fede e religiosa convinzione, la quale conseguentemente escludeva ogni
possibile incertezza; si trattavano le cose mediche press' a poco come
noi trattiamo le verità logicamente necessarie le quali non si possono in
verun modo dubitare, ossia non si possono dubitare cogitabilmenle. Non
dico che quelle verità primitive somigliassero a quelle essenzialmente
indubitabili delle mathematiche pure, perocché queste reclamano una
dimoslrazione e non sono indubitabili che in questa loro mathematica
dimostrazione. La riflessione neona]&nét ìfent* scenle, che conduce
progressivamente il secondo momenlo dell'arie prosaica, fu una semplice
dimostrazione non intellettuale, come noi la consideriamo, ma una
dimostrazione graphica per la quale ceni phenomeni complessi si riducevano
a presentazioni più semplici, dalla cui unità risultavano i delti
phenomeni complessi. Così fu originalmente la dimostrazione mathematica,
e noi sappiamo che una geometria graphica precedette per molli secoli mia
geometria analylica, e le stesse potenze uno, due eie, che hora si
considerano nella loro algebrica generalità, originariamente si consideravano
come linee, super fìci, e così via. Le dimostrazioni mathematiche, come
un risultalo della semplice riflessione, non sono anche oggidì concepite
dai molli nella loro vera essenzialità. Cosi per es. gli uomini comuni
considerano una dimostrazione graphica come equivalente ad una puramente
intellettuale; giova osservare che la dimostrazione graphica è un fatto
sensibile, e si riferisce ad un dato problema presentabile sensibilmente,
ma la dimostrazione intellettuale si riferisce a un fallo cogitabile, la
quale riesce sempre irrefragabile anche per quelle cose che non si
possono presentare sensibilmente, purché siano ridutlibili ad una tale
equazione. L'arte prosaica consiste nel trovare questa dimostrazione,
e nel fare che una verità non sia più semplicemente soggettiva.
Le verità apodittiche si distinguono dalle verità del primo momento
appunto perchè queste sono varie nei varii soggetti (varii soggetti
posseggono varie convinzioni), ma quelle sono identiche in tulli i
soggetti. Un soggetto può possedere una fede ed un altro soggetto può
possederne una contraria, ma nessuno potrà pensare che un theorema
geometrico di Pithagora per es., non sia necessariamente vero, perocché nessun
soggetto può dubitare che a = a, identità alla quale, come alla propria
radice, si riducono lulle le verità mathematiche. Vi è una terza
forma dell'arte prosaica, che è pure una forma apodilhica, ma differisce
essenzialmente dalla dimostrazione mathematica, perocché quella è semplicemente
un mezzo a conoscere qualche verità naturale o spirituale, questa non è
semplicemente un mezzo, ma è immanente al proprio scopo. Qui non si
tratta più di conseguire uno scopo con un mezzo adeguato, ma si traila di
conoscere una verità che ha in se stessa il proprio principio, mezzo e scopo.
L'osservazione esplora ciò clic sia il soggetlo in se stesso, e suppone che la
verità di esso sia in lui recondita e mediante l'osservazione si possa
conoscere quello che e. Le mathematiche pure contengono verità puramente
intellettuali, epperciò verità irrefragabili e necessarie; ma come tali
non possono contenere verun scopo naturale o spirituale; debbono assumere un
elemento empirico, epperciò un'essenzialità contingente. Le verità
empiriche differiscono essenzialmente dalle mathematiche, perocché quelle sono
irrefragabili e necessarie, ma queste essenzialmente controvertibili;
perciò nelle cose mathematiche non si può avere una propria opinione, e
si tratta solamente di sapere se questa sia o non sia una verità
mathematica, ossia una verità mathematicamente dimostrata; nelle cose
empiriche tutto è conlroverlibile, epperciò i varii soggetti possono
possedere varie opinioni e varie convinzioni, ma queste verità controvertibili
possono contenere una natuca concreta o uno spirilo
concreto. L'osservazione insegna esattamente quello che sia ogni
ordine finito, epperciò insegna che ogni ordine empirico versa in
una necessaria contingenza. Presumere di conoscere qualcosa definitamente
coll'osservazione è una presunzione puerile, perocché tanto l'oggetto
dell'osservazione, quanto l'osservazione stessa versano in una necessaria
contingenza. Ogni ordine finito appartiene alle discipline empirico-induttive
o alle discipline mathematiche empirico-induttive; perciò i cultori di
queste discipline finite dicono, non vi è verità assoluta, ma ogni verità
è necessariamente relativa. Questo è vero, perocché nelle discipline finite
non si può trattare se non la verità relativa, e quella verità
assoluta che possibilità la relazione non appartiene a delle discipline.
Però nelle medesime tutte le verità relative non sono identiche, ed
esse si coordinano gerarchicamente secondo il grado di relazione. Cosi
per es. nelle cose spirituali si distinguono verità puramente soggettive
dalle nazionali, e le nazionali dalle verità humanilarie, e le
humanilarie dalle mondiali. Una verità positiva nell'ordine finito si
chiama quella che possiede rapporti più generali, cosi che possa essere
poco affiena dall'opinalilà soggettiva. Così per es. che i gravi cadano
colle leggi di Galileo è una verità empirica, ma essa è cosi generale
e l'arte speculativa cosi costante sul nostro globo, che non
può essere affetta da veruna opinalilà soggettiva. La medesima è una
verità puramente empirica, perocché se una pietra non cadesse nello
spazio libero sulla terra non si troverebbe una ragione contraria
assolutamente necessitala da opporre al suddetto phenomeno; la pietra
deve cadere nello spazio perocché è sempre caduta; è un documento
costante dell'osservazione; ecco lutto; e questo lutto non si può
trascendere in verun modo dall'intelligenza riflessa senza cadere in
gratuite supposizioni. La riflessione non può opporre per es. che siccome
il centro e la peripheria si suppongono necessariamente, cosi il corpo deve
necessariamente procedere dal centro alla peripheria, e viceversa per
conseguire un'esistenza esteriore. Questa cosa si capisce chiaramente
dicendo, che una materia centrale è necessariamente una materia caduta,
ed una peripheria è necessariamente una materia spostata dal suo centro;
cosi una materia è pure un'oscillazione necessaria fra il centro e la
peripheria, perocché la non si può supporre occupare due luoghi nello
spazio. Qui non si traila empiricamente di provare che generalmente la
materia debba essere attratta e respinta dal centro alla peripheria e
viceversa, ma semplicemente di provare che questa tale materia hora e qui
sia attratta o respinta, piuttosto che altrimenti. Perciò
l'osservazione non tratta le verità generali, ma semplicemente quelle nel tempo
e nello spazio; ed i cultori delle discipline finite dicono saggiamente,
che tutte le verità sono relative; s'intende che tulle le verità finite sono
lali. [L'arte speculativa] L'arie prosaica è necessariamente un'arte che tratta
il finito, ed è prosaica perchè appartiene alla riflessione. L'arte
speculativa non è più tale, perocché si propone di conoscere non le
verità relative e finite, ma le verità generali, madri dì ogni ordine
finito. Quest' arie differisce essenzialmente lanlo dalla poetica quanto
dalla prosaica, perocché aspira alla nozione, e ad una nozione
indipendente da ogni empirica autorità; sendo tale, la non si può
chiamare un' arte aslrallamente prosaica nè astrattamente poetica,
perocché contiene il suo argomento concreto, di cui la prosa e la poesia sono
astratte manifestazioni. Cosi lo spirito generalmente parlando non è
poetico astrattamente, perchè anche prosaico, e non è prosaico
aslrallamente perchè anche poetico. Nell'eloquenza philosophica qualche
volta si vuole persuadere (cioè parlare all'imaginazione e al sentimento,
come la poesia); qualche volta però si vuole dimostrare (cioè
parlare alla riflessione, come la didattica finita); in concreto però lo
spirito vuol insinuare la verità, non imporla se sotlo una forma poetica
o prosaica; vuole insinuare una verità concreta di cui la forma poetica e
la prosaica sono forme astraile; lo spirilo vuol trasfondere lo spirilo,
il quale è semplicemente l'attitudine a costituirsi poetico o
prosaico. Quest'arte speculativa per conseguire il proprio scopo si
svolse caratteristicamente per tre momenti, che sono quelli della
philosophia comunemente della. Cosi prima è una s peculazione immersa in un
elemento poetico o religioso (come per es. l' ispirazione e la fede). Poscia è
una speculazione immersa in una dimostrazione mathematica o empirica,
cioè una verità generale diesi vuol conseguire col melhodo delle verità
finite. Finalmente è una speculazione scettica che si rillettc in se
stessa, e conchiude che l'inlellellualilà riflessa è incompetente a
conoscere l'assoluto. La FILOSOFIA più o meno popolarizzata nei vari paesi
civili dell'Europa, appartiene sempre al primo momento, vale a
dire, è un sentimento od un'imaginazione più o meno philosophalc;
non si aspira categoricamente alla nozione, ma semplicemente a persuadere
una certa verità generale. Questa persuasione non può riposarsi se non in
una fede nella cosa o nel dichiarante la cosa. Perciò si fa sempre
appello o a un senso comune (come la scuola scozzese), o a una verità
rivelata (come generalmente tutte le Iheosophie, comprese anche quelle che si
dicono speculative), o finalmente a una ragione esplicita colla forza
dell'eloquenza, vale a dire, a una ragione diretta al sentimento. La FILOSOFIA
coi/arie speculativa mune della gente non può essere se non una
philosophia più o meno poetica, religiosa o irreligiosa; checché ne sia,
le sue ra-gioni non sono mai dirette a costituire la nozione, ma semplicemente
a commuovere il sentimento, o provocare l'imaginazione: perciò
quest'eloquenza philosophica non si può chiamare poetica nè prosaica, ma
semplicemente un'arte speculativa che persuade o commuove secondo le
varie circostanze. É la sola possibile FILOSOFIA che si possa
popolarizzare, perocché il sentimento e l' imaginazione nella gente
comune possono essere mediocremente espliciti, ma la riflessione è sempre
notevolmente debole. In questo primo momento si dice, per es., che la
philosophia dev'essere nazionale, ovvero deve servire la Chiesa, ovvero
lo Stato, ovvero la civiltà, e così via; si vuol fare della
philosophia una disciplina finita con uno scopo finito. E veramente
questa manifestazione equivoca della mente humana non potrebbe
trascendere a una pura speculazione, e d'altronde non potrebbe costituirsi una
technica chiaramente professionale. Perciò quando? udiamo che una persona
ci risponde che il suo studio sono le mathematiche, la chimica, eie, sappiamo
positivamente quelli ch'essa dice, ma se udiamo che la della persona si
dedica alla) philosophia, rimaniamo piuttosto perplessi. Si é talmente
generalizzato questo nome, che horamai non si sa più cosa si vogli a dire,,
quando lo si pronuncia. Tra una philosophia dell'ordine succcnnalo, ed
una philosophia come speculazione pura corre una differenza molto
maggiore che non fra la botanica e la giurisprudenza. Un secondo
momento dell'arte speculativa è quello che, abbandonando il campo della fede, si
dedica alla dimostrazione mathematica o empirica, vale a dire, a una
philosophia che vuol conseguire la propria verità col methodo d'una
disciplina finita. Cosi, per es., Spinoza tratta la sua etilica con un
methodo rigorosamente geometrico (proposizione, dimostrazione, corollario).
Nel secolo passato questa manìa d' imitare i malhemalici fu mollo
generale nei philosophi; non avvertivano che le mathematiche sono
rigorosamente esatte, perocché versano in un'aslratla identità, vale a dire, si
riducono alla loro assiomatica identità a = a, locchè non potrebbe
realizzarsi circa veruno scibile concreto, perocché esso scibile concreto deve
contenere le categorie radicali di qualsivoglia realtà, cioè la qualità e
la quantità. Le mathematiche sono appunto esalte perchè contengono una sola
categoria (la quantità), e le loro verità non sono mai il rapporto di
una all'altra categoria (il quale rapporto costituisce l'essenza di
qualsivoglia verità); questa sola categoria è appunto incontroverlihile,
perocché si riferisce semplicemente a se stessa; perciò si è dello che i
theoremi malhemalici sono giusti, ma non sono veri, appunto perchè non
contengono la totale essenza di quella che noi chiamiamo verità, o, per
lo meno, le verità mathematiche hanno un significalo altro da quello
delle altre discipline. Cosi trattando mathemalicamenle le materie
philosophichesi sono dovute ridurre a un'astratta identità affinchè
riuscissero incontrovertibili come le mathematiche. Spinoza, per es.,
poneva la massima cardinale che due cose diverse non possono avere un
rapporto fra loro, perocché nella comunanza di esso rapporto elleno
sarebbero identiche; di qui conchiuse una sostanza universale identica a
se slessa, la quale si manifesta nelle sue varie attribuzioni come
la spaziosità, la temporaneità, eie.; considerava la Coscienza come
una mera attribuzione di essa sostan za. Non avvertiva 1° che nulla può
essere reale se non sia Coscienza e p perc iò la Coscienza non è un
attributo ma la sostanza stess a di ogni cosa: che ja mede sim a non è u
j^ realtà, ma piuttosto i nfinita attitudine a realizzarsi epperciò non
si può chiamare nè universale, nè particolare, nè identica, nè
differente; ri on si può predicarla in verun modo finito. Vi
ha pure un'altra forma della dimostrazione, che assai differisce dalla
mathematica. E la prova empirica, della quale abbiamo più sopra riferito il
caratteristico essenziale. Nulla di più ovvio che ascoltare cosi
sconsideratamenle dai philosophanli che la philosophia dev'essere
utilitaria, e riposare sopra i documenti positivi dell'osservazione.
Questa proposizione presuppone una perfettissima ignoranza delle verità
puramente philosophiche. Basta osservare che la philosophia, sendo il
termine più generale della scibilità, non può essere subordinala a uno
scopo altro dall'arte speculativa se stessa; esso scopo suppone
necessariamente che vi sia qualcosa più concreto della philosophia. Solamente
con questa supposizione si possono giudicare positive certe verità, alle
quali deve servire. Il terzo momento dell'eloquenza philosophica è,
propriamente rnm«viAo parlando, un'eloquenza scettic a. Si è scoperto che
ogni idea consta di due termini contrari, ma siccome la riflessione deve
necessa- Se eìticìj riamente affermare o negare, così s i conchiude che
nè la ne iiiL zione nè l'afferma zione contengono le verit à. È questo lo
scelticismo finale, al quale arrivò la speculazione greca. Negli ultimi V
tempi della philosophia greca apparvero tre syslemi, i quali, benché non
fossero prettamente sceltici, riuscirono perù praticamente allo scetticismo.
Così, per es., lo stoicismo (il quale non era menomamente scettico, ed
affermava che l'universo è il corpo d'Iddio), conchiudeva che nel mondo
non era cosa veruna pre- azjì^W- .v- V feribile a un' allra, e così la
vera beatitudine dell'uomo saggio,
( non consiste nel conseguire certe cose ch'egli crede ottime, e
f* 1 f /"cansare certe altre eh egli
crede grame; m a piuttosto nella piena indifferenza ad ogni cosa monda na. Cosi
pure i neoplatonici, i quali non erano menomamente scettici, lant'è che
proclamavano che l'assoluto è uno, epperciò non intelligibile, perocché
l'intelligenza suppone l'intelligente e l'oggetto dell'intelligenza, altro F.f
te et \ dalla stessa), riuscivano praticamente all'estasi colla quale si
] z *iit',\t;c astraevano da ogni senso esteriore. Gli scettici
propriamente delti e poi avendo conosciuto che ogni termine ha il suo
contrario, aspiravano ad un giusto equilibrio (melriopatfna) dei termini contrari,
epperciò conchiudevano doversi speculare continuamente, senza pronunciare
giudizio veruno. L’apathia o ataraxia degli stoici, l’estasi dei
neoplatonici, la mctriopathia degli sceltici, enunciano un solo fatto
concreto, ossia rijr.fimp fflp ny.il riffll' i pio Hifr»"™ h iimang n
p.nrirqflire l'assoluto. Gli stoici trovavano quest'incompetenza
nell'assoluta unità dell'universo, cosicché affermavano che l’intelligenza non
polendo essere se non dualistica, necessariamente non poteva
concepire l'assoluto, il quale è un'unità. I neoplatonici trovavano
quest'incompetenza nell'intelligenza, che presuppone un oggetto essenzialmcnle
altro dall'intelligente. Gli scettici finalmente trovavano
quest'incompetenza nell'assoluta contrarietà delle idee, dalla quale
arguivano l'assoluta incompatibilità di due idee contrarie. Sommariamente si
può conchiudere che il sentimento l’e
imaginazio ne sono^cjjmpe tenti a concepire Tassoluto^ perocché I
ìvA*'tZ~ var j ano ne j varj soggetti; la riflessi one è pure incompetente
a t:|(*M,»*^. concepirlo, perocché deve supporre il suo oggetto
essenzialmente altro da se stessa, e trovando che ogni termine
dell' idea ha il suo contrario, conchiude necessariamente che una tale
idea debba essere un affermativo o un negativo, ma dappoiché non è
astrattamente nè l'uno né l'altro, ossia non è un astratto positivo
perché anche un negativo, e non è un astratto negativo perchè anche un
positivo, arguisce che l’intelletto è incompetente a giudicare. Questo
avviene perchè non si conosce quella facoltà, wr^ÈTche noi chiamiamo
facoltà concettiva, la quale differisce essenzialmente tanto dal sentimento
come dalla riflessione. Il senlimento affermo giustamente la propria
incompetenza a costituirsi t&wtfc-ccìv^vp-un assoluto, l’intelligenza
a ffermò pure la detta incompelcnza, perocché capì che l'assolulo deve
contenere anche la riflessione, epperciò la riflessione non può giudicare
quello che non può essere un suo oggetto altro da se stessa Cosi l'arte
della parola, svolgendosi nel sentimento artistico e nella riflessione
scientifica, arrivò a uno scetticismo filosofico, e si giudica generalmente
incompetente a costituirsi un assoluto. Lo scetticismo è la necessaria
conclusione d'ogni intellettualilà, che abbia trasceso il sentimento, e non
sappia trascendere alla pura speculazione. Il nostro filosofo si propone anche
la celebre questione del progresso, ossia del cammino della civiltà; e trova
che essa fu evolutivamente risolta coir una o coll'altra delle
seguenti tre risposte: Il genere umano invecchia e invecchiando/dgiara
(sentenza prediletta dagli antichi, da parecchi ottimi poeti moderni e
specialmente dai teologi; con essa lo spirito, scorgendo le migliori cose
desiderabili, le illumina col prestigio della distanza nello spazio e del
tempo. Il genere umano scuote le tenebre della sua ignoranza,
ricerca la scienza, con cui recar rimedio alle sue infermità, e accrescere i
beni, insomma migliora; (con essa lo spirito sforzatosi di prendere il governo
del mondo, raggiunge la sua dignità, dalla quale la mistica antichità lo
dichiarò decaduto: ed è prediletta dai novatori in genere). L'uomo né peggiora
né migliora, ma svolge in modo la sua spiritualità, che la prospettiva del suo
processo rimanga duplice, a migliorare per una parte, a peggiorare per l'altra:
lo spirito è una perpetua compensazione attiva del bene e del male, in modo che
l'uno generi l'altro per necessità logica e questa é la soluzione preferita dal
filosofo: soluzione, come si [Prolegomeni] Lo Spirito oggettivo vede,
trascendentale, ma punto strana perchè l'esigenza del trascendentalismo è
propria dell'uomo. Esso è necessario alla spiritualità, cosi come la
respirazione al corpo umano, sebbene, sommando le opposizioni che si sono mosse
alla speculazione, si vede che tutto lo scibile finito iu l'avversario d'ogni
trascendentalismo speculative. La determinazione suprema della
voce, LA FAVELLA, cioè LA PRONUNCIA ARTICOLATA DELLA DIALETTICA PSICHICA è
il vero fondamento dello scibile, perchè concreta sensibilmente lo sdoppiarsi
del pensiero. Èla formula e insieme lo strumento più eminente della
manifestazione spirituale. Sebbene né LA FAVELLA, né la facoltà di
acquistarla siano necessariamente richieste per determinare la posizione
dell'uomo nella natura il sorgere del LINGUAGGIO, È, COME IL PUDORE, SINTOMO della
spiritualità che nasce e si afferma. Lo studio della linguistica che
sembrerebbe poter procedere sopra un terreno libero da qualsivoglia
pas-[Introduzione alla coltura generale, Prolegomeni Massime e Dialoghi, Fase.
Spirito oggetiivo] sione partigiana, invece cammina sotto vane bandiere
teologiche, o in balla del liberalismo naturalistico o finalmente asseconda le
simpatie e avversioni etniche. Come ogni popolo crede ed ha creduto sempre di
essere il primo popolo della terra, cosi crede ed ha creduto sempre di
possedere la più perfetta di tutte le lingue -- opinione che naturalmente osta
ad un bilancio del contributo che ogni idioma porta all'educazione dello
spirito umano. Il problema dell'origine delle lingue, cosi come è posto per
tanto tempo, è assurdo, giacché presuppone pre-nato alla lingua il pensiero, il
quale mediante essa debba riferirne l’origine. L'unica ricerca genetica che,
fuori del dominio speculativo, può condurre a utile risultato, è la
determinazione di un periodo riconoscibile nelle vicende storiche, dal
quale si sono sviluppate le attuali forme linguistiche. Considerando il
rapporto tra l’idea e le primissime radici designative si capisce che detto
rapporto non è idealmente definibile, perchè è meramente naturale. É una
ragione psichica immediata come quella per la quale il RISO è foneticamente
altro dal LAMENTO e SIGNIFICA diversa condizione dell'anima. Ma l'idea
progressivamente si emancipa dalle forme materiali e radicali. Giacché
agevolmente si capisce come una radice viva, ossia espressiva di un solo
concetto determinato, patisca in questa determinazione un impedimento alla sua
dialettica e storica evoluzione. Anzi, la [Considerazioni ecc., Lo spirito
oggettivo] radice e l'idea si legano reciprocamente, e così l'una e l'altra
sono arrestate nel loro metamorfico svolgimento. Si può dire che il pensiero di
un popolo tanto più liberamente si svolge nella storia quanto meno sia
spiritualmente legato dalle radici vive della propria lingua, e che reciprocamente
l'inerzia dialettica conserva le radici vive come l'attività le corrompe e
spegne. Molta importanza ha lo studio delle lingue per la istruzione e
l’educazione del pensiero. L’uomo è tante volte uomo quante lingue conosce,
giacché tale studio concerne vari modi che rispondono ai vari gradi del
pensiero. Infatti, l'idioma accenna progressivamente a dare le forme sensibili,
le intellettive, e le concettuali. Quanto più il pensiero si avvia
all'espressione rigorosamente logica tanto più si libera dalle esigenze tutte
formali della lingua. Giovanetto, sperimentai che dalla lingua è occasionato il
pensiero. Più tardi capii che la lingua è mezzo necessario alla sua
formulazione. Finalmente concepii che la vera forma intrinseca del pensiero non
può essere manifestata da questo mezzo estrinseco, che è la lingua. Il che
significa che essa, giunta che sia di fronte alla speculazione pura, o per dir
meglio, al sistema contemplativo si esautora da sé medesima, riconoscendosi
insufficiente a esprimerlo concretamente. Anzi, la lingua [Idee radicali delle
discipline matematiche ed empirico-induttive. Introduzione alla coltura
generale. Prolegomeni. Massime e Dialoghi. Fase. Lo spirito oggettivo] VOLGARE,
per l’uso pratico della vita, vuol essere studiata assai differentemente che la
letteraria e la FILOSOFICA, perocché lo scopo delle varie forme linguistiche
non è menomamente identico. Anche la semplice nozione storica di un paese è
assai collegata colla conoscenza del suo idioma speciale. Narrando di un viaggio
fatto dall'eroe di uno de’suoi tanti romanzi, C. dice. Il mio protagonista
studia sopratutto di famigliarizzarsi coi singoli idiomi che sono svariatissimi
e giudica che la nozione à un certo paese suppone quella del minuto popolo,
epperciò una pratica dell'idioma locale. E vedemmo che così si comporta nei
suoi viaggi egli stesso. Quanto alla questione circa la preminenza del toscano
sugl’altri dialetti nella nostra lingua letteraria, ecco le osservazioni, che
noi riferiamo qui non perchè ci paiano originali, ma per dimostrare, una volta
di più, quale sicurezza di sguardo ha C, in ogni questione, che si affaccia al
suo intelletto. LA LINGUA ITALIANA possiede, come tutte l’altre, il suo proprio
genio caratteristico, per il quale non può essere confusa con veruna delle
lingue romaniche. I suoi dialetti, moltissimi e svariatissimi, si distinguono
fra loro singolarmente per il loro specifico carattere, ma nessuno potrebbe
sospettarli dialetti d'una lingua altrimenti che l'italiana. Questo avviene
perchè, fra tante differenze, essi posseggono un carattere comune. Memorie
postunte, Fase. Itinerario di un inqualificabile. Fase. Lo spirito
oggettivo] grammaticale e lessicale; e L’UNITÀ DELLO SPIRITO ITALIANO,
nonostante le sue profonde differenze, è improntata in questo generalissimo
tipo comune dei dialetti. Oggidì da letterati si disputa seriamente se il solo
toscano sia il tipo classico della lingua italiana, ovvero se IL GENIO DELLA
NOSTRA LINGUA, essendo sparso in vari dialetti, si debba ecletticamente
approfittare di tutti. Esporrò brevemente la mia opinione. Il toscano è senza
dubbio il più ricco, il più venusto e sopratutto, diremo, il più prettamente
italiano dei dialetti parlati nella penisola, e perciò esso è senza dubbio il
repertorio più copioso e più italiano. Ma non si deve dimenticare che la lingua
parlata in Toscana, quanto sivoglia buona, è pur sempre UN DIALETTO, epperciò
non può essere una lingua letteraria sufficiente. Nessun popolo scrive come
parla. Le lingue parlate nascono e crescono nel popolo, e contengono le mere
idee del popolo; la letteraria e la scientifica sviluppano il materiale linguistico
della parlata giusta le esigenze progressive delle lettere e delle scienze. Ora,
questo materiale della lingua parlata è tanto più sufficiente quanto più
ampiamente è desunto da tutti i dialetti italiani: ognuno di essi possiede
certe locuzioni così proprie all'idea, quali non sono specificamente possedute
da verun altro. Di queste precellenze particolari la lingua delle lettere e
della scienza deve liberamente approfittare e non immiserirsi nell'idioma
locale d'una provincia. Seguitiamo il buon esempio del grande ALIGHIERI, che,
quantunque toscano, esordì a scrivere la sua Commedia non nell'idioma toscano,
ma in una lingua veramente italiana. Spirito oggettivo. Molte forme
grammaticali e lessiche sono riducibili allo SPIRITO GENERALE DELLA LINGUA
ITALIANA, talune non lo sono. Il buon criterio del letterato deve scernere
quelle da queste, e, se l'idea esige neologismi, li deve creare conformemente
al genio della lingua, e omogeneamente ai materiali idiomaticamente o
letterariamente prestabiliti nella lingua italiana. Coll'idioma esclusivamente
toscano s'immiserisce non solo la lingua, ma conseguentemente anche
l'idea, la quale trascende le limitazioni locali e popolari. Dai
Sogni e Favole: Dal Sogno fiiogoologico. Perfezione ed imperfezione degl’enti.
Dalla Favola antropologica. Dialogo tra Fantasia, Lucifero ed il filosofo.
Dalla Favola antropopedeutica. Dialogo tra Favola ed Filosofo. La filosofia e
la solitudine. Dalla Favola angelica. La vita del filosofo. Dal Sogno
utopistico. Dialogo fra il filosofo ed un ere mita della futura società
riformata. Dal Sogno utopistico. L’educazione in un ordinamento utopistico
della società. Dalla favola utopistica. Una gita in aeroplano nella società
riformata. Dalla Favola utopistica. Un casus belli Dalla Favola utopistica. Le
condizioni economich della società riformata dell’anno 2000. Dalla Favola
utopistica. Un disegno di ordinamento cittadino nella società riformata
dell’anno 2000. Dal Sogno assurdo. La società nel secolo xix e nell’e
poca successiva della riforma. Dalla Favola assurda. L’igiene. Dal Sogno
del diluvio riformatore. Un cataclisma. Dalla Favola di F.rato. Poesia,
scienza, speculazione Dalla Favola ili Erato. La danza, la mimica, la musica,
la poesia. Dalla Favola di Erato. I grandi poeti sono spiriti concettivi. Dalla
Favola tecnica. Prolusione agli studi tecnici in una società futura. Dalla
Favola filosofica. Manuale pratico di vita civile Dalle Massime e Dialoghi:
Reminiscenza.» Espressione della verità. Recondita opera della filosofia
nella storia dell’ umanità. Gl’attori della nostra storia europea. Gli spiriti
forti e la moralità. I filosofi nella società degli uomini comuni. Debolezza
delle facoltà mentali. Celebrità e saggezza. I giudizi del mondo. Apprendere da
sò stesso o dal maestro. II giornaletto umoristico. La tirannia della
debolezza. L’apprezzamento della filosofia del mondo. Stazioni nell’itinerario
degli studi. Dialogo di Patologo e Apatologo.» L’uomo piacevole.
Machiavellismo delle sette. Differenze spirituali. Un quinto giudizio del
mondo.Erutti di una coatta abnegazione. La celebrità ed il sapere. Dialogo
della Luna e della 'ltrra. Lagnanze e contentezze inopportune. L’intrinseco del
mondo. L’ineccepibile probità. Conosci te stesso. Il vero sentimento e la
costumanza. La predica delle tre sorelle . Metodo per essere colto e sapiente.
Scopo di un filosofo . Catechismo de! medico praticante. ”Documenti esteriori
della soggettività. L’inettitudine dei filosofi e dei poeti . Annunzio
librario. Dialogo di un filosofo con un amico. Orientazione dello spirito
speculativo. L’infelicità degli uomini grandi. consigli delle persone. La
setta. La personificazione delle maggioranze. I giudizi del mondo. Verità
speculativa e verità della riflessione. Sentenziucce. Le ragioni delle sette.
Predilezione del sentimento e della riflessione Le abitudini della vita pratica
e teorica . Insegnamento delle massime pratiche mondane. L’hegeliana filosofia
del diritto. Trascendentalismo. La divina provvidenza1 diritti della gente.
Astrazioni viste sotto un solo aspetto. Ragioni della verbosità . La solitudine
e la città. Le lodi e i biasimi del nostro tempo. La morte spirituale.
L’inavvertenza. Politica. Circa la musica contemporanea. I desideri del
filosofo . L’essenzialità del sistema contemplativo. Uno stravagante . li
soldato. Un rimprovero sconsiderato1. 'esigenza dello spirito. Il lavoro del
cervello. L’educazione positive. La composizione. I ire periodi della storia
umana Intensità dell’esistenza ed annullamento Insegnamento della
lingua. I fondamenti dello scibile finito. La religiosità dell’Asia. La
religiosità in ROMA. II Cristianesimo. L’igiene. L’ozio delle
Trascendentalismo. La verità poetica. La responsabilità. Paradossi. La
professione. Il regime. L’educazione del getter. L’essenza e il
formalismo dello scibile umano. Il bello poetico. Il deputato. Crepuscolo
di Milano. Pellegrinaggio. Unione di Torino. Silorata. Revue
franco-italienne di Parigi. Philosophische Monatshefte, Rabus. Pasaelogices
Specimen. Zeitschrift fur Philosophie und philosophische Kritik,
Perseveranza. Antonietti. Considerazioni sopra il sistema dello Spirito e della
Natura. Lorenzi alle Considerazioni. Gazzetta Letteraria Ercole.
Filosofia delle Scuole Italiane, Ercole. Pasaelogices Specimen. Annuario
biografico universale, Articolo d'indole generale. Lorenzi. Notizia degli
scritti e del pensiero filosofico di C. accompagnata d’un cenno
autobiografico pel medesimo (la mia celebrità). Ercole. Torino, Unione
Tip. Editrice. Prefazione de IP Autore In Atti deirAccademia Reale delle scienze
di Torino Classe di scienze morali, storiche e filosofiche. Adunanza. Nuova
Antologia.Valdarnini. Zeitschrift filr Philosophie und philosophische
Kritiky Halle, Notizia bibliografica Rivista Italiana
di Filosofia dNotizia bibliografica di Tocco. Introduzione
dei traduttori ai Prolegomeni, Nuova Antologia. Letteratura. Tarozzi. Ercole.
Rivista Italiana di Filosofia, Ercole. Machiavelli, T. C. In Lettere ed
Arti.Lenzoni. Ateneo Veneto.Ift Revue philosophique de la France et de
L’Etranger. Perez. Ercole. Sinossi. Rassegna Nazionale. Un poeta
filosofo.Notizia. Rivista Italiana di Filosofia. Notizia Valdarnini. Risveglio
educativo, La pedagogia di C. Studio di Valdarnini. Prefazione
dell’autore La Coltura, La fama postuma d’un filosofo poeta, Zannoni.
Voce del Lago Maggiore, C. poeta, di Alemanni. La filosofia della natura
di C. Ercole. Torino, Unione tip. Editrice. The Mind, Benn. Zeitschrift
fììr Philosophie und philosophische Kritik, Leipzig, Notizia sulle opere,
Hermann. Rinnovamento Scolastico, Roma, Ceretti nella storia della
Pedagogia, Fantuzzi. Deutsche Litteraturzeitung, Notizia sull’essologia Cesca
Rivista italiana di Filosofia, Un nuovo trattato di filosofia della natura del Valdarnini.
Nella Storia della Pedagogia Italiana di Valdarnini, Paravia e C., Dizionario
illustrato di pedagogia di Martinazzoli e Credaro. Rumori mondani di Negri,
Milano Discorso. Ercole. Inaugurazione del monumento a C., Intra,Vedetta. Alemanni,
Saggi di Filosofia Teoretica. Valdarnini. Firenze Prefazione
dell’autore. Introduzione. Ercole. Essologia, Stampa Notizia sul voi.
deirEssologia. Alemanni.Rassegna Nazionale NotiziaAlemanni. Rivista
Italiana di Filosofia, stX.i,-La Coscienza
Fisica, studio Alemanni. Nella Storia ompendiata della
Filosofia di Cantoni (Milano Hoepli) Rivista Pedagogica Italiafia, La
filosofia naturale di C. Valdarnini. Coltura, Notizia di Petrone, Rivista
Italiana di Filosofia, Le dottrine estetiche di C.. Studio.
Alemanni (Literarisches Centralblatt, Essologia. La Fisica. Nella
Enciclopedia universale illustrata, Milano,
Vallardi Editore. Cenno sul Ceretti.
Grundriss der Gcschichte der.Philosophie,Viertel Theil di Ueberweg-Heinze.
Notizia su C. (Credaro), Rivista Filosofica. La
filosofia di C. Alemanni. C. (n. intra), filosofo.
implicatio — empiegazzione — ES implicatum — empiegato — EX implicans —
empiegante — SYN. L'uomo nella
serie zoologica.L'uomo vuol essere consideralo come l'ultimo frutto, ossia il
massimo sviluppo psichico dell'animalità. Questo massimo sviluppo presuppone
necessariamente i prossimi animali dello sviluppo minore, e cosi via
discorrendo. L'uomo vuol essere, inoltre, considerato come il frutto più
recente dell'albero 200 logico. E qui nasce oggidi rispetto all'uomo una
contestazione circa la sua produzione immediata o derivata da ' più prossimi
animali inferiori. Questa contestazione non può ammettersi dalla specu lazione,
e neppure dalle discipline naturali empirico-induttive; ma la si agita sopra un
terreno affatto estraneo a quello della speculazione, e della scibilità
empirico - induttiva, fomentata da ogni sorta di passioni, partigiana di
religiosità, di moralità, e così via. È assurdo supporre che una specie si
tramuti in una nuova specie come tale; perocchè le specie sono mere distin
zioni teoriche del nostro intelletto . La natura, come disse un sommo naturalista,
non facit saltum; e conseguentemente le distinzioni caratteristiche, che
costituiscono le specie, non risul tano se non in quanto si prendono in
considerazione termini sufficientemente lontani e si trascurano i termini
intermedii . Infatti, se noi consideriamo gli animali superiori dell'albero
zoologico, nei quali le differenze ci sono più sensibilmente mani feste,
troveremo che le specie si suddividono in razze differenti fra loro sotto varii
rapporti, e che le razze si suddividono in varietà differenti, e che dette
varietà si suddividono in varii indi vidui pur differenti fra loro . Inoltre,
troveremo che queste differenze sono a noi tanto più evidentemente manifeste
quanto più si salga alto nell'albero zoologico, ed a noi più vicina sia la
specie che si prende a considerare. La vera trasformazione della specie perciò
non si deve inve stigare nelle specie come tali, ma piuttosto nei minimi
termini della specie, ossia nelle variazioni individuali. Quesle variazioni,
tuttochè lentissime, modificano col volgere dei secoli le specie, così come le
conchiglie microscopiche, variando la propria na tura, variano il terreno che
ne risulta. Gl’agenti che effettuano la suddetta progressiva va riazione sono
di tre ordini, vale a dire : agenti planetarii, agenti psichici, agenti
spirituali. Questi agenti sono pro gressivamente tanto più efficaci quanto più
si concretano nella efficacia spirituale. Gli agenti del primo ordine
modificano semplicemente l'orga nismo, e indirettamente, ma assai lentamente,
le facoltà istintuali. Sono gli agenti puramente planetarii, p. es., la natura
del suolo e dell'aria, ossia generalmente il clima, le condizioni geografiche e
topografiche, e cosi via.Questi agenti si possono chiamare elementari; perocchè
operano su tulla l'animalità senza distinzione veruna, e sono presupposti dagli
altri agenti succennati. Si può dire in tesi generale, che gli animali
inferiori non subiscono modificazione se non lentissima, e molte specie degli
animali inferiori si sono spente, appunto perchè non hanno potuto subire le
modificazioni necessitate dalle progressive va riazioni dell'aria e del suolo .
Gl’istinti delle specie animali infe riori sono rigidi e difficilmente
modificabili, appunto perchè sono istinti poco variati, che non possono
neutralizzarsi fra loro in una ricca varietà di modificazione. Gli agenti del
secondo ordine sono psichici, epperciò più intimi nell'organismo, ossia più
essenziali . Questi agenti psichici modificano l'animale nelle sue intime
facoltà, ossia attitudini, assai più facilmente e più profondamente che non gli
agenti naturali succennali. Questi secondi agenti sono nella loro essenzialità
un maggiore sviluppo dei primi, epperciò si manifestano nelle generazioni
susseguenti come profonde modificazioni dell'organismo e dell'istinlualità .
Queste modificazioni non sono più mere variazioni giusta una astratta affinità,
per le quali, p. es., una facoltà diventa minore di altra facoltà, vale a dire,
si manifestano come pure variazioni quantitative dell'istintualità . Sono
modificazioni profonde che diventano la proprietà caratteristica dell'animale e
qualche volta sono affatto estranee e contradittorie alle facoltà delle genera
zioni preesistenti. Allora si dice, che nuove specie sono venute all'esistenza,
e le vecchie si sono spente . Le facoltà psichiche si modificano sulla base di
istinti più svariati, i quali si neutralizzano appunto fra loro tanto più
facilmente quanto più svariati . Gl'istinti degli animali inferiori sono tanto
più fermi e rigidi, quanto meno molteplici e sva riati. Queste modificazioni
causate da fattori psichici modificano realmente il sistema anatomico e
fisiologico ( perocchè non sa rebbe possibile una modificazione psichica sulla
base d'una inva riabilità anatomico - fisiologica ), ma sono modificazioni
profonde, le quali, se qualche volta poco modificano l'ordine anatomico
fisiologico sensibilmente manifesto, sono però effettuate piuttosto negli
elementi anatomici, nel così detto ordine istologico. Le dette modificazioni
psichiche non spettano, come quelle generali, ad una specie o ad una razza, ma
sono più profonde modificazioni dell'organismo e della corrispettiva
istintualità; esse riflettono piuttosto le mere individualità animali, epperciò
sono variabili indefinitamente. Le condizioni causali di queste modificazioni
sono date dalle varie ciscostanze, nelle quali ver sarono certi individui
animali. Cosi non è solo la varia natura geografica e topografica del suolo e
dell'aria in che vivono, ma anche i varii vegetabili e animali con che vivono;
perocchè dette varie condizioni sono sufficienti a modificare l'anima
dell'animale . Le delle varie circostanze costringono certi individui a eser
citare preferibilmente certe facoltà psichiche, e per conseguenza a svilupparle
preferibilmente. Data la ricca molteplicità e varietà delle facoltà istintuali
proprie della specie, queste facoltà varia mente si combineranno fra loro e si
neutralizzeranno. Gl’istinti cosi neutralizzati, ossia radicalmente variati, si
trasmettono alla generazione veniente; e cosi le condizioni succennate,
variando le altitudini dell ' anima individuale, preparano il terreno alle più
ricche e più profonde azioni dei fattori veramente spirituali . I fattori
spirituali modificano quelle attitudini che appartengono non alla specie, ma
all'individuo animale, e sono fattori che non più modificano l'anima senziente,
ma lo spirito ideante dell'animale. Tuttochè questi fattori, nel loro concreto
sviluppo, appartengano meramente allo spirito umano, pure gli animali superiori
(p. es., le scimie antropomorfe) posseggono un certo quale esercizio equivoco e
parziale dei suddetti fattori. Cosi la scimia impara dalla propria
osservazione, epperciò gl’indi vidui più vecchi sono assai più scaltri e periti
dei più giovani . È questa la ragione per la quale i suddetli animali non sola
mente si aggregano fra loro, ma si organizzano gerarchicamente giusta certi
statuti del loro sentimento comune. È importante che un individuo animale possa
profittare delle proprie osser vazioni; perocchè dello profitto provoca una
maggiore perizia pratica, la quale dai più vecchi è partecipata ai più giovani
e trasmessa alle generazioni vegnenti come una dialettica delle categorie
istintuali, che più tardi si svilupperanno in una vera mentalità. Le categorie
spirituali funzionano qui come sviluppate cate gorie psichiche, epperciò il
linguaggio, nel suo amplo significato, vera sintesi e genesi manifesta delle
categorie spirituali, arriva all'esistenza : come linguaggio puramente
psichico; come linguaggio equivoco, ossia psichico -spirituale; come linguaggio
assolutamente spirituale. Qui non occorre accennare al terzo stadio, ossia al
linguaggio spirituale proprietà esclusiva dell'uomo, ma solamente al primo e
secondo stadio del linguaggio che nasce e si sviluppa nell'animalità subumana.
Il fattore caratteristico di questa crisi, ossia lo svi luppo dell'anima
senziente nella spiritualità pensante, è manifesto piuttosto dal linguaggio
muto delle emozioni del corpo e princi palmente di quelle della fisionomia.
Quest'emozioni possono for mulare un vero linguaggio, in quantochè manifestano
definite emozioni intime con certe categorie, che, non essendo destinate alla
mera conservazione dell'individuo e della specie, non si pos sono chiamare
semplicemente psichiche, ovverosia istintuali. L'animale, p . es., lussureggia
per una mera sensualità erotica, la quale non può essere destinata in verun
modo alla pro pagazione della specie. Così pure gli animali giovani giocano
colla vivacità propria dell'età loro, la qualcosa può giovare, ma
indirettamente, all'educazione e destrezza corporale dell'indivi dualità. Così
i genitori non solo alimentano la loro prole, ma la educano e disciplinano alle
pratiche operazioni requisite dalla propria specie, locchè significa che
l'ingenita istintualità non potrebbe bastare, ed abbisogna di ammaestramenti
delle osser vazioni date a coloro che hanno già vissuto praticamente nella vita
. Il linguaggio che abbiamo chiamato equivoco, ossia psichico-spirituale, è
quel tale linguaggio fonetico, che veramente non consta di vocaboli, ma
semplicemente di VOCIFERAZIONI, le quali significano non solo definite emozioni
dell'animo, ma certe anfibologiche determinazioni della mente. Così, per.es., i
cani, alla presentazione d'un oggetto che altre volte fu loro nocivo, possono
fuggire guaiolando.Qui certo v'ha una psichica emozione provocata da un simile
oggetto, ma quest'emozione dev'essere legata alla memoria di una sensazione, la
quale memoria appunto costituisce una deter minazione equivoca, psichica o
mentale. Gli animali superiori posseggono una svariatissima facoltà SIGNIFICATIVA,
mediante una modulazione fonetica, di queste equivoche determinazioni. Quando
l'animale arriva definitivamente alla soggettivazione della propria Coscienza,
ossia al suolo distinto categoricamente dal non-io, entra categoricamente nella
coscienza spirituale. Questo passaggio costituisce la creazione dell'uomo, e
solamente questo passaggio colla propria manifestazione può significare un
soggetto umano. Qui l'umanismo si manifesta categoricamente nel proprio
caratteristico ( la definita soggettivazione), e si manifesta colla parola non
certo coi documenti anatomico-fisiologici, che non possono bastare se non a
certe ample generalità della distinzione animale.1 Sguardo retrospettivo sullo
sviluppo della Coscienza naturale. Prima di entrare a caratterizzare questa
crisi impor tantissima, ossia lo sviluppo dell'anima nello spirito, dobbiamo
rapidissimamente riassumere la speculazione retrospettiva della Coscienza
dall'ordine uranico nel planetario e vegeto animale. Nell'ordine uranico la
coscienza procede verso un'individuazione dalla nebulosa alle comete, al sole
ed ai pianeti. Quest'individua [Questo punto è espresso molto determinatamente
e chiaramente nel l'altra opera di C. Considerazioni sopra il sistema generale
dello Spirito,, oveè detto. Il solo caratteristico essenziale dell'umanismo
(assai più caratteristico di quell'antichissima vaga definizione dell'uomo
ragio nevole) è senza dubbio la soggettivazione, e la manifestazione di questa
sogget tivazione è fatta con parole, con gesti o altri inezzi spiritualmente
formolati, Conformemente a ciò, più innanzi, l'uomo è designato anzi definito
come coscienza soggettivatazione, qualunque la si voglia supporre, non può
essere una sog gettivazione; perocchè l'individuo non si distingue dalla
specie, e le varie specie dei corpi celesti si confondono colle varie età di un
solo individuo. Cosi pure, speculando in un ordine generalis siino, le varie
specie vegetabili ed animali sono varie età della vegetazione e dell'animalità.
Ma nelle specie vegetabili l'individuo principia a distinguersi dalla specie .
Nell'ordine animale non solo l'individuo si distingue dalla specie, ma anche il
soggetto dall'individuo ė progressivamente distinto. Cosi, p. es., il corpo
animale consta d'innumerevoli individualità viventi aggregate ed organizzate
fra loro, le quali, svolgendosi dall'una in altra fase, costituiscono i varii
organi ed apparecchi e funzioni vitali dell'a nimale. Ma la coscienza resuntiva
di questo individuo vivente è nell'animale concreto non negli animalcoli
gregarii che lo costi tuiscono . L'animale resuntivo della propria soggettività
costituisce lo svolgimento del senso del pensiero. Lo Spirito o la Coscienza spirituale
. Senso e pensiero e la loro distinzione. Qui dobbiamo caratterizzare
definitivamente la distin zione del senso e del pensiero. Il senso non può
supporsi astratto dalla Coscienza; perocchè in questo caso sarebbe un senso che
non sente, ma può supporsi astratto dalla Coscienza del senso; perocchè la
Coscienza e il senso possono funzionare indistinta inente . Finchè la Coscienza
non si distingue categoricamente dal proprio oggetto, è una coscienza identica
alla sua forma esteriore, la quale è una sensibile esistenza. Quando però la
Coscienza si distingue categoricamente dal proprio oggetto, allora dice: Io
sono e l'oggetto è. Io sono quello che sono, e l'oggetto quello che è, cioè
l’lo e il non lo siamo due termini distinti . Quest'idea fondamentale che si
percepisce un lo è la soggettività ossia la nascita dello spirito. Quando C.
dice qui nascita dello spirito, intende dire nascita del pensiero, facendo
consistere la spiritualità specialmente in questo. A con ferma di ciò, si noti,
primamente, che in questo paragrafo ei vuole fare appunto la distinzione di
senso e pensiero; secondamente, che nel susseguente paragrafo, parlando dei
momenti dello spirito, vi accoglie il principio sensitivo non come pura e
semplice sensazione, ma come sentimento. Sulla predetta distinzione, del resto,
ritorna nei paragrafi susseguenti. Le fasi dello spirito. Lo spirito consta di
tre fasi, il sentimento, l'intel letto ed il concetto. Lo spirito nel
sentimento è uno spirito immediato, che poco si distingue dall'anima senziente,
ma quest'anima senziente appartiene allo spirito, perocchè si percepisce
soggetto. Il sentimento. Qui dobbiamo brevemente storiare lo spirito nella sua
prima fase, ossia nel sentimento. Il sentimento consta di tre termini: l'attenzione,
la memoria, l'imaginazione. La funzione più o meno complessa di questi tre
termini crea la soggettività, che lentamente si svolge dal sensibile nel
cogitabile. L'attenzione deve funzionare nello spirito esordiente, e cosi lo
spirito deve sentire che il senso della natura, ossia l'istinto, più non gli
basta. Questo sentimento dell'insufficienza del proprio istinto l'avverte, che
necessita osservare ed imparare le pratiche della vita; è la prima funzione
della mentalità . Epperciò tutte le lingue ariane conservano più o meno
esplicite le traccie della parentela lessica di maneo e mens, quasichè pensare
e fermarsi, ossia fermare l'attenzione sopra un oggetto, siano due opera zioni
molto affini. Veramente, tuttochè sommamente dissomiglino queste ope razioni,
nella loro sensibile inanifestazione esteriore s'identificano in un fatto
comune, quello dell'arrestarsi. La coscienza che fissa l'attenzione sopra un
oggetto, cerca nell'oggetto qualcosa oltre il sensibile immediato, quando esso
oggetto non sia la funzione di una mera sensazione immanente. La seconda
funzione caratteristica del sentimento è la memoria. Mediante la memoria una
sensazione presente si può risu scitare quando non sia più presente. La
coscienza attentiva all'oggello studia un oggetto esteriore ed abbisogna della
pre senza di esso oggello per osservarlo. Ma la memoria contiene e conserva in
sè stessa l'oggetto osservalo, epperciò si costituisce indipendente dalla
presenza del medesimo.La terza funzione caratteristica del sentimento è la
imaginazione. L'imaginazione non solo conserva l'oggetto osservato, ma crea
l'oggetto che non ha osservato. Questa funzione emancipa la Coscienza, non
solo, come la memoria, dalla presenza dell'oggettto, ma anche dalla sensibile
esteriore realtà del medesimo, epperciò l'imaginazione può liberamente crearsi
una propria oggettività. Questa facoltà crea non solo l'oggetto composto di
oggetti osservati, ossia non crea solo la mera composizione, ma crea gli
oggetti che non constano di elementi osservati, ma oggetti radi calmente
imaginari, tuttochè le semplici categorie dello spirito e della natura debbano
necessariamente fornire all'imaginazione se stesse per possibilitare la
creazione. Il passaggio dalla coscienza senziente alla cogitante, ossia dalla
bestia all'uomo, è pure una progressiva distinzione della Coscienza in
soggettiva ed oggettiva . Qui la detta distinzione è una mera distinzione
generale dell'lo dal non-Io. L'lo si sup pone vivente e pensante altro dal non-
io, in sè stesso parimenti vivente e pensante. La natura si rivela come un
popolo di viventi e di pensanti, non si suppone ancora l'altro dal vivente
-pensante, ossia il non vivente e il non -pensante; si suppone semplicemente
l'altro dal moio lo vivente e pensante. Perciò la natura uranica, la terrestre,
stochiologica e ininerale, la vegetabile e l'animale si suppongono distinte dal
mio lo, non però distinte dall’lo generalmente par lando, ossia si suppongono
possedere un loro lo analogo a quello della Coscienza umana . Esaminale le
radici, ossia gli antichissimi suoni elementari del linguaggio e troverete ogni
dove significata l'universa natura come vivenle e pensante analogicamente alla coscienza
umana; non vi troverete mai la natura morta colle sue forze cieche, go vernale
da necessità parimenti cieca, vale a dire, la natura della riflessione. Il
sentimento esplicito dalla Coscienza soggettiva può essere comunicato dall'uno
all'altro individuo. È questa comuni cazione la prima proprietà per cui l'idea
cogitabile è distinta dalla mera sensazione. Nessun linguaggio potrà fornire
una sensazione, se questa non sia stala data dal senso come tale lo potrò, p.
es., parlare in qualsivoglia modo degli oggetti visibili, ma il cieco nato non
potrà mai comprendere che sia la visibilità. Se un soy getto abbia un tempo posseduta
la facoltà visiva, potrà, parlando degli oggetti veduti, richiamarli alla
memoria quasi visibilmente presente, ma non potrà mai fare che tale visione
sostituisca la concreta visibile realtà colla semplice imaginazione.La prima
conseguenza della Coscienza senziente che si sviluppa nella cogitante è che,
siccome l'idea come tale, ossia nella forma della Coscienza cogitante, può
essere trasmessa dal l'uno all'altro soggetto, non può essere trasmesso il
senso come tale, ossia nella forma della Coscienza senziente . Cosi il soggello
è abilitato a sapere quello che non egli, ma gli altri hanno percepito col
senso, oppure quello che egli in altro tempo ha per cepito col senso, oppure
indurre un'idea da quello che presen lemente percepisce col senso C.. Sinossi, ecc. Cosi, p . es., la pecora
condotta al macello vede macellare la sua simile e non solo non induce che sarà
ella stessa macellala, ma anche non percepisce che questa presente operazione
signi fichi un'uccisione; perocchè non possiede l'idea della morte. Cosi il
soggetto pensante può sapere quello che il senziente non può sapere, e questo
sapere nasce da una facoltà, per la quale da una sensazione si astrae un'idea.
Cosi, per es., il soggetto pensante vive nel passato colla memoria, e
nell'avvenire coll'imaginazione; il soggetto senziente vive astrattamente nella
sua sen sazione presente. In virtù della sensazione, che non può essere indotta
in un'idea, egli non possiede, come il pensante, la distin zione di una natura
predominante ed insubordinabile al soggetlo, e di una natura subordinabile e
passibile del soggetto. Quest'idea prototipa della forza è un'idea cardinale
dello spi rito, è stata il primo germe della religiosità. Osservate il Dio di
tutti i popoli, e lo troverete Dio, non perchè sommamente ragio nevole, ma
perchè onnipotente. Nelle religioni spiritualmente più adulte rimane tultavia
l'idea dell'onnipotenza, piuttosto che quella della ragionevolezza, l'attributo
eminentissimo della divinità. Mediante questa passibilità il soggetto può sapere
la prima volta di essere nato, di essere stato lattante, di essere stalo
partorito, e cosi pure può sapere che tutti i soggetti, nessuno eccettuato, non
vissero oltre una certa inassima età, ma morirono in quella o prima di quella.
Conseguentemente egli sa che il sog getto non solo nasce e nuore, ma può
nascere in varie condizioni, e morire in qualsivoglia momento della sua vita .
$ 126. La nozione della nascita e della morte del soggetto è un fenomeno della
Coscienza realizzato la prima volta che la Coscienza senzienle si svolge nella
pensante; perciò sapiente inente nella genesi è detto che l'uomo prima di
peccare, ossia di gustare il frutto del bene e del male, non inoriva, ed
avendolo gustato dovrà morire .Veramente la Coscienza senziente non può sapere
di nascere e di morire; perocchè questo sapere non si sa se non sia una nozione
trasmessa dall'uno all'altro soggetto, ovvero un'idea in dotta dal fatto
costante della morte. Ricapitolando, questa crisi della Coscienza, ci mani
festa che la Coscienza, dalla sensazione svolgendosi nella men talità, procede
in un sistema di distinzioni ideali, che non sono possibili nella mera
sensazione. La mentalità, che nasce dalla sensazione, è prolotipicamente
imitatrice della sensazione, e porta seco nel suo sviluppo la forma della
sensazione stessa, che pro gressivamente si trasforma in quella del pensiero.
La mentalità è prototipicamente sentimento, e funziona in tre caratteristiche
fun zioni cioè : come attenzione; come memoria; come imaginazione. Da queste
tre prototipiche funzioni del sentimento nascono tre forme rudimentali della
mentalità. La mentalità non più vive nell'immediata sensazione, ma crea il
conflato temporaneo e vive nella retrospettiva del passato e prospettiva
dell'avvenire. Questo conflalo temporaneo possibilita un'esistenza ideale oltre
l'imme diato sensibile presente, e conseguentemente un'idealità induci bile dall'osservazione.
Da quest'osservazione nasce una seconda idea elementare della mentalità, cioè
d'una forza naturale che domina la nostra, e d'una forza subordinabile alla
nostra . Di qui la mentalità si esercita per subordinare le forze predominanti,
e da questa generale osservazione si percepisce come un fatto costante che
l'uomo nasce e muore, e finalmente che io come uomo sono nato e devo morire .
L'idea della morte come necessità, tuttochè sembri un'idea comunissima, è lungi
dall'essere tale. La coscienza primitiva, come quella di certi selvaggi oggidi
viventi, percepisce la morte come un fatto costante; ma, come la riſlessione,
non arguisce punto che questo fatto, tuttochè costante, sia necessario .
Suppongono questi selvaggi che la natura umana o sovrumana abbia sempre ucciso
l'uomo; ma suppongono pari menti che quest'uccisione non sia una necessità, ma
una sforlu nata accidentalità. La coscienza che dalla sensazione si svolge
nella mentalità si sistematizza in un sentimento pressochè comune alla umanità.
Il soggetto possiede la sua propria determinazione indi viduale; ma proprie
determinazioni non affettano un sistema generale della Coscienza umana, che
perciò ſu chiamato senso comune. Mentre questo sistema generale della Coscienza
è piena mente uniforme al senso comune, il soggetto è un soggetto comune e
spiritualmente normale. Ma quando questo sistema si aliena dal senso comuue in
on sistema d'idealità più misteriosa, e trascende con un giudizio prestigioso i
giudizi comuni degli uomini, allora si dice, che questo soggetto è inspirato,
ossia pro fetico, laumaturgico, e così via . Generalmente parlando, questa
Coscienza trascendente subor dina la comune, come provano i varii sacerdoti
della primitiva religiosità . Quando il soggetto si aliena dal senso comune
senza trascendere in un'idealità prestigiosa, ed esercita una pratica con
tradittoria a sè stessa, ovvero incompatibile colle esigenze gene rali della
pratica oggettività, allora si dice, che il soggetto è spiritualmente ammalato,
ovverosia demente. L'alienazione vuol essere accuratamente distinta, se cioè
sia alienazione dal mero senso comune ( in questo senso si può dire, che tutti
gli uomini grandi furono alienati), ovvero se sia una alienazione dalle
generali esigenze pratiche dell'oggettività natu rale e spirituale ( in questo
senso gli alienati sono coloro che comunemente si chiamano pazzi ). La
Coscienza trascendentale, ossia la Coscienza domi nata dall'idealismo,
Coscienza essenzialmente poetica, è il polo opposto della Coscienza dominata
dalla sensazione, Coscienza essenzialmente prosaica. A quella si devono tutte
le organizza zioni primitive dell'umanità, a questa si deve preferibilmente la
tecnica industrialità e la mercatura primitiva. Vedremo più oltre, che la
Coscienza umana progredisce sulla base di quest'opposizione archetipica della
sua storia.Il linguaggio e i suoi stadii. L'organo più essenziale e più
generale della mentalità è LA LINGUA. Il primo stadio della lingua è l'uso della
RADICE DESIGNATIVA. Qui la lingua non designa che la presentazione o il modo
della presentazione, e sempre si riduce alle semplici categorie del tempo e
dello spazio. I pronomi personali non sono primitivamente Io, Tu, e così via,
categorie troppo metafisiche, per servire a questo primo stadio della lingua,
ma: “qui,” “là”, ecc. -- categorie dello spazio. Una lingua che consta di
radici semplicemente designative non può soddisfare alle esigenze più generali
della mentalità, epperciò da questo primo stadio si sviluppa, per l'implicita
esigenza della mentalità, il secondo stadio. Il secondo stadio consta di una
RADICE *PREDICATIVA*, ma tuttavia legata a una sensibile determinazione. Cosi,
p. es., per DE-SIGNARE un oggetto, si sceglie l'attributo sensibile più
esplicito in quel l'oggetto (“shaggy”) p. es., il verde per DE-SIGNARE la
pianta. Quest'attributo sensibile, sendo necessariamente variabile o
contingente nell'oggetto, non può costituire una specie. In questo secondo
stadio si trovano molte lingue dei selvaggi, i quali scelgono un attributo
sensibile dell'oggetto per designarlo, e conseguentemente non possono arrivare
a formolare le specie, ma smplicemente oggetti in certe sensibili condizioni. Il
terzo stadio usa la categoria propria della mentalità esplicita, la categoria
metafisica, per designare l'oggetto; come, p. es., definie la pianta non
l'individuo verde, ma l'individuo polare, i cui poli cospirano alla luce ed
all'acqua. Questa proprietà generica comprende tutte le piante; perocchè la
detta polarità è l'attributo cogitabile generale della pianta. La lingua è
posseduta da tutti gli animali come lingua psichica di movimenti o di formalità.
Ma la lingua che caratterizza la soggettività è appunto la lingua psichica che
si svolse nella spirituale. Altrove abbiamo trattato esplicitamente
quest'argomento e crediamo superflua una ripetizione. Qui giova solamente
accennare, che le prime radici della lingua significarono mere affezioni
dell'anima e più tardi si svolsero in significati metaforici, per rispondere
all'esigenze della progressiva mentalità. Il rapporto fra il suono espresso
dall'anima e l'anima esprimente è quello stesso rapporto, ma più complesso, per
il quale DETERMINATI ANIMALI SIGNIFICANO (alla Grice) con certi definiti suoni
cerle definite affezioni dell'anima loro .L'uomo, sviluppando in sè stesso la
propria mentalità e l'organo per significarla, si conobbe come specie comune.
La prima lingua quasi naturale deve essere stata pressochè identica in tutti i
soggetti umani, come TUTTE LE PECORE BELANO, tutti i cani abbaiano ed urlano.
Dovette essere una lingua nata con loro e trasmessa alle generazioni senza il
minimo bisogno di convenzionalismo e di pratica convivenza per essere capita. La
lingua è stata realmente uno degli argomenti più favoriti e più frequentemente
trattati da C., il quale la conosce, ed a fondo, in molte forme antiche ed in
un numero ancora maggiore di forme moderne. Egli ne ha trattato, infatti, in
molte sue saggi. Ne ha accennato nel primo volume della sua grande opera, cioè
Saggio circa la ragione logica di tutte le cose “ Prolegomeni, Torino. Ne ha
accennato anche nelle seguenti opere già pubblicale in Torino, e cioè nella
Proposta di riforma sociale; nella Introduzione alla cultura generale. Ne parla
poi in parecchie altre opere ancora inedite . Stato primitivo dell'uomo.L'uomo
che possedetle questa lingua visse nelle foreste in aggregazioni o società
piuttosto fortuite, poco dissimili da quelle dei quadrumani, ma si armò per
esercire la caccia e la pesca. La sua nudità lo facea più fragile degl’altri
animali, epperciò ha dovuto sopperire a questa nudità e debolezza colle armi
artificiali, e sopratutto colla propria scaltrezza. Questo primo stato
dell'uomo vuol essere qui accennato come quello dell'astratta soggettività
abbandonata a sè stessa; perocchè l'uomo, cacciatore o vivente dei prodotti
naturali della terra e del mare, può vivere solitario. Le aggregazioni o
società di questi uomini sono mera accidentalità non necessità dello stato
proprio. In questo primo stato la soggettività nascente è caratteristicamente
manifestata dalla perversione di certi istinti essenzialissimi alla
conservazione del soggetto e della specie. Così, p. es., nessuna specie animale
s'alimenta del proprio simile, ma certi selvaggi mangiano indifferentemente i
loro nemici, amici, con sanguinei, figliuoli, ed alimentano le donne, affinchè
ingrassino e siano buone a essere mangiate quando partoriscono più figliuoli da
mangiare. Quest'enorme perversione d’un istinto cosi radicale (l'affezione alla
progenitura) segna quanto sia profonda la crisi che svolge l'istintualità nella
mentalità. È una mentalità che si ma [Sono certo che la quasi totalità de'
lettori non sarà d'accordo su questo punto col Ce., e riterrà l'associazione
umana come una necessità e non già come un'accidentalità. Ma l'autore, per la
vita solitaria e un po' misantropica da lui fatta, è stato come
involontariamente tirato a generalizzare questo suo particolare carattere.] nifesta
come un'orribile perversione dell'istinto, ma è una mentalità volente, non un
mero modo d'ingenita istintualità. Questo titolo è quello, che nonostante la
massima perversione, può nobilitare l'uomo antropofago sopra la bestia
istintualmente tutrice della prole. Cosi pure, relativamente al soggetto
individuo, l'uomo selvaggio in procinto di essere cattivalo dai suoi nemici,
può suicidarsi, la bestia non mai. L'istinto della propria conservazione
individuale è un istinto comune a tutti i viventi nella natura, come pure
quello della conservazione della propria specie non offre eccezione veruna nel
regno della natura. Le sole eccezioni a questo fenomeno generalissimo della
vita si trovano fra gl’animali pensanti. Tuttochè qui dobbiamo parlare del
soggetto della natura, astratto da qualsivoglia organizzazione necessitata
dalla sua condizione, abbiamo parlato di tre stadii caratteristici della
lingua, come quella che può essere comunicata da soggetto a soggetto,
indipendentemente dall'organizzazione sociale fra soggetti o dalla nessuna
organizzazione. La lingua appartiene cosi al soggetto solitario come al soggetto
socievole, e generalmente al soggetto solitario che profitta segnatamente delle
occasioni dell'amore. L'uomo solitario pratica qualche volta questo rapporto
colla femmina come un mero rapporto erotico, occasionale. Abbandona la femmina
alle conseguenze della fecondità, non conosce i suoi figliuoli che sono
allattati, nudriti ed educati dalla madre . Ma la lingua, che persuase la
copula dell'amore, è la medesima lingua, colla quale la madre educa i suoi
figliuoli. Cosi la lingua può dirsi radicalmente una creazione della specie ed
assume dignità ed ha il suo svolgimento nella storia universa della
spiritualità. Si può dire in tesi generale, che la lingua genera la storia
nella sua più semplice elementarità; e dallo svolgimento SINOSSI
DELL'ENCICLOPEDIA SPECULATIVA della lingua si conosce lo svolgimento dell'umana
mentalità, e, conseguentemente, delle gesta che ne sono conseguite. Proseguiamo
a speculare circa i fenomeni più radicali della soggettivitàesologica" Il
sillogismo che passa dall'astrazione esologica nella essologica è il sistema
dell'Essere-Essenza-Coscienza, che passa nel sistema del
Meccanismo-Chimismo-Vita. L'Essere esologico è Quantità - Qualità - Modalità,
dall'unità corriflessa delle quali categorie avviene (sorge) l’Essenza.
L'Essere essologico determina la Qualità nell'Alteriorità, la Quantità nella
Esteriorità, la Modalità nell'Apparizione. Quindi l'Alteriorità diventa Temporalità, l'Esteriorità
diventa Spazialità, l’Apparizione diventa Luce... Esologica Alessandro
Goreni’. La determinazione suprema
della voce, la favella,
cioè la pronuncia
articolata della dialettica
psichica, è il
vero fondamento dello
scibile, perchè concreta
sensibilmente lo sdoppiarsi
del pensiero: è
la formula e insieme lo strumento
più eminente della manifestazione spirituale.
Sebbenené la favela, né la facoltà di acquistarla siano necessariamente
richieste per determinarela posizione dell'uomo nella natura il sorgere del
linguaggio, è, COME IL PUDORE, sintomo della spiritualità che nasce e si
afferma. Lo studio della linguistica che sembrerebbe poter procedere sopra un
terreno libero da qualsivoglia passione [Introduzione alla coltura generale,
Prolegomeni Introduzione alla Coltura generale Massime e Dialoghi Prolegomeni 1^0
Spirito oggetiivo] sione partigiana,
invece cammina sotto vane bandiere teologiche,
o in balla del liberalismo naturalistico o finalmente asseconda le
simpatie e avversioni etniche. Come ogni popolo crede ed ha creduto sempre di
essere il primo popolo della terra, cosi crede ed ha creduto sempre di
possedere la più perfetta di tutte le lingue» (') opinione che naturalmente
osta ad un bilanciodel contributo che ogni idioma portò all'educazione dello
spirito umano. Il problema dell'origine delle lingue, cosi come fu posto per
tanto tempo, è assurdo, giacché
presuppone prenato alla
lingua il pensiero, il quale
mediante essa debba riferirne l’origine. L'unica ricerca genetica che, fuori
del dominio speculativo, possa condurre a utile
risultato, è la determinazione d’un periodo riconoscibile nelle vicende
storiche, dal quale si siano sviluppate le attuali forme linguistiche.
Considerando il rapporto tra l'idea e le primissime radici designative si
capisce che detto rapporto non è idealmente definibile, perchè è meramente
naturale: è una ragione psichica immediata come quella per la quale il riso è
foneticamente altro dal lamento e significa diversa condizione dell'anima. Ma
l'idea progressivamente si emancipa dalle forme materiali e radicali: giacché
agevolmente si capisce come una radice viva, ossia espressiva di un solo
concetto determinato, patisca in questa determinazione un impedimento alla sua
dialettica e storica evoluzione; anzi, la [Considerazioni ecc.. Lo spirito
oggettivo 391 radice e l'idea si legano reciprocamente, e così l'una e l'altra
sono arrestate nel loro metamorfico svolgimento. Si
può dire che il
pensiero di un popolo tanto più liberamente si svolge nella storia quanto meno
sia spiritualmente legato dalle radici vive della propria lingua, e che
reciprocamente l'inerzia dialettica conserva le radici vive come
l'attività le corrompe e spegne (').
Molta importanza ha lo studio delle lingue per la istruzione e l'educazione del
pensiero: l'uomo è tante volte uomo quante lingue conosce, giacché tale studio concerne vari modi che rispondono ai
vari gradi del pensiero. Infatti
l'idioma accennò progressivamente a) a dare le forme
sensibili, 3) le intellettive, e) le concettuali(*). Quanto più il pensiero si
avvia all'espressione rigorosamente logica tanto più si libera dalle esigenze
tutte formali della lingua. Giovanetto, sperimentai che dalla lingua è
occasionato il pensiero; più tardi
capii che la lingua è mezzo
necessario alla sua formulazione. Finalmente concepii che la vera forma intrinseca del pensiero non può essere
manifestata da questo mezzo estrinseco, che è la lingua. Il che significa che
essa, giunta che sia di fronte alla
speculazione pura, o per dir meglio, al sistema contemplative si esautora da sé
medesima, riconoscendosi insufficiente a esprimerlo concretamente: anzi, la
lingua [Idee radicali delle discipline matematiche ed empirico-induttive.
Introduzione alla coltura generale. Prolegomeni. Massime e Dialoghi. Lo spirito oggettivo volgare, per l’uso
pratico della vita, vuol essere studiata assai differentemente che la
letteraria e la filosofica, perocché lo scopo delle varie forme linguistiche
non è menomamente identico. Anche la semplice nozione storica di un paese è
assai collegata colla conoscenza del suo idioma speciale. Narrando di un
viaggio fatto dall'eroe di uno de' suoi tanti romanzi, Ceretti dice: «Il mio
protagonista studia vasi sopratutto di famigliarizzarsi coi singoli idiom che erano svariatissimi e giudica che
la nozione à\ un certo paese supponesse quella del minuto popolo, epperciò una
pratica dell'idioma locale. E vedemmo che così si comporta nei suoi viaggi egli
stesso. Quanto alla questione circa la preminenza del toscano sugli altri
dialetti nella nostra lingua letteraria, ecco le osservazioni, che noi
riferiamo qui non perchè ci paiano originali, ma per dimostrare, una volta di
più, quale sicurezza di sguardo avesse il Ceretti in ogni questione, che si
affacciasse al suo intelletto: «La lingua italiana possiede, come
tutte le altre, il suo proprio genio caratteristico, per il quale non
può essere confusa con veruna delle lingue romaniche. I suoi dialetti,
moltissimi e svariatissimi, si distinguono fra loro singolarmente per il loro
specifico carattere, ma nessuno potrebbe sospettarli dialetti d'una lingua
altrimenti che l'italiana: questo avviene eperchè fra tante differenze essi
posseggono un caratter comun Memorie postunte. Itinerario di un
inqualificabile. Lo Spirito oggettivogrammaticale e lessicale; e l'unità dello
spirito italiano, nonostante le sue profonde differenze, è improntata in questo
generalissimo tipo comune dei dialetti. Oggidì da letterati si disputa
seriamente se il solo toscano sia il tipo classico della lingua italiana,
ovvero se il genio della nostra lingua,
essendo sparso in vari dialetti, si debba ecletticamente approfittare di
tutti. Esporrò brevemente la mia opinione. Il toscano è senza dubbio il più
ricco, il più venusto e sopratutto, diremo, il più prettamente italiano dei
dialetti parlati nella penisola, e perciò esso è senza dubbio il repertorio più
copioso e più italiano; ma non si deve dimenticare che la lingua parlata in
Toscana, quanto si voglia buona, è pur sempre un dialetto, epperciò non può
essere una lingua letteraria sufficiente: nessun popolo scrive come parla. Le
lingue parlate nascono e crescono nel popolo, e contengono le mere idee del
popolo; la letteraria e la scientifica sviluppano il materiale linguistico
della parlata giusta le esigenze progressive delle lettere e delle scienze. Ora
questo materiale della lingua parlata sarà tanto più sufficiente quanto più
ampiamente sarà desunto da tutti i dialetti italiani: ognuno di essi possiede
certe locuzioni così proprie all'idea, quali non sono specificamente possedute
da verun altro. Di queste precellenze particolari la lingua delle lettere e
della scienza deve liberamente approfittare e non immiserirsi nell'idioma
locale d'una provincia. Seguitiamo il buon esempio del grande ALIGHIERI (si
veda), che, quantunque toscano, esordì a
scrivere la sua Commedia non nell'idioma toscano, ma in una lingua veramente
italiana. Spirito oggettivo. Molte forme grammaticali e lessiche sono
riducibili allo spirito generale della lingua italiana, talune non lo sono: il
buon criterio del letterato deve scernere quelle da queste, e, se l'idea esige
neologismi, li deve creare conformemente al genio della lingua, e omogeneamente
ai materiali idiomaticamente o letterariamente prestabiliti nella lingua
italiana. Coll'idioma esclusivamente
toscano s'immiserisce non solo la lingua, ma conseguentemente anche l'idea, la
quale trascende le limitazioni locali e popolari. Pietro Ceretti. Keywords:
communication, convention, homo sapiens, pirothood, inter-subjective,
animality, animalness, soul, psichico, psychic, psychical versus psychological,
progression, pirotological progression, cenobium, neologismo, panlogica,
pantologico, logo, esologo, essologo, sinautologo, prologo, dialogo, autologo,
tre categorie: tesi QUANTITA (meccanica), anti-tesi, QUALITA (fisica), sin-tesi
MODALITA (vita) – arte/religione/filosofia; storia/didattica/diritto,
antropologia, antropopedeutica, antroposofia, prasseologia, Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Ceretti” – The Swimming-Pool Library. Ceretti.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Ceronetti: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale della lanterna – scuola di Torino – filosofia torinese –
filosofia piemontese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di
Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Torino). Filosofo
torinese. Filosofo piemontese. Filosofo italiano. Torino, Piemonte. Grice: “I
like Ceronetti; he is a typicall Italaian philosopher; that is, a typically
anti-Oxonian one; he thinks, like Croce and de Santis did, that philosophy is
an infectious disease that some literary types catch! My favourite of his
tracts is “Diognene’s torch”! Genial!” Per essere io morto all'Assoluto vivo
come un innato parricida tra gente già di padre nata priva; pPer aver detto
all'Inaccessibile addio da un cortiletto senza luce vergogna vorrei gridarmi ma
resto muto. Tutto è dispersione, lacerazione, separazione, rotolare di ruota
senza carro, e questo ha nome esilio, o anche mondo. Di vasta erudizione e di
sensibilità umanistica, collabora con vari giornali. Tra le sue opere più
significative vanno ricordate le prose di Un viaggio in Italia e Albergo
Italia, due moderne descrizioni, moderne e direi dantesche, da cui vien fuori
tutto l'orrore del disastro italiano, e le raccolte di aforismi e riflessioni
Il silenzio del corpo e Pensieri del tè. Di rilievo la sua attività di saggista
(Marziale, Catullo, Giovenale, Orazio). Diede vita al teatro dei Sensibili,
allestendo in casa spettacoli di marionette. Le sue marionette esordivano su un
piccolo palcoscenico, nel tinello di casa Ceronetti, ad Albano Laziale. Si
consumavano tè, biscottini (i crumiri di Casale) e mele cotte." Nel corso
degli anni vi assisterono personalità quali Montale,Piovene, e Fellini. Con la
rappresentazione de La iena di San Giorgio, I Sensibili divenne pubblico e
itinerante. Œ In Difesa della Luna, e altri argomenti di miseria
terrestre, suo saggio d'esordio critica il programma spaziale da prospettive
originali e poetiche. Il fondo Guido Ceronetti -- "il fondo senza
fondo" -- raccoglie infatti un materiale ricchissimo e vario: opere edite
e inedite, manoscritti, quaderni di poesie e traduzioni, lettere, appunti su
svariate discipline, soggetti cinematografici e radiofonici. Vi si trovano,
inoltre, numerosi disegni di artisti (anche per I Sensibili), opere grafiche,
collage e cartoline. Con queste ultime fu allestita la mostra intitolata Dalla
buca del tempo: la cartolina racconta. Prese posizione a favore dell'eutanasia,
con la poesia La ballata dell'angelo ferito. Beneficiario della legge Bacchelli,
in quanto cittadino che ha illustrato la Patria e versante in condizioni di
necessità economica. Robbe-Grillet, Moravia e Ceronetti al Premio
letterario internazionale Mondello. Palermo Proposto dal controverso critico e
politico Sgarbi come senatore a vita a Napolitano, declina subito
l'invito. Attento alle tematiche ambientali, era noto per essere un acceso
sostenitore del vegetarismo e per una pratica di vita estremamente frugale,
quasi da moderno anacoreta. Solo un vero vegetariano è capace di vedere
le sardine come cadaveri e la loro scatola come una bara di latta. Un
mangiatore di carne (non mi sento di scrivere un carnivoro perché l'uomo non è
un carnivoro) neanche se lo chiudono nel frigorifero di una macelleria avrà la
sensazione di coabitare con dei cadaveri squartati. C'è come un velo sulla
retina dei non vegetariani, quasi un materializzarsi di un velo sull'anima, che
gli impedisce di vedere il cadavere, il pezzo di cadavere cotto, nel piatto di
carne o di pesce. Alcuni suoi articoli sull'immigrazione (disse che ha "un
carattere preciso di invasione territoriale, premessa sicura di guerra sociale
e religiosa") e il Meridione, pubblicati sui quotidiani La Stampa e Il
Foglio, furono tacciati di razzismo, così come scalpore fecero alcune posizioni
da lui espresse sull'omosessualità maschile, accusate di omofobia. In
precedenza sull'argomento si era attirato gli strali dei cattolici per aver
descritto don Bosco come un omosessuale represso. Intervistato nel per Radio Radicale Come articolista,
principalmente su La Stampa e il Corriere della Sera, si occupava spesso di
letteratura, arte, filosofia, costume e cronaca nera (ad esempio scrivendo sul
caso del delitto di Novi Ligure), analizzando il problema del male nel mondo
odierno in una prospettiva gnostica; al contrario giudicava noiosi i processi
di mafia. Notevoli discussioni suscitò, altresì, un suo intervento
giornalistico a difesa del capitano delle SS Erich Priebke (che visitò in
carcere e con cui ebbe uno scambio epistolare), condannato all'ergastolo per la
strage delle Fosse Ardeatine ma che fu soltanto un mero funzionario esecutore,
colpevole della "miseria di non essere un santo" (parafrasi del
saggio di Bloy La tristezza di non essere santi), e creato Mostro delle
Ardeatine, vittima di una giustizia dell'odio. Allo stesso modo, pur esprimendo
sempre la sua simpatia per gli ebrei e per Israele, per convinzioni personali e
la sua parentela acquisita con Giuliana Tedeschi, definì l'ergastolo inflitto a
Hess, al processo di Norimberga, come un crimine politico. La sua posizione
anticonformista pro-Priebke e pro-Hess fece scandalo essendo l'autore un noto
filosemita, con moglie e suocera (superstite di Auschwitz) ebree nonché
convinto filoisraeliano (scrisse articoli di fuoco contro Khomeini e il
terrorismo palestinese). Nel fu
insignito del premio "Inquieto dell'anno" a Finale Ligure. Ostile
al fascismo nella seconda guerra mondiale e al comunismo poi, ma anche
diffidente delle forme della democrazia, non prese mai parte politica attiva, a
parte un brevissimo periodo in cui ebbe la tessera del Partito Socialista dei
Lavoratori Italiani, fino al, quando intervenne al congresso dei Radicali
Italiani, movimento liberale e libertario, e altre volte ai microfoni di Radio
Radicale (era amico di Marco Pannella), anche se si considerava un
"conservatore" e patriota del Risorgimento (descrisse
l'Italia come «una democrazia strangolata sul nascere da tre poteri con il
verme totalitario, democristiano, comunista e sindacale»). Talvolta fu definito
come un "reazionario postmoderno". «Sono sempre stato anticomunista. Il
Mullah Omar e Osama Bin Laden sono modi dell'antiumano. Dietro di loro...
l'ombra di Lenin, inviato della Tenebra, fondatore imitabile dell'universo
concentrazionario, capostipite novecentesco di malvagie entità che non
finiscono di manifestarsi.» (Ti saluto mio secolo crudele) Nel propose in un articolo su la Repubblica,
ispirandosi al fenomeno delle assistenti sessuali per disabili, l'istituzione
di un "servizio erotico volontario" rivolto agli anziani senza che
dovessero rivolgersi a prostitute, per evitare "la barbarie di una
vecchiaia senza sesso". Fece uso di vari pseudonimi, tra i quali Mehmet
Gayuk, il filosofo ignoto (riferimento a Louis Claude de Saint-Martin, filosofo
così chiamato), Ugone di Certoit (quasi l'anagramma di Guido C.) e Geremia
Cassandri. Morì nella sua casa di Cetona (SI) dopo un breve ricovero a
causa di broncopolmonite. Come da disposizione testamentaria, dopo tre giorni e
una cerimonia religiosa a Cetona, fu sepolto sulle colline tra Torino e il
Monferrato, in una tomba a terra situata nel cimitero di Andezeno (Torino), il
paese di origine dei genitori. Disposizione da prendere. Non voglio donne
in calzoni ai miei funerali. Cacciatele via. Almeno in questa pur
insignificante occasione, ma per amore, siano insottanate come le ho sognate
sempre, nella vita.» Altre opere: “Difesa della luna e altri argomenti di
miseria terrestre” (Rusconi, Milano); “Aquilegia, illustrazioni di Erica Tedeschi,
Rusconi, Milano, con il titolo Aquilegia. Favola sommersa, Einaudi, Torino); La
carta è stanca” (Adelphi, Milano); La musa ulcerosa: scritti vari e inediti,
Rusconi, Milano); Il silenzio del corpo. Materiali per studio di medicina,
Adelphi, Milano); La vita apparente, Adelphi, Milano); Un viaggio in Italia, Einaudi,
Torino); Albergo Italia, Einaudi, Torino); Briciole di colonna. La Stampa,
Torino); Pensieri del tè, Adelphi, Milano); L'occhiale malinconico, Adelphi,
Milano); La pazienza dell'arrostito. Giornali e ricordi, Adelphi, Milano); D.D.
Deliri Disarmati, Einaudi, Torino); Tra pensieri, Adelphi, Milano); Cara
incertezza, Adelphi, Milano); Lo scrittore inesistente, La Stampa, Torino, Briciole
di colonna. Inutilità di scrivere, La Stampa, Torino, La fragilità del pensare.
Antologia filosofica personale Emanuela Muratori, BUR, Milano); La vera storia
di Rosa Vercesi e della sua amica Vittoria, Einaudi, Torino, N.U.E.D.D. Nuovi
Ultimi Esasperati Deliri Disarmati, Einaudi, Torino); Piccolo inferno torinese,
Einaudi, Torino); Oltre Chiasso. Collaborazioni ai giornali della Svizzera
italiana, Libreria dell'Orso, Pistoia, La lanterna del filosofo, Adelphi,
Milano); Centoventuno pensieri del Filosofo Ignoto, La Finestra editrice,
Lavis); Insetti senza frontiere, Adelphi, Milano); In un amore felice. Romanzo
in lingua italiana, Adelphi, Milano,, Ti saluto mio secolo crudele. Mistero e
sopravvivenza del XX secolo, illustrazioni Guido Ceronetti e Laura Fatini,
Einaudi, Torino,, L'occhio del barbagianni, Adelphi, Milano,, Tragico
tascabile, Adelphi, Milano,, Per le strade della Vergine, Adelphi, Milano,, Per
non dimenticare la memoria, Adelphi, Milano,, Regie immaginarie, Einaudi, Torino,
Guido Ceronetti, Poesia Nuovi salmi. Psalterium primum, Pacini Mariotti,
Pisa); La ballata dell'infermiere, Alberto Tallone Editore, Alpignano, Poesie,
frammenti, poesie separate, Einaudi, Torino, Premio Viareggio; Opera Prima;
Poesie: Corbo e Fiore, Venezia); Poesie per vivere e per non vivere, Einaudi,
Torino, Storia d'amore ritrovata nella memoria e altri versi, illustrazioni di
Mimmo Paladino, Castiglioni et Corubolo, Verona); Compassioni e disperazioni.
Tutte le poesie, Einaudi, Torino, Disegnare poesia (con Carlo Cattaneo), San
Marco dei Giustiniani, Genova, Scavi e segnali. Poesie inedited, Alberto
Tallone, Alpignano, Andezeno, Alberto Tallone Editore, Alpignano, La distanza.
Poesie, Edizione riveduta e aggiornata dall'Autore, BUR, Milano, Preghiera
degli inclusi, Alberto Tallone Editore, Alpignano, senza data Francobollo,
Alberto Tallone Editore, Alpignano (sotto lo pseudonimo Mehmet Gayuk), Il
gineceo, Tallone, Alpignano; Adelphi, Milano, In memoriam di Emanuela Muratori,
Alberto Tallone, Alpignano, Messia, Tallone, Alpignano, Adelphi, Milano,,
[nella prima parte del libro] Tre ballate recuperate dalle carte di Lugano, Alberto
Tallone, Alpignano, Tre ballate popolari per il Teatro dei Sensibili, Alberto
Tallone, Alpignano; Pensieri di calma a bordo di un aereo che sta precipitando,
Alberto Tallone, Alpignano; A Roma davanti al Tulliano Notte;, Alberto Tallone,
Alpignano, Con l'armata dell'Ebro morire oggi, Alberto Tallone, Alpignano;
Invocazione al Dottor Buddha perché venga e ci salvi, Alberto Tallone,
Alpignano; Le ballate dell'angelo ferito, Il Notes magico, Padova, Poemi del
Gineceo, Adelphi, Milano,, [riedizione de Il gineceo con inediti e nuova prefazione] Sono fragile
sparo poesia, Einaudi, Torino,, Drammaturgia Furori e poesia della Rivoluzione
francese. Carte Segrete, Roma, Alcuni esperimenti di circo e varietà.
Teatro Stabile-Teatro dei Sensibili, Alberto Tallone Editore, Alpignano, Mystic
Luna Park. Teatro Stabile-Teatro dei Sensibili, Alberto Tallone Editore,
Alpignano, Mystic Luna Park. Spettacolo per marionette ideofore, ricordi
figurativi di Giosetta Fioroni, Becco Giallo, Oderzo; Viaggia viaggia, Rimbaud!,
Il melangolo, Genova, La iena di San Giorgio. Tragedia per marionette, Alberto
Tallone, Einaudi, Torino); Il volto (Ansiktet), Teatro dei Sensibili, Alberto Tallone
Editore, Alpignano, Le marionette del Teatro dei Sensibili, Aragno, Torino
[contiene: I Misteri di Londra e Mystic Luna Park] Rosa Vercesi, un delitto a Torino
negli anni Trenta, Teatro Strehler-Teatro dei Sensibili, Alberto Tallone,
Alpignano, Rosa Vercesi, illustrazioni di Maggioni, Edizioni Corraini, Mantova;
Traduzioni e curatele Marziale, Epigrammi, introduzione di Concetto Marchesi,
Einaudi, Torino, II ed. riveduta, Einaudi, Torino; nuova edizione con un saggio
di G. Ceronetti, Einaudi, Torino; nuova ed. riveduta e nuova prefazione di G.
Ceronetti, La Finestra Editrice, Lavis, I Salmi, Einaudi, Torino; nuova ed.
riveduta, Einaudi, Torino; col titolo Il Libro dei Salmi, Adelphi, Milano; Catullo,
Le poesie, Einaudi, Torino, Adelphi, Milano, Blanchot, Il libro a venire (Le
Livre à venir), trad. G. Ceronetti e Guido Neri, Einaudi, Torino; Il
Saggiatore, Milano,. Qohelet o l'Ecclesiaste, Einaudi, Torino, Alberto Tallone
Editore, Alpignano, nuova traduzione; Qohelet. Colui che prende la parola,
Adelphi, Milano, Decimo Giunio
Giovenale, Le Satire, Einaudi, Torino, La Finestra Editrice, Trento, Il Libro
di Giobbe, Adelphi, Milano, Premio Monselice di traduzione, nuova ed. riveduta,
Adelphi, Milano, Cantico dei cantici, Adelphi, Milano, Alberto Tallone Editore,
Alpignano, nuova versione riveduta,. Il Libro del Profeta Isaia, Adelphi,
Milano; nuova ed. riveduta e ampliata, Adelphi, Milano, Come un talismano.
Libro di traduzioni, Adelphi, Milano; Konstantinos Kavafis, Nel mese di Athir,
Edizioni dell'elefante, Roma. Konstantinos Kavafis, Tombe, Edizioni
dell'Elefante, Roma, Giovenale, Le donne. Satira sesta, Alberto Tallone
Editore, Alpignano, Nostradamus: annunciatore nel secolo 16. della Rivoluzione
che durerà; profezie estratte dalle Centurie di Michel de Nostredame, Alpignano,
Alberto Tallone Editore, Tango delle capinere, Castiglioni et Corubolo, Verona.
Due versioni inedite da Shakespeare e da Céline, Cursi, Pisa, Teatro dei
sensibili, La rivoluzione sconosciuta. Pensieri in libertà per ricordare. Una
scelta di testi Guido Ceronetti, Tallone, Alpignano, col titolo La rivoluzione
sconosciuta, Adelphi, Milano, raccolta di locandine teatrali a fogli sciolti
dalla mostra-spettacolo di Dogliani] Henry d'Ideville, Oggi, Alberto Tallone,
Alpignano, senza data. Constantinos Kavafis, Poesia, Alberto Tallone,
Alpignano, senza data Georges Séféris, Poesia, Alberto Tallone, Alpignano,
senza data. Sofocle, Edipo Tyrannos. Coro, Edizioni dell'Elefante, Roma (con
Chaumont) Sura 99. Al Zalzala (Il tremito della terra) dal Corano, calligrafia
di Mauro Zennaro, Edizioni dell'Elefante, Roma, Il Pater noster. Matteo 6, calligrafia
di Zennaro, Edizioni dell'Elefante, Roma, Léon Bloy, Dagli ebrei la salvezza,
con un saggio di G. Ceronetti, traduzione di Ottavio Fatica e Eva Czerkl,
Piccola Biblioteca; Adelphi, Milano, Giorni di Kavafis. Poesie di Constantinos
Kavafis, Officina Chimerea, Verona, Messia, Alberto Tallone Editore, Alpignano;
Adelphi, Milano,.nella seconda parte del libro, Siamo fragili, Spariamo poesia.
i poeti delle letture pubbliche del Teatro dei Sensibili, Qiqajon, Magnano,
2003 Tito Lucrezio Caro, I terremoti. De Rerum Natura. Alberto Tallone,
Alpignano, Constantinos Kavafis, Un'ombra fuggitiva di piacere, Adelphi,
Milano, Trafitture di tenerezza. Poesia tradotta, Einaudi, Torino, François
Villon, I rimpianti della bella Elmiera, Alberto Tallone Editore, Alpignano,.
Orazio, Odi. Scelte e tradotte da Guido Ceronetti, Adelphi, Milano,. Epistolari
Guido Ceronetti e Giosetta Fioroni, Amor di busta, Milano, Archinto, Due cuori
una vigna. Lettere ad Arturo Bersano, Prefazione di Ernesto Ferrero, Padova, Il
Notes Magico, Guido Ceronetti e Sergio Quinzio, Un tentativo di colmare
l'abisso. Lettere, Milano, Adelphi,. Spettacoli del Teatro dei Sensibili La
Iena di San Giorgio. Tragedia per marionette (allestito in appartamento),
prodotto dal Teatro Stabile di Torino, con Ariella
Beddini, Simonetta Benozzo, Paola Roman e Manuela Tamietti, regia di
Egon Paszfory (Guido Ceronetti), scene e costumi di Carlo Cattaneo Macbeth (spettacolo
per marionette allestito in appartamento) Lo Smemorato di Collegno (spettacolo
per marionette allestito in appartamento) Diaboliche imprese, trionfi e cadute
dell'ultimo Faust (spettacolo per marionette allestito in appartamento); Fu
interpretato al Festival di Spoleto da Piera degli Esposti, Paolo Graziosi e
Roberto Herlitzka, con la regia, scene e costumi di Enrico Job I misteri di
Londra (allestito in appartamento); prodotto dal Teatro Stabile di Torino,
regia di Manuela Tamietti, con Patrizia Da Rold (Artemisia), Luca Mauceri
(Baruk), Valeria Sacco (Egeria), Erika Borroz (Remedios) e le marionette del
Teatro dei Sensibili. Furori e poesia della rivoluzione francese. Tragedia per
marionette (allestito in appartamento); al Teatro Flaiano di Roma con i
burattini di Maria Signorelli Omaggio a Luis Buñuel prodotto dal Teatro Stabile
di Torino, Mystic Luna Park (prodotto dal Teatro Stabile di Torino), spettacolo
per marionette ideofore con Armida (Nicoletta Bertorelli), Demetrio (C.), Irina
(Bottacci), Norma (Roman), Yorick (Ciro Buttari) La rivoluzione sconosciuta,
mostra-spettacolo all'ex-convento dei carmelitani a Dogliani Viaggia
viaggia, Rimbaud! (prodotto dal Teatro Araldo di Torino, in occasione del
centenario della morte di Arthur Rimbaud), regia di Jeremy Cassandri (Guido
Ceronetti) con Melissa (Manuela Tamietti), Norma (Paola Roman), Francisco (Gian
Ruggero Manzoni), Yorik (Ciro Bùttari) e Zelda (Roberta Fornier) Per un pugno
di yogurt, collage di poesie Les papillons névrotiques (al Cafè Procope di
Torino) con la partecipazione di Corallina De Maria La carcassa circense, spettacolo
per marionette, azioni mimiche, cartelli, organo di Barberia con Rosanna
Gentili e Bartolo Incoronato Il volto, dedicato a Ingmar Bergman in occasione
dei suoi ottant'anni Ceronetti Circus ovvero Casse da vivo in esposizione
pubblica, letture di poesia, azioni sceniche mimiche e intermezzi musicali con
Elena Ubertalli e Giorgia Senesi M'illumino di tragico, collage di testi e
pantomime liriche; in tournée anche con il titolo I colori del tragico Rosa
Vercesi (prodotto dal Piccolo Teatro di Milano), con Paola Roman, Simonetta
Benozzo e Luca Mauceri Una mendicante cieca cantava l'amore (prodotto dal
Piccolo Teatro di Milano) con Cecilia Broggini, Luca Maceri, Elena Ubertali e
Filippo Usellini Siamo fragili, spariamo poesia, collage di testi poetici,
ballate e canzoni Strada Nostro Santuario (prodotto dal Piccolo Teatro di
Milano) filastrocche, canzoni, ballate, azioni mimiche, happening e numeri di
repertorio popolare La pedana impaziente (), repertorio di marionette e azioni
sceniche mimiche Finale di teatro (, al Teatro Gobetti di Torino) con Fabio
Banfo, Luca Mauceri, Valeria Sacco, Eleni Molos, Filippo Usellini Pesciolini
fuor d'acqua (), con Luca Mauceri e Eleni Molos Quando il tiro si alzaIl sangue
d'Europa (prodotto dal Piccolo Teatro di Milano, in occasione del centenario
della prima guerra mondiale) con Eleni Molos, Elisa Bartoli, Filippo Usellini,
Luca Mauceri e Valeria Sacco Non solo Otello (al Teatro della Caduta di Torino)
Novant'anni di solitudine (, a Cetona in occasione dei novant'anni dell'autore),
con Luca Mauceri, Filippo Usellini, Eleni Molos, Valeria Sacco, Fabio Banfo,
Salvatore Ragusa e Elisa Bartoli Ceronettiade. Deliri e visioni di Guido
Ceronetti (a Cetona in occasione dell'anniversario della nascita dell'autore),
con Luca Mauceri, Eleni Molos, Valeria Sacco, Filippo Usellini Cataloghi di
mostre L'Atelier dei Sensibili a Dogliani, Michela Pasquali, Dogliani, Biblioteca
civica Einaudi, (catalogo della mostra nell'ex Convento dei Carmelitani a
Dogliani). Dalla buca del tempo: la cartolina racconta. I collages di cartoline
d'epoca del Fondo C.i, cura di Rüesch e Franciolli, Archivi di cultura
contemporanea, Museo Cantonale d'Arte Lugano, Poesia marionette e viaggi di C.
nelle visioni di Cattaneo, Tesi eVivarelli, Comune di Pistoia, Dare gioia è un
mestiere duro: trent'anni più due di Teatro dei Sensibili di C., Andrea Busto e
Paola Roman, fotografie di Mario Monge, Marcovaldo, Nella gola dell'Eone. Ti
saluto mio secolo crudele. Immagini del XX secolo. Tutti i collages di immagini
dedicati al ventesimo dell'era da C.i, Il melangolo, Genova, "Per le
strade" di C., Omaggio allo scrittore, Rüesch e Stefanski, Cartevive, Biblioteca
cantonale, Archivio Prezzolini-Fondo Ceronetti, Lugano, Opere audiovisive su C.
I Misteri di Londra. Tragedia per marionette e attori, regia di Manuela
Tamietti, Teatro Stabile di Torino (riprese videografiche dello spettacolo, Torino).
Sulle rotte del sogno. Parole musiche storie, di Luca Mauceri (cd e vinile EMA
Records, Firenze ). Guido Ceronetti. Il Filosofo Ignoto, film documentario di
Fogliotti ePertichini (Italia'), prodotto con la collaborazione del Teatro dei
Sensibili di Guido Ceronetti e dei Cinecircoli giovanili socioculturali. C. nei
mass-media Cura cinque Interviste Impossibili per la seconda rete radiofonica
rai, in cui "intervistò" Attila (Bene), Auguste e Louis Lumière
(Bianchini e Scaccia), George Stephenson (Scaccia), Jack Lo Squartatore
(Carmelo Bene) e Pellegrino Artusi (Scaccia). Il cantautore Vinicio Capossela,
nella raccolta di brani dal vivo Nel niente sotto il soleGrand tour, ha
inserito come incipit della seconda traccia (Non trattare)una registrazione di C.
che declama i primi versetti del Qoelet. Note
Ha usato per molti anni un sigillo con scritto "In esilio":
Capossela intervista C. Morto lo scrittore, in Corriere fiorentino, C., Tra
pensieri, Adelphi, Milano, Stefano, In morte. Raffaele La Capria, Ultimi viaggi
nell'Italia perduta, Mondadori, Milano, C. morto, ripubblichiamo la sua ultima
intervista al Fatto: “Sono un patriota orfano di patria. Italia, regno della
menzogna” Nello Ajello, Ceronetti.
Poesia in forma di marionette, La Repubblica, ricerca.repubblica/ repubblica/archivio/
repubblica ceronetti-poesia-in-forma-di-marionette.html Samantha, lo spazio e il signor Freud "C. L'inferno del corpo", in Cioran,
Esercizi di ammirazione, Adelphi, Milano,
"Oggi una quantità delle mie carte è partita per Lugano dove tutto
entrerà a far partedegli archivi della Biblioteca Cantonale." Per le
strade della Vergine, Adelphi, Milano,«Urlate urlate urlate urlate. / Non
voglio lacrime. Urlate. Idolo e vittima di opachi riti/ Nutrita a forza in
corpo che giace / Io Eluana grido per non darvi pace Diciassette di coma che
m'impietra Gli anni di stupro mio che non ha fine. Con Decreto del Presidente
della Repubblica (pubblicato nella G.U.) gli è stato infatti attribuito un
assegno straordinario vitalizio ai sensi della legge, l'aiuto della legge
Bacchellila Repubblica, in Archiviola Repubblica. Edizione, "Il nostro
meridionale è attaccato alla propria famiglia e nient'altro, qualsiasi
abbominio, qualsiasi sfacelo pubblico non arrivino a toccargli la Famiglia non
gli faranno il minimo solletico. Sono popoli incapaci di amare
disinteressatamente qualcosa perché bello, al di sopra dell'utile. La loro vera
patria la loro nostalgia prenoachide è il deserto e faticano da ubriachi a
ritrovarlo". La pazienza dell'arrostito, Adelphi, Milano
(comedonchisciotte. Org forum/ index .php?p=/discussion/ ceronetti-dal-mare-il-
pericolo-senza-nome lessiconaturale/ migranti-e-prediche/) (ilfoglio /preservativi/news/il-grande-pan-e-vivo) (ilfoglio/cultura/news/far-torto-o-patirlo) (ilfoglio/ preservativi/ news/ deutschland-pressappoco-uber-alle,
Sugli sbarchi in Sicilia l'europeista C. dice, come altri non oserebbero, che
“hanno ormai un carattere preciso di invasione territoriale, premessa sicura di
guerra sociale e religiosa", C., nel dolore si nasconde una luce) Mario Andrea Rigoni, Ma non bisogna
confondere il nichilismo con il razzismo, Corriere della Sera, Guido Almansi,
Le leggende di Ceronetti, la Repubblica, L'innocente Priebke L'invasione
Africana; “Il male omosessuale” (C. dixit). Albergo Italia (Einaudi, Torino),
capitolo "Elementi per una anti-agiografia", Uno, cento, mille C., C., Priebke. Alcune
domande intorno a un ergastolo, la Stampa
Pietrangelo Buttafuoco, La pietas di C. per Priebke, il Foglio, Sono
sempre stato anticomunista, sempre, Forse, subito dopo la guerra ho avuto una
certa simpatia, però non mi sono iscritto al partito il giorno dopo aver visto
La corazzata Potëmkin, come innumerevoli giovani. Antifascista non è neanche da
dire, da quando ci si è risvegliati. Di quel periodo non ho voglia di parlarne,
ero tra i soliti ragazzini stupidoni che andavano alle adunate, ma non c'è
storia di anima o di pensiero o di famiglia che riguardi il fascismo. I miei
non erano fascisti né antifascisti, erano bravi cittadini come tanti. (Corriere
della sera). Si dice il responso delle urne. Come se un popolo di cretini
potesse fornire oracoli (Per le strade della Vergine) la mia America: “Un baluardo contro l’ideologia
comunista” XIII Congresso Radicali
Italiani ilfoglio/preservativi/ prttttt-in-una-sigla-tutto-pannella-
impenitente-ottimista-e-visionario (corriere/ cultura/c.-in-un-amore-felice Chi era, fustigatore dei vizi degli
italiani Riviste/ Su “Cartevive” omaggio, reazionario postmoderno C.: ‘METTIAMO FINE ALLA BARBARIE DELLA
VECCHIAIA SENZA SESSO: PER DISABILI E CARCERATI QUALCOSA SI È MOSSO MA PER I
VECCHI MASCHI SI MUOVERÀ MAI QUALCUNO? LA PROPOSTA: UN SERVIZIO EROTICO
VOLONTARIO PER GLI OVER 70! Abiterò per tre mesi al N. 4 di via Giolitti a
Torino, per mettere in scena col Teatro dei Sensibili La Iena di San Giorgio.
Sulla porta metto quest'altro mio nome: Geremia Cassandri. La pazienza
dell'arrostito. Giornale e ricordi, Milano, Adelphi, Premio letterario
Viareggio-Rèpaci, su premioletterario viareggiorepaci. I VINCITORI DEL PREMIO
“MONSELICE” PER LA TRADUZIONE, su biblioteca monselice, Alberto Roncaccia,
Guido Ceronetti. Critica e poetica (Bulzoni, Roma) Emil Cioran, Esercizi di
ammirazione (Adelphi, Milano, Guido Ceronetti. L'inferno del corpo) Giosetta
Fioroni, Marionettista. C. e il Teatro dei Sensibili secondo l'alchimia figurativa
(Corraini, Mantova) Giovanni Marinangeli, C., Il veggente di Cetona (Fondazione
Alce Nero, Isola del Piano) Fabrizio Ceccardi, Il Teatro dei Sensibili
(Corraini, Mantova) Andrea De Alberti, Il Teatro dei Sensibili di C. (Junior,
Bergamo) Marco Albertazzi, Fiorenza Lipparini, La luce nella carne. La poesia
(La Finestra Editrice, Lavis) Masetti, A. Scarsella, M. Vercesi, Pareti di
carta. Scritti su C. (Tre Lune, Mantova), Ortese, Le piccole persone (Adelphi,
Milano). Lattuada, Frammenti di una luce incontaminata in C.i, La Finestra
Editrice, Lavis, Cioran Gnosticismo moderno.
Ma io diffido dell'amore universale Guido Ceronetti, la Repubblica,
Archivio. L’ultimo bardo gnostico che cantava il dolore per la bellezza
perduta. Morto il più irregolare degli scrittori italiani. Ernesto Ferrero, La
Stampa, V D M Vincitori del Premio Grinzane Cavour per la narrativa italiana V
D M Vincitori del Premio "Città di Monselice" per la traduzione
letteraria V D M Vincitori del Premio Flaiano per la narrative. "StgvvU
nni GIURISPRUDENZA ROMANA. ISTITUZIONI DI DIRITTO ROMANO. PARMA, BATTEI. Le
mie parola sull’istituzioni di diritto romano consentite che sia,
quale il sentimento vivo e sincero dell'anima la richiede. Sia d' omaggio a'
miei maestri, ai quali ritomo qui con ossequio immutato; sia di saluto
fraterno agli studenti, a cui mi presento, e da cui mi bramo accolto,
quale compagno di studi, fiducioso di trar lena, pel compimento del
mio assunto, più che dall' ingegno troppo scarso ed inesperto, dal loro
consentimento amichevole, dallo scambio fra noi, vivo e continuo, d'
affetto fraterno. Da questo scambio io trarrò buon augurio alla carriera
d'insegnante, verso la quale muovo oggi con trepidanza il primo
passo, e alla quale volsi e volgo ogni mio studio, guardando alla
meta con assiduità ferma di volere: del quale io non certo dovrò dolermi,
se, per debole ingegno o per avversa fortuna, quella dovesse per
avventura sfuggirmi. E però consentite che, muovendo il primo passo per
questa via, io qui ricordi l'assidua e amorosa intelligenza di cure del
Maestro illustre che ad essa mi guidava, e di cui ognuno ricorda e r alta
vigoria del pensiero, nutrito da corredo mirabile di studi vari e
profondi, e la bontà pura, ideale dell' anima, onde qui, come ovunque,
conquise d'affetto reverente maestri e discepoli. Consentite che a Brini
io mandi un saluto, coU'affetto il più riconoscente e devoto di
discepolo e di fratello. Invoco ora, o Signori, la vostra attenzione
indulgente sopra un tema, che, per sé, non parmi inopportuno a trattarsi
al principio d'un corso d'istituzioni di diritto romano: se e quanto
abbiano avuto d'influenza sulla GIURISPRUDENZA IN ROMA le scuole filosofiche. Perchè,
come in tal corso deve studiarsi per rapidi tratti tutto 1'
organamento del diritto privato e i singoli istituti di esso. Così è
conveniente ed opportuno esaminare e valutare quali elementi sul
delinearsi e conformarsi di quelli ebbero efficacia, e quanto debba
attribuirsene a ciascuno. La ricerca può talvolta, è vero, rasentare e quasi
toccare il campo della storia del diritto romano, che si volle dalle
istituzioni disgiunta; ma tali contatti non fa duopo osservare come in
punti non pochi e non lievi siano inevitabili, per quanto si voglia
lasciare al corso d' istituzioni il carattere più prettamente dommatico.
Che invero troppo spesso non può trascurarsi, per lo studio preciso e
compiuto degl’istituti all'ultimo momento giustinianeo, uno sguardo alla
loro origine e alla vita secolare che precede quel momento: origine €
vita di cui alla cattedra di storia vuoisi riserbata la ricerca più diretta e
diffusa. n tema eh' io prescelgo è arduo. Di più esso entra
buon tratto in un campo che non è il mio, nel quale io m' avanzo peritoso,
con un corredo scarso di studi e invocando l'indulgenza di chi coltivi di
proposito la storia della filosofia, e qui segnatamente del pensatore illustre,
che è onore di questa nostra facoltà giuridica alla quale presiede. All'arduezza
del tema se ne aggiunge la vastità. Talché il tempo riserbato a
discorrerne congiurerà colle deboli forze del disserente a renderne
imperfetta per più lati la trattazione; la quale afifaticò in lavori appositi e
in trattati generali d' antichità e di diritto romano, uno stuolo numeroso di filosofi,
fra cui non pochi valenti, dal Cujacio in poi, e che fu pur di recente
ripresa anche in Italia. Fra altri, da un uomo, il cui nome segna una gloria e
un lutto eterno perle scienze romanistiche: Padelletti. Vanni. Io non
certo presumo esaurirla, ma solo mi propongo riassumerla per larghi
tratti, valendomi e delle altrui ricerche e di quelle ch'io venni compiendo
direttamente sulle fonti, procedendo dunque con modestia d'intenti. D’una
cosa però sopra ogni altra curandomi: di quella serena imparzialità di
giudizio, che in temi di questo genere, che toccano da vicino le varie credenze
filosofiche individuali, è facile troppo lo smarrire. Che invero non ci
mancheranno, nel procedere in questo tema, esempi di aberrazioni
stranissime, a cui, privi di quella, uomini, pur valorosi, riuscirono. E
innanzi tutto vuoisi qui delineare per cenni la storia delle varie scuole
filosofiche che tennero in Roma il campo: storia per verità ben nota ad
ognuno; ma pure non inutile forse a richiamarsi qui, in brevi tratti,
perchè tosto se ne colgano quegli elementi, che sono essenziali nella
trattazione del nostro tema. Solo però dall' epoca di CICERONE tali
cenni debbon prender le mosse. Che, se può accogliersi che coi nomi di
Socrate, e in ispecie dell’ACCADEMIA e del LIZIO, giungesse già prima in
Roma una qualche eco delle loro dottrine, questa dovè riuscir ben fievole e
inefficace, mentre tanto saldo e fiero durava tuttavia in Roma quello
spirito anti-filosofico, per cui va Famoso CATONE, e da cui fu destata
l'implacabile ironia d’ENNIO. Le dottrine filosofiche dell’ACCADEMIA e del
LIZIO penetrano, benché solo
frammentariamente e indirettamente, coli' insegnamento di Panezio; al
quale V aver abbracciato IL PORTICO non tolse di seguirle e
propugnarle in taluni punti. Ma l’efficacia del PORTICO è però come
maestro di dottrine, nelle quali ebbe discepoli autorevoli e numerosi, e fra
essi giureconsulti di grido. Corrispondendo quelle, pel largo svolgimento che IL
PORTICO da alla morale, con pratici e austeri intenti, alla natura
del genio romano. Nel quale per contrario mal poteva svilupparsi il germe
dell' elevato idealismo dell’ACCADEMIA. Così come non poteva averne
favore la poca praticità diretta delle dottrine del LIZIO, già entrate in
Roma coi libri di Aristotele arrecativi da Siila, colla diffusione
curatane da Andronico da Rodi e da Tirannione. Ne molto di
più potevano avervi efficacia le dottrine della NUOVA accademia,
propugnate da Filone di Larisse e da Antioco. CICERONE, pur abbracciando
sostanzialmente IL PORTICO, coglie e assimila, secondo quella che fu pure
la tendenza di Panezio, e rimase tendenza della filosofia romana in
generale, quasi da ogni altra scuola taluni de' principii che
meglio vi corrispondessero al genio romano. Solo combatte invece la
FILOSOFIA DELL’ORTO, forte allora, e ancor più poco appresso: il quale
dura buon tratto allato alla scuola del PORTICO, fino a che perde teneno.
E, come CICERONE assimila principii estranei allo al PORTICO, altrettanto
ne rigetta ciò eh' era in questo di troppo rigido, e però praticamente inefficace.
Ptr CICERONE, ad esempio, contrariamente al PORTICO, non è immeritevole di
pregio il moderato godimento -- De sen. 14. Se il bene morale sta al
disopra d'ogni altro, esso non è tuttavia il solo bene possibile e
apprezzabile. Se è vero che il dolore dev' essere virilmente tollerato, non è
per questo men vero ch'esso sia un male (Tusc, II, 18; II, 13). Per
tal modo, con quest' opera e di assimilazione e insieme di selezione. CICERONE
procaccia il germe delle dottrine filosofiche elaborate più tardi. La
distinzione dell'corpo e dell’anima, il legame di origine e finalità
comune che unisce tutti gl’uomini e che impone a tutti l'obbligo di
fratellevole aiuto, che trovano trattazione più diffusa negli scritti di
Seneca, e poi di Antonino, son già delineati, chiaramente in Cicerone
(cfr. De rep., VI, 17; Ttisc, I, SI; De off., Ili, 6; De leg,) (1). Dopo CICERONE
(si veda0, frammezzo alle lotte combattute dai FILOSOFI DELL’ORTO, fra i
quali risplende il genio sovrano di Lucrezio, e mentre pure dalle file
dei filosofi del CINARGO partono le satire aspre ed argute di Varrone, Q.
Sestio prosegue, benché intinto della setta di CROTONE, le tradizioni del
PORTICO. Sestio raccolte poi da Fabiano e piti tardi da Attalo, a cui
die' gloria l'esser maestro di Seneca. La tendenza eclettica, che si ha
ognora in tutto questo sviluppo, ci si presenta più che mai viva e
spiccata in Seneca, già inclinevolo alla setta dei Crotonesi, ammiratore
dell’Accademia, né sdegnoso di citare Demetrio del Cinargo ed Epicuro
dell’Orto. E in punti sostanziali egli dissente dal Portico.
Significantissimo é un esempio, che già da altri fu notato e illustrato. Per il
PORTICO non può aversi diversità di natura fra ciò che chiamasi corpo e anima.
Seneca separa i due elementi e finisce per creare una specie di antagonismo,
che spiega la vita. Il corpo é la prigione dell' anima, un peso che la
rattiene verso la terra. Finché è unita al corpo, sta come avvinta in
ceppi (Ep.). L’anima, per conservare la sua forza e la sua libertà, lotta
di continuo contro la carne (ibid.). Questa distinzione, così
precisa, del corpo e dell' anima é estranea al vero sistema del Portico e
Seneca è indotto da questa a conseguenze che anche più si allontanano
dalle dottrine de' suoi maestri. Secondo il Portico, l'anima muore, dopo
che il mondo sarà distrutto per mezzo del fuoco. Seneca, esitante su questo
punto, dopo aver detto a Marcia che tutto annienta e strugge la
morte (Com, ad Marc, 19, 5 ), le descrive l’anima del figlio, salente al
cielo, a lato di Catone e dei Scipioni. E scrive altrove senz'altro esser l’anima
eterna e immortale (Ep,, 57, 9). Distacco certo notevole, ma nel
quale troppo volle vedersi oltre il vero, col dar vita air omai
sfatata leggenda che Seneca si ascrivesse alle sette cristiane (6).
Seneca riprende con nuova energia V indirizzo morale di cui già
erano i germi in Cicerone: a questo solo rivolgendo ogni suo sforzo. Egli non
si cura delle discussioni teoriche sul massimo bene, non formula dogmi;
ma segna le norme morali, fin pei rapporti più minuti della
vita. Dopo Seneca, il movimento filosofico prosegue. E dopo la nube
che parve oscurare, sotto i regni di Vespasiano e di Domiziano, la fortuna
dei filosofi, questa rifulge poco appresso più che mai splendida. Plutarco
vien cogliendo nella morale, anche con più ampia libertà eclettica le
regole sostanziali del PORTICO, togliendo a questo però la rigidità
ch'era in Seneca: e benché inclinando verso l’Accademia, col far presiedere
alla vi' a un divino primo, sotto il quale stanno divini di secondo
grado, a cui rimangon dietro, a lor volta, i genii mediatori, giusta il
concetto dell’Accademia, fra l’umano e il divino. E a quello
che potè chiamarsi l'impero dei filosofi, sotto Antonino, si gittano le
basi nel principato d'Adriano. È a questo tempo che la lotta secolare
dell' ellenismo contro il ROMANESIMO finisce colla vittoria completa di
quello. Sì che a Roma accorrono da ogni parte del mondo filosofi, desiderati
ed onorati. Demonace può paragonare Apollonio, che muove co' suoi discepoli da
Atene a Roma, ad un argonauta, che vola al rapimento del vello d'oro
(Luciano, Bem.y 31). È à quel tempo che la filosofia compie in Roma un
passo gigantesco con Epitteto. Questi prosegue la dottrina del PORTICO,
benché con certa tendenza verso il CINARGO. Fissandovi essenzialmente il
pensiero subbiettivo come principio e criterio della verità, e però riducendo a
formale il mondo esteriore. Non dunque dolori, ma fantasie di dolori; onde
la inalterabile fortezza e il disprezzo severo d' ogni bene umano.
E la filosofia d' Epitteto, continuata e propugnata strenuamente da Flavio
Arriano, germoglia più tardi nel sereno ingegno di Antonino, che, elevando come
ad eccelso ideale, il concetto della vita secondo natura,
deducendone, come conseguenze necessarie, la legge più pura della
carità umana, chiude gloriosamente il ciclo del PORTICO in Roma.
Appressa solo qualche bagliore raro e scarso traluce fra le tenebre che
si vengono da ogni lato addensando. IL PORTICO non fa più un passo. Non vale la
filosofia dei così detti accademici eruditi, già prima coltivata, allato
al Portico, da Favorino, da Massimo di Tiro e da Alcinoo, a gittare alcun germe
fruttifero. E le dottrine troppo idealistiche dei accademici, formulate
con nuovo vigore da Plotino, rimangono il culto inefficace di qualche
anima solitaria. Già da questi cenni, benché così rapidi e
incompleti, traluce una singolare coincidenza. I momenti essenziali
per la storia della filosofia in Roma coincidono coi momenti essenziali
per la storia della giurisprudenza. Il genio eclettico di CICERONE
negl’anni della REPUBBLICA, dà in ROMA inizio efficace agli studi della
filosofia, air incirca nel tempo, in cui -- scorse tre generazioni da
quando lo specchio di Gneo Flavio sottrae l'arte del diritto all'arcano
monopolio pontificale e l'insegnamento tentato dal pontefice plebeo
Coruncanio offre i germi, raccolti e rudemente elaborati da Sesto Elio. Q.
Mucio SCEVOLA gitta pure co' suoi XVIII libri iuris civilis i fondamenti
sistematici del diritto. E, al principio del principato d’Ottavinao, la
filosofia, segnatamente del Portico, fiorisce per r insegnamento di
Sestio, al tempo stesso in cui 1'eredità gimidica, tramandata dall' era
repubblicana è raccolta dall' intelletto sovrano di LABEONE, che inizia per
la giurisprudenza l’età delle sue glorie più fulgide e insuperate. Età
che si continua, con isplendore ognor più vivo, fino a Salvie Giuliano,
che colla fissazione deir editto perpetuo, compendia il tesoro elaborato con
continuità meravigliosa d’Ottaviano ad Adriano; nel quale appunto si vien
preparando quello che si disse a buon dritto rimpero dei
filosofi. Questa coincidenza di tempo non deve indurre in noi nessun
preconcetto che valga a sviarci dal sereno esame del nostro tema:
l’analisi dei concetti giurdici. Ma noi
dobbiamo tuttavia notarla, perchè molto soccorso potrà veoin^ene per
spiegazioni .e raffronti nel seguito delle nostre ricerche. Ed
entrando omai neir esame del tema, ricerchiamo se nel principio che
regola gl’istituti e rapporti v'ha alcuno degli elementi filosofici
siamo venuti seguendo. Ne vi spiaccia clie sopra tutto e' intratteniamo in
quest' ufficio modesto e paziente di semplice constatazione e che
riserbiamo a più tardi alcune considerazioni d' ordine generale, che da questa
potranno emergere. Consideriamo tosto i requisiti essenziali al
soggetto del diritto. L’ esistenza fisica e i tre status -- essenzialmente
lo status di libertà. Fra le regole spettanti all'esistenza fìsica
l’influenza del PORTICO ci si presenta spiccata nel concetto teorico
di cui è cenno specialmente in un testo d'Ulpiano, per cui si
considera il feto tuttora entro le viscere materne come parte di queste –
“mulieris portio vel viscerum” : Ulp.,
fr. 1 § 1 D. 25, 4 e prima Papiniano, fr. 9 §. 1 D. 35, 2 “homo
non recte faisse dicitur”. E però tosto da osservarsi come questa
considerazione astratta, tolta manifestamente dal PORTICO (Plut., Plac. pML, V,
14, 2: \iripoq eivai Ttig x(X7Tpòq) rimanne in pratica lettera
morta. Perchè, logicamente, dal considerarsi il feto parte
delle viscere materne, verrebbe che, fino al momento del suo staccarsene e
del suo passaggio ad esistenza di per sé stante, esso non dove dar luogo
ad alcun apposito rapporto giuridico. Mentre, contrariamente, stan di fronte a
tal concetto la legge di Numa che proibisce di seppellire la donna
morta incinta, prima di averne estratto il feto (fr. 2 D. 12, 8), le pene
contro il procurato aborto, il divieto di Adriano di eseguire la sentenza
di morte contro la condannata incinta ( fr. 18 D. 1, 5), la tutela al
ventre pregnante, risalente fino a prima delle XII tavole, e la “honorum
possessio”, che a nome di quello potè chiedersi; istituti e rapporti intesi
tutti alla protezione di un soggetto di diritti sperato, e dentro altro
soggetto. Onde pure la risposta affermativa alla questione, che tuttavia
parve necessario propoiTe. Se il figlio, nato dalla madre exsecto venire,
abbia diritto di succedere ad essa (Ulp., fr. 1 §. 5 D. 38, 17 ) e il
considerarsi come un essere già esistente il feto entro lo viscere
materne, benché non ancora a sé stante. Ciò secondo la verità eterna e
precisa delle cose. ( Cfr. Giul., 37 dig,^ fr. 18 D. 36, 2: Is cui ita
legafum est, qìmndoque liberos habuerit, si praegnatc uxore relieta decesserit,
intelligitur expleta conditione dccessisse et legatum valere, si tamcn
posthuììius natus fuerit; Ter. Clem., lib, 11 ad leg. lui. et Pap., fr.
153 D. 50, 16: IntellegendiiS est mortis tempore fuisse qui in
utero relictus est\ Celso, 16 dig.y fr. 187 D. 50, 17; Ulp. 19 ad Sab.,
fr. 20 D. 36,1). Espressamente si fa risalire ad Ippocrate la regola
che assegna il tempo di *VII* mesi, come termine minimo della
gestazione, Ulp.; Paolo. Ma, per sé, la necessità di segnare un termine minimo,
sufficiente di regola alla gestazione, si afferma per motivi
esclusivamente sociali e giuridici, e ne porse occasione la Legge Giulia.
E la fissazione di quello ai 7 mesi, giusta la teoria d' Ippocrate, ha
un'importanza del tutto formale. Più importante è per noi l'accoglimento
della teoria di Eraclito e del Portico, che fissa a *XIV* anni la
pubertà (Plut., Flac, pML, V, 24,1; Macrobio, Somn. Scijp., G;
Saturn., VII, 7). Accoglimento che ha una grande importanza pel suo significato
giuridico. Esso invero segna un passo verso quella precisione sicura di
linee, onde il diritto, progredendo, abbisogna, e, anche più, include un
riconoscimento fine e delicato del diritto al pudore. Che ciò io avverta
qui, anziché più tardi, non maravigli; giacche non posso veramente
propormi un ordine rigoroso, e mi è forza lasciare che il discorso
trascorra a' vari punti, a cui le fonti che man mano si offrono, gli porgono
il destro. Ne che tale felicissima alata della scuola dei Proculeiani,
nella quale si volle ravvisare più precisa e più profonda rinfluenza del
Portico, sia dovuta veramente a tale influenza, anziché alla
considerazione obiettiva, spregiudicata delle necessità avanzantesi del diritto,
parmi possa sostenersi con alcun serio argomento. Se influenza vi si
ebbe, essa fu tutta nella fissazione formale del termine al
quattordicesimo anno, anziché al dodicesimo o al quindicesimo, come altrimenti
avrebbe potuto aversi. Ma romanamente giuridico e il senso che fé* avvertire la
necessità di quella regola netta e certa e fé' accoglierla
trionfalmente. Proseguendo in tali traccie formali, l'influenza della
filosofia parmi possa avvertirsi anche nella considerazione del
parto trigemino, in caso di gravidanza della madre (Plut., Pìcce.
pML^ V, 10,4), che ha gravi effetti per l'aspettativa dei diritti
spettanti ai possibili nascituri, fino all'avvenimento del parto, e che
nelle fonti ci si presenta risalente a Sabino e a Cassio (Giul., fr. 8 §. 1()
1). 40, 7; Gaio, fr. 7 pr. D. 34,5; Paolo, fr. 28 §.4 D. 5,1; Id., fr. 3
D. 5,4). Ma ben altra influenza, sostanziale e diretta, della filosofia,
si sostenne per un tema, che qui dovrà trattenerci alquanto: lo schiavo. È da
tale influenza che si volle determinato l' affermarsi con moto continuo,
dallo scorcio della repubblica al secolo degli Antonini, di un' intima
contraddizione nel concetto di Schiavo. E s' adduce la dichiarazione
tradizionale dei giuristi di questo periodo essere lo Schiavo contro natura, la
protezione che è accordiata man mano alla vita e air integrità
personale dello schiavo contro le eccessive sevizie del padrone (Gellio,
Noci. Att, V, 14; Eliano, Be an,, VII, 48; Gaio, fr. 1 §. 2 D. 1,6; Ulp.,
fr. 2 D. eod, Modestino, fr. 11 §. 2 D. 48,8) al cui arbitrio lo schiavo
è sottratto, per esser sottoposto, in caso ch'egli delinqua, ad appositi
magistiati, e a procedimento, non sostanzialmente difforme da
quello che vale pel LIBERO (Pomp., fr. 15 D. 12,4; Ulp., fr. 12 D.
2,1; fr. 3 §. 1 D. 29,5; Venul., fr. 12 §. 3 D. 48,2), e indipendente
attività patrimoniale che si riconosce allo schiavo col peculio ( quasi
patrimonium Uberi hominis: Paolo, fr. 47 §. 6 D. 15,1). S' adduce il
favor libertatis che inspira in molteplici casi le larghezze con cui si
risolvono le dubbie questioni di stato e s'effettuano i giudizi liberali --
Lege Iimia Petronia si dissonantes pares iudicum existant sententiae pro
libertate prommciari iussuni: Ermog., fr. 24 D. 40,1; e. d' Ant. Pio,
presso Paolo, fr. 38 §. 1 D. 42,1; Ulp., fr. 3 §. 1 D. 2,12),
s'eseguiscono le manomissioni, ordinate per atto d'ultima volontà (Giul., fr.
9 §. 1 D. 33,5; fr. 4 pr. D. 40,2; fr. 16 D. 40,4; fr. 17 §. 3 D.
eod.; presso Paolo, fr. 20 §. 3 D. 40,7; Valente, fr. 87, D. 35,1;
Giavoleno, fr. 37 D. 31; Gaio, fr. 88 D. 35,1; S. C. sotto Adriano, in
Scevola, fr. 83 (84)§. 1 D. 28,5; rescr. di M. Aurelio, in Marciano, fr.
51 pr. D. 28,5, e in Mod., fr. 45 D. 40,4, cost. dello stesso in Ulp.,
fr. 2 D. 40,5; Meciano, fr. 32 §. 5 I). 35,2; fr. 35 I). 40,5; Pomp., fr.
4 §. 2 D. 40,4; fr. 5 D. eod.; fr. 20 I). 50,17; Marcello, fr. 3 i. f. D.
28,4; fr. 34 D. 35,2; Scevola, fr. 48 §. 1 D. 28,6; fr. 29 D. 40,4;
presso Marciano, fr. 50 D. 40,5; Papin., fr. 23 pr. D. 40,5; Paolo, fr.
28 D. 5,2; fr. 40 §. 1 D. 29,1; fr. 14 pr. D. 31; fr. 96 §. 1 I). 35,1;
fr. 33 D. 35,2; fr. 36 pr. D. eod.; fr. 10 §. 1 D. 40,4; fr. 179 D.
50,17; Ulp., fr. 711). 29,2; 9 fr. 29 D. 29,4 ; fr. 1 D. 40,4 ; fr. 24
§. 10 D. 40,5) e in ispecie per fedecommesso, alla cui esecuzione
provveggono già sotto Traiano, e poi sotto Adriano e Commodo,
appositi Senatoconsulti {SS. GC. Bubriano, Dasumiano, Artici, Ulano,
Vitrasiano, Iunciano -- s' adduce l’ingenuità che si vuole accordata al NATO
DA UNA SCHIAVA, che gode della libertà fra il momento del concepimento e
quello del parto (Marciano, fr. 5 §. 3 D. 1,5), o che, ordinatane la
libertà per fedecommesso, non e manomessa indebitamente, per mora
deirerede (rescr. di Marco Aurelio e Vero e di CaRACALLA in Ulp., fr. 1 §. 1 D.
38,16; Ulp. fr. 1 §. 3 D. 38,17; fr. 2 §. 3 D. eod.; fr. 26 §. 1 D. 40,5;
MARcaNO, fr. 53 pr. D. eod.), fosse pure casuale (rescr. di Ant.
Pio e di Severo e Carac. in Ulp., fr. 26 §§. 1,2, 3D. 40,5;
MoDEST., fr. 13 D. 40,5); il concetto che afferma la libertà inalienabile
(Costantino, c. 6 C. 4,8) e la regola che nega comprendersi nell'usufrutto
il parto della schiava (Cic, De fin., I, 4; Gaio, fr. 28 §. 1 D. 22,1:
Ulp., fr. 68 pr. D. 7,1). Fermiamoci su quest'ultimo punto. È famosa la
disputa, a cui quella regola die luogo ai tempi di CICERONE, fra SCEVOLA,
Manilio e Bruto, ed è pur notissimo come la propugnasse vittoriosamente
quest'ultimo, adducendo essere assurdo il computare fra i frutti
l'uomo, mentre ogni frutto che rechi la natura è destinato
all'uomo. La qual ragione è riferita da Gaio e da Ulpiano (Gaio,
fr. 28 §. 1 D. 22,1; Ulp., fr. 68 pr. §. 1 D. 7,1), ed è tratta
genuinamente dalla teoria del Portico, secondo la quale l'uomo si
considera come signore dell'universo (Cic, De off., I, 7; De nat. Deor.,
II, 62; De fin., Ili, 20). Ma altrove, (fr. 27 pr. D. 5,3) Ulpiano stesso
adduce a fondamento di questa regola un motivo tutto economico. Non
valutarsi come frutto il parto della schiava, perchè lo scopo economico,
pel quale si tenne schiave, non è quello di procacciarsene i parti « non temere
ancillae eim rei causa comparantur ut pariant », ossia perchè i parti della
schiava non costituiscono il frutto economicamente normale di essa. E due
fatti inducono a ritenere che sia appunto questa la ragion vera che
determina quella regola: la mancanza, cioè, di un'industria di allevamento
di schiavi e la parificazione del parto della schiava ad ogni altro frutto,
per qualsivoglia rapporto, all' infuori delF usufrutto. Che la regola,
determinata da questa ragione economica, si volesse poi anche
giustificare con un concetto preso al Portico, non può recar maraviglia,
quando si pensi come in altri punti non pochi la vernice d'una forma
filosofica copra un rapporto determinato essenzialmente da principii
tutt' altro che filosofici. E questa nostra osservazione si riconnette
a un altro lato importante del tema: al freno imposto alle sevizie del padrone:
nel quale volle ravvisarsi pur tanto di stoica influenza. È essenziale la
giustificazione datane da un noto testo di Gaio. Doversi inibire al
padrone di far malo uso delle cose sue, allo stesso modo che ciò si vieta
al prodigo, Inst. Regola dunque che ci si presenta pure determinata non da
altro, che dalla considerazione tutta economica del regolare uso della
proprietà. Ed è parimente una necessità di natura economica,
di raflforzare, cioè, Y attività dello schiavo colla molla del suo
proprio interesse individuale, quella che determina il riconoscimento del
peculio, quale patrimonio di fatto del servo, distinto dal patrimonio del
padrone; la cui funzione ha per ogni lato dell'evoluzione della schiavitù
importanza essenziale. Però codesto elemento economico, che fu
magistralmente seguito dal Pernice nel suo classico libro su
Labeone, e che, pei lati che accennammo, resulta da attestazioni precise
delle fonti, non basterebbe a spiegare per sé il riconoscimento graduale nello
schiavo di altri molteplici diritti e rapporti attinentisi alla
personalità, e l' affermarsi di un vero e proprio sistema giuridico che
per esso si crea, del tutto analogamente al sistema che regola istituti e
rapporti fra liberi. Un altro elemento sostanziale concorre a
dar vita e riconoscimento positivo a quel sistema pei rapporti più
svariati. Questo elemento altro non è che la forza della natura. Forza,
che neirantica convivenza a famiglia regolava nel fatto, quasi
inconsciamente, i rapporti della schiavitù ; ma che, più tardi, «comparsa
la prisca semplice costituzione della familia, ordinate quasi ad
esercito, gerarchicamente, le migliaia di schiavi tratti a Roma dai popoli
vinti, fé' assurgere e fissò a rapporto di diritto quello eh' era dapprima
mero e tacito fatto: affermando nello schiavo la contrapposizione del concetto
di “uomo”, di fronte a quello di “res”. Gli attributi nello
schiavo di ente intelligente e consciente s' impongono air organismo del
diritto, pel quale lo schiavo dove parificarsi a una “res”, ad una “merx.”
Ulpiano, trattando della prestazione dei legati imposti all'erede, e dei casi
in cui l'erede può essere ammesso a prestare, invece della res legata,
Vaestimatio di essa, distingue il legato di una “res” da quello di uno
schiavo, valuta i motivi in cui più probabile in questo può riuscire la
prestazione dell' aestùnatio, ed esce coli' affermazione alia est condicio
ìiominum alia ceterarum rerum (Ulp., fr. 71 §. 4 D. 30).
Quest'affermazione coglie e sintetizza l'urto intimo e graduale, di cui
la storia della schiavitù in Roma porge traccio continue ed eloquenti, e
per cui pur riesce infine ad imporsi nella coscienza giuridica e sociale
il riconoscimento nello schiavo degli attributi essenziali della
personalità umana. Tali, l'efficacia del patto adietto alla vendita di
una schiava di non prostituirla. Efficacia che include il riconoscimento
del diritto all'onore (decr. di Vespas., presso Mod., fr. 7 pr. D. 37,14;
Pomp., fr. 34 pr. D. 21,2; Papin., fr. 6 pr. D. 18,7 ; Paolo, fr. 7 D.
40,8 ; Aless. Sey., c. 1 C. 4,56); r azione d' ingiurie per offese allo
schiavo, commisurata secondo il grado d' onorabilità di questo (Ulp., fr.
15 §. 44 D. 47,10). L’ ammissibilità di un giiidizio di calunnia a cagione
dello schiavo, che subì per fatto altrui ingiusto giudizio (Papin., fr. 9
D. 3,6). La valutazione della misericordia usata verso di esso, per
misurare la responsabilità di chi ebbe a procacciarne la fuga, Ulp. Il riconoscimento
della famiglia servile, nella quale con sforzo di finzioni giuridiche si
riesce a dar certa configurazione a rapporti patrimoniali, a somiglianza di
quelli che intercedono nella famiglia dei liberi (Ulp., fr. 39 \D.
23,3 ; Paolo., fr. 27 D. 16,3). E persino il riconoscimento nello schiavo
di rapporti d'indole religiosa (Labeone, presso Ulp., fr. 13 §. 22 D.
19,1; Ulp., fr. 2 pr. D. 11,7). Che pure sulle conquiste compiute dagli
schiavi contribuiscano considerazioni d' ordine pubblico e di sicurezza
pubblica, son ben lungi dal negare. Non par dubbio, ad esempio, che sia
determinata sopratutto da esse la legge Petronia. !Aia questa pure
(appena occorre avvertirlo) non è che una conseguenza, benché coatta,
dell 'affermantesi peronalità dello schiavo. Ne tuttavia che le stesse
dottrine stoiche, col loro elevato concetto della personalità umana, abbian per
qualche lato favorita o affrettata quell'evoluzione, non <\serei
negare: (nò può invero trascurarsi il fatto che il momento più intenso di
essa cade appunto sotto gli Antonini. Ciò che parrai invece dover negare
si è che quelle dottrine vi abbiano avuta una influenza immediata, essenziale.
Talché senza di esse si avesse ognora a disconoscere nello schiavo
ogni attributo della personalità. Su altri istituti e rapporti attinenti
alle persone non ci abbisogna lungo discorso. Non occorre, per verità,
confutare lo strano concetto che influenza del Portico sia nell'attenuamento
della patria potestà, e nella liberazione delle donne dalla tutela agnatizia.
Fatti determinati entrambi dal trasmutarsi della funzione e natura
politica della familia; trasmutarsi, che pure ci spiega l’avanzantesi
prevalenza del vincolo di sangue sul rapporto civile d'agnazione; che ha
poi eifetti importanti, in ispecie neir ordine delle successioni. E pur ci
spiega l’evoluzione dell'essenza prisca dell'eredità familiare
(comprendente, cioè, il complesso di diritti politici e religiosi inerenti alla
domus familiaqtte) verso l’eredità patrimoniale. Concetto, che, accennato
in istudi recenti ed egregi (16), forse non si presenta tuttavia
immeritevole di trattazione nuova ed apposita e d' investigazione minuta nelle
fonti. Ne mi fermo su di un punto, sul quale non si peritò d' insistere
qualche sostenitore deir influenza sdel Portico sulla giurisprudenza
romana: il puro ed elevato concetto del matrimonio, tramandatoci dai
giureconsulti, e in ispecie esplicantesi nella tarda definizione di
Modestino. Basta osservare che quel concetto è in Roma tradizionale, fin dalla
sua più antica e genuina costituzione e che vi si esplica allora dalle
stesse forme, con che il matrimonio si compie, e che, inerente dapprima solo al
matrimonio curri manu, nel quale è veramente la divini et Immani iuris
cornunicatio, esso s'atteggiò poi, per forza di tradizione sul matrimonio
libero, prevalso su quello, e traluce idealmente nei tempi stessi, in cui il
matrimonio era di fatto quale ce lo tratteggiano con foschi colori
Giovenale e Marziale. Occorre qui invece, fra i diritti attinentisi
alle persone, accennare ad alcuni altri, nei quali si ravvisò l’influenza
filosofica, e segnatamente del Portico. Che, per quanto tocca il
diritto alla vita, e l'affermazione negativa di questo, i romani non abbiano
riguardato con deciso is favore il suicidio, come mezzo estremo di
salvaguardia a mali maggiori; e ciò molto innanzi al tempo in cui la
filosofia divenne nota in Roma, resulta dalla natura del carattere romano
e dell' ideale ch' esso prefiggeva alla vita, dalla stessa aureola di
gloria onde fu recinta la memoria di Lucrezia, di Catone e di Bruto.
Né dunque può pensarsi ad alcuna influenza del Portico, se vediamo i giuristi
non considerar come dannata la memoria del suicida. Ma singolarissima è
poi la specialità contemplata nel testo che per consueto si adduce. In esso si
riferiscono rescritti di Adriano e d'Antonino Pio, i quali, considerando il
caso, in cui persona accusata di delitto capitale, prima d' esser
sottoposta al giudizio, ponga fine a' suoi giorni taedio vitae vel
doìoris impatientia, dichiarano non incorsi con ciò nella confisca i beni
di quella. Si ha poi nel caso proposto ad Adriano che il suicida era
accusato d' aver ucciso il figlio. Adriano, con sentimento delicatamente
umano, dichiara doversi presumere che non per timor della pena, ma per dolore
del figlio perduto, V accusato sia volontariamente uscito di vita ( Marciano,
fr. 3 §§. 4-5 D. 48,21); non potendosi ad ogni modo ritenere per se
il suicidio deir accusato equivalente a confessione di reità a condanna.
Come poi Papiniano con lucidissima veduta dichiarò e sostenne ( Ibid,,
pr. ; cfr. fr. 29 pr. D. 29,1 ; Paolo, fr. 45 §. 2 D. 49,14 ). Mentre poi
è chiaro che, all' inversa, il suicidio che 1' accusato volle affrontare
non per altro che per timor della pena e ob conscientiam cnminis, non salva
dalla confisca il patrimonio di lui, che si considera quale dannato o
confesso (Ulp., fr. 6 §. 7 D. 28,3; fr. 11 §. 3 D. 3, 2). Il che
davvero s'intende come logico sviluppo, senza che nulla v'appaia
di influenza o reminiscenza filosofica, se pure essa non voglia vedersi
nel ricordo ai filosofi, come a coloro che si uccidono taedio vitae,,.
vel iactationis (fr. 6 §. 7 D. 28,3). E qui pure, a proposito del diritto
naturale alla vita, si avverte il riconoscimento di tal diritto nello
schiavo, là dove è detto da Ulpiano esser lecito etiam scrms fiaturaliter
in sunm corpus saevire, Ulp. Di fronte al qual diritto affermato perle schiavo,
sta l'obbligo in lui di rifondere col suo peculio al padrone le spese che
ha sostenute per curarlo dalle ferite infertesi tentando d' uccidersi;
talché quel diritto si riduce praticamente ad una curiosa ed amara
irrisione. E tocco di un altro fra i diritti personali. Quello alla
religiosità, al quale s'attiene lo sfavore con cui si riguardò dai
giuristi, conformemente agli stoici, il giuramento (PapiN., fr. 25 §. 1 D.
13,5; Ulp., fr. 7 §. 16 D. 2,14), e in ispecie la condicio iurisitirmidi,
apposta a una liberalità per atto mortis causa ( Labeone, in Giav., fr.
62 pr. D. 29,2 ; Giuliano, fr. 26 D. 28,7; Marcello, fr. 20 D. 35,1
; Ulp., fr. 8 §. 5 D. 28,7). Il generale divieto della condicio
iurisiurandi è anteriore a Labeone e posteriore a Cicerone, e coincide per
tempo col fiorire della filosofia del Portico. E F opinione ch'esso sia
determinato da influenze di questa parrebbe tanto più attendibile, in
quanto siamo qui in tema di religiosità, dove l'istituzione
filosofica ebbe veramente, in sullo scorcio della repubblica e a'
primi tempi del principato, efficacia non lieve e assai diffusa. Senonchè
non so astenermi dal proporre una mia modesta osservazione. Lo sfavore
pel giuramento non è già soltanto nel Portico, ma risale fino tra le
scuole presocratiche, a quella di Velia, e al fondatore stesso di essa, a
Senocrate, che nel giuramento ravvisava un riprovevole privilegio per
l'empietà (Arisi., Bhet, I, 15) (19). Forse quello sfavore, che nello
spirito filosofico si manifesta cosi da antico, era pure in origine nello
spirito romano, e durava nel patrimonio d'idee e di tradizioni, che,
specialmente in materia di religione, i due popoli ritrassero dal ceppo comune?
Il che solo accenno, pur non volendovi troppo insistere, perchè non
paia amor di sistema. E, lasciando omai d' altri rapporti di minore
importanza, pure del tutto formali, come, per ciò che attiensi alla salute,
la definizione del morbo, di habitus corporis contra naturam (Sab., fr. 1 §. 9
D. 21,1 e in Gellio, Noci. Att^lY, 2. cfr. fehris: Giul., fr. D. 42,1)
evidentemente tolta dallo stoicismo; il concetto del furiosus, che, come
privo di mente, stoicamente è detto suus fion est (Ulp., fr. 7 §. 9 D.
42,4), passiamo senz'altro alle cose e ai diritti su di esse. La
triplico partizione delle cose, che ci riferisce Pomponio nel lib. 30 ad Sah.
(fr. 30 D. 41,3): F una comprendente quod contìnetur uno spirita, graece
yivwjxsvov; l'altra che abbraccia qiiod ex contingentihus hoc est
j)ÌU' rihus interse coherentibus constat, quod atiVTQjAjjievov, e
una terza dei corpora pUira non solata^ ma uni nomini suhiecta,
resultanti ex disfantibiis, b T applicazione precisa e genuina della
distinzione del Portico. Al frammento di Pomponio fauno riscontro testi
di Plutarco, Fraec. coniug., 34 ; di Sesto Empirico, Adi\ Math.; IX, 7S;
di Seneca J^at. qiiaest., II, 2 ; Epist.; e di Achille Tazio, Isag,
in plten. Arati. Che dunque per essa i giuristi abbiano formalmente
attinto dai filosofi non v' ha dubbio. Il ricordo formale dei filosofi si
ha persino nella esemplificazione consueta nei giuristi delle cose
appartenenti a ciascuna di quelle tre categorie. Ma se ci facciamo a
ricercarne le pratiche applicazioni, tosto ci avvediamo come altri
principi, del tutto indipendenti da essa, inteivengano. E, invero, il diverso
modo con cui si ammette il possesso e l'usucapione, segnatamente per
le res comiexae e le universitates ex distantibus. La regola che il
possesso di una res connexa implica il possesso delle cose singole da cui
risulta composta, come parti, non come cose a se stanti, e distinte
individualmente, si spiega col concetto tutto romano del requisito A^' animus
nel possesso. Il quale, dovendosi rivolgere alla res connexa nella
sua essenza, non si concepiva che contemporaneamente si rivolgesse alle parti
singole di quella; onde appunto la inammissibilità di un contemporaneo possesso
dell' intiero e delle parti, e la impossibilità di acquistare un diritto
sulle parti, in forza del possesso della res conmxa resultante dalla loro
unione. Il che ha segnatamente effetti importanti per la teoria
deirusucapione. Mentre poi, per quanto tocca in ispecie le regole
del possesso e deirusucapione dei tigna onde resulta composto un
edifizio, concorre anche il riguardo tutto civile che inspirava la lex (le Ugno
iuncto (Venuleio; GiAVOLENO, fr. 23 pr. D. 41,3; Gaio; Paolo; Ulp.,
fr. 7 §. 1 D. 10,4). Meno ancora può trarsi dalla distinzione fatta dai giuristi
delle cose corporali e incorporali. Se per questa, fra il concetto dei
giuristi e quello dei filosofi, può esservi somiglianza, essa è del tutto
apparente. Le cose incorporali dei filosofi, come essenzialmente il tempo
e il vacuo, non hanno nulla di comune colle cose che son chiamate
incorporali dai giuristi per la loro funzione sociale e giuridica, e che
hanno sempre in sé per contenuto cose corporali, e ciò secondo un
concetto che ci si presenta tradizionale e risalente: in modo sopra tutto
preciso e spiccato nella hereditas (Pomponio; Gaio, Inst; Apric;
Papin.; Ulp.; Paolo): e segnatamente, con mirabile evidenza, nel concetto
e nelle regole delF^^t*capio prò herede (Gaio, II, 54). E di questo
concetto àeìVheredifas, res corporaUs, che ha per contenuto normale
appunto cose corporali, è assai notevole come un filosofo del Portico
parli come di inutile sotigliezza, deridendo i giuristi che raccolsero (Seneca,
De h&n.): e offrendoci con ciò, come fu avvertito, ricordo certo e
perenne della differenza sostanziale che correva, a proposito di quella
partizione, fra il pensiero dei filosofi e quello dei
giuristi. Certo, fra i cor para, la distinzione di quelli che ratione vel
anima carente da quelli che careni ratione non anima o di entrambe, è
rivestita di forma del Portico. Ma è necessario ch'io soggiunga che sotto
di essa sta un concetto tanto primitivo, che davvero non occorreva
rivestirlo del lusso d' una veste filosofica ? Un tema, sul quale
insistettero con particolare predilezione tutti i sostenitori dell'influenza del
Portico, è quello che riguarda, tra i modi d' acquisto della proprietà,
la specificazione. L'opera diretta che qui esercitò, pel riconoscimento
del lavoro umano di fronte alla materia, la scuola dei ProculeiaDÌ, porse pure
argomento per ravvisare una particolare inclinazione di quella verso lo
stoicismo: in contrapposto anche qui alla scuola de' Sabioiani. Quasiché,
a spiegare il riconoscimento del lavoro umano non dovesse bastare una
considerazione positiva di natura tutta economica: la normale preminenza di
valore della nuova specie sopra la materia prima, preminenza che doveva
imporsi al concetto proculeiano, ognora così acuto e vivo e libero, di fronte
all'ossequio tradizionale della proprietà, che pur continua un preminente
riguardo al proprietario della materia. Le fonti, a cui ci si richiama,
pel rapporto inverso alla specificazione, appunto la riduzione della
species alla materia, confortano questo concetto. Si riferiscono
invero per consueto due testi d'Ulpiano, nei quali questi asserisce
sembrar scomparsa la cosa, di cui sia mutata la forma, benché ne duri la
materia, e mutata forma prope interemit suhsiantia rei. Espressamente ciò
giustificandosi da Ulpiano stesso, proprio col criterio economico qmniam
plerumque plus est in manu prctio qtuim in re. E Paolo soggiunge,
adducendo l’opinione e di Labeone e di Sabino, che abest la tabula
picta quando ne sia rasa la pittura, o il vestito quando è scucito, perché
appunto earuni rerum pretium non in substantia sed in arte sit positum
(Paolo,). E, partendo da tal concetto, ben s'intende come,
all'inversa, si considerasse economicamente del tutto nuova la cosa
formata per mezzo del lavoro sopra materia già esistente, e come Proculo
e Nerva potesser dire, secondo quello che Gaio ricorda, che dopo subita
l'opera dello specificatore, essa non potesse più considerarsi come
appartenente al proprietario della materia, Gaio; cfr. Paolo. Né in
tema di materia o sabstantia e species, per r efrore che intervenga su
questa o su quella nel contratto di compra vendita, parmi che molto si possa
trarre dalle fonti, per un'essenziale influenza del Portico. Nel
noto passo d' Ulpiano si riferisce come Marcello ritenesse sussistente la
compra vendita, anche quando, per errore, si fosse dato aceto, invece del
vino dedotto in contratto e rame per oro e piombo per argento. Ciò
giustificandosi da Marcello stesso colla ragione che sul corpus
intervenne il consenso, ed errore vi fu solo nella materia. Ulpiano
consente per l’aceto, perchè qui la sostanza, r oùjta (appunto secondo il
linguaggio del Portico) è quella dedotta in contratto. Mentre vi ha
scambio sostanziale di tale oùjt'a nel caso del rame dato per oro e
del piombo per argento. Talché la preoccupazione erronea che nel
concetto di Marcello sembra ingenerare la reminiscenza del Portico,
scompare in Ulpiano, che ne prescinde recisamente, applicando nel modo
più concetto le regole sull' eiTore nell’oggetto del contratto, non importa poi
ch'esso errore verta in corpore o invece in stibstantia. Lo stesso
testo vivissimo d'ALFENO (si veda) che riproduce, secondo la fisica e dell’Orto
(Lucrezio, Nat. rer.) e del Portico (Seneca, Ep.; Plut. Comm. nat.;
Antonino), la mutazione continua della materia, ricordando come il corpo
formato da questa sia sempre lo stesso, per quanto si vengano ognora mutando
via via le particelle che lo compongono, e applica questo principio air
organismo di un jiidicium, che rimane il medesimo col mutarsi de' suoi
membri, ritrae in sostanza un concetto eh' e genetico in Roma,
essenzialmente per la persona giuridica del “populus.” E la fisica del
Portico si riduce dunque solo ad illustrare con veste scientifica ciò che
ben prima s'era nella pratica ravvisato. Influenza del Portico si sostenne
in un preteso sfavore alle usure, che si volle dedune da parole di
Papiniano che usura non natura pervenif . Quasiché non fosse
risalente e tradizionale il concetto che distiogue dai frutti naturali i
frutti civili, e in materia d'usura non si avesse in Roma, fin da antico,
un'assidua, quanto sterile attività legislativa. Ma basti
ornai anche sul tema delle cose, intorno al quale però non voglio
astenermi dall' offrirvi esempio di taluna di quelle aberrazioni, alle
quali accennai essere pervenuti scrittori egregi, per passione ch'essi posero
nell'esame di questo tema. Scelgo la teoria del Laferrière, secondo
la quale la regola che richiede i due requisiti dell' animus e del
corpus per l'acquisto del possesso e della proprietà per occupazione,
riuscirebbe determinata dal concetto fondamentale del Portico, che distingue
nell' uomo 1' elemento spirituale dall' elemento corporeo. Come analogapaente
sarebbe determinata da questo la necessità della tradizione pel
trasferimento della proprietà. E d'altre taccio, già essendo queste esempio
eloquente, come presentantesi sotto un nome scientificamente
onorato e sotto l'insegna gloriosa dell'Istituto di Francia. Dovrei
ora, accennarvi a tutto il sistema romano delle obbligazioni, al
mutamento eh' esso più specialmente subisce dal rigoroso formalesimo, verso 1'
applicazione più agile e diretta della volontà. Mentre pur tutto il
diritto vien ravvivato da raffronti e adattamenti vitali di elementi
nuovi ed estranei coi prischi ed indigeni, e ricordare come questo sia una
conseguenza immediata de' nuovi orizzonti' che omai ha la vita e il commercio
di Roma e delle influenze straniere così continue e multiformi? E
come, a sua volta, il moto potente e continuo di Roma verso
l'universalità, e 1'alito vivificatore che ne deriva sul diritto,
consegua direttamente dalle nuove condizioni politiche ed economiche? Che
questo moto grandioso e continuo corrispondesse alle dottrine stoiche,
per le quali tutto il mondo è una grande città, non può negarsi. Che per
quello riuscisse ad esse più agevole l'aver diffusione è pur certo. Ne
che per tal modo esse abbiano anche cooperato con quello, talora
forse per via inconscia, allo svolgimento di taluni istituti e l'apporti,
come ad esempio dello schiavo, di rapporti relativi alla religiosità e
simili, non vorrei disdire. Ma chi penserebbe sul serio, solo per
un istante, che il moto di Roma verso l’universalità derivi dal Portico,
da alcun'altra delle scuole filosofiche? E che però da filosofie consegua
mediatamente tutta la trasformazione del diritto? Non però se parmi
di dover negare ogni influenza essenziale della filosofia, e in ispecie il
Portico, sullo sviluppo della giurisprudenza romana, air infuori di quelle influenze
concomitanti con altri elementi che teste toccammo, sopra singoli
rapporti, e delle influenze formali che si vennero annoverando sin qui, voglio
io disdire 1' efficacia che la conoscenza della filosofia ebbe dal secolo
di CICERONE in poi, sempre formalmente, ma pur in campo più generale e
importante, nel dar struttura di ars al itis civile («quae rem dissolutam
divulsamque conglutinaret et ratione quadam constringeret »: CICERONE (si veda),
de orat. Imprimendo con ciò nuova forza e nuovo sviluppo a facoltà e a
tendenze ch'erano in Roma native. che non tolse tuttavia che, ricevuto tale
avviamento nella costruzione logica, la giurisprudenza procedesse poi
da sé, indipendente dalla filosofia, elaborando essenzialmente i
rapporti pratici della vita, aborrente da ideali astrazioni. E dove la
reminiscenza filosofica, cessando d'essere formale intacca la sostanza
giuridica, si ha un fluttuar vago d'idee incerte e confuse, un'
indeterminatezza di linee, che fa eloquente contrasto colla precisione
perfetta, sicura, ond'è in Roma esempio mirabile tutto l'organismo del
diritto. Voi intendete ch'io accénno al im naturale. Fra il concetto
d'Ulpiano che lo designa emanazione della ragione diffusa neir universo, e
quello di Paolo che vi ravvisa un' ideale tendenza verso l’aequwn bonum, o
quello di Gaio che lo riaccosta al ius gentium, quale dettato dalla
universa ratio; fra i più diversi significati ed applicazioni di
naturalis ratio, di naturalis, di ìiaturaìiter, che occorrono nelle
fonti, o connessi ad uno di quei tre concetti, od oscillanti fra l’uno e l’altro,
o indipendenti da ognuno, lo studioso procede incertamente. Né certo sta a
me, ne io presumo di portar giudizio sulle varie costruzioni che
modernamente si tentarono del “ifàs naturale”, concepito, o conforme alle
dottrine elaborate in Boma dalla filosofia accademica e del Portico, come
coscienza insita nella umana natura di un diritto universale, e però del tutto
distinto dal ius geniium. O, invece, obiettivamente, come ordine naturale
contrapposto air ordine civile, come dettato dalla ratio. O, di
nuovo subbiettivamente, quale concezione dovuta all' idea del diritto
dettato dalla ragione naturale a tutto il genere umano, atteggiatasi in Roma
sul “ius gentium” e fusasi poi con esso, per esplicarsi poi praticamente
n^Waequita^, che è la forza che s'avanza via via nell'editto pretorio e
gradatamente vi prevale. O invece senz' altro come derivazione e sviluppo dello
stesso ius gentium. A me basta notare sol questo. Quanto d'indeterminato
e d'incerto rimanga tuttavia in ciascuna di quelle costruzioni, e come, s' io
non erro, non sia riuscito ad alcuno, benché ingegni forti e coltissimi
vi si accingessero, di dimostrare che il concetto vago ed astratto del
ius naturOfle scese ad applicazioni pratiche e concrete. Né certo
maggior pregio di linee precise e spiccate o d' importanza diretta e
sostanziale per 1'organico sviluppo del diritto ci presentano nel titolo
de “iustitia” et iure le definizioni astratte, tolte a prestito dal
Portico, di giustizia e di giurisprudenza, e i tre famosi precetti del
diritto. L' artificiosa inutilità di tali concetti, tratti più o
meno fedelmente dalla filosofìa, spicca in guisa vivissima nelle
definizioni del concetto di “legge”; nelle quali, attraverso a vaghe
reminiscenze di Demostene e di Crisippo, ricompare il concetto, romanamente
vero, di coìnmwiìs rei ptiblicae sponsio. La gloria del diritto e dunque
riserbata a Roma; la quale, per opera secolare ed esclusiva del suo
genio, affida ai venturi, con eccellenza insuperata, le leggi eterne
dell'umana vita giuridica. Se v' ha ricordo che debba infiammare
e scuotere i diretti continuatori del sangue e del pensiero latino, è il
ricordo di quella gloria. In questa Università che ha tradizioni nobili e
antiche, proseguite degnamente dal maestro provetto, cui circonda qui da
olti-e cinque lustri reverenza aifettuosa di discepoli, e dall'altro
insegnante che coi lavori acuti e geniali, come coir insegnamento
efficace, onora in Italia le discipline romanistiche, quella gloria
infiammi e riscuota noi pure, o compagni. E com'essa ravviva e ravvivei-à
ognora in me le deboli forze, altrettanto sia come fuoco sacro ai vostri
giovani e ardimentosi intelletti. Cattanei. P erozzi. Un elenco
molto accurato dei lavori appositi scritti sul nostro tema trovasi nella
classica opera deli' Hildenbband, “Gesch. u. System der Rechts und
Siaatsphilos.”, Leipzig. Lo riporto qui,
con alcune aggiunte e avvertenze bibliografiche, che contrassegno
collocandole fra parentesi. Indico con asterisco i lavori che non potei
procacciarmi: Malquytius, De vera non simnìnL<i iurisc, phiL,
Paris [ristampalo nella Triga ìibelL rariss., Halae Magdeburg];
Paìjaninus Gaudextius, .2>^ j>/i27o«. ap. Bom. in. et progr. Pisis;
| Buaxdes 7->e, vera non simulata iurisc. phih, Francof.; opuscolo che
noto benché certamente privo di valore, solo per amor di completezza, e
seguendo in ciò V e- sempio dello stesso Hildenbrand, che giustamente
tien conto nel suo elenco anche di lavori senza pregio, come p. e. quelli
compresi nella raccolta dello Slevogt] ; Scuilier, Manud. pliilos.
moraliii ad ver, nec simnl. pini., len.; BonMER, Dephilos, iurisc,
stoica^ Halle [ristampato nel volume J)e sectis et philos. iurisc.
opusc.^ coli, recogn. et praef. et elog. Ictor. rem. ac progr. de disp.
fori aiixit Slevootius, lenae]; Buddeus, De errar, stoic, negli Anal.
Imt. phiL, Hai., 170G; Voss, De falsis Ictor. ratiocin. ex parte occas.
philos. stoicae enntis, Harderov.; Ev. Otto, De stoica vet. Ictor.
philos.: Id, De vera non simulata philosoph. Ictor. j nel voi. cit. dello
Slevogt; Herjng, De stoica velt. Roman, philos., ibidem; [Kunholt,
Semicenturid comparai, verae et simul. iurisc. phil., Lipsiae, 1718, che
trovo citato dall' Eckardt, Herm. duriSj *Lips.]; Slevogt, De sectis et
philosophia Icforunif len.; *£ggerde8. De stole, Ictor. roman. eìusqiie
historia et ratioìie, Kostoch: Hofscaxn, De diàUctica vett, Ictor.,
Francof., 1735, ne' suoi Melemata ad pandectas; Schaumburg, De
iurisprud. ceti. Ictor. stoica tractatiis, hoc est succincta demotutr.
iuriscon- sultos roman. non vita solum sed etiam doc trina stoicam philoso-
phiam esse profes>ios, lenae, 1745; *Pauli, De utilitatibus quas
attulit philos. ad iurisprud. ronianani, Lips.; Meister, De plùìos.
Ictor. Roman, stoica in doctrina de corpor. eorumque par- tibus, Gott., [e neW Opusc. Syll., I, n, 10]; VanHoogwerf,
De car. tur. Boni, partibus stoam redolentibus, Traj ad Bhen., e
nell'OsLRiCH, Thes. noe.; Boers^ De antropoì. Ictor. Roman, quatenus
stoica est, Lugd. Bat. [*Terpstra, De philos., cet. iurtsc, Francof.,
che trovo citato dall*HoLT, Hist. tur. rom. lineam., Leod.] *Ortloff,
Ueber den Eiufluss der stoischen Philosophie auf das rom.Recht.,^ìàng.,;
*Vax Vollenhoven, De exigua vi quam philosophia graeca habuìt in
effórmanda iurisprudentia romana, Amstelod.; Ea- TJEN, Hat die stoische
Philos. bedeutenden Einfluss auf die rom. juristischen Schriften gehabt?
Kiel, 1839, ristampato nei lahrb. di Sell, in, pagg. 66 e segg.;
[Trevisani, Lo stoicismo coìisìderato in relazione colla gìurisprud.'»
roìnana, nella Gazzetta dei tribunali]; Voigt, lus natur. bon. ti. Aequum,
Leipzig; [Xaferrière, Memoire concernant V influence du stoicisme sur la
doctrine des iurisc. romains, nelle Mevi. de V Acad. des scienc. mor. et
politiques, X, 1860, pagg. 579-685. Fra noi usciva il lavoro dottissimo del MoRIA^'I, La
filosofia del diritto nel pensiero dei giureconsulti romani, Firenze.
Sono ancora a no- tarsi, benché tocchino solo punti speciali del tema:
Eherton, sulla terminologia stoica nel dir. romano, nella Quaterly
RevieWj., di cui dà un sunto G. Pacciiìoxj, néìV Ardi, ginr., XXXVTII,
fase. 1-2; Lecrivain, Le terme stoicien verecundia dans la langue des
Dig., nella Nouvelle revue hist. de droit frane, et drang. Trattano pure
del nostro argomento, benché non di proposito, i seguenti: [Hopperus,
lur. civil. lib. sex, Lovan.] CuiAcio, Observ.y 56,40; Merillio, Obsero.,\, 8;
Turnebo, Advers., Aurei.; Lipsius, Manud. ad stoic. philos..^ nelle
Opera. Antverpiae; Io., Physiol. stoic., nelle Opera, IV, 542; Kamos,
Tribonianus, Lugd. Bat.; [Bodeus, Observat. et elem. phil. instrumentalis,
Halae Sax.; Ma- 'Jìp: SCOTIO, De sectis Sahinian et Proculeian,
in iure civili, Lipsiae, Alld., 1740; Eokhardt, Ilerm. luris, Lips., e. 4;
Walch, Opp.; Gravina, De ortu et progr, iur. civ., Napoli; Brucker, Hist.
crii, philos., Lipsiae; G. B. Bon, praef. al Leibnitz, Opusc. ad iur. peri.,
nel Leib- NiTZ, Oper«, Genevae; Eineccio, Antiq. rom., Venet.] ; VICO
(si veda), Scienza nova; Welcker, Die letzten Grilnde von Recht
Staat u. Stafe, Giessen; *Id., Uni- versa! u. Jurist. poh Encyclopadie,
Stuttgart; Veder, Hist, phil. jur. ap. Veti.; Zimmern, Gesch. des rum.
Privatr.; Pcchta, Cursus der Instit.; Ahrens, Iur. Encyclop.,; [Girard,
Hist, du droit rom., Paris Aix; OzANAM, Il paganesimo e il cristianesimo
nel quinto secolo, trad. Car- raresi, Firenze; Voigt, Aeìius und
Sabinus- sijst; Ianet, Hist. de la science polit., Paris; Sumner Maine,
Ancien droit, .trad. frane, Paris; CONTI (si veda), Storia della fdosofia,
Firenze; Renan, Marc Aurèle, 2 ed., Paris; Gregorovius, Der Kaiser
Hadrian, Stuttgart; Hofmann, Der Verfall der rom. Rechtswiss., nei Krit.
stud. im róm. Bechte, Wien; FERRINI (si veda), STORIA DELLE FONTI DEL DIR.
ROM., Milano; Id., note al Gluck, trad. italiana; Krììgeii, Gesch. der Quell.
u. Litteratur des rom. Rechts, Leipzig; CARLE (si veda), La vita del
diritto, Torino; Padelletti, Roma nella storta del diritto, neir Arch. gim\. Per
la storia della filosofia in Roma, e per ciò che riguarda in ispecie le
sue attinenze al diritto, cfr. principalmente: Hildenbrand. Cfr. sulla
filosofia di CICERONE (si veda): Ritter, Hist. de la philos, trad. frane.
Tissot; Hildenbrand, Branbis, Gesch. der Entiv. der griech. Philos,
Berlin; Boissusr, La relig. romaine d* Auguste aux Antonins, Paris ;
BoissiER. Leggenda, alla quale porsero principale argomento i punti di
contatto che le dottrine di Seneca presentano con quelle cristiane, in,
ispecie Ruir immortalità dell' anima, sulla provvidenza, e sui doveri di carità
(punti toccati con molta diligenza da Fleury, S. Paul et Senèque, Paris). Altro
argomento estrinseco è la simpatia che mo- strano per Seneca i Padri
della chiesa: Seiuca noster: Tertull., De,an,, 20; Hieron., De vir. ili, 12;
Io., Adv. lovin., 1,49; Lxct., Inst. div.y IV, 24. Ed Agostino nota che
Seneca non nominò forse i cri- stiani per non lodarli cantra suæ patriæ
veterem consuetudine tn », né riprenderli cantra propriam forsan
volunlatem: Auc, De civ. dei. Il tèrzo argomento dell' amicizia di Seneca
con S. Paolo si fondava sopra una grossolana falsificazione delle
Kpistolae Senecae ad Paullum. Ricca è la letteratura
riguardante questo argomento, che ha un'importanza assai notevole pel
tema che tocca direttamente dei rap- porti della morale stoica colla
cristiana. Cfr. principalmente, oltre Topera or accennata del Fleury:
Boissier, e nella Revue des deux mondes; Aubkrtjn, Senèque et Si.
Paul^ Paris, 1869; Bau», Seneca ti, Paulus: das VerMltn. des Stoiciwius
zum Ghriat. n. den Schrift. Senecas, neWHe't- delherg. Zeitschr. f.
iviss. Theol.; e Abh. zur (reseli, d. alt. PhiL, heratisg. v. Zeller,
Leipzig; 'Westerburg, Der Ursprung der Saga das Seneca^ christì. gewes.
sei, Berlin. Tutto il contrario si sostenne dall'EcKHARD in un curioso
opuscolo, di cui basta riportare il titolo perchè se ne com- prenda lo
scopo: Obserc. sistens L. A, Senecam in relig. Christian, iniuriosum,
mella Misceli. Lipsiens., Lipsiae, GuEGOROvius; Renan; I rapporti che verrò
enumerando furono notati, quali dall'uno quali dall'altro degli scrittori
che s'occuparono del nostro tema: quali in uno quali in altro senso. Io
non ho creduto di dover per ciascuno di essi avvertire da chi fu notato,
da chi omesso. Saiebbe inutile pel lettore, al quale ciò che preme
sopratutto si è di aver qui, come in un quadro, il risultato complessivo
delle questioni: quadro eh' io mi studiai di delineare colla maggior cura
e fedeltà che mi fu possibile. Otto a Boekelen. Contrariamente Eckhard,
op. cit.,; Merillio, obs.; BRINI (si veda), DELLE DUE SETTE DEI GIURECONSULTI
ROMANI, Bologna; Malquytius; Gibbon, Hist. de la dee. de Temp. rom.;
Eckhard; Laperrière; Renan, op. cit., pag. 605; Wjllelms, Droit pubi,
rom., Paris; Pernice, M. A. Labeo, Halle. Cfr. anche Padelletti noWArch.
giur.; PucHTA, Inst.; Lafehiuère. Cfr. SciALOJA, nel BULL. DELL’IST. DI DIR.
ROM.; BoNFANTE, L'origine deìVìiereditas e dei legati nel dir. sìACcess.
romano, Del cit. Bullettino; Lafeuuièue; Trevisani, op. cit., nella Gazz. dei
2'rib.. sostiene che i romani ebbero ognora in gran sfavore il soicidio.
Ricorda che costituiva vizio redibitorio per lo schiavo il suo tentativo
di suicidio, anteriore alla vendita; ma davvero non occorre osservare
come ciò sia spiegato chiaramente dalla considerazione economica verso il
padrone (fr. fr. D.). E il. tentativo di suicidio punito per rescr. di
Adriano nel soldato, non è spiegato ab- bastanza da considerazioni di
ordine pubblico e dalle necessità della disciplina militare? Cfr. in
questo senso: Ferii ini, Dir. pen. rom., nel 'Tratt. teor. prat. del
Cogliolo; Ferrini, Teoria dei leg. e fedecomm,, Milano. T:oiT(xioLi
yi] T:XaYYjvat TrpoxaXijaiTO. Cfr. Keller, Die philos. der Griechen in
ihr. geschichll. Entivicklung, 4 Aufl., Leipzig. Ravaisson, Mem. sur le
stoicisme, nelle Meni, des inst. imper. de France ; Acad. des inscr. et
beli, lettr.; GorpERT, Ueber einheitl. zusammeìvgesetz. u. gesammt.
Sachen, Halle. È oggetto di dispute gravi il fr. 30. 1 D. 41,3: Pomp., 30
ad Sab.: Labeo lìbris epistularuui ait si is, cui ad tegularum vel
columnarum usucapionem decem dies superessent, in aedifìcium eas
coniecisset, nihilo minus cum usucapturum, si aedifìcium possedisset.
quid ergo in bis quae non quidem implicantur rebus soli, sed mobilia
permanent, ut in anulo gemma? in quo veruni est et aurum et gem- mam
possideri et usucapì, cum utrumque maneat integrum. In esso alcuni
scrittori ravvisarono un' eccezione utilitatis causa alla regola generale
formulata nei testi succitati, per la quale ecce- zione si ammetterebbe
il proseguimento deirusucapione delle tegole e delle colonne, anche pel
tempo in cui perdono la loro individua na- tura, coir entrare a far parte
della res connexa^ edifizio. Così Wind- scheid, Pand, 6 Aufl., Pampaloni,
La legge delle XII Tav. de tigno iunclo, Bologna, 1883, estr. dair^rc^.
giur., Altri, invece, si sforzò di ricercarvi lo stesso senso dei testi
citati col dare al nihilominus il sifirnifìcato di non. Così Kjeiiulf, Civilr.;
Uxterholzxkii. Verjà'hrungfilehre hearh. v, Schirmer; SINTE^'Is, uell' Arcìi,
f. civiì, Prax., XX, pagg. 75 e segg., e System. Altri ancora cercò
in vario modo di togliere al testo valore sre- nerale, limitandone la
i)ortata alla specialità in esso contemplata. E però, intese che vi si
trattasse di tegole e di colonne non incorporato ' solidamente
alFedifìzio: (Savigny, Besitz, pag. 269; Randa, Besitz); che la regola
formulata nel testo valesse soltanto pel caso in cui l'incorporazione
delle tegole e delle colonne nell'edifizio avvenisse quando questo già
era compiuto, quando cioè, per tal modo, Teventual^ distacco di esse non
urta contro la ratio della legge de tigno iuncta « ne urbe ruinis
deformetur » (Scheurl, Ziir Lelire vom rum. B'e^ sitZf §. 23); oppure
valesse solo trattandosi di mobili incorporati al- Tedifizio, ma non
parti essenziali di questo ( Ruggieri, Il possesso). Sempre in questa tendenza
di limitare il valore del testo, negando ad esso portata generale, altri
scrittori intesero restrittiva- mente il termine dei decem dies, in esso
formulato, in applicazione della massima romana di non tener conto dei
minima ( Thibaut nel- YArch, f. civ. Prax.; Puchta, KÌ, civ.
Schrift.Pape, Zeitschr. f. CiviJr. ii, Proc. N. F.); spiegarono la sentenza del
testo colla impossibilità dell' ir- surpatio dei materiali nei 10 giorni
mancanti, per la ragione chf, occorrendo un termine di almeno 10 giorni dalla
editio actionis per giungere alla litis contestatio^ se si agiva qando
mancavano 10 soli giorni ad usucapire, la ì'ei vindicatio non serviva a
rendere innocua r usucapione ( Savigny, Besitz, Eisele, lahrh. /I
Bogrn., N. F. o finalmente intesero che
nel testo fosse contemplato il solo caso di unione delle tegole e delle
colonne ad un edificio incompiuto e che la legge de tigno iuncto non
impedisse di staccamele, per essere 1' unione recente di 10 giorni
(Meischeider, Besitz u. Besilzschntz,Codeste varie interpretazioni e
spiegazioni sono riassunte dal WiNDSCHEiD, c, più complctamento, da
Perozzi, Sui possesso di parti di cosa^ negli Studi giur. e stor.per
VVIII cenfen. delV Università di Bologna, Roma., il qualo confuta
ciascuna di esse, per giungere alla conclusione che le tegole e le
colonne incorporate all'edifizio sì posseggono e s'usucapiscono non
perse, a parte, ma solo in conseguenza del possesso e dell'usucapione
dell'intero, a differenza della gemma e dell' anello che si posseggono e
s'usucapiscono per se. Hering; Eckhaud, La- rERiuÈRE; Moriani; Cfr.
Trevisani, nella Gazz. dei trib., Laperrière; DiRKSEN, Ueheì' CICERONE s unlergegangene
Schri/t: De iure civili in arte redigendo, nelle philol. u. Philos.
Ahhandl. der k. Aka- demie der Wissensch. zu Berlin, Hjljen- BRAND,
Voigt, Aelivs und Sa- hinussìjst.., Si connette a questa influenza
formale d' ordine generale la ri- cerca delle etimologie, comune ai
giuristi, segnatamente dopo Labeone. Qui Timitazione degli stoici fu
riconosciuta quasi da tutti che ebbero ad occuparsi del nostro tema. Cfr.
da ultimo Lersch, Die Sprach- philosoph, der Alien. Senonchè, nonostante
gli sforzi di un accurato lavoro (CECI, Le etimologie dei' giureconsulti
romani, Torino ) persisto nel credere che sull’indole e sul valore
delle ricerche etimologiche dei giuristi rimanga saldo tuttavia il
giudizio severo ch’ha a formularne Pernice, M. A. Laheo, Si veggano i
testi raccolti ed elaborati, non occorre dire con quale diligenza- e
acutezza, dal Voigt, Ius. natur, MoRiANi; Ratio derivazione dall'indiano rita e
ratum, ordinamento dell'universo e della natura terrestre, comprese le
cose umane. Così Leist, Civ. Stad., Katuralis ratio und Natur der Saclie;
Civ. Stud, Gracco ital. Rechtsgesch., Iena, SuMNER Maine, Ancien droit, Etudes
sur Vane, droit; HiLDENBRAND, Cfr. da ultimo l'acuta ricostruzione del Brini,
Ius naturale, Bologna. La condizione patrimoniale del coniage
superstite nel diritto romano classico, Bologna, Fava e Garagnani; Il
diritto privato romano nelle comedie di Plauto, Torino, Fratelli Bocca; Le
azioni exercitoria e institoria nel diritto romano, Parma, Battei. Guido
Ceronetti. Keywords: la lanterna, la lantern di Diogene, poesia latina, Catullo,
Marziale, Orazio, Giovenale, il filosofo ignoto, la pazienza del … Aforismi. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Ceronetti” – The Swimming-Pool Library. Ceronetti.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Cerroni: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale hegeliana -- Gaus e il sistema di diritto romano -- i hegeliani
– scuola di Lodi – filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza,
pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Lodi). Filosofo
lombardo. Filosofo italiano. Lodi, Lombardia. Grice: “I like Cerroni; he is
very Italian: what other philosopher – surely not at Oxford – would
philosoophise on the precocity of Italian identity? But his more general
philosophical explorations may interest the Oxonian who is not into “Italian
studies”! – My favourites are his “Logic and Society,” which reminds me of my
“Logic and Conversation.” Then he has a ‘dialectiics of feelings,’ which is
what all my philosophy of communication is about; he has also philosophised on
anti-contractualist philosophers like Benjamin Constant --!” Studia a Roma con
Albertelli e si laurea in Filosofia del diritto. Ottenne la libera
docenza in Filosofia del diritto e l'incarico di Storia delle dottrine
economiche e di Storia delle dottrine politiche all'Lecce. Divenne
professore di ruolo di Filosofia della politica e ha insegnato a Salerno e
all'Istituto Universitario Orientale di Napoli. Ha insegnato per piùdi venti
anni Scienza della politica nella Facoltà di Sociologia dell'Università
"La Sapienza" di Roma. Sempre all'Università "La Sapienza"
di Roma, era stato nominato professore emerito. Macerata gli conferisce la
laurea honoris causa in Scienze politiche. Altre opere: “Problemi attuali
di storia dell'agricoltura dell'U.R.S.S.” (Milano: Ed. Centro Per La Storia Del
Movimento Contadino); “Il sistema elettorale sovietico” (Roma: Tip. dell'Orso);
“Legge sull'ordinamento giudiziario dell'U.R.S.S.” (Roma: Ed. Associazione
Italia-U.R.S.S, sezione giuridica (Tip. Sagra, Soc. arti grafiche riproduzioni
artistiche) Recenti studi sovietici su problemi di teoria del diritto” Bologna);
Sul carattere dei movimenti contadini in Russia” (Milano: Movimento Operaio); Studi
sovietici di diritto Internazionale: A cura della sezione giuridica della
associazione Italia-urss. [presentazione di Umberto Cerroni, Roma: Tip. Martore
e Rotolo); La dottrina sovietica e il nuovo codice penale dell'URSS, C., .S.l. (Bologna:
STEB); Poeti sovietici d'oggi, Roma: Tip. Studio Tipografico, Per lo sviluppo
degli studi storici sulla Russia, Bologna: STEB); Diritto ed economia:
rilevanza del concetto marxiano di lavoro per una teoria positiva del diritto,
C. Milano: Giuffrè); Idealismo e statalismo nella moderna filosofia tedesca,
Milano: Giuffrè; Individuo e persona nella democrazia, C. Milano: Giuffrè); “Il
problema politico nello Stato moderno, C., .Milano: Giuffrè; Diritto e
sociologia, C., Kelsen e Marx, C. Milano:
Giuffrè); L'etica dei solitari; C., Milano: Giuffrè); Lenin e il problema della
democrazia moderna: saggi e studi (Roma: NAVA) Parlamento e società; C. Edizioni
giuridiche del lavoro); La prospettiva del comunismo, Marx, Engels, Lenin Roma:
Editori Riuniti); Ritorno di Jhering: Edizioni giuridiche del lavoro, (Città di
Castello: Unione arti grafiche) Sulla storicità della distinzione tra diritto
privato e diritto pubblico Milano: Giuffrè); La critica di Marx alla filosofia
hegeliana del diritto pubblico; C., .Milano: Giuffrè); La filosofia politica di
Gentile; C. (Novara: Tip. Stella Alpina) La nuova codificazione penale sovietica
/ C. Edizioni giuridiche del lavoro); Concezione normativa e concezione
sociologica del diritto moderno / C. S.l.: Edizioni giuridiche del lavoro); Diritto
e rapporto economico / C.. Milano: Giuffrè); Kant e la fondazione della
categoria giuridica, C. .Milano: Giuffrè); Marx e il diritto moderno, C., Roma:
Editori Riuniti); Teorie sovietiche del diritto / Stucka...(et al.); C. .Milano:
Giuffrè); Saggi / Benjamin Constant; introduzione di C., Roma: Samonà e
Savelli); Il diritto e la storia, C.. Le origini del socialismo in Russia / C.,
Roma: Editori Riuniti); Il pensiero politico dalle origini ai nostri giorni, C..Roma:
Riuniti, Un ouvrage recent sur Marx et
le droit: C., Marx e il diritto moderno, Rome, par Michel Villey.[Paris]:
Sirey); Che cos'è la proprietà?, o, Ricerche sul principio del diritto e del governo:
prima memoria, Pierre-Proudhon; prefazione, cronologia, C., Bari: Laterza); Considerazioni
sullo stato delle scienze sociali: relazioni sugli aspetti generali, C., .[Milano:
Centro nazionale di prevenzione e difesa sociale, (Milano: Tipografia Ferrari) La funzione
rivoluzionaria del diritto e dello stato” (Torino: Einaudi); Il pensiero
politico dalle origini ai nostri giorni” (Roma, Editori Riuniti); La
rivoluzione giacobina / Maximilien Robespierre; C., Roma: Editori Riuniti); Discorso
sull'economia politica e frammenti politici / Rousseau” (Bari: Laterza); La libertà
dei moderni” (Bari: De Donato); Metodologia e scienza sociale” (Lecce:
Milella); Problemi della legalità socialista nelle recenti discussioni
sovietiche, C. .Milano: A. Giuffrè); “Sulla natura della politica: utopia e
compromesso” (Milano: Giuffrè); Considerazioni sullo stato delle scienze
sociali”; Il metodo dell'analisi sociale di Lenin” (Bari: Adriatica); Il
pensiero giuridico sovietico” (Roma: Editori Riuniti); La questione ebraica” (Roma: Editori Riuniti);
La società industriale e la condizione dell'uomo” (Lecce: ITES); “Sul metodo delle
scienze sociali: una risposta” (Milano: Giuffrè); Principi di politica, Constant;
Roma: Editori Riuniti); Strade per la libertà” (Roma: Newton Compton); Tecnica
e libertà: conferenza tenuta al Lions club di Bari (Padova: Grafiche Erredici)
Tecnica e libertà / C., Bari: De Donato); Lavoro salariato e capitale / Appunti
sul salario e appendice di Engels; Introduzione, cura e note filologiche di C.,
Roma: Newton Compton italiana, La societa industriale e le trasformazioni della
famiglia, C., Milano: Giuffrè); Salario, prezzo e profitto / Marx; introduzione
di C., Roma: Newton Compton); Stato e rivoluzione / Vladimir I. Lenin;
introduzione di C. Roma: Newton Compton italiana); Teoria della crisi sociale
in Marx: Una reinterpretazione, C., Bari: De Donato); Strade per la libertà /
Russell; introduzione di C., Roma: Newton compton italiana); Discorso
sull'economia politica e frammenti politici, Rousseau; tr. Spada; prefazione di
C., Bari: Laterza); Caratteristiche del romanticismo economico, Lenin;
prefazione di C., Roma: Editori Riuniti); Kant e la fondazione della categoria
giuridica / C., .Milano: Giuffrè); La libertà dei moderni, C., Bari: De Donato;
Marx e il diritto moderno, C., .Roma: Riuniti; Il pensiero di Marx / Antologia C.,
con la collaborazione di Massari, Roma: Editori Riuniti); Il pensiero politico
dalle origini ai nostri giorni / C. Roma: Riuniti); Saggio sui privilegi: che
cosa e il Terzo stato? / Emmanuel-Joseph Sieyes; introduzione di C., Roma:
Editori Riuniti); Lo sviluppo del capitalismo in Russia; Lenin; introduzione di
C..Roma: Riuniti); In memoria del manifesto dei comunisti, Labriola; Manifesto
del partito comunista / Marx-Engels; introduzione di C., Roma: Newton Compton);
La libertà dei moderni, C., Bari: De Donato); Teoria politica e socialismo;
Roma); Il pensiero di Marx / antologia C., ; con la collaborazione di Massari, Roma:
Editori Riuniti); Teoria della crisi sociale in Marx: una reinterpretazione (Bari:
De Donato); Teoria politica e socialismo” (Roma: Riuniti); Lavoro salariato e
capitale / Marx; con appunti sul salario e appendice di F. Engels;
introduzione, cura e note filologiche di C., Roma: Newton Compton); Marx e il
diritto moderno, C., .Roma: Riuniti); Il marxismo e l'analisi del presente / C.,
Politica ed economia); Societa civile e stato politico in Hegel” (Bari: De
Donato); Salario, prezzo e profitto” (Marx” (Roma: Newton Compton italiana); Il
lavoro di un anno: almanacco, C., .Bari: De Donato); Il pensiero di Marx / Marx;
Roma: Riuniti); Il pensiero politico: dalle origini ai nostri giorni” (Roma:
Editori Riuniti); Il rapporto uomo-donna nella civiltà borghese, ed.Roma: Ed.
Riuniti); Scienza e potere / scritti di C... <et al.>.Milano:
Feltrinelli); Stato e rivoluzione, Lenin” (Roma: Newton Compton); Lo sviluppo
del capitalismo in Russia” (Roma: Riuniti); La teoria generale del diritto e il
marxismo, Pasukanis; con un saggio introduttivo di C., Bari: De Donato); Introduzione
alla scienza sociale, Roma: Riuniti); Lavoro salariato e capitale / Marx; con
appunti sul salario e appendice di F. Engels; introduzione, cura e note
filologiche di C. .Roma: Newton Compton, Materialismo storico e scienza C. Lecce:
Milella); Il rapporto uomo-donna nella civilta borghese, C., Roma: Riuniti, Salario,
prezzo e profitto / Karl Marx; introduzione di C., Roma: Newton Compton); Sulla
storicità dell'eros: note metodologiche / C.); Crisi ideale e transizione al
socialismo, C. Roma: Riuniti); Scritti economici, Lenin; C., .Roma: Riuniti); Stato e
rivoluzione, Lenin; introduzione di C., Roma: Newton Compton); Carte della
crisi: taccuino politico-filosofico, C., Roma: Riuniti, Crisi del marxismo? C.,
intervista di Roberto Romani.Roma: Editori Riuniti); Critica al programma di
Gotha e testi sulla tradizione democratica al socialismo, Marx; C., Roma:
Riuniti, Due tattiche della socialdemocrazia nella rivoluzione democratica, Lenin;
C.. Roma: Riuniti, In memoria del manifesto Labriola; introduzione di C., Roma:
Newton Compton Editori); Che cos'è la proprietà?: o ricerche sul principio del
diritto e del governo: prima memoria, Proudhon; prefazione, cronologia,
biografia C. Roma; Bari: Laterza, Lavoro salariato e capitale, Marx; con
appunti sul salario e appendice di Engels; introduzione di C. Roma: Newton
Compton); Lessico gramsciano, C. Roma: Riuniti); La prospettiva del comunismo, Marx,
Engels, Lenin; C., Roma: riuniti); La questione ebraica e altri scritti
giovanili, Marx; introduzione di C., Roma: Editori riuniti); Saggio sui
privilegi: che cosa e il terzo stato? Sieyes; introduzione di C.,: tr. Giannotti.
Roma: Editori Riuniti, Strade per la liberta, Russell; introduzione di C. tr. Stampa,
Roma: Newton Compton); Teoria del partito politico (Roma: Riuniti, I giovani e
il socialismo, Marx, Engels, Lenin, GRAMSCI; C., Roma: Editori Riuniti); Introduzione
alla scienza sociale, Roma; Storia del marxismo, Predrag Vranicki; introduzione
di C., Roma: Editori Riuniti, Quasi una vita... e anche meno, poesie di Italo
Evangelisti; prefazione di C.” (Milano; Roma); “Che cosa fanno oggi i filosofi?
Milano); “Logica e società: pensare dopo Marx” (Milano: Bompiani, La democrazia
come problema della società di massa; Principi di politica” (Roma: Riuniti); “Critica
della filosofia hegeliana del diritto pubblico” (Roma: Editori Riuniti); Il
pensiero di Marx: antologia, con la collaborazione di Massari e Nassisi, Roma:
Riuniti, Scritti economici” (Roma: Riuniti); Teoria della società di massa” (Roma:
Editori Riuniti); La rivoluzione giacobina” (Roma:riuniti, Politica: metodo,
teorie, processi, soggetti, istituzioni e categorie, C., Roma: NIS); La
politica post-classica: studi sulle teorie contemporanee” (Taviano: Lit.
Graphosette) Urss e Cina: le riforme economiche” Centro studi paesi socialisti
della Fondazione Gramsci. Milano: F. Angeli, stampa, Che cosa è il terzo stato
con il Saggio sui privilege” (Roma: Editori Riuniti, Democrazia e riforma della
politica: Lo Statuto del nuovo PCI, C., Roma: Partito Comunista Italiano, Regole
e valori nella democrazia: stato di diritto, stato sociale, stato di cultura” Roma:
Riuniti, La cultura della democrazia, C., Chieti: Metis, Che cosa e il Terzo
Stato? Sieyes; C., Roma: Riuniti, La rivoluzione giacobina / Robespierre; C.;
traduzione di Fabrizio Fabbrini; apparati biobibliografici di Grazia Farina.Pordenone:
Studio Tesi, Manifesto del partito comunista / Marx, Engels; nella traduzione
di Labriola; seguito da In memoria del manifesto dei comunisti di Labriola;
introduzione di C., Roma: TEN, Nazione/regione: i contributi regionali alla
costruzione dell'identità nazionale, Battistini, C.,Prospero.Cesena: Il ponte
vecchio, L'ambiente fra cultura tecnica e cultura umanistica: seminario
svoltosi presso l'ANPA, C.; A. Albanesi, M. Maggi e L. Sisti.Roma: Anpa, [Novecento:
almanacco del ventesimo secolo, Cesena: Il ponte vecchio, Il pensiero politico
italiano, C. .Roma: Newton Compton, Il pensiero politico del Novecento, C., Roma:
Tascabili economici Newton); “Le regole del metodo sociologico” (Roma: Riuniti,
Regole e valori nella democrazia: Stato di diritto, Stato sociale, Stato di
cultura, C. Roma: Editori Riuniti, L'identità civile degli italiani, C., .Lecce:
Manni, L'ulivo al governo: come cambia l'Italia, interventi di C., Roma:
Philos, stampa Politica, C. .Roma: Seam, Confronto italiano: atti degli
incontri di Cetona, Bechelloni, C., Firenze: Ed. Regione Toscana, stampa (Firenze:
Centro Stampa Giunta regionale); “L'identità civile degli italiani” (Lecce:
Manni, Lo Stato democratico di diritto: modernità e politica, C. Roma: Philos,
stampa, Habeas mentem: Scuola e vita civile, C., Rionero in Vulture (Pz):
Calice, Conoscenza e societa complessa: per una teoria generale del sensibile”
(Roma: Philos, Ricordo di Marisa De Luca C. / scritti di C. et al.Lecce, stampa
Confronto italiano: atti degli incontri di Cetona, Giovanni Bechelloni (Firenze:
Ed. Regione Toscana, stampa (Centro
Stampa Giunta Regionale) Taccuino politico-filosofico C. .Roma: Philos, Precocità
e ritardo nell'identità italiana, Roma, Precocità e ritardo nell'identità
italiana, Roma: Meltemi, Taccuino politico-filosofico, C. Lecce: Manni, Le
radici culturali dell'Europa, C., Lecce:Manni,
Radici della civiltà europea, Lecce: Manni,Globalizzazione e democrazia, Lecce:
Manni, Taccuino politico-filosofico, Lecce, Taccuino politico-filosofico C., San
Cesario di Lecce: Manni, L'eretico della sinistra: Bruno Rizzi elitista
democratico” (Milano: F. Angeli, Taccuino
politico-filosofico, Lecce; La scienza e una curiosita: scritti in onore di C./
Perrotta; con la collaborazione di Greco” (San Cesario di Lecce: Manni, Manifesto
del partito comunista, Marx, Engels;
nella traduzione di LABRIOLA; seguito da In memoria del Manifesto dei comunisti
di Labriola” (Roma: Newton et Compton, Dialettica dei sentimenti: dialoghi di
psicosociologia, C.,, A Rinaldi. San Cesario di Lecce: Manni, [Taccuino
politico-filosofico, C. [San Cesario di Lecce]: Manni, Ricordi e riflessioni:
un dialogo con Vagaggini, C., Montepulciano: Le Balze. Le fonti del dritto romao. r
'SeUieae il dritto ocHisiderato astrattamente abbia uoa brigioe ed nn
priocipio onìoo ed assolato, pure quando sf attna come dritto d’un’epoca e
d'un popolo, perchè dipende da tante le condizioni storiche dell'uno e dell'altra,
emana per organii diversi, e prende forme e manifestazioni varie e
conformi allo spirito di esse. Per questo intimo rapporto fra la vita
intima d'un popolo ed il dritto POSITIVO di esso, fra questo e gl’organi esterni
onde si manifesta, i più ingegnosi ed intelligrati che si fecero a trattare del
DRITTO ROMANO, crederono essenziale investigarne avanti tutto le
fonti e gl’organi, per ì quali ebbe vita e realtà. Una
tale investigazione non riesce difficile quantunque volte vi abbia
unità di poteri, o sieno questi armonicamente distinti, sicché la storia
di essi succedendosi pacatamente ed uniformemente è facile intraviNlere l’origine ed
il principio di ciascuna legge. Ma nella storia romana in cui la moltiplicità e
la lotta dei partiti, il tumulto, che non si scompagna da una VITA
AGITATA E GUERRIERA, ed i cambiamenti rapidi e violenti, onde si
avvicenda la storia di Roma, rendono oltromodo difficilè e malagevole lo studio
della genesi e el processo d’ogni fatto storico in generale e di quelli
del dritto in particolare. Per questo saggio però non vi ha difetto
di materiali né di testimonianze storiche. Quando al tumulto dell’esistenza
pubblica tenne dietro il silenzio e la quiete della vita privata, quella
stessa forza che fa il sublime degl’eroi romani, e rese invincibili le
schiere dello repubblica, detta le sentenze dei più grandi giureconsulti che
ricordi la storia. E questi non lasciano nulla a desiderare di
testimonianze e prnove storiche nella ricerca delle fonti del dritto romano.
È ormai indubitato, in che A\i- . 0. r. l r. ì. 7. fi. dt jmt. H}ì0^V.
i.) CICERONE Té. M CAJO ferissero il JVS GENTIVM dal JVS CIVILE quale
impcnrtanza ed es0i:essìone avesse il DRITTO PRETORIO nella storia del dritto romano, quale processo
tenevasi nelle determinazioni popolari, da qual momento ha FORZA
LEGISLATIVA. Ciascuno di questi fatti è si intimamente incarnato nella
storia di Roma, che ne forma im eie-, mento, ed accenna ad uno dei periodi
di essa. Non havvi però la medesima certezza sull’importante questione dà
qual tempo i senatoconsulti ebbero forza legislativa e le opinioni dei moderni sono
diverse, come pure discordanti sono a tal proposito le testimonianze degl’antichi
scrittori; giacché alcuni ritengono per indubitato che i senato-consulti
non hanno forza legislativa prima del tempo di TIBERIO, abbisognandovi
avanti tutto che sono confermati nei comizii perchè valeno come
altrettante leggi; mentre altri sostengono l'opinione contraria, ed
avvisano che I SENATO-CONSULTI SONO UNA FONTE DI DRITTO ANCHE AL TEMPO
DELLA REPUBBLICA, giacché molto prima di Tiberio occorrono senato-consulti
sulle materie di dritto privato, e particolarmente il [Sileniarmm. È necessario
avanti tutto far considerazione, che in una tale questione importa moltissimo
il distinguere quello che intendesi investigare, se i Senatoconsulti cioè
sie no stati semplice fonte del dritto al tempo della repubblica o abbiano
avuto anche FORZA DI LEGGE. Di quanta importanza sia una tale distinzione
basta a provarlo il diritto pretorio. A tutti è noto qual parte
essenziale questo rappresenti nella storia del dritto Romano co- pica y . -^ TheopkUtis, ad U e. L
/>• de m^. juris Hugo, SU^ia id driUo, Bach., Histar. jurù Dion.
D'JUcamis. Polibio, lib. Vf. p. &62. Tacili, Ajffr^ i. 15. um primum
e campo comi- Ita ad paires tramlata sunt. Dian. Canio, CICERONE, TOPICA,
e. 5« « VI SI QVIS IVS CIVILE DICAT ID ESSE Vi
quod in kgibìés, senatuicmiultis rebtis judìcaiis, jurisperitorwn
auctoritate, ediclis magistralum eie. consistat. Theophilus, ad I.
Pomponius^ l % § 9. de origin. jum.Oratiu$, Ep, ì. i6. WLIA
SCOYBftTA sprima relemmU) umanitario in opposiziose dell’elemento civile romano,
sia l' anellp, per il quale il dritto romano si connette con quello dell’umanità,
di'esso in fine pone le basi del dritto posteriore Romano; e pure non ebbe per
se stesso ed immediatamente FORZA DI LEGGE. Sicché quando si dimanda se i senato-consulti
sono una fonte del dritto al tempo della repubblica non si può affermare il
contrario. La loro ezistenza istessa e l’importanza del Senato ne fa
nuova. Ma da qual tempo ha forza legislativa? Non vi ha alcuna legge che
riconosca loro un tale carattere, mentre per contrario ne’ plebisciti è
detto: ET ITA FACTVM EST, ut inter PLEBISCITA ET LEGEM species
constituendi interessent, potestas autem eadem e^/ i ; e certamente non
sarebbesi mancato di affermare il medesimo dei senato-consulti, quando ciò
fosse stato. Un tal cambiamento dove avvenire nei tempi posteriori alla
republica, quando più difficili e rari addivennero i comizii che confermavano
le determinazioni del Senato a quia difficile PLEBS CONVENIRE coepitj POPVLVS
certo multo diffìcilius in tanta turba homimm necessitas ipsa curam reipublica
ad Senatum dedimit. Questa opinione è conferorota dalle seguenti parole
di GAIO Comm. Senatusconsultum est quod Senatus jubet atque consisterit
idque LEGIS VICEM obtinet quamvis fuit quaesitum. E perchè le ultime
parole “quamvis fuit quaesitum” non accennano alla lotta dei partiti ma alle
diverse opinioni delle due scuole dei Sabiniani e dei Proculejani, ne
segue, che anche al tempo di queste LA CONSUETUDINE per la quale IN DIFETTO DI
LEGGE espressa i senatoconsulti prendevano FORZA LEGISLATIVA, non è
ancora addivenuta un fatto certo ed indubitato. Sul/t/^ hanorarium e
particolarmente l’antica questione, se Y Edictum perpetunm costituisse sotto ADRIANO
un CODICE, che è coi precedenti Editti Preterii nel medesimo rapporto che le
Pandette cogli scritti dei giuristi, o pure fosse un semplice lavoro
privato M CkJO^ i 5 BB&wiiìb dall' Imperadore senza ehe
arrestasse il movimento della legislazione Pretoria, sembra decisa a favore di
quest’ultima opinione colle parole. Jus mttem edicendi habent magistratus popvM
Mo^ mani '^-^ Qu(wst<^res non mittuntur: id Edicium m pt'omnciis
non proponitur. Le nostre conoscenze per contrario non si avvantaggiano in
menomo modo ooUa scoverta delle Istituzioni di Gaio sulle quistioni, che
riguardano i responsi prui dentum, la distinzione del jus scriptum e non
scriptum che ritenevasi communemente di origine greca senza che un tal difetto
fosse un gran aniio giacché le notizie e le conoscenze che ci vennero a
tal proposito per altri scrittori, sodisfano abbastanza ai bisogni della
scienza. Umberto Cerroni. Keywords: Hegel and Roman law -- i hegeliani, categoria
giuridica, Trasimacco, Kelsen, Eduardo Gaus, Hegel, sistema di diritto romano. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Cerroni” – The Swimming-Pool Library. Cerroni.
Luigi Speranza -- Grice e Certani:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del sacrificio –
filosofia romana – scuola di Bologna – filosofia bolognese – filosofia emiliana
-- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Bologna). Filosofo
bolognese. Filosofo emiliano. Filosofo italiano. Bologna, Emilia-Romagna. Grice:
“I like Certani – but then in Italy they learn Hebrew at school, whereas we at
Clifton separated Montefiore from the rest!” Grice: “Certani philosophised,
like Kierkegaard later will, on ‘L’Abraamo,’ Insegna a Bologna. Opere:
“Conclusioni di filosofia” e di teologia. Insegna a Cesena, Brescia, Milano e
Bologna. Si laurea a Bologna. Altre opere: “Abramo: Caino ed Abele” (Venezia);
“Francesco Saverio” (Bologna, Ferrosi); “La verità vendicata; cioè Bologna
difesa dalle calunnie di Francesco Guicciardini. Osservazioni Istoriche
dell'Abate Giacomo Certani Canonico Dott. Teologo Colleg. Filosofo, e
nell'Bologna pubblico Professore di Filosofia morale. In Bologna per gli Eredi
del Dozza); “Maria Vergine Coronata. Descrizione, e dichiarazione della divota
Solennità fatta in Reggio per Prospero Vedrotti); “La Chiave del Paradiso;
cioè, invito alla Penitenza alle Cavalieri” (Bologna per Giacomo Monti); “Il
Gerione Politico, Riflessioni profittevoli alla vita civile, alle Repubbliche,
e alle Monarchie” (Milano, Compagnini); “S. Patrizio Canonico Regolare
Lateranense Apostolo, e Primate dell'Ibernia; descritta dall'Abate D. Giacomo
Certani ec.” (Bologna nella Stamperia Camerale); “L'Isacco ed il Giacobbe”
(Bologna, per il Monti); “La Santità Prodigiosa, Vita di S. Brigida Ibernese
Canonichessa Regolare di S.Agostino Scritta dall'Ab. D. Giacomo Certani
Canonico Regolare Lateranense Dott. Filosofo e Teologo Collegiato ec. per gli
eredi di Antonio Pisarri); “La Susanna in versi, notata da Lorenzo Legati: nel
suo museo Cospiano ae la nota ancora Gregorio Leti nell'Italia Regnante parte
III lib. II, ove parla di Questo soggetto. Oltre i sopraccennati ne parla
ancora l'Orlandini negli Scrittori Bolognesi ec. Marco Curzio Lingua
Segui Modifica Nota disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando il
dipinto attribuito al Bacchiacca, vedi Marco Curzio (dipinto). Marco Curzio è
un personaggio leggendario della Roma antica, appartenente alla gens Curtia. Benjamin
Haydon, Marco Curzio si getta nella voragine, National Gallery of Victoria. La
leggenda narra che nel 362 a.C. nel Foro Romano si aprì una voragine
apparentemente senza fondo. I sacerdoti interpretarono il fatto come un segno
di sventura, predicendo che la voragine si sarebbe allargata fino ad
inghiottire Roma, a meno che non si fosse gettato in quel baratro quanto di più
prezioso ogni cittadino romano possedeva. Il giovane patrizio Marco
Curzio, uno dei più valorosi guerrieri dell'esercito romano, convinto che il
bene supremo di ogni romano fossero il valore e il coraggio, si lanciò nella
fenditura armato e a cavallo, facendo così cessare l'estendersi della
voragine. Questo autosacrificio agli dei inferi (Mani) era detto
devotio. Il luogo dove si formò la voragine rimase nella leggenda con il
nome di Lacus Curtius. La leggenda è narrata da Tito Livio nei suoi Annali. Una statua equestre della tarda latinità - in
grandezza ridotta rispetto al naturale - rappresentante Marco Curzio si trova a
Carrara, inserita nelle mura Albericiane in corrispondenza della Porta
cittadina. Il grande attore Antonio de Curtis, in arte Totò, sosteneva
che la sua famiglia discendesse da questo personaggio leggendario. Cùrzio,
Marco, su sapere.it, De Agostini. Marco Curzio, su Enciclopedia Britannica,
Encyclopædia Britannica, Inc. Portale Antica Roma Portale
Biografie Portale Mitologia Ultima modifica 2 anni fa Gens Curtia
famiglie romane che condividevano il nomen Curtius Lacus Curtius Punto
d'interesse nel Foro romano Marco Curzio (dipinto) dipinto attribuito al
Bacchiacca Wikipedia IlGiacomo Cerretani. Jacopo Certani. Giacomo
Certani. Keywords: il sacrificio, Marco Curzio, devozione -- Il cavaliere penitente; ossia, la chiave del
paradiso, chastita, maschile. Christian masculinity, Percival, The Holy Grail,
the knight-penant, cavalier penitente. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Certani”
– The Swimming-Pool Library. Certani.
Luigi Speranza -- Grice e Ceruti:
l’implicatura conversazionale di Niso -- ovvero, dell’altruismo – scuola di
Cremona – filosofia cremonese – filosofia lombarda -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Cremona). Filosofo cremonese. Filosofo lombardo. Filosofo
italiano. Cremona, Lombardia. Grice: “Ceruti is a good one – he has
philosophised on solidarity – and previously on altruism – these are VERY
different concepts, as he notes – but also on ‘vinculum,’ a nice Latin word for
what I’m into! – “A Griceian at heart!” --
Grice: “Only one T!”. Tra i filosofi protagonisti dell'elaborazione del
pensiero complesso, è uno dei pionieri della ricerca contemporanea inter- e
trans-disciplinare sui sistemi complessi. La sua filosofia si produce
all'intersezione di una pluralità di domini di ricerca: epistemologia
(filosofia e storia della scienza, storia delle idee, noologia…), scienze della
natura (fisica, biologia, cosmologia…), scienze dell'uomo (antropologia,
sociologia, psicologia, storia…), scienze dell'organizzazione e del
management. Si laurea in filosofia della scienza con Geymonat con “L'epistemologia
genetica di Piaget” nella quale, attraverso l'analisi dell'epistemologia viene
posto il problema del ruolo della biologia e delle scienze del vivente, nelle
varie articolazioni disciplinari, come decisiva interfaccia fra le scienze
fisico-chimiche e le scienze umane, in grado di favorire processi di
circolazione concettuale e di traduzione reciproca fra vari e multiformi campi
del sapere. Nei suoi studi ha affrontato le questioni del significato
filosofico ed epistemologico delle maggiori rivoluzioni scientifiche del
ventesimo secolo (teoria dei quanti, relatività, teoria dei sistemi, biologia
molecolare) focalizzando le sue ricerche sui temi del cambiamento stilistico e
delle relazioni fra stile e contenuto nella storia delle idee, nonché dello
statuto conoscitivo dei risultati innovativi connessi alle rivoluzioni
scientifiche. Una sintesi di queste ricerche è contenuta nell'opera Disordine e
costruzione. Un'interpretazione epistemologica di Piaget. Assunto da Ginevra,
presso la Facoltà di Psicologia e scienze dell'educazione fondata da Piaget, in
qualità di assistant, svolgendo ricerche nel gruppo di lavoro coordinato da Munari.
In questo periodo approfondisce le relazioni che connettono l'opera di Piaget a
vari modelli e approcci del contesto scientifico a lui contemporaneo: alla
termodinamica di non equilibrio di Prigogine, alle ricerche sul concetto e sui
processi di auto-organizzazione e autopoiesi, all'embriologia di Waddington, ai
nascenti dibattiti sul significato delle ricerche della biologia molecolare. Il
tema chiave di queste convergenze disciplinari è la possibile delineazione di
modelli generali del cambiamento, nonché del ruolo della discontinuità in
questi modelli. L'approfondimento dei singoli filoni disciplinari gli consente
di interrogarsi più estensivamente sul significato profondo e complessivo dei
cambiamenti paradigmatici delle scienze alla fine del ventesimo secolo: dalla
convergenza di varie discipline emerge la prospettiva di una scienza nuova,
caratterizzata da precise assunzioni relativamente alla natura del cambiamento,
alla relazione fra soggetto e mondo, al ruolo del tempo, della storia e della narrazione
negli approcci scientifici. La nozione di complessità costituisce un'utile
maniera sintetica di rapportarsi con tali assunzioni. Per ricostruire queste
novità del contesto scientifico, imposta un programma di ricerca attorno al
tema della epistemologia della complessità, parte integrante del quale è stata
a partire l'organizzazione di convegni internazionali e di seminari, e la
pubblicazione del volume La sfida della complessità. Ricercatore associato
presso il Centre d'Etudes Transdisciplinaires, Sociolgie, Anthropologie,
Politique diretto da Morin, centro di ricerca associato al CNRS e all’Ecole des
Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi, presso il quale dirige l'unità di
ricerca di filosofia della scienza. In quegli anni approfondisce le
problematiche dell'epistemologia genetica e della cibernetica, pubblicando Il vincolo
e la possibilità e La danza che crea. Svolge inoltre ricerche sul ruolo giocato
dalle scienze evolutive e dalla teoria dell'evoluzione di tradizione darwiniana
nel più generale mutamento di prospettiva delle valenze cognitive e stilistiche
del contesto scientifico, focalizzandosi sulle conseguenze epistemologiche e
filosofiche dei modelli di cambiamento e delle relazioni fra continuità e
discontinuità conseguenti alla teoria degli equilibri punteggiati di Gould e Eldredge,
ai dibattiti sulle estinzioni di massa e sulle testimonianze paleontologiche,
alle nuove forme di collaborazione fra evoluzionismo e genetica, alle relazioni
fra approcci storici e approcci nomotetici nelle scienze del vivente. Ne deriva
una serie di ricerche compendiate nel volume Origini di storie, in cui il tema
del cambiamento discontinuo, e i connessi temi dell'evento, della contingenza e
della sensibilità alle condizioni iniziali, vengono discussi all'interno di un
ampio spettro disciplinare, che connette bio G. Bocchi, 1993), in cui il tema
del cambiamento discontinuo, e i connessi temi dell'evento, della contingenza e
della sensibilità alle condizioni iniziali, vengono discussi all'interno
di un ampio spettro disciplinare, che connette bioogia evolutiva, cosmologia,
fisica del caos, antropologia e storia delle idee. Gli interrogativi sul modo
in cui dallo studio del radicamento naturale delle società umane possano
scaturire nuovi strumenti di comprensione dei fenomeni sociali e culturali
della nostra specie lo portano a entrare in contatto con le ricerche condotte
in questi stessi anni dal Santa Fe Institute, volte all'individuazione di leggi
generali della complessità e di modelli generali sul comportamento dei sistemi
complessi. Una nuova linea di ricerca di filosofia della scienza, che
approfondisce a partire dalla metà degli anni novanta, è lo studio dei modelli
di cambiamento dell'evoluzione umana, in relazione alla teoria degli equilibri
punteggiati, alla visione discontinuista della storia naturale, alle dinamiche
ecologiche e ambientali. Una seconda linea di ricerca epistemologica,
strettamente interrelata alla prima, è lo studio dell'importanza delle analisi
genetiche per la ricostruzione dell'evoluzione e della storia umane, sia dei
tempi lunghi della storia delle varie specie ominidi sia dei tempi medi della
storia della nostra specie Homo sapiens. A partire da Solidarietà o barbarie.
L'Europa delle diversità contro la pulizia etnica, imposta una serie di
seminari e di ricerche di filosofia delle scienze biologiche, evoluzionistiche
e storiche sul tema dei confini e sulle identità nazionali e culturali. Nel far
ciò approfondisce una concezione evolutiva di tali identità, consonante con la
prospettiva epistemologica costruttivistica, e convergente con i presupposti
epistemologici, costruttivisti e antiessenzialisti propri della tradizione
evoluzionistica darwiniana. In queste ricerche, viene affrontata anche la
questione del significato della rivoluzione darwiniana nell'intera storia della
tradizione scientifica occidentale. Un ulteriore studio dedicato a tali
problematiche è il volume Educazione e globalizzazione, che traccia un bilancio
epistemologico degli intrecci disciplinari fra storia, geografia, antropologia,
scienze evolutive e naturali per comprendere il ruolo della diversità culturale
nella storia della specie umana e le radici profonde degli attuali processi di
globalizzazione. Insegna a Palermo, di Milano Bicocca, di Bergamo e a Milano,
dove attualmente insegna e ricopre la carica di direttore del Dipartimento di
Studi umanistici. Presidente della Società Italiana di Logica e Filosofia delle
Scienze. Preside della Facoltà di Scienze della Formazione dell'Università
degli studi di Milano Bicocca. Preside della Facoltà di Scienze della
Formazione dell'Bergamo. Direttore del Centro di Ricerca sull'Antropologia e
l'Epistemologia della Complessità che comprendeva la Scuola di dottorato in
Antropologia ed Epistemologia della Complessità a Bergamo. Principali
tematiche presenti negli studi di Ceruti: Antropologia Bioetica
costruttivismo (filosofia); Epistemologia; Epistemologia della complessità;
Epistemologia genetica; Evoluzionismo; Globalizzazione; Scienze cognitive;
Scienze della formazione; Teoria dei sistemi. Membro della Commissione
Nazionale di Bioetica della Presidenza del Consiglio dei ministri. Nominato,
dal Ministro della Pubblica Istruzione Giuseppe Fioroni, Presidente della
Commissione incaricata di scrivere le nuove Indicazione per il Curricolo per la
Scuola dell'Infanzia e per il Primo Ciclo di Istruzione. Partecipa alla
fase di fondazione del Partito Democratico, venendo eletto all'Assemblea
costituente del partito e assumendo l'incarico di relatore della Commissione
incaricata di redigerne il Manifesto dei Valori. Alle elezioni politiche
italiane della XVI Legislatura eletto al Senato della Repubblica nelle liste
del Partito Democratico. È stato membro della Commissione permanente
(Istruzione pubblica, beni culturali), della Commissione parlamentare per
l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi e della
Commissione parlamentare per l'infanzia e l'adolescenza. Non si è ripresentato
alle elezioni della XVII legislatura. Altre opere: “Il tempo della complessità”
(Cortina, Milano); “La fine dell'onniscienza” (Studium, Roma); “La nostra
Europa” (Raffaello Cortina Editore, Milano); “Organizzare l'altruismo” (Laterza,
Roma); “Una e molteplice: ripensare l'Europa” (Tropea, Milano); “Il vincolo e
la possibilità” (Feltrinelli, Milano); “Origini di storie” (Feltrinelli,
Milano); “La sfida della complessità” (Feltrinelli, Milano); “Le due paci.
Cristianesimo e morte di Dio nel mondo globalizzato” (Raffaello Cortina
Editore, Milano); “Educazione e globalizzazione, Raffaello Cortina Editore,
Milano); “Formare alla complessità, Carocci, Roma); “Le origini della
scrittura. Genealogie di un'invenzione, Bruno Mondadori Editore, Milano); “Le
radici prime dell'Europa: gli intrecci genetici, linguistici, storici” (Bruno
Mondadori Editore, Milano); “Epistemologia e psicoterapia, Raffaello Cortina
Editore, Milano); “Pensare la diversità. Per un'educazione alla complessità
umana, Meltemi, Roma); Evoluzione senza fondamenti” (Laterza, Roma-Bari);
“Solidarietà o barbarie: l’Europa delle diversità contro la pulizia etnica” (Raffaello
Cortina Editore, Milano, Prefazione di Edgar Morin, Il caso e la libertà,
Laterza, Roma-Bari); Evoluzione e conoscenza, Lubrina, Bergamo); “L'Europa
nell'era planetaria” (Sperling et Kupfer, Milano); “Turbare il futuro: un nuovo
inizio per la civiltà planetaria” (Moretti et Vitali, Bergamo); “Che cos'è la
conoscenza, Roma-Bari); “La danza che crea. Evoluzione e cognizione
nell'epistemologia genetica, Feltrinelli, Milano, Prefazione di Francisco
Varela, Lazlo E., Physis: abitare la terra, Feltrinelli, Milano); Dopo Piaget.
Aspetti teorici e prospettive per l'educazione, Edizioni Lavoro, Roma); Modi di
pensare postdarwiniani: saggio sul pluralismo evolutivo” (Dedalo, Bari); L'altro
Piaget. Strategie delle genesi, Emme Edizioni, Milano Bocchi C. M. Disordine
e costruzione. Un'interpretazione epistemologica dell'opera di Jean Piaget, Feltrinelli,
Milano. Direttore delle riviste scientifiche: La Casa di Dedalo (Casa
Editrice Maccari, Parma); Oikos (Pierluigi Lubrina Editore, Bergamo);
Pluriverso (Rcs, Milano). mauroceruti. Pagina nel sito del Senato, su senato.
Ministero della Pubblica Istruzione, Nuove Indicazioni Nazionali per il Curricolo,
su pubblica.istruzione. Presidenza del Consiglio dei ministri, Comitato Nazionale
di Bioetica, su governo. Rome’s national epic displays a tendency to treat sex
and love. The pair of Trojan warriors Nisus and Euryalus are cast in the roles
of erastes and eromenos. Virgil’s narrative of the two valorous young Trojans
has, of course, various thematic functions and will have resonated in various
ways for a roman readiership. Here I focus on only one aspect of the narrative,
namely the eroticization of their relationship, in he interests of esplong wha
this text might suggest about the pre-conceptions of its Roman readership. See
Makowski for an overview of ancient and modern views of the pair, along with
arguments for describing them as erastes and eromenos on the Greek model
(Makowski finds particular parallels with Plato’s Symposium). For literary
discussions of Nisus and Euryalus that take as their starting point the erotic
nature of their relationship see Gordon Williams, pp. 205-7, 226-31, Lyne, pp.
228-9, and Hardie, 23-34). Bellincioni, ‘Eurrialo’ in Enciclopedia Virgiliana
(Roma), observing that Virgil has added tdhe motif of their friendship to his
Homeric models summarses thus: “L’AMORE CHE UNISCE EURIALO E NISO E UN
SENTIMENTO INTERMEDIO FRA L’AMCIZIA E LA PASSIONE … PUR NELLA SUA PUREZZA,
TENDE ALL’EROS. COMNQUE E PASSIONE CHE SI PONE FINE A SE STESSA E NON SI
SUBIRDINA A PRINCIPI MORALI, COME LA SLEALTA SPORTIVA DI NISO NEL 5o
CHIARAMENTE DIMOSTRA. Bellincione cites Colant, ‘Le’peisode de Niuses et
Euryale ou le poeme de l’amitie, LEC. IThe pair of Trojan warriors Nisus and
Euryalus are cast in the roles of erastes and eromaneos. Virgil’s narrative of
the two valourus young Trojans has, of course, various thematic functions and
will have resonated in various ways of a Roman readership. Here I focus on only
one aspect of the narrative, namely the eroticiation of their relation Niso ed
Eurialo are first introduced in the funeral games in Book 5. ‘Nisus et Euryalus
primi, Eurialus forma insignis viridique iuventa, Nisus ammore pio pueri’ (Vir.
Aen.). ‘First came Nisus and Euryalus: Euryalus outstanding for his beauty and
fresh yourhfulness, Nisus for his deveted love for the boy’. During the ensuing
footrace, Nisus indulges ia a questionably bit of gallantry: starting off in
first place, he slips and falls in the blook of sacrificed heifers, then
deliberately trips the man who was in second place, in order the Euryalus may
come up from behind an win first place. Non tamen Euryali, non ille oblitus
amorum (Vir. Aen. He was not forgetful of his love Euryalus, not he! (The
plural AMORES is ordinarily used of one’s sexual partner, one’s LOVE in that
sense 0- Liddell Scott ic. Virgil himself uses the word in the plural to refer
to a bull’s mate at Georgics 3 227. Indeed, Servius, ad Aen. 5 334, writing in
a different cultural climate, was worried by precisely thiat fact, observing
that OBLITUS AMORUM AMARE NEC SUPRA DICTIS CONGRUE: AIT ENIM AMORE PIO PUERI,
NUNC AMORUM, QUI PLURALITER NON NISI TURPITUDINEM SSIGNIFICANT. Virgil’s
phrase, OBLITUS AMORUM contradicts his earlier AMORE PIO PUERI because AMORES
in the plural ‘can only SIGNIFY SOMETHING DISGRACEFUL’ Whereas the description
of Nisus’s love for the boy as PIUS apparently precludes, for Servius,
PHYSICALITY. ‘ The two Trojans reappear in a celebrated episode from Book 9,
when they leave the camp at night in an effort to break through enemy lines and
reach Aeneas. They succeed in killing a number of Italian warriors, ut
eventually are themselves both killed. Euryalus first and then his companion,
who, after being morally wounded, flings himself upon Euryalus’s body. The
episode beings with this description of the pair. Nisus erat portae custos,
acerrimus armis, Hyrtacides, comitem Aenea quem miserat Ida venatrix iaculo celerem
levibusque sagittis; et iuxta comes Euryalus, quo pulchrior alter non fuit
Aenaedum Troiana neque induit arma, ora puer prima signans intonsa iuventa. His
amor unus erat pariterque in bella ruebant. Vir. Aen. 9 176-82. Nisus, sonof
Hyrtacus was the guard of the gate, a most fierce warrior, swift with the
javeling and with nimble arrows, sent by Ida the huntress to accompany Aeneas.
And next to him was his companion Euryalus. None of Aeneas’s followers, none
who had shouldered Trojan weapons, was more beautiful: a boy at the beginning
of youth, displaying a face unshaven. These two shared one love, and rushed
into the fightin side by side. Virgil’s wording is decorous but the emphaisis
on Euryalus’s youthful beauty and particularly the absence of a beard on his
fresh young face, as well as the comment that the THWO SHARED ONE LOVE and
fought side by side – imagery that is repeated from the scene in Book 5 and is
continued throughout the episode in Book 9 – is noteworth For Euryalus’s youth, cf. 217, 276 (puer) and
especially the evocation of his beauty even in death (433-7, language which
recalls the erotic imagiery of CATULLUS and Sappho – Lyne, pp. 229. For their
INSEPARABILITY, cf. 203: TECUM TALIA GESSI and 244-5 (VIDIMUS … VENATU ADSIDUO.
Note: NEVE HAEC NOSTRIS SPECTENTUSR AB ANNIS QUAE FERIMUS, 235-6, CONSPEXIMUS.
237. how Nisus gallantly presents his plan to the assembled troops NOT AS HIS
OWN Bt as his AND EURYALUS’S (235-6: Likewise the question that Nisus asks Euryalus
when he first proposes the plan t o him has suggestive resonances: DINE HUNC
ARDOREM MENTIBUS ADDUNT EURYALE, AN SUA CUIQUE DEUS FIT DIRA CUPIDO? Aen 9
184-5. Cf. Makowsky, p. 8 and Hardie. For the phrase DIRA CUPIDO, compare DIRA
LIBIDO at Lucretius (De natura rerum, 4. 1046, concerning men’s desire TO
EJACULATE and muta cupido at 4. 1057. Euryyalus, is it the gods who put this
yearning (ardor) into our minds, or does each person’s grim desire (dira
cupido) become a god for him?” In addition to its ostensible subject (a desire
to achieve a military eploit), Nisus’s language of yearning and desire could
also evoke the dynamis of an erotic relationship. So too the poet’s depiction
of Nisus’s reaction to seeing his young companion captured by the enemy is
notable for its emotional urgency and its portrayal of Nisus’s intensely
protective for for the youth. Tum vero exterritus, amens, conclamat Nisus nec
se celare tenebris amplius aut tantum potuit perferre dolorem. Me, me, adsun
qui feci, in me convertite ferrum, o Rutuli, mean fraus omnis, nihil iste nec
ausus nect potuit, caelum hoc et conscia sidera testor, tantum infeliciem
nimium dilet amicum (Vir. Aen. Then, terrified out of his mind, unable to hid
himself any longer in the shadows or to endure such great pain, Nisus shouts
out: “ME! I am the one who did it! Turn your weapons to me, Rutulians! The
deceit was entirely mine, HE was not so bold as to do it; he could not have
done it. I swear by the sky above and the stars who know: the only thing he did
was to love his unahappy friend too much. There is, in short, good reason to
believe that Virgil’s Nisus and Euryalus, whose relationship is described in
the circumspect terms befitting epic poetry, would have been UNDERSTOOD by his
Roma readers as sharing a SEXUAL bond, much like the soldiers in the so-called
SACRED BAND of Thebes constituted of erastai and their eromenoi in
fourth-century B. C. Greece (Note also that
(meme … figis?) seems to echo Dido’s words to Aeneas (mene fugis?. So too Makowski )Euryale
infelix, qua te regione reliqui? Quave sequar? Rurus perplexum iter omne
revolves fallacis sylvae simul et VESTIGIA RETRO observata legit dumisque
silentisu errat) might recall the scene were Aeneas loses Creusa a t the end of
Book 2. Haride p. 26) points to parallels with the story of Orpheus and Euryide
in the Georgics, as well as as to that of Aeneas and Crusa in Aeneid 2. For the
Sacred Band of Thebes, see Plut, Amat. Pelop, Athen., and the probable allusion
at Pl. Smp. When Nisus, mortally wounded, flings himself upon his companion’s
lifeless body to join him in death, the narrator breaks forth into a celebrated
eulogy. Tum super exanimum sese proiecit amicum confossus, placidaque ibi demum
morte quievit. Fortuanati ambo! Si quid mean carmina possunt, nulla dies umquam
memori vos eximet aevo, dun domus Aeneae Capitoli immobile saxum accolet
imperiumque pater Romanus habebit. (Vir. Æn.). Then he hurdled himself, pierced
through and through, upon his lifeless friend, and there at last rested in a
peaceful death. Blessed pair! If my poetry has any power, no day shall ever
remove you from the remembering ages, as long as he house of Aenea dwells upon
the immovable rok of the Capitol, as thlong as the Roman father holds sway. The
praise of the two loving warriors joined in death ould hardly be more stirring –
cf. Wiliams, Lyne, for their elegiac union of LOVERS IN DEATH he adduces Pr0. – AMBOS UNA FIDES AUFERET, UNA DIES, and
Tibull. as parallels. op. 2.2, and the language coulnt NOT BE MORE ROMAN. And
Virgil’s words obviously made an impression among those who wished to EXPRESS
FEELINGS OF INTIMACY AND DEVOTION IN PUBLIC CONTEXTS, for we find his language
echoied in funerary instricptions for a husband and his wife as well as for a
woman praised by her male friend. The inscription on a joint tomb of a
grandmother and gradauther explicitly likens them to Nisus and Euryalus. CLE
1142 = CIL, husband and wife: FORTUNATI AMBO – SI QUA EST, EA GLORIA MORTIS QUO
IUNGIT TUMULUS, IUNXERAT UT THALAMAS; CLE = CIL: a woman praised by her male
friend: UNUS AMOR MANSIT PAR QUOQUE VIDA FIDELIS. Cf. Aen. HIS AMOR UNUS ERAT
PARITERQUE IN BELLA RUEBANT. CLE granddaumother and granddaughter: SIC LUMINE
VERO, TUNC IACUERE SIMUL NISUS ET EURIALUS. So too Senece quotes the lines as an
illustration of the fact that great writers can immortalize people who
otherwise would have no fame: just as Cicero did for Atticus, Epicurus for
Idomeneus, and Seneca himself can do for Lucilius (an immodest claim but one
that was ultltimately borne out), so ‘our Virgil promised and gave and
everlasting memory to the two,’ whom he does not even bother to name, so
renowned had the poet’s words evidently become (Senc. Epist. VERGILIUS NOSTER
DUOBUS MEMORIAM AETERNAM PROMISIT ET PRAESTAT; FORUTATI AMBO SI QUI MEA CARIMA
POSSUNT. It is revealing that sometimes Porous boundary in Roman tets between
wwhat we might call friendship and eroticism among males – and overlaps I hope
to discuss in another context – that Ovid citest Nisus and Euryalus as the
ULTIMATE EMBODIMENT OF MALE FRIENDSHIP, putting them in the company of THESEUS
AND PIRITUOUS, ORESTES AND PYLADES ACHILESS AND PATROCLUS, Tristia, but the
relationship between ACHILEES AND PATROCLUS, at least, was openly described as
including a sexual element by classical Greek writers, and with characteristic
cluntness by Martial, wh cjites the pair as an illustration of the special
pleasures of anal intercourse. The relationships between Cydon and CClytius, Cycnus
and Phaethon, and Juupiter and Ganymede (on Eneas’s shield) all demonstrate
that pedersastic relationships enjoy a comfortable presence in the world of the
Aeneid. Niusus and Euryalus are thus HARDLY ALONE. Some scholars have even
detected an EROTIC ELEMNET in Virgil’s depiction of the relationship between
Aeneas and Evander’s son Pallas. See e. g. Gillis, Putnam, and Moorton. Erasmo
and Lloyd have independently described erotic elements in the relationship
between the young Evander and Anchises, a relationship that, they argue, is
then replicated in the next generation, with Pallas and Aeneas. But their relationship is more complex than
the rather straightforward attraction of Cydon for beautiful boys, of Cycnus
for the well-born young Phaethon, and even of Jupiter for Ganymede. For while
those couples conform unproblematically to the Greek pedrerastic model (one
partner is older and dominant, the other young and sub-ordinate), Nisus and
Eurialus only do so AT FIRST GLANCE. AS the poem progresses they are
transformed from a Hellenic coupling of Erastes and eromanos into a pair of
ROMAN MEN (VIRI). The valosiging distinctions inherent in the pederstaist
paradigm seem to fade with the Roman’s poet remark that the rwo rushed into war
side by side (PARITER – PARITERQUE IN BELLA RUEBANT Vir Æn.), and they
certainly DISAPPEAR when the old man Aletes, praising them from their bold
plan, addresses the TWO as VIRI (QUAE DIGNA, VIRI, PRO LAUDIBUS ISTIS, PRAEMIA
POSSE REAR SOLVI, whe an enemy leader
who catches a glimpse of them shoults out, “Halt, men!” (STATE VIRI, 376), and
most poignantly, when the sight of the two “MEN’S” severed heads pierced on
enemy spears stuns the Trojan soldiers. SIMUL ORA VIRUM PRAEFIXA MOVEBANT NOTA
NIMIS MISERIS ATROQUE FLUENTIA TABO. In other words, although Euryalus is the
junior partner in this relationship, not yet endowed with a full beard and
capable of being labeled the PUER, his actions prove him to be, in the end, as
much of a VIR, as capalble of displaying VIRTUS – as his older lover Nisus.
There is a further complication in our interpretation of the pair, and indeed
all the pederstastic relationships in the Aeneid. Virgil’s epic is of course
set in the MYTHIC PAST and cannot be taken as direct evidence for the cultural
setting of Virgil’s own day. Moreover, the poem is suffused with the influence
of Greek poetry. Thus, one might argue that the rather elevated status of
pedersastic relationships in the Aeneid is a SIGN merely of the DISTANCES both
cultural and temporal between Virgil’s contemporaries and the character s of
his epic. Yet, while the influence of Homer is especially strong in these
passages of battle poetry (Virgil’s passing reference to Cydon’s erotic
adventures echoes the Homeric technique of citing some touching details about a
warrior’s past even as he is introduced to the reader and summarily killed
off), is is a much-discussed fact that there are no UNAMIBUOUS, diret
references in the Homeric epics to pedersastic relationships on the classical
model. The relationship between ACHILLES AND PATROCLUS was understood by later
Greek writers to have a seual component see e. g. Aesch. F.r. Nauck – from the
Myrmidons), Pl. Symp., Aeschin., Lyne, crediting Griffin, adds Bion Gow. But
the test of the Iliad itself, while certainly suggesting a passionate and
deeply intense bond between the two, does not represent them in terms of the
classical pederastic model. See further, Clarke, Achiles and Patroclus in Love,
Hermes, Sergent, and Halperin.VIRGILIO (si veda) might thus be said to
out-Greek Homer in his description of Cydon. G. Knauer, Die Aeneis und Homer,
Gottingen, cites no Homeric parallel for these lines. And yet the pederastic
relationships in the Aeneid occur NOT AMONG GREEKS but rather among TROJANS AND
ITALIANS, two peoples who are strictly distinguished din the epic from the
Greeks, and who,more importantly, together constitute the PROGENTIROS of the
roman race. Cf. Turnus’s rhetoric based on sharp distinctions among the
Trojans, Greeks, ndnd Italians, and the weighty dialogue between Jupiter and
June, where it is agreed that Trojans and Italians will become ONE RACE. Virgil’s
readers found pederstastic relationships ina n epic on their people’s orgins,
and temporal gap or no, this would have been unthinkable in a cultural context
in which same-se relationships were universally condemned or deeply
problematized. But is it still not the case that, since Nisus and Euryalus are
freeborn Trojans, Virus, and perhaps also Aeneas and Pallas. Significalntly,
though, the arua of a male-female relationship in the Aeneid, namely the doomed
love affair of Aeneas with the would-be univira Dido. In other words, while a
MALE-MALE relationship that corresponds to what would among among Romans of
Virgin’s own day be considered stuprum is capable of being heroized in the
epic, a male-female relationhship that th etet implicitly marks as a kind of
stuprum is not. This tywo types of relationships in the brates, even
glamorizes, a relationship that in his own day would be labeled as instance sos
stuprum? Here the gap between Virgil’s time and the mythis past of his poem has
significance. While, due toe o their freeborn status, analogues of to Nisus and
Euryalus in Virgil’s OWN DAY could not have found their relationship SO OPENLY
CELEBRATED, they did find HEROISED ANCESTORS IN NISUS AND EURYALUS, Cydon, and
Clutis. And perhaps also Aeneas and Pallas. Significantly, though, the aura of
the mythic past does not extend so far as to conceal the moral problematization
of a male-female relationship in the Aeneid, namely the doomed love affair of
Aeneas with the would-be univiria Dido. In other words, while a male-male
relationship that corresponds to what would among Romans of Virgil’s own day be
considered stuprum is capable of being heroized in thee pic, a male-female
relationship that the tect implicitly marks as a kind of stuprum is not. The
issue is complex. Dido is of course neither Roman nor Trojan, and thus at first
glance Aeneas’s relationship with her does not constitute stuprum. But since
Dido’s experiences are, in important ways, seen though a Roman filtre, above
all, the commitment to her first husband that makes her a prototypical univira,
her involvement with Aneas (aculpa 4 19, 172, constitutes an offense within the
moral framework poposed by the text in a way that the relationship between
Nisus and Euryalus does ot. This distintion revelas something about the
relative degrees of problematization of the two types of relationships in the
cultural environment of Virgl’s readership. ‘Blessed pair! If my poetry has any
power no day shall ever remove you from the remembering ages, as lon as the
house of Aeneas dwells upon the immommovable rock of the Capitol, as long as
the Romans father holds sway.’ One can hardly imagine such grandiose prise of
an adulterous couple ina Roman epic!” Mauro Ceruti. Keywords: Niso ed Eurialo;
ovvero, dell’altruismo, dal semplice al complesso, complesso proposizionale,
discover the simple elements, philosophy as deconstructing the complex,
solidarity, altruism, solideratieta, altruismo, sistema complesso, sistema
semplice, etimologia di ‘complesso’. Filosofia della solidarieta, solidarieta:
il semplice della solidarieta, il semplice dell’altruismo, Butler, amore
proprio, amore improprio, altruismo, egoismo, self-love, other-love,
benevolence, organizzare l’altruismo, abitare la complessita, multiple e
diverso, unico e multiple. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Ceruti” – The
Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; Grice
e Cerutti: l’implicatura conversazionale del leviatano – organicismo politico –
il corpo politico nella costituzione italiana – scuola di Genova – filosofia
genovese – filosofia ligure -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Genova). Filosofo
genovese. Filosofo ligure. Filosofo italiano. Geova, Liguria. Grice: “Cerutti
is into politics, like Hobbes, and it’s not surprising he philosophised on ‘il
leviatano,’ as the Italians call it – and represent as a tortoise ridden by
Jacob --,” -- “La globalizzazione dei diritti umani dovrebbe avere il suo
culmine con il riconoscimento del diritto che ha il Genere Umano alla
sopravvivenza» Insegna a Firenze. La sua
filosofia verte principalmente sul marxismo occidentale e la "teoria
critica" propria della Scuola di Francoforte da cui, tra l'altro proviene.
Lavora sulla filosofia politica delle relazioni internazionali ed affari
globali, seguendo due diverse tematiche: la teoria delle sfide globali (armi
nucleari e riscaldamento globale), e la questione dell'identità “politica” (non
sociale o culturale) degli europei in relazione con la legittimazione
dell'unione europea. Da ricordare la sua amicizia con Bobbio del quale Cerutti
stesso si ritiene allievo. Altre opere: “Storia e coscienza di classe”
(Milano); “Totalità, bisogni e organizzazione” (Firenze); “Marxismo e politica.
Saggi e interventi, Napoli); “Gli occhi sul mondo. Le relazioni internazionali
in prospettiva interdisciplinare, a cura di, Roma); “Sfide globali per il
Leviatano. Una filosofia politica delle armi nucleari e del riscaldamento
globale” (Milano, Vita e pensiero). Che cosa significa "Corpi
politici"? Organismi che possono essere bersaglio di una condotta
oltraggiosa ex art. 342 in ragione della funzione politica dagli stessi svolti
e dal cui novero risultano esclusi il Governo, il Senato, la Camera dei Deputati
e le Assemblee regionali, rispetto ai quali la tutela penale viene offerta
dall'art. 290. Articoli correlati a "Corpi politici" Art., Codice
Penale - Violenza o minaccia ad un Corpo politico, amministrativo o giudiziario
o ai suoi singoli componenti Art. 342 Codice Penale - Oltraggio a un
Corpo politico, amministrativo o giudiziarioFurio Cerutti. Keywords: il
leviatano, il corpo politico, l’organismo politico, lotta di classe, Lukacks,
Marx, unione europea, identita culturale, identita sociale, identita politica,
corpi politici, I corpi politici, brunetto latini, aquino, Egidio romano, Dante
Banquet, Marsiglio di Padua, Pegula. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Cerutti” –
The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Cervi
Luigi Speranza -- Grice e Cesa
Luigi Speranza -- Grice e Cesare –
Roma – filosofia antica. Gaio Giulio
Cesare. Cesare had many friends who followed the philosophy of the Garden, and
it is clear that he had ome leanings towards that philosophy himself. Exactly
how far these went is unclear and whether he ever actually became a member of
the sect is a matter of dispute.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Cesarini – filosofia italiana– Luigi Speranza (Genzano di
Roma). Filosofo italiano. Grice: “Cesarini was more of a warrior than a
philosopher, but I also fought in the North-Atlantic – in Italy, war trumps
philosophy! He wrote a philosophical story of the war of Velletri – and liked
to dress up as one of his ducal ancestors – a gentleman!” -- There are many
philosophers with the name Sforza Cesarini. Figlio del III duca Lorenzo Sforza
Cesarini. Convinto sostenitore del nuovo Regno d'Italia tanto da nascondere le
armi degli insorti nel suo palazzo. Per questo motivo, il papa confisca tutte
le sua proprietà che vennero loro restituite da Vittorio Emanuele II dopo il
suo ingresso a Roma, reso possibile dalla presa di Porta Pia, accompagnato
dallo stesso filosofo in veste di consigliere del re. Grice: “My mother loved
him; but then every Englishman loved the Kingdom of Italy, or rather, every
Englishman hated the Pope!” – Grice: “Sforza Cesarini should never be confused
with the philosopher Cesarini Sforza: Sforza Cesarini is under “C”; Cesarini
Sforza, the jurisprudential philosopher, is under “S”. IV duca Sforza Cesarini.
Francesco II Sforza Cesarini. Francesco Sforza Cesarini. Sforza Cesarini.
Cesarini. Keywords: “Letters of my father, kingdom of Italy, anti-Popish,
Palazzo di Roma. Patria, patriotism, nazionalismo. Il nuovo regno d’Italia,
Vittorio Emanuele II, Porta Pia. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Cesarini” –
The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Cesarotti: implicatura conversazionale e ragione
conversazionale – scuola di Padova – filosofia padovana – filosofia veneta -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Padova). Filosofo
padovano. Filosofo veneto. Filosofo italiano. Padova, Veneto. Melchiorre
C. Busto di Melchiorre C., opera di Romano Petrelli precedente al 1847. Il
busto fa parte del Panteon Veneto, conservato presso Palazzo Loredan, Campo
Santo Stefano, Venezia. Melchiorre C. (m. Padova) è stato un FILOSOFO,
scrittore, traduttore, linguista e poeta italiano. Figlio di Giovanni
(Zanne) - prima avvocato e poi funzionario pubblico[1] - e di Medea Bacuchi, C.
nacque nda una famiglia di antica origine nobile ma da tempo entrata nel ceto
civile. Studia nel seminario della sua città, dove ha come guida il
matematico Giuseppe Toaldo, di cui divenne amico.[1] Qui ottenne il titolo e il
privilegio di abate[1] - prese gli ordini minori senza diventare sacerdote[2]
-, e fu poi accolto come giovanissimo professore di retorica[1] e belle lettere
nei primi anni cinquanta del Settecento. Nel 1750 divenne membro
dell'Accademia dei Ricovrati. Lascia Padova per trasferirsi a Venezia come
precettore presso la famiglia Grimani, incarico che mantenne per otto anni.[1]
Qui entrò in contatto con le personalità più in vista nel mondo culturale come
Angelo Emo, i fratelli Gasparo e Carlo Gozzi, Carlo Goldoni e Angelo
Querini. Esordi e fama Pietro Longhi, Ritratto di Melchiorre C.,
precettore dei Grimani di San Luca, XVIII secolo. Maturò nell'ambiente
culturale veneziano l'esperienza che gli diede una fama europea, ovvero la
traduzione in italiano dei Canti di Ossian (Poems of Ossian), pubblicati tre
anni prima dallo scozzese James Macpherson;[1] a quest'opera dedicò oltre un
decennio, pubblicando una prima edizione incompleta nel 1763 e poi quella,
definitiva e completa, nel 1772. Pubblicò a Venezia un volume che
conteneva, oltre alle traduzioni di due tragedie di Voltaire (La morte di
Cesare e Maometto), due dissertazioni teoriche intitolate Ragionamento sopra il
diletto della Tragedia e Ragionamento sopra l'origine e i progressi dell'arte
poetica, quest'ultimo poi ripudiato ed escluso dall'edizione definitiva delle
Opere (1808). L'edizione del 1762 presentava anche un Ragionamento sopra il
Cesare e un Ragionamento sopra il Maometto, a partire dai quali, probabilmente,
l'abate era giunto alla stesura del saggio di carattere generale[4] Era infine
incluso un componimento in giambi latini, Mercurius. De Poetis tragicis, opera
che, passando in rassegna la storia delle varie letterature, assegnava a
Voltaire la corona di miglior tragico. Nel 1768 venne nominato professore
di lingua greca ed ebraica presso l'Università di Padova,[1] cattedra che
mantenne fino al 1797 quando passò, sempre nella stessa università a quella di
belle lettere, ovvero di eloquenza. Appartengono a questo periodo le sue opere
più note: come traduttore dal greco (Demostene, Omero, cfr. infra), e dalle
lingue moderne (ancora l'Ossian, Gessner, Young), e come teorico dell'estetica
(Saggio sulla filosofia del gusto, 1784) e della lingua (Saggio sopra la lingua
italiana, 1785). Dopo aver ottenuto la cattedra presso lo Studio
patavino, i Riformatori dell'Università commissionarono a C. la traduzione di
opere greche. L'abate si applicò quindi alle versioni di Demostene, che videro
la luce in sei volumi tra il 1774 e il 1778, edite da Penada a Padova[5]. In
margine a questo lavoro C. scrisse numerosi testi critici, tra cui la Lettera
ai Riformatori (scritta nel 1775 ma, dato il suo carattere letterariamente
audace, pubblicata solo nel 1807 all'interno degli Opera omnia di C.) e una
lettera anteposta al sesto tomo del Demostene, dove, criticando le traduzioni
letterali, aveva modo di enunciare i difetti dell'oratoria demostenica[6],
tanto da comunicare la rinuncia, nel secondo testo citato, a tradurre ogni
singola orazione di Demostene. Di quelle non tradotte erano stati volti in
italiano i passi ritenuti meritevoli di lode[7]. Appena concluso il
lavoro su Demostene, C. presentò al magistrato degli studi un Piano sistematico
relativo allo spirito delle traduzioni e agli autori greci[8], in cui l'abate
denominava Corso ragionato di letteratura greca la progettata scelta
giudiziosa[9] di una serie di traduzioni dal greco. C. si proponeva di pescare
a piene mani nel vasto panorama degli autori greci e volgarizzare squarci
tratti dagli scritti politici, filosofici, dialogici e dalle epistole. Il
progetto rimase incompiuto, al punto che l'abate tradusse solo i testi di
argomento politico, apparsi nei due volumi del Corso ragionato di letteratura
greca (edito nel 1781 a Padova in due volumi). Il Piano ragionato di traduzioni
dal greco, redatto probabilmente nel 1778, rimase inedito fino al 1882 quando
fu pubblicato da Guido Mazzoni. Nel 1779 divenne segretario a vita della classe
di belle lettere del nuovo Istituto di scienze, lettere ed arti (che aveva
sostituito l'Accademia dei Ricovrati), assumendo di fatto il controllo
dell'istituzione.[1] Al principio degli anni ottanta molti discepoli si
erano ormai radunati attorno al maestro, in quella che fu una sorta di
famiglia. La fama di C. era diffusa a livello internazionale, come dimostra la
sua vasta corrispondenza con illustri intellettuali di tutta Europa e il
ricorso alla sua autorità in riviste e scritti stranieri. Di indole sedentaria,
l'abate non aveva mai lasciato la Repubblica di Venezia sino al 1783, quando
accettò l'invito a Roma dell'ambasciatore veneto Andrea Memmo. Nella città
capitolina fu nell'Accademia dell'Arcadia (nel 1777 era entrato a farne parte
con il nome arcadico di Meronte Larisseo) e frequentò il salotto della contessa
d'Albany. Conobbe inoltre Antonio Canova, il quale gli fece visitare la
basilica di San Pietro e i Musei Vaticani[11]. Rapporto con Alfieri
Vittorio Alfieri Nel giugno di quello stesso 1783, C. aveva incontrato a Padova
Vittorio Alfieri, che quell'anno dava alle stampe le sue prime dieci tragedie.
Alfieri, ammiratore della traduzione ossianica, cercava dall'abate lumi per
impossessarsi di uno stile tragico: le loro personalità, opposte sul piano
umano e artistico, si scontrarono inevitabilmente. Davanti a C. e alla sua
scuola Alfieri lesse La congiura de' Pazzi, tragedia lontanissima dal modello C.ano
fondato sulla ragione e sulla moderazione -, e il professore padovano la
criticò in una missiva che l'Astigiano negò di aver ricevuto. Due anni dopo la
loro contrapposizione artistica si espresse più chiaramente: C. scrisse una
lettera su Ottavia, Timoleone e Merope, cui il drammaturgo rispose[12]. A
questo punto calò il silenzio, rotto solo nel 1796 quando l'abate scrisse ad
Alfieri una lettera di presentazione per Isabella Teotochi Albrizzi, animatrice
di un celebre salotto veneziano frequentato negli anni dallo stesso C. -,
missiva non immune da una vena di sarcasmo riscontrabile anche nella replica
dell'Astigiano. Il biografo ottocentesco Giuseppe Vedova affermò che una nota
presente nella Dissertazione sopra la tragedia cittadinesca dell'abate Pier
Antonio Meneghelli, pubblicata nel 1795, e apertamente ostile nei riguardi di
Alfieri, fosse opera di C., un'ipotesi tuttavia non dimostrabile[13].
Moderato impegno civile Da sempre sostenitore delle idee illuministe, C. fu
come molti spiazzato dall'esito violento della Rivoluzione francese. All'arrivo
delle truppe napoleoniche in Italia si schierò in favore di Bonaparte:[1] per
lui scrisse nel 1797 un sonetto encomiastico, e fece anche parte della
delegazione inviata ad accogliere il generale vittorioso. Entrò nella
Municipalità di Padova come membro aggiunto libero del Comitato di Pubblica
Istruzione. In questa veste scrisse nel 1797 l'Istruzione d'un cittadino a'
suoi fratelli meno istrutti, testo pensato per il popolo e decisamente lontano
dalle idee radicali dei rivoluzionari, nonostante appoggiasse la causa
democratica e fosse stato commissionato dal Comitato[14]. All'Istruzione fece
seguito Il patriotismo illuminato. Entrambi gli scritti apparvero a Padova, il
19 maggio e il 10 luglio rispettivamente, per i tipi di Pietro Brandolese. Nel
breve periodo della Municipalità destinata a terminare la sua avventura in
quello stesso anno contribuì anche al piano di riforma dell'Università[1] e
delle scuole, presto abortiti in ragione della mutata situazione politica. C.
fece pubblicare il suo contributo al piano di riforma dell'Università
nell'edizione completa delle sue opere, con il titolo Saggio sopra le
instituzioni scolastiche private e pubbliche, cui premise un Avviso degli
editori redatto di suo pugno. Privo di accese idee politiche, dopo il
Trattato di Campoformio (1797) sostenne gli austriaci, salvo tornare sui suoi
passi al ritorno dei napoleonici.[1] Ultimi anni Villa C. a
Selvazzano Dentro in provincia di Padova Nel 1803 si cimentò in una festa teatrale , l'Adria consolata, testo
composto in occasione del genetliaco di Francesco II d'Asburgo-Lorena, musicato
da Ferdinando Bertoni e messo in scena alla Fenice lo stesso anno[15]. A
Napoleone C. dedicò un discusso poema celebrativo, la Pronea (1807), duramente
commentato dal Foscolo: misera concezione, frasi grottesche, verseggiatura di
dramma per musica, e per giunta gran lezzo di adulazione, scrisse a
Niccolini. Si ritirò negli ultimi anni nella tranquillità della sua
villa[17] di Selvazzano,[1] da lungo tempo di proprietà della sua famiglia,
dove ospitò i discepoli e gli amici più cari tra i quali Giuseppe Barbieri,[1]
Ippolito Pindemonte, Isabella Teotochi Albrizzi, Giustina Renier Michiel,
Francesco Rizzo Patarol e forse anche Foscolo, e impiantò uno dei primi
giardini all'inglese in Italia. Nella sua casa di Padova (sita accanto alla
Basilica di Sant'Antonio, nell'attuale via C.) nel maggio 1805 ricevette la
visita di Madame de Staël che, di passaggio in Veneto al termine del suo lungo
tour italiano, sostò a Padova tre giorni per potersi intrattenere di cose
letterarie col C.. Morì il 4 novembre 1808. Le sue ossa e il suo
cenotafio furono posti nella Basilica di Sant'Antonio di Padova.[18]
Traduzioni letterarie Frontespizio della traduzione C.ana dell'Elegia
scritta in un cimitero campestre. C. è noto per la sua opera di traduttore di
Omero (pubblicò tra il 1786 e il 1794 una versione in prosa[1] e una in versi
dell'Iliade, per poi cimentarsi in un rifacimento in endecasillabi sciolti dal
titolo La morte di Ettore, 1795[19]); tradusse anche il Prometeo incatenato
eschileo, sette Odi di Pindaro (entrambi i lavori apparvero nel 1754), tre
tragedie di Voltaire, il Maometto (tradotto tra il 1755 e il 1758), La morte di
Cesare (1761) e la Semiramide (1771), la farsa in prosa Oracle (alla fine degli
anni Ottanta), di Saint-Foix, l'Elegia scritta in un cimitero campestre di Gray
(1772) nonché opere di Demostene, satire di Giovenale e scritti di altri
oratori greci (questi ultimi confluiti nel Corso ragionato di letteratura
greca, 1781-1784)[20]. Tuttavia la traduzione che gli diede una fama
europea gli capitò tra le mani quando Charles Sackville, esule britannico
incontrato a Venezia, gli fornì tutte le informazioni riguardanti l'attività di
James Macpherson intorno al mitico bardo Ossian[21]. Dei Poems of Ossian
pubblicati da Macpherson nel 1762-63, C. diede alle stampe una prima traduzione
parziale nel 1763, intitolata Poesie di Ossian cui fece seguito nel 1772 la
traduzione dell'intero corpus di canti. La sua versione, stilisticamente
innovativa e di grande suggestione letteraria, attrasse l'attenzione dei
letterati in Italia e Francia, suscitando numerosi imitatori. Fu per suo
tramite che Goethe entrò in contatto con l'Ossian; e lo stesso Napoleone
apprezzava l'opera al punto da portarla con sé anche in battaglia[22]. Nelle
Poesie di Ossian, C. riesce nell'intento di convertire tutti gli elementi e i
principi della nascente lirica incentrata sulla natura e sui sentimenti,
mantenendo una saldatura tra tradizione e nuovi temi poetici, di fatto dando il
la al Romanticismo italiano[21]. Scritti teorici Voltaire C.
licenzia in un unico volume il Ragionamento sopra il diletto della Tragedia e
il Ragionamento sopra l'origine e i progressi dell'Arte Poetica[3]. Con il
saggio sulla tragedia C. contesta le teorie di Dubos[23] e Fontenelle[24], e
modella il ragionamento su quello dell'opuscolo Of Tragedy[25] di Hume (1754),
pervenendo a conclusioni affatto personali. Per C., il cui modello di perfetta
tragedia si trova nel teatro illuminista di Voltaire, il diletto tragico deriva
dalla completa illusione che coglie lo spettatore, dapprima intorbidato dalle passioni , mosso dalla
pietà e oppresso dal dolore, poi, attraverso la ragione, spinto a trarre
insegnamenti morali e a vincere il terrore di subire un destino simile a quello
rappresentato dagli attori sul palcoscenico. C. concilia quindi l'estetica
sensistica e quella classicistico-razionalistica: l'emozione viene sublimata
dalla ragione, cosicché la tragedia veicola tramite le vicende inscenate un
messaggio istruttivo per lo spettatore e per la società[26]. Importanti
furono anche le sue riflessioni sulla lingua. Pubblicato dapprima nel 1785 con
il titolo di Saggio sopra la lingua italiana, poi mutato nell'edizione
definitiva (1800) in Saggio sulla filosofia delle lingue applicato alla lingua
italiana, il trattato di C. costituisce una delle voci più autorevoli e
intelligenti del dibattito linguistico italiano del Settecento. Scritto in un
periodo di contatti linguistici con la Francia, il trattato affronta il tema
del prestito linguistico, teorizzando la possibilità che esso possa portare ad
un arricchimento della lingua, inserendosi nel dibattito sorto fra i
tradizionalisti impegnati a conservare la purezza della lingua e dei principi
letterari e i rinnovatori ansiosi di liberare la lingua dai modelli tipici
della Crusca. C. critica, nella prima parte, i pregiudizi vigenti sulla
purezza della lingua e tende ad evidenziarne il collegamento con la storia
della civiltà, poi nella seconda sezione distingue il genio grammaticale,
ovvero la norma linguistica immutabile, e il genio retorico, che essendo legato
alla contingenza può mutare. Infine, sostiene che i prestiti linguistici come i
francesismi si possano accettare nella lingua italiana, a condizione però che
essi non vadano in contrasto con le norme del genio grammaticale, ossia che
nella lingua di destinazione non sia già presente un termine equivalente.
L'edizione completa della sua opera, in 40 volumi in ottavo, iniziò ad uscire a
Pisa nel 1800 e fu completata per cura dell'allievo prediletto e successore
alla cattedra padovana, Barbieri. Intitolazioni Targa a C. sulla
facciata di Palazzo de Claricini a Padova, dove spirò Padova volle dedicargli
un'importante via cittadina e ricordarlo con la statua nr. 32 dello scultore
Bartolomeo Ferrari in Prato della Valle. Opere principali Elogio dell'abate
Giuseppe Olivi ed analisi delle sue opere con un saggio di poesie inedite del
medesimo, Padova 1796, per li fratelli Penada. Sulla tragedia e sulla poesia, a
cura di Fabio Finotti, Venezia, Marsilio Pronea. Componimento epico, testo
critico e commento a cura di Salvatore Puggioni, Padova, Esedra, 2016.
Note Del Negro 2015, 93-94. ^ E. Mattioda, Nota biografica, in M. C.,
Le poesie di Ossian, Roma, Salerno Il Cesare e il Maometto. Tragedie del Sig.
di Voltaire, trasportate in versi italiani con alcuni Ragionamenti del
traduttore, Venezia, Giambattista Pasquali Ranzini, Verso la poetica del
sublime, Ospedaletto 1998114 e ss.. ^ F. Lo Monaco, Il Demostene di C., in
Aspetti dell'opera e della fortuna di Melchiorre C. (a c. di G. Barbarisi e G.
Carnazzi), Milano 2002, vol. I, pp. 205-206. ^ F. Lo Monaco, cit. 208-210. ^ Il
traduttore a chi legge, in Opere di Demostene, trasportate dalla greca nella
favella italiana, e con varie annotazioni ed osservazioni illustrate dall'ab.
Melchior C., pubblico professore di lingua greca nell'Università di Padova e
socio della Reale Accademia di Mantova, Padova, Penada. ^ G. A. M[AGGI], Vita
di Melchior C., in Opere scelte di Melchior C., Milano, Società Tipografica de'
Classici Italiani, Benedetto, C. e gli oratori attici, in Aspetti dell'opera. Piano
ragionato di traduzioni dal greco, in Prose edite e inedite di Melchior C., a
c. di G. Mazzoni, Bologna, Zanichelli, 1882. ^ C. Chiancone, La scuola di C. e
gli esordi del giovane Foscolo, Pisa 2012 98 e ss.. ^ Ranzini, Verso la poetica
del sublime, cit., op. 161-165. ^ G. Vedova, Biografia degli scrittori
padovani, Padova, Minerva Ranzini, Verso la poetica del sublime, cit. 160 e
169n. ^ G. Santato, Studi alfieriani e altri studi settecenteschi, Modena 2014,
163. ^ G. Folena, C., Monti e il melodramma tra Sette e Ottocento, in
L'italiano in Europa, Torino 1983 333-334. ^ Epistolario, vol. II (Luglio
1804-Dicembre 1808), a cura di Carli, in Edizione Nazionale delle Opere di Ugo
Foscolo, Firenze, Le Monnier Fabris Genealogia Curiosità Villa C. Fabris a
Selvazzano Dentro, Padova, su fabris-genealogia.it. URL consultato il 3 aprile
2013 (archiviato dall'url originale il 30 aprile 2014). ^ Antonio Isnenghi,
Guida della Basilica di S. Antonio di Padova, Padova, 1857, 28. ^ La critica
tendeva a considerare la versione poetica come provvisoria, in vista
dell'edizione definitiva, ma Michele Mari ha mostrato che La morte di Ettore è
a tutti gli effetti un'opera a sé stante, e ha identificato così tre Iliadi C.ane;
M. Mari, Le tre Iliadi di Melchiorre C., in Giornale Storico della Letteratura
Italiana, CLXVII (1990) 321-395. ^ Vedere la Nota biografica di E. Mattioda, in
M. C., cit. XXX-XXXI. Le muse, Novara, De Agostini Thiesse, Anna-Marie,
La creation des identites nationales. Europe XVIII-XX siècle, Parigi, Éditions
du Seuil Nelle Réflexions critiques sur la poésie et la peinture (1719) aveva
sostenuto che il piacere tragico deriva dall'avversione umana per la noia e
l'inazione. ^ Secondo le Réflexions sur la poétique (1685) la tragedia diletta
perché lo spettatore sa che l'azione rappresentata non sta avvenendo realmente.
^ Contestando Fontenelle e Dubos, Hume asserì che la passione subordinata si
muta in quella dominante, costituita dal piacere. ^ Ranzini, Verso la poetica
del sublime, cit. 27-34. Bibliografia Gennaro Barbarisi e Giulio Carnazzi cur.,
Aspetti dell'opera e della fortuna di Melchiorre C., 2 volumi, Milano,
Cisalpino, Chiancone, La scuola di C. e gli esordi del giovane Foscolo, Pisa,
Edizioni ETS Daniele cur., Melchiorre C., Atti del convegno Padova 2008,
Padova, Esedra Negro cur., Clariores. Dizionario biografico dei docenti e degli
studenti dell'Università di Padova, Padova, Finotti cur., Melchiorre C. e le
trasformazioni del paesaggio europeo, Trieste, EUT, Folena, C., Monti e il
melodramma tra Sette e Ottocento, in L'italiano in Europa. Esperienze
linguistiche del Settecento, Torino, Einaudi, 1983 Gallo, C. da Padova a
Selvazzano, Padova, Provincia di Padova, Puggioni, C. e Mairan: sulle origini
della mitologia olimpica, in L’indagine e la rima. Scritti per Lorenzo
Braccesi, II, a cura di F. Raviola; con M. Bassani, A. De Biasi, E. Pastorio,
Roma, L’ERMA di Bretschneider, 2013 1135-1156. Paola Ranzini, Verso la poetica
del sublime: L'estetica tragica di Melchiorre C., Ospedaletto, Pacini,
Santato, Alfieri e C. e Il pensiero politico di Melchiorre C., in Studi
alfieriani e altri studi settecenteschi, Modena, Mucchi, Voci correlate Elogio
dell'abate Giuseppe Olivi C.,su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Mazzoni, C., Melchiorre, in Enciclopedia Italiana,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana C., su Enciclopedia Britannica,
Encyclopædia Britannica, Inc. Modifica su Wikidata Giorgio Patrizi, C.,
Melchiorre, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 24, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, 1980. Modifica su Wikidata Melchiorre C., su BeWeb,
Conferenza Episcopale Italiana. Melchiorre C., su accademiadellescienze.it,
Accademia delle Scienze di Torino. Opere di Melchiorre C., su Liber Liber.
Opere di Melchiorre C., su MLOL, Horizons Unlimited. Opere di Melchiorre C., su
Open Library, Internet Archive. Spartiti o libretti di Melchiorre C., su
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AgiatiProfessori dell'Università degli Studi di PadovaMembri dell'Accademia
delle Scienze di TorinoAbati e badesse italiani[altre] LINGUE E LETTERATURE
CAROCCI C. Linguistica e antropologia nell'età dei Lumi cur. Roggia Carocci
Roma Publié avec le soutien du Fonds national suisse de la recherche
scientifique. C.. Filosofia, Linguistica e antropologia nell'età dei Lumi
Filosofia, Linguistica e antropologia del linguaggio. Il discorso intorno alla
lingua occupa una posizione cardinale nel dibattito italiano. Come nota Simone,
pochi momenti della storia della filosofia italiana sono così costantemente
animati dall’attenzione verso i fatti linguistici'. Come in passato, le
questioni linguistiche non smettono in questo periodo di impegnare grammatici,
filologi e letterati, ma in più vengono a occupare una posizione del tutto
inedita al centro del discorso filosofico, e lo fanno secondo quella modalità
di apertura e libera circolazione delle idee che è tipica di un secolo in cui
non si dà vera soluzione di continuità tra il discorso specialistico e le mille
forme più o meno apertamente divulgative di cui si alimenta il dibattito
pubblico. Il discorso sulle lingue diventa così anche parte di un sentire
comune all’Italia colta. In questo pervasivo interesse per il linguaggio si
possono isolare due direttrici maggiori, concettualmente distinte benché di
fatto largamente comunicanti. La prima oppone orizzontalmente lingua a lingua,
portando verso il grande tema settecentesco della diversità e individualità,
insomma del genio degli idiomi, nonché verso una comparazione interlinguistica
che viene sempre più integrando nel proprio orizzonte lingue esotiche come le
orientali, le amerindiane, le africane. L'altra direttrice collega invece,
verticalmente, le lingue (e il linguaggio, inteso come facoltà umana) al
pensiero e al mondo, portando verso una teoria della conoscenza fortemente
condizionata, quando non sostanziata, dai segni linguistici. È probabilmente
proprio in questo nesso organico tra linguaggio e pensiero che si può cogliere
una delle note più peculiari della riflessione illuminista, che al SEGNO
attribuisce non solo e non tanto la funzione di trasmettere il pensiero, ma più
ancora quella di plasmarlo, e di permetterne il funzionamento. Le basi di
questa interpretazione vengono poste nell’ambito delle reazioni anticartesiane
di fine Seicento e inizio Settecento: l'empirismo lockiano in Inghilterra, le
speculazioni di Wolff e Leibniz in Germania, di Vico in Italia, di Condillac in
Francia costituiscono altrettante vie alla costruzione di un'epistemologia che
vede nella elaborazione e nella manipolazione dei SEGNO un tutt'uno con il
pensiero, e un fondamento della cognizione: nell’ANIMA umana (diversamente da
quanto accade in quella divina) le idee non possono fissarsi né essere
manipolate altrimenti che per via linguistica, ed è quindi il linguaggio ciò
che più propriamente distingue gli uomini dagli animali. Ne derivano almeno due
corollari, che corrispondono anche ad altrettanti robusti filoni della
riflessione linguistica che attraversa il secolo dei Lumi. In primo luogo, se
il linguaggio gioca un ruolo attivo nel pensiero, ne consegue che a diverse
lingue si devono associare modi diversi di pensare e sentire. La modalità di
organizzazione e di strutturazione interna di ogni singola lingua deve cioè
ripercuotersi sul modo stesso in cui i suoi parlanti si rappresentano il mondo
e si rapportano a esso: nel genio della lingua italiana si rispecchia il genio
delle nazioni che le parlano. In secondo luogo, se il linguaggio è
l'indispensabile strumento attraverso cui si costruisce la cognizione (e non
invece la trascrizione di una RAZIONALITÀ data 4 priori -Grice, Speranza --,
una volta per tutte), allora linguaggio e pensiero devono avere una storia
comune, e un' indagine sulla formazione del linguaggio non può che essere a un
tempo anche un'indagine sul progresso dell’ANIMA umana e della sua
emancipazione dal senso. Troviamo questi due indirizzi emblematicamente al
centro dei due celebri concorsi banditi dall'Accademia delle scienze di
Berlino, rispettivamente nel 1759 e nel 1771: il primo (per cui fu premiato
l’orientalista Johann David Michaelis) aveva appunto come oggetto il tema
dell'influenza reciproca delle idee sulla lingua e della lingua sulle idee; il
secondo (vincitore Herder), il tema dell'origine naturale delle lingue. Più
volte in passato si è fatto ricorso al termine e al concetto di antropologia
per descrivere la curvatura di questa riflessione sul linguaggio, che vede
nelle lingue altrettante finestre aperte sulla mente degli uomini e dei [Su
questi concorsi, cfr. le ricostruzioni di Cordula Neis (2003) e Avi Lifschitz.
Per quanto abbiano avuto grande risonanza e suscitato un vasto dibattito,
attirando la partecipazione di alcune delle intelligenze pià qualificate del
Continente, i concorsi rappresentano piü che altro due momenti di sintesi
rispetto a temi che erano all'ordine del giorno della filosofia del linguaggio
europea da svariati decenni, e avevano già conosciuto elaborazioni influenti,
tra cui quelle diversissime di Condillac e Rousseau, e quella più appartata ma
profondamente influente di VICO (si veda).] popoli che le parlano’. Si tratta
naturalmente di un’antropologia largamente speculativa, tributaria del grande
mito settecentesco della ricerca delle origini come momento rivelatore
dell’essenza delle cose; ma che interseca il suo percorso con quello di un più
vasto programma di rilettura del mondo antico, classico ed ebraico, a sua volta
aperto ai dati provenienti da lingue e culture lontane per cercare l’antico nel
remoto geografico, la filogenesi nella geografia. Non altro che antropologica,
del resto, può essere definita la stessa indagine delle diversità di pensiero
linguisticamente codificate nelle diverse comunità umane. Ora, se si fa
astrazione del caso di Vico, poderoso per ampiezza e profondità di riflessione
ma a lungo guardato con diffidenza in patria, questo grande movimento europeo,
che, con parole di GENSINI (si veda, guarda al linguaggio come questione di
generale rilevanza per la teoria della conoscenza e non più solo come un affare
interno all’ Zize dei letterati, arriva a investire l’Italia piuttosto tardi,
ovvero tra gli anni Settanta e Ottanta del xvi secolo, quando vedono la luce in
Italia quasi simultaneamente le opere sul linguaggio di Beccaria, Soave, Ortes,
Valdastri, C.. Nel giro della quindicina d’anni compresi tra l’uscita delle
Ricerche intorno alla natura dello stile di Beccaria (peraltro già anticipate
nel notevole Frammento sullo stile uscito sul Caffè), e quella del Saggio sulla
lingua italiana di C., questi autori pubblicano libri che parlano in buona
parte un linguaggio comune, basato sugli sviluppi del pensiero di Locke,
Condillac e almeno in parte Leibniz e dei loro continuatori europei francesi e
tedeschi*. Il senso di questo philosophic turn si trova ben sintetizzato in una
lezione pronunciata da C. nei primissimi anni Settanta: se la lingua va
considerata non solo l'interprete della mente, ma direi quasi la sua educatrice
e la sua artefice, non c’è affatto da stupirsi se i più importanti filosofi
della nostra epoca hanno reclamato a sé con migliori auspici tutto intero lo
studio delle lingue sfuggito dalle mani dei grammatici, che come quei molesti e
infecondi custodi delle bellezze asiatiche [sci/. gli cunuchi] le avevano fino
ai nostri tempi [Cfr. almeno Formigari, Ricken, Neis. Cfr. Gensini. Le opere a
cui si fa riferimento, oltre alle due citate, sono rispettivamente F. Soave,
Ricerche intorno all Istituzione naturale di una societa e di una lingua, e
all'influenza dell'una e dell'altra, su le umane cognizioni, Riflessioni
intorno all'istituzione d'una lingua universale (1774), oltre all’edizione del
Saggio filosofico di Loke; G. Ortes, Riflessioni sugli oggetti apprensibili,
sui costumi e sulle cognizioni umane, per rapporto alle lingue (1775); I.
Valdastri, Corso teoretico di lingua e di logica italiana] tenute rinchiuse in
un carcere domestico, e dopo aver donato a tale studio titolo e autorità di
scienza, l'hanno a tal punto arricchito con le loro riflessioni che ormai viene
riconosciuto come una provincia rinomata tra le più importanti del regno della
metafisica’. Benché non destinate alla stampa, queste parole assumono ai nostri
occhi un sapore pressoché programmatico. Tra gli autori citati sopra, in
effetti, è senza dubbio C. quello il cui discorso sul linguaggio ha raggiunto
maggiore notorietà e diffusione, fino a incarnare agli occhi degli storici, non
meno che dei contemporanei e successori immediati, la quintessenza stessa della
via italiana alla filosofia delle lingue nel Settecento. Su questo ruolo,
magari solo parzialmente giustificato sul piano strettamente documentario, ha
inciso indubbiamente il prestigio di una figura prolifica e letteralmente
cardinale in molti campi del panorama intellettuale italiano, non meno che il
fatto che quel discorso, almeno nella sua parte pubblica e più nota, si
innestasse direttamente su quello che era da secoli il dibattito nazionale per
eccellenza, ovvero la questione della lingua. L'impressione di una sorta di
ruolo conclusivo e di sintesi di questa breve stagione che le date citate sopra
sembrerebbero assegnare al trattato di C. è peraltro largamente fuorviante: non
solo perché non è dato sapere fino a che punto C. conoscesse le opere degli
altri autori implicati in questa svolta (e anche quando siamo sicuri che le
conosceva, come è il caso di Beccaria, non è affatto sicuro che ne abbia tratto
stimoli fondamentali), ma soprattutto perché l’elaborazione delle idee contenute
nel Saggio, a cui resta affidata la sua fama di linguista, risale nella sua
parte propriamente filosofica a un quindicennio prima, allorché, fresco ancora
della fama procuratagli dalla traduzione dell’ Ossian, gli era stata offerta la
cattedra di Lingue antiche presso lo Studio di Padova. I corsi e le lezioni
universitarie scritti in latino a partire dal 1769, e da cui è tratta la
citazione sopra riportata, sono rimasti pressoché inediti: solo una piccola
selezione fu pubblicata postuma dall’allievo Giuseppe Barbieri, alla periferia
della monumentale edizione delle Opere del Maestro‘. Integrare questi testi nel
dossier C.ano significa da un lato allargare di molto l’area su cui si esercita
la riflessione linguistica dell’abate padovano, ottenendo un quadro molto più
attendibile dell'ampiezza e della portata (ma anche dei limiti) della sua
riflessione linguistica, dall’altro s. M. C., De naturali linguarum
explicatione, in C. (1810 59-60), traduzione dal latino in C. (in corso di
stampa, v, acr. 1). 6. Cfr. C. (1810). aprire una finestra sulle modalità di
penetrazione del dibattito linguistico europeo nell’ Italia dei Lumi. C.
conosceva almeno dai tempi del suo apprendistato al Seminario di Padova le idee
di Vico, Condillac e Locke (nonché quelle di Leibniz, verosimilmente)
attraverso la mediazione del suo mentore Giuseppe Toaldo e di Antonio Conti;
probabilmente aveva poi anche incontrato di persona Condillac di passaggio a
Venezia nell’aprile del 1765, e di sicuro ne seguiva con interesse il lavoro,
come risulta dalle lettere. A un'antropologia vichiana aveva fatto ampio
ricorso quando si era trattato di tradurre e interpretare il mondo e il
linguaggio pseudoarcaici dell’ Ossiaz*. Al momento di salire in cattedra, è
quindi proprio a quell’antropologia linguistica dell’antico che si rivolge per
dare al proprio insegnamento un indirizzo moderno e filosofico; è su questo
nucleo originario che vengono via via integrate le numerose letture antiquarie
ed erudite sull’ebraico e sulle antiche lingue mediorientali, che lo porteranno
a incontrare testi fondamentali, come quelli di Charles de Brosses e del citato
Johann David Michaelis. Accanto alla ricostruzione filologica dei rapporti tra
le lingue del Medio Oriente e del Mediterraneo antichi, i temi al centro di
queste lezioni universitarie sono gli stessi che contemporaneamente animano il
coevo dibattito europeo: l’origine del linguaggio, la differenza tra lingue
antiche e moderne, labus des mots e il ruolo del linguaggio nella produzione
degli errori di pensiero, l’origine e il radicamento linguistico di istituzioni
sociali e culturali quali la mitologia, la religione, e in ultima analisi lo
stesso vivere associato. Si può tranquillamente dire che all’altezza della
stesura del Saggio, insomma, questi temi erano già stati elaborati e assimilati
da tempo: avevano un'estensione ben più ampia di quella che siamo soliti
attribuire alla riflessione dell’abate padovano, ed erano disponibili a essere
almeno in parte ripresi e rifusi in una trattazione sintetica e organica, orientata
sulla lingua italiana. L'occasione per questa rielaborazione viene dallo
scioglimento dell’Accademia della Crusca e dalla sua rifondazione all’interno
dell’Accademia fiorentina voluta da Pietro Leopoldo. Sarà questo evento a
fornire a C. lo stimolo per riprendere in mano e stringere in unità una serie
di annotazioni sulla lingua raccolte negli anni, dando loro la forma che oggi
conosciamo e presentandole via via sotto forma di relazioni all’ Accademia
Patavina, di cui era segretario, prima di dar loro 7. Cfr. Chiancone (2012, 56):
a questo lavoro (insieme a Roggia, 2014) rinvio anche per la questione
dell’insegnamento universitario di C., di cui si dirà più avanti. 8. Roggia
(2013 147-91); Battistini (2004). forma di trattato?. Si chiude così,
sostanzialmente, il ciclo della vera e propria linguistica C.ana: proprio nel
momento in cui il successo del Saggio consegna il suo autore al fuoco della
polemica. Tutti i saggi contenuti in questo volume, tranne uno, nascono dalle
comunicazioni tenute al convegno di studi Melchiorre C.. Linguistica e
antropologia nell'età dei Lumi, tenutosi all’ Università di Ginevra il 23-24
maggio 2018. Ai contributi presentati a Ginevra si è aggiunto un saggio scritto
per l'occasione da Andrea Dardi. Oltre a collocarsi nel solco di una ricerca
che chi scrive porta avanti da alcuni anni, quell’incontro nasceva dalla
constatazione che la molta attenzione critica toccata all’abate padovano dai
primi anni Duemila in poi, con addirittura quattro convegni di studio
espressamente a lui dedicati, avesse lasciato fuori proprio il linguista'°.
Ricomposti in unità, i contributi vengono ora a disegnare una traiettoria
unitaria, articolata in quattro parti, secondo un percorso di progressivo
avvicinamento o messa a fuoco, e di altrettanto progressivo e speculare
allontanamento. La prima sezione (/#quadramento) ha appunto la funzione di
disegnare uno sfondo alle tematiche al centro del volume. Si apre con un’ampia
messa a punto storiografica di Giorgio Graffi, che a partire da una discussione
delle diverse letture date della linguistica sei-settecentesca dai primi del
Novecento a oggi, discute la collocazione di C., terminando con un affondo
sull’interpretazione e le radici di una delle sue formule più note, ovvero
quella del doppio genio (retorico e grammaticale) delle lingue. Subito dopo,
Claudio Marazzini fa la storia della fortuna critica di C. in ambito italiano,
dalle vicende editoriali ottocentesche della sua opera maggiore fino alle
interpretazioni datene in anni più prossimi a noi e alle ragioni di quella che
è stata giudicata di volta in volta l’attualità del pensiero C.ano. La seconda
parte (Reti, relazioni) declina in termini di rapporti di pensiero il tema
della collocazione di C. all’interno della rete intellettuale dell’ Europa del
Settecento. Le linee portanti del discorso coincidono con quelle che collegano
l’abate ai maestri o ai contemporanei che più ne hanno influenzato il pensiero:
Leibniz e il leibniziano de Brosses, 9. Si veda per questo la ricostruzione di
Daniele (2011b). 10. Rispettivamente a Gargnano del Garda, 4-6 ottobre 2001
(cfr. Barbarisi, Carnazzi, 2002); Padova, 4-5 novembre 2008 (cfr. Daniele,
zorra); Padova, 6-7 febbraio 2009 (cfr. Finotti, 2010). Di un terzo convegno
padovano (Melchiorre C. e la cultura padovana e veneta tra Sette e Ottocento,
Università di Padova, 23-24 maggio 2008) non sono invece disponibili gli Arti.
ma anche Michaelis e Beauzée (nell’ampia sintesi di Stefano Gensini), Vico (nel
saggio di Andrea Battistini), Condillac (nel contributo di Franco Arato). La
sezione è tuttavia aperta da un intervento di Silvia Contarini dedicato al
giovanile Saggio sull'origine e i progressi dell’arte poetica, ovvero
l'incunabolo, ancora tutto orientato alla poetica, di questo initerrotto
discorso antropologico-linguistico sulle origini. Oltre a chiamare in causa un
autore di primo piano e piuttosto negletto dagli studi C.ani quale Helvétius,
il contributo ha il merito di portare in primo piano un legame, quello tra temi
linguistico-antropologici e temi estetici, che appare del tutto naturale per il
C. del Saggio, e di fatto trasversale alla sua riflessione linguistica. Il
discorso portato avanti in questa parte del volume va in realtà ben oltre le
figure di primissimo piano nominate sopra: com'è ben noto a chi lo studia, il
Settecento è un secolo in cui la capillarità e la rapidità della comunicazione
culturale rendono estremamente difficile ragionare in termini di filiazioni
dirette e di debiti di pensiero certificabili. Spesso formule e idee appaiono a
tal punto condivise tra autori diversi, e magari tra loro lontani, da far
talvolta pensare a una sorta di koinė intellettuale. È il problema
impeccabilmente affrontato dal contributo di Andrea Dardi che inaugura la terza
parte del libro (Questioni), quella in cui la vicinanza prospettica all'oggetto
si fa massima nell’esaminare alcuni aspetti specifici del pensiero linguistico C.ano.
Nel caso di Dardi si tratta del concetto di idea accessoria, fondamentale per
la semantica e per la stilistica settecentesche, la cui storia viene inseguita
dalla prima apparizione nella Logique di Port-Royal fin dentro al Saggio C.ano.
Porta invece su uno dei temi fondanti della filosofia del linguaggio
settecentesca il saggio di Francesca Dovetto, dedicato al rapporto
lingua-realtà e alla questione dell’arbitrarietà o iconicità dei segni: un tema
a cui C. conferisce una curvatura tutta personale, in stretta connessione con
quelli contigui del mutamento linguistico e dell’intrinseca storicità delle
lingue. A questi sono appunto riservati i due saggi successivi: il primo, di
chi scrive, è dedicato più latamente a rintracciare e a sistematizzare nei
limiti del possibile i numerosi spunti di riflessione intorno al mutamento
delle lingue che si affacciano nell’opera di C.; il secondo, di Daniele
Baglioni, concerne l’etimologia, uno dei fili rossi che collegano la prima
esperienza didattica dell’abate al trattato maggiore, dove la scienza
dell’origine e derivazione delle parole viene caricata di inedite valenze
retoriche e stilistiche. Con la terza e ultima parte, il discorso torna infine
ad allontanarsi da C., in una ricerca da un lato delle radici cinquecentesche
del suo pensiero, dall’altro di una sua possibile eredità primo ottocentesca,
riportando il discorso all’alveo italiano della questione della lingua. Nella
prima direzione, Alberto Roncaccia studia l’apporto del naturalismo linguistico
di Benedetto Varchi al Saggio sulla filosofia delle lingue, riportando
l’attenzione sulla necessità di una storicizzazione che non sia troppo
schiacciata sul Settecento. Più complesse da seguire sono le tracce
dell’eredità ottocentesca del pensiero C.ano. Se Marazzini nel suo contributo
mette in luce, attraverso i riscontri obiettivi delle edizioni e ristampe, una
fortuna non interrotta del Saggio lungo tutta la prima metà del secolo, è pur
vero che l’avvento del purismo prima e del manzonismo poi non hanno certo
contribuito a creare un ambiente favorevole all’attecchimento di un pensiero
così intimamente settecentesco come quello dell’abate padovano. Così l’analisi
di Sara Pacaccio si configura più che altro come un puntuale riscontro di come
il rapporto tra C. e Manzoni non possa che essere innanzitutto la misurazione
di una distanza: l’abate incarna precisamente quel modello di linguistica
(filosofica e francesizzante) e di impostazione della questione della lingua
(antifiorentina e italiana) che Manzoni identifica come il proprio principale
bersaglio polemico. Quanto a Leopardi, dal quale ci si poteva forse aspettare
una certa sintonia in nome di una comune radice empirista e settecentesca, il
saggio di Alessio Ricci mette in luce importanti differenze di impostazione su
temi cruciali: più che contestarlo come fa Manzoni, Leopardi semplicemente
sembra ignorare C., o almeno il C. linguista. Come si vede, non é sempre
un'apologia del pensiero C.ano quella che emerge da queste pagine: non solo
l'analisi della presenza di C. in Leopardi e Manzoni, di cui si è detto da
ultimo, lascia vedere più ombre che luci, ma contributi come quelli di Daniele
Baglioni e Andrea Battistini sono piuttosto fermi nel rilevare da un lato i
limiti di un'etimologia praticata senza il necessario supporto di un'attenzione
da grammatico ai fatti di lingua, dall'altro una perdita netta di penetrazione
e forza speculativa nel confronto con il pur fondamentale Vico. Questo, d'altra
parte, non toglie nulla al rilievo di un'esperienza che resta quanto di più
lontano dalla pura mediazione culturale, e che attraverso i saggi raccolti in
questo volume viene forse per la prima volta esplorata in tutta la sua apertura
e complessità. Ci viene restituito così un pezzo non secondario di storia della
linguistica italiana, che è poi anche un pezzo di storia intellettuale europea
in quell'eccezionale frangente in cui (per citare la plastica non meno che celebre
formula C.ana) l Europa intellettuale funzionò come una gran famiglia i cui
membri condividevano un patrimonio comune di ragionamento, facendo tra loro un
commercio di idee di cui niuno ha la proprietà, tutti l’uso. BARBARISI,
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Milano. BATTISTINI, Il Vico vesuviano di Melchiorre C., in Id., Vico tra
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Storia della linguistica, vol. 11, Il Mulino, Bologna 313-95. Parte prima
Inquadramento La linguistica del Settecento: problemi storiografici -Graffi
(Verona). La filosofia del linguaggio è stata oggetto di interpretazioni
contrastanti, dopo la pubblicazione di Cartesian Linguistics di Chomsky.
Nonostante lo studioso avesse dichiarato che my concern here is not with the
transmission of certain ideas and doctrines, but with their content and,
ultimately, their contemporary significance, è un dato di fatto che tale testo
sia stato recepito come un lavoro di storia della linguistica. Ad esempio,
Simone nota che, comunque sia, sta di fatto che il vero incipit moderno degli
studi sul pensiero linguistico seie settecentesco sta lì, e che molte delle
aree di studio ormai prese correntemente in considerazione in quest'ambito sono
state definite o per lo meno indicate in quel saggio. Questa assunzione di
Cartesian Linguistics come punto di riferimento da parte della storiografia
linguistica sul Seicento e il Settecento ha avuto alcuni effetti negativi, di
cui il responsabile non è ovviamente Chomsky. In molti casi, infatti, la
discussione si è concentrata soprattutto sulla sostenibilità o meno delle sue
tesi, più che sui contenuti effettivi della linguistica del periodo in
questione, con il risultato di far dimenticare, in larga parte, i lavori su
questo tema usciti nella prima parte del xx secolo, che conservano ancora un
notevole interesse e che può essere utile confrontare con quelli di mezzo
secolo dopo. Negli ultimi decenni, essendo ormai tramontata l’epoca degli
scontri tra chomskiani e antichomskiani, come H. Grice e Speranza, sono invece
usciti vari lavori che hanno fornito una valutazione più equilibrata della fase
di storia della linguistica che qui ci interessa. In questo contributo, vorrei
dunque tracciare una panoramica e un bilancio di alcuni studi sulla linguistica
del Settecento. Nel PAR. 2, discuterò il quadro suggerito da Cartesian
Linguistics assieme a quelli proposti in lavori ad esso esplicitamente
alternativi e, come vedremo, alternativi anche tra loro: mi riferisco a
Rosiello (1967), Aarsleff (1982) e Simone (1990). Mi dedicherò poi (PAR. 3) ad
alcuni studi risalenti alla prima metà del secolo scorso, ossia Brunot (1939),
Sahlin (1928), Harnois (1929) e Francois (1933), la cui impostazione e le cui
conclusioni confronterò con quelle dei lavori esaminati in precedenza.
Successivamente (PAR. 4), accennerò ad alcuni degli studi che ho definito più
equilibrati rispetto a quelli del PAR. 2: Pariente (1985), Formigari (2001),
Raby (2018). Infine (PAR. 5), mi occuperò di un aspetto del pensiero
linguistico del C. che è stato anch'esso oggetto di interpretazioni diverse,
ossia la distinzione tra genio grammaticale e genio rettorico introdotta nel
Saggio sulla filosofia delle lingue, che a mio parere presenta analogie non
trascurabili con alcune osservazioni in materia che si trovano nel grammatico
enciclopedista N. Beauzée. Di Cartesian Linguistics e della discussione
suscitata da quest'opera darò qui un resoconto sommario, rimandando, per
maggiori dettagli, a Graffi (2001; 2006). In sintesi, le tesi di Chomsky
sostenute in quell’opera possono essere così riassunte: con la Grammaire e la
Logique di Port-Royal ha inizio una tradizione di linguistica cartesiana che
prosegue con i grammatici collaboratori dell’ Encyclopédie (C. C. Du Marsais e
N. Beauzée) e giunge fino a Humboldt. Notiamo, per inciso, che Chomsky non cita
mai Condillac, né in Cartesian Linguistics né nel capitolo storico di Language
and Mind (Chomsky, 2006). Le radici della linguistica cartesiana si trovano,
secondo Chomsky, nella parte v del Discorso sul metodo, in cui Descartes
afferma che è il linguaggio, con le sue proprietà di creatività illimitata e
indipendenza dagli stimoli, a dimostrare che gli esseri umani differiscono
essenzialmente sia dagli animali che dalle macchine. Secondo Chomsky, le opere
dei Signori di Port-Royal e dei loro successori sviluppano questa prospettiva
presentando il linguaggio come una capacità universale della mente umana, la
cui funzione primaria è l’espressione del pensiero e non la comunicazione.
Linguistica illuminista di Rosiello (si veda) è in gran parte frutto di
ricerche precedenti all’uscita di Cartesian Linguistics: tuttavia, essendo
stato pubblicato poco dopo il libro di Chomsky, finì coll'essere considerato
sostanzialmente come una risposta a quest’ultimo (che, del resto, Rosiello
criticava nell’introduzione al proprio lavoro). Al contrario di Chomsky,
Rosiello non vede affatto una continuità tra i Signori di Port-Royal da un lato
e grammatici o filosofi come Du Marsais, Beauzée e Condillac dall’altro.
Infatti, anche se tanto i primi quanto i secondi usano l’espressione grammatica
generale, la loro concezione del linguaggio e della linguistica è opposta:
razionalista e deduttivista in Port-Royal, empirista nei linguisti detti da
Rosiello illuministi. Dal punto di vista teorico, le simpatie di Rosiello vanno
decisamente all’ impostazione empirista. Una posizione opposta sia a quella di
Chomsky che a quella di Rosiello (almeno per quanto riguarda la valutazione di
Port-Royal da parte di quest’ultimo) è sostenuta da Aarsleff, in vari saggi poi
raccolti in Aarsleff (1982). Aarsleff di fatto capovolge l’interpretazione
della linguistica di Port-Royal come razionalista, affermando che there is
ample proof that Port-Royal grammar and logic were accepted by Locke, who
quoted them often with approval (ivi, 4) e che Locke was very sympathetic to
the Jansenists of Port-Royal; he owned their works and read them (ivi, 104). Questa
impostazione anticartesiana sarebbe poi stata assunta anche dai linguisti
enciclopedisti, come Du Marsais (Du Marsais rejected innate ideas out of hand.
To be a universal grammarian, it is enough to be a rationalist, 106), e avrebbe
raggiunto il suo culmine con Condillac. Nelle discussioni linguistiche del
Settecento, osserva Aarsleff (ivi, 107), Condillac is by all odds the most
important figure . Significantly, Descartes name is notably absent from all
discussions that specifically deal with language, though references to the
masters of Port-Royal and to Locke occur frequently. Aarsleff si spinge fino a
tracciare un parallelo tra la visione portorealista del linguaggio come
espressione del pensiero e le ipotesi avanzate da Condillac sull’origine del
linguaggio nel suo Essai sur l'origine des connoissances humaines (Condillac,
1947): It is a fact that Condillac's Essai caused an immediate revival of
universal grammar without the slightest sense of conflict, and the topic was at
once completely fused with interest in the origin of language that the term
grammaire générale was soon used for both. This fusion also reached all aspects
of the subject matter of universal grammar; what the latter did atemporally,
the study of the origin of language did on the scale of time, as a theoretical
problem in development the Port-Royal
Grammar had assumed that some word classes, such as nouns and verbs, were
primary in relation to others. Pronouns, for instance, were mere handy
abbreviations or convenient substitutes for nouns. In the terminology of the
Port-Royal Grammar, they had been invented to fulfill that function. Study of
origin of language converted this question into that of which parts of speech
came first and how the others were introduced and formed (Aarsleff). Secondo
Aarsleff, dunque, la linguistica di Port-Royal non è cartesiana e la tradizione
della grammatica generale da essa iniziata viene ripresa nel Settecento da Du
Marsais e Condillac (a Beauzée, Aarsleff dedica pochissimo spazio), che la
inseriscono nel quadro gnoseologico lockiano; questo spiega anche perché il
termine grammatica generale sia di uso costante presso tutti questi studiosi.
Tratterd in questo paragrafo anche il capitolo di Simone (1990) della Storia
della linguistica curata da Lepschy, nonostante sia abbastanza posteriore agli
studi di Chomsky, Rosiello e Aarsleff e, come si è visto supra, PAR. 1,
contenga una valutazione meno critica di Cartesian Linguistics: esso ha peró in
comune con questi altri lavori la tendenza a ricercare gli elementi di
continuità o di rottura nelle varie fasi del pensiero linguistico del Seicento
e del Settecento. Simone dà anzitutto una valutazione abbastanza riduttiva
della Grammaire di Port-Royal, che a suo parere rappresenta, in rapporto alla
ricerca dei suoi tempi, un'opera singolarmente isolata e intenzionalmente
arretrata (Simone, 1990, 336). Per quanto riguarda i grammatici dell
Encyclopédie, Simone afferma invece: Dal punto di vista dottrinale, la porzione
linguistica dell Encyclopédie è un tentativo di sintesi tra l'orientamento
logicizzante della classica grammatica generale francese e quello empiristico
derivato da Locke attraverso Condillac. Du Marsais (erroneamente catalogato, in
molte occasioni, come un grammatico generale) rappresenta molto nettamente
questo secondo atteggiamento . Dall'altro lato, peró, la sua concezione
dell'ordine naturale (come ordine logico spontaneo, che riflette i ritmi del
pensiero e non affatica la mente) lo colloca stretto contatto con la tradizione
logicizzante. Non diversa è la posizione di Beauzée, che oscilla tra una
concezione dell’analisi linguistica moderna e attenta ai fatti e una nostalgia
logicizzante (ivi 381-2). Per quanto riguarda invece Condillac, Simone sostiene
che sviluppa una linea di pensiero lockiana, ma per molti aspetti vicina a
Vico, come ad esempio per quanto riguarda il genio delle lingue (cfr. 370) e
l’origine del linguaggio e delle parti del discorso (ivi, 376). Tracciamo ora
un confronto tra le interpretazioni della linguistica del Sei-Settecento
proposte dai quattro studiosi di cui abbiamo parlato, in particolare per quanto
riguarda la storia del concetto di grammatica generale. Un solo punto è comune
a tutti: contrariamente a quanto sostenuto dalla storiografia linguistica fino alla
metà del Novecento (come vedremo anche infra, PAR. 3), la linguistica
scientifica non nasce all’inizio dell Ottocento con Bopp, ma le sue origini
vanno retrodatate almeno di un secolo e mezzo. Su tutti gli altri punti,
invece, la posizione di Chomsky è isolata: tanto Rosiello, quanto Aarsleff,
quanto Simone negano che si possa parlare di una linguistica cartesiana che
procede, sostanzialmente senza soluzione di continuità, dalla parte v del
Discorso sul metodo, attraverso Port-Royal, fino alla linguistica illuminista
(e meno che mai a Humboldt, possiamo aggiungere). Alla base di queste opposte
interpretazioni storiche sta certamente un contrasto teorico: Chomsky è
dichiaratamente razionalista (come si vede fin dal sottotitolo di Cartesian
Linguistics) ededuttivista gli altri tre studiosi sono empiristi e induttivisti
sia pure con motivazioni in parte differenti; ma, a parte questa comune base
teorica, le ricostruzioni proposte da Rosiello, Aarsleff e Simone si
contrappongono sotto vari punti di vista. Infatti, mentre Aarsleff sostiene che
c’è una continuità tra la grammatica di Port-Royal (di cui comunque nega il
carattere cartesiano) e la linguistica degli enciclopedisti e di Condillac, una
tale continuità é decisamente negata da Rosiello e da Simone, che peró danno
una valutazione diversa dei rapporti tra i vari linguisti del Settecento: per
Rosiello non c’è una differenza sostanziale tra Du Marsais e Beauzée, da un
lato, e Condillac dall'altro, mentre Simone trova nei primi due un
atteggiamento logicizzante assente invece nel secondo. I due studiosi italiani
danno inoltre una valutazione diversa delle origini del pensiero linguistico di
C.: Rosiello (1961, 97, nota 45), richiamandosi a un saggio di Carlo Calcaterra
(1946), condivide la tesi ivi esposta dell'assoluta dipendenza delle idee del
Cesarotti dal sensismo enciclopedistico con esclusione dell’ influenza
vichiana, influenza invece sostenuta da C. Trabalza ; Simone (1990, 380)
sostiene invece che il Saggio sulla filosofia delle lingue di C. si richiamava,
oltreché a Condillac e a de Brosses, anche a Vico. La linguistica del
Settecento nella storiografia della prima metà del secolo scorso Tra gli studi
della prima metà del Novecento dedicati alla linguistica settecentesca,
accenneró qui alle pagine di Cassirer (1964 81-99), al volume di Sahlin (1928),
a cui ha abbondantemente attinto anche Chomsky per Cartesian Linguistics, a
quello di Harnois (1929), nonché alle parti della monumentale Histoire de la
langue française di F. Brunot e collaboratori dedicate a questo argomento. Del
rapporto tra la tradizione della grammatica generale e i grammatici italiani
del Settecento si occupa in dettaglio Trabalza (1908), con alcune osservazioni
relative anche al C. che può essere interessante riprendere. Secondo Cassirer,
tanto le teorie linguistiche di impostazione razionalista quanto quelle di
impostazione empirista, nonostante le loro differenze di fondo, convergono su
un punto: la concezione del linguaggio come rappresentazione del pensiero. Ad
esse si contrappone la concezione di Vico e dei suoi eredi, che insiste invece
sull’origine emozionale del linguaggio. Il saggio di Herder sull’origine del
linguaggio rappresenta il punto di passaggio dalla concezione del linguaggio
come specchio del pensiero, propria dell’ Illuminismo, a quella, propria del
Romanticismo, del linguaggio come forma organica (cf. Cassirer, 1964, 97). Sahlin,
com'è chiaro dal suo titolo, si concentra invece sul ruolo di Du Marsais nella
storia della grammatica generale, della quale l'enciclopedista avrebbe
rappresentato il punto culminante, mentre dopo di lui la grammatica generale
dégénérera au point de n'étre guére autre chose que de vagues spéculations
métaphysiques sur les opérations de l'esprit, et son objet sera d'analyser la
pensée par le moyen du langage, plutót que d'analyser et d'expliquer les faits
du langage (ivi, 4). Questa evoluzione negativa, a parere dell'autrice,
comincia già con Beauzée, per culminare con Condillac, Court de Gébelin e
Domergue (cfr. ivi 4-5). Le radici del pensiero di Du Marsais, secondo Sahlin,
si trovano in Descartes e Port-Royal ( Du Marsais reproduit sans commentaire
dans sa Logique les préceptes de Descartes et d'Arnauld , 15), ma su di esse si
sono innestati tanto l'empirismo di Locke quanto il razionalismo di Leibniz
(Entre Arnauld et Du Marsais se placent en effet deux philosophes qui ont
exercé une influence notable sur la grammaire générale française, à savoir
Leibniz et Locke, 17). L'origine portorealista della grammatica generale appare
incontestabile anche ad Harnois (la grammaire de Port-Royal est à l'origine
d'une période historique qui a son unité, comme le sont toutes les grandes
œuvres à influence prolongée, Harnois, 1929, 18), che ne sottolinea anche il
carattere cartesiano: De plus l'esprit de Port-Royal est trés fortement
imprégné de cartésianisme. Arnauld, Nicole, Lancelot sont résolument
rationalistes parce que cartésiens (ivi, 21). À differenza di Sahlin, Harnois
non considera l’opera di Beauzée e di Condillac come uno scivolamento della
grammatica generale verso una speculazione metafisica, ma, al contrario, come
un progressivo affrancamento della grammatica da un' impostazione logicizzante.
Infatti, Beauzée segna un très net progrès sur la Grammaire de Port-Royal parce
qu’il considère à côté de la science grammaticale un art grammatical (ivi 38-9)
e Condillac se sépare de Port-Royal lorsqu'il considère la pensée sous le point
de vue de sa formation, les idées sous le point de vue de leur acquisition.
Cela est tout à fait nouveau (ivi 30-1). Tanto Brunot quanto il suo
collaboratore François non hanno dubbi nel trovare le origini della grammatica
generale (o filosofica) nel cartesianismo di Port-Royal: Après une courte
période, où la méthode de Vaugelas régna seule, l'influence de Port-Royal
commença à se faire sentir. Le Cartésianisme entra dans la grammaire (Brunot,
1939, 57; cfr. François, 1933 900-1). Per i due storici della lingua francese,
però, questo avvento del cartesianismo nella grammatica non rappresenta un
progresso, ma un regresso: Bientòt toutes les recherches tourneront de
l'observation à la spéculation philosophique déductive. L'école historique de
Ménage et de Du Cange, vaincue, cédera à l'école rationaliste. Ce cartésianisme
linguistique a été certainement une cause de retard pour le développement de la
science (Brunot, 1939, 58). Anche François, come Sahlin, sostiene che la
dottrina di Du Marsais procède de celle de Port-Royal, mais, fécondée par
Leibnitz, elle la dépasse et la transforme. La base de la science du langage et
de l'étude des langues doit étre l'analyse de la pensée (ivi 903-4), ma, al
contrario della stessa Sahlin, ne dà una valutazione sostanzialmente negativa,
in quanto avec Du Marsais, la grammaire générale s'enfonce toujours davantage
dans l’abstraction > (ivi 902-3). Un'analoga critica è rivolta a Beauzée, il
quale, secondo François, néglige les faits pour construire des systèmes, sauf à
chercher ensuite la justification des systémes dans les faits (ivi, 907). Anche
l'opera di Condillac ostacola il ritorno a un metodo corretto per lo studio
delle lingue, che, nella visione di Brunot e di Frangois, non puó che essere
quello storico: Peut-être une nouvelle méthode allait-elle finir par s'en
dégager, qui raménerait aux saines traditions de Du Cange et de Ménage. Mais
Condillac parait, et du méme coup raméne, et l'étude des origines, et la
grammaire proprement dite, aux traditions de Locke et de Port-Royal (ivi 940-1).
In sintesi, si puó vedere come il carattere cartesiano della grammatica
generale non sia mai negato dagli studiosi di cui ci occupiamo in questo
paragrafo, anzi talvolta sia esplicitamente affermato (è il caso di Brunot),
accennando anche a un’influenza di Locke (François) e di Leibniz (Sahlin,
Frangois) sui suoi sviluppi. Allo stesso modo, mentre è assunta una sostanziale
continuità tra Port-Royal e la linguistica illuminista (o enciclopedista),
vengono anche sottolineate (soprattutto da Harnois) le differenze e le
innovazioni rispetto all'impostazione portorealista che si trovano in Beauzée e
soprattutto in Condillac. La ricostruzione della storia della grammatica
generale da parte degli studiosi della prima metà del Novecento non presenta
dunque grandi discordanze; il punto di contrasto sta invece nel giudizio sulla
grammatica generale stessa, che è negativo da parte di Brunot, di Frangois e
anche di Harnois, ma non di Sahlin. La differenza di queste valutazioni è
evidentemente dovuta al fatto di considerare l'approccio storico alla
linguistica come l'unico autenticamente scientifico conformemente ai canoni
impostisi nell’ Ottocento, con il trionfo della linguistica storicocomparativa.
Passiamo ora alla ricostruzione della storia della grammatica italiana nel
Settecento svolta da Trabalza. A suo parere, Port-Royal e Vico rappresentano i
punti di biforcazione tra grammatica empirica e grammatica filosofica (cfr.
Trabalza, 1908 367-8); entrambi, però, ebbero scarso seguito in Italia (ivi, 377).
Il giudizio di Trabalza sulla grammatica filosofica è comunque negativo, il che
è ovvio, data la sua impostazione crociana; ma quello sui grammatici italiani
del Settecento rispetto a quelli francesi ben diverso e decisamente
sconfortato: mentre in Francia si perfezionava il disegno del signor di
Portoreale, e venivano i Du Marsais, i Beauzée, i Condillac, i Girard, noi ci
facevamo compatire (ivi, 395); la grammatica ragionata si propago ben presto
nelle scuole, non escluse le prime classi delle elementari, ma anche in uno
stato di pronta, quasi immediata degenerazione
(ivi, 430). Tuttavia, Trabalza non manca di sottolineare l'originalità
del contributo di C., che considera influenzato sia dai grammatici francesi che
da Vico: Né VICO (si veda) né Herder ebbero tra noi non dico la preminenza
sulle dottrine logiche dei francesi, ma un equivalente grado di efficacia,
nonostante che un seguace del Vico e dell’ Herder, il C., raccogliesse intorno
al suo Saggio, che in parte deriva dagli scritti loro, non lievi simpatie (ivi,
414). Il valore del Saggio nella vera parte filosofica, nella quale certo
s'ispiró ai pensatori francesi, ma trasfuse un poco di quanto poté far proprio
del pensiero vichiano.LA LINGUISTICA: PROBLEMI STORIOGRAFICI Possiamo dunque
concludere questo paragrafo dicendo che l’esistenza di una linguistica
cartesiana, se con questo termine si vuole indicare una sostanziale continuità
tra Port-Royal e i linguisti del Settecento, è di fatto riconosciuta dalla
storiografia linguistica della prima metà del secolo scorso, che non oppone un
deduttivismo di Port-Royal a un induttivismo dei grammatici di epoca
illuminista, come fa Rosiello, né tantomeno associa la grammatica di Port-Royal
a Locke invece che a Cartesio, come fa Aarsleff. Sotto questo aspetto, studiosi
come Sahlin e gli altri di cui abbiamo parlato in questo paragrafo sembrano
vicini alle posizioni di Chomsky, ma sotto altri aspetti il quadro da loro
delineato è molto più articolato: le concezioni di Du Marsais, Beauzée e
(soprattutto) Condillac presentano differenze considerevoli sia tra loro che
rispetto a quelle di Port-Royal, che non possono essere trascurate e di cui è
necessario rendere conto. Per quanto riguarda poi C., rimane aperto il problema
della possibile influenza di Vico sul suo pensiero linguistico. 4 Continuità e
differenziazioni della grammatica generale: alcuni studi recenti Per poter
valutare correttamente gli sviluppi della grammatica generale nel Settecento, è
necessario allargare il nostro quadro di riferimento al secolo precedente,
quando questa espressione e questa nozione cominciano a diffondersi,
soprattutto ad opera dei Signori di Port-Royal. In particolare, è necessario
porsi ancora il problema dell'effettivo cartesianismo di questi studiosi e del
loro rapporto con la tradizione grammaticale precedente e successiva. A
proposito della Grammaire di Port-Royal, come si ricorderà, Aarsleff sostiene
che è più vicina a Locke che a Descartes, e Simone che si tratta di un’opera
isolata e arretrata rispetto alla ricerca del suo tempo. A mio parere, entrambe
queste conclusioni non sono accettabili, come mostra anche la ricerca storiografica
più recente. L’impianto fondamentalmente cartesiano della Grammaire e della
Logique di Port-Royal è stato rilevato, tra gli altri, da Pariente (1985), che
osserva come molte delle concezioni di Port-Royal abbiano precise
corrispondenze nelle Meditazioni metafisiche dello stesso Cartesio. Un esempio
è quello dell’analisi portorealista della proposizione incidente determinativa
(nei nostri termini, la frase relativa restrittiva): l’assimilation de
l'incidente déterminative à une affirmation, qui ne s'explique pas pour des
raisons purement logiques, est imposé à Arnauld par son adhésion au
cartésianisme, et précisément par les conclusions des Réponses données par
Descartes à certaines des Objections qu'il lui avait adressées (Pariente). Per
quanto riguarda poi la pretesa arretratezza dei Signori di Port-Royal, notiamo
che le novità da loro introdotte rispetto alla tradizione precedente sono
numerose. Limitandomi a un semplice elenco, e rinviando per maggiori dettagli a
Graffi (2006 932-41), citerd le seguenti: 1. l’identificazione esplicita della
frase con il giudizio; 2. l'analisi del verbo come la parola il cui uso
principale è di significare l’affermazione ; 3. il concetto di proposizione
incidente , che di fatto equivale a quello di frase dipendente relativa e
completiva, fino a quel momento assente dalla grammatica. Queste innovazioni,
assieme ad altre, verranno riprese da tutti gli studiosi che si collocano nella
prospettiva di ricerca della grammatica generale: alcuni di loro le
correggeranno (è il caso, ad esempio, dell’analisi della frase in soggetto,
copula e predicato, ripresa tale e quale da Condillac, ma modificata da
Beauzée), ma nessuno potrà evitare di farvi riferimento. Come scrive Raby
(2018, 8): La lecture en série des grammaires générales produites en France
entre 1660 et le début du x1x* siècle convainc rapidement de la forte cohérence
du programme mis en œuvre, et du rôle matriciel joué par la Grammaire générale
et raisonnée. Esiste quindi una continuità tra il modello portorealista, le cui
basi cartesiane sono abbastanza evidenti, e la tradizione grammaticale
successiva: etichettare questa continuità come linguistica cartesiana può
essere discutibile (soprattutto se si estende questa etichetta a Herder e a
Humboldt, come fa Chomsky), ma negarla mi pare impossibile. Come scrive ancora
la Raby: Tous les auteurs de grammaires générales admettent les deux postulats
suivants: il existe une faculté rationnelle universelle définie indépendamment
de la structure des objets du monde; la proposition, expression d'un contenu
représentatif résultant de l'opération mentale de jugement, est l'instrument
permettant d'appréhender de façon scientifique la diversité des langues (ivi, 49).
Secondo Formigari, queste affinità concettuali tra i vari studiosi per quanto
riguarda il rapporto tra linguaggio e pensiero hanno un'estensione ancora più
vasta, essendo comuni tanto ai razionalisti che agli empiristi: per tutto il
Seicento e oltre, l'idea di una struttura profonda comune a tutte le lingue è
largamente condivisa anche dagli empiristi o sensualisti, come Locke, Condillac
e altri autori. Gli universali del linguaggio sono intesi come risultato
empirico della sostanziale uniformità organica degli uomini e della conseguente
uniformità di rappresentazioni costituite sulla base di sensi e procedimenti
mentali genericamente umani anche se relativamente condizionati da tempi,
luoghi e circostanze (Formigari, 2001, 149). Possiamo aggiungere che è molto
difficile tracciare una chiara linea di demarcazione tra razionalisti ed
empiristi (o sensisti) anche per quanto riguarda le analisi di determinate
strutture grammaticali. Mi permetto di ripetere, a questo proposito, quanto ho
già scritto qualche anno fa: il sensista Condillac assume la stessa posizione
dei razionalisti di Port-Royal in merito almeno a due problemi, ossia la
concezione della proposizione (identificata con il giudizio) e la sua analisi
tripartita (in soggetto, copula e predicato), mentre su quest’ultimo punto
Beauzée (che è certamente più legato di Condillac all’impostazione
razionalista) accoglie le innovazioni di Du Marsais, sostenendo che le parti
costitutive della proposizione sono due, cioè il soggetto e il predicato
(Graffi, 2004, 48). Il fatto che questi filosofi e grammatici adottino un
quadro di riferimento comune non può però far dimenticare le considerevoli
differenze che esistono tra di loro, già rilevate, nella prima metà del
Novecento, da Sahlin e da altri, e in tempi più recenti da Simone, ma
trascurate da Chomsky (grazie anche al suo disinteressarsi di Condillac).
Ancora una volta, il recente lavoro della Raby ci sembra particolarmente utile.
La studiosa francese mette infatti bene in luce, tra l'altro, il diverso modo
in cui i Signori di Port-Royal, Beauzée e Condillac concepiscono il rapporto
tra linguaggio e pensiero: Dans les grammaires générales de notre corpus, on
peut identifier trois configurations des relations entre grammaire et logique,
exemplifiées respectivement par les œuvres de Port-Royal, Beauzée et Condillac:
logique et grammaire sont deux disciplines parallèles, ordonnées et
complémentaires: la logique décrit la pensée que le langage exprime; la logique
naturelle est le lieu d’interface entre la pensée et son expression par le
langage, ces trois éléments ayant chacun leur autonomie relative; la pensée
n'étant accessible que sous sa forme linguistique, la grammaire est le
fondement de la logique (Raby, 2018, 53). Spesso, queste differenti concezioni
del rapporto tra linguaggio e pensiero corrispondono a diverse interpretazioni
della stessa analisi di una data struttura grammaticale. Un caso tipico è
rappresentato dalla frase (o proposizione) semplice: come si è appena detto,
tanto i Signori di Port-Royal quanto Condillac la analizzano in tre elementi,
cioè soggetto, copula e predicato. Il fondamento concettuale delle due analisi
è però completamente diverso. Secondo la Grammaire di Port-Royal, la copula
asserisce l’inerenza di un'idea, il predicato, a un'altra idea, il soggetto:
essere è l'unico verbo autentico, perché la funzione specifica del verbo è
quella di asserire tale inerenza. Il linguaggio dunque, nella visione
portorealista, esprime il pensiero, come dice la Raby. A volte, questa
espressione non è perfetta: ciò avviene per la tendenza generale degli esseri
umani ad abbreviare le loro espressioni, come avviene quando si dice Pierre vit
invece che Pierre est vivant, fondendo cioè il verbo con il predicato (cfr.
Arnauld, Lancelot, 1966, 96). Condillac invece inserisce l'analisi tripartita
della frase nel quadro della sua dottrina genetica del linguaggio, che si
sviluppa gradualmente dal primitivo langage d'action: in questo quadro, essere
è il primo verbo a manifestarsi, con un significato simile ad ‘avere delle
sensazioni’, ‘avvertire’. L'uso originario di essere è quindi alla prima
persona singolare, in quanto indica la sensazione individuale, immediata; più
tardi, questo uso si estende ad altri esseri, e il verbo prende allora anche la
forma di terza persona; infine, si aggiunge l’indicazione delle qualità di
questi esseri, e si avranno dunque frasi come i/ est homme, il est grand, il
est petit ecc. (Condillac). In sintesi, potremmo dire che la continuità della
grammatica generale consiste, da un lato, nel ricorso ai medesimi strumenti di
analisi dei fenomeni grammaticali, e, dall’altro, nell’assunzione di una
relazione di rappresentazione tra linguaggio e pensiero; le differenziazioni al
suo interno si riconducono invece al modo in cui questa relazione è
interpretata. Una nozione che, a mio avviso, illustra bene tanto la continuità
della grammatica generale quanto le differenti posizioni che si sono
manifestate all'interno di questo quadro concettuale nel secolo e mezzo circa
della sua storia è quella, nelle parole di C., di il genio della lingua. C.
distingue tra il genio grammaticale e il
genio rettorico, nei termini seguenti. Questo genio degl’italiani è biforme, e
può distinguersi in due, l'uno de’ quali può chiamarsi genio grammaticale, e
l’altro rettorico: il primo dipende dalla struttura meccanica degli elementi della
lingua, e dalla loro sintassi; l’altro dal sistema generale dell’idee e dei
sentimenti che predomina nelle diverse nazioni, e che per opera dei filosofi
improntò la lingua delle sue tracce. Del significato dei due tipi di genio sono
state date diverse interpretazioni, a volte anche da parte degli stessi
studiosi. Ad esempio Rosiello (1961), in un saggio che forse rimane la
ricostruzione più documentata della storia del sintagma genio della lingua,
interpreta il genio grammaticale come l’aspetto logico, simbolico,
convenzionale, del linguaggio e il genio retorico come il rapporto tra cultura
e lingua, rapporto che si risolve nella determinazione dello stile creativo e
personale (Rosiello, 1961, 101). In altre parole, i due concetti C.ani
corrisponderebbero rispettivamente a ciò che modernamente si suole definire
aspetto strutturale e aspetto stilistico della lingua (Rosiello, 1967, p.89).
In Linguistica illuminista, tuttavia, Rosiello propone un’altra
interpretazione, ricorrendo all'opposizione di Hjelmslev (1943) tra schema e
uso del linguaggio, o a quella (in parte equivalente) di Coseriu tra sistema e
norma: il genio grammaticale di C. corrisponderebbe dunque allo schema (o al
sistema) e il genio retorico all'uso (o alla norma). A mio parere, entrambe le
interpretazioni di Rosiello devono essere, almeno parzialmente, riviste; a
questo fine, può essere utile ripercorrere nuovamente la storia del sintagma
genio della lingua rifacendoci anche a qualche altro testo oltre a quelli
esaminati dallo stesso Rosiello. Rosiello (1961, 91), come più tardi Simone
(2002, 416), fa risalire l’origine del sintagma in questione a Port-Royal, in
particolare al passo della Grammaire ove si legge che il dépend du genie des
Langues de se servir de l'une ou de l'autre maniere. Et ainsi nous voyons qu'en
Latin on employe d'ordinaire le participe; Video canem currentem; et en
François le relatif: Je voy un chien qui court (Arnauld, Lancelot, 1966, 70; il
passo compare identico nella prima edizione del 1660). Genio delle lingue
sarebbe dunque inteso negativamente e riferito a quel settore particolare delle
singole lingue che non è riconducibile a un sistema logico generale, comune ai
vari idiomi (Rosiello, 1961, 91) o come una sorta di deposito degli oggetti che
risultano scomodi per la teoria del linguaggio (Simone). L'espressione ricorre
però, senza connotazioni negative, anche in una lettera di Leibniz a Oldenburg,
databile tra il 1673 e il 1674. È difficile stabilire se Leibniz mutuasse tale
espressione dalla Grammaire di Port-Royal, oppure se l'avesse coniata
autonomamente; quello che mi interessa notare è che il filosofo e matematico
tedesco la usa per riferirsi non alle lingue naturali, ma alla lingua perfetta
che cercava di costruire, cioè la characteristica universalis: Qui linguam hanc
discet, simul et discet Encyclopaediam, quae vera erit janua rerum. Quicumque
de aliquo argumento loqui aut scribere volet, huic ipse linguae genius non
tantum verba, sed et res suppeditabit (in Gerhardt, 1899 101-2). Dato che non
si può pensare che Leibniz volesse attribuire alla characteristica universalis
aspetti di deviazione dal sistema logico generale o che risultano scomodi per
la teoria del linguaggio, ritengo che con genio della lingua si volesse
riferire piuttosto a ciò che oggi chiameremmo la struttura della lingua. Più
tardi, soprattutto a partire da Condillac (cfr. Simone, 2002 4178), genio della
lingua (o, meglio, delle lingue) perde ogni connotazione negativa e comincia ad
avere una larga diffusione. Per Condillac (1947, ILI.XV.143, 98), chaque langue
exprime le caractère du peuple qui la parle: e in questo particolare carattere
consiste il suo genio. Condillac è più volte citato da C., che però gli
rimprovera, in proposito, di non avere fatto spiccare in tutto il suo lume la
sua solita aggiustatezza e sagacità , in quanto non ha distinto tra i due tipi
di genio, grammaticale e retorico (cfr. C. 1943, 113). Una distinzione simile
si trova invece nella voce Langue redatta da Beauzée per l Encyclopédie di
D'Alembert e Diderot. Di genio delle lingue aveva già parlato Girard (1747), il
quale affermava che ogni lingua ha il proprio genio, ma suddivideva le lingue
in tre tipi, cioè analoghe, traspositive e miste. Le prime sono quelle che
ordinairement suivent, dans leur construction, l’ordre naturel et la gradation
des idées (Girard, 1747 23-4), cioè collocano il soggetto prima del verbo, il
verbo prima degli avverbi ecc.; ne sono esempi il francese, l'italiano e lo
spagnolo. Le lingue del secondo tipo sono invece quelle che a volte cominciano
la frase con il complemento oggetto, a volte con il verbo, a volte con un
avverbio ecc., non seguendo que le feu de l'imagination ( ): ne sono esempi il latino e le lingue
slave. Le lingue miste sono un tipo intermedio tra i primi due: Girard cita
come esempi il greco e il tedesco, che hanno sia l'articolo (come il francese,
l'italiano o lo spagnolo, ma non il latino e le lingue slave) che le desinenze
di caso. La nozione di genio delle lingue diventa dunque la base per una
classificazione tipologica ante litteram (cr. Simone, 2002, 419). Beauzée
riprende la classificazione di Girard, con qualche modifica (mantenendo cioé
solo la distinzione tra lingue analoghe e traspositive e suddividendo queste
ultime in due sottotipi, libere e uniformi), ma riconduce anch'egli le
differenze interlinguistiche ai diversi tipi di genio: elles [le lingue]
admettent toutes, sur ces deux objets généraux, des différences qui tiennent au
génie des peuples qui les parlent, et qui sont elles-mêmes tout à la fois les
principaux caracteres du génie de ces langues, et les principales sources des
difficultés qu’il y a à traduire exactement de l’une en l’autre. Par rapport à
l’ordre analytique, il y a deux moyens par lesquels il peut être rendu sensible
dans l’énonciation vocale de la pensée. De-là la division la plus universelle
des langues en deux especes générales analogues et transpositives (Beauzée,
1765, 257). Poco dopo, perd, Beauzée parla di una seconda caratteristica
distintiva > del genio delle lingue: Pour ce qui concerne les différentes
especes de mots, une méme idée spécifique les caracterise dans toutes les
langues: mais, dans le détail des individus, on rencontre des différences qui
sont les suites nécessaires des circonstances où se sont trouvés les peuples
qui parlent ces langues; et ces différences constituent un second caractere
distinctif du génie des langues (ivi, 258). Beauzée non etichetta in modo
specifico né l’una né l’altra di queste caratteristiche distintive, ma con la
prima di esse si riferisce alle differenze sintattiche tra le lingue,
manifestate dall’ordine delle parole, mentre con la seconda sembra piuttosto
alludere alle differenze lessicali: Un premier point, en quoi elles different à
cet égard, c'est que certaines idées ne sont exprimées par aucun terme dans une
langue, quoiqu'elles ayent dans une autre des signes propres et trés
énergiques. Une seconde différence des langues, par rapport aux diverses
especes de mots, vient dela tournure propre de l'esprit national de chacune
d'elles, qui fait envisager diversement les mémes idées (ivi 258-9). In
sintesi, potremmo dire che la prima caratteristica del genio delle lingue
riguarda la loro sintassi, o, se si preferisce, la loro morfosintassi, mentre
la seconda riguarda l'aspetto lessicale, pià condizionato del primo dalle
particolarità storiche ed etniche dei parlanti le varie lingue. Questo secondo
senso è forse quello in cui genio delle lingue era inteso, almeno
prevalentemente, da Condillac (cfr. anche Simone, 2002, 418). Torniamo ora a C..
Non mi pare privo di significato il fatto che il nostro autore, poche pagine
prima di introdurre la distinzione tra genio grammaticale e genio retorico,
introduca quella tra due diversi tipi di costruzione: La costruzione, rispetto
all’ordine, è di due specie: diretta, e inversa; l’una si attiene all’ordine
analitico delle idee, l’altra al grado della loro importanza, e dell’interesse
che ne risente chi parla: la prima serve meglio all’intelligenza, l’altra parla
più vivamente all’affetto (C., 1943, 65). L'erudito padovano non procede a una
classificazione tipologica delle lingue come quella tracciata da Girard o da
Beauzée, ma il lessico da lui utilizzato è molto vicino a quello dei due
grammatici francesi: Beauzée (1765, 258) afferma che le lingue analoghe sono
celles dont la syntaxe est soumise à l’ordre analytique, parce que la
succession des mots dans le discours y suit la gradation analytique des idées;
e il feu de l’imagination di Girard ricorda molto da vicino l’ affetto del C..
Naturalmente è presente in modo chiaro anche il pensiero di Condillac, come
quando il C. afferma, nelle righe che seguono immediatamente il passo citato,
che la sintassi inversa è figlia spontanea della natura, la diretta è frutto
della meditazione e dell’arte; tuttavia, abbiamo visto come C. rimproverasse
allo stesso Condillac di non aver distinto i due tipi di genio, mentre questa
distinzione si trova, di fatto, in Beauzée. Per riassumere quanto esposto in
questo paragrafo, direi dunque che genio della lingua è utilizzato già da
Leibniz per indicare quello che nei nostri termini potremmo chiamare la
struttura della lingua stessa, e assume un senso più specifico di struttura
morfosintattica in Girard. In Condillac, invece, tende ad indicare piuttosto la
componente lessicale delle lingue. Beauzée, infine, attribuisce al genio delle
lingue tanto la prima quanto la seconda di queste caratteristiche, operando una
distinzione che corrisponde in buona parte a quella di C. tra genio
grammaticale e genio retorico. Il primo dei due geni corrisponde quindi
all'aspetto morfosintattico, il secondo a quello lessicale, delle varie lingue.
Conclusioni e problemi aperti La conclusione è dunque che la tradizione della
grammatica generale da Port-Royal fino alla fine del Settecento presenta tanto
continuità quanto differenze. Le prime consistono nelle analisi di vari
fenomeni sintattici, primo tra tutti la struttura della proposizione; le seconde
nella concezione del rapporto linguaggio-pensiero, e possono essere spiegate in
base alle diverse posizioni gnoseologiche dei vari studiosi, ad esempio,
razionalisti nel caso di Beauzée, sensisti in quello di Condillac (più
difficile da determinare la posizione di Du Marsais). Questo ricorso a uno
stesso insieme di tecniche di analisi da parti di studiosi di differente
orientamento gnoseologico ed epistemologico non rappresenta un unicum nella
storia della linguistica. Casi del genere, infatti, si verificano anche nell’
Ottocento: ad esempio, uno dei più decisi avversari dei neogrammatici, cioè
Schuchardt, riconosceva che le leggi fonetiche sind im Grunde die Arbeitsregeln
für die Etymologen, aggiungendo subito dopo che keinesfalls eròffnen sie uns
klare Einblicke in das Innere des Sprachlebens; es sind keine der Sprache
innewohnenden Gesetze (Schuchardt, 1928, 205). In sintesi, direi che tutte le
interpretazioni della linguistica del Settecento di cui si è parlato nel PAR.
2, pur essendo, ciascuna nella sua prospettiva, innovative e stimolanti, hanno
come limite di fondo quello di non tenere conto della coesistenza di tecniche
condivise, da un lato, e di impostazioni gnoseologiche diverse, dall’altro.
Questo ha come conseguenza il presentare la linguistica cartesiana come una
linea di pensiero unica, che si arresta solo agli inizi del XIX secolo, oppure,
al contrario, l'opporre sotto ogni aspetto i Signori di Port-Royal e i
linguisti dell’epoca illuminista, quando invece i secondi in molti casi si basano
sulle analisi dei primi. Di conseguenza, mi paiono più attendibili, dal punto
di vista storiografico, le interpretazioni recenti, di cui abbiamo trattato nel
PAR. 4, e, sotto vari aspetti, anche quelli risalenti ai primi decenni del
secolo scorso (cfr. PAR. 3). Dell'altro problema storiografico ricordato nel
PAR. 2, ossia l'influsso del pensiero di Vico su quello di C., di fatto escluso
da Rosiello ma invece sostenuto da Trabalza e più recentemente da Simone, non
ho qui la possibilità neppure di accennare una soluzione. Mi limito a osservare
che, se la ricostruzione che abbiamo tracciato nel PAR. 5 è corretta, le radici
del concetto di genio delle lingue in C., con la distinzione tra genio
grammaticale e genio retorico, potrebbero anche trovarsi soltanto nei linguisti
illuministi francesi. Ma la questione, è chiaro, richiede una trattazione più
approfondita. AARSLEFF H. (1982), From Locke to Saussure. Essays on the Study
of Language and Intellectual History, University of Minnesota Press,
Minneapolis. ARNAULD A., LANCELOT C. (1966) Grammaire générale et raisonnée
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linguistica, vol. 11, Il Mulino, Bologna 313-95.(2002), Esiste il genio delle
lingue? Riflessioni di un linguista (con l'aiuto di Cesarotti e Leopardi), in
G. L. Beccaria, C. Marello cur., La parola al testo. Scritti per Bice Mortara
Garavelli, vol. 1, Edizioni dell’ Orso, Alessandria 415-29. TRABALZA C. (1908),
Storia della grammatica italiana, Hoepli, Milano. C. attuale e inattuale.
Marazzini* Il titolo di questo intervento andrebbe probabilmente precisato con
un riferimento esplicito al solo C. linguista, perché il mio discorso non
toccherà la critica letteraria, la poesia, lo stile, l’estetica, la filosofia
del gusto e via dicendo. Ho sempre avuto in mente soltanto il riferimento a un
unico libro, cioè il Saggio sulla filosofia delle lingue, che continuo a
ritenere il più importante di C., quello destinato a segnare in maniera
indelebile, più di tutti gli altri, un campo di studi e di ricerche nella
storia della tradizione italiana. Ma questo giudizio riguarda già il tema della
vitalità o inattualità delle idee dell’autore, su cui torneremo tra poco.
Possiamo notare che al Saggio sulla filosofia delle lingue non è mai mancata la
fortuna editoriale, nemmeno nel periodo in cui C. ha goduto di minore stima. Se
consideriamo che l’edizione definitiva è quella del 1800, nelle Opere complete,
e che quasi immediatamente il clima culturale dell’Italia cambiò per lo spirare
del venticello del purismo, facendo scivolare C. nella categoria dei lassisti,
così come lo vedevano l’abate Velo e il conte Galeani Napione, mentre prendeva
piede l’opinione che avesse troppo concesso al francesismo, dobbiamo tuttavia
notare che persino nella prima metà dell’Ottocento, quando è facile
rintracciare critiche nei suoi confronti, uscirono diverse nuove edizioni del
Saggio sulla filosofia delle lingue. Nel 1801, o più verosimilmente nel 1802,
abbiamo la stampa presso l'editore padovano Pietro Brandolese, che riprende
l'edizione 1800 di Pisa. Piemonte Orientale. della Crusca. 1. La scheda del
libro datato 1801 si ricava dal catalogo dell’ Università degli studi di Napoli
L'Orientale, e non compare consultando direttamente OPAC-SBN. La scheda
descrive così il libro: *Saggio sulla filosofia delle lingue applicato alla
lingua italiana dell'ab. C. nuovamente illustrato da note e rischiaramenti
apologetici aggiuntovi il Saggio sulla filosofia del gusto all'Arcadia di Roma 5.
edizione In Padova: presso Pietro Brandolese, 1801 [8],
236 p.; 8°. Sul front.: A norma di quella fatta in Pisa l'Anno 1800. Però, tra
i libri della biblioteca di Google, questa v edizione del Saggio è riprodotta
solo con la data 1802, non 1801 (penso a un errore della scheda, visto che
quella di Google Nel 1820 abbiamo l’edizione milanese della Società Tipografica
dei Classici italiani, e nel 1821 quella dell'editore Silvestri’. Ci sono poi
diverse edizioni concentrate, cosa curiosa, nell’ Italia meridionale, a Napoli:
nel 1818 (ed. De Bonis), 1831 (dai Torchi del Tramater*), nel 1835, nel 18536.
Quella del 1853 è ora a sua volta digitalizzata, e quindi facilmente
raggiungibile, anche se l'esame del libro non aiuta per nulla, perché non vi si
trova nessuna indicazione, nessun commento, nessuna dichiarazione di interesse
o di condanna per il contenuto, ma soltanto il nudo testo. Senz'altro ebbe
scarsa circolazione. Una diminuzione dell' interesse per il Saggio sulla
filosofia delle lingue si ebbe nella seconda metà dell’ Ottocento, ma nel 1908
un segnale di interesse venne non da un editore che riproponesse il testo, ma
piuttosto dallo spazio assegnatogli in un'opera che tutt’ora resta
fondamentale, la Storia della grammatica italiana di Ciro Trabalza, che dedica
appunto un notevole spazio al C., interpretato in chiave fortemente e
riduttivamente vichiana. Nel 1931, Guido Mazzoni, nella voce dell Enciclopedia
italiana, lo collocava in uno snodo della questione della lingua, affermando
che Dal Saggio si puó dire che derivino, da un lato, la reazione del Cesari,
dall'altra, la guerra del Monti contro l'Accademia della Crusca. L'affermazione
è interessante, anche se forse non corrisponde pienamente alla verità storica,
perché Monti si ispirava in parte a C., ma non esplicitava mai chiaè una
riproduzione fotografica, per di più confermata da una scheda OPAC-sBN che
attesta il possesso del libro da parte di diverse biblioteche, tra cui la
Nazionale di Roma, che ha fornito l'esemplare digitalizzato da Google). 2.
L'ed. dei Classici italiani è attestata da una scheda del Polo Sebina del
Friuli Venezia Giulia, ed è così descritta: *Saggi sulla filosofia delle lingue
e del gusto / di Melchior Cesarotti; si aggiunge il Ragionamento sopra il
diletto della tragedia e la Lettera di un padovano al celebre signore abate
Denina. Milano: dalla Societa tipog. dei classici
italiani, 1820, 432 ps 23 cm Contiene: Saggio sulla filosofia delle lingue
applicato alla lingua italiana; Saggio sulla filosofia del gusto. Il libro è
anche nella biblioteca di Google, ma non consultabile (cioè bloccato). Si
consulta invece in Google libri un'analoga edizione digitalizzata della Società
tipografica dei classici italiani, ma con la data ben leggibile dell'anno
successivo: L'editore Silvestri, nella Biblioteca scelta di opere italiane
antiche e moderne , risulta da una scheda OPAC-SBN. 3. Anche questa é garantita
da una scheda OPAC-SBN. 4.E digitalizzata in Google, esemplare della Biblioteca
nazionale di Napoli. 5. Si vende nella libreria Strada Quercia: l'edizione è
attestata da una scheda OPACSBN. 6. Napoli, Pedone Lauriel. È attestata da una
scheda OPAC-SBN che rinvia anche all’esemplare, digitalizzato e visibile nella
biblioteca di Google, di proprietà della Biblioteca Giorgio Del Vecchio del
Dipartimento di scienze giuridiche, sezione di Filosofia del diritto dell’
Università degli Studi di Roma La Sapienza. 7. Mazzoni (1931, 883). ramente
questo legame. Si pensi che Monti non cita mai C. nella dedica della Proposta
al marchese Trivulzio; quando C. è citato nel corso dell’opera, talora il suo
nome si accompagna a una presa di distanza: così, anche se è lodato proprio per
la sua avversione ai modi toscani, nel vol. 11, parte 11 della Proposta, nell’
Amor patrio di Dante di Perticari, si dice che C., Baretti e Bettinelli, furono
eccessivamente sciolti, più di quanto non chiedeva il bisogno e l’onore del
bello stile*. L'indice dei nomi, nell’ Appendice alla Proposta, puntualmente
riprende questi due passi annotando che Il Perticari opina che fosse più
sciolto il suo dire che non richiede Ponore del bello stile?. Del resto, nell’
Agzotatore piemontese del 1838 (fascicolo 1, vol. vii), Michele Ponza avvisava,
dopo aver citato Cesarotti, che quell’autore si era saviamente scostato dalla
superstizione (quanto alla lingua e ai suoi modelli), ma si era poi fatto
incautamente troppo vicino alla licenza ^. Questa era in sostanza l'opinione
media sul C. attorno alla metà dell Ottocento. Torniamo tuttavia alle edizioni.
Una prima fortuna editoriale del Saggio sulla filosofia delle lingue si
concentra, cosa abbastanza curiosa, in anni difficili per la storia italiana: è
del 1943 la piccola ma importante edizione di Spongano; è del 1945 l'edizione
di Ortolani, nelle Opere scelte di C.. Di lì in poi le edizioni diventano
ancora più rilevanti: abbiamo le tre ristampe via via corrette di Puppo nelle
Discussioni linguistiche del Settecento della UTET (1957; 1966; 1970), nel 1969
quella presso Marzorati del solo Saggio e nel 1960 l’edizione di Bigi, nei
Classici Ricciardi. Tra l’altro, va segnalato l’interesse per le varianti del
Saggio sulla filosofia delle lingue, che non sono di grande peso, ma tuttavia
esistono, ed erano state ignorate da Puppo e da Spongano, ma furono registrate
da Ortolani e poi da Bigi. Potremmo ancora menzionare due edizioni più recenti,
anche se non mi pare abbiano importanza paragonabile a quelle che abbiamo
citato: ecco dunque la scelta del Saggio sulla filosofia delle lingue a cura di
Caliri, nel 1973, preso un piccolo editore di Reggio Calabria, e l'edizione di
Perolino, per le Edizioni Campus di Pescara, nel 2001, quest'ultima piuttosto
difficile da reperire, ma per fortuna facilmente consultabile, almeno
l'introduzione del curatore, che è stata collocata in academia.edu. Anche una
volta esaminata la fortuna editoriale di C., mi sembra si possa concordare sul
fatto che il recupero agli studi linguistici di questo 8. Perticari (1820, 438).
9. Monti (1826, 247). 10. Ponza (1838, 6). studioso deve fare riferimento
essenzialmente al fondamentale e notissimo intervento di Giovanni Nencioni,
Quicquid nostri praedecessores..., uscito del 1950, poi nel volume Di scritto e
di parlato (Nencioni, 1983). Questo è davvero un passaggio fondamentale, che
non riguarda soltanto C., in quanto nasce dalla proposta di una rivisitazione
complessiva della tradizione linguistica italiana, posta però in diretta
relazione con gli interessi della linguistica moderna. La rivisitazione di
Nencioni coinvolge altri autori, oltre a C.: nell’ordine in cui vengono
proposti da Nencioni (che non segue necessariamente l’ordine storico), sono
Nicolò Tommaseo, Dante del De vulgari eloquentia, poi il C. insieme a Beccaria,
quindi il Foscolo, Vico (citato, sì, ma alla svelta; torneremo su questo), poi
Manzoni e Leopardi. Nencioni andava alla ricerca, nel pensiero linguistico
italiano preascoliano, di elementi che fossero validi e vivi. L'etichetta era appunto
così, pensiero preascoliano senza far riferimento alla frattura tra linguistica
scientifica e prescientifica. Non linguistica empirica e linguistica moderna,
dunque. C. assumeva una funzione importante: era designato come vero e grande
iniziatore del nostro moderno pensiero linguistico (Nencioni, 1983, 7), una
definizione che gli assegnava tutto il merito necessario per una sua
rivalutazione. Come mai C. attirava su di sé tanta attenzione, per la vitalità
e validità del suo pensiero all’interno della tradizione linguistica italiana
che cominciava prima di Ascoli? Quattro erano gli elementi fondamentali,
secondo Nencioni: il riconoscimento da parte sua del dinamismo della lingua;
l’eliminazione di un pregiudizio grave qual era la gara delle lingue, cioè il
primato di una lingua sull’altra; la coscienza del carattere sempre elaborato
della lingua letteraria, e dunque della sua differenza rispetto alla lingua
parlata della comunicazione; in ultimo, la differenza tra forma esterna e forma
interna della lingua, con la piena valutazione della distinzione tra genio
grammaticale e genio retorico. Tutto questo conduceva al problema del lessico
europeo, cioè alla circolazione internazionale di parole significative per la
formazione della nuova società moderna (cfr. 17). Il recupero di C. alla
modernità richiedeva due passaggi, uno dichiarato e uno che invece rimaneva
implicito. Quello dichiarato era la sottrazione di C. al dibattito sulla
questione della lingua, e anzi, di fatto, la rimozione della questione stessa.
Il salto di qualità operato da Nencioni nella lettura di C. consisteva appunto
nel sottrarlo alla cornice, ritenuta limitante, della questione della lingua, e
questo era espressamente dichiarato. La stessa scelta ritornava laddove
Nencioni discuteva il concetto di europeismo, mettendo però in luce, alla fin
fine, anche un limite di Cesarotti, perché, proseguendo nella lettura del
Saggio sulla filosofia delle lingue, di fronte a certe dichiarazioni intese a
porre argine alle eccessive contaminazioni esterne, non si poteva non
riconoscere il profilarsi di una sorta di purismo moderato. Anziché essere
inteso come una forma di cautela, destinata a evitare gli accessi di altri
illuministi più radicali (si pensi ai milanesi del Caffè e alle loro
provocazioni), il purismo moderato veniva interpretato da Nencioni come uno
sviamento dal ben più rilevante europeismo iniziale. A quel punto, nella
ricostruzione di Nencioni, il tema dell’europeismo veniva sottratto a C., che
non l’aveva saputo condurre fino in fondo, e passava a Leopardi, perché
Leopardi era il linguista che aveva saputo andare dritto, senza esitazioni,
verso l’europeismo. Con Leopardi, l’europeismo si emancipava: il prestito
lessicale poteva essere accolto anche nel caso in cui la lingua possedesse già
un equivalente della parola forestiera. Questa la conclusione: alla fine pesava
la superiorità concettuale di Leopardi. I limiti di C. stavano dunque nel fatto
che era entrato all’interno della questione della lingua, l’aveva innovata, in
parte superata, ma non aveva avuto la volontà o la forza di rompere fino in
fondo il rapporto con i problemi che la tradizione del dibattito di matrice
puristica gli aveva offerto. L’altra parte della ricerca linguistica di C., che
Nencioni non nominava, era quella relativa alla teoria delle origini del
linguaggio attraverso i radicali primitivi: è il tema delle onomatopee, della
formazione del linguaggio, in sostanza tutta l’area del pensiero di C. che
riporta verso Condillac e molto di più verso de Brosses. Del resto Nencioni
aveva citato Vico alla svelta, come ho detto all’inizio. Evidentemente la
lettura di Vico, e anche la lettura di un C. che poteva essere giudicato come
legato a Vico, non interessava Nencioni. La sua rilettura aveva lo scopo di
sottrarre totalmente questi pensatori alla riverniciatura del pensiero
idealistico italiano e della filosofia di Croce. Si pensi, per comprendere
questo tipo di rilettura idealistica, al C. così come presentato da Trabalza
nella già citata Storia della grammatica italiana, dove si forniva una
descrizione del suo sistema abbastanza ricca e completa, ma squilibrata in
chiave crociana, con una forte insistenza sul ruolo della filosofia di Vico,
pur se Trabalza dimostrava in realtà di conoscere anche de Brosses. Questo è un
punto fondamentale: il vichismo e la teoria meccanica delle lingue di de
Brosses venivano non solo facilmente sovrapposte, ma anche scambiate nel loro
reale peso e valore, attribuendo un’ importanza eccessiva al Vico, e per contro
un’ importanza troppo scarsa a quella che è l’influenza ben più determinante
della teoria meccanica di de Brosses, che pure con la teoria di Vico ha qualche
somiglianza. Trabalza si era accorto della forte influenza delle teorie di de
Brosses su C., ma la interpretava come una limitazione: il povero C., insomma,
dopo aver intuito vichianamente la distinzione tra memoria, rappresentazione e
figure, dopo essersi meritevolmente avvicinato all’espressività e alla
irrazionalità, era ricaduto malauguratamente (questa la lettura di Trabalza)
nel meccanicismo delle teorie d’oltralpe, proprio perché riponeva troppa
fiducia in de Brosses. Questa fiducia aveva guastato in gran parte il buono a
cui si era precedentemente avvicinato grazie a Vico. Fra l’altro, dava fastidio
a Trabalza che la dottrina delle parti del discorso non fosse considerata
superflua da C., come era riuscito a dimostrare che era stata per Vico. Invece
nomi, pronomi, verbi, avverbi, preposizioni, congiunzioni, secondo C., erano
presenti in ogni lingua, e costituivano realmente la base della lingua
universale. La grammatica dunque non si dissolveva in uno pseudo-concetto, e C.
appariva abbarbicato a una teoria grammaticale anti-idealistica. Fra l’altro,
quest attenzione alle parti del discorso era l'unica ragione che giustificasse
la presenza di C. all’interno di una storia della grammatica italiana come
quella di Trabalza, considerando che il Saggio sulla filosofia delle lingue non
è certamente una grammatica, come del resto non lo è la Scienza nuova di Vico.
Il passo che svela meglio le intenzioni di Trabalza è quello in cui si cerca di
dimostrare che C., quando si orienta verso la grammatica generale, sbaglia
strada, ma quando va verso il genio retorico allora, solo allora, assume un
punto di vista nuovo. Commenta Trabalza: C. era sotto l’influenza del pensiero
vichiano, o almeno in comunicazione con le correnti sprigionate dall’attività
del Vico, e gli studi a’ quali si era dedicato lo avevan condotto a
intravvedere, se non a riconoscere, l’importanza della fantasia, la natura
fantastica del linguaggio. Mi sembra notevole non soltanto il fatto che si dia
per certa l’ influenza del pensiero di Vico, al di là dei richiami
documentabili, e la si presupponga attraverso una (supposta) comunicazione con
le correnti spirituali sprigionate dalla vitalità del pensiero di Vico,
vitalità generica, ipotizzata come un atto di fede. È facile dunque vedere come
le attribuzioni di attualità e inattualità, è quasi banale dirlo, possano
mutare nel corso del tempo; ma evidentemente l’attualità che ci interessa non è
quella che poteva essere veicolata nel momento della maggior diffusione del
pensiero crociano. In ogni modo questo interesse per l'origine delle lingue,
che in prospet11. Trabalza (1908, 425). tiva crociana aveva ancora colpito
Trabalza quando aveva presentato Cesarotti nella sua storia della grammatica,
non si rintracciava più in Nencioni, che non sfiorava l’argomento. Se questo
modo di vedere duri ancora, si può forse valutare già dal programma del nostro
convegno, in cui non soltanto la relazione di Graffi, ma anche le relazione di
Gensini e di Battistini, e anche quella di Baglioni sull’etimologia,
riconducono al tema dell’origine delle lingue e alle etimologie, per le quali C.
adottava il principio della simbologia fonica assunta attraverso le radici
originarie, per cui STindicava lo stare, il rimanere fermi, FLindicava il
fluire e lo scorrere, e così via. Messi da parte argomenti come questi, che
forse potevano sembrare di scarso peso e troppo legati all’erudizione
settecentesca, e messa da parte la questione della lingua, reputata la camicia
di forza del pensiero linguistico italiano, il perno attorno al quale gravitava
la ricostruzione storica di Nencioni era dunque la distinzione tra genio
grammaticale e genio retorico, che sembrava avere ben altre valenze
interpretative, condivisibili con la linguistica moderna. Tra gli anni
Cinquanta e gli anni Ottanta, questo argomento attirò anche l’attenzione di
altri, per esempio di Luigi Rosiello, nel libro Linguistica illuminista del
1967, dove C. viene menzionato proprio per la distinzione tra genio
grammaticale e genio retorico. Rosiello osserva che la definizione di genio
delle lingue di C. è di sorprendente modernità dopo le esperienze fatte con la
linguistica strutturale; Rosiello citava C.: Il genio della lingua non può
essere che il risultato del genio particolare di tutte le sue parti *. C'é
dunque un'attenzione dettata dall’attualità dello strutturalismo, usato in
questo caso per rileggere l’autore antico ed estrarne la parte ritenuta più
interessante. Il pensiero di Rosiello, si noti, non è affatto identico a quello
di Nencioni, da cui anzi prende le distanze. Rosiello scrive che alcuni hanno
creduto di vedere adombrata nella distinzione di genio grammaticale e genio
retorico quella humboltiana rispettivamente di forma esterna e forma interna
della lingua. Qui ricorre la citazione esplicita del saggio di Nencioni, con la
relativa critica: Ma questa interpretazione appare contestabile, in quanto per
il C. il genio grammaticale costituisce una vera e propria struttura logica del
materiale linguistico, mentre per Humboldt la forma esterna è la materiale
manifestazione fonetica dello schema trascendentale a priori (forma interna)
secondo il quale ogni 12. Rosiello (1967, 87). 13. 88. popolo analizza e
classifica la realtà; né tantomeno questo concetto kantiano di forma interna
può corrispondere al genio retorico che rappresenta la variabilità delle condizioni
storiche in cui la lingua viene a contatto con la cultura. Mentre la
distinzione di Humboldt implica l’adesione a un particolare sistema filosofico,
quella di C. si pone su un piano di definizioni più tecniche, più empiriche,
che possono essere assunte anche da chi non condivide i presupposti della
filosofia sensista'^. È una sorta di dialogo con Nencioni. Si puó rilevare che
anche Raffaele Simone, nel capitolo sulla linguistica del Settecento, nell’
importante Storia della linguistica diretta da Lepschy, si sofferma sul
riferimento di Cesarotti al genio delle lingue, con un rinvio molto esplicito a
Condillac: la tematica del genio delle lingue è sicuramente ripresa da
Condillac (a cui del resto l'intero Saggio si ispira) , scrive Raffaele
Simone*. Praticamente nella trattazione di Simone il Saggio sulla filosofia
delle lingue entra solo per la questione del genio. Alla distinzione tra genio
retorico e genio grammaticale aveva fatto riferimento come a cosa attuale anche
Puppo, segnalando che anche oggi, intesa con discrezione, senza eccessiva
rigidezza, potrebbe avere una sua validità: il genio grammaticale potrebbe
corrispondere agli aspetti strutturali della lingua, e il genio *rettorico a
quelli stilistici '*. La sottrazione del Saggio sulla filosofia delle lingue al
dibattito sulla questione della lingua operata da Nencioni é stata dunque
fondamentale, e direi che vi si poteva cogliere anche una presa di distanza
dall'edizione di Spongano, priva di introduzione ma corredata da una breve
postfazione, in cui non soltanto C. era collocato sulla linea di pensiero di
Vico come al tempo di Trabalza (e questo si
giustifica considerando la data d'uscita del lavoro, chiaramente più
influenzato dal pensiero crociano: l'interesse per l'origine del linguaggio è
ancora completamente interpretato nell'ottica vichiana), ma, soprattutto,
Spongano, nel definire il significato fondamentale del libro di C., lo
interpretava iz primis come un tentativo di risolvere la questione della nostra
lingua: per Spongano, le due linee di interpretazione erano ancora: 1. quella
crociana; 2. quella legata 14. Ivi 88-9. 15. Simone Puppo Cfr. Spongano (1943, 156):
Il proposito primitivo del C. era stato quello di risolvere un problema
particolare, la questione della nostra lingua, che in quell'epoca di
rinnovamento culturale si riaccendeva con nuovo ardore.alla questione della
lingua. Nencioni interpretava in modo radicalmente diverso, per portare C. su
di terreno differente. Veniamo ora proprio ai due temi che Nencioni, come
abbiamo detto, aveva lasciato da parte, e a cui guardava secondo me con scarsa
simpatia, cioè l’origine delle lingue e la questione della lingua. Il tema
dell’origine delle lingue era ben presente in Puppo, che aveva fatto ampio
riferimento non solo a Condillac, ma anche a de Brosses, e del resto il tema
non era sfuggito a Croce (puntualmente citato da Puppo'), che non aveva
trascurato il richiamo (non banale) alla dissertazione latina del 1765, De
naturali linguarum explicatione, in cui ricorrono alcuni elementi che si
ritrovano nel Saggio. Inoltre Puppo insisteva giustamente sul fatto che C.
molto di più ha tratto da Condillac e de Brosses che non dal Vico'?. Benché
Puppo fosse poi attirato in misura maggiore dagli effetti delle teorie di C.
sulla libertà degli scrittori, sulla loro possibilità di farsi moderni e di
innovare lo stile italiano, cioè alla fine propendesse per un’interpretazione
del Saggio al servizio della letteratura, l’attenzione per le teorie
linguistiche del Settecento era viva e meritoria, così come il medesimo
interesse era vivo nella ricostruzione di Vitale, nel classico manuale sulla
Questione della lingua, che consuona con Puppo nel giudicare secondario
l'influsso del pensiero vichiano, presente in C. tutt’al più come un pallido
riflesso, mentre era riconosciuta più significativa la presenza di Condillac e
di de Brosses. Non a caso, alle spalle del manuale sulla questione della lingua
di Vitale, c’era l’esperienza del Sommario elementare di una storia degli studi
linguistici romanzi, che elementare in realtà non è affatto, e in cui la storia
delle idee linguistiche europee era svolta in maniera accurata. Semmai ci si
potrebbe stupire che Vitale, una volta collocato C. nella sua sede naturale,
cioè nel quadro della questione della lingua, si trovasse a giudicare con
severità proprio l’innovativa soluzione pratica che C. aveva offerto
nell'ultimo libro del suo trattato, che si chiude, com'è noto, con la proposta
del Consiglio nazionale italico. Per Vitale, questa era la parte più fragile e
caduca del suo pensiero, perché non per via legislativa accademica, sia pur
nazionale, poteva rendersi viva e comune in tutti i gradi della nazione la
lingua italiana **. Si noti fra l’altro che vi è un legame tra l’attività del
18. Cfr. Puppo (1957, 59). 19. 20. Vitale (1978, 272). 21. Cfr. Vitale (1955 80-1),
con un cenno al precorrimento di Saussure e all’interpretazione di Nencioni.
22. Vitale. Consiglio nazionale e il tema delle etimologie e dei radicali
simbolici ricavati dalle pagine di de Brosses, perché uno dei compiti del
Consiglio avrebbe dovuto essere la realizzazione del vocabolario etimologico
ordinato non alfabeticamente, ma per radici. Quindi il tema dell’origine della
lingua si rifletteva immediatamente sui compiti lessicografici che C. avrebbe
voluto affidare a questo nuovo organismo nato sulle ceneri della Crusca. Non è
un caso che un avversario del Saggio di C., quale era il Galeani Napione, non
fosse solo ostile alla presunta propensione antinazionale e all'eccessiva
disponibilità per i francesismi, ma anche si schierasse contro quella che
definiva la tanto vana scienza delle etimologie, la quale trovò difensori
acerrimi in un secolo, che si vanta chiamarsi Filosofico. A me pare che tra i
temi di attualità che si dovrebbero rivendicare oggi al Saggio sulla filosofia
delle lingue, lasciata alle spalle l’interpretazione in chiave attualizzante di
marca strutturalista, ci dovrebbero essere proprio questi: le etimologie e il
Consiglio italico della lingua come nuova soluzione alla questione della lingua,
anche perché dalla teoria delle origini era tratta l’idea stessa della natura
del linguaggio, e il Consiglio italico aveva lo scopo di voltare pagina,
aprendo una nuova stagione degli studi linguistici italiani in cui la storia e
la ricchezza delle parlate italiane fornissero materia per una nuova
impostazione delle ricerche, al servizio di un ideale collettivo e nazionale.
L' indagine storica sulle radici è insomma per C. un passaggio fondamentale,
anche se ne parla ricorrendo a materiali di riporto; ma essa si congiunge
all'indicazione positiva per superare la questione della lingua mediante un’
istituzione culturale vera e propria. Nel Saggio sulla filosofia delle lingue
scorre una linfa vitale di natura politica che fa riferimento a temi di attualità.
Si pensi all’affrancamento dalle pastoie cruscanti dell’italiano paragonato
all’affrancamento dalla carta da bollo negli Stati americani in rivolta contro
la madrepatria^*. Non a caso il Consiglio nazionale della lingua è
rappresentativo delle varie regioni italiane, da cui dovrebbero affluire gli
intellettuali per collaborare alle nuove iniziative, ben diverse da quelle
della vecchia Crusca, a cominciare proprio dagli studi etimologici, che la
Crusca aveva lasciato da parte fin dal tempo di Ménage. Molto interessante è la
regolamentazione del Consiglio, pensata a seguito di eventi di attualità. Nel
1783 la Crusca era stata unificata nell Accademia fiorentina seconda. La prima
edizione del Saggio di C. è del 1785. Dunque C. proponeva una riforma 23. Galeani
Napione (1813, 197). 24. Cfr. C. (1800, 213). realistica, che poteva essere
presa sul serio. C. si rivolge alla nuova istituzione, a cui parla in maniera
esplicita, cosi come in maniera esplicita menziona Leopoldo di Lorena, principe
illuminato: Rigenerata [l'Accademia di Firenze, ormai non più Crusca] al
presente sotto un nome più adatto allo spirito ragionativo del secolo; posta
sotto gli auspici d’un Sovrano illuminato, che mira in tutto al vero e al
solido^. Mi pare anche interessante la modalità di selezione degli appartenenti
alla nuova accademia, perché il primo passo è lasciato all'Accademia
fiorentina, che deve scegliere persone di sua fiducia nelle varie città
italiane, almeno nelle principali. Questi poi indicheranno i membri di Consigli
provinciali, mai nomi dei consiglieri provinciali avrebbero dovuto essere
comunque approvati dai fiorentini, e i fiorentini stessi sarebbero stati
chiamati direttori del Consiglio italico per la lingua, mantenendone la
sovrintendenza. Il potere di Firenze restava dunque notevole, probabilmente
maggiore di quanto avrebbero gradito altri federalisti, ad esempio il Galeani
Napione. In compenso la valenza del nuovo organo era chiaramente nazionale,
perché i consigli provinciali sarebbero stati mallevadori all’Italia, con una
funzione nazionale mai prima immaginata da qualcuno in una forma così precisa.
La Repubblica delle lettere sembrava concretizzarsi in una istituzione regolata
e comune a tutti gli Stati della penisola. A me sembra che un simile organismo
sia da considerare come una singolare intuizione in quegli anni di forte
sommovimento politico. Quanto alle questioni relative alla formazione delle
lingue e ai radicali primitivi, cioè al tema ricavato da de Brosses e
trasportato fino ai dialetti italiani, esso si congiunge a una particolare
curiosità verso le lingue primitive, esplorate non alla maniera di Vico,
attraverso una speculazione ipotetica e astratta sulla base di notizie ricavate
da fonti antiche. Al posto di queste speculazioni antiquarie, C. tenta di utilizzare
qualche cosa di più per avere informazioni sulle vere popolazioni primitive con
cui i viaggiatorisono venuti a contatto. Mi ha sempre colpito la serie di
riferimenti presente nel Saggio, e già prima nel discorso De naturali linguarum
explicatione, ai viaggi di La Condamine e alle lingue degli indiani d'America.
Queste notizie, in realtà, non derivano da letture di prima mano, ma sono
riprese di sana pianta da de Brosses; tuttavia dimostrano una curiosità nuova
nel qua25. p.214. 26. 216. Per il termine nazionale, si veda in particolare ivi
214-5. 27. dro italiano, degna del traduttore di Ossian. C.
cerca esempi nella realtà geograficamente lontana. Lo fa quando cita da de
Brosses i termini del linguaggio infantile usati in luoghi reconditi del mondo,
tratti dalla relazione del filosofo viaggiatore Signor de la Condamine, e da
quelle di varj dotti Missionari rapporto alle lingue d'America, e sopra tutto
dalla traduzione dell'Orazione Domenicale in tutte le lingue del mondo
pubblicata dal Chamberlain ^. I
riferimenti all'esotico ricorrono non di rado nel Saggio sulla filosofia delle
lingue: così il riferimento ai selvaggi d'America e alla povertà delle loro
lingue, alla diversità dei loro idiomi, dovuta all’isolamento, perché solo un
popolo aggregato forma una vera lingua; o quello agli americani che hanno
denominato il leone con l’appellativo di gatto grosso e malvagio:°, agli
ottentotti che non trovarono miglior modo di rappresentar il cavallo che
chiamandolo asino selvatico , dove il riferimento serve a illustrare il metodo
di denominazione con cui dapprima si cerca un termine che esprime somiglianza,
e poi gli si accosta un secondo termine che esprime differenza; o ancora il
riferimento, aggiunto nell’edizione 1800, attinto da Herder, alla lingua dei
Caraibi che si sdoppia per sesso, o quella degli uroni, che ha i verbi doppi,
uno per le cose inanimate, uno per quelle animate. La nostra curiosità verso
questi temi potrebbe essere ridimensionata se si insinuasse che si studia via
via quello che è rimasto in ombra, perché su quello che è già stato illuminato
resta assai meno da dire; ma può essere invece che le cose stiano ben
diversamente, e l'interesse per questi aspetti sia invece un reale cambiamento
di prospettiva, alla base del quale sta anche un recupero globale, totalmente
storicizzato, del pensiero degli autori del passato con cui ci si confronta,
nel quadro di un linguistica che non é la nostra, ma che aveva una sua
organicità, meno visibile se si estrapolano solamente temi ed elementi di sapore
moderno, magari evidenziati in forma di anticipazioni e precorrimenti. Oserei
dire che si è ormai affermato a livello internazionale uno status diverso della
storia della linguistica, con una miglior considerazione di quello che è stato
l’apporto delle teorie nello sviluppo intellettuale e culturale europeo, prima
ancora che italiano: Cesarotti ha assolto molto bene a questa funzione,
fornendo un significativo raccordo tra molte idee nate oltralpe e il dibattito
italiano sulla questione 28. 48, nota. 29. Ivi 16-7, nota d. 30. 46. 31. 32.
Cfr. Ivi 87-8, nota o. della lingua, che rimane tuttavia il terreno sul quale
il suo libro deve essere collocato e giudicato. C., Saggio sulla filosofia
delle lingue applicato alla lingua italiana, in Opere dell abate Melchior C.
padovano, vol. 1: Saggi sulla filosofia delle lingue e del gusto, dalla
tipografia della Società letteraria, Pisa GALEANI NAPIONE G. F. (1813), 4/
Signor Abate Saverio Bettinelli, in Id., Dell’uso e dei pregi della lingua
italiana. Libri tre, t. 1, presso Molini, Landi e Comp, Firenze. MAZZONI, voce C.,
Melchiorre, in Enciclopedia italiana di scienze, lettere ed arti, vol. 1x,
Treccani, Roma, 883. MONTI V. (1826), Appendice alla Proposta di alcune
correzioni ed aggiunte al Vocabolario della Crusca, Dall Imperial Regia
stamperia, Milano.NENCIONI G. (1983), Di scritto e di parlato. Discorsi
linguistici, Zanichelli, Bologna. PERTICARI G. (1820), Dell'amor patrio di
Dante, in Proposta di alcune correzioni ed aggiunte al Vocabolario della
Crusca, vol. 11, parte 11, Dall’ Imperial Regia stamperia, Milano. PONZA M.
(1838), Voci buone non registrate in alcuni dizionarii, in Annotatore
piemontese, 8/1, 6. PUPPO M. cur. (1957), Discussioni linguistiche del
Settecento, UTET, Torino. ROSIELLO, Linguistica illuminista, Il Mulino,
Bologna. SIMONE R. (1990), Seicento e Settecento, in G. C. Lepschy cur., Storia
della linguistica, vol. 11, Il Mulino, Bologna 313-95. SPONGANO R. (1943), Nota
a M. C., Saggio sulla filosofia delle lingue, a cura di R. Spongano, Sansoni,
Firenze 155-8. TRABALZA C. (1908), Storia della grammatica italiana, Hoepli,
Milano. VITALE M. (1955), Sommario elementare di una storia degli studi
linguistici romanzi, in A. Viscardi ef al. cur., Preistoria e storia degli
studi romanzi, Istituto Editoriale Cisalpino, Milano-Varese, La questione della
lingua, nuova edizione, Palumbo, Palermo. Reti, relazioni Mito delle origini e
perfectibilité de l'esprit nel Ragionamento sopra l origine e i progressi
dell'arte poetica Contarini (Udine) Il carattere programmatico, se non
addirittura fondativo, del Ragionamento sopra l'origine e i progressi dell'arte
poetica rispetto agli scritti di C. del medesimo periodo, come il Ragionamento
sopra il diletto della tragedia, emerge nitidamente nelle ultime pagine, dove
l’autore si passa in rassegna i sistemi teorici che lo hanno preceduto nell’
avviluppato labirinto della riflessione critica settecentesca: per citarne solo
i principali, si va dalle più prevedibili Réflexions critiques sur la poésie et
la peinture di Dubos (1719) all Essai sur le poème épique di Voltaire (1726), a
Les beaux arts réduits à un méme principe di Batteux (1746), alla dissertazione
del sig. Hume sopra la Regola del gusto (letta nella traduzione francese del
Merian'), fino al tutt'altro che scontato De l'Esprit di Helvétius, sulla cui
importanza si dovrà ritornare. Da quello che si può senza dubbio definire in
senso figurato un osservatorio filosofico-letterario sulla tradizione culturale
europea, C. scrive: Parmi ancora che manchi particolarmente all’ Italia,
un'opera più ampia, più metodica, più universale; in cui prescindendo
intieramente da qualunque esempio, autorità o stabilimento, si cerchino nello
spirito e nel cuore umano le prime tracce della poesia ed accompagnandole passo
passo colla scorta della ragione, senza mai perderla d’occhio, si facciano
scorrer le regole necessariamente dal loro primo fonte, distinguendo quelle che
sono essenziali e di natura da quelle che non sono che di riflesso e di
congruenza; ed esponendole con quel metodo con cui si sono scoperte, senza
imporre e preoccupar l’animo con definizioni, le quali senza premetterle
osservazioni non possono né formarsi né intendersi esattamente; in cui
s’insegni a distinguere e ad appreziare secondo il lor giusto valore le
bellezze universali e di natura dalle locali e particolari; in cui finalmente,
escludendo tutte le ridicole prevenzioni per antichi, moderni, nazionali e
stranieri, si esamini la religione, le leggi e 1. Si tratta di Sur les
passions, sur la tragédie et sur la règle du goût, Schneider, Amsterdam 1759. i
costumi di tutti i popoli cogniti e la influenza che debbono aver
necessariamente sopra la poesia, i pregiudizi ed i vantaggi che ne risultano, e
l’uso ragionevole che potrebbe farsene, e su quest’uso dei rispettivi costumi,
non sopra i costumi me-desimi, si fondi una ragionevole censura de’ principali
poeti, che diriga il genio e fissi il gusto per modo che in mezzo al conflitto
di tante varie opinioni e costumi, e nella immensa distanza di paesi e di
secoli, la perfetta poesia sia universalmente ed egualmente riconosciuta e
gustata, e quel ch’ella ha di straniero serva non a ributtar chi la legge, ma a
condirla di novità, e a renderla più istruttiva e più dilettevole?. C. si
spinge fino a delineare il piano preciso di quest'opera ancora da scrivere, che
nelle sue intenzioni dovrebbe portare a compimento la Storia filosofica della
poesia progettata da Antonio Conti. Concepito in due libri, e il primo libro in
due parti, il progetto di fondo appare per la verità assai più vicino alla
storia comparata dell’ Essai sur les Moeurs et l'Esprit des nations di
Voltaire, dove i fatti letterari vengono considerati in rapporto alle loro
condizioni antropologiche, anche se in questo caso l’analisi poetica riceve con
tutta evidenza un’attenzione maggiore da parte dell’autore, che così si esprime
riguardo al suo lavoro: Nella prima [parte] si supporrebbe che non esista
ancora né la poesia né l’arte poetica e prenderebbesi a rintracciare per quali
strade un ragionatore illuminato di qualsivoglia nazione avrebbe potuto
accorgersi della possibilità d’una tal arte, e come per quelle medesime
l’avrebbe perfezionata: ognuno si vedria nascere e crescere la poesia, per dir
così, tra le mani, e potrebbe assicurarsi della verità dei principi col
testimonio del proprio interno sentimento: nella seconda, prescindendo da
qualunque fatto istorico, si esaminerebbe colla pura ragione quali
modificazioni debba ricever la poesia da’ diversi sistemi religiosi, politici e
morali de’ vari popoli. Il secondo libro conterrebbe un'istoria ragionata della
poesia di tutte le nazioni ed un'analisi imparziale delle opere de’ più famosi
poeti, la quale serviria di esempio e di prova di fatto a quanto si fosse
stabilito nel libro precedente sopra i soli ragionamenti*. Tanto più se si
considera che all’inizio degli anni Sessanta C. è impegnato con grande successo
a fare la sua parte di scrittore di avanguardia’, sembrerebbe dunque lecito
dare credito all'autore e considerare il Ragzonamento non tanto uno scritto
letterario d’occasione, quanto la solida pre2. C. (2010b 138-9). 3. p.140. 4. s.
Dionisotti (1988, 41). messa di un’opera teorica di più vasto respiro su cui
egli meditò a lungo, anche se molti anni dopo decise di escludere il saggio
dall’edizione completa delle Opere, considerandolo un frutto alquanto immaturo
del suo talento giovanile. La centralità del Ragionamento nel pensiero di
Cesarotti alla vigilia dell’ Ossian è peraltro confermata dalla corrispondenza
con Toaldo del 15 dicembre 1760, dove si allude al progetto in questione, e più
tardi anche da una lettera assai meno nota indirizzata a Michael Rijkloff van
Goens del 23 maggio 1767, che segna l’inizio dello scambio epistolare con il
filologo olandese, attratto proprio dalle implicazioni filosofiche e
antropologiche del Ragionamento, di cui aveva avuto notizia da due gazzette:
l'olandese Bibliotheek der Wetenschappen en Schoene Kunsten e la tedesca Neue
Bibliothek der Schone Wissenschaften. Scrive C., rallegrandosi dell’opportunità
di intrattenere con il suo nuovo corrispondente olandese un sodalizio
intellettuale di natura letteraria e filosofica sui temi che gli stanno a
cuore: È qualche tempo ch'io medito di ridurre ad un sistema più regolato tutte
le dottrine poetiche, e di trattarle con un metodo, s' io non m'inganno, del
tutto nuovo. Le ragioni che m'indussero a pensar ciò, e l’utilità che risultar
potrebbe, a mio credere, da cotesto nuovo piano, io le aveva già stese in un
discorso Preliminare: ma trovandomi da varie cagioni impedito dal por mano
all’opera, pubblicai quel solo discorso col titolo di Ragionamento intorno
l'Origine e i Progressi dell’arte Poetica, dietro la Traduzione di due Tragedie
del Signor Di Voltaire, accompagnate da un altro Ragionamento intorno al
diletto della Tragedia. Cotesto discorso preliminare sarà quello di cui parla
la Gazzetta, la quale saprei volentieri qual fosse fra le tante che escono, e
che ne dicesse. Mi daró l'onore d'inviarle questo mio libro, quando ella si compiacerà
d'indicarmi il mezzo di farglielo giunger sicuramente, giacché la Repubblica
Veneta non ha verun ministro in Olanda. Quanto poi all'opera stessa, benché
distratto da giornaliere occupazioni, io non la perdo di vista, e ci volgo
tratto tratto il pensiero. Ma ella ben vede che questa è opera di molto lavoro,
e di vaste notizie che abbisognano di tempo e di mezzi per esser raccolte e
ordinate. Pressato dai molteplici impegni letterari e accademici, C. dovette
poi rinunciare a dare forma al saggio teorico di cui van Goens, deluso dal6.
Cosi la Nota degli Editori in calce alla ristampa del Ragionamento sopra il
diletto della tragedia pubblicato nel tomo xx1x delle Opere di C. giustifica
l'esclusione del Ragionamento sopra l'origine e i progressi dell'arte poetica.
7. Cfr. la lettera del 23 maggio 1767 (che non compare nell’ Epistolario
approntato dal Barbieri), in Contarini (2011, 55). Sul carteggio si veda anche
Contarini (2016). la lunga attesa, gli chiedeva ancora notizie alle soglie
degli anni Settanta, prima che il carteggio fra i due si interrompesse
definitivamente. Ma cid non impedisce di ritrovare nel Ragionamento sopra
l'origine e i progressi dell'arte poetica i lineamenti di un progetto
ambizioso, a cui C. si era rivolto, oltre che sull’esempio di Voltaire, forse
anche grazie alla suggestione di quanto aveva dichiarato Helvétius alla fine
del primo libro del De l’Esprit, quando aveva espresso la necessità di una
storia letteraria e culturale che avesse come termini di riferimento da un lato
le origini dell'umanità, e dall'altro l'état de perfection où se trouvent
maintenant les arts et les sciences, e con parole simili a quelle di C. a van
Goens aveva concluso quasi con rimpianto, dinanzi a un compito tanto gravoso
quanto necessario: L'on ferait, sur ce plan, un nouveau systéme de chronologie,
du moins assez ingénieux que ceux qu'on a donné jusqu'à présent: mais
l'exécution de ce plan demanderait beaucoup de finesse et de sagacité d'esprit
de la part de celui qui l’entreprenderait?. Il riferimento a Helvétius,
nominato in maniera esplicita da C. alla fine del Ragionamento e curiosamente
ignorato dalla maggior parte dei commentatori moderni, non é casuale. Ma prima
di affrontare il problema dei rapporti fra il testo di C. e un libro radicale e
a tutti gli effetti rivoluzionario come il De /'Esprit (censurato dalla Sorbona
al suo apparire nel 1758 e condannato anche dal Parlamento di Parigi), che a
quell'altezza lascia tracce signicative anche nella riflessione di Pietro Verri
e di Beccaria, è opportuno dire qualcosa sul contesto del Ragionamento sopra
l'origine e i progressi dell'arte poetica, pià volte oggetto di un'attenzione
per cosi dire orientata da parte degli studiosi. La mia impressione, confermata
da alcune edizioni recenti, è che il Ragionamento tenda a essere letto
soprattutto come una sorta di avantesto dell’ Ossian, alla luce di quello che
sarà il primitivismo del Tournant des Lumières, in un’ottica vicina a quella di
Herder e di Leopardi: una prospettiva che per altro deve la sua persistente fortuna
critica a un fatto letterario incontrovertibile su cui forse non si è forse
riflettuto abbastanza, ovvero la ricezione goethiana dell’ Ossian dentro il
sistema romanzesco del Werther, consegnata poi all’ Ortis. Ma se si rimane alla
lettera del testo e alle sue implicazioni, a me sembra piuttosto che il termine
privilegiato del discorso di C. non sia tanto il tema fortunato delle origini
nei termini del Discours sur l'origine et l'inégalité parmi les hommes 8.
Helvétius (1822, 449). 9. nota 1. 10. Cfr. l'introduzione di Finotti in C.
(2010b 1-34). di Rousseau, che alimenterà poi la vague del primitivismo
ossianico, quanto il paradosso illuministico della perfectibilité de l'esprit
così come affiora in Condillac, in Rousseau, in Voltaire e in Helvétius, per
citare solo alcuni degli autori più significativi da cui C. deriva il suo
manifesto culturale all’inizio degli anni Sessanta. Cercherò dunque di
ripercorrere qui gli snodi principali del Ragionamento ricollocandolo nella sua
cornice originaria, all’interno del dialogo implicito con l’antropologia dei
Lumi, lasciandomi guidare, più che da analogie di superficie, dalle indicazioni
di metodo di studiosi come Jean Starobinski e Georges Benrekassa, che invitano
a rinvenire nei termini linguistici e nei loro contesti di riferimento des
choix discursifs symptomatiques . Si può cominciare con l'osservare, per
esempio, che le #0eurs che danno il titolo al saggio di Voltaire e
costituiscono anche l'orizzonte ideologico entro cui si muove C. posseggono a
quell'epoca un significato sociale e politico che occorre tenere a mente, se si
vuole afferrare la complessità dei problemi e delle relazioni in gioco nel
Ragionamento, le quali portano sulla scienza dell'uomo e sui suoi rapporti con
la realtà esterna, sia storica che antropologica. Come ha osservato Benrekassa,
fin dall'inizio del Settecento l'ambito variegato dei costumi, puri o corrotti
che siano, rappresentano il luogo stesso delle passioni, dove si uniscono
natura e morale, ma il termine assume nel corso del secolo una più decisa
sfumatura antropologica che conduce a une forme de psychologie sociale, a une
problématique de l'homme comme être historique. Nel pensiero filosofico dei
Lumi, erede della tradizione cartesiana delle passioni, la nozione tradizionale
di sostanza pensante (l'anima) viene poco a poco sostituita da modelli
corporei, plus aptes à niveler la différence entre pensée pure et sensation (du
corps) , e in questo spazio di ridefinizione antropologica il termine moeurs
incontra quello altrettanto complesso di civilisation, che rappresenta la
versione dinamica, concreta e materiale, del più antico e statico civilité^. Il
termine moeurs, al pari di civilisation, ha del resto già in sé una
connotazione moralistica relativa alla decadenza dei costumi, derivata da una
visione antica della storia come corruzione, che si rinnova peró a contatto con
il dinamismo psicofisiologico di ispirazione lockiana. Nel suo libro capitale,
Jean Deprun ha spiegato bene come il sentimento di 11. Benrekassa Behrens (2014,
139). 14. Cfr. su questo punto Starobinski (1989 11-60). privazione, associato
al movimento, segni nell'orizzonte dei Lumi l'inizio e la fine dell'evoluzione
umana: se all’inizio è l'urgenza dei bisogni fisici che spinge l’uomo a
progredire e a uscire da uno stato di soggezione, nello stadio più avanzato
della civiltà è di nuovo l’inquietudine, come rimedio alla noia e desiderio di
piaceri vivi, a dirigere le azioni degli uomini all’interno di un universo
culturale percepito sempre di più come artefatto, che, come rileveranno poi con
sempre maggiore frequenza gli {déologues, a fine secolo lascia intravedere
tutte le sue ombre. Già i philosophes mostrano però un disagio crescente
dinanzi a un’interpretazione univoca dell’idea di progresso, e sia Voltaire che
Rousseau, mentre considerano la libertà da ogni forma di pregiudizio e di
intolleranza la forma più compiuta di civiltà, non cessano di lamentare, come
del resto Helvétius, la decadenza delle lettere nelle società più avanzate. A
questa forma di paradosso, tipica del pensiero dei Lumi, neppure C. sembra
sottrarsi nel Ragionamento storico-critico sopra L Iliade di Omero, dove
troviamo una lunga citazione tratta da Arnaud che ripropone il confronto probabilmente ispirato a Helvétius fra le
passioni sublimi degli antichi e le fantasie minute dei moderni, segno
rivelatore di una civiltà in declino: Se i costumi dei suoi eroi ti sembrano
grossolani, e barbari, pensa che tali erano i costumi del suo secolo, e che
egli aveva a dipingerli, non a riformarli. Inoltre se tu consideri che appunto
la semplicità e la ferocia de’ costumi del suo secolo è ciò a cui dobbiamo i
tocchi originali e forti de suoi ammirabili quadri; che tu vivi in un tempo nel
quale la politezza, il lusso, i bisogni moltiplicati all'eccesso hanno
pressoché cancellati tutti i grandi lineamenti della natura, in cui lo sdegno
non è che risentimenti, l'amor che galanteria, l'amicizia abitudine, il
coraggio timor dell’infamia; lungi dall’ascriver [1]a colpa a Omero di non aver
rappresentati i suoi Eroi coi nostri vestimenti, e colle nostre fisionomie, tu
sentirai la necessità di ricorrere alle di lui opere per apprendere a disegnar
le grandi e forti passioni, quelle passioni di cui le nostre anime abbandonate
a un'infinità, non dirò di desiderj, ma di piccole fantasie non potrebbero
presentarci il modello. Tuttavia bisogna osservare che l'ambivalenza implicita
nell’idea di progresso, che come si è visto non appartiene solo a Rousseau ed è
fatalmente destinata ad accentuarsi nel periodo rivoluzionario, risulta per la
verità piuttosto sfumata nel Ragionamento sopra l'origine e i progressi
dell'arte poetica, dove la decadenza della poesia sembra imputata non al
progresso in sé, quanto 15. Cfr. Deprun (1979). 16. C. (1802 222-3). alla
pratica sterile dell'imitazione dei modelli, sia antichi che moderni, che
allontanano il poeta dal centro emotivo della sua ispirazione, vale a dire
l’uomo stesso, considerato non tanto, o non solo, come espressione della
natura, ma più in generale come soggetto di un'esperienza, portatore dei valori
di una comunità storica e sociale. Prima della nascita dell'antropologia, a
fine Settecento, tutto ció che riguarda il sapere antropologico ed etnologico
si concentra infatti sulla storia, intesa come discorso sull'uomo e sulla genesi
e l'evoluzione delle società. Tale discorso è dunque al contempo lo abbiamo
visto nel passo di Helvétius citato poco fa récit
d'une génèse et philosophie d'un devenir . Sull'esempio dell’ Histoire
naturelle di Buffon, l'antropologia dei Lumi concorre a fare dell’ homme
civilisé il centro del suo interesse, e persino coloro che, come Rousseau e
Helvétius, deplorano la corruzione dei costumi delle età più avanzate, non
cessano di guardare comunque all'educazione come mezzo necessario di
perfezionamento morale e civile: proprio perché la storia è dotata di senso,
l'uomo non puó rimanere allo stato selvaggio senza soffrire di una mancanza
essenziale che deriva dalla sua stessa natura, la quale tende allo stato di
civiltà come suo fine naturale. Da questo punto di vista il Ragionamento non fa
eccezione, e il quadro delineato da C. si inscrive senza sforzo all'interno
della riflessione settecentesca qui riassunta per sommi capi, che sull'esempio
lockiano vede nel piacere e nel dolore i cardini di una storia naturale e
culturale percepita anzitutto in termini fisiologici, dentro le coordinate
geografico-antropologiche dell Histoire naturelle di Buffon. Come in Condillac,
in Voltaire, in Rousseau e in Helvétius, all’origine di ogni progresso umano
c'è la percezione, e poi l'idea sempre più definita, di una mancanza che da
concreta diviene astratta, dando l'avvio al processo storico e culturale delle
arti. Lo ricorda già Fontenelle in uno dei testi cari a C., il saggio Sur la
poésie: toute invention humaine a sa première origine, ou dans un besoin
actuellement senti, ou dans quelque hasard heureux qui a découvert une utilité
imprevue . E questa l’idea che presiede al frammento sui primordi posto
all’inizio del Ragionamento, debitore della scrittura per immagini della
Scienza nuova di Vico solo nell’esordio topico sulla dispersione delle genti
succeduta al diluvio, quando gli uomini abbandonati a se stessi, in preda ai
bisogni, lottando colla fame, col freddo, coi disagi, in perpetua guerra con le
fiere, non si distinguevano da esse che per la possibilità di 17. Duchet (1971,
8). 18. Fontenelle (1766, 270). diventar uomini. A ben vedere, ciò che
interessa C. non è tanto la pittura del mondo primitivo, quanto l’analisi del
passaggio graduale dalle grida della natura (un evidente calco rousseuiano?°)
alla creazione del linguaggio e quindi allo sviluppo dell’arte poetica, anche
se l’attenzione minuta che egli rivolge da subito ai processi linguistici
sembra indicare che l’incontro con il Traité de la formation méchanique des
langues, databile grazie agli studi di Enrico Roggia all’inizio degli anni
Settanta, era in qualche modo già annunciato. Possiamo immaginare infatti che
nella suggestiva fabrique des mots di de Brosses, l’abate avesse modo di
ritrovare quella ricostruzione precisa delle origini del linguaggio e della
peinture imitative, estesa de degrés en degrés, de nuance en nuance che non
poteva desumere da Condillac e da Voltaire. D’altro canto non è senza
significato, ai fini della ricezione di de Brosses, che l’orizzonte ideologico
del Traité de la formation méchanique des langues sia lo stesso dell’ Essai sur
les Moeurs e del Ragionamento, vale a dire la geografia antropologica dell’
Histoire naturelle di Buffon, e che lo stesso de Brosses abbia intrattenuto un
dialogo di un qualche interesse con Helvétius’*. Ma torniamo al discorso di C.
sull'origine e lo sviluppo del linguaggio, che già a un primo sguardo appare
fortemente debitore delle teorie di Condillac, di Rousseau e di Helvétius. Se
in un primo tempo gli organi informi ed irrigiditi degli uomini primitivi li
rendeano ben più atti a imitare gli ululati dei lupi e i ruggiti de’ leoni, che
il canto degli usignuoli, una volta acchetate le grida della natura coll’
invenzione delle arti più necessarie, stabilita qualche società, formato un
corpo di lingua , gli uomini, non più spinti dal bisogno ma dal piacere,
avranno fatta maggior attenzione al sibilo de’ zefiri, al gorgoglio de’
ruscelli, onde si saranno formata la prima idea d'un suono aggradevole*.
Nell'economia del Ragionamento il passaggio decisivo da un accozzamento di
suoni per cosi dire inanimati 19. C. (2010b, 106). Sull’ influenza di Vico cfr.
Battistini Le premier langage de l’homme, le langage le plus universel, le plus
énergique est le cris de la nature (Rousseau, 1755 50-1). 21. Sull'influenza di
de Brosses rimando alle considerazioni di Roggia nel volume degli Scritti sulle
lingue antiche e sul linguaggio di C. (in corso di stampa), che si aggiungono a
un precedente contributo dello stesso Roggia (2011 43-66). 22. De Brosses Come
scrive de Brosses (1765, xv): l'abondance des mots, la richesse d'expressions
nette et précises supposent dans la nation un esprit qui s'exerce depuis
long-tems, un grand progrès de connoissances et d'idées (Buffon, Hist. nat. t.
1, Disc. 1). 24. Cfr. Droixhe C. (2010b, 106). all armonia imitatrice, la quale
coll’espression degli affetti si fa sovrana dei cuori? è dunque al contempo
causa e conseguenza dello sviluppo delle passioni: Quindi un amico, o piuttosto
un amante desideroso di custodir l’immagine dell’oggetto amato (come appunto
dicesi aver fatto Dibutadi) si sarà ingegnato di delineare i contorni con
qualche rozzo strumento, il quale, dando luogo successivamente ad altri più
perfetti, avrà finalmente prodotta l’arte maravigliosa di raddoppiar la natura.
La ricostruzione mitica delle origini del linguaggio sembra qui aver assimilato
lo schema di fondo dell’ Essa sur l'origine des connoissances humaines, dove
Condillac aveva distinto fra suoni accidentali, naturali e d’istituzione,
indicando al contempo l’importanza della memoria nel processo imitativo e poi
creativo del linguaggio. Tuttavia non è senza rilievo che C. insiste, sulla
scorta di Rousseau, sul ruolo decisivo delle passioni nel passaggio dai suoni
sparsi alle parole: Il medesimo sentimento di gioia il quale, come abbiam
detto, espresse dalla bocca degli uomini i suoni, avrà pure espresse alcune
parole che disposte accidentalmente in un certo ordine doveano piacevolmente
colpirli: la voce ripercossa nelle spelonche avrà risvegliata l’idea delle
consonanze: dall’una e l’altra di queste cose si saranno avveduti che le parole
erano suscettibili di un'armonia diversa da quella de’ suoni, e più di essa
pregevole, poiché quella non parla che agli orecchi, laddove questa parla di
più allo spirito e al cuore. Ma il nesso intertestuale più forte sembra
costituito in questo caso dal capitolo del De l'Esprit dedicato alle passions
fortes, nel quale compare la stessa immagine del Ragionamento a proposito della
nascita dell’arte: Les passions sont dans le moral ce que dans le physique est
le mouvement: il crée, anéantit, conserve, anime tout, et sans lui tout est
mort: ce sont elles qui vivifient le monde moral. C'est l’avarice qui guide les
vaisseaux à travers les déserts de l'Océan; l'orgueil qui comble les vallons,
aplanit les montagnes, s'ouvre des routes Quoi qu'en disent les Moralistes,
l'entendement humain doit beaucoup aux passions c'est par leur activité que
notre raison se perfectionne. Les Passions, à leur tour, tirent leur origine de
nos besoins; et leur progrés de nos connoissances (Rousseau C. (2010b, 107). à
travers les rochers. L'amour taille, dit-on, le crayon du premier dessinateur.
C'est donc aux passions fortes qu'on doit l'invention et les merveilles de
l'art; elles doivent donc étre regardées comme le genre productif de l'esprit,
et le ressort puissant qui porte les hommes aux grandes actions. Il percorso a
ritroso sulle origini dell'arte delineato dal Ragionamento si conclude con
l’immagine eloquente del corpo della poesia , che rappresenta una prima
elementare forma di espressione in versi o in prosa, suscettibile di
perfezionamento e di sviluppo fuori di sé. Poiché infatti la facoltà poetica
non può parlare del mondo senza l’aiuto della Filosofia, un'arte che imita
l'uomo e le cose non può perfezionarsi se non colla perfetta conoscenza della natura
delle cose. Questo è anche il motivo per cui nei primi secoli, sprovvisti di
tale conoscenza, lo sviluppo dell’arte rimase abbandonato al caso e all’istinto
medesimo che la produsse. Spiega C. ricorrendo a un esempio che porta ancora
una volta sul terreno dell'antropologia comparata, nel segno di Lafitau*:
Simili a quell'Americano, quei rozzi poeti doveano servirsi di questa
grand'arme da fuoco come d'un legno, e scagliarlo senz'arte così alla cieca.
Niun vincolo tra l’idee, niuna delicatezza nei sentimenti, niuna scelta nelle
parole, niun disegno nel tutto, niuna proporzione nelle parti. La loro fantasia
era come un caos da cui scappava di tratto in tratto qualche scintilla di luce,
che, a chi avesse potuto accorgersene, serviva a rilevarne meglio la difformità.
Dirozzati poco a poco gli spiriti, cominciò a polirsi anche l’arte, la lingua
acquistò qualche regolarità, forza ed armonia; s’inventarono vari modi
d’imitare; si moltiplicarono le osservazioni. In queste felici disposizioni
comparvero alcuni spiriti particolari, i quali, congiungendo a tutto il Genio
Poetico qualche cognizione dell’uomo in generale, la scienza dei caratteri,
usi, costumi de’ suoi nazionali, e la notizia d'altre arti, produssero una
nuova specie di Poesia, appresso la quale quella che dianzi piaceva, non era
che un balbettar di fanciulli o un farneticar di ammalati. Come si vede,
l’elogio delle passioni forti alla maniera di Helvétius non si traduce affatto
in un sentimento di nostalgia nei confronti dello stato di 30. Helvétius (1822,
459). 31. C. Sull’antropologia e l’etnologia comparativa di Lafitau cfr. in
particolare Duchet (1985) e Blankaert (1985). 36. C. (2010b, 110). natura o in
un elogio vichiano dell’immaginazione metaforica dei primitivi, che appare anzi
tanto vivida quanto sconnessa e mal assestata
. Osserva inoltre C. riprendendo una similitudine che appartiene al
repertorio di Conti: Simile appunto ad un vetro colorato, o ad uno specchio mal
costrutto, la fantasia spoglia gli oggetti de’ loro colori naturali e li tinge
de’ suoi; gli altera, l’ingrandisce, gl’impicciolisce, gli difforma e trasforma
in mille diverse guise, ed alle volte, come in uno specchio cilindrico accade,
degl’informi e sconnessi abbozzi di oggetti e d’idee si crea una figura quando
regolare e quando mostruosa. Se poi la religione o l'ignoranza o la tradizion
popolare favorisce queste produzioni, esse prendono una tal forza che la
fantasia vi presta un'intera fede e vi si abbandona. La Ragion poetica del
Gravina e le Prose e poesie di Conti (fra cui l’ inedito trattato Dell
imitazione, pubblicato per sommi capi da Toaldo e da lui giudicato confusissimo
?) sono senz'altro, come è stato più volte ribadito, all’origine della
similitudine d’autore. Nella Prefazione alle Prose e Poesie, Conti per esempio aveva
scritto a proposito dei procedimenti allegorici dei poeti antichi: Nell'antiche
Poesie non pertanto una cosa si legge, ed un’altra s' intende, in quella guisa,
appunto, che altro è ciò che talor si vede nelle figure colorite sovra una
carta rimirandole in sé, ed altro è ciò che si vede rimirandole ne’ riflessi di
un cilindro di liscio e terso metallo. I riflessi de’ raggi mostrano quei che
debbe farla mente allora che nelle pitture espresse dell'imitazione cerca il
senso nell'allegoria. Di quella comunemente si servirono i Poeti antichi per
istruire senza arroganza, per lodare senza affettazione, per accusare senza
pericolo, e per far le cose grandi e mirabili senza esporle alle irriverenze e
a’ disprezzi*. Confrontando i due passi, non si puó tuttavia fare a meno di
notare come C. rovesci le argomentazioni vichiane di Conti, storicizzandole: la
similitudine originaria viene impiegata per illustrare la natura di un
immaginario nutrito di passioni smisurate e di pregiudizi religiosi, sul quale
Voltaire si era soffermato a lungo, dopo Fontenelle, nell’ Essai sur les
Moeurs. Se lo si guarda da questa prospettiva, allora, il Ragionamento 37. 108.
38. Ivi 108-9. 39. Così Toaldo nella prefazione al Trattato dell imitazione nel
secondo volume delle Prose e poesie (1756) che raccoglie gli inediti di Conti
(1739-56, 11, 109). 40. Conti (1739-56, 1, 14). sembra piuttosto offrire un
contributo al dibattito sulle favole antiche inaugurato dal saggio sull’
Origine des fables di Fontenelle (1684), che, mentre sottopone a verifica i
contenuti di un mito frutto di superstizione e di pregiudizio, finisce nello
stesso tempo per confermarne lungo tutto il Settecento la vitalità poetica, in
forza di un'energia creativa perduta per i moderni. Se l’esito più noto di
questo discorso culturale e letterario è riconoscibile nelle posizioni più
tarde di Schiller e di Leopardi sulla poesia sentimentale, il Ragionamento ci
restituisce l’interrogazione voltairiana circa i contenuti di verità del mito,
dove la battaglia contro gli errori degli antichi arriva alla fine a celebrare
quasi suo malgrado il potere intrinseco dell’illusione poetica.
L'argomentazione è scandita in tre tempi diversi e perfettamente distinti, nei
quali assistiamo di fatto a un progressivo riadattamento delle premesse
iniziali: dal momento che il maggiore pregiudizio è costituito dall’ ammasso
indistinto di religione, leggi, costumi opinioni, usanze e capricci ^ di cui la
poesia si fa veicolo nelle diverse epoche storiche, chi aspira alla gloria di
poeta universale delle nazioni e dei secoli, deve afferrarsi alle grandi e
universali bellezze della natura, e dell’altre servirsi solo come di un
abbigliamento che non deformi, ma rilevi i lineamenti di un volto *. Egli dovrà
dunque dapprima esaminare la massa indigesta degli usi ed opinioni popolari per
poi purificarla, scegliendo tra queste ultime quelle che confrontandosi più
colla ragione, universale a tutti gli uomini, possano più universalmente esser
gustate 4. E poiché alla fine anche le
più strane costumanze non mancano di qualche principio ragionevole, il poeta
dovrà far sentire questo vivamente e nasconder con destrezza l’altre assurdità
che l’accompagnano; ingentilire e nobilitar finalmente anche i pregiudizi, e
far sì che si cangino in virtù +4. In tal modo, conosciuti i pregiudizi per
quel che sono, anche coloro che li disapprovano, incantati e commossi dalla
magia poetica, ringrazieranno quel felice errore che produsse in loro così
ragionevol diletto #. A ulteriore riprova di quella dialettica interna al pensiero
dei Lumi a cui si è già accennato, all’altro estremo del percorso cronologico
delineato nel Ragionamento C. colloca l’ imitazione servile delle epoche
moderne, quando gl’ingegni fecondi s’isteriliscono, sforzati dalla prevenzione
41. C. a veder coll’altrui fantasia, a sentire coll’altrui cuore*. Ai
pregiudizi derivati dall’ignoranza, tipici dei primordi, si contrappone così lo
sforzo, la languidezza e il gelo nell'anima, degli imitatori d’imitatori
moderni: snervati, scoloriti, contraffatti. Qui la riflessione teorica discende
sul terreno nazionale del dibattito sulla tradizione letteraria e i suoi
modelli, ed è significativo che su questo punto le considerazioni negative di C.
sul petrarchismo siano le stesse di un altro illuminista voltairiano insofferente
ai precetti di stile e di lingua, Giovanni Ludovico Bianconi, che nelle
cosiddette Lettere bavare, uscite a Lucca nel 1763, lamenta con toni analoghi
il peso di una tradizione illanguidita, priva di sostanza e di verità
intrinseca**. La denuncia dei pregiudizi degli antichi si rovescia dunque nella
rivendicazione di una poesia moderna per la quale significativamente C. si
appella a Bacone nel rivendicare una nuova forma di Libertas philosophandi
estesa alla letteratura: L'ultimo pregiudizio della Poesia, non minore degli
altri, viene dalle regole e dai precetti dell'arte. Osserva lo stesso Bacone,
colla sua solita perspicacia e solidità, che la scienza stessa poco o nulla
s'avanza; appunto come, dic'egli, quando le membra e i lineamenti tutti d'un giovine
hanno ricevuto troppo presto forma e compimento, il corpo non vuol più
crescere; così la scienza finché è sparsa in osservazioni ed aforismi puó
acquistare aumento e grandezza, ma circoscritta una volta, e rinchiusa dai
metodi, potrà pulirsi forse, e rendersi atta agli usi degli uomini, ma non
potrà più crescere e dilatarsi. E ciò accade tanto più, quando i maestri di
quella dottrina usano un tuono dogmatico, che impone all’intelletto senza
illuminarlo. Così la poetica facoltà sul fondamento di alcune poche
osservazioni ridotta troppo presto in arte, s’isterilirà ed incepperà da se
stessa, chiudendo l'adito alle osservazioni nuove, si toglierà il suo proprio
alimento. Più tardi, il Saggio sulla filosofia delle lingue tornerà su questo
punto decisivo, ribadendo con maggiore convinzione che se l’arte dei primordi è
figlia della povertà, del bisogno, del caso, quella dei moderni appare frutto
dell'abbondanza, della scelta, del lusso; se quella risulta dall’ impeto d’una
fantasia senza guida, questa è la baldanza dello spirito che sente le proprie
forze, mancando così di facilità5°. Ma all'altezza del Ragionamento, a C. preme
soprattutto affermare che la vera arte poetica 46. C. (2010b, 112). 47. C.
(2010b, 113). 48. Cfr. Bianconi (2006, 534). 49. C. (2010b, 120). so. C. (2001,
p.81). non deve i suoi strumenti ad alcuna cosa esterna, ella li trova tutti
nell’animo ove rinchiusa fermenta ?. Piuttosto che una difesa del genio, che
pure ha già a quest’altezza i suoi sostenitori convinti, l'immagine sembra una
riformulazione del precetto delfico caro al Settecento illuminista, che risuona
all’inizio dell’ Essai sur l'origine des connoissances humaines: Soit que nous
nous élevions, pour parler métaphoriquement, jusque dans les Cieux, soit que
nous descendions dans les abimes, nous ne sortons point de nous mêmes * e del
Discours sur l'origine et les fondements de l'inégalité: La plus utile et la
moins avancée de toutes les connoissances me paroît celle de l'homme et j’ose
dire que la seule inscription du temple de Delphes contenoit un précepte plus
important et plus difficile que tous les gros livres des moralistes*. E difatti
subito dopo C. riporta l'esempio del primo poeta, Omero, che aveva tolto le sue
regole dall’osservazione della natura 4 priori, ovvero dall'esame più o meno
esatto dei rapporti eterni e immutabili tra gli oggetti e l'uomo**, ma
risultava totalmente privo di quello spirito filosofico che trasforma la poesia
nel sistema perfetto dell’arte. Già Fontenelle aveva indicato nella combinaison
nouvelle des pensées connues il carattere peculiare della poesia dei moderni,
in grado di cogliere le relazioni astratte fra le cose, mentre quella degli
antichi si fondava principalmente sul senso elementare della vista, ma questa
formula, che gode di una certa fortuna in ambito illuministico arrivando fino
al Leopardi dello Zibaldone, trova ancora una volta in Helvétius uno dei suoi
più lucidi divulgatori. Nel capitolo del De l’Esprit dedicato ai processi della
memoria, Helvétius definisce infatti l esprit come la capacité d'assembler des
idées nouvelles e osserva che l'artista per essere tale deve employer la plus
grande partie de son temps à l'observation des rapports divers que les objets
ont entre eux, et n'en consommer que la moindre partie à placer des faits ou
des idées dans la mémoire *. A pensarci bene, la parte centrale del
Ragionamento contro un'arte sterile, soggetta al dispotismo della tradizione e
a favore di un'espressione moderna, vólta alla descrizione intima dell'uomo e
dei suoi rapporti con la realtà, potrebbe essere riassunta tutta in questa
definizione di Helvétius, 51. C. (2010b, 131). 52. Condillac (1793, 1.1.1.1, 1).
53. Rousseau (1755, 4). 54. C. (2010b, 131). 55. 56.
Fontenelle (1766, 294). 57. Helvétius (1822, 414). destinata a essere ripetuta
più volte nel Tournant des Lumières. Ma vale la pena di ascoltare direttamente
la voce di C. in quello che è forse il punto più vicino allo Zibaldone di tutto
il Ragionamento, dove la vecchia metafora neoplatonica di Conti sulla catena
dell' Essere si piega a descrivere il processo infinito dei rapporti sensibili
fra le cose, che costituisce il serbatoio stesso di una poesia nella quale il
soggetto appare al centro di una rete sensibile di relazioni: Gli oggetti sono
infiniti: le loro parti, le loro configurazioni, le minute differenze che li
distinguono tra loro, le quali non debbono sfuggire all'occhio d'un buon
imitatore, sono innumerabili. Tutti questi oggetti hanno poi tra se stessi
infiniti rapporti. Ogni cosa è simile o dissimile ad un’altra; un’invisibil
catena lega insieme tutti i generi degli enti, e tutti gli enti di ciascun
genere, e li subordina l’uno all’altro. Ma nissun calcolo può giungere a
rilevare tutti i rapporti e le relazioni che questi oggetti hanno con l’uomo.
Essi formano un nuovo mondo intellettuale e sensibile, più vasto e più vario
dell’universo visibile. Che infinita varietà di pensieri, di ragionamenti, di
giudizi sopra la stessa cosa! Chi può sperar di comprendere col suo spirito
tutte le modificazioni possibili dei sentimenti e delle passioni? Da ciò
risulta che la natura può essere risguardata sotto infiniti punti di vista, ed
egualmente bene sotto questi tutti rappresentata; ma che contuttociò ognuno
chevoglia imitarla, per l impulso e '| moto delle forze esterne ed interne che
agiscono in lui, è costretto a non risguardarla, né per conseguenza a
dipingerla, che sotto un tal punto determinato, cioè sotto quello in cui ella
gli si presenta, e con quei colori che gli si presenta. Ma per tornare a
Helvétius, è indubbio che nel tessuto semantico del Ragionamento affiorino
tracce sparse di una lettura non occasionale delle sue pagine. Una delle più
significative riguarda la distinzione fra le virtù di pregiudizio, che in
poesia seguono gli usi e dei costumi del tempo, e le vere virtù, che
rappresentano valori morali e civili universali. Scrive poi l'autore del De
l’Esprit a proposito della passione anacronistica della vendetta, che egli
assimila al bisogno e al pregiudizio dei popoli primitivi: Les anciens
élevaient des temples à la vengeance: cette passion, mise aujourd’hui au nombre
des vices, était alors comptée parmi les vertus. Dans un siècle trop guerrier
pour n'être pas féroce, l'unique moyen d'enchainer la colère, la fureur et la
traison, était d’attacher le déshonner à l’oubli de l’injure. La peinture de
cette passion était donc trop analogue au besoin, au préjugé des peuples
anciens, 58. C. (2010b 111-2). pour n'y être pas considéré avec plaisir. Mais
dans les siècles où nous vivons il est évident qu'en consultant pareillement
notre intérêt, nous ne devons voir qu'avec indifférence la peinture d'une
passion qui, loin de maintenir la paix et l'harmonie dans la société, n'y
occasionerait que des désordres et des cruautés inutiles. Secondo Helvétius
ogni epoca produce una letteratura autonoma espressione dell’ esprit du
siècle‘°, e di conseguenza ogni mutamento nel governo o nei costumi deve
necessariamente condurre a una rivoluzione nel gusto. In tale contesto, che
subordina per così dire l’estetica all’antropologia culturale, il De /'Esprit
elabora una particolare declinazione dell’idea di interesse che sembra aver
lasciato un segno duraturo anche nel pensiero di C.. Benché il termine
interesse appartenga di diritto all’orizzonte ideologico dei Lumi (ne parla per
esempio Jaucourt nell’articolo Tragédie dell Encyclopédie), mi pare infatti di
poter affermare che la sfera semantica morale e civile di
termini come intérêt e intéressant, che Helvétius impiega nell’ampia disamina
sulla tragedia nel capitolo XIV del De l'Esprit citato più tardi nel
Ragionamento storico-critico sopra l’Iliade, sia la stessa che ritroviamo nel
discorso di C.. Di là dall'ampiezza della trattazione rispetto ad altre fonti
coeve, il merito di Helvétius è senza dubbio di essersi soffermato sulla
categoria illuministica di interesse collettivo estendendola al dominio
dell’arte: è infatti all’interesse pubblico, modificato nel corso dei secoli,
che egli attribuisce la création et l'anéantissement de certains genres d'idées
et d'ouvrages *. A suo dire, la fama stessa di alcune opere, di là dal tempo e
dallo spazio, si spiega con il fatto che esse sono plus vivement et plus
généralement intéressants pour l'humanité, ossia arrivano a esprimere valori
universali indipendentemente dai contesti culturali che li hanno ispirati. C.
sembra aver assimilato la sfumatura antropologica e temporale implicita
nell'uso dei termini interesse e interessante da parte di Helvétius, e se ne
serve, si direbbe, in un'accezione ancora piü rigorosa. Proprio in
considerazione del carattere peculiare di ogni letteratura (in senso storico,
geografico e antropologico) l'autore del Ragionamento critica infatti quei
popoli che in vece di attendere a sviluppare e coltivare germi [della pian59.
Helvétius (1822 286-7). 60. 289. 61. Cfr. al riguardo Contarini (2011b, 95).
62. Helvétius (1822, 295). 63. 300. ta poetica] alla foggia del loro paese
vanno a trapiantare nel proprio clima quella precisa ch'è nata in quel clima
straniero, di cui la crederanno un dono particolare, trasformandola in un
prodotto artificiale. Ma vediamo meglio il passo in cui affiora il lessico di
Helvétius, in una forma così connotata da non aver bisogno di spiegazioni: La
tragedia appresso i Greci non era che la rappresentazione d’una tragedia fatale
ed inevitabile, che inorridiva più che interessasse. La superstizione per gli
antichi fece sì che si escludessero dal teatro molti altri soggetti più
delicati, più interessanti, più istruttivi ed atti a recare nuove spezie di
diletto. L'Italia particolarmente non è ancora ben rinvenuta né praticamente né
teoricamente da questo error grossolano, cosicché si durerà fatica a trovar
quattro critici, di quei che si piccano di buon gusto, che non si facessero
scrupolo di dar il titolo di vere tragedie a molte insigni produzioni di
Cornelio o di Racine, e che non preferissero a un Maometto la più difettosa d'
Euripide. In altre parole, ciò che rende possibile la sopravvivenza di una
tragedia anacronistica, fonte di un diletto svaporato non più naturale, è il
pregiudizio dell’abitudine, grazie al quale pur essendosi cangiato col tempo il
sistema della Religione e del Governo, si mantengono ancora per lungo spazio
gli antichi modi e l’antico meraviglioso poetico, appunto come in un governo,
cangiati i costumi, si conservano generalmente le leggi 55. Un esempio concreto
al riguardo è fornito dal Ragionamento sopra il Cesare del signor di Voltaire,
uscito nel medesimo anno del Ragionamento sopra l'origine e i progressi
dell'arte poetica, che ha anche il merito di precisare meglio i termini del
dialogo a distanza con i modelli francesi. Dopo aver definito la morte di
Cesare un fatto cosi grande, e cosi interessante, che meritava bene d’essere il
soggetto de’ migliori Tragici di tutte le nazioni %7, C. si applica a una
disamina sottile delle azioni di Bruto nella tragedia di Voltaire, con il
conflitto fra il dovere filiale e l’amore di patria, tutta condotta sulla
falsariga di quel confronto fra le passioni degli antichi e quelle dei moderni
che costituisce il tema di fondo del De / Esprit; anche se poi, a differenza di
Helvétius e in anticipo su quanto sosterranno più tardi con ragioni diverse
Chateaubriand e August-Wilhelm Schlegel, C. giunge per questa via ad appellarsi
alla verità rivelata del Cristianesimo per 64. C. (2010b, 117). 65. 122;
corsivo mio. 66. 118. 67. C. (20102, 167); corsivo mio. CONTARINI prospettare,
attraverso una serie di efficaci obiezioni al palinsesto voltairiano‘, tutta
l'inattualità delle passioni degli antichi nel sistema morale dei moderni, dove
la virtù romana di Bruto finisce per assumere i colori del fanatismo di libertà:
Ma se mi si replicasse che il Cristianesimo depurato de’ tempi nostri, ci
farebbe abbominare lo spettacolo d’un tal orrore commesso per un zelo mal
inteso di religione, e che a più forte ragione dee ributtarci un simile eccesso
nato dal fanatismo di libertà; che altro è non tradir la patria per il padre,
altro uccidere il padre per la patria, che quanto a Bruto c’è qualche distanza
fra un'espressione entusiastica e vaga, e l'esecuzione d'un fatto di tal
natura; che quand'anche ciò bastasse per suppor che l’avesse eseguito, un tal
sentimento ci farebbe detestare i suoi principi, e non ammirar il suo coraggio
(non distingendosi l’ Eroe dal frenetico, che per la ragion che lo determina);
che finalmente Bruto avrebbe fatto un'azione più che abbastanza eroica, lasciando
eseguir la congiura senza prendervi parte, e sostenendo poscia i compagni colla
sua autorità; se tutto ciò, dico, mi venisse replicato, confesso con ingenuità,
che mi troverei molto impacciato a risponder a un uomo così insistente?. Vorrei
concludere con due considerazioni di carattere generale. La prima: il
Ragionamento sopra l'origine e i progressi dell'arte poetica, più di altri
testi teorici del periodo, presenta i lineamenti di una poetica di ampio
respiro, alla quale l’autore, a dispetto del rifiuto di ripubblicarlo nella sua
interezza, rimase per certi aspetti fedele, se è vero che la seconda versione
rivista del Ragionamento sopra il diletto della tragedia, pubblicata nel 1806,
ribadisce l’idea, nuovamente affinata in senso etico-pedagogico, che il piacere
estetico deve nascere dall’accordo del risultato drammatico coll’ interesse e
l'istruzione morale7°. La seconda: la poetica antropologica elaborata alle
soglie degli anni Sessanta sembra destinata a trovare un'applicazione pratica
sul doppio versante della traduzione di Ossian e di Omero, intesa come
adattamento o ri-creazione del testo originale. Da questo punto di vista, anzi,
la cornice storica sui costumi e le credenze dei popoli antichi che precede le
traduzioni di Ossian e di Omero sembra avere proprio la funzione di indurre in
primo luogo il lettore a 68. Si tratta in questo caso di obiezioni di
contenuto, rimaste in secondo piano rispetto all'analisi degli elementi
linguistico-stilistici, su cui si veda per es. Matarrese (2002). 69. C. (2010b 173-4).
70. C. (1960, 38); corsivo mio. 71. Cfr. Baldassarri (1983; 1990; 2011). Per
gli aspetti più propriamente metrico-stilistici cfr. Zucco (2002) e Roggia MITO
DELLE ORIGINI E PERFECTIBILITÉ DE L'ESPRIT considerare la distanza fra
l’originale e l’opera del traduttore, il quale, sedotto dall’energia poetica
dei testi antichi, opera però in una prospettiva diversa, che potremmo definire
in senso moderno di transfert culturale, poiché implica la dislocazione del
contesto semantico verso una nuova costruzione di senso. C. sembra esserne del
resto perfettamente consapevole, quando comunica al destinatario della sua
opera che il progetto di fornire una versione poetica del testo omerico gli si
è cangiato tra le mani, trasformandosi in una assoluta riforma , e che la
libertà del traduttore è andata ben oltre la prima intenzione di rinfrescarne
il colorito lasciando intatte le figure e la composizione quali uscirono dal
pennello del primo maestro 7. E nella Moralita dell Iliade Italiana, premessa
alla riscrittura della Morte di Ettore, precisa a scanso di equivoci: I lettori
debbono però aver presente che io non ho inteso di architettar di pianta una
nuova Iliade, ma di restaurar l’antica, conservandone quanto v'era di bello e
degno a servir d’esempio, togliendone il più difettoso, o travisandolo in modo
che non offenda, racconciandola infine nella struttura e nei fregi a quel modo
che potria supporsi che avrebbe fatto Omero stesso se fosse nato in questo
secolo ch'è quello dell'arte educata dalla ragione e dal gusto. Nutrita in
origine del pensiero settecentesco più avanzato, l'antropologia letteraria del
traduttore di Ossian e di Omero si presenta nel suo complesso come un percorso
articolato, che nel tempo obbedisce senz'altro a intenti e impulsi di diversa
natura; e tuttavia mi sembra di poter dire che i suoi postulati critici
risultano più comprensibili e coerenti nel confronto con l'ambivalenza
produttiva che costituisce la cifra interna della cultura dei Lumi. Da una
prospettiva più strettamente linguistica, inoltre, il richiamo a un simile
orizzonte culturale consente di spiegare meglio anche quel consapevole
riavvicinamento all'antico in senso più filosofico che filologico che, come ha
osservato Roggia, rappresenta l'apparente paradosso dell’ Ossian C.ano, dove
l'intrinseca poeticità dei linguaggi antichi viene posta al servizio di
un'esigenza tutta moderna, ossia la programmatica ricerca di alterità
linguistica rispetto alla prosa e alla ordinaria comunicazione referenziale 7. 72. Cfr. Espagne (2013). 73. C. (1802b 111-v).
74. C. (1806, xxx1). Cfr. al riguardo Favaro (2002) e Matarrese Roggia
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nei dibattiti linguistici del suo tempo di Stefano Gensini* 1. Intorno alla
riflessione teorica sul linguaggio e alle indicazioni operative in tema di
questione della lingua, proposte dal C. nella sua lunga carriera di letterato e
docente universitario, è invalso, fin dai classici saggi di Giulio Marzot
(1949), Giovanni Nencioni (1950) e Mario Puppo (1956; 1966), un giudizio
largamente condiviso, che riconosce all’abate padovano un ruolo storicamente e
culturalmente innovativo'. Collocate cronologicamente (per riprendere la
periodizzazione proposta dal Folena*) fra l'età dei filosofi enciclopedici e
quella che conduce alla declinazione filosoficopolitica della tematica
linguistica, riflessioni e idee politico-linguistiche del nostro autore
sembrano assolvere a una funzione di mediazione fra le tradizionali istituzioni
linguistiche e retoriche della cultura italiana e le acquisizioni della
filosofia del linguaggio dell’ Età dei Lumi, diffusesi con una certa larghezza
dal 1750 in poi, grazie all’accresciuta convergenza europea del ceto
intellettuale. Da una parte, dunque, l'accoglimento e la discussione di temi
teorici centrali nei dibattiti francesi, inglesi e tedeschi del tempo
(l'origine delle lingue, il rapporto pensiero-linguaggio, l’intreccio fra le
dinamiche linguistiche e le dinamiche politiche ed economiche della società),
con la conseguente liquidazione delle vecchie ipoteche puristiche a favore di
una matura teoresi della storicità del linguaggio e del suo uso sociale;
dall’altra la ricerca di una soluzione equilibrata alla crisi dell’italiano,
tale da consentire una saldatura fra tradizione e innovazione, indirizzata al
piano della lingua colta e scritta; sono questi i due poli entro cui si sono
mosse, dagli anni * Sapienza Università di Roma. 1. Occorre preliminarmente
dichiarare il debito che gli studiosi del C. contraggono con due classiche
sillogi: il volume ricciardiano curato da Bigi (1960) e le Discussioni
linguistiche del Settecento edite da Puppo (1966), entrambe con ricca
bibliografia. A esse si aggiungono le pagine settecentesche e C.ane di Maurizio
Vitale (1978). 2. Si veda il classico saggio (risalente al 1965) sul
rinnovamento linguistico del Settecento (ora in Folena 1983), da integrare con
le precisazioni offerte in Folena (1986). 3. Rimando per brevità a quanto ho
scritto in proposito in Gensini GENSINI Cinquanta del secolo scorso, l’analisi
e la valutazione critica dell’esperienza C.ana. Grazie soprattutto al Saggio
sopra la lingua italiana del 1785, ripubblicato con poche aggiunte nel 1800
(come primo volume dell’edizione pisana delle Opere) sotto l'ambizioso titolo
di Saggio sulla filosofia delle lingue applicato alla lingua italiana, al C. è
stato dunque attribuito un ruolo di vero e proprio pioniere nella storia del
pensiero linguistico nazionale, che, sommandosi alla portata innovativa del suo
linguaggio poetico, soprattutto nella traduzione dell’ Ossiaz, e di concezioni
estetiche intese a una complessa definizione della soggettività dell’arte e del
tipo di piacere a questa inerente*, fa della sua operazione linguistica un
essenziale tramite rispetto alle problematiche e alla prassi scrittoria dell’epoca
romantica. A distanza di diversi decenni, queste valutazioni in ordine alla
posizione storica della linguistica (e più in generale della funzione
culturale) C.ana sembrano ancora sostanzialmente reggere. Certo, sia le
acquisizioni documentarie (soprattutto quelle biografiche, con particolare
riguardo all’esperienza accademica dell’abate, al suo concreto lavoro di
professore nell’ Università di Padova?) sia la prospettiva molto più ricca e
affinata con cui siamo oggi in grado di guardare allo sviluppo delle idee
linguistiche, nell’Italia del pieno e ultimo Settecento e altrove‘, consentono
di articolare il giudizio, sfumandolo su diversi punti, con una più chiara
stratigrafia delle letture e degli assorbimenti intellettuali (con alcuni
osservati speciali, quali Vico e Leibniz), con un occhio attento alla
diffusione areale dei testi e delle influenze, con isoglosse che conducono
volta a volta da Napoli a Venezia e Padova, da Padova a Parma, dai ducati a
Parigi e alla 4. Va ricordato a questo proposito soprattutto Bigi (1959), dal
quale sono svolte in positivo le suggestioni lontane di Croce e quelle, più
vicine in termini cronologici, di Walter Binni. s. Si vedano in particolare gli
innovativi contributi di Roggia (2011; 2012; 2014). Per un aggiornato quadro
biografico, cfr. Gallo (2008), mentre il certosino lavoro di Chiancone (2012),
dal quale si attende una revisione complessiva dell'epistolario C.ano, illustra
l'imponente sistema di relazioni (corrispondenti, allievi, amici) al cui centro
l'abate padovano seppe collocarsi. Notevoli contributi critici su vari aspetti
pertinenti al nostro tema si trovano negli Atti del convegno C.ano del 2008
(Daniele, 2011). 6. Il xvii secolo è stato ampiamente indagato, anche in
riferimento all’ Italia, dagli storici delle idee e delle filosofie
linguistiche, cercando di superare l'orizzonte, importante ma limitato
all’ambito letterario, della questione della lingua. Appartengono a questa fase
critica lavori come collettivi come Formigari (1984) e Formigari, Lo Piparo
(1986), i volumi di Marazzini (1984), Pennisi (1987), Vecchio (1990) e
Formigari (1990), i miei contributi, in parte raccolti in Gensini (1993),
quelli di Lo Piparo, raccolti in Lo Piparo (2004) e altri ancora. Il saggio di
Tullio De Mauro (1980) servì da punto di riferimento metodologico a molte di
queste inchieste. 76 C. NEI DIBATTITI LINGUISTICI Francia e così via. Sicché, nell’insieme, può
sembrare che quella posizione un poco solitaria di iniziatore, solitamente
riconosciuta al C. linguista, vada ridimensionata a favore di un quadro più
ampio e mosso di idee e personalità, nel quale il rinnovamento delle teorie
linguistiche e delle proposte culturali si incarna in soggetti diversi, talora
in complicate intersezioni e correnti di idee, e le stesse operazioni di punta
svelano raccordi profondi con la tradizione precedente (nella quale spiccano
Gravina e Muratori). Ma se il bilancio perde qualcosa in termini di nettezza,
se il chiaroscuro subentra a zone di luce che sembravano ormai accertate, il
guadagno critico portato dalla nuova stagione di studi, particolarmente negli
ultimi dieci-quindici anni, sembra notevolissimo. Penso da una parte allo scavo
dell’epistolario, che promette di offrirci uno sguardo nuovo e affascinante sul
sistema di relazioni nazionali e internazionali al cui centro C. si mosse; e
dall’altra a quanto sta emergendo dalla restituzione dell’intero corpus degli
scritti linguistici dell’abate, inclusa la parte, rimasta inedita, del suo
indefesso lavoro di studioso delle lingue antiche, e fra l’altro di
quell’ebraico per lui così ostico. Un corpus che il lungo, paziente lavoro di
Enrico Roggia ora consente di datare con maggior sicurezza in tutte le sue
componenti, di indagare trasversalmente per centri d’interesse e temi, di veder
maturare nelle varie fasi di svolgimento della vita e del pensiero dell’autore.
A questa nuova fase della ricerca sulle idee linguistiche del C. si ispirano le
osservazioni qui raccolte. Dapprima faremo qualche considerazione cronologica e
tematica sull'emergere di problematiche filosoficolinguistiche, in Italia,
dagli anni Sessanta del Settecento in avanti. Affronteremo poi alcuni aspetti
interni della riflessione C.ana, cercando di dipanare almeno qualcuno dei tanti
nodi che la legano ai protagonisti della stagione dell’Illuminismo linguistico.
In particolare, fermeremo l’attenzione sulla sua concezione dello sviluppo
naturale delle lingue che, a nostro avviso, costituisce il perno intorno al
quale ruota la complessa struttura del Saggio, ricavandone qualche valutazione
conclusiva circa la posizione storica del nostro autore. 2. Un primo punto:
guardando attentamente il paesaggio editoriale italiano successivo al 1750 (una
data, che si può credo ragionevolmente assumere come
spartiacque per motivi sia storico-politici sia culturali) ci si rende conto
che la scelta C.ana di promuovere un approccio filosofico alla lingua e al
linguaggio (ben nota è, infatti, la sua propensione a una considerazione
filosofica non solo delle lingue, ma di tutti i contenuti della professione
letteraria) è assai meno isolata di quanto si potesse presumere in tempi ancora
relativamente recenti. Viene spontaneo alla mente, primo fra tutti, il nome di
Vico. Ma il caso della Scienza Nuova (3° ed. 1744) fa in certo modo storia a
sé: è tutto da dimostrare, infatti, che un’opera così complessa fosse vista dai
contemporanei anche o primariamente come l’esposizione di una teoria del
linguaggio ben più appariscenti dovevano apparire le
mitografie delle origini, la serie delle tre Età, l innovativa soluzione data
alla questione omerica; e comunque è solo a un buon tratto di distanza
dall’uscita a stampa del capolavoro che le implicazioni linguistiche del
vichismo si lasciano riconoscere, non allo stato puro peraltro, ma contaminate
(per dir così) dagli stimoli e spesso dal temario di autori ben altrimenti noti
e concettualmente accessibili. Si pensa in secondo luogo a pagine classiche
della questione della lingua come il Saggio sopra la lingua italiana
dell’Algarotti (1750), la Diceria del Baretti (1765) e la stessa, di poco
precedente Rinunzia avanti nodaro di Alessandro Verri (1764), per finire con le
bettinelliane Lettere inglesi (1766): ma se le consideriamo nel loro complesso,
ci accorgiamo che in queste opere il rinnovamento della prospettiva linguistica
è affidato essenzialmente alla critica dei retaggi del conservatorismo
cruscante e a un'istanza di apertura culturale verso la modernità, che si
esprime da una parte nell’accoglimento di parole e forme esprimenti i nuovi
contenuti e le nuove nozioni, dall’altra nella percezione delle ragioni
politiche e istituzionali che tengono l’Italia agganciata al suo passato: la
vera accademia è una capitale, aveva acutamente dichiarato Algarotti dall’alto
di una ormai consumata esperienza internazionale. Se invece da testi del
genere, obiettivamente innovativi rispetto alla stessa tematica muratoriana,
passiamo ad esempio alla Logica per gli giovanetti di Antonio Genovesi (1° ed.
napoletana 1766*), avvertiamo un significativo salto di prospettiva culturale e
di accenti. Emerge qui imperiosa la dimensione della profondità storica del
fenomeno linguistico, in quanto storia di uomini, nazioni, civiltà, promanante
dalla barbarie e tesa verso il futuro motivo vichiano e insieme condillachiano che
Genovesi elabora, 7. Sulla presenza del Vico in C., oltre al sempre prezioso
repertorio di Croce, Nicolini (1947), si rimanda a Battistini (2004 301-60), e
al saggio dello stesso Battistini in questo volume, Le origini del linguaggio
in Vico e C.. 8. Utilizzo la seconda edizione del 1769, stamperia Simoniana,
Napoli. Segnalo che le edizioni venete che ho potuto vedere (in particolare
quella ampiamente circolante di Bassano, per Remondini, Venezia 1784) sono
ridotte, e amputate proprio delle sezioni più interessanti a fini linguistici facendone
la base per un’analisi del funzionamento ordinario, sincronico delle lingue. Di
qui riferimenti importanti alla necessità nel nesso fra parola e pensiero, alla
fisiologica diversità dei processi conoscitivi umani, in relazione a diverse
condizioni climatiche, storiche e culturali, e di conseguenza all’impossibilità
di una traduzione senza residui da una lingua all’altra. Il nesso clima-ambiente-lingua,
ben radicato nella tradizione del xv secolo almeno da Dubos in poi’, non era
sfuggito ad Algarotti, rimanendo però confinato sullo sfondo di una sorta di
relativismo linguistico constatato ma non spiegato per vie interne; laddove
Genovesi, rielaborando la ben nota lezione di Locke intorno all’abuso delle
parole, fa discendere le asimmetrie linguistiche (e quindi le cautele ch'esse
impongono in sede ermeneutica, quando si tratti di fronteggiare testi lontani
da noi nel tempo e nello spazio) da un’analisi ravvicinata dei processi
cognitivi, in cui alla infinita varietà degli aspetti del reale corrisponde il
carattere contingente, e perciò aperto, non pienamente controllabile, dei
percorsi di conoscenza. Non è attraverso de Brosses che l’abate napoletano
giunge ad affermare quanto segue: Tutte
le parole son di lor prima origine figlie o della natura, o del caso, o del
bisogno, o della comunicazione de? popoli, o delle lingue antidiluviane
(Genovesi, 1769, 43). Un’impostazione dunque latamente epicurea del problema
delle origini, vicina a quella degli scritti linguistici di Leibniz e a certe
tesi vichiane'5; sicché, risalendo il corso del tempo, Genovesi identifica la
funzione di permanente filtro dell’esperienza svolta dal linguaggio, accedendo,
in certi passi delle Lezioni di commercio, a una visione schiettamente politica
del ruolo che esso svolge nell’organizzazione delle comunità umane: Chi dice un
corpo politico, dice un corpo di tubi comunicanti. Non v'è società, dove non
v’è comunicazione. Tagliate i canali di comunicazione, e avrete non un corpo
associato, ma una moltitudine di selvaggi sparsi, erranti senza leggi, senza
capo, divoranti gli uni gli altri. È un gran palazzo disciolto in minuti
calcinacci (1765-67, II, 259). 9. L'ampio saggio di Mercier (1953) è ancora
un’utilissima base per approfondire questo tema. 10. Per la nozione di
epicureismo linguistico (riferita al modello proposto dal filosofo greco nella
celebre Lettera a Erodoto; cfr. testo e commento nell’aggiornata edizione di Verde:
Epicuro 2010) rimando a Gensini (1999) ed ora ai risultati di Avi Lifschitz
(2012), che tocca molti autori di nostra diretta pertinenza. Il recupero di
Epicuro da parte di Vico era già evidente a Cassirer (1923) e a Pagliaro. Per
quanto riguarda Leibniz, rimando a ciò che ho esposto in Gensini (2016 67-86);
ivi anche un capitolo sulla teoria delle differenze linguistiche in Vico. In
Genovesi l’interna politicità della visione vichiana del linguaggio trova non
solo riscontro, ma articolato sviluppo in termini sia gnoseologici sia
pedagogico-civili. Del resto, tutta la sua operazione culturale ruota intorno
al vero fine delle lettere e delle scienze (come s'intitola il famoso scritto
del 1753) incarnato da un ceto intellettuale che si sente organico a un
importante processo di ammodernamento economico e sociale, e che a tale
obiettivo piega l'organismo linguistico, sottratto pertanto a una visione
meramente grammaticale o retorica. Una diversa, ma equivalente istanza di
conversione filosofica dei temi tradizionali emerge nella riflessione sullo
stile di Cesare Beccaria, dapprima nel Frammento sullo stile pubblicato sulle
colonne del Caffè, poi nelle ampie e sistematiche Ricerche del 1770, di cui la
seconda e incompleta parte sarà pubblicata postuma solo nel 1809. È lo stesso
autore a spiegarci che il suo profilo di analista giuridico ed economico (non
si dimentichi che nel 1764 aveva pubblicato Dei delitti e delle pene, e che dal
1768 insegnava Scienze camerali nelle Scuole palatine di Milano) non è contraddetto
dagli interessi retorici, perché anche questi hanno a che fare con la scienza
dell’uomo, in quella parte che egli, interpretando un moderno europeismo,
chiama appunto psicologia. Su tale premessa, e con la scorta di alcune letture
chiave come l’ Essai di Condillac, il frammento sul gusto di Montesquieu (che
tanto fascino eserciterà anche sul Leopardi), la voce Élocution di D'Alembert
nella grande Encyclopédie, Beccaria si inoltra in una rilettura della materia
della retorica a partire dai contenuti semantici delle parole, quanto è a dire
dal gioco delle idee principali e delle idee accessorie che s'intrecciano negli
usi linguistici. Il punto di partenza, in chiave diacronica, è la rispondenza
dei mezzi linguistici alla dinamica sensibile, organizzata intorno alla coppia
piacere/dolore, e modulata dalla spinta del bisogno, che guida le combinazioni
sempre più complesse fra parole e idee a misura che cresce la complessità
dell’organismo sociale. Come già in Genovesi, svariati, potenzialmente
infiniti, sono i punti di vista da cui una stessa esperienza può essere
riguardata, e di conseguenza molteplici sono i percorsi che l’associazione
delle idee può prendere nell’uso (Beccaria, 1958, I, 214). Lo stile va dunque
indagato in relazione al modo in cui le idee accessorie arricchiscono,
integrano, diversificano l’idea principale, stabilendo un contatto mutevole fra
la mente del parlante/scrivente e quella dell’ascoltatore/lettore. Si innesta qui,
entro un’argomentazione non sem11. Cfr. in proposito diversi saggi inclusi in
Formigari e il sistematico lavoro di Pennisi. pre facile da seguire, ma
personale e profonda, una serie di osservazioni assai acute su aspetti della
comunicazione, letteraria e non, certamente di grande interesse per chi, come
Beccaria e i suoi amici, partecipava da protagonista al rinnovamento della
cultura lombarda e nazionale del tempo. Tra queste, il nesso
linguaggio-passioni, il difficile equilibrio fra parlante e ascoltatore che
deve attuarsi nella comunicazione dell’ entusiasmo, il fascino dei contrasti
che spingono l’immaginazione verso il massimo di sensazioni compossibili fra
loro (ivi, 237), la dinamica dell’effetto comico (ivi, 242), l’idea che il
numero delle idee espresse linguisticamente vada bilanciato con le capacità di
assorbimento della mente di chi ascolta, il funzionamento della metafora,
agganciata al percorso della civilizzazione umana, che col tempo perde il suo
effetto originario e si convenzionalizza, salvo rinnovarsi in altra forma senza
mai risolversi in puro orpello retorico. La concezione del Beccaria si assomma,
a me pare, in un principio di indeterminazione del significato delle parole (lo
stile comincia infatti là dove si esaurisce la necessità del senso principale e
comincia il flusso dei sensi accessori, perché la natura ci inonda di fasci di
sensazioni alla volta, presentandoci masse e non elementi) la cui portata
teorica non è stata, forse, ancora del tutto riconosciuta. È attraverso questo
principio ch'egli motiva la dinamica oscillatoria del significato, un tema
corrispondente nella sostanza a quello C.ano dei termini-cifra e dei
terminifigura, e che ritrova, per via non so se diretta o indiretta, l’idea
leibniziana (e anti-lockiana), che nel gioco fra dimensione appellativa (cioè
generica) e dimensione propria (cioè individuale, referenziale) dei nomi, il
primato cronologico spetti alla prima. Gli esempi finora fatti, di due
intellettuali istituzionalmente dediti a discipline economico-politiche che
elaborano importanti idee filosoficolinguistiche e filosofico-retoriche,
illustra un tratto caratteristico della riflessione italiana sul linguaggio
nella seconda metà del xv secolo: il 12. Così già nel Frammento sullo stile
(Beccaria, 1958, I, 171) e poi più ampiamente nelle Ricerche (ivi 253-5). 13.
Cfr. 215. 14. Si veda, nell’ incompiuto capitolo xv1 dell'opera, il serrato
confronto fra le parolenumero, correlate a idee precise, costanti e determinate
e le parole comuni, di senso variabile secondo le disposizioni ele circostanze
diverse di chi combinava il segno, e della cosa a cui era apposto. 15. L'idea è
chiaramente esposta nel 1 capitolo del 111 libro dei Nouveaux Essais sur
l'entendement humain, usciti a cura del Raspe nel 1765. È teoricamente
possibile che Beccaria abbia avuto accesso a quest'opera fondamentale. Sul
Beccaria filosofo del linguaggio cfr. i riferimenti contenuti in Formigari
(1990, ad ind.) e Gensini (1993 181-91 e ad ind.). suo nascere in qualche modo
ai margini della professione letteraria, incrociando competenze e temi che
esulano dal suo orizzonte tradizionale. Questo singolare gioco di sponda si
ripete a proposito di altri autori, come ad esempio Galiani, il cui trattatello
Del dialetto napoletano integra un profilo che si era precocemente imposto
anche fuori d’Italia per lavori come il saggio Della moneta (1751) apparentemente remoti da interessi di tipo
linguistico; e, soprattutto, come Gianmaria Ortes (si ricordi il suo trattato
Dell'economia nazionale, 1774) che dall’osservatorio veneziano e da posizioni
ideologicamente distanti dallo spirito riformatore di un Genovesi o un
Beccaria, pubblica quelle Riflessioni sugli oggetti apprensibili, sui costumi e
sulle cognizioni umane, per rapporto alle lingue che in altra sede mi sono
arrischiato a definire come il contributo filosofico-linguistico più originale
che l’Italia abbia dato in questo periodo storico. Non possiamo qui soffermarci
sul complesso caso ortesiano, ma sia consentito osservare come lo scrittore
veda nel linguaggio, e nelle lingue parlate nelle diverse nazioni, un accesso privilegiato
al mondo della conoscenza, alle diverse prospettive culturali e morali da cui
ciascun popolo guarda, rifrangendolo in forme profondamente diverse, al sistema
delle verità di ragione immanenti all’esperienza umana. È un tema radicalmente
storicistico (per riprendere l’etichetta che Puppo applicava al C. già nel suo
saggio del 1957) che però Ortes, diversamente da Beccaria e Genovesi, non
ricava tanto da una prospettiva genetica, risalente con Vico e Condillac allo
stato primitivo e immaginoso del genere umano, al suo progressivo
diversificarsi nel tempo, quanto da un approccio sincronico, vorrei dire
fenomenologico, alle modalità di apprendimento e interpretazione del reale
proprie dei diversi popoli. Ortes, come suo costume, non cita mai le sue fonti
ed è dunque solo in trasparenza che si riconoscono, fra i suoi strumenti di
lavoro, da una parte la dottrina dell’arbitrarietà del segno di John Locke e
dall’altra una sensibilità tutta leibniziana al pluralismo dei punti di vista
che si riflettono negli usi linguistici. (E l'influsso di Leibniz si spiega senza
difficoltà in un ambiente, come quello veneziano, dove la mediazione di Conti
aveva da tempo favorito la circolazione del pensiero del filosofo tedesco.)
Strumenti, dunque, ben diversi da quelli naturalistici, genericamente epicurei e
vichiano-condillachiani utilizzati dall'abate napoletano e dal
professore milanese, ma convergenti sia nel rigetto di una concezione
razionalista e universalista del linguaggio, sia nell'accoglimento della
differenza come carattere fondante 16. Cfr. Gensini (2015). A Ortes ha dedicato
attenzione per prima Lia Formigari (1990, ad ind., dell'esperienza linguistica.
Di qui, fra l'altro, un’attenzione alla problematicità della traduzione, ovvero
all’impossibilità di stabilire un sistema di equivalenze lessicali da lingua a
lingua, che è argomento ricorrente anche in Beccaria, come lo sarà ed è
ben noto nell'esperienza e nella teorizzazione di
Melchiorre C.. Accanto a queste voci di pensatori già, al loro tempo, noti ben
oltre i confini delle rispettive patrie, una rassegna degli autori impegnati
sul terreno filosofico-linguistico deve annoverare ancora, in area napoletana,
Diego Colao Agata, cui si deve, nel 1774, un Piano ovvero ricerche filosofiche
sulle lingue e, di lì a qualche anno, Francesco Antonio Astore, che nel 1783
diede fuori un'imponente Filosofia dell eloquenza in due volumi, un'opera
veramente cospicua, affollata di rimandi e citazioni da testi coevi francesi e
inglesi (oltre ai classici e agli italiani), che da sola illustra una capacità
non comune di interlocuzione sovranazionale. In entrambi i libri si avverte la
presenza di Vico e la mediazione di Genovesi (di cui l'Astore fu allievo
diretto), complementari nel consentire una declinazione genetico-storica del
problema linguistico. Sia l'uno sia l'altro autore affrontano preliminarmente
il problema dell'origine del linguaggio, che si sa quanto fosse attuale nel
dibattito europeo, dacché Rousseau, nel suo Discours sur l'origine et les
fondements de l'inégalité parmi les hommes (1754), si era soffermato sullo
stacco esistente fra lo stato di natura dell’uomo e l’avvento di una lingua
pienamente formata, e Beauzée (1765), nella voce Langue della Encyclopédie
(vol. 1x), aveva risolutamente sciolto l'enigma, riproponendo la tesi
dell'origine divina della parola, del resto condivisa da numerosi altri autori,
quali Süssmilch e qualche anno dopo Court de Gébelin. È
interessante osservare come Colao Agata e Astore si attengano invece alla tesi
dell’origine per cause naturali, facente capo per un verso alla già ricordata
tradizione epicureo-lucreziana (che annovera al suo interno anche Diodoro
Siculo e Vitruvio, secondo i quali le lingue quali oggi le conosciamo hanno
attraversato uno stato primitivo corrispondente alla fase barbarica
dell’umanità), per un altro a rami minoritari della tradizione cristiana quali
Gregorio Nisseno o, di recente, il grande biblista francese Richard Simon.
Interessante in par17. Si vedano in proposito Ortes ele osservazioni proposte
in Gensini. Un motivo analogo nel già citato cap. xv1 delle Ricerche (cfr.
Beccaria, 1958, I, 329). 18. Per notizie su questa figura appartata di studioso
e considerazioni storico-critiche intorno al suo libro cfr. la nota
introduttiva e gli apparati proposti da Arturo Martone nella sua riedizione del
Piano (Colao Agata, 1997). 19. Notizie e bibliografia sull'Astore in Martone
ticolare l’argomentazione del cattolico Astore che, riprendendo lo schema
vichiano della doppia origine, dapprima dichiara di voler combattere le false
teorie dei libertini in materia linguistica, poi di fatto ne accoglie tutta
intera la bibliografia e le soluzioni. Una vocazione naturalista, dunque,
sottende a un po’ tutta questa incipiente filosofia del linguaggio made in
Italy, cui non si sottrae neppure la singolare figura di Ildefonso Valdastri?°,
modenese, che ancor giovane e ambizioso letterato ducale, a soli ventitré anni
antepone un Discorso filosofico sulla metafisica delle lingue al suo Corso
teoretico di logica e lingua italiana (1783), un libro ragguardevole anche per
sede e impegno editoriale, che sarebbe credo riduttivo iscrivere sotto l’etichetta di un
razionalismo di maniera. Dopo il consueto appello alle Scritture e ad Adamo
divino onomatete, ecco Valdastri dichiarare la sua preferenza per una
spiegazione laica dell’origine del linguaggio, in cui sulla falsariga delle
consuete fonti classiche, mediate col langage d'action condillachiano, si fa
spazio a uno sfondodella storia umana, che si ripete nell’apprendimento
linguistico del bambino, dominato dalle passioni e dal bisogno di comunicare,
dove l’iniziale inopia linguae cede via via all'interiezione accompagnata dal
movimento, all'onomatopea che contraddice (spiega l'autore) l'arbitrarismo
linguistico di Locke, infine al processo combinatorio dell'analogia che
lentamente amplifica le risorse espressive. Su questa base Valdastri innesta
una quantità di considerazioni sull'indole delle diverse lingue, fra le quali
spiccano quelle inerenti la molteplice musica che le caratterizza, cioé la
qualità individuale del profilo fonico e della prosodia, e che nel loro insieme
insistono su un tipico refrain del pensiero italiano, quel principio di
relatività che si muove in senso inverso alle coeve istanze di universalità del
razionalismo francese. Istanze ben più appariscenti nel dibattito
internazionale, che trovano, un anno dopo l'uscita del Corso, pieno
dispiegamento nel Discours sur l'universalité de la langue frangaise (1784) di
André de Rivarol, tanto apprezzato, come si sa, da Federico 11 di Prussia. Ogni
nazione scrive dunque Valdastri offre
egualmente all'Osservatore Filosofo, e al volgare un carattere tutto proprio
nell'ordinaria forma, e condotta delle sue maniere, e costumi, che dipende
nella sua origine dal clima, e dalla forma di Governo, di Religione, di
Pregiudicj, e da altre cagioni, e che riceve talora un'improntz costante dal
fuoco delle guerre, dall'influenza delle civili rivoluzioni, e dall’entusiasmo
di libertà, di politico interesse, e d'onore. Deve dunque imprimere 20. L'unico
studio che io conosco in proposito è quello, risalente al 1999, di Battistini
(poi in Battistini. naturalmente nella lingua che parla, l’idea del carattere,
che la distingue, perché la parola è l'immagine de’ pensieri, o stati
dell'anima, come questi lo sono dell'anima stessa, e degli oggetti naturali.
Siccome tutti gli uomini non concepiscono le cose in un medesimo modo, ne
prendono per esse un interesse medesimo, così non ponno nemmeno parlare in
un'identica guisa, e spiegare una stessa maniera d'esserne occupati, ed affetti
(1783 36-7). Le istanze universalistiche di cui si diceva hanno invece un posto
nel lavoro critico del celebre padre Francesco Soave, figura fondamentale delle
politiche educative, fra Milano, Lugano e Parma, e figura che conviene non
trascurare in questa sede per le sue non poche opere di interesse
filosoficolinguistico. Al tema della possibilità e utilità di una lingua
artificiale, aspirante a facilitare la comunicazione dei popoli, Soave dedicó
nel 1774 quelle Riflessioni intorno all'istituzione d'una lingua universale che
avrebbero suscitato, in seguito, le critiche fattuali e di principio del
Leopardi. Ma il suo scritto-chiave sono le Ricerche intorno all'istituzione
naturale di una società e di una lingua, e all'influenza dell'una e dell'altra
su le umane cognizioni, presentate in latino al celebre concorso dell’Accademia
berlinese del 1769, in cui risultò vincitrice l’ Abhandlung über den Ursprung
der Sprache di Herder, e poi pubblicate in italiano nel 1770 come premessa a
una Grammatica ragionata della lingua italiana che è stata oggetto di
considerazione critica in tempi recenti. Nelle Ricerche Soave riprende con cura
un po’ tutti gli argomenti connessi alla spiegazione sensistica dell’origine
del linguaggio, utilizzando a man salva Condillac e il Traité debrossiano,
uscito nel 1765, e cercando una mediazione rispetto alla già ricordata riserva
del Rousseau, ch'egli aggira sfumando e graduando per quanto possibile l'
intervallo tra la fase primitiva e quella del linguaggio sviluppato. (Vi sono
anche cenni alle capacità conoscitive degli animali, ripresi dall’ Histoire
naturelle del Buffon, che non mi pare emergano in altre voci italiane del
tempo). Nella figura del Soave si riassumono, in certo modo, tutte le istanze
filosofico-linguistiche di questa fase storica, presentate senza slanci
originali, ma con una ricchezza d’informazione e una chiarezza espositiva che
certo molto giovò alla diffusione in Italia delle teorie gnoseologiche e
linguistiche dell’empirismo e del sensismo, che il padre somasco si premurò di
emendare dalle parti più pericolose dal punto di vista dottrinario. Importante
fra l’altro la sua traduzione dell’ Essay come Saggio filosofico su l'umano
intelletto di Locke, ch'egli conduce sull’ Abridgment di John Wynne (1696) e
correda 21. Su questi aspetti del pensiero di Soave, si vedano Neis (2002) e
Fornara (2004), che ha anche curato una riedizione del testo (Soave di ampie
note esplicative e informative, circa autori e testi che, anche per la scarsa
conoscenza della lingua inglese, avevano scarsa circolazione. 3. Se,
lasciandoci alle spalle il quadro di autori e opere richiamato nel PAR. 2,
torniamo adesso agli interventi del C. in materia linguistica, l’immagine da
cui muoviamo non è più quella del pioniere che si avventura in campi finora
ignoti alla cultura italiana, ma piuttosto quella di un pensatore che, mentre
partecipa a un movimento di letture e di elaborazione concettuale in pieno
svolgimento, in esso isola alcuni temi privilegiati e li connette a un discorso
complessivo sul linguaggio e le lingue, il cui terminale è risolutamente
individuato nello stato e nelle prospettive della lingua letteraria nazionale.
Proviamo ad indagare alcuni aspetti del suo lavoro di linguista che, malgrado
il grande avanzamento degli studi in anni recenti, ci sembrano ancora
suscettibili di approfondimento. Dagli inediti che Roggia ci sta facendo
conoscere (C., in corso di stampa), sappiamo come gli interessi storico e
teorico-linguistici del C. siano maturati nell’ambito dell’incarico ufficiale
di professore di Lingue antiche assunto all’ Università di Padova a partire
dall'estate del 1767. Per adempiere ai suoi compiti di docente di Lingua
ebraica, tra l’altro, C. fu costretto a inventarsi una competenza di ebraista
che non aveva e dovette barcamenarsi fra i problemi classici del dibattito del
tempo,quale ad esempio quello relativo alla supposta derivazione da tale lingua
di tutti gli idiomi del mondo conosciuto. Non mancavano davvero autori e opere
autorevoli e di larga circolazione in cuila tesi tradizionale, che Johann David
Michaelis nel 1762 dichiarava ormai superata, veniva invece ribadita con grande
forza. Il celebre Glossarium universale hebraicum di Louis Thomassin (1697) e
il Thrésor di Augustin Calmet, uscito anche in italiano, congiuntamente a
Venezia e Verona, nel 1741, sono esempi tipici di questo orientamento. Che C.
si muovesse con grande cautela su questo tema si capisce, data la sua
formazione in seminario e data la delicatezza dei suoi doveri istituzionali di
docente; ma di certo in direzione ben diversa andava il suo più importante
intervento teorico del periodo, quelle lezioni De zaturali linguarum
explicatione (attribuibili ai primi anni Settanta) che hanno giustamente
attirato l'attenzione degli studiosi recenti. Ricordiamo che le tesi sostenute
in queste lezioni furono ritenute ancora valide da C. all'altezza della sua
opera matura, il Saggio sopra la lingua italiana del 1785, dal momento che vi
fece confluire, esattamente nel secondo capitolo del 11 libro, una lunga
citazione tratta dalla prima di esse, assai impegnativa sotto il profilo
teorico. Ancora nell'edizione 1800 del Saggio, ormai reintitolato alla
filosofia delle lingue, C. non si stancherà di proporre in nota integrazioni
dedicate alla teoria della naturalità delle lingue ivi sostenuta. È noto come
lo stesso abate indicasse nell’ Essai sur / ‘origine des connoissances humaines
di Condillac (1746) e soprattutto nel Traité de la formation méchanique des
langues (1765) del presidente de Brosses le fonti privilegiate di questo
aspetto del suo pensiero; del resto, una lettura a confronto delle Acroases e
dei testi debrossiani consente di individuare a colpo d’occhio numerose
tangenze o in qualche e caso vere e proprie riprese puntuali. In linea di
massima, C. ammette una fase originaria caratterizzata dall’assenza di capacità
verbali, in cui la comunicazione avviene tramite un condillachiano (e in certo
modo anche vichiano) linguaggio d’azione, seguita da una lenta genesi delle
capacità fonico-acustiche: dapprima limitate all’espressione dei bisogni
immediati (fase interiettiva), e successivamente arricchite dalla fase
imitativa dell'onomatopea, destinata a espandersi in relazione al crescere dei
bisogni e delle conoscenze grazie al meccanismo dell’analogia, quest’ultima
operante inizialmente fra corpo fonico e elementi della realtà, poi all’interno
delle combinazioni fra le parole e delle corrispettive liaisons des idées. Al
netto di qualche adattamento personale, siamo in un’orbita ben nota, vicina fra
gli altri al saggio di Francesco Soave citato poc'anzi. C. arricchisce il
quadro con un interessante riferimento alle affinità fra uomo e animali, che
sembrano lasciar intravedere una possibile risalita di quest’ultime verso il
piano del linguaggio (ne aveva parlato in maniera suggestiva La Mettrie, in un
celebre passo dell’ Homme machine); ma subito dopo piega verso l’idea di una
congenita linguisticità degli esseri umani, attenuata tuttavia dal carattere
tutto e proprio naturale, cioè immanente, materiale, della scoperta della
parola. Vengono messe a confronto due schiere di pensatori: quelli che riducono
il linguaggio al mondo del caso e dell’arbitrio (e vi riconosciamo senza
difficoltà la lunga trafila dei convenzionalisti di scuola più o meno
ortodossamente aristotelica e scolastica); e quelli che fanno dipendere dalla
natura la lingua originaria (fra questi Platone, gli Stoici, Publio Nigidio),
fra i quali spicca il nome di Leibniz. Ora, Leibniz era una fonte riconosciuta
di de Brosses, ma c'è motivo di ritenere che C. potesse aver attinto
direttamente ai testi del filosofo tedesco in relazione al tema che ci
interessa. Il punto è importante perché è esattamente grazie a Leibniz che la
concezione che per brevità possiamo chiamare naturalista si sdoppia, si separa
dal naturali22. Per un’analisi dettagliata del De naturali linguarum
explicatione si rimanda a Roggia (2012). Per un quadro dei rapporti con le idee
debrossiane cfr. Nobile smo
essenzialista di Platone (residuato ad esempio nella concezione tedesca della
Grundrichtigkeit der Sprache, di Schottelius e altri) e assume i tratti di
fisicità e insieme storicità riflessi nelle nostre Acroases. Il Traité
méchanique esce nel 1765, pressoché contemporaneamente ai postumi Nouveaux
essais sur l'entendement humain, stesi da Leibniz ma poi non pubblicati essendo
nel frattempo venuto meno Locke, il suo grande interlocutore. Se una loro
conoscenza va (a quella data) probabilmente esclusa per de Brosses, la
cronologia non la esclude invece affatto per C., vista anche la notorietà e la
diffusione di testi e temi leibniziani nella cultura veneta del pieno
Settecento. Ma una fonte testuale ancor più probabile è a mio avviso la Brevis
designatio meditationum de originibus gentium, ductis potissimum ex indicio
linguarum, del 1710, pubblicata nel 1 volume dei Miscellanea Berolinensia
(quanto è a dire nella prima serie di quelle Memorie dell’Accademia delle
Scienze di Berlino che tanta circolazione godevano al tempo), e ripubblicata
nel rv volume dell’edizione Dutens delle opere (1768), anch'essa largamente
diffusa. A parte una gamma notevolissima di riferimenti al ruolo
dell’etimologia e ai riflessi linguistici delle migrazioni dei popoli, la
Designatio comprende una delle più limpide formulazioni della teoria
naturalista elaborata da Leibniz sulla base di Epicuro e del suo grande
interprete seicentesco, Pierre Gassendi: Neque vero ex instituto profectae, et
quasi lege conditae sunt linguae, sed naturali quodam impetu natae hominum,
sonos ad affectus motusque animi attemperantium. Artificiales linguas excipio
[Leibniz fa riferimento alle svariate lingue universali, completamente
convenzionali, divisate da Wilkins, Dalgarno e altri]. At in linguis paulatim
natis orta sunt vocabula per occasiones ex analogia vocis cum affectu, qui rei
sensum comitabatur: nec aliter Adamum nomina imposuisse crediderim (Leibniz).
La nozione di naturale non ha dunque a che fare con un presunto rispecchiamento
di una qualsiasi essenza delle cose (non è mimesis tés ousias, per dirla col
noto passo del Crazi/o), ma con un filtraggio, psicologico e fonicoacustico,
dell’esperienza conoscitiva umana, còlta nella sua fase aurorale. La
combinazione fra elementi psico-affettivi (affectus), innescati spontaneamente
(quodam impetu) dall’attrito con certe circostanze (per occasiones), e certe
voci, vincolate analogicamente, cioè iconicamente, a quegli affectus, sono per
Leibniz, e per i pensatori che a lui si riferiscono, il nocciolo originario
delle lingue storiche: quelle nate paulatim, gradatamente, dal bisogno, che
pertanto si contrappongono ai linguaggi arbitrari, governati dalla scelta
consapevole e volontaria, e dunque istituiti, il cui prototipo sono le lingue
universali, da Becher a Wilkins, da Kalmar al nostro Soave. Non a caso Leibniz
usa a loro proposito il sintagma ex instituto, ben noto traducente del kata
synthéken del De interpretatione di Aristotele, inteso scolasticamente nel
senso di ‘per convenzione. L'umanità primeva cui Leibniz si riferisce non è
dunque una umanità rischiarata dalla ragione, e neppure è un’umanità adamica,
portatrice o interprete della sapienza divina, ma un aggregato semiferino di
individui soggetti a forti passioni, che viene poche righe sotto descritto in
termini di rudis barbaries. Ora, questo implesso di elementi si ritrova
perfettamente non solo nel C. delle Acroases padovane (ove fra l’altro si
prende apertamente distanza, e sia pure con la consueta cautela della doppia
origine del linguaggio, dalla narrazione biblica), ma ancora nel Saggio della
maturità, dove la lingua incoata delle
età remote (dunque non una lingua originaria in assoluto, ma già avviata,
derivata da una fase che sfugge alla nostra umana possibilità di risalimento) è
presentata nel modo che segue: Pressato l’uomo dal bisogno immediato di fissar
con un qualche nome gli oggetti che lo interessano, e di farli conoscere agli
altri con ugual prontezza, e colla minima ambiguità, non potea nella sua
rozzezza ajutarsi con altri mezzi che con quei due di cui la natura gli avea
fatto uso spontaneo: la tendenza all’imitazione e le primitive disposizioni
dell’organo vocale (C., 1800 34-5). Quel che non si ritrova nella fonte
leibniziana, ed è certamente dovuto allo sviluppo che lo studio dei processi
della fonazione aveva subito, dal Discours physique de la parole del Cordemoy
(1668) fino a de Brosses, passando per la ricerca squisitamente tecnica di
Dodart, Ferrein e altri, è la descrizione delle modifiche e degli adattamenti
che hanno luogo nel tratto sopralaringeo nel corso dell’articolazione
linguistica, producendo la serie delle vocali e delle consonanti, diverse da
lingua a lingua. Torna però, debitamente 23. Segnalo che questi elementi
tornano e trovano la loro espressione più limpida e completa nella Epistolica
de historia etymologica dissertatio, purtroppo rimasta incompiuta e divenuta
nota agli studiosi solo negli anni Trenta del Novecento (se ne veda un'edizione
semidiplomatica in Gensini, 1991). 24. Le si veda in C. (1810). La medesima
impostazione del problema nel Ragionamento preliminare al Corso di letteratura
greca (1781). Nella versione finale, preparata per l’edizione delle opere
complete (vol. xx), l'attacco del testo suona così: La vita delle lingue non è
immortale né inalterabile niente più che quella dell’uomo che ne fa uso. Rozze
dapprima e selvagge, poetiche per necessità, ridondanti per indigenza, crescono
colla nazione (C., 1806, I). 26. Per i riflessi italiani di questo dibattito si
veda Dovetto fisicizzato e reinterpretato nello scenario psico-affettivo che
conosciamo, il principio, che Leibniz a sua volta deduceva dal Crazilo e dagli
Stoici, di una ‘forza’ (vis) intrinseca di certi suoni o combinazioni di suoni.
E il caso del nesso sf, lungamente ragionato da de Brosses, in cui sembra
implicita un'idea originaria di stabilità materiale, che tuttavia si complica e
spesso sfuma lungo la marcia irregolar dello spirito nell'associazione e
derivazion dell'idee (nota apposta all'ed. 1800; cfr. C., 1800, 41). Il
riferimento di Leibniz alle crebrae translationes dei valori originari, che
rende spesso irriconoscibile la derivazione lessicale, e inevitabilmente fa
dello studio etimologico una disciplina non esatta, ma solo conjecturalis,
echeggia nell'accenno del C. all’ immenso deviamento delle lingue dalla prima
origine, e l' infinito mescolamento e intralciamento delle medesime (ivi, 40,
nota). 4. La teoria dello sviluppo naturale delle lingue rappresenta credo che
questo punto debba essere ribadito una sorta di scelta di campo a favore di una
visione radicalmente storica del linguaggio e delle lingue. Di fronte a questo
passaggio si erano fermati, come abbiamo accennato piü su, un Beauzée e un
Rousseau, e anche si era fermato, anni dopo, Court de Gébelin nella sua
Histoire naturelle de la parole (1776): ammettere, come aveva fatto Leibniz,
uno sviluppo graduale delle lingue implicava una soluzione all'antinomia posta da
Rousseau fra stato originario e stato maturo delle stesse; al modo stesso in
cui se è consentita una proiezione sull'oggi
l'odierna concezione dell'origine gestuale del linguaggio, promossa da Michael
Corballis negli anni Novanta e in seguito confortata dalla teoria dei
neuroni-specchio, prova a dare una risposta al saltazionismo di Chomsky,
Tattersall e dei loro seguaci. Sarebbe dunque errato, anche da un punto di
vista generale, liquidare come meramente archeologica la digressione C.ana, il
cui senso filosofico, abbiam visto, era stato condiviso, anzi talora
anticipato, da altre voci della cultura italiana di medio Settecento. Bisogna
tuttavia ammettere, per evitare di forzare in modo improprio la posizione del C.,
che la teoria dello sviluppo naturale delle lingue subisce, nel quadro del
Saggio del 1785, una vera e propria torsione. E opportuno seguire con
attenzione il dipanarsi di due distinti momenti. 4.1. Il Saggio ha, com'è noto,
una struttura a imbuto, nel senso che parte da una problematica generalissima,
i cui temi pienamente giustificano la scelta della dizione filosofia delle
lingue per l’edizione definitiva del testo, per via via restringersi di oggetto
fino alla focalizzazione esclusiva (applicazione è il termine che C. usa) al
caso della lingua italiana nelle sue attuali contingenze storiche. Ora, quando
ci si riferisce alla coraggiosa concezione dell'uso esposta nella prima parte
del Saggio, con la sua lucidissima e fervida rivendicazione dei diritti degli
utenti di essa parlanti e scriventi storicamente determinati , con il suo rovesciamento del tradizionale
principio di autorità, viene spesso evocata, come fonte delle posizioni
cesarottiane, la dissertazione De l'influence des opinions sur le langage, et
du langage sur les opinions di Michaelis, che aveva vinto (nella sua versione
originale in tedesco) il concorso bandito nel 1759 dall’ Accademia delle
scienze di Berlino ed era stata poi tradotta in francese e divulgata in
un’edizione bremense del 1762. Indubbiamente nella dissertazione di Michaelis
si incontrano affermazioni, come la seguente, che per il loro contenuto
antiautoritario non possono non aver affascinato e influenzato il giacobinismo
linguistico di fine secolo: Le langage est un Etat Démocratique: le Citoyen
savant n'est point autorisé à abolir un usage recu avant qui’ il ait convaincu
toute la nation que cet usage est un abus (1762, 148). Ma, a parte il fatto che
il Saggio si situa cronologicamente prima che la parola democrazia acquisti,
anche in Italia, il senso eversivo che assunse in Francia e altrove dopo il
1789, e di cui lo stesso C. ebbe modo di fruire nei suoi scritti patriottici,
il nome di Michaelis è ricordato, del resto opportunamente, solo a proposito
delle differenze semantiche delle lingue; e la sua influenza si riconosce
evidente, fra 11 e m parte del Saggio, soprattutto nelle zone in cui l'autore
si diffonde a spiegare in che modo la lingua debba far luogo alle innovazioni
intellettuali e come queste, inversamente, giovino all’arricchimento del
capitale linguistico: che sono temi tipicamente michaelisiani, formanti
l'oggetto medesimo della premiata dissertazione. D'altra parte, il capitolo
iniziale del Saggio fa soprattutto leva su una nozione di uso, che, nei suoi
aspetti generali, chiama alla tradizione francese, avviata da Vaugelas e
perfezionata da Beauzée nella voce Langue dell Encyclopédie, nella quale trova
una vera e propria codificazione, destinata a reggere per molti decenni ancora,
riflettendosi, a tacer d’altri, negli scritti linguistici di Alessandro
Manzoni: Tout est usage dans les langues; le materiel et la signification des
mots, l'analogie et l’anomalie des terminaisons, la servitude ou la liberté des
constructions, le purisme ou le barbarisme des ensembles. C’est une vérité
sentie par tous ceux qui ont parlé de l’usage; mais une vérité mal présentée,
quand on a dit que l’usage étoit le tyran des langues. L'usage n'est donc pas
le tyran des langues, il en est le législateur naturel, nécessaire, et
exclusif; ses décisions en font l'essence: et je dirois d’après cela, qu'une
langue est la totalité des usages propres à une nation pour exprimer les
pensées par la voix (Beauzée, 1765, 249). Tuttavia, se si rileggono in sequenza
i celebri *principi in negativo che scandiscono la prima parte del Saggio, si
osserva che ciascuno di essi viene giustificato non in base a un astratto, per
cosi dire atemporale dogma dell'uso, ma in base alla teoria
naturalista-gradualista che ben conosciamo. Essa smonta qualsiasi ipotesi che
vincoli il funzionamento delle lingue a un periodo, a un'autorità o a un tipo
di uso o, peggio, di qualità intrinseca, assunti come privilegiati o
inalterabili: 1t Niunalingua
originariamente non è né elegante né barbara, niuna non è pienamente e
assolutamente superiore ad un'altra: poiché tutte nascono allo stesso modo,
cominciano rozze e meschine, procedono con gli stessi metodi nella formazione e
propagazione dei vocaboli, tutte hanno imperfezioni e pregi dello stesso
genere, tutte servono ugualmente agli usi comuni della nazion che le parla; 2.
Niunalinguaé pura. Non solo non n'esiste attualmente alcuna di tale, ma non ne
fu mai, anzi non puó esserlo; poiché una lingua nella sua primitiva origine non
si forma che dall'accozzamento di varj idiomi, siccome un popolo non si forma
che dalla riunione di varie e disperse tribù; 3. Niuna lingua fu mai formata
sopra un piano precedente, ma tutte nacquero o daun istinto non regolato, o da
un accozzamento fortuito (C., 1800 10-2). Né manca la ripresa del motivo del
clima (settecentescamente inteso come 'ambiente geografico, con le sue
caratteristiche che impattano sulla costituzione fisica dei popoli), chiamato come in
tanta letteratura critica del tempo, fino a Montesquieu a
spiegare le differenze diatopiche degli idiomi: 8. Niuna lingua é parlata
uniformemente dalla nazione. Non solo qualunque differenza di clima suddivide
la lingua in varj dialetti, ma nella stessa città regna talora una sensibile
diversità di pronunzia e di modi (ivi, 17). La notorietà di questi passi ci
esime da più lunghe citazioni. Vi é dunque un rapporto di dipendenza
logico-storica fra l'origine naturale delle lingue, il loro processo lento e
complesso di sviluppo ed elaborazione culturale, e la possibilità stessa di
contribuire a un loro arricchimento. È in questa chiave di ricerca che il
moderato C. trova i suoi accenti piü chiari e sinceri circa la libertà che
caratterizza l'uso linguistico, e il libero consenso che, in barba a ogni
autorità esterna, sempre lo governa. Un passo della seconda parte del Saggio
(che passa in rassegna partitamente prima i tratti del parlato, poi quelli
dello scritto) riassume la tesi di fondo dell’autore: che le lingue non si
formarono sopra un piano concertato e ricevuto generalmente, ma
sull'accozzamento accidentale delle varie abitudini d'uomini liberamente
parlanti, abitudini che a poco a poco si andarono avvicinando e rassettando
alla meglio con un’analogia naturale, che non poté però mai togliere affatto le
irregolarità originarie introdotte dall’arbitrio e convalidate dall’uso (ivi, 90).
Affermazione che è l’ideale (e probabilmente anche la testuale) premessa
dell’attenzione del Manzoni giovane ai modi di dire irregolari della lingua
(1825-26), che sfuggono alle leggi della grammatica, come pure dell’amore del
Leopardi per quei dispetti alla grammatica universale (Leopardi, 1991, 1321 =
Zib. 2419, s maggio 1822) che formano a suo avviso il nucleo della libertà
linguistica e della bellezza dello stile. 4.2. Fin qui la parte generale,
filosoficamente intenzionata, del Saggio. Ma quando la teoria dello sviluppo
naturale delle lingue viene testualmente evocata, nella seconda parte di
questo, l’autore non mira tanto a una discussione filosofico-linguistica, ma a
un’operazione in ultima istanza retorica e stilistica. Una nota apposta alla
terza edizione del Saggio ci ricorda che quello della formazion meccanica delle
lingue non era l’oggetto del suo libro e che la teoria in questione era stata
ripresa sol per servirsene come di base alla sua teoria sulla bellezza dei
termini (C., 1800, 37, nota). E fin dalle prime righe del capitolo, in cui è
spiegato che la lingua scritta soggiace alla giurisdizione della filosofia,
dell’erudizione e del gusto, apprendiamo che la filosofia ci mostrerà in che
consista la vera bellezza ed aggiustatezza delle parole, e i veri bisogni della
lingua; l’erudizione facendoci risalire ai sensi primitivi dei termini, e
informandoci degli usi, costumi, circostanze che diedero occasione ai varj
vocaboli, ce ne farà sentir con precisione l'esatto valore, e l’aggiustatezza,
o la sconvenienza (ivi, 32). Ciò non esclude che questa parte dell'opera abbia
anche un interesse teorico ben nota è ad esempio la discussione intorno
al genio delle lingue, distinto nel doppio versante del genio logico (grosso
modo quel che oggi chiameremmo con Saussure e Coseriu il sistema della lingua)
e del genio retorico (questo cangiante storicamente e soggetto alle dinamiche
dell’uso e del gusto); e attenzione merita anche lo schierarsi del C. a favore
della primazia della costruzione inversa (sostenuta com'é noto da Condillac,
Batteux e Diderot), tipico antidoto contro il razionalismo linguistico che
vedeva nel presunto ordre naturel del francese l’indizio di una originaria
vocazione alla verità e alla chiarezza. Nell’ insieme, però, il suo accurato
studio delle valenze etimologiche delle parole, del modo in cui queste
acquistano o perdono vividezza nell'uso, delle mutevoli capacità mediate
dal gusto di rappresentare icasticamente gli oggetti, ha
la precisa finalità di promuovere un uso elevato della lingua, nella sua
varietà scritta e prevalentemente nella sua declinazione letteraria. Il che non
può in fondo sorprenderci, se è vero che la posta politica del discorso
cesarottiano mira al piano tradizionale della questione della lingua, a un’esigenza
di rinnovamento importante soprattutto per l'apertura, giustamente
apprezzata da tutti i critici, ai linguaggi delle scienze e delle tecniche e a
quelli che Leopardi avrebbe di li a poco chiamati europeismi , ma fatta valere entro precisi vincoli di
tipo diamesico e diafasico. A questo quadro fa riferimento la ripresa del
modello trissiniano della lingua nazionale, fondato sulla prospettiva di
apporti plurali e regionalmente decentrati all’erario comune dell'italiano,
filtrati e garantiti dall'autorità di una nuova accademia, un Consiglio
nazionale certamente più articolato per composizione e pià liberale per
orientamenti della vecchia Crusca, ma pur sempre un'accademia, bilicata cioé
tra erudizione e gusto, saldamente ancorata agli usi di una ristretta élite
intellettuale. La stessa idea di due distinti repertori lessicali, uno
etimologico e uno dell'uso, affacciata nell'ultima sezione del 1v libro, non si
discosta da questo orizzonte, anzi, nell'omaggio fatto al disegno debrossiano
di un repertorio archeologico della lingua, organizzato per radici, si da far
risaltare nel lessico in uso le prime fila d'una lingua naturale (ivi, 218),
resta un passo indietro rispetto allo stesso progetto leibniziano esposto nei
celebri Unvorgreifliche Gendaken betreffend die Ausübung und Verbesserung der
teutschen Sprache (1696-97). Leibniz aveva sagacemente ipotizzato di separare
il Glossarium, cioè il repertorio storico, dallo Sprach-brauch (ovvero dalla
lingua dell'uso sincronico), ed entrambi dalla Cornucopia, riservata alla
vastissima messe delle parole tecniche e scientifiche. Mentre l'archeologico si
avvicina al Glossarium (ma Leibniz, pure molto interessato al problema delle
radici, si era guardato di tirare in ballo il recupero di una quanto mai
improbabile lingua naturale), il secondo lessico previsto da C. non distingue
fra 27. Si veda il par. 277 del Traité in de Brosses uso comune e aree
settoriali della lingua, né sembra appassionarsi agli usi orali (cui pure era
tutt’altro che insensibile), dal momento che si rivolge solo a chi vuole
intendere e maneggiar la lingua scritta (C., 1800, 217). I Gedanken, editi nei
Collectanea etymologica usciti postumi nel 1717, erano stati ristampati,
addirittura corredati di una traduzione francese, nel 11 tomo del vi volume
dell’edizione Dutens, ma è possibile che C. (se pure li abbia letti) li abbia
ritenuti troppo settorialmente indirizzati alla problematica tedesca
(Considerations sur la culture et la perfection de la langue Allemande suona il
titolo in traduzione). Un ulteriore aspetto di rilievo del Saggio è la
distinzione fra terminifigure e termini-cifre, contraddistinti i primi dalla
ricchezza e varietà delle idee accessorie, laddove i secondi assumono un
significato proprio e determinato. Il tema viene indagato da C. sotto una
prospettiva sia funzionale sia diacronica. La prima ha antecedenti in testi
classici della tradizione logico-linguistica, quali la Logique di Port-Royal o
la prefazione di Leibniz alla sua edizione delle opere di Mario Nizolio (1670),
che distinguono la semantica fisiologicamente fluttuante dei verba da quella
convenuta e definita dei zerzzizi, indispensabili alle scienze e più in
generale al lessico intellettuale. Si ricorderà come Leopardi, già nelle note
zibaldoniane del 1820, rilancerà la distinzione sostenendo che le parole, nel senso
anzidetto, sono in qualche modo l'organo dell'immaginazione, intesa a
associazioni libere e imprevedibili fra dati sensibili e valori linguistici.
(La tematica dei termini, d'altra parte, sarà successivamente riarticolata da
Leopardi in riferimento sia al lessico tecnico della chimica, sia agli
europeismi, come analizzare sentimentale ecc., che in tutte le lingue
occidentali veicolano il medesimo significato). Leopardi cita come fonte le
Ricerche del Beccaria, nelle quali a onor del vero non si trova esattamente la
distinzione in questione, bensì piuttosto è dato risalto a quel gioco alterno
di sensi onde per dirla col nostro C. nella
lingua tutto é alternamente figura e cifra. L'abate padovano aveva anticipato
questa riflessione nelle osservazioni apposte alla sua traduzione della seconda
Filippica di Demostene’, suggerendo che i significati, come normalmente accade
nella trafila 28. Si vedano in particolare i capp. xr1-xii1 della prima parte,
in cui viene esposta la necessità della definitio nominis negli usi tecnici e
filosofici delle stesse. Cfr. Arnauld, Nicole (1969 149-64). 29. Cfr. Leopardi
(1991, 123 Zib. 109-10, 30 aprile 1820). 30. In questo
interessantissimo scritto, ideale tramite fra le lezioni padovane e il Saggio, C.
ribadisce l'idea della naturale mutevolezza delle lingue, dalla quale fa
discendere l'intenibilità di qualsiasi estrinseco principio di purezza o di
autorità; dà una lettura classica 95 STEFANO GENSINI naturale delle lingue,
sono spesso originariamente traslati, funzionano cioè come immagini, assumendo
successivamente la fisionomia di indizi, per ridursi infine a segni quando la
vaghezza iniziale si sia neutralizzata a favore di sensi abituali e, al limite,
convenzionati. Se l'assunto della originarietà dei traslati, e in primo luogo
della metafora, era al tempo di C. convinzione consolidata (basti pensare alla
Logica poetica di Vico) e confortata dalla tradizione classica (lo stesso
Leibniz amava ricordare quel passo in cui Quintiliano ammonisce che paene jam
quidquid loquimur figura est; Inst. or., IX, 3, 1), non era invece affatto
scontata l’idea di una indeterminata peregrinazione dei sensi da usi figurali a
usi cifrati e viceversa; ed è probabilmente giusto cogliere in ciò una
ulteriore conseguenza della teoria naturale che sappiamo, svolta da C. dal
punto di vista della inevitabile mutabilità delle lingue.s. C. ha dunque svolto
un ruolo fondamentale, anche se non lo ha svolto da solo, nella conversione del
pensiero linguistico italiano da un orizzonte solo retorico e letterario a un
orizzonte filosofico. Credo che una corretta storicizzazione della sua
esperienza, riportandola al centro di un più ampio coro di voci intenzionate a
ripensare il linguaggio in termini teorici, non ne implichi affatto un
ridimensionamento o una svalutazione, ma anzi favorisca l’apprezzamento della
complessità e sistematicità del suo approccio, volto a mediare fra piano
filosofico, piano retorico e piano politicolinguistico. Resta fuori dalla sua
teoria dell'uso non è un paradosso il momento tecnicamente
sociale della lingua, il punto cioè in cui le differenze riconosciute e
pacificamente ammesse in termini descrittivi possono farsi critiche sotto
l'urto di rivolgimenti sociali e politici di vasta portata. È questa la
stagione di pensiero anche linguistico aperta dall'Ottantanove, che non lascia
tracce significative in una teoria definita in pressoché tutti i suoi tratti
ben prima di quella data fatidica. È la stagione al di là della quale si
collocano Manzoni, Leopardi, il giovane Cattaneo, con un nuovo tipo di sguardo
linguistico rivolto alle contraddizioni riversate dalla nuova società
postrivoluzionaria sugli assetti della comunicazione. Riflettendo su questa
fase a venire non solo della storia, ma anche, in piccolo, della riflessione
linguistica, sembra assumere un senso premonitore la decisione finale del
vecchio Cesa(ciceroniana e vichiana) del fenomeno della metafora, collegata ai
bisogni di significazione di una comunità parlante ancora rozza e
linguisticamente povera; vede nell’esercizio di una dispiegata arbitrarietà il
punto d’arrivo (e non di partenza) della pratica comunicativa. Il testo,
risalente alla seconda metà degli anni Settanta, si legge nel xxvn volume delle
opere: cfr. C. rotti di intitolare alla filosofia delle lingue la sua maggiore
opera critica: un senso che richiama da più punti di vista (e forse
volutamente) una ormai lontana, ma quanto mai saggia, suggestione di Michaelis:
En général les langues mériteroient que la Philosophie leur consacràt une
science particulière; mais il faudroit bien se garder de rédiger cette science
en système, avant que l'expérience en eût recueilli les détails (Michaelis).
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linguaggio in Vico e in C. di Andrea Battistini* Il titolo di questo intervento
è stato pensato in modo da evitare di dover dare conto delle idee linguistiche
vichiane ereditate direttamente da C. e con l’intento di proporsi invece il più
semplice obiettivo di coglierne le affinità e le differenze, senza la pretesa
di stabilirne le derivazioni dall’uno all'altro. Non che C. non sia stato
influenzato dalla Scienza nuova: il suo maestro Giuseppe Toaldo lo aveva
iniziato per tempo alla lettura di quest'opera, di cui si hanno citazioni
esplicite e tracce diffuse già nelle note apposte alla prima edizione delle
Poesie di Ossian edite nel 1763. Scritte a poco più di trent'anni, esse
mostrano una ricezione precoce, destinata ad affievolirsi nel corso degli anni,
come si vede dalla soppressione di molte di quelle chiose nelle edizioni
successive. Nel frattempo le conoscenze linguistiche di C. si ampliavano sempre
più a latitudine europea, fino a comprendere sia opere di autori già noti a
Vico, come Bacone, Leclerc, Bochart, Selden, Huet, sia di altri più recenti,
come Condillac, Rousseau, de Brosses, Hume. Molte ipotesi e molte possibili
spiegazioni di come sia nato il linguaggio avevano estesa e condivisa
circolazione ed è molto spesso impossibile individuarne la paternità, che pure
esiste quasi sempre alle spalle di chi, nel Saggio sulla filosofia delle
lingue, in un Avvertimento scritto quasi certamente da C., ammetteva di non
aver detto cose del tutto nuove, assunto in un tal soggetto impossibile ad
eseguirsi, pregiandosi anzi d'aver seguito le tracce dei più celebri ragionatori
del secolo sulla parte filosofica delle lingue (C., 1969, 17). ILingue mute e
fonazione Standoall'eclettico C., spesso indulgente verso la dossografia,
l’idea, in sé tutt’altro che nuova, che l’origine dei nomi sia motivata e
avvenuta Bologna. BATTISTINI per natura, a cui egli crede, è minoritaria
rispetto a quella di coloro che ne sostengono una formazione del tutto
arbitraria e immotivata'. Attraverso un’analisi comparativa condotta sulle
lingue di molti popoli, egli giunge alla conclusione che se nazioni
assolutamente diverse tra loro per clima, costumi, religione ricorrono a uno
stesso tipo di nomenclatura, risulta chiaro che questa nomenclatura non l’hanno
presa da altrove se non dalla natura *. Certo è che, oltre a Condillac, a de
Brosses e a non pochi altri, anche Vico la pensava allo stesso modo, attraverso
un analogo metodo comparativo fondato sul principio euristico enunciato nella
Degnità X111, quello per cui idee uniformi nate appo intieri popoli tra
essoloro non conosciuti debbon avere un motivo comune di vero?. Nel caso
specifico il motivo comune era in origine una lingua muta per cenni o corpi
ch'avessero naturali rapporti all'idee ch'essi volevan significare (SN44, 32).
La connessione tra i gesti e ció che essi vogliono designare sarebbe dunque
avvenuta per un legame naturale tra significante iconico e significato.
Addirittura per Vico la comunicazione avveniva senza nemmeno il gesto, ma
presentando direttamente gli oggetti che si volevano designare, secondo quanto
ricavava da un proverbiale aneddoto avente per protagonista il re sciita
Idantura (SN44, 99). Di queste parole, chiamate reali, da res, C. non fa
menzione, perché, da linguista, pur riconoscendo che ovviamente il linguaggio
dei cenni possa servire a comunicare, gli concede nella trattazione uno spazio
più contenuto, ritenendo che é sempre la voce l instrumentum praesentissimum ,
utile ad sensus tamen aperiendos, opemque poscendam (C, 69)*. Per Vico viceversa, che ragionava
da antropologo, la lingua della prima età degli déi era quasi tutta muta,
pochissima articolata (SN44, 446) e per questa maggiore indeterminazione
lasciava ampi spazi alla fantasia per creare i miti, termine questo da cui
deriverebbe appunto mutus (SN44, 401). L'interesse preminente di C. per la
comunicazione vocale spiega lo scarso rilievo che hanno in lui i geroglifici e
in generale la scrittura, 1. C. (1810 66-7). Per la frequenza dei riferimenti a
questo volume, d'ora in poi per indicarlo si adotterà la sigla C. 2.C, 130. Le
traduzioni in italiano sono tratte, quie in seguito, da C. (in corso di stampa)
e sono dovute al suo curatore Carlo Enrico Roggia, che ringrazio per avere
messo a disposizione il suo lavoro prima della stampa. 3. Vico (1999', 499).
Per la frequenza dei riferimenti alla Scienza nuova del 1744, d'ora in poi per
indicarla si adotterà la sigla sv44, seguita, anziché dal numero di pagina, dal
numero di capoverso, secondo la numerazione che ne fece Fausto Nicolini. 4.
Stesso concetto nel più tardo C. LE ORIGINI DEL LINGUAGGIO IN VICO E IN C. sorta
a suo dire molto più tardi del parlare’, e perciò meno considerata in rapporto
alla questione genetica del linguaggio, mentre Vico rimprovera i dotti che
stimarono cose separate l’origini delle lettere dall’origini delle lingue, le
quali erano per natura congionte (SN44, 429). Per lettere egli non intende
quelle dell’alfabeto, che presuppongono un linguaggio articolato e fonetico di
cui sono la trascrizione, ma tutti quei segni che per trasmettersi si fondano
sull’organo della vista anziché su quello dell’udito (Cantelli, 1986, 25). Per C.,
essendo più diretto il rapporto che intercorre tra i suoni vocali e i corpi
sonori diffusi in natura, questo nesso di carattere acustico risulta unico,
preciso e distinto in quanto più motivato, laddove la denominazione degli
oggetti visibili che non hanno veruna specie d'analogia con la voce stabilisce
tra parole e cose un rapporto vago, confuso, molteplice (C., 1969 33-4). Ora, è
vero che anche Vico, fedele alla sua ipotesi genetica che nega l'origine
convenzionale e riflessa del linguaggio, fa discendere le prime voci articolate
dotate di un qualche significato dall'imitazione dei suoni esistenti in natura,
attribuendo un'origine onomatopeica ai nomi delle prime divinità, ma poi il suo
discorso prende una direzione diversa. Cosi, mentre Vico indugia poco sulle
modalità di formazione dei suoni, accontentandosi, in linea con la tesi della
somma barbarie dei primi tempi dell'umanità, di far notare che l'istrumento
d'articolare le voci dei primi uomini era formato di fibbre assai dure (SN44,
462), incapaci di emettere non più che suoni monosillabici, C., se per un verso
condivide la tesi che gli organi informi, ed irrigiditi rendevano i primitivi
ben più atti ad imitare gli ululati dei lupi, e i ruggiti dei leoni, che il
canto degli usignoli, per un altro verso si sofferma in più occasioni, con
interessi fisiologici derivati dagli studi medici, sul ruolo e la
predisposizione degli organi che attendono alla fonazione?*, la cui differente
struttura da popolo a popolo é posta a fondamento degli esiti alloglotti di una
stessa parola in s. Cum scribendi arte, aliquanto serius quam par fuerat,
inventa. Verum enim vero multo prius loqui quam scribere (C, 145). 6. La
priorità della percezione uditiva era già rivendicata nei frammenti
sull'etimologia, dove si constatava che i primigenia verba e le organicae voces
per aures, quae lis unice sunt perviae, species oculis objectas in animum
invehant (C). 7. Questo Ragionamento, risalente al 1762, non fu ristampato
nella parte delle Opere curata dallo stesso C. perché considerato frutto ancora
troppo immaturo. Fu peró edito in C. (1813, dove la cit. è a 2), ossia in
appendice alle Opere. Modernamente lo si trova in C. (1960, dove la cit. è a 55).
8. C 29, 70; C. (1969, 32) ecc. Una sorta di legge generale è che singulas
linguas nihil esse aliud quam varios singulorum populorum sentiendi atque
intelligendi BATTISTINI lingue diverse, come nel caso del greco, che rifiuta
voci difficili da pronunciare e, sostituendole con altre, le allontana dalle
loro forme originarie (C, 51). E addirittura dal punto di articolazione più o
meno facile da usare si può dedurre la maggiore o minore antichità di una voce.
Per gli uomini e le donne di nazionalità europea è più facile, per esempio,
pronunciare le bilabiali, lasciando intendere che parole dotate di questi
fonemi possono avere una più lontana origine, come C. deduce osservando le
prime articolazioni dei bambini (C., 1969, 35). Egli si serve dell’ontogenesi
per proiettarla sulla filogenesi, come quando, per dimostrare che nei primi
uomini la percezione delle cose precedette di molto la capacità di giudicarle,
fa riferimento al comportamento dei bambini, che si appagano nel sapere come si
denomina un oggetto, quasi che la sola conoscenza del significante equivalesse
alla comprensione del suo significato (C, 101). Talché in un altro suo scritto
può fissare l'equazione per cui primaevi homines infantes humani generis jure
censendi (C), esattamente come per Vico i primi uomini sono come fanciulli del
nascente gener umano (SN44, 4), sentendosi quindi autorizzato a estendere a
ogni passo il comportamento linguistico dei bambini a quello dei primordi
dell’umanità, in attuazione del canone gnoseologico che va a ritrovare i
principi del mondo civile, in quanto opera dell’uomo, dentro le modificazioni
della nostra medesima mente umana (SN44, 331). Ció che invece non ha una uguale
rilevanza ermeneutica sono per Vico i fattori climatici, tanto che in tutta la
Scienza nuova si accenna in un punto e di sfuggita che i popoli per la
diversità de’ climi han sortito tanti costumi diversi e che da questi sono nate
altrettante lingue (SN44, 445), e in un altro punto si segnala la differenza
tra le menti pigre dei nati nel freddo Settentrione e le aggiustate nature dei
viventi nella zona temperata (SN44, 1090-1), senza che peró che questo
principio abbia delle concrete applicazioni e verifiche. Il fatto è che Vico
non fece in tempo a conoscere il De l'esprit des lois, edito quattro anni dopo
la sua morte, nel quale Montesquieu poneva l'accento sull' influenza esercitata
dal clima sul carattere dei popoli, e non solo sui comportamenti ma anche sulla
loro morale, introducendo nella cultura europea un fattore che, anche per
quanto sosteneva la scuola dei fisiocratici, diventó quasi obbligatorio tenere
presente e citare ovunque. modos, pro diversa vocalium organorum structura
diverse expressos: quos ad modos certa aliqua ratione confingendos cum cocli
solique temperies (C. LE ORIGINI DEL LINGUAGGIO IN VICO E IN C. Da parte sua C.
che, pur sancendo l’incontenibile diversità delle lingue, sembra
rammaricarsene, rimpiangendo illuministicamente la loro progressiva perdita di
unità, annovera tra le cause di cambiamento anche la caeli, solique diversitas
(C, 51), capace di conformare diversamente l'anatomia degli organi vocali,
rafforzando o indebolendo le loro fibre. E con una buona dose di psicologismo
si spinge ad affermare che la mobilitas et flexilitas è tra i popoli
settentrionali maggiore nella parte esterna della vocalis machina, mentre tra i
popoli meridionali l'elasticità connota di più la parte interna (C, 270). Su
questo abbrivo azzarda perfino a trovare un qualche legame tra la struttura
meccanica delle lingue condizionata dal clima e gli ingegni e costumi dei
popoli, in modo che la testura delle voci latine corrisponde bene alla forza
pacata dei romani e la sonorità della lingua spagnola rifletterebbe il
carattere supercilioso e la tumida gravità
di chi la parla, rispetto alla quale, mosso da un impulso
campanilistico, C. si sente autorizzato a lodare gli animi sinceri e la
mitissima umanità dei veneti, deducibile dalla loro parlata chiara, spedita,
carezzevole (C, 273). Non si deve peró credere che egli abbia una visione
rigidamente deterministica: la straordinaria ricchezza della letteratura greca,
per esempio, non va attribuita aeri caeloque, ma maturae syntaxeos
constitutioni, et analogiae origini (C, 8). Finché poi, nei Rischiaramenti
apologetici posti in appendice al Saggio sulla filosofia delle lingue, è lui il
primo a raccomandare di non attenersi a giudizi 4 priori fondati sopra
argomenti esterni, tra cui appunto quello del clima, alquanto men solido di
quel che può sembrar a prima vista (C., 1969, 131). Vico sicuramente vi si era
attenuto ancor meno perché molto più di C. mirava a cogliere, di là dalle
differenze storiche e climatiche contingenti, un dizionario mentale comune a
tutte le nazioni, affacciatosi fin dalla prima edizione della Scienza nuova e
poi sempre ribadito nelle seguenti. Banco di prova sono i proverbi, definiti
massime di sapienza volgare che, per quanto per tanti diversi aspetti
significate, sono l istesse in sostanza intese da tutte le nazioni antiche e
moderne, al punto che si può formar un vocabolario mentale comune a tutte le
lingue articolate diverse, morte e viventi (SN44, 161-2), in qualche modo
analogo e parallelo alla storia ideale eterna, la cui struttura profonda è una,
di là dai singoli corsi che fanno le nazioni. Momento privilegiato è quello
dell’origine della civiltà che coincide con l’origine della lingua, formatasi
ovunque negli stessi modi pur in climi diversi. L'antropologo e il linguista
Nel luogo più conosciuto della Scienza nuova si legge che il passaggio dalla
condizione ferina alla condizione umana avvenne al fragore del primo tuono e
del primo fulmine, due fenomeni i cui scoppi e boati furono scambiati perle
voci di una divinità violenta e tirannica che con quei suoni terrificanti
voleva impartire ordini ai bestioni, i quali a loro volta proiettarono su
quella fantasticata entità vivente la loro natura collerica e dispotica.
Simultaneamente sorse il linguaggio, di natura onomatopeica. Zeus infatti, nome
dato in greco al primo dio identificato con il cielo, è, con la spirante
alveolare sonora /z/, voce onomatopeica del fischio del fulmine (SN44, 447).
Tuttavia l’insistenza vichiana su quei primi uomini che alzarono gli occhi ed
avvertirono il cielo (SN44, 377) sembra anche sottintendere letimo del Cratilo
platonico (17, 398c), secondo cui 4ntropos significherebbe proprio ‘colui che
vede le cose e si rende conto di ciò che ha visto’. Nella sua ricostruzione
antropologica la vista, ancor più dell’udito e quindi della fonetica, è il
senso dominante, non solo perché è a fondamento delle differenze di classe tra
eroi e plebei, essendo i primi, a differenza dei secondi, più robusti e quindi
capaci di inerpicarsi sulle cime dei monti da cui osservare il cielo e
interpretare attraverso il volo degli uccelli la volontà degli dèi,
inaccessibili a chi non può trarre gli auspici’, ma anche perché la sua
indagine si fonda su fonti chiamate da Vico frantumi o rottami, il cui
significato è proporzionale all'ampiezza del termine filologia, avente per
oggetto di studio la dottrina di tutte le cose le quali dipendono dall'umano
arbitrio, come sono tutte le storie delle lingue, de’ costumi e de’ fatti cosi
della pace come della guerra de’ popoli (SN44, 7). In verità anche per C. il
concetto di critica filologica ha un'accezione quanto mai inclusiva,
abbracciando la mitologia, la geografia, le arti, le opinioni, i costumi e le
usanze (C., 1809, 239). Sennonché nell'apparente identità della definizione si
celano impieghi e obiettivi profondamente diversi. Per Vico la filologia
fornisce il certo, da combinarsi con il vero della filosofia, a costituire una
simbiosi avente per fine la ricostruzione del sorgere del mondo civile e la
comprensione 9. Si considerino insieme $N44, 377 (pochi giganti, che dovetter
esser gli più robusti, dispersi per gli boschi posti sull'alture de’ monti) con
$N44, 25 (comandavano ciò che credevano volesser gli dèi con gli auspici, e 'n
conseguenza non ad altri soggetti ch'a Dio). della mentalità dei primi uomini.
Per C. invece tutto il lavoro della filologia, parimenti in collaborazione con
la filosofia, si deve proporre quest’unico fine, che dal cumulo di errori da
cui Panimo umano è assediato ne venga rimossa una parte, quale che sia *. Ne
consegue che per lui sono negative tutte le forme linguistiche che si allontanano
dai significati originari delle parole. Non per caso dedica una serie di
lezioni a De erroribus ex tropico genere locutionis ortis. Da una parte i
traslati possiedono indubbie qualità poetiche, grazie allo scambio reciproco
delle qualità del corpo e dell’animo e alla raffigurazione icastica di singoli
particolari in luogo di concetti astratti e remoti dai sensi (C, 152); ma
dall’altra non si può negare che il considerare cose analoghe in natura come
identiche nelle parole che le esprimono genera veri e propri vitia linguistici,
inevitabili quando ai primordi prevaleva l’uso della fantasia, che accorpa ciò
che è soltanto simile, ma che, con l’intervento del giudizio, che si preoccupa
di separare ciò che è diverso (C, 88), occorre emendare purgatis praeparatisque
rationali philosophia mentibus (C, 105). Ed è vivissimo il rimpianto che
foetibus linguae non ci fosse stata la filosofia a fungere da ostetrica , la
quale con il suo razionalismo avrebbe impedito che sorgessero biformes imagines
a turbare l’ intelligentiae officium (C,
86). Gli errori di pensiero dovuti a un'interpretazione sbagliata dei traslati
nel momento in cui vengono presi alla lettera sono denunciati da Cesarotti con
la massima durezza: si tratta di ineptiae, di mentis monstra, di cui nulla è
absurdius, dovute a vanissimae artes, per non dire di vecordia , opera di persone che
vehementissime insaniunt. Dinanzi ad accenti cosi virulenti non si deve
ignorare la componente retorica di questi testi, appartenenti al genere
didascalico, essendo quasi tutti orazioni, lezioni, conferenze, o, per
ricorrere a un termine dello stesso C., exercitationes. Occorre insomma tenere
conto della distinzione fatta dallo stesso autore in una sua Istruzione d'un
Cittadino, e il Patriottismo illuminato risalente alla stagione napoleonica,
nella quale distingue tra il linguaggio del filosofo che conversa liberamente
colle sue idee e quello dello scrittore onesto e avveduto, che costante nella
parte essenziale dei suoi sentimenti, li atteggia perd egli e configura nel
modo che meglio conviensi all'esigenza delle situazioni, e ai doveri di
cittadino e di suddito (Cesarotti, 1808, 233). Indossando la veste di scrittore
onesto e avveduto 10. Arbitror necessarium esse ut utraque [Philosophia simul
et eruditio] id omnem intendant operam, ut errorum cumulo quibus obsidetur
humanus animus quotacumque pars detrahatur (C, che si rivolge in primo luogo ai
giovani, deve calcare la mano sui rischi di incomprensione che si celano nei
fraintendimenti linguistici sorgenti quando entità di valore puramente segnico
sono proiettate sul piano della realtà, specie se investono la sfera del sacro,
nel qual caso l’errore diventa perniciosus, exitiosior, causa di impia
superstitio e di foedissimus cultus,
consistente tra l'altro nell'animismo, nel politeismo, nell’idolatria, nella
zoolatria, nell'ornitomanzia, nei casi in cui animali presi a simbolo di una
divinità sono essi stessi divinizzati. Di là dall'enfasi retorica dettata da
ragioni pedagogiche, il compito che C. assegna alla scienza e allo studio delle
origini del linguaggio, seguito poi nei suoi passaggi da quando esisteva un
rapporto di necessità tra res e verba a quando questo rapporto si perse
diventando arbitrario, consiste nel sapere che cosa sia stato a pervertire
[perverterit] le menti di uomini acutissimi al punto da far loro tributare una
fede religiosa a opinioni tanto assurde (C, 49). Anche Vico, naturalmente,
riconosce che i tropi e iz primis la metafora sono nati da un mancato uso
dell’intendimento (SN44, 402), ma, lungi dal parlarne in termini di errori,
vede in essi il processo originario della conoscenza umana, peculiare dei tempi
in cui l'assenza di razionalità impediva l'astrazione logica del concetto. Come
si è già ricordato, la civiltà stessa nacque, a ben guardare, con una metafora,
quando i bestioni, allo scoppio del primo tuono e all’apparizione del primo
fulmine, immaginarono che questi fenomeni naturali fossero la voce di una
divinità, intesa quale essere antropomorfo, con un translato che Quintiliano
avrebbe definito dall’inanimato all'animato (Inst. or., VIII, 6, 9-10). La
memoria e la fantasia, unite all’ingegno, fecero sì che, una volta creatosi un
dio a propria immagine e somiglianza, i primitivi ritenessero che tutto ciò che
aveva a che fare con il cielo (altri fenomeni atmosferici, moto delle stelle,
voli degli uccelli...) fosse il linguaggio con cui questo essere superiore
comunicava con loro. Incapaci di astrarre con un pensiero logico e attraverso
concetti razionali, i primitivi finirono per attribuire sempre allo stesso
ente, chiamato nella fattispecie Zeus, con voce onomatopeica, tutto ciò che era
di provenienza celeste. Vico si guarda bene dal giudicare questo processo di
identificazione definito universale fantastico secondo il metro dell’ universale
intelligibile dei logici, a differenza di come sembra inclinare C., il quale
scorge in quella identificazione una successiva fonte di errori. La formula
vichiana, considerata la chiave maestra della Scienza nuova (SN44, 34), non é
facile da condividere perché propriamente ha un connotato ossimorico, non
potendo ciò che è fantastico, in quanto legato alla soggettività, LE ORIGINI
DEL LINGUAGGIO IN VICO E IN C. essere universale; ma in questo caso lo è,
perché tutti i fenomeni di una certa specie si spiegavano riportandoli sempre a
un unico individuo. La metafora quindi appare nelle età primitive un surrogato
dei concetti, una forma speciale di logica, detta da Vico poetica, che, non
potendo avere la stessa capacità di astrazione, si sviluppa sotto forma di
mito, giustificando la definizione vichiana di picciola favoletta (5144, 404).
Poiché la metafora era un prodotto della fantasia e non dell’intelletto e
annullava ogni senso della differenza, si potrebbe considerare la metafora dei
primitivi come una catacresi, nata per inopia di generi e di spezie (SN44,
832), giacché è assente quella consapevolezza di irriducibilità che in forma
tacita e implicita permane sempre nella coscienza di noi moderni, nel momento
stesso in cui sanzioniamo in forma esplicita la fusione di due o più
significati. Le catene di metafore che davano vita ai miti contenevano, spiega
Vico, sensi non già analoghi ma univoci (SN44). Per fare un esempio molto
chiaro: quando noi moderni diciamo quel tizio è Ercole, in realtà intendiamo dire
che è un Ercole, che è come Ercole, nel senso che è così forte da possedere le
caratteristiche del mitico Ercole, senza però, ovviamente, esserlo. Per i
primitivi invece il predicato collimava perfettamente col soggetto, in un'
identità assoluta. C. ha compreso benissimo la teoria vichiana dell'universale
fantastico quando spiega come i primi uomini rudi e selvaggi trasferirono,
ingannati dall'analogia, abitudini e affetti umani a entità inanimate e prive
di sensibilità (C, 71), in linea con quanto asserisce la Degnità 1, dove si
legge che l'uomo, per l'indiffinita natura della mente umana, ove questa si
rovesci nell’ignoranza, egli fa sé regola dell universo (SN44, 120). Quei
silvestres homines ac rudes sono obstupentes (C, 71), che sembra la traduzione
letterale dei bestioni vichiani, che sono tutti stupore (SN44, 1097). Non solo,
ma il passo mostra anche di condividere il processo linguistico e insieme
gnoseologico che, come in Vico, fa derivare l'universale fantastico dall'antonomasia,
allorché fattasi la mente più vigile e più sottile arriva infine a pensare che
nei singoli uomini forti c'è un qualche principio per cui sono forti, e si
costruisce un qualche archetipo da cui discendano tutte le cose che solitamente
vengono compiute dagli uomini valorosi, e sul cui modello vengano comparati,
come a una pietra di paragone, tutti gli uomini e le cose forti (C, 108).
Derivano di qui i miti delle fatiche di Ercole, dal momento che si Herculis
nomen fortibus quibusque viris addictum credimus, jam omnia quae de BATTISTINI
fortibus viris dicentur Herculi accident, et ex historia fabula exsurget (C, 10).
E se le sue imprese sono tante, impossibili a essere compiute da un solo uomo,
è per la natura aggregante e inclusiva dell’universale fantastico, che sotto un
solo nome raccoglie gesta di altri eroi, alcune vere, altre inventate secondo
la fama. È significativo che queste riflessioni, derivate senza dubbio da Vico
anche se non viene mai nominato in questo luogo, si trovino nelle lezioni
dedicate alle origini dell’eloquenza. A tacere dello stesso principio
ermeneutico, che esige da chi cerchi di conoscere l’intima natura e l' indole
di quella facoltà o arte a cui specialmente si è votato di mettersi
direttamente da subito a indagare e ricercare la sua origine più remota (C, 99), parafrasi della Degnità x1v (Natura
di cose altro non è che nascimento di esse in certi tempi e con certe guise ),
anche la tesi stessa, sorretta dall'idea che la poesia ha preceduto la prosa e
che quindi ogni discorso antico era poetico, coincide con l'asserto vichiano
che vuole i primi popoli per natura poeti
(SN44, 1030). Non è un caso che la stessa parafrasi di che cosa è
l'universale fantastico e di come esso si forma compare, questa volta con un
esplicito rinvio agli alti e speculativi principi di Vico, nel Ragionamento
storicocritico che apre la doppia volgarizzazione, in prosa e in poesia, dell’
//;ade. Qui C., per dare l'idea di cosa fosse la favella mitologica, ch'era la
lingua naturale dei popoli nell' infanzia della società, si prova a tradurre
una frase che con un moderno linguaggio del tutto astratto e filosofico sarebbe
la virtu non lascia invendicate le ingiurie dell amicizia e che, presso i primi
uomini, sarebbe diventata: Achille uccide Ettore uccisor di Patroclo (C., 1809 19-20).
Non c’è bisogno di riportare anche il secondo esempio relativo a Ulisse quale
universale fantastico della sapienza per comprendere che se il modo di
esprimersi di Omero era molto poetico, sul piano linguistico le approssimazioni
semantiche di queste locuzioni mitologiche, nel momento in cui istintivamente
abbelliscono il messaggio con la fantasia di un racconto, al tempo stesso, nel
ricorrere al concreto in luogo dell’astratto, si allontanano dal loro referente
concettuale. Si direbbe che C. arretri alle forme originarie o primitive del
linguaggio per proiettarle e valutarle sul metro del più tardo modo razionale e
logico di comunicare e per denunciarne le insufficienze, mentre lo sforzo di
Vico prende la direzione opposta di ringiovanire e di rimbarbarire la propria
mente moderna disseppellendo in sé stesso i valori poietici, cioè creativi, che
possono scaturire dalle componenti sensuose e fantastiche, indebolite o, a
dirla con il suo stesso lessico metaforico, assiderate dall’imIIO perio
razionalistico, ma mai del tutto cancellate, e capaci di riemergere una volta
che con un rito catartico la mente si sia purificata dalle sottigliezze
analitiche del presente. Se l’azione di C. linguista consiste, per riprendere
una volta di più il lessico fisiologico ed espressivo del filosofo napoletano,
nel purgare la ragione appannata dai sensi fino a restituirle la sua nitidezza,
Vico esige invece d’immergere tutta la mente ne’ sensi (SN44, 821). Ciò non
toglie che C. comprenda bene le tesi della Scienza nuova e non solo le esponga
correttamente, ma anche ne arricchisca l'esemplificazione. E il caso degli
apologhi, che Vico chiama episodi, ossia racconti digressivi inseriti in un
discorso, tipici di una favella per somiglianze, immagini, comparazioni (SN44,
832), dovuta alla grossezza delle menti eroiche, che non sapevano sceverare il
proprio delle cose che facesse al loro proposito (SN44, 457). Il loro autore
più antico, Esopo, è da lui considerato un altro universale fantastico,
rappresentante della classe sociale dei plebei sottomessi agli eroi, al quale
sono attribuite favole aventi quasi sempre per protagonisti animali
significanti virtù o vizi morali (SN44, 424). Dal canto suo C. fa ancora di più
e cita a riprova l'apologo risalente a Fedro dellupo e dell'agnello,
simboleggianti rispettivamente l'uomo prepotente e quello remissivo (C, 109).
Nelle sue lezioni sull’origine dell'eloquenza questa procedura comunicativa
pareva peró non dicenti commoda et audienti molesta (C, 130), facendo al
destinatario di questo tipo di messaggio l'effetto di un uomo che ha fretta di
arrivare in patria e concentrato sulla strada che una guida non espertissima
conduca intorno percorrendo lunghi giri e labirinti inestricabili (C, 130).
Vico non nega che questo linguaggio delle origini sia dovuto alla somma povertà
de’ parlari (SN44, 581), alla somma semplicità e rozzezza delle menti (SN44,
522), e ai sentimenti vestiti di grandissime passioni (SN44, 34), ma al tempo
stesso riconosce che esso é comunque sufficiente e pienamente adeguato a quei
tempi dei primordi in quanto a quelle menti corte basta arrecarsi un luogo dal
somigliante per essere persuase, come dimostra l'apologo di Menenio Agrippa,
che fu sufficiente ad ammansire la plebe in rivolta con la stessa efficacia
argomentativa che nei tempi illuminati e col11. Nell'autobiografia Vico
denunzia i mali prodotti dall insegnamento della logica negli anni
dell'adolescenza perché il connesso metodo algebrico assidera tutto il più
rigoglioso delle indoli giovanili, lor accieca la fantasia, spossa la memoria,
infingardisce l’ingegno, rallenta l’intendimento (1999, 1, 17). 12. Identiche,
anche nellessico, le cause additate da C.: linguae inopiam, mentis crassitiem,
affectuum turbas tres potissimos esse statuimus poetici sermonis fontes (C. ti
è raggiunta dapprima con l’induzione socratica e poi con il sillogismo
aristotelico (SN44, 424). 3 La sintassi delle passioni La distanza di tempo che
separa C. da Vico (non si dimentichi che il padovano nasce nell’anno in cui
esce già la seconda edizione della Scienza nuova) consente al primo di mettere
a profitto un dibattito sulle origini del linguaggio che il secondo non ha
potuto conoscere, anche se ne ha anticipato alcuni temi. È il caso della
disputa sulle inversioni della frase, su cui all’incirca dalla metà del
Settecento in poi intervennero quasi tutti i maggiori intellettuali francesi e
alcuni degli italiani. Vico, pur essendo impegnato soprattutto a studiare il
lessico dei primitivi, non può ignorare nemmeno l ordine, ossia le naturali
cagioni della sintassi (SN44, 454). A questo proposito, insieme con le
perifrasi, i pleonasmi, le digressioni, considera tra le spie di una lingua
arcaica anche i torni (SN44, 458), un hapax, questo, che nell’accezione di
‘giri di frase’, ‘ordine inconsueto della frase, non è attestato nel
Vocabolario della Crusca e nemmeno nel Dizionario della lingua italiana di
Tommaseo e Bellini. La diversa disposizione che le parole ebbero nella parlata
dei primi uomini rispetto al moderno dettato deriva per Vico dal ritardo con
cui si formarono i verbi, l’ultima parte del discorso a nascere perché comporta
la cognizione del passato e del futuro, difficilissima da intendersi, sempre a
suo dire, perfino dai filosofi (SN44, 453). Non collega invece la pratica delle
inversioni, come fa C., all’urgere delle passioni, ovvero a istanze
impulsivo-espressive che in una frase porrebbero al primo posto le cose e i
concetti che maggiormente colpiscono dal punto di vista emotivo, secondo la
psicologia dei primi uomini. In Francia fu Batteux a sostenere che il vero
ordine naturale del linguaggio non è quello logico-grammaticale, come
ritenevano, tra i tanti, Du Marsais e Beauzée nell’ Encyclopédie,
rispettivamente nelle voci Construction, e Inversion e Langue, ma è quello
originario che dipende dall’ intéret suscitato dalla sfera passionale,
equivalente forse all’ attention di Condillac, C., come è stato dimostrato da
Antonio Viscardi (1947, 210), 13. Cfr. Batteux (1763; 1767). In italiano:
Batteux (1984), che trae da Batteux (1747-50) il corpus di dieci lettere
dedicate alla natura e alla struttura della frase oratoria e di quella poetica.
è a conoscenza di queste polemiche e, prima ancora che nel Saggio sulla
filosofia delle lingue, dove ribadisce il carattere remoto delle inversioni'4,
dedica spazio all’argomento nelle lezioni sull’origine dell’eloquenza, dove
distingue tra lingue analogae, che seguono l'ordine analitico delle idee, come
l'ebraico, l’italiano e il francese, e metatheticae aut transpositoriae (C, 121),
il cui ordine è imposto dalle passioni e seguono gli impulsi di una affectae
mentis (C, 125), una ‘mente turbata’ che antepone le parole che esprimono i
moti più intensi e veementi dell'animo. Per dirla in termini letterari, da una
parte è l’estetica del bello, dall’altra l’estetica del sublime. Vico, che non
poteva conoscere le teorie settecentesche sulle inversioni delle frasi, sapeva
però dal trattato Del Sublime (22, 1) che gli iperbati furono un effetto delle
passioni e quindi le avrebbe sicuramente annoverate tra le componenti delle
vere sentenze poetiche, che debbon essere sentimenti vestiti di grandissime
passioni (SN44, 34). Quanto a C., egli concede che l’alterazione dell’ordine
logico possa essere fonte di delectatio
poetica (C, 182), ma il suo razionalismo, convinto che le passioni siano
d’ostacolo all’intelligenza, gli fa concludere che, lungi dall’essere i primi
uomini dotati come Omero di innarrivabile facultà poetica come credeva Vico
(SN44, 806), era erronea la tesi di chi pensava che i primi poeti abbiano
espresso nelle loro opere una forma d’arte perfetta. E se proprio si deve
parlare di sublime, i loro saranno sublimia deliramenta (C, 185). Pur con
queste divergenze sostanziali, Vico e C. si trovano sullo stesso fronte, a cui
già erano appartenuti tra gli altri Epicuro e Lucrezio, che vede il linguaggio
umano derivato da suoni e da sequenze di origine puramente emotiva. Sia per
l’uno che per l’altro sono una volta di più le passioni a scatenare i gridi
interiettivi, ma anche a convertire la voce in canto. Nelle lezioni
sull’origine dell’eloquenza il fenomeno canoro è attribuito da Cesarotti all’
affectuum vis (C, 165), ma su questo punto era stato ancora più diffuso nel
commento a Ossian, dove si sancisce che il canto appresso i Celti era tutto e
che nulla si facea senza il canto, tanto che le loro istorie, la sacra memoria
de’ lor maggiori, gli esempi degli eroi, tutto era confidato alle canzoni dei
bardi (C., 1807, 266). È evidente la sintonia con Vico, che tuttavia si esprime
con molta più energia, considerando il canto il modo che i primi uomini avevano
per sfogare le grandi passioni, proprie di esseri andat'in uno stato ferino di
bestie mute; e 14. C. (1969, 59): la sintassi inversa è figlia spontanea della
natura. Le lingue antiche, provvedute di casi declinabili, preferirono l'
inversa e quindi ebbero il mezzo di presentar le idee più importanti nel punto
di vista il più luminoso. II3 che, per quest’istesso balordi, non si fussero
risentiti ch’a spinte di violentissime passioni (SN44, 230). Di qui C. avrà
ricavata l'analogia con coloro che ancora oggi danno nel canto essendo
sommamente addolorati e allegri (SN44, 229-30), amplificati in hominibus aut
gestiente laetitia ebriis, aut moerore impotenti ejulantibus (C, 165). Attento
come sempre alla diacronia, Vico osserva che dapprima si mandaroz fuori le
vocali cantando, come fanno i mutoli, poi le consonanti, come fanno gli
scilinguati, pur cantando (SN44, 461). C., sulla scia di de Brosses, riprodotto
al limite della citazione letterale, distingue tra i suoni semplici delle
vocali e i suoni figurati delle consonanti, e coerentemente indica nelle
interiezioni i prima et constantissima linguae germina (C, 69), che si
ottengono semplicemente con il restringimento e l'allargamento del tubo vocale
che modificano il passaggio dell'aria, mentre le consonanti, formatesi in una
seconda fase, comportano l'intervento di altri organi che danno forma al suono
articolandolo5. Anche per Vico le interiezioni sono voci articolate all'émpito
di passioni violente, che ’n tutte le lingue sono monosillabe e di poco
successive all'onomatopea. E peró meno conseguente di C., perché per lui la
prima interiezione, generata dall’ impressione suscitata dalla prima coscienza
dell'esistenza di una divinità, sarebbe in realtà formata da una consonante
bilabiale e da una vocale, ^pa! e che poi restò raddoppiata pape! |...], onde poi
nacque a Giove il titolo di padre degli uomini e degli dèi (SN44, 448). Fermo
restando che le etimologie fino alla fine del Settecento vivono una stagione
ancora prescientifica, in attesa della conoscenza approfondita del sanscrito e
della linguistica comparata di Franz Bopp, la verità é che Vico é ben poco
sensibile alla meccanica fonatoria cui C. dedica tante pagine, anche se rifiuta
categoricamente le miopi procedure linguistiche dei grammatici. 4 Storia delle
parole e storia dell'uomo Appena poco piü che ventenne C. entra in polemica
contro i pedanti e la continua fino al tardo Saggio sulla filosofia delle
lingue, in cui lamenta che soprattutto la scienza etimologica abbia avuto la
sorte infelice di rimanere uno studio meschino, sol fecondo di inezie finché si
stette fra le 15. Corso sulla lingua ebraica, lezione 20, in C. (in corso di
stampa, TV, mani dei puri grammatici, ma che ai nostri tempi maneggiato da
profondi eruditi ed insigni ragionatori, divenne fonte di utili e preziose
notizie (C., 1969, 74). L'esempio virtuoso che si fa è quello di Leibniz, ma si
poteva fare anche con pari diritto il nome di Vico, il quale fin da una sua
replica a certe critiche mossegli a proposito degli etimi presentati nel De
antiquissima Italorum sapientia avvertiva che l’origini, che io vo
investigando, non sono già quelle de grammatici, come gli altri ad altro
proposito finora han fatto 4. È pur vero che quelle derivazioni
intellettualistiche sarebbero poi state sovvertite nella Scienza nuova, ma non
c’è dubbio che anche queste si possono definire etimologie, non grammaticali ma
filosofiche, sull'abbrivo della stessa distinzione operata da C. nel De
triplici genere hominum qui linguarum studio dant operam. Secondo la sua
tipologia, per i filosofi le lingue sono lo specchio dell'origine delle idee e
dello sviluppo dell’ intelligenza. Al polo opposto, per i grammatici esse non
riescono a dire più di quello che si puó trovare in un dizionario. A
contrapporsi sono lo spirito vitale della filosofia e l'infruttuosità dei
grammatici. Come scrisse Arteaga recensendo il Corso ragionato di letteratura
greca, l'obiettivo raggiunto da C. combattendo una non opportuna opera
grammaticale o di sterile erudizione è stato un'opera di ragionamento, e di
gusto, fiancheggiata da buona critica. Quando insomma nel C.ano De linguarum
studii origine, progressu, vicibus, pretio si legge che le idee, una volta
istituite le parole, extemplo ipsae quoque exsuscitantur (C, 28), e che quindi
nelle lingue sono riflesse la religione, le arti, le scienze, i costumi, tanto
da potervisi ricavare la historia humanarum mentium (C, 30), vien fatto di
richiamarsi istintivamente alla Degnità LXIV della Scienza nuova, perla quale
l'ordine delle idee dee procedere secondo l'ordine delle cose (SN44, 238). In
altri termini in ogni lingua sono racchiusi la cultura e il sapere del popolo
che la parla. Per questo C. esige dal linguista una formazione completa, aliena
da miopi specializzazioni e, guidato da una visione organicistica del sapere,
paragona chi si fissa su una singola disciplina a chi pensasse di mantenersi
sano curando soltanto una parte del proprio corpo, trascurando 16. Vico (1971, 149).
Anche nell'autobiografia si esprime il dispiacimento delle etimologie
grammatiche, che per reazione portò Vico a stabilire i princìpi di un
etimologico universale da dar l'origini a tutte le lingue morte e viventi (Vico,
1999, I, 43). 17. C. (in corso di stampa). 18. Ne deriva che qui lingua aliqua
sponte careat, ei eodem tempore necessario carendum accuratis notionibus eorum
omnium quae nationi ea lingua utenti sint propria (C. 45). IIS tutte le altre (C, 2). L'affermazione si
trova in una prolusione universitaria, cioè nella stessa occasione cui Vico
affidò un identico asserto, quello di considerare manca et debilis institutio
litteraria quella di coloro che si gettano a capofitto in unam, certam ac peculiarem
disciplinam ^. È pur vero che l’enunciato è topico nell'ambito di una
tradizione umanistica, ma nel caso di Vico e di C. è tutt'altro che
convenzionale. Nella storia delle parole è per loro davvero racchiusa la storia
dell’uomo e l’etimologia filosofica costituisce l' itinerariam mentis tabulam.
Attraverso un'analisi a tutto campo l’etimologo diventa un philosophum nomine
per humanae mentis ideas peregrinantem, conferendo scientificità all’indagine
(C, 274). Per riprendere una distinzione di Vittore Pisani (1947, 12), si
potrebbe dire che ció che avvicina lo studio etimologico di Vico a quello di C.
é da una parte il rifiuto del procedimento descrittivo, che non richiede alcuno
sforzo semantico perché unisce un nome deverbale al suo verbo o un verbo al
nome da cui deriva, senza spostamenti semantici ma solo morfologici, e
dall'altra l'assunzione del procedimento denominativo, applicato a parole in
apparenza più opache, mirante all’ individuazione di un etimo originario da cui
la voce seriore ha perso nel tempo il contatto semantico. In un tardo frammento
di orazione steso a trent'anni dall'esordio sulla cattedra di letteratura
greca, C. distingue, attraverso l’ arte utilissima dell'etimologia , tre fasi
nella storia delle lingue: la blaesam infantiam, la fervidam adolescentiam e l’ effetum senium , cui corrispondono tre
stagioni della storia civile e della storia letteraria (C, 279). Non è chi non
veda, a questo punto, l'impianto del rv libro della Scienza nuova, nel quale
ció che mette più conto di rilevare non é la meccanicità del ritmo triadico ma
la tesi che a ogni fase tutte le manifestazioni della mente umana sono solidali
e interagenti in un condiviso Zeitgeist, in modo che, partendo dalla storia
delle parole, si possa fare una storia della mente e della cultura umana. E non
sono diversi dall'entusiasmo vichiano per le sue discoverte antropologiche gli
accenti trionfalistici con cui C. esalta i risultati conseguibili con
l'etimologica filosofica, capace di scorgere nella storia delle parole i
progressi della mente umana, il suo avanzare dal 19. De mente heroica, in Vico
(1999', 1, 376). 20. Fra gli infiniti rimandi possibili basti quello a Stefano
Guazzo (1993, 158), per il quale non vi è cosa che ci faccia più onore e ci
conservi più grati nelle buone compagnie che l'essere universali e l'aver la
manica piena di diverse mescolanze, mentre poco grati riescono perlopiü nelle
conversazioni quei che hanno posto tutto il loro studio in una sola
professione. concreto all’astratto, dal particolare al generale, dal materiale
allo spirituale, dai vocaboli naturali a quelli artificiosi, dai rustici a
quelli urbani (C, 275), lungo un itinerario parallelo a quello della Scienza
nuova che, prendendo a modello la lingua latina, segue la formazione dei nomi,
formati tutti monosillabi e progredienti dalla vita d'essi latini selvaggia,
per la contadinesca, infin alla prima civile (SN44, 452). Anche C. muove de
primigeniis illis, atque organicis vocibus monosyllaba articulatione
constantibus (C, 276) e, per quanto sia tema appena accennato, parrebbe che
anch'egli al pari di Vico pensasse a una sorta di dizionario mentale, da dar
l'origini a tutte le lingue articolate diverse (SN44, 145), ottenuto con
l'estrazione della raccolta di tutti i vocaboli originari, rinvenibili ubivis,
anche in lingue tra loro diversissime, ossia in ogni lingua storica, a conferma
dell'origine naturale del linguaggio, benché nuspiam usurpata . Si direbbe peró
che la coincidenza non fosse perfetta, perché per C. la prossimità delle radici
verbali avverrebbe et sono et sensu (C) e, a testimonianza della sua
propensione per la fonetica, dipenderebbe dalla conformazione degli organi
fonatori e dal punto di articolazione dei fonemi, per cui, con una buona
percentuale di psicologismo, le consonanti dentali sarebbero ovunque conformate
constantibus rebus et firmis, le gutturali hiantibus et laboriose excavatis, le
liquide fluidis, laevibus, volubilibus, e via dicendo (C, 72). Per Vico invece
il dizionario mentale comune a tutte le nazioni abbraccerebbe non tanto i suoni,
quanto i significati, pur negli identici processi onomatopeici. Per esempio la
prima divinità fu chiamata in latino Tous dal fragor del tuono, ma in greco
Zeus dal fischio del fulmine e nelle lingue orientali Ur, dalla potenza del
fuoco (sw44, 447). Vale in altri termini la considerazione che fu di Ernest
Renan (1875, p.138): un méme objet se présente aux sens sous mille faces, entre
lesquelles chaque famille de langues choisit à son gré celle qui lui parut
charactéristique. E il suo esempio riguarda proprio la designazione
onomatopeica del tuono. Un altro aspetto che sembra in disaccordo è la
provenienza degli eti21. In questo punto della Scienza nuova del 1744 Vico
rimanda al capitolo della princeps consacrato a un lungo elenco di parole
latine che, per essere tutte monosillabiche e di contenuto contadinesco,
dimostrerebbero, per significante e significato, il loro carattere originario. 22.
Prenons pour exemple le tonnerre. Quelque bien détérminé que soi un pareil
phénomène, il frappe diversement l’homme, et peut être également dépeint ou
comme un bruit sourd, ou comme un craquement, ou comme une subite explosion de
lumière, etc. De là une multitude d’appellations (Renan mi. C. ne distingue un
tipo intrinseco, di una parola derivante dalla lingua madre, e un tipo
estrinseco, quando è ricavata da una lingua straniera (C, 273). Anche se su
questa distinzione non si sofferma troppo, da una sua attestazione sembrerebbe
che, a eccezione della lingua greca, la cui amplitudo si deve verum sibi unice
et suis ipsa Scriptoribus, pleraeque aliae avessero tratto il proprio sviluppo
externis causis (C, 12). Vico, certo piü sensibile alle scansioni temporali
delle diverse epoche, dichiara che al principio tutte le nazioni, per la loro
fresca selvaggia origine, dappertutto vivevano sconosciute alle loro medesime
confinanti (SN44, 59). Solo in tempi molto più recenti, quando fu inventata la
navigazione e i popoli immaginarono la divinità di Nettuno, l’ultima in ordine
di tempo dei dodici dèi maggiori, si verificarono, venendo a contatto tra loro,
calchi e prestiti dall’esterno, quando ormai le lingue di ciascuna nazione
erano già formate. Ciò vale ancora di più e in modo speciale, per ragioni di
ortodossia religiosa, per la lingua degli ebrei, l’unica per Vico a non avere conosciuto
la degenerazione di tutte le altre seguìta al peccato originale e alla
confusione di Babele, da cui Dio ha preservato il popolo eletto. Trovare
corrispondenze tra l’ebraico e le altre lingue e credere allo scambio di voci
tra l’una e le altre significava al contrario metterle sullo stesso piano.
Evitando quindi ogni contatto con i popoli gentili, presso i quali tutti furono
sconosciuti (SN44, 54), si salvaguardava l’unicità della storia e della lingua
ebraica. Per questo Vico nell'ultima versione della Scienza nuova cercò di
eliminare ogni forma di uniformità che gli era sfuggita nella princeps
(Battistini, 2016) e, appellandosi anche al nesso tra sagro e segreto, negò
recisamente che fosse esistita alcuna comunanza di lingue (SN44, 95). Da questo
punto di vista C. si pone meno scrupoli, trattando alla pari esempi linguistici
della Bibbia con quelli dei popoli pagani e pretendendo perfino di ricorrere
alla lingua etiopica, copta e araba per ricostruire le etimologie dell’ebraico,
di cui non sono per niente chiare le radici, le origini, i significati genuini
delle parole (C 44-5). 5 Prove prescientifiche di etimologia Il criterio della
nascita autoctona del linguaggio diventa comunque, di là dal caso dell'ebraico,
regola universale per Vico che, fedele alla corrispondenza tra la storia delle
parole e la storia della civiltà, divenuta da nomade a stanziale con la
coltivazione dei campi, rinviene in ogni nazione un lessico dalle origini
contadinesche (SN44, 404). Un altro suo principio etimologico è che, poiché
l'uomo fa sé regola dell'universo (sw, 120), in tutte le lingue la maggior
parte dell’espressioni d’intorno a cose inanimate sono fatte con trasporti del
corpo umano e delle sue parti e degli umani sensi e dell'umane passioni (SN44,
405). Alcuni degli esempi di metafore contadinesche dal carattere antropomorfo,
come sitire agros, andar in amore le piante, lagrimare gli orni, sono gli
stessi recati da C. (rispettivamente sitire herbam, vites in amorem capi,
lacrimari arbores; C, 102), che peró li menziona non come fonte di conoscenza
di menti dotate di straordinaria fantasia, ma come responsabili di errori in
quanto generarono sistemi filosofici fondati sull'animismo e la superstizione.
Per la stessa ragione una singola parola che oggi rappresenta un concetto
astratto è stata preceduta secondo Vico da una frase poetica formata dalla
composizione dell'idee particolari, come mi bolle il sangue nel cuore,
diventata poi st0724chos in greco, ira in latino e collera in italiano (SN44,
460). Analogamente per C. gli antichi dissero ebullire sanguinem per irasci (C,
149). Nel tardo Saggio sulla filosofia delle lingue, nonostante che segni per
qualcuno un' involuzione più che uno sviluppo (Bigi, 1959, 362), si nota,
nell'elenco dei meriti ascrivibili alla ricerca etimologica, un ampliamento del
suo raggio d'azione, estesa dalla possibilità di un retto giudizio del vero
valore e del pregio intrinseco dei vocaboli a un impiego antropologico di tipo
vichiano, utile per la storia delle idee, dei costumi, delle usanze (C., 1969, 114).
Dagli esempi fatti perd si vede che la distanza dalla Scienza nuova è ancora
tanta, pur nell'affinità delle voci prescelte. I loro etimi e le loro
spiegazioni sono quasi sempre presenti nei grammatici della classicità
(Varrone, Festo, Nonio Marcello, Servio...) ricuperati dall'erudizione
secentesca^*, ma quello che importa sono le opzioni scelte tra le tante ipotesi
e soprattutto le motivazioni addotte. Gli esempi che seguono illustrano la
dialettica tra le proposte etimologiche della tradizione e le posizioni assunte
da Vico e da C.. 23. Centrata sui miti agrari è la De Eumolpo et de Cerere
fabula, interessante discorso C.ano di forte influenza vichiana nel quale si
stabilisce che i multivagos errores degli abitanti dell'Attica furono fermati
appunto dall’ agriculturae studium (C, 250). L'espressione opportuno, gratoque
pabulo corrisponde al sostentamento della loro vita (SN44, 524) garantito dalle
coltivazioni dei campi. 24. Basti pensare al monumentale Erymologicon linguae
latinae (1662) di Gerhard Johannes Voss, per i cui rapporti con Vico si rinvia
a Battistini (1975). II9 ANDREA BATTISTINI Il modo di chiamare boves lucas gli
elefanti, desunto da Nevio e da Lucrezio, serve a C. per mostrare come il nome
nasca dalla composizione di due vocaboli, uno (boves) che designa la
somiglianza, l'altro (/4cas) che indica la differenza peculiare (C., 1969, 35).
Vico invece deduce da quel modo di indicare gli elefanti, risalente al tempo
della guerra contro Pirro, che li portò per la prima volta in Italia, un
momento molto più tardo in cui si introdusse in Roma il lusso di suppellettili
d’avorio ricavato dalle zanne di quegli animali, correggendo l’ errore di chi
voleva quei manufatti lussuosi già al tempo di Tarquinio Prisco, in cui invece
i costumi erano molto più sobri. Anche quando l’etimo è pienamente condiviso,
le considerazioni di C. sono per un verso più circoscritte e per un altro verso
divaganti ed estrinseche. Per lui come per Vico religio viene da religare,
‘legare’, ‘fissare’, e si connette al timore della divinità; ma mentre il
Saggio si limita a censurare Lucrezio per essersi posto la missione di
sciogliere gli uomini dai lacci della superstizione, la Scienza nuova salda il
termine al mito, ricordando quelle catene con le quali Tizio e Prometeo eran
incatenati sull’alte rupi (SN44, 503), designanti il timore degli dèi che li
spinse ad abbandonare l’ erramento ferino e a radicarsi su un territorio dove
praticare la coltivazione dei campi. Se si vuole, Vico possiede una fantasia
più sciolta nell’inventare i nessi semantici tra parola-madre e parola-figlia,
ma nel farlo si sente autorizzato dalla tesi che richiede nel moderno
interprete di immedesimarsi nella logica poetica dei primitivi. Così, se C. non
trova veruna idea nella derivazione di nuptiae dal velo di cui le spose si
coprivano, trovando invece molto felice la voce coniugium, Vico, che pure
accoglie anche il riferimento al giogo (SN44, 513), trova una spiegazione anche
per nubere, essendo il velo un segno della vergogna che indusse le prime coppie
a fare sesso al coverto nascostamente, cioè a dire con pudicizia (SN44, 504).
Un altro caso di opacità, considerato da Cesarotti uno dei tanti esempi curiosi
di omonimia immotivata dovuti ai vizi della lingua, è la voce ius che vuol dire
sia ‘legge’, sia ‘brodo’, il cui iato semantico suscita la sua divertita
ironia. Per Vico però non c'è niente di strano se zs era insieme il diritto e
°l grasso delle vittime ch'era dovuto a Giove, che dapprima si disse Jous,
donde poi derivarono i genitivi Jovis e iuris
(SN44, 433). Vico si trova a suo agio quando deve colmare, come per la
voce ius, degli 25. Gli etimi di religio, nubere, ius sono rispettivamente in C.
LE ORIGINI DEL LINGUAGGIO IN VICO E IN C. spazi semantici molto divaricati,
dove può esercitare il suo ingegno ai limiti delle agudeze barocche,
impensabili in C.. Il quale, dinanzi a urbanitas, si compiace che per indicare
la gentilezza, l’eleganza, il garbo i latini abbiano tratto il lemma dal vivere
in città, perché ci dinota che gli uomini, prima semplici e rozzi nelle ville,
ragunatisi nelle città acquistarono ad un tempo e politezza e malizia (C., 1969, 41). Con più congruenza Vico
arretra alla parola originaria urbs, messa in relazione con urbu, il legno
curvo dell’aratro, il mezzo agricolo con cui si tracció il perimetro delle
prime mura delle città (sv44, 550). Talvolta, solo eccezionalmente, può avvenire
che il Saggio sia più ricco nelle accezioni, come per il greco #0m0s, per il
quale si crea una catena sincronica che accorpa nel nome cinque diversi
significati: pascolo, ripartimento, armonia, legge e matrimonio, finendo per
cogliere un trattato di ius naturale e civile racchiuso in un termine (C.,
1969, 43). Vico, che preferisce sempre muoversi sull’asse diacronico, come si
vede nelle etimologie verticali di lex (SN44, 240), nel caso di #ômos vi
concentra i significati di ‘legge’ e ‘pascolo’, in quanto la voce significò la
prima legge agraria concessa dagli eroi ai loro servi plebei che si erano
ribellati, talché gli eroi furono poi detti pastori de’ popoli (SN44, 607) e i
loro famoli ottennero il sostentamento in terreni assegnati lor dagli eroi, il
quale fu detto pasco (sN44, 1058). Dando per scontata l’assenza di
scientificità che accomuna tanto le analisi di Vico quanto quelle di C.,
l'esempio che più di ogni altro fa comprendere la differenza dei loro metodi
riguarda la voce acqua. Cesarotti è convinto che i nomi sono tanto più
appropriati quanto più attestano un vincolo naturale con la cosa designata o,
per dirla con le sue stesse parole, ritiene che saranno belli e pregevoli que’
vocaboli che colla natura e l’accozzamento de’ loro elementi rappresentano più
al vivo le qualità esterne degli oggetti che hanno una qualche analogia diretta
o indiretta coll’organo delle voci. Così acqua è da preferire a hydor per la
presenza di un’occlusiva palatale sorda, ossia di uno di quei suoni che si
diguazzano nella bocca, connotante lo sciabordio e l’agitarsi dell’acqua (C.,
1969, 37). Vico invece non bada alla possibile connessione fonosimbolica tra
significante e significato e al possibile pregio intrinseco di una voce, quanto
piuttosto alla motivazione del lemma e al gap semantico tra una parola e
l’altra, che egli cerca di colmare attraverso una spiegazione
miticoantropologica dalle implicazioni realmente religiose, socio-economiche e
politiche. Nel caso di acqua egli ne fa la parola-madre da cui deriva aquila.
Il nesso è avventuroso, ma coerente con le premesse ermeneutiche della Scienza
nuova, essendo l’acqua delle sorgenti perenni poste sulla cima dei monti
l’elemento vitale, e quindi sacro, presso cui si raccolsero e si insediarono le
prime comunità di uomini, sorte negli stessi luoghi rilevati in cui vivevano le
aquile, sinonimo di aquilegae, cercatrici d’acqua, animali ritenuti sacri a
Giove, perocché senza dubbio gli uccelli, de’ quali osservò gli auspici Romolo
per prender il luogo alla nuova città, divennero aquile e furon numi di tutti i
romani eserciti (SN44, 525). Le diverse riflessioni intorno alla parola acqua
assumono un valore paradigmatico nel catalizzare i diversi modi di concepire lo
studio delle lingue, la ricostruzione delle loro origini e gli obiettivi che
con essa si vogliono raggiungere. Per C. ciò che conta è la funzionalità della
lingua e la sua efficacia, valutata sul parametro di una chiarezza
ideologicamente illuministica, non importa se retta da un certo impressionismo
fonosimbolico. Vico, il cui pensiero antropologico-filosofico non è peraltro
senza influenza e lascia segni vistosi in C., punta piuttosto a ricavare dalle
parole la storia della civiltà e a comprendere il senso della logica poetica
dei primi uomini: due strategie diverse dello studio del linguaggio,
espressioni di due epoche e di due culture non omologabili, ma in qualche modo
complementari, tanto che forse le une non potrebbero esistere se non fossero
state precedute dalle altre. Riferimenti bibliografici ARTEAGA, recensione a M.
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Mondadori, Milano. VISCARDI A. (1947), Il problema della costruzione nelle
polemiche linguistiche del Settecento, in Paideia, 11, 4-5 193-214. 123 Tra
metafisica e filologia: C. e Condillac di Franco Arato* In uno dei suoi scritti
repubblicani, il Saggio sopra le istituzioni scolastiche private e pubbliche
(1797), C. raccomanda le pagine del, per altro criticato, Galeani Napione agli
studenti esordienti, mentre il proprio Saggio sulla filosofia delle lingue lo
dichiara scritto per un’età più matura
*: non possiamo dargli torto, è opera che richiede menti culturalmente e
civilmente allenate. Per il C. insegnante in seminario e all’università, e poi
per il cauto mediatore politico in età giacobina, il problema della lingua
appartiene all’educazione letteraria non meno che alla vita sociale. A
conclusione della terza delle lezioni inaugurali recitate all’ Università di
Padova sul tema arduo De naturali linguarum explicatione (che tradurremo, con
l’autore stesso, ‘lo sviluppo naturale delle lingue’), egli invitava alla
collaborazione tra filologi, magari comprensivi dei più umili grammatici (che
in effetti nella precedente De linguarum studii origine ai primi sono
assimilati), e metafisici: gli uni a studiare le lingue singolarmente, anato*
Università di Torino. 1. C. (1808, 20). 2. C. (18102 16-7): Hic mihi eos dari
pervelim, qui in grammatici atque adeo in philologi nomine bellissime nauseant,
atque ex hoc delicato fastidio elegantiores doctrinae laudem aucupantur; eosque
percontari cuperem, satis ne secum ipsi perpenderint quantae mentis fuerit,
lingua simul et eruditione deperdita, quarum alterutra sine altera cognosci
nequaquam potest, ex adumbrata linguae imagine scriptorum sententias, ex
sententiis scriptorum nationis consuetudines, leges, ritus, privatos et
publicos mores elicere, rursusque per eadem vestigia regressis consuetudines ad
sententias, sententias ad linguam perpetua inductione adhibere (E qui vorrei
proprio che mi si offrissero davanti quelli che affettano nausea al nome di grammatico
e perfino di filologo, e mossi da questa delicata ripugnanza vanno a caccia
della stima procurata da discipline più eleganti; a costoro vorrei chiedere se
abbiano bene valutato quanta intelligenza ci voleva, essendo andate perdute
insieme la lingua e la cultura, nessuna delle quali puó in alcun modo essere
conosciuta senza l'altra, per ricostruire dall'immagine vaga della lingua i
pensieri degli scrittori, dai pensieri degli scrittori ricavare le
consuetudini, le leggi, i riti, i costumi pubblici e privati delle nazioni, e
poi al contrario, rifacendo lo stesso cammino in senso inverso, usare le
consuetudini per capire i pensieri, i pensieri per capire la lingua in un
continuo processo di 124 TRA METAFISICA E FILOLOGIA: C. E CONDILLAC mizzando e
individualizzando, gli altri a guardarle comparativamente e sinteticamente,
tanto da immaginare una sorta di misuratore astratto ma esatto
dell’intelligenza umana, il frenometro, come suona il neologismo C.ano. Va da
sé che si tratta di metafora non corrispondente ad alcuna macchina, ma magari
ideale parente (posso almanaccare?) di qualche moderno search engine.
Metafisici e filologi, scrive C., hanno un fine comune, che cioè dal cumulo di
errori da cui l'animo umano è assediato venga rimossa una parte, quale che sia
[ut errorum cumulum quibus obsidetur humanus animus quotacumcque pars
detrahatur]?. Correggere gli errori del pensiero che le lingue, imperfetto
specchio, riproducono (o, circolarmente, inducono): idea platonica, ma anche
programma illuministico, già bandiera a inizio Settecento del razionalismo di
Leibniz, il quale pensó a una lingua artificiale non solo per capriccio di
matematico glottoteta, ma col fine d'ottenere, addirittura, la pace universale
(nobilmente s'ingannava). C'é dunque sempre nel retore e classicista C. un
proposito razionalistico; non peró astratto: le violente semplificazioni, anche
linguistiche, della rivoluzione troveranno in lui un avversario, non un
sostenitore. Non so se poi credesse davvero che la Provvidenza in veste napoleonica
potesse porre rimedio alle sanguinose discordie, come scrisse nel poema
encomiastico senile, l'infelicissima Prozea (vi si trova l'incredibile:
Perdona, Unico Eroe, posso adorarti / Esaltarti non posso), che pure ha trovato
un recente, competente editore*. Io mi soffermo sul rapporto di C. con l'opera
di quello che a ragione è stato considerato il più influente dei sensisti
francesi, Étienne Bonnot abate di Condillac (figlio del visconte di Mably:
Gabriel Bonnot de Mably, il pensatore politico, è fratello di Étienne).
Condillac fu molto noto da noi anche perché visse a Parma tra il 1758 e il
1767, precettore d'eccezione del piccolo principe Borbone, il futuro Ferdinando
1: tanto maestro sorti l'effetto contrario, perché, è noto, non ne nacque un
illuminista ma un bigotto. Non sapremo forse mai come C., il poeta di Ossian,
sia arrivato a sviluppare il suo interesse filosofico non
solo letterario per la lingua, avvicinamento in Italia non
comune all'epoca, a parte le remote suggestioni vichiane (il biografo Giuseppe
Barbieri allude genericamente alla suggestione di un dibattito coltivato in
Francia e in induzione: traduzione di C. E. Roggia, in C., in corso di stampa,
come nelle altre citazioni C.ane che seguono). 3. C. Si veda C. (2016). ARATO
Lamagna )*. Detonatore principale dei suoi interessi fu probabilmente proprio
il libro giovanile di Condillac, l’ Essai sur l'origine des connoissances
humaines (in prima edizione nel 1746 e successivamente rielaborato). Più
difficile dire se poi il nostro scrittore tenesse conto del trittico di
trattati condillachiani sui sistemi, sulle sensazioni (dove appare la famosa
prosopopea della statua) e sugli animali (1749-55); o infine del Cours per il
Borbone (1775), segnatamente della Grammaire, che ne è il volumetto d’esordio
(a quest’ultimo testo in effetti C. fa allusione). Hans Aarsleff (lo storico
delle idee protagonista di una polemica anti-chomskiana, che a suo tempo fece
rumore) parlò d’una vera e propria generazione di linguisti condillachiani
usciti dalla lettura dell’ Essai‘: lo studioso danese, che non cita C.,
menziona Maupertuis, Rousseau, Michaélis, Herder, Sulzer e altri minori, uomini
d'età diverse (un po’ più vecchi o un po’ più giovani del padovano) e
appartenenti a differenti contesti culturali. Su tutti l Essai fece l’effetto
dirompente che la lettura dell Essay on Human Understanding di Locke aveva
fatto su Condillac stesso, e su molti italiani (si pensi a Muratori). Le novità
del pensiero linguistico di Condillac si possono riassumere in tre punti:
l'affermazione del valore cognitivo del linguaggio, senza il quale il pensiero
dell'uomo non si può dotare di raffinati strumenti simbolici, che infatti
mancano agli animali, privi di un linguaggio articolato (in pratica,
semplificando: pensiamo perché parliamo, anche se l'inverso, in un circolo
virtuoso difficilmente razionalizzabile, è ugualmente vero); l'individuazione
di una gerarchia evolutiva del linguaggio, dai gesti e dai cris naturels all
elaborazione di segni verbali artificiali e arbitrari, secondo la progressione
gesti-suoni-cifre-lettere (l’attitudine emotiva dei primi parlanti si
rifletterebbe tra l’altro nell’invenzione della poesia); la distinzione tra il
livello simbolico, comune a tutte le lingue colte, e il genio delle singole
lingue, in cui l’organizzazione semantica e sintattica non ha minor importanza
dei fattori sociali e climatici (l impatto del clima sull'evoluzione della
civiltà è una delle idee forti, si sa, del contemporaneo Montesquieu). Questi
capisaldi, che andremo via via particolareggiando, conoscono in Condillac
sviluppi e correzioni nel corso degli anni. s. Cfr. Barbieri (1813, xC):
L'argomento delle lingue coltivato in Francia e in Lamagna con grande successo,
e da sommi intelletti promosso a nobilissime destinazioni, reclamava i suoi
diritti anche in Italia, dove i grammatici lo tenevano soggiogato alle loro
arbitrarie giurisdizioni. 6. Aarsleff (1984, cap. IV). 7. Si confronti per
esempio questo passo di Condillac (1947a, 11.1.v.56 76-7): Le climat n’a pas
permis aux peuples froids et flegmatiques du Nord de conserver les accens
Lasciando per ora fuori le brevi praefationes in difesa della lingua latina
pronunciate al Seminario di Padova (che pur contengono spunti interessanti: per
esempio, contro il Bettinelli modernista delle Lettere virgiliane, come ci ha
ricordato Enrico Roggia)’, il primo impegnato scritto di storia e teoria
linguistica di C. che interessa è la già citata prolusione padovana del 1769 De
linguarum studii origine, progressu, vicibus pretio ('Dell'origine, progresso,
vicende, valore dello studio delle lingue). Accanto a elementi tradizionali,
legati all'occasione oratoria (è l'esordio dalla cattedra universitaria di
Lingua greca ed ebraica), vi troviamo sicure tracce di letture moderne, in
particolare proprio da Condillac. Leggiamo nel paragrafo v11 l'affermazione
secondo cui non c’è ragione senza lingue [sine linguis nullam esse rationem],
infatti lo stesso Platone o Verulamio, privati della facoltà di parlare, non
mostrerebbero alcuna differenza, non solo nei comportamenti esteriori della
vita ma nell’intima condizione della mente, rispetto a un qualche individuo
stupido o con la testa di legno, per non dire a un animale bruto; più
precisamente, ragiona il padovano, una volta istituite le lingue, il che vuol
dire una volta accumulata l’amplissima congerie dei segni artificiali, che
prontamente riposti nella dispensa della memoria restano costantemente con noi
e si presentano immediatamente al nostro richiamo, anche le stesse idee, che
fin dall’infanzia abbiamo imparato ad associare a tali segni [quas hujusmodi
signis copulare ab infantia assuevimus], vengono suscitate immediatamente e
obbediscono alla parola; ecco dunque che nella catena logica si possono
richiamare tutte [le idee] dello stesso genere, confrontarle tra loro,
mescolarle ingegnosamente con molteplici distinzioni e associazioni; collegare
i giudizi usando come giunture le particelle, e con nozioni che generano parole
e parole che sempre dallo stesso punto generano nozioni secondo un ordine determinato,
intrecciare quelle mirabili catene di ragionamenti destinate a stringere la
verità [admirabiles illas ratiocinationum catenas ad veritatem constringendam
pertexere] ?. Tali affermazioni, espresse in forma sintetica, dipendono da
varie pagine dell' Essai di Condillac. Apriamo il libro del francese: et la
quantité que la nécessité avoit introduits dans la prosodie à la naissance des
langues. Quand ces barbares eurent inondé l'empire romain et qu'ils en eurent
conquis toute la partie occidentale, le latin, confondu avec leurs idiomes
perdit son caractère. Cfr. anche I.II.VIII.70. 8. Cfr. Roggia. 9. C. (1810a 27-8).
l'usage de ces signes [i segni linguistici, che ha appena diviso in naturali,
accidentali e arbitrari] étendit peu à peu l’exercice des opérations de l’àme,
et, à leur tour, celles-ci ayant plus d'exercice, perfectionnèrent les signes
et en rendirent l'usage plus familier. Notre expérience prouve que ces deux
choses s'aident mutuellement. Peraltro, ecco la metafora della catena:
raisonner c'est former des jugemens et les lier en observant la dépendance où
il sont les uns des autres . In forma didatticamente efficace si puó riprendere
la proposizione proverbiale contenuta nel Cours per il principe di Parma
(sappiamo da una lettera ad Angelo Mazza che C. almeno tenne d'occhio quel
libro): Les langues sont en proportion avec les idées, comme cette petite
chaise, sur laquelle vous vous asseyez, est en proportion avec vous. En
croissant vous aurez besoin d'un siége plus élevé, de méme les hommes, en
acquérant des connoissances, ont besoin d'une langue plus étendue ^; poco sopra
leggiamo (forse contro il Rousseau del secondo Discours, incapace di misurare
la progressione nella formazione delle lingue): Puisque les mots sont les
signes de nos idées, il faut que le systéme des langues soit formé sur celui de
ses connoissances. Les langues, par consequent, n'ont des mots de différentes
espéces, que parce que nos idées appartiennent à des classe différentes; et
elles n'ont des moyens pour lier les mots, que parce que nous ne pensons
qu'autant que nous lions nos idées ^ (c’è qui però, si noti, un latente rovesciamento
tra causa ed effetto). S'intende che il rapporto circolare tra lingua e
pensiero non é affatto facilmente definibile, perché è impossibile individuare
un primum logico-storico. E questione che sarà affrontata dal pragmatismo
ottocentesco, in particolare da Charles Sanders Peirce e dai suoi seguaci
semiologi del secolo seguente nella direzione della cosiddetta semiosi
illimitata (le idee si riferiscono a segni che si riferiscono a idee, che si
riferiscono a segni, ad infinitum). Per capire meglio quel circolo dovremo
ormai rivolgerci alle neuroscienze, che in effetti paiono aprire nuove strade
verso la comprensione delle funzioni del linguaggio: ma non è questo ovviamente
il nostro campo. 10. Condillac (19472, II.L.1.4, 61). 11. L.IV.I1.17, 45; cfr.
anche LILVIIL 70. 12. Si informó sui contenuti: Bramo sapere scriveva al Mazza il 9 dicembre 1775 [non 1765
come scritto erroneamente nel testo a stampa] se nel
Corso del Condillac c'entrino i Trattati già da lui dati alla luce intorno le
cognizioni umane, le sensazioni, i sistemi (C., 1815, 19). 13. Condillac TRA
METAFISICA E FILOLOGIA: C. E CONDILLAC Se apriamo l’altro scritto C.ano
giovanile, il De naturali linguarum explicatione, troviamo vari addentellati
condillachiani (anche se il nome del francese non è mai fatto esplicitamente:
apparirà solo nel Saggio). Per esempio, nella prima lezione le testimonianze
sulla lingua dei popoli precolombiani dell’ America meridionale, recate dal
viaggiatore francese Charles Marie de la Condamine, potrebbero derivare dall’
Essai condillachiano, L1V.1.4 (sulla presunta universalità delle onomatopee dei
lattanti, in silvestrium Americorum ore); ancora: nella seconda lezione è quasi
certamente di derivazione condillachiana il pensiero sul processo di
generalizzazione e astrazione che dall’oggetto singolo porta alla classe (lo
stelo diventa erba, la bestia bestiame ecc.)'. Ma c’è spazio anche, parrebbe,
per qualche dissenso. Nella terza lezione il padovano riferisce della gravis
philosophorum querela intorno ai vizi delle lingue, figlie non della ragione ma
d’un impeto privo di riflessione (inconsulti impetus 7): eco d’una generale
critica al razionalismo illuministico, e forse specificamente al Condillac
dell’ Essai, che lamentava: Ce qui accoutume notre esprit à cette inexactitude
[ha appena richiamato il modo umano di descrivere i fenomeni naturali] c’est la
manière dont nous nous formons au langage. Nous n'atteignons l'áge de raison
que long-temps après avoir contracté l'usage de la parole. Si l'on excepte les
mots destinés à faire connoître nos besoins, c'est ordinairement le hasard qui
nous a donné occasion d'entendre certains sons plutót que d'autres, et qui a
décidé des idées que nous leur avons attachées. Pour peu qu'en réfléchissant
sur les enfans que nous voyons, nous nous rappellions l'état par où nous avons
passé, nous reconnoîtrons qu'il n’y a rien de moins exact que l'emploi que nous
faisons ordinairement des mots. Ma € realistico questo programma di uscita
dall'infanzia del linguaggio? Come è stato osservato, C. sembra scettico sui
termini della cura, cioè sulla possibilità di recuperare un rapporto logico tra
parole e cose: linguam quidem generatim, et suae indolis vi, phantasiae magis
quam iudicio favere necesse est, cum iudicium in secernendis diversis,
phantasia et 15. Si veda C. (1810b, 71) e Condillac (19472, 1.IV.1.4, 41). 16. C.
(1810b, 81); Condillac: quand les circostances firent remarquer [agli uomini]
de nouveaux objets, on chercha donc ce qu' ils avoient de commun avec ceux qui
étoient connus, on le mit dans la méme classe, et les mêmes noms servirent à
désigner les uns et les autres. 17. C. (1810b, 85). 18. Condillac (19472, I1.1L1.4,
105). 19. Roggia lingua in vestigandis
similibus occupetur?° (è inevitabile che la lingua, in generale e in virtù
della sua indole, favorisca più la fantasia che il giudizio, dal momento che il
giudizio si occupa di separare ciò che è diverso, la fantasia e la lingua
d’individuare ciò che è simile). Ciò non significa, come abbiamo visto in
apertura, che C. non pensasse alla meta asintotica dell’esattezza del
linguaggio: ma era un fine perseguibile, non raggiungibile. Del resto,
Condillac aveva scritto con chiarezza: gli uomini s'intendono benissimo quando
parlano di oggetti reali, poi le astrazioni li portano a travedere. Eppure
senza astrazione non c'è ragione. Tra la Scilla del rapporto naturale di realtà
e segno e la Cariddi dell’arbitrio creatore, che porta alla scienza ma anche
all’errore metafisico, si misura il programma linguistico di C. sin dalle
prolusioni universitarie. È notevole (lo ha notato ancora Roggia)? che nella
prima lezione De naturali linguarum explicatione si trovi un attacco celato a
Rousseau, definito audacissimo ed eloquentissimo filosofo contemporaneo, ovvero
Pirgopolinice della letteratura, cioè iles gloriosus reo d'aver banalizzato le
posizioni condillachiane. Ecco quanto si leggeva nel roussoviano Discours sur
l'origine et les fondements de l'inégalité parmi les hommes (1755): quant à
moi, effrayé des difficultés qui se multiplient, et convaincu de
l’impossibilité presque démontrée que les langues aient pu naítre et s'établir
par des moyens purement humains, je laisse à qui voudra l’entreprendre la
discussion de ce difficile probléme, lequel a été plus nécessaire, de la
société déjà liée, à l'institution des langues, ou des langues déjà inventées,
à l'établissement de la société. Ma, ribatte C., da dove avrebbe avuto origine
una tale imitazione se non le si fosse manifestato il modello offerto dalla
natura? [si nullum exemplar ei ab natura propositum extitisset?]?*. Il
cattolico C. risveglia il deista Rousseau dal suo sogno metafisico: il
meccanismo naturale delle lingue non puó essere spiegato teologicamente con la
Rivelazione (in Rousseau, a dire il vero, solo paradossale extrema ratio), non
da un filosofo almeno. L'aporia roussoviana fu ben presente (lo noto di
passaggio) al nostro Leopardi, che molti anni dopo in un lungo passo dello
Zibaldone (1220. C. (1810b, 89). 21. Cfr. Condillac (1947a, I1.1.1x.82, 83): La
langue fut long-tems sans avoir d'autres mots que les noms qu'on avoit donnés
aux objets sensibles tells que ceux d’arbre, fruit, eau, feu, et autres dont on
avoit plus souvent occasion de parler. 22. C. (in corso di stampa). 23.
Rousseau (1971, 193). 24. C.Leopardi 2014 2948-62), s'interrogava, menzionando
esplicitamente il filosofo ginevrino, sulle circostanze della nascita
dell’alfabeto e sul rapporto parole-idee: per determinare gli elementi della
voce umana articolata scriveva , l’unica lingua è l'alfabeto. Or questa
lingua non era trovata ancora, e niuna idea se ne aveva (ivi, 2950); si
domandava anche come sienosi potute avere idee chiare e distinte senza l’uso
delle parole, e come inventar le parole senza avere idee chiare e distinte (ivi
2957-8). Il Saggio del 1785, aggiornato nel 1800, sistematizza i vari spunti
qui menzionati. La forza di quel testo sta nella ricchezza dell’analisi,
scaturita da una lunga esperienza d'insegnamento delle lingue classiche, e
nella sintesi filosofica innestata infine su una discussione tipicamente
nostra, la polemica contro l’imbalsamazione classicistica dell’italiano,
polemica che risaliva almeno all’articolo di Alessandro Verri sul Caffè (la
Rinunzia al Vocabolario della Crusca, 1764, contenente il celebre è cosa
ragionevole che le parole servano alle idee, ma non le idee alle parole). Tutto
quel che in un latino rigoroso, ma in definitiva tecnico, C. aveva distillato
per il pubblico ristretto delle aule universitarie è comunicato ora con
sintassi e lessico molto più spigliati nel Saggio (e quasi con allure francese,
sin dalla parola saggio, cioè essai). C. fa esplicitamente cinque volte il nome
di Condillac. Il passo di maggior interesse dal punto di vista teorico registra
insieme, in una lunga nota, le autorità di de Brosses e di Condillac, appaiati
a proposito della questione nodale, e controversa, della natura imitativa/
arbitraria del segno linguistico. Condillac aderì tardi, nella Grammatica
compresa nel Cours per il Borbone, alla teoria di de Brosses sulla formazione
meccanica delle lingue, teoria che in sostanza si sforza di spiegare in termini
naturalistici, secondo le leggi della cosiddetta fonosemantica (che molto più
tardi Saussure provò a demolire), l'origine di tuzte le parole. Non so se si
possa parlare di una vera e propria conversione di Condillac: in fondo, sia
nell’ Essai, sia nel Traité des animaux (dove c’è un excursus sul linguaggio
delle bestie) non era mai negata la prossimità, nel linguaggio primitivo, tra
necessità vitali ed espressione istintiva e onomatopeica. Qui C. sembra non
vedere alcuno iato tra quanto Condillac aveva scritto nell’ Essai e le
agguerrite, successive proposte etimologiche di de Brosses. 25. La bibliografia
su Leopardi linguista è ormai imponente: mi limito a rimandare qui a Gensini
(1984). 26. Su C. e de Brosses rimando al saggio di Stefano Gensini compreso in
questo volume, C. nei dibattiti linguistici del suo tempo, nonché a Nobile. E
cosi scrive (dopo essersi autocitato, dalla prima lezione del De naturali
linguarum explicatione): Osserva sensatamente il Condillac che l’idea d’un
oggetto, trattone alcuno de’ più eminenti, non si sveglia o non si arresta
nella memoria se non è fissato da un segno, e tra questi niuno è più sicuro,
più distinto, più dipendente dal nostro arbitrio dei segni vocali; ma per
suscitar prontamente l’idea convien che il segno vocale abbia qualche rapporto
coll’oggetto stesso, e questo nel primo tempo non può esser altro che il suono.
Quindi fra gli oggetti fisici, i corpi sonori o quelli che hanno una qualità
relativa al suono furono denominati i primi. Suppongasi che l’oggetto che fissa
l’attenzion dell’uomo il quale s’inizia nella loquela sia il mare, ch'io adesso
chiamo A, ma ch'egli vorrebbe denominar, né sa come. Sente che questo coll’onde
manda un suono simile a B. Egli imita quel suono, e chiama appunto BA
quell’oggetto incognito. Così dicendo BA, la somiglianza del suono B, gli
sveglierà l’idea dell'oggetto A. Ma il mare ha un rapporto coi legni
marinareschi, non però in qualità di sonoro ma di navigabile. Il nostro uomo
vede un naviglio, e osserva il suo rapporto col mare, e avendo chiamato questo
BA, chiama il naviglio BARC. Così la nuova articolazione BARC derivata dal
suono primitivo BA serve a indicar un oggetto che ha bensì relazione col primo
A, ma non già col suono B che servi a denominarlo. Come si vede, C. avanza il
nome di Condillac* per introdurre in realtà una spiegazione etimologica (a dire
il vero, molto macchinosa) squisitamente 4 /a de Brosses. Ammette, è vero, che
tali catene etimologiche sfumino molte volte nell’ipotetico: potendo ciaschedun
oggetto derivato in grazia degli anzidetti rapporti diventar centro di molti, e
questi successivamente d’altri in infinito, ne segue che i vocaboli quanto più
si slontanano dal primo termine radicale, più vanno deviando dal significato di
esso, e procedono desultoriamente e trasversalmente d’idea in idea, in guisa
che non possono risalire alla prima se non se per un laberinto d’obliquità, di
cui è talora assai malagevole trovar il filo. Un pizzico di scetticismo e di
arbitrarismo legati alle prime letture condillachiane pare bilanciare il più
recente entusiasmo per il sistema meccanico 27. C. (1800 37-8, nota b). 28.
Avrà avuto in mente questo passo dell Essai: L'attention que nous donnons à une
perception qui nous affecte actuellement, nous en rappelle le signe: celui-ci
en rappelle d’autres avec lesquels il a quelque rapport: ces derniers
réveillent les idées auxquelles il sont liés: ces idées retracent d’autres
signes ou d’autres idées, et ainsi successivement (Condillac, 1947a, LILIIL32, 18).
29. C. scoperto leggendo de Brosses; e infatti poco sotto C. ribadisce la
partizione tra termini-figure e termini-cifre, i primi dedotti da qualche
principio, e per conseguenza soggetti ad esame e giudizio, i secondi affatto
insignificanti e arbitrari, e perciò non suscettibili di veruna qualificazione
di lode o di biasimo?°. Non è poi difficile ritrovare Condillac tra i
ragionatori di questo secolo, cui C. collettivamente allude, che difendono come
naturale e istintivo, non colto e artificioso, il fenomeno dell’inversione
sintattica: Si è creduto generalmente sino a questi giorni che la costruzione
diretta fosse quella della natura, quella dell’arte l’inversa: i ragionatori di
questo secolo osservarono sagacemente che la cosa è tutta all’opposto, e che la
sintassi inversa è figlia spontanea della natura, la diretta è frutto della
meditazione e dell’arte, e nata solo dall’impotenza di spiegar i nostri
sentimenti coll’altra in un modo pienamente e costantemente intelligibile. Si
confronti l’ Essai di Condillac, nel passo in cui si tende a sfatare il mito
della costruzione francese razionale diretta (sul tipo di Alexandre a vaincu Darius opposta alla latina
Darium vicit Alexander), perchéen la prenant du côté des opérations de l’âme,
on peut supposer que les trois idées qui forment cette proposition se
réveillent tout-à-la-fois dans l'esprit de celui qui parle, ou qu'elles s'y
réveillent successivement. Dans le premier cas, il nya point d'ordre entres
elles; dans le second, il peut varier, parce qu'il est tout aussi naturel que
les idées d’ Alexandre et de vaincre se retracent à l'occasion de celle de
Darius, comme il est naturel que celle de Darius se retrace à l'occasion des
deux autres. Quelle inversioni, aggiunge più avanti il francese, font un
tableau, perché riuniscono dans un seul mot les circostances d’une action, en
quelque sorte comme un peintre les réunit sur une toile: si elles les offroient
l’une après l'autre, ce ne seroit qu'un simple récit. Tale tema era già stato
anticipato da C. in un’altra orazione inaugurale, sull’origine dell’elo30. 45.
31. Lo aveva notato già Puppo. C.: è vero che poi non manca di citare casi di
inversione sintattica colti, come il petrarchesco di A// Italia, E i cor, che
indura e serra / Marte superbo e fero, / apri tu, Padre, e intenerisci, e
snoda. 33. Condillac ARATO quenza, De universae et praecipue grecae eloquentiae
originibus. Le lingue fornite di casi, antiche o moderne, paiono piü espressive
perché, chiosa C. con metafora diversa e complementare rispetto a quella
condillachiana, forniscono col periodo una specie di concerto imitativo e
graduato di suoni corrispondenti alla scala del sentimento; ció che col
sapiente uso della prolessi puó fare persino la lingua ch'é la più schizzinosa
fra le moderne, cioè la francese*. Le osservazioni sulla forma
espressivoimitativa del linguaggio conducono dunque senza soluzione di
continuità alle considerazioni d'ordine culturale, anzi antropologico,
condensate nel concetto, ben settecentesco, di genio della lingua. Il capitolo
relativo al relativismo linguistico è il più vulgato (spiega con un po’ di
ironia il nostro scrittore: questo [genio] è il nome che domina nella bocca di
chiunque favella di tali materie ), e forse anche il più controverso. Sottile è
la distinzione che C. introduce, a correzione o meglio integrazione di quanto
scritto da Condillac, tra genio grammaticale e genio retorico: [il genio della
lingua] è di due specie, vale a dire, grammaticale, e rettorico. Per mancanza
di questa distinzione, e di qualche altra, parmi che Condillac, trattando lo
stesso argomento, non abbia fatto spiccare in tutto il suo volume la sua solita
aggiustatezza e sagacità. Il genio della lingua, che dee riguardarsi come propriamente
inalterabile, è il grammaticale, poiché questo è annesso alla natura intrinseca
de’ suoi elementi. Ma il genio rettorico, derivando da principi diversi, non
può avere come l'altro una rigidezza immutabile. Esso è, non v'ha dubbio, il
risultato 35. Cfr. quanto dice nella terza lezione sull’ordine emotivo e su
quello logico-sintattico della frase: C. (1810c 174-5): Pueros sane qui
primitus non nisi interiore adigente stimulo in voces erumpunt, quae tandem
cumque iis vernacula lingua sit, metathetica semper syntaxi uti videas, eosque
Italice aeque ac Latine pomum velle se, non sese velle pomum clamantes
exaudias; quemadmodum per id tempus quo aut vocum ignoratione, aut organorum
imbecillitate sensa gesticulationibus exprimunt index appetentiae gestus, in
appetitam rem, non in personam appetentem, intenditur; a specchio cfr.
Condillac (19472, ILI.IX.84, 83): quand on commença à suppléer à l'action par
les moyens des sons articulés, le nom de la chose se présenta naturellement le
premier, comme étant le signe le plus familier. Cette manière de s'énoncer
étoit la plus commode pour celui qui parloit, et pour celui qui écoutoit. Elle
l'étoit pour le premier, parce qu'elle le faisoit commencer par l'idée la plus
facile à communiquer; elle l'étoit encore pour le second, parce qu'en fixant
son attention à l'objet dont on vouloit l’entretenir, elle le préparoit à
comprendre plus aisément un terme moins usité et dont la signification ne
devoit pas étre si sensible. Ainsi l'ordre plus naturel des idées vouloit qu'on
mît le régime avant le verbe: on disoit par exemple fruit vouloir. 36. C. del
modo generale di concepire, di giudicar, di sentire che domina presso i vari
popoli, quindi il genio della lingua è propriamente l’espressione del genio
nazionale. I carattere d'una lingua, dice il Condillac, dura più a lungo dei
costumi del popolo, ma nel corso di questo ragionamento parmi d’aver mostrato
abbastanza se questa supposizione sia ben fondata o gratuita. Nello stesso
passo cade in bella evidenza il nome di Helvétius, a proposito del linguaggio
proprio della schiettezza repubblicana
opposto alla politezza lusinghiera obbligatoria nelle corti, con la
chiosa: non appartiene al mio assunto il diffondermi su questo articolo e
sarebbe ormai vano il farlo, dopo che Elvezio lo pose nella più profonda e
trionfante evidenza. Accanto al nome del più radicale alfiere del deismo
francese (autore all’ Indice, che per altro C. ebbe caro) c’è poi menzione di
tutt’altro scrittore, l'ex gesuita spagnolo, ma ormai italianizzato, Esteban
Arteaga, il teorico della bellezza ideale e storico del teatro musicale.
Arteaga, annotando la Dissertazione sul gusto tenuta dall’accademico mantovano,
nipote di Bettinelli, Matteo Borsa, s'era soffermato sulla necessità
inevitabile delle alterazioni successive della lingua 4°, introducendo un principio dinamico e
storico che è particolarmente caro a C. (si noti che qualche pointe
anti-italiana di Arteaga, che C. finge di non vedere, aveva destato il dispetto
di molti, a partire da Tiraboschi). La distinzione tra i due genii non è forse
un’obiezione decisiva, ma piuttosto una sottolineatura: perché 38. Ivi 163-5.
Il tema è trattato diffusamente in Condillac (19472, ILI.XV 98-104). 39. C.
(1800, 65). Il riferimento è (credo) a Helvétius, De l'esprit, terzo discorso:
Si l'Italie fut si féconde en orateurs, ce n’est pas, comme l'a soutenu la
savante imbécillité de quelques pédants de collège, que le sol de Rome fût plus
propre que celui de Lisbonne ou de Costantinople à produire de grands orateurs.
Rome perdit au méme instant son éloquence et sa liberté: cependant nul accident
arrivé à la terre n’avoit, sous les empereurs, changé le climat de Rome. À quoi
donc attribuer la disette d’orateurs, où se trouvèrent alors les Romains, si ce
n’est à des causes morales, c’est-à dire, aux changements arrivés dans la forme
de leur gouvernement? (Helvétius, 1758 461-2). Sulla fortuna di Helvétius in
Veneto: Piva (1971); specificamente su C., che tra l'altro riecheggia il
francese nel Saggio sul bello: pp. 243-4 e 430-7. 40. C. (1800, 165). Si prenda
in particolare questa affermazione dell'Arteaga (che discute con Borsa dei
neologismi e dei forestierismi): Le lingue sono in una perpetua e inevitabil
vicenda. Destinate nell'uomo ad esser l'organo della sensitività di cui
palesano esternamente gli effetti; della fantasia, di cui manifestan le
immagini; delle passioni, di cui esprimono i gradi, la mescolanza e la forza;
dell’intelletto, di cui rappresentano le relazioni e l’idee; esse debbono
necessariamente subire le metamorfosi di quelle facoltà, alle quali servono di
strumento, somiglianti appunto all’ago di un orologio, che nel rivolgersi
lentamente attorno al suo quadrante altro non fa, che seguitare l’impulso di
quelle ruote nascoste che ne regolano il movimento (Borsa, 1785 89-90). 135
FRANCO ARATO in più luoghi Condillac tocca il tema della mutabilità delle
lingue, e del legame profondo tra lingua e culture nazionali. È piuttosto
un'occasione storica quella che suggerisce a C., nell'edizione del 1800 del
Saggio, questa amara noticina aggiuntiva e correttiva: E tuttavia cangia un
popolo di filosofi umanissimi e di gentilissimi cortigiani in un gran club
d'eroi sanculottici, e al molle frasario del bon ton sostituisce i termini
originali e sublimi di terrorismo, guigliottina, settembrizzare, ec. ec., i
quali saranno un ornamento singolare nei glossari della lingua e della storia
politica*. Evidentemente i venti della storia erano stati capaci di modificare
in un lampo, e con sgomento generale, un'indole, una lingua, una civiltà:
davvero non c'era genio retorico che potesse salvare, e spiegare, le catastrofi
(o rivoluzioni) della storia. Non era forse mancato a suo tempo in Condillac un
po' di sciovinismo: nous n'avons commencé à écrire bien en latin que quand nous
avons été capables de le faire en français. D'ailleurs, ce seroit bien peu
connoître le génie des langues, que de s'imaginer qu'on put faire passer tout
d'un coup dans les plus grossières les avantages des plus parfaites: ce ne peut
être que l'ouvrage du tems *. Lingue grossolane? Lingue raffinate? Il nostro
odierno ecumenismo ci impedisce quasi un tal pensiero. Naturalmente la lingua
perfetta per molti, forse anche per Condillac, era il francese, e per i
francesi la crisi vera o presunta della cultura italiana risultava depositata
con evidenza anche nella lingua. Nei rischiaramenti apologetici apposti
all’edizione del Saggio C. torna su questo punto, prendendo di petto quella che
vichianamente si può chiamare la boria delle nazioni (e nella fattispecie anche
boria dei professori). A mo’ di elenco: la nausea di tanti grecisti per tutto
ciò che non era greco, i vilipendi dei latinisti alla lingua italiana, il
purismo persecutore degli infarinati, i panegirici ridicolmente trasmodati
della lingua francese, e gl'improperi fatti alla nostra dal Bouhours, le
ingiustizie fatte alla stessa dal Condillac, e le impertinenze d’alcuni nostri
folliculari e faccendieri di letteratura dette in onor della nostra lingua
contro la francese, e contro i più celebri scrittori di Francia. Queste sono le
gare che meritano il titolo di vanità pedantesche * (si noti il non
involontario francesismo: fo/liculaire vale, si sa, ‘giornalista da strapazzo).
Non nell’ Essai ma altrove troviamo le riserve di Condillac sulla vitalità
dell'italiano moderno. Per esempio, nel Discours di esordio 41. C. (1800, 165,
nota n). 42. Condillac C. all’Académie (22 dicembre 1768) dove, pur
riconoscendo il primato dell’Italia umanistica e rinascimentale, additava i
guai del cattivo gusto moderno (barocco), schivati, a suo dire, dal classicismo
cartesiano: Les génies à qui l'Italie doit la renaissance des lettres ont
d'autant plus de mérite, qu'ils ont eu à lutter contre les préjugés qui
faisoient durer les études du quinzième siècle; car l'Italie étoit
tout-à-la-fois le théâtre du bon goût et d’un goût dépravé, de la saine
philosophie et du jargon des sectes, de la raison qui s'éclaire par
l'observation et de l'opinion qui craint d'observer. Plus heureux que les
italiens, parce que nous sommes venus plus tard, notre langue s'est
perfectionnée dans des circonstances plus favorables: c'est dans le dix-septième
siècle, lorsque les disputes sans nombre, élevées dans le précédent,
commençoient à cesser, ou que du moins on ne les soutenoit plus avec le méme
fanatisme. L'admiration pour les anciens étant mieux raisonnée, et par
conséquent moins exclusive, la langue françoise attira l'attention des
meilleurs esprits**. Allo scadere del secolo s'era ormai esaurita la polemica
che a inizio Settecento aveva imperversato, tra picche e ripicche, dentro e
fuori l'Arcadia, dentro e fuori le accademie di Francia e d'Italia: quella
vecchia logomachia a C. ormai poco importava. La contesa con la letteratura
vicina, attraente e concorrente, celava adesso veleni diversi. Nel già
menzionato Saggio sopra le istituzioni scolastiche C. prova a ragionare, dal
cosmopolita che era (anche se visse sempre in Italia), sulla contraddizione tra
la necessità di aprirsi alle lingue straniere e il pericolo, per lo scrittore,
di perdere la propria anima, il proprio genio: Sembra che quanto più si conosce
delle lingue altrui più s'acquisti di mezzi per aumentare e perfezionare la
propria; se non che le nazioni per indole, clima, instituti tra loro dissociate
e discordi hanno anche nella lingua un carattere più o meno disanalogo e perció
mal atto a formar insieme quell'unità ed armonia di lineamenti da cui dipende
la fisionomia nazionale d'una lingua; il rischio era allora, soprattutto peri
giovani, malavveduti e mal esperti, quello di formare un guazzabuglio di
linguaggio babelico. La lingua più celebre tra quelle d'Europa 5, che rischiava
d'adulterare l'italiana, non era nominata, ma ognuno sapeva essere il francese:
che deteneva, anche in termini politici, la forza imperialistica che oggi è
meritato appannaggio dell'inglese*s. Torniamo dunque al punto di partenza. Dal
Condillac, 44. Condillac. 45. C. (1808, pp53-4). 46. Sull'argomento, in termini
generali: Marazzini cronologicamente non cosi vicino (era morto nel 1780) ma
ancora incombente, il padovano aveva imparato molto in termini
filosofico-dialettici, ma aveva provato a emanciparsi dal modello, proponendo
una visione un po’ più dinamica della creatività linguistica. La maggior età
raggiunta risalta forse nel programma di riforma linguistica che C. esprime con
suggestiva parenesi rivolgendosi in una Lettera in qualche modo conclusiva
proprio al Galeani Napione: voi [italiani] non sarete più schiavi né dei
dizionari né dei grammatici, non sarete né antichisti né neologisti, né
francesisti né cruscanti; né imitatori servili né affettatori di stravaganze;
sarete voi; voglio dire italiani moderni che fanno uso con sicurezza naturale
d’una lingua libera e viva, e la improntano delle marche caratteristiche del
proprio individual sentimento #7. Un vecchio rimbrotto, una vecchia promessa,
sì, ma che vale (mi chiedo) anche per l’oggi? Riferimenti bibliografici
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J.-J. (1971), Discours sur les sciences et les arts. Discours sur l'origine de
l'inégalité, édité par J. Roger, Garnier-Flammarion, Paris. 139 Parte terza
Questioni Per un commento al Saggio sulla filosofia delle lingue: le idee
accessorie di Andrea Dardi* Per poter interpretare adeguatamente il Saggio
sulla filosofia delle lingue di Melchiorre C. (fatto salvo il giudizio ormai
assodato sul rilievo letterario dell’opera, che ne fa il capolavoro dell’autore
e della prosa argomentativa del secolo), per valutarne il grado di originalità,
per evitare di trasporlo abusivamente in parametri correnti, è necessario un
preliminare lavoro di ambientazione storica, a tutt'oggi appena avviato.
Ambientazione nella linguistica settecentesca, soprattutto francese, con le sue
assunzioni filosofiche, che di regola nel xv secolo significano sostituzione di
principi astratti o di ricostruzioni ideali alla concretezza delle ricerche
storico-filologiche:. La preoccupazione ontologica impediva allora di
considerare il segno nella sua pura funzionalità sincronica e faceva sì che il
problema del segno si affacciasse sempre in funzione glottogonica;, il che
spiega la confusione o, se si vuole, la fusione tra sincronia e diacronia, fra
piano fenomenologico e profilo genetico*. E un aspetto metodologicamente
determinante del pensiero sensistico che spiega, per esempio, il trattamento
della motivazione, centrale nell'opera C.ana, o quello del significato.
Inoltre, nella discussione sei-settecentesca sulla lingua, fatti propriamente
linguistici e fatti retorici o stilistici s'intrecciano spesso, inclinando
verso una in* Università di Firenze. 1. E in generale, come dice da par suo
Nencioni (1983, 31) a proposito di C. e di Leopardi, il pensiero, la
sensibilità linguistica di quegli autori non son riassumibili e quindi
trasponibili nella nostra terminologia senza il pericolo e direi la probabilità
di falsarli. 2. Droixhe (1978, p. 149). Scrivendo nel luglio 1780 a un
perplesso Clementino Vannetti C. evocava il senso esquisito della bellezza
intrinseca dei termini, l’analisi filosofica del loro valore (C., 1946, p.
287). 3. Pagliaro (1957, p. 209). 4. I grammatici dell Encyclopédie
n'établissent pas de distinction méthodologique entre une linguistique
synchronique et une linguistique diachronique, giacché la diachronie est
intégrée à la grammaire descriptive synchronique (Swiggers, 1984 40-1); per C. cfr. Brioschi
(2002), da cui è tratta (p. 544) la citazione seguente. 143 ANDREA DARDI
différenciation progressive entre les questions rhétoriques et les questions de
langue. Le tendenze generali della linguistica europea si complicano in Italia
per l’incombere della questione della lingua (aveva perfettamente ragione
Rosiello ad affermare che non si ebbe [nell'Italia del xvIn secolo]
un'elaborazione di teorie linguistiche totalmente autonoma dai temi posti dalla
questione della lingua 5), alla quale
non sfugge nemmeno il trattato C.ano, il cui scopo dichiarato è di fornire
criteri per migliorare, perfezionare, rettificare l'uso della lingua letteraria
d'Italia. La sua implicazione nelle maglie della secolare questione? ne
determina certe caratteristiche rispetto al contemporaneo dibattito europeo. Si
pensi, per limitarci a un esempio, alla discussione sull’uso, in cui C.
attinge, largamente citandolo?, a Marmontel, senza avvertire che l’usage, la
langue usuelle, che fa da sponda all’argomentazione di Marmontel, è il parlare
cronologicamente e sociologicamente circoscritto della corte, dont le langage
roule sur un petit nombre de mots, e del monde poli et superficiel, qui suit
l'exemple de la Cour'°, mentre l’uso invocato da C. manca di una determinazione
precisa. Va riconosciuta infine, anche se l'affermazione andrebbe motivata e
circostanziata, la debolezza del cóté filosofico del C., eclettico e
oscillante, approssimativo nella terminologia, scarsamente rigoroso. s. Siouffi
(2010, p. 315). 6. Rosiello (1965, p. 376). 7. C. (1785): alcune opinioni, che
impediscono costantemente il miglioramento della lingua medesima (p. 1); niuna
lingua è perfetta, ognuna non per tanto può migliorarsi (p. 7); condiscendere
all'uso, o rettificarlo; migliorar l'uso (p. 114); con che si reztifica l’uso,
e si perfeziona la lingua ecc. (corsivi nostri). 8. Il Saggio segna, secondo
Mazzoni (1887, p. 136), il terzo momento capitale della questione cominciata
con Dante. 9. Cfr. C. (1800 259-61). 10. Marmontel (1785, p. 19). 11. È
difficile, pur senza condividerlo pienamente, disconoscere il fondo di verità
che sta nel parere di Berengo: L'intensa familiarità col pensiero dei
philosophes è stata per lui [C.] un’esperienza di gusto che non si è convertita
in adesione interiore, né ha infuso nella sua opera una più vigorosa e
combattiva vitalità; giudizio che in sostanza riecheggia quello notissimo di
Croce. L'adesione assoluta di Nencioni (1983, p. 7) in un saggio famoso del
1950, Quicquid nostri praedecessores.... Per una più piena valutazione della
linguistica preascoliana (Si risalga al C., vero e grande iniziatore del nostro
moderno pensiero linguistico, proprio in virtù del suo vasto ed organico
speculare assurto alla dignità di disciplina autonoma, indipendente sia dalla
questione della lingua che dalla filologia), si giustifica in particolare col
riconoscimento del decisivo merito C.ano nell'allargare all Europa l'orizzonte
culturale italiano. Non si dimentichino, sulle contraddizioni del Saggio, le
affilate pagine del Sentir messa di Manzoni (1990 244-6, 259). 144 PER UN
COMMENTO AL SAGGIO SULLA FILOSOFIA DELLE LINGUE Come contributo a un auspicato
commento storico al Saggio cesarottiano (di cui manca ancora un'edizione
critica) ci occuperemo qui di un fatto apparentemente secondario, di quelle che
C. chiama idee accessorie 0 sensi accessori, cercando di precisarne la nozione
e di ricostruirne la genesi. Intanto ne trascriviamo tutte le occorrenze utili
del Saggio, numerandole progressivamente per comodità: i Rettorica è quella
parte [della lingua] che oltre all’istruir l’intelletto, colpisce
l'immaginazione, né contenta di ricordar l’idea principale, la dipinge, o la
veste, o l’atteggia in un modo più particolare o più vivo, o ne suscita
contemporaneamente altre d’accessorie,lequali oltre all oggetto indicato
dinotano anche un qualche modo interessante di percepirlo, o un grado di
sensazione che comunica una spezie d’oscillazione al cuore o allo spirito di
chi ci ascolta (C., 1785, p. 21). 2. I termini oltre il senso diretto ne hanno
spesso un altro accessorio di favore o disfavore, d'approvazione o di biasimo:
questo secondo senso ora è intrinseco, ed ora estraneo. Intrinseco quando
risulta dalla derivazione originaria del termine; estraneo quando le viene
appiccato dall’uso o dal capriccio degli ascoltanti. L'accessorio intrinseco
non può cancellarsi se non si cancella l'etimologia del vocabolo, ma l'estraneo
può abolirsi, o quando il vocabolo passa da una nazione all'altra, o anche
nella nazione stessa col progresso del tempo, e talora uno Scrittore riabilita
l'onor d'un termine, usandolo con desterità e collocandolo acconciamente. Il
senso accessorio è quello che distingue fra loro le voci sinonime, e la
conoscenza di questo doppio senso è una parte essenziale del Gusto. Dació si rileva
l'estrema difficoltà di giudicar adeguatamente delle opere scritte in una
lingua morta o straniera, riuscendo spesso impossibile di conoscer con
precisione qual fosse allora lo stato attuale e individual dei vocaboli, quale
il senso accessorio predominante, se i colori delle metafore fossero vivaci o
sfumati, e se le voci derivative conservassero l'impronta originaria, o se questa
fosse già corrosa dall'uso, e ridotta a segno indistinto (ivi, 44). 4.
scemandosi la memoria della prima origine la voce fronder non risvegliò più le
stesseidee accessorie che ne facevano il principal merito (ivi, 57). s. Gli
altri [modi] son quelli che dinotano un modo particolar di percepire o di
sentire in chi parla, ed insieme coll'idea principale risvegliano per mezzo
della struttura l'idee accessorie di delicatezza, d'ingegnosità, di rapidità, o
simili altre che l'accompagnano nello spirito del parlatore (ivi, 70). 6. Non è
meno desiderabile la duplicità dei termini nelle nozioni morali, al di cui
vocabolo è annessa dall’uso l’idea accessoria di lode o di biasimo, benché la
cosa vi sia per se stessa indifferente, né si accosti all’innocenza o alla colpa
che per l’oggetto, le misure, o le circostanze. La compiacenza deliziosa d’un
uomo onesto per le sue azioni virtuose non ha un titolo preciso che la
distingua dalla superbia; DARDI né la giustizia che un Socrate rende
tranquillamente a se stesso è segnata con un carattere proprio, e diverso dalla
millanteria d’un Trasone: quindi è facile al volgo e all’anime basse o maligne
di dare ai sentimenti nobili il color del difetto o del vizio. La voce voluptas
dei Latini screditò più del dovere la dottrina moral d’Epicuro: i vocaboli amor
proprio, interesse, lusso, usura, passione, presi costantemente in senso
vizioso generarono idee false, persecuzioni pericolose, declamazioni violente
(ivi 812). 7. I Sinonimi sono assai minori di numero di quel che si pensa.
Abbiamo osservato di sopra che molte voci sinonime nell'idea principale son
diverse nella ccessoria, né possono usarsi indistintamente. Il conoscerne le
differenze è spesso opera di molta finezza e sagacità (ivi, 83). 8. Ma presso
una nazione che ha una Capitale, e una Corte, gli Scrittori sono men liberi,
el'idee accessorie trionfano delle principali (ivi 86-7). 9. Magl’Idiotismi
Rettorici essendo di natura diversa possono e debbono meritare qualche
privilegio. Sono essi configurazioni espressive, che accennano idee
accessorie,atteggiano i sentimenti, e ne rappresentano i diversi gradi, e il
modo particolare con cui ci affettano (ivi, 117). 10. Il Secondo Vocabolario
[quello fornito solo del necessario, per uso giornaliero di chi vuole intendere
e maneggiare la lingua scritta ] potrebbe ordinarsi, secondo il solito, per
alfabeto: ma il fondo attuale domanda d'esser migliorato in più guise. Vuolsi
Notar nei vocaboli non meno il senso accessorio che il principale (ivi 164-5).
11. No, non dee credersi d’aver il vocabolo quando non si ha che un termine
solo per un oggetto di molte facce; non dee credersi d’aver nella nostra
[lingua] un equivalente della straniera, quando l’idea dell’una è più ristretta
o più estesa; quando la nostra non presenta che un’approssimazione, un’analogia
vaga e generale, quando coll'idea principale non si conserva l'accessoria, o
quando l'uso fra noi ve ne ammetta un’altra diversa, e talora opposta di lode o
di biasimo, di nobiltà o di bassezza (C., 1800 264-5). 12. Altro è quello
[stile] che al presente sembra aver fissato il gusto dell’ Europa. Ella è da
qualche tempo avvezza ad esigere che i sentimenti abbiano più sostanza che
diffusione, che la sentenza sia vibrata a guisa di strale da una energica brevità,
che l’idea principale sia fiancheggiata utilmente dalle accessorie (ivi,
p.276). La nozione di idee accessorie rappresenta una svolta capitale nella
considerazione delle lingue e nella formazione di una semantica. Per suo mezzo
si scardina la corrispondenza lingua-pensiero propria del razionalismo 12.
Qualche altro esempio presente in altre opere lo citeremo all'occorrenza.
secentesco, s introducono la consapevolezza che il contenuto logico non
costituisce l’intero senso del segno e il riconoscimento della stretta
associazione, nella determinazione del senso, tra processi cognitivi e
risonanze affettive: il logicismo integrale della lingua specchio del pensiero
si rivela illusorio, una volta che l’evocatività partecipi alla comunicazione
allo stesso titolo della razionalità. La nozione, che nasce in un contesto di
idee chiaramente mentalistico e introspettivistico, quale quello dei Signori di
Porto Reale, si trova esposta per la prima volta' nella Logique di PortRoyal
(1662), dove i giansenisti Arnauld e Nicole, riprendendo forse un'intuizione
pascaliana5, osservano che il significato non esaurisce l'impressione che le
parole fanno nello spirito: les mots signifient souvent plus qu'il ne semble il
arrive souvent qu'un mot outre l'idée principale que l'on regarde comme la
signification propre de ce mot, excite plusieurs autres idées qu'on peut
appeller accessoires, ausquelles on ne prend pas garde, quoique l'esprit en
reçoive l'impression. Queste idee secondarie, che non sempre arrivano al
livello della coscienza'5, possono anche essere di natura extralinguistica,
contingenti e dipendenti dall'occasionalità del contesto comunicativo
(situazione, tono, gesto ecc.), ma quelquefois ces idées accessoires sont
attachées aux mots mêmes, parcequ elles s’excitent ordinairement par tous ceux
qui les prononcent, sono dans l'usage,
cioè, diremmo oggi, sono fatti di langue e non di parole. Esse aumentano la
densità del segno, diversificando i significati al punto che sareb13. De Mauro
(1966 193-4). Si veda anche François (1939), Donzé (1967 55-7), Scaglione (1972
196-7) e Dominicy (1984, 132), il quale avverte che lo statuto teorico delle
idee accessorie non è mai stato fatto oggetto di uno studio specifico. 14. Non
pare che l’idea sia anticipata come vuole De Mauro, loc. cit. nella
Grammaire générale et raisonnée di Arnauld e Lancelot, in cui si parla sì di
connotation come signification confuse, ma a tutt'altro proposito: cfr.
Arnauld, Nicole (1660 31-2); Droixhe (1978, 356) osserva che il cartesianesimo
mette in evidenza l’idea di connotazione pour condamner ces zones obscures de
la représentation, dont la vocation est d’étre claire et distincte; cfr. anche
Rosiello (1967 122-4). 15. Pascal (1866, 105): Un même sens change selon les
paroles qui l’expriment. Les sens reçoivent des paroles leur dignité, au lieu
de la leur donner. Cfr. Ricken (1978 32-4). 16. Ci sembra particolarmente
significativa, in un contesto cartesiano di totale chiarezza comunicativa,
l’idea che il linguaggio, insieme ai contenuti espliciti, possa veicolare oscuri
messaggi subliminali, idea che tornerà spesso nel corso del secolo. Si veda,
oltre a alcuni passi che citeremo più avanti, Encyclopédie (17654, 312) sv.
horreur: Nous transportons tous cette horreur aux choses mêmes. L’ horreur
prise en ce sens, vient moins des objets sensibles, que des idées accessoires
qui sont réveillées sourdement en nous (nostro il corsivo dell’avverbio). 147
ANDREA DARDI be utile che i lessicografi les marquassent, et qu’ils
avertissent, par exemple, des mots qui sont injurieux, civils, aigres,
honnêtes, des-honnétes. Gli autori allargano il discorso, con un salto logico,
alle espressioni figurate, in quanto esse manifestano al tempo stesso il
messaggio e la passione dell’emittente (les figures expriment les mouvemens de
notre ame): C'est encore par là qu'on peut reconnoître la difference du stile
simple et du style figuré, et pourquoi les mémes pensées nous paroissent
beaucoup plus vives quand elles sont exprimées par une figure, que si elles
étoient renfermées dans des expressions toutes simples. Car cela vient de ce
que les expressions figurées signifient outre la chose principale, le mouvement
et la passion de celui qui parle, et impriment ainsi l'une et l'autre idée dans
l'esprit, au-lieu que l'expression simple ne marque que la verité toute nue. Nelle
poche dense pagine dedicate da Arnauld e Nicole alle idées accessoires sono già
presenti alcuni dei temi che verranno sviluppati nel secolo seguente. Resta per
ora marginale, ma frutterà più avanti, il motivo della storicità della connotazione,
invocato a proposito del fatto che i padri della Chiesa si sono serviti
tranquillamente di vocaboli come /upanar e meretrix, del che sarebbe assurdo
accusarli, poiché è evidente qu'ils n'étoient pas estimés honteux de leur
temps, c'est-à-dire, que l'usage n'y avoit pas joint cette idée d'effronterie
qui les rend infames *. Viene invece lasciato nel vago il diverso statuto dell’
idée principale, della signification propre, e delle accessorie, che sembra
istituire una gerarchia tra i componenti del significato. 17. Parte 1 cap. XIV,
in Arnauld, Nicole (1965 93-9). Non ci occupiamo qui di un secondo tipo, del
tutto diverso, di idee accessorie esaminato nel cap. xv (pp. 99-102), per cui
cfr. Donzé (1967 55-7). 18. Arnauld, Nicole (1965, 99). 19. Rimando per questo
a Auroux (1979 268 ss.) e a Swiggers (1980). Si puó dire in generale che la
teoria del significato nella linguistica sei-settecentesca non faccia grandi
progressi, forse proprio a causa della confusione tra sincronia e diacronia di
cui si diceva. Si vedano per esempio Beauzée e Douchet nell'art. Grammaire dell
Encyclopédie (1757 843-4), i quali distinguono il sens fondamental (celui qui
résulte de l'idée fondamentale que l'usage a attachée originairement à la
signification de chaque mot), il sens spécifique (la categoria grammaticale) e
il sens accidentel (le modifiche della parola nell'ordine enunciativo), e le
osservazioni di Auroux (1973 41-9 e 76-7). Nell'art. Mot Beauzée cambia la
terminologia ma non la sostanza, chiamando signification objective il sens
fondamental, mentre nella signification formelle l'idea principale corrisponde
al sens spécifique e le idee accessorie costituiscono il sezs accidentel
(Encyclopédie, 1765c, 761). Il senso fondamentale, come si vede, rimane un dato
inanalizzato. Ricollegandosi alla Logique? ritorna più brevemente
sull'argomento nel 1675 un'opera fortunatissima uscita dallo stesso ambiente
portorealista, la Rhétorique di Bernard Lamy (1640-1715), che ne tratta fra les
actions de notre âme: Il y a des noms qui ont deux idées. Celle qu'on doit
nommer l'idée principale représente la chose qui est signifiée; l'autre, que
nous pouvons nommer accessoire, représente cette chose revétue de certaines
circonstances. Lamy spiega che le parole finiscono per contrarre stabilmente
colorazioni addizionali per quelli che Bally chiamerà effets par évocation, in
quanto evocano i contesti e gli ambienti in cui vengono usate abitualmente e in
cui perdono la loro innocenza originaria: avant la corruption universelle des
hommes, ou dans les temps qu’on vivait plus simplement, on avait plus de
liberté de nommer les choses par leur nom *. L’ évocation du milieu dei
vocaboli è individuata con precisione qualche anno più tardi da Houdar de la
Motte (1672-1731), che nel Discours 4 l'occasion des Macchabées (1730) scrive:
Il y a dans une même langue deux ordres differents de tours et d’expressions
qui caracterisent les grands et le peuple. Les uns exprimeront au fond la même
chose que les autres, sans emploïer précisement les mêmes termes; ainsi outre
l’idée principale qu'un tour ou qu'un mot présente, il réveille encore l'idée
accessoire de l'éducation et du rang de celui qui parle. Da allora la
trattazione delle lingue non prescinderà più, almeno nel dibattito francese
settecentesco, dalla nozione di idées accessoires, che arricchendosi e
complicandosi, costituisce un operatore efficace nel complexifier la structure
signifiante du mot?*. L'orientalista e teologo cartesiano Jean Pierre de
Crousaz (1663-1750), nel Système de reflexions (1712), osserva che la
difficoltà di definire esattamente il significato dei vocaboli è aggravata dal
fatto che les mots servent à exprimer deux sortes d’idées, les principales et
les accessoires. L'idée principale c'est l'idée de la chose même, c'est l'idée
d'un certain fonds qui demeure toüjours le méme nonobstant la varieté des
circonstances qui l'accom20. Cfr. Ricken (1978 54-5). 21. Bally (1951 96 ss.).
22. Lamy (1998 90-1). L'edizione Timmermans riproduce la stampa definitiva del
1715 con le varianti delle precedenti. La prima (1675) nel passo citato non ha
differenze sostanziali. 23. Houdar de la Motte (1730, 54). 24. Auroux (1973, 42).
149 ANDREA DARDI pagnent. Mais outre cette idée principale un mot a la force
d’en reveiller d’autres, il renferme les circonstances qui accompagnent le
fonds, et il renferme aussi les sentimens dans lesquels celui qui parle a
regardé ce fonds et ces circonstances. In caso d’incertezza comunicativa si pud
chiedere al parlante di chiarire il senso delle sue espressioni e, quando si ha
che fare con una lingua vivente, si può ricorrere a dizionari e maestri. Mais
quand on lit un Livre ancien écrit dans une langue morte, il y a plus de façon
à découvrir au juste la force de ses termes, car les idées accessoires varient;
dans une méme langue et chez un méme peuple, la force des mots change avec le
tems. Il faut donc être sur ses gardes pour ne point prêter aux Auteurs, des
pensées qu'ils n'avoient pas, et sous prétexte que leurs expressions
ressemblent aux nôtres, on n'en peut pas d'abord conclurre qu'ils pensoient
comme nous. Si l'on n'interprete pas avec cette précaution les Auteurs, et si
l'on suppose temerairement que leurs expressions avoient autrefois la méme
force précisément qu'elles ont chez nous, on se remplira à tout coup de
chimeres et l'on fera dire au plus raisonnable des extravagances. È una
notazione di considerevole rilievo, che storicizza e relativizza la percezione
moderna dei testi antichi e classici, a cui è opportuno avvicinare un altro
luogo dello stesso Crousaz, dove l’instabilità del tono affettivo, asserita
come un fatto generalmente ammesso (on sait...), è vista come motore di cambio
semantico: Tous les termes sont par eux-mêmes des sons indifférens: Ils
deviennent honnêtes, ou deshonnêtes, et on peut les employer, ou l’on doit s’en
abstenir, suivant les idées accessoires qu'ils reveillent: Or on sait que les
idées accessoires varient; Tels termes et tels tours d'expressions qui, dans un
tems, ne présentoient à l'esprit que des idées vagues, et ne lui faisoient voir
de certains sujets que comme en éloignement, n'attiroient sur eux qu'une
attention legere, ont acquis dans la suite du tems, une force, qu'ils n'avoient
pas d'abord, ils ont présenté un plus grand nombre d'idées, ils ont frappé plus
vivement l'imagination et ont fait regarder ceux qui s'en servoient comme des
personnes trés-peu scrupuleuses sur le chapitre de l'honnéteté. 25. Crousaz. Su
Crousaz si veda Pizzorusso (1968 325-49). 26. Crousaz. Nell'edizione del 1725,
intitolata La logique ou système de reflexions... (L'Honoré et Chatelain,
Amsterdam), 11 69-87, Crousaz arricchisce la trattazione di numerosi esempi. 27.
Crousaz (1733, 258); su questo passo ha attirato l'attenzione Pizzorusso (1968,
337, nota). Cfr. ancora Crousaz (1715, 161), in cui tra i pregi dell oratore si
annoverano le style serré, et les termes feconds en idées accessoires. Per
chiarire l'allusione all’ honnêteté ISO Le idee di Crousaz si ritrovano ne Les
agrémens du langage del filosofo, matematico e moralista Etienne-Simon de
Gamaches (1672-1756). Dopo aver osservato che lo stile mediocre richiede delle
expressions qui n’ont aucune idée accessoire, ny d'élevation, ny de bassesse
attachée à leur signification propre, e pur rilevando che les mêmes idées
accessoires ne sont pas toûjours attachées aux mêmes mots, Gamaches continua:
Le style doit donc être sujet à des vicissitudes continuelles; aussi n’a-t-il
de caracy tere marqué que relativement à l'usage. De-là vient l’incertitude de
nos jugemens quand nous voulons prononcer sur la maniere d'écrire de ceux qui
nous ont precedé. Nous scavons ce qu'ils ont pensé, mais nous ignorons quelles
étoient les idées accessoires attachées de leur tems aux expressions dont ils
faisoient usage. Quando si leggono testi di autori più antichi o classici è
inevitabile dunque una sfasatura percettiva, al punto da insinuare il sospetto
che la tanto decantata semplicità degli antichi sia una illusione ottica dei
moderni: il loro stile, infatti, ci apparirà moins recherché del nostro poiché
le grazie della novità che ornavano il loro dettato ont dù changer de caractere
en passant jusqu'à nous; l'usage les a rendu communes et familieres, et par là
leur a fait perdre leur éclat, et les a dégradées. C'est apparemment à quoi ne
prennent point garde ceux qui font un merite aux anciens de cette simplicité
que nous remarquons dans leurs écrits. L'idea che, per l’instabilità
dell'intonazione affettiva delle parole, non sia possibile valutare pienamente
l'effetto di una lingua morta, con la convinzione che ne consegue che come
dirà Houdar de la Motte il n'y a que les langues vivantes qui puissent
s'apprendre au point qu'il faut pour juger en détail de l'élégance d'un auteur
, diventerà un argomento topico dei traduttori settecenteschi per suffragare le
loro pesanti manipolazioni dei testi classici. Tra le infinite testimonianze
che si potrebbero citare valga quella di Guillaume Dubois de Rochefort
(1731-1788), che traducendo l’ Iliade nel 1767 (ed. definitiva 1772) mise le
mani avanti: si ricordi quanto abbiamo detto sopra sull'uso nei padri della
Chiesa di parole che significano azioni infami o disoneste, e si veda Beauzée
in Encyclopédie alla voce Mot: C'est sur la distinction des idées principales
et accessoires de la signification objective, que porte la différence réelle
des mots honnêtes et deshonnétes. 28. Gamaches (1718 261-4). Cfr. qui sopra il
passo n. 3 del C. e, più largamente, C. (1785 44-5). Sul Gamaches cfr.
Pizzorusso (1968 351-99), Droixhe (1978 310-1). 29. Houdar de la Motte, Réflexions
sur la critique in Houdar de la Motte (2002 340-1). ISI Or je n’entends pas par
saisir l’esprit d’un auteur, embrasser avec l’idée principale toutes les idées
accessoires, qui sont de leur nature variables et mobiles. Rien n’empéche que
l’idée principale ne soit fidelement rendue; mais les idées accessoires, étant
mobiles et changeantes, sont à la disposition du Traducteur. Croira-t-on qu
Homere même n'ait pas été forcé, par la contrainte de la versification,
d'employer telle ou telle idée accessoire, dont, sans cette contrainte, il ne
se fût pas servi, ou qu'il eût remplacé par une autre equivalente ?3° Un
ulteriore progresso nell'analisi del significato si constata con Girard, che
affrontò in La justesse de la langue frangoise (1718), opera rielaborata e più
volte ristampata fin nel secolo seguente col titolo Synonymes français, il
problema teorico della sinonimia. Si può parlare argomenta Girard di
sinonimi in senso esteso e in senso stretto: nel primo les termes synonimes
presentent touts une méme idée principale; mais chacun d'eux y ajoûte neanmoins
quelques idées accessoires, qui diversifient la principale; ensorte qu'elle
paroisse dans ces différents mots, comme une méme couleur paroît sous diverses
nuances; in senso stretto dovrebbe trattarsi di vocaboli i cui significati
coincidono al punto qu'il n'y ait pas plus de choix à faire entre eux, pour le
sens, qu'entre les gouttes d'eau d'une méme source, pour le goüt. Girard si
occuperà dei primi, dei vocaboli qui passent pour synonimes, che expriment un
méme sens principal, diversifié seulement par des idées accessoires, propres et
particuliéres à chacun d'eux, e che hanno quindi significati diversi, parceque
la signification des mots ne consiste pas dans la seule idée principale qu'ils
présentent, mais dans toute l'étendue et dans la juste précision du sens qu'ils
expriment*. La conclusione di Girard che sinonimi perfetti non 30. Rochefort
(1772 46-47). Si potrebbero citare a riscontro numerosi passi del C., tra cui
una nota osservazione alla r1 Filippica di Demostene: noi non possiamo dar un
fondato giudizio dell'esatto valore dei vocaboli, e delle frasi d'una lingua
morta, né dello stile de’ suoi scrittori rispetto alla locuzione. Su questo
articolo noi siamo ugualmente soggetti a prender equivoco e nei termini proprj
e nei figurati. I Greci e i Latini consapevoli dello stemma genealogico delle
parole, e del loro senso primitivo, o accessorio, potevano scorger un'ombra d'
immagine lontana, un'allusione occulta, un cenno indiretto in molti e molti
vocaboli che a noi non presentano che un senso schietto ed ignudo, senza veruna
bellezza accessoria (C., 1807 158-9). Un lungo passo di Rochefort, in cui è
compresa la nostra citazione, è tradotto da C. Girard (1718 xxvir-xxx). Cfr.
Droixhe (1978, 311). Niente di comparabile nei Sinonimi ed aggiunti italiani
raccolti da Carlo Costanzo Rabbi (Storti, Venezia 1733), nel quale la nozione
di sinonimo non suscita alcuna perplessità. Francesco Maria Colle, amico del C.,
riteneva che la nozione di idee accessorie fosse da attribuire appunto al
Girard: cfr. Colle (1789, 373). esistono in alcuna lingua, ma ne esistono solo
di apparenti, sarà accolta si può dire senza opposizione dalla linguistica
settecentesca francese: basterà citare le note parole di Du Marsais: S'il y
avoit des synonimes parfaits, il y auroit deux langues dans une même langue. Quand
on a trouvé le signe exact d’une idée, on n'en cherche pas un autre *. Gl'italiani,
attaccati a quella che era considerata tradizionalmente una ricchezza della lingua
e una preziosa risorsa stilistica, saranno piü cauti. Anche per lo
spregiudicato C. i sinonimi sono assai minori di numero di quel che si pensa,
ma tuttavia esistono: Quando i sinonimi siano veramente tali in ogni senso, e
non differiscano fuorché nel materiale della parola, lo Scrittore giudizioso
non si farà schiavo degli esempj, o dell'uso più comune d'un qualche dialetto,
ma fra due termini ugualmente analoghi ad altri già ricevuti nella lingua,
sceglierà quello che colla sua struttura, o colla terminazione corrisponda
meglio all'effetto che vuol destarsi, e s'adatti al colore o all’ intonazione
general dello stiles*. Nell'ambito di una teoria generale della conoscenza e
del linguaggio, il filosofo sensista Condillac (1714-1780) muove nell' Essai sur
l'origine des connoissances humaines (1746) dalla considerazione tradizionale
delle idées accessoires come componenti semantici satellitari del vocabolo. Egli
osserva che il carattere dei popoli influisce necessariamente su quello delle
lingue: Il est naturel que les hommes toujours pressés par des besoins, et
agités par quelque passion, ne parlent pas des choses sans faire connoître
l'intérêt qu'ils y prennent. Il faut qu'ils attachent insensiblement aux mots
des idées accessoires qui marquent la manière dont ils sont affectés, et les
jugemens qu’ils portent. C'est une observation facile à faire; car il n'y a
presque personne dont les discours ne décelent enfin le vrai caractère, méme
dans ces momens où l'on apporte le plus de précaution à se cacher. Quand les
Romains jetterent les fondemens de leur Empire, ils ne connoissoient encore que
les Arts les plus nécessaires. Ils les estimerent d'autant plus qu'il étoit
également essentiel à chaque membre de la République de s'en occuper; et
l'ons'accoutuma de bonne heure à regarder du méme œil l'Agriculture et le
général qui la cultivoit. Par-là les termes de cet art s’approprièrent les
idées accessoires qui les ont annoblis. Ils les conserverent encore, quand la
République Romaine donnoit dans le plus grand luxe; parce que le caractére
d'une Langue, surtout s'il est 32. Du Marsais (1730, 285). 33. Cfr. il passo n.
7 citato supra, 146. 34. C. fixé par des
Ecrivains célebres, ne change pas aussi facilement que les mœurs d’un Peuple.
Chez nous les dispositions d'esprit ont été toutes différentes dès
l'établissement de la Monarchie. L'estime des Francs pour l'art Militaire,
auquel ils devoient un puissant empire, ne pouvoit que leur faire mépriser des
arts qu'ils n'étoient pas obligés de cultiver par eux-mêmes, et dont ils
abandonnoient le soin à des esclaves. Dés-lors les idées accessoires qu'on
attacha aux termes d'agriculture, durent être bien différentes de celles qu'ils
avoient dans la langue Latine. Alcune pagine più avanti conclude il capitolo
sul génie des langues in questi termini: Les signes sont arbitraires la
première fois qu’on les employe, c’est peut-être ce qui a fait croire qu'ils ne
sauroient avoir de caractère. Mais je demande s’il n'est pas naturel à chaque
nation de combiner ses idées selon le génie qui lui est propre; et de joindre à
un certain fonds d’idées principales différentes idées accessoires, selon
qu'elle est différemment affectée. Or ces combinaisons autorisées par un long
usage, sont proprement ce qui constitue le génie d'une Langue. Ma nel più tardo
Cours d'étude pour l'instruction du Prince de Parme l'espressione idées
accessoires designa qualcosa di completamente diverso. Non può essere questo il
luogo per approfondire l'indagine sull'evoluzione del pensiero condillachiano,
ma accenniamo soltanto che nella Grammaire, ricostruendo l'ideale formazione
delle lingue a partire dal primitivo langage d'action, Condillac afferma che la
decomposizione del pensiero si risolve inizialmente in poche elementari idées
principales, essenziali per la comunicazione, mentre le idee accessorie, ancora
estranee al livello verbale, sono espresse dagli sguardi, dalle attitudini, dai
movimenti (langage d'action): Les mots, en petit nombre, ne désignoient encore
que des idées principales; et la pensée n’achevoit de s’exprimer qu’autant que
le langage d'action, qui les accompagnoit, offroit les idées accessoires ?. In
processo di tempo, per poter esprimere sequenzialmente toutes les vues de
l'esprit, si rese necessario créer des mots pour les idées accessoires comme
pour les idées principales; il falloit apprendre à les employer d'une manière
propre à développer une pensée, et à la mon35. Condillac Condillac giunse a
Parma nel 1758 come educatore del principe Ferdinando. 38. Rimandiamo,
compendiosamente, a Droixhe (1978, passim), Sgard (1982), Aarsleff (1984 175-286).
39. Condillac trer successivement dans tous ses détails. Il falloit donc déterminer
l’ordre qu'ils devoient suivre dans le discours, et convenir des variations
qu'on leur feroit prendre pour en marquer plus sensiblement les rapports +. È
quanto s'indaga nell’ Art d'écrire, dove le idées accessoires compongono la
trama che collega le idee principali, afferiscono cioè alla liaison des idées,
garante della chiarezza della comunicazione: Les idées accessoires doivent
toujours lier les idées principales: elles sont comme la trame qui, passant
dans la chaîne, forme le tissu. Par conséquent, tout accessoire qui ne sert
point à la liaison des idées, est déplacé ou superflu *'. La differenza
gerarchica che sussisteva tra idee principali e secondarie nella semantica del
vocabolo è ora convertita in gerarchia lessicale tra parole portatrici di idee
principali, prime in ordine di tempo (o meglio in ordine ideale) a formarsi, e
parole portatrici di idee accessorie, sviluppate più tardi dal langage
d'action. Un quadro esauriente del trattamento delle idées accessoires negli
enciclopedisti richiederebbe uno studio apposito, per cui ci limiteremo a due
grammairiens-philosophes, Du Marsais e Beauzée. Per l’anticartesiano Du Marsais
(1676-1756) le idées accessoires sono idee collegate ad altre idee da una
relazione che può essere naturale o accidentale, individuale: Il ya des idées
qu’on appelle accessoires. Une idée accessoire, est celle qui est réveillée en
nous à l’occasion d’une autre idée. Lorsque deux ou plusieurs idées ont été
excitées en nous dans le même temps, si dans la suite l’une des deux est
excitée, il est rare que l’autre ne le soit pas aussi; et c'est cette dernière
que l'on appelle accessoire??. È il fenomeno che Locke aveva chiamato
associazione d’idee e di cui aveva sottolineato i potenziali effetti negativi e
addirittura patologici*, radicalmente diverso e in certo senso opposto alla
liaison des idées di Condillac**. Nell'opera più nota di Du Marsais, Des tropes
(1730), le idées accessoires forniscono uno statuto teorico per la spiegazione
dell'origine del senso figu40. lvi, 92. 41. Condillac (1798b, 297). Cfr. Ricken
(1969). 42. Du Marsais (1769, p.36). Si veda anche la voce Construction dell
Encyclopédie in Du Marsais (1987 420, 435, 438). 43. Il capitolo relativo del
Saggio sull 'intelletto umano (11, xxxi) fu aggiunto nella quarta edizione
(1700). Cfr. Gusdorf (1973 50-1). 44. Condillac sottolinea che il legame delle
idee (la liaison des idées) è volontario, espressione della ragione e della
riflessione, e quindi diverso dall'involontaria associazione delle idee
(Aarsleff DARDI rato, giacché l’idea subalterna può sostituirsi efficacemente
alla principale dando luogo all’espressione figurata: La liaison qu'il y a
entre les idées accessoires, je veux dire, entre les idées qui ont raport les
unes aux autres, est la source et le principe des divers sens figurés que l'on
done aux mots. Les objets qui font sur nous des impressions, sont toujours
acompagnés de diférentes circonstances qui nous frapent, et par lesquelles nous
désignons souvent, ou les objets mémes qu'elles n'ont fait qu'acompagner, ou
ceux dont elles nous réveillent le souvenir. Le nom propre de l'idée accessoire
est souvent plus présent à l'imagination que le nom de l'idée principale, et
souvent aussi ces idées accessoires, désignant les objets avec plus de circonstances
que ne feroient les noms propres de ces objets, les peignent ou avec plus
d'énergie, ou avec plus d'agrément. Le idee accessorie, insieme ad altre
componenti affettivo-emotive e stilistiche, sono annoverate da Du Marsais tra
le turbative della linearità analitica della costruzione, tema nevralgico, come
si sa, nella speculazione linguistica settecentesca:L'ordre successif des
rapports des mots n'est pas toujours exactement suivi dans l'exécution de la
parole. La vivacité de l'imagination, l'empressement à faire connoître ce qu'on
pense, le concours des idées accessoires, l' harmonie, le nombre, le rythme,
etc. font souvent que l'on supprime des mots, dont on se contente d'énoncer les
corrélatifs. On interrompt l'ordre de l'analyse; on donne aux mots une place ou
une forme, qui au premier aspect ne paroit pas étre celle qu'on auroit dá leur
donner. Con idées accessoires Beauzée, forse l'autore più attento alla
semantica del segno, nell’ Encyclopédie designa due cose diverse. Nell'articolo
Langue chiama idée individuelle» del significato delle parole l'idée singuliere
qui caracterise le sens propre de chaque mot, et qui le distingue de tous les
autres mots de la méme espece»: dalla differenza delle idées accessoires di cui
ogni idea individuale è capace dipende la differenza delle parole della stessa
specie dette sinonimi: On sent bien que dans chaque idée individuelle, il faut
distinguer l'idée principale et l'idée accessoire: l'idée principale peut étre
commune à plusieurs mots de la méme espece, qui different alors par les idées
accessoires» 7. Si torna insomma, in termini 45. Du Marsais (1730, 25). 46. Du
Marsais. 47. Encyclopédie. Cfr. anche l'articolo Propriété nella versione non
dissimili, alla sinonimia di Girard, del resto ampiamente citato (e della cui
opera Beauzée curò una ristampa). Ma altrove Beauzée introduce quella che
crediamo una novità. All’articolo Formation? definita come la maniere de faire prendre à un
mot toutes les formes dont il est susceptible, pour lui faire exprimer toutes
les idées accessoires que l’on peut joindre à l’idée fondamentale qu’il
renferme dans sa signification» Beauzée considera la declinazione e la
coniugazione insieme con la derivazione e la composizione, in quanto tutte
contribuiscono allo scopo di modificare la base; a ogni coppia si associano due
tipi di idee accessorie. Nella derivazione e nella composizione l’idea
primitiva viene modificata da idee accessorie che, prises dans la chose même,
influent tellement sur celle qui leur sert en quelque sorte de base, qu'elles
en font une toute autre idée»: cosi cazere presenta l'azione dépouillée de
toute autre idée accessoire», mentre cantare, cantitare, canturire aggiungono
all'azione speciali modalità. Diverso il caso della declinazione e della
coniugazione, in cui, l'idea primitiva rimanendo la stessa, le idee accessorie
esprimono differenti rapporti nell'ordine dell'enunciazione (cano, canis, canit
ecc.). Da questi due tipi di idee accessorie nascono due tipi di derivazione:
l'une quel'on peut appeller philosophique, parce qu'elle sert à l'expression
des idées accessoires propres à la nature de l'idée primitive, et que la nature
des idées est du ressort de la Philosophie; l'autre, que l'on peut nommer
grammaticale, parce qu'elle sert à l'expression des points de vile exigés par
l'ordre de l'énonciation, et que ces points de vûe sont du ressort de la
Grammaire. Nell'articolo Mot Beauzée arriva alla decomposizione del segno in
monemi, ciascuno dei quali aggiunge una determinazione grammaticale speciale
(detta anch'essa idea accessoria) alla radice, portatrice dell'idea principale:
dell Encyclopédie méthodique: La Propriété des mots consiste dans la
signification entière du mot, et comprend, avec l'idée principale, la
collection de toutes les idées accessoires que l'usage y a attachées»
(Encyclopédie méthodique, 1786, 250). 48. L'argomento è sviluppato alla voce
Synonyme nella più tarda redazione dell' Encyclopédie méthodique, dove Beauzée
sottolinea che il n'y a, dans aucune langue cultivée, aucun mot si parfaitement
synonyme d'un autre, qu'il n'en diffère absolument par aucune idée accessoire,
et qu'on puisse les prendre indistinctement l'un pour l'autre en toute
occasion: cfr. Encyclopédie méthodique (1786, soprattutto pp. 480-1). 49.
L'articolo, redatto da Beauzée in collaborazione con Douchet, non è, commenta
Swiggers (1984, 42), un exemple de systematicité. so. Encyclopédie. Cfr.
Swiggers DARDI dans amaveramus, la syllabe 477 est le signe de l’attribut sous
lequel existe le sujet; av indique que le temps est prétérit; er marque que
c'est un prétérit défini; zz finale désigne qu'il est antérieur; us marque
qu'il est de la premiere personne du pluriel; y a-t-il cinq zzots dans
amaveramus?? Sulla stessa linea la posizione di un autore ben noto al C., il
presidente de Brosses, cheseguendo la suite des altérations successives que
subissent les termes designa con idées accessoires le virtualità semantiche
insite nella radice (racine, générateur, idée simple et primitive) e
attualizzate nel discorso per mezzo di marche formali (formes additionnelles),
che, secondo il genio delle varie lingue, possono incrementare la radice
collocate al principio, nel mezzo, o, più generalmente, in fine di parola: La
dérivation, prise en général pour toute espece d’accroissement que chaque terme
primitif peut recevoir avant ou aprés la racine simple, rend cette racine
susceptible d'extension en cent manieres commodes et variées; au moyen
desquelles elle devient propre à exprimer tout d'un coup toutes sortes d'idées
accessoires, que l'esprit peut joindre au simple sens de la racine. L'homme a
briévement caractérisé son idée accessoire par un petit procédé dont il a rendu
l'uniformité habituelle toutes les fois qu'il est trouvé dans le méme cas, en
disant templo, viro, domino; legitis, facitis, dicitis. |...] Remarquez comment
dans un seul mot [capiebam] si chargé d'idées accessoires, tout est marqué;
chaque idée a son membre, et les formules analogiques sont par-tout conservées
sur le premier plan donné. Cap-ieba-m; Cap c'est l'action; ieba c'est le tems
de l'action; m c'est à la fois la personne qui agit, et le nombre marquant s'il
yauneou plusieurs personnes qui parlent, qui écoutent, ou qui ne parlent ni
n'écoutent*. Nella dissertazione vincitrice del premio proposto dall'Accademia
reale di scienze e belle lettere di Prussia nel 1759 sul tema L'influence
réciproque du langage sur les opinions, et des opinions sur le langage,
dissertazione subito? tradotta in francese e ben nota al C., il teosi.
Encyclopédie (1765c, 762). In Beauzée (1767, 33) si parla di idées accessoires
a tutt'altro proposito. 52. De Brosses. Invece altrove images accessoires ha il
significato usuale: quando si usano eufemismi on joint à l'image simple,
d'autres images accessoires qui partagent la pensée, et la détournent de
s'occuper à la consideration toute nüe de l'objet principal (de Brosses, 1765,
11, 149). Inutile rilevare come l’etichetta di idées accessoires applicata
sopra concetti disparatissimi, non solo in autori diversi, ma nello stesso
autore, non conferisca alla chiarezza. 53. La traduzione completa, rivista
dall'autore e aumentata, è del 1762, ma un Précis 158 PER UN COMMENTO AL SAGGIO
SULLA FILOSOFIA DELLE LINGUE logo e orientalista tedesco Johann David Michaelis
(1717-1791) dedica addirittura alle idee accessorie un paragrafo, il quarto
della terza sezione (Idées et jugemens accessoires). Adottando una prospettiva
sociale (il linguaggio è una democrazia e ce sont les opinions du peuple et le
point de vûe sous lequel il envisage les objets, qui donnent la forme au
Langage‘*) e unendo due fatti linguistici distinti, motivazione e polisemia,
Michaelis avverte che le parole possono indurci in errore in due modi: I.
quando sono trasparenti, perché il primo nomenclatore può averle formate
fondandosi su un pregiudizio, che si perpetua attraverso il linguaggio
(motivazione); 2. in caso di polisemia, le idées accessoires operent souvent
d’une maniere encore plus secrette. Souvent un mot a plusieurs significations;
nous choisissons celle qui n’est point applicable au sujet dont il s’agit, et
par là nous sommes imperceptiblement entraînés dans l'erreur. Segue l’esempio
del supremo bene di Epicuro (ripreso dal Cesarotti) che tradotto in latino con
voluptas il présentoit une idée accessoire d'une mollesse contraire à la vertu
et à la valeurS. Michaelis mette in guardia contro gli abus de mots indotti
dalla vaghezza del significato e dai rischi di fraintendimento insiti nelle
idee accessorie, al punto che secondo lui sarebbe un bene pour une langue
d'avoir des noms indiférens, qui n'expriment aucun jugement, et ne portent
aucune idée accessoire dans l'esprit. C'est donc un bonheur d'avoir des termes
moyens, et si j'ose ainsi dire parfaitement impartiaux, qui n'emportent aucune
idée secondaire ni de blâme ni de louange?*. Non manca in Michaelis il
riferimento alle traduzioni: Les idées accessoires se font sur tout remarquer
aux traducteurs par la peine qu’ils ont de trouver dans leur langue des
expressions équivalentes, soit qu'il en faille qui soient accompagnées des
mémes idées accessoires, soit qu'il en faille de parfaitement indiférentes. Les
bonnes traductions corrigent souvent ce défaut de la langue en hazardant
d'attacher aux mots de nouvelles significations, auxquelles le lecteur
s’accoutume peu à peu. du discours qui a remporté le prix fatto da Merian apre
il volume Dissertation. 54. Michaelis. 55. Ivi 42-3. Cfr. il passo n. 6 citato
supra 145-6, tratto da C. (1785, 82): La voce voluptas dei Latini screditó più
del dovere la dottrina moral d' Epicuro. 56. Michaelis (1762 41-2; anche pp.
98-9). 57. 99. Su Michaelis cfr. Droixhe, Aarsleff. Interessanti anche le
osservazioni sull’evoluzione semantica dei vocaboli di un altro partecipante,
rimasto anonimo, al concorso prussiano, che si rifà all’associazione d’idee di
Locke: De grands Philosophes [in nota si cita Locke] ont montré comment les
idées s’associent dans notre esprit, en sorte que l’une réveille naturellement
l’autre. Si l’opinion générale d’un peuple lie fortement dans tous les esprits
deux idées, le mot qui dans la langue de ce peuple désigne l’idée principale ne
manquant jamais de réveiller aussi l’accessoire, il sera le signe de ces deux
idées; et même si l’idée accessoire se trouve de nature à frapper vivement,
elle deviendra enfin principale, parce qu'elle acquerra une nouvelle force à
chaque fois que le mot sera prononcé jusqu'au point d'effacer entièrement celle
qui étoit d'abord la signification propre du mot; lequel changeant ainsi de
valeur, ou prenant un double sens, montre quelle union l'opinion avoit mis
entre la signification primitive, et la signification accessoire ou changée. Nelle
celebri Lectures on rhetoric and belles lettres (1783) di Hugh Blair
(1718-1800), l’autore della dissertazione sui poemi ossianeschi che Cesarotti
tradusse e stampò nel suo Ossian, le accessories ideas compaiono nel capitolo
Origin and nature of figurative language come motori di immagini metaforiche®.
Nell'Italia settecentesca, per quanto ne sappiamo, di idee accessorie non si
parla nei trattatisti, almeno fino alla seconda metà del secolo. Vi si
riferisce il Bertola nelle sue traduzioni: nel Discorso preliminare alla Scelta
d'idili di Gessner (Mi ho prefissa la fedeltà. Intendo per questa il non
ommettere alcuna delle idee accessorie, il lasciarle tutte al lor luogo)°°. Le
idee accessorie consentono anche effetti di chiaroscuro che sono componenti
della grazia, quale il Bertola cercò di definirla nel Saggio sopra la grazia (del
1786, ma con riprese posteriori): La delicatezza, la cui base è la 58. Dissertation
(1760, 8; cfr. anche pp. 23-4). 59. Blair (1787 354-5): By this means, every
idea or object carries in its train some other ideas, which may be considered
as its accessories. These accessories often strike the imagination more than
the principal idea itself. The imagination is more disposed to rest upon some
of them; and therefore, instead of using the proper name of the principal idea
which it means to expres, it employs, in its place, the name of the accessory
or correspondent idea; although the principal have a proper and well-known name
of its own. Le Lectures del Blair furono tradotte da Francesco Soave. 60.
Bertola (1775, 76). Nell’ Idea della bella letteratura alemanna, sempre a
proposito di Gessner e quasi con le stesse parole: io m'ho prefissa in
particolar modo la fedeltà, per la quale intendo il non ommettere alcuna delle
idee accessorie, e il lasciarle, per quanto è permesso, tutte al lor luogo
(Bertola, 1784, 17). sensibilità più squisita, adombra ciascuna idea e ciascun
sentimento d’idee e di sentimenti accessori, ed è talvolta così leggiera che
poco manca che non isvanisca ^, In un
trattatello dell'abate Giambattista Velo, più noto con il nom de plume di
Giovan Battista Garducci, sotto il quale incroció i ferri col Cesarotti, le
idee accessorie caratterizzano condillachianamente l'indole dei popoli e il
genio delle lingue: Ogni nazione seguendo il diverso impulso della propria
sensibilità combina, e modella le proprie idee a norma della sua peculiar
foggia d'immaginare: cioé ad un dato fondo di principali, e comuni nozioni
sovrappone differenti idee accessorie, le quali nascono dalle sue particolari
affezioni. Quindi è propriamente, che l'idioma da essa parlato porta il conio,
e l'impronta del suo genio, e carattere; perché la lingua non è che
l'immaginazione, ed il sentimento d'un popolo qualunque resi sensibili dai
segni vocali di convenzione. Il solo autore a porre le idee accessorie al
centro della sua estetica è Cesare Beccaria. Già nel Frammento sullo stile
pubblicato nel *Caffe del febbraio 1765 ne aveva messo in primo piano il
rilievo per l'elaborazione dello stile: Ogni discorso è composto d'idee
principali e d'idee accessorie; chiamo idee principali quelle che sono
solamente necessarie, acciocché dal loro paragone risultar possa la loro
identità o diversità, cioé o la verità o la falsità. Una dimostrazione di
geometria é tutta composta d'idee principali; chiamo idee accessorie quelle che
ne aumentano la forza ed accrescono l'impressione di chi legge. Ogni discorso
non semplicemente scientifico contiene più o meno di queste idee accessorie. La
diversità dello stile non puó consistere nella diversità delle idee principali,
ma delle accessorie, se per diversità di stile intendasi l'arte di esprimere in
diversa maniera la stessa cosa, cioè, per parlar con maggior precisione, l'arte
di aggiungere diverse idee alle idee principali: lo stile di Archimede in
questo senso non può essere diverso da quello di Newton. Qualche volta l’idea
principale non è espressa nel discorso, ma le idee accessorie la esprimono
sufficientemente; qualche volta l’idea principale essendo complicata e nel
discorso espressa con tutte o parte delle sue componenti, potendovi essere
scelta in queste circostanze, può esservi diversità di stile. Un'idea
principale composta enunciata colla sua parola corrispondente non forma stile;
enunciata per mezzo delle sue parti può ammettere stile, quando il raziocinio
permetta la scelta indifferentemente di queste parti. 61. Bertola (1960, 821;
cfr. anche 818). 62. Velo (1789 25-6). 65. Beccaria DARDI Nel solco del celebre
abate di Condillac, le idee principali costituiscono lo schema logico del
discorso, le accessorie lo arricchiscono e lo individualizzano, conferendogli
fisionomia stilistica. Le accessorie informate alla natura sono durevoli,
quelle dipendenti dalla variabilità delle opinioni passano e mutano: È meno la
moltitudine che la scelta delle idee accessorie, che forma la bellezza dello
stile. Gli uomini si rassomigliano tra di loro per la costanza delle passioni e
sono differenti assaissimo per la moltitudine degli usi e delle opinioni; le
idee accessorie, che dipendono da queste, sono di una bellezza passaggiera e
variabile; le idee, che dipendono da quelli, resistono di più al tempo
trasformatore**. Il breve scritto giornalistico trovò compiuto sviluppo nelle
Ricerche intorno alla natura dello stile (1770, prima parte sola pubblicata),
opera unica nel panorama italiano, aspramente giudicata dai sodali Pietro e
Alessandro Verri. Per Beccaria, in sostanza, lo stile consiste nelle idee o
sentimenti accessori che si aggiungono ai principali in ogni discorso. Tocca
allo scrittore individuare e selezionare le idee addizionali che devono
rivestire l’ossatura logico-argomentativa, idee da suscitare sia espressamente,
sia per via suggestiva, per ottenere il principio fondamentale di ogni stile,
cioè il massimo di sensazioni compossibili tra di loro. La casistica, ampia e
minuziosa, quanto spesso farraginosa e oscura, non ci permette di scendere in
particolari: la scelta delle idee subalterne (tra cui rientrano anchele figure
retoriche) deve soppesarne la qualità, la quantità, l'intensità, l'interesse,
l’ordine reciproco, le relazioni con le idee principali ecc., in modo da
suscitare, secondo la bella formula, una più densa, per dir così, atmosfera di
sensazioni, ma non densa al punto da soverchiare e frastornare il lettore. La
sagacia nella selezione garantisce, oltre l’efficacia, la durata dell’effetto
stilistico: infatti lo stile cangia di natura colla successione de’ tempi,
per64. 40. Si può richiamare qui l'art. Convenance redatto da Marmontel in
Supplement (1776, p.586): Il y a dans les objets de la poésie et de l’éloquence
des beautés locales et des beautés universelles. Les beautés locales tiennent
aux opinions, aux mœurs, aux usages des différens peuples; les beautés
universelles répondent aux lois, au dessein, aux procédés de la nature, et sont
indépendantes de toute institution. 65. Cfr. Verri, lettera di Pietro del 20
ottobre 1770 (p. 29), lettere di Alessandro del 17 e del 24 ottobre (pp. 31 e
39), lettere di Pietro del 31 ottobre e del 6 aprile 1771: il libro sullo stile
è morto sepellito; non si ristampa e non se ne parla (pp. 41-2 e 175) ecc. 66. Beccaria
(1984, 82). 67. 108. Cfr. pp. 119 e 129. 68. 121. 1ché l’impressione che fa
negli animi non è più la medesima, e ci par languido e triviale ciò che secoli
fa era vivace e sublime 9. Possiamo
tornare ora al Saggio C.ano, da cui siamo partiti. Come si vede, il C. si
riallaccia a un argomento ampiamente dibattuto soprattutto in Francia, del
quale si dimostra ben informato e dalle cui coordinate a parte
l’analisi formale di Beauzée e di de Brosses, estranea ai suoi interessi non si
discosta. L'unica inflessione divergente potrebbe risiedere in quella che
Arnauld e Nicole, Lamy, Beauzée ecc. nominano idée principale o individuelle
del vocabolo, cioè il significato logico, che nei francesi è sostanzialmente
quello sincronico dell’ usage, laddove non è chiaro se l’idea principale, o
senso diretto, nel C. corrisponda al significato dell’uso o a quello
etimologico. Nell’auspicare che si allestisca per la lingua italiana una
raccolta di sinonimi come quella fatta per la francese dal Girard, Cesarotti
distingue i due significati, osservando che affine di renderla preziosa ed
utile, non solo ai Letterati, ma insieme anche agli eruditi Filosofi,
converrebbe aggiungere alle differenze dell’uso quelle del loro senso primitivo
ed intrinseco, seguendo i vestigj dell'etimologia, e le loro trasmigrazioni
successive, e rintracciando le ragioni che finalmente ne determinarono il
significato ad un'idea più che all'altra; notizia ugualmente opportuna e a chi
scrive a’ tempi nostri, e a chi vuol giudicare fondatamente dell'opere di quei
che scrissero7*. Ma nel proporre al Consiglio italico la compilazione di un
dizionario zznor, fornito solo del necessario, per uso giornaliero di chi vuole
intendere e maneggiare la lingua scritta, C. ritiene che si debba cercare con
diligenza Z/ senso primitivo, sia generale sia proprio, talora diverso dall
apparente, indi per ordine i successivi, e dipendenti, indicando gli appicchi
per cui si attengono tanto al primo, quanto fra loro ; dove non si può fare a
meno di chiedersi che cosa intenda l’abate con significato apparente (quello
dell’uso?). Lasciando impregiudicata la questione, per il resto le idee
accessorie sono suscitatrici di sovratoni evocativo-emotivi^, che possono
essere żin69. 128. 70. C. (1785, pp83-4). 71. Ivi 163-5; corsivo nostro. 72. Le
idee C.ane sul significato del segno andrebbero analizzate accuratamente e
sistematicamente, senza dimenticare le acroases latine, che Carlo Enrico Roggia
ha cominciato a indagare egregiamente e a rimettere in circolo. 73. Comunicano
infatti una spezie d’oscillazione al cuore o allo spirito; si noti oscillazione
nel senso di ‘emozione’, di cui i dizionari offrono esempi posteriori, ma 163
ANDREA DARDI trinseci, quando risultano dalla derivazione originaria del
termine (e si perdono quando si oscura l'etimologia del vocabolo), o
estrinseci, dipendenti da circostanze contingenti, da allusioni, gusti,
preferenze, e come tali volatili, cangianti e in via di continua evoluzione
(ricordiamo che i vocaboli suscitatori d'idee accessorie non sono
necessariamente, per usare la terminologia C.ana, Zermini-figure oggi
diremmo motivati : lusso, per esempio,
non è tale). Tali valori richiedono, per esser apprezzati, molta finezza e
sagacità, servono a distinguere i sinonimi, mettono alla tortura i traduttori,
dal lato della lingua di arrivo per la difficoltà di rivestire i concetti dell'originale
coloritura affettiva, dal lato della lingua di partenza, quando si traduca da
lingue morte, per l'impossibilità di conoscer con precisione qual fosse allora
lo stato attuale e individual dei vocaboli 7. Il formalismo della società
cortigiana fa si che là il modo di porgere prevalga sui contenuti (cfr. il
passo n. 8 citato supra, 146). Nel primo e nell'ultimo dei passi citati risuona
forse un'eco del trattato di Beccaria. Con lo scadere del secolo le idee
accessorie, prodotto del sensismo illuminista, si dissolvono nella temperie di
resacralisation du langage promossa dal romanticismo, tanto che fanno l’effetto
di un curioso fossile nel De la littérature (1800) di M.* de Staël, comparsa
nello stesso anno dell’edizione definitiva del Saggio C.ano, o nelle Vies de
Haydn, de Mozart et de Métastase di Stendhal*°. E tuttavia, la trasfusione
delle idee accessorie, tramite Beccaria, nell'opposizione leopardiana tra
parole e termini è segno che si trova già nelle Ricerche di Beccaria: cessa in
lui più presto quell’oscillazione della mente. 74. Si veda al passo n. 4 citato
supra, 145, l'opacizzazione di fronder, in séguito al cancellarsi della memoria
della prima origine. 75. Ma sarebbe un grave equivoco sovrapporre la motivazione
C.ana, che puó essere anche diacronica, alla nostra. 76. Esempio topico.
Occupandosi del lusso, Condillac (1795, 190) osserva che dans la première
acception du mot, est la méme chose qu’excés; et quand on l'emploie en ce sens,
on commence à s'entendre. Mais lorsque nous oublions cette première acception,
et que nous courons, pour ainsi dire, à une multitude d'idées accessoires, sans
nous arréter à aucune, nous ne savons plus ce que nous voulons dire. Del /uxe
(ce mot ne prévient ni pour ni contre la chose qu’il représente) si occupa
anche Michaelis (1762 98-9). 77. C. (1795, 227): era dunque necessario di
presentar i vocaboli Omerici nello stato lor naturale coll’ idee principali e
accessorie ch'essi racchiudono, onde i dotti leggendovi dentro potessero farci
sopra le loro riflessioni particolari, e trarne le conseguenze opportune. Cfr. 230;
€ supra, nota 28. 78. Droixhe (1971, 29). 79. Staël. 80. Stendhal di una non
trascurabile continuità tra il pensiero tardo illuminista e quello del nuovo
secolo. Si legga, per concludere, l'annotazione del 30 aprile 1820 dello
Zibaldone: Le parole come osserva il Beccaria (tratt. dello stile) non
presentano la sola idea dell'oggetto significato, ma quando più quando meno
immagini accessorie. Ed è pregio sommo della lingua l’aver di queste parole. Le
voci scientifiche presentano la nuda e circoscritta idea di quel tale oggetto,
e perciò si chiamano termini perché determinano e definiscono la cosa da tutte
le parti. Quanto più una lingua abbonda di parole, tanto più è adattata alla
letteratura e alla bellezza ec. ec. e per lo contrario quanto più abbonda di
termini, dico quando questa abbondanza noccia a quella delle parole, perché
l'abbondanza di tutte due le cose non fa pregiudizio. Giacché sono cose ben diverse
la proprietà delle parole e la nudità o secchezza, e se quella dà efficacia ed
evidenza al discorso, questa non gli dà altro che aridità*. Riferimenti
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Giulini, Cogliati, Milano. 169 La catena trasversale dei vocaboli tra oggetti e
idee. C. e la motivazione del segno di Francesca M. Dovetto* I C. nella storia
delle idee linguistiche Contrariamente al luogo comune che colloca la nascita
della scienza del linguaggio nel corso del xIx secolo, è ormai ben chiaro che
di nascita si può parlare soltanto dal punto di vista di una storia
esclusivamente accademica della disciplina, mentre una storia delle riflessioni
sul linguaggio e sulle lingue ha radici ben più profonde. Soprattutto sono
profonde le radici della cosiddetta scienza dei suoni (linguistici), praticata
in più ambiti disciplinari sin dall’antichità, e per più fini, sia teorici sia
empirici. In realtà non sempre abbiamo a che fare con annotazioni originali e
con concreti progressi del sapere scientifico; tuttavia, sia il reiterarsi dei
saperi consegnati alla tradizione grammaticale’, sia l'emergere, a volte, di
riflessioni autentiche e peculiari in questioni relative alle pratiche della
comunicazione, scritta o parlata, hanno ricadute non banali per la storia delle
riflessioni sul linguaggio. In questo quadro sono particolarmente interessanti
soprattutto quelle considerazioni che si sono focalizzate sulla voce in
generale e sulla qualità stessa dei suoni linguistici, con riferimento quindi
all'emissione sonora e alla produzione dei gesti articolatori; sul processo
della ricezione dei suoni, * Università degli Studi di Napoli Federico 11. 1.
Penso, in questo caso, alle tradizioni grammaticali tra Quattrocento e Seicento
e alle prime grammatiche delle lingue volgari (in Italia con la Grammatichetta
di Leon Battista Alberti del 1450 ca, in Spagna con la Gramdtica castellana di
Antonio de Nebrija del 1492, in Portogallo con la Grammatica da lingoagem
portuguesa di Fernando Oliveira del 1536 e in Francia con Le tretté de la
Grammere francoeze di Louis Meigret del 1550), tutte calate negli schemi
ereditati dalla tradizione grammaticale classica e orientate in senso normativo
(cfr. Varvaro, 1980 27-8). Si tratta di testi di importanza indiscutibile per
la storia delle rispettive lingue, il cui interesse nell’ambito di una storia
delle riflessioni sulla lingua viva e sulle dinamiche dell’uso, apparentemente
poco significativo, inizia a essere oggi opportunamente riconsiderato. 170 LA
CATENA TRASVERSALE DEI VOCABOLI TRA OGGETTI E IDEE nei cui confronti il
Settecento segna importanti traguardi? che apriranno la strada, molti anni più
tardi, all’attenzione non soltanto verso il locutore quanto anche verso il
ricevente; sulle implicazioni di queste scoperte da un punto di vista non solo
ontogenetico quanto anche filogenetico; sulla diversità degli idiomi in una
prospettiva semiotica che giunge a porre a confronto lingua scritta e lingua
parlata e a considerare soprattutto l’importanza dell’uso; sul dibattito,
vivace tra Settecento e Ottocento, che a fianco all'uso della parola, scritta o
parlata, riconosceva l'importanza anche dei gesti, e in particolare delle
lingue dei segni. Questa storia così diversamente ampliata e orientata, a
parere di chi scrive comunque cardinale nelle vicende del costituirsi della
scienza linguistica, non può quindi iniziare con la cattedra berlinese di
Sprachwissenschaft* ricoperta a partire dal 1821 dal padre della linguistica
Franz Bopp grazie all appoggio di Wilhelm von Humboldt, filosofo del linguaggio
e direttore, in seno al ministero degli Interni prussiano, della sezione della
cultura e istruzione, ma deve necessariamente iniziare molto prima. In modi
peculiari e diversi rispetto alla linguistica militante dell’ Ottocento, dedita
alla comparazione del vocalismo e consonantismo delle antiche lingue storiche
alla ricerca di un antecedente comune, impegnata a difendere il rigore delle
leggi fonetiche e, per alcuni, anche di quelle semantiche, l’attenzione ai
suoni linguistici precedente al paradigma della linguistica ottocentesca si
fonda piuttosto su un interesse genuino e filosofico per le basi naturali del
linguaggio, mostrando un’apertura non comune verso le fondamenta sociali e
civili dello strumento linguistico che giustificano i luoghi in cui 2.
Traguardi significativi del Settecento furono, ad esempio, l'identificazione
del cosiddetto meccanismo laringeo, e quindi del funzionamento delle pliche
(Ferrein, 1741) e la teoria dell'audizione di Domenico Cotugno (1761). Sui
progressi della medicina, e non solo, riguardo ai processi di produzione e
ricezione dei suoni linguistici mi permetto di rinviare a Dovetto (2017). 3.
Rinvio qui al testo, sempre fondamentale, di Gessinger (1994) e a Pennisi
(1994); cfr. anche Dovetto (1998; 1999), Battaner Moro, Dovetto (2013). Spunti
interessanti, più recenti, in Russo Cardona, Volterra (2007), Roccaforte,
Gulli, Volterra (2017) e Volterra et al. (2019). 4. La denominazione della
cattedra di linguistica presso la nuova Università di Berlino, creata da
Humboldt, ebbe nome in realtà Orientalische Literatur und allgemeine
Sprachkunde: al sorgere della nuova disciplina accademica anche la sua denominazione
rispecchia il difficile affrancarsi della scienza linguistica da filologia,
filosofia e studi più genericamente letterari (cfr. Morpurgo Davies, 1996 27-32).
s. Non è un caso infatti che C., nel ripubblicare il suo Saggio, ne mutasse il
titolo originario (Saggio sopra la lingua italiana, 1785) proprio in direzione
di un approccio filosofico: Saggio sulla filosofia delle lingue applicato alla
lingua italiana (1801). 171 FRANCESCA M. DOVETTO queste stesse riflessioni
trovano collocazione: prevalentemente nell’opera di medici e anatomopatologi,
nelle pratiche dei rieducatori di sordi, dei maestri di canto, di costruttori
di macchine parlanti, con echi non trascurabili anche in opere di grammatici,
filosofi e letterati, raggiungendo a volte traguardi che la più tarda fonetica
accademica stenterà a superare o anche solo a pareggiare per altre strade,
apparentemente più rigorose e scientifiche‘. Questa stessa storia, infine, come
è stato affermato da Simone (1992), assume che vi sia una relazione iconica (e
anche analogica) tra forma e significato delle parole e considera la sostanza
fonica parte integrante del linguaggio: alla base della lingua vi sarebbero
cioè elementi primari, basici, che hanno qualcosa in comune con le cose o con
le circostanze che questi stessi elementi rappresentano. Scrive Simone (ivi, 46),
con riferimento al cosiddetto Principio della Sostanza e dell’Iconicità, che
c’è tra forma e significato una relazione iconica che, in taluni casi, può
anche essere analogica (vale a dire non discreta). D'altra parte il Paradigma
della sostanza, le cui tracce sono reperibili in tutto l’arco della storia
degli studi linguistici, non nega affatto l’arbitrarietà ma la considera
semplicemente come una sorta di iconicità degenere, che risulta come
conseguenza di uno spostamento dalla somiglianza tra forme, da una parte, e tra
significati e cose, dall'altra, strettamente dipendente, inoltre, dall'apparato
fisico degli utenti umani (Principio del Determinismo Fisico), in opposizione
quindi al Principio dell’Arbitrarietà che, come è noto, vedrà poi in Saussure e
nel concetto di arbitrarietà radicale la sua massima espressione’. Ebbene, a
questa storia appartiene anche Melchiorre C., il cui contributo a un dibattito
più maturo sul linguaggio, significativamente 6. È un dato ormai noto che la
distinzione tra suoni sordi e sonori (ovviamente conseguente alla corretta
comprensione del meccanismo laringeo), così come la scoperta della opposizione
tra suoni orali e nasali, fu pratica nota dapprima ai rieducatori dei sordi e
finanche ai grammatici e, solo più tardi, venne accolta nell’ambito scientifico
della linguistica e fonetica accademica (cfr. Maraschio, 1992, LX; Dovetto,
1998, 2014, 2017). 7. La struttura del linguaggio è in parte determinata
dall’apparato fisico dei suoi utenti umani, vale a dire da fattori come percezione,
struttura muscolare, memoria, facilità di produzione e di interpretazione,
consumo di energia, ecc. (Simone, 1992 47-8). 8. Il principio
dell'arbitrarietà, che ha la sua origine nella versione vulgata del pensiero
aristotelico (il linguaggio è strutturato su due livelli diversi, il suono e il
significato, tra i quali non c’è alcuna apprezzabile somiglianza. Il significato
non può essere previsto a partire dalla forma e viceversa), ha registrato nel
tempo due importanti integrazioni: quella lockiana relativa all’indifferenza
del linguaggio rispetto alla realtà, e quella saussuriana, più importante e
nota, della forma, data dalle differenze tra i suoni e dalle differenze tra i
significati (ivi 38-45). spostato sul terreno del sociale, è forse meno noto;
ma certamente anche l’opera dell’abate ha contribuito alla costruzione di una
pagina poco conosciuta, eppure importante, della storia dei nostri studi
linguistici?. Rispetto al paradigma settecentesco C., come è noto, non
rappresenta né un anticipatore né un ritardatario: del suo secolo è infatti un
perfetto rappresentante, così come è ben evidente la sua dipendenza dall' Essai
(1746) di Condillac e dal Traité di de Brosses, a sua volta ispiratore della
Grammaire di Condillac del 1775. A fondamento produttivo del linguaggio de
Brosses pone un istinto imitativo naturale, una sorta di imitazione/analogia
che sarà accolta da Condillac e recepita infine nel Saggio C.ano, in cui viene
difesa la lingua d’uso la cui bellezza intrinseca scaturisce appunto dal rapporto
tra oggetti e suoni e degli oggetti fra loro (cfr. C., 1960, 327). C. si
colloca inoltre nell’ambito della produzione tipicamente secondo-settecentesca
anche per quanto riguarda in particolare l'interesse per l'origine del
linguaggio quale tentativo per recuperare le potenzialità conoscitive
primordiali dell’uomo, a partire quindi dai primi parlanti, bambini o selvaggi
o altra categoria comunque idealmente collocata alle origini dello sviluppo
della vita associativa e linguistico-relazionale. Sulla scia di Condillac, di
Vico e di de Brosses, C. si occupa anche di etimologia, pur trattandosi in
realtà di una pratica etimologica (anzi, paraetimologica) che, nell’opera C.ana
risulta in un certo senso riassorbita nell’ambito della riflessione sulla
motivazione, grazie alla quale C., percorrendo una strada metodologica che
nulla ha a che fare con l’etimologia moderna, cerca piuttosto di mettere in
evidenza la relazione tra la forma delle parole e la realtà fisica degli utenti
e degli oggetti (referenti). D'altra parte è parimenti riconosciuto che nella
riflessione settecentesca l’obiettivo dell’antico discorso platonico
sull’etimologia, che tendeva a dimostrare piuttosto l’inattendibilità del
linguaggio come mezzo di conoscenza, viene invece ribaltato e utilizzato come
punto di riferimento teorico e come spinta propulsiva verso un’apertura forte
nei confronti delle componenti naturali del linguaggio. In accordo con essa C.
fonda una teoria del valore delle parole che si poggia significativamente sulla
lettura di de Brosses e attraverso la quale le parole vengono classificate in
due tipologie: quelle che hanno un rapporto naturale con le cose o con altre 9.
Benché in questo lavoro le citazioni dell’opera di C. siano tratte
dall’edizione Bigi (1960), resta fondamentale l'introduzione al Saggio, e
all'autore, da parte di Puppo parole (la catena trasversale, 321) e quelle
prive di questo rapporto (tipologia che a sua volta comprende sia i vocaboli
sorti per convenzione sia quelli prodotti da un istinto meccanico dell’apparato
fonatorio, come i vocaboli infantili per mamma? e papà). A partire da queste
basi C. fonda così una classificazione estetica delle parole, che parte dai
vocaboli che presentano un’analogia più diretta coll’organo della voce e che si
estende progressivamente fino a quei vocaboli che hanno invece discordanza col
suono dei corpi (ivi, 327). Si tratta, come ha giustamente commentato
Marazzini, di una teoria del fonosimbolismo genetico-psicologico che certamente
non può che essere agli antipodi della linguistica ottocentesca, ma bisogna
prendere atto di questo particolare sviluppo di una teoria, che, partendo da
concezioni strettamente materialistiche, approda a esiti di psicolinguistica.
In effetti la teoria del fonosimbolismo parte da molto lontano e solleva
riflessioni interessanti, proprio in quanto si intreccia strettamente con la
questione del rapporto che sussiste tra parole e cose, cruciale per ogni teoria
generale del linguaggio. In particolare C. aveva dietro di sé riferimenti
importanti: Vico e Condillac e, prima ancora di Condillac, de Brosses e
Michaelis, così come tutta una tradizione di studi che si era occupata (anche)
dell’origine del linguaggio e delle sue basi naturali, ma C. si inserisce in
questa corrente in modo originale e degno di nota. 2 Tipologie dei vocaboli
Nella parte 11 del Saggio, Dei principi che debbono guidar la ragione nel
giudicar della lingua scritta, nel perfezionarla e nel farne il miglior uso, C.
(1960, 319) pone attenzione alle diverse tipologie di vocaboli che compongono
una lingua. Pur ritenendo degna di riflessione soprattutto una sola tipologia
di vocaboli (termini-figure), in realtà sono due le classi nelle quali
Cesarotti suddivide i vocaboli: la classe dei vocaboli memorativi, ossia quelli
che ricordano l'oggetto e che C. chiama termini-cifre e la classe dei vocaboli
rappresentativi, ossia quelli che dipingono l’oggetto e che C. chiama
termini-figure ^. 10. Sulla dicotomia C.ana
cfr. Gensini (1993, 258) in cui si sottolinea il debito verso la teoria del
fondamento tropico del linguaggio elaborata da Du Marsais o verLa prima classe
di vocaboli (termini-cifre) secondo C. avrebbe un rapporto convenzionale con
l’idea, e a questo proposito l’abate introduce un interessante paragone con le
radici monosillabiche del cinese, che gli paiono appunto non iconiche o
analogiche, mentre la seconda classe di vocaboli (termini-figure) avrebbe
invece un rapporto direttamente o indirettamente naturale ( ) con l’idea. Adogni
modo, non essendo interessato alla prima classe, C. la liquida molto
velocemente: gli appare insignificante proprio in quanto, non essendo
trasparente, si sottrae di fatto a qualsiasi possibilità di qualificazione, che
sia di lode o di biasimo. Manca infatti la possibilità di trovare la relazione
iconica/analogica che è alla base dell'associazione tra voce e oggetto
designato, giacché questa associazione si sarebbe nel tempo oscurata, tanto che
i termini della prima classe abusivamente sogliono prendersi per radicali (C.,
1960, 326) in quanto radicali di altri termini, a loro volta derivati da
questi: come afferma C. non è possibile di conoscer al presente in veruna
lingua quali siano i vocaboli originari di questa classe [ossia della classe
dei termini-cifre] (5bid.). I termini-figure, invece, sarebbero dedotti da
qualche principio per cui, diversamente dai termini-cifre, possono essere
soggetti a esame e giudizio. Nella descrizione dello sviluppo natural della
lingua e le fonti universali dei vocaboli (ivi, 320) C. dedica una maggiore
attenzione proprio a questa seconda classe di vocaboli di cui tratta innanzi
tutto l’origine. Alla base della immensa famiglia di tutte le lingue
dell’universo, spiega C., vi sarebbe una lingua incoata, e in un certo senso
uniforme ( ) che l'uomo ritrova naturalmente in sé e, a partire da questa
lingua incoata, base comune di tutte le altre che della prima comunque
conservano tracce profonde e sensibili, l’uomo, pressato dal bisogno di
comunicare e dar nome agli oggetti, nella sua primordiale rozzezza sarebbe
ricorso ai due doni della natura di cui poteva disporre: la tendenza
all’imitazione e le primitive disposizioni dell’organo vocale ( ). Più in
generale, relativamente all’origine delle lingue, C. poneva due sole vie da lui
ritenute percorribili: per nascita o per derivazione (ivi, 307). Qualora le
lingue fossero tali per nascita, lo sarebbero state, come commenta C., per
semplice impulso di natura (żbid.): il riferiso certe voci dell Encyclopédie,
con particolare riferimento alle expressions figurées quale modo di rifarsi
alla teoria epicurea e lucreziana, e poi leibniziana e vichiana, della genesi
del linguaggio dall’ inopia dei mezzi espressivi, importante antidoto contro
ogni tentazione razionalistica di risolvere in forme lineari il rapporto
linguaggio-conoscenza ( ). 175 FRANCESCA
M. DOVETTO mento qui è chiaramente alle produzioni linguistiche spontanee di
fanciulli cresciuti in isolamento, lontani dall’ascolto di qualsiasi forma
verbale, secondo una sorta di modello evolutivo incrementale, narrato già
anticamente da Erodoto e che il Settecento aveva visto concretizzarsi più volte
nelle vicende degli enfants sauvages, i quali, benché cresciuti in condizioni
selvagge, avrebbero comunque sviluppato una qualche forma di linguaggio. A
questo stadio tuttavia, continua C., l'uomo sarebbe rozzo, l'istinto non
regolato, per cui questi primi idiomi non dovrebbero essere considerati pari a
una vera lingua, essendo palesemente disanaloghi e dissonanti (ivi, 308). Una
vera lingua sarebbe sorta soltanto nel momento in cui si fosse costituito un
vero e proprio popolo e non solo l’unione sporadica di pochi uomini isolati.
Più interessante risulta invece l’altra via, quella della derivazione per
accozzamento ( ). Questo interessante paradigma della derivazione per
accozzamento viene sottolineato più volte nel Saggio, ma in modi contraddittori
ed ambigui: dapprima il modello appare rigido, consistente in una sorta di
derivazione a Y, in cui da due lingue ne deriva una terza; tuttavia successivamente
lo stesso modello viene invece presentato come l'effetto dell’ accozzamento di
vari idiomi ( ), mostrando quindi consapevolezza della maggiore frequenza dei
casi in cui una lingua si trasforma per effetto di spinte molteplici e diverse
(di varie e disperse tribù, ). Sullo
sfondo resta degna di nota l’evidente propensione di C. verso una visione
dinamica della lingua, che l’abate concepisce come naturalmente mossa, in
perenne rinnovamento a partire dal basso, convinzione che lo porta peraltro anche
a sostenere l impossibilità di una lingua pura, perfetta, inalterabile. Date
queste premesse, la prima operazione dell’uomo sulla lingua non può che essere
stata, agli occhi dell’abate, quella di cogliere e imitar il rapporto posto
dalla natura fra il suono di certi oggetti e quel della voce, e di dar agli
oggetti stessi un nome analogo al suono ch'essi tramandano (ivi, 320). È il
metodo della onomatopea, che ora viene a comprendere non più soltanto la
relazione reciproca che si instaura tra il suono degli oggetti e la voce
analoga a quel suono, ma anche quella che si stabilisce tra le proprietà
esterne degli oggetti e le articolazioni vocali. 11. Su queste vicende cfr.
Itard e, indirettamente, Pennisi. Di tali lingue C. afferma non so se esistano
di queste lingue, ma so che possono esistere, e in tal caso procederebbero con
uno stesso metodo naturale, salvo l’influenza diversa del vario clima (C.Il
passo in cui C. illustra questa prima operazione dell’uomo sulla lingua rivela
tra l’altro l'incapacità di cogliere la differenza tra suono e lettera. Si
tratta dalla prolusione latina De naturali linguarum explicatione: Nimirum
inter litteras et certas rerum proprietates, eas praecipue quae ad auditum
ratione aliqua referentur, arcanam analogiam natura statuit, quam sagax animus
arriperet, eaque ductus ad res ipsas esprimendas quamproxime accederet.
Enimvero cum litterae in pronunciando aliae aegre exploduntur, aliae elabuntur
atque effluunt; nonnullae abblandiuntur organo; nonnullae vehementius impingunt;
quaedam se caeteris facile agglomerant; recluctantur quaedam; cum sibilat haec,
illa frendit, altera glocitat; nonne propemodum clamitant esse se certissimas
notas analogis corporum proprietatibus exprimendis ab ipsa natura constitutas?
Itaque dentales litteras constantibus rebus et firmis; gutturales hiantibus et
laboriose excavatis; fluidis, laevibus, volubilibus liquidas, aspera ac rapidae
vehementiae caninam; anguineam sibilae celeritati notandae, natas et
conformatas verissime dixeris (ivi 320-1)5. In questo passo, dove vi è un
importante riferimento esplicito alla solidarietà analogica, appare per altri
versi un collegamento non banale con la tradizione italiana della ricerca
etimologica e con un modello di pratica etimologica consistente nella ricerca
di un legame, fonosimbolico, metaforico o anche solo di natura estetica, tra la
forma di una parola e aspetti peculiari della realtà. In sostanza un richiamo a
una lettura leggera del Cratilo platonico, piegato a modello. Nel testo C.ano
sono evidenti infatti le tracce del modello di classificazione dei suoni,
metaforica e fortemente impressionistica, che è alla 12. In conformità con la
tradizione grammaticale latina, la lettera (grafema) identifica ancora per
lungo tempo la minima et indivisibile parte de la voce articulata (Trissino,
1986, 91). Per una storia del termine lettera cfr. Abercrombie (1949); Droixhe
(1971); Loi Corvetto (1992). 13. E evidente che fra le lettere e determinate
proprietà delle cose, quelle principalmente che si riferiscono in qualche modo
all'udito, la natura ha stabilito una arcana analogia, tale da poter essere
avvertita dall'animo sagace, che da essa guidato giungesse ad esprimere le cose
stesse nel modo più aderente possibile. E in realtà, dato che alcune lettere,
quando sono pronunciate, vengono esplose a fatica, altre scivolano e scorrono;
altre accarezzano l'organo vocale; altre lo sforzano più energicamente; altre
si rifiutano; dato che una sibila, una digrigna, un'altra ancora chioccia; non
dichiarano quasi a gran voce di essere dei segni certissimi stabiliti dalla
stessa natura ad esprimere analoghe proprietà dei corpi? Cosi si potrebbe
affermare con piena verità che le dentali sono nate e conformate a denotare
cose salde e ferme; le gutturali, cose spalancate e laboriosamente scavate; le
liquide, cose fluide, lisce e volubili; la canina a esprimere una violenza
aspra e rapida; l'anguinea, una sibilante celerità (trad. di E. Bigi, in C.base
del lessico della fonetica dell’italiano tra il XVI e il xv secolo, nella quale
si ritrovano largamente impiegati termini che fanno riferimento alla forma di
parti del corpo, come ad esempio le labbra o la lingua (suoni rotondi,
schiacciati), o a proprietà della produzione sonora, come ad esempio la durata
dei suoni (suoni sfuggiti, riposati) ma anche a generiche qualità
estetico-culturali attribuite metaforicamente a un solo suono o a classi di
suoni (suoni grassi, delicati, piacevoli, ma anche suoni corrotti, rozzi,
poveri o morti, o addirittura suoni lunati ecc.). La classe dei suoni
lunati/cornuti chiarisce forse, in maniera esemplare, questo procedimento di
attribuzione associativa tra una qualità e una lettera-suono. Il termine lunato
si ritrova in Bembo (1960, 150) che, chiaramente influenzato da Dionigi di
Alicarnasso, definisce quasi lunato e cornuto il suono mezzano delle nasali zz
e 7, dove i due termini qualificativi del suono nasale traducono entrambi il
greco kepatoads, simile a corno. Si tratta del termine che Dionigi attribuiva
al suono delle nasali, dette appunto [fyoi] keparoadels (De compositione
verborum VI, 14, 19); tuttavia, mentre il termine utilizzato da Dionigi fa
riferimento al suono del corno, ossia dello strumento a fiato, Bembo sembra
piuttosto far riferimento, non soltanto all’impressione uditiva, quanto
soprattutto alla forma dell'oggetto (grafema), attribuita infatti anche alla
figura a falce dell’astro lunare, in cui egli probabilmente ravvisava qualche
analogia con la forma delle lettere. Non diversamente da questo modello di
classificazione, anche per Cesarotti i suoni-lettere traggono motivazione
dall’organo coinvolto nel gesto articolatorio (le dentali evocano ciò che è
saldo, le gutturali ciò che è profondo) o da un’associazione sinestetica (le
liquide vengono associate a ciò che è fluido, la serpiforme fricativa alveolare
alla velocità del sibilo), altre volte il solo nome ne svela la natura,
imitativa del suono (lalettera, metaforicamente detta canina, evoca il ringhio
del cane: cfr. C., 1960, p. 321). 3 La catena Da queste premesse C. trae una
sorta di estetica naturale dei vocaboli che dispone secondo una gerarchia, di
natura appunto estetica, ma che si 14. È comunque possibile, benché più
improbabile, che il termine fosse stato scelto anche in base alla sensazione
della fuoriuscita dell’aria sia dalla cavità orale, sia dalle cavità nasali (a
questo proposito si veda Pettenati, 1960). intreccia in modi originali con la
consapevolezza di attributi inalienabili delle lingue quali la variabilità, la
mobilità'5, così come le inevitabili irregolarità e difetti! ecc.: saranno
belli e pregevoli que’ vocaboli che colla natura e l'accozzamento de’ loro
elementi rappresentano più al vivo le qualità esterne degli oggetti che hanno
una qualche analogia diretta o indiretta coll’organo della voce: men belli o
difettosi saranno quelli che o non esprimono adeguatamente questa analogia, o
fanno una discordanza col suono dei corpi. Sotto questo aspetto sarà migliore
la voce stabilis dei Latini che il bebaeos [sic] dei Greci, flumen di potamos,
serpens di ophis, grus molto più bello di gheranos. Così l’acqua italiano e il
vague francese che si diguazzano nella bocca, avranno più pregio che hydor e
cyma; guerra, liscio, tromba saranno da preferirsi a bellum, glaber, tuba;
schiantare avrà quella bellezza espressiva che manca ad evellere e così d’altri
simili (C., 1960, 327). Queste affermazioni che fondano la gerarchia estetica e
fonosimbolica dei suoni risentono evidentemente dell’influsso di de Brosses (il
gruppo ST indica stabilità, FL scorrevolezza ecc.)*. Ma C. va oltre e coglie
anche un occulto rapporto tra certe qualità dell'animo e ’1 suono della voce
tale per cui, ad esempio, le vocali piene, le acconce consonanti e la
molteplicità delle sillabe renderebbero una nuova e più distinta bellezza a
vocaboli come orgoglioso, baldanzoso o anche tracotante, mentre l’esilità
vocale di vocaboli come umile, timido, stupido renderebbe perfettamente le
accennate meschinità dello spirito (Cesarotti, 1960, 327). D'altra parte
l'abate non ignora che, seppure a partire dai pochi germi iniziali, si giunge
infine, nel corso del tempo, alla selva immensa e intralciatissima delle lingue
su cui avrà agito la varia flessione e il vario grado d'impulso dei singoli
individui parlanti, ossia l’infinità variabilità individuale, la mescolanza dei
suoni (molto d’arbitrio nell’accozzamento, nell’ordine e nella temperatura
delle consonanti e delle vocali) nonché 15. C. fa cenno alla anarchia della
pronunzia (C., 1960, 311): ovunque, come
egli infatti osserva, regna diversità di pronunzia e di modi. La mutevolezza
della lingua, in ragione delle modificazioni che intervengono nel corso del
tempo, discende dalla libertà dei parlanti, dal loro libero consenso: la
nazione stessa, ossia il maggior numero dei parlanti, avrà sempre la facoltà di
modificare, accrescere e configurare la lingua a suo senno (ivi, 309). Pertanto
niuna lingua è inalterabile. Le cause dell’alterazione sono inevitabili e
necessarie. Per C. infatti niuna lingua è perfetta (ivi 309-10). 18. Marazzini
lo ha più volte sottolineato i mezzi della derivazione (gli affissi, ad
esempio, che nella classificazione C.ana rappresentano segni arbitrari, quindi
non motivati e non analizzabili), opacizzando le iniziali analogie (ivi, 326).
In alto nella gerarchia vi saranno allora quei vocaboli di cui più evidenti
saranno le analogie, dirette o indirette, col suono degli oggetti e ai quali
viene dedicato ampio spazio nella parte 11 del Saggio: saran più belli i
termini che si traggono dalla causa, dall’effetto, dalla forma, dal fine,
dall’uso, dalla connessione prossima, e quelli ancora più che obbligandoci ad
una leggera attenzione ci fanno con un picciolo esercizio di spirito scoprire
una verità: men pregevoli saranno quei che si deducono dalla materia,
dall'autore, dalla causa occasionale, dal paese: difettosi alfine quei che
derivano da una particolarità accidentale e indifferente, da una circostanza
momentanea, da un appicco soverchiamente lontano, da una opinione falsa, da una
qualità comune e generica (ivi, 329; corsivo mio). E così, seppure il vanto
andrà a vocaboli che presentano una verità in una immagine (come la greca voce
psiche, farfalla, applicata all'anima, ), in seguito ai fenomeni di
trasmigrazione e metamorfosi alla quale questi ultimi sono inevitabilmente
sottoposti nel corso del tempo, tutto nella lingua non potrà che essere
alternativamente figura e cifra (ivi, 336). I vocaboli infatti invecchiano,
asserisce C., per la rivoluzione dell’idee, per il reciproco commercio dei
popoli, ma anche per sazievolezza dell’uso, così come per capricciosa vaghezza
di novità, facendo sì che le lingue mutino infine nel valore, nel color,
nell'effetto (;bid.); da qui anche la necessità di apertura verso termini
nuovi, nuove derivazioni e metafore che possano restituire freschezza e
colorito alla lingua. Sempre nell’ambito di una teoria naturale della
significazione, Cesarotti osserva come in realtà gli oggetti privi di analogie
con la voce si aggancino in una catena con il vocabolo primigenio formato dal
suono generatore, che è come l’ultimo anello a cui si connettono lateralmente
quinci la catena degli oggetti, quindi l’altra dei vocaboli analoghi (ivi, 322).
Questa nuova relazione tra suoni e oggetti, che non è più immediata ma
derivata, rende meno sensibile il rapporto tra vocaboli e oggetti. Inoltre,
mentre il suono della voce ha una corrispondenza perfetta con la sua sostanza
fonica (corpo sonoro), il rapporto tra il vocabolo e l’oggetto designato è
molto più ambiguo e confuso in quanto i corpi/oggetti hanno molti aspetti, tali
per cui l'ascoltatore non può aver mezzo di conoscere in che si faccia
consistere cotesta relazione. Interessante, a questo proposito, il riferimento
al ricevente/ascoltatore e al ruolo attivo che quest’ultimo deve
necessariamente svolgere nell’ambito dello scambio comunicativo. In ombra, ma
neanche troppo, vi è già il ricorso all’uniformismo, che tanto peso avrà nella
linguistica dell’ Ottocento: ne risulterà che chi ascolta o non verrà
facilmente ad intendere qual sia la sostanza indicata con quel vocabolo, o
sostituirà volentieri le idee proprie a quelle degli altri, supponendo che chi
parla intenda con quel termine d’indicar lo stesso rapporto da cui egli fu
maggiormente colpito (ivi, 323). D'altra parte, giacché le derivazioni delle
idee devono essere in numero significativamente maggiore rispetto alle
derivazioni vocali, una sola articolazione comprenderà sotto di sé molte e
varie significazioni d’oggetti derivati per diverse strade dal primo: ne segue
che i vocaboli, quanto più si slontanano dal primo termine radicale, più vanno
deviando dal significato di esso, e procedono desultoriamente e trasversalmente
d’idea in idea, in guisa che non possono risalire alla prima se non per
laberinto d’obliquità, di cui è talora assai malagevole trovar il filo. A partire
da tali assunti, si dischiude, da parte C.ana, anche un’attenzione singolare
per il tema della mutevolezza, ambiguità e plasticità dei vocaboli, riassunta
nella significativa affermazione secondo cui tutto nella lingua è
alternativamente figura e cifra. 4 Conclusione Nella complessa architettura C.ana
relativa alla natura del segno, inizialmente assunto come un precipitato di
un’originaria capacità designativa analogica rispetto all'oggetto, si prefigura
quindi un distacco dalla primor19. L'uniformismo o uniformitarianismo è quel
principio, sviluppato inizialmente nell'ambito delle scienze naturali, che
garantisce, in base all'osservazione del presente, la possibilità di
comprendere il passato in virtù della corrispondenza, alle stesse cause, degli
stessi effetti. Da qui discende l'assunto dell'unità psichica dell'uomo,
secondo cui gli stessi processi psicologici governano, e hanno governato nel
passato, le dinamiche linguistiche, garanzia, conseguentemente, della validità
del ricorso alle leggi fonetiche e all'analogia per l'interpretazione dei
fenomeni del cambiamento linguistico, su cui si fonda gran parte della
linguistica ottocentesca (cfr. PutzuDOVETTO diale visione ingenua di questo
rapporto e, allo stesso tempo, una apertura verso un'originale considerazione
delle capacità analogico-associative del pensiero, riflesse nella catena
trasversale in grado di unire idee e oggetti. Come giustamente afferma Roggia (C.,
in corso di stampa, 2): solol'uso dei segni e in particolare dei segni
convenzionali (ossia arbitrari) permette alla mente di fermare le idee e di
gestirle a proprio piacimento, componendole e scomponendole, associandole in
catene analogiche o discorsive. Ne consegue l'importanza di disporre (per il
tramite dell'analogia, che per C. rappresenta già a questa altezza il vero
principio razionale operante nelle lingue) di un repertorio di segni
convenzionali adeguatamente ricco e ordinato, e di una sintassi sviluppata,
affinché la ragione possa spiegare compiutamente le proprie facoltà
conoscitive. E grazie a questo vero principio razionale che le catene
associative analogiche vengono quindi a costituirsi, cosicché la motivazione
del segno, a partire dalla sua origine naturale nell'onomatopea, si apre infine
a posizioni moderatamente convenzionaliste. Riferimenti bibliografici
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versione in italiano dall originale in latino di L. Ricciardi Mitolo, con
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prospettiva cognitiva e sociosemiotica, Il Mulino, Bologna. 184 Spunti per una
teoria del mutamento linguistico di Carlo Enrico Roggia Il mutamento
linguistico è uno dei grandi temi del pensiero C.ano, non è anzi esagerato
affermare che ne è una sorta di cardine: di fatto tutti i filoni lungo i quali
si è mosso il lavoro dell’abate professore nell’arco di oltre trent'anni
presuppongono o implicano una concezione intrinsecamente dinamica del
linguaggio. Basti l’esempio di tre temi scelti tra i più riconoscibilmente C.ani,
ossia il rapporto lingua-norma vissuto fin dagli anni giovanili in chiave
antipuristica, l'interesse per l'etimologia, e la speculazione intorno
all’origine e prima evoluzione delle lingue intesa come scavo nella condizione
della mente primitiva e nella sua lenta evoluzione verso la ragione. È
sintomatica, in questo senso, anche la scelta dell’esergo oraziano del Saggio sulla
filosofia delle lingue, se scopo degli eserghi è di suggerire possibili chiavi
di lettura di un’opera: Ut silvae foliis pronos mutantur in annos, prima
cadunt, ita verborum vetus interit actas, et iuvenum ritu florent modo nata
vigentque'. Le parole invecchiano e muoiono per lasciare spazio a parole nuove:
la lingua muta incessantemente anche restando uguale a sé stessa. Ma la
metafora vegetale, qui legata al ciclo delle stagioni, è di per sé metamorfica,
e come vedremo è tra le più amate dal Nostro quando si tratta di parlare dei
fatti di lingua. Con tutto questo, non si può certo pensare di trovare nelle
pagine di C. una vera e propria teoria del mutamento linguistico; semmai quello
che c’è è piuttosto una costellazione di riflessioni ricorrenti, in par1.
Orazio, Ars Poetica, 60-64: assente nella prima edizione, l'esergo viene
inserito in vista dell'edizione del 1800. Più sotto Orazio dice Multa
renascentur quae iam cecidere, cadentque / quae nunc sunt in honore vocabula,
si volet usus, / quem penes arbitrium est et ius et norma loquendi. 185 CARLO
ENRICO ROGGIA te originali in parte no, dislocate in vari testi intorno al come
e al perché le lingue mutano. Queste riflessioni, che rispecchiano nella loro
varietà le sfaccettature di un fenomeno complesso se mai altri, pur non
arrivando a comporre un sistema possiedono tuttavia una loro indubbia coerenza,
addensandosi lungo alcune linee di forza che meritano di essere portate ad
evidenza. Certo, proiettare su un ideale piano sincronico riflessioni legate a
momenti e contesti diversi è un’operazione sempre insidiosa, dei cui potenziali
limiti è bene essere consapevoli; d’altra parte a incoraggiare nel caso
specifico una tale operazione sarà anche la particolare natura della cronologia
C.ana, che vede i testi rilevanti concentrarsi in due periodi ben
identificabili: il primo è dato dagli anni dei primissimi corsi universitari
(1769-72), il secondo dalla stesura del Saggio sulla lingua italiana (1785),
con elementi di forte continuità tra i due e con riprese dirette che
giustificano largamente un discorso unitario. Vale innanzitutto la pena di fare
una premessa generale: se nella tradizione razionalistica il mutamento delle
lingue rappresenta uno spettro concettuale, come è stato detto, o almeno un
ingombro teorico, nel paradigma empirista associabile al tema dell’origine del
linguaggio, largamente dominante nella linguistica secondo-settecentesca il
mutamento rappresenta piuttosto la condizione naturale delle lingue, concepite
come organismi intrinsecamente storici’. L'essere in movimento, il modificarsi
come caratteristica coessenziale alle lingue, rappresenta per questo approccio
un dato di partenza, inscritto in certo modo nelle sue stesse premesse
teoriche. Così è infatti anche per C., il quale tuttavia prima di arrivare ad
affinare le proprie idee intorno alla filogenesi linguistica, aveva già da
tempo incrociato il problema del mutamento linguistico lungo un’altra
direttrice, che sarà proverbialmente sua fino agli anni della vecchiaia. Tra le
carte inedite contenute nel manoscritto 3565 della Biblioteca Riccardiana di
Firenze, che custodisce numerosi testi didattici di Cesarotti*, si trova una
praefatio pronunciata al Seminario vescovile di Padova verosimilmente intorno
all’anno 1757, ossia verso la fine del suo periodo di insegnamento. Il tema è
quello del rapporto lingua-norma, il primo dei tre citati in apertura: si
tratta più esattamente della possibilità di perfezionare 2. Per questa
prospettiva, cfr. Roggia. Sulle modalità e i tempi della scrittura del Saggio
si veda Daniele (2011). 3. La citazione tra virgolette è di Simone (1990, 335;
cfr. anche 329). Per il paradigma dell’origine del linguaggio il riferimento è
ovviamente ad Aarsleff (1984), Rosiello (1976). 4. Su cui cfr. Gallo (2008),
Roggia (2014). 186 SPUNTI PER UNA TEORIA DEL MUTAMENTO LINGUISTICO e modificare
una lingua proverbialmente fissa e grammaticale, oltre che venerabile, come la
latina. È lecito, in sostanza, coniare nuovi vocaboli latini, ampliando un
patrimonio lessicale lasciatoci in eredità dagli scrittori classici? Non solo è
lecito, risponde provocatoriamente C., ma è anzi necessario, perché solo
mutando la lingua può adattarsi al mutare del mondo, alla continua creazione di
nuovi designanda, e di nuovi esseri nozionali, come li chiama altrove: affermo
con grande sicurezza che non solo i vocaboli di Virgilio e Tullio, ma neanche
quelli di Omero e Platone e degli altri greci, se avessero parlato latino,
avrebbero potuto in alcun modo esserci sufficienti. Lascio da parte la
religione completamente mutata, i regni abbattuti, lo stabilirsi di nuovi
imperi, la fondazione di nuove leggi, l'introduzione di nuove consuetudini, l
invenzione di nuove arti, la scoperta di un nuovo mondo. Non è infatti solo
questione di registrare linguisticamente gli inevitabili mutamenti 4 parte
obiecti, ossia nel mondo. Anche se non fosse cambiato nulla dell’antico stato
di cose, i contemporanei che volessero servirsi del latino sentirebbero
ugualmente la necessità di coniare nuovi vocaboli: Dal momento infatti che le
parole sono state inventate unicamente allo scopo di esprimere i nostri
pensieri e le nostre sensazioni, e che presso i filosofi risulta per certo che
né gli uomini percepiscono le cose esattamente allo stesso modo, né elaborano
su di esse lo stesso giudizio, né hanno nei loro riguardi le stesse affezioni,
non volere che usiamo altre parole se non quelle dei romani è evidentemente lo
stesso che pretendere che guardiamo le cose non coi nostri bensì coi loro
occhi’. L'affermazione mostra già a questa altezza una piena coscienza del
fatto che una lingua non è né una nomenclatura né uno specchio delle cose, come
in una certa tradizione di ascendenza aristotelica, ma piuttosto uno specchio
dell’intelletto, e di un modo individuale e collettivo di rapportarsi alle
cose: è un punto che ha importanti conseguenze e su cui bisognerà tornare in
chiusura di saggio. È chiaro, ad ogni modo, che già a questa altezza il
mutamento delle lingue appare non solo una necessità ineluttabile, nel senso di
una forza naturale a cui non ha molto senso opporsi, ma anche una necessità
virs. Cito dalla traduzione inclusa in Roggia (2016, 280), contributo a cui
rinvio per una presentazione del testo e una discussione dei contenuti. Il
testo è ripreso anche in Cesarotti (in corso di stampa, I, 2). ROGGIA tuosa, senza la quale il linguaggio
stesso perderebbe ogni presa sul mondo, e non potrebbe funzionare efficacemente
come strumento comunicativo. Il cambiamento linguistico è come si vede guardato
dal suo lato creativo, ossia come libertà di innovare: l impostazione data al
problema del rapporto lingua-norma è insomma fin dagli anni Cinquanta
irriducibilmente antipuristica, ed è notevole che queste argomentazioni vengano
applicate al latino, lingua pretesa morta ma invece pienamente viva nella
coscienza di C. come lingua transglottica dell’ Europa dei dotti‘. Siamo
insomma di fronte a un elemento fondativo del pensiero linguistico di C.,
assorbito fin dalla sua prima educazione e ispirato a una visione
fondamentalmente progressiva e modernista della lingua, così come in generale
dei fatti culturali e artistici. Altri assi o filoni del pensiero C.ano
direttamente implicati col tema del mutamento linguistico si legano invece a
importanti esperienze biografiche successive, tra cui la traduzione dell’
Ossian, e soprattutto la nomina, nel 1769 a 37 anni, alla cattedra di Lingue
antiche (greco ed ebraico) dell’ Università di Padova. Poco o nulla esperto di
ebraico, C. si dà allo studio, cercando di leggere quanto riesce a procurarsi e
accorgendosi presto di essere entrato in un ginepraio: non diventerà mai un
ebraista, ma in compenso entrerà in contatto con autori e temi decisivi per la
formazione di un suo vero e proprio pensiero linguistico. Data da questo
momento l’interesse per il tema dell’origine del linguaggio citato in apertura:
centrale nel dibattito europeo coevo, e in chiaro collegamento con
l’intitolazione della cattedra di Lingue antiche. Ma c’è anche dell’altro: le
prime lezioni sull’ebraico, pronunciate verosimilmente nel 1770-71, inedite e
trasmesse dalle carte manoscritte di Firenze e Vicenza, includono un’ampia
sezione dedicata a una definizione dei contorni del proprio campo disciplinare
(l'ebraico), in cui C. si impegna in una articolata storia linguistica della
Palestina dall'arrivo di Abramo fino alle invasioni arabe del vII secolo. Per
quanto fondate su notizie di seconda mano, sono pagine non prive di fascino nel
loro raccontare una vicenda tormentata di endemica instabilità, in cui in una
stessa area, relativamente circoscritta, le lingue si succedono, nascono,
muoiono, si contaminano reciprocamente, si dividono in dialetti, i quali a loro
volta assurgono al rango di lingue: tutte le forme del movimento e della
contaminazione linguistica vi sono in qualche modo contempla6. Su questa
funzione del latino in età moderna, cfr. l'importante sintesi di Waquet (2004).
7. Rinvio per questo alla mia introduzione a C. (in corso di stampa). te‘. Non
c’è in queste pagine vera teoresi: si tratta piuttosto di un esercizio di ciò
che oggi chiameremmo storia linguistica esterna, acceso a tratti da
affermazioni di respiro più generale. Ma è un esercizio animato da un senso
vivo e a tratti pressoché eracliteo della continuità e preterintenzionalità del
cambiamento linguistico: I singoli dialetti crescono al livello di lingue, le
singole lingue si perdono in dialetti, dalla mescolanza di più dialetti o di
più lingue se ne forma una terza: queste sono le vicissitudini certe e
necessarie delle lingue, e non esiste alcun punto individuabile che rappresenti
la morte di una lingua, l’inizio di un’altra. C'è in questo una quotidiana
discesa, una modificazione quotidiana per gradi tanto taciti e indistinguibili
da non poter essere apprezzata se non su lunghe distanze. Proprio come nella
vita tu riconosci di essere diventato vecchio ma non ti senti affatto
invecchiare, così nel misurare la distanza percorsa dalle lingue crederai
facilmente di essere nello stesso posto: ti guardi indietro, e ti accorgi di
essere stato condotto lontano’. Oltre che suggestiva, l'affermazione è anche
teoricamente interessante per il collegamento che istituisce tra nascita o
morte di una lingua e articolazione delle lingue in dialetti, altro tema di
fondo, continuamente riemergente, della linguistica C.ana. È infine ancora in
questo stesso ambito, quello dei corsi sull’ebraico, e in questo stesso giro
d’anni, che si fissa l’interesse per l'etimologia, prima del tutto estraneo
all'orizzonte C.ano: Pultimo dei tre ambiti citati in apertura come
direttamente collegati al tema del mutamento linguistico. Tutti questi filoni
sono destinati a convergere nella sintesi del Saggio sulla lingua italiana del
1785. Esaurita questa premessa, si può tornare a riconsiderare da vicino quella
costellazione di osservazioni di cui parlavo all’inizio. Per mettere ordine 8.
Un resoconto del contenuto di queste carte in Roggia (20142 78-9), a cui rinvio
anche per una descrizione dei manoscritti (il Riccardiano già citato, e il
manoscritto 1223 della Biblioteca Bertoliana di Vicenza). 9. Corso sulla lingua
ebraica, lezione 12: Dialecti singulae in linguas excrescunt, linguae singulae
in dialectos abeunt, ex pluribus dialectis aut linguis conflatur tertia: hae
certae ac necessariae linguarum vices: at nullum certum in tempore punctum est
quod alteri linguae sit obitus, ortus alteri. Quotidianus hic est descensus,
quotidiana inclinatio, ita indiscretis ac tacitis gradibus, ut ea non facile
nisi ex magnorum intervallorum comparatione aestimetur. Nempe ut in vita senem
te factum agnoscas, senescentem minime sentias; ita in emetiendo linguarum
stadio in eodem te loco positum facile existimes, respexeris? jam te longe
abductum mirere (ms. 3565 della Biblioteca Riccardiana di Firenze, c. 1171).
10. Sull'etimologia in C. si vedano, in questo volume, i saggi di Daniele
Baglioni, L'etimologia nel pensiero linguistico di C., e Andrea Battistini, Le
origini del linguaggio in Vico e in C..
nella materia, procederò per punti e per progressive delimitazioni di
campo, partendo da una prima e fondamentale: nelle pagine seguenti verrà
lasciata da parte la prospettiva filogenetica, quella cioè che concerne
l’origine del linguaggio e il suo sviluppo attraverso le epoche della grande
storia umana (un tema già trattato altrove in questo volume), e si tenterà
piuttosto di mettere a fuoco la dimensione più ordinaria, se si vuole, del
mutamento linguistico, quella che opera sulla media o breve durata e afferisce
alla normale fisiologia della vita delle singole lingue. I Mutamento per
contatto e mutamento endogeno Per C., non troppo diversamente che per noi, le
lingue mutano o per contatto con altre lingue o per l’azione di spinte interne.
I temi del contatto interlinguistico e del prestito (in particolare lessicale)
assumono nel Saggio una forte e ben nota implicazione militante; sono invece
trattati con finalità più pianamente espositive all’interno della sezione
etimologica del già citato Corso sulla lingua ebraica del 1770. L'attenzione si
focalizza in questo testo sul fatto che nel passaggio da una lingua a un’altra
le parole vanno incontro ad alterazioni e adattamenti a ogni livello. In primo
luogo a livello fonico: è in questo caso l’abitudine articolatoria a creare tra
le infinite possibili modulazioni dell’organo vocale alcune configurazioni
preferenziali, specifiche a ogni lingua, verso cui vengono attratte le
articolazioni vicine della parola straniera: con la facilità nel movimento
degli organi si rafforza l'abitudine, con l'abitudine la facilità; di qui nelle
trasmigrazioni dei vocaboli le articolazioni straniere che il più delle volte
fanno spazio a quelle consuete e familiari . A livello morfologico è invece il
meccanismo dell’analogia, il più potente mezzo di strutturazione interna delle
lingue, a determinare un’assimilazione del forestierismo alla lingua d’arrivo:
su suo suggerimento, infatti, avviene che le voci adottive o accolgano le
terminazioni proprie della lingua in cui si introducono rigettando le loro
originarie, o le aggiungano alle primitive, conservando queste ultime: questo
evidentemente 11. Corso sulla lingua ebraica, lezione 21 (C., in corso di
stampa, IV, 2): rientrano in questa casistica anche gli adattamenti puristici,
ad esempio le assimilazioni deliberate dei nomi propri stranieri. La
trattazione del tema è molto analitica in queste pagine del Corso, contemplando
diverse forme di alterazione interlinguistica, che tengono conto ad esempio
anche del passaggio attraverso il mezzo scritto. affinché l’aspetto della
lingua popolare si mostri per quanto possibile omogeneo e coerente con sé
stesso, e la struttura grammaticale del discorso proceda più uniforme. A
livello semantico, infine, l'assimilazione può prendere la forma
dell’accostamento paraetimologico, quando la parola importata presenti casuali
affinità nel significante con parole già appartenenti al lessico della lingua
d'arrivo. In queste osservazioni, occasionate come detto da un discorso
sulletimologia, la prospettiva di C. è sempre quella di chi guarda al mutamento
delle singole parole, non del sistema: il sistema è visto piuttosto come una
sorta di costante rispetto alla variabile rappresentata dalla forma delle
parole che vi prendono posto. C’è comunque spazio almeno per una osservazione
di portata generale, la cui importanza sarà evidente più avanti: tanto
l'adattamento fono-morfologico che l'appropriazione semantica non sono altro
che reazioni sistemiche a una situazione di potenziale irrelatezza, ossia di
integrale arbitrarietà, del nuovo segno nella lingua d’arrivo. La parola nuova
è un corpo estraneo, e l’adattamento a ciascuno dei tre livelli permette di
ricondurla al tessuto di relazioni paradigmatiche che costituiscono la lingua,
riassorbendone così l'alterità. Questo meccanismo generale, che opera a tutela
dell’integrità e della stabilità dei sistemi linguistici rappresenta anche,
come vedremo, un potente motore del mutamento semantico interno alle lingue
stesse. Più interessante (e più pertinente al nostro discorso) è tuttavia
l’altro versante del problema: quello che riguarda appunto il mutamento
endogeno, ossia prodotto da forze interne alla lingua. Questa idea della forza
interna rientra fra i connotati più tipici del discorso C.ano, ed è veicolata
per lo più attraverso quelle metafore di ambito vegetale di cui già si è detto
in apertura. L’esergo oraziano lì citato va in questa direzione, ma ciò che più
è caratteristico è in generale l’impiego di un sistema me12. 13. Un
caso che riguarda il passaggio dal latino alle lingue romanze (dunque solo in
parte qualificabile come extralinguistico) è quello del passaggio pileatus >
Pilatus discusso da Baglioni. Ma il meccanismo di gran lunga più utilizzato da C.
nelle sue ricostruzioni etimologiche è l'acquisizione di un espressione
straniera sotto forma di un nome proprio. C. se ne serve ampiamente per
collegare la mitologia e l’onomastica greca a presunte fonti fenicie ed
ebraiche: cfr. le lezioni De Eumolpo et de Cereris fabula, in C. (in corso di
stampa, vin), e le lezioni 23-25 del Corso sulla lingua ebraica presenti nel
manoscritto 1223 della Biblioteca Bertoliana di Vicenza (cc. 100-9: cfr.
Roggia, 20144 79, 92). I9I ROGGIA taforico diverso e coerente che si sviluppa
intorno all’idea centrale di una ‘forza vegetativa’ (vis vegetabilis): una
sorta di interna energia vitale che spinge le lingue a produrre continuamente
nuovi germogli e nuovi rami, ossia fuori di metafora nuove forme linguistiche.
Di una facoltà vitale e generativa della lingua parla anche il Saggio (C.,
1960, 314), e la metafora ricorre poi in varie occasioni. Viene ad esempio
applicata alla creazione di locuzioni metaforiche, che sono i rampolli di quel
germe che è in una lingua ogni nuovo vocabolo (ivi, 383), e alle derivazioni
affissali'+: Le parole portano seco i loro germi indestruttibili, atti a
propagar la lor famiglia. Qual forza legittima può impedirne la fecondità?
Sempre un verbo potrà generare i suoi verbali, sempre da un adiettivo potrà
dedursi il sostantivo astratto, o dalla sostanza generale il nome adiettivo che
ne partecipa (ivi, 373); finalmente i segni arbitrari della derivazione
prefissi, inseriti o posposti modificano i vocaboli nati dallo stesso fonte in
cento guise diverse: dal che appunto deriva che pochi germi della medesima
specie propagano coll'andar del tempo /a selva immensa ed intralciatissima
delle lingue (ivi, 326). Ma, come accade anche in altri casi, ciò che nel
trattato del 178$ trova una sistemazione orientata all’italiano era già nelle
lezioni universitarie di dieci-quindici anni prima, riferito alle lingue
antiche oppure presentato in chiave più generale. Mi limito a un solo esempio
tratto da un breve frammento sull’etimologia, pubblicato postumo da Barbieri
nel volume XXXI delle Opere di C. col titolo De ethymologia et radicibus
verborun: Non c’è dubbio che se uno si mettesse a spogliare le parole di ogni
lingua di tutti i prolungamenti e le aggiunte, vedrebbe che null’altro gli
rimane se non queste radici organiche, che evidentemente sono i germi naturali
delle lingue, indelebili e fecondi al pari dei germi delle cose: dotate di una
forza vegetativa, le vedrebbe un po’ alla volta crescere, fino a propagarsi in
una selva lussureggiante e disordinata (C., in corso di stampa, Ix, 3). Come si
vede, la metafora si applica tanto all’ordinaria amministrazione dei neologismi
quanto alla filogenesi, e rende conto tanto del crescere 14. Miei, qui e in
seguito tranne dove diversamente specificato, tutti i corsivi. Is. C. (18 IO, 276):
il frammento non é datato, ma rinvia per contenuti e approccio al nucleo del
Corso sulla lingua ebraica più volte citato.di una lingua su sé stessa quanto
del moltiplicarsi delle lingue da radici comuni. L'esempio consente tra l'altro
anche di intravedere il verosimile nucleo originario di questo sistema metaforico
nel concetto leibniziano di radice‘, Qualunque ne sia l’origine, la proiezione
di questo campo metaforico sull’oggetto-lingua ha ad ogni modo alcune
conseguenze interessanti: ad esempio viene ad attribuire per via implicita al
mutamento linguistico alcune caratteristiche rilevanti, quali l’incoercibilità
(non si può impedire a una pianta di crescere, né di gettare i suoi germogli) e
la naturalità, con in più una valutazione assiologica di segno globalmente
positivo, legata all’intrinseca positività di concetti quali vita, vitalità,
generazione. 2 Mutamento del popolo e mutamento dei dotti Ma posto che il
mutamento è un processo linguistico naturale e inevitabile, chi ne è
fattivamente responsabile? Cade qui una seconda coppia dicotomica,
lapidariamente introdotta da C. all’inizio del Saggio: Niuna lingua è
inalterabile. Le cause dell’alterazione sono inevitabili e necessarie. Ma la
lingua si altera in due modi, dal popolo, e dagli scrittori. La prima
alterazione cadendo sulla pronunzia, sulle desinenze, sulla sintassi, tende
lentamente a discioglierla, o agevola una rivoluzione violenta: quella degli
scrittori cade piuttosto sullo stile che sulla lingua, di cui se altera i
colori, ne conserva però la forma, fors'anche a perpetuità (C., 1960, 310). Nel
Saggio, che muove pur sempre da una esigenza normativa, é questione soltanto
dei mutamenti del secondo tipo, quelli cioé che hanno la prerogativa di non
modificare strutturalmente la lingua. Per trovare maggiore attenzione ai
mutamenti del primo tipo, popolari e potenzialmente degenerativi, bisogna di
nuovo rifarsi alle lezioni universitarie, che anche in questo caso offrono il
punto di partenza alla sintesi del trattato. Le stesse lezioni del Corso sulla
lingua ebraica chiamate in causa sopra contengono infatti indicazioni
interessanti, che in parte riaffiorano nel Saggio, anche su questi meccanismi
di degenerazione e sulle ragioni che li legano in particolare al popolo: 16. Su
cui cfr. Gensini (1995 35 ss.); su C. e Leibniz, si veda in questo volume il
contributo dello stesso Gensini, C. nei dibattiti linguistici del suo tempo.
ROGGIA questi stessi inconvenienti che toccano i vocaboli nelle loro
peregrinazioni vengono moltiplicati e ingranditi smisuratamente a causa della
pronuncia corrotta e dell’ignoranza del volgo.. Non si deve facilmente sperare
che raggiunga nella pronuncia il valore esatto delle lettere chi non è abituato
a leggerle bene. Tra gli uomini ignari di scrittura è incerta la valutazione
delle lettere, incerti i segni, né facili da distinguere o giudicare, qualora
le singole lettere non siano state assegnate a classi definite di organi, e
distinte con un esame accurato sia da quelle diverse che da quelle affini.
Inoltre ogni passione, soprattutto quelle improvvise e scomposte quali sogliono
essere quelle del volgo, è impaziente di indugio e di esitazione. L'uomo
colpito da una passione non vede l’ora di esporre immediatamente, e se
possibile tutto d’un fiato, i sentimenti dell’animo. La pronuncia tumultuosa e
rapida si fa ostacolo a sé stessa: una parola incalza l’altra, le lettere sono
urtate, invertite e stravolte, le espressioni malamente rovinate, elise,
slogate, serrate insieme, amputate del capo o dei piedi; un accenno di
linguaggio passa per lingua, compendi o mostri verbali per parole. Vedendo che
questo avviene quotidianamente nelle voci indigene, cosa dobbiamo credere che
avvenga nelle forestiere? (C., in corso di stampa, IV, 2, acr. 21) Sebbene ci
si trovi all’interno di un discorso sul prestito interlinguistico, a essere
chiamati in causa sono qui meccanismi di portata generale (infatti operano
anche quotidianamente nelle voci indigene); è inoltre chiaramente attiva una
sorta di pregiudiziale elitaristica, dell’epoca prima che dell’autore, che
induce a vedere questi meccanismi nei termini negativi di una corruzione della
pronuncia. Questa corruzione si dovrebbe a sua volta al convergere di due fattori:
l'ignoranza (o più esattamente la mancata alfabetizzazione) e la passionalità,
entrambe prerogative popolari. Questo tipo di movimento dal basso, benché
obbedisca a motivazioni articolatorie elementari, appare fatalmente irrazionale
e capriccioso: siamo lontani dall’intuire la possibile esistenza di regolarità
(non si dice di leggi) nel mutamento fonetico. È interessante ad ogni modo il
riconoscimento della funzione di freno svolta dall’alfabetizzazione nel tenere
a bada il mutamento, almeno a livello fonologico e morfologico. 17. Non è
improbabile che C. abbia in mente qui la pronuncia dei dialetti, vista in
qualche modo come deformante rispetto alla lingua (nel Saggio si parla in
effetti dei vari dialetti come di modi di una stessa lingua). Una conferma
potrebbe venire da un'osservazione che cade nella parte tagliata della
citazione e che sembra andare in questo senso: Vediamo che presso ciascun
popolo si incontra nella vita comune un duplice dialetto: da una parte quello
degli ottimati, dall’altra quello del popolino (di nuovo con preciso eco nel
Saggio: I colti, i nobili hanno anche senza volerlo un dialetto diverso da
quello del volgo, C. Mutamento grammaticale e mutamento retorico È importante
sottolineare che è all’uso popolare che vengono espressamente collegati i
mutamenti traumatici, oggi diremmo strutturali, delle lingue: quelli che ne
alterano l’identità, fino al limite a condurle a morte, quando l’erosione
fonica arriva a intaccare in modo grave gli elementi su cui poggia la loro
architettura morfosintattica. Questa circostanza permette di istituire un
collegamento con un’altra coppia antinomica, che fa capo alla celebre
distinzione tra genio grammaticale e genio retorico delle lingue, ovvero tra un
principium individuationis strutturale e grammaticale, legato alla morfologia e
alla sintassi, e un’identità retorica o stilistica. Il passo è tra i più noti:
Il genio della lingua, che dee riguardarsi come propriamente inalterabile, è il
grammaticale, poichè questo è annesso alla natura intrinseca de’ suoi elementi.
L'essenza materiale d’una lingua dipende dalle desinenze e dalla sintassi;. Il
carattere rettorico di tutte le lingue è progressivamente e necessariamente
alterabile. Si può forse ritardarlo, non impedirlo. Questi cangiamenti essendo
in ogni tempo proporzionali ai bisogni dello spirito nazionale nelle date
epoche, non possono mai tornare a discapito della lingua, se non qualora la
nazione ricada nella vera barbarie, ch’è l'ignoranza (C., 1960 393-8). Questa
coppia concettuale fa la sua comparsa piuttosto tardi, in una lettera a
Clementino Vannetti del 1780, prima comunque del suo impiego nel Saggio. Il suo
interesse, per noi, sta soprattutto in ciò che dal passo appena citato si può
ricavare per via di inferenza, ossia che alle due forme di genio della lingua
corrisponde una doppia possibilità di mutamento: esiste cioè un mutamento
retorico, in certo senso più superficiale e tale da non alterare |’ essenza
materiale della lingua, e ne esiste uno più profondo, che tocca invece proprio
la morfologia e la sintassi, ovvero la grammatica di una lingua. Il fatto che
questa seconda possibilità venga esclusa da C. quando dice che il genio
grammaticale dee guardarsi come propriamente inalterabile dipende dalla
prospettiva in ultima analisi normativa che 18. C. (1811 64-5): la lettera, non
datata, è compresa tra due del Vannetti rispettivamente del 17 giugno e del 30
agosto 1780. Cfr. sul tema Rosiello (1967), Simone (1990); in questo volume, i
contributi di Graffi, La linguistica del Settecento: Problemi storiografici;
Gensini, C. nei dibattiti linguistici del suo tempo; Marazzini, C. attuale e
inattuale. guida l'argomentazione del Saggio: l'ingiunzione ha per così dire un
valore deontico, non epistemico. L'altro mutamento, quello retorico, è invece
quello che C. vedeva operare nell’ Europa contemporanea, sotto forma di una
impercettibile tendenza delle lingue europee a ravvicinarsi, e a profittar
delle altrui ricchezze, tale che senza il genio grammaticale, da cui solo si
forma la linea di divisione insormontabile fra l'una e l’altra, diverrebbero a
poco a poco una sola: un fenomeno ovviamente tutto dall’alto, appannaggio e
responsabilità dalle élites colte e plurilingui del continente, che dalla
specola della particolare situazione italiana potevano ancora apparire come i
veri arbitri dei destini linguistici. 4 Dei tre o quattro modi di propagare i
vocaboli Tra i mutamenti linguistici che zon alterano il genio grammaticale
della lingua, ma che ne permettono invece una crescita organica, C. riserva
un’attenzione particolare ai procedimenti di derivazione lessicale: il
principale mezzo endogeno a disposizione delle lingue per svilupparsi
mantenendo salde sia la propria identità sia la propria presa sul mondo. Nel
Saggio C. individua quattro tipi diversi di procedimenti di derivazione,
associando ciascuno a una specifica operazione cognitiva: Quattro sono le
operazioni dello spirito sopra i vocaboli rispetto a questo rapporto: la
traslazione, la composizione, l'apposizione, la derivazione. Se un oggetto
nuovo, benché di diversa spezie, mostrava una somiglianza o un’analogia
fortemente sensibile col primo, si connotava questo rapporto accomunando lo
stesso nome ad ambi gli oggetti. Se una sostanza sembrava partecipar di due
altre, se ne formava il nome coll’accoppiamento dei due rispettivi vocaboli. Se
il nomenclatore osservava nel tempo stesso ciò che in un oggetto v'era di
somigliante, e ciò che di proprio, si apponevano l’uno all’altro separatamente
due termini, il primo dei quali mostrava la somiglianza, il secondo la
differenza caratteristica: così i Romani chiamarono gli elefanti buoi Lucani.
Se finalmente una sostanza, o un’idea aveva una qualche spezie di dipendenza o
di connessione con un'altra già nota, s'indicava coll’inflettere e modificare
in varie guise il vocabolo già destinato a dinotar la sostanza a cui la nuova
per qualche punto attenevasi (C., 1960, 324). Di nuovo si trova che il trattato
dipende dalle lezioni degli anni Settanta. Nel ciclo De naturali linguarum
explicatione, pronunciato nel corso, le operazioni individuate erano più
economicamente tre: L identita |...], la derivazione, la composizione sono i
tre strumenti ovunque impiegati per propagare la progenie delle espressioni'*. C.
sta di nuovo ragionando filogeneticamente: sta cioè isolando i meccanismi
linguistico-cognitivi che governano la crescita lessicale di un'ipotetica
lingua umana dei primordi; ma il discorso lascia emergere chiaramente che
questi meccanismi sono intesi come naturali e universalmente validi. Le tre
operazioni menzionate nella seconda citazione corrispondono grosso modo
rispettivamente ai traslati o ai tropi (identitas, o traslazione: la stessa
parola è utilizzata per riferirsi a realtà diverse ma legate da rapporti di
analogia o di contiguità), ai derivati ottenibili per aggiunta di quelli che
oggi chiameremmo affissi e infissi (derivatio, o derivazione), e alle parole
composte (compositio, scissa nel Saggio in composizione e apposizione). Come si
è già visto (supra, 192), è proprio a questo tipo di procedimenti che si
applicano in particolare le metafore vegetali care a C.: essi sono precisamente
il prodotto delle spinte endogene insite in ogni lingua. 5 Il ciclo dei
traslati Con un'ulteriore, e ultima, restrizione di campo, l'attenzione si
concentrerà infine sul primo di questi tre (o quattro) procedimenti derivativi,
ovvero quella che C. chiama identitas o traslazione, e che è direttamente
coinvolta in una delle formule teoricamente più ragguardevoli del Saggio, anche
se data pressoché ez passant. L'affermazione è questa: I vocaboli soggiacciono
ad una successiva e perpetua metamorfosi di propri in traslati, di traslati in
propri; nella qual trasmigrazione so d’aver mostrato in altro luogo, che
passano per tre stati: d'immagine, d’indizio, e di segno; secondo che la metafora
o conserva la sua freschezza e vivacità, o sfiorisce a poco a poco, o viene 19.
Su questo ciclo di lezioni e sul suo rapporto col Saggio, cfr. Roggia (2011).
L'origine è in de Brosses, come riconosciuto già da Marazzini (1999, 143). 20.
Cfr. C. (in corso di stampa, V, acr. II); C.. I corsivi sono originali. in
tutto a logorarsi, ed a spegnersi. Così nella lingua tutto è alternamente
figura e cifra (C., 1960 335-6). Ancora una volta è possibile seguire la
nascita e la progressione di questa idea fin dagli anni Settanta, in
particolare dal già citato ciclo De naturali linguarum explicatione, dove
possiamo trovarne il primo nucleo generativo, anche lì in un’osservazione di
transizione: Infine, come nella prima formazione dei nomi è aperto alla mente
il transito dal senso proprio delle parole al simbolico, così è facile il
regresso dal simbolico al proprio quando quel primo modo di vedere la cosa, che
è il nodo della traslazione, sia stato dimenticato oppure soffocato e coperto
da altri più evidenti (C., in corso di stampa, v, acr. III). Questa stessa
osservazione, sviluppata peró in tutta la sua ampiezza, la si ritrova poi nelle
Annotazioni alla prima Filippica incluse nel sesto e ultimo tomo delle Opere di
Demostene (1778), in cui viene anche spiegato più diffusamente a cosa
corrispondano gli stadi di immagine, indizio, segno. È da qui che C. la
riprenderà per darle la forma più scorciata e apodittica che abbiamo letto nel
Saggio: Tutte le parole sono soggette a una doppia e successiva metamorfosi;
colla prima di proprie fansi traslate, coll'altra di traslate tornano proprie.
Ora venendo allo stile, e prendendo le parole dal punto in cui cominciano a
farsi traslate sino a quello in cui ripigliano l’antica forma di proprie, dirò
che ogni metafora passa successivamente per tre stati: d'immagine, d’ indizio,
di segno. Nel primo stato il traslato, pregno, per dir cosi, dell'oggetto da
cui è preso, lo trasporta vivo e figurato sull’altro, e colpisce l’animo di chi
ascolta colla forza della novità, e colla sorpresa di scorger il medesimo nel
diverso. Nello stato d’indizj le metafore non rappresentano più l’oggetto
primitivo pieno e distinto, ma l’accennano soltanto, o lo 21. Su questo passo
ha attirato l’attenzione Gensini (1987, 70, e si veda anche il suo intervento
in questo volume). 22. C. (1810 89-90). Il tema si ritrova ben delineato anche
in un passo del già citato frammento De multiplici usu derivationum, dove
dell’etimologista-filosofo si dice che prende consapevolezza di come la mente
risalga dal particolare al generale, per poi dalla sommità di quest’ultimo
ridiscendere nuovamente al particolare; di come segni e imprima le idee
metafisiche e morali con l'impronta delle cose materiali; di come fabbrichi i
vocaboli traslati dai propri, per poi di nuovo convertire i traslati in propri
(C., in corso di stampa, IX, 3.2; C., 1810, 277). Si vedano, su questo aspetto
della teoria C.ana, anche in questo volume le osservazioni di Sara Pacaccio, C.
e Manzoni tra filosofia delle lingue e linguistica. mostrano di lontano e in
iscorcio con tracce meno sensibili, e tinte più modeste e men vive. Giunte
finalmente le metafore allo stato di segno, diventano come cifre indifferenti e
arbitrarie, destinate a ricordar un'idea convenzionale (Cesarotti, 1807 152-6,
corsivi originali). Il meccanismo merita di essere spiegato più diffusamente.
Alla base c’è l’azione combinata di due potenti forze cognitive della
psicologia sensista, ovvero l’assuefazione e l’oblio. Sia nel Saggio che nei
testi degli anni Settanta C. sostiene l’idea debrossiana secondo cui tutti i
segni sono almeno originariamente motivati: per tutti esiste cioè quella che C.
chiama una ragion sufficiente che determina la loro forma fonica o grafica. Ma
questa motivazione tende a logorarsi con l’uso e con l’abitudine, fino a
perdersi totalmente: i vocaboli, originariamente figure, tendono così
incessantemente e inesorabilmente a scivolare verso la condizione inerte di
cifre, ossia di segni arbitrari, che risvegliano un'idea per via di un legame
puramente convenzionale. Soggette a quest’unica forza tutte le lingue
scivolerebbero quindi in tempi relativamente rapidi verso una condizione di
totale arbitrarietà: sennonché a riscattare i segni da questa condizione
interviene un movimento opposto, innescato dalla percezione di un rapporto, di
una relazione inedita, o percepita come tale, tra la cosa designata dal
termine-cifra e un altro specifico referente. Traslato per indicare il nuovo
designandum, il segno smette di essere gratuito, torna ad avere una motivazione,
ossia una ragion sufficiente: che non risiede tuttavia in un rapporto diretto
parola-cosa (come nelle onomatopee primarie e secondarie da cui ha avuto
origine il linguaggio), ma piuttosto in un rapporto mediato, per cui l’analogia
tra parole corrisponde, riflettendola, a un’analogia tra cose. La lingua fissa
e rende percettibile, appunto attraverso l’identità dei segni, questa analogia
stabilita dalla mente. Prendiamo un esempio C.ano (ma a dire il vero già
debrossiano): la parola psyché per indicare l’anima ha in greco uno statuto di
figura, è cioè un segno motivato. Non perché nella forma fonica o grafica di
psyché ci sia qualcosa che possa direttamente evocare il concetto di ‘anima’,
ma perché la stessa parola indica primariamente in greco la farfalla. L'uso
traslato (identitas) obbliga a vedere il referente ‘anima’ da un'ottica che ne
enfatizzi le proprietà condivise con il referente ‘farfalla’: ad esempio la
mobilità, la 23. Sulla remota origine baconiana della distinzione, cfr.
Perolino (2001, 173, nota 34): ma contano indubbiamente per C. gli antecedenti
francesi più prossimi, soprattutto Condillac e de Brosses. 199 CARLO ENRICO
ROGGIA capacità di salire verso l'alto, e così via. Questa condivisione di
proprietà fornisce una motivazione al termine psyché nel senso di ‘anima’, e
questa motivazione dura almeno finché si mantiene viva la coscienza del
significato primitivo del termine: i due stati, ovvero l’inerzia delle cifre e
l'animazione delle figure, sono necessari l’uno all’altro, e non possono quindi
che coesistere nella lingua. Non c’è dubbio che le premesse di questa
intuizione si diano già tutte nel pensiero della prima metà del secolo, e
risiedano nell’apprezzamento del valore cognitivo della metafora e nel suo
costituire il nucleo generativo stesso della lingua. L’idea che questo
meccanismo generativo non caratterizzi solo l’origine ma si rinnovi nella vita
quotidiana delle lingue potrà magari essere implicito nell’impostazione
vichiana, ed è forse rintracciabile anche in de Brosses: tuttavia la curvatura
e l'evidenza che C. gli dà corrisponde a una di quelle linee di forza del suo
pensiero di cui si diceva all’inizio. La sua argomentazione viene a dirci, in
pratica, che la lingua stessa è nel suo insieme un corpo interamente metaforico
e metonimico in stati diversi di attivazione, e in una condizione perpetua di
instabilità: un disequilibrio che produce una incessante deriva del senso,
alimentando il mutamento linguistico. 6 Il fantasma della motivazione Ora, ciò
che produce questa particolare forma di instabilità può essere descritto nei
termini di un sistematico, incoercibile rilancio verso la motivazione del
segno: un rifiuto istintivo di rassegnarsi all’inerzia delle cifre arbitrarie.
È una spinta connaturata all'uomo, che C. osserva anche altrove, ad esempio
nelle ricostruzioni semantiche o nelle paraetimologie intorno a cui costruisce
non poche delle sue lezioni. L'uomo è un essere curioso, che non rinuncia ad
andare in cerca di una ragione nelle parole, ossia di qualcosa che collegando
direttamente o indirettamente al mondo la loro forma, la spieghi; e pur di
trovarla è disposto all'occorrenza a inventarsela, 24. Questo il passo del De
naturali linguarum explicatione: L'animastessa per gli ebrei e i latini fu lo
spirito su cui si fonda la vita, per i Greci molto più ingegnosamente psyché,
ossia farfalla, che l'anima ricorda molto sia per il muoversi irrequieto e
sussultorio delle idee, sia per la facoltà di sfuggire volando con leggerezza
dal carcere che la avvolge verso una vita migliore (C., in corso di stampa, V, acr. II; 1810, 83).
L’esempio (tratto da de Brosses) sarà a sua volta ripreso nel Saggio (C.).
SPUNTI PER UNA TEORIA DEL MUTAMENTO LINGUISTICO forzando i dati e creando
relazioni che non esistono nella realtà, e abusando così del linguaggio: le
parole hanno sempre dischiuso agli uomini curiosi e inesperti una fonte
ricchissima di errori. E certamente è inevitabile che la lingua, in generale e
in virtù della sua indole, favorisca più la fantasia che il giudizio, dal
momento che il giudizio si occupa di separare ciò che è diverso, la fantasia e
la lingua di individuare ciò che è simile. C. esprime qui una visione della
lingua tutta all’insegna di un vichiano ingenium, la facoltà di collegare ciò
che è lontano, almeno in questo caso contro il suo maestro Condillac, per il
quale toute langue est une méthode analytique. L'uomo è un essere curioso o,
detto altrimenti, è un essere causale: restio a rassegnarsi al valore puramente
arbitrario, e quindi inerte, dei segni convenzionali. E si può osservare, in
chiusura, un ultimo, interessante corollario di questo principio fondamentale. C.
ritiene che la conoscenza non sia altro che la corrispondenza esatta tra le
nostre idee, fissate dal linguaggio, e il mondo. Lo dice apertamente nel
Saggio: Tutto è legato nell'universo, e tutto lo è bene o male nel nostro
spirito. L'esatta corrispondenza fra l’idea e l’oggetto costituisce la verità,
la corrispondenza esatta fra il legame delle idee nostre col legame naturale
degli esseri forma la scienza > (C., 1960, 321)? Ma da quanto detto sopra
discende che non si dà mai un momento in cui il linguaggio sia propriamente uno
specchio del mondo: il linguaggio (lo si diceva già all’inizio) è tutt'al più
lo specchio di un modo di concepire il mondo, uno specchio dell’intelletto. Se
dunque da un lato ogni nuovo rapporto di motivazione che si attiva nella lingua
si basa sulla nuova percezione di un rapporto esistente tra cose distinte,
dall’altro i possibili modi di mettere in relazione cose distinte sono
infiniti: Ma dal momento che una cosa può essere ricondotta a un’altra per
genere, effetto, causa, materia, uso, fine, conformazione esterna, natura
intrinseca, e insomma per seicento ragioni, con il vocabolo si esprime
certamente una qualche analogia, ma per Giove! indefinita e vaga, non basata su
un punto di congruenza reciproca sufficientemente sicuro e distinto. Quando
sento denominare 25. De naturali linguarum explicatione; C. (in corso di
stampa, v, acr. 111); C.. Ancora recuperando una identica formulazione del De
naturali linguarum explicatione (C., 1810, 78); cfr. Roggia anima quella forza
grazie a cui pensiamo, il nome stesso basta a indicarmi che tra questa e un
soffio intercorre qualche affinità; ma non mi lascia presagire se questa
affinità sia collocata nel fatto che l’anima mantiene e alimenta quest’aria che
dà la vita e che si respira, o nel fatto che è presente al corpo rimanendo
invisibile, al modo dell’aria, o infine che quella forza stessa è formata e
sussiste di un soffio leggerissimo e sottilissimo. La conseguenza è evidente.
L'accendersi e spegnersi nella lingua di relazioni semantiche (ossia di
traslati), il parallelo e corrispondente istituirsi e obliterarsi di relazioni
intellettuali tra cose sono entrambi movimenti potenzialmente inesauribili e di
fatto infiniti: non possono mai arrivare a un termine, e la deriva semantica
delle lingue non può di conseguenza mai avere fine. L'irrequietezza del
linguaggio è insomma tutt’uno con l'irrequietezza cognitiva dell’uomo posto di
fronte all’inesauribile, prismatica complessità del mondo. Riferimenti
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Muratori al C., t. 1v: Critici e storici della poesia e delle arti nel secondo
Settecento, Ricciardi, Milano-Napoli 304-456. 27. De naturali linguarum
explicatione: C. (in corso di stampa, v, acr. 111); Cesarotti (1810, 89). Ma
l'idea si trova già compiutamente formulata nel Ragionamento sopra l'origine e
i diletti dell'arte poetica del 1762, benché assuma lì una curvatura piuttosto
estetica che direttamente linguistica: cfr. C. (2010 111-2). Il passo, assai
notevole, è commentato in questo volume nel saggio di Silvia Contarini (Mizo
delle origini e perfectibilité de l'esprit nel Ragionamento sopra l'origine e i
progressi dell’arte poetica), che rinvia a Helvétius. (2010), Ragionamento
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della linguistica, vol. 11, Il Mulino, Bologna. WAQUET F. (2004), Latino.
L'impero di un segno (XVI-XX secolo), Feltrinelli, Milano. 204 L'etimologia nel
pensiero linguistico di C. di Daniele Baglioni* I C. e l'etimologia Nella
rivalutazione del pensiero linguistico di C., iniziata negli anni Cinquanta del
secolo scorso grazie soprattutto a Nencioni e sostanzialmente mai interrottasi
fino a oggi, come dimostra questo stesso volume, la riflessione sull'etimologia
ha avuto una parte del tutto trascurabile, o meglio nessuna parte. Ció si deve
senz'altro alla maggiore attualità delle considerazioni C.ane in fatto di
sincronia, in particolare alle sue ben note applicazioni alla questione della
lingua e al rapporto tra l' italiano e le altre lingue europee, mentre la
riflessione sulla diacronia, come ha notato Nobile (2007, 508), a causa
dell'ardita teoria materialistica sulle origini iconiche del segno, stridente
con l’abbicci della linguistica novecentesca, non ha mancato di suscitare
imbarazzi proprio in chi intendesse accreditare l'immagine di un C.
contemporaneo . Ma la responsabilità è anche di C. stesso, che a differenza dei
suoi modelli italiani (Vico) e stranieri (Leibniz, Michaelis, soprattutto de
Brosses) assegna all'etimologia un ruolo chiaramente ancillare, trattandone
solo qualora la ritenga funzionale all'illustrazione di una tesi generale sul
linguaggio e mostrandosi invece poco interessato alle sue specificità. A
provarlo puó bastare un dato banale eppure indicativo, ossia le occorrenze
della parola etimologia nel Saggio sulla filosofia delle lingue, che sono solo
sei (più una di scienza etimologica), a fronte delle più di settanta nel
modello dichiarato del Saggio per la sezione diacronica, cioè il Traité sur la
formation méchanique des langues et des principes physiques de l'étymologie di
de Brosses (1765), che reca étymologie persino nel titolo. Il fatto è che
l'etimologia nell’accezione che se ne dà oggi in linguistica, vale a dire, con
Zamboni (1976, 1), la ricerca dei rapporti formali
e semantici che legano una parola con un'altra unità che
la precede stori* Università Ca’ Foscari Venezia. 205 DANIELE BAGLIONI camente
e da cui quella deriva, esercita su C. ben poco fascino: è quella che l’abate
padovano chiama, sulla scorta di Vico (Battistini, 2004, 331), l’etimologia dei
puri grammatici, studio meschino e fecondo di inezie, come scrive nella parte
111 del Saggio, diventato fonte di utili e preziose notizie solo da quando ai
nostri tempi è stato maneggiato da profondi eruditi ed insigni ragionatori, fra
i quali un posto di tutto rilievo spetta al gran Leibnizio (C., 1960, 371).
Delle due linee di pensiero individuate da Simone per il Settecento, insomma,
una alta, votata specialmente ad elaborazioni globali, filosofiche e
speculative, e una bassa costituita da analisi concrete, dirette principalmente
all insegnamento, da collezioni o affastellamenti di dati, da raccolte di
etimologie spesso azzardate, da complicate ipotesi sull’origine e la parentela
delle lingue (Simone, 1990, 322), C. appartiene integralmente alla prima, così
come Vico, mentre i suoi modelli stranieri, in particolare Leibniz e de
Brosses, partecipano in egual misura tanto all’una quanto all’altra linea. Per C.,
infatti, la ricerca etimologica, ossia il risalire ai sensi primitivi dei
termini informando degli usi, costumi, circostanze che diedero occasione ai
vari vocaboli, pertiene all’erudizione, come si legge in apertura alla parte 11
del Saggio: il suo interesse non è dunque in sé, ma nel contributo che può dare
alla filosofia e al gusto, giacché, facendo sentir con precisione l'esatto
valore e l'aggiustatezza o la sconvenienza
dei vari vocaboli, concorre da un lato a determinare in che consista la
vera bellezza ed aggiustatezza delle parole, e i veri bisogni della lingua, che
è compito della filosofia, dall'altro a stabilire quando e come vogliasi
condiscendere all’uso o rettificarlo, in qual modo possano conciliarsi i diritti
della ragione e quelli dell’orecchio, e quali siano i limiti che dividono la
saggia libertà dalla sfrenata licenza, che sono invece appannaggio del gusto (C.).
A una tale collocazione dell’etimologia all'interno della filosofia delle
lingue C. perviene gradualmente, solo una volta assimilati i modelli di
riferimento e non senza ripensamenti, come si ricava dalle lezioni padovane di
argomento linguistico, oggi disponibili grazie all’edizione commentata di
Roggia (C., in corso di stampa). In questo saggio s’intende allora provare a
ripercorrere le varie fasi della riflessione C.ana sull'etimologia, dalle
lezioni al Saggio: una riflessione che, come vedremo, si sviluppa non tanto
relativamente all importanza della ricerca etimologica, che rimarrà sempre
marginale, quanto intorno alla funzionalizzazione filosofica ed estetica dei
suoi risultati, pienamente raggiunta e, come si è appena visto, programmaticamente
dichiarata nel Saggio. L'ETIMOLOGIA NEL PENSIERO
LINGUISTICO DI C. 2 Le Acroases etimologiche del corso sulla lingua ebraica Per
quel che ne sappiamo, la prima trattazione sistematica dell’etimologia, intesa
lato sensu come studio dell’evoluzione non solo delle parole, ma dei sistemi
linguistici nella loro interezza, risale all'anno accademico 1770-71, quando
nell’Ateneo di Padova C. tenne un corso sulla Lingua ebraica, il secondo della
sua docenza universitaria e l’unico che ebbe mai modo di dedicare a questa
lingua, che peraltro per sua stessa ammissione conosceva poco'. Del corso fu
pubblicata postuma la prolusione De hebraicae linguae studio dall'allievo
Giuseppe Barbieri (C., 1810). Le lezioni invece non furono mai date alle
stampe, ma una parte cospicua ci è rimasta in tradizione manoscritta, nel
codice 3565 della Biblioteca Riccardiana di Firenze (Gallo, 2008) e nel codice
1223 della Biblioteca Bertoliana di Vicenza. Roggia (2014) ha pazientemente
ricomposto il ciclo, pur frammentario, delle lezioni, ed è stato così in grado
di ricostruirne la successione dei temi affrontati, che prende le mosse da
un’ampia storia linguistica del popolo ebraico per approdare alla lingua
fenicia, venendo infine a comprendere l’intera famiglia delle lingue semitiche,
in una rassegna non solo linguistica, ma anche storico-archeologica e
antiquaria. La trattazione dell’etimologia, a cui sono dedicate le Acroases
dalla 20 alla 22, tutte contenute nel solo manoscritto vicentino, serve da
collegamento tra le lezioni sull’ebraico, che costituiscono da sole i quattro
quinti del corso, e quelle sul fenicio e le altre lingue semitiche: l'occasione
per l' excursus teorico è dato dalla discussione della tesi fenicista di Samuel
Bochart, che aveva sostenuto che molta parte della mitologia greca potesse
essere ricondotta a fonti ebraiche, tramite la mediazione, non solo culturale
ma anche linguistica, dei Fenici?. L'etimologia, allora, si presenta come lo
strumento più adatto a mostrare che, secondo quanto già anticipato nella
prolusione, la maggior parte dei miti greci è derivata dall’ignoranza della
lingua fenicia e delle altre affini (plerasque Graecorum fabulas ab Phoenicii
idiomatis, caeterorumque affinium ignoratione fluxisse, Acroasis 20). 1. In una
lettera al filologo olandese Michael Rijkoffvan Goens, non datata, ma
attribuibile al dicembre 1767 0, al più tardi, al gennaio 1768, visto che la
risposta di van Goens è dell'8 febbraio 1768, l'abate padovano confessa di
essere assai leggermente iniziato nei venerabili e nojosi misteri della lingua
santa e di avere intrapreso di fresco questo studio più in vista del mio
stabilimento che del mio genio (C.). Su
Bochart e la tesi fenicista formulata nella Geographia sacra seu Phaleg et
Canaan (Caen 1646), cfr. Droixhe (1978 38-9). 207 DANIELE BAGLIONI Come mostra
bene Roggia nel suo commento, le tre lezioni attingono abbondantemente al
Traité di de Brosses, di cui testimoniano la più antica ricezione in Italia (il
Traité era stato pubblicato solo quattro anni prima). La dipendenza
dall’ipotesto debrossiano è talmente stretta che in molti passi le Acroases di C.
appaiono più simili a una traduzione, sia pur libera, che non a un riuso
critico della fonte. Si prenda il caso, per esempio, della premessa
sull’utilità dell'etimologia, che occorre nella prima delle Acroases
etimologiche: dato che ci sono moltissimi che respingono del tutto come incerto
e futile qualsiasi studio etimologico, vuoi perché sono stranieri rispetto
all’arte stessa, vuoi perché non comprendono affatto le molteplici opportunità
che essa offre, vuoi infine perché l’infausta e inesperta audacia di alcuni ha
reso sospetta ogni applicazione di questo tipo, mi sembra di dovermi
preoccupare prima di ogni altra cosa, riprendendo l'argomento più in
profondità, che i principi su cui quest arte si regge siano esposti in modo non
superficiale, per evitare appunto che un’arte ottima debba soffrire per
l’impopolarità degli artefici, e affinché noi, insieme ai principali filologi
che ci siamo preposti come guide, se pure otterremo meno spesso la lode per una
congettura certa, possiamo andare tuttavia assolti dall’accusa di arbitrio e di
avventatezza (C., in corso di stampa, IV, 2, acr. 20). L'apologia degli studi
etimologici è un #0pos della linguistica del Settecento, necessaria a prevenire
lo scetticismo di chi, come Maupertuis e Voltaire, aveva apertamente criticato
i labili fondamenti della scuola etimologica francese, in particolare di
Ménage: come tale, la si ritrova non solo in de Brosses, ma anche nella
Dissertation sur les principes de l'étymologie di Falconet (1745),
nell’articolo Encyclopédie di Diderot e in altri scritti di argomento affine
(Nobile, 2005, LXXXIX). Tuttavia, la dipendenza diretta di C. da de Brosses
appare palese a livello sia lessicale sia, più in generale, della struttura
argomentativa: il binomio C.ano incertum ac nugatorium riferito a omne
Etymologicum studium traduce alla lettera gli aggettivi incertain e inutile dei
paragrafi 8 e 9 del Traité (de 3. suntque permulti qui omne Etymologicum
studium quasi incertum ac nugatorium plane aversentur, seu quod in arte ipsa
sint hospites, seu quod multiplices eiusdem opportunitates nequaquam
pervideant, seu demum quod inepta atque inauspicata nonnullorum audacia omnem
huiusmodi sollertiam in suspicionem induxerit, illud mihi ante omnia curandum
video, ut altius repetita re principia quibus ars regitur non perfunctorie
explicentur, ne scilicet arti perbonae artificum invidia sit laborandum atque
ut nos cum primariis Philologis quos nobis duces proposuimus si minus aliquando
certae coniecturae laudem assequimur, tamen ab licentiae ac temeritatis crimine
liberemur. Brosses; quanto poi all'argomentazione, le cause della diffidenza
verso 1’ ars etymologica da parte dei suoi detrattori, ossia l’ ignoranza (seu
quod in arte ipsa sint hospites) e la superficialità con cui è considerata (seu
quod multiplices ciusdem opportunitates nequaquam pervideant), sono le medesime
additate da de Brosses (ivi, 32), che aveva invocato l’ ignorance e la faute
d'y avoir réfléchi. Non stupisce pertanto che anche la progressione degli
argomenti trattati segua l’ordine con cui le materie si succedono nel Traité:
prima la natura dei suoni e le loro differenze, oggetto dell’ Acroasis 20 (e a
cui è dedicata buona parte del 1 tomo del Traité); poi, nell’ Acroasis, i
principi del mutamento linguistico, attribuito soprattutto al passaggio di
parole da una lingua all'altra, come nel capitolo x del 11 tomo del Traité,
intitolato De la Dérivation, et de ses effets (de Brosses); infine, le regole
generali dell’arte etimologica, oggetto dell’ Acroasis 22, che sia
nell’esposizione teorica sia nell'ampio corredo di esempi ricalca fedelmente il
capitolo Xv Des Principes et des Régles critiques de l'Art étymologique del 11
tomo del Traité. C. si limita a compendiare l’assai più ampia e dettagliata
trattazione di de Brosses e ad addomesticarla al suo pubblico padovano,
introducendo qua e là esempi tratti dal panorama dialettale italoromanzo, come
la gorgia fiorentina tra gli accentus peculiari e inimitabili di ciascun popolo
(Florentini [verba] in infimum gutturem cum adspiratione detrudunt) e le
fricative interdentali che, benché estranee agli Itali e ai caeteri Europaei,
eccezion fatta per gli Angli e per gli antichi Greci, tamen apud nostros
rusticanos homines receptos videas *. Nel tentativo di sintesi di una materia
tanto articolata e complessa, peró, C. non si dimostra sempre attento a
preservare la limpidezza dell'esposizione di de Brosses, con il risultato che
brachiologie, fraintendimenti e persino travisamenti sono all'ordine del giorno
e rendono nel complesso le Acroases pasticciate e poco perspicue. C., per
esempio, elimina la minuziosa classificazione dei suoni delle lingue che occupa
per intero il 111 capitolo del 1 tomo del Traité (de Brosses) e sostituisce
alla terminologia tecnica di de Brosses (guztural, palatial ecc.) le lettere
dell'alfabeto greco, usate metalinguisticamente non solo per i suoni, ma anche
per le corrispondenti lettere degli altri alfabeti. L'inadeguatezza di questa
soluzione emerge con evidenza in un passo dell’ Acroasis 21, dove C., seguen4.
Il riferimento è alle interdentali dei dialetti veneti rurali, del tipo di
['Oinkwe] per ‘cinque’, e costituisce molto probabilmente la più antica
attestazione del fenomeno, per la cui descrizione si rimanda a Rohlfs (1966-69,
par. 152); Tuttle do de Brosses, annovera tra i fattori del mutamento
linguistico la ‘pronuncia corrotta dalla forza dell’abitudine’ (corrupta vox
assuetudine alta, che corrisponde nel Traité a prononciation défectueuse à
laquelle l'habitude les [scil les consonnes] rend sujèttes, de Brosses). Il
concetto generale è enunciato chiaramente, ma quando C. riprende da de Brosses
anche l’esempio, ossia l’assibilazione in francese degli esiti di CJ e TJ
latini (in parole come prononciation e collation) e, sempre in francese, la
palatalizzazione di G latina davanti a vocale anteriore e quella di altri nessi
in [3] (come in vendanger da VINDEMIARE), il dettato diventa oltremodo oscuro e
confuso, tanto che se non si avesse l’ipotesto di de Brosses non si riuscirebbe
in nessun modo a risalire ai fenomeni a cui si allude: Parmi nous plusieurs
consonnes introduisent aussi des altérations de ce genre par la prononciation
défectueuse à laquelle l'habitude les rend sujèttes. A tout moment lecetle sont
à notre oreille le son de l’s. L'analogie veut qu'on écrive prononciation et
collation; l'usage défectueux fait entendre prononsiasion et collasion. Le méme
usage souvent adoucit l’s et y fait entendre un z: par-là le z se trouve
substitué au tà qui il n'a nul rapport d’organe, parce-qu'on a substitué l’s au
£. Au lieu de ratio on écrit raison et on prononce raizon. Au lieu du son
organique et guttural qui est propre au g on lui donne la plüpart du tems le
son palatial de lj. On dit vendanger au lieu de vendemjare ou vindemiare ( ).
Cosi la voce a poco a poco corrottasi, nutrita dall'abitudine e ormai non più
sanabile, prende vigore, destinata a corrompersi di nuovo tante volte quante
viene trasferita da un popolo a un altro. In seguito a questo cattivo modo di
pronunciare, secondo quanto testimoniano i più assennati tra i francesi,
vediamo avvenire presso questo popolo che non solo nelle parole native ma nelle
latine e nelle straniere tutte, si usi parlando, in luogo di Zeta, uno Jota
consonantico, e un Gamma anteposto alle vocali Epsilon e Jota; in luogo di
Sigma un Kappa e un Tau davanti alle stesse vocali (C., in corso di stampa, IV,
2, acr. 21)*. Una simile confusione si riscontra anche, nell’ Acroasis 22, nell
illustrazione della trafila che dal latino COMMEATUS porta all'italiano congedo
attraverso il francese congé: C., come de Brosses, ritiene erroneamente che
congé sia a sua volta un antico prestito dall'italiano; ma mentre de Brosses,
al s. Ita sensim corrupta vox assuetudine alta, nec iam amplius medelam passa
invalescere, toties corrumpenda iterum quoties ab una gente ad aliam
traducitur. Ex ea prava pronunciandi ratione saniorum Gallorum testimonio
videmus factum, ut apud Gallos non modo in nativis vocabulis sed Latinis atque
exteris omnibus Iota consonum et Gamma vocalibus Epsilon ac Iota praepositum
pro fra, Cappa et Tau ante easdem pro Sigma in colloquendo usurpetur. netto
dell’errore, ripercorre con grande chiarezza le fasi evolutive supposte (da
MEARE, per derivazione interna al latino, COMMEATUS; da COMMEATUS, per
variazione dell’ inflection labiale, l'italiano antico combiato; infine da
combiato, con spirantizzazione dell’approssimante nel passaggio dall’italiano
al francese, congé), C. riduce il tutto assai più vagamente al pronunciationis
vitium dei francesi, mettendo sullo stesso piano il presunto adattamento
dell’approssimante italo-romanza Jota, articolata quasi fta (cioè [3]), e la
notazione di [3] con Gamma (cioè con ), quest’ultimo un mero fatto grafico
evidentemente estraneo all’evoluzione fonologica della parola: Du verbe meare
le latin fait commeatus: l italien varie l’inflexion labiale et fait combiato;
que le françois prononce combjato, et en fait son mot congé, ou la R{acine]
meare est fort difficile à reconnoître (de Brosses). Che la parola italiana
cozgedo presa dai francesi derivasse in origine da commeatus uno non lo
sospetterebbe a prima vista: ma è facile da riconoscere per chi tenga presente
la pronuncia francese. Da commeatus, sostituendo l’Epsilon con uno Jota, gli
italiani formarono commiato: questo in un primo momento é passato da noi ai
francesi, ma per un vizio di pronuncia la vocale Jota è stata da loro
convertita in una consonante. Avendo essi, poi, questo ulteriore vizio, di
articolare regolarmente lo Jota consonantico quasi come uno Zeta, pronunciano
conj’, omettendo la terminazione latina; infine, sviati da una terza abitudine
di pronuncia errata per cui in luogo di Zeta impiegano zo [sci/. ‘così,
analogamente’ ] Gamma davanti a Epsilon non meno che Jota consonantico, ciò che
pronunciano cozjé si può vedere scritto congé: da cui congedo degli italiani (C.,
in corso di stampa, IV, 2, acr. 22)‘. Il divario tra la limpida trattazione di
de Brosses e l’impacciata epitome di C. diventa ancora più evidente quando si
viene alla comparazione interlinguistica, in cui de Brosses è maestro, mentre C.,
poco incline alla riflessione grammaticale e allo studio delle lingue esotiche,
arranca. Emblematico è un primo, disastroso tentativo interromanzo, nel quale
l’abate si lancia nell’ Acroasis 21, senza nessun appiglio nel Traité: 6.
Italicum verbum congedo ab Gallis sumptum ex Latino commeatus manasse primitus
non quisque continuo existimet. At id ci perspectu facile, qui Gallicam
pronunciandi rationem teneat. Commiato Itali ex commeatu, jota pro Epsilon
subiecto fecere; id primum a nobis ad Gallos transiit; sed pronunciationis
vitio, vocalis ab iis jota in consonam versa. Cum vero id insuper peccent, ut
Jota consonum, quasi {fra constanter efferant, hinc Latina terminatione abiecta
conj’ pronunciant, postremo tertia peccandi assuetudine abducti, qua 1à Gamma
ante Epsilon non minus, quam Jota consono pro {ta utuntur, quod cozjé ab iis
dictum, congé scriptum videas, ex quo Congedo ab Italis factum . ZII Nelle voci
latine che cominciano con una doppia consonante, delle quali la seconda sia un
Lambda, gli spagnoli convertono anche la prima, qualunque fosse, in un altro
Lambda, e pronunciano lluvia per pluvia, llave per clave. Gli italiani, al
contrario, mantenendo la prima muta, rigettando la liquida e inserendo uno
Jota, levigano in qualche modo l'espressione, e da pluvia ottengono piova. I
portoghesi, invece, stabiliscono di non privilegiare in queste parole una delle
due consonanti, e inseriscono brutalmente al loro posto la gutturale più aspra
Chi, talché pluvia, trasformata in chuva, si allontana moltissimo dall'origine
latina (ivi, acr. 21). L'esempio scelto da C. é facile e didatticamente
spendibile anche oggi in un corso di linguistica romanza per matricole: si
muove dal latino pluv(i)a, voce panromanza, e si confrontano gli esiti del
nesso iniziale nei succedanei spagnolo, italiano e portoghese. Solo che l'illustrazione
di Cesarotti è irreparabilmente viziata dalla già osservata difficoltà di
distinguere tra fonemi e grafemi e anche dall’ignoranza del valore fonetico
delle diverse grafie romanze. Ne consegue che la risoluzione del nesso in una
laterale palatale nello spagnolo //uvia viene presentata alla stregua di una
geminazione di elle ( Hispani primam etiam quaecumque ea fuerit in alterum
Lamda convertunt) e, ancor più incredibilmente, l’esito in fricativa
postalveolare del portoghese chuva viene descritto come un violento
inasprimento gutturale (Lusitani vero asperiorem gutturalem Chi in earum locum
violenter inferunt), rivelando cosi che, per C., la consonante iniziale
corrispondeva a una fricativa velare [x], secondo il valore di ch in tedesco. È
chiaro che, con queste premesse, anche gli esempi tratti da de Brosses sono
passibili di più di un fraintendimento, specie quando C. si avventura ad
adattarli alle proprie esigenze didattiche. E il caso del confronto, ancora
nell’ Acroasis 21, tra i popoli orientali (Eoae gentes) e i popoli occidentali
( Occiduae [gentes] ), in cui C. riformula e integra una frase del capitolo x
del 11 tomo del Traité, dove perd a essere comparati sono i peuples plus
septentrionaux con gli altri popoli: Les
peuples plus septentrionaux siflent également, soit du nez, soit des levres. Je
viens de donner des exemples de l'addition du siflement nazal: en voici de
l'addi7. In Latinis vocibus quae a duplici consona incipiunt, quarum posterior
Lamda sit, Hispani primam etiam quaecumque ea fuerit in alterum Lamda
convertunt, et //uvia pro pluvia, //ave pro clave pronunciant. Itali contra
servata priore muta, reiecta liquida et iota interiecto dictionem quodammodo
laevigant, et ex pluvia piova faciunt. Lusitani vero in iis vocibus utraque
consona valere iussa, asperiorem gutturalem Chi in earum locum violenter
inferunt ut pluvia in chuva conversa ab Latina origine longissime abscedat. 212
L'ETIMOLOGIA NEL PENSIERO LINGUISTICO DI C. tion du siflement labial;
&otepog vesper, otvoc [sic] vinum, čëpyov work, bwp water, etc. (de
Brosses, IL, 164). Dato che i popoli orientali amano più comunemente le
aspirazioni, quelli occidentali i suoni sibilanti, si può vedere come i latini
antepongano volentieri ai vocaboli aspirati dei greci lettere sibilanti nasali
o labiali: da hex, hepta, hypò, bypér dei greci è stato fatto sex, septem, sub,
supra dai latini; ciò che per i greci è Pésperos, hestia, hésthema, per i
latini è vesper, vesta, vestis; le nasali o le labiali corrispondono così
alternatamente agli spiriti aspri dei greci. Le lettere gutturali si prestano a
essere elise, e tanto più facilmente quanto più si avvicinano alla base della
gola, parte estrema dell’organo vocale. Gli antichi inglesi mutavano il
gutturale Kappa con uno spirito gutturale, e pronunciavano home al posto di
comu: con lo stesso spirito proprio della gola gli spagnoli sono soliti mutare
lo spirito labiale Phi nelle parole latine, e li si può sentir pronunciare
hembra per femina, huigo per foco, huir per fugere. Era comune presso i caldei
e i siri premettere alle voci straniere inizianti per Sigma implicato a
un’altra consonante un qualche punto vocale, to [scil. ‘come, ad esempio’ ] l’
Aleph aggiunto: i caldei talvolta un’ Alfa, per lo più uno Jota, i siri un
Epsilon. I francesi, imitando in questo i siri, scrivono abitualmente eschole
per schola, estude per studio, esperer per sperare, estomach per stomacho,
anche se per una consuetudine diffusa presso di loro in alcune di queste voci
lo stesso Sigma svanisce nella pronuncia (C., in corso di stampa, Iv, 2, acr.
21). De Brosses aveva contrapposto da un lato il greco, dall'altro il latino e
l’inglese, lingue più settentrionali, osservando che, lì dove il greco manca di
una consonante iniziale (in realtà solo grafematicamente perché, tranne che nel
caso di oivo, la vocale iniziale presenta lo spirito aspro), il latino e
l'inglese aggiungono una sibilante (siflement du nez) oppure una labiale
(siflement des levres ), per esempio in vesper, vinum, work e water rispetto al
greco Éomepos, olvoc, £pyov e ddwp. Si tratta di un classico esempio per 8.
Cum Eoae gentes aspirationibus, Occiduae sibilis frequentius gaudeant, videas
Latinos aspiratis Graecorum vocabulis sibilas narium aut labiorum litteras
libenter praeponere: ab Graecorum ££, Erttà, m6, dép, sex, septem, sub, supra
ab Latinis factum; quod Graecis Éoepoc, éotia, ÉoOnua, id vesper, vesta, vestis
Latinis est; ita nares aut labra asperis Graecorum spiritibus alternis
respondent. Gutturales litterae elidi promptae idque eo facilius quo magis ad
infimum gutturem, extremam vocalis organi partem accedunt. Veteres Angli
gutturalem Kappa gutturali mutabant spiritu, et home pro comu efferebant: eodem
spiritu gutturi proprio Hispani labialem spiritum Phy in Latinis vocibus mutare
assolent, ab iisque hembra pro foemina, pro foco huigo, huir pro fugere
usurpari inaudias. Usitatum apud Chaldaeos ac Syros ut peregrinis vocibus ab
Sigma alteri consonae implexo incipientibus vocale aliquod punctum T@ aleph
subiectum prefigant, Chaldaei quidem aliquando alpha, plerunque iota, Syri
epsilon. Galli in eo Syros imitati pro schola eschole, estude pro studio, pro
sperare esperer, estomach pro stomacho scriptitant, licet in nonnullis eiusmodi
vocibus Sigma ipsum recepta apud eos consuetudine in pronunciando
evanescat. dirla con Marazzini (2002, 250)
di paleocomparativismo settecentesco, che
individua correttamente una corrispondenza regolare di suono tra lingue
imparentate (di lì a poco si sarebbe detto indogermaniche), anche se scambia la
conservazione della labiale originaria in latino e nel germanico per
un’innovazione di queste lingue rispetto al greco. C. deve aver ritenuto più
funzionale alle proprie lezioni lo spostamento dell’asse geografico da nord-sud
a est-ovest, così da estendere il confronto alle lingue semitiche, come in
effetti avviene alla fine del passo. Ma in questo modo confonde corrispondenze
etimologiche reali, come quella del greco &£, &rvà, dm, drèp con il
latino sex, septem, sub, supra e quella del greco Éomepos, gota, &00nua con
il latino vesper, vesta, vestis, con corrispondenze accidentali che si devono a
sviluppi poligenetici interni alle singole lingue, quali la genesi della
fricativa glottidale sorda nell’inglese home (da una precedente velare) e nello
spagnolo antico hembra e huir (da una precedente labiodentale), oppure la
prostesi vocalica nel francese antico eschole, estude, esperer, estomach e lo
stesso fenomeno in ebraico e in siriaco (cfr. ebr. ezróa' (in quanto connessa con la radice trilittera
del verbo essere in ebraico). Si spinge quindi a osservare che sarebbe
altamente desiderabile che Dio presso tutti i popoli avesse sortito il nome da’
suoi attributi metafisici, non esitando a proporre lui stesso denominazioni
alternative, come l Eterno, l Infinito, lo Stante-per-sé, la Causa-prima, le
quali, per il fatto di essere titoli coessenziali a Dio e incomunicabili, non
prestano il fianco a pericolose interpretazioni politeistiche, come invece
fanno le denominazioni fondate sulla forza, sulla grandezza e sulla potenza.
Nell’esempio che si è fatto l’ebraico è almeno in parte risparmiato dalla diagnosi
di perfettibilità. Ma in quello che chiude lo stesso paragrafo x1 non è esente
da critiche nemmeno la lingua delle Scritture: Le voci terra e mare al presente
sono puri segni indifferenti; ma se dovesse darsi il nome al primo di questi
elementi, sarebbe meglio il chiamarla feconda o tuttomadre, come la denomina
Eschilo, di quello che salda, o rotonda, o anche arida, come si dice in
ebraico: nome che non poteva esser buono se non col rapporto alle acque del
caos da cui era dianzi ingombrata, o a quelle del diluvio da cui usciva: così
il mare sarebbe meglio detto navigabile, o abbraccia-terra, che sale, come lo
chiamarono i Greci e i Latini. Per C. l'ebraico ybbasäh, una delle parole per
‘terra’ indicante nello specifico la terra asciutta (conformemente alla radice
y-b-$ ‘seccare, asciu- gare’), è un nome che non poteva esser buono se non col
rapporto alle acque del caos da cui [la terra] era dianzi ingombrata, o a
quelle del diluvio a cui usciva»'°. Una denominazione migliore, invece, è
quella poetica di 16. Per la verità il termine compare solo nel racconto della
Creazione (Genesi), quando Dio separa la terra asciutta (yabbasab) dalle acque
e dà alla prima il nome di ‘terra’ (eres), mentre nell'episodio dell’arca di
Noè s' incontrano altre parole (eres, dämäh) e, specificamente per la ‘terra
asciutta’, häräbäh (Genesi 7,22). C. potrebbe far riferimento tanto a yabbäsäh
quanto a barabah, includendo le due voci in un unico tipo motivazionale, oppure
essere stato tratto in inganno da y4054) in Genesi 8,14 (yabsáb ba ares
‘asciutta [era] la terra’), omografo di yabbasab, che però è una forma verbale.
tutto-madre datale da Eschilo nel Prometeo incatenato (v. 90: Tauuñrwp TE yi»,
‘terra madre di tutto’). Analogamente, ma questa volta con riguardo alle lingue
classiche, i nomi di &Ac e di sal, possibili denominazioni del ‘mare’ in
greco e latino, colgono dell’oggetto una qualità accidentale, mentre il mare
sarebbe meglio detto navigabile, o abbraccia-terra», quest’ultima una kenning
di coniazione C.ana che ricorda nella forma i composti dell’ Ossian (Della
Corte, 1997). 4 L'etimologia fra rettorica e filosofia grammaticale Circa
trent'anni fa, nel suo volume su Storia e coscienza della lingua in Italia
dall’umanesimo al romanticismo, Claudio Marazzini osservava come la teoria
sulla bellezza dei termini di C. fosse stata ignorata dagli studiosi e
sospettava che ciò si dovesse al fatto che questa teoria (a differenza di
altre, contenute nel Saggio C.ano) appartiene ad un orizzonte epistemologico
caratteristico del sec. XVIII, e non può essere paragonata ai risultati della
linguistica moderna (Marazzini). La
teoria, però, non dovette godere di grande fortuna nemmeno all’epoca di
Cesarotti, se è vero che labate Andrés, fra i primi entusiasti critici del
Saggio sopra la lingua italiana, aveva ciò nondimeno espresso delle riserve
proprio sui tanti esempi d’etimologia e di omonimie, che possono sembrar
soverchi, mentre a suo avviso un loro sfoltimento avrebbe lasciato spazio alle
più necessarie investigazioni dello stile (cit. da C., 1960, 426). Nell
Avvertimento degli editori in appendice alla terza edizione del Saggio,
probabilmente scritto da C. stesso e comunque da lui approvato, ad Andrés si
ribatte orgogliosamente che l’etimologia nell'aspetto in cui la riguarda
l’autore apparteneva direttamente al di lui soggetto e che all’incontro le
teorie dello stile non potevano averci luogo che occasionalmente, non essendo
questa un’opera di rettorica, ma di filosofia grammaticale considerata ne’ suoi
rapporti colla rettorica (ivi, 427). È dunque all’interfaccia di filosofia e
retorica, diremmo oggi di linguistica generale e stilistica, che C. colloca l’etimologia:
una collocazione che, come si è visto, non ha precedenti nella trattatistica
italiana e francese prima di C. anche se lì ha le sue premesse e che
non verrà riproposta in quella a lui successiva. Un unicum quindi, che la
distanza dal corso che avrebbe preso la linguistica otto e novecentesca rende
oggi non sempre facile da comprendere, ma non per questo meno interessante e
affascinante, e che grazie all’edizione delle lezioni padovane possiamo ora
apprezzare fin dalla sua preistoria. Riferimenti bibliografici BATTISTINI A., I
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delle lingue di Charles de Brosses: un caso di materialismo
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L'etimologia, Zanichelli, Bologna. Radici, eredità Tra la lingua italiana e le
lingue: C. e l Ercolano di Benedetto Varchi di Alberto Roncaccia* Mettere a
confronto la riflessione linguistica di C. con i dibattiti cinquecenteschi
potrebbe sembrare un’operazione antieconomica e forse non molto rilevante:
antieconomica, perché i riferimenti teorici decisivi per C. sono quelli a lui
più vicini, come de Brosses e Condillac; non molto rilevante, in quanto
semplice parallelismo di posizioni anticlassicistiche che fanno perno,
cronologicamente, sulla prima edizione del Vocabolario della Crusca. Il
parallelismo tra antibembismo e antipurismo, conducibile dai suoi gradi più
moderati ai più estremi, fornisce allo sguardo dell’osservatore una ampliata
profondità di campo sulla questione della lingua e permette di riconsiderare
istanze cinquecentesche minoritarie rispetto all’affermazione del classicismo
volgare arcaizzante. Osservando il Saggio sulla filosofia delle lingue in
questa chiave cinquecentesca, alcuni rimandi puntuali su cui è utile
soffermarsi sono quelli all Ercolano di Benedetto Varchi’. Si tratta di pochi
riferimenti espliciti, di cui perdipiù un paio in negativo. Eppure, in C., il
richiamo a Varchi suggerisce una lettura attenta dell Ercolano e,
probabilmente, una prospettiva privilegiata per interpretare l'insieme dei
dibattiti teorici e grammaticali cinquecenteschi. Tale potenzialità del dialogo
varchiano è stata messa in evidenza, ai nostri giorni, da Paolo Trovato, che
gli riconosce il carattere di vera e propria summa? linguistica, e da Claudio, Losanna.
Si utilizza l'edizione Sorella (Varchi, 1995). 2. Uno riguarda la raccolta di
frasi proverbiali che divengono insipidi enigmi (11, 5) e l'altro la presa di
posizione in favore delle Prose di Bembo per poter assicurare a Firenze la
proprietà della lingua Scrive Paolo Trovato nella presentazione all'edizione
critica curata da Antonio Sorella: nonostante il suo carattere di summa delle
discussioni linguistiche e, in parte, almeno stilistiche e retoriche del
Cinquecento, il dialogo è per tanti motivi, dalla mole allo stile alla
mancanza di edizioni recenti più citato che letto anche tra gli addetti ai
lavori (Varchi RONCACCIA Marazzini, che coglie in Varchi un approccio prossimo
a quello di una linguistica generale ante litteram>*. La sistematicità
analitica che impronta il dialogo varchiano sembra aver attirato l’attenzione
di C. nonché alimentato la sua stessa riflessione linguistica. Ci proponiamo
quindi di verificare le possibili concordanze concettuali e teoriche. Pur
rivendicando l'appartenenza a un’epoca nuova, caratterizzata da una rivoluzione
nel sistema intellettuale, secondo l'esigenza, condivisa con molti suoi
contemporanei, di porsi in discontinuità rispetto alla cultura del passato e
alle sue sopravvivenze nel purismo cruscante, Cesarotti stabilisce un esplicito
legame con il settore della riflessione linguistica cinquecentesca che aveva riconosciuto
le ragioni dell’uso parlato e dei mutamenti linguistici. Il riferimento più
significativo a Varchi è presente all’inizio della parte 1v del Saggio, cioè
della sezione finale in cui si propone un moderno e avveduto piano di governo
della lingua italiana attraverso la creazione di un Consiglio nazionale e la
realizzazione di nuovi vocabolari. Tale focalizzazione incipitale dà a Varchi
una posizione eccezionalmente marcata. È difficile trovare nel Saggio un altro
autore cui siano concessi una tale menzione elogiativa e un tale valore
dispositivo. Scrive C.: Egregiamente disse il Varchi che l’inondazione dei
popoli settentrionali produsse due grandissimi beni all Italia: la repubblica
di Venezia e la lingua toscana‘. C. si riferisce al Quesito v dell’ Ercolano
dove Varchi, in realtà, non dice lingua toscana ma volgare e, nell’indicare i
due beni, pone 8 8 P prima il volgare e poi Venezia. Scrive Varchi (corsivo
mio): Fra tante miserie e calamità, quante dalle cose dette potete immaginare
voi più tosto che raccontare io, di tanti mali, danni e sterminii quanti
sofferse sì lunga4. Marazzini (1993, 154). s. Scrive C.: Ma la rivoluzione
accaduta nel sistema intellettuale dopo la metà del secolo diciassettesimo ebbe
una nuova e più sensibile influenza anche sulla lingua. Firenze meritò d’esser
chiamata per doppio titolo l’Atene d’Italia. Quindi le scienze, lo spirito filosofico
e il francesismo furono le tre cagioni che riunite alterarono non poco l'idee
comuni in fatto di lingua. Le discipline fecero sentire al vivo il bisogno
incessante di nuovi termini, lo spirito di ragionamento volle separare anche in
tal materia i diritti della ragione da quei dell’autorità, mostrò la vergogna
di sacrificar l’idea al vocabolo, e insegnò a distinguere il pregio reale della
lingua dal convenzionale e arbitrario (C.). C. TRA LA LINGUA ITALIANA E LE
LINGUE mente in quegli infelicissimi tempi la povera Italia, ze nacquero due
beni, la lingua volgare e la città di Vinegia, republica veramente di perpetua
vita e d’eterne lodi degnissima?. Il discorso si sviluppa poi nel Quesito vr,
dove il volgare viene definito come lingua nuova in sé e, in questo senso, per
quanto prodotto da drammatiche vicende storiche, è considerato un nuovo bene.
Notiamo che Varchi, quando applica alle lingue il termine di corruzione, lo usa
nel suo senso più tecnico, di provenienza aristotelica, precisando che un
processo di corruzione ne implica anche uno di generazione, con l’esito di far
nascere una cosa in sé nuova. Tale argomentazione, come ricorda Antonio
Sorella, era già stata applicata al volgare da Claudio Tolomei nel Cesazo e da
Giambattista Gelli nei Dialoghi. Per Varchi non si tratta però solo di
affermare puntualmente l'autonomia e la dignità del volgare rispetto al latino,
bensì di evidenziare un'idea guida della propria riflessione teorica sulla
lingua. Dopo aver storicizzato e ridimensionato come voce equivoca '° la
nozione di lingua barbara, per questo esclusa dalle categorie usate nella
divisione e dichiarazione delle lingue proposta nel Quesito 111, l’autore dell’
Ercolano può capovolgere il punto di vista tradizionale nei confronti dei
diluvii delle nazioni oltramontane. Già per Varchi, come poi per C., non
esistono lingue intrinsecamente barbare, ma ogni lingua è tuttavia
costitutivamente barbara nel proprio stadio originario. Se l'idea del volgare
come lingua nuova è 7. Varchi (1995, 667). 8. Scrive Varchi: ora voi havete a
sapere che la corruzzione d’una cosa è (come ne insegna Aristotile) la
generazione d’un’altra; e come la generazione non è altro che un trapassamento
dal non essere all’essere, così la corruzzione, come suo contrario, altro non è
che uno trapasso o vero passaggio dall’essere al non essere. Dunque se la
latina si corroppe, ella venne a mancare d’essere, e perché nessuna corruzzione
può trovarsi senza generazione, benché Scoto pare che senta altramente, la
volgare venne ad acquistare l'essere; di che segue che la volgare, la quale è
viva, non sia una medesima colla latina, la qual è spenta, ma una da sé (Varchi
La nozione di lingua barbara è utilizzabile per lingue che si trovano ad uno
stadio ancora non sviluppato e che quindi non possono essere scritte e di
conseguenza non hanno scrittori: comprendo le lingue barbare sotto quelle che
sono non articolate e non nobili (ivi, 650).
già presente nelle Prose di Bembo, la novità varchiana, ben recepita da C.
quando ne cita la nozione di beni, sta nel porre l'accento sul progresso
storico e sull’arricchimento ininterrotto della lingua. Varchi, come è noto,
supera definitivamente la teoria della catastrofe, sia biblica che storica, e
adotta un atteggiamento decisamente postumanistico quando rinuncia a evocare il
topos del sentimento di perdita nei confronti del latino. La legittimità
storica e qualitativa del volgare è ormai acquisita e, quindi, a differenza di
quanto avveniva ad esempio per Alberti, non c’è più bisogno di nobilitarne
l’uso attraverso calchi lessicali e sintattici latineggianti intesi a ritrovare
l’eredità del glorioso passato. Il mutamento linguistico può quindi produrre un
bene, una ricchezza da spendere guardando soprattutto al futuro. Tale nozione
positiva di mutamento linguistico determina l’attribuzione di una funzione
conoscitiva fondamentale e prioritaria allo studio della lingua parlata. Anche
per questo aspetto, attraverso la prospettiva del Saggio C.ano, il Varchi
teorico risulta attualizzato in chiave antiarcaizzante. Si tratta di una
lettura possibile, diversa da quella che ne fecero i contemporanei, in
particolare Salviati, per i quali furono decisive l’opzione per il
fiorentinismo e la linea di continuità con la proposta bembiana. La difficile
conciliabilità del Varchi teorico con il naturalismo linguistico bembiano, così
come traspare dalla prospettiva di lettura C.ana, risulta d’altra parte
storicamente fondata anche per noi oggi. Basti notare come nell’ Ercolano il
Varchi omodiegetico riprenda con regolarità il proprio interlocutore per
ricordargli che si sta discutendo in primo luogo del favellare e che proprio dall’uso
parlato è necessario partire per ragionare su cosa sia una lingua. Tale
impostazione, possiamo aggiungere, è debitrice della riflessione aristotelica
sul linguaggio. La scrittura viene dopo, accessoriamente, perché alle origini
tutte le lingue, anche la greca e la latina, erano solo parlate. Lo statuto di
lingua che un singolo idioma può acquisire non è quindi determinato dalla
scrittura. Ecco le parole esatte di Varchi: 13. Prose, 1, 7 (Bembo, 2001, 15):
essendo la Romana lingua et quelle de Barbari tra se lontanissime; essi a poco
a poco della nostra hora une ora altre voci, et queste troncamente et
imperfettamente pigliando, et noi apprendendo similmente delle loro, se ne
formasse in processo di tempo, et nascessene una nuova. 14. Al di là delle
circostanze legate all’obiettivo di ristabilire il primato linguistico di
Firenze, è l’aristotelismo linguistico di Varchi a risultare incompatibile con
il platonismo bembiano. Per questo, pur difendendolo, Varchi di fatto tradisce
Bembo applicando in sede teorica il principio di priorità del parlato. Come
scrive Marazzini: La correzione del bembismo operata da Varchi vanificava
dunque l’austero rigore delle Prose di Bembo, per le quali la lingua era creata
solo dai grandi scrittori (Marazzini Lo scrivere non è della sostanza delle
lingue, ma cosa accidentale, perché la propria e vera natura delle lingue è che
si favellino, e non che si scrivano; e qualunche lingua si favellasse, ancora
che non si scrivesse, sarebbe lingua a ogni modo; e se fusse altramente, le
lingue inarticolate non sarebbono lingue, come elle sono. Lo scrivere fu
trovato non dalla natura, ma dall’arte, non per necessità, ma per commodità;
conciosia cosa che favellare non si può, se non a coloro che sono presenti, e
nel tempo presente solamente; dove lo scrivere si distende e a’ lontani, e nel
tempo avvenire; e anco a un sordo si può utilmente scrivere, ma non già
favellare: dico de’ sordi non da natura, ma per accidente; e se le lettere
fussono necessarie, la diffinizione della lingua approvata di sopra da voi,
sarebbe manchevole e imperfetta, e conseguentemente non buona, e ne seguirebbe
che così lo scrivere fusse naturale all'huomo, come è il parlare; la qual cosa
è falsissima. È utile ricordare che la precisazione sui sordi, con la
distinzione dei sordi dalla nascita da quelli per accidente, rimanda alla
tradizione aristotelica del De sensu et sensibilibus, opera molto nota e
commentata nel Medioevo, dove si indica l'importanza dell'aspetto uditivo del
linguaggio, indispensabile per la crescita intellettiva e per lo sviluppo delle
facoltà di rappresentazione simbolica che consentono di rappresentare
mentalmente e linguisticamente nozioni che rinviano anche a cose non presenti.
L'apporto della facoltà di rappresentazione simbolica nella crescita
intellettiva umana è decisivo anche nella concezione linguistica di C. che,
come osserva Roggia, ne trova riscontro diretto in Condillac. Su una base
teorica sostanzialmente aristotelica, dove sono messe in evidenza anche le
condizioni fisiologiche di udibilità del parlare, Varchi postula quindi
l'originaria e costitutiva parità di ogni lingua naturale. Ogni lingua, spiega
Varchi, è originariamente volgare: Tutte le lingue, le quali naturalmente si
favellano, in qualunche luogo si favellino, sono volgari, e la greca e la
latina altresi, mentre che si favellarono, furono volgari; ma come sono diversi
i vulgi che favellano, cosi sono diverse le lingue che sono favellate®. 15.
Varchi (1995 640-1). 16. De Sensu et Sensibilibus, 4362-4492. L’opera è citata
da Dante nel Convivio (Cv 11 IX 6; Cv II IX 10). Si veda la voce De sensu et
sensato, curata da Enrico Berti, in Enciclopedia dantesca (1970). 17. De sensu
457a 12, e passim. 18. Roggia Varchi La prioritaria pertinenza teorica della
lingua parlata, cosi come viene formulata da Varchi, può essere confrontata con
le asserzioni ordinative del discorso C.ano sulla lingua. Varchi, avendo
sottolineato l’originaria parità delle lingue, afferma la necessità costitutiva
della variazione diatopica e diacronica, per poi trattare di quella diastratica
e diafasica. Se ora osserviamo le otto proposizioni iniziali del Saggio C.ano,
tutte anaforicamente introdotte da una negazione (Niuna lingua), la prossimità
con le formulazioni di Varchi si può cogliere in due brevi passaggi, uno nel
corpo del testo e uno in nota. Dopo l’ottava proposizione, dedicata alle
varietà diatopiche della lingua, cioè ai dialetti, accennando anche alle
varietà diastratiche e ai gerghi tecnici, iniziando il paragrafo 11, C. si
chiede se il predominio d'un dialetto giovi o nuoccia maggiormente alla lingua
?°. Concluso tale approfondimento dell’ottava proposizione, il paragrafo MI si
apre con la formulazione di uno schema di approccio analogo a quello di Varchi.
Scrive C.: La maggior parte di ciò che s’è detto finora riguarda la lingua
parlata: passeremo ora a ragionar della scritta . La seconda precisazione che
ci interessa è contenuta nella prima delle note d’autore che corredano il
Saggio e riguarda il principio per cui tutte le lingue nascono allo stesso
modo. È l’esordio della nota, dove si dice che Le lingue o nascono o derivano,?
che ci suggerisce un’ulteriore analogia con la prima grande partizione delle
lingue fatta da Varchi. Con la formulazione varchiana, C. condivide anche la
modalità geometricamente disgiuntiva e la qualità della distinzione da cui si
diramano i successivi sottoinsiemi. La prima proposizione varchiana del Quesito
111 recita: Delle lingue, alcune sono nate in quel luogo proprio nel quale elle
si favellano, e queste chiamaremo originali, e alcune non vi sono nate, ma vi
sono state portate d'altronde, e queste chiamaremo zon original. C., nella nota
che ci interessa, prosegue spiegando come le lingue native abbiano all’origine
un semplice impulso di natura, lo stesso che si potrebbe ritrovare in due o più
fanciulli d'ambedue i sessi cresciuti in 20. C. Varchi una selva 5. Tolta la settecentesca variabile
del clima, evocata subito dopo, anche l'esempio dei fanciulli collocati in
un’ipotetica condizione selvaggia è presente in Varchi. L’eventualità di uno
stato di natura privo di sollecitazioni linguistiche svolge nell’ Ercolano la
funzione di un caso limite, definito prima dell’avvio dello svolgimento vero e
proprio dei Quesiti: CONTE. E se s’allevassero più fanciulli insieme in quella
maniera, senza che sentissero mai voce humana, favellarebbono eglino in qualche
idioma? VARCHI. Qui bisognerebbe essere piuttosto indovino che altro; pure, io
per me credo che eglino favellerebbono, formando da sé stessi un linguaggio
nuovo, col quale s'intenderebbono fra loro medesimi. Pur con la dovuta
prudenza, questi riscontri stabiliscono una prima sorprendente concordanza tra
la riflessione teorica e l’impianto sistematico di C. e Varchi, invitandoci a
individuare altri luoghi dell’ Ercolano che possano far pensare ad una
specifica attenzione di C. verso Varchi. Tornando quindi al rilievo che C.
concede a Varchi al principio della parte 1v, possiamo chiederci se tale
riferimento non svolga nel Saggio una funzione ordinativa a livello
macrotestuale. Nell'economia del Saggio, il riferimento a Varchi segna il
passaggio all’applicazione italiana dei principi generali di filosofia delle
lingue descritti e dimostrati nelle parti che precedono. È questa la parte che
determina l’estensione del titolo dell’opera: Saggio sulla filosofia delle lingue
applicato alla lingua italiana. Essa è composta di sedici paragrafi che
possiamo separare in due blocchi argomentativi: fino al paragrafo xI, sono
ripercorse le contrastate vicende della lingua e dell’eloquenza italiana, dalle
origini fino all’affermazione di quella che C. chiama l’autorità legislativa
della Crusca; poi, dal paragrafo x11, è descritta la situazione dell'epoca
contemporanea, fatta iniziare grosso modo dalla metà del xv secolo e posta in
discontinuità con la precedente. Il paragrafo XII, contrassegnato da un
incipitale ma enfatico-avversativo, inizia così: Mala rivoluzione accaduta nel
sistema intellettuale dopo la metà del secolo diciassettesimo ebbe una nuova e
più sensibile influenza anche sulla lingua. 25. C. (1960, 307). 26. Varchi (1995,
549). 27. C. (1960, 415). 28. 416. Si giunge qui alla parte più propositiva e
militante del Saggio. Nei paragrafi immediatamente precedenti C. svolge le
proprie argomentazioni riconoscendone la continuità rispetto a quella parte
della riflessione linguistica cinquecentesca che si era opposta alla
cristallizzazione classicistica della linea Bembo-Salviati-Crusca. Preferendo a
questo punto richiamarsi a Trissino, C. riorienta in chiave italiana la
proposta di Varchi in favore dell’uso colto del fiorentino parlato. La nozione
varchiana di uso colto, possiamo dire, è mantenuta e riadattata modernamente. C.,
come si è accennato, sembra impreciso dicendo che per Varchi le invasioni dei
popoli oltramontani hanno portato il beneficio della nascita della lingua
toscana. In primo luogo, perché Varchi in quel caso parla di lingua volgare,
riferendosi quindi a un fenomeno più generale e, in secondo luogo, perché
l’autore dell’ Ercolano vuole arrivare ad affermare il primato qualitativo
della lingua fiorentina e insiste quindi sull’inopportunità di denominazioni
come lingua italiana o lingua toscana??. C., pur riconoscendo la legittimità
storica di un primato qualitativo, preferisce però la denominazione di idioma
toscano e osserva che all’interno delle variabili diatopiche appartenenti a
un’unica nazione il prestigio di una di queste è un'evenienza legata al costituirsi
di una tradizione letteraria: Se però niun dialetto particolare è così perfetto
che possa scambiarsi per lingua, àvvene però alcuno presso ogni nazione che più
degli altri s'accosta alla perfezione. Il fiorentino, quindi, resta per C. un
dialetto particolare da collocare all’interno del più versatile idioma toscano,
cui va riconosciuto tale primato: Sarebbe ingiusto e insensato chi non
riconoscesse in Italia l’idioma toscano per più corretto ed elegante, e
degnissimo del primato sopra d’ogni altro; quindi lo scriver esattamente e
nobilmente è pei Toscani un'attenzione, per noi uno studio. Il passaggio logico
all’affermazione del primato toscano, come si vede, richiede a questo punto lo
spostamento dell’attenzione verso la lingua scritta. 29. Scrive Varchi: la
lingua della quale ragioniamo, si dee chiamare fiorentina, e non toscana o
italiana (Varchi, 1995, 932). 30. C. (1960, 402). 31. 402-3. 238 TRA LA LINGUA
ITALIANA E LE LINGUE È quindi la storia dell’italiano letterario lo
scriver esattamente e nobilmente a essere ripercorsa nella parte Iv. È tale
comune tradizione dell'uso scritto che C. intende denominare italiana. Egli
quindi condivide i presupposti teorici di Varchi ma, diciamo pure ovviamente,
se ne distanzia rispetto all'esito operativo legato all'affermazione del
fiorentino e del suo predominio. Riconosce invece le ragioni di quanti, come
Trissino, Castiglione e Muzio, avevano sostenuto la denominazione italiana
(corsivo mio): Avvedutamente perció i sopraccitati ragionatori, benché conoscessero
l'eccellenza dei tre che nobilitarono superiormente il dialetto fiorentino,
contrastarono peró al dialetto stesso un titolo che avrebbegli conferito un
dominio esclusivo, e dando alla lingua la denominazione d’italiana,
conservarono ad essa e a tutti i suoi colti scrittori i diritti d'una
giudiziosa libertà. Le ragioni da loro usate furono a un di presso le stesse
che noi abbiamo, s'io non erro, poste in miglior lume e piantate sopra una base
più solida. L'autore, quindi, dichiara esplicitamente e attualizza il legame
della propria riflessione con una specifica tradizione dei dibattiti
cinquecenteschi. In tale chiave va visto anche l’apprezzamento espresso nei
confronti del De vulgari eloquentia, di cui è riconosciuta l’autenticità
attraverso il riferimento esplicito all'edizione di Corbinelli*. La negazione
dell’autenticità del DVE era stata dettata, per C., da una presa di posizione
faziosa che non trovava altro modo di opporsi ad argomenti solidissimi: Del
resto l’autorità e le ragioni di Dante erano di tal peso, che i Fiorentini più
appassionati credettero miglior partito il negar a dirittura l’autenticità di
quest’opera supponendola gratuitamente una impostura del Trissino stesso; ma
secondo il giudizio dei ragionatori che vennero appresso, tutto prova e niente
smentisce il vero autor di quel libro, degno in ogni senso di Dante. Al DVE si
collega spontaneamente la linea propositiva italiana, in opposto a quella
bembiana del fiorentinismo arcaizzante e alla sua successiva codificazione
puristica: 32. 405. 33. Ad avvalorare
altamente la sua ipotesi, diede il Trissino alla luce opportunamente la
traduzione dell'opera di Dante, Della volgare eloquenza, pubblicata poscia nel
suo latino originale dal Corbinelli ( ). 34. 407. 239 ALBERTO RONCACCIA Con ciò
Dante venne a rispondere anticipatamente all’obbiezione del Bembo, che questa
specie di lingua non si parla in veruna città, poiché la lingua scritta
servendo, come abbiamo osservato altrove, ad usi diversi, non è necessario che
sia precisamente la stessa colla parlata, come non lo fu forse mai presso verun
popolo, né lo è nemmeno tra i Fiorentini medesimi, bastando che sia intesa
comunemente dalla nazione. Né tampoco farebbe obietto il dire che tutta la
nazione non intende perfettamente la detta lingua, poiché nemmeno i dialetti
stessi vernacoli sono intesi in ogni loro parte da tutte le classi del popolo.
L’importanza teorica del DVE, pur senza riconoscerne la paternità dantesca, era
in realtà stata ammessa anche da Varchi. Nella prima parte dell’ Ercolano, infatti,
la discussione sulla possibilità che il DVE sia di Dante resta ancora
parzialmente aperta. Lo mostra il fatto che l’interlocutore interno ne domandi
di nuovo alla fine del dialogo, durante lo svolgimento del Quesito x e ultimo,
e ottenga solo a quel punto una risposta inequivocabilmente negativa.
Nonostante tale presa di posizione, in qualche modo dovuta, Varchi non
sminuisce le argomentazioni del trattato, di cui in sostanza rileva le note
contraddizioni con altri passi danteschi, ma anzi dichiara di averlo letto più
volte diligentemente *. Come osserva Marazzini, componendo l’ Ercolano, Varchi
guarda contemporaneamente alle Prose di Bembo e al DVE, cioè a due modelli di
riferimento molto difficili da conciliare. 35. 406. 36. CONTE. Ditemi, vi
prego, innanzi che più oltra passiate, se voi credete che quell'opera
De/l'eloquenza volgare sia di Dante, o no. VARCHI. Io non posso non
compiacervi, e però sappiate che dall’uno de’ lati il titolo del libro, la
promessa che fa Dante nel Convito e non meno la testimonianza del Boccaccio, e
molte cose che dentro vi sono, le quali pare che tengano non so che di quello
di Dante, come è dolersi del suo esilio e biasimar Firenze lodandola, mi fanno
credere che egli sia suo; ma, dall’altro canto, havendolo io letto più volte
diligentemente, mi son risoluto meco medesimo che se pure quel libro è di
Dante, che egli non fusse composto da lui. CONTE. Voi favellate enigmi; come
può egli essere di Dante, se non fu composto da lui? varcHI. Che so io?
potrebbelo haver compro, trovato, o essergli stato donato; ma, per uscire de’
sofismi, i quali io ho in odio peggiormente che le serpi, il mio gergo vuol dir
questo, che se quel libro fu composto da Dante, egli non fu composto né con
quella dottrina, né con quel giudizio che egli compose l'altre cose e
massimamente i versi (Varchi, 1995, 555); corsivo mio. 37. CONTE. Dante
primieramente la chiama spesse fiate italiana o italica, sì nel Convivio e sì
massimamente nel libro Della volgare eloquenza. VARCHI Quanto all’autorità del
libro De volgari eloquio, già s'è detto quell’opera non essere di Dante, sì
perché sarebbe molte volte contrario a sé stesso, come s’è veduto, e sì perché
tale opera è indegna di tanto huomo (Varchi, 1995 961-3). 38. Cfr. supra, nota
36. 39. Come scrive Marazzini: La rilettura di Bembo condotta da Varchi, però,
alla fine risultò un vero tradimento delle premesse del classicismo volgare. L’
Ercolano è una Della contraddizione tra le argomentazioni teoriche di Varchi e
la sua difesa della fiorentinità ristretta alle mura di Firenze C. è
consapevole, e gli è chiaro come nell’ Ercolano si combatta a tutta possa per
la sentenza del Bembo*. Questo però non sembra incidere sul fatto che C.
osservi molto dei dibattiti cinquecenteschi attraverso la lente dell’ Ercolano.
Un dato marginale e proprio per questo significativo sembra confermarlo: nel
Saggio, riferendosi a Castelvetro, C. resta molto sommario e non si discosta da
quanto ne dice Varchi nel suo dialogo; non mostra di avere accesso diretto ai
suoi scritti e, molto evidentemente, gli restano sconosciute le Giunte alle
Prose del Bembo, di cui esisteva l'edizione napoletana del 1714*. Quanto
osservato fin qui, ci induce a ipotizzare che l’Ercolano occupasse una
posizione di rilievo nella biblioteca di C. e che il significato del
riferimento a Varchi nell'esordio della parte rv del Saggio vada oltre la
semplice circostanza retorica. Può quindi essere utile riassumere
schematicamente alcuni snodi teorici su cui i due autori prendono posizione in
maniera affine: necessità di fondare sul favellare la
filosofia del linguaggio e di tener conto della specificità degli strumenti e
dei meccanismi fonetico-articolatori. Riferimento comune è certamente la
riflessione aristotelica che definisce cosa sia, per l’uomo, phone. Per Varchi,
a tale proposito, ricordiamo il Quesito 1 dell’ Ercolano: qualunche lingua si
favellasse, ancora che non si scrivesse, sarebbe lingua a ogni modo. Lo
scrivere fu trovato non dalla natura, ma dall'arte, non per necessità, ma per
commodità; necessità di conciliare la coesistenza della
referenzialità di tipo naturale sorta di conciliazione tra le idee di Bembo sul
primato degli scrittori e l'autorità della lingua popolare toscana. Il rapporto
tra l Ercolano le Prose della volgar lingua è dunque decisivo, ma a mio
giudizio non lo è di meno il rapporto con il De vulgari eloquentia. Varchi
stesso, nella sostanza, segue l'impianto del De vulgari eloquentia (di cui non
condivideva certamente le idee), dall'impostazione propriamente filosofica, dal
fatto cioè che il tema della lingua volgare fosse stato trattato a partire dai
fondamenti di una teoria del linguaggio e dai principi di una classificazione
delle lingue, tanto è vero che l’ Ercolano cerca di seguire la stessa strada,
contrapponendo però a Dante un ideale linguistico completamente diverso
(Marazzini C. Le Prose di M. Pietro Bembo nelle quali si ragiona della volgar
lingua unite insieme con le Giunte di Lodovico Castelvetro, 1-11,
Raillard-Mosca, Napoli 1714. 42. Varchi (1995, 640). Come precisa ancora
Varchi: Le lingue, come lingue, non
hanno bisogno di chi le scriva; e così gli scrittori sono quegli che fanno non
le lingue semplicemente, ma le lingue nobili; RONCACCIA con quella
convenzionale dei nomi. Varchi, nel Quesito VII, non prende posizione ma
registra l'opposizione canonica tra naturalismo platonico e convenzionalismo
aristotelico. Prevale in Varchi, come in C., l’idea ancora aristotelica di
considerare come propria e caratteristica del linguaggio umano la funzione
simbolica con cui vengono rappresentati i concetti della mente. La funzione
affettiva che risponde alle sollecitazioni sensoriali delle cose non distanzia
l’uomo dagli animali. Come ha mostrato Roggia, la questione è molto presente in
C.. Nell’ottica di mediare, sulla scia di de Brosses, tra l'arbitrarismo di
riferimento lockiano e l’iconismo rappresentato dalle posizioni di Leibniz e
del secondo Condillac, egli finisce per approdare ad una posizione di fatto
conciliatoria. Leggendo Varchi, che distingueva due meccanismi all’origine
della formazione delle parole e della nascita delle lingue, l'analogia e
l'etimologia**, C. poteva trovare un tentativo di mediazione dell’apparente
antitesi. L'analogia, spiega Varchi, costituisce un meccanismo di formazione
accidentale, legato alla materia fonica delle parole, l'etimologia è invece un
meccanismo essenziale , legato al significato e quindi al legame referenziale
originario tra cose e parole. Varchi precisa, inoltre, che all'etimologia,
Platone, perché teneva che i nomi fossero naturali, ne fece gran caso, mentre
Aristotele, il quale diceva che i nomi non erano dalla natura, ma a placito,
cioè dall'arbitrio degli uomini, se ne rideva. Varchi si astiene dal prendere
posizione tra i due filosofi, osservando che in alcune cose si potrebbono tal
volta concordare, ma in alcune altre non mai 5; necessità, quindi,
dell'etimologia e dell'analogia come strumenti di analisi concreta dei
meccanismi di mutamento linguistico. Se Varchi rinuncia a prendere posizione di
fronte all'aporia teorica che oppone iconismo e arbitrarismo, a livello
pratico, per studiare i mutamenti linguistici attestati, si sbilancia verso
Aristotele: io credo che, se le lingue s’havessono a far di nuovo e non
nascessero piü tosto a caso che altramente, che Platone harebbe ragione; ma
perché la bisogna non va sempre così, io credo che Aristotele per la maggior
parte dica vero; e se non vogliamo ingannare noi medesimi, l'etimologie sono
spesse volte più tosto ridicole che vere ^. 43. Roggia. Scrive Varchi: Queste
due cagioni, analogia et etimologia, delle quali la prima è, come s'é veduto,
venendo ella dalla materia, accidentale, e la seconda, venendo ella dalla
forma, essenziale, furono anticamente da molti e con molte ragioni approvate
(Varchi, Quindi, sulla possibilità di reperire corrette etimologie, Varchi
resta molto più scettico di C., il quale invece si affida proficuamente
all’insegnamento di de Brosses; necessità di adottare un approccio descrittivo
nei confronti delle variazioni diatopiche e diacroniche in dipendenza
dell’importanza attribuita alla nozione di uso anche a valenza normativa. Preso
atto del continuum storico dei mutamenti linguistici, sia Varchi sia C.
riconoscono la funzione innovativa di tali mutamenti e il loro merito
generativo nei momenti di crisi, di caos, di incertezza grammaticale dei
parlanti; necessità di prestare attenzione alle
variazioni diastratiche e di fare riferimento ad un parlante colto. Come è
noto, appartiene a Varchi la distinzione tra non-idioti e letterati. C. sembra
riprenderla distinguendo i colti dai dotti. Nel Saggio, come si vede al
paragrafo 16 della parte 11, distingue tra i testi destinati all’intelligenza
del maggior numero e quelli scritti dai dotti per rivolgersi a destinatari di
pari dottrina. Analogamente, al paragrafo 2 della parte 111, ancor più
esplicitamente distingue i ragionatori dai semidotti; necessità
dell’accoglimento di apporti linguistici esterni (forestierismi, dialettismi
ecc.) e del processo di normalizzazione morfologica per aumentare la ricchezza
della lingua. Varchi scrive: l’oppenione mia è stata sempre che le lingue non
si debbiano restrignere ma rallargare +°. A governare la convergenza teorica non
operativa, si è detto dei punti ora indicati è probabilmente
un’implicita e comune nozione di parlante. Né Varchi né C. ricorrono all’idea
di un parlante ideale, dotato di una grammatica perfetta (per entrambi, si è
visto, la perfezione nel parlare e in un idioma parlato non può esistere), e
neppure propriamente a quella di un parlante medio, che resterebbe
un’approssimazione limitativa. L'idea soggiacente risulta piuttosto quella di
una fascia, di una collettività di parlanti empirici, storicamente determinati,
che condividono sia le interazioni concrete sia il processo di produzione del
consenso linguistico e culturale. Il vantaggio di tale modello, necessario per
tener conto della centralità 47. Si veda, in proposito, Marazzini (1989, 34,
nota 38). 48. Varchi (1995, 560). Possiamo ricordare anche quanto Varchi
osserva sull'accoglimento di parole forestiere: anzi havete a sapere che se una
lingua havesse la maggior parte de’ suoi vocaboli tutti d'un'altra lingua, e
gli havesse manifestamente tolti da lei, non per questo seguirebbe che ella non
fusse e non si dovesse chiamare una lingua propria e da sé, solo che ella da
alcun popolo naturalmente si favellasse; e se ciò che io dico vero non fusse,
la lingua latina, non latina, ma greca sarebbe, e greca, non latina chiamare si
doverrebbe (ivi, 700). dei mutamenti linguistici, permette a Varchi e a C. di
collocare sullo stesso piano l’atto di espressione del parlante e quello di
progressiva comprensione da parte del suo interlocutore. È quest’ultimo che
percepisce, convalidandolo progressivamente, il grado di correttezza
grammaticale del discorso e, insieme, giudica la convenienza delle scelte
diafasiche operate da colui che parla. Tali scelte, giustificate
nell’interazione concreta, possono anche contemplare usi volutamente incongrui,
ma non per questo impertinenti, rispetto al modello grammaticale comune, come
nel caso di un discorso ironico, oppure affettato, ma anche nel caso di scelte
di pronunzia più o meno sorvegliata. Lasciato da parte il giudizio binario di
tipo normativo, si applica piuttosto un più sfumato giudizio di convenienza e
di gusto, esercitabile paritariamente da ogni singolo parlante e da ogni singolo
interlocutore. Per Varchi, a questo proposito, possiamo rileggere quanto si
osserva nel Quesito I, Che cosa sia lingua, dove le scelte espressive che
determinano il consenso qualitativo dei parlanti colti implicano un giudizio
condiviso sulla padronanza dei registri e del lessico utilizzati. È da
condannare l’uso di parole corrette ma peregrine, al punto da sembrare turche
(corsivo mio): Quanto al fine del favellare non ha dubbio che basta l’intendere
e essere inteso, ma non basta già quanto al favellare correttamente e
leggiadramente in una lingua, che è quello che hora si cerca; per non dir nulla
che quella o quelle parole potrebbeno esser tali che voi non l’intendereste,
come se fussero turche o d’altra lingua non conosciuta da voi; onde così il
parlare, come l’ascoltare, verrebbero a essere indarno*. Per C., in modo non
dissimile, il parlare convenientemente, cioè nella maniera più acconcia, si
realizza nelle scelte libere dell’ individuo, giudicate in atto dal suo
interlocutore (ciascuno) e dal libero consen49. Scrive Varchi: e ardirei di
dire che non pure tutte le città hanno diversa pronunzia l’una da l’altra, ma
ancora tutte le castella; anzi, chi volesse sottilmente considerare, come tutti
gli huomini hanno nello scrivere differente mano l’uno da l’altro, così hanno
ancora differente pronunzia nel favellare; nè perciò vorrei che voi credeste
che tutte le diversità delle pronunzie dimostrassero necessariamente ed
arguissono diversità di lingua, ma quelle sole, che sono tanto varie da alcuna
altra che ciascuno che l’ode conosce manifestamente la diversità; delle quali
cose certe e stabili regole dare non si possono, ma bisogna lasciarle in gran
parte alla discretione de’ giudiziosi, nella quale elle consistono per lo più
so della comunità dei suoi pari che può accoglierle, attivamente o
passivamente, oppure rifiutarle: il libero consenso del maggior numero
presuppone in ciaschedun individuo la libertà di servirsi di quel termine o di
quella frase che gli sembra più acconcia, onde ciascuno possa paragonarla con
altre, e quindi sceglierla o rigettarla, cosicché il giudice della sua
legittimità non può mai esser un particolare che decida ex cathedra sopra
canoni arbitrari, e nieghi a quel termine la cittadinanza, ma bensì la maggior
parte della nazione che coll’usarlo o rigettarlo, o negligerlo ne mostri
l'approvazione o °l dissenso. E siccome nella lingua parlata (giacché ora non
si favella se non di questa) il maggior numero dei parlanti quello che
autorizza un vocabolo, cosi nella scritta una voce o una frase nuova non puó
essere condannata 4 priori sulle leggi arbitrarie e convenzionali dei
grammatici, ma sull'accoglienza che vien fatta ad esse in capo a qualche tempo
dal maggior numero degli scrittori, intendendo sempre quelli che hanno
orecchio, sentimento e giudizio proprio, non di quelli che sono inceppati dalle
prevenzioni d'una illegittima autorità. La ricognizione qui proposta, che
rileva alcuni snodi teorici affini nella riflessione linguistica di Varchi e di
C., puó in questa sede concludersi ricordando che per entrambi gli autori la
teoria linguistica non è separata da quella estetica. Il favellare, per la sua
materialità fonica e articolatoria, implica un sistema di possibilità
combinatorie, e quindi di scelte, che incide sulla possibilità di suscitare
delle sensazioni nella trasmissione delle rappresentazioni mentali. Lo si vede
in Varchi quando, nel Quesito 1x, osserva che il ripercotimento d'aria puó
essere modulato per realizzare al meglio il fine di ciascuna lingua, che è
quello di palesare i concetti dell'animo *. Cesarotti, a sua volta, applica le
teorie di de Brosses, come ha mostrato Roggia, e quindi distingue tra
termini-cifre e termini-figure (11, 6). Grazie a questa distinzione, mette
l’accento sulle suggestioni espressive provocate dai termini-figure per la loro
capacità di attivare dei suoni-simboli strettamente dipendenti dalla
rappresentazione mentale analogica che i parlanti, a certe condizioni, riescono
a condividere. Scrive C.: 51. C. Utile citare più estesamente: Il fine di
ciascuna lingua è palesare i concetti dell'animo; dunque quella lingua sarà
migliore la quale più agevolmente i concetti dell’animo paleserà, e quella più
agevolmente potrà ciò fare la quale harà maggiore abbondanza di parole e di
maniere di favellare, intendendo per parole non solamente i nomi e i verbi, ma
tutte l’altre parti dell’orazione. Dunque la bontà d’una lingua consiste
nell’abbondanza delle parole, e de modi del favellare (Varchi, 1995, 826). 53.
Roggia RONCACCIA Per un'arcana armonia havvi un occulto rapporto tra certe
qualità dell'animo e '1 suon della voce. La riflessione dirigendo l’istinto
coglie quest'affinità, e la rappresenta per mezzo della combinazion delle
lettere, il che porge ai vocaboli una nuova e più distinta bellezza*. Viene
così riconfermata, anche a livello estetico, sempre secondo il principio
legislatore dell’uso e del consenso, l’idea di continuità tra lingua parlata e
lingua scritta, tra discorso quotidiano, prosa e poesia. Il principio
regolatore dell’uso, tipico delle posizioni antipuristiche settecentesche,
viene riaffermato con decisione da C. nel seguente famoso passaggio: L'uso,
qualunque siasi, fa legge quando sia universale, e comune agli scrittori ed al
popolo, né, ove sia tale, può mai riputarsi vizioso, poiché finalmente il
consenso generale è l’autore e °l legislator delle lingue. Di contenuto
sostanzialmente identico, ci piace notare, è l’asserzione varchiana dove, per i
termini chiave di ragione e di uso, sembra di trovarsi a leggere un trattato
settecentesco: basti per hora di sapere ch'in tutte l'altre cose deve sempre
prevalere e vincere la ragione, eccetto che nelle lingue, nelle quali, quando
l’uso è contrario alla ragione o la ragione all’uso, non la ragione, ma l’uso è
quello che precedere e attendere si deve, La modernità del pensiero linguistico
di C., misurabile nell'attenzione prestata ai fenomeni materiali di
articolazione e di mutazione che si manifestano nella lingua in atto, va colta
in continuità, come vuole l’autore stesso, con la linea non arcaizzante della
riflessione linguistica cinquecentesca, mediata, a quanto possiamo vedere,
dalla riflessione teorica di Benedetto Varchi. Riferimenti bibliografici BEMBO (2001),
Prose della volgar lingua. L'editio princeps del 1525 riscontrata con
l'autografo latino 3210, edizione critica a cura di C. Vela, CLUEB, Bologna. C.
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Varchi TRA LA LINGUA ITALIANA E LE LINGUE liana, in E. Bigi cur., Dal Muratori
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Settecento, Ricciardi, Milano-Napoli 304-434. MARAZZINI C. (1989), Storia e
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edizione, Carocci, Roma, Breve storia della questione della lingua, Carocci,
Roma. ROGGIA C. E. De naturali linguarum explicatione: sulla preistoria del
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Atti del convegno (Padova, 4-5 novembre 2008), Esedra, Padova. VARCHI B.
(1995), L’Hercolano, edizione critica a cura di A. Sorella, presentazione di Trovato,
Libreria dell’ Università editrice, Pescara. 247 C. e Manzoni tra filosofia
delle lingue e linguistica di Pacaccio Come sottolineava Luca Danzi in un
contributo per il convegno Aspetti dell'opera e della fortuna di Melchiorre C.',
le tracce di C. nell’opera manzoniana sono piuttosto esigue e riguardano
pressoché esclusivamente il lavoro del linguista. Se si eccettua, infatti, una
lettera al Mustoxidi, datata al 1? febbraio 1805, in cui Manzoni difende il
Téseo del Monti, adducendo appunto l’autorità di C., quale sanissimo giudice di
siffatte questioni, il rapporto tra i due si legge solo accostando gli Scritti
linguistici e il Saggio sulla filosofia delle lingue, di cui Manzoni lesse e
postilló l'edizione milanese del 1821. Negli Scritti linguistici i riferimenti
a C. sono sporadici e generalmente brevissimi: lo troviamo appena menzionato in
due appunti preparatori a due diverse redazioni del trattato Della lingua
italiana, la prima e la quarta, e più diffusamente nel Sentir messa. Per il
momento mi limito a dire che si tratta in ogni caso di rilievi critici; e
d’altra parte le teorie linguistiche di C. e quella di Manzoni si collocano su
crinali opposti rispetto alla considerazione della lingua, benché entrambi
diano spazio alla filosofia linguistica dell’ idéologie. Tuttavia, in questo
contributo mi piacerebbe concentrarmi non solo sulle divergenze di fondo, ma
anche su qualche elemento di convergenza che mi è parso di poter individuare.
La distanza è l’elemento più vistoso e caratterizzante, e credo sia
chiarificatore sceglierla come punto di partenza. Per meglio misurarla varrà la
pena di cominciare da Manzoni e dalla sua linguistica generale. L’operazione
non è eludibile, perché Manzoni ha avuto una sorte singolare: da un lato si è
detto forse fin troppo della sua soluzione alla questione della lingua;
dall’altro, gli aspetti più innovativi e interessanti della sua lingui*
Università di Friburgo (CH). 1. Danzi C. E MANZONI TRA FILOSOFIA DELLE LINGUE E
LINGUISTICA stica generale sono ancora in buona parte misconosciuti. In questa
strana fortuna il peso minore va forse attribuito alla tardiva diffusione dei
trattati incompiuti, il cui nucleo centrale fu pubblicato dal Bonghi circa
dieci anni dopo la morte di Manzoni; certamente ha giocato un ruolo importante
il giudizio critico dato dall’Ascoli, ma forse l’elemento determinante è stato
che la parte più consistente della riflessione manzoniana è maturata al di
fuori del contesto della questione della lingua così come era concepita in
Italia. In quel contesto si collocano soprattutto gli scritti editi, che anche
per questo hanno avuto maggiore fortuna critica. Spesso il fatto che Manzoni
guardasse alla grammatica generale e non alla nascente glottologia e alla
grammatica storica è stato interpretato come il più vistoso segno di
arretratezza della sua riflessione linguistica, ma per quella strada egli giunge
a risultati di sorprendente modernità; e d’altra parte, nella generale
rivalutazione della linguistica cosiddetta prescientifica è ormai acclarato
quanto quella filosofia sia stata importante per linguisti come Whitney e
Bréal, che tanta influenza ebbero sul pensiero di Saussure, e la validità di
certi aspetti metodologici è stata riconosciuta dallo stesso Chomsky. Vari
elementi della linguistica manzoniana maturano in quest’alveo, ma ne sceglierò
due, centrali in Manzoni e funzionali nella comparazione con C.: la scoperta
della convenzionalità e arbitrarietà di tutti gli elementi della lingua, che è
il vero fondamento del principio dell’uso, e, ad esso collegato, l'interesse
per la sintassi. Manzoni pone l’uso come convenzionalità fin dai primi
trattati, ma inizialmente non riesce ad applicare il principio in modo coerente
e sistematico; lo troviamo pienamente elaborato e operante nella terza
redazione del Della lingua italiana (che segue immediatamente l'interruzione
del Sentir messa), anche se la più chiara definizione si trova nella quinta
redazione dello stesso trattato: E qui siamo condotti a riconoscere, di mezzo e
al di là d’alcune differenze secondarie, un'identità importantissima, anzi
essenziale, tra i vocaboli e le regole grammaticali. Sono ugualmente mezzi di
significazione o, in altri termini, sono segni ugualmente. E, del resto, una
cosa facile a riconoscersi anche dal semplice bon senso, che, non essendo il
linguaggio altro che significazione, tutti i suoi mezzi immediati non possono
esser altro che segni. E da questa natura de’ segni, comune alle regole
grammaticali e ai vocaboli, si potrebbe già concludere legittimamente che
quelle sono anch'esse arbitrarie tutte quante, nè più nè meno di questi. 2.
Manzoni PACACCIO Già Sebastiano Vecchio, nel saggio Manzoni linguista e
semiologo, del 2001, rilevava come la dichiarazione dell’arbitrarietà e
convenzionalità delle regole grammaticali fosse un’acquisizione nuova per la
linguistica europea. Chiaramente Manzoni vi giunge per gradi e per intuizioni progressivæ,
Il punto di partenza, come è noto, è quello dello scrittore in cerca di lingua,
che parallelamente alla ricerca lessicale documentata dai postillati, è
costretto a riflettere sulla sintassi, alla ricerca di una lingua adatta ai
suoi personaggi meccanici. Non a caso, il primo abbozzo di trattato linguistico
che ci resta di Manzoni, bruciato il cosiddetto Libro d'avanzo, sono i Modi di
dire irregolari, che si incentrano sulla giustificazione alcuni modi sintattici
presenti nell’uso, ma rigettati nelle grammatiche: il nominativo assoluto
(ovvero il nominativus pendens dei latini), l'infinito indipendente e la
ridondanza pronominale. Quando Manzoni cominciò questo trattato, la sintassi
era un argomento praticamente ignorato dalle grammatiche italiane e in generale
estraneo ai dibattiti linguistici, che vertevano principalmente su questioni
lessicografiche, mentre era centrale nella tradizione francese a partire dalla
prima Grammaire générale et raisonnée di Port-Royal; e la prospettiva
ragionativa era divenuta uno dei capisaldi dell’idéologie, al punto che l’idea
di grammatica in Francia all’inizio dell’ Ottocento si identificava di fatto
con quella di grammatica generale. Un tentativo di mediazione tra le due
tradizioni era stato tentato da Francesco Soave, con la Gramatica ragionata
della lingua italiana, la cui prima edizione è del 1771; ma, come sottolinea
Simone Fornara sulla scorta di Marazzini (e un analogo giudizio negativo è già
del Trabalza*), benché si presentasse innovativa per alcuni aspetti, come la
classificazione delle proposizioni dipendenti, l’opera non era stata capace di
conciliare la parte logica con quella normativa, a causa di una scissione
interna tra la volontà di ragionare sulla grammatica e la scelta di affidarsi a
un impianto normativo aridamente schematico e di stampo tradizionale. E questo
carattere resta anche nell’edizione del 1822, quella citata da Manzoni negli
Scritti linguistici: ad esempio, pur destinando esplicitamente una sezione del
trattato allasintassi, Soave dedica ad essa 31 pagine su 160, indugiando
soprattutto in una descrizione dei tipi di costruzione figurata (con un taglio
interessato 3. Per una ricostruzione più estesa della riflessione manzoniana
sull'argomento rinvio a Pacaccio (2017) e in particolare alle pp. 79-91.4.
Trabalza (1908, 408). s. Fornara (2004, 251), che fa riferimento a Marazzini
agli aspetti retorici più che sintattici) e sulle sfumature di significato di
una serie di parole. Nei Modi di dire irregolari, dunque, inizialmente Manzoni
si propone di trasferire la prospettiva della grammatica francese in Italia,
concentrandosi sulla sintassi irregolare. Quest’operazione lo induce, però, a
rilevare le prime contraddizioni nei suoi modelli e a innescare, attraverso la
considerazione del rapporto tra regole ed eccezioni, una riflessione più ampia
e fondativa. Manzoni si accorge che, benché dichiarasse separati il piano del
pensiero e il piano dell’espressione, la grammatica generale francese
continuava a considerarle legate su base analogica e che per dimostrare
l’arbitrarietà e la convenzionalità di tutti gli elementi della lingua (e
quindi che il piano dell’espressione, diremmo il significante, è completamente
determinato dall’uso), bisognava recidere quel legame. La parte preponderante
della trattatistica inedita ha questo scopo e non si rivolge ai sistemi
italiani: se le prime due redazioni del trattato Della lingua italiana danno
ancora spazio alla confutazione del sistema del Cesari e nel Sentir messa
troviamo la critica alla proposta del Monti, a partire già dalla terza
redazione del trattato i riferimenti al dibattito italiano praticamente
scompaiono. Saranno poi recuperati negli editi, che non potevano fare a meno di
collocarsi in quel dibattito. Parallelamente, il discorso manzoniano si distanzia
anche in modo graduale da una considerazione filosofica delle lingue, per
fondarsi invece sull'osservazione dei fenomeni e concentrarsi su temi più
propriamente linguistici. Questa trasformazione progressiva è testimoniata
dalle strategie che Manzoni sceglie per portare avanti la sua critica alle
grammatiche generali. La prima sviluppa il tema settecentesco (fondamentale in C.),
della questione dell'origine del linguaggio, attaccando Condillac e Locke; ma
questo filone, che raggiunge la sua massima estensione nella terza redazione
del trattato Della lingua italiana si riduce drasticamente nelle successive,
fino a limitarsi a poco più di un accenno nella quinta redazione, dove viene
liquidato come un problema non pertinente: Manzoni riconduce la questione
dell’origine del linguaggio a quella dell’origine dell’uomo e le definisce
questioni importantissime, ma tanto estranee, quanto superiori alla nostra, la
quale non riguarda che de’ fatti riconoscibili per mezzo dell'esperienza 5. Mentre ridimensiona questa prima linea
argomentativa, Manzoni ne 6. Manzoni. avvia una seconda, che mira a dimostrare
come la classificazione delle parti dell’orazione offerta dalle grammatiche
generali non sia effettivamente basata su criteri funzionali, ma riproponga
nella sostanza la partizione descrittiva e normativa della grammatica
tradizionale. Questa seconda linea argomentativa si espande soprattutto nella
quarta redazione del Della lingua italiana, ma si trasforma gradualmente nel
passaggio alla quinta redazione, concentrandosi nel confutare la divisione
delle parti del discorso nelle due categorie tradizionali di declinabili e
indeclinabili. Ciò che Manzoni contesta è l’essenzialità della divisione, ossia
la sua necessità, che gli ideologi facevano discendere direttamente dalle forme
del pensiero e che consideravano valida e operante in tutte le lingue. Il
percorso conduce, appunto, alla dichiarazione della convenzionalità e
arbitrarietà di tutti gli elementi della lingua, di cui abbiamo già detto, che
porta anche a considerare permeabili lessico e grammatica e a ipotizzare una
grammatica totalmente descrittiva e mai valutativa, in cui avrebbero dovuto
trovare posto tutti i modi espressivi presenti nella lingua, probabilmente
differenziati in base al registro (scritto, parlato, colloquiale), secondo la
sensibilità più volte dimostrata da Manzoni nella scrittura creativa e
confermata dalle osservazioni di carattere grammaticale sparse nei trattati.
Discendono da questo concetto di convenzionalità linguistica tutti gli altri
assunti che portano alla scelta del fiorentino parlato colto. In estrema
sintesi: se le lingue sono sistemi di segni arbitrari e convenzionali
utilizzati da società colloquenti reali, le uniche lingue in Italia sono i
dialetti; perciò perché la lingua italiana sia una lingua naturale bisogna
scegliere un dialetto; il dialetto migliore da scegliere è il fiorentino perché
somiglia alla lingua letteraria. È chiaro a questo punto come il rapporto tra C.
e Manzoni non possa che essere innanzitutto la misurazione di una distanza.
Agli occhi di Manzoni, C. condensa gli errori francesi e quelli italiani,
aggiungendone di propri: non solo fonda apertamente sull’analogia tra suono e
oggetto le prime parole, come facevano i francesi (ad esempio de Brosses, nel
Traité de la formation méchanique des langues, che C. cita apertamente), ma
giunge a parlare di bontà intrinseca delle parole, legata alla vicinanza tra
suono e oggetto in quella che chiama armonia imitativa; inoltre, come facevano
gli italiani, aggiunge un giudizio di gusto nella selezione pratica dei vocaboli
della buona lingua da affidare all’autorità degli scrittori. 7. Cfr. C. La
critica di Manzoni a questi errori di C. mi pare sintetizzata in modo
emblematico in una postilla alla 92 del Saggio, in cui C. discute, appunto,
della bontà intrinseca d’un vocabolo e parla di convenienza dei termini
rispetto all’idea: [C.] Quando un termine è conveniente all’idea, quando
rappresenta vivamente l’oggetto o colla struttura de’ suoi elementi, o con
qualche somiglianza o rapporto, quando inoltre è ben derivato, analogo nella
formazione, non disacconcio nel suono, di qualunque autore egli siasi, a
qualunque data appartenga, sia esso parlato o scritto o immaginato, sarà sempre
ottimo, e da preferirsi ad altri insignificanti, strani, disadatti, che non
abbiano altra raccomandazione che quella del Vocabolario*. [Postilla di
Manzoni] Oh quante in una volta! intrinseca qualità delle parole! termine
conveniente all’idea! Ma come conveniente? per una purità del suono delle lettere
di quel termine? ben derivato! da che? Circolo vizioso più strano di questo è
forse difficile a trovare. Di grammatica e sintassi C. parla pochissimo nel
Saggio, confermando quanto quell’aspetto fosse poco consono agli interessi
degli italiani: perfino lui, così europeo, al punto da dichiararsi continuatore
dei francesi, pone in secondo piano un aspetto basilare della loro filosofia
linguistica. In uno dei pochi passaggi in cui supera la dimensione del vocabolo
nel trattato, C. scrive: Continuando il nostro esame sulle parti rettoriche
della lingua faremo un cenno delle frasi. Siccome queste constano di due
termini, l'uno dei quali modifica o determina il primo, oppure riceve l’azione
comunicata dall’altro, così la frase dee partecipar delle qualità dei vocaboli
da cui è composta?. Le frasi identificano evidentemente forme di giudizio
semplici, che possono limitarsi a nome + aggettivo e, come chiariscono gli
esempi proposti poco più avanti (sitibondo di sangue oppure la frase
contadinesca, come lui la definisce, la terra va in mare) C. pensa
evidentemente soprattutto alle locuzioni idiomatiche. Anche per questo, le
frasi sono definite parti retoriche della lingua, proseguendo l’argomento di
cui trattavano i capitoli precedenti (cioè i traslati come generatori di nuovi
significati) e il discorso viene spostato immediatamente dalle frasi ai voca8.
Cfr. C. boli, riportandolo sul solito terreno. La subordinazione, che era
invece tra gli elementi più innovativi della grammatica portorealista, non è
neppure nominata. Poco più avanti C. passa dalle espressioni idiomatiche alle
frasi proverbiali, per cui ribadisce la regola dell'aderenza all oggetto e
della comprensibilità sovraregionale, censurando le espressioni troppo
vernacolari, anche se fiorentine. La discussione, in questo caso, si sposta sul
rapporto tra lingua e dialetti, secondo modalità che ricalcano quelle già
adottate per il lessico. Quando poi giunge a parlare esplicitamente di
sintassi, la trattazione occupa in tutto meno di 10 pagine su 158. Vediamo come
introduce l’argomento: Resterebbe, tra le parti rettoriche ad esaminar
gl'idiotismi, ma ciò che abbiamo a dirne si intenderà più chiaro, poscia che
avremo parlato delle parti logiche della lingua. Sono queste comprese tutte
nella sintassi, della quale giova distinguere la materia e la forma. Chiamo
materia della sintassi la collezione di tutte le parti del discorso e dei loro
accidenti: forma, la collezione dei segni destinati a indicar gli accidenti
delle stesse parti, la loro relazione reciproca, i loro rapporti di dipendenza,
e la collocazione di ciascheduno per formar un tutto coordinato e connesso.
Innanzitutto vale la pena di rilevare come a livello gerarchico, la trattazione
della sintassi sia secondaria rispetto a quella degli idiotismi, a sua volta
inclusa nella questione più ampia delle parti rettoriche delle lingue. In
secondo luogo, quando distingue materia e forma, riproponendo, mi pare, la
distinzione portorealista e poi idéologique tra Discours (materia) e Oraison
(forma) che è alla base dell’idea stessa della grammatica generale, sembra che C.
rafforzi il rapporto tra i due piani: non solo le parti del discorso, ma anche
i loro accidenti sono relativi alla materia, cioè al piano del pensiero e sono
quindi universali. Come gli autori francesi di grammatiche generali, poi, C.
ribadisce che le parti del discorso sono comuni a tutte le lingue: Le parti del
discorso ne sono [della sintassi] i membri necessari. Le lingue dei popoli
colti hanno a un di presso lo stesso numero di queste parti. Esse formano il
fondo della grammatica naturale. Nomi, pronomi, verbi, avverbi, preposizioni,
congiunzioni si trovano in ogni lingua. Per il resto, le dieci pagine dedicate
alla sintassi trattano delle regole che la rendono difettosa o pregevole,
ovvero la desinenza, la concordanza, il reggimento e la costruzione. Nella
costruzione, C. considera la collocazione dei vocaboli e, dopo aver avvertito
che non è puramente logica ma insieme è suscettibile d'una bellezza
rettorica**, si concentra su quest’ultima, trattando principalmente
dell'ellissi e dell’iperbato. Gli idiotismi grammaticali sono poi ripresi molto
cursoriamente alle pp. 52-3 (siamo sempre all’interno delle dieci pagine): qui C.
li definisce Forme di dire irregolari, ellittiche, meno comuni, e più relative
al modo di esprimer l’idea o °l sentimento, che al vocabolo o alla frase che li
rappresentano e li riduce in effetti a neoformazioni come triveloce o triforte
(di fatto siamo ancora nella dimensione del vocabolo) che sono esplicitamente
giudicate insignificanti e dunque indegne di diventare oggetto di discussione.
Dunque, quanto ai due elementi cardine della linguistica manzoniana
considerati, ovvero la convenzionalità e arbitrarietà di tutti gli elementi
della lingua e l'interesse per la sintassi, C. e Manzoni non potrebbero essere
piü distanti; si aggiunga che, mentre Manzoni critica la grammatica generale
abbandonando le discussioni più filosofiche, come l'origine del linguaggio, C.
prende le mosse proprio dalla questione dell'origine, sviluppando in modo
orginale le teorie di de Brosses. A questo punto possiamo percorrere il Saggio
sulla filosofia delle lingue alla ricerca di qualche altro aspetto vistosamente
in contrasto con la linguistica manzoniana. Un nodo importante (e molto
discusso nella questione della lingua) è sicuramente il rapporto tra lingua
parlata e lingua scritta, su cui si innesta quello tra lingua comune e
dialetto. Su questi argomenti Manzoni critica C. in più occasioni, come in una
delle postille più taglienti apposte in margine al Saggio: 13. 14. 49.
15. 52. 16. Gli idiotismi grammaticali vengono presi in considerazione più
avanti, nel capitolo xvi della 111 parte (C., 2001, 86), dopo le frasi
proverbiali. [C., 1821, IV, VI, 163] Che
l’opinione dei detti critici sopra i tre luminari dello stile non fosse né
falsa, né strana, niente può meglio provarlo del testimonio del Davanzati,
scrittore zelantissimo del proprio idioma, e per molti capi pregevolissimo, il
quale schiettamente distingue la lingua fiorentina dalla italiana comune, la
quale, dic’egli, non si favella, ma s'impara, come le lingue morte, nei tre
scrittori fiorentini [Postilla di Manzoni] sicchè col testimonio del Davanzati
riman provato che la lingua italiana comune è una lingua morta. Manzoni,
naturalmente, sta forzando il discorso a suo favore, ma la distanza tra i due è
evidente: per lui scegliere la lingua degli scrittori è quanto di più lontano
dalla natura delle lingue, mentre per C. garantisce la stabilità e la qualità
della lingua stessa. Il modello è quello indicato per il latino nella
prefazione pronunciata al Seminario di Padova, Vitalita e perfettibilità della
lingua latina: Sinite quaeso me verba illa vestra viva, et mortua clarius
explicare. Viva erat igitur tunc Latina lingua, nunc mortua: hoc est tunc in
laniorum, coquorum, salsamentariorum, totiusque Romuleae faecis ore versabatur,
nunc tantummodo in litteratorum calamis, et linguis floret; tunc cam Cicero,
Caesar, Cornelius a nutricibus, vernisque ediscebant, nunc eam nos ediscimus a
Caesare, a Cicerone, a Cornelio. Hoccine est igitur mortuam esse, an potius
vitam vivere pristina ipsa potiorem? Lasciatemi di grazia spiegare più
chiaramente quelle vostre parole viva e morta. Viva era dunque allora la lingua
latina, ora è morta: cioè, allora stava sulla bocca dei macellai, dei cuochi,
dei pizzicagnoli e di tutta la feccia romulea, ora fiorisce e prospera solo nei
calami e sulle lingue dei letterati; allora Cicerone, Cesare, Cornelio la
imparavano dalle nutrici e dagli schiavi di casa, ora noi laimpariamo da
Cicerone, da Cesare, da Cornelio. Questo è dunque essere morta? O non piuttosto
vivere una vita persino migliore della precedente? 17. Corrisponde a C. (2001, 105).
18. Una parentesi laterale riferisce in modo diretto la postilla alla porzione
di testo che va da il quale a ma s'impara. La sottolineatura a testo è di
Manzoni. 19. La preferenza per la lingua scritta da parte di C. è stata ben
mostrata da Roggia (2012). 20. Il testo di C. (composto tra il 1757 e il 1759)
è trasmesso dalle cc. 49r-52v del ms. 3565 della Biblioteca Riccardiana di
Firenze, secondo la descrizione di Roggia (2016, 281), da cui attingo anche la
traduzione (ivi 278-9). Il testo è edito anche in C. (in corso di stampa, I,
2). Per C. la lingua italiana comune e la lingua latina, insomma, sono vive
nello stesso modo, tanto che anche la lingua latina può arricchirsi di parole
nuove, scelte naturalmente sempre dagli scrittori: hoc unum dicimus, nunquam
per nos neque pueris, neque barbaris, neque semidoctis, neque vobis Grammaticis
facultas [cioè la facoltà di arricchire la lingua] ista concedetur (‘Diciamo
solo questo: per quanto ci riguarda, mai questa facoltà sarà concessa ai
fanciulli, né ai barbari, né ai semidotti, né a voi grammatici). La preferenza
per la lingua scritta da parte di C. è criticata da Manzoni anche nell'appunto
preparatorio alla prima redazione del trattato Della lingua italiana, che
costituisce la prima delle tre occasioni in cui viene menzionato il Saggio
negli Scritti linguistici: Esame di quella opinione messa innanzi da molti
scrittori che il popolo alteri le lingue, le muti, con gran facilità, non tenga
uso stabile, e ció in contrapposto cogli scrittori. Citare quel luogo del
Salviati (così male a proposito beffato dal Cesarotti) dove si attribuisce alla
smania dei latinismi l'alterazione del 400. Il riferimento è alla 117 del
Saggio (1821), dove Manzoni aveva segnato in margine un grande NB, seguito da
una notazione cassata e illeggibile: Dee perciò sembrar alquanto strana la
proposizione del Salviati ne’ suoi Avvertimenti della lingua, il quale
supponendo gratuitamente che la lingua dal Boccaccio in giù andasse
deteriorando per la introduzione di nuovi ed impuri vocaboli, deduce cotesta
depravazione dallo studio della lingua latina. Udiamola: ella è veramente,
direbbe un francese, impagabile. I termini antichi di questa specie non vennero
dal latino, ma dalla corruzione di esso, e dalla mescolanza colle lingue
barbare; nè accadde per umano consiglio, ma per opera della Providenza; laddove
i moderni si traggono dal latino duro, e sono introdotti senza autorità
dall’arte e dall'arbitrio degli uomini*. Un'altra postilla relativa allo stesso
argomento compare alla 13 del Saggio (edizione 1821)?*, dove discutendo dell’autorità
dell'uso, C. afferma che la lingua scritta non dee ricever la legge
assolutamente dall’uso volgare del popolo. L'uso deve dominar nella lingua
parlata, non nella scritta. Manzoni segna due numeri romani un II e un IX, che
probabilmente 21. Roggia (2016, 280). Si veda la nota precedente. 22. Manzoni. C.;
C. C.; C. rinviano al cap. 11 della parte 111 del Saggio stesso, dove si trova
un’altra sottolineatura laterale, in corrispondenza di un passo che sarà poi
citato esplicitamente nel Sentir messa. Si tratta della più lunga menzione del
Saggio negli Scritti linguistici, ovvero del luogo in cui Manzoni sintetizza il
nucleo centrale della sua critica nei confronti di C., giudicato incapace di
riconoscere cosa sia davvero una lingua: Un altro, invece, negò risolutamente
che l’idioma toscano sia, nè debba essere la lingua d’Italia; volle bensì che
fosse il dialetto dominante, principale, primario. E non s'avvide che nelle
cose dove l’unità è condizione essenziale, a cui si dà le prime parti, si dà il
tutto; non pose mente che l’ Uso dovendo essere uno, non c’è luogo al secondo
né al terzo, che sarebber più Usi, cioè più lingue, o piuttosto una confusione
e una zuffa di lingue. E a quel dialetto contrappose poi una che chiamò lingua
comune®; non ponendo mente anche quivi che, se una tal lingua c’è, e dovunque
una lingua sia, non ci può essere fuori di essa e rispetto ad essa nulla di
predominante, di principale, di primario. Abbiam detto: fuor d’essa; poichè, se
s'avesse a intendere che questo dialetto sia parte della lingua comune, e gli
altri con esso, come si potrebbe mai chiamar lingua una somma, una congerie di
dialetti? E per verità non è facile, anzi non è possibile risolversi se s'abbia
a intendere l'uno o l'altro; perchè infatti quel sistema intende ora l'una ora
l’altra cosa), sa il cielo con quante altre, sotto il nome di lingua. Solo ai
dialetti lo dinega, appunto perchè sono nella sostanza, vere lingue; e ad una
lingua davvero quel libro non pensava. (9 C., Saggio sulla filosofia delle
lingue, Parte 111°, $ 11, e altrove. (P L’una, per esempio, al luogo che
abbiamo accennato poco sopra e che trascriviamo qui: L'uso, qualunque siasi, fa
legge quando sia universale, e comune agli scrittori ed al popolo; nè, ove sia
tale, può mai riputarsi vizioso, poichè finalmente il consenso generale è
l’autore e il legislator delle lingue. Ma se una nazione separata in diverse
province, senza una capitale che eserciti veruna giurisdizione monarchica sopra
le altre, avrà un dialetto principale e una lingua comune, l’uso anche generale
del dialetto primario non potrà dirsi universale, nè per conseguenza aver forza
di legge, se non quando resti autorizzato dal consenso della nazione, e accolto
dalla lingua comune. Le due questioni, cioé il rapporto tra lingua parlata e lingua
scritta da un lato e tra lingua comune e dialetti dall'altro, sono
evidentemente legate in Manzoni come lo sono in C., ma le loro conclusioni sono
molto diverse: per Manzoni la lingua scritta, già all'altezza del Sentir messa,
può essere solo uno speciale adoperamento d'una lingua? (oggi diremmo una
questione di registro) e gli scrittori una parte, membri sparsi d'una reale 25.
C.. 26. Manzoni società ^, mentre i
dialetti sono lingue naturali, nate per consenso da una società reale intera;
in C., come sottolinea ancora Roggia, benché tra le coppie scritto-parlato e
lingua-dialetti viga una chiara distinzione, esse non possono fare a meno di
incrociarsi logicamente, il che infatti avviene più volte nel Saggio. Il fatto
che la menzione più ampia del Saggio sulla filosofia delle lingue e
l'insistenza sulla scelta del fiorentino trovino luogo nel Sentir messa, non è
casuale: il Sentir messa è l'ultimo tentativo di conciliazione da parte di
Manzoni tra la prospettiva linguistica maturata nel confronto con i francesi e
la questione della lingua nei termini in cui era concepita in Italia; anche per
questo è il trattato che più somiglia agli scritti linguistici editi e che ha
avuto maggiore fortuna critica. Ma benché i punti di divergenza siano molti e
sostanziali, ci sono degli aspetti della teoria linguistica di C. che dovevano
incontrare almeno in parte il favore di Manzoni, come il tema della mutazione
linguistica e dei traslati. Naturalmente, si tratta di conclusioni simili che
si basano su principi opposti: la mutazione linguistica è per Manzoni
strettamente connessa al principio e quindi le sue ragioni non possono che
essere in contrasto con quanto C. sostiene. Quest'approvazione con riserva di
fondo mi pare emerga in modo piuttosto chiaro in una postilla che Manzoni
appone al capitolo x della parte 11 del Saggio, dove C. descrive i vari modi in
cui i vocaboli modificano il loro significato nel tempo attraverso progressivi
spostamenti, anche ad opera dei traslati, e conclude: [C., 1821, II, XIII, 51]?
Da tutte queste osservazioni fluisce, per necessaria conseguenza, una verità
non osservata, che la lingua in capo a qualche secolo, anche conservando
intatta la sua 28. Roggia Tra i tanti esempi che si potrebbero addurre, cito
solo questo frammento preparatorio alla quarta redazione del trattato Della
lingua italiana piuttosto vicino a quanto emerge dalla collisione tra Saggio e
postilla: Ci sono in fatto, come che questo sia avvenuto, diverse lingue;
queste lingue durano, e sono insieme mutabili, tanto che si mutano. C'è dunque
una forza, una causa perpetuamente operante che in parte le mantiene, in parte
le altera, una causa cioè che le fa essere ad ogni momento in una data forma
nella causa che fa esser le lingue ad ogni momento, in una data forma, noi dovremo
vedere la causa che, col tempo, le muta a segno di farle diventare altre
(Manzoni). Cfr. C. forma esterna, diviene? però intrinsecamente ed
essenzialmente diversa nel valore, nel color, nell’effetto. [Postilla di
Manzoni] Ne segue ben altro: ne segue che l’ Uso e l’uso solo è quello che fa
le lingue essere quali sono. La notazione manzoniana sottintende che se la
conseguenza (ma diremmo meglio la premessa) è sbagliata, quanto la precede nel
testo è condivisibile: ovvero le lingue mutano continuamente e i traslati hanno
una parte importante in questo mutamento. La mutazione perpetua e costante
delle lingue, che è un elemento significativo della teoria linguistica di C.,
è, infatti, portante anche nella linguistica generale di Manzoni. Tra i tanti
esempi che si potrebbero addurre, propongo un frammento preparatorio alla
quarta redazione del trattato Della lingua italiana: Ci sono in fatto, come che
questo sia avvenuto, diverse lingue; queste lingue durano, e sono insieme
mutabili, tanto che si mutano. C'é dunque una forza, una causa perpetuamente
operante che in parte le mantiene, in parte le altera, una causa cioè che le fa
essere ad ogni momento in una data forma. Nella causa che fa esser le lingue ad
ogni momento, in una data forma, noi dovremo vedere la causa che, col tempo, le
muta a segno di farle diventare altre}*. Pure in molti luoghi Manzoni dichiara
accettabili nella lingua tutti i mezzi di arricchimento (neologismi, arcaismi,
forestierismi, dialettismi), ma, ancora una volta, le ragioni sono opposte rispetto
a quelle addotte C. e ciò condiziona anche una modalità diversa di ingresso di
questi elementi nella lingua. C. pensa a un'operazione compiuta dagli
scrittori, per arte: Rapporto ai vocaboli già ricevuti, la prima facoltà che si
compete ad uno scrittore si è quella di ringiovenire opportunamente le voci
invecchiate e richiamarle alla luce. Questo rinnovamento accade alle volte
naturalmente in ogni lingua: quel che si fa per caso non potrà farsi per arte?
Manzoni, invece, accoglie tutte le aggiunte ratificate dall’uso,
indipendentemente dalla loro provenienza. Questo almeno è il punto d’arrivo:
come 33. La sottolineatura è di Manzoni. 34. Manzoni. C. si è già detto, egli
guadagna nel tempo l’applicazione coerente e sistematica del principio e fino
al Sentir messa la sua posizione è più vicina a quella di C.: Epperò noi
abbiamo, come ognun vede, voluto parlar soltanto di quelle dizioni alle quali
siano sottentrate e già vadano innanzi nell' Uso altre atte a dire il medesimo
per l’appunto: quelle che invecchiano o sono anche antiquate affatto per
semplice disuso, quelle che sono dismesse ma non iscambiate, e possan pure
riuscire utili, è, senza dubbio e senza contrasto, buon’opera rimetterle in
onore, restituirle alla lingua, adoperandole dove appunto la loro utilità si
faccia sentire, o anche ricordandole e riproponendole semplicemente. Questa
possibilità viene poi recisamente negata nei trattati successivi, al punto che
il passo seguente, tratto dalla quarta redazione del trattato Della lingua
italiana, sembra addirittura il rovesciamento speculare di quello del Sentir
messa appena riportato: E fra i vocaboli dismessi, quanti non ce n'è dei quali
chi li conosce dice a buon diritto: peccato! faceva pure una sua parte propria
e utile; si fa intendere a prima giunta; ha una natural relazione con altri che
sono in corso; meriterebbe di rivivere? Il che è appunto riconoscere che tutte
queste ragioni non hanno avuto virtù di mantenerlo nella lingua; che altro ci
voleva; e che quest'altro ci vuole per riporvelo. Ma la convergenza forse più
interessante tra Manzoni e C. riguarda il ruolo dei traslati nella
modificazione linguistica. Sia in C. sia in Manzoni, infatti, i traslati
vengono menzionati soprattutto come mezzi per modificare e arricchire le
lingue, portando all’estremo il passaggio da una considerazione retorica dei
tropi a una considerazione filosoficolinguistica, secondo una tendenza già
presente in Vico, ma non molto diffusa tra i contemporanei. C. tratta dei
traslati nel passo della parte 11 del Saggio che abbiamo già considerato, in
cui sostiene, appunto, la costante modificazione delle lingue, e nella parte
111, in cui discute le fonti di arricchimento linguistico, avallando
innanzitutto il recupero di parole della lingua nazio36. Manzoni. Gensini
PACACCIO nale e in particolare dei termini antichi, da rinnovare estendendone
il senso?°: La seconda facoltà, rapporto a questi vocaboli [i vocaboli
antichi], sarà quella d’ampliarne il senso, di cui però vuolsi usare con vie
maggior sobrietà e avvedutezza. Questo però è quel che si è fatto costantemente
dall’uso in tutte le lingue. Il trasporto reciproco da un senso all’altro fu
sempre libertà originaria e coessenziale alle lingue. Insomma, come per Vico,
nei tropi non va più visto un ornamento del linguaggio, ma la cellula
originaria e costitutiva di esso, derivante (par. 456) tutta da povertà di
lingua e necessità di spiegarsi +. In
Manzoni il concetto è ancora più esplicito, come mostra il frammento seguente,
preparatorio alla quinta redazione del Della lingua italiana: L'intento e
l'effetto de’ traslati è di produrre nuove significazioni senza nuovi vocaboli.
È un ripiego occasionato dalla povertà del linguaggio, come osservò benissimo
Cicerone:? senonchè pare che abbia voluto restringere particolarmente questa
cagione a un tempo incognito e indeterminato. Ma, in questo, come in tanti
altri casi simili, la supposizione congetturale d’uno stato primitivo,
incipiente, del linguaggio, ha il doppio inconveniente, d'essere arbitraria, e
di non servire a nulla per la spiegazione del fatto attuale; ed è in vece cosa
tanto sicura e a proposito, quanto facile, il vedere che questa scarsità è una
condizione perpetua de’ linguaggi, quali noi li conosciamo, anzi quali possiam
concepirli; e quindi un’occasion perpetua di traslati. Più avanti, nello stesso
frammento, Manzoni ricorda anche la proprietà che i traslati hanno di piacere,
indipendentemente dalla loro utilità, diró cosi, materiale 5, ma appare
evidente, anche dalla collocazione defilata del rilievo, che quest'aspetto è
sentito come decisamente secondario. Dun40. A questo, che chiama primo fonte,
aggiunge poi i dialettismi (secondo fonte), i latinismi – EMPIEGATO –
IMPLICATURA IMPLICATO – Grice, ‘employ’/’imply,’ IMPLICATE -- e i grecismi
(terzo fonte), i forestierismi (Grice, metier), e i termini nuovi. C.Gensini.
Il riferimento è al De Oratore, 111: Modus transferendi verba late patet, quem
necessitas primum genuit coacta inopia et angustiis; post autem delectatio
jocunditasque celebravit. 44. Manzoni. La concezione linguistica dei tropi da
parte di Manzoni è già stata segnalata da Gensini. 45. Manzoni que Manzoni,
come C., considera i traslati coessenziali alle lingue e costantemente operanti
in una modificazione linguistica che è a sua volta costante. Per quanto ho
potuto trovare, non si tratta di idee condivise: tra Sette e Ottocento, quando
la funzione modificatrice dei traslati è riconosciuta, è dichiarata primaria o
rilevante solo nelle lingue che si trovano ancora in uno stadio aurorale, mala
si considera sostituita dalla funzione retorica nelle lingue perfezionate. E,
in effetti, dalla teoria dell’origine umana del linguaggio messa in campo,
avrebbe detto Manzoni, da Locke e da Condillac e poi sviluppata dagli
idéologues deriva una progressiva perfettibilità delle lingue, non una
mutazione perpetua e costante, nell’idea che le lingue moderne siano già giunte
a uno stadio avanzato di perfezione. Anzi, l’imperfetta separazione tra piano
del pensiero e piano dell’espressione, che Manzoni contesta ai grammatici
francesi, induceva spesso a considerare necessari e validi in tutte le lingue
alcuni fenomeni osservabili nel francese, assunto a modello e prototipo di
lingua perfetta. Anche per questo motivo, nei trattati di retorica, inclusi
quelli idé0/0giques, troviamo spesso combinate la priorità dell’aspetto
espressivo e retorico dei tropi e quest'idea di un'evoluzione progressiva delle
lingue in stadi sempre più prefezionati. È così, ad esempio, nelle Lectures on
Rhetoric and Belles Lettres del teologo e filosofo Hugh Blair dell’ Università
di Edimburgo. La raccolta, che fu il contributo più importante della scuola di
Edimburgo alla filosofia linguistica di stampo idéologique, fu pubblicata nel
1783 ed ebbe grande fortuna tra Sette e Ottocento; Manzoni lesse l'edizione
tradotta e commentata da Francesco Soave, che fu pubblicata a Parma. Ecco cosa
scrive Blair tradotto da Soave: Ma sebbene la povertà del linguaggio e la
mancanza de’ vocaboli sia stata indubitatamente una delle cagioni
dell’invenzione de’ tropi, non è però stata l’unica, nè forse la principale
sorgente di queste forme del parlare. I tropi son derivati più spesso, e più
largamente si sono estesi, per l'influenza che l'immaginazione ha sopra d’ogni
linguaggio. Per questo modo un'ampia varietà di termini figurati o di tropi s’
introduce in ogni lingua, non per necessità ma per elezione; e gli uomini di
vivace immaginazione ogni giorno ne vanno il numero aumentando. 46. Soave. I
tre tomi, oggi nella biblioteca di via del Morone, presentano segni di lettura
e annotazioni ormai pressoché completamente sbiadite; la lezione xiv non è
postillata. 47. Soave E poco più avanti Blair cita appunto il passo di Cicerone
a cui alludeva Manzoni. Il concetto è reso ancora più chiaramente
nell’interpretazione che dà di questo passaggio lo stesso Soave in una
riduzione delle lezioni di Blair, le Istituzioni di retorica e di belle lettere
tratte dalle lezioni di Ugone Blair da Francesco Soave ad uso delle scuole
d'Italia, il cui primo volume fu pubblicato a Milano dall’editore Sonzogno nel
1831: A misura che il linguaggio presso dei popoli gradatamente s'avanza alla
sua perfezione, quasi tutti gli oggetti acquistano de’ nomi proprj, e i termini
figurati diminuiscono. Con tutto ciò molti ne restano ancora, e l’uso de’
tropi, anche cessato il primo bisogno, in tutte le lingue più o meno conservasi
pei molti vantaggi che essi arrecano in altre guise, La funzione retorica è
prevalente anche in Du Marsais. Nel trattato Des Tropes, che è uno dei punti di
riferimento di Manzoni sull’argomento, nel capitolo Usage ou éfets de Tropes
l'arricchimento linguistico è annoverato solo come ultima funzione, dopo altre
cinque: 1. Un des plus fréquens usages des tropes, c'est de réveiller une idée
principale, par le moyen de quelque idée accessoire 2. Lestropes donent plus
d'énergie à nos expressions 3. Lestropesornent le discours 4. Les tropes
rendent le discours plus noble s. Lestropes sont d'un grand usage pour déguiser
des idées dures, désagréables, tristes, ou contraires à la modestie 6. Enfin
les tropes enrichissent une langue en multipliant l'usage d'un méme mot, ils
donent à un mot une signification nouvéle. Tra gli italiani implicati nella
questione della lingua, la funzione modificatrice dei traslati è riconosciuta
di passaggio nella Proposta, proprio perché Monti guarda alle teorie
linguistiche di C. per i principi di etimologia e analogia, come Manzoni non
manca di segnalare nel Sentir messa. Ma anche Monti sottolinea soprattutto
l'aspetto retorico, immaginativo dei traslati. Nell' introduzione scrive: Il
parlar proprio è il linguaggio della ragione: il metaforico è quello della
passione e perciò la diffinizione delle parole non dee cadere giammai che sul
senso proprio; il metaforico deesi aggiungere come dipendenza del primo; ma
conviene accuratamente 48. Soave (1831, I, 59). 49. Du Marsais spiegarlo,
perché la parola dallo stato naturale passando al figurato non è più dessa ‘°.
Nella Proposta, poi, Monti critica molte definizioni della Crusca sulla base
della confusione tra senso proprio e figurato, ma è ben lontano dal considerare
i traslati in stretto rapporto con la modificazione linguistica e soprattutto è
ben lontano dalla profondità teorica con cui C. e Manzoni li considerano. Una
maggiore insistenza sulla mutazione perpetua delle lingue e sull'apporto
costante dei traslati si trova invece nel Traité de la formation méchanique des
langues, et des principes phisiques de l'étymologie di Charles de Brosses, un
riferimento molto importante per C., che lo cita esplicitamente più volte nel
Saggio, e noto anche Manzoni, che ne possedeva un esemplare nell’edizione del
1765 (Saillant, Paris). Nel 11 tomo del trattato, nel cap. x De la dérivation
et ses effets, de Brosses parla estesamente del trasferimento di significato,
dandogli un grande potere nell’arricchimento costante delle lingue. Ecco cosa
scrive nell’articolo 180: Mais pour voir combien l'extension volontaire de
l'emploi des termes est fréquente et puissante dans les langages, il n'y a qu'à
observer combien les expressions nouvelles se multiplient tous les jours parmi
les hommes, sans que parmi tant de mots nouveaux dont chaque langue ou dialecte
se surcharge, on voie presque jamais créer une seule racine à l'exception de
quelques nouvelles onomatopées, comme Trictrac. Tous les mots nouveaux que nous
voyons créer ne le sont que par dérivation, analogie, métonymie, ou figure. In
particolare si concentra, poi, sulla metonimia, che considera la figura più
potente nel generare nuovi significati e quindi nuove espressioni. De Brosses
potrebbe essere fonte d'ispirazione comune per C. e Manzoni, anche se in
nessuno dei due troviamo il prevalere della metonimia. Tuttavia, l'ultima
menzione di C. che troviamo negli Scritti linguistici, messa insieme a quanto
abbiamo già detto, lascia credere che Manzoni avesse presente, almeno per i
traslati, soprattutto il Saggio sulla filosofia delle lingue. Si tratta di un
frammento preparatorio alla quarta redazione del trattato Della lingua italiana
e riguarda, appunto, i traslati: Per veder la cosa in un esempio celebre,
Quintiliano, seguendo Cicerone, opinó che le gemme delle viti siano state cosi
chiamate per metafora; il Du Marsais e il C. vogliono invece che quello sia
senso proprio, e dalle gemme delle viti traso. Monti. De Brosses sferito alle pietre preziose, per
la ragione che ad entrambi pare concludentissima, dell’avere i latini dovuto
conoscere e nominar quelle prima che queste. La questione era effettivamente
discussa in vari trattati, incluso il Traité de la formation méchanique des
langues di de Brosses, dove pure il termine gemma era considerato proprio
quando applicato ai germogli delle piante e traslato quando utilizzato per le
pietre preziose. Manzoni, però, sceglie di menzionare C., lasciando credere che
sia proprio il Saggio, almeno per questo particolare argomento (i traslati),
l'esempio più immediato nella sua memoria. Anche se lo avesse scelto perché lo
considerava rappresentativo in modo esemplare di una concezione linguistica
inaccettabile che combinava etimologia e analogia, tradendo due volte la natura
delle lingue, non si può fare a meno di rilevare che un’apparizione di C. nella
quarta redazione del trattato Della lingua italiana è di per sé considerevole,
se si tiene conto del fatto che dopo il Sentir messa i riferimenti al contesto
italiano negli scritti inediti praticamente si dissolvono. Manzoni cita C.
accanto a Du Marsais senza soluzione di continuità, come parte di uno stesso
orizzonte concettuale, certo per segnalarne i limiti, ma allo stesso tempo
mostra di considerarlo un degno avversario, alla stregua dei francesi, e di
riconoscergli la statura di teorico di prima grandezza nel panorama italiano.
Riferimenti bibliografici C. M. (1821), Saggio sulla filosofia delle lingue,
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817-33. DE BROSSES CH., Traité de la formation méchanique des langues, et des
principes phisiques de l'étymologie, 2 voll., chez Saillant, Vincent et
Desaint, Paris. DU MARSAIS C. CH., Des Tropes ou des diférens sens, dans
lesquels on peut prendre un même mot dans une méme langue. Ouvrage utile pour
l'intelligence 52. Manzoni. La critica a Du Marsais è preparata da una postilla
in margine al trattato Des tropes, per cui rinvio a Manzoni ( 2002, 173). 53.
De Brosses (1765, II, 156). des Auteurs, et qui peut servir d'introduction à la
Rhétorique et à la Logique, par Monsieur | César] du Marsais, quatrème édition,
chez H. Barbou, Paris. FORNARA S. (2004), La grammatica ragionata di Francesco
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Retorica e Belle lettere nell’ Univ. di Edimburgo, tradotte dall'inglese e
commentate da Francesco Soave C.R.S., tomi 1-111, dalla Reale Tipografia,
Parma.(1831), Istituzioni di retorica e di belle lettere tratte dalle lezioni
di Ugone Blair da Francesco Soave C.R.S., ad uso delle scuole d’Italia, presso
l'editore Lorenzo Sonzogno, Milano, Lezioni di retorica e di belle lettere di
Ugone Blair professore di Retorica e Belle lettere nell’ Univ. di Edimburgo,
tradotte dall'inglese e commentate da Francesco Soave, Piatti, Firenze.
TRABALZA, Storia della grammatica italiana, Forni, Bologna. C. e Leopardi
linguisti di Ricci Delimiteremo sùbito il perimetro della ricerca: il presente
contributo alla linguistica di C. e Leopardi scaturisce in sostanza da una
lettura comparata del Saggio sulla filosofia delle lingue applicato alla Lingua
Italiana del primo e dello Zibaldone di Pensieri del secondo'. Leopardi cita
esplicitamente C. in sei occasioni nel suo immenso scartafaccio e due volte
nell’epistolario. In una lunga lettera a Pietro Giordani del 21 marzo 1817
viene criticato, di passaggio, il giudizio negativo di C. (allora tanto lodato,
si legge) riguardo allo stile tragico di Alfieri; mentre in una datata 18
maggio 1825, in risposta ad Antonio Fortunato Stella che gli chiede consigli e
indicazioni circa il progetto di un'edizione tradotta di Cicerone, inviandogli
nel contempo un saggio di lavoro di Tommaseo riguardo al quale il poeta
confessa qualche perplessità per una certa tinta un poco declamatoria, nonché
per un cenno di censura al testo ciceroniano -, Leopardi osserva, fra le altre
cose: E non mi parrebbe opportuno che la sua edizione assumesse il carattere di
edizione critica, come l Iliade del C. o simili *. Nello Zibaldone C. fa la
prima comparsa già nell'agosto del 1820, citato per un'osservazione sull'idea
di deterioramento dei popoli, all'interno di un parallelo fra Omero e Ossian
(con una breve annotazione lessicale su straniero, ‘nemico’ nell'antica lingua
celtica: cfr. Z 204-6}. Quindi lo ritroviamo, il padovano, in data 23 maggio
1821, lodato per aver Università di Siena. 1. Ho fatto ricorso per il Saggio
(d'ora in avanti sempre S) a C., per lo Zibaldone (d'ora in avanti sempre Z) a
Leopardi (1991; e si indicano le pagine dell’autografo). 2. Leopardi (1998a 70,
888). Nella seconda lettera Leopardi fa riferimento a .C., opera che peraltro
ritorna anche in un sapido ritratto intellettuale di Tommaseo (Potenze
intellettuali: Niccolò Tommaseo). 3. L’ Ossian C.ano è citato anche in uno dei
disegni letterari di Leopardi (Della natura primitiva, probabilmente del
1820). C. E LEOPARDI LINGUISTI fatto
ricorso in poesia, giudiziosamente, alla facoltà de composti di due o più voci
sia nella traduzione dell’ Iliade sia nell’ Ossian (Z 10767). In un pensiero lo
stile filosofico della prosa di C. è accostato a quello di Seneca, essendo
stati entrambi condannati dai letterati loro contemporanei (cfr. Z 2166-71). E
ancora. In una lunga annotazione sul barbarismo delle lingue Leopardi osserva,
fra le altre cose, che se gli scrittori barbari della moderna Italia,
arriveranno ai posteri, quando la lingua italiana sarà già in qualunque modo
mutata dalla presente, e se la prevenzione e il giudizio del secol nostro non
avrà troppa forza ne’ futuri, questa nostra barbara lingua, si stimerà
elegante, e piacerà, perché divenuta già pellegrina, e forse il C. ec. passerà
per modello d’eleganza di lingua (Z). La figura di C. appare di nuovo in un
pensiero del 15 ottobre dello stesso anno, allorché vengono nominati i poeti C.ani*
in opposizione ai versificatori che non hanno molto preteso all’originalità
(come gli arcadici, i frugoniani ec.) (Z 2641-2). Infine, in un lungo discorso
sulla poesia omerica (e l’Iliadein particolare) datato 5-11 agosto 1823,
Leopardi tira le orecchie a C. per aver mutato
prosuntuosamente il titolo dell’
Iliade, nella sua traduzione in endecasillabi sciolti (C., 1795), nella Morte
di Ettore (Z). Insomma, ogniqualvolta Leopardi chiami in causa C., con un
giudizio positivo o, più spesso, negativo, ci sono sempre in ballo questioni di
carattere letterario e stilistico: viene dunque chiamato in causa il Cesarotti
traduttore, critico e scrittore, non il C. linguista. E infatti, per quanto ne
sappiamo, il Saggio sulla filosofia delle lingue che
pure era presente nella biblioteca di famiglia non
viene mai citato, né nello Zi4. Aggettivo e sostantivo (i C.ani sono i seguaci
del maestro) che ricorre anche in Monti (nelle lettere) e Foscolo (Sulla
traduzione dell * Odissea); dati desunti dalla BIBIT, mentre il GDLI, nel
Supplemento, riporta un solo esempio di Tommaseo. s. Sulla traduzione C.ana
dell'///ade Leopardi si era espresso nella Lettera ai compilatori della
Biblioteca Italiana del 1816: alla fin fine ha molta bellezza, che che ne dica
chi non l’ha letta, o chi l’ha letta solo per dirne male. Aggiungo qui che C.
viene anche citato due volte nel Discorso sopra la Batracomiomachia. Nell’edizione
padovana del 1802 stampata da Pietro Brandolese (contenente anche il Saggio
sulla filosofia del gusto); cfr. Campana (2011, 96). Purtroppo il conte Vanni
Leopardi non ha potuto autorizzarmi per motivi conservativi alla
consultazione dei volumi C.ani della Biblioteca Leopardi, fornendomi peraltro
la seguente informazione: non mi risultano segnalazioni di sottolineature c/o
postille su quei volumi (e-mail dell’ 11 novembre 2017). 269 ALESSIO RICCI
baldone né altrove. Aggiungo che un tenue indizio del fatto che Leopardi non
abbia letto il Saggio fino al 1821, ma che forse si riproponesse di farlo,
potrebbe essere la presenza del nome di C. in un elenco di autori e opere
vergato su un composito foglietto di lavoro databile a quell’anno; nell’appunto
autografo l’abate padovano si trova in compagnia di altre fonti antiche e
recenti, accomunate dall’appartenenza a un’unica area storico-letteraria e
retorico-linguistica: forse una serie di testi da consultare, più che un elenco
di letture, in vista di uno dei tanti progetti mai portati a compimento. Per
rintracciare possibili echi (anche indiretti) delle idee linguistiche C.ane in
Leopardi, ho tentato poi la via del carotaggio lessicale, ma senza ottenere lo
diciamo sùbito risultati apprezzabili. Vi sono infatti alcuni
tecnicismi d’ambito linguistico attestati in Italia per la prima volta nel
Saggio (stando almeno allo studio di Nobile, 2007), e poi stabilmente
impiantatisi in italiano, i quali o non trovano alcun riscontro (o quasi) in
Leopardi, ovvero trovano riscontro (soprattutto nello Zibaldone) ma potrebbero
essere giunti al poeta tramite altre fonti, come, per fare due nomi, Antonio
Cesari o Vincenzo Monti. Nel primo caso penso, ad esempio, al sostantivo
parlante, ‘ciascuna persona in quanto fa uso della lingua materna’, che compare
in apertura del Saggio e verrà poi adoperato da Manzoni: ricorrendo
all’archivio digitale di Leopardi (1998b) registro una sola e tarda occorrenza
nello Zibaldone, a 4487 (la pronunzia de’ parlanti); oppure penso al verbo
connotare (ancora non attestato nel TB) ‘definire con sensi accessori un
significato principale di un oggetto o un concetto’ (cfr. Nobile, 2007 518,
520), che non sembra essere mai stato usato da Leopardi. Nel secondo caso si
potrebbe citare il sostantivo valore (secondo Nobile probabile calco da una
recente innovazione del francese, verosimilmente veicolata da de Brosses), che
nel Saggio C.ano rappresenta un alternativa tecnica per indicare il significato
delle parole soprattutto in relazione alla loro variabilità diacronica, nonché
diatopica e diafasica: ebbene, è vero che in questa accezione specialistica
valore ricorre anche nello Zibaldone (per esempio a 1703: si attende all'intero
valore di ciascuna parola), ma si tratta comunque di un tecnicismo per dir cosi
debole, che a cavaliere fra Sette e Ottocento
sembra conoscere un'ampia diffusione e che Leopardi poteva leggere, poniamo,
tanto negli scritti di Cesari quanto nelle pagine del Conciliatore (cfr.
Nobile, 2007, 519).Aggiungo, molto sinteticamente, che anche chi, come Giovanni
Nen7. Cfr. Andria, Zito, da cui la citazione. cioni e, in tempi più recenti,
Raffaele Simone, ha rivolto lo sguardo a singoli aspetti della linguistica di C.
e Leopardi cioè a dire il fenomeno dell’europeismo
linguistico, il concetto di genio delle lingue, le dinamiche di geopolitica
linguistica ha riscontrato una sostanziale discontinuità
fra l'articolazione del pensiero del secondo rispetto a quella del primo*. E
pure laddove si potrebbe intravvedere in C. una delle possibili fonti di una
centrale acquisizione di teoria linguistica di Leopardi penso
alla dicotomia zibaldoniana parole /termini prefigurata da quella
termini-figure / termini-cifre del
Saggio (S, 32) in realtà sembrano altri i sicuri modelli
diretti e indiretti (che nella fattispecie appena ricordata vanno dalla Logique
di Port-Royal a Cesare Beccaria) dai quali s’è generata l'originale sintesi
della linguistica leopardiana?. Ma veniamo al Saggio e allo Zibaldone. Un primo
aspetto sul quale vorrei soffermarmi è compendiabile nella differente
attenzione che C. e Leopardi rivolgono alla lingua intesa essenzialmente come
strumento primario di comunicazione fra gli uomini, strumento che deve
possedere, fra i principali e imprescindibili requisiti, quello dell’efficacia
e della facilità di apprendimento. Questi temi della riflessione linguistica,
certo settecenteschi e illuministi, trovano ampio spazio nel Saggio di C.. Farò
due soli esempi. Il Saggio, che si apre su una celebre sequenza anaforica di
asserzioni teoriche per l’epoca senz'altro rivoluzionarie (Niuna lingua... ),
si focalizza subito sul rapporto fra lingue e dialetti: Niuna lingua è parlata
uniformemente nella nazione. Non solo qualunque differenza di clima suddivide
la lingua in vari dialetti ma nella stessa città regna talora una sensibile
diversità di pronunzia e di modi (S, p. 22). Il trattato si apre insomma
all'insegna della lingua parlata, che sarà al centro, più specificamente, del
111 paragrafo, nel quale oralità e scrittura vengono esaminate contrastivamente
per farne emergere le rispettive peculiarità diamesiche, e quindi la priorità
(anche 8. Faccio riferimento rispettivamente al celebre Nencioni e a Simone. A
proposito del concetto di genio delle lingue, segnalo qui, di sfuggita, che
sarebbe auspicabile uno studio a tappeto dell’epistolario C.ano, tramite il
quale è possibile, se non altro, retrodatare singole acquisizioni del Saggio,
come, per fare un esempio, la distinzione fra genio grammaticale e genio
rettorico, di cui si parla già in due lettere a Clementino Vannetti (Bigi). 9. Cfr. Gensini. Basile ritiene
invece probabile anche l’influenza di C., che nel Saggio aveva distinto tra
vocaboli memorativi che ricordano l'oggetto e vocaboli rappresentativi che
invece in qualche modo lo dipingono. altrove ribadita) della prima sulla
seconda'°. È proprio qui che si possono leggere interessanti e moderni spunti
sulla lingua parlata, e segnatamente sulla rilevanza semiotica dei gesti e dell’insieme
delle circostanze in cui si realizza un atto comunicativo (contesto e
conoscenze condivise) per garantire l’efficacia della comunicazione, come nel
brano che segue: La [lingua] parlata è piena d'anomalie e d'ambiguità, però
senza conseguenza perché la azione e 'l gesto che l'accompagna, e la conoscenza
delle persone e degli oggetti previene abbastanza gli equivoci (S).
Diversamente da C., Leopardi non è interessato a questioni relative alla
variabilità diamesica della lingua: la lingua parlata entra nelle sue
riflessioni linguistiche tangenzialmente, perlopiù quando il poeta si trova a
ragionare, in chiave storico-culturale e sociale, del rapporto che vi è in
Italia fra lingua della letteratura e lingua dell’uso, vale a dire di quella
disparità della lingua scritta e parlata che rappresentava per Leopardi una
delle spie più evidenti del forte ritardo culturale e letterario del proprio
paese, in particolare a paragone con la situazione francese. Il che è già
lucidamente messo sulla carta nella prima parte di un lungo pensiero del 21-24
marzo 1821: In Italia oggidì (che nel trecento era tutto l’opposto) la lingua
scritta degli scrittori differisce, credo, più che in qualunque altro paese
culto, certamente Europeo. E questo forse in parte cagiona la nessuna
popolarità della nostra letteratura, e l'essere gli ottimi libri nelle mani di
una sola classe, e destinati a lei sola. Il che perd deriva ancora dalla
nessuna coltura, e letteratura, e dalla intera noncuranza degli studi anche
piacevoli, che regna nelle altre classi d’Italia; noncuranza che deriva
finalmente dal mancare in Italia ogni vita, ogni spirito di nazione, ogni
attività, ed anche dalla nessuna libertà, e quindi nessuna originalità degli
scrittori ec. Queste cagioni influiscono parimente l’una sull’altra, e
nominatamente sulla disparità della lingua scritta e parlata (Z 841-2). Altre
volte, guardare a talune caratteristiche del parlato può far gioco a Leopardi
per instaurare un parallelo fra lingua madre, il latino, e lingua figlia,
l’italiano, vale a dire per articolare un piccolo saggio di storia linguistica
10. La lingua è prima nella bocca e poi negli scritti (S, p. 79). Ciò
naturalmente non vuol dire che C. non riconosca alla lingua scritta una sua
intrinseca superiore dignità, in quanto momento di riflessione, e in quanto
strumento con il quale operano i dotti: così Marazzini (1993, p. 297), che vede
opportunamente nella netta distinzione C.ana scritto/parlato un’anticipazione
delle posizioni di Ascoli. 11. Su tale aspetto è importante Roggia (2014b), che
vede in queste pagine del Saggio un vero e proprio documento
sociolinguistico italiana, qual è quello
alle pp. dello Zibaldone (12 maggio 1821), inteso a mostrare la derivazione
dell’italiano non dal latino letterario ma dal latino volgare, cioè parlato.
Insomma, se C. rivolge la propria attenzione alla lingua parlata, pur senza
scavare particolarmente in profondità, come a una varietà autonoma del
repertorio linguistico nella sua specificità funzionale, Leopardi inclina
maggiormente a sviscerare il rapporto parlato/scritto in chiave di
ricostruzione storico-linguistica e storico-letteraria. Un altro campione del
diverso approccio dei due filosofi alla lingua vista come basilare mezzo di
comunicazione lo possiamo ricavare da almeno un paio di passi del Saggio, in
cui si osserva come ai fini dell'apprendimento di una lingua materna o di una
lingua seconda la varietà di forme (che in altre circostanze puó rappresentare
una ricchezza per lo stile) non solo sia del tutto inutile, ma addirittura possa
essere d'impaccio all'acquisizione linguistica. Mi riferisco, in particolare,
ai paragrafi XVII e xvm della parte 11 del Saggio, dedicati all'analisi di
alcuni meccanismi della sintassi. Nel primo brano, C. rileva talora in alcune
lingue un'abbondanza superflua, ch é piuttosto una ridondanza imbarazzante,
quale risultato Zell'accozzamento primitivo di varie popolazioni, e della somma
difficoltà di ridur tutti gl'individui ad assoggettarsi ad una medesima
analogia di terminazioni (S). Sicché C. si rivolge al lettore in questi
termini: Che giovano mai alla lingua latina e greca le varie declinazioni dei
nomi? Qual vantaggio ne viene a quelle e alle nostre dal noiosissimo imbarazzo
di tante coniugazioni che fanno la croce di chi vuole impararle? Una sola forma
pei nomi sostantivi distinti solo nel genere, una per gli adiettivi, ed una pei
verbi avrebbe reso la lingua più analoga e semplice, e meno tediosa e
imbarazzata. Il vantaggio che puó risultarne per lo stile nella varietà
materiale di tanti suoni, puó mai esser posto in confronto colle difficoltà e
colle spine, di cui, mercé questa inutile varietà, è seminata la lingua?
Analoghe constatazioni ritroviamo anche nel secondo brano, nel quale il
professore, movendo dall'osservazione della grande varietà di reggenze
(verbali, aggettivali ecc.) sia delle lingue classiche'* sia dell'italiano,
conclude come segue: 12. Su questo tema cfr. l'importante Barbieri. Almeno
Gensini. Per un'appassionata apologia del latino come lingua funzionale e
tutt'altro che morta , cfr. Roggia e C.
E certo sarebbe stato assai meglio per tutte le lingue che non regnasse
in esse tanta varietà capricciosa di reggimenti, quando una o due forme
bastavano a segnar la dipendenza dei nomi dai verbi. Almeno se ne fosse usata
una sola per tutti i verbi che rappresentano idee della medesima specie: ma no.
Inutile dire che simili preoccupazioni sono aliene alla speculazione
linguistica di Leopardi, che nello Zibaldone evidenzia piuttosto, a più
riprese, come anche l’ineliminabile varietà morfosintattica di una lingua (e
segnatamente dell’italiano) non solo possa giovare all’eleganza e quindi allo
stile, ma possa altresì contribuire a incrementarne il capitale (C. aveva
preferito la parola erario), qualora si guardi a tale varietà di forme come a una
specie di facoltà strutturale in grado di estendere le potenzialità
comunicative di una lingua. Si veda al riguardo un pensiero del 17 luglio 1821:
Altra gran fonte della ricchezza e varietà della lingua italiana, si è quella
sua immensa facoltà di dare a una stessa parola, diverse forme, costruzioni,
modi ec.. Parlo solamente del potere usare p.e. uno stesso verbo in senso
attivo, passivo, neutro, neutro passivo; con tale o tal caso, e questo
coll'articolo o senza; con uno o più infiniti di altri verbi, governati da
questa o da quella preposizione, da questo o da quel segnacaso, o liberi da
ogni preposizione o segnacaso. Questa facoltà non solamente giova alla varietà
ed alla eleganza che nasce dalla novità ec. e dall'inusitato, e in somma alla
bellezza del discorso, ma anche sommamente all'utilità, moltiplicando
infinitamente il capitale, e le forze della lingua, servendo a distinguere le
piccole differenze delle cose (Z 1332-4). Dicevamo che C. dedica ampio spazio,
in particolare nella parte 11, a questioni teoriche di sintassi (che, com 'é
noto, è sempre stata negletta dalla nostra tradizione di studi, specialmente
grammaticali, almeno fino alla Sintassi dell uso moderno del 1881 di Raffaello
Fornaciari): distingue la materia dalla forma della sintassi; rileva, come
abbiamo visto, taluni aspetti di ridondanza morfosintattica che rendono
problematica l'acquisizione linguistica; osserva in generale che il fine della
sintassi è quello di rendere chiare e coerenti la gerarchia e la connessione
delle idee; passa in rassegna le quattro parti fondamentali della sintassi, che
individua nelle desinenze, nella concordanza, nel reggimento e nella
costruzione ; si sofferma sull’annosa questione del rapporto fra ordine della
costruzione diretto e ordine della costruzione inverso, puntualizzando che i
ragionatori di questo secolo osservarono sagacemente che la sintassi. Cfr. ora
Poggiogalli (2018 403 ss.). inversa è figlia spontanea della natura, la diretta
è frutto della meditazione e dell’arte; e infine approda a una ricetta
sintattica se così possiamo dire equilibrata e moderata, secondo la quale lo
scrittore italiano giudizioso, cioè, per dirla con le parole dell’autore,
disciplinato non men che libero, sarà colui che saprà armonicamente fondere
l’ordine diretto dell’italiano e del francese con quello inverso del latino (S 54-60).
Ricetta che in fondo sia detto per inciso sembra
essere per l'appunto quella esperita nella scrittura del C. saggista, come non
ha mancato di osservare, fra gli altri, Bigi (1960 17-8). Le osservazioni
d’ordine sintattico di Leopardi, generali o puntuali, appaiono invero alquanto
episodiche, come sembrerebbero confermare alcuni dati sia di superficie sia di
sostanza: nello Zibaldone la parola sintassi ricorre solo 11 volte, così come
sono altresì rari lemmi come ordine, costruzione o struttura in riferimento
appunto a fenomeni di sintassi. E non solo sono incursioni episodiche e fugaci
nella sintassi, quelle dello Zibaldone, ma non sembrano assimilabili in
particolare a nessuna delle riflessioni ad hoc del Saggio. Intanto Leopardi è
attratto da questioni relative alla sintassi in un’ottica perlopiù comparativa:
si tratta di minute osservazioni micro e macrosintattiche su fenomeni di
evoluzione dal latino alle lingue romanze. In secondo luogo, non trovo nello
scartafaccio un solo pensiero interamente dedicato alla riflessione sulla
sintassi delle lingue o di una lingua. Anche laddove è dato scorgere uno spunto
comune, come quando, per esempio, sia C. sia Leopardi ragionano sulla sintassi
della prosa boccacciana, la piega che prende il ragionamento dei due linguisti
si rivela in realtà affatto diversa. Da un lato abbiamo C., che individua un
filo rosso che da Boccaccio, attraverso Bembo, arriva sino ai cinquecentisti,
tutti accomunati da quella affettazion puerile di dar la tortura alle frasi al
fine di preparar al verbo il posto d’onore, collocan-dolo in fin del periodo, senza
verun oggetto utile (S); sicché si puó senz'altro concludere che il Boccaccio,
seguito dal Bembo e da tutti i cinquecentisti, trattone il Davanzati, per dar
armonia alla lingua italiana cercò di snaturarla, affettando l’inversioni della
latina, e l'ondeggiamento 16. Chea proposito del Saggio parla di sintassi
pieghevole e varia, in cui la chiarezza della costruzione diretta si alterna
alla efficacia di quella inversa. Né mai viene adoperato l'aggettivo
sintattico, la cui prima attestazione nel GDLI è di G. I. Ascoli. 18. Si
osservi che quasi sempre la parola sintassi nello Zibaldone ricorre in pensieri
sulla lingua greca. 19. Basti il rimando a Barbieri. periodico ( ). Dall’altro
lato sta Leopardi, che in un pensiero del 25 luglio 1821, prendendo le mosse da
un passo della Proposta di Monti, trova nella sintassi artefatta e
latineggiante di Boccaccio un'ulteriore prova di una ricostruzione
storico-linguistica (peraltro già affrontata in precedenza nello scartafaccio)
che è fondamentale nella riflessione leopardiana e che orienterà in modo
decisivo anche le scelte compiute per la Crestomazia prosastica?°: mi riferisco
all'idea che in Italia una vera lingua letteraria nazionale (perlomeno in
prosa) si formerà compiutamente solo nel corso del xvi secolo, essendo l'aurea
lingua del Trecento organismo ancora in divenire. Ecco il brano in questione:
Chi vuol vedere che la lingua italiana nel 300 non fu formata malgrado i 3
sommi sopraddetti, osservi che il Boccaccio, l’ultimo de’ tre quanto al tempo,
s’ingannd grossamente, e fece un infelice tentativo nella prosa italiana,
togliendole i/ diretto e naturale andamento della sintassi, e con intricate e
penose trasposizioni infelicemente tentando di darle (alla detta sintassi) il
processo della latina. (Monti, Proposta). Il che dimostra che dunque non si può
nel trecento riporre, a cagione de’ 3 sommi, [il perfezionamento] della lingua
italiana prosaica. Ora una lingua senza prosa, come può dirsi formata? (Z)
Insomma, ci sembra di poter dire, in compendio, che se nel Saggio di Cesarotti
predomina, forte della filosofia del secolo, la dimensione sincronica o,
meglio, acronica della riflessione sulla lingua, nello Zibaldone a imporsi è
perlopiù l’approccio francamente storico-linguistico, sempre sorretto,
beninteso, da quello teorico. E infatti, per fare un esempio significativo,
l’attenzione leopardiana non è attratta dai metafisici interrogativi sulla
nascita del linguaggio nella primitiva società umana , tema ampiamente
dibattuto dai philosophes e dagli idéologues, bensì dall’ interrogativo sui
motivi della rapida diversificazione delle lingue (Gensini, 1984 41-2). E, se
non ho visto male, in Leopardi non c’è traccia di un interesse specifico per la
questione relativa alla natura arbitraria o iconica dei segni linguistici
(essendo l'antinnatismo linguistico lockiano già ben saldo nel poeta
giovanissimo: cfr. ancora ivi 56-65), questione che invece com é
noto ha tanta parte in C. fin dai tempi delle sue lezioni universitarie: basti
20. Cfr. Bollati. 21. Dico predomina perché ovviamente nel Saggio sono
tutt'altro che assenti le riflessioni storiche sulle lingue: per fare un solo
esempio, si potrebbero citare i primi paragrafi della parte rv, in cui viene
sbozzata una microstoria della lingua italiana dalle invasioni barbariche al
Vocabolario della Crusca pensare al
ciclo di tre acroases De naturali linguarum explicatione databili al 1771-72. E
si veda, ancora, la differente maniera di concepire il rapporto fra lingua e
dialetto dei Nostri. C. non ha alcun dubbio fermo
restando il fatto che l'andare smaniosamente in caccia di termini nuovi o
stranieri senza veruna necessità è una affettazione puerile e che sempre la
novità delle voci dev'essere autorizzata, anzi estorta da qualche novità di
cosa che anche l'apporto dei dialetti nazionali
possa ben essere un fonte di arricchimento neologico dell’ italiano,
specialmente laddove il dialettismo colmi un vuoto della lingua e alle
strutture della lingua si adatti secondo i meccanismi dell'analogia (S 76 e
78-9). E a corroborare la propria tesi, C. chiama in causa, fra l'altro, la
situazione dei dialetti dell'antica Grecia. Vediamo il passo in questione,
nella tipica argomentazione del Saggio intessuta di domande a risposta
orientata: Tutti i dialetti non sono forse fratelli? non son figli della stessa
madre? non hanno la stessa origine? non contribuirono tutti ne’ primi tempi
alla formazion della lingua?*? Perché ora non avranno il diritto e la facoltà
d’arricchirla? I dialetti di Grecia non mandavano vocaboli alla lingua comune,
come le diverse città i loro deputati al collegio degli Anfizioni? (S, 78) È
stato dimostrato che in Leopardi sia l'assenza d'interesse verso i tentativi di
ricorrere ai dialetti per scrivere opere letterarie sia il rifiuto del
possibile apporto degl’idiomi locali all'incremento del capitale della lingua italiana
dipendono non da ragioni intrinsecamente linguistiche, bensì di tipo
schiettamente politico-culturale. Leopardi riconosceva nei dialetti una delle
molteplici manifestazioni della varietà delle lingue e non ne negava affatto
l’importanza in quanto specifiche forme di linguaggio, portatrici di tutte le
caratteristiche sociali e antropologiche proprie di un idioma naturale. Il suo
distacco dai dialetti è la lucida opzione per un centralismo di alta
letteratura e alta cultura [da perseguirsi, aggiungerei, tramite una lingua
alta] che Leopardi riteneva necessario compito dell’intellettuale moderno,
aperto all’ Europa, assumere in proprio e svolgere fino in fondo (Gensini,
1984, 228). D'altro canto, il poeta aveva buon gioco, con la 22. Su cui cfr.
Roggia e ora C. (in corso di stampa). Sui dialetti nel Saggio cfr. Paccagnella
(2011 11-8). 24. Noto per inciso che questa idea, neo-cortigiana o
neo-trissiniana, è anche di Leopardi, che per esempio, in un passo del 9
dicembre 1823, scrive che Dante usò e mescolò i dialetti d'Italia (Z 3964-5).
RICCI sua acuta percezione della storia, a cogliere le profonde differenze fra
le vicende geopolitiche, sociali e culturali del proprio paese rispetto a
quelle della Grecia antica: qui, infatti, una condizione di policentrismo
politicoculturale che ha garantito quella fondamentale libertà
linguistica tanto cara a Leopardi si è intrecciata con l’azione unificante di
una sorta di appartenenza a una patria comune; sicché, agli occhi di Leopardi,
la storia linguistica della Grecia è altra cosa rispetto a quella del nostro
paese, ove l’unico fattore agglutinante è stato, dal Trecento in avanti, la
letteratura, peraltro in strati estremamente ridotti di una società dalla
scarsa densità culturale. Ecco come Leopardi descriveva la situazione della
Grecia in un pensiero del 6 novembre 1821, instaurando in coda un parallelismo
con il purismo della nostra tradizione linguistico-letteraria: La Grecia era
composta come di moltiss. reggimenti, (giacché ogni città era una repubblica) così
di moltiss. lingue, e l’uso pubblico di queste non poteva nuocere alla varietà
né introdurre l’uniformità e la schiavitù, essendo esso stesso necessariamente
vario. La Grecia non aveva una capitale. E quando i gramatici cominciarono a
ridurre ad arte la lingua greca, e quando nella lingua greca si cominció a
sentire il 207 si può, tutto questo fu in relazione alla lingua attica. Ma i
diversi dialetti greci, tutti riconosciuti per legittimi, dopo essere stati
adoperati da grandi scrittori; lo stesso costume della lingua attica notata da
Senofonte; il carattere sostanziale finalmente della lingua greca, già da tanto
tempo formata ed anteriore assai alla superiorità di Atene, preservarono la
lingua greca dalla servitù. Ed in quanto la lingua attica prevalse, in quanto i
filologi incominciarono a notare e a condannare negli scritti contemporanei
quello che non era attico, in tanto la lingua greca perdette senza fallo della
sua libertà. Ma ciò fu fatto assai lassamente, e mancò ben assai perché i più
caldi fautori dell’atticismo, o gli stessi ateniesi arrivassero alla
superstizione, o alla minuta tirannia de’ nostri fautori del toscanismo.
(Bisogna notare che il purismo era appunto allora nascente nel mondo per la
prima volta) (Z.; la parentetica conclusiva è un’aggiunta interlineare).
D'altra parte, per rimanere a Leopardi, la ricerca sulla storia e sulla
variabilità delle lingue s’ intreccia, nelle pagine dello scartafaccio, con
altri nodi cruciali della sua linguistica, che acquistano diversa profondità
rispetto alla riflessione C.ana. Per ricordarne solo tre: 1. quello
dell’immaginazione, e del suo principale strumento di manifestazione che è la
metafora, quale facoltà fondamentale del linguaggio, vero e proprio architrave
del 25. In realtà l'autografo legge correttamente notato, come si evince
dall'edizione fotografica (cfr. Leopardi processo conoscitivo-linguistico'5; 2.
il concetto di indeterminatezza semantica individuale e sociale come valore; 3.
la conseguente impossibilità, tanto teorica quanto pratica, di qualsivoglia
forma di grammatica o lingua universales, È in questo complesso e articolato
campo di forze linguistiche che scaturiscono acquisizioni di storia delle
lingue tutt'altro che scontate, come quando, in un breve pensiero (a
quest'altezza cronologica le annotazioni zibaldoniane si fanno sempre più
rade), Leopardi descrive perfettamente il concetto di allotropia nelle lingue
romanze. Leggiamo il brano in questione: La differenza tra le voci di origine
volgare, e quelle di origine puram. letteraria nelle lingue figlie della
latina, si può vedere anche in questo, che spesso una stessiss. voce latina,
pronunziata e scritta in un modo nelle nostre lingue, significa una cosa; in un
altro modo, un'altra, tutta differente, e si considera come un'altra voce da
tutti, salvo solo i pochiss. che s'intendono delle origini della lingua. e.
causa lat., corrotta di forma e di significato dall'uso volgare, significa res
(cosa: v. la pag. 4089.); usata incorrottamente nella letteratura e scrittura,
significa, come nel buon latino, cagione. Ed è certo che causa ital. è voce,
benché ora volgarm. intesa, (non però usata dal volgo), di origine letteraria;
poiché nel 300 non si trova, o è così rara, che i fanatici puristi de’ passati
secoli dicevano ch'ella non è buona voce toscana, ma che dee dirsi cagione,
voce pure storpiata di forma e di senso dalla lat. occasio, che pur si usa poi
nella sua vera forma e senso, come una tutt’altra (occasione), benché in
origine sia la stessa. Franc. chose cause, Spagn. cosa causa ec.
(Firenze). Leale, loyal, leal (spagn.) legale, légal, legal (Z). Mettendo in
parallelo le tre principali varietà romanze, Leopardi si serve dell'esempio del
latino causa integrato in chiosa, dopo la data, da quello
dell'aggettivo legalem (che è giunta interlineare posteriore) per
descrivere il duplice processo di discendenza delle parole di trafila popolare
e di quelle di trafila dotta, osservando in aggiunta che la parola cagione, che
i fanatici puristi preferiscono in quanto buona voce toscana , é a sua volta
allotropo popolare dal latino occasionem. 26. Cfr. Gensini e Gensini. Quanto a C.(con
rimando a de Brosses). Si pensi soltanto a quelle che Leopardi chiama idee
concomitanti (Z, 3952; € cfr. Gensini), che sono altra cosa rispetto al C.ano senso
accessorio che distingue fra loro le voci sinonime (S). Cfr. Gensini. 29. Su
questo tema cfr. anche Z Tornando alla spiccata inclinazione di Leopardi a
ragionare in ottica storica delle peculiarità sociopolitiche, culturali e
linguistiche della penisola, si capisce, fra l’altro, la sua assoluta sfiducia
nella possibilità di sviluppare una qualsiasi forma di politica linguistica,
diciamo così, dall’alto?°. In una società in cui manca una capitale politica e
una circolazione delle idee e degli scambi culturali (non solo fra le classi
popolari e quelle colte, ma anche in seno a queste ultime), e in cui, come
abbiamo visto, vi è una frattura fra la lingua parlata e quella scritta, in una
siffatta società (agli antipodi di quella francese) che senso avrebbe elaborare
un disegno di politica linguistica e culturale come quello che C. affida alle
ultime pagine del suo Saggio? Disegno dall’ ingenuo sapore dirigistico, quello
di C., che muoveva da una fiducia tutta illuminista, e nata per reazione alla
tradizione purista e fiorentinista dei servi imperanti di poter restituire alla
lingua italiana una libertà permanente, universale, feconda, lontana dalle
stravaganze, fondata sulla ragione, regolata dal gusto, autorizzata dalla
nazione in cui risiede la facoltà di far leggi (S). Ecco perché viene messo a
punto un piano di governo e d'operazioni da presentar all'Italia (ivi, 113);
piano d'azione che se da un lato sembra rinnegare le stesse premesse del
Saggio, dall'altro rivela senz'altro aspetti di modernità, come quando C.
esorta il Consiglio italico per la
lingua a dedicarsi, fra le altre cose, alla compilazione di due vocabolari
complementari, uno specialistico e uno dell'uso. In particolare, il progetto
del primo, quello specialistico, che si pone sulla scia di de Brosses, richiama
subito alla mente quella monumentale impresa lessicografica, il Lessico
Etimologico Italiano, che vedrà la luce quasi due secoli dopo e fuori
dall’Italia?: 30. Basti il rinvio a Gensini. Sono parole di Folena. Serianni ha
perd osservato come questo interventismo C.ano anticipi tendenze che avranno
corso in pieno Ottocento, quando la questione della lingua si trasformerà
radicalmente, diventando questione sociale. E cfr. in questo volume il
contributo di Marazzini, C. attuale e inattuale. 32. Come il professore chiama
tutti coloro che cercarono timidamente, e in sostanza senza ottenere risultati
apprezzabili, di ampliare il canone del Vocabolario della Crusca (cfr. S, 112).
33. Niuna lingua fu mai formata per privata o pubblica autorità, ma per libero
e non espresso consenso del maggior numero, con quel che segue Parallelamente,
lo ricorda Nencioni, l'idea leopardiana di un Vocabolario universale europeo che se
fosse compilato da un italiano verrebbe a essere un vocabolario italiano
filosofico verrà ripresa un secolo dopo da Antoine
Meillet. Il primo dovrebbe essere un vocabolario veramente e pienamente
italiano, cioè contenente tutte le voci e locuzioni di tutti i dialetti
nazionali, vocabolario etimologico, storico, filologico, critico, rettorico,
comparativo, atto a servir a tutti gli oggetti per cui può studiarsi una
lingua. Vorrebbe questo esser disposto per ordine non alfabetico, ma radicale;
il che non solo gioverebbe a conoscer con facilità le diramazioni delle lingue
e dei dialetti, le mescolanze dei popoli, le prime ragioni dei termini, le
derivazioni o ragionevoli, o capricciose dal senso primitivo, e le lor cagioni
non ovvie: ma insieme anche potrebbe presentar qualche anello opportuno alla
catena general delle lingue. Un altro terreno sul quale si può misurare il
differente declinarsi della riflessione dei due linguisti è quello inerente ai
neologismi, e più specificamente ai grecismi d’ambito settoriale. In una
sezione della parte 111 del Saggio dedicata ai fonti ai quali la lingua
italiana può attingere per arricchirsi di parole nuove, C. propone un
correttivo per arginare l'eccessiva introduzione in italiano di parole
scientifiche d’origine greca. Si tratta di un tema sul quale le idee
linguistiche di Leopardi e C. non sono sovrapponibili, e forse i diversi punti
di vista dei due potrebbero essere spiegati, almeno in parte, con la reazione
leopardiana alla tesi di Giordani circa la necessità di italianizzare i
grecismi dei linguaggi settoriali della scienza (medicina, chimica, fisica
ecc.), tesi che possiamo mettere in parallelo con le posizioni, invero più
articolate e complesse, di C.. Quest'ultimo, movendo da tecnicismi di larga
circolazione come barometro, termometro, telescopio, aerostatico ecc., osserva
che la lingua greca presenterà sempre ai dotti una miniera inesausta per la
loro nomenclatura (S). Ma questa miniera inesausta s’interroga uno scettico C. è
davvero utile anche per coloro che dotti non sono, vale a dire per i parlanti
comuni? Quel che rende più malagevole ai principianti l'acquisto delle
discipline, quel che le fa più misteriose ed inaccessibili al popolo si è la
difficoltà di familiarizzarsi col loro frasario. Un ammasso di termini esotici
toglie alle classi medie qualunque comunicazione colla scienza, e ritarda i
progressi dello spirito e della cultura nazionale: laddove le idee dottrinali
stemperate nell’idioma comune spargerebbero nel popolo qualche barlume di
scienza utile agli usi della vita, e ne desterebbero il gusto. La sua è
un'istanza, è evidente, tipicamente illuminista: quella di non perdere mai di
vista il ruolo fondamentale e democratico che la lingua può 35. Su questo punto
cfr. Daniele rivestire ai fini della diffusione del sapere anche fra i
principianti e il popolo, andando a incidere sulle sorti intellettuali, e
quindi civili e politiche, di una nazione. Di conseguenza, argomenta C. con una
proposta che sembra riportare indietro nel tempo ma con
motivazioni in parte diverse alla prassi linguistica di Galileo (e
nell'ambiente galileiano di Padova il professore si era formato e affermato),
sarebbe opportuno che gli scienziati si applicassero a impiegare le risorse
anche della lingua materna per diffondere i frutti della conoscenza: Sarebbe
quindi desiderabile che le scienze e le arti avessero un bisogno meno
universale della lingua greca, che i termini tecnici si lasciassero al
commercio dei dotti, ma questi pur anche trovassero nell’idioma proprio i mezzi
di accomodar la loro dottrina all’intelligenza comune. Sia lecito conservar i
termini già domati dall’uso, e fatti cittadini di tutte le lingue. Ma perché
grecheggiare eternamente senza necessità, anzi pure senza utilità o vaghezza
d’alcuna specie, quando la lingua nostra ci presenta una folla di termini
equivalenti di senso, e perfettamente gemelli? (żbid.) Su questa scia di
pensiero, qualche anno dopo, si porrà il Giordani nel saggio intitolato Monti e
la Crusca, originariamente destinato al volume della Proposta montiana, ma in
realtà mai dato alle stampe. Anzi, si potrebbe dire che qui Giordani si spinga
oltre le posizioni C.ane, estremizzandone le conseguenze e soprattutto
annettendovi altre istanze linguistico-culturali. Nel suo saggio inedito, com'è
stato osservato da Gensini, Giordani, inteso all'esigenza di utilizzare radici
italiane per modellare nuovi termini, suggerisce di sostituire grecismi come
barometro, igrometro, termometro e anemometro per via di coniazioni autoctone
quali 4erostatmo, segnumido, segnacaldo, misuravento, che avevano il duplice
pregio della purità e della facile comprensione. Se riguardo alla purità e alla
facilità di comprensione di simili coniazioni non v'é dubbio, è altrettanto
fuori discussione che la proposta giordaniana, rispetto a quella di C.,
tagliava fuori completamente la funzione fondamentale dell’uso, elemento
imprescindibile della triade che per il padovano, com'è noto, sostanziava la
lingua scritta. E tuttavia, nel caso specifico dei grecismi, C. finiva per
avanzare una proposta operativa molto giordaniana, se così possiamo dire, che
derivava da una chiara prevalenza del ruolo della ragione e dell’ esempio su
quello della cieca abitudine dell'uso: 36. Ma forse aerostatmo tanto
comprensibile non doveva rivelarsi, almeno per un non addetto ai lavori.
Renderebbe per mio avviso un servigio non indifferente alla lingua e alla
società chi prendesse ad esaminare tutti i vocaboli greci relativi alle scienze
ed alle arti, tanto quei che si trovano nelle opere degli scrittori approvati,
tanto quei che regnano negli scritti dei professori e dei dotti; indi cercasse
se fra i nostrali n’esistano, o possano formarsene altri uguali di valore e di
pregio. In tal guisa verrebbero con precisione a conoscersi i necessari, gli
opportuni e gl’inutili; e posta in chiaro la vanità degli ultimi, potrebbe a
poco a poco introdursi un’acconcia sostituzione a vantaggio comune ed a vero
arricchimento della lingua. La ragione avvalorata dall’esempio prevale alla
lunga sopra la cieca abitudine. È verosimile che qui le idee moderate di C. in
fatto di neologismi non siano indipendenti da un’altra importante questione
(sulla quale peraltro si appunteranno le attenzioni dei più accesi critici del
Saggio): e cioè quella del francesismo linguistico, dal momento che, come
ricorda anche Leopardi nello Zibaldone, è proprio il francese il principale
tramite dei grecismi scientifici nelle altre lingue europee (cfr. Gensini.
Resta comunque il fatto che le posizioni di C. ben difficilmente possono essere
conciliabili e con l’idea leopardiana di europeismo linguistico in generale e
con quella più specifica relativa all’accoglimento dei grecismi, come si
ricava, per esempio, da un pensiero zibaldoniano: Tutta l'Europa e tutte le
colte lingue hanno riconosciuto la lingua greca per fonte comune alla quale
attingere le parole necessarie per significare esattamente le nuove cose, per
istabilire, formare, ed uniformare le nuove nomenclature d’ogni genere, o
perfezionarle e completarle ec. Convengo che quando in luogo di una parola
greca ch'é sempre straniera per noi, si possa far uso di una parola italiana o
nuova o nuovamente applicata, che perfettamente esprima la nuova cosa, questa
si debba preferire a quella; (purché la greca o altra qualunque non sia
universalmente prevalsa in modo che sia immedesimata coll'idea, e non si possa
toglier quella senza distruggere Nell’ atteggiamento di moderata apertura al
forestierismo che tante polemiche e forzature suscitò all'apparire del
trattato, Roggia scorge non solo un portato di un'idea sostanzialmente liberale
dei fatti linguistici che indubbiamente costituisce un primum per C. fin dai
tempi del Seminario, ma anche il naturale corollario di un'attività di studio
che in gran parte era consistita [ai tempi dell’ insegnamento universitario]
proprio nell'inseguire l'erratico percorso delle parole attraverso le lingue
antiche. Moderata apertura al forestierismo di cui peraltro l'autore è
pienamente consapevole (cfr. per esempio, S, 164, nota 50). Del resto le
dinamiche del prestito linguistico sono già centrali nelle lezioni
universitarie, per esempio nel Corso sulla lingua ebraica: cfr. C. (in corso di
stampa). Cfr. Nencioni e Gensini. o confondere o alterar questa; giacché in tal
caso una diversa parola, per nazionale, espressiva, propria, esatta, precisa
ch'ella fosse, non esprimerebbe mai la stessa idea, se non dopo un lungo uso
ec. e fratanto non saremmo intesi.) (Z). Le ultime parole racchiuse fra
parentesi che abbiamo appena lette potrebbero sembrare un superamento di alcuni
pensieri dell’aprile dello stesso anno, nei quali Leopardi individuava taluni
difetti delle parole d’origine greca rispetto a quelle d’origine latina,
giacché se è vero che la lingua greca, come madre della nostra rispetto ai
modi, sia e per ragione e per fatto adattatissima ad arricchire e rifiorire la
lingua italiana d'infinite e variatissime forme e frasi e costrutti (Cesari) e
idiotismi ec., è altrettanto vero che lo stesso discorso non può valere per le
parole, che non possiamo derivare dalla lingua greca che non è madre della
nostra rispetto ad esse; fuorché in ordine a quelle che gli scrittori o l’uso
latino ne derivarono, e divenute precisamente latine, passarono all’idioma
nostro come latine e con sapore latino, non come greche. Le quali però ancora,
sebbene incontrastabili all’uso dell’italiano, tuttavia soggiacciono in parte,
malgrado la lunga assuefazione che ci abbiamo, ai difetti notati da me. Che e.
chi dice filosofia eccita un'idea meno sensibile di chi dice sapienza, non
vedendosi in quella parola e non sentendosi come in questa seconda,
l’etimologia, cioè la derivazione della parola dalla cosa, il qual sentimento è
quello che produce la vivezza ed efficacia, e limpida evidenza dell’idea,
quando si ascolta una parola. A ben vedere, alla base sia del pensiero
dell’ottobre 1821 sui neologismi (perlopiù scientifici e settoriali) d’origine
greca che talvolta non possono essere sostituiti da parole che l’italiano
possiede già sia di quello dell’aprile dello stesso anno
sulla diversa sensibilità delle parole in relazione alla loro etimologia e
quindi su una certa maggior forza semantica, diciamo così, riconosciuta al
lessico indigeno rispetto a quello forestiero sta
certamente il medesimo movente, di matrice materialista e sensista: e cioè che
le parole debbano innanzitutto possedere il requisito dell’ efficacia, della
limpida evidenza , ovvero che la parola sia immedesimata coll’idea, e che si
dia derivazione della parola dalla cosa. Ed ecco infatti che cosa aveva scritto
Leopardi, due giorni prima dell’annotazione del 19 aprile che abbiamo appena
citato, circa la semantica e le potenzialità comunicative dei forestierismi,
ricorrendo fra l’altro proprio al parametro della sensibilità delle parole: In
questa particolare accezione, mi pare che sensibilità possa essere letto come
un neologismo semantico leopardiano (cfr. GDLI). i termini, e le parole prese
da una lingua straniera del tutto, potranno essere precise, ma non chiare, e
così l’idea che risvegliano sarà precisa ed esatta, senza esser chiara, perché
quelle parole non esprimono la natura della cosa per noi, non sono cavate dalle
qualità della cosa, come le parole originali di qualunque lingua: le parole non
derivanti immediatamente dalle qualità della cosa, o che almeno per l'assuefazione
non ci paiano tali, non hanno forza di suscitare nella nostra mente un’idea
sensibile della cosa, non hanno forza di farci sentire la cosa in qualunque
modo, ma solamente di darcela precisamente ad intendere. Che tale appunto è il
caso degli oggetti significatici con parole del tutto straniere. Dal che è
manifesto quanto danno riceva sì la chiarezza delle idee, come la bellezza e la
forza del discorso, che consistono massimamente nella sua vita, e questa vita
del discorso, consiste nella efficacia, vivacità, e sensibilità, con cui esso
ci fa concepire le cose di cui tratta.La chiarezza delle idee e la bellezza e
la forza del discorso: questi sono i frutti della sensibilità delle parole,
generatrice, assieme all’efficacia e alla vivacità, della vita del discorso; il
che mi sembra uno degli aspetti di maggior interesse di Leopardi che ragiona
della lingua sia come indispensabile mezzo primario di comunicazione (per
tornare al punto dal quale siamo partiti) sia come possibile artefice di forza
e bellezza. E aggiungerei, in margine, che qui il poeta va anche a toccare con una
prospettiva originale, almeno mi sembra rispetto a C., un tema centrale
degli studi linguistici sette-ottocenteschi: quello dell’etimologia?°. Per
concludere: dopo ciò che si è detto sin qui, se un accostamento fra C. e
Leopardi linguisti ha un senso, credo lo abbia solamente sulla base di un
approccio non per filiazione d’idee, bensì per messa a confronto di due modi
diversi diversi per molteplici ragioni (temperie
culturale, biografia, formazione ecc.) di svolgere la riflessione sulle lingue,
tenendo sempre conto del fatto che spesso tale riflessione aveva che fare con
temi ampiamente e a lungo dibattuti nella cultura italiana ed europea
dell'epoca. Due sguardi differenti sul linguaggio e le lingue, insomma, e
complementari nella loro unicità e modernità. ANDRIA M., ZITO, Tutto è
materiale nella nostra mente. Leopardi sulle tracce degli idéologues, in S.
Gensini cur., D’uomini liberamente parCfr. in questo volume il contributo di
Baglioni, L'etimologia nel pensiero linguistico di C.. Su Leopardi e
l'etimologia cfr. Bianchi e Basile. lanti . La cultura linguistica italiana
nell Età dei Lumi e il contesto intellettuale europeo, Editori Riuniti, Roma 357-83.
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di studi leopardiani, Recanati, Olschki, Firenze, Il pellegrino e le metafore.
Appunti di stilistica leopardiana, in Blityri, LEOPARDI Zibaldone di Pensieri,
edizione critica e annotata a cura di G. Pacella, 3 voll., Garzanti, Milano,
Zibaldone di Pensieri, edizione fotografica dell’autografo con gli indici e lo
schedario, a cura di E. Peruzzi, Scuola Normale Superiore, Pisa, Epistolario, a
cura di F. Brioschi, Landi, 2 voll., Bollati Boringhieri, Torino. Tutte le
opere, CD-ROM di testi a cura di L. Felici, Lexis, Roma. MARAZZINI C. Le
teorie, in L. Serianni, Trifone cur., Storia della lingua italiana, vol. 1: I
luoghi della codificazione, Einaudi, Torino NENCIONI Quicquid nostri
praedecessores.... Per una più piena valutazione della linguistica
preascoliana, in Arcadia. Accademia letteraria italiana. Atti e memorie (rist.
in Id., Di scritto e di parlato. Discorsi linguistici, Zanichelli, Bologna
NOBILE, De Brosses e C.. Origine delle lingue e origini della linguistica
nell'età della rivoluzione politica, in V. Della Valle, Trifone cur., Studi
linguistici per Luca Serianni, Salerno Editrice, Roma, PACCAGNELLA C., il
dialetto e la lessicografia dialettale, in A. Daniele cur., Melchiorre C., Atti
del convegno (Padova, 4-5 novembre 2008), Esedra, Padova, POGGIOGALLI Sintassi
del periodo, in G. Antonelli, M. Motolese, L. Tomasin cur., Storia
dell’italiano scritto, Yv: Grammatiche, Carocci, Roma, ROGGIA C. De naturali
linguarum explicatione: sulla preistoria del Saggio sulla filosofia delle
lingue, in A. Daniele cur., Melchiorre C., Atti del convegno (Padova Esedra,
Padova, C. professore: le lezioni universitarie sulle lingue antiche e il
linguaggio, in Lingua nostra’ Lingua scritta e lingua parlata: una questione
settecentesca (C., Saggio sulla filosofia delle lingue, 1 1v), in E. Garavelli,
E. Suomela-Härmä cur., Dal monoscritto al web: canali e modalità di
trasmissione dell'italiano, Atti del xit Congresso sILFI (Helsinki, Cesati,
Firenze, Il latino é una lingua viva: una Praefatio inedita del giovane C., in
V. Formentin ef al. cur., Lingua, letteratura e umanità. Studi offerti dagli
amici ad Antonio Daniele, Padova, CLEUP SERIANNI, La lingua italiana dal
cosmopolitismo alla coscienza nazionale, in E. Malato (cur,), Storia della
letteratura italiana, vol. vi: Il Settecento, Salerno Editrice, Roma, SIMONE
Geopolitica delle lingue tra C. e Leopardi, in H. Stam- merjohann cur.,
Italiano: lingua di cultura europea, Atti del Simposio internazionale in
memoria di G. Folena (Weimar), G. Narr, Tübingen, Esiste il genio delle lingue?
Riflessioni di un linguista con l'aiuto di Cesarotti e Leopardi, in G. L.
Beccaria, C. Marello cur., La parola al testo. Scritti per Bice Mortara
Garavelli, vol. 1, Edizioni dell'Orso, Alessandria, TB, Dizionario della lingua
italiana, compilato da N. Tommaseo e B. Bellini, uTET, Torino. Cesaarotti.
Keywords: filosofia del linguaggio. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Cesarotti”.
Cesarotti.
Luigi Speranza -- Grice e Cherchi:
la ragione conversazionale e implicatura sarda – filosofia sarda – scuola di
Oschiri – filosofia sarda -filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di
Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Oschiri). Filosofo
italiano. Filosofo sardo. Oschiri, Sassari, Sardegna. Grice: “Cherchi
demonstrates that Jersey exists – if a philosopher is from Jersey we wouldn’t
call him English – neither would he! Cherchi is from ‘Sardinia,’ and he
philosophises mainly about that – which is very fun! My favourite of his tracts
is one on the circle and the ellipse as it relates to Vinci’s ‘homo
vitruviano.’ Anda a scuola al liceo Siotto Pintor a Cagliari. Placido Cherchi
studiò a Cagliari con Ernesto De Martino e Corrado Maltese, interessandosi
contemporaneamente di studi e problemi etno-antropologici e storico artistici.
Come autore di importanti lavori sul pensiero di Ernesto De Martino e sui
problemi dell'identità e della cultura sarda, fu un membro attivo della Scuola
antropologica di Cagliari, dovuta alla presenza all'Cagliari di maestri come
Ernesto de Martino e Alberto Mario Cirese, come pure di loro allievi quali Clara
Gallini, Giulio Angioni e lo stesso Cherchi.
Morì nel all'età di 74 anni a
causa di un'emorragia cerebrale. Altre opere: “Paul Klee teorico, De Donato,
Bari); Sciola, percorsi materici, Stef, Cagliari); “Pittura e mito in Giovanni Nonnis,
Alfa, Quartu S.E.); Nivola, Ilisso, Nuoro); C. Martino: dalla crisi della presenza alla
comunità umana, Liguori, Napoli); “Il signore del limite: tre variazioni
critiche su Martino, Liguori, Napoli); “Il peso dell'ombra: l'etnocentrismo
critico di Ernesto De Martino e il problema dell'autocoscienza culturale,
Liguori, Napoli); “Etnos e apocalisse: mutamento e crisi nella cultura sarda e
in altre culture periferiche, Zonza, Sestu); “Manifesto della gioventù eretica
del comunitarismo e della Confederazione politica dei circoli, organizzazione
non-partitica dei sardi, coautori Francesco Masala ed Eliseo Spiga, Zonza,
Sestu); “Il recupero del significato: dall'utopia all'identità nella cultura
figurativa sarda, Zonza, Sestu); “Crais: su alcune pieghe profonde dell'identità,
Zonza, Sestu); “Il cerchio e l’ellisse. Etnopsichiatria e antropologia
religiosa in Ernesto De Martino: le dialettiche risolventi dell’autocritica,
Aìsara); “La riscrittura oltrepassante, Calimera, Curumuny); “Per un’identità
critica. Alcune incursioni auto-analitiche nel mondo identitario dei sardi”
(Arkadia. Silvano Tagliagambe: Giulio
Angioni, Una scuola sarda di antropologia?, in
(Luciano Marrocu, Francesco Bachis, Valeria Deplano), La Sardegna
contemporanea. Idee, luoghi, processi culturali, Roma, Donzelli,, 649-663 Addio a C., il ricordo di Angioni: "Fu
ideologo del neo sardismo" Archiviato in. Notizie. tiscali È morto Placido Cherchi, vicepresidente della
Fondazione Sardinia Fondazione sardinia.eu
Scuola antropologica di Cagliari Ernesto de Martino Angioni, In morte di C., sito "il
manifesto sardo". Carta, Che cosa è C.? Due o tre cose, per decidere di
essere sardi Po arregordai a C. Enrico Lobina, su enricolobina.org. Silvano
Tagliagambe, L'eredità preziosa di C. La colonizzazione e la penetrazione
romana nell'isola furono oltremodo intense e furono facilitate da
affinità di razza, per cui si può dire che lo spirito latino g-iunse
nell'intimo dell'anima del popolo sardo. Pinza, IMonuineiiti
prUìiHivi della Sardegna in Monumenti Antichi, pubblicati per cura della
Reale Accademia dei Lincei. Taramelli, nel recente lavoro sulla questione
nu- ragica (Arch. Stor. Sardo), ritiene che il carattere prevalentemente
guerresco della schiatta sarda, l'accanimento delle lotte interne
dapprima, poi con lo straniero invasore, abbiano nuociuto allo sviluppo
artistico, che in germe aveva la stessa disposizione che presso altre
genti del Mediterraneo. Quando le legioni romane, in seguito alle
fiere lotte sostenute contro i montanari Olaesi o Iliesi ebbero assoluta
padronanza dell'intera isola, l'arte sarda scomparì con questa che
può definirsi l'ultima ribellione dell'antica civiltà nuragica, e
di essa non rimasero che vaghe reminiscenze presso gli artefici più umili, le
quali perdurarono attraverso il medio evo fino ai nostri
giorni. Nel periodo glorioso dell'impero romano la fusione
fra l'elemento latino ed indigeno fu così intima da potersi asserire che
le nostre sono manifestazioni della civiltà derivante da Roma; le
grandi opere pubbliche mostrano una regione che assurse ad alto grado di
fiorimento civile ed economico; non v'è paese, né plaga nell'isola
che non abbiano traccia dell'opera meravigliosa svolta dai Romani. Nelle
regioni più inaccessibili, in quella stessa Barbagia che raccolse gli
ultimi difensori della civiltà indigena, e che mostrossi. Statuetta
preistorica 1 Museo di Casa;! i a sempre indomita e ribelle
ad ogni forma di potere, sono strade, ponti, ed altri segni
palesanti ima florida colonizzazione romana, tanto intensa da
perdiu-are in molte manifestazioni e iiello stesso linguaggio,
attraverso secoli di bar- barie e di dominazione. Oreficeria punica
nel Museo di Cagliari. gran parte Nello sfasciarsi della romana
potenza lo spirito conservatore delle genti sarde custodì gelosamente la
bella tradizione latina. Mentre nel tempo che segnò il passaggio dall'evo
antico all'evo medio, d'Italia, come scrive Solmi, soggiacque a una
lunga, trasformativa dominazione germanica, la Sardegna fu invece fra le
scarse regioni italiane che ne restarono quasi pienamente immuni,
dando così un nuovo, singolare atteggiamento alla sua storia, che
fu lenta e spontanea elaborazione degli elementi indigeni e latini. La
furia distruggitrice della conquista vanda- lica, assai breve e poco
estesa, non lasciò traccia alcuna d'arte e di vita e paralizzò
quell'ascensione alle più nobili conquiste, che la Sardegna avea
iniziato con la signoria di Roma. Una completa oscurità avvolge in questo
fu- nesto periodo ogni azione isolana, che non siano le fasi di
quelle guerre che dilaniarono l'isola. Tur- bini di barbarie la dovettero
ridurre in un vasto campo funebre e quando cessarono le irruenze
degli invasori, l'opera degli architetti e degli ar- tisti si svolse come
se nel naufragio delle romanità questi avessero perduto la memoria d'ogni
bella forma. La conquista di Belisario ed il riordinamento
amministrativo di GIUSTINIANO, assicurando la Sardegna al dominio degli
imperatori d'Oriente, consentirono lo spontaneo sviluppo degli elementi
latini. Artehci che trassero la loro arte da Bisanzio
svolsero nell'isola quell'architettura, che derivò da armonica fusione di
forme orientali e di bellezze classiche, sparse quest'ultime con
profusione nella terra che vide erigere l'Acropoli e scolpire la X'enere
di Milo. Furono greci gli artisti che scol- Statuetta ienicia nel
Museo di Cagliari. fase. Arrigo Solmi, La Sardegna e gli studi
storici wnW Arcìiivio Storico Sarda, Cagliari, Dessi. pirone bassorilievi,
iscrizioni ed altre forme ornamentali, che recenti indagini hanno messo
in evidenza e che sistematiche ricerche renderanno indubbiamente tanto
copiose da darci modo di determinare entro limiti detiniti l'influenza
artistica che Bisanzio svolse nell'isola dandole carattere e forme
stilisticamente rilevanti. ampacla cristiana rinv Chic a di
S. Giovanili tli Siiiis in territorio di Cabras nell'antica Tarros. L'arte
romana per opera di greci artefici divenne arte bizantina, la (jLiale
rappresenta non un nuovo stile, ma ima trasformazione dello spirito
latino a contatto delle forme orientali. F.d in Ravenna, in Grado, in
Sicilia, nelle Puglie sorsero quelli edifici, rudi e disadorni
all'esterno, che inter- namente brillano di ricchi mosaici, in cui l'oro
e le gemme preziose sfaccettano in mille raggi la tenue luce
diffondentesi dalle arcuate finestre. Anche nella nostra isola dovettero
svolgersi queste forme architettoniche giacché dal primo trentennio del secolo
VI e per non breve corso di tempo la Sardegna fu una provincia
dell'impero di Bisanzio. Xè questa signoria fu solo nominale, ma
tanto si compenetrò nella vita e nelle istituzioni che l'infiuenza greca
nel linguaggio, nella diplomatica, nel dritto apparisce evidente anche nel
secolo XI, quando la Sardegna erasi già sottratta di nome e di fatto al
dominio degli imperatori di Oriente e ne reggevano le sorti da più che un
secolo i regoli o giudici nazionali. La nostra cattedrale conserva in
una sua cappella una Madonna, splendente d'oro e di bellezza. Intorno ad
essa fiorisce una fine e pia leggenda, comune del resto a molti altri
antichi simulacri d'Italia. Vuoisi che la vaga madonnina sia stata scolpita da
S. Luca e da Costantinopoli trasportata a cura del Cagliaritano Eusebio,
vescovo di Vercelli, alla città di Cagliari, con nave guidata da una
corte di angeli e di cherubini. Il simulacro è indubbiamente opera del
XIV secolo, ma la tenue leggenda può interpretarsi come un poetico
simbolo del tra- [Stele puniclie nel Museo di Cagliari.] piantarsi
dell'ellenismo nell'isola, perpetuato dal nostro popolo attraverso gli
oggetti suoi pili cari. Ed infatti molti frammenti decorativi ed
epigrafici nonché parecchi edifici attestano dell'inlluenza dei
costruttori bizantini neh' architettura dell'alto medio evo in
Sardegna. Tale è la Chiesa di S. Giovanni di Sinis, nell'agro di Cabras
in vicinanza ad Oristano e presso le rovine dell'antica e fiorente città
di artp: preromanica Tarros. Le origini e le vicende di questa
chiesa ci sono ignote; si volle veder in essa la cattedrale di Tarros
cristiana, ma ciò non è che una congettura, giacché nessun
documento veramente ineccepibile ci dice quando la città venne
abbandonata e se essa perdurò fino all'epoca che gli elementi costruttivi
e stilistici permettono d'assegnare all'antico tempio. L'aver i presuli
d'Oristano assunto il titolo di abate di S. Giovanni di Sinis fa
presumere che a questa chiesa originariamente fosse annesso un
monastero. Essa presentemente è a tre navate Testa di irrito
rin\enuta in Cagliari Punica. coperta da volta a botte e comunicante per
mezzo di arcate poggianti su massicci pilastri. Anche i due muri
|jerimetrali e laterali hanno la struttura a pilastri ed archi, chiusi
questi ultimi posteriormente. Il prospetto, sormontato da im
frontone che segue l'andamento della volta a botte, non ha
ornamentazione alcuna e la porta che in esso è aperta è
rettangolare, semplicemente contornata da una fascia di marmo. La navata
centrale è terminata da un'abside circolare e sopra le ul- JNIaschera
rinvenuta in Tarros Punica. D. SCANO storia
dell' Ai le in Sardegna. time quattro pilastrate si svolge il tamburo,
sostenente la piccola volta a bacino, costituente la cupola.
La forma di questa chiesa è basilicale e non differenzia da quelle
di tante altre chiese medioevali sarde, del XI o XII secolo, se non che
alcune forme costruttive come la cupola e la volta a botte inducono a ritenere
che originariamente dovea avere tutt' altra struttura. Mancando
ogni qualsiasi elemento decorativo, giacché la chiesa ha le pareti nude
senza frammenti di pittura, di scultura o di semplice ornamentazione, che di
solito guidano lo studioso nei riscontri stilistici, procedetti per
identificare le forme primitive ad un esame tecnico delle parti
architettoniche. I risultati confermarono la prima impressione,
giacché potei riscontrare: La volta che copre la navata centrale è
relativamente moderna; I muri della navata centrale e delle
navatelle furono eretti posteriormente al nucleo centrale, su cui
poggia il cupolino. Della struttura originaria della Chiesa non
resta che detto nucleo centrale e le braccia trasversali.
Ridotte in tal modo le parti originarie ed eliminate le aggiunte
posteriori è facile completare l'iconografia primitiva, partita in quattro
braccia a modo di croce, che s'intersecano secondo quattro piloni sostenenti il
tamburo su cui poggia la cupola per mezzo di quattro pennacchi. Di più i
piloni hanno gli angoli rientranti in modo da permettere il collocamento
in dette pilastrate di quattro colonne, che ora più non esistono. Questa
particolarità costruttiva è degna di nota, giacche la ritroveremo in altra
chiesa, colla quale S. Giovanni di Sinis presenta molte affinità. Nei
muri terminali delle braccia trasversali della croce sono aperte i
nnvc-mita 111 Cai^l influenza greca). iri l'ui due
finestre bifore, in cui la colonnina è sostituita da un semplice pilastrino in
pietra da taglio senza capitello e senza base. Abbiamo la forma iniziale
di quelle bifore, che posteriormente vennero rese più eleganti e più
svelte dalle colonnine col pulvino, permettente agli archi un'imposta
corrispondente allo spessore della muraglia. Questa forma arcaica conferma
l'origine pre-romanica di S. Giovanni di Sinis. Alle forme
costruttive di questa chiesa dovettero infiuire le catacombe
di S. Salvatore, le quali ne distano circa quattro chilometri.
Queste catacombe poste presso ad alcune rovine romane, malgrado non
siano state ancora ne studiate, né menzionate, sono interessantissime e
costituiscono il più pregevole ed interessante monumento isolano
dei primi tempi del cristianesimo. La chiesetta soprasuolo è
relativamente moderna e non presenta niente d' interessante . Ai
sotterranei s'accede mediante una gradinata svolgentesi in uno
stretto passaggio coperto da un voltino a botte. In
quell'andito sono aperte due porte, una di fronte all'altra, per le quali
si perviene a due camere rettangolari di m. 4,30 X 3,26 ciascuna, coperte
ancor esse con volte a botte. Lo stretto passaggio fa capo ad un vano
circolare, coperto da volta a bacino ed illuminato dall'alto, che
costituisce il nucleo centrale delle catacombe, comunicando esso con
altre due camere laterali terminate da absidi e con altra circolare, che
è l'ultima [Busto di a rinveiiutu in Tarros Punica influenza
jj;reca). dell'edificio sotterraneo. Si ha una disposizione planimetrica,
che ricorda i più antichi edifici cristiani: la struttura è prettamente
romana con muratura di laterizi opportunamente collegata con altra di pietrame
informe. Ceramica punica nel Museo di Caigliari. Le pareti delle
diverse camere sono intonacate a stucco lucido, const'ivante tutt'ora traccia
di antiche pitture. Più che pitture sono schi/zi, Sarcofago romano nel Museo
di Cagliari.figure eseguite a caso, alcune abilmente, altre con tecnica ed arte
infantili. In ima parete di una camera absidale sono traccie di un gruppo
interessantissimo rappresentante una lotta fra un leone ed un uomo dalle
forme erculee. Nelle altre i)areti e; nell'abside della stessa camera
sono schizzate alcune nax'i, due leoni, un Eros e diverse figure di donne
delineate con maestria dal tipo classicamente pagano. Esse vennero
eseguite al di là di (iualun<[ue preoccu[)azione mistica e sono di
gentile arte, piene di grazia voluttuosa e di vita. L'na di esse dalle
linee formose, che rievoca la Venus (ìcnitri.w solleva con ima mano i
veli che le coprono i turgidi seni e le belle forme. l'"ra ([uesti
schizzi e queste figure di donne ricorre sjx'sso il mouogramiua RI e sono
intercalate frasi scritte in greco corsivo, la di cui esatta
interpretazione potrà portare non lieve luce sulle origini di (|ueste
forme pittoriche. Non un simbolo cristiano, non il monogramma di Cristo
che attestino la fede di chi rese nelle pareti, con [Sarcofajj:o romano
nel Museo di Ca.sjliari. decise linee, figure voluttuose di belle donne.
D'altra parte l'iconografia dei sotterranei segue la disposizione delle
prime chiesette cristiane specialmente nelle forme absidali delle due cappelle
laterali e della camera terminale. E vero che nelle costruzioni cimiteriali più
antiche le tetre muraglie coprivansi di scene tratte dalla vita reale e
molto spesso dalla mitologia pagana tanto che nelle catacombe di
Pri.scilla e di Domitilla, nelle quali meglio che altrove si possono
studiare le origini della pittura primitiva cristiana, cjuesta è
stranamente impregnata di paganesimo; ma se la tradizione è pagana, nell'antica
forma l'arte si penetra di spirito cristiano. Qui no, forma e spirito
sono schiettamente inspirate al paganesimo più libero e più
licenzioso. Statua di Bacco rinvenuta In Cagliari. Queste contradizioni
non permettono ora di poter dare un sicuro o^iudizio su questo
interessantissimo monumento: forse l'ipotesi che più concilia ((ueste
forme cozzanti tra loro è quella dell'orij^i'ine pagana dei sotterranei,
costrutti ed usati come carceri e poscia serviti come rifugio nei primi
tempi del cristianesimo. Con ciò si spiegherebbero la disposizione a celle,
poste sotto il livello del suolo e gli schizzi delineati da (jualche
artista, che nel tedio della prigionia volle rievocare senza una
direttiva pittorica immagini impure e dar forma d'arte a sogni libertini.
Oualun([ue sia l'origine di queste, che vengono chiamate
catacombe. è certo che esse furono nei primi secoli, forse nel IV^ secolo,
adibite al culto cristiano. Non ritengo la costruzione cimiteriale,
mancando qualsiasi indizio di loculo o di pittura funeraria. Nel
nucleo centrale è un pozzo, poco profondo, in cui è perenne una fresca
lama d'acqua. Questo può spiegare la destinazione che dai primi cristiani
venne data a questi sotterranei, qualunque sia la loro origine. A mio
parere essi dovettero servire di battistero in tempi di persecuzione. Infatti
non è spiegabile con l'ordinario uso degli edifici di culto la presenza
del pozzo nella parte centrale della chiesa sotterranea. Inoltre la poca
profondità del fondo, la presenza ininterrotta di una fresca lama d'acqua
e le traccie di alcuni fori, per cui mediante tavole potevano i
convertiti scender s^nù nell'acqua, rendono attendibile
questa destinazione, la quale ha molti riscontri e molte analogie colle
prime forme battisteriali. Ai primi tempi del cristianesimo
non aveasi altri battisteri che le rive dei fiumi e le fontane. Ancor
oggi nella prigione Mamertina a Roma ARTE PREROMANICA esiste il
[)ozzo miracoloso, in cui, secondo un'antica tradizione, S. Pietro e S.
I^iolo battezzarono i loro (guardiani. In alcuni battisteri ])riniiti\'i
rac(iua era fornita da pozzi come nelle catacomlje di S. balena o da sorbenti
naturali come in ([uelle di Priscilla e di Callista. I*\i solo colla
cessa/ione delle persecuzioni al tempo di COSTANTINO che si commcia a costrurre
battisteri snò dio, editici s[)eciali, che non differivano dalle chiese
propriamente dette se non per la loro destinazione. La cripta di S.
.Sahatore forse in oriu-ine ebbe altra inxocazione, oiacchè era
fre([uente dedicare i battisteri al precursore di Cristo. Ad Avanzi di
\ille romane in Cagliari. ot^ni modo ciò che non |)U() essere messo
in dul)bio si è che i sotterranei di S. Salvatore, per le forme costruttive,
i)er le pitture e per le iscrizioni costituiscono un monumento d'arte
cristiana di rrancle interesse e merita uno studio ampio e speciale più
di (pianto io abbia fatto in questi cenni brevi e
riassuntivi. L'oratorio di S. Giovanni d'Assemini fu ancor esso
elevato con forme costruttive bizantine, come può desumersi da
un'attenta disamina. La più antica memoria riflettente questa chiesetta si
conserva in un diploma dell'archivio Capitolare della Chiesa di S. Lorenzo
di Genova, con cui Trogotorio di Gunale, giudice di Cagliari, e suo
figlio Costantino concedono nel 1108 alla Cattedrale di Genova la Chiesa di S.
Giovanni e rinnovano la promessa annua di una libra d'oro: Ego Indice
Trogotori de Giinali cinti, filio meo doninu Costantini fazo dista carta
prò S. Ioaiinc de Arseiuin, qui dabo ad sancto Lanreìizio de lamia
prò Deus et prò anima mca ecc. ecc. La facciata non ha niente di notevole
ed è posteriore alla fondazione della Chiesa. Nell'interno due navate larghe m.
2,00 disimpegnano Idinha di Atilia Pnmptilla in Cagliari. per mezzo
d'arcate quattro cappelle. All'incrocio delle due strette navate formanti
una croce greca a braccia eguali s'imposta sopra un tamburo a sezione
quadrata una piccola volta a bacino. Anche in questa chiesa dobbiamo
distinguere il nucleo originario dalle posteriori costruzioni; queste
sono costituite dalle quattro cappelle, che, coperte da un rozzo tetto a
vista, sono appiccicature evidenti e per la diversa struttura muraria e
per non essere collegate organicamente ai muri antichi. ToLA, Cod.
Dipi.] Eliminando queste aggiunte risultano in modestissime proporzioni
le stesse forme bizantine della chiesa di S. Giovanni di Sinis e di S.
Saturnino in Cagliari. Nell'altare è murata un'iscrizione in caratteri
greci, che porta imo sprazzo di luce sulla chiesetta. E contornata da una
doppia fascia di perline in rilievo, che attesta come facesse parte di
qualche monumento, probabilmente sepolcrale, dedicato alle persone in
essa ricordate. Trascrivo l'interpretazione fattane dal Prof. Taramelli:
Anlìteatro romano in Ca.uliari. O Signore, abbi pietà del tuo servo Torcotorio,
arconte di Sardegna e della serva Gè ti '.''Lo Spano ed il Martini
ritennero erroneamente come
vedremo in appresso trattarsi del
Torcotorio, che governò il giudicato di Cagliari e che donò la chiesa di S.
Giovanni d'Assemini al Duomo di Genova. A pochi metri dell'oratorio
di S. Giovanni sorge la Chiesa Parrocchiale di S. Pietro, che contiene fra le
sue mura alcuni frammenti decorativi bizantini e sulla soglia ha incisa la
seguente inscrizione in carat- [Taramelli, Iscrizioni Bizantine della
Chiesa di S. Giovanni e della Chiesa Parrocchiale d' Assemini in Notizie degli
Scavi, fase. 3. teri greci, la quale ricorda probabilmente
l'erezione e la dedicazione di detta chiesa, che è ancora oggi sotto
l'invocazione di S. Pietro: In nome del Padre, del figlio e
dello Spirito Santo, io Nispella Ochote (costrusse il tempio) in onore
dei Santi corifei gli apostoli Pietro e Paolo e S. Giovanni
Battista e della l^ergine martire Barbara, affinchè per le loro preghiere
dia a me il Signore la, liberazione dei peccati. Anche quest' iscrizione
venne dallo Spano attribuita al Torcotorio del XI se- [Erma bacchica
di fronte. In un mio studio sulla chiesa di S. Saturnino di
Cagliari '* trattando accidentalmente di queste epigrafi, le ritenni anteriori
al mille. Infatti le lettere, elegantemente incise, ed i pochi
motivi ornamentali sono sufficienti a determinare forme stilistiche
molto più antiche delle romaniche del mille e dei secoli susseguenti.
Inoltre la carica di protospathariìis, che si riscontra in un'altra
iscrizione coeva di Villasor, indica ancora una soggezione alla corte di
Bisanzio non concepibile nel Torcotorio, che nei suoi atti ed in ispecial
modo nella donazione fatta ai Testa di Sileno.(i| 1). SCANO, Im Cliicsa
di S. Satuvìiiuo in Ihillrltiìio /ìiò/ioorajìco Sardo, \-o\.
Ili, Cagliari, Unione Sarda. monaci di Monte Cassino esercita la sua
podestà come CJiudice e Re libero da ogni ingerenza anche nominale
dell'impero. Un'altra considerazione distrugge l'attribuzione dello Spano e
cioè il Torcotorio menzionato nell'iscrizione d'Assemini avea per moglie
Nispella, mentre quello del mille avea per consorte Vera, la pia donna,
che indusse prima il marito e poscia il figlio suo Costantino a larghe e
ricche concessioni verso gli ordini monastici ed in isj)ecial modo verso
i monaci di S. Vittore di Marsiglia: Eoo iìidigi Trocodori de Ugnnali C(im
imiliei'i mia Doìnia \ 'era et cnui filin uieiL noìiìiii
Costaiitìjm '.Queste conclusioni vennero confermate di recente dagli
studi dei Professori Solmi e Tarameli i, che pervennero a risultati
interessantissimi per la storia medioevale della Sardegna. Negli
scavi eseguiti venti anni or sono dal Vivanet presso l'antica
chiesa di S. Nicolò di Donori insieme ad interessanti resti di materiale
epigrafico d'età romana, vennero fuori frammenti decorativi ed
iscrizioni greche, che furono oggetto di un recente ed interessante
studio del Taramelli, che attribuì queste ultime ad iscrizioni funerarie
assai eleganti, di persone elevate, probabilmente del IX o X
secolo. In una casa privata di Mara sono due bassorilievi marmorei,
recanti croci greche incluse in cerchi, di fattura l)izantina, e nel
fianco della chiesa parrocchiale è murata una piccola scultura marmorea
molto corrosa, rappresentante una figura d'uomo vestite; di lunga tunica
manicata, figura che per quanto rovinata accenna ad epoche ed a forme
bizantine. Le iscrizioni della distrutta Chiesa di S. Sofia fra
Decimoputzu e [Erma di Bacco \i.sta di fianco. [ToLA, Cud. Dipi.
Sardo. Villasor presentano grande analogia coi frammenti di S. Giovanni
di Assemini e per la forma delle lettere e per la decorazione a
perline. Faccio mie senz'altro le considerazioni esposte dal Taramelli
nello studio sovradetto: « Due delle iscrizioni sono sopra una coppia di mensole
« decorate da un ramoscello di fiori a voluta, alla loro estremità;
l'altra « più lunga è incisa sopra due robusti listelli di marmo,
decorati da una « doppia fascia di perline e nodetti, i quali come quello
della iscrizione di S. Giovanni d'Assemini potevano far parte o della
decorazione della porta o di un ambone o d'altro monumento eretto in
quella chiesa « dalle persone ricordate « dall'iscrizione e per
il « motivo decorativo come per lo stile ricordano il fregio dell'am«
bone del Duomo di Torcello, riferito al secolo X circa, alla
quale età può convenire la '< grafia dell'epigrafe, elegante
ma alquanto incerta. Trascrivo, tradotte, queste iscrizioni:
O Signore, abbi pietà dei servi di Dio, Torcotorio, reale
protospatario, e di Satusio, uobilissi)}ii arconti nostri, così sia.
Ricordati anche o Signore del tuo servo Ozzoccorre. Signore abbi pietà del
tico servo Unnspete e della consorte di Ini Soreca. È d'aggiungersi
infine a questo bel nucleo di documenti epigrafici e decorativi di
carattere bizantino la seguente iscrizione, conservantesi nell'altare
della chiesa parrocchiale di S. Antioco: O Signore abbi pietà del tuo
servo Torcotorio, protospatario e di Salusio arconte e della moglie [Ni
spella. Sarcufago romano nel Museo di Cajj;liari. [Taramelli,
Iscrizioni Bizantine ecc. ecc. In una parete esterna della chiesa è murato un
bassorilievo, che reca una porzione di figura umana, vista di fronte, con
lunsj^a tunica a maniche, con colletto ornato e con larga fascia al petto
(i). Da (|uest() non indifferente materiale epigrafico rinvenuto in
una ristretta porzione dell'isola il Prof. Solmi pervenne col suo fine
discernimento di storico e di critico a congetture, che sono sprazzi
di luce nel buio che avvolge l'origine dei giudicati '^l, Fiondandosi nell'avvicendamento
del nome di Torcotorio a quello di Salusio. il Solmi distingue il
nome personale del giudice dal lìome pubblico o di governo. Mentre
([uesto è sempre identico, Torcotorio o Salusio, invece, il nome personale,
che talora si identifica col nome di governo, può essere qualche
volta da cjuesto essenzialmente diverso. E questo
avvicendamento dei due nomi, (qualunque sia quello privato che
abbia il giudice, permette insieme al contenuto delle iscrizioni
bizantine d'integrare la serie dei giudici, iniziandola col
Torcotorio, imperiale protospatario e arconte di Sardegna, ricordato
nell'iscrizione di S. Giovanni d'Assemini. A questi, che ebbe per moglie
Geti e che regnò probabilmente intorno alla metà del X secolo succedette
il figlio Salusio, già aggregato, come risulta dalle iscrizioni di S.
Sofia al trono del padre, ed [Testa di Bacco. |i) A. Taramelli,
Iscrizioni nizantìne ecc. ecc.Solmi, Le carte volgari dell' Arcliivio
Arcivescovile di Canliari, I-'irenze, Tip. Ga lileiana, pag.
69. erede poi dei suoi titoli e del suo potere. Sulla fine del X secolo e
nei primi decenni del seguente governò il giudicato di Cagliari il
Torcotorio della lapide di S. Antioco, marito a Sinispella e
contemporaneo di S. Giorgio di Snelli, Con Mariano Salusio, menzionato in
una carta greca di S. Vittore di Marsiglia, s'inizia la serie dei
giudici precedentemente ac- certati dagli storici sardi. Questi
risultati confermano il lento ed amichevole distacco dalla Sardegna
dalla dominazione di Oriente. L'ultimo ricordo di un'effettiva
dipendenza da Bisanzio appartiene all'anno 687 e mostra l'esarca
residente in Ceuta, ancora a capo di un « Africauìis excr- citìts »
e di im exercitiis de Sardinia, costituito come corpo distinto entro
l'esarcato africano. Caduta Cartagine e Ceuta, scrive Solmi, agli
ultimi del VII secolo e mancati
così gli ultimi centri dell'antico esarcato d'Africa, l'impero Greco « lasciò
in pieno abbandono anche l'isola, che n'era parte, separata ormai « da un
ampio mare, che divenne il « campo pericoloso delle imprese saracene; ne
più la flotta greca varcò oltre « le coste della Sicilia, dove si
accentrò « l'estrema punta occidentale del dominio bizantino. Il duca di
Cagliari « restò a capo deWe.rerciins Sardiniae « sotto la signoria
nominale dell'impero f. greco; si vestì forse dei pomposi titoli «
delle alte magistrature bizantine, ma in realtà divenuta la
soggezione vuota apparenza, resa ereditaria la carica, ogni rapporto
coll'impero « bizantino venne ad essere illanguidito e sui primi anni del
secolo VIII la Sardegna sembra restare esclusa dall'organizzazione
tematica Orien- « tale e interamente libera da o^ni dominazione di
Bisanzio ». Madonna detta di nel Duomo di C; Onesto per i ris^r.ardi
storici; dal punto di vista dell'arte i numerosi tVainnieiui l)i/antini.
ai ([uali fino ad ora non si dette importanza alcuna, le Chiese di S.
Ciio\anni di Sinis, di S. Giovanni d'Assemini. di S. Sofia Chiesa di S.
Ciiovaimi di Sinis (tìanci)!. di \'iilas()r, di S. Stefano di
Maracala^-onis, di S. Antioco di Sulcis, di S. Saturnino di Cagliari,
sfui^i^ite alle indai:rini de-^ii studiosi, attestano un Chiesa di S.
(Giovanni di Sinis i abside). periodo architettonico bizantino, che
<^ià si presenta intenso e che lo sarà ma}j^_t(iormente, quando con
indai^ini sistematiche si procederà allo studio di tante strutture ora
nascoste sotto gl'intonaci e gli stucchi seicentisti I Altri franinienti
bizantini rinvenni nel paramento della chiesa inedioevale di .S. Gemi-
nano in Saniassi. D. ScANo storia
dell'Arte in Sardegna. Né poteva esser altrimenti e le conclusioni
storiche che traggonsi dalle iscrizioni bizantine e le congetture che su
di esse e su altre prove poterono formarsi, rendono attendibile
quest'influsso e questo fiorimento d'arte bizantina nell'isola, che non
poteva sottrarsi alle manifestazioni di vita dell'impero che la
congiungeva al mondo latino. Queste forme greche perdurarono anche
(juando venne a mancare la effettiva, se non nominale, dipendenza agli
imperatori d'Oriente. Discendenti dagli arconti o patrizi della
corte di Bisanzio, i giudici conservarono negli atti ufficiali colle
cariche bizantine le forme diploma- tiche e la lingua greca; e come
queste forme si mantennero fino al XI secolo, così anche gli allievi ed i
discendenti degli artefici greci conservarono le norme costruttive bizantine,
fino a quando si dischiuse per la Sardegna una nuova fase col
rinnovamento, che prorompe nel XI secolo al contatto delle fresche
energie delle civiltà di Pisa e di Genova. Placido Cherchi. Keywords: implicature
sarda, filosofia sarda, etnos, etnicicita italiana, sardegna non e parte
d’Italia. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Cerchi” – The Swimming-Pool Library
Luigi
Speranza -- Grice e Cheremone: l’implicatura conversazionale -- Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza. Filosofio italiano. Cheremone
di Alessandria. Cheremone di Alessandria è un filosofo Italiano. Cheremone,
figlio di Leonida, e sovrintendente della porzione della biblioteca di
Alessandria che si trova nel Serapeo e, in quanto custode e commentatore dei
libri sacri, appartene ai più alti ranghi del sacerdozio. E convocato a Roma,
con Alessandro di Aegae, per diventare tutore di Nerone. Può essere
identificato con il Cheremone che accompagna Elio Gallo, prefetto d'Egitto, in
un viaggio nell'entroterra. E autore di una Storia dell'Egitto, di opere sulle
comete, sull'astrologia egizia e sui geroglifici, oltre ad un trattato
grammaticale. Tuttavia, di queste opere, non restano che frammenti. Notevoli,
dall'opera sui geroglifici, 14 frammenti, riportati soprattutto da Porfirio,
che se ne serve ampiamente nel De abstinentia e nella sua Lettera ad
Anebo. Cheremone descrive la religione come una mera ALLEGORIA del culto
della natura. In tale direzione, il suo principale obbiettivo e quello di
descrivere i segreti simbolici e religiosi. Si veda la lettera dell'imperatore
Claudio, in Corpus Papyrorum Iudaicarum, ICambridge, Suda, s.v.
"Alessandro Egeo". ^ Strabone, XVII, 806C. ^ Flavio Giuseppe, Contro
Apione, Tradotti e commentati in I. Ramelli, Allegoristi dell'età classica.
Opere e frammenti, Milano, Bompiani, Horst, Chaeremon, Egyptian Priest and
Stoic Philosopher. The fragments collected and translated, Leiden, Brill, Ramelli,
Giulio Lucchetta, Allegoria. L'età classica, Milano, Vita e Pensiero, Ramelli,
Allegoristi dell'età classica. Opere e frammenti, Milano, Bompiani, Treccani.it
– Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana; Cheremone, in
Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, V · D · M
Grammatici greci antichi Portale Antico Egitto Portale
Biografie Portale Ellenismo Categorie: Filosofi egiz iStorici
iFilosofi Storici Capo-bibliotecari della biblioteca di Alessandria Grammatici
egiziani Grammatici greci antichiStoici. Ceremone.
Luigi Speranza -- Grice e Chiappelli:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’academici –
Cicerone e il segno di Marte – scuola di Pistoia – filosofia toscana -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Pistoia). Filosofo
toscano. Filosofo italiano. Pistoia, Toscana. Grice: “One of my most recent
reflections is on the distinction and striking parallelisms I draw between the
Athenian dialectic – best represented in Raffaello’s “La scuola di Atene” at
Rome – and the Oxonian dialectic – but represented in those reeky meeting at
the Philosophy Room at Merton – or better, my Saturday mornings at St. John’s
with Austin! Chiappelli provides us with a most brilliant hermeneutic of the
iconography in Raffaello’s painting – Strawson tried to emulate him with some
caricatures of Austin, Grice, and the rest of the Play Group – but his
doodlings ccouldn’t compare!” Figlio del fisiologo Francesco C., zio del
pittore omonimo, si laurea in lettere e filosofia all'istituto superiore di
Firenze ed inizia la carriera universitaria a Napoli, dove è stato titolare
della cattedra di storia della filosofia e incaricato dell'insegnamento di
pedagogia e direttore dell'annesso museo. Ha inoltre insegnato storia delle
chiese a Pisa, Bologna e Firenze. È stato membro della Società reale di Napoli,
delle accademie dei Lincei di Roma, delle scienze di Torino, pontaniana di
Napoli e della Crusca di Firenze. Consigliere comunale a Firenze è stato
incaricato di una missione di ricerche e studi negli archivi e biblioteche di
Firenze sull'arte fiorentina del Rinascimento e membro della commissione
provinciale di Firenze per la conservazione dei monumenti e delle opere d'arte.
Altre opere: “Della interpretazione panteistica di Platone, Firenze: Succ. Le
Monnier); La dottrina della realtà del mondo esterno nella filosofia moderna
prima di Kant” (Firenze, Tip. dell'arte della stampa); “Studi di antica
letteratura cristiana, Torino, Loescher); “Darwinismo e socialismo, Roma,
Forzani e C. Tipografi del Senato); Saggi e note critiche, Bologna, Ditta
Nicola Zanichelli); “Il socialismo e il pensiero moderno, Firenze, Succ. Le
Monnier); “Leopardi e la poesia della natura” (Roma, Alighieri); “Leggendo e
meditando. Pagine critiche di arte, letteratura e scienza sociale, Roma,
Società editrice Dante Alighieri); “Nuove pagine sul cristianesimo antico,
Firenze: succ. Le Monnier); “Pagine d'antica arte fiorentina, Firenze,
Lumachi); “Dalla critica al nuovo idealismo, Torino, Bocca); “Pagine di critica
letteraria, Firenze, Le Monnier); “Idee e figure moderne, Ancona, Puccini).
Dizionario biografico degli italiani. Crusca. Cicerone affronta e sviluppa la
problematica semiotica in due importanti ambiti della sua produzione teorica:
le opere di argomento retorico; le opere che parlano dei se¬ gni divinatori. Se
prendiamo in considerazione il primo di questo ambi¬ to, possiamo osservare che
l'interesse per i segni non è ugualmente centrale in tutti i testi. Infatti, da
una parte, ci sono il De oratore, I'Orator, il Brutus, il De optimo genere
oratorum che affrontano una problematica a carattere so¬ cio-politico, volta a
definire la figura deli'oratore perfetto, il suo ruolo nella società romana, la
sua posizione rispetto alla scuola attica e a quella di Pergamo; in queste
opere tut¬ to ciò che costituisce l'apparato tecnico tradizionale della
retorica (e con esso anche la problematica sui segni e sulle prove indiziarie)
appare non tanto trascurato, quanto dato per scontato: esso si confi:ura come
un vasto campo di competenza che rimane implicito sullo sfondo e affiora solo
nei termini di un uso personalissimo che ne fa l'autore, in prima persona o
attraverso i personaggi del dialogo. Dall'altra parte ci sono, poi, il De
inventione, le Partitio¬ nes oratoriae e i Topica, opere molto diverse tra
loro, ma accomunate dalla caratteristica di prendere in considerazio¬ ne e di
sistematizzare la gran massa delle nozioni che com¬ pongono l'apparato tecnico
della retorica. Un limite di que¬ ste opere, in generale, è rintracciabile
nella minuziosità del procedimento classificatorio, che raggiunge talvolta il
pa¬ rossismo, come nel De inventione, e che spesso non trova un'adeguta
giustificazione teoretica. Tuttavia è proprio ali'interno di queste opere che è
dato rintracciare gli spunti e i documenti per la ricostruzione di una teoria
ciceroniana del segno. Il "De inventione" Il De inventione di
Cicerone con¬densa l'ampia tradizione retorica che da Aristotele giunge fino a
Ermagora: è quindi naturale che al suo interno si tro¬ vino riprodotti alcuni
aspetti della concezione del segno che in quell'ambito si è sedimentata. In
particolare è presente la concezione del segno in forma proposizionale, come
an¬tecedente che permette di scoprire un conseguente. Viene poi confermata
l'attenzione verso i segni involontari (l'im¬ pallidire, l'arrossire, il
balbettare dell'imputato) come indi¬ zi di colpevolezza. Infine compare la
classica divisione degli indizi secondo la loro relazione temporale con il
fatto crimi¬ noso (anteriorità, contemporaneità, posteriorità). Questi i punti
di contatto con la tradizione. Ma bisogna anche dire che la classificazione dei
segni proposta da Cice¬rone è in larga misura diversa da quelle precedenti.
Essa ap¬ pare infatti all'interno della teoria della argumentatio (ar¬
gomentazione), cioè del procedimento attraverso il quale vengono addotte delle
prove per confermare una certa tesi: "L'argomentazione sembra essere
qualche cosa che si esco¬ gita da qualche genere e che rivela un'altra cosa in
maniera probabile (probabiliter ostendens), o la dimostra in un mo¬do
necessario (necessarie demonstrans)" (De inv.). Anche se non viene usato
il normale lessico semiotico, ciò che è in gioco in questa definizione è
proprio il meccanismo del segno: infatti, qualcosa che è stato trovato (un
indizio che viene depositato nel dossier deli'avvocato) rinvia a qualcos'altro.
Compare, a questo punto, la distinzione (già aristotelica) tra una forza
argomentativa debole (probabili¬ ter ostendens) e un'inferenza necessaria
(necessarie demon¬ strans). Rinvio necessario e non necessario I segni
necessari sono così definiti: "Viene dimostrato in modo necessario ciò che
non può verificarsi né essere pro¬ vato diversamente da come viene detto. Ne
sono esempi: "Se ha partorito, è stata con un uomo" (ibidem);
"Se respira, è vivo", "Se è giorno, c'è luce" (De inv.).
Come Cicerone spiega in un altro passo, in casi di questo genere l'antecedente
e il conseguente sono legati da una re¬ lazione inscindibile (cum priore
necessario posterius cohae¬ rere videtur, De inv.). Il rapporto di rinvio non
necessario viene poi cosi defini¬ to: "Probabile è poi ciò che suole
generalmente accadere, o che è basato sulla comune opinione, o che ha in sé
qualche somiglianza con questa qualità, sia esso vero o sia falso" (De
inv.). Con questa definizione Cicerone mette in evidenza due caratteri: (i)
quello probabilistico e (ii) quello doxastico; il primo di questi era da Aristotele
attribuito peculiarmente all'eikos (verisimile). E infatti i primi due esempi
sono di un tipo che Aristotele avrebbe classificato come eikos: "Se è
madre, ama suo figlio", "Se è avido, non fa gran caso del
giuramento" (De inv.). In essi compare anche il tipico rapporto di
generalizzazio¬ ne che per Aristotele definisce il verosimile (Arist., Rhet.).
C'è però un terzo esempio, "Se c'era molta polvere nei calzari, era
sicuramente reduce da un viaggio" (De inv.), che non sembra dello stesso
tipo, ma è più vicino al smeion aristotelico. La categoria di signum, poi,
compare come una sottopar¬tizione dei segni non necessari, accanto al credibile
(credibi¬ le), ali'iudicatum (giudicato) e al comparabile (paragonabi¬le). Se
le ultime tre nozioni appaiono distinte in base a crite¬ ri estrinseci (e
scompariranno nelle trattazioni successive), il signum corrisponde a una
categoria di fenomeni abbastan¬za particolare: "Segno è ciò che cade sotto
qualcuno dei no¬ stri sensi e indica (significar) un qualcosa che sembra deri¬
vato dal fatto stesso, e che può essere verificato prima del fatto, durante il
fatto, o può averlo seguito, e tuttavia ha bisogno di una prova e di una
conferma più sicura" (De inv. ). Ne sono esempi: "il sangue",
"il pallore", "la fuga", "la poivere". Si tratta,
come si vede, degli indizi, intesi come fenomeni percepibili, scarsamente
codificati e generalmente non vo¬ lontari. Qui sono presentati in una forma non
proposizio¬ nale; ma niente vieta che vengano sviluppati in proposizio¬ ni,
come dimostra il caso deli'indizio "polvere": "Se c'era molta
polvere nei calzari, era sicuramente reduce da un viaggio". Gli indizi,
infine, vengono suddivisi secondo la nota relazione temporale con il fatto
criminoso. Possiamo quindi schematizzare la classificazione propo¬ sta nel De
inventione. Le Partitiones oratoriae sono un'opera di Cicerone nella quale la
classificazione della materia semiotica presenta alcune differenze e
peculiarità rispetto al De Inventione. Innanzitutto la terminologia si sgancia
completamente da quella dei modelli greci e viene completa¬ mente latinizzata.
In secondo luogo gli indizi (qui chiamati RETORICA LATINA argumentatio
necessaria probsbilis (quod fero solet fiori élut quod in opi¬ nione positum
est") es.: .. "pallore'", ..polvere" vestigiafactl) non
compaiono più come sottopartizione di un'altra categoria, ma assumono un ruolo
autonomo. (·ea quae alitar ac discuntur nec fieri nec probari pos¬ sunt"l
es . : ·se ha partorito, è stata con un uomo'" (.,quod sub sensum aliquem
cadit, et quiddam sig nificat, quod ex ipso profectum est'") es.:
·sangue", ·ruga"', Se è madre, ama suo figlio -- signum erodibile
indicBtLm comparabile. Infine, viene accettata la distinzione aristotelica tra
luo¬ghi estrinseci, corrispondenti alle prove extra-tecniche, titechnol, e
luoghi intrinseci. corrispondenti alle prove tecniche, éntechno, che vienne
criticata nel De inventione e che invece è sviluppata nei Topica. È curioso
notare come tra i luoghi estrinseci (sine arte) trovino posto, accanto alle
testimonianze umane, anche quelle divine: gl’oracoli, gl’auspici, i vaticini, i
responsi sacri, di sacerdoti, aruspici, interpreti onirici, Part. or. Tutto ciò
è sicuramente un residuo di una concezione orda¬lica e antichissima
dell'amministrazione della giustizia. Tut¬tavia è anche un indizio di un
continuo riaffiorare del para¬digma divinatorio all'interno dei fatti
semiotici, anche quando ormai i segni si sono completamente LAICIZZATI.
CICERONE Né questo è un caso isolato in ambito giuridico. Per quel che riguarda
la cultura greca, si ricorda l’orazione per /,uccisione d’Erode, in cui
Antifonte così si esprime. Tutto quel che è provabile con indizi e
testimonianze umane l'avete udito, ma in questo caso dovete votare dopo aver
trattato indizi anche dai segni che vengono dagli dei (V, 81; Lanza. Il
verisimile e il segno caratteristico. I segni umani sono invece trattati tra
gl’argomenti intrin¬seci, in particolare tra quelli che riguardano lo stato di
cau¬sa congetturale. Infatti, la congettura può essere tratta da due tipi di
segni: i verisimilia e le notae propriae rerum. Il verisimile, come dice
CICERONE (si veda), è ciò che accade per lo più, Part. or., come a esempio, la
gioventù è incline al piacere in modo particolare. Questo tipo di segno
corri¬sponde all’eik6s del LIZIO, di cui ha il carattere probabili¬stico e
generalizzante. La nnta propria rei viene definita come una prova che non si
verifica mai direttamente e indica una cosa certa, co¬me IL FUMO INDICA IL
FUOCO, Part. or. Si tratta, evi¬dentemente, del segno necessario, come è
dimostrato anche dall'esempio e dall'uso dell'aggettivo PROPRIO, che riman¬da
alla nozione di fdion semeion, segno proprio. Per il LIZIO, il segno proprio
èla caratteristica specifica di un certo genere, come, ad esempio, il fatto che
i leoni avessero grandi estremità, segno del coraggio (An. Pr.). Per le scuole
postaristoteliche il segno proprio aveva carat¬ tere di necessità e si definiva
come quel segno che non può esistere se non esiste la cosa a cui rimanda
(Philod., De si¬gnis). Ci sono, poi, i vestigia facti, dei quali vengono dati
questi esempi: "un'arma, macchie di sangue, grida, lamenti, imbarazzo,
alterazione del colorito, discor¬ so contraddittorio, tremore, gli indizi
materiali della premeditazione, le confidenze sulle intenzioni delittuose, le
risultanze visive, uditive, rivelate" (Pari. or.). Cicerone non definisce
QUf)tO tipo di segni, se non dicendo che si tratta di ''fenomeni avvertibili
con i sensi", caratte¬ristica condivisa anche dai signa del De inventione,
in cui ricorrono esempi analoghi, e dagli argumenta di Cor¬nificio (Rhet.
adHer.). I commentatori si sono chiesti se i vestigiafacti siano più in
relazione con le “notae propriae rerum” o con il “verisimile” (Crapis). In
realtà questa sembra una categoria abbastanza autonoma non avendo la necessità
dei primi, ma nemmeno le caratteristi¬ che degli ultimi. È plausibile che essa
corrisponda alla cate¬ goria dei semefa aristotelici, diversi tanto dai
tekmoria quanto dagli eik6ta. Da un altro passo delle Partitiones oratoria,
dove ricorrono esempi analoghi, i vestigiafacti (chiamati lì anche signa)
vengono definiti come consequentia, cioè inferenze che si traggono dal
conseguente, caratteristica che definiva appunto, per Aristotele, i segni non
necessari. Ma mentre Aristotele condannava i semefa da un punto di vista
episte¬ mologico per la loro insicurezza, Cicerone è pronto a rico¬ noscerne
l'efficacia qualora si presentino in gran numero (coacervata proficiunt, 40).
Possiamo quindi schematizzare la classificazione cicero¬ niana nelle
Partitiones oratoriae. Le opere sulla divinazione Molte cose collegano la
retorica giudiziaria alla divina¬ zione. Innanzitutto il fatto che entrambe si
avvalgano dei segni per arrivare alla conoscenza di fatti non direttamente
accessibili alla percezione. In secondo luogo, in entrambe viene operata una
distinzione tra aspetti che sono eminente¬ mente congetturali e altri aspetti
che sono invece naturali o trt•) (sensu percipi potest) es .sangue - uccisione·
es.: adolescenza¬ inclinazione alla libidine coniecturs verisimilie (quod
plerumque rta notse proprise rerum (quod numquam alrter frt certumque declarat)
es.: '"fumo-fuoco· vestigia fecti o signa dati: alla dicotomia retorica
tra prove tecniche (o congettu¬ rali) e prove extratecniche corrisponde la
distinzione tra di¬ vinazione artificiale (basata sull'interpretazione e sulla
con¬ gettura) e divinazione naturale. Infine, come Cicerone pole¬ micamente
rileva (De div), i segni della divinazione sono talvolta interpretati in maniera
diametralmente oppo¬ sta, proprio come avviene nel processo, in cui l'accusa e
la difesa propongono dello stesso fatto due interpretazioni di¬ verse ed
entrambe plausibili. Ma Cicerone apprezza i metodi deli'indagine giudiziaria,
mentre nutre una diffidenza enorme nei confronti della di¬ vinazione. In linea,
infatti, con un vasto gruppo di intellet¬ tuali della sua epoca, educati ai
metodi di indagine della fi¬ losofia greca, a fondamento razionalistico, e
contempora¬ neamente impegnato in politica, sente l'esigenza di operare una
distinzione netta tra religione e superstizione, di cui la divinazione fa, per
lui, parte. La religione appartiene alla più antica tradizione romana e, posta
come è ai fondamenti dello stato, deve essere conservata, pena la disgregazione
dello stato stessso; la superstizione, invece, costituita dal coacervo degli
elementi spuri che inquinano e rendono poco credibile la religione stessa,
dev'essere respinta, anche per¬ ché non venga limitata la libertà del cittadino
romano nel suo impegno di gestione della repubblica. Cicerone affronta questi
argomenti nel De natura deo¬ rum, nel De fato e, soprattutto, nel De
divinatione. Que¬ st'ultima opera è scritta in forma di dialogo tra l'autore e
il fratello Quinto, il quale difende l'arte divinatoria basandosi sulle teorie
storiche che legavano la divinazione all'esistenza degli dei. Le osservazioni
di Cicerone contro la teoria soste¬ nuta da Quinto sono particolarmente
interessanti perché costituiscono una vera e propria critica a un meccanismo semiotico
settoriale e contribuiscono, in negativo, a una concezione generale del segno.
Secondo la teoria di Quinto, gli dei si pongono come fon¬ te dell'informazione
e come emittenti nei processi di comu¬ nicazione divinatoria, dei quali gli
uomini sono i destinata¬ ri. Ma, a seconda dei due specifici tipi di
divinazione, il pro¬ cesso comunicativo si struttura in modo differente. Il
primo tipo è costituito dalla divinatio artificialis, in cui l'interpretazione
dei segni è legata a un'ars, ovvero a una tecnica professionale di
decriptazione, demandata a specia¬ listi, ciascuno esperto in un settore:
extispices (esaminatori delle viscere), interpretes monstrorum et fu/gurum
(inter¬ preti dei fatti prodigiosi e dei fulmini), augures (interpreti del volo
degli uccelli), astrologi (interpreti delle stelle), in¬ terpretes sortium
(interpreti delle combinazioni di tavolette mescolate in un'urna ed estratte a
caso). In tale divinazione l'informazione proveniente dalla divinità si
materializza prima di tutto in una sostanza espressiva percepibile, a cui l'ars
permetterà di abbinare un contenuto semantico. I presupposti su cui si basano
le interpretazioni di questo tipo sono dati dalla teoria, di origine stoica,
secondo cui tutti i fenomeni sono legati tra di loro in una catena di cau¬ se
ed effetti, senza soluzione di continuità. Questa catena che ha come fondamento
primo il /6gos divino e costituisce il fato (heimarméne), non è conoscibile per
intero da parte degli uomini, dato che l'onniscienza è prerogativa della sola
divinità (De div.). Tuttavia viene prevista l'esistenza di un tempo ciclico che
"può essere paragonato con lo srotolarsi di una gomena, in quanto non dà
mai luogo a fatti nuovi, ma ripete sempre quanto prima è accaduto"
(Dediv.,l, 127).Questofasìche gli uomini, attraverso l'osservazione attenta,
colgano il mo¬ do in cui gli eventi si ripetono e, pur non potendo conoscere
direttamente le cause, possono però arrivare a coglierne gli indizi
caratteristici (signa tamc.z causarum et notas cernunt) (ibidem). Dato poi che
è possibile tramandare memoria dalle con¬ nessioni passate, si crea un vero e
proprio codice basato sul¬ la iteratività. Si può schematizzare così il
processo: emittente divino-segni di cause-eventi futuri codice basato sulla
iterattività La divinazione "naturale" Il secondo tipo di divinazione
è quello definito naturalis, in quanto indipendente da qualunque tecnica
professionale, ma derivante piuttosto da una diretta ispirazione divina, senza
passare attraverso la mediazione di un segno esterno. Fanno parte di questo
tipo le forme di preveggenza derivan¬ ti da invasamento profetico, cioè le
vaticinationes e quelle derivanti dai sogni. Il palinsesto filosofico ·a cui è
legato questo secondo tipo di divinazione è quello delle teorie peri¬ patetiche
(Dicearco e Cratippo vengono esplicitamente no¬ minati, De div., II, 100),
secondo le quali l'anima, per il suo legame naturale con la divinità, una volta
che sia spinta da una divina follia o sciolta, nel sonno, dai vincoli che la
legano al corpo, partecipa direttamente della conoscenza del dio. Il ruolo del
codice è in questo caso ridotto, se non addirittura sostituito da una parziale
identificazione tra emittente e ricevente, secondo lo schema: RETORICA LATINA
emittente divino - segno interno - evento futuro .... ricevente umano 9.2.3 .3
Critiche "semiologiche" contro i segni divinatori Le obiezioni che
Cicerone muove ai sostenitori della divi¬ nazione si basano su argomenti
specificamente semiotici. La tesi generale, mediante la quale Cicerone nega valore
alla divinazione, è che essa non abbia veramente carattere semiotico, e cioè
che i fenomeni che essa interpreta come se¬ gni non siano veramente tali,
ovvero che non si comportino veramente come degli antecedenti rispetto a dei
conse¬ guenti. Per distinguere i segni veri rispetto a quelli presunti della
divinazione, Cicerone istituisce un paragone tra le tecniche scientifiche (come
la medicina, la meteorologia, la nautica, la tecnica previsionale del contadino
e deli'astronomo) e la divinazione. In entrambi i casi è in gioco la predizione
del futuro a partire da certi indizi; ma, mentre le pratiche pro¬ fessionali
adottano una vera e propria metodologia che comporta "scienza (ars),
ragionamento (ratio), esperienza (usus) e congettura (coniectura)" (De
div., II, 14), le prati¬ che divinatorie si basano sul "capriccio della
sorte, tanto che nemmeno la divinità sembra che possa avere, fra le sue
prerogative, quella di sapere quali fatti il caso farà accade¬ re" (De
div., II, 18). Questa opposizione tra ciò che, in definitiva, è il codice
(anche se 1si tratta di legami naturali basati sulla frequenza statistica) e il
caso è del resto la stessa con cui i medici ip¬ pocratici tendevano a
distinguere la propria scienza profes¬ sionale dalla divinazione e dalla
medicina magica (Antica medicina, cap. XII). Cicerone poi si sbarazza in
termini razionalistici della teoria secondo cui anche nel caso della
divinazione tecnica si farebbe appello ali'osservazione iterata delle
coincidenze, ritenendola ridicola e insostenibile (De div., II, 28). Ma ci sono
altri gravi difetti che la divinazione presenta dal punto di vista semiotico:
(i) le interpretazioni di uno stesso segno sono spesso diametralmente opposte
(De div., Il, 83); (ii) si verificano frequentemente fenomeni di falsa
identificazione dell'antecedente, per cui un certo evento non è connesso a
quello individuato come segno prodigio¬ so, ma a ben diverse cause naturali (De
div., II, 62); (iii) l'interpretazione avviene a posteriori e così toglie ogni
ne¬ cessità di rapporto tra antecedente e conseguente (De div.); (iv) in certi
casi l'interpretazione è motivata da ragioni di faziosità politica e quindi è
priva di oggettività (De div.). Cicero composed this treatise
immediately after that on the Nature of the Gods; the two subjects being indeed
very closely connected. In the first book all kinds of divination are
represented as maintained by his brother Quintus, on the principles of the
Porch. It is an old opinion, derived as far back asfrom the heroic times, and
confirmed by the unanimous agreement of the rather superstitious Roman people,
and indeed of other nations, too, that there is a species of divination in
existence among men, which the Greeks call “xarrt/c^,” that is to say, a
presentiment, and foreknowledge of future events. A truly splendid and
serviceable gift, if it only exists in reality; and one by which our mortal
nature makes its nearest approach to the power of the gods. Therefore, as we
have done many other things better than the Greeks, so, most especially have we
excelled them in giving a name to this most admirable endowment, since our
nation derives the name which it gives to it, “divination,” from the gods
(“divis”), while the Greeks derive the title which they give it, namely,
“juavn/cr/,” from madness (juai'ia). For that is Plato's interpretatin of the
word. Now, as far as I know, there is no nation whatever, however polished and
learned, or however barbarous and uncivilized, which does not believe it
possible that future events may be indicated, and understood, and predicted by
certain persons. In the first place the Assyrians, that I may trace back the
authority for this belief to the most remote ages and countries, as a natural
consequence of the champaign country in which they lived, and of the vast
extent of their territories, which led them to observe the heavens which lay
open to their view in every direction, began to take notice also of the paths
and motions of the stars; and having taken these observations for some time,
they handed down to their posterity informa tion as to what was indicated by
their various positions and revolutions. And among the Assyrians, the
Chaldaeans, a tribe who had this name not from any art which they professe, but
from the district which they inhabited, by a very long course of observation of
the stars are considered to have established a complete science, so that it
became possible to predict what would happen to each individual, and with what
destiny each separate person was born. The Egyptians also are believed tohave
acquired the knowledge of the same art by a continued practice of it extending
through countless ages. But the nature of the Cilicians and Pisidians, and the
Pamphylians, who border on them, nations which we ourselves have had under our
government,1 think that future events are pointed out by the flight and voices
of birds as the surest of all indications. And when was there ever an instance
of Greece sending any colony into yEolia, Ionia, Asia, Sicily or Italy, without
consulting the Pythian or Dodonrean oracle, or that of Jupiter Hammon? or when
did that nation ever undertake a war without first asking counsel of the Gods 1
Nor is there only one kind of divination celebrated both in public and private.
For, (to say nothing of the practice of other nations.) how many different
kinds have been adopted by our own people. In the first place, the founder of
this city, Romulus, is said not only to have founded the city in obedience to
the auspices; but also to have been himself an augur of the highest reputation.
After him the other kings also had recourse to soothsayers; and after the kings
were driven out, no public business was ever transacted, either at home or in war,
without reference to the auspices. And as there appeared to be great power and
usefulness in the system of the soothsayers (haruspices),2 in reference to the
people's succeeding in their objects, and consulting the Gods, and arriving at
an understanding of the meaning of prodigies and averting evil omens, they
introduced the whole of their science from Etruria, to prevent the appearance
[Cicero had been proconsul of Cilicia, and had gained a very high reputation by
the integrity andenergy which he displayed in that government. Aruspex is
derived from the Greek word Ifptiv, and specio, to behold, because the Aruspex
prophesied from the omens which he drew from an inspection of the entrails of
the victims. Augur, from avis, and garrio, to chatter; because the omens were
drawn from the noise made by the birds in their flight of allowing any kind of
divination to be neglected. And as men's minds were often seen to be excited in
two manners, without any rules of reason or science, by their own mere
uncontrolled and free motion, being sometimes under the influence of frenzy,
and at others under that of dreams, our ancestors, thinking that the divination
which proceeded from frenzy was contained chiefly in verses of the Sibyl,
ordained that there should be ten citizens chosen as interpreters of these
compositions. And in the same spirit they have also, at times, thought the
frantic predictions of conjurors and prophets worth, attending to; as they did
in the Octavianl war in the case of Cornelius Culleolus. Nor indeed have men of
the greatest wisdom thought it beneath them to attend to the warnings of
important dreams, if at any time any such appeared to have reference to the
interests of the republic. Moreover, even in our own time, Lucius Junius, who
was consul, as colleague of Publius Rutilius, was ordered by a vote of the
senate to erect a temple to Juno Sospita, in compliance with a dream seen by
Csecilia, the daughter of Balearicus.2 III. And, as I apprehend, our ancestors
were induced to establish this custom more because they had been warned, by the
events which they saw, to do so, than from any previous conclusion of reason.
But some exquisite arguments of philo sophers have been collected to prove why
divination may well be a true science. Now of these philosophers, to go back to
the most ancient ones, Xenophanes the Colophonian appears to have been the only
one who admitted the existence of Gods, and yet utterly denied the efficacy of
divination. But every other philosopher except Epicurus, who talks so childishly
about the nature of the Gods, has sanctioned a belief in divination; though
they have not all spoken in the same manner. For, though Socrates, and all his
followers, and Zeno, and all those of his school, adhered to the opinion of the
ancient philosophers, and the Old Academy and the 1 This was the civil war in
the consulship of Cinna and Octavius, which ended in Octavius being put to
death by the orders of Cinna and Mariu?. 2 This was Quintus Caecilius Metellua
(the eldest son of Metellus Macedonians), who was consul with T. Quinctius
Flamininus: in which consulship he cleared the Balearic Isles of pirates, and
founded several cities in the islands. Peripatetics agreed with them; and
though Pythagoras, who lived some time before these men; had added a great
weight of authority to this belief and indeed he himself wished to acquire the
skill of an augur, and though that most im portant authority, Democritus, had
in very many passages of his writings sanctioned a belief in the foreknowledge
of future events; yet Dicsearchus the Peripatetic, on the other hand, denied
all other kinds of divination, and left none except those which proceed from
frenzy or from dreams. And my own friend Cratippus, whom I consider equal to
the most ancient among the Peripatetics, confined his belief to the same
matters, and denied the correctness of any other kind of divination. But as the
Stoics defended nearly every kind, because Zeno in his Commentaries had
scattered some seeds of such a belief, and Cleanthes had amplified and extended
his predecessor's observations; Chrysippus succeeded them, a man of the most
acute and vivid genius; who discussed the whole belief in, and question about
divination in two books on that subject, and a third on oracles, and a fourth
on dreams. And he was followed by Diogenes the Babylonian, a pupil of his OATH,
who published one treatise on the same subject; by Antipater, who wrote two
books, and our friend Posidonius, who wrote five. But Pantetius, the tutor of
Posidonius and pupil of Antipater, has degenerated in some degree from the
Stoics, or at least from the most eminent men of that school; and yet he did
not dare absolutelyto deny that there was a power of divina tion, but said that
he had doubts on the subject. Now if he, aStoic, was allowed to express a doubt
on a matter very much against the inclination of the rest of that school, shall
we not obtain leave from the Stoics to behave in a similar manner with respect
to other subjects'? especially when that very question which is a matter of doubt
to Paneetius, is generally considered a thing as clear as day to the other
philosophers of that sect. However, this praise of the Academy has been
confirmed by the testimony and deliberate judgment of a most admirable
philosopher. Indeed, since we are ourselves inquiring what we are to think of
divination, because Carneades maintained a very long argument against the
Stoics with great acuteness and variety of resource, and as we wish to be on
our guard against admitting rashly any assertion which is incorrect, or the
truth of which is riot sufficiently ascertained, it appears neces sary for us
to compare over and over again the arguments on one side with those on the
other, as we have done in the three books which we have written on the Nature
of the Gods. For, as in every discussion, rashness in assenting to propositions
of others, and error in asserting such ourselves, is very discreditable, so
above all is it in a discussion where the question for our decision is how much
weight we are to attribute to auspices, and to divine ceremonies, and to
religion. For there is danger lest, if we neglect these things, we may become
involved in the guilt of blasphemous impiety, or if we embrace them, we may
become liable to the reproach of old women's superstition. Now these topics I
have often discussed, and I did so lately with more than usual minuteness, when
I was with my brother Quintus, in my villa at Tusculum. For when, for the
purpose of taking walking exercise, we had come into the Lyceum, (for that is the
name of the upper Gymnasium) I read, said he, a little while ago your third
book on the Nature of the Gods; in which, although the arguments of Cotta have
not wholly changed my previous opinions, they have undoubtedly a good deal
shaken them. You are very right to say so, I replied; for, indeed, Cotta
himself ai'gues rather with a view to confute the arguments of the Stoics, than
to eradicate religion from men's minds. Then, said Quintus, that is what Cotta
himself says, and indeed he repeats it very often; I imagine, because he does
not wish to seem to depart from the ordinary opinions; but still the zeal with
which he argues against the Stoics seems to cany him on to the extent of wholly
denying the existence of the Gods. I do not indeed think it necessary to reply
to all he says, for religion has been sufficiently defended in your second book
by Lucilius; whose arguments, as you say at the end of the third book, appear
to you yourself to be much nearer to the truth. But with reference to the point
which has been passed over in those books, because, I presume, you con sidered
that the inquiry into it could be carried on, and an argument held upon it with
more convenience if it were taken separately, I mean Divination which is a
foreknowledge and A foretelling of those events which arc usually considered
fortuitous, I should like very much at this moment, if you please, to examine
what power that science really has, and what its character is. For my own
opinion is this; that if those kinds of divination which we have been in the
habit of hearing of and respecting, are real, then there are Gods; and on the
other hand that, if there really are Gods, then there certainly are men who are
possessed of the art of divination. You are defending, I reply, the very citadel
of the Stoics, O Quintus, by asserting the reciprocal dependence of these two
conditions on one another; so that if there be such an art as divination, then
there are Gods, and if there be such beings as Gods, then there is such an art
as divination. But neither of these points is admitted as easily as you
imagine. For future events may possibly be indicated by nature without the
intervention of any God; and, even although there may be such beings as Gods,
still it is pos sible that no such art as divination may be given by them to
the human race. He replied, But to me it is quite proof enough, both that there
are Gods and that they have a regard for the welfare of mankind, that I
perceive that there are manifest and undeni able kinds of divination. With respect
to which, I will, if you please, recount to you my own sentiments, provided at
least that you have leisure and inclination to hear me, and have nothing which
you would like in preference to this discussion. But I, said I, my dear
Quintus, have always leisure for philosophical discussion; but at this moment,
when I have actually nothing whatever which I wish to do, I shall be all the
more glad to hear your sentiments on divination. You will hear, said he,
nothing new from me, nor do I entertain any ideas on the subject different from
the rest of the world. For the opinion which I follow is not only the most
ancient, but that which has been sanctioned by the unanimous consent of all
nations and countries. For there are two methods of divining; one dependent on
art, the other on nature. Be.!; what nation is there, or what state, which is
not influenced by the omens derived from the entrails of victims, or by the
predictions of those who interpret pro digies, or strange lights, or of augurs,
or astrologers, or by those who expound lots (for these are about what come
under the head of art); or, again, by the prophecies derived from dreams, or
soothsayers (for these two are considered natural kinds of divination) ? And I
think it more desirable to examine into the results of these things than into
the causes. For there is a certain power and nature, which, by means of
indications which have been observed a long time, and also by some instinct and
divine inspiration, pronounces a judg ment on future events. So that Carneades
may well give up pressing what Pansetius used also to insist upon, when he
asked whether it was Jupiter who had ordained the crow to croak on the right-
hand, or the raven on the left. For these occurrences have been observed for an
immense series of time, and have been remarked and noted from the signification
given to them by subsequent events. But there is nothing which a great length
of time may not effect and establish by the use of memory retaining the
different events, and handing them down in durable monuments. We may wonder at
the way in which the different kinds of herbs and roots have been observed by
physicians as good for the bites of beasts, for complaints of the eyes, and for
wounds, the power and nature of which reason has never explained, but yet both
the art and inventor of these medicines have gained iiniversal approval from
their utility. Let us also look at those things which, though of another kind,
still have a resemblance to divination. And often, too, the agitated sea Gives
certain tokens of impending storms, When through the deep with sudden rage it
swells, And the fierce rocks, white with the briny foam, Vie with hoarse
Neptune in their sullen roar, While the sad whistlins o'er the mountain's brow
Adds horror to the crash of the iron coast. And all your prognostics are full
of presentiments derived from occurrences of this sort. Who, then, can trace
back the causes of these presentiments 1 Though, indeed, I am aware that
Boethus the Stoic has endeavoured to do so. And indeed he has done some good to
this extent, that he has explained the principle of those occurrences which
take place iu the sea, or in the heaven. But still, who has ever explained,
with any appearance of probability, why they take place at all 1 And the white
gull, uprising from the waves, With horrid scream foretells th' impending
storm, Straining its trembling throat in ceaseless cry. Oft, too, the woodlark
from his chest pours forth Notes of unusual sadness, wnking up The morn with
grievous fear and endless plaint. When first Aurora routs the nightly dew,
Sometimes the dusky crow runs o'er the shore, Dipping its head beneath the
rising surf. And we see that these signs of the weather scarcely ever deceive
us, though we certainly do not understand why they are so correct. You too
perceive the signs of future times, Children of sweetest waters; and prepare To
utter warnings loud and salutary, Rousing the springs and marshes with your
cries. Yet who could ever have suspected frogs of having such perception 1
However, there is in rivulets, and in frogs too, a certain nature indicating
something which is clear enough by itself, but more obscure to the knowledge of
men. And cloven-footed oxen gazing up To heaven's expense, have often inhaled
the air Laden with moisture I do not inquire why all this takes place, since I
am acquainted with the fact that it does take place The mastic, ever green and
ever laden With its rich fruit, which thrice in every year Doth swell to
ripeness, by its triple crop Points out three times when men should till the
earth. Here too, again, I do not ask why this one tree should bloom three times
a year, or why it should adapt the proper season for ploughing the land to the
token given by its bloom. I am content with this, that, even if I do not know
how everything is done, I nevertheless do know what is done. And so in respect
of every kind of divination I will answer as I have done in the cases which I
have already mentioned. Now I know what effect the root of the scamniony has as
a purgative, and what the efficacy of the aristolochia is in the case of bites
of serpents, (and this herb has derived its name from its discoverer, who
discovered it in consequence o a dream.) and that knowledge is quite emnigh. I
do not know why these herbs are so efficacious; and in the same way I do not
know on what principle the omens which we draw from the signs furnished to us
by the winds and storms proceed; but I do know, and arn certain of, and
thankful for their power, and the results which flow from it. Again, in 1 All
these predictions are translated by CICERONE (vedasi) from Aratus. the same way
I know what is indicated by a fissure in the entrails of a victim, or by the
appearance of the fibres; but what the cause is that these appearances have this
meaning I know not. And life is full of such things; for nearly every one has
recourse to the entrails of animals. Need I say more 1 Is it possible for any
one to doubt about the power of thunder-storms ? Is not this too one of the
most marvel lous of marvellous things? When Summanus,1 which was a figure made
of clay, standing on the top of the temple of the all-powerful and all-good
Jupiter, was struck by lightning, and the head of the statue could not be found
anywhere, the soothsayers said that it had been thrown down into the Tiber, and
it was found in that very place which had been pointed out by the
soothsayer.But who is there to whom I may more fitly appeal as an authority and
as a witness than you yourself? For I have learnt the verses, and that with
great pleasure, which the muse Urania pronounces in the second book of your Con
sulship See how almighty Jnve, inflamed and bright, With heavenly fire fills
the spacious world, And lights up heaven and earth with wondrous rays Of his
divine intelligence and mind ; Which pierces all the inmost sense of men, And
vivifies their souls, hold fast within The boundless caverns of eternal air.
And would you know the high sublimest paths And ever revolving orbits of the
stars, And in what constellations they abide, Stars which the Greeks erratic
falsely call, For certain order and fixed laws direct Their onward course ;
then shall you learn that all Is by divinest wisdom fitly ruled. For when you
ruled the state, a consul wise, You noted, and with victims due approach'd,
Propitiating the rapid stars, and strange Concurrence of the fiery
constellations. Then, when you purified the Alban mount, And celebrated the
great Latin feast, Bringing pure milk, meet offering for the gods, You saw
fierce comets bright and quivering With light unheard of. In the sky you saw 1
This is usually understood to have been a statue of Pluto. The new consuls used
to celebrate the Ferioe Latinaj on the Albanus Mons. Fierce wars and dread
nocturnal massacre That Latin feast on mournful days did fall, When the pale
moon with di m and muffled light Conceal'd her head, and fled, and in the midst
Of starry night became invisible. Why should I say how Phoebus' fiery beam,
Sure herald of sad war, in mid-day set, Hastening at undue season to its rest,
Or how a citizen struck with th' awful bolt, Hurl'd by high Jove from out a
cloudless sky, Left the glad light of life; or how the earth Quaked with
affright and shook in every part? Then dreadful forms, strange visions stalk d
abroad, Scarce shrouded by the darkness of the night,And wam'd the nations and
the land of war. Then many an oracle and augury, Pregnant with evil fate, the
soothsayers Pour'd from their agitated breasts. And e'en The Father of the Gods
fill'd heaven and earth With signs, and tokens, and presages sure Of all the
things which have befallen us since. XII. So now the year when you are at the
helm, Collects upon itself each omen dire, Which when Torquatus, with his
colleague Gotta, Sat in the curule chairs, the Lydian seer Of Tuscan blood
breathed to affrighted Borne. For the great Father of the Gods, whose home Is
on Olympus' height, with glowing hand Himself attack'd his sacred shrines and
temples, And hurl'd his darts against the Capitol. Then fell the brazen statue,
honour'd long, Of noble Natta; then fell down the laws Graved on the sacred
tablets; while the bolts Spared not the images of the immortal gods. Here was
that noble nurse o' the Roman name, The Wolf of Mars, who from her kindly
breast Fed the immortal children of her god With the life-giving dew of
sweetest milk. E'en her the lightning spared not; down she fell. Bearing the
royal babes in her descent, Leaving her footmarks on the pedestal.1 Great
interest is attached to this passage by antiquaries, from the fact of there
being a bronze statue still at Home of a wolf suckling two children, with
manifest marks of lightning on it, which is believed to be the very statue here
mentioned by Cicero, and also in his third Oration asrainst Catiline, c. viii.;
it is described by Virgil too: Fecerat et viridi foetam Mavorf is in antro
Procubuisse lupam; geminos huic ubcra circum [Ludere And who, unfolding records
of old time, Has found no words of sad prediction In the dark pages of Etruscan
books ] All men, all writings, all events combined, To warn the citizens of
freeborn race Ludere pendentes pueros, et lambere matrem Impavidos; ilhun
tereti cervice reflexam Mulcere alternos et corpora fingere linguiL jEn. The
cave of Mars was dress'd with mossy greens ; There by the wolf were laid the
martial twins; Intrepid, on her swelling dugs they hung, The foster-dam loll'd
out her fawning tongue; They suck'd secure, while bending back her head, She
lick'd their tender limbs, and form'd them as they fed. Dryden, ^En. The statue
in its present state is beautifully described by Byron:And thou the
thunder-stricken nurse of Rome, She-wolf! whose brazen imaged dugs impart The
milk of conquest yet within the dome, Where, as a monument of antique art, Thou
standest, mother of the mighty heart, Which the great founder suck'd from thy
wild teat, Scorch'd by the Roman Jove's ethereal dart, And thy limbs black with
lightning, dost thou yet Guard thy immortal cubs, nor thy fond charge forget]
Thou dost but all thy foster-babes are dead, The men of iron ; and the world
hath rear'd Cities from out their sepulchres. Childe Harold, book iv. It may
not be out of place here, to set before the reader the beautiful description,
in the first Georgic, of the prodigies which happened at Rome on the death of
Cresar : Denique quid vesper serus vehat. unde serenas Ventus agat nubes, quid
cogitet humidus Auster, Sol tibi signa dabit : Solem quis dicere falsum Audeat?
ille etiam csecos instare tumultus Saspe monet, fraudemque, et aperta tumescere
bella; Ille etiam extincto miseratus Caesare Romam Cum caput obscurS, nitidum
ferrugine texit Impiaque rcternam timuerunt sajcula noctem, Tempore quanquam
illo tellus quoque et aequora ponti, Obsccenique canes, importunaeque volucres
Signa dabant : quoties Cyclopum effervere in auras Vidimus undantem rnptis
fornacibus Etnam, Flammarumque globos liquef'actaque volvere saxa. Armorum
sonitus toto Germania coe'.o Audiit; insolitis tremuerunt motibus Alpes. [Vox
To dread impending wars of civil strife, And wicked bloodshed ; when the laws
should fall In one dark rain, trampled and o'erthrown: Then men were warn'd to
save their holy shrines, The statues of the irods, their city and lands, Vox
quoque per lucos vulgo exaudita recentes Ingens, ei simulacra rnodis pallentia
miris Visa sub obscurum noctis; pecudesque locutae, Infandum! sistunt amnes
terrseque dehiscunt Et moestum illacryinat templis ebur, oeraque sudant:
Proluit insano contorquens vertice sylvas Pluviorum Rex Eridanus ; camposque
per omnes Cum stabulis armenta trahit; nee tempore eodcm Tristibus aut extis
fibrae apparere minaces Aut puteis manare cruor cessavit, et alte Per noctcm
resonare lupis ululautibus urbe? ; Non alias coilo cecidcruut plura sereno
Fulgura, nee diri toties arsere cometae ; Ergo, etc. Virgil, Georg. i. 488.
Which is translated by Dryden: The Sun reveals the secrets of the sky, And who
dares give the source of light the lie? The change of empires he oft declares,
Fierce tumults, hidden treasons, open wars; He first the fate of Caesar did
foretell, And pitied Rome when Rome in Caesar fell : In iron clouds conceal'd
the public light, And impious mortals fear'd eternal night. Nor was the fact
foretold by him alone, Nature her-elf stood forth and seconded the Sun. Earth,
air, and seas with prodigies were sign'd, And birds obscene and howlin g dogs
divin'd. What rocks did ^Etna's bellowing mouth expire From her torn entrails,
and what floods of fire! What clanks were heard in German skies afar, Of arms
and armies rushing to the war! Dire earthquakes rent the solid Alps below, And
from their summits shook th' eternal snow; Pale spectres in the close of night
were seen, And voices heard of more than mortal men. In silent groves dumb
sheep and oxen spoke ; And streams ran backward, and their beds forsook; The
yawning earth disclosed th' abyss of hell, The weeping statues did the wars
foretell, And holy sweat from brazen idols fell. Then rising in his might the
king of floods Uush'd through the forests, tore the lofty woods; And rolling
onward with a sweepy sway, Bore houses, herds, and labouring hinds away. Blood
From slaughter and destruction, and preserve Their ancient customs unimpair'd
and free. And this kind hint of safety was subjoin'd, That when a splendid
statue of great Jove,1 In godlike beauty, on its base was raised, With eyes
directed to Sol's eastern gate; Then both the senate and the people's bands,
Duly forewarn'd, should see the secret plots Of wicked men, and disappoint
their spite. This statue, slowly form'd and long delay 'd, At length by you,
when consul, has been placed Upon its holy pedestal ; 'tis now That the great
sceptred Jupiter has graced His column, on a well-appointed hour: And at the
self-same moment faction's crimes Blood sprang from wells; wolves howl'd in
towns by night; And boding victims did the priests affright. Such peals of
thunder never pour'd from high, Nor forky lightnings flash'd from such a sullen
sky: Red meteors ran across the ethereal space; Stars disappear'd, and comets
took their place. Which Shakspeare has imitated with reference to the same
event : Cal. Caesar, I never stood on ceremonies, Yet now they fright me: there
is one within, Besides the things that we have heard and seen, Recounts most
horrid sights seen by the watch: A lioness hath whelped in the streets, And
graves have yawn'd and yielded up their dead. Fierce, fiery warriors fight upon
the clouds, In ranks and squadrons and right form of war, Which drizzled blood
upon the Capitol: The noise of battle hurtled in the air; Horses did neigh, and
dying men did groan; And ghosts did shriek and squeak t the streets. O Caesar,
these things are beyond all use, And I do fear them When beggars die there are
no comets seen; The heavens themselves blaze forth the death of princes. Cats.
What say the augurers? Serv. They would not have you to stir forth to-day.
Plucking the entrails of an offering forth, They could not find a heart within
the beast. 1 This refers to the column meant to serve as a pedestal for the
statue of Jupiter, mentioned in the second book of this treatise, and also in
the second oration against Catiline, as having been ordered in the consulship
of Torquatus and Cotta, but not completed till the year of Cicero's consulship.
Were by the loyal Gauls reveal'd and shown To the astonish'd multitude and
senate. Well then did ancient men, whose monuments You keep among you,they who
will maintain Virtue and moderation ; by these arts Ruling the lands an<l
people subject to them: Well, too, your holy sires, whose spotless faith, And
piety, and deep sagacity Have far surpass'd the men of other lands, Worshipp'd
in every age the mighty Gods. They with sagacious care these things foresaw,
Spending in virtuous studies all their leisure, And in the shady Academic
groves, And fair Lyceum : where they well pour'd forth The treasures of their
pure and learned hearts. And, like them, you have been by virtue placed, To
save your country, in the imminent, breach ; Still with philosophy you soothe
your cares, With prudent care dividing all your hours Between the Muses and
your country's claims. Will you then be able to persuade your mind to speak
against the arguments which I adduce on the subject of divination, you being a
man who have performed such exploits as you have done, and who have so
admirably com posed those verses which I have just recited 1 What do you ask
me, Carneades, why these things take place in this manner, or by what art it is
possible for them to be brought about? I confess that I do not know ; but that
they do happen, I assert that you yourself are a witness. Yes, they happen by
chance, you say. Is it so 1 Can anything be done by chance which has in itself
all the features of reality? Four dice when thrown may by chance come up sixes.
Do you think that if you were to throw four hundred dice it would be possible
for them all to come up sixes by any chance in the world 1 Paints scattered at
random on a canvass may by chance represent the features of a human face ; but
do you think that you could by any chance scat tering of colours represent the
beauty of the Coan Venus'?1 Suppose a pig by burrowing in the ground with his
snout were to make the letter A, would you on that account think it possible
that the animal should by chance write out the Andromache of Ennius 1 Carneades
used to tell a story that 1 This refers to the celebrated picture of Venus
Anadyomene, painted by Apelles, who was a native of Cos. in cutting stones in
the stone- quarries at Chios, there was once discovered a natural head of a
Pan. I dare say there may have been a figure not wholly unlike such a head, but
still certainly it was not such that you could fancy it wrought by Scopns.1 For
this is the nature of things, that chance can never imitate reality to
perfection. But, you will say, things which have been predicted sometimes fail
to happen. What act is not liable to this observation 1 I mean of those acts
which proceed on con jecture, and are founded on opinion. Is not medicine to be
considered a real art? And yet how often is it deceived! Need I say more 1 Are
not pilots of ships often deceived? Did not the army of the Greeks, and the
captains of all that numerous fleet, depart from Troy, as Pacuvius says So glad
at their departure, that they gazed In idle mirth upon the wanton fish, And
never ceased from laughing at their gambols; Meanwhile at sunset the vast sea
grows rough, The darkness lowers, black night and clouds surround them. Did,
however, the shipwreck of so many illustrious generals and sovereigns prove
that there was no such art as naviga tion? Or is the science of generals good
for nothing because a most illustrious general was lately put to flight, after
the total loss of his army 1 Or are we to say that there is no room for the
display of sound principles of politics, or wis dom in the administration of
affairs of state, because Cnseus Ponipeius was often .deceived, and even Cato
and you your self have been deceived in more instances than one? The same rule
applies to the answers of soothsayers, and to all divination which rests on
opinion: for it depends wholly on conjecture, and has no means of advancing
further. And that perhaps sometimes deceives us, but still it more fre quently
directs us to the truth. For it is traced back to all eternity. And as in the
infinite duration of time, things have happened in an almost countless number
of ways with the self-same indications preceding each occurrence, an art has
Scopas was a Parian, nourishing. He was one of the greatest architects and
sculptors of antiquity, and is mentioned as such by Horace, who says: Divite me
scilicet artium Quas aut Parrhasius protulit aut Scopas, Hie saxo, liquidis
ille colorilius Solera nunc hominem nonere mmr. TV « been concocted and reduced
to rules from a frequent obser vation and notice of the same circumstances. But
your auspices, how clear how sure they are ! which at this time are known
nothing of by the Roman augurs, (excuse me for saying this so plainly,) though
they are main tained by the Cilicians, Pamphylians, Pisidians, and Lycians. For
why should I mention that man connected with us in ties of hospitality, that
most illustrious and excellent ^man, king Deiotarus 1 He never does anything
whatever without taking the auspices. And it happened once that he had started
on a journey which he had arranged and determined some time before; but, being
warned by the flight of an eagle, he returned back again, and the very next
night the house in which he would have been lodging if he had per sisted in his
journey, fell to the ground. And he was so moved by this occurrence, that, as
he himself used to tell me, he often turned back in the same way in a journey,
even when he had advanced many days on it. And what is most remarkable in his
conduct is, that after he had been deprived by GIULIO (si veda) CESARE of his
tetrarchy, his kingdom, and his property, he still asserted that he did not
repent of obeying those auspices which had promised success to him when he was
setting out to join Pompey: for he considered that the authority of the senate,
and the liberty of the Roman people, and the dignity of the empire had been upheld
by his arms; and that those birds had taken good care of his honour and real
interests, inasmuch as they had been his counsellors in adhering to the claims
of good faith and duty ; for that character was a thing dearer to him than his
possessions. . And in saying this he seems to me to form a very just estimate.
For our magis trates at times use compulsion. For it is quite impossible, if a
cake is thrown down before a chicken, but what some crumbs must fall out of his
mouth when he feeds. And as you have it set down in your books that a tripudium
takes place if any of the food falls on the ground, so you also call this
compulsory augury which I have spoken of tripudium solistimum.1 And so, as that
wise Cato complains, owing to i Tripudium, from terripavium (Cic Div.), a
stamping on the ground In divination, tripudium, or tripudium solistimum, when-
the birds (pulli) ate so greedily that the food fell from their mouths, and so
rebounded on the ground, which was regarded as a good omen. Riddle and Arnold,
Lat. Diet. the negligence of the college, many auguries and many auspices have
been wholly lost and abandoned. Formerly there was, I may almost say, no ariair
of importance, not even if it only related to private business, which was
transacted \vithout taking the auspices. And this is proved even now by the
Auspices Nuptiarum, who, though the custom has fallen into disuse, still
preserve the name. For just as we now consult the entrails of victims, though
even that very practice is observed less now than it used to be, so in ancient
times, before all transactions of importance, men used to consult birds; and,
therefore, from want of paying proper regard to ill omens, we often run into
alarming and destructive dangers: as Publius Claudius, the son of Appius
Csecus, and his colleague Lucius Junius, lost a fine fleet, because they had
put to sea in defiance of the omens. And, indeed, something of the same kind
befel Agamemnon; for he, when the Grecians had begun To murmur loudly, and with
open scorn T' asperse the skill of th' holy soothsayers, Bade the crew bend the
sails and put to sea, Choosing the people's voice before the omens. But why
need we look for old examples of this 1 We have ourselves seen what happened to
Marcus Crassus, because he neglected the notice which was given to him that the
omens were unfavourable. On which occasion, Appius, your col league, a good
augur, as I have often heard you say, branded, when he was censor, an excellent
man and a most illustrious citizen, Caius Ateius, without sufficient
consideration, because he had cooperated in falsifying the auspices. However,
let that pass. It may have been the duty of the censor to do so, if he thought
that the auspices were falsified. But it certainly was not the duty of an augur
to set down in the books that this was the cause of a fearful calamity
befalling the Roman people. For even if that was the cause of the calamity,
still the fault was not in the man who announced the state of the auspices, but
in him who disregarded the announcement. For that the announcement wTas a
correct one, as the same augur and censor bears witness, was proved by the
event; for if the announcement had been false, it could not possibly have
caused any calamity at all. In truth, prognostics of calamity, like other
auspices, and omens, and tokens, do not produce causes why anything should
happen, but merely give notice of what will happen unless you pro vide against
it. It was not, therefore, the announcement of unfavourable omens, made by
Ateius, which was the cause of calamity; all that he did was, by declaring to
him what signs had been seen, to warn him what would happen if he did not take
precautions against it. Accordingly, either that announcement had no effect at
all, or else if, as Appius thinks, it had an effect, the effect was this, that
guilt was attached, not to the man who gave the warning, but to him who did not
attend to it. What shall I say more 1 From whence have you received that staff
(lituus) of yours, which is the most cele brated ensign of your augurship? That
is the staff with which Komulus parted out the several districts, when he
founded the city. And that staff of Romulus, (that is to say, a stick curved
and slightly bent forward at the top, which has derived its name from its
resemblance to the trumpet (lituus) used in sounding signals,) having been laid
up in the meeting-house of the Salii, which was in the Pala tine-hill, when
that house was burnt to the ground, was found unhurt. What more need I say 1
Who of the ancient authors is there who does not relate what an arrangement of
the districts of the city was made, many years after the time of Romulus, in
the reign of Tarqninius Priscus, by Attius Xavius, who employed his staff in
this manner? And it is said that he, when a boy, was forced through poverty to
act as a swineherd; and one day, having lost one of his pigs, he made a vow
that if he recovered it, he would give the god the finest grape which there was
in the whole vineyard. Accordingly, when he had found the pig, he placed himself
in the middle of the vineyard, with his eyes directed towards the south; and
after he had divided the vineyard into four divisions, and had been directed by
the birds to disregard three of the portions, in the fourth division, which
remained, he found a grape of most wonderful size, as we find recorded in our
books. And when this fact became known, all the neighbours used to consult him
on all their affairs, until he. gained a great name and reputation ; in
consequence of which kin<r Priscus sent for him. And when he had come to the
king, he, wishing to make proof of his skill in augury, told him that he was
thinking of something, and asked him whether it could possibly be done. He,
having taken an auguiy, answered that it could. But Tarquin said that he had
been thinking that it was possible that a whetstone might be cut through by a
razor. On this Attius bade him try ; and accordingly a whetstone was brought
into the assembly, and, in the sight of king and people, cut through with a
razor. And in consequence of this, it happened that Tarquinius always consulted
Attius Navius as an augur, and that the people also were used to refer their
private affairs to him. And we are told that that whetstone and that razor were
buried in the comitium, and that the puteal was built over it. Let us deny
everything; let us burn our annals; let us say that all these statements are
false ; let us, in short, confess everything rather than that the Gods regard
the affairs of mankind. What 1 do not even your writings about Tiberius
Gracchus sanction the theories df augurs ami haruspices 1 For when he had
unintentionally erected a tent to take the auspices informally, because he had
crossed the pomcerium without taking the auspices, he held there the comitia
for the election of the consuls. (The matter is one of notoriety, and committed
to writing by you yourself.) However, Tiberius Gracchus, who was himself an
augur, ratified the authority of the auspices by a confession of his error, and
added great authority to the sj'steui of the harus pices; who, having at the
recent comitia been introduced into the senate, asserted that the person who
proposed the candi dates to the comitia had no right to do so. I therefore
agree with those authors who have asserted that there are two kinds of
divination; one par taking of art, and the other wholly devoid of it. For art
is visible in those persons who pursue anything new by conjec ture, and have
learnt to judge of what is old by observation. But those men, on the other
hand, are devoid of art, who give way to presentiments of future events, not
proceeding by reason or conjecture, nor on the observation and considera tion
of particular signs, but yielding to some excitement of mind, or to some
unknown influence subject to no precise rules or restraint, (as is often the
case with men who dream, and sometimes with those who deliver predictions in n
frenzied manner,) as Bacis' of Boeotia, Epimenides2 the Cretan, and the
Erythrean Sib}'!. And under this head we ought also to rank oracles; not those
which are drawn by lot, but those which are uttered under the influence of some
divine instinct and inspiration. Although even lots are not to be despised
where they are sanctioned by the authority of antiquity, like those which we
are told used to rise out of the earth; which, however, are drawn in such a
manner as to be apposite to the subject under consideration, which, indeed, is
a thing that I conceive to be very possible by divine management. The
interpreters of all of which appear to me to come very near to the divining
power of those whose interpreters they are (just as those grammarians do who
are the interpreters of poets). What proof of sagacity is it, then, to wish to
disparage things sanctioned by antiquity, by vile calumnies? I admit that I
cannot discover the cause. Perhaps it lies hid, involved in the obscurity of
nature. For God has not int nded me to understand these matters, but only to
use them. I will use them, then ; nor will I be persuaded to think, either that
all Etruria is mad on the subject of the entrails of victims, or that the same
nation is all wrong about lightnings, or that it interprets prodigies
fallaciously, when it has often happened that sub terranean noises and crashes,
often that earthquakes, have predicted, with terrible truth, many of the evils
which have befallen our own republic and other states. Why should I say more?
The fact of a mule having brought forth is much ridiculed by some people; but
because this parturition did take place in the case of an animal of natural barrenness,
was there not an incredible crop of evils predicted by the soothsayers 1 Need I
go further 1 Did not Tiberius Gracchus, the. son of Publius Gracchus, who had
been twice consul and censor, and who was also an augur of the 1 Bacis was
believed to have lived and prophesied at Heleon, in Bceotia, being inspired by
the nymphs of the Corycian cave. Some of hjs prophecies are given us by
Herodotus (See also Aristophanes, Eq.; Pax) Epimenides was a poet and prophet
of Crete. He was sent for by the Athenians to purify Athens when it was visited
by a plague, in consequence of the sacrilege of Cylon. He is said to have lived
to a great age.highest skill and reputation, and a wise man, and a most
virtuous citizen, did not he (as Caius Gracchus, his son, has left recorded in
his writings), when two snakes were caught in his house, convoke the
soothsayers? And the answer which they gave him was, that if he let the male
escape, his wife would die in a short time ; but if he let the female escape,
he would die himself: on which he thought it more becoming to encounter an
early death himself, than to expose the youthful daughter of Publius Africanus
to it. Accordingly, he released the female snake, and died himself a few days
afterwards. Let us, after this, laugh at the soothsayers; let us call them
useless and triflers, and despise those men whose principles the wisest men,
and subsequent events and occur rences, have often proved. Let us despise also
the Baby lonians, and those who on mount Caucasus observe the stars of heaven,
and follow all their revolutions in regular number and motion. Let us, say I,
condemn all those people for folly, or vanity, or impudence, who, as they
themselves assert, have exact records for four hundred and seventy thousand
years carefully noted down, and let us decide that they are telling lies, and
have no regard as to what the judgment of future ages concerning them will be.
Come, then, you vain and deceitful barbarians, has the history of the Greeks
likewise spoken falsely? Who is ignorant of the answer (that I may speak at
present of natural divination) which the Pythian Apollo gave to Croesus, to the
Athenians, the Lacedaemonians, the Tegeans, the Argives, and the Corinthians?
Chrysippus has collected a countless list of oracles not one without a witness
and authority of sufficient weight; but as they are known to you, I will pass
them over. This one I will mention and defend. Would that oracle at Delphi have
ever been so celebrated and illustrious, and so loaded with such splendid gifts
from all nations and kings, if all ages had not had experience of the truth of
its predic tions 1 At present, you will say, it has no such reputation.
Granted, then, that it has a lower reputation now, because the truth of oracles
is less notorious; still I affirm that it would not have had such a reputation
then, if it had not been distinguished for extraordinary accuracy. But it is
possible that that power in the earth, which excited the mind of the Pythian
priestess by divine inspiration, may have disappeared through old age, just as
we know that some rivers have dried up, or become changed and diverted into
another channel. However, let it be owing to whatever you please; for it is a
great question: only let this fact remain which cannot be denied, unless we
will overthrow all his torythat that oracle told the truth for many ages.
However, let us pass over the oracles; let us come to dreams. And Chrysippus
discussing them, after collecting many minute instances, does the same that
Antipater does when he investigates this subject, and those dreams which were
explained according to the interpretation of Antipho, which indeed prove the
acuteness of the interpreter, but still are not examples of such importance as
to have been worthy of being brought forward. The mother of Dionysius of that
Dionysius, I mean, who was the tyrant of Syracuse, as it is recorded by
Philistus, a man of learning and diligence, and who was a contem porary of the
tyrant when she was pregnant with this very Dionysius, dreamt that she had
become the mother of a little Satyr. The interpreters of prodigies, who at that
time were in Sicily called Galeotse, gave her for answer when she con sulted
them about it, (according to the story told by Philistus,) that the child whom
she was about to bring forth would be the most illustrious man of Greece, with
very lasting good fortune. Am I recalling you to the fables of the Greek poets
and those of our country? For the Vestal Virgin, in Ennius, says The agitated
dame with trembling limbs Brings in a lamp, and with unbridled tears, Starting
from broken sleep, pours forth these words:• 0 daughter of the fair Eurydice,
You whom rny father loved, see strength and life Desert my limbs, and leave me
helpless all. 1 thought I saw a man of handsome form Seize me, and bear me
through the willow groves, Along the river banks and places yet unknown. And
then alone, T tell you true, my sister, I seem'd to wander, and with tardy
steps To seek to trace you, but my efforts fail'd; While no clear path did guide
my doubtful feet. And then, I thought, my father thus address'd me, With
evil-boding voice: Alas! my daughter, What numerous woes by you must be
endured; Though fortune shall in after times arise From out of the waters of
this river here. Thus, sister, spake my father, and then vanish'd • 2STor,
though much wish'd for, did he once return! In vain, with many tears, I raised
my hands Up to the azure vault of the highest heaven, And with caressing voice
invoked his name, Or seem'd to do so. And 'twas long ere sleep, Freighted with
such sad dreams, did quit my breast. Now these accounts, though they perhaps
may be the mere inventions of the poets, still are not inconsistent with the
general character of dreams. We may grant that that is a fictitious one by
which Priam is represented to have been disturbed: Queen Hecuba dream'd an
ominous dream of fate- That she did bear no human child of flesh, But a fierce
blazing torch. Priam, alarm'd, Ponder'd with anxious fear the fatal dream; And
sought the gods with smoking sacrifice. Then the diviner's aid he did entreat,
With many a prayer to the prophetic god, If haply he might learn the dream's
intent. Thus spake Apollo with all-knowing mind: The queen shall have a son,
who, if he grow To man's estate, shall set ajl Troy in flames The ruin of his
city and his land. Let us grant, then, that these dreams are, as I have said,
merely poetic fictions, and let us add the dream of ^Eneas, which Numerius
Fabius Pictor relates in his Annals, as one of the same kind; in which ^Eneas is
represented as foreseeing, in his trance, all his future exploits and
adventures. But let us come nearer home. What kind of dream was that of Tarquin
the Proud, which the poet Accius, m his Tragedy of Brutus, puts into the mouth
of Tarquin himself? Sleep closed my weary eyelids, when a shepherd Brought me
two rams. The one 1 sacrificed; The other rushing at me with wild force Hurl'd
me upon the ground. Prostrate I gazed Upon the heavens, when a new prodigy
Dazzled my eyes. The flashing orb of day Took a new course, diverging to the
right, With all his kindling beams strangely transversed. Of this dream the
diviners gave the following interpretation Dreams are in general reflex images
Of things that men in waking hours have known; But sometimes dreams of loftier
character Rise in the tranced soul, inspired by Jove, Prophetic of the future.
Then beware Of him, whom thou dost think as stupid as The ram thou dreamest of.
For in his breast Dwells manliest wisdom. He may yet expel Thee from thy
kingdom. Mark the prophecy: That change in the sun's course thou didst behold,
Betoken'd revolution in the state, And as the sun did turn from left to right,
we predict So shall that revolution meet success. Let us again return to
foreign events. Heraclides of Pontus, an intelligent man, who was one of
Plato's disciples and followers, writes that the mother of Phalaris fancied
that she saw in a drearn the statues of the gods whom Phalaris had consecrated
in his house. Among them it appeared to her that Mercury held a cup in his
right hand, from which he poured blood, which as soon as it touched the earth
gushed forth like a fresh fountain, and filled the house with streaming gore.
The dream of the mother was too fatally realized by the cruelty of the son. Why
need I also relate, out of the history of Persia by Dinon, the interpretations
which the Magi gave to the cele brated prince, Cyrus? For he dreamed that
beholding the sun at his feet, he thrice endeavoured to grasp it in his hands,
but the sun rolled away and departed, and escaped from him. The Magi (who were
accounted sages and teachers in Persia) thus interpreted the dream, saying,
that the three attempts of Cyrus to catch the sun in his hands, signified that
he would reign thirty years ; and what they predicted really came to pass ; for
he was forty years old when he began to reign, and he reached the age of
seventy. Among all barbarous nations, indeed, we meet with proof that they
likewise possess the gift of divination and presentiment. The Indian Calanus,
when led to execution, said, while ascending the funeral pile, 0 what a
glorious departure from life ! when, as happened to Hercules, after niy body
has been consumed by fire, my soul shall depart to a world of light. And when
Alexander asked him if he had anything to say to him; Yes, replied he, .we
shall soon meet again; and this prophecy was soon fulfilled, for a few days
afterwards Alexander died in Babylon. I will quit the subject of dreams for
awhile, and return to them presently. On the very night that Olympias was
delivered of Alexander, the temple of Diana of the Ephesiaus was burned ; and
when the morning dawned, the Magi declared that the ruin and destroyer of Asia
had been born that night. So much for the Magi and the Indians. Now let us
return to dreams. Ccelius relates that Hannibal, wishing to remove a golden
column from the temple of Juno Lacinia, and not knowing whether it was solid
gold or merely gilt, bored a hole in it ; and as he had found it solid, he
determined to take it away. But the following night Juno appeai-ed to him in a
dream, and warned him against doing so, and threatened him that if he did, she
would take care that he should lose an eye with which he could see well. He was
too prudent a man to neglect this threat ; and therefore, of the gold which had
been abstracted from the column in boring it, he made a little heifer, which he
fixed on the capital. And the same story is told in the Grecian history of
Silenus, whom Ccelius follows. And he was an author who was particularly
diligent in relating the exploits of Hannibal. He says that when Hannibal had
taken Saguntum, he dreamed in his sleep that he was summoned to a council of
the gods, and that when he arrived at it, Jupiter commanded him to carry the
war into Italy, and one of the deities in council was appointed to be his
conductor in the enterprise. He therefore began his march under the direction
of this divine protector, who enjoined him not to look behind him . Hannibal,
however, could not long keep in his obedience, but yielded to a great desire to
look back, when he immediately beheld a huge and terrible monster, surrounded
with ser pents, which, wherever it advanced, destroyed all the trees, and
shrubs, and buildings. He then, marvelling at this, inquired of the god what
this monster might mean; and the god replied, that it signified the desolation
of Italy ; and com manded him to advance without delay, and not to concern
himself with the evils that lay behind him and in his rear. In the history of
Agathocles it is said, that Hamilcar the Carthaginian, when he was besieging
Syracuse, dreamed that he heard a voice announcing to him, that he -should sup
on the succeeding day in Syracuse. When the morning dawned a great sedition
arose in his camp between the Carthaginian and Sicilian soldiers. And when the
Syracusans found this out, they made a vigorous sally and attacked the camp un
expectedly, and succeeded in making Hamilcar prisoner while alive, and thus his
dream was verified. All history is full of similar accounts; and the experience
of real life is equally rich in them. That illustrious man, Publius Decius, the
son of Quintus Decius, the first of the Decii who was a consul, being a
military tribune in the consulship of Marcus Valerius and Aulus Cornelius, when
our army was sorely pressed by the Samnites, and being accustomed to expose
himself to great personal danger in battle, was warned to take greater care of
himself; on which he replied (as our annals report), that he had had a dream,
which informed him that he should die with the greatest glory, while engaged in
the midst of the enemy. For that time he succeeded in happily rescuing our army
from the perils that surrounded it. But three years after, when he was consul,
he devoted himself to death for his country, and threw himself armed among the
ranks of the Latins; by which gallant action the Latins were defeated and
destroyed: and his death was so glorious that his son desired a similar
fate.But let us now come, if you please, to the dreams of philosophers. We read
in Plato that Socrates, when he was in the public prison at Athens, said to his
friend Crito that he should die in three day, for that he had seen in a dream a
woman of extreme beauty who called him by his name, and quoted in his presence
this verse of HomerOn the third day you'll reach the fruitful Phthia. 1 And it
is said that it happened just as it had been foretold. Again, what a man, and
how great a man, is Xenophon the pupil of Socrates! He, too, in his account of
that war in which he accompanied the younger Cyrus, relates the dreams which he
sawthe accomplishment of which was marvellous. Shall we then say that Xenophon
was a liar or dotard? What shall we say, too, of Aristotle, a man of singular
and almost divine genius? Was he deceived himself, or does he wish others to be
deceived, when he informs us that Eudemus of Cyprus, his own intimate friend,
on his way to Macedonia, came to Pherae, a celebrated city of Thessaly, 1 Horn.
:Hfjari Kfv rpirdrca $0ii)v tpi$ta\ov IKO(U.TIV. which was then under the cruel
sway of the tyrant Alexander. In that town he was seized with a severe illness,
so that he was given over by all the physicians, when he beheld in a dream a
young man of extreme beauty, who informed him that in a short time he should
recover, and also the tyrant Alexander would die in a few days; and that
Eudemus himself would, after five years' absence, at length return home.
Aristotle relates that the first two predictions of this dream were immediately
accomplished; for Eudemus speedily recovered, and the tyrant perished at the
hands of his wife's brother; and that towards the end of the fifth year, when,
in consequence of that dream, there was a hope that he would return into Cyprus
from Sicily, they heard that he had been slain in a battle near Syracuse; from
which it appeared that his dream was susceptible of being interpreted as
meaning, that when the soul of Eudemus had quitted his body, it would then
appear to have signified the return home. To the philosophers we may add the
testimony of Scpho- cles, a most learned man, and as a poet quite divine, who,
when a golden goblet of great weight had been stolen from the temple of
Hercules, saw in a dream the god himself appearing to him, and declaring who
was the robber. Sopho cles paid no attention to this vision, though it was
repeated more than once. When it had presented itself to him several times, he
proceeded up to the court of Areopagus, and laid the matter before them. On
this, the judges issued an order for the arrest of the offender nominated by Sophocles.
On the application of the torture the criminal confessed his guilt, and
restored the goblet; from which event this temple of Hercules was afterwards
called the temple of Hercules the Indicate. But why do I continue to cite the
Greeks? when, somehow or other, I feel more interest in the examples of my
ellowcountrymen. All our historians,the Fabii, the Gellii, and, more recently,
Ccelius, bear witness to similar facts. In the Latin war, when they first
celebrated the votive games in honour of the gods, the city was suddenly roused
to arms, and the games being thus interrupted, it was necessary to appoint new
ones Before their commencemen,however, just as the people had taken their
places in the circus, a slave who had been beaten with rods was led through the
circus, bearing a gibbet. After this event, a certain Roman rustic had a dream,
in which an apparition informed him that he had been displeased with the
president of the games, and the rustic was ordered to apprise the senate of
that fact. He, however, did not dare to do so; on which the apparition appeared
a second time, and warned him not to provoke him to exert his power. Even then
he could not summon courage to obey, and presently his son died. After this,
the same admonition was repeated in his dreams for the third time. Then the
peasant himself became extremely ill, and related the cause of his trouble to
his friends, by whose advice he was carried on a litter to the senatehouse; and
as soon as he had related his dreams to the senate, he recovered his health and
strength, and returned home on foot perfectly cured. Thereupon, the truth of
his dreams being admitted by the senate, it is related that these games were
repeated a second time. It is recorded in the history of the same Crelius, that
Caius Gracchus informed many persons that during the time that he was
soliciting the qusestorship, his brother Tiberius Gracchus appeared to him in a
dream, and said to him, that he might delay as much as he pleased, but that
nevertheless he was fated to die by the same death which e himself had
suffered. Coclius asserts that he heard this fact, and related it to many
persons, before Caius Gracchus had become tribune of the people. And what can
be more certain than such a dream as this 1 Who, again, can despise those two
dreams, which are so frequently dwelt upon by the Stoics?one concerning
Simonides, who, having found the dead body of a man who was a stranger to him
lying in the road, buried it. Having performed this office, he was about to
embark in a ship, when the man whom he had buried appeared to him in a dream at
night, and warned him not to undertake the voyage, for that if he did he would
perish by shipwreck. Therefore, he returned home again, but all the other
people who sailed in that vessel were lost. The other dream, which is a very
celebrated one, is related in the following manner:Two Arcadians, who were in
timate friends, were travelling together, and arriving at Megara, one of them
took up his quarters at an inn, the other at a friend's house. After supper,
when they had both gone to bed, the Arcadian, who was staying at his friend's
house, saw an apparition of his fellowtraveller at the inn, who prayed him to
come to his assistance immediately, as the innkeeper was going to murder him.
Alarmed at this intimation, he started from his sleep; but on recollection,
thinking it nothing but an idle dream, he lay down again. Presently, the
apparition appeared to him again in his sleep, and entreated him, though he
would not come to his as sistance while yet alive, at least not to leave his
death unavenged. He told him further, that the innkeeper had first murdered
him, and then cast him into a dungcart, where he lay covered with filth; and
begged him to go early to the gate of the town, before any cart could leave the
town. Much excited by this second vision, he went early next morning to the
gate of the town, and met with the driver of the cart, and asked him what he
had in his waggon. The driver, upon this question, ran away in a fright. The
dead body was then discovered, and the innkeeper, the evidence being clear
against him, was brought to punishment. What can be more akin to divination
than such a dream as this? But why do I relate any more ancient instances of
similar things, when such dreams have occurred to ourselves? for I have often
told you mine, and I have as often heard you talk of yours. When I was
proconsul in Asia, it appeared to me as I slept, that I saw you riding on
horseback till you reached the banks of a great river, and that you were suddenly
thrown off and precipitated into the waters, and so disappeared. At this I
trembled exceedingly, being overcome with fear and apprehension. But suddenly
you reappeared before me with a joyful countenance, and, with the same horse,
ascended the opposite bank, and then we embraced each other. It is easy to
conjecture the signification of such a dream as this; and hence the learned
inten <reters of Asia predicted to me that those events would take place
which afterwards did come to pass. I now come to your own dream, which I have
sometimes heard from yourself, but more often from our friend Sallust. He used
to say, that in that flight and exile of yours, which was so glorious for you,
so calamitous for our country, you stayed awhile in a certain villa of the
territory of Atina, when, having sat up a great part of the night, you fell
into a deep and heavy slumber towards the morning. And from this slumber your
attendants would not awake you, as you had given orders that you were not to be
disturbed, though your journey was sufficiently urgent. When at length you
awoke about the second hour of the day, you related to Sallust the following
dream:That it had seemed to you that, as you were wandering sorrowfully through
some solitary district, Caius Marius appeared to you with his fasces covered
with laurel, and that he asked you why you were afflicted. And when you
informed him that you had been driven from your country by the violence of the
disaffected, he seized your right hand, and urged you to be of good cheer, and
ordered the lictor nearest to him to lead you to his monument, saying, that
there you should find security. Sallust told me, that upon hearing this dream,
he himself exclaimed at once that your return would be speedy and glorious; and
that you also appeared to be de lighted with your dream. A short time
afterwards I was informed, as you well know, that it was in the monument of
Marius that, on the instance of that excellent and famous consul Lentulus, that
most honourable decree of the senate was passed for your recal, which was
applauded with shouts of incredible exultation in a very full assembly; so
that, as you yourself observed, no dream could have a higher character of
divination than this which occurred to you at Atina. But you will say that
there are likewise many false dreams. No doubt there are some which are perhaps
obscure to us; but, even allow that there are some which are actually false,
what argument is that against those which are true ?of which, indeed, there
would be a great many more if we went to bed in perfect health; but as it is,
from our being over charged with wine and luxuries, all our perceptions become
troubled and confused. Consider what Socrates, in the Republic of Plato, says
on this subject. When, says he, that part of the soul which is capable of
intelligence and reason is subdued and reduced to languor, then that part in
which there is a species of ferocity and uncivilized savageness being excited
by immoderate eating and drinking, exults in our sleep and wantons about unre
strainedly; and therefore all kinds of visions present them selves to it, such
as are destitute of all sense or reason, in which we appear to be giving
ourselves up to incest and all kinds of bestiality, or to be committing bloody
murders, and massacres, and all kinds of execrable deeds, with a triumphant
defiance of all prudence and decency. But in the case of a man who is
accustomed to a sober and regular life, when he commits himself to sleep, then
that part of his soul which is the seat of intellect and reason is still active
and awake, being replenished with a banquet of virtuous thoughts; and that
portion which is nourished by pleasure, is neither destroyed by exhaustion nor
swollen by satiety, either of which is accustomed to impair the vigour of the
soul, whether nature is deficient in anything, or super abundant or
overstocked; and that third division also, ill which the vehemence of anger is
situated, is lulled and restrained; so, consequently, it happens, that owing to
the due regulation of the two more violent portions of the soul, the third, or
intellectual part, shines forth conspicuously, and is fresh and active for the
admission of dreams; and therefore the visions of sleep which present
themselves before it are tranquil and true. Such are the very words of Plato.
Shall we, then, prefer listening to the doctrine of Epicurus on this point? As
for Carneades, he sometimes says one thing and sometimes another, from his mere
fondness for discussion. And yet, what are the sentiments which he utters? At
all events, they are never expressed either with elegance or propriety. And
will you prefer such a man as this to Plato and Socrates 1 men who, even if
they were to give no reason for their tenets, should, by the mere authority of
their names, outweigh these minute philosophers. Plato then asserts that we
should bring our bodies into such a disposition before we go to sleep as to
leave nothing which may occasion error or perturbation in our dreams. For this
reason, perhaps, Pythagoras laid it down as a rule, that his disciples should
not eat beans, because this food is very flatulent, and contrary to that
tranquillity of mind which a truthseeking spirit should possess. When,
therefore, the mind is thus separated from the society and contagion of the
body, it recollects things past, examines things present, and anticipates
things to come. For the body of one who is asleep lies like that of one who is
dead, while the spirit is full of vitality and vigour. And it will be yet more
so after death, when it will have got rid of the body altogether; and therefore
we _see that even on the approach of death it becomes much more divine. For it
often happens that those who are attacked by a severe and mortal malady,
foresee that their death is at hand. And in this state they often behold ghosts
and phantoms of the dead. Then they are more than ever anxious about their
reputations; and they who have lived otherwise than as they ought, then most
especially repent of their sins. And that the dying are often possessed of the
gift of divi nation, Posidonius confirms by that notorious example of a certain
Rhodian who, being on his deathbed, named six of his contemporaries, saying
which of them would die first, which second, which, next to him, and so on.
There are, he imagines, besides this, three ways in which men dream under the
immediate impulse of the Gods: one, when the mind intuitively perceives things
by the relation which it bears to the Gods; the second, arising from the fact
of the air being full of immortal spirits, in whom all the signs of truth are,
as it were, stamped and visible; the third, when the Gods themselves converse
with sleepers,and that, as I have said before, takes place more especially at
the approach of death, enabling the minds of the dying to anti cipate future
events. An instance of this is the prediction of Calanus, of whom I have
already spoken. Another is that of Hector, in Homer, who, when dying himself,
foretels the approaching death of Achilles. If there were no such thing as
divination, Plautus would not have been so much applauded for the following
line: My mind presaged (prcesagibat), when I first went out, That I was going
on a fruitless journey: for the verb sagio means, to feel shrewdly. Hence old
women are sometimes called sagce (witches), because they are ambi tious of
knowing many things; and dogs are called sagacioiis. Whoever, therefore, say it
(knows) before the event has come to pass, is said prcesagire (to have the
power of knowing the future beforehand). There exists, therefore, in the mind a
presentiment, which strikes the soul from without, and which is enclosed in the
soul by divine operation. If this becomes very vivid, it is termed frenzy, as
happens when the soul, being abstracted from the body, is stirred up by a divine
inspiration. What sudden transport fires my virgin soul ! Jly mother, oh, my
mother! dearest name Of all dear names! But oh, my breast is full Of divination
and impending fates, While dread Apollo with his mighty impulse Urges me
onward. Sisters, my sweet sisters! I grieve to anticipate the coming fate Of
our most royal parents. You are all More filial and more dutiful than I. I only
am enjoin'd this cruel task, To utter imminent ruin. You do serve them; I
injure them ; and your obedience Shines well, set-off by my disloyal rage.1 0
what a tender, moral, and delicate poem ! though the beauty of it does not
affect the question. What I wish to prove is, that that frenzy often predicts
what is true and real. I see the blazing torch of Troy's last doom, Fire, and
massacre, and death. Arm, citizens! Bring aid and quench the flames. In the
following lines, it is not so much Cassandra who speaks, as the Deity enclosed
in human form:Already is the fleet prepared to sail; It bears destruction
rapidly it speeds: A dreadful army traverses the shores, Destined to slaughter.
1 seem to be doing nothing but quoting tragedies and fables. I would mention a
story I have heard from your self, and that not an imaginary, but a real
circumstance, and closely related to our present discussion. Caius Coponius, a
skilful general, and a man of the highest character for learn ing and wisdom,
who commanded the fleet of the Rhodians, with the appointment of praetor, came
to you at Dyrrha- chium, and informed, you that a certain sailor in a Khodiau
galley had predicted that, in less than a month, Greece would 1 This is a
quotation from Pacuvius's play of Hercules ; the speaker is Cassandra. be
deluged with blood, that Dyrrhachium would be pillaged, and that the people
would flee and take to their ships; that, looking back in their flight, they
would see a terrible con flagration. He added, moreover, that the fleet of the
lihodians would soon return, and retire to Rhodes. You told me that you
yourself were surprised at this intelligence, and that Marcus Varro and Marcus
Cato, both men of great learning, who were with you, were exceedingly alarmed.
A few days afterwards, Labienus, having escaped from the battle of Phar- salia,
arrived and brought an account of the defeat of the army: and the rest of the
prediction was soon accomplished; for the corn was dragged out of the
granaries, and strewed about all the streets and alleys, and destroyed. Yoxi
all embarked on board the ships in haste and alarm; and at night, when you
looked back towai-ds the town, you beheld the barges on fire, which were burned
by the soldiers because they would not follow. At last you were deserted by the
fleet of the Rhodians, and then you found that the prophet had been a true one.
I have explained as concisely as possible the fore warnings of dreams and
frenzy, with which I said that art had nothing to do; for both these kinds of
prediction arise from the same cause, which our friend Cratippus adopts as the
true explana tion namely, that the souls of men are partly inspired and
agitated from without. By which he meant to say, that there is in the exterior
world a sort of divine soul, whence the human soul is derived; and that that
portion of the human soul which is the fountain of sensation, motion, and
appetite, is not separate from the action of the body; but that portion which
partakes of reason and intelligence is then most ener getic, when it is most
completely abstracted from the body. Therefore, after having recounted
veritable instances of presentiments and dreams, Cratippus used to sum up his
conclusions in this manner: If, he would say, the exist ence of the eyes is
necessary to the existence and operation of the function of sight, though the
eyes may not be always exercising that function, still he who has once made use
of his eyes so as to see correctly, is possessed of eyes capable of the
sensation of correct sight: just so if the function and gift of divination
cannot exist without the exercise of divination, and yet a man who has this
gift may sometimes err in its exercise, and not foresee correctly; then it is
sufficient to prove the existence of divination, that some event should have
been once so correctly divined that none of its circum stances appear to have
happened fortuitously. And as a multitude of such events have occurred, the
existence of divination ought not to be doubted.But as to those divinations
which are explained by conjecture, or by the observation of events; these, as I
have said before, are not of the natural, but artificial order; in which
artificial class are the haruspices, and augurs, and interpreters. These are
discredited by the Peripatetics, and defended by IL PORTICO. Some of them are
established by certain monuments and systems, as is evident from the ritual
books of the ancient Etruscans respecting electrical interpre tation of the
omens conveyed by the entrails of victims and by lightning, and by our own
books on the discipline of the augurs Other divinations are explained at once
by con jecture, without reference to any written authorities; such as the
prophecy of Calchas in Homer, who, by a certain num ber of flying sparrows,
predicted the number of years which would be occupied in the siege of Troy; and
as an event which we read recorded in the history of Sylla, which hap pened under
your own eyes. For when Sylla was in the territory of Nola, and was sacrificing
in front of his tent, a serpent suddenly glided out from beneath the altar; and
when, upon this, the soothsayer Posthumius exhorted him to give orders for the
immediate march of the army, Sylla obeyed the injunction, and entirely defeated
the Samnites, who lay before Nola, and took possession of their richly-
provided camp. It was by this kind of conjectural divination that the fortune
of the tyrant Dionysius was announced a little before the commencement of his
reign; for when he was travelling through the territory of Leontini, he
dismounted and drove his horse into a river; but the horse was carried away by
the current, and Dionysius, not being able with all his efforts to extricate
him, departed, as Philistus reports, lamenting his loss. Some time afterwards,
as he was journeying further down the river, he suddenly heard a neighing, and
to his great joy found his horse in very comfortable condition, with a swarm of
bees hanging on his mane. And this prodigy intimated the event which took place
a few days after this, when Dionysius was called to the throne. Need I say more
1 Ho\v many intimations were given to the Lacedaemonians a short time before
the disaster of Leuctra, when arms rattled in the temple of Hercules, and his
statue streamed with profuse sweat! At the same time, at Thebes (as
Callisthenes relates), the foldingdoors in the temple of Hercules, which were
closed with bars, opened of their own accord, and the armour which was
suspended on the walls was found fallen to the ground. And at the same period,
at Lebadia, where divine rites were being performed in honour of Trophonius,
all the cocks in the neighbourhood began to crow so incessantly as never to
leave off at all; and the Boeotian augurs affirmed that this was a sign of
victory to the Thebans. because these birds crow only on occasions of victory,
and maintain silence in case of defeat. Many other signs, at this time,
announced to the Spartans the calamities of the battle of Leuctra; for, at
Delphi, on the head of the statue of Lysander, who was the most famous of the
Lacedaemonians, there suddenly appeared a garland of wild prickly herbs. And
the golden stars which the Lacedae monians had set up as symbols of Castor and
Pollux, in the temple of Delphi, after the famous naval victory of Lysander, in
which the power of Athens was broken, because those divinities were reported to
have appeared in the Lacedaj- monian fleet during that engagement, fell down, and
were seen no more. And the greatest of all the prodigies which were sent as
warnings to those same Lacedaemonians, happened when they sent to consult the
oracle of Jupiter at Dodona on the success of the combat; and when the
ambassadors had cast their questions into the urn from which the responses were
to be drawn, an ape, whom the king of Molossus kept as a pet, dis turbed and
confounded all the lots, and everything else which had been prepared for the
purpose of giving a reply in due form. Upon which the priestess who presided at
the oracular rites, declared that the Lacedaemonians must rather look to their
safety than expect a victory. Must I say more 1 In the second Punic war, when
Flaminius, being consul for the second time, despised the signs of future
events, did he not by such conduct occasion great disasters to the state? For
when, after, having reviewed the troops, he was moving his camp towards Arezzo,
and leading his legions against Hannibal, his horse suddenly fell with him
before the statue of Jupiter Stator, without any apparent cause. But though
those who were skilful in divina tion declared it was an evident sign from the
Gods that he should not engage in battle, he paid no attention to it. After
wards, when it was proposed to consult the auspices by the consecrated
chickens, the augur indicated the propriety of deferring the battle. Flaminius
asked him what was to be done the next day, if the chickens still refused to
feed? He replied that in that case he must still rest quiet. Fine auspices, indeed,
replied Flaminius, if we may only fight when the chickens are hungry, but must
do nothing if they are full. And so he commanded the standards to be moved
forward, and the army to follow him; on which occasion, the standard-bearer of
the first battalion could not extricate his standard from the ground in which
it was pitched, and several soldiers who endeavoured to assist him were foiled
in the attempt. Flaminius, to whom they related this incident, despised the
warning, as was usual with him; and in the course of three hours from that
time, the whole of his army was routed, and he himself slain. And it is a
wonderful story, too, that is told by Coelius, as having happened at this very
time, that such great earth quakes took place in Liguria, Gallia, and many of
the islands, and throughout all Italy, that many cities were destrojred, and
the earth was broken into chasms in many places, and rivers rolled backwards,
while the waters of the sea rushed into their channels. Skilful diviners can
certainly derive correct pre sentiments from slight circumstances. When Midas,
who be came king of Phrygia, was yet an infant, some ants crammed some grains
of wheat into his mouth while he was sleep ing. On this the diviners predicted
that he would become exceedingly rich, as indeed afterwards happened. While
Plato was an infant in his cradle, a swarm of bees settled on his lips during
his slumbers; and the diviners answered that he would become extremely
eloquent; and this prediction of his future eloquence was made before he even
knew how to speak. Why should I speak of your dear and delightful friend,
Roscius 1 Did he tell lies himself, or did the whole city of Lanuvium tell lies
for him? When he was in his cradle at Solonium, where he was being brought up,
(a place which belongs to the Lanuvian territory.) the story goes, that one
night, there being a light in the room, his nurse arose and found a serpent
coiled around him, and in her alarm at this sight she made a great outcry. The
father of Roscius related the circumstance to the soothsayers, and they
answered that the child would become preeminently distinguished and illus
trious. This adventure was afterwards engraved by Praxiteles in silver, and our
friend Archias celebrated it in verse. What, then, are we waiting for 1 Are we
to wait till the Gods are conversant with us and our affairs, while we are in
the forum, and on our journeys, and when we are at home? yet though they do not
openly discover themselves to us, they diffuse their divine influence far and wide
an influence which they not only inclose in the caverns of the earth, but
sometimes extend to the constitutions of men. For it was this divine influence
of the earth which inspired the Pythia at Delphi, while the Sibyl received her
power of divination from nature. Why should we wonder at this 1 Do we not see
how various are the species and specific properties of earths 1 of which some
parts are injurious, as the earth of Amp- sanctus in Hirpinum, and the
Plutonian land in Asia: and some portions of the soil of the fields are
pestilential, others salubrious; some spots produce acute capacities, others
heavy characters. All which things depend on the varieties of atmosphere, and
are inequalities of the exhalations of the different soils. It likewise often happens
that minds are affected more or less powerfully by certain expressions of
countenance, and certain tones of voice and modulations, often also by fits of
anxiety and terror a condition indicated in these lines of the poet : Madden'd
in heart, and weeping like as one By the mysterious rites of Bacchus wrought
Into wild ecstasy, she wanders lone Amid the tombs, and mourns her Teucer lost.
And this state of excitement also proves that there is a divine energy in human
souls. And so Democritus asserts, that without something of this ecstasy no man
can become a great poet ; and Plato utters the same sentiment : and he may call
this poetic inspiration an ecstasy or madness as much as he pleases, so long as
he eulogizes it as eloquently as he does in his Phecdon. What is your art of
oratory in pleading causes 1 What is your action? Can it be forcible,
commanding, and copious, unless your mind and heart are in some degree animated
by a kind of inspiration 1 I have often beheld in yourself, and, to descend to
a less dignified example, even in your friend ufEsop, such fire and splendour
of expression and action, that it seemed as if some potent inspiration had
altogether ab stracted him from all present sensation and thought. Besides
this, forms often come across us which have no real existence, but which
nevertheless have a distinct appear ance. Such an apparition is said to have
occurred to Bren- ims, and to his Gallic troops, when he was waging an impious
war upon the temple of Apollo at Delphi. For on that occa sion it is reported
that the Pythian priestess pronounced these words:I and the white virgins will
provide for the future. In accordance with which, it happened that the Gauls
fancied that they saw white virgins bearing arms against them, and that their
entire army was overwhelmed in the snow. Aristotle thinks that those who become
ecstatic or furious through some disease, especially melancholy persons,
possess a divine gift of presentiment in their minds. But I know not whether it
is right to attribute anything of this kind to men with diseases of the
stomach, or to persons in a frenzy, for time divination rather appertains to a
sound mind than to a sick body. The Stoics attempt to prove the reality of
divination in this way: If there are Gods, and they do not intimate future
events to men, they either do not love men, or they are ignorant of the future;
or else they conceive that know ledge of the future can be of no service to
men; or they con ceive that it does not become their majesty to condescend to intimate
beforehand what must be hereafter; or lastly, we must say that even the Gods
themselves cannot tell how to forewarn us of them. But it is not true that the
Gods do not love men, for they are essentially benevolent and philanthropic;
and they cannot be ignorant of those events which take place by their own
direction and appointment. Again, it cannot be a matter of indifference to us
to be apprised of what is about to happen, for we shall become more cautious if
we do know such things. Nor do they think it beneath their dignity to give such
inti mations, for nothing is more excellent than beneficence. And lastly, the
Gods cannot be ignorant of future events. There fore there are no Gods, and
they do not give intimations of the future. But there are Gods: so therefore
they do give such intimations; and if they do give such intimations, they must
have given us the means of understanding them, or else they would give their
information to no purpose. And if they do give us such means, divination must
needs exist; therefore divination does exist. Such is the argument in favour of
divination by which Chrysippus, Diogenes, and Antipater endeavour to
demonstrate their side of the question. Why, then, should any doubt be
entertained that the arguments that I have advanced are entirely true? If both
reason and fact are on my side, if whole nations and peoples, Greeks and
barbarians, and our own ancestors also, confirm all my assertions, if also it
has always been maintained by the greatest philosophers and poets, and by the
wisest legislators who have framed constitutions and founded cities, must we
wait till the very animals give their verdict? and may not we be content with
the unanimous authority of all mankind1? Nor indeed is any other argument
brought forward to prove that all these kinds of divination which I uphold have
no existe nce, than that it appears difficult to explain what are the different
principles and causes of each kind of divination. For what reason can the
soothsayer allege why an injury in the lungs of otherwise favourable entrails
should compel us to alter a day previously appointed, and defer au enterprise?
How can an augur ex plain why the croak of a raven on the right hand, and a
crow on the left, should be reckoned a good omen? What can an astrologer say by
way of explaining why a conjunction of the planet Jupiter or Venus with the
moon is propitious at the birth of a child, and why the conjunction of Saturn
or Mars is injurious? or why God should warn us during sleep, and neglect us
when we are awake? or lastly, what is the reason why the frantic Cassandra
could foresee future events, while the sage Priam remained ignorant of them? Do
you ask why everything takes place as it does? Very right; but that is not the
question now; what we are trying to find out is whether such is the case or
not. As, if I were to assert that the magnet is a kind of stone which attracts
and draws iron to itself, but were unable to give the reason why that is the
case, would you deny the fact altogether? And you treat the subject of
divination in the same way, though we see it, and hear of it, and read of it,
and have received it as a tradition from our ancestors. Nor did the world in
general ever doubt of it before the introduction of that philosophy which has
recently been invented, and even since the appearance of philosophy, no
philosopher who was of any authority at all has been of a contrary opinion. I
have already quoted in its favour Pythagoras, Democritus, and Socrates. There
is no exception but Xenophanes among the ancients. I have likewise added the
old Academicians, the Peripatetics, and the Stoics: all supported divination;
Epi curus alone was of the opposite opinion. But what can be more shameless
than such a man as he, who asserted that there was no gratuitous and
disinterested virtue in the world? XL. But what man is there who is not moved
by the testi mony and declarations of antiquity? Homer writes that Cal- chas
was a most excellent augur, and that he conducted the fleet of the Greeks to
Troy, more, I imagine, by his know ledge of the auspices than of the country.
Amphilochus and Mopsus were kings of the Argives, and also augurs, and built
the Greek cities on the coast of Cilicia. And before them lived Amphiaraus and
Tiresias, men of no lowly rank or ob scure fame, not like those men of whom
Ennius says They hire out their prophecies for gold: no; they were renowned and
first rate men, who predicted the future by means of the knowledge which they
derived from birds and omens; and Homer, speaking of the latter even in the
infernal regions, says that he alone was con sistently wise, while others were
wandering about like shadows. As to Amphiaraus, he was so honoured by the
general praise of all Greece, that he was accounted a god, and oracles were
established at the spot where he was buried. Why need I speak of Priam king of
Asia? had not he two children possessed of this gift of divination, namely a
son named Helenus, and a daughter named Cassandra, who both prophesied, one by
means of auspices, the other through an excited state of mind and divine
inspiration1? of which de scription likewise were two brothers of the noble
family of the Marcii, who are recorded as having lived in the days of our
ancestors. Does not Homer inform us, too, that Polyidus the Corinthian
predicted the various fates of many persons, and the death of his son when he
was going to the siege of Troy? And as a general rule, among the ancients,
those who were possessed of authority \asually also possessed the know ledge of
auguries; for, as they thought wisdom a regal attri bute, so also did they
esteem divination. And of this our state of Rome is an instance, in which
several of our kings were also augurs, and afterwards even private persons,
endued with the same sacerdotal office, ruled the commonwealth by the authority
of religion. And this kind of divination has not been neglected even by
barbarous nations; for the Druids in Gaul are diviners, among whom I myself
have been acquainted with Divitiacus vEduus, your own friend and panegyrist,
who pretends to the science of nature which the Greeks call physiology, and who
asserts that, partly by auguries and partly by conjecture, he foresees future
events. Among the Persians they have augurs and diviners, called magi, who at
certain seasons all assemble in a temple for mutual conference and
consultation; as your college also used once to do on the nones of the month.
And no man can become a king of Persia who is not previously initiated in the
doctrine of the magi. There are even whole families and nations devoted to
divina tion. The entire city of Telmessus in Caria is such. Likewise in Elis, a
city of Peloponnesus, there are two families, called lamidse and ClutidoD,
distinguished for their proficiency in divination. And in Syria the Chaldeans
have become famous for their astrological predictions, and the subtlety of
their genius. Etruria is especially famous for possessing an inti mate
acquaintance with omens connected with thunderbolts and things of that kind,
and the art of explaining the signi fication of prodigies and portents. This is
the reason why our ancestors, during the flourishing days of the empire,
enacted that six of the children of the principal senators should be sent, one
to each of the Etrurian tribes, to be instructed in the divination of the
Etrurians, in order that this science of divination, so intimately connected
with reli gion, might not, owing to the poverty of its professors, be
cultivated for merely mercenary motives, and falsified by bribery. The
Phrygians, the Pisidians, the Cilicians, and Arabians are accustomed to
regulate many of their affairs by the omens which they derive from birds. And
the Umbrians do the same, according to report. It appears to me that the
different characteristics of divination have originated in the nature of the
localities themselves in which they have been cultivated. For as the Egyptians
and Babylonians, who reside in vast plains, where no mountains obstruct their
view of the entire hemisphere, have applied themselves principally to that kind
of divination called astrology, the Etrurians, on the other hand, because they,
as men more devoted to the rites of religion, were used to sacrifice victims
with more zeal and frequency, have espe cially applied themselves to the
examination of the entrails of animals; and as, from the character of their
climate and the denseness of their atmosphere, they are accustomed to witness
many meteorological phenomena, and because for the same reason many singular
prodigies take place among them, arising alike from heaven or from earth, and
even from the concep tions or offspring of men or cattle, they have become won
derfully skilful in the interpretation of such curiosities, the force of which,
as you often say, is clearly declared by the very names given to them by our
ancestors, for because they point out (ostendunt}, portend, show (monstrant),
and predict, they are called ostents, portents, monsters, and prodigies. Again,
the Arabians, the Phrygians, and Cilicians, because they rear large herds of
cattle, and, both in summer and winter, traverse the plains and mountainous
districts, have on that account taken especial notice of the songs and flight
of birds. The Pisidians, and in our country the Umbrians, have applied
themselves to the same art for the same reason. The whole nation of the
Carians, and most especially the Telmessians, who reside in the most productive
and fertile plains, in which the exuberance of nature gives birth to many
extraordinary productions, have been very careful in the observation of
prodigies. But who can shut his eyes to the fact that in every well constituted
state auspices, and other kinds of divination, have been much esteemed? What
monarch or what people has ever neglected to make use of them in the trans
actions of peace, and still more especially in time of war, when the safety or
welfare of the commonwealth is implicated in a greater degree? I do not speak
merely of our own countrymen, who have never undertaken any martial enter prise
without inspection of the entrails, and who never con duct the affairs of the
city without consulting the auspices, I rather allude to foreign nations. The
Athenians, for ex ample, always consulted certain divining priests, (whom they
called yaavrei?,) when they convoked their public assemblies. The Spartans
always appointed an augur as the assessor of their king, and also they ordained
that an augur should be present at the council of their Elders, which was the
name they gave to their public council; and in every important transaction they
invariably consulted the oracle of Apollo at Delphi, or that of Jupiter
Harnmon, or that of Dodona. Lycurgus, who formed the Lacedaemonian
commonwealth, desired that his code of laws should receive confirmation from
the authority of Apollo at Delphi; and when Lysander sought to change them, the
same authority forbade his innovations. Moreovei', the Spartan magistrates, not
content with a careful superintendence of the state affairs, went occasionally
to spend a night in the temple of Pasiphae, which is in the country in the
neighbourhood of their city, for the sake of dreaming there, because they
considered the oracles received in sleep to be true. But I return to the
divination of the Eomans. How often has our senate enjoined the decemvirs to
consult the books of the Sibyls! For instance, when two suns had been seen, or
when three moons had appeared, and when flames of fire were noticed in the sky;
or on that other occasion, when the sun was beheld in the night, when noises
were heard in the sky, and the heaven itself seemed to burst open, and strange
globes were remarked in it. Again, information was laid before the senate, that
a portion of the territory of Privernum had been swallowed up, and that the
land had sunk down to an incredible depth, and that Apulia had been convulsed
by terrific earthquakes; which portentous events announced to the Romans
terrible wars and disastrous seditions. On all these occasions the diviners and
their auspices were in perfect accordance with the prophetic verses of the
Sibyl. Again, when the statue of Apollo at Cuma was covered with a miraculous
sweat, and that of Victory was found in the same condition at Capua, and when
the hermaphrodite was born, were not these things significant of horrible dis
asters? Or again, when the Tiber was discoloured writh blood, or when, as has
often happened, showers of stones, or sometimes of blood, or of mud, or of
milk, have fallen, when the thunder bolt fell on the Centaur of the Capitol,
and struck the gates of Mount Aventine, and slew some of the inhabitants; or
again, when it struck the temple of Castor and Pollux at Tusculum, and the
temple of Piety at Rome, did not the soothsayers in reply announce the events
which subsequently took place, and were not similar predictions found in the
Sibylline volumes'? How often has the senate commanded the decemvirs to consult
the Sibylline books! In what important affairs, and how often has it not been
guided wholly by the answers of the soothsayers! In the Marsic war, not long
ago, the temple of Juno the Protectress was restored by the senate, which was
excited to this holy act by a dream of Csccilia, the daughter of Quintus
Metellus. But after Sisenna, who men tions this dream, had related the
wonderful correspondence of the event with the prediction, he nevertheless
(being influ enced, I suppose, by some Epicurean) proceeded to argue that
dreams should never be trusted: however, he states nothing against the credit
of the prodigies wrhich took place, and which he reports, at the beginning of
the Marsic war1, when the images of the gods were seen to sweat, and blood
flowed in the streams, and the heavens opened, and voices were heard from
secret places, which foretold the dangers of the combat; and at Lanuvium the
sacred bucklers were found to have been gnawed by mice, which appeared to the
augurs the worst presage of all. Shall I add further what we read recorded in
our annals, thnt in the war against the Veientes, when the Alban lake had risen
enormously, one of their most distinguished nobles came over to us and said,
that it \vas predicted in the sacred books concerning the destinies of the
Veientes, which they had in their own possession, that their city could never
be captured while the lake remained full; and that if, when the lake was
opened, its waters were allowed to run into the sea, the .Romans would suffer
loss, if, on the contrary, they were so drawn off that they did not reach the
sea, then we should have good success? And from this circumstance arose the
series of immense labours, subsequently undertaken by our ancestors in
conducting away the waters of the Alban lake. But when the Veientes, being
weary of war, sent ambassadors to the Roman senate, one of them exclaimed that
that de serter had not ventured to tell them all he knew, for that in those
same sacred books it was predicted that Rome should soon be ravaged by the
Gauls, an event which happened six years after the city of Veii surrendered.
The cry of the fauns, too, has often been heard in battle; and prophetic voices
have often sounded from secret places in periods of trouble ; of which, among
others, we have two notable examples, for shortly before the capture of Rome a
voice was heard which proceeded from the grove of Vesta, which skirts the new
road at the foot of the Palatine Hill, exhorting the citizens to repair the
walls and gates, for that if they were not taken care of the city would be
taken. The injunction was neglected till it was too late, and it after wards
was awfully confirmed by the fact. After the disaster had occurred, our
citizens erected an altar to Aius the Speaker, which we may still see carefully
fenced round, opposite the spot where the warning was uttered. Many authors
have reported that once, after a great earthquake had happened, they heard a
voice from the temple of Juno, commanding that expiation should be made by the
sacrifice of a pregnant sow, and hence it was afterwards called the temple of
Juno the Admonitress. Shall we then despise these oracular inti mations, which
the Gods themselves vouchsafed us, and which our ancestors have confirmed by
their testimony? The Pythagoreans had not only high reverence for the voice of
the Gods, but they likewise respected the warnings of men (hominum), which they
call omina. And our ancestors were persuaded that much virtue resides in
certain words, and therefore prefaced their various enterprises with certain
auspicious phrases, such as, May good and prosperous and happy fortune attend.
They commenced all the public ceremonies of religion with these words, Keep
silence; and when they announced any holidays, they commanded that all lawsuits
and quarrels should be suspended. Likewise, wheu the chief who forms a colony
makes a lustration and review of it, or when a general musters an arm, or a
censor the people, they always choose those who have lucky names to prepare the
sacrifices. The consuls in their military enrol ments likewise take care that
the first soldier enrolled shall be one with a fortunate name; and you know
that you your self were very attentive to these ceremonial observances when you
were consul and imperator. Our ancestors have likewise enjoined that the name
of the tribe which had the precedence should be regarded as the presage of a
legitimate assembly of the Comitia. And of presages of this kind I can relate
to you several celebi'ated examples. Under the second consulship of Lucius
Paulus, when the charge of making war against the king Perses had been allotted
to him, it happened that on the evening of that very same day, when he returned
home and kissed his little daughter Tertia, he noticed that she was very
sorrowful. What is the matter, my Tertia, said he, why are you so sad? My
father, replied she, Perses has perished. Upon which he caught her in his arms,
and caressing her, exclaimed, I embrace the omen, my daughter. But the real
truth was, that her dog, who happened to be called Perses, had died. I have
heard Lucius Flaccus, a priest of Mars, say, that Csecilia, the daughter of
Metellus, intending to make a matri monial engagement for her sister's daughter,
went to a certain temple, in order to procure an omen, according to the ancient
custom. Here the maiden stood, and Ctecilia sat for a long time without hearing
any sound, till the girl, who grew tired of standing, begged her aunt to allow
her to occupy her seat for a short period, in order to rest herself. Csecilia
replied, Yes, my child, I willingly resign my seat to you. And this reply of
hers was an omen, confirmed by the event, for Ceecilia died soon after, and her
niece married her aunt's husband. I know that men may despise such stories, or
even laugh at them, but such conduct amounts to a disbelief in the existence of
the Gods themselves, and to a contempt of their revealed will. Why need I speak
of the augurs 1 that part of the qxiestion concerns you. The defence of the
auguries, I say, belongs peculiarly to you. When you were a consul, Publius
Claudius, who was one of the augurs, announced to you, when the augury of the
Goddess Salus was doubted, that a disas trous domestic and civil war would take
place, which happened a few months afterwards, but was suppressed by your exer
tions in still fewer days. And I highly approve of this augur, who alone for a
long period remained constant to the study of divination, without making a
parade of his auguries, while his colleagues and yours persisted in laughing at
him, sometimes terming him an augur of Pisidia or Sora by way of ridicule.
Those who assert that neither auguries nor auspices can give us any insight
into or foreknowledge of the future, say that they are mere superstitious
practices, wisely invented to impose on the ignorant; which, however, is far
from being the case: for our pastoral ancestors under ROMOLO are not, nor
indeed is ROMOLO himself, so crafty and cunning as to in vent religious impositions
for the purpose of deceiving the mul titude. But the difficulty of acquiring a
thorough knowledge of the auspices renders many who are indifferent to them
eloquent in their disparagement, for they would rather deny that there is
anything in the auspices than take the pains of studying what there really is.
What can be more divine than that prediction, which you cite in your poem of
Marius, that I may quote your owrn authority in favour of my argument? Jove's
eagle, wounded by a serpent's bite, In his strong talons caught the writhing
snake, And with his goring beak tortured his foe And slaked his vengeance in
his blood. At last He let, the venomous reptile from on high Fall in the
whelming flood, then wing'd his flight To the far east. Marius beheld, and
mark'd The augury divine, and inly smiled To view the presage of his coming
fame; Meanwhile the thunder sounded on the left, And thus confirm'd the omen.
Moreover, the augurial system of Romulus was a pastoral rather than a civic
institution. Nor was it framed to suit the opinions of the ignorant, but
derived from men of approved skill, and so handed down to posterity by
tradition. Therefore Romulus was himself an augur as well as his brother Remus,
if we may trust the authority of Ennius. Both wish'd to reign, arid both agreed
to abide The fair decision of the augury Here Remus sat alone, and watch 'd for
signs Of fav'ring omen, while fair Eomulus On the Aventine summit raised his
eyes To see what lofty flying birds should pass. A goodly contest which should
rule, and which With his own name should stamp the future city. Now like
spectators in the circus, till The consul's signal looses from the goal The
eager chariots, so the obedient crowd Awaited the strife's victor and their
king. The golden sun departed into night, And the pale moon shone with
reflected ray, When on the left a joyful bird appear'd, And golden Sol brought
back the radiant day. Twelve holy forms of Jove-directed birds Wing'd their
propitious flight. Great Romulus The omen hail'd, for now to him was given The
power to found and name th eternal city. Now, however, let us return to the
original point from which we have been digressing. Though I cannot give you a
reason for all these separate facts, and can only distinctly assert that those
things which I have spoken of did really happen, yet have I not sufficiently
answered Epicurus and Carneades by proving the facts themselves'? Why may I not
admit, that though it may be easy to find principles on which to explain
artificial presages, the subject of divine intimations is more obscure? for the
presages which we deduce from an examination of a victim's entrailsfrom thunder
and lightning, from prodigies, and from the stars, are founded on the accurate
observation of many centuries. Now it is certain, that a long course of careful
observation, thus carefully conducted for a series of ages, usually brings with
it an incredible accuracy of knowledge; and this can exist even without the
inspiration of the Gods, when it has been once ascertained by constant obser
vation what follows after each omen, and what is indicated by each prodigy. The
other kind of divination is natural, as I have said before, and may by physical
subtlety of reasoning appeal- referable to the nature of the Gods, from which,
as the wisest men acknowledge, we derive and enjoy the energies of our souls;
and as everything is filled and pervaded by a divine intelligence and eternal
sense, it follows of necessity that the soul of man must be influenced by its
kindred wTith the soul of the Deity. But when we are not asleep, our faculties
are employed on the necessary affairs of life, and so are hindered from
communication with the Deity by the bondage of the body. There are, however, a
small number of persons, who, as it were, detach their souls from the body, and
addict themselves, with the utmost anxiety and diligence, to the study of the
nature of the Gods. The presentiments of men like these are derived not from
divine inspiration, but from human reason ; for from a contemplation of nature,
they anticipate things to come, as deluges of water, and the future
deflagration, at some time or other, of heaven and earth. There are others who,
being concerned in the government of states, as we have heard of the Athenian
Solon, foresee the rise of new tyrannies. Such we usually term prudent men ;
like Thales the Milesian, who, wishing to convict his slanderers, and to show
that even a philosopher could make money, if he should be so inclined, bought
up all the olive-trees in Miletus before they were in flower; for he had
probably, by some knowledge of his own, calculated that there would be a heavy
crop of olives. And Thales is said to have been the first man by whom an
eclipse of the sun was ever predicted, which happened under the reign of
Astyages. Physicians, pilots, and husbandmen have likewise pre sentiments of
many events : but I do not choose to call this divination ; as neither do I
call that warning which was given by the natural philosopher Anaximander to the
Lacedae monians, when he forewarned them to quit their city and their homes,
and to spend the whole night in arms on the plain, because he foresaw the
approach of a great earthquake, which took place that very night, and
demolished the whole town; and even the lower part of Mount Taygetus was torn
away from the rest, like the stern of a ship might be. In the same way, it is
not so much as a diviner, as a natural philosopher that we should esteem
Pherecydes, the master of Pythagoras who, when he beheld the water exhausted in
a running spring, predicted that an earthquake was nigh at hand. The mind of
man, however, never exerts the power of natural divination, unless when it is
so free and disengaged as to be wholly disentangled from the body, as happens
ia the case of prophets and sleepers. Therefore, as I have said before,
Diceearchus and our friend Cratippus approve of these two sorts of divination,
as long as it is understood that, inasmuch as they proceed from nature, though
they may be the highest, they are not the only kind. But if they deny that
there is any force in observation, then by such denial they exclude many things
which are connected with the common experience and institutions of mankind.
However, since they grant us some, and those not insignifi cant things, namely,
prophecies and dreams, there is no reason why we should consider these as very
formidable antagonists, especially when there are some who deny the existence
of divination altogether. Those, therefore, whose minds, as it were, despising
their bodies, fly forth, and wander freely through the universe, being inspired
and influenced by a certain divine ardour, doubtless perceive those things
which those who prophecy predict. And spirits like these are excited by many
influ ences that have no connexion with the body, as those which are excited by
certain intonations of voice, and by Phrygian melodies, or by the silence of
groves and forests, or the murmur of torrents, or the roar of the sea. Such are
the minds which are susceptible of ecstasies, and which long beforehand foresee
the events of futurity; to which the following lines refer: Ah, see you not the
vengeance apt to come, Because a mortal has presumed to judge Between three
rival goddesses'? he's doom'd To fall a victim to the Spartan dame, More dreadful
than all furies. Many things have in the same way been predicted by pro phets,
and not only in ordinary language, but also In verses which the fauns of olden
times And white-hair'd prophets chanted. It was thus that the diviners; Marcius
and Publicius, are said to have sung their predictions. The mysterious
responses of Apollo were of the same nature. I believe also that there were
certain exhalations of certain earths, by which gifted minds were inspired to
utter oracles. These, then, are the views which we must entertain of prophets.
Divinations by dreams are of a similar order, because presentiments which
happen to diviners when awake, happen to ourselves during sleep. For in sleep
the soul is vigorous, and free from the senses, and the obstruction of the
cares of the body, which lies prostrate and deathlike; and, since the soul has
lived from all eternity, and is engaged with spirits innumerable, it therefore
beholds all things in the universe, if it only preserves a watchful attitude,
unencumbered by excess of food or drinking, so that the mind is awake during
the slumber of the body, this is the divination of dreamers. Here, then, comes
in an important, and far from natural, but a very artificial interpretation of
dreams by Antiphon: and he interprets oracles and prophecies in the same way;
for there are explainers of these things just as grammarians are expounders of
poets. For, as it would have been in vain for nature to have produced gold,
silver, iron, and copper, if she had not taught us the means of extracting them
from her bosom for our use and benefit; and as it would have been in vain for
her to have bestowed seeds and fruits upon men, if she had not taught them to
distinguish and cultivate them, for what use would any materials whatsoever be
to us, if we had no means of working them up? thus with every useful thing
which the Gods have bestowed on us, they have vouchsafed us the sagacity by
which its utility may be appre ciated; and so, because in dreams, oracles, and
prophecies there are many things necessarily obscure and ambiguous, some have
received the gift of interpretation of them. But by what means prophets and
sleepers behold those things, which do not at the time exist in sensible
reality, is a great question. But when we have once cleared up those points
which ought to be investigated first, then the other subjects of our
examination will be easier. For the discussion about the Nature of the Gods,
which you have so clearly ex plained in your second book on that subject,
embraces the whole question; for if we grant that there are Gods, and that
their providence governs the universe, and that they consult for the best
management of all human affairs, and that not only in general, but in
particular, if we grant this, which indeed appears to me to be undeniable, then
we must hold it as a necessary consequence that these Gods have bestowed on men
the signs and indications of futurity. The mode, however, by which the Gods
endue us with the gift and power of divination requires some notice. The Porch
will not allow that the Deity can be in terested in each cleft in entrails, or
in the chirping of birds. They affirm that such interference is altogether
indecorous unworthy of the majesty of the Gods, and an incredible im
possibility. They maintain that from the beginning of the world it has been
ordained that certain signs must needs precede certain events, some of which
are drawn from the entrails of animals, some from the note and flight of birds,
some from the sight of lightning, some from prodigies, some from stars, some
from visions of dreamers, and some from exclamations of men in frenzy: and
those who have a clear perception of these things are not often deceived. Bad
con jectures and incorrect interpretations are false, not because of any imposture
in the signs themselves, but because of the ignorance of their expounders. It
being, therefore, granted and conceded that there exists a certain divine
energy, by which human life is supported and surrounded, it is not hard to
conceive how all that hap pens to men may happen by the direction of heaven;
for this divine and sentient energy, which expands throughout the universe, may
select a victim for sacrifice, and may, by exterior agency, effect any change
in the condition of its entrails at the period of its immolation: so that any
given characteristic may be found excessive or defective in the animal's body.
For by very trifling exertions nature can alter, or new-model, or diminish many
things. And the prodigies which happened a little before Caesar's death are of
great weight in preventing iis from doubting this, when on that very day on
which he first sat on the golden throne and went forth clad in a purple robe,
when he was sacrificing, no heart was found in the intestines of the fat ox. Do
you then suppose that any warm-blooded animal, unless by divine interference,
can live an instant without a heart 1 He was himself surprised at the novelty
of the phenomenon; on which Spuriuna observed that he had reason to fear that
he would lose both sense and life, since both of these proceed from the heart.
The next day the liver of the victim was found defective in the upper
extremity. Doubtless the im mortal Gods vouchsafed Ceesar these signs to
apprize him of his approaching death, though not to enable him to guard against
it. When, therefore, we cannot discover in the entrails of the victim those
organs without which the animal cannot live, we must necessarily suppose that
they have been annihilated by a superintending Providence at the very instant
that the sacrifice is offered. And the same divine influence may likewise be
the cause why birds fly in different directions on different occa sions, why
they hide themselves sometimes in one place and sometimes in anothei', and why
they sing on the right hand or on the left. For if every animal according to
its own will can direct the motions of its body, so as to stoop, to look on one
side, or to look up, and can bend, twist, contract, or extend its limbs as it
pleases, and does those things almost before think ing of doing them, how much
more easy is it for a God to do so, whose deity governs and regulates all
things. It is the Deity, too, which presents various signs to us, many of which
history has recorded for us; as for instance, we find it stated that if the
moon was eclipsed a little before sunrise in the sign of Leo, it was a sign
that Darius should be slain and the Persians be defeated by Alexander and the
Macedonians. And if a girl was born with two heads, it was a sign that there
was to be a sedition among the people and corruption and adultery at home. If a
woman should dream that she was delivered of a lion, the country in which such
an occurrence took place would soon be subjected to foreign domination. Of the
same kind is the fact mentioned by Herodotus, that the son of Croesus spoke,
though the gift of speech was by nature denied him; which prodigy was au
indication that his father's kingdom and family would be utterly destroyed. And
all our histories relate that the head of Servius Tullius while sleeping
appeared to be on fire, which was a sign of the extraordinary events which
followed. As, therefore, a man who falls asleep while his mind is full of pure
meditations, and all circumstances around him adapted to tranquillity, will
experience in his dreams true and certain presentiments; so also the chaste and
pure mind of a waking man is better suited to the observation of the course of
the stars, or the flight of birds, and the intima tions of the truth to be
collected from entrails. And connected with this principle is the tradition
which we have received concerning Socrates, which is often affirmed by himself
in the books of his disciples that he possessed a certain divinity, which he
called a demon, and to which he was always obedient, a genius which never com
pelled him to action, but often deterred him from it. The same Socrates (and
where can we find a better authority?) being consulted by Xenophon, whether he
should follow Cyrus to the wars, gave him his counsel, and then added these
words, The advice I give you is merely human: in such obscure and uncertain
cases, it is best to consult the oracle of Apollo, to whom the Athenians have
always pub licly appealed in questions of importance. It is likewise written of
Socrates, that having once seen his friend Crito with his eye bandaged, and
having asked him what was the matter with it, he received for answer, that as
he was walking in the fields, a branch of a tree he had attempted to bend
sprang back, and hit him in the eye. Upon this, Socrates replied, This is the
consequence of your not having obeyed me when I recalled you, following the
divine presentiment, according to my custom. Another remarkable story is told
of Socrates. After the battle in which the Athenians were defeated at Delium,
under the command of Laches, he was obliged to fly with that unfortunate
general. At length reaching a spot where three ways met, he refused to pursue
the same track as the rest. When they inquired the cause of his behaviour, he
said that he was restrained by a God. The others, who left Socrates, fell in
with the enemy's cavalry. Antipater has collected many other instances of the
admi rable divination of Socrates, which I omit, for they are quite familiar to
you, and I need not further enumerate them. I cannot, however, avoid mentioning
one fact in the history of this philosopher, which strikes me as magnificent,
and almost divine; namely, that when he had been condemned by the sentence of
impious men, he said, he was prepared to die with the most perfect equanimity;
because the God within him had not suffered him to be afflicted with any idea
of o2 impending evil, either when he left his home, or when he appeared before
the court. I think, therefore, that true divination exists, although those men
are often deceived who appear to proceed on con jecture, or on artificial
rule?. For men are fallible in all arts, and we cannot suppose tliey are
infallible here. It may happen that some sign, which has an AMBIGUOUS
SIGNIFICATION, is received in a certain one. It may happen that some par
ticular has escaped the notice of the inquirer, or is purposely concealed by
him, because opposed to his interest. I should, however, consider my plea for
divination suffi ciently established, if only a few well-authenticated cases of
presentiment and prophecies could be discovered; whereas, in truth, there are
many. I will even declare without hesi tation, that a single instance of
presage and prediction, all the points of which are borne out by subsequent
events and that definitely and regularly, not casually and fortuitously would
suffice to compel an admission of the reality of divi nation from all
reasonable minds. It appears to me, moreover, that we should refer all the
virtue and power of divination to the Divinity, as Posi- donius has done, as
before observed; in the next place to Fate, and afterwards to the nature of
things. For reason compels us to admit that by Fate all things take place. By
Fate I mean that which the Greeks call ei/mp^e'i'^, that is, a certain order
and series of causes for cause linked to caiise produces all things : and in
this connexion of cause consists the constant truth which flows through all
eternity. From whence it follows that nothing happens which is not pre destined
to happen; and in the same way nothing is predes tined to happen, the nature of
which does not contain the efficient causes of its happening. From which it
must be understood that fate is not a mere superstitious imagination, but is
what is called, in the lan guage of natural philosophy, the eternal cause of
things; the cause why past things have happened, why present things do happen,
and why future things will happen. And thus we are taught by exact observation,
what consequences are usually produced, by what causes, though not invariably..
And thus the causes of future events may truly be discerned by those who behold
them in states of ecstasy or quiet. Since, then, all things happen by a certain
fate, (as will be shown in another place.) if any man could exist who could
comprehend this succession of causes in his intellectual view, such a man would
be infallible. For being in possession of a knowledge of the causes of all
events, he would neces sarily foresee how and when all events would take place.
But as no being except the Deity alone can do this, man can attain no more than
a kind of presentiment of futurity, by observing the events which are the usual
consequences of certain signs. For those events that are to happen in future do
not start into existence on a sudden. But the regular course of time resembles
the untwisting of a cable, producing nothing absolutely new, but all things in
a grand concatena tion or series of repetitions. And this has been observed by
those who possess the gift of natural divination, and by those who study the
regular successions of certain things. For though they do not always apprehend
the causes, yet they clearly discern the signs and marks of the causes. And by
diligently investi gating and committing to memory all such signs, and the
traditions of our ancestors concerning them, they produce an elaborate system
of that divination which is termed technical respecting the entrails of
victims, thunder and lightning, prodigies, and celestial phenomena. We must
not, therefore, be astonished that those who addict themselves to divination
foresee many events which have no place of existence. For all things do even
now exist, though they are removed in point of time. And as the vital embryo of
all vegetation exists in seeds, from which they afterwards germinate, so are
all things even now hidden in their causes, and perceived as hereafter to
happen by the mind when it is thrown into an ecstasy, or relaxed in sleep, and
cool reason and calculation is often granted a presenti ment of them. And as
the astrologers who watch the risings, settings, and various courses of the
sun, moon, and other stars, can predict long before all their revolutions and
phenomena; so those who have noted the series and conse quence of events, with
constant and indefatigable atten tion, during a very long period, do generally,
or (if that is too difficult) at least occasionally, foresee with certainty the
things that are to come to pass. Such are some of the arguments derived from
the nature of fate, by which the reality of divination may be proved. Another
powerful plea in favour of divination, may be drawn from Nature herself, which
teaches us how great is the energy of the mind when abstracted from the bodily
senses, as it is most especially in ecstasy and sleep. For even as the Gods
know what passes in our minds without the aid of eyes, ears or tongues, (on
which divine omniscience is founded the feeling of men, that when they wish in
silence for, or offer up a prayer for anything, the Gods hear them,) so when
the soul of man is disengaged from corporeal impe diments, and set at freedom,
either from being relaxed in sleep, or in a state of mental excitement, it
beholds those wonders which, when entangled beneath the veil of the flesh, it
is unable to see. It may be difficult, perhaps, to connect this piinciple of
nature with that kind of divination which we have stated to result from study
and art. Posidonius, however, thinks that there are in nature certain signs and
symbols of future events. We are informed that the inhabitants of Cea, according
to the report of Heraclides of Pontus, are accus tomed carefully to observe the
circumstances attending the rising of the Dog Star, in order to know the
character of the ensuing season, and how far it will prove salubrious or
pestilential. For if the star rose with an obscure and dim appearance, it
proved that the atmosphere was gross and foggy, and its respiration would be
heavy and unwhole some. But if it appeared bright and lucid, then that was a
sign that the air was light and pure, and therefore healthful. Democritus
believed that the ancients had wisely enjoined the inspection of the entrails
of animals which had been sacrificed, because by their condition and colour it
is possible to determine the salubrity or pestilential state of the atmo sphere,
and sometimes even what is likely to be the fertility or sterility of the
earth. And if careful observation and practice recognise these rules as
proceeding from nature, then every day might bring us many examples which might
deserve notice and remark; so that the natural philosopher whom Pacuvius
introduces in his Chryses, seems to me very ignorant of the nature of things,
wlien he says, All those who understand the speech of birds And hearts of
victims better than their own, May be just listen'd to, but not obey'd. Why
should he make such a remark here, when a little after he speaks thus plainly
in a contrary sense 1 Whatever God may be, 'tis he who forms, Preserves and
nurtures all. Unto himself Ho back absorbs all beings, evermore The universal
Sire, at once the source And end of nature. Why, then, since the universe is
the sole and common home of all creatures, and since the minds of men always
have existed, and will exist, why, I say, should they not be able to perceive
the consequences, and what is the result indicated by each sign, and what
events each sign foreshows r( These are the arguments which I had to bring
forward on the subject of divination. For the rest, I in nowise believe in
those who predict by lots, or those who tell fortunes for the sake of gain, nor
those necromancers who evoke the manes, whom your friend Appius consulted. Of
little service are the Morsian prophet, The Haruspi of the village, the
astrologer Of the throng'd circus, or the priest of Isis, Or the imposturous
interpreter Of dreams. All these are but false conjurors, Who have no skill to
read futurity, They are but hypocrites, urged on by hunger ; Ignorant of
themselves, they would teach others, To whom they promise boundless wealth, and
beg A penny in return, paid in advance. Such is the style in which Ennius
speaks of those pre tenders of divination; and a few verses before, he lias
affirmed that though the Gods exist, they take no care of the human race. I am
of a contrary opinion, and approve 01 divination, because I believe that the
Gods do watch over men, and admonish them, and presignify many things to them,
all levity, vanity, and malice being excluded. And when Quintus had said this,
You are, indeed, said I, admirably prepared. When I have been considering, as I
frequentlj7 have, vnth deep and prolonged cogitation, by what means I might
serve as many persons as possible, so as never to cease from doing service to
my country, no better method has occurred to me than that of instructing my
fellow-citizens in the noblest arts. And this I natter myself thai I have
already in some degree effected in the numerous works which I have written. In
the treatise which I have entitled Hortensius, I have earnestly recommended
them to the study of philoso phy; and in the four books of Academic Questions,
I have laid open that species of philosophy which I think the least arrogant,
and at the same time the most consistent and elegant. Again, as the foundation
of all philosophy is the knowledge of the chief good and evil which we should
seek or shun, I have thoroughly discussed these topics in five books, in order
to explain the different arguments and objections of the various schools in
relation thereto.1 In five other books of Tusculan Questions, I have explained
what most conduces to render life happy. In the first, I treat of the contempt
of death ; in the second, of the endurance of pain and sorrow ; in the third,
of mitigating melancholy; in the fourth, of the other perturbations of the
mind; and in the fifth, I elaborate that most glorious of all philosophic
doctrines the all-sufficiency of virtue ; and prove that virtue can secure our
perpetual bliss without foreign appliances and assistances. When these works
were completed, I wrote three books on the Nature of the Gods. I have discussed
all the different bearings and topics of that subject, and now I proceed in the
composition of a treatise on Divination, in order to give 1 He is here
referring to the treatise De Finibus. that subject the amplest development. And
if, when this is finished, I add another on Fate, I shall have abundantly
examined the whole of that question. To this catalogue of my writings, I must
likewise add my six books on the Republic, which I composed when I was
directing the government of the State. A grand subject, indeed, and peculiarly
connected with philosophy, and one which has been richly elaborated by Plato,
Aristotle, Theo- phrastus, and the whole tribe of the Peripatetics. I must not
forget to mention my Essay on Consolation, which afforded me myself no
inconsiderable comfort, and will, I trust, be of some benefit to others.
Besides this, I lately wrote a work on Old Age, which I addressed to Atticus ;
and since it is owing to philosophy that our friend Cato is the good and brave
man that he is, he is well entitled to an honourable place in the list of my
writings. Moreover, as Aristotle and Theophrastus, two authors emi nently
distinguished both for the penetration and fertility of their genius, have
united with their philosophy precepts like wise for eloquence, so I think that
I too may class among my philosophical writings my treatise on the Oratorical
Art. So there are three books on Oratory, a fourth Essay entitled Brutus, and a
fifth named the Orator. Such are the works I have already written, and I am
girding myself up to what remains, with the desire (if I am not hindered by
weightier business) of leaving no philosophical topic otherwise than fully
explained and illustrated in the Latin language. For what greater or better
service can we render to our country, than by thus educating and instructing
the rising generation, especially in times like these, and in the present state
of morality, when society has fallen into such disorders as to require every
one to use his best exertions to check and restrain it? Not that I expect to
succeed (for that, indeed, cannot be even hoped) in winning all the young to
the study of philo sophy. I shall be glad to gain even a few, the fruits of
whose industry may have an extended effect on the republic. Indeed, I already
begin to gather some fruit of my labour, from those of more advanced years, who
are pleased with my various books. By their eagerness for reading what I write,
my ambition for writing is from day to day more vehemently excited. And indeed
such individuals are far more numerous than I could have imagined. A
magnificent thing- it will be, and glorious indeed for the Romans, when they
shall no longer find it necessary to resort to the Greeks for philosophical
literature. And this desideratum I shall cer tainly effect for them, if I do
but succeed in accomplishing my design. To the undertaking of explaining
philosophy I was origi nally prompted by disastrous circumstances of the state.
For during the civil wars I could not defend the common wealth by professional
exertions; while at the same time I could not remain inactive. And yet I could
not find anything worthy of myself for me to undertake. My fellow-citizens,
therefore, will pardon me, or rather will thank me; because when Rome had
become the property of one man. I neither concealed myself, nor deserted them,
nor yielded to grief, nor conducted myself like a politician indignant at
either an individual or the times, nor played the part of a flatterer of, or
courtier to, the power of another, so as to be ashamed of myself. For from
Plato and philosophy I had learnt this lesson, that certain revolutions are
natural to all republics, which alternately come under the power of monarchs,
and democracies, and aiistocracies. And when this fate had befallen our own
Commonwealth, then, being deprived of my customary employments, I applied
myself anew to the study of philosophy, doing so both to alleviate my own
sorrow for the calamities of the state, and also in the hope of serving my
fellow-countrymen by rny writings. And thus in my books I continued to plead
and to harangue, and took the same care to advance the interests of philosophy
as I had before to promote the cause of the Republic. Now, however, since I am
again engaged in the affairs of government, I must devote my attention to the
state, or I should rather say, all my labours and cares must be occupied about
that ; and I shall only be able to give to philosophy whatever little leisure I
can steal from public business and public employments. Of these matters,
however, I shall find a better occasion to speak; let me now return to the
subject of divination. For when my brother Quintus had concluded his arguments
on the subject of divination, con tained in the preceding book, and we had
walked enough to satisfy us, we sat down in my library, which, as I before
noticed, is in my Lyceum. Then I said, Quintus, you have defended the doctrine
of the Stoics, respecting divination, with great accuracy, and on the strictest
Stoical principles. And what particularly pleased me was, that you supported
your cause chiefly by authorities, and those, too, of great force and dignity,
borrowed from our own countrymen. It is now my part to notice what you have
advanced. But I shall do so without offering anything absolutely on one side or
the other, examining all your argu ments, often expressing doubts and
distrusting myself. For if I assumed anything I could say on this subject as
certain, I should play the part of a diviner even while denying divination. I
am, no doubt, greatly influenced by that preliminary question which Carneades
used to raise, namely, What is the subject matter of divination 1 Is it things
perceived by the senses, or not 1 Such things we see, or hear, or taste, or
smell, or touch. Is there, then, among such, anything which we perceive more by
some foreseeing power, or agitation of the mind, than through nature herself]
Or could a diviner, if he were blind as Tiresias, somehow or other distinguish
between white and black 1 or if he were deaf, could he distinguish between the
articulations and modulations of voices? Divi nation, therefore, cannot be
applied to those objects which come under the cognisance of the senses. Nor is
it of much use, even in matters of art and science. In medicine for instance,
if a person is sick we do not call in the diviner or the conjuror, but the
physician ; and in music, if we wish to learn the flute or the harp, we do not
take lessons from the soothsayer, but from the musician. It is the same in
literature, and in all those sciences which are matters of education and
discipline. Do you think that those who addict themselves to the art of
divination can thereby inform us whether the sun is larger than the earth or of
the same size as it appears, or whether the moon shines by her own light or by
a radiance borrowed from the sun, or what are the laws of motion obeyed by
these orbs, or by those other five stars which are termed the planets [None of
those who pass for diviners pretend to be able to instruct mankind in these
matters, nor can they prove the truth or falsehood of the problems of geometry.
Such mat ters belong to the mathematician, not to conjurors. And in those
questions which are agitated in moral philosophy, is there any one with respect
to which any diviner ever gives an answer, or is ever consulted as to what is
good, bad, or indifferent? For such topics properly belong to philosophers. As
to duties, who ever consulted a diviner how to regulate his behaviour to his
parents, his brethren, or his friends 1 or in what light he should regard
wealth, and honour, and authority? These things are referred to sages, not
diviners. Again, as to the subjects which belong to dialecticians, or natural
philosophers. What diviner can tell whether there is one world or more than one
1 what are the principles of things from which all things derive their being1?
That is the science of the natural philosopher. Or who asks a diviner how to
solve the difficulty of a fallacy, or disentangle the perplexity of a sorites,
which we may render by the Latin word acervalem (an accumulation), though it is
unnecessary; for just as the word philosophy, and many other Grecian terms,
have become naturalized in our language, so this word sorites is already
sufficiently familiar among us. These subjects belong to the logician, not to
the diviner. Again, if the question be, which is the best form of govern ment,
what are the relative advantages or disadvantages of such and such laws and
moral regulations, should we dream of advising with a soothsayer from Etruria,
or with princes and chosen men experienced in political matters 1 Now, if
divination regards neither those things which are perceived by the senses, nor
those which are taught by art, nor those which are discussed by philosophy, nor
those which affect the politics of the state, I scarcely understand what can be
its object. It must either bear upon all topics, or else some particular one
must be allotted to it in which it may be exercised. Now common sense certifies
us that it does not bear on all topics, and we are at a loss to discover what
particular topic, or subject matter, it can embrace. It follows, therefore,
that divination does not exist. V. There is a common Greek proverb to this
effect : The wisest prophet 's he who guesses best. Will, then, a soothsayer
conjecture what sort of weather is coming better than a pilot? or will he
divine the character of an illness more acutely than a doctor? or the proper
way to carry on a war better than a general '? But I observe, 0 Quintus, that
you have pnidently dis tinguished the topics of divination from those matters
which lie within the sphere of art and skill, and from those which are
perceived by the observation of the senses, or by any system. You have denned
it thus: Divination is the pre sentiment and power of foretelling or predicting
those things which axe fortuitous. But, in the first place, you are only
arguing in a circle. For does not a pilot, or a physician, or a general foresee
the probabilities of things fortuitous as well as your diviner? Can, then, any
augur whatsoever, or sooth sayer, or diviner, conjecture better whether a
patient will escape from sickness, or a ship from peril, or the army from the
manoeuvres of the enemy, than a physician, or pilot, or general? But you said
that these matters did not belong to the diviner; but that men could foresee
impending winds or showers by certain signs ; and to confirm this argument, you
have cited certain verses of my translation of Ai-atus. And yet these
atmospheric phenomena are fortuitous ; for they only happen occasionally, and
not always. What, then, is this presentiment of things fortuitous, which you
call divina tion, and to what can it be applied? For those things of which we
can have a previous notion by some art or reason, you speak of as belonging not
to diviners, but to men of skill in them. Thus you have left divination nothing
but the power of predicting those fortuitous things which cannot be foreseen by
any art or any prudence. If, for example, any one had, many years before,
predicted that Marcus Marcellus, who was thrice consul, was to perish by a
shipwreck, he would, doubtless, have been a true diviner, because such a fact
could not have been foreseen by any other means than that of divination.
Divination, there fore, is a foreknowledge of events which depend on fortune.
But can there be a just presentiment of those things which do not admit of any
rational conjecture to explain why they will happen? For what do we mean when
we say a thing happens by chance, or fortune, or hazard, or accident, but that
something has happened or taken place wnich might never have happened or taken
place at all, or -which might have happened or taken place in a different
manner? Now how can that be fairly foreseen or predicted which thus takes place
by chance, and the mere caprice of fortune? It is by reason that the physician
foresees that a malady will increase, a pilot that a tempest will descend, and
a general that the enemy will make certain diversions. And yet these men, who
have generally good reasons on which their opinions respecting relative
probabilities are founded, are themselves often deceived. As when the
husbandman sees his olive-trees in blossom, he ventures to expect that they
will also bear fruit; nevertheless, he is sometimes mistaken. Now, if those who
never assert anything but from some probable conjecture founded on reason, are
often mistaken, what are we to think of the conjectures of those men who derive
their presages of futurity from the entrails of victims, or birds, or prodigies,
or oracles, or dreams. I have not as yet come to show how utterly null and vain
such signs are, as the cleft of a liver, the note of a crow, the flight of an
eagle, the shooting of a star, the voices of people in frenzy, lots and dreams,
of each of which I shall speak in its turn ; at present I dwell only on the
general argument. How can it be fore seen that anything will happen which has
neither any as signable cause, or mark, to show why it will happen The eclipses
of the sun and moon are predicted for a series of many years before they
happen, by those who make regular calculations of the courses and motions of
the stars. They only foretell that which the invariable order of natuie will
necessarily bring about. For they perceive that in the un- deviating course of
the moon's motions, she will arrive at a given period at a point opposite the
sun, and become so exactly under the shadow of the earth, which is the boundary
of night, that she must be eclipsed. They likewise know, that when the same
moon comes between the earth and the sun, the latter must appear eclipsed to
the eyes of men. They know in what sign each of the wandering stars will be at
a future pariod, and when each sign will rise and set on any specific day. So
that you know on what principles those men proceed who predict these things.
But what rational rule can guide those men who predict the discovery of a
treasure, or the accession to an estate 1 And by what series of cause and
effect are the approach of events of this kind indicated 1 If these events, and
others of the same kind, happen by any kind of neces sity, then what is there
that we can suppose to be brought about by chance or fortune For nothing is so
opposite to regularity and reason as this same fortune ; so that it seems to me
that God himself cannot foreknow absolutely those things which are to happen by
chance and fortune. For if he knows it. ilien it will certainly happen; and if
it will certainly happen, there is no chance in the matter. But there is
chance; therefore there is no such thing as a pre sentiment of the future. If,
however, you maintain that there is no such thing as fortune, and that all
things which happen, and which are about to happen, are determined by fate from
all eternity, then you must change your definition of divination, which you
have termed the presentiment of thing's fortuitous. For if nothing can happen,
or come to pass, or take place, unless it has been determined from all eternity
that it shall happen at a certain time what, chance can there be in anything 1
And if there is no such thing as chance, what becomes of your definition of
divination, which you have called a pre sentiment of fortuitous events'?
although you said that everything which happened, or which was about to happen,
depended on fate. [Nevertheless, a great deal is said on this subject of fate
by the Stoics. But of this elsewhere. To return to the question at issue. If
all things happen by fate, what is the use of divination. For that which he who
divines predicts, will truly come to pass ; so that I do not know what
character to affix to that circumstance of an eagle making our friend King
Deiotaris renounce his journey; when, if he had not turned back, he would have
slept in a chamber which fell down in the ensuing night, and have been crushed
to death in the ruins. For if his death had been decreed by fate, he could not
have avoided it by divination ; and if it was not decreed by fate, he could not
have experienced it. What, then, is the use of divination, or what reason is
there why I should be moved by lots, or entrails, or any kind of prediction 1
For if in the first Punic war it had beesettled by fate, that one of the Roman
fleets, commanded by the consuls Lucius Junius and Publius Clodius, should
perish by a tempest, and that the other should be defeated by the
Carthaginians, then even if the chickens had eaten ever so greedily, still the
fleets must have been lost. But if the fleets would not have perished, if the
auspices had been obeyed, then they were not destroyed by fate. But you say
that everything is owing to fate; therefore there is no such thing as
divination. If fate had determined, that in the second Punic war the army of
the Komans should be defeated near the lake Thra- simenus, then could this
event have been avoided, even if Flaminius the consul had been obedient to
those signs f and those auspices which forbade him to engage in battle'? Cer
tainly it might. Either, then, the army did not perish by fate for the fates
cannot be changed, or if it did perish by fate (as you are bound to assert),
then, even if Flaminius had obeyed the auspices, he must still have been
defeated. Where, then, is the divination of the Stoics 1 which is of no use to
us whatever to warn us to be more prudent, if all things happen by destiny. For
do what we will, that which is fated to happen, must happen. On the other hand,
what ever event may be averted is not fated. There is, there fore, no
divination, since this appertains to things which are certain to happen; and
nothing is certain to happen, which may by any means be frustrated. Moreover, I
do not even think that the knowledge of futurity would be useful to us. How
miserable would have been the life of King Priam if from his youth he could
have foreseen the calamities which awaited his old age! Let us, however, leave
alone fables, arid come to facts that are more near to us. I have recounted, in
my essay entitled Conso lation, the misfortunes which have happened to the
greatest men of our commonwealth. Omitting, therefore, the ancients, do you think
that it would have been any advantage to Marcus Crassus, when he was
flourishing with the amplest riches and gifts of fortune, to have foreknown
that he should behold his son Publius slain, his forces defeated, and lose his
own life beyond the Euphrates with ignominy and disgrace? Or do you think that
Pompey would have experienced much satisfaction in being thrice made consxil,
and having received three triumphs, and having attained the summit of glory by
his heroic actions, if he could have foreseen that he should be assassinated in
the deserts of Egypt after the defeat of his army, and that after his death
those disasters should happen which we cannot mention without tears? What do we
think of Caesar 1 Would it have been any pleasure to Caesar to have anticipated
by divination, that one day, in the midst of the throng of senators whom he
himself had elected, in the temple of Victory built by Pompey, and before that
general's statue, and before the eyes of so many of his own centurions, he
should be slain by the noblest citizens, some of whom were indebted to him for
their digni ties, aye, slain under such circumstances that not one of his
friends, or even of his servants, would venture to approach him? Could he have
foreseen all this, in what wretchedness would he have passed his life 1 It is,
therefore, certainly more advantageous for man to be ignorant of future evils
than to know them. For it cannot be said, at least not by the Stoics, that
Pornpey would not have taken up arms, nor Crassus passed the Euphrates, nor
Csesar engaged in the civil war, if they had foreseen the future; therefore the
end which they met with was not in evitably ordained by fate. For you insist
upon it that all things happen by fate, therefore divination would have availed
them nothing. It would even have deprived them of all enjoy ment in the earlier
part of their lives; for what gratification could they have enjoyed if they had
been always thinking of their end I Therefore, to whatever argument the Stoics
resort in defence of divination, their ingenuity is always baffled. For if that
which is to happen may happen in different mode;, then, indeed, fortune may
have great power; but that which is fortuitous cannot be certain. If, on the
other hand, every event is absolutely determined by fate, and the time and cir
cumstance in connexion with which it is to take place, what service can
diviners render us by informing us that very sad events arc portended for us.
They add, moreover, that when we are duly attentive to religious ceremonies,
all things will fall more lightly on us. But if everything happens by fate, no
religioxis ceremonies cau lighten the event. Homer acknowledges this, when he
introduces Jupiter uttering complaints that he cannot save the life of his son
Sarpedon against the order of fate; and the same sentiment is expressed in the
Greek verse Great Destiny o'ermaster's Jove himself. It appears to me that such
a fate as this is justly ridiculed by the Atellane plays; but on such a serious
subject we must not allow ourselves to be facetious. I therefore conclude with
this observation. If we cannot foresee anything which happens by chance, since
that thing is necessarily uncertain, therefore there is no divination; and if,
on the contrary, things that are to happen can be foreseen because they happen
by an infallible fatality, there is no divination, because you say divination
only relates to for tuitous events. But what I have hitherto said respecting
divination may be looked upon as a mere slight skirmishing of oratory. I must
now enter on the contest in good earnest, and prepare to encounter the most
formidable arguments of your cause. For you say that there exist two kinds of
divination, one artificial, the other natural. The artificial consists partly
in conjecture, partly in continued observation. The natural, on the other hand,
is what the mind lays hold of or receives externally from the divinity, from
which we all derive the origin, and fashioning, and preservation of our minds.
Under the artificial divination you enumerate several varieties of divination
connected with the inspection of entrails, the observation of thunderstorms and
prodigies, and the auguries of those who deal in signs and omens. And under
this artificial class you include all kindsof conjectural divination. As to the
natural species of divination, it appears to be sent forth and to issue either
from a certain ecstasy of the spirit, or to be conceived by the mind when
disengaged from the senses and from cares by sleep. But you suppose that all divination
is derived from three things God, Fate, and Nature. But as you could give no
sound explanation, you laboured to confirm it by a wonderful multitude of
imaginary examples, concerning which you must permit me to say, that a
philosopher ought not to use evidences which may be true through accident, or
false and fictitious through malice. It behoves you to show, by reason and
argument, why each circtimstance happens as it does, rather than by the events,
especially when they are such as I am quite unable to give credit to. To begin
then with the Soothsayers, whose science I believe that the interest of
Religion and the State requires to be upheld. But as we are alone, it behoves
us, and myself more especially, to examine the truth without partiality, since
I am in doubt on many points. Let us proceed, if you please, first to consider
the inspec tion of the entrails of victims. Can you then persuade any man in
his senses, that those events which are said to be SIGNIFIED by the entrails,
are known by the augurs in con sequence of a long series of observations [How
long, I wonder! For what period of time can such observations have been
continued 1 What conferences must the augurs hold among themselves to determine
which part of the victim's entrails represents the enemy, and which the people
; what sort of cleft in the liver denoted danger, and what sort presaged
advantage? Have the augurs of the Etrurians, the Eleans, the Egyptians, and the
Carthaginians arranged these matters with one another? But that, besides that
it is quite impossi ble, cannot be imagined. For we see that some interpret the
auspices in one way, and some in another, and no common rule of discipline is
acknowledged among the professors of the art; and certainly if some secret
virtue existed in the victim's entrails which clearly declared the future, it
must either belong to the universal nature of things, or be connected in some
way or other with the Deity himself. But what com munication can there exist
between so great and so divine a natuz-e of things, one so beautiful, and so
admirably diffused throughout every part and motion, and (I will not say) the
gall of the cock, (though that, indeed, is said by many to be the most
significant of all signs,) but the liver, or heart, or lungs of a fat bullock 1
Can such things possibly teach us the hidden mysteries of futurity? Democritus,
speaking as a natural philosopher, than which no class of men are more
arrogant, on this subject, trifles ingeniously enough. Man, who knows not the
common facts of earth, Must waste his time in star-gazing. He remarks, that the
colour and condition of the victim's entrails may indicate the nature of the
pasturage, and the abundance or scarcity of those things which the earth brings
forth. He even supposes they may guide our opinions respecting the
wholesonieness or pestilential state of the atmosphere. 0 happy man! such a
person can certainly never want amusement. The idea of any one being so
enchanted with such trifling, as not to see that this theory might be plausible,
if, indeed, the entrails of all animals assumed the same appearance and colour
at one and the same time! But if we discover that the liver of one animal is
sound and healthy, and that of another withered and diseased at the same
moment, what indication can we draw from the state and colour of the entrails'?
Does this at all resemble the indications from which that Pherecydes, in a case
which you have cited, predicted the approach of an earthquake from the drying
up of a spring? It required a little confidence, I think, after the earthquake
had taken place, to presume to say what power had produced it ; [but] could
they even foresee that it would take place at all from the appearance of a
running spring? Many such stories are recounted in the schools, but we are not
obliged to believe the whole of them. But even supposing that what Democritus
says is true, when do we seek to know the general phenomena of nature by an
examination of entrails; or when did soothsayers ever tell us anything of the
sort from such an inspection? They warn us of danger from fire or water.
Sometimes they predict that inheritances will be added to our fortunes, and
.sometimes that we shall lose what we already possess. They regard the cleft in
the lungs as a matter of vital importance to our property and our very life ;
they in vestigate the top of the liver on all sides with the most scrupulous
exactness, and if by any chance they cannot dis cover it, they affirm that
nothing more disastrous could have happened. It is impossible, as I have before
observed, that such a system of observation can have any certainty about it;
such divination as this nourished not among the ancients; it is the invention
of mere art, if, indeed, there can be any art, properly so called, of things
unknown. But what connexion has it with the nature of things? And even if it
were united and joined therewith, so as to form one harmonious whole, which I
see is the opinion of the natural philosophers, Ulo and especially of those who
say that all things that exist are but one whole ; still what correspondence
can there be between the order of the universe and the discovery of a treasure?
For if an increase of my wealth is indicated by the entrails of a victim, and
this fact is a necessary link in the chain of nature, then it follows, in the
first place, that we must suppose that the entrails themselves form other
links; and secondly, that my private gain is connected with the nature of
things. Are not the natural philosophers ashamed to say such things as these?
For, although there may be some connexion in the nature of things, which I
admit to be possible, (for the Stoics have collected many cases which they
think confirm the notion, as when they assert that the little livers of little
mice increase in winter, and that dry pennyroyal flourishes in the coldest
weather, and that the distended vesicles, in which the seeds of its berries are
contained, then burst asunder; that the chords of a stringed instrument at
times give notes different from their usual ones; that oysters and other
shell-fish increase and decrease with the growth and waning of the moon ; and
that trees lose their vitality as the moon declines, just as they dry up in
winter, and that this is the time to\cut them. Why need I speak of the seas,
and the tides of the ocean, the flow and ebb of which are said to be governed
by the moon? and many other examples might be related to prove that some
natural connexion subsists between objects appa rently remote and incongruous.
Let us grant this, for it does not in the least make against our argument ;)
granting, I say, that there is a cleft of some kind in a liver, does that
indicate gain to any one? By what natural affinity, by what harmony, by what
secret accord of nature, or, to use the Greek term, by what sympathy can you
discern a necessary relation between a cleft liver and my gain, or between my
gain and heaven and earth, and the universal nature of things? I may even grant
you this, though I shall be greatly damaging my argument if I allow that there
is any connexion between nature and entrails. But suppose I make this
concession, how does it happen that he who would obtain some benefit from the
Gods can discover, just when he wishes, a victim exactly adapted to his
purpose? I had thought this objection was unanswerable, but see how cleverly
you get over it. I do not blame you for this, I rather commend your memory. But
I am ashamed of Antipater, Chrysippus, and Posidonius, who all assert the same
proposition namely, that the divine and sentient energy which extends through
the universe, directs us even in the choice of the victim by whose entrails we
are to frame our divinations. And to improve upon this theory, you agree with
them in asserting that at the very instant that the sacrifice is offered, a certain
appropriate change takes place in the victim's entrails, so that we can therein
discover some sig nificant addition or deficiency, since all things are
obedient to the will of the Gods. Believe me, there is not an old woman in the
world so superstitious as gravely to believe these things. Can you imagine that
the same bullock, if chosen by one man, will have the head of the liver, and if
chosen by another will not have it 1 Can this same head come and go at the
instant just to accommodate the individual who offers the sacrifice 1 Do you
not perceive that there must be considerable chance in the choice of the victim
1 and in fact the thing speaks for itself, that this must be the case. For when
one ill-omened victim is discovered to have had no head to its liver, it often
happens that the one which is offered immediately afterwards has the most
perfect entrails imaginable. What then becomes of the menaces of the first
victim's entrails, or how have the Gods been so suddenly appeased? But you will
say, that in the entrails of the fat bull which Caesar offered, there was no
heart, and since it was not possible that this animal could have lived without
a heart, we must suppose that the heart was annihilated at the instant of
immolation. How is it that you think it impossi ble that an animal can live
without a heart, and yet do not think it impossible that t its heart could
vanish so suddenly, nobody knows whither? For myself, I know not how much
vigour in a heart is necessary to carry on the vital function, and suspect that
if afflicted by any disease, the heart of a victim may be found so withered,
and wasted, and small, as to be quite unlike a heart. But on what argument can
you build an opinion that the heart of this same fat bullock, if it existed in
him before, disappeared at the instant of immola-lion? Did the bullock behold
Ceesar in a heartless condition even while arrayed in the purple, and thus lose
its own heart by mere force of sympathy? Believe me, you are betraying the city
of philosophy while defending its castles. In trying to prove the truth of the
auguries, you are overturning the whole system of physics. A victim has a
heart, and head of the liver : the moment that you sprinkle him with meal and
wine they depart, some God carries them off, some power destroys or consumes
them. It is not nature alone, therefore, which causes the decay and destruction
of everything; and there are some things which arise out of nothing, and some
which suddenly perish and become nothing. What natural philosopher ever said
such a thing as this? The soothsayers affirm it. Do you then think that you are
to believe them rather than the natural philosophers? Again, when you sacrifice
to several Gods at the same time, how is it that the sacrifice is favourably
received by some, and is rejected by others? And what inconsistency must there
be among the Gods, if they threaten by the first entrails, and promise good
fortune by the second ! Or is there such strong dissension among the Deities,
even when they are nearly related to each other, that certain entrails bode
good when offered to Apollo, and evil when offered to his sister Diana? It is
clear that since the victims are brought by chance, the entrails must in the
case of each sacrificer depend upon what victim falls to his share, and that
very thing requires some divination to know what victim falls to each person's
share, as, in the case of lots, what is drawn by each person. Then you will
speak of lots, though you are not strengthen ing the authority of sacrifices by
comparing them to lots, but weakening that of lots by comparing them to
sacrifices. Do you think, when we send a messenger to ^Equime- lium to bring us
a lamb to sacrifice, and the lamb which is brought to me possesses entrails
peculiarly accommodated to the circumstances of the case, that the messenger
has been guided to him not by chance, but by divine direction? For if you wish
to SIGNIFY THAT [GRICE: MEAN THAT] in this case chance interferes, as being
some lot connected with the will of the Gods, I am sony that your friends the
Stoics should give the Epicureans such occasion to ridicule them, for you know
well how they deride oil such ideas. And, indeed, it is no hard matter to be
facetious on such an idea. Epicurus, in order to show his wit on the subject, introduced
transparent airy deities, residing, as it were, be tween the two worlds as
between two groves, that they may avoid destruction from the fall of either.
These deities, it seems, possess bodies like ourselves, though I cannot find
that they make any use of them. Epicurus therefore, who, by a roundabout
argument of this kind, takes away the Gods, naturally feels no hesitation in
taking away divination also. But though he is consistent with himself, the
Stoics are not ; for as the God of Epicurus never troubles himself with any
business, either regarding himself or others; he, therefore, cannot grant
divination to men. On the other hand, the God of the Stoics, even though lie
does not grant divination, must still regulate the affairs of the universe and
take care of mankind. Why, then, do you involve yourself in these dilemmas
which you can never disentangle? For this is the way in which, when they are in
a hurry, they usually sum up the matter- a If there are Gods, there must be
divination; but there are gods, therefore there is divination. It would be much
more plausible to say There is no divination, there fore there are no Gods.
Observe how imprudently the Stoics make this assertion, that if there is no
divination, there are no Gods ; for divination is plainly discarded, and yet we
must retain a belief in Gods. After having thus destroyed divination by the in
spection of entrails, all the rest of the science of the sooth sayers is at an
end ; for prodigies and lightning follow in the same category. With respect to
the latter, their predictions are founded on a long series of observations,
while the interpretation of prodigies proceeds chiefly on inference and
conjecture. What observations, then,, have been made about lightning? The
Etrurians, forsooth, have divided heaven into sixteen parts; for it was not
very difficult to double the four quarters, which we recognise, into eight, and
then to repeat the process, so as by that means to say from what direction the
lightning had come. But in the first place, what difference does it make?
Secondly, what does such a thing intimate Is it not plain from the astonishment
which was at first excited in men's minds, because they feared the thunder and
the hurling of the thunderbolt, that they believed that they were the immediate
manifestations brought about by the all-powerful ruler of all things, Jupiter?
This is the reason of the enactment in the public registers, that the comitia
of the people shall not be held when Jupiter thunders and lightens. It was enacted,
perhaps with a view to the interest of the state, for our ancestors wished to
have pretexts for not holding the comitia. Therefore, in the case of the
comitia, lightning is the only vitiating irregularity. But in all other matters
it is a most favourable auspice if it comes on the left hand. But we will speak
of the auspices hereafter ; at present we will confine ourselves to lightning.
What can be less proper for natural philosophers to say, than that anything
certain is indicated by things which are uncertain 1 I cannot believe that you
are one of those who imagine that there were Cyclopes in mount ^Etna who forged
Jove's thunderbolt, for it would be wonderful indeed if Jupiter should so often
throw it away when he had but one. Nor would he warn men by his thunderbolts
what they should do or what thoy should avoid. For the opinion of the Stoics on
this point is, that the exhalations of the earth which are cold, when they
begin to flow abroad, become winds ; and when they form themselves into clouds,
and begin to divide and break up their fine particles by repeated and vehement
gusts, then thunder and lightning ensue ; and that when by the conflict of the
clouds the heat is squeezed out so as to emit itself, then there is lightning.
Can we, then, look for any intimation of futurity in a thing which we see
brought about by the mere force of nature, without any regularity or any
determined pei'iods 1 If Jupiter wished that we should form divinations by
lightnings, would he throw away so many flashes in vain ] For what good does he
do when he throws a thunderbolt into the middle of the sea, or upon lofty
mountains, which is very common, or upon deserts, or in the countries of those
nations among which no meteorological observations are made ] Oh ! but a head
was discovered in the Tybcr. As if I affirmed that those soothsayers had no
skill ! What I deny is only their divination. For the distribution of the firma
ment, which we have just mentioned, and their various observations, enable them
to note the direction from which the lightning has proceeded, and where it
falls. But no reason can inform us of its signification. You will, however,
urge against me my own verses The father of the Gods who reigns supreme On high
Olympus, smote his proper fane, And hurl'd his lightnings through the heart of
Rome. At the same time the statue of Natta and the images of the Gods, and
Romulus and Remus, with that of the beast who was nursing them, were struck by
the thunderbolt and thrown down ; and the answers of the soothsayers, with
reference to these prodigies, were found perfectly correct. That also was a
surprising thing, that the statue of Jupiter was placed in the Capitol, two
years later than it had been contracted for, at the very time that information
of the conspiracy was being laid before the senate. Will you, then, (for this
is the way you are used to argue with me,) bring yourself to uphold that side
of the question in opposition to your own actions and writings? You are my
brother, and all you say is entitled to my respect. Yet what is there here that
offends you? Is it the thing itself, which is of such and such a character, or
I myself, who only wish to get at the truth? I therefore say nothing upon it
for the sake of contradiction, and only seek from you yourself information
respecting all the prin ciples of the art of soothsaying. But you have involved
yourself in an inextricable dilemma; for foreseeing that you would be hard
pressed, when I should urge you to explain the cause of every divination, you
made many excuses to show why, when you were sure of the fact, you did not
inquire into its principles and causes, that the question was, what was done,
and not why it was done; as if I granted that it was done at all, or as if it
were not the duty of a philosopher to inquire into the reason why every thing
takes place. At the same time you quoted my prog nostics, and spoke of the
scammony, the aristoloch, and other herbs, whose virtues were evident to you
from their effects, though the law of their operation was unknown to you. All
this is, however, beside the main question. For the Stoic Boethus, whose name
you have cited, and even our friend Posidonius have investigated the causes of
prognostics, and though it is not easy to discover the cause of such occult
mysteries, yet the facts themselves may be observed and animadverted upon. But
as to the statue of Natta and the tables of the law which were struck by
lightning, what observations were made, or what was there ancient connected
with the matter 1 The Pinarii Nattse are noble, therefore danger was to be
feared from the nobility. This was a very cunning device of Jupiter! Romulus,
represented by the sculptor as sucking a she-wolf, was likewise smitten by the
lightning. Hence, according to you, some danger to the city of Rome was
threatened. How cleverly does Jupiter make us acquainted with future events by
such signs as these! Again, his statue was being erected at the very same time
that the conspiracy was being discovered in the senate, and you conceive this
coincidence happened rather by the providence of God than by any chance of
fortune. And you think that the statuary who had contracted for the making of
that column with Torquatus and Cotta, was not so long delayed in accomplishing
his work by idleness or poverty, but by the special interposition of the
immortal Gods. Now I do not absolutely deny that such might possibly be the
case; but I do not know that it was, and wish to be instructed by you. For when
some things appeared to me to have happened by chance in the way in which the
sooth sayers had predicted, you launched out into a long discourse on the
doctrine of chances, saying that four dice thrown at hazard may produce Venus
by accident, but that four hundred dice cannot produce a hundred Venuses. In
the first place, I know no reason in the nature of things why they should not
do even this ; but I will not argue that point, for you have plenty of similar
examples, and talk about a chance dashing of colours, the snout of a pig, and
many other similar instances. You say that Carneades argued in the same way
about the head of a little Pan; as if that might not have happened by chance,
and as if there must not be in all marble the raw material of even such a head
as Praxiteles would have made. For a perfect head is only formed by cutting
away. Praxiteles adds nothing to the marble, but when much that was superfluous
is removed, and the features are arrived at, then you learn that that which is
now polished up was always contained within. Such a figure, therefore, may have
spontaneously existed in the quarries of Chios. But grant that this is a
fiction, have you never fancied that you could discover in the clouds the
figures of lions and centaurs 1 Accident may, therefore, some times imitate
nature, though you denied that just now. But as we have sufficiently discussed
divination by entrails and lightning, we must now consider portents and
prodigies, in order that we may leave no branch of the system of the
soothsayers untouched. You have mentioned a wonderful story of a mule that was
delivered of a colt; a strange event, because of its extreme rarity. But if
such a thing were impossible, it would never happen at all; and this may be
said against all sorts of pro digies, that those things which are impossible
never happened at all; and if they are possible, it need not surprise us that
they happen occasionally. Besides, in extraordinary events, ignorance of their
causes produces astonishment; but in ordinary events such igno rance occasions
no such result. The man who is astonished if a mule brings forth a colt, does
not know how it is that a mare brings forth a foal, or indeed how, in any case,
nature effects the birth of a living animal; but he is not surprised at what he
sees frequently, even if he does not know why it happens; but if that which he
never beheld before happens, then he calls it a prodigy. In this case, is it a
prodigy when the mule conceives, or when she brings forth 1 Perhaps the
conception may have been contrary to nature, but after that her delivery is almost
necessary. But we have spoken enough on this topic: let us examine the origin
of the establishment of soothsayers. For when we are acquainted with it, we
shall be better able to judge what degree of credit it is entitled to. They
tell us that as a labourer one day was ploughing in a field in the territory of
Tarquinium, and his ploughshare made a deeper furrow than usual, all of a
sudden there sprung out of this same furrow a certain Tages, who, as it is
recorded in the books of the Etrurians, possessed the visage of a child, but
the prudence of a sage. When the labourer was surprised at seeing him, and in
his astonishment made a great outcry, a number of people assembled round him,
and before long all the Etrurians came together at the spot. Tages then
discoursed in the presence of an immense crowd, who treasured up his words with
the greatest care, and after wards committed them to writing. The information
they derived from this Tages was the foundation of the science of the
soothsayers, and was subsequently improved by the accession of many new facts,
all of which confirmed the same principles. Here is the story that the
Etrurians give out to the world. This record is preserved in their sacred
books, and from it their augurial discipline is deduced. Now do you imagine
that we need a Carneades or Epicurus to refute such a fable as this1? Lives
there any one so absurd as to believe that this (shall I say god, or man 1) was
thus ploughed up out of the earth 1 If he was a god, why did he conceal himself
under the earth against the order of nature, so as not to behold the light till
he was ploughed up] Could not that same god have instructed mankind from a
station somewhat more elevated? And if this Tages was a man, how could he have
lived thus buried and smothered in the earth 1 and how could he have learnt the
wonders he taught to others? But I am even more foolish than those who believe
such nonsense, for thus wasting so much time in refxiting them. There is an old
saying of Cato, familiar enough to everybody, that he wondered that when one
soothsayer met another, he could help laughing. For of all the events pre
dicted by them, how very few actually happen? And when one of them does take
place, where is the proof that it does not take place by mere accident 1 When
Hannibal fled to king Prusias, and was eager to wage war with the enemy, that
monarch replied that he dared not do so, because the entrails of the sacrifice
wore an unfavourable aspect. Would you, then, said Hannibal, rather trust a bit
of calf's flesh than a veteran general? And as to Caesar, when he was warned by
the chief sooth sayer not to venture into Africa before the winter, did he not
cross? If he had not done so, all the forces of the enemy would have assembled
in one place. Why need I enumeratethe responses of the soothsayers, of which I
could cite an infinite number, which have either received no accomplishment at
all, or an accomplishment exactly the reverse of the prediction 1 In this last
Civil War, for instance good Heavens! how often were their responses utterly
falsified by the result ! How many false prophecies were sent to us from Rome
into Gi'eece! How many oracles in favour of Pompey! For that general was not a
little affected by entrails and prodigies. I have no wish to recount these
things to you, nor indeed is it necessary, for you were present. But you see
that nearly all the events took place in the manner exactly contrary to the
predictions. So much for responses. Let us now say a word or two on prodigies.
You have mentioned several things on this topic which I wrote during my
consulship. You have brought up many of those anecdotes collected by Sisenna
before the Mar- sian War, and many recorded by Callisthenes before the un
fortunate battle of the Spartans at Leuctra, of each of which I will speak
separately, as far as seems necessary; but at present we must discuss of
prodigies in general. For what is the meaning of this kind of divination this
dreadful denouncing of impending calamities derived from the Gods 1 In the first
place, what is the object of the Gods, in giving us prodigies and signs which
we cannot understand without interpreters, and in advertising us of disasters
which we cannot avoid 1 But even honest men do not act thus, giving notice to
their friends of impending misfortune which they cannot possibly avoid; and
physicians, though they are often aware of the fact, yet never tell their
patients that they must needs die of the complaint from which they are
suffering. For the prediction of an evil is only beneficial when we can point
out some means of avoiding it or miti gating it. What good, then, did these
prodigies, or their interpreters, do to the Spartans, or more recently to the
Romans 1 If they are to be considered as the signs of the Gods, why were they so
obscure? For if they were sent in order that we might understand what was about
to happen, then it ought to have been, declared intelligibly; and if we were
not intended to know, then they should not have been given even obscurely. As
for all conjectures on which this kind of divination depends, the opinions of
men differ so much from each other that they often make very opposite
deductions from the same thing. For as in legal suits, the plea of the
plaintiff is contrary to that of the defendant, and yet both are within the
limits of credibility, so in all those affairs which only admit of conjectural
interpretation, the reasoning must be extremely uncertain. And as for those
things which are caused at times by nature, and at others by chance, (some times,
too, likeness gives rise to mistakes,) it is very foolish to attribute all
these things to the interpositions of the Gods, without examining their
proximate causes. You believe that the Boeotian diviners of Lebadia foreknew by
the crowing of the cocks that the victory belonged to the Thebans, because
these birds only crow when they are vic torious, and hold their peace when they
are beaten. Did, then, Jupiter give a signal to so important a city by the
means of hens 1 But do cocks only crow when they are vic torious 1 At that time
they were crowing, and they had not conquered. You say that this was a prodigy.
It would have been a prodigy, and a very great one, if the crowing had pro
ceeded from fishes instead of birds. But what hour is there of day, or of night,
when cocks do not crow 1 and if they are sometimes excited to crow by their joy
in victory, they may likewise be excited to do the same by some other kind of
joy. Democritus, indeed, states a very good reason why cocks crow before the
dawn; for, as the food is then driven out of their stomachs, and distributed
over their whole body and digested, THEY UTTER A CROWING, being satiated with
rest. But in the silence of the night, says ENNIO (si veda), they indulge their
throats, which are hoarse with crowing, and give their wings repose. As, then,
this animal is so much inclined to crow of its own accord, what made it occur
to Callisthenes to assert that THE GODS had given the cocks a signal to crow;
since either NATURE [H. P. Grice,Natural meaning, and non-natural meaning] or
chance might have done it? It is announced to the senate that it had RAINS
BLOOD, that the river has become blackened with blood, and that the statues of
the immortal gods are covered with sweat. Do you imagine that Thales or
Anaxagoras, or any other natural philosopher, would have given credence to such
news? Blood and sweat only proceed from the animal body. There might have been
some discoloration caused by some ox contagion of earth very LIKE BLOOD, and
some moisture may have fallen on the statues from without, resembling
perspiration, as we see sometimes in plaster during the prevalence of a south
wind. And in time of war such phenomena appeal more numerous and more important
than usual, as men are then in a state of alarm, while they are not noticed in
peace. Besides, in such periods of fear and peril, such stories are more easily
believed, and invented with more impunity. We are, however, so silly and
inconsiderate, that if mice, which are always at that work, happen to gnaw anything,
we immediately regard it as a prodigy. So because, a little before the Marsian
war, THE MICE GNAWED the shields at Lanuvium, the soothsayers declares it to be
a most important prodigy; as if it may make any difference whether mice, who
day and night are gnawing something, had gnawed bucklers or sieves. For if we
are to be guided by such things, I ought to tremble for the safety of the
commonwealth, because the mice lately gnawed Plato's Republic in my library;
and if they had eaten the book of Epicurus on Pleasure, I ought to have
expected that corn would rise in the market. Are we, then, alarmed if at any
time any unnatural productions are reported as having proceeded from man or
beast? One of which occurrences, to be brief, may be accounted for on one principle.
Whatever is born, of whatever kind it may be, must have some cause in nature,
so that even though it may be contrary to custom, IT CANNOT POSSIBLY BE
CONTRARY TO NATURE. Investigate, if you can, the natural cause of every novel
and extraordinary circumstance. Even if you cannot discover the cause, still
you may 'feel sure that nothing can have taken place without a cause; and, by
the principles of nature, drive away that terror which the novelty of the thing
may have occasioned you. Then neither earthquakes, nor thunderstorms, nor
showers of blood and stones, nor shooting stars, nor glancing torches will
alarm you any more. If you ask Chrysippus to explain the laws hat govern these
phenomena, though he is a great defender of divina tion, he will never tell you
that they have happened by chance, but he will give you a natural explanation
of all of them. For, as it has been before stated, nothing can happen without a
cause, and nothing happens which is impossible; iior, if that has happened
which could happen, ought it to be regarded as a prodigy. Therefore there are
no such things as prodigies. For if we place in the rank of prodigies every
rare occurrence, it follows that a wise man is one of the greatest prodigies.
For I believe there are fewer instances of wise men in the world, than of mules
which have brought forth young. So this principle concludes that that which
cannot take place in the nature of things never does take place; and that that
which can take place in the nature of things, is not a prodigy, and therefore
there are no prodigies at all. Therefore a diviner and interpreter of prodigies
being con sulted by a man who informed him, as a great prodigy, that he had
discovered in his house a serpent coiled around a bar, answered very discreetly,
that there was nothing very wonderful in this, but if he had found the bar
coiled around the serpent, this would have been a prodigy indeed. By this
reply, he plainly indicated that nothing can be a prodigy which is consistent
with the nature of things. Caius Gracchus wrote to Marcus Pomponius, that his
father having caught two serpents in his house, sent to consult the
soothsayers. Why were two serpents entitled to such an honour more than two
lizards or two mice 1 Because these are every day occurrences, you would reply,
while ser pents were comparatively rare; as if it signified how often a thing
which was possible took place. But I marvel, if the release of the female snake
caused the death of Tiberius Gracchus, and that of the male was to be fatal to
Cornelia, why he let either of them escape. For he does not record that the
soothsayers had told him what would happen if he let neither of the snakes
escape. But it seems T. Gracchus died soon after, doubtless of some natural
malady which destroyed his constitution, and not because he had saved the life
of a viper. Not that the infelicity of the haruspices is so great that their
predictions are never fulfilled by any chance whatever. And, I must confess, if
I could but believe it, I should exceedingly wonder at the story which you have
cited from Homer respecting the prediction of Calchas, who, from observing the
number of a flock of sparrows, foretold the number of years that would be
expended in the siege of Troy. DE NAT. ETC. Q 2-6 ON Of which conjecture Homer
makes Agamemnon1 speak thus, if I may repeat you a translation of the passage
which. I made in a leisure hour Not for their grief the Grecian host I blame;
But vanqui.sh'd! baffled! oh, eternal shame! Expect the time to Troy's
destruction giv'n, And try the faith of Calchas and of heav'n. What pass'd at
Aulis, Greece can witness bear, And all who live to breathe this Phrygian air,
Beside a fountain's sacred brink was raised Our verdant altars, and the victims
blazed; ('Twas where the plane-tree spreads its shades around) The altars
heaved; and from the crumbling ground A mighty dragon shot, of dire portent;
From Jove himself the dreadful sign was sent. Straight to the tree his sanguine
spires he roll'd, And curl'd around in many a winding fold. The topmost branch
a mother-bird possest ; Eight callow infants fill'd the mossy nest; Herself the
ninth: the serpent as he hung, Stretch'd his black jaws, and crush'd the crying
young; While hov'ring near, with miserable moan, The drooping mother wail'd her
children gone. The mother last, as round the nest she flew, Seized by the
beating wing, the monster slew ; Nor long survived, to marble turn'd he stands
A lasting prodigy on Aulis' sands. Such was the will of Jove ; and hence we
dare Trust in his omen and support the war. For while around we gazed with
wond'ring eyes, And trembling sought the Pow'rs with sacrifice, Full of his
god, the rev'rend Calchas cried : Ye Grecian warriors, lay your fears aside,
This wondrous signal Jove himself displays, Of long, long labours, but eternal
praise. As many birds as by the snake were slain, So many years the toils of
Greece remain; But wait the tenth, for llion's fall decreed. Thus spoke the
prophet, thus the fates succeed. Now is not this a curious mode of augury1? to conjecture
by the number of sparrows eaten by a serpent, the number of years expended in
the Trojan war. Why years rather than months or days? And how -was it that
Calchas selected sparrows, in which there is nothing supernatural, for the
signs of his prophecy 1 while he is silent about the serpent, which 1 This is a
mistake of Cicero's. It is Ulysses who speaks. The pas sage occurs in Iliad .
JTU changed, as it is said, into stone (an event which is im possible). Lastly,
what analogy or relatkfe can subsist between the sparrows seen and the years
predicted 1 As to what you have said respecting the serpent which appeared to
Sylla while he was sacrificing, I recollect the whole circumstance; and
remember that just as Sylla was about to attack the enemy at Nola, he made a
sacrifice, and that at the moment the victim was offered, a serpent issued from
beneath the altar, and that the same day a glorious victoiy was gained, not
l;wing to the advice of the soothsayers, but to the skill of the general. And
prodigies of this kind have nothing miracu lous in them ; which, when they have
taken place, are brought under conjecture by some particular interpretation, as
in the case of the grain of wheat found in the mouth of Midas while an infant,
or that of the bees, which are said to have settled on the lips of the infant
Plato. Such things are less admirable for themselves than for the conjectures
they gave rise to ; for they may either not have taken place at the time
specified, or have been fulfilled by mere accident. I likewise suspect the
truth of the report which you have related respecting Roscius namely, that a
serpent was found coiled round him when he was in his cradle. But even if it be
a fact that a serpent was thus in the cradle, it is not very wonderful, especially
in Solonium, where snakes are in the habit of basking before the fire. As to
the interpretation which the soothsayers gave of the circumstance, that the
child would become most illustrious and most celebrated, I. am astonished that
the immortal Gods should have announced such great glory to a comedian, and
preserved such an obsti nate silence respecting Scipio Africanus. You have
related several prodigies whicli happened to Flaminiusj for instance, that his
horse suddenly fell with him, there is surely nothing very astonishing in that.
Also, that the standard of the first centurion could not easily be pulled out
of the earth. Perhaps the standard-bearer was pulling but timidly at the stick
which he had fixed in the ground with confident resolution. What is the wonder
in the horse of Dionysius having escaped out of the river, and in his
afterwards having had a swarm of bees cluster on his mane? But because
Dionvsius happened to ascend the throne of Syracuse soon after this event, what
had happened by chance was regarded as an extraordinary prodigy and prognostic.
You go on to say, that at Lacedsemon, the armour in the temple of Hercules
rattled. At Thebes the closed gates of the temple of the same God suddenly
burst open of their own accord, and the bucklers which had been suspended on
the walls fell to the ground. Certainly nothing of this kind could have
happened without some motion or impulse ; but why need we impute such motion to
the Gods rather than call it an accident1? At Delphi, you say, that a chaplet
of wild herbs suddenly appeared growing on the head of Lysander's statue. Do
you think then that the chaplet of herbs existed before any seed was ripened 1
These seeds were probably carried there by birds, not by human agency, and
whatever is on a head may seem to resemble a crown. And as to the circum stance
which you add, that about the same time the golden stars of Castor and Pollux,
placed in the temple of Delphi, suddenly vanished, and could nowhere be
discovei'ed ; this seems to me not so much the work of the Gods, as the
sacrilege of thieves. I certainly do wonder at the roguery of the Ape of Dodona
being recorded in the Greek histories. For what is less strange than that a
most mischievous animal should have upset the urn, and scattered the oracular
lots? The his torians, however, deny that this prodigy was followed by any
disastrous event occurring among the Lacedaemonians. Now to come to what you
have reported respecting the citizen of Veii, who declared to the Senate that
if the. Lake Albanus overflowed, and ran into the sea, Rome would perish, and
that if its course were diverted elsewhere, Veii must fall. Accordingly the
water of the Alban lake was subsequently drained away by new channels, not for
the safety of the citadel and the city, but solely for the benefit of the
suburban district. A short time afterwards, a voice was heard, warning cer tain
individuals to beware lest Rome should be taken by the Gauls; and upon this
they consecrated an altar on the New Road, to Aius the Speaker. What, then, did
this Aius the Speaker speak and talk, and derive his name from that
circumstance, when no one knew him ; and has he been silent ever since he has
had an habitation, an altar, and a name 1 And the same remark will apply to
Juno the Admonitress; for what warning has she ever given us, except the one
respecting the full sow 1 XXXIII. This is enough to say about prodigies. Let me
now speak of auspices and of lots those, I mean, which are thrown at hazard,
not those which are announced by vati cination, which we more properly call
oracles, and which we shall discuss when we investigate divination of the
natural order; and after this we will consider the astrology of the Chaldeans.
But first let us consider the question of auspices. It is a very delicate
matter for an augur to speak against them. Yes, to a Marsian perhaps, but not
to a Roman. For we are not like those who attempt to predict the future by the
flight of birds, and the observation of other signs ; and yet I believe that
Romulus, who founded our city by the auspices, considered the augural science
of great utility in foreseeing matters. For antiquity was deceived in many
things, which time, custom, and enlarged experience have corrected. And the
custom of reverence for, and discipline and rights of, the augurs, and the
authority of the college, are still retained for the sake of their influence on
the minds of the common people. And certainly the consuls P. Claudius and L.
Junius de served severe punishment, who set sail in defiance of the auspices ;
for they ought to have been obedient to the esta blished religion, and not to
have rejected so obstinately the national ceremonials. Justly, therefore, was
one of them condemned by the judgment of the people, while the other perished
by his own hand. Flaminius, likewise, was not duly submissive to the auspices;
and that was the reason, you say, why he was defeated. But, the year
afterwards, Paullus was guided by them. Did he the less for that perish with
his army in the battle of Cannes 1 Even allowing the existence of auspices,
which I do not, certainly those at present in use, whether by means of birds or
celestial signs, are but mere semblances of auspices, and not real ones.
Quintus Fabius, I pray thee, assist me in the auspices. He answers, I have
heard. The augurial officer among our forefathers was a skilful and learned man
; now they take the first that offers. For a man must needs be skilful and
learned who understands the meaning of silence. For in auspices we call that
silence which is free from all Irregularity. To understand this, belongs to a
perfect augur. It sometimes happens, however, that when he who wishes to
consult the auspices has said to the augur whom he has chosen to assist him,
Say, if silence is observed, the augur, without looking above or around him,
answers immediately, Silence appears to be observed. On this the consulter
rejoins, Tell me whether the chickens are eating. The augur replies, They are
eating. But when the consulter fur ther demands, What kind of fowls are they,
and whence do they come? the augur answers, The chickens were brought in a cage
by a person who is termed a poulterer. Such, then, are the illustrious birds
whom we call, forsooth, the messengers of Jupiter ; and whether they eat or
not, what does it signify? Certainly nothing to the auspices. But since, if
they eat at all, some portion of food must inevitably fall on the ground and
strike (pavire) the earth, this was at first called terripavium, then
terripudium, and is now called tripudium. When, therefore, the chicken lets
fall from its beak a particle of its food, the augur declares that the tripu
dium solistimum is consummated. What true divination can there be in an auspice
of this nature, so artificially forced and tortured? which, we have a proof,
was not used among the most ancient augurs; for we have an ancient decree of
the college of augurs, that any bird may make the tripudium. So that, then,
there would be an auspice if the bird was free to show itself, and the bird
might appear to be the messenger and interpreter of Jupiter. But when a
miserable bird is kept in a cage, and ready to die of hunger, if such an one,
when pecking up its food, happens to let some particle fall, can you think this
an auspice, or do you believe that Romulus consulted the gods in this manner?
Do you imagine that those who pretend to augury apply themselves at the present
day to discern the signs of heaven 1 No ; they give their orders to the
poulterer. He makes his report. It has been reckoned an excellent auspice on
all occasions, among the Romans, when it thunders on the left hand, except in
reference to the Comitia ; and this exception was doubtless contrived for the
benefit of the commonwealth, in order that the chiefs of the state might be the
interpreters of the Comitia in whatever concerns the judgments of the people,
the rights of the laws, and the creation of the magistrates. But, you argue, in
consequence of the letters of Ti berius Gracchus, Scipio Nasica and Caius
Martins Figulus resigned the consulship, because the augurs determined that
they had been irregularly created. Well, who denies that there is a school of
Augurs 1 What I deny is, that there is any such thing as divination. But the
soothsayers are diviners ; and after Tiberius Gracchus had introduced them into
the senate, on account of the sudden death of the individual whose office it
was to report the order of the elections, they said that the Comitia had not
been legally constituted. Now, in reference to this case, observe that they
could not speak by authority of the summoner of the president of the centuries,
for he was dead; and conjecture without divination could say that. Or perhaps
what they said was no better than the result of chance, which prevails to a
considerable extent in all affairs of this nature. For what could the sooth
sayers of Etruria know as to whether the tent they observed was as it should
be, and whether the regulations of the pomoerium, or circumvallation, were
exactly obeyed. For myself, I agree with the sentiments of Caius Marcellus
rather than with those of Appius Claudius, who were both of them my colleagues
; and I think that, although the college and law of augurs were first
instituted on account of the reverence entertained for divination in ancient
times, they were afterwards maintained and preserved for the sake of the state.
Of this, however, more elsewhere. At present, let us examine the auguries of
other nations who have evinced therein more superstition than art. They make
use of all kinds of birds for their auspices; we confine ourselves to few: and
one set of omens are reckoned unfavourable by them, and a different set by us.
King Deiotarus often asked me for an account of our discipline and system of
divination, and I asked him for information aoout nis. Good heavens ! how
different were the two methods, in some instances, so much so as to be
downright contradictory to one another. And he had re course to augurs on all
occasions ; but how very seldom do we apply to them unless the auspices are
required by the people! Our ancestors were unwilling to wage any war without
consulting the auspices. But how many years have elapsed since this ceremony
has been neglected by our proconsuls and propraetors? They never take auspices
; they do not pass over rivers by the encouragement of omens ; nor do they wait
for the intimation of the sacred chickens. As to that divination which consists
in observing the flight of birds from some elevated spot once considered of so
much consequence in military expeditions, MARCO MARCELLO, who was consul five
times, as well as imperator and chief augur too, omitted it altogether. What is
become, then, of divina tion by birds, which (as wars are carried on by people
who take no care about any auspices) seems to be retained by the city
magistrates, while it is renounced by our military com manders? So much did
Marcellus despise auspices, that when he was proceeding on any enterprise, he
was accustomed to travel in a closed litter, that he might not be liable to be
hindered by them. And we augurs now-a-days act much in the same way, when, for
fear of what is called a joint auspice, we order the sacrificial cattle to be
separated from each other. Not that I commend conduct like this ; for to make
these contrivances, either that an auspice should not happen at all, or that if
it happens it should not be seen, what is it but an attempt to avoid the
admonitions of Jupiter? It is ridiculous enough for you to assert that this
king Deiotarus did not repent of having believed the auspices which he experienced
when he went in search of Pompey, because he had, by doing his duty, thus
secured the fidelity and friendship of the Romans ; for that praise and glory
were dearer to him than his kingdom and possessions. I dare say they were ; but
this has nothing to do with the auspices. Surely no crow could inform him that
it was a piece of magnanimity to defend the liberty of the Roman people. It was
he himself who felt spontaneously what he did feel; and birds can do no more
than signify bare events, be they for tunate or disastrous. Thus, I conceive
that Deiotarus in this affair followed no other auspices than those of
conscience, which taught him to prefer his duty to his interest. But if the
birds showed him that the result would be prosperous, they certainly deceived
him; for he fled from the battle, together with Pompey, and a grievous time it
was for him. From this general he was compelled to separate another affliction;
and, to crown his troubles, he soon had Csesar quartered upon him, both as a
guest and an enemy. What could be more painful than this? Lastly, Csesar, after
having deprived him of the tetrarchy of the Trogini, and bestowed it on a
certain Pergamenian of his train, after having likewise deprived him of
Armenia, which had been granted him by the senate, after having been
entertained by him with most princely hospitality, left his entertainer the
king wholly stripped of his possessions. It is needless to add more. I will
return to my original subject. If we seek to know events by those auspices which
are sought from birds, it appears by this argument that no birds could truly
have predicted prosperity to king Deiotarus. If we want to know our duty, that
is not to be sought from augury, but from virtue. I say nothing, then, of the
augural staff of Romulus, which you declare to have remained unconsumed by fire
in the midst of a general conflagration ; and pass over the razor of Attius
Navius, which is reported to have cut through a whetstone. Such fables as these
should not be admitted into philosophical discussions. What a philosopher has
to do is, first, to examine the nature of the augural science, to investigate
its origin, and to pursue its history. But how pitiful is the nature of a
science which pretends that the eccentric motions of birds are full of ominous
import, and that all manner of things must be done, or left undone, as their
flights and songs may indicate ! How can their inclinations to the right or
left determine the power of auspices? and how, when, and by wrhom were such
absurd regulations as these invented? The Etrurian soothsayers hold as the
author of their dis cipline a child whom a ploughshare suddenly dug up from a
clod of the earth. Whom do we Romans look upon as the author of ours? Is it
Attius Navius? But Romulus and Remus lived several years before him, and they
were both augurs, as we are informed. Shall we call our system the invention of
the Pisidians, the Cilicians, or the Phrygians 1 Shall we, by speaking thus,
call men devoid of all civilization the authors of divination? But, you say,
all kings, people, and nations use auspices ; as if there was anything in the
world so very common as error is, or as if you yourself, in judging, were
guided by the opinion of the multitude. How few, for instance, are there who
deny that pleasure is a good: most people even think it the chief good. But is
the Stoic frightened from his creed by their numbers? or does the multitude
follow their authority in many things 1 What wonder is there, then, if in
respect of auspices, and all kinds of divinations, weak spirits are affected by
those popular superstitions, though they cannot overturn the truth 1 And what
uniformity or settled agreement exists between augurs [The poet Ennius,
referring to our Roman augurs, says When on the left it thunders, all goes
well. In Homer, on the contrary, Ajax,1 making some complaint or other to
Achilles about the ferocity of the Trojans, speaks in this manner For them the
father of the Gods declares, His omens on the right, his thunder theirs. So
that omens on the left appear fortunate to us, while the Greeks and barbarians
prefer those on the right. Although I am not unaware that our Romans call
prosperous signs sinistra, even if they are in fact dextra. But certainly our
countrymen used the term sinistra, and foreigners the word dextra, because that
usually appeared the best. How great, however, is this contrariety ! Why need I
stop to mention that they use different birds and different signs from our
selves? they take their observations in a different way, and give answers in a
different way; and it is superfluous to admit that some of these modes are
adopted through error, some through superstition, and that they often mislead.
To this catalogue of superstitions you have not hesi- 1 This is another piece
of forge tfulness on the part of CICERONE (si veda). See Iliad. tated to add a
number of omens and presages. For instance, you have quoted the words which
./Emilia addressed to Paulus, that Perses had perished; which Paulus received
as an omen of success. You quote likewise the speech that Cecilia made to her
sister's daughter I yield my place to you. Nor is this all : you cite the
phrase, favete linguis (keep silence); and you extol the prerogative presage
derived from the name of the person who takes precedence in the elections of
the comitia. I call this being ingenious and eloquent against yourself; for
how, if you attend to things like these, can your mind be free and calm enough
to follow, not supersti tion, but reason, as your guide in action 1 Is it not
so? If any one, while speaking on his own affairs, in the course of his common
conversation, drops a word that may seem to you to bear on anything which you
are thinking or doing, shall that circumstance inspire you with either fear or
energy? When Marcus Crassus was embarking his army at Brundu- sium, a. certain
itinerant vender of figs from Caunus cried out in the harbour, Will you buy any
cauneas / Let us say, if you please, that this was an omen against Crassus's
expedition ; for that it was as much as to say, Cave ne eas (Beware how you
go), and that if Crassus had obeyed the omen he would not have perished. But if
we regard such omens as these, we shall have to take notice of sneezes, the
breaking of a shoe-tie, or the tripping over a pebble in walking. It now
remains for us to speak of the lots, and the Chal dean astrologers,
vaticinations, and dreams. And first let us speak of lots. What, now, is a lot?
Much the same as the game of mora, or dice, ! and other games of chance, in
which luck and fortune are all in all, and reason and skill avail nothing.
These games are full of trick and deceit, invented for the object of gain,
superstition, or error. But let us examine the imputed origin of the lots, as
we did that of the system of the soothsayers. We read in the records of the
Prsenestines, that Numeriua Sufnicius, a man of high reputation and rank, had
often been commanded by dreams (which at last became very threaten- ! The Latin
has quod talos jacere, quod tesseras, tali being dice with four flat and two round
sides, and tesserce dice with six flat sides. ing) to cut a flint-stone in two,
at a particular spot. Being extremely alarmed at the vision, he began to act in
obedience to it, in spite of the derision of his fellow-citizens; and he had no
sooner divided the stone, than he found therein certain lots, engraved in
ancient characters on oak. The spot in •which this discovery took place is now
religiously guarded, being consecrated to the infant Jupiter, who is
represented with Juno as sitting in the lap of Fortune, and sucking her
breasts, and is most chastely worshipped by all mothers. At the same time and
place in which the Temple of For tune is now situated, they report that honey
flowed out of an olive. Upon this the augurs declared that the lots there instituted
would be held in the highest honour; and, at their command, a chest was
forthwith made out of this same olive- tree, and therein those lots are kept by
which the oracles of Fortune are still delivered. But how can there be the
least degree of sure and certain information in lots like these, which, under
Fortune's direction, are shuffled and drawn by the hands of a child? How were
the lots conveyed to this particular spot, and who cut and carved the oak of
which they are composed 1 Oh, say they, there is nothing which God cannot do. I
wish that he had made these Stoical sages a little less inclined to believe
every idle tale, out of a superstitious and miserable solicitude. The common
sense of men in real life has happily succeeded in exploding this kind of
divination. It is only the antiquity and beauty of the Temple of Fortune that
any longer pre serves the Prsenestine lots from contempt even among the vulgar.
For what magistrate, or man of any reputation, ever resorts to them now? And in
all other places they are wholly disregarded; so that Clitomachus informs us,
that with refe rence to this, Carneades was wont to say that he had never been
so fortunate as when he saw Fortune at Prseneste. So we will say no more on
this topic. Let us now consider the prodigies of the Chaldeans. Eudoxus, who
was a disciple of Plato, and, in the judgment of the greatest men, the first
astronomer of his time, formed the opinion, and committed it to writing, that
no credence should be given to the predictions of the Chaldeans in their
calculation of a man's life from the day of his nativity. Paneetius, who is
almost the only member of THE PORTICO who rejects astro logical prophecies,
says that Archelaus and Cassander, the two principal astronomers of the age in
which he himself lived, set no value on judicial astrology, though they were
very celebrated for their learning in other parts of astronomy. Scylax of
Halicarnassus, a great friend of Pansetius, and a first-rate astronomer, and
chief magistrate of his own city, likewise rejected all the predictions of the
Chaldeans. But to proceed merely on reason, omitting for the present the
testimony of these witnesses. Those who put faith in the Chaldeans, and their
calcu lations of nativities, and their various predictions, argue in this
manner: they affirm that in that circle of constellations which the Greeks term
the Zodiac there resides a ceiiain energy, of such a character that each
portion of its circum ference influences and modifies the surrounding heavens
ac cording to what stars are in those and the neighbouring parts at each season
; and that this energy is variously affected by those wandering stars which we
call planets. But when they come into that portion of the circle in which is
situated the rise of that star which appears anew, or into that which has
anything in conjunction or harmony with it, they term it the true or quadrate
aspect. And moreover, as there happen at every season of the year several
astronomical revolutions, owing to approximations and retirements of the stars
which we see, which are affected by the power of the sun, they think it not
merely probable, but true, that according to the temperature of the atmosphere
at the time must be the animation and formation of children from their mother's
womb; and that their genius, disposition, temper, constitution, behaviour,
fortune, and destiny through life depend upon that. What an incredible insanity
is this ! for every error does not deserve the mere name of folly. The Stoic
Diogenes grants, that the Chaldeans possess the power of foreseeing certain
events ; to the limit, that is, of predicting what a child's disposition and
his particular talent and ability are likely to be. But he denies that the
other things which they profess can possibly be known. For instance ; two twins
may re semble each other in appearance, and yet their lives and fortunes may be
entirely dissimilar. Procles and Eurysthenes, kings of the Laceduemonians, were
twin-brethren. But they did not live the same number of years ; for Procles
died a year before his brother, and much excelled him in the glory of his
actions. But I question whether even that portion of prophetic power which the
worthy Diogenes concedes to the Chaldeans, by a sort of prevarication in
argument, can be fairly ascribed to them. For, as according to them the birth
of infants is regulated by the moon, and as the Chaldeans observe and take
notice of the natal stars with which the moon happens to be in conjunction at
the moment of a nativity, they are founding their judgment on the most
fallacious evidence of their eyes, as to matters which they ought to behold by
reason and intellect. For the science of Mathematics, with which they ought to
be acquainted, should teach them the comparative proximity of the moon to the
earth, and its re lative remoteness from the planets Venus and Mercury, and
especially from the sun, whose light it is supposed to borrow. And the other
three intervals, those, namely, which separate the sun from Mars and from
Jupiter and from Saturn, and the distance also between that and the heaven,
which is the bound and limit of our universe, are infinite and immense. What
influence, then, can such distant orbs ti'ansmit to the moon, or rather to the
earth? Moreover, when these astrologers maintain, as they are bound to
maintain, that all children that are born on the earth under the same planet
and constellation, having the same signs of nativity, must experience the same
destinies, they make an assertion which evinces the greatest ignorance of
astronomy. For those circles which divide the heaven into hemispheres circles
which the Greeks call horizons, and the Latins finientes perpetually vary
according to the spot from which they are drawn ; and, therefore, the risings
and settings of the stars appear to take place at different seasons to dif
ferent races of men. If, then, the condition of the atmosphere is affected by
the energy and virtue of the stars, sometimes in one way and sometimes in
another, how can those children who are born at the same time in different
climates be subject to the same starry influences in various quarters of the
globe 1 For instance, in the country which we Romans inhabit, the dog-star
rises some days after the summer solstice, while among the Troglodytes, a
people of Africa, it is said to rise before it. So that if I were to grant that
the heavenly influences have an effect upon all the children who are born upon
the earth, it would follow, that all who are born at the same time in different
regions of the earth, must be born not with the same but with different
inclinations according to the different conditions of climate; which, however,
they by no means admit. For they persist in maintaining that all chil dren who
are born at the same period, have at their nativity the same astrologicl
destinies allotted to them, whatever their native country may be. But what
folly is it to imagine, that while attending to the swift motions and
revolutions of heaven, we should take no notice of the changes of the
atmosphere immediately around us, its weather, its winds, and rains when
weather differs so much even in places which are nearest to one another, that
there is often one weather at Tusculum and another at Rome; as is especially
remarked by sailors, who, after having doubled a cape, often find the greatest
possible change in the wind. When the calmness or disturbed state of the
weather is so variable, is it the part of a man in his senses to say that these
circumstances have no effect on the births of children happen ing at that
moment, (as, indeed, they have not,) and yet to affirm, that that subtle and
indefinable thing, which cannot be felt at all, and can scarcely be
comprehended, namely, the conjuncture which arises from the moon and other
stars, does affect the birth of children 1 What? is it a slight error, not to
understand that by this system that energy of seminal principles which is of so
much influence in begetting and procreating the child is utterly put out of
sight? for who can help observing that the parents impress on their children,
to a great extent, their own forms, manners, features, and gestures. Now this
could hardly happen if it were not the power and nature of the parents which
was the efficient cause, but the condition of the moon and the temperature of
the heavens. Why need I press the argument that those who are born at one and
the same moment, are dissimilar in their nature, their lives, and their
circumstances? Besides, is there any doubt that many persons, though they were
born with great bodily defects, are never theless afterwards cured of them, and
set right by the self- corrective power of their nature, or by the attention of
their nui-ses, or the skill of their physicians? or that many chil dren have
been born so tongue-tied that they could not speak, and yet have been cured by
the application of the knife'? Many likewise by meditation or exercise have
removed their natural infirmities. Thus Phalereus records that Demos thenes
when young could not pronounce the letter R; but afterwards by constant
practice he learnt to articulate it perfectly. Now, if such defects had been
occasioned by the influence of the stars, nothing could have altered them. Need
I say more? Does not difference of situation make races of men different 1 It
is easy enough to give a list of such instances; and to point out what
differences exist be tween the Indians and Persians, the ^Ethiopians and
Syrians, in respect both of their persons and characters, so as to present an
incredible variety and dissimilarity. And this fact proves, that the climate
influences the nativities of men far more than the aspect of the moon and
stars. For though some pretend that the Chaldean astrologers have verified the
nativities of children by calculations and experi ments in the cases of all the
children who have been born for 470,000 years, this is a mistake. For had they
been in the habit of doing so, they would never have given up the practice.
But. as it is, no author remains who knows of such a thing being done now, or
ever having been done. You see that I am not using the arguments of Carneades,
but those rather of Pantetius, the chief of the Stoics But answer me now this
question. Were all those persons who were slain in the battle of Cannae born
under the same constellation, as they met with one and the same end? Again,
have those men who are singular in their genius and courage, a separate, some
peculiar star of their own too 1 For what moment is there in which a multitude
of persons are not born? and yet no one has ever been like Homer. And if the aspect
of the stars and the state of the firma ment influenced the birth of every
being, it should, by parity of reasoning, influence inanimate substances; yet
what can be more absurd than such an idea? I grant, indeed, that Lucius
Tarutius of Firma, my own personal friend, and a man particularly well
acquainted with the Chaldean astrology, traced back the nativity of our own
city, Rome, to those equinoctial days of the feast of Pales in which Romulus is
reported to have begun its foundations, and asserted that the moon was at that
period in Libra, and on this discovery, he hesitated not to pronounce the
destinies of Rome. Oh, the mighty power of delusion ! Is even the b'irth-day of
a city subject to the influence of the stars and moon'? Granting even that the condition
of the heavens, when he draws his first breath, may influence the life of a
child, does it follow that it can have any effect on brick or cement, of which
a city is composed? Why need I say more? Such ideas as these are refuted every
day. How many of these Chaldean prophecies do I remember being repeated to
Pompey, Crassus, and to Caesar himself ! according to which, not one of these
heroes was to die except in old age, in domestic felicity, and perfect renown ;
so that I wonder that any living man can yet believe in these impostors, whose
predictions they see falsified daily by facts and results. It only remains for
us now to examine those ttfo sorts of divination which you term natural, as
distin guished from artificial namely, vaticinations and dreams. With your
permission, brother Quiutus, we will now treat of these. I shall be very well
pleased to hear you, (answered Quintus,) for I entirely agree with all you have
hitherto advanced, and, to tell you the trut, although I have had my feelings
on the subject strengthened by your arguments, yet of my own accord I looked
upon the opinion of the Stoics respecting divination as rather too
superstitious, and was more inclined to favour the arguments which have been
adduced by the Peripatetics, and the ancient DicEearchus. and Cratippus, who
now flourishes, who all maintain that there exists in the minds of men a
certain oracular and pro phetic power of presentiment, whereby they anticipate
future events, whether they are inspired with a divine ecstasy, or are r.s it
were disengaged from the body, and act freely and easily during sleep. I wish
therefore to know what is your opinion respecting these vaticinations and
dreams, and by what ingenious devices you mean to invalidate them. When Quintus
had thus spoken, I proceeded again to speak, starting afresh, as it were, from
a new beginning. I am very well aware, brother Quintus, I replied, that you
have always entertained doubts respecting the other kinds of divination; but
that you are very favourable to the two natural kinds namely, ecstasy and
dreams, which appear to proceed from the mind when at liberty. T will therefore
tell you my idea very candidly respecting these two species of divination,
after I have examined a little the sentiment of the Stoics, and espe cially of
our friend Cratippus, on this subject. For you said that Cratippus, Diogenes,
and Antipater summed up the question in this manner : If there are Gods, and
they do not inform men beforehand respecting future events, either they do not love
men, or do not know what is going to happen; or they think that the knowledge
of the future would be of no service to mankind; or they believe it incon
sistent with the majesty of Gods to reveal to men the things that must come to
pass; or, lastly, we must believe that even the Gods themselves are incapable
of declaring them. But we cannot say that the Gods do not love man, for they
are essentially benevolent and philanthropic. And they cannot be ignorant of
those things, which they themselves have appointed and designed: neither can it
be uninteresting or unimportant to us to know what must happen to us, for we
should be more prudent if we did know. Nor can the Gods think it inconsistent
with their dignity to advertise men of future events, for nothing can be more
sublime than doing- good. Nor are they unable to perceive the future before
hand. If, therefore, there are no Gods, they do not declare the future to us;
but there are Gods, therefore they do declare. And if the Gods declare future
events to us, they must have furnished us with means whereby we may appre hend
them, otherwise they would declare them in vain; and if they have given us the
means of apprehending divination, then there is a divination for us to
apprehend therefore there is a divination. 0 acutest of men, in what concise
terms do they think that they have settled the question for ever! They assume
premises to draw their conclusion from, not one of which is granted to them.
But the only conclusion of an argument which can be approved, is one in which
the point doubted of is established by facts which are not doubtful. L. Do you
not see how Epicurus, whom the Stoics forsooth term a blunderer, reasons in
order to prove that the universe is infinite in the very nature of things? That
which is finite, says he, has an end. Every one will concede this. What ever
has an end, may be seen externally from something else. This also may be
granted him. Now that which includes al, cannot be discerned externally from
anything else. This proposition likewise appears undeniable. Therefore that
which includes all, having no end, is necessarily infinite. Thus by the
proposition which we are compelled to admit, he clearly proves the point in
question. Now this is just what you dialecticians have not yet done in favour
of divination ; and you not only bring forward no pro position as your
premises, so self-evident as to be universally admitted; but you assume such
premises as, even if they be granted, your desired conclusion would be as far
as ever from following. For instance, your first proposition is this: If there
are Gods they must needs be benevolent. Who will grant you this 1 Will
Epicurus, who asserts that the Gods do not care about any business of their own
or of others? or will our own countryman Ennius, who was applauded by all the
Romans, when he said I've always argued that the Gods exist, But that they care
for mortals I deny ; and then gives reasons for his opinion; but it is not
neces sary to quote him further. I have said enough to show that your friends
assume as certain, propositions which are matters of doubt and controversy. The
next proposition is this, That the Gods must needs know all things, because
they have made all things. But how great a dispute is there as to this fact
among the most learned men, several of whom deny that all things were created
by the immortal Gods! Again, they assert, that it is the interest of man to
know those things which are about to come to pass. But Dicsear- chus has
written a great book to prove that ignorance of futurity is better than
knowledge of futurity. They deny that it is inconsistent with the majesty of
the Gods to look into every man's house, forsooth, so as to see what is
expedient for each individual. Nor is it possible, say they, for them to be ignorant
of the future. This is denied by those who will not allow that what is future
can be certain. Do not you see, therefore, that they have assumed as certain
and admitted axioms, things which are doubtful? After which, they twist the
argument about and sum it up thus : Therefore, there are no Gods; and they do
not grant men intimations of the future. And, having settled the question thus,
to their own satisfaction, they add, But there are Gods; a fact which is not
admitted by all men; there fore, they do grant intimations. Even that
consequence I cannot see; for they may grant no intimations of the future and
yet exist as Gods. Again, it is asserted; If the Gods grant intimations to men
respecting future events, they must grant some means of explaining these
intimations. But surely the contrary may be the case ; for the Gods may keep to
themselves the mean ing of the signs which they impart to men ; for else, why
should they teach it to the Etrurians rather than to the Romans? Again, they
argue, that if the Gods have given men the means of understanding the signs
they impart, then the existence of divination is manifest. Biit grant that the
Gods do give such means, what does it avail, if we happen to be incapable of
receiving them 1 Last of all, their conclusion is ; Therefore, there certainly
is such a thing as divination. It may be their conclusion, but it is not
proved; for, as they themselves have taught us, •' false premises cannot
produce a true result. Therefore, the whole conclusion falls to the ground. Let
us now consider the arguments of that most excellent man, our friend Cratippus.
As, says he, the use and function of sight cannot exist without the eyes and
yet the eyes do not always perform their office, and, as he who has once
enjoyed correct sight, so as to see what truly exists, is conscious of the
reality of vision ; so, if the practice of divination cannot exist without the
power of divination and though in the exercise of this power of divination some
errors may occur, and the diviner may be misled so as not to foresee the truth
; yet the existence of divination is sufficiently attested by the fact that
some true divinations have been made, containing such exact predictions of all
the particulars of future events, that they can never have been made by chance,
of which numerous instances might be cited. The exist ence of divination must
therefore be admitted. The argument is neatly and concisely stated. But
Cratippus twice assumes what he wishes to prove; and even if we were willing to
grant him very large concessions, we could not possibly agree with his
conclusions. His argument is this: Though the eyes should sometimes possess
very imperfect sight, yet, provided they sometimes see clearly, it is evident
that the power of vision is in them. On the same principle, if any one has ever
once uttered a true divination, he must always be considered as possessing the
faculty of divining, even when he blunders. Now I entreat you, my dear
Cratippus, to consider how little is the resemblance between these two cases.
To me there is none at all. The eyes which see clearly exert no more than their
natural faculty of sight. But minds, if they have sometimes truly foreseen
future events, either in ecsta sies or dreams, have done so by fortune and
accident ; unless, indeed, you imagine those who believe that dreams are but
dreams, will grant you that when they happen to dream any thing that is true,
it is no longer the effect of chance. But we may concede for the present these
two assumptions of Cratippus, which the Greek dialecticians would call lem
mata. But we prefer speaking in Latin; still the presump tion, which they term
prolepsis, cannot be granted. Cratippus goes on assuming premises in this
manner: There are, says he, presentiments innumerable which are not fortuitous.
Now this we absolutely deny. See how great is the magnitude of the difference
between us. Not being able to agree with his premises, I assert that he has
drawn no conclusion. Oh, but perhaps it is very impudent of us not to concede a
point which is so clear ! But what is clear? Why, he replies, that many
predictions are fulfilled. Yes ; but are there not many more which are not
fulfilled? Does not this very variation, which is the peculiar property of
fortune, teach us that fortune, not nature, regulates such predictions?
Moreover, if your conclusion is true, 0 renowned Cratippus! for to you I
address myself do not you perceive that the soothsayers, and those who predict
by thunder and light ning, and the interpreters of prodigies, and the augurs,
and the Chaldean astrologers, and those who tell fortunes by drawing lots, will
all bring forward the same argument as yourself in their own favour? Not one of
these men has been so unfortunate as never on any occasion to find his pre
dictions verified. This being the case, you must either admit all the other
kinds of divination which you now most properly reject; or, if you absolutely
condemn them, I do not see how you will be able to defend those two which you
retain as favourable exceptions. For on the same principle that you maintain
these, the others also may be true which you discard. But what authority has
this same ecstasy, which you choose to call divine, that enables the madman to
foresee things inscrutable to the sage, and which invests with divine senses a
man who has lost all his human ones 1 We Romans preserve with solicitude the
verses which the Sibyl is reported to have uttered when in an ecstasy, the
interpreter of which is by common report believed to have recently uttered
certain falsities in the senate, to the effect that he whom we did really treat
as king should also be called king, if we would be safe. If such a prediction
is indeed contained in the books of the Sibyl, to what particular person or
period does it refer? For, whoever was the author of these Sibylline oracles,
they are very ingeniously com posed; since, as all specific definition of
person and period is omitted, they in some way or other appear to predict
everything that happens. Besides this, the Sibylline oracles are involved in
such profound obscurity, that the same verses might seem at different times to
refer to different subjects. It is evident, however, that they are not a song
composed by any one in a prophetic ecstasy, as the poem itself evinces, being
far less remarkable for enthusiasm and inspiration than for technicality and
labour ; and as is especially proved by that arrangement which the Greeks call
acrostics where, from the first letter of each verse in order, words are formed
which express some particular meaning ; as is the case with some of Ennius's
verses, the initial letters of which make, Which Ennius wrote. But such verses
indicate rather attention than ecstasy in those who write them. Now, in the
verses of the Sibyl, the whole of the paragraph on each subject is contained in
the initial letters of every verse of that same paragraph. This is evidently
the artifice of a practised writer, not of one in a frenzy; and rather of a
diligent mind than of an insane one. Therefore, let us con sider the Sibyl as
so distinct and isolated a character, that, according to the ordinance of our
ancestors, the Sibylline books shall not even be read except by decree of the
senate, and be used rather for the putting down than the taking up of religious
fancies. And let us so arrange matters with the priests under whose custody
they remain, that they may pro phesy anything rather than a king from these
mysterious volumes; for neither Gods nor men any longer tolerate the notion of
restoring kingly government at Rome. But many people, you say, have in repeated
instances uttered true predictions ; as, for example, Cassandra, when she said,
Already is the fleet,'' ' &c. ; and in a subsequent prophecy, Ah! see you
not? &c. Do you then expect me to give credence to these fables 1 I will
grant that they are as delightful as you please to call them, that they are
polished up with every conceivable beauty of language, sentiment, music, and
rhythm. LuL we are not bound to invest fictions of this kind with any
authority, or to give them any belief. And, on the same principle, I do not
think any one bound to pay any attention to such diviners as Publicius (whoever
he may be), or Martius, or to the secret oracles of Apollo ; of which some are
notoriously false, and others uttered at i-an- dom, so that they command little
respect, I will not say from learned men, but even from any person of plain
common sense. What ! you will say, did not that old sailor of the fleet of
Coponius predict truly the events which took place? No doubt he did ; but they
happened to be those very things which at the time everybody thought most
likely to ensue. For we were daily hearing that the two armies were situated
near each other in Thessaly ; and it appeared to us that Caesar's army had the
greater audacity, inasmuch as it was waging war against its own country, and
the greater strength, being composed of veteran soldiers. And as to the battle,
there was not one of us who did not dread the result, though, as brave men
should, we kept our anxiety to ourselves, and expressed no alarm. What wonder,
however, was it that this Greek sailor was forced from all self-possession and
constancy, as is very com mon, by the greatness of his terror and affright ;
and that, being driven to distraction by his own cowardice, he uttered those
convictions when raving mad which he had cherished when yet sane? Which, in the
name of Gods and men, is most likely; that a mad sailor should have attained to
a know ledge of the counsels of the immortal Gods, or that some one of us who
were on the spot at the time myself, for in stance, or Cato, or Varro, or
Coponius himself could have done so? I now come to you, Apollo, monarch of the
sacred centre Of the threat world, full of thy inspiration, The Pythian
priestesses proclaim thy prophecies. For Chrysipyus has filled an entire volume
with your oracles, many of which, as I said before, I consider utterly false,
and many others only true by accident, as often happens in any common
conversation. Others, again, are so obscure and involved, that their very
interpreters have need of other interpreters; and the decisions of one lot have
to be referred to other lots. Another portion of them are so ambiguous, that
they require to be analysed by the logic of dialecticians. Thus, when Fortune
uttered the following oracle respecting Croesus, the richest king of Asia, When
Crocus has the Halys cross'd, A mifdity kingdom will be lost ; that monarch
expected he should ruin the power of his enemies; but the empire that he ruined
was his own. And whichever result had ensued the oracle would have been true.
But, in truth, what reason have I to believe that such an oracle was ever
uttered respecting Croesus 1 or why should I think Herodotus more veracious
than Ennuis'? Is the one less full of fictions respecting Croesus than the
other is re specting Pyrrhus 1 For who now believes that the following answer
was given to Pyrrhus by the oracle of Apollo? You ask your fate; 0 king, I
answer you, yEacides the Romans will subdue! For, in the first place, Apollo
never uttered an oracle in Latin; secondly, this oracle is altogether unknown
to the Greeks. Besides, in the days of Pyrrhus, Apollo had already left off
composing verses. Lastly, although it was always the case, as is said in these
lines of Ennius, The JEacids were but a stupid race, More warlike than
sagacious, yet even Pyrrhus might without much difficulty have per ceived the
ambiguity of the phrase, Eacides the Romans will subdue; and might have seen
that it did not apply more to himself than it did to the Romans. As to that
ambiguity which deceived Croesus, it might even have deceived Chrysippus. This
one could not have deluded even IL GIARDINO. But the chief argument is, why are
the Delphic oracles altered in such a way that I do not mean only lately in our
own time, but for a long time nothing can have been more contemptible 1 When we
press our antagonists for a reason for this, they say that the peculiar virtue
of the spot from which those exhalations of the earth arose, under the
influence and excite ment of which the Pythian priestess uttered her oracles,
has disappeared by the lapse of time. You might suppose they were speaking of
wine or salt, which do lose their flavour by lapse of time; but they are
talking thus of the virtue of a place, and that not merely a natural, but a
divine virtue; and how is that to have disappeared? By reason of age, is your
reply. But what age can possibly destroy a divine virtue? and what virtue can
be so divine as an exhalation of the earth which has the power of inspiring the
mind, and ren dering it so prophetic of things to come, that it can not only
discern them long before they happen, but even declare them in verse and
rhythm? And when did this magical virtue dis appear 1 Was it not precisely at
the time when men began to be less credulous? Demosthenes, who lived nearly
three hundred years ago, said that even in his time the Pythia Philippized,
that is to say, supported Philip's influence; and his expression was meant to
convey the imputation that she had been bribed by Philip. From which we may
infer that other oracles besides those of Delphi were not quite immaculate.
Somehow or other, certain philosophers who are very superstitious not to say
fanatical appear to prefer anything to behaving with common sense themselves;
and so you prefer asserting that that has vanished, and become extinct, which,
if it ever had existed, must certainly have been eternal, rather than not
believe what is wholly incredible. The error with regard to the divination of
dreams is another of the same kind; their arguments for which are extremly
far-fetched and obscure. They affirm that the minds of men are divine, that
they came from God, and that the universe is full of these consenting
intelligences. That, therefore, by this inherent divinity of the mind, and by
its conjunction with other spirits, it may foresee future events. But Zeno and
the Stoics supposed the mind to contract, to subside, to yield, and even to
sleep, itself. And Pythagoras and Plato, authors of the greatest weight, advise
men, with a view of seeing things more certainly in sleep, to go to bed after
having gone through a certain preparatory course of food and other conduct.
Pythagoras, for this reason, coun selled his disciples to abstain from beans;
with the idea that this species of food excited the mind, not the stomach. In
short, somehow or other, I know nothing is so absurd as not to have found an
advocate in one of the philosophers. Do we then think that the minds of men
during sleep move by an intrinsic internal energy, or that, as Democritus pre
tends, they are affected with external and adventitious visions? On either
supposition we may mistake during our dreams many false things for true. For to
people sailing, those things appear to be in motion which are stationary, and by
a certain ocular deception, the light of a candle sometimes seems double. Why
need I in stance the number of false appearances which are presented to the
eyes of men, among those who labour under drunken ness, or maniacs? Now, if we
cannot trust such appearances as those, I know not why we are to place any
absolute reliance on the visions of dreams; for you might as well, if you
pleased, argue irom these errors as from dreams. For instance, that if
stationary objects appear to move, you might say that this appearance indicated
the approach of an earthquake, or some sudden flight ; and that lights seen
double presage wars, and discords, and seditions. From the visions of drunkards
and madmen one might, doubtless, deduce innumerable const quences by con jecture,
which might seem to be presages of future events. For what person who aims at a
mark all day long will not sometimes hit it 1 We sleep every night; and there
are very few on which we do not dream; can we wonder then that what we dream
sometimes comes to pass? What is so uncertain as the cast of dice 1 and yet no
one plays dice often without at times casting the point of Venus, and sometimes
even twice or thrice in succession. Shall we, then, be so absurd as to
attribute such an event to the impulse of Venus, rather than to the doctrine of
chances'? If then, on ordinary occasions, we are not bound to give credit to
false appearances, I do not see why sleep should enjoy this special privilege,
that its false seemings should be honoured as true realities. If it were an
institution of nature that men when they sleep really did the things which they
dream about, it would be necessary to bind all persons going to bed both hand
and foot, for they would otherwise while dreaming perpetrate more outrages than
maniacs. Now since we place no confi dence in the visions of madmen, simply
because they are delusions, I do not see why we should rely on those of
dreamers, which are often the wilder of the two. Is it because madmen do not
think it worth while to relate their visions to diviners, but those who dream
do [Once more I put this question. If I feel inclined to read or write
anything, or to sing or play on an instrument, or to pursue the sciences of
geometry, physics, or dialectics, am I to wait for information in these
sciences from a dream, or shall I have recourse to study, without which none of
those things can be either done or explained Again, if I were to wish to take a
voyage, I should never regulate my steering by my dreams. For such conduct
would bring its own im mediate punishment. How, then, can it be reasonable for
an invalid to apply for relief to an interpreter of dreams rather than to a
physician? Can Esculapius or Serapis, by a dream, best prescribe to us the way
to obtain a cure for weak health 1 And cannot Neptune do the same for a pilot
in his art? Or will Minerva give us medicine without troubling the doctor? And
still will the Muses refuse to impart to dreamers the art of writing, reading,
and the other sciences? But if the blessing of health were conveyed to us in
dreams, these other good things would certainly be so too. But unfortunately
the science of medicine cannot be learnt in dreams, and the other arts are in a
similar predicament. And if that be the case, then all the authority of dreams
is at an end. But this is only a superficial argument. Let us now penetrate the
heart of this question. For either some divine energy which takes care of us,
gives us presentiments in our dreams; or those who explain them do, by a
certain harmony and conjunction of nature which they call a~u/j.Tra.Oeia
(sympathy), understand by means of dreams what is suitable for everything, and
what is the con sequence of everything; or, lastly, neither of these things is
true; but there is a constant system of observation of long standing, by which
it had been remarked, that after certain dreams certain events usually follow.
The first thing then for us to understand is, that there is no divine energy
which inspires dreams; and this being granted, you must also grant that no
visions of dreamers proceed from the agency of the Gods. For the Gods have for
our own sake given us intellect sufficiently to provide for our future welfare.
How few people then attend to dreams, or under stand them, or remember them!
How many, on the other hand, despise them, and think any superstitious
observation of them a sign of a weak and imbecile mind! Why then should God
take the trouble to consult the interest of this man, or to warn that one by
dreams, when ho knows that they not only do not think them worth attending to,
but they do not even condescend to remember them. For a God cannot be ignorant
of the sentiments of every man, and it is unworthy of a God to do anything in
vain, or without a cause; nay, that would be unworthy of even a wise man. If,
therefore, dreams are for the most part disregarded, or despised, either God is
ignorant of that being the fact, or employs the intimation by dreams in vain.
Neither of these suppositions can properly apply to God, and therefore it must
be confessed, that God gives men no inti mations by means of dream. Again, let
me ask you, if God gives us visions of a prophetic nature, in order to apprise
us of future events, should we not rather expect them when we are awake than
when we are asleep 1 For, whether it be some external and adventitious impulse
which affects the minds of those who are asleep, or whether those minds are
affected voluntarily by tiieir own agency, or whether there is any other cause
why we seem to see and hear or do anything during sleep, the same impulses
might surely operate on them when awake. And if for our sakes the Gods effect
this during sleep, they might do it for us while awake. Especially as
Chrysippus, wishing to refute the Acade micians, makes this remark That those
inspirations, visions, and presentiments which occur to us awake, are much more
distinct and certain than those which present themselves to dreamers. It would,
therefore, have been more worthy of the divine beneficence while exerting its
care for us, rather to favour us with clear visions when we are awake, than
with the perplexed phantasms of dreams; and since that is not done, we must
believe that these phantasms are not divine at all. Moreover, what is the use
of such round-about and circuitous proceedings, as for it to be necessary to
employ interpreters of dreams, rather than to proceed by a straight forward
course If God were indeed anxious for oxir interests, he would say, Do this, do
not that; and he would give such intimations to a waking rather than to a
sleeping man; but as it is, who would venture to assert that all dreams are
true? Ennius says, that some dreams are prophetical; he adds also, that it does
not follow that all are so. Now whence arises this distinction between true
dreams and false ones 1 and if true dreams come from God, from whence come the
false ones? For if these last do like wise come from God, what can be more
inconsistent than God? And what can be more ignorant conduct than to excite the
minds of mortals by false and deceitful visions? But f only true dreams come
from God, and the false and groundless ones are merely human delusions, what
authority have you for making such a distinction as is implied in saying, God
did this, and nature that 1 Why not rather say either that all dreams come from
God (which you deny), or all from nature? which necessarily follows, since you
deny that they proceed from God. By nature I mean that essential activity of
the mind owing to which it never stands still, and is never free from some
agitation or motion or other. When in consequence of the weakness of the body
it loses the use of both the limbs and the senses, it is still affected by
various and uncertain visions aris ing (as Aristotle observes) from the relics
of the several affairs which employed our thoughts and labours during our
waking hours; owing to the disturbances of which, marvellous varieties of
dreams and visions at times arise. If some of these are false, and others true,
I shall be glad to be informed by what definite art we are to distinguish the
true from the false. If there be no such art, why do we consult the inter
preters 1 If there be any such art, then I wish to know what it is. But they
will hesitate. For it is a matter of ques tion, which is more probable; that
the supreme and im mortal Gods, who excel in every kind of superiority, employ
themselves in visiting all night long not merely the beds, but the very pallets
of men, and as soon as they find any person fairly snoring, entertain his
imagination with per plexed dreams and obscure visions, which sends him in
great alarm as soon as daylight dawns to consult the seer and interpreter: or
whether these dreams are the result of natural causes, and the everactive,
everworking mind having seen things when awake, seems to see them again when
asleep. Which is the more philosophical course, to interpret these phenomena
according to the superstitions of old women, or by natural explanations So that
even if a true interpretation of dreams could exist, it is certainly not in the
possession of those who profess it, for these people are the lowest and most
ignorant of the people. And it is not without reason that your friends the
Stoics affirm, that no one can ever be a diviner but a wise man. Chrysippus,
indeed, defines divination in these words: It is, says he, a power of
apprehending, discerning, and ex plaining those signs which are given by the
Gods to men as portents; and he adds, that the proper office of a sooth sayer
is to know beforehand the disposition of the Gods hi regard to men, and to
declare what intimations they give, and by what means these prodigies are to be
propitiated or averted. The interpretation of dreams he also defines in this
manner. It is, says he, a power of beholding and revealing those things which
the Gods signify to men in dreams. Well, then, does this require but a moderate
degree of wisdom, or rather consummate sagacity, and perfect erudition?and a
man so endowed we have never known. Consider, therefore, whether even if I were
to concede to you that there is such a thing as divination which I never will
concedeit would still not follow that a diviner could be found to exercise it
truly. But what strange ideas must the Gods have, if the intimations which they
give us in dreams are such as we cannot understand of ourselves, and such, too,
as we cannot find interpreters of: acting almost wisely as the Carthaginians
and Spaniards would do if they were to harangue in their native languages in
our Roman senate without an interpreter. But what is the object of these enigmas
and obscurities of dreamers 1 For the Gods ought to wish us to under stand
those things which they reveal to us for our own sake and benefit. What! is no
poet, no natural philoso pher obscure? Euphorion certainly is obscure enough,
but Homer is not; which, then, is the best? Heraclitus is very puzzling,
Democritus is very lucid; are they to be compared? You, for my own sake, give
me advice that I do not understand! What is it, then, that you are advising me
to do? Suppose a medical man were to prescribe to a sick man an earth-born,
grass-walking, housecarrying, unsanguineous animal, in stead of simply saying,
a snail; so Amphion in Pacuvius speaks of A four-footed and slow going beast,
Rugged, debased, and harsh; his head is short, His neck is serpentine, his
aspect stern; He has no blood, but is an animal Inanimate, not voiceless. When
these obscure verses had been duly recited, the Greeks cried out, We do not
understand you unless you tell us plainly what animal you mean? I mean, said
Pacuvius, I mean in one word, a tortoise. Could you not, then, said the
questioner, have told us so at first? We read in that volume which Chrysippus
has written concerning dreams, that some one having dreamed in the night that
he saw an egg hanging on his bed-post, went to consult the interpreter about
it. The interpreter informed him that the dream SIGNIFIED that a sum of money
is concealed under his bed. He digs, and finds a little gold surrounded by a
heap of silver. Upon this, he sends the interpreter as much of the silver as he
thinks a fair reward. Then says the interpreter, What! none of the yolk? For
that part of the egg appears to intimate gold, while the rest means silver. But
did no one else ever dream of eggs. If others have, too, why is this man the
only one who ever finds a treasure in consequence? How many poor people are
there worthy of the help of the gods, to whom they vouchsafe no such fortunate
intimations! And, again, why did this individual receive SUCH AN OBSCURE SIGN
of a treasure o,s could be afforded by the resemblance of an egg, instead of
being distinctly commanded at once to look for a treasure, in the same way as
Simonides is expressly forbidden to put to sea? Therefore, obscure dreams are
not at all consistent with the majesty of the gods. But let us now treat of
those dreams which you term clear and definite, such as that of the Arcadian
whose friend is killed by the inn-keeper at Megara, or that of Simonides, who
is warned not to set sail by an apparition of a man whose interment he had kindly
superintended. The history of Alexander presents us with another instance of
this kind, which I wonder you did not cite, who, after his friend Ptolemy is
wounded in battle by a poisoned arrow, and when he appears to be dying of the
wound, and is in great agony, fell asleep while sitting by his bed, and in his
slumber is said to have seen a vision of the serpent which his mother Olympias
cherished, bringing a root in his mouth, and telling him that it grew in a spot
very near at hand, and that it possessed such medicinal virtue, that it would
easily cure Ptolemy if applied to his wound. On awaking, Alexander relates his
dream, and messengers are sent to look for that plant, which, when it is found,
not only cures Ptolemy, but likewise several other soldiers, who during the
engagement were wounded by similar arrows. You relate a number of dreams of
this nature borrowed from history. For instance, that of the mother of Phalaris
that of King Cyrus that of the mother of Dionysius that of Hamilcar the Carthaginian,
that of Hannibal, that of PUBLIO DECIO, that notorious one of the president
that of CAIO GRACCO, and the recent one of Ceecilia, the daughter of METELLO
BALEARICO. But the main part of these dreams happened to strangers, and on that
account we know little of their particular circumstances: some of them may be
mere fictions; for who are they vouched by? As to those dreams that have
occurred in our personal experience, what can we say about them,about your
dream respecting myself and my horse being submerged close to the bank; or
mine, that Marius with the laurelled fasces ordered me to be conducted into his
monument? All these dreams, my brother, are of the same character, and, by the
immortal Gods, let us not make so poor a use of our eason, as to subject it to
our superstition and delusions. For what do you suppose the Marius was that
appeared to me? His ghost or image, I suppose, as Demo- critus would call it.
Whence, then, did his image come from 1 For images, according to him, flow from
solid bodies and palpable forms. What body then of MARIO is in existence? It
came, he would say, from that body which had existed; for all things are full
of images. It was, then, the image of Marius that haunted me on the Atinian
territory, for no forms can be imagined except by the impulsion of images. What
are we to think then 1 Are those images so obedient to our word that they come
before us at our bidding as soon as we wish them; and even images of things
which have no reality whatsoever? For what form is there so preposterous and
absurd that the mind cannot form to itself a picture of it? so much so indeed
that we can bring before our minds even things which we have never seen; as,
for instance, the situations of towns and the figures of men. When, then, I
dream of the walls of Babylon, or the counte nance of Homer, is it because some
physical image of them strikes my mind1? All things, then, which we desie to be
so, can be known to us, for there is nothing of which we cannot think.
Therefore, no images steal in upon the mind of the sleeper from without; nor
indeed are such external images flowing about at all; and I never knew any one
who talked nonsense with greater authority. The energy and nature of human
minds is so vigorous that they go on exerting themselves while awake by no
adven titious impulse, but by a motion of their own, with a most incredible
celerity. When these minds are duly supported by the physical organs and senses
of the body, they see and conceive and discern all things with precision and
certainty. But when this support is withdrawn, and the mind is deserted by the
languor of the body, then it is put in motion by its own force. Therefore,
forms and actions belong to it; and many things appear to be heard by, and said
to it. Then, when the mind is in a weak and relaxed state, many things present
themselves to it commingled and varied in every kind of manner; and most
especially do the reminiscences of- those things flit before the mind and move
about, which excited its interest or employed its active energies when awake.
As, for instance, MARIO at that time was often pre sent to my mind while I
recollected with what magnanimity and constancy he had borne his sad
misfortunes; and this, I imagine, is the reason why I dreamed of him. You also
were thinking of me with great anxiety, when suddenly I appeared to you to have
just escaped out of the river. For there were in both of our minds the traces
of our waking thoughts. In both instances, however, there were certain
additional circumstances; as in mine, the visit to the temple of MARIO; and in
yours, the reappearance of the horse on which I was riding, and who sunk at the
same time with myself. Do you think then, you will say, that any old woman
would be so doting as to believe dreams if they did not sometimes and at random
turn out true? A dragon appeared to address Alexander. Doubtless this might be
true, or it might be false; but whichever the case may have been, there is
surely nothing very wonderful about it; for he did not hear this serpent speakinglie
onlydreamed that he heard him; and to make the story more remarkable, the
serpent appeared with a branch in its mouth, and yet spoke: still nothing is
difficult or impossible in a dream. I would ask, however, how it was that
Alexander had this one dream so remarkable and so certain, though he had no
such dream on any other occasion, nor have other people seen many such. For
myself, excepting that about Marius, I do not recollect having experienced one
worth speaking of. I must, therefore, have wasted to no purpose as many nights,
as I have slept during my long life. Now, indeed, on account of the
intermission of my forensic labours, I have diminished my evening studies, and
added some noonday slumbers, in which I never indulged before. But yet, though
I sleep so much more than formerly, I am never visited with a prophetic dream,
which I should con sider a singular favour now, though engaged in such weighty
affairs. Nor do I seem ever to experience any more important dream than when I
see the magistrates in the forum, and the senate in the senatehouse. In truth,
(and this is the second branch of your division,) what connexion and
conjunction of nature (which, as I have said, the Greeks term avp.ira.6euL,) is
there of such a character, that a treasure is to be understood by an egg?
Physicians, indeed, know of certain facts by which they perceive the approaches
and increase of diseases; there are also some indications of a return to
health; so that the very fact whether we have plenty to eat or whether we are
dying of hunger, is said to be indicated by some kinds of dreamn. But by what
rational connexion are treasures, and honours, and victories, and things of
that kind, joined to dreams'? They tell us, that a certain individual dreaming
of sexual coition, ejected calculi: I grant that sympathy may have had
something to do in a case like this,because, in sleeping, his imagination might
have been so affected with sensual images, that such an emission took place by
the force of nature, rather than by supernatural phantasms. But what sympathy
could have presented to Simonides the image of the person, who in a dream
warned him not to put to sea 1 Or what sympathy could have occasioned the
vision of Alcibiades, who, a little before his death, is said to have dreamed
that ie was arrayed in the robes of Timandra his mistress? What relation could
this have with the event which afterwards happened to him; when, being slain
and cast naked into the street and abandoned by all the world, his mistress
took off her mantle and covered his dead body with it? Was this then fixed as a
piece of futurity, and had it natural causes, or was it mere accident that the
dream was seen, and came true ? Do not the conjectures of the interpreters of
dreams rather indicate the subtlety of their own talents, than any natural
sympathy and correspondence in the nature of things? A runner, who intended to
run in the Olympic games, dreamed during the night that he was being driven in
a chariot drawn by four horses. In the morning he applied to an interpreter. He
replied to him, You will win: that is what is intimated by the strength and
swiftness of the horses. He then applied to Antiphon, who said to him, By your
dream it appears that you must lose the race; for do you not see that four
reached the goal before you? Here is another story respecting an athlete; and
the books of Chrysippus and Antipater are full of such stories. However, I will
return to the runner. He then went to a sooth sayer and informed him that he
had just dreamed that he was changed into an eagle. You have won your race
(said the seer), for this eagle is the swiftest of all birds. He also went to
Antiphon, who said to him, You will certainly be conquered; for the eagle
chases and drives other birds which fly before it, and consequently is always
behind the rest. A certain matron, who was very anxious to have children, and
who doubted whether she was pregnant or not, dreamed one night that her womb
was sealed up; she, therefore, asked a soothsayer whether her dream signified
her pregnancy? He said, No; for the sealing implied, that there could be no
conception. But another whom she consulted said, that her dream plainly proved
her pregnancy; for vessels that have nothing in them are never sealed at all.
How delusive, then, is this conjectural art of those interpreters! THOSE SPOTS
MEANT NOTHING TO ME BUT TO THE DOCTOR THEY MEANT MEASLES GRICE Or do these
stories that I have recited, and a host of similar ones which IL PORTICO has
collected, prove anything else but the subtlety of men, who, from certain
imaginary analogies of things, arrive at all sorts of opposite conclusions?
Physicians derive certain indications from the veins and breath of a sick man;
and have many other SYMPTOMS by which they judge of the future. So, when pilots
see the cuttlefish leaping, and the dolphins betaking themselves to the
harbours, they recognise these indications as sure signs of an approaching
storm. Such signs may be easily explained by reference to the laws of nature
NATVRA natural meaning GRICE; but those which I was mentioning just now cannot
possibly be accounted for in the same mariner. But the defenders of divination
reply, and this is the last objection I shall answer, that a long continuance
of observations has created an art. Can, then, dreams be experimented on? And
if so, how1? for the varieties of them are innumerable. Nothing can be imagined
so preposterous, so incredible, or so monstrous, as to be beyond our power of
dreaming. And by what method can this infinite variety bo either fixed in memory
or analysed by reason? Astrologers have observed the motion of the planets, for
a certain order and regularity in the course of these stars has been discovered
which was not suspected. But tell me, what order or regularity can be discerned
in dreams1 How can true dreams be distinguished from false ones; since the same
dreams are followed by different results to different people, and, indeed, are
not always attended by the same events in the case of the same persons? For
this reason I am extremely surprised that, though people have wit enough to
give no credit to a notorious liar, even when he speaks the trilth, they still,
if one single dream has turned out true, do not so much distrust one single
case because of the numbers of instances in which they have been found false,
as think multitudes of dreams established because of the ascertained truth of
this one. If, then, dreams do not come from God, and if there are, no objects
in nature NATVRA natural meaning GRICE with which they have a necessary sympathy
and connexion, and if it is impossible by experiments and observations to
arrive at a sure interpretation of them, the consequence is, that dreams are
not entitled to any credit or respect whatever INCLUDING LUTHER KING’S OR
PILATE’S – I dreamed I met a Galilean, a most amazing man. And this I say with
the greater confidence, since those very persons who experience these dreams
cannot by any means understand them, and those persons who pretend to interpret
them, do so by conjecture, not by demonstration. And in the infinite series of
ages, chance has produced many more extraordinary results in every kind of
thing than it has in dreams; nor can anything be more uncertain than that
conjectural interpretation of diviners, which admits not only of several, but
often of absolutely contrary senses. Let us reject, therefore, this divination
of dreams, as well as all other kinds. For, to speak truly, that superstition
has extended itself through all nation, and has oppressed the intellectual
energies of almost all men, and has betrayed them into endless imbecilities: as
I argue in my treatise on the Nature of the Gods, and as I have especially
laboured to prove in this dialogue on Divination. For I thought that I should
be doing an immense benefit both to myself and to my countrymen if I could
entirely eradicate all those superstitious errors. Nor is there any fear that
true religion can be endangered by the demolition of this superstition; for it
is the part of a wise man to uphold the religious institutions of our
ancestors, by the maintenance of their rites and ceremonies. And the beauty of
the world and the order of all celestial things compels us to confess that
there isan excellent and eternal nature which deserves to be worshipped and
admired by all mankind. Wherefore, as this religion whichis united with the
knowledge of nature is to be propagated, so also are all the roots of
superstition to be destroyed. For it presses upon, and pursues, and persecutes
you wherever you turn yourself, whether you consult a diviner, or have heard an
omen, or have immolated a victim, or beheld a flight of birds; whether you have
seen a Chaldean or a soothsayer; if it lightens or thunders, or if anything is
struck by lightning; if any kind of prodigy occurs; some of which events must
be frequently coming to pass; so that you can never rest with a tranquil mind.
Sleep seems to be the universal refuge from.all labours and anxieties. And yet
even from this many cares and perturbations spring forth which, indeed, would
of themselves have no influence, and would rather be despised, if certain
philosophers had not taken dreams under their special patronage; and those,
too, not philosophersof the lowest order, but men of vast learning, and
remarkable penetration into the consequences and inconsistencies of things, men
who are looked upon as absolute and perfect masters of all science. Nayif
Carneades had not resisted their extravagances, I hardly know whether they
would not by this time have been reckoned the only philosophers worthy of the
name. And it is with those men that nearly all our controversy and dispute re
specting divination is mainly waged; not because we think meanly of their
wisdom, but because they appear to defend their theories with the greatest
acuteness and cautiousness. But,as it is the peculiar property of the Academy
to interpose no personal judgment of its own, but to admit those opinions which
appear most probable, to compare arguments, and to set forth all that may be
reasonably stated in favour of each proposition; and so, without putting forth
any autthority of its own, to leave the judgment of the hearers free and
unprejudiced; we will retain this custom, which has been handed down from
Socrates; and this method, dear brother Quintus, if you please, we will adopt
as often as possible in all our dialogues together.Indeed, said he, nothing can
be more agreeable to me. Having held these conversations we went away.
Alessandro Chiappelli. Keyword: academici, Alcibiade, Gli Scipione, la
dialettica romana, storia dela filosofia romana, Cicerone, ambassiata,
Carneade, Kant, neo-Kantianismo, external world, internal world, the reality of
the external world, iconography, detailed ecphrasis of “La scuola di Atene” –
dialettica ateniense, dialettica romana. Grice: To Athens, via Rome. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Chiappelli” – The Swimming-Pool Library
Luigi Speranza -- Grice e Chiaromonte:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della parola – il
cane ha molto. Definizione d’ aggetivo – la correlazione – scuola di Rapolla –
filosofia basilicatese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di
Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Rapolla). Filosofo
basilicatese. Filosofo italiano. Rapolla, Potenza, Basilicata.
Grice: “Problem with Chiaromonte is that he let things influence him too much!
My favourite is his tract on ‘silenzio e parola’ – where as he explains,
‘parabola,’ as used by the Greeks meant conversazione, because among primitive
people, it is all about ‘comparison,’ and that is what a parabole is – by
comparison we may think of miaow-miaow and the bow-bow theory of meaning!”. Esponente
antifascista, appassionato di filosofia (fu discepolo di Andrea Caffi) e di
teatro, fondò con Ignazio Silone la rivista culturale indipendente "Tempo
Presente". Il padre, medico, si trasfere con la famiglia a Roma, C. si
vota all'anti-fascismo, dopo una breve parentesi fra le file fasciste, entrando
a far parte della formazione Giustizia e libertà e finendo esule a Parigi per
evitare l'arresto della polizia. E in Spagna, combattente repubblicano nella
guerra civile spagnola contro le armate franchiste nella pattuglia aerea di
André Malraux (la figura di C. è adombrata in quella del personaggio
dell'intellettuale Scali, del romanzo L'Espoir), poi abbandonò il fronte per
contrasto con i comunisti. Allo scoppio del secondo conflitto mondiale, in seguito
all'invasione tedesca della Francia, riparò a New York, facendosi notare nel
gruppo dei cosiddetti New York Intellectuals. Fu propugnatore del socialismo
libertario che contrappose alle spinte trotzkiste della rivista politics di
Macdonald, a cui pure si legò in un sodalizio di amicizia e di frequentazione
intellettuale. Ebbe legami d'amicizia con filosofi come Arendt e Camus, e
scrittori come Orwell, e collaborò con Salvemini al settimanale italiano a New
York, Italia libera. Tornato in Italia una prima volta e una seconda, si sentì
esule in patria, anche per il suo rifiuto a sottostare ai compromessi che
volevano la cultura strettamente legata ai partiti politici; per un periodo
tenne una rubrica di critica teatrale sulla rivista Il Mondo fondata da Mario
Pannunzio. Assieme a Silone, fondò "Tempo presente", rivista
culturale indipendente, esperienza innovativa nell'Italia dell'epoca che portò
avanti, nonostante qualche dissapore con Silone, con grande attenzione agli
autori di notevole spessore che riempivano le pagine del mensile. Le sue
posizioni furono improntate all'anticomunismo ma, a differenza di Silone, fu
senz'altro più utopico; vicino alle posizioni di Albert Camus, teorizzò «la
normalità dell'esistenza umana contro l'automatismo catastrofico della Storia».
Nel testo La guerra fredda culturale. La Cia e il mondo delle lettere e delle
arti (Fazi editore) della storica e giornalista inglese Frances Stonor
Saunders, si sostiene che la rivista Tempo presente sia stata finanziata dalla
CIA: la Saunders ne individua i fondatori come personaggi di punta del Congress
for Cultural Freedom e principali destinatari dei finanziamenti della CIA per
attività culturali in Italia. Intrattiene una fitta corrispondenza con
Mussayassul, amichevolmente chiamata Muska, una monaca benedettina, sul tema
della verità. Altre saggi: La situazione drammatica, Milano, Bompiani, The
Paradox of History, Londra, Le Paradoxe de l'Histoire, prefazione di Adam
Michnik, introduzione di Marco Bresciani, Cahiers de l'Hôtel de Galliffet,
Credere e non credere, Milano, Bompiani; Collana Intersezioni, Bologna, Il
Mulino, Scritti sul teatro, Introduzione di Mary McCarthy, Miriam Chiaromonte,
Collana Saggi, Torino, Einaudi, Scritti politici e civili, Miriam Chiaromonte,
Introduzione di Leo Valiani, con una testimonianza di Silone, Milano, Bompiani,
Il tarlo della coscienza (The Worm of Consciousness and Other Essays,
Prefazione di Mary McCarthy), Miriam Chiaromonte, Collana Le occasioni,
Bologna, Il Mulino, Silenzio e parole: scritti filosofici e letterari, Milano,
Rizzoli, Che cosa rimane, Taccuini, Collana Saggi, Bologna, Il Mulino, Lettere
agli amici di Bari, Schena, Le verità inutili, S. Fedele, L'ancora del
Mediterraneo, La rivolta conformista. Scritti sui giovani e il 68, Una città,
Forlì, Fra me e te la verità. Lettere a Muska, W. Karpinski e C. Panizza, Una
città, Forlì, Il tempo della malafede e altri scritti, Vittorio Giacopini,
Edizioni dell'Asino, Albert Camus-Nicola Chiaromonte, Correspondance, Édition
établie, présentée et annotée par Samantha Novello, Collection Blanche, Paris,
Gallimard, Dizionario Biografico degli Italiani. Simone Turchetti, Libri:
"Le attività culturali della Cia" Galileo, Cesare Panizza, Nicola
Chiaromonte. Una biografia. Presentazione di Paolo Marzotto, prefazione di
Paolo Soddu, Roma, Donzelli. Dizionario Biografico degli Italiani, XXIV, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana Treccani, Filippo La Porta, Maestri
irregolari, Bollati Boringhieri. Gino Bianco, Nicola Chiaromonte e il tempo
della malafede, Lacaita, Manduria-Roma-Bari, Michele Strazza, Contro ogni
conformismo. Nicola Chiaromonte, in "Storia e Futuro", Filippo La
Porta, Eretico controvoglia. Nicola Chiaromonte, una vita tra giustizia e
libertà, Bompiani. Bocca di Magra Altri progetti Collabora a Wikiquote
Citazionio su Nicola Chiaromonte Nicola Chiaromonte, su TreccaniEnciclopedie on
line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Nicola Chiaromonte, in Dizionario
biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Opere di Nicola
Chiaromonte,. Fotografie e documenti di Nicola Chiaromonte La cultura politica
azionista. "Nuovo Partito d'Azione". Il fondo librario Chiaromonte.
Sotto il generico vocabolo “parola” (cf. Grice, ‘to utter’) si può intendere
qualunque segno communicativo che serve a rappresentare una percezione o
un'idea o concetto. Pur nondimeno questa voce “parola” – cf. Grice “to utter”
-- nell'uso ordinario è ristretta a signare un suono articolato, con cui l’uomo
esprime e communica la pércezione o la idea o concetto ad altro uomo; e siccome
il suono articolato e stato legato ad altro segno, così la parola, oltre di
esser pronunziata (pro-nuntiatum), è anche scritta. Orche cosa è mai questa
*communicazione* da un'uomo all'altro? Questa communicazione propriamente è un
mezzo di suscitare nell’altro uomo, al quale si dirigge, una percezione o una
idea o concetto consimile a quelle che ha e che vuol *communicare* (o signare)
colui che ‘signa’. Perciò la communicazione consiste nel far sorgere nell’altro
quella stessa percezione o quella stessa idea. Ciò in due modi può succedere,
cioè: o mediante una convenzione, arbitrio, concordo, patto, sul segno, sia
volontariamente fatta, sia abitualmente seguita, cosicchè ogni segno per ragion
di associazione convenzionale desti una percezione o un'idea corrispondente; o
pure mediante una naturale (iconica, assoziativa) associazione o meglio
co-relazione che si stabilisce tra un segno e una percezione o idea o concetto,
cosicchè non abbisogni altro che imitare (proffere) appositamente questo segno
per suscitare nell’altro la percezione o idea o concetto naturalmente (iconico,
assoziativo) annessa o co-relata. È del primo modo – il modo di correlazione
convenzionale -- la maggior parte dei segni; poichè una convenzion prima
espressamente o tacitamente fatta, e l'uso che ciascun trova del sistema di
communicazione del suo popolo, fan sì che appena si manipula un determinato
segno, tosto si destino in coloro che ascoltano le percezioni e le idee
co-rispondenti. Sono del secondo modo ogni segno che per lo più imitano una
proprieta naturale, come la voce del cane (“Daddy wouldn’t buy me a bow-wow”),
il romore del vento, lo scorrer del fiume il rimbombo del tuono, della
esplosione, ed altri simili. Ancorchè l'uomo non sa per antecedente convenzione
il ‘signato’ di tale ‘segno,’ egli tosto si fa l'idea del ‘segnato’ che
s'indica, perchè la imitazione – iconicita, assoziativita – della proprieta
naturale sveglia la percezione socia. Sentendo “bac-buc” dei tedeschi,
quantunque non sa l'alemanno, mi debbo far tosto l'idea del vuotarsi di un vaso
a bocca stretta. In questa categoria va pure il vocativo “o”, perchè la
pronunzia molto spontanea di questa vocale fa volgere la persona verso il punto
donde “o” vien pronunziato: e quindi da per sè stesso il vocativo “o” serve a
chiamare, perchè ottiene spontaneamente questo effetto o risponsa
nell’recipiente. Intanto il segno, oltre che serve a mettere in communicazione
due uomini fra loro ed a far nascere in essi la ri-produzione (o trasferenza
psicologica) di una percezione e di una idea secondo la volontà del ‘signante,’
è al tresi utile ad un'uomo solo, allorchè egli si racchiude in se stesso e si
va rappresentando le cose per meditarvi. Difatti è un'osservazione ben comune
che noi parliamo dentro noi stessi, allorquando pensiamo le diverse cose, e
principalmente allor quando ci rappresentiamo una idea astratta. PRISCIANI
GRAMMATICI CÆSARIENSIS.DE VOCE. PHILOSOPHI definiunt vocem effe ærem temuffitmm
ftfhtm,uel fiuwm fenfibile ut ritum,idefl quod propria auribus accidit Et p efl
prior definitio ii fubfhtntia fiumpta, Altera nero d notione quam graa ivvotav
dicunt Jnoc efl ab accidentibus Accidit enimuod auditus quantum in ipfia efl
Vedi autem differentia fiunt IV: articulato, inarticulata, literata,
illiterata. Articulata est qua coarguta, hoc est copulata cum aliquo
fienfiu mentis eius qui loquitur, profertur. INARTICULATA est
contraria, qua a nui lo proficifettur affccfht mentis. Litterata est qua
ficribipotefl. IJ-literafa qua ficnbi nbpot. r nuenimtur igitur quadam voces
articulata, qua et feribi poffitnt et intellig, ut Arma uirtemq; cano Quadam
qua no peffunt feribi, intelligiinturth, ut fibili heminu et GEMITVS, ha enm
voces quamus sensium alique SIGNIFICENT proferentis eas, feribi tn no poffiint
Ali vero sunt qua quantus feribantur, tn inarticulata dicuntur, cum nihil
significent, ut coax, cr a baseni voces quanquam intelliginuis de qua fint
noluere proferte, tamen in articulata dicutur, qma vox fut superius
dixi){marticulata est, qua a Milio affvfhe profiafdtur. Alia sunt inarticulata et illitterdta, qua nec feribi possunt nec
intelligj, ut fl repitus, mugitur, et his similia. Scire autem debemus, quod
has IV pecies vocum p- fidunt IV superiores differentia generaliter voct
æddentes, bina per singulas inuictm coeuntes. Vox autem didht est vel d Uo*
cctndo, ut “dux”, “ducendo”, Uel ccto rojfioxco jsoco, ut quibufda placet bE Lr
fl pars minima uods composita, hoc efi l uods qua conflant compositione
litterarii, minima autem quantum ad totam comprehensionem uoas litterata, ad
hanc enim etiam produrtauoctiles hreuiffima partes inveniuntur, vel quod omnium
est brevissimum eorum quzdiuidi possunt, id quod dividi non potefl Vcffumus et
fic definire Littera e nox qua feribi potest mdiuiduauicitur autem littera vel
qudfi. 5 lenter d, eo quod U<gndi iter prabeat, ue[atuaris (ut quilufda pia
cet) qubdplerunq>in caratis tabulis antiqui fcrilerc [oletans et pojha
delere-Litteras aut, etiam elementorum vocabulo nuncu pauerunt, ad simlitutem
mundi elementorum- Sicut enim illa coeutia omne cor fu perficiunt, fic etia ha
conimfia litterale vocem quafi corpus aliquod componunt yuel magis nere corpus
na fi acr corpus eji, et nox qua ex ære icdo confiat, corpus ejfie cflenditur,
quippe cum et tangit aurem, et tripartito dividitur, quod eji finit corporis
hoc eji tu altitudinem, latitudinem, longitudine myunde ex omni parte potefi
audiri- Vraterea tamen singula syllabe altitudine quidem habent m tenore,
craffimdinem nero et latitudinem in spiritus longitudinem in tempore- Littera
igtut eji ricta elementi et uclut imagp quadam vocis litterata, qua cogmfidtur
ex qualitate et fti tute figura linearu-Hoc ergo mterefl inter elementa, et
litteras, quod elementa proprie dicuntur ipfie pronundationes nota autem carit
littera- Abufiue tamen et elementa pro litteris, et littera pro elementis
vocantur. Cum enim dicimus non poffie conflare m eadem fiyl labd-K, ante V, no
de litteris dicimus, fid de pronuntiatione earum- nam quantum ad scripturam
possunt coninng, non tamen etia enuciari, nifi ipojl pofitR, ut princeps, sunt
igitur figura litterarum quibus nos utimur- XXUI- ipfie vero promnciationes
earu multo ampliores. Quippe cum singula vocules denos mueniantur habentes
fionosyuel plures, ut putaa, littera brevis IV halet fimi differentias, cum
habet afrirationem, acuitur vel gravatur et rurfus cum fime aft iratio e
acuitur vel graudtur – ut: “habeo”, “habemus”, “abeo”, “abimus”- Longt vero
eadem fex modis fionat, cum habet ASPIRATIONEM et acuitur vel gravatur, vel
drcunfleCHtur – ut: “hamis” hdmoru hamus Et rurfits cum SINE ASPIRATIONE
acuitur vel gravatur vel ctr cunflecntur, ut dra ararum dra Similiter ali
uoatles pofjimt proferri- Vraterea tatnen-i, &. u, uoatles quando media;
fiunt alternos inter fie fionosuidetur confundere ytefk bonatofiut vir. u, ut
optumus, Eti, quidem quando poft-u, confortantem loco digamma-V,fi<n<fhm
Æolia ponitur brevis y sequcnte. d, vel. m, vel. r, ucl.t, Uel x, fonum-y,
graca videtur habere – ut: “video”,um, “virtus”, “vitium”, uix-v, autem qudnuts
contrastum eundem tamen fimum, hoc efi y, habet, inter q} &-efueLiyHela,
DIPHTHONGUM pofltum, ut que quis qua- tenon inter. gt& ea fidem uoatles,
cmi in una siyllaba fic imenitur, ut pingte sanguis fiingtta . In
confortantibus etiam fiunt differentia plures, trdnfeuntmm in alias consonantes
et non tran femtium, quippe diversie firmi potefiatis. L tL a iij Ccidit igitur
litteræ nomen figura,poteffas- Uomen uefo a ti. a. b. c. Et fiunt mdechna ilia,
tam apud græcos elemetorum nomina, qudm APVD LATINOS sive p a barbaris inventa
dicuntur, sive p simplicra hæc Z7‘ fktlilia esse debent, qudfi fundamentum
omnis do firmæ nnmvbile, sine p nec aliter apud iatmos poterat esse, cum a fias
uoabus uocztles nominen tur, Saniuocales vero in se definant, Mutæ autem a fi
incipientes uo- atli terminetur, quas fiflefkts SIGNIFICATIO quocp nominum una
eud- nefcit vocales igitur ut difhtm efi per fi prolatæ nomen fuuofien dunt.
Semivocales vero ab.e, incipientes, &in je terminantes. A bfip x, que sola
ab. i, incipit per anafirophen gracct nominis. xi. quia necesse fuit, cum fit
fiemt uocalts, d uoath vnapere, Zjin fe terminare. quæ. x, nou\ ffimcd LATINIS
afjumptaypofi omnes ponitur litteras, qbus, LATINA dichones egent p autem ab.
i, incipit eius nomen, ofhmdit eti, am SERGIO in commento quod scripfitm DONATO
kisuer bis. Sunt, VII semivocales, qu<e ita proferuntur, ut inchoent ab. e,
littera, et definant innatur ale sonum, ut f l. m-n. r. s. x- Sed. x, ab. i,
inchoat. \d > etiam Eutropius confirmat dicens. Una duplex. x, quæ ideo
ab.i,m cipit, quia apud græcos in eandem definit. Mutæ autem d
fiincipientes, Z^m-e, uoculem definentes ^x cæptis. K^t. quarum alteram a,
altera in. u finitur, fua confiant nomina. H, enim aspirationis magis est nota.
Figuræ acadunt quas videmus in singulis litteris Tote jhs vero ipsa
pronuciatio, propter qua, et figura ZTiwia fiunt ficht . Quidam ena a dunt
ordinem fied efi pars pote fiatis litterarum. Ex his uocules dicuntur, quæ per
fe noces perficiunt uel fi ne quibus uox litteralis profirn non pote fi, unde
et nomen hoc præcipue fibi defe dunt. Cæteræ enim quæ cum his proferuntur
confortantes appellantur. Sunt igitur voaules numero V: A E I O U utimur etia.
y, grgeorum cuufia nominum. Q onfonantiu aliæ fiunt fi mino cedes, aliæ mutat.
Semiuocales fint ut plerisp LATINORUM placuit fiptemfil- m n- r- s. x. Sed-f.
multis cfienditur modis muta mazis, de quatpofi docebimus Z, quoque utimur
ingruas dcthonibushæ ergo, hoc efi fi- miuo cules, quantum uincuntur d
uoculibus, tantum fi p erant mutas, ideo apud græcos quidem omnes dichones, uel
in uocules uel in fimi- t:ocUlcs, quæ fecundam habent euphoniam, defiment, quam
nos SONORITATEM onoritatem pofjimus dhere, APUD LATINOS autem, ex maxima parte,
no tamen omnes. Inveniuntur enim quædam etiam m mutas definetes. Semivocales
autem furit appellata, qua plenam vocem non habent f ut fetnideos et femiuiros
appellamus, non qui dimidiam partem habent deorum, vel uirorwmfed qui pleni dij
uel uiri non fmt Reliquæ funt muta, ut quibufdam u\detur, numero IX: B C D G H
K P R S T. Et fnrvt: W1 wn bene hoc nomen putant easaccapi[fy cumba quoq;
partes fintuoctsqui nefiunt,<p ad comparationem ue ne sonantiwmita funt
nominata, uelut informis dicitur mulier, non qua atret forma, sed qua male est
formata y et frigidum dia mus eumynon qui penitus expers efl atlons, sed qm
minimo hoc utitur. Sic igitur mutas, non qua omnino noce atrcnt fed qua exiguam
parte muods habent. Vocales autem APUUD LATINOS omnes fmt anapites, vel LIQUIDA
liquida hoc est qua fialemodo produci f modo corripi pojfunt, Sicut etiam apud
antiquiffimos erant gr acor uni ante muentionem quibus inuentis. t, &o, qua
ante anapites erant reman, ferunt perpetua breues, aim earum produdhtrum loca
poffcfft fint d fupradiths uoatlibus semper longis. Sunt etiam in confonantibus
lo ga, ut puta duplices. xy&.Zr Slrut enim longa vocalesy ficha qucq;
longam fidunt jy liabam. Sunt similiter in confonantibus anapites vel liquida
ut. L y &-r y qua modo longam modo breuem pofl mutas pofita m eadem syllaba
fidunt syllabam his quidam addunt non irrationabiliter m, &my quia ipfe
quoq; communes fidunt syllabas pofl mutas pofita yquod diuerforu confirmatur
aufhritate tamgra eorum, q latinorum . ouidius in deamo Metamorphofeos.
Vifcofimq; gnidon.gr auidamq, ; Amathunta metallis. Euripides iit Vphoemffis .
/Wr#i tro c/t hoc pidjuov tio'punr. In cifdem . xxax ojuitrSot.Jdco hocmo
cmtofeis tihvov, apud gracos fnnenitur tamen. myante.n,pofita nec producens
ante fe uoctilem mo re mutarum -Callimachus rcofjutv o juvturx pætos ialiud
habet nrec littera femiuoctihs,nifi nominis prolatione, epire duo(yili incipit.
Sed h.ec pote flatem mutare Iit ter re non deluit, fi enim effet femiuoculis
yneaffario terminalis nomlnu inucniretur quodminime repencs.nec anted, uel.r, m
eadem fyllaba poni poffet, qui locus mutarum efr duntaxat.nec communem ante
eafdem pofita faceret fy liabam. Vofiremo grrect (quibus in omni dottrina
auflvnbus utimur) hic quoq; error d quibus *= dam antiquis græcor um
grammaticis inna fit latinos, qui. fi alia ideo littera efl exifhmanda
q>c,debet.gyqncq; cum fimiliter pr reponitur. u, amittenti uim litterre alia
putari y et aha cum id non facit rdicimus enim anguis ficuti quis, O4 ruignr fi
cuti cur. v nde fi uelimus cu, ueritate contemplari(ut diximus ) non plus quam
decem &ofh litteras, in latino farmene habemus, hoc eflfadeam antiquas gr
re eorum &.fy&.x,pefka additas eas quoque; ab eisdem famptas.nam y
y&.^grrecvrum afufia nominum afamimus.H, æro affirationis efr nota y et
nihil aliud o.tbct litterre nifii fgurdm/j" q> in versa firibitur inter
alia litteras. Quod si fa faceret ut elementum putaretur, nihilominus quo
rundam enam numerorum figuræ, quia in versiu inter alias litteras feribuntur,
quanuis eis d familes sint, elementa fiunt habenda fadmis nime hoc efi
adhibend-ctn, nec aliud aliquid ex accidentibus pro f prutatem ostendit Umufcuiufq;
elementi, quomodo potefh, qua. Uret affirationeqenim uoaths nec confotum ejfe
poteflnoculi$ non e fi. b^quia dfieuocem non fit, nec fiemiuocuhs cum mlla
fyllaba latinauel grceafper integras dittioes in eamdefnat, nec muta cum n
eadem fyllaba, cum duabus mutis bis ponitur, ut phthius, Erichtho = tiius-nulla
enim fyllaba plus duabus mutis poteftbabere iuxta fe po fitts,nec plus tribus
confonantibus continuare authritus quoq; tam Varronis q Macri, teflv
Cenforino,ncc-K,necq,neq;.h, in numro adhibet litterarum -Videntur tamen
i,gy-u,cum in conlonantes tra fiunt quantum ad pote flatem, quod maxrmum efiin
elementis, alite litterte ejfe pr teter fifpradidkts -multum enm inter efi
utrum uoctiles fint an confonantes-ficut enm, qnanuis in uaria figura, g? uario
fwmine fint-K,gy.q,gj*-c, tamen quia u/nam um halent tam in metro q in fono,
pro una littera accipi debent, fle. i, &-u, qnanuis unum twmcn,g? unam
habeant figuram, tam uocules q con^onan tes, tamen quia diuerfum j'onum,gj*
dmerfim umhabent in metris, g? in pronuntiatione fy liabar um, non fiunt in ei
fidem, meo iudicio, (lententis acapiendte-quanuis et Cenjbri/w dothfjlmo artis
grammaticæ idem placuit. multa enim cjl differentia inter confortantes, ut
diximus, gruocttlcstantum enmflre interefi inter uoculcs gj* confionantes,
quantum inter animas g? corpora, anim.e enim per fi mouentur,ut philofophis
uidetur,gj* corpora monent, corpora uero nec per fe fime anima moneri poffunt,
nec animas monent, fid ab il Its moucntur. Vocales fi militer g? per fi mouentur,
ad perficienda fyllabam,g? confionantes mouent fecum, confionantes uero fime
uoculu bus immobiles fintEt-J, quidem modo pro fi mp lici, modo pro duplici
accipitur confonante-pro fimplici, quando ab eo incipit syllaba in principio
dithonis pofita, fiubfiquente uocztliin eadem syllaba, ut luno Juppiter . pro
duplici autem quando in medio diflioms ab eo incipit fyllaba pofiuoatlcm ante
fi pofifom, fu fiquente quoq; uocttli in eadem fyUab a, ut maius, peius, eius,
in quo loco antiqui folebant geminare eandem-i,l\tteram,gT maijus,peijus,eijus
feribere,quod non aliter prominctari poffet quam fi cum fitperiore syllaba
prior I,cum fiquente altera proferretur, ut peijus,cijus,tnaijus, gy duo. ij,
pro duabus conjonantibus accipiebant. nam quantusT,fit confonans incadcm
syllaba geminatninngi non poffet. ergo non aliter quam tellus, mannus proferri
debuit. unde Pompeiij quoque genitiuum per tria-i, antiqui feribeb aut, quorum
duo fiperioraloco confonatium accipiebant jit fi diats Pompeiij, nam tribus
ili, iunchs qua^ lis poffet fyllaba pronuntiari ? nam poftremum -l, pro uocttli
efi atcipienc lum . quod Ci ^vuorotv Fouiv.Ep enim h exametr u/m heroicum, apud
latinas quoq; hoc idem-u,inuenitur pro nihilo inmtris,& maximo apud
uetufb.fpmos comicorum, ut Terentius in Andria M sine muidia laudem inuenias,Et
amicos pares. eft.niamicum trimetrii, quod nifi,pne mui,pro tribracho
accipiatur, fhtre uerfus non potejl.jciendu tamen q> hcc ipptm Æoles quidem,
ubiq; loco ajpirationis ponebant effligentes ffnritus affcritatem.nos dutmmultis
qui dem,non tamen m omnibus illos faquimur, ut cum dicimus ueffera, uis,uejhs.
hiatus quoq ; atupt plebant illi mterponer e -F, digama, quod ojhndunt et Poetæ
Æolidæ up,AlcmanxsH X" yocrrJ pn Mio/ et 'Epigrammata, qu£ egmctleg m
tripode uetujhfprrw Apollinis qui pat in Xerolopho Byzatq pc pripta/nyoan
fubiungi^nde Æoles loco(ut diximus) afpirationis digamma ponentes in
dictionibus ab -p Rapientibus j olent loco digam ma-B fcnbere /ududntes debere
præponi diyrtmma qua.fi uoathfeA rurfis quafi confonanti digamma in eadem
fyllaba preepenere re cu j, 'antes,comutxoant id in-Bfiparcop fcpo Condicentes
Sed apud grte cos hxc littera /idzji,p -multis modu fungitur loco uoculif,ut in
decli natione nondnum in,pcc,& in a puram dcfmentum,qut luxus pro w i os,
et publicus pro TouvMHor, trismphus pro dpfocyfros, gubernator pro HvfitpvSx
rnr, gobius pro inofcio, Cære *Vj' toJ %oupi puniceus c. quduis m trilus folis
mueniantur nominibus quæpoffint declinari,hoc idem firuant,ut caput rapitis,
&ab eo copojita, Ut finciput fi 'napitis, occiput occipitis, alec alecis,
lac l albis, in quoetia t. additur quare quibufdam non irrationabiliter
nominatum hoc lath prolatus inuenitur. Reliquæ uero cojonantes mutantur, uel ab
ij cimtur-d-ut aliquid alicuius an. ut templum, templi, peliumpelij-f Ut magnus
magni-x-rex regis, nix niuis-ln uerborum qucqipræte *= ritis p er fettis jolent
omnes modo mutari modo manere, cxcæptis-L p.fx Mæ enim nunq mutantur, ut
habeohabui, iubeo iuffi,compefco compefcHi,dico dixi, afcendo a fiendi, lædo Ufi,
lego legi, pingo pinxi, demo dempfi, pr emo presfi, moneo monui, fi no fui,
nequeo nequi ui, torqueo tor fi, differo differui,uro uffi,uertouertiftedv
flexi. \llæ au tem quattuor ut fiupra diximus nuquam mutantur, mpræterito per
fiflv.l. ut cælo cælaui,doleo dolui,uolo uolui, mollio molhui.p .turpo
turpaui,ftupeoftupui,fadpo fiulpfi, lippio lippiui.fiquaffo quaffik ui, cenfio
cenfiti-arcefjo arceffim-x-nexo nexui. Voatles quoqiin eifde præteritis
perfiflis quæm principalibus fy liabis mueniwntur uerborum, modo ex correptis
producuntur, modo mutantur in alias uo cales, modo manent eæde-Troducuntur
plemnq omnes, ut fiiueo fani, ctiueo cdui, fedeo sedi, /ego' legi,uideo nidi,
moueo mom, fbueo fo ui, fugio fugi . Mutantur. a, et. e-a. quidem in. e. medo
produ&tm modo correptam.Vrodu(fhim,uta^p egi capio cepi facio faa.fi ango
fregi. correpta, tango tetigi, cado cecidi, parco peperci . E. uero
tranfitm.i.ut eo m,ueUij.Solinus in colledhtneis uel polyhijhre. Tatius in arce
ubi nuc ædes efl xunonis Monetæ, qui anno qntv q mgrefptsurbem fuerat a
lauretibus inter e p tus efl,/eptima &uiqvffinia olmpiade hominem
exiuit.Qjteo quiui uel quij. Hæc eadem uoculis penultima muerbis fi eundæ
coniu^tiois fepe mutatur in-u.ut doceo docuiynoneo monui, doleo doluuquod fimiliter
efl quado in tertia uel quarta coniuqntione patitur aut rapio rapui, aperio
aperui M.&.o>manet in principalibus fy liabis pofitæ immutabiles,tempo
Yimquoq ; m quibufdam.ut ruo rui, domo domui, doceo docui. Hoc queep olfirnandu
efl p mnq in fupradifiv tempore poteft qeminari m ] i i! - n VK UBER Wf M
principio ncq; in fine fyllaba ni fi qucedtmte incipit ut tondeo totondi,
pendeo uel pendo pependi, difco didici f pofcv popofii, tundo tutudi, pedo
pepedi, iungy tetigi, c&do eradi, atdo evadi, pello pepuli, fxllofifilii^rodo
prodidi, nendo uendidi-ex quo etiam ap* paret . f . uvm magis mutce obtinere d
quaincipiens eft geminata fyllaba- Santvmutem pofita muenimtur duo uerba epice
qeminant fy liabam m prcetvrito.jb ficti, fiondeo fiepondi Antiquiffnni etiam,
fcindo fdadi dicebant,q> innior er fddi dx erunt, ut mpr&terit* perfitfv
uerbi ofiendemus nec fine ratione • 9. ante mutam pofita vnuemtur qvminatum
uerbum, c/m samittit unn fiiamplcnmcp, fic pofita ante mutam, wndenec in
fecunda fyllaba repetiturM -quocf ge minatur, mordeo momordi, quee loco nuttee
in multis fungitur, nam ante-n pofitx communem fiat fyllabam, ut r amnes
ramnetis, fieut Cremes Cremetislamlicti enim fiunt quee fic declinantur, quod
Callimachi quoque au thr itato con fi r ma tu r in A ct ijs,ficu t i am t :f
radicium cfl hocucrfiu 7w; juiv o uvv ante-s .pofita in finali fyllaba nominis,
more ma tce interpofita i. fiat genihuu hyems hycmls,ucl uti inops inopis, eoe
leis ccehbis- Apparet igitur, imuicvm pro fe pofitee inucniim tur,ut breucs,CT
longce quee habent afiirationem, et quee atrent ea A lice autem per
coiuqationem, uel cognationem cognatee littorce, 0*jg feinuicem pofitee, ut.
b.p.f.necnon-g &-c-cim afiiratione fiue fine ea-x»quoq; duplex,
fitnilitor-d.&.t. cum afiiratione uel fine ea, et cum his-z-duplcs-unde
fiepe-d feribentos latini hanc exprimunt fi no, ut medidics,hcdie, antiqui
(fimi qucq;Medentius dicebant, pro tnt fentius. Qjxinenam fifimplexhabet
aliquam cum fipr adi flis cognationem, unde fiepe pro-z-eam folemus geminatam
ponere, ut patrifjo pro -jri{w pitiffo pro tnaffil pro juoc(oc-&do, es tj
pro V . g quoq; frut affines, e. correpta fiue produdht cum ei dipthongy,qHojr
ehur, robur, pro ehor robor, et platanus pro 'TAocTx/or.A.quoq;
cwn-c.&.i-arceo g? coerceo. facio infido, nec, ion alue cum alqs.g? quia
frequenter he m omnibus pene litteris mutationes non filum perafus,ucl tempora,
frd etiam per figurarum compofitxones, uel denuationes gj* tranjlationes d
grreco in latinum fieri filent, neceffarium efi e arum po nere exempla. A. correpta
conuertitur in productam, faueofdui, In. e . correptam parco peperci, armatus
mermis. I n e. produ {ktm facio feci, apio cepi producta quoque- a. im. e
.produ pleraq; nomina qu^e cum uer^is fiue partiapijs componuntur, uel
nomiruttiui mutant extremam fy liabam in-i.cor reptam, ut arma armipotens, homo
homicida, cornu cor niger, fivlla fhlliger, arcus araten es fatum fatidicus,
nurum nunfrx, aiifa ctiufidicus fadhts lucificus, cornu cornicen, tuba tubicen,
fidis fidicvnfi^ des plurale, cuius ftngulare fidis eft, unJe etiam diminutiuum
fidi = cula-tibia tibicen, pro tibfan, tibia enim, a-md-debuithmitare, ut fit
praditfhtm eft,unde pro duabus- vj.breuibus una logafadla ep\c[Uod in alia
huiufremodi compofihone non muenies . uulnus uulm ficus, magnus magnificus,
amplus amplificus, fruflas fruflificus, opus opifrx uel gemtna. ut uir uiri,
umpotens, par paris parrict =da quod uel a pari componitur, uel ut alij dicunt
d patre . ergo fi efi d pari-r-euphoni£ dufa additur, find patre .tdn r.
convertitur, quilufdam tamen d parente uidetur cffc compofitum, g? pro JLIBER
farentidda per fyncopen, et commutationem -t.fn.r.fadbitn parn eida frater
fratris,fr atruida foror for oris, foror icida, lux quoqj lu * ets lucifer,
flo; floris florifer, fdcer facri facnficus,ars artis artifix • p aucti fwit
quce hanc non [eruant: regiam, ut auceps, anes atpiens0
mtnceps,mcnteatptus,municeps munera cupiens, au^his augufius [milia &qute
ex duobus nominanuis componuntur, ut puta tufiu randum,refpu.non tnutant
extremam fy liabam, fid ea cum defigu* ris dicemus latius traifhtbimus. O,
aliquot Italia? ciuitates tefce P linio, non habebant, fed loco eius ponebant.
u . et maxime, Vmbri, ojs bos. modo pro . u .loga, ut probus mus, modo pro
correpta to' pepv pa purpura. In plerisfy tamen £oles ficuti hoc faarrns. I Ui
enim OQvycin? dicunt pro Suyxrvp.oj.cor?/ M »3 5) PRIMVS ripientes,Uel magif.v
fino-u. jbliti pronuntiare, ideoq; afcribunt e . rwn ut dipbthongum faciant
ibifid ut fo iumu. colicum ofiendanf Ut Callimachus HX\hi%tafv %6oviF,ojpi'xs
SouyxTup. Qjsod nos fi cuti u, modo correptam modo productem halemus, qua usis
uidcatur-oJ -diphtkoYKg fanmi habere . Pro .0, cpiocp.au, joletrt frequenter
ponere greeti oj pos oj aos pro 5 poto hos, voj iantemytero trimfiro feui.in.n,
ancus pro areus-S-in metro apud uetufhffitrws yubn fiam frequenter amittit .
VIRGILIO (si veda) in ENEIDE, Ponite fies fibi quiscpidem in-xiu ^ inter fe
eoijjfe uirosymmmetur tibi terebrum, mn - mittiturspinguis fangninis. in . r.
flos floris, ius iuris,curfts amiculus, «e/ curriculum -inx aiax pro ausgr pi
flrix propiftris-in quo fequimur dores.ilh enim o pvtE pro opvis. mdcujks
cujbdis, pes pedis,prafes pr a fidis, palus paludis . in . t- nepos nepotis,
uirtus uirtutis,famnis famnitis . in-u. condonantem bosbouts . /ape pro
afbiratione ponitur m his dictionibus quas d gracis fump fimus, ut /emis,
fex,-feptem,fefal. nam ijulv. eA/. t vtd . e . «Ar . rfjwd illos aspirationem
habent m principio . adeo autem cognatio ejl huic littera idefi-s, cum
afbiratione }quoa pro ea in quibufdam dicionibus [olebant bceoti idefi
pro-s-h-fcnbere, nudi a. pro mu fi, dicentes -huic- s.prapcnitur-p. et loco.
‘b-grace fungitur, pro qua claudius Cafar antifigma X hac fiqaira fcnbi noluit
fed nulli susfi funt antiquam feripturam mutare, quamuis non fine ratione
kacpuoq; duplex d graas addita uideatur, nam multo meliorem, et uclubiliorem
fonitum habet-^.qudm-ps.uelds-ha tamen ideft.bs non alias debent poni pro ^
-hoc ep in eadem fyllaba coniunfla,mfi m fine nominatiui, cuius gimtiuus m bis
definit, ut urbs urbis, coelebs coelibis,araps arabis -Sicut ergo-^. melius
fonat quam ps-uel.bs.fic . x-etiam quam- gsuel.es -&-x- quidem affump fimus
-i- autem non • fed quantum expeditior eft-^-qudm- ps. tantum ps-qudm bsideoq ;
twn irrationabiliter plerisqsloco uidetur .^.ps -debere feribi, quod de ordine
litterarum docentes plenius traChtb imus -xduplex modo pro es.mvdo pro-gs.
accipitur, ut apex apicis, grex gr e gps, tranfit tamen etiam
m-u-confonantem,ut nix niuispiecmn in. 61. ut nox no5hs, fu pellex fupellefUhsSedhac
contra regulam declinari nide ntur-fubit etiam-x. littera loco aflpirationisfut
uehouexi traho traxi-x-uertitur in-f. ut efficio effero. et /ciendum cp
quoticfuncp . ex prapositio, Konitur compofita didonibus duocahbus
incipientibus,uel ab peattuor confonantibus, hoc eft.c -p.t.sintegra manet, ut
exaro, exeo, exigo, exoleo, exuro, excutio, expeto f extraho, exe=
quor,exfpes,in quo uidenmr contra gracormn facere conflatu = dinem-illi enim. a
. sequente nunquam præponunt, fcd-n pro ea tuttK$ot!ri! . melius ergo nos
quoq;. x . solam ponimus, que locum obtinet, es- cuius rationem nonfolum
ipfefonus auriu iudido pof fit reddere, fed etu hoc f qemituiru s-Jifta
confonante a madente b ij LIBER. minime potefl -geminari autem indetur pofr
confortantem -s-x* antecedente,qu£ loco-c.&.sfrinqjttcr fi tyfia
consequatuT,ut exfrquia ex [e^uor -quod fi liceret, licebat etiam pejt -bs,
uel- ps. quas loco dupli as acapnnus adderes, ut dicer enm objfiffus,
abjfichts, quod minime licet -nunquam ennn necs, riec aha conjonans geminari
potest, ut diximus, alia antecedente confionante-nunc de mutis dicrmus-B
tranfit in egit occurro fiuccnrro,m f,ut opfido,fifficto,fiffio,in-g,ut fuggro,
in-myut fivmmitto, globus glomus, in-p, ut fiuppo/io, nj-r, ut fitrnpio, ar
rtyio, ms,ut luleo iufp-nam fiifdpio et fijluli d fitfrum uel fiurfium aduerbio
compofiite fiunt, wnde fiubtinnio et fihbcumlo non mutauem runt-b-ins fijpicor
quoque fiffido d frufim uel fiurfibm cvmponantur, fed abqdum urnam s -non enm
didamus fufjjnao fedfiujpU do,quia non potejl duplicar i conjonans alia fu
pquente conjonante, quomodo nec antecedente,nifi fit mutuante liquidam, ut
fiupplex ptf* fr agor fi\\fifio,€ffiuo,efifirmts,fed notam afeirationis, quam
gr æcorum antiqulffe.m fimiliter ut latmi in uerfe fer ibebant, nunc autem
diuiferunt, t dextram eius p artem fefra litteram p onente;, pfilen notam
habent, quam Remnius Palcerrwn exilem uocut. Griliuis nero ad vir gtium de
accentibus fcriben;, lenem nominat, finijlram autem con * trarix illi
afpirationi; da fiam, quam Grillus flatilem uocrtt-K-fef ertutata eft,ut fefra
diximus, qu^e quatmis feribatur nullam aliam uimhabet quam- c. De-q- quoq ;
feffidenter fefra traflntum efl, binos phthongosyhocefi,uoces comprehendunt.
nam finqul d, ut [ScPihv po ? bdellium genus lapidis,abdir,
aldomcnfmygdonides.C, uero Zr-p, proponuntur fequcnte.t }ut
a{htsylc£hisyaptusydiphthon gus. Semiuoczths nulla proponitur mutis nifi.s,
fequete.b, ut afbejhfs ajbufivs cfuelqyut fcutii fquallor .p yut [pes /phatra
tjhtfusfihenni- us-Ante alum autem nullam nuitur um. Mutby magis fiuperio ns
ejl jyilaba:. cnyc nidus. dnyadnus ariadne. gnygneusanyatna. pn, therapnefpnus.
brybrennusyumbra.crycreber-drydrances.^rygratusfr, frater- prfratum.trsracfhts.
Ante. mydutmuetiiutur-c.d.g.t* ut py r a cmony
alcrneneydragmaydmoistadmetusyagmeytmolus, ifi mos. T res aut confio nates no
aliter pcjjimt iungi in principio fiyllabce nifii fit prima. syucl.cyuel py
fecunda pofi.syquidcm.cyuel.tyuel.p. Tofit.ct aute aut- p,prma pales
fiainda.tytertialHchrfd.lyin fiohs illis quee ab.symapiunt.ut A fclepicdotus,
fiyiba fitlopus fylendidus, fretus . Ingratas etiam. debcthahere0 Utpfitacns,
pfiudolus, ipje,mbo quccp mp fi, scribo scnpfi faciunt, quanuis analogia per
-b, cogat scribere,/edeuphonia fuperat, qua etiam nuptam non nubtam, et
scriptum non scribtum compellitper-p,non-b,dicere et scriberePROBI INSTITVTA
ARTIVM. M R. PV. Vox sive soDus est ær ictus, id est percussus, sensibilis
auditu, quanlUDi io ipso es(, hoc est quam diu resonat. nunc omnis vox sive sonus
aul articulata est aut confusa. articulata esl, qua homines locuntur et 5
lilteris conprehendi potest, t puta ^scribe CICERONE (vedasi)', VIRGILIO
(vedasi) lege' et cetera UHa. confusa vero aut animalium aut inanimalium est,
quæ litteris conprehendi non potest. animalium est ut puta equorum hinnitus,
rabies €3Dum, rugitus ferarum, serpenlum sibiius, avium cantus et cetera talia;
inaDimalium autem est ut puta cymbalorum tinnitus, flageilorum strepitus,
uodarum pulsus, ruinæ casus, fistulæ auditus et cetera talia. est et confusa
vox sive sonus homiiium, quæ litteris conprehendi non potest, ut puta oris
risus vel sibilatus, pectoris mugitus et cetera talia. de voce sive sono,
quaDtum ratio poscebat, tractavimus. Ars est unius cuiusque rei scientia summa
subtilitate adprehensa. Dam el Græci aico TtjgciQSTijg, a virlute, censebant
artem esse dicendam. uDde et veleres artem pro vlrtute frequenter usurpant.
nunc huius artis, id est grammalicæ, omnis dumtaxat Latinitas ex duabus
partibus constat, hoc esl ex analogia et anomaiia, et ideo utriusque parlis
rationem sub20 iriiDus. Analogia est ratio recta perseverans per integram
declinationis disciplioam, ut puta hic Catilina, hæc lupa, hoc scrijnium et
cetera talia; $cilicet (|uoniam hæc nomina sic per omnes casus secundum sua
genera in derlinalione perseverant, sic uli est analogiæ rccta declinationis
disriplina. PROBI GRAMHATICI DB VIII 0RATI0NI8 MBMBRI8 ARS MINOR. DB VOCE V Ci
COdtParisinus incipit tractatosprobi granmatici de uocb codex Parisinus DE TocB
fi: cf. PrUeian. conl. Prob. ed, Find., Pompei. ed, lixd. conl. Prob. ed.
f^ind. 4 omnis R communis r ruditus corr, ragitus R rndttus rv serpentum R
serpentium rv scrioium rv scriptam R analogiæ recta R analogia recia r analogia
e recta v. Anomalia est misrcns vel inmutans aut deficiens ratio per
declinationem. De miscente. miscens anomaliæ per declinalionem ratio esl ut
puta ab hoc altero, huic aiteri; scilicet quoniam quæcumque nomina ablativo
casu numeri singularis o littera terminanlur, hæc secundum analogiæ rectam
rationis disciplinam dativo casu numeri singularis o iittera definiun- tur.
item ab hac mula, his et ab his mulabus; scilicet quoniam quæcum- que nomina
ablalivo casu nueri singularis a littera terminantur, hæc secundum analogiæ
rectam ralionis disciplinam dativo et ablativo casu numeri pluralis is litteris
definiuntur. item ab hoc iugero, horum iugerum; scilicet quoniam quæcumque
nomina ablativo casu numeri singularis o liitera terminantur, hæc secundum
analogiæ rectam ralionis disciplinam genetivo casu numeri pluralis orum
litteris definiuntur. sic et cetera talia, quæ contra anaiogiæ rectam
rationis^disciplinam miscent per casus declinatiouuro formas, anomala sunt
appellanda. De inmutante. inmutans anomaliæ per declinationem est ratio, ut
puta hic luppiter, huius lovis.' sic et cetera talia, quæ conlra analoglæ
rectam rationis discipfinam inmutant per casus declinalionum formas, anomala
sunl appeilanda. De deficienle. deficiens anomaliæ per declinalionem est ratio,
ut puta hoc nefas et cetera (alla; scilicet quoniam hæc contra analogiæ rectam
rationis disciplinam non per omnes casus in declinatione perseveranSic iam et
per ceteras partes orationis analogia vel anomalia comsideranda est, hoc est
ut, quæcumque pars oralionis neque miscet neque inmutat aut deficil per
deciinalionis disciplinam, ad analogiam pertineat, quæ vero miscet vel inmutat
aut deficit per declinationis discipllnam, anomala sit appellanda. nunc etiam
hoc monemus, quod analogia maximam partem oralionis contineat, anomalia vero
aliqnam. de anomalia et analogia, quantum ratio poscebat, tractavimus. Liltera
est elementum vocis articulatæ. eleroen{|tum autem est unius cuiusqi.ie rei
initium, a quo sumitur incrementum et in quod resolvltur. accidit uni cuique
lilteræ nomen figura polestas. nomen lilteræ est quo appellatur. sane nomen
unius cuiusque litteræ omnes artis latores, præcipuequc Varro, neutro genere
appellari iudicaverunt et aptote decllnari iusserunt. aploton est autem, quando
nomen per omnes casus uno schemate declinatur, ut puta hoc a, huius a, huic a,
hoc a, o a, ab hoc a. sic et ceterarum lillerarum nomina genere neulro aptote
et numero tantu esi inmiscens liv neqne inmiscd Rv sit] sunt Rv orationis o
rationis R in quod v et Diomedes in quo R p. 1U. R. V. siflgulari declinanda
suBt. figura litteræ est qua notatur et qua scribitur. polestas litteræ est qua
valet, hoc est qua sonat. nunc omnes Latinæ litteræ dumtaxat sunt numero XXIII.
hæ nominantur Tocales semivocales el mutæ. sed semivocales et mutæ appellantur
consonantes. sane qnærilor, qua de causa semivocales et mutæ consonantes
appellanlur. hac de et causa, quoniam coniunctis iliis vocalibus sic nomina
earundem consonanl. sed cum ad ipsas litteras pervenerimus, iliic quem ad modum
coniunctis illi.s Tocalibus nomina earundem consonent conpetenter tractabimus.
Vocales litteræ sunt numero quinqu. hæ per se proferuntur, hocio est ad
vocabula sua nuliius consonantium egent societate, ut puta a e i o u, et per se
syKabam facere possunt, hoc esl ut ipsæ inter se tantum modo misceantur et
syilabæ sonus efficialur, ut puta ua ue oe au ui ia et cetera lalia. Iiarum, id
est vocalium, hæ duæ, i et u, transeunt in consonantium poteslatem tunc, cum
aut ipsæ inter se geminantur, ut luno viator 15 rultus, vei quando cum aliis
vocalibus iunguntur, ut vates vecors iam vos maiestas maior et cetera talia.
nunc quæritur, quando i vel u litteræ loco consonantissint positæ, vel quando
inter vocales accipi debent quare hoc monemus, ut tunc i vel u loco consonantis
accipiantur, quaudo præpositæ vocalibus in syllaba scilicet sua inveniuntur;
quando vero subiectæ, et ipsæ vocales iudicenlur: ut puta iu, utique i nunc
loco consooaDtis et u loco vocalis accipitur; item ui, utiqueu nunc loco
consonantis et I loco II vocalis consideratur. sic et iuxta vocales alias, si i
vel u litteræ in syitaba sua præponuntur, vim consonantium habere iudicantur;
si vero subiciuntur, vocalium loco funguntur. Semi-vocales consonantium litteræ
sunt numero septem. hæ secundum musicam rationem per se proferuntur, hoc est ut
ad vocabula sua nullius vocalium egeant societate, ut f 1 m n r s x. at vero
secundum metra Latina et structurarum rationem subiectæ vocalibus nomina sua ao
elficiunt, ut ef el em en er es ex. sed per se syllabam facere non possunt,
sciiicet quoniam semivocales litteræ, si inter se misceantur, sonum syllabæ
facere non reperiuntur, ut puta fl ms rx ns; et ideo, ut diximus, per se
semivocales syllabam facere non possunt. ex his autem, id est ex semi vacuæ R
misceat r miscel corr. misceat R. R. 34V.sonum contiDeaDt, necesse est ut et in
ratione roetri vel musicæ plus facultatis raUoGræca quam LATINA obtioeaL sed
boc in metris vel rousicis conpetenter traclabimUs. dudc et boc moDemus, quod
pauci sciuDty siquidero ood semper x littera duplex sit accipieuda; sed tUDC
duplex accipieDda, quaudo subiecta syllabam coDfirmat, ut puta dox et 6 Docs,
lex et legs, felix et felics. et celera talia, siquidem tuDc et soDum duaruffi
litterarum coutiDeat.at vero qqaDdo præposita syllabæ existat, noD duplex sed
simplex est accipicDda, ut puta maximus auxius: Dumquiduam macsimus aut
aocsius? Et cetera talia; et ideo, ut diximus, quotieos X [[ littera
præpositasyllabæ existat, simplex est supputaada, sciiicet loquoDiaro cs et gs
litteræ geroinatæ, si vocalibus præpooaDtur, numquam sonum syllabæ suscitabuDt
de litteris, quaoluro ratio poscebat, tractafimus. Etiaro de syllabis, quouiaro
dod brevis ratio est, ideo alio loco cod- i6 petenter cum roetris tractabimus.
Partes orationis sunt VIII: nomen, pronomen, participium, adverbium, coniuctio,
præpositio, interiectio, et verbum. Grice: “Italians
speak of ‘parola’ easier than they analise it. I play with ‘word’ and
‘sentence’. ‘Sentence’ of course comes from Cicero, ‘sententia.’ I admit that
it may not be possible to provide a formula ‘Expression means …’ unless you
specify the ‘syntactic type’ to which E belongs. I tried for adjectival
‘shaggy’. And even there I got into problems with the idea of a correlation,
where the utterer is asked to provide a correlation of the type he has just
provided!” -- Grice: “La voce e la parola”. Nicola Chiaromonte.
Keywords: parola, parabola, Donatus, Priscianus, definizione di voce, vox,
verbum, word, Grice on ‘word’ – Corleo on ‘parola’ --. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Chiaromonte” – The Swimming-Pool Library.
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