Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Dòdaro:
la ragione cconversazionale e il convito, ossia, tracce di un discorso amoroso
– scuola di Bari – filosofia barisese – filosofia pugliese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza
(Bari). Filosofo barisese. Filosofo pugliese. Filosofo italiano. Bari, Puglia. Grice: Ddaro is an
interesting one totally cryptic of
course! It is as if he were Nowell-Smith, Austin, and Donne, combined into one!
Recall Nowell-Smiths challenge to Austin: Donne is incomprehensible, He surely
aint! Costretto a riparare a Turi
per sfuggire ai bombardamenti. A Bari si leg a Maglione, Castellano, Piccinni
e, assieme allo zio Silvio, prendeva parte agli incontri artistici e letterari
del caff-pasticceria Il Sottano (in quegli anni frequentato da Moro, Albertazzi,
Scotellaro, Bodini, Cal ecc.), fondato da Scaturchio, e agli incontri di
Laterza e del circolo La Scaletta di Matera. Nello stesso periodo conobbe
Nazariantz, il quale rappresent per Ddaro una sorta di guida, fu lui, infatti,
a introdurlo per la prima volta agli incontri del Sottano dove ebbe modo di
stringere amicizia con Bodini, Cal, Scotellaro. Abbandon presto Bari, tentando
una prima fuga a Parigi, citt in cui sarebbe tornato a vivere altre volte,
prima di tornare a Bari per poi trasferirsi a Lecce. Altre tappe, prima del
trasferimento a Lecce, furono Milano e Bologna. Divenne allievo di Morandi,
presso l'accademia, infatti, prime espressioni della sua attivit artistica
furono la pittura, praticata per una manciata di anni, e il teatro, poi diluito
nelle successive esperienze poetiche e narrative. Come pittore produsse alcuni
quadri in cui all'informale materico univa le combustioni, applicate, di fatto:
Verri riporta in suo intervento: arriva con la novit dei colori
"bruciati". Di questo ciclo di opere faceva parte "Svergognato
incantesimo di barca", che gli valse, successivamente, la segnalazione
presso il premio "Il maggio di Bari". Prima del trasferimento a
Lecce, lavora presso l'ufficio stampa della Fiera del Levante, a stretto
contatto con Fiore, figlio di Tommaso, venendo influenzato dal meridionalismo.
Sempre nel clima della Fiera del levante, strinse un ottimo legame con Tot. Al
suo arrivo a Lecce riallacci i rapporti con Bodini e Cal, oltre che con
Suppressa, conosciuto in occasione del premio Il Maggio di Bari, entr, inoltre,
in contatto con quelli che sarebbero stati poi suoi amici e compagni artistici:
Durante, Massari, Candia, Pagano. Ebbe frequentazioni con Bene e strinse
importanti sodalizi amicali e letterari con Verri, Gelli, Caruso, il quale, in
corrispondenze private, ebbe modo di rinominare la loro amicizia e
collaborazione come il "sodalizio Caruso-D.". A Leccesi rese
protagonista, con Candia, di un grande fal in cui i due bruciarono tutti i
quadri realizzati fino a quel momento. Per quanto riguarda l'opera pittorica
"Svergognato incantesimo di barca", insieme a pochi altri, si salv
dal fal perch all'epoca custodito presso la casa dello zio Silvio. Dopo questo
iniziale periodo di ricerca e sperimentazione, abbandona la scena artistica per
circa vent'anni, anni in cui si dedic allo studio intenso nel tentativo di
scoprire il perch del linguaggio, rompendo il silenzio con la fondazione del
Movimento di Arte Genetica con sede a Lecce, Genova e Toronto. Con tale
movimento, rintracci lorigine dellitaliano o romano nel battito materno
ascoltato in et fetale, teorizzando il romano o italiano come una congiunzione
volta a rifondare la dualit dellessere umano non un regressus ad uterum, bens
la coppia, la dualit, ovvero la dimensione originaria della comunione con
laltro e come lutto, annodandolo alla mancanza di Lacan. Il movimento si doter
di due riviste: Ghen, giornale modulare ideato da D. con sede a Lecce, e Ghen
Res Extensa Ligu con sede a Genova e diretta da Mignani. Lidea del modulo come
unit di misura sar alla base della struttura modulare di Ghen oltre che della
concezione dello spazio, mutuata sempre dagli studi sulla dimensione
pre-natale, fino a sfociare nel manifesto "Incliniamo lorizzonte.
Litaliano o il romano diventa una congiunzione, una dichiarazione onomatopeica
in cui si alimentava il trionfo del lutto e la mancanza. Lorizzonte diventa
orizzonte mediale: poesie per i treni, per gli altoparlanti e pi in l romanzi
in tre cartelle, romanzi su cartolina, collane spaginate, poesie e poesie
visive da proiettare per le strade, poesie per internet, net.poetry, narrazioni
su leaflet, romanzi da muro-narrativa concreta, romanzi di cento parole da
pubblicare in store, nelle vetrine dei negozi. Al Movimento di Arte Genetica
aderirono, o ruotarono attorno alle sue riviste e attivit, un numero
considerevole di autori provenienti dalle sperimentazioni poetiche e
poetico-visive, performative, sonore, plastiche: Miccini, Marras, Mignani,
Fontana, Munari, Fiore, Dramis, Perfetti, Pagano, Gelli, Noci, Greco, Lorenzo,
Marocco, Massari, Miglietta, Center of Art and Communication (Toronto), Giorgio
Barberi Squarotti, Toshiaki Minemura, Xerra, Sicoli, Souza, Alternativa Zero,
Experimental Art Foundation (South Australia), Block Cor (Amsterdam), Genetet-Morel,
Lepage, Martini, Valentini, Restany, Etlinger, Caruso, Verri, Miglietta, Nigro
ecc. Con la nascita del movimento di Arte Genetica, avvia una personale
riflessione sull'oggetto-libro e le sue modalit fruitive, avviava il progetto
"Archivio degli operatori pugliesi", per una catalogazione degli
operatori estetici e culturali. Crea e anima il centro di ricerca (strutturato,
nel nome, sulle coordinate della Classificazione Decimale Dewey, ad indicare i
percorsi di ricerca: filosofia, linguistica, arte, letteratura), ospitato dalla
Libreria Adriatica di Lecce, e con il quale coinvolge numerosi operatori del
territorio (docenti universitari, il gruppo Gramma, il Centro ricerche
estetiche fondato a Novoli da Greco e Lorenzo, il gruppo Oistros di Durante e
Santoro, gli autori del gruppo di Arte Genetica da lui fondato ecc). Ha diretto
la casa editrice Conte di Lecce, ha fondato a Lecce, il movimento letterario
New PageNarrativa in store. La sua attivit letteraria ed editoriale stata caratterizzata da uno spiccato senso
per la formazione di gruppi e la ricerca di autori da lanciare, rappresentando
sul territorio pugliese un autentico volano per operazioni di ampio respiro che
andavano spesso a coinvolgere autori del panorama letterario internazionale. Idea
e dirige una mole notevole di collane editoriali volte al rinnovamento
delloggetto-libro, fra queste: Scritture (Parabita, Il Laboratorio), Spagine.
Scritture infinite (Caprarica di Lecce, Pensionante de' Saraceni) scritture di
ricerca formato poster, spaginate, Compact Type. Nuova narrativa (Caprarica di
Lecce, Pensionante de' Saraceni) ovvero romanzi in tre cartelle, Diapoesitive.
Scritture per gli schermi (Caprarica di Lecce, Pensionante de' Saraceni)
scritture di ricerca da proiettare, Mail Fiction (Caprarica di Lecce,
Pensionante de' Saraceni) romanzi su cartolina, Wall Word (Lecce, Conte
Editore,)tradotta in giapponese ed esposta allHokkaido Museum of Literature di
Sappororomanzi da muro, ovvero collana di narrativa concreta, International
Mail Stories (Lecce, Conte Editore), Internet Poetry (Lecce, Conte Editore) una
delle primissime esperienze italiane di net poetry, Walkman Fiction. Romanzi da
ascoltare (Lecce, Argo), E 800 European Literature, in 5 lingue (Lecce, Conte
Editore), Pieghe narrative (Lecce, Conte Editore), Pieghe poetiche (Lecce,
Conte Editore), Pieghe della memoria (Lecce, Conte Editore), Foglie nude (Doria
di Cassano Jonio), Locandine letterarie (Lecce, Il Raggio Verde), Romanzi nudi
(Lecce) in unico esemplare, Carte letterarie (Lecce, Astragali), Mail Theatre
(Lecce, Astragali), New Page. Narrativa in store, (Lecce) narrativa breve, poi
anche poesia e teatro, in cento parole, collana che guarda alla comunicazione
pubblicitaria con i testi applicati su crowner, pannelli cartonati in uso nella
comunicazione pubblicitaria, ed esposti in store, nelle vetrine dei negozi.
Nell'ambito della poesia verbo-visiva e del libro-oggetto, presente in numerose manifestazioni di Nuova
scrittura: Ma il vero scandalo la
poesia. Un salto di codice, Ferrara, Ipermedia; Attorno a noi poeti in gruppo,
Strud (Lecce), Ospedale psichiatrico; Dentro fuori luogo, Casarano, Palazzo
D'Elia; Centro internazionale Brera, Documenti di gestione alternativa. Appunti
sulla Puglia, Milano, Chiesa San Corpoforo; Artigianare '81, Lecce; Cercare
Bodini, Bari / Lecce, Ab origine, Martina Franca; Parola fra spazio e suono.
Situazione italiana, Viareggio; Le brache di Gutenberg, Caruso, Visco, Livorno;
Far libro. Libri e pagine d' artsta in Italia, Biblioteca Nazionale Centrale di
Firenze, Il segno della parola e la parola del segno, Milano, Mercato del sale,
Breton et le poeme-objet, Ugo Carrega, Milano, Mercato del sale, Le porte di
Sibari, Sibari, Visibile Language. Numero speciale sulla poesia visuale.
Sezione Italia, E. Minarelli, USA; Cartoline d'artista, Livorno, Belforte,
Terra del fuoco. Intersezioni per Adriano Spatola, QuartoNapoli, La parola
dipinta. Rassegna di poesia visuale, Belluno, Comune di Gallarate Civica
galleria d'arte moderna. Casa d'EuropaSede di Gallarate, Pagine e dintorni,
Libri d' artis ta, Gallarate,L. Pignotti, La poesia visiva, L'immaginazione
(Lecce), S-covando l'uovo, Firenze, Terra del fuoco, QuartoNapoli, Musei Civici
di Mantova, Poesia totale. Dal colpo di dadi alla Poesia visuale. Mantova, Sarenco,
Palazzo della Ragione, Archivio libri d' artista. Laboratorio, G. Gini e F.
Fedi, Milano, presente in Musei,
Biblioteche, Archivi. Tra i pi importanti: Biblioteca Nazionale Centrale di
FirenzeLibri e pagine d'artis tacon lopera Mar/e amniotico, 1983; Galleria
darte moderna di Gallarate, con le opere Mourning Processes. The word, e
Processi di lutto. Notizen: dis; Museo S. Castromediano di Lecce, con l'opera
Matram psicofisica, Archivio Sackner, Miami Beach, e Archivio Della Grazia di
nuova scrittura, Milano, con varie opere; Hokkaido Museum of Literature, con la
collane Wall Word, nteramente tradotta in giapponese; Imago mundi-Visual poetry
in Europe (Fondazione Benetton, ) ecc. Altre opere: Dichiarazione onomatopeica
(Lecce); Progetto negativo (Lecce,); Disianza Congiuntiva (Livorno); Disperate
Professore (Parabita); dis/adriatico (Caprarica di Lecce); Tracce di un
discorso amoroso (Caprarica di Lecce); Compact Type. Nuova narrative Con Verri,
(Caprarica di Lecc); Sconcetti di luna (Caprarica di Lecce); Mail Fiction. Free
Lances Con A. Verri(Caprarica di Lecce); Navigli (Caprarica di Lecce); Void
Fiction (Sibari,); Street Stories (Lecce)tradotto in giapponese(SapporoJapan);
Parole morte. Dead Words (Lecce); Laddio alle scene (Lecce); Antonio Verri. Schegge
del contestocon M. Nocera (Lecce); 18 i titoli pubblicati su leaflets (Lecce),
16 Pieghe narrative e 2 Pieghe poetiche: Pieghe narrative: Vento, vento, I
colombi della clausura, Il figlio dell'anima, La Balilla, Graziato, Il
monumento, Dove volano i gabbiani, La mimosa, Ricordanze zigane, Franco,
Cocker, All'ombra del grande vecchio, Reparto P, Il tradimento, 27 marzo,
L'esame. Pieghe poetiche: Rosa virginale, Il solista; Dichiarazione d'innocenza
(Lecce); 7 i Romanzi nudi, titoli in unico esemplare (Lecce, Dis, Era dautunno,
Il fal, LObjet trouv, Silenzi, Why, Ballata migrante, Uscita in marasma
(Lecce); Di viole. Dincanti. Astragali teatro (Lecce ); New Page: In un bosco
di frammenti (Lecce), La parola tramava (Lecce); Le prime notti stellate (Lecce)
interrogatorio violento (Lecce, ) I suoi ramaggi (Lecce, ). Grigiori dellanima
(lecce, ), Di un solstizio damore (Lecce, ), Maria la magliaia (Lecce), Teresa.
LAltrove, (Lecce), La mer. Ma mre (Lecce), Una notte senza stelle (Lecce). Le
distese di grano, (Lecce), Gastronomia da asporto (Lecce), Una sua lettera
(Lecce), Trincee matricali (Lecce), Compagno daccademia (Lecce). Tra i gabbiani
(Lecce), Cioccolatini di Chicago (Lecce), Cantata duale (Lecce). La tromba
dellaltrove (Lecce), Il nipote violoncellista (Lecce); Operatori culturali
contemporanei in Puglia. Archivio storico divulgativo, Lecce); Ambivalenze
genetiche, Ghen (Lecce) ora in Genetic Ambivalencie, Art Communication Edition,
Toronto-Canada) Links, Ghen (Lecce), Il complesso di Edipo e quello di Caino,
Quotidiano (Lecce); I processi di lutto. La Weltanschauung ghenica in, La
parola tra spazio e suono. Situazione italiana, Viareggio, Codice yem: le
origini del linguaggio, ovvero la rifondazione della coppia, Ghen (Lecce) (ora
in Regione Puglia, Creativit e linguaggio. Atti del Convegno, Maglie);
Dis-astro, in A. Massari, Dis-astro. Loos, Lecce, Larea inter-media, in F.
Gelli, Transitional Objects. Mutter Fixerung, Lecce; Ipotesi interpretativa del
fenomeno droga, formulata da una coscienza che opera nella poetica. Della
scissione. Della prevenzione in Tossico-dipendenza: progetto di lotta Centro
studi giuridici M. Di Pietro. Convegno. Lecce; Mater externata, in L. Caruso,
Mater: poesia. Madre e signora dellacqua, Lecce; Lontananze genetiche. Ad cantus
enclitico, in Manifesto mostra gruppo Ghen, Milano; Progetto negativo, Galatina
(ora in Ab origine. Presenze pugliesi nellarte contemporanea, Roma-Bari); La
letterariet di Caruso, in E. Giann, Poiesis: Ricerca poetica in Italia, Arezzo;
La poesia totale di Spatola. Il convegno di Celle Ligure, On Board, Lecce; Wall
Word: parole da muro, romanzo da muro, in F.S. Ddaro, Street stories, Lecce;
Dodici haiku. Dodici punti di rilevamento, in E. Coriano, A tre deserti
dallultimo sorriso meccanico. Three deserts from the shadow of the last
mechanical smile, Lecce; Una pagina diversa, up to date, in Pieghe narrative,
Lecce; Schede d'arte contemporanea. Implicatura e Mappatura schedografica degli
Autori contemporanei, Lecce; Lampliamento della flessione, in Archivio libri
dartista. Laboratorio 66, Milano; Le anime narranti di Alberto Tallone, in
Tallone. Manuale tipografico, Alpigiano (Torino), New Page (Lecce);
L'ortografia morta. L'apparato
pausativo, in New Page (Lecce). Francesco Aprile, Gi cos tenera di folla, in
Intrecci, Napoli, Odipus, Edoardo, un cavaliere senza terra, su bit. Antonio
Verri, Edoardo, Un cavaliere senza terra, su bit. Francesco Aprile, Poesia
qualepoesia/06: Unaltra pagina. Le ricerche intermediali a Lecce, su Puglia
libre, Testi di teoria letteraria/editoriale, su utsanga. Archivio di nuova
scrittura, su verbo visual virtuale.org. Cantata duale, Imago mundi-Visual
poetry in Europe, su imagomundiart.com. Antonio Verri, Una stupenda
generazione, SudPuglia, Antonio Verri, Edoardo, un cavaliere senza terra,
SudPuglia, Aprile, Gi cos tenera di folla, Napoli, Odipus, Francesco Aprile, La
parola intermediale: lineamenti di un itinerario pugliese, in Aprile
F.-Caggiula C., La parola inter-mediale: un itinerario pugliese, Cavallino,
Biblioteca Rizzo, Aprile, Fra parola e new media, in Aprile F.-Caggiula C., La
parola intermediale: un itinerario pugliese (atti del convegno), Cavallino,
Biblioteca Gino Rizzo, Cristo Caggiula, Intersezioni asemiche nel movimento di
Arte Genetica, in Aprile F.-Caggiula C., La parola intermediale: un itinerario
pugliese, Cavallino, Biblioteca Rizzo, Visual poetry: A short anthology, in
utsanga, L'ortografia morta. L'apparato
pausativo, in utsanga, Testi di teoria letteraria/editoriale, Codice Yem, le
origini del linguaggio: ovvero la rifondazione della coppia, in utsanga,
Letterariet di Caruso, in utsanga, La poesia totale di Spatola/Il convegno di
Celle Ligure, in utsanga Francesco Aprile, Il rapporto D.-Verri attraverso la
critica, in utsanga Francesco Aprile, Dal modulo all'internet poetry, in
utsanga, Aprile, LArte Genetica, in utsanga, Aprile, New Page: Narrativa,
Poesia, Teatro, Scavi in store, in utsanga, Aprile, New Page: la poiesi come
approccio etnografico, Cavallino, Biblioteca Gino Rizzo, Aprile, New Page, collana
di critica letteraria, Sondrio, Edizioni CFR, Intervista a Vincenzo Lagalla,
Francesco Aprile, in utsanga Lamberto Pignotti, Introduzione, L'addio alle
scene, Lecce, Argo,ora in utsanga Lamberto Pignotti, Rebus, iper-rebus. Parole
da vedere, immagini da leggere, in utsanga, Caruso, Frammento, in utsanga
Julien Blaine, Omaggio alla "O" in D., in utsanga Ruggero Maggi,
Dedica, utsanga Alessandro Laporta, cercarlo dove non appare, in utsanga,
Mignani, Ghen against again. Risarcimento dei supporti o della signatura dei
segni, in utsanga Egidio Marullo, F. S. Ddaro. L'ultimo mentore, in utsanga
Omaggio, in utsanga Cantata plurale, materiali 01, Caprarica di Lecce, Utsanga.
AP01-L0T30R0 g lift rhe mi domandate, U- [U quello che svista, mi Inon son pre molto chio mi trovavo
a risali Filer, in citt-, ed ecco, . j.^^-jania da staimi riaonosctoo J d.=o ^
^ H,,e- 1 fu/rirt 't-irrT,t punto poco fa, che ^ guita tra Agatone contarmi la
conversazione seg e Socrate e Alcibiade
j discorsi, sai, di allora parte al convito ^S)> ^ perch me gli
Amore; o che vi si disse C ^ ggntiti da Fe- rapportati un altro che g detto che
nice, figliuol di Filippo (7)> B Convito li conoscevi anche tu. Ora, egli
non nii dir nulla di chiaro. Sicch ridimmeli tu tu sei proprio quello a cui si
conviene rifr' discorsi deir amico tuo. E per prima cosa, mi domand a quella
conversazione t-r; Ed io gli risposi : Si vede davvero, che dite ne ha fatto il
racconto, non tha rapporta/' nulla di chiaro, se tu credi che la conversazine
della quale mi chiedi, sia succeduta da poco tanto che io ci avessi potuto
essere. Ma si. 0 come mai, Glaucone, dissi io ; o non lo sai, che sono anni
parecchi che Agatone non pi tornato qui?
Mentre da quando io ho dimestichezza con Socrate,' e ho fatto mia cura di
sapere giorno per giorno ci chegli fa o dice, non sono ancora passati tre anni:
Prima giravo a caso di qua e di l, e immaginandomi di far qualcosa, ero luomo
pi misero del mondo, non meno di te ora che credi di dover fare qualunque altra
cosa piuttosto che filosofare. E lui Non celiare, disse: ma dimmi: quando ebbe
luogo quella conversazione? Ed io Mentre eravamo ancora ragazzi risposi quando
Agatone vinse per la prima solta nella gara della tragedia, il giorno dopo e ie
egli e i coristi celebrarono il sacrifizio di ringraziamento. Un gran pezzo,
dunque, si vede. Ma chi 'Socrate stesso? B niVff-'1 cl medesimo che a Fe- un
certo Aristodemo, Cidateneo, un omet !h adatta a a s _ in t^'^'' ai auei discorsi, C '?'cosi '! > '' ' rircipio,
O P ?. f. com 'i' ' t nUssario che io h siccit Se duirque ta ^, >50 quanto
alla sprovvista. Cli 'O.! fuor di misura; ment q gente 1 discorsi, e in ispecie
a e, me. e ; acca e daffari, e 1. ne ru, 1 sento compassione,,uUa. E forse,
pare di far qualcosa 1 gtimate me uno sforc> -.- jtrc-cdi e il vero-,,e
lunato; e credo, c do ma lo so. non die io di voi non lo credo, ni amico dici
Sei sempre lo stesso, Apollodor ^ sempre male e di te nic esimo ^^iseri, da par
propriamente, die tu di dove :ratciii fuori,
conlinciando io ti sia venuto il soptamm ^osi dnvvero ; ma cer ne discorsi;
aspro con te e coa-1! .fu con Socrate. 'o fuorci,(, APOLLODORO E Gi sintende,
carissimo; perch ia e di me e di voi, sono furioso e deUro^ AMICO Non mette
conto, Apollodoro, qugsj- ora di ci; per, quello di cui tabbjan chiesto, flio e
non altrimenti, ma raccontac'i T discorsi si fecero. APOLLODORO Furon su per gi
di questo tenore. Ma piuttosto (9) mi prover a raccontarvi ogni cosa dal
principio, come quello fece a me. Egli, dunque, mi raccont, dessersi incontrato
con Socrate, lavato (io), e anche calzato, cosa che a Socrate non succedeva
spesso; e d avergli domandato dove savviasse cos rimbellito; e quello gli
rispondesse: A cena da Aga- Olle. oiche ieri a sacrifizi del ringraziamento 0
scansai, per paura della gente; ma gli proson ^ d un bello Ma'em' il tur, r- disse, che sentimento tato? (12)
mudare a una cena non invi^d m disse vuoi. ' sposi: Quello che tu perch noisi
mm? fiFtese anche proverbio, sicch dica che buono P^r guerriero, C ? aue o '
,otet il r ' ' ^ ^he io, Socrate, cor presentarmi, f '' i,. Tcinvu di un,a r;.
ona di P . ,- Guarda tu d,e m. D uomo, non mvi^ ^h;, quanto a 0^,6 rveici non
inviuro, bens italo da te. ^^nsuUerem V ,::t:;tdi'ci6 he . 0,0, dire, su,
anScambiate che si furono queste narono. ' Ora, Socrate ^soenava, siero,
fermandosi per istrada, ^ che gli
ordinava di andar pure innanzi. trov quando fu giunto alla casa di Aga o,
aperta la porta, e gli venne incontro caso ridicolo. Perch gh Un ragazzo e lo
condusse dove e Convito i giacere, e ii colse, che stavano per nf- cenare (17).
E appena Agatone T j disse : O Aristodemo, tu arrivi in punt ^ ' 'sto nare,
sintende, insieme con noi. venuto per qualche altra cosa, rimettila Anche ieri
tho cercato per invitarti ^ m riuscito di vederti in nessun luogo (st come mai
non ci conduci Socrate? ' Ed io disse mi voltai addietro e non in nessun luogo
Socrate che mi seguisse; Si risposi che io ero venuto appunto con Socrate
invitato qui a cena da lui. Hai fatto bene ripigli Agatone, ~ lui dov ? Dianzi, egli era per entrare dietro a me -
0 dov? Son tutto stupito. Ragazzo, o non taffretti a guardare, riprese Agatone
e non ci meni qui Socrate? e tu, Aristodemo, dice, sdraiati accanto a
Erissimaco, E, mentre il ragazzo gli lavava i piedi, perch si mettesse a
giacere, un altro dei ragazzi, raccontava, torn annunziando, che questo
Socrate, ritiratosi nel vestibolo della casia accanto, se ne stava li fermo, e
per quanto lui lo chiamasse, non era voluto entrare (20). 0 che strana cosa tu
dicil disse Agatone. 0, dunque, non lo chiami da capo e non seguiti? Ma
nientaffatto lasciatelo stare. riferiva daver detto; anzi Perch lui ha
questusanza-; dovunque si trovi, ira (
Ja las ripresa 1 fs - 1 dStnoUsi. iP : M 'bbePe. Sf he vi volete, gi e
tg ' ' 7urittura ?rleervi-, il dte io on siedili fate COMO SSU^ . epoi mai
invitati da voi, 'Cppe 'T S ve 11- eSble a l to'ttateci iti ssi principiarono a
c, raccontava, ess p ^atone pm ^ m Socrate ^X' socrate, ma Aristo 'r^r
hft.ie.ilopo hmd S .oaonlope' ,a,emte; s era tanto lungo, con ^ Aratone- si.
che a mezzo della . Qua, Sopiva solo a giacere ti ^ e _ disse idea sapiente,
che vXlo; giacchi. ^ ?::rhtv.a,euti-ip' mosso. ^ S.,rebbe pur bene, dis-
Socrate sede, e Sa V -Agatone, se la saptc . rete dal pi P'' t,ei Wechtol l l
i'r tdo ci tocchiamo; come p,u filo di
latta, scotte ^ P' ^ j rosi, io 0 . Chi, se 1' : forchi di molta ;o molto lo
starti a ^jj,|,j,pito da te. Ila
sapienza io sar, pcn sarebbe tti, la mia, quando j. siccome un so-hina c
disputabile, g'^c rigoglio la mentre
splcmhda e pien, ^ 1., ITONE, Voi. /-Vt Convito tua, che da te ancor
giovine ha sfi COSI gran Juce ed ha brillato diana^' co pm d. trentantila
Elleni per testiSo?' Tu sei un impertinente, Socrat ^ 5 ). Agatone; se non che
questa dell^. f'^Ose . quistione che decideremo anchessr qui a poco, prendendo
Dioniso^ ce (27); ora, per prima cosa, mettif^'^'^ a cena. Dopo ci, raccontava,
Socrate si mettessi- giacere ; e quando lui e gli altri ebber finito a -
cenare, facessero le libarioui, e cantato linn all Iddio, e compita ogni altra
cerimonia ('28') si voltassero al bere; ma qui Pausania principisi a parlare in
questo tenore: Bene sta, amici disse come faremo a bere fi p,u a comodo? Io vi
so dire in ve- it che mi sento molto aggravato dal bere di cri. ' POSO, e cosi,
vate g'^^ch jeri ci erabere ! in che
modo potremmo bere fi pm a comodo. bene rispose : Di ci tu dici certo nel bere
. comodit li jeri ' vocile io sono degli annaffiati ^euiiieno ^^ tito
Erissimaco figliuolo di ua cfsf ~ bene davvero; si sente in fnr,,' f gna sapere
da voi, come per bere Agatone? c neanclie io ^rispos^^' ^ f ^oC..--rep
'>Srep (tra per me e po ne una . ^3tra, P .entissrmt ne rci''^ se v ' ' } ntianto a nor > ci alto. perche, q^t^n ^i m t strac
'''Socrate e aUaltra, >:rradatto ^'7:,n. to, delP-i, si chiamer dunque, li
arante^ o 1 altra. g-i senta vogha ? a eh nessuno tiefcse^ Olfo vi. , ? r sia
vai.- ^ aire la medicina La ta o %5lS'3sri- giorno innanzi. j^pse Fedro acanto
a me, di obbedirti, prendendola parola massime, in . ;';^bediranno anche gh
altri, medicina; ma ora ti odo se si consigliano bene. unti di non Sentite
queste della lor rmfare dellubriacarsi il ^ piacere nionc, ma di bere cos ^ poich se Or bene, -
ripigliai Jo^.pole, e non a deciso che ciascuno beva q _ pp altri sia nulla di
forzato, fo dopo proposta; cd che si
congedi la son trata or ora; lei suoni per conto suo ^'' piace, alle donne di
dentro, e noi si n il nostro tempo a conversare. E su qn^p getti, se siete
contenti, ve lo proporrei AI che tutti
diceva acconsentissero c 1 ' tasser a fare la sua proposta; sicch Eriss'
riprendesse: II principio del mio disco^r! conforme alla Menalippe di Euripide
h > non mia, bens di questo Fedro
qui, la / che son per dire. Fedro, di fatti, se'ne lag sempre meco. Non intollerabile, dice, 0 Eris'' siraaco, che ad
altri Dii si sian composti da poeti inni e peani, e allAmore, che cosi antico e cotanto Iddio, nessun poeta
mai, di tanti che B ce n stati, abbia composto un elogio; aiui se vuoi guardie
a quei bravi sofisti, scrivano si, gli elogi di Ercole e di altri eroi in prosa
per esempio leccellentissimo Prodico ;
questa anche meno da stupire, ma
io stesso mi sono g. imbattuto in un libro dun sapien- lmTfA lodato soprammodo
per c drpcV simili cose tu ne veconto 'Tiolte. Fare un cosi gran al mond ^
lAmore, nessun uomo nchca voi, cintratterremo Erissi '^ ' ;rLrto l^on ti direi
di .ri ' ^ di niente sostengo di ot j,
Agatone c ,U amore U?- .-^fone. t,e sostengo u. . . ^gaiuL^v- ' fi di cose di Vende, Aristofane, ! e neanche,
/,, n alcun altro E Mutto Dioniso e A to 1 ^^unque la parafa io vedo qui. f Jo
l'ultimo CsiaP-VP-ritrimi avranno detto,.tiPlU Clic . Ug auDiuiiw ;n. rie peri
P iranno detto nsto- se non che, _, Su via, con bbastanz oa (S),uona fortuna
C39;> P 'Amore. . assentirono tutti, e feA ci anche gh Per, di tutte cero lo
stesso invito di Aristodemo si rile cose che omscun > ,ia, di cordava
appuntino, t P_^ P^^ tutte quelle che npet _ ' ehe a me parve di memoria e i
discorsi d quelli c fossero tali, un per uno (.qOA VII discorso di FEDRO, a-,co
raccontava che E per il primo, come dm, Fedro cominciasse a un n maravighoso
tra grande Iddio fosse lAmore, e mar r
Convito gli uomini e tra d;: 7 ' B 1 essere tra i pi antichi T la- gAMORE ni vi
sono, ni si citano j, ''S' itot di n prosatore n poeta; Est prima fosse il
Caos, dice, nni I ^ terra Dal largo petto, d'ogni cosa sede' In eterno sicura e
Amor. Afferma, che dopo il Caos queste dn. nascessero, Terra e Amore. Pannenide
che la Generazione Pnraissimo lAmor di tuttiquanti Iddi pens. con Esiodo
saccorda Acusileo ; da tante i'chiss antichissimo. Antichissimo, poi, comegli .
ci causa dei nulfa^dr Op eli certo, non
so di un appena giovine giovi pi diunorr !-^^' ^ allamante viro di tri ^^PPoich
ci che deve ser'ene Qiip f intera vita a chi sia per viverla la ricchezza
Parentela, n gli onori, n benencllnn ^ 'ont altro pu insinuarlo cosi tiuesto?
La' come lAmore. Ora, che egli 'azione
nei brutti, lemu n privato qualit n C tl n privato ' v .. u,. ijuam.i > c
belle Opere pui S^ado di compiere grandi i o ' ac trv affermo che un uomo ^ crarla da ^ qualche
brutta cosa ti senza difendersi per vi hcri .'' ^ dagU amici nc n^cche egli
soprattutto da E li^,/da ^i-Uamato, che ^ Q^to vediamo neh, d esser feria'
Pantano, n.i Sechi:, se aie vi ( f ts. P Ji ;. iiez^a esercito si c P modo di
reg T^non ci i-orc di quello di con uS tre I Sauendo gli 11 ' i;c r;bbcro, s.o
pe, dire, li accanto a ^mjni tutti quanti ( 44 )- Idre in ponW S'' esser sdsro
disertsre i, un nonio che /.e' lo ammetterebbe Vsr he eWrrrrriue nitro i 1.,,.
persoir direbbe morire pi volre^ ; prima che questo, ^ in un pencolo I serro,
bbnmlo r^ ehe aon dargli ajuto, no
.^g^be dun divino lAmore di per se P di pm vaspirito di virt da che Omero B
lorosa indole (46). E, coraggio m dice, nvere un Idd P^ ^p,,ato taluni croi,
questo 1 An da lui negli amanti. Vili fi sono disposti a E si, che soli . 8 Xe
uomini, r morire per sli-^i ?''^'testimonianza, quanto le donne. E di ci,-,inla
di Pelio, che basta, agli Elleui Alceste Sglmola C sola consenti a morire per
il marito s pure aveva padre e madre; i quali essa, pe f damore, tanto super
nellaffetto da farl- rere estranei al figliuolo, e non appartenen lui che per
il nome. E per aver compiuto a ^ statto, parve navesse compiuto un cosi bei['
agli uomini e agli Dei, che, avendo pur niohi compiuto molti e belli atti, ad
assai ben pochi det tero gli Dei questonore, di ricondurne quass laninia
daHInferno, ma la sua la ricondussero D compiaciuti dellatto suo. Tanto anche
gli Dg; pregiano sopra ogni altra losservanza e la virt di Amore (49). Invece,
Orfeo, figliuolo di lagro, lo rimandarono via dallinferno a mani vuote
mostrandogli un fantasma della donna per la quale era disceso, anzich dargli
questa stessa, poich, come un citaredo che era, sera chiarito di animo molle, e
gli era mancato lardire di morire di amore come Alceste, anzi sera ingegnato
dentrare vivo nellinferno. Sicch per questo glinflissero una pena, e lo fecero
mo- E rirc per mano di donne; in quella vece Achille, figliuolo di Tetide,
onorarono e mandarono alle isole de beati; perch egli, saputo dalla madre, che,
se avesse ucciso Ettore, sarebbe morto, dove, non uccidendolo, avrebbe, tornato
a casa, finito vecchio i suoi giorni, 80 os prescegliere, andando in ajuto a
Patroclo amante suo e traendone vendetta, non solo morire per lui, ma
soprammorire(53) ^ lui gi uscito causa gli Dei, soprammodo anci essi
compiaciuti di lui, lonorarono partico- rmente, perch egli aveva tenuto in cosi
gran Conv non solo -j^n.
:!^oi^^\fdcgy^ ^ZXo^to, come dice %eUe> giovi ^Lhe -llE>cio o'^: AMARE ; per6 0 n arato
>1 uage dellamante, an :.3 '' mv 0 a f r '' ri 17) E P ? Setok debeati. -
S^te^idS ret ato e in morte W). Di questo tenore / ssero termi altri ehe .,
dopo im ei li saltando recr-,srieordav.gran ta m. .j^,l, dicesse, a il discorso
di t'ausa oisoonsQ m DlSCUiv \ e ci si sin lon bene, o Eetoo- ^ P-'J,ssere,osto
il soggetto f ^ i,re Amore. Foi plicemcnte invitati ad elog^^^^^e bene, ma %e
lAmore fosse uno^^^,gU uno, 0, e non
uno. or, n lSi Convito coiivieii meglio dire prima qual^ i amndi io ,i
sforzer a corregge^ cloanrc quale Aurore bisogna lodare P-i ;,n erodo degno
dell'Iddio. Perche,m,f d. che Afrodite non
senza Amore PP' ''^o fosse una, uno sarebbe Amore- due C6o), anche due necessit che ^ siano ( 60 . E come non son
due le De ? pi antica e senza madre, figliuola di Ciel appunto nominiamo
celeste - laltra da Giove e Dione, che appunt chiamTainr^l gare (62). Quindi, necessario, lAmore J deUuna, chiamarlo a
buona ragione volcrare ^1 leste laltro. ^ Ora, gli Dei si devono bens lodare
tutti (6A- pure, ci si deve provare a dire le qualit sortite da ciascuno dei
due. Imperocch (64) ogni azione ha questa natura; di per s n buona ne cattiva. Ci per esempio che noi facciamo o
il bere 0 il cantare o il discorrere, son cose di cui buona non per s stessa nessuna; ma ne -tra, per il modo
com fatta, riesce tale; perche fatta bene e rettamente diventa buona, cos
appunto lamare im ^ buono c degno delogio; quello che bene incita ad amare.
LAmore, veracemente icello con cui veracenii quello CC IL X adunque
dellAfrodite volgare vo gare, e opera a
caso; ed esso amano gli uomini abbietti.
Amano cUc i S'O'. iricoo 1 ^ ^ piuttosto I costo^ ''%i che pi stoUac P '^
^rdavtdo che a sod- o non ng^'^^'^Xinten. Onde Dtr' i,e P ^^ \orc, se V
occasione, sen'- ' '^,cUo di cn' ' il contrafa
//>! ^Perocch es ^p\\altra, e p.A' . '%Tfe ,mto, .00 t'p tsi 0 poi
cruna e ,aschio > P appunto si rivol 5 ' ' li lascivia ( 69 ) prediligendo
dtscl.io 8Vispi. ^Tme8'lo lofo, fc per natura pw forte iigenaa. ^ ^l'^^^^rnte riconoscere
jelh T afooo i,c oaiotcn- 1> t ' Scindono gii ' ?'lata.'>r> Sfitto,SO
g.-J ;jSrrro pcch q o i. frisoUtto 0 ot ad amare, sono P ,e lintera '.to. col
tancinllo e vvere n co orto e non gii,dopo 'f ; ; ra di senno,0. come giovine,
co P uotsi di corsa prendersi beffe di 1 . 'ol,,,o, fan altro. Vi dovrebbe ''
on fosse i cMli non si amino r afffncbl n^^,,^ ^ a cosa spesa di mo ta cuta^ P
.poanto a ' 0 fine dei tandnlli dove 6
ora. > e virt danimo e d. corpo Convito mettono essi questa legge a s
proprio volere; se non che bi sogneS lor cotesti amanti volgari, come
appunta,82 il pm che per noi si possa, a non . libere (73). Ch essi son quelli
volto lamore in vituperio, tanto che tal dire che turpe cosa sia il gratificare
T ti C74). E dicon cos, avendo locchio V di cui vedono lintempestivit ed poich,
di certo, nessun atto compiuto ordin mente e conforme alla legge potrebbe
co.rrT gione arrecare biasimo. E appunto la legge, che governa 1 amore nelle
altre citt, Exdle ad intendersi poich
nei! concetto uno solo ; ma qui varia. Dappoich nellElide e nella Beozia e dove
non sanno ragionare, unica legge questa
che bene gratificare gli amanti, e
nessuno^ n giovine n vecchio, direbbe che sia male ; affinch, credo, non
abbiano a durar fatica a persuadere i giovani con ragioni, inabili come'sono ^
ragionare; invece, in molti luoghi di Ionia, c m molti altri riputata cosa turpe, tra quelli lutti che son
soggetti a barbari (80). Di fatti, Ira 1 arbari, per ragione delle tirannidi,
si reputa ^ turpe questo, e cos ancora ogni studio di sapienza e di GINNASTICA.
Poich quivi, mim- giova a chi governa, che si gene- o alterigie grandi n
amicizie doffnt g^giiarde, quello che, non meno prattuttn lAmore
so^sperienzrfirr^^^' ii^parato per ini anche di qui; ch lamore di -.rnona- Cosi
dove disciolse la lor sig ^^^^fjcare gli salda, di cosa sia il g ^,.^,,c7.^a r
SSo delUsoverchlena jiriaa^' ' lhanno effemminatezza dei dei quella vece, dov^_
a sia in ^n n V.cposto hanno (84) fo di quelli che cosi dispo^ p., bella, e com
XI I,uperocch (85) chi nJii bello r amare aper ottimi, :s!esop o>frs -. e
ancorch sieno pm cabile incoraggia altra parte, chi -a nqualcosa mento da
tutti,un innamodibrutto; c che il co brutto, e la rato par bello, non cO q
lode, legge ha dato licenza a chi j quah, ;?ndo sia per conquistar^ ; ^\,que
altra chi osasse fare per correr raccoglierebbe ca da ' 'dfppoUt, s P ''^ i
maggiori biasimi,- , q q averne u di cavar denaro a qualc^'^J^ ^solvesse fido
(90) o un altro g^Jo I 9 amati, 1 a fare quello che g > un quali nelle lor
richieste dormite sulle implorazioni e giuramenti C i) ), e servono ' servo
tollererebbe serv,v ^ dagli ann-ci edaC,''' sua adulazione e abL ^ elli vJ
monendolo e arr^ ^ '^'ezione fq.x ' Petatid! f-- li cosrreT '' .? > li i- P
rn. Sr,^ me a qdIo che effetti L ' ^ to.
E il pii, tecribile r' ' S a meno dice )a geme, s,o J,,? ' 'l , co . gli_ Dei
perdonano, se trasgredisci poich giuramento Afrodisio i f^. CosihannoefhDefri,
licenza accordato a chi ama ogni legge di qui. Da questo lato terrebbe, che
nella citf\ nn t 1 o ne lamore7- ' ''
simo e amore e il mostrarsi amici agli amanti. Ma Jlh VV P^dri, preponendo
pedaS g I 3 gh amati, non permettono che discorrano cogli amanti, e i coetanei
e gli amici ) \ itnperano quando vedano succedere qualcosa di simile, e i
vecchi, daltronde, non inter icono cotesti censori, n Ji biasimano, come se non
dicessero giusto, uno, che per opposto ^ardi^ a tutto ci, stimerebbe che qui
una simile cosa si reputi bruttissima. Ebbene, la cosa, credo IO, sta cos ;
non a mi solo modo ; eh ci e ie s
appunto detto in principio, ehessa non sia bella n brutta; ma fatta
bellamente bella, ruttaniente brutta (100). Ora, bruttamente , belT^ gratifichi
un malvagio e in malo modo; niodo^'^'^p'^ quando un uomo probo e in probo
malvagio quellamante volgare, che Convi
0 on L i r' ^^' ;, la ia. P '' '^ ' 1 /Ilfscors f fprmo Ip IpfTffC l> '
nresto, perch s' L' r esser preso p crrutinitore, truuo 1 esse p scruti tempo
Aprp da denari e ua- P l ' l il lasciarsi prendere da s, sgo;;Ucii brutto, sia eh (loa) non menti e non resista,
s^ e par disprezzi. senza dire che da cJ sia n ferma n stabile, s .^^Ha i sauna
nobile rbellan.entc deve leiTge nostra una sola y Dappoich a noi Saio
gratificale n.i d questa la legge; ^'f
Vrervit verso lamato servire spontanei qualunq ^^ulazione, cosi s concluso, che
non,est non vitupeun altra servit sola spon oggettorcvole, quella che ha la
v'rtn p Ch appunto ammesso n quando uno
si risolva a niH ^ ii noi, perch egli creda di diventa^r^m i',''di lui o in
sapienza o in qualun virt, questa servit spontanea no pur essa brutta, n sia
piaggeria ? ? Pqueste due leggi, - quelf ch^ regf/? dei fanciulli e quella che
regge Pai sapienza e di ogni altra virt (foj) IT4 correre al medesimo, chi
voglia che to^?' Il compiacere lamato allamante. Ch qual? insieme sincontrino
lamante e lamato, ree nt ciascuno la sua legge - quello che qualunque servizio
egli renda agli amati che lolompTc! ciono, giustamente lo renda, questo, che a
chi sapiente lo faccia e buono, qualunque ufficio egli presti, giustamente lo
presti, e luno, potente dintelligenza e dogni altra virt, ne dia, a tro
manchevole in coltura e in ogni altra sapienza, ne acquisti, allora si, queste
due concorrendo in uno, egli accade, e sol- tamo cosi, che bello sia il
compiacere lamato all amante, ma in altro caso no. In questo, persino il
trovarsi ingannato non punto i ogni
altro, o che tu sia ingannato 0 ^,0. ti porta bruttura. Perch, se uno che a\-
ricco avesse per ragion di ricchezza perto i?' '^ ^vasse deluso per essersi sco- n^en
brutto^-^'^^ Povero, non perci gli sarebbe
perch un siffatto uomo d a di B I anin .0 suo. a>ep perch buono c P
.jy;ore egU stesso, dilu diventare Lll ' '^ ' poi deluso, P bello lBga anche
questi da a divede^ I,t 0 V P ^T'r^ ''^.1 diventare mighore 5 .^ontro, e la ter
chicchessia; e quest . bello per '. ?ella cosa di tutte. Cosi, di virt comptacere ^ Celeste, I ' Questi r Autore della D 1 di gran pregio alla \
amante ' i .Uri - sopra d st q volgare. E qaesK sono dellultra Deu.d ^
allimprovviso sono, 0 Fedro, le ^ er la
mia parte. intorno alla\more IO t arreco p
aiacch i sapienti Fatto pausa assonanze - avrebbe minsegnano a fare di q
a. ^ere Aristofane; dovuto, disse Aristodemo discorre ^ se non che gli era o
per _ p ^ altra causa venuto il ^aco il medico: -di parlare, sicch disse ^ ^^i
O EriSsiquesti giaceva nel letto op cessare (m) maco, il dover tuo e ^nai il
singhiozzo, o di P^^' Erissimaco rispose; non mi sia cessato ..rch parler m E
io far tutteddue le cose, l n' cc, c sato, in vece mia, p pi, SP'onao li .
guarda se il f P che jg r . nendo,1
fiato per peaaetto .t S' E gargarismi
collacqua. Se o. fa'^ lascia vincere, e letichi il naso e starnutisci ; e
quando olqiiesto una volta o due, ti cesser molto forte. _ O parla d,re Stofane
io far cos. ^n- Ed Erissimaco principi a dire : Dunque, siccome Pausania, prese
bene le mosse del di- i86 scorso suo, non lba compiuto a dovere, mi par
necessario che io mi deva provare a metter la fine al discorso. Di fatti, che
lAmore sia duplice, pare a me si sia distinto bene; per, ehesso non risieda
soltanto negli animi umani n abbia soltanto i belli per oggetto, ma molti altri
siano gli oggetti suoi, e risieda anche altrove, nei corpi, cio, di tutti
quanti gli animali, e nelle piante della terra, e per dir cosi, in ogni cosa
che viva, a me pare averlo appreso dalla medicina, 1 arte nostra, come grande e
maraviglioso Iddio egli sia, c a tutto si distenda e per le umane e le divine
cose(ii2). E comincier a dire dalla medicina, anche per fare onore allarte. La
natura dei corpi ha il duplice amore aneliessa, cd questo: il sano nel corpo e lammalato Convito
5 .-no per consenso di tutti, cosa diversa e dissi- rnile- e il dissimile
desidera ed ama cose dissidi i sicch altro
lamore che ha sede nel sano. -Itr t quello che nellammalato. Siccome,
dunque, secondo ha detto or ora Pausama e bene gratificare i buoni tra gli
uomini, male i Snaiosi; e cosi anche necorpi
bene gratificare quanto v di buono e di sano in ciascun Spo e si deve, -
e questo fe ci che si chiama arte medica - e invece male il gratificare quanto
v di cattivo e di morboso, e gli si ^^ ve far brS 0 amore, questi luomo sopra tutu intenderne d medicina. E chi
sa farli mutare, in modo dm in ricambio di un amore si acquisti J Mi; ;n cui
lamore non sia, ma bi- tro, e in farcelo nascere, o, quando sogni generarlo.,
-uesti sarebbe davvero un valente artenc i,- ip rose che vi sono di f7^
^n-unaan laltra nemicissime, e la -nnnste il freddo 0 U ' , 'vi vi. -sr aX tra tali asti(ii7) PO^ti
ed pio, secondo la L credo, dico io,
T,.a\rco. r gnnaSca O'ii e lagricoltura. La musica poi. Convito' per
poco che ci si badi, si vede chi. stesso tenore, come forse anche p deiu .87
dire;ch, quanto alle parole, egh^n me bene. Giacch dice che luno si accorda con
s, come armonia lira. Ora, grande
assurdit 17 i' unarmonia discordi n rieri,,: j. c, che B discordanti. tuttora
derivi da cose tu Se non che forse voleva dir sto, ehessa nasca dall acuto e
grave discordi; priiTiii e dopo consenzienti per opera dell musicale; ch,
certo, armonia non nascerebb ^ dallacuto e grave discordanti tuttora; ch
armonia consonanza, e consonanza un consenso; ora, consenso impossibile che provenga da cose discordanti,
finch discordano; e quello daltra parte, che discorda e non consente, impossibile che armonizzi : appunto come il
ritmo nasce dal veloce e dal lento, discordanti da prima e poi consenzienti. In
tutte queste cose la musica quella che
mette il consenso, come in quelle altre la medicina, generandovi un amore e
concordia vicendevole. Sicch la musica, alla sua volta, scienza dellamoroso nellarmonia enei ritmo. E
nella composizione stessa dellarmonia e del ritmo non punto difficile discernere lamoroso, n cost v
il duplice amore : ma quando bisogni usare del ritmo e dellarmonia cogli
uomini, sia componendo, che e quello che chiamano niclopea sia usando
rettamente di melodie e metri composti ci che s detto educniione qui c la difficolt e c bisogno di buono artefice. Poich torna da
capo lo stesso discorso, che gl> Convito fine che diventino pi uomini J non
son tali in tutto, perbene quelli che tenerlo caro, e bisogna_ gffceleste,
lamore della ce- E invece quello di Polimnia leste Musa Ci 7 j> jj deve
amministrar con t il volgare, n qnm ci col, le piade; c 1 tanto negli aiiiniali
c _g miscono dal brinato 1 ''; Labpr0PP
V accesso e disordine risp amorose, la cui scienza de' jielle stagioni degli
anni si' c1h; as^i ^ Di pu. ancora, ci sacrili.! tutti e presiede I arte
divinatoria, p a cui vicendevole
comunione degli dei'oar'a non hanno altro oggetto, se non Pose. risanamento di
Amore. Ch >' suol generarsi, quando uno non grati ordinato, e onora e venera
in ogni suo questo, ma laltro, si rispetto o VIVI 0 morti, si rispetto agli
Dei; dove aT punto commesso allarte
divinatoria di vigilare gli amori e sanare; sicch, da capo, 1>arie
divinatoria operatrice di amicizia tra
gli Dj! c gli uomini mediante la scienza di quali tra le propensioni amorose di
questi tendono al lecito e quali allempiet. Cosi molteplice e grande, anzi, in
breve, una universale potenza ha ogni Amore; per la maggior potenza la
possiede, si presso noi e si presso gli Dei, quello la cui sodisfazione nel bene accompagnato di sapienza e
giustizia; esso appresta ogni felicit, e ci mette in grado di convivere gli uni
cogli altri e diventare anche amici agli Dei, migliori di noi. Ora, ancor io
(136) forse nel lodare Amore tralascio molte cose, non per di proposito. Ma se
ho tralasciato qualcosa, spetta a te, Aristofane, di supplire; o se tu hai in
mente delogiare lIddio in qualche altro modo, e tu 1 elogia ; ch ti anche cessato il singhiozzo. Q.U, Aristofane,
presa la parola, cominci) raccontava, a dire: Si, appunto cessato, non file io ali abbia
applicato lo star: richiedi iili roihoti e ptent, quii l tr ; Lrnu.0 . Pd W' ho
dppliccto lo su, . c nW - g p 1 d ' '; ';'i
rl sV 'per cominci P ' > ' Tu
burli, man ^ ^j^ella al discorso tuo, ^ioTcX Vdire' qualcosa di ridicolo,
mentre ^ avresti potuto parlare bene, E Aristofane, ridendo, P istare
Erissimaco, e sia per non a farmi che me n esca SI stanno per . che sarebbe un
guarg o toS;. >i ' _ e or cedi di f p 'dj (' > r:.:orpdrrr.rm-.p .Mn. d
stare. Discorso di Aristofake cominci a dire E in vero, mnte di discorrere in
Aristofane lO q^jella che tu e una maniera diversa ^ pare che gh Pansini die
fitto. pottor uomini non abbiano pu Convito di Amore, ch. se lavessero con,
mnakato in onorsuo i maggiori ' fcbbcf, e celebrato i maggiori sacdi, noS che
di tutto questo non gli si fa SI dovrebbe fare pi che altra cosa D Perch , tra
gli Dei, il pi amico dcel essendo soccorritore loro, e medico di ^ dalla cui
guarigione deriverebbe la felicur giore al genere umano. Io, adunque, mi sCf^ .
a dimostrarvi la potenza di lui, e voi ne sarct maestri agli altri. Ma vi
bisogna per prima cosi intendere la natura umana, e i casi di essa. Ab antico,
di fatti, la natura nostra non era quella medesima dora, bens diversa. Ch da
prima E erano tre i sessi umani, non due, come ora, maschio e femmina; ma vi se
ne aggiungeva un terzo, partecipante di tutteddue questi, del quale resta oggi
il nome, ma esso stesso scomparso.
Allora, di fatti, vera e la specie e il nome uomo-donna che partecipava di
tutteddue, maschio e femmina ; ora non ne resta che il nome a vituperio. Di
poi, lintera figura di ciascuna persona era rotonda, colle spalle e i fianchi
tuttintorno, e di mani naveva quattro, c gambe quante le mani, e sul collo
tondo due visi, simili da ogni parte ; su ciascuno poi de due visi posti 1 uno
di rincontro all altro una 90 sola testa, e quattro orecchi, e due membri, e il
rimanente, quale da ci si pu congetturare. Camminava poi si ritto, come ora,
per il verso che voleva, e si quando si metteva a correre, reggendosi sulle sue
otto membra andava via lesto facendo la rota, a modo di 57 Convito quelli che,
\MssT,'poi. ^ ^ s Xch il Maschio fu in
origine protre e siffatti, p, della terra, e il terzo genie del sole, ^
^^eddue, della luna, giacche partecipava di quello e di questa)- ^^gVianza
coloro progenitori, cammino, per
terribili per forza e per Sicch in principio grandi e assalirono gli
Dei. r .litri Dei si consultarono Sicch Giove e g i ^ stavano che cosa
occorresse loro^dj in dubbio ; che nc a fulminarla nt di farne J P^^^bhero
scomparsi insieme come t celebrati dagli uomim; e gli onori, e 1 imoerversare.
Infine, ead, volevano If f 'X ,4 E' mi pa- Giove si form a fan. uomini esire
disse avere un LholffU?). cessino stano e insieme, P ra - disse - H spardalla
petulanza. Giacdr tir ciascuno m dtie, ^ noi perranno pib deboli, e
mstenmj^diritti ch cresciuti di nunier^, . ^j^e contisopra due gambe. Ght P
luiino a imperversare, e non vogliano stare quilli, e io, disse, li segher da
capo ''' due, sicch cammineranno sopra una gamba s 7 saltellando. E detto
questo, tagli gli mini per il mezzo,
come quelli che tagliano ] sorbe per salarle 0 quelli che tagliati le povj E
col capello (149): e a quelli che tagliava, comanda ad Apollo di girargli il
viso, c met del collo dalla parte del taglio, perh r uomo, guardando il taglio
fatto di lui, si conducesse con pili misura; il resto lo medicasse. E Apollo
gir il viso, c col tirare da ogni parte la pelle verso il ventre, come si
chiama ora, vi fece, a modo delle borse a nodo scorsoio, una sola bocca, c la
leg nel mezzo del ventre, tgi quello che si dice ora lombelico. E le altre
grinze ve n era rimaste tante le spian, e rassett le costole, servendosi di un
istrumento, su per gi come quello dei calzolai nello spianare sulla forma le
grinze delle pelli, e ne lasci alcune poche, nel ventre e nellombelico, per
ricordo dellantica jattura. Or bene, quando la creatura umana fu tagliata per
il mezzo, ciascuna met desiderando laltra le si faceva incon- gittandole
attorno le braccia, e avviticchiandosi runa allaltra, poich si strugge- H vano
di risaldarsi, morivano di fame e dogni altra sorta dozio per non voler fare
nulla lunO senza dellaltro. E ogni volta che una delle met morisse, e laltra
sopravvivesse, la sopravvissuta ne ricercava unaltra c le si avviticchiava) 0
che simbattesse in una met duna intera onna, quella ^i^g chiamiamo donna Mio,.
Giove, omo; 0 I o '' ^ li oerchc sino avendo
oonip pudende, pej rfn terra, come le che meSin^e, cos sul negli nlm,
diante quelle la femmina niediame .tllabbraccio. se un uomo con questo fine, eh
onerasse, e la specie s> imbatteva J^ttesse maschio con esistesse, e se im
^^are insieme, maschio, venisse 1 ' ^ a operare.eprene smettessero, e si rnolg
dulia vita. \\ Tini un contrasse
Ciascuno, dunque, come le gno dun uomo, ulte eiasogliole; uno due. S inten
scuno cerca il contrassegno insieme uomini che sono come un taglio di qu che
allora si chiamava i(omo-ioM a, son di donne e i piti degli adulteri da questo
sess son proveiiun; e cos q^- sesso, Convito 6o sono taglio di donna, le non
badano di molto a^Ii uomini queste, ma hanno piuttosto il cuore alle donne ed
il sesso loro quello da cui pr. vengono
le tribadi, aitanti poi sono taglio di maschio, vanno dietro al masclo ; e
sinch sono ftnciulli, come particelle che sono di maschio, amano gli uomini e
si compiacciono di giacere - con questi e tenerli abbracciati, e son costoro i migliori fanciulli e giovinetti, ch non v
nature pi virili di loro. E v chi afferma, che questi sieno degli svergognati!
bugiardi; non gi per svergognatezza che
cosi fanno, ma per ispirito di,baldanza e virilit e ma- sciiiezza, appetendo il
simile a s. Una gran prova n questa; soltanto costoro fatti giovani riescono
uomini da attendere agli affari pubblici E diventati maturi, mettono amore ai
fan- li ciulli, c di nozze o di far figliuoli non si danno pensiero di per
loro, ma la legge ve li costringe; quanto ad essi, son contenti di vivere gli
uni cogli altri senza ammogliarsi. Sicch un siffatto uomo diventa addirittura
amante (i i) di fanciulli od amato, appetendo sempre nei due casi quello che
gli congenere. Ora, poi, quando C un
amante di fanciulli, o chiunque altro s ini colla sua propria met di prima,
allora una maraviglia come si struggano
di amicizia e m trinsichezza ed amore, tanto da non volere, per cosi dire, separarsi
gli uni dagli altri neancie per un minuto. E questi son coloro, che riman gono
insieme lintera vita, e non saprebbero neppur dire, che cosa mai vogliono che
per opera delluno succeda allaltro. Giacch non pn' t Sin rinsien'' . .v,
ciascuno dei esprimere, Lm ^ralcos altro, cbe tjo ^ ^-ee ^ 'Tl nrc%ti ^ /'
eoelinstr'if^'' ia ha se Elesto, cogl in
cnimm sopra di > {. rnai, niano, si domandasse onera delI.icceda allaltro?
^dasse da incerti della risposta, ^.^^nreluno nello stessissimo luogo n nt
notte - potervi lasciare lun liqnefarvi e eoach se desiderate nhe siete,
diven^ilarvi insieme,,n tiate uno, e sinch > morti, comune come uno \i,m
invece di due anche laggi nei reg ^^^^^date. se
questo morti uno solo (i6 ^^ddisfatti, quando lo che inmo bene, che, sentito ci, nessuno, proprio
nessun darebbe di avere strerebbe di volere altro, . ^ desiderava pure
propriamente sentito qu,j, ^to diventare da un penzo, unito e fuso coll ^to di
due uno. E la causa n questa, cne, nostra natura era si desiderio, adunque, e
all. d;\ nome amore. eravamo uno; E prima dora, come dico, i ora, poi, per la malizia
nostra, sia paniti di casa dalla mano di Dio, come i- Arcadi da quella dei
Lacedemoni. Sicchfc^ ' cogli Dii non ci si conduce come si conviene ^ v da
temere, che si possa essere segati da capo e si vada attorno, come le figure
delineate dj rilievo sulle tombe, tagliate per il me^o dei nasi, diventati a
modo di dadi cotisunti. Anzi per questa cagione bisogna che ogni uomo esorti B
ogni altro a condursi piamente verso gli Dei, perch alcune si sfuggano, altre
si conseguano delle cose, a cui Amore
guida e capitano. A cui nessuno faccia nulla in contrario; e fa in
contrario chi sinimica gli Dei giacch diventati amici dellIddio e rimpaciati
con lui, ci succeder di ritrovare- e incontrare i propri amati nostri, il che
ora accade a pochi. Ed Erissimaco non mi simmagini, per canzonare il mio
discorso, che io parlo di Pausania e di C Agatone; forse, anche loro sono di
quelli, e tutteddue maschi da natura ; se non che io parlo di tutti, e uomini e
donne; ch cos la stirpe nostra diventerebbe felice, se dessimo perfezione
allamore, e ciascuno sincontrasse nel proprio suo amato, tornando nellantica
natura. E se lottimo 6 questo,
necessario, che di quanto oggi in
poter nostro, ottimo sia quello che pi vi si avvicina. E ci il ritrovare un amato, fatto secondo il
proprio cuore. Del che, se sinneggia autore un Iddio, Amore quello a cui a ragione spetterebbe linno.
Amore che ci di moltissimo giovamento
nel presente, poich ci riconduce nel proprio, e ci d le maggiori speranze per
lavvenire, se per noi,i .-.et v W sii a S-'r-' xvin j il mio discorso tr.rno ad
Amore, di'crs ^ ^ canzonatura, t %c p- g ; . r, ' ir.d,c a pari P' quelli che
rimangono P ^ Socrate, rimangono, di fatti, , racconta che Ma io taro a tuo n
do^ j,,,1 o rispondesse Enssimaco ^P ^^p^ss, discorso sono valenti in cose che
Socrate e A^a dovessero esdamore, temerei g' ^ ^-ose oramai si sere impacciati
a ^ro fiducia, son dette e cosi perch E
Socrate rispose; dve sono 94 tu te la sei quando avr discorso,ira..uraro, perch
io mi turbi, che il teatro sia in grande aspettazion me, che io debba discorrer
bene. Sarei d^avvero uno smemorato, Agatone, soggiunse Socrate, se, avendo
visto 1 raggio e Palterczza con cui tu sali su pa^ co insieme cogli attori, e
guardi in accia ^ gran teatro, quando tu devi rappresentare 1 componimenti, e
non ti mostri sgomento un poco, ora credessi, che tu ti debba a cagione di
questi pochi che siamo Ma che !, riprese Agatone, non mi cred Socrate, cosi
pieno del teatro, da ignorare ne che a un uomo di mente fanno pi paura n
persone di senno che molte senza. Certo, Agatone, non farei bene, ripigli
Socrate, se pensassi di te nulla men che gentile Anzi io so bene, che se tu
timbattessi in-persone che tu reputassi sapienti, ne saresti in maggior
pensiero che della folla. Ma, bada, che noi non si sia gi di quelle; perch noi
ed eravamo in teatro e facevamo parte della folla. Per, se tu timbattessi in
altri sapienti davvero, ne sentiresti tu rossore, quando tu credessi di fare
qualcosa di brutto? (170) o come lintendi? Dici il vero rispose laltro. E della
folla tu non ti vergogneresti, se tu credessi di fare qualcosa di brutto? Dove
Fedro, raccontava, interloquendo Caro Agatone mio, dicesse quando tu risponda a
Socrate, non glimporter pi nulla di nulla, di quello che qui succeda comunque
succeda, purch abbia soltanto con chi conversare lui, specie con un bell omo.
Ora, Socrate io lo sento conversare volentieri ; ma a me necessario aver cura dellelogio di Amore, e
riscuotere da ciascun di voi il suo discorso. Dopo sodisfatto ddio ciascuno
conversi poi quanto vuole. Ma tu parli bene, Fedro, disse Agatone c niente m
impedisce di parlare ; non mancher poi occasione di conversare con Socrate. .v
mpon!n,tntt, c non li mostri T pocoi ohi credessi, chr f. r ,, ^ ''.ihr rt \ ^
P'I Jf m Futdjo che: molte-ci Jo. A.-atc-uc, nonfiiiti htne, - nv'l,> -.MJ.S
- se p s I di :c nalla uicn ch - t so bc ^, cho se tu limbattessi fe?:tB
r.epntf. -i rapanti, ne Sare.sti inV,.-1 r^ero che deiia folla. M.s, bada- die
.UU fiJ, d! c, parchi noi cl tuati-0 e fflceaamo parte della folla. Pet,fc.,r ^
tiaib.ittcss M :iln-it;. p{cnti davvero-, nc scw.h - tu t-o$.sore, quando in
crcdtssi di -fare qua. -li brullo? o come rintendi? rtk'ci 11 Tcro rispose
Taltro. . il j- . .in f>>}lii tu non ti vergognerusti, t ti i di f.)ro qualcosa
d! brutta? 4 - l odro, raccontava, inierioquetido->~ opc? C^ ^ l'Iddio
clascuuci conversi poi qyaj 4 l? J Ma in p,i. li bene,.Fedro, c niente
mimpedsfc di parlarci nph-manv:, poi occasione di cons etsare cori .Socrate. ni AGVrONE Discorso o priwa ha? discorso
Tc'ct > P^'^ ^%arabbiano lldd\o poi dire Cn ^ non,. .. ^o dei beni, pvand
gli uomini nup\e essendo i -- 'Chiusi lIddio; r/ntsuno lba di n tutti cotesti
beni ^% ure, dogGi lode go quale di quali cose E cosi g^Jf egli u discorso sia 075; stesso quale eg
bello, egli ^^/osiff^to. D P^ ge d pi giovine degli Dei, g foggu di 'quesm suo
tratto eg smsso, P,e,oce b fuga la vecchiaia, P dovere ci arrii almeno assai
pih pres p aver a a fianchi. Ora, P neanche di lontano, iu odio e non le si
acco, ^ ^ ^^^6) ; -b E sempre co giovani usa e sempre bene sta 1 antica oute -
. consen col simile saccompagna ( questa non ziente con phio in conscio, che
lui gc di lapeto O? )- C vanissimo tra gl Iddii c gio\ gli antichi fatti
intorno agh Parmenide dicono (179), esse di Necessit, e non di Amore, se pur
sero il vero; ch non si sarebbero viste tazioni e legamenti vicendevoli ed
altri violenti atti, se Amore fosse stato tra lor^b^ amicizia e pace, come ora, dal di che sopra i
Numi regna. Dunque giovine eguT P e oltrech giovine, delicato: solo un poet gli
fa difetto quale Omero, che mostri la delicatezza di lui. Ch Omero afferma, che
Dea Ate sia e delicata, almeno delicati sieno i piedi di lei, poetando: I pi di
lei son delicati; e il suolo Non tocca; dei mortali ella sui capi Cammina.
Ora, buono argomento a mostrare la
delicatezza sua, chella non sul duro cammini, ma E sul tenero. E lo stesso
useremo noi argomento a provare di Amore che delicato egli . Che n cammina sul
suolo, n sui crani i quali punto teneri non sono, ma nelle pi tenere cose e
cammina e dimora. Perocch nelle indoli e negli animi degli Dei e degli uomini
la dimora pone, e n in tutti gli animi del pari, ma dove in uno simbatta
dindole dura, va via; dove di tenera, vi saccasa. Poich egli, dunque, e copiedi
e con ogni sua parte a contatto delle pi
tenere g(5 tra le tenere cose,
necessario che delicatissimo sia. Sicch giovanissimo e delicatissimo, e di giunta fluido di forma.
Ch non sarebbe neUenU ' ( !?'. C o s p o^. iorf , M , l ''?Si AmP pos '
'',jvveoen '^ nso di ^ guerra sempre. .! P T Wer. d irM ch f del colore, ad
anima e ct.a So.e o cta ' K' I soggetto la Amore; e dove f ner, non saccoppa A,
Todoroso loco sia, 1 P fiorito c ou pernianej iiMddio e basta sin Orbene, della
0' Jella vlrt dA ore qui e molto resta a g U principaltsconviensi dopo quella P
^ offesa nt sinio . cito Amore ^ ^,84> di Dio o a Dto nc -tUre eo'U stesso,
s Perch nfc per violenza non tocca ^ qualcosa patisce; - eh ^ volontario i; in
tutti il servigio ' ^ jj^ reme (t 5) > assente a volente, h legSh,
giustizia, affermano che giusto sm- ^ ^i^sinaa. Peroc; provvisto di temperanza ora^^ ^ ^esidern ch
si consente che vince P non sia temperanza, e che p g sono da me, vabbia
piacere essuno- O questi forza che sien
soverchiati soverchi : ma se piaceri e desidp t.(. E quanto a coraggio adr^
P^^tut pure Are contrasta. Chi n (, Amore, ma Amore Are possied^'^am^ Afrodite,
secondo fama (188) or l di tiene in
poter suo il posseduto pi coraggioso
dogni altro, debbe esli certo il pi coraggioso di tutti ^'?5' della giustizia e
temperanza e coraggio dS'r? d.o s toto; resta ddk sapiens,; SI pu, bisogna
provarsi a non ometterla (looT E da prima, perch io per la mia parte lodi lL
nostra, come Erissimaco la sua, poeta
lIddio sapiente per modo che rende tale altrui; almeno diventa poeta,
ancorch pria fosse di Mm privo, quello cui tocchi Amore. Il qual suo tratto ci
si addice usare a testimonianza che Amore, in somma, artista buono in ogni creazione che attiene
alle Muse (192); dappoich le cose, che uno o non ha o non sa, non mai le
darebbe ad altri, n le insegnerebbe ad alcuno. Oltrech la creazione degli
animali tutti, chi vorr contradire, che non sia sapienza dAmore, quella per cui
opera gli animali tutti e nascono e crescono? Ma nel magistero delle arti, non
sappiamo, che quello di cui questo Iddio si sia fatto maestro, rinomato riescito ed illustre; quello, cui Amore
toccato non abbia, oscuro rimasto? Larti
del saettare e del sanare e del divinare Apollo trova, guidato da desiderio e
da amore sicch anche questi discepolo saria dAmore, c le Muse ne appresero
musica, ed Efesto larte Zi ^^ le cose
dCo' amore, s m c ' onpoirto 1 ft-i generer, vive d'.C ''chfe^rn brutte..^ jf di bellez5-a. priircipro ^ o;ndc>,onzi,
_An SI narra (, ai bellez^-' ', principro u- - inna'. si ^ ; terribili eventi,
-t^ecessit % i nsi s ; / ts -s ' Vantare Amore, es-o Fedro, a \ ^ e ottimo,
dipoi 1 sr: Ji ,. ., mar cairn , ai,caco, . s> D attesti tore dei beni, timoniere, ' paure, in
pencoli, m ^ ^tore ottmm, di I marinaro, commilitone quanti gli Dii c uomini
adorm bellissimo e ottimo, che ad ogni'?,? ' seguire innepiando e prendendo
pa?? canzone, eh egli, molcendo ]intellel gli Dn e degli uomini, canta (203)
'ti auesto discorso, dice, o Fedrh sia parte offerto in voto allIddio, dove di s^T
dove di misurata seriet.^, in quanto ir, perato. duando ebbe finito Agatone,
tutti, disse Aristodemo gli astanti esclamassero, che il giovi- netto avesse
discorso in maniera degna e di s e dellIddio. Sicch Socrate, volto ad Erissi-
maco, dicesse : O figliuol dAcumeno, ti par egli che un timore da non
intimorire mintimorisse poco fa e non fossi invece profeta nel dire quello che
io ho detto dianzi, che Agatone avrebbe parlato mirabilmente ed io mi sarei
trovato nellimbarazzo ? DeUuna cosa rispondesse Erissimaco mi pare che tu
labbia indovinata, che Agatone par- B lerebbe bene; ma che tu ti troveresti
imbarazzato, non lo credo. E come, beatuomo ripigliasse Socrate non mi troverei
imbarazzato cosi io come chiunque altro, che dovesse prendere la parola dopo la
recita di un cosi bello e svariato discorso ? E il rimanente non stato altrettanto maraviglioso; tua sulla
fine, quella tanta leggiadria di vocaboli
__ me. di clrdo di dir nulla, scndr'^- non sar ^^^i^zza, per poco -
s> ^-Cia ^lla vergogna, se C sono t'^g? Vaiscorso mha rrchu- \ia. Giacchi-_
occorso 1 caso d Omero (ao/b Agatone lanciasse^ e nu faGORGIA, E ho capito >
''X s. ->^r: '?dS ^ 1 stato davvero ndmo, q p^^te rSHiSSi che D Sa ; S S
lualunQue cosa. biso'^ni dire il ' , _ mimmaginavo, che o ila cosa, quale si
s-^nto; pd, scelto del ; che questo fosse 11 ^ia acconcio vero il meglio, pot
^,He avrei di E presumevo gran c del ino scorso bene, ). Invece, si vede d di
lodare ogni cosa ^ era gcose Vha 1 VVt 'nenzognere, et cosa^^a mila. Giaccnc s
- f., v Amore, o dascuno di noi paia di lo razzolando a che lo lodi, n 1'P X
cono ed A . ogni patte, e tale, e aotote i c affermate eh egli :rj.r ^ T' n b
|,.S i-l. M io nonco c;:o'rn, H'' ' ch non lo conoscevo, mi so no i! '' 'P ! r
I ? ''io all, M ,S V 3 (zio), questo modo; non nma ch la lingua ha promesl la
Adunque, addio elogio; che odare a
questo modo ; non potrei. plT lete, il vero, si, non ricuso di dirlo di nr^' e
non rispetto ai discorsi vostri perch S. rida dietro. Ora, tu, o Fedr^'^guarjf
discorso COSI ti fa pr ; sentir dire il vero di Amore c n quei vocaboli e
quella giacitura di senteme che mi verr per prima alla bocca. E a questo,
raccontava, Fedro e gli altri Pili- virassero a parlar pure nel modo, che a lui
paresse di dover fare. Ebbene, Fedro Socrate riprendesse permettimi anche, che
io faccia qualche piccola interrogazione ad Agatone, affinch prima io mi abbia
C alcune concessioni da lui, e poi, cos, discorra. Ma si, lo permetto;
rispondesse Fedro interroga pure. Dopo di che oramai Socrate avesse cominciato,
su per gi, di qui. Di certo, Agatone caro, tu ti sei introdotto bene, m parso,
nel tuo discorso col dire che prima bisogni mostrare quale egli , lAmore, poi E
7 ^ . . vi va a gen'O . Q^^^sto in ogni altra,re Ji . via, esposto qnaW HS -
'Se.WB '^ Teg'''r? D up questo t- ^8 ^ nulla ^ D f ' . L> ' di q0 ' d,c o di
ma ada^f jj padre e cgir P. ondere a dolere. fp^rfi' 5 t ma'drd del pat> p
anche a questo. jjspondinti Assentiss ^ . y^^sse gallo ci I Or bene, -- tu
intenda me poche altre cose^ P ^^^. dassi : O 'r;srid^c;.-o.t-e,,o,.tr
'qualcuno o no? Rispondesse, c Dun fratello oDicesse di si. domandasse
dis^SSSaSrsulVatttore.^^ Di^qualcosI ciottissimo- .^gesse Sotanto questo. 1 lo
desidera o O Di certo r'sp'^ Ora, desidera egli e ai sesso della cosa che desidera
^ j. sedendola? ^ nr,-,-. ama;, 'aoti Pos. B V D Non possedendola, par naturale
Guarda-riprendesse Socrate natura e, non sia necessario, che dera desideri ci
di cui manchevoI ^ desidena dirittura,
quando non ne l ''o role. Tu non puoi, Agatone, immagiare ' '- 5 aia necessario
a mw ^ Quanto grande, es paia necessario a me; o a te pare? E anche a me
dicesse. Dici bene : vorrebbe forse chi
ser grande, o forte chi forte?
Impossibile, dietro lintesa. Perch, appunto, non sarebbe-manchevole di tali
qualit chi le ha. Dici il vero. Percli, se uno che gi forte, volesse esser forte ripigliasse
Socrate, e veloce uno eh veloce, e sano uno eh sano... giacch qualcuno potrebbe
credere, che queste e simili qualit, quelli che son tali e le hanno, desiderano
quelle stesse che hanno; sicch questo io lo dico, peich non ci lasci trarre in
inganno or bene, costoro, Agatone, se tu la intendi, devono pure avere nel
presente ciascuna delle qualit che hanno, o le vogliano, o no, e queste, oh
citi mai le desidererebbe?. Per, quando uno dicesse : Io che son sano, voglio
anche esser sano; ed io che son ricco, voglio anche esser ricco, c desidero
appunto queste cose che ho, noi gli risponderemmo Tu, amico, che possiedi
ricchezza e sanit e forza, vuoi possederle anche o tu le l^'- .,,,o qtiello eh
e ^JpSesse ' V untare ^ ^ O non t in proi^
Z che non si ^ ancora t P^ a l^!^ il inantenerntt pe r ksic^ j presente?
' 0 no -- ' 'Tchi nque altro il 1 '' ^ E questi, Lello che non tiene desUeri tuttavia,
desi J on ha e t mano e al cui h manchevole. .e egli d i desiderio e Vamotc n
Sr- -tSse. ^,cr.te-ri.ssu^LLvia.-coimlnd-Socm^^ mianio quello d. OT poi, di co
in primo luogo, e u di cui patisca difetto Si - affermasse. ^ente, Jt che Ora,
per ^etto che lAmore sia. tu nel tuo discorso hai ,ente im Anzi, se vuoi, te gi
questo; che Tu hai detto, credo,assetto per via d agli Dei le cose ^ ^i
bruttezza non amore di bellezza-, g a detto su p potrebb essere amore. gi cosi?
rispondesse AgatoneSi che lho detto - risp par]: da galantuomo . e, ora, se rnci,>^ 4 ) Socrate; ora e 0
Acconsentisse. ' on s rimasti darr a CI di cui
in difetto, e che 0 am Si - dicesse. >ia? in difetto, dunque, di bellezza a non lha?
^aiore, ^ Necessariamente affermasse Che dunque? quello che in difetto di 1,, lezza, e non possiede
bellezza per ness^^ ' oh lo dici tu bello? ^ ^sunmodo^ No davvero. Ebbene
convieni tu ancora, che Amore sia bello, segh
cosi? E Agatone Risico, dicesse - 0 Socrate, di non avere inteso nulla
di ci che ho dett dianzi. Eppure hai squisitamente parlato, Agatone - C Socrate
ripigliasse. Ma dimmi ancora una piccola cosa: il bono a te non pare anche
bello? A me si. Se, adunque, Amore difetta di bellezza e se bont bellezza, anche di bont, dunque, esso
difetterebbe? Io rispondesse non saprei come contradirti; sicch sia pure come
tu dici. Alla verit, amato Agatone concludesse ^ tu non puoi contradire; ch a
Socrate non i punto difficile. e U discorso in- ^ io giorno d Dio ora r-he sentii nn ^ ^,rno iteXe cose, e una
Tdeila peste, fece, col P ^''\gli Ateniesi, pt'ttj ^tardasse loro di olia agli
_ .ricrifizio. cbe la_n^e m quella appunto cit ^ g, ehessa jgcianni,qu ^ ^
discorso, outi fra ose dantore, punti cou tenne, lo, rover a ripetervel, p
Agatone, nu P c gintende, Ag ' e il #> ' impano la via. teogo .1 modo che tu
hai ape VTcorrere chi lAmore J facile
fcriiua discor ^ che P . ?! lco.,amo si. quello,^ -t iroono,e,io-og ^'^
,es.^ Tma Agaldno a me, '^ lei, cose che ora Ag bellezza. f' 'do me'clle stesse
ragioni con cui^t^^^^ sSo cosmi, ., ne n d^o. come l'inmo^ ;r tinta; brutto, adunque, ^.^p^tto? D lei-'' o - /;Sp
cir non s.a belio, rese o credi, clte 4 brutto? Icbba necessariamente esser
Certissimo. O anche quello che rante? o non senti, che tra sapienza e ignoranza
Coni E che mai? Lopinar rettamente e senzessere di dar ragione, non sai, dice,
V sapere; poich come sarebbe mai coV^- ' naie la scienza? E neanche ignoranz' '' ' che apporsi al vero, come mai
sarebbe ranza? Lopinione retta appunto
cosi',?' cosa di mezzo tra intendere e ignorare
Dici il vero risposi io. B Non forzare, dunque, ci che non bello a esser brutto, o ci che non buono, cattivo. E ! cos anche lAmore, poich
tu stesso convieni che non buono n
bello, non credere per ci che deva essere brutto e cattivo, ma una cosa di
mezzo, dice, tra questi. Eppure, dissio si conviene da tutti, che un grande Iddio. Da tutti quelli, intendi tu,
che non sanno o da quelli che sanno? Da tutti quanti a dirittura. E lei ridendo
O come, Socrate, disse converrebbero che
un Iddio grande coloro, i 0 quali dicono chegli non neanche un Iddio? Chi costoro? dissi io. Uno
tu, risponde, e uno io. E io domandai : Come mai dici tu questo ? E lei
Facilmente rispose : perch, dimmi ; tutti gli Dei non dici tu die sono felici?
O che ardiresti tu dire, che alcuno degli Dei non sia felice? io no possiedono
'A' oo v.n to, Di non to desidera, appunto, a'^ ,4 e boto '' eoo t in dite 0 come Tni^ r^nt: oto aneto A To'^aedi un
Dio? . dissi .sarebbe maiVa^more? Che, dunque, tortale? r f; '''ltpto''e-un eto
di metto Come prima V rti! to,Dio.i >^ inno B il demoniaco e un il mortale.
- diss^E quale possanza ^gU ^ei Dintetpmte '. f oni, degU um, nomini, agli uomn
^ n^^jjjjii, deg^ smettendo preghi ^^rrifizh . . pgr mandi e rieambii de. a
fb,,i, nenipm pe t nel meato tra gl n Convito modo che il tutto resti
colleentr. simo. Attraverso di lui pasfa 'r? I na tutta quanta e quella de sacS
saenfizu c le iniziazioni. Dio non si ^
uomo; per ogni conversazione e coll Dei cogli uomini, sia desti, sia addorm
per mezzo del demoniaco che la si fa p > ^ i che sapiente in simili cose, uomo d ^ ^ chi sapiente in ogni altra cosa o dUrr'^' '
mestiere, un manuale. ^ urte 0 (li
0^a,di questi demoni, 1 Amore un, 1 ~ ^
CS^i suo padre - dissi io - e chi su ve
ne son molti e diversi : E chi madre ?
lunghetta, risponde, a narrare; pure te 10 dir. Quando nacque Afrodite,
gli Dei celebrarono un banchetto, e vera cogli altri Poro 11 figliuolo di Meti
(218). Quando ebber cenato, ecco che arriva Penia per accattare, perch era
luogo di scialo; e girava attorno alle porte. Ora, Poro briaco di nettare, ch
il vino non cera peranche, era entrato nellorto di Giove, e vi sera,
sopraffatto dal sonno,-addormentato; sic- C ch Penia, macchinando per la
miseria sua di avere un figliuolo da Poro, gli si mette a giacere accanto e
concepisce Amore. Ed per questo che
lAmore divent seguace e ministro di Afrodite, perch fu concepito nel giorno
natalizio di lei, e insieme di sua
natura amante del bello, poich anche Afrodite
bella. Perci come figliuolo di Poro c di Penia, lAmore sebbe questa
sorte ; prima eh egli sempre povero, c
tutt altro che delicato c belio, come i pi credono, anzi duro, e squallido e
scalzo, e senza 8i D dormendo avan | r n oi i-sofist ^ e\io stesso g' mudre e p Inta ^ada bene del
padre, ' T rVa e''' Chi h t ret e --
^TXSn: Se.' tr fi S>s; . sri'S- Sf' :.,.eh..o.e.0 _ disse - ^ V e -li ole
raBSs . q e ^ apP ' ^jd't '! um e altri, e d q cose pmbell ^rio clic Amore sla
filosofo, Convito egli sia un che di mezzo tra sapiente e rante. E di ci
gli causa anche la sua; perch lui viene,
si, da padre sapiente' ^'!? molti ripieghi, ma da madre non sapiente e se
ripieghi. Questa, dunque, , amico SocrateT natura del demone; e laver tu
ritenuto Amore fosse quello che tu hai detto,
stata una C svista da non doverne fare le maraviglie. credevi, come a me
pare congetturando dalle tue parole, che Amore fosse lamato, non gii lamante.
Perci, credo io, lAmore ti appariva bellissimo. Ch di fatti loggetto dell amore il veramente bello e il delicato e il
perfetto e il beato ; invece, quello che ama, presenta un altra idea, quale lho
discorsa. Ed io ripigliai Sia pur cos, forestiera: ch tu parli bene. Ma se tale lAmore, di che uso agli uomini? D Q.uesto, Socrate rispose mi
sforzer dinsegnartelo ora. Dunque tale
lAmore, e nato a questo modo, ed , come tu dici, amore di bellezza. Ora, se uno
ci domandasse O Socrate e Diotima, che
egli mai lAmore di bellezza? Ma lo dir pi chiaro cosi: Chi ama la
bellezza, che ama egli mai? Ed io risposi Che la diventi sua. La risposta dice
desidera quest altra interrogazione : Qjuello, a cui la bellezza diventa sua,
che navr egli? Io A rispondo'' 1' uundo, si sei- ^ i. 8' ' f p s ' ' ! S bello
e li down'.rd;ioo>d,' rs. Socrate, su. diventi suo ^ Snti suo, che
navr,.,,nriparpihage- aos 3 sar felice. possesso del bene Di fatti. -- dtsse
domandare son feli taesto .mote e iel
deM- : sia causa di 0 violenta disposiit' , O non jllorch deside ' 1 enttano gU .t 'ti q . i
olaf''. ^ S8rlSm reomotosamenm^ ;' ifcoSattere i per proprio . . p si a venir
meno aeiw qualunquealtro atto? ^ facciano per virt di ';' ''-o' S # animali,
qoale d c raziocinio, o g rnsi? Lo sai tu dire ^ struggersi damor saprei. Ed io
da capo diss ^ ^ai diin cose dimore, se non mteod, J'^Ma^ppunto per J^j 2
so''chrho bisogno or ora, io vengo da te, peretso ^ di maestri. Ma dimmela m e
di tutt altro nelle cos amor Ebbene, se tu credi eh P ^ pib vohe sia di quello
che abbiamo c ^^.^a il non te ne ^ale cerca essere, P L discorso, la natura m
gitale - quanto pu, sempre pu solo per questa via, per la via dell razione,
perch lascia sempre un n'^ '^' invece del vecchio ; giacch anche nel tratt'o '^
tempo che ciascun animale si dice vivere e rare il medesimo, come, per esempio
uno T fanciullo insino a che sia diventato vecchio t detto il medesimo ;
per cliiamato il desimo, quantunque non
conservi mai b st ig stesse cose, ma parte si rifaccia sempre giovine parte
alcune cose le perda e nei capelli c nella, carne e nelle ossa e nel sangue e
in tutto quanto il corpo. E non solo nel corpo ; ma anche nel- lanima il
tratto, i costumi, opinioni, desiderii, piaceri, dolori, paure, tutte le
disposizioni siffatte non sono mai presenti le stesse in ciascuno, ma quale
nasce e quale muore. E, cosa pi bizzarra ancora, le cognizioni non solo alcune
nascono c altre muoiono, e non siamo mai neppur rispetto alle cognizioni i
medesimi, ma anche ogni singola cognizione
soggetta allo stesso. Giacch quello che si dice meditare, ha luogo perch
la cognizione va via; dimenticanza, di fatti,
dipartita della cognizione : meditazione, invece, ingenerando una
cognizione nuova in luogo di quella che se n ita, salva la cognizione tanto da
parere la stessa. Ch a questo modo tutto il mortale si salva, non col restare
sempre in tutto e per tutto lo stesso, come il divino, ma col lasciare quello
che se ne va e invecchia, qualcos altro nuovo, quale esso era. Con questo mezzo
o Socrate dice il mortale partecipa della immortalit, cos il corpo come ogni
altra cosa: impossibile in altro modo.,
r n. ' 08 r,o siacch per .8 xxvn me nc . ito q ! I! ;dio-s pi dubi ^ .
j^.dare all amor stupore, '?irfagio'^ -h aie io ho uoiuim . ^ niente ci
i>j.jnore del di- o come si struggono d amor concependo ccn^^ e di ventare
rin eterno, lasciar di se g ^gnl pericolo e son pronti per e consumar le
sonorto a PATROCLO ^f^no, se non avessero figliuoli per salvar loro il reg
creduto, die una immorta ppuiito conser a; loro, come apF _anzi> rimasta
memoria ^j^vvero viamo noi oraf i io
credo. per imniortal virt Convito e per siffatta gloriosa fama,,, cosa, tanto
pi, quanto mieiin sono dellimmortale innamorar pS Ora quelli disse, che so ^
poralmente, si voltano piuttosto allff^ diventano amorosi a questo modo e
diante la generazione dei figliuoli, Immortai vita, insin che il tem,
Procurando , ^ur, secondo credono, e felice e ricordata; i pregni invece
nellanima... giacch vi sonopu, quelli, dice, che concepiscono nelle anime anche
pi che nei corpi, le cose che allanima s addice e concepire e partorire. E oh!
che le SI addice? La sapienza e ogni altra virt, cose appunto di cui sono
generatori i poeti tutti, e quanti v ha artisti che si dicono inventivi: per d
ogni intendere dice il maggiore e il pi bello
quello il cui oggetto sono gli ordini delle citt e delle case, a cui si
d nome di temperanza e di giustizia. E quando poi uno, essendo divino, sia da
giovine pregno di tali cose nel- 1 anima, e, giunta let, desideri oramai di
partorire e di generare, cerca, credo io, anche lui, girando attorno, il bello
in cui generare ; giacch uel brutto non generer mai. Sicch, come pregno eh egli
, si compiace de corpi belli piuttosto che de brutti; e quando sincontri in una
Della anima e generosa e di buona natura, si compiace, e di molto, dellinsieme,
e subito con, honda in ^he studii pr- ^
ersona poomo buon venuto ^ette a educarlo.^ ^,ersando con della beila ^15 di
cui era ^ntan credo, e gener {a.pa^^;\cnin> ^'^to insieme con quella, %' CV'
>VTeS cWto,n con coi C il W' > n
immagini di Ti Tjo che fu W So parli
bene; per bad, non hanno di fronte a discorsi ^ aguale. E insieme, bevuto, pu
non esser p S gocrate ha b-ruomo. appunto addosso., disse Socrate? Ti vuoi
chetare Alcibiade -, non Aff di Posidone - P P^ f non v ci metter bocca; che io in faccia a te, no
nessuno al mondo che o crei. Ebbene, tu fa cosi, riprese i. se tu vuoi, loda
de_? Sha a fare. Come dici -ripet Alcibiade Erissimaco ? Che io dia lo gastighi
davanti a ^ che hai tu O tu interruppe Socrate ^ per il capo? Mi loderai per
canzo farai? r\ir s r- %A rhe son levai'- ^rp e noi altri Ma quapi canzonare la
erto, io non so se si mette sul seno ed t p jo gl qualcuno ha visto t s'rnulaar
ho visti una volta, doversi far m aurei e bellissimi e m ^;,enendo tutto 50
della mia bellezza, che sul seno si fo^s^ ^ inaspettato c una mia lo giudicai
un guada S P . modo, a tS,.; d' pptendera . .o ci 6 : compiacendo Socrate ore i
che costui sapeva, gi ^ Sicch, con ! ne tenevo non vi so g-avo. Ebbene fece
ginnasdcrt lott spesse volte, senza che ci fo nessuno. E che sha a dire? No un
passo avanti. Poich non venivo nessuna di queste vie, mi parve cheV ^dovesse
assalirlo alla gagliarda, e una voir u nn ci ero messo, non smettere, ma oramai
che affare questo. Sicch lo inlv a
cenare meco, tendendogli un agguato propri! come un innamorato all amato. E
neanche 0 diede retta subito; pure col tempo sarrese. Ora la prima volta eheci
venne, volle, finito d cenare, andar via. E per quella volta io ebbi vergogna e
lo lasciai andare; ma la seconda, fatto il mio piano, dopo che ebbe cenato,
conversai con lui molto avanti nella notte, e siccome voleva andar via, col
pretesto che fosse tardi, lo forzai a rimanere. Ora egli si mise a riposare sul
letto vicino al mio, su cui aveva cenato, e nella stanza non v erano altri a
dormire, fuori di noi. E, sin qui, un
discorso da potersi fare a chiunque; ma di qui avanti non mi sentireste
parlare, se, prima, dice il proverbio, il vino non fosse veritiero coi
fanciulli e senza 1 fanciulli: e poi mi pare ingiusto, una volta che mi son
messo a far lelogio di Socrate, di nascondere un suo superbissimo atto. E per
di pi leffetto del morso della vipera ha luogo anche in me. Giacch raccontano,
che la persona che lha provato, non vuol dire com egh k stato, se non
amorsicati, poich questi soli Convito _ j -inno e compatiranno, 'siccht i
-r. o- doite s to'fare e dire doloroso
(jorso fl P potesse essere fTX . e'-e'morso da discorsi me gli s ^ ' no neggio
duna vipera, ffamio operare Agatoni, Ens-, rte vedendomt davmi
Aristofamsimachi, Pausami, ^nsto ^jj^inarlo, e Socrate stesso, che ^ e dal delirio
tanti altri? Che sen. della filosofia siete m voi B Poich, dunque, amici,
p^^ve^ che io ; i ragazzi furono usciti, a P lon dovessi pigliarla larga con
^jgsi; libera quello ^^tto - quello rispoSocrate, dormi? ^ Che cosa?se - Sai tu
che cosa ho ^ciso disse. A me diss to g ti vedo esitare innamorato o degno '
questa dia farmene parola. tJr, grande il sposizione-, io ritengo . g y altro
che non compiacerti anche mel e se ti faccia bisogno della sostane-, amici
miei. A me nulla di . deei: quanto
diventare il migliore che iT'' '' 4 CI io credo, che nessuno mi sa aium di te. Ora, a non compiacere un tua fatta io
mi vergognerei assai pi dav persone di senno, che non davanti alla ge stolidi a
compiacerlo. E lui ebbe ascoltato, con aperta ironia, e proL io' solito, risponde: O caro Alcibiade rTw m
realt di essere un uomo non dappoco: cade che sieno vere le cose che tu dici di
v in me una potenza per cui tu potresti diventare migliore ; una infinita
bellezza tu avresti scorto in me, e superiore di molto alla venust eh attorno a te. Sicch se tu, avendola vista,
tenti di accomunarti con me e barattare bellezza con bellezza, non piccolo il vantaggio che tu pensi di prendere
sopra di me, anzi in cambio dell apparenza tu cerchi di acquistare la realt del
bello, e pensi di barattare davvero oro con ferro. Ma, beatuomo, guarda meglio;
che io non sia nulla e tu tinganni. Appunto, la vista della mente comincia a
vedere acuto, quanto quella degli occhi prende a scemare del vigor suo; ora tu
sei ancora lontano da questo. E io, sentito ci. Quanto a me ripigliai, le mie
disposizioni son quelle, n se n detto
nulla diversamente di come penso : decidi poi tu come tu credi meglio per te e
per me. Ma di ci riprese tu dici bene ; sicch a suo tempo ci consiglieremo
insieme e faremo quello che ci parr il meglio cosi in questa, come in ogni
Convito cpntite e Ora io. P'' 'lomTsaW'.'
loi ' reaovo aver lanca ni lafi' ' /' Vr iu. 5o rti C Latori' P jJ era '
rebbero da ridere, tal propriamente di I So i 1 S i t Satiro petulante, p
sempre e calzolai e ^lodo, sicch ogni
perstesse cose nello smss aerebbe sona inesperw e priva 3, beffa dei suoi
discon . rima le vede aperti e p j^^nno l ov
i soli .<!?' ' in s pia poi dmnn ' .i,o an di simulacri di Virt,
conviene meditare con mira a tutto per bene, a chi voglia essere una p lodo
Queste, o amici, son . quelle di Socrate; e in <^he egli mha cui lo biasimo,
v ho questo sol- B offeso. E, in fede nnn.non .^ne tanto a me, ma anche
tantissimi e ad Eutidemo di Diocle ^ altri, ai quali lui dando ad intendere di
v 1 essere ramante, se n fatto lamato in camk-'^ damante. appunto quello che dico anche te, Agatone;
non ti lasciare ingannare da lup ma ammaestrato da casi nostri, tienti in
guardia e non imparare, secondo il proverbio, come un ragazzo, a tue spese.
Quando Alcibiade ebbe finito di parlare, si fece, raccontava, un gran ridere
della franchezza con cui egli si dava a divedere tuttora innamorato di Socrate.
E Socrate O Alcibiade dice, tu non sei per niente briaco, mi pare; altrimenti
non ti saresti provato, rigirando il discorso con tanta finezza, ad occultare
la causa per cui hai detto tutte queste cose ; e lhai messo poi come di
passaggio, in fine, quasi non D avessi detto ogni cosa per metter male fra me e
Agatone, giacch, a parer tuo, io devo amar te e nessun altro, e Agatone deve
esser amato da te, e da nessun altro al mondo. Ma ti sei fatto capire; ch
cotesto tuo dramma satirico e Silenico s scoperto. Ma, caro Agatone, chegli non
ne profitti punto; anzi, fa proposito, che te e me non ci separi nessuno. E
Agatone risponde: Certo, o Socrate, tu risichi di dire il E vero: e lo
argomento anche da questo chegli s messo a giacere fra te e me, appunto per
separarci. Or bene, egli non ne profitter niente affatto; anzi, ecco, mi levo e
mi metto a giacere, dice Alcibiade, q proposto Jmba a dare lascia, to '
Iffarnii in wtto. Ma se ^ d' lomo che Agatone si lodato niirabd u^'!: Socrate u
capo nie, in uomo, lascia ria me? (^9 onesto giovinetto che sia re e non
invidiare f^pto desiderio di lodato da me; ch . y, -soggiunse Agatone -, no^
mai. di mutar posto, risoluto, ora P siamo alle sohte esser lodato da g^^ate, b
mtposrispose Alcibiade, P belle per sibila a chiunque altro di g persuasivo
sene. E ' p^cUi stm ha trovato e con clie u giaccia vicino a lui 1 Agatone,
dunque dar a sdraiarsi accanto S ^ue .ir improvviso s i, uscita di uno, si [
porte; e trovatele aper P ^ ^ g,^eerc, l fecero avanti m ver . ^i a bere vino I
c tutto and sossopra e SI tu o quello che dicessero, Aristodemo dichiarasse?
non ricordarsene nel resto; poich non vaveS D assistito da principio, e
sonnecchia ; ma la som? ma, diceva, era, che Socrate li costringeva a
convenire, che appartenga allo stesso uomo il saper fare tragedia e commedia, e
chi per virt darte sia autor tragico, sia anche comico; del che costretti a
consentire, senza seguire gran fatto, prendessero sonno, e prima si fosse
addormentato Aristofane, poi, a giorno fatto, Agatone. Quanto a Socrate, dopo
averli messi a dormire, si levasse e se ne andasse via, e lui, comera solito,
lo seguisse; e andato al Liceo, lavatosi, vi si trattenesse come altre volte,
il rimanente della giornata, e trattenutosi cosi, andasse poi la sera a
riposare a casa. Francesco Saverio Ddaro. Dodaro. Keywords: tracce di un
discorso amoroso, mappatura, signature, segnatura, cantata duale, cantata plurale,
cantata duale, origine del romano, edipo, caino, mancanza di Lanca,
communicazione inter-mediale, communicazione inter-mediale e luto, immagine e
segno, senso, sensibilia, visibilia, Freud, Jakobson, Levi-Strauss, Magritte,
silenzo silenzo silenzo silenzo Catullo poema rima ritmo batto cuore figlio
madre padre orale genitale ma-ma etymology of altro Hegel on conscience of ego and conscience of
alter, Sartre on nous and love affair
infinito lingua a codice codice come ripetizione ripetizione dei suoni del cuore ontogenesi ripete filogenesi commune, vacuum del ventre della madre,
etimologia di termine chiave, fonema, unita etica, unita emica, Speranza,
Schultz, unita emica come classe di unita etica
criterio: un accordo o codice di relevanza lintenzione del mittente. Refs.: Luigi
Speranza, Grice e Ddaro The
Swimming-Pool Library. Dodaro.
Luigi Speranza -- Grice e Dolabella: la ragione conversazionale all’orto
romano -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano.Publio A follower of the
philosophy of the Garden, and the son-in-law of Cicerone. The achieved the
distinction of being pronounced a public enemy by the Roman Senate. He ordered
one of his soldiers to kill him. Publio Cornelio Dolabella. Dolabella.
Luigi Speranza -- Grice e Dommazio: la ragione conversazionale a Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A philosopher, known only from a surviving bust.
Dogmatius. Dommatio. Dommazio.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Donà: la ragione conversazionale e la sessualità – scuola
di Venezia — filosofia veneziana – filosofia veneta -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Venezia). Filosofo
veneziano. Filosofo veneto. Filosofo italiano. Venezia, Veneto. Grice: “Well,
Donà has philosophised on almost anything – I drank wine; he philosophises on
it – ‘bacchiana,’ he calls it – he has also philosophised on ‘eros’ for which
he uses the very Italian idea of ‘sesso.’ – And he has also punned with
‘di-segnare’ – ‘di-segno’ – In sum, a genius!” Si laurea a Venezia sotto
Severino, presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Venezia, iniziai a
pubblicare diversi saggi per riviste e volumi collettanei, partecipando, lungo
il corso degli anni ottanta, a diversi convegni e seminari in varie città
italiane. A partire dalla fine degli anni ottanta, collabora con Cacciari
presso la cattedra di Estetica a Venezia e coordina per alcuni anni i seminari
dell'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Venezia. Sempre a partire dalla
fine degli anni ottanta, inizia la sua collaborazione con la rivista di
architettura Anfione-Zeto, della quale dirige ancora oggi la rubrica Theorein.
In quegli stessi anni, fonda, con Cacciari e Gasparotti, la rivista Paradosso.
Negli anni novanta, invece, ha insegnato Estetica presso l'Accademia di Belle
Arti di Venezia. Attualmente insegna Metafisica e Ontologia dell'arte presso la
Facoltà di Filosofia dell'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. È
inoltre curatore, sempre con Gasparotti e Cacciari, dell'opera postuma del
filosofo Emo. Dirige per la casa editrice AlboVersorio le collane "Libri
da Ascoltare" e "Anime in dettaglio" ed è membro del comitato
scientifico del festival La Festa della Filosofia. Ha scritto diversi saggi e
articoli per riviste, settimanali e quotidiani di vario genere. Collabora con
il settimanale "L'Espresso". Attività musicale In qualità di
musicista, dopo aver esordito, ancor giovane, con Giorgio Gaslini e con Enrico
Rava, forma un suo gruppo: i Jazz Forms, di cui è leader. In seguito sviluppa
il suo linguaggio trasformando l'idioma ancora bop dei primi anni in una
scrittura più articolata in cui entrano in gioco elementi tratti dalla musica
rock e da molte esperienze etniche maturate nel frattempo con diversi gruppi
musicali. Si esibisce in diverse città italiane con un sestetto, in cui ad
accompagnarlo sono una chitarra, una batteria, un basso, delle percussioni e
una tastiera. Nasce così il D. Sextet.
Suona con musicisti che sarebbero diventati protagonisti della scena musicale
italiana. Suona in jam session anche con alcuni padri storici del jazz, come
Gillespie, Brown, Gordon e Drew. Riprende a suonare professionalmente e forma
un nuovo gruppo: il D. Quintet, con il quale si esibisce in Italia e
all'estero. Il quintetto diventa quindi un quartetto; che è la formazione con
cui Donà suona da almeno tre anni. A tutt'oggi il nostro ha all'attivo ben
sette CD incisi con suoi gruppi. La sua etichetta di riferimento è sempre la
"Caligola Records", il cui responsabile artistico è Claudio Donà,
fratello di Massimo e importante critico musicale jazz. Altre opere: “Il
'bello, o di un accadimento. Il destino dell'opera d'arte” (Helvetia, Venezia);
“Le forme del fare” (Liguori, Napoli); “Sull'assoluto (Per una
reinterpretazione dell'idealismo Hegeliano” (Einaudi, Torino); “Aporia del
fondamento” (La Città del Sole, Napoli); “Fenomenologia del negative” (Edizioni
Scientifiche Italiane, Napoli); “Arte, tragedia, tecnica” (Raffaello Cortina
Editore, Milano); “L' Uno, i molti: Rosmini-Hegel un dialogo filosofico” (Città
Nuova, Roma); “Aporie platoniche. Saggio sul ‘Parmenide’” (Città Nuova, Roma); “Filosofia
del vino” (Bompiani, Milano); Magia e filosofia (Bompiani, Milano); Joseph
Beuys. La vera mimesi, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo (Milano); Sulla
negazione, Bompiani, Milano); Serenità: una passione che libera, Bompiani,
Milano); La libertà oltre il male” (Città Nuova, Roma); Il volto di Dio, la
carne dell'uomo, con Piero Coda, AlboVerosio, Milano); Dell'arte in una certa
direzione” (Supernova, Venezia); “Filosofia della musica, Bompiani); Il mistero
dell'esistere: arte, verità e insignificanza nella riflessione teorica di Magritte”
(Mimesis, Milano); L'essere di Dio. Trascendenza e temporalità” (AlboVersorio,
Milano); Dio-Trinità. Tra filosofi e teologi” (Bompiani, Milano); Arte e filosofia”
(Bompiani, Milano); “L'anima del vino. Ahmbè, Bompiani, Milano); “Non uccidere”
(AlboVersorio, Milano); L'aporia del fondamento, Mimesis, Milano), “I ritmi
della creazione” (Bompiani, Milano); La "Resurrezione" di Piero della
Francesca, Mimesis, Milano); Il tempo della verità, Mimesis, Milano; Non avrai
altro Dio al di fuori di me” (AlboVersorio, Milano); “Il conciliabile e L'inconciliabile.
Restauro Casa D'Arte Futurista Depero” (Mimesis, Milano-Udine PANTA decalogo” (Bompiani, Milano); Filosofia.
Un'avventura senza fine, Bompiani, Milano); Comandamenti. Santificare la festa”
(il Mulino, Bologna Abitare la soglia.
Cinema e filosofia, Mimesis, Milano-Udine); “Eros e tragedia, AlboVersorio,
Milano); “Il vino e il mondo intorno. Dialoghi all'ombra della vite” (Aliberti,
Reggio Emilia Figure d'Occidente.
Platone, Nietzsche e Heidegger” (AlboVersorio, Milano); “Le verità della natura,
AlboVersorio, Milano”; “Filosofia dell'errore” – errore vero, la verita come
errore relative – “Le forme dell'inciampo, Bompiani, Milano); “Parmenide.
Dell'essere e del nulla” (AlboVersorio, Milano); “Eroticamente: per una
filosofia della sessualità” (il prato, Saonara (Padova) Misterio grande. Filosofia di Giacomo
Leopardi, Bompiani, Milano); “Pensare la Trinità. Filosofia europea e orizzonte
trinitario” (Città Nuova, Roma Erranze
(Gatto), AlboVersorio, Milano); L'angelo musicante. Caravaggio e la musica” (Mimesis
Edizioni, Milano-Udine); “Parole sonanti. Filosofia e forme dell'immaginazione”
(Moretti et Vitali, Bergamo J. Wolfgang
Goethe, Urpflanze. La pianta originaria; Albo Versorio, Milano); La terra e il
sacro. Il tempo della verità, Luca Taddio, Mimesis, Milano); Teomorfica.
Sistema di estetica” (Bompiani, Milano); “Sovranità del bene. Dalla fiducia
alla fede, tra misura e dismisura, Orthotes, Salerno); “Senso e origine della
domanda filosofica, Mimesis, Milano-Udine); “La filosofia di Miles Davis. Inno
all'irrisolutezza” (Mimesis, Milano-Udine); “Dire l'anima. Sulla natura della
conoscenza” (Rosenberg e Sellier, Torino); “Tutto per nulla. La filosofia di
Shakespeare” (Bompiani, Milano); “Pensieri bacchici. Vino tra filosofia,
letteratura, arte e politica” (Edizioni Saletta dell'Uva, Caserta); “In
Principio. Philosophia sive Theologia. Meditazioni teologiche e trinitarie,
Mimesis, Milano-Udine); “Di un'ingannevole bellezza. Le "cose" dell'arte”
(Bompiani-Giunti, Milano); “La filosofia dei Beatles” (Mimesis, Milano-Udine);
“Un pensiero sublime: saggi su Gentile” (Inschibboleth, Roma); “Dell'acqua” (La
nave di Teseo, Milano); “Essere e divenire: riflessioni
sull'incontraddittorietà a partire da Fichte” (Mimesis, Milano-Udine); “Di qua,
di là. Ariosto e la filosofia dell'Orlando Furioso” (La nave di Teseo, Milano);
“Miracolo naturale. Leonardo e la Vergine delle rocce” (Mimesis, Milano); "Arte
e Accademia", in Agalma; New Rhapsody in blue, Caligola Records; For miles
and miles, Caligola Records; Spritz, Caligola Records; “Cose dell'altro mondo.
Bi Sol Mi Fa Re, Caligola Records); Ahmbè, Caligola Records; Big Bum, Caligola
Records; Il santo che vola. San Giuseppe da Copertino come un aerostato nelle
mani di Dio, Caligola Records
Iperboliche distanze. Le parole di Andrea Emo, Caligola Records. Il
mistero della bellezza svelato da Massimo Donà. Intervista Alberto Nutricati,
in L'Anima Fa Arte Blog e Rivista di Psicologia Video-intervista sul mistero
dell'esistenza, su asia. "Arte e Accademia", in Agalma, Wikipedia
Ricerca Mascolinità assieme di qualità, caratteristiche o ruoli associati a
ragazzi o uomini La mascolinità (o il genere maschile) è un insieme di
attributi, comportamenti e ruoli generalmente associati agli uomini. La
mascolinità è costruita socialmente e culturalmente, anche se alcuni
comportamenti considerati maschili, come indica la ricerca, sono biologicamente
influenzati. Fino a che punto la mascolinità sia influenzata biologicamente o
socialmente è oggetto di dibattito. Il genere maschile è distinto dalla
definizione del sesso biologico maschile, poiché sia i maschi che le femmine
possono esibire caratteristiche maschili.
Nella mitologia greca Eracle è uno dei massimi simboli di mascolinità.
Gli standard di mascolinità variano a seconda delle diverse culture e periodi
storici. Le caratteristiche tradizionalmente, culturalmente e socialmente
considerate maschili nella società occidentaleincludono virilità, forza,
coraggio, indipendenza, leadership e assertività. Il machismo è una forma di
mascolinità che enfatizza il potere ed è spesso associata a un disprezzo per le
conseguenze e la responsabilità. Il suo
opposto può esser espresso dal termine effeminatezza. Uno dei sinonimi
maggiormente usati per indicare la mascolinità è virilità, dal latino virche
significa uomo. Contesti storici e
culturali L'interpretazione ed il riconoscimento della mascolinità variano
all'interno dei diversi contesti storici e culturali. Nell'antichità era
prevalente prendere a modello l'uomo d'arme; la figura del dandy, tanto per
fare solo un esempio, è stato considerato un ideale di mascolinità nel XIX
secolo, mentre è considerato al limite dell'effeminato per gli standard
moderni. Le norme tradizionali maschili,
così come vengono descritte nel saggio di Levant intitolato "Mascolinità
ricostruita" sono: evitare ogni accenno di femminilità, non mostrare le
proprie emozioni, tenere ben separato il sesso dall'amore, perseguire il
successo e raggiungere uno status sociale più elevato, l'autonomia (il non aver
mai bisogno dell'aiuto di nessuno), la forza fisica e l'aggressività, infine
l'omofobia (disprezzo per il frocio, il finto maschio). Queste norme servono a
riprodurre simbolicamente il ruolo di genere associando gli attributi e le
caratteristiche specifiche creduti appartenere di diritto al genere
maschile. Lo studio accademico della
mascolinità ha subito una massiccia espansione d'interesse, con corsi
universitari che si occupano della mascolinità passati da poco più di 30 ad
oltre 300 negli Stati Uniti. Questo ha portato anche a ricerche riguardanti la
correlazione tra concetto di mascolinità e le varie forme possibili di
discriminazione sociale, ma anche per l'uso che del concetto se ne fa in altri
campi, come nel modello femminista di costruzione sociale del genere. Natura ed educazioneModifica Competizione sportiva, scontro fisico e
militarismo sono caratteristiche della mascolinità che appaiono in forme
analoghe in quasi tutte le culture del mondo. La misura in cui l'espressione
della propria mascolinità possa esser un fatto di natura o il risultato di
un'educazione (e quindi appartenente all'ampio spettro del condizionamento
sociale) è stato oggetto di molte discussioni.
La ricerca sul genoma umano ha dato importanti informazioni circa lo
sviluppo delle caratteristiche maschili ed il processo di differenziazione
sessuale specifico per il sistema riproduttivo degli esseri umani: il TDF sul
cromosoma Y, che è fondamentale per lo sviluppo sessuale maschile, attiva la
proteina chiamata "Fattore di trascrizione SOX9" la quale aumenta
l'ormone antimulleriano che reprime lo sviluppo femminile nell'embrione. Vi è ampio dibattito poi su come i bambini
sviluppino a partire dalla realtà corporea una propria identità di genere; chi
la considera un fatto di natura sostiene che la mascolinità è inestricabilmente
collegata al corpo umano maschile, ed in tale visione diventa qualcosa che è
legato al sesso maschile biologico, cioè all'apparato genitale maschile il
quale diviene così l'aspetto fondamentale della mascolinità. Altri invece suggeriscono che, mentre la
mascolinità può essere influenzata da fattori biologici, è anche però
ampiamente costruita culturalmente; la mascolinità non avrebbe quindi una sola
fonte d'origine o creazione, ma sarebbe anche associata a certi condizionamenti
sociali. Un esempio di mascolinità socializzata è quella rappresentata dallo
spuntare della barba, cioè dall'avere peli sul viso: l'adolescente che viene
considerato e trattato da uomo a partire dal momento in cui comincia a
radersi. Mascolinità egemonicaModifica
Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio:
Maschilismo. Esempio di maschio poco più
che adolescente con corpo muscoloso. Nelle culture tradizionali la maniera
principale per gli uomini di acquistare onore e rispetto era quello di arrivare
a mantenere economicamente la propria famiglia assumendone al contempo anche il
comando e la leadership[23]. Raewyn Connell ha etichettato i tradizionali ruoli
e privilegi maschili col termine di mascolinità egemonica, cioè la norma
maschile, qualcosa a cui tutti gli uomini dovrebbero aspirare e che le donne
invece sono scoraggiate dall'adottare: "Configurazione del genere come
prassi che incarna la risposta accettata al problema della legittimità
patriarcale... che garantisce la posizione dominante degli uomini e la
subordinazione delle donne. Pleck sostiene che una gerarchia di mascolinità tra
gli uomini esiste in gran parte nella dicotomia riferita all'orientamento
sessuale tra maschio eterosessuale e non-maschio omosessuale e spiega che
"la nostra società utilizza la dicotomia etero-omo come simbolo centrale
per tutte le sue classifiche di mascolinità, distinguendo i veri uomini dotati
di virilità da quelli che invece lo sono solo per finta. Kimmel promuove questo
concetto, aggiungendo però anche che il tropo "sei gay" indica che
uno è innanzitutto privo di mascolinità, prima ancora d'indicare un maschio
attratto da persone del proprio stesso sesso. Pleck conclude sostenendo che per
evitare la continuazione dell'oppressione maschile sopra le donne, sopra gli
altri uomini, ma anche sopra se stessi, debbono essere eliminate una volta per
tutte le strutture ed istituzioni patriarcali dall'auto-consapevolezza
maschile. CriticheModifica Si tratta di
un argomento dibattuto la questione se i concetti di mascolinità seguiti
storicamente debbano ancora continuare ad essere applicati. I ricercatori hanno
rilevato un corrente di critica alla mascolinità, dovuta al rimodellamento dei
valori contemporanei, ai gruppi femministi più attivi che hanno assunto per sé
certi ruoli tradizionali appartenenti alla mascolinità, all'ostilità culturale
che la società d'oggi ha in certi casi posto sui cosiddetti valori maschili, ed
infine anche alla promozione della mascolinità nella donna abbinata ad un
pressione rivolta agli uomini per femminilizzarsi. Le immagini di ragazzi e giovani uomini
presentati nei mass media possono portare alla persistenza di concetti nocivi
alla mascolinità; gli attivisti per i diritti degli uomini sostengono che i
media non prestano una seria attenzione alle questioni relative ai diritti
maschili e che gli uomini vengono spesso dipinti in una luce negativa,
soprattutto nella pubblicità. Jackson scrive che le forme dominanti di
mascolinità possono essere di sfruttamento economico e di oppressione sociale.
Egli afferma che "la forma di oppressione varia dai controlli patriarcali
sui corpi delle donne e dei diritti riproduttivi, attraverso le ideologie di
domesticità, femminilità ed eterosessualità obbligatoria, alle definizioni
sociali del valore del lavoro, le presunte maggiori abilità naturali del
maschio e la remunerazione differenziale del lavoro produttivo e riproduttivo.
Il lavoro meccanico in fabbrica è associato con la mascolinità tradizionale.
Nozione di mascolinità in crisiModifica Un discorso sulla crisi della
mascolinità è emerso negli ultimi decenni, sostenendo l'ipotesi che il concetto
di mascolinità si trovi oggi nella civiltà occidentale in uno stato di più o
meno profonda crisi. La crisi è anche stata spesso attribuita alle politiche
conseguenti al femminismo in risposta sia al presunto dominio degli uomini
sulle donne, sia ai diritti attribuiti socialmente sulla base del proprio sesso
d'appartenenza. Altri vedono il mercato
del lavoro in costante evoluzione come fonte della crisi della mascolinità, la
deindustrializzazione e la sostituzione delle vecchie fabbriche con nuove
tecnologie ha permesso ad un numero sempre maggiore di donne di entrare in
questo mercato competendo alla pari con gli uomini, riducendo al contempo la
necessità e domanda di forza fisica. Tendenze contemporaneeModifica L'operaio edile, esempio moderno di
mascolinità. Anche se gli stereotipi effettivi siano rimasti relativamente
costanti, il valore collegato alla concetto di mascolinità maschile è in parte
cambiato nel corso degli ultimi decenni, ed è stato sostenuto che la
mascolinità è pertanto un fenomeno instabile e mai raggiunto in modo
definitivo. Secondo un documento
presentato all'American Psychological Association: "Invece di vedere una
diminuzione dell'oggettivazione delle donne nella società, si è recentemente
verificato un aumento nell'oggettivazione di entrambi i sessi. Uomini e donne
possono limitare la loro assunzione di cibo nello sforzo di ottenere quello che
considerano un corpo attraente sottile, in casi estremi portando anche a gravi
disturbi alimentari. Sia gli uomini che
le donne più giovani che leggono riviste di fitness e di moda potrebbero essere
psicologicamente danneggiati dalle immagini perfette di fisico femminile e
maschile che vedono: alcune giovani donne e uomini si esercitano eccessivamente
nel tentativo di raggiungere ciò che essi considerano una forma corporea più
attraente, che in casi estremi può portare a disordine dismorfico del corpo
(dismorfofobia) o dismorfismo muscolare (anoressia riversa). Terminologia I
concetti di mascolinità sono variati a seconda del tempo e del luogo e sono
soggetti a costanti cambiamenti, quindi è più appropriato parlare di
mascolinità al plurale che di una singola tipologia di mascolinità. Constance
L. Shehan, Gale Researcher Guide for: The Continuing Significance of Gender,
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(linguaggio gay) The Men's Bibliography, bibliografia completa sulla
mascolinità. Boyhood Studies, bibliografia sulla mascolinità giovanile.
Practical Manliness, sugli ideali storici della mascolinità applicati agli
uomini moderni. The ManKind Project of Chicago, supporting men in leading
meaningful lives of integrity, accountability, responsibility, and emotional
intelligence NIMH web pages on men and depression, sulla depressione maschile. Article
entitled "Wounded Masculinity: Parsifal and The Fisher King Wound" Il
simbolismo storico che si riferisce alla mascolinità, di Richard Sanderson
M.Ed., B.A. BULL, sulla narrativa maschile. Art of Manliness, sull'arte
mascolina. The Masculinity Conspiracy, critica mascolina online. Future
Masculinity, corso di critica sulla mascolinità. Portale Antropologia Effeminatezza
termine Michael Messner (sociologo)
sociologo statunitense Privilegio
maschile privilegio sociale degli individui maschi derivante solamente dal loro
sesso. Massimo Donà. Dona. Keywords: sessualità, eroticamente, per una
filosofia della sessualità. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Donà” – The
Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Donatelli: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale dell’esperienza – scuola di Roma – filosofia romana – filosofia
lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo
romano. Filosofo lazio. Filosofo italiano. Roma, Lazio. Grice: “I like
Donatelli – his titles can be too expansive, like the one about ‘philosophy and
common experience,’ as a subtitle, which incorporates the all too controversial
notion of experience simpliciter!” L’etica, la sua storia e le problematiche
contemporanee sono al centro dei suoi interessi. Studia a Roma, dove ha
conseguito la laurea e il dottorato. Insegna alla Luiss Guido Carli. Insegna a
Roma. La sua ricerca spazia dalla ricognizione dei classici dell’etica alla
filosofia morale contemporanea. Si occupa della riflessione sulla vita umana,
in bioetica e nel pensiero teoretico e politico, e del pensiero ambientale. Nel
dibattito bio-etico ha difeso una concezione laica delle istituzioni. La sua
proposta si situa nella filosofia di ispirazione wittgensteiniana (Cavell,
Diamond, Murdoch) che fa incontrare con i temi del pensiero democratico e
perfezionista nella scia della filosofia di Mill. Dirige la rivista Iride.
Filosofia e discussione pubblica (il Mulino). È membro di numerosi comitati,
tra cui del comitato scientifico di Bioetica. Rivista Interdiscliplinare ed
Etica e Politica. Altre opere: “Filosofia morale. Fondamenti, metodi, sfide
pratiche” (Milano, Le Monnier, Il lato
ordinario della vita. Filosofia ed esperienza comune” (Bologna, il Mulino,
Etica. I classici, le teorie e le linee evolutive, Torino, Einaudi); “Quando
giudichiamo morale un’azione?” (Roma-Bari, Laterza); Decidere della propria
vita, Roma-Bari, Laterza); “La vita umana in prima persona duale” (Roma-Bari,
Laterza); “Manuale di etica ambientale” (Firenze, Le Lettere); “James Conant e
Cora Diamond, Rileggere Wittgenstein, Roma, Carocci); “Mill, Roma-Bari,
Laterza); “Virtù” (Roma, Carocci); Immaginazione e la vita morale, Roma,
Carocci); La filosofia morale, Roma-Bari, Laterza); Wittgenstein e l’etica,
Roma-Bari, Laterza);Etica analitica. Analisi, teorie, applicazioni” Milano,
LED,I destini dell'etica Bioetica e
progresso morale dell'Italia, su ilrasoiodioccam-micromega.blogautore.espresso.repubblica. Bioetica Consulta di bioetica The
Italic branch consists of Latin on the one hand and of the
Urabrian-Samnitic dialects, on the other. Latin, with which the
little known dialect Sf Faleriv is closely related. So long as the
language is confined to Latium, there exists no dialectical differences
of any importance. The contrast between the popular and the literary language,
which arise from Livio Andronico – up to Cicero -- becomes sharper in the
classical period, and the further development of the former is
almost entirely lost to our observation until the Middle Ages,
when the popular Latin of the various provinces of the Roman empire
meets us in a form more or less changed and with a rich development of what
we know call Italian. We should also consider the development of the Latin
of antiquity. Cp. Corssen Uber Aussprache, Vocalismus und
Betonung der lateinischen Sprache, Leipzig Kuhner Ausfiihrliche Grammatik
der lateinischen Sprache, Hannover, Stolz and Schmalz Lateinische
Grammatik, in Muller’s Handbuch der klass. Altertumsw. IThe
Umbrian-Samnitic dialects are known to a certain extent through
inscriptions, and through words quoted by Roman writers. We are best
acquainted with Umbrian (Breal Les tables Eugubines, Paris Biichelor
Umbrica, Bonn) and Oscan (Zvotaieff Sylloge inscriptionum Oscarum,
Petersburg- Leipzig). Of the Volscian, Picentine Sabine, Cp. Budinszky Die
Ausbreitung der lat. Sprache uber Italicn und die Provinzen des rSmisohen
Reiches, Berlin, Cirober in the Archiv fur lat. Lexikographie g
KeUio; Aequiculau, Yestinian, Marsian, Pelignian and Marrucinian dialects
we have only very scanty remains (Zvetaieff Inscriptiones Italiæ Mediæ
dialecticæ, Leipzig). All these dialects are forced into the background
at an early period by the ifitrusion of Latin. The Sabines, who receive
citizenship, seem to have been the first to become romanised. The s^west
to give way was Oscan, which in the mountains does not perhaps become
fully extinct. Cp. further Bruppacher Osk. Lautlehre, Zurich, Endoris Yersuch
einer Formenlehro der osk. Sprache, Zurich. Piergiorgio Donatelli. Donatelli.
Keywords: esperienza, let’s cooperate (cooperiamo), let’s make the strongest
utterance; let’s trust each other; let’s be relevant (siamo relevanti), let’s
be perspicuous (siamo perspicui), prima persona, prima persona duale – noi –
nostro – numero nel verbo greco: singolare, duale, plurale, Mill, virtu, Conant, ambi, both – the dual – Both
conversationalists must cooperate towards a mutual goal. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Donatelli” – The Swimming-Pool Library. Donatelli.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Donati: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale del fra – scuola di Budrio – filosofia budriese – filosofia
bolognese – filosofia emiliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Budrio). Filosofo
budriese. Filosofo bolognese. Filosofo emiliano. Filosofo italiano. Budrio,
Bologna, Emilia-Romagna. Grice: “I like
Donati; most of what he says is very basic, and he says it from what he thinks
is a scientific perspective – but then he writes about morality and you start
to wonder – anyhow, his central concept is that of reflexitvity, which he
multiplies into goal-centred, rule-centred, means-centred, and value-centred –
Since my oeuvre dwells on rellexivity I feel a lot of affection for Donati and
his approach!” Nella sua filosofia occupano una posizione centrale la tematica
epistemologica inerente alla ri-fondazione della ‘sociologia filosofica’, re-interpretata
alla luce della "svolta relazionale”. Su tali basi, vengono svolte l'analisi
del concetto di ‘cittadinanza’, del fenomeno associativo della società civile e
della politiche di welfare state nelle società altamente differenziate;
l'analisi del ruolo dell’istituzione sociale che emergono dai processi di morfo-genesi
sociale, in particolare nelle sfere di terzo settore; l'apertura di una nuova
prospettiva negli studi sul capitale sociale e sui processi di “riflessività” in
rapporto alla legittimazione di nuove forme di democrazia deliberativa. L'elaborazione
di una ‘sociologia filosofica relazionale' è andata di pari passo con la
fondazione filosofica di un nuovo e più generale ‘paradigma relazionale' che si
pone come superamento della contrapposizione fra realismo e costruttivismo, fra
l’individualismo o intersoggetivismo metodologico e olismo o collettivismo metodologico.
Questa prospettiva porta alla elaborazione di nuovi concetti come quelli di “critica
della ragione relazionale” e bene relazionali, come soluzioni rispettivamente
dei problemi inerenti a idiosincrasie culturale e alla mercificazione del
welfare nelle società. L'etichetta "sociologia filosofia relazionale"
viene usata, oltre che da D., da vari filosofi. Emirbayer ha scritto un
‘Manifesto di sociologia relazionale' elaborato in maniera del tutto
indipendente rispetto a D. Crossley usa la medesima etichetta. Alcuni studiosi
assimilano la sociologia relazionale alla network analysis (Crossley, Mische ),
altri tracciano delle differenze fra questi due modi di intendere l'analisi
della società (D., Terenzi, Tronca). Indipendentemente dalla filosofia di
Donati, esistono gruppi e reti di sociologia relazionale in vari paesi, tra cui
il Canada (si veda il sito della Canadian Sociological Association,,
l'Australia (si veda il sito della Australian Sociological Association,). In
Italia, gli filosofi vicini a Donati si riconoscono nel network Relational
Studies in Sociology,). Donati ha prodotto numerosi saggi di carattere
teorico ed empirico. Propone una teoria generale per l'analisi della società:
la “sociologia filosofica relazionale”. Insegna a Bologna, direttore del Centro
Studi di Politica Sociale e Sociologia Sanitaria). Presidente dell'Associazione
Italiana di Sociologia. Direttore dell'Osservatorio Nazionale sulla Famiglia.
Ha fatto parte del comitato scientifico di Biennale Democrazia. Fondatore e
Direttore della Rivista “Sociologia e politiche sociali”, editore FrancoAngeli.
Membro del Comitato Scientifico della Rivista "Sociologia", Istituto Luigi
Sturzo, Roma. Ha ricevuto il riconoscimento dell'ONU come membro esperto
distinto nel corso dell'Anno Internazionale della Famiglia. Premio Capri San
Michele per "Pensiero sociale
cristiano e società post-moderna" (Ave, Roma). Premio San Benedetto per la
promozione della Vita e della Famiglia in Europa. Attraverso la sua filosofia,
Donati mostra con specifiche indagini empiriche in che modo la società possa
essere conosciuta e interpretata come una semplice “relazione sociale” diadica
-- e non come un prodotto culturale. La sociologia relazionale (o teoria
relazionale della società) viene per la prima volta esplicitata con “Introduzione
alla sociologia relazionale”. Questa “Introduzione” è nata come una sorta di
“Manifesto della sociologia relazionale”, anche se da allora pochi se ne sono
accorti. I punti essenziali di quel Manifesto sono varie. La sociologia
relazionale consiste nell'osservare che una società, ovvero qualsiasi fenomeno
o formazione sociale (la famiglia, una impresa o società commerciale, una
associazione, una società nazionale), la società globale, non è né una idea (o
una rappresentazione o una realtà mentale soggetiva) né una cosa materiale (o
biologica o fisica in senso lato), ma è una relazione sociale – una
intersoggetivita. L’intersoggetivo è né un “sistema”, più o meno pre-ordinato o
sovrastante i singoli fatti o fenomeni, né un prodotto di una azione soggetiva,
ma un altro ordine di realtà. L’intersoggetivo è relazione. L’interosggetivo è
fatto di una relazioni fra un soggetto S1 e un soggetto S2, che distinguono la
forma e i contenuti di ogni concreta e specifica “diada. L’intersoggetivo – la
relazione intersoggetiva -- deve essere concepito non come una realtà accidentale,
secondaria o derivata dall’altre entità: il soggetto S1 e il soggetto S2),
bensì come un levello ontologico differente sui generis, appunto,
‘l’intersoggetivo’. Affermare che “la società è relazione” può sembrare quasi
ovvio, ma non lo è affatto ove l'affermazione sia intesa come presupposizione
epistemologica generale e quindi si abbia coscienza delle enormi implicazioni
che da essa derivano. Ogni filosofo parlano dell’intersoggetivo della relazione
di una diada fra soggeto S1 e soggetto S2 (Aristotele: ogni uomo e politico,
Marx, Durkheim, Weber, Simmel, Parsons, Luhman, Grice), ma quasi nessuno ha
compiuto l'operazione che viene proposta dalla sociologia
relazionale: partire dal presupposto che “all'inizio c'è la relazione”,
ossia che ogni realtà sociale emerge da un contesto di relazioni e genera un
contesto di relazioni essendo essa stessa ‘relazione sociale'. Ciò non
significa in alcun modo aderire ad un punto di vista di relativismo. Si tratta
esattamente del contrario: la sociologia relazionale si fonda su una ontologia
dell’intersoggetivo relazionale, e dunque su una ontologia dell’intersoggetivo
della relazione che vede nella relazioni il costitutivo di ogni realtà sociale
seconda la loro propria natura. La sociologia relazionale e una forma del relazionismo
filosofico. Per l’intersoggetivo (la relazione) intende l’intersoggetivo nel
spazio-tempo, dell'inter-umano, ossia ciò che sta fra un soggetto agente S1 e
un soggetto agente S2 chi collaborano, o cooperano. e checome tale costituisce
il loro orientarsi e agire reciproco (o riflessivo, al modo di Grice), per
distinzione da ciò che sta nel singolo attore individualo o collettivo considerati
come poli o termini della relazione. Questa «realtà dell’intersoggetivo – che D.
chiama ‘il fra’ -- fatta insieme di due soggetti che collaboron, è la sfera in
cui vengono definite sia la distanza sia l'integrazione dei due soggetti che
stanno in società: dipende da questo ‘fra’ – fra tu e me -- (la relazione
sociale in cui le due soggetti si trovano) se, in che forma, misura e qualità
le due soggetti può distaccarsi o coinvolgersi rispetto agli altri soggetti più
o meno prossimi, alle istituzioni e in generale rispetto alle dinamiche della
vita sociale. La teoria relazionale della società ha elaborato nuovi
concetti che sono stati utilizzati non solo da filosofi, ma anche in altri
campi, come il diritto, la legislazione sociale, l'economia. I concetti originali
elaborati da D. sono varie. Il concetto di ‘privato sociale’ e applicato in molte
leggi dello Stato italiano. Il concetto di ‘cittadinanza societaria è stato
utilizzato dal Consiglio di Stato (Sezione consultiva per gli atti normativi,
Adunanza, N. della Sezione: in importanti deliberazioni. Il concetto di ‘beni
relazionali’ è stato ripreso in campo economico da filosofi come Zamagni e
Bruni. Il concetto di un ‘servizio relazionale’ è stato ripreso nella
legislazione regionale e nazionale in Italia, anche in relazione alla buona
pratica nelle politiche familiari analizzate con le ricerche svolte per
l'Osservatorio nazionale sulla famiglia. Il concetto di ‘lavoro relazionale’ e
il concetto di ‘contratto relazionale’ sono importanti. Il concetto di ‘welfare
relazionale’ e usanto in buona pratica nei servizi alle famiglie (utilizzato
dal Centro studi Erickson). Il concetto di differenziazione relazionale si
applica in particolare alla problematica della conciliazione fra lavoro e
famiglia. Il concetto di una critica della ‘ragione relazionale’ e dato come
una possibile soluzione ai problemi dei conflitto. Il concetto di capitale
sociale come relazione sociale con una ridefinizione degli studi sociologici si
applica nel capitale sociale. Il concetto di "riflessività
relazionale" si applica per superare il concetto puramente soggettivo di
riflessività come mera riflessione interiore. Il concetto di "genoma
sociale della famiglia" s’applica nella evoluzione. Ha affrontato una
serie di tematiche di ricerca il cui sviluppo è ancora in corso. La prima e più
estesa riguarda la tematica della sociologia della famiglia. Si vedano I saggi
di D., Lineamenti di sociologia della famiglia. Un approccio relazionale
all'indagine sociologica, Carocci, Roma, D., Manuale di sociologia della
famiglia, Laterza, Roma-Bari). Si vedano anche i Rapporti Cisf sulla famiglia
in Italia, per gli aspetti applicativi: Sociologia delle politiche familiari,
Carocci, Roma, è il più recente D, "La famiglia. Il genoma che fa vivere
la società", Soveria Mannelli, Rubbettino. Un'altra tematica è quella
della salute: si veda Donati Manuale di
sociologia sanitaria” (La Nuova Italia Scientifica, Roma); Sui giovani e le
generazioni nella società dell'indifferenza etica: “Giovani e generazioni.
Quando si cresce in una società eticamente neutral” (il Mulino, Bologna); Sul
cittadinanza e welfare: La cittadinanza societaria, Laterza, Roma- Bari); Sul
welfare state e le politiche sociali, “Risposte alla crisi dello Stato sociale”
(Franco Angeli, Milano); “Lo Stato sociale in Italia: bilanci e prospettive”
(Mondadori, Milano); “Sul privato sociale o terzo settore e la società civile:
Sociologia del terzo settore” (Carocci, Roma); sulla società civile: “La
società civile in Italia, Mondadori, Milano; Generare “il civile”: nuove
esperienze nella società italiana, il Mulino, Bologna); Il privato sociale che
emerge: realtà e dilemmi, il Mulino, Bologna, Sul lavoro: Il lavoro che emerge,
Bollati Boringhieri, Torino); I rapporti fra sociologia relazionale e pensiero
sociale cristiano: Pensiero sociale cristiano e società post-moderna, Editrice
Ave, Roma, La matrice teologica della società, Rubbettino, Soveria Mannelli. Sul
capitale sociale: Donati, Terzo settore e valorizzazione del capitale sociale
in Italia: luoghi e attori, Angeli, Milano, D., I. Colozzi, Capitale sociale
delle famiglie e processi di socializzazione. Un confronto fra scuole statali e
di privato sociale (FrancoAngeli, Milano). Attraverso queste saggi, la
sociologia relazionale ha sviluppato un nuovo quadro teorico e ne ha dimostrato
la validità sia sul piano della ricerca empirica, sia sul piano delle
applicazioni concrete (in termini di legislazione e di programmi di intervento
sociale). La conoscenza sociologica che la sociologia relazionale intende
perseguire non rifiuta a priori nessuna teoria, né vuole “unificare” tutte le
teorie sotto un'unica bandiera, ma tutte le prende in considerazione e le
valuta per mettere in evidenza quelle verità, anche parziali, che ciascuna di
esse contiene. Tuttavia, perché di solito una teoria offre una visione
limitata, se non riduttiva della realtà, la sociologia relazionale è in grado
di inserire ogni teoria in un quadro concettuale più ampio, nel quale ritrovare
le verità parziali ad un livello più elevato, coerente e consistente di
conoscenza della realtà sociale. Terenzi, Percorsi di sociologia
relazionale, FrancoAngeli, Milano,.
Luigi Tronca, Sociologia relazionale e social networks analysis. Analisi
delle strutture sociali, FrancoAngeli, Milano.Enzo Paci, Dall'esistenzialismo
al relazionismo, D'Anna, Messina-Firenze. Per un nuovo welfare locale “family
friendly”: la sfida delle politiche relazionali, in Osservatorio nazionale
sulla famiglia, Famiglie e politiche di welfare in Italia: interventi e
pratiche. I, il Mulino, Bologna,
Politiche sociali e servizi sociali di fronte al modello sociale europeo: lo
scenario del “welfare relazionale”, in C. Corposanto, L. Fazzi, Il servizio
sociale in un'epoca di cambiamento: scenari, nodi e prospettive, Edizioni Eiss,
Roma, Quale conciliazione tra famiglia e lavoro? La prospettiva relazionale, in
Donati, Famiglia e lavoro: dal conflitto a nuove sinergie, Edizioni San Paolo,
Cinisello Balsamo, La valorizzazione del capitale sociale in Italia: luoghi e
attori Donati, I. Colozzi, FrancoAngeli, Milano, Altre opere: “L'enigma della
relazione” Mimesis, Milano); “La famiglia. Il genoma che fa vivere la società”
(Rubbettino, Soveria Mannelli); “Sociologia della riflessività. Come si entra
nel dopo-moderno, il Mulino, Bologna); “I beni relazionali. Che cosa sono e
quali effetti producono (Bollati Boringhieri, Torino); “La matrice teologica
della società, Rubbettino, Soveria Mannelli); “Teoria relazionale della
società: i concetti di base, FrancoAngeli, Milano); “La società dell'umano, Marietti,
Genova-Milano); “Il capitale sociale degli italiani. Le radici familiari,
comunitarie e associative del civismo” (FrancoAngeli, Milano); “Oltre il
multiculturalismo. La ragione relazionale per un mondo comune, Laterza,
Roma-Bari); “Manuale di sociologia della famiglia, Laterza, Roma-Bari); “Sociologia
delle politiche familiari, Carocci, Roma); “Il lavoro che emerge. Prospettive
del lavoro come relazione sociale in una economia dopo-moderna, Bollati
Boringhieri, Torino); “La cittadinanza societaria” (Laterza, Roma-Bari); Teoria
relazionale della società, FrancoAngeli, Milano, La famiglia come
relazione sociale, FrancoAngeli, Milano, La famiglia nella società relazionale.
Nuove reti e nuove regole, FrancoAngeli, Milano); “Introduzione alla sociologia
relazionale, FrancoAngeli, Milano); “Risposte alla crisi dello Stato sociale.
Le nuove politiche sociali in prospettiva sociologica, FrancoAngeli, Milano); “Famiglia
e politiche sociali. La morfogenesi familiare in prospettiva sociologica,
Angeli, Milano); “Pubblico e privato: fine di una alternativa?” (Cappelli,
Bologna). Der Dual ist ein Numerus, der sich in indogermanischen wie
nicht-indogermanischen Sprachen findet. Die indogermanistisch zentralen
Sprachen Altgriechisch und Altindisch haben diesen Numerus in allen
flektierenden Wortarten; andere Sprachen haben ihn nur in einer Wortart. Die
Minderheitensprachen Ober- und Niedersorbisch pflegen den Dual bis heute. Auch
im Bairischen gibt es noch formale Dualrelikte. Das Buch bietet eine
Darstellung der einzelsprachlichen Dualsysteme in der Indogermania und
Rekonstruktionen der Dualsysteme der Zwischengrundsprachen und des
Ur-Indogermanischen. Neben dem genealogischen Vergleich wird auch der
typologische Vergleich mit Dualsystemen anderer Sprachgruppen wie etwa
Finno-Ugrisch, Semitisch und Bantu angestellt. Der Leser gewinnt so einen
Überblick über die Entwicklung einer typologisch markierten grammatischen
Kategorie und einen Einblick in die kognitiven Prozesse, die zum Werden und
Schwinden des Duals im Wandel der Sprachen führen. Rezensionen
"" Salvatore Scarlata in: Kratylos, Pinault in: Bulletin de la
Société de Linguistique de Paris, Pierce in: Journal of Historical Linguistics,
Bohumil Vykypel in: Linguistica Brunensia,
http://hdl.handle.net"" Remo Bracchi in: Salesianum, Lühr in:
Germanistik, Heft, Duale (linguistica) numero grammaticale Lingua Segui
Modifica Ulteriori informazioni Questa voce sull'argomento grammatica è solo un
abbozzo. Contribuisci a migliorarla secondo le convenzioni di Wikipedia. Il
duale in linguistica è una delle possibili realizzazioni della categoria
morfologica del numero grammaticaleche può essere espressa tanto nel nome
(sostantivo e aggettivo) quanto nel pronome e nel verbo. Benché sia meno
diffuso di singolare e plurale, il duale è presente in molte lingue del
mondo. Esso è presente nelle più antiche lingue indoeuropee, come il
sanscrito o il greco antico, nel lituano, nello sloveno moderno, nel friulano e
anche nelle lingue semitiche, come l'arabo - che ne fa tuttora uso nelle sue
varietà moderne, sia pure limitatamente al nome - l'ebraico e
nell'egizio. Il duale è frequente per indicare parti doppie del corpo,
per esempio le mani, le narici, le gambe, ma nelle lingue che lo possiedono non
è raro il suo uso anche per indicare oggetti a coppie o semplicemente coppie di
oggetti o persone casuali: due persone, due anni, ecc. ("duale
occasionale"). Mentre in francese, in tedesco, in italiano o in
spagnolo, tutte lingue che non presentano la forma duale se non per tracce come
per esempio in italiano ambo, si è soliti anteporre al sostantivo plurale
l'aggettivo numerale che ne indica la quantità esatta (due uova, due amici,
ecc.), nelle lingue che posseggono il duale questo può bastare per indicare una
quantità pari a due. Per esempio in arabo sanah "(un) anno", sanatayn
"(due) anni". La mu'allaqa di Imru l-Qays, una delle più famose
poesie arabe, esordisce con un imperativo duale: Qifâ, nabki... "fermatevi
(voi due) e piangiamo...", riferimento al fatto che il poeta si rivolgeva
a due suoi compagni. Bibliografia Modifica Albert Cuny, Le nombre duel en
grec, Paris, Klincksieck, Fontinoy, Le duel dans les langues sémitiques, Paris,
Les Belles Lettres, Molinelli, Il numero duale nel greco antico, Roma, Fritz,
Der Dual im Indogermanischen, Heidelberg, Winter, Grammatica Morfologia
(linguistica) Portale Linguistica: accedi alle voci di Wikipedia
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grammaticale Grammatica lituana regole della lingua lituana
Articoli del greco antico Wikipedia Il contenuto. Grice: “In my seminars I
explained explicitly that we would be dealing only with conversational DYADS!”
Grice: “This was my nod to the Old Latin dual!” – Grice: “Austin used to say
that no distinction is too fine, or too nice. The origin of the Latin fifth
declension out of the dual number – We can provide an EXPLANATION of the
appearance of the Latin fifth declension (e stems) as a result of the LOSS of
an earlier dual inflection, whose main feature is the suffix jk (full grade ej)
. The dual character of the Latin -ies (series) forms can be demonstrated on
the basis of their ‘semantic’ development. The dual number in the Indo-European
languages. The most ancient Indo-European languages had three number
categories: the singular, the dual, and the plural. In the Indo-European
languages, the dual number was typically used for NATURAL PAIRS (‘oculi’, the
‘same’, two hands), sometimes also for an accidental or artificially arranged
pair (‘two men’ (andre), two horses pulling one carriage, two oxen in one
yoke), and possibly for two objects of the SAME kind (two fires, two lime
trees). Elliptical usage of the dual is also attested, ‘two fathers’, as when
Homer refers to ‘Ayax and his brother’ or Latin ‘octo, ‘eight’, originally, or
literally, two sets of four finger-tipes Wackernagel, Campanile, Malzahn,
Clackson). The degree of preservation and PRODUCTIVITY of the dual in the
Indo-European languages differ considerably. Traces of the dual in Latin. The
dual number as a separate CATEGORY was presumably lost by Latin and the other
Italic languages already in the pre-historic period (Buck). Lat. ‘duo,’ ‘two’
< IE duwo < PIE duwo-hj (Tagliavini). Lat. ‘okto’ ‘eight’ < IE okto,
‘8’ < PIE hkekto-h0. Lat. viginti, ‘twenty’ (< IE wiknti < PIE
dwi-dknt-ih), literally, ‘two tens.’ A few Latin forms – ambo, duo -- have a
specific inflexion which may be the result of the transformation of the dual
form within a declension. Thus we have masc. nom. ‘ambo’, duo; gen. ‘amborum’,
duorum; dative-ablative ‘ambobus’, duobus; and acc. ambos/ambo, duos/duo. Lat.
masc. ‘ambo’. The inflection of ‘ambo’ and ‘duo’ keeps the original dual ending
in the nominative. It does not show the dual ending in the other four cases –
where it adops the regular PLURAL ending. Here we have a case of an ADAPTATION
(SUBSTITUTION_of the dual inflection by the plural inflection. Traces of the
dual number in Latin are restricted to ‘ambo’, ‘both’, and the numerals (‘duo,
octo, viginti) – while some have traced other dual forms in declesions –
Danielsson). The question of a dual form, e. g. ‘Pomplio,’ (Lat. Pompilio, nom.
du. ‘two of the Pompilius family’), attested in epigraph CIL I 30: M. C.
POMPLIO NO. F. DEDRON HERCOLE = ‘Marcus and Gaius Pompilius, the sons of
Novious, gave (this) to Hercules.’ The interpretation of the form POMPLIO as
dual may be implicatural rather than semantic. The form POMPLIO need not be a
dual form -- it may be just the
nominative singular with the final s by custom omitted when there is a formal
agreement with the second prae-nomen, though belonging to both. Dual endings in
the Indo-European languages. In proto-Indo-European hl forms the basic dual
ending, which may have a strong form (ehl or hle) in animate nouns. It is
assumed that the numeral ‘two’ has the form ‘duwo-ehl’ (literally, ‘two
persons, or animals’), which later develops into the masculine form. IE ‘duwo,
m. Latin for some time kept the dual ending -e (PIE ejl). The loss of the dual
causes the proto-Latin forms ending in -e (once dual forms) to generate a
separate group: a fifth declension. From a variant dual ending -e, the -e-
would have to have formed in the oblique cases. The genitive dual ending in
Indo-European is -es (PIE ejls gen. du). Both a dual inflection with -e (gen.
du. -es) and -e (gen. du. -es) would have ensured the stabilization of the
feature -e- after the loss of the dual number in the Italic languages. The
cause of the loss of the dual number in Latin. Most probably, the loss of the
dual as a separate CATEGORY takes place within the a- stem and the -o- stem
declensions. In the nominal paradigm, a specifically Latin innovation causes a
change in the infection system. This innovation is the loss of the old plural
ending -os, which are well attested in the other Italic languages, along with
the adaptation of the enings of the PRO-nominal system -oi -- whence Latin
‘-i.’ – cf. nom. sg. m. -os > -us. Nom. du. M. -o (ambo, octo, duo). The
PLURALISATION of the dual in the -o- stem declension happens largely without a problem – providing
you keep a Griceian ‘eye’ – Cf. ‘pater,’ father. nom. sg. m. pater; nom. du. m.
‘patere’. nom. pl. m. ‘pateres’. As Austin pointed out to me, the loss of the
dual in the Indo-European languages suchas Latin did not happen solely via the
good old pluralisattion of the dual form, but also by way of a
‘singularisation’: i. e. the dual inflection is re-fomed into the SINGULAR
inflection. This way of the elimination of the dual number is very much
attested in Latin, in all the forms ending in -ies, for example. Then we have
the dual forms of the Lat. viginti type. The Latin cardinal number ‘viginti,’
‘twenty,’ is a remnant of the dual number. ‘Viginti’ represents the IE
archetype wiknti nom. acc. du. ‘twenty’, from PIE dwihl-dknt-ihl, literally,
‘two tens’. Since, unlike ‘duo,’ it represents a numeral higher than 4 – and
all Latin numerals from ‘quattuor’ up to ‘mille’ did not decline --, ‘viginti’
simply keeps the shape of the nominative dual. Some dual forms with no singular
form underwent a singularization (or sometimes a collectivization). As a result
of such an adaptation, the dual is re-constructed morphologically, and
re-interpreted pragmatically via implicature. This singularization (but
sometimes collectivization) of a dual form creates the need to establish a
declension. The literally DUAL character of some Latin expressions ending in
-ies may be explained through a detailed pragmatic calculation. Pierpaolo
Donati. Donati. Keywords: il fra, relazionalismo, internal conversation,
l’intersoggetivo, realta fra, il fra, fra tu e io, intersoggetivismo
metodologico, communicazione come realta fra, implicatura, reflessivita,
reciprocita. Ambidue. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Donati” – The
Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Dondi:
la ragione conversazionale e ’implicatura conversazionale -- l’astrario – iter romanorum
– colonna giulia – la colonna del circo neroniano di Buschetto -- petrarca – scuola
di Chioggia – filosofia chioggese – fiolosofia veneziana -- filosofia veneta --
filosofia italiana – Luigi Speranza
(Chioggia). Filosofo chioggese. Filosofo veneziano. Filosofo Veneto. Chioggia,
Venezia, Veneto. Grice: I like Dondi and I like a watch chain!. Figlio di
Jacopo, studia FILOSOFIA a Padova. Insegna a Padova. Si trasfere a Pavia. Dopo
un periodo a Firenze, vi ritorna come filosofo di corte dei Visconti. Insegna a
Pavia. Scrittore di rime, amico e corrispondente di PETRARCA (si veda), anche tra i pionieri dell'archeologia. In
occasione di un viaggio a ROMA, descrive e misura monumenti classici, copia
iscrizioni e trascriv i dati rilevati nel suo Iter Romanorum. La sua fama legata soprattutto all'astrario da lui
progettato a Padova e costruito a Pavia, dove,
conservato, nel castello di Pavia, presso la biblioteca Visconteo-Sforzesca.
L'astrario un orologio astronomico che
mostra l'ora, il calendario annuale, il movimento dei pianeti, del sole e della
luna. Per ogni giorno sono indicati l'ora dell'alba e del tramonto alla latitudine
di Padova, la lettera domenicale che determina la successione dei giorni della
settimana e il nome dei santi e la data delle feste fisse della Chiesa.
L'orologio astronomico (o astrario) di D.
andato distrutto, ma ben
conosciuto perch il suo ideatore ne dette una particolareggiata descrizione nel
saggio Astrarium, trasmesso da due manoscritti. Si tratta di un congegno mosso
da pesi, di piccole dimensioni (alto circa 85 cm, largo circa 70), racchiuso in
un involucro a base eptagonale. Grazie ad una serie di ingranaggi l'astrario
riproduce i moti del sole, della luna e dei cinque pianeti. Esso indica anche
la durata delle ore di luce alla latitudine di Padova. Come misuratore del
tempo esso, oltre all'ora, indica (forse per la prima volta tra glorologi
meccanici) anche i minuti, a gruppi di dieci. La presenza di trattati di
astrologia nella biblioteca di D. fa sospettare che la progettazione sia stata
influenzata da astrologi antichi. L'orologio astronomico che si pu tuttora
ammirare sulla torre dell'orologio, Padova, in piazza dei signori, una copia non dell'astrario di D., ma
dell'orologio costruito dal padre Jacopo. Secondo la tradizione stato D. ad introdurre a Padova la gallina
col ciuffo, oggi nota come gallina padovana. In realt, il giornalista padovano
Holzer in una sua ricerca ha potuto stabilire che non vi documentazione alcuna che attesti che D. ha
mai avuto contatti con la Polonia o che l'abbia mai visitata. A lui dedicata una delle statue che adornano il
prato della valle a Padova. Il circolo numismatico patavino gli ha dedicato una
medaglia commemorativa opera dello scultore bellunese Facchin. Ai D. dedicata la ballata iniziale di Mausoleum.
Siebenunddreiig Balladen aus der Geschichte des Fortschritts di Enzensberger.
Altre opere: Rime, Daniele, Neri Pozza, Vicenza; Astrarium, E. Poulle, CISST;
Opera omnia D., corpus pubblicato sotto la direzione di Poulle. Padova. Andrea
Albini, Op. La Biblioteca Visconteo Sforzesca, su collezioni. Musei civici
pavia. Albini, L'astrario di D., su Museoscienza. Ricerche d'Archivio
riguardanti la famiglia D. Di Holzer. Albini, Machina Mundi. L'orologio
astronomico di D., Create Space, Astrario, Gabriele D. Universit degli studi di
Padova. Dizionario biografico deglitaliani, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Replica in scala 1/2 dell'Astrario, su clock maker. Replica in scala
, su pendoleria. com. (Di Cjiovauui Odo ndi alf'Otcfcgto, TTtedico eli Padova,
e Dei uiouumeutv antichi da fui animati a ctonia, e di afcuui ceitti inediti
def medesimo. rt A FILIPPO SCHIASSI CAHOMCO MILLA CHIESA MAGGIORE DI BOLOCRA, E
PROFESSORE DI archeologia bella criverbit. JL u non ignori certamente, o
amatissimo Schiassi, cum io faccia di le gran cubitale per la somma erudi-zione
archeologica che possedi, e per la forbitezza dello scrivere latino, nella
quale con pochi vai distinto ; e come poi io non sia ad alcuno secondo
nell'osservanza ed amore verso di te per le doti singolari dell'animo tuo. In
verit io ho sempre desiderato mi fosse prta occasione di farti noto pubicamente
questo mio volere; ma quella mi fall maisempre, o, a meglio dire, non ebbi mai
ardimento di abbracciarla, parendomi da non doversi indirizzare a te cose che
non fossero parlo d'in- gegni maturi, fra' quali per fermo non da riporsi il mio. Tuttavolta altre ragioni
m'inducono ora a prendere contrario divisamento. Il perch, in arra di rispetto
e di benivoglienza, ho deliberalo di spedirti questa Lettera intorno a D., e
publicarla intitolata al tuo nome ; indotto anche da ci, che in essa circa
lobelisco vaticano, della cui traslazione tu di fresco con scienza e perizia ne
hai scritto ho io allegate alcune cose, dalle quali appare essere ora per la
prima volta manifesto come il medesimo nel medio-evo sia stato atterrato, e non
guari appresso di bel nuovo ristabilito, non altri- menti come sono di comune
consentimento i pi accreditati scrittori delle cose passale: de quali in ispezialit
qual sia il giudizio da tenersi tu puoi decidere. Io intanto a te sottometto di
tallo cuore e senza cerimonie la mia opinione, qualunque ella siasi: ritieni
poi, che con animo a tc per intiero affezionatissimo mi dispongo a ci fare. V
enezia v>die PETRARCA (si veda) abbia scritto di D. suo amico non meno con
verit die con magnificenza, essere egli stalo d'ingegno s sublime e potente,
che ito sarebbe alle stelle, se rattenulo non lo avesse lo studio della
Medicina,Jo capiranno coloro specialmente, i quali siano a giorno come il
medesimo siasi reso distintamente celebre nelle scienze mediche, FILOSOFICHE ed
astronomiche; c, di pi, conoscano come in altre discipline, a dir vero non
comuni, fosse egli oltre l usato erudito. Peritissimo ancora in scienza morale,
nella cognizione dei monumenti antichi, e nel linguaggio delle Muse italiane :
le quali cose, come disse Celso in altra occasione, quantunque non
costituiscano il Medico, tuttavolta lo rendono pi atto alla Medicina, e fanno s
che abbia a primeggiare fra i dotti del suo tempo. Ed in vero, che non si possa
lare un pieno uso della Medicina nella maggior parte delle malatie del corpo,
se quelle dellanimo del pari non si curino,
chiaro di gi abbastanza per concorde dottrina degli antichi e recenti
filosofi, suffragata dalla sperienza. Intorno a ci sono manifesti i sentimenti
del LIZIO, d Ippocrate, di Galeno, e di altri ; come pur anco Lettera III. a
Sancse data in luce a Venezia. ne fanno chiara prova quelle cose che sopra lo
slesso argomento ci hanno lasciato in appresso uomini sa- pientissimi. Che poi
da unaccurata osservazione deglantichi monumenti, e dalla lettura delle
iscrizioni ne vengano singolari ajuti onde conoscere pi diffusamente l arte
medica, ce lo dimostrano le Opere dei valenti in quella, cio di MERCURIALE (si
veda) intorno alla GINNASTICA, il quale tratta anche del sito pi salubre alla
costruzione delle fabbriche e circa gli strumenti chirurgici; di Sicco e di
Baccio intorno ai bagni termali; di Bartolini sopra lantico puerperio: ai quali
libri se ne potrebbero facilmente aggiungere altri di tal fetta, cio di
Bellonio, Gioberti, Cagnato, Reinesio, Rodio, Patino, Sponio, Triller,
Ilundertmarki, Cocchi, e altri; cosicch niuno deve maravigliarsi del progetto
di Bartolini nel comporre lopera intitolata Antichit necessarie ad un medico,
del cui apparecchio, in appresso incenerito dalle fiamme, lo stesso autore ne
diede breve compendio in una Dissertazione stampata in Hafnia sopra lincendio
della biblioteca. Le moltissime sue lodi, scritte in prosa ed in verso, ci
fanno ampia testimonianza che lo studio della poesia giova a meraviglia per
fecondare e ricreare l ingegno, per aggiungere fregio alla lingua ed allo
stile, e per fare acquisto di altre doti richieste ad un uomo di lettere; n vi
sar al certo chi ignori che i Medici versati nella medesima n andrebbero
stimati da pi che gli altri, e si leggerebbero con pi di di- letto le Opere
loro. Noi conosciamo ancora che gli stessi scrittori dellarte medica, distinti
fra gli antichi, Ippocrate ed Areteo, succhiarono da Omero il loro bello; il
primo de quali fu detto dEroziano uomo omerico quanto allo stile (Glossar .
Hippocr. Praef., edit. Lips.); e Triller fa vedere che al secondo giov dassai
la lettura dello stesso autore (Opuscula medico-philologica): il che chiaro
apparisce parimente di Galeno e di altri. Eccellente si la cura posta da Bartolini nel trattare che
fece di questo argomento nella Dissertazione intorno ai Medici-poeti, publicata
in Hafnia; ed ora se ne potrebbe formare un soggetto con assai pi di splendore.
Sono poi da tenersi in gran conto quelle cose che furono scritte da Fracastoro,
uomo grande nell una e nell altra facolt, ad Amalteo, medico non meno che poeta
celebre del suo tempo; cio andare di gran lunga errati coloro i quali avessero
per niente la poesia, e la stimassero cosa incompatibile colla Medicina: che
anzi dichiara apertamente con Andrea Navagerio, essere inetti a toccare il
fondo di ogni scienza, o a gustare appieno le bellezze di qualsiasi arte
meccanica, coloro i quali andassero privi e mancanti di vena poetica (Fracast.
Opera edita Corniti). D. per coltivare l animo in questi studj, indotto dall
esempio ed intrinsichezza del Petrarca, il quale nei medesimi avea tocco l
apogo della gloria, consegn allo scritto monumenti non dubj di questo studio,
commettendoli ai posteri; ma quelli inediti, ed appena conosciuti in un codice
cartaceo di quella et, posseduto un tempo dallo stesso autore, tocc per
avventura a me solo di vederli presso Papafava, figlio dAlbertino, fregiato della
primaria nobilt fra i Padovani e Patrizio Veneto, il quale mi onorava di
singolare cortesia; nel qual codice io stesso ho letti gli scritti inediti del
Dondi senzaltro giudizio od altro ordine, da quello in fuori con cui qui li
riporto. Vi sono nel codice Lettere intorno a diversi argomenti, scritte dal
Dondi a varie persone ; cio: A PETRARCA (si veda). Si protesta tornargli a
grande vantaggio 1amicizia di lui, per arricchirsi a perfezione della morale
filosofia ; il che osserva essere assai conforme all insegnamento di Seneca
nella Lettera Lettera a Lucilio di quell
eccellente e tutto nerbo Anneo, maestro
mio e tuo, e di tutti i buoni amici in generale. A Gasparo, che lo dimanda di
quelle cose che Seneca scrive nella settima Lettera a Lucilio sopra gli spettacoli
dei Romani, gli d spiegazione abbastanza chiara, come portavano quei tempi s
riguardo alla materia, come pur anco alle parole; vi adoper eziandio dellarte
critica a motivo delle scorrezioni del testo, per colpa in gran parte della
ignoranza degli amanuensi, e dellaudacia di coloro che vi posero mano alla
emendazione. A Mazio di Verona, fisico egregio. A Petrarca (Padova) Una lunga
Lettera circa il metodo di vita da seguirsi dal Petrarca, la quale i precettori
del Seminario di Padova avendo ricevuta da me, che la trascrissi dal codice
soprallegato, non dal Marciano, come porta ledizione, aggiuntane unaltra del
Pe- trarca al Dondi, fu da loro data alle stampe. A Lombardo Serico, cittadino
padovano. Al frate Guglielmo da Cremona, teologo. Fa vedere gl ingegni degli
antichi di gran lunga supe- riori ai moderni s in fatto di lettere, come ne fa
chiara testimonianza PETRARCA (si veda), non meno che riguardo alle opere
famose delle arti pi belle, collesempio alle mani di un insigne scultore
soprafatto di ammirazione alla vista di monumenti antichi. A Leniaco, cittadino
veronese. A Cremona, maestro nelle arti liberali. Ad un suo intimo amico, uomo
singolare ed egregio. A Caselle, cittadino padovano. Aromatario. A Paganino da
Sala, Dottore in legge e uomo di milizia. Con queste si congratula della dignit
di Cavallicre conferita di fresco a Paganino; cos per altro, che ne fa di molto
pi stima dellonore ottenuto dallalloro in Diritto civile, dal quale egli traeva
di gi vantaggio e lode. A Nicol Alessi, Protonotario e Vice-Cancelliere del
Signore di Padova. Ad Andreolo Arisio Cremonese. Biasima e si fa beffe della
scarsezza che v nelle biblioteche di
Francia dei libri specialmente di Filosofa morale, di cui era tenuto a giorno
per lettere di Arisio cola dimorante. Al frate Guglielmo, Vescovo di Pavia. Ad
Albertino Salso, precettore di Fisica. AdAngarano di Vicenza. Data in luce in
uno all Opera del Pondi intorno alle Fonti calde nel Territorio padovano, al
Maestro Giacomo Vicentino, fra i Trattati di vari autori circa i Bagni,
stampati a Venezia Panno Ai Professori direttori di Medicina e delle Arti nello
Studio di Padova. Fa loro avere un libro da lui composto, del quale d contezza
con queste parole: Ricevete un
Trattatello che vi dar per ispiegato P
ordine oscuro di Galeno nella distinzione
delle disposizioni dei corpi umani, il quale ei ristrinse con brevit nel
libro di Microtegno, asse- n gnandovene le reali differenze fra quelle,
tranne poche che vollero accennare sin
qua di volo altri espositori, ma in molte
colle relative differenze. Al maestro Guidoni (di Bagnolo) in Venezia, nomo
egregio, fornito di molto sapere e virt. Padova, Cappelli, cittadino cremonese.
Intorno a Pasquino, Cancelliere di Galeazzo Visconti Principe di Milano, ne
fece parola Pietro Lazerio nelle Miscellanee cavate dai libri manoscrilti nel
Collegio Romano dei Gesuiti. Pasquino avea fatto richiesta delle Lettere
scritte dal Dondi a diversi; e D. si argomenta a tuttuomo per dissuaderlo che
quelle Lettere non erano tali che meritassero a pezza le sue dimande. Poscia
scrive molle cose circa i rotti costumi degli uomini del suo tempo, degne alla
scorza di un va- lente filosofo. Queste Lettere sono piene a ribocco di
sentenze morali, siccome quelle che furono composte da un au- tore che metteva
ogni cura nel leggere le Opere di Seneca, e ne avea anche dilucidate le di lui
Lettere a Lucilio, con annotazioni allegate circa alle medesime da Gasparino
Barzizio nel suo Commentario, da me veduto scritto a mano. Di qual desiderio
ardesse D, di vedere monumenti antichi, ne fa aperta testimonianza il viaggio
di lui a Roma, ad unico oggetto di venire in pieno conoscimento dellantico e
nuovo stato della citt. Del qual viaggio non rimane alcuna traccia dalla
publica autorit confermata ; tuttavolta ho letto io stesso nel codice
manoscritto, di cui feci menzione di sopra, le annotazioni dello stesso D.
intorno ai principali monumenti dell antichit nel viaggio e nella dimora che
fece a Roma, esaminati, credo io, da lui appassionatamente ; delle quali annotazioni
ei fa fede cos dal principio : Ilo
riportato queste cose scritte in lettere quando fui reduce da Roma. Non
prezzo dellopera il rescrivere qui le anno- tazioni del D., nelle quali
vhanno anche difetti di scritturazione, potendosi avere alla mano scrittori
famosi per molto sapere, i quali ci hanno chiarito dei medesimi monumenti con
mollo pi li accuratezza e dovizia. Ci piace di riportare qui sotto la prima
sol- tanto, la quale versa circa l obelisco valicano, poi- ch mollo stimala per singolare novit, facendoci vedere
un distico da nessuno, per quanto io sappia, riportato, c del quale importa se
ne faccia ricerca. Quella poi suona cos. In Roma La colonna Giulia a quattro
lati, che si eleva di costa a S. Pietro, ha di grossezza presso l estremit di mezzo,
lunghesso ciascun lato, otto piedi all in- circa ; di altezza poi, secondo un
buon calcolo, ascen- de a 00 piedi, ossia a dieci pertiche. Ma un prete ac-
casalo l vicino afferm che un tale laveva misurata con uno strumento ad ombra,
e la trov di braccia. Martino nella Cronaca dice che la sua lun- ghezza va a un
dipresso a 120 piedi; ed Eutropio afferma la stessa cosa. Svetonio poi dice
eh di pie- tra di Numidia. E vi sono poi
ne suoi due lati lettere incise di tal maniera: Divo Cnesari Divi Julii F
Augusto Ti Cacsari Divi Augusti F Augusto Sacrimi. Intorno alle antichit romane
sogliono premettere alcune cose pi memorabili di Martino Polacco, Cronicista
dei Pontefici e deglimperatori, specialmente nei codici ma- noscritti. Quelle
poi che trovansi aggiunte come tratte da Eutropio e da Svetonio, falsamente
vengono loro attribuite. ir Al di sopra della mela di questa colonna Giulia vi
sono scolpili questi due versi: Ingenio Buzeta tuo bis quinque puellae Appositi
s manibus itane erexere columnam. Plinio {Hi storia Nat..), e Svetonio (nella
Vita di Claudio) dimostrano apertamente che lin- signe obelisco sia stalo
trasportato dallEgitto a Roma per comando di Cajo Caligola ; e in sguito, mes-
sa a fondo da Claudio nella costruzione del porto di Ostia la nave su cui era
stato trasportato, la pi me- ravigliosa di quante mai si fossero vedute solcar
ma- ri, il medesimo sia stato collocalo nel circo di Ne- rone ; ned da entrare in forse che il medesimo, fregiato
di quella cospicua iscrizione ne due lati, non sia quello stesso che sempre fu
tenuto per lobelisco vaticano. Di questo attestano tutti gli scrittori pi
accreditati, che non sia mai stato mosso da dove per la prima volta fu
inalzato, n in alcun tempo atter- rato, fino a tanto che, volendolo Sisto V.
Pont. Massimo, trasportato dal luogo, dove pri- ma era posto, mediante un
congegno di macchine maravigliose di Domenico Fontana del contado di Campo
Novocomese, nella piazza di S. Pietro, dove al giorno doggi si trova. Di tanto
unanimemente ne stanno mallevadori in particolar modo Decembrio, Poggio
Fiorentino, Vegio, Alberiino, Bargeo, Panvinio, Marliano, Pigafelta, Palladio,
Gamuccio, Mercato, Nardinio, Kirhero, Fontana, Bellorio, Fontana, Bonanno,
Bandinio, Milizia, Cancellieri, Winckelmanno, Fea, Zoega; lultimo dei quali,
che ci da unopera perfettissima sopra gli obelischi, impressa a Roma, come a
nome di tutti gli altri scrisse di quello con facondia. Questo dei romani
obelischi il solo superstite alle rovine della citt, si tenne in piedi nel
Circo vaticano fino a tanto che larchitetto Fontana, per comando di Sisto
Pontefice Massimo, lo trasfer nella piazza di S. Pietro. Quindi non da prestarsi credenza a Ciampinio, a
Molineto, a Vitlorellio, a Ficoronio, a Marangonio, a Guattanio, e a pochi
altri, i quali affermarono che il medesimo era di gi abbattuto e steso al suolo
allorch si fece la sua traslocazione sotto il Pontefice Sisto V. Tuttavia,
giudice e testimonio D., ora ci si para innanzi all impensata il distico da
tempo scolpito sopra l obelisco, dal quale non fuori di propo- sito n lecito far congettura eh esso avesse
incontrata cogli altri la stessa sorte, e poscia nel medesimo sito, dove
dapprima era posto, sia stato di bel nuovo inalzato ; ovvero, se non fu ritrovato
intiera- mente abbattuto e steso a terra, fosse almeno cos piegato, che il suo
inalzamcnto si avesse a tenere in conto non altrimenti che di fatto assai
meraviglioso, e da tramandarsi con lode alla memoria dei posteri per mezzo d un
monumento cospicuo cesellalo a Roma; al quale in sguito, come sar a vedersi
dalle cose che qui sotto si diranno, se ne aggiunse un altro di simile a Pisa.
Per verit, tostoch lesesi questo distico, ci ricorre alla memoria quel
tetrastico sopra quella grandissima mole di marmo, tradotta per mare ed
inalzata dalle mani di dieci fanciulle, per il sommo ingegno del chiarissimo
architetto Buscheto; il quale tetrastico si vede scolpito nel medesimo tempo
sopra il di lui sepolcro, che fronteggia il tempio maggiore di Pisa, e parla
cos, Quod vix mille boum possent juga junctn movere, Et fuod, vix poluil per
mare ferve ralis, Busketi iiisu, quod crat mirabile vini, Dena puellarum turba
levabai onus. Del qual tetrastico, siccome
noto, furono fatte tante e cos scipite interpretazioni, che il fatto
delle dieci fanciulle si spacci per una favola ; quasi che quelle parole non si
potessero applicare all inalzamene della gran mole, portato a termine per opera
di Buscheto con tale perfezione, che dieci donzelle colle sole loro mani
sarebbero state da tanto a quellimpresa, e che a loro in certa guisa sembrasse
do- versi attribuire la grande erezione. Pare che P opinione popolare abbia
condotto in errore tutti coloro che di questo fatto hanno discorso per iscritto
; cio che il contenuto in quei quattro versi accennasse alle macchine costrutte
da Buscheto nella fabbrica del tempio pisano ; perch il medesimo, ma in altri
versi, vi si leggeva in lode di Buscheto sulla facciata di quel tempio. Per
quanto poi si sa, nessuno avrebbe sospettato se sia da intendersi lo stesso
intorno al lavoro eseguito in Roma. Se non che quelli che giudicano
imparzialmente defatti, e sono di parere che P obelisco nel medio-evo sia stato
atterralo, e poco dopo novamente inalzato da Buschelo, sembra ci possano fare
senza taccia di errore, se specialmente considerino che tutti quegli aggiunti,
rappresentati ab antico colle stesse parole intorno al trasporto dell obelisco
sopra una nave duna meravigliosa grandezza, e la maniera stessa adoperata nel
suo secondo inalzamento, acqui- stano insieme chiarezza e fede ; altrimenti non
veggo quello che se ne possa dire di vero e di ragionevole su questo fatto. Che
lobelisco sia stato fermo in piedi presso la Cappella della Basilica Vaticana,
nel qual luogo sino dal principio era stato posto, chiaro dalla Bolla di Leone, per Li quale
viene confermato il fondo ai Canonici della Basilica medesima, nel cui terzo
lato (disse) corre un'altra via dall'aguglia che si nomina sepolcro di GIULIO
(si veda) Cesare; colla qual denominazione sol- tanto apparisce sia stato in
uso nel medio-evo d indi- carsi questo monumento (Collezione delle Bolle della
Basilica Vaticana di Roma. Tennero dietro quei lagrimevoli tempi, nequali per
la discordia di Enrico e Gregorio, che tra loro si combattevano, tocc a Roma di
patire moltissime calamit, nonch assedj, incendj, smantel- lamenti e
distruzioni di fabbriche anche in quella parte che si chiamava Citt Leonina, in
cui stava lobelisco: le quali cose tulle noi leggiamo testimo- niate
publicanienle da scrittori di quellet, c di gi scritte da storici accurati d
Italia di tempo posterio- re nei loro divulgati lavori, senza che mai ne accada
per avventura di vedere da essi fatta alcuna menzione dell obelisco ; onde
sorge qualche probabilit, che ad esso pure sia toccata in quel tempo la
medesima disgrazia dessere rovesciato. Questo certamente cade ora in taglio di
osservare, che niuno di quelli dequali abbiamo gli scritti circa le antichit di
Roma, o di quelli de quali abbiamo le collezioni da gran tempo date in luce
delle antiche iscrizioni, ha fatto mai cenno del distico intorno a Buscheto;
non pure eccet- tuato lo stesso Petrarca, che sappiamo aver egli stu-
diosamente esaminato gli antichi monumenti, e dellobelisco aver fatto parola
soltanto secondo la voce del popolo ( Epislol familiares, edit. Genev.). Noi
pertanto andiamo debitori al Dondi, siccome a quello che forse primo di tutti
ci diede una giusta conoscenza del tetrastico pisano, e la notizia della mole
insigne ultimamente alzata in Roma, la quale
di moltissimo vantaggio per far conoscere la storia delle arti
meccaniche del medio- evo in Italia : soggetto di un voluminoso ed utilissimo
scritto. Un silenzio cos durevole ed universale non pu essere di certo a molti
senza ammirazione ; ma ove essi considerino che l obelisco di bel nuovo
inalzato era stato a cielo scoperto bersaglio delle ingiurie dei tempi per il
giro di quasi tre secoli avanti D,, e che mostrava quel distico a lettere
sfuggevoli, sebbene ab antico scolpite, difficili alla lettura per la
sconvenienza del sito, talch siasi preso Buzeta per Buscheto ; e che finalmente
nel secolo XV. le medesime erano del tutto scomparse, non avranno pi luogo s
fatte meraviglie. Senza dubio Decembrio Opera ripiena di scelta erudizione e
poco conosciuta, scritta circa la met di quel tempo, intitolata hibri selle di
polizia letteraria, c data ai tipi in Augusta, ce lo rappresenta tanto ridotto
a mal termine, che non dee fare stupore sia esso sfuggito acuriosi indagatori
degli antichi monumenti, ed abbia indottoVeronese a parlare in tal foggia. Quel
lato eh posto a Mez- zogiorno viene corroso ogni d pi dai continui
vapori dell Austro e dalle procelle ; e i geometri e glarchitetti tutti del
nostro tempo ne trovarono tanto di logoro, che ritengono sia scemato da imo a
sommo quasi duecento libre. E il Bembo nel Dialogo ad Ercole Strozio intorno la
zan- zara di Virgilio e le favole di Terenzio, impresso la prima volta a
Venezia con altre sue Operette, mette in bocca a Barbaro Ermolao questi delti.
Appena si pu descrivere a parole la grave colpa
che hanno i Romani per quell obelisco vaticano, i quali, quasi
invidiando che sopravivesse una qualche opera alla nostra et, cui lunghezza di
anni o durata di tempo non valesse a
distruggere, adoperarono s che fosse quasi tolto alla publica vista per mezzo di ammonticchiati rottami e murate
easupole. Ma che D. si abbia procurato colle osservazioni sulle romane antichit
cognizioni per dare a buon diritto lodi secondo le azioni, n prova la Letlera diciottesima a Paganino
Sala, decoralo poco in- nanzi della dignit di Cavalliere : nella quale difende
che la scienza delle leggi da tenersi in
maggiore estimazione che larte militare, scrivendo: Che il senato e il popolo romano avessero
operato secondo questo parere di CICERONE, lo attestano alcune facciate, le
quali sino al giorno d oggi si conservano nella citt scolpite in marmo, alcune
delle quali, ) n m inganna la mia memoria, ho lette io stesso, dove vengono anteposti in ordine di scrittura
gluomini famosi in pace per consiglio a quelli che travagliarono nella guerra.
A piedi della rupcTarpa si conserva uno splendido arco trionfale di marmo, che tiene inscritti due grandi uomini,
vale a dire Lucio Settimio e Marco
Aurelio, sopra cui dopo una lunga serie
si offrono a lettera alcune cose in
proposito, le quali, tienle a mente, sono
queste: Ob rem publicam restitulam itnperiuinque populi romani propagatimi insignibus
virlutibus eorum domi forisque. Ecco preferirsi il publico interesse consolidato per senno alla conquista
dellimperio, e i grandi in pace a grandi
in guerra, quantunque senza dubio l una
e l altra sia cosa gloriosa. Cos il
titolo di Dottore avuto per scienza in Diritto civile, colla quale si
amministrano bene in pace i publici
affari, si giudica doversi anteporre al titolo
di Condoiliere d'eserciti, colle armi de' quali si gover- ni nano le
cose al di fuori. Posciach D. ebbe
osservate le rovine della romana antichit, nella Let- tera duodecima al frate
Guglielmo da Cremona ne scriveva in tal modo, Quantunque poche ne sieno rimaste
delle opere degli antichi ingegni, pure se alcune qua e l se ne conservano,
vengono ricerca- te, esaminate, e tenute
in gran pregio dagli appassionati in tal genere; e se vorrai mettere a para- gone queste dei giorni nostri con quelle, ti
sar chiaro come gli autori di quelle
sieno stati pi avvantaggiati dalla natura e dall ingegno, e pi dotti nel magistero dellarte. Parlo di edifizj
antichi, di statue, di sculture, e
daltre cose di simil fatta, alcune delle quali, con diligenza osservate dagli
artelici di questa et, li fanno dare nelle meraviglie. Nella qual Lettera
stessa, dopo di avere trattato dif- fusamente sulla eccellenza degli antichi,
aggiunse anche le seguenti cose, spettanti allo studio degli anti- clii
monumenti. Io avrei credulo che tu ti avessi occupato con piacere a leggere di
quando in quando scritti di tale specie, o almeno alcuni dei principali tra
essi, ed in quelli ne avessi considerato in > molte parti, non senza
stupore, i costumi e le azioni dei tempi andati: perch se vorrai con giustizia raffrontare quelli con questi che di presente
conosciamo, sarai costretto a confessare che la giustizia, il valore, la
temperanza e la prudenza hanno avuto
certamente un seggio luminoso nei loro animi, e dall impulso di quelle virt si hanno
procacciato alcun che di magnifico a
gran lunga superiore alle pi larghe
mercedi. Del resto, prova di ci sono
quelle cose che, ordinate una volta per onorare gloriose intraprese, durano ancora nella citt
di Roma. Conciossiach sebbene molle e delle pi preziose ne abbia mandalo a male
il tempo, e di alcune sieno mostrate
soltanto le rovine, che ci presen- ti tano alcune tracce di ci che per lo
innanzi erano; tuttavia quelle poche e a meraviglia stupende che ne restano,
sono pi che bastanti onde fare testimonianza che coloro i quali le decretarono,
non poteano essere che dotati di somma virt, e che coloro aquali venivano
dedicate ad eterna ed onorevole ricordanza doveano avere operato gesta
magnanime e strepitose. Voglio dire statue che, fuse in bronzo o scolpite in
marmo, durarono fino al giorno d oggi ; e mollissimi pezzi sflagellati a torli
ra, ed archi trionfali di pietra di gran lavoro, e co- li lonne storiate di
memorabili imprese, ed altre cose moltissime di tal genere, messe alla vista di
tutti onde onorare personaggi illustri o per avere stalibilita la pace, o
scampata la patria da sovrastante
pericolo, o disteso il dominio sulle vinte nazioni. E siccome mi
sovviene eli io vi leggeva con molto mio compiacimento, cos voglio sperare che
tu pul re, passandovi sopra qualche fiala, le avrai considerale, e fatto
sovresse alcun segno di meraviglia, ed avrai detto per avventura teco stesso:
Queste per fermo sono prova d uomini grandi. Resta che a fornire lelogio di D.
io lo dimostri anche amante dello studio poetico, onde sia manifesto com egli
abbia occupato un luogo cospicuo fra i Medici del suo tempo. Anche i meno
esperti di tali cose sapranno che delle sue composizioni italiane una sola ne
fu data alle stampe, indirizzata a PETRARCA (si veda), la quale con altre dello
stesso autore suolsi vedere congiunta, e ne fu fatta memoria nel Dizionario
degli Academici Fiorentini della Crusca. Ma nel codice manoscritto, di cui sul
principio ho fatta menzione, se ne leggono quaranta del genere di quelle che
con vulgare vocabolo invalso chiamare
Sonetti. Queste trattano di varj argomenti, e specialmente dell amore alla
virt, della malvagit dei costumi del suo tempo, della lode e del biasimo di
alcuni Principi allora regnanti, di citt vedute nel suo viaggio per Roma, di
risposte ad amici; e di amorose assai poche, ben diversamente da quello che
portail suo secolo. Le poesie volgari du D. furono scritte a PETRARCA (si
veda), e a quelli amatori delle Muse che a lui erano legati in istrelta
amicizia ; cio a Broaspitia veronese, a Vanozzi, a Melchiore e Benedetto
parimente veronesi, a Pace padovano, al frate Guglielmo da Cremona, a Giovanni
di Venezia suo condiscepolo, a Campo, e Castellione Aretino. D. visitando la
tomba del Petrarca in Arqu scrisse forse il primo di tutti su tale argomento
una composizione, imitato poscia da uomini dotti dogni nazione e d ogni tempo ;
cosicch coll andare degli anni io ho raccolto versi in gran copia sopra questo
soggetto, i quali potrebbero uscire in luce con generale approvazione. La
poesia usata da D, non sempre sciolta e
facile; tuttavia fornita di gravit e di
eleganza: gli piaque di framischiare sovente versi latini ai volgari, come
sappiamo su IP esempio degli antichi poeti es- sersi usalo fare da alcuni
moderai con vano sforzo. Nella sua giovinezza atlendeva con piacere a
verseggiare, come scrive a Guglielmo da Cremona: Gi nella vaga elade de
primanni Mi piaque udir e dir talvolta in rima, Bench con grosso stile e rude
lima: Poi che lalma vestir di miglior panni Mi piaque pi, perchio conobbi i
danni Dei persi di, lasciai la via di prima. Prendendo quel che piu prezzo si
stima Con maggior cura e studiosi affanni. I codici scritti a penna assai di
rado ci offrono versi di D., ed io ne ho veduti se non pochissimi in due
soltanto: uno de quali trovasi nella Biblioteca del Seminario di Padova, un
tempo posseduto dal Facciolati ; l altro squarcialo, e mal difeso dalle in-
giurie dei tempi, fu da me rinvenuto poco fa nellul- tima stanza della Basilica
di S. Marco in Venezia, e portato nella Biblioteca regia : il perch non dee parere
fuori di ragione eli io ponga qui appiedi di que- sta Lettera, come per saggio,
sei componimenti volgari di esso Dondi. Da tutto il fin qui detto risulta, che
presso i giusti estimatori deglingegni il Dondi and fornito di tanta e s
svariata dottrina, che vha onde tenerlo del tutto eccellente fra i pochi periti
in Medicina del suo secolo, e che perci non ho gettato inutilmente il tempo e
la fatica nel farlo riconoscere per tale. Venezia, Sel veder torto del vostro
Giovanni Mira la region terrestre ed ima. La gente ricercando in ogni clima,
Ebrei, LATINI, Greci ed Alemanni, Regni comuni, e sudditi atiranni; Al mal son
pronti, e per quel si sublima, Spenta
virt, e la fortuna opima Col vizio sta su gloriosi scanni. Ito il tempo che fu col buon Augusto, Rari son
quei che per virt guadagna; Astuzia e frodo regna con bugia. A cui dunque direm
del calle angusto, Per qual si va con la virt compagna? Degno del mal cos lagnarsi pria. Oli puzza
abbominabil di costumi! Oli maledetti d di nostra etade! Oli gente umana senza
umanitade! Pi che senza splendor oscuri fumi! Convien che l mondo in breve si
consumi. Poich giustizia ed innocenza cade; E sol quellarte e studio par che
aggrade. Per qual lun laltro offenda, inganni e schiumi. Qual cieli
infortunati, qual figure. Qual mimiche stelle o gravi segni In ogni nostro ben
or s disperso? Quanto beate fur pi le nature Nellimperio d Augusto, quando
ingegni, Virtute e pace ebbe lUniverso! Cantra insolenliam Fenetorum
inferentium guarani Amino Paduae. Se la gran Babilonia fu superba, Troja,
Cartago, e la mirabil Roma, Che ancor si vede, e quell altre si noma. Ma dove
sletler pria stan selve ed erba; E se altra possa fu mai tanto acerba A metter
sopra altrui gravosa soma. Tutte san gi quantogni orgoglio doma Al fin colei
clic a s vendetta serba. Per qualunque
maggior signoria Dovrebbe rifrenar con pi misura Fraterna di giustizia
sua potenza; Di aver con suoi minor consorte pia. Non arrogante, ingiuriosa e
dura, E temer sopra s dal Ciel sentenza. Cum visitasset sejiulchrum Domini
Fraudici PelrarcUae in A rquada. Ilei sommo cielo con eterna vita Gode P alma
felice tua, PETRARCA; Quindi di sodo sasso in nobil arca La terrena caduca
parte uscita. La fama del tuo nome gi gradita Sonando va con gloriosa BARCA la barca di PETRARCA --, Di vera lode e dogni
pregio carca, Per lUniverso in ogni canto udita. Nelle scritte sentenze tue si
vede La gentilezza dellingegno divo, E qual sii stato in cattolica fede. For
chi anco tama non privo Ancor di te; c
chi morto li crede Erra, chor vivi e sempre sarai vivo. Y. Joannes ile Domiti
socio et eoiuliscipulo tuo Joanni de Fenetiis studenti in Medicina, qui
tcripseral eidem quondam tmlgares rhythmos. Le tue parole mi par belle tanto, E
s bene ordinate tutte quante. Qual se dette le avesse o Guido o DANTE ALIGHIERI
(si veda), Ovvero esaminate in ogni canto. Per quando fra me mi penso alquanto,
Parmi che tu non sei molto distante Da color che tu imiti, buon rimante, E che
han vestito di quellarte il manto. Ondio ti prego che scrivi talvolta, S che
svegli il mio piccol ingegno, Per te sottratto dalla turba stolta. Onor ti
render, che sei ben degno. Pi chel fanciul al maestro chascolta. Guardando a te
col balestriere <0 al segno. Cos il codice. Dica contra chi vuol: il saper
vale Pi che il folle ardimento, cd ogni schiera Produrr a torto quantunque sua
fiera: Per ragion giusta, dee terminar male. E chi per van conforto daltrui
sale Oltra quel che convien a sua maniera. Degno che non governi ben bandiera, N ben cavalchi
alcun sotto sue ale. Adunque imprenda pria quei che non sanno, E non ardisca
saltar di leggieri; Contra salza a baldezza di vesciche. Ch chi corrente ha pi volle le fiche, E scaccomato
in mezzo il tavolieri, S chei riporta la vergogna e l danno..tK*rCP odiatene di
oti 300 esemplati. BUSCHETO di Isa Belli Barsali - Dizionario Biografico degli
Italiani - Pubblicit BUSCHETO (Busketus, Buschetto, Boschetto). - Si ignorano
l'origine e gli estremi biografici di questo architetto attivo a Pisa tra il
terzo venticinquennio del sec. XI e i primi del XII. Compare in due soli
documenti certi (pubblicati dal Pecchiai), e come operarius di S. Maria. l'ideatore del progetto della cattedrale
pisana e come tale infatti ricordato ed
esaltato, nel paragone con Ulisse e con Dedalo, nell'iscrizione che si legge
sulla sua tomba collocata nella prima arcata a sinistra della attuale facciata
(trasferitavi da quella primitiva): "Non habet exemplum niveo de marmore
templum. Quod fit Busketi prorsus ab ingenio. Una pi tarda iscrizione
elogiativa aggiunta sul sarcofago in occasione del trasferimento della tomba
dalla vecchia alla nuova facciata (al tempo cio dell'architetto di
quest'ultima, Rainaldo) esalta del B. soprattutto le capacit tecniche:
"Quod vix mille boum possent iuga iuncta movere / Et quod vix potuit per
mare ferre ratis / Busketi nisu quod erat mirabile visu Dena puellarum turba
levabat onus. Accenti assai simili aveva un'epigrafe romana, ora scomparsa,
trascritta da G. Dondi, che celebrava un "Buzeta" per aver nuovamente
eretto l'obelisco nel circo neroniano: "Ingenio Buzeta tuo bis quinque
puellae / appositis manibus hanc erexere columnam". Questa somiglianza di
tono nelle due epigrafi, pisana e romana, indusse il Morelli a proporre
l'identificazione di "Buzeta" con Buscheto. Non risulta certo che sia
da identificare con il B. che compare in due atti della canonica del duomo di
Pistoia (L. Chiappelli, Storia di Pistoia..., Pistoia). Per altre ipotesi (B.
del fu Giovanni giudice dei signori di Ripafratta, Monini), basate su documenti
presunti o per documenti (Pecchiai) poinon rintracciati, si veda Scalia. I
lavori della cattedrale pisana, iniziati nel 1063 al tempo del vescovo Guido da
Pavia, proseguirono, sostenuti da donazioni, tra cui quelle di Enrico IV e
della contessa Matilde. Gelasio consacra la cattedrale, forse non ancora del
tutto compiuta. Dopo questa data, l'edificio venne ampliato con il
prolungamento a ovest del corpo longitudinale della chiesa, di circa quindici
metri, che port di conseguenza alla costruzione dell'attuale facciata (per il
Sanpaoles. Per le fondazioni della prima facciata si veda Bacci).
L'individuazione, ovviamente fondamentale, dell'attivit di B. nella parte pi
antica del duomo, ha avuto un lungo iter critico. Alla luce degli studi
recenti da credere che il B. progettasse
e iniziasse la costruzione in et ancor giovane, proseguendone poi la fabbrica
fino al primo decennio del sec. XII. Molte ipotesi sono state avanzate sui
tempi e i modi della fabbrica del duomo durante la direzione di Buscheto
(Dehio-von Bezold; Salmi, 1938;Sanpaolesi). Una documentazione indiretta aiuta
solo parzialmente. Accettando l'ipotesi del Burger, che l'epigrafe con data
1085 murata sulla porta della pieve nuova di S. Maria del Giudice (Lucca) vada
riferita al completamento dell'abside di questa chiesa - anteriore
stilisticamente alla sua facciata - il1085verrebbe ad essere anno ante quem per
il completamento di una parte dei lavori al duomo pisano attribuibili a B.,
dato il rapporto esistente tra il duomo di Pisa e l'abside della pieve nuova di
S. Maria del Giudice: la chiesa del contado lucchese sarebbe anche il pi antico
edificio derivato dalla cattedrale pisana. I forti pilastri interni
all'incrocio del transetto delineano le dimensioni della cupola e autorizzano a
ritenere che B. progettasse anche questa parte (Sanpaolesi), anche se poi possibile che i lavori si protraessero. La
cupola originaria - poggiante su un tamburo con monofore ad archetto e su
trombe coniche venute in luce durante i restauri del secondo dopoguerra -
indica rapporti con l'architettura del Mediterraneo orientale e della Sicilia.
Un problema aperto quello della forma
della facciata di B., forse gi compiuta nel 1118 quando fu consacrata la
chiesa, certo gi esistente quando nella chiesa fu tenuto un concilio, e
disfatta probabilmente dopo la costruzione della nuova. Ipotesi ricostruttive
possono trovare appoggio nell'esame analitico e comparativo di alcune facciate
di chiese pisane (S. Frediano di Pisa, la pieve di Calci gi aperta al culto, la
pieve di Vicopisano) e lucchesi (le due pievi di S. Maria del Giudice), tutte
in contatto con la cattedrale pisana. Queste facciate mostrano una ricorrente
tipologia ad archi ciechi su due ordini, che si presenta in logico e armonioso
rapporto con quella soluzione ad archi ciechi che compare nei fianchi del duomo
di Pisa. Il linguaggio di B. non certo
riconducibile ad una tradizione locale, ed
estremamente colto. Accettando l'ipotesi di identificazione con il Buzeta
dell'iscrizione romana, il soggiorno a Roma illuminerebbe sul sottofondo classico
della sua cultura: l'impianto dell'edificio e i grandi colonnati basilicali, i
capitelli foggiati ad imitazione dell'antico, la quasi completa assenza di
decorazioni figurate rivelano infatti la conoscenza e lo studio delle opere
romane; significativo che anche il
neoclassico Milizia ne notasse "le proporzioni del tutto non...
spregevoli" e la sodezza. Nello stesso tempo B. a conoscenza dell'architettura lombarda e
dell'architettura orientale, dalla bizantina all'araba. Contatti e rapporti
culturali sono d'altronde superati in una unitaria visione di grande respiro,
che fa di B. uno dei massimi architetti. La cattedrale pisana capostipite del romanico pisano. All'opera di
B. e del suo continuatore Rainaldo si rifece non solo la generazione a loro pi
vicina, ma una folta scuola, estesasi nella Lucchesia, nel territorio
fiorentino, e nelle zone politicamente o commercialmente in rapporto con Pisa
(in Sardegna e in Puglia), scuola che ne mantenne alcuni tratti essenziali, pur
modificandosi nel tempo e nei diversi centri. Fonti e Bibl.: B. Maragone,
Annales pisani, in Rerum Italic. Script., a cura di Gentile; Sardo, Cronaca
pisana, a cura di Banti, Roma, D., ITER ROMANVM, in CODICE TOPOGRAFICO DELLA
CITTA DI ROMA, cur. Valentini-G. Zucchetti, IV, Roma, Milizia, Mem. degli
architetti antichi e moderni, Parma; Morrona, Pisa illustrata, Pisa, Morelli,
Operette, Venezia; Grassi, Descriz. Stor.-artistica di Pisa, Pisa, Parte
storica; Parte artistica; Fleury, Les monuments de Pise au Moyen Age, Paris,
Rossi, Inscriptiones christianae Urbis Romae, I, Romae, Dehio-Bezold, Die
kirchliche Baukunst des Abendlandes, I, Stuttgart, Monini, B. pisano, Pisa; P.
Schubring, Pisa, Leipzig Venturi, Storia dell'arte italiana, Milano; J. B.
Supino, Arte pisana, Firenze, Pecchiai, L'opera della Primaziale pisana, Pisa,
Papini, Pisa, I, Roma, La costr. del duomo di Pisa, in L'Arte, Bacci, Le
fondaz. della facciata nel duomo di Pisa, in Il Marzocco, Tronci, Il duomo di
Pisa, cur. Bacci, Pisa; M. Hauttmann, Die Kunst des frhen Mittelalters, Berlin,
Salmi, L'architettura romanica in Toscana, Milano-Roma, Toesca, Il Medioevo, I,
Torino, Guyer, Der Dom zu Pisa und das Rtsel seiner Entstehung, in Mnchner
Jahrbuch der bildenden Kunst, Salmi, La genesi del duomo di Pisa, in Boll.
d'arte, Thmmler, Die Baukunst in Italien, in Rmisches Jahrbuch fr
Kunstgeschichte, Ragghianti, Architettura lucchese e architettura pisana, in
Critica d'arte, Burger, L'architettura romanica in Lucchesia e i suoi rapporti
con Pisa, in Atti del Seminario di storia dell'arte, Pisa-Viareggio,
Sanpaolesi, La facciata della cattedrale di Pisa, in Riv. dell'Ist. d'archeol.
e storia dell'arte, Il restauro delle strutture della cupola della cattedrale
di Pisa,in Boll. d'arte, Burger, Osservazioni sulla storia della costruzione
del duomo di Pisa, in Critica d'arte; Barsotti, B. e Rainaldo, in Cattedrale di
Pisa (catal. della mostra), Pisa, Delogu, Pistoia e la Sardegna
nell'architettura romanica, in I Convegnointernaz. di storia e arte,Pistoia
Scalia, Ancora intorno all'epigrafe sulla fondazione del duomo pisano, in A G.
Ermini, Spoleto, Thieme-F. Becker, Knstlerlexikon, s.v. Busketus. Circo di
Nerone Circo scomparso della Roma antica Circo di Nerone (o Vaticano) Sito
archeologico Roma Nero Circus Ricostruzione del Circo di Nerone in un disegno
di Pietro Santi Bartoli Civilt Civilt romana Utilizzo Circo Localizzazione
Stato Citt del Vaticano Mappa di localizzazione Il circo di Nerone era un
impianto per spettacoli dell'antica Roma lungo 540 metri e largo circa 100, che
sorgeva nel luogo dove oggi si trova la basilica di San Pietro in Vaticano, in
una valle che correva da dove si trova la parte sinistra della basilica fino
quasi ad arrivare al Tevere. L'area dei Carceres, da dove partivano le bighe,
era situata nel punto dal quale la Via del Sant'Uffizio lascia piazza Pio XI,
mentre quella del lato curvo va rintracciata qualche decina di metri dopo
l'abside della basilica di San Pietro. StoriaModifica L'opera, iniziata da
Caligola e completata da Nerone, era stata costruita all'interno della villa di
Agrippina Maggiore, villa che alla morte della madre di Caligola pass in eredit
a Nerone. Nel circo privato dell'imperatore si tenevano corse di cavalli, bighe
e quadrighe, molto popolari a Roma, tanto che in alcune occasioni l'imperatore,
che normalmente vi assisteva solo con la sua corte, fece aprire le porte del
circo al popolo romano. probabile che
l'impianto non dovesse contenere pi di 20.000 spettatori. Qui ebbero luogo,
forse per la vicinanza all'adiacente necropoli, alcune esecuzioni dei cristiani
giudicati colpevoli di aver causato il grande incendio di Roma. Nerone, secondo
Tacito, aggiunse lo scherno al supplizio. Come avvolgere gli uomini con pelli
di animali perch fossero dilaniate dai cani, o inchiodarli alle croci, o destinarli
al rogo come fiaccole, che illuminassero l'oscurit al termine del giorno.
Nerone aveva offerto i suoi giardini per lo spettacolo, e vi aveva organizzato
giochi circensi, mescolandosi alla folla in abito d'auriga o guidando un carro
da corsa. In tal modo si aveva piet di quei condannati, bench colpevoli e
meritevoli del supplizio, perch venivano sacrificati non per l'utilit pubblica
ma per la crudelt di uno solo.[1] Il circo fu abbandonato gi verso la met del
II secolo d.C. e l'area fu suddivisa e assegnata in concessione ai privati per
la costruzione di tombe appartenenti alla necropoli. Tuttavia pare che fino al
1450 ne sopravvivessero ancora molti resti, distrutti con la costruzione della
nuova basilica vaticana. L'obelisco, che era posto al centro della spina del
circo, era stato per volere di Caligola trasportato fin qui da Eliopoli, dove
si trovava nel Forum Iulii. Qui rimase fino a che papa Sisto V lo fece spostare
al centro di Piazza San Pietro. L'area dove sorgeva anticamente il Circo di
Nerone. Publio Cornelio Tacito, ''Annales, Basilica di San Pietro in Vaticano
Via Cornelia Altri progettiModifica Collabora a Wikimedia Commons Wikimedia
Commons contiene immagini o altri file su circo di Nerone. Portale Antica Roma Portale
Architettura Portale Roma Necropoli vaticana Ager Vaticanus Via Cornelia Strada
romana antica Wikipedia Il contenutoGrice: I thought it was a good idea of the
Anglo-Normans to retain the Anglo-Saxon idea of time (as stretch a rather English root cf. German zeit, our tide --, and borrow from
Latin, tempus, which gives us temporary, as I use in my Personal Identity,but
also tense This tense is better than by
vice/vyse, since vice and vyse are both cognate with violence. But tense and
tense are not. One is cognate with Latin tension. The other is just a
mispronounciation of Fremch temps, Latin/Roman tempus So as Cicero would have it, its tempus we
should care about! -- Giovanni Dondi dallOrologio. Giovanni De Dondi. Dondi.
Keywords: lastrarium, Leibnizs Law, time-relative identity, total temporary
state (Grice: Im thinking of Hitler); Wiggins, Myro, The Grice-Myro Theory of
Identity, sameness and substance, Mellor, filosofia del tempo, Prior, Creswell,
Mellor logica cronologica, tense logic
tense implicature -- iter romanorum. Refs:
Luigi Speranza, Grice e Dondi The
Swimming-Pool Library. Dondi.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Dorfles:
la ragione convversazionale e l’implicatura conversazionale del kitsch – scuola di Trieste – filosofia
friuliese -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Trieste). Filosofo trestino. Filosofo
friulese. Filosofo italiano. Trieste, Friuli – Venezia Giulia. Grice: “Must say my favourite Dorfles is his
‘artificio e natura,’ on the doryphoros!”. Nato a Trieste nell'allora
Austria-Ungheria da padre goriziano di origine ebraica e madre genovese, si
laurea a Trieste. Si dedica allo studio della pittura, dell'estetica e in
generale delle arti. La conoscenza dell'antroposofia di Steiner, acquisita grazie
alla partecipazione a un ciclo di conferenze a Dornach, orienta la sua arte
pittorica verso il misticismo, denotando una vicinanza più ai temi dominanti
dell'area mitteleuropea che a quelli propri della pittura italiana
coeva. Isegna a Milano, Cagliari e Trieste. Fonda il Movimento per l’Arte
Concreta (vs. arte astratta). del quale contribuì a precisare le posizioni
attraverso una prolifica produzione di articoli, saggi e manifesti artistici. Prende
parte a numerose mostre in Italia e all'estero: espone i suoi dipinti alla
Libreria Salto di Milano e in numerose collettive, tra le quali la mostra alla
Galleria Bompiani di Milano, l'esposizione itinerante, e la grande mostra
"Esperimenti di sintesi delle arti", svoltasi nella Galleria del
Fiore di Milano. Risulta componente di una sezione italiana del gruppo
ESPACE. Diede il suo contributo alla realizzazione dell'Associazione per il Disegno
Industriale. Si dedica quindi in maniera pressoché esclusiva all'attività
critica. Con la personale presso lo Studio Marconi di Milano, torna a rendere
pubblica la propria produzione pittorica. L'arte non prescinde dal tempo per
esprimere semplicemente lo spirito della Storia universale, bensì è connessa al
ruolo delle mode e a tutti gli ambiti del gusto. Considerevole è stato il suo
contributo allo sviluppo dell'estetica italiana, a partire dal Discorso tecnico
delle arti, cui hanno fatto seguito tra gli altri Il divenire delle arti e
Nuovi riti, nuovi miti. Nelle sue indagini critiche sull'arte contemporanea si
è sovente soffermato ad analizzare l'aspetto socio-antropologico del fenomeno
estetico e culturale, facendo ricorso anche agli strumenti della linguistica. È
autore di numerose monografie su artisti di varie epoche (Bosch, Dürer,
Feininger, Wols, Scialoja). Pubblicato due volumi dedicati all'architettura
(Barocco nell'architettura moderna, L'architettura moderna) e un famoso saggio
sul disegno industriale (Il disegno industriale e la sua estetica). è il
primo a vedere tendenze barocche nell'arte moderna (il concetto di neobarocco
sarà poi concettualizzato da Calabrese) riferendole all'architettura moderna
in: Barocco nell'architettura moderna. Contribuisce al Manifesto
dell'antilibro, presentato ad Acquasanta, in cui esprime la valenza artistica e
comunicativa dell'editoria di qualità e il ruolo del lettore come artista. A
Genova si occupa anche del lavoro di Costa. Partecipa alla presentazione del
libro Materia Immateriale, biografia di Costa, Miriam Cristaldi, di cui Dorfles
ha scritto la prefazione. L'editore Castelvecchi ha pubblicato Horror Pleni. La
(in)civiltà del rumore, in cui analizza come la scoria massmediatica ha
soppiantato le attività culturali; Conformisti e Fatti e Fattoidi. Pubblica un
inedito d'eccezione, “Arte e comunicazione”, in cui mette la teoria alla prova
con alcune applicazioni concrete particolarmente rilevanti e problematiche come
il cinema, la fotografia, l'architettura. è uscito Irritazioni: un'analisi
del costume contemporaneo, uscito nella collana Le navi dell'editore Castelvecchi.
Con la sua ironia ha raccolto le prove della sua inconciliabilità con i tempi
che corrono. Nel saggio c'è una critica sarcastica e corrosiva all'attuale iperconsumismo.
NComunicarte Edizioni, pubblica 99+1 risposte di Dorfles nella collana Carte
Comuni. Un'intervista "lunga un secolo" con la quale il critico
ripercorre la sua vita e alcuni incontri d'eccezione: da ISvevo a Warhol, da
Castelli a Fini. La Triennale di Milano ospita la mostra "Vitriol,
disegni" Colonetti e Sansone; V. I. T. R. I. O. L. è un simbolo alchemico, acronimo del motto
rosa-crociano “Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultum
Lapidem”. Assieme ad artisti e autori come Anceschi, Enrico Baj, Marchesi,
Mulas e Niccolai, partecipa al numero quattordici di BAU.. Muor e a
Milano, nella sua casa di piazzale Lavater. Zio di Piero Dorfles, critico
letterario della trasmissione televisiva Per un pugno di libri (il padre di
Piero, Giorgio, era fratello di Gillo). Tra i riconoscimenti ricevuti:
Compasso d'oro dell'Associazione per il Design Industriale, Medaglia d'oro
della Triennale, Premio della critica internazionale di Girona, Franklin J.
Matchette Prize for Aesthetics. È stato insignito dell'Ambrogino d'oro dalla
città di Milano, del Grifo d'Oro di Genova e del San Giusto d'Oro di
Trieste. È stato Accademico onorario di Brera e Albertina di Torino,
membro dell'Accademia del Disegno di Città del Messico, Fellow della World
Academy of Art and Science, dottore honoris causa del Politecnico di Milano e
dell'Università Autonoma di Città del Messico. Palermo gli conferì la
laurea honoris causa in Architettura. Ricevette dall'Cagliari la laurea honoris
causa in Lingue moderne. Onorificenze Cavaliere di gran croce dell'Ordine
al merito della Repubblica italiana nastrino per uniforme ordinariaCavaliere di
gran croce dell'Ordine al merito della Repubblica italiana, Di iniziativa del
Presidente della Repubblica» Medaglia d'oro ai benemeriti della cultura e
dell'arte nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'oro ai benemeriti della
cultura e dell'arte. Altre opere: “Barocco nell'architettura moderna” (Studi monografici
d'architettura, Libreria Editrice Politecnica Tamburini, illustrazioni); “Discorso
tecnico delle arti, Collana Saggi di varia umanità, Pisa, Nistri-Lischi,Il
pensiero dell'arte, Milano, Marinotti); “L'architettura moderna, Collana serie
sapere tutto, Milano, Garzanti); “Le oscillazioni del gusto e l'arte moderna” (Forma
e vita, Milano, Lerici); “Il divenire delle arti, Collana Saggi, Torino,
Einaudi, ed. accresciuta, Torino, Einaudi; Collana Reprints Einaudi, Bompiani);
“Ultime tendenze nell'arte”, Collana UEF, Milano, Feltrinelli); XXVII ed., UEF,
Milano, Feltrinelli); “Simbolo, comunicazione, consume” (Torino, Einaudi, Il
disegno industriale e la sua estetica, Bologna, Cappelli, Kitsch e cultura, in
Aut Aut, Nuovi riti, nuovi miti” (Torino, Einaudi, Milano, Skira, L'estetica
del mito (da Vico a Wittgenstein), Milano, Mursia, Kitsch: antologia del
cattivo gusto, Milano, Mazzotta); “Artificio e natura” (Torino, Einaudi); Milano,
Skira, Le oscillazioni del gusto. L'arte d'oggi tra tecnocrazia e consumismo, Torino,
Einaudi, Milano, Skira, “Senso e insensatezza nell'arte d'oggi, ellegi
edizioni, L'architettura moderna. Le origini dell'architettura contemporanea; I
quattro grandi: Wright, Corbusier, Gropius, Rohe); Dall'espressionismo
all'organicismo razionalizzato, dall'ornamented modern al brutalismo, ai più
avveniristici tentativi attuali, I Garzanti, Milano, Garzanti, Dal significato
alle scelte, Torino, Einaudi, Massimo Carboni, Collana I Timoni, Roma, Castelvecchi,
Il divenire della critica, Collana Saggi, Torino, Einaudi); “Le buone maniere,
Milano, Mondadori, Mode et Modi, Collana Antologie e saggi, Milano, Mazzotta, II
ed. riveduta, Mazzotta, Introduzione al disegno industriale. Linguaggio e
storia della produzione di serie” (Torino, Einaudi, L'intervallo perduto, Collana
Saggi, Torino, Einaudi, Milano, Skira, I fatti loro. Dal costume alle arti e
viceversa, Milano, Feltrinelli, Architettura ambigue. Dal Neobarocco al Postmoderno,
Bari, Dedalo, La moda della moda, Collana I turbamenti dell'arte, Genova, Costa
e Nolan, La (nuova) moda della moda), Costa et Nolan, Elogio della disarmonia:
arte e vita tra logico e mitico” (Milano, Garzanti, Milano, Skira, Itinerario estetico,
Milano, Studio Tesi, Itinerario estetico. Simbolo mito metafora, Luca Cesari,
Bologna, Editrice Compositori); “Il feticcio quotidiano” (Milano, Feltrinelli, Massimo
Carboni, Collana I Timoni, Roma, Castelvecchi, Intervista come auto-presentazione,
con tavole di Paolini, Collana Scritti dall'arte, Tema Celeste Edizioni, Preferenze
critiche. Uno sguardo sull'arte visiva contemporanea, Bari, Dedalo, Design:
percorsi e trascorsi” (Design e comunicazione, Bologna, Lupetti, Fulvio
Carmagnola, Lupetti, Conformisti, Roma, Donzelli, Fatti e fattoidi. Gli pseudo-eventi
nell'arte e nella società, Vicenza, Neri Pozza, Massimo Carboni, Roma, Castelvecchi,
Irritazioni. Un'analisi del costume contemporaneo, Collana Attraverso lo
specchio, Luni, Carboni, Roma, Castelvecchi, Scritti di Architettura, L.
Tedeschi, Milano, Mendrisio Academy, Puppo, D. e dintorni, Milano, Archinto, Lacerti
della memoria. Taccuini intermittenti, Bologna, Compositori, L'artista e il
fotografo, Verso l'Arte, Conformisti. La morte dell'autenticità, Massimo
Carboni, Roma, Castelvecchi, Horror Pleni. La inciviltà del rumore, Collana I
Timoni, Roma, Castelvecchi); “Arte e comunicazione: comunicazione e struttura
nell'analisi di alcuni linguaggi artistici” (Milano, Mondadori Education, Inviato
alla Biennale, A. De Simone, Milano, Scheiwiller, 99+1 risposte, Lorenzo
Michelli, Trieste, Comunicarte Edizioni, Movimento Arte Concreta, Sansone e N.
Ossanna Cavadini, Milano, Mazzotta, Poesie, Campanotto Editore, L'ascensore
senza specchio, Quaderni di prosa e di invenzione, Milano, Edizioni Henry
Beyle, Kitsch: oggi il kitsch, Colonetti et al., Bologna, Compositori, Arte con
sentimento. Conversazione,Meneguzzo, Collana Polaroid, Milano, Medusa, Essere
nel tempo, Achille Bonito Oliva, Milano, Skira, Gli artisti che ho incontrato,
Sansone, Milano, Skira, La logica dell'approssimazione, nell'arte e nella vita,
Aldo Colonnetti, Estetica senza dialettica. Scritti, al, Luca Cesari,Milano, Bompiani,
Paesaggi e personaggi, Rotelli, Milano, Bompiani, La mia America, Sansone, Milano,
Skira; "Interviene D.", in alterlinus "Calligaro: parole e
immagini", in Preferenze critiche, Dedalo, "Né moduli, né
rimedi", in Agalma, "Disarmonia, asimmetria, wabi,
sabi", in Agalma, "Feticcio", in Agalma, "Barozzi", in Da Duchamp agli Happening.
Il Mondo di Pannunzio e altri scritti, Campanotto Editore, Traduzioni Rudolf
Arnheim, “Arte e percezione visive” (Milano, Feltrinelli, Arnheim, Guernica.
Genesi di un dipinto, Milano, Feltrinelli); Addio a D. «La mia vita infinita da
Giuseppe agli smartphone», su corriere. Cazzullo: la mia vita infinita da
Giuseppe agli smartphone, Corriere della sera, il Redazione, Novità formali e
riesumazioni di precedenti esempi, il contemporaneo è un linguaggio nuovo di un
sapere condiviso, QM, su quid magazine, biografia sul sito delle Edizioni Il
Bulino, Galliano Mazzon, Mostra antologia: Civico Padiglione d'Arte Moderna, Milano,
Civico Padiglione d'Arte Moderna, Mostra antologia di Mazzon: Civico Padiglione
d'Arte Moderna, Milano,Caramel, Arte in Italia, su Dioguardi Gianfranco,
Processo edilizio e progetto: vecchi attori alla ricerca di nuovi ruoli, Milano:
Franco Angeli, Studi organizzativi. Fascicolo, Corriere della Sera, Cfr. la raccolta
degli scritti raccolti in Architetture Ambigue: Dal Neobarocco al Postmoderno,
Dedalo, Bari Di Giovanni, Il corpo, nuova forma: la “body art”; Cheiron:
materiali e strumenti di aggiornamento storiografico. Lecta web, arte e
comunicazione. Vitriol Triennale, Sussidiaria: GPS/GaPSle Forbici di Manitù
(BAU14). Celeste Prize BAU 14 Gnoli, D. il rivoluzionario critico d'arte, La
Repubblica, Bucci, Morto, critico
poliedrico. Corriere della Sera, Addio ad Alma D., signora di cultura, Il
Piccolo, Sito web del Quirinale: dettaglio decorato., su Quirinale, dettaglio
decorato., su Quirinale, Intervista su conoscenza.rai. Mandelli, Capire l'arte
contemporanea su youtube.com D., «Mi sveglio, lavoro. Amo il vino», in Corriere
della Sera, Cazzullo, la mia vita
infinita da Francesco Giuseppe agli smartphone, in Corriere della Sera. Natura insieme degli esseri viventi e
inanimati considerato nella sua forma complessiva Lingua Per natura si intende
l'universo considerato nella totalità dei fenomeni e delle forze che in esso si
manifestano, da quelli del mondo fisico a quelli della vita in generale.
Paesaggio naturale Storia del concetto Natura (filosofia). Il termine
deriva dal latino Natura e letteralmente significa "ciò che sta per
nascere": a sua volta deriva dalla traduzione latina della parola greca
physis Il concetto di natura come una totalità che va a comprendere anche
l'universo fisico è una delle molte estensioni del concetto originale; sin
dalle prime applicazioni di base della parola φύσις da parte dei filosofi
presocratici, esso è entrato sempre più nell'uso corrente. Questa
concezione è stata riaffermata con l'avvento del moderno metodo scientifico
negli ultimi secoli. Natura e ambiente Ambiente (biologia). I
boschi fanno parte del gruppo della Natura. La "natura" può riferirsi
alla sfera generale delle piantee degli animali, ai processi associati ad
oggetti inanimati, al modo in cui determinati tipi di forme esistono ed ai
cambiamenti spontanei come i fenomeni meteorologici o geologici della Terra, la
materia e l'energia di cui tutte queste realtà sono composte. Viene inteso come
ambiente naturale il deserto, la fauna selvatica, le rocce, i boschi, le
spiagge, i mari e gli oceani, e in generale quelle cose che non sono state
sostanzialmente modificate dall'intervento umano, o che persistono nonostante
l'intervento dello stesso. Ad esempio, i manufatti e le trasformazioni umane in
genere non sono considerati parte della natura, venendo preferibilmente
qualificati come una natura più complessa. Più in generale, la natura comprende
i seguenti contesti e dimensioni della realtà. La Terra è il luogo primigenio
degli esseri umani, che ospita la vita come da noi concepita e conosciuta.
Sulla sua superficie si trova acqua in tutti e tre gli stati (solido, liquido e
gassoso) e un'atmosfera composta in prevalenza da azoto e ossigeno che, insieme
al campo magnetico che avvolge il pianeta, protegge la Terra dai raggi cosmici
e dalle radiazioni solari. La sua formazione è datata a circa 4,54
miliardi di annifa. Vita Le piante (Plantae Haeckel) sono organismi unio
pluricellulari, che comprendono tutti i vegetali, soggetti a nascita, crescita,
riproduzione e decesso. Gli animali comprendono in totale più di 1.800.000
specie di organismi classificati, presenti sulla Terra dal periodo ediacarano.
Il numero di specie via via scoperte è in costante crescita, e alcune stime
portano fino a 40 volte di più la numerosità accertata. Delle 1,5 milioni di
specie animali attuali, 900 000 sono appartenenti solo alla classe degli
Insetti. Ecosistemi. Una tempesta. Gli ecosistemi sono costituiti da una o più
comunità di organismi viventi (animali e vegetali), e da elementi non viventi
(abiotici), che interagiscono tra loro; una comunità è a sua volta l'insieme di
più popolazioni, costituite ognuna da organismi della stessa specie. L'insieme
delle popolazioni, cioè la comunità, interagisce dunque con la componente
abiotica formando l'ecosistema, nel quale si vengono a creare delle interazioni
reciproche in un equilibrio dinamicocontrollato da uno o più meccanismi
fisico-chimici di retroazione (detti anche "feedback"). Troll,
dall'esame di alcune serie storiche di foro aeree, notò che gli ecosistemi
mostravano una tendenza ad aggregarsi in configurazioni unitarie (denominate
principalmente Macchie, Isole e Corridoi). Ricordando la dizione di Humboldt,
Troll chiamò tali formazioni "paesaggi". L'ipotesi Gaia è la
teoria, inizialmente avanzata da Lovelock, ma già anticipata da Keplero, secondo
la quale tutti gli esseri viventi sulla Terra contribuirebbero a comporre un
vasto ed unico organismo (chiamato Gaia, dal nome della dea greca), capace di
autoregolarsi nei suoi vari elementi per favorire a sua volta le condizioni
generali della vita. Naturale e artificiale. Natura e artificio. Il
concetto più tradizionale della natura, che può essere usato ancora oggi,
implica una distinzione tra naturale ed artificiale: con
"artificiale" si intende cioè che è stato creato dall'opera o da una
mente umana. A seconda del contesto, il termine "naturale" potrebbe
anche essere distinto dall'innaturale, dal soprannaturale e
dall'artefatto.Bottega dello scultore, miniatura che raffigura l'opera umana di
modifica degli elementi e degli arredi naturali Le difficoltà nella definizione
stessa della naturacomportano un'ambiguità nel rapporto tra uomo e natura. Alle
volte il concetto è usato in senso derivato per riferirsi a quelle zone create
dall'uomo, ma dove grande spazio è riservato alle popolazioni vegetali e
animali. Si può parlare ad esempio della natura di una foresta, anche se
coltivata e sfruttata da secoli. In tal caso ci si riferisce a una modalità di
gestire l'ambiente da parte degli umani, piuttosto che all'assenza di
intervento umano. L'idea di natura è stata rielaborata dalla cultura
urbanache ha formulato la mitica nozione di barbarie per definire tutto quanto
si pone al di fuori della civiltà. Il fatto che il termine selvaggio vienne
usato da un lato come sinonimo di naturale, dall'altro per denotare certi atti
come particolarmente violenti o efferati, mette in evidenzia una certa tendenza
ideologica, piuttosto inconsapevole, a considerare parte della natura come
estranea alla culturadominante, come qualcosa di primitivo se non di malevolo. Paradossalmente
accade anche che, in altri contesti, la parola «naturale» possa venire usata
nel linguaggio corrente come sinonimo di normale, legittimo o logico, come la
fonte cioè dei principi più retti dell'uomo civilizzato. Lo sviluppo della
scienza e della tecnologia negli ultimi due secoli è stato a sua volta in gran
parte accompagnato da una certa contrapposizione ideologica tra uomo e natura;
la conoscenza viene generalmente considerata uno strumento di dominio della natura
piuttosto che un mezzo per vivere in armonia con essa. L'epoca moderna ha visto
d'altra parte lo sviluppo della teoria della legge naturale, che pone in
risalto i diritti dell'uomo, il quale sarebbe stato dotato dalla natura di
prerogative inalienabili; in tale contesto si fa riferimento ad una natura
umana senza implicare necessariamente l'appartenenza ad una natura ancestrale. Tutela
della natura. Lo sfruttamento del suolo e il problema dello smaltimento dei
rifiuti procede di pari passo con la crescente urbanizzazione. La crescente
industrializzazione ed urbanizzazione del pianeta ha posto il problema della
conservazione della natura in forme nuove e sempre più urgenti. Agli ambienti
naturali si sono andati via via sostituendo paesaggi artificiali, che oltre a
distruggerne l'amenità, ne hanno alterato la loro peculiare storia ecologica.
Sin dalla preistoria l'uomo è intervenuto a modificare il paesaggio naturale,
attraverso disboscamenti e l'introduzione di colture e animali di importazione,
con grave danno per la flora e la fauna locali, oltre che di quelle non
addomesticabili. Ma è stato soprattutto a partire dalla rivoluzione industriale
che l'umanità si è dotata di mezzi molto più invasivi, che deturpano gli
ambienti fino a provocarne spesso la desertificazione. Fra le principali cause
della distruzione della natura vi sono: inquinamento, ed emissioni di gas
serra; sfruttamento delle risorse naturali, deforestazione, agricoltura
intensiva con uso di pesticidi, pescamassiccia; estinzione di numerose specie viventi;
ignoranza dell'ambiente biofisico, mancanza di cultura ecologica. Alle
alterazioni della natura ha contribuito inoltre la crescita esponenziale della
popolazione umana, soprattutto nei paesi del Terzo Mondo.[2] Con la
ricerca scientifica si riesce soltanto a rimediare per lo più parzialmente ai
danni, cercando di razionalizzare lo sfruttamento del suolo, arginare la
diffusione dei parassiti e limitare l'inquinamento. Per il resto, la lenta
crescita di consapevolezza dell'importanza di tutelare la natura nei paesi
industrializzati ha portato a provvedimenti come l'istituzione dei parchi naturali.
Dopo la seconda guerra mondiale sono sorte alcune organizzazioni internazionali
per la difesa della natura come l'IUCN, il WWF, l'UNESCO, l'UNEP. Dagli anni
ottanta le varie nazioni del pianeta hanno iniziato a partecipare a delle
conferenze su scala globale per trattare soprattutto dei problemi del clima,
con risultati di scarsa efficacia. Ducarme e Denis Couvet, What does 'nature'
mean?, in Palgrave Communications, Springer Nature, Natura, su treccani.i Newman,
Age of the Earth, in U.S. Geological Survey's Geologic Time, Pianta, su
treccani Baccetti B. et al, Trattato Italiano di Zoologia nsect Species, su
infoplease. Rawls, Lezioni di storia della filosofia morale, Feltrinelli,
Viale, Un mondo usa e getta. La civiltà dei rifiuti e i rifiuti della civiltà,
Feltrinelli, Brevini, L'invenzione della natura selvaggia. Storia di un'idea
dal XVIII secolo a oggi, Bollati Boringhieri, Pollo, La morale della natura,
Belardinelli, La normalità e l'eccezione: il ritorno della natura nella cultura
contemporanea, Rubbettino. Voci correlate Ambiente naturale Ecologia Filosofia
della natura Ipotesi Gaia Natura (filosofia) Naturalismo Scienze naturali
natura, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. natura, in Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana, Natura, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc.
Opere riguardanti Natura, su Open Library, Internet Archive. Natura, in
Catholic Encyclopedia, Appleton. Ducarme e Couvet, What does 'nature' mean?, in
Palgrave Communications, Springer Portale Ecologia e ambiente
Portale Scienza e tecnica Ecosistema porzione di biosfera delimitata
naturalmente Ecologia branca della biologia che studia le interazioni tra
gli organismi e il loro ambiente Ecosistema terrestre Madre Natura
personificazione della natura Lingua Segui. Madre Natura è la personificazione
della natura. Werner, Diana di Efeso come allegoria della Natura,
circa Caratteristiche Madre Natura, figura dal trattato Atalanta Fugiens Essa
(a volte conosciuta come Madre Terra) è la comune personificazione della natura
focalizzata intorno agli aspetti di donatrice di vita e di nutrimento,
incarnandoli nella figura materna. Immagini di donnerappresentanti madre
natura, o la madre terra, sono senza tempo. In età preistorica le
dee erano venerate per la loro associazione con la fertilità, la fecondità e
l'abbondanza agricola. Le sacerdotesse mantenevano il dominio di vari aspetti
religiosi delle civiltà Inca, Algonchina, Assira, Babilonese, Slava, Germanica,
Romana, Greca, Indiana e Irochese per millenni prima dell'inizio delle
religioni patriarcali. Talvolta viene indicata come la sposa di Padre
Tempo. Grande Madre Gea Tellus Mati Zemlya PachamamaTeteoinnan dea azteca della
guarigione, e dei bagni di vapore. Madre Russia personificazione
nazionale della Russia Padre Tempo personificazione del tempo. Gillo
Dorfles. Angelo Eugenio Dorfles. Dorfles. Keywords: filosofia del kitsch, “Artificio
e Natura, natura, artificio, communicazione, mito, simbolo, segno, linguaggio,
interpretazione, semiotica, disarmonia, Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Dorfles” – The Swimming-Pool Library. Dorfles.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Doria: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- scuola di Genova – filosofia genovese –
filosofia ligure -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Genova). Filosofo geovese. Filosofo ligure. Filosofo
italiano. Genova, Liguria. Grice: I love Doria: a nobleman who should be
sailing off Portofino, is writing a progetto di metafisica after discussing the
filosofia deglantichi you HAVE to love
him! Plus, he philosophised WHILE sailing! Figlio di Giacomo e Maria Cecilia
Spinola, appartenente alla nobile casata dei Doria Lamba dalla quale provennero
ben quattro dogi della repubblica di Genova, ha un'infanzia travagliata segnata
a cinque anni dalla morte del padre. L'uscita dalla famiglia delle tre sorelle
lo fa rimanere solo con la madre che influenza negativamente il suo carattere
melanconico ma vivace, il suo desiderio di virt e Gloria. La madre, che egli
accusa esser stata de' miei errori la prima e principal cagione, si era disinteressata
del figlio limitandosi ad affidarne l'educazione a filosofi bigotti che lo fano
crescere con la paura delle malattie e della morte, che gli viene indicata dai
suoi educatori gesuiti come un positivo castigo alluomino re. Divenne quindi
vivace e grazioso nelle conversazioni affabile con tutti, facile e
condiscendente con gli amici e allo stesso tempo pieno di s e fatuo divenendo
un Petit Maitre disinvolo e alla moda, e prende per idea di virt vera ed
esistenta ogni vanit e molte volte prende con lidea di virt il vizio ancora!
Pieno di s e fatuo. Comp con la madre il grand tour Firenze, Capri, Girgentu -- dei viri ben nato
dal quale ne usce libero dallinibizione religiosa, ma con un nuovo abito di un
anima viziosa, la quale lo fa mirare come idea di virt la rilassatezza nel
senso, la prepotenza con i deboli e la vendetta. Tornato a Genova, la trov
bombardata dal mare dalle navi di Luigi XIV. In quell'occasione conosce il
conte di Melgar che lavvia nellarte militare e lo introduce nel giro del patriziato
mondano. Innamoratosi fortemente di una meritevole donna che muore poco tempo
dopo, cadde in depressione e per distrarsi dal dolore riprese i suoi
dispendiosi viaggi. Ridotto in ristrettezze economiche si reca a Napoli per
recuperare certi suoi crediti ma dove lottare per districarsi dalla palude di
leggi e cavillose procedure al punto che si mise a studiare filosofia con un
certo profitto per ottenere dal tribunale quanto gli spetta. La sua fama di
spadaccino gli fa guadagnare la simpatia del patriziato napoletano che ritiene
massime di cavagliero che fusse atto di disonore e di vergogna il non punire un
uomo a s inferiore quando si ha da quello qualche offesa ricevuto, e che il
perdonare generosamente fusse vergogna. Ma poscia era massima d'estrema vergogna
il non chiamare a duello un nobile a s uguale quando da quello si era qualche
offesa ricevuta. Si diede quindi a duellare per qualsiasi puntiglio
cavalleresco tanto da essere messo in prigione aumentando cos la sua fama di
duellista e vendicativo presso la nobilt locale. Comincia a disgustarsi di
questa sua vita fatua e falsa trasformandosi in filosofo metafisico ed entrando
nella cerchia degli intellettuali cartesiani e gassendisti che caddero sotto
l'attacco della Chiesa preoccupata che il loro sensismo approdasse a un
conclamato materialismo. La posizione della Chiesa fu esplicitata dal grande
processo contro glateisti, quegli intellettuali che si erano illusi di poter
modernizzare la dottrina cattolica. Si schier con questi frequentando il
salotto filosofico Caravita che si era gi battuto contro l'Inquisizione e che
era divenuto il centro di diffusione della filosofia cartesiana. Qui D. ha modo
di conoscere il protetto di Caravita, quel VICO (si veda) che scriver del
genovese che fu il primo con cui pot cominciare a ragionar di metafisica nella
quale si intravedevano lumi sfolgoranti di platonica divinit. Per organizzarsi
contro le polemiche dei tradizionalisti, sostenuti dalla Chiesa cattolica, il
Caravita pens di fondare un'associazione di intellettuali modernisti che, dopo
diverse difficolt, finalmente vide la luce col nome di Accademia Palatina e che
annoverava fra i 18 soci fondatori anche Doria che pronunzia in quella sede
lezioni concernenti la teoria politica (Sopra la vita di Claudio imperadore)
dove sostene la superiorit della nobilt per virt e non per nascita, e dove
contestava la base valoriale dell'aristocrazia fondata sull'uso delle armi
(Dell'arte militare, Del conduttor degl'eserciti, Del governatore di piazza,
Della scherma). La guerra, scriveva D., non e un privilegio della nobilt di
spada ma un'attivit che richiede l'applicazione di una tecnica e il comando
affidato a ufficiali competenti nel dirigere l'animo umano (Il capitano
filosofo, Napoli) Pubblica la Vita civile e l'educazione del principe,
criticata da alcuni per alcuni fraintendimenti sul pensiero di Cartesio. Non ha
inteso il Cartesio, o ad arte ne tronca o perverte il senso. Critica la
politica di Tacito e Machiavelli sostenendo che questa va basata non sopra
l'idea degli uomini quali sono ma sulla virt, il giusto e l'onesto. Lo Stato
anda guidato, come dettava l'insegnamento platonico, dal filosofo facendosi cos
sostenitore, secondo le nuove idee riformatrici che cominciavano a circolare in
Europa, di un assolutismo moderato nel Regno di Napoli. Doria cominci ad
interessarsi a temi scientifici mandando alle stampe le sue Considerazioni
sopra il moto e la meccanica de' corpi sensibili e de' corpi insensibili
(Augusta) e una Giunta d iM. Doria al suo libro del Moto e della Meccanica.
Opere queste, dove si critica il metodo di GALILEI (si veda) e si mette in
discussione la distinzione cartesiana fra res extensa e res cogitans in nome
del principio neo-platonico dell'Uno immateriale, che non ebbero il successo
sperato e vennero anzi aspramente criticate da pi parti. Divenne un personaggio
ambito da nobili e femmes savantes che lo invitavano nei loro circoli culturali
dove riceve numerosi attestati di stima. Per ricambiare le nobili dame, sue
discepole, pubblica i Ragionamenti ne' quali si dimostra la donna, in quasi
tutte le virt pi grandi, non essere all'uomo inferior. La donna ha gli stessi
diritti naturali delluomo e puo governare e fondare grandi imperi ma non e
adatte fisiologicamente a formulare leggi per le quali occorre una sapienza
storica e filosofica. Cartesio infatti aveva errato nel credere che Dio avesse
dato a tutti eguale abilit per intender le scienze, mentre iddio non ha
ugualmente a tutti gli uomini distribuito e perci vediamo che molti non son
capaci nelle scienze. Quindi la donna che egli ammirava moltissimo e che lo
ricambiavano con tante lodi, deve tuttavia accontentarsi di poter dirigere lo
stato ma non puo essere legislatrice. Un rapporto questo con l'altro sesso che
rimase problematico per Doria che non volle mai sposarsi ritenendo il
matrimonio una legge dura che non trova precisa corrispondenza nella teologia.
Si considera ormai un filosofo metafisico e mattematico che adottando il
platonismo ha pressoch distrutto li saggi di filosofia di Locke ed in parte ancora
la filosofia di Cartesio. Compiva un capovolgimento delle sue convinzioni
moderniste passando nel campo degli antichi quando il suo Nuovo metodo
geometrico (Augusta) e i Dialoghi ne' quali s'insegna l'arte di esaminare una
dimostrazione geometrica, e di dedurre dalla geometria sintetica la conoscenza
del vero e del falso (Amsterdam), furono aspramente criticati da parte della
rivista Acta eruditorum. Ancora pi aspre le contestazioni ricevute a Napoli che
gli costarono un sonetto denigratorio che cos recitava. Di rispondere a te
nessun si sogna /de' nostri, e strano
assai che Lipsia mandi/ risposta a un uom che 'l matto ognun lo noma.
Illustrazione alla recensione pubblicata sugli Acta Eruditorum al Capitano filosofo.
GlOziosi, dove profuse tutte le sue energie nel criticare i moderni, seguaci
del pensiero filosofico di Locke, dell'Accademia delle scienze di Celestino
Galiani che aveva detto di lui il Doria ha ristampato tutte in un corpo le sue
coglionerie. Con l'avvento del re riformista Carlo III di Borbone nel Regno di
Napoli, si trova completamente isolato col suo platonismo pratticabil che
continua a difendere scrivendo Il Politico alla moda. Si rendeva ormai conto di
come fosse irrealizzabile il suo ideale di un governo ad opera del concetto di
sovrano virtuoso e di filosofe legislatore. Il magistrato, il capitano, il
sacerdote e tutti gli ordini che governano hanno diviso la filosofia dalla
politica per unire alla politica la sola prattica; ormai i principi scriveva
vogliono governare lo stato colla politica del mercadante, e non con la
politica del filosofo. Constatava come vi fosse ormai una generale crisi dei
valori perch in questo nostro tempo si corre dietro solamente alla perniciosa
filosofia di Locke e di Newton e si pratica solamente la politica mercantile.
Completamente ignorato dall'ambiente intellettuale, D. malato e in difficolt
economiche muore indicando nel suo testamento la volont che fosse pubblicata a
spese di un suo cugino, a saldo di un debito da questi contratto, l'opera Idea
di una perfetta repubblica. Quando il saggio e infine edito fu condannato dai
revisori ad essere bruciato per il suo contenuto contro Dio, la religione e la
monarchia. In realt contesta il celibato ecclesiastico, l'indissolubilit del
matrimonio, la castita, l'eternit delle pene inflitte ai dannati e l'ideologia
etico-politica dei gesuiti. Il governo perfetto doveva essere a imitazione di
quello della Roma repubblicana, perch posto il governo in mano agli
uomini, forza che sia moderato da un
magistrato ordinato alla difesa del popolo contro la tirannia. Gli unici a
esecrare il rogo del saggio furono proprio i giuristi napoletani difendendo i
libri di quel savio e cordato vecchio di D., di cui s'infama la venerata
memoria. E al centro del saggio La distruzione della fiducia e le sue
conseguenze economiche a Napoli. Si argumenta che il governo nell'azione di
depredazione del Regno di Napoli ha spogliato i loro sudditi della virt e della
ricchezza, introducendo al posto loro ignoranza, infamia, divisione e infelicit.
Altra azione, che si riveler in seguito disastrosa per la societ napoletana e
in genere per il Mezzogiorno, fu lo smantellamento dei rapporti inter-personali
di fiducia tra le diverse classi, necessari per lo sviluppo dei commerci e
dell'iniziativa privata e l'introduzione di una cultura dell'onore attraverso
l'infoltimento dei ranghi nobiliari, il rafforzamento dell'Inquisizione,
l'inasprimento della segretezza dell'attivit di governo, l'incremento delle
cerimonie religiose e di devozione ritualizzata, l'aumento della diseguaglianza
davanti alla legge e infine l'indebolimento apertamente perseguito del rapporto
armonioso che si era creato in passato tra i diversi ordini del Regno: tutto ci
al fine di scoraggiare, minando la fede pubblica, l'ascesa di una classe
imprenditoriale-commerciale che avanzasse i propri diritti e rompesse
l'equilibrio dei poteri tra la corte e il patriziato locale che gli spagnoli
intendevano mantenere. Tutti questi fattori, lesivi di quel rapporto di fiducia
tra le classi necessario per l'avvio e il consolidamento dell'attivit di
co-operazione e di intrapresa economica, non tarderanno a produrre effetti
duraturi sulla societ meridionale, non solo a livello mentale-culturale, e di
converso a livello economico, costituendo uno dei fattori prodromici
dell'arretratezza socio-economico-culturale del Mezzogiorno d'Italia. Altre
opere: Considerazioni sopra il moto e la meccanica de' corpi sensibili, e de'
corpi insensibili, In Augusta [i.e. Napoli?, Hopper); Considerazioni sopra il
moto e la meccanica de'corpi sensibili, e de' corpi insensibili. Giunta, In
Augusta [i.e. Napoli?, Daniello Hopper; Dialoghi, Amsterdam, Esercitazioni
geometriche, In Pariggi, Duplicationis cubi demonstration (Venezia); Discorso
apologetico (Venezia); Soluzione del problema della trisezione dell'angolo
(Venezia); Vita civile (Napoli, Angelo Vocola. Pierluigi Rovito, Dizionario
Biografico degli Italiani. Larte di conoscer se stesso, in De Fabrizio,
Manoscritti napoletani. Autobiografia, in Cristofolini, Opere filosofiche, R.
Ajello, Diritto ed economia, Vita civile, ed. Augusta, S. Rotta in Politici ed
economisti del primo Settecento. Da Muratori a Cesarotti, V, Milano-Napoli,
L'arte di conoscere se stesso. Eugenio Di Rienzo, GALIANI, Celestino in
Dizionario Biografico degli Italiani, V. Ferrone, Scienza natura religione.
Mondo newtoniano e cultura italiana nel primo Settecento, Napoli, Manoscritti,
La Politica mercantile, Manoscritti, Idea di una perfetta repubblica
"accorato" Ajello. Segnatamente: Del commercio del Regno di Napoli,
in E. Vidal, Il pensiero civile di D. negli scritti inediti, Istituto di
Filosofia del diritto dell'Roma; Della vita civile, Torino; Massime del governo
spagnolo di Napoli, V. Conti, Guida, Napoli Contenuto nel volume miscellaneo
Gambetta, Le strategie della fiducia, Einaudi, Torino, D. Gambetta, Rovito,
DORIA, Paolo Mattia, in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, Scazzieri, Il contributo italiano alla storia del
Pensiero Economia, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Belgioioso, Il
Contributo italiano alla storia del Pensiero Filosofia, Roma, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, Vidal, Il pensiero civile di D. negli scritti
inediti, Istituto di Filosofia del diritto dell'Roma. Fondatore di Roma e primo
re de' romani. Romolo fu il primo re de romani e padre della romana republica.
Uomo primieramente dardentissimo animo e per le armi grande. E cos fatto
certamente l'aveva disposto la fortuna a quello che dovea seguire. Per la cui
opera, in tratante minaccie di vicini, di spinose montagnie surgesse il
fondamento dellomperio che dovea crescere infino al cielo. Perch non si potea
porre sicuramente tanta grandezza in debole fondamento. S gran cosa richiedea
terra salda e duca dalto animo. E cos e, che dove prima a pena e assai erba per
lo armento dErcole, e dove prima a pena solea essere assai fronde per le capre
di Faustulo, in quello luogo puose la fortezza di tutte le terre e la somma
signoria delli uomini. Dunque costui CON REMO SUO FRATELLO (e insieme con Rea
Silvia, la quale e chiamata Ilia, madre senza dubio) creduto o fitto FIGLIUOLO
DI MARTE, incontanente comelio nacque prova la crudelt di Amulio, re
dellalbani, e non solamente contro alla madre, ma eziandio contro a s e CONTRO
AL SUO FRATELLO. Dal quale Amulio e comandato eh' ellino fossero gittati NEL
TEVERE. E a caso elli sono liberati, o che fosse per divina provedenzia, la
qual cosa lecito di credere dello
imperio che dovea essere s grande, quella provedenzia apparecchiante non
sperato cominciamenlo alle grandissime cose. Soperchiando il fiume a caso le
ripe e non potendosi andare a quello, furono gittati quelli fanciulli presso
alla ripa; e, partendosi li famigliari del re, i quali li avevano gittati,
rimasono salvi. A questo luogo, TRATTA DAL PIANTO DI QUESTI FANCIULLI, venne
una lupa (o eh' ella fosse vera o ch'ella fosse cosa finta, dell'una e dell'
altra nominanza), e, comella avesse
compassione, venne a questo luogo, del cui latte elli sono nutricati, traendo
con li labri il latte delle tette della detta fiera, infino che furono trovati
da Faustulo pastore del re, il quale di sopra avemo nominato, e la lupa
similmente, essendo discresciuto il fiume; e in fino agli anni della pubert
coli' amore del padre sono nutricati. Ma allora pi di d in d il suo vigore si
mostrava e per effetto diventava Famoso. Gi sono cari da ogni parte e
ampiamente sono terribili, ogni cosa ardivano; gi il suo notricatore, per le
opere informato, comincia a fermarsi in quella openione ch'egli aveva pensalo,
cio quelli essere figliuoli del re. Questo celato per alcuno temp, finalmente
apparve: preso Remo da' famigli del re e datogli pena, per consolare la
ingiuria fu dato a NUMITORE suo avolo per parte di madre, nel cui terreno
tramendue i frategli avevano fatte correrie. Il quale veduto, non mosso ad ira,
com' usanza, per l' ingiuria ricevuta, ma mosso verso di quello con una nascosa
dolciezza, e udito ch'elli sono due, considerato da l'una parte l'etade di
quelli, da l'altra l'aspetto nobile e non di pastori, vennegli a memoria i suoi
nipoti; e, dimandando pianamente delle circostanzie, trova poco meno che costui
e l' uno de' suoi nipoti, e di questo non dubita. Per elio il tene in pi
libert, e non come preso ma come suo, come veramente elio e. E questa e pi diritta
via a distruzione del re, perch manifestato a Romolo non solamente la
condizione del presente stato del fratello, ma la nazione di tramendue nascosta
infino a quello tempo; ammonendoli colui, ch'e tenuto padre, ch'elli non sono
suoi figliuoli ma sono di schiatta reale; e, spostali per ordine lingiuria di
quegli e con questa lingiuria di suo avolo e di sua madre, fatto Romolo pi
animoso, conosciuto il fatto, dispuosesi non solamente a LIBERARE IL FRATELLO,
ma vendicare s e '1 fratello e l'avolo e la madre, non manifestamente perch era
dispari in possanza, ma pianamente mandati alcuni giovani di qua e di l, i
quali si trovassono a una ora nella casa del re. Cos disposti glagguati, e a
tempo accorrendo Remo, corsono contra Amulio, il quale non si guarda e non
pensa s fatto pericolo. Morto Amulio, NUMITORE fratello di quello, e innanzi
cacciato da lui, fu ristituito nel regno, essendo allegro, non meno per la
condizione de'trovati nipoti, che per avere acquistato il nonne sperato regnio.
Da poi, perch elli erano di grande animo, e '1 regno di suo avolo gli paree
picciolo, lassano Alba all'avolo. E, amando il luogo della sua puerizia ovvero
del suo pericolo, procurarono di fondare nuova terra in quello luogo. E cos,
per buono agurio, edificarono aspera e, acci ch'io dica pi propriamente,
pastorale casa in SUL MONTE PALATINO. E fu posto alla terra il nome di Romolo
solamente, essendo vinto il fratello nello agurio: il quale nome e temuto poi
al mondo da li popoli e dai re. Poi, o che tra quelli fosse nata discordia, o
che fosse perch egli avesse dispregiato il comandamento del fratello, Remo,
avendo passato il nuovo muro, E MORTO. O che e per cupidit della signoria, o
per rigore di giustizia, la credenza
varia nelle cose antiche. Romolo, avendo presa la signoria, ordina
sacrifici della patria e forestieri, e prende abito di re e ornamenti, e ordina
XII littori, e compone la legge. Solo a fermezza del popolo e fondamento di
pace e di concordia tre cose sommamente li pare di provedere : il consiglio, e
io accrescere della cominciata citt, e la durabilit; perch era in picciola
terra pochi abitatori. E per questo gli e speranza di brevissimo tempo,
mancando la cagione del generare de' figliuoli. Dunque primieramente furono
eletti C antichi al Senato, chiamando questo ordine dalla etade, perch il nome
de' padri e detto dallo amore e da la cura della republica. Secondo, intra due
boschi fu posto uno tempio chiamano asilo -- i greci il chiamano santo -- il
quale stando aperto, grande turba incontanente venne di vicini paesi; la terza
cosa parea che si dove fare con matrimoni -- perch soli i maschi non poteano
durare se non una etade -- ; la qual cosa, perch e negata da' vicini
superbamente e vituperosamente, si fa per forza e per ingegnio. Perch in questo
mezzo, non mostrando l'ira e il dolore d'essere rifiutato, il re apparecchi di
fare solenni giuochi a Nettunno, e comanda di fare dinunziare il d per li
popoli vicini. II quale poi che sopravenne, molti maschi e femmine delle terre
vicine a Roma vennero per vedere i giuochi, e non meno per cupidit di vedere
quella nuova terra quasi nata di subito. Nel mezzo de giuochi, essendo ogni
uomo attento con gli occhi e con l'animo, diliberatamente SONO PRESE TUTTE LE
FANCIULLE, non a fine di sua vergognia, ma di tenerle per mogliere e per avere
figliuoli. Dunque confortate con buone parole, tra lo isdegno e le lacrime,
pelle lusinghe di quegli li quali l'aveano prese, prima Romolo, e poi gli
altri, una per uno ne tolseno per moglie: e questo e cagione e cominciamento di
molte battaglie. I padri e i parenti di queste fanciulle, lamentatisi della
forza e della malvagit de' suoi osti, dai quali ellino, invitati a giuochi,
sono stati offesi per gravissima ingiuria, incontanente uscirono fuori della
terra e tornarono a casa; e, moltiplicando le lamentanze, aggravarono l'offesa,
e pigliarono l'arme e apparecchiaronsi di fare la vendetta. E di lutti i popoli
si fece una raunanza a Tazio re de' sabini, perch questi avevano pi possanza e
aveano ricevuto pi ingiuria. Ma perch la presuntuosa ira non pu indugiare n
ricevere consiglio, e perch l'apparecchiamento alla guerra pare pigro per
rispetto dello ardore dell'animo, ciascheduno, non aspettando l'uno l'altro,
andarono alla battaglia. E innanzi a tutti i ceninesi con l' oste corsero nel
terreno de' romani : contro ai quali venendo Romolo, mise in rotta i nimici, e
UCCIDE ACRONE, re di quelli, venuto alle mani con lui in singolare battaglia;
e, con lieve assalto, prende la terra di quelli, la quale era impaurita per la
morte del re e per la fuga del popolo. E, tornando a Roma vincitore, porta in
Campidoglio l'armi del re ed edifica lo primo tempio in Roma e sacrificollo
sotto il nome di GIOVE Feretrio -- dove i capitani de' romani non portano,
quando sono vincitori, se non la preda de' capitani vinti in singolare
battaglia, la quale elli chiamano grassa robara. Dunque in quello luogo egli
appicca l'armi del morto re, per esempio del tempo da venire, rado ma grande
dono di quelli che venieno dietro. I secondi che corsono nel terreno de'romani
furono gli atennati; e questi sono vinti e perderono la terra. Ma per prieghi
di Ersilia, moglie di Romolo, la quale e una di quelle sforzate che porta a gli
orecchi del re i prieghi e i desideri dell'altre, ricevuti a misericordia,
venneno ad abitare a Roma. Da poi i crustumini, movendo elli la guerra, sono
vinti leggiermente, crescendo ogni d la virt di Romolo; e, venuti a Roma quelli
chi sono vinti, crescendo Roma per li danni de'nimici. E pi a fare colli
sabini, i quali quanto pi tardi tanto pi maturamente si moveano: presa la rocca
di Campidoglio, per tradimento d'una donzella figliuola di Spurio Tarpeo, il
quale era castellano della delta rocca, dal quale ancora nominato quel monte in mezzo di Roma, e
dubiosa battaglia, combattendo quelli dal luogo di sopra. Nella quale battaglia
mancando Osto Ostilio, il quale e arditamente per la parte de' romani infino
ch'elio puo, la gente de' romani tutta si cess in dietro, cacciando indietro
eziandio Romolo il quale li contrasta. E elli, non sperando gi pi della forza
umana, dirizzando al cielo le armate mani, chiamando Giove com' elio e
presente, pregando o che gli togliesse la vergogaia del fuggire vilmente, o eh'
elli fortificasse gli abbattuti animi de' suoi con celestiale aiutorio, fa voto
di fare in Roma uno secondo tempio a GIOVE STATORE, secondo che piace agli
scrittori; e, quasi ricevuta la promissione dal cielo, fatto pi ardito ristoroe
con sollecita mano la battaglia gi caduta, dicendo a'suoi chiaramente che Giove
comanda cos. Per questo la sua gente, seguendo lo esempio del suo re e il
comandamento di Giove, torna contro a'nimici, da' quali non speravasi ch'egli
tornassino; e combattendo innanzi a gli altri aspramente Romolo, essendo gi
mutata la condizione della battaglia, quelli che incalzavano cominciarono a
fuggire. Intra i quali MEZIO CURZIO, secondo dopo il re de' sabini, uomo
famosissimo e in quello di 'nanzi a tutti gli altri in fatti e in virt molto
ardito, non sostenne il furore. Una palude, ch'era presso, e pericolo e salute
a lui, nella quale spaurito il suo cavallo furiosamente salta con grande paura
de' suoi, ma confortandolo elli e mostrandogli la via, usce fuori. E di questo
nacque il nome di quella palude, cio, lago Curzio. Uscitone fuori costui, gli
animi crebbono a' suoi, e ancora, bene che con varia fortuna contro a' sabini,
corsono insieme. E, sendo in questo stato, la piet trova via di non sperata
pace. Combattendo dall'una parte i mariti, da l'altra parte i padri, vennero
tra questi quelle eh' erano state sforzate; e, non considerando s essere
femmine, non temendo il pericolo, con prieghi pieni di lagrime e misero abito,
pregarono che fosse posto fine alla guerra. E se voleano pure andare dietro,
volgessono le spade pi tosto contro a quelle, le quali erano cagione della
guerra, che, uccidendosi insieme, bruttassono se di presente e per lo tempo a
venire bruttassero li figliuoli di quelle -- dall'una parte essendo i
figliuoli, dall'altra essendo i nipoti --- e dessono eterna infamia a quelli
che ancora non poteano peccare. Dall' una parte e dall' altra si piegano gli
animi e l'ira s'abbatt e, che maraviglia
a dire, subitamente nell'una oste e nell'altra fu arrestato il romore
dell'armi e il gridare de combattitori, s umile ammirazione e intrata per
quelle rabbiose menti! E non pot lungamente stare nascosta: le affezioni mutate
incontanente uscirono fuori, e lo riposo segue a la piet, e la pace segue al
silenzio; la concordia e fatta toccandosi i re le mani, e Roma
maravigliosamente crescette per lo venire de' sabini. E non meno crebbe Y amore
dell'una parte e dell'altra verso di quelle valenti donne, e innanzi a gli
altri di Romolo, il quale rend loro grandi e debiti onori. Ancora restano due
guerre. L'una colli fdenati li quali, temendo la potenzia della signoria di
Roma, la quale cresce, e avendola sospetta, per s fecero la pruova che gli
altri aveano fatta. Entrando elli nel terreno de'romani come nimici, Romolo li
anda incontro, e puose il campo non lungi dalla terra de' nimici; e, mostrando
maliziosamente temere, conduce i nimici nelli agguati, e di questo e una non
proveduta paura e uno subito fuggire, in tanto che, mischiati insieme i vinti e
i vincitori, le guardie delle porte appena discerneano i suoi cittadini da
nimici; e, entrati dentro, e presa la terra. L'altra guerra e con quelli da
Veio, li quali si mossono per amore de fdenati e per odio de romani, e questi,
vinti in campo, e guasto il paese, dimandando pace, fecero triegua per cento
anni, perdendo parte del suo terreno. Questi furono i cominciamenti di Romolo,
questo e il corso di sua vita e lordine de suoi fatti; per li quali, appresso
quella salvarla generazione d' uomini e non ancora assai ammaestrati animi del
vulgo, egli merita essere creduto avere alcuna divinit per lo padre e per se.
Uomo al quale non manca animo n ingegnio, in battaglia glorioso, in casa savio:
ordina centurie del popolo e di cavaglieri, acci che in ogni tempo di pace e di
guerra elio e niuno nega ch'elio non e inolio amato. Le opinioni di questa cosa
sono varie. Alcuni dicono ch'elio e portato in cielo e posto nel concilio delli
dei. Ma questo gran salto a uno uomo
armato e gravato di peccati, bagniato di sangue e ignorante del vero Iddio e
della via del cielo. Ma lo ardente e non temperato amore s fa credere ogni
cosa. Dunque, achetata la tempesta, essendo risposto da' senatori -- eh' erano
stati d'intorno -- al popolo -- disideroso di vedere il suo re e a pruova
cercandolo -- eh' elio e andato in cielo, affermando uno eh' e' lo ha veduto, e
creduto. E quello e GIULIO PROCULO, uomo di grande nominanza appresso a' suoi,
secondo che si trova, e di grande santitade e, che manifesto , di gran
nobilitade, come colui che, nato di re albani, venne a Roma con Romolo ed e
cominciamento della giente de Giuli -- il quale, ardito di venire in palese, da
parola d'allegrezza al popolo eh' e in tristizia, dicendo che in quello
medesimo d Romolo, discso da cielo in abito pi che d'uomo, e stato con lui,
affermando eh' ha comandato a lui, con grande tremore non ardito di guardare la
sua facia, questo, cio eh' egli dicesse a' suoi cittadini che onorassino l'arti
delle battaglie, essendo certi che ogni potenzia umana diseguale alla sua in fatti d'arme; e che la
sua citt, cos piace alli dei, sar capo e donna di tutte le terre. E, dette
queste parole, levatosi da gli occhi monta in cielo. E queste cose sono credute
a GIULIO il quale le conta e giura, e lo dolore della morte e mitigato con lo
consolamento della divinit, e l'ira, la quale il popolo ha concetta per la
morte di s caro re, e umiliata: cos ogni uomo crede leggiermente quello ch'elli
desidera. Ma altri pensano che e morto da' senatori, veduto il buon destro per
la tempesta del tempo, e ch'elli il nascosono nel pantano della palude, acci
CHE NON APARE ALCUNO SEGNIO DELLA SUA MORTE. Questa, chente dice Livio, oscura fama, ma, come piace a chiarissimi
scrittori, certamente vera; bene che,
come dice quello nel medesimo luogo, quell' altra fu nobile per l'ammirazione
dell'uomo e per la presente paura. Puossi forse credere ancora quello che
alcuni hanno pensato, eh' elio non e portato per divinit in cielo n in terra
morto come uomo, ma eh' elio fu morto per la lempestade e per lo furore della
saetta -- la cui forza ineffabile, e l'
operazione nascosa --. E questo essere
avvenuto a tutti quegli sono con lui, i quali, quanto elli sono pi presso,
tanto sono smarriti pi e impauriti. E la libert
di molte mani nelle cose dubbiose, ma la verit una sola, e questa profondamente nascosta della morte di Romolo
come in molte altre cose. Paolo Mattia Doria. Doria. Keywords: co-operazione, duelo duel, the duelists, cooperation il sensismo, roma repubblicana, la
aristocrazia romana, Romo, Romolo, aristocrazia. Refs.: Luigi Speranza, Grice e
Doria The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza --
Grice e Dosseno: la ragione
conversazionale alll’orto romano -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo romano. A follower of the sect of
the Garden. Seneca mentions a monument to him with an inscription testifying to
his wisdom.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Dottarelli:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale di Musonio – scuola
di Bolsena – filosofia bolsenese – filosofia viterbese – filosofia lazia -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Bolsena).
Filosofo bolsense.
Filosofo
viterbese. Filosofo lazio. Filosofo italiano. Bolsena, Viterbo, Lazio. Grice: I
like Donatelli; he is an Etruscan, from Balsena, and its only natural that he
is obsessed with the one and only Etruscan philosopher, Musonio! Si formato
alla Facolt di Filosofia dell'Perugia, dove ha studiato con Cornelio Fabro e
si laureato con una tesi sul dibattito
epistemologico del Novecento (Popper, Feyerabend, Lakatos, Kuhn) sotto la guida
di Baldini. Si poi specializzato in
Filosofia all'Urbino, dove ha avuto come maestri Italo Mancini e Salvucci, con
cui ha discusso una tesi sulle implicazioni epistemologiche della filosofia di
Kant. Ha insegnato nei Licei ed stato
docente a contratto di Filosofia della scienza, Filosofia morale, Bioetica
nelle Universit della Tuscia, di Macerata e Firenze. Ha sempre coniugato il
lavoro didattico e di ricerca con l'impegno civile. Per 13 anni
consecutivi stato Sindaco della citt di
Bolsena (VT). Eletto la prima volta con una lista civica di sinistra, stato successivamente confermato. Direttore
generale della Provincia di Viterbo e in tale veste, oltre al coordinamento e
alla sovrintendenza della gestione complessiva dellEnte, ha avuto la
responsabilit diretta della formazione e organizzazione delle risorse umane,
del percorso di certificazione EMAS, del processo Agenda 21 locale e del
progetto Arco Latino, strumento per la definizione di una strategia integrata
di sviluppo dellarea del Mediterraneo. Con Picone, filosofo e psicoanalista
junghiano, nel 2004 stato cofondatore
della Societ Filosofica Italianasezione di Viterbo, di cui attualmente vicepresidente. Nel ha costituito
il Club per lUNESCO Viterbo Tuscia, di cui
presidente. I suoi interessi teorici si sono rivolti all'epistemologia,
all'etica, alla filosofia politica e alla pratica filosofica. In Popper e il
gioco della scienza ha svolto un'analisi critica dell'epistemologia
falsificazionista, mostrando come l'ultimo Popper, pur rendendosi conto della
coerenza dello sviluppo evoluzionistico della propria epistemologia, arretrasse
e resistesse dal trarne le estreme conseguenze, restando fedele al paradigma
del razionalismo critico, difendendolo sino in fondo, ma con ragioni sempre pi
deboli. Nei suoi lavori su Immanuel Kant (Kant e la metafisica come scienza,
Abitare un mondo comune. Follia e metafisica nel pensiero di Kant) ha
evidenziato sia il proposito kantiano di fondare come una scienza rigorosa la
metaphysica generalis, prima parte della metafisica come era intesa nella
tradizione razionalistica tedesca, sia il carattere che viene ad assumere la
metaphysica specialis, dopo la critica: un pensare congetturale e analogico
che anche prassi, vita. In questa
prospettiva la filosofia kantiana viene valorizzata per la sua peculiare
dimensione "cosmica", come scienza della relazione di ogni conoscenza
e di ogni uso della ragione umana con lo scopo essenziale di essa, e viene
ricollegata alla filosofia come era praticata soprattutto nell'antichit: arte
di vivere, esercizio spirituale. Il filosofo pratico, il maestro di saggezza
tramite linsegnamento e lesempio, cos
lautentico filosofo, che, nel quadro della complessiva ed originale
riorganizzazione kantiana dellorizzonte utopico di derivazione platonica e
rousseauiana, diventa esso stesso un ideale regolativo, al quale colui che pi
si avvicinato stato Socrate, per via della sua esemplare
coerenza di vita. In Freud. Un filosofo dietro al divano, il lavoro del
fondatore della psicoanalisi viene letto come un episodio della lunga
tradizione che ha interpretato la filosofia come "medicina per
l'anima". Il rapporto di Freud con la filosofia si nutre di una profonda
ambivalenza: da un lato un'irresistibile attrazione; dall'altro quasi la
necessit di rassicurare se stesso e gli altri su una propria incapacit
costituzionale (Autobiografia) alla pura speculazione e sulla sua ferma volont
di sottrarsiproprio lui, formidabile affabulatoreal fascino delle narrazioni
filosofiche. La riflessione di Freud non trascura nessuna delle dimensioni
fondamentali della ricerca filosofica. Neanche quella teoretica, volta a
costruire visioni complessive delluomo e del mondo; quella che gli appare la pi
rischiosa, perch la pi astratta, la pi esposta alla frequentazione della
metafisica e della religione, sempre in procinto di cadere nella trappola della
verit assoluta. Pi a suo agio Freud si sente invece nel lavorare lungo un'altra
linea dimpegno tradizionale della filosofia: la riflessione critica sui saperi
e sulle pratiche umane. Nell'opera di smascheramento dei meccanismi con cui le
ideologie e le prassi individuali e sociali ammantano la loro miseria umana,
troppo umana, le potenzialit della psicoanalisi si esprimono al meglio.
Masecondo l'interpretazione di D. la fatica intellettuale di Freud trova la
propria collocazione pi appropriata nella dimensione della ricerca filosofica
che interpreta se stessa come unattivit in cui luomo si dedica alla cura e alla
fioritura di s, alla coltivazione della propria umanit. Questa dimensione della
filosofia come arte di vivere stata
approfondita da D. attraverso la ricostruzione della vita e del pensiero del
filosofo stoico Musonio Rufo nella monografia su Musonio l'Etrusco. La
filosofia come scienza di vita. Testimonianza della vitalit della tradizione
culturale etrusca in epoca romana, la filosofia di Musonio espressione significativa di quel crogiolo di
idee ed esperienze di ricerca della felicit che
l'ellenismo della tarda antichit, in cui si rispecchier poi la civilt
medievale e soprattutto quella umanistico-rinascimentale. Musonio ha dato il
tono di fondo all'impegno prevalente nella tradizione filosofica della Tuscia:
ricerca di una scienza di vita, studio di perfezione, imitazione di Dio,
skesis, esercizio per sviluppare la conoscenza e la coltivazione di s,
finalizzata alla fioritura dellautentica esistenza umana. Ladesione del
filosofo di Volsinii allo stoicismo
decisamente sotto il segno di Socrate: la filosofia pu proporsi come
arte regia in quanto, in primo luogo,
arte di governare se stessi. Lideale dellautosufficienza del saggio si
traduce nella predilezione per lagricoltura, come attivit pi appropriata per il
filosofo. La terra in effettiaffermava Musonioricambia con i frutti pi belli e
pi giusti coloro che si prendono cura di essa, dando molte volte tanto quel che
riceve ed offrendo grande abbondanza di tutto quanto necessario per vivere a chi ha la volont di
faticare: e tutto questo con decenza, nulla di ci con vergogna. Ad un analogo
sentimento di appartenenza al cosmo e ad un profondo rispetto per gli altri
esseri umani e per tutti i viventi, sono ispirate anche le sue riflessioni sui
rapporti sociali, sulla schiavit, sulle donne, sulla nonviolenza,
sull'alimentazione, sul vestire e sull'abitare. Riflessioni che Musoniosecondo la
concorde testimonianza dei contemporaneiseppe tradurre con coerenza esemplare
in una efficace pratica di elevazione spirituale, diretta a coinvolgere,
insieme, il corpo e lanima. Sobriet, rispetto, universalit e condivisione sono
le parole di riferimento di una visione etica che anticipa in modo sorprendente
istanze fondamentali della moderna sensibilit ecologista. La visione della
filosofia come arte di maneggiare gli assoluti
approfondita nel libro Maneggiare assoluti. Kant, Levi e altri maestri.
La filosofias ostiene D. anche quella pi incline a farsi coinvolgere
nell'impresa di estinguere la sete dellassoluto, contiene in s, nella propria
vocazione alla ricerca di una comune verit mediante il dialogo, un antidoto
indispensabile al rischio distruttivo che pu annidarsi in ogni tentativo umano,
tanto umano di cogliere la totalit, linfinito, Dio. Anche le grandi tradizioni
religiose, quelle che da secoli sono impegnate a tracciare sentieri, trovare
parole, celebrare liturgie per saziare la fame di assoluto che agita il cuore e
la mente degli uomini non possono fare a meno di intessere un intenso dialogo
con questa tradizione di ricerca, soprattutto nei momenti cruciali, quando
diventa urgente addomesticare i dmoni che una frequentazione inadeguata del
sacro pu evocare. Dmoni che portano il nome di fanatismo, intolleranza,
totalitarismo e di cui la storia degli uomini alla ricerca della verit
assoluta, della totalit autentica ed incondizionata, dellesperienza
integrale purtroppo costellata. La
consapevolezza che anche la filosofia non possa dichiararsi storicamente
innocente, non cancella ma spinge a ritrovare sempre di nuovo la vocazione pi
profonda di questoriginale forma di esercizio spirituale: una ricerca
appassionata del bene e della verit, capace di resistere alla suggestione del
possesso compiuto e di mantenersi in quella apertura alla possibilit dellerrore
che presidio di autentica libert per s e
per gli altri. Altre opere: Il gioco della scienza (Massari); Metafisica non
scienza (Massari); Abitare un mondo comune: follia e metafisica nel pensiero di
Kant (Introduzione al Saggio sulle malattie dellanima di I.Kant (Massari);
Utopia e ragione come luoghi del incontro dellego ed il tu, in Le ragioni della
speranza (La Piccola Editrice); Lassoluto e il relative (Il Prato); Musonio
(Annulli Editori); Freud. Un filosofo dietro al divano, Annulli Editori,
Riverberi Di Tuscia e daltro, Annulli Editori); La farfalla dellanima e la
libert, Armando Editore. ETRUSCO MUSEO CHIUSINO DAI SUOI POSSESSORI PUBBLICATO
CON AGGIUNTA DI ALCUNI RAGIONAMENTI DEL DOMENICO VALERIANI E CON BREVI
ESPOSIZIONI DEL CAV. ai smagata POLIGRAFIA FIESOLANA A SUA ECCELLENZA IL SIG.
MARCHESE ANGELO CHIGI LUOGOTENENTE GENERALE E GOVERNATORE DELLA CITTA E STATO
DI SIENA CAVALIERE DELLA LEGION D ONORE DI FRANCIA CONSIGLIERE INTIMO ATTUALE
DI STATO, FINANZE E GUERRA CIAMBELLANO DI S. A. IMP. E REALE IL GRANDUCA DI
TOSCANA PRESIDENTE DELL ACCADEMIA DEI FISIOCRITICI E DELLA DEPUTAZIONE DEL PIO
DEPOSITO DI MENDICIT CHE LO SPLENDORE DELLA FAMIGLIA NOBILISSIMA DA CUI
DISCENDE CON TANTE EGREGIE DOTI SOSTIENE ED ACCRESCE E DELLARTI LIBERALI
CULTORE E FAUTORE CALDISSIMO SI MOSTRA QUESTA RACCOLTA DETRUSCHI MONUMENTI
CHIUSINI CANDIDAMENTE E CON GIOIA 0. D. C. GLEDITORI P. B. C. C. F. S. C. A. M.
P. F. D. ri si trova itna mirabile abbondanza di marmi finissimi consistenti in
colonne antiche di granito nero e dell Elba e dEgitto, di granito rosso del pi
compatto, di cipollino orientale, e daltri marmi duri e fin anche di breccia d
E- gitto, di che va ricca ed ornata la cattedrale, ove son poste in uso con
antichissimi capitelli di gusto squisito. Anche sparsamente per la citt
sincontrano in copia marmi duri o eretti in usi decorativi o depositati a parte
e non ancora posti in opera. Non mancano monumenti di romana scultura di raro
pregio in basso e tondo rilievo, tra i quali splende un sarcofago colla caccia
di Meleagro, ed una assai bella testa di Augusto nel palazzo episcopale, e
nelle case Paolozzi. Le antiche iscrizioni lapidarie son pur frequenti per la
citt sparsamente. E poi sorprendente il numero dei sotterranei che sincontrano
sotto le fabbriche del paese, e sono per ordinario eseguiti di ben connesse
pietre quadrate assai grandi. Rieca pure
la citt di avanzi di fabbriche antiche romane, parte delle quali si giudicano
bagni. Ed in vero non sembra che di tali pubblici comodi mancar dovesse un
paese, ove si trovano s or genti ab b ondantis s im e di acqua potabile, e
delle quali non ha guari e stata fatta bella scoperta dal nobile sig. Flavio
Paolozzi, in alcuni spaziosissimi sotterranei, da lu aperti, ove non ancora
si osato avanzarsi attesa la co nfu
sione dei loro sentieri numerosi e feraci di sorgenti, che per via di canali
antichi di piombo somministravano per quanto apparisce, acque abbondanti e perenni
all' antica citt. Ma ci che maggiormente sprona la curiosit degli eruditi il visitare nel territorio di Chiusi gli
etruschi sepolcreti, dove fu trovato quanto di pi mirabile conserviamo nei
nostri musei, mentre non senza una qualche almen lo tana emulazione col
famigerato sepolcro di Porsenna eretto un tempo in questa nostra patria,
presero i suoi citladini etruschi l'esempio di rendere le lor tombe in vario
modo as- J-Ja dovzia d antichi monumenti darte nell'etrusco citt di Chiusi
nostra patria, non ha guari trovati, e nei nostri musei custoditi, ci ha fatto
sospettare che saremmo giustamente ripresi, qualora tal dovizia si teness fra
noi medesimi inosservata ed inutile all incremento della scienza archeologica.
A ci credemmo sufficiente riparo di offrir libero accesso a chi volesse que monumenti
osservar con a- gio nelle nostre private collezioni. Ma riflettendo poi che la
pi gran parte degli eruditi, cui non
dato il potersi recare personalmente a Chiusi, restavan privi del bene
di conoscere questo ramo speciale di etruschi monumenti: cosi a sodisfare anche
questa numerosissima classe di eruditi, non crediamo che trovar si potesse
miglior divisamento di quello da noi gi compito, di far disegnare con fedelt
massima i monumenti pi ini ere s santi, che possediamo, e quindi a nostre spese
farli incidere in rame in dugento sedici tavole distribuiti, raccomandandone
l'edizione al cavalier Francesco Inghirami. A tale nostro invito egli non solo
ha cortesemente aderito c oli ine arie ar s ene per nostro conto, ma si compiaciuto inoltre di venir pi volte da
Firenze a Chiusi per confrontare i disegni coi monumenti originali, e ci ha
fatto inoltre il dono da noi gradito delle brevi interpetrazioni che abbiamo
apposte a ciascun monumento, al che abbiamo aggiunto anche alcuni ragionamenti,
donatici dallegregio sig. prof. Valeriani nostro concittadino. Chi ha per le
mani l opera che ora pubblichiamo, non creda gi di conoscere, p e' suoi rami,
tutti i monumenti antichi di Chiusi, mentre n
assai pi dovizioso il paese. Qui
ti d quei di Tarqui ni a, fo rse perch ne fu inventore un diverso
architetto. Nellannoverar che facciamo de monumenti antichi pi insigni di
nostra patria, non da pretermettersi che
in vicinanza della citt rsta sotto una collina di tufo breccioso verso l
Oriente un cimitero antico di cristiani, eh noto sotto la denominazione di
Catacombe di s. Mus tio la Vergine e Martire, inclita patrona della citt e
della diocesi- Questi sotterranei non solo servivano alla sepoltura de
cristiani, e in specialit dei martiri, ma nel giorno di festa e nel natalizio
dei Santi vi si raccoglievano per celebrarvi i divini misteri, ivi oravano, ivi
stavano refugiati nel maggior impeto della persecuzione, a scansar la rabbia
dei tiranni, come descrive un nostro concittadino che di tali sotterranei h a
ragiona to eruditissimamente, L'abbondanza delle cristiane iscrizioni che
spettano a questorispettabile sotterraneo, notante dal prelodato relatore, lo
rendono anche pi degno dell'attenzione d'ogni erudito. Il libretto che a
memoria di ci egli ha scritto con somma eleganza e dottrina, dove si trova
incisa inclusive la piant a dell 1 2 ampio sotterraneo, oltre le iscrizioni ivi
adunate e illustrate ',e laltro libretto di non inferior merito, scritto da
vari eruditi, circa il gi nominato monumento sepolcrale del Poggio al-moro 1,
forma insieme colla presente opera l informazione di quanto crediamo ess er su
ffidente ad erudire i cultori dell' archeologia circa le antichit osservabili
di Chiusi nostra patria. 1 Pastumi, Relazione di un antico cimitero di
cristiani, in vicinanza della citt di Chiusi con le iscri zioni ivi trovate.
Montepulciano Sepolcro Etrusco Chiusino illustrato nelle sue epigrafi dal Prof.
Gio. Batt. Vermigliol, con laggiunta di una memoria del sig. Giuseppe del Rosso
sulla parte architettonica dello stesso monumento ed una lettera del sig. Dolt.
Francesco Orioli. Sta anche negli opuscoli del Vermigliol ec., Perugia sai
magnifiche e ricche d' oggetti d'arte. Si
reso celebre fra gli altri l ipogeo situato in un possesso della g ra
riducale fattoria di Dolciano, il quale conserva in se stesso un antico modello
rarissimo di fabbrica etrusco, perch a differenza degli altri scavati nel tufo,
questo vedesi edificato di travertini tagliati regolarmente, e situati senza
cemento m volta arcuata di tutto sesto, e da varie urne cinerarie occupato, le
quali hanno in fronte sculture vaghissime ed epigrafi etru s che, dalle quali
resulta essere stato questo sepolcro a pi famiglie comune. Altri non meno
importanti ipogei scavati nel tufo si osservano in varie pendici del monticello,
sul quale era ed tuttora la nostra citt.
In alcuni di essi, con animo di sodisfare Valtrui erudita e commendevole
curiosit, i proprietari lasciarono in parte i monumenti meri facilmente
amovibili, acci sia noto come e con quali riti vi fossero depositati fin da
quando ve li posero gli Etruschi. Fra questi ipogei, mediante le nostre
indagini fin ora scoperti, due soli noi trovammo scavati regolarmente nel vivo
tufo m guisa di camere e dipinti : luno aperto nel maggio del 1827 in un podere
chiamato P o gg io-al-moro, l altro in alt ro podere detto il C olle, le cui
pitture son riportate in quest opera. Pare che lo stesso pittore li dipingesse
ambedue, ma l ultimo aperto si conserva assai meglio, forse perch ladiacente
suolo men umido . I soggetti quivi
dipinti son pure i me des imi in amb edue gl ip 0 gei ; ndi {feriscono
granfatto, si nello stile, si. nel metodo del dipinto, e s nel s og g ett o iv
i Ir att ato dalle pitture dellegrottecornetane, che si altamente sono state
encomiate . E probabile che in questi due sotterranei dipinti vi fossero
depositati oggetti di prezzo ragguardevole, e perci dagli stessi antichi
derubati, perch non vi stato trovato
quasi nulla, specialmente in qul sepolcro che lultimo stato scoperto. poi singolare, come i soffitti intagliati nel
tufo sieno pi elegan- lei il loro cognome anche gli altri re etruschi, cosi
esprimendosi quel dotto ed ingegnoso poeta. Nomina videbis, modo namque
Petulcius idem, Et modo sacrifico Clusius ore vocor. Questa gi potentissima
citt, che fu detta Camars nella lingua dei nostri padri, ( il qual vocabolo per
significa lo stesso che il pi moderno Clusium, imperocch le du voci ca, e mar,
o mars, che lo compongono, vengono interpetrate, chiuso dalle paludi ); Che la
nominarono pure Chiamarle, e Camarsoli, Livio, Eutropio, ed Antonio Sabellico,
diede luogo a molte dispute fra gli eruditi per determinare se annoverar si
dovesse fra le dodici antiche citt etruschs, capi di origine-, ma le ragioni
addotte in contrario non montano a nulla di fronte all unanime consentimento di
tutti i pi accreditati scrittori antichi, e moderni, che lo affermano. Ed lo
sorto persuaso che non manchino autorit bastanti a provare, che non solo ella
fu una delle dodici citt capi d origine, delle quali era composta la famosa, ed
antichissima confederazione etnisca residente a Fiesole, che risale per autorit
di molti gravissimi scrittori, a 2o5o. anni circa prima dell era volgare, ma
che avesse puranco lonore di tener lunga stagione lo scettro sii tutta
lEtruria, come lo afferma il dottissimo Dempstero, che sostiene avervelo ella
tenuto per 5qo anni di seguito- Di fatti anche Virgilio, parlando di Chiusi -,
nomina un suo re chiamato Osi- nio, la cui et
molto antica, essendo quello stesso che trovassi impegnalo nelle guerre
eli ebbe a sostenere il Frigio Enea in Italia, contro Turno, ed i Rullili,
prima di stabilire i suoi penati in questa bella, e da tutte le straniere
nazioni ambita penisola. Ma anche molto avanti che quel Troiano qu navigasse,
aveva avuti Chiusi i suoi regnanti, poich si annovera Osinio trentesimo sesto
dei regi Etruschi. Ci che basta a togliere lonore della fondazione di tal citt,
a Tirreno, a Telemaco, e a Clusio . Che poi continuasse Chiusi a fiorire in
potenza, ed in ricchezze, ed anzi Salisse ognora a maggior altezza nell' una e
nelle altre, dai tempi troiani fino a quelli in cui fu scacciato dal trono
Tarquinio Superbo, ne fanno chiara fede gli storici, ed. i poti. Imperocch
Livio nel secondo libro della prima deca, narra che i Tarquinii espulsi da Roma,
eransi rifugiati presso Larte Porsena re di Chiusi. Ed aggiunge lo stesso
storico, al luogo citato, che giudicando quel valoroso monarca nobilissima
impresa per lui l includere quella metropoli nei suoi domimi, mosse a quella
volta con poderoso esercito grandemente inanimito contro i Romani, ed avendo
posto il campo sul Gianicolo, cinse la citt et assedio, e tanta costernazione
vi sparse, che mai prima d allora s gran terrore aveva invaso il senato, ed il
popolo romano. Cotanto formidabili erano in quel tempo le genti chiusine, e s
grande e temuto suonava per le terre italiche il nome di Porsena . DELL ANTICA
CITTA DI CHIUSI li impresa malagevole assai quella di rintracciare le origini
delle antichissime citt italiche, i cui fondatori si perdono, per lo pi, nel
buio delle et favolose. E quanto furono esse pi cospicue, e pi potenti, per
valor d'armi, e per senno dei loro abitanti, per sapienza, e per arti belle,
tanto cresce la difficolt di poterne rinvenire con sicurezza, e fissare i
cominciamenti Avvegnach i poeti singolarmente, seguiti poi dagli storici
ancora, assumendosi l' incarico di celebrarne i pregi, e cantarne le lodi, pare
che siansi fatto uno studio esclusivo di nasconderci il vero. Questa sorte
pertanto comune con molte altre anche
alla nostra famosa Chiusi. Tuttavia, bench io non dissimuli a me stesso, che
ben aspro e certamente il cammino, in che sono entrato, e tale forse ancora da
non trarmene fuori senza pericolo di smarrirmi tra va -, pure non so astenermi,
spintovi da quel caldo amor patrio, che mai non tace negli animi bennati, dallo
scrivere alcuna cosa intorno alla citt di Chiusi . E tanto pi volentieri lo
faccio, m quanto che pubblicandosi un'Opera ove non sono raccolti che antichi
monumenti chiusini, non giudico disdicevole che vi si legga, cosa fosse nei
vetusti tempi quella si splendida, e si rinomata citt. Lasciando pertanto da
parte, come, e quando cominciasse ella ad esistere, se Tirreno, o Telemaco ne
ponesse le fondamenta, come pretesero alcuni scrittori, o sivvero Classo re degli
Etruschi, che si vuole da altri che fosse figlio di un secondo Tirreno, e se ne
riguarda come il fondatore esso pure, ( ed io lo direi meglio arnpliatore, e
ristauralore della medesima, bench s ignori in qual secolo ci avvenisse ), egli fuor d' ogni dubbio che questa citt risale ad
una remotissima origine . Loch peraltro discoprire volendo, e stabilir con
certezza, sarebbe lo stesso che mettersi a navigare in un mar senza sponde. Per
lo che, scender ad epoche meno lontane, e pi certe, quando gi la citt di Chiusi
teneva ampio dominio sull' antica Etruria. Mentre pare da un distico che si
legge nel primo libro dei Fasti d Ovidio, che prendessero da Elr. Mas. Chius.
zo coll' uccisione del Console Lucio Cevlio, e di 3 ooo soldati, furono dalla
valida l'esistenza dei Chiusini obbligati ad abbandonarne l'impresa, e
spingersi a sciogliere il freno ai loro furori contro Roma. Lo che narrasi da
Lucio Floro nel primo libro della storia romana, e possono consultarsi ancora
su questo proposito, Diodoro Siculo, e Polibio. Ne fa pure un cenno Plutarco
nella vita di Numa Pompilio, e ne parla pi a lungo in quella di Camillo. Anche
la risposta, che lo storico di Cheronea fa pronunziare con barbara confidenza
da Brenna condottiero dei Galli, agli ambasciatori romani, che s'erano a lui
recati per chiedergli ragione a nome del Senato, del suo procedere verso i
Chiusini, infestandone i possessi, disertando i campi, e minacciando la citt,
ne fa viepi chiara testimonianza intorno alla celebrit, ed opulenza della
medesima, essendosi cosi espresso qul fiero conquistatore. Ci fanno manifesta
ingiuria i Chiusini, come coloro che ambiscono di possedere una estensione di
compagne, molto maggiore di quella che possono coltivare, e superbamente
ricusano di concederne una porzione a noi forestieri, che siamo in gran numero,
e poveri. Circa la fertilit poi dell agro chiusino, leggasi Plinio, ove ne loda
il frumento, cosi per la qualit sua, come per la quantit che ne produceva. E
Marziale erasi prima di lui nell ottavo epigramma del i 3 . libro espresso in
tal guisa Imbue plebejas clusinis
pultibus ollas jj. Moltissime altre autorit di antichi scrittori avrei potuto
raccogliere, onde mettere in pi chiara luce, ed evidenza, la grandezza, e V
opulenza della citt di Chiusi iti remotissimi tempi, la potenza dei suoi re, il
valoroso coraggio, e l'operosa industria dei Suoi abitanti, t libert del suo
territorio, e lo splendore che la rese tanto famosa per lunga serie di secoli,
ma stimo che bastino le gi riferite, ed i pochi cenni che ne ho dati, per farne
concepire, a, chi vorr leggere questo ragionamento, una giusta, e non umile
ida. N poteva daltronde dilungarmici gran fatto, attesa V indole di quest'
Opera, e la brevit della periferia, cui ho dovuto perci ristringermi nel
comporlo. Mi contenter dunque di aggiungere, che venendo puranco ad epoche a
noi pi vicine, dopo lo smembramento dell impero romano per opera dei
Longobardi, ebbe Chiusi, bench decaduta immensamente dall antico suo lustro, il
titolo di Ducalo; leggendosi presso Anastasio bibliotecario in s. Zaccaria, che
Liutprando mand ad ossequiarlo il suo nipote Agiprando, 0 come leggesi in altro
codice Adelprando, duca di Chiusi. Il qual fatto viene riferito egualmente dall
autore dell Etruria Regale. Ed anche giunta la citta di Chiusi all estrema sua
umiliazione, rimase ognora citt vescovile, come lo tuttavia, e fregiata di assai privilegi. E si
legge in un manoscritto che tratta di cose etnische, e conservasi nella
libreria Rondoni JlcJlklh che circa di n' era vescovo un tal Teodosio. Ricavasi
pc-i dal decreto di Gregorio, cap. 9. delle costituzioni, che l' anno 3 II qual
fatto confermano, oltre Polibio, Dionisio d Allea mas so, ed altri Storici,
anche santAgostino nella sua Citt di Dio, Sidonio Apollinare, Chilidiano,
Orazio Fiacco, Marziale, Tztze, e molti altri. N parr strana una si gran
potenza dei chiusini, ed una tanta opulenza, a chiunque facciasi a riflettere
ai magnifici e sontuosi edifizi, dei quali Chiusi adornavasi. E baster riferire
a questo proposito la descrizione del labennto fattovi costruire dallo stesso
Porsena, perch gli servisse di sepolcro, e che si legge in Plinio al capo
decimo terzo del libro trentesimo sesto, ove riporta, co/n ei dice, le parole
stesse di Marco V rrone. Fu sepolto, scrive egli, questo monarca, sotto la citt
di Chiosi ove erasi fatta inalzare una tomba di larghe pietre quadrate, e
compresa da quattro lati, o muri, ciascuno dei quali estendevasi per trecento
piedi in lunghezza, avendone cinquanta di altezza. Nell area interna di nove
mila piedi, raggravasi un inestricabile laberinlo, nel quale chi si fosse
introdotto senza un gomitolo di filo, non avrebbe potuto ritrovare la strada
onde uscirne. Ergevansi poi sopra il vasto quadrato cinque piramidi, quattro
negli angoli, ed una nel mezzo, larghe alla base, ciascuna setlantacinque
piedi, ed alte centocinquanta. Slava nella cima d ognuna di esse un grosso
globo di bronzo, sovrappostovi un petaso, dal quale scendevano varie catene,
cui vedevansi sospesi dei campanelli mobili, e sonanti quand erano agitati dal
vento, come raccontasi pure del tempio di Do- dona. Sulla cima delle grandi
piramidi ne sorgevano altre quattro alte cento piedi', sopra le quali era
praticato un piano, ed in esso pure si alzavano altre cinque maggiori piramidi,
che secondo gli annali degli Etruschi veduti da f arro nc, erano tanto alte,
quanto il rimanente dell edifizio. Ora domando io : a qual potenza, ed a quanta
ricchezza doveva esser salita la citt di Chiusi, onde concepir potesse un
suore, e condurre ad effetto la superba idea di fare erigere una fabbrica di
questa sorte, per servirsene di sepoltura, quando ancora si voglia credere
esagerato un tal racconto ! E veramente, o esagerazione, o stranezza vi certo, nella surriferita descrizione, giacch pi agevole il disegnare quelle piramidi sulla
carta, come saviamente riflette anche il Pignotti, che il trovar la maniera di
farle stare in piedi. Tuttavia per, bench debbasi ridurre la cosa a pi
ristretti, e pi giusti limiti', conviene non pertanto ammettere, che la tomba
di Porsena fosse una fabbrica sorprendentissima, e tale da superare di gran
lunga quanto di pi grandioso fece ammirare V umana vanit nei trascorsi tempi, o
si ammira pure nei nostri, presso le altre nazioni, se non per altro per la
singolarit della sua costruzione, e per la gigantesca sua mole-, poich tal cose
possono ingrandirsi bens dai narratori di esse, ma inventarsi non mai. N meno
splendida da credere che fosse la nostra
citt, n inferiore la sua potenza 284 anni pi tardi, quando scesero in Italia i
Galli Senonio Avvegna ch avendola quei barbari cinta d assedio, dopo aver
battuti i Romani ad Arez- 5 iig8, il pontefice Innocenzo III scrisse al vescovo
di Chiusi, bench se ne taccia il nome nel luogo donde ho tratta questa notizia.
E finalmente narrano, il Surio tomo l\, e 1 Usuando nel Martirologio, che il d
3 di luglio, imperando Aureliano, vi conseguirono la palma del martirio i santi
Mustiola cugina dell' imperator Claudio ed Ireneo diacono, i cui corpi sono
esposti alla venerazione dei fedeli nella stessa citt. Non solamente gli
antichi monarchi, ed i grandi Chiusini avevano le loro tombe gentilizie ; ma le
private famiglie eziandio, e queste pi c meno grandiose, a seconda della
propria condizione e ricchezza, come ne fan fede tutti quegl ipogei, che sortosi in buon numero dissepolti
finora. E non dispiacer, credio, agli amatori delle cose etrusche, il sapere in
qual modo discopronsi cotali sepolcreti. Nei trascorsi tempi era stato il solo
caso l'autore di simili ritrovamenti, poich
contadini arando la terra si abbattevano di tempo in tempo in alcuno di
essi, senza cercarne. Ma da varii anni a questa parte, la cosa ha cangiato d 3
aspetto e si determinata la maniera di
rinvenirli a colpo sicuro, ed eccone il metodo. Avendo osservato alcuni signori
Chiusini, come, e dove erano situati gl ipogei discoperti dal caso, pensarono
di fare dei tentativi, saggiando il terreno, per discoprirne degli altri
espressamente cercandoli, ove se ne riscontrasse del sovraimpostoj ed i primi
saggi \ per essi sperimentati, sortirono un felicissimo effetto. Questi diedero
loro animo a procedere ai secondi, e quelli ai terzi, e cos ad altri di mano in
mano. Di modo che nel corso di pochi anni se ne scoprirono in tal quantit, che
alcuni dei sullodati signori, come fra gli altri, Casuccini, e Sozzi,
arricchirono, o formarono di pianta, ragguardevoli collezzioni, di urne
funebri, vasi, specchi mistici, idoli, sitale, scarabei, ed altre
interessantissime anticaglie. Le quali collezioni si vanno pure di giorno in
giorno aumentando, mediante i nuovi scavi che si continuano sempre a fare con
caldissimo amore di patria, e senza risparmio di spese. La qual cosa, se e
lodevole in un governo, lo molto pi
nella condizione privata. Che al nascimento del cristianesimo, ed al tempo
della propagazione di esso, fosse Chiusi tuttavia una rispettabile citt, e fra
le prime ad abbracciare la fede evangelica, si deduca ancora da quanto sono per
dire. Nelle catacombe che si trovano situate alla distanza di circa un mezzo
miglio dalla citt medesima, e delle quali fanno menzione, V Ughelli, il
Boldetti, ed altri, essendosi di recente intraprese delle escavazioni, che si
vanno proseguendo con ardore, sono stale riaperte molte strade, ove si rinvenuto un numero considerevolissimo di
sepolcri murati a pi ordini, che saranno ben presto formalmente aperti. Nei
quali, se per mancanza di autentiche non si potr asserire con sicurezza che vi
siano siati sepolti corpi di Santi Martiri, non pu dubitarsi per che abbiano
servito di tomba ad individui della primitiva cristianit. In alcuni di essi
trovati discoperti si osservato essere
state deposle in ciascuno le ossa d{ due o tre individui : lo che mostra ad
evidenza che fosse grande in quei tempi il numero dei cristiani in Chiusi,
venendo ci infermato dall essersi col
diretti dalla stessa Roma, diversi seguaci della nuova religione, fra i quali
la surriferita Vergine Mustiola, e dall 3 avervi spedito l* imperatol e
Aureliano un suo Prefetto per nome Pardo A promano, affine di perseguitarvi i
cristiani -, e non pochi di essi vi subirono il martino, come t due santi
nominati qui sopra le anime goduto dopo chelleno son separate dal corpo. Furon
varie presso gli antichi le maniere di figurare un simile godimento, e noi
vediamo frequentemente nelle pitture dei vasi fittili, e nebassirilievi alcune
imbandite mense, i cui commensali starinosi lautamente bevendo a! suono di
piacevoli strumenti, poich prevaleva presso di loro la massima che il premio
concesso alle anime beatificate era il godimento di una eterna ubriachezza. Al
pari dissoluta sembra laltra massima degli Etruschi i quali fanno consistere
tal beatitudine nel libero consorzio di ogni senso, per cui si vedono
replicatissime pitture nei vasi etruschi dun satiro ed una menade, ai qual
soggetto si d nome di baccanale. Men dissoluta
1 immagine del Chiusino scultore antico di questara, ove al suono di
variati strumenti ci rappresenta una mimica danza, replicato soggetto nelle
sculture pi antiche di Chiusi. Il rilievo di questa bassissimo, al pari dellantecedente, e il
disegno parimente un terzo del suo
originale. JSum. j. Tra le molte immaginette in bronzo che trovaronsi nelle
terre deglEtruschi rappresentative della SPERANZA se ne incontrano alcune alate
come la presente. Le ragioni che mossero questi popoli ad AMMETTERE LE ALI ALLA
SPERANZA, son da me dichiarate nello spiegare i monumenti etruschi, non meno
che il significato della veste che tiene scostata dal fianco. Qui soltanto
ripeter brevemente, che gl3truschi hanno spesso confuso LA SPERANZA colla
Nemesi, dando all una ed allaltra le ali MA LA SPERANZA, A DIFFERENZA DI
NEMESI, CONTRAE LA VESTE PER AVER PIU SPEDITO IL PASSO, ONDE MOSTRARE CON
QUANTA ANSIETA LATTENDE CHI SPERA. La mano elevata suole aver altres qualche
simbolo o significato, ma di questa nulla diremo per esser guasta; e solo
avvertiremo esser questo disegno uguale in grandezza al suo originale. JSum. 2
. Lo scarabeo rappresentato in questo num. 2, ha una figura scolpita rozzamente
al segno da mostrare una sola gamba, sebben sia nuda in tutto il corpo. Il
petto delineato in guisa che addita
esser donna,- e qualora interpetrar si volesse quel che tiene in mano,
direbbesi non impropriamente un pomo granato, sicch il combinare con tutto ci
latto di stare assisa ci potrebbe far creder che fosse Euridice o Proserpina,
entrambe dimoranti all inferno, dove figurasi assiso chi vi destinato, per mostrar cred io la stanchezza
di quella dimora. Cos Teseo condannato all inferno fu non solo cos
rappresentato dagli Etruschi 6, 1 Ivi, ser. i, 4i2. 5 Ivi, Ragionamento v, p.
17 5, sq., e cap. u, 2 Micali, Monuments ant. pour louvrage inlilul p- 110. sq.
l'Italie av. la dommation des Romains, Lanzi, Saggio di lingua etrusca, tav.
Monum. Etruschi; ser. nij p. 202, sq. n. 2, p. lai 4 Ivi, p. ao 5 ETRUSCO
2D2IL2.1 S&TftiL2 Non vi soggetto
che abbia tanto occupato il genio degli artefici scultori nei monumenti ferali,
quanto i Dioscuri. Noi vediatno soventi volte nei cassoni mortuali i simulacri
di quei due giovani allegorici, posti simmetricamente alle due estremit delle
cotriposizioni, senza che abbiano colle composizioni medesime nessuna
connessione storica o favolosa ivi posti manifestamente non solo per ornamento,
ma per allusione speciale al passaggio dalla vita alla morte, e nuovamente
dalla morte alla vita, come dicevasi dai Gentili che i Dioscuri ebbero da Giove
il vicendevole dono della immortalit 3 . Or poich il presente bassorilievo in unara di quattro facce, ove da ognuna di
esse ripetesi a guisa dornato il soggetto medesimo di due giovani equestri, e
poich questo monumento stato ritrovato
in una tomba sepolcrale, cos non credo erronea 1interpetrazione ch'io d a tal
soggetto dei due dioscuri, ripetuti simmetricamente per ogni faccia dellara. Il
rilievo della scultura bassissimo,
eseguito in pietra tofacea, la quale si lavora con molta facilit per esser
fragile. Il disegno un terzo dell
originale. frequentissimo al pari
dellantecedente soggetto quello che losservatore trova in queste 4 Tavole
distribuito, non altro ivi raffigurandosi che il gaudio mistico dal- i B. rii.
del Mus. Borgia riportato dal Millin, Galler. Mythologique Pian, lxxx, n. 53o.
Cori, Inscript. Antiq. in Etruriae urbi bus ex- iati., Pars ni, Tab. x. et
xGxrti, 2 Inghirami, Monumenti Etruschi, r nuovo negli oggetti ferali laugurio
di prosperit che i vivi facevano ai morti, nella fiducia che godessero una vita
migliore. Laltezza di questo vaso un
terzo dell originale. tavola. Ecco un saggio dei tanti vasi di bronzo che si
trovano a Chiusi. La grandezza del disegno
pari a quella del suo originale, ed ha ornamenti siffatti, che non
disdirebbero ad unopera di fusoria dei migliori tempi dell arte; specialmente
se consideriamo quel manubrio a cui si leggiadramente vien data la forma d un
giovine in atto di riposo. Un altro genere d utensili tutto diverso dai fin qui
esposti, occupa la Tav. X, ove pure
diverso in tutto lo stile del disegno che ne traccia la rappresentanza;
talch sarei per dire che altri fossero gli artefici e la scuola di scultura,
altra quella di plastica, altra quella di fusoria, altra quella gliptica, altra
quella di grafito in Chiusi, e che tutte separatamente si vedono in queste
dieci tavole. Nel presente disco manubriato di bronzo rappresentansi fuoi d
ogni ub io i Dioscuri: soggetto ripetutissimo in simili oggetti, che perci
diconsi spec chi mistici; e su questi e su quelli ho scritto abbastanza,
ragionando dei Menu menti etruschi *. Uno dei giovani colla mano portata in
alto accenna il cielo, laltro linferno col braccio al basso: attitudine che a
meraviglia esprime 1 al tei - ila loro posizione, come dicemmo spiegando la
tavola prima. Onde qui mi resta da notar brevemente, che questi mistici
utensili si trovano tra i cadaveri come un amuleto relativo al transito delle
anime da questa all altra vita. Una gran parte di figure in bronzo quasi esattamente
simili alla presente si trova in vari musei d Etruria ; e poich io ne vidi
alcune che sostenevano un gran disco con una incassatura al lembo di esso, cos
mi detti a credere che in antico siano stati specchi di toelette, il cui disco
lucido era probabilmente incastrato nella ghiera del disco di bronzo ade r ente
alla anzidetta figura, che gli serviva di manico 3, e della grandezza di questo
disegno, eh' uguale al bronzo archetipo. Non
dunque inverisimile che essendo questo un vero specchio da toelette, sia
quel manico dal quale retto, la figura
di Veneie.3 Ivi, tav. g ma descritto in simile attitudine anche da Virgilio *.
La stessa Euridice si vede rappresentata allinferno sedendo per terra, in atto
desser liberata da Orfeo * 11 pomo granato nelle mani delle persone
infernali superstizione che usavasi
anche tra gli Etruschi, rappresentati nei coperchi delle loro urne cinerarie 3
. Ma in tanta goffaggine chi decide? Num. 3. Lo scarabeo di questo num. sar
spiegato con altro d'ugual soggetto. mrriensa variet di forme che sincontra nei
vasi sepolcrali, ve ne son 1 j C | 6 ^
6r n ' r o uar do meritano d'esser fatte
conoscere coi rami per la H r t0 s n S^
ar ta ; e per quanto non potremo in
questopera dar 0 . o nuna di esse, pure non sapremmo astenerci dal farne
conoscere le pi a- 3 ' H t0 r >r *. nc T a ^ menl:e riguardo alla utilit che
queste nuove forme poscaie a e aiti meccaniche, ed al miglioramento degli
utensili domestici. t . . Pj ente,n questa VII tavola figurato di terra cotta di color rosso, si- rorrisn 3
m6nte sn P ra a ^ tr ' quattro vasetti insieme uniti al disotto, ed ai
quali . . n on quattio fori nel
recipiente maggiore praticati, onde potrebbero ntrodurvs. quattro diversi
liquidi, come si vede chiaramente nel disegno superate " 6 ^ recc liette c ^ e servono di manichi nel vaso
di mezzo sono trafoche ' C me Se V1
fo8Se P assa t a una cordicella per appendere tutta la macchinetta, per ques o
aggiunto sembra essere stata di qualche uso. tavola Vili. annoverare
preSeiUe da re P u tarsi antichissimo,
qualora non vogliasi mento eli occh' imi ^ tlV0 delIe antiche opere plastiche.
I profili con gran g a a pert.ss,m. ne. volti che vi son modellati,
e quei veli che hanno nera anche^nfll* *' mm, espressi dagli antichi nei
monumenti sepolcrali. Avverte chi ha fatto eseguirequesta tavola, che sotto al
vaso copiato un ornato doro dalla parte
anteriore, il doppio dell originale, e sotto
disegnata la parte posteriore di esso, della grandezza del monumento, ed
aggiunge che le due sfingi rappresentatevi sondi un lavoro mirabilmente finito
e minuto. ISCRIZIONI FUNEBRI ETRUSCHE Quanto saviamente dichiarasi dal eh. pr.
Valeriani nel secondo suo dotto ragionamento che segue, mi dispensa dallonere
di spiegare le iscrizioni funebri che trovansi nei cinerari etruschi di Chiusi,
perche scritti in una lingua perduta. Tuttavia quel barlume che le moderne
indagini dei dotti sopra di essa ci fan vedere, sar posto a profitto dall'
eruditissimo sig. prof. Vermigiioli il pi meritamente accreditato in simile
materia, onde in fine di questopera trovisi qualche notizia di queste
iscrizioni funebri chiusine, che ove lo concede lo spazio vi si distribuiscono,
senz altro dirne per ora. V* : IHd-M 3 Pi -O J I- :ian 0qm v : Pi +i f 11 A? 3 d-flq = i anq V >/ di. yfMRY/\ IV. =3
Dliaq => --1 Mti V V -, Mooum. Eu.., set. m. 36 >4 d^osamcnte remota,
dice il Pejleuttier nella sua storia dei Celti, gli antichi popoli di questo
nome, o i Cello-Sciti, la cui lingua se non
primitiva in un senso assoluto, 10
per lo meno relativamente a quasi tutte le lingue conosciute, s furono
sparsi da una parte nell Asia occidentale, e dall altra nell Europa, si
estesero in quest ultima regione, gli uni al Settentrione, e gli altri lungo il
Danubio. La posterit di questi poi rimontando quel fiume, pervenne in seguito
alle sponde del Reno, le quali oltrepass, e riempi delle sue numerose
popolazioni tutto l intervallo che si estende dalle Alpi ai Pirenei, e ai due
mari. Laonde ovunque la lingua dei Celti mescolandosi agl idiomi indigeni, form
delle combinazioni, ov ella domin sensibilmente . Ed anche in quei contorni che
aveva trovati deserti, o dai quali aveva fatto scomparire gli abitanti, il
celtico si conserv nella sua purit originale. Alcuni secoli dopo la popolazione
sempre crescente di questi Celti, o Galli, li costrinse a passare i Pirenei, e
le Alpi. In Italia, dopo avere occupato da prima tutto il paese posto al piede
delle montagne, eglino si estesero di mano in mano, nel- l'Insubria,
nellUmbria, nel paese dei Sabini, in quello degli Etruschi, degli Osci, dei
Sanniti, ed in tutto il resto della penisola al d qua del Garigliano. Nel
medesimo tempo alcune colonie greche approdarono all estremit orientale
dItalia, e vi formarono degli stabilimenti. Lasciami poi ben presto le sponde
del mare, e spingendosi sempre avanti, incontrarono finalmente i Celti, che
continuavano pure dal canto loro ad avanzarsi ancor essi Dopo alcune guerre, poich questo sempre 11 primo caso dei due popoli che s
incontrano j s riunirono nell antico Lazio, e non vi formarono pi che una sola
societ, che prese il nome di popolo latino. Allora le lingue delle due nazioni
si mescolarono insieme, e si combinarono con quelle dei primitivi abitanti. N
bisogna dimenticarsi di osservare che in quest' amalgama aveva il celtico un gran
vantaggio. Il greco, che non allora, o a
grandissima distanza, la lingua di Omero, di Platone, doveva dal canto suo il
nascimento ad un miscuglio di mercatanti fenci, d avventurieri di Frigia, di
Macedonia e d llliria, e d quegli antichi Celto-Sciti, che mentre i loro
compatriotti si precipitarono in Europa, eransigettati sull' Asia occidentale,
donde erano discesi in seguilo fino al paese che fu poi la Grecia. Eravi dunque
del celtico alterato nel greco, che si combinava di nuovo col celtico. Dalla qual
moltiplice combinazione nacque la lingua latina, che rozza nella origin sua.
ripulita poi, e perfezionata col tempo, divenne in fine la lngua di Terenzio,
di Cicerone, di Orazio, e di Virgilio. Ed
questa medesima lingua latina, che dopo un si bel regno terminato con un
s lungo e tristo tramonto, veniva ad amalgamarsi ancora unaltra volta col
celtico : sorgente comune dei barbari dialetti dei Goti, dei Lombardi, dei
Franchi, e dei Germani, per divenire poco tempo dopo la lingua di Dante, di
Petrarca, e di Boccaccio. Per tali considerazioni, e per quelle gi riferite in
questo ragionamento, io credo che si debba battere un cammino diverso da quello
che si battuto finora dagli archeologi,
nell investigazioni intorno gli antichi Etruschi, ed al loro linguaggio. E non
gi perdi io abbia la nati d sopra, molta gratitudine dobbiamo avere ai Signori,
Vermiglol, Zannoni, Mleali. Orioli, Ciampi, e pi particolarmente all
infaticabile cav In- giurami, per i tentativi che tutti questi hanno fatto,
onde aggiungere dal canto loro nuovi lumi, affine di condurci vie pi addentro
nei penetrali delle cose etrusche, non ci siamo non pertanto finqu partiti,
quanto alla lingua, dal punto dove eravamo cinquanta, o sessanta anni, per non
dire quasi un secolo addietro. N qui sarebbe per avventura fuor di proposito lo
stabilirese la nazione etrusco debbasi avere assolutamente nel numero delle
perdute, e nel caso affermativo determinare il come, e il quando sia questo
avvenuto, oppure considerare la dobbiamo come trasfusa nella romana, o
combinata con tutte quelle che invasero a piu riprese lItalia. Ma siccome
cotali ricerche mi farebbero deviar troppo dallo scopo che mi sono prefisso in
questo discorso, e mi trarrebbero troppo in lungo, cosi le serbo ad altro
tempo, e ad altro lavoro. E per istringermipi dappresso al mio soggetto,
dovremo noi riguardare la lingua etnisca, o come primigenia, e indi genia dell
antica Etruna,o come proveniente da altro pi vetusto idioma italico-, o sivvero
come un composto di pi dialetti stranieri, combinati collindigeno, quali
sarebbero, il pelasgo, il lidio, il celtico, il greco antico, il traco-frigio,
ed altri, qua portati a diverse epoche dalle varie colonie che si venneroa
stabilire nelle nostre belle contrade. Riflettendo che tutti gli archeologi, i
quali procacciarono di rischiarare questa materia oscurissima, hanno ben poco,
o nulla concluso finora circa lintelligenza dell antica favella dei nostri
padri, e quelli che pretesero di trarla dall Oriente senza alcun altro
soccorso, e quelli che la vollero derivare dai greci e i fautori dell antico
latino $ pare che ne inviti la sana critica, e ne sproni il buon senso, a
tentare un altra via, per vedere se si giungesse finalmente a sciogliere questo
famoso nodo gordiano. Ed io penso che giovandosi di quanto si pu raccogliere di
antichissimo italico, donde procede in gran parte il vcchio latino, non
trascurando il greco, per le ragioni che svilupper altrove, e ricorrendo pure
ai dialetti annoverati qui sopra, si possa con sicurezza avanzare qualche
passo, e forse ancora giungere a fissarne un compiuto alfabeto, e quindi a bn
leggere, ed intendere, tutto quello che ci rimane di etrusco. Imperocch, sia
che abbia veramente esistito una lingua primitiva, della quale tutte le altre
non siano che derivazioni, e prodotti, o sia che le diverse popolazioni umane
siensi fatta da principio, ciascuna la sua lingua, e che per moltiplicate
combinazioni, e dopo una lunga serie di secoli, questi diversi idiomi
particolari siano venuti, per cosi dire, a fondersi in un idioma generale, che
in seguito poi siasi diviso, e suddiviso di nuovo, in lingue, e in dialetti
diversi, vi sono pochi argomenti pi degni dell attenzione del filologo, e del
filosofo ad un tempo, di queste formazioni, di queste separazioni e di queste
riunioni d linguaggi, che indicano le principali epoche della formazione, della
separazione, e della riunione dei popoli. Lidioma latino che disparve al
nascere dell'italiano, era stato in una molto recondita antichit il prodotto di
una simile rivoluzione. Quando ad un' epoca pr- Porgiamo alla considerazione
dello spettatore in questo disegno la pi grande urna in marmo che siasi fin ora
trovata nei moderni scavi di Chiusi, misurando in lunghezza circa 4 braccia. Ha
nel cornicione superiore una lunga iscrizione etnisca, ma disgraziatamente
dipinta, e non conservata come desiderar si potrebbe per l'intelligenza
compita, quantunque da quel che resta comprendesi essere un aggregato di nomi
famigliari e nient'altro. Vi corrisponde la rappresentanza della scultura, ove
si vede la moglie che dal marito congedasi, o questo da quella per girsene
allaltra vita. Una Furia come addetta al ministero delle anime, abbracciando la
donna par che indichi esser lei la defonta, e non 1 uomo che il soggetto ivi
appella. Infatti contiene il coperchio dellurna una donna, come vedremo.
Termina la composizione con altre due Furie, una delle quali pronta a ricever lanima alla porta infernale
per dove passavasi quindi agli Elisi a ; e le altre cinque figure intermedie
non altro significano a mio credere che parenti, e forse anche estinti
antenati, dequali siansi voluti rammentare i nomi nella iscrizione. Forma
questo bel monumento e rarissimo in Etruria uno dei principali ornamenti del
Mueo Casuccini di Chiusi. Ecco il coperchio in marmo dell urna gi osservata
nella Tavola antecedente. Quivi e una donna mutilata in parte, come esser
sogliono le sculture sepolcrali visitate dai primitivi cristiani, ed in quella
occasione depredati quei loro sepolcri; ma pure non sempre del tutto, e infatti
si trovato in Chiusi qualche ornamento
doro uguale alla collana che riccamente scende sul petto di questa defonta, la
quale succinta, come esser sogliono le
protome delle donne. Ha in mano un pomo granato, conforme davansi a chi si
portava all inferno. Quando si volesse dare una interpetrazione a questoscuro
soggetto in bassorilievo, si potrebbe dire essere il giovane Astianatte
genuflesso sul larario, in atto di venire immolato al furore di Pirro. Il
monumento unurna di terra cotta non
molto conservata. Monum. Etr., ser. i, p. 191, 229. a Ivi, p. 177, 46. 3 Ivi,
ser. 11, p. 229, a 3 o. stolta presunzione di credermi pi perspicace, e pi
istrutto di quei dottissimi, che si affaticarono in clamo su questo istesso
argomento, ma solamente perch il tentar nuove strade in materia cotanto
astrusa, permesso a chi che sia,
particolarmente quando tutte quelle tentate finora, non sono opportune a
condurci a buon porto . E perch pur vero
che non di rado tocc in sorte ad uomini di mediocre ingegno e sapere, il
discoprimento di ci che rimase lungamente occulto alle pi profonde, e costanti
ricerche di sapientissimi osservatori. Protesto peraltro ampiamente desser
pronto ad abbandonare la mia opinione su questo proposito, quando i dotti me ne
oppongano un altra pi plausibile, e pi idonea allo scopo cui diretta. Essendo io scevro affatto di ogni
particolare affezione per essa, ed alienissimo da qualunque spirito di sistema,
n altro cercando che la verit . Avvegna che, una delle cause positive, anzi la
principale, a mio credere, che abbia cos ritardalo, ed impedito la scoperta del
vero in questa materia, stato senza
dubbio lo spirito di sistema, portatovi da ciascuno di quegli archeologi, che
vi esercitarono con particolari indagini il proprio ingegno, ostinandosi, e
forzandosi per ogni maniera, a derivare da un solo fonte la Unga etnisca.
Idifatti, niente pi funesto ai veri
progressi delle scienze, n pi contrario al discoprimento della verit, di quello
che lo sia uno spirito sistematico. Imperocch tutto allora si sconvolge, si
contorce, si altera, anche senza avvedersene, per trarlo comunque al proprio
sistema, adattarcelo, e farlo a diritto o a torto, convenire con quello . Ma
chi adopra in tal guisa, non v altrimenti in cerca del vero, e si affatica
soltanto a rinvenire ci che egli si
preventivamente immaginato di dover trovare. Cosi, tutti coloro i quali
pretesero di far venire gli Etruschi da una colonia di Cananei, o di altri
Orientali, crederono di vedere perfino la forma delle lettere etnische, in
quella delle ebraiche, e pi specialmente delle cosi dette sanimaritane, bench
non ve ne fosse la minima idea. E t.enevansi tanto pi sicuri del fatto loro, in
quanto che usarono i nostri antichi padri condurre la loro scrittura da destra
a sinistra, come glebrei, i Sammarilani,ed altri popoli dellOriente.I S
mancarono di viepi confermarsi in tale opinione, osservando alcune voci
etrusche, simili, o provenienti dai dialetti semitici-, quasi che fossero
queste argomento bastante a costituire la identit di origine dell' etrusco con
quelli, e non sapessero tutti i filologi, che sincontrano delle voci simili di
suono, e di significato ancora, in quasi tutte le lingue conosciute, senza
poter giungere a provare per questa via, che l una derivi con sicurezza dall'
altra, e tutte da un fonte comune. Mentre sono tali somiglianze, ed analoge, il
prodotto di quei mescolamenti, dei quali ho parlato in principio. E con tanta
maggiore facilit debbono essersi mischiate, e combinate non poche voci
orientali all etrusche, per lo commercio singolarmente dei Fenici coi nostri
antenati, in epoche da noi remotissime, come altrove si detto-, insegnandoci concordemente gli
antichi scrittori quanto in ci valessero gletruschi, o Tirreni, e come
signoreggiassero i due mav che circondano Italia, cui diedero perfino il nome.
si vede nel manico il sole, come io
spiegher meglio in seguito, e l'atto delle mani e dei piedi che volgesi in
alto, in basso e per ogni senso, simbolo
della generale influenza dei suoi raggi, cbe si spargono in giro Gli ornamenti
a bassorilievo che circondano questo vaso NON HANNO UN SIGNIFICATO DIVERSO da
quei che vedemmo alle yavole, ed perci
inutile ripetere ulteriormente il gi detto. M immagino che la figura qui
espressa, e ripetuta pi volte in molti vasi trovati nei sepolcri, possa esser
Marte, il quale significar vi debba, che il tempo in cui domina quel
pianeta lautunno, come in altri
monumenti se ne vede l'indizio i 2, e questo tempo vi si rammentava per la
ricorrenza del suffragio delle anime 3, al quale oggetto erano istituite feste
ed offerte ; o forse rammentasi la deit deglitali primitivi. Sono assai
numerosi gl idoli femminili in bronzo di piccola dimensione pari al presente,
eh io credo essere stati nominati comunemente dagli antichi gli Dei Lari, o
Penati, o Geni tutelari, e Giunoni 4, quando, come questa statuetta, erano
femmine; e dice vasi che ogni donna aveva la sua Giunne per protettrice 5 . Il
gusto dei Greci, come ricaviamo dalle opere loro trovate in Ercolano e Pompei,
era dinventare ornamenti per le suppellettili anche non attinenti al fasto ed
al lusso, dove introducevano con molto genio ed ingegno animali ed umane figure
: genio che si propag per lItalia, come vediamo nelle opere di Chiusi, di che
abbiamo un bell esempio nei due manichi di bronzo incisi in questa XXHI Tavola,
un de'quali ha un mascherone bizzarramente travisato con fogliami, fiori ed una
barba assai schersosamente spartita. Bella
parimente limmagine dellaltro manubrio disegnato di faccia e di profilo,
dove si vede un anima- i Monumenti etr., ser. 11, Tay. xc, pag. 762. 4
Monumenti etr., ser. 1, p. 279. % Ivi, ser. vi, tay. F2, num. 3, p. 17 5
Virgil. Aneid., Ovid., fastor. 5x2, 544 * y* 4 ^ 5 .notabile che i coperchi
delle urne in terra cotta sieno di miglior modello eh esser non sogliono quelli
scolpiti in pietra N chiaro esempio
questa re- combente figura che serv di coperchio all urna precedentemente
esposta. Ognun vede quanto il panneggiamento sia pi ragionato nelle pieghe di
quel che osservammo allaTav. XIV ove ne reputammo lurna spettante a ricca
matrona. Chi sa che il lusso de marmi non prevalesse in tempo della maggior
decadenza delle arti ? La muliebre figura qui esposta fu eseguita in fragile
pietra tofacea e trovata acefala in un sepolcro, colla particolarit che il
collo vuoto come anche il torso, ed servito per deposito d umane ceneri e d J
ossa cremate, che vi si trovarono al- 1 aprir della tomba, ove la statua era
sepolta. Il significato non facile a
penetrarsi, ma dal pomo che ha in mano, e dall atto sedente, non sarebbe fuor
di proposito il congetturarne che fosse una Proserpina, la quale riceve
unitamente col suo consorte Plutone le anime che scendono al Tartaro. Difatti
anche al Museo Pio dementino vedonsi que due numi sedenti a . La singolarit
dell esposto monumento esige che se ne mostri anche la parte avversa alla gi
veduta. Ivi pi chiaramente si nota che a formarne il magnifico sedile
concorrono i simulacri di due sfingi, le quali assai frequentemente sincontrano
in monumenti ferali; poich la sfinge reputavasi animale chimerico infernale 3,
e perci attamente posti ad ornar la sedia della divinit che attende alle anime
trapassate da questa all altra vita. La frequenza dei volti velati che vedonsi
neyasi di terra nera, come in questo, non lasciano luogo a porre in dubbio se
siano o n rappresentanze di larve o Lemuri, cio delle anime 5, ed il gallo che
sovrasta al vaso, pare, come ho detto altrove 6, indubitato simbolo del buon
augurio di felicit nella futura vita, che a quelle anime predicevasi dai
superstiti viventi. La figura con faccia larvata che 1 Monum, etr., ser. ni, p.
4 io, e ser. vi, Tav. i, pag. ai, 52. Visconti, Mus. P. Clem. Voi. li. Tav. 3
Monum. etr. er. i, p. 582. Etr. Mas. Chius. SULL ALFABETO ETRUSCO Uopo che gli
uomini ebbero trovato coll uso naturale degli organi della parola, un mezzo
facile di comunicare i loro pensieri ai presenti, cercarono, e trovarono in
seguito, quello di parlare agli assenti, e di rammentare a se stessi, ed
altrui, ci che era stato pensato, e detto da loro, e da altri, e ci ancora di
che erano convenuti insieme. La prima cosa pertanto che si presentasse loro
allo spirito in questa ricerca, furono le figure geroglifiche ; ma colai segni
non erano abbastanza chiari, e precisi, n abbastanza univoci, per adempire lo
scopo che avevasi in mira, di fissare cio la parola, e di farne un monumento pi
espressivo del marmo, e del bronzo. Il desiderio dunque, ed il bisogno di
compiere questo disegno, fecero finalmente immaginare quei particolari segni,
che noi chiamiamo lettere ognuna delle quali f destinata a notare uno dei suoni
smplici, che formano le parole', la riunione dei quali segni, ci che dicesi alfabeto. Volendo per risalire
fino alla prima origine d questo maraviglioso ritrovamento, rischieremo sempre
di smarrirsi senza riparo, in un mare di oscurit, e dincertezze, e circa V
epoca in cui giunsero gli uomini ad un si nobile discoprimento, e circa la
nazione che prima di ogni altra vi pervenne. Lasciando perci da parte la
ricerca di quello che io giudico moralmente impossibile a rinvenirsi, volger le
mie indagini a cosa pi certa, od almeno piu probabile, qual e la quistione, se
gli Etruschi, od i Greci fossero i primi a far uso di una cosi bella, ed utile
invenzione. E qui pure siamo costretti a navigare, presso che senza bussola, m
un ampio pelago, sparso di profondissimi vortici, d' orribili mostri, e di
scogli assai pericolosi. Imperocch, se molti dotti sostennero, e sostengono
tuttavia che i Greci sono anteriori agli Etruschi nelluso dell alfabeto, e
vengono riguardati come i maestri di essi, in qualsivoglia arte o scienza,
non per altra parte minore il numero, n
di minor momento V autorit di quelli, che citar si possono per sostenere il
contrario. Perloch io aderisco a questi ultimi, sembrandomi la loro opinione pi
ragionevole, e pi giusta, ed i sostenitori di essa persuadendomi colle loro
ragioni, ci che non giungono a fare i propagatori del grecismo, ad onta ancora
di tutte le parole greche, o grecizzanti, che s incontrano ad ogni passo in
quasi tutti i monumenti etruschi, discoperti finqui, avvegnach intorno a le
mostruoso, che per aver motivo d' essere attaccato al vaso figura di morderlo.
Sotto un Ercoletto giovane, che tiene la
mano alzata, vibrando la clava in segno di recar danno e morte, ed ha cinti i
lombi colla pelle di leone, simboleggiando di non curarsi della generazione,
come proprio drcole quando figura il
sole iemale. Difatti rispetto ai viventi
il sole che loro apporta la vita colluniversale tepore della natura in
primavera, e porta danni o morte col raffreddamento del tempo iemale. Qual
simbolo pu dunque esser pi adattato a decorare un sepolcro, che quello dove
rammentasi la vicendevole transizione dalla vita alla morte? Lo scarabeo di cui
si vede f impronta ha inciso un centauro con un fanciullo sul dorso, forse
Chirone col giovane Achille che dicesi da taluno essere stato affidato a quel
mostro per riceverne la puerile educazione. La rappresentanza di questo
specchio mistico sarebbe forse difficile ad inter- petrarsi, qualora non
fossene venuto a luce un altro di quasi ugual soggetto. In quello vedesi
Giunone sedente in atto di porgere ad Ercole la mammella, perch ne succhiasse
il latte, il ch succede alla presenza di Mercurio 3 . Sappiamo infatti che
Giove bramava che Ercole per ottenere limmortalit, bench nato da mortai femmina,
sorbisse almeno latte divino, onde per uno dei soliti inganni frequentissimi
nella mitologia, Giunone gliel porse senza avvedersene. Mercurio vi si crede
introdotto, per attestare ad Ercole daver egli pure profittato di tale arguzia,
per entrar fra gli Dei, bench nato da Maia donna mortale. Qui non espresso latto di Giunone per allattar
Ercole, ma pur vi si vede Mercurio che si fa noto col suo cappello, e par che
accenni d aver profittato egli stesso dellespediente che suggerisce ad Ercole,
il quale gli sta davanti. Ha la clava, in mano ed un piede elevato, indicando
che salir deve all immortalit 3 per opera di Giunone 6 eh fra loro. fli8vq :ian8 j v :ioj vi. j a 11 y
fi j 1 :i n tnq r = o 4 vii. 1 f\ il 8 4 Y d : fi m 3 4 t :42 vili. -ifi n t v
t :o 4 . in i n q n o n lx - -4/nm-rfl4 itntnqfl .-4sa x. Monumenti etr.
Galleria Omerica Tom. ii, Tav. cxxi, pag. 2,4. 3 Schiassi, De pateris
ariliquor.ex schedis Blandirli Sermo ed epislolae tab. 4 Diodor., Sic. Bibliot.
bist. Mon. etr. ser.n, Tavv. lxxu, lxxii, lxxiv, lxxv, 6 Zarinoni, Lettere di
etrusca erudizione pubblicate dall Inghirami, pure in ogni tempo di tracciare
nello stesso modo le loro scritture. E tutti, c/uesti ultimi specialmente,
furono sempre uniformi in questo, ad eccezione degli Etiopi soli, e degli
Abissini, che sebbene parlino, e scrivano un dialetto semitico, scrivono
tuttavia da sinistra a destra, come gl Indiani, ed i segni deliaco alfabeto
hanno un valore sillabico, come gli alfabeti indiani, ed anche il tibetano,
ciascuno dei quali segni porta seco, in certo modo incorporata una vocale, e
forma una sillaba. Ci che non accade in nessuno degli alfabeti europei, e
neppure nel giorgiano, e nell 1 armeno, che vengono pure delineati da sinistra
a destra. Laonde non pare poi tanto strana lopinione di quelli, i quali
pensarono, che gli Etruschi propriamente detti, fossero discesi in prima orgine
da una colonia, o emigrazione asiatica. Ma di ci altrove. E se i Persiani, ed i
Turchi scrivono da destra a sinistra, bench la lingua dei primi venga dalle
Indie, e quella dei secondi dalla Tartaria, ci procede dall aver tanto gli uni,
che gli altri adottato i caratteri arabici, ed al tempo stesso la religione del
borano. Quindi tenendo in conto di cosa sacra i suddetti caratteri, non da maravigliarsi n punto n poco, se essi non
abbiano ardito d alterarli, n quanto alla primitiva lor forma, n quanto alle
maniere di rappresentarli colla scrittura. Ch del resto ben diversi
riscontratisi gli antichi caratteri persiani chiamati zendici, e pelvici, come
assai differenti ritrovatisi, e pel modo di scrverli, e perla loro forma,
ofigura, quelli dei Tartari. Ci premesso o siano stati gli Etruschi i
ritrovatori dellalfabeto che porta il loro nome, o labbiano composto di pi
antichi alfabeti italici, o V abbiano derivato da altrove, come pare dai nomi
stessi che portano le lettere del medesimo, bench sia diffcilissimo, e forse
impossibile a provarsi, per mancanza di documenti sicuri, il come, ed il quando
abbiano ci fatto-, peraltro fuor dogni
dubbio, che i Greci non lo comunicarono loro, e non furono per conseguenza i
loro maestr.Che anzi da credere che sia
accaduto tutto al contrario, e che gli Etruschi, nazione mitissima, e
potentissima in et molto remote, e quando la Grecia era tuttora barbara, e
selvaggia, 1 abbiano comunicato ai Fenici per via di commercio, e che da quelli
passasse ai Greci, se vogliamo ammettere ci che sostengono quasi tutti gli
antichi scrittori, cio, che Cadmo facesse loro il dono del primo alfabeto. Del
qual Cadmo scrive Plutarco nei Simposiaci iib. 9 quist. 5, che quel sapiente
pose Z'aleph, o alpha per prima lettera del suo alfabeto, perch cosi chiamasi
il bue nella lingua dei Fenci, il quale animale non da stimarsi n secondo n terzo fra le cose
necessarie all uomo come pens Esiodo. Circa poi al grecismo, che sincontra nell
etrusco, e nellEtruria, e circa le arti greche, che vi si osservano, come
ancora in altre parti dItalia, ne parler a lungo in un discorso, che tutto si
aggirer intorno a questa materia, esclusivamente da ogni altro oggetto. E
prover allora, che lidioma degli antichi Etruschi nel suo fondo tutt' altra cosa che greco;
dimostrando ad un tempo, in qual modo, e questo grecismo sian da dirsi alcune
cose eli io riserbo ad un altro ragionamento. Ma ritornando al titolo del mio
discorso, cosa V alfabeto etrusco? questo un prodotto indigeno dell antica
Etruria, o sivvero vi fa trasportato da altra parte del mondo? E se qua venne
da estranei lidi, chi fu mai quel benefico straniero, che fece all Etruria un dono cosi prezioso ? Ed in questa
supposizione, pass egli ai nostri antenati dall Oriente, oppure dall antica
Grecia ? O si compose egli forse degli elementi di pi antichi alfabeti italici,
o di questi, e del pelasgo fra loro mescolati, e confusi ? E se vi fossero
ragioni bastanti a dichiararlo prodotto indigeno, a quale epoca rimonterebbe l
antichit sua, ed a quale ammettendo che sia frutto straniero, e per qual mezzo
pervenne ai padri nostri? A tutte queste quistiom, che possono opportunamente
esser mosse intorno al tema che ho tra mano, io mi studier di rispondere,
quanto meglio e pi concisamente per me si potr, e come sar possibile
rispondere, in qusto breve ragionamento, m una materia cosi oscura, e
difficile E circa alla prima quistione,
l alfabeto etrusco, quale noi lo possediamo presentemente, non certo una cosa diversa dall antico alfabeto
greco, ma sono anzi talmente somiglianti fra loro, se tolgasi il rovesciamento
delle lettere nell uno di essi, da doverli giudicare al confronto, senza timore
d ingannarsi, la stessa cosa, sia diesi riguardi la forma delle lettere, o si
consideri l uso delle medesime, N giova opporre a questa asserzione, la maniera
di scrivere degli Etruschi da destra a sinistra, avvegnach usavano di fare lo
stesso anche gli antichi Greci, prima dell et di Pronapide, che si pretende
essere stato il maestro di Omero. Che anzi esser potrebbe credi io, una tale
particolarit, un argomento favorevole agli Etruschi, per crederli i ritrovatori
del loro alfabeto Al che si aggiungerebbe forza non poca, considerando l
antichit loro, pi recondita assai di quella dei Greci. E pi ancora verrebbe
avvalorato, e confermato un tale argomento, che gli Etruschi, cio, siano stati
eglino stessi gli autori del loro alfabeto, riflettendo che i medesimi
continuarono in ogni tempo a scrivere, ed anche sotto la dominazione dei
Romani, da destra a sinistra-, lo che non avvenne dei Greci, iquali cangiarono
metodo, e presero a condurre la loro scrittura da sinistra a destra. Ora pi ragionevole il credere, che il
rovesciamento degli elementi alfabetici, e del modo di scrivere, siasi operato
da chi lapprese da altri, che da chi ne f l inventore. E questo rovesciamento
di scrittura presso i Greci, vuoisi fissare, come di sopra accennava, ai tempi
omerici, o di Pronapide. A questo argomento per se ne potrebbe, per avventura,
opporre un altro, dicendo, ch giusto appunto perch gli Etruschi scrissero
sempre conducendo, e tracciando i caratteri da destra a sinistra, non debbono
riguardarsi come i ritrovatori del loro alfabeto, ma convien credere che lo
abbiano ricevuto da qualcuno dei popoli asiatici, e particolarmente di quelli
cos detti semitici., quali usarono T-;,-
Per la qual cosa, mi pare che dopo tutto quello che ho detto finqui', si possa
rispondere alle questioni proposte in questo medesimo discorso, che V alfabeto
etrusco non venuto dal greco, ma bens
questo da quello j che desso non
primitivamente indigeno dell antica Etruria, quanto ai suoi elementi, i
quali furono qu portati da una emigrazione antica, in tempi tanto reconditi da
non poterne fissar V epoca precisa, e che s ignora chi ne fosse il primo
inventore, e chi lo portasse il primo fra noi. Sulla qual primitiva derivazione
asiatica dell' alfabeto etrusco, in et da noi remotissime, dettero un
ragionamento a parte, che verr pubblicato in seguito in quest opera stessa. Ci
peraltro non vuol gi dire, che anche la lingua etnisca sia una lingua del tutto
asiatica, come la giudicarono troppo leggermente alcuni filologi, sebbene
asiatici si riscontrino l antico culto, e la maggior parte dei riti religiosi,
e civili degli Etruschi. Or qui farebbe di mestieri combattere, e confutare
tutte le opinioni contrarie ; n io sarei alieno dal prendermi un tale assunto,
se i limiti prescritti a questi ragionamenti, nei quali non deve olt repassare,
per lindole dell' opera cui son destinati, la periferia di poche pagine di
stampa per ognuno di essi, me lo concedessero. Non potendo ci fare, nel modo
che si converrebbe, mi ristringer ad aggiungere quanto segue, e mi terr per ora
contento di questo. Il Cori, il Majfei, ed il Mazzocchi confrontando gli
alfabeti punico, e celtibero, o cantabro colletrusco, dicono che vi trovarono
minore analogia, quanto alla forma dlie lettere, che coll ebraico. Il Donati
poi che fece la stessa cosa nei suoi Dittici seguitando le osservazioni, che
avevano gi fatte prima di lui a questo proposito, l Aquila, Teodozione e San
Girolamo, scrive nell opera sua intorno alle iscrizioni, che quelle cos dette
Cizzie, sono riguardo ai caratteri, mollo simili alle etnische j e lo stesso
dice ancora del marmo Sanvicense conservato in Osford, che vuoisi pi antico
della guerra troiana, e dei caratteri incisi sulla lamina bustrofeda di bronzo,
riportata dal prelodato Majfei nella sua Critica Lapidaria, non meno che di
quelli sulla colonnetta del Museo Nani di Venezia, giudicata pelasga-tirrena,
bench fosse ritrovata a Mitilene . Questi monumenti, che si credono tutti
scrtti in greco antico, e per essere questo mollo simile all etrusco,
specialmente circa la forma delle lettere, sono stati quelli che hanno fatto
mettere in campo, o convalidare l' opinione di coloro, i quali pensarono che il
greco antico, l'etrusco fossero la
stessa cosa, e che per giunta alla derrata, la lingua dei nostri antenati sia
nata dal greco. Senza avere peraltro mai pensato a provare, che i Greci, ed il
loro alfabeto fossero pi antichi degli Etruschi. Il Gori,fra gli altri, stabili
come un assioma, che la lingua etrusco era greca in non differiva da quella che
nel dialetto, nella quale opinione fu seguito dal Lanzi, e da altri. Ne si
avvidero, n lui stesso, n i suoi seguaci, che i Pelasghi, i lirrem, i Pladani,
i Lidii, gli Arcadi, e gli Ausoni, sono perch s J introdussero nell' etrusco, e
nll' Etruria propriamente detta, quel grecismo, e quelle arti. Che in quanto alla
somiglianza, ed anche identit dei caratteri etruschi, e greci antichi, sii di
che fondarono finora il loro pi valido argomento tutti gli archeologi fautori
del grecismo, per asserire che l' etrusco, ed il greco antico sono in ultima
analisi la medesima lingua, il pi
frivolo, ed anche il pi ridicolo ragionamento, che immaginar mai si possa,
Avvegnach, vale lo stesso che se io ragionassi cosi: glitaliani, i francesi, i
fiamminghi, gli spagnuoli, i Polacchi, i Portoghesi, ed altri popoli d'Europa,
come gl'inglesi, i dalmati, e glolandesi, si servono dello stesso alfabeto per
iscrivere le loro lingue, dunque tutte quelle lingue sono la stessa cosa. Ma
quante sono in antico le lettere dell alfabeto etrusco, poich essendone stati
pubblicati finora dagli antiquari fino a tredici, o quattordici, chi ne conta
un numero maggiore, e chi minore; ed il laborioso, e dotto abbate Lanzi ne
ammette venti nel suo ? Si deve credere che fossero sempre in egual numero,
oppure che venisse questo accresciuto a pi riprese, e ad epoche diverse, come
si narra essere avvenuto dal greco, il quale f condotto fino al numero di
ventiquattro lettere, bench non ne avesse che sedici nel suo principio ? E non
sarebbe questa una ragione di pi, onde confermare ci che accennava poc anzi,
che l alfabeto, cio, facesse passaggio dagli Etruschi ai Fenici, e da questi ai
Greci, osservandosi ancora che nessuno degli antichi alfabeti italici oltrepass
mai il numero di sedici lettere? Difatti nei piu antichi monumenti, fra i quali
nessuno vorr contradire che siano da riporsi gli atti dei fratelli Ar- vali,
non se ne contano che sedici sole. Di pi non trovandosi mai usato l o nelle
epigrafi antiche veramente etnische, riscontrandosi questa lettera fra quelle
degli altri monumenti italici parimente antichi, come pure fra le prime sedici
dell alfabeto greco, cosi detto cadrneo, s pu dubitare se gletruschi ne
avessero neppur tante in principio, e cresce sempre pi la probabilit della mia
asserzione. Secondo t enciclopedico Plinio, le lettere dell alfabeto cadrneo
furono le seguenti . cio: ab r a eikamnoiipstt. Alle quali poi ne aggiunse
quattro Palamede, che sono, e 3 $ x. E finalmente Simonide lo accrebbe di altre
quattro, cio, zi va. E pare anche ben naturale, come f pure osservato dall
erudito filologo francese Sig. Letronne, che quei primi sedici caratteri siano
stati inventati avanti agli altri, perch rappresentano i sedici tuoni
elementari, o semplici, ch formar si possono colla bocca umana, sia per
intuonazione, o per articolazione. Mentre gli altri caratteri aggiunti a
questi, ed usati negli alfabeti dei differenti popoli, esprimono, o delle
gradazioni di quei suoni principali, o la riunione eli pi articolazioni in una
sola . Di maniera che ognuno di essi pu essere pi, o meno esattamente
decomposto nei primitivi suoni eh egli contiene. Che s regola di sana critica
di non prestar fede agli antichi poeti, in tutto ci che narrano di sovrumano, e
di misterioso, lo del pari di
rintracciare il vero anche in mezzo alla favola, che viene giustamente definita
dai sapienti, il velo deila verit, e della storia. Ipoeti dell antichit, ch
erano pi istruiti di tutti gli uomini dellet loro non inventarono, come si
crede male a proposito, le favole, ma bens adornarono con finzioni la storia .
Rimossele quali finzioni, cosa ben
facile di rinvenire la verit, nei pi notabili avvenimenti per essi narrati, e
abbelliti. Cosi la pensa Agostino nel lib. della Citt di Dio. E ci avverte
Vossio nell aureo suo trattato De fatione studiorum, che non si dicono favolose
le antiche et, perch sia falso ci che di essici vien riferito dagli scrit-,
tori, ma perch la storia di quella ci
pervenuta insieme colle favole mista, e confusa. /u M : oj : ntriq r :
oqflj v/r 3Hfl Jiiffl -1 = q/i j/r n# j a san/urn/Mq/i V/13 : q A : D l =
irnoai 4 /ini AD Jflmq 3E : Am 34t : 44 -1V84flHMI3:3Hiq3:q/1 4/mmq vo IHltfl 4 14 : I ?434 : I \IA8 JAMAJll V A'!
vq 1 : U434 .- A n 33 4fl mif A4 : Al 3 f 25 tutti popoli anteriori ai Greci, e
che trovansi tutti amalgamati cogli Etruschi nelle et pi lontane. Perloch
convien dire che siano gletruschi stessi, i quali portino diverse
denominazioni, dalle diverse provincie d loro abitate, nelle quali era divisa
lantica Etruria. E come oggi i fiorentini, i senesi, i pisani, i lucchesi, magellani, i casentinesi, e simili, sono
tutti toscani, cosi pure nei pi reconditi tempi gli Umbri, gli Enotrl, gli
Aborigeni, e tutti gli altri annoverati di sopra, erano Etruschi. Silio Italico
lib. a. 0 chiama Ausonia la Lombardia. Ed Eliano lib. 8. della Varia istoria,
crede che gli Ausoniifossero i primi abitatori di Italia-, mentre Pirgilio nel
io. 0 dell Eneide, li confonde con quelli che popolavano questa bella penisola
sotto il regno di Saturno. Servio poi commentando un tal passo, dice che gli
Ausonii furono s dei primi popolatori c Italia, ma non gi i primi di tutti, nei
soli. Ed ecco perch alcuni scrittori hanno compreso sotto il nome di Ausonia
tutta lItalia. Ora tutti i surriferiti popoli, non esclusi neppure i Latini,
che molti autori vogliono che fossero diversi, e dagl Italici propriamente
detti, e dagli Etruschi, ripetono la loro prima origine da una colonia, o
emigrazione qua venuta dallAsia, in tempi forse al di l di quelli che da noi
son detti storici. Lo che fu negato acremente da altri per la sola ragione di
potere stabilire, che i Greci furono i primi coloni di Etruria, e che vi
sintrodussero insieme con essi, le arti e le scienze, e perfino la cognizione
dei segni alfabetici. Ma non potendosi negare, senza offendere il senso comune,
che queste regioni erano popolate molti secoli prima che i Greci le
conoscessero per via di commercio, e vi spedissero in seguito delle colonie,
conviene di necessit ammettere, che i Greci non furono i primi abitatori
dItalia, e per conseguenza neppure di Etruria, e molto meno insegnarono loro a
parlare. Quando peraltro non voglia credersi, ch i popoli italici, e gli
Etruschi, fossero tutti muti prima dell arrivo dei Greci fra loro. Laonde cade,
e si annulla il sistema dei fautori del grecismo. Macrobio infatti ammette un
diluvio, non gi ai tempi di Deucalione, e di Ogi- ge, ma bens a quello di
Giano, chei qualifica per primo re di tutta l'Italia. E Dionisio dAlicarnasso,
che sempre in contradizione con se
stesso, dopo avere scritto che i Pelasghi furono i primi popolatori d! Italia,
che 5oo anni prima di Giano ne scacciarono i Siculi, e che gli Enotri eransi
prima dei Siculi stabiliti nell Umbria, pretende poi di darci ad intendere, e
farci credere, che Giano precedesse la venuta di Enea in Italia di un solo
secolo, e mezzo. Ma se il cosi detto secolo d oro, ossia il secolo della pace,
e della giustizia, fu secondo Virgilio, ed altri scrittori antichi, quello in
cui regnarono Saturno, e Giano, questo non pu essere stato posteriore all et di
No, e de'suoi figli, che dietro gli insegnamenti paterni, calcarono essi pure
la via della giustizia, e coltivarono tutte le virt sociali. Etr Mas. Chius. Tom. nemico se gli Dei, per
suggerimento di Nettuno, non lo avessero voluto salvo 2 . Or non vedi qui pure
Achille che tenendo lo scudo lungi da se, pone mano alla spada ? Non vedi il
Tanato che quasi obbrobriato volge il tergo alla pugna col suo martello sugli
omeri, per mostrare che morte non avea luogo in quel conflitto, perch ad ogni
costo dovevasi Enea salvare alla gloria dItalia? Questo disegno una quarta parte del suo originale in marmo d
alto rilievo. Qui si mostrano i due laterali scolpiti del cinerario che nella Tavola. Nell'uno e nellaltro sono
rozzamente indicate due porte, che rappresentano, credo io, le infernali, alla
custodia delle quali stan vigilanti due ministri del Tartaro. La figura
femminile al num. 2 visibilmente una
Furia, come dichiaralo quella face che regge con ambe le mani; di che detti
altri cenni 3 ; la virile col martello sugli omeri il Tanato, altrimenti detto Cliarun tra gli
Etruschi \ e confuso collOrco, ministro anchegli di morte e dinferno, che
spesso incontrasi nei monumenti antichi dEtruria 5, e non gi tra quei de J
Greci, n deRomani cosi rappresentato. La testa eh e nel mezzo, serve per
coperchio ad un vaso di terra cotta, di che dovr trattare altrove; ora avverto
che questa la terza parte del suo
originale : Affinch I urna cineraria gi esposta si mostri compita, fa d uopo di
non disgregarne il suo coperchio, dove si vede un seminudo recornbente con una
patera in mano, nellattitudine stessa che vedonsi rappresentati gli Etruschi a
mensa. N la patera disdice a chi cena, mentre vedesi usata a convito dai
commensali 6 . La veste che in parte copre il recornbente detta sindone, pure usata ai conviti 7. La
nudit della persona indica 1apoteosi, di che altrove d conto 8 . Il frammento
di scultura segnato in questa tavola, un
tufo tenero, e del genere di quello notato nelle prime cinque tavole della
presente collezione Chiu- sina. Orchi mai crederebbe, che nella tomba dove fu ritrovato
non vi fossero gli altri frammenti, che ne componevano lara intiera? chi
crederebbe che questa sorte di monumenti in tenera pietra arenaria si trovino
quasi costante- 1 * spiegazione della Tav. xm. 4 Monumenti elr. s -5 Mono. etr.
ser. i, p. 44 73, 74, 264, 284. 6 Ivi,
ser. vi, tav. F. num. 2 . 7 Ivi ser. i, p, 395. 8 Ivi ser. n,j>. 628. Nelle
urne di Volterra parventi ripetuto questo soggetto medesimo, ed ivi
spiegandolo, avventurai linterpetrazione di un fatto tebano, del quale io
stesso poco andai persuaso, n ora saprei meglio dire. Vi suppongo Anfiarao
nellatto daver tagliata la testa di Menalippo, che Tideo, sebben ferito, aveva
gi ucciso; e gliela port, per cui da Tideo medesimo fu commessa latrocit di
aprir quel cranio, e divorarne le cervella. In ogni restante ancora son simili
queste due sculture, sebbene men rozza lurna di Chiusi. Questo disegno una quarta parte del monumento originale di
marmo in bassorilievo. Quanto la frequenza delle rappresentanze di avvenimenti
ferocie marziali, come quei della tavola antecedente, fan giudicare letrusca
nazione dumor malinconico 3, altrettanto voluttuosa e molle giudicar si
dovrebbe dal presente gruppo che appartiene alla scultura antecedente, per
esser quella unurna cineraria, questa la di lei copertura . Credo per altro che
luno e laltro soggetto non dallindole degli Etruschi abbia origine, ma da loro
massime di religione, dove dicevasi che la vita era un irrequieto contrasto, e
la morte conduceva ad un vero godimento, il quale non sapevasi esprimere che
mediante la soddisfazione dei sensi 3. Mentre il fasto orientale sfoggiava in
lusso degli abiti, lEROISMO dei Greci caratterizzavasi col MOSTRARSI A NUDO Tra
i guerrieri di questo bassorilievo ne vedi uno vestito, e in questo caso
potrebb' esser troiano, e tra i Troiani credilo ENEA, che soggiacque a mille
peripezzie di grave cimento, senza per mai soccombere, perche gli Dei, per quel
che ne dicono Omero \ e VIRGILIO 5, avean destinato chegli regnar dovea sopra i
superstiti Troiani, e sopra i figli dei figli, e sopra quei che appresso erano
per venire da loro. Difatti racconta specialmente Omero che Achille, cosa
strana ! si sgoment nel combattere con Enea, e tenendo discosto da se lo scudo,
cercava di sottrarsi ai colpi vibrati da quelleroe 6 ; ma poich questi a
vicenda contrattosi colla persona, e copertosi collo scudo evitava lassalto
dell avversario ', come nel bassorilievo mirasi espressa la figura che ne
occupa la parte media, Achille allora pose mano alla spada, ed avrebbe
trucidato , pag. i8t, lettera al dott. Maggi, a Inghirami, Lettere di etnisca
erudizione, Tom. 3 Lettere, lettera di Maggi. mente mutilati? Eppure cos; n ci far tanta sorpresa, se consideriamo
che anche i vasi fittili sepolcrali si trovano spesso rotti dagli antichi.
Sarebbe forse ella mai una ferale cerimonia liturgica ? Qui osserviamo ancora
un vasetto in pietra arenaria, tre quarti men grande del suo originale; ed simile a quei che prima dicevansi
lacrimatorii, e che ora si dicono unguentari 3, perch si vedono in mano di chi
versa unguenti sul rogo 3, n questo dei
comuni per la gran somiglianza coi vasi egiziani delluso stesso.Notiamo questi
recipienti con volgar nome di bracieri, mentre per tali si tengono quei che
sono atti a contener brace, ed insieme i vasi escari, e culinari. Ma loriginale
qui copiato a met di grandezza, non fu vero braciere, n veri escari quei
recipienti che vi si contengono, mentre luno e gli altri sono di fragile terra
cruda, non atta a resistere leffetto del fuoco . Io suppongo essere stati
adoprali nei riti funebri i veri bracieri di bronzo detti anche borni, usati a
bruciar vittime, e profumi. Quindi al termine della funebre cerimonia in luogo
di lasciar questi nel sepolcro, come lo esigeva il rigore del rito, altri
bracieri di semplice figura, e formalit, perch di terra non cotta,
sostituivansi a quelli. Il pollo che vi si vede nel mezzo, consueto simbolo di buon augurio, che vedemmo
altrove 4 . Le varie teste che ornano lutensile han pur esse il significato
medesimo relativo alle anime, come in altre occasioni ho notato*. Serve la
tavola presente a mostrare qual fosse la forma esteriore del braciere o
escaria, o estia che dir si voglia, la quale vedemmo nella parte anteriore
disegnata nella tavola antecedente. Le sfingi e larve che vi si vedono apposte,
sono analoghe all'uso ferale di questi monumenti 6 .Questo vaso ch una quarta
parte dellariginale, della solita pasta
nera con ornati, e figure a bassorilievo i, le quali sono in questo disegno
della loro naturai grandezza, e ne occupano tutto il corpo. Ivi son ripetute
tre volte. La prima di esse figure indubitatamente un Marte; e in conseguenza la donna che
gli dappresso, quantunque priva di
attributi, pu credersi Venere, che nella mitologia 1 Museo Chiaramonii Tav.
xxv. 5 Pollux. 1 . i, segm. 3 . 2 Paciaudi, Monuoi. peloponues. Voi. u, p. iSo
6 Motium. etr. ser. i, p. aao. 3 V e d. p. ij, 7 Vcd. la spiegazione della Tal.
ini. SUL GRECISMO CHE SINCONTRA NELL' ETRUSCO, SULLE ARTI GRECHE OSSERVATE IN
ETRURIA, E SULL ORIENTALISMO CHE RIDONDA PER TUTTA ITALIA. Era involta lorigine
degli Etruschi in ima impenetrabile oscurila fino dal tempo in cui scrivevano i
pi antichi storici che noi conosciamo. Lo che fa certamente gran maraviglia,
quando si riflette all esteso dominio di quel popolo, s celebre, e s potente,
che aveva una Casta sacerdotale, e possedeva tempo immemorabile un particolare
alfabeto, ed era pi avanzato nella civilt di tutte le altre nazioni di Europa.
E ci molto prima dei Greci, pensino, e ne scrivano in contrario, i dotti
compilatori della Rivis a Lungo. Tutto quello poi, che noi sappiamo della sua
susseguente istoria, e c e e suistituzioni, non ci stato trasmesso che dalle nazioni
contemporanee, giacche gli scritti degli autori etruschi, sono periti da lunga
et. E le loro iscriA ni scolpite sul marmo, e sul bronzo, non sono finora pi
intelligibdi per noi, i quello che lo siano i geroglifici egiziani. Ma se
dunque la lingua etrusco, non in prima
origne la stessa che a greca antica, con piccola diversit di dialetto, come
pretendevano, il Gori, e i suoi fautori, e pi modernamente l industriosissimo
Abbate Lanzi, e tutta la sua scuola. Se i Greci non furono i maestri
degletruschi, in qual modo, riprendono quelli di contraria opinione, s J
incontra cosi frequente il grecismo nell' etrusco, e si osservano cosi
comunemente le arti greche in Etruria . ben rispondere a queste domande, sono
da premettersi alcune considerazioni, che verr qui brevemente esponendo.
Ridonda in primo luogo, nelletrusco, il grecismo, per una ragione opposta
diametralmente a quella predicata, e diffusa fin qui dagli archeologi, cio,
perch furono gli Etruschi ad un epoca assai recondita, i maestri dei Greci, i
quali riceverono da essi, e daglegizi, le prime nozioni della scrittura, per
mezzo dei Fenici, come altrove accennammo. Questi elementi per non erano in
prima origine prodotto indigeno della Etruria, ma v erano stati trasportati da
una pi antica emigrazione asiatica. Osservansi poi, in secondo luogo, in ogni
parte di Etruria, ed anche nel resto dellantica Italia, gli avanzi delle arti
greche, perch quella vivace, ed ingegnosa nazione, che aveva il talento e
lattitudine di perfezionare, non me- Quando si trova nei monumenti Mercurio che
ha sulle spalle un ariete, se gli d il nome di Crioforo, e cosi nominavasi la
di lui statua venerata in Lesbo, che avea scolpita Cakmide, a significare
ch'era il dio dei pastori, come crede la plebe, mentre altri asserivano eh
aveva liberato quei di Tanagra dalla peste, girando tre volte in forma
espiatoria intorno alla citt, con un montone sulle spalle. Ma il vero senso,
bench mistico di quellatto, la
congiunzione del sole col segno dellAriete, per cooperare allo sviluppo della
generazione, mediante la quale son rivestite le anime dutnana spoglia, per cui
credio che talvolta il nume vien espresso con lubriche forme. Il religioso
cerimoniale deglidoli portava in fatti che lariete o lo stesso nume si
rappresentasse nelle patere libatorie per onorare i morti. Questa pittura nel mezzo d una tazza di terra cotta, che ha
di pi il pregio dessere scritta, ove peraltro non leggesi che un saluto di buon
augurio ad Erilo Epro; K)oe. tavola xxxvr. Di questa muliebre figura non mi
occorre dir molto, per esser gi nota mediante l'estese notizie e congetture che
ne detti altrove . Io la giudicai rappresentativa della divinit presso gli
Etruschi, giacch ne monumenti de'Greci non si trova mai, e la dissi una Nemesi
Dea chebbe origine in Asia, e perci munita di pileo frigio, e di doppie ali,
onde mostrare la velocit del suo corso, per cui le si vedono altres le scarpe.
Ha in mano un simbolo eh' io giudicai allusivo alla natura prolificante w*,
//>, mentre gli Etruschi tennero la narura e la divinit per una cosa
medesima. La corona che lattornia di
frassine, vegetabile sacro a Nemesi. Tutto il monumento, eh uguale in grandezza
al suo originale, un disco di bronzo
assai frequente tra i monumenti etruschi, lucido nella parte avversa, e
manubriato in sembianza di specchio; e poich se ne son trovati alquanti nelle
ciste mistiche, ove Clemente Alessandrino dice esservi stati riposti gli
specchi unitamente ad altri simboli mistici, cos li chiamai ordinariamente
specchi mistici 3 . i Monumenti etr. ser. ti, dispregiarsi l'etimologia, quanti
1 ella sobria, e ragionata,) comincer da
quelli delle lettere dell alfabeto . 1 quali non avendo alcun significamento in
greco, e portandone uno analogo alla loro posizione,ofigura, o suono, negl
idiomi asiatici, ben facile a
comprendersi da chicchesia, che non dalla Grecia, ma dal- l Asia derivar
debbono la propria origine. E vaglia il vero: Alpha, per esempio, significa
principe, primo, principio, e smili, in pi dialetti asiatici, e precisamente in
quelli cosi detti semitici, nei quali si pronunzia aleph, o alepha, e per
contrazione alpha, cui pare che fosse dato un tal nome per essere la prima
lettera dell alfabeto, Beta, che viene da beth, betha, suono imitato dal belare
delle pecore, e per sempre inalterabile nella sua naturale Semplicit, checche
ne ciancino in contrario i grammatici, i quali pretendono di farcelo pronunciare
bita, ed anche pi barbaramente vita, vale una sorta di casa, per la somiglianza
che ha questa lettera colla casa stessa, nell Alfabeto semitico. Gamma viene da
ghirnel, gamia, gamal, che vuol dire carnelo, ed imita colla sua forma la
gobba, o le gobbe di quell animale. Cosi delta deriva da da- leth, o deleth,
deletha, e per sincope delta, e significa porta, cui somiglia pure nella
figura. E cosi ancora epsilon fu presa dalla he semitica, e trae la sua
denominazione dal suono che si manda fuori nel pronunziarla. La zeta, deriva
dalla zain, quasi ziian, che vale un arme, perch somiglia nella sua forma ad un
dardo. E cosi percorrendo l intiero alfabeto. La quale opinione acquista una
forza tanto maggiore, in quanto che si osserva, che gl' ingegnosissimi Greci,
non hanno neppure nella loro lingua, che
si ricca, un vocabolo indigeno per nominare la pi bella, e la pi
maravigliosa di tutte le cose create, qual
il Sole. Imperocch la voce, elios, di cui si servono per nominarlo,
non altro chela pura semitica, el, o eloab,
inflessa alla greca . E SIGNIFICANDO essa, fra le altre cose, anche Dio nel suo
primitivo idioma, si vede il perch si propagasse ancora in Grecia, come altrove
il culto del Sole. A maggior conferma poi del mio assunto, ecco una serie di
nomi, presi qua, l senza scelta, ed
appartenenti a cose assai diverse fra loro, come a dire, divinit, eroi, fiumi,
monti, citt, provincie, popoli, edifici!, e simili, i quali tutti sono
evidentemente orientali, avendo nelle lingue asiatiche, un significato, mentre
non ne contengono alcuno nei linguaggi degli altri paesi. Lo che viene a
provare ad un tempo, che i Greci non sono i ritrovatori della loro mitologia, e
che altro non hanno fatto che foggiare un infinito numoro di ridicoli Dei,
prendendo per cose reali simboli degli
Orientali, e le loro allegorie, e parabole . ti. facile infatti avvedersi, che
Pale, la quale presiedeva alle feste rurali in Italia, e Pallade, che mentre
era la Dea della guerra, e delle arti, insegnava la convenevole cultura agli
Ateniesi, non sono che un soggetto medesimo, sotto due nomi diversi; quali per vengono entrambi dalle voci
semitiche, palai, e pillai, che significano, regolare i cittadini, e da
pillali, che vuol dire ordine pubblico. no che l'industria di farsi suoi gli
altrui ritrovamenti, mand a pi riprese, come tutti sanno, colonie in Italia, le
quali vi fecero pure lunga dimora. Queste colonie pertanto, riportarono nelle
nostre contrade, pi belle, e pi gentili quelle arti medesime, che ne avevano
prima trasportate, grossolane, e rozze alla terra natale, i loro predecessori.
Ora, siccome andrebbe grandemente errato il giudizio di colui, che vedendo un
italiano vestito alla parigina, o allinglese, volesse inferirne, che quella
foggia di vestimento sia invenzione italiana, cosi di quelli, che tutto vogliono attribuire ai
Greci, perch i monumenti che ci rimangono dei nostri antenati, sentono pi, o
meno del greco stile, e della greca maniera. N vale opporre, che mancandoci le
autorit degli antichi scrittori, onde fiancheggiarla, e provarla, fa duopo
rigettare una tale opinione. Imperocch, ove siamo privi di monumenti scritti,
che bastino a provare un assunto di questa specie, giuoco forza ricorrere al senso comune, e
farsi scudo del raziocinio ; i quali valgono m ultima conclusione pi di
qualunqu autorit degli scrittori, trattandosi dei non contemporanei. Ora questo
senso comune, e questo raziocnio, rafforzati da un gran numero di nomi, ( oltre
quelli dell alfabeto, e dei suoi elementi ), di fiumi, di montagne, di citt, di
provincie, di divinit, di eroi e simili, ci attestano altamente, e chiaramente
ci dicono, che dessi non possono esser venuti che dall Asia, perch sono
asiatici, e tutti ritrovano il loro significamento negli idiomi di quella parte
di mondo. Ed essendo questi medesimi nomi per la maggior parte assai pi antichi
di tutti i monumenti, e di tutte le storie che finqui si conoscano, non si pu
negare di ammettere, che se asiatici non furono i primissimi abitatori di
Italia, e per conseguenza dEtruria, tali per debbono essere stati
assolutamente, quelli che insegnarono agli Etruschi larte Ai scrivere, e ne
volsero glintelletti alla cultura delle arti necessarie alla vita, e delle
utili, e dilettevoli discipline. E perch non paia ai nan dotti in tali materie,
ed agli imperiti delle lingue orientali, che io mi tragga dalla propria Minerva
siffatte opinioni, cos contrarie alle gi invalse, ed approvate dal maggior
numero degli archeologi, che scrissero sull Etruria, e sugli Etruschi, necessario che io venga esponendo, le
opportune prove di quanto asserisco, ai miei lettori. Perloch, senza veruna
pretensione all' infallibilit delle mie asserzioni, eccomi pronto alla
dimostrazione delle medesime. E tralasciando di riferire in questo ragionamento
tutte le tradizioni, non mai interrotte dai tempii pi reconditi fino all et
nostra, le quali dicono essere stati gli antichi Etruschi nazione cultissirna,
e potentissima, mi ristringer a quella che cistruisce aver eglino attinti i
primi lumi della loro civilt, da una colonia, o emigrazione proveniente dalle
parti orientali, che furono la cuna del genere umano, e di ogni sapere, e non
gi dai Greci, che erano a quei tempi, se pure esstevano, del tutto incolti, e
selvaggi. Venendo pertanto all etimologia dei suddetti nomi, ( che non sempre da Etr. Mus. Chius. ^ libio, e
Tolomeo, dalbascuenze pits, equivalente a schiuma, perch situata, secondo
Rutilio, vicino al fiume Ausuro, e sull Arno, Quam cingunt geminis, Arnus, et
Ausur aquis. Orvieto, chiamato Herbanum da Plinio, prende il nome dalle
celtiche voci herd, e baun che vagliano terra alta. E di l scendendo verso
Roma, incontrasi non lontano dal Tevere il lago Vadimone, o alletrusca
Vadimune, oggi lago di Bassano, alle cui acque attribuisce lo stesso Plinio,
fra le altre qualit, vis qua fracta solidan* tur; la qual salutifera
propriet significata dalla prima parte
del suo nome, chea vateded equivale in celtico ad utile,proficuo,e simili.
Angiunge poi lo scrittore medesimo che era quel lago riguardato come sacro,
perch sotto l immediata protezione di non so qual deit ; lo che viene espresso
dalla seconda parte del nome chei porta, cio, mund, o pi dolcemente mun che
corrisponde difesa, protezione, e tutela. Trovavasi poi al mezzod di tal lago
Fescennio, luogo celebre per le sue oscenit, e le quali sono indicate dal nome,
essendo gitisi appunto licenza, sfrenatezza, il SIGNIFICAMENTO di quello; e per
ne cantarono, Orazio Fescennina per hunc inventa licentia morena, e CATULLO, Ne
diu taceat procax Fescennina licentia; Oltre di che, il celtico wels-hein, latinamente
Fescennium, s interpetra bosco di Venere. Nomina Tito Livio, Fanum Voltumnae,
oggi Viterbo, e credesi comunemente che questa Voltumna fosse una divinit.
Difatti il Dempstero la reputa la prima fra tutte le etnische, e Banier V
annovera frale campestri. Ma da credere
che Voltumna, venga dalle due voci volt e tun, e per questo il Fano prendesse
il nome non gi dalla divinit, ivi adorata, ma dal luogo ov era posto, poich
significa colle percosso dal fulmine,o colle fulminato. Cosi pure, Auno, famoso
Ligure, ausiliare di Enea, quando venne a stabilirsi in Italia, e che trovasi
descritto nell'undecimo libro dellENEIDE, come paurosissimo nello scontro colla
valorosa Camilla, significa precisamente pauroso, timido in lngua armorca, uno
dei dialetti indo-scitici. E Cupavone, che and pure col suo naviglio in
soccorso di Enea, si traduce capitano di mare, come Taro,,f interpetra gran
fracasso, o che f gran fracasso, rovino, o danno, ed ognuno di leggeri
comprende, quanto ci si convenga ad un tal fiume romorosissimo, e precipitoso.
Iasio viene da iasesc, che vuol dire, longevo, antico, e ben corrisponde
allidea, che ce ne danno ipoeti, come Capi deriva da capasci, uomo libero,
traendosi da ca- pasc, libert. Laberinto procede da labiranta, che vuol dire
torre, palazzo; Trittolemo da triptolem, che vale lapertura dei solchi, Celeo
da celi, vaso, ordigno, masserizia, e per dice VIRGILIO (si veda), Virgea
preterea Celei, vilisque supellex. Palilie, ossia la festa deglistituti, e
delle leggi, derivada palili, c he significa lordine pubblico, o da peli], che
vale moderatore/Iella cosa pubblica, il primo in Isaia, Penati, voce che deriva da penisi!, luogo interno, o
intimo, e la cui radice penh, che vale
penetrare; tutte le quali significazioni convengono benissimo a quelle
familiari divinit degli antichi Romani. E Levana deit latina essa pure, la medesima che Lucina, la quale sostenta i
nati di fresco, e deriva da Jevanh, che vuol dir Luna. La Parca, non cosi detta a non parcendo, come pretendono i
Grammatici, e gli Etimologisti latini, ma bens da parech, che vale rottura,
perch tronca essa il filo della vita; come Cerere, da gheres, spiga matura, e
Cibele, da chebel partorire. Difatti quella prima la dea delle messi, e viene riguardata la
seconda come la madre di tutti gli Dei . Osservo il Passeri, che Venere, detta
Venus dai Latini, era parola sconosciuta ai Greci, i quali esprimono questa
pagana divinit, colle voci Sfpofarv, topo, Afroditi, o Afaodite, Kipris,
Kitereia. E fu per lungo tempo ignota anche ai Romani, come attesta Macrobio
nel primo libro dei Saturnali. Afferma poi Earrone che il notile di questa Dea,
non conoscevasi fra gli stessi Romani, n greco n latino, neppure sotto ire. Ed
aggiunge Pausatila nel suo primo libro, che era ignoto agli antichi Greci, e
che lo aveva trasportato fra loro Egeo dalla Fenicia, e dallisola di Cipro. Gli
Etruschi per conoscevano benissimo una tal Dea, eia chiamavano Vendra, come
rilevasi da un antico specchio mistico . E la sua origine sente d ebraico,
avvegnach, ben-thara vuol dire figlia del mare perch tbara significa umidit,
dal qual vocabolo fecero i Grecite, tharas figlio di Nettuno. Quindi furono
dette Tbarso quasi tutte le citt marittime, e tarsisc, il mare, il lido, un
porto. Dalla stessa voce ben, che si cangia spesso in ven, per le regioni a
tutti note, furono composti molti nomi di Dee, come quello della Bendit degli
Sciti, di Bentasicima figlia di Nettuno presso Filostrato, ed altri. N vennero
da una sola parte, e nomi, e riti, e costumanze asiatiche in Etruria, ed in
tutta Italia, ma per pi e diverse vie: peri oche non da un solo linguaggio
asiatico trar si debbono le spiegazioni d questi nomi, ma da pi, e diverse
lingue, e dialetti di quella famosa contrada. Quindi tutti i celtici, e tutta
la gran famiglia degl idiomi cos detti indo-scitici, possono esser messi
utilmente a contribuzione, come altra volta accennammo per la retta
intelligenza dell etrusco, e per interpelrare gli antichi monumenti del nostro
paese-.Dal che viene a dimostrarsi, che il dotto, ed acuto padre Rardetti, non
aveva poi tutti i torti, di che altri volle troppo leggermente aggravarlo. Ma
riprendiamo la nostra disamina. LIGVRIA, nome di quel tratto di paese, detto la
riviera di Genova, fu cosi detta da Liguria voce bascuenze,che vuol dir soave.
E si formarono probabilmente da questa, il verbo latino, ligurire, che
significa mangiare soavemente, o mangiare cose soavi, e il nome greco liguros
che vale anche soave. Pisa, cosi chiamata, o per la figura dell antico suo
porto, che si trarrebbe da pi* se,che vale in dialetto lidio porto lunato, o se
fu detta Pissa, come la chiamano Po - II NUDO idoletto in bronzo che in questa
Tav. si espone davanti e da tergo, nella grandezza medesima delloriginale, con
altri similissimi a questo, sparsi pe'musei, forma soggetto di mature, ma non
per anche fruttifere riflessioni degli archeologi, che se per un lato vi
ravvisano una gran somiglianza coi monumenti egiziani da far sospettare che
sian idoli venuti dEgitto in Etruria, atteso specialmente il costume e f acconciatura
anteriore e posteriore decapelli; dallaltra non concepiscono come gli Etruschi
abbian potuto ridursi a mendicare manifatture dEgitto,menti' erano essi
medesimi famigerati artefici; n la storia ci addita in conto veruno un traffico
simile tra le due s disgregate contrade.
vero che Strabone veduti i lavori dambedue le indicate nazioni, li
giudic di un medesimo stile, simile a quello dei Greci antichi ma par chei ci
riferisse allo stile dellarte, e non al costume delle figure . In qualunque
modo peraltro si volesse risolvere lobiezione, qui non sarebbe luogo opportuno
di estendervi. Laltro bronzo che rappresenta una fiera testa di lupo, serv
probabilmente per ornato nel manubrio d un arme da taglio. Ebbero gli antichi
una singoiar cerimonia religiosa, alla quale davano il nome di Jettisternio,
consistente in un convito che si faceva nel tempio, o nel sacro recinto, dove
si apparecchiayano le mense ed i letti, perivi stendersi i devoti che
lautamente mangiavano in onor degli Dei, ma vi si preparavano ancora altre
mense ed altri letti, dove si deponevano le statue dei medesimi numi, aquali
porgevan vivande, come se fossero stati realmente Ior commensali =. dunque probabile che il presente rudere
antico facesse parte dun di queIetti che preparavansi per le statue, i quali si
potevano usare a tal uopo di qualunque grandezza. Lornato stesso di un seguito
di figure tutte ugualmente recombenti, con tazze in mano, come stavasi a mensa,
fan sospettare delbanaloga di rappresentanza colluso accennato del rudere, chdi
pietra arenaria, una terza parte maggiore del presente disegno. Lo stile a
parer mio si mostra imitativo piuttosto che ingenuo dun antichit non poco
lontana. gi noto all osservatore il nome
e luso di questo mobile, per le tavole, al cui proposito dissi che \non veri
foculi, ma figure di Monum. etr. ser. m,
p. 4 oi. a LIVIO. Laurent, de prond.et coena vet, c. zi, conviv. vet. c. 4 *,
il secondo in Giobbe. E Pamilie, festa che veniva dopo la raccolta, ed il cui
significato e 1 uso moderato della lingua, da dove s introdusse presso i Greci
il costume di fare esclamare e rivolgere al popolo le parole pi yWoias tamnete
glossas. cio, troncate le lingue, astenetevi dal parlare, derivansi da pa-mul,
la bocca circoncidere, o da pamylah, circoncisione della bocca. E siccome era
questa una ottima lezione morale per rendere gli uomini sociabili, e felici,
cos tutte le piccole societ dei congiunti, o daltre persone che vivono insieme,
furono dette fatniliae, e da noi famiglie. Camilla voce pretta etrusca, dicono Servio, e Festo,
e significa ministra degli Dei . Sia pur vero, ma in idioma orientale significa
un tal nome, ci che dissero i Latini serva a manu; o filia a rnanu, giacch cam
vaia mano, ed bill figliolanza, come osserv Eccardo al titolo 23 della Legge
Salica. E filia a manu, o serva a manu e una espressione convenientissima alle
giovinette, che metter dovevano le mani in cento cose, essendo destinate a
servire. Tarconte, autore secondo le favole di Tarquinia, fratello di Tirreno,
o disceso da lui, che sopraintese a dodici citt, il che non bagattella,f secondo la verit storica un
valoroso soldato, che avendo difesa la sua gente, venne denominato lo scudo 5
tale essendo ilsignificamenlo del gallico tarcon, o dellarmorico targad. E
finalmente, Tages, o Tagete, che narrano esser saltato fuori fanciullo, dalla
terra che sfavasi arando, che fu alla nazione etrusca il primo maestro
delVaruspicio, che il senatore Buonarroti lo ha creduto espresso nella tavola
45 fra le aggiunte al Dempstero, non pu venire che dalla voce asfcia, tag, la
quale significa giorno. E pare che gli Etruschi volessero fare intendere con
questa figura, o parabola, che i giorni, p come noi diremmo il tempo, aveva
loro insegnato l aruspicina, o l'arte di antiveder l avvenire. Avvegnach di
simile parlare figurato, sono ripiene le pagine degli scrittori sacri, e
profani. Dei quali baster nominar qui, tralasciando gli altri, David, Pindaro,
Tullio, e VIRGILIO. E siccome dice lo stesso Pindaro che le ore avevano
insegnato agli uomini molte delle antiche arti, cos poteva secondo gli
Etruschi, aver loro il giorno insegnato l aruspicina-, Imperocch scrive il
prelodato Tullio, che opinionutn commenta del etdies, naturae iudicia
confirmat; E Virgilio cant, Turne, quod optanti, divum permittere nemo Auderet,
rolvenda dies en attullit ultro. Domander ora ai dotti, se dopo la spiegazione
da me data a tanti nomi dei quali potrebbe estendersene il numero per
centinaia, e migliaia, sia possibile che una fortuita combinazione, possa
rendere cos ragionevolmente corrispondenti i loro significati, agli usi, ai
tempi, ai luoghi, ed alle circostanze degli oggetti per essi indicati. 4 va spossato di forze; e incontro a lui, come
narra Omero i Troiani e gli Achei si tagliano a vicenda gli scudi e le targhe.
Il berretto asiatico, del quale il recombente
coperto in questa tavola, mostra pi manifestamente che altrove la sua
qualit di Troiano, e perci mi confermo nel crederlo Enea. Gli altri corpi che
vedonsi rovesciati a terra, fan fede che il fatto accade in un campo di battaglia;
e nel tempo stesso pi che bellezza, d merito al monumento quella ricchezza di
lavoro, che netempi dell' arte in decadenza preferivasi al bello, che n il vero
pregio. La ricchezza colla quale vedemmo decorata di scultura l'urna cineraria
in marmo, il cui disegno stato
presentato nella tavola antecedente, tre volte pi piccolo della di lei
grandezza, non potette appartenere che a persona qualificata e facoltosa. Ci si
verifica nell'osservarne il coperchio in questa tavola disegnato, sul quale
riposa un giovine riccamente vestito, decorato di onorifiche insegne, quali
sono principalmente lanello e la corona di alloro che ha in mano, il torque che
gli orna il cllo, ed un ricco balteo che dall' omero sinistro gli scende al
destro fianco. La corona che ha in capo non
di semplice onore, ma gli spetta come recombente a convito: posizione
che viene affermata dalla tazza che ha in mano, come usa chi sta a mensa. stato ragionato dagli antichi di una guerra
delle Amazzoni, la quale ha non poco del favoloso 3, come lo prova inclusive la
diversit colla quale narrata, ma nella
variet della favola v gran concordia tra i mitologi per introdurvi i cavalli 4
. Or poich veri combattimenti antichi a cavallo non si conoscono descritti
dagli autori detempi omerici, o poco dopo, cos non resta che quel delle
Amazoni, o con gli Argonauti 5, o con gli Ateniesi 6, che incontrisi nei
monumenti, come approvato tra le rappresentanze dellantichit figurata. Dunque
intendo di calcar le massime consuete spiegando il presente bassorilievo per un
Amazone equestre, la quale combatte con un militare a piedi, sia pur costui un
eroe degli Argonauti seguaci di Ercole, o un Ateniese del seguito di Teseo. La
Furia con face in mano spesso introdotta
nei combattimenti anche dai tragici greci 7. Lurna cineraria in marmo originale
misura quattro volte questo disegno. La semplicit dello stile caratterizza
questo bas- i Iliad. a Inghirami Galleria omerica, Iliade Tav., Monumenti etr.
Diodor. Sic. Monum. etr. 7 Ivi, Ser, 1. p. 269, 3 i 6, 477 534 5
^ 9 568 . 3 9 essi erano quei che si
trovavano entro le tombe di Chiusi, perch essendo di terra non cotta, potevan
soltanto servir per figura in qualche sacra cerimonia 1 2 . Ecco pertanto in
questo disegno uno de veri foculi, o thimiateri qualora questo braciere sia
stato in uso per cuocer vittime, percb di bronzo, e per ci capace a resistere
all' azione del fuoco, siccome anche i vasi e gli altri arnesi da cucina, che
vi si trovarono dentro. Anche la sua grandezza eh due terzi maggiore di questo
disegno, attesta della capacit dessere stato ado- prato. Lindefessa gentilesca
superstizione ci fa supporre, che non a caso fosse un tale utensile ornato dal
Capricorno, ripetuto nei quattro suoi angoli, mentre ogniun sa che quel celeste
segno fu oroscopo di fortuna, che tennero per loro impresa Cesare Augusto,
limperatore Carlo V, e Cosimo I Granduca di Toscana. Quell'animale vi sta
dunque in luogo del gallo che vedemmo nellaltro foculo gi rammentato. La forma
di questo foculo di terra nera e non cotta permette che se ne osservino
distintamente i vasi da cucina e da tavola ivi contenuti. Le replicate teste
dariete ivi affisse, nonlascian dubbio che il vaso non sia fatto espressamente
per uso sacro, ed allusivo a Mercurio; il quale presedeva alle libazioni, come
il mediatore delle preci che gli uomini porgevano ai numi 4. Oltredich ci noto, che alle anime, come anche ai numi
infernali, facevasi olocauso dun ariete di color nero; ed io vidi a questo
proposito vari bassi altari nel museo etrusco di Volterra, ornati di teste
dagnelli, come il foculo qui esaminato. In un bassorilievo trovato a Chiusi,
ove sembrommi di vedere il medesimo soggetto che nel presente, all'occasione
daverlo dovuto spiegare, scrissi quanto appresso. Quando Venere e Apollo ebber sottratto Enea
dalle furibonde armi del prode in guerra Diomede, allora Febo immagin di
lasciar combattere a saziet i Troiani coi Greci, sostituendo ad Enea lidolo, 9
1 ombra di lui 6 . Questa poetica immagine del combattimento di due partiti per
un fantasma, fu cara oltremodo agli Etruschi, mentre ne vediamo la
rappresentanza in diversi dei lor cinerari, dove si osserva il simulacro dEnea
caduto a terra per la percossa del sasso gettatogli da Diomede, in atto di
cercare una qualche difesa nella trista situazione in cui si tro- 1 Ved. Tav.,
VIRGILIO, Aeneid, 1 . vi. v- 2 4 L Varr ap. Geli. 2 Inghirami, Im, e R. Palazzo
Pitti, p. 88. ! iu, c. 11. 3 Ved. Tav. 6 Ilomer Iliad. Monuin. etr: ser. n, p.
mostra in questa Tavola il disegno rappresentatovi, non potea meglio esprimere
in esso un tale avvenimento, poich dipinse Peleo qual destro giovine preparato
alle nozze, in atto di tenere stretta la ritrosa Teti, che quasi per coprirsi J volto col ve lo per lonta di
quell'atto. Peleo esegu ci per consiglio di Chirone divenuto il di lui suocero
con quelle nozze. A lui davanti Peleo conduce la sposa, quasi che gli
domandasse assenso della unione maritale, mentre il centauro collatto di
stender la mano dimostra lannuenza paterna dellimeneo. superfluo il sospettar chaltra favola sia
rappresentata in questa pittura fuor che quella di Peleo e Teti davanti a
Chirone, mentre lo attestano le iscrizioni che vi si leggono setie teaes kipos,
e quindi un nome proprio di Nicostrato collaggiunto consueto nikoztpatos kaaos.
Le figure qui riportate son alte la met di quelle che vedonsi nella pittura del
vaso originale, che ha fondo nero, con lettere dipinte in bianco appena
visibili. I vasi che han la forma come il presente sogliono avere altres tre
manichi, ed una sola fronte ornata a figure; questo a differenza degli
altri dipinto da due parti, una delle
quali descritta nella Tavola
antecedente, f abra, che dir si potrebbe la parte opposta del vaso, a causa
della inferiorit della esecuzione del disegno,
la qui delineata, ed il vaso tracciato sotto di essa poco pi della decima parte delloriginale, in
fondo nero con figure rosse. 11 vecchio calvo che sta nel mezzo a due donne in
atto di correre o di ballare, tema
comunissimo anche ad altri vasi. Ma in uno di essi, per quanto appresi da S. E.
il principe di Canino esimio possessore e cogni- tore di tali pitture, uno di
essi, io diceva, manifesta con epigrafe il nome del vecchio Tindaro, dal che si
dedurrebbe essere una delle donne la figlia Elena danzante con una delle sue
compagne nel tempio di Diana, dove fu rapita da Teseo, e portata in Atene: tema
che ora mavvedo essere pi chiaramente espresso nel vaso che io inserii
nellopera dei Monumenti Etruschi, e che dissi allusivo al corso degli astri a,
e che ora maggiormente confermo per la relazione di quel ballo e di quel ratto
con la guerra dei Dioscuri onde riprender Elena, con altri simili tratti di
quella favola, i quali non significano in sostanza che un continuo levare e
tramontare degli astri 3, e delle combinazioni loro con la luna: nome che in greco
porta con poca variet anche Elena Selene da sto la risplendente, e aiUn la
luna. La figura di questa Tavola dipinta
nella grandezza medesima in una tazza di terra cotta con giallastro colore su
fondo nero, il cui aspetto ha tutti i segni del sati 1 Ser. v. Tav. g 8 . 2
Ivi, ser v, p. 87, li 4, 4 Ivi, p. 567. sorilievo non distante dai buoni tempi
dell arte; e se la figura equestre comparisce alquanto piccola, fu condotto a s
ingrata licenza lo scultore nel volervi introdurre delle figure a piedi e a cavallo
protratte ad un'altezza medesima, e che tutte empissero il fondo sul quale son
collocate. Prima di coricarsi a mensa usarono glitaliani dei primi tempi di
Roma di spogliarsi de'propri abiti, e prendere un manto che dissero veste
cenatoria o sindone, colla quale in parte avvolgevansi e in parte potean
restare a nudo, per aver le braccia pi libere allazione di prendere il cibo,- e
cos coperti dieevansi dai latini semi-amidi, ma quelluso fu abbandonato e non
tardi, ond che dErodiano fu addotto come affettata imitazione delle antiche
statue Di tal costume par che serbi memoria la figura della Tavola presente che
giace sul coperchio,spettante allurna in marmo che antecedentemente abbiamo
veduta. Dell'iscrizione sar dato conto a suo luogo. Il vaso che qui si mostra
un terzo pi piccolo dell' originale, di
quesoliti di terra nera che si trovano a Chiusi, n potrassi mai supporre che
siano daltra fbbrica fuori della chiusina, poich oltre la terra nera e non
cotta che vi si adopra- va pi che in altre officine, hanno essi vasi certe
forme, una delle quali la presente, che
mostrano un carattere del tutto originale ed unico, s nelle sagome, s negli
ornati. Accenna Omero essere stata volont degli Dei,che Peleo togliesse Teti
per moglie, quantunque Dea; mentre quelleroe non avrebbe volontariamente
aspirato ad una unione s eminente. Apollodoro ne spiega pi minutamente il
successo, e dalla di lui narrazione par che abbia origine questa pittura. Era
fama che Giove unitosi con Teti, da cui rest incinta d'Achille, ne procurasse 1
imeneo posteriore con Peleo, quantunque mortale 3 . Quindi soggiunge
Apollodoro, che il centauro Chirone consigli Peleo ad impadronirsi della ninfa
divina con sagace destrezza, n lasciarla andare, per qualunque forma chella
avesse presa. La insidi difatti Peleo, e quantunque la Dea si trasformasse in
acqua, in fuoco, ed in bestia feroce, egli ritennela finch non ebbe ripresa la
di lei primiera forma di ninfa. Il pittore del vaso di cui si i Monum. Etr.
ser, i, p. 3^6. 3 Scol. ap. Heine
lliad.H-imer. lliad. Elr. Mas . Chius. Torti.
I. ragionamento y SUGLETRUSCHI Disputarono lungamente fr loro gli scrittoli,
come abbiamo accennalo, intorno all origine degletruschi, e fabbricarono su
questo soggetto tre sistemi diversi. Volevano, per esempio, alcuni che eglino
fossero un popolo uscito dalla Grecia, ed una colonia di Pelasghi, mentre
sostenevano altri che erano Lidii, e veni nano dall Asia, ed altri finalmente
affermavano essere i medesimi originarli di Italia. La quale ultima
opinione ragionevolissima, e noi la
crediamo la vera. I moderni poi hanno superato gli antichi nel numero delle
ipotesi, e dei sistemi-. Imperocch il Maffei,col Mazzocchi, ed il Guarnacci, li
fanno venire dalla Fenicia, il Buonarroti dall' Egitto, il Pelloutier, il
Bardetti, ed il Frerst, dai Celti. Li crede Humboldt I anello di comunicazione
fr i Latini, e gl Iben, laddove Niebuhr riguarda la Rezia come la primitiva lor
sede. Ed in fine il Mailer suo discepolo, adottando un termine medio, ammette
un popolo primitivo di Etruria, eh ei chiama Rase ni con Dionisio d
Alicarnasso, e sulla cui origine lascia la qm- stione indecisa, bench creda d
altronde, che questi Raseni si mescolassero coi Pelasghi, qua venuti colle loro
colonie di Lidia. Ora questa moltitudine dipotesi antiche-, e moderne, da altra
causa non possono crtamente procedere, che, oda troppa leggerezza, e
precipitazione nell esaminare i monumenti dei nostri padri, o da impremeditato
sistema in coloro, che ne presero a scrivere, o dal pi nocivo di tutti i
sistemi, V amore di parte. Per poco infatti che vi sifaccia attenzione, e si
vogliano mettere alla prova, non
difficile a chicchesia di accorgersi, che q.essuna di quelle iptesi, e
nessuno di quei sistemi, contiene elementi che bastino a diradare il buio che
involge le cose etnische, ed a spiegare, anche probabilmente i monumenti che ci
rimangono di quella illustre nazione. Scegliendo peraltro da ciascuna di quelle
ipotesi, e da ognuno di quei sistemi, ci che v di pi ragionevole, e di pi
giusto, e formandone un insieme, vi si trover, se il giudizio nostro non v
errato, quanto f di mestieri, per portar piena luce e spiegare con ogni
chiarezza, e senza replica, tutto quello checi rimane di etrusco. Stabiliremo
dunque frattanto, che furono glEtruschi un popolo particolare dItalia, indigeno
di questa bella penisola, che ebbe, com
naturale, una lingua sua propria; la quale non la. Stessa che la greca antica,, come
dimostrammo nel precedente ragionamento, e che anzi ne differisce mollissimo,
anche per sentimento del prelodato Mailer. Col quale aggiungeremo, a conferma
di quanta asseriamo, che inori>', dei loro ro: orecchie ircine, barba
prolissa,naso simo e coda di cavallo. L'otre vinaria ove stassi assiso pure suo speciale attributo. Liscrizione
letta come qui rappresentasi, poco giova ad intenderne il significato panaitios
iupos kacos. Non oso farvi emenda, mentre non avendo io veduto il monumento,
non posso n asserire, n porre in dubbio se questa sia la vera lezione. Quando
non vogliasi azzardare il supposto che la terza lettera dell ultima voce sia
nell originale un p, per cui avremmo due volte ripetuta la voce bello, come in
altri esempi si vede, potremmo almeno pensare ad una omissione dellasta che del
c ne dovea formare unir, e la voce significativa di pernicioso potrebbe
alludere al vino, quando n fatto abuso. N nieu dubbie si mostran le altre voci,
a meno che vogliansi leggere - tv -7 bifidi) : dfiUfVf: V13M : lllfttqfi : 04
:4fi0qfl4 : dfidfVf : liHblqfi : 43 #filflfiOmfiq ; invddfi : O4 > /in fio
Doppia epigrafe 4fi Sopra il coperchio filfin8dV3 Nell orlo del coperchio
Iffifliqa : ignqfiq : Jfi 1 -r fi sic om 131 : lantqfi : I O q fi 4 fiinvi-nai
: firmo filflfl031 6 * 46 il nome di quei nuovi coloni, e non quello dei
primitivi alitanti. Imperocch, trovandosi, prosegue lo stesso Mailer, nella
Tavole Euguhine, la parola Tursee, con quelle di Tuscom, e di Tuscer, impossibile di non conchiudere, che dalla
radice Tur si sono fot mali Tursicus, Turscus, e Tuscus, come dalla radice Qp,
derivaronsi Opscus, ed Oscus; Di maniera che Tuprvoi o Tv eP moi e Tusci, non
sono che le forme asiatiche, ed italiche di un solo, e medesimo nome Che del
resto, un argomento per noi fortissimo, atto a dimostrare oltremodo remota la
civilt degli Italioti, e singolarmente degli Etruschi, ricavasi pure da tutti
quegli antichi scrittori, i quali parlano della cosi detta Confederazione
etnisca residente a Fiesole, e da tutti quei Gronlogisti, che ne fissano lo
stabilimento a lobo anni prima dellera volgare ; dei quali vedasi, fra gli
altri, il Sg. de Long-Champs, nei suoi Fasti universali. Lo che ci fa credere
che gli abitanti d questa regione, avessero gi acquistale fino diallora, non
ordinarie nozioni di politica teoria. Ed infatti, bench la voracit di secoli, e
pi ancora la feroce ambizione, e la crudele prepotenza romana, ci abbiano
invidiate le storie etnische, ed anche la maggior parte dei monumenti di quel
popolo celebratissimo. Bench la vanit senza limiti dei Greci, sia venuta, per
giunta alla derrata, ad involgerne di puerili, e RIDICOLE FAVOLE, perfino il
nome, non che le azioni dei nostri antenati, per quella loro presunzione
stoltissima, di far credere che tutte le altre nazioni del mondo, non furono
nulla, in paragone di loro; esistono pure tuttavia in Etruria delle
costruzioni, che gli eruditi chiamano Ciclope, perch non hanno il carattere, n
fenicio, n egizio, e che sono per conseguenza indgene, le quali sfidano da
quattro mila anni a questa parte,glinsulti degli uomini e gli urti del tempo, e
stanno a conferma di quanto asserimmo qui sopra, circa la suaccennata civilt, e
straordinaria potenza, ed energia degli Etruschi . E tali sono, fra le altre,
le mura di Volterra, e di pi altre citt dell antica Etruria, le quali sono
formate di enormi macigni, senza alcun cemento, resi fermi soltanto dal proprio
peso- Mal epoca della colonizzazione, della quale parlammo di sopra, non si pu
fissare che per approssimazione. La quale peraltro cred il Mller, gi citato pi
volte, che coincida colla emigrazione dei popoli, e che fosse cagionala, e
prodotta da quella, e se la ragiona cosi- Gli Umbri, dice egli, e lo ripetono
pure i compilatori di Edimburgo, erano potenti nella contrada, di cui presero
possesso i nuovi coloni. I quali ebbero a sostenere lunghe, e sanguinose
guerre, prima di spossessarli delle trecento citt, che eglino occuparono, al
dire di Plinio lib. terzo, cap. decimo nono, nel paese che fu pi tardi chiamato
Etruria. E poi fuori di ogni dubbio che gli Etruschi si estesero dalla parte
del Mezzogiorno, fino alle sponde del Tevere, ed anche al di l nel Lazio, come
lo prova il nome di Tusculo, o Tusculano. E dietro le tradizioni popolari,
quello stesso Tarconte, al quale si attribuisce la fondazione delle dodici citt
di Etruria, condusse anche dodici colonie al di la degli Appennini, e vi gitl
le fondamenta di Dei, non sono quelli che s' incontrano presso gli Elleni, e
che trovatisi nelle dottrine dei Sacerdoti Etruschi, molti punti, affatto
diversi dalla greca teologia. E ripeteremo ci che altrove dicemmo, che la
sorte, cio, di questa nazione, pare che
quella di essere debitrice dei suoi primi progressi nella civilt, non ad
una trib greca, o mezza greca, siccome crede lo stesso Mailer, e con esso lui i
dotti compilatori della Rivista di Edimburgo ; ma bens ad una emigrazione
asiatica, pi antica dei greci medesimi come abbiamo assento, ed in parte ancora
provato nel precedente ragionamento. N punto esiteremo d affirmar qui, che la
lingua etnisca, o ella non fu mai scritta nella sua purit primitiva, e scevra
di ogni mescolamento di stranieri vocaboli, o se pure lo fu in lontanissima et,
non fino a noi pervenuto alcun monumento
scritto, il quale ce ne possa far fede. E ci sosteniamo con tutta franchezza,
perch quelli conosciutifinqui, sono tutti composti, senza veruna eccezione, di
un rnescuglio di voci, prese ad imprestito, per la maggior parte, da ognuno di
quegli antichissimi linguaggi, e dialetti, che nominammo nei ragionamenti gi
pubblicati in quest' opera stessa. Di che daremo una sicura prova in altro
discorso a questo solo scopo diretto. Sul proposito per dell' essere, o non essere
gli Etruschi una trib greca, o mezza greca,
molto curiosa la novelletta che vanno ripetendo, il prelodato Mller, e
con esso ancora i surriferiti Compilatori della Rivista edimburghese, ove
dicono che i toscani attribuivano eglino stessi, nelle loro nazionali leggende,
la propria civilt alla marittima citt di Tarquinia, e nominatamente a Tarconle.
I quali due nomi altro non sono, secondo essi, che due variazioni di Tirreni .
Ma questa una greca invenzione, ed anche
di moderna data, in confronto della remota cultura degli Etruschi, ed similissima a tante altre dello stesso
calibro, dai medesimi Greci accreditate, e spacciate per fatti, intorno
allorigine di tutte le pi celebri nazioni dellantichit . Ed aggiungono i
medesimi autori, che sbarcarono precisamente a Tarquinia, e col stabilironsi da
prima, quei terribili Pelasglii di Lidia, i quali portano seco le arti, e le
scienze, che avevano gi apprese o nella patria loro, o nei loro viaggi -,
credendo di poter cosi conciliare maggior fede al loro racconto circa la
primitiva civilt degli Etruschi. Al venir dunque di si fatti coloni, secondo
quell' eruditissimo prussiano, e quei dotti inglesi, vide per la prima volta
'questo barbaro pase, degli uomini coperti di bronzo, equipaggiarsi a suono di
tromba per la battaglia. Ud allora per la prima volta, l acuto squillo della
tibia lido-frigia, accompagnare i sagrifizii, e fu testimone della rapida corsa
delle galere a cinquanta remi, Siccome per la tradizione passando poi di bocca
in bocca, non conosceva pi limiti, cosi tuttala gloria del nome toscano, anche
quella che non apparteneva pr- priameiife ai coloid, si attacc a Tarconte
discepolo di Tagete, o d e ! tempo, come dicemmo nel precedente discorso,
riguardandolo quale autore di urler novella, e migliore, nella storia di
Etruria. Ed i popoli vicini, vale a dire, gli Umbri, ed i Latini ; diederq a
questa nazione, che incominci allora ad accrescersi, ed estndersi N credo che
allia torlo il MiMer, attribuendo alla preminenza di questi ultimi sul mare
inferiore, la mancanza delle colonie greche, sulla costa settentrionale della
Sicilia, ove al tempo di Tucidide, non eravi che Lnera. Il timore degltruschi,
chiuse per lungo tempo ai Greci, il passaggio dello stretto di Reggio- E non
avvenne che dopo V epoca in cui ebbero acquistata i Focesi una potenza navale,
che fu dato loro di esplorare entrambi i mari. Ma la rivalit non tard molto a
manifestarsi fr i due popoli, i quali crcarono d'impadronirsi dell isola di
Corsica . E gli Etruschi uniti ai Cartaginesi, disfecero i Focesi. Furono pero
meno fortunati nelle loro guerre marittime coi Borii di Guido e di Rodi che
avevano formalo uno stabilimento a Lipari. Finalmente, il popolo di Ciana in
Campania, avendo dichiarata la guerra ai Tirreni, chiam in suo soccorso Gerone
tiranno di Siracusa, che li disfece completamente, e liber, dice Pindaro nella
prima Ode pizia, la Grecia dalia schiavit. E difetti uno scudo di Bronzo
trovato nelle rovine di Olimpia, porta questa iscrizione = Gerone, figlio di
Dimmene, ed i Siracusani, hanno consacrato a Giove queste spoglie dei Tirreni
vinti a Clima. Ammesso pertanto che furono gli Etruschi un antichissimo popolo
d Italia originario dello stesso paese, conchiuderemo questo breve
ragionamento, colle riflessioni seguenti. L Che di necessit ebbero essi,
linguaggio, usi, Leggi, costumanze, arti, scienze, e religione loro
particolari, e proprie, bench dovessero i primi progressi nella civilt ad una
emigrazione asiatica, in un epoca quasi impossibile a stabilirsi con
precisione. Il. Che per conseguenza, fra le altre cose, che qui per brevit si
tralasciano, i vasi dipinti di terra cotta, come quelli neri, ed altri, di
qualunqueforma, e grandezza, siano essi aretini, o chiusini, o campani, sono
genuinamenee etruschi, e non altro che etruschi. Bench sia piaciuto agli
Archeologi di chiamarli vasi greci, e pi modernamente ancora italo-greci. Le
quali denominazioni hanno dato loro quei dotti, perch vi si scorgono, come pure
nelle urne cinerarie, e nei sarcof agi, disegnate e dipinte, o scolpite, a basso,
e a gran rilievo, rappresentanze, o storie e favole greche; ovvero che tali
divennero dopo essere state prima etnische, e perch vi si leggono parole
greche, o che alle greche somigliano. Come se non potessero essere nel mondo
due diversi idiomi i quali abbiamo alcuni vocaboli comuni ad entrambi. Conforme
fu sagacemente osservato, dal dotto, e perspicace sig. principe di Canino nel
suo Museo Etrusco. Campani poi faron detti, eziandio tali vasi, perch se ne
fabbricavano . e se ne trovano nella Campania, che fu pure colonia etnisca,
come si dicono chiusini, ed aretini, da Chiusi, e dArezzo, ove esisterono
speciali fabbriche dei medesimi. E sul proposito del sig. principe di Canino,
sono assai dispiacente di non aver letto prima dora quel suo dotto e giudizioso
lavoro, perch avendovi riscontrate al- altre dodici citt. Lo che serve a
trovare che l Etruria della valle del P, fu colonnizzata dall' Etruria del
Mezzogiorno. La medesima tradizione di dodici colonie, viene ripetuta sul
proposito dello stabilimento degli Etruschi in Campania-, Ed il Miiller suppone
che quelle colonie fossero realmente etnische, contro, lopinione di Niebuhr suo
maestro, il quale pensa che elleno fossero fondate dai Pelasghi Tirreni,
confusi cogli Etruschi, a cagione dellidentit del nome. In ogni caso per,
sembra allo stesso Miiller, che la popolazione etrusco della Campania, non
debba essere stata molto considerabile, perch vi prevalse il dialetto Osco, e
perch non si mai trovata in tutto quel
tratto di paese, una sola iscrizione veramente etnisca. Laonde convien credere,
prosegue egli, che quel fertilissimo paese, immerso nel lusso, e nella
mollezza, esercitasse la sua fatale influenza sugli Etruschi, che vi si erano
stabiliti, mentre furono obbligali ad abbandonare il possesso delle ricche
pianure di Capua ai Sanniti, col discesi dalle loro montagne. Io non saprei qui
sottoscrivermi allopinione del dotto archeologo prussiano, sembrandomi troppo
debole la ragione che egli adduce, per stabilire che fosse piccolo il numero
dei coloni Etruschi della Campania, quella cio del dialetto Osco rimastovi
dominante, poich potrebb essere ci avvenuto anche dall' avervi quegli ospiti
soggiornato per breve tempo, oppure da un riguardo che poterono benissimo avere
i Vincitori verso i vinti. Di che abbiamo avuto un esempio noi stessi nelle
nostre contrade al tempo dell Impero francese. E certamente gli Etruschi, non
erano cosi feroci, come i Romani, i quali ebbero linumanissimo orgoglio di
togliere perfino la lingua ai popoli che avevano linfortunio di cadere sotto il
loro giogo di ferro: ( checch ne cantino in contrario ifanatici loro lodatori
.) E se permesso di paragonare le grandi
cose alle piccole, quando sono dello stesso genere, dir in appoggio della mia
supposizione, che anche i Chinesi soggiogati gi da piti secoli dai Tatari Mant-
sciu, hanno conservato, e conservano tuttavia dominante il proprio idioma,
bench soggetti ad una dominazione straniera. Oltre di che, viene ad accrescersi
la forza del mio ragionamento, riflettendo che era ben facile, e naturale il
conservare nella Campania il linguaggio del paese, altro non essendo il
medesimo, che un dialetto della lingua Etnisca. Sembra poi cosa provata, e da
non controvertersi, che i Tirreni dopo il loro stabilimento in Italia,
esercitassero per lungo tempo la pirateria, e che si rendessero cos famosi
nelle pianure della Grecia, ma peraltro
assai difficile a decidersi, se una tale accusa debba applicarsi a Tirreni del
mare Egeo, oppure ai Tirreni Etruschi', I quali possedendo dei buoni porti sui
due mari, conservaronsi la dominazione delluno, e dell' altro, e si resero
formidabili, non solamente alle navi mercantili, colle loro corsare, ma
eziandio alle altre potenze, coi loro navali armamenti. A molti sar nuovo ed
inatteso questo singoiar monumento,- ma non a chi ha scorsa la mia Opera su i
Monumenti Etruschi ove alla ser. VI, e precisamente alla Tavola G5 ne ho dati a
luce due inediti, n finallora da nessun altro mostrati, In seguito si videro
esibiti ripetutamente nelle Opere del eh. dot. Dorow. Io dissi di quelli, come
pur di questo ripeto, esser vasi di terra nera, al cui orifizio soprapposto per coperchio un capo umano, ed a
suo luogo spiegai come querecipienti dovean simboleggiare il mondo, ed il capo
sovrimpostovi la divinit che Io governa dall alto decieli \ Ma poich questa
specie di vasi trovasi nei sepolcri, cosi potremo credere che i soprimposti
capi rappresentino deit speciali, cosicch se avr barba un di essi, come quello
che pubblicai altra volta 3, si potr dire un Bacco infernale, mentre nel presente
monumento dov un capo imberbe, ed alcune
protuberanze che dan segno di petto femminile ravviseremo una Proserpina. Se il
vaso qui esposto avea ceneri umane, di che non posso giudicare dal solo disegno
ch'io vedo di questi monumenti chiusini, in quel caso direbbesi che le braccia,
avvingendone il recipiente, indicano il patrocinio che la divinit dovea
prendere di quel morto ritornato nel caos della materia mondiale. Dico tuttoci
brevemente perch in queste materie mi sono esteso altrove abbastanza. Qui
aggiungo l'osservazione che molti vasi uguali a questi, ma in pietre di varia
specie trovatisi nei sepolcri egiziani e in gran parte anche dipinti nei
papiri, nelle casse e nelle pareti delle tombe; e dai capi che hannovi
soprapposti di forme varie 4, si ravvisano per figure delle principali deit
egiziane, Questo vaso in terra nera due
terzi pi piccolo dell originale. tuttava
non risoluta questione se figure simili alla presente, cio che abbiano lunga
barba, corona in testa, abito lungo fino ai piedi un manto sugli omeri con vaso
in mano, ed attorniate da sermenti dedera o di vite, questionabile, io diceva, se dir si debban
figure di Bacco o d'un qualche di lui sacerdote. altres cosa degna
dosservazione che locchio qui eseguito, non come dalla natura umana si
mostra, poi disegnato precisamente come
si vede nelle figure de vasi di Grecia di Sicilia, e di tutta 1* Italia
meridionale, ove trattisi di pitture che affettino qualche arcaismo nel loro
stile, e specialmente ove le figure sono come qui di color nero sul fondo
gialla- 1 Dorow, Voiage archeologique dans V a cienne xbtrurie avec xvi
Planches. 1 Voi. io 4 - P- 46, Paris. 1829. Notizie intorno ad alcuni Vasi.
Etruschi Pesaro Monumenti Etruschi, 1 2 > ser. v f p. 490 ser - Vi* Tav., p.
4 ^. 3 Ivi, ser. vi, Tav. num. 1, 3 . ser. vi, tav. N4, num. 1, e P4. numm. 1,
2. cune opinioni, che mi paiono le pi giuste, e ragionevoli in questa materia,
e le quali si accordano con quelle da me emesse nei precedenti ragionamenti, mi
sarei fatto un dovere di render nolo al Pubblico molto prima, quanta
sodisfazione io ni abbia di trovarmi d'accordo con un uomo di tanto ingegno e
di tanta dottrina . 0 Che si avvicina al delirio l'ostinarsi ancora a voler
credere opere greche i suindicati vasi, perle sopra esposte ragioni, e perch se
ne rinvennero alcuni persino nell' Attica, ed in altre parli della Grecia, i
quali sono peraltro in piccolissimo numero, in confronto a quelli discoperti in
Etruria, e nelle altre parti d'Italia. Ed una tal foggia di ragionare, simile a quella di chiunque osservando per T
Italia, o in Francia dei lavori di porcellana della China, e del Giappone,
pretendesse di stabilire, che quei lavori sono italici, o francesi, solo perch
si trovano in Francia, ed in Italia. IV.
Che non meno strano, per non dire
assurdo il pretendere di togliere agli Etruschi l onore di tali manifatture,
per farne dono ai Greci, perch s incontrano molti dei suddtti vasi che hanno
elegantissima forma, e sono disegnati pure, e dipinti con un gusto squisito.
Quasich gli Etruschi non avessero fatto che comparire sulla faccia del globo
terrestre, e ne fossero subito scomparsi. Oppure, avendovi dimorato per lunga
serie di secoli, lo che non hanno saputo negar loro neppure i pi furiosi
partigiani dei Greci, fossero stati poi forniti di tale, e tanta stupidit, da
non saper migliorare, ed anche condurre a perfezione, le loro invenzioni, come
fanno tutti i popoli del mondo Che non si vorr sostenre finalmnte, che le arti
non pvesser presso gli Etruschi, come presso tutte le incivilite nazioni, che
le coltivarono, diverse epoche, cio quella della primitiva rozzezza, qxiella
del miglioramento, e quella della perfezione, come quelle del decadimento, e
della successiva barbarie. N saprei addurre, per rivendicare questa usurpazione
fatta dagli archeologi ai nostri padri, pi bella prova, e pi convinciente
ragione d quella prodotta dallo stesso signor Principe di Canino, apag. ig
dellopera citata qui sopra. Cio, che i vasi dipinti non sono sicuramente greci
perch i Greci stessi non se ne sono vantati giammai. Ed ben gloriosa per gli Etruschi una tele
invenzione, conforme riflette pure il prelodalo scrittore, perch furono essi i
primi ad iscoprire colla meditazione, e colle pi profonde indagini, che per eternare
le tradizioni dei popoli, pi del marmo, e del bronzo, valevole Imile terra cotta, perch ella sola
passa a traverso alla fuga dei secoli senza alterazione veruna . jflniiia : 3 n
iq 3 or 248v8 in gran travertino che serviva di porta ad un sepolcro amq&o
: ofl janqoai Etr. Mus. Chiut. ha sulle spalle, e come questo riferir si debbe
allautunno l'accennai spiegando altri vasi chiusini analoghi a questo, LVI. Le
quattro tavv. sono impiegate a mostrare un bel monumento di pietra tofaceadella
figura dut) cubo, della grandezza due volte maggiore del disegno qui ripetuto,
e che mostra quattro lati scolpiti con figure a rilievo assai basso, come sono
gli altri monumenti di simil natura trovati a Chiusi. Io non saprei dire se ara
sia questa, oppure altare, o foculo, o base, o altr'oggetto qualunque, perch
non vedendone io che i disegni non posso da essi giudicarne con fondamento.
Esaminiamone le sculture che si vedono in quattro lati del cubo. fuori di dubbio che qui si tratta di riti
funebri, e d'ultimi uffici di piet resi ad un morto, che vedasi steso sul
feretro alla Tavola LUI. Il fanciulletto eh
in piedi presso a quel letto di morte ha un tale atteggiamento di
dolore, che non saprebbesi meglio immaginare dal pi sagace dei nostri artisti,
brattanto cinsegna che tenevasi per atto di duolo il porre le mani al capo.
Infatti nel quadro medesimo compariscono due altri astanti colle mani portate
al capo ugualmente, ma ben si ravvisa che l'atto suggerito pi da formalit che da quel vivo
dolore che esprime IL GIOVANETTO PROBABILMENTE FIGLIO DELLESTINTO, di cui qui
si rappresentano lesequie. Un simile atto, e da uomini similmente
abbigliati, pure nella pietra di memoria
perugina da me pubblicata *, ove rappresentasi ugualmente la funebre cerimonia
che praticasi all occasione di un morto. Espressiva parimente la prefica a capo al letto, in
sembianza di strapparsi per dolore i capelli, mentre uonio che al cadavere pi vicino, alza le mani probabilmente per
espressione pure di dolore, mista per di sorpresa. Una figura eh ultima nella
composizione, suona le tibie con certa bocchetta che legavasi agli orecchi o al
capo in giro. Un tal suono in occasione di funebre cerimonia non credo che
andasse esente da superstizione tuscanica, passata ai Romani ancora, mentre
credevasi di poter porre in fuga gli spettri coll'armonia della musica 1 2 3, e
cos allontanare quelle malie dalle quali avevano opinione che le anime
restassero consacrate alle deit infernali 4 : superstizione peraltro che manca
nel monumento perugino indicato. Dietro al tibicine alla Tavola LIV vediamo
quattro uomini armati di bastoni, che in mano di Etruschi non improbabile che siano augurali, ancorch non
Lettere di etnisca erudizione. e seguente Tav. xi. 2 Monumenti etruschi, ser.
vi, tav. Za, e Lanzi Della Scultura degli antichi e vari suoi stili Tav. v. 3
Ved. Luciano pitato dal Ma ilei nella sua memoria sulla religione dei Gentili
nel morire ; Osservazioni letter. Tom. 1, art. x. 4 Tacito, Annali 1 . 1. ap,
il Mafie! cit. p. 5i stro 1 2 . Una tale osservazione unitamente con altre pu
essere di non poco rilievo per indagare lorigine primitiva delluso di porre
siffatte stoviglie dentro i sepolcri. A chi ha buon gusto peri lavori di
metallo sar gradevole il conoscere la forma singolare e del tutto nuova non men
che bella di questo vasetto di bronzo, disegnato nella grandezza medesima
delloriginale. Apparentemente dovea contenere de liquidi, e perci lintelligente
artefice oper per modo che tutto vicorrispondesse lornato. Ecco l un uccello
aquatico sopra una pianta quadrifoglia palustre, il che serve di pomo al
coperchio: ecco l una conchiglia lacustre che serve di borchia a! manico : ecco
l infine i lunghi manichi formati in guisa di colli duccelli aquatici come del
becco loro nel quale han termine si rav visa. Il vaso di terra cotta di color
rosso che vedesi rappresentato nella parte superiore di questa LII Tavola, gi noto per la frequenza colla quale si trova
nelle collezioni di simili antichi oggetti. Par che i Gentili 1usassero per
lucerna; ed alternativamente colle lucerne trovasi difatti nei sepolcri, ma in
esso valutavano anche la forma di barca e di recipiente, alludendolo a certa
favola d'rcole eliebbe in dono del sole un vaso, col quale varc l'Oceano. Come
poi si applicasse al vaso qti esposto lindicata favola cosa inutile chio lo ripeta, dopo averne
sufficientemente parlato nell opera deMonumenti Etruschi % dove ne ho riportati
alcuni di varie forme. Liscrizione che
sul manico suole indicare il figulo, o la fabbrica figulinaria. Il Vaso
al disotto in questa medesima tavola di
que consueti chiusini di color nero s nella superficie che nellinterna sua
pasta. Questa qualit di vasi aver suole dei bassirilievi, che girano attorno
ripetendosi ogni quattro o sei figure, perch fatti colle stampe. Bisogna
convenire della gran somiglianza tra quella manifattura, e le cose egiziane.
Vedo nella prima figura femminile latto dalzare unuccello, cos nelle figure
egiziane dei calendari vediamo elevare per la testa, o calare al basso tenuti
per la coda animali, che indicano il sorgere o calare abaco dei segni zodiacali.
Delluomo che segue con bastone in mano io non saprei dir cosa che avesse
inoppugnabile sostegno. Ben potr dire che a lui segue la chimera colla doppia
testa di leone e di capra, chio mostrai altre volte 4 esser composto di segui
celesti. E poi chiaro il centauro qual cacciatore, che porta la preda appesa al
suo frassine che 1 Moni;memi etr. Ser. v. Tav. 2 Ser. li, p. 359, 36 i, 3 Ivi
ser. vi, Tav. E 4, F^. 4 Monurn. etr. ser. w, p. 38 a. Vogliamo credere che
nella statuetta in bronzo qui rappresentata di naturai grandezza sia da
riconoscersi una Minerva per 1 usbergo del quale vedesi armata? Del piccol
mostro pure uguale in grandezza alloriginale in bronzo, non fo parola, poich
probabilmente dagli editori di questopera ne saran pubblicati dei simili, chio
vidi vari anni indietro a Chiusi. Il vaso
desoliti che trovansi per tutta 1 Italia meridionale, con figure
giallastre in campo nero, la cui gola soltanto a una pittura che vedremo nella
tavola seguente, mentre monocromo, ed ha
tre manichi, d una forma essatta- mente ripetuta molte volte coi medesimi
accessori nei ricchi scavi di Canino, e daltre parti dItalia. Io non mi
persuado come il mito delle Amazoni combattenti, s ripetuto nei vasi fittili di
tutta lItalia, come si vede in questo, non abbia una qualche allusione
religiosa, come ho supposto trattando altre volte questo medesimo soggetto. Si
vedono in fatti sempre come qui le Amazoni a cavallo, ed i loro avversari
sempre a piedi, ed in positure di soccombenti al conflitto, colle ginocchia
piegate. Eppure se alle favole che trattano delle Amazoni dovessimo ricorrere
per Spiegarne il mito, noi le troveremmo sempre vinte o da Ercole, o da Teseo,
o dAchille Io non vedo in quel mito che 1allegora del contrasto e del dominio
del tempo in cui si trattiene il sole nei segni inferiori del zodiaco, ma
siccome troppo lungo sarebbe il mostrar qui di tale allegora lo sviluppo, cos
rimando chi legge ad altri miei scritti, ove trattai lungamente di questa
materia. Questa la pittura del vaso, la
cui forma vedemmo nella Tavola antecedente, e che vien riportata nella
grandezza di due terzi del suo originale. xxxi. /uif/mDajmjaa xxxii. jfliDnaD :
an/d-nit/i : Yfl xxxm. i/vjad anfl-uitfl'i ; or xxxiv. j/qnqai ; vJDfi : ofl,
V433 : J lf d Galleria Omerica Tom ii,Tav.VJlDfl : 31 : Vfl Veil. Mommi, etr.
agli articoli A magoni. abbiano la forma di lituo, come osservansi nel
monumonto perugino. Infatti ad essi spettava il presagire che lanima del
defonto fosse passata in luogo di riposo; di che se non troviamo prove di antichi
scrittori, certamente ne conosciamola pratica presso gli Etruschi, per mezzo
del pi volte citato monumento perugino, dove inclusive il vestiario di quegli
auguri muniti di lituo simile a quello
di costoro che qui hanno in mano le verghe, eh' io dissi augurali. Dopo gli
auguri vengono immediatamente nella Tavola LV le prefiche, donne prezzolate che
a suono di tibia cantavano lamenti, e piangevano la perdita del morto ed in
modo sconcio e forzato strappandosi le chiome e perquotendosi, mostravano
cordoglio di quella disgrazia. Quel che sia rappresentato nellaggregato di
figure della Tavola LVI non mi possibile
il dichiararlo n mi concesso d azzardare
quelle congetture che pu immaginare a suo grado ugualmente chi l'osserva.
tavola evie Questo bronzo in tutto uguale al suo originale fu anticamente uno
specchio dallopposta parte, come lo attesta lo specular pulimento che vi si
trova. Qui nel suo quasi insensibile concavo, invece di grafito ha soprapposta
una lamina cesellata a bassorilievo, e in fondo una cerneria, forse adattata
all'adesione del manico. lo vi ravviso Bacco, il quale ha sulle spalle una
face, che tale vedrehhesi qualora fosse intiero il monumento, poich ve ne sono
altri esempi 3 . Egli si appoggia ad un altro nume significativo della forza
creatrice dalla quale dipende Bacco il demiurgo artefice del mondo, che il trae
dal disordinato e tenebroso caos per virt concessagli dal creatore, e vi porta
luce con la sua face, non men che ordine armonico, indicato da quella ninfa che
precede i suoi passi, arpeggiando la lira: cosmogonica rappresentanza che in
cento guise ripetesi nei monumenti antichi, e della quale ebbi luogo di
trattare altrove 3, Sebben questa bella tazza sia di bronzo, pure se ne usavano
dagli antichi anche di terra cotta d ugual forma e lavoro, come si vedono in
Volterra nel museo del pubblico, ed in quello del Sig. Cinci. Il disegno qui
esposto soltanto un terzo minore del suo
originale. Il pezzo aggiunto lateralmente fa vedere lacconciatura di testa ch
dalla parte opposta del recipiente. i Fest. in sua voc. Lecil. Sat. xxn. Monum. etr. ser. vi, Tav. Y, n. i., ser. v,
p. 3 a,, ser. vi, Tav. Y, n. 1 . W'
Principe di Canino, ed altri gi se ne conoscevano, dissotterrati a diverse
epoche, ed in luoghi diversi ., Diodora Siculo poi descrive nel libro quinto,
dietro Possidonio le mense degli Etruschi imbandite due volte al giorno, le
loro drapperie ricamate, le loro coppe eli oro, e dargento, e le loro falangi
di schiavi. Al cui quadro aggiunge Ateneo nuovi tratti, e. mostrano chiaramente
le figure giacenti nei sarcofagi, che gli aggiunti di pmgues, ed obesi, dati
dai Romani per isclierno agli Etruschi, non erano suggeriti dalla malizia
nazionale soltanto. E Roma prese ad imprestito dall'Etruria i combattimenti dei
gladiatori, bench sembri che luso orribile dintrodurli nei conviti, e nei
banchetti, appartenga sopratutto agli Etruschi della Campania, e specialmente a
quelli di Capua. Altrbuisconsi per agli antichi Etruschi anche alcune
invenzioni nella musica, e singolarmente rapporto agli strumenti di essa, poich
non havvi autore, ch'io mi sappia, il quale pretenda che questa nazione abbia
discoperto qualche modo particolare di tale scienza, bench le venga accordata
in essa qualche celebrit, egualmente che nella plastica ; E non gi come piace
ai compilatori della rivista edimburghese, perch e Aino erano vicini ad un
popolo, il quale essendo estraneo ai Greci, era costretto ad imprestar loro
tuttoci che riguardava il miglioramento, o l'abbellimento della vita pubblica,
e privata, mentre avvenne appunto il contrario. Bench non si possa decidere
dietro alcun monumento storico, se dovessero gli Etruschi a se medesimi, oppure
al commercio che ebbero coi Greci, dopo che gi le arti erano giunte ad un certo
grado di perfezione fra loro, i successivi progressi, fatti dai medesimi nella
scultura, e nella statuaria, pur tuttavia ci che dicemmo in altro ragionamento
intrno allanteriorit degli uni, o degli altri, rende quest'ultima supposizione
molto probabile. Ma egli per certo, che
se questo rapporto esist per qualche tempo fra gli Etruschi, ed i Greci, non fu
mai d una grande intimit. Lo stile toscano nelle arti presenta sempre qualche
rassomiglianza con quello deoli Egiziani-, E le opere pi perfette di questa
nazione, hanno tutta quella durezza, e quella mancanza di vita, e di
espressione, che qualificano la scultura greca, anche prima che Fidia
accendesse la sua immaginazione alle descrizioni omeriche di Giove, e di
Minerva, e che avesse Prassitei e espresso col marmo l'ideale chegli si era
fatto della bellezza. Lo che prova essere stati i Greci i perfezionatori, e non
gl'inventori di quelle arti che si dicono belle ; E viepih si conferma che i
medesimi furono in antichissimi tempi i discepoli degli Etruschi. non gi i
maestri, come pretendono i nostri grecomani. Al contrario, in tutta quella
parte dell arie ove il meccanismo senza vero gemo pu mungere alla perfezione,
gli Etruschi non la cedono in verun modo ai Greci stessi, biella maggior loro
raffinatezza. Ed un poeta Ateniese riferito da Ateneo nel primo libro dei
Dipr.osqfisti, celebra le opere etnische in metallo, come le migliori m tal
genere ; Facendo egli probabilmente allusione alle coppe, alle lampade, ai
candela- QUALI FOSSERO LA VITA POLITICA, E DOMESTICA, LA RELIGIONE ED IL
GOVERNO DEGLI ETRUSCHI, E QUALI ARTI, EGLINO COLTIVASSERO PRINCIPALMENTE Ma chi
pensasse il pone sieroso tema, E 1 omero mortai che se ne cerca, Noi
hiasmerebbe, se sott esso trema. Caute Par. - -=-x jgj> 1\ on certamente agevole impresa quella di ritrarre
i costumi domstici di un popolo, che non ha trasmesso alla posterit veruna
immagine di se stesso nelle produzioni letterarie. E tali appunto sono gli
Etruschi, della cui prosperit nazionale pare che sia stata la primaria base
l'agricoltura, che veniva si ben favorita dal loro suolo, e dal loro clima, e
che sembra avere in ogni tempo fiorito in questo paese, quando i benefizii
della natura non sono stati distrutti da un cattivo governo, o da una assurda
Legislazione, Tuttava per, non ha mai goduto V Etruria centrale, come la
Campania, di una spontanea fertilit. Fu d'uopo ognora che spiegassero i suoi
abitanti la loro industria, e la loro destrezza, per adattare la cultura alle
diverse qualit del terreno, che s incontrano in questo paese, e per arrestare
le mondazioni del P nelle provinole che circondano l Adriatico, e che ne furono
parte nei tempi antichi. I primitivi costumi degli Etruschi erano
semplicissimi, se vogliamo credere alla storia, la quale ci dice che la
conocchia di Tanaquilla fosse conservala lungo tempo a Roma nel tempio di
Sanco; E pare che un passaggio di Giovenale nella satina sesia, ci mostri la
stretta rassomiglianza che passava fra le virt domestiche delle donne romane
degli antichi tempi, e quelle delle donne etnische. N ci dester maraviglia a
chi sappia, che i primi abitatori d Roma, non eccettuato il suo fondatore, non
furono altro che Etruschi, della cui energia, e del cui nazionale carattere,
formano al parer mio una sufficiente prova, le grandi loro conquiste, la loro
destrezza, ed il loro coraggio nella navigazione. Ma quando il commercio, e la
conquista nelle parti meridionali dItalia, ebbero condotto la ricchezza fra
loro, gli Etruschi se ne impossessarono collavidit di un popolo mezzo barbaro
ed il lusso invece d introdurre fra essi il raffinamento, e leleganza delle
maniere, non vi port che un vano splendore, ed un gusto disordinato per sensuali piaceri, come rilevasi anche dalle
pitture di alcuni vasi, delti male a proposto italo-greci, dei quali ne ha
discoperti un gran numero nei suoi scavi il signor La forma del governo
etrusco, ove riunivansi l aristocrazia, ed il sacerdozio, imped efficacemente
al genio di quella nazione, di prendere lutto il suo naturale sviluppamelo.
Imperocch ai Lucomoni, ossia alla nobilt ereditaria, aveva rivelato Tagete, ed
il tempo, gli usi religiosi, che si dovevano osservare dal popolo, col potere
di Applicarli nella maniera che paresse loro la piti propria aperpetuare il
loro monopolio esclusivo, e tirannico-, E per rapporto poi al potere civile,
formavano questi medesimi Lucomoni il corpo governante di tutte le citt di
Elruria. Nei primi tempi si parla di re, non gi dell intiero paese, ma bens di
stati separati, ed il cui potereera senza dubbio limitatissimo da quello dell
alta aristocrazia-, E questi re senza potere, spariscono ben presto
intieramente, come pi tardi nella stona greca, e romana, Mentre che in Etruria,
non sorge alcun ordine corrispondente ai plebei, per rappresentare V elemento
popolare della Costituzione. E molto difficile di poter fissare con esattezza i
privilegi del gran corpo della Casta potente-, E Miiller inclina per
l'opinione, e mi pare eli abbia dato nel segno,che i coltivatori fossero i
servi dei proprietarii del suolo, come furono in tempi a noi piu vicini i
Penasti in Tessaglia, e gl Iloti a Sparta.
cosa certa difatti, che esistesse una classe simile in Etruria, ma
non per probabile eli ella comprendesse
una gran parte della popolazione, non essendovi altro argomento, al quale
appoggiare questa, ipotesi contrastabilissima, se non quello che i clienti di
Roma fossero servi dei Patrizn. Tuttavia per
fuori di ogni dubbio che l aristocrazia etrusco teneva gli ordini
inferiori in una dipendenza politica, e che per questo non pervenne quella
nazione, al grado di potenza, a cui avrebbe potuto giungere-, Ma la sua
prosperit prova ad un tempo che non era governata neppure affatto
tirannicamente. Non sembra nemmeno che lagitasse lo spirito della democrazia,
fino al punto di risvegliar dei timori, ed eccitare la severit della casta
governante. Le insurrezioni di cui parlano gli storici, sono attribuite
espressamente agli schiavi. Era l'antica Etruria fertile di grani, e
particolarmente di quel farro che i Latini chiamarono far, ed anche odor, la
cui farina forniva il puls, che noi diremmo polenta, o polenda e che era
lordinario nutrimento degli abitanti di questa parte dItalia. Il ferro delle
sue miniere, e specialmente quello dell Isola d'Elba era celebre per la sua
purit-, E forniva pure la stessa isola anche del rame per le monete, e perle
opere di bronzo, tanto comuni fra gli Etruschi.
poi molto probabile, anche secondo il Miiller, che eglino facessero un
commercio di ambra, che loro venisse dal Settentrione. Il precitato Miiller,
che come abbiamo detto uno degli Scolari
di Niebuhr, v discutendo con moli acutezza nell opera sua, la natura dei
rapporti che esisterono nei primi tempi di Roma, e fra i Romani, e gli
Etruschi. E si accorda col suo maestro a preferire alla tradizione che fa di
Servio Tullio unfiglio di schiavo I origine etrusco di quel principe,
menzionato dalli Imperatore Claudio nel suo discorso sullammissione dei
provinciali nel Senato, il cui testo fu discoperto nel secolo decimo sesto in
tan, ed ai tripodi, e simili, giacch discopronsigiornalmnte alcune di tali
opere egregiamente eseguite. Si spiega per facilmente la differenza che
incontrasi fra le opere degli Etruschi, e quella dei Greci col carattere della
religione dei due popoli. Imperocch la religione dei Greci conti Univa
potentemente al perfezionamento delle arti plastiche, ove quella degli
Etruschi, in ci che le appartiene in proprio, non ha niente che risvegli, e che
trasporti V immaginazione dell artista. Pare anzi che ella favorisse
efficacemente una opinione, che noi ritroviamo del pari nella teologia dei
popoli settentrionali, ed in quella deglIndii, ed questa: che gli Dei erano eglino stessi, come
pure il sistema, al quale presiedevano, gli effetti di un potere che non
iscorgevasi che a lunghi intervalli nella produzione degli esseri, e che
assorbiva tutto ci che aveva crealo, per crearlo di nuovo. I SIMBOLI di questo
potere erano gli Dii involuti della teologia etnisca, i cui nomi rimanevano
ignoti e non erano oggetto di un culto popolare, ma che Giove stesso consulta.
Gli Du consenti poi, che erano dodici, sei di ogni sesso, presiedevano alt
ordine delle cose esistenti, e ricevevano degli omaggi, e dei sagrifizii.
Manifestatasi la loro intervenzione negli affari umani, pi che in altra maniera
con presagi di grandi disgrazie, che dovevano essere allontanate con espiazioni
sanguinose, e crudeli. Ma se da un Iato pot la moralit guadagnare qualche cosa
dalla religione etrusco, che non corrispondeva in verun modo alla mitologia
ridente, ma licenziosa dei greci, la poesia e le arti dell altro, vi dovettero
indubitatamente scapitare non poco. Lo stesso difetto d immaginazione viva e
disinvolta caratterizzava la dottrina etrusco dell immortalit dellanima. Il
loro mondo sotterraneo, non era altroch un Tartaro senza Eliso. La
superstizione non form in nessuna parte del mondo, un sistema pi completo che
in Etrucia, senza eccettuarne neppure le Indie, e t Egitto Le regioni del cielo
erano divise, e suddivise in modo che ogni prodigio poteva avere la sua
spiegazione precsa. Ifenomeni dellatmosfera, il tuono soprattutto, ed i lampi,
erano osservati, e classati comma minutezza, che avrebbe potuto fornire oli
elementi, aduna vera scienza, se gli osservatorifossero stati veri filosofi, e
non Sacerdoti. Ma nel fatto t osservazione di quei fenomeni, non servi ad altro
che ad accrescere la servit della moltitudine, a quelli che reclamavano la
co'nuzion esclusiva dei mezzi coi quali potevano placarsi gli Dei sdegnati
contro il genere umano. Non necessario
di avvertire, che la filosofia nel senso greco di questaparola, vale a dire lo
studio libero delluomo della natura, e della provvidenza, era ignota agli
Etruschi, bench non si possano negar loro le cognizioni pratiche, col mezzo
delle quali eseguivano le belle opere d'Architettura, e di Idraulica, che
vengono ad essi attribuite dagli antichi scrittori, i quali parlano delle cose
etnische senza prevenzione veruna, e senza spirito di pare. Elv. Mas. Chius. Go
tavola. Quanto sia malagevole scioglier lenigma che nelle strane loro figure
chiudono le pietre incise in forma di scarabei, ben potrebbero dirlo e il
Caylus, e il DHan- carville, ed altri chiarissimi ed eruditissimi ingegni che
in vano vi si applicarono; e quantunque in gran parte non mostrino significato
nessuno che ragionevolmente si presti alle indagini dellerudito, pur taluni,
ancorch pochi, han contrassegni da non permettere che siano annoverati tra i
soggetti capricciosi insignificanti e per conseguenza inesplicabili. Nello
scarabeo di n. 1 ci guidano con qualche indizio 1 epigrafi, che sebbene sconce
come le figure alle quali si vedono applicate, pure danno adito a ragionarvi
sopra non senza qualche fondamento. Quantunque le lettere siano di forma
etrusca, pure nson disposte alluso inverso come scrivevano gli Etruschi, n
presentano voci che dirsi possano etnische, ma ritengono un misto di
paleografia, e glossologia, che partecipano dell'antico greco e dellantico
latino. Qualora non vi fosser lettere direbbesi che vi si vede Vulcano assiso
sulla sua pesante incudine in atto di ascoltar le preghiere della consorte sua
Venere a pr d'Enea, come ne d sospetto lo specchio femminile che tiene in mano,
la donna la libera di lei nudit. Che le
lettere esprimenti parole tronche vi si conformino lo congetturo dal potervi
leggere fex, quasi ephestus chera nome grecamente dato a Vulcano anche dagli
antichi Latini. Segue 1 altro bisillabo vev, che se crediamo sformata l'ultima
per una v, potremmo leggervi la voce Venus con poca difficolt. Ed in vero
quella barba, che in un modo s sconcio si volle accennare alluomo sedente, d
qualche idea del rozzo costume praticato dal marito di Ciprigna, che qui si
vede contro a lui con assai studiata, sebben antica maniera dacconciarsi la
testa per viepi sedurre il manto a compiacerla nell inchiesta delle armi pel
figlio Enea : soggetto non raro nella glittografia, dove lartefice Vulcano sempre assiso, e Venere che incontro a lui si
trattiene a pregarlo, sempre in piedi. Quando si voglia credere che la
composizione incisa in questo scarabeo num. 2 abbia un qualche significato
allegorico, e non sia stato fatto a solo oggetto di mostrare lo sgradevole
assalto dato da un leone ad un cinghiale, potremo credere che stiano i due
animali a rammentare due precipue situazioni del sole nel cielo, dalle quali ne
avviene il calor benefico dell'estate, e 1 importuno freddo nellinverno.
Infatti il segno del Leone che domina in
estate, e che abbatte colla forza dei raggi solari quei mali che alla natura
cagiona 1 ingrato e sterile, inverno significato dal porco, di che ho^scrittu
molto nel trattare dei Monumenti etruschi - vote eh bronzo a Lione ; Il quale
pretende che il vero suo nome fosse Mastarna, e che foss e compagno di un capo
dicosi detti Condottieri, o mercenarii toscani. Il fatto si che la voce etrusco Mastarna, vale
imbrattato, ossia di sordida origine,^ corrisponde cosi a quanta ne dice la
tradizione. Ma mentre JMebuhr si allontana intieramente dalla storia,
supponendo che Tarquinio il vecchio fosse uno di quei Latini pnschi da ha
immaginati, pensa il Mailer ehei fosse veramente etrusco, e che traesse il suo
nome da Tarquinia, ( e lo pensiamo noi pure,) il cui dominio estendevasi allora
dalla parte del mezzogiorno, fino alla citt di Roma, che erane anche dipendente
in quel tempo. I compilatoli della Rivista edimburghese non credono che questa
opinione sia basata s fondamenti abbastanza solidi, bench paia loro pi
probabile di quelle di lebuhr, per sostituirla ai racconti della storia comune
; E non sanno comprendere neppure, come dei fatti accompagnati da circostanze s
ben precisate, quali sono quelle dell'esistenza di Servio Tullio, e
deiTarquinii, del loro paese, e dello stato loro possano cangiarsi tutto ad un
tratto in un simbolo di etnisca supremazia. Lo che peraltro non dester nessuna
maraviglia a chiunque sia meglio di loro istrutto delle antichit etnische, e
conosca pi a fondo che essi non conoscono, luniversalit dello spinto simbolico
di quei remotissimi tempi. E comunque sia poi la cosa, checch si debba pensare
eh tali supposizioni, il fatto vero si
che Roma fu conquistata dagli Etruschi sotto la condotta eli Porsetto re
di Chiusi, come lo prov, sono gi molti anni, Beaufoit, disvelando gli artifizii,
sotto i quali avevano procuralo i Romani scrittori di nascondere questo colpo
umiliante. Oltre di che, furono, come abbiamo gi detto, anche i fondatori, ed i
primi abitatori di Roma, una truppa dibanditi toscani. Ma circa ad un secolo
dopo il regno di Porsena, vennero gli Etruschi umiliati essi pure dai Celti, e
da altre barbare genti, che si resero padrone di tutto ci che eglino
possedevano sulla riva meridionale del P fino a Bologna, e che occuparono
anche. Roma, bench temporanamente. I Romani per, vincitori dei Galli, e cosi pi
fonnidabih che mai, non tardarono molto a conquistare, e colonizzare quella
parte i truna, che si estendeva al mezzogiorno della selva Ciminia; Ed anche
laCam- pania eia caduta allora sotto il potere dei Sanniti, e tutte le
provinole etnische al settentrione deglApennin, erano rimaste sotto la
dominazione dei Galli. Tentarono indarno gli Etruschi, dopo la gran disfatta,
che ebbero presso il Lago Va di mone, oggi di Bussano, di chiamare in loro
soccorso i mercenarii Galli, poich furono battuti di nuovo, perch le loro
temporarie confederazioni, non poterono opporre una efficace resistenza, contro
la disciplina, che la vittoria aveva gi organizzata nelle armate romane; Eia
potenza di quel popolo celebre, e valoroso per s lunga serie di secoli, rimase
intieramente abbattuta,prima delle guerre di Pirro, e di Annibale. del cielo,
di che ho trattato in altre mie opere. Le colonne ed i vasi che son sepolcrali
rammentano le ceneri degli avi, presso i quali fu ucciso linfelice Laomedonte
assalito da Ercole nplia sua patria presso le lor ceneri. Questo disegno una quinta parte della grandezza che ha 1urna
di marmo. La rozzezza della scultura di questumetta in pietra tufacea che nel
suo originale soltanto doppia di questo
disegno, non permette ad ognuno di ravvisarvi il soggetto che a me sembra
esservi espresso. Imperocch io vi scorgo nella figura equestre unAmazone, di
che ho non lieve indizio nel berretto che le copre la fronte, e quindi in ogni
restante della composizione, che non differisce dalle gi esposte alle tavole.
Qui v'una circostanza che ne scopre sempre pi lallusione a soggetto ferale,
ed 1 albero significativo dombra, e
privazione di luce : luogo insomma dove passano i mortali dopo il periodo
vitale assegnato loro dalla natura in questa terra. Un pregio singolare di
questi bassirilievi di pietra tofacea in
qualche modo Tesser tutti chiusini, e duno stile che pu dirsi unico in questo
genere di antichissimi oggetti d'arte. Quel di Perugia chio riportai con
esattezza alla Tav. Z 2 della ser. VI deMonumenti etruschi, inferiore nellesecuzione forse per difetto
della cattiva sclta nella pietra eh' molto pi tenace di quella chiusina, e pi
assai porosa, ed a luoghi affatto spugnosa. Loriginale di questo che abbiamo
sottocchio non che per met maggiore del
suo disegno. Si vede assai chiaramente esservi rappresentata una processione
religiosa. La prima figura che ha semplice manto, e non veste lunga dunque un uomo che ha in mano una gran
foglia, dalla quale argomento esser questa una pompa sacra, mentre in tali riti
portavansi le foglie, e se ne danno persuadenti ragioni, chio esposi altrove 3
. Segue la figura di una donna che per essere assai danneggiata non se ne sa il
destino, Dopo una figura con bastone in
mano,molte delle quali vedemmo gi nelle tavole scorse. Ma siccome tien dalla
sinistra mano un uovo, cos potremo in qualche modo congetturare che la pompa
della quale quel seguace fa parte sia espiatoria, e perci analoga al defonto,
presso al quale quest ara stata trovata.
Poco sappiamo di una tale superstizione, ma ci
noto che all'uovo, dedicandolo ad Ecate infernale, 1 Ingliirami, Monum.
etr. g 5, e Galleria Omerica Tom. n, tav. cxciv, p. j 54 * 2 Monumenti etr.
ser. v, p. 44 l 2 * 3 Ved. le tavole 11, lii, iv,, xxxvni, lui,, Lvi. LAmorino
qui espresso copia dun bronzo grande
quanto il suo originale, eh duna bellissima patina verde. Non saprei giudicare
dal solo disegno, che m sottocchio, qual ne sia lazione, e quale il significato
di essa, onde mi limito ad osservare che lacconciatura di testa, non meno che
lo stile assai molle, e s vistosamente lontano da quel rigido, che vedemmo nei
gi esaminati bassirilievi chiusini, mi fanno giudicare questidoletto per un
opera eccellente degli Etruschi, allorch sottoposti ai Romani praticaron le
arti netempi di Adriano. Leggendo lo storico Diodoro ho incontrato un
avvenimento drcole, che mi sembra molto analogo a quanto si rappresenta in
questo bassorilievo. Narra quello scrittore che tornato Ercole insieme cogli
Argonauti alle spiagge troiane, ove avea lasciati in deposito a Laomedonte la
vinta Esione ed i cavalli di Diomede, invia suo fratello Ifito, e Telamone a
riprendere il deposito affidato a quel re; ma il perfido ne ricusa la
restituzione, ed oltraggia i messaggi. Allora gli Argonauti muovono contro
Laomedonte e contro i Troiani suoi sudditi, e dopo un vivo combattimento
trionfano. Ercole sopra dogni altro fa prodigi di valore, ed uccide di sua
propria mano il re Laomedonte Tanto basti a ravvisar qui E avvenimento or
descritto. Ercole ha in mano la spada per uccidere il perfido Laomedonte che h.
gi ghermito pei capelli, n pu altrimenti evitare il colpo fatale di morte. La
pelle di leone che si annoda sul di lui torace lo manifestano per Ercole,
sebbene usi spada e non clava. Laomedonte altres fassi noto al berretto asiatico
proprio dei Frigi e Troiani in modo speciale, come ripetuti esempi ne d nella
Galleria omerica 3 . Il bastone pastorale gli
posto in mano dall artista ad oggetto di aumentarne la distinzione, come
spettante alla famiglia di Dardano, eh io dissi altrove 3 essere stata distinta
per la sua occupazione di guardare gli armenti de suoi antenati, non meno che
per la singolare bellezza della quale furono adorni i di lei componenti.
Difatti qui Laomedonte si mostra bellissimo e delicatissimo, in paragone del
robusto Ercole, e dellaltro eroe eh degli argonauti combattenti in quella
occasione con Ercole. Le due Furie con face rovesciata, ripetutissime nelle
urne etnische, non hanno un positivo ed intrinseco rapporto col fatto. L'altare
serve soltanto di espressione per mostrare che il paziente altro scampo non ha
che reclamare la protezione Diod. Sic. Bibl. hist. Galleria Omerica, Iliad-,
Tav. le arche racchiudevano oggetti sacri di mistica rappresentanza, non
visibili ad ogni profano. Il vaso dipinto con queste donne che staccano in
giallastro su fondo nero, fu, credio, venerando per gli oggetti contenuti nella
cesta, piuttostoch per le donne che la portano. Nellinterna e concava parte
duna tazza di terra cotta vedesi dipinto con fondo nero un sacrifizio, che mostra,
credio latto del camillo, o vittimario di cuocer le carni della vittima sul
fuoco acceso nellara o foculo, mentre il sacerdote che sembra di Bacco pronto a farvi una libazione, versandovi
parte della sacra bevanda. Dalla bassezza di quellaltare, pare che latto
religioso fosse diretto al culto di Bacco stigio, che pregavasi perch fosse
favorevole ai morti; come difatti la tazza dov questa pittura fu posta come le
altre in un sepolcro. invero assai
singolare il bronzo num. 1 che qui presentiamo in disegno nella dimensione del
suo originale, come si pu riscontrare nel privato e ricco museo del sig.
capitano Sozzi di di Chiusi dovesiste. Non
del tutto nuovo per altro; ed io vidi un idolo lungo due piedi e sottile
nel museo di Volterra tutto nudo, e colle braccia aderenti al corpo, senza
nessun emblema. Il Gori che lo illustr, gli dette nome di Lare domestico
ridotto pi grande e piu maestoso della specie umana, oppure un dei Lemuri che
credevansi ministri del Genio malo, ossivvero lo stesso Genio malo, che da
Plutarco si dice esser comparso a Bruto in aspetto pi grande di quel chesser
suole lumana specie 4 . lo crederei che pi convenientemente confermar si
potesse esser questidolo chiusino un Lare domestico, forse anche Lemure, pei
lumi che ce ne d Plutarco, giacch Tesser vestito e laver patera in mano tanto
converrebbe ad un Lare, quannto sconverrebbe ad un semplice Genio. Lo stesso
Gori ha posti nella sua collezione altridoletti che hanno la qualit speciale
desser pi lunghi delle dimensioni spettanti allumana specie, ma che lespositore
per bizzaria dichiar con nomi speciali =, senza darne sodisfacente ragione. I
bronzi notati di numm. 2 e 3 sono le due estremit dun manubrio di qualche vaso
usato probabilmente per sacri riti, come lo mostra la testa dasino che ne
compone la superior parte, mentre si tien per ovvia la notizia che questo 1
Plutarc. de animi tranquillitate, ap. Gori, Mus. Etrusc. Voi. i, Tab. cim, Voi.
n, i. 2 Gct, Mus. etr. Tom, tab. v. si attribuiva una virt espiatoria 1 . La
figura virile ultima non ha caratteristica veruna che la distingua. Da un lato,
cred'io, di questo cippo o ara che sia, v unauriga nell'atto di guidare il suo
carro alla corsa : istituzione antichissima rammentata inclusive da Omero % fra
gli onori compartiti da Achille allombra di Patroclo.Sorprender gli archeologi
la novit di questa lucerna fittile che porta effigiato un centauro colle ali
non pi veduto, chio sappia. Ma canger la sorpresa in persuasione, tostoch
richiamer alla memoria quanto dissi altrove rapporto alla composizione siderea
di untai mostro; di che ripeto qui soltanto qualche leggierissimo cenno. Dissi
pertanto che stando alle dottrine dIpparco, il Centauro si compone di un
cacciatore, o per meglio dire della costellazione che in antico aveva il
semplice nome di un dardo, e dellalato cavallo sidereo che dicesi Pegaso
[citato da H. P. Grice]. E poich questo rappresentasi per met soltanto nel
davanti, cos inventarono di aggregare il restante del cavallo, o sia la
posterior parte al cacciatore arciere. E siccome il Pegaso composto dal
Centauro figurato con ali, cos non fuor di proposito il trovare in questo
arciere colla caccia in mano la posterior parte del cavallo Pegaso colle ali che
formano il distintivo del destriere abitatore del Parnaso. Il vaso rappresentato
in questa Tavola due terzi pi piccolo del suo originale di terra cotta di naturai colore, a
differenza daltro simile qui pure esposto alla Tav., eh' di terra nera. E poi singolare in questo il
veder le braccia staccate dal vaso e fermate con delle cuciture di fil di ferro
agli orecchi o manichi di esso vaso, e pare che abbiano tenuto qualche cosa
nelle mani che soglion esser traforate . Un indizio di barba rasata ce lo fanno
credere un Bacco. Per ogni restante si legga quanto dissi alla Tav. Fu costume
frequentissimo nei sacri riti del gentilesimo lintrodurvi le femmine canefore,
o cistofore ma specialmente in Etruria, e i monumenti ci mostrano come un tal
uso invalse qua nei tempi antichissimi, come Io mostra il famoso vaso dargento
di Chiusi da me riportato altrove. Quelle ceste, o picco- i Suid. in VOC.
Excctjjv. a Galleria Omerica Toni, n, lav. ccxvu # 3 Monumenti etr. ser. v^av.
lyii, p* 561. 4 Ivi, ser. ih, Ragionamento vii. SULLA VERA SITUAZIONE
TOPOGRAFICA DI V1TULON1A ANTICHISSIMA SEDE DELLIMPERO ETRUSCO. AffdS'vtffzoufft
yap y, 1 U : VI I q 3 : alflNS J/ttq A J : V1V :tfntnqf\ jmn/qo . jfjvm/dn nq/i R13D J/ilflllV Monutn. etr., sei:, u, p.
56. 2 Milli, Peintures
de Vases ani., Tom. 2 3, not. (6). 3 Monum. etr., ser. n, p. i52. 4 Ivi, p.
693, 713. Etr. Mus. Chius. Tarn. 1. 5 Ivi. Ved. la
spiegazione delle Tavole i, p. e ixxvui. 6 Ivi, tav. xlx, e sua spiegazione. 7
Euripide nelle Baccanti atto primo scena iv in principio. 9vono discorso anche
intorno alle sue terme, ed al suo anfiteatro, celebrandone le ime, e 1 altro.
Scrive La-Martiniere che le rovine d questa citt ritengono tuttava t antico
nome, e che si chiamano Vetulia,ree/ che concorda coll'Alberti, e si legge in
una nota del precitato Cluverio, che Vitulonia era situata fra Populonia, e la
torre d San Vincenzo, presso alle paludi caldane, ed il fiume Linceo, detto
oggi la Cornia. La quale opinione pare appoggiata da quel passo del sullo dato
PLINIO; ove nomina insieme Tarquiniesi,
i Tuscanes, i Vetuloniensi, i Veientani, i Visentini, ed i Volterrani,
cognominati etruschi, comegli si esprime. Molte altre citazioni, ed altre
notizie avrei potute raccogliere ed aggiunger qui, riguardanti la nostra
Vitulonia, ma le ho tralasciate per brevit, e penso che siano anche troppe le
gi addotte, per dimostrare quanta confusione, e quanta incertezza si riscontri
negli autori, ogni volta che ne fanno parola. Ad onta per di tanta confusione,
e di tanta incertezza degli scrittori antichi, e moderni intorno a Vitulonia,
per cui sembrato ad alcuni archeologi,
non solamente difficile ma eziandio impossibile di poterfissare, ove sorgesse
un giorno quella primitiva sede dell impero etrusco, quandi esso estendevasi a
tutta l Italia; io voglio non pertanto tentare in questo ragionamento di
stabilirlo. E voglio in questo tentativo mettere a profitto le belle, e ricche
scoperte di vasi etruschi, e di altre anticaglie, fatte dall'egregio signor
prncipe di Canino nelle sue terre di questo nome, e giovandomi ad un tempo dei
lumi sparsi da quel chiarissimo scrittore, illustrando gli uni, e le altre, e
per cui viene ora meritamente lodato in questa materia, come il pi benemerito
promotore della gloria dei nostri padri. Tralasciando pertanto di rintracciare,
lo che sarebbe ricerca inutile, e vana, se Vitulonia/bwe edificata da Tarconte,
come pretendono alcuni autori, o dal celeste Ogige, il quale come vuole non so
qual poeta, Itali Tuscas pelago descendit ad oras, dove torreggi Vitulonia, o
finalmente lo fosse dagli Etruschi, regnando su di essi, come piace ad altri
quello stesso Giano Velo che istitu, per quanto si dice, il culto di Vest, e le
Vestali nelle nostre contrade, diede il suo nome al Gianicolo, combatt per tre
anni coi Celtiberi, e finalmente li vinse, e li sottomise alla sua dominazione:
quello stesso infine, che consacr, giusta le tradizioni, una gran selva a Crono
nelle vicinanze appunto di Vitulonia, il cui nome potrebbesi interpetrare
stagno, od acqua incostante, passer in quella vece a determinarne subito la
topografica situazione. Circa la quale io credo che non possa rivocarsi in
dubbio, quanto il sullodato signor principe di Canino ne ha detto nel primo
volume del suo Museo etrusco, parlando in particolar modo della sua Necropoli;
E sono persuaso che ella sorgesse veramente nel luogo da lui supposto, e descritto.
Bifalti la prodigiosa quantit di vasi etruschi di sommo pregio, e di somma
bellezza, e nei quali sono rappresentate favole, o storie anteriori alla
fondazione di Ro- Crede Ermolao Barbaro, che Orbetello occupi ora il sito dov
era una volta Vilu- lonia, lo che non pu essere. E VAlberti scrive che ai suoi
tempi chiamavasi Veletta, o Vetulia, il luogo ove fu Vitulonia; laddove altri
sostengono, che altro in oggi ella non sia ch un luogo deserto, distante tre
miglia dal mare, fra Populonia, e Pisa. E nonmancano neppure di quelli che
confondono Populonia stessa con Vitulonia, bench fossero per localit, per et e
per potenza paranco, luna ben distinta dall' altra. Jf erudito Guarnacci poi,
dice di non poter determinare neppur egli, ove giacesse questa famosa, ed
antichissima citt, perch s conosce, secondo lui, solamente il nome della
medesima, ignorandosi per del tutto, a qual distanza precisa fosse ella situata
da Volterra, e dal mare Ma Annio da Viterbo nelle sue note agli Equivoci, di
Senofonte, afferma esservi un colle chiamato Vetuleto, e lo afferma con qualche
probabilit, per let sua, sul quale crede che fosse situata altre volte
Vitulonia. E pensa che dopo la rovina di questa, gli restasse un tal nome. Il
medesimo poi ne deriva letimologia del nome da due parole araniee, che
verrebbero a significare, capo di molte citt; ci che non sarebbe disconvenevole
a Vitulonia,- ed aggiungendo, quello che in molti altri scrittori si legge
paranco, che essa godeva il privilegio di ammettere i forestieri alla cittadinanza
volterrana, come ancora la privativa in et pi remota, di dare i fasci, e le
insegne reali, la qual cosa indica essere stata la medesima al disopra di
Votterr. Non di meno il chiarissimo Passeri nel suo trattato della Numismatica
etrusca ; la crede colonia dei Voltrrani, bench ci non possa essere accaduto,
se pure vogliamo ammettere che avvenisse in alcun tempo, se non dopo la sua
decadenza, e totale rovina, e dopo il successivo ingrandimento dell'altra.
Mentre quando eraVitulonia nel suo pieno splendore, e capo di potente
impero, ben ragionevole il credere che
succedesse tutto il contrario . Lo stesso Silio Italico, citato disopra, chiam
la nostra Vitulonia splendore della Meonia gente, alludendo probabilmente a
quei Lidii che si dicevano venuti a stabilirsi in Etruria, e principalmente in
quella regione-, e la disse ad un tempo inventrice dei Fasci, delle scuri, dei
Littori, della Sedia Curale, e della pretesta, come pure le attribuisce il
merito di avere adattata l'enea tromba agli usi guerrieri-, cantando nell
ottavo libro delle guerre puniche. Meoniosque decus Vetuionia gentis, Bissenos
hoec prima dedit precedere fasces, Et junxit totidem tacito terrore secures: Et
princeps Tyrio vestem prsetexuit Ostro; Hasc altas eboris decoravit honore
curuies, Heec eadem pugnas accendere protulit sere. Esistono infatti antiche
medaglie, riferite dal prelodato Passeri, ed anche dal Guarnacci, coll epigrafe
Vetiunia, e coll emblema della scure, o bipenne, insegna dei Magistrati
etruschi, e precisamente di quella citt. Ed alcuni gravi scrittori mo- Messina,
e fuori ancora dItalia per fiancheggiare le inaudite millanterie di quei
medesimi Greci, e loro forsennati seguaci, riprodurr qui una opinione
singolare, ma vera, e che mi pare che siastata sostenuta anche dal Vico ; e dir
che le Muse ebbero origine in Italia, nellinfanzia, per cosi dire, del mondo.
Ed aggiunger, che da questa bella penisola emigrando, pr quelle vicissitudini,
che modificano, e fanno cangiar di aspetto continuamente a tutte le cose umane,
passarono in Arcadia, colle prime colonie italiche di Plasghi Tirreni, che
erano indigeni di questo delizioso paese, favorito in ogni tempo sopra di ogni
altro dalla natura, per tutte le arti dilettevoli, e per tutti gli ameni studi.
Ed andarono ad invadere, popolare la
Grecia, e la Tracia, selvagge allora ed incolte, dove ebbero poi nome, e culto
per opera di Anfilone, di Lino, dEumolpo, e d Orfeo, ma vi si erano condotte da
prima coi sunnominati Pelasglii-Tirreni, pastori ad un tempo, e poeti. Da dove
ritornarono pi tardi in queste benedette contrade in compagnia dEvandro, e non
ne partirono mai pi-, ad onta di tutte le devastazioni e di tutti i flagelli,
che vi portarono gli stranieri, i quali ne fecero in tutte le et il primo
oggetto delle loro ambiziose conquiste . E persuaso come io sono, che Vitulonia
dettasse in remotissime et le sue leggi agli Italioti, potentissimi allora
sovra ogni altra nazione, da quei luoghi medesimi, nelle cui vicinanze
riscontrasi la grande necropoli, discoperta \dal signor principe di Canino,
come Roma le dett loro, e all universo, in altri tempi, dall alto del
Campidoglio, terminer questo mio ragionamento, ripetendo con VIRGILIO,
Purpureos spargain flores, animasque parentum His saltelli accumulem donis. M
non voglio per dar fine al medesimo, senza rivolgere brevi parole al signor
compilatore dal Ballettino archeologico di Roma, per pregarlo col dovuto
rispetto, a volersi compiacere di farmi comprendere cosa mai ha preteso di
dire, quando ha scrto del medesimo, con franchezza pi che cattedratica, Contribuiscono ad illustrare qualunque parte
delle antichit dell' Etruria le utilissime lettere d etnisca erudizione che si
pubblicano dal cavaliere Inghirami; siccome allo stesso tendono nel modo loro
particolare, le ingegnose conghietture del signor Principe di Canino, quelle di simil genere del professor
Euleriani, premesse ai fascicoli del Museo chiusino perch sebbene io confessi ingenuamente : che
mi rifugge t animo alt idea, che debba venire un Oltramontano ad insegnare a
noialtri Italiani, a conoscere le cose nostre, e quelle dei nostri padri, mi
sar tuttavia gratissimo di potergli rendere pubblica testimonianza di avere
imparato qualche cosa da lui, come non poche me ne insegnarono altre volte, e
di vario genere, Dempsteri, gli Acker-
blad, gli Zoega, che qui nomino a titolo ci onore, ed altri ancora che per
brevit si tralasciano. e 9 ma, e vi si osservano costumi anti-romani ancor
essi, dal medesimo dissotterrati nelle sue campagne della Cucumella, e
Cannellocchio, mostra ad evidenza, che tanta ricchezza di vasi dipinti, non
poteva appartenere che alla Necropoli di una citt grandissima ed opulentissima,
e capo di potentissimo impero. N i tre ponti dallo stesso discoperti sulla
Fiora cosi l uno all altro vicino, servir potevano ad altro che a mettere in
comunicazione fra loro le due parti di questa medesima citt ; E questa non
poteva esser che V itulonia, se ben si voglia riflettere alla sua localit,
dietro quello che si legge negli scrittori antichi, e moderni, bench alquanto
oscuramente, intorno alla situazione di quella metropoli. Che se qualche
ultra-greco si ostinasse ancora a sostenere il contrario, pregato a considerare un poco meglio i
monumenti dei nostri antichi, e singolarmente quelli dissepolti nelle terre di
Canino, ed anche a porre maggiore attenzione quandi egli legge le opere degli
antichi, e son di parere, scorger facilmente timpossibilit di provare il suo
assunto. In quanto poi al predicare la civilt italica molto anteriore a quella della
Grecia, noi non abbiamo fatto altro in ultima, analisi, che riprodurre quanto
era stato opinato nello scorso secolo dai dottissimi archeologi, e filologi
italiani, e stranieri, assai giudiziosi e non greco-mani, Dempstero,
Buonarroti, Maffei, Cori, Guarnacci, Bocliart, Mazzocchi, Lami .Bourguet, ed
altri ancora. E pi modernamente dalli eruditissimo poliglotta Acherblad,
dallillustre Marini, e dal celebre Visconti, prodigio dingegno, e di dottrina,
anche a giudizio dei pi dotti francesi. La quale opinione, propagata da tutti i
surriferiti grandi uomini, che trovasi confermata nelle memorie dell'accademia
delle iscrizioni di Parigi, e che messa
in piena luce da quella mente straordinaria di VICO (si veda), poi quella stessa riprodotta, e commentata
dal sullodato signor Principe di Canino, nei varii articoli del precitato primo
volume del suo Museo etrusco, dopo che la riscontr comprovata dai Monumenti da
lui discoperti, negli scavi fatti eseguire nelle sue terre. N di poco
momento per me, onde viepi confermarmi
in questa opinione che mi divenuta
certezza, t autorii a del profondo archeologo romano AMATI (si veda), uomo di
somma perspicacia, e dottrina, e nelle italiche antichit versatissimo, e che la
sostiene egli pure. Che del resto la iattanza impudentissima dei Greci, dei grecomani, circa la civilt, e le arti
italiche, non nuova in queste contrade,
sapendo ogni mediocre erudito, che per rintuzzarne soltanto la vanagloriosa
ciarlataneria, pose mano Catone a scrivere i suoi libri dlie origini, e si
mostr grandemente sdegnato, perche nessuno si fosse alzatOkprima di lui a
rigettar loro in faccia si nauseanti, e boriose pretensioni, e si grandi
sciocchezze. Ora dunque, animato dal medesimo amor patrio, e stimolato da
eguale sdegno, per le tante inezie che sf vanno ripetendo ogni giorno a piena
bocca, dalli Alpi a Etr. Mus. Chius. Torri. Quando Venere e Apollo sottrassero
Enea, come inventa Omero alle furibonde armi del prode in guerra Diomede,
allora Febo immagin di lasciar combattere a saziet i Troiani coi Greci,
sostituendo ad Enea lidolo, o popolarmente parlando, l'ombra di lui. Questa
poetica immagine del combattimento dedue partiti per un vano fantasma fu cara
oltremodo agli Etruschi, mentre ne vediamo la rappresentanza in molti delor
cinerari, un dequali eh in marmo, fu da me inserito nella serie che ho data
demonumenti omerici della Iliade, similissimo a questo ch' di terra cotta due
terzi soltanto maggiore del presente disegno, mentre quel di marmo due terzi maggiore di questo modellato in
creta. Vi si vede pertanto il simulacro dEnea caduto a terra per la percossa
del sasso gettatogli da Diomede, in atto di cercare una qualche difesa nella
trista situazione in cui si trova, spossato di forze. Intorno a lui si tagliano
a vicenda gli scudi e le targhe Troiani ed Achei. Loriginale in terracotta era
dipinto a vari colori, ma ora svaniti. L iscrizione soltanto dipinta in color di porpora, e
rammenta, come sapremo a suo luogo, il nome del morto, le cui ceneri chiudeva
lurnetta. Un licenzioso stuolo di baccanti si offre allo sguardo dell.osservatore
della tav. presente, e ci avverte esser questa la pittura dun vasetto ch
rappresentato alla tavola e frattanto si verifica la massima comunemente
invalsa per esperienza, che tre quarti dei vasi fittili dipinti hanno soggetti
bacchici. Questo ha figure nere su fondo rosso ed il vasetto originale tre volte maggiore del
disegno dato alla tav. suddetta. La statuetta di Venere che orna quest' ago
crinale grande al pari del presente disegno
adattatissima a dar compimento ad un utensile di muliebre decoro. singolare il vedere nei Monumenti etruschi la
Venere quasi sempre coperta negligentemente in una sola gamba. Io vi ho spesso,
ravvisato il velo del quale son coperte agli occhi della nostra penetrazione
moltissime delle operazioni della natura: osservazione che dovette esser
propria specialmente degli Etruschi, i quali si magnificano come studiosi della
filosofia naturale. Proporrei ancora il sospetto che lago crinale fosse un
simbolo mistico, e per tal cagione posto nel i Iliade Tav. Non credasi per mai
da alcuno, che io ni" altlia la stolta pretensione di non essere
criticato, ch anzi mi reputer sempre ad onore ogni critica fatta a dovere, Ma
quando venga questa in mal tempo, e con peggior garbo, metter sotto gli occhi
di chi vorr leggermi, il seguente epigramma. Censura sapiens, et doctus
acutnine gaudet : Stultus at insano carpere dente solet. Ex tribus his titulis,
quem vis, tibi delige lector: Sic sapiens, doctus, stultus et esse potes. XLI.
VIDflDMU 4/mvfl4i flnoai ; qn-i XLEL
-.43 : F\\F{- 1/1-1 : 4 /Oq/ : i4 : 4/RttYf : intblq/d :m3iifl4 ; i n/qi :
43H3vi :.lamvfliflm: finn o ni asiaq'D : 4flim#4 : intn.q/a : xLvm. 4/aifn/qi3i lantqfl = ioqfiN ninni m Y 131 : 4An#isa
: ianq3i : no L. 1 nxnn\ M3f : laUfVf : flitifl Al disopra del coperciio. a
Siccome finisce il lembo del coperchio pare che abbiano continuata la parola al
di sopra del coperchio della stessa urna. I 74 (lutto nell'arte, mentre qui la
Furia infernale esce di sotto terra; come nel teatro. Se questuso non molto antico, non potremo reputare
antichissime neppure queste sculture ove tal uso imitato. Lurna due terzi pi grande del presente disegno. Il
soggetto di questo rozzo vasetto non che
un baccanale. Il vecchio barbato e nudo rappresentar dovrebbe un satiro, mentre
a centinaia s'incontrano i satiri nei vasi che trovansi nei sepolcri, e le lor
mosse costantemente bizzarre, come acche la lor nudit costante, non permettono
di separar questa virile figura dal coro satiresco di Bacco. Ma la rozzezza del
lavoro accompagnato da negligenza; fece dimenticare al pittore di aggiungere
alla sua figura la coda equina che a satiri non manca mai. La donna eh dalla faccia opposta del vasetto, non pu
essere per conseguenza che una baccante . I circoli che in buon numero si
vedono attorno alle due figure sono un enigma finora inesplicato. La grandezza
delle figure uguale a quella delluomo
barbato. La pittura giallastra in fondo
nero. I tre recipienti che occupano questa tavola son vasi con pitture in parte
nere e in parte giallastre, che si mostrano separatamente dai loro vasi, e che
vedremo in seguito coi respettivi loro richiami. Ma il vaso segnato di numero 2
ha soltanto una pittura a parte, laltra di minor conto si vede qui in
piccolo.Io vi ravviso due degli Efebi davanti al ginnasiarca, il quale ha verga
in mano insegno che istruisce e comanda. Tali erano gli esercizi del ginnasio,
dove la giovent sistruiva negli esercizi del corpo e dellanimo; e gran parte
delle pitture devasi han simil soggetto nella parte opposta ad altra, che aver
suole qualche rappresentanza mitologica o simbolica, come in questo vaso, dove
si vedr Ercole accolto dal centauro Eolo. Queste favole credio avevano un senso
misterioso, e la giovent sistruiva nelliutelligenza di quel senso non a tutti
palese, per cui ne vasi comparisce nel tempo medesimo listruttore e 1
istruzione che rnostravansi con quelle pitture. Questo, pare a me, ehesser
possa il momento in cui Ercole passando dal monte Foloe per andare a cercar del
cinghiale dEriinanto, trattenutosi dal centauro Folo figlio di Sileno e della
ninfa Mitra, fu ricevuto nel modo il pi ospitale che potevasi. Ercole ebbe
desiderio di bere del vino. Folo ne avea soltanto in un vaso ehera stato dato
da Bacco ai centauri in comune, e perci non ardiva daprirlo. Ma Ercole
incoraggillo a deporre ogni timore, ed apri egli stesso sepolcro dov' stato trovato . Dissi altrove difatti, che si
venerava in Roma l'ago crinale della Madre Idea custoditovi fra le cose fatali,
da cui facevasi dipendere la stabile conservazione dell'impero. Le oreficerie
degli Etruschi, di che presentiamo qui un saggio, esser sogliono di uno squisito
lavoro. I due pezzi superiori pare che siano stati usati a formare una collana,
poich di simili ornamenti vedonsi le belle collane scolpite al collo delle
matrone che si trovano giacenti sopra i coperchi delle urne 3 . Ci sia detto
per disinganno di coloro che trovando nella Grecia altri ornamenti muliehri
lavorati in oro con una perfezione e con un gusto simile a quei dei nostri
Etruschi, ne dedussero che di Grecia si facesse smercio in Italia di tali
bigotterie; ma poich la forma dei due pezzi superiori trovasi ripetuta soltanto
nelle sculture d'Elruria,e non in quelle di Grecia, cos non abbiamo pruove che
usassero tali ornamenti fuor dellEtruria, n che non si potessero quivi anche
eseguire. Tra le infinite bizzarrie che vennero in testa ai figuli per variar
le forme dei vasi, che servirono per ornar le ceneri dei sepolti, questa che
presentiamo qui non certamente delle men
singolari. Il suo nome suol essere d' un ciato quando ha forma dun corno
potorio; ma in figura di gamba non avendone io mai incontrati, per quanto abbia
veduti moltissimi vasi sepolcrali, non saprei certamente quei che possa
dirsene. La sua grandezza due volte
maggiore di questo disegno. della solita
terra nera di Chiusi, ed ha vernice nera assai lucida che lo cuopre d'uu color
solo. In generale questi eran vasi da bere usati col rito, che dovevasi affatto
votarne il recipiente, per cui non era necessario di tener questi vasi in
piedi, ma suolevano star discenti sulla mensa. La tragica morte di Eteocle e
Polinice soggetto che fu caro agli
antichi Toscani che lo elessero soventemente per ornarne i loro sepolcri.
Qualche mossa, qualche ornato,lo stile medesimo della scultura, fan vedere che
vi fu comunicazione tra la scuola di Volterra e quella di Chiusi. Il costume
della Furia eh' fra i due moribondi pi
che altro manifesta la probabilit di questa mia opinione; come si riscontra dai
paragoni che posson farsene 3. Altrove notai parimente 1uso teatrale di far
comparire, non gi dalle scene i soggetti infernali, ma dal palco medesimo,
quasi che sorgessero di sotto terra ^. Un tal uso vedesi esattamente intro-
Monum. etr., ser. li J 2 Ved. la Tavola. Monum. etr., Tavv. II vasetto che
primo si presenta in questa tavola di
terra nera, uguale in tutto al disegno. Le teste velate son cos ripetute nei
vasi sepolcrali chiusini, che io non dubito di confermare il gi detto, nel
supposto che siano indicative di larve Ci vien fatta peraltro notare 1
esattezza del lavoro, non meno che la perfetta conservazione del monumento. Si
osserva un anello d oro eh in propriet
del sig. capitano Sozzi. Il lavoro, per quanto mi si elicer finissimo e di
grandezza in tutto eguale alloriginale.
stato, per tanto riportato in doppia grandezza l'incavo che tien luogo
di pietra anulare, perch meglio si osservi lo stile elevato di quel lavoro. I
due animali, il leone cio e la sfinge potrebbero essere interpetrate pel
passaggio del sole dal solstizio estivo allautunno, mentre quel mostro con
corpo di leone e testa e petto di donna non altro pare che indichi, sennonch il
sole che uscito dal segno del Leone ardentissimo passa in quel della Vergine,
ove comincia a perdere lestiva sua forza, per cui si assomiglia a una femmina.
La galante forma del vaso n. 1 non
comune fra quelle usate dai Greci. Limpasto della terra tutto nero, ed in luogo di figure dipinte ha
dei bassiri- lievi minutissimi, daquali, come da una doppia fascia, circondata la pi larga parte di esso . In una
delle nominate fasce al n. 3 stanno assisi due uomini con veste talare, in atto
di voler dispensare delle corone, che ricevon coloro i quali stanno in piedi.
Sotto alla lorsedia un uccello, che
secondo le moderne interpe- trazioni dei geroglifici egiziani, come dissi
altrove ?, significa la casa dello sparviere, eh pur simbolo della divinit; e
in conseguenza la casa o regione del cielo, sul quale stabilite si vedono le
figure sedenti del nostro bassorilievo. Porgono esse dunque delle corone ai
guerrieri, in premio di aver combattuto. Le sfingi nei sepolcri le ho sempre
credute indizio del tempo nel quale passa il sole dai segni dellemisfero
superiore a quello inferiore 4, che dicevasi regno dei morti 5, e per tal
memoria credo esser poste le sfingi nella fascia num. 4 - Nel bassorii. n. 2 v
un uomo sedente che ha in mano Io scettro, e ad esso presentasi un individuo
munito di lancia che probabilmente significa unanima che passando ad altra vita
domanda il premio delle eroiche sue virt' 6, accennando non altro che il tempo
di tal passaggio, come ho provato anche altrove? in questOpera. 1 Monum.
etruschi, ser. i } i, Ved. la spiegai, della Tav. 3 Lettere di etnisca
erudizione; Monum etr.; Lettere; Vedasi tutta la mia lettera scritta al dottor
Maggi nel Tom. delle lettere, Ved. la pag. 5i, e 52 . ;5 quel vaso dovera, come
appunto si vede in questa pittura. I centauri tratti col dallodore del vino
vennero in folla alla cantina del centauro Folo, armati di grosse pietre, un de
quali qui rappresentato in dietro ad
Ercole in atto di scagliarliela ; e forse
Anchio, o Agrio che furono uccisi da Ercole, perch i primi ardirono
dentrare in quella caverna 1 . Questa pittura con figure giallastre inet del suo originale. In questo
bassorilievo ravviso Paride, il quale mentre viveva oscuro ed ignoto sul monte
Ida tra i pastori, scendeva talvolta alla citt di Troia, ove segnalavasi in
tutti i giuochi e combattimenti che vi si facevano, ed in essi riportava la
palma sopra ogni altro concorrente, inclusive sopra Ettore e su gli altri suoi
fratelli, che sdegnando d' esser vinti da un ignoto pastore meditarono di
assalirlo ed ucciderlo. Ma Paride allora si dette a conoscere per loro
fratello, e cosi fu salvo. Qui Paride
NUDO COME SI COMPETE AD UN ATLETA, ed ha lunga palma sugli omeri, qual
vincitore in competenza coi fratelli che invidiosi lo guardano, e meditano la
di lui perdita, istigati a tanto misfattto dalle Furie infernali che loro si
fanno dappresso. Il ginocchio che Paride tiene sullara significala protezione
divina ehegl implora da Venere, come ho detto altre volte a, e 1 ottiene; mentre Priamo suo padre, a cui si
pales, lo ristabil nel suo rango 3 . Il disegno
una terza parte delloriginale.Chi mai trovar potrebbe in questo vaso un
gusto greco? Anzi a rettamente parlare diremo esservi un fare eh' tutt'altro
che greco.Lornamento del piede partecipa delle scannellature che s frequenti
ravvisiamo nelle opere dell'Egitto. In ogni restante v' una originalit
singolare. I mostruosi animali a bassorilie* vo che ne ornano il corpo son
frequenti in questi vasi chiusini di terra nera, ed io li tengo sempre per
quelli animali caotici che ad oggetto di rammentare la pili antica delle
orientali cosmogonie ne ornarono i sepolcri, di che ragionai anche altrove L La
donna che serve d'apice a! coperchio del vaso, in quanto al disegno non molto dissimile da quelle dipinte in giro nel
vaso della Tav. LXXII, come ancora in riguardo al costume dellabbigliamento.
Questo dunque lantico etrusco stile, o l
imitazione di esso, come resulta dal paragone della indicata pittura pur
trovata in Chiusi, ma di stile totalmente greco. Or sio ripetessi qui pure,
come ho detto altrove 5, che i Greci lavorarono vasi in Etruria, e quindi anche
i nazionali ma in uno stile del tutto differente, non ne avrei forse in simili
esempi le prove? Diodor. Sicul. Nonn, Dionis. intit. lItalia avanti il dominio
deRomani Monum elruschi, ser.[i,p. /{Q 3 i 4 ^ 5, .Monum. etruschi ser. v, Tav.
lx. 3 Ved.le mie Osser.sopra i raonum.ant.uniti allop. droni perfino del tuono,
e del fulmine, i quali peri loro sorprendenti, e terribili effetti,
somministrarono in ogni tempo e in ogni dove abbondante materia alla
superstiziosa credulit dei popoli. Giammai per, n presso alcunaltra nazione,
ebbe la scienza tonilruale, efulguraria tanti cultori, come presso gli antichi
Etruschi, n mai se ne fece altrove uno studio cos costante, come nell Etruria
propriamente detta, e con successo cos, favorevole. Ma i sacerdoti etruschi,
dopo avere immaginata una scienza profonda, e difficile, sui tuoni e sui
fulmini, trovarono ancora il modo di renderla terribile e spaventevole al volgo
della loro nazione. Imperocch, stabilita la distinzione tra ifulmini di
consiglio quelli di autorit e di decreto, tra i postulatorii, i monitorii, i
confermatorii', gli ausiliarii, gli ospitalieri, ed i fallaci, i pestilenziali,
i micidiali i minacciami, ed i reali, e simili, ne fabbricarono ancora una
spece di Diario, ossia Rituale. Del quale, per darne una idea ai nostri
lettori, ne riporteremo qui uno squarcio, tradotto in italiano. Questo Rituale
adunque, o Diario tonitruale, e locale secondo la luna coni essi lo chiamavano,
fu tratto, per quanto ne dicono le tradizioni, parola per parola, da Publio
Nigidio Figlilo, dagli scritti sacri di Pagete ; Ed riportato da Lidio nel suo libro dei prodigi
al cap. xxvu, pag. 101, dell edizione fattane a Parigi,per cura di Carlo
Benedetto Tinse. Ecco in qual maniera si esprime il sullodato autore, al luogo
citato, su tal proposito . Se egli
manifesto che gli antichi sapienti etruschi prendessero in ogni
disciplina augurale per guida la luna, poich secondo il corso di quella
espongonsi qui appreso anche i segni tonitruali, e fulgorarli, rettamente far
chiunque si sceglier per duce in questa scienza le stazioni lunari, Laonde
quinci dal cancro, e quindi dal novilunio, istituiremo la diurna cognizione dei
tuoni, secondo i mesi lunari. Dalla quale passavano i Tusci, o sacerdoti etruschi
ad insegnare le osservazioni locali, anche intorno ai luoghi percossi dal
fulmine. E pare che il principale di tut fi i collegi di questi Tusci
risiedesse a Fiesole, leggendosi in Silio Italico Adfuit et sacris interpres
fulminis alis, Faesula Incominciando poi il Diario, o Rituale fulgurano, e
tonitruale etrusco, dal primo giorno lunare del mese di giugno, dice cosi. Se
tuoner nel'primo giorno della luna di giugno, vi sarei abbondanza di biade,
eccettuato l'orzo, ed i corpi umani saranno attaccati da perniciosi morbi ; E
se tuoner nl secondo, le donne partoriranno piu facilmente, ma peri ranno le
greggi, e vi sar abbondanza di pesci. Tuon and poi nel terzo sara il caldo
secchissimo per modo, che non solamente gli asciutti prodotti della terra,
resteranno inariditi, ma si abbruceranno ancora gli umidi e i verdi. Laddove se
tuoner nel quarto, laria sar talmente coperta, di nubi, e s piovosa, che le
biade periranno per la putrida umidit. Se tuoner nel quinto giorno, sar
dinfausto presagio alla campagna, e si turberanno tutti quelli, che presiedono
ai villaggi, ed ai piccoli castelli, e borghi ; Se nel RAGIONAMENTO Vili, E IX
SULLA SCIENZA TONITRUJLE, E FVLGURARIA DEGLETRUSCHI rpy.[xTcc re Fai $u oyav
?s7rovv;'7av ( oi Svpfavot ) sm' Aerer 9 stai ra 7repe tjv xepavvosxomav sar
to*vt&>v v.S'peomav e^et^yacavro. Diod. Sic. B^ovrat xaS' v7rvous ayyXwv
ics Xyot, Astrampsycb. de Sonili. interp. F_Ja superstizione, il pi funesto di
tutti i flagelli che affliggessero mai, in qualunque regione, ed in qualunque
et, umana specie, facendola gemere sotto
il giogo pi duro, e pi pesante di quanti ne seppero immaginare, e fabbricare,
la tirannide pi scaltra, e il despotismo pi sospettoso, mescolando ognora
profanamente, per meglio abbrutirla, ed opprimerla, il venerando nome di Dio,
alle loro malvagit le pi enormi, fu sempre, e presso tutti i popoli della
terra, il maraviglioso ordigno, e lefficace strumento, onde si valsero gli
astuti, ed i tristi, a danno dei semplici, e dei buoni, ed i potenti, glippocriti, per dominare i deboli, e farsi
giuoco dei creduli- Questa Furia pertanto, esecranda, e crudele, la peggiore di
quante ne racchiude nel suo seno lInferno, che ha percorso sotto varie
vestimenta, e con diverso aspetto, tutta la superficie della terra, quella che fece risuonare di strani ululati,
e di querule grida le selve di Marsiglia, pei riti sanguinari di Teuta, le
foreste di Norimberga, per quelli d'Irmensul le montagne della Scandinavia, per
placare l ira di Thor o la vendetta di Odino, e le pianure della Perside, onde
rendersi propizio Arimane; ed pure
quella medesima, che tinse di umano sangue le rive di Aulide, e della Tauride,
fece scorrer vermigli itessalonci torrenti, e quelli d Irlanda, accese gli
orrendi roghi di Lisbona, e di Spagna, desol le Americane contrade, e coperse
in una sola notte la Francia intiera, di spavento e d lutto. Questa Furia
spaventevole che prende tutte le forme, e che le varia poi in mille guise
secondo i climi diversi, ed atteggiandosi ancora nel percorrere in ogni
direzione la terra, secondo le differenti passioni, e la varia indole dei
popoli, ebbe anche presso gli antichi Etruschi, influenza grandissima, e
prepotente dominio. N avrebbe, potuto accadere diversamente in una nazione, ove
la casta sacerdotale, o i collegi dei Tusci, facevansi, come in Egitto, e nelle
Indie Orientali, una privativa dell istruzione, e di tutte le cognizioni
letterarie e scientifiche. Ora questa medesima Erinni,invadendo lantica
Etruria, e facendone in crto modo suo nido, signoreggi in singoiar guisa gli spiriti
dei nostri antenati, prevalendosi anche presso di loro, di tutti gli strumenti
opportuni al suo scopo. Laonde s impa- Etr. Mus . Chius. 11 ri 0 8o o/o dal
fulmine aneli essi, come facevano i loro maestri. Quindi allorch esso partiva
dall' Oriente, ed avendo toccato leggermente alcuno, ritornava da quella parte,
era questo il segno di una perfetta felicit . Non traevas peraltro nessun
augurio del fulmine, quandi esso altro non faceva che strepito. Quelli poi che
sembravano promettere lene, o male, erano presi per contrassegni della
protezione, o della collera di Dio. Laonde V erano fulmini di cattivo augurio,
dei quali potevasi peraltro allontanare il presagio, come dipendeva dalla
volont degli uomini il procurarsi quello dei fulmini di augurio favorevole, per
mezzo di cerimonie religiose, e di offerte. Ve n erano poi altri, di cui non
era dato ai mortali di rimovere la minaccia, per via di alcuna espiazione.
Brasi introdotto pure fra i romani, come insegnavasi in Etruria, che romoreg-
giando il tuono dalla parte destra, annunziava sempre qualche cosa di felice, e
che era di funesto presagio allorchfacevasi sentire dalla parte sinistra. I
luoghi colpiti dal fulmine divenivano sacri anche pei Romani, come tali
divenivano per gli Etnischi, e non era pi permesso d!impiegarli ad usi profani.
J i s inalzavano allora degli altari al dio Tonante, e gli Aruspici avevano
cura di consacrarli col sagrifizio di una pecora, dal cui nome venivano detti
bidentali. Anche gli alberi fulminati dovevano essere purificati, ed una certa
classe di sacerdoti delti strufertarii facevano in tale occorrenza un
sacrifizio colla pasta cotta sotto la cenere. Se dobbiamo prestar fede a P
ausonia gli abitanti della citt di Seleucia adorano il fulmine, che eglino
riguardavano come la loro divinit suprema. Cantavano inni in suo onore, ed il
culto di esso era accompagnato da singolarissime cerimonie. Ma da credersi che il fulmine altro non fosse,
se non se il simbolo di Giove, che adoravano quegli idolatri come essendo il
padrone degli Dei. Nella Mitologia sono i ciclopi che fabbricano entro la
fucina dellEtna i fulmini al padre degli Dei, e servivansi per comporli, e
temprarli delle seguenti materie. Mescolavano insieme i terribili lampi, lo
strepito spaventevole, le striscianti fiamm, lei collera di Giove s ed il
terrore degli uomini. Il fulmine per non era lattributo esclusivo di Giove.
Nellopera di Ralle intitolata Ricerche sul culto di Bacco, stampata a Parigi,
domo primo, si legge che Proserpina ingener Zagreo, cio Bacco, colla testa ornata
di corna, il quale da se solo, e senza veruno esterno aiuto, s inalz al trono
di suo padre, e tratt il fulmine colle mani ancora infantili. E nella
descrizione delle pietre incise del gabinetto Stoscliiano parla Winkelmann di
una corniola, rappresentante Bacco con diversi attributi, ed un Satiro, ai
piedi del quale vede si il fulmine. Anche Luciano, e Nonno panopolita, come
pure molti monumenti antichi anno il fulmine per attributo a Bacco. Tutte le
grandi divinit del paganesimo hanno due caratteri distinti: Luna generale, ed
era quello del primo principio, dotato della forza, e della potenza universale,
e laltro particolare, che ciascuna di quelle divinit riceveva dalle funzio-,
7sesto s ingenerer un insetto nocino nelle mature biade, e se nel settimo regneranno
dei morbi, senza per che ne molano molti, e le secche biade cresceranno, mentre
sinaridiranno le umide e verdi. Tuonarldo nel giorno ottavo sar annunzio di
grandi piogge, e della morte del frumento, nel nono significher che dovranno
perire le greggi per l'incursione dei lupi, e nel decimo che vi saranno
frequenti morti, ma che tuttavia l'annata sar fertile;Mentre se tuoner
nelVundecimo, annunzier innocenti calori, e letizia alla repubblica, e se nel
duodecimo accadeva lo stesso Quando tuona nel giorno decmotrzo, minaccia la
rovina di un uomo prepotente, nel decimoquarto, indica che laria sar
eccessivamente calda, e non dimeno sar lieto il provento delle biade, con gran
comodit di pesci fluviali, ma i corpi cadranno in languore; E se poi tuoner nel
decimoquinto i volatili saranno affetti da incomodi nell estate, e periranno le
bestie natanti. Se nel decimo sesto giorno tuoner, non solamente minaccia
diminuzione dell'annona, ma anche guerra, e verr tolto dimezzo un uomo
floridissimo; Se tuoner nel dectmo settimo, vi saranno calori grandissimi, e
mortalit di topi, di talpe e di locuste i E non pertanto lanno apporter
abbondanza e stragi al popolo romano. Tuonando nel decimottavo, minaccia
calamit ai frutti, nel decimonono moriranno gli animali nocivi agli stessi
frutti, e nel ventesimo minaccia dissezioni al popolo romano. Quando tuona nel
ventunesimo giorno, indica penuria di vino, buon provento delie altre raccolte,
e gran copia di pesci, nel ventesimosecondo presagisce un calore dannoso, e nel
ventesimoterzo dichiara letizia, allontanamento di mali, e fine di morti. E cos
nel ventesimoquarto annunzia abbondanza di tutte le cose, e nel ventesimo
quinto significa che vi saranno guerre, e mali innumerevoli. Finalmente se
tuoner nel giorno vigesimo sesto, il freddo nuocer alle biade, nel vigesimo
settimo, i primati della repubblica avranno da temere di andare incontro a
perigli per parte dei soldati, nel vigesimottavo, sarcivvi libert di biade,
mentre tuonando nel vigesimonono, le cose della citt si troveranno in migliore
stalo, e nel trentesimo, vi saranno per breve spazio di tempo spesse morti. E
cos di tulli gli altri mesi. Allafine poi dellultimo mese, 5 viene osservato,
che Nigidio oiu- dico che questo Diario tonitruale, non fosse generale, ma per
la sola citt di Roma. N ci parra fuori di proposito, a chiunque facciasi a
riflettere che i sacerdoti etruschi, erano solili vendere a caro prezzo la loro
scienza, a tutti quelli che ambivano di farne acquisto, e singolarmente ai
Romani, che ebbero cominciamento da u na ciurma di banditi d Etruria, e ne
divennero poi gli emuli, quindi i nemici, e finalmente i padroni, ed
oppressori. Impararono per ben presto anche i Romani a fare la distinzione fra
i fulmini lanciati il giorno, e quelli che lo erano nella notte-, E credevano
che partissero i primi dalla mano di Giove, ed i secondi da quella di Summanno,
la qual dottrina tutta etnisca. Dopo
questa distinzione, non tardarono molto a trarre ogni sorta di presa- m p. e.
gl' Iotorti, i quali sono quelli che tracciano cadendo una linea tortuosa, nei
quali sono prima di tutto da ammirarsi,al dire di essi, la loro natura, e la
difficolt di contemplarli ; Ed aggiungevasi dai medesimi libri, che non lutti
producono i medesimi effetti, neppure quelli che vengono formati, secondo loro,
dall' aria, e dal concorso delle nubi. E vi si trovano pi altre osservazioni di
questa, e di altra specie, che sono pure riferite da Lidio a pag. 171, cap.
44 Afferma anche Arduino che i Tusci
attribuivano a noveDei la facolt di scagliare i fulmini, e che ne distinguevano
undici specie diverse j E per viepi persuadersi che eglino riguardavano come
cosa di grande importanza la scienza dei fulmini, leggasi anche Seneca, lib. 2.
cap. 32, 33, e seguenti, delle questioni naturali, ov egli descrive
prolissamente tutta la lor dottrina, e tutta la loro scienza sui fulmini, ed
anche intorno alla divinazione per mezzo dei medesimi-. Lo che tocca pure
CICERONE (si veda) nel libro primo della divinazione. Censormo poi al capitolo
xi, pag. 69, De die natali, loda esso pure i libri rituali degli Etruschi. I
medesimi Etruschi avevano eziandio alcune singolari opinioni per impedire che i
fulmini cadessero in certi luoghi, piuttosto che in altri. E cosi, leggiamo nei
Geoponci, o scrittori delle cose rustiche, che sotterrando in un campo la pelle
di un ippopotamo, ivi non cadr il fulmine-, E nel lib. 8., cap. xi, soggiunto, con una sentenza di Zoroastro affinch n i tuoni n i fulmini facciano
svanire i vini dopo di che si prosegue
cosi, Il ferro sovrapposto ai coperchi dei dogli, e delle botti, allontana
qualunque danno possano cagionare ai vini i fulmini, e i tuoni. Osservazione la
quale fa un poco ai calci colla buona fsica, ma ci non monta. Cosi la
spacciavano i Tusci ! Certuni poi vi sovrapponevano alcuni rami di alloro, i
quali dicevano essere giovevoli in ci, per contrariet di natura, e qui avevano
ragione. Nei suddetti libri sacri, e rituali dei Tusci, incontratisi ancora
altri nomi da ti ai fulmini, oltre quelli gi riferiti in questo ragionamento.
Imperocch altri ne chiamarono Fumidi, altri Candidi, altri Irruenti, ed altri
Presteri,' E ci dicevano essi di aver istituito, perch producono diversi
effetti. Quindi soggiungevano che gli Ardenti sono quelli che si dicono
Presteri, e quelli senza fuoco son chiamati Tifoni, laddove i pi languidi son
detti Enifie. Diconsi poi Egide quelli che noi diremmo Prefratti, o rotti
prima, i quali sono portati da un igneo globo
Donde avviene che V etnisca tradizione, mette le Egide intorno a Giove,
quasi insinuando che laria la causa cosi
della procella, come del fulmine, e della concussione del tuono. Quando il
fulmine romoreggiava fra il giorno, e la notte, solevano chiamarlo I ROMANI
fulmen prevorsum, e dietro glinsegnamenti degli Etruschi attribuivanlo a Giove,
ed a Summanno. Gli Scandinavi, ed i Celti, abitanti delle parli settentrionali
dEuropa, credevano che i rimbombi dei tuoni fossero cagionati dai colpi di
clava, coi cosa degna di osservazione il
vedere che gli Scandinavi, ed altri popoli del Settentrione facessero essi pure
uno studio particolare sui fulmini, sui baleni, e sui tuoni, e che avessero
formato di ci una scienza come glantichi Etruschi, giacche rAnnuani, alle quali
l'aveva ridotta il sistema del politeismo. Elleno ha per attributo il fulmine,
sotto il primo rapporto, ed ci che si
ritrova presso tutte le nazioni antiche. I libri degli Etruschi contenevano
secondo PLINIO (si veda), nove divinit che lanciavano i fulmini -,fEd
attribuivano a Marte quelli che producevano degl' incendii. Eravi a Milon in
Egitto, un tempio dedicato a Nettuno fulminante, per testimonianza di Ateneo,
lib. 8. E Sidonio Apollinare chiama lo stesso Nettuno Giove Tridentifero, in
questi versi, Sacra Tridentiferi lovis hic armenta profundo Pharnacis immergi!
Genitor. Mentre Stazio nel primo libro dell'Achilleide, lo chiama ii secondo
Giove. Apollo vienne spesso rappresentato, secondo Golzio, colle ale ed il
fulmine j. E si vede su molte medaglie romane colla testa coronata di lauro, ed
il fulmine in mano. Sofocle nellEdipo Tiranno, J, e PLINIO (si veda), lib. x,
cap. 2. 0, parlano pure di Marte fulminante, come si vede su diversi monumenti
antichi. Vulcano lanciava aneliesso il fulmine, secondo Virgilio, e Nonno nelle
Dionisiache, ed alcune medaglie dell isola di Samo, lo rappresentano cosi.
Vedesi poi il Dio Pane col fulmine, su due piccole figure romane in bronzo, e
ne parla Ateneo nell undecitno libro dei Dipnosofisti. Cibele si vede spesso
rappresentata col fulmine, e lo portavano pure Minerva, e Giunone. E
questultima era collocata a Cartagine sopra un lione, tenendo il fulmine sulla
destra, e lo scettro sulla sinistra-, Mentre della prima dice Virgilio: Ipsa
lovis rapidum jaculata e nubibiis ignem. Finalmente lanciava il fulmine lo
stesso Amore, E questo Amore Kspmvofofos, cio laudante il fulmine, scolpito sullo scudo di Alcibiade, secondo
lEpigramma dellAntologia greca. Molti poi sono i generi degli stessi fulmini.
Insegnavano i Tusci, e lo riferisce anche Plinio, che quelli i quali vengono asciutti,
non ardono, ma disperdono, e che gli umili non bruciano mainfoscano.Quindi ne
annoveravano un terzo genere,chiamato chiaro', i quali sono di una natura
veramente mirabile, imperocch asciugano, p. e. le botti, piene di vino o di
altro liquido, lasciandole intatte, e non iscorgendovisi alcun vestigio per ove
le abbiano vuotate . Di pi, loro, l'argento, ed il bronzo, vengono da tali
fulmini liquefatti entro gli scrigni o nei sacchetti, ove suino riposti, senza
arderli in verun modo, e neppure abbronzargli, ed anche senza guastare il sigillo
di cera col quale siano stati chiusi. Si racconta che Marcia principessa romana
fu colpita da uno di questi fulmini, essendo gravida, il quale uccise il feto
che ella portava, ed essa poi sopravvisse senza verun altro incommodo; E
narrasi ancora nel prodigi Catilinarii del Municipio Pompeiano,che Marco
Erennio Decurione fu percosso da un fulmine in giorno perfettamente sereno.
Oltre questi generi di fulmini, libri
dei Tusci ne contenevano ancora altri, come, Etr. Mai. Chius. trar nel cielo:
opinioni uscite tutte quante dalle dipinture allegoriche delle antiche
rivoluzioni del nostro globo. I Brasiliani, ad ogni scoppio di tuono,
riguardano tremando il cielo, e sospirando ; E credono che sia il loro Agnian,
o lo spirito maligno, che minacci di percuoterli. Almeno cosi ci assicura il
viaggator Cereal. In Circassia, i piartele tuona, escono gli abitanti dai
villaggi, e dalla citt, e tutta la giovent si mette, al dire di Tavernier nei
suoi viaggi, a ballare, e cantare in presenza dei vecchi. Le quali danze, e le
quali cantilene, se non furono funebri, o guerriere nel loro principio, bisogna
dire che la gioia di quei popoli sia fondata sull' idea che il tuono sia di un
felice presagio. Idea conforme ancor questa a quella dei Persi, e di un gran
numero di popoli antichi, quali
credevano che il fulmine rendesse sacro tuttocio che toccava-, E ci perch
presso i Magi era il fuoco temblma della Divinit, conforme si pu vedere
eruditamente provato dal Signor La [fide, nell opera da lui composta sulla
religione dei Persiani, cap. primo. Presso i sunnominati Circassi, un uomo
ucciso dal fulmine giudicato avere
ricevuto da Dio un gran favore : E se il fulmine stesso semplicemente caduto sulla sua casa, egli e
tutta la sua famiglia sono nutriti per un anno a spese del pubblico. opinione
degli antichi idolatri, che Giove punisse, non gi con volgari ga- stighi, ma
bens fulminandoli, tutti gli spergiuri. E per si legge in Aristofane, nh. w Si
i z* tw-wtmSt ~ h cio Imperocch Giove
scaglia questo fulmine veramente mirabile, contro gli spergiuri . Ad onta per
di queste popolari credenze, non mancavano tuttava di quelli, che le
schernivano, e se ne ridevano di tutti i volgari timori . Difatti Luciano, nel
Timone, riprendendo timprudenza di alcuni uomini, che spergiuravano in
dispregio dei Numi, subindic il timore del fulmine dcen o che que sta specie di
mortali, temono pi una lucerna spenta, che la caduta di uri fulmine, e di
esserne colpiti. s w cuy:. 5 T0= fawoo
vale a dire: pertanto alcuni di quelli che spergiurano, temerebbe piuttosto una
lucerna spenta, che Infiamma di quel fulmine domatore di tutte le cose. I
Romani, che al dire di Cicerone, presero auspicia et sacra ab Ltruscis, e
secondo Valerio Massimo derivarono tutti i semi della religione dall Etruria, e
noi aggiungeremo francamente, anche ogni demento di civilt, fecero passare un
gran numero di etruschi Numi a Roma . Quindi provano con buone ragioni, ed
autorit . il Dempstero, ed il Gori, che erano presso che infinite le divinit
adorate dai nostri maggiori, e che la pi gran parte presero domicilio in Roma.
Laonde chiameremo temerarie, e stolte le critiche mosse da alcuni Archeologi pi
moderni, contro quei te alla prima percossa che hanno dal fulmime, non
dispiacer ai nasini lettori il vedere mescle nessuno animale arso, o acceso dal te qui a confronto le
supersituom tomtrual, r7P f u l vararle desi Scandinavi, ed altri setten-
fulmine, se non e morto, e simili. ejiu 0 uiun 5 t j ], . t j /-.p trionali con
Quelle desi cinlichi Etruschi sui' Lasciando ora da parte quanto siano tali os
inori un / et servazioni consentanee alla buona fsica, 1 stesso proposito quali
il loro Dio Thor percuoteva Giganti. Il
qual linguaggio lo stesso che quello dei
moderni Persiani, i quali credono che le stelle cadenti siano colpi di fulmini,
che gli Angioli scagliano nelle altre regioni, contro i Demoni, che si forzano
di rieririo tonitruale di quelli, ha molta somiglian za col Diario fulgorale, e
tonitruale di questi. Si legge infatti in Olao Magno, lib. i, cap. 3i della sua
storia delle genti, e della natura delle cose settentriouali, cne i tuoni di
gennaio significano che i venti soffieranno con mag gior gagliardia del solito,
e che sorgeranno le biade pi dritte, e grandi. Quelli di febbraio annunziano
una grande mortalit e singolarmente di quelli che vivono nella delizia. E
quelli di Marzo indicano gagliardi venti, e che vi devessere gran fertilit in
quell anno, e straordinario strepito nei giudizii . Indicano i tuoni di aprile
che cadr una pioggia conveniente elle biade 9 e che la campagna sara abbondante
in tutto il corso dell'anno, mentre quelli di maggio significano tutto il
contrario, cio, penuria di biade, ed una formidabile carestia di tutte le cose.
Presagiscono poi quelli di giugno una piu abbondante fertilit, bench predi cono
al tempo stesso infermit spaventevoli. 1 tuoni di luglio annunziano abbondanza
di frumenti, ma distruzione di legumi 9 e di frutti . Predicono quelli di
agosto che gli uomini converseranno pacificamente fra toro 9 ma vi saranno
malattie pericolose 9 E quelli di settembre denotano fertilit in quelIalino,
nel quale per sovrastano guerra, sedizioni, e morti . 1 tuoni di ottobre sono
qualificati collepiteto di portentosi, perche indicano grandi tem peste in
mare, ed in terra ; quelli di novembre, bench raramente tuona in tal mese,
promettono fertilit nell'anno seguente. E quelli finalmente di dicembre
significano abbondanza di tutte le cose, ed una gioconda conversazione degli
uomini fra loro. Altre osservazioni dei settentrionali sui fulmini, sui lampi,
e sui tuoni portano quanto segue. Quando nellestate per esempio, tuona pi che non
lampeggia, significa dover soffiar venti da quella parte, e per lo contrario se
balena pi che non tuona, deve cader molta pioggia. Quando lampeggia essendo il
cielo sereno, vuol dire che vi saranno pioggie, e tuoni 9 e far un tempo da
inverno E tali cose poi saranno gravissime, ed atrocissime quando questi lampi,
e questi tuoni verranno da tutte le parti del cielo. Ma se balener soltanto
dalla parte ciV Aquilone indicher pioggia nel giorno seguente j E se i lampi
verranno dal punto preciso del Settentrione 9 soffieranno venti. Lampeggiando
dalla, parte di Austro, di Coro 9 o f avonio, essendo serena la notte,
significher che devono venir pioggie, e venti da quelle medesime parti.
Dicevano ancora i settentrionali, che i tuoni che scoppiano la mattina di buonora
annunziano venti e quelli che si sentono nel mezzogiorno predicono una grossa
pioggia . Aggiungevano poi essere imjjortantissimo il sapere da qua! parte
vengono i fulmini, e dove si dirigono. Imperocch sono crudelissimi quelli che
partendosi dal settentrione vanno verso l Occaso, e sono di ottima natura
quando ritornano finalmente a quelle parti dalle quali sono venuti, perche
quando vengono da quella parte del cielo dondebbero origine, e poi ritornano
alla medesima, presagiscono allora una somma felicit da quella parte di mondo 9
rimanendo per infelici tutte le altre. E finalmente altre curiose osservazioni
aggiungevano intorno a questarticolo, come, che la notte piu che il giorno
lampeggia senza tuoni, che la natura ha dato il privilegio al- l uomo di essere
rare volle ucciso dal fulmine, e che se questo accade talvolta, assai pi conveniente, e pietoso ufficio il
sotterrare quel morto, che il bruciarlo. Che te ferite dei fulmini sono pi
fredde che tutte le altre, che le bestie moiono istantaneamen- parla CICERONE
(si veda) nel primo della divinazione, n fa diuopo osservare il diverso
inalzarsi della fiamma, o lo scrosciar della medesima, n lo scoppiettar dell
incenso, delle quali cose scrisse, secondo Stazio, un tal Tiresia, famosissimo
augure etrusco. J\ occorre tampoco far menzione, per esaltare Tetnisca
sapienza, di ci che osserva fra gli altri Seneca, Uh. n, delle quistioni
naturali, circa l avere i medesimi fatta anche la distinzione tra i fulmini
prodotti nelle nubi, nell'aria, d onde
scendevano in terra, e quelli che prodotti nella terra slanciavansi in alto, e
verso le nubi medesime, giacch queste, e molte altre simili cose trovansi
narrate, e raccolte da vari autori. Ma non sono per da passarsi sotto silenzio
alcune memorie di PLINIO, ove narra distesamente in due capitoli, le opinioni
degli Etruschi, appoggiate ad una ragionevole fiolosofia, circa lessenza, o la
natura, e circa le diverse specie di fulmini da essi distinte. Conferma ivi
quel sapientissimo scrittore ci che abbiamo qui sopra accennato, che vengono
cio i fulmini, tanto dalle nubi, quanto dalla terra, ed assicura aneli esso,
che trovavansi negli scritti etruschi, nove, o pi probabilmente undici specie
di fulmini, delle quali Romani loro
figli, e discepoli, non ne avevano osservate, e mantenute che due. Il che viene
a confermare sempre piu il detto di Cicerone, che quei superbi conquistatori,
ed oppressori del mondo, ebbero dagli Etruschi non solamente lorigine, ed i
riti religiosi, tutti quanti ne usarono mai, ma eziandio la civilt. Egli
osserva pertanto particolarmente, la diversa natura, e diversi singolarissimi
effetti dei fulmini, che dal cielo provengono, e di quelli che dalla terra sono
prodotti-, ed avverte ad un tempo, che queste osservazioni furono trasportate,
e trascritte negli annali romani, aggiungendo inoltre che vi erano pure le
maniere ed i riti per chiamare i fulmini, ed impetrarli dal cielo, come fece
forse Porsernia, che con un fulmine cos ottenuto, ed accompagnato da un mostro
chiamato Volta, devast, come dicono, le campagne dei Volsinii. Ei dice di pi,
che in questa scienza era dottissimo Numa Pompilio, e che avendolo poco bene
imitato Tulio Ostilio, fu arso da un fulmine-, E che per questo fra i diversi
nomi che per l'etnisca disciplina furono dati a Giove, di Statore, di Tonante,
Feretrio, e simili, s'incontra pure quello di Elido, o Evocatore. E finalmente
che si prevedono in tal guisa le cose future, bench sia temerit il credere, che
si possa comandare alla natura, o sforzarla . Il medesimo autore osserva poi,
come il baleno sia piu veloce del fulmine, e del tuono, e come perci il fulmine
stesso debbasi prima vedere, che udire. Circa le qiiali osservazioni di Plinio
intorno alla scienza tonitruale, e fuigurari a deglEtruschi, vi sarebbero da
fare molte fisiche riflessioni, se l indole dell opera per la quale sono
scritti questi ragionamenti, lo comportasse. E sul proposito di questa scienza
etrusca, nella quale dice il sullodato Plinio essere stato peritissimo il re
ISuma, ascoltisi anche Ino Livio, lib.t, il quale lo chiama non solamente dotto
nelle arti peregrine, ma eziandio nella tetrica, e trista due dottissimi
scrittori; Colle quali critiche pretendono di negare, che per esempio, un tal
Nume, non abbia potuto aver culto in Etruria, perch si cede adorato net Lazio,
ed m Roma,; Avvegnach dovrebbe piuttosto aver luogo la congettura contraria,
come saviamente rifletteva il sapientissimo Guarnacci. Imperocch, dovrebbe
dedursi che se una tale divinit si vede adorata in Roma e nel Lazio, ben ragionevole il credere, che abbia prima
avuto culto in Etruria- quando si voglia riflettere, che una colonia etrusca
erano i Latini, e che lo stesso fondatore dell Eterna Citt, coi suoi primi
abitanti, non furono altro come anche altrove accennammo, che una banda di
fuorusciti Etruschi. c he se poi igrecomani, sottilizzando, ed ostinandosi
ognora pi a volere irrefragabili prove, e quasi ancora la fede di battesimo,
come diceva il prelodato Guarnac- ci, che un tale idolo, od un tal monumento
qualunque, sia veramente etrusco, e non greco, n romano ; Oltre che si pu
risponder loro che queste prove intrinseche, non le hanno dordinario neppure le
cose veramente greche, e romane, e che l'antiquaria iti genere si aggira sulle
asserzioni degli antichi autori, i quali ci hanno lasciato scritto, dove i vani
Numi, e i diversi riti abbiano avuto loriginario loro culto, Si pu ad essi
aggiungere ancora che ve una probabilit, la quale confina colla certezza, che
dove un si gran numero didoli, di vasi ed altri monumenti di ogni maniera, sono
stati trovati, siano stati pur lavorati. Ed essendo imedesimi stati
dissotterrati negli scavi etruschi, ed indicando una grandissima antichit, e
mollo superiore alla civilt greca, e romana,
irragionevole, ed assurdo il credere, che i soli Greci, e romani li
abbiano dappertutto disseminati. Ed anche a ci che dice il chiarissimo signor
Vermigliali, il qlude pretende (. E roga ime di Admeto e di Alceste) che i
monumenti italici pi sono antichi, e pi grecizzino, ed al contrario latineggino
maggiormente, quanto pi si avvicinano all epoca del dominio romano in Etruria,
come pure che glitali antichi spesso aspicassero, si pu rispondere cosa che sar
di scandalo agli Archeologi pedanti i quali non sanno, o non vogliono trarsi
fuori della traccia segnata dai loro predecessori abbiano essi fatto bene o
male. Ed questa :,o,m, ere l e
osservazioni del sullodato filologo perugino, perch la lingua greca figlia della vetustissima etnisca in quanto
alle sue radicali, bench ne differisca grandemente nelle inflesStoni, di Greci
sono scolari degli antichi Etruschi, ossiano Pelasghi Tirreni, indigeni d
Italia, i quali andarono in remotissima et a colonizzare, e popolare la Tracia
eia Grecia, come m altro ragionamento accennammo . In quanto poi alle
aspirazioni degl Itali antichi, procedono queste dallorientalismo, che ridonda
in ogni dove in Italia, e che vi fu introdotto in tempi da noi oltremodo
lontani da una colonia orientale, coi primi elementi della civilt, come pure
asserimmo nel quarto di ave Sti ragionamenti medesimi. Ma torniamo ai fulmini
ed ai tuoni. Non occorre citar qui i libri fatali degletruschi, ricordati da
Livio, hi. V, n i fulgorali, e gli aruspici, dei quali j3 Etr. Mus . Chius.
Tom. J, Chi mai oserebbe di qualificare lavvenimento qui espresso, non
vedendovisi che due militari pronti alle difese e alle offese, senza ravvisarvi
ne 1 inimico, ne oggetto veruno che sia motivo di questa loro disposizione al
combattimento? Ma siccome questa pittura
nel mezzo duna tazza, intorno alla quale sono altre figure giallastre,
come questa, in fondo nero, cos tenteremo di trarre da quellequalche argomento
a cognizione di questa. Un corpo esanime steso al suolo, presso cui stanno
alcuni combattenti che ne scacciano altri in costume diverso, mi richiama alla
mente lavvenimento del corpo di Patroclo, contrastato fra i Greci e i Troiani,e
finalmente ottenuto da quelli collespulsione di questi. Non vi sono
caratteristiche assolutamente variate tra combattenti e combattenti, a
dichiarar Greci gli uni, e Troiani gli altri,ma pure la totale nudit dei primi
li fa credere eroi,che la Grecia rappresentar suole in tal guisa 2 ;mentre gli
altri tre hanno in testa un berretto: uso asiatico e particolarmente dei Frigi
3 .Hanno essi pure nella clamide che indossano un segno d'abbigliamento, che raramente
onon mai trascurasi nelle figure asiatiche, per quanto io abbia nei monumenti
antichi osservato. L'uomo steso al suolo qual corpo morto, altres nudo del tutto, e inconseguenza
spettante ai Greci, cqme difatti era Patroclo il caro amico di Achille, che fu
ucciso in guerra da Ettore, secondo Omero l . Probabilmente anche i due
guerrieri dipinti nel mezzo della patera, e che vedemmo nella tavola
antecedente,son due Greci alla custodia e difesa del corpo di Patroclo, ch'
dipinto nel fregio della tazza medesima. Infatti essi vedonsi ARMATI, MA NUDI,
giusta il costume greco eroico, siccome dicemmo. Qui le figure son ridotte un
terzo pi piccole di quelle che vedonsi nella tazza originale, ove sono di color
giallastro in fondo nero. Qualora mi si conceda esser probabile la
interpetrazione dellantecedente rappresentanza della morte di PATROCLO, e del
contrasto tra i Greci e i Troiani, per ottenerne il cadavere, non mi sar negata
fiducia nella supposizione eh'io son per proporre, che in questa pittura, la
qual fa seguito allantecedente, vi siano espressi gli o- nori funebri che furon
resi dallamico Achille a quellestinto eroe, e particolari Galleria oraer.
Iliade, Voi. 11, Tavole cxcix, 3 loghirami, MoDum. etr. ser. 11, p. 45- cc,
cci, ccn. - a Plot., Vii. Alexand. I? disciplina de vecchi Sabini ( che erano
Etruschi ), di che non vi stata mai
veruna cosa piu incorrotta, e veneranda. E dicendo che lo stesso Numa era dotto
anche nei liti peregrini, si deve intender qui di quelli di Samotracia, che
erano i idrici, e tri- sti dei Pelasghi, Tirreni, Etruschi ancor essi, come
altrove dicemmo, e lo abbiamo ripetuto pocanzi; E che i Romani riguardavano
come peregrini, perch tali erano divenuti per loro, essendo in tempi da essi
lontani, passati dagli Etruschi ai Samotraci . La scienza dei quali riti possed
Porsenna, e molto prima di lui anche Dardano, il quale portossi in Samotracia
pel solo oggetto di conferire con quei sacerdoti, e per introdurre poi in Troia
una religione del tutto ponforme a quella dei suoi antenati, che era l Etnisca.
E si noti, che il medesimo Livio, e tutti gli antichi scrittori ci fanno sapere
che il pi volte nominalo Numa Pompilio fu religiosissimo, e propagatore in Roma
di ogni pia istituzione ; Ove non altro ei propag certamente, che riti etruschi.
Ed ecco una erudita chiacchierata sulla scienza tonitruale, e fulguraria degli
Etruschi. La quale potrebbesi ancora condurre pi a lungo, ed arricchire di pi
altre peregrine notizie su questa recondita disciplina, se non fosse il gi
detto pi che abbastanza pel nostro scopo. Ma come e quando mai, e per quale
sovrumana potenza, andarono a mancare queste, e tante altre superstizioni,
stabilite, ed inveterate nel mondo, radicatissime nei cuori degli uomini, e
venerate, e temute in tutte le regioni della terra aliar conosciute? In qual
modo cessarono i terrori e la paura, onde avevano saputo gli antichi sacerdoti,
di concerto sempre cui Despoti, invadere gli spiriti dei mortali, tenuti ognora
da essi, a bello studio nella cecit, nel timore e nella pi profonda ignoranza
con mille misteriose ambagi, e con mille disperate minacce? Scomparvero tutte
queste tenebre, e caddero tutti questi arcani e portentosi ordigni, al
comparire della luce Evangelica. Al comparire di quella legge, t unica fra
quante ne vide l'universo, che introducesse la vera libert, e la vera
eguaglianza fra gli uomini. Al comparire di quella legge in somma, che mette,
davanti a Dio, a livello del pi temuto tiranno, e del pi potente monarca, anche
il pi infimo del popolo. In urna di marmo LI. : flnoai ; qflj J3 : M : 43 un.
fm \iflj : miai : janavi : armo LIV. : iaruv/Hflm ; f\nn o Nellorlo dun vaso
cinerario di terra cotta LV, mtvfl Jtiat v/rji 9 questo idoletto in piccolo, quello che dissi
esser l'altro, rappresentato pi in grande, e con alquanta variet nelle Tavole
XLIX, e LXVII di questa raccolta, essendo il presente di grandezza simile al
suo originale. Ma la di lui piccolezza, e 1 non esser vuoto, non permette che
si riconosca per un cinerario, sicch fu tenuto soltanto pel nume che riceve,
abbraccia e protegge gli estinti, che nati dalla materia terrestre tornano dopo
la morte in seno alla terra, o per meglio dire alla natura mondiale, della
quale Bacco era il nume tutelare. E poich mi si dice che piu d uno di tali
idoletti si trovarono in uno stesso sepolcro, da ci argomento che speciale fu
nel sepolto la venerazione pel nume da questa immagine rappresentato. Si vede
un fregio in bassorilievo che ricorre in giro in un vaso dei consueti chiusini
di terra nera, e non v differenza in misura tra loriginale e la copia. Il
significato mi sembra lo stesso dei precedenti lavori di simil genere. Vedo
ancor qui come altrove la Chimera, e credo che loggetto sostenuto in mano dagli
uomini sia, come nei calendari egiziani, lo Scorpione sidereo. Aoter di passaggio
a tal proposito che il famoso torso egiziano in basalto, che un tempo fu del
card. Borgia, pubblicato dal eh. Lenoir alla Tavola VI del forno [, num. g si
vede come qui una figura con Io Scorpione tenuto per la coda, e dietro a se v
parimente il leone con la coda che termina in un serpe, e con la Capra sul
dorso, n spiegasi differentemente che pei segni delle celesti costellazioni. Si
vuol peraltro che nella Capra sopra del Leone si ravvisi il trionfo del
Capricorno sopra il Leone, e probabilmente i due serpenti che nel nostro
bassorilievo si manifestano, saranno quei che dominano il cielo nel tempo
dell'indicato trionfo. A tal proposito, gli astronomi osservano, che mentre il
Capricorno comparisce al nostro Zenith, la Vergine si mostra sotto il segno dello
Scorpione, o del domicilio di Marte 3 : e difatti s nel monumento chiusino, che
nell'egiziano comparisce una figura che ha in mano uno scorpione, se non che
nell'egiziano si mostra femminile quella figura, che qui per la sua nudit, par
eh esser debba maschile, ma ci non si manifesta con sufficiente chiarezza. Che
i cavalli abbian luogo in simile rappresentanza relativamente ai Cavalli
siderei, gi me n espressi altrove abbastanza,, ove mostrai principalmente
essere il cavallo sidereo un paranatellone del levare eliaco dello Scorpione J
.Lettere di etnisca erudizione. 1 Lenoir, Nouvelle explic. des hieroglyphes a
ivi. Tom.i, p. io4- % mente il giuoco del pugilato col cesto, che Omero 1 *
pone il secondo tra gli spettacoli dati in onore di Patroclo nel di lui
funerale. Nei vasi, che negli annali dellistituto di corrispondenza
archeologica si dicono panatenaici, vedonsi a lato dei combattenti, col cesto
come qui, degli uomini coperti d'un manto con braccio scoperto, e dall'in-
terpetre attamente chiamati rabdofori 3, i quali assistendo a quel giuoco hanno
in mano una verga biforcata, similissima a questa dei presenti i . Le due
ultime nude figure una soccombente allaltra prevalente, ancorch senza cesti
alle mani, mostrano che i pittori aggiungevan talvolta delle figure e dei
gruppi a capriccio, ad oggetto d'empir lo spazio che doveasi dipingere. Se per
consultiamo i pi moderni sentimenti degli archeologi, troveremo-ammessa pure
lipotesi, che una figura umana stesa per terra presso alcuni combattenti,
ascrivere si debba, unicamente ad alcuno dei contrasti gimnici, senza ricorrere
al particolare avvenimento di Patroclo per isvilupparne il significato. Un
sacerdote di BACCO ed una Menade con dei vasi libatori formano il soggetto di
questa pittura, e son frequentissimi quanto altri mai nei vasi fittili dipinti,
onde potremo giustamente ripetere col Lanzi che di cento vasi tornati a luce,
novanta contengono soggetti bacchici.
singolare il tirso eh entrambe le figure sostengono, mentre ha
un'armilla che nei tirsi non comune, ma
nemmeno del tutto insolita, senza che per altro sintenda qual n'era l'oggetto.
Nelloscurit di questo soggetto non altro saprei ravvisarvi che il celebre greco
Capaneo estinto sotto le mura di Tebe. Altrove pure narrai come questi van-
tavasi che avrebbe presa Tebe, volesse Giove o non volesse, ma provocati gli
Dei con tali bestemmie, ne accadde che mentre il primo dava la scalata, Giove
non lasci compier limpresa, e con un fulmine Io precipit dalla scala e lo
uccise 6 . Or io noto che qui si vede una scala squarciata dal fulmine, un uomo
rovesciato che dallalto cade a terra, e dietro a lui le mura forse di Tebe,
dove stanno alla guardia militari tebani. Le altre figure si possono intendere
pel restante dellesercito, eh spaventato, e stramazzato a terra per lo spavento
del fulmine. L'urna in marmo cinque
volte maggiore di questo disegno. i Iliad. a Galleria omerica Iliade. 3 Voi. n,
p. 218. 4 Ivi, lav. xxi, io, 6. xxu, 8. 6. 5 Gerhard, Annali dellistituto di
corrispondenza ardi. Monumenti etr. ser. i, Tav., e altrove, mentre altri sono
come il presente eseguiti in forma di vasi con capricciosi ornamenti, rivestiti
per lo piu da fogliami, e con iscrizioni latine, come pur qui si legge,
indicando il nome di Lucio Aulo Carino. Io stesso nella mia dimora in Chiusi
vidi molti monumenti e rottami di essi, di stile greco e romano e bellissimi.
Nellinterno d una tazza di terra verniciata in nero, si vedono queste due
figure di color giallastro; e sono, per quanto mi sembra, d'uno .stile
perfettamente simile a gran parte di quelle pitture monocromate dei vasi
italo-greci. Vi si rappresenta un suonatore con cetra e plettro, in atto di
attendere dalla Vittoria il premio del suo valore, e credo che ci alluda ai
pregi morali dellani- ma, che negli estinti son premiati nella vita futura; e
perci soggetti simili ed analoghi a questo si trovano frequentemente dipinti
nei monumenti che pone- vansi nei sepolcri, ma ora corrono altre opinioni. Se
aver vogliamo un esatto conto dogni figura eh in quest urna di marino, il cui
disegno qui un ottava parte del suo
originale, non saprei se potessimo riescirvi con plausibile disimpegno. Ma se
consideriamo che gli artisti obbligati a trattare nelle opere loro un qualche
mitologico soggetto, eran poi costretti ad ornarne tutto lo spazio del marmo
che formava il primario lato dellurna sepolcrale, ancorch il soggetto da loro
scelto non richiedesse tante figure, quante ne occorrevano ad ornare lo spazio
determinato, noi troveremo irreprensibile lo artista che abbonda in figure,
ancorch non richieste dal soggetto che tratta, come ne somministra un esempio
assai chiaro il bassorilievo di questa Tavola. Io vi ravviso Ulisse in atto di
adoprare il suo arco, il qual potea dalle sole sue mani esser teso, ed uccide i
proci di sua moglie Penelope, i quali dilapidavano le di lui sostanze. Egli ha
un berretto appuntato, eh la consueta
causia che lo distingue come famoso viaggiatore del mare . Sta con un ginocchio
sullara, mostrandosi protetto dai numi 3 nella difficile impresa desterminare
egli solo coll'aiuto del figlio Telemaco i tanti suoi nemici. La colonnetta
sulla quale solevansi tener degli idoli domestici, mostra chegli gi penetrato nell'interno della sua casa,
mentre le colonne doriche vedute nella parte opposta danno indizio che lo
avvenimento accade nella sua reggia. La forza chegli mostra di fare col braccio
destro per tendere un arco, fa ben ravvisare chei solo poteva piegarlo a forza.
i Inghirami, Monum. etr. % Ved. Monum. etr. Qui si mostra nuovamente un ago, o
spillo crinale in oro di un lavoro delicatissimo, considerando che nel suo capo
segnato num. 1, della misura stessa di questo disegno, vi il lavoro che portato in grande, si vede al
min. 2, il cui ornato di semplice
bizzarra. Il monumento di numero 3 si rende assai singolare, per essere una di
quelle solite fermezze che in luogo d esser di bronzo, come se ne trovano a
centinaia, doro, e rarissima. Si creduto da taluno che queste fermezze
servissero a chiudere il cadavere nel lenzuolo d amianto dove bruciavasi, ed in
tal guisa stata trovata ragionevole
l'indifferenza che tali fermezze siano in maggiore o minor numero in un
sepolcro; e se questo , noi reputeremo pi che altri opulente il morto presso al
quale stata trovata questa fermezza
doro. Il numero 4 similmente doro, e
credesi frammento d'una collana . II pregio di questo monumento consistendo
principalmente nella iscrizione dalla quale
circondato, cos attenderemo di conoscerne 1 interpetrazione per opera
del cultissimo Vermiglioli che unitamente alle altre del Museo chiusino, ce le
piepara per darcele tutte di seguito in quest opera stessa. I Centauri, che nel
calendario del gentilesimo, servirono a notare il tempo dautunno, in cui
celebravasi coi misteri la commemorazione dei morti -, hanno servito altres
d'ornamento adattato alle lor cassette cinerarie, come qui si vede, figurandovi
uno di tali mostri che avendo rapita una delle donne invitate alle nozze
dIppodamia la difende dai Lapiti, che vogliono rivendicarla. II disegno del
vaso che qui presentasi la met pi piccolo del suo originale in marmo statuario,
ci fa sicuri che in Chiusi, dove stato trovato, fiorirono due scuole assai
diverse di scultura; funa etnisca, 1 altra romana, giacche si trovano
recipienti eseguiti per luso medesimo di riporre ceneri di umani cadaveri, gli
uni in forma quadrangolare a modo di cassetta, con bassirilievi di figure e con
etiu- sche iscrizioni, come ne abbiamo fatti vedere in quest opera alle Tavole,
1 Inghiraroi, Mommi, etr. - Sa mai vha luogo allinterpetrazione di queste due
statuette di bronzo num, i e 2, i cui disegni sono grandi quanto i loro
originali, potrei avventurare che 1 una di a. i fosse dApollo laureato in
fronte e con tazza in mano, comesi vede altrove nei vasi dipinti 'rialtra n. 2.
diMercurio conpetasoin testa,sostenendo con la sinistra mano una sacca o
borsa,ch propria di questo nume, come tutelare del commercio. La corniola che
qui mostriamo al num. 3, ci fa istruiti quanto dagli antichi fosse apprezzato
il gruppo delle tre Grazie, che vediamo ripetuto in un modo medesimo in tanti
luoghi e in tanti tempi diversi. La dimensione della pietra misurata dall'ellisse num. Fu posto in
ridicolo il Gori celebre antiquario di cose etrusche, perch fatti disegnare una
quantit didoletti in bronzo che si conservano nella R- Galleria di Firenze i *
3, pretese dare a tutti loro un nome speciale, formandone una serie di etrusche
divinit senza rammentarsi che soggiogati gli Etruschi, signo reggiarono i
Romani in questo nostro paese, ove introdussero colle lor colonie artisti e
culti sacri tutti lor propri. Perch' io vada esente da simil taccia non mi
costringa l'osservatore a dare un nome allidoletto di bronzo che i sig."
editori del Museo chiusino han posto al num. , 2 della Tavola C, che nel
disegno trasmessomi per la incisione trovo notato esser della grandezza
medesima dell'originale come pure laltro di num. 3 . grave danno per la scienza
antiquaria che dai collettori di antichi monumenti non facciasi caso nessuno
della maniera come questi si trovano sotterrati, dal che non pochi lumi trar si
potrebbero per la storia dellarte, non men che dei riti sacri presso gli
antichi. N prova la figura che trovo disegnata al num. 3 di questa Tav., mentre
si scorge di un arcaico stile ben diverso da quello che spetta alla figura
superiore . Or se questi idoletti furon sepolti promiscuamente fra loro in un
sepolcro medesimo, potremo frale supposizioni lecite ammettere che la figura di
num. 3 sia eseguita ad imitazione dell antico stile, e contemporaneamente
all'altra modellata certamente quando nell'arte era noto uno stile assai pi
perfetto . Dopo varie mie riflessioni sul significato di queste donne che in
piccol bronzo trovansi frequenti negli scavi dEtruria, restai perplesso nelle
due i Tishbein, Pittare de Vasi antichi posseduti dal cav. Hamilton. Tom. i,
Tav. 8, 9 .Visconti, Museo Pio dementino, Tav. r. 3 Museum etr. exhiben insigne
veterum Etruscorum monumenta aereis tabulis cc, edita et illustrata .4 Maffei,
Osservazioni letter L uomo gi rovesciato per terra, che vedasi nel sinistro
Iato dellurna rispetto al riguardante, fa conoscere gi incorniciata la
carnificina dei proci. 11 giovine che vibra la bipenne sopra un armato pu
significar Telemaco, il quale si presta in aiuto del padre alla strage di quei
malvagi. La Furia infernale tra le colonne della reggia attamente manifesta il
terrore di s lugubre azione che scompiglia la casa reale dUlisse.I due
combattenti al sinistro fianco di quelleroe son figure, a mio credere,
arbitrariamente dall'artista introdotte ad empire un vuoto che restava senzesse
nel suo bassorilievo, come ho detto pocanzi, ed anche in occasione di spiegar
la Tavola. Mi sia permesso di rimettere ad altro miglior Edipo, chio non sono,
din- terpetrare qual fosse lintenzione degli antichi Gentili nel rappresentare
questo, come pure mill altri idoletti di bronzo, che trovansi nello scoprire
antichi sepolcri. Io posso dire soltanto essermi noto che innumerabili erano
glidoli dagli antichi tenuti nei larari come dissi pocanzi . Ma non so poi quel
che significhino gran parte di essi, come il presente, n per quali
superstizioni passassero nei sepolcri, qualora non sieno stati considerati che
per semplici bronzi atti a dissipare i maleficii 2 . LArpocrate fanciullo
inetto e silente, perch non compiutamente ben formato, significativo del sole
ibernale, il soggetto che in questa
piccola statuetta uguale al suo originale in bronzo si rappresenta. Fu
antichissimo in Egitto, e ne conserva nel fior di loto, che ha in capo, il
segnale, ma introdotto atempi deTo- lomei fra i Greci e fra i Romani formossene
una divinit pantea 3 con forme non altrimenti egiziane, fingendolo un Amore,
perch da questi nasce lo sviluppo della natura produttrice, per cui gli posero
in mano il corno dellabbondanza che attender dobbiamo dallo sviluppo del calor
solare, passato il tempo dinverno. Il vasetto di terra cotta parimente rappresentato di misura uguale al
suo originale, ed dipinto a figure
nericcie con fondo giallastro pendente al bianco, o piuttosto dun bianco
abbagliato, ed dun genere che gli
archeologi convengono di nominare maniera egiziana 4, s perch vi si vedono
strane figure sul gusto di quella nazione, e s ancora perch in Egitto si trovan
similissimi a questi. Ved. la Tavola uxi. a Monum. etr. 3 Iablonski Pantheon
Aegyptior. lib. u, cap. vi, Etr. Mus. Chius. Gerhard, Annali dell istituto di
corrispondenza archeologica voi. in, anno i 83 i, p. i4> *4 orecchi, piedi e
coda di cavallo, con busto virile: aggregato non comune in Smili fantastiche
figure, delle quali ebbi luogo di trattare estesamente altrove, dandole per
simboli autunnali II vaso che ha in mano quel mostro non che un emblema di pi per indicare la stagione
dautunno, allorquando sempiono tali olle di vino. La donna che gli dappresso
una Tiade seguace di Bacco. II perch poi la unione di queste due figure
significasse il passaggio della razza umana dalla vita rozza e disordinata,
alla virtuosa e civile per opera di Bacco e dei suoi misteri, argomento sul quale scrissi altrove
abbastanza per darne il conveniente sviluppo a . Delle due figure, che qui
sotto al num. 2 si vedono riportate nella misura di un quarto pi piccole
dell'originale, dipinte nella parte opposta di questo vaso, non saprei
indovinarne il significato, tranne il supposto d'unarmatura da un giovane
ottenuta nel passaggio all et virile i . Il disegno del vaso ridotto alla grandezza di un quarto del suo
originale, Questo mistico specchio non pu spiegarsi che mediante l'osservazione
di molti altri, nequali per ordinario si trovano insieme dei numi o eroi di
opposta natura o potenza. Spesso vi sono espressi Dioscuri, la cui consueta
combinazione fu da me assai esaminata in altre mie carte, ovio li mostrava in
sostanza 4 espressivi di due contrarie potenze, le quali concorrevano, secondo
i Gentili alla formazione e conservazione del mondo 5 . Qui pure Teti e Giunone perpetuamente nemiche fra
loro, di che ho pure altrove ragionato 6 . Che la donna seduta sulla pistrice
sia Teti lo mostra chiaro un frammento d una tazza etrusca, dove la figura
medesima ivi dipinta ne porta il nome scritto. Che la donna opposta sia Giunone
lo prova Io scettro che impugna. tavola cv. Il manico doppio di bronzo qui
espresso nella grandezza del suo originale num. 1 mostrasi attaccato da un lato
ad una testa femminile di nessuna significazione, e dall altra ad una maschera
scenica virile, nel che manifestasi quanto fossero vaghi gli Antichi di variare
ornamenti, giacch non altro che il capriccio pu a\erli dettati, come qui li
mostriamo, per ornarne un vaso di bronzo. Possiamo frattanto tener per sicuro
che gli artisti di Chiusi non furono di meno elevato genio degli ercolauesi
nelleseguir le opere loro metalliche. Del bronzo in figura di maschera di cui
vedu qui il disegno n. 2, nulla so dire ad istruzione di chi losserva. 4 Monumenti etr., ser. 11. 5
Plutatc. de Iside et Osir. in prineip. 6
Galleria omer. voi. 1, tav. xxxix. opinioni o di assegnar loro il nome di
Speranza o quel di Giunone, invocata dal femminil sesso in loro tutela. Ma chi
non sa che la Speranza, e la Fortuna, ossia la fiducia di migliorar sorte nel
mondo, era loggetto primario del culto gentilesco dItalia? 5 Il bassorilievo
della Tavola presente unurna di marmo
due terzi maggio- giore di questo disegno. Qui, a parer mio, si rappresentano i
due strettissimi amici Oreste e Pilade nel pericoloso momento dessere a Diana
immolati, per l'uso barbaro ordinato da Toante in Tauri, che li stranieri a
quel lido approdati dovevano essere immolati a Diana tutelare del luogo C f- v ; r. f- M 5 !,$ 1 C V 5 V V* . c se ?
n 11 a . Eg ri) ' Z > 'i:- ai
scritto, mi costringe a tenermi in assai ristretti limiti nel ragionarne, poich
i nientissimi sigg. T editori di quest'opera destinarono con savissima sceltala
illustrazione della parte epigrafica di tali monumenti al prof. Vermiglioli
espertissimo quanto altri mai di s difficile scienza. A sodisfar dunque
soltanto la sollecita curiosit di chi osserva il monumento qui esposto mi
permetto di accennar di volo, esser questo uno specchio mistico di quetanti che
trovatisi storiati nei sepolcri dEtruria, e solamente lisci in quei della
Magna-Greeia, ed in esso esservi quattro figure di deit cio la Parca, Apollo,
Venereletea o libitina, e Giunone; e presso le indicate persone i nomi loro
scritti in etrusco. /3DIVM moiran nome della Parca ripetuto in altri di questi
manubriati dischi 1 . V4-1/3 Aplun nome chiarissimo dApollo, ed altres ripetuto
io vari specchi etruschi 3 . HVT34 Letun Venere letea o libitinia, o
Proserpina, che il Gerhard ha cos bene illustrata per una Dea infernale, non
distinta per dalla luna 3, per cui credio qui si vede connessa in amplesso con
Apollo considerato come il sole. Ecco dunque per la prima volta incontrato
negli specchi mistici il nome di quella donna che s ripetutamente vi si vede
rappresentata, e che per Venere libitina azzardai nominarla tal volta anche
prima della presente ed importante scoperta 4. In fine AH 4/3 0 Talna eh nome
altres ripetuto nei mistici dischi, e che io sostenni con lungo ragionamento
esser significativo di Giunone 5 quantunque disgiunta dai consueti simboli di
questa Dea, mentre qui ha lo scettro che la fanno indubitatamente conoscere per
la regina degli Dei unitamente con Giove che nera il supremo loro imperante. Ma
una pi sodisfacente interpetrazione dell'etrusche parole qui riferite debbesi
attendere dallerudito Vermiglio]/', al quale, come io dissi disopra, destinata. In urna figulina i flit a a =
flnflo ) f\XF\Y\M LVH. AlAtlqAD : 1SUfflM : lOqfld In urna figulina lviii. CO
-A l#q vn : im : fURO M : VfflDt : r :
VA LX V-V# : VD flitmao i Monumenti etruschi s a -Gerhard, Venere Proserpina
illustrata, Nuora collezione dopuscoli e notizie di scenze, lettere ed arti,
pubb. dal cav. Fr. Inghirami, 4 Monum. etr. <a, , e Sol. laBaHBBsasaasa
XXXZ'/Z/. - A'/AZY.Y (IX XUI m ;_i lira vz. 7
LII fC) i Ouj/ IsUcAenni. eli/ T ,J\ T. L/A' 3TT J ^ JCZ/Z z,Jirv: T
z^rjrji-'. IXX3TT 'X tea T^reiir. ir**:-Jz-j:. amiBft'igwpcj &r. CJI. v ~
Grice e Musonio (Bolsena) G. MUSONIO RUFO C. Musonio Rufo esercita un forte
influsso sui contemporanei. Di famiglia equestre delletrusca Volsini (Bolsena)
suscita per la sua fama di filosofo linvidia di Nerone. C. MUSONIO RUFO segue
Rubellio Plauto nell'Asia Minore e lo incoraggia a togliersi la vita quando
Nerone lo condanna a morte. Ritorna a Roma, dove e bandito insieme con Cornuto
in occasione della congiura di Pisone e confinato nellisola di Gyaros nelle
Cicladi, ove per la sua rinomanza attira uditori da ogni parte.Verosimilmente
richiamato a Roma da GALBA, negli ultimi giorni di Vitellio si une ad una
ambasceria del Senato presso Antonio Primo per perorare la causa della pace fra
i suoi soldati, ma senza successo.Quando VESPASIANO assunse il potere, C.
Musonio Rufo accusa davanti al Senato P. Egnazio Celere, quale delatore e falso
testimonio nel processo di Borea Sorano. Vespasiano lo escluse dalla prima
espulsione dei filosofi da Roma, ma poi lo esili per la seconda volta ; per
Tito, che gi lo aveva conosciuto, lo richiam dopo la sua assunzione al trono.
In seguito mancano notizie su di lui, ma da una lettera di PLINIO (si veda) il
Giovane sembra che non fosse pi in vita. Non risulta che abbia composto e
pubblicato seritti, anzi sembra che si sia servito soltanto dellinsegnamento
orale, del quale, per, rimangono frammenti abbastanza numerosi. Essi
comprendono : 19 brevi apoftegmi conservati da Plutarco, da Aulo Gellio e dallo
Stobeo ; 2 altri apoftegmi e trattazioni filosofiche relaivamente ampie
raccolti da Epitteto nelsuo insegnamen- e trasmessi i primi da Arriano, le
seconde dallo Stobeo ; 3 esposizioni o lezioni che si trovano nello Stobeo o
costituiscono la parte pi estesa dei frammenti.
verosimile che provengano da uno scritto di quel Lucio che si gi ricordato e che si deve ritenere la fonte
pi importante dello Stobeo ; unaltra
Epitteto, cio Arriano. Sembra che un Pollione (probabilmente Valerio
Pollione da Alessandria, vissuto sotto Adriano) abbia composto Memorabili di
Musonio, ma non ne restano tracce.
giudicata falsa una lettera di Musonio a un certo Paneratide. Le
concordanze che si sono osservate tra i frammenti di Musonio e il Pedagogo di
Clemente di Alessandria hanno fatto pensare o alla dipendenza di questo da uno
seritto di Lucio o alla derivazione di ambedue da una fonte pi antica. Della
forte azione di Musonio sui contemporanei sono prova i suoi numerosi scolari,
tra i quali si ricordano (oltre al genero Artemidoro, amico e maestro di Plinio
il Giovane), i filosofi Epitteto, Dione di Prusa, Eufrate di Tiro e il suo
scolaro Timocerate di Eraclea, e insigni romani, come Rubellio Plauto, forse
Borea Sorano e Minicio Fundano, Musonio si avvicina ai cinici nellassegnare
alla filosofia finalit radicalmente etico-pratiche, accetta spunti
dellascetismo neo-pitagorico, ma nel complesso dipende dallo Stoicismo con
influssi posidoniani. Nel sno insegnamento non trascur le esercitazioni logiche
e i frammenti toccano argomenti di fisica, ma ci che vi detto degli Dei, designati con le
denominazioni della religione tradizionale, non supera la sfera del pensiero
comune e non ha carattere filosofico determinato : invece riporta allo Stoicismo
l'affermazione della necessit universale, che equivale alla teoria del fato.
Per l'interesse di Musonio si concentra sulla funzione pratica della filosofia,
che assolutamente necessaria in quanto
(secondo la tesi introdotta dai cinici nel I secolo a. C. e poi generalmente
accettata) gli uomini sono malati che richiedono una cura continua la quale
dev'essere prestata dalla filosofia, che perci
necessaria a tutti, alle donne non meno che agli uomini : essa per identificata alla ricerca e alla
realizzazione della virt, per conseguire la quale non vi necessit di molti discorsi, n di molte teorie
; inoltre, in essa l'esercizio ha maggiore importanza dellinsegnamento o del
discorso. Siccome la natura ha posto in ogni uomo i germi della virt, se il
discepolo non stato corrotto, una breve
dimostrazione sufficiente per fargli
riconoscere i principi etici giusti. Ci che soprattutto importa che maestro e discepolo uniformino la loro
condotta ai propri principi. Si comprende che Musonio si interessasse in primo
luogo della formazione etica degli scolari. Nellinsieme, la morale di Musonio
si conforma alle dottrine tradizionali della sua scuola. Occorre distinguere ci
che e ci che non in nostro potere: ora da noi dipende soltanto
luso delle rappresentazioni, cio l'assenso dato alle opinioni sul bene e sul
male, dalle quali determinata la giusta
valutazione delle cose e quindi l'intenzione quale atteggiamento interiore
della volont; in essa, se retta,
consiste la libert, la virt, la felicit. Tutto il resto non dipende da noi e
perci rispetto ad esso, ossia alle cose esterne, dobbiamo rimetterci allordine
necessario dell'universo e aecettare volentieri ci che arreca. Soltanto la
virt bene, soltanto la malvagit male e ogni altra cosa indifferente. Per, per rafforzare la volont,
Musonio riteneva necessario, oltre
l'insegnamento e lesercizio morale, anche lindurimento fisico, perch, essendo
il corpo uno strumento indispensabile dellanima, occorre rafforzare ambedue. In
generale raccomanda, avvicinandosi al Cinismo, la vita semplice e conforme alla
natura e accoglie dal Neo-Pitagorismo il divieto dei cibi carnei. Oltrepassando
le opinioni di molti stoici antichi, esige una vita morale severissima,
raccomanda il matrimonio, condanna la limitazione delle nascite e lesposizione
dei figli. Nell'insieme, i frammenti di Musonio rivelano unanima nobile e
retta, appassionata per il bene e guidata dal desiderio di educare gli spiriti,
ma a queste doti non corrisponde il valore scientifico degli insegnamenti,
perch i suoi pensieri sono molto mediocri e privi di originalit ; inoltre non
si pu trovare nelle sue parole lespressione di una visione della vita vi-
brante di dolore e di amore simile a quella di Seneca. aio Musonio Rufo. Gaio
Musonio Rufo (Volsinii) un filosofo romano.
Frammento di papiro (P. Harr. I 1, Col.), con parte di una diatribe. Sulla vita
di Gaio Musonio Rufo, stoico, si posseggono poche notizie certe. noto che nacque a Volsinii, corrispondente
all'odierna Bolsena, in Etruria, che fu cavaliere. Il pr-nomen Gaio lo
conosciamo solo attraverso Plinio il minore che ci fornisce anche unaltra
notizia su una sua figlia (presumibilmente chiamata Musonia, secondo luso
romano), sposata ad Artemidoro, al quale Plinio presta aiuto anche per stima e
affetto nei confronti del suocero. Sappiamo dalla voce Mousonios della Suda che
Musonio e figlio di Capitone ma non abbiamo altre notizie sulla sua famiglia,
che era comunque di origine etrusca. In effetti, il nomen Musonius denotare la
gens, e viene indicato da alcuni studiosi della lingua etrusca come forma latina
di un gentilizio etrusco Musu, Muu-nia.. E capo a Roma di un circolo o gregge
filosofico e si dedica anche alla politica, con idee abbastanza tradizionali e
moderate. Fa parte del gruppo creatosi intorno a Rubellio Plauto, un
discendente della famiglia Giulia. Quando Rubellio Plauto e allontanato da Roma
in via precauzionale da Nerone, Musonio lo segue in Asia. Due anni dopo giunge
l'ordine del principe di eliminare Rubellio Plauto. Musonio ritorna a Roma, ma,
in concomitanza della congiura di Pisone, e mandato in esilio, in quanto
allievo di Seneca, nell'isola di Gyaros, inospitale e rocciosa nel Mar Egeo.
Indicativi della sua integrit morale e della sua coerenza sono altri due
momenti della sua vita, entrambi riportati da Tacito nelle Storie. Dopo essere ritornato
dallesilio, forse grazie a GALBA, con il quale sembra fosse in amicizia, nella
fase finale della guerra civile seguita alla morte di Nerone, Musonio si rese
protagonista di un primo episodio significativo, rivelatore della sua generosa
attitudine a mettere in pratica i principi morali e gli ideali di pace che
insegna. In una Roma che era teatro di violenti scontri tra le fazioni avverse,
il filosofo di Volsinii si impegna a svolgere unimprobabile opera di
pacificazione. Sera mescolato agli ambasciatori Musonio Rufo, di ordine
equestre, zelante filosofo e seguace dei precetti dello stoicismo, ed in mezzo
ai manipoli prendeva ad ammonire gli uomini armati con le sue disquisizioni sui
beni della pace e sui mali casi della guerra. Ci fu per molti motivo di
scherno; per la maggioranza, di fastidio. E non mancava chi lavrebbe spinto via
o lavrebbe calpestato, se, dietro consiglio dei pi equilibrati e fra le minacce
di altri, non avesse deposto la sua inopportuna esposizione di saggezza. Il
secondo episodio, ci presenta Musonio Rufo impegnato nella riabilitazione della
memoria dellamico Barea Sorano, che era stato sottoposto a processo e
condannato a morte insieme alla figlia Servilia e a Trasea Peto. Contro di lui
era stata resa una falsa testimonianza da parte del suo stesso maestro, Publio
Egnazio Celere, anche lui appartenente alla corrente stoica. Musonio, che pure
nei suoi insegnamenti si dichiarava contrario ad intentare cause per difendere
se stesso dalle offese ricevute, in questo caso non esita ad accusare in Senato
il traditore per difendere la memoria dellamico condannato ingiustamente. Come
scrive Tacito: Allora Musonio Rufo attacca Publio Celere, accusandolo di aver
attaccato Barea Sorano con una falsa testimonianza. Evidentemente con quellaccusa
si rinnovavano gli odii delle delazioni. Ma laccusato, vile e colpevole, non
poteva essere difeso. Di Sorano e santa la memoria. Celere, che fa professione
di sapienza, testimoniando contro Barea, ha tradito e violato lamicizia.
Musonio porta avanti con tenacia il suo impegno, che e coronato da successo. Fu
deciso allora di ri-aprire il processo tra Musonio Rufo e Publio Celere: Publio
venne condannato ed ai mani di Sorano e resa soddisfazione. Quel giorno, che si
distinse per la severit dei magistrati, non manca nemmeno di elogi ad un
cittadino privato. Si era, infatti, del parere che Musonio avesse agito con
giustizia in tribunale. Opinione ben diversa si ha di Demetrio, seguace della
scuola cinica, in quanto aveva difeso, pi per ambizione che con onore, un reo
manifesto. Quanto a Publio, non ebbe n animo, n eloquenza sufficienti in quel
frangente. Pi tardi Musonio riusce a guadagnarsi la stima di VESPASIANO
evitando la cacciata dei filosofi. Ci e per un secondo esilio e, dopo il suo
rientro a Roma, voluto da TITO, le fonti tacciono. Potrebbe essere stato
espulso da Roma, assieme agli altri filosofi, a causa di un senatoconsulto
sollecitato da DOMIZIANO, che fa uccidere Aruleno Rustico e cacciare Epitteto e
altri. Da un'epistola di Plinio minore si apprende che egli non era pi in vita.
Si proclama suo discendente il poeta Postumio Rufio Festo Avienio.
Probabilmente in modo volontario, sull'esempio di Socrate o Grice e come fa
anche il discepolo Epitteto, non lascia nulla di scritto. I principi della sua
predicazione filosofica si ricavano da una raccolta di diatribe dovuta a un
discepolo di nome Lucio, di cui 21 ampi estratti sono conservati nell'Antologia
di Stobeo. Essi sono intitolati: Che non
necessario fornire molte prove per un problema Su chi nasce con
un'inclinazione verso la virt Che anche le donne dovrebbero studiare filosofia
Se le figlie debbano ricevere la stessa educazione dei figli maschi Se pi efficace la teoria o la pratica Sul
praticare la filosofia Che si dovrebbero disprezzare le difficolt Che anche un
principe deve studiare filosofia Che l'esilio non un male Il filosofo perseguir qualcuno per
lesioni personali? Quali mezzi di sostentamento sono appropriati per un
filosofo? Sull'indulgenza sessuale Qual
il fine principale del matrimonio. Il matrimonio un ostacolo per la ricerca della filosofia.
Ogni bambino che nasce dovrebbe essere allevato. Bisogna obbedire ai propri
genitori in tutte le circostanze. Qual il
miglior viatico per la vecchiaia? Sul cibo Su vestiti e riparo Sugli arredi Sul
taglio dei capelli. Lo stile delle diatribe
semplice. In genere viene posta una questione iniziale, poi sviluppata
con chiarezza durante il testo, spesso costruito in modo figurato, usando
metafore e similitudini (spesso sfrutta il paragone con il medico, alcune volte
intervengono immagini di animali). Questa caratteristica si adatta bene alla
sua personalit e al suo tipo di insegnamento, tutto rivolto alla schiettezza
della vita. Ci restano, inoltre, frammenti minori, spesso in forma di
apoftegma. A parte quelli sempre di Stobeo (in numero di 14), due frammenti
conservati da Plutarco sono brevi aneddoti che potrebbero essere definiti come
"detti celebri", mentre tre brani di Aulo Gellio conservano detti
memorabili ed un quarto lungo abbastanza
da rappresentare la sintesi di un intero discorso. C', poi, un aneddoto in Elio
Aristide ed Epitteto ne racconta una mezza dozzina (11, per la precisione).
Restano, inoltre, due epistole, concordemente ritenute spurie. Musonio
rappresenta, con Epitteto, il principe MarcAurelio Antonino e Seneca, uno dei
quattro esponenti pi significativi del portico romano del principato. Egli, se
per certi versi corrisponde appieno alle istanze propugnate dalla temperie
spirituale del suo tempo, per altri si distingue e mette in luce, soprattutto
per il recupero radicale e profondo di una filosofia intesa come arte del
vivere bene e onestamente, cio mezzo per conseguire uno scopo riscontrabile nei
fatti. Il ruolo della filosofia Egli crede che la filosofia (stoica) fosse la
cosa pi utile, in quanto ci persuade che n la vita, n la ricchezza, n il
piacere sono un bene, e che n la morte, n la povert, n il dolore sono un male;
quindi questi ultimi non sono da temere. La virt l'unico bene, perch da sola ci impedisce di
commettere errori nella vita. Del resto, sembra che solo il filosofo si occupi
di studio della virt. La persona che afferma di studiare filosofia deve
praticarla pi diligentemente di chi studia medicina o qualche altra attivit,
perch la filosofia pi importante e pi
difficile da comprendere di qualsiasi altra occupazione. Questo perch, a
differenza di altre abilit, le persone che studiano filosofia sono state
corrotte nella loro anima da vizi e abitudini sconsiderate, imparando cose
contrarie a ci che impareranno in filosofia. Ma il filosofo non studia la virt
soltanto come conoscenza teorica. Piuttosto, Musonio insiste sul fatto che la
pratica pi importante della teoria,
poich la pratica ci porta allazione in modo pi efficace della teoria. Sostene
che sebbene tutti siano naturalmente disposti a vivere senza errori e abbiano
la capacit di essere virtuosi, non ci si pu aspettare che qualcuno che non
abbia effettivamente imparato l'abilit di vivere virtuosamente viva senza
errori pi di qualcuno che non un medico
esperto, un musicista, studioso, timoniere o atleta ci si poteva aspettare che
praticassero quelle abilit senza errori. In una delle sue diatribe, si racconta
il consiglio che offr a un re in visita, dicendogli che deve proteggere e
aiutare i suoi sudditi, quindi sapere cosa
buono o cattivo, utile o dannoso, utile o inutile per le persone. Ma
diagnosticare queste cose proprio il
compito del filosofo. Poich un re deve anche sapere cos' la giustizia e
prendere decisioni giuste, il principe studia filosofia, anche per possedere
autocontrollo, frugalit, modestia, coraggio, saggezza, magnanimit, capacit di
prevalere nel parlare sugli altri, capacit di sopportare il dolore e deve
essere privo di errori. La filosofia, sosteneva Musonio, l'unica disciplina che fornisce tutte queste
virt. Per dimostrare la sua gratitudine il re gli offr tutto ci che desiderava,
al che il filosofo chiese solo che il re aderisse ai principi stabiliti.
Musonio sosteneva che, poich l'essere umano
fatto di corpo e anima, dovremmo allenarli entrambi, ma quest'ultima
richiede maggiore attenzione. Questo duplice metodo richiede labituarsi al
freddo, al caldo, alla sete, alla fame, alla scarsit di cibo, a un letto duro,
allastensione dai piaceri e alla sopportazione dei dolori. Questo metodo
rafforza il corpo, lo abitua alla sofferenza e lo rende idoneo ad ogni compito.
Crede che l'anima fosse rafforzata in modo simile sviluppando il coraggio
attraverso la sopportazione delle difficolt e rendendola autocontrollata
astenendosi dai piaceri. Musonio insisteva sul fatto che l'esilio, la povert,
le lesioni fisiche e la morte non sono mali e un filosofo deve disprezzare
tutte queste cose. Un filosofo considera l'essere picchiato, deriso o sputato
come n dannoso n vergognoso e quindi non avrebbe mai litigato contro nessuno
per tali atti, secondo Musonio. L'opposizione di Musonio alla vita lussuosa si
estendeva alle sue opinioni sul sesso. Pensa che gli uomini che vivono nel
lusso desiderano un'ampia variet di esperienze sessuali, sia legittime che
illegittime, sia con donne che con uomini. Osserva che a volte gluomini
licenziosi perseguono una serie di partner sessuali maschili. A volte diventano
insoddisfatte dei partner sessuali maschili disponibili e scelgono di
perseguire coloro che sono difficili da ottenere. Musonio condanna tutti questi
atti sessuali ricreativi. Insiste sul fatto che solo gli atti sessuali
finalizzati alla procreazione allinterno del matrimonio sono giusti. Denuncia
l'adulterio come illegale e illegittimo. Giudica i rapporti omosessuali un oltraggio
contro natura. Sosteneva che chiunque sia sopraffatto dal piacere
vergognoso vile nella sua mancanza di
autocontrollo. Musonio difende l'agricoltura come un'occupazione adatta per un
filosofo e nessun ostacolo all'apprendimento o all'insegnamento di lezioni
essenziali. Gli insegnamenti esistenti di Musonio sottolineano l'importanza
delle pratiche quotidiane. Ad esempio, ha sottolineato che ci che si mangia ha
conseguenze significative. Crede che padroneggiare il proprio appetito per il
cibo e le bevande fosse la base dell'autocontrollo, una virt vitale. Sostene
che lo scopo del cibo nutrire e
rafforzare il corpo e sostenere la vita, non fornire piacere. Digerire il cibo
non ci d alcun piacere, ragiona, e il tempo impiegato a digerire il cibo supera
di gran lunga il tempo impiegato a consumarlo.
la digestione che nutre il corpo, non il consumo. Pertanto, concluse, il
cibo che mangiamo serve al suo scopo quando lo digeriamo, non quando lo
gustiamo. Musonio sostenne la sua convinzione che le donne dovessero ricevere
la stessa educazione filosofica degli uomini con i seguenti argomenti. In primo
luogo, gli dei hanno dato alle donne lo stesso potere di ragione degli uomini.
La ragione valuta se un'azione buona o
cattiva, onorevole o vergognosa. In secondo luogo, le donne hanno gli stessi
sensi degli uomini: vista, udito, olfatto e il resto. In terzo luogo, i sessi
condividono le stesse parti del corpo: testa, busto, braccia e gambe. Quarto,
le donne hanno un uguale desiderio per la virt e una naturale affinit con essa.
Le donne, non meno degli uomini, sono per natura compiaciute delle azioni
nobili e giuste e censurano il loro contrario. Pertanto, concluse Musonio, altrettanto appropriato che le donne studino
filosofia, e quindi considerino come vivere onorevolmente, quanto lo per gli uomini. Suda 1305: Figlio di Capitone, etrusco, della citt
di Volsinii; filosofo dialettico e stoico, vissuto ai tempi di Nerone,
conoscente di Apollonio di Tiana e di molti altri. Ci sono anche lettere che
sembrano provenire da Apollonio a lui e da lui ad Apollonio. Naturalmente per
la sua schiettezza, le sue critiche e il suo eccesso di libert fu ucciso da
Nerone. Numerosi sono i discorsi filosofici che portano il suo nome e anche le
lettere (tr. Andria). Epistole. Di origine etrusca: cfr. Filostrato, Vita di
Apollonio di Tiana, Cfr. M. Pittau, Dizionario della Lingua Etrusca (DETR),
Dublino, Ipazia Books. Tacito, Annales, XIV, Epitteto, Diatribe. Storie.
Storie, Cassio Dione. Girolamo, Chronicon, Titus Musonium Rufum philosophum de
exilio revocat; Temistio (Orationi), inoltre, attesta l'amicizia tra Tito e
Musonio. A. Cameron, Avienus or Avienius?, in "Zeitschrift fr Papyrologie
und Epigraphik". L'attribuzione
data nell'estratto XV Hense: sicuramente questo Lucio era un allievo di
Musonio, e uno specifico riferimento in cui Musonio parla da esule a un esule
rivela che anche Lucio partecip al bando del suo maestro. Per la datazione,
nella diatriba VIII (60, 5) Lucio riporta una conversazione di Musonio con un
re siriano e dice, tra parentesi, che c'erano ancora re in Siria a quel tempo,
vassalli dei romani. Dato che l'ultima dinastia di sovrani siriani fu
detronizzata nel 106 d.C., Lucio deve aver scritto qualche tempo dopo questa
data. nell'edizione Hense del 1905. Una delle due una lunga lettera scritta da Musonio a
Pancratide sul tema dell'educazione dei suoi figli (dell'edizione Hense).
Diatriba VIII Hense. Cfr. anche il detto Un re dovrebbe voler ispirare
soggezione piuttosto che paura nei suoi sudditi. La maest caratteristica del re che incute timore
reverenziale, la crudelt di quello che ispira paura (in Stobeo). A differenza
del suo allievo Epitteto, che mostrava disprezzo per il corpo, Musonio
sottolinea l'interdipendenza tra anima e corpo. Questa visione, del tutto
coerente con il panteismo stoico, non
estranea al pensiero neoplatonico. Diatribe III e IV Hense; cfr. Nussbaum, The Incomplete
Feminism of Musonius Rufus, Platonist, Stoic, and Roman, in The Sleep of
Reason. Erotic Experience and Sexual Ethics in Ancient Greece and Rome, ed.
Nussbaum and Sihvola, Chicago, The University of Chicago Press. Bibliografia C.
Musonii Rufi reliquiae, edidit O. Hense, Lipsia, Teubner, Cora Lutz, Musonius
Rufus, the Roman Socrates, in Yale classical studies. Dillon, Musonius Rufus
and Education in the Good Life: A Model of Teaching and Living Virtue. University
Press of America. Renato Laurenti, Musonio, maestro di Epitteto, in Aufstieg
und Niedergang der rmischen Welt. Berlino, Walter de Gruyter, Cynthia King,
(Musonius Rufus: Lectures and Sayings. Ed,
Irvine. Create Space. D., Musonio l'etrusco. La filosofia come scienza di vita,
Roma, Annulli. Musnio Rufo, Gaio, su Treccani.it Enciclopedie on line, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Calogero, MUSONIO Rufo, Caio, in Enciclopedia
Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Musonio Rufo, Gaio, in
Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Gaio Musonio
Rufo, su Internet Encyclopedia of Philosophy. Opere di Gaio Musonio Rufo, su
Open Library, Internet Archive. Stoicismo Portale Antica Roma Portale Biografie
Categorie: Filosofi romani Filosofi Romani Stoic i[altre]. Luciano Dottarelli.
Dottarelli. Keywords: limplicatura di Musonio, Musonio, Etruscan influence on
Roman philosophy, Why Roman philosophy is not Greco-Roman The Etrurian connection. Etrurian as antique Etrurian as exotic for Indo-European Aryan
Latins (Romans). Refs.: Luigi Speranza, Grice e Dottarelli The Swimming-Pool Library. Dottarelli. Dottarelli.
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