Luigi Speranza -- Grice e Soave: la prammatica filosofica – filosofia
italiana -- Luigi Speranza
(Lugano). Filosofo italiano. Soave. Figlio di Carlo Giuseppe Soave,
italiano, e la tedesca Clara Herik. SOAVE Francesco Soave, all'anagrafe Gian
Francesco, nacque a Lugano, città della Svizzera italiana che a lungo seguì le
sorti della vicina regione Lombardia e in particolare della città di Milano,
sotto il cui dominio rimane fino all'occupazione francese e infine svizzera dei
primi anni del Cinquecento. Al momento della nascita di S. il comune fa quindi
parte della confederazione elvetica, ma la sua configurazione socio-linguistica
presentava caratteri fortemente italiani. S. è ben presto avviato agli studi
canonici presso il collegio S. Antonio della sua città natale, sotto la guida
dei padri somaschi, e dove veste l'abito. Spostatosi a Milano per concludere il
suo anno di noviziato, prende i voti nel convento di S. Pietro in Monforte e
nello stesso anno si trasfere a Pavia nel collegio di S. Maiolo, dove rimane
per i due anni successivi e compì i suoi primi studi di carattere FILOSOFICO.
Continua poi con gli studi a Roma presso il collegio Clementino, dove si dedica
nuovamente alle teologia e affinò le sue conoscenze nelle lingue classiche,
oltre che nelle lingue moderne romanze e non (l'inglese, il tedesco, il
francese e presumibilmente anche lo spagnolo). Lascia Roma e, dopo un periodo a
Milano, si stanzia a Parma dove lo aspetta VENINI, suo amico e confratello,
direttore, su nomina del ministro Tillot, del collegio della Reale Paggeria,
dove S diviene docente di lettere. Successivamente S., a causa della chiusura
del collegio e sempre sotto la protezione di Tillot, insegna poesia a Parma, ruolo
per il quale compose un'antologia latina e una grammatica della lingua
italiana. Il testo e le teorie linguistiche annesse richiamano la dottrina
sensista di Condillac e dello stesso VENINI (si veda). S. s’interessa ben
presto dei problemi relativi al linguaggio, ispirandosi alle riflessioni di
altri studiosi, per lo più stranieri, come Leibniz, Descartes, Wilkins,
Kircher, Dalgarno, Locke, e nei confronti dei quali poco ha d’invidiare in
fatto di riconoscimenti. Partecipa a un concorso che vaglia le teorie
sull'origine del linguaggio bandito dall'Accademia delle scienze di Berlino,
fondata da Leibniz stesso, dove raggiunse il secondo posto, preceduto solamente
dal lavoro di Herder. Il saggio che gli valge il podio si intitola “Ricerche
intorno all'istituzione naturale di una società e di una lingua e all'influenza
dell'una e dell'altra sulle umane cognizioni,” ed è rivisto, tradotto in
italiano e pubblicato a Milano nell'opera miscellanea Istituzioni di logica,
metafisica ed etica. È da sempre affascinato dalle teorie di Locke, di cui cura
la traduzione in italiano del compendio di Wynne dei libri II, III, e IV,
relativi rispettivamente ai suoi ragionamenti intorno alle idee – the way of
ideas --, alle PAROLE – the way of words – title of Grice’s collection -- e
alla conoscenza dell'allora già celebre Saggio sull'intelletto umano.
Empirista, grammatico, traduttore e, assieme a CESAROTTI (si veda), maggior
esponente del sensismo italiano, S. frequenta gl’ambienti più prestigiosi del
suo tempo. CESAROTTI (si veda) nacque a Padova e ivi muore. È abate e
professore di retorica e belle lettere nella sua città natale, prima di
trasferirsi a Venezia come precettore della famiglia Grimani, dove conosce, tra
gli altri, Goldoni. Traduttore di Voltaire, è nominato professore di lingua
greca ed ebraica a Padova. Traduce opere dal latino e dalle lingue moderne,
divenne teorico dell'estetica e della lingua come dimostra il Saggio sopra la
lingua italiana, stampato in edizione definitiva col titolo di Saggio sulla
filosofia delle lingue applicato alla lingua italiana. Nel saggio, che si
appoggia alle idee sensiste di Brosses e Condilllac, lo studioso condivide le
sue teorie circa l'origine della parola e delle parole - teorie del tutto
simili a quelle di Soave- e, dopo aver spiegato, secondo idee anche piuttosto
moderne, che non ha senso considerare alcune lingue migliori di altre, parla
dei rapporti arbitrari che sussistono tra le parole (i suoni) e le idee che
esprimono, e delle incomprensioni che questi possono comportare: «Il rapporto
tra I...] il vocabolo e '1 corpo visibile è vago, confuso, moltiplice, avendo
un corpo molti e molti aspetti per cui può appartenere ad un altro, né potendo
chi ascolta aver mezzo di conoscere in che si faccia consistere cotesta
relazione» [CESAROTTI (si veda), Saggio sulla filosofia delle lingue, Padova,
Brandolese]. Nel corso del suo saggio affronta i più comuni problemi di
retorica e scrittura, analizzando le varie parti del discorso, lodando o
rimproverando i vari usi, ma rimanendo comunque conscio del fatto che la lingua
muta continuamente e che «Le cause morali e politiche colla loro lenta
influenza portano un'alterazione nel sistema intellettuale del secolo, e ne
configurano il genio, la scelta linguistica. In questo senso egli costruisce
una sorta di grammatica universale, una grammatica che deve tendere
all'etimologia e deve essere libera da tutti gli elementi che possono creare
ambiguità.fu maestro personale del nipote del governatore austriaco di Milano,
Carlo Gottardo di Firmian, lo stesso che gli affidò la cattedra di filosofia
morale e poi di logica e metafisica presso il liceo di Brera. Trovandosi
nuovamente a Lugano, insegna lì dove i suoi studi erano cominciati, al collegio
S. Antonio, e dove ebbe come alunno MANZONI (si vda) – si veda: TRABALZA (si
veda). Ancora si trasfere a Napoli su invito del principe di Angri Marcantonio
Doria che lo volle come precettore del figlio. Viene richiamato a Milano per
dirigere le scuole cittadine. Ènominato, da Napoleone Bonaparte in persona, membro
dell'Istituto nazionale, ente nato per conservare e riunire le nuove scoperte
dell'arte e delle scienze. Fu autore della Grammatica ragionata della lingua
italiana che, assieme alla Grammatica di CORTICELLI (si veda), si situa tra le
grammatiche più importanti. CORTICELLI nasce a Piacenza e muore vicino Bologna.
Prete, filosofo, teologo, studioso della lingua e membro dell'Accademia della
CRUSCA (“I don’t give a hoot what the dictionary says” – Grice), tratta
ampiamente della lingua toscana nella grammatica Regole ed osservazioni della
lingua toscana ridotte a metodo e nello scritto dal sapore boccaccesco
intitolato Della toscana eloquenza discorsi cento detti in dieci giornate da
dieci nobili giovani in una villereccia adunanza. Nei suoi ultimi anni si
dedica alla critica della dottrina fenomenica kantiana, che si situa su
posizioni opposte rispetto al suo empirismo moderato, e delle idee di altri
filosofi come Darwin e Tracy, pur sempre empiristi, ma evidentemente volti
all'aspetto materialistico di quelle teorie. S. si spense infine di un male
improvviso a Pavia. Le informazioni biografiche qui riportate si trovano nella
pagina relativa a S. alla Treccani, Dizionario-Biografico dell’ENCICLOPEDIA,
cur. Micheli. Gli Opuscoli Metafisici come summa: Locke, Herder, Condillac e il
linguaggio. Nella ricerca italiana di una lingua internazionale e, prima
ancora, di una lingua "perfetta", trova un posto di riguardo la
figura di S., per il suo interessante contributo e la sua vivace curiosità
verso questi argomenti. Nei suoi Opuscoli metafisici. Istituzioni di logica,
metafisica ed etica troviamo i due saggi, “Ricerche intorno all'istituzione
naturale di una società e di una lingua e all'influenza dell'una e dell'altra
sulle umane cognizioni” e “Riflessioni intorno all'istituzione d'una lingua
universale,” in cui S. riflette sul linguaggio, sulle sue origini, sulla
perfezione di una lingua. Il carattere evidentemente FILOSOFICO di questi
trattati deve spiegarsi in relazione agli studi coevi d’altri filosofi e del
dibattito linguistico tanto attivo in quell'epoca. La linguistica risiede
ancora tra le attività della RIFLESSIONE FILOSOFICA – l’opinioni di Grice --,
non potendosi avvalere di un metodo e di una trattazione scientifica e
rigorosa. L'interesse di S. per la materia deve sicuramente avere tre radici
ben distinte: da un lato la sua ampia conoscenza delle lingue moderne e delle
lingue antiche, nonché la sua attività di traduttore, devono aver creato la
base per le prime elucubrazioni sui disagi che le differenze linguistiche
portano nel campo della comunicazione scritta e orale internazionale; in
secondo luogo gli studi filosofici sull'empirismo e i suoi propugnatori devono
aver sollecitato le riflessioni sull'origine del linguaggio e, di riflesso,
sulle caratteristiche che una lingua perfetta - o naturale - dovrebbe avere e
il cui risultato è la teorizzazione di come dovrebbe apparire un'ipotetica
lingua artificiale ad uso internazionale; in ultimo, la sua professione di
professore, nonché la pubblicazione di opuscoli e grammatiche per
l'assimilazione della lingua italiana, devono aver allenato la sua capacità di
spiegare le intricate forme di una lingua e svolto una qualche influenza sulla
volontà di rendere più semplice l'apprendimento.La filosofia di S. si fa sostenitrice
della teoria sensista, come dimostrano le parole di apertura del secondo
capitolo delle Ricerche che recitano «Che le umane cognizioni come da prima
sorgente derivino dalle sensazioni, ella è cosa già troppo manifesta. S.,
«Ricerche intorno all'istituzione naturale di una società e di una lingua e
all'influenza dell'una e dell'altra sulle umane cognizioni», in Istituzioni di
logica, metafisica ed etica, Venezia, Graziosi. la conoscenza deriva allora per
S. dall'esperienza che l'uomo fa del mondo, e in particolare dalle sensazioni
che questa esperienza provoca in esso. Poiché non sarà allora conoscibile
qualcosa che non siasperimentabile, egli rigetta la teoria innatista, che vuole
che vi siano nella coscienza umana delle idee o dei principi ingeniti, così
come qualche anno prima aveva fatto anche Locke nel suo Saggio sull'intelletto
umano, dove, parlando delle idee e da dove esse derivino, così dichiara:
Supponiamo dunque che lo spirito sia per così dire un foglio bianco, privo di
ogni carattere, senza alcuna idea. In che modo verrà ad esserne fornito? Da
dove proviene quel vasto deposito che la fantasia industriosa e illimitata
dell'uomo vi ha tracciato con una varietà quasi infinita? Da dove si procura
tutto il materiale della ragione e della conoscenza? Rispondo con una sola
parola: dall'ESPERIENZA. Su di essa tutta la nostra conoscenza si fonda e in
ultimo deriva. LOCKE, Saggio sull'intelletto umano, a cura di Abbagnano,
Abbagnano, Milano, RBA Italia S.r.l., 2017 («I grandi filosofi RBA»), e come
sostenne anche Herder circa un secolo più tardi nel Saggio sull'origine del
linguaggio del 1772: Se proprio vogliamo chiamare linguaggio questi accenti
immediati della sensazione, a me pare, dunque, che l'origine di esso sia
affatto naturale. Non soltanto essa non è sovrumana, ma è innegabilmente
animale, in quanto legge naturale di una macchina sensitiva. HERDER, Saggio
sull'origine del linguaggio, cur. Amicone, Milano, RBA Italia («I grandi
filosofi RBA»). Le idee di S. offrono un evidente e continuo richiamo alle
teorie di questi studiosi, sebbene le espressioni con cui egli si riferisce
agli stessi concetti siano a volte differenti: succede allora che le sensazioni
di Locke e Herder, ovvero l'azione primariamente inconscia attraverso la quale
l'animo - termine che valga qui come sinonimo di coscienza o ragione -
riconosce le cose esterne e, in ultimo, le idee stesse delle cose, vengano
chiamate percezioni, e l'atto riflessivo, cioè l'atto che permette di
determinare e individuare le singole idee e di comporle fra loro a creare idee
più complesse, modificazione. Il linguaggio per Soave è una diretta derivazione
di questa facoltà umana di disporre della ragione: esso si sviluppa fin dal
primo pensiero, che si ha in occasione della propria nascita. Ecco che la
facoltà di linguaggio, e la sua stessa struttura e grammatica cominciano a
costruirsi nel momento stesso in cui si viene al mondo, ed è condizione
fondamentale e costituente dell'essere uomo: la ragione determina l'essenza
umana al suointerno, il linguaggio al suo esterno. Ogni esperienza a cui
l'individuo partecipa determina la formazione di nuove idee o amplia o combina
quelle esistenti, in un processo che non può dirsi finito fino alla sua stessa
morte, e la presenza di queste idee suscettibili di ragione scatena parimenti
il mutare e l'ampliarsi del sistema di linguaggio che a esse è riferito.
Secondo questo principio, il linguaggio, che è espressione esterna dell'idea
interna, «si evolve secondo lo sviluppo della mente».RAFFELE SIMONE, «Seicento
e Settecento», in Storia della linguistica, II, a cura di Giulio C. Lepschy,
Bologna, Il Mulino, 1990, p. 361. Si consideri anche che «l'idea che le lingue
determinino, almeno fino a un certo punto, il carattere nazionale e il modo di
pensare dei parlanti, è estremamente diffusa nel diciottesimo secolo e risale
anche più indietro. Solo per citare alcuni nomi, idee simili si trovano in
Francia con Condillac, Diderot, ecc.; in Italia in parte con Vico e certamente
con Cesare Beccaria e Cesarotti» [MORPURGO DAVIES, «La linguistica
dell'Ottocento», in Storia della linguistica, cur. di Lepschy, Bologna, Il
mulino]. Non è quindi improbabile e, anzi, è del tutto possibile che Soave
fosse entrato in contatto anche con le teorie secondo le quali la percezione
della realtà è in qualche modo condizionata dal linguaggio. E in ultima si può
immaginare che egli concepisse la realtà e il linguaggio come due entità che a
vicenda possono condizionarsi. La riflessione poi deve essere anch'essa
intrinseca: se l'uomo percepisce fin dal primo istante e ne è in qualche misura
conscio, egli deve essere in grado di riconoscere tale operazione, e ciò è
possibile solamente tramite la riflessione: così Locke intende quando afferma
che «La percezione è la prima idea semplice della riflessione» ° Quest'ultima,
coadiuvata dalle operazioni di memoria, che consentono di ripescare idee
precedentemente conosciute, è l'aspetto che permette all'intelletto di creare
nuove ipotesi e teorie, ovvero in ultimo ciò che permette la scoperta.Proprio
l'abbandono di questo secondo requisito fondamentale della conoscenza Soave
rimprovera a Condillac: abate francese di qualche anno più anziano, fu il
maggiore esponente del sensismo, grazie soprattutto al suo Saggio sull'origine
delle conoscenze umane. Tuttavia nella sua ultima opera, il Trattato delle
sensazioni, Condillac abbandona la distinzione tra l'esperienza e la
riflessione e riconosce nella sola sensazione il principio che sviluppa tutte
le facoltà umane, di fatto subordinando ad essa ogni altra azione.'' Étienne
Bonnot, abate di Condillac, nacque a Grenoble e muore a Beaugency. Vive a lungo
a Parigi, dove entrò in contatto con gli ambienti filosofici illuministici. Il
suo Saggio è considerato la più coerente e compiuta formulazione della
gnoseologia dell'Illuminismo francese. Nelle Ricerche Soave distingue due tipi
distinti di memoria, la memoria dei segni e quella delle idee, la prima delle
quali di molto più estesa rispetto alla seconda poiché, asserisce, «è assai più
agevole il richiamare i segni delle idee, che non l'idee medesime, specialmente
ove trattisi d'idee astratte»: nel caso in cui quindi vi fossero due ragazzi
selvaggi che incontrandosi dovessero tentare di comunicare, per loro sarebbe
difficile se nonimpossibile ricorrere alla memoria dei gesti, non
condividendoli affatto. I secoli successivi vedeno un proliferare degli studi
antropologici e linguistici eseguiti non di rado anche su popolazioni lontane
dall'Occidente: la scoperta dell'America, l'intensificarsi dell'esplorazione e
della colonizzazione dei territori dell'Africa e dell'Asia offrirono agli
studiosi notevole materiale di studio. Complicato risulterebbe allora anche
affidarsi alla facoltà di riflessione, giacché in mancanza di memoria «le
congiunzioni d'idee si faranno in loro quasi tutte fortuitamente»$ il
linguaggio, inteso dapprima come sistema di segni - con riferimento sicuro al
segno gestuale, ma non si esclude un'allusione forse al segno linguisticamente
inteso - appare allora elemento costituente della capacità non solo comunicativa,
ma anche di riflessione e di memoria.Il fatto che tra due potenziali
interlocutori sia impedita (dalla barriera dell'ignoranza) la condivisione del
sistema di segni, preclude qualsiasi tipo di scambio comunicativo e quindi di
arricchimento conoscitivo. Ciò, per S., non significa che dalle parole derivi
la conoscenza delle cose e a questo proposito egli dubita dell'asserzione di
Rousseau secondo il quale «le idee generali I..] non si possono nell'animo
introdurre, che col soccorso delle parole, e l'intelletto non le apprende, che
per via di proposizioni». S. sostiene piuttosto che le qualità intrinseche alle
parole ne permettano la conoscenza e che le stesse, assieme alle proposizioni,
permettano di esternare questa conoscenza interna. Certo è che la discussione è
permessa solamente se il sistema delle parole è condiviso, altrimenti a
ciascuno rimarrebbe oscuro il significato associato alla determinata
realizzazione fonica. E cioè, in fondo, parlando lingue difterenti è permessa
si la conoscenza del mondo esterno, ma non lo scambio comunicativo. Glice
Ceresiano e la lingua internazionale in caratteri mistz Dalle precedenti
riflessioni filosofiche deve essere derivato il bisogno di indagare sulla
diversità linguistica dei popoli e sulla possibilità o meno dell'adozione di
una lingua universalmente utilizzata, quantomeno per le conoscenze
scientifiche. Così S. pubblica il saggio in esame, le Riflessioni intorno
all'istituzione d'una lingua universale. Dato alle stampe con lo pseudonimo di
Glice Ceresiano Nome che S. utilizza anche in occasione della pubblicazione di
un opuscolo contro la Rivoluzione francese e intitolato Vera idea della
rivoluzione di Francia, lettera di Glice Ceresiano ad un amico. e dedicato a un
certo Clottofilo Euganeo, forse da identificarsicon il linguista padovano
CESAROTTI (si veda), costituisce il primo esempio e il più interessante
tentativo di ideazione di una lingua internazionale in Italia. L'epiteto
'ceresiano' deriva con ogni probabilità dal secondo nome del lago di Lugano, ovvero
il lago Ceresio, dalla leggenda che vede coinvolto il signore del lago, Céreso,
e un pesce senza nome. Glice puo valere come nome parlante e significare allora
'dolce', dal greco yukús, ma il riferimento è più incerto. In 'Clottofilo',
probabile errore di stampa per Glottofilo, è facilmente riconoscibile un amante
della lingua, o del linguaggio, e 'Euganeo' esprime il luogo di provenienza del
destinatario così come è per l'autore in 'Ceresiano'. Il trattato si apre con
le considerazioni circa l'innegabile utilità che una lingua universale avrebbe
nello scacchiere internazionale. Soave argomenta in favore di tale utilità in
maniera piuttosto breve, perché ritiene che la praticità di una lingua
universale sia immediatamente comprensibile e, come tale, inconfutabile: Una
lingua, che intesa fosse da tutte le nazioni, e che riparasse così al disagio
della babelica confusione, e chi non vede di qual vantaggio sarebbe? Alla
propagazione soprattutto, e all'accrescimento delle scienze sembra ella a'
nostri giorni divenuta omai necessaria; perciocché le opere interessanti, che
nelle lingue latina, italiana, gallica, Inglese, Tedesca, ec. si van tuttodì
pubblicando, o in buona parte riescon nulle per noi, o ci costringono a
consumare con lungo tedio quel tempo, e quell'industria nello studio delle
parole, che nello studio delle cose più utilmente sarebbesi impiegato. S.,
Riflessioni intorno all'istituzione d'una lingua universale», in Istituzioni di
logica, metafisica ed etica, Pisa, presso Nistri. S. individua due metodi
attraverso i quali è possibile raggiungere l'utilizzo di una lingua
internazionale. Il primo, e più complicato, prende come base una lingua gia
esistente. Il secondo, per certi aspetti più semplice, compone ex novo un
sistema che prende dalle varie lingue le soluzioni più ingegnose e, a suo dire,
facilmente praticabili. Muovere da un sistema linguistico già esistente
presenta degli inconveniente legati alla successiva supremazia che sarebbe
riservata alla nazione dalla quale verrebbe scelta la lingua d'utilizzo. Ogni
paese avrebbe interesse che la sua fosse la lingua imposta alle altre poiché
ciò dimostrerebbe la sua superiorità, dapprima in ambito comunicativo, e poi in
tutti gli altri. Possedere il dominio linguistico significherebbe in un certo senso
possedere anche quello sociale e poi economico, a discapito di tutte le altre
lingue - e nazioni - escluse. Per questo motivo ogni nazione pretenderebbe di
essere la prescelta e un congresso di tutte sarebbe forse l'unico mododi
prendere in considerazione tutti i candidati. Ma anche allora il problema non
sarebbe di certo risolto. La lingua è parte fondante dell'identità nazionale,
tanto che qualora si procedesse con una riunione di tal guisa «ogni verbo, ogni
nome, ogni menoma particella vi desterebbe liti infinite, nelle quali volendo
ognuno esser giudice, mai non avreste decisione. Senzaché, quando pure si
componessero gli animi, dalla misura di tanti varj idiomi qual risultato ne
avreste voi? Una lingua a mosaico, un vestito da Zanni, una Babelle peggior
dell'antica» 58Egli quindi scarta anche l'idea di comporre la lingua secondo
una commistione di quelle esistenti, ovvero di creare una lingua composita a
posteriori. E non accetta nemmeno la possibilità di creare una lingua con
vocaboli tutti di nuova fattura poiché, spiega, pochi sarebbero pronti ad
accettarla e a mettere da parte l'amor proprio in virtù di un bene maggiore.
Neanche l'istituzione di una lingua del tutto simbolica, come quelle numeriche
o le pasigrafie, sarebbe soddisfacente, visto che la sua lettura risulterebbe
particolarmente complicata. E ancora, per ovviare al problema dell'imprecisione
semantica delle parole, nemmeno la tentazione di esprimere ogni idea con
caratteri a sé stanti risulterebbe praticabile, vista l'incapacità dei più a imparare
una tale mole di simboli legati all'infinità di concetti e oggetti
potenzialmente esprimibili.Nonostante si dimostri sempre scettico sulla reale
applicabilità internazionale di una lingua inventata e consideri più
concretizzabile il semplice mantenimento dell'uso della lingua latina tra i
dotti, S. non si esenta dal tentare di creare un linguaggio universale e passa
quindi all'esposizione del suo progetto, definibile di tipo misto, composto
d’elementi di lingue preesistenti e d’elementi di pura invenzione, le cui
conditiones sine quibus non devono essere la chiarezza espositiva e la facilità
di apprendimento e lettura. Per essere tale la lingua ideale deve presentare
due caratteristiche fondamentali: ad ogni idea deve corrispondere uno ed un
solo segno, in modo da non lasciare spazio ad ambiguità o interpretazioni. La
lingua deve essere composta dal minor numero di segni possibile, così da
evitare di sovraccaricare la memoria. Prima di analizzare nello specifico la
proposta di S. è bene sottolineare che egli lavorò su di un piano prettamente
teorico, così come molti altri fecero a quel tempo: con il suo trattato non
consegna ai posteri un nuovo codice pronto all'uso, ma si limita ad esporre le
caratteristiche che questo dove avere, evitando di fornire esempi concreti. I
caratteri che egli propone per esprimere le cose fisiche non sono alfabetici,
ma quanto più imitativi. Per indicare il sole, ad esempio, S. propone che si
utilizzi un simbolo che lo richiami il più possibile, e così deve essere anche
per i caratteri che designano il fiore, la luna, l'uomo, ecc. Per quanto
riguarda invece tutti gli altri nomi egli si avvale del sistema alfabetico
latino inteso nelle sue forme tonde, maiuscole e minuscole, corsive, e composto
anche delle sue «lettere molteplici» come 's' e 's' (da intendere come [s] e
[z]), ¡' e 'j, 'u' e 'v', i nessi di geminate, i nessi composti, le
abbreviazioni, le abbreviazioni in corsivo, in maiuscolo, ecc. e così giudica a
sua disposizione un parterre di lettere che supera il centinaio. Non contento,
assume che il numero di questi simboli possa duplicare, triplicare, e ancora di
più se si usassero dimensioni differenti (es. a a a 2). Come ultima ratio, se
nemmeno un inventario segnico così formato dovesse bastare, Soave propone di ricorrere
agli alfabeti greco, ebraico, arabo e agli altri. Il tutto può essere
ulteriormente ampliato grazie all'uso dei segni diacritici come l'apostrofo, i
vari accenti, il punto, le linee, le virgolette, dei numeri in esponente e
insomma tutti quei simboli e segni che potevano facilmente trovarsi in una
stamperia dell'epoca. Sulla disposizione di questi caratteri egli dispone
solamente che ogni segno che specifichi il carattere a cui si accompagna sia a
questo vicino - ma ben riconoscibile, a mo' delle lingue tipologicamente
agglutinanti -, e così sia anche nel caso di parole formate da più caratteri
insieme; per il resto, ogni carattere deve essere separato dagli altri. Si veda
ora nello specifico com'egli intende questi caratteri. I pronomi e nomi personali
identificati dai nuovi caratteri, di cui non fornisce la grafia,
significherebbero 'io', 'tu', 'sé', 'egli', 'questo', 'codesto', 'quello', ',
'il medesimo', 'che', 'il quale'. La scelta successiva è quella di non creare
altri caratteri ex novo per indicare il femminile, il maschile plurale e il
femminile plurale; preferisce piuttosto inserire nel sistema linguistico dei
segni diacritici (un apostrofo, una tilde, non viene specificato) che li
distinguano dai corrispettivi maschili singolari - segni la cui applicazione è
estesa anche alle altri parti del discorso - a guisa di morfemi grammaticali.
In aggiunta asserisce che il pronome 'egli' è in fondo superfluo visto che sua
la funzione può essere compresa in 'quello' e 'il medesimo'. Infine, 'questo',
'codesto', 'quello' e 'medesimo' possono ricoprire ugualmente la funzione di
aggettivi, per cui non è necessario avere caratteri differenti per questi.Le
preposizioni e le congiunzioni Per quanto riguarda le preposizioni Soave
riconosce che basterebbero ben pochi caratteri per sostituirle giacché sono
poche - 'di"', 'a', 'da', 'per', 'con', 'senza', 'sopra', 'sotto', 'tra',
'verso' e 'contro' -, brevi nella realizzazione ed esprimenti idee o relazioni
semplici. I caratteri delle congiunzioni esprimono i significati di 'e', 'né',
'ma', 'anzi, 'perché', 'perciò', 'siccome', 'così', 'benché', 'pure'. Le
interiezioni Soave propone la riduzione delle interiezioni a soli sei segni,
che esprimano i sentimenti di dolore, allegrezza, desiderio, supplica, minaccia
e timore.Gli avverbi L'avverbio di affermazione 'sì' e quello di negazione 'no'
sarebbero esprimibili ugualmente con due caratteri - ipoteticamente brevi,
vista la frequenza d'utilizzo - che indicassero l'affermazione e la negazione.
Il carattere esprimente l'avverbio 'no' vale anche per le frasi negative il cui
senso sarebbe introdotto da 'non'. L'autore tace sulla possibile posizione di
questi avverbi, per cui non sappiamo se essi siano da anteporre o posporre alle
particelle del discorso che accompagnano. Ai significati degli avverbi di luogo
'qua', 'là', 'costà', 'su', 'giù' suppliscono rispettivamente: per i primi tre
i caratteri che hanno significato di 'questo', 'codesto' e 'quello' assieme al
segno avverbiale; per gli ultimi due quelli delle preposizioni 'sopra' e
'sotto'. Gl’avverbi di quantità significanti 'molto', 'poco', 'quasi',
'abbastanza' sono indicati con il segno diacritico avverbiale in aggiunta ai
caratteri esprimenti i significati aggettivali di 'molto', 'poco', 'vicino' e
'bastante'. Allo stesso modo sono trattati gli avverbi di qualità 'bene' e
'male'.I verbi Soave sceglie di semplificare la grammatica della sua lingua
universale (almeno rispetto a quella italiana o latina) facendo confluire la
pluralità di tempi verbali a lui conosciuti in sole tre unità esprimenti l'idea
di passato, presente e futuro. Con l'aggiunta di altri due segni diacritici
costanti ai caratteri verbali principali è poi possibile dar loro delle
sfumature di significato differente, identificando così «i passati di poco o di
molto, e i futuri prossimi o rimoti. Per quanto riguarda i verbi che derivano
da sostantivi, è necessario indicarli con il carattere del nome da cui derivano
assieme al segno che ne indichi la natura di verbo. S. sceglie di creare tre
segni distinti: un segno per i verbi transitivi attivi; un segno per i verbi
transitivi passivi; un segno per i verbi intransitivi o neutri;assieme ai quali
esso indicherà l'infinito del verbo. Per indicare le diverse persone, tempi e
modi sono necessari altri segni: per indicare le persone basta premettere i
caratteri che indicano i pronomi o i nomi personali; per indicare i tempi sono
necessari gli stessi caratteri che indicano gli avverbi di tempo; il modo, se
non fosse già intuibile dal contesto, varia da caso a caso: il condizionale
sarà dato assieme all'interiezione di desiderio; l'imperativo con il proprio
segno distintivo; il congiuntivo nuovamente con un altro segno distintivo; il
participio ha un suo segno distintivo e deve esservene uno per ogni tempo, alla
maniera dei greci; a ciascun participio è accostato allora un carattere degli
avverbi di tempo; l'indicativo sarà riconoscibile perché mancante di questi
segni aggiuntivi, ma pur sempre accompagnato dal numero e dal genere della
persona. Non è necessario inventare dei segni particolari per il gerundio e il
supino in quanto essi possono essere sostituiti: dalla costruzione di
[preposizione + infinito] al modo dei latini o dei greci, così come il lat. IN
AMANDO (it. 'nell'amare') o AD AMANDUM, it. 'ad amare'; dai participi, come il
lat. AMANS, it. 'amando. Per una comprensione più rapida si propone una tabella
riassuntiva. Ciascun tempo verbale e le sue peculiari caratteristiche vanno
immaginate accompagnate dal carattere esprimente il significato del sostantivo
da cui il verbo deriva. I te mpi verbali sono ordinati in ordine crescente di
segni diacritici o caratteri da cui sono composti. «NATURA» (transitivo
attivo/passivo - intransitivo) ALTRI SEGNI O CARATTERI (caratteri degli avverbi
di tempo/segni delle interiezioni) NUMERO E GENERE (carattere dei pronomi o dei
pronomi personali con relativi segni aggiuntivi) MODO INFINITO + INDICATIVO +++
IMPERATIVO ++++ PARTICIPIO ++++ CONGIUNTIVO ++++ CONDIZIONALE ++++ Gli articoli
Per S. è sufficiente solamente un unico articolo che sia in grado di esprimere
il maggior grado di determinatezza qualora accompagni un nome. Di nuovo, esso è
un semplice segno diacritico.I nomi Una volta esposte le regole che
soggiacciono alla formazione delle parti del discorso per così dire "mobili".
"mobili", cioè che fungono da collegamento tra i nomi e ne esprimono
i movimenti, le azioni e le relazioni, S. passa alla trattazione della parte
del discorso che esprime la cosa in sé e che necessita del maggior numero di
caratteri come gli oggetti, i pensieri, i sentimenti, le cose del mondo
sensibile, ecc.I significati dei nomi generali sono suddivisi in una prima
macrocategoria di classi (di cui non è dato l'elenco completo, ma che l'autore
esemplifica in 'animale', 'vegetale', 'minerale') espressa da un carattere
ciascuno; successivamente ogni classe presenta al suo interno la specificazione
dell'essere particolare (come 'gatto', 'quercia', 'marmo'), anch'essa espressa
tramite dei caratteri particolari. I due caratteri vanno allora composti, ad
ottenere un duo di grafi che significhi qualcosa di simile a 'animale-gatto' e
così che, qualora non si conoscesse il significato dell'essere particolare, ma
si conoscesse quello della classe di appartenenza, sarebbe facilmente
accessibile - anche deducendolo dal contesto - il significato finale dei due
caratteri composti, e viceversa.Per quanto riguarda i nomi propri non è
necessario, poiché inutilmente difficile e dispendioso, inventare nuovi
caratteri, ma basterà anteporre il carattere esprimente 'individuo' ai
caratteri distesi del nome per intero. Supponendo per esempio che il segno per
indicare l'essere umano sia un apostrofo anteposto al nome del soggetto, il
risultato sarebbe qualcosa del tipo «'Giovanni».Questo tipo di procedura Soave
sceglie di mantenerlo anche per tutte quelle classi di nomi che necessitano di
essere specifici, come i nomi di botanica, medicina, fisica, anatomia,
metafisica, cioè tutti quei nomi la cui abbreviazione comporterebbe, più che
una facilitazione, una ulteriore ambiguità. Come suggerisce l'autore infatti,
se in un trattato di geografia si scegliesse infatti di utilizzare ad esempio
l'abbreviazione «'Ro», chi potrebbe dire se si tratti di Roma e non di Rouen?La
possibilità di scrivere per esteso questi nomi affinché vengano compresi in
ogni paese, sostiene Soave, è data dal fatto che essi sono nomi universalmente
condivisi e conosciuti. Qui però è facile individuare un punto debole di questo
sistema di scrittura, poiché è evidente che l'ultimaattermazione non può dirsi
veritiera nemmeno per la sola Europa: per fare un esempio piuttosto semplice,
il nome della Germania è conosciuto nei vari paesi come Germany, Allemagne,
Deutschland, Tyskland, Niemcy, ecc., ed è certo che chiunque - in questo caso
italiani e inglesi esclusi - non abbia una certa qual conoscenza delle altre
lingue sarebbe spaesato alla lettura di «Germania» nel proprio libro di testo,
così come se un italiano che ignora le lingue slave si trovasse di fronte a
«'Niemcy». I problemi, ovviamente, si moltiplicherebbero per quanti hanno
sistemi di scrittura differenti da quello latino. Per ovviare al problema Soave
propone però di redigere un vocabolario che riporti l'insieme di questi nomi
propri.Per quanto riguarda i nomi comuni che non appartengono a nomenclature scientifiche,
Soave suggerisce di introdurre due segni che indichino 'opposizione' e
'negazione': così ad esempio il concetto di 'tenebre' potrebbe esprimersi
attraverso il carattere della 'luce' opportunamente accompagnato dal segno
diacritico o dal carattere che ne esprime la negazione, e l'"odio'
potrebbe essere indicato dal carattere dell'amore' accompagnato da quello di
'opposto'.Lo sguardo attento dello studioso è alla ricerca, come già detto
inizialmente, dell'esattezza linguistica e della non ambiguità tra i
significati che le parole (o i caratteri) veicolano. Se questi accorgimenti non
sono possibili in una lingua storico-naturale per sua stessa costituzione, essi
lo sono in una lingua inventata a tavolino e, per questo motivo, egli prende
delle ulteriori decisioni in merito, predisponendo: l'abolizione dei perfetti
sinonimi - sebbene nelle varie lingue essi siano pressoché rari, se non
inesistenti, a ben vedere; per termini simili ma non perfetti sinonimi, ovvero
tutti quei termini che esprimono delle sfumature diverse di significato ma si
riferiscono allo stesso referente/idea/ecc., l'indicazione con lo stesso
carattere accompagnato da segni opportuni che esprimano questa differenza di
significato.Gli aggettivi Tutti gli aggettivi derivanti da sostantivi sono da
indicarsi mediante l'apposizione di segni che ne indichino la funzione
sintattica. Il significato di 'terrestre' si otterrebbe con [carattere 'terra'
segno 'aggettivo'] e il risultato potrebbe essere qualcosa del tipo «Õ»,
considerando «*» simbolo aggettivale e «O» il carattere per la terra. Lo
studioso rende noto al lettore che vi è anche il caso contrario, ovvero quello
in cui il sostantivo deriva dall'aggettivo, ma, prosegue, poiché non in tutte
le lingue i processi di derivazione seguono le stesse vie e poiché in una
lingua inventata nessun senso ha curarsi dell'origine delle parole, ribadisce
che i caratteri di base costituiranno i sostantivi e quelli accompagnati dal
segno aggettivale gli aggettivi. Per la formazione dei comparativi è sufficiente
anteporre al carattere aggettivale i segni «+» (maggioranza) e «-» (minoranza),
del tipo intuitivo «+ [carattere che indica 'alto']» = 'più alto di' o «-
(carattere che indica 'alto']» = 'meno alto di'. Allo stesso modo, a discapito
forse della chiarezza espositiva, ma guadagnando in semplicità, si compongono
anche i superlativi relativi e assoluti. Non sono fornite indicazioni sui
comparativi di uguaglianza.Il numero Per esprimere il plurale di nomi,
aggettivi, verbi, pronomi è necessaria l'esistenza di un segno apposito; nel
caso in cui questo segno non sia scritto allora significa che il carattere in
questione esprime valore singolare.I generi La distinzione di genere nei nomi è
utile solamente nel caso degli esseri animali e fuor di questi ogni altro
carattere è di genere neutro e non deve riportare alcun segno. Il vantaggio è
che in questo modo, se un carattere è accompagnato dal simbolo del genere, si
potrà dedurre con sicurezza che si tratta di un animale o, in generale, di un
essere animato. Gli aggettivi seguiranno la stessa soluzione dei nomi che
accompagnano e gli avverbi si accorderanno ai nomi che sostituiscono, secondo
il genere e il numero.In via del tutto sperimentale, e in mancanza di esempi
concreti nell'elaborato di Soave, si propone una personale realizzazione in
lingua inventata di una celebre frase di Orazio, tratta dalle Epistole, che
Soave sicuramente conosceva poiché ne curò la traduzione in italiano: Caelum
non animum mutant qui trans mare currunto? La frase latina di Quinto Orazio Flacco
è tratta dalle Epistulae: 'coloro i quali corrono attraverso il mare, cambiano
cielo, non animo'] - e con essa egli ricorda ai suoi lettori che non si sfugge
mai a sé stessi.Supponendo di utilizzare dei caratteri imitativi per le parole
caelum (lett. it. 'cielo', ma qui vale in senso lato per 'luogo') e mare; un
carattere intermedio tra l'imitativo e il puro segno per il pronome qui (vale
per soggetto, it. 'coloro i quali'), per i verbi mutant (lett. it. 'mutano',
'cambiano') e currunt (lett. it. 'corrono', ma vale per 'attraversano');
caratteri alfabetici per indicare animum (it. 'animo', qui 'mente',
'pensiero'), risulterebbe allora qualcosa di simile: - ANIMUM F X" 0o
"Segni aggiuntivi sono il simbolo dei secondi (che si trova in apice dei
caratteri per 'mutant', 'qui', 'currunt') che aggiunge il significato di
plurale, e i punti sovrapposti ai caratteri dei verbi, che corrispondono a
valore transitivo quando sono doppi (anche in riferimento alla valenza
verbale), e a valore intransitivo quando sono singoli.In via teorica la lettura
e la composizione di questo tipo di linguaggio paiono facilitate dalla non
trascurabile componente intuitiva che la lingua comporta, grazie
all'introduzione di caratteri imitativi, lettere già note e segni ricorrenti che
ne modulano il significato; ma a ben vedere il risultato finale è più un rebus
che un codice che goda delle caratteristiche della semplicità e dell'esattezza.
Al netto delle sue stesse conclusioni in campo linguistico, Soave in persona
scredita l'idea che si possa realmente introdurre dal nulla una lingua studiata
a tavolino e pretendere che questa venga assimilata dalla popolazione. Peraltro
- aggiunge Soave -, nel caso fortuito in cui pure si riuscisse a diffondere un
tale codice, l'operazione non avrebbe nemmeno senso, perché equivarrebbe ad
adoperare una lingua gia esistente e ben rodata.La sua proposta a questo punto
restringe il campo d'azione, perché «Lascio la difficoltà di recarla fra i
popoli dell'Asia, dell'Africa, e dell'America, a' quali pure per essere
universale dovrebbe farsi comune. Qual commercio letterario, direte voi,
abbiamo noi coi Tartari, cogli Abissini, e cogli Huroni, onde importare ci
debba, che la nostra lingua da loro venga accettata? Or ben, e restringiamoci
pur soltanto all'Europa» Una volta ristretto il campo alla sola Europa, Soave
sostiene che una lingua internazionale (ma non più inventata a questo punto)
sarebbe utile affinché tutte le genti del Vecchio Continente possano intendere
le opere letterarie degli altri paesi senza dover ricorrere al sussidio di un
traduttore. Ma per far ciò ogni opera fino a quel momento composta ed edita
avrebbe dovuto essere riscritta nella lingua universale, e quale
paeserinuncerebbe a scrivere nella propria lingua madre? E qualora anche vi si
riuscisse, perché spendersi per inventarne una nuova e non utilizzare invece
una lingua già esistente? A questo punto pare evidente quindi che per Soave la
glossopoiesi ad uso internazionale non può essere accolta, non tanto per le sue
caratteristiche intrinseche che, anzi, sono da considerarsi più che valide, ma
quanto per l'inapplicabilità reale di tali sistemi linguistici dovuta a
problematiche di tipo sociale e di supremazia. Così sul finire delle
Riflessioni, e dopo aver descritto ampiamente il suo progetto di lingua,
l'autore rivela che l'unica lingua che davvero potrebbe - e dovrebbe -
definitivamente assurgere a internazionale è il latino, lingua già condivisa
dai dotti, ma, in fondo, senza nazione. Soave. Keywords: semantica filosofica.
Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Soave”. Soave.
Luigi Speranza -- Grice e Solari: la ragione
conversazionale dell’iustum/iussum, o il tutore fascista – la scuola d’Albino
-- filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Albino), Filosofo lombardo. Filosofo italiano.
Albino, Bergamo, Lombardia. Frequenta il collegio S. Francesco di Lodi retto
dai Barnabiti per poi proseguire gli studi a Messina, da dove poi si trasfere presso
Torino. Si forma nel laboratorio di economia politica di MARTIIS, per poi
scegliere la filosofia del diritto sotto la guida di CARLE. Anche membro di una
tra le istituzioni culturali più prestigiose a livello nazionale: i lincei.
Autore di un idealismo sociale e studioso di PAGANO, esponente della scuola di
filosofia del diritto di Torino, dove tenne questa cattedra quando succede a
CARLE all’anno in cui è sostituito da BOBBIO. Ha tra i suoi allievi lo stesso
BOBBIO, TREVES, SCARPELLI, GOBETTI, ENTRÈVES, PAREYSON, FIRPO, COLLI, LEONI,
EINAUDI, e GORETTI. Si dedica esclusivamente all'insegnamento universitario,
rifiutando qualsiasi incarico pubblico -- non diventa nemmeno preside della sua
facoltà --; le cattedre da lui ricoperte sono state nelle Messina, Cagliari e
Torino. Presta il giuramento di fedeltà al FASCISMO. Saggi: Il diritto naturale
nelle dottrine etico-giuridiche, Torino, Bocca; “L'idea individuale e l'idea
sociale nel diritto privato”; “Lezioni di filosofia del diritto” (A.T.U.,
Torino); “Filosofia del diritto privato”; “Lezioni di filosofia del diritto”;
“Studi storici della filosofia del diritto” (Giappichelli, Torino). Fiori, Il
professorie che dice "NO" al duce, in La Repubblica, Lezioni di
filosofia del diritto; Carle e Solari, raccolte da Bruno” (A.T.U., Torino); “Studi
storici di filosofia del diritto” (Giappichelli, Torino); “Nella cultura”
(Angeli, Milano); Contu, “Questione sarda e filosofia del diritto in S.”
(Giappichelli, Torino); Cugini, “Commemorazione” (Albino); “Agostino, Il
problema del diritto e dello STATO nella filosofia del diritto di Hegel
(Giappichelli, Torino); Firpo, La filosofia politica (Laterza, Bari). Treccani
Dizionario biografico degl’italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Lib.
doc. di Filosofia del diritto nella E Università di Torino C. LA SCU0LA r7
DELDIRITTO NATURALE NRLLE dottrine etico -giuridiclie dei secoli XVil e XVill
TORINO. BOCCA LIBRAI DI S. M. IL RB d'iTALIA ROMA MILANO FIRENZE Corse. 216
Corso Vittorio Em., 21 F. Lumacbi Sucu. Depoait. gener. per la Sicilia : O.
FIORENZA, Palermo -w«K«sp^^LA SCUOLA DEL DIRITTO NATURALE .NELLE DOTTRINE
ETICO-GIURIDICHE. Scienza e filosofia. La filosofia e la riforma cartesiana. Le
scienze morali e l’indirisso raiionale. Caratteri propri dei sistemi
metafisici. Valore e significato della scuola del diritto naturale. Il rapporto
tra morale e diritto secondo la scuola del diritto natnrale. La rinnovazione
delle scienze giuridiche e sociali e il grande lavoro. Essa segui
l'applicazione dell'indagine storica e positiva allo studio dei fatti morali e
sociali.. Le condizioni però che prepararono e resero possibile una tale
rinnovazione devono rintracciarsi nel periodo metafisico delle scienze morali
che segna il risveglio dell’intelletto umano in traccia di nuove direzioni air
infuori delle premesse teologiche e dogmatiche. Le grandi idealità
etico-giuridiche che vediamo affermarsi e svolgersi nel campo dei fatti colla
rivoluzione francese trovano la loro elaborazione astratta e ideale nei sistemi
filosofici che sbocciarono vari e numerosi in quell'epoca di rara fecondità
intellettuale che abbraccia questi tempi. Lo spirito anti-teologico penetra
allora nelle manifestazioni del pensiero nella sua duplice direzione, la
scientifica e la filosofica. Ma, nonostante questo carattere comune, per molti
altri rispetti filosofia e scienza tendevano a distinguersi e a contrapporsi,
generandosi tra esse un contrasto che solo in epoca vicina a noi doveva
comporsi. L'origine e i motivi del contrasto devono rintracciarsi nella
distinzione accentuata da Cartesio tra la mens e la res extensa, tra lo studio
della materia di cui si occupavano sopratutto le scienze e lo studio dello
spirito che parve costituire il campo proprio della speculazione filosofica.
Fin dal loro primo costituirsi le scienze bandirono ogni APRIORISMO teologico e
RAZIONALE. Esse si mantennero rigorosamente empiriche, oggettive, analitiche,
né intesero l'importanza e la necessità di una generalizzazione filosofica dei
loro risultati. Del resto nò lo sviluppo delle scienze e tale da comportare una
filosofia naturale, nell'indirizzo metafisico e razionale della filosofia puo
conciliarsi colle tendenze materialistiche della scienza. La separazione della
scienza dalla filosofia non e che l’espressione della concezione dualistica
dell'uomo e della sua natura, concezione che Cartesio e sul suo esempio i
cultori delle scienze naturali accentuano, certamente nell'intento di sfuggire
alla sospettosa vigilanza della Chiesa. Sta di fatto che le scienze incontrano
sempre minori resistenze da parte della Chiesa: ciò deve in gran parte
attribuirsi alla cura gelosa dei loro cultori di condurre l'indagine
scientifica con metodo rigorosamente obbiettivo evitando ogni discussione sulle
cause prime dei fenomeni studiati nonché sulle conseguenze ultime per le quali
dal campo solido e sicuro della scienza si passa nel campo infido e pericoloso
della filosofia. La scienza puo solo affermarsi e svolgersi assumendo veste e
significato anti-filosofico. La rinnovazione della filosofia iniziata da
Cartesio deve intendersi in un senso ben diverso da quello con cui e intesa la
rinnovazione della scienza, cosi come l'anima che forma il presupposto della
filosofia e concepita come un principio sostanzialmente diverso dalla materia,
oggetto dell'indagine scientifica. Mcntj'C neìÌQ scienze della natura contro
l'autoriià non pur della fede ma della ragione stessa pre^ialse l’autorità del
fatto osservato, nella filosofia la ragione sola non sorretta ne dalla
rivelazione né dall'esperienza sensibile divenne criterio di verità. Lo spirito
per altro della riforma cartesiana e profondamente sovvertitore. Per essa la
metafisica razionale assurgeva al grado di scienza prima, sostituendosi alla
teologia nel fornire alle altre scienze i principi primi: scossa la cieca fede
nell'autorità, le tendenze razionaliste e critiche dell'intelletto umano
potevano affermarsi in una serie indefinita di sistemi. Le conseguenze della
riforma cartesiana passano inavvertite finché essa non usce dal dominio
teoretico e metafisico: né si deve dimenticare che il metodo cartesiano
rigorosamente deduttivo ricorda nella forma lo scolastico, e della scolastica e
conservata la concezione psicologica. Il carattere innovatore della riforma
cartesiana comincia a farsi palese nelle sue applicazioni alle scienze morali.
I nuovi metodi in uso nelle scienze fisiche non si comprende come potessero
applicarsi alla scienze morali. Tali metodi parvero propri delle scienze il cui
oggetto e la natura, in guisa che alle stesse menti più spregiudicate e
indipendenti da preconcetti teologici non balenò l'idea, famigliare nei tempi
moderni, di considerare le scienze morali alla stregua delle scienze fisiche e
naturali. A ciò si oppone la concezione psicologica dell'anima sostanziale,
fornita di facoltà intellettive e volitive, fondamento delle scienze teoretiche
e pratiche. Tale dottrina psicologica continua ad essere la premessa delle
concezioni etico-giuridiche che si originarono dalla riforma cartesiana. Nel
sistema del Wolff, che riassume il lavoro filosofico anteriore, la psicologia
figura ancora pressoché inalterata nelle sue basi tradizionali. Si comprende
quindi come le scienze morali dovessero assumere veste e carattere metafisico e
colla filosofia trasformarsi sulle basi del razionalismo critico. Troviamo
pertanto due elementi nelle discipline morali e giuridiche: un elemento
tradizionale costituito dalla concezione psicologica deiraniraa e delle facoltà
concepite come forze generatrici di tutti i fatti dello spirito: un elemento
nuovo, implicito nella riforma cartesiana, secondo cui la ragione umana e fatta
capace di trovare i principi delle scienze dello spirito all'infuori della
religione e dell'autorità. È bene però fin d'ora notare che assai prima della
riforma del metodo filosofico per opera di Cartesio, le scienze giuridiche,
sotto l'influsso delle condizioni storiche e sociali mutate, hanno iniziato la
loro trasformazione in senso razionale. Le scienze morali nel loro primo
costituirsi a scienze autonome e indipendenti mostrarono la spiccata tendenza a
modellarsi sulle scienze matematiche e geometriche. Il carattere deduttivo di
queste scienze, la forza di evidenza che scature dalle loro premesse e
dimostrazioni le rendeva particolarmente attraenti in un'epoca in cui la
speculazione anda razionalizzandosi. Meglio di ogni altra scienza esse mostrano
la forza e la potenza dell'intelletto umano, fatto capace di costruire colle
sole, sue forze un edificio mirabile per precisione, simmetria, eleganza. Parve
che un analogo procedimento puo applicarsi alle scienze dello spirito e che
basta andar in cerca di idee chiare e distinte per trarre da esse un sistema
filosofico capace di resistere agli assalti del dubbio e della critica. E per
circa due secoli assistiamo a una singolare fioritura di sistemi metafisici,
che hanno comune fondamento l'ipotesi, essere le leggi dello spirito umano e
collettivo generalizzazioni conseguite mediante lo studio dei fatti della
coscienza individuale e collettiva. Si define l'uomo, lo stato, la società, il
diritto, il bene supremo astrattamente all'infuori della realtà psicologica e
storica. Per lo più il principio da cui si move risponde al consentimento
universale o si fonda sull’OSSERVAZIONE INTERIORE (INTROSPEZIONE) e
necessariamente unilaterale dello spirito umano: talvolta gli stessi principi
tradizionali, spogliati di ogni veste dogmatica servono di fondamento alla
deduzione che procede rigorosa sdegnando il controllo e la verifica dei fatti.
La fctj ultura logica e sistematica è costante carattere al quale si riconosce
la dottrina metafisica, che si presenta in un numero grande di sistemi,
riflettenti le variabili condizioni d'animo e di mente del filosofo. Lo stesso
principio si presenta in forme e gradazioni diverse per il concorso di cause
soggettive indefinibili. La potenza dell'intelletto misura l'altezza talvolta
vertiginosa delle concezioni metafisiche, che procedono, sotto l'azione della
logica interna che le incalza, senza limiti prestabiliti, senza freni di sorta.
A noi è facile rilevare l'errore di tali costruzióni metafisiche. Come già
Aristotele e più ancora gli scolastici, questi metafisici fanno consistere la
conoscenza nella generalizzazione logica, la quale consiste nel ricondurre un
concetto più determinato a un concetto meno determinato ma più esteso. Per
essi, dice Masci – Logica, Napoli, Pierro --, la lerie logica dei concetti e la
serie reale coincidono e l'universale è causa. Tale generalizzazione ha come
risultato un astratto, un genere, un'entità mentale che contiene meno dei
particolari dai quali è astratto e come tale non può servire a intendere e
spiegare la realtà complessa e concreta. Ben diversamente procede la
generalizzazione nelle matematiche e nelle scienze naturali. Una formula
matematica o una legge scientifiche e una generalità comprensiva, cioè non
contengono meno ma più della formula che ne derivano, o dei casi particolari da
cui la legge e indotta. Il diritto di natura, l'uomo di natura, lo stato e la
società di natura sono le idealità astratte da cui trassero alimento i sistemi
etico-giuridici. E però errore paragonare le discussioni sul diritto naturale
con quelle scolastiche sui generi e le essenze delle cose. Le teorie sul
diritto naturale acquistano un valore speciale per l'epoca in cui sorsero, per
le condizioni sociali e politiche che le generarono, per le conseguenze che ne
derivarono. Tali teorie non sono né vane né inutili. Esse sono l'espressione di
bisogni reali, di tendenze prepotenti, d’istinti mal repressi di rivolta, di
reazione contro il passato. Esse ufFermavano la volontà di sciogliersi per ciò
che riguarda la vita morale e giuridica dalle tradizioni, dall'influenza
oppressiva dello stato e della Chiesa, alleati a danno doir individuo e della
sua libertà esterna e interna. Esse nascondeno un'idealità vivamente sentita
che tende a tradursi nel dominio del reale. In esse si sente l'eco dell'anima
moderna che sdegna i vincoli creati dal privilegio o dall'interesse, che astrae
dalla realtà oppressiva e anela a un sogno lontano di uguaglianza, di felicità,
di pace. Sotto questo aspetto la dottrina del diritto naturale è in sommo grado
significativa e può essere studiata con utilità e interesse anche nei tempi
nostri non foss'altro per la corrispondenza con le odierne idealità sociali che
preparano, come quella, nuove condizioni del vivere collettivo. Colla, scuola
del diritto naturale acquista particolare importanza la questione dei rapporti
tra la morale. e il diritto. Sotto le parvenze di una discussione teorica essa
implica una grave questione di indole POLITICA, dalla cui soluzione dipende il
raggiungimento di quelle idealità che costituivano la ragion d'essere della
scuola del diritto naturale. Il terreno per una separazione della morale dal
diritto e stato preparato dalla Chiesa stessa, la quale per le sìie finalità
religiose richiamando di continuo l'individuo alla spontaneità e alla
indipendenza della vita interiore da ogni costringimento esterno, ha
efficacemente contribuito ad acuire il senso della personalità e della
resistenza contro qualsiasi imposizione di autorità esterna fosse essa
ecclesiastica o politica. Il movimento protestante intese appunto a emancipare
la coscienza individuale dalle imposizioni arbitrarie della chiesa romana. Se
la riforma e da un lato un grido di protesta contro gl’abusi di autorità
compiuti dalla chiesa a danno di quella libertà di critica che anche in materia
religiosa deve essere riconosciuta all'individuo, la scuola del diritto
naturale insorge dal canto suo contro le pretese dello stato di invadere colla
sua legge il campo riservato alla religione e alla morale, di penetrare cioè in
quella sfera di interiorità che deve essere sottratta all'azione dello stato e
del diritto come quella che costituisce la garanzia dell'individuo e della sua
libertà interiore contro lo stato. La scuola del diritto naturale intuì che
nella questione dei rapporti tra diritto e morale e implicita quella dei
rapporti tra l'individuo e lo stato, e tale questione in un'epoca in cui
l'individuo scende in lotta contro lo stato in difesa dei cosidetti diritti
naturali, che sono in realtà i diritti di personalità, assume significato
particolare. Ciò serve in parte a spiegare l'importanza assunta dalle dottrine
giuridiche su quelle strettamente morali e teologiche. I principi morali non
sono in discussion Ci nò si vagheggiavano riforme morali. La morale evangelica
risponde pur sempre alla coscienza etica generale: e se troviamo per parte dei
filosofi tentativi diretti a dare alla morale un fondamento razionale, bisogna
riconoscere che tali tentativi non riuscirono a scuotere la base dogmatica
della morale, in ordine alla quale la chiesa, fosse cattolica o protestante,
continua a esplicare un'azione decisiva e quasi incontrastata. La questione
dell'epoca più che morale e POLITICA e sociale. La chiesa stessa più non puo
opporre eflìcace resistenza al sorgere di nuove teorie tendenti a delimitare
l'azione dello stato nei suoi rapporti coll'individuo. Qualunque sia il
giudizio che sull'opera della scuola del diritto naturale si può arrecare, sarà
pur sempre per essa titolo esclusivo di merito l'aver efficacemente contribuito
a quel processo di differenziazione per cui il diritto distinguendosi non pur
dalla religione ma anche dalla morale, ha acquistato un suo contenuto
specifico. Epperò a nostro credere il valore e il significato delle dottrine
etico-giuridiche sorte nei secoli XVII e XVIII è misurato dal grado con cui
seppero tale distinzione porre e accentuare. ar3W8S5Fl*«f r che mentre regolano
i rapporti di coesistenza tra le due autorità, serveno di norma alla condotta
degl’individui e degli Stati. AQUINO (si veda) ed ALIGHIERI (si veda)
personificano in sé le due correnti e diedero alla morale e al diritto un
significato rispondente al modo diverso con cui intendeno il rapporto tra
chiesa e impero. AQUINO riassunse nell'opera sua monumentale tutti gli sforzi
della scolastica diretti a conciliare il cristianesimo colla filosofia, la
rivelazione colla ragione, lo spirito colla materia, la terra col cielo. Ma
tale conciliazione suona per AQUINO subordinazione e talvolta sacrificio e
disconoscimento dei diritti della ragione, degli interessi umani e civili alle
esigenze religiose e teocratiche. Ciò deve dirsi sopratutto in ordine alle
scienze morali, che dovendo tradurre nei fatto gli ideali cristiani,
abbisognavano di un fondamento saldo ed incrollabile. La volontà divina è fonte
per gli scolastici di ogni moralità pubblica e privata. Il rapporto tra
religione e morale non destò interesse di sorta nel Medio Evo, tanto e
universalmente radicata l'opinione che la morale dove trarre dalla religione il
suo fondamento, le sue sanzioni. Gli stessi avversari più risoluti della chiesa
non sollevarono dubbi al riguardo. Il compito della filosofia in ordine alla
morale si riduce pertanto a dar forma e veste razionale alle massime
evangeliche, e tale e il lavoro compiuto d’AQUINO, le cui dottrine morali
mentre dominarono incontrastate nel Medio Evo, sono destinate ad esser in ogni
tempo abbracciate da quanti non vogliono appagare la ragione col sacrificio
delle credenze religiose. Maggiore interesse doveva destare il rapporto tra morale
e diritto, come quello che si riconnette al dissidio tra potere laico ed
ecclesiastico. Non bisogna dimenticare che nel Medio Evo il diritto appare
generalmente come l'espressione della autorità civile, mentre in fatto di
morale domina incontrastata l'autorità della chiesa. Tale stato di cose provoca
un secreto dissidio tra la norme giuridica e la norma morale, dissìdio che
teologi e difensori dell'Impero cercarono siastica e laica, di cui l’una
disconosce i diritti della ragione e della società civile, l'altra troppo
servile alla tradizione romana non e riuscita a raccogliere a sistema le sue
dottrine, ALIGHIERI si interpone sovrano. Come nel suo poema cerca di
conciliare gl’interessi del corpo con quelli dello spirito sulla base della
mutua indipendenza e correlazione, cosi nel risolvere la questione dei rapporti
fra i due poteri egli mette in rilievo l’azione morale della chiesa di fronte a
quella dello stato, la cui attività si esplica sopratutto mediante il diritto.
Nel campo morale ALIGHIERI, se si toglie qualche fugace accenno ad una morale
più larga e umana, si mantiene rigorosamente stretto ai principi e alle
dottrine scolastiche: ma ciò non fa che accentuare viemeglio la sua
indipendenza e originalità di criterio nel trattare la natura del diritto in
ordine ai limiti e alle funzioni dello stato. ALIGHIERI più che giureconsulto è
filosofo del diritto; l'importanza della definizione che di questo diede sfuggi
forse a lui stesso, certo non e compresa dai contemporanei e dovettero passare
molti secoli prima che per opera di VICO il suo concetto e raccolto e
sviluppato. Per ALIGHIERI il diritto scaturisce dalle condizioni sociali, esso
è un vinculum humanae societatis inteso a mantenere tra gl’uomini associati
l'equilibrio, che le inevitabili disuguaglianze umane tendono di continuo a
rompere. Esso non ha origini soprannaturali, più che al perfezionamento
dell'uomo singolo tende al progresso della società, di cui è norma direttiva la
legge, destinata ad attuare quel concetto di misura, di proporzione, di equilibrio
che sta a fondamento del diritto. Se da un lato ALIGHIERI riconosce come
precipuo scopo della morale l'attuazione della virtù e nel suo poema si pro-
[CARLE, Vita del diritto, Così Dante defiaisce il diritto : las est realis ac
persona lisbomiuia ad hominem proportio, qino servata hominnm societatem
conserva t, corrnpta corrumpit -- De Monarchia. La legge è da lui deli n ita :
regala directi va vitae — la ginstizia poi è, secondo ALIGHIERI € quaedam
rectitado sive regala, obliqaam hinc inde abiiciens. a quelli deplorati
d’ALIGHIERI in ordine alla confusione del potere laico e religioso. Tale
corrispondenza accresce- valore ai suoi argomenti, alle sue dottrine, le quali
possono ancor oggi utilmente concorrere alla soluzione della dibattuta
questione. Il tentativo d’ALIGHIERI di gettar le basi di una filosofia
giuridica, non e coronato da successo. E l'opera di un genio che precorre i
tempi. Il seme però da lui posto, gelosamente custodito per tradizione non
interrotta, e raccolto nell'età moderna e concorse efficacemente allo sviluppo
della filosofia etico-giuridica ITALIANA. Dopo ALIGHIERI, le due correnti
ripresero ciascuna la propria via; l'ostilità si fa più viva, le differenze più
profonde. I giuristi con BARTOLO e BALDO si mantennero sopra un terreno
esclusivamente pratico, sdegnando le teorie, e rifuggendo da qualsiasi
tentativo di raccogliere a sistema filosofico le loro idee. Libero rimase il
campo alle teorie etiche e giuridiche d’AQUINO. La Chiesa dominando sovrana nel
campo dei fatti e in quello delle intelligenze fini per creare intorno a sé una
legislazione, una scienza e un'arte a base teologica; sull'ordine religiosa si
volle foggiare non solo l'ordine morale, ma ancora l'ordine giuridico e
sociale. La teologia scolastica parve assorbire tutte le altre scienze nella
propria grandezza. Ma all'occhio dell'osservatore attento non riusce diffìcile
scoprire nel seno stesso della teologia, il germe della decadenza, dovutar alla
esagerazione del principio a cui si informava. Particolarmente dissolvitrice e
l'opera dei nominalisti nelle scienze morali. Essi sono i difensori
dell’indeterminismo etico, in quanto considerano la volontà assolutamente
libera, non mossa né dalla ragione né dalla divinità, e riponeno l'eccellenza
morale nella conformità tutta esteriore ai precetti religiosi e morali. Per tal
modo l'etica cristiana si laicizza, nonostante la proclamata obbedienza
assoluta in materia religiosa. Duns Scotus e GuCarle. nasconde una nuova
orientazione della mente umana di fronte ai problemi della natura e della vita.
In ordine sopratutto alle scienze morali, il naturalismo e l’umanesimo sono tra
i prodotti più notevoli del rinascimento. La natura colla ricca varietà de'
suoi fenomeni attrasse gli spiriti irrequieti, infiammandoli di sé, e sottraendoli
alla contemplazione della vita celeste. La scolastica trascura e disprezza lo
studio della natura. Gli spiriti religiosi del Medio Evo guardano alla natura
con un senso di misterioso terrore, quasi presagissero il pericolo che dal
penetrarne i misteri puo derivare alle loro credenze. Ma per l’uomo moderno lo
studio della natura e la palestra nella quale prima si addestra all'infuori del
campo chiuso della scolastica. Tale studio dove pertanto assumere particolare
carattere antireligioso e antiteologico: aprendo la via alle invenzioni e
scoperte, costituiva un grave pericolo per il principio di autorità e per la
rivelazione. L'umanesimo accenna alla profonda modificazione che il concetto
dell'uomo, della sua natura, della sua finalità subiva nel Rinascimento. Il
corpo rivendica impaziente i suoi diritti da secoli conculcati; le
soddisfazioni dei sensi non trovano più alcun ritegno. Un senso nuovo di
umanità si diffuse in aperto contrasto coll’ascetismo medievale. La vita
terrena non più coordinata colla futura, cessa di apparire un mezzo per
acquistare una finalità sua propria. Il desiderio di vivere in un mondo le cui
bellezze si svelano sempre più attraenti allo sguardo, di soddisfare stimoli a
lungo repressi oppera indomiti, il ridicolo gettato a larga mano sulle idealità
che formano la delizia del Medio Evo, finirono per dar vita al SENSUALISMO
morale, più che esposto nei saggi praticato nel fatto, al quale non riusci a
sottrarsi neppure la Chiesa. La filosofia dell’ORTO nella sua parte meno
nobile, e nel suo significato volgare, divenne l'ideale morale del
Rinascimento. Quest'ultimo trova nello stato delle coscienze un terreno
predisposto al suo sviluppo, opperò si comprende come la morale, SI Le idee
morali che si generarono dalla riforma e dal rinascimento non sono raccolte a
sistema filosofico: ciò in parte si deve alla chiesa di Roma che dopo di avere
riformato sé stessa, inizia un movimento di reazione contro lo spirito del
rinascimento e il moto protestante, in parte si deve allo spirito non meno
intollerante ed ascetico delle nuove confessioni religiose. Gl’audaci tentativi
di pensatori forti e originali, quali TELESIO (si veda), BRUNO (si veda), e
CAMPANELLA (si veda) sono soffocati: ad essi rimase la gloria di esser stati i
precursori perseguitati e incompresi dei metodi e dei sistemi filosofici
dell'età moderna. L'Etica e soprafatta dallo spiritualismo risorgente, e rimane
asservita alla-religione. Il protestantesimo non fa che ribadire tali vincoli e
ritardarne l'emancipazione. Le voci che invocano per la morale un'esistenza
indipendente dalla religione non mancano. Montaigne e Charron in Francia, BRUNO
in Italia, pensano e scriveno in tal senso. Ma passano per sovvertitori della
religione e della morale e i loro sforzi, rimasti isolati, non esercitarono
azione efficace sul progresso scientifico della morale. Su quest'ultimo
esercita un'influenza diretta e decisiva il rinnovamento delle scienze
giuridiche, le quali nel costituirsi a scienze filosofiche indipendenti
attrassero nell'orbita loro la morale, sottraendola cosi lentamente all'azione
della religione e preparandone la definitiva emancipazione. Nel Medio Evo non
si e formato un diritto filosofico distinto dalla morale, e le scienze
giuridiche propriamente dette si riassumevano nell'opera dei pratici intesa a
piegare la norma di DIRITTO ROMANO agl’usi, consuetudini, statuti che la
scomposta vita medievale genera. Ma tale lavoro di adattamento a misura che i
tempi progredeano, e le condizioni sociali si modificano si fa sempre più
diffìcile e ingrato. Col Rinascimento sorge tutta una nuova schiera di
giureconsulti che Vico chiama FILOLOGI. Non distratti dai bisogni della
pratica, essi si preoccuparono solo di FAR RI-VIVERE IL DIRITTO ROMANO nelle
sue fonti e ne' suoi testi antichi, che 2à — )0 e degl’interpreti hanno
profondamente di revisione e di ricostruzione storico-filo>mpiuta, segna
un'era nuova negli studii di la se e di grande giovamento alla conoscenza fonda
dei testi dell'antico diritto, essa scredo dei pratici, accentuando la discrepanza
tra e le condizioni nuove di vita sociale, rendeva 3rso a nuovi principii
giuridici. E questa e >nza finale a cui porta la riforma combate teocratiche
della chiesa e la sua azione 30 e sociale. Ma più che tutto e stimolo detudio
filosofico del diritto la formazione degli toria della CONVIVENZA SOCIALE il
Medio Evo periodo di transizione dalla città antica allo lotto un aspetto esso
e un crogiuolo in cui si venne dissolvendo ne' suoi elementi priun altro
aspetto e un periodo di incubazione ma di convivenza sociale. Il feudo prima,
il versi per origine, costituzione, carattere si -zionarsi della sovranità in
un numero grande azioni politiche, che di fatto viveno di vita idente. Dai
feudi e dai municipii in perpetua vennero svolgendo gradatamente organismi t
seconda della prevalenza dell'elemento feu5, si dissero contee, signorie,
principati. Queste associazione politica in Italia si mantennero 3 prepararono
l'asservimento allo straniero; bissate e abbattute dal potere regio risorto,
ritto di sovranità. Dall'azione concorde del polo si formano pertanto lo STATO
moderni, itrati e con carattere nazionale. 4c Lo Stato Carle, occupa un posto
di mezzo fra il t., particolarismo del Medio Evo, rappresentato dai feudi e dai
municipii, e il cosmopolitismo della chiesa e dell'impero. Sorto nelle lotte
tra la chiesa e l’impero, lo stato si mantenne ugualmente lontano dalle
dottrine teocratiche e dalle tradizioni romane. Né le une nò le altre potevano
efficacemente concorrere al lavoro di organizzazione interna, di unificazione
legislativa, giudiziaria, amministrativa dello stato. Del tutto insufficienti
apparvero quando si pose il problema dei rapporti di reciproca convivenza fra i
diversi stati, sorti dallo sfacelo dell'unità medievale. In occasione di esso
sorsero i giureconsulti filosofi e i primi sistemi di filosofia del diritto. La
violenza, l'astuzia, la frode, come servirono a formare lo stato, cosi
costituirono l'arte di governo a cui principi e sovrani apertamente ricorsero
per consolidare e conservare il potere, il MACHIAVELLI e maestro insuperato di
questa politica violenta e immorale che si inspira solo alle dure necessità dei
tempi. In ogni epoca l'intelletto umano traviato dall'ambiente e dalle
condizioni di vita esteriore, si rigenera e si apre nuove vie astraendo dalla
realtà, rifacendosi a certi principii generali che rimangono pur sempre
patrimonio inalienabile della natura ragionevole dell'uomo. La ragion naturale
e la fonte da cui i giureconsulti filosofi trassero norma e criterio a regolare
la vita dello stato. Si venne per opera loro formando una scienza nuova, detta
del diritto naturale la quale, nel suo comparire, parve riconnettersi ai
concetti del IVS GENTIVM e del IVS NATURALE elaborati dai giureconsulti ROMANI
nell'ultima fase di sviluppo dell'antico diritto. L'espressione jus gentium
significa dapprima presso i Romani i principii di diritto che il magistrato e
chiamato ad applicare quando non essendo comune alle parti in causa la qualità
di cittadino romano, e inapplicabile lo jus civile. Praticamente, lo IVS
GENTIVM comprende i principii di diritto comunemente ammessi e riconosciuti da
tutti i popoli coi quali I ROMANI sono più a contatto . Lo jus gentium non ha
il Bitohiei Naturai righta, London, IC 3 determinato del jus civile : applicato
sopra argo, regolando rapporti più complessi dove ispirarsi all'equità e nel
fatto accostarsi al e dì NATVRA, che I ROMANI hanno appreso eca. Lo IVS GENTIVM
fini per confondersi col jus colTestensione progressiva della cittadinanza, e
differenze politiche tra le varie parti delsto xeanQ a comprendere popoli
diversi per li, leggi : allora si forma nel seno dei giureetto largo e generale
del IVS NATVRALE che Ulr. QVOD NATVRA OMNIBVS ANIMALIBVS DOCVIT. generalità e
indeterminatezza e suscettibile iplicazione. In ROMA quindi lo IVS NATVRALE e
ossario delle speciali condizioni politiche deisi svolse per gradi dal jus IVS
CIVILE e dal jus etti di jus gentium e di jus naturale risorgono carattere e
significato diverso. Nel 500 lo jus come in Roma la generalizzazione del
diritto appresenta da un lato un indirizzo di riforma, lisce una fonte di
diritto affatto nuova, che il i rapporti fra LO STATO ROMANO e un’altro stato,
da poco tempo costisaria. Epperò lo IVS NATVRALE e dapprima invoi rapporti di
pace e di guerra fra LO STATO ROMANO e un altro stato, gentium, che corrisponde
solo di nome al jus nani, e che meglio potrebbe chiamarsi un jus azionale.
Questo nuovo IVS GENTIVM ha caie in quanto la sua norma si inspira ai a retta e
illuminata ragione voleva applicati i diversi Stati. Se non che lo IVS NATVRALE
pur tosse da rapporti di carattere pubblico interiva un nuovo metodo nel campo
delle scienze ava le basi filosofiche del diritto, e fini per ipo del diritto
privato, sottoponendone a re- morale stessa. Il perfezionamento deiruomo-individuo
interessa cosi come interessano le questioni attinenti la olitica e giuridica
degli Stati: la vita contemplativa di apparire come l'ideale della perfezione,
e si comincia ire LA NECESSITA DI FORMARE PIU CHE L’UOMO, IL CITTADINO --
l'uomo nella pienezza de' suoi DIRITTI CIVILI E POLITICI: moriva lo svolgersi
delle dottrine giuridiche, così come icuranza degli interessi terreni favori
nel Medio Evo fezionamento interiore dell'uomo, da cui si svolge la vita Né
solo ad una inversione del rapporto tra morale e ) assistiamo nel passaggio
dall'Evo medio al moderno, l una totale confusione di criterii e di principii
tra le 3ienze: nel Medio Evo la confusione si avvera a tutto ^io della morale,
nel 500 assistiamo al sacrificio di ultima agli interessi del diritto. Tutte le
opere sul dinaturale presentano uno spiccato carattere di indistinfra la morale
e il diritto, e ben può dirsi in linea ge) che la scuola metafisica non riuscì
a distinguerne aente i rispettivi dominii, malgrado gli sforzi fatti da ) de'
suoi più celebri rappresentanti. Pure anche la scuola metafisica ha la sua
impornello studio dei rapporti tra morale e diritto. Sorta in zione allo
spìrito teologico, essa raccolse anzitutto i suoi nel trovare alle scienze
morali una base indipendente religione. Era questo compito delicato e
difficile, se si alla natura della questione, all'opposizione vivissima diverse
chiese, cattolica e protestanti, mossero a quanti ano in dubbio il loro diritto
a regolare la condotta, alla one grande delle tradizioni spiritualiste, che
nell'età na trovano nuovi e autorevoli rappresentanti. Né qui 5stò l'opera
della scuola metafisica. Essa affronta la quedei rapporti tra morale e diritto,
che teologi e cultori ritto naturale continuano per cause diverse a manteconfusi.
Essa si rese esatto conto delle conseguenze ulche datale indistinzione puo
derivare nel definire ti dell'azione dello Stato. Il modo di intendere l'uomo e
la sua natura può assumersi a criterio di classificazione dei diversi indirizzi
che in ordine al rapporto tra morale e diritto sorsero in seno alla scuola
metafisica. Grozio e la sua scuola traggono dalla natura socievole dell'uomo il
fondamento delle loro concezioni etico-giuridiche. Nella storia del rapporto
tra morale e diritto essi rappresentano l'indirizzo giuridico più che
filosofico. Ma il concetto da cui movevano se giova agl’interessi del diritto,
disconosce le energie intrinseche dell'uomo da cui si svolge la vita morale.
Hobbes e in genere i filosofi inglesi fondano la distinzione tra morale e
diritto sulla natura egoistica dell'uomo, e rappresentano l'indirizzo
utilitario e individualista. L'indirizzo cartesiano, che culmina in Kant, eleva
e nobilita la ragione umana, la quale cerca in sé stessa un precetto categorico
e assoluto, che possa esser posto qual fondamento all'edifizio morale e
giuridico. Da ultimo questi diversi concetti, entrando come elementi
costitutivi della filosofia francese, gettano le basi di una FILOSOFIA SOCIALE,
da cui traggono vita e significato la morale e il diritto. Questi diversi
indirizzi derivano il loro carattere metafisico dal concetto imperfetto o
parziale, che si formano della natura umana: con tutto ciò si collegano
strettamente colle vicende storiche e politiche dei tempi e dei paesi che li
produssero: più particolarmente essi preparano quelle premesse teoriche che la
rivoluzione francese cerca tradurre nella realtà. analizzata nella .sua
essenza, ne' suoi elementi costitutivi, essa parve fornire i principii atti a
regolare la vita degl’individui e degli Stati. Tali principii, superiori alla
volontà degli uomini, non soggetti alle mutevoli vicende storiche, trovavano
nell'ordine stesso delle cose create la loro base salda e incrollabile. Si anda
cosi generalizzando il concetto del diritto naturale, espressione ultima
dell'ordine dell'universo nel campo dei rapporti individuali e sociali. Mira
costante dei cultori del diritto naturale e di risalire, mediante un processo
di astrazione rigorosamente applicato, dall'uomo storico quale nella realtà si
presenta co' suoi vizii, abitudini, pregiudizii, tradizioni, costumanze
all'uomo naturale, quale appariva al lume di una ragione illuminata, spogliato
delle qualità e determinazioni successive che sono l'opera lenta ed inevitabile
del tempo e della storia. L’uomo naturale venne pertanto a contrapporsi
all'uomo storico, come l'ideale al reale, l'astratto al concreto, l'universale
al particolare, l'assoluto al relativo. Si comprende allora come il diritto
dove intendersi, l'insieme della norma e delle facoltà spettanti all'uomo
naturale, e a somiglianza di questo dove considerarsi assoluto, immutabile,
universale, in contrapposto al diritto storico, quale era inteso dai
giureconsulti pratici e filologi. La ricostruzione dell'uomo naturale dischiuse
la via alla concezione dello STATO DI NATURA. Si ricostruì l'uomo collettivo
cosi come si e fatto per l'uomo singolo. Le tristi condizioni politiche del 500
parvero giustificare la credenza in una profonda alterazione della società
umana quale là natura e la ragione consigliano, opperò fa sorgere il concetto
di UNA SOCIETA IDEALE, riunione di UOMINI REGOLATI NEI LORO RECIPROCI RAPPORTI
da una norma del diritto naturale e contrapposta alla società storica e reale.
Nel concetto largo e indeterminato che dell'uomo e dello stato di natura si
formano i giureconsulti e i filosofi, noi possiamo riscontrare la causa
originaria della confusione tra morale e diritto. Questi due concetti a misura
che si allonrealtà storica tendono a confondersi in una iella quale scompaiono
le differenze specifiche, ridica, quando si derivi non dal concetto di aimente
organizzata, ma dall'uomo individuo e ira, facilmente assume forma e contenuto
etico, natura, concepito all'infuori di ogni organizzagenerava rapporti di
carattere morale più che iva lo svolgersi di doveri più che di obbliga- iparsi
del diritto naturale sono non i filosofi, iulti. Trionfando dei tentativi e
delle incertezze Grozio inizia il nuovo indirizzo nello tto. Contro di lui
uscirono dal seno della chiesa sitori, di cui e mira costante la conciliazione
eriche sul diritto naturale colle dottrine reliali. Nelle vicende di queste due
scuole, si riasione giuridica nelle scienze morali, in cui vive ed esplica la
sua attività Grozio il periodo delle lotte religiose e dei contrasti quali lo
stato parvero uscire rifatto alle fondamenta. Tutto si rinnova nel periodo
chiude colla pace di Westfalia; il lavoro di diversi elementi dapprima
contrastanti, è comi di guerra, l'arte di governo, si trasformano geniale di
uomini quali Richelieu, Gustavo). Al succedersi non interrotto di uomini
illustri la politica nel campo dell'azione, fa riscontro pensiero la prevalenza
quasi esclusiva degli se politiche e sociali.Grozio ha un'imjerto minore di
quella dei grandi dell'età sua, iicU et comaais utilitatis causa sociatus.
della norma proposta per farla considerare giuridica. Né meno profondamente
radicata e l'idea che la vita morale si concentra nell'individuo, al cui
perfezionamento interiore dove sopratutto mirare: opperò e naturale la tendenza
a considerare come giuridica ogni norma diretta a regolare rapporti esterni
sorgenti tra gli individui, o tra questi e lo stato, o sopratutto tra Stati
diversi, senza por mente che tali norme si traevano da quello stesso principio,
da cui in epoca non di molto posteriore altri avrebbe derivato la vita morale.
Grozio pur assecondando l'indirizzo generale favorevole alle costruzioni
astratte, tradisce la naturale tendenza del suo ingegno verso gli studii
giuridici. Grozio riconosce l'importanza decisiva della tradizione e dell'autorità
nel determinare i rapporti di natura giuridica, intravede la distinzione tra
morale e diritto quando osserva che la morale è inseparabile dalla religione e
là ove parla di un diritto nel suo vero o stretto senso {eius juris qvtod
propìzie tali nomine appellatur) e di un diritto in un senso improprio, che noi
meglio faremmo rientrare nel campo della morale. Ancora distingue Grozio tra
ciò che è dovuto per debito di giustizia e ciò che è dovuto per motivi di
liberalità, misericordia, affetto, ossia per obbligo morale. Il dominio di sé e
dei propri appetiti costituisce per Grozio un obbligo che non può imporsi né
per forza d'armi. Proleg. $ 2, n. 2: altrove osserva ohe le verità del diritto
sono tali ohe anche l'ateo è costretto ad ammetterle e praticarle. Cfr, Op.
cìt. Proleg. $ 8, 9, 10: al $ 44 dice: « cum injtistitia non aliaju naturam
habeat qnam alieni umrpationem ecc. ». Con tale espressione Grozio coglie la
vera natura del giusto e dell’ingiusto. Cfr.: Illud quoque sciendum, si quia
quid debet non ex justitia propria sed ex virtute alia, puta liberalitate,
gratia^ misericordia, dilectioue, id sicut in foro exigi non potest, it^ nec
armis depoaci. Altrove fa rientrare il dovere di allevare i figli nella sfera
del diritto in seuao ampio, oasia della morale. Si noti che Grozio non parla
nell'opera sua di doveri : il ano silenzio prova ch'egli li escludeva dal campo
della filosofia giuridica, e li considerava appartenenti alla religione o alla
morale. irtù di legge. L'adempimento di tale obbligo, se può nella sfera del
diritto naturale largamente inteso, interessare che indirettamente l'ordine
giuridico)onde si vede che Grozio intuì le esigenze della vita e tra i cultori
di diritto naturale solo seppe evitare :uenze estreme, a cui conduceva
l'applicazione del azionale in ordine al diritto, meritandosi giustamente il
nome di giureconsulto del genere umano, tezza che Grozio dimostra nel
distinguere la morale to, si riflette nella determinazione dei rapporti tra ) e
Stato. Secondo la dottrina di Grozio lo Stato non istenza e una realtà propria,
distinta dagli individui impongono. Lo stato deriva la sua esistenza da UN
PATTO VOLONTARIO che gl’uomini, seguendo i dettami della stringono tra di loro
per conseguire gli scopi propri SOCIETA RAZIONALE, la pace e la sicurezza. Di
qui zione di uno stato immutabile ne' suoi diritti e nelle igazioni, la cui
opera è intesa ad attuare l'utile cobene pubblico. Pur riconoscendo il
carattere astratto irio di tale concezione, non può negarsi l'idea feconda ssa
si conteneva, esser lo Stato distinto e indipenLlla persona del principe.
Fondando la Stato sopra 3 razionale e immutabile, scuotendo dalle fondamenta e
comune al suo tempo che lo personifica nel prin)zio sottraeva lo stato alle
vicende dei governanti, lastie, delle forme di governo; determinando i limiti
lizioni per l'esercizio della sovranità, egli pronuncia,nna della tirannide e
dei governi assoluti. Grande pertanto viene ad essere l'importanza di Grozio
)ria delle scienze morali. Per apprezzarlo al suo giusto Proleg, ove P A.
afferma che IL PATTO origiuò civile e la società civile. Op. cit., ove tratta
della coudizioiie giuridica ;i, e sopratutto il capo XIV in cui parla dei
doveri e obblighi pf, ecc. valore bisogna tener conto della condizione creata
alla chiesa e*airimpero dai tempi nuovi. Le dottrine della chiesa inspirate
alle massime evangeliche mal potevano piegarsi a regolare rapporti d'indole
politica. Lo stato e sorto in opposizione al principio ecclesiastico, e
svolgevasi all'infuori dell'azione morale della chiesa, la quale mantene ancora
incontrastato il suo dominio nell'intimità delle coscienze individuali. E coir
autorità della chiesa nei rapporti sociali e venuta meno l'autorità
dell'Imperatore, che in altri tempi personifica in sé l'ordine sociale e politico
ed e chiamato giudice supremo delle controversie tra i popoli. La teorica
dell'illimitata volontà del sovrano in materia giuridica e politica anda
radicandosi ed estendendosi ovunque : essa porta alla separazione assoluta tra
morale e diritto, al trionfo dell'utile, dell'egoismo, e apre la via alla
tirannide più odiosa. IL POPOLO ROMANO venivano ad esser abbandonato
ALL’ARBITRIO DEL PRINCIPE, e la forza e la violenza diventano sinonimi di
diritto e di giustizia. Grozio che sente vivo nell'animo il desiderio dèi bene,
l'amore alla libertà e alla giustìzia, si leva con tutta la vigoria del suo
intelletto contro il diffondersi di tali teorie: alla volontà illimitata del
principe increduli e spregiudicato Grozio oppose l'autorità eterna e immutabile
della ragione. All'egoismo imperante nei rapporti tra sovrano e sudditi, e dei
popoli tra loro, egli oppone la concezione di un diritto e di uno Stato
naturale, derivati dall'umana natura: nella guerra stessa egli mostra come le
leg^i non rimangono mute. Il popolo dove pertanto riconoscere in Grozio il
primo autorevole difensore dei loro diritti, e delle loro libertà: come tale
egli precorre i razionalisti, ma di essi non conosce le esagerazioni: passando
dalle concezioni teoriche alle applicazioni pratiche, egli ammise e adottò
temperamenti, pei quali si rileva giureconsulto e uomo d'azione. Grozio
esercita una notevole influenza sullo sviluppo ulteriore delle scienze morali:
egli fa convergere nel suo sistema due indirizzi diversi, l'indirizzo
filosofico razionale, amente giuridico, derivata dalla storia sti due
indirizzi, il primo più rispone intorno a sé più numerosi seguaci, va per il
momento eclissarsi, e confon[uelle della scuola storica, che solo più irsi nel
campo delle scienze morali. Tra nente si inspirarono alle dottrine di e
Pufendorf. Egli appartiene, quando l'era delle lotte e il periodo della
formazione degli Stati imente tramontato. La questione dei Stati aveva perduto
di attualità e di L considerare nella coscienza dei popoli ipii proclamati da
Grozio. Maggior inestioni attinenti la sovranità, la costili Stati, i rapporti
tra i sudditi e il del diritto. Pufendorf si propone aplla parte del sistema di
Grozio, che in forma di prolegomeni all'opera sua; originale, ma di svolgimento
e di sistetro questi confini Pufendorf riesce in-: di Grozio egli svolge il
lato filosofico uridica, e disconoscendo la distinzione le nel sistema di
Grozio e adombrata 3nuta: subisce l'influenza de' nuovi ini all'epoca sua si
sono affermati nelle generale per opera di Cartesio, nelle colare per opera di
Hobbes e di Spinoza, ja tenta senza riuscirvi l'applicazione allo studio del
diritto naturale , e jolutiste subisce l'influenza di Hobbes, li combatterlo e
di far trionfare le idee la jìiris unìversalìs methodo mathematlcaf Hagae Per
Pufendorf Toiiesto e il giusto, che sono gli elemei generatori della vita
morale e giuridica, NON HANNO ESISTENZA OBBIETTIVA: sono qualità soggettive
inerenti non alle cose i alle azioni, in quanto queste si conformano alla legge
pi scritta dalla volontà di un superiore, il quale viene pertar ad essere la
fonte della vita morale e giuridica. Morale diritto hanno comuni le origini, e
la natura. La morale este ai rapporti sorgenti tra le persone diventa
GIUSTIZIA, la e osservanza non pur esteriore, ma intrinseca costituisce dovere.
Con Grozio ammette l'ipotesi dello stato di natui concepito all'infuori di ogni
istituzione civile, nel quale le leg della condotta sono imposte dalla ragione
in conformità al natura socievole dell'uomo, da cui scaturisce il principio g
neratore del diritto naturale, e tutta la serie dei doveri e l'uomo ha verso sé
stesso. Necessità egoistiche di sicurez più che naturali sentimenti di
benevolenza hanno indotto { uomini a uscire dallo stato di natura, a stringere
un co tratto da cui trae origine la società civile, la legge positi^ lo Stato.
Nella società civile fonte della morale e del ( ritto è la volontà del
principe: in questa parte Pufend( Cfr. Pnfe^idorf : Dejure naturae et gentium,
e. 2, $ Honestas sive necessitas moralis et tarpitudo suut affectiones actiom
huiuaDarum, ortae ex couvenientia aut disconveuientia a norma seu le[ lex vero
est inssum superioris ; non apparet qnomodo honestas aut ti pitndo intelligi
possit ante legeni et citra snperìoris impositionem » Cfr. anche Lib. I, e. vi,
$ 4 : € lex est decretum quo snperior sibi snbìecti obligat ». Cfr, Pufendorf,
e per il conce della giustizia L'A. tratta dello stato di natura nel Libro II,
e. il, Op. cit. Vllo Stato. Cosi se da un lato disconosce completamente natura
del diritto, trasformandone la dottrina in una dottrina dei doveri dell'uomo,
dall'altro fa della volontà del sodano la fonte di ogni obbligazione morale e
giuridica col Lcrificio incondizionato dell'individuo e delle sue naturali
ndenze agl'interessi dello Stato. A Pufendorf spetta incontrastato il merito di
aver lCCoUo a sistema il materiale che da ogni parte sulle orme Grozio si e
andato accumulando: quindi in lui i caratteri onerali e le conseguenze ultime
dell'indirizzo che mette capo Grozio e che sul continente trovò largo seguito
di cultori, manifestano nelle forme più spiccate. Studiando Pufendorf )i
possiamo misurare tutta là portata scientifica e pratica dio stqdio sul diritto
naturale, il quale costituisce la scienza iciale dell'epoca, intorno alla quale
gli spiriti nuovi, deside»si di riforme si raccolgono per tentare la soluzione
dei più • ariati problemi religiosi, etici, politici. Si viene pertanto
aturando nel campo delle scienze morali una rinnovazione laloga a quella^ che
si andava dispiegando nel campo delle ienze fisiche e naturali. Nella storia
del diritto naturale, :*ozio rappresenta la mente inspiratrice, Pufendorf la
mente ordinatrice. Si comprende allora come in Pufendorf dovesse jcentuarsi la
confusione tra morale e diritto. Anch'egli di- ci) stingue tra « forum internum
et exteriium », ma quello abbandona alla teologia e fa materia della filosofia
giuridica il vasto campo del forum externum ossia della condotta in generale
ne' suoi rapporti esteriori . Nell'estensione assunta dalla scienza del diritto
naturale, svoltasi all'infuori della religione e sopra basi razionali, tendente
a quella costanza e immutabilità, che in altri tempi attribuivasi alle
manifestazioni della volontà divina, si nascondeva un pericolo grave per
l'avvenire delle scienze morali. La confusione tra morale e diritto nelle forme
esagerate, ch'essa assume nei sistemi di Hobbes e di Pufendorf, minacciava
risolversi nel fatto in una tirannia delle coscienze per parte dello Stato,
analoga a quella che in altri tempi erasi deplorata per parte della Chiesa* Chi
si rese perfetta coscienza del pericolo e corse al riparo e Thomasius. Spirito
irrequieto e veemente, ingegno satirico, sprezzante Thomasius ebbe la mania del
nuovo, non però, come spesso capita, del paradossale: che anzi il suo odio per
gli aristotelici, il suo disprezzo per la metafisica rappresentavano in lui la
reazione del senso comune contro il convenzionalismo aristocratico della
scienza ufficiale, le sottigliezze inutili e dannose nelle quali il pensiero
del suo tempo si perdeva; fu sua mira costante rianimare la filosofia col
contatto della realtà, infonderle uno spirito nuovo, e sopratutto indirizzarla
ad uno scopo di utilità individuale e sociale. Era naturale ch'egli si volgesse
di preferenza verso gli studii di diritto naturale, che rappresentavano
l'indirizzo nuovo e nello stesso Vedi in proposito la critica severa che il
Leìbuitz fa dei prinoipii esposti dal Pufendorf, cli^ egli teneva in poco conto
e come filosofo e come giureconsulto. Leibnitz : Opera, Ed. Dutens. Thomasias
insegna matèrie giuridiche a Lipsia: per sfuggire alle persecuzioni esalò a
Berlino presso l'Elettore Federico III, che gli offerse una cattedra ad Halle.
npo pratico della scienza filosofica. Anche in questo campo, r non uscendo dall'indirizzo
iniziato dal Grozio e continuato 1 Pufendorf, ebbe modo di dar prova del suo
spirito originale. \bbiamo di Thomasius due opere sul diritto naturale, ritte a
distanza di 17 anni, le quali misurano il progresso to dal suo pensiero in
questo periodo di tempo. Egli riasme quanto prima di lui si era fatto nel campo
degli studii iridici, e si fa eco delle tendenze nuove, da cui si generono
riUuminismo tedesco e la filosofia kantiana. Nella ima delle opere sopra
ricordate noi possiamo scorgere tutta ifluenza esercitata da Grozio e da
Pufendorf sul suo peniro: con essi concorda nel dare alla scienza del diritto
turale come fondamento la natura socievole dell'uomo sotlendolo ad ogni vincolo
teologico, nell'accettare le finzioni Ho stato di natura e del patto per la
costituzione della scita civile, nel derivare, sull'esempio di Pufendorf, il
•itto dalla volontà di un superiore. Fin da questa prima e Thomasius mostra di
meglio comprendere la natura del •itto, affermando recisamente che non si dà
diritto fuori Ila società, né società senza diritto : ma non pone ancora 'suoi
veri termini la questione dei rapporti tra morale e 'itto: ciò fece solo più
tardi sotto la pressione di speciali •costanze di fatto e per motivi pratici,
che costituiscono la usa intima e motrice di tutto lo sviluppo della sua
dottrina. 27, La Sassonia, in cui Thomasius viveva insegnando a psia, era in
quell'epoca teatro di aspri dibattiti religiosi, protestantesimo attraversava
in Germania una crisi labo)sa. Le lunghe, interminabili polemiche teologiche ne
avevano InstUutiones jurisprudentiae divinoCj Fundamenta juris naiurae gentium
ex sensu communi deducta ecc. Cfr. InstUutiones ecc. C(r, Institutiones ecc.
profondamente falsato il carattere: la fiducia del popolo, la influenza sul
costume erano scosse, perchè non potevano conciliarsi col dogmatismo arido,
intollerante, scolastico, al quale si era ridotta la vita religiosa. Si destò
allora un movimento di reazione, noto sotto il nome di « Pietismo » che ebbe a
primo legislatore se non a promotore Spener, e che proponevasi di far rinascere
il sentimento religioso nelle sue forme schiette e popolari. Le lotte tra
ortodossi e Pietisti, condotte con un'acrimonia incredibile minacciavano
risolversi iii moti separatisti: gli eccessi di misticismo, a cui i Pietisti si
abbondonavano, provocarono l'intervento dei principi, partigiani dichiarati
degli ortodossi: si promulgarono editti di repressione, e i Pietisti furono
perseguitati, processati, condannati come colpevoli di stregonerie: la tortura,
l'inquisizione per opera dei protestanti parvero ritornare in onore. Thomasius
prese parte attiva a questi avvenimenti: nel movimento pietista egli vide il
ritorno ad un sentimento religioso più vero e naturale. I Pietisti e quanti
erano accusati di malia trovarono in lui un difensore tanto più efficace in
quanto alla sua mente di giureconsulto tali processi costituivano altrettanti
attentati alla libertà di coscienza, un'invasione della pubblica autorità in
campo che doveva considerarsi sottratto all'azione punitiva. In occasione di
tali fatti egli si rese conto del pericolo derivante dalla mancanza del
criterio distintivo tra ciò che era di competenza della morale e ciò che rien-r
trava nella sfera del diritto. Tali idee maturarono nell'esilio, a cui egli
stesso andò incontro e si presentano in forma definita nell'opera sul diritto
naturale pubblicata. Thomasius nella sua tendenza al nuovo, ne' suoi
intendimenti pratici fu sotto molti aspetti benemerito della Thomasius combattè
la tortura e i processi contro le streghe nell'opera 4L De crimine magiae.
Federico II disse di lui che aveva rivendicato alle donne il diritto di vivere
senza pericolo. La difesa dei Pietisti e i primi accenni alla distinzione tra
morale e diritto si trovjino nelVo- filosofia tedesca. Prima di Kant egli
intravide il nesso esistente tra il problema conoscitivo, etico e giuridico:
primo osò affermare che la ragione non deve andar disgiunta dal senso, e che
solo la conoscenza dei fenomeni è fonte di certezza. Nel rispettare ed
accrescere l'essenza delle cose consiste il bene, e la maggior felicità
dell'uomo costituisce lo scopo ultimo della morale. Nel concetto amplissimo di
diritto naturale Thomasius fa rientrare la morale e il diritto, ma nel
determinare il principio generatore abbandona Pufendorf, sostituisce al
principio della socialità l'istinto alla felicità, e su di questo fonda il
criterio di distinzione tra le due scienze, di cui l'una tende ad attuare la
felicità interna, l'altra la felicità esterna. Né solo per lo scopo diverso a cui
mirano si distinguono, secondo Thomasius, la morale e il diritto, ma anche e
sopratutto per la natura dell'obbligazione, la quale si presenta nelle due
scienze diversa per ciò che riguarda l'origine, l'oggetto, i caratteri.
L'obbligazione giuridica nasce dal comando di un superiore, ossia trae la sua
forza obbligatoria da una forza esterna: l'obbligazione morale invece
scaturisce dall'intimo della coscienza individuale, e più propriamente
dall'apprensione di un male o di un pericolo al quale l'agente si espone
nell'atto di agire. In ordine all'oggetto, l'obbligazione giuridica si
riferisce solo a rapporti esterni sorgenti tra uomini uniti dal vincolo di
società. L'obbligazione morale invece ha una sfera di applicazione molto più
larga: essa non solo comprende i rapporti esterni, ma ancora gli interni che
l'uomo ha verso sé stesso. pera € Sai diritto dei principi evangelici neUe
controversie teologiche ». In questa parte non ho potato valermi, come mi valsi
altrove, dell'opera magistrale di BUFFINI sulla « Libertà religiosa ». Ed.
Bocca, Torino Cfr. Fundamenta ecc. Precisando meglio il suo concetto Thomasius
aggiui oggetto dell'obbligazione morale possono essere Vhom il decornun, mentre
dell'obbligazione giuridica solo lo, Sotto questi tre concetti rientrano tutti
i doveri: Vhc comprende i doveri che l'uomo ha verso sé stesso, i riassumono
nel principio di fare a sé quello che si à altri faccia: il decorum e ìojusium
abbracciano tutti verso gli altri: ma di essi, i doveri di convenienza e lenza
rientrano nel decorwn, i doveri di giustizia nello, il diritto pertanto non
solo non è ciò che di sua n semplicemente onesto, ma neppure consiste in ciò e
sua natura semplicemente decoroso. Da queste premesse deriva il carattere
negativo e dell'obbligazione giuridica, il carattere positivo e im della
obbligazione morale. Il diritto deve limitarsi a quelle azioni che appaiono
inconciliabili con una vita ordinata: donde la necessità che abbia limiti fissi
e celle sclei>ze fpotall. Bacone e saa posizione nella storia del pensiero
Bac e le scienze morali Etica e scienza civile in Bacone Il metod Hobbes ^ 35.
Hobbes e i suoi tempi — Sistema etico-giuridico di Hot Il rapporto tra morale e
diritto in Hobbes L'opposizione a Hobi Cumberland Locke e i suoi tempi Morale e
diritto in Locki Da Locib a Hume Humé e i suoi tempi Filosofia di Hum Rapporto
tra morale e diritto in Hume — Adam Smith e sua im] tanza. Sistema
etico-giuridico di Smith Bacone è il profeta della nuova epoca, è il Mosè e ha
dischiuso la vista della nuova terra promessa. Questo C( cetto espresso dal
Macaulay non risolve la dibattuta qi stione risguardante il posto che Bacone
occupa nella sto: del pensiero. A risolverla conviene considerare a parte Baco
e l'opera sua, Bacone e i suoi tempi, Bacone in rapporto a sviluppo del
pensiero scientifico e filosofico posteriore. Considerata in sé stessa l'opera
di Bacone racchiude un a significato, come quella che, sotto un'apparente
riforma metodo, prelude ad un nuovo orientamento del pensiero, ad rinnovamento
radicale del sapere. Sotto tale aspetto Bacc occupa un posto eminente non solo
nella storia delle scien come ritiene Adam, ma ancora della filosofia. Primo e
assorse al concetto tutto moderno e per l'epoca sua prematu dell'unità dello
scibile sulle basi della filosofia naturale r novata dal metodo induttivo. Per
Bacone l'unità del metod correlativa all'unità della scienza, e questa è a sua
volta riflesso e il prodotto della unità che si ammira nella natu Le scienze
formano un tutto unico e continuo in cui le pa si distinguono, ma non si
separano; quando una reale se] razione si verifica, la parte divisa isterilisce
e muore. T; Cfir. il noto saggio del Macaulay (Lord Bacon, EssaySf ed.Tauchn ).
Ch, Adam, Philosojìhie de Francis Bacon, ed. Alcan, sulla via tracciata da
Bacone: non la scienza, poiché il prevalere degli studii astronomici sullo
studio delle scienze naturali propriamente dette, fece preferire il metodo
geometrico al metodo strettamente induttivo di Bacone: non la filosofia che
segui un metodo soggettivo ed empirico più che positivo quale era da Bacone
indicato. Nell'azione diretta a scuotere il giogo della teologia ben si rivela
Bacone figlio dell'epoca sua, ma tra i dogmatici e gli scettici egli si apri
una via sua propria, che non fu né la razionale di Cartesio né l'empirica di
Hobbes. Bacone è il vero precursore di quella filosofia positiva, che il Comte
dove opporre alle aberrazioni metafisiche; di ciò può. far prova la sua
dottrina etico-giuridica. Sotto l'aspetto speciale delle scienze morali Bacone
ò non fu preso in considerazione o non fu rettamente giudicato sia per parte di
coloro che vollero derivare da lui lo svolgimento del pensiero etico inglese,
sia per parte di quelli che negano alle sue dottrine morali ogni valore. Ciò si
deve in parte a Bacone stesso il quale più che un sistema etico-giuridico
svolto nelle sue singole parti, ci lasciò l'abbozzo di un sistema, il quale non
attrasse mai l'attenzione degli studiosi, mentre pur permetteva la
ricostruzione intera del suo pensiero. Due furono le preoccupazioni costanti di
Bacone in ordine alle scienze morali: sottrarle al dominio della, teologia e
della metafisica. Con Montaigne e con Charron egli ebbe comune lo Le scienze
naturali dopo le scoperte di VINCI (si veda), di SERVETO (si veda), d’Harvey,
subirono un arrèsto nel secolo xvii di fronte ai notevoli progressi
dell'astronomia e con essa delle scienze matematiche : la geometria in
particolare divenne per oltre un secola la scienza madre, alla cui iniSaeDza
non seppero sottrarsi le stesse scienze morali. È noto che Bacone fa
fierapiente avverso all'estensione delle matematiche allo studio della natura.
Comte accennando all'unificazione del sapere come allo scopo ultimo della
filosofia posi ti vn^ e costretto a ricordare le geniali intuizioni di Bacone
{Cours de philosophie posUivef I,). sofi inglesi che lo seguirono, e solo può
riconnettersi ai t tativi fatti per dare alle scienze morali fondamento
positivo. Elemento generatore delle scienze moi è per Bacone la natura, in ciò
coerente al principio secoi il quale la scienza della natura non solo è scienza
madre cui tutte le altre devono coordinarsi, ma in tanto ha valor significato
in quanto può servire a dar norma e indirizzo a vita individuale e collettiva.
Nella classificazione delle scienze posta da Bacoi l'Etica e il Diritto
rientrano nel largo campo delle sciei relative all'uomo; ma mentre l'Etica è il
ramo più nobile de Filosofia umana, che studia l'uomo a sé, in quanto consta
elementi corporei e spirituali, il Diritto colla Politica costuisce la parte
fondamentale della filosofia civile, la qu move dal presupposto dell'uomo
associato e già eticamei formato. I rapporti e i limiti tra le due scienze sono
in tal me implicitamente segnati: l'Etica forma l'individuo, la Scien civile
mediante il diritto provvede alla prosperità e alla pi interna di uno Stato :
quindi differiscono tra loro per l'ogget lo scopo, la sfera diversa in cui si
svolgono. Niun dubbio e il contenuto della scienza civile, risultando di
elementi as$ varii e disparati, con grande difficoltà si lascia ridurre a le| e
abbia letto le sue opere. Certo conobbe VANINI (si veda) a Londra sopratntto
apprezza TELESIO (si veda) che chiama amantem veritatis et scien ntileni,
hominam novoram primuin. La decadenza della filosofia morale e civile è attribuita
da Bacne notevole, per quanto non avvertita, nella ndividuo segue suo malgrado
il moto generale cui riflette i sentimenti, le idee, le tendenze, on può far
assegnamento sull'azione di queste Qè subisce i vincoli e le repressioni
sociali formazione dell'uomo interiore. Ancora l'Etica ne interna dell'uomo, e
sulla bontà dell'inteninsiste: per la vita e per il progresso sociale liformità
esteriore degli atti alla legge, e per D servire mezzi sensibili e materiali,
l'uso dei agli scopi della morale. Le proporzioni stesse sua stessa perennità
di esistenza, la complesiti che lo costituiscono sviluppano un gioco Bazione,
per cui le cause deleterie agiscono 3 insensibilmente: nei singoli individui,
data vita, e la costituzione più semplice del loro ^uenze delle azioni
disoneste si svolgono più lutamenti nell'opinioni e nei costumi sono più i. Per
tal modo Bacone sotto colore di accenItà diverse, contro cui l'Etica e la
Scienza ttare, tocca le differenze tra le due discipline, apporti che corrono
tra individuo e Stato. Le devono tener conto delle condizioni variabili vidui :
le norme giuridiche valgono per l'orforme, perchè più vasto, dello Stato, e in
esso osserva Bacone (De Aug,) che Soggettò è pili di ogni altro « materiae
immersum^ ideoque mata redncitur. compaiono le differenze dell'individuo, che è
l'atomo della vita sociale. La stessa modernità di vedute Bacone dimostra nel
trattare a parte l'Etica e il Diritto. Dal modo di comportarsi degli esseri in
natura, egli trae la soluzione del problema teorico relativo alla natura del
bene. Ogni cosa in natura, esistendo ad un tempo per sé e come parte di un
tutto, tende a conservarsi, accrescersi, moltiplicarsi: cosi esiste per l'uomo
un bene individuale e collettivo; nello svolgere sé stesso e le proprie facoltà
in guisa da rendersi atto a far il bene del tutto, di cui fa parte, sta la
perfezione morale dell'uomo. Determinata la natura del bene, bisogna che l'uomo
sia in grado di raggiungerlo con una serie di mezzi, che solo può indicare lo
studio della costituzione psichica speciale di ciascuno, variabile secondo i
tempi, i luoghi, l'età, il sesso. In ciò sta la morale pratica, nel trattare la
quale il moralista deve fare come il medico che studia il corpo umano per
conoscerne i mali e indicarne i rimedii. Lo studio del bene collettivo fa parte
dell'Etica non della filosofìa civile come a tutta prima potrebbe p/irere.
Finché prepariamo ed educhiamo l'uomo a convivere in società, a preferire il
bene comune al proprio, la vita attiva alla contemplativa, noi non usciamo dai
limiti e dai compiti della morale. I rapporti tra l'Etica e la Scienza civile
sono svolti da Bacone nel De Augmentis. La dottrina etica di Bacone è contennta
nel De Augìnentis : la dottrina giuridica, e. m, sopratatto nell'Exemplum
iractatus de justitia universali; sive de fontibus juris > che è aggiunto
come appendice. Distribuisce Bacone la dottrina etica in due parti: l'una
teorica € de exemplari boni » tratta della natura del bene ; l'altra pratica «
de regimine et cultura animi » tratta delle norme atte a conformare l'animo al
bene : senza quest'oltima, la prima è come una statua « pulchra quidem aspectu,
sed motu et vita destituta » (De Aug.). In quella guisa che è cosa diversa
fabbricare una macchina, e metterla in moto, così la scienza civile si distingue
dalla dottrina del bene collettivo che conforma l'animo alla vita sociale.
senato moralmente l'individuo, entra in campo la Scienza avente per oggetto
l'uomo congregato. Nell'abbozzo filasciatoci da Bacone è la parte che presenta
maggiori 3 e imperfezioni. Però nel trattare dell'azione dello Stato ipporti
interni fra i cittadini, azione che si esplica meì il diritto, Bacone dà
novella prova di larghezza e orità di vedute. Il diritto non è fine a sé
stesso, ma per procurare il benessere materiale e morale del poNel trattare di
legislazione Bacone dichiara dì voler seun metodo suo proprio, distinto da
quello adottato dai consulti filosofi e pratici, dei quali i primi fanno leggi
jinarie per stati immaginarli, i secondi sono schiavi leggi e degli usi locali,
non hanno la guida dei prinche è condizione di equanimità e sincerità nei
giudizii. :islatore deve conoscere la filosofia civile, e l'equità ale da un
lato, ed essere dall'altro esperto conoscitore >stumi e dei bisogni del
popolo, pel quale fa le leggi ., varietà delle leggi può bene associarsi,
secondo Baalla loro unità, poiché sotto le moltiformi leggi degli e dei popoli,
non é difficile rintracciare certi principii Lstizia costanti, su cui può
elevarsi un sistema di legisle ideale, a cui tutte le leggi diverse si
riconducono, e i tutte discendono (3). Ma la sapienza del legislatore non solo
consistere nel conoscere e determinare le legum ma ancora nell'applicazione
della legge (4). Quest'aspetto La dottrina deUo Stato è da Bacone distìnta in
dne parti : Tiina mo 8ive de repuhlica administranday l'altra de justitia
universaUf sive ihu8 juriSy ossia la parte politica e la giuridica (De Atig,).
Xr. De Aug,, ove dice: philosopbi multa prò-, dictn pulchra, sed ab usu remota.
Jnrisconsnltì antem, suae qnisqne leguin, yel etiam ROMANORVM aut
pontificiarum, placitis obnoxii, sincero non ntnntnr, sed tanquam e vincnlis
sermocinantur »'• I!fr. De justitia univeì^sali, Aph. 6. i La saggezza del
legislatore, egli scrive, consiste non solo nellMli giustìzia, ma nella sua
applicazione^ nel prendere in consideramezzi per i quali le leggi sono reso
certo, le cause e 1 rimedi delle Lcertezze. formale del diritto, trascurato dai
fìlosofl del diritto naturale,,ha un'importanza nell'attuare gli scopi della
giustizia, che non sfuggi a Bacone; se vario è il contenuto delle leggi, la
forma è costante e può ridursi ad assiomi; se la perfezione delle le^i non può
facilmente ottenersi, almeno devesi cercare la certezza coi mezzi formali. Là
certezza è condizione necessaria per conseguire VaequUasjuris, ossia l'uniforme
interpretazione e applicazione della legge, da cui dipende la efficacia e
l'autorità del diritto sostantivo. Poco meno di due secoli dovevano trascorrere
prima che le idee di Bacone fossero accolte e applicate: erano premature.
Bacone fece come colui che avendo trovato una nuova via vi si slancia con
entusiasmo e la percorre rapidamente fino alla fine: ma gli altri per tal via
non lo seguirono come quella che contrastava troppo alle tendenze e ai metodi
filosofici del secolo: ailcora la mente umana non aveva condotto il metodo
razionale alle sue estreme conseguenze per ricredersi, e porsi sulla via più
modesta, ma più sicura aperta da Bacone alle scienze morali. Hobbes fu chiamato
il primo discepolo di Bacone : tale filiazione intellettuale, sostenuta fra gli
altri dal Kuno Fischer, fu generalmente accolta: le stesse relazioni personali
che corsero tra Bacone e Hobbes parvero confermarla. Il Wundt stesso fa dell'
Hobbes un continuatore di Bacone nel campo delle scienze morali. Studii più
recenti vennero in opposto parere, a noi crediamo col Lange, collo Jodl, col
Sidgwick, che si debba negare qualsiasi rapporto di filiazione tra Hobbes e
Bacone. La diversità del metodo rispettivamente usato e ornai posta fuori di dubbio
dal Lange e dallo Jodl. Lange. Il criterio della bontà di una legge sta in ciò
ch'essa sia « intimatione certa,' praecepto jnsta, executione commoda, cum
forma politiae congrua, et generans virtutem in subditis (Ib. Aph.. Cfr. Wnndt:
Ethik, Libro II, e. ni. Cfr. Sidgwick : Outlines of the history of Ethics,
London Cfr. Jodl: Gesc'xiichte der Ethik, definisce il metodo di Bacone
induttivo, quello dell' Hobbes ipotetico-deduttivo, ossia cartesiano. Mentre il
primo procede analiticamente movendo dall'individuo per elevarsi €\ genere e
quindi giungere direttamente alle cause reali dei fenomeni, salvo poi ricorrere
alla deduzione per utilizzare e generalizzare le verità discoperte, Descartes e
sulle sue traccio l'Hobbes procedono sinteticamente premettendo la teoria a
guisa di ipotesi, spiegando mediante essa i fenomeni, per poi controllare la
bontà della medesima facendo ricorso alla esperienza, a cui spetta la pai'te
principale e decisiva nella dimostrazione. Ninna comunanza quindi di metodo tra
Bacone e Hobbes: entrambi ricorsero all'esperienza, ma Bacone vi ricorse per
elevare su di essa la scienza, Hobbes per confermare la teoria, posta innanzi
come ipotesi. Osserva il Lange che il metodo ipotetico-deduttivo è assai più
vicino al vero processo seguito nello studio della natura che non quello
induttivo di Bacone: qualunque sia il valore di tale affermazione, essa è vera
pel secolo XVII, nel quale prevalsero l'astronomia e le scienze matematiche. A
questo metodo, prevalente nel campo stesso delle scienze naturali, non ancora
trasformato in razionale puro per opera dei fanatici seguaci di Cartesio,
appartiene Hobbes. Questi contrariamente a Bacone studiò ed apprezzò le
matematiche: in istretto rapporto coi tempi egli riconobbe e accolse senza
restrizioni (ciò che non fece Bacone) gli importanti risultati ottenuti nel
campo delle scienze naturali: e mentre a Copernico rivendicava l'onore di aver
fondato l'astronomia, a Galileo la fisica, all'Harvey la fisiologia, sperava
che altri potesse dire lo stesso di lui in ordine alla filosofia politica. Come
Cartesio egli mosse da un presupposto teorico alla costruzione del suo sistema,
e cercò nella esperienza e osservazione fisiologica argomenti a sostegno della
sua teoria. Cfr. Lange: Histoire du matórialisme, Lange. IC p''yiHBI'PUV''^l-l'^-
5& -La filiazione tra Bacone e Hobbes come non e«i I)el metodo cosi non
esiste né diretta né indiretta per la ( trina. Se comune ad entrambi é
l'avversione ai vieti pres posti metafisici e teologici, nonché il sentimento
di ribelli all'autorità di Aristotele e la tendenza a secolarizzare scienze
morali, non per questo si può dire col Wundt Hobbes continuò Bacone, ma solo
che entrambi subir le stesse condizioni generali dell'epoca, ciò che non impe»
Hobbes di elevare una metafisica di nuovo genere, div€ dall'antica teologica,
ma non meno contraria alla filosofia coniana. Ma se con Bacone subi l'influsso
generale del ten non da lui Hobbes trasse motivo e ispirazione a scrivere cose
morali e civili, ma direttamente dalle condizioni pa colari dell'Inghilterra
del suo tempo. Egli non assiste ind rente e quasi ignaro come Bacone ai gravi
rivolgimenti poli e religiosi che agitavano il suo paese e che dovevano a\ una
importanza decisiva sull'avvenire del popolo inglese: vi partecipa direttamente,
proponendo quella che a lui pa la vera soluzione, e sopratutto richiamando sui
problemi rali, religiosi, politici l'attenzione degli studiosi e degli uon di
Stato che sotto l'influenza delle sue dottrine dovevano vidersi in due campi
opposti e ostili. E cosi mentre Bac isolandosi dai suoi tempi non sollevò
intorno all'opera proj né le ire né le lodi dei contemporanei, Hobbes
inspirandosi suoi scritti direttamente ai fatti che prepararono la Gra
Rivoluzione inglese, esercitò un'influenza decisiva sull'i rizzo e sullo
sviluppo ulteriore delle scienze morali. La rivoluzione che si andava maturando
nell'Inghilt^ I, era ad un tempo ec( mica, politica, religiosa; ma nelle sue
diverse forme essa ] presentava pur sempre l'emancipazione dell'individuo dai
coli che ne ostacolavano la libera attività. Proprio in ( l'Inghilterra cessava
di essere un paese esclusivam( Wundt: Op. cit., Lib. II, e. ni. agricolo per
divenire in un certo grado paese commerciale e manifatturiero; la proprietà
mobiliare frutto del lavoro si affermava vigorosamente di fronte alla proprietà
terriera, nata dalla conquista: cadevano le corporazioni d'arti e mestieri, i
monopolii, i privilegi; lo Stato cominciava a legittimarsi in proporzione della
libertà e dei vantaggi che derivavano all'individuo. L'individualismo economico
mette capo all'individualismo politico: una trasformazione in senso democratico
dello Stato si rendeva oramai inevitabile; a misura che la coscienza della
propria forza si diffondeva nella classe media lavoratrice cresceva l'avversione
contro il lusso smodato di Corte, contro le arbitrarie imposizioni, contro le
indebite ingerenze dello Stato, di cui volevansi ridotte al minimo le funzioni,
e si voleva controllata l'azione nei rapporti coi cittadini. L'individualismo
economico e politico traeva nuova forza dalle credenze religiose sorte dalla
Riforma Protestante. Il Calvinismo penetrato in Inghilterra nella sua forma più
rigida, aveva prodotto i Presbiteriani scozzesi, e i Puritani inglesi. Era
appunto nell'essenza del Calvinismo democratizzare le credenze religiose, porre
l'uomo in rapporto diretto colla divinità, farne l'interprete della legge e
della volontà divina, senza bisogno di intermediarii, che facevano servire la
religione a scopi ambiziosi e politici. Il trionfo dell'individualismo nelle
sue diverse forme non fu senza contrasti: esso lottò contro le tendenze
reazionarie e assolutiste del potere regio che ebbe ad alleata docile e passiva
la Chiesa anglicana o episcopale. Non rimasero i forti pensatori dell'epoca estranei
e indifferenti alla lotta: tra tutti si distinse l'Hobbes, la cui dottrina
concepita quando più accanita ferveva la lotta, trovò eco profonda negli animi.
E l'in Cfr. per le condizioni economiche deU* Inghilterra in quest'epoca il
Cnnningham, English Commerce and Industry— per le condizioni politiche il
Burgess,Politicai Science and Comparative Constitutional law — per le
condizioni religiose il Ruffini, « Libertà religiosa. fluenza da lui esercitata
fu in proporzione del disinteresse e^ della sincerità dell'opera sua di
scrittore. All'assolutismo non fu condotto da motivi di interesse personale, ma
da quello stesso individualismo che trionfo colla Rivoluzione, e che in niun
tempo trovò un più forte e convinto sostenitore; ma appunto per ciò parve ad
Hobbes che l'assolutismo solo potesse contenere lo sfrenato egoismo della
natura umana. Il vecchio e il nuovo vengono pertanto stranamente a incontrarsi
nella dottrina dell'Hobbes senza confondersi: la base psicologica del suo
sistema, rispondendo ad un lato costante della natura umana, potè vivere di
vita propria, e servir di punto di partenza allo sviluppo ulteriore del
pensiero etico inglese, indipendentemente dalla forma politica da lui
vagheggiata. Per opera d’Hobbes penetrava nel campo della speculazione fìlor
sofica e sopratutto delle scienze morali quell'individualismo, che fino allora
ne era stato lontano per l'influenza delle opposte teoriche del diritto divino,
e della morale cristiana, e vi penetrava nella sua forma più rigida senza
temperamenti di sorta. Di qui la importanza e il significato della dottrina
etico^iuridica dell'Hobbes. Hobbes intese sopratutto col suo sistema risolvere
un problema politico, e a questo subordina come mezzo al fine la morale e il
diritto. Anche sotto tale aspetto più che a Bacone egli deve riconnettersi a
quella corrente generale di pensiero, che originatasi dalla Riforma e svoltasi
nella formazione degli Stati moderni, aveva elaborato il concetto di una legge
di natura, ossia di una norma ideale, morale e giuridica ad un tempo, tratta
dallo studio della natura umana, su cui dovevansi modellare i rapporti
politici. Ma contrariamente al Grozio e ai cultori del metodo razionale,
l'Hobbes nello studio dell'uomo e nella concezione di uno stato e di una legge
di natura diffida della ragione e della storia, e si Con frase felice U Tulloch
chiama l’Hobbes un radicale a servizio della reazione. si esclusivamente dei
risultati condotta con criterii empiri % lui come a un precursore d 5 altri si
preoccupa delle esig lobbes con concetto assai più r dell'operare umano, e sili
i eri, della osservazione psicolc il suo sistema. Quindi è che Hobbes devonsi,
secondo noi, ma fondata sull'osservazione ] jato carattere empirico-indutti i
risultati della prima ha car r runa l'Hobbes sopravive a' s iza per
l'elaborazione ulterio •a partecipa alle astrazioni mei mpo psicologico Hobbes
è un ) nell'uomo due sostanze, ma ( psichici; il moto dei corpi si ai nostri
sensi, che lo trasmett: segue la sensazione, ossia ui reazione dall'interno
all^esteri d allontanare l'oggetto esterno od ostacola la vita, ossia a i ile:
effetti soggettivi concomitj e e il dolore. Il piacere è la mis . In questa
concezione material ra si fondano la moralità e il erò non perde nella società
civile la sua persoica e morale: lo Stato riposa pur sempre sul tae sulla
tacita cooperazione degli individui e la rova limiti efficaci in una saggia
separazione di )ntrollo permanente del popolo, nella legge stessa cui le leggi
civili non possono contraddire. nenticare che nel sistema politico di Locke
spiega )cisiva la pubblica opinione, le cui norme risponsialmente a quelle
della legge di natura, modifi. costume e dagli usi locali, sono tali da tenere
acemente cosi le azioni dell'individuo come quelle iti. sistema etico-giuridico
del Locke, come in quello due diversi indirizzi convergono, l'indirizzo
utili;o, e l'indirizzo metafisico-razionalista, proprio dei iritto naturale. È
innegabile che nella determiflne e dei motivi della moralità, egli continua e
3todo di osservazione psicologica iniziato dali senza allargarne i limiti fino
a comprendere gli ili tra le condizioni della felicità e i motivi di combattere
poi l'innatismo, egli rappresenta un presso sull'Hobbes, in quanto dischiuse la
via, da non percorsa, alla conoscenza sperimentale e pomoralità., e.
Bull^Bsteusione e limiti del potere legislatÌTO. D'altro canto nella parte
ricostruttiva Locke è un razionalista, subisce l'influenza della scuola del
diritto naturale, e segue con Cumberland l'indirizzo di Grozio distaccandosi da
Hobbes e dalla sua dottrina. Infatti nel Locke il concetto della legge di
natura presenta un carattere di universalità e di obbiettività che in Hobbes
originariamente non ha, e la sua teorica del governo, scritta à giustificazione
di fatti compiuti, e rappresentando le aspirazioni popolari è le idealità
politiche de' tempi nuovi, e destinata a esercitare un'influenza notevole in
Francia ove la trasformazione sociale ed economica in senso individualista
stava iniziandosi. La concezione della legge di natura, come norma razionale,
il concetto dell'individuo fatto sovrano ed esecutore della medesima, i
principii della sovranità popolare, d'uguaglianza, della separazione dei poteri
sono dal Locke enunciati nella forma più suggestiva e diventano patrimonio
comune delle coscienze nuove. Ma se era più consentanea alle aspirazioni^e alle
esigenze razionali dell'epoca, la teorica di Locke mancava di quel fondamento
positivo che riscontrasi invece in Hobbes, la cui dottrina dello stato di
natura, fondata sull'osservazione ristretta ma vera della natura umana, si
ravvicina ne' suoi risultati assai più che non quella del Locke alle reali
condi-zioni dell'uomo preistorico. La teorica della legge merita speciale
attenzione in Locke come quella che rappresenta un tentativo fatto per
distinguere la morale dal diritto e stabilirne i rapporti reciproci sopra una
base nuova, suscettiva di svolgimento e di progresso. In omaggio alle idee
dominanti Locke assorge al concetto di una legge di natura generatrice di ogni
altra, misura obbiettiva, universale, immutabile della condotta in generale: ma
questa legge soddisfa ad una esigenza puramente teorica e ha una esistenza
ideale, mentre nel fatto si risolve in legge civile e in legge del costume, che
rispondono rispettivamente alla legge giuridica e alla legge morale. L'ordine
naturale obbiettivo rappresentato dalla legge di natura i operatasi in- quel
secolo per parte dei NON-CONFORMISTI (Herbert Grice), là quale colla lunga
oppressione scosse 1’influènza tirannica della chiesa ufficiale. A. misura che
il dispotismo politico e religioso perdeva terreno cresceva l'interesse per le
indagini di natura morale, e civile. Hobbes e Locke avevano posto i germi per
un nuovo orientamento degli studi morali, iniziando l'indagine psicologica: ma
mentre l'uno fu indotto dalla logica inesorabile de' suoi principii a
soffocarne i risultati nel dispotismo, l'altro cercò temperare le premesse
psicologiche, ancor sempre ristrette e unilaterali, facendo ricorso ad elementi
razionali. Il dualismo tra ciò che era risultato dell'analisi psicologica e le
esigenze della ragione e della pubblica opinione, si risolve dopo Locke in due
indirizzi distinti, personificati in Clarke e in Schaftesbury. In Clarke la
ragione riacquista intero e incontrastato quel primato nella formazione della
moralità e del diritto che la scuola empirica tendeva a scuotere in favore
della volontà: movente all'azione e criterio di moralità è l'evidenza e la
certezza dei principi! morali, non innati nell'uomo o rivelantisi
intuitivamente all'intelletto, ma razionalmente dedotti dai rapporti immutabili
e naturali delle cose. Le idee morali e giuridiche vengono per tal modo a
confondersi colle verità intellettuali, la necessità lògica si converte in
necessità morale, e il dovere diventa Passenso necessario dato alla suprema
ragione delle cose. Il RAZIONALISMO penetra col Qlarke in Inghilterra,
distinguendosi a un tempo dall'innatismo professato anteriormente dalla scuola
di Cambridge, dall'intuizionismo posteriore del Butler e del Reid: esso
rispondeva alla segreta ispirazione di molti di trovare, secondo il concetto
espresso dal Locke, alla condotta una base cosi sicura come quella trovata da
Newton alla meccanica. Ma tale indirizzo inteso a fondare le scienze morali e
giuridiche su principii astratti Cfr. del Clarke l’opera pubblicata col titolo,
A Discourse, concerning the Being and Attrihutes of God ecc, il quale,
sottratto alla ragione e alla riflessione, è fondato sul senso, divenuto capace
non pur di impulsi egoistici ma anche altruistici. Con Schaftesbury sono
definitivamente acquistati all'etica empirica due concetti nuovi: la
naturalezza delle affezioni socievoli, che concorrono coll’AMOR DI SÉ (H. P.
Grice, SELF-LOVE) a regolare le azioni umane, — il senso morale, ossia un
elemento tutto interiore sostituito alla volontà divina e umana, alla ragione
stessa come criterio di approvazione, e fatto capace di determinare all'azione.
Senonchè il difetto di rigore scientifico nelle affermazioni dello
Schaftesbury, l'ottimismo esagerato che lo anima tolsero efficacia e autorità
alla sua dottrina, ugualmente combattuta da liberi pensatori come Mandeville e
da ortodossi. I germi da lui posti furono raccolti e innalzati a dignità di
sistema da Hutcheson, il noto fondatore della Scuola Scozzese. Nell'Hutcheson
il problema della condotta assume l'ampio e sistematico svolgimento, di cui
dopo Cumberland. non si aveva avuto esempio. Anche per Hutcheson fonte
originaria della vita morale e giuridica è il senso morale, elevato a criterio
modellatore e ordinatore degli affetti umani, tra i quali esso dà il primo
posto alle affezioni benevoli, aventi un grado diverso di estensione e quindi
di eccellenza intrinseca. Dalle forme della simpatia, pietà, gratitudine,
amore, affetti domestici, amicizia, patriottismo, l'affetto benevolo si eleva
gradatamente fino all'amore verso l'umanità in generale, spogliandosi mano mano
degli elementi impulsivi, violenti, egoistici per raggiungere uno stato di
calma determinazione verso il bene di tutti. La ragione non spiega un'attività
sua propria nello sviluppo della vita morale; essa deve solo con Le opere
principali di Hntoheson sono: An Inquiry into the Originai of our ideas of
Beauty and Virtm, e qneUa postnma edita dal figlio dell' A.: A System of Moral
Philosophy, Ci siamo valsi dì qaest'alttma peU'edizìone francese. Cfr. Systeme,
ove tratta del «enso morale. ire e confermare sulle basi dell'osservazione e
dell'espea le naturali manifestazioni del senso morale. Dall'eserdelle
affezioni socievoli e disinteressate scaturiscono i ri più puri e durevoli, e
deriva all'uomo il massimo : donde la perfetta armonia e corrispondenza tra
virtù icità. Il senso morale come ci fa rilevare la bontà, così intuire il
carattere del giusto nell'azione, carattere che ^ela nelle affezioni tendenti
al bene generale; vien cosi nata la coincidenza tra bontà e giustizia, tra
azione a e giusta in guisa che basta agire bene per agire giusto, me pertanto è
il fondamento psicologico della morale e liritto. Ma se l'intenzione è
condizione necessaria perchè :ione sia buona e giusta intrinsecamente (bontà
aliate), per gli scopi e le conseguenze pratiche della condotta i, secondo
Hutcheson, la bontà formale, ossia la conforanche solo esteriore ai dettami del
senso morale. ) spiega perchè Hutcheson passando dai principii teorici
costruzione concreta di un sistema di norme etico-giufie si preoccupa
sopratutto di assicurare la bontà forcome quella che più interessa la
convivenza sociale: e scopo sostituisce al criterio soggettivo del senso moil
criterio oggettivo del bene pubblico . per determinare oralità più propriamente
la giustizia dell'azione, adot) il principio che divenne in epoca posteriore la
base istemi utilitarii, ai quali prepara la formola (2). Preocto quindi del
bene pubblico e della bontà formale, l'Hut)n doveva insensibilmente esser
portato a sacrificare alle nze giuridico-sociali, gli interessi della moralità
propriae detta : lo prova il fatto che nell'indicare le norme di Cfr. Op. cìt.y
ibid.y lib. Ili, ove spiega i concetti di giustizia e di tizia^ di bontà
materiale e formale, di diritto e di legge, di diritti ti e imperfetti. Ecco le parole precise di
Hutcheson: « that action is best which res the greatest happiness for the
greatest numbers. Questa
forcorrispoude a quella di Bentham. 1fVa«fr'J»K •?.!•"% condotta esso
segue il sistema e la classificazione dei giurisi anziché quella dei moralisti.
Questo costante equivoco ti moralità e diritto si rivela ancora nella
distinzione da li posta tra diritti (e quindi obbligazioni) perfetti e
imperfetl di cui solo i primi sono assolutamente necessari alla vii sociale, e
possono essere coattivamente imposti, mentre i s libertà ;, in cui tratta del
governo civile, del contratto sociale, delle leggi civili. Cfr. Miller, Laio of
nature and nationa in Sootland, Edinbur: saggio primo, p. 3-35 ove si tratta
della filosofìa giurìdica del Scuola scozzese, e in particolare del sistema
dell' Hutcbesou, condotta. Senonchè il fondamento ra capace di analisi ben più
prolato della dottrina dell'Ha tcheson th, per opera dei quali la teorica lo
deirosservaÉione psicologica ap)lsero e si perfezionarono. 'Hutcheson nel campo
delle scienze dell'Hume e dello Smith ed ebbe a a. La rivoluzione ilterra la
triplice trasformazione ja. Col trionfo del sistema pariaio, della libertà
religiosa sull'ina libertà economica sul protezioLlismo sotto tutte le sue
forme si dominio incontrastato. Nella Scozia storiche, la rivoluzione aveVa
preantesimo contro il sistema episcoil trionfo della libertà nazionale da un
lato, dell'intransigenza re:ico dall'altro. La lotta politica luove energie
commerciali e inducata da questioni religiose: epperò entrambi i paesi
conseguita, essa pagnata e integrata dalla libertà necessario che l'annessione
della enuta definitivamente, e a rivoluzione, esplicassero i loro esse scuotere
il giogo della super-, religiosa. Né deve far meraviglia III, proprio quando
più fioriva lo storia del pensiero uomini come le loro dottrine, contrarie
all'in-, non trovarono eco nella Scozia, M)«a, Torino, Boccs, mentre
esercitarono grande influenza in Inghilterra, ove furono apprezzate e discusse:
secondariamente Tesser essi nati e cresciuti nell'ambiente scozzese spiega le
caratteristiche del loro intelletto, e sopratutto la natura del metodo seguito,
che fu essenzialmente deduttivo e contrario all'induzione empirica dominante in
Inghilterra. Vedemmo l'Hutcheson trarre dal postulato indimostrabile del senso
morale tutto il suo sistema filosofico: analogamente fece Smith movendo dalla
simpatia: l'Hume fu avversario dichiarato dell'indirizzo baconiano, e subordinò
costantemente il fatto all'idea. Speciale importanza hanno l'Hume e lo Smith in
ordine alla determinazione del rapporto tra morale e diritto: per opera loro il
problema si avviò verso una soluzione che fu sotto molti aspetti notevole e
decisiva. L'osservazione empirica della natura umana confermata dall'esperienza
fece convinto l'Hume che esiste un'attività interiore originaria e istintiva,
il senso morale che determina all'azione, e che la ragione può solo regolare ed
esplicare. L'Hume non si preoccupò tanto dì studiare direttamente questa
facoltà innata dell'uomo e di penetrarne la natura, quanto piuttosto di
rilevarne gli effetti e le manifestazioni oggettive e soggettive. L'azione
determinata dal senso morale, ossia l'azione virtuosa è oggettivamente utile,
soggettivamente piacevole: perciò il giudizio sulla moralità dell'azione, il
motivo dell'approvazione e disapprovazione morale, la determinazione di ciò che
l'Hume chiama il merito personale si risolvono oggettivamente nella valutazione
del grado di utilità inerente all'azione, soggettivamente nell'intensità del
piacere provato. Né si creda che l'Hume limiti le manifestazioni del senso
morale all'utile e al piacere individuale: egli riesce a generalizzare e ad
umanizzare i concetti dell'utile e del piacere mediante la simpatia, per la
quale ciò che è solo utile ìndi- ci) SaUe condizioni politico-sociali della
Scozia in quest'epoca e soprattutto si^l ci^rattere della filosofia scozzese
cir, i} Btickle. e piacere soggettivo e variabile diventa utile generale e
comune. Il senso morale e la simpatia vengono per tal costituire i motivi
psicologici della morale dell'Hume, l'utile e il piacere in senso largo ne
costituiscono le maioni e i criteri di valutazione pratica e immediata. Ma
l'minatezza di tali concetti allarga oltre misura il campo 3rale fino a
comprendere in essa, secondo il concetto ;uttociò che è naturale : il dissidio
dell'etica cristiana ihe è utile e piacevole e ciò che è razionale e morale,
tra ha carattere obbligatorio e ciò che è meramente sponistintivo è pressoché
scomparso nell'etica di Hume. Pochi come Hume hanno inteso e accentuato la
distina morale e diritto. L'Hume non era solo filosofo ma ippassionato, e autorevole
parve ogni qual volta emise rere sopra questioni economiche, politiche,
religiose. e e diritto non hanno comunanza di origine, di natura, . Mentre la
morale si svolge dall'intima costituzione tura umana, la giustizia si origina
per riflessione dalle ì della civile convivenza. La giustizia non può
conciliarsi ito di natura quale era descritto dall'Hobbes, che la resa
impossibile, e neppure collo stato di natura immani Rousseau, che l'avrebbe
resa superflua; essa si svolge lente colla convivenza sociale, nella quale essa
tende to a garantire la proprietà privata. La morale si svolge riduo, e alla
felicità dell'individuo intende: i suoi prenno carattere di spontaneità e di
indeterminatezza, 3lli che si fondano sul senso morale, proprio di ciascun e di
natura misteriosa. La morale si vale essenzialjlla cooperazione dei singoli, e
le fasi del suo progresso rapporto col grado di sviluppo e di perfezione
ragagli individui. La giustizia non trae origine dal sen'anno prova le sue
notevoli opere storiche, e i saggi namerosi )ta, suUa bilancia commerciale, sul
credito, snU' interesse ecc., noto saggio : The Triturai hUtory oif religion»
iimento ma dalla ragione: essa ha costantemente di mira l'interesse del tutto,
alla cui stregua e non a quella dell'individuo le sue norme devonsi valutare e
giustificare. Frutto di calcolo e di riflessione, imposte dalla necessità della
convivenza, le norme di giustizia costituiscono altrettanti attentati alla
libertà e felicità dell'individuo; quindi mentre sono coattive, devono essere
al minimo ristrette, precise, determinate. Le norme morali sono come le pietre
ciascuna delle quali concorre all'erezione dell'edificio; le norme di giustizia
sono come la volta che sta per la mutua cooperazione di tutte le sue parti non
per l'azione isolata delle singole pietre che la compongono. La natura stessa
della giustizia rende inevitabili gli Stati e i governi, che la conquista e
l'usurpazione più che il consenso fanno sorgere, e che l'azione del tempo e il
consolidarsi degli interessi finiscono per legittimare La figura di Hume ha
un'importanza notevole nella storia delle idee morali e giuridiche
dell'Inghilterra: egli riassume per molti aspetti il passato e prelude a nuovi
indirizzi di pensiero. Concorda coU'Hobbes e col Locke nel rilevare il
carattere razionale o convenzionale delle norme di giustizia: con Hutcheson
difese la morale del sentimento contro gli Intellettualisti : nel ridurre al
minimo l'azione dello Stato, nel restringere la giustizia alla difesa della
proprietà egli subì l'influenza dell'individualismo dominante all'epoca sua in
Inghilterra: nell'importanza data ai concetti della simpatia e dell'utile apri
la via da un lato allo Smith dall'altro lato a Bentham. Sintomatico per il
metodo è il dispregio che Hume ebbe pei fatti, a cui raramente fece ricorso per
confermare le sue Le dottrine etico-giuridiche deU' Hume sono contenute
particolarmente nei seguenti saggi : 1) e An inquiry concerning the principles
of morals, Of the origin of government, That polìtìcs may be reduced to a
scìence, Of the first principles of government, Of the originai contract.
Questa è la ragione per la quale l’Hume e ingiustamente severo nel giudicare
Bacone Cfr. Ektory ofEngland, Lond» 19d« ai quali ad ogni modo riservò un posto
secondario e aato alle idee. L'eccezionale acume e potenza d'intelrmise
all'Hume di intuire il vero, e di trarre da' suoi lì conseguenze non
contradette dai fatti: per lui la la religione, il diritto hanno un corso
naturale, che me solo può determinare, e che spesso contraddice alla storica:
determinare questo corso ideale delle cose Ito precipuo della filosofia.
L'analisi dei sentimenti in quanto sono stimoli all'o- umano fu con larghezza e
originalità di vedute contila un terzo grande pensatore scozzese. Smith, isse
con metodo deduttivo tutta la sua dottrina ecodall'esame dei sentimenti
egoistici, cosi come fece dei inti altruistici o simpatici la base della vita
morale. œconomicus da un lato, l'homo eihicus dall'altro secondo Smith, a
movente dell'azione sentimenti Moral sentiments e Wealih of nations anziché
con5i, come vogliono alcuni, si completano a vicenda e )no due esempi
insuperabili di astrazione psicologica a con logica geniale e rigorosa. mpatia
è un sentimento originario e irreducibile dei- associato. Essa consiste in un
accordo di sentimenti, accordo ha luogo in noi, quando i sentimenti che agnano
l'azione nostra si accordano coi sentimenti di 30sto spettatore imparziale, che
si erige a giudice in provano le sne affermazioni geniali e confermate dagli
stadi pòiiU' origine deUe religioni e dei governi, sulla condizione deU'uomo 1^
sai fenomeni economici ecc. a deUe opere pili originali di Hume è The naturai
history of re* cui arriva alla conclusione vera che il politeismo ha preceduto
n monoteismo : la prova però che ne dà è essenzialmente teorica ca. le
osservazioni del Buckle, Op. cit. e. xx, sul metodo seguito th, e sui caratteri
della sua filosofìa. Cfr. anche Lange, Histoire aliarne f Paris. Smith pubblicò
The moral sentiinente nel 1759 e nel 1776 pubblicò Wealth of nations. 'i«^r:
noi di noi stessi ; ha luogo fuori di noi quando il nostro sentimento si
accorda coi motivi e col l'intenzione dell'agente da un lato, coi sentimenti
della persona che è termine dell'azione dall'altro. L'Hume fece scaturire la
simpatia dalla considerazione degli effetti utili e piacevoli dell'azione : non
tenne conto dello stato emotivo proprio di chi compie l'azione e di chi la
riceve. Lo Smith più che agli effetti esteriori dell'azione rivolse la sua
attenzione al sustrato psicologico dell'azione stessa, e distinse nettamente la
simpatia diretta o soggettiva coi motivi e l'intenzione dell'agente, la
SIMPATIA indiretta o oggettiva collo stato d'animo della persona a cui l'azione
si riferisce. Dire che un'azione è conveniente o sconveniente, buona o cattiva,
significa solo simpatizzare o non simpatizzare colla causa o coi motivi che
determinarono l'agente a compierla. Questo senso di simpatia diretto che nel
giudicare l'azione nostra o di altri jion tien conto delle conseguenze
dell'azione, ma dell'accordo di sentimenti di chi giudica imparzialmente
l'azione e di chi la compie costituisce il dominio proprio della morale. Il
fondamento psicologico della giustizia, che Hume aveva disconosciuto facendo
della giustizia opera esclusiva della riflessione e della ragione, deve
ricercarsi nella simpatia indiretta o oggettiva, cioè nella simpatia che nasce
dalla corrispondenza coi sentimenti di chi è termine dell'azione. L'azione
benefica o dannosa fa simpatizzare col beneficato col danneggiato e desta in
questi e negli spettatori imparziali un senso di gratitudine o di risentimento
verso l'autore. In questo impulso retributivo, in questo stimolo al
contraccambio, che dalla persona interessata si diffonde a quanti contemplano
imparzialmente l'azione, noi troviamo la ragion d'essere del merito e del
demerito, del premio e della pena, Cfr. Theory ecc. Smith tratta della simpatia
diretta o soggettiva nella Parte t dell'opera sua; in occasione dei giudizi
sulla proprietà delle azioni. erio per distinguere le azioni beneficile é le Le
manifestazioni della beneficenza sono posi- mo limite nella loro esplicazione:
il senso di lanifesta sopratutto negativamente quando cioè )voca la reazione e
la pena. Le azioni che non danno né vantaggio, che non meritano né premio
destano né simpatia né antipatia, o in altre paLtudine né risentimento,
costituiscono la classe giuste, in quanto rivelano in chi le compie il
intimento di giustizia, ma non l'animo disposto Smith che il senso naturale di
SIMPATIA può, to Non sempre noi siamo in condizione di idici imparziali e
sereni delle nostre azioni: le itutto tendono a corrompere il nostro giudizio e
Lizzare con motivi d'azione non degni di appro?o canto nel giudicare le azioni
da altri compiute, 3re tratti in inganno dai risultati meramente ?imii
dell'azione, dall'utile o dal piacere che ne are. Non é a credere che lo Smith
disconosca li questi elementi estrinseci dell'azione: é prove l'utile e il
piacere da un lato, il successo tino simpatia, e costituiscano un criterio
pratico ila bontà dell'azione: ma tali elementi devono lostri giudizii, nel
regolare la simpatia un posto secondario. re la serenità e imparzialità dei
nostri giudizii e il demerito dell'azione, si rendono pratica)atia oggettiva
Smith tratta nella Parte ii Op. cit. in itinieuto di merito o demerito deUe
azioni. Sui rapporti ) giustizia. ò del traviamento del senso di simpatia. 3naa
dell'utilità sul sentimento di approvazione. inente indispensabili norme
generali direttive. Queste norme, che resp3rienza ripetuta, non l'intuizione,
ha suggerito, si presentano con caratteri e natura diversa, secondochè tendono
a regolare i'esplicarsi dell'attività benefica, oppure sono dirette a impedire
le lesioni del senso di giustizia: le une non escono dal campo della morale, le
altre hanno carattere propriamente giuridico. La natura della beneficenza è
tale che non si presta ad essere ridotta in formole precise e minute. Il suo
campo è illimitato, opperò la norma che ne regola l'esplicazione non può che
esser vaga e indeterminata. D'altro canto il carattere negativo della
giustizia, ne restringe il campo di esplicazione. Le sue norme segnano i
confini oltre i quali l'attività dell'individuo, esplicandosi, lede il senso
della giustizia: pertanto devono essere precise, chiare determinate. Per
servirmi del paragone dello Smith, le norme di giustizia sono come le regole di
grammatica, poche, precise, determinate: le norme di BENEFICENZA hanno
l'indeterminatezza e l'elasticità propria delle regole del bello scrivere che
ninno può precisare e costringere in poche formole. L'osservanza delle norme
generali, sieno esse di beneficenza di giustizia, è condizione di benessere e
di sicurezza sociale. Ma nulla è più contrario alla natura della beneficenza
della coazione. Essa vive di libertà, di spontaneità. Per quanto possa
desiderarsi che i vincoli sociali traggano forza e consistenza dall' affetto e
dalla mutua assistenza, l'esercizio delle virtù benevole può consigliarsi ma
non co-attivamente imporsi. Ma se l'osservanza delle norme di beneficenza è
condizione di perfezionamento e di prosperità della vita sociale, l'osservanza
delle norme di giustizia è condizione di esistenza: la vita sociale è possibile
anche se i rapporti tra i suoi membri, a somiglianza dei rapporti che sorgono
tra i membri di una società commerciale, non sono regolati dalla beneficenza,
ma da mere considerazioni di interesse: ma senza le norme della giustizia si
rende inevitabile la dissoluzione sociale, Che se sj tien conto della naturale
debolezza dei vincoli sociali di fronte alla forza degli stimoli egoistici, si
comprende come solo colla coazione e con un ben regolato sistema di pene si può
garantire l'osservanza delle norme di giustizia, che rappresentano il minimum
di sacrificio individuale che la vita sociale richiede per sussistere. Nei
rapporti colla vita sociale, dice Smith, lo norme di giustizia stanno alle
norme di beneficenza, come in un edificio il muro maestro sta alle decorazioni.
Mostra peraltro Smith di avere della giustizia un concetto non esclusivamente negativo.
Egli osserva che nello stato di natura, cioè anteriore alla società costituita
civilmente, tutti essendo eguali, la giustizia non può avere che un significato
s erettamente negativo: ma nelle società civili in cui abbiamo distinzioni di
classi, in cui abbiamo superiori e inferiori, l'azione dei governanti non deve
solo esplicarsi nel senso di impedire Vivjuria, ma deve promuovere la
prosperità morale dolio Stato imponendo norme positive di vera beneficenza.
Senonchè, osserva giustamente lo Smith, l'azione del legislatore nel campo
riservato alla beneficenza, quando non sia prudente e illuminato, costituisce
un grave pericolo per la libertà, la sicurezza, la giustizia. Rimprovera lo
Smith agli antichi di avere esteso l'indeterminatezza propria delle norme
morali alle norme riferentisi alla giustizia. Nel difetto opposto incorsero i
casuisti medioevali nello sforzo fatto di sottoporre a regole minute e
complicate tutti gli atti della vita morale e giuridica degli individui. I
cultori del diritto naturale nel determinare le norme da imporsi coattivamente
invasero bene spesso il campo riservato alla morale. In tutti Smith nota la
deplorevole coufusione tra norme morali e giuridiche, il disconoscimento dei
criteri coi quali le une e le altre devono essere stabilite. Ammette Cfr.
Sull’origine delle norme morali: sai caratteri di tali norme, sui rapporti tra
norme di beneficenza e di giustizia: atìcóra Smith la ragiofle d'essere del
diritto naturale, ÓSàia di un complesso di norme generali e costanti, capaci di
fornire una meta ideale alle leggi positive. La dottrina di Smith è un
capolavoro di analisi psicologica condotta con metodo deduttivo. Per la prima
volta vediamo la questione dei rapporti tra morale e diritto risolta al lume
della psicologia. L'aver fatto astrazione dagli elementi egoistici concorrenti
nell'operare umano, giovò a mettere in rilievo gli elementi altruistici o
simpatici, di cui vivono soprattutto i rapporti morali e sociali, ma giustificò
l'accusa di unilateralità opposta alla sua dottrina. L'analisi della simpatia
ne avrebbe certo allargato la base, non essendovi dubbio che a costituire la
simpatia concorrono pure elementi egoistici. Ma il difetto maggiore della
teoria di Smith, difetto che nel determinare 1 rapporti tra morale e diritto si
rende più evidente, è l'assoluta mancanza della veduta storica, la quale se non
poteva distruggere le sue affermazioni psicologiche, avrebbe giovato certamente
à completarle e ad estenderle. Il progresso delle scienze morali dall'Hobbes
allo Smith fu sotto ogni riguardo notevole : esso fu parallelo alla
trasformazione economica, politica, religiosa che in Inghilterra si anda
attuando. Hobbes e Locke intesero sopratutto a emancipare le scienze morali
dalla teologia e trovare loro un fondamento nuovo : al principio divino
considerato dalla filosofia tradizionale come fonte di moralità, l'uno sostituì
la volontà del principe, l'altro la legge di natura, elaborata dalla coscienza
popolare e che si concreta in legge civile e in legge del costume. I filosofi
scozzesi affermarono il fondamento psicologico delle scienze morali,
derivandole dal senso morale e dalla simpatia. Ad essi dobbiamo i primi
tentativi fatti per distinguere la morale dal diritto. Notevole a questo
riguardo circa i metodi seguiti dai diversi scrittori nel determinare le norme
pratiche di moralità. Hobbes e Locke non intesero l'importanza teorica e
piratica di tale distinzione. Le condizioni economiche e politiche
dell'Inghilterra richiamarono su di essa l'attenzione. L'invasione dello Stato
o meglio del principe nel campo riservato alla moralità, cosi come nel campo
dei rapporti economici, e norma dominante. La riforma protestante, lungi dallo
scuotere, aveva riaffermato tale principio. L'autorità civile in Inghilterra
asserviva a sé la religione, mentre in Scozia ne era asservita. In entrambi i
casi il risultato era identico, il disconoscimento (li ogni distinzione tra
norme morali e giuridiche. Il movimento individualista che si diffuse in
Inghilterra rappresenta la reazione contro le indebite ingerenze dello Stato
nei rapporti economici, religiosi e morali, la difesa di ciò che parve
patrimonio intangibile dell'individuo. La discussione circa i limiti del potere
dello Stato nei suoi rapporti coll'individuo, doveva teoricamente presentarsi
come questione concernente i rapporti tra morale e diritto, e cosi fu intesa e
trattata dall' Hume e da Smith. L'Hume fa aperto avversario dell'invasione
dello Stato nel campo dei rapporti non solo economici, ma anche morali: secondo
lui l'azione dello Stato non deve esplicarsi che negativamente e solo a difesa
della proprietà, alla quale riduceva il contenuto del diritto. A questo poi
negava ogni origine psicologica, limitandosi a giustificarne l'esistenza dal
punto di vista razionale e della necessità sociale. Smith con veduta più larga
e scientifica ricerca nella natura stessa dell'uomo un criterio di distinzione
tra morale e diritto. L’impulso retributivo mentre provoca il senso di
gratitudine verso l'azione benevola, giustifica psicologicamente la reazione verso
l'azione ingiusta: né deve, secondo lui, l'azione dello Stato manifestarsi in
senso esclusivamente negativo, ma deve in determinate circostanze, per quanto
cautamente e colle dovute garanzie, potersi estendere a favorire il progresso
morale. Senonchò la storia posteriore delle scienze morali abbandona
l'indirizzo psicologico perfezionato dallo Smith, per riattaccar all'Hume, il
quale, avendo posto a criterio misuratore del bei e del male, del giusto e
dell'ingiusto il concetto dell' util schiudeva la via a Bentham e all'indirizzo
utilitarista. Ti le cause di tale arresto devesi ricordare il metodo deduttr
seguito dallo Smith nell'indagine psicologica, metodo che i chiedeva qualità
personali di astrazione e di sintesi, poss dute in grado eminente dallo Smith,
ma non facili a riscoi trarsi in altri. Si aggiunga che alle esigenze della
pratiparve meglio rispondere il criterio oggettivo dell'utile, ci teneva conto
delle conseguenze dell'azione, che non i crite soggettivi fondati sui moventi
psicologici o interiori dell'azioE Che se la dottrina morale dello Smith per
tali ragioni non e venne popolare, ed esercitò scarsa influenza all'epoca sua
confronto alla dottrina utilitaria, essa però al risorgere de studi positivi di
psicologia, fu in molte sue parti conferma e apprezzata al suo giusto valore.
Che se vogliamo stabilire un parallelo tra la scuola d diritto naturale in
Germania, e quella empirica inglese in o dine alla questione dei rapporti tra
morale e diritto, noi tr veremo che in entrambi i paesi essa fu provocata dalla
n cessità di difendere l'individuo contro l'ingerenza dello Sta in materia di
morale e di religione. Il movimento culmina Germania col Thomasius, in
Inghilterra con Hume e Smitl senonchè là le resistenze furono maggiori, la
questione fu sopr tutto sollevata e con grande calore discussa dai giureconsu!
allo scopo di salvaguardare la libertà morale e religiosa, ment irf Inghilterra
l'invasione dello Stato fu sopratutto combattu in favore della libertà
economica. Ad ogni modo il risulta finale fu in entrambi i paesi di mettere in
rilievo l'import an: teorica e pratica della questione. Vlf>^itlxzo
cmtt^mimtio ideile sclei^ze ff|otall. SOmiABIO : 4& CftrtMlo l’epoca ioa -
49. Cutesio 1« loianM morali fio. Ma1«branoh« • V indiriuo spiritaalitta-oartMÌano
nella soienae morali L'Olanda a il iitama atico-ciuridioo di Spinosa. Le
oondiaioni politloha • rali^oM dalla Germania. La dottrina etico-giuridica di
Leibnia. L'opera metodica del Wolff. Parallelo tra l'indiriaio flloeoflco e
ginridico nelle loienae morali. Chiunque voglia ricercare le origini prossime
dei metodi e indirizzi diversi che si riscontrano nel campo delle scienze
morali dell'età moderna, deve risalire e precisamente ai tre paesi che di tali
indirizzi furono i centri di origine e di sviluppo: l'Olanda, l'Inghilterra, la
Francia. Dove la riforma religiosa gettò più profonde radici, dove le mutate
condizioni economiche affrettarono l'avvento dello Stato moderno, ivi si svolse
vivace l'opposizione allo spirito teologico, e le questioni d' indole morale e
politica sorsero numerose e insistenti. La Riforma non impedi anzi per molti
riguardi accentua l’intransigenza religiosa. Le guerre religiose divamparono
ovunque con questo solo risultato di rendere necessario l'intervento
spregiudicato dello Stato, e di far sentire il bisogno di dottrine politiche e
giuridiche dapprima, morali poi, indipendenti da ogni presupposto religioso.
Col comporsi delle questioni religiose l'attenzione fu rivolta allo Stato e ai
rapporti sorgenti tra Stato e individuo: gli interessi morali e giuridici
vennero per tal modo ad occupare il primo posto. Questo processo storico,
comune a tutti i paesi nei quali penetrò la Riforma, si manifestò prima che
altrove in Olanda, Inghilterra, Francia: in questi paesi abbiamo con Grozio,
con Bacone, con Cartesio i fondatori dei nuovi indirizzi di pensiero, dei quali
alcuni, come quelli di Grozio e di Hobbes Cfr. Ifuffini, «n^;v;^r--jV'
"farono direttamente determinati dalla necessità di trovare un fondamento
nuovo alle sciènze morali, mentre quelli di Bacone e di Cartesio, mirando a un
generale rinnovamento del metodo e del sapere jOilosofico, solo indirettamente
sovvertirono le basi ti'adizionali delle scienze morali. La Francia in
particolare fu per oltre quarant'anni teatro di sanguinose lotte religiose: la
vita politica e intellettuale del paese parve subire un arresto: più che la
forza dell'armi valse a predisporre gM animi alla conciliazione e alla
tolleranza lo scetticismo morale e religioso, che s' impadroni degli animi
stanchi e disillusi, e che rappresenta la reazione inerte del buon senso, dello
spirito laico e liberale contro il dogmatismo religioso, cattolico e
protestante. Privo di ogni carattere scientifico e ricostruttivo, tale
scetticismo scaturiva dalla impotenza, dalla sfiducia nella capacità
intellettiva, e si svolse sopratutto nel campo pratico per opera di quei
cattolici moderati, chiamati i Politici che formatisi tra l'intemperanza e
l'intransigenza dei partiti, furono efllcaci cooperatori della politica
illuminata e tollerante di Enrico IV. Rappresentanti di questo scetticismo
pratico e popolare furono il Montaigne e lo Charron : essi non si fecero
banditori di metodi e sistemi nuovi, ma entrambi, e sopratutto lo Charron in
forma garbata si fecero a sostenere principii che in quell'epoca dovevano
sembrare rivoluzionarli, quali ad esempio che l'errore religioso non
costituisce reato, che le opinioni religiose sono il prodotto dell'abitudine,
che le differenze che dividono intorno ad esse gli uomini sono puramente formali,
che è possibile la morale senza il fondamento religioso. L'aver fatto buon viso
a quéste idee, l'esser stati i loro autori letti e apprezzati prova non tanto
che i tempi erano maturi per accogliere tali principii, che lo spirito
irreligioso e l'ateismo fossero diff*usi, quanto piuttosto la stanchezza e
l'impotenza degli animi a reagire contro il diffondersi di tali idee che
trovavano nella storia dolorosa e recente qualche conferma. Ad ogni modo se
tala scetticismo non ebbe alcuna importanza teorica, ne ebbe una grande
pratica: esso preparò quello stato degli animi che ;e possibile il trionfo di
Enrico IV, l'Editto di Nantes, e a politica inspirata non agli interessi
religiosi, ma civili e itici del paese. La politica di Enrico IV e elevata a
sa- mie sistema dal Richelieu, di cui fu meta costante T intense dello Stato
inteso come espressione dell'unità nazionale 'interno, come preminenza assoluta
di fronte all'estero, olto da ogni preoccupazione di classe, di religione, di
moe, umiliando all'uopo la nobiltà, reprimendo i tentativi di lellione dei
protestanti, facendo della tolleranza la base ila politica. Al Richelieu deve
la Francia sua grandezza politica, il consolidamento dell'unità naziole, il
risveglio intellettuale. Ed è degno di nota che proprio andò la politica del
Richelieu aveva toccato il massimo iluppo, appariva il Discorso sul metodo di
Descartes, destinato a produrre nel campo filosofico effetti analoghi a quelli
eseguiti dal Richelieu nel campo della politica. Il successo e l'opera di Cartesio
incontrò in Francia, quando l'eco delle te religiose non era ancor spenta,
dimostra il progresso delle je; al dubbio pratico sterile e vano sottentra il
dubbio iagatore e scientifico. L'influenza di Cartesio nella storia delle
scienze naturali supera per molti riguardi quella pur tanto notevole ircitata
da Grozio e da Bacone. A tutti fu comune l'avrsione verso i metodi e i sistemi
tradizionali e teologici; L se Grozio fu sopratutto preoccupato di sottrarre
alla inenza della religione il fondamento del diritto e contrappose metodo
teologico il metodo storico-razionale che alla sodone delle controversie
giuridiche mostravasi particolarjnte adatto, Bacone, fatto audace dai progressi
mirabili Ila scienza, e condotto a proclamare la generale trasfor Cfr. suUe vicende
religiose in Francia il Kuffini. Sulle condizioni storiche deUa Francia U
Bnckle, Viilmazione ^el sapere filosofico e scientifico, sulla plicazione del
metodo induttivo. Ma quel dualism e materia che costituiva l'essenza della
filosofia e che Bacone aveva attenuato nell'unità del met( risorge per opera di
Cartesio, la òui dottrina se della metafisica manifesta evidente la tendenza
lismo, cioè verso l'unità di tutte le cose nello sp mantiene netta la
distinzione tra materia estesa appare essenzialmente dualistica nel metodo e
nel ( L'aver accentuato questo dualismo permise a Ci ad altri del suo secolo,
di essere ad un tempo file ziato: a tale dualismo provvidenziale devesi se (
volando sul rapporto tra il mondo psichico e il rale potè trattare con metodo
soggettivo i fatt accogliere nello studio della natura un metodo duttivo, che
si avvicina assai più di quello di Bz processo seguito da chi studia la natura.
Secc la causalità domina sovrana nella natura fisica ( questa esula ogni
concetto di finalità: tutto v forza di proprietà immanenti nei corpi e secondi
riabili, che la scienza deve determinare non eh particolare al generale, come
proponeva Bacone, tosto alle cause reali dei fenomeni, ma piuttostc corso ad
ipotesi da controllarsi coU'esperienza: L'originalità e l'importanza di
Cartesio più eh delle indagini scientifiche, si esplicò sopratutto ne Cfr. La
vi osa, Filosofia scientifica del diritto in Tngh Claiison. L'osservazioue e la
denomiuazione di metodo ipotet del La Ugo, Histoire du matérialismef Paris,
mazioiitì dui Lauge è vera e trova couferma in alcaui pai sul Metodo; ma dove
completarsi col metter in rilievo il diverso che lo stesso Cartesio proponeva
per lo stadio dt e che i>nò considerarsi psicologìco-deduttivo. Sotto questo
aspetto Cartesio coopera efficacemente materialismo. Cfr. Lange sofico. Le
scienze dello spirito, di cui le scienze morali erano parte integrante,
all'epoca di Cartesio continuavano a mantenere stretti legami colla teologia.
In questa parte Bacone fu e rimase per lungo tempo nell'Inghilterra stessa un
solitario. K La filosofia che si svolse in Inghilterra sulle traccio di Hobbes,
con tendenze essenzialmente pratiche, rifletteva troppo strettamente il
carattere e le speciali condizioni politiche e k religiose del popolo inglese
per incontrare favore sul conti- Spinoza riasHUiue hi dottrina cartesiana
relativa al nirofoii(la che egli faceva tra il mondo delle idee e il mondo dei
fatli. La quarta pai-te mpie in virtù di sentimenti che il desiderio della vita
ossia il desiderio a perseverare nell'essere fa nascere: la nozione del male e
del bene sta nella tristezza o nella gioia che accompagna il desiderio
contrastato o soddisfatto: questo stato psicologico unito all'esperienza genera
per gradi la nostra scienza e costituisce la causa vera del progresso morale. E
coli' elevazione morale dell'uomo va di conserva la sua elevazione
intellettuale. A misura che l'uomo si fa libero cioè obbedisce alle
determinazioni del suo proprio essere all' infuori dell'azione degli agenti
esterni, la visione dei rapporti delle cose in Dio si fa sempre più adeguata,
finché al sommo dell'evoluzione verità e virtù si confondono nell'amore
intellettuale di Dio, sintesi della moralità, della conoscenza, della felicità.
La dottrina di Spinoza segna un progresso reale e decisivo nella storia delle
scienze morali: essa costituisce il punto di partenza di tutti gli indirizzi di
pensiero che si delinearono nella filosofia posteriore. L'indirizzo
intellettualista che voleva regolata la condotta su verità eterne, immutabili
stabilite dalla ragione, lo spiritualismo che poneva il fondamento della vita
morale in Dio, l'empirismo edonista e utilitario che ricercava nell'uomo la
tendenza affettiva sul cui predominio doveva elevarsi la morale, tutti si
riscontrano sapientemente coordinati nella dottrina di Spinoza in virtù del
negato dualismo tra spirito e materia. La sua morale si svolge nell'uomo stesso
mediante un progressivo e autonomo perfezionamento della natura umana che non
contemporaneamente ma successivamente é sentimento e ragione, necessitata e
libera, egoistica e altr teistica. Facendo del sentimento lo stimolo che
sospinge l’uomo a sublimarsi, a spiritualizzarsi, a' conoscere il pQsto che
occupa nel gran mare dell'essere, Spinoza evitò Terrore fondamentale del
razionalismo. Spinoza fonda l'etica sull'egoismo, né parla di tendenze
psicologiche di carattere sociale: a questo riguardo subì l'influenza
dell'individualismo dell'epoca. Come per Hobbes e per Malebranche cosi anche
per Spinoza l'unione sociale è qualcosa di secondario: l'uomo è un modo% di
Dio, non è una cellula dell'organismo sociale: la BENEFICENZA attiva, le
tendenze sociali hanno valore subordinato alla personalità dell'individuo. Il
determinarsi nell'operare da CONSIDERAZIONI ALTRUISTICHE E SIMPATICHE significa
rendersi schiavo di emozioni passive, e trascurare quel perfezionamento
interiore, su cui sopratutto si fonda la vita morale. Ma individualismo e
utilitarismo non significano per Spinoza oppressione del prossimo, sete di
vantaggi esteriori: l'egoismo illuminato e sapiente si identifica
coll'altruismo: il vero utile è solo ciò che è razionale. Da ultimo facendo
l'uomo capace di elevarsi a Dio e di vivere della vita stessa di Dio, Spinoza
diede alla morale un carattere profondamente religioso. L’individuo al sommo
della evoluzione intellettuale e morale si assorbe nella contemplazione di Dio.
Per lui come per Malebranche l'assorbimento dell'uomo in Dio è indice di
perfezione e di scienza. Ma mentre Dio per Malebranche è un principio vivo e
reale che agisce direttamente e attivamente sull'uomo, per Spinoza è un
principio razionale indeterminato, che risponde a esigenze razionali. Il
panteismo di Spinoza è geometrico, quello di Malebranche è sentimentale. La
religione di Spinoza è privilegio di poche nature elette, capaci di abbracciare
i profondi rapporti che legano Dio all'uomo: quella di Malebranche era pur
sempre la religione tradizionale e popolare nutrita di fede e di amore, fondata
sulle audaci e immediate intuizioni del sentimento. Cfr. Jodl, ove tfatt
sicurezza : per forza di cose sì forma sopra il diritto naturale e il potere
dei singoli, un potere e un diritto collettivo o civile, colla funzione
speciale di mantenere tutti nella sfera del diritto e di garantirne
l'esercizio. Il potere collettivo, una volta sorto, si organizza, diventa stato
e si svolge per gradi secondo le tendenze proprie di ogni essere. Con una
concezione ancora inadeguata de' suoi scopi e delle sue funzioni, nella
necessità di affermarsi contro la prepotenza delle passioni individuali, lo
stato deve dapprima necessariamente assumere forma dispotica : esso concentra
in sé tutti i diritti, regola con le sue norme le manifestazioni della vita
politica, intellettuale, morale e religiosa degli individui, eccede nella sua azione
ogni limite razionale. Ma il dispotismo, come giàl'anarchia primitiva, trova in
sé stesso rimedio. Esso risponde ad una condizione di cose necessaria ma
transitoria: unica forma di governo possibile quando si deve opporre la
violenza della repressione alla violenza delle passioni, esso diventa, a misura
che la coscienza di sé si risveglia nell'individuo, uno strumento sempre più
debole e pericoloso di governo. Lo Stato non può a lungo contare
sull'obbedienza puramente esteriore degli atti, quando ad essa si accompagna la
ribellione interna dei sentimenti. Epperò il passaggio dal dispotismo a un
sistema liberale di governo, diventa condizione di vita e di durata per il
potere sociale e si concreta nella lotta per la graduale emancipazione
dell'individuo dalla tutela dello Stato, ossia per la graduale differenziazione
tra i diritti naturali e soggettivi da un lato, di esclusiva spettanza
dell'individuo, in ordine ai quali l'azione dello Stato non può essere che
negativa, e deve limitarsi a garantirne la libera Ad. Menzel,
Maohiavelli-Studien in Zeitacrift fUr das Privai und offent. Bechi tratta dei
rapporti e analogie tra MachiaveUi e Spinoza. Questi cita lo storico fiorentino
dae volte (Trac, poliUcu8^ e.) e mQstr^ di t^i^lo grande consjd^razio^e,
iiritti oggettivi dairaltro costituenti la potentto proprio dello Stato e che
diventano per Tina osservarsi nell'interesse collettivo. In Spinoza mente
espresso il concetto che lo Stato deve sua azione di ogni considerazione di
carattere ISO. Qualunque riserva altri possa fare circa ntendere il diritto
naturale, non vi è dubbio '0 filosofo seppe come Spinoza affermare con diritti
del pensiero e della coscienza indiviallo Stato. Nella dottrina sua politica si
sente >tta che l'individuo moderno doveva sostenere patrimonio sacro de'
suoi diritti naturali, cioè che riflettono l'esplicazione della sua persocontro
le usurpazioni del dispotismo. Più di non solo intese ma vivamente senti il
rapporto 'a morale e diritto, il quale rientrava nel con> tra individuo e
Stato, contrasto che fu per nello che era stato per il Medio Evo il consa e
Impero. L'ideale politico di Spinoza era rmonica dell'individuo collo Stato,
dell' interi pubblico, della libertà morale colla libertà :ione morale
nell'individuo, l'evoluzione polidevono procedere concordi e integrarsi reci-
regressivo riconoscimento da parte dello Stato 'ali, corrisponde nell'individuo
una coscienza ^ dell'interesse pubblico e una sottomissione itanea e
incondizionata alla volontà sociale, odo gradualmente delineando quello stato
di 'azione delle parti nel tutto infinito, che si teol. pol.y e.Cfr. Raffini,
Storia della filosofia del diritto (tradazione Conforti, Lor minio r,
Philoao^hie du dvQitf presentava dapprima come una fanta: gione umana. La
teoria teocratica del diritto di di Hobbes, la teoria del contratto so( fendorf
rientrano nella concezione spi che nel suo sistema la potenza e qui] partecipa
della potenza infinita, ossi che si genera, secondo Hobbes, dallo sione e di
guerra, secondo lo Spinoza principio della evoluzione morale e se la tendenza
alla vita sociale sia con tendenza a vivere, si può ben parlare tratto tacito e
spontaneo, inteso a re^ dividui e Stato, che sono poi i rappc e giuridica. La
logica dei fatti dove delle idee: nessun altro sistema filosofi trovò nella
realtà storica tanta cor incontrò la concezione etico- giuridic nell'età
moderna ebbe a lottare per pregiudizio religioso, e al dispotismo azioni ai
principi di cui si fece soster Il Cartesianismo dalla Frane e alleato del
dogma, daH'Olanda, ov trionfo della ragione autonoma, si di opera dei Leibniz,
ingegno universale seppe unire l’immaginazione poetica d e temperare gli slanci
del pensiero C( tica. Di mezzo al popolo tedesco, di carattere, le aspirazioni,
le condizion missione, e più di ogni altro concorse a Cfr. Delbos, Op. cit., e.
vir, vni. Cfr. Delbos, Op. cit., Farteli, ove tn neU'età moderna. di Stati, ne
aveva posto in evidenza l'interna debolezza; tutto era in essi da riformare e
costituire; mancavano i criterii per regolare i rapporti tra i vari stati, tra
l'autorità civile ed ecclesiastica, tra le varte confessioni religiose nello
stesso Stato: sopratutto importava garantire l' individuo, la sua personalità
contro le indebite ingerenze dello Stato e della chiesa, alleati a' suoi danni.
Gli stessi problemi, le stesse difficoltà accompagnarono ovunque il sorgere
degli Stati moderni, e la loro soluzione fu compito speciale dei giureconsulti
e dei cultori dei diritto naturale Grozio in Olanda, Hobbes in Inghilterra
avevano elaborato sistemi etico-giuridici rispondenti alle esigenze razionali
dell'epoca, e alle tendenze individualiste dei popoli moderni. Pufendorf,
conciliando i principi! di entrambi, raccogliendoli a sistema chiaro e ordinato
seppe renderli famigliari e noti in Germania, dando loro una portata pratica
che altrimenti non avrebbero avuto. La scuola del diritto. naturale soprafatta
dalla filosofia in Olanda, dalla morale in Inghilterra, si svolse rigogliosa in
Germania, ove mantenne più a lungo il suo carattere originario, e per oltre un
secolo prevalse sopra ogni altro indirizzo di pensiero: assorta a dignità di
scienza sociale, e politica essa forni le armi all'individuo in lotta contro il
dispotismo dello Stato e della Chiesa ufficiale, per rivendicare le sue libertà
politiche e civili, religiose e morali. La questione della libertà religiosa,
quella dei rapporti tra morale e diritto, altrove trattate da .filosofi, da
moralisti, o da teologi, furono in Germania discusse dai giuristi, come quelle
che erano considerate questioni essenzialmente giuridiche, che rientravano Sai
Damerò e attività dei giarecoasalti pratici e filologi io OteV" mania cfr.
R. Stintzìug, Geachichte der deutechen Reohu swi88en8ohaftf Mtiuchen - Leipzig,
ove però nessana parte è fatta ai enitori del diritto natarale. Sotto qaesto
aspetto, e per la giarispradenza tedesca è da consaltarsi la contìanazione
dell'opera dello Stinzing fotta da E. Landsberg ohe pubblica il volome teraso e
quarto. nelle questioni più larghe dei rapporti tra Chiesa é autorità civile da
un lato, tra individuo e Stato dall'altro. E mentre i Pietisti rappresentavano
la protesta del sentimento contro le abitudini ufficiali ed esteriori della
Chiesa, nonché contro l'esclusione della comunità dei fedeli dal governo della
medesima, i giuristi, giovandosi della logica giuridica, prepararono il trionfo
della libertà religiosa e di coscienza, contrapponendo da un lato al sistema
episcopale il sistema territoriale^ che limitava i poteri del sovrano al
governo esteriore della Chiesa, contrapponendo dall'altra alla varietà discorde
delle confessioni religiose, il concetto unitario di una religione naturale,
sulla base di pochi dogmi di carattere morale, da tutti facilmente accettabili.
D'altro canto la distinzione tra forum internum ed externuìn elaborata dalla
scuola del diritto naturale, offriva un criterio empirico, ma praticamente
opportuno per separare la sfera giuridica da quella morale e regolare i
rapporti tra individui e Stato. Per opera dei cultori del diritto naturale e
dei Pietisti il movimento in favore delia libertà si era diffuso in Germania,
destando le latenti energie del popolo, avviandolo per vie nuove verso nuovi
ideali. Ad agevolare l'opera del progresso, ad assicurarne i risultati concorse
efficacemente il Leibniz, a cui l'universalità e profondità dell'ingegno, i
lunghi viaggi compiuti in Francia, in Inghilterra, in ITALIA, le estese
relazioni coi dotti e i principi di ogni paese, giovarono per prender parte
attiva a tutte le correnti della vita pubblica e Cfr. Raffini. Cfr. quanto da noi
fa detto saUa Scuola del diritto naturale in Germania al. Leibniz soggiorna due
anni in ITALIA e vi conobbe BIANCHINI (si veda) a Roma,VIVIANI (si veda) a
Firenze, GRANDI (si veda) a Pisa, MURATORI (si veda) a Modena, MALPIGHI (si
veda) a Bologna. Abbiamo lettere scritte da Leibniz al Fardella, filosofo a
Padova, e poi dietro insistenza dello stesso Leibniz, nominato professore di
filosofia a Napoli. FARDELLA, maestro di Vico. Cfr. Foucher de Careil,
Nouvelles lettrea et opusoulee de Leibniz, Introduzione. dell'attività
scientifica del suo tempo, e per farvi partecipa suo paese. Tutta l'attività
veramente prodigiosa di Leibn costantemente rivolta ad armonizzare le vedute
esclusive dominavano all'epoca sua in politica, in morale, in fìlos nelle
scienze. Egli polemizzò coi Cartesiani per il metodo Locke pel problema
conoscitivo, coi giansenisti e con ^i branche per questioni teologiche, con
Spinoza pe' suoi prin metafisici ed etici, con Pufendorf sul fondamento del di
naturale. Nell'opera sua filosofica convergono le corrent pensiero più
disparate, e dopo di averne rilevato le coni dizioni, le esagerazioni, talora
le riproduce corrette e : grate, talora le ripudia ricostruendole su altre
basi: se d iato integra le idee di Cartesio e di Locke sul metodo e si rigine
dell'idee, dall'altra parte contrappone teorie sue prc ai sistemi di Spinoza e
di Pufendorf. li Leibniz ha stretti vincoli colla corrente teologico-cc siana
che trionfava in Francia con Malebranche: come qi era credente sincero. A Dio
lo portava il senso dell'uni dell'armonia dell'universo, acuitosi in lui per
gli studi scoperte fatte nel campo delle scienze fisiche e matemati L'idea di
Dio non lo lasciava indilferente, ma lo riempi\ entusiasmo, di gioia serena e
tranquilla, gli comunicava senso schietto e profondo di venerazione e di amore
all'in) e al di sopra di qualsiasi confessione positiva. Il sensc reale e della
vita in tutte le sue forme lo trattenne dal m cismo e dalle esagerazioni del
Pietismo; e mentre in IS branche teologia e filosofia si compenetrano e quasi
si fondono, in Leibniz procedono parallele e distinte. Nella restaurazione dei
diritti della ragione contro i spregio in cui era tenuta dagli scolastici e dai
mistici, Lei ben può considerarsi successore e continuatore dello sp . cartesiano:
ma allo stesso tempo non crede al contrasto j (1; Sai rapporti tra Leibniz e
MalebraDche cfr. Ollé-Laprunej. da Cartesio tra ragione e fede e vi sostituisce
la necessità dell'armonia; né partecipa alle esagerazioni dei Cartesiani
delllepoca sua, che erigevano a dogma l'onnipotenza della ragione e ripudiavano
qualunque altra forma di conoscenza. Epperò tra Locke che considera il senso
esterno (sensazione) integrato dal senso interno (riflessione) fonte di
conoscenza nel campo delle scienze morali e Cartesio che riconosceva solo
l'autorità della ragione, Leibniz si attenne a una via intermedia, distinguendo
il metodo razionale (anaZisis per S2lium) diretto a disciplinare la ragione, a
porla in grado di sfruttare i dati del senso e dare chiarezza e precisione
geometrica alle verità conosciute solo imperfettamente e confusamente, e il
metodo naturale (analisis per gradus) che procede per gradi dal noto
all'ignoto, secondo la via offerta dalla natura stessa, trasformando i problemi
semplificandoli, formulando leggi generali, su cui poter fondare il
ragionamento. L'autorità, l'esperienza storica, costituiscono un valido aiuto
per lo studio delle scienze morali, e utile freno alle astrazioni e alle
intemperanze della ragione. In ordine alla dibattuta questione circa l'origine
delle idee che Locke sosteneva acquisite dal senso, i Cartesiani innate nello
spirito chiare e distinte, Leibniz sostiene che non dai sensi e dall'esperienza
solo noi deriviamo le nostre conoscenze. Cfr. God. Guil. Leibnitii opera
philosophica quae exMant latina gallica germanioa, edidit Erdmann. lu uua
lettera a un amico (v. Erdmaun) il Leibuiz dice, (Erdmanzi) e I e confuse dì
Leibniz rispondono alle rappresentazioni adeguate e inadeguate di Spinoza, e
come questi supplisce la conoscenza mediante Temozione, cosi Leibniz supplisce
la rappresentazione mediante lo sforzo, e la rappresentazione chiara mediante
uno sforzo chiaramente conscio che involge la felicità e consiste nell'amor di
Dio e de' nostri simili. Leibniz facendo dell'individuo specchio dell'universo
e immagine di Dio veniva a porre a ugual grado l'amor di Dio e del prossimo: e
se si pensa alla impossibilità di esercitare l'amore verso Dio, l'amor del
prossimo diventa sorgente precipua della moralità pratica. In ciò veniva a distinguersi
da Spinoza e da Malebranche, i quali, assorti nella divinità, consideravano
secondarie e derivate le tendenze altruistiche. Ancora distinguono Leibniz da
Spinoza l'ottimismo e l'idea di sviluppo: l'uno procedeva dalla fiducia
illimitata nelle energie inesauribili della natura umana, l'altra dal
considerare la tendenza alla perfezione, legge fondamentale della natura e
dello spirito. Tali caratteri congiunti a un senso vivo di umanità che traspira
da tutta la sua concezione etica, spiegano l'influenza grande che questa
esercitò in Germania. Nel campo del diritto naturale il Leibniz si pose in
opposizione con Pufendorf, il quale dìscostandosi dalla tradizione di Grrozio,
tendeva a far del diritto l'espressione arbitraria della volontà di un
superiore, anziché derivarlo dai rapporti eterni inerenti all'ordine naturale
delle cose. La distinzione tra forum internum ed eocternum posta dal Pufendorf
per se-Cfr. Noìiveau eoe, lib. U, o. 20. Cfr. Nouveaueoc.f lib. II, e. Nella
parte 3» del tomo IV, dell'edizione delle opere del Leibniz fatta dal Datens,
sono raccolte le piti note opere giuridiche del Leibniz: ma molti altri scritti
di natura giaridica rimangono inediti. L'edizione pili recente e più completa
delle opere del Leibniz è quella curata da I. Geihardt, t Die phylosophischen
Schriften von Leibniz », Berlin: ma videro la luce solo sette volumi, e le
opere giuridìcbe non sono ancora pubblicate.Cfr. sulle idee giuridiche del
Leibniz Landsbefg, era morale dalla giuridica era un criterio dì ditrinseco e
artificiale. Nell'intenzione di Pufendorf ternum era il campo proprio del
diritto naturale, )rum internum era dominio esclusivo della filosa; con ciò
estendeva oltre misura la sfera Mei ^ale, mentre confondeva la religione colla
morale, [vendica alla filosofia il forum internum, e senza i diritti della
teologia vuol costituita su basi strina razionale dei doveri interni, ch'egli
chiama:ale: d'altro canto non crede possa limitarsi il liritto naturale ai
rapporti esteriori di condotta, ne delle obbligazioni verso Dio che si svolgono
della coscienza. Egli rimproverava al Pufendorf i di attitudini filosofiche,
che gli impediva di rincipii di ragione e derivare da essi la dottrina diritto
di diritto naturale che formano il contenuto della nno con le verità etiche comune
l'origine e lo in quanto procedono non dalla volontà (Pufendorf) iza di Dio
(Spinoza) ma dalla sua infinità sapienza dai rapporti eterni e immutabili
inerenti alla cose, e si riflettono nello spirito confusamente di intuizioni
innate e di tendenze altruistiche, da )no per gradi sempre più elevati di
perfezione la ;a e la vita sociale. La giustizia è la virtù sociale za, e di
essa è anima la generosità per cui l'uomo ce di compiere nei rapporti con
altri, azioni rae della sua origine divina. Definendo la giustizia lientis »
Leibniz la fa consistere nella benevolenza ssia nell'abito di provar piacere
all'altrui felicità 2k aspra che, contro il suo costume, il Leibniz move al
•ntenuta nei « Monita quaedam ad 8, Pufendorfii principia » >0. cit.). . rvationes
de principio juris, sotto la guida della sapienza, che è la scienza della
felicità individuale e sociale. Il diritto ha uno sviluppo parallelo alla vita
sociale, e coll’ampliarsi di questa quello allarga il suo contenuto. Esiste un
diritto positivo e volontario frutto del costume e del volere dei governanti:
esso comprende da un lato il jus civile che regola la vita interiore di uno
Stato, e trae la sua forza da colui che ha nelle mani il supremo potere,
dall'altro il jus gentium che regola i rapporti tra Stati diversi e si forma
per tacito consenso di popoli. Il diritto volontario o positivo svolgendosi
tende a modellarsi sul diritto naturale i cui principii si estendono oltre i
limiti di uno Stato particolare per abbracciare la società del genere umano, e
inspirarsi alle esigenze razionali dell'uomo astrattamente considerato, sciolto
dalle limitazioni di tempo e di luogo, che sono una conseguenza della sua
natura animale. Il diritto naturale concepito dal Leibniz come una facoltà
naturale a cui risponde una necessità morale (dovere, obbligazione) si
manifesta sotto tre forme che ne costituiscono altrettanti gradi di perfezione.
Nel periodo primitivo di sviluppo delle società umane, il diritto si manifesta
nella forma di jus strictum, o di giustizia communativa che si inspira al
precetto: neminem laedere^ precetto che presuppone l'uguaglianza di tutti gli
uomini, e risponde alle più elementari e imprescindibili condizioni del vivere
sociale. In un grado più elevato di sviluppo sociale, le disuguaglianze derivanti
dalle attitudini e dai meriti diversi, dalle distinzioni di classe e di
condizione civile, fanno prevalere il concetto deWaequitaSy q della giustizia
distributiva, che inspirandosi al precetto: unicuique suum tribuere, genera da
un lato doveri di indole morale (gratitudine, beneficenza), dall'altro la
facoltà di chiedere ciò. che per gli altri è solo compito di equità prestare.
Vi è una terza fonte di diritti e Sai concetto di giustizia cfr. le lettere
scritte dal lueibni? a Hea. Eru. Kestnertpn (si trovano nel Dutens), di
obbligazioni, la pietas, che si inspira al precetto: honeste vivere, attua i
fini della giustizia divina, scaturisce dall'ordine e armonia delle cose: essa
risponde alle esigenze della società universale degli esseri intelligenti che
hanno comune la credenza nella immortalità dell'anima e riconoscono in Dio il
reggitore supremo dell'universo. L'uomo viene pertanto, secondo Leibniz, a far
parte d'una triplice società, della società particolare di uno Stato, della
società più ampia del genere umano, della società universale divina:. ognuna di
queste società ha il suo legislatore, i governanti, la ragione. Dio; tutte
svolgono il concetto di giustizia, ampliandone progressivamente il contenuto, e
generando una triplice serie di norme, civili, naturali e divine. Ciò che
trattiene l'uomo nell'ambito della legge e lo spinge a conformare le sue azioni
all'interesse collettivo, che è poi quello della giustizia, non è solo la
paura, l'interesse, l'egoismo : 3gli può essere tratto al bene e al giusto
anche da naturale propensione e rettitudine dell'animo, da energie altruistiche
ben più profonde ed efficaci, dall'amore, dalla pietà. Lo studio poi delle
azioni in quanto sono giuste o ingiuste, ossia in [juanto sono utili o dannose
in rapporto alle finalità proprie di ciascun ordine di società, è compito
speciale della giurìsprudenza, la quale, sfruttando le tendenze altruistiche
dell’uomo, si fa interprete dell'interesse generale nel suo triplice ^rado di
sviluppo e detta norme dirette alla conservazione B al perfezionamento sociale:
justum est quod societatem ratione utentium perficit La teoria di Leibniz sul
diritto naturale e sulle diverse fasi di sviluppo del medesimo è svolta nelle
due dissertazioni premesse al Codex diplomaticus. Cfr. doperà giovanile di
Leibniz : Nova Mvthodus disoendae dooendaeque jurisprudentia. In essa dice
>S55l notevole è il significato e l'estensione data naturale. Nel suo
concetto questo dovrebbe ie di filosofia pratica universale, ossia di ^ettiva,
a cui spetta porre i principii me alla natura dell'uomo e delle cose: il
ipplicazione spetta all'etica soggettiva, mezzi per i quali l'uomo bene usando
delle ^uendo la virtù conseguire la felicità e arone. In questa parte
soggettiva il rigore neno ed elementi eudemonistici e utilitari r ai seguaci di
opposti indirizzi di pensiero, portanza dell'esperienza e del senso comune, il
dolore gli stimoli direttivi dell'intelletto cita diventa l'indice misuratore
della persta tendenza a fare del perfetto l'equivaconcepire l'ordine delle cose
da un punto e utilitario, doveva insorgere il Kant. Ac:gettiva il Wolff
riconosce la necessità di le del diritto civile, destinata ad adattare ùtto
naturale alle esigenze della vita so[10 cerchiamo nel Wolff un criterio per la
zione del diritto civile rispetto al diritto presenta l'insieme dei principii
etici. La itto perfetto e imperfetto, posta da Tho-. tema del Wolff importanza
secondaria, né, 1 Wolff indicò il criterio per distinguere 1 non coattivi. nel
Leibniz manca la coscienza della im^uere la morale dal diritto; in quella vece
oggettiva è trattata dal Wolff neUa Philoaophia . ni è argomento della
Philosophia moralis sive Ethica ractata. i d'essere delle InMHntiones juria
naturae et gentium abbiamo la tendenza a ricondurre entrambi a una fonte unica,
al diritto naturale. L'interesse collettivo distinto e indipendente dal
benessere individuale non fu inteso dal Wolff: la vita sociale, e quindi il
diritto che ne è l'espressione, devono sopratutto concorrere al perfezionamento
e alla felicità dell'individuo: la perfezione altrui deve intendersi
subordinatamente alla propria e come mezzo per meglio perfezionare sé stesso.
Non si può però negare che la filosofia del Wolff, spogliata della forma
scolastica di cui egli si compiacque rivestirla, era in istrettà corrispondenza
collo spirito dei tempi, e preparò quel' movimento illuminista, di cui
l'eudemonismo, l'ottimismo, il perfezionismo individuale e sociale furono i
caratteri più spiccati, e che cooperò efficacemente a sollevare l'individuo
contro le oppressioni dello stato e della società. La corrente cartesiana nelle
scienze morali dalla Francia ove ebbe le origini si estesa all'Olanda e alla
Germania: quivi solo trovò terreno favorevole al suo naturale sviluppo: il
genio profondo e conciliante del Leibniz seppe tenerla ugualmente lontana dal
panteismo mistico del Malebranche, dal panteismo razionalista dello Spinoza e
dischiuse al Wolff la via per elevare un completo sistema che tutto
abbracciasse il vasto campo del sapere filosofico. In Germania venne per tal
modo delineandosi un sistema razionalista che ne' suoi metodi, ne' suoi
principii, nelle sue finalità si contrappose a quello che dopo Hobbes e Locke
si era venuto jS3rmando in Inghilterra per merito sopratutto della scuola
scozzese. Nel campo etico l' indirizzo tedesco movendo dal concetto astratto
dell'uomo, considerato particolarmente come essere razionale, aveva prodotto un
intero sistema rispondente ad esigenze razionali, inteso a metter in evidenza
l'ideale etico più che l'aspetto concreto e storico della morale, riuscendo per
tal via al realismo e all'ottimismo etico: l'indirizzo inglese poco tenero
della logica concatenazione delle idee, ma più direttamente interessato a
rilevare gli elementi soggettivi e irrazionali dell'uomo, fu indotto a trovare
nelle ' ''AB dsteriose regioni del sentimento il fondamento della vita lorale.
Ma entrambe queste correnti di cui l'una mette capo I Wolff, l'altra all'Hume,
obbediscono a esigenze filosofiche hanno di mira la soluzione di un problema
etico più che iuridico. Se hanno strette attinenze colla scuola del diritto
aturale non la costituiscono essenzialmente, e rappresentano iuttosto
l'estensione dei principii etici a regolare rapporti iuridici e sociali, di cui
non intendono quasi mai la vera atura e che subordinano quasi costantemente
alla morale. II particolare la corrente razionalista tedesca, se giovò a
ottrarre le scienze morali alla teologia e all'empirismo, ostaolò sotto un
certo aspetto il processo di differenziazione tra fiorale e diritto, in quanto
tendeva a ricondurre alla ragione .stratta la morale e il diritto, perdendo di
vista i caratteri iifferenziativi, per accentuare a scopo di unità e di armonia
caratteri comuni. A questo riguardo la scuola del diritto naturale o dei
giureconsulti filosofi iniziata da Grozio e che in Germania sopratutto si
svolse col Pufendorf e col Thomasius, mantenen[osi distinta dalla corrente
filosofico-cartesiana, se non sempre ibbedi alle esigenze logiche, mostrò di
apprezzare al loro :iusto valore i problemi interessanti la vita giuridica in
lontrapposizione alla vita etica. La coscienza di tale opposi;ione appare
sopratutto in Thomasius, a cui si deve il primo entativo realmente efficace per
separare la sfera giuridica [alla morale. La scuola del diritto naturale venne
pertanto n Germania a scindersi in due campi nettamente distinti e ;he si
svolsero paralleli: l'uno filosofico personificato dal Adolfi*, l'altro più
propriamente giuridico personificato dal ?homasius: a Kant spettava riassumerli
nel suo sistema e >orre su nuove basi il problema dei rapporti tra morale e
liritto. VICO 6 le sciet^ze elicoH^iatiolicl^e It) ITALIA. Condizioni generali
d'Italia. Galileo eia filosofia naturale. Gli studi giuridici e il rinnovaménto
della filosofia in Italia. Vicende degli studi giuridici in Italia. Gli studi
giuridici in NAPOLI: giureconsulti pratici Il progresso degli studi giuridici
in NAPOLI: giureconsulti eruditi : ANDREA (si veda) e GRAVINA (si veda). La
Vita Civile di DORIA (si veda). Bisv«glio filosofico in Napoli. Posizione di
VICO in ordine agli indirizzi filosofici del suo tempo. VICO contro Cartesio e
la questione del metodo nelle scienze morali. Il criterio della verità in VICO.
VICO e gli studi giuridici. La filosofia del diritto nel Vico. Il rapporto tra
morale e diritto. Il diritto nella sua formazione storica. Diritto e scienza
sociale. Le sorti di Vico e i critici. Seguaci di Vico: STELLINI (si veda) e
DUNI (si veda). Nei principali paesi d'Europa si va delineando la struttura
dello stato tra le rovine dei rapporti feudali e dei privilegi municipali, in
mezzo agli sconvolgimenti delle lotte religiose sotto l'azione unificatrice
delle monarchie assolute. Inghilterra, Francia, ed Austria si presentano
potentemente unificate nella persona del sovrano, i cui interessi parvero
identificarsi coli' interesse generale del popolo. La formazione dello stato si
accompagna ovunque col sorgere della scuola del diritto naturale, a cui spetta
indicare i principi giuridici adatti al nuovo ordine di cose. A questo
movimento di concentrazione e di unificazione politica che percorse l'Europa
provocando il ridestarsi di energie nuove, di una coscienza politica e civile
moderna, RIMANE INTERAMENTE ESTRANEA L’ITALIA divisa in numerosi stati, deboli
e discordi i quali come assistettero senza commuoversi alle controversie
religiose e alle guerre di prevalenza con Francia, cosi accettarono senza
opporsi le nuove condizioni create dall'Europa alla penisola col trattato di
Chàteau-Cambrésis. L'umanesimo se fa ri-vivere l'Italia nel passato glorioso
classico, l'ha distratta dal presente in cui si ma gl’eventi destinati a
modificare profondamente il ll'umanità. Manca all'Italia la coscienza di un
in)ubblico e comune, intorno a cui raccogliere le energie 3, epperò doveva
ricevere dal di fuori, da autorità nemiche forza e impulso a progredire. La
reazione e l'influenza, rivolgendo ai propri scopi e le risorse economiche e
morali di altri paesi, costituirono ;e servitù politica e religiosa, che pesa
per oltre un ille sorti del popolo italiano. atamente il sistema di governo
inaugurato da Filippo jna, fatto per rovinare e soffocare qualunque forma di ì,
ha in sé stesso molte cause di instabilità e di i. La potenza veramente
meravigliosa raggiunta dalla lel XVI secolo, frutto di fortunate combinazioni
sto^ll'abilità tutta personale dei re che si succedettero da do il Cattolico a
Filippo II, non accompagnata da un idente elevamento della coscienza civile e
dell'intelpopolo, non puo che essere transitoria ed La politica di Filippo li,
diretta a restaurare il Medio )ffocare ogni manifestazione di vita nuova, a
contrarcè uno spirito protettore violento e tirannico ogni d’emancipazione
intellettuale e religiosa, se era de- un sicuro insuccesso nei paesi nei quali
lo spirito Torma, come in Olanda, o l'influenza del classicismo, Italia, oppone
valida resistenza, trionfò pienamente igna, dove l'alleanza secolare degli
interessi nazionali 5i, i sentimenti di fedeltà e di riverenza tradizionali
alla estrema ignoranza e superstizione, tolsero al po^nolo ogni possibilità di
reazione. Per tal modo Buckle e. xv ove si fa la storia dell'intelletto spa»
età moderna, e si mettono efficacemente in rilievo le oaase di rispetto agli
altri paesi. — È sintomatico il fatto ffini, facendola storia della libertà
religiosa nei diì di Earopa non nomina, evidentemente perchè questa porse
l'occasione. toccò iu sorte n lo spirito reazionario e proto berta e del
progresso. In ciò la quale, dopo di aver riform Concilio di Trento, e di aver i
Gesuiti e l'Inquisizione, spiej sistematicamente inspirata a denza nuova. E
ripetuto e si ripete tut corrente e della ( unica della decadenza Italia
mazione deve rettificarsi di 1 delle condizioni d'Italia nel s cadenza politica
d'Italia in e dominio e alla reas cercarsi nella sopravvivenza avevan fatto
l'Italia forte e fii delle Signorie e del Rinascin in Italia, come altrove,
contri mento protestante e dalla for partecipò attivamente alle g alle grandi
lotte che commos la sua non fu immobilità, sii e ne segnò la decade le idee, le
passic secolo anteriore attenuate o a dell'Europa iniziano un nuovo il passato
per rinnovarsi dal] il suo corso storico e trae da La nota pessimista prevale
nei preconcetto porta Ferrari a considerare conio e si produsse di notevole in
Italia. 1 fondamento di tali giudizi intorno diamo Forti (Istituzioni civilif F
gli elementi per rinnovare sé stessa. Il dominio potè affermarsi e sostenersi
giovandosi dell'indifferenza politica del popolo italiano : ma se influi sulle
forme esteriori di vita, non ne estinse le energie intime e vitali : a misura
che nel corso del seicento andò perdendo di autorità, di dignità, di potenza,
Tltalia vera, quella che sembra estinta sotto il giogo straniero si ridesta,
mostra di conoscere le nuove condizioni di vita moderna, si afferma d'un tratto
tra le altre nazioni, le precorre mostrando che la servitù politica e civile
non significa morte d'un popolo quando l'anima si mantiene salda e forte. Il
classicismo e pur sempre una forza viva e operante nella vita del popolo
italiano e ne costituì l'elemento unificatore, spiegando un'azione analoga a
quella compiuta altrove dalla religione o dalla monarchia. Come il dominio,
cosi la reazione cattolica, che richiama alla mente l'Inquisizione, i roghi, le
arti gesuitiche, esplica un'azione del tutto esteriore sull'andamento generale
del pensiero italiano. La istintiva ripugnanza degl’italiani alle guerre di
religione, la indifferenza opposta al movimento della Riforma, l'azione
energica spiegata dalla chiesa secondata dai governi nel reprimere i pochi centri
infetti d’eresia, LA DIVISIONE POLITICA DELL’ITALIA IN PICCOLI STATI, NUMEROSI
E RIVALI, aventi vedute diverse in fatto di politica religiosa, la presenza del
papato, che dove seguire una linea di condotta prudente e moderatrice, se da un
lato rendevano inutili le misure repressive, dall'altro tolsero loro efficacia
e intensità. La reazione dove spuntarsi contro il temperamento degl’italiani,
abituati per lunga consuetudine a quello sdoppiamento psicologico, non
privilegio di poche personalità ma proprio di quanti sono intelligenti e colti,
per cui sanno conciliare la sincerità delle credenze colle audacie del
pensiero: solo la forma esteriore del pensiero e delle opinioni dove subire
restrizioni e accomodamenti, e ciò spiega le frequenti concessioni e gli
accorti espedienti a cui ricorsero anche i più alti intelletti, per non offrire
il fianco a inutili persecuzioni. E invero, nonostante il malgoverno degli
Stati, lo sfruttamento permanente dell’energie produttive del paese,
l'ignoranza delle plebi sistematicamente insubordinate e affamate, la mancanza
di virtù pubbliche e civili, di una coscienza politica nazionale, il pensiero
italiano nelle strettoie in cui doveva muoversi, si mantenne più che mai desto,
dando novelle prove della sua inesauribile fecondità. L'Italia, unica tra i
paesi dell'Europa, offre l'esempio nel secolo XVII di una produzione
intellettuale in cui l'antico e il moderno si associano, e mentre da un lato
conserva e perpetua la tradizione classica, dall'altro elabora forme nuove e
precorre i tempi moderni. Scienza e filosofia trovano cultori e innovatori, il
cui nome basta per porre l'Italia al livello e al disopra delle altre nazioni
europee. L'Italia ha nel il suo Bacone in GALILEI (si veda), il suo Cartesio in
CAMPANELLA (si veda), come più tardi ha il suo Grozio in VICO (si veda), il cui
pensiero si educò e si formò nell'ambiente e secondo le tendenze di quel
secolo. La Toscana e il Regno di Napoli sono rispettivamente i centri della
filosofia. La Toscana, culla dell'arte per opera d’ALIGHIERI, e Ja culla della
filosofia esperimentale per opera di GALILEI. Nulla di più inesatto, sopratutto
rispetto a GALILEI della frase di Ferrari « essere stata l'Italia nel seicento
il paese delle grandi eccezioni: non fu una eccezione GALILEI, il quale
riassunse in sé il lavoro di molte generazioni precedenti, e e il capo d'una
scuola numerosa di seguaci che ne continuarono gloriosamente le orme. Un secolo
prima VINCI proclam l'esperienza >ola interprete della natura ed iinaugura
il felice connubio della matematica coi dati sperimentali in cui propriamente
consiste il pregio e la novità del metodo galileiano. Prima di Galilei, Telesio
dice che la natura è il gran libro in Sai carattere toUerante degli Italiani in
materia religiosa efr. Raffini, s cui si contiene tutta la filosofìa: Galilei
addita i caratteri coi quali il libro e scritto. Prima di Cartesio, Galilei
coacepi le forze naturali come capaci di peso e di misura, e dai rapporti
ideali delle quantità cercò intuire i rapporti reali dei fatti. Prima di Bacone
egli insegna che il senso porge la materia greggia dell'esperimento e che
dall'osservazione deve nìuovere la ricerca scientifica. Per tal guisa Galilei
se da un lato precorre, dall'altro supera, completandoli, Bacone e Cartesio
nello studio dei fatti naturali. In lui l'esperienza e il ragionamento, quella
fondata sul senso, questo sulla ragione, si associano e si completano a
vicenda. A Bacone invece parve sufficiente la semplice osservazione, a Cartesio
la speculazione pura. Il metodo naturale fuori d'Italia si sdoppia in due
indirizzi opposti, in Italia e più specialmente in Toscana per opera dei
continuatori di Galilei si mantenne nella sua integrità e divenne lo spirito
informatore dell'Acciidemia del Cimento. Galilei non usce dal campo dei fenomeni
fisici: sotto questo aspetto e superato da Cartesio e da Bacone, di cui l'uno
crea per le scienze speculative un metodo nuovo, l'altro consiglia l'estensione
del metodo sperimentale alle scienze morali. Ad associare il metodo razionale e
sperimentale, Bacone e Cartesio, nello studio delle scienze morali sopravvenne
Vico che restaura la filosofia italica, come Galilei aveva restaurato la
filosofia naturale. Il rinnovamento filosofico in Italia e assai più lento e
contrastato. Sulla scorta di Mamiani e di Gioberti noi potremmo facilmente
rintracciare in Italia fin dal secolo XV una triplice azione diretta contro la
scolastica, la teologia, Aristotele. Né mancano nuovi sistemi che contraddicono
Sai precursori di Galilei e sul metodo galileiano ne' suoi rapporti con quello
adottato da Bacone e da Cartesio cfr. Fiorentino, Beìmardino Tele8i0f Firenze
Cfr. A. E e che r, La fisica spei'imentale dopo Galileo nella Vita italiana.
Cfr. Mamiani, Del rinnovamento della filosofia antica italianaf Parigi. In
quest'opera, come nelle opere più note rinnovamento della filosofìa italica.
Tale corrente è rappresentata dalle scienze giuridiche e morali. Altrove
osservammo che nell'Europa l'impulso ad una trasformazione filosofica deriva
d’esigenze di carattere morale e giuridico. L'ITALIA pur non sottraendosi a
questa le^e tenne diverso cammino. In Olanda, Inghilterra, Germania sorse e si
afferma la scuola del diritto naturale: scarsa e imperfetta era la tradizione
giuridica in questi paesi,' e del tutto insufficiente a soddisfare le nuove
esigenze create dalla formazione dello Stato. Il concetto di un jiis natiirae
che permette alla ragione di sciogliersi dai vincoli dell'autorità e della
tradizione giuridica del passato, divenne il fulcro intorno a cui si svolse una
letteratura etico-giuridica copiosa, destinata a dare nuove basi alle scienze
morali. Ma né in Francia né in Italia sorge una vera scuola di diritto"
naturale. In Francia e soffocata nel suo sorgere dal dispotismo reazionario di
Luigi XIV. In Italia non ha ragion d'essere per la mancata formazione dello
Stato. Il diritto filosofico che altrove procede dalla ragione in opposizione
alla tradizione giuridica, in Italia scaturisce spontaneo e per filo non
interrotto dalla tradizione giuridica stessa, trasformata e adattata alle nuove
condizioni dei tempi moderni. Solo per questa via si può spiegare la
restaurazione giuridico-filosofica compiuta da Vico, e vien meno quel carattere
di eccezionalità che ancora circonda la figura del grande filosofo napoletano,
a cui spetta nel campo delle scienze morali, come a Galilei nel campo delle
scienze naturali, riassumere il passato e dischiudere l'avvenire. Le scienze
giuridiche fornirono anche all'Italia occasione alla restaurazione filosofica,
la quale per altra via incontra difficoltà quasi insor/nontabili. Alla glossa
di Irnerio e di Accursio ossequente alla lettera della legge, e seguita con
Bartolo e Baldo la scuola degl’interpreti, i quali applicando alle leggi la
dialettica scolastica, accomodano IL DIRITTO ROMANO alle esigenze del foro e
alle necessità dei tempi, ampliandone e done il contenuto, facendo spesso opera
di legislatc di giureconsulti. Tali interpreti costituirono la giureconsulti
pratici, la quale si mantenne nume fluente in Italia. Neil' ignoranza e confusione
delle leggi, i pratici contrib serva CARLE, a svolgere quell'aspetto della
scienza che chiamasi ora giurisprudenza. Sul finire del Medio Evo l'amore della
critica stoi logica applicata agli studi giuridici vi produce una schiera di
giureconsulti culti o eruditi, che astraci sogni della pratica, deplorando le
alterazioni che dei pratici i testi del DIRITTO ROMANO hanno subito, con ardore
ammirabile a purgare la lezione dei test; l'antico diritto « colla cura, dice
CARLE, con cui si una statua antica i cui frammenti sieno disgiunti gì altri.
Dalla scuola dei giureconsulti culti iniziat da filologi come POLIZIANO e VALLA
e da giurecom ALCIATO, svoltasi sopratutto in Francia col Cuiacic i primi
romanisti, e i primi storici del diritto. La diversità di scopi e d’indirizzi
mantenne a li e ostili i giureconsulti pratici e colti, per quanto cassero
tentativi per conciliare e i due indirizzi E mentre in altri paesi di Euroj
CARLE, Vita del diritto, Torino. Vico vi accenna nel De universi juris eoe.
(Proloquiì CARLE. Ricordiamo Jne italiani SIGONIO e PANCIROLO. Ricordiamo
GENTILE il qnale pur appari scuola dei giureconsulti colti ne criticò
aspramente le esaj Dialoghi siigli interpreti delle leggi (pubblicati a Londra
nel GENTILE fu ad un tempo nelle numerose sue opere pratico ed ^^:''WH.-; terra
di conquista e la volontà dispotica del principe tien luogo di legge, — in cui
i viceré nominati per tre anni possono impunemente violare la legge pur di
arricchire nel più breve tempo possibile, dopo di aver inviato 8,000,000 di
scudi.— in cui l'educazione era affidata ai gesuiti e la chiesa domina le
coscienze e la vita civile colla superstizione, colle sue ricchezze, co' suoi
privilegi, col numero enorme di corporazioni religiose e di fondazioni in cui
il popolo ignorante e affamato e sempre pronto alla rivolta inconsulta — in cui
l'amministrazione della giustizia e corrotta, la distribuzione dei tributi
ingiusta, il commercio insignificante, l'agricoltura abbandonata, le campagne
percorse da banditi in cui l'arte e la letteratura sono servili — in cui il
sistema, feudale si perpetua co' suoi abusi e la nobiltà si corrompe nell'ozio.
In questo periodo di generale decadimento l'attività filosofica si esercitai a
nel foro e nelle materie giuridiche. La giurisprudenza- e il campo aperto agli
studiosi, e raccoglie intorno a sé quanto di più eletto per ingegno e coltura
esisteva in Napoli. I pratici sono in prevalenza, ma si distingueno per acume
giuridico, per l'analisi profonda dei fatti, per la rara diligenza nel porre le
questioni. L'influenza dei curiali e l'alta considerazione in cui sono tenuti
costituie l'unica difesa contro le frodi, le ingiustizie, i disordini del mal
governo. Il giureconsulto inspirandosi all'equità naturale compie opera sociale
notevole, poiché trova per tal via modo di supplire alla insufficienza o
mancanza della legge scritta. SaUe condizioDÌ generali di Napoli iu questo
periodo ofr. Giano o ne,. Storia eivile del Regno di Napoli. Parlando deUo
stato della giurisprudenza napoletana in questo periodo GIANNONE, e. 8, dice
che « gli avvocati di questi tempi non collocano molto studio nell'oratoria,
sicché i loro aringhi comparissero al foro luminosi e pomposi: si studiano
ricavar l'eloquenza più dalle cose che dagl’ornamenti dell'arte. Perciò i loro
discorsi in Ruota sono corti e tutto sugo: il principal loro studio e nel
porger con metodo ed energia i fatti ecc. Caravita, Aulisio, giureconsulti di
gran nome poranei di Vico. Né solo gli studi giuridici attinenti alla prat
incremento e lustro Napoli, ma anche gli studi storici del diritto ce
intendimento filosofico trovano un degno rappres Gravina. Questi porta la
interpretazi della scuola napoletana alla sua maggior perfezioi iniziò gli
studi sulla storia e sulle origini del dirit raccogliendo tutte le conoscenze
che si hanno medesimo, indovinando il nesso tra le varie parti le lacune,
facendo opera pe' suoi tempi nuova e Nella produzione giuridica di Gravina è
evidente far servire IL DIRITTO ROMANO a scopi filosofici. Tra restringevano la
legge naturale alla legge raziona che ne allargano il concetto fino a derivarla
dal golanti l'universo, Gravina si attiene a una so termedia che dove più tardi
svolgere e accentu; L'uomo, secondo Gravina, per la sua natura corporei alia
legge generale delle cose che è legge di moto di conservazione e d’evoluzione
continua : per la i spirituale ha una legge sua propria che è legge di di moti
volontari. Per diritto naturale il senso de^ narsi alla ragione, il cui cibo è
la virtù, e il cui ] pace dell'animo, conseguita per mezzo della conosc naie
delle cose. La vita sociale si inizia colla far flcata nel padre a cui spetta
per diritto naturale Ti mestico. Dalla necessità degli scambi sorgono i cont:
Lo riconosce il Vi 11 ari nel suo saggio sol FILANGIERI, (S critica, politica,
Firenze. I principi di filosofia giuridica di Gravina si trovane nel juris
oivilis libri treSy Napoli, Mosca, Nel I libro fa 1 origini e del progresso del
DIRITTO ROMANO pubblico e privai (3; Gravi na. De origine juris. generano
rapporti più ampi, fondati non sopra vincoli uè, ma sulla considerazione del
VANTAGGIO COMUNE, di isura la legge, definita giustamente da Platone «
distrilentis. Su questa base dell'INTERESSE COMUNE e sulio delle società
private di commercio, si formano le civili, di cui sono organi necessari, la
legge ossia la voluntas intesa a REGOLARE I RAPPORTI SOCIALI, e la potestas a
cui spetta prevenire e reprimere anche amente le violazioni delle leggi. Se
l'idea dell'ONESTA mto universale e costante della legge, questa può assurrme
diverse secondo i tempi, i luoghi, il carattere dei inche i rapporti tra
levarle società civili devono essere L da ragione, e il diritto che ne deriva
costituisce il disile genti, le cui violazioni giustificano le guerre intese
ionfare nei rapporti fra due stati la ragione sugli istinti ì antisociali (2).
Come nell'interno dello stato ai saggi mti alla ragione espressa in leggi
scritte spetta goverai sudditi, schiavi del senso, obbedire, così nei rapporti
zionali spetta a un stato più civili dominare e sottometuno stato che violano
le norme del diritto naturale. Il a. previene Vico nella ricerca delle cause
per le quali i sorgono, si conservano, rovinano. Se non che Gravina )n essendo
assorto al concetto di società come un tutto ;o e considerandola solo come la
somma degli individui compongono, ricerca tali cause nell'uomo e fa dipendere
t)rio sociale dall'equilibrio di tutte le facoltà dell'indi^). Precorrendo il
futuro egli mostra le sue predilezioni sverno popolare e mette in evidenza
l'importanza 3 medio o terzo stato per mantenere l'ordine e l'armonia [verse
classi sociali. jNel diritto e nella costituzione p. Gravina, Op. cit., Lib.
II, e. lO-lS". r. Gravina, Op. cit., Lib. II, e. 14. r. Gravina, Lib. III,
ci. r. Gravina, Lib. III, e. 16. r. Gravina, Lib. Ili, e. 14. politica del
POPOLO ROMANO, alla cui illustrazione l'opera sua di giureconsulto è sopratutto
intesa,' Gravina, come più tardi Vico, vede l'esempio ideale da semr di guida e
di insegnamento agli uomini politici e ai giuristi. La filosofia giuridica del
Gravina non ha valore che per l'epoca e le circostanze in cui sorse. In essa la
funzione etica del diritto non si distingue dalla sua funzione sociale. La
legge naturale si confonde colla legge morale, come per gl’antichi il sommo
bene è riposto nella virtù congiunta alla felicità e acquistata colla scienza.
Ma in Gravina troviamo i germi dell'indirizzo che dove prevalere in Italia con
Vico, cioè LO STUDIO STORICO DEL DIRITTO ROMANO fatto servire A ILLUSTRARE
PRINCIPI TEORICI, e alla ricerca delle leggi regolanti il corso della nazione
italiana. Del risveglio effettuatosi in Napoli nelle scienze morali e
giuridiche, è novella prova la Vita Civile di BORIA, alla cui pubblicazione
Doria, non ancora distratto dalle polemiche cartesiane, e forse indotto dalla
lettura delle opere di Gravina, o più probabilmente dalla famigliarità con
Caravita, nella cui casa conveniva con Vico. Doria nell'opera sua si dimostra,
a differenza del Cfr. del Gravina H libro “DE ROMANO IMPERIO” - in cai tratta
della costituzione dell’Mmpero romano come della COSTITUZIONE IDEALE. Le idee
religiose di Gravina sono dal lato dogmatico qulle dei cattolici del suo tempo,
ma con questi e in disaccordo nel campo etico. La sua “Hydra mistica” è una
critica severa della morale gesuitica mostrando una grande indipendenza di
pensiero. VICO conosce Gravina, lo ricorda con espressioni di stima e di
affetto nella Autobiografia. Se non ne cita le opere, ciò non deve attribuirsi
a malanimo o a distrazione come afferma Cantoni (VICO, Torino), ma al fatto che
in Vico anche le idee altrui si elaborano e si trasformavano in guisa da
diventare sue pròprie e originali. Doria, di famiglia genovese, visse e morì a
Napoli dove erasi recato fanciullo. E amicissimo di Vico il quale lo ricorda
nell’Autobiografia, e gli dedica il iasimano quelli che vogliono ricavare la
politica dalla sola pratica e i filosofi che credono potersi governare il mondo
ooll'astralta metafisica. Nella Vita Civile dice che la politica e la morale
sarebbero la stessa cosa e non vi sarebbe punto bisogno di politica qualora le
norme di moralità fossero da tutti comprese e attuate. Doria. La politica deve
fondarsi sulla conoscenza della natura umana quale appare alla ragione: solo
per tal via si potrà evitare l’empirismo e ridurre la politica a sistema. Come
non è vero giureconsulto chi dalle leggi particolari del luogo non sa elevarsi
alla ragion della legge, cosi non è vero politico colui che ha solo una
naturale e raffinata malizia, spoglia di ogni conoscenza dell'uomo, de' suoi
rapporti coll'ordine delle cose, dell'essenza della vita civile, di ciò che
contribuisce alla felicità degli uomini. Dalla metafisica, che per Doria
significa conoscenza degli universali a scopo di applicazione pratica, deve la
politica trarre il suo fondamento scientifico. Nello studio dell'uomo Doria
segue l'indirizzo psicologico mediano proprio della filosofia italica e che
Vico dove svolgere. Rileva il dualismo tra spirito e materia, ammette che a
costituire la vita morale concorrono la ragione e il senso, l'universale e il
particolare, che la felicità consiste nella retta conoscenza e nel buon uso dei
sensi, che naturale è l'inclinazione alla vita sociale, che l'uomo per
necessità della sua natura tende a emendarsi, a cercar rimedio ai mali, a
sollevarsi gradatamente dal senso, ossia dai particolari agl’universali
principi, cioè alle idee innate del vero e dell'onesto. Tutti questi concetti
ravvalorati dalla esperienza storica ritornano in Vico. Alla morale
impossibilità dell'uomo di possedere tutte le virtù e al fatto che tutti sono
forniti di qualche virtù, supplisce la vita civile, la cui vera essenza sta nel
comporre armonicamente insieme le energie virtuose disperse nei singoli, in
guisa che SI AIUTINO RECIPROCAMENTE, e si formi una condizione di cose atta ad
assicurare a ciascuno la felicità. Doria dopo aver RI-COSTRUITO RAZIONALMENTE o
piuttosto PSCIOLOGICAMENTE L’ORIGINE E L’ESSENZA DELLA VITA CIVILE, cerca, come
Doria. Cfr. il Capo II delia parte prima dove è esponila la dottrina
i)sicologica del Doria. Cfr. Doria, più tardi Vico, nella storia conferma a'
suoi principi. Respinta l'ipotesi di una pretesa età dell'oro, riconosce che
gl’uomini, cresciuti di numero, premuti dal bisogno attravesano un periodo di
lotte e di violenze, da cui uscirono raccogliendosi e organizzandosi intorno a
uno di loro più forte che li difendesse: ROMOLO. Ssi costituirono allora le
famiglie e si hanno i governi patriarcali. Quando gl’uomini non paghi della
difesa aspirarono a un genere di vita più regolare e civile, fanno ricorso al
prudente – NUMA -- che detta leggi ordinate alla umana felicità. Colle leggi e
ordinamenti si inizia la vita civile che si svolge dapprima nelle città di
ROMA, poi nei regni e si hanno le monarchie, trasformatesi col tempo in
aristocrazie e in democrazie. Col graduale estendersi e complicarsi della vita
civile, l'economia domestica si fa commercio, la difesa della casa si trasforma
in vasta arte di guerra, la naturai prudenza diventa scienza di governo o
politica. Una progressiva divisione di poteri ossia d’ordini si rende
necessaria, e si formano le classi dei guerrieri, dei legislatori, dei
magistrati, i quali a loro volta vanno distinguendosi in magistrati di
politica, di giurisdizione, di commercio. Tra i sudditi poi si vanno formando
le classi dei padroni e dei servi: da quelli si svolge la nobiltà, da questi la
ricca varietà dell'arti servili. Dalla STORIA DI ROMA trae Doria argomenti ed
ESEMPI alla dimostrazione della sua dottrina. Passando dalla costituzione
politica a descrivere le fasi del progresso sociale, quale risulta dalla
storia, Doria pone come legge regolante il corso dell'umanità il graduale
passaggio dalla vita barbara o difettosa alla vita civile moderata da leggi e
da ultimo alla vita civile pomposa, in, cui la civiltà si accompagna col lusso
e colla magnificenza degli esteriori ornamenti. La vita pomposa genera l'ozio e
il popolo ricade nella servitù. Cfr. Doria, Op. cit., I, e. in e iv. Cfr.
Doria, Op. cit., I, e. v, ove si descrivono diffusamente le diverse fasi deUa
vita civile. Per quanto erroneo sia il concetto fondamentale della dottrina
civile di Doria, noi crediamo di trovare in essa i germi di molte idee e
dottrine svolte più tardi da Vico. Il concetto che la filosofia deve tendere a
scopo pratico, che anche la politica può fondarsi su principi saldi e costanti
tratti dalla conoscenza dell'uomo e delle sue passioni, la storia e sopratutto
la romana invocata a conferma della dottrina, la progressiva differenziazione
degli ordini e dei poteri, il passaggio graduale dell'umanità dalla barbarie
alla vita civile e il ritorno fatale alla barbarie, il progresso identificato
col passaggio dal senso alla ragione, sono concetti che ritornano in Vico
svolti ed estesi a nuove e più lontane conseguenze. L'opera di Doria, molto
apprezzata ai suoi tempi, non e. senza influenza sui principi italiani ancora
infetti da machiavellismo, incitandoli a saggie e razionali riforme. Essa
precorre i tempi e non merita l'obblio in cui è tenuta dagli storici della
filosofia del diritto. Ad ogni modo essa getta viva luce su quell’ambiente di
Napoli in cui e concepita e pubblicata, e nel quale si matura il genio di Vico.
Il progresso negli studi giuridici e sociali in Napoli non e che il riflesso di
una. ben più larga e profonda trasformazione del pensiero napoletano al
contatto delle correnti filosofiche, le quali, penetrate in Napoli malgrado
l'attenta vigilanza della chiesa, si sono rapidamente diffuse conquistando gli
spiriti oramai maturi ad accoglierle. Prime a conquistare il favore delle nuove
generazioni sono le dottrine dell’ORTO e di Locke, come quelle che
interessavano la vita pratica e schiudevano un ideale morale che e in aperto
contrasto colle idee e coi sentimenti tradizionali. La rivoluzione iniziatasi n
Vico uéìV Autoìnografia ci dice che del tempo nel quale egli partì da Napoli si
e cominciata a coltivare la filosofia dell’ORTO sopra Piar Gassendi, e due auui
dopo ebbe novella che i filosofi a tutta voga si era data a celebrarla. Ciò
conferma Doria nell'introduzione air opera : Difesa della metafi»ioa degl’antichi
contro G, Locke eco, nel costume si estese al campo speculativo e l'occasione
fu offerta da Cartesio nelle cui opere filosofi, giuristi, matematici, fisici e
fisiologi trovano argomenti per un nuovo indirizzo di metodo e di studi.
Cartesio e in Napoli nome di battaglia e di partito. Esso significa libertà di
pensiero, opposizione ad Aristotele, al principio di autorità, allo
scolasticismo, all'erudizione filolcfgica e storica, all'empirismo. Esso
divenne l'arma poderosa che servi a scuotere, dice Giannone, il durissimo giogo
che la filosofia dei chiostri ha posto sopra la cervice dei napoletani. Primo a
introdurre in Napoli e a far conoscere la dottrina di Cartesio e CORNELIO (si
veda), naturalista della scuola del Telesio, il quale ha ad alleati influenti
il giureconsulto Andrea, Capoa, e sopratutto Caloprese, che approfondi la
dottrina cartesiana e primo si da a insegnarla. Del favore che Cartesio
incontra in Napoli fa prova gli’investiganti istituiti in casa propria dal
marchese dell'Arena, allo scopo di studiare e discutere la filosofia cartesiana
col concorso e l'adesione di quanti si distinguevano in Napoli, per coltura e
ingegno nei più diversi rami della filosofia. Al primo periodo di entusiasmo e
di fanatismo, di ammirazione cieca per le nuove idee che venivano dal di fuori,
succede un lungo periodo di reazione e di opposizione tendente a richiamare le
menti alle buone tradizioni della filosofia italica, a restaurare l’accademia
che e stato -- Cfr. Giannone. Di Cornelio parla Fiorentino. Vico (Auiob,) lo
chiama gran filosofo renatista. In quest'epoca abbiamo una vera ri&oritura
di gruppi di gioco in Napoli. Oltre a quello degl’investiganti ricordata da
Giannone, notiamo quello fondato d’Argento alla quale convenne Giannone; quello
fondato dal duca di Medina Coeli; quello degl’infuriati ricordato da Vico nella
Autobiografia, quello degl’oziosi, senza tener conto delle numerose private. --
valido strumento di guerra contro il LIZIO e la scolastica. Anima
dell'opposizione contro Cartesio, l'idolo del giorno, e Vico, al quale le varie
correnti di filosofia che si sono andate svolgendo in Napoli convergono. Egli
potè apparire un genio solitario solo perchè e l'astro luminoso, dice Villari,
in cui si concentra la luce di tutta uaa moltitudine di minori pianeti, perchè
riassunge in sé tutta un'epoca e sui materiali da questa forniti eleva un
sistema di cui i contemporanei non possono valutare l'importanza, e di cui
parve egli stesso vuole rimandare all'avvenire la prova dei fatti.
Nell'opposizione contrergli indirizzi filosofici prevalenti all'epoca sua Vico
non e solo. Egli ha ad alleati quanti per avversione a Cartesio e allo
scolasticismo miravano a restaurare la filosofia dell’accademia e a richiamare
gl’ingegni al culto della tradizione italica. Tra questi devesi ricordare
Doria, il quale dopo aver combattuto Cartesio nel campo della della metafisica,
si fa sostenere l’accademia. Il suo tentativo lascia gl’animi indifferenti. A
lui nocque il carattere polemico delle sue opere, l'esagerazione con cui combattè
senza distinzione tutti gl'indirizzi nuovi di filosofia solo perchè non
rispondenti alle sue predilezioni o prejudizij. CIt. il saggio su Filangieri du
Villari in Saggi di storia aHitea e politica, Firenze. Villari, iJ Carle sono
tra quelli che cooperarono a sfatare la leggenda di genio solitario che unita
all'altra di genio incompreso si e andata dopo Ferrari creando intorno a Vico,
e che e accolta sopratntto dai critici francesi: Michelet, Michaud, Janet.
Bovio -- Conferenza su Vico in Vita i^aZiana -- dice che Vico non e genio
incompreso, ma deve annoverarsi tra i filosofi solitari, che sono quelli che
hanno larghe visioni e piccola prova. Giustamente osserva Villari che tale
errore nasce dall’esser generalmente poco o punto conosciuta la storia degli
studi che allora fiorisceno in Napoli. Vico nella AtUobiografia dice che Doria
frequenta con lui le conversazioni le quali hanno luogo in casa di Caravita e
di . Ben altra importanza ed efl Vico. Essa trova fondamento zione ricevuta,
negli studi da 1 delle sue naturali tendenze ini scientifiche e particolarmente
n INGEGNO SPICCATAMENTE ITALIANO. Vatolla ritorna in Napoli nel suoi studi, e
le sue opinioni fi sono quelle che troviamo svolte discorso sul metodo degli
studi tìquissima. In questo pei soflche del sapere. Delle diverse che agitano
l'ambiente di ? sfuggi all'osservazione e alla mei Vito di Sangro. Parlando di
Doria il mira come sublime ed originale in ( e cornane negl’accademici >.
Ciò fa a mi tesiano, mentre il p.'isso di Vico prov; tempo in maggior pregio di
Vico la do se Doria e per qualche tempo seguac un deciso avversario. Egli
comincia v l'applicazione da lui fatta del metodo lo combatte nel campo
metafisico n alla filosofia di Renaio des CarieSy non loaofia di Doria con la
quale si Queste due opere gli suscitarono cont principe della Scalea, discepolo
del Gal contro Doria nell'opera intitolata Bi Doria oppone nello stesso auuo le
su monografia citata del Geriui: Difesa della metafisica degl’antichi e che in
questi contrasti tra cartesiani e di Vico: ciò deve, secondo noi, attr in
quest'epoca ne' suoi nuovi studi gii diretta parte a questioni di carattere fil
comune il desiderio che gl’italiani delle scienze degl’oltramontani, dov pienza
in quella guisa che fecero i 1 Misantropo. egli accolse interamente poiché era
profondamente convinto che nessuna risponde al carattere nostro nazionale e
alle esigenze delle scienze morali che costituirono il campo proprio in cui si
afferma sin dal principio il suo ingegno, e alle quali ha sempre rivolto il pensiero
sia nella scelta degli autori da formar oggetto di studio, sia nella scelta del
metodo da seguire, sia nel porre il criterio della verità, sia nel determinare
la natura e la finalità (metier) dell'uomo. Nelle sue predilezioni per
l’accademia e TACITO già si intravvéde quel dualismo tra il senso e la ragione,
che dove essere il fulcro intorno a cui si svolgono le scienze morali e il
corso storico dell'umanità. Coll’accademia lo spirito, il mondo delle idee esce
per la prima volta fuori dall'involucro mutevole del senso. Niuno prima e dopo
di lui seppe dare dell'uomo, quale dove essere secondo la sua natura razionale,
un concetto più vero e profondo. Colla guida dell’accademia Vico puo in seguito
rintracciare nell'uomo e nelle sue manifestazioni individuali e collettive
gl’elementi costanti e universali. TACITO descrivendo l'uomo reale dominato dai
sensi e dalle passioni, che opera spesso inconsciamente dietro lo stimolo degli
istinti, dei bisogni, delle utilità puo costituire ottima guida per la conoscenza
dell'uomo storico e di ciò che vi è di vario e di mutevole nelle azioni umane.
TACITO completa Platone e sulla scorta di entrambi la chiave per la
comprensione dell'uomo singolo e collettivo era trovata. n carattere mentale di
Vico possiamo desumere dalla serie delle sne opere, e dalla vita scritta da lui
stesso. 'NéìV Autohiografia Vico fa sé stesso oggetto di osservazione, descrive
la saa vita mentale, ci dà la genesi delle sue opere, il procedere dela sua
filosofia. Primo Carle rileva la stretta analogia tra il Diaoorso sul metodo di
Cartesio e la Vita del Vico. Ma Tanaìisi psicologix^a fatta dai due filosofi
sopra sé stessi li conduce a conseguenze opposte. Cartesio si convinse della
necessità di concentrarsi in sé stesso e di ricavar la sciènza col proprio
intelletto. H Vico invece si convince che l'uomo deve guardarsi bene dall'esser
solo a pensare una cosa^ perchè o si mata nel divino o si pone in
contraddizione col senso comune. Per ciò che riguardava l’ordine e il metodo da
seguire nello studio dell'uomo, Vico, guidato dal suo ingegno divinatore ferma
l'attenzione su Bacone. Non dimentichiamo che le opere di Bacone passano
inosservate nella stessa Inghilterra per la prevalenza incontrastata che vi
assunse il metodo soggettivo nello studio delle scienze morali. Gli stessi
enciclopedisti, ammiratori di Bacone, lo celebrarono come fondatore del metodo
induttivo, ma non ne rilevarono l'importanza in ordine alle scienze morali.
Pochi danno dvalore al suo trattato De Avg mentis che a Vico parve giustamente
dischiudere un'era nuova nello studio delle scienze morali, come quello che
mentre fa rientrare anche quest'ultime nel vasto campo delle scienze
sottraendolo all'impero della metafisica, indica alla loro restaurazione il
metodo induttivo. Nel culto per Bacone Vico rimane a lungo solo in Italia e
fuori. Vico comprende e svolge il concetto adombrato da Bacone di porre le
scienze morali sulla salda base dell'osservazione storica e psicologica. Egli
costituisce l'anello di congiunzione tra Bacone e Comte che con piena coscienza
volle restaurato tutto il sapere filosofico sulle basi del metodo induttivo. Ma
se Bacone rileva le lacune del sapere umano e indicato il nuovo metodo di
indagine, non dice il modo con cui colmare tali lacune, come praticamente applicare
il metodo dell'osservazione allo studio delle scienze morali: l'una e l'altra
cosa fa Vico e puo con giusto orgoglio dire di aver creato una scienza “nuova”.
Platone, TACITO, Bacone, vengono per tal modo a personificare i tre capisaldi
della filosofia vichiana applicata agli studi morali e sociali, la ricerca
dell'universale nel particolare, dell'idea nel mutevole succedersi delle azioni
umane mediante Vedi sopra pag. 49 e seg., saU'opera e suUe sorti di Bacone.
Primi a far conoscere Bacone in Francia sono Voltaire nelle sue Lettere
Persiane e Diderot nel sno discorso preliminare all’enciclopedia. -- un
procedimento di induzione. L'uomo nel concetto di Vico deve assumersi nelle
scienze morali nelle integrità della sua natura, né deve esser lecito al filosofo
di foggiarsi una natura umana che contraddice al senso comune e alla realtà
delle cose. L'analisi psicologica non deve spingersi al punto di far violenza
alla natura. La specializzazione soverchia delle scienze se rende gl’uomini
dotti nei particolari li rende meno atti ad abbracciare il sapere nella sua
integrità. Essa poi riesce particolarmente dannosa alle esigenze delle scienze
morali aventi carattere e scopo pratico e che presuppongono l’uomo operante
nell'interezza della sua natura tra i due poli estremi del senso e della
ragione, dell'istinto e della libertà, secondo una legge di progressivo
predominio degli elementi razionali sopra i sensibili. Le scienze morali devono
valersi di concetti sintetici e i cultori delle medesime devono essere uomini
d'ingegno, cioè, capaci di scorgere il comune tra cose lontane e disparate.
Fermo in tali concetti Vico dove trovarsi in disaccordo cogli indirizzi della
filosofia dominante in Napoli e che in piccole proporzioni riflettevano
gl’indirizzi che in seno alla filosofìa si erano andati delineando e che Vico
riconduce genialmente a correnti di idee che hanno dominato nell'antichità.
Scarsa e difettosa e la conoscenza che Vico ha dei sistemi filosofici antichi e
moderni: ma suppliva con una intuizione lu una lettera a Gaeta VICO definisce
l'indazione secondo il concetto di Bacone. Per le opere del Vico ci siamo valsi
della edizione napoletana curata da Ferrari: ad essa ci riferiremo per le
citazioni. "L^ Epistolario del Vico fa parte di quella edizione. Vico
svolge tale concetto nella sua orazione tenuta a Napoli. V orazioni di Vico
ancora inedite sono pubblicate da Galasso e formano parte dell’edizione citata.
Cfr. De Antiquissima. Sappiamo che Vico conosce Platone nelle opere di FICINO,
L’ORTO In quelle di Gassendi. Egli confuse il semita Zenone del PORTICO
coll’italiano Zenone di VELIA e cadde in altri simili errori. U asi sempre
felice, la quale gli permette di rilevare il catterò generale delle varie
dottrine e sopratutto di intraverne le lontane conseguenze nel campo pratico.
Senza preocparsi dei pericoli e delle inimicizie a cui egli, povero e cora
oscuro, si espone, parla un linguaggio nuovo di verità standosi pubblicamente
contro i critici compiacenti, contro l’ostinati delle sette, contro
gl’impostori che infestano il anda degli studiosi, contro i falsi dotti che
studiano per sola utilità, e i dotti cattivi che amano più l'erudizione Le la
verità. Tra coloro che si occupano di scienze moli condanna senza pietà gli
stolti che non vedono né le verità trticolari né le universali, gl’illetterati
astuti abili nell'altare la scienza alla pratica, i dotti imprv/Xenti
sprezzanti realtà e tendenti a tradurre nella pratica le loro teorie. Non e
invidia o umore bilioso o spirito di parte che iniravano Vico ma profondo amore
del vero, nobile risentiento contro quanti, sfruttando la scienza, ne
compromeno serietà con grave danno dell'educazione. L'intimo connubio L'egli
vagheggia tra filosofia ed educazione, lo rende avirsario delle dottrine
filosofiche che non si indirizzano a nder migliori gl’uomini e a guidarli verso
la felicità indiduale e collettiva. Dell’ORTO combatte il materialismo che non
riesce a spie-,re le cose della mente: e la sua morale chiama morale di
iccendati CHIUSI NEI LORO ORTICELLI fatta cioè per uomini litari NON DESTINATI
A VIVERE IN SOCIETA, che pretende regore i doveri della vita coi piaceri dei
sensi. Morale solitaria [1) Cfr. Orazione terza. [2) Cfr. Orazione quarta. Cfr.
Lettera a Giaoohi, Ediz. cit., 1. VI. '4) Cfr. il De nostri temporis eco, Il
carattere pedagogico dell'opera di Vico e rilevato da Tommaseo, ìggio 8U Vioo)\
da Flint (Vico, Edinburgh); dai Gerini {Soì^ttoH ìagogici italiani Paravia).
cioè di meditanti che studiano non sentir passione la morale del PORTICO,
alleati dei Cartesiani, come qu I, § 3, 4, 7, 9), nel De Antiquisaima, nella
Risposta seconda al « G-iornale dei letterati d* Italia, nelle lettere ad
Esperti, al Vitry, a Solla. Aòntamente osserva Vico che il metodo geometrico
trasportato in cose che non sono numeri e misure prova qualunque cosa {Bisp, al
Oiom, eoo»). che può raggiungersi nelle scienze fisiche aventi un oggetto
determinato e nelle quali si cerca la causa per cui molte cose si eflTettuano
in natura, non nelle scienze morali che hanno per oggetto i fatti degl’uomini,
la cui natura è incertissima per l'intervento dell'arbitrio, in guisa, che
delle molte cause di un sol fatto non si può mai dire quale sia la vera. Porre
alle scienze morali per fine il vero, bandire da esse il verosimile è
condannarle alla sterilità e all'impotenza. Vico, superando Bacone, precorre le
più moderne dottrine positive circa il metodo da seguirsi nelle scienze morali.
Tra ì cartesiani fautori della critica, che vogliono banditi i veri secondari e
pongono il primo vero fuori del senso, che vogliono educate le menti
all'analisi, logorandole in sottigliezze e minuzie senza tener conto
dell'indole dell'animo umano, delle sue tendenze alla vita civile, dei vizi,
delle virtù, del carattere e del costume secondo l'età, il sesso, la
condizione, la famiglia, la nazione italiana, che si illudono di ridurre a
norma tutto ciò che si attiene alla vita e fanno troppa fidanza sulle norme der
metodo, che finiscono per ostacolare l'ingegno e distruggere la curiosità — e i
fautori della topica, seguaci del LIZIO, che, paghi di un sapere empirico, si
affidano ciecamente all'autorità, Vico propugna l'unione della critica colla
topica, cioè della dimostrazione coll'invenzione, dell'analisi colla sintesi,
del vero col verosimile, della ragione col senso comune. Solò per tal via
l'uniformità si consegue nell'operare e si formano non gli scienziati, ma
gl’uomini prudenti, gl’oratori, gl’uomini di stato, che è lo scopo proprio
delle scienze morali. La dottrina del metodo si completa in Vico con quella
relativa al criterio di verità ch'egli contrappose al criterio cartesiano della
percezione chiara e distinta ottenuta per mezzo dell'osservazione interiore.
Vico affrontando una delle più ardue questioni di metafisica non perdette mai
La questiouò del criterio di verità è trattata da Vico nel De Antiqui88ima S.
di mira le esigenze delle scienze morali, e il suo pensiero riassunse nella
formola della conversione del vero col fatto, cioè che conoscere una cosa
significa farla. Mediante l'intelletto l'uomo conosce e conoscere significa
comporre insieme tutti gl’elementi di una cosa e formarsene la perfetta idea.
L'intelligenza umana ha un potere di comprensione limitato, poiché
degl’elementi costitutivi delle cose solo gl’esterni, e parzialmente anche
questi, riesce a combinare: opperò se l'uomo può pensare a tutte le cose, non
può che intendere quelle che fa, ossia quelle di cui arriva a comprendere la
genesi o la guisa di formazione. La scienza per Vico è essenzialmente genetica
ìr\ quanto si riduce alla conoscenza del modo o delle cause con cui una cosa è
prodotta -- vere scire per causas scire. I limiti della conoscenza sono quelli
del potere. Di qui l'incertezza e imperfezione delle scienze morali, le quali
avendo pell’oggetto le azioni umane che non possono riprodursi e sono
continuamente mutevoli, non possono proporsi a loro unico scopo il vero, mentre
le scienze sperimentali hanno un grado di verità assai maggiore in quanto
studiano la natura riproducendola, e le scienze matematiche racchiudono il
grado massimo di verità in quanto sono prodotti mentali, vere e proprie
creazioni dello spirito.Vico parlando di produzione della cosa come sinonimo di
conoscenza della cosa non intende, come mostra di credere Cantoni, una
produzione ideale, ma una produzione reale, che trova cioè un qualche riscontro
nella realtà quale appare ai nostri sensi. La chiara e distinta idea della cosa
non può assumersi a criterio del vero, come sostiene Cartesio, poiché il
pensare distintamente a una cosa non significa ancora conoscere il contenuto
della medeisima, e iioh ci autorizza ad affermare la realtà della cosa
pensata,. La certezza di pensare non é scienza ma COSCIENZA: scienza si ha Cfr.
Cantoni. La miglior interpretazione del pensiero metafìsico del Vico ò quella
data da Flint. delle cose la cui verità è dimostrata o dimostrabile, cioè delle
cose che riusciamo a fare, mentre la COSCIENZA è proprio di quelle cose di cui
non possiamo dimostrare il modo di loro e^- stenza. Neppure la scesi dubita di
pensare e di esistere, ma dichiara solo di ignorare le cagioni del pensiero,
ossia come esso ha esistenza. Il pensiero è indizio, non causa della realtà.
Una critica più acuta e stringente del principio metafìsico cartesiano non si
potrebbe immaginare e ninno prima di lui può vantare di averla fatta. La coscienza
può attestarci la esistenza delle cose ma per intuizione non per dimostrazione.
Apprendere le cose non ancora significa conoscerne la natura. Per tal modo Vico
eleva una distinzione netta tra verità di scienza e di coscienza, tra verità di
ragione e di sentimento ò per usar la sua espressione abituale tra ciò che è
vero e ciò che è CERTO. Dell'esistenza dell'anima, dei principi delle scienze
morali possiamo avere una cognizione CERTA ma non vera. Di quanto Vico
restringe il campo del vero di altrettanto allarga la cerchia del CERTO, pel
quale riconosce che unico criterio applicabile è il senso comune. Vico però a
differenza dei positivisti, non eleva una barriera insuperabile tra la sfera
del CERTO, delle CREDENZE e- la sfera della verità, della scienza. Egli ammette
che le verità di sentimento, di intuizione, sono capaci collo svolgersi della
riflessione di trasformarsi in veri scientifici. Anzi egli pone come legge
generale dello spirito individuale e collettivo e delle sue singole
manifestazioni il graduale e progressivo passaggio dalla coscienza alla
scienza, dalla autorità alla ragione, dal certo al vero. Quanti nell'età
moderna si fanno sostenitori della relatività del sapere, accolgeno, senza
ricordarlo, il prudente criterio di Vico. Ma di essi più accorto, Vico mostra
Vico usa le espressioni vero e certo in un significato speciale. Per lui è vero
ciò che si converte col fatto. Certo è tutto ciò che si fonda sul senso comune,
ossia le verità intuite ma non dimostrate. Noi invece siamo soliti considerare
termini equivalenti il vero e il certo.] di intendere e di apprezzare anche le
idee e sentimenti che hanno il loro fondamento nell'autorità del senso comune.
Vico e profondamente convinto che le scienze morali non possono astrarre dal
verosimile per correr dietro a una vana e formale apparenza di vero che trova
nella realtà continue smentite. Il De Antiquissima chiude il periodo
filosofico-critico del pensiero di Vico. Le dottrine in esso esposte sono in
regolare armonia colle sue opere posteriori, di cui formano il presupposto
metafisico. Il Libet meiaphisicus ribadisce il concetto che la vera sapienza è
operativa e la filosofia non deve solo proporsi la solitaria e sterile verità
ma ancora l'utilità e la dignità della vita. Vico non si restrinse a una
critica negativa, mentre critica integra: e come sul terreno metafisico e
metodico integra Bacone e Cartesio, cosi si prepara a integrare Grozio nel
campo etico e giuridico. Le predilezioni di Vico per gli studi giuridici
rimontano al primo periodo della sua vita, allorché imbevuto ancora di
metafisica scolastica, dietro consiglio del padre si applica àgli studi legali.
La casuistica giuridica, rappresentata allora in Napoli da Verde indispone
Vico, come quella che si perde nel casi particolari senza elevarsi a principi
razionali -- ottimo esercizio di memoria, egli osserva, ma tortura
dell'intelletto. La dottrina metafisica di Vico ancora aspetta di esser
giudicala al suo giusto valore. Esagerarono nelle lodi per uiì sentimento di
legittimo orgoglio nazionale, ROVERE, Gioberti, Siciliani: la snaturarono
adattandola ai propri sistemi filosofici gli hegeliani -- Spaventa, Vera,
Fiorentino -- e gli spiritualisti – Serbati --: mostra di non comprenderla
affatto Cantoni, che chiama W^Liher metaphiaious una strana anomalia nella
storia del pensiero di Vico. Non ci convince interamente l'affermazione di
Labanca -- (6^. B, Vico e i suoi orifici oaitolioif Napoli -- che Vico fa della
metafisica dogmatica, fondandosi sul fatto che i critici la considerarono tale
e non sollevarono dubbi al riguardo. Cfr. Autobiografia per tutte le notizie
biografiche in questo paragrafo indicate. li interpreti antichi e gli
interpreti parve riscontrare i filosofi dell'EQUITA storici del DIRITTO CIVILE
ROMANO: fin i di far convergere i due indirizzi a itto filosofico. A formarsi
una coltura ale scopo, Vico attende per un periodo li a elaborare è a fissare
quei principi lostituire il sustrato metafisico di tutte . Non trascura Vico
neppure in giuridici. Ne abbiamo la prova nella so sul metodo delle vicende sto
per metterne in evidenza il carattere )mento per un nuovo indirizzo degli rva
Vico che in Grecia la giurispruntemente divisa tra filosofi, prammatici,
onevano i principi razionali attinenti gl’altri fornivano le leggi agl’oratori
eloquenza l'equo. IN ROMA la giurispruorigini divisa tra giureconsulti-filosofi
no dal lungo esercizio delle pubbliche elaborazione della civil prudenza sacra
ano dalla parola allo spirito della legge [uo, gli uni custodi del GIUSTO,
gl’altri ir età moderna le diverse parti della assunte in una sola dottrina gli
giurearatore, ha cessato di essere filosofo; interesse privato, a cui giova
particoifica IL PUBBLICO INTERESSE, meglio tute 1 VICO traeva motivo per
insistere sulla EQUITA NATURALE colla filosofia giuridica per lui era la
dottrina del pubblico rende i uove anni passati nlla solitndiue di ani poi
trascorsi in Napoli fino alla pubblica reggimento che i Greci apprendevano dai
filoj dalla pratica stessa delle cose pubbliche, mentr Vico e trascurata tanto
dai pratici preoccup trionfare l'equo e l’utile privato, quanto dagli er far
risorgere in tutta la sua purezza il diritto; rendersi conto delle nuove
esigenze dei tempi. Il divisamente di richiamare gli studi giurid sua divisi
tra la pratica e l'erudizione ad una b si venne meglio determinando in Vico
colla coi di Gravina e sopratutto colla lettura di Grozio ai tempi di Vico
Grozio e pressoché ignora Gravina mostra di non averne approfittato. Tale verso
Grozio e naturale in Italia, estranea al mazione dello stato e strettamente lej
dizione giuridica e all'AUTORITA DEL DIRITTO ROMANO cercato reagire Grozio. Ma
ben intese i scuola del diritto naturale di cui e stato fonda aveva
efficacemente cooperato a restaurare qi del pubblico reggimento, di cui
difettavano i no sulti. Si comprendono pertanto le sue simpatie lui posto nel
novero degli autori prediletti acca a TACITO, a Bacone. Grozio era assorto al e
Vico neìV Autobiografia ci fa sapere che la Vita é pubblicata gli conciliò € la
stima e l'amicizia d letterato d'Italia Gravina col quale coltiva s denza
infiuo ch'egli morì. Le provano che egli conosceva di fama anche prima di qu£
vina, e certamente ne aveva letto le opere, Vico p( l'opera di Grozio nell'
apparecchiarsi a Scrivere la F L'opera di Grozio era stata messa sìlV Index Ex^
Chièsa cattolica. La sincerità delle credenze religiose no Vico di studiare e
apprezzare scrittori condannati dalla ma per prudenza si astenne molte volte
dal citarne i n citandoli li cita vagamente e quasi di sfuggita. In leti abbondano
le citazioni di scrittori stranieri e mostra di co: nei concetti fondamentali .
arsale sottratto a delimitazioni di tempo e di luogo, na e immutabile di giusto
che Vico coll’accademia innata e propria della natura razionale dell'uomo,
cerca far scaturire dallo STUDIO DELLA LINGUA DEI ROMANI ed estendere alla gran
mere umano. La lettura di Grozio forni a Vico i prender conoscenza dei divèrsi
indirizzi che del diritto naturale si sono andati svolgendo in Germania e
Francia. Di Hobbes, yle, ricorda il nome e le opere e riassume in poche issime
l'indirizzo generale del loro pensiero in orlenze giuridiche e sociali. Altrove
mostra costemi di Selden e Pufendorf, di cui associa costandottrina relativa
alle origini della società umana ii Grozio. Ma a quest'ultimo Vico direttamente
e conciliandolo colle nostre tradizioni giuridiche. zò assorgere dal concetto
dell'EQUITA NATURALE, eiapratici, COL SUSSIDIO DEL DIRITTO ROMANO, restaurato
i, a quell'idea eterna del GIUSTO che Grozio ha mte derivato dalla ragione umana,
ordine ai fondamenti filosofici delle scienze morali, di Vico è per molti
aspetti definitiva. Nessuna filosofia antica e moderna sorto in seno alle
scienze mostra di ignorare : di tutti rileva acutamente le difetti. I greci
trattato della giustizia e in termini troppo generali e astratti, I ROMANI in
'. Vno^ (Proloquium^f ove ricorda il Principe di MACHIAVELLI, ìli' Hobbes, il
Tractatua theologico-politicua dello Spiuoza, il 1 Bayle. — "SeW
Autobiografia accenna ad uua corrispondenza is, di cui mostra apprezzarne il
valore. Questa conoscenza iutte le correnti fìlosoficbe dell'epoca sna fa
riurie in La filosofia del diritto nello Torino, Unione tip, ontro coloro,
sopratutto stranieri^ cbe facendo la storia del Je non ricordano affatto Vico.
— concreto. Gl’antichi interpreti non conoscheno che le esigenze della pratica,
i nuovi astrassero da ogni indagine di carattere filosofico per concentrarsi
nello studio filologico dei testi di legge. Hobbes, Spinoza, Bayle fanno
dell'utile o del piacere il criterio del diritto, fanno del timore o del
CONTRATTO IL FONDAMENTO DELLA SOCIETA, dell'arbitrio la fonte della legge.
Grozio stesso tratta del diritto naturale delle genti e trascura il diritto
civile, opperò se quello risponde a esigenze razionali, questo lo contraddice
nel fatto. L’uomo di Hobbes che agisce sotto lo stimolo dell'utile e del
bisogno è condannato dalla ragione, ma trova conferma nell'esperienza della
storia. La scienza del diritto naturale sembra dibattersi tra i due termini
opposti della ragione e del senso, dellar filosofia e della storia senza
speranza d'uscita : a risolvere la contraddizione si accinge Vico. Il concetto
di un'armonia provvidenziale balenata alla mente del Leibniz per comporre il
dualismo metafisico tra anima e corpo, ricorre per una strana coincidenza in
Vico per comporre la corrispondente contraddizione nel campo delle scienze
morali Filosofia e storia, idea e sensazione, scienza e coscienza, ragione e
autorità, lungi dall'escludersi si richiamano, si integrano, si spiegano a vicenda
nell'uomo, nelle sue varie fasi di sviluppo, nelle sue manifestazioni
individuali e collettive. La dottrina pertanto del diritto naturale o
universale che Vico identifica colla dottrina civile in opposizione alla
dottrina morale, si fonda sulla duplice base del vero e del certo, ed è svolta
nel De Uno da un punto di vista puramente astratto. L'idea del GIUSTO innata
nell'uomo non è che un aspetto Del juB civile Vico accoglie la definizione di
Ulpiano -- quod neqae in totum a j are naturali recedit, nec per omnia ei
servit, sed partim addit partim detrahit. Cfr. Ferrari. Cfr. De Uno eoe*,
Proloquium. Vico pubblica il De uno universi juna principio et fine uno. VICO
chiama UNIVERSALE ciò che altri chiamano diritto naturale. scambio dei beni,
che segui alla prima divisione dei campii passa da forme violenti e arbitrarie
a forme sempre più razionali e si genera il dominio. La volontà dapprima
dispotica e sfrenata, nell'usare dei beni e delle persone, facendosi sempre più
moderata e ragionevole genera la libertà. 'L’attività guidata dal senso e
conservazione e tutela della vita fisica, guidata dalla ragione divenne tutela
e conservazione della personalità intellettuale e morale. La proprietà, in
quanto è ristretta alle cose finite e corporee, la tutela in quanto è difesa
del corpo, la libertà in quanto è libera estrinsecazione degl’affetti
dell'animo costituiscono il diritto naturale primario che Ulpiano define: quod
natura omnia animalia docuìL avente CARATTERE NEGATIVO in quanto indica ciò che
la ragione non riprova ma PERMETTE, if dominio, la libertà, la tutela, sciolti
dal senso e regolati dalla ragione costituiscono il DIRITTO NATURALE secondario
o NECESSARIO, che Giustiniano defini quod naiuralis ratio inter omnes homines
constitiiit et apud omnes gentes peraeque custoditur, in quanto vieta e comanda
conformemente all'eterno vero. Le due parti del diritto civile ne costituiscono
rispettivamente la materia e la forma, il corpo e l'anima, l'elemento mutevole
ed eterno, la ragione civile e naturale, ossia la mens legis e la RATIO LEGIS,
di cui l'una è ir certo delle leggi che spectat ad uiilitatem qua variante
variatur^ l'altra è il vero delle leggi, cioè la conformazione della legge al
fatto, che spectat ad honestaiem qtme aeterna est. Dalla libertà, proprietà,
tutela, si genera Vauctoritas, la quale lungi dall'essere creazione arbitraria
del legislatore, come vorrebbe Hobbes, ha il suo fondamento nella natura stessa
dell'uomo, in quanto questi conoscendo ciò che è proprio della sua natura, lo
vuole e lo attua colla mente e col corpo. Questa Sui concetti di libertà,
proprietà, difesa e loro genesi psicologica cfr. De Uno Sui rapporti tra
diritto primario e secondario cfr. De Uno auctoritas naturale o razionale
attuata nei fatti costituisce l’auctorUas jtiris, la quale e dapprima
monastica, spontanea espressione della personalità individuale, propria
degl’uomini che vivono solitari all' infuori di qualsiasi organizzazione
sociale: poi costituita la famiglia diventa domestica ed è l'espressione del
dispotismo ancora rozzo e violento dei patres. Infine col formarsi dello stato
romano diventa civile, ed è l'espressione dell'intelligenza, volontà, ATTIVITA
COLLETTIVA, ossia della personalità civile. Dal diritto civile proprio del
popolo romano si distingue il diritto civile comune, ossia il diritto naturale
dei giureconsulti fondato sui comuni costumi dei popoli. Abbiamo da ultimo IL
DIRITTO NATURALE DEI FILOSOFI, DEDOTTO da' principi puramente razionali e
riferito alla gran città del genere umano. Col diritto privato si svolge
parallelamente il diritto pubblico. Primo a sorgere è il governo degl’OTTIMATI,
reso necessario dalla tulela dell'ordine, proprio degl’uomini forti, poco
amanti delle conquiste ma molto della loro libertà e dignità. Esso si regge
colle costumanze e mantenendo inalterato e arcano il diritto. Dalle repubbliche
d’ottimati ROMANI, numerose ma piccole, i popoli molli e rozzi passano alle
monarchie, i popoli di ingegno acuto ma molli cadono presto sotto i tiranni,
mentre i popoli di ingegno acuto e forti si organizzano in repubbliche libere e
popolari, sulla base dell'eguaglianza del suffragio, della libertà di opinione,
dell'egual diritto agl’onori. Mediante PATTI statuti si possono costituire
governi misti e temperati a base monarchica, aristocratica o democratica.
auotoritas e sue forme cfr. De Uno Vico lo chiama IVS CIVILE OMNIVM CIVITATVM
COMMVNE -- De Uno, o IVS NATVRALE GENTIVM, e ad esso riferisce la definizione
del IVS CIVILE data da GAIO (si veda):: OMNES POPVLI QVI LEGIBVS SEV MORIBVS
REGVNTVR PARTIM ANO PROPRIO PARTIM COMMVNI OMNIAM HOMINVM IVRE VTVNTVR. Cfr.
sui rapporti tra IVS NATVRALE GENTIVM ET PHILOSOPHORVM, De Uno. Sulle tre forme
fondamentali di governo d’OTTIMATI, regio, libero, il De Uno ha tutti i
caratteri di un vero e prò di filosofia giuridica, che Vico con novità ec
espressione chiama CONSTANTIA IVRIS. Per esso il una posizione netta e precisa
di fronte ai tre in( mentali che vedemmo essersi distintamente delii alla
scuola del diritto naturale e che dovevano accentuarsi e arrivare alle consegue
Ai seguaci di Hobbes, moderno ORTO, Vico l'esclusiva importanza data
agl’elementi sensibi e perciò mutevoli del diritto. Ai cartesiani, mode Vico
contesta la possibilità di formare una teoi del diritto colla guida esclusiva
della ragione, conto degl’appetiti, degl’affetti, degl’interes tanta parte
della vita dell'uomo e della società due indirizzi estremi Vico si attiene
all'indiriz che tra tutti mostra di intendere la comi natura umana e di
assorgere al concetto di un dir universale, depvandolo dalla ragione associata
e alla storia. Ma di Grozio non e Vico pediss( come il Pufendorf Egli lo
integra sotto, un dupl: vista, filosofico e storico. Nell'uso pretazione della
tradizione e della storia Grozi il paragone con Vico : ci basti per ora affermare
Uno Vico SUPERA IN RIGORE E PROFONDITA di concet giuridica contenuta nel De
jure belli et pacis. In questo trattato Grozio si rivela più giur erudito che
filosofo: i suoi PRINCIPI FILOSOFICI sono BEN DETERMINATI: gli fa difetto il
RIGORE LOGICO, Y matico, la precisione nel definire e nel distingue] cipì
opposti talvolta non sa decidersi per nessun sempre riesce a farli concorrere
alla dimostrazi assunto. Vico rileva questi difetti di Grozio rispondenti
rispettivamente ai tre concetti fondamentali de tutelaf dominiOt libertày cfr.
De UnOj rizzo mediano più rispondente alle esigenze delle scienze
etico-giuridiche, ancora imperfetta e quasi incosciente in Grozio è attuata da
Vico con rigore di principi e con piena coscienza. E mentre il suo sistema filosofico
sembra coordinarsi ai sistemi sorti in seno alla scuola del diritto naturale,
nel fatto egli non fa che continuare l'opera degli interpreti nostri che
portano l'elaborazione dell'equità naturale ad un alto grado di perfezione.
Egli ne compie e corona l'edifìzio colla dottrina dell'equità civile. E
accusato Vico di aver confuso l'etica col diritto, di non aver chiara la
coscienza dei loro rapporti e dei loro caratteri differenziativi. L'accusa, se
fondata, fa torto al suo acume ed e in contraddizione col senso finissimo per
cui egli sa sceverare IL FATTO GIURIDICO dagl’altri fattori concorrenti. A noi
pare che anche sotto questo aspetto Vico affermi la sua superiorità di fronte
ai giusnaturalisti, ponendo la questione dei rapporti tra morale e diritto sopra
nuove basi atte a facilitarne la soluzione. Prima di Thomasius noi assistiamo
per parte dei sistemi usciti dalla scuola del diritto naturale a un progressivo
assorbimento del fatto morale nella sfera giuridica. Il concetto del diritto si
allarga fino a comprendere la vita morale e vien meno ogni criterio di
distinzione tra le discipline etiche e le giuridiche. Vico ha certo coscienza
di tale confusione quando afierma che per opera dei seguaci di Hobbes e di
Cartesio sono rinnovellati gli antichi sistemi dell’ORTO e del PORTICO, di cui
l’uno confonde la giustizia colla felicità e coll'utilità, l’altro colla onestà
e colla virtù morale. Non sfugge a Vico TimpoCfr. Cantoni. Dei critici del Vico
Cantoni equello che mono ri usci ad afferrare la dottrina metafisica e
giuridica di Vico. Di ciò lo rimproverano SICILIANI (si veda) e LABANCA. Cfr.
Carle, La filosofia del diritto nello stato (Torino, Unione) ove tratta da un
punto di vista del tutto nuovo della elaborazione dell'idea di GIUSTIZIA.
teiiza dell’ORTO e del PORTICO ad assorgere al concetto del GIUSTO, nel quale
gl’elementi dell'UTILE (neo-Trasimaco) e dell'ONESTO (neo-Socrate),
dell'INTERESSE e della moralità, insieme convengono. Da un punto di vista
puramente pratico in antico i ROMANI, gli interpreti della scuola di Bartolo e
Baldo elaborano il concetto dell’ equo-bono, inteso a commisurare l'utile tra
gl’uomini viventi in società secondo le norme dell'onesto. Il diritto naturale,
che l'Hobbes deriva dall'utile e i seguaci di Cartesio tendevano a far derivare
dall'onesto, è da Vico fatto scaturire dal concetto intermedio dell’equo bono.
Per lui infatti il diritto naturale est utile aeie>^no commensu acquale,
cioè è l’ÆQVVM BONVM dei giureconsulti romani e dei nostri interpreti antichi.
Prima di Vico Grozio e Leibniz cercano di svolgere il diritto naturale
sull'ampia base dell'utile e d’elementi razionali di natura etica. Ma Grozio
non arriva a fondere i diversi elementi in un concetto unitario che serve di
fondamento sicuro al suo sistema, Leibniz stabili un rapporto puramente
metafisico tra l'utile, il giusto, l'onesto, astraendo dai bisogni della
pratica. MANCA A GROZIO E LEIBNIZ LA BASE SALDA DELLA TRADIZIONE ROMANA su cui
Vico eleva la sua dottrina filosofica. Grozio e Leibniz trascurano il concetto dell'equo
e assorsero al concetto del giusto colla guida esclusiva della ragione. Vico
pervenne al giusto per naturale svolgimento dell'EQUO. Per Vico il giusto è un
genere, un'astrazione, un'idea. Come tale si distingue dall'EQUO che è l'idea
del giusto tradotta nel FATTO, in quanto cioè tien conto delle ultime
circostanze dei fatti. Ninno prima di Vico tenta UNA GENESI PSICOLOGICA del
diritto nei suoi rapporti colla morale e cogli altr’elementi della Cfr. De Uno
Nel Ve Ant, Vico dopo aver detto che v&i' . e Uno il rapporto tra diritto e
morale è trattato da un punto L vista essenzialmente metafisico: nelle opere
posteriori do-iva essere svolto sulla base dell'osservazione psicologica e )lla
storia. Nel Da Uno VICO appare il filosofo del diritto inso a porre i
fondamenti metafisici di una dottrina civile. Il diritto ROMANO vi si rivela
nei suoi cai'atteri universali e costanti lale espressione dell'eterno vero,
rispondente alla natura izionale dell’uomo. Puo alcuno credere che Vico
avesse,tto opera aprioristica analoga ai sistemi usciti dalla scuola 3l diritto
naturale. In realtà Vico segue diverso immino. La sua filosofia giuridica non e
opera arbitraria della ragione, ma il risultato di una potente astrazione fatta
sopra materiali ofierti dalla storia del diritto. A Vico sabbe parsa opera vana
una dottrina filosofica del diritto, le non avesse trovato nel fatto conferma.
Il criterio della mversione del vero col fatto doveva farlo convinto che il
diritto filosofico se veramente risponde alla natura umana ^trattamente
considerata, non può trovarsi in contraddizione )\ fatti e se contraddizione
esiste essa è transitoria. La loca delle idee deve per essere vera
identificarsi e confondersi fila logica e l'ordine delle cose. Ma tale
identificazione è Dta e graduale. DAPPRIMA IL DIRITTO ESISTE COME FATTO
POSITIVO, si attuatto l'azione della necessità e dell'UTILITA. Solo in uno
stadio ogredito di riflessione l'uomo avverte sotto le mutevoli forme oriche il
progressivo attuarsi dell'idea eterna del giusto. Dimostrare col sussidio della
filologia, cioè della storia lar.mente intesa la progressiva attuazione
nell'ordine dei fatti il diritto naturale, divenne la meta a cui si
indirizzarono ricerche e gli studi di Vico. Tale dimostrazione egli dove pprima
chiedere al DIRITTO ROMANO RICOSTRUITO ricostruito ne' suoi testi nuini dai
giureconsulti colti e nella sua storia da Gravina, diritto romano appariva a
lui come ai giureconsulti nostri. Gravina, a Doria un prodotto di formaziorie
naturale e 3ntanea mirabilmente atto a servir di guida e di modello per la
determinazione delle leggi costanti e universali che segue il diritto nella sua
evoluzione storica. Dominato da questo concetto che risponde alle nostre più
costanti tradizioni Vico si diede nel De Constantia a ricostruire con larghezza
e originalità di vedute IL DIRITTO ROMANO per trarne argomenti alla
dimostrazione de' suoi principi filosofici. La scuola del diritto naturale fin
dal suo sorgere con Grozio dichiara GUERRA APERTA AL DIRITTO ROMANO. Descartes
e si levato contro gli studi storici e filologici. Vico posto nell'alternativa
di negare la storia o la filosofia, l'autorità o la ragione, il DIRITTO ROMANO
o il diritto naturale non ha un momento di esitazione: si attenne alla
TRADIZIONE ROMANA mostrando come da essa potessero derivarsi principi per una
concezione filosofica del diritto. Egli volle essere l'anello di congiunzione
tra i metafisici e gli storici del diritto. Come vi è una fisica e una
metafisica della natura, cosi vi è un diritto fisico e metafisico. IL DIRITTO
FISICO POSITIVO E IL DIRITTO ROMANO quale esiste nella storia: il diritto
filosofico fondato sulla contemplazione astratta della natura umana se non vuol
essere arbitrario deve potersi convertire nel fatto. A questa condizione il
diritto fisico per forza naturale di cose finisce per incontrarsi e coincidere
col diritto filosofico. Di qui ir rimprovero da lui mosso da un lato
all’accademia per aver confuso il giusto ideale col giusto eterno, l'uno
inconvertibile, l'altro convertibile col fatto, dall'altro a Grozio e a
Pufendorf per non aver tenuto conto della storia e per aver foggiato un diritto
filosofico che non è praticato nel costume. LA STORIA DI ROMA S’INIZIA COLLA
GUERRA DI TUTTI CONTRO TUTTI. Da questa guerra esce la feudalità solitaria
delle famiglie che comandano ai clienti e lottano contro i nomadi. Il De
Constantia jurisprudentis diviso in due parti, De Constantia Philosophiae --
breve riassunto dei princìpi filosofici ampiamente esposti nel De Uno -- e De
Constantia Philologiae. Tali rimproveri si possono leggere nella Prima Scienza
Nuova. Ili séguito alle rivolte dei clienti I PATRIZIJ si chiudono nelle città,
si organizzano in ordini, combattono i ribelli e dai vinti si formano le plebi.
Ma queste col tempo cresciute di numero si rivoltano di nuovo, e l'aristocrazia
è costretta a cedere, a estendere al popolo leggi, campi, matrimoni,
cittadinanza. Cogli imperatori abolite le classi e i privilegi, le leggi
appaiono altrettante generalità filosofiche. Scompare l'antico diritto rozzo e
violento e la forza dell'autorità si confonde con quella della ragione.
L'armonia tra il senso e la ragione, tra il vero e il certo, tra filosofia e
filologia sembrava raggiunta. Ma nel trarre dalla storia di Roma il corso
ideale del diritto, Vico dove colmare lacune, completare tradizioni, adottare
un'arte nuova di critica e di interpretazione atta a penetrare il significato
di intere epoche storiche e fondata sulla osservazione psicologica e SULLO
STUDIO DELLA LINGUA LATINA. La ricostruzione storica del diritto romano
dischiuse a Vico la via alla ricostruzione storica del diritto quale si
manifesta ne' suoi caratteri costanti nel mondo della nazione italiana. Ma ben
comprende Vico che tale ricostruzione non puo dirsi completa se il fenomeno
giuridico non e studiato ne' suoi rapporti colla religione, colla morale, colla
politica considerati come altrettanti prodotti storici che si svolgono
parallelamente al diritto e ne attraversano le stessi fasi di formazione. Nella
Prùna Scienza Nuova il diritto naturale non è più studiato come prodotto
storico del popolo romano, ma come formazione collettiva, cioè come la scienza
dell'uomo solitario che vuol la salvezza della sua natura e la conquista per
gradi nel consorzio sociale sotto la pressione delle necessità e delle utilità.
Alla mancanza di documenti storici, di tradizioni certe, di testimonianze
sicure supple Vico colle sue intuizioni audaci e divinatorie, coll'autorità del
senso comune che è la mente dell'uomo collettivo da cui traggono E sopràtutto
notevole per la formazione storioa e sociale del diritto. origine quelle
massime di sapienza volgare in cui tutti il popolo romano convenne ed e
universalmente praticato. Dal primitivo stato di solitudine e di abbandono in
cui manca ogni freno al senso e il diritto è sinonimo di forza l'uomo invaso da
terrore religioso esce contraendo stabili unioni in sedi fisse. La famiglia
rappresenta la prima fase dello sviluppo sociale: solidamente costituita sul
principio religioso essa si allarga fino a comprendere quanti per sfuggire ai pericoli
e alla miseria della vita nomade invocano la protezione dei forti. Costumi,
diritto, politica riflettono in questo antichissimo stadio di vita sociale lo
stato mentale dell'uomo. A uomini ignoranti e superstiziosi, privi del
necessario alla vita, insofferenti di freno, amanti della solitudine, devono
convenire religioni spaventose e crudeli, costumi barbari ma moderati. È questo
il periodo divino o teologico del diritto naturale in cui mancando le leggi, i
diritti si custodiscono colle religioni. I padri sono sapienti, sacerdoti, re
nelle famiglie che costituiscono una libera e assoluta monarchia.
Coll’ampliarsi delle famiglie in gentes, coll’ammutinarsi dei plebei e
conseguente organizzarsi dei paires in ordini e nelle città, sorgono i governi
aristocratici e quindi i regni eroici. Le plebi lottano per la libertà di
ragione, per l’uguaglianza dei diritti, per il possesso dei campi. I costumi
sono sempre severi ma meno feroci, il diritto eroico si mantiene rigido,
crudele, arcano, privilegiato. Ma gl’eroi decadono convertendosi in tiranni.
Nelle città i plebei ottengono di esser parificati ai nobili nel godimento dei
diritti e si iniziano i governi civili nella forma di repubbliche libere o di
monarchie civili. I costumi si ingentiliscono e con essi SI FA UMANOe civile IL
DIRITTO NATURALE. Coll'estendersi della NATURALE EQUITA delle leggi sorgono i
filosofi a meditare Circa i caratteri del diritto, deUa morale, della politica
iu questo, primo periodo cfr. P. S. N, Del diritto, della morale, politica eroica
U Vico tratta, il vero delle cose e con essi si iniziano la metafisica e le
diverse scienze e arti. Dai rapporti fra le città si svolge il diritto naturale
delle nazioni, e dall'unione delle nazioni il diritto universale del genere
umano. Per tal modo le varie fasi di aggregazione sociale, le forme di governo,
i costumi, il diritto si succedono secondo una legge costante riflettendo il
corso delle idee espresse a loro volta nelle lingue. I concetti di diritto
civile, di, diritto naturale, delle genti, non più considerati da un punto di
vista puramente astratto, non più ristretti a un popolo determinato ci si
presentano concetti vivi e reali, formazioni storiche strettamente legate col
graduale sviluppo dello spirito umano nelle sue manifestazioni individuali e
collettive. Nella Prima Scienza Nuova l'idea predominante è pur sempre
l'evoluzione storica del diritto considerato, come dice Carle, la quintessenza
dell'aggregato sociale. IN ROMA IL DIRITTO SEMBRA ASSORBIRE TUTTI
GL’ALTR’ELEMENTI DELLA VITA SOCIALE IN GUISA D’APPARIRE QUASI L’ELEMENTO
ESCLUSIVO. Perciò Vico vuole porsi da un punto di vista più elevato per meglio
determinarne i caratteri, le leggi universali e costanti del suo eterno
divenire storico. Il problema relativo alla natura socievole dell'uomo,
all'origine della società e della sovranità, e stato argomento di vivaci
discussioni in seno alla scuola del diritto naturale. Tale problema, osserva
Carle, e necessariamente implicito nel concetto da cui aveva esordito la
filosofia, secondo cui l'uomo come tale, cosi come esce dalle mani di natura e
non in quanto fa parte di un qualche gruppo sociale, è capace di diritto. Dei
due termini, individuo e società, per tal modo dissociati solo al primo, nei
vari sistemi usciti dalla scuola del diritto naturale, e attribuita esistenza
reale. Dei tempi umani tratta Vico Vedi Carle, Fil, del Dir, nello stato, in
cai è trattato l'argomento dell’indivìduo e della società nella filosofia del
diritto. in cui si discorre della ipotesi di UNO STATO DI NATURA, della genesi
della società e sovranità. All’individualismo religioso, filo repoca e naturale
compierne della società. Tutti gl’indirizz: scienze morali pito, UNO STATO DI
NATURA aiiter l'uomo godeva di una indipende sconfinata, e da cui sarebbe us(
lontari ACCORDI, nei quali riponev come della sovranità. Grozio, turalmente
socievole, ammise ne un periodo, circa un secolo, di Yenne meno il sensimi
natii7^a homines. Tale stato di nomadi, dette necessario ammettere per prietà
privata, e del rispetto et tale. Lo ritenne composto di se allo stato civile
per un certo e di famiglia. Il Pufendorf, sull'c decaduti gentili come uomini
senza aiuto divino. Hobbes i carattere di tendenza originaria dal senso,
dagl’appetiti, dagli natura come un vero stato ferin stato di natura anteriore
alla s mebondi se non furibondi come \ della tradizione medioevale coni da
Grozio, Selden \ tilità decaduta non si era mai l'intervento diretto della
diviniti con criterio diverso la storia deg Gli stessi problemi si affacciar
L'opera di Selden, dotto ebn col titolo : De jure naturali et gentium Cfr.
Labanca contrasto coi filosofi solitari o monastici, fautori alismo egoista e
razionalista, mentre riservò tutte itie per i filosofi politici, le cui opere
sono intese ire l’uomo nella civile società. Nella sua ammirapistianesimo,
nella sua avversione pel movimento entra come elemento la considerazione-
deirinociale ch'egli giudica compromesso dallo spirito ta che anima la Riforma.
La sua ammirazione ch'egli si compiace di chiamare sociniano, non gine.
Nell'avvertire i pericoli dell' individualismo ielle scienze morali,
nell'additarne le cause, nelL rimedi, Vico e solo ed inascoltato. Nel De Uno
natura socievole dell'uomo e delle origini e cause 3nza sociale da un punto di
vista puramente astratto ntegrare Grozio e a contrapporsi ai cartesiani di
Hobbes. Nella Seconda Scienza Nvxyoa egli si ire del problema la dimostrazione
storica e psicolendo a conclusioni che fanno di lui il precursore ìza sociale.
Il fatto che risalendo alle origini dà la qualifica di sociuiano a Grozio in
due passi deUa PrivMi e in entrambi i to degli uomini immaginati da Grozio
originariamente bivoni deboli, soli e bisognosi di tutto; Vico chiama tale
ipotesi Il Labanaca corregge l'affermazione del >8i sul fatto che Grozio era
ariuiniano e che scrìve una contro Socino. A questo lavoro di Grozio contro
Socino non iffini neir opera citata sulla Libeì'tà religiosa: in quella vece
argomenti decitivi la stretta affinità tra la dottrina di Socino arminiaui.
Grozio, dice Rnffini, proclama altabnona intesa con i Sooiuiani, coi quali e
specialmente col [ìtimo rapporto epistolare. L'affermazione di VICO non
destituita di fondamento. Cfr. Ruffini, e più studiato da letterati, filosofi e
storici che non da nze morali e sociali. In generale i crìtici di Vico non rito
sociologico della Seconda Scienza Nuova, Vi accennano dliani: lo dimostrò
ampiamente Carle nelle sue Lezioni \ale » (inedite) da cui sono tratti molti
concetti in questo tenuti. più remote della storia non si ha memoria di uoi airinfuori
del consorzio civile, costituisce per il mento decisivo in favore
dell'esistenza originaria che è quanto dire della natura socievole delì'uon
cose fuori del loro stato naturale non possono a durare. Il presupposto della
Seconda Scienza Ni l'umanità abbia un corso uniforme ed immutabile nata da
leggi costanti, che tutti gl’uomini nor membri di un gran corpo che non muore
mai, istante per il continuo mutare degli individui si molteplice ed uno ad un
tempo. Religioni, leggi, : altrove lo definisce: mente illiisbta, cuor retto e
lingua fedele interprete di entrambi mettendo in vo l’armonia che deve esistere
fra le diverse facoltà. Tali principi assiomatici Vico chiama e dignità > e
sono iu Cfr. Dignità, sapere il vero deHe cose si attiene nell'operare al
certo, a ciò che a lui sembra vero, al senso comune. L'uomo in qualunque stadio
e condizione di vita sociale ama principalmente l'utile proprio; a misura che
la cerchia dei suoi interessisi, allarga alla famiglia, alla città, alla
nazione, al genere umano, si estende d'altrettanto il suo egoismo. Dalle
necessità e utilità della vita regolate dal senso comune, trae sopratutto
l'uomo impulso ad operare: esse costituiscono il criterio saldo per
l'interpretazione della condotta presente e futura. A beneficare, a contrarre i
vincoli sociali, ad accettare le diverse forme di governo, le leggi, le
istituzioni, sino gl’uomini sopratutto tratti dall'utile che ne ritraggono.
Prima a svolgersi nell'uomo è la vita del SENSO, poi quella del sentimento,
quindi della ragione. Epperò se prima gl’uomini sentono senza avvertire, poi
avvertono con animo perturbato e commosso, finché da ultimo riflettono con
mente pura. Il progresso morale è in stretto rapporto collo sviluppo psichico.
Quando sieno successivamente soddisfatte le necessità, le utilità, le comodità
della vita, l'uomo che npn domina gl’appetiti e non intende la voce della
ragione, si abbandona al piacere, al lusso, finché non rovina nella
dissolutezza. Tali osservazioni di psicologia individuale Vico completa con osservazioni
generali di psicologia collettiva. I popoli, come gli uomini, hanno periodi di
infanzia e di giovinezza. Fatti adulti invecchiano e quindi muoiono. I popoli
rozzi e barbari come i fanciulli favellano per universali, sono inclini a
imitare, hanno vigorosa la memoria, vivida la fantasia, debole il raziocinio,
profondo il culto delle tradizioni. Lentamente e per gradi si inducono a
rinunciare alla loro libertà, ai loro patri costumi: ribelli a ogni freno sono
domati dalla religione: impenetrabili nella loro [Dig., S. S. N., lib. I, Del
Metodo. Dig. barie cedono alla violenza delle guerre o alle attrattive
commerci. I costumi dei popoli sono dapprima crudi. Poi eri, quindi
s’ingentiliscono, per farsi nell'ultima fase del ) sviluppo raffinati e dissoluti
. osservazione psicologica si completa in Vico collo studio oU'interpretazione
della storia, ch'egli chiama la biografia l'umanità. Gli studi storici
all'epoca sua sono degnamente presentati in ITLIA da Giannone e MURATORI.
GIANNONE lon tratta dalla storia una scienza nuova, aveva certaite studiato la
storia con criteri nuovi. In lui troviamo non olito espositore dei fatti
politici, ma lo studioso della vita ile e interiore dello stato : primo mostra
di saper ragionare fatti, e di trarne argomenti alla dimostrazione di una i
Muratori fa della critica e della erudizione storica ì a sé stessa :
ricercatore e raccoglitore indefesso e sagace )lvette, dice Manzoni, tante
questioni, tanto più ne e, ne sfrattò tante inutili e sciocche. Ma egli non
penetra •e il fatto, non raccoglie a unità tante cognizioni. Di queste L vede
né i principi né le conseguenze. Sotto questo etto egli fu il vero contrapposto
di Vico, il quale si forma [) Dig.y 4 Giannone, appartiene a qneUa schiera di
ginre»nlti storici ed eruditi c\t^ aU'epoca di Vico iUnstravano Napoli. Fa
allievo Aulisio e frequentò la casa d’Argento, avvocato e magistrato di Napoli.
Dopo veut'anni di la Giannone pubblicò in Napoli la sua Storia civile del Regno
Napoli in cui si fa difensore dei diritti dello » contro le usurpazioni
deirautorità ecclC'iiastica. Vico conosce o Giannone ma non lo ricorda per
evidenti ragioni di prudenza. Muratori pubblica l'opera sua maggiore « Rerum
Icarum Soriptoros. Vico ricorda Muratori ma lettera a Gaeta a proposito del
trattato di filosofia morale del Muratori. Manzoni, -- Opere varie, Milano,
aelli -- contrapponendo Muratori a Vico dice che rvando i loro lavori^ par
qyasi di vedere, con ammirazione e con •lacere insieme, due. gran forze
disunite, e nello stesso tempo come uu ame d'un grand'effetto che sarebbe
prodotto dalla loro riunione. della storia un largo concetto fino a comprendere
in essa t le manifestazioni umane, la interpretò agli effetti delle sci^
morali, se ne valse per la costituzione di una scienza nu Egli spinge il suo
sguardo nelle epoche più oscure, là e più scarse e misteriose sono le memorie e
le tradizioni,aiuta con criteri derivati dalle proprietà costanti della moli,
Pierre Cfr. Labanca, Op. cit.> per le notìzie biografiche o bibliografiche
intorno ai citati critici. Thomasius, Wolff, critica la dottrina dello stato
ferino del Vico chiamandola erronea impiaque e dimostrandola contraria alla
metafisica ed alla storia latina. L'accusa di empietà sollevata da Pinetti
colpiva non pur Vico, ma quanti ne ammettevano la dottrina dello stato ferino.
Tra questi DUNI (si veda) che risponde con acredine. Di qui e offerta a Finetti
l'occasione di scrivere l’Apologia, in cui sottopone la Scienza Nuova a una
critica minuta. Ribadisce Finetti la critica contro lo stato ferino, rimprovera
a Vica di intendere la Provvidenza in un modo non sempre conforme alla teologia
cattolica, di aver disconosciuto il cristianesimo, di aver preferito solo a
parole la storia sacra alla profana, di aver bandito il divino dalla storia. I
fatti posteriori rendero giustizia all'oculatezza di Finetti nel mettere gli
studiosi in guardia contro il veleno tanto più temibile quanto meno avvertito
che nella Scienza Nuota si nasconde. In Vico non e abbastanza rilevato quel
fenomeno di sdoppiamento psicologico a cui ci hanno abituato i, nostri grandi
filosofi e che in Italia e il mezzo più efficace per sfuggire alle persecuzioni
e per conciliare la sincerità della credenza colla libertà del pensiero. Se non
si tien conto di questo fatto la figura di Vico appare incomprensibile. In lui
bisogna tener costantemente distinte le due figure dell'uomo e del filosofo.
Come UOMO Vico e Finetti e veneto, sacerdote, censore ufficiale dei libri da
proibirsi come contrari alla fede cattolica. Cfr. Labanca. La Eisposta apologetica
di Dani. E pubblicata da Finetti sotto il pseudonimo di Filandro Miaoterio --
cioè amante dell' Mwawo e sprezzante del /mtio. Ricordiamo che la controversia
tra Duni e Finetti si e così allargata in Roma da originare le due scuole dei
ferini e anti-ferini, L’Apologia e passata inosservata agli studiosi di Vico.
Spetta a Labanca l'onore di averla fatta 'conoscere nel suo contenuto storico
-e critico. -- sinceramente cattolico. La religiosità di Vico risulta non tanto
dalle sue insistenti dichiarazioni fatte nelle opere destinate al pubblico,
quanto dalle lettere private e da alcuni passi dell’Autobiografia in cui non
preoccupato di far pompa delle sue credenze, manifesta intero l'animo suo. I
critici del resto, Finetti stesso, non elevano dubbi al riguardo. Essi si
limitano a dire che Vico non puo sempre considerarsi cattolico nelle sue
dottrine. Nel distinguere l'uomo dallo FILOSOFO essi intuirono il vero, e noi
dobbiamo seguirli per questa via premettendo che le accuse e i rimproveri dei
critici si convertono per noi in altrettanti titoli di onore. A Vico non sfugge
il pericolo che a lui e alla dua dottrina puo derivare dalla critica, e non
tralascia occasione per spuntarne gli stral. Ma questi sono abbastanza acuti
per far di lui una vittima della scienza, sebbene, osserva Labanca, non vi e da
parte de' suoi critici il deliberato proposito di esserne carnefici. Dato il
temperamento di Vico non temprato alla lotta, timido e servile al punto di
abbandonarsi ad azioni poco dignitose, ad adulazioni convenzionali, sempre
incerto del domani, preoccupato di non perdere le potenti protezioni da cui
trae i mezzi per vivere e gl’aiuti per pubblicare i suoi saggi, si comprende
come la lotta sorda, persistente dei critici, ben più di quella che possono
movergli i cartesiani, dove esser per lui motivo di continue paure e di
tormenti fisici e morali. Essendo scoppiata in Napoli una congiura contro il
viceré Filippo, Vico scrive contro i faziosi l'opuscolo De parthenopea
conjuratione. Con l'entrata degl’austriaci in Napoli trionfano le idee dei
congiurati. Vico e pronto a lodare i vituperati. Scrive quattro saggi intorno
alle gesta diCarafa e fa un eroe di un uomo ignobile e odiato universalmente.
Vico e molto ammirato ma POCO AMATO da' suoi contemporanei. Le cause de' suoi
dolori sono in parte in lui stesso. Sappiamo che muore di infermità mentale ed
e nevrastenico. Nella lettera indirizzata a Giacchi VICO allude chiaramente ai
critici quaiido parla di dotti Se si pensa alle miserande condizioni dei liberi
pensatori in Italia e Francia, ai pericoli a cui si esponeno, sopratutto in
Napoli sotto il governo austriaco, si comprende lo stato d'animo di Vico,
audace nel filosofare, timido di carattere, portato nelle sue dottrine ad
offrire ad un tempo il fianco all'offesa e alla difesa. Malgrado le
dichiarazioni contrarie di Vico, nella Scienza Nuova si trovano i germi di una
profonda rivoluzione nelle scienze morali. Lo spirito innovatore e implicito
nel titolo stesso. Vico aveva la coscienza di aver fatto opera del tutto nuova,
e nuovo e ricercare del mondo umano le leggi sue proprie di sviluppo, senza
chiederle alla teologia. Nuovo e rivoluzionario e far del mondo umano autore e
fattore l'uomo ad esclusione del divino. Nuovo e ardito e rintracciare il vero
nelle favole, nei miti, negl’errori della tradizione romana. Nuovo e pericoloso
e fare della Provvidenza un principio IMMANENTE, panteistico, nella storia e
trasformare la religione in un mero prodotto storico, derivandola per legge
naturale dal timore, dal bisogno di vivere immortali, dall'istinto delle
analogie, dalla curiosità di spiegare i fenomeni dell'universo ; sopratutto
cattivi f % quali colle tinte di una simulata pietà lo oppnmevano, nella stessa
guisa ohe sempre han soluto rovinare coloro ohe hanno fatto- nuove disooverte,
Labanca trae argomento dal fatto che i critici non attaccarono il De
Antiquissima per affermare che Vico fa della metatisica teologica. Secondo noi
il silenzio della critica ha altre caate. Nelle prime opere Vico non usce dal
campo filosofico e rende servizio alla causa nel combattere Cartesio, Hobbes,
Locke. Nel De Constantia e nella Scienza Nuova egli invade il campo
dell'erudizione storica sacra e profana, facovasi egli stesso innovatore, dove
suscitare legittimi sospetti da parte di critici abituati a considerare vero
l’antico e falso il nuovo. Basti dire che Muratori per pubblicare un saggio
sulla moderazione degli spiriti nelle cose di religione, dove pure confuta
l'arminiano Ledere, e riconosce al principe la facoltà di procedere anche con l'estremo
suplicio contro gl’eretici, dove stamparlo in Francia sotto falso nome: con
tutto ciò dice il Ruffini, le diatribe degl’intransigenti gli piovvero addosso
e non schiva il temuto indice se non per il bene, chè gli vuole Benedetto XIV.
gravi erano le conseguenze per il dogma dal far derivare il genere umano da uno
stato ferino di isolamento senza religione. Sono pertanto fondati i timori dei
critici cattolici e reali i pericoli da essi affacciati per la causa della
fede. Solo l'abilità di Vico nel trovar espedienti atti a tranquillizzare
gl’animi timorati, a coprire le audacie della sua filosofia, a dar veste
cattolica all'opera sua, solo le protezioni di cui gode nell'alte sfere del
mondo ecclesiastico, e la convinzione ch'e in tutti della sincerità delle sue
credenze, solo la profondità dei concetti e l'oscurità della forma, che toglie
popolarità all'opera sua, poterono salvarlo dalle persecuzioni, ma non valeno a
far tacere la critica. A due finzioni sopratutto Vico ricorge per temperare
l’asprezze dela sua filosofia e garantirsi contro l'accusa d’eresia e di
empietà. Egli pone ogni cura nel dichiarare che la provvidenza concepita come
principio trascendente, è l'architetta del mondo delle nazioni, che queste si
svolgono secondo un disegno eterno preordinato dal creatore e che gl’uomini non
sono che mezzi e strumenti alla attuazione dei disegni divini. in ciò sembra
accogliere il dogma cattolico della divina provvidenza, ma non e che una
lustra, poiché alla provvidenza cosi concepita Vico si affretta a negare
qualsiasi azione diretta e indiretta sulla storia, la quale si svolge
ESCLUSIVAMENTE PER OPERA DELL’UOMO conforme alle sue tendenze e alla sua
natura, salvo a fatti compiuti dichiarare che questi sono in corrispondenza
colla volontà del divino. La provvidenza e la religione ritornano pur di
continuo nella Scienza Nuova, ma in un senso del tutto diverso. La provvidenza
perde ogni carattere, teologico, diventa piuttosto, come già ha ad osservare n
Vico dedica la prim e la seconda edizione della Scienza Nuova a Corsini, che in
poi papa Clemente XII, evidentemente allo scopo di crearsi nn potente
mecenaterinfatti tale dedica conserva quantonqne Corsini, ricchissimo di censo,
fin dalla prima edizione si e scusato presso lui di non potergli fornire :i mezzi
per la stampa, mezzi che Vico si provvide vendendo uà anello. innelli, la
persuasione che gl’uomini hanno del divino su loro : religione poi perde ogni
carattere positivo per divenire il ko religioso in generale, che stimola e
accompagna la cita dei popoli nei loro inizi e prepara nei tempi umani il onfo
della sapienza riposta o filosofica. Nessun accenno troimo a idee intolleranti,
neppure per stornare da sé le ire cattolici. La tolleranza traspira dal
concetto largo e mo'UO che egli si forma della religione. Vico porta un conbuto
prezioso alla causa della libertà religiosa, per quanto 1 apprezzato: egli che
invoca la tolleranza per sé la èva per gl’altri. Altri potè con argomenti e
teoriche razionaliste cooperare al trionfo della libertà religiosa. VICO
coopera trasportando le questioni religiose dal campo delle e al campo dei
fatti, mostrando l'origine e la formazione ;urale delle religioni, traendo dai
fatti la loro giustificane, astraendo da qualsiasi forma di religione
particolare. li per tal modo ponevasi da un punto di vista nuovo e che -èva
ingenerare l'equivoco: la veduta storica se lo rese da lato fautore della
religione e del culto nazionale, dall'altro portava suo malgrado ad escludere
dalla storia ogni reline rilevata : potè quindi fornire argomenti tanto ai
fautori mto agli avversari della libertà religiosa. Dena larghezza di vedute di
Vico in fatto di religione fanno prova stndl da lai fatti dei filosofi
protestanti più. avverai alla chiesa catolica, le sue amichevoli relazioni con
uomini apertamente fautori della rtà religiosa come Ledere e Thomasius. Avversò
la Riforma testante per una ragione storica piti che religiosa ; ne condanna le
lenze individualiste, ribeUi ad ogni freno di autorità. Non cremo che Vico sìa
stato deciso avversario della tolleranza religiosa le mostra di credere
Ruffini. Tale convinzione Ruffini fonda particolarmente sopra un passo della
Seconda Scienza Nuova 3ui Vico dice: € le nazioni, se non sono prosciolte in
un'ultima liba di religione, lo che non avviene se non nella loro ultima
decadenza, [) naturalmente rattenute di ricevere dei tadi straniere. Raffini
ima paradossale e mostruoso tale principio e a ragione se Pinterpreone da lui
data fosse la vera: ma ci sia permesso dubitarne. Il passo luestione si legge
nel libro secondo della Seconda Scienza Nuo^àf e pre- [La seconda finzione a
cui ricorse VICO per evitarle inevitabili conflitti coll’EBRAISMO e quella di
separare la storia degl’ebrei da quella dei ROMANI gentili. Alla stessa
finzione per lo stesso motivo hanno fatto ricorso Grozio e Pufendorf. Il popolo
ebreo e considerato dai stessi ebrei come un popolo eletto, la cui storia si e
svolta eccezionalmente sotto la diretta azione del divino ebreo all'infuori
delle leggi naturali e ordiiiarie di sviluppo cui erano sottostati i ROMANI
Gentili, che formano per altro l'umanità. Là distinzione e accolta ed
accentuata da Vico, il quale cisameute là ove Vico tratta dell’astronomia
poetica. Premettiamo che il secondo libro deUa S» S. N» si intitola Della
sapienza poetica ed è la ricostrnzione della storia relativa ai tempi favolosi
e oscuri. Dopo di aver discorso della metafisica, della lingua latina, della
morale, della vita famigliare e politica di quest'epoca primitiva, Vico passa a
studiarne le concezioni cosmografiche e astronomiche. L'astronomia poetica
assume per Vico un particolare significato. Essa è la storia religiosa degli
antichissimi popoli italici:, gli dei e gl’eroi – ENEA, ROMOLO, SCIPIONE --
sarebbero stati trasportati dalla terra in cielo a popolarvi i pianeti e le
costellazioni, che rispettivamente dagli dei o dagl’eroi prendono nome – MARTE,
padre di ROMOLO. Per agevolare la via al ritrovamento dell' aaitronomia poetica
Vico pone alcuni principi filologici e filosofici. Tra questi ultimi troviamo
quello sopracitato, il quale espresso in forma generale e riferito a tutte le
nazioni senza distinzione di tempo e di luogo può far credere ad una implicita
condanna della libertà religiosa. Ora noi crediaoK) che in questo passo la
religione è considerata da un punto di viata storico e non teologico, e che
l'affermazione di VICO, sebbene espressa in forma generica, vuole essere la
constatazione di un fatto storico particolarmente riferito ad epoche primitive.
È noto che i popoli primitivi senza conoscere il dogma della esclusiva
salvazione sono gelosissimi delle loro credenze religiose, considerate come
parte di loro stessi e precipui fattori d’educazione e di unità nazionale.
Sappiamo ancora esser stata convinzione di Vico, assai discutibile del resto,
esser le nazioni nella loro barbarie impenetrabili, e che le infiltrazioni
straniere di qualunque natura né snaturano il carattere e sono elementi di
decadenza. Interpretato storicamente il passo di Vico e non come affermazione
di un principio teorico trova fondamento nella storia di tutti i popoli
antichi, ai quali del resto la maggior parte dalle osservazioni filosofiche di
Vico devono riferirsi. Certamente non troviamo nelle opere di Vico apertamente
proclamato il principio della libertà religiosa. Ciò del resto non fanno né
Doria né Giannone, i quali, osserva Kuffiui, non osando esprimere
esplicitamente le loro opinioni tolleranti ricorsero all'espediente di lodare
la tolleranza del Komani. traddire alle nostre tradizioni e alle esigenze del
nostro LO nazionale. Sarebbe stato strano che al sistema di Vico e mancata in
Italia l'opposizione cattolica. Può invece iar meraviglia il fatto che mancò a
Vico in Italia quella lizione che non manca ad altri capiscuola all'estero.
Bila per altro non dimenticare che l'Italia sopporta le ^eguenze della duplice
secolare servitù politica e religiosa, il risveglio delle coscienze e delle
menti alla vita moia manca in Italia quasi affatto nel seicento, e lento e
trastàto, e segui sotto lo stimolo di in^u^ inieri che traviarono l'intelletto
italiano dalle sue naturali iizioni. Queste però, sebbene deboli e incerte, si
conservano, 3po Vico noi le possiamo rintracciare sia nelle dottrine ora
asservite alla tradizione scolastica, sia nelle dottrine )irate agli influssi
stranieri. a dottrina di Vico trova i seguaci più fedeli. . essi ricordiamo
Stellini e Duni. Stellini svolge 3ndo il metodo e il concetto di Vico la
filosofia morale, >uni la filosofia giuridica: malgrado le loro credenze
sinimente religiose cercano entrambi dei fatti etici e giuridici la formazione
naturale, movono dallo studio dell'uomo le appare all'osservazione psicologica
e storica all'infuori qualsiasi premessa dogmatica e religiosa. Duni è l'autore
di un intero sistema di filosofia giuridica quale le dottrine di Vico si
riproducono chiare e orite Vico ha posto nella vis veri il comun fondaito delle
scienze morali. Già FINETTI ha acutamente jrvato che non il vero in genere, ma
il vero in ispecie, le naturalis ordo rerum deve assumersi a fondamento del )
Per ciò ohe rigaarda STELLINI e la saa dottriua morale cfr. nostro 'oblema
morale Torino, Bocca, Dani nato a Matera e professore a Roma. Tra i suoi saggi
ricordiamo il Saggio sulla spradenza universale e la Scienza del oostu^e ossia
sistema df io universale diritto universale. Di questa critica del Finetti
risente la distinzione stabilita da Duni tra vero matematico, metafisico,
morale. Non il vero in genere, ma quella forma speciale di vero che dicesi
morale è il fondamento del diritto universale, che è la scienza del costume
ossia della condotta umana largamente intesa., Sul vero morale si fondano
l'etica e il diritto. Duni nel porre il criterio di distinzione tra morale e
diritto, riproduce sostanzialmente la dottrina di Vico. Questi deriva la morale
dall'interno sentimento del pudore, il diritto dallo svolgersi e
dall'estrinsecarsi della libertà. Duni non usa i termini pudore e libertà, ma
ricorre alle espressioni equivalenti, ma più generiche e comuni, di ONESTA – H.
P. GRICE, “am honest chap” -e di giustizia. L'onesto è il vero morale riferito
alla condotta interiore dell'individuo. Il giusto è il vero morale riferito
alla condotta esterna dell'uomo in quanto fa parte della società. L'uno non
esce dall'individuo, l'altro SUPPONE IL CONSORZIO SOCIALE – cf. Grice, breakdown
of relevance. L’uno si risolve nell'equilibrio delle facoltà umane e nella
purezza dell'intenzione, l'altro nella retta distribuzione tra gl’uomini de'
vantaggi e delle utilità. Non vi è dubbio che Duni iutese chiaramente il
rapporto tra morale e diritto. Ma forse ne accentua troppo l'opposizione,
mentre Vico insiste piuttosto sulla loro coordinazione e accanto al pudore che
è un fatto di coscienza pone il costume che è il fatto etico COLLETTIVO che
prepara ma non costituisce ancora il fatto giuridico. Non crediamo che DUNI
interpreta esattamente il concetto di VICO facendo derivare il diritto delle
genti da quelle antichissime costumanze che si andarono formando durante l’età
patriarcale per l'autorevole e sovrana volontà dei padri di famiglia e che si incontrano
pressoché uniformi in Cfr. Finetti, ediz. di Venezia, C£r. Duni, Scienza del
costume, ed. napoletana, Cfìr. QcU rapporto tra ^iuatp e onesto. Punì, Op.
cit.^ lib, 11^ e. vil^ .-•-TT VavVy -Slatti i popoli. Formatesi colle città le
società civili, tali coimanze modificate e adattate alle speciali condizioni di
npo e di luogo avrebbero costituito il diritto civile, [n altre parole secondo
Duni il diritto di natura è il diritto filosofico quale appare alla mente
rischiarata dal vero, Q ottenebrata dagl’afletti e dall'errore. Il diritto
delle genti il diritto civile sono formazioni storiche rispondenti ai due idi
di aggregazione sociale della famiglia e della città. Il itto poi civile svolge
l'equità naturale e la civile, di cui na si ispira al privato interesse l'altra
al pubblico. Nel ni le dottrine e i principi di Vico diventano famigliari
iccessibili alle menti meno colte. È doveroso riconoscere e le sorti di Vico in
Italia sono stretnente legate al nome di Duni. Nei saggi, dalla cattedra Roma
per Duni tenne desto il Ito e la tradizione di VICO negli studi giuridici.
Cattolico li stesso potè con tanta maggior efficacia difenderne la memoria e i
saggi contro i cattolici intransigenti, frustrandone secreto desiderio di far
condannare come eretiche e peritose le opere di VICO. Egli fa opera più di
avvocato e di critico. E più amante di Vico che della verità. Ma si tien conto
delle tristi condizioni in cui versavano le enze morali e giuridiche in Italia,
minacciate dalla reazione cattolica da un lato. He influenze materialiste
francesi dall'altro, l'opera di Duni 'Otta a far conoscere nella sua genuina
purezza le dottrine l VICO e a salvarle dalle conseguenze di una condanna
ecleisiastica non può a meno che essere altamente apprezzata. La formazione
storica del diritto deUe geùti e civile è argomento. Duni, Sopra accennammo
alla polemica tra Duni e FINETTI in ordine allo bo ferino. Qui ricorderemo che
la Biaposta apologetica di Duni e stama con l'approvazione del Giorgi,
professore di scrittura a Roma e di Nerini, consultore del Santo Officio. Si
voUe così dare una 3ntita ufficiale a Finetti, il quale non volle perciò
apparire l'autore la Apologia che pubblica con altro nome. Quando in Italia e
sopratutto in Napoli gli ingegni subivano il fascino degli enciclopedisti, la
tradizione di VICO impede l'asservimento completo della nostra filosofi. Liberi
pensatori come PAGANO, FILANGIERI, e CUOCO trassero dalla scienza nuova
gl’elementi più originali e duraturi dei loro saggi. Se non può pertanto
sostenersi che la tradizione di VICO sia stata svolta e apprezzata al suo
giusto valore in ITALIA, non può neppure ammettersi che e andata perduta. LA
FILOSOFIA ITALIANA ondeggia incerto tra la tradizione spiritualista e
gl’indirizzi di origine straniera del sensismo, dell'hegelianismo, del
positivismo. Ma è notevole il fatto che dai seguaci delle scuole più diverse
l'autorità di Vico e invocata in appoggio dei loro sistemi e da tutti VICO e
considerato come il rappresentante di un indirizzo di filosofia ESSENZIALMENTE
ITALIANO. L'età classica dei capiscuola e dei sistemi di diritto naturale si
chiude con VICO, la cui dottrina se da un lato è in rapporto colle correnti
della filosofia dell'epoca, dall'altro lato per gl’elementi storici é
psicologici, di cui si arricchisce, preannunzia sistemi e indirizzi venuti in
onore in tempi posteriori. Ben può dunque VICO considerarsi un gigante della
filosofia^ una mente comprensiva che della realtà vide gl’aspetti più diversi e
seppe fonderli, unificarli in una dottrina che per i tempi in cui sorse può
veramente chiamarsi nuova. L'importanza di Vico sta nell'aver posto a fii^eno e
a guida della speculazione filosofica la realtà, o il fatto, come egli dice,
nell'aver intuito il metodo proprio delle scienze morali, nell'aver dato alla
sua speculazione il fondamento saldo della psicologia e della storia, nell'aver
analizzato l'uomo in se e nella sua natura socievole, nell'aver tratto da
elementi disparati e opposti un sistema che ha tutti i caratteri di una sintesi
filosofica, storica, e sociale. Per questo l'opera sua presenta in sommo grado
i caratteri della modernità e perennità . della modernità in quanto anticipa
sull'indirizzo storico, so« - àu - ologico, psicologico nello studio dei fatti
morali; della perenta in quanto a’suoi insegnamenti l'intelletto umano ritorna
mpre dalle estreme, eterne aberrazioni dell'idealismo e del lalismo. I^a
SGixoim del dlfltto t^atUfale Qe^sUol tappotti coiriliafx)li7lSfX)o e col
l^aiftlsf^o. Origine, sviluppo e caratteri deU'Iuazninisino. La scnola del diritto
naturale nei suoi rapporti coll’illaininiBnio. L'illuminismo in Francia e suoi
caratteri. L'Illuminismo in Germania e l'opera dei giuristi. L'IUuminismo in
Italia e suo carattere generale. La scuola del diritto naturale nei suoi
rapporti ooUa dottrina giuridica di Kant. La scuola del diritto naturale
rappresenta una nuova ientazione filosofica in ordine ai fenomeni giuridici e
ciali. Essa e l'opera di filosofi seppe contrapporre alle istituzioni che
avevano per sé la rza dell'autorità e della tradizione le armonie ideali di una
ta conforme alla natura delle cose, ossia ai principi univerli e immutabili
della ragione. A questo rivolgimento filosofico si aggiunge per opera m di
filosofi, ma di pubblicisti, letterati, uomini di Stato, un svolgimento delle
coscienze, espressione di un nuovo modo di nsiderare il mondo sociale e morale,
noto sotto il nome d’illuminismo. Tra l'Illuminismo e la Scuola del diritto
naturale rrono stretti rapporti, ma anche profonde differenze. Agli opi di
questo saggio basta affermare che l'Illuminismo è i fenomeno assai complesso,
risultante d’elementi diversi, sieme fusi e diretti ad uno scopo ultimo di
riforma sociale politica. L'illuminismo non può considerarsi una filiazione tè.
Non deve sembrar strano il nome di razionalisti applicato ai principali
rappresentanti deirilluminismo. Tale nome è giustificato per due motivi :
anzitutto perchè le manifestazioni più spiccate del materialismo presentano
tutti i caratteri di costruzioni razionali, nelle quali la fantasia e il ragionamento
suppliscono spesso la insufficienza e la scarsità dei dati di fatto oflferti
dalle scienze ancora in formazione r in secondo luogo perchè le idealità
sociali e giuridiche, che la scuola del diritto naturale aveva elaborato,
rivivono nell'epoca dell'Illuminismo e ne costituiscono il fattore aprioristico
e razionale. L'origine contrattuale della società e dello Stato, i concetti
dell'uomo e della società di natura rappresentano il contributo che la scuola
del diritto naturale arrecò all'Illuminismo. Tali concetti che negli scrittori
del diritto naturale rispondevano essenzialmente ad una esigenza razionale,
negl’enciclopedisti ricompaiono arricchiti di un contenuto sentimentale, in
forma poetica e attraente acqui- stando per questo solo una efficacia pratica
che prima non avevano. Nell'illuminismo pertanto venivano a convergere tutte le
diverse correnti della speculazióne filosofica e scientifica e assieme fuse
vennero a costituire una nuova più vasta corrente a intenti di riforma e di
trasformazione morale, religiosa, politica, sociale. La chiesa e lo stato, le
due iorze maggiori che da secoli tenevano soggiogati gli spiriti e ne
impedivano ogni libera espansione furono prese di mira: da un lato le premesse
materialiste, gli stretti rap- porti col progresso e le applicazioni delle
scienze naturali rendevano l'Illuminismo antireligioso e nelle sue ultime
conseguenze ateo; dall'altro lato le concezioni dello stato di natura e del
contratto sociale battevano in breccia le teorie del diritto divino, nonché il
fondamento dei governi assoluti. Il materialismo esplicò la sua influenza
sovvertitrice nel campo religioso e morale : la scuola del diritto naturale
scosse le basi tradizionali dell'autorità e dello Stato. Se si aggiunge che
ài?- l'Illuminismo non fu solo movimento di idee m; sentimenti, che si distinse
per la sua cieca fede i del sapere, nella trasformazione della società per
scienze, nelle energie inesauribili dell'uomo, fati creare a sé stesso i suoi
propri destini, si com esso in sé racchiudesse tutte le condizioni per l'antico
regime e preparare le condizioni della v L'Illuminismo è un fenomeno generale
del t ovunque i popoli si destano ad una vita nuova, 1 lavoro e dalla scienza,
. ovunque si acquista cosi de' propri diritti e si avvertono i sintomi di un;
rispondente agli ideali di giustizia e di prosperiti e sociale, il fenomeno
dell'Illuminismo' appare, tutti i paesi si presenta cogli stessi caratteri. La
Francia fu la patria dell'Illuminismo e da ei in altri paesi sopratatto in
Germania e in ITALIA, in Francia l'Illuminismo si svolge co' suoi carati cali,
ci si presenta completamente sviluppato. F cipio del secolo XVIII in Francia lo
scetticisr Bayle aveva distolto le menti dal passato pre ad accogliere teorie
più consentanee ai tempi. A fase di scetticismo dissolvitore, di critica nega
il periodo in cui le più elette intelligenze si fa dere le dottrine
scientifiche e filosofiche dell'Ing è considerata la terra della libertà e del
progres; le sue forme. A questa fase risalgono i rapporti tra la Francia e
l'Inghilterra, gli scritti polemici diretti a far trionfare in Francia il
sistema di pera del Montesquieu intesa a far conoscere politiche e
costituzionali inglesi. In un terzo luminismo entra in una fase costruttiva;
abl lato col La Mettrie e col Cabanis i primi 1 trarre la vita intellettuale e
morale dal sustra e fisiologico dell'uomo, dall'altro col Condillac derivare
dal senso la vita dello spirito; più tar abbozza un sistema morale informato
all'egoismo e al pre- supposto dell'uomo preoccupato solo della propria
felicità: da ultimo il barone d'Holbach in un'opera che fu il codice la bibbia
del materialismo riduce a sistema le leggi del mondo fisico e morale. £
parallelamente a questa concezione naturalista e meccanicista del mondo e della
vita vediamo per opera del Diderot, del Rousseau, del Morelly, del Mably
risorgere la fede in uno stato di natura, sinonimo di moralità e di felicità,
vediamo l'opera della ragione e della volontà invocata a dar origine e
svolgimento alla società e allo stato. E quest'ultima corrente di natura ideale
e che aveva per se l'autorità di quasi due secoli di speculazione, più
consentanea alle tendenze razionaliste di un'epoca per la quale le concezioni
materialiste erano premature, finì per prevalere e per dare al movimento
illuminista quel carat- tere ideale e razionale nel quale si manifesta nella
rivoluzione francese. In Germania l'Illuminismo francese penetrò per
l'influenza personale di Federico il Grande, la cui corte divenne il ritrovo
geniale delle più elette intelligenze dell'epoca. Il favore che il grande uomo
di stato dimostrò per il movimento di idee sorto dall'Illuminismo rispondeva
oltreché a un bisogno della mente, ad un alto disegno politico. Preoccupato
della rigenerazione intellettuale e morale del suo popolo Federico il Grande
comprese come l'avvenire di esso dipendeva dal grado nel quale avrebbe
partecipato alle nuove correnti di pensiero. Ma astraendo dalle tendenze e
dalle vedute politiche personali di Federico II devesi riconoscere che il
materialismo inglese e francese non trovò accoglienza in Germania, né prevalse
contro l'idealismo spiritualista che poneva capo al Leibnitz (I), per quanto
non si possa negare che anche la speculazione del Leibnitz e del Wolflf
informata all'eudemo- [Cfr* Lange, Hietoire du matérialisme, Paris gli studiosi
delle scienze giuridiche ed economiche, i quali possono trovare in ITALIA
l’attuazione anticipata di quelle ri- forme legislative e finanziarie che
altrove furono provocate dai torbidi rivoluzionari. E bisogna riconoscere che
in Italia i principi meno stretti alla tradizione, più a contatto col po- polo
seppero attuare quanto dì meglio T illuminismo in sé riu- niva spontaneamente,
con perfetta coscienza, senza attendere la pressione degli avvenimenti. Nello
studio poi deirillumi- nismo italiano non può trascurarsi un elemento non
derivato dal di fuori ma del tutto nostro, la tradizione cioè del pensiero del
Vico, che si rivela, come già accennammo, in tutte le opere uscite dalle menti
più elette dell'epoca e che senza dubbio concorse a dare un indirizzo pratico,
un fondamento più saldo, una fisionomia particolare all'Illuminismo italiano.
Ma l'argomento da noi appena sfiorato dell'Illuminismo italiano merita per la
sua importanza una trattazione speciale, e qui non si voleva che richiamare
l'attenzione sul carattere generale ch'esso presenta e per cui si distingue
dall'Illuminismo francese e tedesco. La scuola del diritto naturale non ha solo
stretti rapporti coll'Illuminismo ma rientra come elemento integrante nel nuovo
indirizzo filosofico che si personifica in Kant. Il kantismo se fu per il suo
stesso carattere critico una reazione contro la speculazione filosofica dei
secoli XVII e XVIII, rappresenta d'altra parte uno svolgimento di quelle idee
che la scuola del diritto naturale aveva in due secoli elaborato. Il carattere
di reazione si rivela sopratutto nella parte teoretica della speculazione
kantiana. La critica della conoscenza e della ragione umana nella ricerca del
vero, che il Kant considerava come il problema fondamentale della filosofia,
era implicitamente la critica e la condanna di tutti i sistemi usciti dalle
diverse scuole filosofiche, nessuno dei quali aveva rispettato quei limiti
oltre i quali la ragione umana non può conoscere il vero. Per questa parte il Kant
si contrappone al passato e apre vie nuove alla speculazione Stato nei suoi
rapporti coirindividuo e a stabilire quella d'interiorità che deve considerarsi
interamente sottratta alsiasi coazione esteriore e da cui si originano i cosi
diritti soggettivi dell'uomo e del cittadino. concezione stessa di un diritto
naturale non è abban- ta dal Kant, ma è solo presentata sotto un diverso
aspetto, non cerca il fondamento del diritto naturale nella esperà e
nell'osservazione empirica dell'uomo come l'Hobbes pure nell'autorità e
nell'universale consenso come Grozio, iella ragione stessa, e riduce tutta la
scienza del diritto cognizione sistematica del diritto naturale. Da ultimo nò
che riguarda il concetto e le funzioni dello Stato, il ; se non si foggiò uno stato
di natura, vagheggiò certo stato di ragione, ossia uno stato che i moderni
chiame-3ro piuttosto di diritto, non avente altro scopo all'infuori lello di
garantire il diritto ossia di assicurare l'accordo libertà. Che se un siffatto
concetto dello Stato non può >ndersi collo Stato sognato dagli Illuministi e
dai giusnalisti, che ha per fine la felicità e il perfezionamento dei dini, non
vi è dubbio che nei due casi il metodo seguito jostrurlo è identico e lo Stato
giuridico di Kant è una uzione altrettanto astratta e arbitraria quanto è più
dello Stato paterno di Thomasius e di Wolff. Sotto atto pertanto del metodo
seguito, dei risultati ottenuti lobbiamo considerare la dottrina giuridica del
Kant un pale svolgimento della dottrina elaborata dagli spiriti linati, che in
Germania all'epoca in cui I Kant, si confondono coi seguaci della scuola del
diritto pale. Hóbhes e l’indirizzo empirico nelle scienze morali Bacone e sua
posisione nella storia del pensiero Bacone e le scienze morali Etica e scienza
civile in Bacone Il metodo di Hobbes Hobbes e i suoi tempi. Sistema etico
-^inridico di Hobbes. Il rapporto tra morale e diritto in Hobbe<t
L'opposizione a Hobbes : Cnmberland Locke e i snoi tempi Morale e diritto in
Locke Da Locke a Home Hnme ei snoi tempi Filosofia di Hnme Rapporto tra morale
e diritto in Hnme Smith e sna importanza Sistema etico-ginridioo di Smith
L'indirizzo cartesiano nelle scienze morali .Cartesio e l'epoca sna Cartesio e
le scienze morali. Malebranche e l'indirizzo spiritualista-cartesiano nelle
scienze morali L'Olanda <o il sistema etico-giu- ridico di Spinoza. Le
condizioni politiche e religiose della Germania La dottrina etico-giu- ridica
di Leibniz L'opera metodica del Wolff Parallelo tra riudirizzo filosofico e
giuridico nelle scienze morali. Vico e le scienze etico-giuridiche in Italia
.Condizioni generali d'Italia Galileo e la filosofia naturale Gli stndl
giuridici e il rinnovamento della filosofìa in ItaliaVicende degli studi
giuridici iu Italia Gli stndl giuridici in Napoli giureconsulti pratici n
progresso degli studi giuridici in Napoli: giureconsulti eruditi : d'Andrea e
Gravina. La Vita Civile di Dorìa Risveglio filosofico in Napoli. Posizione di
Vico in ordine agli indirizzi filosofici del suo tempo Vico contro Cartesio e
la questione del metodo nelle scienze morali Il criterio della verità nel Vico
Vico e gli studi giuridici La filosofia del diritto nel Vico Il rapporto tra
morale e diritto Il diritto nella sua formazione storica Diritto e scienza
sociale Le sorti di Vico e i critici cattolki Se- guaci di Vico: Stellini e
Dnni La Scuola, del diritto naturale ^ne' suoi rapporti coli' Illuminismo e col
Kantismi .Origine, sviluppo e caratteri dell'Illuminismo La scuola del diritto
naturale nei suoi rapporti coll'Uluminismo L' Illuminismo in Francia e suoi
caratteri L' Illuminismo in Germania e l'opera dei giuristi L'Illuminismo in
Italia e suo carattere generale La scuola del diritto naturale nei suoi
rapporti colla dottrina giuridica di E. Kant. Gioele Solari. Solari. Keywords:
roma antica, Giorgio Guglielmo Federico Hegel, Spaventa, hegelianismo,
iustum/iussum – storia della filosofia del diritto romano – cicerone; diritto
naturale, IVS NATVRALE, Gaio, citato da Vico, Giustiniano, diritto romano in
eta del principato, IVS GENTIVM, IVS VNIVERSALI, sato di natura, i ferini di
Vico, il metodo pirotologico di Grice – ri-costruzione razionale, Bennett,
significato naturale. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Solari” – The
Swimming-Pool Library. Solari.
Luigi Speranza -- Grice e Soleri: la ragione
conversazionale ed implicatura conversazionale -- funzionalità veritativa dei
connettivi – la scuola di Macra – filosofia piemontese. filosofia italiana –
Luigi Speranza (Macra).
Filosofo piemontese. Filosofo italiano. Macra, Cuneo, Piemonte. Studia a Milano
sotto OLGIATI. Insegna a Saluzzo. Saggi: Il problema metafisico del male, Sapienza
– cf. Grice, Ill-will; Inevitabilità e decisività del problema teologico; La
proprietà, S.E.I. Torino; TELESIO, La Scuola, Brescia, LUCREZIO, La Scuola,
Brescia, ANTONINO, La Scuola, Brescia; L'immortalità dell'anima, S.E.I., Torino;
Economia e morale, Borla, Torino; Essere, atto, valore; Il problema del valore,
Morcelliana, Brescia, Incisività e decisività del problema teologico, Studia
Patavina, Orizzonte della metafisica”; Ettore, “S.” (Saluzzo). Ettore Soleri. Soleri.
Keywords: Telesio, Lucrezio, Antonino, Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Soleri”
– The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Somenzi: la ragione
conversazionale del naturale, l’innaturale, il sovranaturale, ed il
trasnaturale – la scuola di Redonesco -- filosofia lombarda -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Redondesco). Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Redonesco,
Mantova, Lombardia. Ufficiale meteorologo dell'aeronautica. Partecipa alla
Resistenza, lavora all'ufficio studi dello stato maggiore. Si divide tra la
carriera militare e quella accademica, optando infine per la cattedra di
filosofia a Roma. Tra i suoi allievi vi e CORDESCHI. Partendo da un interesse
per l'operazionismo, dirige i suoi studi teorici alla cibernetica ed e tra i
primi a interessarsi di intelligenza artificiale e a studiare i rapporti
mente-cervello e mente-macchina. Saggi: La filosofia della scienza, Milano,
Bocca, La meccanica quantistica, Milano, Bocca – H. P. Grice, the quantum; L'
operazionismo, Milano, Comunità; La scienza nel suo sviluppo storico, Torino,
ERI; Automi, Torino, Boringhieri; Tra fisica e filosofia, Donolato, Abano
Terme, Piovan; La materia pensante, Milano, CLUP Città Studi. Rainone,
Enciclopedia Italiana, riferimenti in. Saggi in onore, Roma, Union Printing, antologia
e testimonianze, Mantova, Fondazione Banca agricola mantovana, Cibernetica
Intelligenza artificiale Rainone, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Un maestro del domandare, di Cd Del Bello,
da Giano, sito Metodologia. Filosofo al servizio della scienza, Corriere della
Sera Archivio storico. Vittorio Somenzi. Somenzi. Keywords: naturale,
sovranaturale, Grice, Metaphysics in Pears, The Nature of Metaphysics. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Somenzi”.
Luigi Speranza -- Grice e Sorano: la ragione conversazionale -- TVTELA
IVPPITER OMNIPOTENS REGVM RERVMQVE DEVMQVE PROGENITOR GENITRIXQVE DEVM DEVS
VNVS ET OMNES -- Roma antica – Roma – la scuola di Sora – filosofia lazia -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Sora)
Filosofo italiano. Sora, Frosinone, Lazio. Magistrato romano. Muore a Roma, gens
Valeria, tribuno della plebe, politico romano. Originario di Sora, poeta e
grammatico latino e tribuno della plebe durante la repubblica romana, soprattutto
noto per essere stato giustiziato da Gneo POMPEO (si veda) per ordine del
dittatore Lucio Cornelio SILLA (si veda), ufficialmente per aver pubblicamente
rivelato il nome segreto della città di Roma, che avrebbe potuto essere
utilizzato nel rituale di evocatio da parte dei nemici, ma probabilmente anche
per ragioni politiche, dato che è legato alla fazione di Caio MARIO (si veda). Cichorius, Zur Lebensgeschichte
des S., Hermes, Journal of Philology, Oxford Latin Dictionary, voce "S.”. Martino, L'identità segreta della divinità
tutelare di Roma: un ri-esame dell' affaire S., Settimo Sigillo, Roma; Onorato,
Commentario sull'Eneide. Denique tribunus plebei quidam S., ut ait VARRONE (si
veda) et multi alii, hoc nomen ausus enuntiare ut quidam dicunt raptus a senatu
et in crucem levatus est ut alii metu supplicii fugit et in Sicilia
comprehensus a praetore praecepto senatus occisus est. Perseus. Servii
Grammatici qui feruntur in VIRGILIO carmina commentarii, cur. Thilo e Hagen, Teubner,
Hinard, Silla, Salerno. Opere su Musisque Deoque, PHI Latin Texts, Packard
Humanities, Antica Roma Portale Biografie Categorie: Politici
romani Politici romani. Morti a Roma Persone giustiziate. Forse segue la scuola
del portico. CICERONE fa chiamare, da CRASSO, litteratissimum togatorum omnium.
E in stretti rapporti con CICERONE e con VARRONE. Partecipa attivamente alla
vita politica ed e tribuno della plebe. Fugge in Sicilia ove POMPEO lo fa
giustiziare. Poco rimane di lui, sicchè è difficile apprezzare la sua attività
filosofica. Certamente si occupa di storia letteraria e di grammatica. Dedica a
Publio SCIPIONE (si veda) Nasica un saggio che non si sa se e in prosa o in
versi. Compone Epoptides, che contiene principalmente interpretazioni
allegoriche di nomi. II esametri che sì ricordano di S. hanno pensare al pan-teismo
mmanente idel Portico e probabilmente sono inclusi in un tratatto sulla natura.
From the Latin
town of Sora, S. is a many-sided and esteemed philosopher in the department of
linguistic and antiquarian research, and a precursor of VARRONE, who, like him,
often employs the metrical form. CICERONE, de or. CRASSO says: nostri (the
Romans themselves) minus student litteris quam Latini. Notwithstanding (he
says) the most uneducated native Roman easily surpasses litteratissimum
togatorum omnium, S., lenitate vocis alque ipso oris pressu el sono. VARRONE knows
S. personally and often refers to him as a weighty authority; cf. Gell. VARRONE,
questioned by Ser. Sulpicius concerning the favisae capitolinae, confesses that
he knows nothing about the origin of the word, sed S. solitum dicere, etc. Lingua Latina. apud S.: vetus adagio est, o P.
SCIPIONE. From
this he appears to have been a contemporary of ACCIO, and it becomes probable
that he is the same Valerio whom VARRONE quotes in Lingua Latina: Valerius ait.
Accius Hectörem nollet facere, Hectora mallet,' further Scrupipedas dicit. Valerius
a pede acscrupea. He must also be identical with the expositor of the XII
tables of the same name. II hexameters of Portico character on GIOVE as the one
and highest god ap. AGOSTINO In.
civ. Dei, cf. Mythogr. Vat. Bode: in han sententiam eliam quosdam versus S.
exponit idem VARRONE in eo libro quem seorsum ab istis de cultu deorum
scripsil. PLINIO NH.
praef.: hoc ante me fecit (viz. to add a table of contents to a book) in
litteris nostris S. in libris quos irontidor inscripsit. His two sons, Quintus
and Decimus, are called by CICERONE -- Bruto -- vicini et familiares mei, non
tam in dicendo admirabiles quam docti et graecis litteris et latinis. PRE.
Distinct from the litteratissimus togatorum omnium is tribunus plebei quidam S.,
who divulges the secret name of Rome and is punished with death by order of the
Senate (V. Anno ap. Serv. Aen.; cf. PLINIO. NH. PLOT. qu. rom., EvLEUTsCH,
Phil. S. THAT one was a poet, grammarian, and tribune of the people in the
Roman Republic. He is executed while SULLA is dictator, ostensibly for
violating a religious prohibition against speaking the arcane name of Rome, but
more likely for political reasons. The cognomen S. is a toponym indicating that
he is from Sora. A single elegiac couplet survives more or less intact from his
body of work. The two lines address GIOVE as an all-powerful begetter who is
both male and female. This androgynous, unitarian conception of deity, possibly
an attempt to integrate the Porch and Orphic doctrine, makes the fragment of
interest in religious studies. S. is also credited with a little-recognised
literary innovation. PLINIO maggiore says that S. is the first philosopher to
provide a table of contents to help readers navigate a long essay S. Is admired
for his learning by CICERONE. CICERONE has an interlocutor in his “De oratore” praise
S. as “most cultured of all who wear the toga,” and Cicero lists him and his
brother Decimus among an educated elite of socii et Latini – i. e., those who
came from allied polities on the Italian peninsula rather than from Rome, and
those whose legal status is defined by a LATIN right rather than a full ROMAN citizenship.
The municipality of Sora is near Cicero's native Arpinum, and he refers to the
Valerii Sorani as his friends and neighbours. S. is also a friend of VARRONE
and is mentioned more than once in that scholar's multi-volume work on the
Latin language. The son of S. is thought to have been the Quintus Valerius ORCA,
who was praetor. ORCA works for Cicero's return to public life and is among
Cicero's correspondents in the Epistulae ad familiares. CICERONE presents the
Valerii brothers of Sora as well schooled in literature, but less admirable for
their speaking ability. As Italians, they would have been lacking to Cicero's
ears in the smooth sophistication or urbanitas and faultless pronunciation of
the best NATIVE ROMAN orators. This attitude of social exclusivity may account
for why S., whose scholarly interests and friendships might otherwise suggest a
conservative temperament, would have found his place in the civil wars on the
side of the popularist MARIO rather than that of the patrician SULLA. It may
also be noted that CICERONE's expression of this attitude is double-edged. Like
MARIO and the Valerii Sorani, CICERONE is also a man from a municipium, and has
to overcome the same obstructing biases that he adopts and expresses. In the
year of his death, S. is or has been a tribunus plebis, a political office open
only to those of plebeian rather than patrician birth. The fullest account of
the infamous death of S. is given by SERVIO, who says that he is executed for
revealing the secret name of Rome. The tribune S. dares to disclose this name,
according to VARRONE and many other sources. Some say he is hauled in by the
senate and strung up on a cross. Others, that he flees in fear of retribution
and is apprehended by a praetor in SICILIA, where he is killed by order of the
senate. SERVIO's account presents several difficulties. Crucifixion is a
punishment generally reserved for a slave. Valerio Massimo, a historian in the principate,
reckons that the punishment should not be inflicted on those of Roman blood ‘even
if he deserved it.’ Moreover, a tribune's person is, by law, sacro-sanct. Finally,
it is unclear whether the X tribunes should possess the knowledge of Rome's
secret name, or in what manner S. publicises it. Among sources earlier than SERVIO,
both PLINIO MAGGIORE and Plutarco note that S. is punished for this violation. It
has been suggested that the name is revealed in his one work for which a title
is known -- the “Epoptides”. The title, if interpreted as it sometimes is to
mean tutelary deities, offers an apt context. But elsewhere SERVIO — so too MACROBIO
— implies that the name remains unrecorded. S. has been identified with the Q.
Valerius, described as a philologos and a philomathes, whom Plutarch says is a
supporter of MARIO. This man is put to death by POMPEO in SICILIA, where he
would have accompanied Carbo, the consular colleague of the recently murdered
Cinna. Carbo is executed by Pompeo. Cichorius publishes an essay that organises
the available evidence for the life of S. and argues that his execution is a
result of the Sullan proscription. The view of his death as politically
motivated prevails among scholars: His death is thus the result of being
proscribed as a supporter of MARIO, and has nothing to do with religious issues
of any kind. At the same time, we know that S. writes essays of a
religious-antiquarian kind, as well as verse, and is often cited by VARRONE.
This link with VARRONE must be the reason for associating the revelation of
Rome's secret name with S.’s violent death, for, as we saw, it is VARRONE whom
SERVIO cites as his authority for linking the death with the revelation. But if
VARRONE originates the story, his reasons are hard to tease out of the roiled
politics of the Republic. Although VARRONE is the friend of S., in the civil
war he is on the side of the Pompeians. GIULIO CESARE however, not only pardons
VARRONE, but gives him significant appointments. The biases of the contemporary
sources are not lost on Plutarch in his account of the killing. Furthermore, GAIO
OPPIO, the friend of GIULIO CESARE, says that POMPEO treats S. also with
unnatural cruelty. For, understanding that S. is a man of rare scholarship and
learning, when he is brought to him, OPPIO says, POMPEO takes him aside, walks up
and down with him, asks and learns what he wishes from him, and then orders his
attendants to lead him away and put him to death at once. But when OPPIO
discourses about the enemies or friends of GIULIO CESARE, one must be very
cautious about believing him. Speaking the name could be construed as a
political protest and also an act of treason, as the revelation would expose
the tutelary deity and leave the city unprotected. This belief rests on the
power of utterance to call forth the deity – evocation -- so that an enemy in
possession of the true and secret name could divert the divine protection to
themselves. The intellectual historian of the Republic Rawson ventures
cautiously that S.'s motive remains unclear, but may have been political. More
vigorous is the view of ALFONSI, who argues that S. reveals the name *deliberately*
so that -- superstitious as S. is -- his
Italian municipality of SORA could appropriate it and break Rome's monopoly of
power. Another interpretation of these events, worth noting despite its
fictional context, is that of historical novelist McCullough, who melds
political and religious motives in a psychological characterization. In
Fortune's Favorites, McCullough's S. screams aloud the arcane name because the
atrocities committed during the civil war renders Rome unworthy of divine
protection. Rome and all for which she stands should fall down like a shoddy
building in an earthquake. S. himself believes that implicitly. So having told
air and birds and horrified men Rome's secret name, S. flees to Ostia WONDERING
why Rome still stands upon her seven hills. The single couplet that survives
from S.’s vast work as a poet, grammarian, and antiquarian is quoted by AGOSTINO
in the De civitate Dei to support his view that the tutelary deity (DEITAS,
DIVINA) of Rome is the Capitoline Jupiter (GIOVE CAPITOLINO): -- IVPPITER
OMNIPOTENS REGVM RERVMQVE DEVMQVE PROGENITOR GENITRIXQVE DEVM DEVS VNVS ET
OMNES.The syntax of S’s couplet poses difficulties in attempts at interpretation,
and there may be some corruption of the text. It seems to say something like Jupiter
all-powerful, of kings and things, and of gods, the progenitor and the genetrix
of gods, god that is one and all. AGOSTINO says that his source for the
quotation is a work on religion by VARRONE, with whose conception of deity AGOSTINO
argues throughout De civitate Dei. The view of VARRONE, and presumably of S., is
that GIOVE represents the whole universe which emits and receives semina,
encompassing the generative powers of earth the mother as well as sky the tather.
This unitarianism is a concept of the PORTICO, and S. is usually counted among
the members of the Porch of Rome, perhaps of the contemporary school of Panezio.
The unity of opposites in the deity, including divine androgyny, is also
characteristic of Orphic doctrine, which may have impressed itself on the
Porch. The couplet may come from the Epoptides. The title is mentioned only in PLINIO,
and none of the known fragments of S. can be attributed to this large-scale
work with certainty. S.’s innovation in providing a table of contents — most likely a list of capita rerum —
suggests that the Epoptides is an encyclopedic or compendious saggio Alternatively,
the Epoptides may have been a long didactic treatise on nature. S. is known to
have written didactic poetry and is likely to have been an influence when LUCREZIO
choses verse as his medium for a philosophical subject matter such as nature
is. The most extensive argument regarding the Epoptidesis is that of
Köves-Zulauf. Much of what can be conjectured about the work derives from the
interpretation of its title. The verb “ἐποπτεύω”
has the basic meaning of to watch, to oversee, but also, literally, to become
an ἐπόπτης, or initiate -- Epoptides --
the highest grade of initiate at the Eleusinian mysteries. Köves-Zulauf argues
that S.’s Epoptides is an extended treatment of mystery religions, and he
translates the title as Mystikerinnen. The classicist and mythographer Rose, on
the contrary, insists that the epoptides has nothing to do with initiates. Rawson
holds with initiated women; the Loeb offers lady initiates; Horsfall is
satisfied with the watchers. Köves-Zulauf maintains that the epoptides of the
title represent the conception of the PORTICO of female daimones who are
guardians of humanity, such as the horae and the charites. S. integrates this
concept, Zulauf says, with the “TVTELÆ”, ancient Italic protective spirits. The
crime of S. is thus to reveal in this work the name of the particular TVTELA charged
with protecting Rome. Works of later Roman grammarians suggest that S. Takes
an interest in etymology and other linguistic matters. Conrad Cichorius, “Zur
Lebensgeschichte des Valerius Soranus,” Hermes; American Journal of Philology; Broughton,
The Magistrates of the Roman Republic, New York: American Philological
Association; Cichorius, “Zur Lebensgeschichte des Valerius Soranus,” Hermes -- remains
the most thorough discussion of the evidence; Abstract in American Journal of
Philology, Oxford Latin Dictionary (Oxford: Clarendon), entry on
"Soranus," Alvar, “Matériaux pour l'étude de la formule sive deus,
sive dea,” Numen; Courtney, The Fragmentary Latin Poets (Oxford: Clarendon; Mastrocinque,
"Creating One's Own Religion: Intellectual Choices," in A Companion
to Roman Religion, ed. Rüpke (Blackwell), Pliny the Elder, preface, Historia
naturalis; Henderson, “Knowing Someone Through Their Books: Pliny on Uncle
Pliny (Epistles 3.5),” Classical Philology, Cicero, De oratore --
litteratissimum togatorum omnium. Cicero, Brutus, Cicero, Bruto, vicini et familiares mei; Rawson,
Intellectual Life in the Late Roman Republic (The Johns Hopkins, Varrone, De
lingua latina, Gellius, Noctes Atticae, Courtney, The Fragmentary Latin Poets
(Oxford: Clarendon); Niccolini, I fasti dei tribuni della plebe (Milano); Cicero,
Post reditum in senatu; Cicero, Epistulae ad familiares; discussion in Brown,
Israel and Hellas: Sacred Institutions and Roman Counterparts, Berlin Gruyter Cicero,
Brutus -- non tam in dicendo admirabilis quam doctus et Graecis litteris et
Latinis. Ramage,
“Cicerone on EXTRA-ROMAN Speech,” Transactions and Proceedings of the American
Philological Association, Brown, Israel and Hellas, Berlin, Rawson,
Intellectual Life in the Late Roman Republic, The Johns Hopkins, Klinghardt
discusses the religious case in "Prayer Formularies for Public Recitation:
Their Use and Function in Ancient Religion," Numen; see also Versnel, “A
Parody on Hymns in Martial and Some Trinitarian Problems,” Mnemosyne. The
"praetor" may be Pompey. Servius, Commentary on the Aeneid -- denique
tribunus plebei quidam Valerius Soranus, ut ait Varro et multi alii, hoc nomen
ausus enuntiare, ut quidam dicunt raptus a senatu et in crucem levatus est, ut
alii, metu supplicii fugit et in Sicilia comprehensus a praetore praecepto
senatus occisus est; from the Perseus Project's online edition of Servii
Grammatici qui feruntur in Vergilii carmina commentarii, ed. Thilo e Hagen (Teubner). Smith, Dictionary of Greek and
Roman Antiquities, entry on "Crux," Bill Thayer's Lacus Curtius
edition; Elizabeth Rawson, "Sallust on the Eighties?", Classical
Quarterly Coleman, "Fatal Charades: Roman Executions Staged as
Mythological Enactments," Journal of Roman Studies; for full discussion,
see M. Hengel, Crucifixion in the Ancient World (London), especially
"Crucifixion and Roman Citizens" and "The 'Slaves'
Punishment," Valerius Maximus, "Tribune" at Livius; fuller
discussion of the tribunate at Smith, Dictionary of Greek and Roman
Antiquities, "Tribunus," Thayer's Lacus Curtius edition.. “This
name and the name of the tutelary deity of Rome was handed down from one
generation of Roman priests and magistrates to the succeeding one” Linderski,
"The Augural Law," Aufstieg und Niedergang der römischen Welt. The
story of S., Linderski assumes, indicates that tribunes do know the name. The
reasoning may be circular. Pliny the Elder, Historia naturalis, Plutarch,
Roman Questions, The late antique grammarian Solinus also reports that S. is
killed for profaning the name of Rome, connecting the act to the Roman goddess
Angerona, whose cult statue depicted her with a sealed mouth. Köves-Zulauf,
"Die Ἐπόπτιδες des Valerius Soranus,"
Rheinisches Museum. "Tutelary deities" is not the universal
translation. See discussion under Literary Works. Servius, Commentary on
the Aeneid; Macrobius, Saturnalia; Brown, Israel et Hellas, Berlin. The ancient
sources on the violation make a distinction without, in the outcome for S., a
difference. Some say the arcanum not to be revealed is the secret name of Rome,
and others that of Rome's tutelary deity, see L'identità segreta della divinità
tutelare di Roma. Un riesame dell' affaire Sorano. Roma, Settimo Sigillo. Plutarch,
Life of Pompey -- φιλόλογος ἀνὴρ καὶ φιλομαθής. Conrad Cichorius, "Zur Lebensgeschichte
des Valerius Soranus," Hermes, Broughton, The Magistrates of the Roman
Republic, New York: American Philological Association, Courtney, The
Fragmentary Latin Poets, Oxford: Clarendon, Rüpke, Religion of the Romans, ed. Gordon (Cambridge: Polity), Cichorius,
"Zur Lebensgeschichte des Valerius Soranus," Hermes. Abstract in American Journal of
Philology Rüpke, Religion of the Romans, ed. Gordon (Cambridge). This view is shared by Weinstock, review of Die
Geheime Schutzgottheit von Rom by Brelich, Journal of Roman Studies Political
and religious motives reviewed by Brown, Israel and Hellas, Berlin, For the
development of the story of S. as a cautionary tale, see Murphy, “Privileged
Knowledge: S. and the Secret Name of Rome,” in Rituals in Ink: A Conference on
Religion and Literary Production in Ancient Rome (Stuttgart), Rawson,
Intellectual Life in the Late Roman Republic (The Johns Hopkins, Plutarch,
Pompey, Loeb Classical Library translation of the Lives, Cambridge), Thayer's
edition at Lacus Curtius. Brown,
Israel and Hellas, Berlin, citing Alfonsi, "L'importanza
politico-religiosa della 'enunciazione' de Valerio Sorano," Epigraphica. Pliny says that the Romans
practice evocatio when they lay siege to a city, with the priests calling out
the foreign god and promising him a greater cult among them -- Historia
naturalis. Macrobius even provides the charm of evocation used against Carthage
(Saturnalia). The secrecy surrounding prayer formularies, particularly the
correct names of gods, is characteristic also of Judaism, Egyptian syncretistic
religion, mystery religions, and Christianity. See Klinghardt, “Prayer
Formularies for Public Recitation: Their Use and Function in Ancient Religion,”
Numen on this case; also article on "Magic and Religion: The Name of
God." Rawson,
Intellectual Life in the Late Roman Republic (The Johns Hopkins Alfonsi,
"L'importanza politico-religiosa della enunciazione di S. (a proposito di
CIL)." Epigraphica
McCullough, Fortune's Favorites (HarperCollins), Cook, “The European Sky-God, The
Italians,” Folklore, Grant, review of Varros Logistoricus über die
Götterverehrung ("Curio de cultu deorum"), Burkhart Cardauns
(Würzburg) in Classical Philology, Rawson, Intellectual Life in the Late Roman
Republic (The Johns Hopkins, Alvar, "Matériaux pour l'étude de la formule
sive deus, sive dea," Numen Zeller, A History of Eclecticism in Greek
'Philos', Alleyne (Kessinger), Albrechtet al., A History of Roman Literature:
From Livius Andronicus to Boethius, (Brill), Geschichte der römischen
Literatur: von Andronicus bis Boethius, Courtney, The Fragmentary Latin Poets (Oxford:
Clarendon, Mastrocinque, "Creating One's Own Religion: Intellectual
Choices," in A Companion to Roman Religion (Blackwell, pointing out that the Hymn to Zeus of
Cleanthes presents a similar view of the god, and that Laevius, a likely
contemporary of S., holds that Venus is both female and male (according to
Macrobius, Saturnalia). Martino,
in L'identità segreta della DIVINITÀ TUTELARE di Roma. Un ri-esame dell'
affaire Sorano. Roma,
Settimo Sigillo, believes that S. reveals the name of Roman tutelar deity, who is
androgynous, GENITOR GENITRIX, Horsfall, “Roman Religion and Related Topics,”
review of Köves-Zulauf, Kleine Schriften (Heidelberg), Classical Review. An
innovation admired by Pliny the Elder, Historia naturalis. Rawson,
Intellectual Life in the Late Roman Republic (The Johns Hopkins, Henderson,
“Knowing Someone Through Their Books: Pliny on Uncle Pliny (Epistles),”
Classical Philology, Classen, “Poetry and Rhetoric in LUCREZIO,” Transactions
and Proceedings of the American Philological Association; "LUCREZIO and
Callimachus, " in LUCREZIO, ed. Gale, Oxford Readings in Classical Studies
(Oxford), Horsfall called the essay on a non-extant work "something of a
tour de force," in “Roman Religion and Related Topics,” Classical Review Liddell
and Scott, A Greek-English Lexicon (Oxford: Clarendon), entry on ἐποπτεία and related words, Murphy, “Privileged Knowledge: S.
and the Secret Name of Rome,” in Rituals in Ink (Stuttgart), Rose, “Latin
Literature for Italian Children,” Classical Review Rawson, Intellectual Life in
the Late Roman Republic (The Johns Hopkins, Rackham's translation of Pliny's
Natural History (Harvard). Horsfall, noting that the word's only other
occurrence in Latin is from Cornutus, in “Roman Religion and Related Topics,”
Classical Review. For instance, Aulus Gellius, citing Varro, notes that S. thinks
the Latin word “flavisa” referred to the same object as the Greek-derived word
thesaurus 'treasure trove', and suggests that the Latin word derives from the
flata pecunia, that is 'minted money', stored there (Attic Nights = Varro,
fragment in Funaioli Grammaticae Romanae
Fragmenta. Roman antiquarians often use etymology to investigate the history of
objects and institutions. Varro,
De lingua latina; Alfonsi, L. "L'importanza politico-religiosa della
enunciazione di V. (a proposito di CIL )." Epigraphica Argues that S. should be identified
with Valerius Aedituus, a poet from the circle of Lutatius Catulus (this
identification is not widely agreed upon, though both Badian, "From the
Gracchi to Sulla Historia Gabba,
"Politica e cultura in Roma agl’inizi del I secolo a. C.," Athenaeum
as cited by Badian, are willing to entertain the possibility) and that he
revealed the name of Rome to disrupt the exclusivity of the Roman aristocracy
and enable the participation of the Italic communities. (Abstract translated
from L'Année philologique. Brown, John Pairman. Israel and Hellas, Berlin
Gruyter, on Valerius Soranus. Cichorius, Conrad. “Zur Lebensgeschichte des
Valerius Soranus.” Hermes -- The most thorough biographical reconstruction. Abstract
in American Journal of Philology Courtney, Edward. “Q. Valerius (Soranus).” The
Fragmentary Latin Poets. Oxford: Clarendon Edition with commentary and
biographical note. Courtney refrains from identifying some recognized fragments
of S.’s work as poetry and thus omits them. See Funaioli and Morel following. De Martino, Marcello.
L'identità segreta della divinità tutelare di Roma. Un riesame dell'affaire
Sorano. Roma: Settimo Sigillo Funaioli, Gino. Grammaticae romanae fragmenta,
Leipzig: Teubner, Testimonia and fragments of S.’s grammatical works, Horsfall,
Nicholas. “Roman
Religion and Related Topics.” Review of Köves-Zulauf, Kleine Schriften, ed.
Achim Heinrichs (Heidelberg). Classical Review Klinghardt, Matthias. “Prayer
Formularies for Public Recitation: Their Use and Function in Ancient Religion.”
Numen On the case of S., Köves-Zulauf, Thomas. "Die Ἐπόπτιδες des Valerius Soranus." Rheinisches Museum Repr. Kleine
Schriften, ed. Achim Heinrichs (Heidelberg). Argument summarized under Literary
works. Morel, with Büchner and Blänsdorf. Fragmenta poetarum Latinorum epicorum
et lyricorum praeter Ennium et Lucilium. Stuttgart: Teubner. Contains fragments
of S. not presented in Courtney. Murphy, “Privileged Knowledge: S. and the
Secret Name of Rome.” In Rituals in Ink: A Conference on Religion and Literary
Production in Ancient Rome (Stuttgart), Rehearses sources for nomen transgression,
with a stated interest in the significance of the story rather than its
historicity. Some misapprehensions
in handling primary source material. Niccolini, I fasti dei tribuni della
plebe. Milan.
Section on S., Rüpke, Religion of the Romans. Ed. Gordon. Cambridge: Polity,
Discusses the case of S. in his consideration of Rome's tutelary deity.
Weinstock, Review of Die Geheime Schutzgottheit von Rom by Brelich. Journal of
Roman Studies, Passing consideration of the likely political character of S.'s
execution, valuable mainly because of Weinstock's auctoritas. Omnipaedista Di Penates Terra (mythology) The
personification of the Earth in ancient Roman religion and mythology Quintus
Valerius Orca. Sorano. Quinto Valerio Sorano. Keywords: TVTELA. IVPPITER
OMNIPOTENS REGVM RERVMQVE DEVMQVE PROGENITOR GENITRIXQVE DEVM DEVS VNVS ET
OMNES. Sorano.
Luigi Speranza -- Grice e Sorano: la ragione conversazionale -- Nerone e
la filosofia -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Part of the opposition from the Portico to
Nerone, S. is betrayed by his friend Publio Egnazio Celer. He is condemned to
death at the same time as Trasea Peto. Barea Sorano.
Luigi Speranza -- Grice e Sordi: la ragione
conversazionale -- o il club d’Aquino – la scuola di Centenaro – filosofia
milanese – la scuola di Milano -- filosofia lombarda -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Centenaro).
Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Centenaro, Milano, Lombardia. Si fa religioso
nella compagnia di Gesù e ben IV dei suoi fratelli seguirono il suo
esempio. Entra nel seminario di Piacenza, dove frequenta le classi
ginnasiali. Vince il concorso per l'ammissione al collegio Alberoni di
Piacenza, dove rimane fino al quando è costretto a lasciare per motivi di
salute. Ri-entra in seminario e, sotto la guida di BUZZETTI, approfonde la
filosofia d’AQUINO la cui filosofia è andata in disuse. S’insegna la filosofia
del secolo: SARTI, SOAVE, DRAGHETTI, CONDILLAC, WOLFE, STORKENAU. Divenne
sacerdote ed entra nella compagnia di Gesù appena ricostituita, fa il noviziato
nella Casa di S. Ambrogio a Genova, dove incontra AZEGLIO che attraverso i
colloqui con S. conosce e stima la filosofia d’AQUINO, di cui prima sente
parlare con disprezzo e incomincia a rivedere la sua formazione
filosofica. Divenne insegnante di filosofia nel collegio di Ferrara e passa
a Reggio Emilia come insegnante di logica, metafisica ed etica e con la carica
di prefetto della biblioteca civica. A Reggio Emilia si distinse e acquisce
stima e fama tanto che il padre generale della compagnia FORTIS lo propone a
PAVANI, provinciale d'Italia, come professore di logica nel collegio romano. PAVANI,
però prega il padre generale di desistere dal suo proposito per motivi di
opportunità si leverebbe un gran rumore tra i professori del collegio romano tanta
è la prevenzione contro S perché seguace d’AQUINO. Venne mandato a Modena, al
collegio S. Bartolomeo, come professore di logica, metafisica ed etica. Ispirandosi
ai rivolgimenti culminati con la cattura di MENOTTI, pubblica “Catechismo delle
rivoluzioni”. Stringe amicizia con PECCI. Attraverso quest'amicizia puo esercitare
il suo influsso anche su suo fratello, PECCI che, divenuto poi papa, con l'enciclica
“aeterni Patris” propone a tutte le scuole cattoliche le dottrine d’AQUINO. Inviato
a Forlì e poi a Spoleto dove insegna. Nominato Rettore del collegio di Orvieto.
Ritorna a Modena come rettore, e poi
rimane ancora a Modena come ministro e padre spirituale degl’alunni. Rettore
del collegio S. Pietro di Piacenza, dove già e stato aperto anche l'Aloisianum Istituto
di formazione filosofica per gesuiti dell'area Lombardo Veneta. E ancora a
Piacenza, quando il collegio venne preso d'assalto dai rivoluzionari. Scoppiarono
allora alte grida diAbbasso i gesuiti. Morte ai gesuiti. Mortee qui
aggiungevano i nomi or dell'uno or dell'altro padre del collegio. Così si legge
nel racconto di LOMBARDINI, testimone oculare degli avvenimenti. Roothaan lo
chiama a Roma, desideroso di vedere finito un testo di filosofia che realizza insieme
a CARMINATI. Nominato preposto della provincia romana. Governa quella provincia
con rara prudenza e grande spirito di bontà. Passa al collegio degli
scrittori della civiltà cattolica con l'incarico di scrittore e padre
spirituale della comunità. Contribuì al fiorire della rivista componendo con
padre TAPARELLI una serie di saggi. Chiamato all'Aloisianum di Verona come
prefetto degli studi dei religiosi filosofi. Uno dei più insigni rappresentanti
d’AQUINO, il movimento di rinnovamento della filosofia d’AQUINO, che, partito
da Piacenza con BUZZETTI, si diffuse in
tutta l'Italia tramite i fratelli S., alunni dello stesso BUZZETTI. I due
fratelli, entrati nella compagnia di Gesù, portarono il rinnovamento tomista,
cioè le grandi idee d’AQUINO studiate e sviluppate ai fini di rispondere agli
interrogativi più profondi dell'uomo moderno. La sua azione in favore del neo-tomismo
e particolarmente efficace per gli incarichi prestigiosi a lui affidati, per il
suo insegnamento presso numerosi collegi dove i suoi saggi di filosofia,
trascritti, venivano usati come testo. Inoltre molte delle persone da lui
avviate allo studio d’AQUINO sono state i protagonisti del rinnovamento tomista
e i diretti collaboratori nella preparazione dell'enciclica "Aeterni
Patris" in cui Leone XIII esorta a rimettere in uso la sacra dottrina d’AQUINO
e a propagarla il più largamente possibile. Il suo fratello, Domenico, diffunde
AQUINO nella provincia napoletana, dove opera in varie città (Napoli, Lecce,
Maglie, Salerno, Sora, Arpino, Andria). Al collegio massimo di Napoli e collaboratore
d’AZEGLIO promuovendo la diffusione
della filosofia d’AQUINO fra gli alunni, alcuni dei quali furono protagonisti
del rinnovamento della cultura cattolica. Fra questi va ricordato CURCI, fondatore
della “Civiltà Cattolica”, che descrive il suo insegnante con dovizia di
particolari nelle sue “Memorie” e LIBERATORE, co-fondatore del periodico
“Scienza e Fede”, redattore di “La Civiltà Cattolica” e uno degli estensori
dell'enciclica Rerum Novarum di Leone XIII. Altre saggi: “Appendice al
capitolo XII del Catechismo del senso comune” del Rorbacher L'Amico d'Italia (Genova); “Theses ex universa Philosophia” (Parma);
“Catechismo delle Rivoluzioni” (Modena, Soliani); “Lettere intorno al nuovo
saggio sull'origine delle idee di SERBATI” (Modena, Vincenzo Rossi); “I primi
elementi del sistema di GIOBERTI dialogizzati tra lui e un lettore dell'opera
sua – Bergamo, Natali, Allocuzione di Pio IX con in fine esposizione della
materia a modo di catechismo” (Roma, Apostolica); “I misteri di Demofilo” (Torino
Castellazzo) e De Gaudenzi, Circolare del R. Provinciale ai Superiori della
Provincia Romana – Roma, Civ. Cattolica. De studio Theologiae in nostra societate
– Roma, Civ. Cattolica, Recensione
all'opuscolo di Oddo “l'Indipendenza, il Cattolicesimo e l'Italia, MilanoRoma,
Civ, Cattolica La libertà al tribunale della ragione Roma, Civ. Cattolica. Se
per essere indipendenti abbisogna che il papa abbia il potere temporale. Di un
sacerdote cattolico, Roma Civ. Cattolica. Il movimento nazionale, istruzione
popolare in occasione di un opuscolo pubblicato nell'Umbria da un preteso prete
galantuomo Roma Civ. Cattolica, opuscolo
Il Sillabo di S. S. Pio Papa IX esposto in forma di catechismo da S.
della compagnia di Gesù (Verona, Vigentini e Franchini); “Saggio intorno alla
dialettica e alla religione di Gioberti (Piacenza, Tedeschi); “Una proposta al clero
italiano”; “Ragionamenti sul gesuita moderno” (Torino, Castellazzo e De
Gaudenzi); “La scomunica: Nel Messaggero di Modena, Lettera sull'Austria,
Bergamo, Dottrine di S. Alfonso dei Liquori difese contro le impugnazioni di ROSMINI
Monza. “Ontologia” (Dezza); “Theologia
naturalis” (Dezza); “MANUALE DI LOGICA” (Pesce). Opere inedite riportate da Dezza
in Alle origini del Neotomismo: Ethica generalis et specialis; Psicologia; Sull'origine
delle idee; Sulla materia e sulla forma; Sull'evidenza; Intorno alla filosofia
a noi prescritta d’Ignazio; “Esortazioni al clero (presso don Ballerini PC). Alle
origini del Neotomismo, Dezza, I neotomisti; Silva, Ferriere, cenni storici, Comandini,
“Nuovi contributi alla conoscenza di Buzzetti e dei discepoli cresciuti alla
sua scuola -- saggio sulla rinascita del Tomismo”; Dezza, I neo-tomisti
italiani”; Dezza, “ Alle origini del Neotomismo, Breve storia della Provincia
veneta della Compagnia di Gesù dalle sue origini fino ai giorni nostril; “La
chiesa di S. Pietro in Piacenza Studi per il IV cent. dalla fond. TEP; Breve
storia della Provincia Veneta della Compagnia di Gesù dalle sue origini fino ai
giorni nostri A. M. D. G C. Cenacchi, Tomismo e Neotomismo a FerraraLiber.
Edit. Vaticana La Civiltà Cattolica, R. Comandini, Nuovi contributi alla
conoscenza del canonico Buzzetti e dei discepoli cresciuti alla sua scuola
Saggio sulla rinascita del Tomismo Libr. Edit. Vaticana, Cordani, Una grande
cultura piacentina dimenticata, PC Ed. Berti, Curci, Memorie di Curci, Barbera
Editore, Cornoldi, Memorie Autobiografiche (Archivio Aloisianum), Dante, Storia
della Civiltà Ed. Studium Roma .Dezza, A MI. Dezza, I tomisti italiani, Bocca
ed. MI. La chiesa di S. Pietro in
Piacenza Studi per il IV cent. dalla fond. TEP); Giarelli, Storia di Piacenza
dalle origini ai nostri giorni, II Ed.
Porta PC, Ferrari, S. e il Neotomismo in Italia in il filosofo canonico
Buzzetti, PC G. Martina, La Chiesa nell'età dell'assolutismo, del liberismo,
del totalitarismo, Morcelliana BS., Padovani, “Importanza della critica
filosofica di S. a V. Gilbert” (“Riv. Di Filosofia Neoscolastica, MI ed. Vita e
Pensiero, Monti, "La Compagnia di Gesù nel territorio della Provincia Torinese,
Chieri); Giovanni Paolo II, enciclica Fides et Ratio; Panareo, L'istruzione in
terra d'Otranto sotto i Borboni, Perazzoli, Studi sul Rosminianesimo
nell'Ottocento, Ed. Rosminiane Sodalitas, Pozzi, S., filosofo neotomista,
Studia Patavina Riv. Di Filos. e Teologia; Rolandetti, Da Buzzetti all'Aeterni
Patris Conv. Intern. Tomistico (Trento); Rolandetti, Buzzetti teologo, Libr.
Ed. Vat. Silva, Ferriere, cenni storici, UTEP, PC, S., Pochi e brevi cenni
sulla vita menata nel secolo da P. S., man. Inedito G. Sordi, Il contributo dei
gesuiti piacentini S. alla diffusione del neo-tomismo nella cultura, PC altervista.
Tononi, Condizioni della Chiesa nei ducati parmensi. M. Volpe, I Gesuiti nel
Napoletano Aeterni Patris Aloisianum
Curci Collegio Alberoni Compagnia di Gesù Jan Roothaan La Civiltà Cattolica, Taparelli
Azeglio Liberatore Neotomismo S., su Treccan Enciclopedie Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Opere di S., Il contributo dei gesuiti piacentini,
S. alla diffusione del neotomismo nella
cultura cattolica, PC su serafino sordi. altervista. La Civiltà Cattolica Taparelli
d'Azeglio e il rinnovamento della Scolastica al Collegio Romano italia La
Civiltà Cattolica; Intorno alle origini del rinnovamento tomistico in Italia” (Taparelli
e S.). La rinascita del tomismo a Napoli (parte primaI collaboratori del Taparelli; “Il
peripato in azione”; “Il contributo della Compagnia di Gesù alla preparazione
dell'enciclica “Aeterni Patris.” Serafino Sordi. Keywords: AQUINO. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Sordi” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Soria: la ragione
conversazionale dell’opuscolo della simpatia – la scuola di Lama – la scuola di
Tarato -- filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Lama). Filosofo tarantino. Filosofo pugliese.
Filosofo italiano. Lama, Taranto, Puglia. La famiglia risiede da tempo a
Sant'Ilario in Campo, nell'isola d'Elba. Appartenente alla corrente del
sensismo. Insegna a Pisa. Combate Cartesio ed esalta GALILEI. Scrive il saggio Rationalis
Philosophiae Institutiones. Direttore della Biblioteca di Pisa. Pubblica a Pisa
la Raccolta di opuscoli filosofici e filologici. Il saggio comprende
Dell’immaterialità delle nature intelligenti; Della potenza che ha lo spirito
umano di determinar se medesimo chiamata libertà; Il virtuoso regime del
proprio corpo è un bene indispensabile per la felicità della vita” e Della
natural dipendenza della salute corporea dall'ilarità dello Spirito”; “Della
simpatia” – “Dialogo tra un cav. francese, e un italiano” e l’”Esame del
Giudizio di Monsieur Du Fresnoy circa BUONARROTI”; “Sulle metamorfosi
degl'insetti”; “Degl'influssi celesti”; “Dissertazione Accademica
sull'Innesto”; “La teoria de' fosfori, e de' loro divarj.” Allievo di GRANDI,
segna il passaggio della scuola galileiana verso l'illuminismo. S. individua
nello sviluppo economico il centro dell'interesse dell'attività politica. È
sepolto nella chiesa di Sant'Andrea a Lama, in provincia di Pisa. Baldini, S.
in "Dizionario biografico degl’italiani", Roma, Istituto della
Enciclopedia italiana. S. è attestato anche a Livorno ed è appartenuto a una
nota famiglia locale.Olschki, Firenze. Treccani Dizionario biografico
degl’italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. O violerei certamente tutte
le Leggi della convenevolezza, fe in mezzo al pubblico brio di quarti
lietifftmi giorni invitato A PARLAR DI SIMPATIA, non fosse il mio ragionamento
una vivace, e toccante pittura di dolci affetti, e di delicate e tenere
immagini, ornate air Attica di ridenti fcherzi, e di vezzofe e follazzevoli
piaccevolezze. Tale converrebbe che fotte, io non lo nego, f ufo eh' io far
dovrei di quefto tempo, s' io non parlatti a Voi; ma avanti un tal Con (effe,
tutt' altro fi vuol da me, tutt' altro io debbo. Vi piace eh' io Jafci alle
Mufe i teneri affetti, le delicate immagini, i lieti fcherzi, ed i ridenti
motti. Voi cligete da me, che nella mia bocca non perda la Filofofia i fuoi
diritti neppure in quefti giorni; e volete cosi, perchè le delizie del voftro
cultittìmo, e vivacitfìmo Spirito fon I' indagare, ed il penetrare V intima
eflenza, e le fegrete cagioni di quelle cofe, che maravigliofe fono per
femedclime, e d' illuftri confeguenze feraci. Or tale fenza dubbio egli è ciò,
che Simpatia fi chiama, o prendati quetta voce nel proprio fenfo litterale, o
in fenfo tropico e figurato. Dunque per fecondare il nobile voftro Filolofico
genio, dell' ona, e dell' altra Simpatia patitamente ragionando, ne rintraccerò
la natura, e le caufe, e gli effetti ; cioè rammenterovvi ciò, che fu quefti
interettanti Oggetti per Voi medelìmi già fapetc. La voce “simpatia, presa in
senso non figurato, ma proprio, Tuona Io lteflb, che unione di genio,
vicendevolezza di affetto, benevolenza fcambievole, le quali efprcflìoni tutte
fon tra di loro (ìnonime. Quindi non può aver luogo la Simpatia, propriamente
detta, fe non tra gli Ellcri fendenti, ed intelligenti . Ma i Greci Popoli,
imitati da LATINI, e dalle lingue che ne fon derivate, edendendo il lignificato
primitivo di quella parola, chiamarono in fenfo traslato, ed analogico
SIMPATIA, la cagione altresì, per cui dato un corpo in certe circoftanze, ne
fegue un qualche determinato effetto in un' altro Corpo, fenza che il primo
agifea fui fecondo con immediato contatto. E perchè avevano ofeura, e confufa
idea delle Fillche ragioni, onde tali effetti in Corpi non toccanti*! accadono;
quefte ragioni, o cause loro ignote, che simpatia rettoricamente nominavano,
sforzavanfi di fpiegarc, dicendo, che tal forta diSimparia era una vicendevole
correlazione, c quafi cognazione di naturalo una mutua coordinatone, o un
fiiico confenfo tra corpo, e corpo in distanza. Onde a chi aveffe domandato
loro, perchè al Tuonare di una mutlca corda» le non troppo lontane, purché
temperate all' unifono, o air ottava, o alla quinta consonanza, rifuonino anch'
eflc, risposto avrebbero alia quiftione, che ciò avviene per SIMPATIA, o per
una vicendevole correlazione, e cognazione di natura tra le corde tefe a quelle
armoniche proporzioni; ficcome una foggià dì SIMPATIA, o una 6ftca cognazione,
e coordinazion di natura chiamerebbeii dagli Antichi la causa, per cui V Ago
magnetico si rivolge costantemente verso le regioni polari, e quella per cui
1’acque de' mari più vicine alla fovraftante Luna, più fi l'olle vano verfo di
lei « f ih Ora intorno a quefti connetti effètti tra materie, c materie didatti
di luogo, ed intorno alle cagioni vere onde nafee una tal tìiìca conneifione
tra Fenomeni, Fenomeni in divertì, e reparati (oggetti due generali e
(blenniVerità ignoravano comunemcnte gl’anfichi, e pochi fon gl’uomini, che
noti le ignorino anch' oggi. La prima delle quali due verità fi è, chetimi i
motid' ogoi forta, dipendenti dell' eftere da ufi qualche corpo in dirtanta, o
nafeonò da vero urto, da vera pattfone, originata da quel corpo dittante, per
metto di qualche frappotta materia fia vifibite, sia invitìbile, ofon
eonfeguentc neceflarie di quelle determinate, e colanti regole della mutua
general Gravità, daltequali neffun Corpo nel materiale Universo può fottrarlì,
ed a norma delle quali deve ogni Corpo, ed ogni fua parte, fecondo le varie
circolante in cui fi trovi, oftarfi in un perfetto equilibrio di contrapporle
tendente, o tendere prepotentemente piuttotto per un verfo, che per un' altro,
e piuttotto ad Un tal corpo dittante, che ad un tal'altro, fenta che urto o
pretfìone ve lo fpinga; le quali regole di moti, chiamanti perciò non A i
mecccaniche, cioè non derivanti da preffioni, e da urti. L' altra delle due
predette Verità, men cognita ancora deli' cfpòfta, fi è, che non folo certi
Fenomeni, con certi altri determinati", appartenenti ad alcuni corpi, localmente
dilcofti, fon vicendevolmente connetti, o dipendenti nclT eiTere, ma tutti
quanti ne fono flati finora nel genere de meri materiali, e quanti ne elicono
in quello momento, e quanti ne fon per cflcre neir intiero giro de* Secoli, e
nella eftenfione intiera del materiale Universo tutti han del pari una
veriffima cognazion di natura, o tal conneflìone, e tal mutua correlazione, per
cui fi può dire con rigorofa verità, che fe a cagion di efempio non nafeeflero
dallo itelo d’una Rosa quelle fpine precife, che ne spuntano, nelle circodanze
nelle quali nafeono, niente affatto di ciò che succede nelle provincie della
Terrefrre Fifica fuccederebbe, e fe non fi generarle nelle circoftanze nelle
quali pur genera quel sì piccolo difpregìato Infetto, che fugge di occhio, e
che in ore anzi che in giorni, muor decrepito, e Tritavo, ed in vece di queir
Infetto fi generaffc nelle medclime circoftanze un altra cosa, o non si
generale nulla, (toltoli caso di un miracolo, da cui li prefeinde) il
magnifìcentilfimo, l’ammirabile Universo intiero fi trasformerebbe in tutt'
altra cofa. Gran Paradotio agli occhi de' Profani, ma grande e fublime Vero per
chi è iniziato a miftcrj dell' alca Filosofia i • Imperciocché non fiam noi
certi, che quanto accade nell'universo Corporeo, tutto fi fa dalle forze
motrici, e che tutte le forze non libere, tutti i non liberi moti, son’
altrettante neceffarie confeguenze di quelle Finche generali Verità, che Leggi
de' Corpi fi chiamano, per le quali poflono, e debbon feguirc, quali precsamente
seguono tutti i Fenomeni, nelle circoftanze nelle quali fi trovano i materiali
soggettiP Bisognerebbe ciTer ben nuovo, e srraniero nella faenza Filici per
dubitarne . Se dunque, a cagion di efempio, nel fecondo fieno di un Gclfotnino
tede la Natura una piccohffima intiera Pianta feminale, che ricevuta poi da
conveniente terreno, crefee in adulta Pianta di Ge!fomino;cgli avvien ciò,
perchè lcLeggi Filkhc di Natura, pòfte le circoftanze in cui fono le remica! i
materie di quel Fiore, forza è, che quelle materie depongano in quel tal’ordine
da cui ritolta ? etfer Pianta fcminale di Gclfomino, anziché di tutt'altro
Vegetabile; e fc colaggiù nelle miniere dell' Oro fi lavora dalla Natura quel
preziofo metallo, anzi che Ferro, o Diamante; egli è perchè le Leggi de moti |
nelle circoftanze in cui tono i principi, ond'è comporlo il bell'Oro, non
poftono a meno di non difporli, e combinarli in quel tal predio ordine in cui
confitte V effer Oro piuttofto, che un’altra cosa. L’ifteflo vuoili dire di
tutti gli altri materiali Fenomeni. Dunque tanto è domandare, che un'
«f&tto corporeo nelle circoftanze precifc nelle quali fegue, o non fegua
punto, o fia divedo, quanto è domandare, che le generali Fifichc Leggi dì
Primo- 9 Natura, dette quali è figlio neceflario, o non efiftan punto, o fien
tutt' altre. Or fe tali non fòflcro, non avrebbero certamente potuto produrre
in veruit tempo, in verun luogo, neffuno di quegli innumerabili effetti, che
fo*o rtati dalla primitiva coftituzione dell'universo, fino a quefto momento,
nè potrebbero generarne pur uno di quelli, che attualmente effe generano in
tutta l’ampiezza delle corporee cofe, e di quelle, che nederiverannocome
naturali confeguenze loro in tutta la ferie delle Età future. Dunque non folo
alcuni determinati Fenomeni, con alcuni altri determinati hanno real
conneffionc,o vicendevole correlazione nelT cffcre, ma ciafeuno con tutti gli
altri, comunque fienfi varj, e di tempo», e di luogo remoti Perchè quantunque
neffun Fenòmeno aver polla ragion di Caufa, odiEffetto, rifpetto a tutti gli
altri indiftintamente, ciafeuno però indidimamente e una condizion ncceflaria
all'efifrcnza di tutti gli altri: avendo noi veduto in pie ni (firn a luce
cfler rigorosamente vera quefta Propofuionc: Che non io Ragionamento non fi può
torre, o mutare un Fenomeno, date le fue circo/lanze, fenza torre, o mutare le
Fificbe Leggi di Natura, e però fenza tonerò mutare per naturai conseguenza
tutto il re Ilo nelt intiero Vniverfo corporeo. Ed ecco abbatta nza fpiegate le
ragioni, e 1' eftenfiooe di quella SIMPATIA, eh è impropriamente tale, e che
gl’ntichi chiamavano connessìone, consenso, cognazione, correlazione di natura,
tra soggetti, e soggetti inanimati. E' tempo ornai, gentilifsimi uditori, che
cedendo alle attrattive, colle tale aborrimento, e distribuzioae o dispofizione
di suoni, allor fi chiana una bella musica, una beli* Aria, un concerto bello,
quando quell' afsortimento 9 c quella diftribuzione di mufiche intonazioni
produce nell' animo noftro un diletto. Noi abbiam dunque un' interno Tenta, che
chiamar fi può convenientemente fenfo del Bello viiibile, e udibile, del quàl
fenfo egli è caratterirtico Attributo il fentirc un diletto, o una molcftia,
qualora vediamo una tale, o tal' altra fcclta,e difpofizione di parti di un
Tutto vifìbile, ed ascoltiamo un tale, o un tal' altro aflbrtimento diparti
componenti un Tutto (onoro, o udibile. Han prima gli uomini gustato il piacere,
che proprio è del fenfo della Bellezza vifìbile, c udibile, di quel che abbiam
faputo quali fieno le midire, quali le proporzioni, e le diftribuzioni delle
parti, onde piacciono, o difpiacciono i viiibili, egli udibili Oggetti • Prima
che fi fapclfe ¥ Arte Mufìca, piacevano i canti di Progne, e di Filomena-, c
prima che un qualche Fi-dia curiofamcntc mifurando detcrminate le proporzioni,
e le locali correlazioni delle membra di un bel Corpo, le Veneri e f Elene, gli
Adoni ed i Paridi dilettavano i rifguardanti, ed i Momi,e gli Efopi, e le
Gabrine, e le non fucato Alcine ributtavano. E perchè come in tutti gli altri
(enfi avviene, cosi è vero altresì del fenfo della Bellezza, cioè che in tutti
gli Uomini noa fon fabbricati i fenforj di una fretta maniera; di qui è, che
dilconvengono tra loro non di rado nel giudicar del Bello, come difeonvengono
nel giudicar degli odori, e de sapori. Non a tutti i nervi olfattori piacciono,
o difpiacciono gli fletti effluvi, producitori di quelle dilettevoli, o moiette
fenfazioni, che buoni, o cattivi odori fi chiamano. L'organo del Gusto, gli
apici de* nervi, cioè, che in folte fchiere metton capo alla superficie della
Lingua, perchè non sono in tutti gli Uomini di una medefima intriofeca
ftruttura, perciò non ricevono ió Ragionamento in tutti ugualmente grate, o
ingrate fenfazioni di fapore dagli ttefiì cibi, c dalle ftetfe bevande. Per flmil
ragione la Muika, di cut tanto fi compiacciono i Siamefi, ci farebbe correre
colle mani alle orecchie, ed eflì forfè chiamerebber fraftuoni i rroftri
Concerti, e nojofe Nenie le noftre Arie cantabili. Il certo fi è, che tutti gli
Uomini traggon diletto da qualche foggia di Mufica, ma non Io traggono
ugualmente dalle iteflc Opere di Mufica inftrumcotalc, e vocale. Così appunto
piacciono agli uni le brevi dature, e le membra fcarfe e leggiere; preferirono
altri le perfone di alto taglio, e di gravi, e mafficce fattezze; gli uni fon
per l' impatto candido, e vermiglio della Cute, gli altri pel brunetto Greco.
V* fot* anzi àc' Popoli intieri, che dipingono neri vellutati i Genj buoni, e
desinano a' Dei mali i colori di latte, e di cinabro. Ed io qualche Regno della
più eulta Europa, il pallido pagliato non fi chiamava egli, non ha gran tempo,
il bel pallido? E non era egli riputato la vernice la più conveniente alle
delicate bellezze, onde le Dame, che cavavano di piacere, condannavano liete
colle frequenti miflioni di fanguc, ad una perpetua convalefcenza, per
acquifere l'accreditato pregio del pallore, che nel giallognolo biancheggiava?
Vero è, che folto quel Cielo fteflo non aroano ora ie guance, che di carminio,
nè fi contentano del nativo rofato; ma non perciò diventa falfo, che il
dilavato pallido non piacele già preferibilmente ad ogni altra cute. Noq fanno
gli uni faziarfi di ammirar gli occhi neri, e fdruciti di Qiunonc; trovano
altri più dolci i cerulei di Teti; per qucfti fon più toccanti i cefii di
Minerva; per quelli gli feuretti, efeintillanti di Venere. Ma per quanto sia
vero, che il fenfo della bellezza è vario in varj, fenfo però della bellezza
corporea in tutti è, ed evvi altrettanto per ciafeuno in una corporea bellezza
tal mifura, e difpofizioni di parti, e tal colorito di cut*, che a quello
piace, c piacendogli, c dilettandolo, ne attrae 1' animo, e in fe lo fitta
dolcemente, c ne defta voglia di rinnovar tal piacere, e cara ne rende la
caufa, che Io produce. Dunque dalla corporea bellezza, perchè cagion di
diletto, perchè autrice di compiacenza, ed eccitatrice delia voglia di fc,
forza è che nafea una fpecie di affetto; e fc chi lo infpira lo riceve altresì
per fimil caufa dalla fleffa perfona in cui V infpira, si avranno dunque
vicendevolmente cari, lì deaereranno V un l'altro, cioè la SIMPATIA gli unirà.
Gli unirà, dico, e renderalli cari, V uno all' altro, fe i dolci fentimenti,
che la vicendevole relativa corporea bellezza ecciterà in entrambi, non faranno
combattuti, o fuperati da i ributtanti, ed alienanti affetti, o dalle moiette
impreffioni, che cagionano i rincrcfcevoli vizj di mente, i deformi vizj del
cuore, e le maniere difaggradevoli : cioè la bruttezza dell'Animo trafpirando
fuori, e mofrrandofi, o nelle maniere, o ne' difeorfi, o nelle azioni, non
rifpinga da fe co' fuoi iuoi odioiì tratti, con forza uguale, o maggiore di
quella con cui ne alletta colle Tue grate impreffioni la corporea Bellezza.
Dunque perchè qucfta abbia forza durevole, bifogna che l’Animo non fia brutto,
o non il ravvili per tale: nè può la Simpatia eMcr viva, coftanfc, ed alle
Regole della beata Vita conforme, fe dalle bellezze dell' Animo non tragga, fe
non tutto, almeno pretto che tutto, il foave fuo nutrimento. Ed eccoci
infcnfibilmente condotti alla parte ultima del noitro Ragionamento, ed inueme
alla migliore, e più potente, e più dolce cagione della genial Simpatia: poiché
tal caufa appunto ella è un,Anima veracemente bella . Son le bellezze dell'
Animo di due specie; T une appartengono all' intendimento, l’altre alla
volontà, o come fuol dirli, al cuore. Allora è bella una Mente, quando forpafla
la comune portata; ed è tanto più bella, quanto fono più pregiabili i fuoi
talenti nativi, B 2 ed acquiftati. Il talento altro non è, che un' agile, e
felice attitudine di a ri alizzare, e quali notomizzar collo Spirito tutti i
comporti Oggetti della mente, e di conoscere al paragone le lomiglianze, e le
differenze multiplici delle cole, e le loro meno ovvie conneffioni, e i
vicendevoli rapporti loro, quantunque ardui per i mediocri Spiriti, meno atti a
condurli lungo una ferie d' incatenati Veri, a confcguenzf più, e più remote,
immutabilmente connette colle Verità prime, e per fe flette evidenti . Il
talento di difcernere anche le piccole differenze tra quelle cole, che alle
Menti comuni pajono le più limili, e di giungere a tali difeernimenti, al
favore di ordinate prenozioni, e di inanellate indittolubili deduzioni di vero
da vero, fuol chiamarli talento filosofico, e quefto costituifee il carattere
del sublime Genio, o vogliam dire dell'Ingegno profondo, ed inventivo . II
talento poi di ravvisare agevolmente, e come in un colpo d' occhio tra le cofe
di dittinoli genere, e fpecie,i lati o gli Attributi limili, egli Primo. ti
egli è il Carattere, per cui chiamali chi n' è fornito, un' Uomo di Spirito- Un
$1 fatto talento potrebbe convenevolmente dirli Poetico, a differenza
dell'altro, che Filolofico nominammo: E gli conviene il nome di Poetico, perchè
non può effer fecondo in immagini, ed in figurate cfpreffioni, chi non è agile,
c deliro in oflcrvarc per quali lati lì raflomigliano le cofe altronde varie io
natura, ficchè poflano t une, mostratc da certe facce, fervir d' immagini all'
altre. Chi quello Poetico talentò pofTiedc, chiamali Uomo di bella, e do vizio
fa, e viva, e brillante Immaginazione, la quale fe congiunta iia col Filolofico
talento, o colla franca attitudine al fublime, e profondo ed *- fatto
pcnfare,ne ritolta daqucfta unionc fortunata, ciò che fi chiama una illuti re,
e bcIlitTima Mente. Una tal Mente è fempre feconda di frutti degni di fe, vola
per ogni lato oltre i comuni confini, ed ogni giorno più ricca di Veri, o
maraviglio!!, o belli * o intercalanti, ha f arte di lumeggiarli $\ vivamente,
e di prefcntarli fatto imm B s gì" Ragionamento gini sì nuove, e di
ornarli con tali grazie di eloquenza, e di difporli con ordine sì regolare, da
renderli come vitibili alle altrui menti, e vifibili in aria perfuadente
inlìeme, e dilettevole. Una tal -Mente, che fenza incomodare inftruifcc qualora
parli, e nuove feerie apre, e nuovi profpetti alla Immaginazione di chi V
afcolta, onde apparirono Verità di ogni foggia, adorne in cento guife
fenfatamentc fcelte, ed 2l Tuoi foggetti proporzionate, una tal Mente, dilli,
quanto è ammirabile i quanto ne piace il commercio i come ne volano in tal
compagnia le ore l quanto fe ne deiidera il ritorno. 1 La bella Mente adunque
ha una forza (impanca, dolce, e potente forza, che a fe ne trac. Ma non l'ha
certamente minore, anzi e più potente, e più foave P efercita fopra gli Animi
altrui un bel Cuore. Son le Bellezze del Cuore i belli affetti, e belli fon
quegli affetti, che rcndon pregiabilc, ed amabile il noftro morale Carattere ;
e la pregiabilità di quello, e la fua amabilità nafte tutta dalla
confederazione delle Virtù lodali, e reali, che abitualmente rifplendano in un'
Animo, e ad ogni rifeontro con tutte le irrefiftibili loro attrattive si
manifestino. Le morali virtù, che ci fon più care negli Uomini, fon quella
Beneficenza, che nafee da compaffìone, e da benevolo fociale affetto,
l’officiofa Gratitudine, la fedele Amicizia, la modefra idea di fe medefimi,
l'obbligante rifpetto per gli altri . Quelli Attributi dell' Animo non poffon
non intereffarc,e non dilettare l'amor proprio [H. P. GRICE, SELF-LOVE] di
tutti quelli, che in un tal' Animo si fatti prcgj rifguardano. Piace troppo il
vederci e cari, e rifpettati, quando ci rifpetta, e ci ha cari un'anima
illuftre, delle Virtù più delicate, e più amabili poffeditrice e miniftra .
Piace troppo un tal' Animo, che i pregj proprj ravvifa appena, e rileva gli
altrui, e lì compiace in rilevarli. Troppo diletta un Cuore, da cui non
afpettali giammai nè turpitudine, nè apatia, un Cuor che fa fua voglia B 4
dell'altrui voglia, fé Virtù lo permea te, e che non folo fi pretta a tutti gli
atti benefici, che da lui fi domandano ma gode a tali inviti, e quali gli atti*
ra,c i benefici ringentilifce colia alacrità, e colla gioja, colle quali fi
porta ad effer' utile altrui ; un Cuor finalmente, che i ricevuti favori incide
in bronzo, e i compartiti oblia. Tale è il vero benefico, perchè la bella
BENEFICENZA [cf. H. P. GRICE, BENEVOLENZA] non è figlia dell' interefle, non
della vanagloria, o dell' orgoglioso Amor proprio, che vuol far fentire la Tua
superiorità ad altrui; ma cllanafee da un delicato fenfo di gluteamente
graduata benevolenza, da una tenera compafsione per 1' Innocenza infelice, e
per ogni forta di bifogno altrui, e dalla virtuofa abominazione de’ contrari
affetti, come intrinfecamente deformi, ed improbi, e di loro natura odiabili, e
condannabili. Sì fatte difpofizioni di Cuore, fe comuni forteto tra gli Uomini,
il Poetico Secol d'Oro diverrebbe un' Moria. Che invidiabile vita non
menerebbefi ! Intende adunque ognuno, per poco che vi penfi, quanto fieno
defiderabili in tutti 5 e quanto amabili, e care di natura loro l'eccellenti
morali Virtù, delle quali parliamo. Ed ecco perchè diletti, ed in confeguenza
perchè bello iì chiami un Cuore, e quanto ila vero che un Cuor sì fatto, forza
è che fiaua potente oggetto della nOftra ammirazione e una dolce Tergente di
Simpatia- Nè reftano dentro i confini dell'Animo le bellezze del Cuore:
penetrano i raggi loro fui volto, e gli fanno acquiftare tal' aria, che ne
ricrefee maravigliofamente la bellezza, s' ci l'abbia, o un vi libi 1 pregio gli
dà, e lo rende piacevole, quand' anche fenza un bell'affetto del cuore efpreffo
nel volto, quefto per fe medefimo tìon piaecffe. Chiamali aria del vifo quel
compieito di modificazioni vilibili, queirafpetto,che nafee dagli interni
sentimenti dell' animo, e che al variar degli affetti fi varia con loro. Ogni
affezione del cuore ha un vii© tutto fuo, una fonomia affatto propria. Altro è
il volto dell' Animo egro, altro quello del Cuor fcreno, c contento. Si moftra
r Ira ncll' Occhio torvo, e rofleggiante, nelle gonfie labbra, neli' accefo
colore, neli' inturgidimento de' mufeoJi, nella irrequieta, e varia agitazione
delle membra. L' invidiofa malignità impallidire il vifo, illividifcc il
labbro, rappiglia le guance, vibra corte occhiate e fuggiafche, richiama ogni
momento alla terra lo fguardo, nè permette che fi alzi libero, ed aperto in
faccia altrui. Porporeggia Tulle guance IaModeftia al Tuono delle Tue lodi, e
il guardo inchina, e un movimento di pena conduce fui volto, ma di una pena che
rifpetta chi la produce co'plaufì, e cogli cncomj . Un vivo defiderio mirto di
compiacenza, attacca gli occhi di chi Io ha in cuore, lui caro Oggetto, che a
fe lo tira, le labbra reIran focchiufe, ferme le membra, muovonfi lente, ed
oblique le pupille, ma fenza deflettere da chi gì' infpira e compiacenza, e
voglia. Compone la Gioja Ja bocca al rifo, ed il co-lor ravviva, diftende il
fopracciglio, e Io innalza, c gli occhi muove tremuli, c brillanti . Egli è
dunque innegabile, che ogni affetto ha il fuo vifo, ha un' aria tutta Tua, e
che i belli affetti han V aria bella, come i truci, i maligni, i pulìllanimi, i
tetri, e perciò i difprezzabili, ed i viziofi affetti han T aria brutta. Tra
tutte le belle arie, quella che nafee da un' Animo pieno di nobili sentimemi,
di ogni vera battezza, e di ogni orgoglio fchivi, che amabile macffà fuol
chiamarti, quella della lieta serenità di spirito, voto di pungenti cure, e
fuor della tempeffa degli affetti, quella della tenera BENEVOLENZA, qual fi
moffra all' afpetto di chi ci giunge carifsimo, e quella della dolce
ammirazione, fon le più belle, gcneralmente parlando; e tutte V arie belle del
volto fon' appunto, fe ben vi fi rifletta, quel ciò che comunemente dicefi un
certo non fo che, che piace, e alletta. E fc tutti non trovano in un medctimo
volto quel certo non fo che, che più ne piace, addivien ciò, pcrchè non ogni
affetto produttore di qualche beli' aria del vifo, diletta tutti ugualmente; nè
ogni beli' aria può produrre in tutti una ugualmente grata impresone: poiché il
senso del Bello, di cui parlammo già, non è in tutti gli Uomini
fomigliantiflimo. jQuindi piace più ad uno Y aria cupida, c 4§nguente, ad
un'altro la vezzofa e vivàce. Ama piuttofto un terzo la ferenat grande iniieme,
quella cioè, che prender fògltono le Anime grandi; ad un quarto è più caro 1'
afpetto della bella modeftia. In mezro però a tutte quefte differenze, egli è
Tempre vero, che per gli affetti belli dei Cuore y qualche aria bella, e
qualche nuovo pregio acquifta il volto, ed in confeguenza che le bellezze del;
Cuore non folo ci piacciono per fc medelìme, ma affai più grata, e più toccante
ci rendanola bellezza corporea. Ed ceco epilogate tutte le cagioni fiiìcbe, e
morali della perfonal Simpatia. Corpo per la bruttura delle membra, e pel
colorito delia cute dilettevole agli occhi, c refò ancor più toccante da
qualcheduna delle beli' triff Mente bella, tale cioè che unifica in fc ftefla
il filosofìco genio, ed il Poetico, o vogliam dire la fublime, e multiplice ed
efatta cognizione delle cole, colla doviziofa, e luminofa eloquenza; e
finalmente Cuor bello, cioè deU le amabili, e delicate morali Virtù
indiffolubile amante, fon tutte quelle fogge di bellezza, che riunite in una
ftclla persona lo rendono quali un' Oggetto di adorazione, una foave delizia
della Vita, un Ben celeftc in Terra. Che fe pregj sì cari, e sì portenti rincon
tri od in due, che iì conofcano a fondo, una Simpatia irreiiftibilc forza è,
che gli aflortifea, e vicendevolmente gli Aringa. Sarà quefta durevole, e
felice per mille, e mille dolcezze, fe i pregj dell'animo sorpassano con
eccetto tutti i pregj corporei : farà vacillante, c fugace, e fotto una dolce
fuperficie, amara ed ortica, fe un bel corpo che invogli, deforme animo, e da
vizj infociali macchiato, nafeonda, o Mente racchiuda (travolta, o abbacinata.
Con tali difetti può bene (lare un' animalefca paflione, una paiTionc bella non
già. Bella, e tenera amicizia vuole un Cuore adorabile, vuole un efquiiìto buon
senso, se non un'Ingegno, ed uno spirito trascendente il mediocre livello, e
senza bella, e tenera amicizia non vi è bella pafsione. Dunque il diletto, che
la corporea bellezza infpira, foltanto inclini il cuore, ma la Ragione oltre la
feorza trapafsi, penetri fino al centro dell' animo, c tutti gli afcoli
Attributi fuoi curiofa indagatrice, e giudice imparziale rintracci, cmifuri.
Non supponga credula le intcriori bellezze, ma ve le veda in piena luce. Se le
vede, approvi la propenfion dell’affetto, dalla corporea bellezza prima
eccitato, c lafci liberi al cnore gì' innocenti fuoi moti, che un taf oggetto
n' è degno. Ma fc al contrario, riguardando l'Anima, da un vezzofo corpo
velata, quelle bellezze non vi ravvifi, che effee debbono f unica real forgente
delle belle pafsioni, come ne fon la vita, ritenga la savia ragione le fconiìgliate
inclinazioni del cuore verfo quel Corpo, e come unaSfinge, un' Arpia, una Circe
venefica, una feduttricc Sirena, fotto mentite larve quella fallace fuperficial
bellezza rifguardi, e la fugga torto, e la detcfti. Se Ragione illumini, e
feorga a degno Oggetto il cuore, le Simpatie beata cofa fono, e dono preziofo
del Ciclo. Mafc gli ertemi fentì guidano foli il cuore agli affetti, e
loSpirito cede i dritti fuoi fovrani a chi non ha conlìglio, la Simpatia è
cieca, e corre forfennata colà, donde dovrebbe fuggire; vola in preda agli
affanni, e al tardo pentimento, mentre incauta s' immagina di volare in braccio
alla più invidiabile Felicità. Giovanni Gualberto De Soria. Soria. Keywords:
l’opuscolo, simpatia, simpatia, empatia, simpatia conversazionale, other-love,
self-love, benevolenza, helpfulness, cooperation, basis, dull empiriist, enough
of a rationalist, quasi-contractualist, relevance breakdown on you, one
principle, rationality, cooperation. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Soria” –
The Swimming-Pool Library. Soria.
Luigi Speranza -- Grice e Sorrentino: la ragione conversazionale del Vico
italico – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Vico. Bordon, La retorica
di Vico. VICO e le razze mediterranee, Bulletin italien di Bordeaux. Scrocca.
Vico e un suo recente critico: in Rassegna nazionale di Firenze. Keywords:
Vico, razza mediterranea, razza aria. Andrea Sorrentino.
Luigi Speranza -- Grice e Sorrentino: la
ragione conversazionale e la persona come paradigma di senso – la scuola di
Nola -- filosofia campanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Nola). Flosofo nolese. Filosofo napoletano.
Filosofo campanese. Filosofo italiano. Nola, Napoli, Campania. Tra i massimi
esperti italiani di teologia filosofica, ma oltre alle letture di carattere
teologico-religioso, è anche ideatore di una filosofia autonoma ed originale. --
è infatti convinto che si debba ricercare una connessione tra le varie forme di
sapere, spesso rinchiuse nell'ambito dei propri specialismi e pertanto sterili.
Studia a Milano. Si laurea in filosofia a Napoli, dove consegue anche la laurea
in teologia. Insegna a Salerno. Sviluppa tematiche come il dibattito sulla
religione, inteso nel senso di una problematizzazione e di una tematizzazione
del religioso nella società a partire dall’illuminismo. Cerca di inquadrare la
filosofia relativa all'etica e alla religione. Da qui parte il tentativo di una
tematizzazione filosofica della dimensione simbolica. Il motore della ricerca è
il tentativo di giungere ad una forma di connessione dei saperi che possa
superare le difficoltà e le incomprensioni del mondo contemporaneo, non solo in
ambito filosofico. Altre saggi: La
teologia della secolarizzazione: chiesa, mondo e storia; La filosofia della
religione, ermeneutica e filosofia trascendentale; Filosofia ed ESPERIENZA religiosa”;
“Realtà del senso e universo religioso”; “Per un approccio trascendentale al
fenomeno religioso”; “La dottrina della fede”; “Il valore della vita”; “Dialettica”;
“Obbedire al tempo”; “L'attesa”; “La dialettica nella cultura romantica”; “Religione
e religioni”; “Il prisma della rivelazione”; “Una nozione alla prova di
religioni e saperi”; “L'eredità dell'illuminismo e la critica della religione”;
“Diversità e rapporto tra culture”; “Le ragioni del dialogo. Grammatica del rapporto
tra le religioni”; “Nichilismo e questione del senso”; “Teologia naturale e
teologia filosofica”; “La libertà in discussione”; “Le ragioni del dialogo.
Grammatica del rapporto fra le religioni, “La persona come paradigma di senso”;
“Dibattito sull'eredità di Mounier”; “La teologia politica in discussione” -- Salerno,
Giornale di filosofia della religione,. Sergio Sorrentino. Sorrentino. Keywords:
la persona come paradigma di senso, H. P. Grice, P. F. Strawson. Luigi
Speranza,”Grice e Sorrentino”.
Luigi Speranza -- Grice e Sorrentino: la ragione conversazionale e l’implicatura
– filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Vincenzo Sorrentino.
Luigi Speranza -- Grice e Sosistrato: la ragione conversazionale della
scuola di Locri – Roma – filosofia calabrese -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Locri). Filosofo italiano. Locri,
Reggio Calabria, Calabria. A Pythagorean, according to Giamblico. Grice: “What is
important to note here is the reference to Locri, because it’s quite a way from
Crotona, and let’s not forget this is all part of the Crotona diaspora, as we
may call it.
Luigi Speranza -- Grice e Sozione: la ragione
conversazionale e la romanità nel circolo dei Sesti -- Roma antica – Roma -- filosofia
italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo.
Tutor of Seneca. In glossary to Roman philosophers, in Roman philosophers. Filosofo pitagorico, appartenente alla scuola
dei Sestii, e accolge anche motivi etici di derivazione del Portico Vive a Roma
all'epoca di OTTAVIANO e di TIBERIO e e tra i maestri di Seneca. Viene da
questi citato, a proposito del vegetarianismo di ispirazione pitagorica, nelle
Lettere a Lucilio. Non credi che le anime siano assegnate successivamente a
corpi diversi, e che quella che chiamiamo morte sia soltanto una migrazione?
Non credi che negli animali domestici o selvaggi o acquatici dimori un'anima
che un tempo è stata di un uomo? Non credi che nulla si distrugge in questo
mondo, ma cambia unicamente sede? Che non solo i corpi celesti compiono giri
determinati, ma anche gli animali seguono dei cicli, e che le anime percorrono
come un circolo? Grandi uomini hanno creduto a queste cose. Perciò, astieniti
da un giudizio e lascia tutto in sospeso. SE queste teorie sono vere,
l'astenersi dalle carni ci mantiene immuni da colpa; SE sono false, ci mantiene
frugali. Che danno deriva dal credere in esse? Ti privo degl’alimenti dei leoni
e degli avvoltoi. Traduzione di Natali in Seneca, Tutte le opere, a cura di
REALE, Bompiani. Ferrero, Storia del Pitagorismo nel mondo romano dalle origini
alla fine della Repubblica, Torino-Cuneo; Centrone, Introduzione ai Pitagorici,
Roma-Bari. Quinto Sestio filosofo romano Ecfanto di Siracusa filosofo greco
antico. Sozione pagina di disambiguazione di un progetto Wikimedia. Keywords:
il circolo dei Sesti. Sozione.
Luigi Speranza -- Grice e Sozzini: la ragione
conversazionale -- razionalismo, e moi – la scuola di Siena -- filosofia
toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Siena). Filosofo sienese. Filosofo toscano. Filosofo italiano.
Siena, Toscana. Socinianism. Nacquero in questa casa S. letterati insigni
filosofi sommi della liberta di pensiero strenui propugnatori contro il
soprannaturale vindice della umana ragione fondarono una celebre scuola
precorrendo le dottrine del razionalismo – I liberali senesi ammiratori
reverenti questa memoria posero, Fausto. Fausto Sozzini. Lelio Sozzini. Sozzini.
Keywords. Refs.: H. P. Grice, “Sozzini, rationalism, and moi”, Luigi Speranza,
“Grice e Sozzini” – The Swimming-Pool Library.
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