Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Virno:
la ragione conversazionale di un popolo di due -- filosofia ed azione – la
scuola di Napoli – filosofia napoletana – filosofia campanese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool
Library (Napoli). Abstract. Keywords: filosofia
della lingua, Cicerone. Filosofo napoletano. Filoofo campaese. Filosofo
italiano. Napoli, Campania. Essential Italian philosopher. Grice: “Virno, like
me, is a semiotician.” D’orientamento operaista, insegna filosofia a Roma. Tra
i principali esponenti dell'organizzazione della sinistra extra-parlamentare, Potere
Operaio, il suo nome ricorse nelle cronache dei cosiddetti anni di piombo in
Italia. Arrestato e detenuto in prigione. Nel corso della detenzione elabora la
sua filosofia che trova espressione in Luogo comune. Democrazia è il fucile in
spalla agl’operai -- slogan attribuito a Potere Operaio. “Mi sono formato
politicamente a Genova, dove la mia famiglia vive e io faccio liceo. Genova e esposta
all’influenza di Torino, dove vi sono le prime occupazioni. Quindi, si
mobilitarono gli studenti del liceo – molto vivaci e in contatto con le
organizzazioni tradizionai dei partiti, UGI e via dicendo. Come studente del
liceo fondo dunque il sindacato degli studenti, che fa i primi scioperi sulla
lotta all’autoritarismo, solidarietà con Grecia dopo il golpe dei colonnelli e
quant’altro. Per un trasferimento di famiglia, vengo ad abitare a Roma, e di lì
a non molto prendo contatti e rapporti con il gruppo che divenne Potere
Operaio, che allora sostanzialmente a Roma e il gruppo delle facoltà. Entra in
Potere operaio dopo gl’episodi cruciali della primavera a Torino. Lavora a
Milano come insegnante all'Alfa Romeo di Arese e all'Innocenti, organizzando
anche azioni collettive nelle fabbriche sino alla dissoluzione di Potere operaio.
Si laurea con la tesi, Lavoro e coscienza –su Adorno, non Francesco. Partecipa
attivamente alle manifestazioni ad opera dei lavoratori precari e di altri
emarginati. Fonda Metropoli, organo ideologico del movimento politico. Nell'ambito
dell'inchiesta giudiziaria nota come 7 aprile, la redazione di Metropoli viene
accusata di appartenere in blocco all'organizzazione eversiva costituita in più
bande armate variamente denominate. “Siamo arrestati io, CASTELLANO, MAESANO,
e PACE -- che però sfugge all’arresto, di nuovo, giuro, non per sagacia. Noi siamo
arrestati, poi ci fanno confluire, ritroviamo
gl’altri nel cortile di Rebibbia, nel braccio speciale, stiamo un po’di mesi
lì, poi c’è la diaspora, cioè il ministero ordina di mandare ognuno di questi
detenuti in un carcere speciale diverso, perché ovviamente, tramite avvocati,
visite, benché ci fosse il regime di braccio speciale, quello e diventato una
specie di luogo in cui si elaborano documenti, lettere a giornali, si fa
campagna politica, c’e state delle lotte interne. Quindi, c’è la diaspora,
io vado a Novara. Oreste va a Cuneo; quell’altro va a Favignana. Quell’altro
ancora da un’altra parte. Comincia questo giro negli speciali, e ci ritroviamo
non tutti ma in parte nel carcere di Palmi, carcere per soli politici o per
detenuti comuni completamente politicizzati, una specie di “Kesh”. Là dentro c’e
una situazione curiosa, anche molto spettacolare, perché si incontrano
assolutamente tutti. Infatti, per un primo periodo con i compagni delle BR o
con Alunni o quelli dei NAP, si pensa anche di approfittare di questa
situazione per avviare una discussione larga, di carattere costituente. Però,
il problema è che anche lì c’è il fatto che i più spregiudicati di loro, come CURCIO,
sono d’accordo, hanno capito di aver perso l’essenziale, cioè il cambio di
paradigma, cioè il fatto che gl’operai sono non più riconducibili, altri invece
no. Riassumendo in breve, la mia detenzione e un anno, poi due anni liberi in
cui curai la serie continua di Metropoli, due anni ancora di carcere, condanna
a 12 anni in primo grado, un anno di arresti domiciliario e l’assoluzione, insieme
a tanti altri imputati, du la conferma. La travagliata esperienza politica e
esistenziale di questi anni e trasfusa nella pubblicazione di “Luogo Comune,”
una rivista dedicata all'analisi della vita nella situazione sociale del
"postfordismo". Lascia il lavoro di editore della rivista per
insegnare filosofia a Urbino e filosofia del linguaggio, semiotica ed etica
della comunicazione a Calabria da dove si trasferisce a Roma. Convinto della
necessità di un nuovo linguaggio della politica che chiarisca le trasformazioni
economiche, sociali e culturali che caratterizzano le società occidentali,
introduce nella “Grammatica della moltitudine” una riflessione sul contrasto
tra i termini di “popolo” – il “popolo” di Cicerone, S. P. Q. R -- e
moltitudine che generano una accesa polemica filosofica. Quando avvenne la
formazione dello stato nazionale e l’espressione “popolo” a prevalere. V. si
domanda se non sia venuto il tempo di restaurare l'altro concetto della “moltitudine”.
La multitude è quell'insieme di persone che nell'azione politica e in quella
economica, pur agendo collettivamente, non perdono il senso della propria
individualità, resistendo sempre alla riduzione a unica massa informe com'è nel
termine di "popolo". La “moltitudine” è dunque la base della libertà
civile – l’uno e i molti dei veliani. Una “moltitudine” e una dualita o
una pluralità che non si sintetizza nell'uno, il più grave pericolo per
l'autorità di uno stato che esercita il supremo imperio. Dopo i secoli
del “popolo” e quindi dello stato -- stato-nazione, stato centralizzato, ecc. -
torna infine a manifestarsi la polarità contrapposta. . La moltitudine come
ultimo grido della teoria sociale, politica e filosofica? Grice: “Peacocke popularized
‘population’ in the Oxford seminar organized by Evans and McDowell. Thus, I
cannot claim to have meant that p, unless ‘p’ means that p for a population –
of say, me and myself!” Forse.” Saggi:
“L'idea di mondo: intelletto pubblico e uso della vita” (Quodlibet); “Saggio
sulla negazione: per una antropologia linguistica” (Bollati); “E così via,
all'infinito: Logica e antropologia” (Boringhieri), “Motto di spirito e azione
innovative: per una logica del cambiamento” (Boringhieri); “Quando il verbo si
fa carne: linguaggio e natura umana” (Boringhieri); “Scienze sociali e natura
umana -- facoltà di linguaggio, invariante biologico, rapporti di produzione”
(Rubbettino); “Grammatica della moltitudine: per una analisi delle forme di vita
contemporanee” (Derive Approdi); “Esercizi di esodo: linguaggio e azione
politica” (Ombre Corte); “Il ricordo del presente: saggio sul tempo storico”
(Bollati); “Parole con parole: poteri e limiti del linguaggio” (Donzelli); “Mondanità:
l'idea di “mondo” tra esperienza sensibile e sfera pubblica” (Manifesto libri);
“Convenzione e materialismo” (Theoria). Roma Tre Intervista, Hecceitas. Questo termine è
entrato nel linguaggio corrente per indicare un insieme di caratteristiche
economiche, sociali e istituzionali del nostro presente, avvertite
pessimisticamente come profondamente diverse rispetto al nostro
recente passato e in genere come molto negativamente mutate. Fordismo e
postfordismo. Qualche dubbio su alcune certezze della sinistra italiana. Protagonisti;
“Anni di piombo: potere operaio"; Lessico postfordista: dizionario di idee
della mutazione. Feltinelli, sito "Filosofico net". Virno. Keywords: populus, res publica res
populi, Cicerone, multus, unus e multi, due e moltitudine, linguaggio e azione,
linguaggio, base biologica, invariante biologica, rappori di produzioni, natura
umana, el verbo fatto carne. Refs.: H. P. Grice Papers, Bancroft MS. Luigi
Speranza, “Grice e Virno”; “Grice e Virno: la conversazione: una popolazione di
due!” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria. Virno.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Viroli:
la ragione conversazionale della res pvblica – Cicerone – res publica, res
populi -- e la filosofia italiana – la scuola di Forlì—filosofia emiliana –
filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Forlì).
Abstract. Keywords:
Cicerone, res publica, res populi. Filosofo emiliano. Filosofo italiano. Forlì, Forlì-Cesena, Emilia-Romagna. Essential
Italian philosopher. Actually “Viroli-Cavalieri”? Grice, “I shall be fighting
soon.” “The loyalty for one’s country is not based on evidence.” Durante il settennato di Ciampi serve la presidenza
della repubblica italiana. Insegna a Lugano. I suoi campi di ricerca sono la filosofia
politica e la storia della filosofia politica. I suoi autori di riferimento
sono MACHIAVELLI, Rousseau, MAZZINI, CROCE, ROSSELLI, e ROSSELLI. La sua
ricerca si basa sul metodo contestualista di Skinner, a cui apporta alcune
innovazioni. Il suoi riferimenti politico-ideali sono il repubblicanesimo e l'azionismo
del partito dell’azione. Collabora ad alcune testate giornalistiche, tra cui La
stampa, il Sole 24 ORE e Il fatto quotidiano. Si laurea dal liceo Calbol di
Forlì. Come egli stesso racconta in L'autunno della Repubblic”, per mantenersi
agli studi, lavora come garzone di
bottega, cameriere d'albergo e operaio presso lo zuccherificio. Abitavo a Forlì
con i miei genitori, in via Mellini, in un appartamento angusto e freddissimo,
riscaldato soltanto da una stufa a gas tenuta, per la nostra povertà, sempre
con la fiammella azzurrognola al minimo. Al termine degli studi liceali si iscribe
a Bologna. Si laurea con la tesi su Engels. Svolge il servizio di leva a
Casarsa in Venezia Giulia. Il ritorno alla vita civile è stato
all'insegna del precariato. Perceve un piccolo salario organizzando convegni e
lavorando come redattore alla rivista Problemi della transizione all’istituto
Gramsci di Bologna. Studia Firenze. Di fronte alla commissione composta dai
Maihofer, Skinner, BOBBIO, Cranston, e Moulakisha, discute la tesi sulla società
bene ordinata, Mulino. Perfeziona la sua formazione svolgendo attività di ricerca.
Insegna comunicazione politica alla Svizzera. Dirige il Laboratorio di Studi
civili, Svizzera italiana. Finanzato dal Fondo Svizzero per la Ricerca
Scientifica con un progetto di ricerca che prevede l'impegno di un folto gruppo
di ricercatori. I suoi interessi di studio ruotano intorno alla filosofia
politica e alla sua storia. Studia il repubblicanesimo nella sua accezione classica
da MACHIAVELLI a Rousseau e in quella contemporanea. Si occupa di culto
uffiziale e politica, di retorica classica, libertà e tirannide, di
patriottismo e nazionalismo, di etica civile, di diritti e doveri. Pone
particolare attenzione ai fondamenti della convivenza civile. I suoi periodi
storici di riferimento sono il rinascimento con MACHIAVELLI, il risorgimento con
MAZZINI e il FASCISMO – con sui opponenti: CROCE, ROSSELLI, e ROSSELLI. I suoi filosofi
di riferimento sono Machiavelli, Rousseau, Mazzini, Croce, Rosselli e Rosselli. Come
impegno civile si occupa d'educazione civica e della difesa e dell'attuazione
della costituzione della repubblica italiana. Collabora colla direzione generale
dell'Ufficio Scolastico Regionale per le Marche a progetti di educazione alla cittadinanza.
Fonda il Master in Civic Education presso l'associazione Ethica di Asti. Coordina
e diregge progetti di Educazione civica per la Fondazione per la scuola della
Compagnia di San Paolo. Dirige un progetto a San Marino. Dirige il progetto
Lezioni di Casa Cervi-Scuola di Etica civile presso Casa Cervi. Prende parte
attivamente alle campagne referendarie svoltesi in occasione del referendum
costituzionale, contro la riforma proposta dal centro-destra, e del referendum
costituzionale contro la riforma costituzionale Renzi-Boschi. Colleziona
inviti e incarichi di insegnamento presso prestigiose istituzioni culturali. Insegna
a Pisa, Trento, Molise, Ferrara, Catania ed Urbino. Collabora con Milano e la
Scuola Superiore della pubblica amministrazione, Scuola superiore di polizia,
Fondazione per la Scuola della Compagnia di San Paolo, il Collegio Carlo
Alberto e l'Associazione Nazionale Comuni Italiani, la Fondazione Alcide Cervi
presso Casa Cervi. Spiega la le sua posizione politica. Non sono soltanto
uno studioso del repubblicanesimo, mi sento repubblicano. Amo il princìpio della
reppublica e cerco di applicarli nella vita e nell’analisi dei fatti politici e
sociali. Più oltre, in riferimento a Ciampi racconta. La prima volta che
incontro CIAMPI provo la sensazione di trovarmi di fronte ad un uomo di
straordinaria energia morale, l’esempio vero della migliore cultura del risorgimento
e dell’azionismo. Rammento ancora le parole che mi dice dopo aver ascoltato con
attenzione la mia considerazione sul significato del concetto di amor di patria.
Quello che Ciampi dice l’ho sempre sentito e vissuto nella mia coscienza. E
allora che realizzai che io sono prima uno studioso di repubblicanesimo e poi
un repubblicano. Ciampi è repubblicano nell’intimo della coscienza:
repubblicano e azionista. Anzi, credo, repubblicano perché azionista. Anche la
lotta contro il fascismo é rilevante nel patrimonio ideale. Trovo in Croce,
Rosselli, Parri, Rossi, Calamandrei -- per citare soltanto i nomi più noti -- non
solo idee e argomenti in perfetta sintonia con il mio anti-fascismo assoluto e intransigente,
ma anche e soprattutto le più convincenti riflessioni sulle ragioni della
fragilità della libertà. Il patriottismo si oppone al nazionalismo, anzi, ne è
l'antidoto. Ancora ne L'Autunno della Repubblica si legge a proposito del Per
amore della patria. In Italia abbiamo una tradizione di patriottismo di
straordinario valore morale e politico, la migliore che io conosca. Mi
riferisco in primo luogo al patriottismo di MAZZINI, fondato sul principio che
la patria non è il territorio -- bensì un principio di libertà, e al
patriottismo degl’anti-fascisti di Giustizia e Libertà, concordi nell’affermare
che la nostra patria coincide con il mondo morale delle persone libere non e
poi idea tanto peregrina sostenere che il patriottismo repubblicano e il mezzo più
efficace per combattere la marea del nazionalismo che comincia a montare. Credo
sia troppo tardi. Infine, ci spiega il suo relativismo. Sulle questioni etiche
sono stato sempre un convinto relativista, con comprensibile scandalo di molti.
Se il dovere esiste soltanto là dove la coscienza morale personale lo riconosce
come tale, segue necessariamente che ci sono persone che riconoscono quali loro
doveri determinati princìpi, altre che riconoscono quali loro doveri princìpi
diversi, se non del tutto opposti. Il pluralismo e il contrasto dei doveri sono
sotto gl’occhi di tutti. Ad alcuni il dovere indica il servizio e la pratica
della carità, ad altri la pura e semplice affermazione di sé stessi, anche a
costo di usare altri esseri umani come mezzi. La ragione, tante volte invocata
quale guida sicura all’agire umano, non detta i fini ma solo i mezzi. Lo spiega
in modo esemplare JUVALTA (si veda). La ragione per sé non comanda nulla. Né
l’egoismo né l’altruismo -- né la giustizia. La ragione cerca, e mostra, se le
riesce, i mezzi che servono a conservar la vita a chi la vuol conservare, a
distruggerla a chi la vuol distruggere. La ragione addita ai pietosi le vie
della pietà, ai giusti le vie della giustizia, e le vie del proprio tornaconto
agl’uomini senza scrupoli. Ma l’egoismo non è per sé più razionale dell’altruismo,
né il regresso più razionale del progresso. Né la conservazione dell’individuo
più razionale di quella della specie. Né l’utile proprio più razionale che
l’utile della collettività. Razionale non e il fine, ma la relazione del mezzo
al fine. Ed è così ragionevole che dia la vita per un’idea chi pregia più
l’idea che la vita, come che taccia la verità per un ciondolo chi ama più i
ciondoli che la verità. Consulente della Presidenza della Repubblica Italiana
per le attività culturali durante il settennato di Ciampi. Collabora con la
Presidenza della Camera dei Deputati durante la presidenza di Violante. Coordinatore
del Comitato Nazionale per la valorizzazione della Cultura della Repubblica
presso il Ministero dell'Interno. Presidente dell'ASSOCIAZIONE MAZZINIANA.
Ufficiale dell'Ordine al merito della Repubblica italianana strino per uniforme
ordinaria; Ufficiale dell'ordine al merito della repubblica italiana di
iniziativa del presidente della repubblica. Saggi: “Nazionalisti e patrioti” (Roma,
Laterza); “Etica del servizio e etica del commando” (Napoli, Scientifica); “L’autunno
della repubblica” (Roma, Laterza); “La redenzione dell’Italia: sul principe” (Roma,
Laterza); “Il sorriso di Machiavelli” (Roma, Laterza); “Scegliere il principe:
i consigli di MACHIAVELLI al cittadino elettore” (Roma, Laterza); “L’Intransigente”
(Roma, Laterza); “Le parole del cittadino” (Roma, Laterza); “La libertà dei
servi” (Roma, Laterza); “Lo scrittore di ricami” (Reggio Emilia, Diabasis); “Come
se Dio ci fosse: religione e libertà nella storia d’Italia” (Torino, Einaudi);
“MACHIAVELLI, filosofo della libertà” (Roma, Castelvecchi); “L’Italia dei doveri”
(Milano, Rizzoli); “Il dio di Machiavelli e il problema morale dell’Italia” (Roma,
Laterza); “Dialogo intorno alla repubblica” (Roma, Laterza); “Per amor alla patria:
patriottismo e nazionalismo nella storia” (Roma, Laterza); “Dalla politica alla
RAGION DI STATO” (Roma, Donzelli); “L’etica laica di JUVALTA” (Milano, Angeli);
“La civiltà statuale’, in “Cultura civica e civiltà statuale” (Bologna, Mulino);
“Libertà e profezia in MACHIAVELLI’, MACHIAVELLI e i confini del potere” (Milano,
Mimesis); “La passione civile e la scienza politica di Sartori’, Protagonisti
sempre. Un secolo di storia visto con gl’occhi dei ragazzi, Reggio Emilia,
Imprimatur ‘Prefazione’, in Mosca, Il prefetto e l’unità nazionale, Napoli,
Editoriale Scientifica. ‘Skinner’, ‘God’ and ‘Macaulay’, Enciclopedia
machiavelliana” Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Vita di MACHIAVELLI”
(Roma, Castelvecchi); “La tradizione del Risorgimento” (Roma, Castelvecchi); “Se
è libero bisogna che creda”; “Cinque variazioni sul credere” (Torino, Abele); “L’attualità
del principe”; “Il principe e il suo tempo” (Roma, Complesso del Vittoriano,
Salone centrale, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana); “La moralità
della resistenza: l’esperienza del partigiano Bosco” (Benevento, Terre dei
Gambacorta); “Dalla patria allo stato: una biografia intellettuale di SPAVENTA”
(Roma, Laterza); “‘La costituzione repubblicana: un manuale di educazione
civica’, in Lessico civico: teorie e pratiche della cittadinanza (Reggio
Emilia, Diabasis); “Le origini meridiane del repubblicanesimo, Ethos
repubblicano e pensiero meridiano” (Reggio Emilia, Diabasis); “La dimensione
religiosa del risorgimento -- Cristiani d’Italia. chiese, società, stato” (Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana); “La libertà politica è un bene fragile’,
Lettera internazionale. Rivista europea;
“Ragione e passioni nell’educazione civica -- Questioni civiche. Forme, simboli
e confini della cittadinanza” (Reggio Emilia, Diabasis); “La costituzione: il
pilastro di cristallo” (Napoli, Pitagora); “MACHIAVELLI, il carcere, Il
Principe”, in Gl’anni di Firenze, Roma-Bari, in La Costituzione ieri e oggi.
Roma, Atti dei Convegni Lincei (Roma, Bardi); “Etica e diritto: la forza
intelligente per sconfiggere la violenza’ in Regione Piemonte, Piano regionale
per la prevenzione della violenza contro le donne e per il sostegno alle
vittime; “Religione e libertà nella Democratie en Amérique’, Fra libertà e
democrazia: l’eredità di Tocqueville e Mill” (Milano, Angeli); “Una nuova
utopia della libertà’, Quaderni del Circolo Rosselli, ‘Machiavelli’s Realism’,
Constellations, ‘Religione”; “Tutte le ragioni del liberalismo’, Dove Ratzinger
sbaglia”; “MACHIAVELLI oratore”; “Machiavelli senza i Medici, scrittura del
potere, potere della scrittura,” Atti del convegno di Losanna (Roma, Salerno); ‘Due
concetti di religione civile’, in “Rituali civili: storie nazionali e memorie
pubbliche in Europa” (Roma, Gangemi); “Patriottismo e rinascita civile’,
Aspenia, in MAZZINI, Scritti politici” (Torino,
POMBA); “Che cos’è l’uomo? Raccolta di pensieri” (Senigallia, MIUR, Le Marche);
“Repubblicanesimo”; “Dizionario di Politica” (Torino, POMBA); “Libertà
democratica, libertà repubblicana e libertà socialista”; “Repubblicanesimo, democrazia,
socialismo delle libertà”; “Incroci” per una rinnovata cultura politica” (Milano,
Angeli); “Il lavoro nobilita l’uomo e l’impresa’, Impegno. Mensile di cultura
sociale”; “Della lontananza’, La saggezza del vivere. Tracce di etica” (Reggio
Emilia, Diabasis); “Repubblicanesimo e costituzione della repubblica’ Almanacco
della Repubblica: storia d’Italia attraverso le tradizioni, le istituzioni e le
simbologie repubblicane (Milano, Mondadori); ‘Europa contro America?’, Il
pensiero mazziniano, ‘Dio nella costituzione’, Il pensiero mazziniano, con BOBBIO,
‘Sul rientro dei Savoia’, Il pensiero mazziniano, ‘Scrivere la costituziuone.
L’esempio della storia americana’, Il pensiero mazziniano”; “Il despota e il
tiranno si sono fatti furbi’, Il pensiero mazziniano, ‘Il repubblicanesimo di
Machiavelli”; ‘Le ragioni di un dibattito’, Politica e cultura nelle
repubbliche italiane dal medioevo all’età moderna: Firenze, Genova, Lucca,
Siena, Venezia. Atti del convegno (Siena), Roma, Istituto Storico Italiano per
l’età moderna e contemporanea. ‘Giù le mani da CATTANEO’, Il pensiero
mazziniano, ‘Questioni attorno al repubblicanesimo”; “Il pensiero mazziniano”; “Repubblicanesimo, liberalism.
e comunitarismo”; Filosofia e questioni pubbliche; “Machiavelli’, Il pensiero
politico. Idee, teorie, dottrine. Età moderna” (Torino, POMBA); “La repubblica
romana’, Il pensiero mazziniano, ‘Repubblicanesimo’, ‘La sinistra non scordi la Patria’, Il
pensiero mazziniano, ‘I guerrieri di
Dio: chi sono i theo-conservatori che scendono in lotta contro aborto, eutanasia
e gay’, “La Stampa”, ‘L’arcipelago
progressista: l’orgogliosa cultura liberal, fra battaglie per le minoranze,
ambientalismo e progetti per riprendere il New Deal’, La Stampa, “Discussione
americana e caso italiano”; “Piccole patrie, grande mondo” (Roma, Donzelli); “Il
significato storico della nascita del concetto di RAGION DI STATO’, Aristotelismo
politico e RAGION DI STATOr. Atti del Convegno a Torino” (Firenze, Olschki); “Patrioti
o traditori?”; “L’Indice”; “Il ritorno della nazione’, I democratici,
‘L’etica politica di CICERONE e il suo significato moderno’, Nuova Civiltà
delle Macchine, ‘La cattiva retorica dell’autonomia della politica’, (Mulino); ‘Nazionalismo
e patriottismo’ (Mulino); “Una filosofia civile tra comunitari e liberali’, Ragioni
Critiche, ‘Introduction’, in Skinner, “Le origini del pensiero politico moderno” (Bologna,
Mulino); “L’Indice”; “Machiavelli e Rousseau: i dilemmi della politica
republicana”; “Teoria Politica, ‘“Revisionisti” e “ortodossi” nella storia
delle idee politiche”, Rivista di filosofia; “Dovere morale e pluralismo etico
in JUVALTA’, Rivista di Storia della Filosofia; “La “Morale dei Positivisti” e
l’etica del socialismo’, L’età del positivismo” (Bologna, Mulino); “Il Marxismo
e l’ideologia del socialismo italiano’, Despotismo e cittadini’, Transizione, JUVALTA
e la teoria della giustizia, Rivista di filosofia, ‘LABRIOLA, filosofo del socialismo”, Giornale
critico della filosofia italiana, ‘Aspetti della recezione di Engels in Italia:
tra socialismo scientifico e crisi del marxismo”; “L’Antidühring: affermazione
e deformazione del marxismo? Annale della Fondazione Issoco” (Milano, Angeli);
“Il problema dell’etica razionale in JUVALTA’, “Studi sulla cultura filosofica
italiana” (Bologna, CLUEB); Etica e marxismo: a proposito di una recente
discussione’, Problemi della Transizione”; “Socialismo e cultura, 'Studi Storici”;
“Il dialogo fra Engels e LABRIOLA”; “Critica marxista”; “Nella crisi del
positivismo: la ricerca teorica del divenire sociale,” “Giornale critico della
filosofia italiana”; “Filosofia e politica nell’Engels di Mondolfo’, Pensiero
antico e pensiero moderno” (Bologna, Cappelli); “Wellness. Storia e
cultura del vivere bene” (Milano, Sperling et Kupfer); “Libertà politica e
virtù [andreia] civile”; “Significati e percorsi del repubblicanesimo classico”
(Torino, Agnelli); “Lezioni per la repubblica: la festa è tornata in città” (Reggio
Emilia, Diabasis); “Ascesa e declino delle repubbliche” (Urbino, Quattro Venti);
“L'Autunno della Repubblica” (Laterza); “Per amore della patria. Patriottismo e
nazionalismo nella storia” (Laterza); Quirinale. blogspot
issuu.com/edizioni-in-magazine/docs/forli Enciclopedia multimediale delle
scienze filosofiche della RAI profilo
biografico da Ethica Forum profilo dall'Università della Svizzera italiana
Nello Ajello, Quanti servi in giro per l'Italia, recensione a La libertà dei
servi, la Repubblica, La libertà dei servi, Associazione Labini; “La libertà
dei servi; L'intransigente, da Fahrenheit del Radio Tre. Grice: “At Oxford, we
don’t have a republic!” -- Il repubblicanesimo è una lunga e variegata
tradizione del pensiero politico che si ispira all'ideale della repubblica intesa
quale comunità di cittadini sovrani fondata sul diritto e sul bene comune. Il
punto di riferimento ideale più rilevante del repubblicanesimo è il concetto
ciceroniano di res publica. Repubblica per CICERONE vuol dite ciò che
appartiene al popolo, res publica res populi, e aggiunge che non è popolo ogni
moltitudine di uomini riunitasi in modo qualsiasi, bensì una società
organizzata che ha per fondamento l'osservanza della giustizia e la comunanza
di interessi -- De re publica. Agli albori dell'età contemporanea un altro
esponente del repubblicanesimo, Rousseau, ribadisce la medesima interpretazione
del concetto di repubblica. Chiamo repubblica, scrive, «ogni Stato retto dalle
leggi, qualunque sia la sua forma di amministrazione, poiché solo allora
l'interesse pubblico governa e la cosa pubblica è qualcosa » (Contrat Social.
Per i teorici repubblicani la repubblica è l'opposto del potere senza freno e
senza regola, chiunque lo eserciti, e della tirannide, ovvero il dominio di un
uomo (o di una fazione o di molti) contro l'interesse comune. La repubblica si
contrappone anche alla monarchia perché la libertà sotto il re è sempre
dipendente dalla volontà arbitraria di un uomo. Il re, anche nelle monarchie
costituzionali, assume in virtù della nascita prerogative e poteri che sono
negati agli altri cittadini e dunque viola il principio dell'uguaglianza
repubblicana. Il concetto di repubblica è connesso al principio che la vera
libertà politica consiste nel non essere dipendenti dalla volontà arbitraria di
un uomo o di alcuni uomini ed esige l'uguaglianza dei diritti civili e
politici. La vera libertà, spiega Cicerone, esiste «solo in quella repubblica
in cui il popolo ha il sommo potere» e comporta «una assoluta uguaglianza di
diritti», in quanto «la libertà non
consiste nell'avere un buon padrone, ma nel non averne affatto» (De re
publica). Questo concetto di libertà vale sia per l'individuo sia per lo stato.
Uno stato può dirsi libero se non dipende dalla volontà di un altro stato e non
deve ricevere da altri gli statuti e leggi o richiedere approvazione per i suoi
atti.Come recitano le formule di Bartolo da Sassoferrato, le città che vivono
in libertà si governano da sole («proprio regimine»). Esse non riconoscono
alcun potere superiore («civitas quem superiorem non recognoscit»), e per
questo il loro popolo è un popolo libero. Rousseau, ma altri esempi si
potrebbero citare, racchiude in una formula precisa il concetto di libertà
repubblicana: «un popolo libero obbedisce ma non serve; ha dei capi, ma non dei
padroni; obbedisce alle leggi, ma solo alle leggi; ed è in virtù delle leggi
che non diventa servo degli uomini» (Jean-Jacques Rousseau, Lettres écrites de
la montagne. Per i filosofi politici repubblicani la libertà politica ha quale
condizione necessaria il governo della legge. Essi hanno sempre sottolineato
che la vera legge è un comando pubblico e universale che vale ugualmente per
tutti i cittadini, o per tutti i membri del gruppo rilevante. La limitazione o
l'interferenza che la legge impone sulle scelte degli individui non è dunque
una restrizione della libertà ma come un freno essenziale e benefico. Se il
governo della legge è scrupolosamente rispettato, nessun individuo può impone
la sua volontà arbitraria ad altri individui in virtù del fatto che egli può
compiere con impunità azioni che ad altri sono proibite sotto pena di sanzione.
Se invece sono gli uomini e non la legge a governare, alcuni individui possono
imporre la loro volontà arbitraria ad altri ed impedire ad essi di perseguire i
fini che essi vorrebbero perseguire, e quindi privarli della libertà (questo
vale anche nel caso in cui è la maggioranza degli uomini a governare, ovvero
una democrazia). Questa interpretazione della libertà politica è descritta in
modo eloquente in testi classici che diventarono il nucleo centrale del
repubblicanesimo moderno, in particolare un passo in cui Livio afferma che la
libertà dei romani consiste in primo luogo nel fatto che le leggi sono più
potenti degli uomini (Ab urbe condita) e un passo di Cicerone, citato infinite
volte dagli scrittori politici repubblicani: «Legum idcirco omnes servi sumus
ut Liberi esse possimus -- Pro Cluentio. Anche Machiavelli identifica la
libertà politica con le restrizioni che il diritto impone ugualmente a tutti i
cit-tadini. Se in una città vi è un cittadino che i magistrati temono, e che
può rompere i vincoli delle leggi, egli scrive, la città non è libera -- Discorsi.
Nelle Istorie fiorentine – Proemio -- osserva che si può chiamar libera solo
quella città in cui le leggi e gli ordinamenti costituzionali restringono in
modo efficacie i cattivi umori della nobiltà e del popolo. Per contro, tutti
gli esempi di oppressione che i repubblicani classici offrono nei loro scritti
sono violazioni del principio del governo della legge: il tiranno che si pone
al di sopra delle leggi civili e delle leggi costituzionali e quindi comanda ad
arbitrio; il cittadino potente che ha ottenuto per se un privilegio che è
negato ad altri cittadini; i governanti che hanno poteri discrezionali. Le
restrizioni che la legge impone sulle azioni dei governanti e dei cittadini
sono dunque, per i repubblicani, l'unica valida difesa contro la coercizione
imposta da individui: essere liberi vuol dire vivere sotto leggi eque.
L'argomento repubblicano che il governo della legge è la condizione necessaria
affinché i cittadini non siano assoggettati alla volontà arbitraria di alcuni
individui o di un solo individuo, e possano pertanto vivere liberi, è il tema
di fondo di uno dei più significativi dibattiti nella storia del
repubblicanesimo, ovvero la risposta di James Harrington a Hobbes, che nel
Leviatano aveva sostenuto che non è affatto vero che i cittadini di una
repubblica come Lucca sono più liberi dei sudditi di un sovrano assoluto come
il sultano di Constantinopoli perché tanto i primi quanto i secondi sono
sottomessi alle leggi. Ciò che rende i cittadini di Lucca più liberi dei
sudditi di Costantinopoli, spiega Harrington, è il fatto che a Lucca tanto i
governanti quanto i cittadini sono sottoposti alle leggi civili e
costituzionali, mentre a Constantinopoli il sultano è al di sopra delle leggi e
può disporre arbitrariamente delle proprietà e della vita dei sudditi,
costringendoli in tal modo a vivere in una condizione di completa dipendenza, e
dunque di mancanza di libertà. I cittadini di Lucca sono liberi per le leggi di
Lucca -- by the laws of Lucca --, perché essi sono controllati solo dalle leggi
(James Harrington, The Commonwealth of Oceana and A System of Politics, a cura
di Pocock, Cambridge, Preliminaries). Nella sua lunga storia, il
repubblicanesimo si è caratterizzato non solo per gli ideali della repubblica e
della libertà ma anche per l'insistenza sull'idea che l'una e l'altra hanno
bisogno della virtù civile dei cittadini. Per virtù essi intendono la saggezza
che fa capire ai cittadini che il loro interesse individuale è parte del bene
comune, la generosità dell'animo che spinge a partecipare alla vita pubblica,
la forza interiore che dà la determinazione di resistere contro i potenti e gli
arroganti che vogliono opprimere. Nonostante l'autorevole opinione di
Montesquieu che considerava la virtù politica una forma di rinuncia e di
sacrificio, gli scrittori politici repubblicani dei secoli precedenti
interpretavano la virtù come una passione che non si contrapponeva né
all'interesse né alla ricchezza, ma solo all'avarizia e all'ambizione sfrenata
di dominio. Il repubblicanesimo è stato il linguaggio politico dominante delle
élites politiche e sociali delle repubbliche commerciali d'Europa. Anche se non
mancarono, come nel caso di Girolamo Savonarola, pensatori repubblicani che
teorizzarono la repubblica come una Nuova Gerusalemme abitata da uomini dediti
alla virtù cristiana, il pensiero politico repubblicano, con i suoi pensatori
più influenti, ha teorizzato un ideale mondano e realistico di virtù. Accanto
all'ideale della virtù civile, un altro concetto fondamentale della tradizione
repubblicana è il patriottismo. Per il repubblicanesimo classico l'amore della
patria è una passione, e più precisamente un amore caritatevole per la
repubblica (caritas reipublicae) e per i concittadini (caritas civium). Anche
se rispetta i principi della giustizia e della ragione, e può quindi essere
chiamato «amore razionale», l'amore della patria è un affetto particolare per
una particolare repubblica e per i suoi cittadini che nasce fra i cittadini
delle libere repubbliche perché essi condividono molti e importanti beni, quali
le leggi, la libertà, i consigli pubblici, le pubbliche piazze, gli amici e i nemici,
le memorie delle vittorie e delle sconfitte, le speranze, le paure. Essa
presuppone l'eguaglianza civile e politica e si traduce in atti di servizio
(officium) e di cura (cultus) per il bene comune. Infine, la caritas
reipublicae è una passione che irrobustisce l'animo, dà ai cittadini la forza
per compiere i loro doveri civici e ai governanti il coraggio di assolvere gli
obblighi, spesso onerosi, che la difesa della libertà comune richiede. Il
principio fondamentale del patriottismo repubblicano è che vera patria è solo
la libera 2 repubblica in cui vivono solo cittadini liberi ed eguali. La parola
patria si legge ad es. nell'Encyclopédie, non significa il luogo in cui siamo
nati, come vuole la concezione volgare, bensí uno stato libero (état libre) di
cui siamo membri e le cui leggi proteggono le nostre libertà e la nostra
felicità (D'Alembert, Diderot, Encyclopédie, Neuchatel, Bouloiseau 1765, vol.
XII, p. 178). Gli scrittori repubblicani dell'età dell'Illuminismo usavano la
parola «patria» come sinonimo di «repubblica». Questa identificazione non era
solo un motivo polemico; riassumeva la considerazione che sotto il giogo del
despota i cittadini sono senza protezione e non possono partecipare alla vita
pubblica, come se fossero stranieri, e dunque non hanno patria. Il concetto di
patria è dunque strettamente connesso alla libertà e alla virtù, come scrive
Jean Jacques Rousseau: «La patria non può sussistere senza la libertà, né la
libertà senza la virtù, ne la virtù senza i cittadini -- Economie politique, in
Oeuvres Complètes. Anche MAZZINI sottolinea che la vera patria è quella che
assicura a tutti i cittadini non solo i diritti civili e politici, ma anche il
diritto al lavoro e all'educazione. Per Mazzini e per i repubblicani
dell'Ottocento la patria è la casa comune dove viviamo con persone che capiamo
e che abbiamo care perché le sentiamo simili e vicine. Ma è anche una patria
accanto ad altre patrie di ugual pregio.Quando siamo nella nostra casa dobbiamo
assolvere i nostri obblighi in quanto cittadini; quando siamo in casa di altri
dobbiamo assolvere i doveri verso l'umanità. La difesa della libertà è
l'obbligo supremo di ognuno, anche se viviamo in suolo straniero e anche se il
popolo oppresso è un popolo straniero. Gli obblighi morali verso l'umanità
vengono prima degli obblighi verso la patria. Prima di essere cittadini di una
patria particolare, siamo esseri umani.Nonostante l'accordo sui principi della
repubblica, della libertà, e del patriottismo, il repubblicanesimo non è mai
diventato un corpo dottrinario sistematico e ha assunto molteplici
accentuazioni legate ai diversi contesti storici e culturali nei quali si è
sviluppato dall'antichità classica all'età contemporanea. Il repubblicanesimo è
dunque una tradizione del pensiero politico solo nel senso che i teorici
repubblicani hanno spesso elaborato le proprie analisi riprendendo concetti di
scrittori politici di epoche precedenti. Ma è del pari vero che i teorici
repubblicani hanno spesso rielaborato in maniera anche radicale idee di altri
scrittori politici appartenenti alla medesima tradizione.Le divergenze più
significative riguardano la forma di governo considerata più atta a realizzare
l'ideale della repubblica. Quasi tutti i teorici repubblicani furono
sostenitori del governo misto inteso quale forma di governo che contempera gli
aspetti positivi delle tre forme rette: il governo di uno(monarchia), ilgoverno
del pochi (aristocrazia) e il governo dei molti (governo popolare o
democratico). Mentre alcuni ritenevano che nell'ambito del governo misto il
popolo, il consiglio grande, dove avere un ruolo preponderante, altri erano
favorevoli ad assegnare tale ruolo all'elemento aristocratico rappresentato da
un senato, o da un consiglio ristretto. Un'altra differenza è quella fra i
sostenitori della repubblica che garantisce i diritti politici alla maggioranza
degli abitanti (repubblica democratica) e i sostenitori di una repubblica che
garantisce i diritti politici solo ad una minoranza degli abitanti (repubblica
aristocratica). Inoltre, alcuni teorici repubblicani, come Machiavelli,
sostenevano la necessità dell'espansione territoriale sulla base del modello
della repubblica romana (o del modello federativo etrusco); altri, ad es.
Rousseau, erano convinti che la repubblica, per conservarsi incorrotta, doveva
rimanere confinata entro un piccolo territorio. Vi furono pensatori
repubblicani che propugnarono l'ideale di una repubblica unitaria, e pensatori
che propugnarono l'ideale di una repubblica fondata sul decentramento
amministrativo e sull'autogoverno, come Carlo Cattaneo. Infine, la storia del
pensiero politico repubblicano presenta pensatori favorevoli ad usare la
religione per rafforzare la lealtà dei cittadini verso la repubblica
(Machiavelli) accanto ad altri che raccomandarono la creazione di una vera e
propria religione civile (Rousseau) e altri ancora che si fecero banditori
dell'idea religiosa come principio morale interiore (Mazzini). Anche a causa
della molteplicità di concezioni politiche che si raccolgono all'interno del
pensiero repubblicano, gli studiosi contemporanei hanno opinioni diverse su
importanti problemi storici e teorici. Mentre John Pocock sostiene che il
repubblicanesimo è una forma di aristotelismo politico 3 fondato sull'idea che
la vita politica è la massima realizzazione dell'individuo, altri studiosi, in
particolare Quentin Skinner, sottolineano il ruolo prevalente del pensiero
politico e giuridico ROMANO. Anche l'interpretazione del concetto di libertà è
materia di divergenze interpretative. Philip Pettit sostiene che la mancanza di
libertà consiste solo nella dipendenza dalla volontà arbitraria di altri
uomini; per Quentin Skinner la mancanza di libertà può essere causata sia dalla
dipendenza che dall'interferenza. Vi sono inoltre autori che interpretano il
repubblicanesimo come una dottrina democratica, lontana dal liberalismo, che
insiste sulla partecipazione dei cittadini alle decisioni politiche; altri
avvicinano il repubblicanesimo al comunitarismo, altri ancora sottolineano
piuttosto l'affinità fra repubblicanesimo e liberalismo radicale; altri infine
ritengono che tanto il liberalismo quanto la democrazia siano derivazioni del
repubblicanesimo. Nonostante le divergenze interpretative gli studiosi di
storia del pensiero politico e di filosofia politica sono in larga maggioranza
concordi nel riconoscere che il repubblicanesimo rappresenta un'autonoma e
distinta tradizione di pensiero politico che ha svolto un ruolo di primo piano
nella nascita e nella formazione delle moderne democrazie. BIBLIOGRAFIA. BARON,
In Search of Fiorentine Civic Humanism: Essays on the Transition from Medieval
io Modern Thought, Princeton, BOCK, Q. SKINNER,VIROLI, Machiavelli and
Republicanism, Cambridge University Press, Cambridge POCOCK, Il momento
machiavelliano. Il pensiero politico fiorentino e la tradizione repubblicana
anglosassone Il Mulino, Bologna; SANDEL, Democracy's Discontent: America in
Search of a Public Philosophy, Harvard, PETTIT, Repubblicanesimo, a cura di M.
GEUNA, Feltrinelli, Milano; Q. SKINNER, The Foundations of Modem Political
Thought, Cambridge; Le origini del pensiero politico moderno, a cura di V., Il
Mulino, Bologna; ID., Libertà prima del liberalismo, a cura di M. GEUNA,
Einaudi, Torino, SMITH, Civic Ideals: Conflicting Visions of Citizenship in
U.S. History, Yale University Press, New Haven, Conn. V., Repubblicanesimo,
Laterza, RomaBari 1999. V.] Da N.Bobbio, N. Matteucci, G. Pasquino, Il
dizionario di Politica, UTET, Torino. Maurizio Viroli. Keywords: Cicerone, ragion
di stato, repubblica, repubblicanismo, la repubblica romana, la morte, il
crollo, il fine, la caduta della repubblica romana, l’assassinio di Giulio
Cesare, Catone uticense, la repubblica romana, del re Romo alla repubblica
romana, il ratto di Lucrezia – republicanism e principato, storia della
repubblica di Genova, la repubblica romana, il gusto per l’antico; quasi-contratto,
il sorriso di Macchiavelli. Refs.: H. P. Grice Papers, Bancroft MS, Luigi
Speranza, “Grice e Viroli: Contrattualismo e quasi-contrattualismo” – Luigi
Speranza: “Il sorriso di Viroli: Grice e Machiavelli ironista” -- The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria. Virioli.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vittielo:
la ragione conversazionale e il segno infranto in Lucrezio e nel Vico
topologico – la scuola di Napoli – filosofia napoleetana – filosofia campanese
-- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Napoli). Abstract. Keywords: Lucrezio. Filosofo napoletano.
Filosofo campanese. Filosofo italiano. Napoli, Campania. “Come la lingua dell’eroe
separa l’eroe dall’uomo, così la lingua volgare separa il filologo dal filosofo.
La lingua italiana volgare, comune a ogni uomo, non riusce a descrivere la
natura e le proprietà delle cose. Sorge la scissione tra un filosofo – come
Paul Grice -- che si dettero ad investigare sulla natura delle cose, e un filologo
– come H. P. Grice -- che, invece investiga sulle origini delle parole. Così la
filosofia e la filologia che sono nate tutte e due dalla lingua dell’eroe,
vennero ad essere divise dalla lingua volgare o commone. Essential Italian philosopher. Insegna a Salerno.
Studia VICO, l'idealismo, Nietzsche e Heidegger in rapporto con la filosofia
romana, elabora una teoria ermeneutica. La sua topo-logia si fonda su una re-interpretazione
del concetto di spazio come orizzonte trascendentale dell'operare umano. Gli
sviluppi della sua topologia riguardano in particolare la genealogia della
communicazione. Affronta più volte la fede da un punto di vista laico. Fonda Paradosso.
Collabora a Filosofia di Laterza e a numerose altre riviste filosofiche, tra
cui “aut aut.” Dirige Il pensiero. Collabora all'annuario Filosofia e all'annuario
sulla Religione. Pubblica in Teoria ed altre ancora. Svolge un’intensa attività
pubblicistica su quotidiani e periodici. Tenne cicli di conferenze e seminari.
Saggi: Filosofia della pratica e dottrina politica liberale in CROCE, Napoli; Etica
e liberalismo in CROCE, Napoli; Il carattere DISCORSIVO del conoscere, Napoli; ANTONI,
interprete di CROCE, Napoli; Storia e storiografia nella filosofia di CROCE, Scientifica,
Napoli; Sentimento e relazione nell’ESPERIENZA, Napoli; Il nulla e la
fondazione dello storico, Argalia, Urbino; Dialettica ed ermeneutica, Guida,
Napoli; Utopia del nichilismo, Guida, Napoli; Studi heideggeriani, Roma; Ethos
ed eros, ESI, Napoli; Logica e storia in Hegel, Napoli; Il problema del cominciamento,
Guida, Napoli; Hegel e la comprensione;Topologia, Marietti, Genova; La voce
riflessa, Logica ed etica della contraddizione, Lanfranchi, Milano; Elogio
dello spazio: ermeneutica e topologia, Bompiani, Milano; Cristianesimo senza
redenzione, Laterza, Roma; Non dividere il sì dal no: tra filosofia e letteratura
(Laterza, Roma); Filosofia teoretica: le domande fondamentali: percorsi e
interpretazioni (Milano); La favola di Cadmo (Laterza, Roma); “VICO (si veda) e
la topologia” (Cronopio, Napoli); “La vita e il suo oltre: sulla morte” (Roma);
“Il Dio possibile, esperienze di cristianesimo” (Città Nuova, Roma); “Hegel in
Italia, Milano); “Dire Dio in segreto” (Roma); “Cristianesimo e nichilismo:
Dostoevskij-Heidegger” (Morcelliana, Brescia); “Estetica e ascesi” (Modena); E
pose la tenda in mezzo a noi,” Albo Versorio, Il Decalogo. Ricordati di
Santificare le feste; I tempi della poesia. Ieri/oggi” (Mimesis, Milano); “Dipingere
Dio” (Albo Versorio); “VICO: storia, LINGUAGGIO, natura, Storia e Letteratura,
Roma); “Ri-pensare il cristianesimo” (De Europa, Ananke); “Oblio e memoria del
sacro” (Moretti, Bergamo); “Grammatiche del pensiero: dalla kenosi dell'io alla
logica della seconda persona, ETS, Celan; Heidegger” (Mimesis); “I
comandamenti. Non dire falsa testimonianza” (Il Mulino); “L'ethos della
topologia. Un itinerario di pensiero” (Lettere, Firenze); “Paolo e l'Europa: cristianesimo
e filosofia” (Città Nuova, Roma); “L'immagine infranta: linguaggio e mondo in VICO”
(Bompiani, Milano); “VICO: tra storia e natura,” aut aut; “Complessità e aporie
del moderno”, in Filosofia politica; “Dall'ermeneutica alla topologia”,“aut aut”;
“Goethe, interprete della modernità” aut aut; “Per amicizia: Epochè e metafora”;
“aut aut”, “Sentire le Radici, la Terra stessa”, i“aut aut”; “Zanzotto, ovvero:
la poesia come genealogia della parola”, in “aut aut”; “Redaelli, Il nodo dei
nodi; L'esercizio del pensiero in VATTIMO”, V. (Sini, ETS, Pisa); “Luoghi del pensare”
(Mimesis, Milano); Enciclopedia multimediale delle scienze filosofiche di RAI
Educational; "Filosofia". Appare la "seconda" Scienza
Nuova. Non è propriamente una seconda edizione dei Principj di una Scienza
Nuova intorno alla Natura delle Nazioni, apparsi cinque anni innanzi. La
revisione, a cui Vico ha sottoposto il testo, è tale da farne un'altra opera:
basterebbe ricordare l'inserimento della "discoverta del vero Omero",
argomento affatto nuovo e fondamentale che occupa un intero libro, il terzo;
invero è mutata la struttura stessa del lavoro, come anche una rapida scorsa
degli indici delle due edizioni mostra. Se, ciononostante, Vico ha mantenuto
anche nella successiva edizione il medesimo titolo, salvo piccole varianti,2 è
perché l'ampliamento e la diversa distribuzione della materia, nonché la
correzione dell'"errore" d'aver egli separato, nella prima redazione,
i principi delle idee da quelli delle lingue, che sono "per natura tra
loro uniti", non solo non hanno mutato l'orientamento di fondo dell'opera,
l'hanno bensì approfondito e sviluppato, specialmente riguardo al tema del
linguaggio. Tra le novità della seconda scienza spicca l'immagine posta sul
frontespizio dell'opera: una "dipintura allegorica" commissionata dal
filosofo a Vaccaro, noto pittore napoletano, che l'aveva eseguita secondo
precise indicazioni e sotto il controllo del committente. Che l'uso di
accompagnare un testo filosofico o letterario con un'immagine fosse frequente
al tempo di Vico è cosa nota: si citano come esempi illustri l'Organon di
Francesco Bacone, il Leviathan di Hobbes, i Second Characters di Shaftesbury e
da ultimo la Istoria universale provata con monumenti e figurata con simboli
degli antichi di Francesco Bianchini. Che il filosofo napoletano ne sia stato
influenzato, ben si ricava da quanto egli stesso dice nel primo capoverso
dell'Introduzione, dove spiega che l'immagine sul frontespizio dell'opera serve
a"ridurla più facilmente a memoria dopo di averla letta".Ma che la
funzione mnemonica di questa Tavola delle cose civili sia affatto secondaria, è
del tutto chiaro, premurandosi Vico di dire per prima cosa che la dipintura
serve al Leggitore per concepir l'idea di quest'opera avanti di leggerla –
scienza. Prima di chiarire questo punto che è essenziale comprendere l'esigenza
filosofica cui risponde la "dipintura", è opportuno darle uno sguardo
veloce. In alto, a sinistra dell'osservatore, è dipinto un sole, al cui interno
è un triangolo con dentro un occhio, dal quale parte un raggio di luce che
giunge al petto della fanciulla dalle tempie alate, allegoria della Metafisica,
che ha lo sguardo fisso al sole. Dal petto della fanciulla, i cui piedi
poggiano sul globo terrestre, il raggio si riflette sulla statua collocata in
basso a sinistra. Ai piedi della statua, che raffigura Omero, vari arnesi: та
оно, un timone, un aratro, una borsa; poi una tavola con su scritte alcune
lettere alfabetiche, quindi un fascio di verghe. Al lato opposto della statua
un altare, su cui scorgiamo un lituo, una fiaccola, un orciuolo contenente
acqua, quindi il fuoco accanto al globo su cui poggia la fanciulla alata. La
fascia che cinge il globo è quella dello zodiaco, con i segni delle
costellazioni della Vergine e del Leone in evidenza. In basso, a destra,
un'urna cineraria, ai margini di una gran selva. Vico concepì il dipinto come
"Idea dell'opera" - così nell'Introduzione dedicata alla
"spiegazione della dipintura proposta al frontespizio" - e cioè come
figura o immagine della scienza, ovvero della storia: della storia ideale
eterna e delle storie che "corron' in tempo". L'ampiezza e la
meticolosità della spiegazione attestano l'importanza ch'egli attribuiva alla
"traduzione" dei suoi argomenti in "immagine". L'immagine
doveva, infatti, integrare la voce, facendo cogliere uno actu - e non in
successione - i due aspetti che caratterizzano la storia: la cornice stabile e
permanente dell'eterna provvedenza, esemplata nel raggio di luce che parte
dall'occhio divino e, toccando la metafisica, illumina e regge il mondo degli
uomini, e l'operare umano nel tempo, volto, anche inconsciamente, a Dio,
testimoniato dallo sguardo della fanciulla alata, eternamente fisso sul
triangolo solare. E, pertanto, come l'immagine serviva ad integrare la voce,
così questa doveva a sua volta completare l'immagine, dacché soltanto la voce
dà in successione quello che in successione accade entro l'ordine necessario
della storia ideale eterna: il "correre in tempo" delle storie di
tutte le nazioni "ne' loro sorgimenti, progressi, stati, decadenze e fini
Scienza. Vico non intese questa congiunzione di voce e immagine - phonè kai
schêma, per dirla con le parole del Cratilo di Platone, di cui il filosofo
napoletano resta insuperato interprete - come una novità da lui introdotta in
filosofia. Al contrario la presenta come un'operazione di restauro. Per
comprenderne le ragioni, dobbiamo fare alcuni passi indietro nel tempo e
leggere quella nota che lui aggiunse al Il libro del diritto universale, il De
constantia jurisprudentis. Come prima la lingua eroica aveva diviso gli eroi
dagli uomini, così dopo la lingua volgare divise i filologi dai filosofi. Il
motivo di questa seconda osservazione è che, poiché la lingua volgare, in
quanto comune, non riusciva a descrivere la natura e le proprietà delle cose,
sorse la scissione tra i filosofi che si dettero a investigare sulla natura
delle cose, e i filologi che invece investigavano sulle origini delle parole; e
così la filosofia e la filologia, che erano nate tutte e due dalla lingua
eroica, vennero ad essere divise dalla lingua volgare.? La lingua volgare, così
detta perché lingua della comunicazione - in seguito Vico la chiamerà
"pistolare" (SN, Degnità) -, rende solo i caratteri
"comuni", "generici", delle cose, non la loro
"natura", ciò che ad esse è proprio, la loro concreta, reale,
determinatezza. Questo ha portato alla divisione della filologia, che
s'interroga sull'origine delle parole - quindi su come siano sorte le parole
generiche, vuote di determinatezza, della lingua "comune" -, dalla
filosofia che, invece, investiga direttamente la natura delle cose. Ma in che
modo? Non è anche la filosofia legata al linguaggio? GRICE STONE-AGE PHYSICS –
linguistic categories as ontological categories --. Vico s'avvide del
cul-de-sac in cui s'era cacciato. Ne uscì, con due mosse geniali. La prima fu
l'abbandono del latino delle scuole, lingua di pura comunicazione di concetti,
priva di vero rapporto con la vita quotidiana del popolo, fatta di eventi reali
e cose concrete; scelse di scrivere in volgare - ma bisogna aver confidenza con
la lingua di Vico, con il barocco napoletano della scienza, per capire la
portata di questo mutamento.La seconda mossa strategica fu "l'idea
dell'opera": la "dipintura allegorica", con cui egli volle
ricongiungere voce e immagine, o, per dirla con Nietzsche, il mondo
dell'ascolto, della parola (Hörwelt), e quello della visione, dell'immagine
(Schauwelt). Vico opera, consapevolemente, in controtendenza rispetto
all'intera tradizione occidentale e in particolare al suo tempo, che spingeva
la lingua all'astrazione, secondo il modello"matematico". Vico - ho
detto; ma debbo subito precisare: il filologo più che non il filosofo. Ché come
filosofo non fu meno attratto dal mos geometricum di quanto lo furono Cartesio
e Spinoza, se volle estendere alla storia quella mathesis universalis già da
Grozio applicata al diritto. Come filologo, invece, seppe risalire alle origini
lontane, remote del linguaggio, alle fonti antiche della poesia greca, con la
"discoverta" del vero Omero o dei molti Omeri, e della latina,
leggendo insieme con VIRGILIO (vedasi) e LUCREZIO (vedasi), e ORAZIO (vedasi), STAZIO
(vedasi), Plauto, gli storici e gl’eruditi, interpretando anche l'antico
diritto romano qual serioso poema e l'antica giurisprudenza come severa poesia.
Né si ferma qui, ma piegandosi sulla lingua dei contadini, sulle loro metafore
e i loro gesti, vide con l'occhio di una fervida immaginazione i primi abitanti
della terra, i forti ed empiamente pii Polifemi, atterriti dalla luce del lampo
che squarcia le notti e dal cupo rimbombo del tuono che fa tremare la Terra,
emettere i primi suoni inarticolati di una lingua naturale, inintenzionale,
prima fonte della lingua ARTIFIZIALE – Grice: non-natural --articolata
dell'uomo. Scorse, talora come da dietro un vetro opaco, la nascita dell'uomo
dall'animale, della mente dal corpo, della storia dall'ingens sylva, e ne
descrisse lo sviluppo, non senza "salti" e "confusioni" di
tempi e forme linguistiche. Philologia contra philosophia? In certo senso sì,
se la filologia lo convinse non solo a trattare dei miti, ma in qualche modo a
"mimarne" il gesto narrativo.10 Tentò una nuova lingua, logica e
mitica ad un tempo, capace di tenere insieme narrazione e logica, la
contingenza della storia e la necessità della mathesis. Anticipava con le sue
folgoranti intuizioni, l'idea della Mythologie der Vernunft,11 che nacque
all'incirca mezzo secolo dopo in terra germanica, ma che presto fu abbandonata,
e proprio dal suo massimo rappresentante, Hegel, che, anni dopo, avrebbe
esaltato il linguaggio alfabetico sulla lingua geroglifica, per essere quello
costituito di nomi, che sono bildlose Vorstellungen, rappresentazioni senza
immagini. Ed è nei nomi che noi pensiamo, La dipintura serve a Vico per
ricostruire nella composizione di parola e immagine quella unità di voce e
gesto che l'uomo storico ha già perduto molto prima che sorgesse la lingua
della comunicazione - la lingua pistolare della ragione riflessa -, già con la
lingua eroica. Ma era, Vico, in ritardo sul suo tempo. La frattura
parola/immagine era solo l'aspetto "in superficie" di una più
profonda scissione.Vincenzo Vitielo. Vitielo. Keywords: la lingua dell’eroe, la
lingua degl’eroi, Lazio, lazini, italiano, volgare, Lucrezio, confronto
vichiano, vicho contro vico, la lingua eroica di Vico, Vico, semiotica, Croce,
Vico topologico, linguaggio in Vico. Refs.: H. P. Grice Papers, Bancroft. Luigi
Speranza, “Grice e Vittielo” – “Topologia semiotica di Vico” – “Il Vico di
Vitielo” – Vico e il segno infranto”, The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza, Liguria. Vitielo.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Viveros: le implicature del deutero-esperanto –
filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Roma).
Abstract. Keywords: deutero-esperanto. Filosofo italiano. Roma, Lazio. Tentativi
sono quelli di V., che presenta la lingua scinter, acronimo per lingua SC-entifico-INTER-nazionale
– cf. Grice on the formalists and the unity of science --, basata sia sul
latino che sul greco, e la cui tendenza è ancora una volta quella di creare una
lingua logica in cui vi sia un rapporto MONOSEMO -- UNIVOCO – H. P. Grice:
equivocality thesis -- e giustificato tra significato e significante. In questo
senso egli si discosta dal lavoro dei suoi colleghi e si avvicina più alle idee
dei filosofi, andando alla ricerca di una lingua ideale a priori, che egli
definisce lingua exacto mundiale. Proposta al Principe di Napoli di compilare
un dizionario scientifico internazionale. Proposta a MUSSOLINI di compilare un
dizionario scientifico internazionale. L’essatismo – Grice, ‘Avoid ambiguity’ –
Avoid polysemy -- di Burzio. Lingua scientifico internazionale. Lingua scinter. Grice: It
is a commonplace of philosophical logic that there are, or appear to be,
divergences in meaning between, on the one hand, at least some of what I shall
call the formal devices-~, A, V, J, (Vx), (Bx), (ux) (when these are given a
standard two-valued interpretation)-and, on the other, what are taken to be
their analogues or counterparts in natural language-such expressions as not,
and, or, if, all, some (or at least one), the. Some logicians may at some time
have wanted to claim that there are in fact no such divergences; but such
claims, if made at all, have been somewhat rashly made, and those suspected of
making them have been subjected to some pretty rough handling. Those who
concede that such divergences exist adhere, in the main, to one or the other of
two rival groups, which I shall call the formalist and the informalist groups.
An outline of a not uncharacteristic formalist position may be given as
follows: Insofar as logicians are concerned with the formulation of very
general patterns of valid inference, the formal devices possess a decisive
advantage over their natural counterparts. For it will be possible to construct
in terms of the formal devices a system of very general formulas, a
considerable number of which can be regarded as, or are closely related to,
patterns of inferences the expression of which involves some or all of the
devices: Such a system may consist of a certain set of simple formulas that
must be acceptable if the devices have the meaning that has been assigned to them,
and an indefinite number of further formulas, many of which are less obviously
acceptable and each of which can be shown to be acceptable if the members of
the original set are accept-able. We have, thus, a way of handling dubiously
acceptable patterns of inference, and if, as is sometimes possible, we can
apply a decisionprocedure, we have an even better way. Furthermore, from a
philosophical point of view, the possession by the natural counterparts of
those clements in their meaning, which they do not share with the corresponding
formal devices, is to be regarded as an imperfection of natural languages; the
elements in question are undesirable excres-cences. For the presence of these
elements has the result both that the concepts within which they appear cannot
be precisely or clearly de-fined, and that at least some statements involving
them cannot, in some circumstances, be assigned a definite truth value; and the
indef-initeness of these concepts not only is objectionable in itself but also
leaves open the way to metaphysics-we cannot be certain that none of these
natural language expressions is metaphysically "loaded." For these
reasons, the expressions, as used in natural speech, cannot be regarded as
finally acceptable, and may turn out to be, finally, not fully intelligible.
The proper course is to conceive and begin to construct an ideal language,
incorporating the formal devices, the sentences of which will be clear,
determinate in truth value, and certifiably free from metaphysical implications;
the foundations of science will now be philosophically secure, since the
statements of the scientist will be expressible (though not necessarily
actually expressed) within this ideal language. (I do not wish to suggest that
all formalists would accept the whole of this outline, but I think that all
would accept at least some part of it.) To this, an informalist might
reply in the following vein. The philosophical demand for an ideal language
rests on certain assumptions that should not be conceded; these are, that the
primary yardstick by which to judge the adequacy of a language is its ability
to serve the needs of science, that an expression cannot be guaranteed as fully
intelligible unless an explication or analysis of its meaning has been
provided, and that every explication or analysis must take the form of a
precise definition that is the expression or assertion of a logical
equivalence. Language serves many important purposes besides those of
scientific inquiry; we can know perfectly well what an expression means (and so
a fortiori that it is intelligible) without knowing its analysis, and the
provision of an analysis may (and usually does) consist in the specification,
as generalized as possible, of the conditions that count for or against the
applicability of the expression being ana-lyzed. Moreover, while it is no doubt
true that the formal devices are especially amenable to systematic treatment by
the logician, it remains the case that there are very many inferences and
arguments, expressed in natural language and not in terms of these devices,
whichare nevertheless recognizably valid. So there must be a place for an unsimplified, and so
more or less unsystematic, logic of the natural counterparts of these devices;
this logic may be aided and guided by the simplified logic of the formal
devices but cannot be supplanted by it. Indeed, not only do the two logics
differ, but sometimes they come into conflict; rules that hold for a formal
device may not hold for its natural counterpart. On the general question
of the place in philosophy of the reformation of natural language, I shall, in
this essay, have nothing to say. I shall confine myself to the dispute in its
relation to the alleged divergences. I have, moreover, no intention of entering
the fray on behalf of either contestant. I wish, rather, to maintain that the
common assumption of the contestants that the divergences do in fact exist is
(broadly speaking) a common mistake, and that the mistake arises from
inadequate attention to the nature and importance of the conditions governing
conversation. I shall, thereforc, inquire into the gen-cral conditions that, in
one way or another, apply to conversation as such, irrespective of its subject
matter. I begin with a characterization of the notion of
"implicature." Gaetano Viveros. Keywords: Implicature di
Deutero-Esperanto, essatismo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Viveros,” pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library. Viveros.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Volpe:
la ragione conversazionale e la logica come scienza storica – la scuola d’Imola
– la scuola di Bologna – filosofia bologense – filosofia romagnuola – filosofia
emiliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, The Swimming-Pool Library (Imola).
Keywords: storia della filosofia italiana. Filosofo bolognese. Filosofo romagnuolo.
Filosofo emiliano. Filosofo italiano. Imola, Bologna, Emilia-Romagna. Essential
Italian philosopher. Filosofo italiano. Studia a Bologna laureandosi in filosofia
sotto il filosofo ebreo-italiano MONDOLFO (vedasi). Insegna al Galvani di
Bologna, l’Alighieri di Ravenna, e a Messina. Legato alla tradizione di GENTILE
(si veda), si dedica a questioni strettamente teoretiche e storico-filosofiche,
attestandosi infine su posizioni fortemente anti-idealistiche. Approda così
attraverso la ri-valutazione dell’ESPERIENZA dell’empirismo e dell’UMANO dell’umanesimo,
mantenendo un'impostazione fondamentalmente dialettico-materialistica in
costante confronto critico e polemico soprattutto con la dialettica hegeliana e
l'idealismo post-hegeliano, ma anche con le correnti positivistiche semiotica,
e con l'esistenzialismo. Questa svolta, testimoniata dal Discorso
sull'ineguaglianza, conduce a V. a un
sempre maggiore interesse per i problemi della filosofia politica e dell'etica,
considerati comunque in stretto rapporto con le questioni semiotiche. Non
abbandona comunque i propri interessi storico-filosofici. Tra i saggi quello
che, oltre ad aver avuto più ampia diffusione, rappresenta il più perspicuo esempio
della sua capacità di di muoversi con piena consapevolezza critica tra i piani
teoretico, storico e politico, è senz'altro il saggio su Rousseau e Marx, sul
concetto di libertà -- Grice, “Freedom” -- è perfettamente integrabile con la
dottrina di Rousseau, il quale quindi non sarebbe da considerarsi né tra i
teorici della rivoluzione borghese né tra i nostalgici di una società
parcellizzata in piccolissime unità cittadine, ma tra i più attuali
preconizzatori di una società egualitaria. Un altro dei punti nodali della
sua filosofia è il tentativo di elaborare una teoria estetica rigorosamente
materialista. Sottolinea il ruolo delle caratteristiche strutturali e del
processo sociale di produzione dell’espressione nella formazione del giudizio
estetico, in forte polemica con la dottrina dell'intuizione di CROCE -- da lui
considerata in continuità con la tradizione romantica e misticheggiante, elabora
il concetto di gusto come principale fonte del giudizio estetico. Presenta
nella filosofia una posizione contro-corrente. Altri saggi: L'idealismo
dell'atto e il problema delle categorie – GRANDY e WARNER PHILOSOPHICAL GROUNDS
OF RATIONALITY: INTENTIONS, CATEGORIES, ENDS – P. G. R. I. C. E. -- , Bologna,
Zanichelli, Le origini e la formazione della dialettica hegeliana; Hegel, romantico
e mistico, Firenze, Monnier; Il misticismo speculativo di Eckhart, Bologna,
Cappelli, La filosofia dell'ESPERIENZA, Firenze, Sansoni, Espressione, Bologna,
Meridiani, Il principio di contraddizione e la sostanza prima nel LYCAEUM Liceo
Lizio: contributo a una critica dei pensieri logici, Bologna, Azzoguidi; Crisi
dell'estetica romantica, Messina, Anna; Critica dei principi logici, Messina,
D'Anna; Discorso sull'ineguaglianza, con saggi sull'etica dell'esistenzialismo,
Roma, Ciuni; Emancipazione e tras-mutazione dei valori, Messina, Ferrara; Libertà:
saggio di una critica della ragion pura pratica, Messina, Ferrara; Studi sulla
dialettica mistificata; “Lo STATO RAPPRESENTATIVO, Bologna, UPEB; Umanesimo; Studi
e documenti sulla dialettica materialistica, Bologna, Zuffi; Logica come
scienza positiva, Messina, D'Anna; Eckhart o della filosofia mistica, Roma, Storia
e letteratura; La poetica del LYCAEUM Liceo Lizio nei commenti essenziali degl’umanisti,
Bari, Laterza; Il verosimile filmico e altri scritti di estetica, Roma, Film; La
nuova sinistra, Rousseau e Marx e altri saggi di critica materialistica, Roma,
Riuniti; Critica del gusto, Milano, Feltrinelli; Chiave della dialettica storica,
Roma, Samonà; Umanesimo ed emancipazione, Milano, Sugar; Critica dell'ideologia:
saggi di teoria dialettica, Roma, Riuniti; Schizzo di una storia del gusto, Roma,
Riuniti; Opere; Ambrogio, Roma, Riuniti; Violi, La Libra, Messina; Dizionario biografico
degl’italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana, Treccani Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. P Svill,
PP° dell ° he g elis "'° SUl !° He sei, dopo aver affermato che il gran
mento dello H. sta nella scoperta della dialettica come relazione sintesi di
opposti e aver soggiunto che oltre la sintesi degli opposti c è la sintesi dei
distinti, conclude che il torto dello H è di aver confuso quella dialettica con
questa. Oltre gli opposti, essere e nulla, spiiito e natura, vero e falso,
ecc., i quali non sono reali che nella sintesi di cui costituiscono i momenti
astratti ; ci sono, dunque, pel Croce, i distinti: bello, vero, utile, buono, i
quali non si trovano fra loro nella stessa relazione degli opposti, reali solo
nella sintesi- ma sono, invece, egualmente, tutti reali e concreti, così da
poter sussistere I nno accanto all’altro. Posto ciò, il rapporto fra i gradi
orme dello spinto è, pel C., questo: esso procede per diadi (invece che per
triadi), nelle quali il primo termine sussiste da sè cornar 0 ’ PU k aV, end °
anch ’ esso una sua sussistenza concreta come tale, assorbe .1 primo: così,
l’arte, si è visto, è alogica, ma filosofia, sintesi di intuizione e concetto,
è anche arte, cioè ha etica^ ° rC espress . lv °: la volizione economica è
amorale, ma quella senni n* V, ’T economica > la volizione morale essendo
anche sempre utile Lo spinto, poi, è di natura circolare, e però passa da un
grado all altro: passa dal grado intuitivo al logico, all’econo¬ mico, all
etico, e dall’ultimo trapassa ancora al primo, all’intuitivo ornendo .1
contenuto pratico alla nuova intuizione, e così in eterno’ nfa°tfi ni a gra t
ÌmP ' ÌCÌta resistenza di tu, “ i quattro gradii nfatti, appunto perchè nel
grado intuitivo, ad es., è già implicito 11 ’° glC0 Sl P uò P assa re dall’uno
all’altro. E il passaggio consisterebbe, infine, nel divenire esplicito ciò che
era Lplidtò IL NEO HEGELISMO ITALIANO Ili Ora è necessario osservare subito,
che in questa teoria del Croce vengono così in contatto due dialettiche
contrarie: quella degli opposti e quella dei distinti. Sono, dunque, due
differenti specie di rapporti che concorrono al ritmo dialettico, crociano, dei
gradi: il mutuo rapporto dei gradi in quanto tali, cioè distinti, concreti, e
quello degli stessi in quanto astratti momenti di ognuno dei gradi concreti. Il
grado intuitivo, ad es., ha due significati ben diversi, quello di momento
della sintesi a priori logica (sintesi, si è visto, d’intuizione e concetto), e
quello di sintesi a priori estetica, grado concreto e indipendente, come tale,
dal grado logico, che, a sua volta, come tale, è in egual relazione verso di
quello. Ove è palese, che, nel primo caso su accennato, si ha una relazione di
opposti, e nel secondo una relazione di distinti. È in questo punto
dell’incontro delle due dialettiche, che si sono soffermati più a lungo i
critici del Croce. È stato osservato, ad esempio, che le due dialettiche si
annullano l’un l’altra (1); che il concetto dell’implicito-esplicito, che deve
spiegare il passaggio da un distinto all’altro, è un semplice mito, non
differente, essenzialmente, da quello del passaggio dall’inconscio al conscio;
che il concetto stesso di circolo è mitologico, e così via. Il carattere
espositivo di questo scritto c’impedisce di entrare nella questione: si è
ricordato ciò per informazione del lettore. Fin’ora si è discorso dell’estetica,
della logica, della filosofia della pratica: veniamo ora alla Teoria della
storiografìa che conclude il sistema della filosofia dello spirito quasi con
una brusca correzione. In quest’ultima opera il C. vuole integrare la sua
unificazione precedente della filo¬ sofia e della storia nel giudizio
percettivo, col concetto della con¬ temporaneità della storia. La storia,
antichissima o recente che sia, è storia contemporanea, cioè sempre relativa al
soggetto presente, che col pensarla la suscita, la fa; badando però a intendere
questa presenza come assoluta e ideale, tale, cioè, che condizioni essa e
superi l’empirico presente e passato del tempo. Ma intesa così la storia, come
procedente dall’universalità del soggetto, come attualità piena dello spirito,
essa appaga allora l’esi¬ genza filosofica di possedere la realtà nella sua
pienezza e totalità, e la filosofia come Logica, come un distinto momento dello
spirito, viene sminuita di valore. In relazione, infatti, al nuovo concetto di
storia, la filosofia, nel senso più adeguato e profondo, viene ad Ruggiero, La
Filosofia, N. Spirito, Il nuovo
idealismo italiano. V. essere il momento trascendentale della conoscenza
storica, alla quale appresta le categorie necessarie a pensare la totalità del
reale. « La filosofia non può essere altro che il momento metodologico della
storiografia, dilucidazione delle categorie costitutive dei giudizi
storici...». Dilucidazione che «si muove nelle distinzioni dell’Estetica e
della Logica, dell’Economica e dell’Etica; e tutte le congiunge nella filosofia
dello spirito ». Il pensiero del C. conclude, dunque, ad una sopravvalutazione
della storia, o filosofia in largo senso, di fronte alla logica, o filo¬ sofia
stricto sensu: conclude, infine, parrebbe a due concetti di filosofia: la
logica, o filosofia stretta, che come tale resta al di qua dell 'atto
storiografico, o filosofico in senso profondo. Ecco quel ch’è sfato chiamato,
anche recentemente, l’umanismo del Croce. Umanismo, si è detto, perchè tutta la
storia della storiografia assume il valore di una storia della filosofia
incentrata nel concetto dell’uomo, del mondo ch’è il suo mondo (Vico), e dei
suoi bisogni spirituali (1). È stato ancora osservato, che quel ch’è la
funzione della filosofia rispetto al problema della scienza nei filosofi del
neo-criticismo positivista, si ritrova nel Croce, come coscienza critica
immanente all’atto storiografico, di cui essa è il momento puramente
trascendentale. IL La formazione mentale di Gentile ha origini diverse da
quella crociana. A Spaventa, e, attraverso questi, a Hegel, Fichte, Kant,
Cartesio, e ai nostri Gioberti, Vico e Bruno, si riallaccia, fin dagli inizi,
la meditazione del fondatore dell’idealismo dell’atto. È, poi, partendo in
particolare dallo Hegel, con la riforma ch’ei propone, indipendentemente da
Croce, e sulle orme di Spaventa, della dialettica hegeliana, che il pensiero
del G. dà i primi frutti originali. Lo Spaventa, studiando le tre prime
categorie della Logica hegeliana, essere, non-essere, divenire, aveva
osservato, sorpassando i precedenti interpreti (Trendelenburg, Vera etc.), che
questa posizione imbrogliata dell’essere e del non-essere (lo stesso e non-lo
stesso) è la viva espressione della natura del pensare. Se si toglie di mezzo
il pensare non se ne capisce niente». E Gentile, negli studi intitolati,
appunto, La Riforma della dialettica hegeliana, affermò, che « Se l’essere non
è più un’idea in sè, ma una cateti) Carlini. IL NEO HEGELISMO ITALIANO] goria,
e categoria è atto mentale, come può realizzarsi l’atto della mente altrimenti
che come unità di essere e non-essere, cioè divenire? L’atto si fa, fit,
diviene. È in quanto diviene... Quando è semplicemente, non è». E potè
concludere, altrove. L’essere che Hegel dovrebbe mostrare identico al
non-essere nel divenire che solo è reale, non è l’essere che egli definisce
come l’assoluto indeterminato (l’assoluto indeterminato non può essere che
l’assoluto indeterminato I); ma l’essere del pensiero che definisce, e, in
generale, pensa: ed è, come vide Cartesio, in quanto pensa, ossia non essendo
(perchè, se fosse, il pensiero non sarebbe quello che è, ossia un atto), e
perciò ponendosi, divenendo». In conclusione, l’essere, il non-essere, il
divenire, non sono più, per Gentile, posizioni logiche, obbiettive del reale,
come sono per Hegel, ma momenti della coscienza in atto, del pensiero pensante,
in cui il divenire, come sintesi degli altri due termini, esprime nient’altro
che il processo del sapere, che vince nella sua concretezza i momenti astratti,
rigidi, in cui l’analisi lo rompe: e cosi, com’è stato già osservato, tutta la
sovrastruttura della logica hegeliana crolla. Crolla, perchè vien mostrato che
la deduzione hegeliana delle categorie, che voleva essere sistematica, contro
quella empirica di Kant, e conciliare la molteplicità con l’assoluta unità, non
riesce a questa conciliazione, perchè anche in essa vi si analizzano concetti
invece di realizzarli nella loro unità vivente: è dialettica di pensieri
pensati usando la terminologia gentiliana; e cioè non-dialettica, perchè il
pensato, come tale, non si svolge, non si dialettizza. Manca, insomma, l’unità,
la vita: anche Hegel si smarrisce, a un tratto, dietro ipostasi, immobili e
ferme: platonismo, in fondo. L’unità, dice Gentile, non può esser data che dal
pensiero in atto, dall’atto in atto. La vera idea è atto, l’unica categoria è l’atto
spirituale; onde tutti gli atti del pensiero, quando non si considerino come
meri fatti, quando non si guardino dall’esterno, sono un atto solo. E però per
il nuovo idealismo le categorie sono infinite di numero, in quanto categorie
del pensare che si guarda come pensato, la storia; e sono una sola infinita
categoria, in quanto categoria del pensare nella sua attualità». Ma allora la
deduzione hegeliana si risolve proprio, anch’essa, in fondo, in una deduzione
empi¬ rica (anche Hegel ha, come Kant, numerato le categorie!); e la sua non
può essere la deduzione delle categorie, ma un caso fra infiniti casi possibili
di deduzione, o meglio un frammento o un moti ) Ruggiero V. mento della eterna
deduzione, in cui consiste la storia non pure del pensiero, come s’intende
comunemente, ma del mondo. Non pure del pensiero, ma del mondo, perchè l’atto,
a cui si riduce l’Idea pel ò., è occorre
dirlo? actus purus, nel senso più moderno e integrale, come atto che è tutta
forma perchè è tutta materia, generata dalla forma: forma formante, davvero: è
quel processo autocreatore del puro pensiero ch’è l’Autocoscienza nella sua
concreta individualità: onde l 'io empirico e particolare non è che l’attuarsi
dell’Io puro, trascendentale. La stessa istanza critica che la Riforma compie
in rapporto alla Logica hegeliana, l’Introduzione del Sommario di Pedagogia la
compie — come è stato acutamente osservato in rapporto alla fenomenologia. Come
il pensiero puro non ha bisogno di percorrere i gradi categorici dell’essere,
del conosciuto, secondo gli schemi della logica formale, per giungere alla
piena coscienza di sè, perchè si pone a priori come pensiero consapevole e
attuale; cosi non ha nemmeno bisogno di passare per i gradi psicologici della
conoscenza, la sensazione, la percezione, la rappresenta¬ zione, etc., perchè
non può mutuare da altri che da sè, non soltanto la sua forma, ma anche il suo
contenuto. La dottrina psicologica tradizionale che concepisce il processo
psichico effettuantesi per gradi monadisticamente distinti, è possibile
soltanto per una con¬ cezione analitica dello spirito; onde questo può essere
di volta in volta, sensazione, percezione, concetto etc., solo in quanto venga
consi¬ derato, naturalisticamente, come un aggregato di momenti giustapposti,
gli uni fuori degli altri. Ma se si concepisce io spirito come vivente unità
originaria, come pensiero pensante, pensare e non pensato, ogni molteplicità
scompare e tutti i gradi psichici si risolvono n eli’unico atto dello spirito.
Nella sensazione è già lo spirito nella sua intierezza, e la sensazione è
perciò necessariamente anche percezione, giudizio, concetto, conoscenza,
volontà, come tutti questi gradi non sono che sensazione: quel sensus sui ch’è,
infatti, lo spirito. Tuttavia non si creda che manchi nel O. il concetto di un
processo fenomenologico: c’è anzi, e originale: ed è una fenomenologia che,
identificatasi con la logica, non è altro che la stessa storia dello spirito.
Le distinzioni risorgono, dunque, nel processo spirituale, ma non più come
gradi tipici, giustapposti, ma come distinzioni concrete, storiche, vieppiù
ricche col progredire del processo. Cioè, ogni Ruggiero. HEGELISMO ITALIANO
atto dello spirito non è che la coscienza più profonda di un atto anteriore,
che è il contenuto del primo, il quale naturai mente è la forma di quello. La
sensazione-contenuto è dentro la sensazione- forma, risolta e assorbita
nell’attualità di questa ». Ogni atto di coscienza può dirsi percezione
rispetto a una sensazione precedente, la quale, in quanto atto spirituale, fu
anch’essa percezione. Cosicché si passa da percezione a percezione, o, è Io
stesso, da sensazione a sensazione. E in sostanza la sensazione è una sola: l’atto
spirituale nel suo interno mediarsi, e che, mediandosi m eterno, si svolge
attraverso infiniti momenti, infinite sensazioni. Venendo alla dottrina
propriamente pedagogica del Sommano, ne accenneremo il concetto fondamentale:
che educatore e educando sono due momenti di un’unica realtà, l’Universale, io
Spirito, onde hanno in esso la loro profonda unità: scompare così ogni hiatus
fra l’uno e l’altro; e il processo educativo non è che processo di reciproca
autoeducazione: ognuno vede nell’altro sè stesso, lo Spi¬ rito, e attraverso
l’altro forma un migliore, un più alto sè stesso. Processo di
universalizzazione, dunque, processo eminentemen e etico. 11 miracolo
dell'educazione è spiegato; e la prassi educativa ha nel concetto d
e\\’autoeducazione il suo miglior lume, la guida più certa. È stato
riconosciuto che nella storia della pedagogia 1 Sommario segna una tappa ideale
confrontabile solo con YEmilio. Questo realismo spiritualistico del Sommario
venne assumendo - è stato osservato - negli scritti successivi, L'esperienza
pura e la realtà storica, e Teoria generale dello spinto come atto puro un
carattere più univeversale in quanto dal problema del a formazione dell’uomo si
passò a quello di dimostrare in esso la radice di tutti gli altri problemi concernenti
la realta e le sue ca¬ tegorie. Il principio dell’idea come atto acquistò
sempre piu carat¬ tere metafisico. Già nel primo dei due scritti suaccennati 1
atto viene concepito come pura esperienza che lo spirito fa di sè, eliminando
in tal modo qualunque presupposto dello spirito, sia oggettivo che soggettivo,
e generando da sè ogni realtà: tutta l’esperienza nelle sue infinite concrete
distinzioni è posta dall’atto e. nell’atto in un'esperienza storica, non nei
senso della storia presupposta all atto e quindi empiricamente concepita, ma
della storia che si attua quale vita eterna dello spirito. Nell’atto veniva
così risolta l’antitesi di a priori Carlini.V. e di a posteriori, e si
concludeva a un formalismo assoluto, o, che è lo stesso, a un empirismo
assoluto. Ma questo esplicito significato metafisico appare in tutto il suo
sviluppo nella Teoria, uno dei capolavori del G. Qui, attraverso i problemi
della storia della filosofia, attraverso soprattutto il problema kantiano e
hegeliano, è dimostrato da Gentile come lo spirito generi da sè stesso la
natura: il mondo del molteplice e crei nella sua dialettica unificatrice —
moltiplicatrice spazio e tempo. Lo
spirito viene concepito come conceptussui, concetto che pone sè stesso,
autoctisi. Ma questo porsi è, naturalmente, non immediato, ma me¬ diato. Lo
spirito si pone attraverso la natura, l’oggetto; il soggetto si pone mediandosi
come oggetto. Quell’unità ch’è lo spirito si pone, perciò, come molteplicità,
attraverso la molteplicità, appunto perchè non è unità immediata, statica, ma
mediata in sè stessa, dialettica, unità, insomma, dinamica e concreta, vivente.
In altri termini, lo spirito si afferma negando, non si svolge se non negando
perennemente il suo opposto, la natura, che è per ciò suo essenziale momento
dialettico, e però spirito anch’essa, e non un’entità a sè, concepibile come
astratta dallo spirito. La natura, insomma, come non-essere di quell’essere
ch’è lo spirito: e cosi l’errore, il male, il dolore sono egualmente il
non-essere di quel¬ l’essere; eterno momento del processo della verità, del
bene, della vita. Certo, se la verità, il bene, si concepiscono immutabili, ab
aeterno, l’errore, il male sono inconcepibili. Ma se la verità e il bene, come
pensa il Gentile, sono divenire, atto, essi devono perennemente superare sè
stessi, ritrovando in sè l’errore, il male da superare. E però, errore e
verità, male e bene non sono realtà di¬ stinte, indipendenti, ma i momenti di
una sintesi, che è « errore nella verità, come suo contenuto che si risolve nella
forma», è «male onde il bene si nutre, nel suo assoluto formalismo». Finiremo
con un cenno, purtroppo frettoloso e assai inadeguato, dell ultima grande opera
di Gentile, forse il suo maggior capolavoro, certo, a tutt oggi, il suo
testamento filosofico, per la compiutezza della sistemazione: il Sistema di
logica come teoria del conoscere. Uno dei concetti fondamentali della
speculazione gentiliana, na¬ turalmente implicito nei precedenti, è quello
dell’identità della filo¬ sofia con la sua storia: infatti se la filosofia è
concepita come processo di autocoscienza, essa è storia, storia eterna in
tempo; e però Carlini. ogni sistema coincide col corso storico del pensiero, in
quanto esso riassume e potenzia in sè, giustificandoli, i sistemi precedenti, che
non sono che momenti idealmente anteriori di que\Yunico processo di pensiero
autocosciente, ch’è eminenter la filosofia. Orbene, il sistema di logica
attinge certo la sua capitale impor¬ tanza, nell’assieme dell’opera del G., da
questo: che esso vuol essere ed è l’ultima riprova concreta, effettuale del
suaccennato principio dell’identità di filosofia e storia della filosofia. Esso
ci mostra, di fatti, come il sistema gentiliano, la nuova logica del pensiero
pensante, si costituisca a patto di ricapitolare in sè, di conservare e
giustificare, inverandola, l’antica logica ari¬ stotelica, la logica del
pensiero pensato. Infatti, la dialettica aristo- teiico-scolastica vien
mostrata come grado necessario alla dialettica del concreto, in quanto essa,
dandoci la legge del pensiero pensato (A — A) ci spiega il momento dell
'oggettività del pensiero a sè stesso, oggettività necessaria, se ricordiamolo
il puro pensiero dev’essere concepito non come immediata soggettività, ma come
soggettività-oggettività, soggetto-oggetto, mediazione, dialetticità. Occorre
osservare, che qui il logo della logica del pensato, dell’astratto, cioè A = A,
viene negato al tempo stesso che conservato, perchè non è più considerato a sè,
da un punto di vista astratto, ma è considerato dal punto di vista concreto,
cioè in funzione del logo della logica concreta, cioè del pensiero pensante, A
= non A? Conservare ch’è negare; inverare, come è, difatti, di quel divenire
ch’è lo spirito, la filosofia. E però è giusto -riconoscere, ancora, che in tal
modo « tutto il processo storico del concetto di logica si risolve,
identificandovisi, nel nuovo concetto dialettico: quello del Gentile; e che,
ripetiamolo, la verità del principio del circolo di filosofia e storia della
filosofia, è dimostrata dal sistema stesso del G.; che, mentre convalida quel
principio, ne è, a sua volta, — si noti — convalidato, fondato positivamente:
storicamente. Croce e Gentile hanno suscitato, da anni, un gran movi¬ mento di
idee, e di discepoli, attorno a sè: il primo soprattutto nell’ampio campo della
cultura letteraria e storica in genere: il secondo nel campo della filosofia
teoretica e della storia della filosofia. Nominare discepoli del Croce non è
cosa facile, perchè, facenti) Spirito. V. dosi sentire il suo influsso nel
largo campo della cultura storico- letteraria, tutti, in quest’ultimo
ventennio, sono stati e sono ancora, in certo senso, crociani: in ispecie i
critici di letteratura e arte e gli storici sono permeati di pensiero crociano,
anche se lo negano- Soprattutto, il concetto di CROCE dell’arte è, si può dire,
entrato a far parte del patrimonio di idee necessario a chi voglia pensare e
vivere in armonia col progresso effettivo del pensiero della storia. Dei
critici letterari, che hanno subito, consapevolmente o no, l’influsso
dell’estetica crociana, ricordiamo qui Borgese, che, per quanto staccatosi in
seguito da Croce, serba traccie di pensiero crociano nelle pagine migliori; CECCHI;
Gargiulo, autore d’un Annunzio; Russo, autore d’on Di Giacomo e di un Verga; e
infine Momigliano (Studi Manzoniani, Goldoni, Verga). Nella critica delle arti
figurative ci piace notare Venturi; nella critica musicale Torrefranca e
Bastianeili. Piò facile è far qualche nome di discepoli di GENTILE, essendo più
tecnico, e quindi più ristretto, il campo su cui si è irradiato il pensiero
gentiliano: filosofia teoretica e storia del pensiero speculativo, come si è
detto. Ricorderemo, anzitutto, due pensatori, Carlini e Saitta, che si posson
dire i rappresentanti di due interpretazioni e svolgimenti opposti del pensiero
del Maestro: la dottrina di destra — come è stato detto - di CARLINI, in cui si tenta di svolgere
entro l’ambito dell’attualismo alcune esigenze empiristiche come quella della
pluralità dei soggetti e quella di un mondo soggettivo, morale, distinto dal
mondo oggettivo, della percezione, della conoscenza: si veda La vita dello
Spirito; e la dottrina di sinistra del Saitta, che tende a un’ulteriore, più
profonda iden¬ tificazione di io empirico e Io trascendentale: si legga Lo
spirito come eticità. CARLINI, professore nella r. univ. di Pisa, proviene
dalla filosofia crociana. Egli tende a elaborare il lato spiritualistico
piuttosto che quello logico-dialettico della filosofia gentiliana. L’at¬
tualismo del maestro ubbidisce, a suo avviso, a due motivi diversi: l’uno
costituisce l'originalità propria della filosofia gentiliana, ed è il motivo
psicologico e lo sforzo di risolvere la dialettica nel ritmo stesso della vita
interiore, onde l’autocoscienza e la personalità coincidono nel processo auto-creatore
dello spirito; l’altro è un ritorno al problema hegeliano-spaventiano della
dialettica come logica melati) Spirito. IL HEGELISMO ITALIANO fisica, onde
l’atto, più che spiegare se stesso si assume il compito di spiegare il mondo
della natura e dello spirito. L’attualismo diventa cosi, dice il C., un
puntualismo, in cui tutte le distinzioni di problemi spirituali si
neutralizzano in un concetto generico dell’attività del pensare. Egli tenta,
perciò, di ripigliare la prima posizione e di svolgere il concetto del ritmo
interno all’atto come il problema fon¬ damentale dell’attualismo. L’atto
realizza se stesso come quello. « Io penso» ch’è unità in una dualità di vita e
di pensiero, di personalità morale e di riflessione filosofica su essa. La
distinzione posta in seno all’atto gli permette di riguardare questo come
condizione trascendentale di una dualità tra il mondo dell’esperienza sensibile
o mondo del conoscere, e quello dell’azione ch’è propriamente il mondo
storico-morale. Nello stesso tempo, l’atto, non coincidendo più dentro sè con
se stesso, fa appello a un punto di vista trascen¬ dente, in cui quel dissidio
venga pacificato, e pone così il problema fondamentale della vita religiosa.
Carlini e Saitta sono anche storici, in ispecie il secondo: a Carlini si deve
un’ampia monografia sul Locke, al Saitta monografie su GIOBERTI, su FICINO e
vari saggi. Alla destra appartengono ancora FERRETTI e CODIGNOLA, pedagogisti;
alla sinistra RUGGIERO, autore di un saggio sulla filosofia e di una storia
della filosofia, opere di carattere critico, prevalentemente. La posizione
mentale di RUGGIERO, di fronte all’idealismo di Croce e Gentile, può essere
caratterizzata da una più viva preoccupazione dell’importanza speculativa dei
problemi sulla scienza della natura. In una monografia dal titolo La scienza
come esperienza assoluta ripudia nettamente le dottrine prammatistiche della
scienza accolta nel sistema di CROCE e pone il problema dell’unità della
scienza della natura e della filosofia, abbozzando una teoria del positivismo
assoluto, in cui le scienze, guardate nella loro intima genesi spirituale,
piuttosto che nell’astratta oggettivazione naturalistica, sono re-integrate
nella vita speculativa dello spirito. E in un saggio sui problemi della scienza
e della umanità ulteriormente sviluppa questo punto di vista, mostrando la
necessità che le due correnti dell’idealismo, quello storicista che fa capo a
Vico e a Hegel e quella scientifica, che fa capo alla critica della ragion pura
di Kant, a torto dissociate dall’idealismo contemporaneo, vengano ricomposte in
una unità articolata e sintetica, per cui, pur riconoscendo il carattere
storico della vita spirituale, questa storia non s’isterilisca in un mero umanesimo,
ma includa in sè l’opera delle scienze naturali, e V. attraverso di esso, il
mondo stesso della natura nella sua pienezza. Ampia attività storica hanno
esercitato altri due pensatori più ligi alle dottrine del maestro: FAZIO, con
saggi.su Galileo BONAITUI e sulla teoria della libertà in Hegel-, ed OMODEO autore
di una storia delle origini cristiane. È da ricordarsi ancora ANZILOTTI
(vedasi) , autore di un GIOBERTI (vedasi), studiato nella sua filosofia e
prassi politica. Radice, autore di una Teoria e storia dell'educazione e di
molti saggi pedagogici, è il maggiore interprete e prosecutore della pedagogia
idealistica del maestro, nella teoria e nella pratica. POSTILLA BIBLIOGRAFICA
SU CROCE E GENTILE. Delle seguenti opere
si cita solo l’ultima ediz. Croce (n. a Pescasseroli, prov. di Aquila):
Estetica come, scienza dell’espressione e linguistica generale. Teoria e Storia
5» ediz. Bari, Laterza; Logica come scienza del concetto puro. 4‘ ediz. Bari,
Laterza, 1920; Filosofia della pratica. Economica ed etica. Bari, Laterza;
Teoria e storia della storiografia. Bari, Laterza; Problemi di Estetica e
contributi alla storia dell’Estetica italiana. Bari; La Filosofia di VICO (si
veda); Bari; Saggio sullo Hegel, Bari; Saggi di estetica. Bari. Gentile (n.
Castelvetrano, prov. di Trapani): La riforma della dialettica hegeliana.
Messina, Principato; 1 problemi della scolastica e il pensiero italiano, Bari,
Laterza; Sommario di Pedagogia come scienza filosofica. Bari; Teoria generale
dello Spirito come atto puro. 3* ed. Bari, id. 1920; Sistema di logica come
teoria del conoscere. 2» ed. Bari, id.; Discorsi di religione. Firenze,
Vallecchi; BRUNO (si veda) e il pensiero del Rinascimento. Firenze; La Riforma
dell’educazione. Bari, Laterza, 1920; Frammenti di estetica e letteratura.
Lanciano, Carabba, 1921. Galvano Della Volpe. Volpe. Keywords: critica del
gusto per l’antico, il gusto per gl’antichi degl’antichi, chiave della
dialettica storica, la logica come storia, espressione. Refs.: H. P. Grice, The H. P. Grice Papers, Bancroft;
Luigi Speranza, “Grice e Volpe: l’espressione” – The Swimming-Pool Library,
Liguria. Volpe.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Volpi: la ragione conversazionale dell’essere
univoco – la scuola di Vicenza – filosofia vicentina – filosofia veneta -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Vicenza).
Keywords: equivocality thesis. Filosofo vicentino. Filosofo veneto. Filosofo
italiano. Vicenza, Veneto. Essential Italian philosopher. Filosofo italiano.
“Wild clarity” in Heidegger! Insegna a Padova. Borsista della Humboldt di Bonn,
dell'Institut International de Philosophie, Parigi, dell'Istituto veneto di
scienze, lettere ed arti e dell'Accademia Olimpica di Vicenza. Insignito dei
premi Montecchio e Nietzsche. Altri saggi: Heidegger e Brentano; La filosofia
pratica, Francisci, Albano, Padova – Filosofia pratica e scienza politica, Francisci,
Albano, Padova; Heidegger e Aristotele LYCAEUM Liceo Lizio, Daphne, Padova, Il
nichilismo, Laterza, Roma, Guida a Heidegger, Laterza, Roma; I titani: una conversazione
con Jünger e Gnoli; Dizionario delle opere filosofiche, Il dio degl’acidi, conversazioni
con Hofmann e Gnoli; L'ultimo sciamano, conversazioni heideggeriane con Gnoli, Storia
della filosofia dall'antichità a oggi con Berti. Per Adelphi cura opere
di Schopenhauer, Heidegger e Schmitt. Collabora alla Repubblica. Mentre e in
sella alla sua bicicletta a Berici, e investito da un'auto e cadde in coma
irreversibile. Muore il giorno successivo. Commemorato dal preside assieme a
tutto il corpo docente di Padova. Istituto veneto di scienze, lettere ed
arti, Parolin, Commozione al Bo per l'addio a V., Giornale di Vicenza. Altri saggi: L'aristotelismo e il problema
dell'univocità dell'essere in Heidegger (Milani, Padova) – cf. Grice,
‘multiplicity of ‘being’, Grice’s equivocality thesis --; Il concetto di
decadenza divina; Filosofia politica; Hegel e i suoi critici, Laterza, Roma; Interprete
del pensiero contemporaneo, Incontro di studio, Padova, Vicenza, Accademia
Olimpica, Atti dell'incontro, comune di Lavarone; Il pudore, Brescia,
Morcelliana, Opere su Istituto veneto di scienze, lettere ed arti. Essere,
tempo, esistenza, Associazione Asia, Sul valore e la funzione della filosofia; Sul
significato e lo statuto di ‘Essere e tempo’ di Heidegger”, Capurro, Rezension
von V. Heidegger e Aristotele LYCAEUM
Liceo Lizio, Daphne Editrice, Padova Zuerst erschienen in: W. Schirmacher
Hrsg.: Schopenhauers Aktualität. Ein Philosoph wird neu gelesen. Schopenhauer-Studien
1/2. Passagen Verlag, Wien. In seinem 1967 in der Akademie der Wissenschaften
und Künste in Athen gehaltenen Vortrag schreibt Heidegger: "Die Kunst entspricht das physis und ist
gleichwohl kein Nach- und Abbild des schon Anwesenden. Physisund téchne gehören
auf eine geheimnisvolle Weise zusammen. Aber das Element, worin physis und
téchne zusammengehören, und der Bereich, auf den sich die Kunst einlassen muß,
um als Kunst das zu werden, was sie ist, bleiben verborgen." (M.
Heidegger: Denkerfahrungen, Frankfurt a.M.). Für wen bleibt dieser Bereich
"verborgen"? Zumal für unsere technische Zivilisation, die sich mehr
und mehr, über alle Grenzen hinweg, ausbreitet und somit sich jeder Möglichkeit
einer selbstkritischen Distanz beraubt. Und dennoch: wir sind dem nicht
ausgeliefert. Heidegger wird öfter bekanntlich vorgeworfen, er verfalle mit
seiner Auffassung des "Seinsgeschickes" im pessimistischen
Mystizismus und ergreife die Flucht in die Antike durch seinen "Schritt
zurück". Nichts von alledem. Wir lesen im selben Vortrag: "Schritt zurück heißt: Zurücktreten des
Denkens vor der Weltzivilisation, im Abstand von ihr, keineswegs in ihrer
Verleugnung, sich auf das einlassen, was im Anfang des abendländischen Denkens
noch ungedacht bleiben müßte, aber dort gleichwohl schon genannt und so unserem
Denken vorgesagt ist." (ebda.)Das Thema Heidegger scheint indessen im
deutschsprachigen Raum und insbesondere in der Bundesrepublik weiterhin von
aller Art von Vorurteilen belastet zu sein. Man braucht nur an die
klischeeartigen Ausführungen von Jürgen Habermas in seinen Vorlesungen
"Der philosoophische Diskurs der Moderne" (Frankfurt a.M. 1985) zu
denken, um das Groteske dieses Mißverständnisses (falls der Versuch eines
Verständnisses unterstellt wird) zu exemplifizieren. Und Aristoteles? Er gilt
inzwischen für viele als "Urvater" bzw. "Urheber" der heute
herrschenden Technologie, nämlich der Informationstechnologie Die Bestrebungen
der "Künstlichen-Intelligenz-Forschung", etwa in der Herstellung von
"Expertensystemen", haben in der aristotelischen Logik ihr Rezeptbuch
gefunden. V. lädt uns mit seinem schlicht betitelten Buch Heidegger und
Aristoteles zu einer Begegnung dieser Denker ein, die, ganz außerhalb von
diesen Klischees, zur Sache selbst führt. Der Dialog Heideggers mit Aristoteles
ist zwar ein lebenslanger Dialog gewesen, aber der Verfasser betont mit Recht
drei Höhepunkte, nämlich die frühe
Anwesenheit des Aristoteles in Heideggers Seinsfrage, indem diese durch den
scholastischen Filter Brentanos und Braigs zu ihm drängt und zu Aristoteles
führt;die (etwa zehnjährige) Periode des Ausbrütens von Sein und Zeit, als die
entscheidende Zeit des Dialogs, die sich in den Marburger Vorlesungen sowie in
Sein und Zeit selbst niederschlägt;und schließlich die Anwesenheit Aristoteles'
nach der "Kehre".Dementsprechend fällt der Schwerpunkt von Volpis Ausführungen auf
den zweiten Höhepunkt, der mit der Überschrift "Wahrheit, Subjekt,
Zeitlichkeit" gekennzeichnet ist. Heidegger begegnet Aristoteles ausgehend
von den in der Husserlschen Phänomenologie offen gelassene Frage nach der
ontologischen Konstitution des menschlichen Lebens (bzw. der
"Lebenswelt"). In dieser Begegnung, die auf eine kategoriale
Differenzierung hinausläuft, öffnet sich der Blick für die Kantische Frage nach
der Einheit des Kategorialen, die, sofern sie auf ein endliches Subjekt
zurückgeführt wird, den Zusammenhang zwischen Subjektivität (bzw.
"Dasein") und Zeitlichkeit offenbart. Damit kündigt sich zugleich die
zentrale "These" Heideggers bezüglich des metaphysischen
Seinsverständnisses im Sinne von Anwesenheit, mit der dazugehörigen
Privilegierung der zeitlichen Dimension der Gegenwart an. Gegenüber einer kategorialen (bzw.
"gnoseologischen") Wahrheitsauffassung sucht Heidegger (Husserl
folgend) in Aristoteles die Spuren einer präkategorialen
"fundierenden" Wahrheit, wobei solange man den Bereich eines
endlichen Subjektes nicht verläßt, eine solche "Fundierung" auf die
Einheit von sinnlicher Wahrnehmung und Verstand bezogen bleibt. Der Verfasser
erläutert in klaren Umrissen die Kernpunkte der Heideggerschen Analysen aus De
interpretatione sowie aus ausgewählten Stellen der Metaphysik. Es geht dabei
u.a. darum zu zeigen, inwiefern die Struktur des prädikativen logos nicht nur
in die Frage nach der "Wahrheit", sondern vor allem in die nach dem
"Wahr-sein", also noch einem ontologischen vorprädikativen Sinne von
Wahrheit mündet. Die psyche ist
"in" der Wahrheit, d.h. sie ist in der Weise des
"Entbergens" (aletheuein). Während es bei den prädikativen Wahrheit
um die Wahrheit bzw. Falschheit der Aussage geht, geht es bei der ontologischen
Ebene um das "Vernehmen" bzw. "nicht Vernehmen" (noein /
agnoein) des Sich-Entbergenden. Mit anderen Worten, das Sein, temporal
vorverstanden als "Anwesenheit", ermöglicht erst die Prädikation des
"Wahren" und "Falschen". Dieses temporale Vorverständnis
des Seins bildet, wie der Verfasser richtig bemerkt, die eigentliche
"Entdeckung" Heideggers, die ihn zu einem kritischen Durchgang durch
die Geschichte der Metaphysik führt. In einem zweiten Schritt erläutert Volpi
die gewissen Parallelität zwischen den ontologischen Bestimmungen von "Dasein",
"Zuhandenheit" und "Vorhandenheit" (als die drei Seinsmodi,
die Heidegger in Sein und Zeit eingehend erörtert) und den aristotelischen
Unterscheidungen zwischen praxis, poiesis und theoria, wobei, nach Ansicht Volpis,
die Korrespondez praxis / "Dasein" zunächst ungewöhnlich erscheint.
Hier zeigt der Verfasser, wie mir scheint, den entscheidenden Durchbruch
Heideggers in seiner Kritik der bisherigen Vorherrschaft einer
kognitiv-theoretisch orientierten Bestimmung des Menschen. Hier liegt auch der
Anknüpfungspunkt Heideggers am "praktischen" Denken Aristoteles' in
der Nikomachischen Ethik (bes. im VI. Buch), wobei man erneut die erstaunliche
produktive (!) Parallelität, die aus diesem Dialog hervorgeht, feststellen kann,
z.B. in Bestimmungen wie "Gewissen" / phronesis, "Sorge" /
orexis, "Entschlossenheit" /
prohairesis, "Befindlichkeit" / pathe
bis hin zur Deuttung des "Verstehens" im Sinne des nous
praktikós. Im Hinblick auf die Frage nach der Zeit, den dritten Schwerpunkt von
Volpis Analysen dieses zweiten Höhepunktes in der Begegnung zwischen Heidegger
und Aristoteles, ist die (christlich-) kairologische gegenüber der
"chronologischen" Erfahrung der Zeitlichkeit für Heidegger bedeutsam. Heidegger reift schrittweise, so Volpi, zu
seiner Auffassung, daß die Zeitlichkeit die Struktur menschlichen Lebens
darstellt. In diesem Reifungsprozeß setzt sich Heidegger kritisch mit der
naturalistischen Auffassung der Zeit bei Aristoteles auseinander, indem er,
aufgrund einer Analyse der Bestimmung der Zeit in der Physik, die
aristotelische Definition als die Frage nach dem Zusammenhang zwischen der Zeit
und der (zählenden) "psyche", d.h. also als die Frage nach der
ontologischen Bestimmung der "psyche" nachweist. Der Rezensent kann
hier nur auf den analytisch "glasklaren" Text des Verfassers
hinweisen, der diese schwierige Aus-einander-setzung zwischen Heidegger und
Aristoteles in einer so zentralen Frage meisterhaft bewältigt. von der
aristotelischen ("vulgären") Auffassung der Zeit führt dann der Weg
zur Analyse der "Zeitlichkeit" sowie der "Temporalität",
von wo aus erst das primus und posterius der Bewegung in ihrer Dimensionalität
(wozu auch das nunc gehört) erfaßt werden können. So gelangt Heidegger, von
Aristoteles ausgehend, zur Zeitlichkeitsstruktur des "Daseins" (in
Sein und Zeit). Die Anwesenheit Aristoteles' nach der "Kehre", so der
Titel des letzten Teils des Buches, weist zunächst auf die Heideggersche
Radikalisierung der Metaphysik (etwa in der "Physis"-Schrift), indem
das (metaphysische) Projekt einer "Fundamentalontologie" verlassen
wird, hin. Der Verfasser vertieft aber die Anwesenheit Aristoteles' in den
Jahren 1929 bis 1931, in denen die Fragen nach dem "Ort" des 'logos'
im Ereignis der Wahrheit (seine weltbildende Kraft), nach dem Sein als
Anwesenheit und als Wahrheit (Sein als "energeia") bis hin zur
entscheidenden Entdeckung des Seins als physis (wie es die
"Vorsokratiker", vermutlich erfahren haben) und seines
"Einfangens" in der techne im Vordergrund stehen. Das Phänomen der
Technik wird vom 'späten' Heidegger insofern radikal in Frage gestellt, als es
die (anfänglich positiv bewertete) Operationalität des "Zuhandenen"
beinahe monströsen bzw. zerstörerischen Dimensionen erreicht. Demgegenüber
betont aber Heidegger, daß techne bei den Griechen das eigentliche
"Gegenüber" der physis darstellt, d.h. das, wodurch die physis in
ihrer Offenheit und "Verborgenheit" aufgenommen wird, sowie das,
wodurch die physei onta so in ihren "Formen" (eidos, idea) erkannt
werden, daß man etwas Entsprechendes gegenüberstellt. Dieses
"Gegenüber" von techne und physisbedeutet aber (noch) nicht den
Verlust der physis in ihrer "überwältigenden" Dimension. Was
Heidegger in der "Physis"-Schrift leistet, so mit Recht der
Verfasser, ist eine (im doppelten Sinne des Wortes) "epochale"
Auslegung des Aristoteles, nämlich eine "Über-Setzung" von Fragen,
die längst überholt schienen, während sie in Wahrheit unserer modernen
Auffassung von Natur und Technik buchstäblich zugrundeliegen. Darauf weist
Volpi ausdrücklich im Schlußkapitel hin. Gerade für eine Analyse der
"Moderne" bietet der Dialog Heidegger-Aristoteles entscheidende
Anhaltspunkte. Zwei kritische Bemerkungen schließen diese Arbeit: Vollzieht
tatsächlich das Wesen der modernen Technik den originären impetus des
griechischen logos? Und inwiefern ist dem "Finitismus" Heideggers
zuzustimmen, daß die Zeit den logos formt (und nicht umgekehrt, wie für die
Griechen? V. deutet an, beide Fragen gewissermaßen vereinigend, daß es einen "polyvalenten
logos" gibt, den es gegenüber einem "eindimensionalen logos"
wiederzugewinnen gilt. Müßte man nicht auch von einer 'polyvalenten techne'
(bzw. Technik!) sprechen? Wie steht es aber dann mit der Frage nach der Kunst?
Ist nicht Eros ein großer Dämon, der zu verdolmetschen weiß? Heidegger in Dialog mit Platon? Recensione di
V. Heidegger e Aristotele LYCAEUM Liceo Lizio, Daphne Editrice, Padova
Pubblicato per la prima volta in: W. Schirmacher Ed.: Schopenhauers Aktualität.
Un filosofo viene letto di nuovo. Schopenhauer-Studien 1/2. Passagen Verlag,
Wien. Nella sua conferenza tenuta nel 1967 all'Accademia delle Scienze e delle
Arti di Atene, Heidegger scrive: "L'arte corrisponde alla physis e
tuttavia non è una replica o un'immagine di ciò che è già presente. Fisico e
téchne si appartengono in modo misterioso. Ma l'elemento in cui physis e téchne
appartengono insieme, e l'area in cui l'arte deve impegnarsi per diventare ciò
che è in quanto arte, rimangono nascosti". (M. Heidegger: Denkerfahrungen,
Francoforte sul Meno). Per chi quest'area rimane "nascosta"?
Soprattutto per la nostra civiltà tecnica, che si sta diffondendo sempre di
più, oltre tutte le frontiere, e quindi si sta privando di ogni possibilità di
distanza autocritica. Eppure: non ne siamo in balia. PaganoEppure: non ne siamo
in balia. Come è noto, Heidegger è spesso accusato di cadere nel misticismo
pessimista con la sua concezione del "destino dell'essere" e di
spiccare il volo verso l'antichità facendo il suo "passo indietro".
Niente di tutto questo. Nella stessa conferenza si legge: "Fare un passo
indietro significa ritirare il pensiero dalla civiltà mondiale, allontanarsi da
essa, non negarlo, per coinvolgersi in ciò che dovrebbe rimanere impensato
all'inizio del pensiero occidentale, ma che tuttavia è già menzionato lì e
quindi predetto al nostro pensiero". (ibid.)Il tema di Heidegger,
tuttavia, sembra continuare ad essere gravato da ogni tipo di pregiudizio nel
mondo di lingua tedesca e in particolare nella Repubblica Federale. Basta
pensare alle osservazioni simili a cliché di Jürgen Habermas nelle sue
conferenze "Il discorso filosofico della modernità" (Francoforte sul
Meno, 1985) per capire la natura grottesca di questo equivoco (se il tentativo
di comprendere ilal fine di esemplificare la natura grottesca di questo
malinteso (se si presume un tentativo di comprensione). E Aristotele? Oggi è
considerato da molti come il "capostipite" o
"l'originatore" della tecnologia dominante di oggi, vale a dire la
tecnologia dell'informazione. Gli sforzi della "ricerca sull'intelligenza
artificiale", ad esempio nella produzione di "sistemi esperti",
hanno trovato il loro ricettario nella logica aristotelica. Con il suo libro
intitolato semplicemente Heidegger e Aristotele, V. ci invita a un incontro tra
questi pensatori che, al di là di questi cliché, porta alla questione stessa.
Il dialogo di Heidegger con Aristotele è stato effettivamente un dialogo che
dura tutta la vita, ma l'autore sottolinea giustamente tre punti salienti, vale
a dire la presenza precoce di Aristotele nella questione dell'essere di
Heidegger, in quanto spinge attraverso il filtro scolastico di Brentano e Braig
fino a lui e conduce ad Aristotele; il periodo (circa dieci anni) della schiusa
dell'essere e del tempo, quando periodo dell'incubazione di Essere
e Tempo, come tempo decisivo del dialogo, che si riflette nelle Lezioni di
Marburgo così come in Essere e Tempo stesso; e infine la presenza di Aristotele
dopo il "Kehre". Di conseguenza, il fulcro delle osservazioni di
Volpi cade sul secondo climax, che è contrassegnato dal titolo "Verità,
Soggetto, Temporalità". Heidegger incontra Aristotele sulla base della
questione della costituzione ontologica della vita umana (o del "mondo
della vita") lasciata aperta nella fenomenologia di Husserl. In questo
incontro, che equivale a una differenziazione categoriale, lo sguardo si apre
alla questione kantiana dell'unità del categorico, che, se ridotta a un
soggetto finito, rivela il nesso tra soggettività (o "Dasein") e
temporalità. Allo stesso tempo, la "tesi" centrale di Heidegger
riguardo la comprensione metafisica dell'essere negli SIn contrasto con una
concezione categoriale (o "gnoseologica") della verità, Heidegger (seguendo
Husserl) cerca in Aristotele le tracce di una verità "fondante"
precategoriale, per cui finché non si lascia il regno di un soggetto finito,
tale "fondamento" si riferisce all'unità della percezione sensoriale
e della comprensione rimane. L'autore spiega a grandi linee i punti chiave
delle analisi di Heidegger dal De interpretatione e da alcuni passaggi della
metafisica. Si tratta, tra l'altro, di mostrare fino a che punto la struttura
del logos predicativo conduca non solo alla questione della "verità",
ma soprattutto alla questione della "verità", cioè a un senso
ontologico pre-predicativo della verità. La psiche è "nella" verità,
cioè è in via di "scoperta" (aletheuein). Wä Mentre la verità
predicativa riguarda la verità o la falsità dell'affermazione, il livello
ontologico riguarda il "sentire" o il "non sentire" (noein
/ agnoein) dell'autorivelante. In altre parole, l'essere, temporalmente
preconcetto come "presenza", rende possibile predicare il
"vero" e il "falso". Questo preconcetto temporale
dell'essere, come giustamente nota l'autore, costituisce la vera
"scoperta" di Heidegger, che lo conduce a un passaggio critico
attraverso la storia della metafisica. In una seconda fase, Volpi spiega il
certo parallelismo tra le determinazioni ontologiche di "Dasein",
"Zuhandenheit" e "Vorhandenheit" (come i tre modi di essere
che Heidegger discute in dettaglio in Essere e tempo) e le distinzioni
aristoteliche tra praxis, poiesis e theoria, per cui, secondo Volpi, la
corrispondenza praxis / "Dasein" sembra insolita a prima vista. Qui
l'autore mostra, come mi sembra,La svolta decisiva di Heidegger nella sua
critica del precedente predominio di una definizione dell'essere umano
orientata alla teoria cognitiva. È anche qui che si trova il punto di contatto
di Heidegger con il pensiero "pratico" di Aristotele nell'Etica
Nicomachea (in particolare nel Libro VI), per cui la sorprendente (!)
parallelismo che emerge da questo dialogo, ad esempio in determinazioni come
"coscienza" / phronesis, "preoccupazione" / orexis,
"determinazione" / prohairesis, "sensibilità" / pathe, fino
all'interpretazione di "comprensione" nel senso di nous praktikós.
Per quanto riguarda la questione del tempo, il terzo punto focale dell'analisi
di Volpi di questo secondo climax nell'incontro tra Heidegger e Aristotele, l'esperienza
cairologica (cristiana) contro l'esperienza "cronologica" della
temporalità è importante per Heidegger. Heidegger matura gradualmente, secondo
Volpi, alla sua visione secondo cui la temporalità rappresenta la struttura
della vita umana Heidegger matura gradualmente, secondo Volpi, alla sua
visione secondo cui la temporalità rappresenta la struttura della vita umana.
In questo processo di maturazione, Heidegger esamina criticamente la concezione
naturalistica aristotelica del tempo dimostrando, sulla base di un'analisi
della determinazione del tempo in fisica, la definizione aristotelica come la
questione della connessione tra il tempo e la "psiche" (contante),
cioè come la questione della determinazione ontologica della "psiche".
Il recensore non può qui che fare riferimento al testo analiticamente
"cristallino" dell'autore, che padroneggia magistralmente questo
difficile confronto tra Heidegger e Aristotele su una questione così centrale.
dalla concezione aristotelica ("volgare") del tempo, il percorso
conduce poi all'analisi della "temporalità" così come della
"temporalità", da cui si possono cogliere solo il primus e il
posterius del movimento nella loro dimensionalità (a cui appartiene anche il
nunc)da dove solo il primus e il posterius del moto possono essere colti nella
loro dimensionalità (a cui appartiene anche il nunc). In questo modo Heidegger,
a partire da Aristotele, arriva alla struttura temporale del "Dasein"
(in Essere e tempo). La presenza di Aristotele dopo il "Kehre", come
si intitola l'ultima parte del libro, indica innanzitutto la radicalizzazione
della metafisica da parte di Heidegger (ad esempio nell'opera
"Physis") abbandonando il progetto (metafisico) di una
"ontologia fondamentale". Tuttavia, l'autore approfondisce la
presenza di Aristotele negli anni dal 1929 al 1931, in cui sono in primo piano
le questioni del "posto" del "logos" nell'evento della
verità (il suo potere di formazione del mondo), dell'essere come presenza e
come verità (l'essere come "energeia") fino alla scoperta decisiva
dell'essere come physis (come presumibilmente sperimentavano i
"presocratici") e la sua "cattura" nella techne. Il
fenomeno della tecnologia è descritto dal 'tardo' Heidegger inradicalmente
messa in discussione nella misura in cui raggiunge l'operatività (inizialmente
valutata positivamente) del "a portata di mano" a dimensioni quasi
mostruose o distruttive. D'altra parte, Heidegger sottolinea che la techne
rappresenta l'effettivo "opposto" della physis per i greci, cioè ciò
per cui la physis è ricevuta nella sua apertura e "occultamento",
così come quella per cui i physei onta sono riconosciuti nelle sue
"forme" (eidos, idea) in modo tale che qualcosa di corrispondente è
contrastato. Tuttavia, questo "opposto" di techne e physis non
significa (ancora) la perdita della physis nella sua dimensione
"travolgente". Ciò che Heidegger realizza nell'opera
"Physis", secondo l'autore giustamente, è un'interpretazione
"epocale" di Aristotele (in entrambi i sensi della parola), cioè una
"traduzione" di questioni che sembravano da tempo superate, mentre in
realtà sono letteralmente alla base della nostra moderna concezione della
natura e della tecnologia. Volpi lo sottolinea espressamente nello
Schl Volpi lo sottolinea espressamente nel capitolo finale. Soprattutto
per un'analisi della "modernità", il dialogo tra Heidegger e
Aristotele offre punti di riferimento decisivi. Due osservazioni critiche
concludono questo lavoro: l'essenza della tecnologia moderna realizza davvero
l'impeto originario del logos greco? E fino a che punto si può essere d'accordo
con il "finitismo" di Heidegger secondo cui il tempo forma il logos
(e non il contrario, come per i greci? V. suggerisce, unendo in una certa
misura entrambe le questioni, che esiste un "logos polivalente" che
deve essere riconquistato in contrapposizione a un "logos
unidimensionale"). Non si dovrebbe parlare anche di 'techne (o tecnica!)
polivalente? Ma che dire della questione dell'arte? Eros non è forse un grande
demone che sa interpretare? Heidegger in dialogo con Platone? Recensione
di V. Heidegger e Aristotele LYCAEUM Liceo Lizio, Daphne, Padova. Pubblicato in
Schirmacher, Schopenhauers Aktualität: un filosofo viene letto di nuovo.
Schopenhauer Studien, Passagen Verlag, Wien. Nella sua conferenza tenuta all'accademia
delle Scienze e delle Arti di Atene, Heidegger scrive, L'arte corrisponde alla
physis e tuttavia non è una replica o un'immagine di ciò che è già presente.
Fisi e téchne si appartengono in modo misterioso. Ma l'elemento in cui physis e
téchne appartengono insieme, e l'area in cui l'arte deve impegnarsi per
diventare ciò che è in quanto arte, rimangono nascosti. Heidegger:
Denkerfahrungen, Francoforte sul Meno. Per chi quest'area rimane nascosta?
Soprattutto per la nostra civiltà tecnica, che si sta diffondendo sempre di
più, oltre tutte le frontiere, e quindi si sta privando di ogni possibilità di
distanza auto-critica. Eppure: non ne siamo in balia. Come è noto, Heidegger è
spesso accusato di cadere nel misticismo pessimista con la sua concezione del
destino dell'essere e di spiccare il volo verso l'antichità facendo il suo
passo indietro. Niente di tutto questo. Nella stessa conferenza si legge: fare
un passo indietro significa ritirare il pensiero dalla civiltà mondiale,
allontanarsi da essa, non negarlo, per coinvolgersi in ciò che dovrebbe
rimanere impensato all'inizio del pensiero occidentale, ma che tuttavia è già
menzionato lì e quindi predetto al nostro pensiero. Il tema di Heidegger,
tuttavia, sembra continuare ad essere gravato da ogni tipo di pregiudizio nel
mondo di lingua tedesca e in particolare nella repubblica federale. Basta
pensare alle osservazioni simili a cliché di Habermas – Speranza, “Grice e
Habermas” citato in Habermas Pragmatics, MIT -- nelle sue conferenze Il
discorso filosofico della modernità, Francoforte sul Meno, -- Kemmerling: I
find Habermas too wishy washy to bother -- per capire la natura grottesca di
questo equivoco se il tentativo di comprendere ilal fine di esemplificare la
natura grottesca di questo malinteso se si presume un tentativo di
comprensione. E Aristotele LYCAEUM Liceo Lizio? Oggi è considerato da molti
come il capostipite o l'originatore della tecnologia dominante di oggi, vale a
dire la tecnologia dell'informazione. Gli sforzi della ricerca
sull'intelligenza artificiale, ad esempio nella produzione di sistemi esperti,
hanno trovato il loro ricettario nella logica aristotelica. Con il suo saggio
intitolato semplicemente Heidegger e Aristotele, V. ci invita a un incontro tra
questi pensatori che, al di là di questi cliché, porta alla questione stessa.
Il dialogo di Heidegger con Aristotele è stato effettivamente un dialogo che
dura tutta la vita, ma V. sottolinea giustamente punti salienti, vale a dire: la
presenza precoce di Aristotele nella questione dell'essere – Grice: BEING –
IZZING – Jones e Speranza, IZZING -- di Heidegger, in quanto spinge attraverso
il filtro scolastico di Brentano e Braig fino a lui e conduce ad Aristotele
LYCAEUM Liceo lizio; il periodo della schiusa dell'essere e del tempo, quando --
periodo dell'incubazione di Essere e tempo, come tempo decisivo del dialogo,
che si riflette nelle lezioni di Marburgo così come in Essere e Tempo stesso; e
la presenza di Aristotele dopo il "kehre". Di conseguenza, il fulcro
delle osservazioni di V. cade sul climax, che è contrassegnato dal titolo
"verità, soggetto, temporalità". Heidegger incontra Aristotele LYCAEUM
Liceo Lizio sulla base della questione della costituzione ONTOLOGIA – una dei
due rami della metafisica, l’altra e l’escatologia -- ontologica della vita
umana o del mondo della vita lasciata aperta nella fenomenologia di Husserl. In
questo incontro, che equivale a una differenziazione categoriale, lo sguardo si
apre alla questione kantiana dell'unità del categorico, che, se ridotta a un
soggetto finito, rivela il nesso tra soggettività o Dasein e temporalità. Allo
stesso tempo, la tesi centrale di Heidegger riguardo la comprensione metafisica
dell'essere negli S In contrasto con una concezione categoriale o gnoseologica
della verità, Heidegger seguendo Husserl cerca in Aristotele LYCAEUM Liceo
Lizio le tracce di una verità fondante pre-categoriale, per cui finché non si
lascia il regno di un soggetto finito, tale fondamento si riferisce all'unità
della percezione sensoriale e della comprensione rimane. V. spiega a grandi
linee i punti chiave delle analisi di Heidegger dal De interpretatione – Grice
Acrkill Minnio Paulello l’aequivoco di BOEZIO da alcuni passaggi della
metafisica. Si tratta, tra l'altro, di mostrare fino a che punto la struttura
del logos predicativo conduca non solo alla questione della verità, ma
soprattutto alla questione della "verità", cioè a un senso ontologico
pre-predicativo della verità. La psiche è "nella" verità, cioè è in
via di "scoperta" (aletheuein). Wä Mentre la verità predicativa
riguarda la verità o la falsità dell'affermazione, il livello ontologico
riguarda il "sentire" o il "non sentire" (noein / agnoein)
dell'autorivelante. In altre parole, l'essere, temporalmente preconcetto come
presenza, rende possibile predicare il vero e il falso. Questo pre-concetto
temporale dell'essere, come giustamente nota V., costituisce la vera scoperta
di Heidegger, che lo conduce a un passaggio critico attraverso la storia della
metafisica. V. spiega il certo parallelismo tra le determinazioni ontologiche
di Dasein, Zuhandenheit e Vorhandenheit come i modi di essere che Heidegger
discute in dettaglio in Essere e tempo e le distinzioni aristoteliche tra
praxis, poiesis e theoria, per cui, secondo V., la corrispondenza praxis/Dasein
sembra insolita a prima vista. Qui V. mostra, come mi sembra, La svolta
decisiva di Heidegger nella sua critica del precedente predominio di una
definizione dell'essere umano orientata alla teoria cognitiva. È anche qui che
si trova il punto di contatto di Heidegger con il pensiero pratico di
Aristotele nell'Etica Nicomachea, per cui la sorprendente parallelismo che
emerge da questo dialogo, ad esempio in determinazioni come coscienza/
phronesis, preoccupazione / orexis, determinazione / prohairesis, sensibilità /
pathe, fino all'interpretazione di comprensione nel senso di nous praktikós.
Per quanto riguarda la questione del tempo, il punto focale dell'analisi di V.
di questo secondo climax nell'incontro tra Heidegger e Aristotele LYCAEUM Liceo
Lizio, l'esperienza cairologica cristiana contro l'esperienza cronologica della
temporalità è importante per Heidegger. Heidegger matura gradualmente, secondo
V., alla sua visione secondo cui la temporalità rappresenta la struttura della
vita umana Heidegger matura gradualmente, secondo Volpi, alla sua visione
secondo cui la temporalità rappresenta la struttura della vita umana. In questo
processo di maturazione, Heidegger esamina criticamente la concezione
naturalistica aristotelica del tempo dimostrando, sulla base di un'analisi
della determinazione del tempo in fisica, la definizione aristotelica come la questione
della connessione tra il tempo e la psiche contante, cioè come la questione
della determinazione ontologica della psiche. Il recensore non può qui che fare
riferimento al testo analiticamente cristallino di V., che padroneggia
magistralmente questo difficile confronto tra Heidegger e Aristotele LYCAEUM
Liceo Lizio su una questione così centrale. dalla concezione aristotelica
volgare del tempo, il percorso conduce poi all'analisi della temporalità così
come della temporalità, da cui si possono cogliere solo il primus e il
posterius del movimento nella loro dimensionalità a cui appartiene anche il
nunc da dove solo il primus e il posterius del moto possono essere colti nella
loro dimensionalità a cui appartiene anche il nunc. In questo modo Heidegger, a
partire da Aristotele, arriva alla struttura temporale del Dasein in Essere e
tempo. La presenza di Aristotele dopo il Kehre, come si intitola l'ultima parte
del saggio, indica innanzitutto la radicalizzazione della metafisica da parte
di Heidegger (ad esempio nell'opera "Physis") abbandonando il
progetto metafisico di una ontologia fondamentale. Tuttavia, V. approfondisce
la presenza di Aristotele quando sono in primo piano le questioni del posto del
logos nell'evento della verità, il suo potere di formazione del mondo,
dell'essere come presenza e come verità, l'essere come "energeia, fino
alla scoperta decisiva dell'essere come physis, come presumibilmente
sperimentavano i presocratici di VELIA e la sua cattura nella techne. Il
fenomeno della tecnologia è descritto da Heidegger inradicalmente messa in
discussione nella misura in cui raggiunge l'operatività inizialmente valutata
positivamente del a portata di mano a dimensioni quasi mostruose o distruttive.
D'altra parte, Heidegger sottolinea che la techne rappresenta l'effettivo
opposto della physis per i greci e VELINI, cioè ciò per cui la physis è
ricevuta nella sua apertura e occultamento, così come quella per cui i physei
onta sono riconosciuti nelle sue forme, eidos, idea, in modo tale che qualcosa
di corrispondente è contrastato. Tuttavia, questo opposto di techne e physis
non significa ancora la perdita della physis nella sua dimensione travolgente.
Ciò che Heidegger realizza nell'opera "Physis", secondo V.
giustamente, è un'interpretazione epocale di Aristotele in entrambi i sensi
della parola, cioè una traduzione di questioni che sembravano da tempo
superate, mentre in realtà sono letteralmente alla base della nostra moderna
concezione della natura e della tecnologia. V. lo sottolinea espressamente.
Soprattutto per un'analisi della modernità, il dialogo tra Heidegger e
Aristotele offre punti di riferimento decisivi. Due osservazioni critiche
concludono questo lavoro: l'essenza della tecnologia realizza davvero l'impeto originario
del logos greco? E fino a che punto si può essere d'accordo con il finitismo di
Heidegger secondo cui il tempo forma il logos e non il contrario, come per i
greci? V. suggerisce, unendo in una certa misura entrambe le questioni, che
esiste un logos polivalente che deve essere riconquistato in contrapposizione a
un logos unidimensionale. Non si dovrebbe parlare anche di techne o tecnica!
polivalente? Ma che dire della questione dell'arte? Eros non è forse un grande
demone che sa interpretare? Heidegger in dialogo con Platone? Franco Volpi. Keywords:
dizionario dell’opere filosofico: Lucrezio, Cicerone, Vico, Croce, Gentile… -- multiplicity
of being in Aristotele, Lycaeum, Liceo,
Lizio, univocita dell’essere; equivocità dell’essere, Grice’s aequivocality
thesis, essere univoco, energeia, einheit, sein, als energeia, l’unita
dell’essere come energeia. H. P. Grice, The Grice Papers, Bancroft, MS. Luigi
Speranza, “Grice e Volpi: l’univocita dell’esere” – The Swimming-Pool Library,
Villa Speranza, Liguria. Volpi.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Volpicelli:
la ragione conversazionale -- corpi e corpi – maschi fascisti – colossi
fascisti -- la flosofia italiana nel veintenno fascista -- filosofia fascista –
la scuola di Roma – filosofia romana – filosofia lazia. filosofia italiana – Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Keywords: corporazione, actions and events,
morale e legale. Filosofo romano. Filosofo lazio. Filosofo italiano. Roma,
Lazio. Grice: “While Volpicelli does use ‘spirito,’ he means ‘breath of air,’
since he is ultimately a naturalist, like I am.” Essential Italian philosopher.
Grice: “I read with interest his “Nature and spirit.” At that time, at Oxford,
there was not much of an Oxford spirit, so it spirited me.” Prende parte come sotto-tenente alla grande guerra.
Si laurea in filosofia sotto GENTILE (vide). Insegna a Urbino, Pisa, e Roma. Teorico
del corporativismo integrale. Direttore di Nuovi studi e Archivio di studi corporativi.
Altri saggi: Natura e spirito; L'educazione politica dell'Italia; I presupposti
scientifici dell'ordinamento corporativo; Corporativismo e scienza giuridica; La
certezza del diritto e la crisi odierna; Dizionario di Filosofia Franchi, Per una teoria dell'auto-governo, ESI,
Napoli. Il contributo italiano alla storia del Pensiero: Diritto, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, su Treccani Enciclopedie Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. La filosofia di V. costituisce un importante e, probabilmente,
ineludibile termine di confronto onde comprendere appieno, sul terreno proprio
del diritto, gli sviluppi più profondi dell'attualismo di GENTILE (si veda) e
le sue possibili conclusioni teoretiche circa la possibilità di ammettere, nel
suo seno, una filosofia del diritto. Il peculiare interesse per i risvolti
speculativi della sua dottrina nella corretta definizione di una
Rechtsphilosophie fanno, infatti, di V, un insostituibile interlocutore. Punto
di partenza della sua riflessione è, per l'appunto, la definizione di una FILOSOFIA
del diritto. La distinzione con una mera SCIENZA del diritto che investe in
primis la speculazione. [Tale problematica viene affrontata, parallelamente,
seppur da un versante più marcatamente economico e sociologico, da SPIRITO (si
veda), con il quale condivide le avventure e, soprattutto, le disavventure di “Nuovi
studi di diritto, economia e politica” che, raccoglie i loro principali saggi
e, in particolare, il loro tentativo di indagare - sulla base dell'insegnamento
di GENTILE - quegli ambiti delle scienze pratiche nei quali il complesso
rapporto con una FILOSOFIA unificatrice
ed escludente come l'attualismo determina l'esigenza di un approfondimento
speculativo particolare. I Nuovi studi, riprendendo la felice sintesi di
Franchi, possono] [teoretica tout court, ma che poi - come si vedrà - finisce
per calarsi perfettamente nella definizione del diritto e nella tipologia di
analisi e studio che concernono l'esperienza giuridica nel suo insieme? Fedele
trascrittore della lezione di GENTILE, V. separa schematicamente i due campi. La FILOSOFIA
è la considerazione integrale e, quindi, reale dei fenomeni singoli come
individuazioni assolute dell'intero universo. Scienza, invece, e una limitazione
operata sull'universale individuo, e, quindi, una considerazione parziale e
astratta della realtà. Se dunque l'UNIVERSALITA
FILOSOFICA si costituisce come determinatezza assoluta, occorre asserire che
l'astrazione e limitazione scientifica non si costituisce fuori o accanto, ma
sul fondamento e nell'ambito della conoscenza
filosofica. Perciò essa è distinta e autonoma, ma entro il circolo
invalicabile della filosofia -- e della storia d’ITALIA. Una storia da pensare,
si badi, sempre e comunque come l'immanente atto del pensiero concreto. La FILOSOFIA,
dunque, non costituisce un Prolog im Himmel, ossia un semplice e grezzo
materiale aggregato di preliminari nozioni scientifiche, ma piuttosto il
sostrato ontologico su cui la scienza può e deve modellare quelle categorie e
quelle nozioni idonee a favorire l'autentica conoscenza di determinati settori
della vita spirituale. Essa, in altre parole, ha il compito di realizzare un
determinato percorso gnoseologico il cui sviluppo non può prescindere dalla
consapevolezza che il processo di unificazione o unità conoscitiva non avviene
per opera della scienza, ma avviene già nella realtà. La scienza deve solo
'attuare', con i suoi termini e i suoi concetti, una realtà che storicamente
già si compie come processo unitario'. Un] [considerarsi come "il
manifesto dell'attualismo applicato alle scienze sociali Franchi, V.. Per una
teoria dell'auto-governo, Napoli. Sul tema pure Losano, Prefazione a Id. cur.,
Kelsen – V. Parlamentarismo, democrazia e corporatirismno, Torino. Sul punto
cfr. Gennaro, Crocianesimo e cultura giuridica, Milano. V., Orlando, in Nuovi
studi di diritto, economia e politica. Sul punto cfr. Riccobono, Intervento, in
La filosofia del diritto IN ITALIA; Alti del Congresso nazionale di filosofia
giuridica e politica, Napoli-Sorrento, Milano, Franchi. La scienza - sentenzia
altrove V. - è, infatti, vero ed effettivo conoscere (cfr. Corporativismo e
scienza del diritto, in Nuovi studi di diritto, economia e politica. Sul
binomio realtà-storia V., nel già citato passaggio chiarisce così: "La
realtà è una, categoricamente una ed omogenea, talché le sue distinzioni -
innegabili e imprescindibili all'esistenza del mondo o, meglio, della realtà
come mondo - non possono essere, e ciò per defini-zione, assolute, eterogenee;
non possono cioè importare una contraddittoria moltiplicazione reale
dell'unità. Le distinzioni sono e debbono essere per definizione omogenee, e
non sostanziali. Ciò val quanto affermare che sono storiche, se è vero che la
storia è il processo di differenziamento dell'uno: sì differenziamento e processo
unitario, e cioe tale da importare l’omogeneita processo unitario il cui
svolgimento, a sua volta, è contrassegnato da una dialettica intesa come «ritmo
della realtà nella sua spirituale natura», ovvero non come essere ma come farsi.
Ciò che V. tenta di raggiungere,
nell'ambito della riflessione giuridica, è la formulazione di un concetto del
diritto che sia capace di incarnare l'intima e l'immediata attuazione
'scientifica' della teoria 'filosofica' dell'identità di individuo e Stato», e,
al tempo stesso, di schivare il pericolo di una «arbitraria traduzione di essa
nei disparati termini empirici della scienza giuridica..Dimensione ontologica
della filosofia, funzione gnoseologica della scienza: sono questi i postulati
da cui occorre muoversi per intraprendere la costruzione tanto di una filosofia
quanto di una scienza del dintto. La realizzazione della prima passa per un
confronto-scontro con CROCE (si veda), più tenue, e con VECCHIO (si veda), più
violento, -- ossia con i due autori che con maggiore vigore si oppongono al
positivismo filosofico di fine secolo, ma da posizioni differenti: idealista
quella crociana, neo-kan-tiana quella del filosofo romano. La formazione della
seconda, viceversa, parte da una revisione critica della dottrina dei due
protagonisti, maestro e allievo, della pubblicistica italiana: Orlando eRomano.
Il problema di fondo che V. intende affrontare è, quindi, quello di ridefinire
la filosofia del diritto come scienza filosofica, ovvero come un'attività che
indaga su un fenomeno particolare dell'esperienza esistenziale, ovvero il
diritto. La particolarità del suo oggetto, seguendo questa impostazione,
consentirebbe la possibilità di essere concepita come scienza, 'filosofica', e
quindi subordinata alla filo-sofia, ovvero a quel processo speculativo che
tende alla universalità. Secondo V., infatti, un difetto ricorrente delle
filosofie del diritto coeve -soprattutto quelle di matrice positivista - era
quello di considerare «le filosofie par-ticolari» - e quindi quella del diritto
- come entità irrelative e intermedie tra la filosofia e la scienza. A causa
della deriva sociologistica e positivistica che conduce ad una «concezione
naturalistico-deterministica della realtà umana e perciò del diritto», la
filosofia del diritto alla fine dell'Ottocento, «non conserva che il] [sostanziale
dei suoi differenziati momenti, senza di che non c'è processo e passaggio ma
statica e irrelata molteplicità naturale (V. CORPORATIVISMO e diritto, V., La
teoria dell'identità di individuo e stato, in Nuovi studi di diritto, economia
e politica. V., Corporativismo e scienza del diritto, V. La teoria del diritto
di CROCE, in Nuovi studi di diritto, economia e politica] [nome. Il nodo cruciale
è, insomma, l'impossibile distinzione tra una filosofia generale ed una
speciale, come appunto si presenterebbe quella del diritto: una filosofia
generale che ammette filosofia speciali non è più in grado di risolvere «sul
suo terreno tutti i problemi della realtà. D'altro canto, una filosofia
speciale che «ap-plica passivamente lo schema e il metodo» di una filosofia
generale perde il suo compito essenziale ovvero «spiegare e necessitare il suo
oggetto. Una riaffermazione di una riflessione intimamente gius-filosofica,
quindi, «è possibile e intrinsecamente giustificabile» laddove si accetti il
presupposto che il diritto sia «una posizione o forma assoluta dello Spirito
stesso. Pertanto, oggetto e ragion d'essere della filosofia del diritto finiscono
per identificarsi con «la determinazione della forma giuridica nel suo
peculiare carattere e nella sua connessione intrinseca con le altre forme
spirituali»"'. Solo in questo modo la filosofia del diritto «non è
distinguibile dalla filosofia», ma nasce e si sviluppa «nell'ambito e nel
sistema di essa» con lo scopo di perseguire due finalità essenziali: da un
lato, in funzione anti-positivista, «considerare il diritto come attività dello
spirito e non come «fatto» o schema»; dall'altro, in funzione anti-naturalista,
«concepire storicamente il diritto come creazione incessante, progressiva ed
organica. All'interno di questo quadro, V. riconosce - in aperto contrasto col formalismo
neo-kantiano - dei meriti anche a Croce: in particolar quello di aver
ricomposto «il dissidio tra la filosofia e la storia, l'universalità e la
concretezza, la categoria e l'esperienza» grazie al superamento del dualismo
«di filosofia generale e filosofia particolari»'. Nonostante ciò, la posizione
crociana va rigettata nel suo complesso per la presenza di insuperabili limiti
speculativi: in particolare, in ambito filosofico-teoretico, la logica dei
distinti; su un piano più specificamente giuridico, invece, la visione della
legge come pseudo-concetto e la sua idea del rapporto tra società e Stato. Procediamo
per gradi. Per V., l'ipotesi di una dialettica tra i distinti è una mera
contraddizione in termini in quanto le distinzioni che accompagnano la V. Recenti
indirizzi italiani di filosofia del diritto, in Nuovi studi di diritto,
economia e politica. Si ripropone, perciò, il problema 'crociano'
"dell'essere o del non essere" della filosofia del diritto come materia
d'insegnamento. A. V., Recenti indirizzi italiani di filosofia del diritto. V. La
teoria del diritto di Croce, L'errore del giusnaturalismo non consiste nel
fatto della sua fissità, nel suo contraddire cioè alla autorevolezza delle
leggi ma nel carattere trascendente di esso, come presupposto e limite a
priori, e, solo conseguentemente, statico e fisso, della volontà"] [costante
e continua formazione dello spirito si rivelano solamente nel «processo di
auto-oggettivazione dell'Io. L'attività dello spirito, prescindendo dalla sua
manifestazione fenomenica, «è solo ed essenzialmente attività etica»?': per cui
l'autoco-scienza - del soggetto agente - nell'atto stesso in cui costituisce la
volontà come tale, ne costituisce insieme e indistinguibilmente l'assoluto
valore etico. Questa ripresa lineare e rigida della dimensione morale
dell'intero processo spirituale dalla speculazione gentiliana è il presupposto
che consente a V. di attaccare frontalmente l'assurdità della distinzione
spirituale tra attività economica e attività etica, poiché non è possibile
concepirsi una differenza tra volontà universale e volontà individuale, ossia
«tra fini che ci appagano come individui e fini che ci appagano come uomini. Due
sono, dunque, le conseguenze derivanti da tali assunti: in primis, che l'utile
«non è quella forma distinta di attività dello spirito, ma di un semplice,
necessario modo di considerazione della volontà nel suo divenire. In secundis,
che «il diritto è una forma distinta dell'attività dello spirito», che può
presentarsi «come economia», ma soltanto «in virtù di una distinzione
gnoseologica operantesi e risolventesi nel reale processo di svolgimento dello
spirito come eticità. Rispetto dunque al primo punto, la critica ai 'distinti
conduce ad una parziale e vaga accettazione dell'identità diritto-economia e ad
una rapida e sbrigativa descrizione della relazione tra i vari momenti della
praxis: diversamente da Gentile, e anche da Maggiore, in cui l'approdo alla
moralità avviene in maniera graduale e complessa, in Volpicelli costituisce un
dogma non approfondito, ma assiomaticamente sostenuto. V. La teoria del diritto
di Croce. Gentile, criticando la filosofia crociana dei distinti e, nel
contempo, rigettando i presupposti della dialettica hegeliana, sostiene che la
morale investa "ogni momento della vita dello spirito" in quanto
proiezione di "un dover essere imprescindibile hic et nunc in virtù della
libertà GENTILE, I fondamenti della filosofia del diritto, Firenze. Maggiore,
invece, distinguendo, in un primo tempo, teoria e prassi, colloca la morale al
termine del percorso dialettico di formazione della volontà (sul punto cfr.
Maggiore, L'unità del mondo nel sistema del pensiero, Palermo; in un secondo
tempo, poi, riconsiderando l'esperienza giuridica nel suo insieme, giunge a
decretare la sostanziale identità di diritto e morale (cfr. Id., Il diritto e
il suo processo ideale, V. La teoria del diritto di Croce. Gentile, criticando
la filosofia crociana dei distinti e, nel contempo, rigettando i presupposti della
dialettica hegeliana, sostiene che la morale investa "ogni momento della
vita dello spirito" in quanto proiezione di "un dover essere
imprescindibile hic et nune in virtù della libertà" (cfr. Gentile, I
fondamenti della filosofia del diritto, Firenze. Maggiore, invece,
distin-guendo, in un primo tempo, teoria e prassi, colloca la morale al termine
del percorso dialettico di formazione della volontà (sul punto cfr. Maggiore,
L'unità del mondo nel sistema del pensiero, Palermo; in un secondo tempo, poi,
riconsiderando l'esperienza giuridica nel suo insieme, giunge a decretare la
sostanziale identità di diritto e morale (cfr. Id., Il diritto e il suo
processo ideale, Palermo: un passaggio che segna l'inizio di un lento ma
inesorabile allontanamento dall'attualismo e dall'idealismo tout court che si
compirà negli anni successivi. Più in generale, sull'evoluzione della filosofia
di Maggiore si rimanda a URSO (si veda), L'emersione del giuridico'nella
filosofia di MAGGIORE (si veda): da L'unità del mondo a Il diritto e il suo
processo ideale, in Annali dell'Università degli Studi Suor Benincasa, Napoli. Il
vero problema filosofico-giuridico, del resto, è rappresentato dal rapporto tra
volontà e legge. Contro l'impostazione di Croce, che la vedeva semplicemente
come uno pseudo-concetto della sfera pratica, V. considera la legge «regola
imperativa» che costituisce la base di «un momento sui generis e irriducibile
dello spirito pratico»?. Essa, perciò, «non è una costruzione arbitraria»,
bensì «l'immanente proiezione astrattiva e generalizzante della concreta
volontà e ad una prima lettura la legge appare, perciò, come l'oggetto in cui
la volontà si pone ed è reale, nel momento in cui la voluntas se ne stacca,
diviene lo schema ideale dell'agire; seguendo tale ragionamento, si può
correttamente ritenere che «la sua dissoluzione è la condizione perché l'atto
volitivo sorga e si effettui,? H. P. Grice: Actions and events – action in the realm of ends – I may
have said to have payed Smith the money if my intention was to do it, not if I
did it. Il diritto, allora, non può non
identificarsi con la legge, cioè con il voluto «nella sua astrattezza e
rigidezza di posizione innanzi e contro al volere. Mentre la volontà etica pone
e risolve la legge nella sua libera ed intima creatività, la volontà giuridica
è quella in cui «la legge è esterna però co-attiva. Ecco il motivo per cui il
diritto assume la coattività e l'esteriorità come elementi - gnoseologicamente
- distinti dall'etica. Infine, V. intravede e contesta nella filosofia di CROCE
una lettura machiavellica della politica: concepita come la forma individuale o
utilitaria dell'attività pratica dello spirito, essa si apre all'idea che la
filosofia politica non ha più per oggetto lo stato e quindi la sintesi di
autorità e libertà, molteplicità e unità del valore. V., La teoria del diritto
di Croce, V., La teoria del diritto di Croce. V. considera essenziale separare
l'ambito gnoseologico da quello fenomenologico e deontologico: in particolare,
nel criticare le conclusioni che Vanni prospetta ne Il problema della filosofia
del diritto nella filosofia, nella scienza e nella vita - ovvero l'idea che la
filosofia costituisca un grado intermedio del conoscere mentre la scienza una
mera filosofia applicata - sostiene che "il problema gnoseologico include
quello fenomenologico, e questo esclude o sopprime il deon-tologico V., Indirizzi
italiani di filosofia del diritto. Questo approccio ricorda la distinzione
gentiliana tra la categoria in sé, ossia "concetto universale, o eterno
momento della vita dello spirito" (cfr. G. Gentile, Teoria generale dello
spirito come atto puro, Firenze), e la categoria considerata come
"contenuto di un certo atto conoscitivo ID., I fondamenti della filosofia
del diritto).V., La filosofia della politica di Croce, in Nuovi studi di
diritto, economia e politica, V. La teoria del diritto di Croce. V., La teoria
del diritto di Croce. V. considera essenziale separare l'ambito gnoseologico da
quello fenomenologico e deontologico: in particolare, nel criticare le
conclusioni che Vanni prospetta ne Il problema della filosofia del diritto
nella filosofia, nella scienza e nella vita - ovvero l'idea che la filosofia
costituisca un grado intermedio del conoscere mentre la scienza una mera
filosofia applicata - sostiene che "il problema gnoseologico include
quello fenomenologico, e questo esclude o sopprime il deon-tologico" (cfr.
A. V., Recenti indirizzi italiani di filosofia del diritto) . Questo approccio
ricorda la distinzione gentiliana tra la categoria in sé, ossia "concetto
universale, o eterno momento della vita dello spirito" (cfr. Gentile,
Teoria generale dello spirito come atto puro, Firenze), e la categoria
considerata come "contenuto di un certo atto conoscitivo" (cfr. ID.,
I fondamenti della filosofia del diritto. Volpicelli, La filosofia della
politica di Croce, in Nuovi studi di diritto, economia e politica/ Logica e
storia: l'attualismo giuridico di V. V. riconosce al formalismo giuridico di
ispirazione neo-kantiana un importante merito ma, di contro, attribuisce ad
esso un altrettanto decisiva responsa-bilità: il suo pregio consisterebbe
nell'aver riaffermato «l'identità e l'universalità del diritto», il suo difetto
nello essersi arrestato a un concetto astratto e antistorico della categoria
del diritto. Il formalismo critico, in altre parole, riaffermando l'apriorità e
categoricità del diritto, rivendicava legittimità ed autonomia della rispettiva
indagine filosofica. Un'autonomia che, in V., va sempre però concepita entro il
perimetro della filosofia generale e mai al di fuori e all'esterno di essa.
L'insuperabile limite del criticismo, allora, appare quello di inseguire
un'illusione, ossia di poter sostenere l'autonomia dottrinale di quella
particolare filosofia contro i congiunti ostacoli della filosofia generale e
della giurisprudenza. E arriviamo, così, all'analisi del maggiore e più
influente esponente del CRITICISMO ITALIANO, ovvero Vecchio. V. contesta due
aspetti fondamentali della sua teoresi: la distinzione tra concetto e idea del
diritto - che ripropone, sotto mentite spoglie, quella tra una giurisprudenza
che studia il diritto particolare e la filosofia che studia il diritto
universale; la riproposizione, consequenziale, dei tre compiti (gnoseologico,
fenomenologico, deontologico) del diritto. V., La teoria del diritto di Croce.V.,
nel ritenere che la filosofia del diritto come una parte della FILOSOFIA nasce
con Thomasius, interpreta la sua distinzione tra DIRITTO e MORALE [philosophical
jurist] ome specchio della distinzione tra diritto NATURALE e diritto NON-NATURALE
(Grice) o positivo (cfr. V., Indirizzi italiani di filosofia del diritto). V.,
La teoria del diritto di Croce. Per comprendere meglio la prospettiva
volpicelliana, è interessante la lettura dell'opera di PETRONE (si veda).
Sebbene consideri la sua filosofia come unico sforzo compiuto dal filosofismo
accademico italiano per costruire una filosofia del diritto su fondamenti
speculativi, in essa traspare nitidamente il fatto che l'apriori critico
diviene una statica e trascendente idea innata e, di conseguenza, la realtà
fenomenica come una bruta empiria avente fuori di sé il suo principio (cfr.
Id., Indirizzi italiani di filosofia del diritto. Pertanto, nel suo idealismo
critico permane, in fondo, tenace la concezione positivistica. Quando ci
riferiamo criticismo ITALIANO, come sostiene nella sua ricostruzione
storico-filosofica TABARONI (si veda), possiamo individuare tre filosofi per
antonomasia, ovvero PETRONE (si veda), RAVÀ (i veda), e, per l'appunto,
Vecchio; in merito cfr. Tabaroni, La terza via critica. Della gius-filosofia IN
ITALIA, Napoli. Una problematica, questa, che viene approfondita da altri filosofi,
tra i quali certamente spicca CAMMARATA (si veda). Si ricordi, a riguardo,
soprattutto il contributo a una critica gnoscologica della giurisprudenza, in
cui emerge, come scrive Serra, la necessità di ridare legittimità alla
filosofia del diritto rifiutando l'elisione idealistica della realtà del
diritto (cfr. Serra, Cammarata: la critica gnoseologica della giurispru-denza,
Napoli. V. Indirizzi italiani di filosofia del diritto. In primo luogo, egli
ritiene che la fenomenologia del diritto coincide con la storia stessa del
concetto di diritto. Tra lo svolgimento dell'idea-diritto e la trasformazione
del concetto-diritto non vi è, dunque, alcun dualismo ma piuttosto una
sostanziale identità. Un'identità che consente a V. di accentuare
quell'avvicinamento tra forma e contenuto del diritto, già riconoscibile
nell'opera gentiliana e già intrapreso da MAGGIORE (si veda), che, pur
riprendendo nozioni critiche, le plasma e le adatta all'interno della sua
speculazione a consolidamento e sostegno della posizione attualista. La forma,
per V., è sempre forma viva, ossia concreta, processuale e differenziantesi:
una forma che, così intesa, può essere perfino definita come il contenuto
medesimo nella sua spiritualità. Una forma che non può mai identificarsi con la
vuota e indifferente nozione, di derivazione critiche, dell'universale logico.
Da qui, la seconda fondamentale critica a VECCHIO (si veda), ossia la sua fatua
distinzione tra essere e conoscere. Il fenomeno giuridico, infatti, va
concepito, secondo tale lettura, come un qualcosa che non cade fuori dall'atto
che la produce – il performativo o operativo nella legge scozese --, ma
piuttosto come una realtà in cui si individua, e cioè si converte e rifonde
senza residuo, l'universale attività concepente [costitutiva]. La riconduzione
dell'elemento fenomenico nell'ambito formativo del processo spirituale
determina, altresì, l'identificazione della conoscenza con il VALORE
(l’assiologia di H. P. Grice), o meglio, dell'attività conoscitiva con quella
valutativa. Lungi dall'accogliere la separazione weberiana tra giudizio di
fatto e giudizio di valore, V. perviene al rifiuto dell'altra importante
dicotomia nella filosofia delvecchiana, ossia quella tra idea logica e idea
valutativa, da cui derivano rispettivamente il giudizio storico-positivo e il
giudizio deontologico-razionale. Per l'allievo di Gentile, conoscere è,
indistinguibilmente, e in sé medesimo, VALUTARE perché ogni valutazione avviene
sempre in re, e non extra o post rem, e pertanto è possibile e giustificabile solo
nell'atto. Un concetto di diritto che non è nulla di diverso e distinto dalle
sue manifestazioni, ma è proprio, assolutamente, quest'ultima. Il critico attualista
è quello che apre all'identità hegeliana di reale e razionale attraverso il
ribaltamento del rapporto tra soggetto e oggetto e la negazione della pre-esistenza
della realtà al pensiero. Una tale conquista - osserva Franchi - che capovolge
il tradizionale rapporto tra il pensiero e l'essere, si sarebbe però arrestata,
secondo V., con il riconoscimento di un dato che trascende il pensiero, cioè la
materia, a cui il pensiero si limita a dare una forma, e che avrebbe obbligato
al CRITICO a introdurre nel suo sistema il concetto di noumeno, elemento non
conoscibile dall'intelletto, a fondamento della stessa realtà naturale (cfr.
Franchi, V.). V., Indirizzi italiani di filosofia del diritto, Studi di
diritto, economia e politica] conoscitivo, e non fuori o dopo di esso. Il
valore, dunque, finisce per identificarsi con l'essere in maniera ancora più netta
rispetto al fenomeno, essendo non altro che la stessa formale ed infinita
creatività dello spirito: un'identificazione garantita dai suoi caratteri
essenziali, ovvero l'autoposizione e l'infinità. Il valore così definito
svolge, all'interno della ricostruzione volpicelliana, un'ultima
importantissima funzione, ossia quella di offrire un ulteriore e decisivo
argomento contro ogni visione giusnaturalista. Non potendo, infatti, rinunciare
alla sua spirituale natura e immanenza, alla sua indole interiore e cosciente e
alla sua inesauribile dialettica, il valore, applicato al diritto, trasforma
questo in una peculiare espressione concreta della coscienza umana,
specificamente quella dell'essere doveroso e continuo: un diritto che è sempre
giusto. Alla luce di ciò, appare assolutamente INUTILE ipotizzare un diritto NATURALE
a priori, eterno, immutabile – H. P. Grice: “Stevenson always used ‘mean’ in
its natural usage in scare quotes!” --, espressione d’un ideale astratto sempre
esterno alla realtà. Il giusnaturalismo, in ogni sua formulazione, svela sempre
il suo carattere filosoficamente falso per questa sua incapacità di essere
immanente e procedurale all'interno della realtà dello spirito: idealità e
realtà, in definitiva, non si traducono mai in un dualismo, bensì si rapportano
sempre nell'alveo di un processo dialettico. Passando sul versante del diritto,
V. legge con interesse critico tanto l'opera d’Orlando quanto quella di Romano.
Il confronto con entrambi scaturisce dall'interesse per lo stato, in particolar
modo per la sua definizione e la sua funzione nell'ambito dell'esperienza
giuridica. In sintesi, pur condividendo sensibilità e fini che la scienza del
diritto pubblico mostra e per-segue, Volpicelli individua nella dottrina dei
due giuristi siciliani degli elementi critici da cui occorre allontanarsi
apertamente: in Orlando ravvisa il pericolo di una scissione tra diritto e
legge con la subordinazione del primo nei confronti della seconda; in Santi
Romano, invece, la riduzione dello Stato a species del genus diritto
rappresenta un presupposto incauto da cui potrebbe derivare una frammentazione
dell'universo giuridico e un abbandono del processo unitario che, viceversa, lo
con-trassegna.Ciò che, invero, preoccupa maggiormente Volpicelli sul piano della
scientia juris è quella che egli indica come «la tendenza più generale e
caratteristica della giurisprudenza, ossia quella di determinare e porre alla
base delle sue costruzioni il puro concetto di fatto giuridico; un concetto, in
altre parole, valido. Questa interiorità dell'atto conoscitivo,
sorprendentemente, viene trovata da V. come Grice nel regno dei fini di Kant
stesso, laddove il conoscere, formandosi secondo le forme funzionali
dell'auto-coscienza costituisce "già per ipotesi il nostro conoscere. V., Indirizzi
italiani di filosofia del diritto una volta per sempre e per tutti i possibili
fatti»'. E necessario, perciò, una forte contrapposizione a questo formalismo
che, come «mostro insaziabile», divora e annulla la scienza «nell'assurda
pretesa di rendere quanto più rigorosi e universali gli schemi
scientifici»52.Per V. la scienza, in generale, «non astrae dalla realtà», ma
piuttosto «in funzione» di essa. In questo senso, la logica - che è in capo a
qualsiasi concezione epistemologica - e la storia - che è l'incessante motore
della realtà ideale - determinano due verità che non possono non coincidere. La
logica, infatti, in quanto «immanente forma della realtà storica», non può mai
scindersi dalla cosa in sé, dalla concretezza dello spirito, ma fondersi sempre
con essa 4Ma la scienza non può 'spiegare sé stessa, dal momento che la sua
intima ragione può essere definita soltanto dal di fuori, ovvero dalla
speculazione filosofica, «nes-suna scienza può scientificamente dimostrare i
suoi presupposti» e quindi «la scienza giuridica non può pretendere di spiegare
giuridicamente il diritto»55. La genesi e i fondamenti del diritto «trascendono
la competenza e la stera della scienza giuridica» perché essi hanno una vera e
genuina natura META-GIURIDICA – cf. Grice BOOTSTRAP: do not turn your
meta-language stronger than your object-language or you’ll end up having to
pull yourself up by your own bootstraps]. La scienza giuridica è «distinta ed
autonoma nella politica o nella storia, ma non dalla politica e dalla storia.
Il grande torto di Orlando, come si vedrà, sarà quello di aver cercato di
rendere la scienza giuridica autonoma dalla politica, ovvero dalla storia, e
perciò di affrancarla dalla filosofia. V., in verità, apprezza di Orlando la
posizione antirazionalista e antigiu-snaturalista, nonché l'aver fondato una
scienza del diritto capace di cogliere organicamente quei principia juris che
costituiscono «le premesse storico-ideali informatrici delle istituzioni
giuridiche positive»8. Inoltre, egli sottolinea positivamente V., Romano, Diritto,
economia e politica, V., Orlando, Diritto, economia e politica. VITTORIO
EMANUELE ORLANDO V., in verità, apprezza di Orlando la posizione
antirazionalista e antigiu-snaturalista, nonché l'aver fondato una scienza del diritto
capace di cogliere organicamente quei principia juris che costituiscono «le
premesse storico-ideali informatrici delle istituzioni giuridiche positive»58.
Inoltre, egli sottolinea positivamente V., Romano, in Studi di diritto,
economia e politica. V., Orlando, in Nuovi studi di diritto, economia e
politica. V,, Orlando, Studi di diritto, economia e politica. In verità, come
osserva Pietro Costa, in questa riconosciuta affinità con l'impostazione
orlandiana, si può riscontrare quel più generale consenso verso "quella
pregiudiziale antropologica (di ispirazione anti-individualistica e
organicistica) che collega Volpicelli non solo ad Orlando, ma all'intera
tradizione giuspubblicistica" (cfr. COSTA (si veda), Lo stato immaginario.
Metafore e paradigmi della cultura giuridica ITALIANA, Milano] [l'atteggiamento
dichiaratamente critico del giurista palermitano nei confronti sia del
contrattualismo, sia del giusnaturalismo"".Ciò che, invece,
rappresenta - come detto - uno strappo che determina il rigetto della visione
orlandiana nel suo insieme è la distinzione, di matrice storicista, tra legge e
diritto". Una distinzione che riproporrebbe - in altro modo - il dualismo
tra diritto positivo e diritto naturale, laddove si affermi che «il diritto
positivo o vigente (legge) dichiara e impone l'antecedente, genuino ed autonomo
diritto so-ciale»61.In ciò non può non ravvisarsi, secondo l'interpretazione
volpicelliana, uno sdoppiamento che è matrice e, a un tempo, figlia della
medesima scissione tra Stato e società, già individuata e criticata - da
Gentile e Maggiore - nell'hegeliana dialettica tra bürgerliche Gesellschafte
Staaf2. Uno Stato che rimane mero titolare della legge con la quale riconosce e
sanziona un diritto che non nasce in esso e con esso, ma in una società che
precede sempre la sua formazione. Ma la società, secondo Vol-picelli, «non crea
il diritto, se non in quanto Stato», assumendo in tale veste il ruolo di
società politica 3.Il nesso tra diritto e politica, allora, costituisce il vero
nodo da sciogliere, il terreno su cui è possibile porre le solide fondamenta
della scienza giuridica, delineandone definitivamente caratteristiche e
confini. Diritto e politica rappresentano l'astratto e il concreto del processo
ideale che accompagna e contrassegna perpetuamente l'ente Stato. Se, perciò, il
diritto può essere pensato come «l'obiettivazione astratta» del «concreto
essere e operare» della politica, le scienze impegnate a studiare e definire i
rispettivi oggetti sono agevolmente identificabili: la scienza del [ Orlando,
infatti, da un lato considera il diritto come "una creazione spontanea,
incessante ed organica della società", dall'altro sia allontana da tutte
quelle dottrine che "ponevano a centro e a soggetto del mondo giuridico il
puro individuo come immediatamente dotato di naturali diritti" (cfr.A. V.,
Orlando.V. scorge in questa separazione un retaggio diretto della scuola
storica del diritto. Una corrente a cui viene riconosciuto un duplice merito:
"contro il contrattualismo, riafferma l'apriorità e originarietà della
società come fonte e principio del diritto; contro il giusnaturalismo, la
storicità e positività di quest'ultimo" (cfr. ibidem). E, infine,
"l'avversione costante e irriducibile di quella scuola alle codificazioni,
che pretende di arrestare il corso storico" e alle riforme imposte
"da una ragione arbitraria perché meta-storica. Ciò che, al contrario,
valuta come un limite è la negazione dello Stato come fuoco incessante della
società: una società descritta come "una realtà piena e perfetta prima e
fuori dello Stato" e quindi una realtà "immediatamente statuale e
giuridica" (cfr. A. V., Orlando. V., Orlando. Il confronto di gentile con
la filosofia hegeliana si traduce in un più complessivo abbandono dello schema
triadico della sua dialettica e nell'adozione di un processo di auto-sintesi
che si regge sulla continua contrapposizione tra 'concreto' ed 'astratto'; sul
punto soprattutto Gentile, La riforma confronto di Gentile con la filosofia di
Hegel si traduce in un più complessivo abbandono dello schema triadico della
sua dialettica e nell'adozione di un processo di auto-sintesi che si regge
sulla continua contrapposizione tra 'concreto' ed 'astratto'; sul punto
soprattutto Gentile, La riforma della dialettica hegeliana, Firenze. La critica
di Maggiore ad Hegel, invece, si sviluppa organicamente, seguendo per grandi
linee la lettura gentiliana, in Maggiore, Hegel, Milano. [diritto ha il compito
di analizzare lo Stato «ipostatizzandolo e irrigidendolo, considerandolo sempre
come «obiettivo e statico ordinamento istituzionale», la scienza politica ha
viceversa la funzione di approcciare alla realtà statuale nel suo divenire
concreto, ovvero nel suo interno rapporto con la progressiva e piena volontàumana.
In sintesi, diritto e politica - e con essi le relative scienze - sono senza
dubbio distinti, ma non del tutto separati perché «non rispondono affatto a due
concezioni opposte della realtà», ma piuttosto «poggiano su un fondamento
ideale comune», lo Stato, di cui incarnano l'astratto e il concreto. L'approccio
orlandiano, in questo senso, viene certamente 'salvato', dal momento che
l'analisi e il valore degli istituti pubblici «nella loro giuridica realtà»
costituiscono il fine della scienza giuridica: un fine che, tuttavia, non si
persegue correttamente se questi si staccano dal processo storico in cui si
enucleano. Proprio qui, infatti, affiorerebbe il secondo e decisivo limite
della ricerca di Orlando, ossia il tentativo impossibile «di accogliere e conciliare
in un più comprensivo sistema i motivi parimente essenziali, ma inadeguati ed
erronei nella loro unilateralità, delle due scuole di diritto pubblico»: la
scuola francese, che continua a dare forma alle premesse politico-ideologiche
della rivoluzione, e la scuola 'tedesca', che al contrario «avvia e apre a
sostanziali sviluppi l'assolutismo tradizionale Se, dunque, il legame con la
scuola storica lo conduce all'inaccettabile divaricazione tra legge e diritto
(rectius: società e Stato), l'attenzione al modello francofono lo porta,
viceversa, verso un imprudente abbandono proprio della dimensione storica
(rectius: politica) della realtà giuridica in quanto realtà statuale"8. La
vera 'colpa' di Orlando, dunque, sarebbe quella di non aver realizzato la
sintesi tra le due teorie, ovvero di non aver costruito una scienza giuridica
capace, a un tempo, di affermare «l'autonomia e l'assoluta sovranità dello
Stato», nonché «l'esigenza dello stato giuridico e della libertà civile. Il suo
vero fallimento è determinato dal vano sforzo di conciliare la necessità delle
prerogative sovrane della realtà statuale con l'esigenza [. Sul rapporto tra
diritto e politica, come suggerisce Stolzi, V. - insieme a SPIRITO (si veda)
con il quale condivide fino in fondo le avventure e le disavventure dei Nuovi
studi, rivendica la netta supremazia del momento politico su quello giuridico,
ossia "la necessità che la politica diventasse l'effettivo motore dello
stesso diritto" (cfr. I. Stolzi, Il fascismo totalitario: il contributo
della riflessione idealistica, in Historia et ius, historiaetius.eu)). V.,
Orlando. In verità, rileva Sandulli, le molteplici ascendenze culturali che
caratterizzano la formazione della dottrina orlandiana, possono essere
ricondotte "ad un ceppo comune culturale" rappresentato dalla
"scuola storica di Savigny", dal quale poi si distanzia per seguire
"gli indirizzi dei più rilevanti approdi della coeva giuspubblicistica
tedesca", ovvero Gerber, Laband, e, infine, soprattutto Jellinek (cfr.
Sandulli, Costruire lo Stato. La scienza del diritto amministrativo in Italia Milano. Orlando di riconoscimento della
libertà politica ad ogni individuo. Volpicelli risolve questa, per lui,
intollerabile giustapposizione orlandiana con la 'sintesi' dei due elementi,
sovranità statuale e libertà politica, nella nozione di libertà civile che,
andando a coincidere con l'autolimitazione statale, si realizza in «un congruo
e determinatosistema di norme giuridiche. La libertà civile, intesa in senso
volpicelliano, se traslata nel rapporto tra i singoli, può costituire i
presupposti della libertà giuridica, cioè di quella libertà «insita e definita
nello stesso diritto» che deriva «in modo indiretto, subordinato e contingente
dal diritto posto» e che trova «nella empirica formulazione di legge il suo
fondamento e i suoi limiti. Mentre, quindi, l'attributo civile sembra connotare
più propriamente i rapporti tra individuo e Stato, quella giuridica pare
riferirsi in maniera più manifesta alle relazioni intersoggettive: due
formulazioni della libertà che, da un lato, avallano una differenziazione tra
ius - in quanto materializzazione dello [ Ibidem. Il problema
dell'auto-limitazione dello Stato spinge Volpicelli ad un naturale accostamento
teoretico tra la dottrina Orlando e quella di Jellinek che costituisce, per il
giurista romano, l'occasione per un ulteriore chiarimento concettuale. Se la
dottrina di Jellinek ha il merito di mirare all’organica coesistenza di
sovranità e libertà, sulla limitazione del potere sovrano V. esprime chiaramente
la sua posizione differenziandola dalla teoria dei diritti pubblici. Il
problema dell'auto-limitazione dello stato italiano spinge V. ad un naturale
accostamento teoretico tra la dottrina d’Orlando e quella di Jellinek che
costituisce, per il giurista romano, l'occasione per un ulteriore chiarimento
concettuale. Se la dottrina di Jellinek ha il merito di mirare all’organica
coesistenza di sovranità e libertà, sulla limitazione del potere sovrano V. esprime
chiaramente la sua posizione differenziandola dalla teoria dei diritti pubblici
soggettivi. Secondo quest'ultima, infatti, la limitazione giuridica del sovrano
vuol dir soltanto relazione giuridica di esso col suddito -- relazione
insidente nell'atto stesso onde lo stato italiano legifera o pone il proprio
comando nella forma di legge V., Orlando (si veda). In V., dunque, è la legge
medesima a contenere in sé il senso del limite. Essa, infatti, non è mai e solo
un uni-laterale comando al suddito, ma è sempre un comando a se stesso, ossia
un continuo organizzarsi e procedere giuridicamente. Del resto, se FILOSOFICAMENTE
– MORALMENTE – CONCETTUALMENTE -- filosoficamente stato italiano e italiano si
identificano, in ambito giuridico LEGALE NON MORALE la teoria dei diritti
pubblici soggettivi non è accettabile perché presuppone l'auto-poiesi dello stato
italiano, che si astrattizza nella fictio iuris della “persona,” non
ontolgoica, ma meramente giuridica. Una fictio che poi s’sdoppia attraverso il
riconoscimento della persona giuridica del cittadino italiano. La teoria dei
diritti pubblici soggettivi presuppone la relazione tra due soggetti onto-logicamente
diversi. L’attualismo filosofico, invece, li considera come i momenti distinti
di un'unica sostanza. Il legame sovrano-suddito, stato-italiano/italiano è
sempre interno e mai esterno – Esterna puo essere l’implicatura – H. L. A. Hart
on Austin, the legal philosopher. Perciò, su un piano filosofico speculativo è
inaccettabile. Da un punto di vista della giurisprudenza, nel senso astratto datogli
da V., puo anche essere accettata, quanto meno nei suoi presupposti se non in
tutte le sue conclusioni. Rispetto ad ORLANDO (si veda), dunque, V. cerca una
sorta d’interpretazione attualisticamente orientata dell'opera di Jellinek e
della dottrina dell'auto-limitazione. Uno Jellinek il cui merito è quello d’essere
partito dal puro atto legislativo UT SIC [Grice, DEEMING A DOG A CAT], senza
pretesa alcuna di assegnare e imporre allo stato italiano un determinato e
MITICO atto legislativo iniziale, evitando così lo sdoppiamento tra sovranità e
popolo. Legiferare è limitarsi. Pertanto, lo stato italiano legislatore e lo stato
italiano giuridico non sono, in somma, DUE stati italiani – STATI NON SUNT
MULTIPLICANDA PRAETER NECESSITATEM -- o incluso PARTI [cf. Grice, THE POWER
STRUCTURE] staccate ed eterogenee d’un unico stato italiano- una originaria e
sottratta al diritto (auto-cratica, illimitata, assoluta) e l'altra postuma,
derivata e vincolata da esso, bensì i due momenti ideali e inscindibili d’un unico
stato italiano nel suo processo storico di posizione e costituzione di sé. Lo stato
italiano legislatore, in definitiva, è continuamente e inscindibilmente un
sempre nuovo determinato stato italiano giuridico, cosicché la legge è l'atto
che garantisce il continuo processo di produzione della giuridicità,Stato - e
lex - in quanto astrazione individuale dello spirito, fugando però il rischio
della scissione perpetrata d’ORLANDO (si veda), in cui rimane impossibile
conciliare la statualità del diritto con la sua pre-esistenza allo stato
italiano. In definitiva, attraverso tale duplice articolazione, V. finisce,
volente o nolente, per assecondare, tramite il diritto, quella indispensabile
identità gentiliana (GENTILE (si veda) di libertà e autorità: sovranità. Il
percolo di una separazione tra stato italiano e società, già paventatosi in ORLANDO
(si veda), trova, secondo V., con l'affermarsi dell'istituzionalismo romaniano
– ROMANO (si veda) --, un'ulteriore fonte di minaccia, ma anche un'apprezzabile
opportunità di sviluppo. Per far sì che la società sia l'immanente sostanza
dello stato italiano e che quest'ultimo si trasformi nella co-estensiva e
interiore organizzazione autorevole della societas medesima, occorre che il
diritto PUBBLICO, lungi dal ridursi alla figura del rapporto politico
tradizionale a-topicamente concepito, incominci a svolgersi e articolarsi in un
compatto sistema d'istituzioni attraverso cui circoli tutta la vita sociale. In
questo senso, V. può ben richiamarsi a [L'ordinamento giuridico, nel sostenere
che il diritto non è norma o regola estrinseca di rapporti atomistici, bensì
una compatta organizzazione sociale in cui le norme e i rapporti rientrano come
particolari e subordinati momenti. Ma, soprattutto, la realtà giuridica è una
organizzazione, in virtù della quale la società si articola e costituisce in un
ente unitario ed autonomo rispetto ai vari elementi che lo compongono. In
sostanza, in tale lettura si accetta, come fondamento incontestabile,
l'inscindibile connubio tra IVS e societas. Un connubio che trova la sua
primigenia unità nell'individuum. V., ORLANDO (si veda). Sul rapporto tra
individuo e Stato inV. cfr. Gennaro, Crocianesimo – CROCE (si veda) e cultura
giuridica. Cfr. GENTILE (si veda), I fondamenti della filosofia del diritto.
Sul rapporto tra autorità e libertà in GENTILE (si veda), tra le possibili
letture cfr. Barbuto, Nichilismo e stato italiano totalitario, Napoli. V., ROMANO
(si veda). Per V. la norma è una linea divisoria tra le azioni umane, una
connessione tra ordinamento giuridico e realtà umana openstarts.units. V.,
Orlando. Sul rapporto tra individuo e Stato inV. Gennaro, Crocianesimo e
cultura giuridica. Gentile, I fondamenti della filosofia del diritto. Sul
rapporto tra autorità e libertà in Gentile, tra le possibili letture cfr.
Barbuto, Nichilismo e Stato totalitario, Napoli. V., Romano. Per V. la norma è
una linea divisoria tra le azioni umane, una connessione tra ordinamento
giuridico e realtà umana che costituisce un limite oggettivo con "due FACCE
(Face to face) assolutamente congrue. Cfr. V., Romano (continuo e fine), in Studi
di diritto, economia e politica. Più in generale, l'attenzione per le teorie
romaniane è un tratto comune a molti teorici appartenenti alla scuola
gentiliana o comunque in qualche modo aderenti o vicini alla filosofia
attualista. Oltre a V., come ricorda Stolzi, anche MAGGIORE (si veda) e PANUNZIO
(si veda) riconobbero a Romano il merito di aver sollevato la questione della
identità profonda del fenomeno giuridico e di aver chiarito come tale identità
non puo in alcun modo esser ricavata dalla mera superficie normativa, dal
semplice sistema del diritto POSITIVO (Stolzi, L'ordine CORPORATIVO: poteri
organizzati e organizzazione del potere nella riflessione giuridica dell'Italia
FASCISTA, Milano).V., Romano] [medesimo. La società e il diritto, nel senso più
genuino e completo, sono, infatti, presenti già nell'individuo isolato [IDIO di
H. P. Grice – IDIO-LETTO – MEANING WITHOUT AN ADDRESSEE], il quale, malgrado
rimane chiuso della sua vita interiore, in quanto espressione della
soggettività concreta dello spirito, costituisce un solido e articolato sistema
di VOLIZIONI e mezzi di vita, di poteri e istituti, di garanzie e di norme, di
facoltà e obblighi, e quindi una forma di redenzione essenziale di sé con sé,
motivo per il quale va considerato, senza ombra di dubbio, come una società – o
POPOLAZIONE come preferisce C. A. B. Peacocke -- formalmente piena e perfetta. Tuttavia,
ciò che rimane estraneo all'ortodosso attualismo volpicelliano è l'idea di un
diritto oltre lo stato italiano. Il diritto, infatti, è l'obiettivazione
positiva della volontà dello stato italiano, ossia l'organizzazione statica e
obiettiva in cui, di momento in momento, si configura e conchiude il vivente
processo politico dello stato italiano. Esso è certamente organizzazione - come
sostiene Romano - ma soltanto quella che si incarna nella forma, ma soprattutto
nella sostanza, dello stato italiano. Inoltre, è la sua presupposta mutevolezza
a fornire quella solida e irrinunciabile garanzia di adeguamento continuo
all'azione dello stato italiano e, di conseguenza, della società tout court. In
definitiva, se, da un lato, viene accolta favorevolmente, in funzione
anti-formalista e anti-normativista la nozione del diritto come istituzione,
dall'altro non è possibile sostenere la conseguente visione pluralista,
derivante - per il vero - da una lettura accentuatamente progressista e
innovatrice del saggio di Romano. L'istituzione, in ultima analisi, secondo V.,
non può che essere lo stato italiano, ossia il soggetto che, per affrancarsi
definitivamente dalla sua ipostatizzazione,V., del resto, legge in chiave assai
personale anche la crisi dello stato italiano.Nella sua ottica, il superamento
dello statualismo rappresenta il passaggio dalla concezione normativa, e quindi
individualistica e privatistica, a quella istituzionale e pubblicistica del
diritto, ovvero dalla concezione atomistica e formalistica a quella
socialitaria ed ORGANICA dello stato italiano (V., Romano (continuo e fine)). In
realtà, la teoria di Romano anda letta come un tentativo di conservazione attraverso
l'adozione di un modello organicistico e anti-individualistico, dello
statualismo. Uno statualismo che, tuttavia, dove definitivamente accantonare le
forme giuridiche. In tal senso, come scrive CASSESE (si veda), la visione di
Romano rappresenta il contrario del pluralismo (Cassese, Lo stato italiano,
stupenda creazione del diritto italiano, e vero principio e vita, Rivista di
diritto pubblico, in Quaderni fiorentini, Milano. Pertanto, seguendo le parole
di CATANIA (si veda), si può ulteriormente concludere che Romano elabora una
concezione giuridica che, lungi dal riflettere e comunque lungi dal mettere in
evidenza anche la possibilità di una lettura conflittuale della società,
giuridifica la realtà stessa, in questo senso la formalizza, in questo senso
depotenzia il conflittualismo perché in qualche modo la visione giuridica,
nella sua struttura ordinamentale ed organizzatoria, tende ad esaltare tutti i
momenti in cui appunto l'azione sociale si mostra fondativa e corroborativa
dell'organizzazione stessa, senza che minimamente si formulino ipotesi sulla
reale composizione e sul reale scontro delle organizzazioni sociali irrompenti
sulla scena storico-politica (cfr. CATANIA (si veda), Formalismo e realismo nel
pensiero di Romano, Teoria e filosofia del diritto. Temi, problemi, figure,
Torino. Sull'interpretazione della dottrina romaniana, ancora cfr. SANSULLI (si
veda), COSTRUIRE LO STATO – cf. Grice, LOGICAL CONSTRUCTION. [cideve assumere
l'attributo dell'organizzazione. L'addivenire ad una qualsiasi teoria della
pluralità degl’ordinamenti giuridici rappresenta il LOGICO corollario di una
concezione formalistica del diritto e, a un tempo, la negazione flagrante della
istituzionalità del diritto. Il diritto, in altre parole, è istituzione
solamente se e perché il mondo dei rapporti giuridici si origina, si sviluppa e
si conserva come una compatta unità. Ciò che, dunque, finisce sotto la lente
critica volpicelliana è l'ipotesi di una elaborazione dottrinaria, da parte
della giurisprdenza, di una teoria che consideri il diritto o l'istituzionVT
SIC, nella sua purità e generalità, e che risponde così, in maniera fatua ma
pericolosa, al più tormentoso ed insistente problema della giuspubblicistica,
ovvero quello di legare o subordinare lo stato italiano al diritto. Un'operazione
considerata vanamente astuta perché, passando da una surrettizia e apparente
identificazione tra stato italiano e ordinamento, si traduce in
un'inaccettabile riduzione del primo termine a species del genus istituzione,
come il linguaggio, il dizionario, ecc. SINGER. Nel rigettare contestualmente
l'identità stato-diritto e l'assorbimento dell'ordinamento statuale nella più
ampia nozione di istituzione, V. ravvede il verificarsi di una FALLACIA
ANALOGIA A QUELLA NATURALISTA dennunciata da Moore. Sebbene, infatti, lo
statualismo è-, storicamente e filosoficamente, antitetico al GIUS-NATURALISMO perché
dà al diritto una'fonte' immanente e positiva, ovvero un istituto, esso finisce
per cadere nella stessa fallacia, ossia di subordinare al diritto lo stato
italiano, che da tale subordinazione trade la propria esistenza e
legittimazione giuridica. L'unica legittima identificazione, su un piano
filosofico, di stato italiano e diritto è quella che vede il secondo come
l'incessante organizzazione obiettiva del concreto processo politico, laddove politico
corrisponde con ETICO – cf. Grice on the priority of LEGAL RIGHT OVER MORAL
RIGHT. Questa familiare dialettica tra oggetto (diritto) e soggetto (stato
italiano), tra astratto e concreto, che trova ampio riscontro nella filosofia
di Gentile, in V. viene ulteriormente sviluppata attraverso l'approccio al tema
del diritto inter-nazionale – tra, ad essempio, lo stato italiano e lo stato
tedesco. Se lo stato italiano è, dunque, quella concreta realtà politica che
pone e riforma e vivifica incessantemente se stesso come entità o istituzione
giuridica, si pone il problema di definire, in maniera coerente con le premesse
dell'attualismo filosofico, l'ordinamento fra Italia e la GERMANIA, ovvero
rifiutando qualsiasi soluzione dualistica e, a maggior ragione, pluralistica. V.
affronta la questione sostenendo che l'ordinamento fra l’ITALIA e LA GERMANIA,
no una corporazione, trascende e comprende bensì il singolo STATO ITALIANO come
soggetto giuridico -- rectius: i singoli ordinamenti giuridici statuali -- ma
mai e in nessun modo LO STATO ITALIANO come soggetto politico in quanto centro vitali,
costruttore e riformatore. V., Romano] [dell'organizzazione
giuridica tra due stati – ITALIA-GERMANIA. Solo in questo senso l'ordinamento tra
due stati – ITALIA/GERMANIA può delinearsi come unica istituzione o
organizzazione giuridica all'interno della quale sussistano molteplici
relazioni giuridiche che sono appunto d’ordine intra-istituzionale. Ecco,
allora, svelata la ragione del mantenimento della nozione di istituzione in un
sistema rigidamente identitario e monistico come quello implicitamente o
esplicitamente avallato dalla filosofia attuale. Lo stato italiano si
identifica col diritto astrattamente, ma non concretamente. Sia nel rapporto
interno, sia nel rapporto esterno, il processo identitario a cui V.
continuamente fa ricorso concerne l'analisi giuridica (e quindi giusplubblicistica),
non quella POLITICA, e quindi filosofica. Lo stato italiano, come realtà
concreta e agente, crea sempre il diritto con cui, nell'atto creativo, va a
identificarsi. Una cosa è, pertanto, lo stato FASCISTA italiano politicamente, o
meglio, ETICAMENTE, inteso; un'altra lo stato italiano nella sua obiettivazione
giuridica. Alla natura distintamente ontologica o NOUMENICA del primo,
corrisponde - rimanendone ineluttabilmente separata ed estranea – la mera natura
fenomenica e contingentemente storica del secondo. V. Urso, V. -- Arnaldo
Volpicelli. Volpicelli. Keywords: natura, spirito, corpi e corpi, corporazione.
H. P. Grice Papers, Bancroft. Luigi Speranza, “Grice e Volpicelli: il
naturalismo,” Luigi Speranza: Grice e Volpicelli: natura e naturalismo” – The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria. Volpicelli.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Voltaggio—FILOSOFIA
SICILIANA, NON ITALIANA -- all’isola, la scienza della fantasia di Vico -- la
ragione conversazionale del ‘vel’: p v ~p – fondamenti della logica – la scuola
di Palermo – filosofia siciliana -- filosofia italiana – filosofia siciliana –
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice (Palermo). Keywords: Vico. Filosofo palermitano.
Filosofo siciliano. Palermo, Sicilia. Essential Italian philosopher. Grice: “I enjoyed “What
Leibniz actually said and not just implicated.” “Voltaggio also clarified Husserl to me.” Filosofo italiano. Si laurea a Roma sotto ANTONI. Insegna
a Roma, Mogadiscio e Macerata. Cappo ridattore di Sapere, collabora con Il manifesto,
Lettera, di cui è socio fondatore, Apeiron, Janus, e Medical. Consulente di Sigma
Tau di Roma e dell'istituto psico-nanalitico per le ricerche sociali, membro del
seminario di filosofia di Senigallia. Altri saggi: Fondamenti di logica, Milano,
Comunità; La funzione critica, Roma; Che cosa ha veramente detto Leibniz, Roma,
Ubaldini; Scienza, Milano, Comunità; I filosofi e la storia, Milano, Principato;
L'arte della guarigione, Torino, Bollati; Il filosofo nel bosco, Roma, Di Renzo;
Scienza filosofica, Roma, Laterza; Italia mediterranea: I flussi migratori
nelle principali città rivierasche, Roma, Edup; Antigone tradita: una
contraddizione: libertà e STATO nazionale Roma, Internazionali; Il paradosso
dell'infinito, Milano, Feltrinelli; Epistemologia e politica della ricerca, Roma,
Armando; L'evoluzione di un evoluzionista, Roma, Armando; La conoscenza
inespressa, Roma, Armando -- ‘a bit like my ‘tacit knowledge’ – Grice. --; L'ora
della socio-biologia, Roma, Armando; L'arte della ricerca scientifica, Roma,
Armando; Il potere: processi e strutture: un'analisi dall'interno, Roma, Armando;
Progresso e razionalita della scienza, Radnitzky, Andersson, Armando, Roma); Verene:
“VICO: La Scienza della fantasia” Armando, Roma; L'intelligenza scientifica:
un'indagine sull'immaginazione creatrice dello scienziato; Roma, Armando; Filosofi
per la pace, Roma, Riuniti; Galeno: Trattato sulla bile nera, Torino, Aragno. Voltaggio.
Keywords: Vico, “la scienza della fantasia” fundamenti della logica –
fundamenti della logica di voltaggio – veramente detto Vico – veramente
impiegato Vico --. Refs.: Luigi
Speranza, “Voltaggio: what Leibniz implicated, as explicated by Grice.” H. P. Grice, “Voltaggio,” BANC MSS 90/135 c. Luigi
Speranza, “Grice e Voltaggio,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria
Luigi Speranza –
GRICE ITALO!; ossia, Grice e Vopisco: La ragione conversazionale all’orto di
Roma– filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice (Roma). Keywords: il giardino. L’orto. Filosofo
italiano. L’Orto. Patron of STAZIO (si veda). Grice: “When I say ‘Garden’ I
mean: ‘filosofo che segue la dottrina dell’Orto” – i. e. Marius, the Epicurean!
The category of
‘patron’ is more or less publicly unknown in Oxonian philosophy. The term is
applied to what the stereotypical patron was applied, as when we say ‘Mecenas’
without meaning ‘Mecenas.’ Inglobati
nel parco di Villa Gregoriana sono i resti di una antica villa romana. Essendo
consoli a Roma Quinto Ninio Asta e V., dal genitore di V. e infatti edificata a
Tivoli una villa di cui il STAZIO (si veda) ci dà conferma nelle sue “Sylvae.”
Questa lussuosa villa e tanto spaziosa che si estende dall'attuale ingresso di
Villa Gregoriana fino all'ex albergo Sirene. Le fonti antiche infatti ci dicono
che la dimora e abbastanza articolata ed estesa. Il terreno e attraversato da
un canale di acqua, proveniente dal vicino Aniene, che la divide in due parti:
una era posta all'interno di Villa Gregoriana mentre l'altra e situata appunto
vicino all'ex hotel Sirene. La scelta del luogo ove edificarla e influenzata
dal fatto che qui si estende il bosco sacro di Tiburno, qui c'e la grotta della
Sibilla, qui si ergevano i templi magnifici ed imponenti dell'acropoli. Dagli
studi compiuti alcuni sostengono però che la villa Vopisco non sarebbe stata
costituita da due ma da tre aree, attraversate dai canali Stipa e Chiavicone o
V. i quali sono una specie di valvola di sfogo quando l'Aniene e in piena.
Stipa dà luogo alla cascata del Bernini, dal Bernini che ri-struttura il canale
di origine romana. STAZIO (si veda), nella sua opera, Sylvae, considera
un'attrattiva della villa V. il fatto di essere fornita di acqua potabile
dall'Acqua Marcia. Interessante a tal proposito è la fistola trovata in piombo.
Nella villa infatti, nel corso delle esplorazioni, è stato rintracciato un
acquedotto così come è documentata la presenza di una piscina utilizzata per
l'allevamento ittico. Attualmente della villa rimangono solo 13 ambienti aperti
e finalizzati ad essere delle sostruzioni su cui poggiare le varie parti edili
della villa sovrastante. L'idea dell'architetto e che essi, guardandoli,
dessero l'impressione di trovarsi davanti a delle grotte naturali e per questo
motivo dove e possibile si lascia intatto il terreno roccioso. Tuttavia si
suppone, basandoci sulla testimonianza di fonti, che la dimora e costituita da
vari padiglioni isolati. Non è semplice oggi però la lettura di ciò che resta
del complesso anche se Canina tenta di ricostruire come la villa doveva essere.
Publio Manlio Vopisco. Keywords: la villa del filosofo. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Vopisco”. Vopisco.
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