PRINCIPII DEL
DISCORSO
ACCOMODATI AL
LINGUAGGIO
ITALIANO DEL...
Enrico Giamboni
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I
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PRINCIPII DEL DISCORSO
ACCOMODATI
MAL LINGUAGGIO ITALIANO
DEL
Phofi*sobk E. GIAMBONI.
Per uso del Collegio Pio di Perugm.
6* H*
JlCCOMODATI
AL LINGUAGGIO ITALIANfg||p}
DEL PROFESSORE " IjV,;
33* <£HtAHEB<DHII» ^i'P i
Turpe putant quae
Itnberbes didicere , senes perdenda faterì.
TERZA EDIZIONE.
DALLA 8TAMFERIA
NAPOLI
E CARTIERA DEL TXBRENO.
i 8 5 o
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sumus ignari , multos studiosi
con tra esse dicturos, quod vitcae
nullo modo potuimus , nisi nihìl
oinnino scriberemus.
Cic. Tusc, L. 2,
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PREAMBOLO
Giovanetti , nella infanzia fu la saggia
Natura a voi guida e maestra. Senza av-
vedetene, acquistaste allora quelle molti-
plici conoscenze , che destano la vostra am-
mirazione. Fu alle sue lezioni che appren-
deste a variare le interne configurazioni della
bocca y emettendo V aria compressa dai pol-
moni , per formare quei vari tuoni , o voci,
chiamate vocali ; e ad associare V una o
V altra vocale con altri variati suoni per
formare quelle consonanze , che sono deno-
minate consonanti.
Esigono alcune di queste enunciazioni tale
artifizio , che non giungeste a ben preferirle
che dopo lungo studio , ed infiniti esperi-
menti. Infatti , per pronunziare la F > do-
veste apprendere co W attenzione e coli' uso
a sovrapporre i denti superiori al labbro
inferiore j in modo da dare f adito all'aria,
perchè uscisse attraverso de gV interstizi dei
denti, quasi vento fremente.
Piacendovi esaminare forte che si richie-
de per pronunziare la R , comprenderete
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guai difficoltà voi sormontaste per proferire
esattamente T ultima delle lettere che ordi-
nariamente impara a ben pronunziare.
Le unioni di vocali e consonanti per for-
mare le sillabe: V infinite combinazioni delle
sillabe per farne risultare i vocaboli: V as-
sociare i vocaboli alle cose che essi rap-
presentano: il leggerli insieme in modo tale
da divenire un quadro fedele del pensiero;
guai vasto campo non fu alle vostre rifles-
sioni alle quali insensibilmente vi guidò
la natura !
La lingua materna che voi allora ap*
prendeste , cioè quel cumulo immenso di pa-*
role } ad ognuna delle quali ò annesso sin-
golarmente un concetto , è prova bastante
dello sforzo prodigioso ad un tempo e della
vostra riflessione , e della vostra memoria
conservatrice fedele dei segni e delle cose
significate , che furono a lei affidate dalla
vostra attenzione y e dalla vostra riflessione.
Tutte queste considerazioni applicate a
quegli estesi primordj dello sviluppo delle
vostre facoltà riflessive ed enunciative , ed
altre che potrebbero farsi dipendere dalle
riflessioni che faceste sugli urti, e sulle per~
cosse esperimentate , e salii stimoli di una
prudente educazione primitiva , sarebbero
valevoli ancora queste a convincervi che
ne' primi tre annidi vostra esistenza furono
forse da voi fatti maggiori progressi nella
somma delle reali cognizioni di quelli che
sarete per fare in tutto il resto di vostra
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fi
vita. Con profonda verità asserisce d? Alem-
bert, che lo stato cV infanzia creduto corso
d? ingnor anza è forse molto più utile di quello
che chiamasi corso di scenza delle nostre
scuole. Tuttociò servirà a persuadervi che
una grammatica ragionata, che esiga da
voi attenzione , riflessione , e memoria, coin-
cide perfettamente con il magistero della na-
tura , e colla vostra capacità, purché sia
ben diretta.
Se la grammatica che vi presento sia in
qualche modo atta a guidarvi , ed a farvi
riprendere il corso di quella logica appresa
dalla natura , dalla quale vi fece deviare
una donniciuola insulsa , od uno sciocco
pedante , potrà ciò decidersi dagli esperi-
menti, che dai saggi precettori si faranno
sulla vostra curiosità di fare scoperte , e
sulla vostra avida compiacenza di appren-
dere ragionando*
PREFAZIONE
Trentamila forse , di quarantamila Padri
di famiglia della Nazione Italiana , che indi-
rizzano i figli alle pubbliche scuole, non ri-
chiedono già che vengano questi istruiti per
la carriera ecclesiastica , nè per la toga , nè
1>er il foro, nè per le maggistrature , nè per
e scenze elevate ; ma solo propongonsi che
le facoltà intellettuali di queste tenere menti
ricevano sviluppo tale da derivarne fecondi
e permanenti risultati per il regime domesti-
co , per le arti cui dovranno dedicarsi, pel
commercio, per una industria qualunque (i).
A questo loro voto mal corrisponde il fatto
}>ur troppo notissimo. In tutte o quasi tutte
e scuole d' Italia la lingua latina è I J unica,
o almeno la principale occupazione di tutta
(i) I diversi mestieri, le arti meccaniche, la nautica , l'agri-
coltura , vogliono metodi , disegni , processi , macchine , mi-
sure , proporzioni. Tuttociò non può ottenersi senza cognizio-
ni fisiche, chimiche, matematiche. È stato detto con profonda
verità: che non pi può essere una fabbrica di panni ridotta
a perfezione presso un popolo che ignori l' astronomia.
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la scolaresca , senza distinguere quella classe
che forma.il minor numero dallo scopo che
ha in mira quel massimo numero di giova-
netti cui rcndesi talmente inutile lo studio
della lingua latina che P ohliano per sempre,
e senza alcun danno , ne IP atto stesso che
esultando fuggono dalle scuole , e dai pre-
cettori.
Questa esultanza non potrà mai condan-
narsi , nò da chi vorrà consultare le impres-
sioni spiacevoli e triste che si ridestano sem-
pre ali idea di lingua latina , di grammati-
ca, di concordanze, e degi'insulsissimi lati-
nucci; nò da chi darà un occhiata retrograda
a quelle catene che trascinò per cinque anni
almeno nella polvere delle scuole, straziando
la sua mente , violentando la sua ragione.
Furono queste catene che incepparono Pavi-
dità di conoscere, che costrinsero l'attenzio-
ne a finger di attendere , che violentarono la
memoria ad impinguarsi con meccanico sforzo
di declinazioni, conjugazioni , e di un am-
masso di fredde regole grammaticali , e di
vocaboli troppo astratti per essere compren- .
sibili col mero loro nome. Precluso così l'in-
gresso ad utili verità , se una qualche dovizia
acquistò la memoria , fu sempre a danno della
calcolatrice ragione.
Non è nostro scopo di seguire in questo
laberinto quella minima classe che continua
ad errarvi per apprendere le lingue delle
Repubbliche , le istorie delle Repubbliche ,
i costumi delle Repubbliche, gli csempj delle
Repubbliche , con inutili tristezze dei più
begli anni della vita , troppo da se inchi-
nevoli al raffronto dei casr attuali coi pas-
satici).
Ma lasciando questo scarso numero , e vol-
gendo le considerazioni unicamente al nu-
mero maggiore, saremmo costretti a dirigerci
coi padri di famiglia ai sapienti e virtuosi
moderatori e promotori della pubblica istru-
zione, interrogandoli se convenga di dileguare
una volta quello spettro funesto che con bar-
baro metodo strazia da più secoli ed istupi-
(i) Su di ciò potrebbe consultarsi il parere del soavissimo
Plusch ( Tomo 6. pag. 47. ) certamente non sospetto, perchò
scevro per natura da ogni spirito di partito. I giovani, egli dice,
possono ben chiamarsi sventurati per non dire traditi. Attesi
con tanta aspettativa dalle case paterne per riempire le spe-
ranze dei genitori vi ritornano essi dopo più di dieci anni di
applicazione, di fatica, e di dispendj, tutti boriosi e contenti
perchè hanno appreso ad accozzare quattro frasi di Cicerone,,
e qualche Greca paroluzza , e perchè credousi capaci di fare
un epigramma, un sonetto, un disegno, una suonata comun-
que. Se poi loro domandate cosa sia il mondo in cui vivono,
cosa vi sia accaduto , cosa siano essi stessi , e quali i loro do-
veri , saranno quasi tutti incapaci a rispondere perchò privi di
ogni cognizione fisica , istorica, morale, e perchè furono istruiti
con un metodo che fa veramente pietà. S'insegna il latino col
latino, devono apprendersi le parole prima di sapere le cose,
ed il modo di parlare eloquentemente prima di esser giunti a
rettamente pensare. Si fa ad essi studiare la filosofia senza me-
todo, senza fisica, e senza matematica. Insomma non s'inse-
gnano che parole latine e precetti , cioè parole e poi parole.
Jì cosi quel giovane delle migliori disposizioui , che pur cre-
devasi assai bene istruito , è ritornato vuoto di utili idee, senza
armi contro le sue passioni , senza lumi contro V errore. Con-
verrà che egli col suo genio , e con una volontà veramente ef-
ficace apprenda nel suo gabinetto a disimparare il male imparato
per poi rifare quel vero studio che atto sia a consolàrio e gui-
darlo retUmeute in tutto il corso di sua vita.
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disce i tanto varj , pronti, e fecondi ingegni
delle scuole d'Italia: ed istituire, colla stessa
forza che abbatte , quei metodo voluto dalla
ragion pubblica e dall'amor santo della ve-
race grandezza d* Italia (1).
Questo metodo se si volgerà primieramente
a quella lingua a cui dovranno ricorrere i gio-
vanetti in tutti i periodi della lor vita par-
lando, o scrivendo , s' imiteranno allora le
celebri e sagge nazioni antiche e moderne.
Ognun sa con quanto impegno venisse istruita
la greca gioventù nel pretto atticismo; e con
quale ardore inculcasse Cicerone alla gioven-
tù di Roma di apprendere il parlare cittadi-
nesco , chiamato urbanitas , che consisteva
nel dire le cose bene , naturalmente , e con
grazia. E di fatti esso Cicerone sospingeva
i teneri fanciulli a formarsi nella purità dei
loro sermone sugli esenipj epistolari della gran
Cornelia dei Gracchi , la quale , come altra
Madama Sevignè di quei tempi, aveva fermato
nelle sue epistole il nitore dell' idioma latino.
(i) 1/ istruzione è la sorgente della pubblica prosperità. La
popolazione delle carceri sarà sempre in ragione inversa della
popolazione delle scuole sistemate opportunamente. Questa ve-
rità è stata dimostrata ancora dal Sig. Dupin che ha voluto cal-
colare i fatti. Se vi fu mai monarca che in odio avesse e scenze
e scenziati, questi al certo col dichiararsi 1' inimico di ogni in-
civilimento spiuto avrebbe i sudditi a gran passi verso Ja de-
gradazione. Alfonso che fu V onore di Aragona e della Sovra-
nità, e che apprezzava Filippo di Macedonia ancor più perchè
credette render degno' il figlio del Trono col farlo ammaestrare
da un grand' uomo, dir soleva : amo meglio di perder tutto
quanto posseggo , piuttosto che una parte di ciò che so.
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11
Ma perchè questo metodo abbia spirilo
e vita , e favorisca io sviluppo della ragio-
ne , senza aberrare in licenze , sarà di me-
stieri che si attenda ad un certo rigore quasi
matematico : analizzando V indole , e V iificio
di ciascuna parte del discorso : esponendo il
come ed il perchè debbano usarsi queste par-
ti: mostrandogli anelli chele congiungono:
distinguendo i vocaboli radicali dai derivati , i
semplici dai composti, gli originar] dai so-
stituiti , i proprj dai traslati: discoprendo
quelle delicate varietà per cui niun vocabolo
è totalmente sinonimo : determinando con
esattezza e limpidezza il significato dei voca-
boli di ciascuna espressione prima della sua
applicazione. Queste esatte distinzioni ; questi
ingegnosi sviluppi ; questi sottili confronti ;
questa precisione e chiarezza; in somma que-
sto metodo ragionatore che collega esatta-
mente le idee ( nel ebe consiste il vero se-
greto dell' analisi ) eccitando la curiosità ,
l'attenzione, la riflessione degliappagati gio-
vanetti , darebbe uno sviluppo efficace al loro
ingegno , e quasi dolce pioggia feconderebbe
in modo queste tenere pianticelle da darci con
prontezza quei frutti preziosi , che attendonst
con tanto ardore dai genitori, e della Nazione.
Una grammatica di tal natura , che atta
fosse a sparger la luce sul maggior numero ,
potrebbe forse riguardarsi come libro il più
interessante ; se è vero quanto fu detto da
uno scrittore : ebe il -primo libro di una na-
zione è il dizionario della sua lingua.
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- Ci accingeremo adunque a dare almeno
un'idea di qucsia grammatica intellettuale
finche uomini di più acuto senno, di più
chiaro metodo si determinino a perfezionar-
la; essendo sempre vero che i difetti stessi di
un primo esperimento servono spesso a con-
durre un progetto alla perfezione.
Chiunque però ne assumerà V incarico te-
mer non dee V onorevole rimprovero di scri-
vere ria Filosofo , cioè di scrivere con senno
per farsi intendere utilmente. Crediamo non-
* dimeno che non sia da dipartirsi dalla no-
menclatura, e da* certo andamento consacrato
dall' inveterato uso grammaticale. Mentre una
grammatii a Condilacchiana , o modellata su
quella di Tracy , forse non si comprende-
rebbe agevolmente da gran parte dei Precet-
tori attuali , non addomesticati per anco col-
V analisi , e molto meno si accomoderebbe a
chi la penetrasse; giacche, superbi delle loro
cognizioni, sdegnerebbero cosa che, già effet-
tuata da uomini grandi , non offrirebbe che
una imitazione inferiore.
E siccome siamo convinti con il Signor
Perigord che uno de' mezzi più potenti per
migliorare la publica istruzione debba consi-
stere nello spirito d'analisi, e nell' applicare
a tutti gli oggetti d'insegnamento , per quanto
è possibile, il metodo de' matematici ; perciò
abbiamo azzardato di provarci a darne un qual-
che saggio in queste nostre lezioni gramma-
ticali.
Sappiamo bene che appunto perciò, pre-
\
i3
sentandosi queste con aspetto di novità , in-
contrar dovranno l'opposizione principalmente
di alcuni stabilimenti scolastici. Ma al pen-
sare che altri e cospicui corpi di publico in-
segnamento già si sono aggiustati alle nostre
idee con risultamcnto maravi^lioso ; ed al ri-
flettere che alcuni altri stabilimenti di pu-
blica educazione già si volgono a coincide-
re colle nostre massime , e già danno ordine
per il collocamento di una scuola di lingua
nazionale; arditi e franchi ci poniamo da uno
de' lati ogni tema, ed animosamente prosegui-
amo nel nostro proposto.
E perchè tutte le grammatiche coincidono
nei loro principj , fissati quelli dell' italia-
na potrà facilmente farsi dipender da que-
sti la grammatica latina, che diverrà allora
chiara , utile, e compendiosa.
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PARTE PRIMA
DELLE PARTI DEL DISCORSO
Per parti del discorso intendiamo quegli elementi
cherendonsi indispensabili per formare un discorso
completo, onde comunicare ad altri i nostri bisogni,
i desiderii , e i pensieri $ e ciò o con suoni articolati
e fugaci, che diconsi voci (1)5 o con segni vi-
sibili e permanenti , denominati scrittura. (2)
' Tanto gli uni , che gli altri , si chiamano pa-
role , o vocaboli. Alcuni fra questi ricevono una
varietà di modificazioni finali per esprimere sensi
diversi 5 e declinando , per dir così , dalla semplici*
tà del primitivo significato, diconsi perciò parti
declinabili} mentre gli altri, conservandosi giusta
la loro origine inalterabili , vengono chiamati parti
indeclinabili.
(1) Le voci sono segni conyenzionali che vestono le idee spi-
rituali quasi con veli sensibili per trasmetterle nello spirito degli
uomini e così legarli in comunanza fra loro.
(2) Per segni visibili e permanenti intendiamo le lettere al-
fabetiche , le quali conservando le parole e ridonando ad esse
quei pensieri che quasi in deposito furongli affidati, ci fauno
conversare insieme in distanze enormi , anzi serrono perfino a
far parlare gli uomini morti mille e più anni aranti.
Dall' esatta combinazione delle paròle, scritte, o
pronunziate, risulta il discorso (i) espositore fedele
de* nostri pensieri. '
La scenza (i)delle parole atte a dipingere fedel-
mente quasi in copia il quadro originale delle idee
concepite già dalla mente , è là grammatica delle
lingue.
Fra i principii di questa scenza , altri sono uni-
versali ed immutabili , come provenienti dalla na-
tura del nostro intelletto, seguendone le leggi-, e
questi sono comuni a tutte le lingue -, altri sono
esclusivamente proprii di ciascuna lingua partico-
lare, perchè derivano.da libere convenzioni.
Questi secondi , ridotti a regole dedotte da sen-
sate osservazioni sulle parti declinabili e sulle in-
declinabili del linguaggio italiano, costituiscono la
grammatica di questa lingua. Dunque dagli ele-
menti della grammatica generale, che sarà la prima
parte dei nostri principii del discorso , conoscerete
voi la maniera di parlare in qualunque lingua ; e
dalla grammatica particolare che riguarda il lin-
guaggio italiano , e che formerà per noi la seconda
parte, dovrete apprendere ad esprimere con questa
lingua i vostri concètti esattamente.
Gli uni e gli altri principii verranno compresi
(1 ) Il vocabolo discorso deriva forse dal latino discurrere [ scor-
rere ) quasiché si volesse fare intendere quella rapidità con cui
il discorso quasi alato mercurio scorrendo per le vie intellet-
tuali fa passare rapidamente nelle altrui menti il maggior nu-
mero d'idee e di rapporti col minor numero di vocaboli.
(p) Il vocabolo scenza deriva da scire ( sapere ) dei latini.
E siccome una scenza è un complesso di verità connesse con
esattezza dipendentemente dall' esame e sviluppo del soggetto
di che si tratta -, perciò dir dovremo che la scenza delle pa-
role si associa intimamente con quella delle idee e viceversa ,
senza forse poter fissare quale delle due debba precedere.
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dalle regole della nostra grammatica, la quale, non
volendo insegnar parole e solamente parole, per non
avvilire la ragione de* Giovanetti , e coltivare uni-
camente la loro memoria 5 perciò vorrebbe discen-
dere piuttosto a far conoscere il carattere delle pa-
role atte a vestire le idee di queir abito che ad esse
conviensi , acciò il discorso proceda con ordine , e
soddisfi T altrui attenzione.
CAP. I.
DEL NOME SOSTANTIVO. ^
Interroghiamo uno dei nostri piccoli allievi , di-
cendogli: mi sentite voi parlarci dunque provate
una sensazione 5 dunque siete sensitivo ; dunque
avete F essere 7 e siete. Codesta sensazione non si
sperimenterebbe da voi se qualche essere, esistente
fuori di voi , non vi facesse sentire la sua esistenza ,
con una impressione fatta nclF organo del vostro
udito. Ora quanto sperimentate esistere fuori di voi
in una maniera indeterminata , è appunto ciò che
voi denominate cosa. Se la vostra sensazione è pia-
cevole, voi dite: la cosa e buona 5 se la sensazio-
ne è molesta , voi dite : la cosa è cattiva. ÌSk an-
cor contento V inoltrate a dare un' azione alla cosa ,
dicendo : questa cosa mi ha fatto bene , quest' altra
cosa mi ha fatto male: Dunque avete patito, ossia
siete stato paziente. (1)
Che se vi riguardate passivo, sotto la impres-
sione molesta o piacevole che fa la cosa in alcuno
■
*
(0 Quando si parta da un punto ben cognito, cioè dall'e-
satta osservazione sui fatti, e si batta dritto la strada dell e- ^
videute connessione delle idee si giungerà ovunque con sicurezza
ìoogle
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dei vostri sensi , non j>otete non riconoscervi attivo
allora che siete in azione , osservando codeste sen-
sazioni) quando le distinguete , quando le parago-
nate fra loro , quando insomma pensate.
Ciò che voi pensate lo chiamate oggetto 5 onde
dite: oggetto del pensiere. Dunque la cosa ha
una esistenza sensibile; e F oggetto una esistenza
intellettuale.
Bl V una che V altro chiamasi ente , a essere ,
vale a dire isolata esistenza, o quasi sola stante,
che perciò dicesi sostanza.
Quei caratteri da voi concepiti inerenti , ed es-
senzialmente proprii alla sostanza , perchè senza al-
cuno di essi cesserebbe di esistere , si chiamano pro-
prietà' essenziali della sostanza 5 tali sono, per
esempio , riguardo al vostro essere , la sensazione ,
ed il pensiere ; e riguardo alla cosa la sua esten-
sione. Mentre che a quelle modificazioni della so*
stanza , dalle quali vi viene manifestato quale essa
è riguardo a voi, daremo la denominazione di qua-
lità 1 accidentali. Saranno dunque qualità della
sostanza il colore, F odore, il sapore, ec. da voi
credute inerenti nella sostanza medesima.
Ma non contenti di aver conosciute le sostanze
colle loro proprietà , e qualità , vi piace di comu-
nicare ad altri queste vostre cognizioni. È allora che
vi prevalete di quella moltiplicità di vocaboli che ,
servendo a dare il nome alle sostanze, furono chia-
mati nomi sostantivi (i) $ mentrechè quei vocaboli
( 1 ) Eppure ci dice il Signor Tracy che « il nome molto male
a proposito si chiama sostantivo ; e che per dare ad esso un
nome tratto dalla sua funzione dovrebbe denominarsi assoluto
o soggettivo ». Lasciamo al lettore il giudicare se sia soddisfa-
cente la ragione che esso ne adduce. ( Far. 2. V. 1. pag. 47. 48.
Milano 1817. ), ovvero se debba conservarsi la voce sostantivo
comechè proprissima.
DinitÌ7
C-nc
19
che servono ad esprimere le proprietà , e le qualità
quasi aggiunte alle sostanze, dicousi nomi agget-
tivi (i).
U nome sostantivo serve di base e di nucleo a
cui si legano e s' innestano le varie proprietà , e
qualità che può avere ; per es. (2)
Lunghezza-f- larghezza -f- profondi tà=estensione.
Ente 4- esteso -j- sensibile 4- divisibile 4. . . ,
*orpo.
Corpo -(- elastico -f acuto + tagliente + ri-
splendente -f- • • s= Spada.
Corpo -f pesante -f- duttile -f- giallo-splendente
+ solubile + . . . = Oro.
Cosa -f- animale, o vegetale, o minerale -f- di
qualunque sapore -f- di grave o mortai danno -f-
. . . = Veleno.
Questo vocabolo si usa ancora, in senso tra-
slato (3J per indicare ciò che desta una profonda
(1) La voce aggettivo deriva dalla latina adjicere ( aggiun-
gere ) , e ci fa quasi intendere che i vocaboli aggettivi servono
ad esprimere le proprietà , e qualità aggiunte ai sostantivi.
(2) Per più breve ed evidente metodo di esporre le nostre
idee ci siamo valsi di due segni algebraici +, =. Sappiano i
giovanetti che il segno + suona lo stesso che la voce più, ov-
vero con j e che l 1 altro = ( eguale ) ci dice che esiste la re-
lazione di eguaglianza fra il significato della espressione che lo
precede, e dell'altro che lo segue.
(3) La voce traslato , che deriva dalla latina transferre
( trasportare ) significa che ciò che appartiene a cose fisiche
vieti trasportato agli oggetti intellettuali , od anche morali , o
viceversa che le passioni dell' animo , e le azioni della mente
vengono appropriate a cose fisiche. Di qui è che diciamo .'Occhio
severo: lume della ragione: passione ardente: Cuore infuocato:
Mare furioso : Prato ridente : benefica Natura ec. Diciamo an-
cora di un mordace scrittore : la sua penna avvelenata : in que-
sta ed altre simili espressioni viene attribuito ad un'ente ciò
die non gli conviene se non che avuto riguardo all' effetto che
produce; od anche ciò che è proprio di un tutto ad una sua
parte dicendo per cs. mano stanca j e viceversa.
4»
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é
smania nell' animo ; p. é. la calunnia , il sarcasmo t
la satira sono quei lenti veleni della società sem-
pre detestati , sebben sempre accolti.
Cosa + vegetale o minerale + amara -f. vene-
fica + * . . = Tossico, p. e. attossicato avea
sempre il coltello. Questa voce non suole usarsi
in senso traslato. Pure abbiamo da Alfieri : Or versa
— Il mortai tòsco che in tuo cor rinserri.
Cosa -j- di forte splendore -(-...= Luce.
Onde dicesi luce del giorno: luce risplendente, ec.
Cosa -f- di debole splendore . . s= Lume.
Quindi è che si dice lume di luna ; lume chia-
ro ec. Diremo similmente in senso traslato: dar lu-
mc alla materia di un soggetto coli' ordinarla \ ri-
dotta poi che sia allo stato di evidenza , avrà allora
ricevuto luce completa.
Oggetto -f buuno o cattivo + bramato o sfug-
gito -f di evento probabile -f contro il desiderio
-{-...= timore.
Timore + immediato + forte + danno fisico o
morale -{-•••= paura-
Paura + terribile + improvvisa massima
•J- . . . ==± spavento.
Onde diremo ; lo spavento del fulmine che stri-
scia sul capo.
Anche un sol vocabolo aggettivo può avere il
carattere di esprimere la riunione di altri aggettivi
spettanti al sostantivo cui appartiene 3 per es. dire-
mo di un Uomo:
Scarseggiante -f di vitto -f- di vestito -f- vicino
alla necessità + . . . e=s povero»
Povero -f- privo del necessario -{- avvilito -f- ser-
vile + dispregiato compassionevole + . . =
meschino.
Smisurata idea del proprio merito + dispregio
pegli altri -{*•,• = Orgoglio.
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t
21
Impulso ad agire -f- proveniente da sentimento
morale = dovere.
Per es. è un dovere il rispettarsi reciprocamente.
Impulso ad agire -J- proveniente da leggi posi-
tive = obbligazione ; onde diremo: in Grecia ed in
Roma i giovani erano obbligali a cedere il posto ai
vecchi ne' pubblici spettacoli, in segno di venera-
zione , dovuta ali 1 esperto senno.
Opinioni e desiderii identici -f- stima fiducia
recìproca -(-...= Amicizia.
Gli addotti vocaboli e tutti gli altri composti
potranno da voi riguardarsi come la somma che
risulta dall' addizionare , o concretare una varietà
di vocaboli per formarne un sol gruppo ed espri-
merlo con un solo vocabolo concreto che è una
vera son^rna.
Per comprendere in qualche modo quale im-
menso gruppo d' idee possa venir compreso da un
sol vocabolo che ne è la somma vi basti dare un
occhicata a quelle che sono racchiuse nella parola
dritto.
Dritto naturale che guida l'uomo colle ispira zio*
ni della natura , e col sentimento de' suoi doveri
-f- Dritto politico che costituisce la forma di go-
verno di ciascuno stato -f- Dritto civile che regola
gì' interessi privati di ciascun membro -f- Dritto
delle genti che pone tutti i popoli in comuni-
cazione fra loro + Dritto divino che lega con for-
za sopranaturale le istituzioni della sapienza uma-
na -f ... = Dritto (i).
Questo brevissimo cenno sulla composizione dei
(1) Se l'idea di un Legislatore Supremo non conservasse i
dritti degli uomini , le loro passioni indipendenti spezzerebbero
continuamente come una fragil rete tutte le leggi stabilite per
contenerle.
22
vocaboli servirà a farvi comprendere fin <f ora
la estensione della scenza grammaticale.
*
Distinzione dei Vocaboli.
Da quanto si è detto sui vocaboli siamo condotti
a fissare in questo luogo :
1. ° Che i vocaboli o sono semplici, o sono com-
posti. I vocaboli indecomponibili in elementi di-
versi fra oro , saranno semplici ^ come per es. Ente,
Essere , Esistenza ; sensazione , sentimento ; dolore,
doloroso^ piacere, piacevole (1)5 uno, unità; punto,
linea, lunghezza, istante, tempo, moto*, dolce,
dolcezza ; bianco , bianchezza ; amaro , amarezza 5
ec. Dovranno perciò dirsi composti gli addotti vo-
caboli Spada , Oro , e tutti quei della natura
indicata.
2. ° Che i vocaboli semplici nè possono definirsi,
nè perifrasarsi ; essendo la definizione V esposizione
delle primarie ed essenziali proprietà cu ciò che
rappresenta il vocabolo composto che si definisce,
mentre la peri/rasi è un giro di parole, dinoto
significato, che piuttosto presenta con locuzione
comune le qualità accidentali dell'oscuro vocabolo
che vien perifrasato. (2).
(1) Verri, con molta finezza e dottrina, tenta definire il pia-
cere, ed il dolore , dicendo che; qualunque piacere fisico t o
morale , consiste in una rapida cessazione del dolore. Questa
definizione però sembra che venga a dirci: che il sentimento
chiamato piacere , di natura incognita x, deriva dalla cessazione
di un altro sentimento chiamato dolore , di natura incognita y .
Definiscono altri il piacere ed il dolore con vocaboli tali che,
«e bene si attende , ven^onci questi a ripetere, che il dolore
e dolore , e che il piacere è ciò che piace j come deve accadere
tutte le volte che si tenta definire un vocabolo semplice.
(2) La descrizione è un misto di definizione e di perifrasi.
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i3
Anzi tlair esposta indole del vocabolo composto ,
E o tremo facilmente in tendere perchè desso non deb-
a aver mai luogo nella sua definizione \ e perchè
una stessa parola composta ed astratta non abbia
quasi mai lo stesso significato per chi la sente e
per chi la pronuncia (i).
Il significato nominale di un vocabolo dipendente
o da quello di altra lingua dalla quale passò nella
nostra, o dal suo uficio primitivo espresso dallo stes-
so vocabolo, è ciò che dicesi etimologia del vocabo-
lo. Onde diremo per es.: che il vocabolo menzogna
viene dal mcntior de latini (dire il falso); ed il
vocabolo bugia da bosìa , voce latino-barbara , si-
gnificante spergiuro : quindi è che menzogna espri-
meva allora un J'allo, e bugia un delitto: che il
vocabolo geometria, proveniente dal greco, significa
misura della terra, perchè a ciò fu applicata in ori-
gine questa scienza. Similmente chi dice: la Jìlo~
sofia essere C amore della sapienza, ne dà la de-
finizione etimologica o nominale; dicendo poi: es-
sere la filosofia r applicazione della ragione a
qualunque oggetto su cui può esercitarsi y adduce
allora la definizione reale del vocabolo filosofia.
Avvertiremo qui che in ogni lingua vi sono alcu-
(1) Gli oggetti dalle diverse menti spesse volte in diverse ma-
piere concepiti, sono stati il motivo per cui ad un vocabolo
stesso venissero attribuiti significati tanto diversi, e talora an-
che opposti, fino dai tempi ìli Varrone il vocabolo felicità aveva
pttenuto duecento diverse definizioni. Di qui è che sono forse an-
cora desiderabili definizioni esatte sulla musica, su\ buongusto,
sulla bellezza ez, i ' «cerone , ricco in facezie, gustava assai
quelle di Plauto , che Ora/.io riprovava come illepidi, ed inur-
bane. Sotto q esto punto di vista potrà riguardarsi giusto il pre-
cetto dello stesso Cicerone: d' incominciare col dejin.re ciò su
fìi che deve raggirarsi il discorso. Questo precetto, riguar-
dato nella sua generalità, non si accorderebbe forse con il ri-
gore del metodo a nau tico.
>4
ni originarli vocaboli di un senso cosi sottile , ed
ombreggiato da certe tinte così sfumate, da non
potersi far meglio comprendere il suo significato
originario, nè con definizioni, nè con perifrasi ,
nè con etimologiche spiegazioni. Di qui è che noti
vanno mai esenti da censura le traduzioni di O-
mero, di Virgilio, di Pindaro, di Orazio, di quelle
1
III
r.
sentenza , che la lettura de' libri di lingue morte
o straniere è un perpetuo indovinare (i).
Distinti i vocaboli semplici dai composti, pas-
siamo a riguardare in essi il carattere astratto,
opposto al concreto*
Il vocabolo concreto esprime, o la cosa colle
qualità e proprietà in essa inerenti od anche più
aggettivi riuniti in una voce : come sono i vo-
caboli : Monte, Piazza, Colombo , Amerigo, sen-
sibile , dolce, esteso, bello, fiero, prudente, po-
litico , ec. A1T. oppòsto il vocabolo astratto (?)
rappresenta V oggetto formato dalla mente col di-
staccare una qualche proprietà , o qualità della
cosa , per considerarla quasi dotata di una assoluta
esistenza, isolata ed indipendente dalla cosa da
cui Tu separata. Saranno dunque astratti i vocaboli:
estensione, lunghezza, bianchezza , bellezza, pru-
denza , saggezza , unità , bontà , ce. Per esempio
diremo : un animo grande ha sentimenti di be~
neficienza (3) : V amicizia troncata non autorizza
(1) Dipendentemente ancora dall'abilità del traduttore ricere
una traduzione tinte ora più deboli , ed ora più forti.
(2) La voce, astratto, deriva dalla latina abstrahere, che si-
gnifica distaccare.
(3) Se chi benefica deve obbliare il beneficio nell* atto stesso
che lo fa 3 all' opposto chi lo riceve , non solo non deve di-
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*5
a manifestare il segreto affidato all'onore (i) ;
la meditazione è la vita dello scenziato. I voca-
boli astratti , facendola da sostantivi , verranno da
noi chiamati ancora aggettivi sostantivati; e pren-
dono la denominazione di personativi allorquando
vestono il carattere di persona animata ; p. e. il
diadema più pregevole che ornar possa la fronte
di un Sovrano è T amabilità inseparabile da chi ha
saputo associarsi nel trono la ^filosofia colla Religio-
ne (2).
Se il nome sostantivo servirà a farci concepire
ciò che esso rappresenta , coli' individuarlo in modo
da" farcelo distinguere da ogni altro individuo, co-
me sono i nomi: Roma , IVapoli, Firenze, Tever
re , Arno , ec. diremo che è sostantivo individuale ;
e diverrà personale qualora esprima una distinta
persona ; come Galileo , Eulero , Lagrange , ec.
Che se il nome sostantivo è la somma che com-
prende certe proprietà e qualità che sono comuni
ad una moltiplicità di distinti individui, si chia-
merà allora sostantivo generale o comune, ed an-
che collettivo , come: gioventù, Nazione, Monte,
àlbero, fiore, animale , Uomo , scenza , ec. Pren-
derà poi il nome di sostantivo qualificato , qua-
lora ìndichi qualche personale carattere , sia mo-
mcuticarlo giammai, ma anzi, seguendo la massima di f'siodo
deve p igarlo ad usura ; aggiungete qui con sentimenti di ve-
race riconoscenza.
(1) Fa duopo cautelarsi per tempo neh" accettare amici per
non esporsi a pentimento.
(2) Al Re Lodovico ora dominante in Baviera è dovuto l'at-
tissimo encomio di aver date complete istruzioni pratiche sul-
l' arte di regnare con quella benefica popolarità che è voluta
dalla Filosofia e dalla Religione schietta figlia del Cielo, e sce-
vra da ogni artificioso imbarazzo. Il genio di questo Re ado-
rabile che ben conosce il suo secolo tara sempre più prospe-
rare la Uà vara Nazione-
2
* 6
rate, sia intellettuale, sia d'industria, che qua-
lifichi la persona, come Re, Dottore, Artista, Ar-
chitetto, ec.
C A P. II.
DEL NOME AGGETTIVO.
Si è già avvertito cosa deve intendersi per no*
me aggettivo , e quale sia il suo primario uficio.
Seguendo quindi le consuete distinzioni gramma-
ticali degli aggettivi, diremo:
i.° Che quelli che accennano in un certo modo
indeterminato il numero ed i caratteri incompleti
del sostantivo, quali sono: ogni, alcuno, qual-
che, certo, vani, diversi, molti, pochi, ec. si
chiameranno indeterminativi, od incompleti , od
anche imperfetti. Per la ragione contraria chia-
meremo determinativi ed anche asseverativi quelli
aggettivi che fanno un opposto uficio \ tali sono ,
stesso, medesimo, tale, cotale (codesto tale):
a.° Che quelli aggettivi che denotano qualche
qualità od anche proprietà del sostantivo diconsi
qualitativi o qualificativi come: dolce , aspro, fie-
ro , crudele, benefico, destra, manca, sinistra,
stanca , ce. (i).
3.° Che quelli che precisano la situazione lon-
tana o vicina del sostantivo, quasi mostrandolo a
dito, si denomiuano dimostrativi, come; questo ,
codesto , quello medesimo , ciò , ce.
(i) Quando voi dite l'uomo dotto, il Principe giusto, ec.
lenite a dare cogli aggettivi qualitativi dotto, giusto una re-
strizione alla generalità d*M nomi collettivi che comprendono
reapettivamente tutti gli uomini, tutti i Principi, p. e. JVuo-
mo è perseguitilo ovunque d il malcontento , e ai «opiri dot
pastore rispondono quei del Monarca.
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2 7
4. ° Che gli aggettivi mio, tuo, suo, nostro , vo-
stro, ec. hanno il nome di possessivi, perchè de-
notano possesso:
5. ° Che i distributivi , come: ogni, ognuno,
ciascuna, ec. includono l'idea di distribuzione :
6. ° Che gli ordinativi esprimono disposizione or-
dinata di un numero di sostantivi , come; primo ,
secondo, terzo, ec.
y." Ciie i numerali : uno , due, tre , quattro, ec.
fissano il quantitativo numerico dei sostantivi fi).
(1) Piacque agli algebristi d'indicare i numeri indeterminati
con i simboli indeterminati a , b , c , ...
Ci giova supporre che piacesse ai Romani di rappresentare
i numeri semideterminati colla ripetizione quasi sensibile della
unità. K perciò servendosi essi del dito della mano per tipo del-
V uno , lo espressero col simbolo I., il due col II., il tre col
III. ec. Giunti al cinque adottarono il V , ove si scorge facil-
mente il simbolo delle cinque dita della mano riunito nel punto
del polso , lasciandosi in evidenza soltanto le due dita estre-
me. In simil guisa , rappresentate furono le successive ripeti-
zioni dell' I. , fino alla collezione di dieci unità , che furono
espresse dal simbolo X , formato da due simboli V riuniti nei
due punti estremi, vale a dire dalle due mani congiunte in
opposta direzione.
Procedendo collo stesso andamento, si trovarono essi neces-
sitati d'indicare V unione di cinquanta unità, cioè di cinque
diecine, ciò che fecero collo stesso simbolo V; dandogli pero
la direzione orizzontale <J a scansò di equivoco.
L'unione di cento unità fu ind cata dalla lettera iniziale C.
Con questa, ripetuta due volte, ed associata con il V , si for-
mò il simbolo CVO i che esprime mille unità , o sia cinque
c entinari duplicati. Questo simbolo , con una separazione mec-
canica , somministrò ad essi V altro simbolo IO per esprimere
soltanto cinque centinaia o cinquecento.
Da questa nostra supposizione riguardo ai numeri romani ,
r dalla stessa configurazione delle nove cifre elementari, chia-
mate arabiche j cioè
1,2,5,4,5,6,7,8,9,
s'amo indotti a supporre, che ciascuna di queste in origine rap-
presentasse in un molo distinto, e feribile, quella ripetilo-
Riguarderemo numerali di rapporto quei che in-
cludono relazione ad un sostantivo di confronto, co-
j\e della cifra 1 , che ora per convenzione vi si suppone inclu-
sa ; e ciò come siegue
ò* ^ìovo iorse di coi.Lnuuie collo stesso andamento ; e,col-
Y aggiungere un' altra distinta unità alla cifra , che ne rap-
presenta nove , ei formò una decima cifra costituita dalla col-
lezione distinta di dicci unità. Ma , per una certa confusione
delle dieci distinte unità di questa nuova cifra , si credette op-
portuno di non lasciarle più separate fra loro per formare una
decima cifra , ma di riunirle invece , quasi in un fascetto.
Fu allora che questa unione si fece rappresentai e da una
unità di diversa natura della unità semplice , perchè compo-
sta dall' unità elementare ripetuta dieci volte. Ed a scanso di
equivoco fu fatta accompagnare a destra dal simbolo o , di for-
ma circolare , non solo perchè sei visse ad indicarci , che in esso
non si trova veruna unità , ma inoltre perchè ci facesse inten-
dere che le dieci unità che esistevauo nella sua sede, passate
erano a formare una unità composta di dieci , nella cifra ap-
punto che lo siegue immediatamente a sinistra. K perciò l'u-
nità dell' ottenuta espressione io , essendo un composto del-
l' 1 , ripetuto clteci volte, la chiameremo unità di diecina , e
diremo che questa ha un valore decuplo , o decadico rapporto
a ciascuna delle dieci dalle quali è risultata.
Bramando \oi di sapere perchè l'ignoto inventore della isti-
tuzione decadica de' numeri si limitasse a formare ciascun fa-
scetto di dieci unità piuttosto che di undici , o di dodici , o
di tredici , o co , come avrebbe potuto fare ad arbitrio -, vi
risponderei che sembra essere stato a ciò determinato dalle
dieci dita delle mani.
Coli' indicato anda mento proseguendo i giovanetti a formare
i numeri accresciuti successivamente della unità semplice, ver-
ranno: i.° ad esercitare la loro riflessione , esercizio che deve
esserci a cuore principalmente; a." Ad accertarsi che Y uno ,
avendo il carattere singolare di formare tutti i numeri , deve
chiamarsi numero singolare ( denominazione che giustificherà
il senso grammaticale del numero singolare ) : 3.° A ben di-
stinguere la natura decadica , o decimale dei numeri arabici
( ciò che porta >:ia Iure completa sulle operazioni aritmetiche ) :
<i.° A prepara rsilin d'ora per un'aritmetica ragionata.
me : doppio , triplo , quadruplo . . . centuplo . . .
per es. il maligno piacere di deprimer akri è cen-
tuplo almeno dell' amor di esser giusto , veritiero
e benigno»
■ -
Gradi degli Aggettivi.
■
L'aggettivo che esprime qualche carattere del
sostantivo in una maniera assoluta, e indipendente
da qualsiasi confronto, per es. bianco, bello, lun-
go, ec. vien riguardato come spettante ad una
classe di aggettivi di primo grado, ossia di grado
positivo, ed assoluto.
Passerà poi ad essere di secondo grado , ossia
di grado comparativo , qualora , dal confrontarlo
collo stesso carattere di altro sostantivo, debba es-
primersi un suo eccesso in più, o in meno , od
anche una eguaglianza. Saranno perciò aggettivi
di grado comparativo i seguenti vocaboli : migliore,
maggiore , minore, eguale, superiore, inferiore,
tanto, quanto, piccolo , grande , ec. Gli aggettivi
comparativi , significando relazione fra due ag-
gettivi puri , o sostantivati , diconsi anche re-
lativi.
Non avendo la nostra lingua che poche distinte
voci per esprimere gli aggettivi comparativi, ci è
forza di formarle cogli aggettivi positivi , facendoli
Sarà bene che osservino ancora che se l'invenzione de' nu-
meri aritmetici fosse stata europea , allora al successivo incre-
mento decuplo delle unità di ciascuna delle cifre costituenti un
numero , sarebbe stata data la direzione da sinistra a destra
dello scrivente , secondo il nostro ordine di scrittura. Ma es-
sendosi dato ai numeri aritmetici un opposto andamento , ciò
prova appunto la loro origine orientale, o«serve a farti com-
prendere perchè le operazioni aritmetiche debbano effettuarsi
da destra a sinistra.
precedere dall' aggetti \ o più, o meno; come : più
dotto , più virtuoso , men Lello , ec. invece di do-
ziore, virtosiore, ec. p. e. la più giudiziosa critica
è tempre inferiore al merito d'invenzione di un
autore che ha pensato e scritto j giacché è assai
più facile censurare un libro che comporlo.
Che se , dall' istituito confronto , venga a cono-
scersi un qualche carattere di un sostantivo eccedere
il carattere analogo di tutti gli altri sostantivi j al-
lora T aggettivo , esprimente questo carattere in som-
mo grado, vien chiamato di grado superlativo ;
che è appunto il tei zo grado dell' aggettivo.
Di qui è che non potrà chiamarsi bravissimo
uno studente, nè ottimo un giovanetto, se non
siasi conosciuto che gli altri studenti, rapporto a
quello che si considera , siano inferiori nella bra-
vura; e che gli altri giovanetti, siano buoni sì,
ma non egualmente che quello che si chiama ottimo.
Il superlativo si forma ancora colle voci più , o
meno precedute dal monosillabo ili pei* es. sarò il
più felice, e contento uomo che si tro\i sotto le
sulle. Lo stesso dicasi dei comparativi maggiore ,
minor e , peggiore , meglio, peggio, per es. il mal
mi preme , e mi spaventa il peggio, ed anche: e
veggio 7 meglio ed al peggior mi appiglio.
Talvolta la sola voce più, che serve al compara-
tivo, ha forza di superlativo senza la voce //; per
es. ni n mai guerrieri combatterono con maggior
valore nelle battaglie più aspre ( asprissime) e più
difficili (difficilissime).
Gli aggettivi superlativi vengono generalmente
espiessi nella nostra biglia cangiando l'ultima voca-
le del positivo in issimo] onde da forte, si lia
"fortissimo, da grazioso j graziosissimo.
Vi è una eccezione per gli aggettivi positivi termi-
nati in Ire \ questi hanno il superlativo in erri-
Jl
mo j per cs. salubre 5 salubcirimo *, celebre , cele-
berrimo.
Non è però che anche il superlativo non possa ,
come il comparativo , venir supplito da una o più
voci. Infatti, dolente fuor di misura , sfortunato
affatto, sommamente bello , il più dotto di tutti;
non equivalgono forso a dolentissimo , sfortuna-
tissimo , bellissimo, dottissimo ?
Oltre a ciò , talvolta alcuni aggettivi , quan-
tunque a prima vista sembrar potrebbero posi-
tivi , pure fanno le veci dei superlativi; perchè,
se ben si avverta , esprimendo la quantità o la
(jualìtà nel grado massimo , debbono perciò a-
versi in conto di superlativi. Di questa classe so-
no , onnipotente , infinito , eterno , sommo, im-
menso, onniscente , trascendente , eccedente-, smi-
surato ce. ; anzi r istesso positivo ripetuto diviene
superlativo. Quindi dicesi : è piccolissimo , ed
è piccolo piccolo , è vicinissimo , ed è vicino
vicino.
Osserveremo qui che la perfettibilità , e ciò che
ne dipende, come anche il suo opposto, avendo
una indefinita estensione , e graduazioni tali da
non potersi determinare con precisione , perciò
le voci ancora superlative non escludono talora
era più esteso significalo j di qui è che abbiamo
1 espressioni : più che ottimo ; più che. pessimo
(corrispondenti al quam maxime , quam.plurì-
rnum , ec. dei latini ) : di qui è ancora che in
certi aggettivi , siano puri , siano sostantivati , ri
si scorgono certe implicale graduazioni , per cui
possiamo riguardarli spettanti all' uno , *o all' al-
tro dei tre gradi dei quali ora parliamo, benché
sembrino positivi.
Per meglio comprendere una tal verità , snrà
opportuno di prima osservare attentamente noi
32
stessi per accertarci che il sentimento di priva-
zione y o di mancanza di cose , o di oggetti ,
vale a dire il sentimento di bisogni fisici o mo-
rali , ci agita , ci tiene irrequieti , e produce in
noi il desiderio di conseguire ciò che diciamo una
cosa buona, o un bene, perchè da noi creduto
opportuno a sodisfare i nostri bisogni 5 o di fug-
gire ciò che diciamo una cosa cattiva, o un male,
perchè a questi si oppone.
JE siccome siamo pazienti , o passivi riguardo
al sentimento di un bisogno ( pag. 17 ) perciò
quegli ardenti dcsiderii , eccitati da forti bisogni
morali , si chiamano passioni dell 1 animo.
La lusinga di giungere ad ottenere un risul-
tato corrispoudente ai nostri desiderii , si chiama
speranza {1) ; e questa forma la maggior dose
di ciò che dicesi umana felicità.
Un principio di questa felicità chiamato quiete
dell' animo , prodotta dalla speranza, è il grado
positivo del sentimento piacevole; che, venendo
ad aumentarsi , si chiama contento. Dunque quiete
è di grado positivo , e contento di grado compa-
rativo , onde: quiete -f* aumento di compiacenza
interna -|- prodotta dalla mente o dai sensi -|- be-
ne posseduto o facile a possedersi -f- . . . . =
Contento.
Conlento -|- esternalo -f" ne ^ volto -f- uegl' occhi
-J- . . . . = Allegrezza,
Allegrezza aumentata -f- possesso di cosa bra ma-
ta -f- esternata con atti -(- con parole -j- riso 4- can-
to -j- .... = Giubbilo.
Questo vocabolo può riguardarsi come super la*
(1) * Noi trasciniamo fino alla tomba la lunga catena de 'le
nostre speranze deluse » ( Bossuet ).
33
tivo di contento \ onde dicesi , io giubbilo dal con-
tento.
Passione + appagata -f- sentimento di piacere
ineffabile -f- da non potersi celare -f- esternato -f-
con esultanza + ....= Gioja.
Questo sommo contento è appunto il superlati-
vo di giubbilo ; onde dicesi: esulto dal giubbilo.
Passione appagata -f in anime pie 4- contempla-
zione di cose celesti -f- . . . = Gaudio.
Il gaudio corrisponde ad allegrezza : e la voce
letizia neir attuai significato corrisponde a gioja.
Potranno rintracciarsi in questo luogo i diversi
gradi inclusi ancora negli aggettivi liberale, ge-
neroso y splendido , prodigo , inquieto , tristo ,
angoscioso , disperato , superbo , arrogante , in-
solente , presuntuoso , ec. Questione , lite , rissa ,
zuffa , lotta , scaramuccia, attacco , fatto d'armi ,
combattimento.
Codesto esercizio analitico sulle graduate varietà
dei vocaboli si renderà utilissimo , giacché non si
comprende mai bene una cosa quando non siasi
veduto come abbia potuto esser fatta. Invero se
p. e. si fossero analizzati abbastanza gli elementi
componenti il vocabolo onore non si sarebbe que-
sto reso dipendente dalla maggiore o minor de-
strezza con cui un solenne impertinente maneggia
la punta di una spada, ola bocca di una pistola,
credendosi illustrato per essere divenuto l'uccisore
dell' uomo buono e virtuoso.
Sarebbe pur necessario di rettificare per tempo
f idee del vero e del falso punto d' onore nella
gioventù , anziché fare ad essa apprendere la scher-
mi col titolo di arte cavalleresca.
Avanti di dar termine a questo articolo, avver-
tiremo 1
i. e Clie deve aversi per regola fissa , non poter-
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3f
si attribuire il grado comparativo ad un sogget-
to , qualora non appartenga la stessa qualità po-
sitiva al soggetto di confronto ; e perciò nou po-
trà dirsi : il latte è più bigino dell' inchiostro.
2. 0 Che le voci* originali degli aggettivi , e dei
sostantivi vanno non di rado soggette ad alcune
modificazioni , mercè V aceri scimento di una o più
sillabe che servono ad ingrandire , o diminui-
re , e talora a dare una certa idea di vezzo , O
di disprezzo al vocabolo così modificato.
Servano di esempio alcune loro classi.
Aumentativi, Questi terminano ordinariamente
in one , azza ; es. campa/ione , ca guazza , te.
Fra gli aumentativi pongonsi anche quelli che
hanno la terminazione in otto. Ma se questi ver-
ranno esaminati con occhio imparziale , ci avve-
dremo con Monti , che se talvolta indicano ac-
crescimento y forse più spesso suonano tutto il
contrario. Anzi qualche volta il loro senso ha
un certo mezzo fra il piccolo e il grande , sem-
brando quasi un accrescimento del piccolo. Così:
giovanotto , che per certo non vale quanto gio-
» unone ; così vecchiotto , che non è lo stesso che
vecchione ; e attcmpalotto, che non vuol dire al-
tempatissimo ; e cento altre voci di questa usci-
ta , le quali esprimono nondimeno gualche cosa
di più che giovanetto , vecchietto. £>ono poi as-
tenuti diminutivi , benché abbiano la termina-
zione in otto , le voci signorotto , aquilotto y le-
pi otto 9 ed infinite di questa fatta. Sono ancora
diminutive quelle voci colle finali in ino , itto ,
elio y uccia > ina , ec. che servono ad esprimere
piccolezza dell 1 individuo, come '. fanciulli no , ca-
scttina y bambinello , verginella ? giovanetto , ca~
succia y ec.
I vezzeggiativi vanno a finire in etto, elio ,
•
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35
uccio , uzzo , ino ec. es. semplicetto , vecchiardi
lo, contadinuccio , vecchiuzzo , fratellino ec.
I dispregiativi finiscono in accio, astro , aglia,
uppola , affo , attolo ; es. popolaccio ,femminac-
eia , giovanastro , plebaglia, otniciatto , libriciat-
tolo , casuppola (i).
cap. m.
Dell accompagna nome.
Se il nome , tanto individuale , che personale,
serve pei* se stesso a farci distinguere F indivi-
duo in modo da presentarcelo separalo non solo
da tutti gl* altri di diversa natura, ma da quelli
ancora della sua specie , non oltiensi lo stesso ufi-
cio nè dal nome collettivo , nè dal qualificativo.
Si ebbe perciò ricorso alla terminazione finale
per indicare uno , o più di tali individui , di-
cendo j colonna , colonne ec.
Oguun sente che da queste due termina/ ioni
diverse ci viene indicato soltanto che F individuo
per es. colonna, non deve confondersi con una
molti plicità d' individui colonne. Quando però
diciamo : convien prendere una colonna , veniamo
a significare la scelta da farsi di una colonna fra
questa moltiplicità d' individui della medesima
specie. Finalmente se diremo fu presa la colonna ,
è allora che verrà da noi precisata la colonna pre-
scelta far le altre tutte.
(i) Un Poetastro stampò contro Benedetto XIV una sutì-
raccìa» H Pontefice la lesse , la corresse , e scrisse all' autore S
ve la rinvio corretta acciò la vendiate meglio.
36
Di qui è che si rende a noi manifesto che le
voci uno, il, servono a ristringere sempre più il
significato dei nome. Infatti chi dice : V uomo è
opera del Creatore , viene ad accennare quest' ope-
ra, senza indicare però se vi sono altre sue ope-
re, senza presentarci questa distinta dalle altre,
e senza precisarcela in un modo particolare.
Che se dirò l'Uomo è un opera del Creatore ,
farò intendere, e che vi sono altre sue opere, e
che questa è una combinata colle altre. Finalmente
quando dico: Y Uomo è V opera dei Creatore | è
allora soltanto che vengo a presentarla staccata, e
distinta da tutte le altre sue opere, come che per
noi la più portentosa.
Così , veuendo interrogato uno di voi : avete ve-
duto Persona ? se risponderà non ho veduto perso-
ria , ho veduto una persona, ovvero ho veduto
la persona; la risposta nel primo caso indicherà
persona in un modo indeterminato ; nel secondo,
determinerà il suo numero; nel terzo preciserà il
numero, e farà comprendere .incora la specie in-
dividuale della persona. Così dirassi: un forte vo-
lere , un alto imaginare, un maturo pensare; ado-
perando un in luogo di il, perchè così al volere,
all' imaginare, al pensare, vien dato quell'estesa
ed illimitato significato che si vuole appunto che ab-
biano tali voci.
Ma , se ben si attende, potrà scorgersi facil-
mente non competere soltanto alle voci il, uno ,
il carattere d' individuare il nome con minore ,
o maggior precisione \ ma esser proprio ancora un
tale uficio de' vocaboli , esso , desso , questo , stes-
so, medesimo. Anzi la loro indole è tale da pre-
cisarci in modo il nome, quasi mostrandolo a dito
con più, o meno energia. Tutto ciò può sentirsi
dalle seguenti espressioni : padre, un padre, il pa-
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dre, padre, desso padre (i), questo padre,
questo stesso padre , questo medesimo padre. Ed è
perciò che i sette addotti vocaboli, attesoché si
associano con il nome per dare ad esso una mag-
giore o minore determinazione , potranno deno-
minarsi accompagaanomi , od anche voci deter-
minanti (a).
Dal loro uficio stesso di precisare X individuo che
vien rappresentato dal sostantivo, cui si associa-
no , si comprende perchè non debbano unirsi nè
con i nomi individuali e personali 5 non dicendosi:
uno Pietro : uno Arno : il Pietro ec. nè cogli
aggettivi imperfetti od incompleti ) il carattere oe
quali consiste appunto nel voler denotare in un
modo indeterminato tanto il numero degli indivi-
dui , come la specie , o particolar carattere di cia-
scuno 5 onde non può dirsi : uno alcuno , il qual-
che , il certuno ec.
S' intende dunque il perchè, nominando per-
sona , o cosa ignota a coloro ai quali è diretto
il discorso , si adoperi la voce (uno), per es. ven-
ne un Amico 5 ed in seguito del discorso si faccia
uso della voce (il), dicendo: venne l'Amico; atteso
che in questo secondo caso si suppone Y individuo
amico già noto.
È vero che talora anche con i vocaboli inde-
terminati qualche, tale, certo, ec. sogliamo uni-
re la voce uno , dicendo : un qualche , un tale ,
(1) Questa maggior forza significativa che ha la desso
sopra r altra esso , si rileva ancora dalla etimologìa di queste
due voci. Esso è tratto dal latino ipso , mentre desso viene
da de ipso , quasi di esso , servendo appuntò la dì ad asseve-
rare, o confermare con* più viva efficacia.
(a) Presso i latini ancora il pronome die serve bene spessa
ad estendere la determinazione di un nome.
un certo; ma ciò proviene dai sottintendersi alla
voce uno , qualche altra voce collettiva ; cosichè
veniamo a dire: un qualche uomo, un certo in*
dividuo , ec.
Talora associamo la voce uno con i sostituiti
vocaboli personali , od individu;ili , dicendo : è
una babilonia 5 è un Nerone, è un Tito-, inten-
dendo però che debbano esservi sostituiti altri
vocaboli collettivi del significato analogo : è una
confusione; è un Imperante crudele 5 è un So-
vrano adorabile. Così potrebbe dirsi: è un Leo-
poldo (1) per indicare un benefattore nel trono,
che vuole efficacemente la felicità de* sudditi.
Che se ai nomi individuali, Cairo, Roccella,
Mirandola , vanno unite le voci ( il, la , ) ciò deri-
va dall' essere sottintesa in origine a codesti voca-
boli la voce collettiva provincia , cioè la provincia
del Cairo , la provincia della Rocella , la provìn-
cia della Mirandola \ come diciamo anche in og-
gi la Marca , la Romagna la Francia , la To-
scana , F Italia , ec. col sottintendere i rispettivi
nomi collettivi.
IV accompagna nome i7, che non si associa che
con il sostantivo, unendosi con qualche aggettivo
darà a questo il carattere di sostantivo \ quindi
(1) Pietro Leopoldo più Magistrato che Sovrano dette una
prova di fatto che il suo gran tuore era ripieuo tutto del sen-
• timei;to della felicità de* suoi sudditi. Nella maestà e filantro-
pia delle sue leggi * liberamente concesse al popolo toscano,
racchiuse quella sapienza ed umanità che regge felicemente
questa bella , industre , frugale, e saggia parte d* Italia, che
prospera sempre più, per il regime sapiente, benefico , e soave
di Leopoldo IL Questo Principe tu lo vedi inoltrarsi tutto solo
a traverso di folto popolo geloso custode della inviolabilità u»
tua sacra persona , perche sa dominare soavemeute nel cuore
dei sudditi che lo adorano.
»
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hi farà dire a Tilo : <« Di pubblicar procura, che
« grato a me si rende, più dcljalso che piace, ilvcr
» che offende. »
Lo stesso deve intendersi dell' accompagnano*
me un : e perciò si dirà , un pubblico dee ri-
spettarsi, ec.
Conchiuderemo da quanto si è detto sugli ac-
conipagnanomi , che se per loro uficio ristringono,
determinano, e precisano più o meno il signifi-
cato dei nomi cui si associano , potranno essi ,
per questa stessa ragione, venir soppressi , qualo-
ra qualche aggettivo presti un simile servizio al
uomej onde dir potremo: eroiche imprese non con-
vengousi che a' grandi uomini \ venendo dall' ag-
gettivo eroiche determinato a bastanza il sostan-
tivo imprese , Bensa Y accompagnanome le. Simil-
mente diremo: iWor solo non prevale contro il
valore congiunto ad entusiasmo j T aggetti no soL*
fa le veci di il.
CAP. IV. "
Dil vice-home (o Pronome.)
Il vocabolo, del quale ci serviamo sovente in-
vece del nome sostantivo, fu denotato colla voce
pronome composta della latina pio (invece), e
dall' altra nome; onde far intendere il servigio
che ci vien reso da codesti vocaboli , i quali ap-
punto per ciò crediamo che nei nostro idioma deb-
bano chiamarsi piuttosto vice-nomi : per es. nella
guerra di amor chi assale è vinto 5 chi fugge è
vincitor. Chi in questo luogo corrisponde a quelC
uomo il quale.
D pronome , oltreché fa le veci del nome , serve
a liberarci dalla noia che ci arrecherebbe la ri-
4°.
petizione di uno stesso nome ; ed anche alle volte per
eccitare 4 altri a rintracciare quel nome da noi ob-
liato, ed al quale intendiamo riferirsi il nostro
discorso.
Potremo qui accennare le consuete distinzioni
grammaticali dei pronomi , dicendo che essi sono :
i.° Personali, quando indicano persone ; quali
sono: io, tu, egli, colui; noi , voi , essi o eglino
o coloro; il, lo, la, gli, l e , ec.
. 2. 0 Possessivi , se denotano possesso ; come:
OMO , tuo , suo , nostro , vostro , ec.
3. ° Assoluti ) qualora additano immediata re-
lazione con qualche prossimo individuo, come:
quale, esso, questi , medesimo , stesso , tale , lo,
la , gli, le, che ( quale).
4. ° Distributivi, od anche individuali, se il loro
senso include relazione ad uno o a ciascuno de-
gl individui distribuiti con ordine. Tali sono :
ognuno ( ogni uno ); vale a dire tutti , ma riguar-
dati successivamente ad uno ad uno; lo stesso senso
deve attribuirsi ai pronomi ciascuno, ciaschedu-
no. Per es. « la conversazione è come una compa-
» gaia di commercio : ciascuno dee porvi il ca-
» rato , e ciascheduno partecipare al prodotto ».
I pronomi qualcuno , qualcheduno , alcuno ,
ec. significano che fra un'ordinata serie di nomi,
alcuni soltanto devono aversi in considerazione ;
peres. qualcuno che in società parla sempre,
offende qualche altro che vorrebbe parlare in
sua vece-, e qualcheduno che sempre tace, è
incomodo per diverse ragioni. I distributivi ne-
gativi sono : nessuno ( ne pure uno ) niuuo. 11
vocabolo nullo invece di niuno è più proprio del
linguaggio poetico ; onde abbiamo : nullo mar-
tino , fuorché la tua 1 alila , sarebbe al tuo fu-
ror dolor compito,,
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5. # Indeterminati , o indefiniti ; tali sono : al-
tro , altrui , tale, certo, una cosa , taluno, uno,
certuno, ec. chi ( colui che), cui (quale, che ,
chi ) chiunque ( chi che sia ) } qualunque (quale
che sia ) ; che ( qualunque cosa che ) , qu al si sia
( qualunque che sia ). Per es. ha vile e perfido
carattere chi loda alcuni per denigrare altri più
francamente.
Gl'indefiniti poi negativi sono i seguenti : niu-
np , veruno ec.
Il pronome ci si pone invece di questo luogo,
ed il pronome vi serve ad indicare quel luogo.
Chi parla e dice questo , indica cosa che è a
lui vicina , o di sua pertinenza ; mentre , se di-
rà , quello , o codesto , verrà ad indicare cosa
vicina , o spettante a chi è indirizzato il di-
scorso.
Il pronome personale chi è invariabile ; comò
lo è il vocabolo onde^ quando è pronome # e sup-
plisce all' epressioni ( di qui è) {da ciò vedete
che ) ec.
Benché le voci , stesso , quello , codesto , ec.
equivalgano a quest' uomo , quelt uomo , code-
st' uomo , ec. pure non sono esclusivamente pro-
nomi , prendendo in varie circostanze V indole
dell' aggettivo , come ne" seguenti esempi : quegli
medesimo , egli stesso , con quelfalbero , con questo
frutto , ec.
Il pronome quale richiede sempre V accompa-
gna nome i/| non potendo dirsi l'uomo quale,
ma 1' uomo il quale. All' opposto la voce che ,
quando la fa da pronome, invece di il quale , ri-
cusa r accompagnanome il , e qualora vi si as~
socii , viene a significare la qual cosa ; come : il
che ben s' intende. Quaudo poi riferiscasi il che
ai sostantivi generici , per es. tutto ciò 3 cosa ,
4*
affare, interesse, non potrà mai restar sottintesa
la voce che ; onde dovrà direi : tutto ciò che mi
avete detto.
Coi pronomi nulla , niente , che equivalgono
a nessuna cosa , si associa spesso la voce non ,
senza produrre negazione nel sentimento , sicco-
me accade nel latino ; onde le espressioni : non
v'è niuno, non ci è nulla , si conservano negative.
La voce un , adoperata come pronome , vale an-
cora la stessa cosa che y per es. il proferire il tuo
consiglio , quando non sei richiesto , è un dire :
io son più savio di chi consiglio; anzi è un rim-
proverargli la sua ignoranza. Lo , quando non la
fa da accorapa gnanome , è pronome invece di que-
sto: p. es. chi fa il proprio elogio , indispone al-
tri dal ripeter/o.
Fissata la natura e l 1 uficio del nome , dell'ac-
compagna nome , e del pronome , vorrebbe il con-
sueto ordine grammaticale che si discendesse im-
mediatamente a parlare del verbo. Ma come po-
trebbe trattarsi convenevolmente della natura del
verbo , e del suo uficio di esprimere fedelmebtb
i nostri pensieri, senza prima conoscere quali siano
gli atti della niente pensante? Che se però ci cre-
diamo necessitati di entrare in una discussione
quanto importante altrettanto indispensabile per
l'intelligenza di qualsiasi grammatica} tuttavia ciò
faremo con quella semplicità, e brevità che con
viensi all' intelligenza aei giovanetti , ed alla te-
nuità delle dottrine grammaticali. E siccome sia
mo certi non esservi chi creda potersi parlar bene
prima di riflettere , perciò tutti converranno noii
poter parlarsi «Iella grammatica convenevolmente
prima di aver fatto almeno un cenno delle facoltà
intellettuali.
Nè temer dovete che la vostra tenera età Ti
J J ' - w,— — — — - ••
renda incapaci di quell'attenzione e riflessione che
\ien richiesta da una tale indagine. Questo dub-
bio oltreché vien dissipato dalla nostra stessa espe-
rienza e da quanto si è già avvertito nel pream-
bolo, verrà a togliersi del tutto dalle vostre menti
al riflettere che niuna verità è difficile a compren-
dersi quando negli anteriori progressi graduati
siansi conosciute tutte quelle da cui questa dipen-
de. Non v' è dubbio che le vostre facoltà intel-
lettuali non debbano usare da principio un certo
•zo per intendere ; ma queste a poco a poco
acquistano colFuso sempre maggior forza e vigore
senza avvedervene , come senza che voi ve ne ac-
corgiate va crescendo a gradi a gradi , ed a for-
tificarsi la vostra fisica organizzazione.
CAP. V.
DELLE TRIMARIE FACOLTÀ* DELLA. MOTE.
Sensazioni e sentimento.
Per facoltà della mente intendiamo: quel suo
potere di manifestare in differenti maniere la sua
esistenza .
E per farci meglio intendere dal nostri teneri
allievi invitiamoli ad osservare attentamente quei
falli che dentro di essi accadono nel sentire, pen-
sare, giudicare, ragionare. E ricorrendo ad un
esempio che renda la verità più sensibile diciamo
ad uno di essi : questo frutto che voi qui vedete,
non è egli vero che al voslr' occhio , che su di
esso si fissa, comparisce verde o rosso, o di più.
colori? Appressatevi le narici, e sentendo odore
buono o cattivo , lo direte odoroso o disgustoso.
Se il toccate col dito , lo sentirete duro o molle,
liscio o ruvido, caldo o freddo. Che se voglia vi
prenda di assaggiarlo , lo sperimenterete gustoso
o spiacente , dolce o aspro. La riunione di que-
ste sensazioni, che in voi sperimentate , denomi-
nandola sentimento , o complesso delle vostre sen-
sazioni, direte che questo consiste nella vostra fa-
coltà di sentire le impressioni fatte su i vostri or-
gani sensorii dai stimoli di tal frutto.
Conviene però confessare che non solo ci è oc-
culta T intima ed essenziale natura della pera , vale
a dire ciò che essa è in sè stessa ; ma che si
ignora pur anche la vera indole di quelle estrin-
seche modificazioni , ed accidentali caratteri della
pera , che voi dite sue qualità , perchè col loro
mezzo vi si manifesta la pera per aitale essa è
rapporto a voi , o alle vostre sensazioni nel guar-
dare , nelT odorare , nel toccare , nel gustare.
Ma sa voi vi sentiste passivo sotto le forti scosse
eccitate nel vostro sentimento da questo frutto ;
conosceste ancora che eravate divenuto attivo quan-
do lo riguardaste , ed esercitaste su di esso quel
potere che denominate percezione, ossia forza della
mente di riguardare le sue interne modificazioni.
*
Percezione.
Dalli variati stimoli prodotti dagli oggetti esterni
nei vostri organi sensorii, e dalla varietà delle sen-
sazioni che ne risultano venendo a variarsi la vo-
stra maniera di esistere viene al tempo stesso la
vostra mente ad accorgersi non solo di esistere ,
ma a pesare per dir così la sua maniera di esi-
stere e cjuella tii qualche essere fuc ri di voi qual
causa primitiva delle vostre sensazioni 5 causa che
altrove denominaste cosa ( p. 17. ).
t
45
Ora : pesare la vostra maniera di esistere -f quella
delle cose = pensare = percepire.
Attenzione.
• » • *
L' Attenzione è quella forza che esercita la men-
te allorquando fissa Y attivo suo sguardo sopra le
sue sensazioni , ^ià divenute oggetti intellettuali.
Codesti oggetti si chiamano idee.
Idee.
4
Benché la pera , o altre c.ose sensibili non fac-
ciano ora , o giovanetti , una impressione imme-
diata in alcuno dei vostri sensi, nè più le vedia-
te con gli occhi esterni , pure cogli occhi interni
della mente voi continuate a vedere le loro im-
magini, quasi in uno specchio chsj potrà da voi
denominarsi : specchio dell 1 umanififr intendimento.
E bene: codeste immagini che continuano ad es-
sere a voi visibili, vi fanno asserire io ho idea
di un cavallo, di una spada, di una piazza , di
una persona , ec. Sono dunque altrettante idee
queste immaginette che voi anche adesso vede-
te. (i) : ,
ftJa nell'una, o nelr altra di queste idee voi
trovate* riunito un cumulo d' idee distinte fra loro.
composte. Al contrario V idea del colore della pera,
l'altra del suo sapore, la terza dell' odore ec. sono
(i) La parola idea che viene dal Greco significa appunto im-
magine , perche le nostre idee non sono che immagini delle* coae.
46 "
altrettante idee indecomponibili in al ire idee di-
verse fra loro , sono cioè idee semplici.
Inoltre le idee delle proprietà, e delle aualità,
riguardate come attaccate o inerenti nelle cose
stesse , le denominerete idee concrete ; che diver-
ranno idee astratte allorquando , distaccandole
dalle cose , darete ad esse un 1 esistenza che non
ha altra realtà che nella vostra mente , e che espri-
merete cogli aggettivi sostantivati. Saranno dunque
idee astratte quelle di dolcezza, di bellezza , di
splendidezza , di lunghezza , ec.
Vi sarà poi facile ancora di distinguere fra le
idee astratte le semplici dalle composte.
Faremo qui osservare che tanto le idee semplici
che le composte : tanto le astratte , che le con-
crete, possono ridursi tutte a due grandi classi, che
costituiscono gli elementi delle umane cognizioni;
cioè alle idee misurabili, e alle idee non misura-
bili. Se dalle prime derivano le scenze esatte t ri-
sultano dalle altre tutte quelle dottrine alle quali
venne esteso il nome di scenza.
Riflessione.
Attenda la vostra mente a considerare un idea
composta ; e, mentre va osservando le idee che
la compongono , vada e torni quasi globo o palla
o raggio di luce, che riflette in forza di sua ela-
sticità, dall' immagine dell'oggetto in sè stessa ,
per qui deporre quanto ivi va discoprendo. Voi
dite allora che la vostra mente riflette , o pensa,
cioè pesa l'idea p).
(i) La riflessione servendo principalmente a farvi vedere gli
ometti rome essi sono in realtà, serve a liberarvi da quella pre-
vsnaione che vorrebbe preseli tarveli come da voi si desiderano.
Dalla riflessione derivano ancora le idee meta-
fìsiche denominate nozioni , ò concetti , che sono
gli oggetti della mente non corrispondenti a cosa
alcuna sensibile. Di qui è che diciamo, riguardo
ad un oggetto sensibile , immaginarlo sfigurarselo,
mentre che, riguardo ad una nozione, ad un con-
cetto , diremo con più proprietà, concepirlo (i).
Giudizio.
La riflessione vi faccia conoscere che l'idea (a)
B portata a confronto colla idea A , abbia con
questa un qualche rapporto (3) ; come p. e. che
1 idea risplendente inclusa sia nell' idea spada. La
vostra mente asserisce allora ciò che vede. E sic-
come ciò che vede è appunto ciò che esiste , per-
ciò asserisce il giusto > o sia giudica (4). Dunque
un giudizio è la cognizione di un rapporto , os-
sia è /' asserzione dell* esistenza di un rapporto.
. V oggetto che si prefigge la nostra grammati-
ca esigendo una certa classificazione di giudizi ,
secondo il diverso uficio che ci prestano 5 sarà
perciò :
(1) Ci è affatto incomprensibile la maniera con cui acquistia-
mo le sensazioni e le idee tanto dirette che riflesse , Yale a.
dire le nozioni.
(1) Ci prevarremo alle volte dei simboli generici degli alge-
bristi per il motivo addotto ( p. 19. ). Piacendo al Precettore
di adottare il metodo cT istruzione, simultanea in luogo della
individuale , e di render sensibile V astrazione dei simboli con
molti esempi, vedrà egli allora dissiparsi ogni apparente diffi-
coltà di rendersi intelligibile.
(3) La voce rapporto potrebbe supporsi derivata dati* alto
della mente di portare, per dir così, un idea al confronto di
un altra , onde conoscere la loro relazione.
(4) Il vocabolo giudicare forse deriva àaìjut dicere ( dira
il giusto) dei latini.
48
i.* Classe. Giudizi di rapporto d'inclusione.
Consistono questi neìY asserzione della mente che
un idea B è inclusa in un altra idea A.
a. a Classe. Giudizi di rapporto di uguaglian-
za , ed anche d' identità (i). Quando la vostra
mente, confrontando l'idea C colla idea/?, giun-
ge a conoscere che una è uguale all' altra , come
er es. che /' idea d' una colonna è eguale ai-
idea a" un altra colonna ; allora asserisce V esi-
stenza di eguaglianza fra queste due idee, o sia ,
giudica del loro rapporto di eguaglianza.
Qualora il giudizio si raggiri su due idee mi-
surabili astratte , come 2 + 1 = [\ , allora lo di-
remo giudizio di rapporto d' identità , perchè si
asserisce dalla mente che è ciò che è ; infatti , chi
dice 2 -|" 2 = 4 > dice che 4 = 4 5 c *°è cne 4
è 4- (2)
3.* Classe. Giudizi di rapporto di differenza.
Confrontando due idee G ed M , e scorgendo
fra esse una qualche differenza in più o in me-
no , come per esempio fra Y idea di un tutto , e
l' idea di una sua parte, allora asserisce la mente
T esistenza di differenza fra due idee. £d ecco un
giudizio di rapporto di differenza. (3)
Prima che discendiamo alle altre tre classi di
giudizi , immaginatevi una linea retta , che con
(1) Identità è l'aggettivo sostantivato della voce identico ,
che deriva dall' idem (stesso) dei latini ; e ci fa intendere che
l'identità consiste nel ravvisare un'idea eguale a se stessa ( v.
I»aij. 53 ).
(•/) I giudizi d' uguaglianza , e quelli d'identità vengono
espressi dalle voci egualmente , tanto , quanto , cosi , al pa-
ri , ec.
(5) Questi giudizi si esprimono colle voci maggiore, mino-
re , più , meno , ec.
una sua estremità si trovi al principio , e coir altra
al fine della fisica esistenza della natura
-A-B-C-D H- N-O-P-Q
—
Supponete che un suo punto h indichi' il mo-
mento attuale in cui la osservate ; che i suoi punti
. . . a 9 b , c , d , . . . che precedono il punto di
tempo h indichino i tempi- passati ; e che dai
suoi punti . .../ì, o, p , q, che succedono al mo-
mento k , vengano indicati i tempi futuri.
Sotto questa linea , suppongasi da voi esisterne
un altra dalla quale vengano indicati i pensieri o
le azioni umane che si sono succedute f e che- si
succederanno. In questa seconda linea di pensieri o
d' azioni , che potrete riguardare identica colla
prima linea del tempo , supponete notati in cor-
respettività dei tempi i pensieri od azioni./. A,
B , C 9 D . . . che hanno preceduto l'azione attuale
H 9 ed inoltre i pensieri od azioni . . . N , O 3
P , Q . . . che saranno per succedere ad H.
Il rapporto fra Fazione attuale H con il punto
di tempo h , lo diremo di tempo presente : i rap-
porti fra le azioni passate .. .tA, B , C , D . . . ,
ed i punti di tempo che ad
esse corrispondono li diremo di tempo passato.
Finalmente i rapporti delle azioni N , O , P ,
Q . . . con i respettivi punti di tempo n, o , p ,
q ... ili cui devono effettuarsi -9 li diremo di tempo
futuro.
Si comprende da ciò quali sieno i giudizi della
4.* Classe. / giudizi di rapporto delle azioni
con i tempi ; come , per es. dicendo : passeggiai
ieri; scrivo adesso; studierò domani , asseriscono
3
5o
1' esistenza di rapporto delle azioni con i respettivi
tempi passato, presente e futuro.
Riguardate ora i punti . . . a , /; , c ...//.. .
// , o , . . . ridotti quasi a tante diverse sedi ove
si trovino situati i respettivi corpi . . . A, B, C. . .
il ... N , O , P .... L 1 attuale supposizione ci farà
scorgere nella
5. " Classe. Primieramente rapporti di situazione
fra V oggetto A , e la sede a ; fra Y oggetto B ,
e ia sede b, ec. come per es. io sto quà — io sono
esistente -f- la mia esistenza è in questo loco : tu
stai là y quello sta dentro , Y altro sta fuori, uno
abita sujpra ; Y altro abita sotto ec. Questa specie
di proposizioni serve ad esprimere i giudizi di rap-
porto di situazione.
6. * Classe. Secondariamente potremo scorgere
dei rapporti di distanza fra la sede del corpo A ,
e quella del corpo B ; fra la sede del corpo D , e
quella del corpo fi , ce. Direte esser questi giu-
dizi di rapporti di distanza , perchè asseriscono
una relazione di disianza fra la sede di un oggetto ,
e la sede di un altro oggetto; e si esprimeranno di-
cendo : io sto lontano dalla piazza = io sono esi-
stente -J- la mia esistenza è distante dalla piazza ; lo
stesso significalo ineludono le seguenti espressioni :
io sto vicino a te ; un luogo è /untano dall' ald o \
una cosa è prossima all' altra , ec.
Queste sei classi di giudizi dipendenti dai rap-
porti d 1 inclusione , di eguaglianza , di differen-
za , di tempo , di situazione , di distanza forme-
ranno la parte fondamentale e principale della no-
stra grammatica , qualunque >iasi V opinione in
contrario di alcuni valenti ideologisti ^i).
r—— — — 1 — — — — — — — — — — - — — — _
(i) Non ci sembra di poter convenire con il Sig. Tracy die
5i
Vi piaccia ancora di dare una rapida occhiata
a certe diverse forme che prenderanno i vostri
giudizi dipendentemente dalla varietà delle circo-
stanze in cui dovrete giudicare , cioè : o in un
modo indefinito , o in un modo definito ed in-
sieme dipendente da comando, o in una maniera
indicativa ed isolata , ovvero accompagnata da
qualche particolar sentimento dell animo ; o in
un modo congiunto con una particolare determi-
nazione o dipendente da qualche condizione. Que-
ste diverse forme che prender può il vostro giu-
dizio le chiameremo maniere , o modi del giu-
dizio , onde avrete i modi indefinito , imperati-
asserisce ( T. i. pag. 47 Milano 1817. ) » che V atto di
giudicare consiste sempre , ed unicamente nei vedere che un'
idea è compresa in un* altra e che fa parte di questa ». Que-
sto celebre autore sembra tanto sicuro di questa sua defini-
zione del giudizio da dirci con piena fiducia ( Par. 2." T. 1.
pag. 20 ) » io ardisco affermare che fino al giorno d' oggi
niuno fra 1 grammatici ha conosciuto in che precisamente con*
siste l operazione di giudicare , ed è questa la primaria cagio-
ne per cui i più belli indegni , e le teste più forti non ci han-
no dato finora che cattive teoriche intorno al linguaggio. £
debbo confessar francamente che tutte quelle che sono a mia
cognizione le trovo non solo imperfette, ma false eziandio:
ed è ciò appunto che mi ha posto in disperazione quando ho
preso a scrivere il presente trattato ».
L'asserzione del Sig. Tracy che tutti i nostri giudizi consi-
stono sempre ed unicamente nel vedere^He un* idea è indussi
in un 1 altra , o che fa parte di questa » non ci sembra conci-
liabile in modo alcuno con quanto crediamo di avere dimostra-
to sulla diversa indole dei giudizi , mediante ripetute osser-
vazioni sui nostri stessi fatti interni. Se in ciò non ci siamo
ingannati potranno allora le verità stabilite servire non solo
di base per la completa teoria del discorso, ma ci apriranno
l'adito ancora a sciogliere agevolmente un gran numero di
complicate ed oscurissime questioni che hanno tanto imbaraz-
zato i grammatici e gli ideologisti , perchè appuuto non ave-
vano analizzato abbastanza 1' atto intellettuale che chiamiamo
giudizio.
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fo, indicativo, congiuntivo, ottativo, condizio-
nato.
Basti per ora un sol cenno di questi diversi modi
di giudicare, perchè dovremo trattarne con qual-
che estenzione , nelT applicare la grammatica in-
tellettuale alla grammatica italiana. Passiamo in-
vece a trattare della facoltà della mente denomi-
nata raziocinio,
Raziocinio.
La ragione è la facoltà della mente di combinare
le idee. Esercitare questa facoltà è ciò che dicesi
ragion-are, ragion- dare , del rapporto che la mente
non può discoprire a primo aspetto fra una idea
A ? ed una idea B. Infatti allora diciamo esser
essa costretta di ricorrere ad una terza idea G
r ragion dare del rapporto fra le due idee A ,
Dal vocabolo ragionare è derivata la voce ra-
ziocinio. Dunque il raziocinio è la combinazione
di una terza idea C colla idea A , e poi colla idea
B , per potere effettuare la combinazione di A
con B. E perciò diciamo che la mente ragiona
quando rintraccia mediante la riflessione tanto nella
idea A , come nelT idea B una terza idea C , la
quale per il suo rapporto cognito tanto coli* una
che coli 1 altra delle due prime , dà luogo a pro-
ferire due noti giudizi , dai quali discende neces»
sanamente il discoprimento del giudizio ignoto ,
yale a dire l 1 evidenza del ricercato rapporto fra
l'idea A e T idea B 5 ed è ciò appunto in che con-
diste il raziocinio.
Per es. riguardo ai giudizi d' inclusione , per
accertarvi die Y idea B , è inclusa nelP idea A ,
trovata che avrete la terza idea C , cosi ragione-
rete. L' idea A include Y idea C y Y idea C iu-
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53
cldde l' idea B , dùn<Jiie 1* idea S viene ad essere
inclusa nell'idea A (ij. Veggasene un esempio pag*
6o. Vuii 22.
Trattandosi pòi di un giudizio di eguaglianza
fra V idea M } e X idea N , assumerete Ti dea P già
confrontata con M ed N , e direte: M = P; P==fc;
dunque M = N. Circa poi T eguaglianza per iden-
tità , dir potrete : 9 + 7 = 16 \ 16 = 1 1 -f. 5 ;
dunque cj 7 = 1 1 -f- 5.
Avvertiremo bensì che non può aver luogo al-
cun raziocinio su di un giudizio qualora una delle
sue due idee sia semplice , e molto più se sieno
semplici ambedue , come accade nel giudizio d'iden-
tità perchè allora non può dedursi tanto dall'idea
A cne dalla idea B la necessaria terza idea C di
confronto che pur' esser dovrebbe comune tariti
ali 1 una die -ali 1 altra, onde risultino quei due noti
giudizi dai quali si deduce /' ignoto. Ed ecco il
perchè non ha luogo alcun raziocinio, nè per es.
sul rapporto dell' idea zucchero coli' idea dolce ,
nè sul rapporto di 2 -f- 2 = 4 > ec.
Nè si creda perciò che simili rapporti d'iden-
tità richiedano* Pajuto del raziocinio per farsi com-
prendere. Questi si scorgono veri intuitivamente
ossia si presentano a primo aspetto evidenti.
Evidenza.
Giunta che sia la mente a vedere che e ciò che
è come p. e. che 2 -f- 2 = 4 > eioè che 4 = 4 5
« ... M , M I I
(1) Per servire all' intelligenza de' giovanetti su di una ma-
teria che a primo aspetto sembra alquanto astratta , potrà ri-
correre il precettore a qualche confronto sensibilissimo , còme
sarebbe , se la scatola A include la scatola C, e se nella scatola
C è inclusa la scatola B, ile s^ue necessariamente chela sca-
tola A include la scatola B.
54
ossia che 4 è 4 ? od anche che un tutto = alla to-
tale unione delle sue parti , cioè che la colle/ione
totale delle parti di una cosa eguaglia tutte le sue
parti , ossia che il tutto è tutto ; allora , a que-
st' ultimo grado si arresta la niente, appagata alla
vista del vero , cioè alla vista che è ciò che è ,
vista denominata evidenza.
L'evidenza dipendente dal rapporto d'identità,
od anche dalla differenza fra due idee astratte mi-
surabili , si chiama evidenza di ragione. L' evi-
denza dipendente dai rapporti di eguaglianza ,
d'inclusione, di differenza , di tempo , di distanza,
di situazione, si denomina evidenza di fatto.
Finalmente vien distinta una terza evidenza sul
rapporto fra la nostra esistenza e qualche sua espe-
rimentata ed intima modificazione j come per es.
io sento y io penso , ec. Questa evidenza vien chia-
mata di senso intimo.
Memoria.
Non è nostro scopo il tener qui discorso della
memoria riflessa della quale solo intende parlar
Dante quando ci dice , che non fu scenza sen^a ri-
tenerlo inteso -, poiché non avrebbe fatto uso dei
vocaboli scenza, inteso, se avesse voluto parlare di
quella memoria che suol essere lo strazio della gio-
ventù , perchè appunto ne fà essa uso della facoltà
d'intendere, nè ci fa fare acquisto di ciò che ve-
ramente intendesi per scenza.
Coscenza.
Pervenuta la mente all'evidente cognizione della
verità nasce nell'animo una certa tranquillità e so-
disfazione quasiché giunta fosse al punto bramato.
Là cognizione della dipendenza di questa tran-
quillila dello spirito dalla Verità evidente è ciò che
dicesi coscenza ( con scenza) per esprimere la scen-
za che abbiamo di noi stessi riguardo all'indicato
rapporto; ond'à che la cosce nza può riguardarsi
quasi il sigillo della verità (i).
Questo breve cenno da noi dato sulle idee , sulla
loro combinazione, e sull'indole delle principali
facoltà intellettuali vi farà intendere bastantemente
la maniera esatta di esprimere con il discorso i
concetti della mente \ e potrà supplire a quanto
dovrebbe forse restringersi in una logica chiara ,
utile , e compendiosa (a).
(1) In qualunque circostanza di vostra vita in cui dovrete
giudicare o pronunziare una decisione qualunque converrà che
vi cauteliate attentamente da ogni illusione riguardo alla vostra
coscenza determinante, potendo accadere che i sentimenti di trau-
quil ità di vostra coscenza , senza avvedervene , vengano m »-
cliticati dalla vostra posizione , dai vostri interessi , dai vostri
pregiudizi , dalle vostre stesse passioni, anziché venir deter-
minati dall' intima convinzione della cognita verità. Certamente
se vi andasse del nostro interesse , dubiteressìmo perfino delle
dimostrazioni di Euclide (Sentenza di un profondo tilosofo ).
(2) D'Alembert facendo l'elogio della grammatica di Du-
marsais e specialmente della parte logica di ques a grammatica
cosi si esprime : questo / ruttato contiene sopra .a metafisica
tuttociò che è permesso sapere ; il che vuol dire essere V opera
brevissima.
56
CAP VII.
DEL VERBO E DEGLI ASSERTIVI.
Non V La discorso propriamente detto se non
abbia un senso compito 5 ed il senso compito con-
siste nelF enunciare un qualunque giudizio , nel-
T affermare l'esistenza eia maniera di esistere di
un soggetto, nell'esprimere qualsiasi rapporto. Que-
sto servigio ci vien reso da ciò che dicesi verbo
vocabolo che deriva dalla latina verbum ( parola ).
Fra una gran molti plicità di verhi basterebbe
il solo verbo etsere per esprimere qualunque rap-
porto. La for/a asserente di questo verbo viene
ad abbracciare con una voce due giudizi ; il i.°
cioè riguarda V esistenza di due idee j ed il 2. 0 quel-
la del loro rapporto. Infatti proferendo voi il vo-
cabolo pera non asserite né che la pera esiste , né
come esiste ; ma dicendo questa pera è buona ,
allora voi venite ad asserire non solo Y esistenza
della pera e della bontà, ma insieme affermate
F esistenza del rapporto fra queste due idee pera
e bontà. Ora V affermare V esistenza delle idee e
della loro maniera di esistere sarà ciò che chia-
meremo stato \ e diremo che il carattere essenzia-
le del verbo essere consiste nclf asserire lo stato,
ossia neirenunziare due giudizi con una sola vr*?e.
Lo stesso discorso ha luogo riguardo all' enuncia-
zione delle altre classi di giudizi già da noi fis-
sate 5 come per es. la colonna A è uguale alla co-
lonna B, ec.
Ma il verbo essere oltreché basta per se solo
colla sua intrinseca forza asserente ad esprimere
qualunque giudizio , ha ancora Y altra proprietà
singolare d' incorporarci per dir così con 1 uno,
^7
o coir altro aggettivo per dare ad esso e fórma e
vita in un tutto cognito sotto il nome di verbo
composto , o come altri vogliono di aggettivo ver-
bale ; così per es. leggo= io sono leggente 5 leg-
gere = esser leggente = persona essente leggente.
Queste due proprietà eminenti del verbo essere
lo banno fatto chiamare a buon dritto verbo , cioè
parola per eccellenza (1). Ma perciò appunto cre-
diamo che questa caratteristica denominazione non
debbi da voi confondersi con quella di tutti gli
altri verbi composti, i quali d'ora in poi verran-
no da noi indicati col nome di assertivi , e ciò
per fare intendere che il loro uficio primario con-
siste neir esprimere V asserzione della mente non
solo riguardo allo stato del soggetto, ma riguardo
ancora alla di lui azione.
Questo duplice uficio essenzialmente proprio de-
gli assertivi ( o verbi composti ) ci viene da essi
manifestato o in un modo detcrminato ed espli-
cito ( cioè manifesto ) , come leggo = io sono leg-
gente 50 in un modo indefinito ed implicito ( cioè
occulto ) , come leggere = essere leggente = per-
sona essente leggente. Ed è perciò che questa se-
conda voce deir assertivo fu chiamata infinito ,
benché dovesse chiamarsi con più proprietà in-
definito.
U indefinito in tutte le lingue è quella voce
che pronunciasi prima di qualunque altra dell 1 as-
sertivo tanto dai fanciulli , come da quelli che in*
(<) L' eccellenza della voce essere , e la drgnità della parola
verbo risultano maggiormente dalle Sacre carte ove I'Fnte Su-
premo per farci in qualche modo intendere che a lui per es-
senza appartiene l'essere, ci dice di se stesso: Io sono quello -
che sono. ( Ego sum qui sum ); ed ore la Divinità stessa viea
chiamata II Verbo ( t'eri* m \
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58
cominciano ad apprendere una lingua straniera col-
la sola pratica: 1/ perchè questa voce esprime
indeterminatamente lo stato e Y azione def sog-
getto 5 2." perchè essa non prende in considera-
zione i rapporti di modo , tempo , numero , e per-
sone, dei quali essa niente affatto ci dice. Ma que-
sto suo carattere di enunciare indeterminatamente
i giudizi di stato e di azione , e questa sua reti-
cenza riguardo agi 1 indicati rapporti potrebbe forse
farlo cessare di essere un vero modo indefinito del-
l' assertivo ? Potrebbe annullare il suo carattere
implicito di formare una proposizione indetermi-
nata? Potrebbe forse divenire un vero sostantivo,
non formante proposizione, come opina il Signor
Tracy ? (i).
L vero che il verbo essere fu dai grammatici
chiamato verbo sostantivo j ma con ciò si volle in-
tendere di significare che il verbo essere quasi jo/o-
stantc ( cioè sostantivo ) colla sua essenziale ed
intrinseca forza capace era di asserire qualunque
rapporto cognito, e di formare qualsiasi discorso;
e perchè dovea riguardarsi come parte sostanzia-
le di qualunque assertivo.
Tutte le altre voci dell'assertivo le quali deriva-
fi) Asserisce questo notissimo metafisico (Par. a* Voi. ì.
pag. 44. 54 Milano 1817 ) che ce l' infinitivo non è per
cosi dire un modo del verbo , ma un vero sostantivo. Esso è
•1 nome con cui s' indica tanto il verbo stesso quanto lo stato
che il verbo esprime Il verbo all'infinito non forma pro-
posizione : poiché vi ha giudizio espresso qualunque volta il
verbo è in un modo dehnito , mentre non ve ne ha fino a
tanto che esso verbo è in un modo indefinito ». A noi sembra
però che il verbo tanto al modo finito, come al modo inde-
hnito sempre formi proposizione, colla sola distinzione da farsi
che il verbo al modo finito euuncia un maggior numero di
giudizi di quelli che yengono enunciati dall' indefinito in ma-
niera indeterminata. „
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■
S 9
no dall' infinito le denomineremo voci verbali. Que-
ste oltreché conservano 1' originario carattere es-
senziale dell 1 indefinito d' indicare cioè stato ed
azione , in una guisa bensì determinata , acqui-
stano inoltre il carattere accidentale di esprimere
rapporti di modo, di tempo, di numero, e di
persone , e di comprendere perciò con un sol vo-
cabolo r enunciazione di sette giudizi.
È di qui che potremo fissare che le voci ver-
bali sono composte di tre parti , la prima radicale
ed invariabile, derivante dal modo indefinito che,
colla forza affermativa riunisce l'esistenza e la ma-
niera di esistere 5 le altre due , riguardano ciò
che vi è nell'assertivo di variabile od accidentale j
e mentre una di queste due ci dà il significato
del tempre, d^^odo » ci somministra X altra il
significato del numero e della persona \ come ca-
ntina- va- mo*
Tutto ciò riceverà a suo tempo più esteso svi-
luppo.
Proposizione.
La natura della proposizione consiste nella com-
binazione di due vocaboli con un terzo, il quale
leghi acconciamente i due primi ; per es. dicen-
do : Pietro è buono, Pietro è il nome sostantivo,
buono l'aggettivo , ed il vocabolo assertivo è , espri-
me essere la bontà inclusa in Pietro , e lega un
vocabolo con V altro.
In questa , ed altre simili proposizioni d* inclu-
sione , il nome sostantivo appellasi ancora sogget-
to , l'aggettivo dicesi attributo, e l 1 assertivo fu
denominato affermazione , ed anche copula , forse
perchè accoppia X attributo col soggetto.
Nelle proposizioni di eguaglianza, e d'id(ntitò }
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-
6o
come in quelle di differenza , i due nomi o sono
ambedue sostantivi, o ambedue aggettivi puri, o
sostantivati (i).
Siegue di qui essere composta una proposizione
di tre elementi ; e questi o tutti e tre manifesti ,
o incitisi Dell' assertivo.
Colla proposizione, manifestandosi l'operazione
della mente asserente un rapporto qualunque, vie-
ne a presentarsi ali 1 altrui intelligenza , mediante
segni sensibili , il giudizio che uno ha già for-
mato (a).
Volendo definire la proposizione da questo suo
servigio , dir potremo esser essa F espressione del
giudizio.
Sara vera la proposizione se corrisponderà ad
un esatto giudizio. Dunque la verità e V asser-
zione di ciò che è.
Argomentazione*
Tre connesse proposizioni , corrispondenti ai tre
giudizi del raziocinio , formano F essenza di ciò
che si denomina argomentazione , che è il sillo-
gismo delle scuole , come per es. F avaro è irre-
quieto , l'irrequieto è infelice , dunque V avaro
è infelice.
Bastano talora due proposizioni per formare
un' argomentazione , che serve a render cognito
il concepito raziocinio.
(i ) Da questa esposizione dei giudizi di eguaglianza , d'iden-
tità e di differenza potrete conoscere se sia vera l' asserzione del
Tracy ( T. i. pag. 5y. Mikno 1817) : ogni giudizio con-
diste in riconoscere che V idea totale dell' attributo è compresa
tutta intiera nelV idea del soggetto.
(?) Forse per questo suo servigio fu ad essa dato il nome di
frioposizuHie dalla voce tutina propellere (presentare). (
Uigitizeo by
6i
Fissate alcune nozioni generali sulle parti de-
clinabili del discorso, e premesso quanto fu cre-
duto da noi indispensabile per la completa intel-
ligenza delle parti indeclinabili y delle quali dob-
Liamo ora trattare , riprendiamo le nostre ricer-
che grammaticali $ facendovi prima osservare che
una grammatica ragionata può far T officio di una
logica forse completa , identificandosi T arte di
parlare coli' arte di ragionare.
CAP. Vili.
del vice-assertivo ( o vice-verbo ).
Saremmo qui tentati a dubitare se il solo as-
sertivo leghi esclusivamente due vocaboli, ed espri-
ma esso solo T atto della mente asserente un qual-
che rapporto.
Piacendovi, o giovanetti, di riflettere alquanto
sulla vera indole di quei vocaboli indeclinabili co-
gniti sotto i nomi di preposizioni , congiunzioni,
avverbi , intcrjczioni, che riguardami dai gramma-
tici come quattro parti dei discorso , di diverta
natura delle altre , potrete forse conoscere che
queste , in un modo implicito , fanno le veci della
proprietà principale dell' assertivo , servendo ad
esprimere uno o più rapporti, ed a rendere sen-
sibili i giudizi , insomma a proferir proposizioni
sotto forme diverse da quelle che ottengonsi da-
gli assertivi, che chiameremo esplicite o jna ni fe-
ste , per distinguerle da quelle delle quali ora
parliamo, che potremo denominare proposizioni
implicite , od occulte ; attesoché il loro uficio di
esprimere i rapporti , e di farla da proposizioni,
resfa alquanto involuto.
I vocaboli che vedremo concorrere a formare
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6i
questa nuovaspecie di proposizioni, facendo le veci
dell* assertivo, li chiameremo perciò vice-assertivi,
come furono chiamati vice-nom i vocaboli facienti
le veci del nome.
Lasciando libero ognuno di rigettare o discu-
tere questo carattere assertivo , che ci è sembrato
potersi rinvenire nelle parti indeclinabili del di-
scorso , ci limiteremo a comprovarlo in qualche
modo con degli esempi dipendenti da quelle classi
di giudizi che furono da noi fissate ( pag. 4* y
4^, 43 ) appunto per lo scopo attuale.
Preposizione*
Dall' etimologia della voce preposizione che de- 1
riva dalla latina ( prae-ponere ) vuol significarsi
esservi de' vocaboli i quali si pongono avanti ad
altri vocaboli. Ma se ciò viene ad indicarci il po-
sto occupato da queste voci, non ci fa già.inten-
dere né la loro natura , nè il loro uficio.
Diremo dunque che quella parte del discorso
chiamàta comunemente preposizione, esprimendo
un rapporto di qualificazione , o un rapporto di
luogo , di tempo, di causa, di efFetto , ec. fra
due idee, serve a collegare insieme i vocabol cor-
rispondenti.
Vagliano gli esempi che seguono :
\* amor di Padre = l'amor paterno = il Padre
è amante.
Questo Mare di Toscana = ,Questo mar To-
scano = Questo mare è Toscano;
Il veleno della ( di-la. ) vipera = la vipera è
venefica .
La ferocia del ( ///-il ) leone = il leone è feroce.
Il tavolino di marmo ss il tavolino è marmoreo.
Si osservi qui che la preposizione di asserisce
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63
r esistenza di un rapporto di qualificazione Ira
due nomi , uno de' quali ha preso la forma di
aggettivo sostantivato.
Antonio è studente di filosofia = Antonio stu-
dia 4~ lo studio è filosofia.
Qui la voce di non solo forma una seconda
proposizione che circoscrive 1' esteso significato
della prima, ma serve ancora a collegarle fra loro*
Lo stesso servigio ci vien prestato da altre equi-
valenti preposizioni che cruì addurremo per eser-
cizio. Questa bevanda è buona per lo stomaco=
questa bevanda è buona -f- ^ a sua bontà riguarda
lo stomaco.
Il tale animale è buono a mangiarsi = il tal?
animale è buono -f- la sua bontà lo rende man-
giabile. Aacor qul la seconda proposizione viene
a dare un compimento alla prima , dalla quale
potrebbe intendersi esser buono l'animale, o ri-
guardo al suo naturale , o riguardo alla sua fa-
tica in vantaggio dell 1 uomo.
Focione diceva al Re Antipatro: Voi non po-
tete avermi per amico , e per adulatore = V<i
nou potete aver me vostro amico + non potete
nel tempo stesso -f aver me vostro adulatore.
Il soave Fenelon rispose a Bossuet : perchè mi
dite voi delle ingiurie in luogo di ragioni ? avreste
forse preso le mie ragioni per ingiurie ? = per-
chè mi dite voi le ingiurie -f- le ragioni non sono
eguali alle ingiurie -f- dunque le mie ragioni nou
sono ingiurie •
Parlo a te =io parlo -f- ascoltami.
Paolo gettato da Cavallo = il Cavallo getta
Paolo.
Gli uomini non sono posti in società per odiar-
• si , ma per amarsi reciprocamente = l uomo so-
ciale non ha coir altr' uomo un rapporto che co-
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64
mandi odio -f- egli lia un rapporto die comanda
amore «f- egli ha un rapporto che vuole beneficen-
za -f- questi rapporti sono jài uno coli' altro.
In breve, esaminando V indole delle preposizio-
ni , rinverrete servir esse ad asserire rapporti di
differenza , <li situazione , di distanza , di posi-
zioni 9 ec. Per es. A è sopra B ; A è sotto B ;
A è avanti B ; A è dentro B 5 A è appresso B ,
A è intorno B , A è vicino a B , A è verso B ,
A è lontano da B ] ec.
La preposizione in esprime rapporto di cosa con-
tenuta $ la preposizione con indica rapporto di
unione ; contro , rapporto di opposizione ; di ,
rapporto di qualificazione o di possesso; da, rap-
porto di distanza ; per > rapporto di passaggio ,
od anche d 1 avanzamento ; a indica rapporto di
concessione o di tendenza : le altre , adesso , pre-
sto , tardi 9 oggi , domani , ieri , ec. esprimono
i rapporti di tempo. Quelle : insino , Jino , si*
no y ec. denotano rapporti di estenzione di spa-
zio , ec.
Diremo perciò che T uficio delle preposizioni
consiste nel legare vocaboli , asserendo l'esistenza
de' rapporti in un modo più o meno conciso, sem-
pre però analogo a quello dell' assertivo , quan-
tunque con involute forme riguardo al servigio che
ci prestano , il quale, non avendo quella generica
estensione che abbiam veduto a vere, gli assertivi
che in se racchiudono ancora rapporti di tem-
po , di numero e di persona , perciò le preposi-
zioni sono parole indeclinabili e gli assertivi pa-
role declinabili. Sempre però sarà vero esser pro-
prio delle preposizioni il primario carattere degli
assertivi, che consiste neh" esprimere rapporti, nel
legar vocaboli , nel formare proposizioni. E sotto
questo aspetto riguardandosi da noi le preposi -
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65
zioni , potremo perciò denominarle vice-asserti-
vi- (i).
»
Avverbi.
avverbio fu cosi chiamato dai latini , per-
chè , secondo il loro parere , è una parola che
vién posta avanti al verbo ( ad verburn ). Ma an-
corché si potesse da noi convenire su di tal ca-
rattere dell' avverbio , pure ciò non si verifiche-
rebbe in tutta T estensione , unendosi P avverbio
talvolta coli' aggettivo , come : molto dotto , tal-
volta con altro avverbio , come : molto spesso.
Abbandonate però simili indagini , rintracciamo
piuttosto la natura dell'avverbio. Potremo in esso
conoscere l' indicazione abbreviata di un rappor-
to , la quale in sè comprende altrettante parole
corrispondenti ad una proposizione , di cui è una
espressione compendiosa. Infatti dallo sviluppo dei
maggior numero degli avverbi ci vien presentato
senza equivoco un sostantivo, un aggettivo, e la
preposizione con , la quale , legando il sostantivo
coir aggettivo , asserisce il loro rapporto di unio-
ne , e viene a formare una vera proposizione ,
come si rende manifesto dalle qui annesse maniere
avverbiali con gli avverbi , e colle corrispondenti
proposizioni.
(0 Questo nostro opinare sull* indole delle preposizioni non
è uniforme in modo alcuno a quello del Sig. Tracy. Ci dice
quest'autore ( par. 2. V. 1. pag. yoi. Milano 1817 ) « che in
» tutti i casi le preposizioni non sono altro che aggettivi di-
to venuti indeclinabili ». Poi soggiunge nel paragrato che se-
gue: a il primo effetto delle preposizioni consiste nel mor-
to vare certe relazioni fra un nome ed un' altro nome ». La-
sciamo al lettore l' impegno di rintracciare la verità della pri-
ma asserzione , e poi di conciliarla colla seconda.
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66
Di bel nuovo s=s novellamente ssa con menta
nuova = la mente fu ss V idea fu = la maniera
fu nuova*
Di concordia = concordemente ssa con mente
concorde = la mente fu concoi de.
Di fatto == effettivamente = con mente effet-
tiva.
Di furto = furtivamente = eoa niente furtiva.
Di gran lunga =. grandemente ssa in maniera
grande = la maniera fu grande.
Di mano in ma no ssa successivamente ssa in ma-
niera successiva.
Di per sè — separatamente ssa in maniera se-
parata.
Di proposito = attentamente ss con mente at-
tenta ssa la mente fu attenta.
Ciò che si rende manifesto ancora in questi versi
del Tasso. A me che le fui servo , e con sincera
Mente l'amai , ti die non battezzata ; ove con sia*
cera mente == si n cera mente ssa la mente fu sincera =
l'idea fu sincera.
Dunque la maggior parte degli avverbi si pre-
sentano chiaramente formati dall'assertivo, dal-
l'aggettivo e dal sostantivo mente se il suo aggettivo
è riferibile ad oggetto intellettuale, o dal sostantivo
maniera se riguarda oggetto sensibile.
L 1 avverbio fa da proposizione o per dare una
maggior determinazione al significato di un' altra
f>roposizione , od anche per aumentare o scemare
a fòrza di altro avverbio. Valgauo i seguenti e-
sempi.
Il timore fu sempre un consigliere fallace ssa il
timore fu consigliere + fu fallace + in tutti i tem-
pi fu fallace.
La Religione Cristiana vuole che gl'uomini si ri-
guardino come fratelli ; che si amino sinceramente ;
promette premj in proporzione del Lene , e minac-
cia castighi corrispondentemente al male che essi
si faranno reciprocamente = la Religione Cristiana
vuole -f che l'uomo veda V uomo eguale ad un suo
fratello -|- che l'uomo ami f uomo -f- che l'amore
sia sincero; promette premj + eguali ai servigi
buoni -f~ minaccia castighi -^-eguali al male -f- fatto
dall' uno all' altro.
Tito , più clemente di Cesare, fu obbedito per
amore = Cesare fu clemente -f- la clemenza di
Tito fu superiore a quella di Cesare. Qui Y ag-
gettivo più modifica l'aggettivo clemente della pri-
ma proposizione , oltreché forma la proposizio-
ne : ìa clemenza di Tito fu superiore a quella di
Cesare.
Alessandro , assai più fortunato di Serse , abusò
molto di sua grandezza = Serse fu fortunato + la
fortuna di Alessandro superò quella di Serse -f-
questa superiorità fu grande + Alessandro abusò
di sua grandezza + f abuso fu esteso. Si vede in
quest'esempio che l'avverbio assai modifica Y aU
tro avverbio più ; che tutti due insieme modifi-
cano Y aggettivo fortunato \ che 1' avverbio molto
modifica r assertivo abusò. Per sentire ancor più
la forza di modificare che hanno le incluse pro-
posizioni , basta esporre la medesima frase , sen-
za gli avverbi assai e molto , dicendo , Alessan-
dro , più fortunato di Serse'j abusò di sua gran-
dezza.
IT avverbio , non avendo mai alcun rapporto
col sostantivo, ed escludendo perciò ogni rapporto
di numero e di persona, sopra i quali ancora si
estende la forza dell' assertivo , non è da maravi-
gliarsi se resti indeclinabile. Tuttavia ci sarà sem-
pre lecito di chiamarlo vice assertivo , avuto ri-
guardo all' uficio che esso ci presta , coli' asserire
1' esistenza dei rapporti , col legare vocaboli * é
col formare proposizioni , che servono a modifi-
carne delle altre.
È piaciuto ai grammatici di farci distinguere gli
avverbi col classificarli , facendo dipendere cia-
scuna classe dal carattere del rapporto determina*
to dall' aggettivo che vi si trova incluso : e perciò
avremo rapporti di certezza , di probabilità , di
tempo , di luogo, di numero, di similitudine', di
quantità , di qualità , d* ordine , ec.
Riporteremo qui alcune di tali classi Colle ri-
spettive forme avverbiali.
i." Classe. Rapporti di certezza affermativa ,
e negativa,
Per certo = certamente 5 senza fafcj = infallan-
temente 5 per appunto =x esattamente; affè= in
fede mia = sulla mia fede 5 per niente ±=s mica =±
nò sicuramente ; oibò = per nulla = no certa-
mente ; sì, nò, non ì sono proposizioni clittichc
( compendiose ) ; per es. slate bene? Sì =stò bene.
Così: rada. . . A morte? — No. Peggio. — E do-
ve ? — A Roma ? — SI.
2/ Classe. Rapporti di probabilità' e di dubbio
Con probabilità = verisimilmente.
Come è facile = naturalmente.
Forse — può darsi sa ciò è facile sas facilmente.
A un dipresso = circa = approssimativamente*
3. a Classe. Rapporti di tempo. In questo punto=
ora. In prima — dianzi. In appresso = poscia. A
beli' agio = lentamente.
Di quando in quando = interrottamente.
Allora = in queir ora. Fin d* ora =ss fino da
questo momento,
4. * Classe. Rapporti di numero. Spesse volte=
soventemente. Qualche volta — talvolta. Assai volte
ss spesso. Con frequenza = frequentemente.
6g
5. * Classe. Rapporti di quantità'. Olire misura
= soverchiamente. Quanto &z,?ta = Lastantemente.
In minor quantità = meuo. In maggior quan-
tità = più. Tanto , cotanto , quanto , molto , trop-
po ; con iscarsezza = scarsamente ec.
6. a Classe. Rapporti di qualità* e modo. Senza
errore = bene. A modo di = come. Di buon gra-
do = volentieri == con buona volontà. A bello stu-
dio = avvedutamente. A capriccio = capricciosa-
mente. Di soppiatto =5= nascostamente. Alla sco-
perta = scopertamente. Con prontezza sa pronta-
mente ec.
7- a Classe. Rapporti cT ordine. A vicenda =
gradatamente. In primo luogo = primieramente.
A poco a poco = gradatamente = per gradi ec.
8. a Classe. Rapporti fra interrogazioni e ri-
sposte. Per qual ragione = perchè ec. ( i).
(i) Da questa nostra analisi soli 1 indole delle preposizioni e
degli avverbi potrete comprendere con quanta verità ci dica il
Sig. Tracy « che abbiamo parole in gran numero le quali non
esprimono una idea intera , ma un solo frammento d J idei*;
e tali sono le preposizioni egli avverhj » ( Par. 2. V. 1. pag.
35. .37 Milano 1817 ). E dovete notare puranche essere
cosi accetta a Tracy questa vista tutta sua, che ci va ripe-
tendo più e più volte Cile certe parole non esprimono una idea
intera compita ed unica (371, e che non sono che espressioni
di porzioni df idee (58) ». In quanto a noi contesseremo inge^
nuamente che la nostra insufficienza ci rende incapaci di com-
prendere questa nuovissima metafisica trascendi nte del Sia.
Tracy sulle frazioni delle idee. Bramiamo bensì che altri di
più acuto senno si occupi a renderla acces.-ibile col dimostrar-
ne la yerità. Altrimenti potrebbe accadere che taluno appli-
casse a questo Autore quanto esso stesso ci dice riguardo al
Metafisico Harris : » il merito di questo scrittore è stato pur
v un istante presso noi vantato furiosamente , quantunque
» non ne avesse gran titolo ( Par. 2. V. 1. pag. 1C8 ) ».
7°
Congiunzioni
La congiunzione veste non solo il carattere che
è proprio di qualunque assertivo, di legare cioè
lue vocaboli, e formar così una proposizione; ma
inoltre questa proposizione serve di legame per
unire una proposizione secondaria, che diremo di
senso relativo con Un altra primaria che denomi*
neremo di senso assoluto. Il doppio uficio di le*
gare di un tal vocabolo lo fa chiamare con giusto
titolo congiuntivo : perciò denomineremo proposi'
zione congiuntiva quella che dalla congiunzione
viene a formarsi.
Accertiamoci di tutto ciò cogli esempi.
10 non veggo come voi siete qui venuto = io
non veggo una cosa questa consiste nella ma-
niera con cui ec. Questa seconda proposizione rac-
chiusa nella congiunzione come serve a congiun-
gere la prima proposizione assoluta io non veggo
con la seconda relativa voi siete qui venuto , la
quale dà compimento al senso della prima.
Cesare fu eloquente e guerriero = Cesare fu
eloquente + Cesare combinò l'eloquenza coli'es-
ser guerriero .
La verità è utile e bella , benché non ci lusin-
ghi = la verità è utile -f- la verità è bella que»
sti suoi caratteri si conservano immutabili -{- nel
tempo stesso che non ci lusingano.
Fu detto ad un Imperante : Voi dar potete la
cittadinanza ad un uomo , ma non già ad una
parola = voi dar potete la cittadinanza a un uo-
mo + questo vostro potere non si estende + a far
cittadina una parola.
11 governo di Solone fu popolare e torbido \
quello di Licurgo fu popolare e ruvido \ quello
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7 1
di Romolo fu soldatesco e conquistatore = il go-
verno di Solone fu popolare -|- fu torbido -, quello
di Licurgo fu popolare -f- fu ruvido ; quello di
Romolo fu soldatesco -f- fu conquistatore.
Questo principio è vero o falso = questo prin-
cipio è vero -f- se non è vero -f questo principio
c falso. Qui la congiunzione ( o ) forma la propo-
sizione condizionale , se non e vero , la quale è
il legame della relativa colla principale.
Veggo che applicate allo studio = veggo una cosa
-\- questa cosa è -f- il vostro applicare allo studio.
lo non dico che questa cosa = io non dico al-
tra cosa -j" i° dico questa sola cosa.
Non sempre però una delle proposizioni con-
giunte, cioè la principale, è espressa, specialmente
quando si fa uso di congiunzioni per interrogare;
per es. perche siete voi entrato ? come ne usci-
ste ?= io domando una cosa -f- questa c la ragio-
ne per cui -j- voi siete entrato? io desidero sapere
una cosa + questa è la maniera con cui -f- voi
De usciste ? si vede qui che le congiunzioni per-
chè , e come contengono e la proposizione prin-
cipale , e la proposizione congiuntiva.
Potremo dunque concludere i.° essere la con-
giunzione e uua frase compendiosa , che equivale
sostanzialmente ad una proposizione congiuntiva ,
la quale lega sempre due altre proposizioni , espres-
se ambedue , o espressa la relazione soltanto , ve-
nendo inclusa la principale nella congiunzione me-
desima, (i)
(l 11 Sig. Tiacy ( P. i. V. 1. pag. 116, 118) parlando del
carattere delle coogiuuzioiù cosi sì esprime: s il carattere di-
stintivo delle congiunzioni consiate nel legare una proposizioi.e
con un'altra le congiunzioni sono parol*» elittiche, che
l'anno le veci di un' intera proposizione ». darebbe fo;sc dui-
Poter riguardarsi la voce che {questa cosa
la quale è ) quasi congiunzione per eccellenza , at-
teso che allora i vocaboli hanno il carattere con-
giuntivo quando possono risolversi in qualche modo
in preposizioni esplicite mediante la congiuntone
che , capace ancor essa di ulterior determinazio-
ne , sempre però analoga al fissato carattere delle
congiunzioni.
Vediamolo ancora coli' addurre il valore di pa-
recchie altre congiunzioni.
Così = essendo la cosa nella maniera che ho
detto , ne segue che.
Ora = a quanto si è detto aggiungete che.
Dunque = da quanto si è detto , devesi conclu-
dere che*
Conciosiachè , imperciocché, perchè, giacché,
ec. equivalgono alle espressioni : una delle ragio-
ni, uno dei motivi, di ciò che si è detto si è che.
Pertanto , intanto , ciò non ostante , però , e
simili , impiegate come congiunzioni , tengono
luogo delle frasi seguenti : per le cose che si sono
dette , o fatte , si vede , succede , si può dire ,
viene opposto , che ;
Ad ( in vece) *, nello stesso tempo che queste co-
se si sono dette , o fatte y viene opposto , si può
dire , che -,
Eppure 5= malgrado di ciò che si è detto , o fat-
to , viene opposto , si può dire, che*
Acciocché = a questa cosa la quale è.
Affinchè = a questo fine il quale è.
Perchè =± per questo fine che è.
Purché = pure che = se condizionale.
derabile che Y tutore si fosse data la pena di conciliare queste
due eipressioui.
UIQ
73
, Se = nella supposizione che , ciò posto che ,
verificata la condizione che.
Ma = a ciò che si è detto , bisogna aggiunge-
re , per correttivo, per restrizione , per eccezio-
ne , ec. che.
Essendo adunque di tanta importanza le prepo-
sizioni e le congiunzioni , e prestandosi nel discorso
ad ufici sì nobili , non è meraviglia che i sommi
grammatici abbiano caldamente raccomandato ai
giovani lo studio il più profondo del giacimento
di esse particelle nel discorso. Ma su di ciò ne
parleremo a suo luogo.
»
Interjezioni.
Le interjezioni sono vocaboli formati da una
certa emissione spontanea di voce, che io chia-
merei la primitiva favella del cuore con la quale
furono espressi dall' uomo i suoi sentimenti , i biso-
gni, i desiderii in quel momento in cui tutto per
esso era meraviglia, o piacere , o dolore. Ciascuna
di queste voci è il compendio di una o due pro-
posizioni.
Servono le interjezioni per esternare :
i.o Sentimento di dolore fisico o morale 5 tali
sono le seguenti : ah , ahi , ohi = io sono infeli-
ce ; io sono addolorato. Ahimè = io soffro -f- soc-
correte me.
■Ahi dura terra perchè non t' apristi !
2.0 Esortazione , o preghiera , come : deh =2
io vi prego f fate ciò ; di grazia fatelo.
3.o Indisposizione contro alcuno ; come eh !
4-° Amarezza di spirito, come ; lasso— io so:io
misero , infelice me.
5.° Ammirazione , come: oh ! =può esser que-
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y4 .
sto ? ovvero gioja , come oh ! = quale ineffabile
dolcezza !
6.° Eccitamento di collera; come: deh — vi pre*»
go + lasciatemi stare.
7.0 Disprezzo , o disgusto, come, oiiò=^va via
+ ciò non può essere , ec.
8.0 Brama di avere alcuno , come : o/ó = chi
sta là -f- bramo che venga qua.
Dunque le iuterjezioni fanno ancor esse le veci
degli assertivi. E siccome sono espressioni generis
che di chi le proferisce , perciò , escludendo il nu-
mero e le persone , restano indeclinabili,
LT analisi da noi istituita in questa prima parte
del comune linguaggio , sembra che ci abbia con-
dotti a poter concludere : 1.0 Che lo studio delle
lingue consister deve in un analisi che si appros-
simi per quanto è possibile al metodo analitico
dei matematici» Infatti abbiamo avuto luogo di os-
servare che un vocabolo composto non è che il
risultato di un' addizione 5 ona' è che nella tota-
lità delle parole costituenti una lingua possiamo
scorgere quasi tante formole risultate dal calco-
lo (1). a.° Che sei sono le parti che si rendono
indispensabili per il discorso in qualunque lingua ,
vale a dire : il nome sostantivo , il nome aggetti-
vo , F accompagnanome , il vicenome , V asserti-
vo , il vice assertivo (2), Vedremo poi nella se-
ti) La voce calcolo deriva dalla latina mietili (sassolini),
attesoché con i sassolini , o colle dita si effettuavano in ori-
gine le composizioni e le decomposizioni di un'ammasso di uni-
tà , ed anche delle parti eguali della unità , nel che appnnlo
anche adesso il calcolare consiste.
(2) Vi piaccia confrontare i nostri sei elementi del discorso
con quelli che vengono fissati da Tracy. Abbiamo, egli dice ,
u undici elementi delle proposizioni delie lingue parlate;" cioè :
nomi , pronomi , aggettivi , articoli , verbi , participi , prepo-
ni by GoogI
conda parte, parlando del linguaggio italiano, che
il segnacaso può annoverarsi anch'esso fra gli ele-
menti del discorso ; o si riguardi come vocabolo
separato , ciò che accade nella lingua italiana ,
ed in altre lingue , ovvero come una varietà di
modificazioni finali , o desinenze del nome, che
servono ad indicare appunto la varietà de' suoi
rapporti ; ciò che si verifica nella lingua latina.
In quanto poi a codesti variati rapporti d'iden-
tità , di eguaglianza , di differenza , a inclusione,
di situazione , di tempo , osserveremo che quelli
delle prime quattro classi furono denominati espli-
citi , mentrè furono chiamati impliciti i rapporti
delle altre due classi.
sizioni , avverbj , congiunzioni , interjezioni , e particelle » .
Effettuato che abbiate il confronto potrete accorgervi se siano
elementi del discorso le preposizioni , le interjezioni , le par-
ticelle , o piuttosto elittiche proposizioni. Per es. sceglieste ?
Sì. Enon ? Nò. Voi ben vedete due compendiose proposizioni
nelle due particelle si, nò.
PARTE SECONDA
jYOME E PRONOME DELLA LINGUA ITALIANA,
^^^^ »•
• » • ■* - •
3N"ei nomi e nei pronomi della lingua italiana
distingueremo tre caratteri principali :
i. p II Genere mascolino , o femminino:
Il Numero singolare , o plurale :
3.° Il Caso che varia col variare del rapporto
del nome ? e del pronome.
* • 4
Genere*
Gli oggetti che più interessano T uomo , dopo
i suoi simili, sono al certo sii animali. Perciò dir
ridendosi le prime osservazioni umane 9 e sopra
gli uomini , e sopra gli animali , poterono scor-
gervi due sessi distinti # • maschio V uno, femmina
l'altro. Da questa distinzione di due sessi deriva-
rono due classificazioni por genere riguardo ai no-
mi \ vennero distinti i nomi mascolini ed i nomi
femminili in due generi*
Quei nomi che non appartengono nè alF una,
nò air altra di queste due classi furono detti neu-
tri \ e questi costituiscono una terza classe , la più
numerosa dei nomi degli esseri.
b^oogle
Se fra i Greci , e fra i Romàni furono i nomi
maschili ed i femminili introdotti indistintamente
dall' uso nella classe dei loro nomi ueutri 5 vice-
versa un gran numero di neutri furono collocati
ad arbitrio nell'una , o nell'altra delle due prime
classi.
Nella lingua inglese trovansi classificati i nomi
come si voleva dalla natura degli esseri , e perciò
i nomi maschili e femminili non si usano che per
gli esseri animati -, appartenendo alla classe de' neu-
tri i nomi tutti degli esseri inanimali.
Ma la nostra lingua , rigettando affitto il genere
neutro . fece dei nomi di tutti gli esseri due sole
classi , la mascolina cioè , e la femminina ; facendo
intendere , colla variata terminazione del nome , se
esso aveva il carattere del genere mascolino ovvero
del genere femminino.
I maschili si fecero terminare per lo più in (o)
nel singolare , ed in (i) nel plurale ; ed i femmi-
nili in (a) nel singolare , ed in (e) nel plurale.
E vero bensì che i nomi : Papa , Monarca, Po-
destà , ed altri simili , indicanti Sovranità , sono
mascolini terminanti in a ] ma se ben si attende
potrebbe sup porsi che questi , nel cambiar gene-
re , abbiano conservata la desinenza femminina del
nome sovranità , dal quale derivano. Lo stesso
potrebbe intendersi dei nomi maschili , Poeta ,
Geometra , ec.
Non riesce però egualmente agevole il far cono-
scere il genere dei nomi terminanti in (e) nel sin-
golare ed in (i) nel plurale , spettando questi in-
distintamente all' uno , e alF altro genere. Ci con-
tenteremo dunque di dire, che sarebbe stato desi-
derabile che ciascuno dei due generi avesse avu-
ta una desinenza sua propria , per. es. in (o) i
maschili tutti , in (a) 1 femminili. Ma , oltreché
*
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7 8
non può supporsi essere stati filosofi tutti i primi
formatori di una lingua , deve ancora osservarsi
clic nelle lingue, formate a poco, a poco, e quasi
senza accorgersene e senza premeditato divisamen-
te , non poteva ottenersi che venisse, da una re-
gola fissa e costante , collocato ciascun nome nella
sua classe convenevole , facendo terminare in una
slessa maniera tutti quelli che spettavano ad un
medesimo genere. Ed ecco il perchè ahhiamo in
femminino , imago , mano (i) , ed altre consimili
terminazioni.
Che se il bisogno e la curiosità portò sempre
gì* uomini all' osservazione, ali 1 esame, alla distin-
zione delle cose, s' intende perchè alcune termina-
zioni maschili o femminili , restate in origine co-
muni ai due sessi di parecchi animali poco ac-
cessibili o poco utili all' uomo , continuino ad es-
serlo anche al presente , dicendosi : serpente, tor-
do , luccio , corvo , aquila , trota , pantera , ec.
senza alcuna distinzione di maschio , o di fem-
mina .
Vi sono poi certi nomi che nel!' uno e nelT al-
(i) Saremmo bramosi di conoscere perchè da un sommo scrit-
tore moderno siasi prescelto di applicare alla mano sinistra ,
l'aggettivo stanca piuttosto che l'altro manca? Se alla mano
dritta venne forse associato l'aggettivo destra attesa la sua mag-
gior destrezza nell' agire in confronto dell' altra mano man-
cante di una eguale attitudine , per cui fu forse denominata
mano manca ; allora l'aggettivo qualitativo stanca parrebbe
dirci che codesta mano , meno attiva in confronto dell' altra ,
è, quasi fosse il corno, già lassa di agire. Ma questo signifi-
cato , anziché proprio , sembrerebbe doppiamente figurato , e
perciò conforme piuttosto al linguaggio poetico.
Potrà qui notarsi che presso noi la mano sinistra , cioè di
sinistro augurio , non ha più quel significato simbolico , che
annettevano gli antichi a questa mano.
Il vocabolo mancina , si adopera senza il sostantivo mano
perchè fa da aggettivo sostantivato di manca.
Uigitizeo by
tro genere promiscua me a te si adoperano , e che
perciò gli diremo di genere comune , come , fon-
te , fune , fine , arbore , grande , sapiente , illu-
stre , con molti altri. È noto pure che dicesi : forte
guerriero , donna forte \ illustre letterato , famiglia
illustre , ec.
Altri ve ne sono che variano genere colla va-
riazione del significato dell 1 individuo cosi ; oste
è maschile se indica albergante ; e diviene fem-
minile se addila esercito nemico \ similmente dire-
mo che tema (colla è stretta ) per timore è femmini-
le 5 mentre è maschile tèma ( colla è larga ) che
esprime argomento.
Non mancano di quei nomi che variano genere
e non già significato col variare la vocale finale ;
cosicché se sono maschili i nomi orecchio , bricio-
lo , ec. sono poi femminili i corrispondenti orec-
chia y briciola , ec.
Molti maschili che terminano nel singolare in
(o) , benché conservino nel plurale lo stesso genere,
prendendo la terminazione in (i) j pure se , per
eleganza, si varierà la (i) in (a) , diverranno al-
lora femminili ; come : dito , diti , dita ; mem-
bro , membri > membra } ciglio > cigli , ciglia ;
osso , ossi , ossa ; frutto , frutti , fruita 1 cervel-
lo , cervelli , cervella 5 ec.
Vi sono di quei nomi che , essendo maschili nel
singolare, passano ad essere femminili nel plurale,
coli' unica variazione deLT (o) in (?) $ come : mog-
gio , moggia ; centinaio , centinaia j paio , paia ]
migliaio , migliaia , ec.
Osserveremo qui: i.° Esser costume , per distin-
guere gli alberi dai respettivi frutti , cT indicare i
primi con la desinenza in o mascolina , dicendo ,
un pero un castagno, ed i secondi con desinenza
femminile in a come : una pera , una castagna ,
Bo
eccettuando però le voci Jico , cedro , arancio -,
ec. che hanno un sol genere mascolino , ed una
sola terminazione tanto per P albero , che pel
frutto.
2.° Che quelli in tore hanno per lo più il fem-
minino in trice p. e. attore , attrice.
3.o Che i mascolini leone, cane, Barone, Prin-
cipe , Conte , Marchese ; ec. fanno nel femmi-
nile leonessa , cagna , Baronessa , Principessa ,
Contessa , Marchesa ( od anche Marchese al fem-
minile)^, ec.
Passiamo ora al secondo carattere.
Numero.
11 numero , nel senso grammaticale, è la diffe-
renza che passa fra il nome di un individuo , ed
il nome di più individui.
Si è già osservalo ( pag. 28. ) che V elemento
uno è quel numero singolare che forma tutti i
numeri. È di qui che dir poi remo , ci le il nome in-
dividuale , che indica unità d* individuo , asso-
ciandosi sempre con il numero singolare uno o
espresso , o sottinteso , venne chiamato di numeio
singolare , ed il nome che indica pluralità d'in-
dividui , Fu detto di numero plurale.
Come nella lingua italiana si vede distinto il ca-
rattere mascolino dal femminino colla terminazione
dei nomi ; cosi vi si scorge distinto il carattere del
numero colla variata terminazione dei nomi mede-
simi. Onde fissar potremo,
i.° Che tutti i nomi mascolini , di qualunque
terminazione nel singolare , finiscono in (i) nel
plurale.
2,0 Che i nomi femminili che terminano in (a)
nel singolare , finiscono in (e) nel plurale.
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8t
3.o CLe i nomi femminili , che nel singolare
terminano in (e) od in (o) , nel plurale* finiscono
ia Ci). ( - '
Sarà qui opportuno di osservare non essere com-
patibili le terminazioni di ambedue i numeri con
tutti i nomi , essendo alcuni di natura singolare j
ed altri d' indole plurale. I primi sono tutti nomi
individuali , siano personali , siano propri , siauo
astratti perchè non possono riguardarsi che come
isolati 5 onde diremo unicamente in singolare: A/e-
tastasio , Goldoni , Alfieri, Nota, Niccolini , ec.
Oro , argento , carità , prudenza , fame , sete ,
ec. Benché per dare una {maggior dignità ad uo-
mini celebri diciamo : i Cincinnati ed i TVashin-
ton collocarono la patria fuori di loro ; mentre
Cesare la collocò tutta in sè ; e ciò per fare in-
tendere the ciascuno dei primi due fu di animo
tanto grande da non potersi concepire ristretto in
un solo individuo } e perciò codesti nomi al plu-
rale non vengono in realtà impiegati come nomi
proprj , ma come nomi generali , come nomi di
classi.
Nomi irregolari ( od anomali ).
Rigiri rdo ad alcuni nomi che escono di regola,
e che con greca voce di con si anomali ( cioè privi di
regola) fisseremo le seguenti leggi.
i«* I nomi specie , superficie , serie , progenie ,
ritengono nel plurale la stessa terminazione. Dee
dirsi lo stesso elei nomi : virtù, servitù, schiavitù,
di quelli in somma che nel singolare terminano col-
r (ù) accentato , i cui intieri sarebbero virtude ,
servitude, schiavitude ec. e terminerebbero perciò
nel plurale in (i).
a. a I nomi Città, bontà, nobiltà, Bassà } ec.
8-2
non cangiano terminazione nel plurale. GÌ 1 interi
di tali nomi termi nereLbero in (e) nel singolare ,
in (i) nel plurale. Lo stesso deve dirsi del mono-
sillabo Rè , il cui intero è JRègc.
3. ° Parecchi maschili hanno nel singolare dop-
pia terminazione v per es. Nocchiero , Nocchie-
re ; Consolo y Console; Scolaro, Scolare , ec.
Nel plurale però non ne ammettono che una, cioè
la (i) che è comune a tutti quelli che terminano
in (o) , od in (e) nel singolare. Altri all'opposto
hanno una semplice terminazione nel singolare ,
e due nel plurale , una delle quali in (a) j per es.
dito, diti, dita, ec. come si osservò altrove.
4. ° Parecchi femminili hanno doppia termina-
zione nell'uno e nell'altro numero, per es. vesta
e veste, veste e vesti \ fronda e fronde-, fronde
e fiondi \ ec. E ben vero però che nel plurale u-
sasi con più eleganza la terminazione in (i)j non
servendo quella in (e) che per il discorso famigliare.
Ed eccoci a dover tratiare del terzo carattere.
Caso.
Se la terminazione fi naie del nome bastò a farci
distinguere nell' individuo tanto il carattere del suo
genere , quanto quello del suo numero 5 restava
ancora a desiderarsi che codesta variata termina-
zione o desinenza (iì servisse, come nella lingua
latina a farci agevolmente comprendere le diverse
maniere di esistere di ciascuno individuo , i variati
aspetti sotto i quali ce lo rappresentiamo $ i dif-
ferenti suoi rapporti; in una parola i diversi casi)
in cui può esso trovarsi o da noi concepirsi.
(j ) Desinenza vocabolo derivante dal latino desinare ( finire),
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83
A queste variate desinenze, mancauti nella lin-
gua italiana , è stato supplito con certi vocaboli
i quali , preposti al nome tanto nel singolare co-
me nel plurale , servono appunto a farci distin-
guere i sei diversi casi del numero singolare , ed
i sei del plurale. Codesti vocaboli , si denomina-
no segnacasi.
Segnacasi.
Incominceremo dal fissare: i.° Che nella lingua
italiana T accompagnanome il, ed anche lo perii
mascolino singolare , si trasforma in la per il fem-
minino parimente singolare. Nel plurale poi pren-
de F una delle forme i , //, gli , per il mascolino,
e le per il femminino.
2. ° Che per distinguere i diversi usi del nome
e del pronome tanto singolare che plurale, le sette
indicate forme dell' accompagnanome il si associa-
no colf una o coir altra delle tre proposizioni di>
a, da , secondo il rapporto del nome , o sia il
suo caso" diverso.
3. ° Che il primo dei sei casi fu chiamato no-
minativo , il 2.° genitivo (i) , il 3.° dativo, il
4.° accusativo , il 5.° vocativo, il 6.° ablativo.
4-° Che nel singolare , le voci iZ, /o, as-
sociandosi col nominativo per farcelo concepire
in una situazione distinta, individuale, indipenden-
te , le diremo segna-nominativo. Queste stesse tre
voci vediamole in combinazione :
(1) Presso i latini il genitivo singolare è il caso primitivo o
radicale da cui , col variare la sua desinenza con altro desi-
nenze , si fecero derivare tutti i casi, tanto del singolare, che
del plurale di un nome. Ed è forse perciò che questo caso .
quasi generatore di tutti gì' altri che da quello derivano , fu
chiamato genitivo.
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i. u Colla voce di , per avere di- il— del; di la
ideilo; di-la-=. della-, cioè il segna-genitivo , che
esprime il rapporto di questo taso.
2. 0 Colla voce a per formare a~il = al ; a-lo=z
allo ; a-la = alla ; che sono il segna- dativo.
ò.° Colla voce da per ottenere da-il = dal 5
da-la—dalla ; da-lo=.dallo ; cioè il segna ablativo.
Le voci i7, /o, /a, isolate, servono non solo per
il nominativo , ma per Y accusativo pur anche.
Il vocativo fu distinto colla semplice vocale o
premessa al nome.
Le vociai, a, da, ancora nel loro stato sem-
plice si associano con i loro casi respettivi.
Nel plurale le voci 1 , lì y gli sono i diversi se-
gnacasi del nominativo, e accusativo mascolino ,
e la voce le serve al femminino dell'uno e dell'al-
tro caso.
Con questi stessi monosillabi i , li , gli , le si
composero:
Pel genitivo , le voci di-i = dei, di-li = dclli,
di- gli = degli, di le — delle :
Pel dativo, le voli a-i = ai, a-li ~ alli, agli
— &gfà > &-le = alle.
Per l' ablativo, da-i = dai-, da-le = dalle , da-
gli = dagli , da-le = dalle.
Il vocativo ritenne la vocale o come nel sin-
golare.
Ai nomi maschili , che incominciano da con-
sonante , si uniscono i segnacasi il , del , al, dal
nel singolare , e nel plurale i o li , dei o detti ,
ai o alli, dai o dalli.
Ai nomi maschili, che incominciano da vocale,
o dalla s seguita da altra consonante, si associa-
no i segnacasi lo, dello, allo, dallo, nel singo-
lare j e nel plurale gli, degli, agli dagli.
Ai nomi femminili , senza distinzione d' inco-
oy Google
85
nuiiciamcnto , vanno ad unirsi" i segnacasi la , del-
la , alla, dalla nel singolare, e nel plurale le,
delle , alle , dalle.
5.° Che il nominativo si chiama anche reggente
atteso che regge il discorso. E siccome il .nomi-
nativo è indipendente , e sostiensi per se stesso,
perciò fu denominalo ancora caso retto , assomi-
gliandolo ad una linea retta perpendicolare , cioè
situata verticalmente senza alcuna inclinazione; e
per 1' opposta ragione furono denominati obliqui
tutti gli altri cinque casi , abbisognando, per dir
così , del caso retto che sostenga la loro inclina-
zione , o dipendenza.
Premesso tutto ciò / vediamo la forma che prende
ciascun segnacaso per esprimere i sci casi diversi
del singolare , ed i sei del plurale del nome con cui
si associano.
Declinazione.
La voce declinare , da cui deriva il vocabolo
declinazione , vuol significare , nella sua etimolo-
gia , quel nostro recedere dalla desinenza radicale
di un nome per passare ad altre desinenze suc-
cessive dipendenti da quella , siccome accade nei
nomi greci e latini. In queste due lingue spinti
gl'uomini dall'impeto dell' immaginazione nel con-
cepire felicemente una riunione di rapporti , e nello
esprimerli riuniti in un sol vocabolo , formarono
dei composti colla voce radicale , e con certe va-
riate desinenze come mezzo opportuno per signi-
, ficare la varietà de' casi in cui può trovarsi un'
oggetto riguardo ad altri oggetti : per es. nella voce
( amabamus ) troviamo la combinazione di sette
rapporti , come vedremo.
iNella lingua italiana , mancante di una eguale
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energia riguardo alle desinenze dei nomi, fu sup-
plito coli* associare al nome certe voci denominate
segnacasi che, facendo le veci delle variate desi-
nenze dei nomi greci e latini , ci procurassero il
medesimo risultamento.
Tre classi di declinazioni si sono formate dei
nomi italiani, dipendenti da tre desinenze in (a),
(e), (o) del nominativo singolare , e da due in (e)
ed (i) del nominativo plurale \ desinenze di tutti i
nomi italiani , a riserva di pochi tronchi , come
virtù in luogo di virtude , ove vien troncato il
de finale.
Di queste tre classi daremo tre esemplari da ser-
vire come modelli ai quali dovrà riferirsi la ma-
niera di declinare tutti i nomi italiani.
Denominazione dei nomi maschili.
I. Declinazione che termina in a nel singolare
ed in i nel plurale
-
Singolare Plurale.
i II » Li
i Del dif Delli dei
3 Al a>Profeta Alli ai, o a'}Profeti
4 II
6 Dal da
> I
II
Li t
Dalli, dai, oda')
II. Declinazione. Questa nel singolare ha la de-
sinenza in e , nel plurale in i.
Singolare Plurale
i II •> Li 1
a Del dif Delli dei/
3 Al a>Genitore Alli ai, a' >Genitori
4H ( Li (
6 Dal daj Dalli, dai, da')
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III. Declinazione. Questa finisce in o nel singo-
lare, ed in t nel plurale (i).
Singolare Plurale
1 Lo il) Gli, li, i \
2 Dello di/ Degli, delli, dei/
i Allo, al, a /Scherzo Agli, alli, ai >Scherzi
4 Lo (Pianto Gli, li, i (Pianti
6 Dallo,dal,daj Dagli, dalli, dai)
te
Declinazioni dei nomi femminini
L Declinazione. ALbraccia questa tutti I fem-
minili che terminano in a nel singolare , ed in e
nel plurale (2).
■ v
Singolare Plurale
1 La } Le ' \
3 Della di/ Delle di/
3 Alla a^Terra, Alle a^Terre
4 La l Le t
6 Dalla da) Dalle da)
II. Declinazione. In e nel singolare, ed in i
nel plurale.
(1) I nomi colle desinenze del singolare in co, go , se hanno
avanti a tali sillabe la consonante finiscono nel plurale in chi,
ghi , p. e palco , palchi / albergo , alberghi. Si eccettui il vo-
cabolo porco che fa porci. Quando poi hanno la vocale avan-
ti , terminano d' ordinario in ci , gi ; p. e. medico, medici j
teologo , teologi ; dico d' ordinario perchè vi sono molte ec-
cezioni ; p. e. fichi , fuochi , cuochi , luoghi , dialoghi , ec.
(1) I nomi che nel femminino finiscono in ca , ga , hanno il
plurale in che, ghe ; p. e, monaca , verga ; monache , ver-
ghe-
88
Singolare Plurale
i La ì Le
a Della di/ # Delle dil
3 Alla a >Genitrice Alle a>Genitrici
4 La 1 - Le
6 Dalla da) Dalle da
III. Declinazione. In o nel singolare , ed In i
nel plurale.
Singolare Plurale
i La "\ Le
a Della dil Delle di
3 Alla a>Mano Alle a>Mani
4 La l Le
6 Dalla daj Dalle da
Gli aggettivi maschili nel plurale finiscono tutti
in i \ ed i femminili in e , qualora abbiano il
singolare in a ; perchè se lo avranno in e fini-
ranno ancor essi in i: per es fedeli , ce.
Declinazioni dei vice-nomi personali ( o pronomi ),
che indicano la persona , o le persone.
I vice-nomi personali si declinano per casi , co-
i i nomi. Daremo qui le declinazioni di quelli
che , attesi i loro cangiamenti c sostituzioni di
certi monosillabi , mentano di essere esposti di-
stesamente.
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«9
Io
Singolare Plurale
x Io ' Noi
a Di me Di noi
3 A me , mi , me ne A noi , ci , ce ne
4 Me , mi Noi , ci , ce ne
6 Da me Da noi
I monosillabi sostituiti : mi , me ; ci f ce ; me
ne, ce ne, pongonsi e prima, e dopo il verbo \
ma, in questo secondo caso vogliono essere uni-
ti alt assertivo. Es. mi rispetta , ascolta/wz , me
lo permetti , me ne diede porzione , diemmene
parte , ec.
Tu
Singolare Plurale
1 Tu Voi
2 Di te Di voi
3 A te , ti , te ne A voi, vi , ve , ve ne
4 Te , ti Voi , vi
(5 Da te Da voi
r
Egli ed Esso
Singolare ' t Plurale
1 Egli,ei,e, Esso Eglino, ei , e\ Essi
2 Di lui Di loro , loro
3 A lui , gli , lui , A loro , loro
4 Lui , il , lo Loro , li , gli
6 Da lui Da loro
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9°
Ella , ed Èssa
Singolare Plurale
1 Ella , Essa (i) Elle, elleno, Esse
2 Di lei Di loro , loro
3 A lei , le , lei A loro , loro
4 Lei , la Loro , le
6 Da lei Da loro
Se
. - Singolare , e plurale.
•
2 Di se
3 A se, si
4 Se , si
ti Da se
Avvertenze sopra i Segnacasi
Qualora debbano congiungersi più sostantivi ,
o preponessi ad ognuno il segnacaso 5 come : Tener-
gia , la virtù, il valore, e le vittorie dei romani
trionfatori ; ovvero a veruno j come : sorgevano
da ogni lato grida , pianti e lamenti. La stessa
(1) Vi sono non pochi grammatici che ascrivono a grave er-
rore il dire lei invece di egli , od fila ; come anche il premet-
tere al vice nome lei il segnacaso il seguito dalla preposizione
di ; dicendo per es. il di lei sapere.
Benché da noi si opini che nel caso retto debba sempre farsi
uso scrivendo di egli , ed ella ; affine di distinguerlo dai casi
obliqui ; e che meglio sia detto : il sapere di Ui \ pure vedendo
ciò, che si condanna come errore, venire usato da qualche classico
scrittore j ed ascoltando simili espressioni in corso pubblico an-
dar vagando perle bocche delle colte ed eleganti persone, che
hanno il diritto di ammettere , o di rigettare una maniera di
dire ; perciò ci sembra che desse non dovrebbero poi straziar
tanto le orecchie delicate.
regola ha luogo per gli aggettivi ; onde diremo:
//dotto, V accreditato , e futile scrittore; ovvero:
fu giusta, onorevole, e conveniente la presa ri-
soluzione. In somma questa regola dipende dalla
maggiore o minor forza , dal senso più o meno
esteso generico e determinato , che si vuole che
ahLia quel sostantivo principale cui sono riferibili
gli altri nomi.
Si avverta però che , associato che siasi il se-
gnacaso al primo nome , non saremo più liberi di
trascurarlo negli altri.
Non potrà poi omettersi in verun conto il se-
gnacaso , riguardo a due aggettivi , riferibile Timo
ad alcuni , e l'altro ad altri individui del mede-
simo sostantivo plurale; come: li buoni eli mal-
va ggi uomini.
Similmente converrà porre il segnacaso a cia-
scuno dei sostantivi che si riferiscono a rapporti
diversi ; onde diremo: Gli scenziali che solleva-
no ; ed i letterati che abbelliscono la vita incre-
sciosa e trista (1).
Avvertenze siili* uso dei vice-nomi personali.
Benché i vicenomi Egli\ Ella non si usino che
in luogo di persone , pure si trovano riferiti
anche a cosa ( v. Albert, diz. t. 2, p. 36 ).
Questi stessi vicenomi si trovano usati qualche
volta per puro vezzo di lingua , senza aver forza
{1) Vi accorgerete meglio del servigio prestato dagli arti-
coli alla lingua italiana se contenterete una delle espressioni
dei latini ( che non avevano a rigore articoli ) , p. e. il loro
vimini libere con i nostri tre significati diversi: bere vino,
bere il vino , bere del vino , cioè *.° non essere alieno dal vino:
2. 0 beverlo assolutamente ; 5.° beverlo con moderazione.
9*
di pronome ; per es. egli non mi riesce nuovo il
• vostro valore. Ciò deve intendersi ancora della voce
csso\ p e. venne con esso loro, con esso lei, ec.
Nel dativo femminino non dovrà mai usarsi gli
invece di /e, dicendo, gli diedi , ma bensì le
diedi , o diedi a lei.
In tutti i casi si usa Essoj e desso soltanto nel
primo e nel quarto , es. egli è quel desso.
Con qualunque verbo si associa esso ; ma desso
coi verbi soltanto essere , parere , sembrare.
Esso , preceduto dalla proposizione con ^se-
guito immediatamente da un nome, o vice nome
personale , resta indeclinabile in ambedue i ge-
neri , e dicesi : con esso meco , con esso teco ;
con esso voi , con esso lei \ mentre che non può
impiegarsi desso in composizione di altra parola.
I vicenomi mi, fi, vi si associano bene spesso
coli 1 assertivo che afferma cader V azione 5 o ter-
minare nel soggetto che la fa; come mi ricordo,
ti sdegni, vi maravigliate. Servono anche talora
a pura eleganza \ come : io mi vivo tranquillo , tu
te ne vai lieto.
Vicenomi comuni a persone, a cose, ad oggetti.
Questo (1) , questa
Quello , quella
Costui , costei
Colui , colei
Codesto , codesta
questi , queste
quelli , quelle
costoro , costoro
coloro , coloro
, codeste
(1) Si usa questi al singolare iatendendo un uomo, benché
*i trova usata tal voce anche rapporto ad un'animale: Dante ,
indicando un Leone , dice : Questi parea che contro me ve-
nisse.
8lessa
medesima
sua
mia
qualcuna
voslra
niuna
nissuna
stessi
medesimi
suoi '
miei
qualcun!
ì
?
5
slesse
medesime
sue
mie
qualcune
vostre
vostri
Escludendosi assolutamente da
questi pronomi 1' esistenza di
uno; perciò la moltiplicità, vale
nessuna (l)la dire il loro plurale, non può
aver luogo in verun mqdo.
veruna
Stesso
Medesimo
Suo
Mio
Qualcuno
Vostro
Niuno
Nissuno
Nessuno
Veruno
Chi = quello il quale ; è un vicenome invariabile.
» ■
Avvertenze.
•
Qual siasi vicenome è sempre di terza persona.
Indicar persona ragguardevole con i vicenomi
costui , costei , colui , colei , ec. invece di questo,
Suesta , ec. sarebbe un mancar di rispetto, aven-
o T uso annesso a tali pronomi una certa idea di
dispregio.
Mcdemo è termine da volgo, e medesmo da verso.
È errore il dire mii , in luogo di miei.
Neanche può dirsi sui invece di suoi ; alle volte
bensì trovasi usata la voce sui in grazia della rima»
Col pronome quale , quali , va sempre associa-
to il segnacaso mentre non ha luogo giammai con
che ( il quale, la quale ). Quando però prenda
il che il carattere di aggettivo sostantivato, come
per es. il che ( la qual cosa ) ben s'intende, in
1 ■ ■ .
(i) Se questi pronomi negativi verranno preceduti dalV as-
sertivo . allora dovrà a questo premettersi la voce negativa
non , o nè > la quale si* om mette se essi lo precederanno j per-
chè in questo secondo caso, lo stesso vicenome ci fa abbastanza
comprendere il carattere negativo dell' assertivo : per es, non
V é niuno ; niuno y' è.
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tal 9 caso non può ommetlersi la voce il Quando il
che fa da pronome di cosa al caso obbliquo , non
può omettersi il segnacaso. m
Altri , esprimente altr uomo , ha per obliqui la
voce altrui , per es. la cupidigia di prendere quel
d' altrui. Talora può restar privo di segnacaso ;
per es. : non fare altrui ciò che patir non vuoi.
Prende però' il segnacaso quando veste la natura
di sostantivo-, come dilapidare l'altrui. Un tal di-
scorso si estende ancora ai vicenomi mio , tuo ,
suo , per es. consumare il suo ( avere ) ; vedere
i suoi ( parenti ); ec. J ' # . . .
Nulla , niente , sono vicenomi sostantivi di niu*
no , veruno , ed equivalgono a nessuna, cosa. Con
queste voci si associa spesso il monosillabo non ,
còme semplice ripieno , non producendo negazio-
ne nel sentimento , come la produce nel latino}
e perciò sono altrettante negazioni : non v è niu-
no ; non vi veggo nulla , ec.
Onde (perla qual cosa ) è un vicenome so-
stantivo cbe supplisce a tutti i casi , e ad ambi-
due i generi. Fa bene spesso le veci di che, di
cui, a cui, con cui, ec. l'anima gloriosa onde
( di cui ) si parla.
I \icenomi lo , la , gli, le , quando prendono
le voci 9 me , te , ve, ce, fan cangiare in queste
la (e) in (i) ; dicendosi : la mi strinsi al collo : gli
ti presenterò , ec. (i).
All'incontro, alle voci mi, ti, vi, ci , succe-
dendo immediatamente i vicenomi indicati , dovrà
la i cangiarsi in e, e dirassi : me lo permise, ve
lo spedirò , ec. * '
(1} Parlandosi a taluno in terza persona si usa la, le (in
senso' femminino ) , invece di lo , gli ; p. e. la prego , le rac-
comando i cioè prego la Signoria sua , ec.
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$5
Ancora il monosillabo se , nel dativo , e accu-
sativo, quando preceda immediatamente al verbo,
si cangia in si: Es. si die a credere. Quando vien
dopo il verbo, cangiasi in si , associandosi al ver-
bo e raddoppiando la (s) nei monosillabi , e nelle
voci accentate: damasi a credere } diessi a crede-
re : darassi a credere.
Invece del pronome singolare suo , sua signi-
ficante, cosa spettante al soggetto della proposizio-
ne principale può usarsi di lui , di lei , qualora
non abbia luogo equivoco alcuno. Es, autorità di
lui, cioè la sua autorità- Ma non diremo : il dotto
autore, e le di lui produzioni , dovendo dirsi :
e le sue produzioni , perchè sue non pnò rife-
rirsi ali 1 autore ma alle produzioni. In plurale
all'incontro se la cosa appartenga al soggetto della
proposizione , si adopera loro piuttosto che i suoi.
Invece di colui , colei si usa ancora lui , lei ;
per es. Pur lei cercando ebe fuggir dovria (Petr,),
cioè cercando colei che dovrei fuggire.
9
CAP. X.
CARATTERI ESSENZIALI DELL* ASSERTIVO
( o verbo ) italiano.
Fu già avvertito ( p. 56. ) Che il i.° carattere
essenziale degl' assertivi consiste nel farci intende-
re P esistenza del soggetto , o cosa nominata : Che
il 2.° consiste nelP affermare una qualche ma-
niera di esistere del soggetto medesimo, ed espri-
mere un giudizio ; e che questi due caratteri di-
consi stato. Che il 3.° carattere che compete a tutti
gl'assertivi , fuorché al verbo essere, consiste nel-
F esprimere azione»
L'azione fatta dal soggetto, ossia caso retto ,o
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96
passa fuori di lui, cioè néV oggetto o caso obli-
quo , come per es. chiama , grida , ordina , ec.
ovvero T azione s' indirizza verso il soggetto me-
desimo ove ha il suo termine ; cjome: dorme, pian-
gc y imbcvcsi , ec. E benché i primi assertivi si
chiamino transitivi ed i secondi intransitivi , sem-
pre però resta vero che gli assertivi italiani posso-
no riguardarsi tutti come essenzialmente attivi (i).
GÌ intrasitivi o sono tali per loro natura, co-
me : cammina, soffre , piange , ec. ovvero dall'es-
sere transitivi , assumono T indole degli intransi-
tivi mediante il monosillabo si che li precede iso-
lato , o che li segue incorporandovisi ; per es. si
gloria , si diletta > si discioglie , si dissipa, si di-
verte , si rattrista ec. gloriarti , dUetUWz, discRh
gliem , dissipar.?/ , divertim , rattristare* , per es*
la vita dell' uomo si compone più di rimembran-
ze e di previdenze che di sensazioni attuali; anzi
per portare lo sguardo nelle tenebre del futuro
conviene servirsi della face del passato.
Distinguerete ancora gl'intransitivi accidentali
dalla loro capacità di associarsi colle vocic/u, che
cosa, per es. diletta ( chi ), discioglie ( cosa),
dissipa ( che ) ] mentre queste stesse voci non po-
trete concordarle con gl intransitivi dormo, pian-
(i) I grammatici distinguono ancora gli assertivi in verbi dì
azione , e di passione ; di cessazione di azione , e di stato
ec. eie azioni in transitive, intransitive , e permanenti ; in
azioni che consistono in far&, o patire, in produrre o ricevere
ec. Riflettendo però su tutte queste distiate significazioni, non
▼i si troverà mai altro che afférmazione di una maniera di
essere , ossia di uno stato. Per esempio le frasi : io vinco , io
sono vinto : io dormo : io batto: io sono battuto; tutte signi-
ficano in sostanza : io sono ; tutte asseriscono , affermano tutte
una esistenza in tale , o tale altra maniera ; tutte esprimono
uno stato , un* esistenza modificata dal sonno , dalle batti-
ture ec.
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97
go y passeggio , riposo y ec. perchè essendo per
essenza intransitivi non può la loro azione riferirsi
a cosa o persona fuori del soggetto medesimo per
con cordarvi si.
Non dovete però confondere gli assertivi intran-
sitivi con quelli di significato passivo. Il linguag-
gio italiano arricchito dall'arbitrio potè ricevere
il significato passivo degli assertivi attivi col porre
per casa retto F aggettivo dell' azione , associan-
dolo col verbo essere ( ed alle volte colP asserti-
vo venire ) coir aggettivo verbale trasformato in
participio, e con il soggetto da dove parte l'azio-
ne ché diviene caso obliquo , e prende avanti di
se la proposizione per o da ; p. e. : Pietro ama
la giustizia = la giustizia «è amata da Pietro 5 così:
i soldati ottimi per la disciplina , ottimi pel va-
lore , terribili per la rabbia furono sempre temuti
da ...=... vennero sempre temuti da. . • (1).
Per distinguere gli assertivi attivi dai passivi ,
e dagl' intransitivi osserverete : se il nominativo è
il soggetto che agisce , e che fa passare F azione
fuori di se , cioè nell* oggetto di caso obliquo ,
F assertivo sarà attivo 5 se F oggetto fa da nomi-
nativo paziente , ove termina P azione del sogget-
to che fa da caso obliquo , e allora sarà passivo 5
finalmente se il nominativo che regge F assertivo
è nel tempo stesso soggetto che agisce, ed oggetto
che patisce , e allora sarà intransitivo.
( 1 ) La nostra lingua riguardo ai passivi manca di un pregio
che ha la madre latina, che con una sola voce fa comprendere
ciò che per la nostra ve ne occorrono due ; per es. : amatur =
e amato. E ben vero però che ci siamo procacciati una seconda
espressione di cui manca la latina, prevalendoci dello stesso -at-
ti vo , e formando l* in transitivo coli aggiunta di un«i, per e.s.
sì racconta , si scrive , ec queste maniere non hanno corso
ch« per le terxe persone.
5
98
Caratteri accidentali dell' assertivo.
Per caratteri accidentali dell' assertivo dovete
intendere , o giovanetti , quelle sue modificazioni
variabili colle quali ci manifesta i suoi rapporti
al modo di esistere , al tempo , alle persone , al
loro numero.
Osservaste già che il tempo presente è un istan-
te un puntò indivisibile, che separa una 6erie d 1 i-
stanti o tempi passati da una serie d" istanti , o
tempi futuri ( p. 49)* e cne lo stato , e T azione
che viene significata dall' assertivo , avendo rap-
porto coli' uno , o coli 1 altro di questi tempi , fa
che air assertivo stesso , riguardato sotto questo
punto di vista , non possa competere che il tempo
presente , passato , e futuro.
Modo indefinito.
Fu avvertito che 1* assertivo incomincia a farsi
conoscere a noi con una voce verbale che indica
stato ed azione in una maniera astratta ed illimi-
tata , in somma che in un modo indefinito enun-
cia un giudizio. Questo modo , chiamato dai latini
infinito , si conserva in realtà sempre indetermi-
nato anche riguardo al tempo. Pure, piacendovi
di dare alle voci verbali indefinite una qualche
determinazione di tempo indipendentemente da
qualunque altro giudizio espresso da un' altro as-
sertivo che vi si associ , potrete riguardarle di
tempo presente ; come : portare , temere , parti-
re = port-are , tem-ere , part-ire , ec. (i)
(i) l& voce verbale indefinita vien riguardata da taluni coma
emplice denominazione , ossia puro nome dell'assertivo.
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Le voci poi che ollengonsi coli' associare alla
parte radicale o signiGcativa degl'indefiniti i bis-
sillabi ante , ente ,* ato ed atto > uto ed utto , i/o
ed itto , atto ec. , come : portalo , portante ; te-
muto > temente \ ec. (voci che diconsi participii)
potrete supporre che abbraccino il tempo presente
e passato con significato attivo le une , e passivo
le altre. Finalmente le voci verbali che risultano
dair unire al radicale degli assertivi i bissillabi
andò , endo , come ; portando , temendo , ec
( voci che furono denominate gerondi ) , potranno
da voi riguardarsi di un tempo che si estende dal
presente al futuro : e tutto ciò per comodo di
classificazione delle voci verbali medesime cioè del-
l' indefinito , participio e gerondio , delle quali
addurremo qui un succinto prospetto colle indica-
zioni dei supposti loro tempi.
Voci verbali indeterminate.
Indefinito
Presente
Avere
Essere
Portare
Temere
Partire
Amare
Affliggere
Vivere
Participio Gerondio
Presente-passato Presente-futuro
avente , avuto
essente ( antiquato)
portante , portato
temente , temuto
partente , partito
amante , amato
affliggente , afflitto
vivente, vivutoo vissuto vivendo
avendo
essendo
portando
temendo
partendo
amando
affliggendo
Avvertenze.
Fra le voci verbali , che sono un composto del
verbo essere e di un aggettivo puro o sostantivato
100
devono comprendersi ancora gì 1 indefiniti > i par-
ticipi , i gerondi , perchè queste voci sono ancor
esse implicite proposizioni indeterminate per eg.
amare = essere amoroso \ temente = colui che te-
me ; temuto = essendo temibile 5 temendo — aven-
do timore.
L'indeterminazione di simili proposizioni ri*
guardo al tempo vterrà tolta da qualche altro as-
sortivo che vi si associ.
Se questo sarà qualche voce di avere , allora il
participio dovrà accordarsi col soggetto piuttosto-
chè coli' oggetto della proposizione principale ;
per es. « Cercato ho sempre solitaria via ( Petr. )
È vero bensì che abbiamo da Dante : « Un altro
che furata avea la gola »
Il participio fu così denominato perchè, secondo
il parere dei latini, partecipa dèi nome e del ver-
bo ; ma questo carattere compete a tutte le voci
verbali ; determinate ancora riguardo al tempo
che le rende conjugabili. Questa determinazione
di tempo mancando in realtà al participio, fa che
non venga conjugato , benché si declini al modo
de nomi aggettivi prendendo le respettive modi-
ficazioni finali mascoline , femminine , e comuni ,
p. e. amato _ f amata , amante ; amati , amate f
amanti»
Il significato però attivo o passivo del partici-
pio non è talmente indeterminato da non farci
scorgere , in qualche modo un significato attivo
p. e. nelle- voci amante 5=5 colui che ama , leg-
gente » colui che legge , ec. ed un significato
passivo nelle voci ammirando = essendo ammira-
bile 9 venerando = essendo venerabile , ec. e fi-
nalmente un significato comune, cioè tanto attivo
come passivo nelle voci amato = avendo amato 9
essendo amato, ec.
101
Il gerondio esprìme un azione secondaria che
viene eseguita dal soggetto principale nell' atto che
esso- stesso sta effettuando l'azione principale ; p. e.
non da alleato , ma da padrone procedendo , s'im-
padroniva . . . mentre colle chimere andava pa-
scendo » • • •
*> . • > • - .
Modo imperativo*
Potrete incontrarvi primieramente coli' assertiv 0
che, con modo imperante , esige effettuata un*
rlche operazione ; primo , per forza di coman-
; p. e. Va , non ti vegga il sol novello in
Argo 5 2.° di preghiera : parla , dimmi che fu?
salva te stesso: 3.° per forza di consiglio od esor-
tazione : ascolta la verità sempre bella ed utile ,
sebbene non ti lusinghi.
Le voci imperative non riguardando il passato,
sul cpiale non ha luogo il comando , si riferiscono
soltanto al presente ed al futuro ; per es. lasciami
in pace ; ed anche : preferirai tu al bene tuo
quello della patria ; ed il bene della patria lo po~
sporrai tu ^ quello del genere umano*
Modo indicativo.
» * .
Le voci verbali di modo indicativo esprimendo
un giudizio completo senza concorso di altro giu-
dizio escludono ogni idea di comando, di condi-
zione , ed indicano nudamente lo stato e V azio-
ne , colla dipendenza dal tempo , dalle persone ,
e dal numero solamente»
E benché il tempo non possa essere che pre*
sente , passato , e futuro , pure , prendendosi per
oggetto di confronto uno stato od azione H , che
ioa
ha luogo nel momento attuale h (i) , potrà V as-
sertivo farci intendere tanto le maggiori o mino-
ri distanze dei passati tempi a > b , c , d . , .
dall' istante presente h , come ancora certe mag-
giori o minori determinazioni degli . stati ed azio-
ni A , B , C ? D ... . che ebbero luogo nei re-
spettivi tempi a , b . . . Lo stesso deve intendersi
detto dei tempi futuri », o , V , . . . rapporto
all' attuai momento h , e delle corrispondenti
azioni N , O , P.
Dai riflessi fatti sul tempo potrebbe dedursi
che all' assertivo di modo indicativo competono
otto tempi diversi fra loro; cioè
1/ 11 presente che denota lo stato , e l'azione
H , che si effettua nelT attuai momento h \ p. e.
sento , penso , cammino.
a.° Il passato pendente , p. e. Curvo Archi-
mede sulla polvere descrìveva delle figure geo-
metriche, quando da soldato romano fu barbara-
mente ucciso \ T azione di Archimede è di tempo
passato pendente non già riguardo al tempo , nel
quale non ha luogo pendenza alcuna , ma bensì
( 1 ) Il tempo presente in cui si asserisce lo stato o 1' azione
consistendo in un' istante unico e indivisibile , anzi in un istante
passeggiero e fuggevole , non potrebbe racchiudere una varietà
di pensieri e di azioni che esigono una certa estensione di tem-
po ; pare in pratica un epoca qualunque costituita di parti che
si succedono fra loro , vien riguardata quasi un tutto indivisi"
bile di tempo presente per es. Léggi , natura , Dei , tutto in
• non cale sempre quell'empio tiene. Queste enunciazioni rappre-
sentano un tutto di tempo presente che abbraccia un illimitata
estensione di azione e di tempi. Dicasi lo stesso delle espres-
sioni : V attuai mese , quesf anno , if presente secolo. Questo
riflesso , applicato all' assertivo indefinito , incapace di distin-
zione di tempo , potrà farci ravvisare; in esso ancora delle di-
stinzioni di tempi , dipendenti però da altri assertivi finiti con
cui si trova congiunto , come si osservò anche altrove. Lo stesso
deve intendersi riguardo al participio ed al gerondio.
■r
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io3
riguardo ali 1 azione che era ancora pendente , os-
sia non ultimata , quando il soldato uccise Ar-
chimede in azione. Così : la rabbia , l 1 indigna-
zione, il furore agitavano il Consesso mentre Egli
così parlava. . .Ed è perciò che questo tempo fu
chiamato dai latini passato imperfetto , acciò s 1 in-
tendesse che quantunque lo stato ed azione avesse
avuto luogo in tempo già passato, pure non si offriva
come passato del tutto , non avendo ricevuto an-
cora un compimento perfetto. Ed ecco perchè
dai grammatici attuali questo tempo vien chia-
mato ancora passato pendente.
3.° Passato prossimo incompleto , o indelermi*
nato. Questo accenna stato ed azione passata da
Srualche tempo senza farcela concepire ultimata af-
atto ; p. es. temei che il male , ec. così mi sentii
quasi dividere , e lacerare in due dentro me stesso.
4«° Passato prossimo determinato : questo espri-
me stato ed azione effettuata nella sua totalità da
tempo non molto remoto ? per es. ho sentilo, ho
veduto ec. Le voci di questo tempo composte col-
r indicativo di avere > e col participio dell** asser-
tivo, furono chiamate dai latini di tempo passato
perfetto per indicare l'azione ultimata in un tem-
po passato.
5. ° Trapassato imperfetto od incompleto. Que-
sto indica stato ed azione passata da gran tem-
po , lasciando però nel nostro concetto una certa
pendenza riguardo al totale compimento; per es.
io era stato ascoltato quando venne, ec. aveva
già scoperto nel suo aspetto un qualche timore,
quando si manifestò ec.
Questi due tempi ( 5.° e G.° ) furono dai latini
riuniti in uno denominandolo più che perfetto.
6. ° Trapassato perfetto o completo. Viene in-
dicato da questo tempo uno stato ed azione com-
io4
pietà e passata , ed insieme più remola dal mo-
mento presente in confronto di altra azione pas-
sata : pei* es. Iddio aveva già crealo e Cielo e
Terra allorché formò X Uomo \ qui formò è pas-
sato , ed aveva creato trapassato perfetto j cosi ,
quando io ebbi udito me ne partii.
7. 0 Futuro semplice. Uno stato , o azione da
effettuarsi in un modo assoluto e indipendente da
qualunque condizione j p. e. andrò domani , scri-
verò fra poco ; si dice di tempo futuro semplice.
8.° Futuro anteriore composto. È quello che
suppone che uno stato, o azione futura sarà ef-
fettuata avanti un 1 assegnato tempo od azione fu-
tura ; p. e. domani a quest' ora sarà effettuato
quanto bramate ; Chi è che in questo esempio
non rilevi due tempi futuri ? X uno meno remoto
dal tempo presente, cioè sarà effettuato , e l'al-
tro più lontano , cioè domani a quest' ora.
Modo Congiuntivo.
Per mòdo congiuntivo dell' assertivo deve in-
tendersi una certa sua dipendenza dalla congiun-
zione di altro assertivo espresso o sottinteso nel
quale s'include un atto della volontà , che espri-
ma comando o preghiera , o desiderio , o per'
missione, o proibizione, o condizione , o ipote-
si , o ec. ; p. e. : regnerebbe fra gì' uomini la
pace ? se si compatissero reciprocamente , qui re-
Énerebbe è voce verbale di modo congiuntivo ,
l quale forma la proposizione subalterna dipen-
dente dalla principale se si compatissero , che è
la voluta condizione \ od anche : risolvette viver-
sene umile ed ignoto là dove ancora virtù si pre-
giasse. Cosi : sia pur egli stato nostro nemico ,
noi dobbiamo graziosamente riceverlo.
io5
Ora osservando che un atto dipendente dal co-
mando e dalla volontà non è riferibile che o a
cose future, che sono le sole che possono otte-
nersi , o a cose passate in quanto che può bra-
marsi di averle effettuate ; perciò al modo con-
giuntivo , rigorosamente parlando , non dovrebbe
assegnarsi il tempo presente. Ma avendo riguardo
non già air azione, ma alla volontà esternata da
un assertivo di tempo presente , perciò accordano
i grammatici anche al congiuntivo il tempo pre-
sente p. e. io pensi , io tema , io parta , ec.
La divisione de* tempi di modo indicativo , è
analoga a quella del modo congiuntivo ; a riser-
va de' due futuri , avendo qui luogo soltanto il
futuro anteriore composto dell 1 indicativo.
Modo ottativo, o desiderativo
Crediamo che un tal modo sia lo stesso modo
congiuntivo , quando con esso , in luogo di ciò
che indica comando , o volontà esternata venga
associata una qualche frase esprimente desiderio,
come , bramo che , desidero che , Dio voglia che,
ec. colle rispettive variazioni verbali esprimenti
brama , desio ec. per. es. Per te cl eterni allori—
Germogli il suol Romano — De 1 Numi il mondo
adori — Il più bel dono in te.
Persone degli assertivi, e loro numero
singolare e plurale*
Le accidentali modificazioni delle voci dell' as-
sertivo non dipendono unicamente dal modo e dal
tempo , ma dalle persone ancora e dal loro nu-
mero. Queste due modificazioni non sarebbero pro-
prie iu realtà che del nome. Quindi è che potrà
da noi supporsi che dopo che fu fissato doversi
riguardare la persona che parla , cioè io per per-
sona prima , la persona a cui si parla, cioè
per persona seconda j e la persona di cui si par-
fa , cioè egli per persona terza] e che inoltre alle
persone , io , tu , egli di numero singolare doves-
sero corrispondere nel numero plurale le rispetti-
ve voci personali noi , voi , eglino ( o quelli ),
fu ancor convenuto doversi estendere -queste stesse
denominazioni di persone a quelle voci verbali
che dipendono dall una o dall'altra di queste tre
persone , tanto singolari che plurali. Ed ecco per-
chè abbiamo pel singolare (ioì leggo persona pri-
ma : (tu) leggi persona seconda : (egli) jMS e P er ~
sana terza ; e pel V X ^ 1 ^¥4p^¥ r ^^ f l™)
leggete: (quelli) leg^^T^ ™
Conjugazione degli assertivi. m
Coniugare un'assertivo significa congiungere op-
■ ■
>guito
quei della
dai basso
per un paio
di violato rispettò , che niuno osasse dirigersi a lui ii
mente, ma beasi come ad una terza Persona non presente a
chi parla , dandole del Leù
I soli Poeti , per non essere in perpetua con tradizione colle
regole della grammatica e del buon senso, ritennero il primitivo
linguaggio , dicendo :
. . Signor che pensi ? In quel silenzio
Riconosco Caton.
Se il Poeta avesse detto : che pensate o signor ? V espres-
sione sarebbe divenuta men sostenuta ; e si sarebbe poi resa ri-
dicolissinia , se, sul gusto attuale , detto avesse: che pensa l'Ec-
cellenza vostra Signor D. Catone.
1 Quacqueri usano il tu dei poeti con qualunque, persona.
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S orfanamente colla parte radicale o significativa
el suo indefinito , già fissato per elemento pri-
mitivo dell'assertivo, una varietà di modificazioni
finali dipendenti dagli accidentali rapporti di mo-
do , tetnpo , persona , e numero.
La totalità delle 5l variate forme o desinenze ,
che risultano da tali congiunzioni per un asserti-
vo , costituiscono la sua conjugazione , dipenden-
temente dal suo stesso indefinito. Dunque in cia-
scuna delle variate voci dalle quali risulta la con-
jugazione di un assertivo , possiamo distinguere
tre elementi : il primo radicale ed invariabile ,
significante la cosa , e questo potrà dirsi signifi-
cativo : gli altri due che variano colle persone ,
e coi tempi , li denomineremo rispettivamente per"
sonatilo e temporativo ,
E siccome le desinenze degli infiniti di tutti i
verbi italiani ci presentano una triplice varietà ,
perciò si sono fissati tre esemplari o modelli di con-
jugazioni , all' uno o all' altro de' quali devono'
riferirsi tutti gli assertivi per conjugarli convene-
volmente*
Dal primo di questi modelli si comprenderanno
tutti i verbi terminanti nelP infinito in (are) pen-
sare , parlare , sgridare ec. ; dal secondo tutti
quelli che hanno la desinenza in (ere) lunga o bre-
ve , come temere , sedére , lèggere, frèmere ec. ;
dal ferzo tutti quelli che finiscono in {ire) come:
partire, sentire, nutrire ec*
Prima però di esporre questi tre modelli per
conjugare gli assertivi regolari dell' idioma italiano
sari opportuno che voi conosciate la conjugazio-
ne del verbo essere , e quella dell 1 assertivo averci
attesoché questo si associa con tutti gli assertivi
di significato attivo , mentre quello si congiunge
con quei di significata passivo 7 ed anche con glV/i-
io8
transitivi. Ed è appunto perciò che vengono de-
nominati ambedue ausiliari dalla voce latina a«*
xiUum ( ajuto ) , servendo appunto di ajuto per
formare una varietà di significazioni di tutti gli
assertivi.
• ■ ■
COffJUGAZIOBE DEL VERBO IRREGOLARE ESSERE.
*
MODO INDEFINITO.
Indefinito Participio Gerundio
Presente Presente- Passato Presente- Futuro
Essere Essente (i) Essendo
Passato - Essendo stato.
Futuro Essendo per essere
MODO IMPERATIVO.
Tempo presente.
Sing. (a) Sii tu, o sia tu; Sia colui.
Plur. Siamo noi; siate voi; Siano, osieno coloro.
Tempo futuro.
Sing. (3) Sarai tu , Sarà colui
Plur. Saremo noi, Sarete voi , Saranno coloro.
(r) Essente è voce antiquata. La yoce staio b»ncliè faccia
ria particip-o passivo del verlo e ssere , pure non è che il par-
ticipio dell' assertivo stare. Con la voce essendo , e coli* altra
stato si (orma il gerundio composto essendo stato.
(2) Siccome niuno comanda a se stesso , perciò non ha luogo
la prima persona in questo tempo , per il quale si prendono
le voci da quelle del congiuntivo, avvertendo di qui porre sotto
ciascuna voce il suo pronome.
(3) Questo tempo, cui manca la prima persona per l'addotto
motivo del presente , è lo stesso che il futuro dell' indicativo
del verbo essere, colla sola posposizione de' pronomi.
20?
MODO INDICJTirO*
Tempo presente»
Sing. Sono (i) Sci (2) È (3)
Piar. Siamo (4) Siete (5) Sono (6)
Passato pendente ( Imperfetto ).
Sing. Era , o Ero (7) Eri Era
Plur. Eravamo Eravate Erano
Passato prossimo indeterminato.
Sing. Fui Fòrti (8) Fu.
(lì La voce sono sembrava 1' unica della prima persona del-
l' indicativo presente cui la dolcezza e T armonia avessero ac-
cordato il mancamento , quando scrisse il Tasso « Amico hai
vinto io ti / erdon , perdona » questa sua ardita licenza gli tirò
addosso la più clamorosa e iuesorabil censura. Non potendo egli
più reggere .a tanti strazi , si risolvette, forse per far trionfare
il suo orecchio con un verso di confronto , di scrivere nella sua
" Gerusalemme conquistata « Amico hai vinto e perdono io, per-
dona. Abbiamo anche dal Poliziano, a S' io 1 abhandon , sia
allor la fine mia ».
(2) Se , antiquato.
(3) Ene , antiquato.
(4) Senio , Sterno , voci antiquate.
(5) Sete , antiquato. Siate vocabolo erroneo. Avvertite qui
che erronei sono quei vocaboli che , quasi monete false , niente
hanro che legittimi il loro corso.
(6) Enno , antiquato.
7) Ero , pensavo , amavo , e simili deainenae della prima
persona del passato pendente dell' indicativo , usate invece di
era , pensava, amava, ec. benché disapprovate da alcuni gram-
matici , pure sembrano reclamate dal bisogno di distinguere la
1 »« dalla 3.* persona ' 9 ed approvate dall' uso comune. E se ciò
non bastasse non mancherebbe nè 1' autorità del Buonmattei «
del Pistoiesi, del Mastrofini , ne V esempio di purga tissimi aeriti
tori , e specialmente quello dei Drammi di Metastasio appro-
vati dalla Crusca dovrebbe dissipare ogni acrupolo gramma-
ticale.
(8) Fatti antiquato.
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ITO
Plur. Fummo ( i ) Foste (2) Furono (3)
Passato prossimo composto e determinato.
Le voci di questo tempo si formano in ambe-
due i numeri con quelle del presente dell' indi*
cativo, e con il participio passato stato; cioè: sono
stato , sei stato , ec.
, 4 Trapassato imperfetto.
Colle voci del passato pendente , e colla . voce
stato si compongono i numeri di questo tempo f
cioè: era stato , eri stato , ec.
Il trapassato perfetto ( fui stato ec. ) è poco
in uso.
Futuro semplice*
Sing. Sarò (4) Sarai (5) Sarà
Plur. Saremo (6) Sarete Saranno^).
Futuro anteriore composto.
Questo si forma con i vocaboli del futuro sen>
plicee colla voce stato; cioè: sarò stato, sarai
stato, ec.
MODO CONGIUNTIVO'.
Presente*
Sing. Sia Sii, o sia Sia.
Plur. Siamo Siate Siano (8).
(1) Fusti mo , fossimo erronei.
f?) antiquato. Fosti , fusti, vocaboli arronei.
(0) Furo , fur , furtw , foto sono voci poetiche. Fulvo er-
ronea •
M Sflfì W« 0 '*'<> » antiquate. Fia voce poetica. Sawo
(5) &raz* antiquata. .
(6) erronea.
(7 ) Ftano , yie«o , poetiche.
[fi) Steno vocabolo poetico. Siine erroneo..
«
Passato pendente (imperfetto).
Sing. Fossi Fossi Fosse
Plur. Fossimo Foste (i) Fossero (a).
«
Passato prossimo condizionale*
Sing. Sarei (3) Saresti Sarebbe (§.
Plur. Saremmo (5) Sareste (6) Sarebbero (7).
Il passato pendente ed il condizionale sono cor-
relativi fra loro ; poiché mentre il secondo espri*
me la condizione , indica il primo ciò che acca*
diebbe , verificata che fosse la condizione. Es. Se
noi fossimo più fàcili a compatirci , sarebbe ricom-
pensata la nostra indulgenza dalle dolcezze di un'a-
michevole fratellanza.
Anche i due tempi trapassati che sieguono sono
correlativi fra loro.
Passato prossimo determinato e composto.
Si compone col presente del congiuntivo e col
participio stato ; per es. io sia stato , tu sit sta-
to ec. ' t * '
Trapassato imperfetto composto.
Si compone col passato pendente , e colla voce
stato , p. e. io fossi stato, tu fossi staio , ec.
( 1) Fusti , fosti , voci erronee.
(a) Fòsscno , fusseno , voci erronee.
(3J Fora e saria voci poetiche. Sare 9 erronea.
l't) Fora e sarta voci poetiche. Sare' erronea.
(ò) Sarèbbamo , sariamo , voci erronee.
(6) Saresti vocabolo erroneo.
(7) Sarebbono , antiq. Forano , sariano , aleno : voci poe-
tiche . .... K . • *.
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zia
Trapassato condizionale composto.
Si compone col passalo condizionale , e colla voce
stato ; p. e. sarei stato , saresti stato , ec.
1/ unico futuro di questo modo è il futuro an-
teriore , composto dell' indicativo , e della voce
essere , p. e. che io sia per essere , che tu sii
per essere , ec. ;
COWJUG AZIONE DELL* ASSERTIVO IRREGOLARE AVERE.
MODO INDEFINITO.
w *
Presente Participio Pres. pass. GerondioPres.fut.
Avere Avente Avuto (i) Avendo
Passato. Avere avuto.
Futuro. Avere ad avere, o essere per avere (2).
MODO IMPERATIVO.
Tempo presente.
Sing. Abbi tu Abbia quegli
Plur. Abiamonoi, Abbiate voi, abbiano eglino (3)
Tempo futuro.
Sin g* m Avrai tu Avrà quegli
Plur, Avremo noi , Avrete voi , Avranno eglino.
(1) Auto h erroneo*
(a) L'assertivo avere si giova qui dell'infinito del rerbo
essere. *
(^) Aggiano, antiquato} abbino t erroneo.
Digitized by CjOOQie
1,3
*<W>0 INDICATIVO»
Tempo presente.
, - ■ • t
Sing. Ho(i) Hai Ha (a)
P/tvr. Abbiamo Avete Hanno
renilo postato pendente (imperfetto).
Sing. Aveva (3) Avevi (4; Aveva (5)
P/ar. Avevamo (6) Avevate (7) Avevano (8)
Tempo passato prossimo indeterminato.
» ■
Sing. Ebbi (9) Averti Ebbe (io)
Plur. Avemmo (n) Aveste (ti) Ebbero (i 3)
t i '
(1) ^tegio. Questa voce antiquata riguardo ai buoni scrittori
attuali è in uso al presente in qualche parte d' Italia , e spe-
cialmente fra il popolo del regno di Napoli e quello della Marca
di Ancona.
(2) Queste tre voci del singolare colla terza del plurale Si
scrivono anche senza la h accentando bensì ò , à , ài , anno ,
- per distinguere il loro significato da quello di o avverbio , di
ai intoriez one , di a segna caso , di anno nome di tempo.
(3) Avevo antiquato , e da discorso familiare. Avea poetico.
'A va va erroneo.
(4) Avei antiquato.
(5) Avea , avia , poetiche.
(6) Avèamo antiquato. Avàvamo erroneo.
7) Avavàte : avevi , voci erronee.
8) Avìeno : aveano poetiche. Avàvano , avèvono, erronee.
9) Eii hei: antiquate. Avei, ovetti, erronee.
(\o) Avè : avette erronee.
(11) Ebbimo antiquato. Èbbamo, erroneo.
(12) Avesti erronea. .
(13) Èbbono: avèttono ; èbbeno antiquate, Mbbano tnoW»
Digitized by Google
u4
Tempi passati e trapassati composti.
Ho , Aveva , Ebbi ( avuto ) , ec.
Tempo futuro semplice.
Sing. Avrò (i) Avrai (3) Avrà (3)
Plur. Avremo (4) Avrete (5) AvraDno (6)
Tempo futuro anteriore composto.
Avrò ad avere , o sarò per avere 5
Avrai ad avere , o sarai per avere } ec.
MODO CONGIUNTIVO.
Tempo presente.
Sing. Abbia (7) Abbi, 0 Abbia (8) Abbia (9)
Plur. Abbiamo Abbiate àbbiano(io)
Tempo passato pendente ( imperfetto )•
Sing. Avessi Avessi Avesse (11)
Plur. Avessimo Aveste Avessero (12)
Tempo passato prossimo condizionale.
Sing. Avrei (i3) Avresti Avrebbe ^4)
1 ;
JO Arerò, arò antiq. A r eroe erronea.
k 2) A verai , arai antiq. .
Arerà, ara antiq. Auerae erroneo.
Areremo : aremo antiq.
Arerete , arete antiq.
Areranno :, aranno , antiquate.
17) màggia antiquata.
p) Aggi f autiq.
9) Abbi erron.
Aggiano antiL
, „ Aressi TOcabt lo erroneo.
(12) Aressono ; a vessino antiquati.
(13) Arerei : averla: arei: aria vocaboli antiq. Avrìa poet.
(14) Arerebbe; averta : arebbe antiquati. Avita poetico.
*t. ^to^ Digitized by
n5
Plur. Avremmo (i) Avreste • Avrebbero (a)
Tempi passati composti.
Abbia , od avessi ( avuto ) ec.
PROSPETTO COMPARATIVO.
Degli assertivi normali delle tre conjugazioni
regolari della lingua italiana.
poiir-órca CRÉD-ere. part-Ih?» (3)
MODI INDEFINITI.
Tempi indefiniti 0
Presenti Presenti-passati Presenti futuri
Indefiniti Participii-attivi-passivi Gerondi
Port-are Port-ante, Port-ato Port-ando
Cred-e.. Cred-e..., Cred-u.. Cred-e...
Part-i.. Part-e..., Part- i.. Part-e...
Tempo passato indefinito.
Aver ( Portato , creduto ), esser Partito.
Si noti qui : i.° Che se le voci portare , cre-
(1) Avrebbamo : apriamo: avriemo vocaboli erronei.
(2) Sverebbero : arebbero : avrieno , arieno : Avrtbbono an-
tiq. sfuriano poet. Avrebbano erron.
(3) Fu già avvertito che gì' indefiniti sono i vocaboli pri-
mitivi dai quali discendono tutte le voci verbali associando alle
loro respettive parti radicali invariabili port , cred , part , che
marcano V azione t alcune variate modificazioni finali , chia-
mate desinenze , le quali servono a modificare l'azione secon-
do i diversi rapporti di modo , di tempo , di persona, di nu-
mero.
1x6
dere , partire servono ad indicare e presente ed
imperfetto del modo indefinito. 2.° Che se le voci
aver portato , aver creduto , ec. rappresentano e
passato e trapassato del modo stesso; ciò accade
perchè le voci dell 1 indefinito non determinando
con precisione alcun tempo perciò sono indifferenti
ad associarsi a qualunque tempo di altro assertivo
da cui viene il loro tempo ad essere determinato.
Infatti : andare è presente , dicendo ora debbo
andare ; ma se dicessi : ho dovuto andare ; non
sarebbe forse Y andare un passato ? siccome è un
futuro il dire dovrò andare.
MODI IMPERATIVI.
Tempii presenti. .
Sing. Port-a , i. Piar, iamo , ate , ino
(i) Cred i , a. » . . . , e . , a (2)
Part-i , a. » • . . , i . , a (3)
* ...
Tempi futuri.
Sing. Port-erai, erà. Plur. eremo, erete, eranno
(4) Cred- ...... » . ... 4 ....... .
ParUi . . , i . . » i.,.,i..,i,..
(1) In questo tempo le terse persone sono eguali alle terze
dei rispettivi presenti del congiuntivo. Le desinente delle prime
persone del plurale corrispondono alle prime persone del plu-
rale del presente dt 11' indicativo e del congiuntivo respettivo. E
le seconde persone del singolare e del plurale sono eguali a
quelle del presente dell' indicativo.
(z) Credino è erroneo.
?3ì Partino , erroneo.
(4) Portanti : por torà ; porteremo : portante : por faranno
tono voci erronee,
►
*
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II 7
MODI INDICATIVI .
Tempi presenti.
Sia S: J 01 "* 0 » i > a - plur - ia n»<> CO > a»e, ano fa)
W Part - . • , e. . » . . . , i. . , o. . (6)
Ti empi passati pendenti ( imperfetti ).
Port-ava( 7 ) avi ava, Avarao,. arate ,(8) , avallo {«).
Cred-e..(io),e.. (n), e., (il). K ... ,(i5), e ... e.... (Vò).
• f »••• ' I...., i.... , i....
rew/^i f ^tf prossimi indeterminati.
Sing. Plur.
Port-ai, asti , ò (16). Aramo (17) , aste (18), aroao (19).
(lì Portàmo erroneo.
1.) Partono erroneo. & osservi che la ter» persona del plu-
rale degli assertivi in are si forma sempre dalla tersa del sin-
golare aggiungendovi no.
(3) Credemo antiq. Frediano errofl.
(4) Credano erron.
(o) Parti/no antiq.
(6) Partano : patiscano erron. È ben detto ancora park*
*cono. Si osservi che le terze persone del plurale degli asser-
tivi in ere ed in ire si formano dalla prima persola del singo-
lare aggiungendovi no \ e ciò anche negli irregolare
(7) Portavo antiq,
(fi) Voi portavi erron.
(9) Portavono erron.
10) Credevo: credìe antiq.
j 1 1 ) Tu credei vocabolo erron.
^12) Credea poet.
(i3) Credavamo : eredeate antiq.
(>4) Credayate : eredeate antiquati. Voi credavi erroneo.
05) Credìéno antiquato. Credéano poet. Crede vono erroneo.
(16) Por the : Por tao antiquati.
{17) Portassimo erroneo.
( 18) Portasti erroneo. .
(10) Portaro: portar poetici. Porlonno : portarono : perfora-
no j portorno , portarno , vocaboli erronei.
Cred-eifO, estima), è f 3). Emmo. (4)1 ««te.. (5), erono(6).
t-ii (7), »•••■> U 8 )-
Il8
Part-i!'^ 1 (9)*' i...('ioV,
Tempi passati e trapassati composti
Ho , Aveva , Ebbi ( portato , creduto )
Sono, Ero , Fui ( partito )
Tempi futuri semplici.
. Sing. Plur.
Port-erò , erai, era. eremo , erete , eranno
Cred-. .,...,...« ......... r .... .
Part-i, • . i , i (12) « i . . . , i . . . , i . . . .
Tempi futuri anteriori composti. (i3)
Io Avrò o, sarò per (Portare, Credere^ Partire).
Tu Avrai o, sarai per (Portare, Credere, Partire) jec.
(1) Credetti è in corso come credei. Cresi antiq. Cretti er-
roneo.
(2) Crese antiq.
[3ì Credette è in corso. Credéo poetico.
[4) Credéitamo : erisamo : credessimo erronei vocaboli.
(01 Credesti erroneo.
(6) Crédettero è in corso. Crédettono : crédetteno : crésero
antiq. Crederò poet. Creettero erroneo.
(7) Parti antiq.
fé) Partìe antiq. Parilo poet Partitte erroneo.
[9) Partissimo erroneo,
'io) Voi partisti erroneo.
Partirò : partir, antiquati. Partinno: Partirno erronei.
12) Partirne antiquato.
Due sono le forme per esprimere le epoche non per an-
co verificate : assoluta V una , relativa V altra ; semplice la
prima, composta la seconda. Eccone gli esempi : 1.0 Domani
verrò da voi 5 2. 0 Domani a quest' ora sarà effettuato quanto
sfora. È di qui che il futuro composto fu da noi chiamato pas-
sato futuro , riferendosi ad epoca futura , al giunger però della
quale deve esser verificato quanto si annunzia dall' assertivo.
-Oigitized by Goo^liì*
MODI CONGIUNTIVI.
IX 9
Tempi presenti.
s ing* Plur.
Port-i , i f i » i amo p j ate
jrari a, a, a (4; »... , a< < ^
3T wjpi passati pendenti ( imperfetti ) (6).
* Plur.
Port-as6Ì(7), aS si,asseC8).A88Ìnio(9),aste(. o),assero( „).
Part-iri6),.. , I....(, 7 ),i... /i.... £ l8) .
1 ^
(l) SÌ osservi qui che gli assertivi in are hanno le desinenie
Z erTÌÌ £ i 2 Ì 6 u M pCrSOna dcl *^™-> e che gli assertivi
* ? • I k hanno sem P^e in a ; fuorché nella a.« che
può farsi terminare ancora in *.
Si osservi inoltre che se alla terza persona delsinaoUre ai
aggiunge no , ottiensi allora la terza del plurale. ^ U4 * reil
(1) Ondiate erroneo.
(3j Credino erroneo.
(4) Tu parti , Egli parti erron.
(5) Par tino erroneo.
(6) In questo tempo gl' indefiniti Porta-re , Crede-re Parti r*
conservano la loro vocale rispettiva : e da questa d.W?
inatte tre le conjugazioni le" forme' finali VZa^SStu
(7) Io por tot se erroneo.
(8) Quegli portassi erroneo.
(9) Portassemo erroneo.
(10) Voi portassi, e portassivo erronei,
il) Partassono: Portassino antiqu. Portasseno erroneo.
lo credesse erroneo.
( i3i Quegli credessi erroneo.
'14) Voi credessi erroneo.
(45) Credessono : credessino antiquati.
ji6ì lo partisse erroneo.
17) Voi partisti : partissi antiqu.
[•8; Partissono ; pari issino antiqu.
no
l»ort-crei(i},ercsti(2),crebbe(3).Hremmo(4),ereste(5),ercbbero(6)
Cred-....(7), , (8) (9J»%****( 1 *X*
Part-i...(u),i » i C 12 )* 1 C* 3 )» 1 * > l
Io Abbia , ec. ( Portato , Creduto , Sentito)
Io Avessi , ec. ( Portato , Creduto , Sentito )
Io Avrei , ec. (Portato , Creduto , Sentito)
alla distribuzione dei modi.
a.' IN egli assertivi in are per il futuro dell' in-
dicativo , ed il passato pendente del congiuntivo
conviene mutare la a in e.
fi) Porterìa, poet Portarci erron.
ìi) Portare iti erron.
( ) Porterìa poetico. Portarebbe : portarla erronei.
(4) Portaremmo : portano mo : portariemo : porterebbamo :
portaressimo tutti vocaboli erronei.
(5) Voi portarceli erroneo.
(6) Portarebbono antiq. Porteriono Poet. Portèrtbbono er.
W) Crederla poetico. Creder ebbi erroneo.
(8) Crederla poetico.
ÌoJ Crede rebbarn o : crederessimo erron.
io) Crederesti: crederessi erronei.
(la) Partirti poetico.
(i5) Partirtbbumo : partiriamo: partiressimo vocaboli erron.
Tempi passati composti.
% »
Osservazióni sugli assertivi regolari.
poetico.
i
Digitized by Google
121
3.* Gli assertivi della terza conjueazione non
hanno tutti nella prima persona dell' indicativo
la medesima desinenza. In alcuni V ire si cam-
bia in o $ per es. da sent-ire , dorm-ire , copr-
ire , abbiamo sento , dormo , copro. In altri l 1
ire si trasforma in isco ^ avendosi a bborrisco, in*
ghiottisco , ec. da abborr-/rc , inghiott-i're.
4- a Quegli assertivi che terminano in care , e
{^arc , prendono un l in tutti i tempi ed in tutte
e persone in cui il c ed il g sono seguiti dal-
l' una o dall' altra delle vocali e , 0,1, affine di
conservare una certa uniformità di suono in tutta
la conjugazione.
5. a Le avvertenze che hanno avuto luogo nelle
note riguardo alle voci verbali antiquate, poeti-
che , erronee 9 devono estendersi a tutte le voci
analoghe degli assertivi che si riferiscono all'uno
o air altro dei tre modelli di conjugazioni.
Coniugazione dell'assertivo finire.
MODO INDEFINITO.
Tempo Presente, Presente-passato, Presente-futuro
Indefinito, Partici pio- Attivo, passivo , Gerondio
Fin-ire, Fin-ente , Fin-ito , , Fin-endo.
Futuro composto.
Essere per finire.
MODO IMPERATIVO. " '
i *
Tempo presente.
Sìng. Finisci tu , Finisca quegli
6
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Plur. biniamo noi, Finite voi, Finiscano eglino (i).
Tempo futuro.
Le sue voci sono quelle del futuro indicativo .
col posponi i pronomi.
MODO WD1CAT1VO.
Tempo presente.
Sine. Finisco Finisci Finisce
pS. Finiamo (a) Finite Finiscono (3)
Tempo passato pendente, (imperfetto).
Sing. Finiva, ec. come partiva.
Tempo passalo prossimo indeterminato.
Sing. finii , ec. come partii (4)-
Tempi passati composti.
Ho , aveva, ebbi (Finito); ec.
Tempo futuro semplice.
Sing. Finirò , ec. come partirò.
Tempo futuro composto.
Sing. Avrò finito , ec.
MOVO CONGIUNTIVO.
Finisca Finisca ,
(,} Fìnischiiw eglino erroneo.
(2) Fmimo antiquato,
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' * a
123
Plur. Finiamo Finiate Finiscano (i).
Tempo passato pendente (imperfetto).
Sing. Finissi , ec. come partissi. (2)
Tempo passato prossimo condizionale.
Sing. Finirei , ec. , come partirci.
Assertivi in ire che conjugansi come finire.
Ammonire ,
Brandire ,
Insanire ,
Arguire ,
Incattivire ,
Incodardire ,
Indolentire ,
Intimidire ,
Instolidire ,
Insolentire ,
Intimidire ,
Insanire ,
Sbandire ,
m altire ,
Tramortire ,
Impoltronire ,
Impadronire ,
Immalinconire
Incaparbire ,
Ingagliardire ,
In fingardire ,
Inferocire ,
Instttpidire ,
Insospettire ,
Inttrannire ,
Insignorire ,
Involpire ,
Sbigottire ,
Stupidire ,
Statuire ,
Asserire ,
Garrire ,
?, Colpire ,
Incallire ,
, Indolcire ,
Inori re ,
Ingelosire ,
Inorridire ,
Insordire ,
Insipidire »
Invaghire ,
Largire ,
Schernire ,
Stordire,
ec.
Bandire ,
Imbandire ,
Incallire ,
Incanutire »
Incrudelire ,
Infievolire ,
Ingentilire »
Instruire ,
Instenlire ,
Intimorire ,
Invanire ,
Pulire ,
Scolpire ,
Stupire ,
Assertivi coli 9 indefinito in ire ed are
Abbrividlre
Ammorbidire
Arrugginire
Attristire
Immaltire
Inagrire
Incarognire
Ingiallire
Intiepidire
Sbalordire
Spaurire
{are). Ammansire
(are). Ammutire
(are). A rruvidire
[ave). Colorire
'are). Impazzire
ave). Inaridire
(are) . Incoraggire
(are) . Insozzire
(are). Intirizzire
(are). Scolorire
(are). Stizzire
fare) . Ammollire
(are). Arrossire
are). Assordire
are). Dichiarire
are). Impaurire
(are). Inasprire
(are). Infracidare
(are). Insuperbire
(are). Intorpidire
Sare). Smagrire
are), ec.
are)
are)
(are)
(are}
(are]
(are]
are
are
are]
are
il Pinischino , erroneo.
2) Tu Finisti , erroneo.
»
124
Assertivi senza la \.*pcrs. plur. nei tre presenti.
Ambire y Ardire , Fiorire , Gioire , Marcire ,
Svanire , Sparire, Stupire, ec. La mancanza di
tal persona , proveniente da una certa sua as-
prezza nella enunciazione, \ien supplita coli' ajuto
dell'assertivo avere $ onde diremo: aLLiamo am-
bito t ardito, gioito, ec.
Osservazioni.
i.° Modo Indicativo. È per se manifesto che,
trovandosi 1' assertivo al modo indicativo , havvi
sempre giudizio espresso, come io sono grande:
voi passeggiate: egli balla bene. Ed anche quando
sembra che F assertivo non esprima che un sen-
timento , un atto della volontà , come nelle se-
guenti frasi : Io voglio : quegli desidera , pure
esse non esprimono soltanto un sentimento , una
modificazione dell 1 animo , o della mente , come
le parole : volontà, desiderio ec. , ma asseriscono
die ciascuna di queste affezioni esiste in un sog-
getto /o, Quegli. Dunque l'assertivo al modo in-
dicativo afferma, enuncia un giudizio , e perciò si
chiama ancora enunziativo , giudicativo.
2. 0 Modo Imperativo. Con questo modo si af-
ferma sempre , si esprime un giudizio ; infatti
quando si dice : fate la tal cosa : Sta attento al
mio discorso ; riflettendo air indole del pensiero
espresso , e alla forma dell' espressione , vuoisi di-
re : Io voglio : io comando : io desidero con feiv
mezza che voi facciate la tal cosa ; o che tu stii
attento al mio discorso.
3.° Modo Ottativo ( Questo modo è stato già
da noi considerato in complesso col congiuntivo),
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125
L'assertivo é al modo Ottativo quando esprime
desiderio, augurio, ec. Es. Faccia Dio ; oppure:
Dio voglia che otteniatc lintcnto! Perchè non pos-
so seguirvi! Le quali frasi signiGcando : Io arden-
temente desidero > die voi otteniatc V intento: ho
dispiacere di non potervi seguire; e perciò espo-
nendo chiaramente una affermazione , un giudi-
zio , sono proposizioni*
4«° Modo Soggiuntivo o Congiuntivo. L'asser-
tivo a questo modo succede ad un altro assertivo
ad esprimere un giudizio soggiuntivo, dipendente
cioè dal giudizio espresso dall'assertivo precedente.
Esempj : Fa duopo che io sia ascoltato : il sog-
giuntivo , io sia ascoltato , esprime un giudi/io,
che suppone la proposizione precedente espressa
dal primo assertivo fa duopo, e alla quale si uni-
sce mediante il vocabolo che. Similmente, dicendo:
io penso che colui sarebbe stato condannato : il
soggiuntivo colia sarebbe stato condannato è una
proposizione dipendente dall'altra che precede ,
io penso, mediante la parola che. Inoltre , quando
dicesi : conciossiacosaché io ami , e' si vuol dire:
quando, o come ciò sia che io ami; od anche:
posto che io arai \ la soggiuntiva , io ami , è una
vera proposizione, ma dipendente dall'altra an-
tecedente : (piando > o come ciò sia , mediante
la voce che.
5.° L'assertivo è conjugabile. Infatti, veduto
avendo che 1' oficio dell' assertivo è di esprimere
la maniera di esistere, o lo stalo di un soggetto
espresso dal nome ; è facile il concludere , che
1' assertivo deve essere una parola declinabile per
modi, tempi, numeri , e persone, e se voghisi
anche per riguardo ai generi. A vero dir-'
I. La esistenza potendo essere positiva ( od as-
soluta ) , condizionale, dipendente , ec. perciò ab-
Liamo i diversi modi di esistenza. Dunque l'as-
sertivo , per esprimere la significazione ai questi
modi diversi , assumerà forme diverse con oppor-
tune variazioni , cioè sarà variabile o sia con-
jugabile riguardo ai modi.
II. La esistenza sola può avere durala ( o sia
tempo ) j di più la esistenza ha naturalmente cer-
te epoche relative alla durata, come di presente ,
di passato , e 'di futuro. Dunque gli assertivi ,
esprimenti per oficio loro attributivo il tempo del-
l' esistenza delle cose , e persone , aver deggiono
tempi) ed essere variabili anche per questo rispet-
to. Quindi è per es. che Y assertivo legg ere , colle
diverse terminazioni : leggo, leggera, lessi, leg-
gerò $ esprime i diversi tempi dell' esistere leg-
gente o leggeri.
III. Esprimendo Y assertivo una maniera di esi-
stere propria, e relativa ad un soggetto, che vie-
ne rappresentato sempre da un nome, espresso o
sottinteso , ne segue per necessità che Y assertivo
dee conformarsi al soggetto nel numero , nella
persona f e se si vuole anche nel genere ) : e per-
ciò deve essere variabile , o declinabile per nu-
meri , persone e generi *, come abbiamo veduto
intomo alle declinazioni ( o conjugazioni ) dei
nomi.
Ed ecco spiegate le ragioni per cui gli assertivi
( o verbi ) sono parole declinabili per modi , tem-
pi , numeri, e persone; le quali ragioni risultano
dalla natura , ed uficio proprio degli assertivi.
Assertivi anomali ( o irregolari ).
•
Molti assertivi nelle loro terminazioni si allon-
tanano totalmente dall' andamento dei modelli re-
golari delle coniugazioni , come accade nel verbo
f 37
essere. Altri se ne allontanano in parte , come
T assertivo avere. Vi sono di quelli i quali ben-
ché irregolari riguardo ali 1 una o all'altra coniu-
l; 1 z io ne pure volendo riferire la loro conjugazionc
ii tre modelli in complesso , cesserebbe la loro
irregolarità, finalmente vi sono di quelli che non
si modellano dipendentemente dal loro indeg-
ni to cJk è in uso attualmente , ma bensì dati 1 in*
definito originario , che è ora andato in disuso.
Ed è perciò che gli assertivi fare, e dire , che
nel loro indefinito si pronunziavano faccre , e
diccre , si coniugano dipendentemente dal loro
antiquato indefinito*, seguendo il secondo modello
per ambidue invece d<l primo per l'assertivo fare,
e del terzo per l'assertivo dire. Similmente gli
assertivi pórre, córre , con quelli che da essisi
compongono , per es. addurre, condurre , prò»
durre, non essendo che abbreviazioni y di pòncre,
cògliere, adducere, con ducere^ prò ducer e, ec. della
seconda coniugazione, perciò si conformano all'an-
damento di questa.
Sarà però reale Y anomalìa di quelli che rece-
dono dall' una o dall' altra delle tre coniugazioni
regolari , senza che possa aversi ricorso ai loro
indefiniti originarii. Di tale indole sono: essere,
dare, stare, ce. parére, sedére, ce. aprire, ve-
nire, e moltissimi altri. Forse dall'orecchio ch'i
è per il popolo, da cui dipendono le lingue, il
primo legislatore 1 devono ripetersi le reali ano-
malie di molte voci verbali , come che più dolci,
musicali ed armoniche , tali per es. sono le voci:
crebbi, conobbi, mossi, vissi, ruppe, ec. in-
vece delle ingratissime parole , crcscci , conoscci ,
movei , vivei , rompctte , ec. Da questo motivo
si deve forse ripetere , generalmente parlando ,
V irregolarità delle voci del linguaggio italiano.
ia8
Assertivi irregolari che hanno la desinenza
della prima coniugazione.
Gli assertivi andare , dare, star e, fare, ed
i loro composti si allontanano dal modèllo della
prima coniugazione seguito da tatti gli altri che
terminano in are.
9
* •
CoiUUGÀZlOHE DELL'ASSERTIVO ANDARE, (l)
MODO INDEFINITO.
Tempo presente, Presente-passato, Presente-futuro*
Indefinito Participio-Attivo, passivo , Gerondio
And-are Addante Andato Andando
Futuro composto
Avere ad andare , o essere per andare.
MODO IMPERATIVO-*
Tempo presente.
Sing. Va tu Vada egli
Plur. Andiamo noi Andate voi Vadano eglino»
Tempo futuro.
Sing- Andrai tu Andrà egli
Plur. Andremo noi Audrete voi Andranno eglino.
(0 Questo asserti™ prende parecchie sue terminazioni dal-
assertivo latino vadere.
-
lag
MODO INDICATIVO.
Tempo Presente.
Sing. Vado, ovo(i) Vai (2) Va (3)
Plur. Andiamo (4) Andate Vanno (5).
■
Tempo passato pendente* ( imperfetto ).
Sing. Andava (6) Andavi Andava
Plur. Andavamo Andavate (7) Andavano (8).
Tempo passato prossimo indeterminato.
Sing. Andai (9) Andasti (10) Andò (11)
Plur. Andammo(i2) Andaste(i3) Andarono(i/[).
Tempi passati e trapassati composti.
Sono andato ec. Era andato ec.
■
Tempo futuro semplice.
Sing. Andrò (i5) Andrai (r 6) Andrà (17)
(i) Vuo erroneo.
[iS Andi : Vadi: va antiq.
f 3 ì Ando, antiq.
[4) Andian antiq.
JùS Andano : Vadono : Tonno antiq.
(6) Andavo antiq.
[7) Voi andavi erron.
(81 Andàvono erron.
(9) Andiedi, Andetti erron.
(10) Andesti erroneo. — -
(11) Andoe antiquato. Andiede , Andette erronei.
( 12) Andiédemo, Andtmmo, andettamo, Andassimo erronei.
(13) Andesti , voi andasti erronee.
(14) Andavo: Andar voci poetiche. Andòrono : Andarono :
Andorno : Andonno: Andxdero : Andettero : Andettono sono
tutte voci erronee.
(15) Anderò antiq. Andarò: Anderoe erron.
Ì16) Anderai antiq. Andarai erron.
17) Anderà antiq. Andata ; Anderas erron.
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i3o
Plur. Andremo (i) Andrete (2) Andranno (3).
Tempi futuri composti.
Avrò ad andare , ec. Sarò per andare , ec.
MODO CONGIUNTIVO.
»
Tempo presente.
Sing. Vada (4) Vada (5) Vada (6)
Plur. Andiamo Andiate Vadano (7).
Tempo passato pendente ( imperfetto ).
Sing. Andassi Andasti Andasse
Plur. Andassimo Andaste Andassero.
Tempo passato prossimo condizionale.
Sing. Andrei (8) Andresti Andrebbe.
Plur. Andremmo Andreste Andrebbero.
-
Tempi passati composti.
Sia , sarei , fossi ( andato ) ec.
ANOMALI DELLA SECONDA CONIUGAZIONE.
Tenére. Prende ilg nelle voci tèngo; tengono >• tie-
ni tu, tenga, tengano. Lo stesso dicasi di rimanere.
(1) A rideremo antiq. Andaremo erron.
(ai Andtrete. antiq. A ridarete erroneo.
Ì5) Anderanno antiq. Andaranno erroneo.
(4) Vadia erroneo.
(5) Andi antiq. Podi poet.
(6) Ea antiq. Padia : Vadi erron.
(7) Andino antiq. Tadino erroneo.
(8) Andrìa : Anderìa poet.
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i3i
Volere. Le sue irregola riti consistono in pren-
dere in luogo della semplice i il gli , accompa-
gnalo ove occorra da un o, ovvero un a\ es. vo-
glio , vogliamo, vogliono. Anomalo è pure nelle
due voci , vuoi y vuole. ( Non deve dirsi vanno
per vogliono , ne* volsi e volse per volli e volle ).
Dolere. Voci anomale : dolgo , dolgano y do-
gliamo , dog Hate»
!
Giacere , piacere , tacere.
Raddoppiano la c innanzi ad io e ia. Es.
giaccio y tacciamo , piacciano.
Potére. Le sue anomalie sono : posso , puoi ,
può , poss/i 9 possiamo ; possono , possano. Si
schivi potiamo , per possiamo , e puole per può.
Sciogliere , cogliere , togliere.
Trasportano la g dopo la / perdendo Y i a-
vanti o ed a. Es. Sciolgono , sciolga.
Sàpére. Sa pei , sape , per seppi e seppe sono
voci erronee.
Valére. Valerono per valsero è voce barbara.
Volére. Volsuto per voluto è voce erronea.
Addurre. Sono voci erronee: adducei, addu-
ce , addussi mo , adducerono } per addussi , ad-
dusse y adducemmo , addussero.
Porre. Sono voci barbare : ponei, pone , po-
nette per posi , e pose.
Scegliere. Sono voci erronee : sceglici \ sce-
gliete invece di scelsi.
Sciògliere e Sciorre. È voce erronea : scio-
glici invece di sciolsi.
Apparire. Sono erronee le voci: appari per ap-
parisci , apparsimo per apparimmo.
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Venire. É erronea la voce vénnimo per ve-
nimmo.
Osservazioni sugli irregolari colla desinenza
della seconda coniugazione.
1. a GII assertivi di questa classe eolla desinenza
dell 1 indefinito breve , come reggere, ehièdere ec.
se sono irregolari , cadrà sul participio passivo ,
e sul passato prossimo indeterminato la loro ir-
regolarità. E riguardo a questo tempo cadono le
irregolarità sulla prima e terza persona del sin-
golare , ed anche sulla terza del plurale, facendo
seguire la e dell'indefinito*, ove cade V accento ,
da ssi o si , come p. e. rèssi , chiesi , e qui ,
dal cambiare in e la i finale , ottiensi rèsse , chiè-
se , cioè le terze persone del singolare, dalle qua-
li , aggiungendo ro , risultano le terze del plu-
rale , cioè rèssero , chiesero.
2. a Gli assertivi colla vocale antipenultima lun-
ga seguita dalle lettere ggere , vere , ttere , tere ,
mere, cangiano queste desinenze in ito, sso per
il participio passivo , ed in ssi per il passato pros-
simo ; come : lèggere (lètto, lèssi): scrivere (scrit-
to, scrissi): discùtere (discusso, di sussi) : imprimere
( impresso , impressi ) ec.
3. a Gli assertivi colla vocale antipenultima lun-
ga , seguita da due consonanti differenti hanno la
desinenza del participio passivo in so , o io \ e quel-
la del passato prossimo indeterminato in si \ avver-
tendo Densi di far seguire la vocale lunga dalla
sua prossima consonante per formar sillaba , co-
me : spàrgere , sparsi , spar so : distin-gaere T
distinsi , distin-to : svél-ìere , svelsi , svel-to ,
convincere , convinsi, convin-to; nVoZ-gere , ri*
volsi, riyoUto ; accingere , accinsi 7 accin-to :
■
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i33
scòr- gere , scorsi , scor-to : fran-gere 1 fransi,
franato , ec.
Qualora poi la vocale suddetta seguita fosse da
nd , o dalla sola d , allora alla vocale lunga suc-
cederà immediatamente so per il participio passi-
vo 5 e si per il passato prossimo indeterminato ,
come : accc-ndere , acceso , accesi : /c-ndere ,
fèsso , fessi : sorprè-ndere ; sorpreso , sorpre-
si : arre-ndere . arreso, arresi; sottintè-ndere ,
sottintéso , sottintesi : ro-dere , roso , rosi :
decadere , deciso , decisi , ec.
Se sarà seguita da gliere, allora alla vocale lun-
ga succederà Ito per il participio passivo , ed Isi
per il passato , come : togliere , to-llo , to-lsi :
co-gliere , cò-lto , co- Isi , ec.
Alla stessa vocale lunga , se fosse seguita da sce-
re > succederà invece sciato ed bbi , come : cresce-
re , cre sciuto , crè-bbi : sconoscere , sconosciu-
to , sco nobbi , ec.
4. a JL' assertivo mettere e suoi composti cangia-
no ettere in esso per il participio passivo , ed in
isi per il passato indeterminato ; come : n'amm-
ettere , riamrn-csso \ riam isi : manom-eXieve , ma-
nom-esso , manom-isi.
5. a La desinenza ere degli assertivi giac-ore :
tac-ere : nube-ere : piac-ere , e loro composti si
cangia per il participio passato in itilo , e per
il passato indeterminato in qui. Bensì 11 eli' asser-
tivo nàsc-ere , e suoi composti , si forma il pas-
sato col sopprimere la s , come nac-qui , ed bassi
per participio nato. Anche nuòcere perde L'ititi
varii tempi ; come : nocqui , nociuto , nociva ,
noe essi , ec.
6. a Alcuni altri assertivi benché siano totalmente
regolari , pure hanno per passato indeterminato
una doppia uscita ? la seconda cioè irregolare j
i34
tali sono: assòlvere , risolvere , spandere, riprè-
mere , presumere , perdere, persuadére , rènde-
re , cèdere , fendere , reprìmere , dissòlvere , da i
quali abbiamo : assolvei , assolsi : risolvei , risol-
si : spandéi , sparisi : reprime! , repressi : presu-
metti , presunsi : perdei , perdetti : persuatletti ,
persuasi : rendei , resi : cedetti ? cessi : fendei ,
fèssi : repriméi , reprèssi ec.
7/ Gli assertivi che hanno qualche altra irre-
golarità , oltre quella dei due tempi participio
passivo e passato indeterminato , sono in picco-
lissimo numero ; come : porre , tenére , rimané-
re , godere > bèvere , parére , trarre , va/ere ,
volere , dolére 9 vedére , cèdere , potére , sapere ,
dovére , sciògliere, injlàere.
Assertivi irregolari della terza Coniugazione.
*
Sàlìre Sai- ire
•
Salente o cagliente (i) Salito, Salendo.
Salgo o Salisco (2) , sali o salisci (3) , sale 0
saliscc (4)« Saliamo o sogliamo (5) , salite (6) j
salgono o saliscono (7).
(1) Queste voci benché siano in corso ambedue, pure do-
rrete o giovanetti essere avveduti nel non prevaletene ad ar-
bitrio, per es. direte acconciamente : gli angoli saghenti : la
turba salente ci riucuora ; ma non già dir potrete : gli angoli
salenti , la turba fagliente , ec.
(2^ Saglio antiq. Saggio erroneo.
(3ì Sagli : sai, antiq.
(4) Saghe : sae, antiq.
(5) Salimo antiq. Salghiamo : sagghiamo antiq.
(6) Saglite antiq.
17) Sàgliono poet. Sagrano: Salgano, erron.
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■
i35
Saliva (1) , ... Salivamo (2) Salivate (3), sali-
vano (4).
Salii (5) ... Sali (6). Salimmo (7) Saliste (8)
Salirono (9) ... Salirò (10)...
Salga 0 salisca (il) j salga o salisca (12). Sa-
lianio o sagliamo , saliate o sagliate (i4) 7
sàlgano o saliscano (i5).
Salissi, ec. Salirèi (16), Saliremmo (17), Sali-
reste (18) , Salirebbero (19).
Collo stesso andamento si conjugberanno gli
assertivi' , assalire , soprassalire , risalire , ed
anche abborrirc.
• *
Cucire — Cuc-ìre.
Cucito , cucèndo.
Cuci^ tu , cucia quegli 5 cuciamo noi , cucite
voi , cuciano.
(1) Salivo antiq. Salia poet.
(2) Salavamo: Salimio erron.
(3) Salivi erron.
(4Ì Salieno antiq. Saliano poet. Salivono erron.
Ì[5\ Sagli antiq. Salsi poet. Soletti erron.
6) Salute antiy. Safce ; Saiio poet. Salette, Saline erron .
7) Salissimo erron.
o) Salisti erron.
9) Sàlsono antiq. Sàlsero : salirò : salir, poetiche. Solette-
To erroneo,
fioì Saglirò , «arra antiq. Saliròe erroneo.
(111 Soglia poet. Sagga erron.
(12) Salghi : saliseli antiq. Sagga erron.
(13) Salghiamo, sagghiamo erron.
(14) Salghiate erron.
(ló) Sogliono antiq. Salgano: salghino erron.
(16 J Saglirei : sarrei antiq. Salirla poet. SaUrebbi erron.
fi 7) Salirébbamo : salire ss imo erron.
(18Ì Saliresti erron.
(19) SaUrebbono antiq. Salirìano poet. Salirébbano erron.
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i36
Càcio (i) , cuci, cuce. Cuciamo (2) , cucite,
cuciono (3).
Cuciva (4)... Cucivamo (5), Cucivate (6), Cu-
civano (y).
Cucii , cucisti , cuci (8). Cucimmo (9),^ Cu-
ciste (10), Cucirono (11). Cucirò, ec. Cucia ,
cucici^ cucia , cuciamo, cuciate , cuciano* Cucis-
si , ec. cucissero (ia).
Al modo stesso si coniugano scucire , sdrucire y
riuscire.
Dire — D-ire (i3).
■
Diccnte , detto , dicendo,
Dì tu, dica egli ^4). Diciamo (i5)noi, di-
te voi (i6>. Dicano Eglino (17).
Dico, dici (18), dice; Diciamo (19), ZWfe (20),
Dicono (21).
(0 Oro e'rron.
(2} Cucirno antiq. Cuchiamo erron.
(3) Cuciano erron .
(4) Cucivo antiq. Cacìa poet.
(5) Cuciamo erron.
(6) Cucivi erron.
l-j) Cucieno antiq. Cuciano poet. Cucivano erron.
?8) Cucitte erron.
(9) Cucissimo erron.
(10Ì Cucisti erron.
(ti) Cucirò: cucir poet. Cucirno: cuciano : cucitlono, erron.
?i2j Cucissino erron.
Ii3) Viceré antiq.
(14) Z>*c/u erron.
fi5) Dichiamo erron.
ir6) Dicete erron.
(17J Dichino erron.
(18) Di* è in corso. Dii : die antiq. Dichi erron,
(19) Dicemo antiq. Dichiamo: dtmo erron.
(20) Z>/c«?te antiq.
(ai) Dica/io erron. I
*
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1 37
Diceva (i), Dicevi (s), Diceva (3) } Diceva-
mo (4), Dicevate (5), Dicevano (6).
Z?ìm'' (7), Dicesti , (8). Dicemmo (c)) 7
Diceste (10), Dissero (n)-
Z^i'ca (12), Dica Dica. Diciamo (i.fì,
Diciate (i5), Dicano (16).
Dicessi ec, Direi (17) 5 ec.
Invece di cfcco *o non dovrà mai farsi uso né
di diV io , né di die/*' io , espressioni affatto in-
grate alle orecclàe armoniose dei scrittori.
Nella stessa maniera devono conjugarsi : con-
traddire , ridire , maledire , predire , sopraddi-
re , soprabbenedire.
Fra gP irregolari di questa classe devono an-
noverarsi ancora :
Morire , premorire , rimorire : udire , disudi-
re : uscire , riuscire : empire , seguire, prose-
guire , perseguire , inseguire , conseguire :
Venire, invenire, antivenire , svenire, avvenire,
sopravvenire , provenire , prevenire , pervenire ,
avvenirsi : Aprire, coprire: e tutti i loro composti.
Dicevo antiq.
Dicei erron."
(3)
(3) Dici a antiq. Dicea poet.
(4) Dicémio errori.
(5) Dicevi: di davate erron.
(6) Dice ano : dicién poet. Dicevono erron.
(7) Dicéi erron.
(b) Dice : dicette erron.
(9) Dissenna : dicessimo erron.
'10) Dicesti erron.
11) Dissono: disseno anliq. D issano erron.
[il.) D ga : dighi ; erron.
(i5j Die hi erron.
(14) Dichiamo erron.
i5) Dichiate erron .
Ji6j Dichino erron.
17) Dlerei antiq. Dina poet. Direbbi errore
i38
Udire. Questa verbo prende la (*/) nelle voci
accentate nella prima sillaba ; come ode , odi ,
òdono. Dunque non si dirà odiamo, ma udiamo.
Uscire. "Esco, esci, esce, escono; esca, escano.
Venire. Vengo, vieni, viene; venni, venne,
vennero ; venga , ventiliamo , venghiate , venga*
no, verrò , verrai , ec< verrei, verresti ce. ( Ve-
nirci per verrei non è in uso ).
Morire. Muojo o muoro , muori ( e non muoC),
muore ; muojono ; morrò ce. muoja muojano; mor-
rei ce. ( Morii e non morsi ).
Finire , ambire , gioire , languire , offerire f
nutrire, sparire, proferire ce. ci danno:
Finisco , ambisci , gioisce , languiscono , gra-
disca , concepiscano , ce.
Aprire, copiare regolari in tatto, hanno, oltre
le ordinane de sinenze in ii , 1, irono , nel per-
fetto, ancora queste altre; èrsi , èrse, ersero ;
apersi , copersi , apèrsero.
Apparire. Ha nei presente dell'indicativo: ap-
parisco , apparisci , apparisce , o appare. Ap-
pariamo , apparite , appariscono o appaiono. E
nel soggiuntivo : apparisca , o appaja ; appari-
scano , o appajano. Lo stesso è di comparire r
trasparire , sparire.
Altri assertivi che escono di regola.
Ademp-ire-ii-ito
Affi-ggere-s3Ì-tto
Ar-aere-si-so
Asper-gere-si-so
Bfitt-ere-er-uto
Cad-ére éi-uto
Chie-dere-dei- sto
Chiùd-erc-si-so
Cin-gere-si-to
Concep-ire-i i-uto
Cono-scerc-bbi -scinto
Còr- rere-si-so
Dol-ére-si-ùto
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Empi-ere-éi-uto
Espr-iraere-essi-esso
Fin-gere-si-to
Giun-gere-si-to
Immèr-gere-si-so
Istru-ire-ssi-Uo
Mòr dere-si-so
Nascò-ndere - si - sto
Offè-ndere-si so
Oppr ìmere-èssi esso
Par-ére-vi-ùto
Piac-ére-qui-iùto
Piàn-gere-si-to
Pìn-gere-si-to
Pòr-gere-si-to
Pò-rre-si-sto
Pot-ére-éi-ùto
Protè-ggere-ssi tto
Pùn-gere-si-to
Rà dere-si-so
Règgere- ssi- tto
Rì-àere-si-so
i3g
Sce-gliere-lsi-lto
Scéndere-jiso
Scio-gliere-lsi-llo
Sòr-gere-si-to .
Spè-ndere-si-so
St-are-étti-ato
Strù-ggere-ssi-tto
Ten-ére-ni-uto
Tèr-gere-si-so
Tòr-cere-si-to
Tra-rre-ssi-ttq
Val ére-si-uto
Uccì-de re-si- so
Udì-re-ii-to
Vin-cere-si-to
Un-gere-si-to
Vol-ére-li-uto
Vòl-gere-si-to
Da questi potrà pren-
dersi norma ancora per
altri irregolari.
Assertivi difettosi.
Per assertivi difettosi s* intendono quelli che so-
no mancanti di parecchie voci nella loro conjnga-
zione. Non è la sola lingua latina che abbia tali as-
sertivi ; la nostra pure ne conta i suoi : tali sono
per esempio.
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I f o
Calére : Questo non ha che la terza persona
del singolare \ e si coniuga co' pronomi personali
mi , ti , gli , le , ci , vi , ec.
Calére, coluto, calcndo. (Mi) Cale y caleva
fi) Ci calévano (a). Mi calse , ci calsero. Mi r#
/éw , ci calésscro (1J). Sari Lene di non far uso
di mi calerebbe , perchè abbiamo una simi'l voce
dell' assertivo calare.
Licere e Lécere, benché non siano stali in uso
pure nella 3. 8 pers. sing. del presente indicativo
abbiamo da licere , lice, e da lécere lece , special-
mente in poesia.
Riédere : questo assertivo ha poche voci adden-
tate ia poesia più frecruen temente che in prosa.
Riedo , riedi , ricac, riddano. Ricdéva, o 1 le-
dei f r iedévi, ricdéva , riedèvano o riedéano. Rie-
da , rieda, rieda \ riedano.
Urgere $ non ha che tre voci : urge , urgeva ,
urgevano,
Arrògere : Arrògc , Arrogéva, Arrbsi , arroge-
sti , arrbse. Arrogemmo , arrogaste 9 arròsero.
Arrogcndo , arroso.
Tangere , non ha che tangc.
Awgere , non ha che auge poetico.
Algere , non ha che le voci poetiche del pas-
sato indeterminato: ahi, algisti , alse. Algemmo^
algeste , alscro.
Còlere, ha due sole voci poetiche: colo. i. a del
singolare dell' indica t. pres. , e cole sua persona
terza.
(1) Calea poet.
(2) Caldano poet.
(3) diressero erro»,
i4i
Assertivi difettosi della terza coniugazione.
Ire che coli 1 aggiunta della g fa ghie ito , o
gito.
Giamo (i) gite o ite.
Giva (2) o iva : givi o ivi : giva o iva : givamo
o ivamo : givate o ivate : givano o ivano (3). Gii y ,
gisti o isti , gì (4). Gimmo (5), giste o iste, giro-
no o irono (6).
Girò o irò r girai o ira/, g/rà o irà 5 Girèmo o
iremo , girete o /refe , giranno o iranno. Giamo
noi , gite o ite voi.
Czrat o irai , gira o irà, giremo o iremo , gireic
o irete , giranno o iranno.
Gissi , gissi, gisse o isse (7). Gissimo , giste (8)
iste, gissero o isserò (9).
Girèi (10) o irei , giresti o irerfi , girebbe o ireb-
be (11) Gircmmo (12) o iremmo, gireste(i'i) o ire.
.yte, girebbero o irebbero (i4).
Giamo , siate.
Olire, O/iVa , 0/1V1 , o/iVa, olivano, voci poe-
tiche.
- >
(1} G'/wo antiq.
(2) Già poet.
(3ì Giano : gieno poet.
(4) G/0 poet.
(«*)) Gissimo erron.
(6) Giro girno , gir , irò , ir t poet. Girno erron.
(7) Gwjì erron.
(8) Gisti erron.
(9) Gissono anticj.
fio) Gir ebbi erron.
(nj Girla poet.
(12) Gircbbamo errori.
13) Giresti erron.
14) Girtbbono antiq. Girluno iriano , girieno poet.
Assertivi uni-persoxali cioè colla terza persona
del singolare , ed anche con qualche altra per-
sona , chiamati impropriamente impersonali Qpi'i-
vi di persona J.
Piovere. Piovente , piovuto , piovendo.
Piove. Piovèva. Piovvi o piovei(i), piovesti,
piovve o piove (a).
Piovemmo , pioveste , piòvvero o piover ano (3).
la simil guisa procedono : tonare, lampeggiare ,
balenare , nevicare , grandinare > ec»
Dolere. ( soffrir dolore in qualche parte del
corpo ). Dolente, Doluto, Dolendo*
Dolgo (4)i duoli (5), <foo/e(6), duogtiamo(j),
dolete , dolgono (8).
Doleva (9), doleva, dolevano (10).
.Do/fi (11), dolesti, dolse (12) : Dolemmo (i3) ,
doleste (i4)> Dolsero (i5).
Dorrò (16) ec. Dorrai ec. Dolessi ec. Dorrei ec.
Essersi addolorato. Essere per dolersi , arere a
dolersi.
1) Piovetti antiq. Piobbi poet.
9) Piove t te antiq. Piobbe poet.
5) Ptòuvono, piuvettcro , piovettono antiq. Piòbboro, piòb-
bono poet.
,4) Dàgt*° P°et. Doggu erron.
SJ Dotrìi , duoi erron.
6) 2}o7<? poet.
7) D ole mo , doliamo antiq. Dolghiamo, dogliamo errou.
b* I Dògliono poet. Dolgano , doggono , dolano erron.
9) Dolevo antiq. Do/éa poet
10) Dolieno poet.
.ili Z>o/c« erron.
12) .Dove antiq. Z)o/e erron.
x3) Dòisamo , dolessimo erron.
14) Dolesti erron.
iSj Dolsono antiq. Dolerono erron.
>6) Ztokrò antiq. Xfor/àe erron.
s
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i43
Alcuni assertivi hanno il participio passivo con
loppia uscita, sopprimendo cioè at , come
Acconciato
acconcio.
Adornato
m
adorno.
Avvezzato
avvézzo.
Jaricàto
carico.
Cfì ITO
Cornerà to
(Conciato
-
concio
W IU|
( 'ansato
casso.
Crespato
^1 WwIfU •
Dpstuto
desto.
Fermato
férmo.
Gonfiato
gonfio.
Guastato
guasto.
Ingombrato
ingombro.
Lacerato
làcero.
Liberato
libero.
Macerato
màcero.
Manifestato
manifesto.
Mozzato
Nettàto
mozzo.
nétto.
Pagato
Privato
— pago.
— - privo.
Scemato — scémo.
Sconciato — sconcio.
Seccato — secco.
Sgomberato «— sgombero.
Sgombrato — sgombro.
Stancato
Toccato
Troncato
Voltato
Vuotato
Scaricato
Stampato
Saziato
Salvato
Sporcato
Straccato
Pestato
— stanco
mmm tÒCCO.
— trónco.
— volto,
^- vuoto.
— scarico.
— stampo»
— salvo,
spòrco.
— stracco»
»— pésto.
Gerondio.
Il gerondio (i) ecpiivale all' indefinito accompa
(i) Tra le altre maniere di esprimersi , che dai latini so-
no a noi passate, vi è ancora quella che, a loro imi azione,
viene chiamata gerondio, della quale i latini hanno fatto un
uso più esteso di noi ; poiché : mentre noi abbiamo terminai '
tutti i gerondi in o, essi ne avevano in o , in j , ed in um.
I latini , per evitare la ripetizione dell' indefinito , e per a-
vere una maniera dt più per esprimersi , pensarono d'intro-
durre nell' indefinito alcune inflessioni analoghe a quelle dei
l loro casi del nome, sebbene non egualmente variate, restrin-
gendole a tre j per esempio coli' indefinito amare fecero le tre
desidenze amandi ( di amare ) , amando ( dall' amare ) , a-
mandum ( ad amare i e queste maniere le dissero gerundi
dalla voce gerere che vuol dire fare le veci degl' indefiniti.
Di queste tre maniere noi non ne abbiamo ritenuta che una,
e questa è in do ; per es. fallando , che equivale all' errando
discitur dei latini , ed al nostro col fallar s J impara.
Ma a questo stesso nostro unico gerondio abbiamo noi data
t44
gnato dalla preposizione con , e forma proposizio-
ne : p. e. con lo studiare apprenderete = studian-
do apprenderete. Così : Se volessi applicare potre-
sti ec. = applicando potresti ec. Qui il gerondio
supplisce ad una proposizione condizionale , o cau-
sale* Dunque il gerondio , oltre la sua significa-
zione condizionale , include in un modo occulto
affermazione ed azione. E poiché in se stesso è in-
differente a qualunque tempo , perciò prende i
tempi dell' assertivo principale con cui si associa:
p. e. studiando apprendi (sarà presente}: studian-
do apprendeste (sarà passato) : studiando appren-
derai (sarà futuro).
Inoltre i gerondi , come che capaci di associarsi a
qualunque persona , prendono quella dell'assertivo
reggitore; p. e. « amando i nostri simili saremo da
essi amati » qui amando è di persc-na prima e plu-
rale \ sarà poi persona terza plurale: dicendo: gii
uomini beneficando i loro simili ne vengono com-
pensati , sperimentando essi una soave compiacen-
za. Alle volte- il gerondio ama di accompagnarsi
con la preposizione in; per es. in gareggiando ec.
Conviene però usarne a proposito , e senza aria
di ricercatezza , anzi con molta sobrietà , come
vedremo.
Il gerondio non si usa coi pronomi me , te in
caso bbliquo non potendo dirsi : facendo te il tuo
dovere ; ma dovrà sempre ado orarsi in caso ret-
to , io y tu. Cogli altri pronomi però potrà il ge-
rondio unirsi tanto in caso retto , come in caso
ur.a estensione maggiore di quella che non aveva presso i lati-
ni-, poiché, non solo lo preferiamo spesso ai participi , col dire :
yeggeudo il pericolo j invece di veggente il pericolo ; ma lo
facciamo bene spesso supplire a ll J espressioni dell' assertivo di
modo soggiuntivo , come in qualche esempio già addotto.
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obbliquo , secondo V esigenza , e dirassi , per es.
vedendo egli il pericolo , se ne fuggi ; siccome
pure : non curando egli il pericolo , non verrà
compatita la sua disgrazia.
■
Preposizioni.
Le preposizioni di, a, da (i) chiamate segnaca-
si , servendo, come si è veduto, ad esprimere con
concisione il rapporto tra due idee formano delle
vere proposizioni. I latini spiegavano i rapporti
espressi da queste preposizioni dando al nome cer-
te particolari cadenze le quali dobbiamo riguar-
dare come vice assertivi formanti proposizioni ,
come si è già osservato riguardo alle cadenze delle
voci verbali.
Sarà opportuno di esporre una varietà di
(i) In vece della preposizione a si odopera anche da, di-
cendosi egualmente bene venne a lui e venne da lui ; ed a
si pone anche in luogo di con ; per esempio : nutrito a latte ,
cioè con latte. Cosi invece delta stessa da si pone per , ma
in senso passivo , dicendosi: farò per me quello che si potrà,
cioè si farà da me.
La preposizione con , seguita dall' articolo il , od ì ama di
essere combinata coli' articolo ; come ne' seguenti esempi: col
figlio j co* figli , cogli studenti ; in vece di : con il figlio , con
i figli , con i studenti.
Suolò anche la preposizione con posporsi , e combinarsi con
pronomi personali, sottraendola n ; Esempi meco, teco ec.
anzi non di rado si raddoppia dicendosi : con meco , con teco
ec. Osserveremo ancora in questo luogo: che non sono con-
cordi fra loro i grammatici , sul numero delle preposizioni.
Alcuni fra essi le moltiplicano assai , ponendo fra le prepo-
sizioni molti avverbi ed anche nomi, cui si sottintende qual-
che cosa ; come prima , verso , sopra , disotto , dentro , fuori
ec, hanno queste voci 1' uno o l'altro significato , secondo l' uso
che se ne fa.
La preposizione in unita agli add iettivi dà loro il significato
negativo: infelice, infausto , incomodo ec.
7
*46
Rapporti espressi mediante le preposizioni.
Rapporto di luogo = Ivi: colà : quassù : altrove :
dovunque : ec.
Rapporti di azione con tempo limitato = fin-
ché : fino a tanto che : fino : in ultimo : ec.
Di modo di agire = a senno : a capriccio : a
talento : a dispetto : a posta : di nascosto : volen-
tieri: ec.
Di qualità sss Lene : meglio : ottimamente ; ma-
le ; peggio : ec.
Di preferenza =: piuttosto : prima : ec.
Di similitudine = siccome : come : cosi : a guisa
di: similmente : parimente: ec. _
Di quantità o numero = molto : assai : troppo :
quanto-: pòco: alquanto: meno: solo: soltanto,
abbastanza : ec.
Di probabilità = forse : circa : presso a poco :
quasi : ec.
Di diversità e contrarietà = altrimenti : diversa-
niente : al contrario : ali 1 opposto ; nondimeno ; tut-
tavia : ec.
Di tempo presente =r oggi : adesso: ora : ec.
Di tempo passato ssa ieri : dianzi : innanzi : pri-
ma : poco ùl ; or ora ; per ¥ addietro ; per lo pas-
sato : ec.
Di tempo Juturo = domani : in avvenire : per
V avvenire: fra poco: in breve : ec.
Di continuazione delV azione con il tempo —
tuttora : ancora : sempre ; ec.
Di durata Jino al momento presente — finora,
fino ad ora : ec.
Di successione di una cosa ad un altra : di w
tempo ad un altro = dopo: dipoi: appresso: quin
ili ; d'allora in poi ec.
i47
Di due cose od azioni ad un medesimo tempo =
intanto : frattanto : mentre : ec.
Di tempo indeterminato = quando : qualora :
ogni qual volta : ec.
Di azioni ripetute con i tempi corrispondenti ss
ogni volta ; spesso , spesse volte : sovente : di ra-
do : alle volte : tal volta : ec.
Di azione con brevità di tempo = subito ; pre-
sto : tosto : immantinente : ec.
Di azione con lentezza di tempo = tardi : a da*
gio : a bell'agio: piano: a poco a poco : ec.
Di approssimazione = quasi , incirca ? a un di
presso , ec.
Di esclusione — senza , nè , neppure 5 soltan-
to 9 solamente 9 ec.
ec
Dopo tutto ciò , si domanda: se le parole che
i grammatici chiamano preposizioni , aver dovreb-
bero questo nome ? nò certamente , se si riguardi
T officio loro nel discorso. Dovrebbero piuttosto
avere due denominazioni , e chiamarsi interposi*
zioni e composizioni : Interposizioni , perchè di-
stinte stanno fra due vocaboli } ed , a guisa di
anelli di connessione , fanno 1' officio di legame ,
sì per il vocabolo che precede 9 come per quello
che segue \ si dovrebbero poi nominare composi-
zioni , perchè , incorporate ad altre parole , for-
mano , come abbiamo accennato , delle vere pro-
posizioni.
Congiunzioni,
La e non fa sempre Tuficio di copulativa, a do-
pandosi talvolta per dare non so qual enfasi al
discorso, per es. E fino a quando avrò a soffrire?
Pure posta al principio della frase vale lo stesso
che nonaimeno , o ciò nonstante ; quando si adopra
i48
per ancora vuol essere preceduta da altra parola.
Ma significa per lo più contrarietà. Quando fa
intendere accrescimento viene allora in seguito di
non solo.
Nè si replica d 1 ordinario e si associa a quelle
voci cui conviensi la stessa negazione per dar com-
pimento ad uua frase.
Se i o è condizionale, o dubitativo. La se con-
dizionale regge il soggiuntivo quando V altro as^
serlivo è soggiuntivo 5 come, se potessi ajutarti;
pure al modo indicativo; come: spero, sevieni,
che sarai soddisfatto.
La se dubitativa regge sempre il soggiuntivo^
come : non so , se io possa abbracciare il partito*
Le altre congiunzioni condizionali, purché, qua-
lora , quando , sòl che ec. vogliono sempre il con-
giuntivo; per esempio : ti servirò, purché 10 possa.
Le congiunzioni affinchè , acciocché, perchè ec.
vogliono sempre il soggiuntivo.
Lo stesso dicasi in generale delle congiunzioni
quantunque , sebbene , bencfiè , avvegnaché , co*
mechè ec. Vi sono dei casi nei quali queste con»
giunzioni possono reggere anche l'indicativo ; per
es. si può cercare , sebbene io sono , ( o sia )
certo che t conciosiackè , conciotiacosackè, ec.
reggono il congiuntivo.
Che serve sempre di legame per unire un con-
cetto ad un altro , benché prenda mille forme
nel discorso per es. : « Che fai? che pensi ? che
pur dietro guardi; ànima sventurata che pur vai.
Cosa è auello che fai , cosa pensi ? perchè pur
guardi indietro , o anima sventurata , la quale
pur vai ec. Qui la parola che ora fa le veci di
una completa proposizione, ora fa da avverbio,
ed ora da pronome congiuntivo.
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Ma il che oltre fare le veci di pronome con-
giuntivo indeclinabile per tutti i generi > numeri
e casi; come: « Quel Dio che atterra e susciti
che affanna e che consola » ; serve anche a for-
mare delle proposizioni o suibordinate , o inci-
denti , come per es. coloro , che amano gli uo-
mini virtuosi , desiderano che voi siate felici; que-
sto è un pensiero espresso con tre proposizioni
collegate fra loro; cioè i.° Coloro desiderano;
2. 0 che amano gli uomini virtuosi ; 3." voi siate
felice. Ma la proposizione: che amano gli uomini
virtuosi ; potrebbe essere tolta giacché , senza di
essa, si avrebbe un senso compito; e questo sa-
rebbe: Coloro desiderano che voi siate felice. Or
bene la suddetta proposizione seconda è incidente
tra le altre due proposizioni : coloro desiderano ,
che voi 6Ìate felice. E la proposizione : che voi
siate felice, essendo dipendente dalla antecedente:
coloro desiderano , e con questa essendo legata
in modo , da determinarne il senso; perciò chia-
masi proposizione subordinata , ed equivale il se-
condo che alla proposizione una cosa e questa è.
Riteniamo adunque: essere proposizione inci-
dente quella senza la quale il discorso avrebbe
tuttavia senso compito; bene inteso però che non
avrebbe espresso per tal mancanza completamente
il pensiero ; così nelT esempio addotto, togliendo
la proposizione incidente: che amano gli uomini
virtuosi ; resterebbe : coloro desiderano che v<»i
siate felice; discorso di senso compito, benché
non esprima completamente il concetto della mente,
che riguarda il desiderio , non di coloro quali si
siano , ma di coloro che amano gli uomini i ir-
tuosi.
Dunque la proposizione subordinata è quella
che è legata ad una proposizione antecedente e
i5o
principale in modo che questa non avrebbe il
senso compito se non venisse determinato dalla
subalterna.
Siegue di qui adempirsi dal che all'oficio di
congiunzione quando ta da pronome*, poiché non
solo dà compimento ad una proposizione incidente
ma la lega colla principale.
Quando però il che forma una intera proposi-
zione, allora associando la proposizione subalterna
con la principale , potrà chiamarsi proposizione
congiuntiva dallo stesso suo officio.
Dia a tutto ciò una maggior luce l'esempio che
segue. Tutti convengono che la virtù sia la sor-
gente della felicità verace, che è l'oggetto de'co-
muni desiderii. Qui il primo che equivale alla pro-
posizione congiuntiva : in una cosa la quale è ;
e da questa vien legata la subalterna: la felicità
derivare dalla sola virtù , colla principale : tutti
convengono. m
11 secondo che è pronome ; e mentre fa parte
della incidente, congiunge questa colla princi-
pale (i).
(0 Dopo di aver veduto che la proposizione principale h
quella cui si riferisce il disc, rso ; che la proposizione subor-
dinata, o dipendente è (juella che dà compimento al senso
della principale j e che la proposizione incidente serve a mo-
dificare qualche qualità del soggetto principale ; fissiamo con
due esempi qual senso convengasi alle voci frase, e quale alla
voce periodo.
i.° Debba provarsi con un' argomentazione che lo studio
ragionato della lingua italiana influisce sulla prosperità na-
zionale ; diiemo:
Influisce sulla prosperità nazionale ciò che promove lo svi-
luppo dell'intelligenza del maggior numero. Limitandoci in-
fatti alla sola mendicità ci sarà fucile di rinvenirne la princi-
pale sorgente nella ignoranza. Privato l'uomo ci' in teli igni za
buttante a produrre ijuella dignità morale , che tende a solle-
varlo , discende ad abbassarsi , e ad avvilirsi. Questo senti-
Ripieni , o riempitivi.
Vi sono alcune parole non assolutamente neces-
sarie al discorso , perchè non presentano veruna
idea o per se medesime , o per F «so a cui ser-
vono. Cosicché , non avendo esse alcun oficio ne-
mento di dignità ecciterebbe facilmente e prontamente 1' ani-
mo del maggior numero promovendo lo sviluppo delle sue fa-
coltà intellettuali. Ora questo sviluppo risulterebbe dallo in-
segnamento analitico della lingua italiana che discende alla si-
tuazione mentale di chi istruisce, che interessa la sua atten-
zione, e che facilita i progressi di sua intelligenza. Dunque lo
studio ragionato dalla lingua italiana influisce mirabilmente
nella prosperità nazionale.
In questo ragionamento abbiamo la riunione di periodi e
di frasi.
Dunque il discorso può riguardarsi in generale come un com-
posto di periodi ciascui.o de' quali contiene in sè un senti-
mento assolutamente compito : il periodo come una unione di
frasi che si chiamano membri dei periodo : la frase come un
insieme di proposizioni semplici dipendenti fra loro , ed in-
sieme concatenate per mezzo dei vice assertivi.
2. 0 11 Galileo, insegnando geometria, e descrivendo le li-
gure sulla lavagna , soleva dire ai suoi scolari : « ecco la
pietra paragone f chi non riesce a tal cimento può per-
suadersi di essere inetto non solo a filosofare , ma inabile an-
cora a qualunque maneggio ed esercizio nella vita civile x,
( Vit, di Galil. Losonna 1793 ).
Questo genio creatore anziché seguire le tracce di Cartesio
che, rome dice Fontanelle, cacciato aveva gli antichi errori
per sostituirvi ì suoi , volle far derivar da se stesso quel fuoco
vitale che e^li diffuse in tutta V Europa , e che eccito i New toni
all'alto filosofare. È di qui che tu deciso dell' Accademia
di Deijon : che Newton co suoi talenti trasportò ad altri sog-
getti le leggi fissate dal Galileo dando a aueste una mag-
giore estenuane , perlochè il Newton ebbe il nome di Galileo
amplificato.
Lhe se la gloria conciliata dal Galileo alla nostra penisola
fu tale da non poter essere contenuta nel suolo Toscano , re-
sta a lui debitrice l'Italia di un monumento che dica ad o-
gnuuo
AMMIRA IL MASSIMO DEI FILOSOFI.
i5a
cessarlo , riduconsi a puri riempitivi , chiamati
ripieni del discorso. Non crediate però che sia
inutile il loro uso;
i.° Arrecano al discorso una certa sostenutezza,
e fanno sentire con più forza la cosa che si vuole
esprimere , ponendola come sotto occhio ; tali so-
no ; ecco , bene^ bello , pure , già, mai, mica,
punto, via, uno, non; esempio: orbene come
ora farò ? fa pure a tuo modo : non si lascerà
già sedurre : trionfare sempre mai di qualunque
ostacolo : nò non sarà possibile che lo vincano:
su via si urovino.
2. 0 Aggiungono ornamento, e vezzo al discor-
so , e lo rendono anche più sonoro ; come : egli,
ella , esso , sì , nò , non , altrimenti. Esempio :
clic procedere è egli mai questo ? Non andrà la
cesa già ella sempre cosi ; verrò con esso voi.
3.° Fanno Y oficio di accompagna-nomi , o di
a e campagna- assertivi \ come: uno , in, si, ti,
ci , mi , ti , tene , ne. Esempio ; in leggendo vi
illuminerete: non sa che ci si voglia.
Pria di por termine a questo nostro breve sag-
gio sui principii del discorso, non saia fuori di
proposito di fare qui un cenno riguardo ai due
vocaboli romantico e classico, che vanno in oggi
per la bocca di ognuno.
La lingua latina diramata dal Romani nelle con-
quistate italiche contrade chiama vasi ancora lin-
gua Romana. Le notabili variazioni che dovette
ella subire dal nazionale linguaggio non solo dei
vinti, ina mollo piò da quello dei Popoli del Nord
clie colla loro irruzione si resero padroni d' Ita-
lia , dettero luogo a nuovi dialetti italiani , i quali
attesoché presentavano tutti V impronta della ma-
dre lingua Romana diversamente modificata, fu-
rono perciò denominati lingue romanze.
- * —
— r^gitizedjpy GqQgle, J
i53
Da questa denominazione derivò il nome di ro-
mantico che nel nostro secolo fu dato a quelli
insigni scrittori Tedeschi i quali non vollero ri-
conoscere che la poesia originaria dettata dalle
ispirazioni della natura , e per téma di divenir
copie credettero di dover rigettare le poetiche pre-
esistenti leggi 5 benché dedotte da osservazioni so-
pra i poeti greci e latini denominati classici ; co-
me anche classici si appellarono i padri deiridio-
ma italiano Dante, Boccaccio , Petrarca , ec.
Quindi è che si denominano romantici quei scrit-
tori i quali persuasi essendo della progressiva per-
fettibilità dell'umano sapere , sostengono doversi
dallo scrittore consultare piuttosto le lezioni del
sentimento, della ragione, e dello stato attuale
della società, anziché codesti padri della lingua i-
taliana ancor bambina che scrissero in un secolo
infinitamente distante dalla civilizzazione attuale.
Si scorge da tuttociò non doversi supporre riu-
nite all' aggettivo romantico quelle medesime idee
che vengono comprese dall' aggettivo romanzesco^
ossia stravagante ; come neanche deve intendersi
cosa di un genere eccellente ed unica quando si
attribuisca F aggettivo classico ad uno scrittore non
avendo la natura spezzata la stampa dopo di aver-
lo prodotto.
>
■
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PARTE TERZA
COSTRUZIONE DEL DISCORSO, O SINTASSI
X-Ja Sintassi (i) è quell'ordine e collocamento
opportuno di vocaboli per cui nella mente di co-
loro che conoscono una lingua si eccitano i nostri
determinati concetti. E siccome la rapidità con
cui la mente li percepisce non potrà mai egua-
gliare il linguaggio , per quanto si supponga per-
fetto nella sua concisione , per ciò appunto ab-
itiamo nelle lingue quei vocaboli, e quelle espres-
sioni compendiose che , quasi rote elei discorso ,
scorrono a rappresentare il maggior numero di
rapporti col minor numero di parole : nel che
consiste la forza del discorso.
I segnacasi , gli accompagnanomi , i nomi , i
pronomi , gli assertivi , i vice assertivi formano
i mc-iteriali essenzialmente richiesti per V edificio
del discorso , e ne costituiscono quel legamento,
(i) La voce sinfossi ; derÌTa da due voci greche che corrispon-
dono filo due ita'iiune: con oudine, vale adire coordinazione
delle coso. VA intatti per sintassi grammaticale s'intende l'or*
diuata posizione e connessione delle parti del discorso.
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i55
sodezza , e regolarità , senza cui l' edificio rimar-
rebbe disordinato , e sconnesso. Inoltre dalla scal-
tra congiunzione, e posizione , e aderenza, e rap-
porto , e simelrica opposizione delle preposizioni
e congiunzioni nasce queir armonìa , regolarità,
e chiarezza ammirabile del discorso italiano , e
quella sua possibile eleganza , e bellezza.
Non vogliamo però lasciare di avvertire ezian-
dio prendere il collocamento dell' infinito una gran
parte nell' eleganza e bellezza , ed armonia del
discorso medesimo. E se bene si avvertirà l'iuti-
ficio che forma il pregio dei migliori scrittori ,
troverassi risultar questo dall' aver essi appunto an-
nicchiato così bene e preposizioni, e cóngiunz'o-
ni , ed infiniti da far del discorso italiano un
legame solido ed insieme maravigliosamente ar-
monioso. *t ^ '
Diremo dunque che nulla è il conoscere le parti
isolate del discorso, ove poi non si sappiano con-
nettere a formare raziocinii , e con questi un di-
scorso seguito che tenga nel suo costrutto una
stretta aderenza e forte legamento; ove non si
abbia una esatta cognizione del valor delle voci,
e non si procuri chiarezza al loro accordo -, ove
da una convenevole disposizione delle parole ac-
comodate all' indole della nostra lingua non ne
risulti un tutto ordinato , armonioso , e bello»
E quantunque 1' ordine e la bellezza del di-
scorso sostanzialmente dipenda dalla bontà de' ra-
ziocina 5 pure il rappresentar questi con ci.ia-
RKzza , forza ed armonia , dall'arte singolarmen-
te dipende.. ^
Chiarezza del discorso.
L'aderenza e l'unione dell» pani del dimoro
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i56
dipende da quell'accordo delle parole,, che chia-
masi dai graniatici concordanza , da cui essenzial-
mente risulta la chiarezza dei nostri discorsi. Co*
desio accordo consiste nella conveniente associazio-
ne delle parole , declinandole cioè , e conjugan-
dole opportunamente riguardo al genere , caso,
numero j tempo, e persona, come si esige dal sog-
getto principale da cui dipendono.
Avrete perciò quattro specie di concordanze.
Cioè
i.» Concordanza del segnacaso con il nome.
Il segnacaso che si premette al sostantivo, deve
con questo concordare in genere , numero , e caso$
per es. la impresa è temeraria se irrita lo sdegno
di chi ha in mano il potere. Le ire dei grandi...
Che se al segnacaso succederanno nomi di diverso
genere , allora dovrassi a ciascuno di questi quel
segnacaso che gli conviene $ e direte i monti e
le valli , e non già i monti e valli ; ed anche
T estenzione delle valli e dei monti , e non delle
valli e monti.
a. a Concordanza dell' aggettavo col sostantivo.
L' aggettivo dovrà concordare in genere ed in
numero col suo sostantivo} per es. uomo buono,
donna buona , libri buoni , giornate buone* Dicen-
do uomo buona commettereste una discordanza
in genere 5 ed in genere e ninnerò se diceste : uo-
mo buone. Questa uniformità dell 1 aggettivo col
suo sostantivo è voluta dall' oficio che è proprio
dell' aggettivo di accomodarsi al servigio del nome
•per esprimerne i suoi caratteri.
Osserverete hene : i.° Che vi sono alcuni ag-
gettivi, come: mezzo , molto, tutto , salvo, i cjuali
soglionsi adoperare ancora invariati a guisa di av-
verbj; 1.0 Che gli aggettivi univoci rispetto al ge-
na e 3 come: grande, infelice, illustre, ec. non
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possono discordare che nel numero: 3.° Che Pag-
getti vo sarà di numero plurale benché ciascuno dei
sostantivi successivi , cui si riferisce , sia di nu-
mero singolare , per es. ; Demostene e Cicerone
oratori insigni: 4»° cne deve concordare co) ge~
nere maschile se i sostantivi fossero di diverso ge-
nere ; per es. : il padre e la madre amantissimi
della loro prole. ■
3. a Concordanza del pronome con il nome ;
vuole questa che dicasi : non meritò di nascere
chi ( F uomo il quale ) viye sol per se : il giova-
netto il quale ( o che ) ; così; Egli fu guerriero
( Cesare ); Ella fu infelice ( Virginia ) ; usi
studiano ( i discepoli ).
4. a Concordanza dell 9 assertivo col nome e con
il pronome. Osserverete : 1.6 Che il numero e |rt
persona dell' assertivo concordi col numero e colla
persona dei pronomi personali io, f u , noi , voi,
e con gli altri nomi che si riguardano tutti come
di terza persona: 2.° Che, associandosi i prono-
mi personali con qualche nome , concordi allora
P assertivo col pronome personale e non già con
il nome •, per, es. io Pietro leggo; noi scolari stu*
d'amo, ec. 3.° Che ; all' assertivo diasi la terza
persona plurale, henchè il soggetto della propo-
sizione sia costituito da varj nomi singolari. Cne,
se vi fossero dei pronomi di numero singolare e
di numero plurale, allora Y assertivo si accorderà
colla prima piuttosto che colla seconda $ e colla
seconda piuttosto che colla terza persona del nu-
mero plurale.
Valga per un generico esempio di concordan-
ze quello che siegue. A ciascun tu renderai quel
tributo, il quale Egli ha dritto di esigereste;
ai tuoi superiori una rispettosa sommissione: al
tuo eguale dolcezza e compiacenza ; ai tuoi parenti
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attaccamento ed ossequio : ai tuoi amici una fidu-
ciale schiettezza : al nemico un generoso oblìo :
agli infelici una operosa commiserazione : a tutti
buona fede , e que' servigi che il tuo potere ti
permette. Fuggirai, le vane riunioni ove non tro-
vasi che moto senza vita , che clamore senza ra-
gione , che parole senza idee : Ove tutti affaticami
nel lacerare gli assenti per non credersi oziosi ed
inutili ! ! A riunioni di tal natura preferirai quella
di qualche amico , di qualche libro , quella di te
stesso , per poter dire uu giorno : ho procuralo
di conoscer me stesso (i).
Esposto quanto deve costituire la parte mate-
riale per così dire della chiarezza , passiamo a
dare una occhiata alla chiarezza artificiale del
discorso, alla quale dovrebbe cedere, se pure oc-
córresse , la stessa purgatezza , la sublimità , la
delicatezza , la forza , V armonia , ec. Quindi è
che fisseremo fin d 1 ora per canone invariabile
della chiarezza : non bastare farsi intendere ;
MA BISOGNARE ANCORA CHE NON SI POSSA NON IK-
TENOERE PRONTAMENTE (2).
Giungerete a dare ai vostri discorsi questo es-
senzialissimo carattere: i.o Se i vocaboli saranno
scelti in modo da rappresentare le vostre idee nelle
(1) Stava scritto nel tempio di Delfi : nosce te ipsum.
(2) Questo Canone vi farà anche comprendere quale iusulto
arrechi al buon senso dei .greci e dei latini , ed anche alla ra-
gion pubblica q'uell' apporre iscrizioni latine su de' pubblici
monumenti italiani , destinati ad istruire il popolo colla ma-
nifestazione dei motivi che li fecero innalzare a soggetti che
si distinsero non oer un merito illusorio , ma per virtù sociali
e per utili cognizioni, « Un pubblico monumento ( ti dice un
celebre scrittore ), invitando il popolo ad eccelse reminiscen-
ze, deve intendersi da tutti , perchè con un mezzo più po-
tente che la parola accenda gl'animi di un sacro fuoco d' iui-
toziono,c risveglila passione magnanima della gloria. »
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altrui menti con esattezza , fedeltà , e prontezza.
Quanto è importante questa scelta, altrettanto è
diffìcile e laboriosa. Infatti , le parole proprie ,
espressive , usitate non deLbon confondersi- con
quelle che risentonsi di ricercatezza , di turgidez-
za , e di bassezza. Siano le parole scelte in modo,
da convenire al luogo , al carattere , alla conve-
nienza , «al decoro della materia in proposito, ma
conservino quella facilità , semplicità , che fa sup-
porre all' idiota non essere costato alcuno studio
a chi si è tanto affaticato per rintracciarle (i) $
ciò che può dirsi il sublime del naturale.
2. 0 Se si sfuggiranno i vocaboli superflui. Evi-
tar dunque dovete quel parlar diffuso che fra un
ammasso di vocaboli non contiene che una ideuc-
cia , quasi un grano di sale stemperato in una
massa d' acqua. Badate bene però che da una ri-
gida connessione e stretto laconismo potrebbe ren-
dersi il voslro discorso pesante , gravoso e di dif-
ficile intendimento. Ricordatevi sempre che tutti
hanno dritto di comprendervi prontamente, e sen- .
za sforzo.
3.° Se i vocaboli non daranno luogo ad alcun
equivoco. La lingua latina, amantissima d'inver-
sioni , potè , senza pericolo di equivoci , di con-
m
* • ■ »
(1) Questa regola serve a farvi valutare di quanta lode ai
degno chi in libri ammuffiti e vuoti d' idee va a raccorrò pa-
role rancide e disusate { e tenta di rinfrescare vocaboli irrin-
• fVescabili , e così poco intesi per 1' Italia intera da sembrare
uno straniero colui che se ne serve per far pompa del suo
s;.pr»re , e quasi per soperchiare , e mostrare che egli solo sa
parlare, e che gli altri, o devono tarla da balbuzienti, o
risolversi ad esser mutoli !!
Eccovi su di ciò un sensatissimo avvertimento del Bembo :
KOS MI CREDEI DOVER ESPRIMERE LE II) EU ED I BISOGNI DI UN
sucolo con la lingua di un altro j e potrebbe aggiungersi ,
io- quale ha bisogno di traduzione per essere intesa.
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t6o
fusione di oscurità prendersi su questo punto una
maggior libertà delia lingua italiana , perchè ga-
rantita bastantemente dalla varietà delle desinenze
de* suoi nomi. Ma noi mancanti di questo mezzo
dobbiamo esser più sobrii per non pregiudicare
ali 1 intelligenza de concetti per brama di esporli
con armonica posizione di parole. In latino si
dirà senza timore di equivoco Anionium vicit Au-
gustus , determinandosi abbastanza dalle due di-
verse desinenze qual è il soggetto della proposi-
zione , e quale T oggetto \ quale l' agente , e qua-
lo il paziente \ quale il vincitore , e quale il vin-
to. Ma sarebbe forse per noi lo stesso se , tradu-
cendo tal proposizione quale si stà , si dicesse ;
Antonio vinse Augusto ? quando chi ode , o legge
non sappia prevenlivamente , che da Augusto fu
debellato Antonio ?
È vero bensì che talvolta si usa ad arte un certo
equiv oco di parole , in modo tale però da far bea
comprendere il vero significato di ciò che sta asco-
so sotto V equivoco. Cicerone , diceva di un servo
ladro : è il solo in casa per cui niente è suggellato
e chiuso.
4-° Se le proposizioni saranno coordinate in mo-
do da presentare i concetti collo stesso ordine e
dipendenza con cui furono felicemente concepiti
già dalla mente. Nessuna avvertenza è per dir così
sufficiente per distribuire i vocaboli e le propo-
sizioni in modo da dipingere nelle altrui menti il
quadro sotto quel favorevole , e chiaro punto di
vista con cui fu da nói concepito.
Da quanto si è detto fin qui sulla chiarezza
s'amo indotti a fissare i seguenti principii.
i.° Che si consulti sopra ogni altra cosa V evi'
dcnza, perchè senza essa niun idea può recare sul-
l'anima il suo effetto totale.
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i6x
2. ° Che non debbano usarsi voci che solo per ap-
prossimazione si avvicinano al nostro concetto , ma
unicamente quelle che vi corrispondono , non essen-
dovi nella lingua nostra voci indifferenti e per-
fettamente sinonime -, ma bensì segnate di mag-
giore o minor significato dalla metafisifica della
lingua (i).
3. ° Che per gli aggiunti non si adoprino che
gli accrescitivi , e dichiarativi del concetto prin-
cipale , esclusone ogni altro ozioso.
4-° Che nella sentenza , come dice il celebre
Beccaria, abbiavi una voce principale , a cui tutte
le altre come ministre siano subordinate. Per es.
1' adulazione , spargendo le sue menzogne di ve-
leno dolcissimo , sotto specie di vera lode, diletta
con lingua vana e bugiarda gli orécchi degli scioc-
chi. Qui al soggetto adulazione , che è la voce
principale , succedono le due proposizioni inciden-
ti : spargendo le sue menzogne di veleno dolcissi-
mo ; sotto specie di vera lode. Poscia viene V at-
tributo espresso dall' asserì ivo diletta. Finalmente
abbiamo il nome retto dall' assertivo , col suo ag-
giunto , che serve a meglio determinare il modo
di dilettare o sia il significato dell' assertivo che
forma la proposizione principale , e vien dato cosi
(i) Certi vocaboli stranieri ai quali dall'uso è stato annesso
un senso più esleso ed energico sono forse, perciò appunto
.preteribili ad altri corrispondenti vocaboli nazionali', j.er es.
fa voce incivilimento non sembra eccitare le stesse idee the
si trovano riunite nel vocabolo civilizzazione che siguilica ora
per noi la perfezione dcllj stato naturale citi mondo. Merita
su tal proposito molta ponderazione il sentimento del celebre
Sulzer :« chiunque , egli dice, inventa un nuovo termine , o
adopra uno straniero vocabolo noto, in un nuovo significa-
to ,^ ai ricchisce il fondo «Ielle nostre cognizioni di uua nuo-
va Idea ».
compimento al discorso dalla frase ; gli orecchi de*
gli sciocchi» Con quest 1 esempio di costruzione di'
retta del discorso noi porremo termine a quanto
riguarda la sua chiarezza ; e passeremo ora a
parlare delle altre sue proprietà essenziali, avuto
sempre riguardo ai ristretti limiti grammaticali.
Forza del discorso.
Non contento il discorso della chiara manifesta-
zione de' concetti , percorre rapidamente , quasi
alato Mercurio, gli spazii intellettuali, concentran-
do felicemente il maggior numero di rapporti nel
minor numero di vocaboli. Ed è in ciò appunto
che la sua forza consiste. Questa , introdotta già
nel linguaggio dal puro bisogno ? dall' impeto del
sentimento , e dalla rapida percezione , fu poi
dall' arte ridotta a precetti. Si stabilirono certe
regole denominate figure , o tropi sommi nistrat
da filosofiche osservazioni sul popolare linguaggi
ripieno di energiche, concise, ed animate espres-
sioni (i).
Una delle figure grammaticali dalla quale acqui-
sta il discorso spirito e vibratezza chiamasi Elisse
( voce che significa difetto o mancamento ì. Da
questa figura siete autorizzati a sopprimere runa,
o l'altra parola , purché sia facile a sottintendersi,
e risulti nel discorso una maggior energia , e vi-
bratezza.
Questa soppressione ora cade sul sostantivo \ ora
(1) Osserva Dumarsais che in un giorno di mercato il po-
polo usa più tropi che mille freddi accademici nelle loro adu-
nanze , ove sovente accade di ragionar poco , e di sbadigliare
assai. k ^
i63
sull' assertivo ; altre volte sulla preposizione , e
sulla congiunzione. Alcune "volte un semplice mo-
nosillabo fa le veci di una intiera proposizione.
Un esempio completo di questa figura potrete rin-
venirlo in Alfieri allorquando Creonte esige da An~
tigone che scelga o Emone per isposo , o la morte :
— Cre. Scegliesti ? — Ani. Ho scelto ~ Cre*
Emon ? — Ani. Morte — Cre. L'avrai.
Ne crediate già che questa forza , e vibratezza
di stile competa soltanto ad argomenti di genere
sublime. No certamente. Potrà aver luogo puran-
che nelle stesse vostre lettere familiari , che pren-
der devono il carattere , lo stile , ed il colorito
voluto dalle circostanze in cui si trova chi le scri-
ve , e dalla vemenza e forza maggiore o minore
con cui égli' concepisce la materia in proposito ;
rendendosi gli uomini dalla natOra eloquenti nei
grandi interessi e nelle ^i^5^iont Federico
ré di Prussia, perduta la piazza di Schveindnitz
comandata dal generale Zaffrov- che fama avea di
Uom coraggioso , a lui rimise questa lettera : « Ge-
» nerale , sospendo il mio giudizio , e desidero che
i> possiate scrivermi come Francesco I. a sua ma-
il dre dopo la battaglia di Pavia : tutto è plr-
"» DUTO FUORCHÉ ONORE ». (i)
Diamo termine a questo articolo fissando-, con-
venire ;
(1) Il celebre Pascal così termina una sua lettera: a Per-
donami se sono stato sì lungo : mi è mancato il tempo per
essere più corto ». Apprendete da ciò che dovete molto ri-
flettere per nou negligentare lo stile delle vostre lettere fa-
migliari» Questa negligenza vi esporrebbe ai! a censura di chi
le legge. Se la forza dell'amor proprio trattiene l'uomo dal-
l' accordare ad altri se non che difficilmente la sua stima, lo
spinge ancora ad abbracciare con piacere uu motivo qualunque
per toglierla, o diminuirla.
i64
i.o Che nella tela delle parole tutte siano escluse
le oziose , perchè oltre il risparmio della scrittura e
del tempo 9 la sentenza verrà più forte, più sentita,
e più atta a ritenersi.
a.° Che si usi temperanza nelle descrizioni di
ogni maniera , volendo il dir nostro direttamente
con pesati sensi procedere.
3.° Che le similitudini siano strette in modo che
talora , anche in una sola voce si fondino.
4-° Che evitinsi possibilmente i gerondi , che
sempre obbligano f iucominciamento della sen-
tenza con troppa pompa , e con suono monotono
e lento.
5.° Che de' traslati (vedi p. ig) sia parsimo-
nia purché il discorso non prender debba impeto
guerriero e sdegnoso.
Armonia del discorso.
L' arte di formar bello il discorso ed armonico
dipende ancora da certi giacimenti , come quas
meccanici , di voci che ne compiano P armonia *
dote che tanto procacciò di seguire lo stesso divin
Tullio , che ogni gran cosa avrebbe quasi preter-
messo anziché tradire quello che egli dicea supre-
ma giudizio delT orecchio.
La bellezza ed armonia del discorso italiani) già
fu da noi avvertito derivare precipuamente dalla
avveduta disposizione delle cougiunzioni > e dalla
scaltra posizione delle preposizioni. Non vogliamo
però lasciare di osservare eli nuovo che il colloca-
mento dell* indefinito prenderà una gran parie nel-
P eleganza ed armonia del discorso medesimo.
Per servire alP armonia si adducono dai gram-
matici specialmente tre figure denominate pleonas-
mo ? enallage 7 iperbato.
i65
Il pleonasmo aggiunge in più casi ciò che non
è di assoluta necessità , ma che pur serve a con-
ciliare al discorso spirito e grazia. 1/ enallage si-
gnifica sostituzione, figura più frequente presso noi
che presso i latini, e consiste n eli' usare di una
qualche parte del discorso in luogo di un' altra
sua parte i come per es. l'aggettivo invece dell'av-
verbio; un modo invece di altro modo; un tempo
per un tempo f indefiniti per sostantivi , assertivi
per assertivi ; ec.
I/iperhato ( greca voce che significa trasposi-
zione ) consiste nella posizione di una parola piut-
tosto prima che dopo di un 1 altra parola.
Riguardo all'armonia ci limiteremo a fare avverti*
re: i.o Che fra le congiunzioni, segnacasi, avverbi,
e preposizioni deve porsi 6empre uno stretto rap-
porto , o richiamo , viziose essendo le sentenze che
procedono per copulativi»
2.0 Che si preferisca la desinenza dell' indefi-
nito dell' assertivo , ove accrescasi V armonia ,
senza pregiudizio della chiarezza.
Del resto non solo dai sterili e freddi precetti
apprender dovete a far procedere il vostro discorso
con chiari, armonici, dolci, variati , ed eleganti
modi , e che spedito e rapido scorra e saetti con
tanta forza come strale al bersaglio; ma molto
più dalla pratica acquistata sui migliori e prin-
cipali scrittori che fanno servire primieramente
ai pensieri le parole , e poi anche alle parole i
pensieri (i).
(l) Non dovete però obliare P avvertimento sanzionato an-
che dal Monti , che gli ornamenti nella /avella non istanno
bene ad ogni ora. li mostrar negligenza in alcuna leggiera
cosa , col non dir sempre nel miglior modo , spesse volte me-
rita commendazione # perchè codesta negligenza, quasi disso-
i66
Certamente i dotti autori che scrivono per farsi
intender dal popolo, e non già i grammatici sono
i veri maestri delle lingue (i). hi parlò Lene, e
bene si scrisse anche prima che vi fossero teorie
grammaticali , le quali non sono giuste se non siano
dedotte da sensate osservazioni su de 1 buoni scrit-
tori, e sulle migliori maniere di parlare della na-
zione vivente; quem penes arbitrium est , et ius,
et norma loquendi ^ Orazio ).
APPENDICE
* i
Ortografia.
I Grammatici si estendono ancora a parlare della
ortografia, che insegna: i.° a scrivere i voca-
boli correttamente , componendoli cioè con un
esatto numero di vocali (2) e di consonanti (3) :
2,0 A frapporre nel discorso scritto certi segni
nanza musicale , può servire a dare un maggior risalto a\\c
principali bellezze della favella. Che anzi col troppo calcare la
lima potrebbe anche accadere di mordere spesso sul vivo, e
di portar via colla parte viziosa la sana ; e allora , per sover-
chio desiderio del meglio , si andrebbe a cadere nel peggio.
(1) Chi avesse consumato tutta la sua vita nell' apprendere
le lingue senzachè col loro mezzo fosse pervenuto alia cono-
scenza delle utili verità per mancanza di tempo, a questo po-
liglotta si converrebbe torse meno il titolo di sapiente che ad
un buon'artista che sapesse bene la sua propria lingua.
(a) Due vocali che formano sillaba e pronunciansi con una
soia missione di voce che si appoggia in modo su di nna delle
due vocali quasiché assorbisse 1 altra dicesi dittongo , voce greca
che significa dui-sono ( due suoni ) : per es. au-ra , pìe-no ,
chia-TO , buo-xxo , fia to , cie-\o , ec.
(3) Le consonanti si distinguono in mute e liquide. Le mute
hanno l'appoggio di una vocale dopo di loro, e le liquide
avanti onde sono mute le b, c, d, g, p, q, t, sono poi
le , f, 1 , m , n \ r , s.
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167
chiamati interpunzioni per far distinguere i sensi
diversi delle trasi , e le pause del discorso.
E benché abbiate voi già appreso nel compilare
la maniera di pronunziare le parole e l'esatta com-
binazione delle vocali e consonanti che servono a
comporle, e le pause ed i variati suoni da darsi
ai periodi ; pure vi saranno opportuni gli avver-
timenti che sieguono.
1. Alcune voci indifferentemente si scrivono con
c o con z , come : ufficio t sa uffizio , beneficio=
benefizio , indicio = indizio , annunciare = an-
nunziare , pronunciare = pronunziare , ec.
1, La h si scrive nelle interiezioni oh ! ahi !
deh! ah! ahimè o ohimè, ec. dando una qualche
aspirazione al suono delia h \ aspirazione che non
ha luogo nelle voci ho , hai> ha, hanno , le quali,
volendosi oramettere la k , dovrebbero accentarsi
per distinguerle da altre voci diverse, come si è
già osservato -, ed è perciò che potrete scrivere
avvi , avvene , piuttosto che havvi, hawene y ec»
non avendo luogo equivoco alcuno in simili com-
binazioni di voci.
3. La j lunga, tanto al principio della parola
quanto frapposta a due vocali , fa Y uficio di con-
sonante ; come Jacopo , jattante , jattura ; Ajo ,
strettojo , gioja , libra jo, ajuto , voci che ci danno
nel plurale , strettoi , librai , ec.
In fine di vocabolo la j ora equivale ad 1, ed
ora aa ii , cioè può scriversi con il solo i in quei vo-
caboli che terminano nel nominativo con io ed han-
no T accento nell 9 antipenultima vocale , come :
prèmio, òzio, scòglio figlio, occhio, frégio, ec.
voci che ci danno nel plurale , prèmi , ozi, scògli,
Jigli, occhi, fregi, ec. Che se l'accento cadrà nel-
la i dell' io allora alla j del plurale si sosti tui-
1
i68
ranno due li , onde da pio , resilo , natio , ec.
avremo pii , restii, natii,' ec.
Similmente richiedono due ii tutte quelle voci
che scritte con una sola i avrebbero un diverso si-
gnificato , come , adempii , per distinguerla da
adempi , desiderii , per non confonderla con de-
sideri , principii ben diversa dalla voce Princi-
pi i ec *
Prendono la sola i finale nel plurale quelle voci
che nel singolare hanno la desinenza in ciò , gio,
glio ; onde diremo: agi , indugiagli, ec.
Così le voci in aio, eio, oio, uio, finiscono in
i; per es. fornai, pompei , rasoi , bui , ec.
Le voci che terminano in mio, mo, prendono
due 115 per es. dominio, domi ni ì , ec. cosi le voci
in bio , <pio , come dubbii , colloquii , ec.
Molte voci che terminano nel singolare in eia,
già, perdono la i nel plurale -, onde Affaccia,
traccia , saggia , piaggia , minaccia , ec. avremo,
facce, tracce, sagge, piagge, minacce, ec.
4. La n innanzi alla b , p, cangiasi in m nelle
farole composte ; per es. tien-mi=tiemmi , Gian-
iero = Giampiero , Gian-Batista = Giambati-
sta ec.
Alle volte la n vien posposta alla g indifferen-
temente ; onde giungere = giugnere , piangere=
piagnere, ec.
Consonanti raddoppiate. La retta pronunzia ,
e la lettura de'libri corretti v'insegneranno a ba-
stanza quando debbasi raddoppiare una consonan-
te , come per es. trotta ( verno ) ben distinto da
trota pesce. Tuttavia abbiate per regola fissa
i.° Che consonante non si addoppia se non tra
due vocali.
2. 0 Che nelle parole composte se la prima voce
componente finisce con vocale accentata , e quella
l6 9
che succede con consonante , questa dovrà rad-
doppiarsi } come vedrò lo = vedrollo, perciò che
= perciocché. Deve però eccettuarsi il pronome
gli che sempre scrivesi con una sola g , come man-
dargli , portargli , ec,
| 3.o Che quando la prima voce componente sia
un assertivo monosillabo , anche allora si raddop-
pierà la consonante , come è-*>i = evvi, dà-Wi=:
dammi , và-ne = vanne , Sta ti = statti ec.
4«° Che quando la prima voce componente sia
uno dei monosiliahi : a , e , i , o , eo , so, j« ,
da , fra , ad, allora dovrà raddoppiarsi la con-
sonante , e scriversi accorrere , eccedere , irriga-
re , opporre , commovere , sollevare , ^accedere,
dabbene , /rammettere , raddrizzare , ec. Deve
però eccettuarsi la voce comandare, e quelle nelle
quali la seconda voce componente incomincia con
la s impura } come aspirare , istillare , ec.
5. ° All'opposto non si raddopppia la consonante
se la prima delle voci componenti o è di più sil-
labe, o non finisce con vocale accentata 5 come:
portami, vedilo, godesi , sottoposto, oltremodo,
ec. Devesi però accettuare eo/*/rapporre , sopra-
ttutto , a/frettanto, o//racciò, ec.
Se la prima voce componente è uno dei mo-
nosiliahi de, re, prc; come: deridere, relegare,
premettere ec.
6. ° Il monosillaho di fa raddoppiare la /*, e la s,
come dift idere, dissimili, ec. fuorché alle voci
diletto, d/fendere; ed anche il monosillaho in, se
r altra voce componente incomincia con la n, come
/anato , z/inumerahile; e qualche volta ancora,
henché la seconda voce componente incominci con
vocale, pure si raddoppia la n del monosillaho in,
come , ìnn ibbissftre , innalzare , /anamorarc, in-
nanzi, e c. Il monosillabo ri raddoppia soltanto in
170
rinnegare, rinnovare , nnnestare: se in sebbene,
neppure: prò in ^roccurare, ^rofElare, provvede-
re , benché queste tre voci si scrivano ancora sen-
za raddoppiamento.
7. 0 Gli assertivi taccio, piaccio , giaccio , i quali
fuorché in taccia, piaccia, giaccia, tacciano,
piaccano , giacciano , hanno tutto il resto con una
sola c; pure nei loro passati, invece di raddop-
piare la c , prendono la q , scrivendosi tacqui, giac-
qui ? piacqui, tacque, giacque, piacque, tacque-
ro , giacquero , piacquero. Lo stesso si dica del-
le voci nacqui, acqua, acquisto, e di altre si-
mili. Le voci aquila , aquario scrivonsi senza c.
8.° IVon si raddoppiano quasi mai le conso-
nanti d, m, n, r , v , z innanzi la 1; comete-
dia , premio , gloria , savio , ec. eccettuate le vo-
ci mummia, bestemmia, pazzìa e qualche altra.
q.° La z non si raddoppia innanzi alla 1 se-
guita da vocale -, onde scriverete : azione , vizio ,
letizia, ec. £ quando deve raddoppiarsi è seguita
da una vocale diversa dalla i$ come bellezza, *>ez-
zo , pazzo , ec.
Lettere maiuscole.
Maiuscola sarà la lettera nel principio del vo-
stro discorso, e de' suoi periodi; nei nomi pro-
pri , nazionali, ec. Nei nomi di ceto rispettabile
come Senato, Magistrato^ Collegio, ec. Potranno
essere tutte maiuscole lenètture di un intero vo-
cabolo degno di particolare osservazione , ed an-
che quelle di una forte sentenza. Potrà ancora
essere maiuscola la prima lettera di un qualche
concetto sentenzioso posto dopo due punti.
Sillabe*
171
Più di una vocale non può entrare in una sil-
laba , salvo i dittonghi. Anzi talora una sillaba
è formata da una sola vocale come in a-mo-re.
Possono però concorrere più consonanti per for-
mare una sillaba*, come p. e. nella parola strappa re.
Per sillabare con esattezza bastino le seguenti
avvertenze.
La consonante raddoppiata deve dividersi per
formare due sillabe \ per es. yen-dct-ta 7 fra-Jc/-
loj stesso, ec.
Se tre consonanti insieme si troveranno entro
un vocabolo, la prima dovrà unirsi conia vocale
che la precede, e le altre due faranno sillaba con
la vocale che siegue; per es. orn-bra , scrn-pre, in-
cli-to. Deve però eccettuarsi la la quale ben-
ché sia la prima delle tre consonanti, pure si as-
socia colle altre due e forma una sola sillaba con
la vocale che viene appresso:, p. e, disastro, con-
stru*zio-ne. Devono però eccettuasi i vocaboli com-
posti 5 come : dis-por-re } dis giungc-re, dis- fa-re ^
instrui-re, ec.
Lo stesso discorso ha luogo per la / in eguali
combinazioni.
Alla fine di riga, se si deve spezzarla parola,
non deve spezzarsi la sillaba ; e dovendo terminarla
in consonante apostrofata , conviene porre la conso-
nante a far sillaba ^co 1 ' i vocale della voce che segu*.
*
Interpunzione (i).
L' interpunzione consiste nel frapporre certi se-
ti) Per meglio comprendere l'utilità della interpunzione ba-
T 7 2
gni convenzionali alle nostre scritture per rap-
presentare per così dire in rilievo i diversi signi-
ficati delle sue proposizioni, frasi , periodi, sen-
tenze , domande enfatiche ec. per avvertire il let-
tore delle pause e tuoni variati che devono accom-
pagnare la sua lettura.
11 punto fermo (.) ponendosi alla fine di un
periodo, che presenta il senso interamente com-
pito, serve a segnare il termine del periodo (i).
Li due punti (;) servivano a far distinguere i
diversi membri del periodo. Ma ora vengono ri-
serbati per indicare un esempio, o una sentenza,
che vuole addursi , od anche un concetto di par-
ticolar significato.
Il punto e virgola (;) è stato sostituito ai due
punti per marcare i membri , e partì del periodo.
La virgola (,) ci fa distinguere le parti mi-
nime deì periodo, cioè una frase dall'altra, le
proposizioni incidenti, e !e subalterne dalle prin*
cifoli*
Il punto interrogativo (?) si pone dopo una
proposizione o frase , o membro che include inter-
rogazione 5 o domanda j p. e. parla , dimmi che
fu? (a)
II punto ammirativo (!) ha luogo dopo una qual-
che proposizione che merita ammirazione perchè
sterebbe dare un' occhiata ai codici anteriori all'ottocento; ed
anche a quei scritti posteriori al mille, ove restano ancora i
vestigi della confusa maniera di scrivere di quei tempi senza
punteggiatura.
(0 II discorso parlato esige punti , ossia riposi per il riguar-
do dovuto ai polmoni di chi parla, e agli orecchi di chi as-
col ta .
(a) Per ben proferire le interrogazioni enfatiche è necessario
di sentir vivamente nell'animo l'odio, o l' insulto o la disap-
provazione, o l'orrore, o ec. che esse racchiudono, onde pie-
garvi la pronunzia opportunamente.
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espone o cosa che sorprende, o cosa strana 5 od
anche un grave errore (i).
U punto sospensivo (...) serve ad indicare una
lacuna nel discorso, essendosi sospeso il prosegui-
mento o perchè è per se stesso patente, o per-
ché conviene immaginarlo anziché esprimerlo.
Il punto unitivo ( - ) si pone fra due parole per
indicare che ne formano una composta $ p. e. al-
to- tonante.
Nella parentesi ( ) viene inserita una proposizio-
ne che sembra così estranea al senso del periodo
da interromperne quasi il significato, benché vi tro-
vi a rigore una sede opportuna.
Capoverso. Quando in realtà ciò che siegue non
ha col discorso primitivo ne una immediata ne
una prossima connessione , allora sarà opportuna
una certa fermata , andando a capo per evitare un
tal qual fastidio' prodotto da una successione di
(jarole giammai interrotta. Tornar faticoso a chi
egge , diceva Aristotele, quel non veder mai il
line di una scrittura.
Dovete poi assolutamente andare a capo quan-
do cangiasi argomento nel discorso.
Apostrofe ( ' ). Questo segno che indica soppres»
sioue di vocale alla fine di una parola , od an-
che avanti il, pure non sempre si esprime, ben-
ché venga soppressa la vocale , per es v : nel man-
dar ad effetto 1 unico progetto. La dolcezza della
pronuncia, ed una maggiore speditezza èia forte
ragione che esige elisione di vocale , indicando
(1) Tanto il punto interrogativo , come l' ammirativo dovreb-
bero, pors. ancora nell' incominciamento delle frasi o periodi
da' quali vengono richiesti. Allora il lettore verrebbe avvertito
in tempo a variar tono per fare spiccare meglio il variar dti
pensieri. Questa interpunzione viene seguila dai Spagnoli.
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i74
per lo più con un* apostrofe Y ommessa vocale,
li perciò il suo retto uso non potrà regolarsi che
con qualche avvertenza.
1. a Questa elisione ha luogo più comunemen-
te nell 1 incontro di un vocabolo che termina in
vocale, mentre Y altro con vocale incomincia; tan-
to più se le due vocali sono le stesse ; p. e. que-
st' insulto io 1 / sento nel più vivo del cor.
2. a Peli doppiamente apostrofato , fa le veci di
per il quando il vocabolo incomincia con altra
consonante ; come pel tempo avvenire, pel biso-
gno ; che se dopo la consonante seguirà la co y
allora si scriverà piuttosto per lo contrario vento,
ovvero pello contrario vento; così dirassi per lo
stupore ovvero pello stupore, invece di per il stu-
pore, attesoché la / muta fa asprezza quando è
seguila dalla s impura. Per lo stesso motivo in-
vece di per li studi; ec. convien dire per gli stu*
di; fi questa avvertenza si estende ancora ad altri
aspri incontri di vocali, come per li uomini, di-
cendosi per gli uomini.
3. a Quelli plurale fa quegli quando siegue la x
impura o la z.
4-° Le voci una ed i suoi composti veruna ♦
nessuna , niuna, ec. quando sono seguite da nomi
femminini che incomincino con vocale sogliono
apostrofarsi , scrivendo un 1 anima , un* eccellente
persona, ec. Mentre alla voce uno ed ai suoi com-
posti seguiti da nomi mascolini che principiano
con vocale , si sopprime la o senza apostrofe 5 per
es. un uomo , ver un amico.
" sT ^ I • *
L avverbio ora preceduto dalle voci, alla^ tale,
Jino | ec. si accoppia colla voce apostrofata: come
alla-ora = a//ora , tale- ora = talora , fino a ora
'= finora , ec.
GH, incontrandosi con un altro i , si eliderà; ma
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in altri casi si renderebbe il suono impedito ed
aspro.
In generale vi guarderete da quelle elisioni che
produrrebbero equivoco ; come: eh' onora il sag-
gio y potendo intendersi : chi onora , ovvero ciò
che onora.
Accento (*). Gl'italiani in confronto de' fran-
cesi sono parchissimi nelF uso dell' accento che fac-
cia distinguere il suono largo dallo stretto delle
vocali , benché talora si renderebbe ciò necessario
per ben distinguere il significato di un vocabolo
da quello di un altro; ed anche per rendere uni-
forme in tutta l'Italia la pronunciazione dei vo-
caboli. Infatti in alcune parti , la e finale degli
avverbi si pronuncia larga, pronunciandosi stretta
in Toscana e nella Italia meridionale: tali sono
le voci perchè , giacché ec. e per tal motivo ab-
biamo credulo di segnar tali voci con accento gra-
ve nella nostra grammatica. Già s' intende che
r accento largo , che si pronuncia con maggiore
apertura di voce, ha il vertice inclinato a sinistra;
e che T accento stretto ( ' ) ha il vertice piegalo
a destra (i).
Voci di diverso significalo dipendenti
DalC accento ommesso , Dall' accento largo
o posto. o stretto
Balia , s. Balìa , s. Tèma , s. Téma , v.
Terra, s. Terrà, v. Vóto, s. Vòto> ag.
(1) Giovanetti studiosi siate ben persuasi che ogni rostra
scrittura nelle altrui m ni diviene quasi un processo ultimata
della vostra ìncultezza; venendovi notati non solo gli errori
ili concetti! e di lingua > ma quelli ancoia di ortografia*
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176
Faro , s. Farò , V.
Merce , s. Mercè , s.
Porto , s. Portò , v.
Rende , s. Rendè , v.
Péro , s. Però, av.
Tèste , s. Testé , av.
Già , v. Già , av.
Di , pre. Dì , s.
La , ac. Là , av.
Me , rip. Nè. neg.
Mèta , s. Metà , s.
Céra , s. C* èra
Légge , s. Lègge , v.
Córre, v. Córre , v.
Cólto, ag. Còlto, v.
Dècade, s. Decade, v.
Lède , s. Lède , v.
Tòsco, ag. Tòsco, s.
Vólto, s. Vòlto, ag.
Frégi , s. Frégi ,. v.
Fèssi , ag. Féssi , v.
Tórsi, s. Tòrsi, v.
Pèste , s. Péste , ag.
Sóle , s. Sòie , v.
Sède , s. Sède , v.
Ésca 4 s. Ésca , v.
Empito, s. Empito ,
Mézzo, ag. Mèzzo, s.
Mèle , s. Mele , s.
Pòrci , s. Porci, ( por-
re qui ).
Tèmi(Dea), Temi , v.
Tórre , v. Tórre , s.
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INDICE
O
Preambolo,
Prefazione.
PARTE PRIMA.
Grammatica delle lingue.
Parti del discorso.
Cap. 1. Del nome sostantivo.
Distinzione dei vocaboli.
Cap. II. Del nome aggettivo.
Gi^adi degli aggettivi.
Cap. 111. Dell' accompagna nome.
Cap. IV. Del vice- nome , o pronome.
Cap. V '. Delle primarie facoltà della mente. » 4^
Sensazioni e sentimento. » ivi
Percezione. » 41
Attenzione. » ^5
Idee. ìì ivi
Inflessione. » 4^
Giudizio. » 47
Raziocinio. » 5a
Evidenza. » 53
Memoria. » 54
Cosccnza. » ivi
Cap. VI, fe/io e r/rg/* assertivi. » 5tì
Proposizione. i> - 5g
Argomentazione . » ho
Cap.' VII. Del vice-assertivo (o vice- verbo). » 6i
Preposizioni. » 62
Avverbi. » 65
Congiunzioni. * » 70
Interiezioni. a_ ?3
Pag- 3
» Z
Pag.
»
»
)>
» 2
ru« 3
»
26
3o
178
PARTE SECONDA.
Grammatica italiana.
Cap, Vili. Nome e pronome. Pag. 76
Genere* » iv i
Numero. » 80
Nomi irregolari ed anomali. » 81
Caso. » 82
Segnacasi. » 83
Declinazioni. » 85
Avvertente importanti. » 90
Cap. IX. Curatteri essenziali dell'asser-
tivo ( o verbo ) italiano. » 95
Caratteri accidentali del T assertivo. » 98
Modo indefinito. » ivi
Voci verbali indeterminate. » c;g
Modo imperativo. » 101
Modo indicativo. » ivi
AfoJo congiuntivo. » io4
A/odo ottativo, o desiderativo. * io5
Persone degli assertivi e loro numero. » ivi
Conjugazione degli assertivi. » xo6
Conjugazione del verbo irregolare es-
sere. » 108
Conjugazione dell' assertivo irregolare
avere. » 1x2
Cap. X. Prospetto comparativo degli as-
sertivi normali delle tre conjuga-
zioni regolari. » 1 1 5
Conjugazione dclC assertivo sfinire. » 121
Osservazioni importanti. » 124
Assertivi anomali ( o irregolari ). » 1 26
Conjugazione delt assertivo andare. 1 128
Analisi della seconda conjugazione. » i3o
Osservazioni sugi* irregolari colla de-
sinenza della seconda conjugazione
Assertivi che escono di regola.
Assertivi difettosi.
Gerondio.
Preposizioni esprimenti rapporti.
Congiunzioni.
Ripieni o riempitivi.
PARTE TERZA.
Cap. XI. Costruzione del discorso o sin -
Chiarezza del discorso.
Forza del discorso.
Armonia del discorso.
APPENDICE
Ortografia.
Della h,j, consonanti raddoppiate ce.
Lettere majuscolc.
Sillabe.
Interpunzione.
*79
» LÌ2
» liiS
» i3g
» i4Ì
» r£5
» 142
» r 5 1
» 1 54
» i55
i6^
» i£6
» 167
» 170
>» 171
<i ~IYÌ
i
Napoli 15 Ottobre '83o.
PRESENZA DALLA. GIUNTA
PER
LA PUBBLICA ISTRUZIONE.
Vista la dimanda del Tipografo Giovanni Martin con la
quale chiede di voler stampare 1* opera intitolata Principi del
discono accomodati al linguaggio italiano del Professore E.
Visto il favorevole parere del Tteglo Iieróore Signor D.
Girolamo Canonico Pi rozzi;
Si permette che P indicata Opera si stampi , però non si
pubblichi senza un secondo permesso , che non si darà se pri-
ma lo stesso Regio Revisore non avrà attestato di aver iico-
nomata Mi confronto uniforme la impressione all' originale ,
approvato.
i
»
Il Presidente,
M. COLANGKLO.
Pel Segretario Generale , e Membro della Giunta.
U Aggiunto
Antonio Coppola.
4f
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